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Leloquenza in
volgare
di Dante Alighieri
Storia dItalia Einaudi
a
Edizione di riferimento:
Leloquenza in volgare, a cura di Giorgio Inglese, BUR,
Milano 1998
Storia dItalia Einaudi II
.
Sommario
Libro primo 1
I 1
II 2
III 3
IV 4
V 6
VI 7
VII 8
VIII 10
IX 12
X 14
XI 16
XII 18
XIII 20
XIV 21
XV 22
XVI 24
XVII 25
XVIII 26
XIX 28
Libro secondo 29
I 29
II 31
III 34
IV 36
V 38
VI 40
Storia dItalia Einaudi III
VII 43
VIII 45
IX 47
X 48
XI 49
XII 51
XIII 54
XIV 56
Storia dItalia Einaudi IV
LIBRO PRIMO
I
Poich mi consta che nessuno finora ha trattato, nemme-
no parzialmente, larte del dire in volgare, e poich vedo
bene che essa arte a tutti necessaria, come vero che
verso di lei tendono i loro sforzi non solamente gli uomi-
ni ma, nei loro limiti naturali, anche le donne e i fanciul-
li; volendo in alcun modo accendere lume di discrezio-
ne in coloro che camminano come ciechi in una piazza
e, per lo pi, credono di avere alle spalle ci che loro
davanti, ispirandone il Verbo dallalto dei cieli, mi pro-
ver a giovare alla lingua della gente non letterata; e per
colmare un vaso cos grande non baster che io attinga
lacqua del mio ingegno, ma vi mescoler miglior sostan-
za prendendo e inframmettendo cose dette da altri, s da
potere quindi fornire lidromele pi dolce.
Ma poich ciascuna scienza deve dichiarare, anche se
non dimostrare, il proprio subietto, affinch si sappia in-
torno a che cosa essa si svolga, dico subito che chiamo
parlata volgare quella che agli infanti insegnata, per
mezzo delluso, da chi sta loro vicino quando primamen-
te essi cominciano ad articolare i suoni; ovvero, pi in
breve, definisco volgare quel parlare che facciamo no-
stro imitando la nutrice, senza riguardo a regole. Abbia-
mo anche, nato dopo il primo e sul presupposto di quel-
lo, un altro tipo di lingua, cui i Romani dettero il nome
di grammatica. Questa lingua secondaria hanno pure i
Greci e altri, ma non tutti i popoli: al suo possesso po-
chi pervengono, perch delle sue regole e della sua arte
non ci impadroniamo senza spendio di tempo e costanza
nello studio.
Storia dItalia Einaudi 1
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Delle due, pi nobile la volgare: perch per prima fu
usata dal genere umano; perch tutto il mondo si serve
di lei, anche se divisa per variet di forme e vocaboli;
perch nostra per natura, mentre quellaltra piuttosto
prodotto darte. E di questa pi nobile forma del parlare
intendo occuparmi.
II
Questa la nostra vera prima parola. Ma non dico no-
stra come se potesse darsi parola di altri che delluomo:
infatti fra tutti gli esseri solamente alluomo fu attribui-
to il parlare, perch a lui solo era necessario. Non agli
angeli, non agli animali inferiori era necessaria la parola,
e dunque sarebbe stata loro data come cosa inutile: ci
che la natura veramente non vuole fare e non fa.
Se infatti consideriamo con la dovuta attenzione quel
che noi sintenda fare, quando parliamo, appare chiaro
che il fine mostrare ad altri quanto dalla nostra mente
concepito. Poich dunque gli angeli, a manifestare i lo-
ro pensieri di gloria, hanno una immediata ineffabile ca-
pacit intellettuale, per la quale luno allaltro si d tut-
to a conoscere, o direttamente oppure attraverso quel-
lo Specchio fulgidissimo in cui tutti quanti si riflettono
bellissimi e ardentissimi contemplano, risulta eviden-
te come non abbiano avuto bisogno di alcun segno lin-
guistico. E se qualcuno mettesse avanti il caso degli spi-
riti caduti, si potrebbe rispondere in due modi: prima,
che, trattandosi qui di ci che necessario a vivere bene,
dobbiamo trascurarli, come quei perversi che non volle-
ro aspettare il compimento del divino beneficio; in se-
condo luogo, e meglio, che gli stessi demonii, per comu-
nicarsi la loro malizia, non abbisognano se non che ognu-
no sappia, di ogni altro, che esiste, in quanto malvagio,
e in che misura lo ; ci che effettivamente essi sanno,
perch, prima della rovina, si conobbero lun laltro.
Storia dItalia Einaudi 2
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Neanche agli animali inferiori, comandati dal puro
istinto naturale, si dovette provvedere il parlare: infatti
tutti i membri della stessa specie hanno i medesimi atti e
passioni, e cos uno pu conoscere quelli degli altri per
mezzo dei propri; mentre, fra quelli che appartengono a
specie diverse, non soltanto il parlare non era necessario,
ma sarebbe stato dannoso, dal momento che nessun
rapporto damicizia doveva darsi fra loro.
E se mai si obietti, in virt del serpente che parl a
Eva o dellasina di Balaam, che essi animali parlarono,
rispondo che un angelo, in questa, e il diavolo, in quello,
fecero che le due bestie movessero gli organi loro cos da
mandar fuori suoni articolati identici a vere parole; non
gi che quello fosse, per lasina, altro che ragliare, n per
il serpente altro che fischiare. Se poi uno voglia ricavare
argomenti contrari da ci che dice Ovidio nel quinto del-
le Metamorfosi a proposito delle gazze parlanti, sostengo
che egli lo dice per figura, con significato allegorico. E
se pure si affermi che le gazze tuttora, come altri uccelli,
parlano, lo nego come falso, perch quellatto non par-
lare, ma una certa imitazione del suono della nostra voce;
in altre parole, essi cercano di imitarci in quanto emettia-
mo suoni, non in quanto parliamo. Perci, se uno che ad
alta voce dicesse gazza si sentisse rispondere, a mo di
eco, gazza, questo non sarebbe altro che la riprodu-
zione o imitazione del suono emesso da colui che aveva
parlato prima.
E pertanto risulta evidente che soltanto alluomo fu
data la parola. Ma perch a lui fosse necessaria, cerchia-
mo in breve di spiegare.
III
Poich dunque luomo non condotto da un istinto na-
turale, ma dalla ragione, e la ragione non identica in
ogni individuo, come discrezione, come giudizio e come
Storia dItalia Einaudi 3
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
elezione, al punto che ogni singolo pare quasi costitui-
re una specie a s, concludo che nessun uomo pu cono-
scerne un altro per mezzo dei propri atti e passioni, come
fanno gli animali bruti. Nemmeno accade che uno si tra-
sferisca nellaltro mediante un riflesso puramente spiri-
tuale, a mo di angeli, dal momento che lo spirito umano
involto nella grossezza opaca della materia mortale.
Fu pertanto necessario che il genere umano, affinch i
concetti potessero comunicarsi fra individuo e individuo,
disponesse di un qualche segno razionale e sensibile
insieme: era necessario che fosse razionale, giacch deve
ricevere qualcosa dalla ragione di uno e portarla alla
ragione di un altro; ed era necessario che fosse sensibile,
proprio perch, da una ragione a unaltra, niente si pu
trasferire se non per un intermediario sensibile. Se fosse
soltanto razionale, infatti, non potrebbe trasportarsi; se
fosse soltanto sensibile, non potrebbe ricevere nulla dalla
ragione e nulla depositarvi.
In verit, questo segno proprio il nobile subietto del
nostro discorso: infatti qualcosa di sensibile, in quanto
suono; ed qualcosa di razionale, daltra parte, in
quanto significa alcunch secondo la volont umana,
come pare.
IV
Al solo uomo fu data la parola, come risulta evidente
dalle premesse. Ora penso si debba ricercare a quale
uomo primamente sia stata data la parola; e che cosa, la
prima volta, egli abbia detto, e a chi e dove e quando;
e infine sotto forma di quale idioma fu emesso il parlar
primigenio.
Per quello che racconta la Genesi nel suo principio, l
dove la Sacra Scrittura descrive la nascita del mondo, si
trova, a dire il vero, che prima di tutti parl la donna, la
smisuratamente presuntuosa Eva, quando al diavolo ten-
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
tatore rispose: Noi ci nutriamo con i frutti degli alberi
che sono nel giardino; ma Dio ci ha ordinato di non toc-
care e non mangiare il frutto dellalbero che nel cen-
tro, per non morirne. Ma bench nelle scritture si trovi
che la donna abbia parlato per prima, nondimeno pi
ragionevole credere che abbia parlato per primo luomo:
n pare conveniente assumere che un atto cos splendi-
do e proprio dellumanit sia uscito dalla femmina prima
che dal maschio. Secondo ragione, dunque, ritengo che
il parlare sia stato concesso anzitutto proprio a Adamo,
da Colui che lo aveva test plasmato.
Che cosa, poi, abbia pronunziato la voce del primo
parlante, non dubito si presenti immediatamente a un
intelletto sano che essa fu la parola significante Dio,
ossia El, o in interrogazione o in risposta. Pare assurdo,
intollerabile dalla ragione, che dalluomo sia stata nomi-
nata qualunque cosa, prima che Dio, essendo stato fatto
luomo da Lui e per Lui. Infatti, cos come dopo il pec-
cato originale ogni uomo comincia col pianto, dicendo
ahi, ben ragionevole che colui, il quale nacque prima
del peccato, cominciasse dalla gioia; e poich non gio-
ia al di fuori di Dio, ma tutta in Dio, e Dio stesso to-
talmente gioia, ne consegue che il primo parlante abbia
detto Dio, prima di tutto e avanti ogni altra cosa.
Ora, nasce di qui la questione, avendo io detto
di sopra che luomo pu aver parlato primamente per
rispondere, se tale risposta fu diretta a Dio: ma, se fu
diretta a Dio, sembrerebbe che Dio avesse parlato prima
ancora; il che evidentemente contrasta con gli argomenti
gi accennati. Al qual proposito, dico che Adamo pot
bene aver risposto a Dio, che linterrogava, e non per
questo Dio avrebbe parlato cos come noi diciamo che
si parla. Chi dubita infatti che tutto ci che esiste sia
pieghevole a ogni volere di Dio, da cui tutto creato,
conservato e anche diretto? E dunque, se vero che,
sotto il comando della Natura inferiore, che di Dio
Storia dItalia Einaudi 5
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
ministra e creatura, laria mossa a modificarsi tanto da
poter tuonare, fulminare, piovere, nevicare, grandinare,
non forse vero che, sotto il comando diretto di Dio,
essa aria potrebbe muoversi tanto da far risuonare alcune
parole? parole distinte da Colui che ben altro ha
distinto! Perch no?
Credo perci che tanto basti alla soluzione della que-
stione sollevata, e di altre affini che si potrebbero porre.
V
Ritenendo, cos, per certi argomenti di ragione tratti
dalle cose dette e da quelle che diremo, che il primo
uomo abbia parlato primieramente rivolto a Dio stesso,
dico che pure conforme a ragione che il medesimo
primo parlante abbia parlato senza indugio, subito dopo
aver ricevuto in s il fiato della potenza vivificante di
Dio. Considero infatti pi proprio delluomo il farsi
sentire che il sentire, dico il farsi sentire e il sentire
propri delluomo come essere razionale. Se dunque colui
che Fattore e Principio di perfezione e Amante, con
il proprio respiro, colm di tutte le perfezioni il primo
di noi, mi sembra segua, per ragione, che questi, il pi
nobile fra gli animali, prima si sia fatto sentire e poi abbia
sentito.
Se qualcuno poi afferma, obiettando, che Adamo non
aveva bisogno di parlare, essendo lunico uomo in quel
momento e conoscendo, daltra parte, Dio tutti i nostri
segreti, senza bisogno di parole, anche prima che li cono-
sciamo noi stessi; io dico, con la cautela timorosa che
bisogna osservare quando si traggono conclusioni logi-
che intorno a cose che riposano sulla volont divina,
che sebbene Dio conoscesse, e conoscesse anzi in antici-
po (ma scienza e prescienza sono, in Dio, il medesimo),
senza bisogno di parole il concetto del primo parlante,
nondimeno volle che quello parlasse, affinch nel dispie-
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
garsi di cos nobile virt fosse glorificato Colui che per
grazia laveva conferita. E appunto bisogna credere ri-
flessa da Dio, in noi, la gioia che proviamo nellesercizio,
a debito fine ordinato, delle nostre operazioni.
Da qui, poi, ben possiamo ricavare dove la prima
parola fosse pronunciata, giacch si provato che il
luogo del primo parlare fu fuori dellEden, se luomo
fuori dellEden venne tratto alla vita, o fu lEden, se in
quel luogo Dio lo cre.
VI
Poich lopera dellumanit si realizza con luso di mol-
tissimi idiomi diversi, al punto che molti fra loro non
sintendono a parole meglio che senza parole, conviene
mettersi in traccia di quellidioma che si crede abbia usa-
to luomo che non ebbe madre n nutrice, che non co-
nobbe puerizia n adolescenza.
Per questo, come per molti altri riguardi, tutto il mon-
do Pietramala, della maggior parte degli uomini Pietra-
mala patria. Infatti chiunque ha la ragione cos guasta
da ritenere che il proprio luogo nato sia il pi bello sotto
il sole, parimenti stima il volgare proprio, o lingua mater-
na, al di sopra di tutti gli altri; e per conseguenza crede
che proprio esso sia stato la lingua di Adamo. Io invece,
cui il mondo patria cos come lacqua ai pesci, bench
abbia bevuto dellArno prima di mettere i denti e tanto
ami Firenze che, per amor suo, soffro ingiustamente la
pena dellesilio, appoggio la bilancia del mio giudizio
sulla ragione e non sullaffetto. E pur se al mio piacere e
alla soddisfazione del mio appetito sensitivo non si pre-
sti luogo, al mondo, migliore di Firenze, io, svolgendo
i volumi di poeti e altri scrittori nei quali esso mondo
descritto, nel suo insieme e partitamente, e consideran-
do fra me i diversi siti dei paesi e la loro posizione rispet-
to ai poli e allequatore, ho ponderato e fermamente ri-
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
tengo esservi molte regioni e citt pi nobili e pi deli-
ziose della Toscana e di Firenze, di cui sono originario e
cittadino, e parecchi popoli e stirpi usare una lingua pi
gradevole e pi utile di quella che usano gli Italici.
Ma ritornando allargomento presente, dico che una
compiuta forma di lingua stata da Dio concreata alla
prima anima umana. E dico forma sia quanto ai vo-
caboli relativi alle cose, sia quanto al modo di costruire
con essi un discorso, sia quanto alla norma delle declina-
zioni; nella quale forma, a dire il vero, tutte le lingue dei
parlanti ancora si ritroverebbero, se essa non fosse stata
dissolta per colpa dellumana presunzione, come di sotto
si mostrer.
In questa forma di lingua parl Adamo; in questa for-
ma parlarono tutti i suoi discendenti fino alla edificazio-
ne della torre di Babele, che si traduce appunto tor-
re della confusione; questa forma ereditarono i figli di
Eber, che da lui presero il nome di Ebrei. A questi so-
li essa rimase, pur dopo la confusione, affinch il nostro
Redentore, che da quella stirpe, come uomo, era per sor-
gere, non usasse una lingua della confusione, ma la lin-
gua della grazia.
Quello realizzato dalle labbra del primo parlante fu
dunque lidioma ebraico.
VII
Ahi, quanto vergognoso rinnovare qui lignominia del
genere umano! Ma perch non posso andare avanti
senza toccarne, ne tratter, sebbene il rossore salga al
viso e lanimo vorrebbe rifiutarsi.
O natura nostra sempre incline al peccato! O tu, dal
principio e senza fine scellerata! Non era bastato alla tua
correzione che, cacciata nella tenebra a causa della prima
trasgressione, fossi esiliata dalla patria delle delizie? Non
era bastato che, per luniversale lussuria e imbestiamento
Storia dItalia Einaudi 8
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
della tua discendenza, fosse perito nel cataclisma il tuo
intero dominio, a eccezione di ununica famiglia? e
gli animali del cielo e della terra avessero pagato per
il male che tu avevi commesso? Certo, bastava. Ma
si dice in proverbio la terza volta si monta a cavallo;
e tu, disgraziata, hai voluto montare sul cavallo della
disgrazia. E cos, lettore, luomo, dimentico o sprezzante
dei castighi passati, distolti gli occhi dalle lividure che
pur ancora lo segnavano, una terza volta si rizz incontro
alla frusta, gonfio di presunzione per folle superbia.
Inguaribile presunse, dunque, in cuor suo luomo, a
ci tentato dal gigante Nembrt, di superare con larte
propria non solamente la natura, ma lo stesso naturan-
te, cio Dio; e prese a edificare una torre in Sennaar,
che poi fu detta Babele, ossia confusione, per mezzo
della quale sperava di salire in cielo, cercando, il dissen-
nato, non di eguagliare ma di superare il proprio Fatto-
re. O clemenza smisurata del Signore celeste! Quale pa-
dre avrebbe tollerato, da un figlio, tante aggressioni? E
invece, levato uno staffile non nemico ma paterno, e non
nuovo ai colpi, Egli inflisse al figliuolo ribelle un castigo
pietoso anche se indimenticabile.
Quasi tutto il genere umano, invero, si era riunito per
lopera delittuosa: alcuni comandavano, altri progetta-
vano; alcuni tiravano s i muri, altri li squadravano, al-
tri stendevano lintonaco; alcuni erano addetti a spacca-
re rocce, altri a trasportare i macigni per via di terra o
per mare; e ai diversi altri lavori diversi gruppi si dedi-
cavano; quandecco dal cielo piomb su di loro una con-
fusione s grande che, mentre prima tutti impiegando
una stessa lingua servivano lopera, dallopera, una vol-
ta divisi in molte lingue, dovettero desistere, n mai pi
poterono congiungersi per unimpresa comune. Infatti
soltanto quelli che eseguivano il medesimo lavoro si ri-
trovarono a parlare la stessa lingua: una lingua, suppo-
ni, tutti gli architetti, una coloro che rotolavano i mas-
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
si, una tutti quelli che li squadravano; e cos via per ogni
tipo di operazione. E per quanti differenti lavori cospira-
vano allopera, in tanti idiomi il genere umano viene allo-
ra smembrato; e quanto pi raffinato era il compito che
ciascun gruppo svolgeva, tanto pi rozzo e barbaro il
suo nuovo idioma.
Coloro ai quali rimase lidioma consacrato non parte-
cipavano allopera e non la approvavano, ma detestando-
la fermamente irridevano alla follia di chi vi si era dato. E
questa parte, piccolissima di numero, per quel che pos-
so congetturare era sangue di Sem, terzo figlio di No; e
da tale parte nacque appunto il popolo dIsraele, che us
lidioma pi antico, fino alla sua stessa dispersione.
VIII
Allora, in seguito alla confusione delle lingue appena
rammentata, cos ritengo, per non lievi ragioni, per
la prima volta gli uomini si dispersero in tutti i climi
del mondo e nelle regioni abitabili di ciascun clima, fi-
no agli estremi limiti. Ed essendo stata la prima radi-
ce dellumana stirpe piantata nelle terre doriente, e di
qui essendosi distesa da una parte e dallaltra la nostra
schiatta, e diffusa in molteplici rami, e finalmente per-
venuta nelle terre doccidente, forse allora per la prima
volta gole di animali razionali si dissetarono nei fiumi di
tutta Europa, o almeno in alcuni. Ma, vi giungessero da
stranieri, per la prima volta, o invece rientrassero in Eu-
ropa come nella loro terra dorigine, fatto sta che allora
gli uomini vi portarono con s un idioma triplice; e, fra
questi che lo portavano, ad alcuni tocc in sorte la par-
te meridionale dellEuropa, ad altri la settentrionale; un
terzo gruppo, quelli che ora chiamiamo Greci, occup
una parte dEuropa e una parte di Asia.
Dopo di che, da uno stesso idioma ricevuto al tem-
po della vindice confusione, si originarono diversi volga-
Storia dItalia Einaudi 10
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
ri, nel modo che sar mostrato pi avanti. Infatti, tut-
to il paese che, dalle bocche del Danubio, o se si prefe-
risce dalla palude Meotide, fino alle plaghe occidentali
dellInghilterra, limitato dallOceano e dal confine con
i Franchi e gli Italici, tocc ai parlanti un idioma unico,
il quale in seguito si part in diversi volgari, degli Sla-
vi, degli Ungheri, dei Teutoni, dei Sassoni, degli Angli e
di molti altri popoli, rimanendo quasi a tutti in prova
del comune principio questo solo fatto, che quasi tutti i
predetti affermano dicendo i. Subito a fianco di questo
idioma, ossia di l dai confini degli Ungheri in direzione
est, un altro idioma occup quanto, da quella parte, pu
ancora chiamarsi Europa e si spinse ancora pi innanzi.
Tutto quel che resta di Europa, sottratte le parti dette,
spett a un terzo idioma, un idioma, dico, bench ora
appaia diviso in tre: infatti alcuni affermano con oc, altri
con oil, altri con s, e sono gli Ispanici, i Franchi e gli Ita-
lici. Ma la prova del fatto che i volgari di queste tre genti
vengono da un idioma stesso chiarissima, in quanto si
vede che nominano molte cose per mezzo degli stessi vo-
caboli, come: Dio, cielo, amore, mare, terra, essere, vive-
re, morire, amare, e quasi ogni altra. Di questi, coloro
che dicono oc occupano la parte occidentale dellEuropa
meridionale, a partire dai confini dei Genovesi. Colo-
ro che dicono s tengono la parte orientale, dal confine
predetto, fino a quel promontorio dItalia, dove comin-
cia il golfo dellAdriatico, e alla Sicilia. Quelli che dicono
oil, infine, sono in una certa misura settentrionali rispet-
to agli altri: dal lato orientale hanno gli Alamanni, dai
lati settentrionale e occidentale sono delimitati dal mare
che li separa dallInghilterra, fino ai Pirenei; verso sud,
sono chiusi dai Provenzali e dal pendo delle Pennine.
Storia dItalia Einaudi 11
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
IX
Ma ora necessario che io metta in gioco lintelligenza
di cui dispongo, volendo indagare una materia circa la
quale non posso basarmi su alcun autore, cio la trasmu-
tazione di un idioma dapprincipio uno e indifferenziato.
E poich si viaggia pi sicuramente e velocemente per le
strade pi familiari, proceder trattando solo dellidioma
che nostro, tralasciando gli altri: infatti, quello che in
un idioma, evidentemente negli altri, in forza di un mo-
tivo razionale.
Lidioma di cui si va trattando ora, dunque, come di
sopra dissi, diviso in tre: infatti alcuni dicono oc, alcuni
s, altri invece oil. Ma che esso fosse, al momento in
cui cominci la confusione, uno solo, ci che bisogna
provare per prima cosa, si dimostra per la concordanza
di molti vocaboli, manifesta nei maestri nellarte di dire;
la quale concordanza evidentemente incompatibile con
quella impossibilit dintendersi, che per volere del cielo
cadde sui costruttori di Babele.
I maestri delle tre lingue concordano in molti vocabo-
li e soprattutto in quello che suona amor. Giraut de Bor-
nelh:
Si-m sentis fezelz amics,
Per Ver encusera amor;
il Re di Navarra:
De fin amor si vient sen et bont;
messere Guido Guinizelli:
N feamor prima che gentil core,
N gentil cor prima che amor, natura.
Storia dItalia Einaudi 12
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Ma vediamo perch lidioma principale si diviso in
tre rami; e perch ciascuna di queste variet si divide in
s stessa, per esempio la parlata del versante destro ri-
spetto a quella del versante sinistro dItalia: e infatti i Pa-
dovani e i Pisani parlano in modo diverso; e perch anco-
ra genti di regioni limitrofe si differenziano nel parlare,
come Milanesi e Veronesi, o Romani e Fiorentini; e cos
popoli che appartengono alla stessa gente, come i Napo-
letani e i Caietani, i Ravennati e i Faentini; e inoltre, cosa
che pi stupisce, membri di una stessa citt, come i Bo-
lognesi di Borgo San Felice e quelli di Strada Maggiore.
Perch si verifichino tutte queste differenze e variet di
lingue, si chiarir in forza di un unico motivo razionale.
Diciamo dunque che nessun effetto, in quanto un
effetto, pu andare al di l della propria causa, perch
nessuna cosa pu produrre ci che non . Poich dun-
que ogni nostra lingua e non parlo di quella concrea-
ta da Dio al primo uomo stata rifatta a nostro piaci-
mento dopo quella confusione, che fu, in effetti, oblivio-
ne della lingua precedente; e poich luomo un animale
oltremodo instabile e variabile, segue che la lingua non
pu essere durevole e uniforme, ma come altre cose di
noi uomini, per esempio costumi e mode, non pu non
variare per distanze di spazio e di tempo. E non pen-
so debba nascere dubbio, per aver io detto di tempo,
ma anzi che si debba tenerlo fermo: infatti, se vagliamo
le altre opere nostre, sembra bene che ci differenziamo
molto pi dai nostri pi antichi concittadini che dai con-
temporanei pi lontani. Per la qual cosa oso affermare
che i pi antichi Pavesi, se ora risorgessero, parlerebbe-
ro una lingua assai diversa a confronto con i Pavesi di
oggi. E quello che dico non paia sorprendente, pi di
quanto non sia scoprire gi cresciuto un giovane che non
vediamo crescere: infatti i movimenti molto lenti non so-
no da noi percepiti, e quanto pi lungo il tempo che la
variazione della cosa richiede perch sia avvertito, tanto
Storia dItalia Einaudi 13
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
pi quella cosa ci sembra immobile. E cos non mi stu-
pisco se lopinione di uomini poco superiori ai bruti ri-
tiene che una citt sia sempre vissuta come tale parlan-
do la stessa invariabile lingua, giacch il mutamento del-
la lingua avviene gradualmente in un tempo molto lun-
go, mentre la vita umana per sua natura molto breve.
Se dunque la lingua di uno stesso popolo varia, come
detto, in successione di tempo, n pu in alcun modo re-
stare immobile, ne consegue di necessit che essa muti e
varii fra quanti vivono separati e lontani, cos come varia-
no i costumi e le mode, che non sono fissati dalla natura
n da una convenzione, ma nascono per umano arbitrio
e si diffondono per prossimit nello spazio.
Da questa situazione presero le mosse gli inventori
della grammatica: la quale nientaltro che una certa lin-
gua identica, inalterabile attraverso tempi e luoghi diver-
si. Essendo stata regolata di comune accordo fra mol-
te genti, non soggiace allarbitrio individuale e per con-
seguenza non pu cambiare. E la inventarono appunto
per evitare che, a causa della variazione della lingua, on-
deggiante ad arbitrio degli individui, ci fosse impedita in
tutto o in parte la conoscenza dei pensieri e delle azio-
ni degli antichi e di coloro che sono diversi da noi per la
diversit dei luoghi.
X
Essendo ora il nostro idioma diviso in tre, come di so-
pra si detto, nel procedere a una valutazione compara-
tiva dello stesso, secondo le tre forme in cui risuona, con
tanta cautela indugiamo nel bilanciarle che non osiamo
nel confronto anteporre questa a quella, se non in quan-
to ben si trova come i facitori della grammatica abbiano
preso sic come avverbio affermativo, e ci evidentemen-
te attribuisce una qualche preminenza agli Italici, che di-
cono appunto s.
Storia dItalia Einaudi 14
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Ciascuna delle parti, a dire il vero, si sostiene con
cospicue testimonianze. La lingua doil adduce a proprio
favore il fatto che, per essere un volgare pi facile e
piacevole, suo tutto quel che stato rifatto o creato
in prosa volgare: per esempio, la compilazione della
storia sacra e dei fatti di Troiani e Romani, e anche le
bellissime avventure di re Art, e parecchie altre storie
e trattati. Unaltra, invece, ossia la lingua doc, porta
come argomento a proprio vantaggio il fatto che gli
artisti del volgare hanno poetato prima in tale lingua,
considerandola pi perfetta e pi dolce: pensa a Peire
dAlvernia e ad altri pi antichi maestri. Anche la terza,
la lingua degli Italici, attesta la propria superiorit con
due privilegi: primo, perch coloro che hanno composto
le rime volgari pi dolci e sottili appartengono alla sua
famiglia e casa, come vi appartengono Cino da Pistoia e
lamico suo; secondo, perch si vede che questi medesimi
scrittori maggiormente si appoggiano sulla grammatica
che comune, e ci pare un argomento molto forte a
considerarlo razionalmente.
Ma, sospeso il giudizio su tale questione e limitando il
mio trattato al volgare italico, prover a indicare le varie-
t che esso contiene e a confrontarle. Dico dunque, pri-
ma di tutto, che lItalia bipartita in una destra e una si-
nistra. E se uno chiede quale linea divida le due parti, ri-
spondo in breve che essa il crinale appenninico: come
dal colmo di un tetto lacqua cola di qua e di l a diver-
se grondaie, cos da quel giogo spiove di qua e di l, per
lunghe condotte, ad opposti lidi, come scrive Lucano
nel libro secondo: il lato destro ha per bacino di raccol-
ta il mar Tirreno, il sinistro scende allAdriatico. Le re-
gioni di destra sono la Puglia, ma non tutta, Roma,
il Ducato, la Toscana e la Marca genovese; quelle di si-
nistra, il resto della Puglia, la Marca anconetana, la Ro-
magna, la Lombardia, la Marca trevigiana con Venezia.
Il Friuli e lIstria non possono appartenere se non alla si-
Storia dItalia Einaudi 15
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
nistra dItalia; e le isole del Tirreno, cio Sicilia e Sarde-
gna, non appartengono se non alla destra dItalia, o alme-
no ad essa vanno aggregate. Nelluna e nellaltra parte,
e nelle terre collegate, le lingue sono diverse: quella dei
Siculi dagli Apuli, quella degli Apuli dai Romani, quel-
la dei Romani dagli Spoletini, la loro dai Toscani, quel-
la dei Toscani dai Genovesi, quella dei Genovesi dai Sar-
di; non diversamente, la lingua dei Calabri da quella de-
gli Anconetani, e questi dai Romagnoli, i Romagnoli dai
Lombardi, i Lombardi da Trevigiani e Veneziani, que-
sti dagli Aquileiensi, e la lingua di questi ultimi da quella
degli Istriani. E credo che nessun italico possa dissentire
a tal proposito.
Appare chiaro, dunque, che la sola Italia si differenzia
secondo almeno quattordici volgari. I quali tutti ancora
presentano ulteriori variet, come per esempio Senesi e
Aretini in Toscana, Ferraresi e Piacentini in Lombardia;
e persino nella stessa citt, come ho notato nel capitolo
precedente, possiamo avvertire qualche differenza. Per
la qual cosa, se volessimo calcolare le variet principali,
secondarie e minime del volgare italico, in questo solo
piccolissimo cantone del mondo giungeremmo a mille
parlate, e anche oltre.
XI
Visto che il nostro volgare risuona in tante forme diverse,
mettiamoci in cerca della parlata pi decorosa in Italia
e illustre; e per avere pi libero percorso nella nostra
caccia, prima togliamo via dalla selva arbusti inviluppati
e rovi.
E come i Romani pensano di dover essere anteposti a
ogni altro, cos meritamente li antepongo agli altri in que-
sto lavoro di sradicamento, ovvero estirpazione, e procla-
mo che in un ragionamento sulleloquenza volgare di lo-
ro non bisognerebbe nemmeno parlare. Infatti quello dei
Storia dItalia Einaudi 16
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Romani il pi laido fra tutti i volgari italiani, e meglio
che un volgare lo si dir un tristiloquio; cosa che non sor-
prende, poich essi anche, per bruttura di usanze e mo-
de puzzano pi di ogni altro. Dicono infatti: Messure,
quinto dici?
Dopo di loro, strappiamo via gli abitanti della Marca
anconetana, che dicono: Chignamente state, siate; e in-
sieme tolgo di mezzo gli Spoletini. Ma non si deve di-
menticare che in vilipendio di queste tre schiatte sono
state scritte parecchie canzoni: ne ho letta una, perfet-
tamente regolata, che aveva composto un fiorentino di
nome Castra; e cominciava:
Una fermana scoppai da Cascioli,
cita cita se n ga n grande aina.
E dopo questi falciamo i Milanesi, i Bergamaschi e i
loro vicini, a scherno dei quali mi rammento che uno ha
scritto:
Enter lora del vesper, ci fu del mes dochiover.
Dopo di loro, passiamo attraverso il vaglio Aquileiensi
e Istriani, che, accentando bestialmente, emettono: Ces
fas tu? E, insieme con questi, via tutte le parlate di mon-
tagna e di campagna, che sempre si sentono dissonare,
per irregolarit di pronuncia, dalla lingua di chi abita
nel centro delle citt, come ben mostrano i Casentinesi
e quelli di Fratta. Espello anche i Sardi, che non so-
no Italici ma vanno aggregati agli Italici, perch si ve-
de che essi, soli, non hanno un volgare proprio, ma imi-
tano la grammatica, come le scimmie gli uomini: infatti
dicono domus nova e dominus meus.
Storia dItalia Einaudi 17
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
XII
Mondati in qualche maniera i volgari italici, mettendo a
confronto quelli che sono rimasti nel crivello, in breve,
trascegliamo il pi degno donore e pi onorifico.
E prima di tutto misuriamo lingegno occupandoci
del siciliano; si vede infatti che il volgare siciliano si
arroga nominanza sopra gli altri, perch tutta la poesia
italica chiamata siciliana, e perch si trovano parecchi
maestri, nativi dellisola, aver cantato con gravit; come
per esempio nelle famose canzoni
Ancor che laigua per lo foco lassi,
e
Amor, che lungiamente mhai menato.
Ma questa nominanza della Trinacria, se osserviamo
bene leffetto che ne risulta, ci accorgiamo che dura-
ta essenzialmente a scorno dei principi italici, i quali ora
vivono superbamente a mo di plebei e non di magnani-
mi. E davvero gli splendidi eroi Federico imperatore e il
suo ben nato rampollo Manfredi, dispiegando la nobilt
e rettitudine della loro anima, finch la fortuna lo con-
cesse, disdegnarono di vivere come bruti e vissero come
uomini. Per la qual cosa gli uomini di cuore gentile e do-
tati da Dio di virt vollero stare vicini alla maest di prin-
cipi cos nobili, al punto che tutto quanto, al tempo lo-
ro, i migliori spiriti italici riuscivano a fare, veniva prima-
mente alla luce presso la corte di s nobili sovrani. E poi-
ch trono del regno era la Sicilia, avvenuto che, ogni
cosa i nostri maggiori producessero in volgare, si chiami
siciliana; nome che anche noi manteniamo e che i posteri
non saranno capaci di scambiare.
Storia dItalia Einaudi 18
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Rac, rac! Che cosa suona adesso la tromba
dellultimo Federico? che cosa la campana di Carlo se-
condo? che cosa il corno dei possenti marchesi Giovan-
ni e Azzo? o i pifferi degli altri magnati? Che cosa, se
non: Venite a noi, manigoldi; venite, ipocriti; venite,
servi dellavidit?
Ma meglio tornare al tema, che parlare in vano. E di-
co che, se pigliamo il volgare siciliano come lo profferi-
scono i locali di media condizione, dalle labbra dei qua-
li bisogna ricavare la materia del giudizio, questo non
risulta meritare lonore del primato, poich viene parlato
con un tal quale strascico; come, per esempio, in:
Tragemi deste focora se teste a bolontate.
Se invece lo pigliamo come viene dalle labbra dei Si-
culi eccellenti, per quanto si pu giudicare dalle preal-
legate canzoni, identico al volgare pi degno di lode,
come mostrer pi avanti.
Gli Apuli, poi, parlano in modo sozzamente vizioso,
sia per durezza propria sia per la contiguit a vicini come
i Romani e i Marchigiani; dicono infatti:
Blzera che chiangesse lo quatraro.
Ma sebbene gli abitanti dellApulia comunemente
parlino in questa maniera oscena, alcuni fra loro, uomini
luminosi, si sono espressi con eleganza, scegliendo per le
proprie canzoni i vocaboli pi curiali, come appare chia-
ramente a chi osserva le loro rime; come
Madonna, dir vi voglio,
e
Perfino amore vo s letamente.
Storia dItalia Einaudi 19
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Per tanto, chi ha preso nota delle cose dette deve
tenere per provato che il volgare pi bello in Italia non
il siculo e non lapulo: abbiamo difatti mostrato
come gli artisti nativi di entrambe le regioni si siano ben
allontanati dal volgare proprio.
XIII
Veniamo quindi ai Toschi, che, istupiditi da pazzia, pre-
tendono per s il titolo del volgare illustre. E non sola-
mente sragiona in questo lo zelo del popolaccio, ma sap-
piamo bene che parecchi uomini di riguardo hanno so-
stenuto tale idea: come Guittone aretino, che mai si
volto al volgare curiale; e Bonagiunta lucchese, Gallo pi-
sano, Mino Mocato senese, Brunetto fiorentino, i ver-
si dei quali, ci fosse il tempo di esaminarli con cura, si
troverebbero non gi curiali ma soltanto municipali.
E giacch i Toschi pi degli altri farneticano, in pre-
da a questa ubriacatura, pare meritorio e utile umiliare
in giusta misura, uno a uno, i volgari dei municipi tosca-
ni. Parlano i Fiorentini, e dicono: Manichiamo, introc-
que che noi non facciamo altro. I Pisani: Bene andonno
li fatti de Fiorensa per Pisa. I Lucchesi: Fo voto a Dio ke
in grassara eie lo comuno de Lucca. I Senesi: Onche rene-
gata avesse io Siena. Che chesto? Gli Aretini: Vuo tu
venire ovelle? Di Perugia, Orvieto, Viterbo, e di Civita
Castellana, perch sono affini a Romani e Spoletini, non
voglio discorrere. Ma bench quasi tutti i Toschi siano
storditi dal loro turpiloquio, io so che alcuni hanno mo-
strato di conoscere il volgare eccellente, come appunto
Guido, Lupo e un altro, fiorentini, e Cino pistoiese, che
qui ingiustamente pospongo costretto da una giusta ca-
gione. E dunque, se esaminiamo le parlate toscane e con-
sideriamo come quegli uomini molto onorati si sono al-
lontanati dalla propria, non pu restar dubbio che il vol-
Storia dItalia Einaudi 20
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
gare da noi ricercato sia altro da quello che appartiene al
popolo toscano.
Se poi qualcuno ritenga che, quanto asserisco dei To-
schi, non debba asserirsi pure dei Genovesi, si fissi in
mente almeno questo: che se ai Genovesi accadesse di
dimenticare la lettera z, dovrebbero smettere affatto di
parlare o farsi una nuova lingua. La z infatti parte mas-
sima della loro parlata, ed una lettera che comporta una
notevole durezza di pronuncia.
XIV
Valicando ora le spalle selvose dellAppennino, andiamo
a investigare, con la solita cura, lItalia di sinistra, a
partire da est.
Messo dunque piede in Romagna, dico che ho trova-
to in Italia due volgari che si dissociano per certi carat-
teri diametralmente opposti. Uno di loro suona femmi-
neo, per mollezza di vocaboli e pronuncia, al punto che
fa sembrare donna anche un uomo che pur parli con vo-
ce virile. Questo proprio di tutti i Romagnoli e soprat-
tutto dei Forlivesi, la cui citt, bench periferica, il vero
perno di tutta la provincia. Essi, per affermare, dicono
deusc e, quando lusingano, oclo meo e corada mea. Fra
loro tuttavia ho udito alcuni, come Tommaso da Faen-
za e il compatriota Ugolino il Buccila, che nel poetare
si allontanavano dal volgare locale. E vi un altro volga-
re, come dicevo, tanto irsuto e ispido per vocaboli e suo-
ni, che per questa sua rozza asprezza, quando le donne
lo parlano, non solo escon fuori dai loro termini naturali,
ma addirittura ti chiederesti se non siano maschi. Que-
sto il volgare di tutti quelli che dicono magara, ossia
Bresciani, Veronesi e Vicentini, senza dimenticare i Pa-
dovani, i quali bruttamente spezzano tutti i participi in
tus e i sostantivi in tas, come in merc e bont. Insieme a
loro metto i Trevigiani, che, similmente ai Bresciani e ai
Storia dItalia Einaudi 21
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
loro vicini, pronunciano f la v, quando troncano la voca-
le finale, come in nof e vif: cosa riprovevole come grave
barbarismo.
Neanche i Veneziani si reputano degni dellonore di
quel volgare che stiamo ricercando; e se mai alcuno di
loro, trafitto dallerrore, osasse vantarsene, ricordi se ha
mai esclamato:
Per le plaghe di Dio tu no verras.
Fra tutti questi, uno solo ho udito che si sforzava
di staccarsi dal volgare materno per tendere a quello
curiale, ed Aldobrandino da Padova.
Pertanto, a tutti coloro che sono comparsi dinanzi
al giudizio del presente capitolo, d sentenza che n il
romagnolo n il suo contrapposto, come si detto, n il
veneziano si identificano con quel volgare illustre di cui
andiamo in cerca.
XV
Quel che resta dellitalica selva, cerchiamo di esaminare
senza indugi.
Dico dunque che forse non erra chi attribuisce ai Bo-
lognesi la parlata pi elegante, poich essi traggono qual-
cosa, per il proprio volgare, dai circostanti Imolesi, Fer-
raresi e Modenesi; il che suppongo facciano tutti, rispet-
to ai vicini propri (come mostra Sordello per la sua Man-
tova, confinante con Cremona, Brescia e Verona: il qua-
le, uomo insigne nellarte del dire, abbandon il volga-
re patrio non solo in poesia, ma in ogni occasione di di-
scorso). I predetti, infatti, hanno dagli Imolesi la morbi-
da dolcezza, dai Ferraresi e Modenesi una certa pronun-
cia gutturale, tipicamente lombarda, che ritengo sia ne-
gli abitanti di quella regione il lascito della mescolanza
con gli stranieri Longobardi. E questa la cagione per la
Storia dItalia Einaudi 22
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
quale non trovo nessun vero poeta tra Ferraresi, Mode-
nesi e Reggiani, i quali, abituati alla propria rauca favella,
non possono raggiungere il volgare regale senza guastar-
lo con quella loro certa asprezza. Il che deve affermar-
si, ben pi decisamente, dei Parmensi, che dicono monto
per molto.
Se dunque i Bolognesi prendono da una parte e
dallaltra, come detto, ragionevole che la loro parla-
ta, per la mescolanza dei suddetti opposti caratteri, con-
segua il temperamento di una dolcezza pregevole: a mio
giudizio, cos ritengo che sia al di l di ogni dubbio. Per-
tanto, se coloro che concedono ai Bolognesi la palma del
volgare si limitano a una comparazione fra i volgari mu-
nicipali, mi compiaccio di essere daccordo con loro; se
invece pensano che il volgare bolognese vada preferito in
assoluto, allora dissento e non sono daccordo. Esso non
infatti quello che chiamo volgare regale e illustre: per-
ch, se lo fosse stato, mai dal volgare proprio si sareb-
bero scostati Guido Guinizzelli, che il maggiore, Gui-
do Ghisilieri, Fabruzzo e Onesto, e altri poeti di Bolo-
gna, i quali furono maestri insigni e di finissimo giudizio
nelluso del volgare. Il grandissimo Guido:
Madonna, l fino amore chio vi porto;
Guido Ghisilieri:
Donna, lo fermo core;
Fabruzzo:
Lo meo lontano gire;
Onesto:
Pi non attendo il tuo soccorso, amore.
Storia dItalia Einaudi 23
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Le quali parole, a dire il vero, sono affatto diverse da
quelle che usano gli stessi Bolognesi del centro.
E perch circa le rimanenti citt delle estreme regio-
ni italiche nessuno pu nutrire dubbi, e se qualcuno
dubita, non merita nemmeno un chiarimento, poco mi
resta da discutere. E dunque io, che desidero deporre il
setaccio al pi presto, per dare uno sguardo ai rimasugli
dico che le citt di Trento, Torino e Alessandria giaccio-
no cos vicine ai confini dItalia che non possono avere
lingue incontaminate; s che se pure il loro volgare, che
sozzo, fosse bellissimo, negherei che fosse davvero ita-
lico, data la mescolanza con volgari stranieri. Se cerchia-
mo litaliano illustre, dunque, quello di cui andiamo in
traccia non potr ritrovarsi in tali luoghi.
XVI
Siamo andati a caccia per le balze e pei pascoli dItalia,
ma non abbiamo scovato la pantera inseguita: e dunque,
per poterla trovare, dobbiamo cercarla con i mezzi della
logica, affinch dopo attento studio si possa stringere
ben bene nelle nostre reti colei che manda profumo in
ogni luogo e in nessun luogo si d a vedere.
Riprendendo dunque le mie armi da caccia, dico che
in ogni genere di cose deve esserci una unit rispetto al-
la quale tutte le cose appartenenti al genere possano rag-
guagliarsi e valutarsi, e dalla quale noi possiamo ricava-
re la misura di tutte le altre: cos nei numeri, tutti sono
misurati dallunit, e maggiori o minori si dicono secon-
do che si allontanano dallunit o vi si avvicinano; e co-
s nei colori, tutti sono misurati dal bianco, e pi e me-
no luminosi si dicono secondo che al bianco sono pros-
simi o da esso si scostano. E quel che diciamo delle co-
se che posseggono quantit e qualit, possiamo anche di-
re di ogni categoria, e della sostanza stessa, ossia che
ogni cosa, in quanto fa parte di un genere, misurabi-
Storia dItalia Einaudi 24
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
le da ci che, nel dato genere, lunit. E dunque nelle
nostre operazioni, in quanto si ripartiscano in specie, bi-
sogna trovare questo segno grazie al quale esse si misuri-
no. Infatti, in quanto noi operiamo come uomini, asso-
lutamente, questo principio la virt, intesa in senso ge-
nerale: e secondo essa virt giudichiamo luomo buono
e cattivo; in quanto noi operiamo come uomini membri
di una citt, la legge, e secondo essa legge il cittadino si
dice buono e cattivo; in quanto operiamo come uomini
italici, ci sono certi segni di usanze, mode e lingua, che
sono le unit dalle quali si pesano e si misurano le ope-
razioni in quanto operazioni di uomini italici. E questi
segni pi nobili delle azioni degli Italici, non sono pro-
pri di nessuna citt dItalia ma sono comuni a tutte; e fra
questi, si pu adesso distinguere il volgare che prima ab-
biamo ricercato, il quale in ogni citt profuma ma in nes-
suna fa la sua tana. Pu, s, mandar profumo pi intensa-
mente nelluna che nellaltra, come la pi semplice del-
le sostanze, cio Dio, pi profuma di s gli uomini che i
bruti, pi gli animali che le piante, pi queste che i mi-
nerali, pi questi che gli elementi, pi il fuoco che la ter-
ra. E la quantit pi semplice, cio lunit, profuma di s
pi il numero dispari che il pari; e il colore pi semplice,
che il bianco, profuma di s pi il giallo che il verde.
Abbiamo cos afferrato quello che cercavamo, e pos-
siamo chiamare illustre, cardinale, aulico e curiale volga-
re dItalia, quello che di ogni citt italica eppure non
di nessuna, e in virt del quale tutti i volgari cittadini
degli Italici si misurano, si pesano e si confrontano.
XVII
Ora bisogna spiegare perch io dia a quel che si ritro-
vato gli attributi di illustre, cardinale, aulico e curiale; in
tal modo lo manifester pi chiaramente per quel che .
Storia dItalia Einaudi 25
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Prima dunque sveliamo che cosa intendiamo con
laggettivo illustre, e perch diciamo illustre quel vol-
gare. Con questo termine illustre, intendo qualche co-
sa che illumina e, se illuminata, risplende; e in questa
maniera chiamiamo illustri certi uomini, o perch illumi-
nati dallautorit illuminano gli altri di giustizia e carit;
o perch, avendo ricevuto un eccellente insegnamento,
insegnino con pari eccellenza, come si pu dire di Se-
neca e Numa Pompilio. E il volgare di cui parlo esalta-
to sia dalla dottrina sia dal potere che gli sono propri, ed
esalta i suoi fedeli con onore e gloria.
Che sia elevato in dottrina si vede bene, perch da
tanti incolti vocaboli usati dagli Italici, tante costruzioni
confuse, tante terminazioni irregolari, tanti accenti sgra-
ziati, lo vediamo uscir fuori cos colto, cos piano, cos
perfetto, cos raffinato, come mostrano nelle loro canzo-
ni Cino da Pistoia e lamico suo.
Che poi sia elevato in potere, si vede bene: che cosa
prova di maggior potere, di ci, che esso pu commuo-
vere i cuori umani tanto da far volere chi non voleva, e
disvolere chi voleva, come ha fatto e fa?
E che sollevi altri nellonore, evidente. Forse che i
suoi fedeli non vincono per fama qualsivoglia re, mar-
chese, conte e magnate? Non c bisogno di darne dimo-
strazione. Quanta poi gloria conferisca ai suoi servitori,
proprio io lo so, che per la dolcezza di lei del mio esilio
non mi curo.
Per tutti questi motivi, giusto che lo si proclami
illustre.
XVIII
N senza ragione questo volgare illustre onoro con un se-
condo attributo, ossia cardinale. Infatti, come tutta la
porta segue il cardine, in modo che, come si gira il cardi-
ne, si gira anche lei, piegando allinterno o allesterno,
Storia dItalia Einaudi 26
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
cos pure tutto il gregge dei volgari municipali si volge e
rivolge, si muove e rist secondo il volere di quello, che
appunto appare essere il vero capofamiglia. Forse che,
dalla selva italica, non estirpa ogni giorno qualche arbu-
sto spinoso? Forse che, ogni giorno, non innesta rametti
gemmati, o mette a dimora giovani piante? A che altro si
applicano i suoi cultori, se non, come s detto, a togliere
e a porre? Pertanto davvero merita lonore di una parola
cos solenne.
Inoltre lo chiamo aulico, perci che, se noi Italici aves-
simo una sede regale, esso sarebbe proprio di quel palaz-
zo. Infatti, se la reggia la casa comune di tutto il regno
e la sovrana reggitrice di tutte le parti del regno, qualun-
que cosa sia a tutti comune e non propria dalcuno con-
viene bene che in tale reggia abbia residenza, n si d al-
tra abitazione degna di cos nobile abitatore. E davvero
tale appare essere il volgare di cui parliamo. E da questo
nasce che coloro che frequentano le sedi regali sempre
in volgare illustre parlano; e da questo anche nasce che
il nostro volgare illustre se ne va errando come un fore-
stiero e trova ricovero in umili asili: infatti noi Italici una
reggia non labbiamo.
Deve anche meritamente dirsi curiale, perch la curia-
lit non altro che una norma ben ponderata delle azio-
ni doverose; e perci che la bilancia adatta a questa mi-
surazione suole trovarsi soltanto nelle corti pi nobili, ne
segue che qualunque nostro agire ben ponderato possa
dirsi curiale. E dunque, poich questo volgare si pon-
derato nella pi nobile curia degli italici, merita di essere
chiamato curiale.
Ma dire che esso si ponderato nella pi nobile curia
degli Italici sembra una burla, dal momento che noi non
abbiamo curia. Al che facilmente si risponde: bench
in Italia non ci sia una curia, intesa nel senso di entit
unitaria, come la curia del re di Germania, tuttavia non
ne difettano le membra; e come le membra di quella
Storia dItalia Einaudi 27
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
sono unite da un unico principe, cos le membra di
questa sono state tenute insieme dalla luce della ragione,
per grazia di Dio. Pertanto, sebbene manchiamo di un
principe, falso dire che a noi Italici manchi la curia:
abbiamo s una curia, bench fisicamente dispersa.
XIX
Questo volgare che si dimostrato illustre, cardinale, au-
lico e curiale, dico essere quello che si chiama il volgare
italico. Infatti, come si pu trovare un certo volgare che
proprio di Cremona, cos se ne pu trovare uno pro-
prio della Lombardia; e come se ne pu trovare uno pro-
prio della Lombardia, cos se ne pu trovare uno proprio
di tutta la parte sinistra dItalia; e come possibile ritro-
vare tutti questi, cos ben possibile trovare quello che
proprio dellItalia intera. E come quello si chiama cre-
monese, quello lombardo e il terzo semiitalico, cos que-
sto, che proprio dellItalia intera, si chiama volgare ita-
lico. Infatti questo hanno usato gli illustri maestri che
hanno composto poesia volgare in Italia, siano essi Sicu-
li, Apuli, Toschi, Romagnoli, Lombardi e uomini delle
due Marche.
E poich lintento mio, secondo la promessa fatta al
principio dellopera, fornire un insegnamento sullarte
di dire in volgare, comincer proprio da questo come dal
volgare pi eccellente, e dir nei libri seguenti chi, a mio
avviso, sia degno di usarne, e per che cosa, e come, e
dove, e quando, e a chi debba essere rivolto. Schiarito
ci, mi occuper di schiarire i volgari inferiori, a grado a
grado discendendo fino a quello che di una sola famiglia
proprio.
Storia dItalia Einaudi 28
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
LIBRO SECONDO
I
Sollecitando nuovamente la prontezza dellingegno mio
e ritornando a un cos fruttuoso lavoro della penna, pri-
ma di tutto dichiaro che il volgare italico illustre pu con-
venientemente attuarsi e in prosa e in verso. Ma perch i
prosatori, per lo pi, lo ricevono dai poeti; e perch si ve-
de che il volgare legato in versi resta di modello ai prosa-
tori, e non accade linverso, il che evidentemente com-
porta una certa supremazia, dapprima sbroglieremo le
questioni relative al volgare illustre in quanto usato poe-
ticamente, trattandone secondo lordine che ho prospet-
tato alla fine del primo libro.
Cerchiamo dunque dintendere, per cominciare, se
tutti gli scrittori di versi volgari debbano farne uso. A
uno sguardo superficiale parrebbe di s, poich ogni
scrittore di versi deve abbellirli quanto pu; dato che
nessun volgare come lillustre conferisce un ornato ec-
cellente, ne seguirebbe che ogni scrittore di versi debba
ricorrervi. Inoltre, se ci che ottimo, nel suo genere,
viene mescolato a ci che meno buono, non gli detrae
nulla, ma anzi, a quanto pare, lo migliora; pertanto, se un
verseggiatore, pur rozzo nel far versi, mescolasse del vol-
gare illustre alla sua rozzezza, farebbe bene, anzi par-
rebbe chiaro che egli proprio cos ha da fare: molto pi
abbisognano di ausilio coloro che hanno scarse capaci-
t, rispetto a coloro che ne hanno molte. E cos con-
cluso che a tutti i facitori di versi lecito usare il volgare
illustre.
Ma ci assolutamente falso, perch neppure i poe-
ti pi eccellenti debbono sempre fare ricorso a lui, co-
me si potr giudicare da argomenti che saranno offerti
Storia dItalia Einaudi 29
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
pi avanti. Il volgare illustre, invero, esige uomini che
gli somiglino, cos come gli altri nostri usi e costumanze:
la magnificenza esige uomini possenti; la porpora, uomi-
ni nobili; allo stesso modo, il volgare illustre richiede uo-
mini eccellenti per ingegno e sapienza, e gli altri spregia,
come di sotto si mostrer. Infatti, tutto ci che, a noi
conviene, conviene in forza del genere o della specie o
dellindividuo: come il sentire, il ridere o il portare spa-
da. Ma il volgare illustre non in forza del genere a noi
conviene, perch allora si converrebbe anche agli anima-
li bruti; e nemmeno in forza della specie, perch allora
si converrebbe a tutti quanti gli uomini, il che fuori
questione, perch nessuno pu pensare che esso si addi-
ca, per esempio, a montanari che parlano di vita rustica;
a noi conviene, dunque, in quanto individui. Ma nien-
te conviene allindividuo, se non in quanto ne degno,
supponi il commerciare, il portare spada, il governare. Se
dunque le cose che convengono si commisurano al vario
esserne degni, ossia a persone variamente degne; e pos-
sono essere alcuni degni, altri pi degni, altri degnissimi;
manifesto che le cose buone converranno a uomini de-
gni, le migliori a pi degni, le ottime ai degnissimi. E poi-
ch la lingua strumento necessario del nostro concetto,
cos come il cavallo delluomo darme, e i cavalli miglio-
ri si addicono ai migliori uomini darme, come s detto,
ai migliori concetti converr la migliore lingua. Ma i mi-
gliori concetti non possono trovarsi se non dove si trova-
no ingegno e sapienza; e dunque la lingua migliore non
conviene se non a coloro che hanno ingegno e sapienza.
E cos la lingua migliore non converr a tutti i verseggia-
tori, dato che parecchi scrivono versi senza avere sapien-
za e ingegno; e di conseguenza non converr loro il vol-
gare migliore. Pertanto, se vero che non a tutti si ad-
dice, non tutti debbono farne uso: nessuno infatti deve
agire contro la norma della convenienza.
Storia dItalia Einaudi 30
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Circa laffermazione che ciascuno debba abbellire i
propri versi per quanto pu, confermo che questo ve-
ro; ma non si dir che un bue con le briglie, ovvero un
maiale sellato, abbellito: anzi, piuttosto ridiamo della
sua deturpazione, lornamento essendo infatti laggiunta
di qualche cosa conveniente. Circa laffermazione che le
cose pi pregiate, aggiunte alle meno pregiate, le miglio-
rano, la tengo per vera nella misura in cui la distinzio-
ne fra luna e laltra venga meno, come nel caso in cui
fondiamo oro con argento; ma se la distinzione perma-
ne, le cose meno pregiate diventano ancora pi vili, co-
me nel caso in cui si mescolino donne belle con brutte.
Per la qual cosa, poich il concetto dei verseggiatori si
congiunge con le parole ma ne rimane ben distinguibi-
le, se esso concetto non sar del grado migliore, ove sia
congiunto al volgare migliore apparir peggiore, non mi-
gliore, proprio come una laida femmina vestita doro o
di seta.
II
Dopo aver dimostrato che non tutti gli scrittori di versi,
ma soltanto i migliori, debbono usare il volgare illustre,
ha da seguire la questione se, in tale volgare, tutti gli ar-
gomenti vadano trattati oppure no; e, se no, manifestare
partitamente quali siano degni di lui.
Al qual proposito, prima di tutto bisogna trovare quel-
lo che intendiamo quando diciamo degno. Diciamo
che degno ci che ha dignit, come diciamo nobile ci
che ha nobilt; e se, conosciuto quel che riveste, si co-
nosce quel che rivestito, in quanto tale, conosciuta
la dignit, conosceremo anche ci che degno. Orbe-
ne, la dignit leffetto ovvero lesito dei meriti, cos che,
quando uno ha ben meritato, diciamo che avviato a es-
ser degno di bene: quando invece ha demeritato, a es-
ser degno di male; per esempio, chi ben combatte sar
Storia dItalia Einaudi 31
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
degno della vittoria: chi ben governa, del regno; e, an-
che, il mentitore sar ben degno del rossore: il predo-
ne, della pena capitale. Ma, facendosi fra quanti hanno
ben meritato, come anche fra gli altri, paragoni dai
quali risulta che alcuni meritano bene, alcuni meglio, al-
tri sommamente bene, alcuni male, alcuni peggio, altri
sommamente male, e siffatti paragoni avvenendo sol-
tanto in vista di quellesito dei meriti che chiamiamo di-
gnit, come si detto, evidente che le dignit si para-
gonano fra loro secondo il pi e il meno, cos che alcune
siano grandi, alcune maggiori, altre somme. E si inten-
de, di conseguenza, che qualche cosa degna, qualche
cosa pi degna, qualche altra degna in sommo grado.
E perch il paragone fra le dignit non pu avvenire ri-
spetto a un medesimo bene meritato, ma rispetto a og-
getti diversi, cos che diciamo pi degno ci che degno
di un premio maggiore e sommamente degno ci che
degno del premio massimo (infatti, nessuna cosa pi
degna dunaltra, se degna del medesimo oggetto),
evidente che le cose ottime sono degne di cose ottime,
secondo la logica necessaria della realt. Pertanto, poi-
ch quello che chiamiamo illustre il migliore dei vol-
gari, ben consegue che solo le cose migliori siano degne
di essere trattate con esso, quegli argomenti, appunto,
che consideriamo i pi degni fra quanti sono da trattare.
E adesso mettiamoci a cercare quali essi siano. A ben
manifestarli, bisogna sapere che luomo, come possiede
una triplice funzione psichica, ossia la vegetativa, la
sensitiva e lintellettiva, cos percorre una triplice via.
Infatti, in quanto un vivente, ricerca il proprio utile,
e questo ha in comune anche con le piante; in quanto
animale, ricerca il piacere, e questo ha in comune con i
bruti; in quanto razionale, ricerca lonesto, e in que-
sto solo, o meglio partecipa della angelica natura. In
qualunque nostra operazione, appare chiaro, noi operia-
mo in relazione a queste tre finalit; e perch in ognuno
Storia dItalia Einaudi 32
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
di questi tre mbiti certe cose sono pi importanti e al-
tre importanti in sommo grado, come tali, evidentemen-
te quelle che sono in sommo grado importanti si devono
trattare nel modo migliore, e quindi nel volgare migliore.
Ma resta da discutere quali siano le cose in sommo gra-
do importanti. E, prima di tutto, nellmbito dellutile, se
considereremo con attenzione lintento di tutti quelli che
perseguono un vantaggio, non troveremo nientaltro che
la salvezza. In secondo luogo, nellmbito del piacevole,
dico che soprattutto dilettevole ci che diletta per esse-
re il pi pregiato oggetto del desiderio, ossia il godimen-
to erotico. In terzo luogo, nellmbito dellonesto, nessu-
no dubita che la cosa pi importante sia la virt. Pertan-
to, queste tre cose, ossia la salvezza, leros e la virt, ap-
paiono essere quelle cose di somma importanza che de-
vono essere trattate nel modo migliore, o per dir meglio
devono essere cos trattati gli argomenti che soprattutto
ad esse sono intrinseci, ossia il valore delle armi, la pas-
sione damore e la dirittura nel volere. E solo di tali argo-
menti, se ho ben visto, trovo che hanno cantato in volga-
re i poeti famosi, come Bertran de Born ha cantato le ar-
mi, Arnaut Daniel lamore, Giraut de Bornelh la rettitu-
dine; Cino da Pistoia lamore, il suo amico la rettitudine.
Infatti Bertran dice:
Non posc mudar cun cantar non exparia;
Arnaut:
Laura amara
fa-l bruol brancuz
clarzir;
Giraut:
Per solaz reveilar
che ses trop endormiz;
Storia dItalia Einaudi 33
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Cino:
Digno sono eo di morte;
lamico suo:
Doglia mi reca ne lo core ardire.
Quanto al valore guerriero, invece, non trovo nessun
italico che ne abbia, fin qui, scritto poesie.
Ci visto, quindi, risulta del tutto chiaro quali siano le
materie da cantarsi nel volgare pi elevato.
III
E adesso proviamoci a indagare, senza perder tempo, in
quale forma metrica dobbiamo contenere la trattazione
di quelle cose che sono degne di un volgare tanto nobile.
Volendo dunque insegnare la forma nella quale questi
argomenti conviene siano legati, prima di tutto, dico, va
rammentato il fatto che i poeti in volgare hanno dato
alle loro composizioni varie forme: alcuni, forma di
canzoni; alcuni, di ballate; alcuni, di sonetti; altri, forme
prive di legge o regola, siccome di sotto si mostrer.
Ma, tra queste forme, ritengo che quella delle canzoni
sia la pi eccellente: pertanto, se vero che le cose
pi eccellenti sono degne delle pi eccellenti, come di
sopra si provato, gli argomenti che sono degni del pi
eccellente volgare sono pure degni della forma metrica
pi eccellente, e quindi devono essere trattati in forma
di canzone.
Che poi la forma di canzone sia tale, quale si detto,
si pu riconoscere per parecchie ragioni. In primo luo-
go perch, essendo qualunque versificazione in un certo
senso una canzone, tal nome pure spettato soltanto
alle canzoni in senso stretto: il che non pu essere acca-
Storia dItalia Einaudi 34
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
duto, se non in forza di una decisione molto antica. An-
cora: ogni cosa che, da s stessa, realizza la propria fi-
nalit, chiaramente pi nobile di quelle che hanno bi-
sogno di un intervento esterno; ora, le canzoni possono
da s stesse realizzare il proprio scopo, ma le ballate non
possono, avendo bisogno dei danzatori, in funzione dei
quali sono state prodotte. Da ci si deduce che le can-
zoni sono da stimarsi pi nobili delle ballate, e di con-
seguenza che la forma delle canzoni la pi nobile fra
tutte, poich nessuno pu dubitare che le ballate superi-
no i sonetti nella nobilt del metro. Inoltre: si vede che
quelle cose sono pi nobili, le quali portano pi onore al
proprio facitore; ora, le canzoni dnno pi onore, ai lo-
ro facitori, che non le ballate: sono esse dunque pi no-
bili, e di conseguenza il loro metro pi nobile dogni
altro. Inoltre: le cose pi nobili sono conservate pi ri-
guardosamente; ora, fra tutto ci che si canta le canzoni
sono conservate pi riguardosamente, come sanno i let-
tori di libri di poesia: sono dunque le canzoni nobilissi-
me fra ci che si canta, e di conseguenza il loro metro
il pi nobile. A questo si aggiunga che, fra le opere di
unarte, quella pi nobile che esprime tutta larte; poi-
ch le poesie sono opere darte, e solo nelle canzoni tut-
ta larte poetica si esprime, le canzoni sono le pi nobi-
li e quindi il loro metro pi nobile di tutti. Che poi nel-
le canzoni si esprima tutta larte di cantare poeticamen-
te, si manifesta in ci, che ogni artificio reperibile negli
altri metri, pure nelle canzoni si reperisce, ma non ac-
cade linverso. La conferma di quanto si detto, del re-
sto, immediatamente sotto i nostri occhi: infatti, solo
nelle canzoni si ritrova tutto ci che alle labbra dei poeti
flu dalla cima delle loro splendide menti.
Pertanto risulta chiaro, per i nostri fini, che gli argo-
menti degni del volgare pi alto debbono essere trattati
in forma di canzoni.
Storia dItalia Einaudi 35
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
IV
Ora che ho esplicato, non senza fatica, chi e che cosa sia
degno del volgare aulico, e anche la forma metrica cui
assegno tanto onore da meritare, essa sola, il volgare pi
elevato, prima di passare ad altro vediamo nei dettagli
questa forma di canzone, di cui molti, per quel che
appare, usano seguendo listinto pi che la regola; e
dischiudiamo la fabbrica dellarte a vantaggio di colei
che finora stata lasciata al caso, mentre metto da parte
la forma di ballate e sonetti, perch la voglio illustrare nel
quarto libro del trattato, quando mi occuper del volgare
mediocre.
Riesaminando, dunque, il gi detto, rammento di ave-
re chiamato pi volte i verseggiatori in volgare poe-
ti nome che ho ardito profferire, senza dubbio, secon-
do ragione, dal momento che in effetti essi sono poe-
ti, solo che dirittamente si consideri che cosa poesia:
nientaltro che creazione fantastica espressa secondo le
norme della retorica e della musicalit. Differiscono non-
dimeno i verseggiatori volgari dai poeti grandi, ossia re-
golari, perch questi ultimi hanno poetato in una lingua e
secondo unarte regolari, quelli invece a caso, come si
detto. Perci avviene che noi poetiamo tanto pi corret-
tamente, quanto pi da vicino imitiamo i poeti regolari.
E perci io, intendendo a opera dottrinaria, ho da emu-
lare la loro arte poetica in quanto gi ridotta a trattazioni
dottrinarie.
Dico dunque, anzitutto, che ciascuno deve adeguare il
peso della materia alle proprie spalle, perch non capiti
di dover cadere nel fango a causa della gravezza eccessiva
cui la resistenza di quelle stata sottoposta. Questo
quanto prescrive il nostro maestro Orazio quando,
allinizio della Poetica, dice: Scegliete una materia con
quel che segue.
Storia dItalia Einaudi 36
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Poi, fra quelli che si presentano come argomenti da
trattare, dobbiamo distinguere se siano da cantare a mo
di tragedia, o di commedia, o di elegia. Per tragedia
intendo lo stile pi elevato, per commedia quello me-
no elevato, per elegia quello proprio degli infelici. Se
largomento appare tale da doversi cantare in tragedia,
allora bisogna servirsi del volgare illustre e di conseguen-
za formare una canzone. Se, invece, in commedia, si scel-
ga ora il volgare mediocre, ora quello pi basso: mi riser-
vo di mostrare i criteri di tale scelta nel quarto libro del
presente trattato. Se, infine, in elegia, bisogna che usia-
mo soltanto del volgare pi basso.
Ma lasciamo indietro gli altri, e occupiamoci ora, co-
me necessario, dello stile tragico. Stile tragico, in veri-
t, noi usiamo allor quando, con la seriet del contenu-
to, si accordano la magnificenza dei versi, lelevatezza dei
costrutti e leccellenza dei vocaboli. Pertanto, essendo-
si gi provato, come rammentiamo bene, che le cose pi
elevate sono degne delle pi elevate, ed essendo evidente
che questo, chiamato tragico, il pi elevato degli stili, si
conclude che gli argomenti gi individuati come tali da
doversi cantare nella maniera pi elevata devono essere
cantati in questo solo stile, dico la salvezza, lamore e
la virt, e quanto si concepisce in relazione ad essi, senza
abbassarsi a considerare alcunch di contingente.
Cautamente ognuno affronti, dunque, e comprenda
punto per punto quel che dico; e quando intende cantare
di questi tre temi nella loro essenza, o anche di quel che
immediatamente ed essenzialmente ne consegue, bevuta
prima lacqua di Elicona e tese allestremo le corde della
lira, cominci allora con mano ferma a muovere il plettro.
Ma far propri quella cautela e quel discernimento, come
si deve, qui sta il lavoro, qui la fatica, perch mai pu
avvenire senza ardore dingegno e continua applicazione
allarte e conquista delle scienze. E questi sono coloro
che il Poeta, nel sesto dellEneide, parlando in modo
Storia dItalia Einaudi 37
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
figurato, dice amati da Dio, elevati al cielo dallardore
di virt, prole divina. E sia cos riprovata la stoltezza di
quelli che, affidandosi al solo ingegno come nudi di arte
e di scienza, si lanciano sui temi pi elevati e da cantarsi
nella maniera pi elevata: cessino da s gran presunzione
e, se per natura o per ignavia sono oche, non sattentino
di imitare laquila che vola fino in cielo.
V
Circa la seriet del contenuto mi sembra di aver detto
abbastanza, o almeno di aver detto tutto quel che si
richiede per lopera presente; e perci affrettiamoci a
parlare della magnificenza dei versi.
Intorno ad essa da sapere che i nostri predecesso-
ri hanno fatto uso nelle loro canzoni di versi varii, e co-
s fanno anche i moderni: ma nessuno ancora ho tro-
vato che, nel sillabare un verso, abbia superato la mi-
sura di undici o sia sceso sotto il trisillabo. E ben-
ch i poeti italici abbiano fatto uso del verso trisillabo,
dellendecasillabo e di tutti gli intermedii, pure sono pi
usati il quinario, il settenario e lendecasillabo, e dopo di
loro il trisillabo pi di ogni altro.
Fra tutti questi lendecasillabo appare essere il pi ma-
gnifico, sia per quanto dura nel tempo sia per quanto pu
contenere di pensieri, costrutti e vocaboli, la bellezza
dei quali tutti si moltiplica in lui, come risulta evidente:
infatti, dovunque si moltiplicano le cose pesanti, si molti-
plica anche il peso. E questo si vede bene che tutti i mae-
stri hanno tenuto presente, dal momento che alle canzo-
ni illustri hanno dato per cominciamento un endecasilla-
bo; come Giraut de Bornelh:
Ara ausirez encabalitz cantarz
Storia dItalia Einaudi 38
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
(il quale verso, bench sembri di dieci sillabe, in effetti
un endecasillabo, perch le due consonanti finali non
fanno parte della sillaba precedente: pur non avendo
una vocale propria, esse non perdono tuttavia forza di
sillaba; prova ne sia che la rima vi si compie con una sola
vocale, il che non potrebbe accadere se non per effetto
della seconda che vi sottintesa); il Re di Navarra:
De fin amor si vient sen et bont
(dove risulter chiaro che il verso endecasillabo, se si
consideri laccento dellultima parola e il suo perch);
Guido Guinizelli:
Al cor gentil repara sempre amore;
il Giudice delle Colonne da Messina:
Amor, che lungiamente mhai menato;
Rinaldo da Aquino:
Perfino amore vo s letamente;
Cino pistoiese:
Non spero che giamai per mia salute;
lamico suo:
Amor, che movi tua virt da cielo.
E bench questo di cui si detto meritamente appaia
il pi famoso fra tutti quanti i versi, sembra levarsi pi
splendidamente e pi in alto ove mai stabilisca, pur
tenendo il predominio, una certa forma di associazione
con il settenario: ma ci resti da spiegarsi pi avanti.
Storia dItalia Einaudi 39
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Dico pure che il settenario viene subito dopo quello che
il primo in rinomanza. Dopo di lui colloco il quinario e il
trisillabo. Il novenario invece, poich sembrava un triplo
trisillabo, o non fu mai in onore o cadde in disuso per la
noia che procura. Dei parisillabi, poi, data la loro poca
finezza, usiamo solo di rado: serbano infatti la natura
dei propri numeri, ossia dei pari, i quali sono inferiori ai
dispari come la materia alla forma.
E cos, raccogliendo le cose dette, appare evidente
che lendecasillabo il verso pi magnifico, e questo
quanto si cercava. Ora rimane da investigare circa
le costruzioni elevate e i vocaboli eccelsi; e alla fine,
preparate verghe e cinghie, insegner come si debba
legare il fascio ripromesso, cio la canzone.
VI
Poich lintento mio applicato al volgare illustre, che
il pi nobile di tutti, e ho distinto gli argomenti che me-
ritano di essere cantati in quel volgare, i tre pi nobili,
come si dimostrato di sopra, e ho prescelto per essi
la forma della canzone, in quanto la pi nobile delle for-
me, e ho gi predisposto qualcosa, ossia lo stile e il verso,
per poterne fornire un insegnamento pi approfondito,
ora occupiamoci del costrutto.
Bisogna dunque sapere che si chiama costrutto la con-
nessione regolata fra le parole; come: Aristotele filoso-
f, quando regnava Alessandro. Vi sono infatti cinque
parole connesse a regola e costituiscono un costrutto. A
proposito del quale, invero, va prima considerato che,
dei costrutti, taluno congruente, taluno invece incon-
gruente. E poich, se ritorniamo con attenzione al prin-
cipio della nostra analisi, qui si va in cerca delle sole cose
supreme, nessuno spazio pu avere nella nostra ricerca
la costruzione incongruente, che non ha rimeritato nem-
meno il pi basso grado di bont. Si vergognino, dun-
Storia dItalia Einaudi 40
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
que, si vergognino gli ignoranti che continuamente osa-
no lanciarsi a comporre canzoni, ai quali irrido come a
un cieco che pretendesse distinguere i colori. Quella di
cui andiamo in traccia , si capisce, la costruzione con-
gruente.
Ma interviene una distinzione di non minore difficol-
t, prima di poter raggiungere quello che cerchiamo, os-
sia il costrutto pi ricolmo di urbanit. Vi sono infatti
parecchi gradi di costruzione. Per esempio, linsapore,
proprio degli inesperti: Pietro ama molto donna Ber-
ta. E c quello semplicemente sapido, usato da studio-
si e maestri che scrivono in modo asciutto: Rincresce a
me, pietoso pi di ogni altro, per tutti coloro che, in esi-
lio consumandosi, la patria soltanto in sogno rivedono.
C anche quello sapido e leggiadro, proprio di quanti
hanno assorbito la retorica appena in superficie: Il lo-
devole discernimento del marchese dEste, con la sua di-
spiegata liberalit, a tutti lo fa esser caro. E c quel-
lo sapido, leggiadro ed elevato, che appartiene agli artisti
splendidi: Strappata la massima parte dei fiori dal tuo
seno, o Firenze, invano il nuovo Totila fino in Trinacria
si spinse. Questo grado di costruzione proclamo esse-
re il pi eccellente, e questo ci che cerchiamo quando
cerchiamo, come si detto, quel che pi elevato.
Solamente in questo grado di costrutto si trovano esser
intessute le canzoni illustri, di Giraut:
Si per mos Sobretos non fos;
Folquet da Marsiglia:
Tan mabellis lamoros pensamen;
Arnaut Daniel:
Sols sui che sai lo sobraffan che-m sorz;
Storia dItalia Einaudi 41
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Aimeric de Belenoi:
Nuls hom non pot complir addreciamen;
Aimeric de Peguilhan:
Si con larbres che per sobrecarcar;
il Re di Navarra:
Ire damor que en mon cor repaire;
il Giudice di Messina:
Ancor che laigua per lo foco lassi;
Guido Guinizzelli:
Tegno de folle empresa, a lo ver dire;
Guido Cavalcanti:
Poi che di doglia cor conven chio porti;
Cino da Pistoia:
Avegna ched el maggia pi per tempo;
lamico suo:
Amor che ne la mente mi ragiona.
E non stupirti, o lettore, che tanti autori siano ricorda-
ti, giacch soltanto per esempi siffatti posso indicare que-
sto costrutto che dico supremo. E sarebbe forse la cosa
pi utile, per acquisirne labito, avere studiato i poeti re-
golati, ovvero Virgilio, Ovidio nelle Metamorfosi, Stazio
Storia dItalia Einaudi 42
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
e Lucano, e anche altri che usarono la prosa pi elevata,
come Tito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio, e an-
cora molti altri, a frequentare i quali amoroso interesse
ci sospinge. Desistano dunque i partitanti dellignoranza
dallesaltare Guittone aretino e certi altri, che mai hanno
smesso i loro modi plebei, sia nella scelta dei vocaboli,
sia nel costrutto.
VII
Il passo successivo della mia graduale esposizione esige
che siano messi in chiaro, adesso, i vocaboli pi eccellen-
ti, degni di prender posto nel dominio dello stile privile-
giato.
Attesto, quindi, per cominciare, che discernere fra i
vocaboli non certo una lieve opera della ragione, dal
momento che, come si vede, se ne possono ritrovare pa-
recchie categorie. Infatti, alcuni vocaboli sono da noi
sentiti come fanciulleschi, altri come donneschi, altri co-
me virili; e fra questi, alcuni risultano selvatici, altri citta-
dineschi; e tra quelli che chiamo cittadineschi, alcuni si
direbbero ben pettinati o allisciati, altri spettinati o arruf-
fati. Fra i quali ultimi, in vero, i ben pettinati e i non pet-
tinati sono i vocaboli che dico pi eccellenti; allisciati e
arruffati invece chiamo quelli in cui si sente leccesso, a
quel modo che, fra le azioni grandiose, talune sono opere
di autentica magnanimit, alcune soltanto di fumosa pre-
sunzione: dove, bench in apparenza una tal quale asce-
sa si dia a vedere, a chi sa ragionare risulter chiaro che
non si tratta di ascesa, ma di un precipitare lungo il de-
clivio opposto, dopo che si varcata la linea che misura
la virt.
Bada bene, dunque, o lettore, quanto devi lavorare
di setaccio per trar fuori i termini eletti: infatti, se po-
ni mente al volgare illustre, di cui debbono, come si
detto, servirsi i poeti volgari di stile tragico, ai quali
Storia dItalia Einaudi 43
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
intendo che questo ammaestramento sia rivolto, avrai
cura che solo i vocaboli pi nobili ti restino nel crivello.
Nel novero dei quali non potrai comprendere i vocabo-
li fanciulleschi, come mamma e babbo, mate e pate, per
la loro semplicit; n i donneschi, come dolciada e place-
vole, per la loro mollezza; n i selvatici, come greggia e
cetra, per asprezza; n i cittadineschi allisciati o arruffa-
ti, come femina e corpo. Soli infatti ti rimarranno, vedrai,
i vocaboli cittadineschi pettinati e non pettinati, che so-
no i pi nobili, le membra del volgare illustre. Chia-
mo pettinati quelli che, trisillabi o prossimi a tale misura,
senza aspirazione, senza accento finale (acuto o circon-
flesso), senza le consonanti duplici z o x, senza accoppia-
mento delle due liquide o la posizione di una liquida su-
bito dopo una muta, quelli insomma che, come leviga-
ti, lasciano al parlante un senso di dolcezza: amore donna
disio virtute donare leticia salute securtate defesa...
E dico spettinati tutti gli altri vocaboli che appaiono
necessari al volgare illustre, o tali da ornarlo. Chiamo
necessari quelli di cui non si pu fare a meno, come certi
monosillabi: s no me te se a e i o u, le interiezioni, e pa-
recchi altri. Ornamentali dico poi tutti i polisillabi che,
misti coi pettinati, abbelliscono larmonia della frase, pur
avendo laspro dellaspirazione, dellaccento, delle du-
plici, delle liquide o della troppa lunghezza: come terra
honore speranza gravitate alleviato impossibilit impossi-
bilitate benaventuratissimo inanimatissimamente disaven-
turatissimamente o sovramagnificentissimamente, che ha
undici sillabe. Si potrebbe ancora trovare una parola di
pi che undici sillabe, ma non sembrerebbe soggetto al
presente ragionamento in quanto eccedente la capienza
di qualunque nostro verso, come quel celebre hono-
rificabilitudinitate che, in volgare, arriva a dodici sillabe
e in latino a tredici, in due casi obliqui.
Il modo in cui, nei versi, si debbano armonizzare que-
ste parole non pettinate con le pettinate, lo lascio a una
Storia dItalia Einaudi 44
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
successiva lezione. E quanto si detto sulla elevatezza
dei vocaboli sufficiente per chi abbia avuto da natura
la virt del discernimento.
VIII
Preparate le verghe e le cinghie per il fascio, venuto il
momento di legarlo insieme. Ma perch, di ogni opera,
la nozione deve precedere loperazione, come la mira del
bersaglio precede il lancio della freccia o del giavellotto,
avanti e prima di tutto vediamo qual sia questo fascio che
si intende legare.
Questo fascio dunque, se bene rammentiamo tutto
quel che si gi detto, la canzone; e perci vediamo
che cosa sia la canzone e cosa intendiamo quando par-
liamo di canzone. La canzone, in effetti, secondo il pre-
ciso significato del termine, il cantare come azione e
come passione, al modo che la lezione il leggere come
azione e come passione. Ma distinguiamo quanto det-
to, ossia se questa, che ci interessa, canzone come azio-
ne o passione del cantare. E a questo proposito biso-
gna considerare che il termine canzone pu prendersi in
due modi: in uno, in quanto viene fatta dal suo auto-
re, e allora un agire, e conformemente a questo modo
nel primo dellEneide Virgilio dice Arma virumque cano;
in un altro, in quanto, una volta fatta, viene eseguita, o
dallautore o da chiunque altro, con o senza intonazione
di una melodia: e allora un patire. Infatti, nel primo ca-
so agita, nel secondo invece agisce su altro, e quindi nel
primo caso lazione eseguita da qualcuno, nel secondo
lazione patita da qualcuno. E poich essa prima agi-
ta e poi agisce, si vede che meglio, anzi necessariamente,
prende nome dal fatto che agita ed azione di qualcu-
no, piuttosto che dal fatto che esercita una azione su al-
tri. Prova di ci, appunto, che non diciamo mai Que-
Storia dItalia Einaudi 45
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
sta una canzone di Pietro in quanto egli la reciti, ma
in quanto labbia fatta.
Inoltre bisogna discutere se debba dirsi canzone la
composizione di parole armonizzate o la musica per s
stessa. Al proposito, affermo che la musica non si dice
mai canzone, ma: suono, intonazione, nota, melodia.
Infatti nessun suonatore di fiati, o di organo, o di cetra,
chiama canzone la propria melodia, se non in quanto
congiunta a una poesia in forma di canzone; mentre colo-
ro che armonizzano parole ben chiamano canzoni i loro
prodotti, e siffatti componimenti, anche scritti su un fo-
glio e l deposti in assenza di recitatore, chiamiamo can-
zoni. E dunque evidente la canzone non essere altro
che latto compiuto di chi compone parole armonizzate
in modo da potere accompagnarsi a una melodia: per la
quale ragione, potremmo chiamare canzoni, sia le canzo-
ni di cui ci stiamo occupando ora, sia le ballate e i sonet-
ti, sia tutte le composizioni armoniche di parole, dogni
genere, volgari e latine. Ma perch io solo di volgari va-
do trattando, e lascio da parte quanto composto in lati-
no, dico che tra le forme poetiche volgari una somma,
che chiamiamo canzone per eccellenza: e che la canzone
sia qualche cosa di sommo si dimostrato nel terzo ca-
pitolo del presente libro. E poich la definizione offer-
ta pi sopra di genere e relativa a pi specie, riprendia-
mo il termine, gi definito in genere, e grazie a certe dif-
ferenze distinguiamo quello che effettivamente cerchia-
mo. Dico dunque che la canzone cos detta per eccellen-
za, ossia quello di cui si va in cerca, una composizione
di stanze fra loro eguali, senza ripresa, con un significato
unitario, in stile tragico, come io stesso mostro quando
canto
Donne che avete intelletto damore.
Storia dItalia Einaudi 46
Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
(Dico composizione in stile tragico e si spiega perch,
se la composizione fosse in stile comico, diremmo, con
un diminutivo, che una cantilena: di cui voglio trattare
nel quarto libro.)
E cos chiaro che cosa sia la canzone, presa general-
mente, e che cosa sia la canzone cos detta per eccellenza.
Sembra anche sufficientemente chiaro che cosa si inten-
da quando si dice canzone e, per conseguenza, che cosa
sia quel fascio che ci apprestiamo a legare.
IX
Poich, come si detto, la canzone una composizione
di stanze, ove si ignori che cosa sia una stanza necessa-
riamente manca la nozione di canzone: infatti la nozio-
ne di ci che viene definito risulta dalla nozione di ci
che definisce. E allora, di conseguenza, bisogna trattare
della stanza, ossia indagare che cosa essa sia e che cosa si
vuole intendere con questo termine.
E al proposito da sapere che questo termine stato
trovato in funzione del solo momento artistico, ovvero
affinch avesse nome di stanza il luogo in cui fosse con-
tenuta tutta larte della canzone, stanza cio ricove-
ro o camera capace di contenere tutta larte. Infatti co-
me la canzone il ricetto dellintero significato, cos la
stanza ospita lintera tecnica artistica, n alle stanze suc-
cessive permesso mutare qualche cosa alla forma della
prima stanza, ma soltanto debbono rivestirsi di quella. E
perci si manifesta che la cosa di cui stiamo parlando sa-
r il ricetto ovvero lintreccio di tutti gli elementi che la
canzone trae dallarte: spiegati i quali, la descrizione che
cerchiamo apparir chiara.
Unintera arte della canzone, dunque, consiste in tre
cose: in primo luogo, la divisione melodica; in secondo
luogo, la disposizione delle parti; infine, il numero dei
versi e delle sillabe. Della rima non parlo, perch non
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
appartiene allarte della canzone in quanto tale; tanto
vero che in ogni stanza le rime si possono rinnovare o
ripetere, liberamente, ci che non sarebbe permesso se la
qualit delle rime fosse specificamente definita dallarte
della canzone, coerentemente a quel che si detto. Se
poi qualche aspetto della rima interessa tale arte, esso
compreso dove parlo di disposizione delle parti.
Possiamo pertanto raccogliere dalle cose dette quel
che occorre alla definizione, e dire che la stanza un
organismo di versi e sillabe conforme a una melodia e
una disposizione determinate.
X
Se sappiamo che luomo un animale razionale, e che
un animale composto di anima sensitiva e corpo, ma
ignoriamo che cosa sia questa anima, o questo corpo,
non possiamo avere piena conoscenza di che cosa sia
luomo: perch la piena conoscenza di un oggetto qua-
lunque deve comprenderne gli elementi ultimi, come af-
ferma il Maestro di color che sanno, allinizio della Fisi-
ca. E dunque, per ottenere quella conoscenza della can-
zone, cui aspiriamo, occupiamoci ora compendiosamen-
te di definire gli elementi della sua definizione, ossia esa-
miniamo prima di tutto la melodia, poi la disposizione,
quindi i versi e le sillabe.
Dico, pertanto, che ogni stanza armonizzata s da
poter ricevere una certa musica; ma si vede che le stanze
possono avere forme diverse. Alcune sottendono una
melodia continua fino alla fine a mo di processo, cio
senza ripetizione di alcuna frase musicale e senza diesis
(dico diesis lo stacco fra una melodia e laltra, che
chiamo volta rivolgendomi a non letterati); di questo
tipo di stanza us Arnaut Daniel in quasi tutte le sue
canzoni, ed io lho seguito quando ho scritto
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Al poco giorno e al gran cerchio dombra.
Altre invece hanno la diesis: e la diesis (secondo il
significato che d al termine) non ammissibile senza
ripetizione della stessa melodia, prima o dopo lo stacco,
o in entrambe le parti della stanza. Se la ripetizione ha
luogo prima dello stacco, si dice che la stanza ha piedi:
di solito sono due, e solo rarissimamente tre. Se la
ripetizione ha luogo dopo lo stacco, si dice che la stanza
ha volte. Se non v ripetizione prima dello stacco,
dico che la stanza ha una fronte; se manca dopo, dico
che ha una sirma, o coda.
Nota, o lettore, quanta libert di scelta si offre a chi
compone canzoni, e chiediti perch luso si lasciato
tanto arbitrio; e se la ragione ti avr menato per la via
diritta, vedrai che la detta scelta stata concessa per solo
riguardo allautorit dei nostri maestri.
Riesce cos bastantemente chiaro il modo in cui la
divisione melodica contribuisce allarte della canzone;
passiamo dunque alla disposizione.
XI
Questa che chiamo disposizione, mi sembra costituire la
parte pi impegnativa dellarte della canzone. Infatti essa
unisce la partizione melodica con lintreccio dei versi e le
rispondenze in rima, e perci, chiaramente, deve essere
trattata con attentissima cura.
Anzitutto dico che nella stanza possono disporsi luno
rispetto allaltro, in modo diverso, la fronte e le volte, o i
piedi e la coda (o sirma), ovvero i piedi e le volte. Infatti,
talvolta la fronte , o meglio pu essere maggiore delle
volte, per sillabe e per versi: e dico pu essere giacch
in effetti non ho mai visto finora questa disposizione.
Talvolta pu essere maggiore in versi e minore in sillabe,
come quando la fronte di cinque versi, e le volte di
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
due versi ciascuna, ma i versi della fronte sono settenari
e quelli della volta endecasillabi. Talora le volte superano
la fronte in sillabe e in versi, come nella mia
Traggemi de la mente amor la stiva:
dove la fronte era di quattro versi, tre endecasillabi e un
settenario, e non si poteva dividerla in piedi, perch
necessario che i piedi siano uguali luno allaltro per
numero di versi e di sillabe, come devono essere uguali
fra loro le volte. Quanto ho detto della fronte, dico
anche a proposito delle volte: queste infatti potrebbero
superare la fronte per versi ed essere superate per sillabe,
se, per esempio, le volte fossero due, ciascuna di tre versi
settenari, e la fronte fosse composta di cinque versi, due
endecasillabi e tre settenari.
Talvolta poi i piedi soverchiano la coda in versi e in
sillabe, come nella mia
Amor, che movi tua virt da cielo.
Talaltra, i piedi sono dalla sirma soverchiati sotto ogni
riguardo, come nella canzone da me scritta:
Donna pietosa e di novella etate.
E come ho detto della fronte, che pu risultare supe-
riore in numero dei versi ma inferiore in sillabe, e vice-
versa, cos dico della sirma.
Anche i piedi possono superare numericamente le
volte, oppure esserne superati: infatti la stanza pu avere
tre piedi e due volte, o tre volte e due piedi; e non siamo
costretti da questi limiti, ma consentito intessere piedi
e volte, del pari, in numero anche maggiore. E quanto ho
il gi detto circa la prevalenza in versi e sillabe nelle altre
combinazioni, vale anche per il rapporto tra piedi e volte,
che possono al medesimo modo prevalere o cedere.
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Devo far osservare che noi usiamo il termine piedi
in un senso opposto a quello usato per i poeti regolati:
per loro un verso composto di piedi; per noi, come
del tutto evidente, un piede composto di versi. E
devo anche ribadire che i piedi, luno rispetto allaltro,
devono presentare lo stesso numero di versi e di sillabe
nel medesimo ordine, poich altrimenti la ripetizione
della melodia non potrebbe aver luogo. Il che affermo
doversi osservare allo stesso modo fra una volta e laltra.
XII
Come si detto di sopra, vi anche un certo ordine da
considerare quando si intrecciano versi: fissiamo dunque
una norma in proposito, riportandoci anzitutto a quel
che si gi detto dei versi.
Nelluso dei poeti italici, tre versi sopra tutti gli altri
godono evidentemente il vantaggio di una maggior fre-
quenza: lendecasillabo, il settenario, il quinario; ho gi
affermato che il trisillabo subito li segue. Fra essi, quan-
do ci misuriamo nella poesia di stile tragico, il privile-
gio di primeggiare nel tessuto metrico tocca certamente
allendecasillabo, per una sua forma di eccellenza. Si d
infatti un tipo di stanza che risplende dellesser fatta di
soli endecasillabi, come in quella canzone del fiorenti-
no Guido, che comincia
Donna me prega, perchio voglio dire;
e anchio cos canto in:
Donne chavete intelletto damore.
Anche gli Ispani, e chiamo Ispani i poeti in lingua
doc, hanno usato questo schema: per esempio Aimeric
de Belenoi, in
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Nuls hom non pot complir adrecciamen.
Si trova pure un tipo di stanza in cui uno solo dei ver-
si settenario: ci possibile soltanto in una fronte o in
una coda, giacch, come si detto, nei piedi e nelle vol-
te si richiede identit di versi e di sillabe. E per lo stes-
so motivo, se non c fronte o coda, non pu darsi nu-
mero dispari di versi; dove ci sono fronte e coda, o una
delle due, il numero dei versi pu essere pari o dispari, a
piacere. E come c un tipo di stanza comprendente un
settenario, cos possono essercene con due, tre, quattro,
cinque, purch, in stile tragico, prevalgano gli endecasil-
labi e sia endecasillabo il primo verso. A onor del vero,
ho constatato che alcuni hanno cominciato un componi-
mento in stile tragico con un settenario, dico i bolognesi
Guido Guinizzelli, Guido Ghisilieri e Fabruzzo, in
Di fermo sofferire,
e
Donna, lo fermo cor
e
Lo meo lontano gire;
e certi altri. Ma se penetriamo con attenzione il signi-
ficato di queste canzoni, vedremo che la poesia tragica
vi aveva in s un accenno di elegia. Non altrettanto pos-
so concedere al quinario: in unopera darte elevata am-
missibile infatti solo un quinario per stanza, o al massimo
due in una stanza a due piedi (in forza della norma che
regola la melodia dei piedi, cos come quella delle vol-
te). Il trisillabo, poi, non pu proprio essere usato per s
stesso, in stile tragico: e dico per s stesso dal momen-
to che lo si vede impiegato con una certa frequenza in
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
funzione della rima interna, come si trova nella canzone
del fiorentino Guido
Donna me prega,
e in quella che io ho scritto e comincia
Poscia chAmor del tutto mha lasciato.
Ma qui non assolutamente un verso a s, sibbene
soltanto parte di un endecasillabo, rispondente come
uneco alla rima del verso che precede.
Per quanto della disposizione dei versi, occorre ba-
dare bene che, inserito un settenario nel primo piede, in
una certa sede, se ne trovi, in esatta corrispondenza, un
altro nel secondo: per esempio, se in un piede di tre ver-
si il primo e lultimo verso sono endecasillabi e il secon-
do settenario, anche laltro piede ha da avere il secon-
do verso settenario e gli estremi endecasillabi: altrimenti
non si rende possibile la ripetizione identica della melo-
dia, in funzione della quale sono strutturati i piedi, come
si detto, e quindi non si pu nemmeno parlare di piedi.
E quanto ho detto dei piedi ridico delle volte: infatti pie-
di e volte differiscono solo per la posizione, definendo-
si per essere gli uni anteriori, le altre posteriori allo stac-
co nella stanza. E ancora quanto ho affermato a propo-
sito di un piede di tre versi, si estende a tutti gli altri tipi
di piede; e ci che vale per un settenario, vale anche per
pi settenari e per il quinario e per ogni altro verso.
Tanto, o lettore, ti pi che sufficiente a ricavare con
quali versi si debba strutturare la stanza, e a intendere
la norma per la disposizione dei versi che deve essere
tenuta presente.
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
XIII
Occupiamoci anche del riscontro fra le rime, senza dire
nulla della rima in s stessa: ne rimando infatti la trat-
tazione specifica a pi tardi, al momento in cui parler
della poesia di grado mediocre.
Sul principio di questo capitolo, conviene sgombrare
il campo da alcuni casi particolari. Uno la stanza senza
rima, ossia quella in cui non vige alcuno schema di rime;
di siffatte stanze us molto spesso Arnaut Daniel, per
esempio in
Se-m fos Amor de ioi donar;
e anchio ho usato in
Al poco giorno.
Un altro la stanza in cui tutti i versi rimano allo stesso
modo, dove chiaramente vano cercare uno schema.
Restano dunque i casi di rime intrecciate e su questi si
deve insistere.
Anzitutto si ha da sapere che in questo campo quasi
tutti si concedono unassai ampia libert, e che da questo
fattore pi che da ogni altro si vuole ottenere la dolcezza
armoniosa dellintero. Vi sono alcuni, infatti, che talvolta
non fanno rimare tutti i versi nella stessa stanza, ma
alcune rime ripetono solo nelle altre stanze: come stato
di Gotto mantovano, che mi fece ascoltare molte sue
belle canzoni in cui sempre inseriva nella stanza un verso
irrelato, che chiamava chiave; e quel che lecito fare
per un verso, lecito anche per due e forse per pi versi,
Vi sono altri, e tra loro quasi tutti i trovatori di can-
zoni, che nella stanza non lasciano versi irrelati ma a cia-
scun verso assicurano il riscontro di una o pi rime. Al-
cuni scelgono rime distinte per i versi che seguono la die-
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
sis e per i versi che la precedono; altri invece riprendo-
no nei versi finali le terminazioni della prima parte del-
la stanza. Molto spesso ci accade alla desinenza del pri-
mo verso della seconda parte, che i pi fanno rimare con
lultimo della prima: il che non altro, evidentemente,
che un modo leggiadro di tenere concatenata la stanza.
Circa la disposizione delle rime, sia nella fronte, sia nella
coda, conviene si conceda tutta la libert che si desidera;
tuttavia leffetto bellissimo quando le terminazioni dei
versi finali rimano tra loro, prima di cedere al silenzio.
Nei piedi invece bisogna fare attenzione, perch trovo
osservata una certa struttura. Procedendo a distinguere,
dico che un piede pu compiersi in un numero di versi
pari o dispari, e che in entrambi i casi ogni terminazione
pu essere in rima con unaltra (entro il medesimo pie-
de) oppure no. Che sia cos, quando il numero dei versi
pari, nessuno dubita; nellaltro caso, nascendo qualche
perplessit, si rammenti ci che ho detto nel preceden-
te capitolo a proposito del trisillabo che, in quanto parte
di un endecasillabo, pu far eco alla terminazione di un
altro verso. Se accade che nel primo piede lo una termi-
nazione resti isolata, abbia essa obbligatoriamente un ri-
scontro nellaltro piede. Se invece ogni terminazione fa
rima allinterno del primo piede, nellaltro si possono ri-
petere le stesse rime, o cambiarle in tutto o in parte, a
piacimento, purch resti identico il loro schema di rap-
porti: poni che le estremit di una terzina, cio il primo
verso e lultimo, rmino fra loro nel primo piede, co-
s bisogna che rmino le estremit corrispondenti nel se-
condo piede; e la terminazione intermedia, quale si vede
essere nel primo, relata o irrelata, tale ha da ripresentarsi
nel secondo piede. E lo stesso si osservi negli altri tipi di
piede. Anche nelle volte ci gioviamo quasi il sempre di
tale norma, e dico quasi perch, a causa della surrife-
rita concatenazione della stanza, e della rima baciata fra
gli ultimi versi, lo schema pu risultare alterato.
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Dante Alighieri - Leloquenza in volgare
Inoltre mi sembra opportuno aggiungere al presente
capitolo, a mo di appendice, certe cautele da osserva-
re in materia di rime, mentre non voglio trattare in que-
sto libro nessun altro aspetto teorico del problema. In
tre vizi dunque, circa la posizione delle rime, disdi-
cevole che cada un poeta aulico. Il primo leccesso
nelliterare la medesima rima, salvo che ci si voglia co-
me nuovo e intentato artificio (non dissimilmente, il gior-
no dellinvestitura cavalleresca sdegna di compiere il suo
giro senza qualche speciale onore), che quanto io stesso
mi sono sforzato di fare in
Amor, tu vedi ben che questa donna;
il secondo linutile impiego di rime equivoche, che va
sempre in qualche modo a scpito del significato. Il
terzo luso di rime di suono aspro, a meno che non
ve ne siano frammiste altre di suono dolce: proprio
della mescolanza fra rime dolci e aspre, infatti, la poesia
tragica risplende. E tanto basti della tecnica relativa alla
disposizione delle rime.
XIV
Poich ho trattato quanto basta di due aspetti della tec-
nica della canzone, ora chiaro che si ha da trattare il ter-
zo, vale a dire il numero dei versi e delle sillabe. Dappri-
ma conviene osservare qualcosa che si riferisce allintera
stanza; poi vedremo ci che si riferisce alle sue parti.
Mi interessa dunque, in primo luogo, distinguere fra
gli argomenti di cui deve cantarsi, giacch alcuni voglio-
no una certa ampiezza della stanza, altri no. Infatti tutto
quel che mettiamo in versi, lo cantiamo in buona o in ma-
la parte, cosicch talvolta ci capita di cantare per persua-
dere, talaltra per dissuadere; talvolta per felicitarci, talal-
tra con ironia; talvolta per lodare, talaltra per spregiare.
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E le parole che hanno un intento negativo sempre si af-
frettino alla conclusione; le altre vengano, invece, al fine
con acconcia larghezza, passo dopo passo.
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