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Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Parte quarta Stato, istituzioni e politica 1.

Lo stato postunitario 1.1 Il sistema liberale in Italia Il 26 settembre 1945, aprendo i lavori della Consulta nazionale, il presidente del consiglio Ferruccio Parri, esponente di una formazione che si ispirava al socialismo liberale, pronunci queste parole: Tenete presente: da noi la democrazia praticamente appena agli inizi. Io non so, non credo, che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo. Vivacissime furono le contestazioni da parte di alcuni settori dell'assemblea; il giorno successivo il maggior rappresentante della cultura e del pensiero liberale del tempo, Benedetto Croce, gli ribatteva: [...] l'Italia, dal 1860 al 1922, stata uno dei paesi pi democratici dell'Europa, e [...] il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia. Gli interrogativi sollevati da Parri e la risposta di Benedetto Croce si inserivano in un dibattito politico e culturale, all'interno del quale fu elaborata negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale la forma politica dello stato repubblicano. I giudizi espressi dai due uomini consegnavano al dibattito storico- politico successivo alcuni quesiti la cui importanza non stata affievolita dalle vicende dei decenni seguenti: la repubblica fondata dopo il 1945 riprende un cammino di sviluppo della democrazia interrotto dal fascismo, o rappresenta con le sue forme democratiche un'esperienza inedita nella storia italiana? E il fascismo, a sua volta, segna una frattura rispetto al liberalismo, oppure si limita a portare alla luce le componenti pi conservatrici e autoritarie che erano state la sostanza dello stato unitario? Il lavoro di ricostruzione storica ha apportato in seguito articolazioni via via pi complesse a tali questioni, che a stento oggi possono essere riproposte nei termini in cui emersero nel dopoguerra. Riconoscere le origini culturali e politiche di un problema storiografico e le sue implicazioni interpretative tuttavia essenziale, anche se le sue radici non devono precostituirne la soluzione. In tal caso avremmo una risposta di tipo ideologico anzich storico. La coscienza dell'ambito problematico in cui il lavoro storico si colloca apporta viceversa chiarezza concettuale all'elaborazione dello studioso e gli permette di valorizzare la portata delle questioioni che la sua ricerca gli sottopone. ~ Definiamo ora l'ambito del discorso che svolgerermo in questo capitolo: presenreremo i risultati della ricerca e della riflessione storiografica in merito all'ordinamento costituzionale e istituzionale dello stato italiano e successivamente affronteremo i temi dell'organizzazione e del confronto tra le forze politiche. Sar cos possibile ricostruire natura e caratteri del regime liberale dell'Italia unita, ricordando comunque che il quadro si limita alle componenti politiche e che va integrato con i giudizi che si riferiscono agli elementi economici e sociali, su cui ci siamo soffermati nelle parti precedenti. 1.2 I fondamenti costituzionali e le istituzioni La vita del Regno d'Italia fu regolata, dal 1861 fino al referendum del 1946, dallo Statuto del Regno di Sardegna concesso da Carlo Alberto di Savoia nel 1848. Questo dato formale copre una considerevole variet di situazioni: anche a tacere della frattura rappresentata dall'instaurazione del regime fascista, la "costituzione materiale" dello stato italiano (espressione che indica la sostanza dei rapporti politici e istituzionali) sub modifiche non indifferenti, che a loro volta furono il risultato di complesse dinamiche politiche. Lo Statuto albertino configurava un regime che in termini propri viene definito "monarchia costituzionale": il potere esecutivo era attribuito esclusivamente Pagina 1

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt al re (che nominava e revocava i ministri); nello Statuto albertino il re esercitava il potere legislativo "collettivamente" con Senato e Camera dei deputati (art. 3); nella prassi del regno concorrer, sia pure indirettamente, al potere legislativo mediante la nomina dei componenti del Senato, che si affiancava alla Camera elettiva. Tale modello di monarchia costituzionale venne modificandosi in quello di monarchia parlamentare nel corso del Risorgimento, e soprattutto nell'ultimo decennio preunitario. Cavour si propose di rafforzare le caratteristiche progressiste del Piemonte al fine di accrescere il prestigio del regno sabaudo presso l'opinione liberale di tutta Italia e fare di esso lo stato guida dell'unificazione. Il Parlamento assunse il compito di concedere o negare la fiducia ai governi, i quali a loro volta, soprattutto tramite la figura del presidente del consiglio, divennero autonomi organi esecutivi rispetto alla figura del sovrano. Tuttavia queste trasformazioni non possono essere considerate un traguardo conseguito una volta per tutte; furono piuttosto frutto di una lotta politica che vide la Corona difendere tenacemente le proprie prerogative, e rinunciarvi soltanto quando era in vista un sostanzioso guadagno politico. Il regime monarchico- parlamentare italiano si resse su un equilibrio instabile almeno fino alla fine del secolo, esposto a tentativi di ritorni autoritari (tra i momenti di maggiore crisi in questo senso vanno ricordati il primo decennio postunitario e gli anni di fine secolo) sia con l'avocazione al re della responsabilit diretta di nomina dell'esecutivo, sia con l'emanazione di norme legislative generalmente spettanti al Parlamento. 1.3 La partecipazione politica Per valutare la sostanza dell'organizzazione formale di uno stato, occorre individuare soprattutto il carattere dei rapporti intercorrenti tra il governo e i cittadini, tra i governanti e i governati. Due sono i terreni di verifica su cui questa indagine pu essere condotta: l'ordinamento amministrativo e la partecipazione politica. Il problema della partecipazione politica: nel 1861 i moderati che guidavano il regno (pi tardi designati con l'espressione "destra storica") governavano con una base di consenso estremamente ristretta: il diritto elettorale era riservato a circa il 2% dei 26.801.154 italiani (censimento del 1871), e veniva esercitato da circa la met degli aventi diritto. La legge elettorale (decreto reale 20 novembre 1859, che introduceva poche varianti alla legge sarda del 17 marzo 1848, n. 680) era basata sul criterio censitario (il pagamento di almeno 40 lire di imposte dirette), e richiedeva che gli elettori, di sesso maschile, sapessero leggere e scrivere e avessero compiuto 25 anni; la capacit elettorale era infine riconosciuta a una serie di categorie professionali. La base circoscritta degli elettori veniva inoltre limitata anche dal sistema elettorale, articolato per collegi uninominali (un solo eletto per circoscrizione), cosicch per conquistare un seggio bastavano poche centinaia di voti. Rispetto alle altre nazioni europee, la percentuale italiana degli aventi diritto al voto in rapporto agli abitanti era la pi bassa (cos come bassa era la percentuale dei votanti sugli aventi diritto). Tra il 1876 e il 1880 in Italia il rapporto elettori/ abitanti toccava il 2,2%, mentre in Francia, Svizzera e Germania, negli stessi anni, il rapporto si aggirava attorno al 20% e in Gran Bretagna nel 1884 era pari al 28,5%. Nel 1882 una legge di riforma elettorale avvi un processo di allargamento del corpo elettorale. Pur restando fermi i caratteri censitari del diritto di voto, il limite fu abbassato a un tributo per imposte dirette pari a 19,80 lire; fu abbassato il limite di et a 21 anni; fu richiesta la capacit di leggere e scrivere, attestata dal compimento della seconda elementare o dalla domanda di iscrizione alle liste sottoscritta davanti a un notaio. Gli elettori passarono da 621.896 (1881) a 2.017.829, pari al 25% della popolazione adulta maschile. Pur con questo allargamento l'Italia restava al di sotto delle percentuali elettori/ abitanti degli altri paesi europei. Il metodo elettorale Pagina 2

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt era quello del collegio uninominale, ma tra il 1882 e il 1890 le elezioni furono effettuate con scrutinio di lista in collegi proporzionali. La partecipazione alle elezioni politiche fu piuttosto debole fino al 1913, e l'astensione fu pi accentuata al Nord che non al Sud. E" difficile dire quale peso abbia avuto il rifiuto della partecipazione da parte cattolica o da parte repubblicana. La riprova delle elezioni amministrative, in cui i cattolici intervennero attivamente, attesta che il livello della partecipazione non mutava in modo sensibile. L'astensionismo sembra perci poter essere interpretato soprattutto come segno di limitato sviluppo politico della societ italiana, e come conseguenza del carattere oligarchico del sistema elettorale. L'allargamento del suffragio del 1882 non alter le percentuali dell'astensionismo, e la partecipazione si attest su una media di poco al di sopra del 55% degli aventi diritto. L'introduzione del suffragio universale maschile nel 1912 non sposter di molto i dati: la media nazionale toccher nel 1913 il 60,4%, invertendo tuttavia la tendenza alla maggiore partecipazione del Sud rispetto al Nord. Quest'ultimo far registrare il 62,9% contro il 57,1 dell'Italia centrale, il 58,9 dell'Italia meridionale e il 52,9 delle isole. Dietro queste cifre stanno evidentemente complesse differenze di sviluppo economico, di cultura e di organizzazione politica che vanno chiamate in causa per spiegare, ancor prima che i risultati elettorali in senso stretto, gli aspetti caratterizzanti della partecipazione politica. 1.4 L'amministrazione Fu tuttavia l'intera struttura statale, cos come venne impostata negli anni dell'unificazione, a produrre e perpetuare il carattere oligarchico della societ politica postunitaria. Vediamo, a conferma di ci, l'impianto amministrativo del regno. Anche in questo caso venne conservata l'impronta sabauda, cos come si era delineata dopo l'entrata in vigore dello Statuto albertino e l'emergere della responsabilit ministeriale. Il sistema ebbe fin dal 1859 (decreto Rattazzi sugli ordinamenti comunali e provinciali) un carattere centralistico: di nomina governativa furono i sindaci e i capi delle province, sottoposti, assieme ai consigli elettivi, al controllo di merito degli atti da parte di un "governatore", che dal 1861 si chiamer prefetto, rappresentante del governo. Il sistema amministrativo centralistico rispondeva per certi aspetti alle necessit di un regno giovane, rapidamente estesosi a regioni con diverse ed eterogenee tradizioni; ma cozzava anche apertamente con aspirazioni e disegni autonomistici presenti tra gli stessi moderati. Un tentativo di conciliare l'unit politica con un certo grado di autonomia amministrativa fu rappresentato dai progetti di Farini e Minghetti del 1861. Le proposte miravano a creare una relativa autonomia degli enti locali, e prospettavano anche la creazione di istituzioni regionali. Ma i timori legati alla situazione del Mezzogiorno, travagliato nei primi anni postunitari da gravi forme di banditismo, fecero prevalere la volont di impedire che le autonomie aprissero le porte a forze antagoniste (democratiche o reazionarie che fossero) e i progetti furono ritirati. Nel 1865 l'edificio amministrativo tradizionale fu coronato dalla legge Rattazzi, che sanciva l'unificazione legislativa e amministrativa del regno. Il carattere centralizzato degli ordinamenti amministrativi si riproduceva a tutti i livelli delle istituzioni statali, nella scuola e nelle universit, cos come nell'amministrazione della giustizia. Il significato di questa tendenza accentratrice derivava dal carattere di classe della costruzione statale e dalla ristrettezza della base sociale su cui essa poteva contare. La partecipazione alle elezioni politiche (e amministrative, su cui non ci siamo soffermati, ma per le quali possono valere le osservazioni fatte in merito alle caratteristiche censitarie del diritto al voto politico) ci hanno gi dato un metro di misura Pagina 3

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt significativo di queste proporzioni. La portata di questo quadro istituzionale iniziale va inoltre verificata con gli aspetti della gestione del potere e dei rapporti delle forze politiche dominanti con le opposizioni e pi complessivamente con la societ civile. 1.5 Il governo della destra storica La classe politica liberale che resse tra il 1861 e il 1876 il Regno d'Italia ebbe un carattere elitario che si riflette anche nel suo stile di governo: gli uomini della destra storica presentavano se stessi, nelle memorie e nei programmi politici del tempo, come un ceto relativamente isolato nel contesto di un paese tradizionalista, restio a farsi trascinare verso trasformazioni che pure erano rese necessarie dallo sviluppo economico e sociale del contesto europeo. A questa convinzione si aggiungevano le preoccupazioni per il mantenimento dell'ordine costituito. Da una parte stava la chiesa cattolica, con il suo ascendente su larghe masse contadine e sull'aristocrazia rurale, dall'altra le tendenze garibaldine e democratiche, fosca minaccia per l'egemonia di classe dei moderati stessi e per il carattere monarchico dello stato unitario, dietro le quali gi si intravedeva lo spettro dell'eversione sociale. Stretti fra questi due avversari, malgrado la fede liberale e le origini culturali (sensibili all'influsso anglosassone e con larghe simpatie per l'autogoverno), gli uomini della destra si orientarono verso le scelte stataliste e centralizzate che abbiamo illustrato, nella convinzione che questa fosse l'unica via per guidare l'Italia verso la modernizzazione, in un contesto laico e moderato di "ordine, pace e conservazione". I maggiori motivi di preoccupazione della classe di governo nascevano dalla precariet dell'unit raggiunta: in primo piano stava il "grande brigantaggio" meridionale, in cui si espresse una violentissima conflittualit sociale, che i governanti italiani interpretarono dapprima come conseguenza delle mene e degli intrighi legittimisti dei detronizzati Borbone. 1.6 Il brigantaggio meridionale e la questione romana Subito dopo il compimento dell'Unit, nei territori dell'ex Regno di Napoli, si scaten il brigantaggio. Bande brigantesche, ingrossate da migliaia di contadini insorti, occupavano per giorni interi paesi, massacrando i liberali, innalzando bianche bandiere borboniche. Le pi famose e pericolose erano costituite da uomini a cavallo, che la rapidit di spostamento rendeva imprendibili. Ne facevano parte anche moltissimi soldati e sottufficiali del disciolto esercito borbonico (100.000 uomini all'inizio della spedizione dei Mille), di origine contadina e animati da un forte lealismo verso gli antichi re (gli ufficiali avevano potuto essere cooptati nell'esercito del nuovo regno). Il governo sabaudo tent di usare il pugno di ferro, procedendo a fucilazioni indiscriminate e all'incendio di interi paesi e impiegando una forza militare che raggiunse nel 1864 116.000 uomini (due quinti dell'esercito italiano). I governanti del regno attribuirono ai deposti Borbone le responsabilit della rivolta: e in effetti nei primi anni gli esiliati furono molto attivi. Un ufficiale carlista spagnolo, Jos Borjes, sbarc in Calabria nel settembre 1861, e con la collaborazione di uno dei pi abili capibriganti, Carmine Donatelli detto Crocco, avvi una campagna nella valle del Basento. L'accordo tra i due non dur molto e nel dicembre 1861 Borjes, deluso da Crocco, tent di raggiungere lo Stato pontificio, ma fu catturato e fucilato dal regio esercito. Da parte borbonica non furono tentati altri interventi militari, ma non cess per questo l'attivit di sobillazione antiunitaria, in gran parte a opera del clero. La persistenza della lotta fu tuttavia dovuta ad altre e pi profonde ragioni. Il Mezzogiorno era regione profondamente povera e depressa, dove il banditismo individuale e la formazione di bande costituivano da secoli la Pagina 4

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt normale forma di lotta dei ceti pi poveri contro le prepotenze dei proprietari terrieri. Agli aristocratici s'erano aggiunti con la Rivoluzione francese i nuovi borghesi, promotori di trasformazioni nell'assetto sociale ed economico tradizionale, tra le quali primeggiava la privatizzazione delle terre comuni, che avevano sempre costituito una fonte di reddito essenziale per le plebi meridionali. Il successo delle bande derivava soprattutto dal fatto che esse si battevano contro i ceti proprietari e contro i soldati del nuovo stato che li proteggeva, pi che a difesa dell'esiliato Francesco II. Leggi eccezionali e stato d'assedio divennero lo strumento per il governo del Meridione. Nel 1863, per esempio, furono istituiti tribunali militari che nel giro di poco pi d'un anno celebrarono 3600 processi, con 10.000 imputati, di cui 6000 contadini. Solo nel 1865 la legislazione eccezionale pot essere abrogata in quanto il "grande brigantaggio" delle bande a cavallo e dei grossi concentramenti di briganti appariva sconfitto, anche se forme di rivolta e di banditismo si ripeteranno negli anni seguenti. Su un piano diverso, meno tragico e meno allarmante in quanto a conseguenze sociali, ma non per questo meno importante per il nuovo stato, si collocava la "questione romana". Per un decennio, dai 1860 al 1870, il problema fu se e come conquistare Roma per unirla al resto del regno nei decenni seguenti (e quindi fino ai patti lateranensi del 1929) il probiema divenne invece come sanare il conflitto con la chiesa. Le due fasi hanno in comune una questione di fondo: il ruolo dell'istituzione ecclesiastica in uno stato laico; si differenziano invece profondamente per le circostanze politiche. Dopo l'unificazione il problema della conquista di Roma si pose come discriminante tra le due componenti del movimento risorgimentale: per i moderati l'acquisizione della capitale doveva avvenire in termini rispettosi delle preoccupazioni e dei timori delle grandi potenze, tenendo conto in particolare della presenza delle truppe francesi a difesa della intangibilit del dominio papale (pur ritirate, almeno formalmente, dopo il 1864) e comunque della volont di quel tutore arcigno del giovane stato, quale si presentava Napoleone III; per le sinistre doveva essere esattamente l'opposto, e costituire pertanto un gesto di rottura che restituisse all'iniziativa popolare il vanto del compimento dell'unit e contribuisse a indebolire le forze conservatrici, di cui la chiesa di Roma appariva un baluardo sul piano culturale, ideologico e politico. I ripetuti tentativi effettuati da repubblicani e garibaldini per conquistare Roma a dispetto della politica dei governi regi avevano quindi un doppio significato: da una parte miravano a dimostrare l'incapacit del governo regio di portare a compimento l'unit e di perseguire la storica missione di dare all'Italia la sua capitale naturale; dall'altra si proponevano di abbattere un potere, quello temporale dei papi, che i democratici ritenevano contrario a ogni principio di libert. Due volte Giuseppe Garibaldi si mise a capo di volontari per muovere alla conquista della capitale: la prima volta fu fermato dalle truppe italiane in Aspromonte, il 29 agosto 1862, ferito e arrestato; la seconda volta, diretto verso la capitale sperando nell'insurrezione che avrebbe dovuto aver luogo il 22 ottobre 1867 (e che fall), si scontr il 3 novembre con l'esercito pontificio e, quando stava per aver ragione degli avversari con una carica alla baionetta dei suoi volontari, fu battuto dall'intervento di due battaglioni francesi armati di fucili Chassepot a retrocarica e a tiro rapido. Questa sconfitta, ha commentato Giorgio Candeloro nella sua Storia dell'Italia moderna, con l'eroica fine dei Cairoli, degli Arquati e degli altri patrioti caduti a Roma e nel Lazio, segn la fine del Risorgimento, inteso come azione di eroiche minoranze di cospiratori e di combattenti, cos come il micidiale fuoco degli Chassepots segn la fine della tattica garibaldina e rivoluzionaria imperniata sull'effetto risolutivo dell'assalto alla baionetta [Candeloro, vol. V, p. 344]. La strategia moderata non era d'altra parte fatta soltanto di cautele conservatrici e di ossequio al volere della Francia napoleonica. Cavour aveva delineato nel 1861 una linea di condotta che si ispirava a una concezione laica e liberale dei rapporti tra stato e chiesa, affermando che l'Italia doveva andare a Roma senza che per ci l'indipendenza del pontefice venga a menomarsi Pagina 5

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt - come si espresse nel suo discorso al Parlamento del 25 marzo 1861 - e senza che l'autorit civile estenda il suo potere all'ordine spirituale. La proposta, che Cavour pose alla base di un tentativo di accordo con la Santa Sede, venne respinta da Pio IX; ma i successori di Cavour tennero comunque fede sia al metodo che egli proponeva (cio cercare una soluzione tramite un accordo con il pontefice e con la Francia di Napoleone III, che si era ormai fatto paladino della intangibilit di Roma, a ci indotto dalle pressioni dei cattolici francesi) sia al principio di separare tra loro le due sfere. Secondo principi comuni a gran parte del pensiero liberale ottocentesco, Cavour riteneva che lo stato dovesse astenersi dall'essere in alcun modo "braccio secolare" della chiesa e che, conseguentemente, il clero, come ente morale, e gli individui che ne facevano parte fossero soggetti alle leggi generali dello stato come ogni altro cittadino. Lo stato peraltro non avrebbe dovuto esercitare alcuna ingerenza nell'esercizio del ministero ecclesiastico o nelle nomine dei vescovi. Questa posizione, che respingeva l'idea stessa dei concordati con cui la chiesa aveva regolato i rapporti con gli stati, non era in contraddizione con la convinzione che l'unit italiana dovesse compiersi in accordo con il papato stesso e si accompagnava anche, almeno presso alcune componenti del liberalismo italiano, all'auspicio che la caduta del potere temporale dei papi fosse il punto d'avvio di un rinnovamento spirituale della chiesa stessa. Un episodio importante fu rappresentato dalla stipulazione della convenzione di settembre (1864), con la quale il governo italiano e Napoleone III cercarono di normalizzare i loro rapporti: in cambio del trasferimento della capitale da Torino a Firenze (quasi un segnale di rinuncia a Roma), Napoleone avrebbe ritirato i soldati francesi, pur mantenendovi un corpo di volontari, cui, nella crisi del 1867, si aggiunse un corpo di spedizione. La tutela della Francia sul regno restava dunque pesante, ma essa fu in qualche modo alleviata proprio dalla infelice terza guerra d'indipendenza del 1866, in cui Napoleone III si fece mediatore per l'acquisizione del Veneto all'Italia: dopo il 1866 lo stato unitario entrava a far parte a pieno titolo degli stati sovrani d'Europa, concorrendo a una stabilizzazione che vanificava i sogni mazziniani di trionfo delle nazionalit; era questo inserimento internazionale a rafforzare le possibilit che il Regno sabaudo conseguisse una soluzione a lui favorevole. E, infatti, dopo il fallimento della rivoluzione del 1867 e dopo Mentana, il papato mostrava di volersi chiudere in un isolamento sempre pi rigido. Dopo la proclamazione del dogma dell'infallibilit pontificia nel corso del Concilio Vaticano I (convocato nel dicembre 1869), gli stessi governi cattolici europei, allarmati per le ripercussioni politiche, assunsero un atteggiamento di distacco rispetto alla Santa Sede. Dopo la sconfitta francese nella guerra franco- prussiana del 1870 si apr perci la possibilit di conquistare Roma e il governo Lanza- Farini, anche sotto la pressione delle opposizioni, mosse le truppe (dopo aver tentato un ultimo accordo con Pio IX) senza che le potenze europee potessero o volessero intervenire, ma anche senza che vi fosse, n immediatamente n pi tardi, un riconoscimento ufficiale dell'annessione di Roma all'Italia. La sistemazione dei rapporti con il pontefice, oltre che per questi ostacoli internazionali, risultava difficile anche per una serie di motivi che nell'ultimo decennio avevano approfondito il divario tra pontificato e Italia unita. La Santa Sede aveva irrigidito le sue posizioni dottrinali, soprattutto a seguito di una serie di atti legislativi del Regno d'Italia (il codice civile del 1865 che aboliva una serie di diritti ecclesiastici, le leggi eversive della propriet ecclesiastica, che avevano portato alla vendita dei beni delle corporazioni religiose). Nel regno erano andati diffondendosi atteggiamenti che allarmavano la Curia: significativi esponenti del mondo politico e della cultura avevano risposto alle proteste ecclesiastiche con atteggiamenti anticlericali e con pubbliche dichiarazioni di posizioni agnostiche o atee. In tale clima, si svolse alle camere tra il dicembre 1870 e il maggio 1871 il dibattito sulla legge delle Guarentigie. Essa modific l'iniziale impianto cavouriano di separazione tra lo stato e la chiesa, ma assicur comunque (come provato da oltre mezzo secolo di esperienza) l'inviolabilit della persona del Pagina 6

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt pontefice, l'extraterritorialit dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castelgandolfo, la libert del magistero ecclesiastico, pur conservando alcuni istituti destinati a sottoporre gli atti della Santa Sede e delle autorit ecclesiastiche nazionali al controllo dello stato (con l'exequatur e il placet l'autorit regia autorizzava la pubblicazione delle decisioni della gerarchia ecclesiastica), soprattutto per quanto riguardava l'amministrazione dei benefici in attesa di una legge di riordino della propriet ecdesiastica che non fu mai emanata. In questi termini lo stato liberale pot chiudere il contenzioso giuridico con la chiesa: ma nel giro di pochi anni si sarebbe aperto un problema d'ordine politico, inerente alla partecipazione e al ruolo dei cattolici nella vita dello stato, che avrebbero avuto una larga e determinante funzione. 1.7 I problemi finanziari Un terzo ordine di problemi per lo stato postunitario era rappresentato dalla situazione finanziaria del regno. Essa si iscriveva tra l'altro in una fluttuazione ciclica, alla met degli anni sessanta, che investiva l'intera Europa, ma aveva forti ragioni specificamente italiane: l'altissimo prelievo fiscale, la depressione del Mezzogiorno, le necessit di capitali per la creazione delle infrastrutture (ferrovie, porti) e per la guerra del 1866. La gravit del disavanzo statale, se da un lato scuoteva la fiducia del consesso internazionale verso l'Italia unita, dall'altro richiese per tutti gli anni sessanta un ricorso oneroso al prelievo fiscale sia sotto forma di imposizione diretta (un'aliquota del 13,2%, senza carattere progressivo, su tutte le ricchezze), sia come imposta indiretta. Il peso di quest'ultima si aggiungeva, per quanto riguarda lo strato economicamente pi debole rappresentato dalla popolazione rurale, ai disagi crescenti dei contadini, su parte dei quali (nel Meridione in particolare) erano gi ricaduti gli svantaggi derivati dall'esproprio e dalla liquidazione dell'asse ecclesiastico (1866-67), e dalla vendita dei beni demaniali su cui erano insediati. La pi impopolare delle imposte dirette, la tassa sul macinato (1868), di cui si disse che colpiva a rovescio perch toccava proprio chi per miseria mangiava pane e polenta, fu motivo di violenti moti di protesta alla sua emanazione e di perpetuo malcontento fino all'abolizione (1884). Il fiscalismo rigido e la limitazione delle spese statali (anche l'esercito ne sub le conseguenze) non poterono evitare il ricorso a provvedimenti come il corso forzoso e all'accensione di debiti con le banche, con beneficio esclusivo di un'aristocrazia finanziaria che non aveva interesse allo sviluppo ma badava alla speculazione. Il raggiungimento del pareggio di bilancio divenne pertanto per la destra storica un obiettivo da perseguire non per astratte scelte teoriche, ma per aprire la strada a un'effettiva ed efficace industrializzazione del paese. A partire dal 1869 questa fu la linea perseguita da Quintino Sella, come parte di un disegno modernizzatore che non si ispirava pi al liberismo di marca cavouriana e al suo ideale di uno sviluppo equilibrato dei diversi settori produttivi, ma a una linea che presentava caratteri parzialmente protezionistici, destinati a favorire gli imprenditori industriali. La scelta veniva incontro alle esigenze di parte degli interessi del Centro- nord e prevedeva anche l'intervento dello stato nella gestione delle ferrovie e l'attribuzione a una sola banca della facolt di emettere carta moneta. Per il Meridione essa si prospettava invece come un fatto negativo in quanto, proprio grazie alla politica del libero scambio, l'agricoltura meridionale era riuscita a rafforzare l'esportazione delle sue produzioni tradizionali pi pregiate, come il vino, gli agrumi, l'olio e i prodotti ortofrutticoli. Senza forzare troppo il significato Pagina 7

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt di questo indirizzo (non si tratta, in altri termini, di prestare alla destra storica un'ideologia di moderno interventismo statale), esso tuttavia si inseriva in un modo di concepire la funzione dello stato come agente unificatore della dinamica sociale che fu centrale nell'esperienza della destra. A questo proposito la storiografia ha richiamato sovente l'attenzione sulla personalit di Bertrando Spaventa, come l'esponente della cultura di questa classe che pi lucidamente espresse l'esigenza di uno stato forte per fronteggiare le necessit di una societ civile debole e disgregata. Nella nascente formazione culturale del nuovo regno Bertrando Spaventa rappresent con il fratello Silvio una riflessione filosofica ispirantesi all'hegelismo, indirizzata a mobilitare a sostegno della causa dell'unificazione nazionale italiana (come ha scritto Alberto Asor Rosa [1975, pp. 852-854]) il pi ampio arco di forze morali e civili. Il ruolo degli intellettuali meridionali legati alla tradizione hegeliana e vichiana fu notevole proprio agli inizi del nuovo regno, nei primi anni sessanta, quando gli esuli liberali, rientrati in patria al seguito della spedizione di Garibaldi, assolsero importanti compiti dapprima nel governo del Dittatore e successivamente con il suo successore, il luogotenente del re, Carlo Farini. L'importanza della tradizione culturale degli intellettuali meridionali venne anche ribadita dalla presenza di Francesco De Sanctis al Ministero della pubblica istruzione (1861) e dal suo impegno nella vita pubblica, che si protrasse fino al 1868: il ruolo politico e culturale di tale ceto, mentre poneva in rilievo la ricchezza della vita intellettuale meridionale, rifletteva pienamente la sua alta concezione elitaria, in base alla quale spettava alla cultura il compito di guida rispetto alla nazione. 1.8 Maggioranze e minoranze politiche La crisi dei governi della destra storica matur sui temi della difesa del liberismo economico, attorno alla cui bandiera si ritrovarono i deputati toscani e meridionali, esponenti rispettivamente degli interessi dell'aristocrazia finanziaria e dei notabili del Sud. La difesa dei principi (forte tra i siciliani era il richiamo all'eredit del pensiero liberista di Francesco Ferrara) non poteva tuttavia celare che tra le motivazioni pi evidenti stavano gli interessi privati ostili alla statalizzazione delle ferrovie. Il modo in cui si trov ad aggregarsi l'opposizione alla destra storica, mediante l'alleanza tra gruppi regionali, richiede qualche riflessione conclusiva sul carattere dei raggruppamenti politici che reggevano i governi. Il panorama delle maggioranze parlamentari rifletteva a un tempo il metodo elettivo (i collegi uninominali) e la specificit propria del paese, con le forti differenziazioni regionali e la tendenza al coagularsi dei consensi secondo gli interessi, la cultura, la distribuzione del potere nei diversi ambiti. La dialettica parlamentare era di conseguenza diversa da quanto possano far supporre i nomi degli schieramenti, destra e sinistra. Non esisteva un "partito" che avesse i caratteri di struttura organizzativa e di regole interne cui si impronteranno le organizzazioni politiche nelle societ europee del Novecento. "Partito" era allora un termine che designava raggruppamenti che in sede parlamentare si realizzavano sulla base di affinit politicoideologiche e che nell'Italia del tempo avevano stretta relazione con gli ambiti regionali di riferimento delle singole personalit. Questa dialettica di gruppi si prestava pertanto a scomposizioni e differenziazioni personalistiche che, alla lunga, avrebbero assunto anche gli aspetti di appartenenze clientelari. Il collegio uninominale e il suffragio ristretto ebbero larga parte nel Pagina 8

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt trionfo di questo sistema, che si articolava attorno alle personalit dei notabili (per diritto di nascita, per censo, per essere parte della societ pi esclusiva, pi raramente per autorevolezza culturale e intellettuale). Seriet e probit, cultura e capacit professionale, che inizialmente erano le qualit destinate a contraddistinguere il personale politico, lasciarono progressivamente il passo, con graduale crescendo, alla capacit di ottenere benefici per la citt o la provincia di appartenenza, facendo del deputato non il rappresentante ma il patrono dei suoi elettori. Nel corso del primo quindicennio successivo alla conquista di Roma questo fenomeno sar contenuto, ma ha sufficiente rilievo per far rivedere almeno parzialmente il giudizio tradizionale sulla destra storica. Il carattere "giacobino" (termine usato riduttivamente per indicare strategie politiche che si propongono il raggiungimento di interessi generali mediante l'azione dall'alto di una minoranza) attribuito al governo della destra sembra perdere molto del suo smalto moralistico, alla luce di questi intrecci, che furono consistenti e che crearono scandali di vaste proporzioni gi tra i contemporanei. 1.9 Il governo della sinistra storica L'avvento al potere della sinistra fu salutato nel marzo 1876 come una "rivoluzione parlamentare", ma il cambiamento fu meno netto di quanto non apparisse. La base che reggeva la nuova maggioranza era infatti molto eterogenea e comprendeva tra gli uomini della sinistra non pochi esponenti che avevano fatto parte di precedenti governi della destra. La differenziazione maggiore nasceva dalla diversa esperienza degli uomini che rappresentavano i due partiti: uomini di governo, amministratori, diplomatici gli esponenti della destra, spesso aristocratici e proprietari terrieri che, sia pure con il respiro derivante da un'educazione europea, sembravano concepire il compito politico come proiezione dei loro doveri di proprietari e amministratori. La sinistra era guidata viceversa da uomini che erano gi stati esponenti garibaldini e mazziniani, ricchi di esperienza cospirativa e forgiati nella mobilitazione risorgimentale. La sinistra parlamentare comprendeva sostanzialmente tre gruppi regionali: la sinistra storica piemontese di ispirazione liberal- progresslsta guidata da Agostino Depretis, la sinistra storica derivata da quella parte del movimento democratico mazziniano che aveva accettato la monarchia parlamentare, e i cui maggiori esponenti erano i lombardi Benedetto Cairoli e Giuseppe Zanardelli; infine la sinistra meridionale (guidata da Nicotera e comprendente tra gli altri personalit come Crispi e De Sanctis), portatrice soprattutto delle esigenze di riforme amministrative e finanziarie che consentissero al Meridione una pi rilevante partecipazione alla gestione dello stato. La base sociale cui la sinistra guardava era variamente composita. Piccola e media borghesia settentrionale, parte del ceto imprenditonale, borghesia agraria e aristocratici proprietari del Sud: un complesso sociale da cui provenivano significative spinte democratiche ma, al tempo stesso, forti richiami conservatori. L'esperienza di governo della sinistra present quindi fasi di interventi riformatori, orientati alla diffusione dell'alfabetismo (legge Coppino sull'istruzione elementare obbligatoria, 1877), all'allargamento del suffragio (1882), all'attuazione di riforme tributarie tra le quali l'abolizione dell'imposta sul macinato (realizzata soltanto nel 1884) cui si accompagn l'abolizione del corso forzoso; e si spinse anche sul terreno della legislazione sociale, approvando nel 1885-86 le leggi sull'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, sul divieto del lavoro dei minori e sul riconoscimento delle societ di mutuo soccorso. Ciascuno di questi interventi toccava settori e problemi di grande importanza per la vita sociale del paese. Tuttavia la componente pi nettamente politica e democratica delle esigenze cui la sinistra era chiamata a rispondere non ebbe il peso e la portata che sarebbero stati necessari Pagina 9

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt per un mutamento profondo dei caratteri dello stato unitario e per un allargamento deciso delle sue basi, com'era nei programmi della parte pi progressista della sinistra stessa. La fase in cui parve si potessero porre le basi per la realizzazione di un regime pi autenticamente liberale e democratico fu rappresentata dal periodo dei governi presieduti da Benedetto Cairoli (1878-81), esponente di una famiglia di combattenti per l'indipendenza ed egli stesso volontario garibaldino. Con Giuseppe Zanardelli quale ministro degli interni, Cairoli si orient a una larga e leale applicazione delle libert statutarie destinata a garantire i diritti di associazione e di espressione; ma questa esperienza di gestione democratica del potere fu interrotta da un attentato al re Umberto I a Napoli e da successivi atti terroristici nel novembre 1878 (di dubbia matrice e su cui pesa, come su tanti altri eccidi della storia d'Italia, il sospetto di una provocazione poliziesca). I successivi governi Cairoli risultarono privi della carica innovatrice e democratica dei primi anni, condizionati dalla reazione di paura delle classi dirigenti, allarmate dai pericoli del "sovversivismo", dal delinearsi di agitazioni operaie e contadine, dalle manifestazioni irredentistiche di marca democratica che presero spunto dalla congiuntura internazionale. E proprio su temi di politica estera (l'insediamento della Francia a Tunisi senza alcun compenso per le ambizioni italiane) fu infine provocata la crisi che pose fine all'esperimento di Cairoli. La presidenza del consiglio torn pertanto a Depretis, che era stato a capo dei primi governi della sinistra dopo la rivoluzione parlamentare del 1876. Uno dei cardini della politica economica dei governi presieduti da Depretis fu la "questione" ferroviaria. I problemi riguardavano sia il completamento della rete nazionale sia l'esercizio dei trasporti. Depretis punt da una parte a favorire la ripresa dell'attivit di lavori pubblici, tramite la proposta di costruzione di nuove linee ferroviarie per 6070 chilometri (in aggiunta agli 8500 preesistenti), e dall'altra venne incontro agli interessi delle lite finanziarie proponendo l'affidamento della gestione dell'intera rete a societ private, istituite all'uopo con il contributo di banche italiane e di capitali internazionali. Questa condotta scongiurava i disegni interventisti e statalisti dell'ultima destra e lusingava le ambizioni degli industriali e dell'alta banca, mentre la politica fiscale attenuava il peso delle imposte dirette pi impopolari. Il liberismo tradizionale non veniva per intaccato, n la sinistra portava alcuna minaccia agli interessi costituiti della grande finanza, limitandosi a contribuire alla ripresa produttiva con i lavori pubblici, consentiti dal raggiunto pareggio. Gli interventi legislativi volti ad allargare la base dello stato, e in primo luogo la legge elettorale del 1882, risultarono nell'azione di Depretis un capitolo in via d'esaurimento, mentre il nocciolo della sua azione si concentr nella gestione dello stato e delle maggioranze politiche. Anche l'allargamento del suffragio va collocato nell'ambito del dibattito contemporaneo: il giudizio sul suo valore deve tenere conto che a esso si contrapponevano proposte di suffragio universale che, con intendimenti tra loro diversi, venivano avanzate sia da esponenti conservatori (come Sidney Sonnino o Stefano Jacini) sia dai gruppi repubblicani e democratici. Su questo sfondo, la scelta di Depretis assumeva il significato di associare alla gestione dello stato nuovi settori della classe dirigente e di escludere un rapporto pi vasto con le masse popolari e con ampi settori sociali intermedi. Non dunque un processo di allargamento delle basi dello stato o di coinvolgimento democratico, ma una ridotta cooptazione di gruppi sociali associati per la gestione del potere. 1.10 Il trasformismo Fu coerente con questo disegno anche il metodo utilizzato nei confronti delle maggioranze parlamentari: il trasformismo. La parola stessa evoca aspetti illeciti di corruzione e di clientelismo, che non difficile estendere, Pagina 10

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt come hanno fatto diversi studiosi, all'intera sequenza della storia nazionale, dalla costituzione dello stato unitario fino alle vicende del sistema dei partiti nell'Italia repubblicana. Il tentativo di tracciare grandi linee interpretative ha tuttavia un senso (sul piano della ricerca storica) solo se i fenomeni vengono collocati nella dimensione e nelle circostanze che hanno contribuito a originarli; diversamente si delineano moralismi astratti, poco funzionali all'interpretazione storica. Pertanto occorre sottolineare che, se pur fin dall'inizio lo stato unitario fu caratterizzato dalla volont di una forte ingerenza nei diversi ambiti della vita civile, con l'avvento della sinistra al potere cambi il baricentro di questa stessa presenza. Non si trattava pi di affermare il ruolo dell'autorit dello stato, ma di far aderire questa autorit alle esigenze dei diversi gruppi locali, al fine di acquistarne il consenso. Il fenomeno si realizzava sullo sfondo di una sorta di esaurimento delle ideologie che avevano animato i protagonisti del Risorgimento e del primo quindicennio unitario. All'interno della sinistra stessa, era stato significativo l'emergere di una "sinistra giovane" che, in contrapposizione con la componente storica (garibaldina, mazziniana, latamente democratica), aveva portato l'attenzione sui temi del rinnovamento amministrativo. I grandi dibattiti ideali che investivano il rapporto dello stato con i cittadini, la scuola laica, le autonomie locali, la difesa delle libert fondamentali, uscivano in sostanza dall'orizzonte della classe politica dirigente e si avviavano a diventare il patrimonio di una nuova sinistra, che verr chiamata "estrema", comprendente radicali, repubblicani e socialisti. La lotta politica e la competizione elettorale diedero di conseguenza spazio crescente alle appartenenze regionali sulla base della rinuncia a scelte politiche o ideali e in cambio di una aderenza agli interessi delle clientele. L'ingerenza dello stato nel governo e negli affari locali, postulata dalla destra storica come momento pedagogico e giacobino diretto alla creazione di una nuova societ, assumeva ora il significato di un intervento potenzialmente corruttore, diretto ad assicurare al governo l'appoggio di candidati senza programmi in cambio di elargizioni e di favori al collegio. Di questo stile politico Depretis fu l'esponente pi significativo. Nel tramonto delle distinzioni ideali all'interno della classe dirigente trionfava il tema degli interessi: questo poteva anche apparire un modo per aderire alla realt composita della societ italiana e di rispettarne le esigenze reali; ma era nella sostanza la via per lusingarne i particolarismi, premiare le consorterie e i potentati locali per di pi a spese degli strati popolari, indifesi di fronte alla prepotenza dei notabili locali, appoggiati, come avveniva nel Meridione, dalla forza dello stato. 1.11 L'et di Crispi Un vecchio lupo che succede a una vecchia volpe, come scrisse P. Vigo, cronista di fine Ottocento [cit. in Ragionieri 1976b, p. 1743]: questa la successione di Crispi a Depretis, nel 1887. Cospiratore mazziniano, convertito poi alla monarchia, oppositore di Depretis all'interno della sinistra e poi ministro nell'ultimo governo Depretis, Crispi un uomo politico che ha suscitato odi ed entusiasmi, e la cui opera ha alimentato miti tra loro opposti. Da una parte stato esaltato dalla storiografia nazionalista e fascista come il precursore dell'Italia imperiale di Mussolini, e dall'altra deprecato come colui che interrompe la tradizione liberale introducendo nella gestione dello stato metodi e strumenti di stampo autoritario. La successione di Crispi a Depretis nel 1887 avvenne nel contesto del maturare di contraddizioni che si erano delineate negli anni precedenti: dal piano della politica internazionale la frattura con la Francia si rifletteva anche sull'economia, sotto la pressione della congiuntura mondiale caratterizzata dal tracollo dei prezzi del grano. Ne veniva sollecitato l'avvio di una politica Pagina 11

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt doganale protettiva i cui benefici si riversavano su un incrocio di interessi in cui convivevano la grande propriet agraria meridionale (latifondista e assenteista), gli industriali settentrionali, gli armatori, l'impresa agraria del Nord capitalisticamente avanzata (vedi parte seconda, capitolo 2). Questa coalizione (cui stata applicata la definizione di "blocco agrarioindustriale") esprimeva anche esigenze di ammodernamento e sviluppo, di razionalizzazione dell'apparato amministrativo e statale, nonch esigenze di disciplina nazionale finalizzata a una maggiore capacit produttiva che pi tardi entreranno a far parte dell'ideologia del nazionalismo. Essa suscitava d'altra parte forti resistenze presso i proprietari terrieri esportatori (nel Meridione i produttori di olio, generi ortofrutticoli, vino ecc.), presso alcuni settori industriali (i metalmeccanici) danneggiati dal protezionismo che favoriva la siderurgia; e soprattutto, con l'inasprimento delle condizioni di vita di vasti settori popolari, provocava un'accelerata crescita organizzativa e politica delle forze dell'estrema e allarmanti mobilitazioni delle masse sia sui temi di politica interna sia su quelli di politica estera. Di fronte all'incalzare di questi problemi Crispi si present come l'autoritario assertore della necessit di un deciso ammodernamento dell'amministrazione dello stato per far fronte al crescente malessere delle masse popolari, verso le quali non risparmi l'uso della pi aperta repressione; al contempo egli port a compimento la svolta protezionistica, accogliendo le sollecitazioni dei settori pi dinamici dell'industria, come passo necessario al consolidamento della posizione internazionale dell'Italia. E proprio grazie a questi motivi concomitanti egli, nel solco della tradizione autoritaria dello stato postunitario, riusc a essere l'artefice di un blocco dominante che sopravvisse alle sue personali fortune politiche. La formazione di Crispi, siciliano di origine ma estraneo alle aspirazioni autonomistiche e anzi animato da un forte e appassionato intento unitario, fu compiuta nell'ambito della tradizione giuridica del pensiero meridionale (quella che era stata rappresentata dagli Spaventa e da De Sanctis), di cui possibile rilevare l'influsso nell'opera di rafforzamento dello stato centrale. Tra i primi obiettivi perseguiti nella sua azione riformatrice vi fu quello di perfezionare sotto il profilo giuridico la prassi consolidata di utilizzare il prefetto quale tramite tra potere esecutivo centrale e amministrazione periferica, sottolineandone in questo modo la funzione politica. Fall invece il pi tardo tentativo (1891) di dividere il regno in distretti ciascuno dei quali affidato a una sorta di "superprefetto" residente nelle maggiori citt. Sul primo punto egli godette dell'appoggio di una larga maggioranza, in cui rientravano anche significativi esponenti della destra storica; sul secondo tema dovette misurarsi con un'opposizione che riluttava a indebolire in modo eccessivo le autonomie locali. Essa era sostenuta dalla convergenza delle antiche posizioni democratico- risorgimentali (favorevoli alle autonomie), con le pi recenti forme di aggregazione di stampo clientelare, che in un ordinamento accentrato individuavano un ostacolo al loro stesso potere. Crispi si muoveva su questa srada anche per gli orientamenti "giacobini" maturati nel corso delle sue esperienze risorgimentali e per la convinzione che fosse compito storico della borghesia laica e progressista italiana unificare le varie istanze del paese. L'indirizzo autoritario crispino, pur presentando analogie con il tipo di regime realizzato da Bismarck, ben si accordava al carattere centralizzato dello stato postunitario e realizzava quindi una sostanziale continuit politica e istituzionale, sotto il segno del rafforzamento del potere esecutivo. In una direzione per alcuni aspetti liberale si mosse l'emanazione del nuovo codice penale (che port il nome di Zanardelli e che rimase in vigore dal 1890 al 1930): esso conteneva elementi progressisti e civili, quali l'abolizione della pena di morte, e tuttavia confermava i limiti dello Statuto albertino, non riconoscendo esplicitamente il diritto di associazione e limitandosi a contemplare la libert dello sciopero "pacifico". Fortemente riduttivo Pagina 12

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt rispetto a una prassi liberale era l'uso dei concetti di "violenza" e di "minaccia". Essi erano applicati soprattutto per circoscrivere la libert delle pubbliche manifestazioni dell'opposizione e soprattutto delle classi popolari; consentivano un intervento delle autorit di pubblica sicurezza (il cui codice fu emanato nel 1889) largamente discrezionale e subordinato al potere politico. Ebbe un significato innovativo e per certi aspetti decentratore la legge sull'ordinamento comunale e provinciale (1888), che cerc di muoversi tra esigenze di autonomia e volont di controllo centralizzato: essa prevedeva l'elezione del sindaco (amovibile dall'autorit centrale solo per i casi previsti dalla legge) e del consiglio provinciale, dotato ora di pi ampie autonomie. Inoltre il suffragio amministrativo venne esteso a tutti gli alfabetizzati con un limite censuario di 5 lire, cosicch i votanti passarono da 2 a 3,5 milioni. Anche in questa legge tuttavia (forse la pi importante dell'opera riorganlzzatrice crispina) gli elementi di decentramento e di autonomia risultarono soffocati dal sistema dei controlli sugli atti dei comuni, che passarono dalle mani del solo prefetto a quelle di una giunta provinciale amministrativa, in cui il prefetto stesso e i consiglieri di prefettura avevano un peso determinante. Anche sul terreno della politica sociale Crispi si tenne fermo a criteri centralizzatori, delineando una struttura burocratica destinata ad assolvere compiti di tutela della salute e di assistenza pubblica (codice di igiene pubblica del 1888 e leggi sulle istituzioni di beneficenza del 1890). Il richiamo al modello bismarckiano, dunque, come sistema che univa tendenze autoritarie e tutela sociale sembra in questo caso legittimo. Dal 1889 Crispi prese a sottolineare con grande enfasi l'importanza e la necessit di una pi decisa politica sociale, indicandola al Parlamento come il mezzo pi adatto per il recupero delle classi inferiori alla compagine dello stato nazionale, ma il complesso delle iniziative da lui assunte risult troppo al di sotto delle affermazioni di principio per dare risultati significativi. Il peso delle ambizioni espansioniste, che comportavano tra l'altro un considerevole aumento delle spese per l'esercito, provoc in quegli anni un riacutizzarsi della questione finanziaria. Crispi aveva in realt ereditato dai governi Depretis un disavanzo dello stato e una cattiva gestione delle finanze pubbliche che erano state parte del sistema di potere della sinistra. Il sistema bancario, con l'incoraggiamento del governo, aveva svolto una politica di "denaro facile" che aveva coperto, con un'apparenza di prosperit (fondata sui debiti), la gravit della situazione. Il problema esplose alla fine degli anni ottanta per cause diverse e tra loro concorrenti. La crisi edilizia, in primo luogo, segn la fine di un periodo eccezionale di speculazione immobiliare, soprattutto a Roma. Le conseguenze furono che il sistema creditizio (non pi sorretto dalle banche francesi a causa della guerra commerciale tra i due paesi) ricorse tra l'altro ad aumenti abusivi della circolazione e a irregolarit nella gestione di alcuni istituti bancari. Inoltre bisogna considerare la depressione dell'economia mondiale che si riverber sulla gracile struttura produttiva italiana. In questo quadro l'incremento del disavanzo del bilancio dello stato divenne il maggior cruccio del governo e della classe dirigente fino a coagulare contro Crispi un'opposizione che lo costrinse alle dimissioni il 31 gennaio 1891. 1.12 Un intermezzo quasi liberale I suoi successori (nell'ordine: Antonio Di Rudin e Giovanni Giolitti), furono l'espressione delle due componenti che animavano, all'interno dello schieramento moderato (o "costituzionale", com'era chiamato per contrasto con l'estrema), l'opposizione a Crispi. Di Rudin, le cui posizioni erano a grandi linee in sintonia con i temi della destra storica, punt su un risanamento del bilancio mediante una drastica riduzione delle spese militari. Su questo punto tuttavia egli incontr l'intransigente opposizione del re e del "partito di Corte". Cos, malgrado avesse proceduto al rinnovo della Triplice Pagina 13

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt alleanza secondo gli orientamenti di Umberto I, questo contrasto gli cost le dimissioni. Pi ambizioso e innovatore si present Giolitti. Personaggio destinato ad avere grande rilievo nella vita politica italiana successiva, Giolitti si contraddistinse per l'empirismo, le capacit amministrative e un liberalismo fortemente sensibile alle tematiche sociali (pur sempre nei limiti di una dottrina liberale). Nativo di Mondov (Cuneo), funzionario nell'amministrazione statale dal 1862, eletto per la prima volta nel 1882, Giolitti, a differenza di gran parte del personale politico fino allora venuto alla ribalta, era estraneo alle lotte risorgimentali, e sembr portare nella condotta degli affari di governo lo scrupolo, la precisione e la lealt (secondo altri la grettezza e la piccineria) della tradizione piemontese di servizio allo stato. Assicuratosi l'appoggio della monarchia con l'impegno di non toccare i bilanci militari, Giolitti fu prodigo di dichiarazioni in senso democratico: sul piano politico non mostrava verso le organizzazioni socialiste e operaie quella fobia che contrassegnava gran parte del ceto politico liberale; sul piano della politica tributaria intese procedere con tasse che non pesassero ulteriormente sui meno abbienti ma che colpissero la rendita. Su questo punto si trov tuttavia ad affrontare una Camera fortemente ostile. Al fine di ammorbidire l'opposizione ricorse allora alle elezioni, facendo la prima prova di un metodo che nel decennio successivo avrebbe caratterizzato il suo stile. Con maggior determinazione e forse con maggiore spregiudicatezza dei suoi predecessori, Giolitti si serv della rete dei prefetti per influenzare il corpo elettorale. Malgrado il successo cos conseguito dai suoi candidati, il governo Giolitti non pot reggere alle conseguenze della crisi che invest il sistema bancario, come estremo frutto dell'ondata speculativa degli anni precedenti e delle malversazioni del sistema di emissione (vedi parte seconda, capitolo 2). La congiuntura fu aggravata dalle rivelazioni sul carattere fraudolento delle difficolt in cui versava uno degli istituti di emissione (la Banca Romana), sulle coperture governative di cui aveva goduto per nascondere la situazione e sul sistema di finanziamenti a favore di uomini e forze politiche governativi (tra cui Giolitti stesso e Crispi). Giolitti cerc un rimedio al disordine degli istituti di emissione facendo approvare una legge che istituiva la Banca d'Italia (1893) e che preludeva all'accentramento dell'attivit di emissione, sotto il controllo del governo. Queste misure non furono tuttavia sufficienti a fermare lo scandalo, tanto pi che la tensione era aggravata da sintomi inequivocabili di un'esplosiva situazione sociale, dai tumulti di protesta per l'eccidio di lavoratori italiani emigrati in Francia, ad Aigues Mortes, alle avvisaglie del grande moto dei Fasci siciliani (su cui torneremo oltre, nel paragrafo 1.17, dedicato al movimento operaio). In particolare il comportamento nei confronti dei Fasci siciliani, verso i quali rifiut l'applicazione di misure eccezionali, alien a Giolitti ogni appoggio di parte conservatrice. 1.13 L'uomo forte Alla successione fu chiamato nuovamente Crispi, appoggiato dalla Corona. L'anziano uomo politico si trov ad agire in un clima di vasto discredito del Parlamento per gli scandali bancari. Il suo programma di restaurazione dell'ordine e dell'autorit dello stato ebbe due volti: la repressione delle agitazioni sociali in Sicilia e in Lunigiana, e le riforme in Sicilia, accompagnate dal risanamento del bilancio. Contro i Fasci siciliani e contro gli scioperi che per solidariet si verificarono (soprattutto in Lunigiana), Crispi procedette con mano di ferro, facendo largo uso dello stato d'assedio e sollecitando pesanti condanne contro gli arrestati. Successivamente fece rivedere le liste elettorali riducendo gli elettori di circa 800.000 unit. Infine, nel 1894, sciolse il Partito dei lavoratori italiani (poi Partito socialista). Il regime che Crispi perseguiva aveva Pagina 14

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt l'ambizione di combinare caratteri riformatori e caratteri autoritari; ma questo secondo aspetto assunse ben presto la prevalenza assoluta. Il Parlamento stesso rest chiuso a lungo, toccando gli estremi dell'illegalit costituzionale. L'uomo delle riforme, il pi vicino collaboratore di Crispi in questa fase, fu Sidney Sonnino. Uomo di vasta formazione culturale, autore, con Franchetti, di una celebre inchiesta sulla Sicilia che aveva messo in luce sia la miseria dei contadini sia le malversazioni dei ceti proprietari e delle amministrazioni, Sonnino era un conservatore, sostenitore di una politica riformista finalizzata alla conservazione, al rafforzamento dello stato e all'allargamento delle sue basi sociali. Nel governo di Crispi il suo obiettivo era quello di liquidare le forze economiche cresciute all'ombra del malgoverno della sinistra: il latifondo siciliano e i gruppi finanziari responsabili della crisi delle banche. Questa parte riformatrice avrebbe dovuto essere complementare alla repressione del movimento operaio, in modo tale da restituire alla borghesia liberale un autorevole ruolo di guida nello stato e nella societ. Sul piano finanziario Sonnino si propose di eliminare il deficit, facendo ricorso alla pressione fiscale sui consumi a larga base e sulla propriet fondiaria. Inoltre predispose un'imposta complementare progressiva sul reddito globale delle persone fisiche, il cui carattere fu una rilevante novit rispetto a quello proporzionale; affront infine una generale riforma del debito pubblico indirizzata ad abbassarne il tasso d'interesse mediante l'aumento della imposta sulla ricchezza mobile (dal 13,20 al 20%). Tuttavia, mentre la gestione autoritaria di Crispi trovava consenso sufficiente, seppur tutt'altro che unanime, nei ranghi della classe dirigente, il compito riformatore di Sonnino incontr ben maggiori ostilit. Un moderato successo fu conseguito dal suo tentativo di far ricadere sulla rendita una parte dei sacrifici necessari a risanare il bilancio, e dal programma di creare un nuovo ordinamento della Banca d'Italia. I provvedimenti pi chiaramente riformatori, che toccavano la propriet terriera, incontrarono invece un'opposizione tale che Sonnino fu costretto a lasciare le finanze. Analogamente fall il suo disegno di introdurre riforme in Sicilia tramite l'emanazione di una normativa generale sui contratti agrari e la quotizzazione del latifondo. Cadeva in questo modo un tentativo di riforme borghesi nel Meridione, con due ordini di conseguenze: sul piano immediato la rottura dell'equilibrio tra conservazione e riforme nel governo Crispi, e su una pi ampia prospettiva la rinuncia delle forze liberali a impegnarsi in riforme che liberassero il Sud dalla sua condizione di soggezione e di arretratezza. Autoritarismo ed espansionismo colonialista restavano quindi, a partire dal 1894, i tratti caratterizzanti del governo crispino, e attorno a questi temi si apr una furibonda battaglia politica che ebbe in Milano il suo epicentro. L'emergere della citt lombarda come centro della resistenza anticrispina significativo per diversi motivi. L'opposizione di quello che Crispi chiamava lo stato di Milano non fu infatti condotta unicamente dai socialisti e dai cattolici, ma vide alleati con questi gli stessi moderati e costituzionali, li muoveva e li accomunava l'ostilit al fiscalismo derivante dalla politica estera di "grandezza", e la necessit di approntare le condizioni per un progresso delle forze produttive pi moderne. Su questo sfondo si materializz quindi un nuovo equilibrio, si delinearono rapporti nuovi tra liberali ed esponenti del "paese reale", che in qualche modo prefiguravano il tipo di rapporti che avrebbe retto l'Italia all'aprirsi del nuovo secolo. Quando la sconfitta delle forze italiane in Abissinia (Adua, 1896, vedi parte prima, capitolo 2) apr la strada alla lotta aperta contro Crispi, Milano fu il drammatico epicentro delle manifestazioni di piazza e della repressione; la dissociazione dalla linea crispina da parte delle forze politiche fu di tale ampiezza che la regina Margherita disse al dimissionario statista siciliano: Milano ha vinto. 1.14 La crisi di fine secolo La soluzione della crisi non era tuttavia a portata di mano. Occorsero ancora quattro anni perch i tentativi di involuzione reazionaria fossero battuti. Pagina 15

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Il successore di Crispi, il barone Di Rudin, tent inizialmente di reggersi su un'abile opera di mediazione tra componenti eterogenee, comprendenti le diverse frazioni della classe dirigente liberale, articolate per appartenenze regionali ed estendentisi dalla destra moderata alla sinistra giolittiana. Pesante fu in quegli anni l'ingerenza della Corte, timorosa che le conseguenze delle disavventure coloniali ricadessero sul bilancio dell'esercito, intaccando la forza dell'apparato repressivo, in presenza di risultati elettorali (quelli usciti dalla consultazione del 1897) che avevano rafforzato la rappresentanza dell'estrema sinistra. Agitazioni agrarie e urbane percorrevano da un capo all'altro la penisola, provocate dai rincari del prezzo del pane, dai bassi salari e dalla disoccupazione. Il carattere allarmante di questi moti per la classe dirigente era dato dal fatto che essi trovavano motivo di forza e di continuit nell'azione esercitata dalla propaganda anarchica e socialista precedente, anche se i dirigenti socialisti e anarchici tenteranno di sottrarsi alle accuse di responsabilit diretta nei tumulti. La crisi ebbe il suo momento pi aspro nel 1898 con epicentro Milano, dove il generale di corpo d'armata Fiorenzo Bava Beccaris si rese responsabile di centinaia di morti e di un migliaio di feriti. Lo stato d'assedio fu proclamato anche a Firenze, Napoli, Livorno. Attorno a questa sanguinosa repressione la classe dirigente liberale, attanagliata dalla paura dell'eversione, fin per ritrovarsi compatta. Il re Umberto I si inser nella crisi con un progetto di reazione organica che prevedeva la salvaguardia delle prerogative formali del Parlamento ma la sostanziale delega dei poteri legislativi all'esecutivo. L'uomo incaricato di questi interventi fu il successore di Rudin, il generale Luigi Pelloux, gi ministro della guerra e uomo di fiducia della Corona. Ma la maggioranza liberale torn a dividersi quando riemerse la prospettiva di una politica coloniale (l'acquisto della baia di San Mun in Cina). La crescita delle spese militari e la ripresa delle ambizioni coloniali allarmarono i moderati settentrionali, che cominciavano ad avvertire gli effetti della rapida espansione commerciale e industriale in atto da alcuni anni. Si deline pertanto una frattura tra gli esponenti pi vicini ai settori interessati a una revisione della politica protezionistica e favorevoli al raccoglimento e alla pace (i gruppi di deputati facenti capo a Zanardelli e Giolitti) da una parte, e gli esponenti del tradizionale blocco agrario- siderurgico dall'altra. Con il sostegno della Corona Pelloux mise in atto un tentativo, in alleanza con Sonnino, per attuare una limitazione delle libert politiche e un "ritorno allo Statuto", inteso come restaurazione della monarchia costituzionale e come abbandono della prassi parlamentare. Tale disegno avrebbe dovuto essere la base per l'avvio di un governo riformatore, secondo le linee che Sonnino aveva tracciato nell'ultimo governo Crispi e che si ritrovano in un famoso articolo intitolato appunto Torniamo allo Statuto. La sinistra liberale di Zanardelli e di Giolitti, allontanata dal potere, venne ulteriormente messa in difficolt dall'ostruzionismo parlamentare praticato dall'estrema sinistra, ma infine indotta ad assumere un netto atteggiamento di opposizione di fronte alla palese e grossolana violazione dello Statuto attuata dalla maggioranza ministeriale. Le elezioni indette nel giugno 1900, pur confermando la maggioranza ai deputati governativi (si ricordi che il suffragio era ristretto), rafforz le opposizioni (repubblicani, radicali, socialisti) e consigli scelte di pacificazione e di ritorno alle libert sancite dalla prassi costituzionale fino allora perseguita. Questo indirizzo fu poi rafforzato dall'ascesa al trono del nuovo sovrano Vittorio Emanuele III, dopo l'attentato in cui l'anarchico Bresci tolse la vita a Umberto I (Monza, 29 luglio 1900). L'orientamento del nuovo sovrano favor il ritorno al potere della sinistra liberale di Zanardelli e Giolitti. Dopo che uno sciopero generale ebbe costretto il governo a revocare i decreti del prefetto di Genova che ordinavano la chiusura della Camera del lavoro della citt, venne formato un nuovo governo presieduto da Giuseppe Zanardelli, la cui personalit politica pi rilevante era il ministro degli interni Giovanni Giolitti. Pagina 16

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 1.15 L'et giolittiana Agli inizi del Novecento l'Italia, paese fino ad allora prevalentemente agricolo, cominciava a beneficiare delle conseguenze della forte accelerazione in senso industriale che l'aveva investita, nell'ambito di una favorevole congiuntura internazionale, a partire dall'ultimo quinquennio dell'Ottocento. Alla crescita produttiva si venne accompagnando un coerente processo di modernizzazione dal punto di vista della vita civile e dei consumi, che invest tuttavia, come l'industrializzazione, solo aree limitate del paese, e non elimin (anzi accentu) secolari squilibri tra le regioni (vedi parte seconda, paragrafo 2.4). Si colloca in questo contesto l'indirizzo politico riformatore impersonato da Giovanni Giolitti, che cercava un appoggio, oltre che nella base politica del ceto liberale progressista e nei gruppi della borghesia industriale in ascesa, anche in alcuni settori delle tradizionali opposizioni allo stato liberale: i socialisti e i cattolici. Il tentativo giolittiano consegu un relativo successo nell'ambito di una fase di crescita pacifica che riguardava non la sola Italia ma l'intera comunit degli stati industriali del tempo; la sua prospettiva riformista naufrag con la rottura degli equilibri internazionali, connessa alla guerra di Libia, e degli equilibri interni, seguita alla guerra stessa. La presenza di Giolitti al governo caratterizza l'intero periodo precedente la guerra mondiale, anche se la sua "dittatura", come qualcuno dei suoi avversari volle chiamarla, ebbe alcune cesure: a parte alcuni governi retti da personalit da lui stesso designate, il suo antagonista di maggior rilievo e prestigio fu il conservatore Sidney Sonnino, che resse il governo nel 1906 e nel 1909, senza che la sua presenza potesse essere considerata una rottura profonda rispetto al predominio dell'uomo politico piemontese. Giolitti personalit complessa, su cui il giudizio dei contemporanei e degli studiosi fa registrare forti divergenze. Raffigurato dalla satira coeva come Giano bifronte, per denunciarne l'ambivalenza tra conservazione e progresso, accusato di corruzione e trasformismo, tenne a sottolineare nelle Memorie che la sua azione aveva dovuto adeguarsi alle condizioni effettive del paese, e che in queste dovevano essere ricercati i limiti e la contraddizioni dei suoi governi. In un paese in rapida crescita economica e sociale, percorso da forti tensioni e da esigenze di classe contraddittorie, il suo obiettivo principale fu quello di assicurare la pace sociale. Rifiutata una linea apertamente repressiva dopo il fallimento reazionario del 1898 (e riallacciandosi alle inclinazioni gi mostrate nella sua esperienza ministeriale del 1892-93), la sua azione pu essere distinta in due fasi: quella del governo Zanardelli, nel corso della quale si orient a favore della libert sindacale e di sciopero, nei limiti delle leggi vigenti; e quella successiva al 1906, in cui si moltiplicarono gli interventi diretti, anche per frenare movimenti di sciopero non pi guidati dai riformisti. Il significato dell'esperienza giolittiana, nel quadro della vicenda storica del nostro paese, pu quindi essere indicato nella capacit di affrontare gli squilibri della societ e i conflitti che ne derivavano, senza venir meno alla fedelt a un sistema parlamentare e a un metodo liberale, quali si erano venuti definendo nella crisi di fine secolo. Ci non significa che nella prospettiva giolittiana mancassero gli strumenti tradizionali di governo elaborati a partire dalla destra storica: il ruolo dei prefetti, come strumento di intervento della politica nell'amministrazione e nella societ civile, assunse anzi un rilievo ancora pi decisivo che nel passato. Ma anche in questo caso la funzione del rappresentante del governo sub una innovazione, poich tendeva a essere anche artefice della mediazione nelle vertenze del lavoro tra imprenditori e lavoratori, e non pi semplicemente il rappresentante della volont Pagina 17

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt del governo centrale. Non vi furono nemmeno esitazioni a intraprendere un'azione repressiva anche violenta ogniqualvolta apparisse in gioco la questione dell'ordine pubblico (oltre una ventina i morti nel solo periodo del governo Zanardelli). L'azione della magistratura, d'altronde, che nel corso del decennio di fine secolo si era adeguata pi che nel passato alle tendenze repressive dei governi (pur con qualche rilevante eccezione), si ispir a criteri diversi da quelli dell'esecutivo giolittiano, senza che il primo ministro mettesse in atto alcuna pressione per mitigarne le tendenze illiberali. Contro ogni apparenza, anche questo indirizzo doveva risultare funzionale alla strategia giolittiana, in quanto garantiva che la svolta liberale in atto non arrivasse a intaccare la natura di classe e le caratteristiche storiche dello stato unitario. In questo senso andavano anche alcune restrizioni del diritto di sciopero, come il permanere del rifiuto del diritto di sciopero agli addetti ai servizi pubblici e, pi in generale, il fatto che le libert sindacali e politiche fossero s tollerate nella prassi politica, ma non venissero in alcun modo sancite come diritti costituzionalmente riconosciuti. Sul piano della politica economica Giolitti persegu obiettivi coerenti con la collocazione dell'Italia nel processo di sviluppo economico moderno, tipici dei governi in queste fasi: il rafforzamento del bilancio e dell'intervento statale, la lotta ad alcuni monopoli e alla pressione dei grandi interessi privati; l'indebolimento delle forze finanziarie legate ai modi di produzione arretrati e alla finanza estera: le compagnie ferroviarie private, la Societ di navigazione generale, i detentori della rendita delle aree fabbricabili, le societ di assicurazione. Di tutti gli interventi diretti contro il potere di settori economici dominanti, solo quello per la nazionalizzazione delle ferrovie ebbe successo. Il tentativo di attuare il monopolio statale delle assicurazioni (1912) incontr una violentissima opposizione che ottenne di rinviarne l'istituzione di dieci anni (e Mussolini, al potere nel 1922, sostanzialmente eluse il monopolio di stato). L'obiettivo giolittiano era quello di indebolire le posizioni di rendita per favorire investimenti pi razionali e funzionali allo sviluppo economico. Questa prospettiva era del tutto coerente con una concezione dello stato come agente attivo, e proprio per questo valse a Giolitti l'ostilit dei liberisti perch essi ritenevano, come affermava Luigi Einaudi, che il potere finanziario dello stato limitasse le possibilit degli imprenditori privati, frenasse l'espansione economica del paese creando in definitiva soltanto parassitismi e impacci burocratici. La politica sociale di Giolitti si mosse nei limiti della sua politica generale. Nella prima fase, soprattutto durante la crisi di fine secolo, Giolitti aveva insistito sul problema tributario, pi che su quello dei lavori pubblici e della legislazione sociale. Successivamente le sue prospettive si allargarono verso un positivo intervento legislativo. Ma i risultati furono nel complesso assai modesti: il governo Zanardelli- Giolitti promosse leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli (1902), sull'abolizione del lavoro notturno, per l'istituzione del riposo festivo. Nei successivi governi Giolitti introdusse disposizioni assicurative e previdenziali concernenti le lavoratrici madri e l'istituzione dell'Ufficio del lavoro e del Consiglio superiore del lavoro presso il Ministero dell'agricoltura, industria e commercio. Il perno del sistema giolittiano rest in sostanza costituito non dalle innovazioni legislative e istituzionali, ma dal quadro delle alleanze sociali e politiche. Esso si basava su due collaborazioni: quella tra industriali e operai, e quella tra governo e socialisti. La prima alleanza godeva della neutralit dello stato nei conflitti del lavoro (con tutti i limiti gi ricordati). La seconda collaborazione comprendeva, oltre agli operai delle industrie, anche le roccaforti socialiste delle campagne padane fondate sulle cooperative, le Pagina 18

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt amministrazioni municipali socialiste e anche, con maggiore difficolt, i pubblici impiegati socialisti. In questa strategia il ruolo delle campagne meridionali era assolutamente secondario. La scelta giolittiana era una scelta di industrializzazione del paese, per i termini in cui si presentava e per le alleanze che implicava; essa sottintendeva che il Mezzogiorno dovesse essere sostanzialmente escluso dal patto di progresso economico e civile. Per il Sud Giolitti provvide a una legislazione speciale per alcune citt e regioni (Napoli e la Basilicata) e a lavori per l'acquedotto pugliese. Si trattava di interventi settoriali che non modificavano la realt di terre cui la borghesia italiana o, per meglio dire, il blocco politico- sociale dominante (industriali settentrionali e grandi proprietari terrieri meridionali), non intendeva concedere n il beneficio di riforme strutturali n il diritto di esercitare quelle libert civili, sindacali e politiche di cui godeva il proletariato settentrionale. Salvemini diceva: I moderati del Nord hanno bisogno dei camorristi del Sud per opprimere i democratici del Nord; i camorristi del Sud hanno bisogno dei moderati del Nord per opprimere le plebi del Sud. Queste parole sono una delle denunce pi aspre del metodo di governo giolittiano. Il trasformismo e il clientelismo dell'et di Depretis non avevano abbandonato le aule parlamentari. L'appoggio al governo compensato con la benevolenza prefettizia nei rispettivi collegi elettorali, con la tutela delle clientele e soprattutto dell'influenza dei notabili locali, il voto infine esercitato nel Sud sotto la minaccia dei "mazzieri", delinquenti comuni, camorristi o mafiosi al soldo dei grandi proprietari: tutti questi elementi concorrono a definire i limiti della strategia giolittiana nei confronti della trasformazione della societ italiana. L'alleanza di Giolitti con il riformismo socialista non era peraltro una scelta priva di alternative, sia perch a livello istituzionale esistevano gli strumenti per frenare il cambiamento (i prefetti, la magistratura), sia per i limiti posti all'esercizio della democrazia in ampie regioni del paese, sia infine per l'esistenza di una implicita alternativa politica: l'alleanza con i cattolici. Il significato di questi rapporti con le opposizioni storiche allo stato liberale non va comunque ridotto a puro e semplice tatticismo; essi comportano infatti valutazioni complesse sul carattere dei movimenti della societ che in essi si esprimono. L'analisi del significato e del rilievo delle alleanze politiche giolittiane dovr essere ripresa quando verr affrontata la storia politica delle opposizioni, integrazione fondamentale per comprendere la portata dell'intera vicenda italiana postunitaria. La lunga permanenza di Giolitti al potere, e la sua capacit di esercitare una profonda egemonia sulla societ politica italiana, non devono tuttavia far dimenticare che lo statista piemontese non fu privo di oppositori all'interno dello stesso schieramento liberale. Oltre all'opposizione conservatrice che faceva capo a personalit come Sonnino, e pi tardi a Salandra, il nucleo pi significativo fu rappresentato da un'opposizione di ceti medi che si qualific come ostile al filosocialismo giolittiano. Sul ruolo e la funzione dei ceti medi italiani la storiografia ha presentato soprattutto tesi connotate pi da interpretazioni ideologiche che da ricostruzioni documentarie. E. possibile tuttavia indicare, sulla scorta delle testimonianze e delle analisi coeve, l'importanza determinante di uno scontento largamente diffuso nei confronti di Giolitti e della sua politica, in quanto essa era interpretata come diretta alla tutela degli interessi di un blocco basato sull'alleanza tra ceti operai settentrionali e grandi capitalisti, da cui gli strati intermedi della piccola e media borghesia colta venivano esclusi. Su questo sottofondo prosperava uno scontento, via via crescente sul finire del primo decennio del Pagina 19

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Novecento, rispetto a un'Italia priva di grandi prospettive internazionali, soffocata, come diceva la lamentazione diffusa, dalla prosaicit della gestione giolittiana dello stato. Nell'ambito di una cultura che andava orientandosi verso il rovesciamento dei valori del positivismo ottocentesco, a favore di diverse prospettive che andavano dall'idealismo all'irrazionalismo, la diffusione di questa dissociazione dalla politica liberaldemocratica di Giolitti aveva un suo primo sbocco, quantitativamente limitato ma politicamente assai significativo, nel delinearsi di un movimento nazionalista. Esso proponeva alla societ italiana e alle sue classi dirigenti non solo disegni di sviluppo della potenza internazionale dell'Italia, ma anche e soprattutto un pi solido controllo della conflittualit sociale. La grandezza del paese doveva basarsi su una rigida disciplina interna, che mettesse fine agli scontri di classe e alla concessione di privilegi che favorivano la classe operaia urbana e i "politicanti" della sinistra eversiva. Queste prospettive avevano molti pregi agli occhi delle forze conservatrici, che sentivano i limiti della collocazione internazionale dell'Italia, e che ne temevano le conseguenze nella prospettiva dell'intensificata conflittualit imperialista. Oltre che una base ideologica coerente e facilmente utilizzabile come richiamo per tutte le forze patriottiche, simili teorie delineavano un'alternativa fondata sull'ordine e sulla disciplina. Essa costituiva un contraltare, fortemente appetibile per le forze conservatrici, alle alleanze giolittiane il cui costo, anche in termini di crescita dei salari, poteva rivelarsi troppo pesante in una congiuntura economica difficile, come quella che accompagnava l'aprirsi del secondo decennio del secolo. La storiografia indica con "et giolittiana" un periodo che si spinge fino allo scoppio della prima guerra mondiale. In realt, bench il ruolo di Giolitti sia decisivo appunto fino a quel tornante della storia mondiale, gi nel 1913 stavano emergendo i termini della crisi dello stato liberale postunitario. La funzione mediatrice della strategia giolittiana andava rivelandosi per molti aspetti esaurita: sia perch venne respinta da consistenti gruppi dello schieramento liberale, di cui fu esponente Salandra (designato nel 1914 alla guida del governo dallo stesso Giolitti) che ambiva a tornare a esercitare intatta l'egemonia dei conservatori, senza patteggiamenti con le forze dell'opposizione; sia perch, nel crescere delle tensioni sociali provocate dalla recessione economica del 1913, perdeva rappresentativit l'interlocutore impersonato dal socialismo riformista; sia infine perch la guerra italo- turca per il possesso della Libia inaugurava una serie di conflitti che si mostreranno letali per l'equilibrio europeo. La guerra mondiale e la decisione del governo di attestarsi sulla neutralit in un primo tempo e in un secondo momento di stringere patti con l'Intesa per scendere in guerra contro gli imperi centrali diede un colpo definitivo alle prospettive di tipo giolittiano: per quanto la decisione vada collocata nel quadro complesso della politica internazionale (su cui vedi parte prima, capitolo 2), essa aveva implicazioni restauratrici di ordine e di prestigio. Fu questa la scelta di fondo che imped di riproporre il problema del rapporto con le espressioni politiche delle classi popolari nei termini che avevano dominato il primo quindicennio del secolo. Lo Statuto albertino non prevedeva l'esistenza di forze politiche organizzate e tanto meno di opposizioni. E, anche a prescindere dalla lettera della carta fondamentale del regno, la presenza di un dissenso politico era concepita dalle forze di governo pressoch nell'ambito di una rappresentanza parlamentare la cui sostanziale omogeneit era assicurata dalla ridotta base elettorale e che dava luogo a divisioni, come abbiamo visto, soprattutto sulla base di interessi regionali o clientelari. L'opposizione delle forze politiche e sociali escluse da questo patto nasceva perci sui motivi di una estraneit di fondo alla forma stessa dello stato liberale. Nei loro confronti i governi avevano una larga discrezionalit, ed erano vincolati soltanto dal rispetto verso le libert di opinione garantite dallo Statuto stesso. I parametri cui la classe dirigente si ispirava potevano quindi articolarsi secondo interpretazioni pi o meno rigide della lettera dello Statuto, e secondo i criteri via via giudicati pi idonei per la tutela dell'ordine Pagina 20

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt sociale. A lungo il termine opposizione design nel Parlamento forze socialmente e culturalmente omogenee a quelle di governo; ma nel paese la presenza di opposizioni radicalmente alternative si disegn fin dai primi tempi dello stato unitario e raccolse le eredit, non soltanto italiane, di una lunga tradizione di lotte ideologiche e politiche che partiva dalla Rivoluzione francese. L'Italia liberale (1861-1914) Le indicazioni bibliografiche qui contenute si limitano alla storiografia del secondo dopoguerra. Il criterio stato adottato non per sminuire l'importanza della storiografia antecedente, ma per mere necessit pratiche sia di estensione del testo sia di diretta utilit per chi voglia avviare oggi una ricerca. La storiografia relativa all'Italia liberale deve essere compresa (sia pure nelle dimensioni ridotte di questa scheda) facendo attenzione a un duplice processo: da una parte alla sua forte aderenza al dibattito ideologico e politico coevo, dall'altra alle innovazioni metodologiche e all'apertura verso le scienze sociali. All'indomani del secondo conflitto mondiale il campo era dominato dall'opera di due studiosi: Gioacchino Volpe (sulla cui personalit cfr. la monografia di I. Cervelli, Guida, Napoli 1977), che tra il 1943 e il 1952 pubblicava la sua Italia moderna; e Benedetto Croce che, con la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (a c. di G. Galasso, Adelphi, Milano 1991, [1928]), e la Storia d'Europa nel secolo XIX (a c. di G. Galasso, Adelphi, Milano 1991 [1932]), aveva rivendicato i valori della tradizione e della cultura liberale nello sviluppo dell'Italia postunitaria, laddove Volpe indicava come punto d'arrivo del travaglio risorgimentale e postrisorglmentale la grandezza dello stato nazionale riconquistata con la grande guerra, che doveva infine esprimersi nello stato fascista. A partire da questi, che sono i termini essenziali della polemica storiografica svoltasi nel periodo fascista, prendevano consistenza, nel clima di rinnovata libert d'espressione del secondo dopoguerra, filoni interpretativi nuovi o ridotti al silenzio dalla dittatura. Tornava a esprimersi la critica liberaldemocratica, indirizzata a denunciare i limiti del regime liberale, secondo una tradizione che muoveva da Giustino Fortunato e aveva avuto i suoi pi significativi esponenti in Salvemini, Dorso, Gobetti. Ma soprattutto si affermava una storiografia ispirata dalla lettura dei Quaderni del carcere di Gramsci (cfr. ora l'edizione critica a c. di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, 4 voli.) che sottolineava, con i limiti della democrazia prefascista, le debolezze del processo risorgimentale. Tra le opere pi rappresentative di questo indirizzo si possono citare i lavori di P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra 18661874, Einaudi, Torino 1954 e G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Einaudi, Torino 1956; a questi va aggiunta la fitta schiera degli studiosi che portarono alla luce la storia dei movimenti di opposizione, interpretati come genuini rappresentanti dell'Italia "reale" in contrapposizione all'Italia "legale" (vedi le schede dedicate al movimento operaio, p. 350, e al movimento cattolico, p. 334). Le tematiche proprie delle interpretazioni liberaldemocratiche furono viceversa raccolte da uno studioso inglese, D. Mack Smith nella Storia d'Italia dal 1861 al 1958, Laterza, Bari 1959. La pi autorevole storiografia di tradizione liberale e crociana si espresse nel libro di N. Valeri, La lotta politica in Italia dall'Unit al 1925, Le Monnier, Firenze 1946, 1977, con le Premesse alla Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza, Bari 1951 di F. Chabod (un libro il cui valore interpretativo va oltre il soggetto contenuto nel titolo) e nelle polemiche degli studiosi pi giovani, tra i quali emerse R. Romeo (Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1959), il quale pose in discussione la possibilit di concepire la realizzazione dello stato italiano nei termini gramsciani di "rivoluzione agraria mancata". Da queste riflessioni doveva poi prendere avvio la sua Breve storia della grande industria in Italia (vedi la scheda dedicata alla storiografia economica, p. 124). Pagina 21

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt A partire dai primi anni sessanta, come espressione anche di un mutamento profondo e generale di cultura e atteggiamenti mentali, di acquisizione di prospettive nuove e legate allo sviluppo generale della cultura del mondo occidentale, nuovi indirizzi segnarono la ricerca storica. Sul piano delle analisi della storia delle istituzioni, la strada fu aperta dall'opera di A. Caracciolo, Stato e societ civile, Einaudi, Torino 1960, cui fecero seguito G. Perticone, Il regime parlamentare nella storia dello Statuto albertino, Bulzoni, Roma 1960 e i diversi volumi a cura di G. Carocci, Il Parlamento nella storia d'Italia, Laterza, Bari 1964; Id., Storia del Parlamento italiano dal 1848 al 1968, Flaccovio, Palermo 1963-84, 20 voli. Nel decennio seguente videro la luce opere che, muovendosi anche su un arco cronologico pi vasto, costituiscono tuttora i punti di riferimento pi importanti per questi studi. Tra queste: G. Maranini, Storia del potere in Italia, 1848-1967, Vallecchi, Firenze 1967; C. Ghisalberti, Storia costituzionale d'Italia 1849-1948, Laterza, Bari 1967; S. Cassese, Le basi del diritto amministrativo, Einaudi, Torino 1989 (nella vasta produzione dello stesso autore va anche ricordato L'amministrazione pubblica in Italia, il Mulino, Bologna 1974); I. Zanni Rosiello, Gli apparati statali dall'Unit al fascismo, il Mulino, Bologna 1976, P. Calandra Storia dell'amministrazione pubblica in Italia, il Mulino, Bologna i978, E. Rotelli, Costituzione e amministrazione dell'Italia unita, il Mulino, Bologna 1982; R. Romanelli (a c. di), Storia dello Stato unitario, Donzelli, Roma 1995. A questi studi possibile accostare quelli che investono storia e principi costitutivi dei corpi dello stato, tra cui vanno almeno ricordati: G. Neppi Modona, Sciopero potere politico magistratura 1870/1922, Laterza, Bari 1969; P. Schiera, I precedenti storici dell'impiego locale in Italia Studio storico- giuridico, Giuffr, Milano 1971; R. Romanelli, Il comando impossibile. Stato e societ nell'Italia liberale, il Mulino, Bologna 1988; R. Chiarini (a c. di), La costruzione dello Stato in Italia e in Germania, Lacaita, Roma 1993. Il valore e l'importanza di questi studi non derivano semplicemente dall'acquisizione di dati conoscitivi nuovi, ma stanno nel contributo a una considerazione pi ampia e complessa della realt del paese. Nell'utilizzo di strumenti di analisi legati alle scienze sociali si riflette una tendenza generale della storiografia europea, che vede sostituirsi all'egemonia della scuola storica tedesca (largamente presente anche nella tradizione italiana grazie agli influssi di studiosi come F. Meinecke) una crescente influenza della storiografia francese e di quella anglosassone. All'interno di questa storiografia trova peraltro collocazione anche il lungo dibattito sui problemi del decentramento delle strutture statali italiane (cfr. C. Pavone Amministrazione centrale e amministrazione periferica da Rattazzi a Ricasoli (1859-1866), Giuffr, Milano 1964; R. Gherardi, L'arte del compromesso. La politica della mediazione nell'Italia liberale, il Mulino, Bologna 1993). Sul piano della storia politica la bibliografia si allarga in modo considerevole, e in questa sede dobbiamo limitarci a raccogliere, in modo certamente incompleto, gli studi pi noti, raggruppandoli per soggetti e avvertendo che, soprattutto nel quadro della storia locale, la disponibilit di ricerche oggi molto ampia. Il mondo liberale postunitario pu essere affrontato a partire da: C. Morandi, La Sinistra al potere, Le Monnier, Firenze 1944, Aa. Vv., La Destra storica nel quadro del liberalismo europeo, Atti del XIV convegno storico toscano, in "Rassegna storica toscana", 1961, A. Berselli, La Destra storica dopo l'Unit, il Mulino, Bologna 1963, 2 voli., R. Villari, Conservatori e democratici nell'Italia liberale, Laterza, Bari 1964; R. Lill, N. Matteucci (a c. di), Il liberalismo in Italia e in Germania dalla rivoluzione del '48 alla prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1980, A. Capone, Destra e Sinistra da Cavour a Crispi, Utet, Torino 1981, M. Di Lalla, Storia del liberalismo italiano, Forni, Bologna 1990. Sulla personalit di Crispi e sulla crisi di fine secolo: S. M. Ganci, Il caso Crispi, Palumbo, Palermo 1976; A. Canavero, Milano e la crisi di fine secolo Pagina 22

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt (1896-1900), Sugarco, Milano 1976; U. Levra Il colpo di stato della borghesia, Feltrinelli, Milano 1975; F. Fonzi, Crispi e lo "Stato di Milano", Giuffr, Milano 1966; sull'opera di Crispi cfr. i saggi raccolti in Istituto per la scienza dell'amministrazione pubblica, Le riforme crispine Giuffr, Milano 1990, 4 voli. Molto ricca la bibliografia sull'et giolittiana: cfr. G. Salvemini, Il ministro della malavita e altri scritti sull'Italia giolittiana, in Opere 4, vol. I, a c. di E. Apih, Feltrinelli, Milano 1962; A. W. Salomone, L'et giolittiana, De Silva, Torino 1949; I" Togliatti, Discorso su Giolitti (1950), in Momenti di storia d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1973; G. Carocci, C. Pavone (a c. di), Quarant'anni di storia italiana Dalle carte di Giovanni Giolitti Feltrinelli, Milano 1962, 3 voli.; G. Carocci, Giolitti e l'et giolittiana, Einaudi, Torino 1963; N. Valeri, Giovanni Giolitti, Utet, Torino 1971, H. Ulrich, La classe politica nella crisi di partecipazione dell'Italia giolittiana Liberali e radicali alla Camera dei Deputati, 1901-1913, Camera dei Deputati, Roma 1979, 3 voli.; A. Aquarone, L'Italia giolittiana, il Mulino, Bologna 1988. Sul nazionalismo: F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Laterza, Roma- Bari 1981; R. Molinelli, Per una storia del nazionalismo italiano, Argalia, Urbino 1966; R. Lill, F. Valsecchi (a c. di), Il nazionalismo in Italia e in Germaoia fino alla prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1983; F. Perfetti, Il movimento nazionalista in Italia (19031914), Bonacci, Roma 1984. Molto importanti gli studi che pongono a fuoco l'ideologia borghese in Italia: L. Cafagna, Il Nord nella storia d'Italia Antologia politica dell'Italia industriale, Laterza, Bari 1962; G. Baglioni, L'ideologia della borghesia industriale nell'Italia liberale, Einaudi, Torino 1974; S. Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia 1870-1925, Marsilio, Venezia 1979; C. Vivanti (a c. di), Intellettuali e potere, in Storia d'Italia. Annali, vol. IV, Einaudi, Torino 1981. Sulla stampa, oltre a V. Castronovo, N. Tranfaglia (a c. di), Storia della stampa italiana La stampa italiana dall'Unit al fascismo, Laterza, Bari 1970, cfr. anche G. Lazzaro, La libert di stampa in Italia dallo Statuto albertino alle norme vigenti, Mursia, Milano 1969. Un posto a s occupa A. A. Mola, Storia della Massoneria italiana dall'Unit alla Repubblica, Bompiani, Milano 1976. La collana "La vita sociale della nuova Italia" edita dalla Utet (Torino) ha pubblicato diverse decine di volumi di biografie di politici, uomini di cultura, letterati e registi, economisti e grandi imprenditori. Sulla politica culturale e sui rapporti governanti- governati in et liberale si veda citare: U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Comitato di Torino dell'Istituto per la storia del Risorgimento, Torino 1992 e S. Soldani, G. Turi (a c. di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 1994, 2 voli. Sul sistema politico G. Quagliarello (a c. di), Il partito politico nella Belle Epoque. Il dibattito sulla forma- partito in Italia fra '800 e '900, Giuffr, Milano 1990 e i volumi citati nelle schede dedicate al movimento cattolico (p. 334) e al movimento operaio (p. 350). Sulle elezioni: P. Corbetta, A. M. Parisi, H. M. Schadee, Elezioni in Italia. Struttura e tipologia delle consultazioni politiche, il Mulino, Bologna 1988; P. L. Ballini, Le elezioni nella storia d'Italia dall'Unit al fascismo, il Mulino, Bologna 1988 e M. S. Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1948 a oggi, Laterza, Roma- Bari 1995. 1.16 Il mondo cattolico I cattolici italiani avevano vissuto non senza lacerazioni il processo risorgimentale. Mentre una parte del movimento cattolico aveva aderito con entusiasmo alla prospettiva neoguelfa di Vincenzo Gioberti, che era stata una via fondamentale per l'appoggio alla causa dell'indipendenza nazionale e per l'accettazione del sistema liberale (Primato morale e civile degli italiani e Rinnovamento civile d'Italia), un'altra parte aveva visto nell'unificazione sotto Pagina 23

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt la guida dello stato sabaudo l'esito di una scristianizzazione della societ europea che risaliva ai tempi della rottura della cristianit medievale provocata dall'eresia di Lutero. Dalla ribellione protestante era nata l'esaltazione del libero arbitrio e dell'individuo, che a sua volta aveva dato vita al pensiero razionalistico dell'Illuminismo, da cui erano germogliati via via il socialismo, il comunismo e infine l'anarchia. La consequenzialit di questo pensiero, che riassumiamo in modo schematico, erigeva barriere insuperabili, di tipo dogmatico e religioso, all'accettazione di ogni compromesso con le dottrine liberali. Le tendenze cattolico- liberali (quelle di Gioberti, di Antonio Rosmini) erano state dapprima isolate e infine completamente sconfessate con il Concilio Vaticano I del 1870. Questo sommario rinvio alle vicende culturali e ideologiche del mondo cattolico necessario per cogliere il carattere di fondo dell'opposizione cattolica in Italia. La presa di Roma da parte delle truppe sabaude non fu soltanto un atto che colp il sovrano temporale; nelle diagnosi dei cattolici fedeli al papa rappresent una ferita che andava oltre l'affronto a un sovrano legittimo. Il valore simbolico dell'autorit del pontefice era tale che l'offesa a essa recata si ripercuoteva sul prestigio di ogni autorit, scardinava le fondamenta dei pacifici rapporti fra gli stati e della convivenza all'interno degli stati stessi. Il principio individualistico liberale si ergeva come negazione di tutti i valori del cattolicesimo, e con esso non poteva quindi darsi alcuna tregua o compromesso. Non c'era spazio, in questa visione del mondo, per i tentativi di conciliazione che in varie forme e con differenti obiettivi furono messi in campo dai governi liberali, o furono auspicati da quanti invocavano una collaborazione tra chiesa e stato ai fini della cristianizzazione della societ liberale. Non c'era spazio nemmeno per la partecipazione alle elezioni politiche, che fu formalmente vietata (1874) dalla gerarchia ecclesiastica fino agli inizi del Novecento a tutti i cattolici praticanti con la formula non expedit (non lecito). Sul lato opposto gli eredi del cattolicesimo liberale si auguravano che la conciliazione avvenisse non solo per i loro presupposti ideali, ma anche (e via via sempre pi) perch vedevano nella presenza della chiesa e del suo insegnamento il solo argine valido alla diffusione delle idee sovversive, della irreligiosit e della immoralit. Gli intransigenti L'opposizione cattolica germogli sulla base dell'atteggiamento intransigente adottato dalla chiesa, e Intransigenti furono infatti detti i suoi sostenitori. A differenza dei loro avversari (i transigenti o conciliatorist essi non tardarono a creare le strutture di un'organizzazione che in termini odierni potrebbe essere definita di massa. Non era un'organizzazione politica in senso stretto ma ben presto fu definita dagli stessi suoi organizzatori come un "movimento": l'Opera dei congressi. L'obiettivo era quello di difendere e sostenere in ogni occasione la causa del papato e della chiesa di Roma. Essa fu promossa inizialmente soprattutto dai sostenitori della causa legittimista che si riunivano in congressi annuali che ebbero inizio nel 1874. Nel giro di pochi anni la sua ramificazione si fece pi complessa sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista organizzativo. Dal punto di vista organizzativo essa aveva una struttura centralizzata e gerarchica, con comitati parrocchiali, diocesani, regionali, e si svilupp particolarmente in Lombardia e nel Veneto, dando vita successivamente a una fitta rete di attivit economiche e sociali, societ di mutuo soccorso, cooperative, casse rurali. Questi interventi si svilupparono sulla base di un pensiero che negava ogni validit al moderno e al presente ordinamento della societ. Un mondo liberale, sostenevano gli intransigenti, si presentava con caratteri di individualismo esasperato: in esso mancavano le strutture caritative e assistenziali che avevano contrassegnato le societ in cui la chiesa era stata al centro dell'organizzazione sociale: il principio della "sopravvivenza Pagina 24

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt del pi forte", peculiare dell'ideologia liberista, dava scarso valore alle istituzioni dedite alla carit e alla fraternit; i gruppi eversivi (socialismo, comunismo e anarchia) prosperavano sulla sventura dei pi deboli e se ne servivano per i loro disegni "satanici". Compito del movimento cattolico era quello di riaffermare la validit dell'edificio sociale cui avevano presieduto la chiesa e il romano pontefice, sia sul piano della propaganda e dell'evangelizzazione sia su quello della promozione di adeguate strutture caritative e assistenziali. Anche nell'ordine internazionale la politica liberale aveva fondato i suoi rapporti sui presupposti di una guerra eterna. A differenza di quanto era avvenuto nel Medioevo, quando Roma era stata il centro equilibratore e l'arbitro tra le varie potenze in lotta, ora vigeva la legge del pi forte e dominava l'arbitrio, ammaestrando i popoli alla ribellione. Nei confronti dell'industrializzazione, l'atteggiamento degli intransigenti era altrettanto negativo. In parte perch buona parte dei gruppi che dirigevano le loro organizzazioni era costituita da appartenenti alla nobilt terriera, per cultura ed educazione estranea alle logiche imprenditoriali contemporanee; in parte per sincere preoccupazioni religiose e morali, in quanto vedevano distrutto, l dove si impiantava la fabbrica, il tessuto delle relazioni sociali tradizionali: un fenomeno che avrebbe allontanato il nuovo proletariato industriale dalle pratiche religiose e dall'osservanza della morale predicata dal clero. La diffusione delle idee socialiste e le nascenti organizzazioni operaie aumentavano il loro allarme. Lo sciopero era il segno del diffondersi della crescente insubordinazione sociale, cui i cattolici contrapponevano ancora una volta il modello corporativo della societ cristiana del Medioevo. Per i rapporti interni come per quelli internazionali il modello insuperato era ai loro occhi una idealizzata Res publica christiana medievale (di cui il teorico pi noto e sistematico fu il professore padovano Giuseppe Toniolo). Il cattolicesimo sociale Il segnale di un orientamento parzialmente nuovo venne da Leone XIII (papa dal 1878 al 1903), che nel 1891 eman l'enciclica Rerum novarum. Nel documento pontificio venivano presi in considerazione i nuovi rapporti tra padroni e lavoratori dipendenti, per riaffermare s la superiorit del modello corporativo (di stampo medievale), ma anche per spronare i possidenti a un comportamento umano nei confronti del popolo, per invitare le parti in causa alla ricerca di accordi che sanassero in modo pacifico e in cristiana concordia le divergenze di interessi. Non era certo l'accettazione della civilt industriale e dei valori liberisti su cui si reggeva; era piuttosto il riconoscimento di una realt in atto. Ed essa valse infatti a orientare nuove generazioni di cattolici verso un impegno sociale. La seconda met dell'ultimo decennio dell'Ottocento vide pertanto il movimento cattolico subire una trasformazione, molto allarmante per l'oligarchia liberale che reggeva lo stato unitario: gruppi di cattolici si impegnavano nell'organizzazione dei ceti diseredati, promuovevano associazioni e cooperative, scendevano addirittura sul terreno della lotta sindacale in nome della loro fede religiosa. In questa complessa esperienza fecero le prime prove personaggi che in seguito avrebbero avuto grande rilievo nella storia del cattolicesimo politico: come il milanese Filippo Meda, che nel quindicennio successivo fu rappresentante di un cattolicesimo conservatore d'ispirazione prettamente liberale; o come il sacerdote siciliano Luigi Sturzo, che sulla base della dottrina sociale cattolica elabor le fondamenta del primo partito cattolico della storia d'Italia (il Partito popolare italiano, fondato nel 1919). Lo zelo nei confronti di un""azione benefica verso il popolo", dispiegato dai "democratici cristiani", come tennero a chiamarsi i giovani cattolici non aveva caratteri di eversione sociale. Allarm comunque profondamente la classe dirigente liberale che, nella crisi del 1898, non manc di colpire le associazioni cattoliche con severi provvedimenti repressivi, ponendo i suoi esponenti sullo stesso piano dei socialisti. La persecuzione non ebbe, a breve scadenza, l'esito sperato: negli anni successivi, anzi, l'impegno sociale dei giovani cattolici si accentu, fino a quando, nei primi anni del secolo una nuova enciclica di Leone XIII (Graves de communi re), quindi la morte Pagina 25

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt di questi e l'ascesa al soglio pontificio del cardinale Giuseppe Sarto con il nome di Pio X (papa dal 1903 al 1914), li richiamarono a una pi rigida disciplina religiosa e al rispetto delle gerarchie sociali. Le ragioni di tali interventi pontifici sono complesse e chiamano in causa problemi di magistero religioso non meno che preoccupazioni politicosociali. L'indirizzo dei "democratici cristiani" nasceva, vero, nell'ambito dell'opposizione cattolica, e aveva radici nell""intransigentismo" tradizionale soprattutto in quanto disconosceva la legittimit della societ liberale e ne denunciava i torti sul piano sociale; ma allo stesso tempo indicava una direzione di marcia che portava i giovani ad avvicinare valori e comportamenti della societ laica, fino a originare in alcuni di essi (ne sar un esempio Romolo Murri, in seguito scomunicato) dichiarate simpatie per i socialisti. Tutto ci era in contraddizione con i principi fondamentali della dottrina sociale cattolica, e sembrava aprire la strada a compromessi con la societ contemporanea inaccettabili per la chiesa di Roma. Numerosi fattori convergevano comunque agli inizi del secolo a sollecitare una condotta diversa rispetto al passato nei confronti delle classi dirigenti liberali. C'erano fattori interni alla chiesa, d'ordine religioso e culturale come la crisi modernista, che spingevano le gerarchie a frenare ogni novit e a sollecitare nei fedeli l'accettazione dell'autorit costituita; c'era una diversa disposizione della societ e della cultura liberali che, soprattutto nei settori pi conservatori, andava accentuando la consapevolezza di quanto utile e necessaria fosse l'alleanza con una chiesa che predicasse l'obbedienza e la carit cristiana; c'era infine l'ingrossarsi delle file socialiste, che avevano adottato gli atteggiamenti anticlericali e antireligiosi che i liberali avevano lasciato cadere. E soprattutto c'era la percezione, diffusa in tutti i settori della classe dirigente (di formazione sia laica sia cattolica), che fosse necessario trovare rimedi alle lacerazioni prodotte nel tessuto sociale dal processo di industrializzazione del paese. Le proposte caritative e corporative del mondo cattolico, per quanto modellate su un Medioevo idealizzato, suggerivano l'opportunit di comportamenti paternalistici e protettivi verso la manodopera, come argine alle minacce rivoluzionarie del socialismo. C'erano tutti gli elementi perch il lungo duello tra la civilt laica e liberale, da una parte, e la civilt della Croce, dall'altra, si risolvesse in un reciproco accordo che ben poco aveva a che fare con l'ispirazione etica dell'antico cattolicesimo liberale. Ciascuna delle due parti riteneva di salvare l'essenziale del proprio patrimonio ideale; ma l'incontro ebbe soprattutto i caratteri di un accordo politico per la gestione del potere. Il clerico- moderatismo Con il 1904 cadde parzialmente il non expedit, le eccezioni si moltiplicarono nelle successive elezioni, e di fatto il divieto scomparve alle elezioni del 1913 (le prime a suffragio universale maschile, pur con i limiti pi sopra ricordati). L'organizzazione del movimento cattolico, dal 1904, era stata drasticamente ridimensionata. L'Opera dei congressi era stata sciolta e sostituita da Unioni tra loro indipendenti (ma sempre soggette all'autorit ecclesiastica); e il compito di gestire i rapporti politici spettava a un'Unione elettorale il cui obiettivo era quello di contrattare voti e programmi con gli esponenti che si presentavano alle elezioni. Fece scandalo dopo le elezioni del 1913 la dichiarazione del presidente dell'Unione elettorale, Filippo Gentiloni, secondo il quale un consistente numero di deputati, eletti sotto l'etichetta liberale, aveva sottoscritto con le organizzazioni elettorali cattoliche (per riceverne i voti) un impegno segreto ad adeguarsi ai loro programmi. Lo scandalo fu esteso: molti, soprattutto democratici e socialisti, videro tradito un mandato che avrebbe dovuto essere conquistato sulla base di programmi pubblicamente espressi; da parte liberale non mancarono quelli che sentirono tradita l'ispirazione risorgimentale della loro ideologia politica; e anche da parte di molti esponenti cattolici (soprattutto di quelli che Pagina 26

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt avevano partecipato alla "democrazia cristiana") fu detto che un simile accordo poneva l'ispirazione cristiana, e la sua forza popolare, al diretto servizio della conservazione dello stato liberale e dell'oligarchia che lo reggeva. Il fenomeno del clerico- moderatismo (cos fu definito) era sorretto da una consistente organizzazione finanziaria, costituita da una rete assai fitta di banche cattoliche periferiche e da banche centrali direttamente legate al Vaticano (tra cui il Banco di Roma); essa disponeva anche di una catena di giornali diffusi su tutto il territorio nazionale, capace di orientare l'opinione pubblica. Ne fu una dimostrazione la campagna giornalistica del 1910-11, avviata per sollecitare un pi vivace interessamento del governo per la conquista della Tripolitania, dove tra l'altro il Banco di Roma aveva corposi interessi. La campagna di stampa dei cattolici si inser in un pi vasto moto d'opinione pubblica a favore dell'impresa coloniale, che da parte cattolica fu addirittura dipinta come un atto coerente con la missione dell'Italia nel mondo a sostegno dell'evangelizzazione. L'entusiasmo per la conquista di Tripoli sembrava mettere una pietra definitiva sulla lacerazione tra Italia laica e Italia cattolica aperta dalla breccia di Porta Pia. Per quanto gli entusiasmi patriottici e colonialisti fossero clamorosi e diffusi, il mondo cattolico non poteva tuttavia essere confuso con l'Italia laica e liberale. L'alleanza in nome dell'ordine e della grandezza nazionale non poteva cancellare n l'obiettivo della somma gerarchia (che era quello di restaurare un mondo ispirato dalla presenza determinante della chiesa) n le esigenze di rinnovamento della vita politica e degli ordinamenti pubblici, che tuttora animavano molti esponenti di rilievo del mondo cattolico. Queste esigenze torneranno alla luce con prepotenza al termine del conflitto mondiale, cui i cattolici si appresteranno a partecipare all'insegna dell'obbedienza al potere costituito e per testimoniare la loro fedelt patriottica, anche se non mancheranno settori molto riluttanti alla guerra, vuoi per una cristiana ispirazione pacifista, vuoi per le perduranti simpatie verso la cattolica Austria. Di queste simpatie d'altronde rimase ben presto assai poco, non appena il governo Salandra si orient verso la neutralit: sul piatto della bilancia si rivel pi importante per i cattolici non perdere il ruolo di forza determinante negli equilibri di potere. E per la stessa logica, anche di fronte alla guerra, i cattolici si dichiararono pronti all'obbedienza, convinti di poter in questo modo rafforzare la loro immagine di forza patriottica, pienamente acquisita ai valori nazionali. Il movimento cattolico fino alla prima guerra mondiale La storiografia sul movimento cattolico nell'Italia postunitaria ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale una grande fioritura, legata per gran parte alle esigenze (non meramente politiche ma culturali e ideali) di ricostruire l'identit e il percorso di forze che erano state in certo modo escluse dall'Italia liberale e che ora si trovavano a essere la guida del paese dopo la dittatura fascista. Era un'esigenza parallela a quella che animava la storiografia legata ai movimenti socialista e comunista (vedi la scheda relativa al movimento operaio, p. 350) e che in certo modo faceva procedere di conserva gli studiosi dei due orientamenti, col risultato di arricchire il quadro della storia politica dell'Italia postunitaria. Le ricostruzioni storiografiche del movimento cattolico precedenti il fascismo (ricorderemo tra queste F. Olgiati, La storia dell'Azione cattoliica in Italia, Vita e Pensiero, Milano 1922 ed E. Vercesi, Il movimento cattolico in Italia 1870-1922, La Voce, Firenze 1922) non potevano soddisfare le esigenze del mondo cattolico del secondo dopoguerra, in quanto apparivano segnate dai caratteri della memorialistica, mentre per i giovani storici cattolici il problema era soprattutto quello di ritrovare il senso di una presenza politica e culturale del cattolicesimo italiano. Tra le prime opere vanno ricordate Pagina 27

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt quelle di G. De Rosa, Storia politica dell'Azione cattolica in Italia, Laterza, Bari 1953 vol. I, e 1954 vol. II (gli studi successivi porteranno De Rosa a rielaborare la materia in Storia del movimento cattolico in Italia Laterza, Bari 1966, 2 voli.); di F. Fonzi, I cattolici e la societ italiana dopo l'Unit, Studium, Roma 1953 (ma cfr. La 3a ed., 1977); di P. Scoppola, Dal neoguelfismo alla democrazia cristiana, Studium, Roma 1957. E" significativo che, nel quadro del dibattito storiografico, anche studiosi di diversa formazione si impegnassero in un lavoro di ricostruzione storica che serviva a dare ragione delle caratteristiche e della presenza di un partito dei cattolici alla guida della repubblica postfascista: ricorderemo l'opera di uno studioso di ispirazione marxista (G. Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, Rinascita, Roma 1953) e di uno liberale (G. Spadolini, Giolitti e i cattolici 1901-1914, Firenze Le Monnier 1960,1991 e L'opposizione cattolica da Porta Pia al '98, Le Monnier, Firenze 1972). Candeloro si proponeva di collocare le vicende del mondo cattolico sullo sfondo delle trasformazioni dei rapporti di classe in Italia, individuando nella dottrina sociale cattolica una ideologia interclassista che aveva impedito alle masse popolari cattoliche di esprimere il loro antagonismo rispetto all'ordine borghese. Spadolini, invece, sottolineava come dall'opposizione irriducibile dei primi decenni postunitari fosse scaturita, grazie alla capacit del sistema liberale, una silenziosa conciliazione che aveva portato all'acquisizione del mondo cattolico alla prassi della moderna democrazia. Per alcuni studiosi cattolici (in particolare Fausto Fonzi) l'originalit del movimento cattolico era invece scaturita proprio dall'opposizione radicale al sistema liberale e dalla rivendicazione dei valori della societ organica tradizionale. Per altri (segnatamente P. Scoppola, di cui cfr. Coscienza religiosa e democrazia nell'Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 1966) il lievito di una ispirazione cattolico- liberale non aveva mai cessato di agire all'interno del mondo cattolico, guidandolo verso l'impegno politico e sociale. Il dibattito storiografico (qui riassunto in termini molto schematici) si concentr sulla variet delle componenti ideologiche e delle posizioni politiche (cfr. F. Fonzi, Crispi e lo "Stato di Milano", Giuffr, Milano 1966; O. Confessore, "Cattolici col Papa, liberali con lo Statuto". Ricerche sui conservatori nazionali, Elia, Roma 1973; C. Brezzi, Cristiano sociali e intransigenti. L'opera di Medolago Albani fino alla "Rerum Novarum", Cinque Lune, Roma 1975; G. Formigoni, I cattolici- deputati [19041918], Studium, Roma 1988), sulle organizzazioni economiche e rivendicative del movimento cattolico che operarono nel contesto sociale (cfr. A. Gambasin, Il movimento sociale nell'Opera dei Congressi [1897-1904]. Contributo per una storia del cattolicesimo in Italia, Universit Gregoriana, Roma 1958, a cui seguirono interessanti ricerche di storia locale) nonch sull'ideologia sociale e la cultura socioeconomica (cfr. G. Are, I cattolici e la questione sociale in Italia [1894-1904], Feltrinelli, Milano 1963). Un capitolo rilevante fu costituito dagli studi sul modernismo, che attirava l'interesse sia per i suoi risvolti d'ordine culturale sia per quelli politici, costituendo un significativo riscontro dei rapporti interni tra gerarchia e laicato, tra magistero ecclesiastico e disciplina dottrinale. Tra le opere di maggior rilievo cfr.: G. Rossini (a c. di), Aspetti della cultura cattolica nell'et di Leone XIII, Cinque Lune, Roma 1961; M. Guasco, Romolo Murri e il modernismo, Cinque Lune, Roma 1965; L. Bedeschi, Riforma religiosa e Curia romana all'inizio del secolo, il Saggiatore, Milano 1968; e in un contesto pi ampio, articolato attorno al tema del rapporto con il liberalismo cfr.: G. Verucci, I cattolici e il liberalismo dalle "Amicizie cristiane" al modernismo, Liviana Padova 1968 e M. Ranchetti, Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo, Einaudi, Torino 1963. Nel dibattito storiografico non tacevano le voci laiche, malgrado la curiosa abitudine per cui i cultori di storia si rivolgono allo studio delle ascendenze in cui si riconoscono politicamente e ideologicamente. L'interpretazione di ispirazione Pagina 28

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt marxista ha trovato applicazione, con varianti nuove che si distinguono dalle rigidezze dei primi approcci, in S. Lanaro et al., Movimento cattolico e sviluppo capitalistico nel Veneto, Marsilio, Padova 1974 e soprattutto in M. G. Rossi, Le origini del partito cattolico, Feltrinelli, Milano 1977. La storiografia sul movimento cattolico, alla fine degli anni settanta, ha avvertito la necessit di non limitarsi a un ambito di ricerca soltanto ideologicopolitico, acquisendo dimensioni di storia sociale e religiosa sull'esempio, soprattutto, delle ricerche francesi. E" significativo che uno dei pionieri delle ricerche sul movimento cattolico, Gabriele De Rosa, sia l'autore di uno dei pi noti testi italiani di questo filone di studi (G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud. Ricerche di storia socio- religiosa dal XVII al XIX secolo, Guida, Napoli 1971). Per una guida storiografica pi articolata e per un dizionario storico, si faccia riferimento a F. Traniello, G. Campanini (a c. di), Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, Marietti, Torino 1987. Per raffronti sul quadro internazionale cfr.: E. Passerin D'Entreves, K. Repgen (a c. di), Il cattolicesimo sociale e politico in Italia e in Germania dal 1870 al 1914, il Mulino, Bologna 1977. Sul piano dei rapporti giuridico- politici resta fondamentale l'opera di A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia, Einaudi, Torino 1963; cfr. inoltre S. Magister, La politica vaticana e l'Italia 1943-1978, Editori Riuniti, Roma 1979; C. Falconi, I papi del ventesimo secolo, Feltrinelli, Milano 1967. Per una collocazione pi adeguata delle vicende del mondo cattolico, occorre tuttavia sottolineare come sia necessario fare riferimento anche agli studi sulla storia della chiesa; pur in termini assai ridotti possiamo pertanto rinviare ai volumi di G. Martina, editi da Morcelliana, Brescia 1984 (La Chiesa nell'et dell'assolutismo, La Chiesa nell'et del liberalismo, La Chiesa nell'et del totalitarismo) e soprattutto G. Miccoli, Fra mito della cristianit e secolarizzazione, Casale Monferrato, Marietti 1985. 1.17 Il movimento operaio L'altra area di antagonismo allo stato liberale fu costituita dal movimento operaio. Per quanto l'Italia immediatamente postunitaria non fosse un paese industriale, forte era la presenza di ceti e di gruppi di lavoratori urbani dipendenti (addetti alle industrie dell'abbigliamento, alle industrie alimentari, tipografi e lavoratrici delle manifatture tabacchi, operai del gas e portuali, edili e ferrovieri), che si differenziavano dagli artigiani e dalla piccola borghesia per tipo di rapporti di lavoro e per collocazione sociale. Non meno rilevante fu la diffusione dei salariati nelle campagne, soprattutto nella bassa padana e in Puglia. A partire dagli anni ottanta, infine, si formarono nuclei consistenti di proletariato di fabbrica, di cui facevano parte donne e minori, soggetti a tutti i rigori della disciplina del lavoro di fabbrica nonch a tutte le miserie e le privazioni proprie del processo di industrializzazione. Queste caratteristiche dei gruppi sociali ebbero un peso rilevante nel definire le peculiarit delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio. In Gran Bretagna, nel paese classico della rivoluzione industriale, l'organizzazione dei lavoratori si era modellata sulla difesa degli interessi degli operai- artigiani, professionalmente qualificati e per ci stesso forti sul piano della contrattazione di tutti gli aspetti del loro lavoro. Ne era scaturito un movimento che aveva pi un'etica che un'ideologia: si fondava su alcuni valori peculiari, come la solidariet di classe, la lealt ai leader operai, lo stile di vita proletario e la semplicit di eloquio, e si proponeva soprattutto di prepararsi a fronteggiare le incognite del futuro tramite l'accumulazione delle risorse necessarie alla "resistenza" nel caso di prolungate astensioni dal lavoro. Il problema del potere politico e della sua conquista era al di fuori dell'orizzonte di queste organizzazioni. Pagina 29

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt In Italia, come del resto in tutti i paesi del continente, il ruolo delle ideologie politiche fu invece molto pi denso. L'aspetto pragmatico delle Trade Unions britanniche (che peraltro non aveva impedito a queste di contribuire potentemente alle lotte della prima met dell'Ottocento per le riforme elettorali) fu soverchiato dalle tematiche ideologico- politiche, che permettevano di fronteggiare meglio le necessit di difesa e di organizzazione di una classe operaia in via di formazione. Ci non implica che le lotte operaie e contadine in Italia fossero originate dalla spinta volontaristica degli organizzatori politici. Era uno dei cavalli di battaglia della propaganda reazionaria quello di attribuire alla congiura di pochi sovversivi ci che invece scaturiva dalle necessit di condizioni di sfruttamento e dalla coscienza della difesa dei propri diritti. Gli scioperi nascevano da questioni molto concrete e identificabili: i salari, gli orari e le condizioni di lavoro, la disciplina di fabbrica. In queste lotte la difesa degli interessi immediati si intrecciava con la difesa delle regole e dei valori del mondo operaio e popolare contro le leggi della societ borghese. Il ruolo delle ideologie politiche fu, in relazione a tali aspetti, molto importante e per alcuni versi decisivo, ma, nell'analisi storica, non pu essere sostituito ai fattori originari che misero in moto la conflittualit sociale. Gli operai e i contadini trassero lo stimolo a lottare dalle condizioni del loro lavoro e furono spinti all'organizzazione politica dal vedere, accanto al padrone e ai suoi crumiri come ha scritto Vittorio Foa il delegato di pubblica sicurezza, i carabinieri, la truppa e dietro di essi il procuratore del re, il domicilio coatto, la prigione, cio la violenza di stato in tutte le sue articolazioni [Foa 1973, p. 1788]. La prima forma organizzativa autonoma dei lavoratori furono le societ operaie (445 al 1860, concentrate soprattutto al Nord): organizzazioni di mutuo soccorso dedite all'assistenza e alla previdenza, originariamente guidate da borghesi illuminati e paternalisti. Avevano l'obiettivo di assicurare il reciproco aiuto tra i soci in caso di malattia o di disgrazia e successivamente, soprattutto nel corso degli anni ottanta dell'Ottocento, si orientarono ad assumere compiti di casse di resistenza, destinate a sorreggere gli scioperi con l'aiuto finanziario. Questa trasformazione fu decisiva: dalle leghe di resistenza si distacc la borghesia che aveva aiutato la nascita del mutuo soccorso, ma che ne vedeva con orrore la trasformazione in sussidio della lotta di classe. Tendevano inoltre a divaricarsi le funzioni tra mutuo soccorso e resistenza, e le casse di resistenza divennero di fatto l'embrione dei sindacati italiani. Le linee di questa evoluzione furono tuttavia tutt'altro che semplici e si intrecciarono strettamente con il dibattito politico. In seno al Parlamento fino ai primi anni novanta l'opposizione politica ai liberali fu rappresentata dai radicali: essi costituivano un'ala del vasto liberalismo italiano e conservavano dell'eredit risorgimentale le componenti di maggiore sensibilit sociale. Essi, soprattutto a partire dalle elezioni del 1882 (a suffragio allargato), fruivano dell'appoggio dell'elettorato popolare. Questa convergenza dei voti popolari sugli esponenti dell'estrema sinistra (cos erano indicati nel lessico politico- parlamentare del tempo per distinguerli dalla sinistra storica, ormai parte della maggioranza di governo) non aveva tuttavia il significato di una rappresentanza politica in senso pieno. Essa si riduceva a un'alleanza elettorale fondata sulla difesa di valori democratici e non comportava una mobilitazione o un'organizzazione stabile dei gruppi e dei ceti popolari. La presenza dei radicali in Parlamento non interfer con l'evoluzione delle organizzazioni operaie. Altri settori della democrazia risorgimentale ebbero un ruolo ben pi significativo. In primo luogo Giuseppe Mazzini, che fin dal 1839 aveva indicato la necessit di un'organizzazione politica indipendente degli operai. E" stato notato che in realt egli annetteva un significato limitato e talora oscillante al termine operaio (artigiani, popolo minuto) senza riferimenti puntuali alla realt italiana; voleva usare il termine depurandolo da ogni significato "di classe", escludeva dalla sua prospettiva Pagina 30

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt i contadini, e considerava comunque l'organizzazione degli operai non come uno strumento della lotta di classe ma semmai un mezzo per prevenirla al fine di rafforzare l'unit nazionale. A questi principi si ispir l'Atto di fratellanza delle societ operaie italiane, che Mazzini propose e fece approvare nel 1864 al congresso di Napoli e che fu rinnovato a Roma nel 1871; esso si articolava in un programma che proponeva l'allargamento delle istituzioni democratiche, il compimento dell'unit nazionale e il suffragio universale. La prima Internazionale e gli anarchici Il ruolo e l'azione di Mazzini vanno collocati in un pi vasto dibattito europeo. La crescita in tutta Europa delle organizzazioni dei lavoratori e dei gruppi politici che si dichiaravano socialisti aveva portato alla nascita dell'Associazione internazionale dei lavoratori (conosciuta come Prima Internazionale, Londra 1864) e a essa Mazzini aveva proposto uno Statuto modellato sull'Atto di fratellanza. Gli si era contrapposto Karl Marx il quale fece approvare un Indirizzo inaugurale e uno Statuto che negavano i principi collaborativi mazziniani e affermavano la necessit di finalizzare il movimento politico della classe operaia alla sua emancipazione economica. Il conflitto si trasferiva in Italia con la venuta di Michail Bakunin, un anarchico russo che si era allora dichiarato disposto a lavorare per l'indirizzo marxiano nella penisola. In realt Bakunin prese a perseguire una sua linea di ispirazione anarchica (con la fondazione della Prima Internazionale anarchica a Napoli nel 1867), in polemica sia con la direzione accentratrice di Marx sia con il solidarismo interclassista mazziniano. Bakunin trov collaborazione presso esponenti della sinistra democratica (come i promotori dell'associazione Libert e Giustizia nel 1867), facendo leva sul filone libertario che aveva caratterizzato anche il pensiero di Carlo Pisacane, proprio mentre (sullo sfondo cattivi raccolti, colera, la tassa sul macinato, il fallimento dei tentativi garibaldini a Mentana e a Villa Glori e la repressione papalina) si accentuavano i motivi di rottura tra le componenti democraticopopolari e quelle moderate e sabaude del Risorgimento. Evento discriminante per la separazione tra le diverse correnti della democrazia italiana fu la Comune di Parigi (ricorderemo che nel 1871 la capitale francese si sollev contro l'Assemblea nazionale dopo la sconfitta di Napoleone III, rivendicando un'organizzazione federalista dello stato e un'organizzazione economica e sociale fondata su principi egualitari e comunisti; fu quindi investita dalle forze armate della repubblica conservatrice e conquistata dopo una strenua difesa; i comunardi furono oggetto di spietati massacri). Ammirata e sostenuta dai democratici italiani, primo fra tutti Giuseppe Garibaldi, la Comune simboleggi agli occhi della borghesia l'incarnazione dei peggiori terrori suscitati dalla rivoluzione sociale, e fu oggetto di una violentissima campagna di denigrazione. Mazzini la condann per l'orientamento federalista, che temeva indebolisse le idealit repubblicane unitarie, e per gli orientamenti classisti che contraddicevano le sue proposte di collaborazione fra capitalisti e operai. In concomitanza con il dibattito sulla Comune, si apr in seno all'Internazionale una dura lotta "triangolare" tra i seguaci di Marx, di Bakunin e di Mazzini, i cui riflessi si fecero sentire anche in Italia. La propaganda bakuniniana raccoglieva consensi in settori eredi della tradizione democratica di Pisacane: essa predicava l"emancipazione diretta del popolo per il popolo, rifiutava tutte le forme di lotta politica tipiche dello stato borghese e parlamentare e puntava esclusivamente sull'iniziativa insurrezionale. A quest'ultima il compito di realizzare l'abolizione dello stato e la costruzione di un sistema federativo senza alcun centro dirigente. Lo stile del lavoro Pagina 31

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt politico degli internazionalisti italiani fu improntato a un carattere cospirativo, che da una parte era conseguenza della condizione di ogni opposizione organizzata nel regno, non riconosciuta dallo Statuto e soggetta quindi all'arbitrio delle autorit, e che per altri aspetti rifletteva l'esperienza dell'esule russo. Il carattere di societ segreta di molte attivit degli internazionalisti contribu infine a rendere facile l'intervento di informatori e spie della polizia, che riuscirono in pi occasioni nella loro opera di provocazione. Nel 1872 fu fondata a Rimini la federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori, che prese anche l'iniziativa per la scissione formale dall'Internazionale di Marx. Nel giudizio degli studiosi, la fortuna di Bakunin in Italia trova ragione sia nell'opposizione allo stato centralizzatore sia nei caratteri stessi della struttura economico- sociale italiana. Agli intellettuali che costituivano il nucleo dirigente dell'Internazionale anarchica (Carlo Cafiero, Andrea Costa, Errico Malatesta) l'Italia rurale, con la sua spaventosa miseria, sembrava un campo fecondo aperto alla propaganda insurrezionale per l'esasperazione delle plebi e per i caratteri combattivi dell'opposizione allo stato, quali si erano manifestati con il brigantaggio. I risultati del loro tentativo di andare oltre i centri urbani meridionali, in cui l'Internazionale anarchica si era diffusa, smentirono tuttavia le loro diagnosi. L'obiettivo dell'insurrezione liberatrice preconizzata dagli anarchici avrebbe dovuto essere preparato con l'intensificazione degli scioperi, di cui venivano sottolineati non i risultati economici (del tutto strumentali) quanto il significato preparatorio per l'insurrezione armata al fine del rovesciamento dello stato. Nel 1874 tuttavia, quando il rincaro del pane e dei generi alimentari moltiplic il numero delle agitazioni, il tentativo di avviare un moto insurrezionale fu stroncato da un'operazione di polizia. La tessitura della rete cospirativa venne ripresa negli anni successivi. Gli sforzi vennero indirizzati alla preparazione di azioni insurrezionali, che dovevano servire a quella che essi definivano la "propaganda del fatto". Ma l'iniziativa tentata nel 1877 (in Campania nel massiccio del Matese) da un pugno di congiurati, che si gettarono alla macchia con l'intento di far sollevare i contadini, fu fatta fallire sia dall'infiltrazione poliziesca sia dalla sordit delle popolazioni, insensibili al richiamo della rivoluzione sociale. Sindacalismo, operaismo e struttura politica Questi insuccessi alimentarono un ripensamento all'interno stesso delle file anarchiche (Bakunin era nel frattempo morto nel 1876) e aprirono la strada all'affermazione di nuove prospettive. Protagonisti di questa fase furono gruppi settentrionali che si dichiaravano socialisti evoluzionisti (tra di loro, Enrico Bignami e Osvaldo Gnocchi Viani, fondatori nel 1868 del giornale "La Plebe", pubblicato prima a Lodi e poi a Milano). A differenza degli internazionalisti anarchici, che miravano a un'insurrezione popolare promanante dalle regioni rurali, essi avevano sotto gli occhi la realt di una regione che si era avviata sulla strada dell'industrializzazione. Concepivano il processo rivoluzionario come il risultato di una lunga evoluzione, respingevano lo spontaneismo bakuniniano e il suo stile cospirativo e asserivano di conseguenza l'importanza dell'organizzazione sindacale, della lotta e dell'educazione politica. Il confluire su posizioni simili alle loro di un notevole esponente dell'Internazionale anarchica, il romagnolo Andrea Costa, che fu anche il primo deputato "socialista" alla Camera dei deputati nel 1882, segn un tornante decisivo. Costa promosse la costituzione del Partito socialista rivoluzionario di Romagna nel 1881, che divenne Partito socialista rivoluzionario italiano nel 1884, pur continuando ad avere la sua base in Romagna. Nel 1882 fu fondato a Milano il Partito operaio italiano (tra gli esponenti di maggior rilievo, Costantino Lazzari) che fu espressione di tendenze diffuse nel proletariato industriale. Gli operaisti portarono a compimento la definitiva rottura tra le societ di mutuo Pagina 32

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt soccorso a carattere assistenziale e le leghe di resistenza, sempre pi necessarie e vitali nell'infittirsi delle lotte sindacali. Il Partito operaio aveva obiettivi di difesa dei nuclei proletari, rivendicava il diritto di sciopero e insisteva sulla caratterizzazione di classe in senso stretto dell'organizzazione (operai manuali), rifiutando la politica e il ruolo degli intellettuali: la redenzione del proletariato avrebbe dovuto essere frutto esclusivo delle lotte del proletariato stesso. Tutto questo non significava tutlavia chiusura di tipo corporativo. Ne fu una prova quanto accadde nella prima met degli anni ottanta quando la crisi agraria provoc agitazioni spontanee dei braccianti agricoli nelle campagne del Polesine prima, del Mantovano poi. In quest'ultima zona tra il 1884 e il 1885 il moto "La boje" (La boje, la boje e de boto la va fora, "la pentola bolle e ribolle e di botto trabocca") fece riferimento a organizzazioni d'ispirazione socialista. E nel 1885 il Partito operaio tenne il suo congresso a Mantova. Era un segno del rilievo che l'organizzazione bracciantile si avviava ad assumere per il movimento operaio italiano. L'espansione dell'economia capitalistica metteva in crisi la piccola azienda agricola a conduzione familiare; e con la creazione di imprese agrarie di tipo capitalistico dava adito in diverse zone della pianura padana e della Puglia alla formazione di un diffuso bracciantato: il movimento operaio raccoglieva l'eredit dell'anarchismo e si avviava a fare di una parte almeno del proletariato delle campagne la sua base pi solida. Nel movimento operaio si andavano delineando caratteristiche e orientamenti che avrebbero avuto larga influenza e avrebbero alimentato per molti anni il dibattito interno. La prospettiva rivoluzionaria degli anarchici si collocava all'estrema sinistra, ma perdeva terreno rispetto ai nuovi soggetti emergenti dalla trasformazione in senso industriale della societ italiana. I gruppi operaisti rifiutavano per parte loro la politica come strumento gradualista e si confinavano nell'ambito dell'attivit sindacale. Pur avendo rotto i ponti con la democrazia radicale, essi sottovalutavano l'importanza della conquista del potere politico. Questo apparve un limite a quanti, guardando alle coeve esperienze di altri paesi europei, ritenevano che il terreno della lotta politica fosse essenziale per la trasformazione della societ italiana in senso socialista. Il tentativo di dare al proletariato una funzione politica fu attuato da un nucleo di giovani intellettuali lombardi (spiccavano tra loro i nomi di Filippo Turati, compagno di Anna Kuliscioff, esule russa trasmigrata dall'anarchismo al socialismo, e di Leonida Bissolati), che abbandonarono le fila della democrazia radicale per impegnarsi nella creazione di un partito socialista, sollecitati tra l'altro dall'esempio della socialdemocrazia tedesca. Occorre non dimenticare, per non concepire la storia del movimento operaio come l'opera di demiurghi, che la diffusione del modello del partito socialdemocratico tedesco dovette molto anche alla presenza in Italia di operai tedeschi di orientamento socialista, chiamati nel nostro paese per le loro capacit tecniche ad avviare le prime attivit industriali. Il programma elaborato dalla Lega socialista milanese della Kuliscioff e di Turati aveva come obiettivo la conquista del potere politico per utilizzarlo ai fini dell'abolizione dello stato borghese e delle classi; i promotori ritenevano necessaria a questo fine la costituzione di un partito, vale a dire di un'organizzazione che curasse la propaganda e l'educazione politica delle masse. L'opera dei socialisti milanesi suscit l'opposizione netta degli anarchici (il cui esponente pi prestigioso fu Errico Malatesta, affascinante figura di rivoluzionario) e di parte degli operaisti, ostili gli uni e gli altri alla contaminazione con gli intellettuali borghesi e alla loro intrusione nella politica delle masse operaie. Il risultato del lungo travaglio delle forze che andavano definendosi come "socialiste" fu la costituzione a Genova nel 1892 del Partito dei lavoratori italiani, che tre anni pi tardi assunse il nome di Partito socialista italiano. Pagina 33

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Il partito nacque come federazione delle preesistenti associazioni di lavoratori; solo nel 1895, a seguito dello scioglimento delle organizzazioni aderenti al partito decretato da Crispi dopo i Fasci siciliani, fu stabilito il principio dell'adesione individuale. Al paragone con i coevi movimenti europei, l'organizzazione del movimento operaio italiano appare pi lenta e complessa. La ragione stata indicata nella variet delle regioni italiane, e nel particolare carattere dell'industrializzazione. La classe operaia italiana era dispersa in una miriade di piccole aziende familiari e artigianali, ed era composta in larga parte da donne e fanciulli. Predominava dunque la manodopera dequalificata e supersfruttata; le fasce professionalizzate, minutamente suddivise al loro interno da qualifiche e specializzazioni, costituivano una minoranza. Era molto diffusa (e lo rester a lungo fino a tempi molto recenti) l'integrazione del lavoro di fabbrica con quello dei campi; e infine la parte pi consistente del proletariato era costituita da addetti all'agricoltura. Questa composizione della base sociale, cui si rivolgevano i gruppi politici "operai" (dagli anarchici ai socialisti), condizion anche le elaborazioni politiche e le forme organizzative. Poich l'Italia si presentava come un paese arretrato dal punto di vista dello sviluppo industriale, nel Partito socialista si afferm una tendenza, detta riformista, che si ispirava alla convinzione che fosse compito del socialismo stimolare le forze progressiste della borghesia (identificate con la sua componente industriale) al fine di favorire la modernizzazione dello stato e della societ. Il movimento operaio doveva stabilire alleanze con i rappresentanti politici della borghesia progressista contro le tendenze reazionarie rappresentate dalla propriet fondiaria, legata a forme feudali e conservatrici. Questo disegno complessivo, che si rifaceva a idee largamente diffuse nei partiti socialisti europei dell'epoca, fece le sue prime prove nella congiuntura di fine secolo, quando il movimento operaio italiano si batt in alleanza con le forze della sinistra liberale, rappresentate da Giolitti, contro i tentativi reazionari, a favore di una concezione pi aperta, democratica e tollerante della vita politica e civile. Negli anni seguenti la capacit di iniziativa del riformismo italiano sul piano parlamentare fu limitata soprattutto dalla tendenza a inserirsi negli spazi offerti da Giolitti; come del resto avveniva nel paese, dove la mancanza di una strategia generale delle riforme e la persistente divisione tra lotta economica e lotta politica impedivano di utilizzare le iniziative spontanee o comunque dettate dalle masse popolari, e portavano piuttosto ad accettare le situazioni di compromesso con le autorit di governo, soprattutto quando queste favorivano le sue strutture cooperative e gli strati pi forti della classe operaia (gli operai qualificati). Radicato soprattutto nel Settentrione, il partito fu per questo oggetto di una polemica molto severa da parte di esponenti meridionali (tra cui spicca il nome di Gaetano Salvemini) che vedevano nel suo comportamento le tracce di una collusione con il potere al limite dell'omert e denunciavano l'incapacit del Psi di estendere alle campagne meridionali i benefici della sua politica riformista e di allargare a esse non solo i vantaggi derivanti dalla tolleranza liberale giolittiana ma le stesse garanzie dello Statuto albertino. Il partito socialista e la questione meridionale Questione meridionale e questione agraria costituirono i punti di maggiore debolezza dell'esperienza socialista italiana, ma questa non fu una caratteristica isolata nel contesto socialista internazionale. La questione agraria era in quegli anni oggetto di dibattito in tutti i partiti europei e in seno a tutti i partiti che aderivano alla Seconda Internazionale (l'organo di coordinamento tra i partiti socialisti, fondato a Parigi nel luglio 1889). La propaganda socialista in Germania e in Francia aveva incontrato difficolt e ostacoli nell'incomprensione dei contadini verso i predicatori della rivoluzione sociale. Erano ostacoli che scaturivano dall'origine Pagina 34

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt stessa dell'analisi marxiana, la quale aveva affrontato i problemi dei contadini dall'esterno, in base a un'ideologia che prendeva le mosse dagli interessi di un'altra classe (il proletariato industriale) e che si ispirava a valori sociali e umani estranei al mondo contadino occidentale. Quale sarebbe stata la sorte della propriet terriera nel disegno riformatore dei socialisti? Al movimento socialista europeo si poneva un dilemma tra due soluzioni alternative: o la socializzazione della propriet della terra o la creazione di una vasta rete di piccole propriet, mediante la riforma agraria e la distruzione del latifondo. La prima soluzione fu in genere sentita come la pi aderente all'originaria ispirazione marxiana, ma proprio a essa si doveva la diffidenza di larga parte del mondo rurale, in cui vivissima era l'aspirazione alla propriet individuale. Bench il Psi non avesse trovato una risposta definitiva al problema, la sua penetrazione nelle campagne fu straordinariamente ampia rispetto a quella degli altri paesi continentali, perch riusc a insediarsi nelle zone bracciantili e a mobilitare attorno a s anche buona parte dei mezzadri delle aree dell'Italia centrale. Ben pi difficili furono invece i rapporti con le zone meridionali del paese, dove l'azione dei socialisti si rivel incapace di rompere i caratteri di una societ dominata dal latifondo e dalla propriet terriera assenteista, straziata dal prevalere dei poteri privati ai danni del ruolo e della funzione dello stato. Quasi dieci anni pi tardi di "La boje", proprio agli esordi del Partito socialista, entr in scena la Sicilia. Nel 1893 un grande movimento di contadini, organizzati in "Fasci" (denominazione consueta allora tra le unioni operaie, quando nessuno poteva ovviamente predire l'uso che ne avrebbe fatto un movimento reazionario), aveva posto gli esponenti socialisti nelle condizioni di dover affrontare concretamente i temi di un movimento contadino per gran parte spontaneo. I dirigenti siciliani (e anche il maggior teorico marxista di allora, Antonio Labriola) solo in parte seppero guardare al movimento di popolo senza spaventarsi per gli aspetti spontaneistici, o per la violenza delle manifestazioni di piazza e di strada. Non sempre colsero (come scrisse Labriola) la necessit "di prendere per tempo il [loro] posto in mezzo ai ribelli dell'oggi - rivoluzionari di domani [lettera a Rosario Garibaldi Bosco, uno dei leader siciliani, cit. in Candeloro, vol. VI, p. 443]. Bench si sforzassero di legare le rivendicazioni immediate di miglioramento dei patti colonici e quelle dei settori industriali (gli zolfatari delle tragiche miniere siciliane), i dirigenti siciliani non ebbero la forza di istituire un collegamento tra i moti nell'isola e il movimento socialista nel suo complesso. A livello nazionale la dirigenza socialista ebbe un comportamento anche pi diffidente verso il movimento popolare siciliano e non prest a esso n l'attenzione n l'appoggio politico necessari al suo sviluppo. Si comportarono ben diversamente le organizzazioni del partito soltanto cinque anni pi tardi, quando si opposero al "colpo di stato della borghesia" del 1898 e si appoggiarono in pieno allo spontaneo movimento di massa settentrionale. E" forse legittimo sostenere (ma questo , pi che un giudizio, un problema interpretativo aperto) che i dirigenti del socialismo italiano furono portati a sottovalutare l'importanza di quella battaglia dal fatto che il movimento dei Fasci si manifest nella parte pi debole del paese dal punto di vista dello sviluppo capitalistico. La base pi forte del Partito socialista era nelle "leghe rosse" delle campagne padane. Nel 1901 una grande ondata rivendicativa contadina apr la strada a un ciclo di scioperi che si estese anche al settore industriale. La spinta politica generale che caratterizzava il movimento nelle campagne fu testimoniata dalla costituzione, a Bologna nel 1901, della Federazione nazionale lavoratori della terra (Federterra) cui aderirono leghe in rappresentanza di 150.000 lavoratori (227.791 l'anno seguente). La singolarit del movimento operaio italiano, costituita dal suo radicamento nelle campagne, cominciava a emergere in modo clamoroso. Altrettanto estesa e vigorosa si presentava tuttavia la rete delle organizzazioni Pagina 35

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt sindacali nei centri industriali. Nel 1886 era stata fondata la Federazione degli edili e nel 1893 quella del libro. Le federazioni raggruppavano tutti gli organismi rappresentativi appartenenti a una medesima categoria. Nel 1906 nasceva infine la Confederazione generale del lavoro (Cgdl), come unione a livello nazionale di tutte le federazioni. Le organizzazioni professionali furono affiancate a partire dal 1891 da organismi territoriali, le camere del lavoro. Mentre le prime rappresentavano un'organizzazione su base professionale, le seconde, fondate inizialmente per essere uffici di collocamento gestiti dagli operai, avevano invece caratteristiche pi ampie e si rivelarono capaci di raccogliere molteplici esigenze popolari e di essere un punto di riferimento anche culturale, oltre che immediatamente rivendicativo e politico. Agli inizi del nuovo secolo, superato l'attacco reazionario del 1898, il movimento rivendicativo sollecitato dalla propaganda socialista sembr improntare di s l'intera vita italiana e il socialismo nella sua versione riformista si radicava profondamente, anche se in modo discontinuo, nel tessuto della societ italiana. Il fenomeno pi significativo fu la conquista elettorale di molti comuni nelle zone di maggiore influenza. L'amministrazione del municipio consentiva la difesa e la promozione delle condizioni di vita delle masse popolari, secondo un indirizzo di finanza locale ispirato a criteri di giustizia fiscale, la municipalizzazione di servizi pubblici, l'impegno sul terreno della scuola e dell'istruzione, il miglioramento dei servizi sanitari. In quest'opera di impegno civile e democratico dei lavoratori aveva un suo ruolo anche l'anticlericalismo: esso rappresent per un verso un grave ostacolo alla possibilit di dialogo con una parte pur importante del proletariato, quello cattolico, ma per altri aspetti fu anche l'espressione di un impegno al rinnovamento culturale e alla diffusione della cultura, secondo una tradizione laica di derivazione risorgimentale. Opposizione e crisi del riformismo L'opposizione al riformismo fu rappresentata nei primi anni del secolo da gruppi e tendenze che negavano l'opportunit dell'alleanza con la borghesia progressista, e che sostenevano una linea intransigente di lotta tanto sul terreno sindacale quanto su quello politico. Alla visione deterministica del riformismo si contrappose un'impostazione volontaristica, che assegnava alle lotte sindacali un ruolo centrale nella demolizione dello stato, e al sindacato stesso una funzione di guida nella costruzione della nuova societ. Il maggior teorico di questa tendenza, che fu detta sindacalista- rivoluzionaria (e che ebbe diffusione anche europea, soprattutto in Francia, a partire dal congresso di Amiens del 1906) fu Arturo Labriola (da non confondersi con il filosofo Antonio Labriola): in alleanza con leader operaisti quali Costantino Lazzari, Labriola mise in minoranza la corrente riformista al congresso di Bologna del 1904; pochi mesi dopo la nuova direzione si trov a guidare uno sciopero generale di protesta contro gli eccidi di lavoratori in sciopero nel Meridione (4 e 14 settembre 1904). Il movimento fu amplissimo e testimoni l'ascendente del movimento operaio in tutta Italia, ma si risolse in una sconfitta politica. Il governo Giolitti si condusse con grande moderazione e prudenza (ben maggiore di quella usata contro gli scioperanti meridionali dell'inizio di settembre), e tuttavia utilizz la grande paura della borghesia per ottenere alle elezioni (prontamente indette nel novembre 1904) il confluire nello schieramento conservatore di tutte le forze d'ordine, tra le quali per la prima volta i cattolici. La sconfitta politica fu seguita da un'accentuata conflittualit interna al Partito socialista e alle organizzazioni sindacali, ma sostanzialmente si risolse in una riaffermazione dei riformisti in tutte le istanze del movimento, dalla neonata Confederazione generale del lavoro al Partito socialista stesso. E" da sottolineare comunque che, pur in questa concordanza di ispirazione politica, tra Cgdl e Psi i rapporti furono complessi e non sempre facili per i problemi di direzione generale del movimento, anche se sul piano formale furono regolati da un accordo del 1907, ispirato alla volont di controllare reciprocamente le forme Pagina 36

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt spontanee di lotta. La crisi politica del riformismo matur nel contesto della recessione economica del 1907. L'antagonista fu dapprima rappresentato dai sindacalisti rivoluzionari, che furono promotori di grandi scioperi bracciantili nel 1908 e che in seguito al dissidio con la Cgdl diedero vita a un'organizzazione sindacale autonoma, l'Unione sindacale italiana (1912), in cui confluirono anche gli anarchici. Attorno al 1911 l'opposizione interna al Psi riprese vigore, con il coagularsi di vari gruppi attorno a una linea intransigente, sollecitata anche dall'intensificarsi della conflittualit sociale nella pessima congiuntura economica. Al congresso di Reggio Emilia (1912) i riformisti si trovarono in minoranza e dovettero cedere a un composito nuovo gruppo dirigente, in cui si affiancavano assertori del rinnovamento programmatico del partito come Giacinto Menotti Serrati, vecchi operaisti come Costantino Lazzari e il giovane estremista romagnolo Benito Mussolini (cui fu affidata la direzione del quotidiano del partito, "Avanti!"). L'emergere di questo gruppo dirigente apparve per pi aspetti il frutto di una crisi che aveva ragioni sia strutturali sia politiche. Da una parte corrispondeva al manifestarsi di una conflittualit pi accentuata, sostenuta dalle nuove leve della classe operaia, poco legate alle tradizionali organizzazioni sindacali e cooperative e alla loro politica; dall'altra segnalava difficolt pi ampie, nascenti dal problema di affrontare la fase di guerra del mondo capitalistico, inaugurata proprio dall'Italia con l'impresa di Libia. La Seconda Inlernazionale e la prima guerra mondiale Dal 1889 i partiti socialisti europei avevano dato vita a quella che conosciuta come Seconda Internazionale, riprendendo un'attivit di consultazione reciproca, che si limit fino al 1900 a congressi periodici e che negli anni successivi diede vita anche a forme istituzionali (il Bureau socialiste international) senza che tuttavia l'autonomia dei partiti nazionali ne fosse significativamente toccata. Simbolo di questo raccordo internazionale tra le diverse organizzazioni dei lavoratori fu la proclamazione della festa del 1 maggio che dal 1889 fu dedicata a celebrare con un'unica manifestazione la fratellanza tra i lavoratori di tutti i paesi. Il tema di maggior rilievo nell'attivit dell'Internazionale fu il dibattito sui modi per opporsi alla guerra e al militarismo: era parte sostanziale dell'idea stessa di un'organizzazione internazionale dei lavoratori il fatto che nessuno di essi avrebbe mai dovuto combattere contro i fratelli di un'altra nazione sotto le bandiere degli stati borghesi. Questa posizione, cos limpida nella sua formulazione generale, si fondava sul presupposto che, in caso di guerra, ciascuna delle organizzazioni socialiste fosse in grado di bloccare la macchina bellica del proprio paese e imporre la propria volont di pace. Le difficolt di questa strategia, viceversa, erano grandi, come dimostr il caso italiano al momento dell'entrata in guerra contro la Turchia: le manifestazioni di massa promosse dal partito non impedirono la partenza dei militari. Ma c'era soprattutto la debolezza ideologica della cultura riformista prevalente: in altri termini, un'efficace opposizione alla guerra avrebbe dovuto prevedere esiti rivoluzionari che erano assolutamente al di fuori della prospettiva riformista. E c'era anche di pi: di fronte a una guerra coloniale come quella di Libia non mancarono, tra gli esponenti di destra del riformismo, anche alcuni che ritennero la "missione civilizzatrice" dell'Italia in paesi coloniali coerente con l'ideologia del progresso. Un ulteriore e determinante motivo di debolezza fu dato, a livello internazionale, dal fatto che l'opposizione alla guerra tra i vari paesi europei aveva efficacia soltanto se condotta simultaneamente in tutti i paesi; se uno solo avesse mancato all'appello, gli altri paesi sarebbero stati travolti dal militarismo del vincitore. Fu questo in effetti il timore che prevalse al momento dell'esplosione del conflitto nel 1914, quando i cedimenti delle forze socialiste alle tematiche patriottiche Pagina 37

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt provocarono crolli a catena e buttarono nelle trincee milioni di proletari. In Italia la condotta del partito socialista fu pi coerente di quella di altri paesi. La scelta neutralista nel 1914 fu appoggiata dalla maggioranza riformista, nella convinzione che l'evoluzione pacifica fosse la via maestra per il socialismo. Le defezioni vennero piuttosto dalla parte pi estrema, dai gruppi sindacalisti rivoluzionari e dal gruppo intransigente che faceva capo a Benito Mussolini: erano le parti che s'erano espresse fino a pochi mesi prima per il pi accentuato antimilitarismo e che proprio da manifestazioni antimilitariste avevano preso lo spunto per appoggiare le insurrezioni note come la "settimana rossa" nel 1914. L'interventismo di Mussolini e dei sindacalisti rivoluzionari (gli anarco- sindacalisti si mantennero invece fedeli ai principi pacifisti) coglieva tuttavia una debolezza intrinseca del fronte riformista: una volta innescato il processo bellico, l'Italia rischiava di diventare preda dei vincitori del conflitto, in una prospettiva tanto pi minacciosa se questi fossero stati gli imperi autoritari. Ma, ancor pi che in tale prospettiva, la debolezza di fondo e il significato ultimo del fallimento del pacifismo socialista stava nel crollo dell'illusione di un pacifico progresso delle societ liberali europee, capace di maturare al suo interno le condizioni per l'affermazione di una societ nuova ed egualitaria. Quando la strage sar finita, il socialismo dovr misurarsi con questa realt, e cercare nuove strade per la propria affermazione. Di fronte alla decisione salandrina dell'intervento, il socialismo italiano ripieg su una formula che consentiva di salvare i principi: "n aderire n sabotare". Non sabotare per non colpire alle spalle i compatrioti che stavano al fronte; non aderire per non partecipare attivamente al massacro dei proletari di altri paesi. Non cess in verit la speranza di trovare una soluzione pacifica, per virt della solidariet internazionale proletaria e gli italiani furono tra i promotori delle due conferenze di Zimmerwald (settembre 1915) e di Kienthal (aprile 1916), in cui si incontrarono gli esponenti socialisti delle nazioni in conflitto che non avevano aderito al fronte patriottico e guerrafondaio dei rispettivi paesi. In quella sede l'esule russo Lenin propose la parola d'ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria, ma l'apparato repressivo degli stati in guerra non lasci molto spazio alle speranze insurrezionali, che dovettero essere rimandate, salvo che per la Russia zarista cui lo sforzo bellico risult fatale, alla fine del conflitto. Il socialismo postunitario dalle origini al 1914 La ricerca storica sul movimento operaio italiano ha conosciuto nel secondo dopoguerra uno straordinario sviluppo. Essa fu inizialmente un modo per affermare la presenza storica delle rappresentanze politiche e sociali escluse dallo stato liberale, e fu quindi principalmente una ricerca indirizzata a riscoprire le componenti ideali e politiche di quei movimenti. La riflessione storiografica fu condizionata, in senso sia positivo sia negativo, dal riferimento al tema principale del dibattito politico interno al movimento operaio: la costruzione di una forza politica espressione del movimento operaio e la funzione di guida "nazionale" che i partiti politici da esso espressi assunsero nel corso della lotta antifascista e antinazista. Molti dei lavori elaborati in quest'ambito, fortemente influenzato tra l'altro dalla pubblicazione dei Quaderni del carcere di Gramsci, restano tra i migliori prodotti della cultura storica italiana del periodo, e sono tuttora un punto di riferimento molto importante per chi voglia affrontare la storia del movimento operaio. Animatrici delle ricerche e del dibattito storiografico relativo a questi temi furono alcune riviste, tra le quali vanno ricordate almeno "Movimento operaio", uscita a Milano tra il 1948 e il 1950 e la "Rivista storica del socialismo", pubblicata sempre Pagina 38

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt a Milano dal 1958 al 1967. Tra le opere di questa prima fase, che mettono a fuoco il nesso tra le forze e le ideologie risorgimentali e il nascente movimento operaio ricorderemo: F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Editori Riuniti Roma 1963; G. Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi. Dalle origini alla formazione del Partito socialista (18531892), Rinascita, Roma 1953. Caratteristico di questa fase della ricerca fu anche il vivace interesse per le storie locali, intese come storia aderente alle vicende delle classi lavoratrici, di cui un considerevole esempio il libro di E. Ragionieri, Un comune socialista Sesto Fiorentino, Rinascita, Roma 1953. A partire dagli anni sessanta gli studi di storia del movimento operaio si configurano come vera e propria disciplina autonoma, non diversamente da quanto avvenne in altri paesi europei (cfr. E. J. Hobsbawm, Lavoro, cultura e mentalit nella societ industriale, Laterza, Roma- Bari 1986 e G. Haupt, L'Internazionale socialista dalla Comune a Lenin, Einaudi, Torino 1986). In quest'ambito disponiamo quindi di studi che possiamo articolare per temi. Sugli aspetti della cultura e dell'ideologia in un quadro internazionale cfr.: G. M. Bravo, Storia del socialismo 1789-1848, Editori Riuniti, Roma 1971; A. Agosti (a c. di), Le internazionali operaie, Loescher, Torino 1973; L. Valiani, A. Wandruzska, Il movimento operaio e socialista in Italia e in Germania dal 1870 al 1920, il Mulino, Bologna 1978. Per le linee generali della storia del movimento operaio italiano cfr.: G. Arfe Storia del socialismo italiano (1892-1926), Einaudi, Torino 1965; G. Manacorda, Il socialismo nella storia d'Italia Storia documentaria dal Risorgimento alla Repubblica, Laterza, Bari 1966, 2 voli.; A. Romano, Storia del movimento socialista in Italia, Laterza, Bari 1966-67, 3 voli.; C. Cartiglia, Il partito socialista italiano 1892-1962, Loescher, Torino 1978; e infine l'opera di R. Zangheri, Storia del socialismo italiano, vol. I, Dalla rivoluzione francese a Andrea Costa Einaudi, Torino 1993 (i successivi volumi sono in corso di pubblicazione). Per quanto riguarda il rapporto tra gli anarchici e il movimento socialista, gi nel 1927 un allievo di Gaetano Salvemini, Nello Rosselli (assassinato in Francia dai fascisti assieme al fratello Carlo, attivo esponente del movimento antifascista "Giustizia e Libert") aveva pubblicato Mazzini e Bakounine. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), ripubblicato a Torino da Einaudi nel 1967. Oggi disponiamo di molti studi sul movimento anarchico, tra cui ricordiamo come opere generali: P. C. Masini (a c. di), La Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Atti ufficiali 1871-1880, Avanti!, Milano 1963 e Id., Storia degli anarchici italiani. Da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Rizzoli, Milano 1969; E. Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, Feltrinelli, Milano 1973 e Id. Anarchismo e socialismo in Italia, Editori Riuniti, Roma 1974; A. Dad, L'anarchismo in Italia: fra movimento e partito, Teti, Milano 1984. " Sui Fasci siciliani cfr. S. F. Romano, Storia dei Fasci siciliani, Laterza, Bari 1959; G. Giarrizzo, G. Manacorda (a c. di), I fasci siciliani, De Donato, Bari 1975-76, 2 voli.; F. Renda, I fasci siciliani (1892-94), Einaudi, Torino 1978. Sui temi della formazione della classe operaia, con un taglio di ricerca che apre tra l'altro la strada ad analisi di storia sociale, ricorderemo G. Procacci, La lotta di classe in Italia agli inizi del sec. XX Editori Riuniti, Roma 1970 e S. Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano 1880-1900, La Nuova Italia, Firenze 1972. Grande il rilievo accordato dalla storiografia italiana ai temi del socialismo in et giolittiana e al dibattito sul riformismo: M. Spinella et al., "Critica sociale", Feltrinelli, Milano 1959; L. Cortesi, Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione. Dibattiti congressuali del Psi 1892-1926, Laterza, Bari 1969; A. Riosa, il sindacalismo rivoluzionario in Italia e la lotta politica Pagina 39

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt nel Partito socialista nell'et giolittiana, De Donato, Bari 1976; M. Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Editori Riuniti, Roma 1976; B. Vigezzi, Giolitti e Turati. Un incontro mancato, Ricciardi, Milano- Napoli 1976; R. Monteleone, Filippo Turati, Utet, Torino 1988; T. Detti, Fabrizio Maffi. Vita di un medico socialista, Franco Angeli, Milano 1987. Importantissima fonte documentaria edita costituita da F. Turati, A. Kuliscioff, Carteggio, a c. di F. Pedone, Einaudi, Torino 1977, 6 voli. Molto ricca anche la produzione relativa alle vicende del sindacalismo di ispirazione socialista. Alcune opere sono state dedicate alla pubblicazione delle fonti: L. Marchetti (a c. di), La Confederazione generale del lavoro negli Atti, nei documenti, nei Congressi 1906-1926, Avanti!, Milano 1963; M. Antonioli, B. Bezza (a c. di), La FIOM dalle origini al fascismo (1901-1924), De Donato, Bari 1979. Tra le opere generali cfr.: R. Zangheri (a c. di), Lotte agrarie in Italia. La Federazione nazionale dei lavoratori della terra 1901-1926, Feltrinelli, Milano 1960; I. Barbadoro, Storia del sindacalismo italiano. Dalla nascita al fascismo, vol. I, La Federterra; vol. II, La Confederazione Generale del Lavoro, La Nuova Italia, Firenze 1973; A. Pepe, Storia della CGdL, vol. I, Dalla fondazione alla guerra di Libia, Laterza, Bari 1972; vol. II, Dalla guerra di Libia all'intervento, Laterza, Bari 1971. Su una tematica spesso trascurata, ma di grande importanza e di crescente interesse quale quella della questione femminile, cfr.: F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia 1892-1922, Mazzotta, Milano 1974. Tra le rassegne storiografiche segnaliamo: L. Valiani, Questioni di storia del socialismo, Einaudi, Torino 1958; Id., Il movimento operaio e socialista. Bilancio storiografico e problemi storici, Ed. del Gallo, Milano 1965; F. Andreucci, T. Detti (a c. di), Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, Editori Riuniti, Roma 1975, 3 voli. Nel contesto di indicazioni bibliografiche inerenti all'opposizione nello stato liberale possiamo anche ricordare gli studi sui radicali e sui repubblicani: A. Galante Garrone, I radicali in Italia 1849-1925, Garzanti, Milano 1973; G. Spadolini, I repubblicani dopo l'Unit, Le Monnier, Firenze 1982'; S. M. Ganci, L'Italia antimoderata, Guanda, Parma 1968, L. Dalle Nogare S. Merli (a c. di), L'Italia radicale. Carteggi di Felice Cavallotti (18671898), Feltrinelli, Milano 1951. A partire dalla fine degli anni sessanta la ricerca si fatta via via pi sensibile a temi di storia sociale, di cui si sono fatti promotori gli stessi protagonisti delle prime ricerche di storia del movimento operaio. Tra le riviste che documentano questa trasformazione possono essere indicate, tra le altre, "Storia e Societ", che esce dal 1973, e "Movimento operaio e socialista", divenuta poi "Secolo XX", che dal 1976 si indirizzata esplicitamente ai temi della storia sociale. Nel corso dell'ultimo decennio si assistito a una nuova articolazione degli interessi storiografici, collegata spesso alla crescente sensibilit verso i temi della sociologia politica e della cultura popolare: A. Panaccione (a c. di)~ Sappi che oggi la tua festa... Per la storia del 1 maggio, Marsilio, Venezia 1986; M. Ridolfi, Il Psi e la nascita del partito di massa 1892-1922, Laterza, Roma- Bari 1992; Z. Ciuffoletti, G. Sabbatucci, M. Degl'Innocenti, Storia del Psi, Laterza, Roma- Bari 1992 ss., 3 voli. 2. La prima guerra mondiale e la crisi dello stato liberale L'aprirsi del confitto europeo nell'agosto 1914 colse l'Italia in una situazione caratterizzata da crescenti tensioni economiche, sociali e politiche. La guerra mise alla prova le forme dello stato liberale di fronte alla presenza attiva delle masse, costru nuove forme e nuovi rapporti socioeconomici e prospett infine a tutte le forze politiche inediti rapporti tra gli stati sul piano internazionale (vedi parte prima, capitolo 2). "Grande guerra": questa espressione, che ha avuto a lungo un suono retorico legato all'interpretazione nazionalistica (che la presentava come la "quarta guerra del Risorgimento"), stata ripresa nel dibattito storiografico recente con pi complesse accezioni che l'hanno depurata del significato Pagina 40

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt connesso all'esaltazione della vittoria delle armi italiane per sottolinearne piuttosto le dimensioni e l'ampiezza delle conseguenze, tali da farne uno spartiacque tra due tipi di societ. Con la grande guerra si aprirebbe dunque la fase della storia propriamente "novecentesca". La guerra fu "grande" e "mondiale" perch vide in campo una mole di risorse materiali e umane fino allora impensabile. Fu "grande" per le modificazioni che produsse nelle strutture produttive, negli apparati statali e nei rapporti tra gli stati e tra le aree economiche del pianeta, fu "grande" nella memoria dei protagonisti combattenti perch sottomise milioni di uomini a una disciplina di massa fino allora mai sperimentata, li introdusse alle meraviglie e agli orrori della moderna civilt tecnologica e lasci in essi e nella memoria collettiva esperienze che non sono state finora dimenticate. E infine fu "grande" in quanto port a conclusione il processo di trasformazione del conflitto armato da guerra tra stati a guerra tra nazioni. Era un processo che s'era aperto con la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche: ora, con la mobilitazione totale di tutte le risorse richiesta dalle dimensioni del conflitto, esso giungeva ad assumere gli aspetti di uno scontro mortale tra popoli. In questo modo di considerare la guerra come scontro di etnie e di culture c'era molta menzogna e non mancarono fieri oppositori di questa mistificazione; ma ci non le imped di esercitare un fascino che risulter per molti versi condizionante nei decenni successivi. Nell'ambito dei rapporti internazionali decisivo fu l'intervento degli Stati Uniti d'America (aprile 1917) a fianco delle potenze dell'Intesa. Due sono i caratteri che lo qualificano: uno ideologico e uno economico. La natura di guerra di lunga durata assunta dal conflitto alla fine del 1915 aument le possibilit di vittoria della Gran Bretagna, che disponeva di un impero da cui trarre le risorse necessarie e del dominio dei mari. Come abbiamo visto nella parte prima, l'appoggio degli Stati Uniti fu cionondimeno determinante per i capitali finanziari che essi fornirono ai paesi dell'Intesa. L'entit dei loro crediti accumulati tra il 1914 e il 1916 non fu probabilmente estranea alla decisione di schierarsi con i creditori, onde evitare di trovarsi di fronte, alla fine del conflitto, a degli sconfitti insolventi. Il loro ruolo divenne poi determinante quando decisero di battersi sul campo di battaglia, rovesciando contro gli imperi centrali tutta la loro potenza industriale e militare, sicch gli Stati Uniti assursero a un ruolo politico ed economico di primo piano e posero le premesse per divenire lo stato- guida del capitalismo mondiale. L'assunzione esplicita di questo ruolo fu ritardata fino agli anni quaranta, ma gi nel corso della prima guerra mondiale si resero evidenti i segni di questa preponderanza. Tra i motivi che spinsero gli Stati Uniti a chiudersi, dopo la fine del conflitto, in una politica isolazionistica, vi anche la sconfitta degli obiettivi politici cui il loro intervento si era ispirato. Per portare il suo paese in una guerra tanto lontana, il presidente Woodrow Wilson aveva affermato che gli obiettivi perseguiti dal suo governo sarebbero stati la sconfitta delle potenze autoritarie e l'instaurazione di una pace mondiale fondata sul diritto di autodecisione dei popoli, obiettivi che compendi in quattordici punti nel suo messaggio al Congresso statunitense dell'8 gennaio 1918. Gli Stati Uniti, sostenne Wilson, erano entrati in guerra per la democrazia, per i diritti e le libert delle piccole nazioni, per un'egemonia universale del diritto. La fondazione di una Societ delle Nazioni, destinata a essere il luogo in cui si componevano pacificamente le divergenze tra stati, doveva coronare questo disegno. Il successo propagandistico di simili ideali non ne assicur il successo politico. Le conseguenze del conflitto, i rancori e le paure, le esasperazioni nazionalistiche che esso lasci dietro di s nell'Europa prostrata dalla guerra, le difficolt della riconversione postbellica, che portarono a un rialzo delle barriere doganali, indussero gli Stati Uniti a tornare nel 1922 a una politica internazionale di tipo isolazionistico. Di questo processo l'Italia fu protagonista di primo piano, sostenitrice di posizioni totalmente contrastanti con le proposte wilsoniane, in quanto il gruppo dirigente che l'aveva guidata nel conflitto non intendeva rinunciare Pagina 41

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt agli obiettivi che s'era proposto con il trattato di Londra (vedi parte prima, capitolo 2, p. 33) e che costituivano la sua legittimazione alla guida del paese. La disparit tra le aspettative dei vantaggi che si pensava di trarre da una vittoria e l'effettivo risultato dei trattati di pace, contribu a creare nel paese il mito della "vittoria mutilata". Altre forze politiche (gli interventisti democratici o gli stessi socialisti) erano assai pi vicine alle tesi wilsoniane, almeno per quelle parti che riguardavano i principi di autodecisione dei popoli; ma non ebbero voce in capitolo a partire dall'intervento e fino a che non furono bandite dalla dittatura fascista. Lo scontro politico in Italia nel corso della guerra e negli anni immediatamente successivi fu quindi condotto su problemi in cui si intrecciavano gli obiettivi della politica estera e quelli del potere all'interno. I settori della classe dirigente che avevano deciso l'entrata in guerra si rivelarono inadeguati a sopportare le responsabilit della prova; ma altri gruppi, rafforzati o creati dalle vicende stesse del conflitto, ne assunsero l'eredit politica e fronteggiarono gli avversari interni ed esterni dell'espansionismo imperialista italiano. 2.1 La condotta militare della guerra fino al 1917 Nessuna delle potenze che intrapresero la lotta s'aspettava che essa si sarebbe protratta per lungo tempo. L'esperienza delle guerre combattute sul suolo europeo nel corso dell'Ottocento (dalle campagne napoleoniche a quelle prussiane del 1866 e del 1870, che costituivano il modello per le scuole militari) mostrava che esse erano state condotte e vinte secondo una strategia di movimento, e conseguentemente tutti i piani strategici elaborati dagli stati maggiori prima del 1914 prevedevano complessi spostamenti di truppe e manovre avvolgenti, diretti a chiudere le forze dell'avversario nella morsa della superiorit numerica e della maggiore potenza dei mezzi offensivi. Pochi mesi di combattimento sui fronti in Francia e in Belgio mostrarono che la tecnologia bellica a disposizione degli eserciti contrapposti rendeva invece molto pi efficace la difesa rispetto all'attacco. Alla fine del 1914, quando gli anglo- franco- belgi ebbero respinto un tentativo di manovra avvolgente dei tedeschi, il fronte si stabilizz lungo una linea di trincee soggette a ripetuti sanguinosi reciproci attacchi, che non valevano tuttavia a spostare sensibilmente i rapporti di forza. Sul teatro orientale (dove si fronteggiavano gli imperi centrali e quello russo) la guerra mantenne invece caratteri di movimento e la stasi del fronte non arriv a consolidarsi in durature strutture trincerate paragonabili a quelle dei campi della Francia e del Belgio. Per quanto riguarda la guerra sui mari, il comando supremo tedesco adott dapprima una strategia di attesa, contando di indebolire la superiore marina britannica tramite le nuove armi (la mina e il sommergibile) che anche nella guerra navale resero pi efficace la strategia difensiva rispetto a quella offensiva. In un secondo momento, a partire dal febbraio 1915, la Germania, per spezzare l'assedio della marina inglese che tagliava le vie di rifornimento esseziali, dichiar zona di guerra tutte le acque intorno alle isole britanniche apprestandosi all'affondamento a vista di tutte le navi che vi fossero state sorprese. L'operazione ebbe gravi conseguenze per la Gran Bretagna, ma non valse a ridare fiato al commercio estero tedesco. Inoltre, sul piano diplomatico, la campagna sottomarina lanciata dall'impero provoc nell'aprile 1916 un duro ultimatum da parte del presidente Wilson, che indusse i tedeschi a rinunciarvi per un breve periodo; ma dopo uno scontro navale con gli inglesi il 31 maggio 1916 nello stretto dello Jutland (da cui i tedeschi uscirono con qualche successo, ma da cui non trassero alcun vantaggio sostanziale per il dominio sui mari) la guerra sottomarina fu ripresa in tutte le acque e nel luglio successivo uno dei pi grandi sommergibili tedeschi apparve addirittura al largo della costa americana, affondando parecchi navigli neutrali. Dal 1 febbraio 1917 la Germania proclam Pagina 42

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt infine la guerra sottomarina indiscriminata, che comportava l'affondamento senza preavviso di tutte le navi, militari o civili, senza distinzione di nazionalit dirette in Gran Bretagna. Nell'aprile 1917 una nave su quattro, tra quelle che salparono dalle isole britanniche, fu affondata. La minaccia della fame incombeva sulla Gran Bretagna, gi costretta a rigidi razionamenti sin dall'inizio del conflitto. Il momento peggiore fu superato sia perch fu adottato un sistema di navigazione "a convogli" che permetteva una migliore difesa, cui concorrevano nuove unit navali specializzate, sia perch la flotta degli U- boot tedesca non poteva reggere lo sforzo a causa del numero ridotto degli equipaggi e dei sottomarini: giganteschi sbarramenti di mine (come quello nel tratto di mare tra le Orcadi e la Norvegia, consistente di 70.000 pezzi) bloccarono in modo pressoch definitivo i tedeschi nell'ultima fase del conflitto. Per quanto rilevante sia stata la guerra sui mari sul piano strategico e densa di avvenimenti tragici che colpirono anche i civili (ricorderemo l'affondamento del transatlantico Lusitania il 7 maggio 1915, in cui morirono 1196 passeggeri, di cui 139 statunitensi), la guerra terrestre per l'entit delle masse direttamente coinvolte rest nella memoria dei popoli come l'aspetto pi significativo del conflitto. Nemmeno l'inizio della guerra aerea, con i primi bombardamenti dei centri urbani, ebbe altrettanta risonanza, in quanto la limitata efficienza tecnica impediva l'uso dei velivoli (dirigibili e aeroplani) su grandi distanze e con armamenti potentemente distruttivi, cosicch gli aerei furono per lo pi utilizzati al fronte e per le ricognizioni sulle posizioni nemiche. La trincea fu invece il simbolo del conflitto, e la vita di trincea divenne la condizione che pi di ogni altra riassunse nella memoria dei reduci l'esperienza bellica. Sulla traccia indicata da studiosi inglesi (quali Paul Fussel ed Eric J. Leed) la storiografia pi recente ne ha messo in luce le componenti di sofferenza e di dolore, di radicale estraniazione del combattente dalla sua vita passata, sotto la minaccia sempre incombente della morte. La separazione tra il mondo di coloro che vivevano in trincea e il resto del paese fu particolarmente forte in Italia, dove, come ha ricordato tra gli altri Ernesto Ragionieri, la massima parte dei fanti era costituita da contadini, che portavano con s una cultura contadina ancora intatta, che con la guerra delle civilt industriali e dell'imperialismo non poteva certo trovare punti di contatto [Ragionieri 1976b, p. 2003]. L'impostazione strategica data alla guerra italiana da parte dello stato maggiore italiano e del suo capo, il generale Luigi Cadorna, sembr in un primo momento non tenere in alcun conto quello che si era verificato sugli altri fronti. In Italia perdurava l'illusione di una guerra breve, limitata nei suoi obiettivi strategici al conseguimento dei fini dettati da quello che Salandra defin il sacro egoismo nazionale. Il piano di guerra iniziale avrebbe dovuto condurre a una rapida offensiva sull'Isonzo per muovere dalla pianura friulana e dalla Carnia in direzione di Lubiana, congiungersi con le forze serbe e mirare al cuore dell'impero asburgico; nel Trentino la I armata si sarebbe limitata a un'azione difensiva. La lentezza della radunata delle truppe e la dispersione delle forze non consentirono di andare oltre la conquista di una limitata striscia di terra al di l del confine politico, mentre gli austriaci si attestavano su un confine militare che dava loro notevoli vantaggi sul piano tattico, su alture da cui potevano organizzare adeguatamente il fuoco dell'artiglieria e le linee trincerate contro le quali si sarebbe infranto l'assalto italiano. Dopo il fallimento della prima offensiva, Cadorna diede il via a una serie di ulteriori attacchi sull'Isonzo che si susseguirono fino al dicembre 1915. Nel maggio 1916 Conrad von Hotzendorf, capo di stato maggiore austriaco, sferr nel Trentino una Strafexpedition (spedizione punitiva per il "tradimento" dell'alleanza) che dapprima colse di sorpresa Cadorna, il quale aveva sottovalutato le capacit offensive avversarie. La minaccia allo schieramento italiano fu respinta grazie soprattutto all'offensiva iniziata sul fronte orientale dall'esercito russo il 4 giugno, che obblig gli austriaci a distogliere Pagina 43

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt truppe dal fronte italiano per riversarle su quello orientale. Due mesi pi tardi, riportate sull'Isonzo le sue riserve, Cadorna lanci un attacco verso Gorizia che port alla conquista della citt l'8 agosto; pi oltre l'esercito non riusc a spingersi, malgrado le sanguinose battaglie autunnali, che furono dette "spallate", in quanto comportavano attacchi brevi e concentrati. Dai massacri precedenti gli alti comandi avevano imparato almeno questo che era inutile insistere nell'assalto frontale qualora non si fosse arrivati allo sfondamento del fronte poich le truppe che arrivavano alle trincee avversarie non avevano la forza per reggere al contrattacco. Malgrado ci le "spallate" costarono agli italiani perdite ben pi gravi di quelle austriache. Lo schema d'attacco delle truppe italiane era costituito da un cannoneggiamento intenso e prolungato sulle posizioni nemiche, cui seguiva l'assalto della fanteria. Il bombardamento avrebbe dovuto spazzare ogni resistenza nella zona destinata all'irruzione, ma in realt l'effetto era soprattutto quello di segnalare il prossimo inizio dell'attacco, senza produrre apprezzabili danni. Qualora poi i colpi dell'artigliera sulle difese avversarie avessero aperto dei varchi, questi fungevano da passaggi obbligati in cui dovevano incunearsi gli attaccanti, sui quali le mitragliatrici potevano infierire con esiti ancora pi sanguinosi. Lo svantaggio tattico degli italiani attaccanti, cui le reti di filo spinato precludevano il passo e che le mitragliatrici falciavano senza remissione, comportava un alto numero di caduti e rese irrilevanti i successi conseguiti. Fino alla rotta di Caporetto, l'esercito italiano non riusc a conquistare pi di una fascia di circa 20-25 km oltre il vecchio confine. Da molti osservatori contemporanei e da numerosi studiosi la strategia di Cadorna fu giudicata insensata e suicida, dettata da una concezione miope e gretta del comando. Agli studiosi pi recenti tuttavia essa apparsa come il frutto organico di tutta l'impostazione politica della guerra. La strategia d'attacco rispondeva in primo luogo alla necessit di conseguire con le sole forze nazionali, al di fuori di un organico collegamento con la strategia politica dell'Intesa, gli obiettivi fissati dal patto di Londra (raggiungimento dei confini cosiddetti naturali, conquista del dominio nell'Adriatico e prevalenza nel settore balcanico). Lo prova il fatto che fino all'agosto 1916 l'Italia si astenne dal dichiarare guerra alla Germania, pagando per questo anche il prezzo di un isolamento politico che si espresse in diverse occasioni alcune delle quali non irrilevanti, come gli accordi sulla spartizione della Turchia, di cui l'Italia fu tenuta all'oscuro, e soprattutto in concomitanza con i tentativi di pace separata di Carlo I d'Asburgo, successore di Francesco Giuseppe (che era morto il 21 novembre 1916), a proposito dei quali gli anglofrancesi non si consultarono se non tardivamente con l'Italia. Il giudizio negativo di gran parte della storiografia nei confronti della condotta italiana di guerra fu anche originato dalla constatazione che la classe dirigente (politica e militare) non fu in grado di promuovere alcuna partecipazione ideale agli obiettivi di guerra da parte della grande massa dei combattenti. Anche in questo caso tuttavia si trattava della conseguente applicazione di pi generali scelte politiche. L'intervento deciso da Salandra e da Sonnino si inquadrava in un disegno accentuatamente conservatore non soltanto per gli obiettivi che assegnava alla guerra, ma soprattutto perch esso doveva promuovere all'interno la formazione di un blocco conservatore di tipo "prussiano", vale a dire autoritario e dichiaratamente antipopolare e antisocialista, tale da mettere ai margini quei settori pur moderatamente riformisti rappresentati da Giolitti e dai gruppi liberali che a lui si ispiravano. Di fronte a queste prospettive, il divario storicamente presente in Italia tra ceti di governo e classi popolari era un dato permanente e scontato, che i governanti non intendevano assolutamente colmare. Esso costituiva tuttavia una minaccia per tutta la condotta italiana in guerra. I timori erano tanto pi acuti in quanto l'esperienza rese ben presto evidente quanto profonda fosse, rispetto alle idealit di patria e agli obiettivi irredentisti, l'estraneit della gran massa dei combattenti e soprattutto dei contadini (2.600.000 uomini su un totale di 5.700.000 richiamati), quasi tutti arruolati nella fanteria, il corpo che sub le perdite pi pesanti. Soltanto Pagina 44

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt una sorta di rassegnazione atavica (alla guerra come a qualsiasi altra calamit naturale) parve consentire che essi accettassero la loro condizione. L'impossibilit di promuovere una partecipazione popolare e nazionale alle ragioni e ai fini della lotta portava in primo piano il problema di garantire l'obbedienza delle grandi masse di soldati. La soluzione fu quella di ricorrere a una repressione spietata, accompagnata da un assoluto disinteresse (che indign gli esponenti dell'interventismo democratico, alcuni dei quali lasciarono pagine indimenticabili sugli orrori che ne nascevano) per i bisogni e per la stessa dignit dei combattenti. Fin dai primi momenti del conflitto le istruzioni dell'alto comando batterono con insistenza sulla funzione dei tribunali militari al fine di impedire ogni sbandamento o insubordinazione. Un codice militare elaborato sul modello di quello in vigore nell'esercito del Regno di Sardegna, e mai pi rinnovato nel corso della storia del Regno d'Italia, si prestava alla instaurazione come ha scritto Alberto Monticone [1972, p. 158] di un regime penale particolarmente gravoso, rigido e severo. Il codice militare si ispirava a una concezione "onorifica" del servizio militare, seguendo un modello di esercito che combattesse una guerra di tipo ottocentesco, che incontrasse il nemico soltanto in occasione di battaglie, anzich adeguarsi alla realt di un grande esercito nazionale costituito da soldati di leva, impegnato in una guerra caratterizzata dalla permanenza in trincea, che trasformava ogni trasgressione "in presenza del nemico" in reato gravissimo. Analoghi criteri di rigido controllo sulla massa delle truppe valevano nei campi di battaglia: la fanteria veniva impiegata in formazioni massicce, che permettessero agli ufficiali e ai carabinieri di controllarle, ed era spinta al combattimento a ranghi serrati onde impedire ogni dispersione o fuga. Tale ammassamento contribuiva a rendere ancor pi pesante il sacrificio di vite umane. A commento di tale modo di guidare l'esercito in battaglia stato pi volte richiamato il detto di Federico II re di Prussia, il quale sosteneva che i soldati dovevano temere, pi che il nemico, il loro ufficiale. Non manc allora, soprattutto tra gli interventisti, chi lament che l'alto comando fosse ostile a ogni propaganda, anche di tipo patriottico, tra le truppe. E in effetti non solo la stampa dell'opposizione fu vietata nelle trincee, ma anche i giornali ammessi vennero diffusi in misura assai ridotta. La presenza dei politici (anche quando intendessero contribuire al patriottismo delle truppe) fu fortemente osteggiata, gli stessi interventisti furono guardati con sospetto, la costituzione di formazioni volontarie fu inibita. Non si trattava di miopia e di incapacit a comprendere l'utilit della propaganda di massa, difetti peculiari dei comandi militari: se pur vero che Cadorna partecipava di una cultura che disprezzava le forme di comunicazione con la massa dei soldati, il fatto decisivo che egli perseguiva una direttiva tradizionale (ricordiamo il legame particolare intercorrente tra Corona e forze armate) che teneva a separare i corpi militari dai politici e rivendicava ai primi l'esclusiva conduzione delle operazioni militari in tutti i loro aspetti. Anche questa era un'impostazione coerente con le finalit conservatrici di tutta la condotta bellica italiana. 2.2 La condotta della guerra: il fronte interno Sul piano della politica interna il governo Salandra dovette affrontare due ordini di problemi: da una parte l'opinione pubblica e i gruppi politici interventisti, critici verso la condotta della guerra e reclamanti un allargamento della base politico- parlamentare del governo; dall'altra i militari, vale a dire Cadorna, insofferenti di ogni biasimo e sprezzanti nei confronti di ogni richiesta proveniente dai "civili". In quanto al problema dei rapporti parlamentari, i gruppi liberali di destra, di cui Salandra era l'espressione, non accettavano la prospettiva di dividere la guida del conflitto con altre componenti politiche, nemmeno in una coalizione nazionale. Ritenevano di poter e dover guidare il paese secondo la logica autoritaria della loro visione elitaria del potere, consideravano anzi la vittoria in guerra come una condizione per restaurare in pieno la loro autorit e il loro ascendente nazionale, onde poter poi rinnovare il Pagina 45

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Parlamento tramite elezioni che consegnassero loro una maggioranza proprio sulla base degli esiti vittoriosi del conflitto. Anche per questo insistevano per una condotta offensiva delle operazioni, nella speranza che ci portasse a una rapida conclusione. I loro calcoli si rivelarono per illusori gi nell'autunno 1915; ma la prudenza delle opposizioni liberali e democratiche (interventisti di sinistra, ex neutralisti giolittiani e cattolici) che temevano di creare difficolt alla "causa nazionale" senza saper sostituire il capo del governo, consent a Salandra di restare al suo posto fino al giugno 1916. Nei rapporti con l'alto comando dell'esercito le vicende furono ancor pi tempestose. La percezione dell'inutilit delle sanguinose offensive cadorniane era diffusa fin dall'autunno 1915, ma il governo non ebbe il coraggio di procedere alla revoca del capo di stato maggiore, di cui peraltro condivideva l'impostazione strategica. Cadorna rimase al suo posto e, in linea generale il ruolo dei militari si venne accentuando su tutti i piani, ivi compreso quello fondamentale della gestione dell'economia bellica, in cui essi vennero a ricoprire un ruolo importante come rappresentanti dell'apparato statale negli organismi che dovevano coordinare lo sforzo produttivo. La crisi del governo Salandra avvenne nel contesto di un lungo logoramento dell'istituto parlamentare, che veniva sempre meno convocato e che era oggetto di una continua campagna denigratoria da parte dei nazionalisti e dei grandi organi di stampa. Il ricambio al vertice dell'esecutivo non valse a restituire al Parlamento il suo ruolo centrale nella vita politica del paese, ma al tempo stesso sembr sanzionare (con la pratica scomparsa di Salandra dalla vita politica) la perdita di prestigio e di potere di una frazione importante della classe dirigente liberale. L'occasione per la crisi fu l'offensiva austriaca del maggio- giugno 1916. Cadorna pot salvarsi in quanto riusc a contenere le conseguenze dei suoi errori iniziali e a bloccare la Strafexpedition. Il governo Salandra invece non resse alle difficolt create dalla situazione militare, e nel giugno dovette rassegnare le dimissioni, per essere sostituito da una formazione guidata dal liberale moderato Paolo Boselli, personalit unanimemente giudicata incolore, in cui entravano esponenti di tutti i gruppi che avevano votato per l'entrata in guerra. In questo contesto venivano creandosi nuovi rapporti interni alla classe dirigente: importanza determinante assunsero i gruppi facenti capo alle grandi concentrazioni industriali, capaci di imporsi al potere politico per la loro importanza nello sforzo bellico, saltando la mediazione del Parlamento. La composizione del nuovo governo Boselli (varato il 1 luglio 1916), pi numeroso del consueto per dosare gli equilibri tra gli schieramenti parlamentari, doveva conciliare gli obiettivi della destra, rappresentata da Sonnino (che mantenne il Ministero degli esteri), con la difesa di principi fondamentali del sistema liberale pur nella congiuntura delle leggi eccezionali di guerra (opera che fu assunta da Vittorio Emanuele Orlando, giurista liberale di gran fama che fu ministro dell'interno), e con le velleit degli interventisti di sinistra, rappresentati da Bissolati. Questi si scontr duramente con Sonnino sui temi del rapporto con i popoli dei Balcani, e con Cadorna su quelli dei rapporti tra militari e paese; sull'uno e sull'altro terreno usc di fatto sconfitto, e anzi di Cadorna fin per divenire succube. Importante fu infine la presenza di Filippo Meda, esponente del cattolicesimo politico moderato, come rappresentante di un mondo che entrava ormai a pieno titolo nella dialettica politica dell'Italia unita. 2.3 Le tensioni nel paese e la rotta di Caporetto Nel corso dell'inverno 1916-17 le conseguenze del conflitto sul tenore di vita del paese vennero facendosi progressivamente pi gravi. La guerra sottomarina condotta dai tedeschi ai danni dell'Intesa pesava in modo determinante su un paese che, come l'Italia, dipendeva per gran parte dalle importazioni. Si combinavano lievitazione del costo della vita e penuria di beni Pagina 46

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt alimentari nel far crescere l'ostilit a una guerra le cui ragioni nazionali e patriottiche erano gi di per s estranee alla gran parte delle classi popolari. Proteste, tumulti e addirittura tentativi di rivolta percorsero il paese, e ne furono protagoniste per gran parte le donne, sia perch erano state coinvolte in numero molto alto nella produzione bellica (a rimpiazzare gli uomini richiamati alle armi), sia per il ruolo tradizionale che assegnava loro di provvedere all'acquisto dei beni alimentari per la famiglia. Nella primavera e nell'estate del 1917 le manifestazioni assunsero una frequenza allarmante, ed ebbero a Torino (alla fine d'agosto) gli episodi culminanti, quando cinquanta dimostranti e una decina di guardie regie furono uccisi nel corso di scontri; duecento furono i feriti. Gli esponenti della classe dirigente, che dietro le proteste contro il carovita e la penuria alimentare videro (e non infondatamente) la ripulsa verso la guerra, denunciarono i socialisti come responsabili dei disordini. In realt, malgrado la presenza di gruppi socialisti combattivi e intransigenti, come nel caso di Torino, la loro partecipazione attiva ai moti non ebbe affatto il carattere determinante preteso dalle forze d'ordine. La formula "n aderire n sabotare" aveva riassunto dopo l'intervento un atteggiamento assai diffuso, che si era addirittura tradotto per i riformisti in un appoggio indiretto allo sforzo bellico italiano. I dirigenti riformisti, tra cui spiccavano i sindaci di grandi citt, come Caldara a Milano o Zibordi a Bologna, ritenevano loro dovere non perdere i contatti con le masse popolari, e collaborare all'assistenza delle popolazioni civili mediante le cooperative, le amministrazioni comunali, gli stessi sindacati. Si tratt in sostanza di una collaborazione indiretta, che spesso comport (come avvenne per Turati stesso) una pratica accettazione dell'impostazione patriottica, senza che ci ricevesse comunque alcun riconoscimento da parte di Salandra o di Boselli. Altri settori socialisti (gli intransigenti guidati soprattutto da Costantino Lazzari) insistettero sull'opposizione di principio alla guerra, e a partire dai primi mesi del 1917 le loro posizioni andarono acquistando popolarit, per la crescente stanchezza dell'opinione pubblica e la diffusa convinzione che fosse impossibile per alcuno dei contendenti chiudere il conflitto con una vittoria armata. Quest'ultimo giudizio aveva solide ragioni. Sui fronti di guerra gli imperi centrali mantenevano l'iniziativa, infliggendo dure sconfitte agli avversari. Tuttavia su di essi, e sull'economia tedesca in particolare, gravava in modo sempre pi pesante la pressione esercitata dalla potenza marittima della Gran Bretagna, che nemmeno la disperata decisione della guerra sottomarina a oltranza riusciva ad allentare. Quest'ultima anzi pes in modo determinante nella decisione degli Stati Uniti di portare alle estreme conseguenze la collaborazione con i paesi dell'Intesa, e di entrare in guerra contro gli imperi centrali (6 aprile 1917), anche se gli effetti militari della loro decisione si fecero sentire soltanto nel 1918. Il problema del rifiuto popolare verso il conflitto non era unicamente italiano: su tutti i fronti le truppe manifestavano una crescente riottosit, che si traduceva in molti casi in aperte ribellioni. La primavera- estate del 1917 vide verificarsi ammutinamenti sul fronte francese, dopo che il comandante supremo Nivelle ebbe lanciato una sanguinosissima offensiva (16-25 aprile 1917) che non riusc a conseguire lo scopo di sfondare il fronte. Nivelle fu sostituito dal generale Ptain che stabil rapporti diversi con le truppe e rafforz le forme di propaganda patriottica e di sostegno materiale e morale ai combattenti, secondo una prassi del resto gi in vigore negli eserciti alleati ma allora ignorata in Italia. In quanto alla Germania, che soffriva pi duramente dei paesi dell'Intesa per la mancanza di rifornimenti, l'episodio pi grave di insubordinazione fu rappresentato dagli ammutinamenti della flotta del Baltico (luglio 1917); nello stesso mese il Parlamento tedesco vot a maggioranza una risoluzione per la pace, che non condizion tuttavia per nulla l'operato del governo del Kaiser, saldamente in mano agli ambienti militari e ai fautori di una politica annessionistica. Nel febbraio 1917 in Russia il regime zarista, duramente provato dalla guerra, dovette arrendersi ai moti rivoluzionari. L'evento costitu un incentivo Pagina 47

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt formidabile al diffondersi delle proteste. Anche se la rivoluzione di febbraio non comportava il ritiro della Russia dal conflitto (avverr solo dopo quella bolscevica nel novembre e sar formalizzato dall'armistizio di BrestLitovsk del 15 dicembre), il crollo del regime zarista fu salutato come il primo atto della dissoluzione di tutti i regimi di guerra. Quando una delegazione del Parlamento russo giunse in Italia (con il compito, si badi bene, di rafforzare i legami di collaborazione in vista del proseguimento della guerra) essa fu salutata con il grido di "viva Lenin". Del leader bolscevico erano gi note le tesi che proponevano di trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Nel Parlamento italiano Claudio Treves diede voce al rifiuto generale invitando il governo a provvedere perch l'inverno successivo non dovesse pi essere vissuto dalle truppe in trincea. Ma non erano soltanto i socialisti e le classi popolari a esprimere il rifiuto del massacro che si stava perpetrando sui campi d'Europa. Il 1 agosto 1917 una Nota del pontefice Benedetto XV esortava i capi delle nazioni in guerra a cercare vie per la pace e deplorava l"inutile strage che si andava consumando. Le parole del papa erano quanto mai giustificate, come abbiamo visto, dall'entit della carneficina; ma non manc chi intravide in esse anche il timore tutto politico per l'inevitabile caduta dell'impero cattolico per eccellenza, quello degli Asburgo. Una classe dirigente assediata da pi parti e profondamente allarmata per il proprio isolamento si trov cos ad affrontare la pi grave sconfitta militare della storia italiana postunitaria: la rotta di Caporetto. A met settembre 1917 lo stato maggiore austriaco aveva deciso un'offensiva, appoggiata da truppe tedesche, essenzialmente per prevenire un crollo dell'Austria- Ungheria, il cui esercito appariva stremato dalla lunga pressione italiana sull'Isonzo. Sfruttando una testa di ponte conservata dagli austriaci a Tolmino, vennero fatte affluire trecento batterie e dodici divisioni d'assalto con misure precauzionali tali da impedire allo stato maggiore italiano di valutare l'entit dell'attacco. Cadorna, pur informato delle intenzioni nemiche, non volle credere fino all'ultimo che l'offensiva (24 ottobre 1917) avesse davvero l'obiettivo di sfondare il fronte nel punto pi immediatamente minacciato, e non utilizz tempestivamente gli uomini e i mezzi di cui disponeva per fermare un'avanzata che consegu risultati sproporzionati all'entit delle forze impiegate. La resistenza della linea italiana fu ostacolata anche dall'interruzione delle comunicazioni telefoniche che impedirono un efficace appoggio dell'artiglieria. A Caporetto avvenne lo sfondamento nemico che rese indifendibile l'intera linea italiana in quanto l'ala destra degli attaccanti aggir il Tagliamento minacciandola alle spalle. Dopo aver stabilito una prima linea difensiva appunto sul Tagliamento, Cadorna fece effettuare un ulteriore ripiegamento sul Piave, dove l'esercito si attest sulla linea Piave- monte Grappa- Altipiani entro il 20 novembre, mentre affluivano rinforzi inglesi e francesi, che tuttavia ebbero un ruolo limitato nel proseguimento delle operazioni in Italia. La rotta di Caporetto rappresent una svolta decisiva nella condotta della guerra italiana. Sul piano politico il governo Boselli fu sostituito da una nuova formazione, guidata dal liberale Vittorio Emanuele Orlando, che si valeva della presenza di Francesco Saverio Nitti, gi ministro con Giolitti studioso di problemi dell'economia, fautore dell'industrializzazione come via alla modernizzazione civile e politica della societ italiana. Orlando, il cui atteggiamento in difesa delle libert statutarie pur nel clima di guerra costituiva una sorta di ponte gettato verso i giolittiani e le sinistre, fu osteggiato dagli interventisti (di destra e sinistra), che si riunirono in un "Fascio parlamentare per la difesa nazionale" destinato a sorvegliare che i "disfattisti non si impadronissero del paese. Sul piano della condotta militare Luigi Cadorna fu sostituito da Armando Diaz, affiancato da Pietro Badoglio (di cui al tempo si ignoravano peraltro le pesanti responsabilit tattiche nella rotta). Diaz instaur un rapporto di tipo diverso con le truppe, cur il miglioramento del vitto, aument i giorni di licenza; su iniziativa del ministro del tesoro Nitti vennero istituite polizze gratuite di assicurazione; pur senza rinunciare per nulla all'uso degli strumenti repressivi, il comando dell'esercito sollecit e sostenne le iniziative propagandistiche, condotte per lo pi da intellettuali interventisti che Pagina 48

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt ebbero modo di esercitarsi nella retorica patriottica. Il cambiamento non fu di poco rilievo, se si tiene conto che Cadorna, nel comunicato del 28 ottobre 1917, aveva pubblicamente accusato di vilt le truppe che erano state in realt travolte a causa della sua insipienza. Con l'invasione austriaca cambiavano anche i temi su cui la propaganda poteva giocare: la "difesa della patria" era tema pi facile da propagandare e da far accettare ai soldati, rispetto a quelli dell'espansione nell'Adriatico o delle terre irredente. Si rafforzarono i mezzi della propaganda; ma una partecipazione pi convinta non sembra essere stata raggiunta; giudizio diffuso che l'obbedienza passiva abbia continuato a costituire l'atteggiamento pi consueto tra le truppe. La rotta di Caporetto cost all'esercito italiano 11.000 morti, 29.000 feriti, 280.000 prigionieri, oltre alla perdita di ingenti quantit di materiale bellico; i soldati sbandati furono circa 350.000 e circa 400.000 i profughi civili. L'accorciamento del fronte e l'afflusso di nuovi richiamati (classe 1899) permisero alle 38 divisioni superstiti (prima erano 65) di affrontare con successo la "battaglia d'arresto" contro le due offensive (10-26 novembre e 4-23 dicembre 1917) lanciate dagli austro- tedeschi per piegare definitivamente anche l'Italia, proprio mentre sul fronte orientale le forze russe cessavano le ostilit. Nei mesi successivi la riorganizzazione delle truppe, il reinquadramento degli sbandati, il potenziamento della produzione bellica per colmare i vuoti e per aggiornare gli armamenti (notevole soprattutto l'incremento dell'aviazione) diedero nuova efficienza all'esercito, che tuttavia non fu pi impiegato in azioni offensive: i comandi italiani lo ritenevano troppo rischioso in quanto l'Austria era ormai in grado di schierare sul fronte italiano tutte le sue forze, e appariva altamente probabile che avrebbe cercato su questo terreno un successo che le permettesse di sopravvivere come stato. La prevista e vigorosa offensiva austriaca nel giugno 1918 fu respinta senza che tuttavia gli alti comandi italiani si risolvessero a un attacco risolutivo fino ai primi di ottobre. Ma a questo punto l'esercito italiano aveva davanti a s un nemico ormai in piena crisi politica: la dissoluzione dell'impero precedeva quella del suo esercito. L'esercito austriaco combatt coraggiosamente nei primi giorni della battaglia, iniziata la mattina del 24 ottobre ma dopo lo sfondamento delle linee a Vittorio Veneto (29 ottobre) l'intera struttura militare asburgica entr in sfacelo. L'armistizio fu firmato il 3 novembre (lo stesso giorno in cui gli italiani entravano a Trento e sbarcavano a Trieste) e le ostilit cessarono il 4 novembre 1918. La prima guerra mondiale La storiografia sulla prima guerra mondiale amplissima, e anche limitandosi a indicazioni inerenti al ruolo e alle vicende dell'Italia il materiale bibliografico si presenta tanto ricco da imporre drastiche selezioni. La prima guerra mondiale infatti segna una cesura tale nella storia contemporanea che gli studiosi tendono ormai a considerarla come l'avvio del XX secolo. Sul piano della storia europea ci limiteremo a ricordare testi di orientamento generale: B. H. Liddel Hart, La prima guerra mondiale, Rizzoli, Milano 1968; A. J.P. Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, Firenze 1967; F. Fischer, Assalto al potere mondiale, Einaudi, Torino 1965. A questi dobbiamo anche aggiungere, come indicatore di una tendenza a riflettere sui nessi tra la strategia militare e il comportamento delle truppe, T. Travers, The Killing Ground. The British Army, the Western Front and the Emerging of the Modern Warfare, Unwin Hyman, London 1990. Tra le opere generali che possono essere di maggiore utilit per la storia italiana, cfr. P. Pieri, L'Italia nella prima guerra mondiale, Einaudi, Torino 1965; A. Gibelli, La prima guerra mondiale, Loescher, Torino 1975; G. Rochat, L'Italia nella prima guerra mondiale. Problemi di interpretazione e prospettive di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976; M. Isnenghi, La grande guerra, Giunti, Firenze 1993. Per la condotta militare delle truppe italiane cfr. Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, L'esercito italiano nella grande guerra 1915-1918, Poligrafico dello Stato, Roma 1927 ss., e per un aggiornamento bibliografico, Pagina 49

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Centro interuniversitario di studi storico- militari, La storiografia militare italiana negli ultimi vent'anni, Franco Angeli, Milano 1985. Per quanto riguarda la storia politica, il primo aspetto cui faremo riferimento quello della crisi che port il paese all'intervento. Rinviando alla bibliografia della politica estera per i temi delle relazioni internazionali, ed escludendo la pur vastissima produzione memorialistica e quella legata alla polemica politica (che si possono ritrovare nei testi di introduzione generale alla guerra), possiamo rinviare, come opere che hanno segnato il dibattito storiografico nel secondo dopoguerra, a: B. Vigezzi (a c. di), Il trauma dell'intervento, Vallecchi, Firenze 1968; Id., L'Italia di fronte alla prima guerra mondiale, vol. I, L'Italia neutrale, Ricciardi, Milano- Napoli 1966; G. Procacci, Appunti in tema di crisi dello stato liberale e di origini del fascismo, in "Studi storici" 1965, n. 2. Il problema di fondo affrontato da questa storiografia quello di valutare, attraverso l'analisi dei modi in cui l'Italia giunse alla partecipazione al conflitto, l'incidenza dell'evento sulla crisi dello stato liberale e sui successivi sviluppi. Pur nel quadro di una storia politica, di cui esempio P. Melograni, Storia politica della grande guerra (1915-1918), Laterza, Bari 1972, hanno avuto molto rilievo ricerche che rivelavano l'esistenza di un diffuso dissenso tra le truppe, spesso implacabilmente represso dalle autorit: cfr. E. Forcella, A. Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari 1968. Sulla profondit del mito della grande guerra e sulle suggestioni che esso esercit nel mondo della cultura, ha svolto indagini fondamentali M. Isnenghi, Il mito della grande guerra da Marinetti a Malaparte, Laterza, Bari 1970. Per un quadro delle tendenze storiografiche successive, cfr. B. Bianchi, La grande guerra nella storiografia italiana dell'ultimo decennio, in "Ricerche storiche", 1991, sett.-dic. Nelle ricerche pi recenti l'attenzione stata rivolta principalmente a esperienze che ampliano e arricchiscono la prospettiva di storia politica che ha dominato per oltre mezzo secolo. Molto ha contribuito a questa trasformazione la conoscenza e la traduzione di due opere singolarmente affascinanti: P. Fussel, La Grande guerra e la memoria moderna, il Mulino, Bologna 1984 e E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica ed identit personale nella prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1985. In questa direzione comunque muovevano gi varie iniziative italiane, tra cui ricorderemo: M. Isnenghi (a c. di), Operai e contadini nella Grande Guerra, Cappelli, Bologna 1982 (di cui cfr. anche Giornali di trincea 1916-1918, Einaudi, Torino 1977); G. Procacci (a c. di), Stato e classe operaia durante la prima guerra mondiale, Franco Angeli, Milano 1983. D. Leoni, C. Zadra (a c. di), La Grande guerra. Esperienza, memoria, immagini, il Mulino, Bologna 1986. Tra le opere pi recenti e significative: A. Gibelli, L'officina della guerra La Grande Guerra e la trasfommazione del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991; G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra Con una raccolta di lettere inedite, Editori Riuniti, Roma 1993; L. Fabi, Gente di trincea La grande guerra sul Carso e sull'Isonzo, Mursia, Milano 1994. Sulle tracce dell'opera di L. Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918, Bollati Boringhieri, Torino 1976, questo tipo di ricerche ha stimolato la raccolta di testimonianze, quali diari e scrittura popolare (cfr. F. Foresti, P. Morisi, M. Resca [a c. di], Era come a mietere. Testimonianze orali e scritte di soldati sulla Grande guerra con immagini inedite, Forni, Bologna 1982). Esempio e fonte di ispirazione per questo tipo di ricerche stata, ancora agli inizi degli anni ottanta, l'opera di Nuto Revelli, di cui ricorderemo Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino 1977 e L'anello forte. Le donne. Storie di vita contadina, Einaudi, Torino 1985. Sul ruolo e sul significato dell'arditismo, di cui il fascismo si appropri in chiave propagandistica, cfr. G. Rochat, Gli arditi della grande guerra Origini, battaglie e miti, Feltrinelli, Milano 1981. Sull'assistenza religiosa, componente fondamentale della disciplina di guerra, cfr. R. Morozzo Della Rocca, La fede e la guerra Cappellani militari e Pagina 50

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt preti- soldati (1915-1919), Studium, Roma 1980; L. Bruti Liberati, Il clero italiano nella Grande guerra, Editori Riuniti, Roma 1982. Sui cattolici cfr.: G. Rossini (a c. di), Benedetto XV, i cattolici e la prima guerra mondiale, Cinque Lune, Roma 1963. Un settore a s stante rappresentato dagli studi sul movimento operaio e socialista che a lungo era stato uno dei pochi indicatori del rapporto tra paese legale e paese reale. Anche su questo argomento ricchissima la memorialistica, molto citata in tutte le opere generali; per i socialisti cfr. soprattutto L. Ambrosoli, N aderire n sabotare, Avanti!, Milano 1962. Importanti gli studi sull'influenza della Rivoluzione sovietica, tra cui quello di A. Venturi Rivoluzionari russi in Italia, Feltrinelli, Milano 1978. Sulla disciplina della mobilitazione industriale cfr.: U. Miozzi, La mobilitazione industriale italiana, Euroma, Roma 1980; A. Camarda, S. Peli, L'altro esercito. La classe operaia durante la prima guerra mondiale, Feltrinelli, Milano 1980; S. Musso, Gli operai di Torino 1900-1920, Feltrinelli Milano 1980. 2.4 I problemi diplomatici della pace L'ultimo anno di guerra fu condotto sotto il segno della debolezza italiana completamente dipendente dagli aiuti alleati e dai crediti dell'Intesa. All'interno del paese la consapevolezza dei limiti della potenza italiana manc del tutto: le classi dirigenti accolsero la vittoria con un diffuso sentimento di presunzione e con la convinzione che l'entit dello sforzo militare compiuto fosse assolutamente straordinaria. Il vanto di essere riusciti a superare la tragedia di Caporetto e l'illusione di avere creato nelle trincee un affiatamento nuovo tra classe dirigente e masse popolari attorno alla difesa della patria contribuivano a rafforzare l'idea che l'Italia dovesse sedersi al tavolo della pace alla pari con le altre grandi potenze. Del tutto al di fuori della percezione della classe dirigente italiana erano i grandi problemi dello scenario internazionale, a partire da quelli, che avrebbero dominato il mondo entro pochi decenni, dei movimenti di indipendenza nei paesi colonizzati dalle potenze europee. Gli obiettivi della maggiore potenza mondiale indicati dal presidente Wilson erano in realt ben lontani da quelli che avevano guidato in guerra l'Italia liberale; senza una revisione di quella politica l'Italia andava incontro a un isolamento diplomatico sicuro non solo perch si sarebbe trovata in disaccordo con il partner pi potente della coalizione, ma anche perch gli altri partecipanti non avevano ragioni per appoggiarne le ambizioni. Sonnino non aveva cessato di ribadire che l'Italia esigeva il riconoscimento delle esigenze strategiche che stavano alla base del patto di Londra, anche quando l'intervento statunitense aveva portato in primo piano la prospettiva dello smembramento della monarchia austroungarica e del rispetto delle rivendicazioni nazionali. Al confine orientale il movimento per la creazione di uno stato unitario serbo- croato- sloveno suscitava invece l'interesse e le simpatie degli interventisti di sinistra (Salvemini e Bissolati, cui si aggiunsero anche personalit del mondo liberale come Luigi Albertini e Giovanni Amendola), che auspicavano un accordo con le nazionalit oppresse dell'Austria- Ungheria in vista di una pacifica convivenza ai confini. Nel marzo 1918 fu siglato il patto di Roma che impegnava italiani, cecoslovacchi, iugoslavi, rumeni e polacchi a una comune lotta sulla base del principio di nazionalit. Questa strategia politica, che avrebbe implicato la rinuncia a gran parte della Dalmazia, ad alcune zone della Venezia Giulia e all'obiettivo imperialistico del dominio sull'Adriatico, si scontr con un'impostazione tradizionalista che concepiva la politica estera in termini di ampliamento territoriale e di "potenza", e fu bollata come "rinunciataria" dalle correnti nazionalistiche, che condividevano la violenta ostilit degli irredentisti verso gli slavi. Ancor prima che la guerra si concludesse, gli esiti della lotta per una nuova politica estera dell'Italia nell'Europa apparivano per pi aspetti decisi: la mitologia nazionalista prepar il terreno per la psicosi Pagina 51

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt della "vittoria mutilata", con cui l'Italia affront le vicende della conferenza di Versailles, che concluse il conflitto sul piano diplomatico, lasciando aperti tuttavia insoddisfazioni e rancori tanto tra i vincitori quanto tra i vinti (vedi parte prima, capitolo 2). 2.5 Le conseguenze socioeconomiche del conflitto Se lo scenario internazionale presentava aspetti inediti e tali da richiedere agli esponenti liberali un approccio nuovo alla realt politica postbellica, non meno rilevanti furono le trasformazioni e i mutamenti sociali ed economici. Le spese di guerra avevano segnato una crescita enorme del debito pubblico e del disavanzo dello stato, una netta diminuzione del reddito nazionale, il disavanzo della bilancia dei pagamenti e una forte inflazione. Se questi aspetti significavano disagio e privazioni per una parte del paese, in altri settori la guerra aveva prodotto crescita e sviluppo. Ne avevano beneficiato intensamente alcuni comparti industriali, come la siderurgia, la chimica e la meccanica; nel settore agricolo la dinamica dei prezzi aveva fatto s che l'impresa capitalistica, e in generale tutti i produttori diretti, traessero vantaggi considerevoli dalla congiuntura bellica. Tutti i mutamenti verificatisi nel corso del conflitto si erano tradotti in una nuova distribuzione del reddito che sollecitava diffuse richieste perequative. Il sacrificio delle masse mobilitate doveva essere ripagato, anche perch nell'ultimo anno di guerra, dopo Caporetto, l'ansia di conquistare l'assenso delle masse popolari aveva fortemente incrementato tutte le promesse di giustizia sociale, sullo sfondo sia degli ideali wilsoniani sia della catarsi rivoluzionaria promessa dal bolscevismo russo. La propaganda patriottica nell'esercito aveva sviluppato soprattutto due temi: quello dell""ultima guerra", di derivazione wilsoniana, e quello della "terra ai contadini". Al loro ritorno a casa i fanti troveranno nelle condizioni delle campagne le pi valide ragioni per ricordare questa promessa. Nelle campagne, malgrado l'assenza degli uomini richiamati al fronte, la produzione agricola aveva fatto registrare una caduta relativamente contenuta, grazie all'impiego della manodopera femminile e minorile, del resto gi largamente praticato nelle campagne italiane senza venire per ci registrato come dato statisticamente valido. La guerra non aggiunse molto a questa costante, che si protrarr ancora per molti decenni. La caduta produttiva fu dovuta soprattutto alla scarsit di investimenti e di fertilizzanti, sia chimici (poco diffusi all'epoca, ma comunque resi ancora pi rari dalla destinazione bellica della produzione chimica) sia animali, da far risalire alla contrazione degli allevamenti. Nella congiuntura bellica l'aumento dei prezzi agricoli avvantaggi i produttori diretti (dagli imprenditori capitalisti ai proprietari coltivatori, affittuari e mezzadri); i proprietari non coltivatori, a causa del blocco dei fitti in vigore dall'inizio del conflitto, furono invece svantaggiati dalla congiuntura; e infine i salariati ne ritrassero i maggiori danni: l'aumento dei salari nominali non compensava affatto l'aumento del costo della vita. Le conseguenze economiche della guerra nelle campagne provocarono una pi accentuata differenziazione sociale, trasformarono in senso capitalistico l'agricoltura e incrementarono la piccola propriet coltivatrice diretta. Soprattutto nella pianura padana, negli anni dell'immediato dopoguerra, si era determinato uno spostamento della propriet a favore di piccoli e medi agricoltori, che si erano fortemente indebitati per raggiungere il sospirato obiettivo del possesso fondiario (vedi parte seconda, capitolo 3). Costoro, desiderosi di quiete sociale, avvertirono come un pericolo mortale le lotte contadine che si dispiegarono tra il 1919 e il 1921; i loro interessi entrarono in collisione con quelli dei braccianti, aprendo ampie fratture nella societ rurale. In queste lacerazioni si inserir in seguito il movimento fascista, facendosi paladino della propriet e organizzando squadre armate, finanziate dagli agrari, con le quali distruggere le sedi dei sindacati, delle leghe, delle cooperative rosse (socialiste) e poi di quelle bianche (di ispirazione cattolica) Pagina 52

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt soprattutto l dove significativa era stata la forza delle leghe bracciantili, come nella bassa pianura padana o in Puglia. Il ritorno dei reduci pose dunque all'ordine del giorno due problemi: quello della conquista di pi alti livelli salariali per i braccianti, richiesta dalle drammatiche condizioni di vita nelle campagne, e quella della diffusione della diretta propriet contadina, secondo le promesse della propaganda patriottica e le aspirazioni di larga parte delle masse contadine. Nel settore industriale i mutamenti, come abbiamo gi in parte anticipato, furono ancor pi considerevoli. Oltre che favorire le nuove pi consistenti dimensioni delle imprese e la loro concentrazione industriale e finanziaria, la guerra promosse un complesso di strumenti organizzativi e di relazioni tra imprenditori e lavoratori, e tra imprenditori, lavoratori e stato, che segnarono il passaggio verso un tipo di societ pi complesso e articolato. Tramite queste trasformazioni si avviava un cambiamento nelle relazioni industriali destinato a ripercussioni pi vaste nei decenni seguenti. Il governo dell'impresa e i rapporti con la manodopera e le sue rappresentanze non erano pi affari "privati", soggetti unicamente alle leggi del mercato per un verso e, per un altro, agli esiti del conflitto industriale. La collettivit, attraverso organismi statali, esigeva di essere riconosciuta come parte interessata sia alle strategie economiche e produttive sia alla regolazione delle controversie industriali. Quello degli anni di guerra fu solo l'avvio di un cammino che avr pi ampi sviluppi. Il punto di partenza di questo cambiamento fu dato dalla necessit di disciplinare l'organizzazione economica e in particolare la produzione industriale ai fini bellici. Prima dell'inizio delle ostilit questo non era considerato un problema. La previsione di un rapido svolgimento del conflitto aveva fatto s che ci si aspettasse di poter provvedere alla sostituzione del materiale bellico e logistico attingendo alle riserve esistenti; del tutto inattesa fu la necessit di potenziare la produzione e di utilizzare le innovazioni tecnologiche. Lo strumento tecnico- amministrativo mediante il quale gli stati provvidero alle loro necessit produttive fu la cosiddetta mobilitazione industriale, con la quale essi assunsero un controllo esplicito della vita economica, estraneo alle concezioni liberali che avevano fino allora dominato. Il termine "mobilitazione", che indica la chiamata alle armi e l'inquadramento nell'esercito dei cittadini abili al servizio al momento dell'emergenza bellica, mette in evidenza il carattere di questo tipo di intervento statale: si trattava in altri termini di un'operazione diretta a imporre una disciplina militare al mondo della produzione. In Italia la mobilitazione si tradusse, con il governo Boselli e ancor pi con quello di Orlando, in un accrescimento disordinato degli organi statali preposti all'economia di guerra, accompagnato da una legislazione spesso incoerente. La presenza dello stato, essenziale fornitore di materie prime e di crediti all'industria bellica, contribu in modo determinante alla crescita del potere di un nuovo ceto imprenditoriale, la cui capacit di influire sulle decisioni politiche veniva moltiplicata da una crescita senza precedenti dei profitti capitalistici e delle concentrazioni industriali e finanziarie, grazie anche a forniture e crediti concessi a prezzi politici contrattati in sede internazionale con i paesi alleati. La compenetrazione tra potere politico e potere economico fu cos profondamente incrementata, contribuendo anche per questa via a scardinare i presupposti della divisione delle responsabilit su cui si reggeva la concezione liberale dello stato. Di notevole rilievo fu il fenomeno della concentrazione industriale, soprattutto nei settori siderurgico e meccanico (Ansaldo, Fiat, Ilva). Considerevole fu la spinta alla crescita dell'industria chimica (la Societ Montecatini); ma anche le industrie laniere trassero cospicui profitti dalle forniture all'esercito, mentre i tessili ebbero qualche difficolt per gli Pagina 53

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt approvvigionamenti delle materie prime. Il volume di affari mise in moto anche fenomeni speculativi, abusi e malversazioni. Ancor pi rilevanti e indicativi delle tendenze in atto, furono i tentativi dei gruppi industriali di mettere le mani sulle banche, in modo da assicurarsi alla fonte il controllo sull'erogazione dei crediti e sui tassi di interesse. Fece parte di questo fenomeno anche lo scontro tra diversi gruppi industrial- finanziari per il controllo delle risorse (condotto anche tramite la stampa, con accuse di antipatriottismo ai gruppi avversari), che fu temporaneamente sospeso nel giugno 1918 per la mediazione del ministro del tesoro Nitti, ma che fu ripreso nel dopoguerra, provocando, con le manovre speculative connesse a questo tipo di lotte finanziarie, non pochi guasti al sistema economico italiano. Diverso fu l'effetto della mobilitazione industriale sull'altra componente della produzione, la forza lavoro. In questo settore lo stato divenne promotore di una rigidissima disciplina, di una autentica militarizzazione, che ebbe la funzione di controllare sia il mercato del lavoro sia il costo della manodopera sia la sua capacit produttiva. Nel contesto di questo rigido disciplinamento della massa operaia si verificarono in Italia anche diversi cambiamenti strutturali e normativi di lunga portata. Lo sviluppo della produzione industriale richiesto dallo sforzo bellico comport una moltiplicazione della domanda di lavoro, cui risposero in larghissima misura donne e minori, dal momento che i maschi attivi venivano precettati per il servizio militare. Il massiccio ingresso delle donne nella sfera produttiva avvi una modificazione del loro ruolo sociale, anche se il riconoscimento di questo fenomeno sar osteggiato e nel dopoguerra molte donne furono risospinte nella condizione di disoccupazione nascosta o di forza lavoro marginale, sottoccupata e utilizzata per il lavoro "nero". Ma la presenza delle donne in fabbrica comportava anche un'importante modificazione dei caratteri della manodopera: alle figure dominanti dell'industria prebellica (gli operai professionali) si veniva sostituendo personale non specializzato, per la gran parte di origine contadina. Per fronteggiare questo processo l'industria si indirizz verso la produzione in serie e la standardizzazione delle operazioni, cos da utilizzare senza particolare addestramento la nuova manodopera. Si realizzava perci su larga scala un processo di modernizzazione dell'industria che non era soltanto tecnologico, in quanto legato all'introduzione di macchine utilizzabili da manodopera non qualificata, ma comportava una pi accentuata razionalizzazione globale nella gestione delle risorse aziendali. All'interno di questo processo le condizioni di vita e di lavoro degli operai risentirono negativamente della presenza degli organi della mobilitazione industriale perch salari e orari di lavoro vennero totalmente subordinati alle esigenze patriottiche della massima produzione. L'aumento dei salari nominali non fu sufficiente a coprire l'incremento del costo della vita, cosicch i salari reali risultarono in diminuzione. Nello stesso tempo tuttavia la presenza dello stato agiva in una diversa direzione, promuovendo un rinnovamento della prassi negoziale e indirizzandola verso aspetti centralizzati. La contrattazione collettiva nacque, si pu dire, negli anni della prima guerra mondiale (e non soltanto in Italia): anzich trattare con gli imprenditori nelle sedi aziendali, come era avvenuto in prevalenza nell'et giolittiana, le organizzazioni sindacali operaie (la Federazione italiana operai metalmeccanici [Fiom] in particolare) si trovarono ora a negoziare in una sede di incontri triangolari. In essa erano presenti i militari, in veste di delegati del potere statale, gli industriali e i sindacati stessi. Mentre lo stato assumeva un ruolo mediatore, che verr poi teorizzato in chiave autoritaria dal fascismo, l'organizzazione sindacale maggiormente impegnata (la Fiom) dovette spesso accontentarsi di una funzione subalterna. La sua azione dovette escludere temi come la disciplina di fabbrica, i licenziamenti delle maestranze non qualificate, l'invio al fronte degli esponenti politici e sindacali; essa trasse tuttavia dalla situazione anche alcuni vantaggi sul piano del riconoscimento che le fu concesso dalle controparti, Pagina 54

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt divenendo la rappresentante legale del movimento ed esercitando la difesa degli elementari diritti sindacali. 2.6 Il biennio rosso Le conseguenze della guerra furono dunque vaste su molti piani: nel rafforzamento del settore industriale e del potere delle grandi concentrazioni finanziarie, nella modificazione dei caratteri e delle funzioni dello stato, nella dislocazione stessa delle trasformazioni produttive, che erano andate ancora una volta a favore del Settentrione e avevano rafforzato il carattere dualistico della struttura economica del paese, nell'aggravarsi delle sperequazioni tra le classi. Nel dopoguerra tutti questi fattori si combinarono per acutizzare i motivi di conflittualit sociale e precipitarne la conclusione verso una soluzione dettata dalla forza. La strada delle rivendicazioni di massa fu aperta dai moti per il caroviveri, legati al venir meno dei rifornimenti e dei prestiti alleati, nella primavera 1919, in cui erano percepibili forti tendenze spontaneistiche, che davano voce al profondo rancore per la societ borghese che aveva imposto il massacro della guerra. Le agitazioni della primavera 1919, comuni a tutti i paesi usciti dal conflitto, ebbero in Italia particolare forza e si prolungarono nei mesi seguenti con le agitazioni contadine: al Nord scioperi dei salariati agricoli, che si estesero ai coloni e ai mezzadri dell'Italia centrale; nei latifondi del Lazio e nel Meridione occupazioni di terre incolte da parte di salariati e piccoli proprietari, spesso sollecitate e guidate dalle associazioni degli ex combattenti. Il governo Nitti (giugno 1919-maggio 1920) approv il decreto proposto (settembre 1919) dal deputato del Partito popolare (cattolico) Visocchi, che mirava a legalizzare e regolare le occupazioni delle terre. I salariati della pianura padana e della Puglia ottennero dal canto loro di riguadagnare nelle retribuzioni quanto perduto durante la guerra e conquistarono per le loro organizzazioni rappresentative due istituti di fondamentale importanza: il collocamento e l'imponibile di manodopera. Grazie al primo istituto l'assunzione dei lavoratori doveva essere effettuata tramite le camere del lavoro, garantendo ai lavoratori il rispetto dei patti e la tutela dei diritti di tutti. Non meno importante fu l'imponibile di manodopera: esso stabiliva, in proporzione all'estensione delle propriet, il numero dei lavoratori che l'imprenditore agrario era tenuto ad assumere. Questo tipo di rivendicazioni, ancor pi che quelle salariali, contribu a scatenare le ire e le paure dei ceti possidenti, che vedevano in esse autentici attentati al diritto di propriet e all'autorit dell'imprenditore. Ed era questo appunto il cuore della questione politica, su cui si concentr lo scontro generale. Anche nel settore industriale infatti l'attivit rivendicativa, cadute le strutture repressive di tipo militare, era ripresa con notevole vigore, trascinando nel conflitto sociale anche notevoli settori della piccola borghesia urbana e gli addetti ai pubblici servizi. Il momento pi acuto fu rappresentato dalle lotte torinesi del marzo- aprile 1920. Originate da un episodio limitato (il rifiuto dei dipendenti dell'industria di accettare l'ora legale) esse si tramutarono in una prova di forza tra gli industriali e i lavoratori attorno al tema della rappresentanza operaia. Nel corso della guerra avevano preso sviluppo le commissioni interne, che erano organismi elettivi di fabbrica riconosciuti da padroni e sindacati come rappresentanti dei lavoratori. Nel 1919 emerse la tendenza a sostituire le commissioni interne con commissari, ciascuno dei quali era eletto come rappresentante di un reparto; essi diedero vita ai consigli di fabbrica. A questi organismi, che si prestavano a essere interpretati come primo nucleo di un potere operaio organizzato in forma di soviet, gli industriali volevano imporre regolamenti restrittivi. Malgrado uno sciopero generale della citt e della provincia, la soluzione padronale fu accettata con la mediazione della Cgdl. Ma questo non era che il primo atto di un dramma che, a quel punto, stava gi maturando nelle sue forme decisive. Pagina 55

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Le lotte contadine e operaie si collocano in una fase molto complessa di trasformazione e riorganizzazione delle forze politiche. Ancora una volta, per introdurci a questi mutamenti, dobbiamo fare riferimento a modificazioni prodotte dal conflitto mondiale. In base alla legge del 1912, che concedeva il suffragio universale maschile, il diritto di voto esercitato nelle elezioni del 1919 coinvolse per la prima volta la maggioranza dei maschi adulti, che lo avevano conseguito con il servizio militare di guerra. A questo ampliamento della base elettorale (oltre 11 milioni, 2,5 milioni in pi del 1913) si aggiunse nel 1919 l'adozione del principio della rappresentanza proporzionale, che diede un colpo mortale al sistema clientelare gestito dalle lite liberali, soprattutto nel Meridione. Due furono le forze politiche che se ne avvantaggiarono in Parlamento: il Partito socialista e una nuova formazione, il Partito popolare italiano. Il Partito socialista fru di un'adesione di massa, derivante sia dal radicamento tradizionale sia dall'opposizione alla guerra, che aveva esercitato in modi troppo spesso deboli, ma che frutt comunque un grande successo elettorale. L'altra grande novit del dopoguerra fu rappresentata dall'emergere del Partito popolare italiano, una formazione politica autonoma dei cattolici: autonoma in quanto rifiutava di accedere ad alleanze di tipo clerico- moderato e perch si svincolava da una troppo stretta aderenza alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche, proclamando la propria "aconfessionalit". Il vecchio ceto politico liberale si trov cos a fronteggiare due avversari dotati di una forza assolutamente nuova nella storia d'Italia, portatori delle esigenze proprie di una societ di massa. Mentre le due nuove forze erano formazioni politiche organizzate, con sezioni territoriali e organismi collaterali che esprimevano gli interessi dei gruppi professionali e delle classi sociali, l'lite liberale non aveva altro strumento se non il sistema tradizionale delle clientele o l'appoggio degli organi della grande stampa. Anche il sostegno offerto dalla borghesia industriale e agraria si andava indebolendo, in quanto nuove componenti, pi aggressive di fronte alle rivendicazioni delle classi popolari, avevano assunto un ruolo determinante. Ci non significa che non ci sia stato, a opera di presidenti del consiglio come Nitti o Giolitti, il tentativo di fronteggiare e dominare la situazione tramite riforme politicoamministrative e la ricerca di alleanze con gli esponenti popolari o riformisti; ma gli strumenti tradizionali di governo si rivelarono inadeguati soprattutto per il venir meno del sostegno delle classi tradizionalmente liberali, conquistate a prospettive autoritarie. La crisi dello stato liberale nel dopoguerra italiano stava quindi nell'incapacit del vecchio ceto politico di gestire, entro le forme garantite dallo Statuto, lo scontro sempre pi acuto tra le vaste e impellenti richieste popolari e la pervicace difesa del potere da parte dei gruppi industriali finanziari e della propriet terriera. La lotta politica nel primo dopoguerra e l'esilio degli antifascisti Molte delle indicazioni bibliografiche che riguardano la lotta politica del primo dopoguerra si ritrovano nella scheda dedicata al fascismo in quanto lo studio delle origini del movimento e del partito mussoliniano stato a lungo uno degli argomenti pi frequentati dalla storiografia italiana. Questo orientamento ha forse contribuito a far sottovalutare il carattere nuovo della dittatura di massa, ma valso ad approfondire i caratteri della crisi dello stato liberale in Italia e a ricostruire il patrimonio culturale e ideale che ha guidato le opposizioni democratiche durante il lungo esilio della dittatura. Di grande rilievo, in questo quadro di studi, il problema del rapporto con le forme di mobilitazione politica derivanti direttamente dall'esperienza della guerra mondiale, tra i quali spicca il problema dell'utilizzo degli "arditi" (formazioni d'assalto create a partire dal 1917) e degli ex combattenti come massa di Pagina 56

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt manovra da parte del fascismo (F. Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Marsilio, Padova 1969; G. Sabbatucci, I combattenti del primo dopoguerra, Laterza, Roma- Bari 1974; G. Rochat, Gli arditi della grande guerra. Origini, battaglie e miti, Feltrinelli, Milano 1981). Per le storie dei partiti politici vale sui popolari un rinvio alle storie generali del movimento cattolico di G. De Rosa e G. Candeloro (vedi scheda sul movimento cattolico, p. 334); alle quali vanno aggiunti F. Malgeri (a c. di), Gli atti dei congressi del Partito popolare italiano, Morcelliana, Brescia 1969; gli atti del convegno Luigi Sturzo nella storia d'Italia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1973; PG. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (19191939), il Mulino, Bologna 1975; G. De Rosa, Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977; M. G. Rossi (a c. di), Scritti politici di Luigi Sturzo, Feltrinelli, Milano 1982; G. Donati, Scritti politici, a c. di G. Rossini, Cinque Lune, Roma 1956, 2 voli.; G. Fanello Marcucci, Attilio Piccioni e la sinistra popolare, Cinque Lune, Roma 1977. Anche per i socialisti vale un rinvio alle opere generali della scheda a p. 350; per quanto riguarda il dopoguerra ha rilievo il rapporto con la Rivoluzione russa (S. Caretti, La Rivoluzione russa e il socialismo italiano [19171921], Nistri- Lischi, Pisa 1974; A. Venturi, Rivoluzionari russi in Italia 1917-1921, Feltrinelli, Milano 1978). L'importanza del rapporto con la Rivoluzione russa risalta anche da ricerche specifiche (T. Detti, Serrati e la formazione del Partito comunista italiano. Storia della frazione terzinternazionalista 1921-1924, Editori Riuniti, Roma 1974), anche se non esaurisce la problematica del periodo che rinvia all'accentuata conflittualit sociale e a dibattiti sulle strategie politiche che vanno intesi in una cornice pi vasta. Cfr. S. Noiret, Massimalismo e crisi dello stato liberale. Nicola Bombacci (1879-1924), Franco Angeli, Milano 1992. Sui temi della conflittualit sociale negli anni 1919-21: G. Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneit operaia nel 1919-1920, il Mulino, Bologna 1975; A. Lay, M. L. Pesante, Produttori senza democrazia, il Mulino, Bologna 1981; sul pi famoso episodio di quelle lotte, l'occupazione delle fabbriche: P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche: settembre 1920, Einaudi, Torino 1964; G. Bosio, La grande paura. Settembre 1920. L'occupazione delle fabbriche nei verbali inediti delle riunioni degli Stati generali del movimento operaio, Samon e Savelli, Roma 1970; S. Bologna etal., Operai e stato. Lotte operaie e riforma dello stato capitalista tra rivoluzione d'Ottobre e New Deal, Feltrinelli, Milano 1972. Per il contesto generale, F. Catalano, Potere economico e fascismo, Bompiani, Milano 1974 (e varie edizioni). Sotto il profilo della storia politica l'argomento di maggiore richiamo stato costituito dalla fondazione del Partito comunista d'Italia, su cui la letteratura molto vasta. In questa sede rinunciamo a richiamare testi, pur rilevanti, a carattere memorialistico (da Togliatti ad Amendola a Secchia); l'opera maggiore risulta quella di P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino 1967-75, 5 voli., in cui confluiscono studi condotti su tutto l'arco della storia del partito dalla sua fondazione al 1945. L'opera riscosse notevole successo fin dal suo apparire in quanto, essendo fondata su documentazione archivistica largamente inedita, permetteva di mettere in discussione alcuni dei tab della storia del partito. Pur con questi meriti l'opera era giudicata da molti tributaria dell'ortodossia di partito. Da quest'ultima si distaccavano studi dedicati alla figura del primo segretario del Pcd'I: A. De Clementi Amedeo Bordiga, Einaudi, Torino 1971; F. Livorsi, Amedeo Bordiga, Editori Riuniti, Roma 1976. Altre ricerche si indirizzavano ad analizzare tematiche meno ideologizzate (R. Martinelli, Il Partito comunista d'Italia 19211926. Politica e organizzazione, Editori Riuniti, Roma 1977; G. Gozzini, Alle origini del comunismo italiano. Storia della federazione giovanile socialista 1907-1921, Laterza, Roma- Bari 1979). Un contributo originale alla storia del Pci rappresentato da A. Accornero, M. Ilardi (a c. di), Il Partito comunista italiano. Struttura e storia dell'organizzazione 1921Pagina 57

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 1979, in "Annali" della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1981, XXI. Su tutta la storia del Pci cfr. N. Gallerano, M. Flores, Sul Pci. Un'interpretazione storica, il Mulino, Bologna 1992. Il passaggio cruciale nel dopoguerra italiano rappresentato dal delitto Matteotti, su cui cfr. G. Rossini, Il delitto Matteotti tra il Viminale e l'Aventino, Franco Angeli, Milano 1973; sulle componenti liberali delle opposizioni: E. D'Auria et al., Giovanni Amendola nel cinquantenario della morte (1926-1976), Poligrafico dello Stato, Roma 1976 e i saggi dedicati alla stampa liberale in B. Vigezzi et al., 19191925. Dopoguerra e fascismo, Laterza, Roma- Bari 1965. Tra le figure pi rilevanti del nascente antifascismo sta Piero Gobetti, di cui cfr. P. Spriano (a c. di), Opere, Einaudi, Torino 1960-74 e L. Basso, L. Anderlini (a c. di), Le riviste di Piero Gobetti, Feltrinelli, Milano 1961. Sui primi movimenti clandestini L. Zani, Italia libera Il primo movimento antifascista clandestino 1923-1925, Laterza, Roma- Bari 1975. Sulle vicende dell'emigrazione e dell'opposizione interna antifascista la storiografia ormai abbastanza ricca: oltre ad A. Garosci, Storia dei fuoriusciti, Laterza, Bari 1955 e P. Alatri, L'antifascismo italiano, Editori Riuniti, Roma 1961 (i primi lavori complessivi sul tema), c' il volume di N. Tranfaglia, Carlo Rosselli dall'interventismo a Giustizia e Libert, Laterza, Bari 1968, che ha avviato un ricchissimo filone di riflessione storico- politica; E. Aga Rossi, Il movimento repubblicano GL, Cappelli, Bologna 1969 e S. Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Feltrinelli, Milano 1973; S. Colarizi (a c. di), L'Italia antifascista dal 1922 al 1940, Laterza, Roma- Bari 1976; Aa. Vv., L'Italia in esilio. L'emigrazione italiana in Francia tra le due guerre, Presidenza del Consiglio dei ministri, Roma s. d. [ma 1984]; F. Rosengarten, Silvio Trentin dall'interventismo alla Resistenza, Feltrinelli, Milano 1985; Aa. Vv., L'emigrazione socialista nella lotta contro il fascismo (1926-1939), Sansoni, Firenze 1982; S. Neri Serneri, Democrazia e stato. L'antifascismo liberaldemocratico e socialista dal 1923 al 1933, Franco Angeli, Milano 1989; A. Baldini- Paolo, Gli antifascisti italiani in America (1924-1944). La "Legione" nel carteggio di Pacciardi con Borghese, Salvemini, Sforza e Sturzo, Le Monnier, Firenze 1990; L. Rapone, Da Turati a Nenni. Il socialismo italiano negli anni del fascismo, Franco Angeli, Milano 1992; S. Merli, I socialisti, la guerra, la Nuova Europa Dalla Spagna alla Resistenza 1936-1942, Fondazione Anna Kuliscioff, Milano 1993. Si tratta, com' evidente anche dalla semplice elencazione, di un complesso di lavori molto articolati che hanno contribuito all'approfondimento delle tematiche ideologico- politiche dell'antifascismo dall'opposizione all'esilio in un quadro che non solo italiano. A questo proposito va anche ricordato che un capitolo rilevante resta rappresentato dalla guerra civile di Spagna, su cui molto ricca anche la memorialistica italiana; tra i saggi dedicati alla partecipazione degli antifascisti italiani, ricorderemo F. Madrid Santos, Camillo Berneri. Un anarchico italiano (1897-1937), Archivio Berneri, Pisa 1985. Tra gli strumenti bibliografici: Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano 1972 ss. Una riflessione originale quella svolta da B. Tobia, Scrivere contro. Ortodossi ed eretici nella stampa antifascista dell'esilio, Bulzoni, Roma 1993. Un capitolo rilevante infine rappresentato dall'opposizione interna su cui cfr. C. Loghitano, Il Tribunale di Mussolini. Storia del Tribunale speciale 1926-43, in "Quaderni dell'Anppia", n. 20; A. Dal Pont (a c. di), Antifascisti nel casellario politico centrale, in "Quaderni dell'Anppia", nn. 1-19; A. Dal Pont, S. Caroleva, L'Italia dissidente e antifascista, La Pietra, Milano 1980 e Id., L'Italia al confino, La Pietra, Milano 1983, 3 voli. 3. Il regime fascista 3.1 Il crollo dello stato liberale La destabilizzazione definitiva degli equilibri postbellici nello stato liberale italiano fu il risultato del concorso di una serie di fattori, tra i quali si inser l'emergere di un movimento politico eversivo, il fascismo, che si caratterizz fin dall'inizio come una forza determinata all'uso della violenza e sorretta Pagina 58

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt tanto da componenti dello stato (corpi di polizia e dell'esercito) quanto da potenti gruppi privati. Movimento di ridotte dimensioni ai suoi inizi, guidato da un transfuga socialista, Benito Mussolini, che non riscuoteva n credito elettorale (qualche migliaio di voti nel 1919) n simpatie politiche nemmeno negli ambienti conservatori per i suoi accenti demagogici, il fascismo riusc tuttavia a imporsi sulla scena nazionale perch raccolse il malcontento e le spinte eversive presenti soprattutto nella piccola e media borghesia urbana e tra i proprietari fondiari. Bench obiettivi e toni di accesa intransigenza anticapitalistica fossero contenuti nel programma presentato da Mussolini alla riunione che fond a Milano (in un palazzo di piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919) il movimento dei Fasci di combattimento, la neonata formazione prese ben presto altra strada. L'azione armata del fascismo non si limit a una funzione di "crumiraggio": la sua strategia era propriamente militare, non solo per l'impiego di armi e di formazioni addestrate, ma anche perch, una volta battuto l'avversario sul campo, le squadre d'azione rivolgevano la propria forza contro le strutture che lo sorreggevano, contro le sue riserve e le sue linee di rifornimento. In altri termini, il fascismo non si accontentava di far fallire gli scioperi, ma si accaniva a distruggere le organizzazioni che li avevano promossi e sostenuti: leghe contadine, cooperative, circoli socialisti e cattolici di ogni genere, camere del lavoro, sezioni di partito. Le forze democratiche e socialiste andavano poi snidate da tutte le loro posizioni di potere e di forza e quindi, in primo luogo, da quelle amministrazioni comunali che erano state il vanto del "socialismo municipale" e che potevano servire come retrovie delle masse impegnate nelle lotte sociali. A queste iniziative si aggiunsero infine le azioni punitive contro i singoli militanti: forse per la prima volta in uno stato di diritto, la lotta politica rivel un accanimento personale di intensit inaudita. Agli esponenti di piccolo e grande rilievo del movimento socialista nulla venne risparmiato: gli insulti personali, l'aggressione fisica, e le percosse, l'irrisione, la pubblica umiliazione; frequenti anche gli assassinii a sangue freddo, utilizzati per fini terroristici, per vendette personali o per cancellare la presenza di leader scomodi, prestigiosi e combattivi. A questo trattamento non rimasero estranei nemmeno esponenti del cattolicesimo democratico e del partito liberale. Al termine della lunga crisi dello stato liberale, tra il 1919 e il 1926, un numero non indifferente di militanti democratici fu costretto a emigrare dai piccoli centri verso le citt o all'estero, perch nel luogo natale non trovava pi n lavoro n sicurezza fisica. La massa di manovra che il fascismo utilizz per le sue battaglie fu costituita (come stato pi volte ribadito a partire dagli stessi osservatori contemporanei) da esponenti della piccola borghesia rurale e urbana, sovente uomini che in guerra erano stati ufficiali di complemento e che ora si trovavano privi di occupazione e di ruolo sociale: adusati al prestigio e al comando, a disagio nella vita civile, trovarono nell'avventura della conquista del potere la soddisfazione delle loro ambizioni frustrate. Dopo pochi anni, con il sopravvenire della "normalizzazione" del regime, molti di essi (quelli che non erano riusciti a emergere nel gruppo dirigente) furono risospinti ai margini del movimento, in un'esistenza nutrita solo dei ricordi e dei labari funerei delle loro azioni. Una mitologia e un'iconografia di ispirazione dannunziana accompagnavano quasi sempre le loro azioni, ponendo le premesse per la retorica che avrebbe imperversato negli anni della dittatura. Ma il fascismo non fu un sottoprodotto della retorica dannunziana, che pure con l'impresa di Fiume (vedi parte prima, capitolo 2) e con l'esaltazione nazionalistica diede un considerevole contributo all'opera di Mussolini. Il fascismo fu innanzitutto la forza che, nel corso stesso della lotta violenta contro tutte le organizzazioni proletarie, mise a fondamento dello stato da restaurare il movimento dei "produttori": un termine che raccoglieva ed Pagina 59

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt equiparava in una sola categoria tanto i padroni quanto i lavoratori, lusingando le ambizioni degli imprenditori e lasciando aperte le porte all'appello demagogico rivolto alle forze operaie. I teorici di questa concezione del rapporto fra le classi, fin dagli anni precedenti la guerra mondiale, erano stati i nazionalisti, ai quali non erano mancate le simpatie di gruppi industriali convinti che la trasformazione dell'Italia in paese moderno potesse e dovesse avvenire nell'armonia della collaborazione di classe, sotto l'egemonia dei capitalisti. Non trascorse molto tempo prima che le "camicie nere" congiungessero le loro forze con quelle delle "camicie azzurre" (le divise delle bande armate nazionaliste) e i nazionalisti decidessero di dare, con i loro esponenti meglio attrezzati culturalmente (basti citare Alfredo Rocco e Luigi Federzoni), un decisivo contributo alla costruzione dello stato autoritario e corporatlvo. Ma il fatto che fosse entrato sulla scena politica un movimento eversivo, antiparlamentare e violento, nel quale confluivano tutte le pulsioni culturali e ideologiche dei movimenti di destra, nazionalisti e antidemocratici, disposto a fare "saltare le regole del gioco", non necessariamente avrebbe dovuto comportare un esito traumatico della difficile stabilizzazione postbellica. Perch questo si verificasse, dovettero intervenire nuovi fattori, di ordine non solo politico, talmente dirompenti da far crollare definitivamente i precari equilibri su cui si fondava lo stato liberale. I fattori economico- strutturali Il primo fattore di ordine economico. Come abbiamo messo in luce nelle pagine dedicate all'economia (vedi parte seconda, capitolo 3), nella seconda met degli anni venti quella artificiosa espansione dell'apparato industriale promossa dalla guerra, che era riuscita a sostenersi, tra il 1919 e il 1920 grazie all'inflazione, alle sovvenzioni pubbliche e al sostegno delle banche, vacill pericolosamente. Agli inizi del 1921 i nodi vennero al pettine: i principali colossi siderurgici e cantieristici italiani si trovarono sull'orlo del fallimento, trascinando nella loro crisi le grandi banche che li avevano finanziati. L'intervento dello stato consent a queste imprese di sopravvivere, ma fortemente ridimensionate, mentre in tutti i principali settori produttivi, per effetto di una congiuntura internazionale negativa e dell'instabilit della situazione politica, si verific un netto calo degli investimenti che fece raffreddare l'inflazione, ma produsse un incremento della disoccupazione. La ritrovata elasticit dell'offerta di lavoro, alimentata dalla disoccupazione fece abbassare il costo del lavoro e indebol la forza strutturale del proletariato, che aveva sorretto il conflitto sociale nel "biennio rosso": tra il 1920 e il 1921 le ore di sciopero passano da sedici milioni a poco pi di sei. Era il sintorno evidente della conclusione di un ciclo storico: i rapporti di forza tra le classi ritornavano a favore della borghesia, che adesso era in grado di operare a suo favore una nuova redistribuzione non solo dei redditi, ma anche del potere. Nel febbraio 1921 venne infatti abolito il prezzo politico del pane e progressivamente venne smantellato il sistema annonario bellico, fondato sui calmieri dei generi di prima necessit, mentre il governo Giolitti il 1 luglio 1921 inaspr le tariffe protezionistiche a tutela del sistema industriale nazionale. Ma non solo. In questo mutato scenario economico salt irrimediabilmente l'estremo tentativo di Giolitti, richiamato alla guida del governo nel luglio del 1920 alla vigilia dell'occupazione delle fabbriche, di riprodurre nel nuovo contesto postbellico gli sperimentati equilibri del compromesso tra gruppi sociali e soggetti politici, che aveva sorretto il sistema politico nel ciclo espansivo prebellico. Per un quindicennio lo statista piemontese, come sappiamo, era riuscito a combinare le spinte disordinate ma costanti, del proletariato urbano e rurale con l'inclusione sociale e con le incerte e limitate disponibilit delle classi proprietarie e imprenditoriali ad accettare la dilatazione dei diritti di cittadinanza delle classi subalterne. Un disegno sostanzialmente analogo aveva perseguito Francesco Saverio Nitti, che guid la vita politica italiana dalla seconda met del 1919, quando, dopo la conferenza di Versailles, sostitu alla presidenza del consiglio dei Pagina 60

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt ministri Vittorio Emanuele Orlando. Nitti, personalit di notevole livello culturale e professionale, studioso della questione meridionale, era noto come sostenitore di un orientamento modernizzatore fondato sull'intervento dello stato non solo come promotore dell'industrializzazione, ma come regolatore della vita associata. Nella congiuntura del dopoguerra il suo disegno politico di realizzare questo ambizioso programma di governo puntando sull'appoggio delle varie tendenze liberali e democratiche (Nitti proveniva dalle fila del movimento radicale) fall per l'indebolimento della rappresentanza parlamentare di questi gruppi, determinatosi dopo le elezioni del 1919 che si erano svolte con il nuovo sistema proporzionale e con il suffragio universale maschile, stabilito nel 1912. I vincitori di quella prova elettorale, invece, non sostennero l'esperimento nittiano. I socialisti, egemonizzati dalle componenti massimaliste, si collocarono decisamente all'opposizione, con l'adesione della minoranza riformista capeggiata da Turati, che scelse di non rompere l'unit del partito, pur essendo favorevole alla collaborazione con governi di orientamento democratico e riformatore. I cattolici, raccoltisi nel nuovo Partito popolare diretto da Luigi Sturzo, offrirono un appoggio molto condizionato e, dopo un semestre d'attesa e di incertezze, fecero mancare la propria fiducia al governo, decretandone cos la fine. Il fallimento del governo Nitti faceva emergere, al di l dei difficili rapporti tra le forze politiche, la questione nodale che nel biennio successivo fece franare ogni progetto politico riformatore costruito dentro le coordinate dell'esperienza storica del giolittismo. Nel dopoguerra infatti la mobilitazione della classe operaia e delle masse contadine assunse proporzioni talmente notevoli e modalit di rappresentazione politica del tutto nuove (i partiti politici di massa) che difficilmente potevano rimanere rinchiuse negli angusti limiti del compromesso liberale. Sarebbe stato indispensabile passare da quel compromesso, che non metteva in discussione la natura elitaria dello stato, a un nuovo patto sociale e politico tra i maggiori gruppi d'interesse, capace di rifondare su una base autenticamente democratica l'architettura costituzionale della compagine statale e del sistema politico. Ma la complessit di questa scelta, resa dall'occupazione delle fabbriche drammatica e sempre pi onerosa per le classi dominanti, e l'acutezza della congiuntura negativa fecero prevalere tra la borghesia agraria e industriale, che aveva iscritto nel proprio "Dna sociale" la sua storica debolezza di classe dirigente, le tendenze estremistiche, conservatrici e antidemocratiche. In questo difficile frangente il movimento fascista, che era rimasto confinato ai margini della vita politica, manifestazione patologica della crisi politica italiana, ma con scarsa incidenza sul corso degli eventi, nonostante il suo potenziale eversivo, divenne il punto di riferimento di ampi settori dei poteri economici dominanti, che abbandonarono la proposta riformista di Giolitti, e assunsero il disegno sovversivo di Mussolini per ricostruire le condizioni della stabilit politica. Di fronte a questa scelta il gruppo dirigente liberale rimase sordo al richiamo di Francesco Saverio Nitti perch stringesse un'allenza "antifascista" con i due partiti popolari, mentre si convinse della possibilit di utilizzare il fascismo come ariete contro le forze sociali emergenti e ripristinare cos le condizioni della propria egemonia. Il fattore politico Ai fattori economici e strutturali si aggiunse dunque un fattore eminentemente politico: le classi dirigenti liberali, di fronte alla scelta tra democratizzazione e reazione conservatrice scelsero la seconda, nella convinzione che fascismo fosse l'ala giovanilmente esuberante del ceto politico tradizionale per dirla con Carocci animatrice di una drammatica ma necessaria "contromobilitazione" sociale dei ceti medi rivolta a stroncare la mobiitazione della classe operaia e del proletariato rurale. Nel 1935 Ignazio Silone scrisse nel suo originale saggio sul fascismo: Pagina 61

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Noi siamo in grado di fissare il momento in cui divenne visibile per tutti questo cambiamento nell'atteggiamento di Giolitti e della Banca Commerciale - il febbraio del 1922. Dopo la caduta del gabinetto Bonomi (gennaio 1922), il Partito popolare sosteneva il punto di vista secondo cui la Camera doveva nominare il nuovo presidente del consiglio dei ministri sulla base delle proposte avanzate dai gruppi responsabili. Era fuori dubbio, scrisse il liberale Missiroli, che Giolitti non poteva contare su nessuna maggioranza in Parlamento [...]. Nonostante ci la scelta del re cadde su di lui ed il re cerc di tenerlo in carica per otto giorni. [...] Nessuno, eccetto Sturzo, comprese la grande portata di questo conflitto per i gruppi democratici e riformisti, ma a causa del suo legame con il Vaticano e con il Banco di Roma, egli stesso non os portare il contrasto fino all'estremo. La prospettiva di un gabinetto parlamentare si dilegu. La Corona e la Banca commerciale imposero alla nazione il governo Facta, un luogotenente di Giolitti, e permisero al fascismo di sottomettere impunemente una citt dopo l'altra della penisola [...], come era accaduto per i paesi della pianura padana [Silone 1992, p. 155-156]. Gi dalla fine del 1921, con grande senso politico, Mussolini aveva intuito che la crisi del compromesso giolittiano poteva aprire la strada a una riorganizzazione dell'intero fronte conservatore sotto le insegne dei fasci. Abbandon quindi ogni velleit populista e repubblicana, presente nel programma del 1919, e orient il movimento dei fasci in senso decisamente conservatore; lo trasform inoltre in un vero e proprio partito organizzato gerarchicamente, dando vita l'11 novembre del 1921 al Partito nazionale fascista (Pnf), che poteva contare ormai su decine di migliaia di iscritti. A questa iniziativa fece seguito pochi mesi dopo la creazione della Confederazione delle corporazioni sindacali, diretta da Edmondo Rossoni, allo scopo di penetrare nel mondo del lavoro, egemonizzato dai sindacati socialisti e cattolici. In questo mutamento di rotta Mussolini abbandon anche le venature anticlericali presenti nel suo progetto originario, in funzione del fatto che base del partito era la piccola borghesia, prevalentemente cattolica, che avrebbe apprezzato l'apertura di un dialogo con le gerarchie ecclesiatiche finalizzato alla pacificazione tra lo stato e la chiesa. Questo nuovo atteggiamento valse a Mussolini le simpatie del nuovo pontefice Pio XI, eletto nel febbraio 1922 alla morte di Benedetto XV. Questa scelta si coniug con l'abbandono di ogni velleit repubblicana che fece crescere poi il consenso per il Pnf presso ambienti vicini alla Corona e soprattutto presso le alte gerarchie militari. Sulla base di questa ricollocazione conservatrice del fascismo e della torsione antidemocratica del liberalismo italiano si realizz il primo effettivo incontro politico tra i dirigenti del nuovo movimento e le tradizionali lite politiche, con la formazione, in occasione delle elezioni anticipate del maggio 1921, delle liste del "blocco nazionale", nelle quali si raccolsero liberali, conservatori, nazionalisti, cattolici conservatori e fascisti. Chiave di volta del progetto era per l'uso su una scala maggiore della violenza organizzata contro il movimento operaio e i partiti democratici: era in sostanza l'assunzione consapevole di un progetto politico che comportava il dispiegamento di quella capacit militare cui si accennato all'inizio di questo capitolo. Il movimento fascista potenzi l'organizzazione delle squadre d'azione che, sostenute inizialmente dagli agrari e appoggiate dalla borghesia, intensificarono le spedizioni punitive contro sedi di partito e di giornali, cooperative, case del popolo, comuni con amministrazione democratica e socialista, incendiando, devastando, uccidendo. La storiografia ha ricostruito, in termini quantitativi, l'escalation della violenza fascista nei primi sei mesi del 1921: 17 tipografie enumera Marco Palla 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 8 societ mutue, 141 sezioni e circoli socialisti, 100 circoli di cultura, 10 Pagina 62

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt biblioteche popolari e teatri, 1 universit popolare, 28 sindacati operai, 53 circoli operai [Palla 1986, p. 190]. A questi atti di violenza si intrecciarono gli assalti alle amministrazioni riformiste soprattutto emiliano- romagnole, iniziati con l'eccidio di Palazzo D'Accursio a Bologna nel novembre 1920, che conobbero l'acme nella primavera del 1922: il 12 maggio il "ras" di Ferrara Italo Balbo invase con le milizie la citt. Il 27 maggio Bologna venne di nuovo occupata dai fascisti armati, per opporsi al decreto prefettizio che aveva imposto vincoli nell'uso della manodopera contadina: la mobilitazione ottenne la destituzione del prefetto. Il 13 luglio le squadre fasciste cremonesi guidate da Roberto Farinacci si impossessarono del municipio, e devastarono le sedi delle associazioni socialiste e popolari. In questi mesi cruciali le campagne, pi che le citt, divennero il teatro di queste azioni che rischiarono di trascinare il paese in una guerra civile. Nelle campagne, soprattutto nella valle padana, negli anni dell'immediato dopoguerra si era determinato uno spostamento della propriet della terra dai grandi proprietari ai piccoli e medi agricoltori, che si erano fortemente indebitati per raggiungere il sospirato obiettivo del possesso fondiario. Costoro, desiderosi di quiete sociale, vedevano con ansia le lotte contadine; i loro interessi entrarono in collisione con quelli dei braccianti, aprendo ampie fratture nel tessuto della societ rurale. In queste lacerazioni si inser il movimento fascista, facendosi paladino della propriet e organizzando squadre armate, finanziate dagli agrari, con le quali distruggere le sedi sindacali, delle leghe, delle cooperative rosse (socialiste) e poi di quelle bianche (di ispirazione cattolica). La maggior violenza venne esercitata proprio l dove significativa era stata la forza delle leghe bracciantili, come nella bassa pianura padana o in Puglia. 3.2 La resistibile ascesa del fascismo Tuttavia l'ascesa del fascismo non sarebbe stata coronata da successo se la sua azione dirompente non fosse stata facilitata dalla debolezza e dalle contraddizioni interne dei due schieramenti che contendevano la direzione politica al ceto liberale e che godevano di un vastissimo consenso popolare sancito dalle vittorie elettorali del 1919 e del 1920. Il Partito socialista era uscito dalla guerra con un grande seguito (circa 200.000 iscritti) e un immenso prestigio. Non solo era stato il partito che aveva dato voce alla protesta contro le stragi, e le cui organizzazioni sindacali avevano protetto, con i limiti che abbiamo indicato, i lavoratori nel duro periodo della mobilitazione industriale. Era anche il partito su cui si rifletteva la luce che veniva dall'Oriente: il mito della rivoluzione mondiale, di Lenin e del nascente stato degli operai e dei contadini. Questo mito accompagn e acu le lotte rivendicative del 1919-20 e sembr spingere le organizzazioni del movimento operaio alla conquista del potere. Il partito era guidato da una maggioranza, che si autodefiniva "massimalista", in quanto si proponeva di perseguire il programma "massimo", vale a dire la rivoluzione socialista. Ma essa non fu in grado di uscire da queste prospettive. Il passaggio dalla protesta all'organizzazione della conquista del potere non venne compiuto: concorsero i limiti culturali del gruppo dirigente, la modestia del personale politico e i legami profondi con la componente riformista; ma soprattutto l'assenza di quelle condizioni storiche di sfacelo dei meccanismi di regolazione sociale e di disfacimento delle istituzioni politiche che avevano reso possibile il crollo del potere zarista e l'affermazione dell'esperimento sovietico. Il punto pi alto della lotta per il potere stato a lungo indicato, soprattutto dalla storiografia di ispirazione comunista, nel proseguimento delle lotte torinesi, che nel settembre 1920 portarono all'occupazione delle fabbriche. Pagina 63

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt La lotta fu guidata da organismi di nuova creazione, i consigli degli operai, che apparvero ai socialisti della sezione torinese, raccolti attorno al giornale "Ordine nuovo", fondato e diretto da uno studente universitario sardo, Antonio Gramsci, l'incarnazione italiana dei soviet. I consigli infatti si impegnavano nella gestione diretta del potere a partire dal luogo di produzione. L'isolamento sociale e il mancato appoggio della Cgdl e del Psi posero fine all'occupazione, che si concluse con un accordo mediatore promosso da Giovanni Giolitti, presidente del consiglio per l'ultima volta. I riformisti, dal canto loro, furono paralizzati dal timore di perdere i contatti con le masse del partito, qualora avessero stretto un'esplicita alleanza di governo con i giolittiani. All'incapacit di realizzare una rivoluzione si aggiunse quindi quella di contribuire alle riforme. Riguardo a questo periodo il dibattito storiografico ricco, ma poche sono le certezze, soprattutto per l'addensarsi dei ricordi e delle acrimonie. Questi anni hanno grande importanza, ma occorre fare anche attenzione a non ridurre tutto a piccoli scontri di gruppi e consorterie. Con la chiusura dell'occupazione delle fabbriche e la conclusione dell'impresa di Fiume, la curva delle lotte operaie e contadine inizi il suo declino. Il primo punto di debolezza fu rappresentato dalla linea "bracciantile" delle organizzazioni socialiste della Federterra, che consent alle forze reazionarie di giocare su due elementi: la paura dei piccoli proprietari di vedere messa in pericolo la propriet, che erano riusciti a conquistarsi spesso da pochissimo tempo, e l'afflusso nelle campagne di manodopera espulsa dalle fabbriche a seguito della crisi. Su questo sfondo si innest l'opera dello squadrismo che, a partire dall'estate 1921, prese a devastare le province rosse dell'Emilia, della Toscana, dell'Umbria e della Puglia. A questa si aggiunsero altre ragioni di debolezza che affievolirono la capacit di azione e di reazione del movimento operaio, il quale era innanzitutto svantaggiato, sul piano dei rapporti di forza, dall'appoggio concesso ai fascisti dagli organi dello stato (polizia ed esercito). Inoltre aveva visto aggravarsi, a seguito della sconfitta dell'occupazione delle fabbriche, le tensioni interne tra le diverse componenti, che esplosero con la separazione tra la frazione comunista e il resto del partito. La scissione fu sancita formalmente al congresso di Livorno (gennaio 1921) quando fu fondato da Amadeo Bordiga il Partito comunista d'Italia (sezione italiana della Terza Internazionale) cui aderirono anche gruppi minori, tra cui quello di Torino, che di l a pochi anni avrebbe assunto la direzione della piccola formazione politica. La scissione era motivata da ragioni ideologiche profonde e stratificate nel tempo: esse si condensarono nella questione dell'adesione alla Terza Internazionale, fondata a Mosca su iniziativa di Lenin. Al posto della struttura elastica ma poco coesa del Partito socialista italiano, i comunisti rivendicavano la necessit di un partito organizzativamente ben strutturato e vincolato da una rigida disciplina che gli consentisse di reagire con efficacia alle minacce della reazione ormai scatenata. Obbedienza rivoluzionaria al centro direttivo del partito, ortodossia marxista e fedelt alla centrale internazionale di Mosca: i punti salienti di quella che era allora l'ipotesi su cui fondare un partito rivoluzionario ebbero conseguenze di lunga durata. La fedelt a Mosca e l'appoggio dell'organizzazione internazionale consentirono al PcdI di soppravvivere come organizzazione relativamente ramificata anche nel periodo della clandestinit, mentre le altre forze sembravano dissolversi in una pur nobile attivit cospirativa, ignota ai pi. Ma la fedelt a Mosca signific anche un prezzo pesante pagato alla trasformazione della dittatura del proletariato in dittatura personale del successore di Lenin, Josif Stalin. L'altra grande forza di opposizione, accomunata dai fascisti ai "rossi", i cattolici democratici di don Sturzo, si presentava, seppure con problemi diversi, altrettanto paralizzata dai contrasti interni e dall'irrimediabile ostilit, pienamente corrisposta, verso i socialisti. La nascita del Partito popolare doveva Pagina 64

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt molto alla presenza di Benedetto XV, papa dal 1914 al 1922, che si era orientato ad accettare una distinzione tra le attivit di tipo religioso e culturale e quelle di tipo politico e sociale. Il primo passo fu la creazione della Confederazione italiana del lavoro (Cil), nel settembre 1918, che radun, in contrapposizione alla Cgdl, i sindacati di ispirazione cristiana che s'erano venuti organizzando in et giolittiana dopo lo scioglimento del movimento dei democratici cristiani (vedi parte quarta, paragrafo 1.10). Il passo determinante fu la fondazione del partito, che ebbe in Luigi Sturzo, un sacerdote di Caltagirone, anch'egli a suo tempo militante democratico cristiano, il fondatore e la guida. L'ispirazione di Sturzo si collocava sulla linea tradizionale della rivendicazione cattolica dei diritti della societ civile e conseguentemente aspirava a una riforma dello stato fondata sul decentramento amministrativo, tramite la valorizzazione degli istituti periferici (il comune e la provincia). Per questa via egli tentava di restituire un pi diretto ruolo alle forze popolari di ispirazione cattolica. La prospettiva del Ppi non rinunciava ovviamente alle tradizionali rivendicazioni clericali in favore della scuola confessionale, dell'arbitrato come soluzione ai conflitti del lavoro, del rafforzamento e della protezione dell'istituto familiare, inteso come cellula fondante "naturale" della societ. Si poneva anche il traguardo di una migliore assistenza sociale per le classi subalterne, pur sottolineando anche in questo caso che un ruolo privilegiato doveva essere assegnato alle istituzioni benefiche cattoliche. Ma, pi che in queste affermazioni di principio, le contraddizioni dei popolari derivavano dalle forze che confluivano in quel partito. Ai gruppi della sinistra (che facevano capo soprattutto agli organizzatori sindacali come Valenti, Miglioli o Grandi), che fin dall'et giolittiana si erano battuti per la difesa delle classi popolari, si affiancavano gli esponenti clerico- moderati sostenitori delle pi retrive alleanze con le forze conservatrici. Ai sostenitori di un rapporto non subordinato alle direttive delle gerarchie ecclesiastiche, come Sturzo stesso, si accompagnavano i nostalgici alfieri di un ritorno alla cultura e alla societ medievali, come padre Agostino Gemelli, fondatore dell'Universit Cattolica. Ne venne un comportamento sostanzialmente incerto e ondeggiante. Da una parte c'era il rifiuto di appoggiare la rinascita di esperienze di tipo liberal- riformista, motivato dall'ostilit sia verso i socialisti sia verso il giolittismo (cui Sturzo imputava tra l'altro anche la degenerazione clientelare del Meridione). I popolari inoltre si dimostrarono incapaci di assumere direttamente la guida di un governo che sapesse affrontare energicamente la crisi dello stato liberale. Non furono in grado di bloccare l'offensiva fascista, nemmeno quando a Filippo Meda (gi esponente clerico- moderato ma espressione coerente di un filone cattolico- liberale vivo in area lombarda) fu offerto di assumere la guida del governo alla vigilia della crisi definitiva che avrebbe portato Mussolini al potere. Buona parte degli stessi popolari, e non solo quelli di derivazione clericomoderata, condividevano del resto l'illusione dell'intero ceto politico liberale: che il fascismo potesse essere considerato quasi come un fenomeno di intemperanza giovanile, la risposta quasi fisiologica di una societ sostanzialmente sana alle violenze e alle intimidazioni dei "rossi". Da Giolitti a Benedetto Croce, quasi senza eccezione, i liberali guardarono al fascismo con l'illusione che esso potesse essere riassorbito a breve scadenza nei binari della legalit statutaria, una volta cessate le ragioni di una tensione eccezionale. E" facile sottolineare come questo atteggiamento trascurasse di valutare le forze sociali determinanti che si erano schierate dietro il fascismo e sottovalutasse i guasti che all'assetto stesso dello stato liberale serebbero stati comunque portati da una soluzione imposta con la violenza. La grande paura del biennio rosso sembrava accecare senza rimedio uomini di grande esperienza Pagina 65

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt e capacit politica. Ma agli errori di valutazione si aggiungeva l'incapacit di cogliere le nuove dimensioni di massa che la lotta politica aveva ormai assunto, dopo che la guerra mondiale aveva fatto prorompere dalle viscere della vecchia societ ottocentesca il mondo moderno. In termini demagogici e reazionari al tempo stesso, Mussolini aveva invece saputo cogliere questo mutamento radicale e, grazie a questa intuizione aveva potuto costruire l'alleanza con i nuovi ceti emersi dal conflitto, offrendo loro le prospettive di un nuovo "ordine" politico che essi consideravano essenziale per affermare il loro dominio. Quando componenti significative del mondo cattolico e del movimento socialista presero atto dei loro errori di valutazione era ormai troppo tardi l'iniziativa di tutte le componenti sindacali di dare vita nel febbraio 1922 all'Alleanza del lavoro per combattere la violenza fascista e ripristinare la legalit, non ebbe successo. Lo "sciopero legalitario" promosso il 1 agosto 1922 da questo organismo, nonostante l'adesione di massa, non fu in grado di impedire la recrudescenza dell'azione squadristica e il successo politico del fascismo, che sempre pi godeva dell'appoggio delle prefetture e delle forze dell'ordine. Analogamente fuori tempo fu la decisione del gruppo riformista del Psi di appoggiare, nel luglio 1922, il governo Facta: in quel momento lo spazio politico di una soluzione riformista della crisi italiana si era ormai interamente consumato. Di l a pochi mesi Mussolini avrebbe preso il potere con la "marcia su Roma". Anzi, la presa di posizione dei riformisti si tradusse in un aggravamento delle contraddizioni interne del Psi. Dopo il pronunciamento del gruppo parlamentare, la direzione del partito espulse la corrente riformista i cui dirigenti (Turati, Treves e Modigliani), decisero di fondare il Partito socialista unificato (Psu). Di fronte a questa scelta la Cgdl guidata da una maggioranza di socialisti riformisti, capeggiata da D'Aragona e da Rigola, denunci il patto di alleanza con il Psi e assunse una posizione di indipendenza nei confronti dei partiti politici. Ci le consent di muoversi sulla scena politica con maggiore libert e di aprire un dialogo con lo stesso Pnf. Dopo il fallimento dello "sciopero legalitario" e la crisi del governo Facta, Mussolini intu che era giunto il momento della prova di forza: il vecchio stato liberale ormai non aveva pi il controllo dell'ordine pubblico e i fascisti rappresentavano un contropotere armato in grado di dettare legge, mentre l'opposizione socialista e popolare non aveva pi la forza di resistere alla pressione fascista. Il 16 ottobre, alla vigilia del congresso del partito, che si sarebbe tenuto qualche giorno dopo a Napoli, il gruppo dirigente fascista mise a punto i piani per l'insurrezione. Al comando di un "quadrumvirato" composto dai massimi esponenti del partito (Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare M. De Vecchi, Michele Bianchi), colonne di migliaia di fascisti in armi confluirono verso la capitale, occupando militarmente citt e paesi di forza contro il governo, mentre Mussolini attendeva gli eventi a Milano. La proposta Facta di decretare lo stato d'assedio, che avrebbe consentito all'esercito di intervenire militarmente contro le squadre fasciste alle porte della citt, fu respinta dal re Vittorio Emanuele III che, anzi, affid a Mussolini, convocato a Roma, il compito di formare un nuovo governo (28 ottobre). I fascisti, con l'appoggio della Corona, il favore della borghesia industriale e agraria e la neutralit della chiesa, erano ora padroni del campo e la svolta autoritaria impressa alla situazione dal "colpo di stato" di Mussolini rapidamente sarebbe degenerata in una dittatura cupa e aggressiva. 3.3 La costruzione del regime Si commetterebbe per un grave errore di prospettiva analitica se da questi eventi si deducesse che con la marcia su Roma la conquista del potere da parte di Mussolini si fosse realizzata e che, quindi, un nuovo regime avesse in quel frangente preso effettivamente corpo. In effetti la costruzione della dittatura fu un processo lungo che occup buona parte degli anni venti e che in quell'ottobre del 1922 aveva realizzato solo la condizione indispensabile per la sua riuscita. Mussolini infatti si Pagina 66

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt trov a guidare un tradizionale governo di coalizione, che comprendeva liberali, nazionalisti, popolari e democratico- sociali; n, tanto meno, la sua nomina a primo ministro, seppure sotto la pressione delle milizie che bivaccavano nella periferia della capitale, rappresent formalmente una rottura con la prassi costituzionale. Nonostante la retorica rivoluzionaria utilizzata da Mussolini per enfatizzare la discontinuit fra il suo governo e quelli precedenti, i primi atti del governo furono rivolti ad accreditare quel disegno di "normalizzazione" del fascismo che aveva sostenuto il gruppo dirigente liberale, rafforzato dal consenso del gruppo parlamentare del Partito popolare e dall'attenzione con cui l'esperimento del capo del fascismo veniva osservato dall'ala riformista del movimento sindacale socialista. La politica economica costitu il terreno dove Mussolini fece le pi ampie concessioni ai propri fiancheggiatori conservatori: libera iniziativa, difesa della propriet, bilancio in pareggio ha scritto lo storico inglese Adrian Lyttelton; Mussolini aveva abbracciato tutti questi canoni dell'individualismo liberale con un ardore che mandava in sollucchero gli economisti dottrinari e rassicurava gli industriali" [Lyttelton 1982]. Sul piano istituzionale, invece, gi dal 1923, con la creazione del Gran consiglio (un organismo di coordinamento tra l'azione del governo e quella del partito, del tutto estraneo all'ordinamento costituzionale), e l'istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn, un corpo militarizzato alle dirette dipendenze di Mussolini e del Pnf), possibile registrare i primi indiscutibili segnali di un mutamento istituzionale in chiave antiparlamentare, funzionale al rafforzamento del potere personale del capo del governo. Con l'appoggio delle vecchie lite liberali e del cattolicesimo moderato e conservatore cominci cos il processo di costruzione "legale" di una dittatura del tutto originale nel panorama europeo, fondata da un lato sul controllo legittimo degli organismi statuali, dall'altro sull'azione di un partito di massa moderno che nel 1923 raggiunse i 500.000 iscritti. Un partito dotato di poteri extralegali, alle cui dipendenze agiva una struttura militare di oltre 200.000 persone e che contendeva allo stato il diritto dell'uso della forza. Tramite l'uso sapiente di questa duplice struttura repressiva, che poteva fare ricorso alternativamente ai prefetti e alla polizia, come alle squadre punitive, Mussolini prosegu l'opera di demolizione dell'opposizione socialista e cattolico- democratica, servendosi anche dei pieni poteri che la Camera gli aveva concesso all'atto della sua nomina per ristabilire l'ordine e la legalit nel paese. Si moltiplicarono gli arresti dei principali oppositori, che cominciarono a prendere la via dell'esilio. Aumentarono i controlli sulla libera stampa, mentre venivano sciolti d'autorit circoli e associazioni politiche. Il movimento operaio venne colpito anche sul piano simbolico, con l'abolizione della festa del 1 maggio, sostituita con quella del Natale di Roma. Parallelamente il fascismo mise in atto un'opera di progressivo assorbimento delle organizzazioni nazionaliste, prime fra tutte l'Associazione nazionalista e l'Associazione dei combattenti, che si fuse con il Pnf. A met del 1923 emerse chiaramente che il processo messo in atto con la nomina di Mussolini a primo ministro non consisteva tanto in una normalizzazione del fascismo e in una sua integrazione all'interno di tradizionali procedure di gestione del potere di stampo liberale, quanto piuttosto in una stabilizzazione autoritaria, che lasciava intravedere la costruzione di un nuovo regime, diretto da un nuovo personale politico, nel quale veniva inglobato il vecchio ceto politico notabilare. Di questo si avvidero, seppur con ritardo, esponenti del mondo liberale come Albertini, direttore del "Corriere della Sera", Nitti o Amendola, che pagarono con l'emarginazione o con la vita questa loro dissociazione; se ne avvide soprattutto il gruppo dirigente sturziano, che tent di impedire che i parlamentari popolari sostenessero il governo fascista. Ma Mussolini, forte del consenso delle pi alte gerarchie eccelesiatiche, riusc a isolare Sturzo e il gruppo cattolico democratico, che il 10 luglio 1923 fu costretto ad abbandonare la guida del partito. Indubbiamente l'accordo trasformista delle vecchie lite con il fascismo apr aspri conflitti tra il gruppo dirigente mussoliniano e gli esponenti pi Pagina 67

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt estremisti dello squadrismo. La matrice populista e "antiborghese" del fascismo riemerse in molte occasioni e riusc a imporre non solo un rallentamento nel proposito coltivato dal fascismo moderato di ridimensionare il ruolo e il peso del partito, ma anche un rafforzamento e una relativa autonomia del sindacalismo fascista. Il conflitto tra questa anima "rivoluzionaria del movimento, che raccoglieva le aspirazioni e le spinte competitive della piccola borghesia in ascesa, e lo spirito reazionario di settori consistenti dei gruppi dirigenti del Pnf e delle tradizionali lite conservatrici che fiancheggiavano l'azione del fascismo, venne utilizzato sapientemente da Mussolini per aumentare il suo potere personale e accelerare la trasformazione del sistema politico italiano. Dalla legge Acerbo alle corporazioni Momento fondamentale di questo processo fu la modifica della legge elettorale. Da proporzionale essa divenne rigidamente maggioritaria, garantendo alla lista che avesse ottenuto il 25% dei suffragi due terzi dei seggi parlamentari. La Camera, dopo un sofferto dibattito, ratific la "legge Acerbo", dal nome del suo estensore, consentendo a Mussolini di sciogliere il Parlamento e di avviare la pi drammatica campagna elettorale della storia nazionale. Mentre nel paese si intrecciavano violenze e intimidazioni nei confronti dell'opposizione, Mussolini dette vita al cosiddetto "listone", nel quale confluirono oltre ai fascisti, vecchi esponenti del notabilato liberale meridionale, da Salandra a Orlando, cattolici conservatori, e che pot godere dell'aperto sostegno della Confindustria. Il successo del "listone" fu strepitoso: ottenne il 65% dei voti e 374 seggi, relegando la minoranza cattolicodemocratica e socialcomunista (con un totale di 128 deputati) a un ruolo di pura testimonianza. Ma ancor pi evidente fu il mutamento dei rapporti di forza tra Mussolini e suoi fiancheggiatori: se nel vecchio Parlamento che lo aveva eletto presidente del consiglio il futuro duce poteva contare solo su 39 deputati fascisti e la sua maggioranza dipendeva dall'appoggio del vecchio ceto politico conservatore, ora la situazione si era completamente ribaltata: il Pnf era riuscito a fare eleggere ben 275 deputati, relegando i liberal- conservatori a un ruolo di minoranza. Si apriva quindi una fase nuova della vita politica nazionale nella quale un Parlamento normalizzato e ridotto a mera cassa di risonanza della volont politica del governo fascista avrebbe accettato quelle riforme istituzionali indispensabili per disegnare la fisionomia del nuovo regime e garantirne la stabilit. La "crisi Matteotti" segn un tornante decisivo: il deputato socialista Giacomo Matteotti scomparve il 10 giugno 1924, dopo aver pronunciato un forte discorso d'accusa contro le violenze elettorali che avevano alterato i risultati delle consultazioni della primavera 1924. Si scopr poi che era stato rapito e ucciso da una squadraccia fascista, le cui intenzioni erano a conoscenza di Mussolini stesso. Lo scandalo e l'indignazione furono enormi nell'opinione pubblica, ma in assenza di qualunque iniziativa politica diretta a costruire un'alternativa, dopo un primo momento di sbandamento il fascismo torn a dominare la situazione e la crisi politica si risolse in un'accelerazione della svolta autoritaria. Si verific, in sostanza, il definitivo spostamento della borghesia italiana a favore del fascismo, per paura del caos e del bolscevismo. Le tappe verso una dittatura di tipo nuovo sono racchiuse in alcuni provvedimenti che si dispiegarono nell'arco di poco pi di un anno, dopo il famoso discorso del 3 gennaio 1925, quando Mussolini si assunse la responsabilit politica e morale dell'assassinio del capo dell'opposizione socialista e della violenza sovversiva. Con le "leggi fascistissime" del 24 dicembre 1925 e del 31 gennaio 1926 vennero modificate innanzitutto le "prerogative e le attribuzioni" del presidente del consiglio, che cessava di essere sottoposto alla volont della Camera, Pagina 68

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt per rispondere del suo operato solo ed esclusivamente al re. Le attivit della Camera vennero invece subordinate al benestare del governo; a esso inoltre la legge affid il potere di emanare "norme giuridiche", combinando quindi non solo il potere esecutivo, ma anche parte di quello legislativo. Parallelamente procedeva, per impulso del guardasigilli Alfredo Rocco, la legislazione volta ad annullare ogni spazio democratico: vennero definitivamente sciolti d'autorit i partiti politici d'opposizione, che per protesta avevano abbandonato il Parlamento (e per questo detti "dell'Aventino"); insieme con le organizzazioni politiche vennero soppressi i giornali di opposizione e i sindacati liberi sia di matrice cattolica sia socialcomunista; nel contempo furono promulgate norme rigorosissime per la regolamentazione dell'informazione. A coronamento di questi provvedimenti liberticidi vennero istituti il Tribunale speciale per la difesa dello stato e l'Organizzazione per la vigilanza e la repressione antifascista (Ovra), la polizia politica al servizio del regime, preposti alla repressione dell'opposizione clandestina. Sempre nel 1925 prese le mosse la trasformazione del decentramento amministrativo dello stato, che si sarebbe compiuta definitivamente nel 1928. A comuni e province venne tolta ogni base elettiva mentre i sindaci, ora chiamati "podest", i presidenti provinciali, divenuti "presidi", vennero trasformati in pubblici funzionari nominati dal re e sottoposti all'autorit del prefetto, che diventava la chiave di volta dell'ordinamento amministrativo dello stato e strumento principale del controllo politico del centro sulle periferie. Come ha notato lo storico Claudio Pavone, queste norme, di per s, non uscirebbero dal solco di un autoritarismo tradizionale, se non vi si aggiungessero quelle emanate nello stesso periodo relative alla disciplina giuridica dei rapporti di lavoro, che segnalarono invece la profonda discontinuit tra il nuovo regime in gestazione e le esperienze reazionarie ottocentesche. Con la legge sindacale del 1926, seguita dalla promulgazione della "Carta del lavoro" nell'aprile dell'anno successivo, si delineavano infatti gli archi portanti di uno stato nuovo, di matrice corporativa, centralistico e dirigista, proiettato a realizzare una "nazionalizzazione dall'alto" delle masse, assai distante dallo stato liberale. Sulla sconfitta della classe operaia il fascismo realizz un'imponente costruzione giuridica volta a garantire al lavoro subalterno formali diritti di rappresentanza e di organizzazione sindacale, simili a quelli riconosciuti ai datori di lavoro, deprivati per di ogni carattere autonomo e depotenziati dall'impossibilit di ricorrere a forme aperte di conflitto sociale, perch la nuova legislazione mise fuori legge lo sciopero e la serrata. Con la legge del 1926 veniva infatti riconosciuta giuridicamente la rappresentanza sindacale di ogni categoria di lavoratori. Al sindacato dotato di personalit giuridica era attribuita la potest di stipulare con la controparte contratti di lavoro che valevano erga omnes, cio non solo per gli iscritti al sindacato, ma per tutti i lavoratori di ogni specifico settore professionale. Veniva altres promossa la costituzione della Magistratura del lavoro, un'istituzione arbritrale inserita nell'ordinamento giudiziario ordinario, deputata alla soluzione delle controversie di lavoro. Si delineava cos un sistema di relazioni industriali che legittimava i soggetti sociali subalterni in quanto portatori di "interessi", ma che affidava allo stato il potere esclusivo di comporli, anche coercitivamente, "nell'interesse superiore della nazione". Alla base di questa intensa attivit legislativa e di questa nuova costruzione istituzionale stava la concezione ideologica e culturale del suo ideatore, Alfredo Rocco, intellettuale di spicco del movimento nazionalista, diventato uno dei dirigenti pi ascoltati da Mussolini. Egli intendeva rimodellare i rapporti tra individuo e societ, tra le classi e lo stato, in chiave statalista e dirigista rispetto alla tradizione liberaldemocratica. Secondo il pensiero giuridico di Rocco, lo stato era l'unica modalit storicamente credibile di organizzazione della nazione, che non era da considerarsi Pagina 69

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt un prodotto dell'evoluzione della civilt, ma una modalit di organizzazione della societ naturale e quindi astorica. Tutta la societ civile non doveva godere quindi di nessuna autonomia rispetto alla stato, cui era invece subordinata, e da cui doveva essere regolata, perch era la "mano visibile" del potere statale, l'unica forza capace di dominare i conflitti tra le classi, la divaricazione d'interesse tra i ceti e i gruppi sociali. Ha scritto Giorgio Candeloro: I sindacati, le associazioni di ogni genere e lo stesso Partito fascista dovevano quindi divenire organi dello stato ed essere guidati da questo alla realizzazione dei fini generali della nazione, cio alla sempre maggiore potenza di questa. La visione politica generale di Rocco era dunque [...] nettamente antitetica rispetto alla tradizione liberale e democratica ed era adatta a giustificare la costruzione di un regime tendenzialmente totalitario o comunque rigidamente autoritario. [Candeloro, vol. IX, p. 112] Gli organi dello stato chiamati a svolgere questa funzione di indirizzo, controllo e coordinamento degli interessi sociali furono le corporazioni, istituite il 1 luglio 1926. Anche con la "Carta del lavoro", inserita successivamente nel nuovo codice civile, il regime cerc di definire, in un quadro di principi generali, i "diritti" del lavoro, con l'intento tutto ideologico di accreditare presso i lavoratori, in prevalenza assai poco fascistizzati, un'immagine del fascismo come promotore di un'autentica emancipazione del proletariato e di un'effettiva integrazione delle masse nello stato. Il fascismo, in sostanza, si proponeva come un regime popolare moderno che riusciva a coniugare masse e nazione, laddove avevano fallito lo stato liberale, ma anche il socialismo. Un'ulteriore riforma elettorale (1928) che, tramite la lista unica e il collegio unico nazionale, trasformava il suffragio universale in un plebiscito rituale a favore della dittatura, l'istituzionalizzazione del Gran consiglio, con un'apposita legge, sempre del 1928, e la promulgazione del nuovo codice di procedura penale, passato alla storia come "codice Rocco", dettero alla costruzione del regime il suo assetto definitivo. La lunga crisi del dopoguerra aveva partorito una nuova forma- stato e un nuovo sistema politico, del tutto originale nel panorama europeo, che divenne il punto di riferimento e il modello per tutti i movimenti nazionalisti ed eversivi che si agitavano nel vecchio continente. Al complesso processo di consolidamento del fascismo contribuirono poi due eventi di carattere extraistituzionale, ma dalle fortissime valenze politiche: la stabilizzazione della lira e la pacificazione con la chiesa cattolica, sancita nel 1929 mediante il concordato con la Santa Sede. Sul primo ci siamo gi dilungati nella parte relativa alla storia economica (vedi parte seconda, capitolo 4); per quel che riguarda il secondo va detto che esso fu il coronamento di un progressivo avvicinamento tra la chiesa e il regime, avviatosi gi all'indomani della marcia su Roma. Di fronte al successo di Mussolini la chiesa non aveva esitato a sacrificare il Ppi e il cattolicesimo democratico di Sturzo pur di salvaguardare la propria presenza e la propria autorit. E non venne meno a una sostanziale disponibilit nei confronti del regime nemmeno quando, nel 1931, all'indomani dello stesso concordato, le squadre fasciste si scatenarono contro l'Azione cattolica e Mussolini impose lo scioglimento di tutte le associazioni ricreative giovanili e le organizzazioni laiche, che costituivano gli strumenti pi efficaci, non solo di evangelizzazione e di proselitismo, ma anche di intervento e di orientamento culturale da parte del cattolicesimo nel corpo vivo della societ italiana. Nonostante le condanne verbali e le prese di posizione della curia e del papa Pagina 70

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt stesso, il fascismo riusc a ottenere lo scopo di assicurarsi il monopolio esclusivo della formazione dei giovani e dell'organizzazione di massa, lasciando soltanto in vita l'Azione cattolica, come mero centro di formazione spirituale e religiosa. Sul piano giuridico- diplomatico i "patti lateranensi" rappresentarono per la chiesa un'indubbia rivincita. Stipulati tra lo stato italiano e la Santa Sede e siglati l'11 febbraio 1929, posero formalmente fine alla questione romana, apertasi con la conquista di Roma capitale. In virt di questi patti si riconobbe al pontefice la sovranit su quei territori circostanti la basilica di San Pietro noti come Citt del Vaticano. Venne pagata un'indennit a risarcimento dei beni espropriati con la presa di Roma e si dichiar la religione cattolica religione di stato. Sulla base di questo concordato si sancirono inoltre gli effetti civili del matrimonio religioso e lo stato italiano si impegn a far impartire nelle scuole pubbliche l'insegnamento religioso cattolico. Con la conciliazione la chiesa salvava e riaffermava il suo primato morale e pedagogico, mentre il prestigio del duce ne usciva accresciuto: Mussolini fu salutato dal pontefice Pio XI, all'indomani dei patti, come l'uomo della provvidenza, anche se molti tra i cattolici continuarono a dissentire dal fascismo unendosi alle file dell'opposizione clandestina e pagando il prezzo dell'esilio. 3.4 Il ruolo del Pnf nella costruzione dello stato totalitario Con il 1928-29, dunque, la prima fase della costruzione del fascismo, comunemente definita della stabilizzazione del regime, poteva dirsi conclusa. Nel giro di pochi anni si era indubbiamente prodotta nella storia italiana ed europea una novit assoluta. Come ha scritto recentemente Emilio Gentile, Il fascismo stato infatti il primo partito- milizia che ha conquistato il potere in una democrazia liberale europea, con il dichiararo proposito di distruggerla, e che si posto, come scopo esplicito e praticamente perseguito, l'affermazione del primato della politica su ogni altro aspetto della vita individuale e collettiva attraverso la risoluzione del privato nel pubblico, per organizzare in modo totalitario la societ, subordinandola al controllo di un partiro unico, e integrandola nello stato, concepito e imposto come valore assoluto e dominante [Gentile 1995, p. 130]. Il regime fascista divenne un esempio destinato a suscitare un larghissimo seguito nel vecchio continente attraversato da potentissime spinte reazionarie e antidemocratiche e a costituire il modello di riferimento di tutte le controrivoluzioni autoritarie che si imposero nella seconda met degli anni venti in diversi paesi europei: dal Portogallo di Salazar, all'Ungheria dell'ammiraglio Horthy e di Gyula Gombos, dalla Polonia di Pilsudski, all'Albania del re Zog. Sebbene la realizzazione dello "stato totalitario" alla fine degli anni venti fosse ancora relegata nell'universo della mitologia politica, nel giro di seisette anni Mussolini e il gruppo dirigente fascista erano indubbiamente riusciti a scardinare in maniera irreversibile il sistema parlamentare e a ridisegnare i rapporti tra i poteri dello stato, rompendo nella sostanza gli equilibri previsti dallo Statuto. Erano state inoltre ridefinite le relazioni industriali sottoponendo la rappresentanza degli interessi al controllo dello stato, e si era venuto costituendo un nuovo sistema politico basato sul potere personale del duce e sul partito unico, posto alle sue dipendenze. Sulle ceneri dello stato liberale, dunque, si era ormai consolidato un regime autoritario del tutto originale, in cui interagivano la strumentazione di uno stato di polizia e il potere carismatico del capo, attorno a cui si erano ridisegnati i nuovi equilibri dei poteri istituzionali. Ci pare, per, altrettanto incontrovertibile che il nuovo sistema di potere fosse ben lontano da una "monocrazia" totalitaria, nella quale la subordinazione di tutti gli altri centri di potere si fosse compiutamente realizzata, fino ad annullarli. Pagina 71

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Occorre infatti tenere presente che era rimasto in vigore lo Statuto albertino e che il potere di Mussolini derivava in ultima istanza dal volere regio: nella Corona era ancora concentrato un potere "indisponibile", non sottoposto al duce e dotato di una legittimazione costituzionale indipendente, in grado di giocare un proprio ruolo nelle scelte politiche dello stato. Capace soprattutto di controllare direttamente gli apparati militari, che furono solo parzialmente fascistizzati e che mantennero sempre un alto grado di fedelt alla Corona. Questa considerazione assume tutta la sua pregnanza se la si mette in relazione alla crisi finale del fascismo, il 25 luglio 1943, quando il re, in nome delle sue prerogative statutarie rimosse Mussolini dall'incarico, com'era accaduto, almeno formalmente (nessun governo infatti era durato ininterrottamente vent'anni) per i suoi predecessori. Inoltre la "costituzionalizzazione" del Gran consiglio, sancita nel 1928, comportava una limitazione dei poteri del capo del governo. Non va poi dimenticato che lo stesso riconoscimento del primato pedagogico della chiesa cattolica consegnava al Vaticano un potere d'iniziativa potenzialmente svincolato dal dittatore e dal regime. Un discorso analogo vale per i poteri economici. Nonostante la formale fascistizzazione della Confindustria e della Confederazione degli agricoltori, le grandi famiglie del capitalismo italiano e i grandi gruppi industriali erano riusciti a imporre una politica economica in sostanziale continuit con il periodo liberale e, nonostante la Carta del lavoro e il mito dirigista, avevano conservato una sostanziale autonomia nella gestione dell'impresa e nella promozione dell'economia di mercato. Quel che si realizz in sostanza fu un'intensificazione degli intrecci tra lo stato e gli interessi strategici del capitalismo oligopolistico, che avevano costituito una costante nella storia dell'economia italiana postunitaria. Fino alla fine degli anni venti, dunque, il rapporto tra fascismo e gruppi di comando dell'economia nazionale era meglio rappresentato dalle valutazioni di Togliatti (il fascismo ha dato alla borghesia italiana ci di cui essa stata sempre priva, un partito forte, centralizzato, disciplinato, unico, dotato di una propria forza armata [Togliatti 1970]) piuttosto che dalle teorizzazioni di Alfredo Rocco o di Giovanni Gentile sullo stato etico, capace di subordinare a s gli interessi e di riconoscerli soltanto come realizzazioni della stessa personalit dello stato. D'altro canto la stessa supremazia dello stato sul partito, che costitu il principio informatore di tutta la complessa impalcatura giuridico- istituzionale elaborata tra il 1925 e il 1929, tendeva a enfatizzare gli elementi di continuit del regime con gli ordinamenti prefascisti e a imbrigliare la carica rivoluzionaria del "culto del duce" e del "principio del capo" dentro un organismo costituzionale che prevedeva una qualche forma di divisione dei poteri. Si era dunque in presenza di uno stato "policratico" nel quale il potere carismatico del dittatore, sorretto da un forte accentramento di prerogative nella sua persona, conviveva con altri poteri in un intreccio dialettico che costitu l'essenza e il teatro della lotta politica per tutta la durata del fascismo. Il progetto totalitario per non venne abbandonato: rimase come obiettivo strategico di Mussolini, intenzionato a edificare un nuovo stato, capace di incidere profondamente nell'antropologia storica degli italiani, per farne uomini nuovi", plasmati dai nuovi valori e dai nuovi miti proposti dal regime. Tutti gli anni trenta sono attraversati da questo complesso sforzo di fascistizzazione della societ, che ebbe come principale protagonista il partito, divenuto nelle mani del dittatore lo strumento di organizzazione totalitaria delle masse, il "grande pedagogo" in grado di sollecitare e canalizzare l'adesione convinta degli italiani al fascismo. Contrariamente all'immagine di centro burocratico elefantiaco e grottesco, dispensata a piene mani da tanta pubblicistica, non solo antifascista che ha fatto soprattutto di Achille Starace, segretario nazionale del partito per quasi tutti gli anni trenta, quasi una macchietta, fu il Pnf a fare del fascismo un'esperienza politica moderna e originale, del tutto diversa da un tradizionale regime autoritario, assolutistico ed elitario, tramandato dalla Pagina 72

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt tradizione ottocentesca. Sotto la guida di Giuriati prima e di Starace poi il Pnf divenne il primo, grande partito di massa della storia italiana: un'organizzazione sottoposta a una rigida gerarchia che alla fine degli anni trenta avrebbe annoverato oltre due milioni e mezzo di iscritti. Il Pnf si dedic alla diffusione dei miti della rivoluzione fascista e divenne il centro promotore della progressiva irreggimentazione della societ, tramite l'istituzione di organismi di massa che avrebbero dovuto inquadrare gli italiani e le italiane dalla nascita fino alla vecchiaia. Il partito fu in sostanza chiamato a promuovere, secondo la diagnosi di Paolo Pombeni, quella legittimazione popolare del potere di Mussolini, di cui in una societ di massa abbisogna anche la tirannide, mediante la creazione di spazi di attivismo politico capaci di mimare, in chiave liturgica, quella domanda di partecipazione democratica, che proveniva dalla societ civile. Il Pnf, per, non fu soltanto una potentissima macchina propagandistica, fu contemporaneamente un efficace strumento di controllo e di ascesa sociali. Oggetto del controllo risultarono soprattutto le alte gerarchie dello stato e della burocrazia pubblica, per le quali l'iscrizione al partito era di fatto obbligatoria e l'assenso del partito indispensabile per i passaggi di carriere: magistrati, insegnanti e professori universitari, ufficiali, funzionari della pubblica amministrazione vennero cos assimilati nel Pnf, diventandone l'effettiva base di massa, insieme con gli attivisti ideologizzati dei fasci e della milizia. Il Pnf, con la sua capillare architettura organizzativa basata sul funzionariato politico e con la sua presenza in tutte le istituzioni dello stato si configur infine come un formidabile canale di promozione sociale della piccola borghesia, che costituiva il gruppo dominante della sua composizione sociale. Tramite il partito gli strati intermedi in parte riuscirono ad assurgere a classe dirigente nazionale, entrando in competizione con le tradizionali lite borghesi e strappando loro il primato per quel che riguardava la formazione del ceto politico nazionale e locale, in parte trovarono una struttura in grado di fornire occasioni per carriere politico- burocratiche privilegiate in termini di reddito e di status, seppur prive di effettivo potere decisionale. Il Pnf, dunque, seppure formalmente subordinato allo stato, in parte istituzione dello stato esso stesso, divenne progressivamente un solidissimo centro di potere, da cui dipendeva in ultima istanza non solo la selezione dei gruppi dirigenti del regime, ma anche la stessa legittimazione politica dei rappresentanti delle istituzioni. 3.5 La fascistizzazione della societ Il compito precipuo che il partito era chiamato ad assolvere riguardava, dunque, la fascistizzazione della societ. Questo progetto nel concreto procedere degli eventi sarebbe risultato contraddittorio, destinato in buona parte a rimanere incompiuto e irrisolto per irriducibilit di componenti essenziali della societ a essere compiutamente integrate nelle strutture e nelle istituzioni totalitarie. Ciononostante bisogna considerarlo per quello che effettivamente fu: un ampio disegno politico, nel quale con la vacua retorica e con la bolsa ritualit si combinarono tendenze modernizzatrici destinate a lasciare un segno profondo nella societ italiana. I canali di cui si avvalse il partito per questa vasta opera di politicizzazione coatta delle masse furono molteplici, ma in prima istanza passarono attraverso l'organizzazione capillare del tempo libero delle masse lavoratrici e dei giovani. Con una percezione del tutto nuova delle potenzialit formative di questa nuova dimensione dell'organizzazione del tempo prodotta dall'industrializzazione, il Pnf riusc a pianificarne il controllo centralizzato e pervasivo costruendo un'articolata serie di strumenti associativi in grado di Pagina 73

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt orientare e stimolare una domanda crescente di socialit e di svago in direzione della formazione politica e della promozione dei culti laici del regime. Questo esito scatur da una strategia ambivalente, volta da un lato a fascistizzare le organizzazioni esistenti e dotate di una ormai consolidata tradizione (come nel caso del Tci e del Cai) nella quale si riconosceva quell'insieme di strati sociali intermedi, che nelle intenzioni del gruppo dirigente fascista costituivano la base di massa del movimento e poi del regime. Altri, invece, vennero sciolti d'autorit e integrati nelle proprie strutture. Esempio classico l'Unione operaia degli escursionisti italiani, fondata nel 1911 dal repubblicano V. Ugolini e sostenuta da decine di migliaia di iscritti: dopo lo scioglimento essa venne inglobata nelle strutture dell'Opera nazionale dopolavoro, istituita nel 1925, che costituiva il nerbo organizzativo dell'intervento del fascismo nel tempo libero. Cos ovviamente accadde per tutte le associazioni socialiste. Pi complesso fu il rapporto con quelle cattoliche, che erano numerose: alcune vennero mantenute per via delle complicate relazioni con la chiesa, altre vennero sciolte, altre vennero fatte vivere collateralmente e in maniera subalterna all'ossatura principale dell'intervento del regime nei confronti del tempo libero. Una significativa variazione di questo comportamento si verific nel passaggio tra gli anni venti e gli anni trenta. Il regime accentu infatti il suo intervento diretto nell'organizzazione del tempo libero delle classi popolari allo scopo di costruire un'efficiente macchina per la produzione del consenso, gestita centralisticamente dal Pnf. Perno di quest'opera di irreggimentazione attraverso l'uso politico del tempo libero fu l'integrazione nelle strutture del partito dell'Opera nazionale Balilla, che nel 1934 poteva contare su oltre tre milioni e mezzo di iscritti, dal cui tronco nel 1937 sorse la Giovent italiana del littorio, nella quale confluirono tutte le associazioni del regime preposte all'organizzazione dei giovani dai sei ai ventun anni. Un organismo di massa colossale (nel 1941 contava pi di otto milioni di aderenti) finalizzato alla formazione dell""uomo nuovo" invocato dal regime. A esso si affiancava, come si detto, l'Opera nazionale dopolavoro che da 1.600.000 iscritti del 1931 pass a oltre 4.500.000 nel 1939, distribuiti in 25.000 circoli di quartiere e di fabbrica. Una struttura poderosa, orientata sia alla gestione del tempo libero sia alla fornitura di elementari servizi sociali (dagli asili alle colonie estive), che, a fianco dei sindacati di categoria, forti di oltre due milioni di iscritti a met degli anni trenta, permeava capillarmente il mondo del lavoro. L'incremento di tali iniziative di massa sub una decisa accelerazione con il 1934, per l'agire concentrico di due fenomeni: la creazione della settimana di 40 ore e l'istituzione del sabato fascista, in parte dedicato alle attivit paramilitari delle giovani generazioni, in parte per aperto al turismo di massa e alle attivit sportive, nonch allo spettacolo popolare (il matine del teatro era una delle classiche attivit che veniva svolta il sabato.) Il carattere dichiaratamente politico dell'azione del partito emerge dalle mete dei viaggi organizzati dal dopolavoro: le grandi feste del regime, l'incontro mitologizzato con il duce, le opere del fascismo. Si veniva cos costruendo nella societ quel consenso su cui ha lungamente riflettuto Renzo De Felice, che per molti aspetti si configur piuttosto come una sorta di pacificazione passivizzata tra le masse e lo stato fascista. Ci consent di attivare la mobilitazione costante dei cittadini, tramite la costruzione di ambiti sociali e di spazi collettivi capaci di surrogare la partecipazione democratica e l'autopromozione dei soggetti sociali nelle dinamiche conflittuali della societ, negate dalla dittatura. Al processo di fascistizzazione non rimasero estranee le campagne. I contadini iscritti al dopolavoro, nel 1932, erano 350.000 e crebbero negli anni successivi a ritmi abbastanza consistenti: una realt associativa sicuramente meno rilevante di quella urbana, in ragione del fatto che nel mondo contadino pi lenti erano stati i ritmi di "produzione" del tempo libero. Ma negli anni trenta, per effetto dei processi di modernizzazione della societ, che incisero profondamente nei rapporti tra citt e campagna, si cominciarono a produrre le prime significative differenziazioni nella tradizionale Pagina 74

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt strutturazione del tempo del mondo agricolo, caratterizzata esclusivamente dalle scansioni dei cicli agricoli e dai flussi naturali del tempo. Ci permise al Pnf di coinvolgere anche la societ rurale nella mobilitazione "totalitaria", tramite l'occupazione degli spazi temporali che la riorganizzazione del tempo vi apriva all'interno. In questo disegno di attivizzazione e controllo delle masse rurali - che in Italia, bene ricordarlo, a differenza che nel resto d'Europa, avevano costituito un gruppo di soggetti sociali antagonistici allo stato liberale, e non gi una sua base di massa - un ruolo non secondario svolse il vario arcipelago delle associazioni femminili, prima fra tutte la Federazione fascista delle massaie rurali. Questa organizzazione, strettamente dipendente dal partito, raccolse progressivamente centinaia di migliaia di iscritte. Era deputata al compito ideologico primario di valorizzare il ruolo tradizionale della donna contadina, "regina del focolare", madre prolifica e perno della famiglia, intesa come nucleo essenziale della stabilit sociale nelle campagne. Fu la prima grande organizzazione di massa femminile capace di stimolare la partecipazione civile delle contadine. Ma lo sforzo di coinvolgere le donne nel processo di fascistizzazione totalitaria della societ non rimase confinato nelle campagne. Si dispieg con molta energia nelle citt attraverso i fasci femminili, preposti non solo alla promozione della concezione fascista della donna, antiemancipazionista e sessista, ma a una serie di opere di assistenza e di servizi sociali. Mediante tali associazioni cominciarono a circolare nuove pratiche educative e igienico- sanitarie, che stimolarono impulsi modernizzatori nei costumi sociali e nella mentalit collettiva e che si tradussero nel riconoscimento di alcuni elementari diritti per la donna: dagli asili d'infanzia, alla tutela della donna lavoratrice, dall'istruzione a un'autonoma vita associativa. Emerge qui quell'ambivalenza propria degli organismi di massa promossi dai regimi totalitari che in pi di un'occasione stata messa in evidenza dagli scienziati sociali. Questi organismi da un lato erano istituiti con l'unico intento di realizzare un controllo sociale pervasivo delle classi subalterne, dall'altro miravano a costituire delle occasioni di ascesa sociale per le classi intermedie, cui ne era affidata la direzione politica. Essi per riuscirono spesso ad attivare processi di modernizzazione reale della societ, dagli esiti imprevedibili, e soprattutto costituirono uno strumento di partecipazione dei soggetti sociali coinvolti, in forme e modi del tutto contrari agli interessi del regime. Questo fenomeno tanto pi evidente quanto pi la cinghia di trasmissione preordinata dal regime toccava il mondo del lavoro e soprattutto la classe operaia. Il dopolavoro e soprattutto i sindacati rappresentarono esempi emblematici. Mediante questi organismi il proletariato riusc a mantenere in vita circuiti di comunicazione autonomi su cui si fondava la possibilit concreta di salvaguardare e riprodurre i valori e la specificit culturale della comunit operaia che erano estranei alle mitologie del regime. Riuscirono insomma a sopravvivere legami di solidariet di classe, frammenti di cultura antifascista, forme di resistenza passiva che impedirono al partito di fascistizzare compiutamente i lavoratori. Nel caso del sindacato questa ambivalenza assunse un significato ancora pi complesso per la sua natura di organismo preposto alla tutela di interessi sociali ben individuati, che doveva conquistarsi la sua legittimazione effettiva attraverso il consenso reale degli iscritti. Innanzitutto fu in grado di mantenere una propria autonomia rispetto al partito, da cui riusc a non dipendere mai funzionalmente; dall'altro ebbe la forza di contrastare una presenza autonoma del Pnf nei luoghi di lavoro, sottraendogli, dopo un contrasto trascinatosi per tutto il decennio, non solo la gestione diretta del collocamento, ma soprattutto il controllo delle associazioni dopolavoristiche, concepite come parte della propria azione di tutela del lavoratore e come strumento per estendere la sindacalizzazione del proletariato che procedeva stentatamente. Il potere del Pnf si scontr dunque in molti casi con altri poteri del sistema policratico. Ci comunque non arrest la costruzione di quella rete pervasiva Pagina 75

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt di strumenti di controllo dell'intero tessuto sociale e di educazione politica dei cittadini che alla vigilia della seconda guerra mondiale aveva assunto toni fanatici e ossessivi, spinti a trasformare il paese (sono parole di Dino Grandi, uno dei gerarchi pi influenti del partito) in una immensa caserma. L'acme di questo processo di concentrazione del potere nelle mani del partito si realizz con il nuovo statuto del 1938, che ne sanciva il ruolo di partito unico del regime, di custode della rivoluzione fascista e di promotore dell'educazione politica degli italiani, e con la definitiva trasformazione del Parlamento nella Camera dei fasci e delle corporazioni (1939). Nella nuova Camera entrava stabilmente l'intero Consiglio nazionale del partito, insieme con quello delle corporazioni, a suggellare la definitiva compenetrazione tra lo stato e il partito fascista. La diffusione della nuova pedagogia fascista non si avvalse per solo degli strumenti del partito, ma finalizz a questo obiettivo l'intera struttura scolastica. Gi nel 1925 il ministro della pubblica istruzione Pietro Fedele aveva sostenuto che il governo esigeva che tutta la scuola, in tutti i suoi gradi, in tutto il suo insegnamento, educasse la giovent italiana a comprendere il fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista. Negli anni successivi la fascistizzazione della scuola procedette con intensit, anche se si dispieg in maniera diseguale nei diversi ordini d'insegnamento: sostanzialmente "totalitaria" nelle scuole elementari e medie, pi esteriore e di facciata nelle scuole superiori e nelle universit, che mantennero l'ordinamento e le pratiche didattiche tradizionali previste dalla riforma Gentile del 1923. Con la creazione della Facolt fascista di scienze politiche nel 1927, con l'adozione del libro di testo unico di stato per le scuole primarie (entrata in vigore nell'anno scolastico 1930-31), e con l'obbligo per i professori universitari del giuramento di fedelt al regime, cui rifiutarono di sottostare solo 13 docenti su 1200, si radicalizz lo sforzo del regime di plasmare le giovani generazioni mediante il controllo della formazione scolastica e la fascistizzazione della cultura. Nacquero in questo clima i Littoriali della cultura e dell'arte, concorsi annuali, tenutisi tra il 1934 e il 1939, in cui si cimentavano gli studenti universitari iscritti alla Giovent universitaria fascista (Guf), con l'elaborazione di testi e di manufatti artistici improntati all'esaltazione del regime. Nel 1937 vennnero poi costituiti l'Istituto di cultura fascista e il Ministero della cultura popolare, con lo scopo di sorvegliare l'editoria, la stampa e soprattutto i nuovi mezzi di comunicazione di massa (la radio e il cinema), affinch contribuissero con le loro attivit a diffondere i modelli culturali proposti dal fascismo. Con la pubblicazione, l'anno successivo, della Carta della scuola- che esplicitamente la collocava tra gli strumenti primari di formazione dell"unit morale, economica e politica della nazione italiana, che si realizza integralmente nel fascismo - il disegno di sottomettere la scuola al processo di fascistizzazione della societ poteva dirsi compiuto. In realt, anche in questo caso riemerge quell'ambivalenza che abbiamo riscontrato negli organismi di massa: la vita associativa dei Guf, i Littoriali, le attivit culturali promosse dal fascismo per irreggimentare le coscienze si rivelarono occasione di dibattito e di circolazione delle idee che contribuirono alla formazione di un'attitudine critica e anticonformista tra le giovani generazioni intellettualizzate. Queste spinte culturali trovarono i loro principali punti di riferimento nell'attivit di alcune riviste, programmaticamente orientate a una riflessione pi libera dei principi dottrinari del fascismo e a tenere aperti i canali di comunicazione con le esperienze culturali europee. Riviste come "Critica fascista" di Giuseppe Bottai, "L'italiano" di Leo Longanesi, il fiorentino "Bargello", su cui fece le prime prove di scrittore Elio Vittorini, "Primato", costituirono gli snodi pi significativi di una Pagina 76

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt rete di strumenti culturali, nei quali si venne formando una nuova leva di intellettuali. Per molti di costoro, quando ormai la guerra era alle porte, l'ansia di ricerca e l'esercizio esasperato di un dovere critico avrebbe reso sempre pi labile e confuso il confine tra militanza letteraria e culturale e antifascismo politico. 3.6 Il declino dello stato totalitario Erano questi i sintomi di uno scollamento e di una frattura che si stavano producendo tra il regime di Mussolini e gli elementi colti e preparati della prima generazione di italiani che non aveva conosciuto l'Italia liberale e la democrazia politica: soggetti sociali, tra l'altro, quasi per intero appartenenti a quegli strati intermedi che costituivano la pi solida base di massa del fascismo. Una frattura assai grave dunque, che metteva in luce i limiti e le contraddizioni irrisolte del processo di costruzione dello stato totalitario. Contribuirono ad aprire le prime crepe nell'edificio monolitico del consenso al regime l'estraneit, quando non l'ostilit, con cui settori crescenti di opinione pubblica accolsero la "germanizzazione" del fascismo, che comport l'accentuazione delle spinte militariste e delle tendenze razziste, poco presenti nello spirito pubblico italiano. Al di l dell'imposizione all'esercito italiano del "passo dell'oca", di derivazione tedesca, accolta con scarso entusiasmo dalle gerarchie militari e bollata dall'irrisione popolare, furono le leggi antisemite e i nuovi miti della razza a colpire profondamente settori crescenti dell'opinione pubblica. Ha scritto Pierre Miltza: L'antisemitismo era [srato] fino ad allora un fenomeno pressoch inesistente in Italia, e il fascismo stesso non aveva stabilito distinzioni. Allo stesso titolo che gli altri italiani, gli israeliti, il cui numero totale non superava i 44.000, avevano partecipato al fascismo e all'antifascismo. Mussolini stesso, fino al 1936, si era dissociato su questa questione dal nazismo e aveva ironizzato sul concetto di razza nordica. Ora tutto ci cambi con la formazione dell'Asse Roma- Berlino. Il duce e certi ambienti dell'estremismo fascista, ammiratori dell'efficacia hitleriana, si mostrarono a loro volta attratti dall'aspetto pseudoscientifico del razzismo, che dava alla dottrina nazista una coerenza, che, secondo costoro, mancava alla sua omologa italiana [Miltza, Bernstein 1980, p. 218]. Con il Manifesto in difesa della razza, pubblicato dal Ministero della cultura popolare nel 1938, nel quale si affermava l'estraneit degli ebrei alla razza italiana e la necessit di proteggerla dalla contaminazione con altre razze ritenute inferiori, prese avvio la politica di discriminazione degli ebrei, prima circoscritta agli stranieri, ai quali venne interdetta la possibilit di iscriversi alle scuole italiane e negato il diritto di cittadinanza. Progressivamente la discriminazione tocc anche le comunit ebraiche italiane, con l'esclusione dall'insegnamento, dal servizio militare e dall'esercito, dagli alti gradi della burocrazia e dalla direzione delle imprese pubbliche. Oltre 3500 famiglie vennero toccate dalla repressione razzista, alimentando una corrente di emigrazione verso l'estero di intellettuali e scienziati che avrebbe potuto essere assai pi intensa se in molti casi gli stessi apparati burocratici preposti all'esecuzione delle norme antisemite non avesssero omesso di applicarle, o le avessero applicate con maggiore severit e soprattutto se la scarsa collaborazione della cittadinanza con le autorit non avesse costituito una rete di protezione nei confronti degli ebrei. Il triennio 1937-39 appare dunque cruciale per individuare i fattori che contribuirono a rompere i circuiti di formazione dell'adesione di massa al fascismo e a creare le condizioni di un declino che sarebbe stato sicuramente assai lento se la guerra mondiale, con la vittoria dello stato democratico e del socialismo, non avesse accelerato il crollo del totalitarismo nazifascista in tutta Europa. Come ha notato Alberto Aquarone, quando l'articolazione del potere totalitario Pagina 77

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt sembrava essere arrivata al suo culmine e il partito- stato controllava pervasivamente la societ, emerse il suo limite di fondo: la politicizzazione rituale e puramente demagogica che sorreggeva la dittatura si era risolta in una progressiva "spoliticizzazione" delle masse e delle istituzioni del consenso, ridotte a un ruolo puramente coreografico e retorico, sempre meno in grado di incidere effettivamente nelle coscienze e di svolgere compiutamente la loro funzione di selettore dinamico della classe dirigente. Il partito che Achille Starace consegn nel 1939 al suo successore, il giovane Ettore Muti, era un mastodonte abnorme, che nei suoi vari organismi inquadrava pi della met degli italiani e delle italiane, capace sempre meno per di attivarne la mobilitazione effettiva: i grandi miti si stavano trasformando in riti burocratici seguiti da una popolazione sempre pi agnostica, preoccupata di constatare uno scarto crescente tra programmi e realizzazioni. Dove tale scarto risult evidentissimo fu nella complessa costruzione corporativa, nella quale il regime si cimentava in un nuovo esperimento economico che, nelle intenzioni dei suoi teorici pi estremisti doveva costituire un terzo modello di sviluppo tra comunismo e capitalismo. Attorno al progetto corporativo esiste ormai una notevole messe di studi dai quali emerge con chiarezza quanto il mito di costruire una sorta di terza via allo sviluppo economico in grado di coniugare il meglio degli altri due modelli (il libero mercato e gli impulsi privatistici del capitalismo con la pianificazione statale accentrata del "bolscevismo") si rivelasse infondato e privo di concretezza. Esso rimase in effetti il cemento ideologico di componenti "di sinistra" del regime, diffuse soprattutto nei sindacati e negli organismi di massa popolari, che si intrecci con le elaborazioni di ristrette cerchie di intellettuali, favorevoli a realizzare un "corporativismo proprietario" capace di assorbire progressivamente la propriet privata e di superare il capitalismo. Come ha sottolineato Pasquale Santomassimo, il corporativismo, malgrado la sua propaganda, non si configur mai come una "fuoriuscita" sia pure tendenziale dal capitalismo, ma si inser piuttosto nell'alveo del "capitalismo organizzato", che teneva conto degli ammaestramenti del deperimenro prima, e della crisi, poi, del sistema liberale, quanto dei termini in cui si era configurata la sconfitta del movimento operaio [Santomassimo 1987, p. 414] In effetti il corporativismo fascista mir esplicitamente alla creazione di un"economia di produttori (cos recitava l'ordine del giorno approvato al secondo Convegno di studi corporativi che si svolse a Ferrara nel maggio 1932 e che costitu uno dei momenti pi alti del dibattito sul modello corporativo) fondata su un complesso sistema di rapporti tra stato, impresa, sindacato e corporazione, intesi come soggetti tendenzialmente autonomi e portatori di interessi legittimi. Il corporativismo fascista si configur dunque come il tentativo di ricomporre nell'artificiosa categoria di nazione organizzata, secondo la ben nota espressione di Giuseppe Bottai, il conflitto tra gruppi sociali, tra interessi contrapposti: un mito che nascondeva lo sforzo di neutralizzare la carica antagonistica presente nelle societ industrializzate moderne, quale l'Italia ormai si avviava a essere, da parte di quel vasto agglomerato di ceti medi che, per la sua collocazione nell'organizzazione economica, viveva drammaticamente la competizione e il conflitto. Si trattava, come ha scritto di recente Marco Revelli, di un agglomerato di soggetti incapaci di affrontare le sfide di una economia libera ed aperta ed impegnati a rivendicare per via politica quello status che andavano irrimediabilmente perdendo sul piano sociale, [De Luna, Revelli 1995]; un coacervo di gruppi sociali, decisivo per la stabilit del regime, perch costituiva la sua pi solida base di massa. In realt quando nel 1939, dopo pi di cinque anni dalla loro costituzione, le corporazioni assunsero il ruolo di strumento effettivo di rappresentanza degli interessi, sostituendosi alla Camera dei deputati, era ormai evidente che il progetto corporativo era sostanzialmente fallito. Dall'attivit delle 22 corporazioni insediate da Mussolini il 10 novembre 1934 non era Pagina 78

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt sortito quasi nulla (appena 14 norme corporative e una trentina di accordi economici collettivi, secondo le ricerche di Sabino Cassese): il mito della societ "organica" in grado di sottoporre gli interessi al controllo dello stato e di regolamentare le attivit economiche, per finalizzare tutte le risorse umane e materiali alla crescita economica e al benessere della collettivit si era frantumato contro l'impossibilit di governare, attraverso i farraginosi apparati corporativi, sia le relazioni industriali, sia i rapporti tra gruppi economici dominanti e stato. In quest'ultimo campo si venne formando una "amministrazione parallela" alla quale fu affidato, secondo quanto afferma Claudio Pavone, con la creazione e il potenziamento di una miriade di enti non molto ben coordinati, il compito di curare quel complesso pi dinamico e moderno di attivit nel campo economico alle quali non sembravano adatte, n la burocrazia tradizionale, n, tanto meno, le corporazioni [Pavone 1986, p. 211]. E un ruolo centrale svolsero in questo circuito, che impropriamente si potrebbe definire ufficioso, l'Iri e l'Imi, promotrici dell'intervento pubblico in economia e della trasformazione del fascismo in stato produttore. I due architravi dello stato totalitario alla vigilia della guerra erano dunque minati da una crisi strutturale profonda: non erano in grado di coordinare i meccanismi economici e produttivi, n di garantire quella mobilitazione straordinaria di risorse umane richiesta dal gigantesco evento bellico nel quale il 10 giugno 1940 l'Italia fascista decise di entrare. 3.7 L'Italia fuori d'Italia l'antifascismo In quel triennio (1937-39) nel quale i rapporti tra fascismo e societ italiana cominciarono a scricchiolare, quasi a ulteriore conferma dell'irreversibile declino del regime, si verific anche una notevole ripresa dell'attivit dei movimenti antifascisti. Era un'azione in buona parte spontanea e nata come effetto di eventi traumatizzanti quali l'esperienza della guerra civile spagnola, la firma del trattato di amicizia stipulato con la Germania (Asse Roma- Berlino) e l'inizio della legislazione discriminatoria e vessatoria nei confronti degli ebrei. A dimostrazione di questo fenomeno intervenne l'aumento delle condanne emesse dal tribunale speciale che tra il 1936 e il 1939 raggiunsero la cifra ragguardevole di 1101. Ha scritto Candeloro, nel volume dedicato al fascismo della sua monumentale Storia dell'Italia moderna: La ripresa antifascista degli anni 1937-39 all'interno del paese non fu certo tale da mettere in pericolo l'esistenza del regime, ma [ebbe] una notevole importanza storica, perch si dovette in larga misura a giovani, che poi intensificarono la loro attivit, fecero nuove reclute tra il 1940 e il 1943 e costituirono, assieme ai pi anziani, reduci dall'esilio, dalle galere e dai luoghi di confino, i gruppi dirigenti della Resistenza. Una parte di questi nuovi antifascisti non aveva mai svolto alcuna attivit nelle organizzazioni fasciste e fu spinta all'opposizione attiva sia dall'esempio di genitori o di parenti antifascisti, sia per una spontanea ripugnanza verso il conformismo burocratico e ritualistico del regime, sia per ostilit verso la politica mussoliniana; un'altra parte invece, forse pi numerosa, arriv all'antifascismo dopo aver militato nelle organizzazioni studentesche o sindacali del regime, dopo aver partecipato ai litroriali e aver collaborato ai periodici dei Gruppi universitari fascisti. La scelta antifascista di questi giovani avvenne in momenti e in forme diverse e spesso in modi non lineari, poich fu influenzata da circostanze ambientali e da vicende individuali molto varie. Ma il fatto storicamente importante fu il travaso di forze dal fascismo all'antifascismo che avvenne nel corso di sette od otto anni, dal 1937 circa all'inizio della Resistenza [Candeloro, vol. IX, pp. 470-471]. La storia dell'antifascismo militante cominciava invece da pi lontano: da quel vasto fenomeno di esodo in massa dei gruppi dirigenti dei partiti disciolti Pagina 79

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt con la violenza dal fascismo, che tentarono dall'esilio di mantenere viva l'opposizione al regime, sia mediante l'azione di denuncia internazionale della dittatura fascista, sia cercando di organizzare all'interno del paese piccoli nuclei clandestini di resistenza e di propaganda antifascista. Il movimento antifascista era per estremamente disunito al suo interno; su esso pesavano infatti le divisioni che avevano favorito l'ascesa del fascismo: tra i cattolici democratici e i partiti del movimento operaio, tra i socialisti riformisti, i massimalisti e i partiti comunisti, tra i liberaldemocratici e i socialisti. Questi contrasti si riprodussero e si aggravarono dopo il 1926, quando socialisti e liberaldemocratici in esilio dettero vita alla Concentrazione antifascista (1927), da cui rimasero fuori sia i cattolici sia i comunisti, fortemente critici con queste forze politiche e soprattutto con i socialisti, ritenuti responsabili, per eccesso di prudenza e di legalitarismo, dell'avvento del fascismo. Mentre i comunisti tentavano di organizzare una presenza clandestina antifascista in Italia, che cost centinaia di arresti, da Parigi la Concentrazione si propose di raccogliere adesioni attorno al proprio programma che si poneva due obiettivi: la riconquista della democrazia e l'abbattimento delle istituzioni monarchiche, in nome della repubblica. Gi nel 1929 l'esperienza della Concentrazione poteva dirsi conclusa. Carlo Rosselli infatti, uno dei dirigenti di spicco dell'antifascismo italiano di matrice socialista, in polemica con il prudente attendismo della Concentrazione dette vita al movimento Giustizia e Libert (GL), che si proponeva di riunificare le sparse membra dell'antifascismo italiano e di accentuare l'azione di propaganda in Italia. Famosa a questo proposito rimase l'iniziativa di Giovanni Bassanesi, che nel 1930 sorvol Milano, inondandola di volantini antifascisti. Negli stessi anni anche alcuni intellettuali cattolici di formazione sturziana raccoltisi nel movimento "neoguelfo" di Pietro Malvestiti tentarono di ridare avvio all'antifascismo cattolico in patria, ma vennero decapitati da una ripresa dell'azione repressiva del regime. Ma in quello stesso 1929 maturarono le condizioni per una svolta nei rapporti tra le forze antifasciste, il cui esito fu la crisi definitiva e lo scioglimento della Concentrazione. Dopo anni di contrapposizione frontale, quando l'avvento del nazismo in Germania (1933) rese tangibile il rischio che l'Europa intera cadesse sotto il dominio totalitario e fosse coinvolta ancora una volta in una guerra generale, comunisti e socialisti ritrovarono le ragioni di una collaborazione politica, siglando il patto di unit d'azione. Senza l'apporto dei socialisti, la Concentrazione perse ogni connotato di soggetto politico. Il patto di unit d'azione tra socialisti e comunisti era maturato nel pi generale mutamento di strategia dell'Internazionale comunista e di quella socialista, determinato dall'affermazione del nazismo in Germania e dall'accentuazione dei "rumori di guerra" in Europa e nel mondo. Il processo di riavvicinamento delle forze antifasciste procedette negli anni successivi tra notevoli difficolt che per non riuscirono a invertire la tendenza. Questa venne rafforzata nella dura esperienza unitaria della guerra civile spagnola, sulla quale si innest, negli anni tremendi della seconda guerra mondiale, la resistenza all'occupazione nazista. Buona parte dei contrasti interni che alimentarono le tensioni nell'antifascismo italiano erano dovuti alle notevoli modificazioni intervenute all'interno delle diverse forze che lo componevano. Tali modificazioni erano determinate in prevalenza dalle gravi perdite che il fronte antifascista aveva subito, soprattutto con la morte di Gramsci (1937) e con l'assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto nello stesso anno per opera di sicari fascisti; in secondo luogo erano imputabili ai riflessi della situazione internazionale. Quando Gramsci mor, Togliatti, divenuto il leader indiscusso del partito, nonostante le aspre polemiche che lo avevano separato dal capo storico del comunismo italiano dopo il 1926, si preoccup essenzialmente di stabilire Pagina 80

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt un nesso inscindibile di continuit tra la strategia politica di Gramsci e la propria. Li separava in realt un giudizio sul modello sovietico e sullo stalinismo: Gramsci, fin dal 1926, aveva mostrato le sue perplessit e reso pubblico il suo dissenso da quell'esperienza; Togliatti, quale vicesegretario dell'Internazionale comunista, era molto legato al gruppo dirigente bolscevico. Inoltre tra i due vi erano divergenze sostanziali sugli obiettivi della lotta antifascista: per Gramsci il Partito comunista avrebbe dovuto puntare, al crollo del fascismo, alla convocazione di un'assemblea costituente, aperta a tutte le forze antifasciste; Togliatti invece, insieme con i socialisti, aveva lanciato la parola d'ordine della repubblica democratica. In questa situazione si scaricarono sul partito le conseguenze delle grandi "purghe" staliniane e un'ondata di sospetti travolse la direzione all'estero, mentre Togliatti ne era lontano, impegnato a dirigere il Partito comunista spagnolo nella guerra civile, per conto dell'Internazionale comunista. La ricerca ossessiva di presunte infiltrazioni trockiste paralizz il partito, il cui centro estero perse i contatti con i gruppi comunisti che si andavano formando in Italia, anche grazie al fatto che, scherzo curioso della storia, il governo fascista aveva consentito la pubblicazione di alcune opere di Trockij. L'assassinio di Carlo Rosselli fu un colpo gravissimo per Giustizia e Libert, che tuttavia continu la sua attivit sotto la guida di Emilio Lussu, Silvio Trentin e altri, accentuando nei suoi programmi i caratteri socialisti. Come sostiene Giorgio Candeloro, Questo fatto mise Giustizia e Libert in una posizione concorrenziale rispetto al Partito socialista e rese non facili i rapporti di Giustizia e Libert con i comunisti, secondo i quali i giellisti avrebbero dovuto dedicarsi a mobilitare gruppi democratici borghesi. L'auspicata formazione di un vasto fronte antifascista divenne quindi molto difficile per questo e per altri motivi pi gravi, come i contrasti interni dei socialisti, quelli tra socialisti e comunisti e, su un piano pi generale, tra l'Ios (l'Internazionale socialista) e l'Ic (I'Internazionale comunista), infine per la crisi degli stessi organi direttivi del Partito comunista d'Italia, provocata dal settarismo e dai sospetti dei dirigenti dell'Internazionale comunista [Candeloro, vol. IX, p. 467] Sarebbero stati la guerra e il crollo del fascismo a ricomporre le forze antifasciste in un movimento unitario in grado di avviare la lotta armata contro la dittatura e di candidarsi alla ricostruzione democratica della nazione. Il fascismo e le sue interpretazioni Alcuni dei temi cruciali delle interpretazioni del fascismo emersero fin dalle prime elaborazioni di intellettuali militanti comparse tra il 1922 e il 1928. a partire dal liberale Luigi Salvatorelli che in Nazionalfascismo, Torino 1923 mise in luce il ruolo della piccola e media borghesia, quale base di massa dei nuovo movimento in lotta su due fronti, da una parte contro il grande capitale e dall'altra contro la classe operaia. Nella vasta produzione (trascurando i testi meramente polemici) vanno ancora ricordati: Piero Gobetti, che in La rivoluzione liberale, Torino 1924 (poi Einaudi, Torino 1948) elabor il suo giudizio sul fascismo nel quadro di una rilettura critica del processo di costruzione dello stato unitario e dei limiti della sua vita democratica; Guido Dorso il quale, in La rivoluzione meridionale (1925, poi Einaudi, Torino 1972), mise al centro del problema della democrazia italiana il Mezzogiorno Pietro Nenni, autore di una riflessione autocritica sulle strategie del socialismo massimalista del periodo (Il Diciannovesimo (1919-1922), 1927, poi Avanti!, Milano 1962); Ivanoe Bonomi, il quale in Dal socialismo al fascismo (Roma 1924, poi Garzanti, Milano 1946), si fece difensore della strategia del socialismo riformista; e infine Francesco Luigi Ferrari, cattolico Pagina 81

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt democratico antifascista, esule in Francia, che in Le rgime fasciste italien (Paris 1928), diede voce alle esperienze della sinistra cattolica e alle sue delusioni rispetto al compromesso della chiesa con il regime. In questa sommaria rassegna non possono mancare gli scritti di Antonio Gramsci - soprattutto le Tesi di Lione, e quelli pubblicati su "Ordine nuovo", ora in Socialismo e fascismo (Einaudi, Torino 1966) - che fissano i grandi temi della riflessione sulla societ italiana entro cui si iscrive la strategia rivoluzionaria del neonato Partito comunista d'Italia. In questi autori troviamo preannunciati i temi che caratterizzeranno gran parte della storiografia successiva: il fascismo come prodotto della "crisi morale" dell'Italia liberale e degli sconvolgimenti prodotti dalla grande guerra, incidenti soprattutto sui ceti medi e sui suoi esponenti; ovvero come esito delle anomalie e dei ritardi del processo di unificazione nazionale; ovvero come protagonista nello scontro tra le classi, strumento funzionale al rafforzamento del dominio capitalistico. Nella storiografia del secondo dopoguerra emergono fin dall'inizio tre posizioni che riassumono nel giudizio sul fascismo il giudizio sull'intera storia dell'Italia postunitaria: l'interpretazione crociana, che vede nel fascismo una rottura violenta rispetto al percorso linearmente progressista della crescita dell'Italia liberale, corpo estraneo e malattia morale in un corpo altrimenti sano (Per la nuova vita dell'Italia Scritti e discorsi, 1943-44, Ricciardi, Napoli 1944); quella, di derivazione gobettiana e salveminiana (che potremmo definire liberal- radicale), che vede nel fascismo la "rivelazione" della vera natura dello stato liberale prefascista, di cui fu esponente Gaetano Salvemini (vedi oltre), e infine quella che correntemente viene definita marxista, secondo la quale il fascismo il prodotto dell'iniziativa terroristica dei gruppi pi retrivi del capitale finanziario. Ciascuna di queste interpretazioni rimanda a ipotesi di natura pratico- politica, che sono pure perfettamente legittime come motivi ispiratori della ricerca storica, ma che hanno poi pesato in modo condizionante sulla ricerca stessa. Per quanto riguarda il filone marxista, evidente la derivazione dalle tesi del settimo congresso dell'Internazionale comunista, che sulla base di una definizione del fascismo quale dittatura terroristica del capitale finanziario lanci una strategia unitaria antifascista che diede i suoi frutti nelle lotte di resistenza dei paesi europei occupati. Sul piano della ricerca storica eccellenti contributi furono rappresentati dai lavori di P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, 1945 (poi Einaudi, Torino 1971) e di E. Sereni, La questione agraria nella rinascita nazionale italiana, Rinascita, Roma 1946 (ora Einaudi, Torino 1975), entrambi elaborati durante la persecuzione fascista. Questi testi, che testimoniavano un'acuta attenzione ai temi dell'evoluzione strutturale del capitalismo italiano e dei suoi rapporti con il fascismo, furono sostituiti nel dopoguerra da una storiografia che, senza mettere in discussione il quadro generale dei rapporti tra capitalismo e fascismo, articolava invece le proprie analisi soprattutto sugli aspetti della lotta politica e in particolare sulle origini del fascismo, ispirandosi al modello di A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Paris 1938 (poi Laterza, Roma- Bari 1974). Si veniva cos delineando un quadro interpretativo del fascismo che ne sottolineava gli aspetti reazionari e li esaminava nel contesto dell'intero quadro della societ italiana del periodo. Le ragioni di questo atteggiamento sono da individuare nel proposito delle sinistre di promuovere la ricostituzione dello schieramento unitario antifascista del 194345 e, nello stesso tempo, nella preoccupazione dei gruppi conservatori, che con il fascismo avevano collaborato, di occultare le proprie responsabilit addossando al regime fascista, e soltanto a esso, le colpe del tracollo che aveva portato alla guerra e alla sconfitta. In questo quadro di storiografia che oggi viene genericamente definita "antifascista" Pagina 82

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt possono essere collocate opere tra loro diverse (e che spesso hanno un non piccolo valore storiografico): L. Salvatorelli, G. Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, Einaudi, Torino 1964; F. Chabod, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi, Torino 1961 (che la trascrizione delle lezioni tenute alla Sorbona nel 1950); P. Alatri, Le origini del fascismo, Editori Riuniti, Roma 1956; i saggi di G. Salvemini, gi editi nell'esilio (ora, Scritti sul fascismo, in Opere G, Feltrinelli, Milano 1961-74, 3 voli.), nonch i cicli di lezioni, tenuti agli inizi degli anni sessanta in varie citt italiane, al fine di promuovere una conoscenza della storia contemporanea che la scuola di allora (come quella attuale) teneva rigorosamente al bando: Trent'anni di storia italiana (1915-1945), Einaudi, Torino 1961; Fascismo e antifascismo (1918-1948), Feltrinelli, Milano 1962, 2 voli. I limiti di questo tipo di interpretazioni emersero in primo luogo dall'analisi della storia economica dell'Italia fra le due guerre che rivelava come l'andamento dell'economia italiana del periodo fosse coerente con le tendenze coeve del ciclo economico internazionale (cfr. E. Fano Damascelli, La "restaurazione antifascista liberista". Ristagno e sviluppo economici durante il fascismo [1971] ora in A. Aquarone, M. Vernassa, Il regime fascista, il Mulino, Bologna 1974). Alla met degli anni sessanta l'avvio della pubblicazione di un'ampia biografia di Mussolini, tuttora in corso, da parte di R. De Felice (Mussolini, il rivoluzionario, Einaudi, Torino 1966), fondata su una ricerca documentaria di prima mano, apriva un dibattito sul rapporto tra fascismo e paese. De Felice in primo luogo distingueva, nella sua ricostruzione storiografica, tra fascismomovimento, espressione di tendenze rivoluzionane o quanto meno rinnovatrici, e fascismo- regime, cardine della stabilit conservatrice e del compromesso tra fascismo e ceti dirigenti tradizionali; in secondo luogo specie nella controversa Intervista sul fascismo (a c. di M. A. Leeden, Laterza, Roma- Bari 1975) interpret il fascismo come espressione dei ceti medi emergenti, assegnando quindi una patente di modernit al regime nel suo complesso. Su questa tesi, non sempre suffragata dal testo della biografia mussolimana, in cui molti studiosi rilevano una eccessiva aderenza alle autointerpretazioni di Mussolini e del fascismo, il dibattito tuttora aperto. Un ampio quadro delle analisi del fascismo sta comunque nel volume di G. Quazza (a c. di), Fascismo e societ italiana, Einaudi, Torino 1973. Un contributo notevole al rinnovamento degli studi sul fascismo venuto dalle ricerche di taglio sociologico (su cui cfr., come primo approccio, E. Saccomanni, Le interpretazioni sociologiche del fascismo, Loescher, Torino 1977) e soprattutto da quelle che ponevano l'accento sul carattere di massa delle dittature del XX secolo (H. Arendt, E. Nolte), sul carattere nuovo dei suoi strumenti di organizzazione del consenso (G. Germani) e infine da quegli studi che hanno richiamato l'attenzione sui problemi della modernit e della modernizzazione (R. Bendix e B. Moore jr). Il rapporto tra lo sviluppo economico e la modernizzazione di una societ risulta infatti complesso, in quanto lo sviluppo delle forme produttive non comporta automaticamente la crescita civile e politica del paese in termini di partecipazione democratica e di elevamento dei livelli di vita, di istruzione, di sicurezza sociale. E" possibile perci realizzare lo sviluppo industriale di un paese anche in presenza di forme autoritarie, a patto di provvedere a organizzare l'adesione delle masse attraverso adeguate forme di cattura del loro consenso. Di grande utilit per gli studiosi italiani sono state su questo tema le ricerche condotte sul nazismo, soprattutto da G. L. Mosse. Sul carattere nuovo e di massa del regime fascista aveva d'altra parte insistito fin dal 1935 proprio Palmiro Togliatti, in una serie di lezioni tenute alla scuola di partito di Mosca: esse furono edite in Italia solo nel 1970 (Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti, Roma 1970) e contribuirono a incrementare un tipo di studi di cui era stato antesignano A. Aquarone, L'organizzazione dello stato totalitario, Einaudi, Torino 1965. In questa nuova stagione degli studi rientrano anche opere come quella di A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Roma- Bari 1982 e G. Barone, Mezzogiorno e modernizzazione, Einaudi, Torino 1986. La ricerca si liberava anche Pagina 83

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dei pregiudizi, di stampo idealistico, che negavano ogni dignit alle elaborazioni culturali del fascismo (cfr. L. Mangoni, L'interventismo della cultura Intellettuali e riviste del fascismo, Laterza, Roma- Bari 1974; M. Isnenghi, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari: appunti sulla cultura fascista, Einaudi, Torino 1979; G. Turi, Il fascismo e il consenso degli intellettuali, il Mulino, Bologna 1980). Altre due direzioni di lavoro vanno infine segnalate: quella che, sulle tracce indicate soprattutto da N. Tranfaglia, Dallo stato liberale al regime fascista, Feltrinelli, Milano 1973, si indirizzata a studiare gli aspetti del controllo del conflitto sociale: cfr. G. C. Jocteau, La magistratura e i conflitti del lavoro durante il fascismo, Feltrinelli, Milano 1976; G. Sapelli (a c. di), La classe operaia durante il fascismo, "Annali" della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1981, XX. Il secondo tema di grande rilievo il consenso: studiato da V. De Grazia nelle sue forme istituzionali (Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista L'organizzazione del Dopolavoro, Laterza, Roma- Bari 1981 e da Ph. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso: fascismo e mass media, Laterza, Roma- Bari 1975) e da L. Passerini nei suoi aspetti soggettivi (Torino operaia durante il fascismo, Einaudi, Torino 1982), mentre per un approfondimento dell'atteggiamento dei ceti medi cfr. Mariuccia Salvati, Il regime e gli impiegati. La nazionalizzazione piccolo- borghese nel ventennio fascista, Laterza, Roma- Bari 1992. Sul concordato cfr. il classico A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cent'anni, Einaudi, Torino 1963 ss.; per una impostazione pi aderente a una situazione locale, F. Margiotta Broglio (a c. di), La Chiesa del Concordato. Anatomia di una diocesi: Firenze 1919-1939, il Mulino, Bologna 1977; e sui rapporti tra chiesa e fascismo: R. A. Webster, La Croce e i fasci, Feltrinelli, Milano 1964; P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, Laterza, Bari 1971; P. Ranfagni, I clericofascisti. Le riviste dell'Universit Cattolica durante il regime, Cooperativa universitaria, Firenze 1975. Gli studiosi che si riconoscono sul piano metodologico e interpretativo nella lezione di Renzo De Felice hanno prodotto una gamma molto vasta di ricerche (di cui specchio la rivista "Storia contemporanea"), alcune delle quali sono state sopra richiamate: tra esse sono particolarmente significativi gli studi di E. Gentile, Storia del partito fascista 1919-1922. Movimento e milizia 1919-1922, Laterza, Roma- Bari 1989. Nel solco di una tradizione storiografica di stampo liberale si colloca infine l'opera di R. Vivarelli, Storia dell'origine del fascismo. L'Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, il Mulino, Bologna 1991. Sul problema della storia dei fascismi locali, ha offerto un interessante panorama la rivista "Italia contemporanea", settembre 1991, n. 184. Alcune opere possono offrire una guida nell'amplissimo quadro della produzione storiografica sul fascismo: R. De Felice, Interpretazioni del fascismo, Laterza, Bari 1969; G. Quazza et al., Storiografia e fascismo, Franco Angeli, Milano 1985; e infine, per un quadro attento agli aspetti comparativi: E. Collotti, Fascismo, fascismi, Sansoni, Firenze 1989; L. Casali, Fascismi. Partito, societ e stato nei documenti del fascismo, del nazionalsocialismo e del franchismo, Clueb, Bologna 1995. 4. La seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica L'intervento in guerra dell'Italia fascista contro Francia e Gran Bretagna fu annunciato da Mussolini il 10 giugno 1940 con un discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Molti dubbi percorrevano il paese, malgrado i consueti orchestrati clamori di osanna della folla che gremiva le piazze sia a Roma sia nelle principali citt, precettata ad ascoltare il discorso trasmesso da altoparlanti. L'ostilit alla guerra non veniva solo dai superstiti gruppi dell'antifascismo militante (le cui fila erano in quel momento quanto mai disperse) o dal naturale timore provocato nei popoli di tutti i paesi dall'aprirsi di un conflitto militare, ma anche da qualificati esponenti di gruppi sociali, di circoli Pagina 84

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt economici, della gerarchia militare, dalla Corona e dall'interno stesso del regime fascista. Per certi aspetti sembrerebbe quasi, a leggere le testimonianze dei protagonisti del tempo e le ricostruzioni degli storici, che il solo Mussolini abbia voluto l'entrata in guerra. Sulle autogiustificazioni dei corresponsabili delle scelte del regime occorre in realt nutrire molte riserve, e anche le ricostruzioni degli storici che hanno dato loro credito eccessivo non possono non lasciare perplessi (per una pi appropriata trattazione della politica estera, vedi parte prima, paragrafo 2.7). La guerra e l'affermazione della potenza italiana su scala mondiale erano state da sempre l'obiettivo di Mussolini e del fascismo; l'alleanza con la Germania di Hitler si fondava su convinzioni ideologiche e su prospettive politiche tutt'altro che occasionali. Le differenze tra il dittatore italiano e quelli tra i suoi collaboratori che erano divenuti ora timorosi di fronte alle conseguenze ultime delle scelte compiute dal regime, si riducevano in realt a considerazioni spicciole di tempi e di modi: la via dell'Italia era segnata da una politica internazionale che la condizionava in modo probabilmente ineluttabile. Nel gruppo dirigente fascista non vennero mai meno la fiducia negll obiettivi imperialistici n la convinzione che le democrazie occidentali fossero incapaci di opporsi alla forza dei regimi fascisti. E" pur vero che le condizioni del paese erano delicate: le riserve monetarie erano esigue, le potenzialit dell'apparato produttivo assolutamente inadeguate a una guerra di lunga durata, la preparazione militare e i materiali a disposizione delle forze armate del tutto al di sotto delle prevedibili necessit. Ma, d'altra parte, l'iniziale rapido volgere della guerra a favore della Germania imponeva di rivedere la posizione di "non belligeranza" assunta nell'autunno 1939, e di riprendere la linea di intervento militare secondo le originarie ispirazioni imperialistiche. Un diverso comportamento avrebbe relegato l'Italia fascista a una posizione del tutto subalterna all'alleato tedesco. Nessuna opposizione si materializz nei confronti di Mussolini: la responsabilit collettiva della classe dirigente del periodo certamente fuori discussione. 4.1 Le operazioni militari fino all'invasione alleata dell'Italia meridionale Protetto dal patto di non aggressione con Stalin (23 agosto 1939), il Terzo Reich scaten il 10 maggio 1940 l'offensiva che pose fine alla drole de guerre sul fronte occidentale (il fronteggiarsi delle truppe anglofrancesi e tedesche lungo i confini senza alcuna azione decisiva da entrambe le parti), dopo aver liquidato (momentaneamente) la guerra all'Est, con la vittoriosa guerra- lampo contro la Polonia nell'autunno 1939 e la sconfitta della Scandinavia, l'invasione della Danimarca e della Norvegia nell'aprile 1940. Nel giro di pochi giorni le truppe tedesche sfondarono a Sedan, mentre l'invasione del Belgio si concluse con la resa del re Leopoldo III il 28 maggio; le forze germaniche incalzarono gli anglofrancesi sconfitti e li costrinsero all'evacuazione di Dunkerque: l'impressione era che la vittoria definitiva dei tedeschi fosse ormai a portata di mano. Per l'Italia fascista il problema era quello di inserirsi in questa situazione per non essere ridotta a svolgere una funzione marginale, in balia del vincitore del conflitto. Gi dalla fine del marzo 1940 Mussolini aveva maturato la sua decisione, dopo un incontro al Brennero con Hitler che lo aveva convinto della imminente vittoria tedesca. Il precipitare della situazione francese gli diede appena il tempo di annunciare l'entrata in guerra prima che le difese della linea Maginot crollassero sotto l'offensiva nazista (13-15 giugno 1940). La guerra italiana contro la Francia dur due settimane, e non fu molto brillante. Non furono tentati attacchi n verso la Corsica n verso la Tunisia (che avrebbero potuto assicurare posizioni strategicamente importanti sul mare per il proseguimento del conflitto contro gli inglesi); un'avanzata italiana lungo le coste mediterranee Pagina 85

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt fu bloccata dalla resistenza delle truppe francesi a Mentone; un'offensiva sulle Alpi, scatenata il 21 e il 22 giugno (quando gi il nuovo capo del governo francese, Ptain, aveva chiesto l'armistizio ai tedeschi) non riusc ad avere ragione delle difese francesi. La maramaldesca impresa frutt un bottino miserabile (a tacere del punto di vista morale): una striscia di territorio oltre il vecchio confine, da cui venne peraltro esclusa Nizza, che il fascismo viceversa da tempo rivendicava come terra "irredenta". L'intervento era comunque coerente con tutta la strategia mussoliniana, che sar perseguita fin dove possibile nei primi due anni del conflitto. La politica di alleanza con la Germania era stata costruita sulla base del presupposto che entrambe le potenze riconoscessero l'esistenza di due sfere d'influenza: una comprendente l'Europa centrorientale e quella settentrionale, destinata alla Germania, l'altra di pertinenza italiana, che doveva abbracciare il Mediterraneo e i Balcani. Alle ambizioni italiane i tedeschi si guardarono bene dal prestare alcun riconoscimento; l'unico modo per ottenerlo sarebbe stato conquistarselo sul campo. E questo fu appunto l'obiettivo che tent di perseguire Mussolini, irritato per la disinvoltura dell'alleato e per lo scarso peso assegnato alle rivendicazioni italiane, fiducioso di poter sostenere e vincere una sua "guerra parallela". La "guerra parallela" del fascismo italiano contro gli inglesi, condotta fino alla primavera 1941 senza aiuto da parte tedesca ma anche con risultati disastrosi, ebbe come teatro il Mediterraneo e l'Africa settentrionale e orientale. Su queste vicende della guerra italiana converr tornare pi oltre. Hitler, dal canto suo, era impegnato nel duello contro la Gran Bretagna: dapprima venne progettata l'invasione delle isole britanniche (operazione "leone marino"), per la quale la Germania ricevette anche una generosa offerta d'aiuto italiana, prontamente declinata da Hitler; e successivamente ebbe inizio la "battaglia d'Inghilterra", nella quale le forze della Luftwaffe furono efficacemente fronteggiate dalla Royal Air Force. Nel quadro di questa condotta della guerra, il settore danubiano- balcanico costituiva per la Germania un'area importante dal punto di vista dei rifornimenti di materie prime, e Hitler aveva espresso in diverse riprese la pi completa opposizione a ogni progetto di intervento italiano nel delicato settore. Tuttavia Mussolini riteneva di non poter accettare a lungo una situazione di totale assenza dalle regioni balcaniche, verso le quali si indirizzavano le ambizioni espansionistiche italiane. Bench il 30 settembre 1940 venisse firmato a Berlino il patto tripartito che legava l'Italia alla Germania e al Giappone, l'allarme di Mussolini per le evidenti mire espansionistiche tedesche nel Sudest europeo era molto accentuato. Le sue velleit di rivalsa esplosero quando, il 12 ottobre 1940, le truppe tedesche entrarono in Romania per presidiare le zone petrolifere. Il dittatore italiano, che ne fu informato a fatto compiuto, decise di compiere un gesto di forza per "ristabilire l'equilibrio". Il 28 ottobre le truppe italiane varcarono il confine greco- albanese e iniziarono l'avanzata in Epiro e verso la Macedonia, gravemente ostacolate dal maltempo e dall'asprezza del territorio. Lo stesso giorno Hitler incontr Mussolini a Firenze, dove si era recato per dissuaderlo dall'impresa, che turbava prematuramente la situazione balcanica, nella quale il Reich contava di potersi risparmiare un intervento militare a breve termine giocando un ruolo di arbitro tra le concorrenti rivalit nazionali, in attesa di servirsi della regione come retrovia nel previsto scontro con la Russia sovietica. A Hitler non rest che far buon viso a cattivo gioco, ma ebbe ben presto occasione per rivalersi. La prima avanzata italiana fu infatti immediatamente bloccata e l'esercito greco reag con prontezza, tanto che nel giro di pochi giorni le truppe italiane dovettero ripiegare nel settore meridionale, abbandonando posizioni strategicamente importanti nello stesso territorio albanese. L'aggressione si trasform in guerra di posizione, sanguinosissima e logorante; le forze italiane dovettero essere aumentate e gli effettivi impegnati assommarono rapidamente a 27 divisioni. La sconfitta sul fronte greco, aggravata dai contemporanei insuccessi in Pagina 86

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Africa settentrionale, offr a Mussolini l'occasione per provocare le dimissioni del capo di stato maggiore generale maresciallo Badoglio (4 dicembre 1940), accusato dalla stampa fascista di essere il responsabile del disastro, sostituendolo con il generale Ugo Cavallero. Tale cambiamento, cui altri seguirono al vertice della marina e al comando delle truppe italiane in Africa, era diretto a ridurre all'impotenza i circoli militari che avevano valutato pessimisticamente le prospettive italiane nel conflitto. Era un modo per tentare di rafforzare la coesione del paese dietro il fascismo e di indebolire quella parte dell'opinione pubblica che cominciava a guardare alla Corona e ai circoli militari a essa fedeli come a forze che garantissero la via d'uscita da una situazione che si delineava poco promettente. L'effetto fu esattamente opposto a quello che si proponeva Mussolini: le dimissioni di Badoglio vennero interpretate da vasti strati della popolazione come un sintorno dell'impossibilit di reggere lo sforzo militare. Il paese, che stentava a farsi un'idea esatta dell'andamento delle operazioni militari a causa della censura e del controllo sulla stampa, aveva tuttavia modo di valutare il deteriorarsi della situazione attraverso alcuni indicatori quotidiani. La crescita del costo della vita, la rarefazione delle merci di largo consumo, l'incapacit dell'apparato statale di assicurarne e controllarne la distribuzione, per esempio, erano segnali che contribuivano ad accrescere la sensazione e successivamente a confermare la sempre pi radicata convinzione che la guerra fosse un pessimo affare. A ci si aggiungevano le notizie sui caduti e i primi tragici racconti dei reduci. E infine i primi bombardamenti che colpirono i centri industriali del Nord, anche se assai meno distruttivi di quelli che contemporaneamente colpivano Londra o le citt tedesche (ma i cittadini non erano in grado di fare confronti), contribuirono a diffondere il panico tra le popolazioni colpite, soprattutto perch le difese e i rifugi antiaerei si rivelarono del tutto inadeguati. Alle difficolt interne, il regime tent di reagire stringendo le fila e scatenando una demagogica campagna "antiplutocratica", che, mentre aveva scarse possibilit di presa sugli strati popolari, irritava e allarmava la borghesia: il fascismo indicava nei gruppi che controllavano l'economia italiana i responsabili della debolezza del paese, attribuendo a essi un'attivit di sabotaggio condotta in accordo con gli inglesi e con il capitale ebraico internazionale. Sul piano politico- militare le cose non cessavano per questo di peggiorare. La "guerra parallela" di Mussolini volgeva infatti al termine e con essa sfumavano rapidamente anche tutte le speranze di assicurare all'Italia un suo autonomo "spazio vitale". Nella situazione greca i tedeschi individuarono un pericolo strategico non irrilevante e si apprestarono a prendere in mano la situazione, sottraendo ai fascisti ogni possibilit di condotta autonoma. Fin dal novembre 1940 Hitler dichiar di temere che gli inglesi potessero utilizzare la Grecia come base per la loro aviazione, in grado di colpire da l l'Italia meridionale e soprattutto i campi petroliferi rumeni. La prima conseguenza fu l'invio di un corpo della Luftwaffe in Sicilia nel dicembre 1940. Quattro mesi pi tardi, il 4 aprile 1941, le truppe tedesche iniziarono l'invasione della Grecia e il giorno successivo quella della Iugoslavia. Nella scia dell'azione tedesca gli italiani occuparono la Slovenia, la Dalmazia, il Montenegro; ma la loro offensiva in Albania contro i greci incontr ostacoli tali che solo il 22 aprile riuscirono a congiungersi nell'Epiro con le forze tedesche, che vi erano penetrate attraverso la Tessaglia. L'occupazione della Grecia e della Iugoslavia (un Savoia assunse anche la corona di Croazia) dopo la resa degli eserciti iugoslavo e greco, anzich chiudere un fronte, richiese all'Italia un rinnovato impegno militare. La ribellione dei popoli della Iugoslavia, della Grecia e dell'Albania non tard a dare vita a movimenti partigiani (che in Iugoslavia costituiranno il pi imponente Pagina 87

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt esercito di liberazione in Europa) contro i quali l'Italia dovette schierare pi di trenta divisioni. La soluzione del conflitto con la Grecia grazie all'intervento tedesco indebol ulteriormente la posizione di Mussolini nei rapporti con l'alleato. La mossa forse decisiva della guerra - l'attacco alla Russia sovietica ("operazione Barbarossa") - fu comunicato a Roma solo il giorno prima dell'aggressione, che inizi il 22 giugno 1941. Nel comunicare al collega italiano la sua decisione, Hitler consigliava caldamente Mussolini di non impegnarsi con le sue forze anche in Russia, ma di badare agli altri fronti (l'Africa, la guerra aerea, la guerra sottomarina). In questo caso, pi che mai, Mussolini volle invece che le truppe italiane marciassero con i camerati tedeschi perch riteneva che il significato ideologico di questa svolta della guerra fosse per il fascismo l'ultima occasione per ricostruirsi un prestigio. Il Corpo di spedizione italiano in Russia (Csir) cominci a combattere nell'agosto 1941 sul fronte ucraino: era composto di tre divisioni, un raggruppamento d'artiglieria e 83 aerei, per un totale di 62.000 uomini. La debolezza delle attrezzature del Corpo si rivel ben presto per la scarsezza degli automezzi (5500, che non sarebbero bastati nemmeno per una sola divisione) ed esplose drammaticamente quando i soldati dovettero affrontare il durissimo inverno russo (che blocc anche l'avanzata tedesca) nel bacino del Donec, dove l'insufficiente equipaggiamento provoc congelamenti a pi di 3000 uomini. Ciononostante, Mussolini acconsent fin dal novembre alla richiesta di Hitler, preoccupato per l'insufficienza degli effettivi provocata dalle perdite subite, di inviare per la primavera successiva altre sette divisioni. Il 1941 si chiudeva pertanto con una stasi delle operazioni belliche sui fronti europei, mentre il principale avversario dell'Asse, la Gran Bretagna, poteva da allora in poi fare affidamento non solo sull'aiuto in materiali degli Stati Uniti, come fin l era avvenuto, ma anche sul loro intervento militare diretto, provocato dall'attacco dei giapponesi a Pearl Harbour (7 dicembre 1941), cui era seguita tre giorni pi tardi la dichiarazione di guerra da parte della Germania e dell'Italia. Entrato in guerra con l'obiettivo di condurre una "guerra parallela" a quella tedesca per potersi presentare al tavolo della pace da pari a pari con Hitler, Mussolini incontr difficolt a far reggere all'Italia la sua parte non solo nei Balcani e in Russia, ma anche nel Mediterraneo e nei territori africani. Il controllo delle acque del Mediterraneo si prospettava come un problema strategico centrale per la condotta di guerra italiana in relazione alla necessit di assicurare le vie di rifornimento per le truppe in Africa. Il primo scontro sul mare fu l'attacco di aerosiluranti inglesi da parte della flotta italiana nel porto di Taranto, il 12 novembre 1940. Segu una battaglia navale a Capo Teulada (27 novembre) che si concluse senza gravi perdite per entrambe le parti. Gli inglesi avevano attuato il blocco del canale di Suez, chiudendo una via essenziale per il rifornimento delle truppe dell'Africa orientale italiana. L'inferiorit navale italiana, aggravata dallo scarso coordinamento tra marina e aviazione, fu ribadita da due successivi episodi: il bombardamento navale di Genova (8 febbraio 1941), cui le forze italiane non poterono opporre nessuna reazione efficace, e la battaglia di Capo Matapan (a Sudovest della Grecia) dove una squadra navale italiana, inviata a intercettare i trasporti britannici tra Egitto e Grecia, fu attaccata e gravemente danneggiata da una squadra inglese (27-28 marzo 1941). In Africa le operazioni militari si aprirono l'11 dicembre 1940 con un'efficace e vittoriosa offensiva britannica contro le truppe italiane al confine libico: nel giro di poco pi di un mese le forze britanniche, inferiori per effettivi ma dotate di mezzi corazzati e appoggiate dall'aviazione, costrinsero il generale Graziani ad abbandonare la Cirenaica. La prima sconfitta in Africa settentrionale coincideva con i rovesci sul fronte greco e, nel quadro delle sostituzioni dei responsabili militari avviate da Mussolini ai primi di dicembre, anche l'inefficiente Graziani venne rimosso. Pagina 88

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Queste misure non valsero a ridare fiato alla "guerra parallela" italiana e anzi siglarono di fatto l'avvio della completa subordinazione all'alleato. Il quadro strategico della guerra in Africa si prospettava come gravemente condizionato, per le forze italiane, anche dalla difficolt ad agire nei territori dell'Impero etiopico di recente conquista. In essi perdurava la guerriglia abissina, cui l'aprirsi del conflitto con la Gran Bretagna offr appoggi preziosi e alla cui testa si pose lo stesso Hail Sellassi, rientrato segretamente in patria. Determinante fu soprattutto la carenza di mezzi e di materiali che, a giudizio del vicer, duca d'Aosta, e dei suoi collaboratori rese impossibile effettuare un attacco nel Sudan inglese in concomitanza con le prospettive di offensiva in Egitto. L'iniziativa fu presa dagli inglesi nel gennaio 1941 con un'offensiva che fu dapprima fermata a Cheren ai primi di febbraio, ma che riusc poi a piegare la disperata resistenza italiana alla fine di marzo. Fu questa una delle pi sanguinose (e per gli italiani tra le pi onorevoli) battaglie della seconda guerra mondiale. Dopo la caduta di Cheren gli inglesi occuparono Asmara, Massaua e infine Addis Abeba, dove il negus fu reinsediato sul trono. Le estreme resistenze italiane si verificarono all'Amba Alagi, dove il duca d'Aosta capitol con l'onore delle armi il 19 maggio, a Dembidollo e a Gondar, che resistette fino al 27 novembre 1941 sotto il comando del generale Nasi. Nell'aprile 1941 l'intervento tedesco permise una ripresa offensiva tanto nei Balcani quanto nell'Africa settentrionale che, dopo l'occupazione della Iugoslavia e della Grecia e la resa dell'Africa orientale italiana, rest a lungo il solo fronte terrestre di scontro tra nazifascisti e inglesi. Fu il generale Rommel, alla testa di una divisione corazzata tedesca e di alcune divisioni italiane, a riprendere l'iniziativa e a riconquistare l'intera Cirenaica (aprile 1941), con l'eccezione di Tobruk dove si asserragli parte delle forze britanniche. L'assedio dur fino all'autunno inoltrato; le forze navali inglesi rendevano difficili i rifornimenti tra Libia e Italia. Nel novembre gli inglesi, utilizzando la loro netta superiorit di mezzi corazzati, riuscirono a respingere gli italo- tedeschi che si ritirarono fino al golfo della Sirte. Tuttavia nel dicembre, grazie all'arrivo di consistenti rinforzi e all'incursione nel porto di Alessandria effettuata da mezzi d'assalto italiani, che affondarono e danneggiarono due corazzate e diversi altri mezzi navali inglesi, Rommel fu in grado di preparare un'offensiva che scatt il 21 gennaio 1942 e riport le truppe dell'Asse a Bengasi e in Cirenaica. Quattro mesi pi tardi, con un'abile manovra avvolgente, la "volpe del deserto", come era stato soprannominato Rommel, costrinse l'esercito britannico a ritirarsi in Egitto, inseguito dalle forze italo- tedesche che furono fermate solo nella prima battaglia di El Alamein, a 100 km da Alessandria (luglio 1942). Le vittorie di Rommel coincidevano con un momento eccezionalmente fortunato per le forze dell'Asse, che erano all'offensiva anche sul fronte russo. Sul finire dell'estate 1942 tuttavia cominciarono a farsi sentire tutte le difficolt strategiche della lotta in Africa settentrionale perch, mentre i rifornimenti italo- tedeschi erano costantemente ostacolati dalla marina britannica, gli inglesi ricevevano rinforzi ben pi consistenti da tutti i paesi del Commonwealth, senza che le forze navali giapponesi riuscissero a ostacolarli. Il 23 ottobre sul fronte di El Alamein le truppe britanniche scatenarono una seconda violentissima battaglia, che dur dodici giorni e si concluse con la ritirata delle forze dell'Asse verso la Libia. Mentre il vincitore di El Alamein, generale Montgomery, avanzava piuttosto lentamente, nuove forze angloamericane sbarcarono (8 novembre 1942) in Marocco e Algeria ottenendo immediatamente che le forze francesi, dipendenti dal governo di Vichy, passassero al loro fianco. (In conseguenza di questa defezione i tedeschi procedettero all'occupazione di tutto il territorio francese che era stato lasciato all'amministrazione del governo Ptain e gli italiani si presero la Corsica e parte della Francia meridionale.) Contro le truppe dell'Asse, ritiPagina 89

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt ratesi in Tunisia, abbandonando definitivamente la Libia, si mosse nel marzo 1943 l'attacco anglo- franco- americano. Per quanto la lotta fosse condotta dagli italiani con determinazione ed efficienza ben superiori a quelle dimostrate nella prima fase del conflitto, le truppe del generale Messe dovettero capitolare il 13 maggio 1943. La definitiva sconfitta in Africa settentrionale si accompagn a quella sul fronte russo, segnando in modo ineluttabile il destino del conflitto. Da questo punto in avanti le forze degli Alleati furono costantemente all'offensiva: il primo obiettivo fu l'Italia, considerata, secondo l'espressione di Churchill, il "ventre molle" dell'alleanza totalitaria. L'11 giugno 1943 gli angloamericani conquistarono facilmente l'isola di Pantelleria e il 10 luglio sbarcarono in Sicilia. Mentre le truppe alleate avanzavano in Sicilia senza gravi difficolt, giungeva a maturazione la crisi interna italiana. 4.2 Sconfitte militari e fronte interno Le ripetute sconfitte delle truppe italiane e la loro incapacit di reggere il confronto con le armate nemiche ebbero ragioni che non dipendevano tanto dal valore e dalla combattivit dei soldati quanto dai caratteri complessivi assunti dal confitto. In primo luogo il dato pi appariscente: i cambiamenti tecnologici della guerra. Le armate che scesero in campo non solo furono molto pi numerose che nel passato (anche in confronto con la prima guerra mondiale) e si mossero su fronti molto pi vasti, ma soprattutto ebbero a disposizione armi sempre pi sofisticate e distruttive. L'innovazione tecnologica assunse un ritmo sconosciuto in precedenza e pertanto divenne decisivo il livello della ricerca scientifica e dell'attrezzatura industriale maturato da ciascuno degli stati in conflitto. Da questo punto di vista si pu dire che l'Italia scontasse l'impreparazione e la scarsa cultura della sua classe dirigente e soprattutto del ceto politico fascista, oltre che una tradizione culturale che aveva lasciato al margine la cultura scientifica e tecnologica; n va infine dimenticato che anche l'ostracismo politico e razzista (l'esempio pi clamoroso quello di Enrico Fermi) aveva contribuito a depauperare il paese di grandi capacit scientifiche e intellettuali. Questi aspetti sono importanti anche sul piano degli armamenti: nel 1940 l'esercito, l'aeronautica e la marina presentavano alcuni punti di forza e non poche debolezze, che nel complesso avrebbero consentito di condurre una guerra limitata; ma non furono messe assolutamente in grado di sopperire al logorio dei materiali che si verific nel corso del lungo conflitto, a causa della inadeguatezza del sistema produttivo che avrebbe dovuto sostenerle. D'altra parte molto pesanti furono anche le responsabilit dei comandi militari sia sotto il profilo dell'organizzazione dei rifornimenti sia sotto quello degli equipaggiamenti; e soprattutto sotto l'aspetto della preparazione generale della macchina bellica. Nel corso del ventennio della dittatura, le alte gerarchie (che conservarono una piena autonomia nella gestione dei rispettivi settori militari) non seppero utilizzare, se non ai fini del loro potere e prestigio, gli ampi finanziamenti concessi e nel corso della guerra mostrarono una rigidezza burocratica che impediva di cogliere le necessit delle truppe inviate a combattere. Queste ultime appaiono agli studiosi odierni di storia militare largamente prive di un addestramento adeguato ai caratteri della guerra: la cultura militare dell'esercito si ispirava ancora al modello della prima guerra mondiale, difensiva e di posizione, mentre nel secondo conflitto la motorizzazione terrestre e aerea portavano nuovamente alla ribalta la guerra di movimento. Pertanto i soldati erano addestrati a una disciplina rigida e passiva e a un'obbedienza assoluta, mentre sarebbe stata necessaria una partecipazione convinta e capace di iniziativa. Ma quest'ultima osservazione ci riporta ai motivi di fondo di una guerra che era stata molto propagandata ma che non aveva (fortunatamente) convinto fino in fondo n le truppe n gli stessi ufficiali. Pagina 90

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Sul fronte interno l'informazione diffusa dal regime si proponeva ovviamente di esaltare ogni successo e di proporre l'immagine di una guerra che si svolgeva gloriosa e vittoriosa. La censura si estendeva non solo alle comunicazioni pubbliche (stampa, radio, cinegiornali), ma riguardava anche le comunicazioni private, e soprattutto la posta che i soldati inviavano a casa. Tuttavia la possibilit di cogliere il senso dell'andamento del conflitto non mancava alla popolazione civile grazie, come abbiamo gi rilevato, ad alcuni indicatori oggettivi che nessuna censura poteva sopprimere: le azioni belliche rivolte contro la popolazione civile e le condizioni materiali di vita. I bombardamenti aerei su larga scala rappresentarono la pi agghiacciante novit del secondo conflitto mondiale. Le popolazioni civili, e in primo luogo quelle dei maggiori centri urbani, divennero l'inerme bersaglio di incursioni condotte con crescente precisione. Agli inizi della guerra la navigazione aerea e l'individuazione degli obiettivi erano affidate a valutazioni visive; nel giro di un paio d'anni vennero perfezionati gli strumenti di navigazione, gli aerei acquistarono autonomia di volo e capacit di carico, i meccanismi di puntamento permisero di colpire i bersagli con maggiore precisione (ma quest'ultimo requisito ebbe importanza solo relativa, stante il carattere terroristico di gran parte delle incursioni), le bombe divennero sempre pi distruttive... E, a fronte di questa crescente efficienza nemica, le popolazioni dovevano registrare fin dalle prime prove del conflitto aereo che la difesa era inadeguata: i rifugi erano insufficienti e malsicuri e la protezione dell'artiglieria antiaerea e dei caccia dell'aviazione era del tutto carente. Il senso di precariet e di graduale inarrestabile rovina era accentuato da altre componenti della vita materiale. Gi a partire dalla guerra contro l'impero abissino l'Italia aveva conosciuto restrizioni dei consumi, che incidevano su una base molto bassa rispetto agli altri paesi europei. Con la guerra le privazioni si inasprirono. Il razionamento dei beni di consumo si effettuava attraverso un sistema di tesseramento che man mano si venne allargando a tutte le voci dei rifornimenti, dagli alimentari al vestiario. Parallelamente a questo sistema si sviluppava un "mercato nero" dei beni contingentati che permetteva ai ceti pi ricchi di rimediare alla carenza del mercato ufficiale. Ne nascevano nuove disparit, si approfondivano vecchie ingiustizie. Chi alimentava il mercato illegale? La voce pubblica indicava nei produttori di beni alimentari (i contadini) i maggiori responsabili. La propaganda del regime incentivava questo modo di pensare e trovava nei contadini un capro espiatorio molto comodo. In realt il sistema di raccolta dei beni di consumo alimentare si mantenne relativamente efficiente anche negli anni di guerra; un sistema di ammassi obbligatori e di controlli molto rigidi permetteva di contenere l'evasione dal conferimento agli enti annonari. Ci sono motivi per credere perci che il mercato nero si sia alimentato proprio nei centri della raccolta e della distribuzione. Anche questa realt non sfuggiva all'opinione pubblica, che non tard a individuare anche altri responsabili: il sistema stesso escogitato dal regime, i funzionari, i gerarchi fascisti... Oltre alle incerte notizie belliche e ai bombardamenti, anche la fame e la miseria crescenti contribuivano quindi a creare la sfiducia verso il fascismo, a incrinare la lealt verso i suoi capi. C'erano infine anche reazioni che derivavano da interessi pi corposi, attorno cui si aggregavano ceti e gruppi sociali che in passato avevano concesso al fascismo tutto il loro appoggio. A seguito delle necessit del conflitto si determinarono disparit di trattamento tra i vari settori economici, che incentivarono divisioni e gelosie. Ai fini della conduzione del conflitto tutte le risorse dovevano essere convogliate verso i settori produttori di beni di consumo bellico; e di conseguenza (come del resto era avvenuto dal 1934-35 in poi) settori produttivi come quelli dell'industria pesante godevano dei crediti, dei rifornimenti di materie prime e delle disponibilit energetiche (energia elettrica e carbone), e potevano accaparrarsi la parte pi qualificata della manodopera. Gi questo cre in una parte della dirigenza economica del paese un risentimento che si tradusse in una crescente ostilit al sistema dirigista fascista. Essa non comportava un'aperta scissione di responsabilit, ma cominciava a delineare un Pagina 91

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt fronte di opinione pubblica qualificata la quale pensava, indipendentemente ancora dai destini del conflitto, che il regime fascista dovesse mutare nel senso di restituire alle forze economiche la loro libert d'azione. Gli interessi toccati dalla guerra non erano solo quelli del settore industriale. Anche l'agricoltura, cui la mobilitazione bellica sottraeva materie prime per i concimi chimici, mentre riduceva la produzione di macchinari, risultava sacrificata nel quadro delle priorit della politica fascista. Si aggiunga a questo l'intervento per la realizzazione delle bonifiche che, soprattutto al Sud, intaccava il potere della grande propriet agraria e poneva in forse, anche in questo settore, l'alleanza con il fascismo. La protesta operaia Ma il segno principale della crisi del regime fu rappresentato dagli scioperi che nel marzo 1943 scoppiarono nei complessi industriali di Torino e Milano. Per mettere in moto questa protesta si erano impegnati per mesi gli esponenti dell'organizzazione comunista, affiancati e appoggiati dai socialisti (che non disponevano tuttavia, come vedremo, di una struttura organizzativa pari a quella dei primi). Per quanto rilevante, il peso di questa azione non tuttavia sufficiente a render ragione del significato e della forza della protesta operaia. Ci sono ragioni strutturali di cui occorre avere conoscenza. Gli addetti all'industria potevano infatti avanzare le loro rivendicazioni soprattutto perch la congiuntura bellica rendeva insostituibile la loro opera. I richiami alle armi avevano decisamente assottigliato la riserva di manodopera cui l'industria poteva attingere e in particolare lo strato degli operai professionali, che nel tipo di industria dell'Italia del tempo costituivano il perno della produzione. Questo tipo di classe operaia aveva conservato, per una tradizione ancora recente, la memoria delle lotte sindacali e politiche del primo dopoguerra, mentre la struttura corporativa, l'ordinamento sindacale e l'apparato di organizzazione del consenso fascista non erano andate al di l di una presenza superficiale, che le privazioni del conflitto andavano rendendo quanto mai labile. Le privazioni dell'economia di guerra incidevano sulla classe operaia senza alcun compenso: vero che negli stabilimenti esistevano le mense aziendali che avrebbero dovuto garantire vitto relativamente abbondante rispetto alle razioni garantite dal tesseramento; ma in compenso altri aspetti peggioravano sensibilmente la condizione operaia. Si era fatta pi dura la disciplina del lavoro, affidata addirittura ai militari nelle aziende di interesse bellico; le fabbriche erano i bersagli primari dell'aviazione nemica; l'aumento del costo della vita erodeva il potere d'acquisto dei salari. In questo contesto, in cui le privazioni comuni alla gran parte della popolazione si mescolavano a elementi specifici di disagio, fece breccia la propaganda comunista e socialista e si avviarono proteste che suonavano come una sfida al regime. Gli studiosi hanno discusso a lungo se negli scioperi abbia avuto maggior peso l'elemento politico o quello economico e rivendicativo. A giudizio di chi scrive, la contrapposizione sterile e non aiuta a comprendere la profondit del sommovimento. Le privazioni materiali e le rivendicazioni economiche costituirono certamente un punto di partenza fondamentale; tuttavia nessuno degli attori poteva ignorare che lo sciopero significava rifiuto politico del regime e della guerra che esso conduceva. Lo sapevano i fascisti, e naturalmente lo sapevano anche gli operai, anche se per i pi giovani di loro si trattava di entrare in un universo fino allora sconosciuto (quello della lotta politica) che era tutto da esplorare. La guerra intaccava pertanto gli elementi di consenso che il regime era riuscito a radunare attorno a s, soprattutto dopo la guerra d'Africa, grazie agli strumenti della sua propaganda, all'aggregazione degli interessi, alla creazione di pur limitati sistemi di provvidenza e di tutela di diversi ceti. Anche altri paesi, Gran Bretagna e Germania in particolare, furono percorsi Pagina 92

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt da paure e sfiducia soprattutto all'inizio del conflitto, ma questi due paesi riuscirono a reagire in modo diverso, il primo per la forza dell'appello patriottico, il secondo sotto la sferza del fanatismo ideologico e della stretta poliziesca. In Italia, ancor pi di quanto non fosse avvenuto nella prima guerra mondiale, il paese non si riconosceva nelle finalit della guerra in corso; con l'eccezione delle lotte operaie del marzo, una cappa di passivit sembra pervaderlo con il passare del tempo e con il delinearsi della sconfitta militare. Le reazioni di paura e di sfiducia politica non esaurivano tuttavia il quadro dei comportamenti degli italiani. E" stato osservato che nell'atteggiamento dei cittadini prese piede, soprattutto in conseguenza della minaccia dei bombardamenti, un senso della catastrofe che derivava dall'avvertire come non esistesse pi alcuna distinzione tra la vita ordinaria e la tragedia, la quale poteva colpire in modo improvviso e inaspettato. Nel dramma italiano della guerra si vennero cos delineando diversi piani di reazione: da una parte quelli razionali, che riconducono ai problemi del rapporto con il regime fascista e alla sfiducia verso di esso, alla ricerca di vie d'uscita; dall'altra pi sottili elementi che riguardavano pure la vita collettiva ma che intaccavano soprattutto le scelte personali, l'atteggiamento stesso rispetto alla vita e alla morte, alla solidariet. Nella gravissima crisi che si aprir nel corso del 1943 entrambi questi fattori avranno un ruolo determinante nelle scelte politiche e ideali, che non potranno essere risolte in termini puramente razionali, ma che si presenteranno caricate di significati tanto pi profondi quanto pi radicale sar la rottura con il mondo precedente il conflitto. La seconda guerra mondiale. Operazioni militari, fronte interno e vita quotidiana Tra le opere generali sulla seconda guerra mondiale, opportuno fare riferimento a MacGregor Knox, La guerra di Mussolini, Editori Riuniti, Roma 1984. Pur rinviando al capitolo dedicato alla politica estera per le vicende politico- diplomatiche (e trascurando la fin troppo vasta memorialistica) dobbiamo ricordare alcune opere che sono utili per un inquadramento della situazione italiana: N. Kogan, L'Italia e gli Alleati, Lerici, Milano 1963; R. De Felice (a c. di), L'Italia tra tedeschi e alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1973, E. Collotti, T. Sala, Le potenze dell'Asse e la Jugoslavia, Feltrinelli, Milano 1974; E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti (1943-1952), Franco Angeli, Milano 1978; R. H. Rainero, Mussolini e Ptain. Storia dei rapporti tra l'Italia e la Francia di Vichy, Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito, Roma 1990-92, 2 voli. Per la storia militare dell'intervento italiano cfr.: R. Battaglia, L'Italia nella seconda guerra mondiale, Editori Riuniti, Roma 1960, L. Ceva, Africa Settentrionale (1940-1943), Bonacci, Roma 1982; Id., La condotta italiana della guerra (Cavallero e il Comando Supremo 1941-1942), Feltrinelli, Milano 1975; P. Pieri, G. Rochat, Pietro Badoglio, Utet, Torino 1974; G. Rochat, L'esercito italiano in pace e in guerra Studi di storia militare, Rara, Milano 1991; T. Sala, La crisi finale nel litorale adriatico (1944-45), Del Bianco, Udine 1962. E" opportuno poi fare riferimento a una collezione di studi curata dallo stato maggiore dell'esercito: R. H. Rainero, A. Biagini (a c. di), L'Italia in guerra, Roma 1991 ss., volumi promossi dalla Commissione italiana di storia militare (un volume per anno). Sulle vicende militari successive all'8 settembre la bibliografia molto vasta. Tra i tanti volumi tradotti in italiano ricordiamo G. A. Shepperd, La campagna d'Italia 1943-1945, Garzanti, Milano 1970; W. G.F. Jackson, La battaglia d'Italia, Baldini & Castoldi, Milano 1970. Per quanto riguarda il fronte interno gli studi si sono moltiplicati soprattutto negli ultimi anni. Esistono tuttavia opere precedenti (oltre alla ricchissima memorialistica) che conservano la loro validit: sugli orientamenti della Pagina 93

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt cultura negli anni della crisi del regime cfr. R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano 1962; L. Mangoni, "Primato" 1940-1943, De Donato, Bari 1977; T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda (1935-1943), Cappelli, Bologna 1978. Sulle tensioni sociali che si manifestarono negli anni della guerra cfr. G. Bertolo et al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-44, Feltrinelli, Milano 1974. Negli anni pi recenti, anche attraverso numerosi convegni, l'interesse nei confronti della vita quotidiana delle popolazioni si ampliato. Un settore particolarmente vivace stato quello rappresentato da studi o gruppi di studi che si sono accentrati sulla storia delle citt italiane: L. Ganapini, Una citt, la guerra Lotte di classe, ideologie e forze politiche a Milano 19391951, Franco Angeli, Milano 1988; A. Bravo (a c. di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma- Bari 1991; P. Paoletti, Firenze, giorni di guerra Testimonianze, documenti e fotografie inedite, Ponte alle Grazie, Firenze 1992; A. M. Vinci (a c. di), Trieste in guerra, I quaderni di Qualestoria, Trieste 1993; D. Leoni, F. Rasera (a c. di), Rovereto 1940-45. Frammenti di un'autobiografia della citt, Materiali di lavoro, Rovereto 1993; L. Arbizzani (a c. di), Al di qua e al di l della linea gotica, Regioni Emilia- Romagna e Toscana, Bologna- Firenze 1993; B. Della Casa, A. Preti, Bologna in guerra 1940-1945, Franco Angeli, Milano 1995. Significativa anche l'attenzione rivolta alle vicende dei militari italiani internati e dei deportati: G. Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito, Roma 1992; Istituto per la storia della Resistenza in Piemonte, Una storia di tutti. Prigionieri, intemati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Franco Angeli, Milano 1987; N. Della Santa, Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista 1939-1945, Le Lettere, Firenze 1992, B. Mantelli, "Camerati del lavoro". I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell'Asse 1938-1942, La Nuova Italia, Firenze 1992. 4.3 I quarantacinque giorni badogliani Messi in allarme dall'evidente prospettiva della sconfitta militare, gi dalla fine del 1942 gli ambienti monarchico- militari avevano attivato il meccanismo di una congiura che, con la collaborazione di alcuni gerarchi fascisti port, il 25 luglio 1943, alla destituzione di Mussolini, al suo arresto e alla sua sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio. La caduta di Mussolini fu salutata dal paese come un segnale sicuro che la guerra sarebbe finita e che con essa sarebbero state restaurate le libert politiche. A queste aspettative Badoglio diede una duplice delusione: da una parte si limit ad abolire i simboli esteriori del fascismo e a neutralizzare i gerarchi pi pericolosi senza concedere nulla in quanto a libert politiche; dall'altra parte cerc di rassicurare i tedeschi, proclamando che la guerra sarebbe continuata e avviando solo lentamente e segretamente le trattative per un armistizio con gli Alleati. La condotta del governo Badoglio, che fu un'autentica dittatura militare, mise in chiaro quali fossero gli intendimenti della Corona e dei gruppi che a essa si riferivano: salvare dal naufragio del regime tutta quella parte del sistema di potere che, pur avendo appoggiato Mussolini, era riuscita a conservare una propria identit, e fondare su di essa un regime fortemente conservatore, se non addirittura reazionario, secondo una formula abbastanza diffusa: un fascismo senza Mussolini. Vasti settori della societ italiana erano inclini ad accettare questa impostazione, tanto pi che essa poteva essere interpretata come transitoria, indirizzata a portare l'Italia fuori del conflitto senza rotture pericolose e a riprendere in un secondo momento la normalit della tradizione liberal- costituzionale. Ma settori altrettanto vasti del paese rifiutarono questa prospettiva e scesero subito nelle piazze per manifestare a favore della pace e del ristabilimento delle libert politiche. Pagina 94

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Il governo Badoglio cost al paese un centinaio di morti per l'intervento dell'esercito, che in diverse citt spar contro i cortei dei dimostranti e provoc indirettamente anche altri lutti e distruzioni per i bombardamenti terroristici che gli angloamericani pensarono bene di scatenare nell'agosto 1943 contro le citt dell'Italia del Nord al fine di demoralizzare il paese e indurre Badoglio a staccarsi dall'alleato tedesco. I tedeschi dal canto loro reagirono con molta diffidenza all'avvento al potere del maresciallo; sotto il pretesto di rafforzare l'esercito combattente nell'Italia meridionale fecero affluire nella penisola uomini e mezzi, destinati a reagire con la forza a un eventuale rovesciamento delle alleanze. Con gli angloamericani Badoglio avvi contatti segreti caratterizzati da molte riserve e incertezze e da un eccesso di prudenza che irrit gravemente gli interlocutori. L'armistizio fu infine firmato dai rappresentanti italiani e Alleati il 3 settembre 1943 a Cassibile (presso Siracusa), esso avrebbe dovuto essere annunciato alla vigilia di uno sbarco alleato in Italia meridionale (operazione "Avalanche"). Nel pomeriggio dell'8 settembre la notizia fu resa pubblica dal generale Eisenhower e Badoglio la conferm con un comunicato alla radio. Il proclama di Badoglio era fortemente ambiguo, in quanto non dava indicazioni sul comportamento che l'esercito avrebbe dovuto tenere verso i tedeschi: una vile ambiguit che si accordava con l. assoluta impreparazione nei confronti della prevedibile reazione tedesca e con la decisione del governo e del re (giudicata oggi unanimemente vergognosa) di abbandonare la capitale e rifugiarsi nell'Italia meridionale sotto la protezione angloamericana. Da questo momento in avanti (e fino all'aprile 1945) l'Italia fu tagliata in due dal fronte. Sul piano diplomatico Badoglio e il re conseguirono un successo indubbio: dagli Alleati essi vennero riconosciuti come rappresentanti legittimi dell'Italia e questo pose una grave ipoteca su tutti gli svolgimenti successivi della lotta politica interna. Tale successo di parte fu pagato tuttavia a caro prezzo dall'intera nazione: il modo in cui fu preparato e attuato il cambiamento di fronte non solo non favor in alcun modo le operazioni militari alleate, ma soprattutto precipit l'esercito italiano nel caos e lo rese preda dell'attacco tedesco. I tedeschi infatti fin dal primo annuncio dell'armistizio, partito dalla radio di New York nel pomeriggio dell'8 settembre, procedettero all'occupazione del territorio italiano. La flotta fu attaccata dall'aviazione tedesca mentre si trasferiva dai porti di La Spezia e Taranto verso Malta e perse la corazzata Roma, che affond con 1500 uomini. Mentre l'aviazione raggiungeva i campi alleati, lo sfacelo dell'esercito fu pressoch totale. Privi di direttive precise, gli ufficiali si rivelarono incapaci di iniziative autonome, gli alti comandi furono per lo pi pronti ad accettare le trattative di resa ai tedeschi, che occuparono senza difficolt grandi e piccoli centri, sempre con forze inferiori a quelle degli italiani. Tra i tentativi di difendersi dall'occupazione tedesca, nei giorni immediatamente seguenti l'8 settembre, vanno ricordati i combattimenti di Porta San Paolo a Roma, cui presero parte anche civili antifascisti. In tutta Italia la grande massa dei soldati si diede alla fuga; molti si salvarono grazie agli aiuti della popolazione civile e molti di loro si diedero alla macchia, formando i primi nuclei di quelle che pi tardi divennero le formazioni partigiane. Moltissimi tuttavia caddero prigionieri e furono avviati ai campi di concentramento in Germania. Le forze italiane all'estero conobbero una sorte parzialmente diversa: nel quadro generale di capitolazione, seguita dal disarmo e dalla deportazione dei militari italiani, alcune unit preferirono lo scontro con i tedeschi. In Iugoslavia diversi reparti, dopo aver combattuto, si dissolsero e loro componenti si unirono alle unit partigiane. A Corf e Cefalonia gli episodi pi tragici e gloriosi: i reparti italiani si rifiutarono di arrendersi e ingaggiarono battaglia, aiutati nel primo caso dai partigiani greci. I nazisti, sopraffatte le truppe italiane in durissimi scontri (che a Cefalonia si prolungarono dal 14 al 24 settembre), procedettero alla fucilazione della maggior parte Pagina 95

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dei superstiti. E" significativo che a Cefalonia la decisione di resistere con le armi sia stata assunta con un plebiscito tra ufficiali e soldati: Per ordine del comando supremo e per volont degli ufficiali e dei soldati cos recitava la risposta all'intimazione tedesca di resa la divisione Acqui non cede le armi. Anche nel Dodecaneso, nell'isola di Lero, le truppe italiane opposero una decisa e prolungata resistenza, che cost la vita a oltre diecimila militari. 4.4 Il crollo dell'unit nazionale e la ricerca di una nuova identit Nel disastro immane che si deline dopo l'8 settembre il popolo italiano sembr sul punto di perdere ogni possibilit di sopravvivenza come stato nazionale unitario. Al Nord si costitu una repubblica (la Repubblica sociale italiana) sorretta dalle armi tedesche e guidata ancora da Mussolini, liberato dalla prigionia a Campo Imperatore a opera dei tedeschi (12 settembre); al Sud il Regno d'Italia si colloc in una non chiara posizione di subordine, in regime armistiziale, rispetto agli Alleati angloamericani. A chi avrebbe dovuto dare la sua lealt e obbedienza il cittadino? Al re Vittorio Emanuele III, che rappresentava la legittimit dello stato postunitario o a Mussolini, che incarnava la fedelt a impegni internazionali e l'onore del paese? O forse, come molti affermavano e altrettanti intuivano, c'erano ulteriori pi profonde lealt a valori morali e politici assai pi impegnative che non quelle formali? La tragedia incombente negli anni precedenti prendeva ora una forma concreta: la dissoluzione dello stato metteva in discussione ogni norma e legge, disegnava un vuoto spaventoso di fronte al quale ciascuno si sentiva solo con la propria coscienza; ma poneva al tempo stesso le premesse per una ricostruzione di nuove norme, di un nuovo patto tra i cittadini. La scelta a cui tutti gli italiani, singolarmente, furono chiamati fu, come ha scritto un grande storico, Claudio Pavone, una scelta chiara e difficile [Pavone 1991, p. 23]: chiara perch definiva nettamente un campo in cui militare a rischio della vita; difficile perch le motivazioni erano sempre complesse e tragiche e talora addirittura non definibili dagli stessi soggetti. Ma la scelta, appunto, non era tra re e Mussolini, o almeno non solo tra questi due simboli. Un'altra Italia era tornata alla luce nel periodo badogliano, e per mere ragioni espositive abbiamo ritardato il suo ingresso nella narrazione. L'Italia dell'antifascismo aveva conosciuto tra il 1936 e il 1942 i suoi anni pi amari. Dapprima il trionfo internazionale dell'imperialismo mussoliniano, inefficacemente contrastato dalle potenze democratiche e capace di conquistare all'interno il radicamento pi forte che avesse conosciuto dalla presa del potere in poi; successivamente il conflitto a fianco di Hitler, che aveva messo gli antifascisti nella tragica condizione di doversi augurare la sconfitta della patria per la salvezza dei valori della democrazia e dell'umanit. Da questo lungo incubo gli antifascisti avevano cominciato a riprendersi nel corso del 1942: l'indebolirsi della presa del regime sul paese aveva aperto le speranze di una possibilit di qualche cambiamento, di un'uscita dall'alleanza, di un rovesciamento del regime anche grazie all'appoggio delle potenze riunite nella grande alleanza antifascista, che, secondo i principi della Carta atlantica, sottoscritta il 14 agosto 1941 dal primo ministro inglese W. Churchill e dal presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt, si batteva per la libert e la democrazia dei popoli. Le forze dell'antifascismo erano in realt ancora molto disperse, prive di veri e propri apparati organizzativi o di legami solidi, e furono costrette alla clandestinit fino al 25 luglio. Ma nemmeno dopo la caduta di Mussolini ottennero pieno diritto di cittadinanza. I prigionieri politici del regime furono liberati con molta lentezza: bisogn attendere il 23 agosto perch anche i socialisti e i comunisti potessero lasciare le carceri o il confino. Il pi organizzato di questi gruppi, il Partito comunista italiano (che aveva assunto questa nuova denominazione in luogo di quella originaria di Partito comunista d'Italia, sezione italiana dell'Internazionale comunista, con lo scioglimento del Comintern nel maggio 1943) nel luglio 1943 poteva contare su circa quattromila iscritti in tutta Italia. Era l'unico che vantasse un centro direttivo e un tesseramento e che disponesse di una rete di militanti Pagina 96

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt addestrata alla vita clandestina. La sua capacit era stata messa alla prova con gli scioperi del marzo; e con il 25 luglio prendeva a crescere la sua influenza tra le masse popolari, cui lanciava la parola d'ordine "pace e libert", in sintonia con gli altri gruppi antifascisti. Questi ultimi avevano un'organizzazione assai embrionale; nel caso del partito liberale erano poco pi che gruppi di notabili unificati dalla comune cultura. I socialisti potevano contare sull'eredit del socialismo prefascista, in quanto attorno ai vecchi esponenenti si ritrovavano spontaneamente i simpatizzanti, bench i giovani, pur provenienti da famiglie di tradizione socialista, si sentissero pi attratti dalla capacit di mobilitazione del Pci. Ma queste forze, che si ricollegavano a partiti prefascisti (cui va aggiunta la Democrazia cristiana, erede del Partito popolare, su cui torneremo pi oltre) non esaurivano il panorama dei gruppi politici che tornarono alla luce dopo il 25 luglio. Tutto il periodo dei quarantacinque giorni fu caratterizzato dal pullulare di un numero grandissimo di formazioni nuove ed effimere, espressione talora ingenua e confusa della volont del ritorno alle libert politiche e di rinnovamento della vita politica e civile. Un posto a parte occupa in questo panorama il Partito d'azione; esso nacque (1942) dall'incontro di due culture politiche: quella liberale e quella socialista, che aveva avuto un antecedente nel movimento di Giustizia e Libert negli anni trenta. Il disegno che il movimento prospettava come soluzione all'uscita dal fascismo era quello di un regime politico fondato sulle libert individuali e politiche e su un ordinamento economico che affidasse alla comunit i settori di rilevante interesse pubblico e lasciasse libert d'iniziativa ai privati in tutti gli altri settori. La linea tracciata dal Partito d'azione era per molti aspetti significativa. Il partito era l'erede della parte pi combattiva del liberalsocialismo, quella che con Carlo Rosselli aveva indicato la necessit di prendere le armi per combattere la dittatura fascista (ricordiamo di Rosselli il motto oggi in Spagna, domani in Italia); e terr fede a questo impegno nel corso dei mesi successivi all'8 settembre con una partecipazione intensa alla lotta armata contro i nazifascisti. Ma anche la parte programmatica, che pi sopra abbiamo sinteticamente riassunto, aveva una forte rilevanza perch esprimeva una convinzione che animava tutte le forze che si preparavano a succedere al fascismo. Il ritorno puro e semplice allo stato liberale prefascista non era pi concepibile, perch la complessit della societ moderna, lo sviluppo delle forze produttive, la crescita dei monopoli richiedevano che la collettivit fosse presente a garantire l'armonia della crescita e l'equit della distribuzione delle risorse disponibili a tutti i cittadini. Anche se queste soluzioni non esaurivano la vastit dei problemi sul tappeto, rappresentavano tuttavia un orientamento diffuso in seno all'intero antifascismo. Comunisti, socialisti, azionisti e liberali avevano ripreso i contatti e la riorganizzazione delle proprie forze nella seconda met del 1942 ed erano giunti al 25 luglio non completamente impreparati, anche se la cappa della sorveglianza poliziesca aveva contenuto ogni espressione pubblica della loro presenza e aveva implacabilmente perseguitato ogni pubblica manifestazione di dissenso, impedendo che divenissero noti fenomeni di grande significato come gli stessi scioperi dell'Italia settentrionale del marzo 1943. C'era tuttavia un'istituzione in Italia che, pur con limiti non sottovalutabili, poteva parlare forte e chiaro: la chiesa cattolica. Il ruolo della chiesa fu particolarmente complesso nella seconda guerra mondiale, non meno di quanto lo fosse stato nella prima. Il pontefice Pio XI aveva individuato al termine del suo pontificato i pericoli derivanti dall'ideologia nazista e non aveva fatto mistero nelle dichiarazioni pubbliche dei suoi timori e della sua ostilit verso la dittatura hitleriana. Alla sua morte (febbraio 1939) il successore Pio XII aveva dovuto fronteggiare i dilemmi derivanti dal suo ruolo universale di fronte alle nazioni in guerra: la sua prudenza nei confronti delle potenze dell'Asse gli valse nel dopoguerra accuse per aver taciuto sulla tragedia Pagina 97

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dell'Olocausto. Per quanto riguarda l'Italia i problemi della chiesa non erano di minore rilevanza. Il ventennio aveva visto alternarsi momenti di tensione tra chiesa e fascismo con fasi di avvicinamento tanto intense da apparire identificazione. Ma la lettura di questo percorso non pu essere fatta sul metro delle valutazioni di breve periodo. La chiesa cattolica obbedisce a strategie che si ispirano a valori i quali talora prescindono dalle tematiche politiche. Per comprenderne e valutarne la portata, da qualunque punto di vista si muova, occorre considerare che nell'et contemporanea esiste per la chiesa cattolica il problema di riconquistare il mondo moderno alla fede e che questa prospettiva era particolarmente sentita per quanto riguarda l'Italia. All'obiettivo di riconquistare l'Italia alla fede cattolica e di riportare anche il suo regime politico ai valori fondanti del cristianesimo si ispira sostanzialmente tutta l'azione dei papi: il problema quello di individuare nei diversi momenti storici quali siano i referenti dell'azione papale e in qual modo essa si ponga rispetto al mondo dei fedeli. Il momento decisivo per una ripresa di intervento attivo della chiesa e dei cattolici nella situazione italiana fu la fine del 1942. Nell'omelia natalizia di quell'anno papa Pio XII lanci un'esortazione che costitu il segnale di una forte ripresa di attivit. Non lamento ma azione il precetto dell'ora disse il pontefice. E per l'impulso di questa esortazione si avviarono ampie e articolate riflessioni sui compiti che spettavano al mondo cattolico nell'Italia del dopoguerra, qualunque potesse essere l'esito del conflitto. Il dibattito che si accese anche sulla stampa cattolica (quotidiana e periodica) fu molto vasto, pur se doveva procedere tenendo conto dei condizionamenti polizieschi del regime. I temi ricorrenti erano soprattutto quelli dell'azione sociale, del modo di gestire la societ nei suoi aspetti latamente economicosociali, del rispetto dei pi deboli e della valutazione del "bene comune". Non erano, giova ripeterlo, indicazioni politiche dirette, ma servivano a stimolare nel mondo cattolico un'attenzione verso i problemi, ormai percepibili per tutti, dell'eredit del regime fascista. In Vaticano molte erano le simpatie verso un regime fortemente conservatore, dello stampo di quello che Badoglio avrebbe potuto incarnare; il presidente dell'Azione cattolica Luigi Gedda, per esempio, nell'agosto 1943 indirizz al maresciallo una lettera in cui offriva l'aiuto dei militanti della sua organizzazione per sostenere il regime di dittatura militare che succedeva al fascismo. Ma nel mondo cattolico italiano agivano anche ben diverse componenti. La pi rilevante fu quella che si riun attorno ad Alcide De Gasperi e che diede vita alla Democrazia cristiana (1942). Si ritrovarono in essa i popolari che avevano militato con Sturzo, i giovani allevati nell'Azione cattolica e altri gruppi minori (come i neoguelfi di Malvestiti) caratterizzati da un sincero impegno antifascista. Il programma che la Democrazia cristiana present al paese prendeva anch'esso le mosse dalla restaurazione delle libert politiche, progettava una rappresentanza parzialmente articolata su schemi corporativi, insisteva soprattutto sulla necessit di un impegno sociale e sulla salvaguardia degli interessi della comunit (il bene comune) tramite un moderato intervento dello stato in funzione antimonopolista. La chiesa non concedette immediatamente il suo beneplacito alla nuova formazione, in parte per prudenza diplomatica e in parte perch, memore dell'esperienza dei popolari, avrebbe forse voluto mantenere nelle proprie mani le redini dell'iniziativa politica. Tutti i gruppi politici fin qui descritti si mossero fin dall'indomani del 25 luglio con l'obiettivo di intervenire nella gestione del paese e di sollecitare una soluzione rispettosa della palese volont popolare di arrivare rapidamente alla pace. In moltissimi centri italiani si costituirono i comitati delle opposizioni cui partecipavano comunisti e democristiani, azionisti, liberali e socialisti nonch esponenti di formazioni minori che finiranno per confluire nei gruppi di pi lunga tradizione. Il governo di Roma e i prefetti concedevano loro riconoscimenti informali, accettavano di incontrarsi con i loro esponenti; Badoglio mise a capo delle confederazioni sindacali ex fasciste esponenti del sindacalismo prefascista e chiam altri antifascisti ad assolvere Pagina 98

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt funzioni commissariali alla guida di enti e istituti decapitati dei gerarchi che li guidavano. Sul piano della sostanza tuttavia non accett intromissioni, limitandosi a generiche promesse e assicurazioni, facendo intendere che gli occorreva tempo per realizzare l'uscita dalla guerra. Ma il paese non era disposto a concedergli credito illimitato: a met agosto, dopo i bombardamenti su Milano e Torino gli operai tornarono massicciamente a scioperare, mentre ricostituivano gli organismi rappresentativi di base nelle fabbriche, le commissioni interne. Anche se nei comitati delle opposizioni c'erano forze inclini a dar credito al vecchio maresciallo, le sinistre (azionisti, socialisti e comunisti) avvertivano i pericoli di un atteggiamento passivo, prevedendo che il passaggio dalla guerra all'armistizio non sarebbe avvenuto senza reazioni da parte tedesca. Costituirono perci un comitato militare a Roma alla fine di agosto e lanciarono un appello alla lotta popolare antitedesca il 2 settembre. Ma l'armistizio colse tutti di sorpresa: anche i generosi progetti di affiancare forze popolari armate all'esercito non ebbero altro valore se non quello di testimonianza morale, perch l'esercito, come abbiamo visto, si sfald senza combattere; molti comandanti di piazze militari (non tutti) preferirono arrendersi ai tedeschi piuttosto che fornire armi ai civili. Il dramma dell'8 settembre invest militari e civili, uomini e donne di ogni categoria e strato sociale. Il fascismo non solo era stato sconfitto sui campi di battaglia, ma aveva anche fatto fallimento sul piano dei valori che aveva proclamato: i lutti e le privazioni che la guerra aveva inflitto all'intera popolazione smentivano le sue promesse di pace sociale e di grandezza. Ma anche la monarchia, con il comportamento opportunistico dell'8 settembre perdeva gran parte del suo prestigio. I partiti antifascisti, d'altra parte, erano spesso ignoti alla gran massa della popolazione e si trovavano di fronte al compito di costruire attorno alle proprie idee e ai propri simboli un consenso che, in quel momento, non esisteva se non in termini di rifiuto di ci che aveva dominato fino allora. Da questa situazione l'Italia usc attraverso un lungo e drammatico cammino. Il paese era infatti diviso non solo materialmente ma anche idealmente in molti sensi. Esisteva una zona grigia che era incline ad attendere - per infinite e talora anche non indegne motivazioni (che allo studioso di storia risultano spesso anche insondabili), per semplice paura o per l'urgere di ragioni personali e affettive - che la soluzione della guerra venisse dall'esterno, dall'avanzata degli eserciti alleati o, all'opposto, da uno straordinario rovesciamento delle sorti del conflitto grazie alle "armi segrete" hitleriane. C'era invece chi viveva la sconfitta e l'armistizio come un disonore da cancellare con un impegno disperato che dimostrasse fedelt all'alleato tedesco; chi infine riteneva proprio diritto ricostruire quell'onore vuoi con la fedelt al simbolo monarchico, vuoi con l'impegno in una lotta per la riconquista della democrazia in nome di valori che proprio il fascismo aveva cancellato dall'orizzonte degli italiani. Queste scelte, come abbiamo ricordato, furono estremamente difficili e, come ha scritto Italo Calvino nel suo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, basta un nulla, un passo falso nell'impennamento dell'anima, e ci si trova dalla parte sbagliata. Non maturarono tuttavia solo nell'intimo delle coscienze, ma in un contesto di fatti e di problemi che occorre conoscere per valutare la portata degli eventi che portarono alla fondazione di un nuovo regime politico. 4.5 Venti mesi Tutta la societ italiana fu percorsa da tensioni molto profonde, dopo la caduta della dittatura. La crisi dello stato e della societ faceva riemergere rivendicazioni di antica data e problemi mai risolti. Se forze conservatrici molto potenti erano all'opera per impedire che l'ordine sociale venisse scardinato Pagina 99

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dalla caduta del regime politico, altre forze si muovevano per affermare il diritto a cambiamenti non solo politici ma anche sociali. Non si trattava solo delle lotte dei tradizionali avversari del regime, delle masse operaie del Nord che avevano dato il segnale della crisi con gli scioperi del marzo 1943, che avevano rivendicato una rapida e coraggiosa uscita dalla guerra nell'agosto, e che gi a partire dal novembre dello stesso anno riprendevano le loro agitazioni contro il nuovo ordine imposto dai nazisti e dai loro alleati repubblichini. Anche nel Meridione, man mano che le truppe angloamericane avanzavano e restauravano, sotto il fermo controllo del Governo militare alleato (Gma), le istituzioni del vecchio stato, la richiesta di pi profondi cambiamenti si faceva sentire. C'erano da una parte i partiti antifascisti che denunciavano l'inadeguatezza del governo Badoglio e l'indegnit della monarchia a rappresentare la nuova Italia; e c'erano dall'altra parte movimenti sociali che davano voce alla miseria secolare dei contadini, pretendevano la distribuzione delle terre e la mettevano in atto occupando i feudi della grande propriet terriera. Tra le due voci del dissenso non sempre c'era comunicazione. La battaglia contro la monarchia stava su un piano esclusivamente politico, che non interferiva con le lotte sociali e pareva ignorarle. Nello schieramento antifascista inoltre militavano anche i conservatori, che si adoperavano per isolare quei movimenti d'eversione sociale; ma le sinistre, socialisti e comunisti in primo luogo, erano spesso alla testa delle folle che marciavano all'occupazione delle terre. Gli Alleati, che detenevano un ferreo controllo della situazione soprattutto nelle regioni a ridosso del fronte, non intendevano riconoscere questi movimenti sia per simpatie conservatrici sia perch avevano bisogno che l'ordine pubblico non fosse turbato nel corso del conflitto. La difesa dei grandi proprietari fu rabbiosa e feroce e ricorse anche alle forme tradizionali della violenza mafiosa e camorristica. Malgrado questa ostinata repressione, tra il 1944 e il 1945, il Meridione (in particolare Calabria, Puglia e Sicilia) fu teatro di ripetute invasioni di terre, con cui le "plebi" meridionali mostrarono di aver inteso la caduta del regime fascista come la premessa di un rinnovamento pi profondo. Il Sud e l'Italia centrale vennero attraversati integralmente dalla linea del fronte e alla fine della guerra le distruzioni del patrimonio agricolo e industriale risultarono in esse molto pi pesanti che non al Nord. Anche quando erano utilizzabili, gli stabilimenti industriali restavano inattivi, anche perch gli Alleati non si curavano di riattivarli; l'agricoltura soffriva pesantemente sia per i danni direttamente derivanti dalle operazioni belliche, sia per la perdurante carenza di manodopera e di concimi. La mancanza di derrate alimentari fu parzialmente ovviata dagli aiuti che accompagnavano l'arrivo degli angloamericani, ma la presenza di questi ultimi apriva anche la strada, soprattutto nei centri urbani, a forme di un'economia malavitosa che prosperava su attivit illecite, sulla prostituzione e sul mercato nero. E infine l'emissione di cartamoneta (amlire) da parte angloamericana per sostenere le spese dell'occupazione militare incrementava il ritmo dell'inflazione, che era restata contenuta fino al crollo del 1943, e che ora si scaricava per intero sul costo della vita. In questo contesto le forze politiche antifasciste avevano rivolto la loro attenzione principalmente al problema della permanenza della monarchia e del governo Badoglio. Gi all'indomani della occupazione di Roma il Comitato delle opposizioni si era trasformato in Comitato di liberazione nazionale (Cln) e aveva lanciato un appello per la lotta e la resistenza. Nel Regno del Sud l'azione dei partiti era resa difficile dalla presenza stessa degli Alleati. In linea generale inglesi e americani erano divisi sulle grandi linee della politica verso l'Italia del dopoguerra; ma a breve scadenza concordavano per appoggiarsi a livello locale ai vecchi notabili che, svestita la camicia nera, si presentavano come garanti dell'ordine pubblico e della conservazione sociale. Il deterioramento della situazione socioeconomica, le avvisaglie dello scontro sociale nelle campagne contribuirono inoltre a rendere appetibile alle stesse forze conservatrici antifasciste un compromesso con la screditata monarchia; l'opposizione intransigente di azionisti, comunisti e socialisti, che reclamavano l'abdicazione di Vittorio Emanuele III e la costituzione di un governo antifascista per condurre la lotta, non trovarono il modo per imporsi. Dal settembre 1943 alla primavera 1944 i due schieramenti si fronteggiarono senza esiti. La situazione cambi radicalmente con il ritorno in Italia del capo del Pagina 100

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Pci, Palmiro Togliatti, nel marzo 1944. Superando ogni riserva all'interno del suo stesso partito, egli propose, con quella che sar definita la svolta di Salerno, la costituzione di un governo presieduto da Badoglio (aprile 1944) con la collaborazione dei partiti antifascisti per condurre unitariamente la lotta antifascista. Le riserve di socialisti e azionisti furono molto forti perch nella manovra essi vedevano il riconoscimento del vecchio stato e della sua sostanza reazionaria. Togliatti mirava tuttavia ad altri obiettivi: pensava a rimettere in movimento una situazione politica che era giunta a una fase di stallo, mirava a inserire il Pci nella dialettica delle forze che guidavano la lotta facendo di esso non pi un partito clandestino ma un'organizzazione di massa capace di attirare a s i pi diversi strati sociali; avendo ben chiaro che nella sfera di rapporti internazionali l'Italia era destinata a collocarsi nell'area di influenza degli stati capitalisti. Era una linea tutt'altro che contingente, che verr proseguita dal Partito comunista anche nel dopoguerra. La svolta era del resto anche coerente con la politica internazionale dell'Urss e con i suoi interessi, ma soprattutto era un passo che permetteva al Partito comunista di inserirsi a pieno titolo nella dialettica delle forze politiche dell'Italia postfascista. A scadenza immediata la sua pi forte giustificazione risiedeva nella necessit di potenziare in ogni modo la linea di lotta contro il nazifascismo. La partecipazione al governo fu vincolata all'impegno assunto da Vittorio Emanuele III di rimettere i suoi poteri al figlio, con il titolo di luogotenente del regno, non appena le forze degli Alleati avessero conquistato Roma. La situazione militare, nella primavera 1944, si andava avvicinando a questo obiettivo. Gli angloamericani, sbarcati a Salerno il 9 settembre 1943, nella seconda met del mese erano riusciti a congiungersi con le truppe sbarcate in Calabria il 3 settembre; ma nel mese successivo le truppe tedesche, pur arretrando, si attestarono su un'efficace linea difensiva (la linea Gustav) che seguiva il corso del Garigliano dalla foce fino a Cassino e che poi, attraverso il Molise, giungeva all'Adriatico. Tali posizioni furono complessivamente mantenute fino alla primavera successiva. La ritirata tedesca verso tali posizioni fu caratterizzata da notevoli distruzioni e da razzie di uomini, destinati a costituire manodopera per gli apprestamenti difensivi. Contro queste violenze non mancarono momenti di ribellione della popolazione civile tra cui fu notevole l'insurrezione di Napoli: per quattro giorni, dal 28 settembre al 1 ottobre, la citt combatt contro le retroguardie tedesche, costringendole a lasciare la citt prima dell'arrivo degli Alleati stessi. A fianco delle truppe alleate combatt valorosamente, sul fronte di Cassino, un piccolo contingente di italiani, mentre la marina e l'aviazione agivano agli ordini dei comandi angloamericani. L'importanza del fronte mediterraneo era venuta diminuendo, a seguito della decisione di concentrare il maggiore sforzo alleato nel Francia settentrionale. Il primo ministro inglese Churchill riusc tuttavia a ottenere che fosse tentato uno sbarco in forze diretto a liberare Roma per acquistare un successo politico e di prestigio. L'operazione, denominata Shingle, ebbe inizio il 22 gennaio 1944 con lo sbarco di 36.000 uomini sulla costa tra Anzio e Nettuno: la sorpresa iniziale non fu sfruttata con sufficiente tempestivit dai comandi alleati e i tedeschi poterono concentrare truppe sul nuovo fronte, inizialmente sguarnito, e bloccare gli angloamericani. Questi ultimi per parte loro fallirono due offensive contro la linea Gustav, nel corso delle quali la storica abbazia di Montecassino, erroneamente ritenuta rifugio di truppe tedesche, fu distrutta dall'aviazione alleata il 15 febbraio. Attorno all'abbazia, in cui si asserragli dopo il bombardamento di febbraio l'artiglieria tedesca, combattimenti sanguinosissimi si riaccesero nel corso dell'offensiva alleata scatenata l'11 maggio. Lungo quattro direttrici truppe americane e inglesi, accanto a cui combatteva anche un gruppo motorizzato italiano, oltre a truppe francesi, polacche, marocchine e algerine, riuscirono a rompere l'accanita resistenza tedesca e il 4 giugno 1944 le avanguardie americane Pagina 101

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt entravano in Roma. Non era la conclusione della guerra: oltre met del territorio nazionale era ancora nelle mani dei tedeschi, ma la liberazione della capitale segnava pur sempre un tornante decisivo nelle vicende dell'Italia. Lo sanzionava anche l'adempimento dell'impegno assunto da Vittorio Emanuele III, sulle cui spalle gravavano tante responsabilit, che affid al principe Umberto la luogotenenza del regno. Con Vittorio Emanuele III usc di scena anche Badoglio, sostituito da un governo del Cln presieduto dal vecchio liberale Ivanoe Bonomi, che del Cln era presidente. Non era certo una vittoria dell'antifascismo, ma un compromesso la cui validit per le forze democratiche risiedeva soprattutto nella forza degli avvenimenti che andavano maturando nell'Italia settentrionale. Uno dei primi atti del nuovo governo fu un decreto legge che stabiliva che alla fine della guerra un'Assemblea costituente (eletta a suffragio universale, diretto e segreto) avrebbe scelto la forma dello stato e avrebbe elaborato una Costituzione per sostituire lo Statuto albertino. 4.6 La Resistenza L'occupazione tedesca dell'Italia del Nord fu seguita a breve scadenza dalla costituzione della Repubblica sociale italiana (Rsi), preannunciata da Mussolini gi dal settembre, subito dopo la sua liberazione a opera dei tedeschi ma proclamata ufficialmente solo il 14 novembre 1944 a Verona, nel primo congresso del Partito fascista repubblicano. La Rsi estese i suoi poteri sul territorio non ancora conquistato dagli angloamericani, con l'eccezione delle province orientali (Adriatisches Kunstenland Operationszone, Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana, che era stata annessa all'Italia dopo l'occupazione della Iugoslavia) e della regione dell'Alpenvorland (Trento Bolzano e Belluno) su cui si estendeva il dominio tedesco diretto in quanto "zone d'operazioni militari". La Rsi, capeggiata da Mussolini, fu per certi aspetti uno stato fantoccio in quanto dipendeva dall'appoggio dei tedeschi sia per gli armamenti sia per i rifornimenti essenziali a far funzionare l'apparato industriale, fu quindi ostaggio della loro volont. I tedeschi avevano anche costituito una rete amministrativa e di controllo, guidata sia da militari sia da esponenti dell'apparato politico del Reich, che sorvegliava da vicino e spesso si sostituiva direttamente agli organi amministrativi della repubblica. Malgrado ci, la Rsi non fu solo uno scenario di cartapesta. Essa fu una tragica corposa realt per due ordini di motivi. Da una parte esistevano gruppi che ritrovavano in essa quanto era mancato nel regime fascista: il rifiuto del compromesso con le forze del potere tradizionale, con la monarchia e il capitalismo e con le istituzioni della societ borghese. L'aggettivo "sociale" intendeva rispondere a queste esigenze, in chiave certamente demagogica e comunque non credibile agli occhi delle masse operaie settentrionali, ma certamente sufficiente a confermare ai suoi fedeli il carattere nuovo e originale del progetto mussoliniano. Il programma della Rsi fu presentato al congresso (o assemblea) convocata a Verona per il 14 novembre 1943, nel corso del quale fu richiesto tra l'altro il processo ai "traditori" del Gran consiglio che avevano votato contro Mussolini il 25 luglio 1943. (Il processo fu celebrato nel gennaio 1944 e si concluse con la condanna a morte e la fucilazione di cinque dei sei imputati presenti, tra i quali Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.) Il secondo motivo per cui la Rsi non pu essere considerata unicamente un fantoccio nelle mani dei tedeschi dato dal fatto che essa riusc a ottenere credito e adesioni non solo nell'area dei fanatici o degli illusi o comunque di quanti prestavano fede ai suoi proclami di socializzazione, ma all'interno stesso delle zone moderate della societ. La repubblica assolse infatti una complessa funzione di tramite tra tedeschi e italiani, che la storiografia ha in parte sottovalutato. Ai tedeschi garantiva l'ordine pubblico: il suo apparato militare e poliziesco era raccogliticcio; spesso si dimostrava inefficace quando si trattava di affrontare le forze partigiane organizzate; ma fu sufficiente a terrorizzare gli inermi e i neutrali. D'altra parte alle forze moderate Pagina 102

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt (industriali o proprietari terrieri, piccola e media borghesia) si presentava come solo interprete autorizzato delle esigenze degli italiani presso i comandi tedeschi d'occupazione ed estorceva con ci una delega di governo che non era n solida n di lunga durata, ma che fu sufficiente a reggere fino a che la guerra non fin. Ma la repubblica non si accontent di questo: essa fece leva sul timore degli estremismi e, mentre pur armava le squadracce che ostentavano il teschio e funerei vessilli, si present anche come garante provvisoria dell'ordine, assicurando che gli armati sarebbero serviti solo a tenere a bada i partigiani, nemici dell'ordine sociale. Fu un gioco complesso e sottile, non privo di interne violente contraddizioni che avevano anche aspetti personalistici di faide di antica data; ma riusc ad assicurare una funzione precisa alla Rsi, la quale sar in sostanza garante della continuit dei rapporti sociali di potere nell'Italia settentrionale fino quasi al termine del conflitto. N va infine dimenticato che una componente ideologica e politica centrale della Rsi fu rappresentata dall'antisemitismo. Esso non fu semplice "imitazione" dei nazisti, ma fu diretto a rafforzare l'identit politica e la volont di lotta del nuovo fascismo repubblicano. Coloro che volevano invece rompere questa situazione avevano il problema opposto. Per mobilitare nello scontro armato forze significative occorreva accentuare al massimo la conflittualit non solo politica ma anche sociale, denunciando come alleati del nemico tutti coloro che collaboravano con esso o che per interesse o quieto vivere erano interessati a mantenere rapporti normali con l'occupante. La lotta per rompere tali connivenze ebbe connotati di grande asprezza e nei Comitati di liberazione nazionale (Cln) che si andavano formando nei territori occupati, non tutti erano convinti che fosse questo l'indirizzo da scegliere. Aprire un conflitto armato contro le forze d'occupazione tedesche significava infatti provocare ritorsioni e rappresaglie e puntare le armi contro gli stessi italiani che avevano scelto di stare dall'altra parte. Era un problema di non scarso rilievo perch se molti nella sinistra pensavano che questa fosse una via giusta e necessaria per riscattare l'onta del fascismo e della guerra, agli schieramenti moderati (nonch a quanti non avevano ancora scelto e si illudevano di poter sopravvivere in un'attesa neutrale) questo appariva estremamente pericoloso. Pericoloso in primo luogo per degnissime motivazioni umanitarie, soprattutto in quanto le rappresaglie avrebbero colpito vittime innocenti; in secondo luogo perch un simile conflitto avrebbe prodotto inevitabilmente lacerazioni tanto profonde da mettere in forse lo stesso ordine sociale. Tra l'autunno 1943 e la primavera 1944 il dibattito su quello che viene definito "attendismo" travagli la vita dei comitati opponendo la sinistra alle forze moderate, ma infine la scelta di combattere si impose. La spinta decisiva venne data in primo luogo dalle lotte rivendicative che s'accesero a partire da ottobre- novembre a Torino, Milano e Genova: gli operai delle fabbriche proseguirono infatti le lotte iniziate nel marzo 1943 e tennero la scena per un anno intero con scioperi che, muovendo dalle rivendicazioni economiche, misero in crisi la convivenza tra tedeschi, fascisti e imprenditori, interessati per motivi diversi e convergenti al pacifico andamento della produzione industriale. Il momento culminante della lotta fu lo sciopero di una settimana ai primi del marzo 1944 che si estese all'intera Italia settentrionale, coinvolgendo anche le campagne. Di fronte alle richieste di aumenti salariali e di miglioramenti del trattamento i padroni cercarono l'aiuto tedesco e fascista e questi intervennero brutalmente con minacce, arresti, deportazioni al fine di spremere dall'apparato industriale italiano tutto quello che poteva servire allo sforzo bellico. La sinistra e i comunisti in particolare sostennero queste lotte perch esse potevano mostrare con chiarezza da che parte stesse la giustizia sociale che la Rsi andava sbandierando come suo obiettivo e quale fosse il ruolo delle forze economiche dominanti. Questo aspetto era importante perch, rompendo legami di soggezione di classe e di solidariet d'ogni genere, rese evidente all'intera popolazione che esistevano ormai fratture insuperabili e che il tollerarle giovava solo ad aumentare le angherie. Ma il Pci voleva spingersi oltre: il suo obiettivo era una lotta armata che coinvolgesse l'intera popolazione. Per spezzare le Pagina 103

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt superstiti solidariet avvi una campagna diretta a rendere impossibile la vita all'occupante (come suonava la direttiva di Stalin ai partigiani russi), mettendo in atto una serie di attentati ai danni di esponenti repubblichini e di collaboratori della Rsi. Fu olio sul fuoco di una tensione gi altissima, sullo sfondo di condizioni di vita penosissime, di privazioni continue e di ogni genere. Nell'inverno 1943-44 vennero poste le basi per una guerra di liberazione che si caratterizz anche come "guerra civile", in quanto vedeva contrapposti, in nome di valori etici e civili inconciliabili, componenti di una medesima comunit nazionale. Oltre alle motivazioni classiste, tuttavia, in questo conflitto intervennero anche le componenti della "guerra di liberazione": non si trattava solo di abbattere un sistema politico che era stato il cane da guardia di un sistema sociale fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo (come suonava la diagnosi marxista), ma anche di liberare l'Italia dall'occupazione delle armate tedesche. Ci comportava la necessit di mettere in campo delle forze che collaborassero sul piano militare al logoramento delle armate del Terzo Reich e dei suoi alleati. Questi obiettivi non potevano tuttavia essere perseguiti dall'interno dei territori occupati con tattiche e strategia militari di tipo convenzionale. Agli inizi dell'occupazione c'erano stati gruppi di militari sfuggiti alla deportazione che si erano aggregati con questo intento; ma la superiorit dei mezzi dell'avversario in una battaglia campale aveva avuto facilmente ragione di loro. La rappresaglia tedesca minacciava d'altra parte le popolazioni civili, come fu dimostrato a Boves (Piemonte), incendiata per vendicare l'uccisione di un solo soldato tedesco. Casi di resistenza condotta con le regole di un'operazione di forze "regolari" si ebbero a Bosco Matese (Teramo), S. Martino e Pizzo d'Erna (Varese). Nei mesi successivi, mentre nelle citt tenevano campo gli scioperi operai e l'attivit di guerriglia urbana promossa dal Pci, si organizzavano lentamente nelle campagne e soprattutto in montagna altre forze che dovevano imparare la tattica della guerriglia. Essa era indirizzata a evitare il confronto diretto con il nemico in campo aperto, tendeva a minarne la solidit e la sicurezza attraverso attacchi improvvisi, dopo i quali l'attaccante si dileguava e si disperdeva. I maestri di questa strategia furono i reduci della guerriglia in Francia o in Spagna (per lo pi comunisti o socialisti), o quelli che avevano conosciuto e collaborato con la guerriglia iugoslava. I problemi della costruzione di un'attivit di guerriglia consistente furono molto complessi: avviare i militanti verso le montagne, spingerli ad abbandonare la casa, il lavoro, la famiglia in circostanze tanto drammatiche non fu semplice. Tuttavia i giovani si trovarono costretti a farlo perch ben presto la Rsi, alla ricerca di una legittimazione presso l'alleato tedesco che la proteggeva ma la usava spregiudicatamente, decise di emanare bandi di leva per costituire un proprio esercito. I bandi emanati nella primavera 1944, si rivelarono un fallimento per Mussolini e per il capo del suo esercito, generale Rodolfo Graziani. I giovani scelsero in gran numero la renitenza e andarono a ingrossare le fila dei partigiani cosicch le bande si rafforzarono fino a costituire un esercito che realizz, nel corso della grande estate partigiana del 1944, una serie di brillanti operazioni che consentirono di liberare diversi territori e costituire "repubbliche partigiane" (in Carnia, in Valdossola, nell'alto Monferrato e in altre dodici zone liberate per periodi pi o meno lunghi). All'interno di esse vennero messi in atto i criteri di giustizia sociale e democrazia che largamente correvano nei programmi di tutte le forze dei Cln e che nelle bande stesse erano posti a base della struttura militare e organizzativa. Questi successi furono il risultato di un'intensa attivit organizzativa che ebbe due aspetti: l'attivit dei partiti e l'attivit dei Cln. I partiti promuovevano formazioni politicamente qualificate, che si distinguevano da quelle cosiddette "badogliane", ispirate e guidate prevalentemente da militari che si dichiaravano apolitici e dipendenti unicamente dal governo centrale. Le formazioni promosse dai partiti politici avevano uno stile diverso: la tradizionale disciplina militare nelle "Garibaldi", promosse dal Pci, nelle "Giustizia Pagina 104

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt e Libert" (Partito d'azione), nelle "Matteotti" (socialisti) e nelle formazioni di ispirazione mazziniana o anarchica, era sostituita da rapporti meno formali e da vincoli fondati sull'adesione ideologica. Tipica da questo punto di vista l'istituzione del "commissario politico", un combattente che affiancava il comandante con l'incarico dell'istruzione politica degli uomini. Anche i cattolici avevano loro formazioni ("Fiamme verdi" e "Osoppo") operanti rispettivamente nelle zone montane della Lombardia e nel Friuli. I rapporti tra le diverse formazioni furono spesso tutt'altro che pacifici, minati da sospetti ideologici, o dalla necessit di assicurarsi rifornimenti o da gelosie politiche inerenti alla condotta da seguire nei confronti del nemico. Il problema dell'unificazione delle forze combattenti era pertanto di grande urgenza e la sua soluzione fu avviata in parallelo con la creazione di una struttura unificata dei Cln. Nell'Italia centrosettentrionale nei primi mesi del 1944 si costituirono Cln regionali, ciascuno dei quali cre un comitato militare; successivamente, dopo che il Cln di Milano ebbe assunto la guida politica e militare di tutto il movimento al Nord (Cln Alta Italia, Clnai) nel febbraio 1944, venne avviata la costituzione di un comando militare unificato delle formazioni partigiane, designate da allora in poi come Corpo volontari della libert (Cvl). Pur operando con grandi difficolt dal giugno 1944, il comando - cui fu preposto in accordo con Roma il generale Raffaele Cadorna, vicecomandanti Ferruccio Parri del Pd'a e Luigi Longo del Pci - si assunse anche il compito di stabilire contatti con gli Alleati per ottenere armi, munizioni e rifornimenti essenziali mediante lanci aviotrasportati. Tra la primavera e l'estate 1944 si verific al Nord un mutamento delle prospettive generali della lotta che in qualche modo richiamava quanto avveniva al Sud. Fino al marzo 1944 nelle regioni settentrionali, protagoniste in assoluto dello scontro con i nazifascisti erano state le fabbriche e la loro popolazione operaia; dopo il marzo 1944, anche per una precisa scelta del Pci, il baricentro della lotta si spost verso le campagne. La prima fase era essenzialmente lotta di classe, la seconda divenne prevalentemente lotta di liberazione nazionale e comportava rapporti diversi da quelli della fase precedente: nella prima dominava lo scontro frontale con il padronato come strumento per avviare la lotta armata, nella seconda il conflitto di classe poteva (o doveva) essere sottaciuto in vista dell'unit nazionale antinazista e antifascista. Specularmente si verificava un cambiamento all'interno delle forze che rappresentavano i settori dominanti dell'economia italiana: mentre nella prima fase erano in primo piano quelli disposti a collaborare (per convinzione o per interesse) con i nazifascisti, dopo la primavera e soprattutto con l'estate altre personalit del mondo del potere economico, vicine all'antifascismo, assumevano un ruolo di primo piano. Esponenti dell'imprenditoria privata entrarono nella cospirazione, mentre le imprese si mostrarono interessate a proteggere la manodopera, a sottrarla alla deportazione in Germania, a finanziare segretamente le forze armate della Resistenza. Lo scatenamento della guerra civile nel Settentrione non manc di porre problemi anche alla chiesa, che nella crisi italiana aveva ambito a presentarsi come guida dell'intera nazione. La situazione era per essa drammatica al Nord, ove i problemi di equidistanza tra le parti, che aveva dovuto affrontare sul piano internazionale, si proponevano ora con spaventosa urgenza. Da una parte l'episcopato settentrionale si sforz di accentuare il carattere evangelico e umanitario della sua predicazione e della sua azione, moltiplicando tra l'altro gli sforzi per salvare dalla deportazione e dalla morte certa gli ebrei (che il fascismo aveva accuratamente catalogato dopo l'emanazione delle leggi razziste del 1938, preparando utili strumenti per i carnefici degli anni successivi); dall'altra prese le distanze dalla repubblica di Mussolini (il Vaticano non concedette il riconoscimento diplomatico) ma allo stesso tempo deprec e condann ogni uso della violenza, auspicando la moderazione e la fraternit, additando all'orrore dei fedeli la diffusione delle idee bolsceviche. Le voci dell'episcopato, va ricordato, furono spesso variate e non necessariamente sempre coincidevano. Complessivamente esse tuttavia si muovevano, Pagina 105

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt com' intuibile, in una direzione coerente, e, anche se non identificavano ancora dichiaratamente la Democrazia cristiana come la legittima rappresentanza dei cattolici, si adoperavano per costituire un terreno di convinzioni e di idee, di pregiudizi e di progetti, che fosse in grado di condizionare e di orientare lo stesso partito nel dopoguerra. L'importanza dell'azione della chiesa venne anche accresciuta dal clima bellico, dal senso della tragedia e della morte (ancora pi grevi nel 1943-45 che non negli anni precedenti), dai quali la dispensatrice delle grazie e delle intercessioni traeva un crescente prestigio. Particolarmente difficile infine la posizione della chiesa a Roma, dove i tedeschi nell'ottobre 1943 catturarono e deportarono ad Auschwitz oltre mille ebrei (ma pi del doppio moriranno nel corso della persecuzione fino alla fine del conflitto) e successivamente, dopo un attentato partigiano a truppe tedesche, si rivalsero massacrando alle Fosse Ardeatine oltre trecento ostaggi, in proporzione di uno a dieci per ogni caduto tedesco. La deprecazione del Vaticano investiva tutti gli atti di violenza, anche se non assunse alcuna forma ufficiale e specifica. In compenso fu diffuso e intenso, da parte delle istituzioni cattoliche, l'aiuto quotidiano ai perseguitati per ragioni di razza o agli antifascisti. Al Nord come al Sud, con caratteri in parte pur diversi, tendeva quindi a costituirsi un fronte unitario antifascista. Al Nord esso fu caratterizzato dall'egemonia della sinistra non tanto o almeno non solo per la forza dei partiti che la rappresentavano, ma per il peso di un orientamento ampiamente democratico all'interno di tutto lo schieramento antifascista. Nell'ultimo scorcio del conflitto questa contrapposizione tra le due Italie sembr accentuarsi. Nel novembre 1944 il Clnai decise di chiedere a Roma una delega di governo al momento della liberazione. A questa richiesta si opposero in primo luogo gli angloamericani, di cui stavano crescendo i timori per la grande influenza del Pci e per le sue possibili connessioni con l'allargamento dell'influenza sovietica; e a essi si accord subito anche il presidente del consiglio Bonomi, impegnato alla fine di novembre in una crisi politica che era partita dai contrasti sull'epurazione dei fascisti nelle amministrazioni dello stato e che si era complicata per dichiarazioni pubbliche del luogotente Umberto, il quale aveva affermato che un referendum, e non l'assemblea eletta a suffragio universale, avrebbe dovuto decidere sulla forma monarchica o repubblicana dello stato. L'intrecciarsi delle richieste del Nord con le due questioni dell'epurazione e del referendum istituzionale riassume nodi politici di grandissima importanza. Ciascuna delle questioni sul tappeto (l'autogoverno del Nord partigiano, l'epurazione dei fascisti, l'espressione della volont popolare) erano cruciali per la sorte futura dell'Italia. Mentre la crisi politica veniva risolta con un nuovo governo Bonomi in cui entravano i comunisti ma non gli azionisti e i socialisti, i rappresentanti del Clnai dovevano accettare le condizioni imposte dagli Alleati: sottomettersi al comando del Governo militare alleato non appena questo fosse arrivato al Nord, sciogliere le formazioni e consegnare le armi; in cambio i rappresentanti settentrionali ottenevano finanziamenti e promesse di invio di armi. A fine dicembre anche Bonomi concedeva uno stentato riconoscimento al Clnai, come organo dei partiti incaricato di condurre la lotta. In armonia con tutta la sua azione il vecchio uomo politico cercava di arginare fino all'ultimo ogni significato innovativo nella vicenda politica. L'inverno 1944-45 fu molto duro per le forze partigiane nel Nord: dopo la conquista di Roma e un'avanzata nel corso della quale per la prima volta una citt italiana, Firenze, fu liberata a opera delle forze partigiane, l'offensiva angloamericana si era arenata sulla linea gotica, che tagliava l'Italia dalla Versilia fino a Rimini lungo il crinale dell'Appennino tosco- emiliano. La stasi del fronte aveva segnato l'intensificazione della guerra antipartigiana, con rastrellamenti massici e rappresaglie indiscriminate che coinvolsero centinaia e talora migliaia di cittadini inermi (a Sant'Anna di Stazzema in Versilia e a Marzabotto); anche la Rsi volle la sua parte di onore e butt in campo le divisioni che erano state addestrate in Germania e il braccio militare Pagina 106

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt del partito, le "brigate nere". A novembre, dopo un infelice proclama del generale inglese Alexander che invitava a sospendere le operazioni su vasta scala, i partigiani misero in atto quella che fu chiamata la "pianurizzazione", vale a dire l'abbandono delle zone delle alti valli, organizzandosi in formazioni di pi limitata entit. Tedeschi e fascisti avvertivano sempre pi chiaramente di essere alle corde; la loro azione repressiva, condotta con crescente furore era favorita dalle condizioni ambientali. L'ultimo inverno di guerra fu probabilmente il pi terribile sia per i partigiani sia per la popolazione civile ridotta alla fame e passibile di divenire in ogni momento ostaggio dei tedeschi. I rifornimenti alimentari erano scarsissimi, il combustibile per riscaldamento introvabile le fabbriche non avevano pi materie prime per produrre, i licenziamenti proseguivano senza tregua: terrore, fame e freddo gravavano sulla repubblica del Nord. Tuttavia la prospettiva della sconfitta nazifascista era, nel suo complesso chiarissima: mentre sia da parte tedesca sia da parte fascista venivano tentate le strade di un accordo in extremis con la parte avversa (all'insaputa gli uni degli altri) nei primi mesi del 1945, le formazioni partigiane ripresero fiato e tornarono a gonfiare i loro effettivi in buona parte grazie alla convinzione ormai diffusa che la soluzione non era lontana. Al momento decisivo l'organizzazione partigiana diede buona prova: al segnale dell'insurrezione le citt del Nord furono tutte liberate, a partire dal 21 aprile (Ferrara), prima dell'arrivo delle truppe angloamericane, con aspri combattimenti sia contro le truppe tedesche in ritirata sia con gli irriducibili della Rsi. Il tentativo di Mussolini di negoziare la resa e la propria salvezza personale e di tentare poi la fuga forse verso la Svizzera fall e il dittatore fu catturato e fucilato presso Dongo; il suo corpo e quelli di altri gerarchi furono esposti a Milano in piazza Loreto, a testa in gi, in un macabro rovesciamento delle fortune. L'armistizio, l'occupazione tedesca e la Resistenza Sul colpo di stato, i "quarantacinque giorni" e l'avvio della lotta antifascista il quadro documentario pi completo rappresentato da L'Italia dei quarantacinque giorni, 1943: 25 luglio-8 settembre, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Milano 1969. Nella fitta produzione storiografica (trascurando quanto possibile la memorialistica) cfr.: M. Toscano, Dal 25 luglio all'8 settembre, Le Monnier, Firenze 1966, I. Palermo, Storia di un armistizio, Mondadori, Milano 1967; R. Zangrandi, L'Italia tradita 8 settembre 1943, Mursia, Milano 1971; O. Lizzadri, Il regno di Badoglio e la Resistenza romana, Napoleone, Roma 1974. La storiografia sulla Resistenza si sviluppata spesso in accordo con le vicende politiche italiane del dopoguerra: fino al 1960 la memoria della lotta partigiana stata tenuta viva soprattutto dalle opposizioni di sinistra; con il 1960 si avvia un processo di "monumentalizzazione" e di ufficializzazione retorica degli eventi a cui si comunque sottratta la storiografia che, ponendo al centro delle sue ricerche la dimensione sociale del fenomeno, ne ha rivendicato il carattere intensamente conflittuale. Dal complesso di queste ricerche, che occupano interamente gli anni settanta e ottanta, emergono i termini attuali del dibattito, caratterizzati (sul piano scientifico) da analisi rivolte soprattutto al tipo di conflitto innescato dalla lotta antifascista, alle condizioni materiali di vita durante il conflitto, al ricordo conservato dai testimoni. Pur essendo difficile procedere a una schematizzazione di una produzione tanto vasta e articolata, segnaleremo come tipici della prima fase opere di vasta sintesi quali: R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1953; L. Longo, Un popolo alla macchia, Rinascita, Roma 1954; F. Catalano, Storia del Clnai, Laterza, Bari 1954; G. Carocci, La Resistenza italiana, Garzanti, Milano 1963; P. Calamandrei, Uomini e citt della Pagina 107

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Resistenza, Laterza, Bari 1955; G. Bianchi etal., Azionisti, cattolici e comunisti nella Resistenza, Franco Angeli, Milano 1971. Con gli anni settanta emerge una tendenza a collocare la storia della Resistenza nel contesto della storia della societ italiana, dando crescente attenzione alle lotte sociali. Ne un significativo esempio l'opera collettanea, G. Bertolo et al., Operai e contadini nella crisi italiana del 194344, Feltrinelli, Milano 1974, cui seguirono ricerche che allargavano non solo l'area tematica ma anche l'arco cronologico. A partire da quegli anni si fa ricca anche la pubblicazione di fonti documentarie, soprattutto a cura degli Istituti storici della Resistenza o di esponenti di primo piano della stessa (tra questi, Giorgio Amendola, Luigi Longo, Pietro Secchia). La riflessione sui caratteri della Resistenza si apre in questo periodo a un vasto dibattito (probabilmente fu uno dei periodi pi intensi dell'intera storia repubblicana) sulla storia italiana, e di questo testimonianza, in relazione al tema della Resistenza, il volume di G. Quazza, Resistenza e storia d'Italia. Problemi e ipotesi di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976 e le pagine dedicate alla Resistenza da E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d'Italia, vol. IV, Dall'Unit ad oggi, t. III, Einaudi, Torino 1976. Nel decennio successivo la ricerca ha in parte abbandonato la centralit della Resistenza, per rivolgersi con maggior passione alle origini dell'Italia repubblicana, pur con importanti ricerche che si collocano in una linea di allargamento del quadro temporale e tematico. Tra queste opere ricordiamo G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a c. di), Linea gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani, Franco Angeli, Milano 1986; E. Collotti et al., L'Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, Franco Angeli, Milano 1988. Agli inizi degli anni novanta il volume di C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, ha riaperto i termini della discussione in una rinnovata prospettiva sui caratteri della Resistenza, sottraendoli alla retorica ufficiale e richiamando ai problemi etici che stavano alla base del conflitto tra italiani nel periodo considerato. Sulla traccia di questi temi (enunciati in parte da Pavone in interventi precedenti il volume) si mossa la parte migliore della produzione recente, spesso promossa da seminari e convegni: I. Tognarini (a c. di), Guerra di sterminio e Resistenza. La provincia di Arezzo (1943-1944), ESI, Napoli 1990; M. Legnani, F. Vendramini (a c. di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Franco Angeli, Milano 1990. Per quanto riguarda le ricerche di storia sociale e l'utilizzo delle fonti orali, tra i molti studi cfr. A. Bravo, A. M. Bruzzone (a c. di), La guerra senza armi. Storie di donne 1940-45, Laterza, Roma- Bari 1995 e il vasto repertorio delle ricerche sulla storia delle citt durante la guerra mondiale (vedi anche la scheda sulla seconda guerra mondiale, p. 427). Le celebrazioni del cinquantenario della liberazione non sembrano aver promosso, sotto il profilo della riflessione etico- politica, approfondimenti significativi: il contributo dei mass media risultato insolitamente scadente, appiattito spesso dal sensazionalismo o, peggio, dal servilismo politico. Ne testimonianza anche la povert delle riflessioni che sono state condotte sulla Rsi, su cui pesa un giudizio di rimozione da parte della storiografia antifascista (fa eccezione l'opera di Pavone), a cui i reduci o quanti se ne sentono eredi hanno finora contrapposto solo l'orgogliosa rivendicazione della propria fedelt all'alleato tedesco. Le opere di maggior rilievo documentario restano quelle dedicate all'occupazione tedesca (E. Collotti, L'amministrazione tedesca dell'Italia occupata, Lerici, Milano 1964; L. Klinkhammer, L'occupazione tedesca in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 1993). Sulla Repubblica sociale (a tacere delle opere a carattere memorialistico che Pagina 108

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt escludiamo da questa rassegna in quanto lo studente potr trovare le indicazioni necessarie nelle bibliografie delle opere storiografiche citate) sono tuttora di utilit alcuni lavori non recenti: F. W. Deakin, La Repubblica di Sal, Einaudi, Torino 1963 ss.; G. Pansa, L'esercito di Sal nei rapporti riservati della Guardia nazionale repubblicana, Ismli, Milano 1968 (rist. come Il gladio e l'alloro, Mondadori, Milano 1991); G. Bocca, La repubblica di Mussolini, Laterza, Roma- Bari 1977; V. Paolucci, La repubblica sociale italiana e il partito fascista repubblicano, Argalia, Urbino 1979. Di parte fascista sono le opere di A. Tamaro, Due anni di storia, Tosi, Roma 1948 e di G. Pisan, Storia della Guerra civile in Italia, FPE, Milano 1965. Sotto la dizione "Regno del Sud" stanno le vicende non solo della politica meridionale, ma anche della lotta politica che decide degli assetti dell'intera Italia postbellica: per quanto in gran parte assimilabile alla memorialistica, va ricordato, per l'ampiezza dello sguardo storico, il volume di B. Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, Laterza, Bari 1948. Opere pi strettamente storiografiche sono quelle di: A. Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Parenti, Firenze 1955; A. Lepre, Dal crollo del fascismo all'egemonia moderata. L'Italia dal 1943 al 1947, Guida, Napoli 1974. Infine, per quanto alcuni di questi lavori siano stati citati in relazione alla storia della politica estera, opportuno richiamare quegli studi che riguardano il periodo dell'occupazione angloamericana: tra tutti resta fondamentale l'opera di D. W. Ellwood, L'alleato nemico. La politica dell'occupazione angloamericana in Italia (1943-1946), Feltrinelli, Milano 1977. Vanno inoltre ricordati volumi documentari come quello di H. L. Coles, A. K. Weinberg, Civil Affairs: Soldiers become Governors, Washington 1964. Sulla persecuzione antiebraica e la deportazione cfr.: L. Picciotto Fargion, Il libro della memoria Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), Mursia, Milano 1991; A. Peregalli, L'altra Resistenza Il Pci e le opposizioni di sinistra 1943-1945, Graphos, Genova 1991; F. Levi (a c. di), L'ebreo in oggetto. L'applicazione della normativa antiebraica a Torino 1938-1943, Zamorani, Torino 1991. 4.7 La fondazione della Repubblica Alla fine del secondo conflitto mondiale la collocazione dell'Italia era profondamente mutata nel contesto internazionale; non pi grande potenza ma paese di confine tra due blocchi che si andavano delineando dagli accordi tra le potenze della grande alleanza antifascista, sottoposto alle tensioni di diffidenze e rivalit che erano gi chiaramente avvertibili, malgrado le proclamate buone intenzioni delle parti in causa. La guerra aveva inciso duramente sulla ricchezza del paese, soprattutto nel settore dei trasporti, delle abitazioni e sulle infrastrutture necessarie alla produzione agricola. E queste perdite si riflettevano duramente sulle condizioni di vita della popolazione, perpetuando la miseria degli ultimi mesi di guerra. Il conflitto tuttavia aveva colpito in modo selettivo: i danni alla parte pi moderna e potente del paese (l'Italia settentrionale) erano meno consistenti di quelli che avevano colpito il Centro- sud. I pi efficienti insediamenti industriali di quest'area (il centro siderurgico di Bagnoli presso Napoli e quello di Piombino) erano andati distrutti anche per opera delle truppe tedesche in ritirata. Nella pianura padana, in parte per la presenza della mobilitazione operaia, in parte per l'azione svolta dagli industriali grazie alla mediazione della Rsi (una delle ragioni della sua presenza), le distruzioni o l'asportazione delle attrezzature industriali erano state limitate. Anche il livello di vita tra le due grandi aree del paese aveva seguito un andamento simile: l'inflazione, la rarefazione delle merci, le disfunzioni amministrative avevano colpito l'Italia centrale e meridionale in modo certamente pi grave di quanto non fosse avvenuto al Nord, dove comunque perdurava la carenza dei generi di prima necessit e di alloggi, si profilava una gravissima crisi occupazionale per i problemi connessi alla riconversione delle industrie di guerra e per il rientro dei partigiani e soprattutto dei Pagina 109

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt reduci, si accentuavano le tendenze inflazionistiche, a mala pena tenute a bada dal contagio del resto d'Italia da una sorta di "cordone sanitario". Il disordine amministrativo seguito al crollo della Rsi produceva una preoccupante tendenza di ciascuna provincia ad amministrare in proprio i rifornimenti secondo un particolarismo campanilistico, perpetuando l'appannamento del senso dell'unit nazionale. In tutta Italia infine il peggioramento della situazione dell'ordine pubblico e della delinquenza comune faceva da sfondo alla crescita dei sovraprofitti speculativi di quanti (gruppi finanziari e profittatori insediati nei grandi centri della distribuzione) potevano arricchirsi sulla congiuntura, profittando della richiesta di rifornimenti dei grandi centri urbani. Pesante era dunque l'eredit che gravava sulle forze politiche che si candidavano al governo del paese: l'urgenza della situazione era drammatica, tanto pi che occorreva rispondere alle richieste di giustizia sociale e di rinnovamento che salivano dalle parti pi sacrificate della popolazione, da quanti avevano visto il regime fascista opprimere ogni spirito di libert e di democrazia, da coloro che si erano gettati nella lotta nel momento pi grave della storia unitaria del paese e che attendevano, se non un premio per i loro sacrifici, almeno la consacrazione dei valori che li avevano spinti a rischiare la vita. Le questioni istituzionali e della ricostruzione Occorre quindi avere come punti di riferimento due grandi componenti nel valutare l'opera di fondazione della Repubblica italiana al termine della seconda guerra mondiale. Da una parte stanno le questioni connesse al carattere delle istituzioni pubbliche, le grandi scelte ideali relative ai valori di democrazia, ai rapporti tra cittadini e governanti, le coordinate insomma su cui fondare il patto costituzionale che deve regolare la vita politica e sociale del paese. Dall'altro lato stanno le esigenze immediate, il dovere di garantire la soddisfazione delle necessit elementari della popolazione e di avviare nel pi breve tempo possibile ogni attivit produttiva ed economica sui binari della normalit. Il compito era davvero di grandissima portata e di enorme difficolt. E" pur vero che sul terreno economico l'Italia comparativamente non versava in condizioni peggiori di altri paesi europei (a tacere della Germania, paese occupato dalle potenze vincitrici, la Gran Bretagna e la Francia per esempio si trovavano a pagare un costo della guerra non meno pesante). Ed era anche vero che l'economia di guerra fascista aveva contribuito a dotarla di una attrezzatura di base (industria pesante e chimica) da cui poteva ripartire senza svantaggi eccessivi rispetto alle altre nazioni industrializzate. Ma proprio l'esistenza di simili centri di potere economico poneva sui destini democratici del paese l'ipoteca della volont di gruppi che sfuggivano al controllo popolare. L'evidenza delle distruzioni e della necessit di procedere rapidamente contribu in modo determinante a far prevalere un criterio diretto a ricostruire com'era e dov'era. E questo, ancor prima di essere una discutibile scelta dal punto di vista della razionalit economica, port a una precoce e determinante riconferma della continuit del potere sui luoghi di lavoro. Vediamo per esempio che cosa successe nelle fabbriche settentrionali, dove pi forte era sembrato affermarsi il principio del rinnovamento di ogni aspetto della vita sociale e politica (il vento del Nord, come lo chiamava Pietro Nenni). Il successo delle forze partigiane e delle masse operaie mobilitate nella difesa delle fabbriche aveva tinto l'orizzonte di rosso. Sembrava che nessuno potesse opporsi alle domande di maggiore giustizia sociale n tanto meno negare agli operai il diritto di intervenire, tramite i loro consigli di gestione, creati dalla Rsi ma riconosciuti e resi effettivi dal Clnai, nel processo direttivo della produzione e di allontanare dal comando delle Pagina 110

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt imprese chi aveva collaborato con i nazifascisti. I consigli di gestione, composti in pari misura di rappresentanti del lavoro e del capitale, avrebbero dovuto assicurare una gestione democratica dell'economia e la partecipazione dei lavoratori al governo delle industrie. Gli ostacoli non tardarono a emergere. Gi nei momenti successivi all'insurrezione era stato smentito il pur elementare criterio di una epurazione dei quadri dirigenti dell'industria. Il fronte padronale, diviso nei mesi dell'occupazione tedesca sul problema del comportamento verso la Rsi, tornava compatto. Gli imprenditori riuscivano a far valere il principio che, salvo eccezioni, non era possibile punire chi, in stato di necessit, aveva collaborato con i nazifascisti per salvare l'azienda dallo smantellamento o gli stessi operai dalla deportazione. Dopo un breve periodo di gestione affidata a commissari nominati dai Cln, le maggiori aziende erano tornate nelle mani dei proprietari. E in quanto ai consigli di gestione, essi vennero rapidamente confinati a una funzione consultiva, in attesa di una legge che non sarebbe mai venuta. Era un primo consistente segnale della difficolt a procedere a un rinnovamento degli istituti, delle forme di governo, del personale che gestiva la societ e lo stato. La vittoriosa conclusione della lotta di resistenza non poteva pertanto nascondere i limiti del successo delle forze che pi si erano impegnate per un cambiamento profondo delle forme della vita politica e dei rapporti sociali. Le forze ostili al rinnovamento erano molto consistenti e godevano di appoggi non indifferenti in sede internazionale nonch presso gruppi e ceti sociali provvisti di largo credito e di profonda influenza. Dal piano internazionale provenivano i timori degli angloamericani nei confronti dell'allargamento dell'influenza della Russia sovietica tramite il Pci e le forze di sinistra; sul piano interno i timori della dirigenza economica non solo verso le richieste di trasformazione dei rapporti di potere sui luoghi di lavoro (nelle fabbriche in primo luogo) ma anche verso ogni forma di pianificazione dell'economia. Tra le masse operaie del Nord, cos come tra i contadini del Sud e nelle masse popolari di tutto il paese, erano vive le speranze di un rivolgimento profondo, di tipo rivoluzionario, che portasse all'instaurazione di un sistema di stampo socialista ("fare come in Russia"). Ma le forze politiche della sinistra ritenevano che tentativi di effettuare cambiamenti attraverso una prova di forza non avrebbero avuto alcun futuro, per la presenza determinante degli angloamericani. Il problema andava posto sul terreno dei rapporti politici e su di esso le forze democratiche cercarono di giocare la loro partita. Tra il novembre 1944 e il febbraio 1945, nel corso stesso della lotta, i partiti del Clnai avevano gi affrontato il problema del rinnovamento dello stato su sollecitazione del partito d'azione, che aveva proposto di utilizzare nel dopoguerra gli stessi Cln come fondamento per realizzare nel futuro il nuovo ordine democratico: a essi sarebbe spettato il compito di spezzare la continuit con il vecchio sistema politico raccogliendo e organizzando le forze del rinnovamento. Mentre Pci e socialisti risposero interpretando la proposta azionista come invito a una pi forte unione dei partiti di massa, Democrazia cristiana e liberali rispondevano che la funzione dei Cln doveva mirare al ripristino degli istituti parlamentari, temendo che la perpetuazione della formula unitaria dei Cln si risolvesse in una dittatura di tipo giacobino. In particolare la Democrazia cristiana rifiutava la "rivoluzione segreta" proposta dal Pd'a quando chiedeva che i Cln assumessero "i poteri dello stato italiano": in realt essa si poneva chiaramente la prospettiva di rappresentare, nel prossimo futuro, anche le forze che non si erano riconosciute nell'esperienza ciellenistica e resistenziale. Difficile non constatare che nella lettera della Democrazia cristiana era fondato il richiamo sul piano dei principi alla necessit che il popolo italiano, tutto il popolo, escluso per oltre un ventennio dal governo di se stesso ritornasse a scegliersi le proprie guide e a controllarle con il suo libero voto. Esso coglieva un punto debole della proposta azionista; e, pur testimoniando quanto fosse diffusa e comune presso tutti i gruppi dirigenti dei partiti antifascisti la convinzione che il rinnovamento dovesse essere profondo, indicava gi gli orientamenti essenziali delle alleanze future. Dopo aver consegnato, secondo gli accordi, il potere nelle mani del Governo militare alleato, il Clnai invi una delegazione a Roma, con la richiesta Pagina 111

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt di mettere in atto l'epurazione e le sanzioni contro i responsabili del fascismo, di accelerare le elezioni per la Costituente, di intervenire contro i monopoli industriali, di promuovere la riforma agraria e la riforma della gestione delle aziende industriali con la partecipazione operaia. Attorno a questi nodi, e in particolare attorno al problema della Costituente, si accese una battag! ia politica da cui scaturirono le dimissioni di Bonomi e la costituzione (21 giugno) di un governo di unit nazionale guidato da Ferruccio Parri, prestigiosa e intemerata figura dell'antifascismo liberaldemocratico, aderente al Partito d'azione, vicecomandante del Cvl. La costituzione del governo Parri apr grandi speranze ma mise in chiaro anche i limiti della situazione. Nei confronti del governo venne posto in atto un logorante ostruzionismo esercitato dalle forze conservatrici, sia da quelle politiche sia da quelle annidate nelle amministrazioni statali al fine di favorire una evoluzione della situazione in senso conservatore. Nel Regno del Sud era gi emerso un movimento, l""Uomo qualunque", che si alimentava del rifiuto di ogni scelta ideale sul terreno della politica e che mescolava al risentimento dei ceti medi impoveriti dalla guerra, nostalgie appena mascherate per un ritorno a un ordine di stampo autoritario. Anche le lentezze dell'epurazione (minacciata ma mai attuata perch democristiani e liberali si opponevano) contribuirono a creare nei quadri dell'amministrazione pubblica timori per le possibili sanzioni e sfiducia nella capacit del governo di metterle in atto, producendo un sordo boicottaggio da parte dell'apparato statale tradizionale che paralizzava l'azione del governo. Dalla Sicilia venivano persino minacce di rivendicazioni separatiste, alimentate dai grandi proprietari terrieri che si valevano dell'appoggio di bande mafiose per mettere in atto una guerriglia antiunitaria. E infine a Parri venne a mancare il riconoscimento pieno degli Alleati: per diffidenza verso un governo sostenuto dai partiti di sinistra, essi ritardarono anche la consegna delle regioni settentrionali al governo di Roma, limitando l'influenza sulla vita politica nazionale di una parte decisiva del paese. Dalla normalizzazione alla carta costituzionale Gi nel novembre 1945 si apriva perci una nuova crisi di governo, che sar destinata a sancire la restaurazione dell'autorit dello stato tradizionale, l'eliminazione del personale nuovo e degli istituti sorti dalla lotta di liberazione. Questi obiettivi furono presentati come parte di un ritorno alla normalit istituzionale, che in quelle condizioni altro non era se non la restaurazione delle istituzioni dei decenni precedenti, al cui interno restavano gli stessi uomini che avevano lavorato sotto il fascismo, intenti ad applicare le stesse norme che il fascismo aveva elaborato. L'uomo che diede avvio a questo processo di normalizzazione fu il leader della Dc, Alcide De Gasperi. Con lui (munito comunque dell'assenso dei ministri di sinistra, desiderosi di promuovere la pacificazione nazionale) si procedette alla chiusura dei procedimenti di epurazione e all'allontanamento dei funzionari (principalmente i prefetti) entrati nell'amministrazione dello stato dopo aver compiuto l'esperienza partigiana. Un pezzo forte delle argomentazioni degasperiane furono le questioni dell'ordine pubblico. Di fronte ai problemi di una delinquenza diffusa (portato indubbio della guerra) le forze dell'ordine operarono in modo da rovesciarne le colpe sulle forze "eversive" e da incoraggiare cos la discriminazione anticomunista e antipartigiana. La risposta delle sinistre fu eccezionalmente moderata. Il Partito comunista in particolare teneva a salvare la collaborazione con le masse popolari cattoliche, nella convinzione che la dialettica politica nel quadro democratico (peraltro ancora da instaurare) avrebbe permesso uno sviluppo favorevole alle istanze popolari. L'accettazione dei compromessi appariva del resto comune anche ai socialisti: fu Nenni a proporre che la questione istituzionale fosse risolta mediante referendum, accompagnato dall'elezione della Costituente priva di poteri legislativi, con questo accettando tra l'altro le tesi dei monarchici, che speravano nell'appello al popolo come strumento di estrema salvezza per la Corona. Pagina 112

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Le speranze di questi ultimi andarono deluse, malgrado Vittorio Emanuele III decidesse di abdicare con l'obiettivo di rafforzare la posizione del figlio, che da luogotenente del regno divent Umberto II re d'Italia. Ma il risultato del referendum del 2 giugno 1946 (le prime elezioni in cui le donne esercitarono il diritto di voto) costrinse il "re di maggio" ad andarsene in esilio, con un ultimo proclama recriminatorio, il 13 giugno dello stesso anno. Al traguardo della stipulazione di un nuovo patto costituzionale l'Italia arriv in condizioni in certo senso singolari. Per un verso il consenso che il paese aveva espresso al mutamento istituzionale era forte, pi profondo di quanto non testimoniassero i numeri dei voti concessi alla repubblica. Ne sar una riprova il fatto che mai pi l'alternativa monarchica torner a essere una prospettiva credibile. Ma anche a prescindere da questo argomento, che potrebbe essere accusato di fondarsi su criteri di "razionalit del reale" sempre discutibili in sede di giudizio storico, anche l'analisi del voto indica che i consensi alla repubblica erano diffusi anche l dove la fedelt alla tradizione pareva destinata a imporsi. E" stato giustamente detto che alle donne del Sud va gran parte del merito della vittoria repubblicana, in quanto fu il loro voto a circoscrivere il successo monarchico nel Meridione, avendo esse votato per il re in numero ben minore di quanto non ci si aspettasse. Le donne, cui un'accreditata opinione attribuiva un ruolo conservatore, si erano rivelate fautrici del cambiamento. Anche i partiti politici, gi oggetto del dileggio dell""Uomo qualunque" potevano vantare un radicamento pi profondo di quanto non avrebbe potuto permettere la brevit dell'esperienza trascorsa. Oltre che dalla partecipazione al voto, il loro successo appariva dalla qualit dell'impegno degli aderenti, dall'intensit della mobilitazione che essi potevano promuovere. Esistevano dunque le premesse per cui le forze uscite dalla prova della guerra e della lotta di resistenza potevano dar voce a un paese che lungo la sua storia unitaria non aveva ancora conosciuto un'accettabile democrazia? Come abbiamo ricordato pi sopra, sulla formulazione di questo interrogativo molti avrebbero avuto eccezioni da sollevare. Per una parte consistente della cultura liberale il problema si esauriva nel ritorno ai principi che avevano guidato il paese fino al fascismo, mentre per la cultura liberaldemocratica si trattava di innovare profondamente le istituzioni per creare un nuovo rapporto tra cittadino e stato. L'Assemblea costituente, tuttavia, dava voce anche a componenti, i cattolici e i marxisti, che erano state escluse dalla dialettica prefascista (almeno fino al primo dopoguerra) e che chiedevano di improntare ad altri valori il patto costituzionale; ed esse diedero un contributo non secondario alla sua caratterizzazione. La Costituzione italiana che entr in vigore il 1 gennaio 1948 contrassegnata da uno spirito garantista volto a definire i limiti e i modi legali del potere; questo carattere deriv dalla larga presenza in seno all'assemblea di giuristi di formazione liberale. Tuttavia, il primo comma dell'articolo 1 recita una formula che supera i limiti dell'impostazione liberaldemocratica: L'Italia una repubblica fondata sul lavoro. E" un richiamo demagogico o ha un fondamento teorico e normativo? Anche le costituzioni di altri due paesi occidentali (Francia e Germania), elaborate in tempi assai prossimi alla nostra, usano l'espressione "sociale" per qualificare il tipo di stato che delineano. Ma la dizione italiana sembra proporsi di definire in modo pi preciso il quadro sociale cui si riferisce. L'articolo 1 nacque da un serrato dibattito alla Costituente che vide respinta la proposta delle sinistre di usare l'espressione "repubblica dei lavoratori". Fu accettata viceversa la formulazione attuale, avanzata dal democristiano Amintore Fanfani. Un compromesso, dunque, destinato a salvare la collaborazione tra i tre partiti di massa, Pci, Psi e Dc? L'analisi del testo costituzionale suggerisce un'altra risposta: il richiamo al "lavoro" ha la funzione di definire un tipo di stato diverso da quello retto dalle costituzioni borghesi ottocentesche. Queste ultime ponevano a fondamento dell'ordine il possesso e il censo e dichiaravano inviolabile Pagina 113

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt e sacra la propriet privata. La Costituzione della Repubblica italiana riconosce e garantisce la propriet privata, ma sottolinea che essa subordinata all'utilit sociale e all'interesse generale (articoli 41 e 42). Sul valore centrale del lavoro la Costituzione italiana insiste in diversi passaggi: all'articolo 3 pone come obiettivo il rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale da cui derivano la limitazione della libert e dell'eguaglianza; negli articoli dedicati alle norme economiche insiste sulla tutela da offrire ai lavoratori. Questa soluzione coerente con le lotte sociali che avevano caratterizzato il 1943-45 e con le ragioni di tutta la critica allo stato liberale prefascista che aveva lasciato intatti i motivi di fondo delle disuguaglianze sociali. Le considerazioni avanzate sul primo titolo della Costituzione (per una discussione critica pi analitica rimandiamo alla scheda bibliografica, p. 461) ne sottolineano il carattere di rottura sul piano del diritto con tutto il passato fascista e prefascista (che si estende anche ai diritti civili, alla tutela della famiglia, della salute, del diritto all'istruzione), tanto che a lungo si parlato, anche se in termini pi agiografici che di analisi scientifica, di un valore fortemente anticipatore della carta costituzionale rispetto alla "costituzione materiale", che realizzava i rapporti tra cittadini e istituzioni. Uno scarto indubbiamente c'era: ma esso derivava, pi che da un orientamento profetico dello spirito dei costituenti, dalle condizioni stesse in cui l'opera fu compiuta e dai poteri dimezzati che l'assemblea stessa deteneva. Mentre disegnava l'architettura di uno stato garantista, pluralista e di forte sensibilit sociale, la Costituente non aveva i poteri legislativi necessari per adeguare la legislazione a quel disegno, dovendo cos rimandare ai governi futuri l'attuazione delle norme da essa previste. I governi del periodo, retti ininterrottamente da De Gasperi, si basavano essenzialmente su una coalizione tripartita Dc- Psiup- Pci. Il Partito d'azione, decimato dalla prova elettorale, si frantumava distribuendo poi i suoi uomini nei diversi partiti della sinistra laica, dal Psiup ai repubblicani; il Psiup, lacerato da forti lotte di corrente, si scindeva nel 1947 (l'evento noto come scissione di Palazzo Barberini) tra l'ala filocomunista guidata da Pietro Nenni e quella socialdemocratica di Giuseppe Saragat. La sinistra dello schieramento dei Cln si indeboliva progressivamente, mentre la Dc andava emergendo come il partito capace di raccogliere sia i consensi del mondo cattolico, sia quelli del blocco d'ordine. Questo processo aveva anche motivazioni che nascevano dall'ordine internazionale, dall'inasprimento delle relazioni tra Urss e Stati Uniti e dal rafforzarsi delle paure verso la minaccia comunista. E" sul nodo dei rapporti con il Pci infatti che si frantuma l'esperienza unitaria del socialismo italiano; ma la psicosi anticomunista aveva anche solidi e concreti agganci nella situazione interna. In primo luogo nella situazione economico- sociale. Le urgenti necessit della ricostruzione rafforzarono la linea del non- intervento governativo e la pi completa libert per l'iniziativa privata. Concorse a questo anche la diffusa convinzione secondo cui intervento statale fosse sinonimo di autoritarismo, nel ricordo del dirigismo fascista equiparato a ogni forma di pubblico controllo delle iniziative economiche. C'era dietro tutto questo una profonda mistificazione, che celava gli stretti intrecci tra capitale privato e industria di stato e i vantaggi che gli interessi dei gruppi pi potenti ne avevano tratto. Sia durante l'esilio sia durante la lotta di resistenza, l'analisi dei processi di concentrazione capitalistica e la denuncia delle connivenze dei grandi potentati economici avevano avuto non poca parte nell'elaborazione della sinistra antifascista. Eppure, dimentichi delle loro stesse diagnosi, gli uomini della sinistra al governo sembravano accettare i dogmi del liberismo e del mercato come supremo regolatore della vita economica nazionale. Le voci dei pochi sostenitori di una pianificazione (che erano distribuiti sia Pagina 114

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt all'interno del mondo cattolico, sia nella sinistra socialcomunista o tra i superstiti esponenti azionisti) non avevano alcuna eco n alcun credito. Questa sostanziale impotenza stata variamente giudicata, come frutto ineluttabile delle scelte collaborative elaborate sulla traccia di Togliatti o (in chiave giustificazionista) come necessaria conseguenza dell'inserimento del paese nell'area capitalista. Su quest'ultimo punto non si pu non osservare come, pur nell'ambito di un'economia capitalistica, fossero pensabili soluzioni che non consegnassero la gestione economica all'esclusivo gioco delle forze di mercato. Gli esempi coevi della Gran Bretagna e della Francia, dove si attuarono, pur con consistenti differenze, esperimenti di nazionalizzazioni e di programmazione economica, attestano che questi spazi allora esistevano. Tra i fattori che inibivano, nel caso italiano, di avviare il paese su strade analoghe, era certamente condizionante la sfiducia ingenerata dalla gestione dell'economia attuata dal dirigismo fascista. Mentre l'intervento statale del periodo bellico aveva significato per la Gran Bretagna (o per gli stessi Stati Uniti) l'uscita dalla depressione degli anni trenta e la vittoria nel conflitto, per l'Italia esso aveva coinciso con la rovina del paese e la perpetuazione del dominio dei gruppi economici monopolistici. Sulla base di questi presupposti la stessa sinistra si mostr poco sensibile alle prospettive di una razionalizzazione della politica economica affidata allo stato. Preferiva puntare su temi di partecipazione dal basso, di consultazione delle forze produttive, di democratizzazione della produzione. Erano progetti di larga democrazia, ma gli ostacoli che allora furono eretti risultarono insormontabili. Il controllo dal basso, che ebbe nei ricordati consigli di gestione la sua bandiera, avrebbe presupposto un forte movimento sindacale, capace di un'autonoma elaborazione di politiche economiche. Il ruolo dei sindacati, viceversa, apparve in quest'alba di democrazia fortemente soggetto ai condizionamenti della politica dei partiti. Nel giugno 1944, alla vigilia della liberazione di Roma, era stato redatto un patto (noto appunto come il "patto di Roma") in cui gli esponenti delle tre maggiori correnti del sindacalismo prefascista (socialisti, comunisti e cristianosociali) concordavano per la creazione di un sindacato unitario, la Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil). La vita della confederazione fu percorsa da persistenti tensioni tra i vertici: la forza delle richieste della base spinse i dirigenti socialcomunisti a forzare la mano agli alleati della corrente cristiana, mentre questi ultimi tendevano a sottolineare la necessit dell'autocontrollo e della collaborazione in vista dei problemi della ricostruzione. In buona parte queste tensioni nascevano anche dalla necessit di appoggiare la forza contrattuale dei rispettivi partiti di riferimento all'interno della coalizione governativa; ma nella sostanza esse erano il prodotto delle diverse concezioni di fondo delle correnti sindacali: il classismo dei socialcomunisti e la prospettiva collaborazionista dei cristiano- sociali. Ci non imped alla Cgil di essere un grande organismo che diede forte e autorevole voce alle rivendicazioni popolari, operaie e contadine, soprattutto tramite le camere del lavoro. Non fu nemmeno solo una forza d'opposizione, ma si erse anche a organo di governo, soprattutto quando nei mesi di pi drammatica miseria del 1945-46 regol gli aiuti e le provvidenze per gli strati popolari pi miseri. Tuttavia la Cgil fall nel suo compito unitario, e non solo per le divaricazioni sussistenti tra i vertici. Ne fu un sintorno la sua incapacit di creare un'organizzazione dei contadini che raccogliesse sotto le sue bandiere non solo i braccianti (organizzati nella Federterra) ma anche i piccoli coltivatori diretti. Uno dei dogmi delle sinistre era lo slogan della socializzazione delle terre, e questo alla lunga impaur quegli strati di piccoli e piccolissimi proprietari coltivatori diretti, sostanzialmente proletari ma desiderosi del possesso del loro fazzoletto di terra, che trovarono infatti la loro collocazione in un'organizzazione democristiana, la Federazione coltivatori diretti fondata da Paolo Bonomi, nota come la "bonomiana". Pagina 115

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Battuti ripetutamente sul piano tattico sui provvedimenti di politica economica (come il tentativo di attuare un prelievo fiscale straordinario sui patrimoni mediante il cambio della moneta), disarmati di fronte alle necessit di una congiuntura economica che non sembrava consentire margini di manovra, i socialcomunisti dovettero subire l'iniziativa di De Gasperi anche quando questi (assicuratosi l'appoggio di Washington con un viaggio negli Usa nel gennaio 1947) decise di operare la rottura con le sinistre, cogliendo lo spunto della modificazione dei rapporti tra i partiti causato dalla scissione saragattiana di Palazzo Barberini. Il leader democristiano avvertiva una situazione che metteva in pericolo il ruolo centrale del suo partito, sia per l'aggressivit dei gruppi capitalistici, che chiedevano la cessazione della conflittualit in fabbrica, sia per lo scontento delle classi medie, che minacciavano di ingrossare le schiere della destra qualunquista e neofascista (nel dicembre 1946 nasceva il Movimento sociale italiano [Msi], che dichiarava di ispirarsi al programma di Verona e che reclutava la sua base tra i nostalgici e gli scontenti). De Gasperi non ruppe tuttavia in modo definitivo con gli alleati della sinistra; si limit nel nuovo governo (febbraio- maggio 1947) a ridimensionarne la forza soprattutto nei dicasteri economici. C'era una ragione per dilazionare i tempi: la Costituzione doveva essere ancora completata ed erano in discussione articoli decisivi come quello (l'articolo 7) che regolava i rapporti stato- chiesa e che comportava l'accettazione dei patti lateranensi sottoscritti nel 1929 dal regime fascista. Esso venne approvato con l'appoggio dei comunisti, ma non dei socialisti, perch Togliatti sostenne che non si doveva turbare la pace religiosa del popolo italiano. Per quanto il giudizio di Togliatti possa essere messo in discussione da pi punti di vista, esso appare coerente con alcuni criteri di fondo che guidarono tutto lo schieramento partitico nel corso dei durissimi e intensissimi anni del dopoguerra. Il problema per i dirigenti politici fu essenzialmente quello di cercare la composizione dei conflitti in un paese esasperato e diviso. La democrazia giacobina preconizzata dal Partito d'azione non fu in sostanza del tutto rinnegata, anche se si realizz in un contesto e con prospettive ben diverse da quelle della "rivoluzione segreta"; fu casomai una restaurazione palese. E fu proprio il senso della responsabilit assunta che probabilmente guid alla decisione di fare dei partiti le istituzioni portanti della democrazia rappresentativa, fondata su una rappresentanza proporzionale. Il fatto che a quasi mezzo secolo di distanza questo sistema abbia rivelato debolezze e vizi non deve indurre a sottovalutare l'intensit con la quale i cittadini di allora avevano aderito a quei partiti e la passione con cui si batterono per affermare gli ideali nei quali si riconoscevano. La fase costituente della Repubblica italiana si chiuse, anche se non formalmente, nel maggio 1947 (la Costituzione fu votata nel dicembre 1947 ed entr in vigore il 1 gennaio 1948), quando De Gasperi costitu il governo "della rinascita e della salvezza" con i liberali e con l'appoggio dei deputati qualunquisti. Egli stesso dir che aveva fatto posto ai rappresentanti del "quarto partito", quello delle forze economiche. Questo governo rompeva con l'unit ciellenistica e apriva uno scontro diretto e frontale con le sinistre. Era il momento degli anatemi e delle minacce pi fosche. Nell'Europa orientale cadevano i regimi democratico- parlamentari e si instauravano le democrazie popolari sotto la tutela dell'Urss. Churchill a occidente denunciava che a pochi chilometri da Trieste era calata una cortina di ferro. Truman si apprestava a enunciare la teoria per cui l'espansione del comunismo doveva essere contenuta con ogni mezzo. La chiesa cattolica metteva in azione tutte le sue organizzazioni di massa per combattere il comunismo ateo. Lo scenario era drammatico e sembrava destinato ad aprire un conflitto mortale e sanguinoso anche in Italia; tuttavia, malgrado gli sforzi di molti, la ripetizione della guerra civile del 1943-45 fu evitata. Ma le enunciazioni apocalittiche che abbiamo ricordato corrispondevano in pieno al sentire di un mondo che aveva vissuto una delle tragedie pi estese della storia umana. La ricostruzione e la Costituente La storiografia relativa all'Italia negli anni immediatamente successivi alla Pagina 116

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt seconda guerra mondiale ha al suo centro due temi fondamenrali: la ricostruzione del paese e la fondazione della repubblica. Strettamente connessi e ampiamente trattati in opere generali, questi due motivi si sono intrecciati soprartutto ai problemi del rapporto con le strutture e la cultura ereditata dal periodo precedente e con conseguenze sull'assetto successivo. Il largo dibattito sul periodo ha prodotto anche un'ampia memorialistica. Per quest'ultima ci limiteremo a pochi titoli, sulla base del criterio che il carattere introduttivo di questo volume suggerisce di rinunciare alla considerazione del problema delle fonti, pur essenziale per la ricerca storica. Tra le opere che per prime hanno affrontato il periodo ricorderemo, oltre ad alcune gi citate, (F. Chabod, L'Italia contemporanea [1918-1948], Einaudi, Torino 1961; Fascismo e antifascismo [1918-1948], Feltrinelli, Milano 1962, 2 voli.; il volume a uso didattico M. Legnani, L'Italia dal 1943 al 1948. Lotte politiche e sociali, Loescher, Torino 1973), L. Valiani, Dieci anni dopo 1945-1955, Laterza, Bari 1955; F. Catalano, L'Italia dalla dittatura alla democrazia, Feltrinelli, Milano 1971, 2 voli.; N. Kogan, L'Italia del dopoguerra, Laterza, Bari 1968; G. Mammarella, la cui opera ha avuto molte edizioni, tra le quali segnaliamo la pi recente, La prima repubblica dalla fondazione al declino, Laterza, Roma- Bari 1992; E. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi. Storia del dopoguerra 1945-1948, Feltrinelli, Milano 1975. Per una ricostruzione del dibattito storiografico e per la presentazione delle tesi dette della "continuit", che sottolineano le persistenze istituzionali e culturali rispetto al fascismo, cfr. G. Quazza, Resistenza e storia d'Italia, Feltrinelli, Milano 1976. Per una bibliografia del periodo cfr.: G. Bertolo et al., Il dopoguerra italiano, Guida bibliografica, Feltrinelli, Milano 1977. Tra le opere di sistemazione generale delle vicende postbelliche (oltre alle storie generali dell'Italia e della repubblica, su cui vedi le relative schede, p. 17 e 515) cfr. A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Laterza, Roma- Bari 1975. Centrale resta in questo quadro il problema della Costituente e della Cosrituzione. Su questo cfr.: P. Calamandrei, Cenni introduttivi sulla Costituente e i suoi lavori, in Commentario sistematico alla Costituzione italiana, Firenze 1950. Studi a carattere storico- giuridico si trovano nelle pubblicazioni per il trentesimo della Costituente, molti dei quali investono anche i problemi della cultura politica: E. Cheli (a c. di), La fondazione della Repubblica Dalla Costituzione provvisoria all'Assemblea Costituente, il Mulino, Bologna 1979; R. Ruffilli (a c. di), Cultura politica e partiti nell'et della Costituente, il Mulino, Bologna 1979; U. De Siervo (a c. di), Scelte della Costituzione e cultura giuridica, il Mulino, Bologna 1980, 2 voli.; F. D'Alemio, Alle origini della Costituzione italiana I lavori preparatori della Commissione di studi attinenti alla riorganizzazione dello stato, il Mulino, Bologna 1979; E. Rotelli (a c. di), Tendenze dell'amministrazione locale nel dopoguerra, il Mulino, Bologna 1981. Numerose sono le opere colletranee, che affrontano tematiche che spaziano dai temi politico- istituzionali a quelli sociali. Tra di esse cfr.: S. J. Woolf, (a c. di), Italia 1943-1950. La ricostruzione, Laterza, Roma- Bari 1974; Aa. Vv., Italia 1945-1947. Le origini della Repubblica, Giappichelli, Torino 1974 (di cui cfr. in particolare il saggio di C. Pavone, La continuit dello Stato); Aa. Vv., 1945-1975 Italia. Fascismo antifascismo. Resistenza rinnovamento, Feltrinelli, Milano 1975; E. Collotti et al., L'Italia dalla Liberazione alla Repubblica, Feltrinelli, Milano 1977; C. Della Valle et al., Gli anni della Costituente. Strategie dei governi e delle classi sociali, Feltrinelli, Milano 1983. Nell'ambito del dibatrito sulle origini della repubblica e sui caratteri della politica degasperiana ha notevole risalto il volume di P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, il Mulino, Bologna 1977. L'analisi del mondo cattolico e della sua ascesa alla guida della repubblica hanno trovato in questo Pagina 117

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt libro e nell'opera del suo autore un grande impulso. Tra gli studi di maggior rilievo sul tema vi sono anche: P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia cristiana (1943-1948), il Mulino, Bologna 1979; A. Giovagnoli, Le premesse della ricostruzione. Tradizione e modernit nella classe dirigente del dopoguerra, NIE, Milano 1982; A. Ferrari, La civilt industriale. Colpa e redenzione. Aspetti della cultura sociale in et degasperiana, Morcelliana, Brescia 1984. Sulle origini della Democrazia cristiana cfr. anche M. G. Rossi, Da Sturzo a De Gasperi, Editori Riuniti, Roma 1985, e sul ruolo della chiesa, G. Miccoli, La Chiesa di Pio XII nella societ italiana del dopoguerra, in F. Barbagallo (a c. di), Storia dell'Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1994, vol. I, pp. 535-613. Sul Partito d'azione cfr. il gi citato G. De Luna, Storia del partito d'azione. La rivoluzione democratica (1942-1947), Franco Angeli, Milano 1982. Importante la biografia di Rodolfo Morandi (A. Agosti, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l'azione politica, Laterza, Bari 1971) anche come storia delle vicende del Partito socialista. Su Croce politico cfr.: S. Setta, Croce, il liberalismo e l'Italia postfascista, Bonacci, Roma 1979. Sulle elezioni del 18 aprile 1948, oltre alla considerevole mole di rievocazioni di colore, ricordiamo M. Isnenghi, S. Lanaro (a c. di), La democrazia cristiana dal fascismo al 18 aprile, Marsilio, Venezia 1978 e, sul contesto ideologico e culturale nel clima della guerra fredda, P. P. D'Attorre (a c. di), Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell'Italia contemporanea, Franco Angeli, Milano 1991. Nel quadro storiografico del tormentato dopoguerra italiano non hanno rilievo solo le accanite discussioni sul ruolo dei partiti (per quanto riguarda questi ultimi le indicazioni di questa scheda vanno integrate con quelle sulla Resistenza, p. 447) ma anche il problema delle lotte sociali: cfr. S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiomo, Einaudi, Torino 1972; L. Lanzardo, Classe operaia e partito comunista alla Fiat. La strategia del collaborazionismo, Einaudi, Torino 1971; F. Levi, P. Rugafiori, S. Vento, Il triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe, Feltrinelli, Milano 1974: P. Allum, Potere e societ a Napoli nel dopoguerra, Einaudi, Torino 1975; L. Ganapini et al., La ricostruzione nella grande industria. Strategia padronale e organizzazione di fabbrica nel Triangolo 1945-48, De Donato, Bari 1978; M. Talamo, A. Paparazzo, Lotte contadine in Calabria 1943-1945, Lerici, Milano 1976; Aa. Vv., Campagne e movimento contadino nel Mezzogiomo d'Italia dal dopoguerra ad oggi, De Donato, Bari 1979, 2 voli.; G. Chianese etal., Italia 1945-1950. Conflitti e trasformazioni sociali, Franco Angeli, Milano 1985. A. Rossi Doria, Il ministro e i contadini. Decreti Gullo e lotte nel Mezzogiomo 1944-1949, Bulzoni, Roma 1993. Nei lavori dedicati alle lotte sociali si intrecciano in molti casi fonti documentarie, testimonianze e fonti orali, secondo linee di tendenza proprie della storiografia contemporanea: cfr. G. Contini, Memoria e storia Le officine Galileo nel racconto degli operai, dei tecnici, dei manager. 1944-1959, Franco Angeli, Milano 1985; A. Agosti (a c. di), I muscoli della storia Militanti e organizzazioni operaie a Torino 1945-1955, Franco Angeli, Milano 1987. Sulla rifondazione dei sindacati e sul periodo della Cgil unitaria, olrre ai saggi contenuti in A. Accornero (a c. di), Problemi del movimento sindacale in Italia 1943-1973, "Annali" della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1976, XVII, importante lo studio di P. Craveri, Sindacato e istituzioni nel dopoguerra, il Mulino, Bologna 1977. Ancora sul periodo delle origini del sindacato postbellico cfr. S. Zaninelli, Il sindacato nuovo. Politica e organizzazione del movimento sindacale in Italia negli anni 19431955, Franco Angeli, Milano 1981. In merito alla politica economica, che costituisce un capitolo fondamentale nell'attivit dei primi governi della repubblica, cfr. P. Barucci, Ricostruzione, pianificazione, Mezzogiorno. La politica economica in Italia dal 1943 al 1955, il Mulino, Bologna 1978; M. Salvati, Stato e industria nella ricostruzione. Alle origini del potere democristiano (1944-1949), Feltrinelli, Milano 1982. Infine, in una prospettiva comparata: H. Woller, La nascita di due repubbliche. Italia e Gemmaoia dal 1943 al 1955, Franco Angeli, Milano 1993. Pagina 118

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 5. La Repubblica italiana I caratteri della vita politica e civile degli anni che seguono l'entrata in vigore della Costituzione riflettono ancora le molte eredit del conflitto mondiale. Per cinque anni, e con intensit crescente, l'intero paese era stato mobilitato sui temi cruciali della difesa di valori altissimi. La patria e la grandezza nazionale, la democrazia e la dignit civile, i valori religiosi e il rispetto della persona umana, il riscatto del proletariato e la costruzione di una societ nuova: a questi valori, o ad alcuni di essi, si erano ispirate, nel bene e nel male, le scelte di chi si era schierato attivamente da una parte o dall'altra, o anche le semplici opzioni ideali di coloro che non erano scesi direttamente in campo. La vita politica risentiva quindi dell'impegno morale e dell'orientamento ideologico in misura certamente molto pi profonda sia di quanto si verificher nella stessa Italia dei decenni successivi, sia di quanto fosse allora concepibile negli altri paesi del mondo occidentale. Bench, a giudizio di molti testimoni e osservatori, la tensione etica del periodo resistenziale sia rapidamente caduta gi negli anni della Costituente, il senso dell'impegno politico come scelta totale caratterizza a lungo nell'Italia postbellica lo stile della partecipazione politica. Ci rende in parte ragione del clima intenso e per certi aspetti intollerante entro cui si svolge il dibattito politico- ideologico. L'asprezza che lo caratterizza dipende certamente anche da fattori esterni (la divisione del mondo in due schieramenti contrapposti) ma soprattutto va commisurata alle passioni che avevano scosso l'Italia nel contesto del conflitto mondiale. Nel mezzo secolo seguente l'Italia percorre un cammino che ne trasforma profondamente il carattere sotto ogni riguardo. Non si tratta solo dell'assetto economico produttivo, ma anche e forse soprattutto dei rapporti sociali e familiari, della cultura, dei costumi. E ci produce un rapporto di tipo sempre mutevole con le forme della politica, con i gruppi e le forze che ne sono protagonisti: il nodo principale della storia politica italiana sembra in effetti risiedere proprio nella qualit di questo mutamento e nella verifica della capacit della politica di tenerne conto. Nella storia dell'Italia repubblicana questo tema del rapporto tra la societ politica e la societ "civile" stato al centro del dibattito dapprima in sede politica e culturale e poi in sede di giudizio storico. Questo parrebbe dunque il tema obbligato di una ricostruzione storica, anche alla luce degli avvenimenti che dal 1991-92 hanno provocato mutamenti e crisi in tutte le forze politiche che hanno dominato la scena dalla liberazione in poi. Non esistono tuttavia soluzioni definite una volta per tutte e, come vedremo, il rapporto tra mondo politico e societ civile va analizzato in contesti profondamente diversificati e vari. 5.1 Le maggioranze centriste I governi che reggono l'Italia nel cinquantennio postbellico sono fondati su coalizioni di pi partiti: questa soluzione parlamentare resa necessaria dall'adozione del sistema proporzionale come metodo per l'attribuzione dei seggi ai diversi partiti. Per quanto criticato in seguito come causa di instabilit governativa, il sistema aveva il vantaggio, inestimabile per un paese che usciva dalla dittatura, di permettere alle camere di riflettere da vicino la variegata composizione politica italiana. Nel corso della prima legislatura la forza di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, si tenne "al centro" dello schieramento parlamentare, escludendo le ali estreme, la destra neofascista e la sinistra socialcomunista in modo da assicurare al paese una guida moderata. Questo indirizzo si present coerente con le scelte in materia di politica economica, la cui preoccupazione fondamentale era stata fin dall'inizio quella di garantire le condizioni Pagina 119

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt essenziali per la ricostruzione materiale del paese. La Dc, il partito ormai apertamente indicato dalla gerarchia ecclesiastica come espressione politica del cattolicesimo italiano, aggiunse alla propria qualifica cattolica, proprio in forza di questi indirizzi, la qualit di forza liberalmoderata. Molto stato detto su questa scelta di De Gasperi, che per certi aspetti andava contro aspirazioni pur diffuse nel mondo cattolico. L'ideologia liberista non appariva del tutto coerente con i principi del "bene comune" che lo stesso messaggio pontificio proponeva come meta dell'azione sociale dei cattolici. Le ragioni di De Gasperi sono state rintracciate in parte nella cultura dell'uomo politico trentino, poco incline alle varianti dell'ideologia e sensibile piuttosto alla funzionalit dell'azione di governo. Da questo punto di vista la scelta di appoggiarsi al "quarto partito", come egli stesso aveva definito il potere economico, fondeva in un solo orientamento le convinzioni liberiste con la preoccupazione di agire in modo da restituire al paese le condizioni di normale vita produttiva. D'altra parte stato anche sottolineato come nella concezione di De Gasperi l'azione politica sembri detenere un primato indiscutibile; la Dc, anche mediante la sua opera di governo, contribuiva a modellare il paese intorno ai valori della famiglia, della fede e delle comunit intermedie, secondo un'eredit culturale e ideologica risalente al cattolicesimo ottocentesco. Tuttavia all'interno stesso della Democrazia cristiana erano presenti gruppi e forze interessati ad ampliare il raggio e la funzione della politica e dello stato. Una componente importante era rappresentata dai gruppi che si rifacevano a Giuseppe Dossetti, i quali ritenevano che un partito cattolico non potesse accontentarsi della tradizione dello stato laico e liberale e invocavano interventi di tipo diverso, orientati cio a rafforzare l'ispirazione sociale e a rinnovare la stessa prassi di governo tramite interventi nell'economia e nella sfera sociale sull'esempio degli stati capitalisti pi sviluppati. Il problema non era di scarso rilievo sul piano della dialettica interna di partito in cui Dossetti conquistava posizioni soprattutto presso le generazioni pi giovani. Con la formula centrista De Gasperi riusciva a spostare in sede governativa (dove era pi forte) i contrasti all'interno del suo partito: centrismo non era quindi solo una formula di alleanze parlamentari ma anche una formula che riassumeva strategie politiche nel senso pi ampio. Nel giudizio di molti studiosi esso si presenta come il tentativo di passare dalla fase di gestione conservativa del paese e delle sue strutture economiche fondamentali alla costruzione di un sistema di potere che saldasse il consenso dell'ampio ed eterogeneo elettorato cattolico al disegno di rilancio capitalistico insito nella ricostruzione economica delegata all'iniziativa privata, nell'ambito dell'imperialismo statunitense. I governi centristi degasperiani non furono tuttavia caratterizzati solo dall'adesione alla linea che stata definita della restaurazione capitalista. Nel paese esisteva infatti un'altissima conflittualit sociale cui era necessario dare una risposta. Le autorit di governo e gli organi della pubblica sicurezza attribuivano le responsabilit dei "disordini", sia nelle dichiarazioni pubbliche sia nelle stesse analisi a circolazione interna, all'attivit eversiva delle forze socialcomuniste. Le denunce della propaganda anticomunista appaiono al lettore odierno addirittura grottesche (anche se l'esasperazione polemica caratterizza in modo non minore l'altra parte); ma significativo scoprire che le informazioni fornite dagli organi di polizia (prefetti e questori) al Ministero degli interni fossero non meno esagitate e allarmiste di quelle che comparivano nella stampa e nella propaganda. Esse davano corpo ai timori dell'autorit politica, confermandone le convinzioni e spingendola a incentivare un'azione repressiva estremamente severa a tutela dell'ordine pubblico. Nel corso della prima legislatura gli epicentri delle lotte sociali furono sostanzialmente due: il Nord industriale e le campagne del Meridione, ed essi ebbero due diversi trattamenti. I centri operai del triangolo erano sottoposti Pagina 120

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt alla duplice pressione della sorveglianza poliziesca all'esterno e di quella padronale all'interno della fabbrica; le prospettive di riforma del sistema industriale, una volta tramontati precocemente i consigli di gestione, non avevano pi alcun rilievo; le forze dell'opposizione operaia erano indebolite anche dalla scissione sindacale (vedi oltre, paragrafo 5.2). Nelle campagne, e soprattutto nelle campagne meridionali, la repressione poliziesca fu forte, anche pi brutale, secondo una tragica tradizione dello stato italiano. Tuttavia il partito cattolico al potere aveva ben maggiori motivazioni di impegno e di interesse, rispetto ai contadini. La cultura cattolica individuava nelle campagne il luogo in cui pi a lungo e naturalmente si conservavano i valori etici e religiosi della societ tradizionale, e proprio per questo si sentiva chiamata a rafforzare la struttura che a suo giudizio pi d'ogni altra li garantiva: la piccola propriet contadina. A queste motivazioni di tipo ideologico se ne aggiungevano altre di taglio pi direttamente politico. Nel Meridione d'Italia il notabilato tradizionale aveva compiuto una conversione di stampo trasformista anche nel dopoguerra. Tuttavia il suo trasferimento dal regime fascista al nuovo potere politico gli lasciava un'autonomia che derivava dai suoi possessi e dall'esistenza delle reti di potere locale. La risposta della Democrazia cristiana a questa situazione (che va collocata nell'ambito di una forte ripresa delle lotte contadine, sotto la guida comunista, nel 194950) fu l'avvio di una riforma agraria, proposta da Antonio Segni, destinata alla creazione di una vasta area di piccola propriet contadina. Solo una parte della riforma, le leggi per la Sila e la legge stralcio, venne approvata e messa in atto. Ma, per quanto i suoi effetti ai fini economici siano stati certamente parziali rispetto al problema della riforma agraria nel suo complesso, gli effetti politici risultarono dirompenti. Da un lato si verific una secessione della destra meridionale democristiana (dicembre 1951), costituita da gruppi legati ai ceti dei grandi proprietari terrieri: a questo indebolimento la Dc rimedi pi tardi, con l'uso spregiudicato e clientelare degli enti di riforma e della Cassa per il Mezzogiorno, che porter alla creazione di un nuovo sistema di potere, svincolato dalle vecchie clientele e affidato a mani democristiane. Dall'altro lato, di maggiore e immediata importanza risult il riflesso che la riforma ebbe sulle lotte contadine per la conquista della terra, che ne ricevettero un colpo mortale. Ad aggravare la sconfitta e l'isolamento delle sinistre nelle campagne concorsero in modo decisivo alcuni organismi di tutela dei contadini su cui la Democrazia cristiana esercitava un controllo assoluto. La Federazione coltivatori diretti (Coldiretti, presieduta da Paolo Bonomi, la gi ricordata "bonomiana") raggruppava fin dal 1944 i piccoli proprietari coltivatori diretti di tutta Italia attorno a un programma di difesa dei prezzi agricoli, del diritto alla propriet privata e dei valori cattolici tradizionali. I suoi nemici erano in primo luogo i comunisti, dipinti come sostenitori della collettivizzazione e della distruzione della fede e della famiglia; ebbe quindi immediatamente il sostegno del clero rurale e della gerarchia nel suo complesso. A partire dal 1948 la "bonomiana" conquist il monopolio della Federazione dei consorzi agrari, che aveva istituzionalmente il compito di provvedere agli interventi in agricoltura e di sostenere l'attivit dei produttori tramite la raccolta e la distribuzione dei prodotti e dei mezzi necessari alla produzione (concimi, macchine per l'agricoltura ecc.). Coldiretti e Federconsorzi costituirono quindi strumenti potentissimi di aggregazione del consenso tramite l'indottrinamento ideologico e la difesa degli interessi. Nel Sud l'intervento riformatore in agricoltura ebbe come contraccolpo una crescita dei voti della destra: monarchici e neofascisti. Contro questi ultimi venne approvata la legge che porta il nome del pi celebre ministro dell'interno del periodo, il democristiano Mario Scelba. Secondo la "legge Scelba" era vietata la ricostituzione di partiti che si richiamassero apertamente al vecchio regime. Malgrado questa legislazione restrittiva, il Movimento Pagina 121

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt sociale riusc a espandersi, riscuotendo le simpatie dei vecchi aderenti al regime, dei ceti medi e di molti giovani di estrazione borghese, davanti ai quali agitava i fantasmi, ben lontani dalla realt, di una passata grandezza dell'Italia fascista e imperiale. I monarchici dal canto loro erano forti soprattutto nel Sud, dove godevano dell'appoggio dei ceti agrari spossessati e indeboliti o che, come a Napoli sotto la guida dell'armatore Achille Lauro, si basavano sulla sistematica corruzione dei ceti meno abbienti. Ma la forza dei gruppi della destra non era priva di significativi appoggi all'interno stesso della Dc. Un esponente, che avr una larga parte nella storia successiva allora sottosegretario di De Gasperi, Giulio Andreotti, si rec nel 1953 ad Arcinazzo ad abbracciare Rodoldo Graziani, gi capo delle forze armate della Rsi, noto anche per aver guidato la parte pi feroce della repressione in Libia negli anni venti. Il neofascismo e le consanguinee tendenze nostalgiche si nutrivano in generale del clima ferocemente anticomunista alimentato tanto dalla Dc quanto dalle organizzazioni cattoliche. La gerarchia ecclesiastica batteva insistentemente sul chiodo della campagna antibolscevica; nel 1949 il Sant'Uffizio commin la scomunica a quanti aderivano ai partiti marxisti. Gli obiettivi della gerarchia erano in realt ben pi larghi e investivano una gamma di comportamenti che spesso di "comunista" non avevano assolutamente nulla. Alcuni settori dell'episcopato e dei fedeli puntavano a una riscossa destinata a umiliare ogni aspetto della cultura liberale e laica. L'ideale del ritorno a una civilt cristiana assunse, negli anni della prima legislatura repubblicana e fino alla met del decennio successivo alla liberazione, gli aspetti dell'intolleranza clericale, della restaurazione di costumi e di una cultura bigotta e talora gretta. Tutto ci faceva parte di una concezione della societ e del ruolo della chiesa che erano propri del pontefice Pio XII: la visione di una civilt cristiana assediata dal materialismo ateo, di cui il comunismo era l'ultimo conseguente prodotto; il nemico poteva essere respinto solo con una vigorosa centralizzazione, con una disciplina ferrea dei credenti e con comportamenti chiusi a ogni compromesso verso la cultura laica di ogni colore e tendenza. Lo stesso De Gasperi dovr fare i conti con questa situazione nel 1952, quando, con l'appoggio del fondatore del Partito popolare, don Luigi Sturzo, il Vaticano cercher di imporre alle elezioni amministrative di Roma un blocco di forze cattoliche alleato con la destra. Il centrismo degasperiano appariva perci, alla fine della legislatura, in qualche difficolt, in quanto l'abbraccio con la destra clericale e neofascista si presentava tale da snaturare la sua vocazione moderata, mentre ogni allargamento verso la sinistra appariva improponibile per le barriere poste dal dogma anticomunista. La soluzione che De Gasperi cerc di approntare fu una riforma dei criteri di rappresentanza: abolire la proporzionale e premiare con i due terzi dei seggi al Parlamento le liste apparentate che raggiungessero il 50% pi uno. Alla luce degli eventi recenti e della crisi del sistema proporzionale alcuni studiosi hanno visto in questa proposta una saggia misura diretta a sanare i pericoli, precocemente avvertiti dal politico trentino, della frammentazione della maggioranza parlamentare. Alle opposizioni del tempo il disegno di De Gasperi (battezzato "legge truffa") apparve invece un tentativo di perpetuare il predominio del partito di maggioranza ai danni delle opposizioni di sinistra mediante metodi antidemocratici. Per quanto il dibattito sui sistemi elettorali sia sempre aperto, si deve ricordare che la riconquista della democrazia era allora troppo recente perch si potesse mettere in discussione, senza sospetti, il principio della rappresentanza proporzionale, che non solo appariva equo alla luce di criteri sia pure astrattamente democratici, ma che era stato adottato in contrapposizione sia a quello maggioritario imposto dai fascisti, sia al sistema del collegio uninominale dell'Italia postunitaria. Se del primo erano evidenti le radici antidemocratiche e prevaricatrici, del secondo gli esponenti della migliore tradizione democratica italiana ricordavano bene i guasti derivanti dal sistema clientelare e trasformista che grazie a esso aveva prosperato. Pagina 122

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Le elezioni del 1953 si risolsero con una sconfitta, sia pur di stretta misura, dell'ipotesi maggioritaria. Il problema tuttavia non era di semplice aritmetica elettorale. Insidiato da destra e da sinistra, il sistema del centrismo degasperiano entrava in crisi come strumento di governo del paese, ancora prima che come formula parlamentare. Si apriva di qui in avanti un periodo di instabilit governativa, che si protrasse fino ai primi anni sessanta. Ma le vicende che porteranno a nuovi equilibri politici non saranno solo il frutto della dialettica dei partiti. 5.2 Le opposizioni e l'anticomunismo La scissione sindacale che tra il 1948 e il 1950 lacer la Cgil unitaria e che diede luogo nel giro di un paio d'anni alla nascita di un sindacato cattolico (la Confederazione italiana sindacati dei lavoratori, Cis) e uno socialdemocratico (la Unione italiana del lavoro, Uil) probabilmente l'evento che meglio riassume le difficolt della sinistra socialista e comunista di fronte all'instaurazione degli equilibri politici del centrismo. Politica fu la causa immediata della scissione: la reazione comunista all'attentato a Palmiro Togliatti il 14 luglio 1948 (opera di uno squilibrato forse suggestionato anche dalla violenta campagna anticomunista). Non legittimo l'uso politico dello sciopero, sostenevano le correnti di minoranza dei cristiano- sociali e dei socialdemocratici; quando in gioco la democrazia i lavoratori devono mobilitarsi, ribattevano le sinistre. Ma la questione del rapporto dell'azione sindacale con la politica sottintendeva altre e ben pi corpose contrapposizioni. La maggioranza socialcomunista della Cgil si ispirava a una visione dei compiti sindacali che aveva come destinatari non i singoli gruppi di lavoratori, ma il complesso del proletariato, della "classe operaia" contadina e industriale. "Sindacato di classe" si autodefiniva in quanto aveva di mira gli interessi di tutti i lavoratori e nutriva una profonda diffidenza nei confronti delle rivendicazioni settoriali e categoriali. In un paese che annoverava un altissimo numero di disoccupati e di sottoccupati i dirigenti della Cgil temevano soprattutto le divisioni interne tra i lavoratori ed erano fermamente intenzionati a frenare le rivendicazioni delle "fasce alte" della classe operaia per difendere gli interessi di tutti: occupati e disoccupati, industriali e agricoli, qualificati e non qualificati, uomini, donne e giovani. A considerazioni di questo genere si ispir nel 1950 la proposta, lanciata da Giuseppe Di Vittorio, di un Piano del lavoro destinato a imprimere una direzione nuova all'economia italiana, tramite interventi statali e opere pubbliche in parte finanziate con il contributo degli stessi lavoratori. La proposta non ebbe la minima accoglienza nelle sfere governative, ma suscit un discreto interesse presso economisti e intellettuali che non rientravano nell'ortodossia liberista e che videro in esso l'applicazione di strategie di intervento pubblico che richiamavano gli esempi del New Deal rooseveltiano. Il Piano indicativo della strategia che le sinistre tentarono di impostare dopo la scissione sindacale per mobilitare la loro base, soprattutto operaia industriale, nel tentativo di uscire dall'isolamento cui le costringeva il centrismo. Esso era rivolto alle forze produttive "sane" della nazione e chiamava a collaborare senza distinzione di classe anche gli imprenditori solleciti delle sorti del sistema produttivo italiano. C'era un disegno, sosteneva la Cgil e con essa la sinistra italiana, per smantellare l'industria nazionale a vantaggio dei grandi monopoli stranieri. Lo dimostravano le ristrutturazioni industriali, l'ampiezza dei licenziamenti che investivano i grandi complessi delle industrie di base, la rovina delle piccole e medie imprese schiacciate dal prevalere dei grandi monopoli. Anche il piano Erp (pi noto come piano Marshall, vedi parte seconda, capitolo 5), con i suoi aiuti selezionati e gestiti dalle maggiori centrali economiche del paese, andava in questa direzione. Le sinistre erano convinte che la classe operaia dei grandi centri industriali fosse in grado di impostare una politica industriale diversa e che, se si fossero realizzate Pagina 123

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt opere pubbliche per attrezzare adeguatamente l'agricoltura, le cooperative dei lavoratori disoccupati o sottoccupati potessero gestire una rinascita del settore primario. In questa concezione c'era una stretta aderenza sia alle convinzioni diffuse nelle masse operaie del Settentrione sia alle aspirazioni alla terra dei contadini meridionali: e questo fu molto importante per garantire l'adesione e la fedelt di larghe masse alle organizzazioni socialcomuniste. Per altri versi queste generose prospettive alimentavano una visione astratta, lontana dalle trasformazioni che proprio nei primi anni cinquanta cominciavano a caratterizzare l'industria italiana. Trasformazioni tecnologiche, investimenti in settori nuovi, inserimento nei mercati internazionali rendevano illusoria la prospettiva di uno sviluppo articolato attorno a una classe operaia di tipo professionale, come quella che popolava i grandi complessi nati negli anni trenta; mentre, sul versante agricolo, la capacit di presa della Coldiretti da un lato e gli interventi riformatori, dall'altro, indebolivano le possibilit di mobilitazione. Gli anni 1949-50 segnarono in effetti sul fronte rurale momenti di fortissime lotte: le lotte mezzadrili dell'Italia centrale per una diversa ripartizione dei prodotti e degli investimenti e, nel Meridione, i movimenti per la conquista della terra e per il rinnovo dei patti agrari; a essi si aggiunse, sul fronte politico, la costruzione di un Fronte per la rinascita del Mezzogiorno che ambiva a conquistare l'alleanza dei ceti impreditoriali contro una ricostruzione economica dominata dal Settentrione. Ma la riforma agraria aveva svuotato gran parte di questi obiettivi, e la sinistra (la Cgil e il Pci in primo luogo) si trov di fronte al dilemma se sostenere una strategia ispirata al tema della propriet collettiva della terra o mirare alla creazione di una fascia di piccoli proprietari. Nelle fabbriche settentrionali, d'altra parte, lo scontro "muro contro muro" cost crescenti sacrifici, in termini di licenziamenti politici ai danni dei rappresentanti sindacali delle commissioni interne e in termini di mancati rinnovi contrattuali. La corrente sindacale cristiana (che aveva dato vita alla Libera Cgil dapprima e alla Cis poi) si ispirava a un sindacalismo di tipo diverso, attento alla difesa del lavoratore sul luogo di lavoro e sostanzialmente disponibile alla trattativa con il padronato, secondo un ideale ancora vivo di cooperazione tra le classi. Nella violentissima contrapposizione polemica dei primi anni cinquanta questi orientamenti, che avrebbero subito un sostanziale mutamento a partire dalla met del decennio, portarono alla prassi di accordi separati con le direzioni aziendali, tesi ad assicurare alla Cis il monopolio della rappresentanza, escludendone gli estremisti rossi. Una barriera invalicabile divideva pertanto le rappresentanze dei lavoratori, che pure si erano impegnate solo quattro anni prima in un grande disegno di azione unitaria. Era la stessa barriera che isolava i partiti della sinistra dal resto delle forze politiche del paese. La divisione aveva anche radici esterne, bisogna ricordarlo: l'ossessione anticomunista dei vertici statunitensi toccava vette tali che si narra come la nuova ambasciatrice statunitense in Italia, Clara Booth Luce, si sia rivolta al pontefice Pio XII in occasione della visita al Vaticano in termini tali che lo stesso pontefice ebbe il sospetto di dover presentare credenziali anticomuniste. Ma l'esclusione delle sinistre da ogni collaborazione governativa, l'emarginazione spietata cui erano condannati tutti i loro rappresentanti politici, sindacali o culturali, aveva anche radici interne. Essa si iscrive nel tentativo di difendere prima un assetto sociale messo in pericolo dalla crisi del fascismo e nella volont, pi tardi, di costruire un consenso di massa attorno a una nuova Italia, fedele ai valori della sua tradizione e ligia al potere. Il legame del Pci con l'Urss costitu un bersaglio facile per la polemica degli avversari: servi di un potere straniero e lontano, su cui s'era esercitata la propaganda fascista, seminando leggende sulla ferocia dei barbari orientali; servi di un paese nemico durante la guerra, contro cui l'Italia aveva condotto la pi disastrosa delle sue campagne e i cui reduci potevano testimoniare Pagina 124

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt la ferocia del conflitto; servi infine di una terra da cui sarebbero giunti, secondo le profezie di don Bosco, i cosacchi che, alla venuta dell'Anticristo, avrebbero abbeverato i loro cavalli nella fontana di San Pietro... Per gli iscritti e i simpatizzanti del partito, invece, l'Urss rappresentava la terra del futuro, il socialismo realizzato, dove dominava la figura bonaria di Stalin, il "piccolo padre". Come sempre, i simboli erano comunque fallaci e nella sostanza gli aderenti al partito italiano avevano, nella loro stragrande maggioranza, ben pochi elementi per farsi un giudizio proprio e indipendente. Nella divisione del mondo in due, sarebbe stato forse impossibile pensarsi autonomi o neutrali. Il legame con l'Urss significava molto anche in termini di tradizione e di gratitudine, perch senza l'Urss il piccolo Pcd'I non sarebbe certo sopravvissuto al lungo inverno delle dittature. E c'era infine, per quanti avevano visto e vissuto la realt della dittatura staliniana, un senso di disciplina e di necessit storica che lo scrittore Arthur Koestler ha cos descritto, con significativi richiami biblici, in Buio a Mezzogiorno: La Storia ci ha insegnato che spesso la menzogna serve meglio della verit; perch l'uomo pigro e deve esser condotto per il deserto per quarant'anni prima d'ogni passo del suo sviluppo. E deve essere guidato per il deserto con minacce e promesse, con immaginari terrori e consolazioni immaginarie, cosicch non debba sedersi prematuramente a riposarsi e a sviarsi nell'adorazione del vitello d'oro. Una traduzione italiana di questo atteggiamento si pu leggere nel verbale della direzione comunista del 30 ottobre 1956, quando Togliatti ribatteva ai dubbi espressi, soprattutto da Di Vittorio, in merito all'invasione dell'Ungheria: Si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia. Non tuttavia un partito che proceda solo per autoritarismo interno. La via scelta nel 1944, quella della democrazia progressiva e del "partito nuovo", richiese aperture e confronti verso l'esterno. Non si tratt pi di un partito di quadri e di rivoluzionari di professione e di conseguenza occorse un grande sforzo di propaganda, di adattamento alle condizioni materiali e culturali delle masse e alle abitudini e alla mentalit dei ceti intellettuali. Se il partito guardava alla base operaia come al nucleo centrale delle proprie forze e applicava una dottrina bolscevica di centralismo democratico, non per questo il suo comportamento nella societ italiana rimaneva chiuso nel recinto della fabbrica. Alla centralit della classe faceva anzi da contrappeso un atteggiamento molto aperto nei confronti di tutte le altre fasce della stratificazione sociale; tanto aperto e duttile da suscitare i sospetti di strumentalismo. Non diversamente dagli altri partiti italiani, il Pci infatti guardava al centro dello schieramento sociale, aspirando a rappresentare una soluzione progressista per i problemi italiani, verso cui convogliare tutti i ceti interessati a un rinnovamento democratico del paese. Il suo apparato organizzativo era molto forte e poteva contare sulla dedizione di quadri disposti a sacrificare le loro energie, il loro tempo, le magre risorse superflue per il partito. Nacque cos un partito compatto e disciplinato, che poteva mobilitarsi rapidamente nelle occasioni di emergenza (come nel 1948 e nel 1960), ma che poteva anche esercitare una continua propaganda verso i ceti e i gruppi esterni, sollecitando l'adesione alle campagne per la pace e contro gli armamenti atomici, che nei primi anni cinquanta costituirono un formidabile strumento diretto a smentire e a ribaltare le accuse degli avversari circa le mire aggressive dell'Urss. Ed era anche un partito che riusciva a sfruttare con vantaggio le chiusure e le intolleranze della parte avversa, chiamando attorno a s gli intellettuali, valorizzando il rapporto tra la cultura di Gramsci e quella di Croce. Mentre Scelba, il ministro degli interni di De Gasperi, insultava il "culturame", Togliatti amava sottolineare le proprie radici culturali classiche e l'intero partito coltivava il rispetto per gli intellettuali. Anche se nemmeno loro sfuggirono alla fine all'intolleranza dei tempi e alle chiusure di una cultura di partito che esigeva la disciplina e l'ossequio alle direttive centrali, come apparve chiaro fin dal 1947 quando il Pci attacc uno degli intellettuali pi vivaci del momento, Elio Vittorini, perch le scelte Pagina 125

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt della sua rivista "Il Politecnico" erano apparse poco funzionali alla linea del partito. Le grandi lotte contadine del 1949-50 e le lotte nelle fabbriche principalmente contro i licenziamenti degli anni successivi misero alla prova la saldezza e l'impegno dei militanti, aumentarono il prestigio del partito e ne riaffermarono il ruolo di riferimento e di guida per tutte le lotte proletarie. Sussisteva comunque nel partito un'ambiguit che trov espressione in quella che fu detta la "doppia linea" del partito. Si trattava in sostanza di guidare lotte che dovevano avere di mira, presto o tardi, un rovesciamento rivoluzionario violento, oppure si trattava di lotte miranti a conseguire un graduale avanzamento verso migliori condizioni di vita, di allargare il prestigio e il seguito di una forza che avrebbe raggiunto per via democratica il diritto al governo del paese? L'interrogativo, protestava Togliatti, aveva gi la sua risposta nella difesa delle libert politiche e nell'azione contro i privilegi sociali che erano al centro delle lotte del partito; ma, mentre gli avversari contrapponevano le barriere ideologiche, anche all'interno del partito molti sembravano nutrire idee diverse. Una parte dell'apparato e del gruppo dirigente, che faceva riferimento a Pietro Secchia, avrebbe preferito la via di uno scontro frontale; e molti militanti covavano il desiderio di tornare alle armi per portare a compimento il conflitto che era stato interrotto al momento della liberazione. Non mancarono, negli anni precedenti alla morte di Stalin, episodi non del tutto chiari ancora oggi, diretti a sostituire Togliatti anche con l'appoggio di Mosca, ma nel complesso la formazione comunista si and assestando su posizioni che di l a pochi anni sarebbero state definite come l'elaborazione di una "via italiana" al socialismo. L'altra componente della sinistra, il Partito socialista, privato dell'ala socialdemocratica, viveva al contrario una stagione amara: la sua funzione, rispetto alla macchina organizzativa del Pci, sembrava solo sussidiaria, quasi solo un ponte verso i settori democratici non comunisti. Anche la direzione del partito, affidata a Rodolfo Morandi, risentiva dell'incomodo paragone con il partito- fratello: una direzione centralizzata, ridotto lo spazio per il dibattito, aspre lotte di corrente nel quadro di un patto di unit d'azione che costringeva il partito nel ghetto delle forze considerate filosovietiche e pertanto escluse dall'area democratica. La discriminazione anticomunista si rifletteva su tutto l'arco dei gruppi che non si identificavano strettamente con l'area governativa e con la cultura dominante. Le connivenze strumentali e le pi o meno occulte simpatie verso l'area dell'estrema destra, sollecitate anche dagli Usa, congiuravano a creare un clima che cancellasse la memoria della lotta antifascista. Nelle scuole i programmi di insegnamento si arrestavano alle soglie della prima guerra mondiale (ma sappiamo come questo silenzio sia tuttora per gran parte vigente); la Resistenza era estromessa dal lessico politico corrente, ogni manifestazione di antifascismo era guardata con sospetto nei settori moderati e interpretata come criptocomunismo. Verso questa situazione non mancavano, gi alla fine degli anni quaranta, le proteste di molti che, avendo militato nelle file della Resistenza non comunista, rivendicavano i valori per cui avevano combattuto. I comunisti, dal canto loro, da una parte sottolineavano il valore patriottico dell'impegno profuso, mettendo nell'ombra i contenuti classisti cui si erano ispirati; dall'altra rivendicavano una sorta di primogenitura e vantavano il carattere determinante del loro apporto. Le componenti liberali, liberaldemocratiche, cattoliche e socialdemocratiche dell'antifascismo giudicavano queste pretese come una prevaricazione e non risparmiavano ai comunisti le stesse accuse provenienti dalla destra e dal clericalismo. Alla vigilia della fine della prima legislatura, quindi, la Dc di De Gasperi, pur saldamente arroccata al centro, doveva fronteggiare i pericoli provenienti dalla destra, senza essere in grado di cercare a sinistra una soluzione anche solo parlamentare; ma anche le forze che maggiormente avevano contribuito all'unit nazionale antifascista, un arco che andava dai liberali ai comunisti, si presentavano incapaci di ogni accordo sia sul terreno parlamentare sia nel paese. Pagina 126

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 5.3 Conservazione e riforme (1955-1968) Le elezioni del 1953 segnarono il tramonto dell'egemonia di De Gasperi. Il ritiro del grande leader cattolico (che mor l'anno successivo) si colloc tuttavia in un quadro di trasformazioni pi ampie, che prendevano le mosse dal contesto internazionale. Il periodo successivo alla morte di Stalin (5 marzo 1953) segn il graduale avvio di un processo di distensione internazionale, molto contraddittorio e non privo di momenti allarmanti per la pace, che ag comunque sulla situazione italiana, soprattutto dopo la met del decennio, come elemento che spinse le forze politiche al movimento. Questa fase politica trov alimento anche nel favorevole andamento della congiuntura economica internazionale, di cui l'Italia risent con qualche ritardo (gli anni del grande sviluppo si collocarono tra il 1958 e il 1963). Alla crescita economica si accompagnarono, sul piano interno, la diffusione di nuovi modelli culturali un progressivo allentarsi delle caratteristiche dogmatiche del dibattito degli anni precedenti e un generale allargamento di prospettive che preludeva all'erompere della richiesta di mutamenti profondi. Il mondo politico sembr muoversi in realt con scarsa coscienza dell'importanza di quanto si stava producendo. La Democrazia cristiana aveva promosso alla segreteria del partito un uomo proveniente dalla sinistra sociale di Dossetti (che si era ritirato dalla vita politica per farsi religioso). Gli obiettivi del nuovo leader, Amintore Fanfani, erano ormai lontani dalle prospettive ideali e culturali della corrente di "Cronache sociali"- la sua principale preoccupazione fu quella di creare una forte struttura organizzativa di partito, eliminando i vecchi notabili. Tra il 1953 e il 1960 in Parlamento si erano formate maggioranze di centro e di centrodestra (governi Pella, Scelba, Fanfani, Segni, Zoli, ancora Fanfani e Segni e infine Tambroni) senza che emergesse un disegno di respiro nuovo e riformatore. Una legislatura di incertezze La ricostruzione economica del paese era apparsa compiuta gi alla fine del 1950, con anticipo sulle previsioni e con il conseguimento di livelli produttivi anche migliori di quanto non si fosse sperato. Ma la ricostruzione cos compiuta lasciava immutati i problemi di fondo della struttura economica italiana: lo squilibrio tra Nord e Sud, quello tra agricoltura e industria, il problema dell'occupazione. Il tentativo di dare risposta organica a queste situazioni fu espresso per la prima volta da uno Schema decennale di sviluppo del reddito e della occupazione, redatto dal ministro democristiano Ezio Vanoni nel 1954 e ispirato da economisti raccolti attorno a Pasquale Saraceno. Lo Schema indicava gli strumenti per accrescere i consumi, gli investimenti, le importazioni e le esportazioni in ordine al conseguimento di tre obiettivi: il pieno utilizzo dell'offerta di lavoro, la riduzione del divario tra Nord e Sud e il pareggio della bilancia dei pagamenti. Non era un piano economico in senso proprio, non rinnegava il presupposto di un'economia di mercato, ma introduceva per la prima volta nelle prospettive della politica economica governativa l'attenzione al saggio di crescita del reddito e proponeva una coerente azione di governo diretta a favorirla. Lo Schema, anche per la scomparsa di Vanoni, non esercit influenza diretta sulla politica di governo e rest solo come sintorno della necessit di una politica di tipo nuovo, che suscit interesse non solo tra gli economisti giovani, sensibili all'impostazione keynesiana in esso avvertibile, ma anche tra le forze sindacali e politiche dell'opposizione. Di fronte a queste prospettive inattuate, il comportamento dei governi democristiani della seconda legislatura sembr testimoniare l'incapacit del partito di articolare proposte che si distaccassero dalle prospettive del centrismo degasperiano. Gli elementi nuovi stavano piuttosto nel rapporto che di qui in avanti si instaur tra la Dc e le strutture dello stato. Risale agli anni di Fanfani la creazione di quella che stata definita una "tecnocrazia di origine politica" Pagina 127

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt che controllava il potere economico della mano pubblica, vale a dire delle industrie di stato. La struttura di intervento pubblico creata dal fascismo non era stata smantellata dal liberismo postbellico, sebbene si fosse mantenuta relativamente inerte; ora fu "occupata" dal personale politico democristiano. Tale fu il caso dell'Iri, il cui ruolo venne razionalizzato e potenziato con la creazione del Ministero delle partecipazioni statali (dicembre 1956) e con il successivo distacco delle aziende Iri dall'organizzazione della Confindustria (1957). Nel 1950 si era aggiunta agli enti precedenti la Cassa per il Mezzogiorno, creata nel quadro della riforma fondiaria per intervenire sulle infrastrutture dell'economia meridionale. Il disegno cui essa si ispirava era quello di favorire le condizioni per l'avvio di uno sviluppo autonomo del Mezzogiorno, all'interno del quale avrebbe poi trovato posto anche l'industrializzazione. Ancor prima che si ponesse tale problema (che terr campo nella seconda met del decennio), essa era gi diventata strumento di rafforzamento del potere democristiano, centro di distribuzione dei finanziamenti e delle risorse cos da creare nel Meridione una solida rete di consenso al partito di maggioranza e tagliare definitivamente le unghie al notabilato tradizlonale. Un caso a s stante fu quello dell'Eni. Affidato alla gestione di Enrico Mattei, imprenditore e uomo politico democristiano, con un passato di combattente nella lotta di resistenza, l'ente ottenne l'esclusiva per le ricerche di idrocarburi nella pianura padana (1953) e divent uno dei maggiori protagonisti della ripresa economica italiana. La novit consisteva nel fatto che l'impresa non era privata, ma apparteneva alla mano pubblica. Mattei non si limit all'Italia e alla ricerca di gas metano. Da una parte ag sul piano internazionale, entrando in concorrenza con le maggiori compagnie petrolifere del mondo per conquistare i rifornimenti dai paesi produttori di petrolio, offrendo a questi ultimi prezzi migliori e aiuti tecnologici e culturali. Dall'altra si inser nel gioco politico creando un grande organo d'informazione con i finanziamenti dell'Eni ("Il Giorno") e offrendo le proprie risorse ai partiti che potevano sostenere gli interessi della sua politica. Non si trattava di corruzione in senso proprio: i partiti, in questi anni, erano liberi di autofinanziarsi come meglio credessero; ma l'utilizzo delle risorse di quello che era pur sempre un ente pubblico ai fini della politica di un manager, per quanto illuminato e moderno, suscit nell'Italia del tempo largo scandalo e in tempi recenti stato addirittura rievocato come l'origine della corruzione partitica. Il sistema di enti statali di cui la Dc si impadroniva non era finalizzato a una strategia organica di intervento pubblico in economia. Esso in primo luogo assicurava alla Dc il potere clientelare derivante dal controllo di simili potentati, e procurava i mezzi finanziari necessari alla crescita organizzativa del partito. Ma la Dc cercava di allargare le basi del proprio consenso anche grazie all'incremento della burocrazia statale, sia per conseguire l'egemonia nell'apparato dello stato sia per assicurare una valvola di sfogo per l'occupazione delle classi medie. Il gonfiamento di questi quadri non risult superiore alla media degli altri stati europei occidentali, ma non seppe rimediare all'inefficienza dell'amministrazione pubblica, al basso livello qualitativo e quantitativo dei servizi sociali, dell'assistenza, della scuola. La gestione fanfaniana del partito e le politiche dei governi che essa esprimeva non impostarono quindi n un'organica strategia di politica economica n un'azione di rinnovamento delle strutture statali tali da rimediare alle storiche deficienze dell'apparato pubblico ereditato dal fascismo. Per i gruppi imprenditoriali privati la crescita del settore pubblico era comunque elemento sufficiente per denunciare le minacce dello statalismo alla libert di iniziativa. Tra la Confindustria e la Dc di Fanfani lo scontro fu senza mezzi termini: Alighiero De Michelis, che sostitu Costa alla presidenza della Confindustria, promosse un'alleanza con la Confagricoltura e la Pagina 128

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Confcommercio (Confintesa) in modo da offrire un saldo baluardo a difesa della libert economica. Il capitalismo privato italiano, che non brillava per intuizioni e che aveva sempre respinto ogni ipotesi di ammodernamento dell'apparato produttivo, contentandosi di speculare sui margini concessi all'industria italiana dai bassi salari, trov per un decennio un referente politico nel Partito liberale italiano che, guidato da Giovanni Malagodi dal 1954, si trasform in portavoce degli interessi industriali del Nord. Ci frutt al partito qualche guadagno elettorale e la speranza di occupare, nella geografia politica italiana, la destra dell'arco costituzionale. L'inadeguatezza della guida fanfaniana non si rivel solo sul terreno della politica economica. Il ritardo della seconda legislatura fu grave su molti piani. Tra questi il piano delle riforme dello stato (scuole e servizi sociali, amministrazione e assistenza), dell'applicazione della Costituzione, delle riforme dei codici fascisti, ancora in vigore, non fu certo il minore. Qualche novit tuttavia vi fu: nel 1956 nacque la Corte costituzionale (l'organo cui affidato il compito di pronunciarsi sulla costituzionalit delle leggi e dell'attivit di governo), nel 1958 il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro e il Consiglio superiore della magistratura. Furono realizzazioni sollecitate da un'opposizione laica e progressista, alleata su questi punti con la sinistra, che si era venuta organizzando in un Partito chiamato radicale e che si orientava a favore del cambiamento delle alleanze di governo e dell'ingresso del Psi nell'area governativa. Alle elezioni del 1959 Fanfani tent quello che la pubblicistica coeva chiam lo "sfondamento a sinistra", sperando di erodere le opposizioni socialcomuniste sulla base di una piattaforma riformistica che faceva appello intensamente all'unit dei cattolici. Qualche vantaggio lo ottenne, rispetto alle consultazioni precedenti (42,3%), ma sul piano parlamentare le cose cambiarono poco, dal momento che i partiti minori non fecero alcun progresso. Sembrava ormai ineluttabile che la Dc cercasse nuove alleanze, che potevano essere solo a sinistra. Novit a sinistra Il disgelo che progressivamente pervase le relazioni internazionali sembr per certi aspetti preludere a nuovi successi del Pci, in quanto esso avrebbe virtualmente potuto rimuovere la barriera che lo separava dal restante schieramento democratico. Ma il processo di distensione internazionale fu tutt'altro che lineare e la denuncia dei crimini staliniani prima e le repressioni nei paesi dell'Est poi (intervento delle forze armate sovietiche in Polonia e Ungheria nel 1956) posero in difficolt il partito. Furono numerosi gli esponenti anche di spicco, soprattutto gli intellettuali, che ne abbandonarono le file per dissenso rispetto alla perdurante solidariet con l'Urss. In realt Togliatti non stentava a comprendere la necessit di una nuova elaborazione della strategia che sottolineasse l'importanza dell'autonomia nazionale rispetto alla "patria del socialismo". Ma i tempi di questa revisione furono lenti, soprattutto perch era molto forte in tutto il corpo del partito il radicamento della fede nel blocco socialista. Gli stessi dirigenti, non solo non potevano impunemente distruggere il legame con l'Unione Sovietica senza rischiare la disgregazione del Pci, ma ne erano essi stessi profondamente condizionati. La situazione italiana non si esauriva peraltro solo in termini politici. Le nuove tecnologie e l'ammodernamento produttivo ebbero effetti vari sul mondo della sinistra italiana. Da una parte mettevano in difficolt i dirigenti operai: i sindacati, che pure avevano seguito i processi in corso con grande attenzione, non andavano oltre la denuncia dell'intensificazione dello sfruttamento e stentavano a trovare forme di lotta pi efficaci di quelle fino ad allora utilizzate. Nel 1955 la sconfitta delle liste Fiom alle elezioni di commissione interna alla Fiat suon un campanello di allarme: la repressione violenta e il paternalismo insidioso del padronato stavano forse per avere la meglio sulla combattivit di classe? La Cgil cerc di reagire e lanci la parola Pagina 129

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt d'ordine del "ritorno in fabbrica". Essa signific che il sindacato aveva il compito di guardare prima di tutto alla condizione operaia, non solo per difenderla meglio dal padronato, ma anche per rinnovare la sua funzione di guida e di progresso nella societ. D'altra parte in molti settori della societ italiana, soprattutto presso i tecnici e gli intellettuali, la modernizzazione cominciava a mostrare un suo fascino: grazie a essa appariva possibile pensare a sviluppi della situazione politica che, nel clima della distensione, sfuggissero alla dicotomia tra bolscevismo e capitalismo. Non erano idee nuove: la conciliazione tra liberalismo e socialismo, la "terza via" tra i due blocchi e tra i due sistemi sociali e politici aveva avuto una ricca tradizione, anche se in Italia non aveva trovato modo di concretizzarsi in una forza politica consistente. Ma la forza politica nell'Italia della seconda met degli anni cinquanta esisteva, ed era rappresentata dal Partito socialista. Nel nuovo clima si aprirono per il Psi possibilit nuove di affermare un proprio ruolo autonomo dal Pci. Il leader che guid questo processo fu Pietro Nenni: egli prospett al partito la possibilit di affrontare in modo nuovo i rapporti con i cattolici, sulla base del neutralismo in politica estera e di una nuova maggioranza indirizzata a riforme sul piano interno. A questo fine Nenni era interessato anche al recupero dell'ala socialdemocratica, e nel 1956 si incontr a Pralognan con Giuseppe Saragat per concertare una strategia unitaria. Anche grazie a nuovi rapporti con i socialdemocratici il Psi si candid a diventare il centro di un equilibrio tra il regime della Dc e l'opposizione comunista. I dolori del giovane centro- sinistra La strada verso questa complessa alleanza fu tormentata e dolorosa. Evidentemente, a soli dieci anni dalla sua fondazione, il sistema politico repubblicano stentava molto a trovare il modo di uscire da una situazione che era sterile in quanto non rispondeva alle esigenze di una societ in evoluzione. E" un dramma questo che si ripete a pi riprese nella storia dell'Italia dell'ultimo cinquantennio. L'interrogativo ricorrente nelle riflessioni degli studiosi riguarda l'individuazione dell'elemento decisivo alla base del prodursi di tale blocco. Il boom produttivo che si manifest tra il 1958 e il 1963 sembr cogliere di sorpresa le forze politiche e le istituzioni nel loro complesso. Le capacit di sviluppo del capitalismo italiano risultarono sottovalutate dagli economisti di qualunque orientamento, mentre alle modificazioni del tessuto sociale, alle migrazioni imponenti dal Sud al Nord, e ai corrispondenti bisogni che esse concorrevano a creare sembrava che pochissimi fossero disposti a prestare attenzione. E" un ritardo che forse fa parte del destino di qualunque sistema politico, in tutte le epoche; l'elaborazione dei nuovi dati, la percezione stessa della trasformazione non diventata pi rapida in forza del moltiplicarsi, in et contemporanea, dei centri di studio della realt sociale. Ma, pur con queste avvertenze, le difficolt di trasformazione della realt politica italiana nel corso del "miracolo economico" ebbero anche ragioni precise e ben individuabili. L'opposizione del capitalismo privato a un'alleanza politica con i socialisti era motivata dai timori che ci comportasse l'avvio di un pi forte intervento dello stato, accompagnato da provvedimenti di nazionalizzazione. E questi propositi erano effettivamente presenti nei disegni del Partito socialista cos come vennero delineati nei congressi del 1959 e 1961. I grandi organi di stampa (con l'eccezione del "Giorno") fecero coro a chi si opponeva all'avanzata dello statalismo; la gerarchia ecclesiastica continuava a benedire le bandiere di questa libert e a esortare i fedeli a tenersi lontani dall'ateismo comunista. E" pur vero che al soglio pontificio era salito dall'autunno 1958 un personaggio ben diverso da Pio XII, il patriarca di Venezia Angelo Roncalli, che assunse il nome di Giovanni XXIII. Nella scelta del nome, quello del Battista, c'era forse gi l'auspicio di poter essere l'annunciatore di una nuova epoca per la comunit cristiana. Egli divent rapidamente il centro di molte Pagina 130

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt speranze provenienti dal mondo cattolico e indirizzate a una chiesa pi tollerante e pi vicina agli umili e ai fedeli. Ma questo programma di trasformazione, che trover attuazione nel Concilio Vaticano II, stent a tradursi nei primi anni, almeno per quanto riguarda la politica, in indicazioni nuove. Fino al luglio 1961 (quando sar emanata l'enciclica Mater et Magistra, stimolo per pi ardite riflessioni anche in campo politico) gli esponenti della curia e della gerarchia pacelliana avranno campo libero per ribadire il divieto di collaborazione con i partiti marxisti, tra cui continuavano a includere anche il socialismo autonomista di Nenni. Questo blocco il simbolo dell'ostinazione con cui un intero vecchio mondo tentava di salvare le proprie posizioni. E poich la Dc non voleva, non poteva, non riusciva a scegliere a sinistra, fu costretta a cercare in Parlamento anche l'appoggio dell'estrema destra. Il Movimento sociale fu ben lieto di offrirlo al governo guidato da Ferdinando Tambroni nel marzo 1960. Prese avvio da quel momento una serie di azioni squadristiche, che l'Msi tent di coronare chiamando (25 giugno 1960) a presiedere il suo congresso nazionale a Genova un uomo che era stato prefetto della citt ai tempi della Repubblica sociale. Nel corso della protesta di piazza promossa dai partiti antifascisti si verificarono incidenti; le manifestazioni si propagarono ad altre citt italiane, gli incidenti si moltiplicarono, e tra il 7 e il 9 luglio a Reggio Emilia, Palermo, Catania caddero uccisi nove cittadini, colpiti dalla polizia. Le drammatiche giornate di luglio imposero le dimissioni di Tambroni e l'avvio di un processo di ricomposizione delle condizioni della convivenza democratica. La costituzione di un governo Fanfani di "centrosinistra programmatico" (nel febbraio 1962 dopo un intermezzo di oltre un anno), favorito dall'astensione dei socialisti, chiuse il periodo pi drammatico della lunga attesa del centrosinistra. La costituzione di questo governo fu il primo effetto del congresso democristiano di Napoli (gennaio 1962) in cui si afferm la leadership di un nuovo leader, Aldo Moro (a capo di una corrente interna alla Dc, chiamata "dorotea"), il quale offr al partito una nuova base politica e ideale per l'incontro con i socialisti. Alla presidenza del consiglio torn Fanfani, che promosse alcune riforme di rilievo: nel novembre 1962 la nazionalizzazione dell'energia elettrica, nel dicembre la riforma della scuola media unificata che prolung l'obbligo scolare a 14 anni. La portata dell'indirizzo riformista fu anche sottolineata da altre iniziative non direttamente legislative: il documento conosciuto come Nota aggiuntiva al Bilancio, redatto da Ugo La Malfa, che indicava gli obiettivi del superamento del divario Nord- Sud e industria- agricoltura e della priorit dei consumi collettivi su quelli privati; la presentazione di un disegno di legge del ministro Fiorentino Sullo per la riforma urbanistica; e infine l'istituzione di una commissione nazionale per la programmazione economica. Gli anni immediatamente seguenti al 1 960 furono anni di intensa riflessione sui temi dello sviluppo economico e della necessit della programmazione: due convegni della Dc a San Pellegrino tentarono di definire i disegni del partito di maggioranza nei confronti degli interventi dello stato ai fini di correggere le distorsioni e gli squilibri che segnavano il paese. A questi temi fu dedicata la relazione di Pasquale Saraceno, il maggiore esponente di un riformismo che si ispirava alle prospettive delle societ del benessere occidentali e ai migliori esperimenti di intervento dello stato nell'economia. A partire dagli stessi anni anche il Partito comunista promosse una serie di convegni sul capitalismo italiano, diretti ad approfondire l'analisi delle nuove condizioni. Per parte loro i partiti della sinistra laica (repubblicani, radicali e socialdemocratici) intervennero sul tema con un convegno tenuto al teatro Eliseo di Roma nell'autunno 1961. Il dibattito non passava solo attraverso Pagina 131

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt i partiti: si moltiplicarono i centri di discussione e di approfondimento culturale autonomi e comunque staccati dalle formazioni politiche dominanti, sia nello schieramento di sinistra sia nel mondo cattolico. Il centrosinistra organico Con il governo Fanfani che si defin di "centrosinistra programmatico" la lunga crisi del centrismo poteva sembrare superata grazie all'avvio di una serie di interventi riformatori, che rispondevano a una sensibilit pi profonda delle forze politiche rispetto alle trasformazioni della societ. E invece, dopo le elezioni del 1963, con la costituzione di un governo guidato da Aldo Moro, che fu indicato come "centrosinistra organico" per la partecipazione dei socialisti, lo slancio riformatore della formula politica sembr esaurirsi nel labirinto delle formule partitiche. Non mancato chi ha individuato nella differenza di temperamento tra i due leader la ragione della crisi. Fanfani si presentava con i caratteri di un attivismo esasperato, volontaristico, a tratti autoritario (che gli costarono non pochi punti di popolarit presso i contemporanei); Moro, al contrario, era l'uomo del rinvio, delle sfibranti attese, delle eterne mediazioni. Fanfani mirava a risolvere la crisi postdegasperiana con un integralismo ammodernato e socializzante, sulla scorta del pensiero sociale di Giuseppe Toniolo, delle dottrine neocapitalistiche di importazione statunitense e di una spregiudicata propensione a rafforzare l'integrazione del partito nei gangli del potere economico pubblico, negli enti, negli apparati amministrativi e nella macchina statale. Moro, che pure ereditava la forza derivante dall'occupazione democristiana del potere, mirava viceversa ad allargare le basi sociali dello stato e a razionalizzare il sistema grazie alla collaborazione tra la borghesia e una parte del movimento operaio, assicurando al tempo stesso alla Dc la continuit e la stabilit della tradizione politica dei cattolici. Era per definizione un processo di lungo periodo, che si scontrava con ostacoli non indifferenti, di fronte ai quali il progetto rivel indiscutibili debolezze e contraddizioni. Il Partito socialista, che nel 1963 scioglieva le riserve e decideva l'ingresso nella maggioranza, pur a prezzo di una scissione a sinistra (da cui nacque il Partito socialista di unit proletaria), aveva fatto della programmazione il perno della sua strategia. Il ruolo dello stato avrebbe dovuto diventare determinante in quanto non si sarebbe limitato a correggere i limiti derivanti dagli automatismi del libero mercato, ma avrebbe dovuto indirizzare il meccanismo di sviluppo. La nazionalizzazione dell'energia elettrica era uno degli strumenti mediante i quali i governi sorretti dalla nuova maggioranza avrebbero dovuto operare. Ma, di fronte alla recessione congiunturale del 1963, furono le forze pi tradizionali a imporre le loro soluzioni, cosicch la nazionalizzazione dell'energia elettrica rest un fatto isolato, rivelando l'indisponibilit della Dc ad affrontare uno scontro con le forze economiche tradizionalmente egemoni. Il percorso riformatore del centro sinistra apparve cos bloccato con la costituzione del secondo governo Moro (1964) che si fondava su due principi imposti dalla Dc: la conservazione integrale dell'economia di mercato e l'estensione della formula a tutti i governi locali. I governi Moro, che ressero la legislatura fino alla fine, sancirono questa involuzione del centrosinistra. Il piano economico quinquennale 1965-69 presentato dal ministro socialista Pieraccini non pot avere alcuna pretesa di alternativa economica; altrettanto priva di incidenza fu nel luglio 1967 la legge sulla programmazione. Un evento di rilievo istituzionale fu l'approvazione della legge istitutiva delle regioni a statuto ordinario (febbraio 1968). Anche in questo caso tuttavia il ritardo (vent'anni) con cui veniva applicato il principio costituzionale dava la misura della lentezza con cui procedeva ogni intervento di riforma dello stato. Il distacco tra i partiti di governo, impegnati in logoranti battaglie interne, e le necessit del paese fu sottolineato dal riemergere, nella congiuntura della recessione tra il 1963 e il 1967, di tutte le contraddizioni e dei nodi irrisolti precedenti. Mentre da una parte gli squilibri sociali e settoriali rendevano sempre pi evidente la mancanza di strutture pubbliche, dirette a migliorare Pagina 132

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt le condizioni di vita delle classi inferiori, il capitalismo privato si rafforzava con concentrazioni monopolistiche come quella tra Montecatini ed Edison nel 196G. Le resistenze al cambiamento erano perci molto forti e non si esprimevano solo attraverso i canali della politica o della polemica pubblica. Si muovevano in questi anni anche oscure forze, che nei decenni successivi avrebbero pesato in modo tragico sulla vita italiana. Nel 1964 (ma la notizia di queste trame verr in piena luce solo nel 1967) un generale dei carabinieri, Giovanni De Lorenzo, a capo dei servizi segreti dello stato (il Sifar) raccolse un'illeclta documentazione su tutti gli esponenti politici del paese. Un tentativo di colpo di stato fu architettato da un esponente dell'estrema destra, Junio Valerio Borghese (gi comandante della X Mas nella Repubblica sociale italiana) con connivenze in ambienti militari; non chiaro quanto queste manovre abbiano pesato sulle soluzioni politiche del 1964 e abbiano contribuito a determinare il blocco dell'iniziativa riformatrice del centrosinistra. Alla luce delle fosche vicende successive, questi episodi segnalano tuttavia che la mancata riforma degli apparati statali favor l'incancrenirsi di situazioni favorevoli all'uso illegittimo e antidemocratico delle istituzioni, che avrebbero dovuto invece garantire la sicurezza della repubblica e dei cittadini. 5.4 Il ciclo di lotte 1968-74 Il 1968 rappresenta una profonda rottura nella situazione complessiva del paese. E" un momento in cui si incrociarono fattori d'ordine interno e internazionale, dati emergenti dalla congiuntura economico- sociale e spinte di stampo ideologico e culturale. Il 1968 ricordato come l'anno delle rivolte giovanili studentesche nel mondo occidentale e in alcuni paesi dell'Europa orientale: dagli Usa alla Germania occidentale, alla Francia alla Cecoslovacchia i giovani scesero nelle piazze a manifestare contro le forze della conservazione e a propugnare una trasformazione non solo della politica ma anche dei costumi e delle concezioni di vita. Gli obiettivi furono differenti da paese a paese, pur rivelando alcuni punti di riferimento comuni: il richiamo alla lotta di indipendenza dei vietnamiti contro l'imperialismo statunitense e all'ideologia della rivoluzione culturale cinese, ma soprattutto il rifiuto dell'organizzazione burocratica e gerarchizzata, la ricerca delle aggregazioni spontanee, l'esigenza di partecipazione diretta, di vita comunitaria e di egualitarismo. All'anno delle rivolte studentesche segu un periodo (che si protrasse fino al 1974) in cui la scena fu occupata da lotte sociali che partivano dal settore industriale e dalla classe operaia e si estendevano a pi ampi strati di lavoratori. Da questo ciclo di lotte il mondo occidentale usc quando si apr una fase recessiva, innescata dalla crisi petrolifera del 1973-74. Per quanto riguarda l'Italia occorre dire che l'esplosione delle lotte studentesche si inser nell'appassionato dibattito attorno alla funzione del centrosinistra e alle possibilit dello sviluppo di una societ pi avanzata e pi giusta, da una parte, e il crescente peso della conflittualit operaia, dall'altra. In Italia gli studenti assunsero un ruolo antagonista rispetto alle culture e agli ordini consolidati in quanto, chiamati per il loro stesso ruolo a essere interlocutori del processo di razionalizzazione e di modernizzazione della societ, si resero conto che lo spazio loro concesso era minimo e, di conseguenza, avvertirono la necessit di assumere in proprio la direzione degli interventi. I presupposti antiautoritari di questo orientamento vennero stimolati dalla risposta delle autorit accademiche e degli organi di governo: il centrosinistra non riusc nemmeno a elaborare una proposta funzionale e convincente di riforma della scuola; mentre le autorit accademiche, anche quando impersonate da esponenti della sinistra intellettuale, vissero la contestazione studentesca come un affronto personale o una dissacrazione degli ideali pi alti della cultura occidentale. La mobilitazione studentesca fu pertanto fronteggiata pi con l'azione della polizia, all'interno della quale avevano Pagina 133

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt grande diffusione ancora le simpatie per la destra estrema, piuttosto che con il confronto democratico o l'intervento riformatore. I giovani, che un intellettuale come Pasolini tacci di essere piccoloborghesi velleitari ed egoisti, non tardarono a individuare obiettivi pi ampi. Essi non solo perseguirono il rifiuto dell'ipocrisia e dell'autoritarismo accademico ma anche e soprattutto ripudiarono l'uso che complessivamente la societ capitalista (o neocapitalista) intendeva fare della scuola e dei giovani che in essa si formavano. Su questo terreno nacque la saldatura tra la rivolta studentesca e il ciclo di lotte operaie, fortemente sollecitata dalle inadempienze dello stato verso i problemi della societ degli anni sessanta: i bisogni di servizi sociali e di scuole, di case e assistenza, l'incertezza degli stessi diritti civili. I conflitti nel mondo del lavoro La contestazione all'interno della fabbrica e pi in generale del mondo del lavoro partiva da alcuni presupposti ideali comuni con la contestazione studentesca (l'egualitarismo, l'autogestione, la liberazione); ma si inseriva in un ciclo pi lungo: quello avviato alla met degli anni cinquanta, quando il movimento operaio aveva riconquistato quella forza che la ricostruzione capitalistica del primo dopoguerra sembrava avergli sottratto. A questo risultato concorse prima di tutto un fattore strutturale: le migrazioni interne avevano gradualmente saturato il mercato del lavoro cosicch l'offerta (vale a dire i lavoratori che offrono i propri servizi) cominci a scarseggiare rispetto alla domanda (la richiesta di manodopera da parte delle imprese). In queste condizioni le rivendicazioni salariali non potevano essere pi contenute, anche perch il tasso di crescita di queste ultime era stato per gli anni cinquanta inferiore a tutti gli altri indici dello sviluppo. Ma, oltre al mutato equilibrio tra domanda e offerta, anche altri elementi politici e culturali rafforzavano la voce operaia. Le due maggiori confederazioni, Cis e Cgil, avevano compiuto pur in modi diversi un profondo rinnovamento delle loro prospettive. La Cgil, muovendo dal "ritorno in fabbrica", aveva abbandonato la linea della centralizzazione contrattuale e mirava all'ampliamento della contrattazione di settore, di categoria, d'azienda. In altri termini i contratti non venivano pi discussi solamente tra Confindustria e confederazioni dei lavoratori a livello nazionale, ma erano sottoposti a ulteriore trattativa nelle sedi decentrate, tra le federazioni delle due parti e nelle stesse aziende. La Cis, dal canto suo, percorreva un cammino diverso, in forza anche del differente punto di partenza, ma approdava a traguardi che richiedevano non pi un'accanita concorrenza sibbene un'alleanza con le altre due centrali sindacali. Il cambiamento della Cis si realizz su due piani: sul piano pi strettamente sindacale essa si trov a fronteggiare, proprio perch diventata pi forte, l'ostilit del padronato che non la poteva pi utilizzare come un soggetto pronto al compromesso. Sul piano ideologico essa abbandon le prospettive collaborative del sindacalismo cattolico tradizionale per ispirarsi al sindacalismo anglosassone, che aveva posto al centro dell'attivit sindacale la contrattazione delle condizioni del rapporto di lavoro. A differenza della Cgil essa non aveva obiettivi di rivoluzione sociale o di liberazione della classe operaia dalle catene del capitalismo, la Cis si proponeva la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori associati nel sindacato sul luogo di lavoro. Le differenze ideologiche tra le confederazioni, insomma, restavano ben nette, ma le motivazioni dell'implacabile concorrenza degli anni cinquanta erano fortemente diluite e cominciavano a prevalere le ragioni di un'azione unitaria, nel solco della quale si inseriva anche la Uil. A partire dalla seconda met degli anni cinquanta i conflitti promossi dalle rivendicazioni operaie si infittirono e riportarono al centro Pagina 134

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dell'attenzione e della battaglia politica i lavoratori dell'industria. Alle lotte partecipavano non solo gli esponenti della vecchia guardia (i militanti sindacali del dopoguerra reduci della repressione pi dura) ma anche gli immigrati meridionali, che portavano nel Nord industriale la protesta per un'emarginazione sociale che in taluni centri, come Torino, confinava con il razzismo. La conflittualit industriale procedette per cicli: una prima fase intensa fu segnata dal periodo 1961-63; segu un quadriennio 1964-67 in cui i conflitti si stabilizzarono a un livello relativamente alto di intensit. Infine il 1968, "l'anno degli studenti", coincise con le avvisaglie di una ripresa molto intensa del conflitto industriale. Anche in questo caso non si trattava di un fenomeno solo italiano: la crisi delle relazioni industriali toccava in questi anni tutti i paesi dell'Europa occidentale e presentava tematiche comuni. Dalla Gran Bretagna alla Germania alla Francia il motivo ricorrente fu il rifiuto dell'organizzazione capitalistica del lavoro e in particolare della sua versione tayloristica o fordista. Il protagonista della nuova fase fu l'operaio comune, non qualificato. Le sue rivendicazioni andavano nella direzione dell'egualitarismo salariale, dell'autogestione del lavoro e delle lotte. Egli rifiutava il paternalismo padronale e la tutela sindacale: contestava la rappresentanza tradizionale in nome del suo diritto a designare direttamente, senza mediazioni burocratiche, i propri rappresentanti e gli obiettivi da conseguire. A questo si aggiungeva una mutazione delle forme di lotta, che butt a mare la prassi consolidata delle trattative e degli scioperi rituali. L'inventivit dei lavoratori si esercit nell'escogitare forme di interruzione del lavoro che infliggessero alla propriet il massimo danno con il minimo sacrificio da parte degli scioperanti. Le lotte ebbero tuttavia fin dall'inizio del ciclo una portata molto pi vasta che non il perimetro della fabbrica. Per citare uno degli episodi simbolicamente pi significativi, ricorderemo che a Valdagno il 19 aprile 1968 venne abbattuta, nel corso di una manifestazione di massa in cui si mescolarono operai e studenti, la statua di Marzotto, fondatore dell'omonima impresa, creatore di un villaggio operaio adiacente agli stabilimenti che doveva assicurare, nel suo disegno paternalista, la pace sociale e la devozione dei sottoposti. L'ideologia antiautoritaria e anticapitalista del movimento degli studenti si sald ben presto con la protesta operaia contro il paternalismo. L'ondata delle agitazioni invest anche il sindacato. Le istituzioni tradizionali di fabbrica, le commissioni interne elette sulla base di liste facenti riferimento alle centrali sindacali nazionali, vennero sostituite da delegazioni elette direttamente nel corso delle lotte su base assembleare, con un esplicito rifiuto dei criteri di delega della rappresentanza a istituzioni esterne alla fabbrica. Di fronte alla tempesta, tuttavia, i sindacati reagirono con energia, si posero sullo stesso terreno della contestazione. I dirigenti sindacali accettarono la modifica della rappresentanza promuovendo sovente essi stessi i consigli di fabbrica (che resteranno sulla breccia fino al 1989), di cui intendevano fare il fondamento della struttura del sindacato stesso per renderlo pi combattivo, disposto ad accettare l'egualitarismo della base, intenzionato ad allargare la propria azione a tutti gli obiettivi che la protesta operaia era andata investendo. L'epicentro era stato nella fabbrica, ma le esigenze che muovevano i partecipanti non erano racchiuse tutte dentro di essa. La casa, i servizi sociali, la scuola, i trasporti, le pensioni, gli interventi a favore del Mezzogiorno rappresentavano altrettanti motivi di protesta in quanto la crescita economica del decennio precedente si era attuata in modi che avevano sacrificato al profitto ogni criterio non solo di giustizia sociale ma anche di razionalit. Nel corso degli anni settanta i sindacati vennero spinti dalla logica stessa delle richieste della base a farsi i promotori delle riforme. Questo non pot avvenire senza una significativa assenza dell'azione di governo e dei partiti politici. Si parla a questo proposito di una fase di "supplenza sindacale": Pagina 135

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt l'immobilismo governativo, le diffidenze della sinistra tradizionale davanti ai nuovi movimenti e infine il blocco di ogni possibilit di ricambio delle maggioranze di governo congiurarono ad assegnare al sindacato un ruolo che andava molto oltre i compiti tradizionali. Esso intervenne a promuovere agitazioni e scioperi per sostenere le richieste di abitazioni nei grandi centri urbani, per il miglioramento dei servizi sanitari, per le pensioni, per gli investimenti nel Mezzogiorno, per avanzare infine proposte come quella delle 150 ore: si trattava di un monte- ore retribuite per i lavoratori dipendenti che intendevano conseguire diplomi scolastici. Una funzione non pi solo economico- rivendicativa, ma un ruolo sociale, politico e culturale molto pronunciato. I sindacati nel loro complesso avevano certamente molte forze da impiegare, anche perch i movimenti di protesta del 1968 avevano smosso categorie che nel decennio precedente si consideravano componente stabile del blocco d'ordine (lavoratori non manuali, "colletti bianchi", insegnanti, tecnici ecc.). Questo non significava tuttavia che il loro ruolo di guida potesse protrarsi a tempo indefinito senza determinare contraccolpi. Il quadro politico in cui si inseriva il ciclo delle lotte del 1968-74 rivelava in effetti una grande povert di reazioni e una sostanziale incapacit delle forze di governo a dare una risposta positiva alle pressanti domande di democratizzazione e trasformazione avanzate dai movimenti, spontanei o organizzati che fossero. Alle elezioni del maggio 1968 la protesta che percorreva il paese si tradusse in una indicazione a sinistra: successo del Pci e del Psiup, arretramento democristiano e socialista (che nel 1969 vide finire anche la breve esperienza unitaria, iniziata nel 1966 con la confluenza dei socialdemocratici nel Partito socialista unificato). L'alleanza di centrosinistra si ricostitu solo nel dicembre 1968, sotto la guida del democristiano Rumor, ma i due partiti alleati risentirono profondamente della crisi. Nella Dc Moro venne isolato e ridotto al rango di leader delle sinistre interne; alla guida del governo andarono personaggi di scarso spessore politico (bench di grande potere) come Rumor e Colombo che trascinarono la legislatura fino alle elezioni del 1973, realizzando una riorganizzazione fiscale chiamata riforma tributaria e una insoddisfacente "riforma della casa" che introdusse il criterio dell'equo canone (approvato nel 1978). Il terrorismo Le difficolt della sinistra, comunista ed extraparlamentare, erano tanto pi allarmanti in quanto, come risposta ai grandiosi movimenti seguiti al 1968, si delineava una reazione di destra: essa ebbe espressioni politicoparlamentari, come l'elezione del notabile democristiano Giovanni Leone alla presidenza della repubblica (1971), segno di un ritorno centrista della Dc, appoggiata dai fascisti; o come la costituzione, dopo le elezioni del 1972, di un governo Andreotti- Malagodi (vale a dire democristiani e liberali). La formula politica del centrosinistra apparve pertanto sempre pi impotente: i partiti di governo avevano rinunciato alle riforme quando il vento soffiava favorevole, non potevano attuarle in mezzo alle difficolt che nel 1974 provenivano da una recessione internazionale collegata ai rifornimenti di petrolio. Il problema veramente allarmante, entro cui si iscrisse la definitiva rotta della strategia riformista basata sull'alleanza Dc- socialisti, fu l'insorgere di un'attivit terroristica, ispirata dall'estrema destra. Il primo evento fu l'esplosione di una bomba a Milano (12 dicembre 1969) alla sede della Banca nazionale dell'agricoltura, che provoc sedici morti e centinaia di feriti. L'attentato venne attribuito in un primo momento alla sinistra anarchica, e un anarchico nonviolento, Giuseppe Pinelli, mor precipitando da una finestra della questura di Milano nel corso degli interrogatori seguiti all'attentato, in circostanze tali da far sospettare l'omicidio. Tre anni pi tardi l'ispettore di polizia su cui erano stati avanzati i sospetti (Luigi Calabresi) venne ucciso da un killer a tutt'oggi sconosciuto. Negli anni successivi fu istruito un processo all'anarchico Pietro Valpreda, il "mostro" su cui polizia e Pagina 136

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt stampa moderata avevano fatto convergere le accuse. Ma Valpreda dimostr la propria innocenza: alla strage la giustizia non riusc ad attribuire autori, malgrado ripetuti processi che portarono alla sbarra esponenti dell'estrema destra. In realt dietro la sanguinosa tragedia si possono intravedere le ombre dei servizi segreti, le oscure connessioni degli apparati dello stato con gli ambienti dell'estrema destra, come dimostr nel 1995 la scoperta che l'autore di un attentato davanti alla questura di Milano il 17 maggio 1973 (quattro morti, oltre cinquanta i feriti) non era anarchico, come aveva sostenuto la polizia, ma uomo al soldo dei servizi segreti italiani. L'attentato alla Banca dell'agricoltura aveva avuto il compito di diffondere il panico, di far credere che le lotte sociali preludessero all'eversione violenta. Una volta smontata questa accusa, i conservatori avrebbero potuto comunque sbandierare un'altra tesi: c'erano "opposti estremismi", di destra e di sinistra, contro i quali bisognava egualmente combattere. E ogni sciopero, ogni protesta, ogni manifestazione venivano additate come pericolosi disordini sociali, a prescindere dalla motivazione e dalle stesse forme in cui si realizzavano. Le forze che agivano in favore di una reazione politica erano evidentemente molto forti; ma certamente le forze democratiche, dai gruppi extraparlamentari al Pci e allo stesso Psi, per quanto ingabbiato nel fallimento dell'esperienza riformista, avevano un prestigio molto largo che si fondava anche su una trasformazione di costumi e di cultura molto pi profondi di quanto non sospettassero le forze politiche, comprese quelle della sinistra. Lo dimostr nel 1974 l'esito del referendum sul divorzio, promosso da un Fanfani tornato alla segreteria della Dc con propositi di rivincita. La legge che istituiva anche in Italia il divorzio, approvata nel 1970, venne sottoposta a un referendum abrogativo, istituto previsto dalla Costituzione ma inapplicato fino a quell'anno, proprio per iniziativa democristiana. La vittoria in questo referendum avrebbe dovuto consacrare, nei disegni di Fanfani il ritorno a un'egemonia nella societ civile del pensiero e del costume del tradizionalismo cattolico. La sconfitta di Fanfani testimoni invece quanto larga fosse ormai l'area, anche di fede cattolica, come dimostrarono i gruppi di credenti che si schierarono per il "no" all'abrogazione della legge, in cui dominava il senso del rispetto per la libert dei cittadini e la disponibilit ad accettare istituti diffusi in tutti i paesi del mondo occidentale. Il panorama dell'Italia era tuttavia ancora pi complesso: c'erano le forze oscure delle trame "nere" e delle stragi di stato, c'era l'Italia colta e civile che non ripudiava la legge sul divorzio, c'era quella che vagheggiava ritorni al sanfedismo degli anni cinquanta e c'era anche quella esasperata che vedeva nell'uso della "violenza rossa" la sola strada per uscire dalla societ capitalista e dai suoi perenni pericoli di ritorni reazionari. La strategia della violenza rossa matur soprattutto nei centri industriali settentrionali. Qui le lotte sociali dal 1968 in poi avevano prodotto aggregazioni politiche di tipo nuovo, fortemente ideologizzate e, in contraddizione con l'ispirazione originaria del movimento, gerarchizzate e burocratiche. Questi elementi si imposero perch la mobilitazione perenne e spontanea postulata dai movimenti postsessantottini non poteva reggere indefinitamente. Ma dopo questo primo passo, altri seguirono, diretti a confortare una partecipazione politica che non poteva non essere intensissima e totale, pena la dissoluzione dei gruppi stessi. I gruppi dirigenti pertanto si impegnavano, come recitava il linguaggio del tempo, "ad alzare il livello di scontro": dall'uso violento della protesta, allo scontro fisico con gli avversari (i neofascisti e le forze di polizia, o all'occasione i concorrenti della sinistra estrema). La consapevolezza dell'esistenza dei disegni eversivi di destra accentuava la disponibilit ad accogliere il vagheggiamento di un'attivit ribellistica (sull'esempio della guerriglia nei paesi del Terzo mondo) modellata anche sui ricordi di vecchi capi partigiani. Nelle situazioni di pi intenso scontro "di classe" il meccanismo di estremizzazione delle forme di lotta procedette con ritmi quasi automatici. Si costituirono i primi nuclei di formazioni che assumeranno il nome di Brigate rosse (e che saranno affiancate da altre organizzazioni): da forme di intimidazione di stampo quasi Pagina 137

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt camorristico, passarono ai rapimenti, ai ferimenti, e infine all'assassinio. Il ciclo di lotte che si era aperto con le pi accese rivendicazioni di democrazia, con le pi grandi speranze di rinnovamento politico e civile dell'Italia era destinato a chiudersi sotto il presagio di un cupo conflitto tra forze che erano tutte sicuramente antidemocratiche: quelle dichiaratamente di destra, legate agli apparati segreti dello stato; quelle sedicenti di sinistra, che promanavano dal delirio di leader improvvisati e incapaci di reggere il confronto democratico. 5.5 Gli anni della crisi e dell'eversione Sullo sfondo abbiamo un ciclo economico tra i pi difficili del periodo postbellico, legato ancora una volta all'andamento del contesto internazionale. Si chiudeva la grande espansione dell'economia mondiale, che aveva costituito l'ambiente in cui s'era esplicata la crescita e la trasformazione della struttura socioeconomica italiana. (In merito alle componenti di tale crisi, vedi la parte seconda, capitolo 5.) Sull'economia e sulla societ italiana questi eventi erano destinati ad agire con una nuova redistribuzione del reddito, in quanto si invertiva la tendenza avviata alla fine degli anni sessanta, allorch le retribuzioni operaie avevano guadagnato terreno, ponendo fine all'economia "dei bassi salari". La conseguenza diretta della congiuntura internazionale pareva cos destinata a tradursi soprattutto in un freno alle richieste di riforme, ma ben presto la gravit della congiuntura italiana port allo scoperto condizioni e problemi di pi antica data e di pi profondo radicamento: il basso contenuto tecnologico dei settori in espansione, l'inefficienza dell'intero comparto agroindustriale, il bassissimo livello dei consumi pubblici e la modesta capacit competitiva internazionale nelle industrie a elevato contenuto tecnologico. Il compito di affrontare il riassetto del sistema produttivo era stato tra gli obiettivi falliti delle esperienze del centrosinistra negli anni sessanta. Alla met del decennio successivo il problema tornava in primo piano ma, proprio come era avvenuto con il centrosinistra, il viluppo delle condizioni in cui si era strutturato il potere dei partiti e quello democristiano in particolare imped di eliminare aggregazioni clientelari e posizioni di privilegio. In questo contesto, in cui si accompagnavano stagnazione produttiva e inflazione, uno dei dati pi singolari fu lo sviluppo di un tessuto di piccole industrie, strettamente legato a una configurazione tipica del mercato del lavoro. Quest'ultimo si presentava come divisibile in tre settori: quello della grande industria, in cui la manodopera era contrattualmente e legislativamente protetta; quello del terziario pubblico a occupazione garantita e della popolazione assistita; quello dell'occupazione precaria e del lavoro "nero". Poich l'industria italiana, anche nei settori moderni, era scarsamente passibile di innovazioni tecnologiche che consentissero risparmio di lavoro, le possibilit di affrontare con successo la concorrenza internazionale risultavano legate al contenimento dei salari. Il "garantismo" dell'occupazione presso le grandi industrie pubbliche e private spingeva di conseguenza gli imprenditori a cercare la soluzione dei loro problemi nel decentramento produttivo: vale a dire nello scorporo di alcune fasi della lavorazione e il loro appalto alle microindustrie con funzioni "satelliti", presso le quali la manodopera era precaria e non garantita. Tornava cos alla ribalta una storica caratteristica italiana, che stata ricordata anche a proposito del carattere dualistico dell'economia: la persistenza e la vitalit del settore delle piccole imprese industriali e artigiane, funzionali allo sviluppo economico nazionale. Alle spalle di questa reviviscenza si intravedevano fenomeni sociali altrettanto rilevanti: il ruolo dello stato a sostegno delle microimprese a fini clientelari o di ricerca di consenso; la funzione della famiglia come unit produttiva; e infine la localizzazione Pagina 138

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt geografica dei fenomeni. Accanto alla tradizionale partizione Nord- Sud, entrava nell'uso anche l'indicazione di una "terza Italia", che si contraddistingue appunto per la diffusione della microimprenditorialit. I nuovi movimenti Malgrado il peso della crisi economica, non tacevano nel paese le voci di quanti sollecitavano un pi adeguato assetto democratico della societ, il miglioramento dei servizi offerti ai cittadini, la promozione della dignit di quanti erano stati fino allora negletti. La seconda met degli anni settanta ci presenta perci un panorama molto singolare: mentre si approfondiscono i divari tra la societ opulenta e gli esclusi, vengono promosse riforme attinenti la societ civile e nuove forme di autorganizzazione dei cittadini. Dopo il referendum che conferm la legge sul divorzio, vennero approvate la riforma del diritto di famiglia (1975), che modificava le norme a carattere autoritario e patriarcale, e una legge di riforma degli ospedali psichiatrici; nello stesso periodo veniva data attuazione anche alle norme introdotte nel 1973-74 e relative alla creazione di organismi democratici nel governo della scuola (rappresentanti di studenti, genitori e insegnanti). Queste innovazioni ebbero valore soprattutto perch corrispondevano alla presenza di movimenti che elaboravano idee e strumenti diretti all'allargamento della democrazia a tutti i livelli della societ. Ne fu un esempio la riforma degli ospedali psichiatrici. Essa nacque sull'onda di una riflessione molto ampia in merito al significato e alla portata della malattia mentale, che si proponeva di rimuovere il carattere di esclusione dalla societ civile assunto dall'istituzione manicomiale a partire dall'Ottocento. Le esperienze di riforma manicomiale svolte da personalit quali Franco Basaglia, prima a Gorizia e poi a Trieste, furono dirette non solo a riformare l'istituzione, ma anche a coinvolgere e corresponsabilizzare l'intera comunit nella soluzione del problema della malattia mentale. Analogo fu il caso del diritto di famiglia, che riflett la nuova sensibilit che i movimenti femministi stavano diffondendo in Italia. A fianco e in sintonia con queste tendenze vi erano poi forme di partecipazione democratica che investivano singoli settori: nell'informazione per esempio nacquero i comitati di redazione dei giornali e dei telegiornali, che chiedevano di poter esercitare un controllo sulle decisioni della propriet. A partire da questi anni si instaur la prassi per cui un nuovo direttore doveva ottenere il gradimento dell'assemblea dei redattori. Un'ulteriore significativa manifestazione di tali tendenze fu data dal movimento democratico all'interno delle forze di polizia, che port alla nascita di un sindacato autonomo, e quindi non aderente all'unione delle tre confederazioni Cgil- Cis- Uil, ma da esse fortemente appoggiato. N va infine dimenticata la formazione di movimenti all'interno della magistratura che rivendicavano per essa un ruolo nuovo, aderente alle necessit del paese, con un pi vivace e sensibile impegno verso le esigenze di una societ democratica. La crescita di questa consapevolezza culturale e civile era tuttavia in stridente contrasto con i limiti dello sviluppo, la povert emergente, la mancanza di prospettive per i giovani. Le difficolt congiunturali dell'economia italiana abbassavano le possibilit di ingresso nel mercato del lavoro, che alla fine degli anni ottanta si riveler un problema centrale. La crisi della societ politica Nella seconda met degli anni settanta il contraccolpo di queste tensioni sociali ed economiche sulla societ politica apparve agli studiosi di scienze sociali, ai commentatori politici, all'intera opinione pubblica di tale vastit e importanza da porre in discussione il sistema dei partiti che aveva dominato la societ italiana dalla liberazione in poi. E soprattutto sembr destinato a dare un colpo mortale all'esistenza stessa del partito di maggioranza relativa. La Democrazia cristiana, che per aver retto ininterrottamente per un trentennio il governo del paese si presentava come la maggior responsabile Pagina 139

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt del dissesto, aveva perso voti in misura significativa nelle elezioni amministrative del giugno 1975 e veniva successivamente investita da una crisi interna, lacerata da lotte di corrente, messa sotto processo davanti all'opinione pubblica per le accuse di corruzione che investivano alcuni tra i suoi maggiori esponenti e li portavano davanti alle camere riunite in collegio giudicante. L'entusiasmo con cui gli avversari salutarono come definitiva la crisi democristiana era prematuro perch sottovalutava alcuni dei caratteri di fondo che ne garantivano la stabilit al potere. Era pur vero che il partito aveva perso almeno parzialmente quell'appoggio del mondo cattolico di cui aveva goduto negli anni del pontificato pacelliano, dal momento che l'esperienza del Concilio Vaticano II aveva sollecitato un modo diverso di valutare la politica. Restava tuttavia molto tenace l'ispirazione interclassista e la possibilit di utilizzarla in chiave anticomunista; e soprattutto essa si era saldata fin dalla met degli anni cinquanta con la strategia diretta a distribuire le risorse a gruppi e comunit locali, secondo un orientamento clientelare. Con il passare degli anni questo era divenuto un clientelismo di massa, che si era nutrito anche di provvedimenti ispirati alla necessit di elementari giustizie sociali o destinati a fungere da ammortizzatori sociali in caso di crisi; ma che nelle sue componenti meno giustificabili aveva risposto a calcoli elettoralistici. La presenza di questi fenomeni fu certamente uno dei motivi (e non il meno rilevante) che resero tanto accanita e incerta la battaglia attorno alla programmazione, alle cui esigenze razionalizzatrici si oppose il blocco degli interessi consolidati. Agli inizi del sistema clientelare democristiano i benefici e i favori sembravano essere distribuiti soprattutto nel Meridione, a imitazione e quasi come prolungamento di una prassi ben nota a quanti avevano studiato e denunciato la corruzione della vita politica dell'Italia liberale e la grande disgregazione (l'espressione di Antonio Gramsci) del Mezzogiorno. Nei decenni seguenti il metodo si affin e si sistematizz. Ne furono pretesto sia gli interventi dello stato nell'economia sia quelli dell'assistenza sociale: gli uni e gli altri vennero piegati a favorire non solo singoli gruppi o settori, ma strati sociali consistenti, fino a quando almeno il livello della spesa fu sostenibile. In secondo luogo la Dc aveva attuato una profonda compenetrazione del suo personale politico nello stato; e per quanto sia stato rilevato che la frammentazione delle istituzioni dello stato italiano inibisse alla Dc stessa le possibilit di guidare in modo centralizzato lo sviluppo capitalistico, questa "occupazione del potere", come fu allora definita, costitu per se stessa un baluardo pressoch inespugnabile per le forze dell'opposizione. Ai caratteri clientelari della Dc essa offriva l'appoggio delle alleanze con i poteri dell'esecutivo. La posizione del maggior partito d'opposizione, il Pci, continu a ispirarsi a una strategia diretta a contrapporre al blocco interclassista e clientelare democristiano un blocco interclassista diverso, disponibile ad appoggiare un governo efficiente, moderno e capace di una programmazione globale. Una radicale riforma dello stato e del sistema istituzionale avrebbe tuttavia presentato il pericolo di scontentare sostenitori tradizionali del partito (nuclei di classe operaia delle imprese assistite, piccoli imprenditori, pensionati) che traevano vantaggi, per quanto non necessariamente illegittimi, dal sistema del clientelismo di massa. Ma questa analisi era del tutto estranea al gruppo dirigente del partito, guidato dal 1972 da Enrico Berlinguer, che guardava piuttosto all'insegnamento politico di Togliatti e che sperava di rinnovare, con una nuova alleanza con la Dc chiamata "compromesso storico", la collaborazione che aveva unito i partiti antifascisti nella Resistenza e nell'immediato dopoguerra. La dialettica tra i due maggiori partiti sembrava escludere, come era avvenuto dalla liberazione in poi, il Partito socialista. Ma all'interno del partito maturava proprio in questi anni un rovesciamento della leadership, che port (16 luglio 1976) alla guida dei socialisti un esponente della corrente Pagina 140

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt autonomista (gi capeggiata da Pietro Nenni), Bettino Craxi, che si propose di contendere ai comunisti il ruolo di interlocutore privilegiato della Dc. Iniziava di qui un lungo duello tra socialisti e comunisti che si protrarr fino alla fine del decennio successivo. Le maggioranze di governo e il "compromesso storico" La strategia berlingueriana del compromesso storico fu presentata alle sue origini (1973) come diretta a salvare l'Italia da eventuali contraccolpi reazionari del tipo di quelli che avevano stroncato in quello stesso anno l'esperimento progressista cileno di Salvador Allende. In realt esso aveva una prospettiva diversa e pi ridotta. L'obiettivo era un'alleanza tra i partiti "popolari", tra i quali la Dc veniva allegramente iscritta, con la rigorosa esclusione di ogni movimento della societ, di ogni corrente (dall'estremismo rosso al "dissenso" cattolico, ai gruppi ecologisti o sostenitori dell'allargamento dei diritti civili) che non avesse l'avallo istituzionale. I risultati elettorali degli anni tra il 1974 e il 1976 sembrarono premiare la scelta comunista e l'assunzione di responsabilit espressa con la "non- sfiducia" verso i governi del 1976-78. Ma il successo sarebbe stato pagato di l a pochi anni con un declino costante (sola eccezione le elezioni del 1984, con un recupero dovuto probabilmente all'effetto emotivo della morte di Berlinguer). Una simile inversione di tendenza ebbe probabilmente le sue ragioni proprio nello sforzo del partito volto a riportare all'interno delle istituzioni movimenti e richieste in parte rivolte precisamente contro di esse e nell'incapacit della dirigenza del Pci di confrontarsi senza remore con le esigenze dei gruppi e delle forze pi attive. L'obiettivo di portare il Pci nell'area di governo fu conseguito nel 1978, in circostanze rese tragiche dalla strage che accompagn il rapimento di Moro a opera delle Brigate rosse. La scelta del Pci non fu complessivamente del tutto negativa: fu il partito di Berlinguer ad adoperarsi per il trasferimento di maggiori poteri alle regioni, a sollecitare leggi che regolamentassero edilizia e urbanistica, a caldeggiare l'istituzione (1978) del servizio sanitario nazionale. I limiti di questa azione riformatrice derivarono ancora una volta dalle inefficienze dell'amministrazione statale e dalla prassi lottizzatrice e spartitoria con cui fu messa in atto. In molti casi le riforme furono accompagnate dalla creazione di organismi di partecipazione democratica quali i consigli di quartiere nei grandi centri urbani, le Unit sanitarie locali, i circoli e distretti scolastici ecc., che sembravano particolarmente intonati alla sensibilit democratica diffusa che abbiamo ricordato. Ma la prassi dell'accordo interpartitico sostitu rapidamente la democrazia dal basso, si trasform nel compromesso sui contenuti, nel clientelismo e in quella particolare forma di compartecipazione alle responsabilit di governo che nota come consociativismo". Alla linea di piena assunzione delle responsabilit di governo sembr adeguarsi anche la Cgil: il suo congresso del giugno 1977 sanc un dialogo con le forze padronali, gi avviato dal marzo perecedente, destinato a sostenere la ripresa produttiva. Bastarono pochi mesi a chiarire come la collaborazione fosse intesa a senso unico: il sacrificio di alcuni punti della contingenza (vale a dire indebolimento del meccanismo di adeguamento automatico dei salari al costo della vita), la disponibilit sindacale a permettere la mobilit della manodopera e a favorire l'intensificazione dei ritmi produttivi consentirono la ripresa produttiva e l'avvio di consistenti innovazioni tecnologiche, soprattutto nel settore automobilistico. Ma non cessava per questo la diffamazione antioperaia che sbandierava supposte connivenze dei sindacati con gli estremisti; mentre sul piano pi concreto degli investimenti le imprese non si impegnavano n nella creazione di posti di lavoro n in investimenti nel Meridione. Pagina 141

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt I pericoli di involuzione della forza della sinistra contenuti in simile attuazione della strategia del compromeso storico furono tragicamente esaltati dalla piena esplicazione del fenomeno dell'eversione sedicente rossa. L'acme della crisi collegata al terrorismo si colloc in una congiuntura caratterizzata sul piano sociale dal chiudersi delle prospettive di occupazione per i giovani; e sul piano politico dal fallimento, nell'area delle opposizioni, delle esperienze politiche dei gruppi organizzati extraparlamentari. Emersero nel 1977 gruppi giovanili urbani, genericamente definiti di Autonomia e spesso eterogenei fra loro, tra i quali il terrorismo cerc di reclutare adepti; ma le Brigate rosse avevano radici e caratteristiche incompatibili anche con simili aggregati. La truculenza aggressiva dell'Autonomia non si sald se non marginalmente con la progettualit eversiva delle Brigate rosse. Le Brigate rosse definirono, in un documento del 1974, la loro strategia come attacco al cuore dello stato, in base ad analisi macchinose e ispirate principalmente all'economicismo proprio dell'ideologia della Terza Internazionale. I frutti pi sanguinosi del fenomeno eversivo si ebbero a partire dal 1976, con l'assassinio di un giudice, Francesco Coco, cui seguirono, solo fino al 1978, quelli di altre quattordici persone (oltre quaranta i feriti, con la pratica della "gambizzazione", per lasciare l'avversario storpiato dalla ferita alle gambe). L'impresa pi clamorosa fu il rapimento (16 marzo 1978), la prigionia e l'uccisione (9 maggio) di Aldo Moro, presidente della Dc, proprio quando il Pci doveva decidere se dare o meno il suo appoggio a un governo presieduto dall'onorevole Andreotti. In base alla concezione demoniaca del potere propria delle Brigate rosse, l'uomo politico democristiano avrebbe dovuto essere in grado di rivelare straordinari segreti delle stanze del potere. Per quanto interrogato a lungo, egli non pot far altro che illustrare ci che avrebbe potuto essere pi direttamente desunto dai documenti pubblici. Ma il colpo inferto all'autorit di uno stato che si dimostrava incapace di proteggere uno degli esponenti pi autorevoli della classe politica apr una crisi nei rapporti interni tra i partiti, lacer la Democrazia cristiana, spinse il Pci a ergersi a difensore dell'autorit dello stato, con la "linea della fermezza", respingendo ogni ipotesi di trattativa con i terroristi. Il Psi, viceversa, assunse un atteggiamento pi elastico, candidandosi a un ruolo di mediatore. Attorno al rapimento e alla sua tragica conclusione si sono snodate infinite diatribe: complessivamente esso mise in luce l'inefficienza dell'apparato di difesa dello stato, cui la maggioranza parlamentare cerc di rimediare con un inasprimento illiberale delle norme di polizia (legge Reale). Ci non fece che aggiungere confusione a confusione; da una parte chi era favorevole al garantismo (cio la tutela dei diritti di ogni cittadino indagato) fu equiparato ai fautori del terrorismo, dall'altra il rifiuto della trattativa fu denunciata come spietata insensibilit, se non come prodotto di inconfessabili calcoli per eliminare Aldo Moro. Torbidi disegni riemergono ancora oggi, improbabili ritrovamenti di carte fanno sospettare intrighi che sfiorano il rocambolesco. Di certo resta la sconfitta delle forze democratiche, il colpo finale inferto alla possibilit di proseguire e arricchire l'esperienza di partecipazione di massa alle scelte interessanti tutti i cittadini, che era l'eredit migliore dei movimenti degli anni passati. Qualunque sia il giudizio sulle origini e la consistenza delle Brigate rosse, si pu concludere con sicurezza che delle loro imprese seppero trarre profitto le forze pi reazionarie. Dopo l'assassinio di Moro, malgrado l'evidente fallimento politico della strategia brigatista, le azioni terroristiche continuarono a snocciolarsi fino oltre la met degli anni ottanta (tra le vittime ci furono spesso esponenti di orientamenti democratici: l'economista Ezio Tarantelli, 27 marzo 1984; il repubblicano Lando Conti, 10 febbraio 1986; il generale Licio Giorgieri, 20 marzo 1986; il costituzionalista Roberto Ruffilli, 16 aprile 1988). La delinquenza brigatista fu fermata sostanzialmente solo con l'emanazione di una legge a Pagina 142

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt favore dei "pentiti" (1982), che diede il via alla disgregazione delle formazioni terroristiche. Trame di destra e speranze di democrazia Su altri terreni, in dimensioni altrettanto oscure, c'era chi tesseva negli stessi anni progetti di eversione e intanto lucrava su speculazioni illecite, utilizzando l'assassinio per porre a tacere chi indagava. Si tratta della vicenda della loggia massonica segreta P2, emersa nel 1981 nel corso di un'indagine sul banchiere Michele Sindona, responsabile del fallimento del Banco Ambrosiano con Roberto Calvi (morto in circostanze tuttora non chiarite a Londra l'anno successivo). Sindona, a sua volta avvelenato in carcere nel 1986, fu anche giudicato come il mandante dell'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli (settembre 1979), liquidatore del Banco. Sulla P2 un'indagine parlamentare ha accertato responsibilit di piani diretti a un'eversione in senso autoritario dello stato; il suo capo, Licio Gelli, stato oggetto di diverse condanne (nonch di una successiva e assai discussa assoluzione); la loggia P2 compare pi volte in connessione allarmante con le stragi attribuibili alla destra eversiva nel corso degli anni ottanta (la bomba alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980; la strage del treno Italicus, 23 dicembre 1984). Nel quadro dei rapporti politici parlamentari, il miglior risultato conseguito dal Pci nel 1978, pochi mesi dopo la morte di Moro, fu l'alleanza di sinistra che sostenne l'elezione di Sandro Pertini alla presidenza della repubblica: successore del dimissionario Giovanni Leone, discreditato presidente democristiano, Pertini pareva potesse restituire fascino alle istituzioni democratiche e prestigio alla repubblica con la sua personalit estroversa, il suo passato antifascista e la sua lunga milizia socialista, oppositore tenace e non fazioso di ogni sistema di potere. Fu l'ultimo successo di una sinistra unita: dopo le elezioni del 1979 tornarono governi democristiani che avrebbero retto per un quadriennio poco esaltante, segnato soprattutto dal proseguimento delle imprese brigatiste e dal contrappunto delle stragi di matrice fascista. In questo contesto la presidenza di Pertini parve proporsi come una garanzia di legalit. Ma proprio il carattere carismatico della sua personalit contribu a porre le premesse per un vagheggiamento di mutazione in senso presidenziale e autoritario degli istituti repubblicani. Progetti che prenderanno a fiorire al termine del suo mandato, nella seconda met degli anni ottanta. 5.6 Apoteosi e crisi del sistema dei partiti Negli anni che seguirono l'assassinio di Moro e fino al 1990-91 il sistema dei partiti tocc il punto pi alto del suo potere; ma nello stesso periodo maturarono le condizioni per una crisi profonda che fin per travolgere tutte le componenti della societ politica italiana in un arco di tempo che appare straordinariamente breve. Due sono le cause strutturali cui correntemente viene fatta risalire l'inefficienza sistematica dello stato e la corruzione clientelare di cui si rivelato incrostato: da un lato l'intervento statale nell'economia realizzato tramite la gestione di enti a partecipazione statale (le aziende Iri, per esempio) affidata a un'oligarchia manageriale che stata chiamata dei "boiardi di stato", per indicare il carattere personalistico del potere che, grazie ai loro legami di partito, costoro detenevano all'interno delle strutture pubbliche; e dall'altro lato il sistema dell'assistenza sociale, paralizzato e inefficiente sia per cattiva gestione sia per l'estensione dei compiti che gli sono stati addossati. Tanto l'intervento in economia quanto l'assistenza sociale fanno parte di una tipologia di funzioni dello stato contemporaneo comune ai paesi capitalisti dell'intero Occidente, almeno a partire dall'ultimo decennio dell'Ottocento, per quel che riguarda le forme dello stato sociale, e dagli anni trenta Pagina 143

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt del nostro secolo per gli interventi nell'economia. A partire dagli anni settanta tuttavia tutti gli stati occidentali si sono trovati ad affrontare difficolt per molti versi analoghe a quelle italiane, principalmente per l'insostenibilit della spesa richiesta dai settori dell'assistenza. Il sistema del welfare state si modellato dopo la seconda guerra mondiale su un tipo di sistema produttivo che, per i modi della sua organizzazione di fabbrica, viene comunemente definito "fordista". Sul piano sociale esso stato caratterizzato dalla stabilit dell'impiego e da un reddito del lavoratore (maschio) concepito come reddito fondamentale per lui e l'intero nucleo familiare, che deve essere garantito per l'intera vita lavorativa, contornato da interventi assistenziali che assicurino non solo l'assistenza sanitaria, ma soprattutto le provvidenze per i cicli inattivi della vita: l'istruzione per la giovent e la pensione per la vecchiaia. Questo modello entrato in crisi per molti fattori, demografici, economici e politici sia interni sia internazionali e la sua crisi parte di un mutamento complessivo, tuttora in atto, delle societ industriali, che sembrano muoversi verso una trasformazione radicale dei sistemi produttivi e delle organizzazioni sociali a essi collegate. Nella situazione italiana, ma non solo in essa, sembra molto difficile conciliare i caratteri di un nuovo modello economico (ancora da delineare) con la prosecuzione dell'assistenza erogata dagli stati capitalisti occidentali dopo la seconda guerra mondiale. A fronte di queste difficolt sta per la coscienza largamente diffusa che non sia possibile sacrificare i criteri egualitari e solidaristici che, nel bene e nel male, sono profondamente penetrati nelle societ capitalistiche e senza i quali si andrebbe incontro a una tragica e insostenibile polarizzazione dei redditi e dei livelli di vita (e conseguentemente a una profondissima conflittualit sociale). Si aggiunga infine che il venir meno della funzione redistributrice di reddito, assolta da questi interventi, costituirebbe un evento esiziale per il mercato interno ripercuotendosi sull'intero apparato produttivo. Se, dal punto di vista dell'assistenza sociale, la situazione italiana appare divergere da quella degli altri stati occidentali solo per aspetti quantitativi, ben pi profonde sono le divaricazioni rispetto ai problemi economici (per la cui trattazione specifica rinviamo alla parte dedicata all'economia). In questa sede ricorderemo solo che, inserita con caratteri di economia aperta nel contesto dell'Europa occidentale fin dai primi anni del dopoguerra, l'Italia si trovata nell'ultimo quindicennio ad affrontare con crescenti difficolt le conseguenze del livello relativamente scarso della sua attrezzatura tecnologica, che la rende debole nei confronti dei paesi pi avanzati ma che non nemmeno sufficiente ad assicurarle un netto vantaggio rispetto a quei paesi che, pur disponendo di minori capacit tecnologiche, possono contare su una manodopera a minor costo. L'ammodernamento industriale e tecnologico, che era stato promosso dalla grande industria di mano pubblica, stato compromesso dopo la met degli anni settanta dai comportamenti corporativi, clientelari e speculativi che hanno gradualmente paralizzato questa funzione dell'intervento statale. Particolarmente evidente tale fenomeno per quanto riguarda il Meridione: mentre nel Centro- nord si avviava un processo di ristrutturazione industriale e si assisteva alla nascita di nuovi distretti industriali nel Nordest e nelle regioni adriatiche (cui comunemente ci si riferisce come alla "terza Italia"), nel Sud veniva fermato il processo di allargamento della capacit produttiva e veniva sistematizzata la politica dei sussidi, necessariamente legata, come abbiamo pi volte segnalato, al potere clientelare della classe politica. La riorganizzazione del sistema economico ha avuto rilevanti ripercussioni sull'orientamento politico di classi e gruppi sociali. Nella pianura padana lo strato sociale intermedio fatto di piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, strati produttivi del terziario avanzato (spesso lavoro dipendente impiegato nella "fabbrichetta" con minori tutele sindacali, ma con maggiori opportunit economiche) ha creduto di poter rivendicare una propria autonoma capacit politica. Questi strati sono venuti rifiutando la tradizionale forma di rappresentanza dei partiti storici, nei quali essi vedevano espressi gli interessi compositi della borghesia finanziaria e grande- industriale, le potenti Pagina 144

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt burocrazie pubbliche, il proletariato sindacalizzato, la propriet coltivatrice diretta, il lavoro autonomo tradizionale. A partire dal 1983 comparve la Liga veneta (il 4% alle elezioni regionali), sorretta da un composito aggregato sociale, prodotto dalla nuova base economica. Di l in avanti il fenomeno leghista cominci a incidere sul sistema politico, lacerando in primo luogo le consolidate solidariet politiche intorno alla Dc, e ai partiti suoi alleati (ivi compreso il Psi), in cui s'erano fino allora riconosciuti ceti sociali contigui o i medesimi gruppi sociali nella loro fase di espansione iniziale. Anche il Pci venne investito da questa vasta crisi di rappresentanza; ma nell'Italia centrale la sua rete di consenso si mantenne perch la capacit di governo sul piano locale e municipale si mostr capace di sostenere i nuovi caratteri assunti dal sistema produttivo. Alle diverse Italie economiche facevano riscontro dunque diverse modalit di trasformazione del sistema politico: al Nord una grave crisi di rappresentanza, al centro una tenuta della "socialdemocrazia municipale", ispirata principalmente dal Pci, al Sud la persistenza del sistema tradizionale dei partiti sorretto dalla creazione artificiale e corrotta del consenso, ma sempre meno in grado di rispondere alle esigenze dello sviluppo meridionale. In questo contesto la dipendenza del Meridione dai flussi del finanziamento pubblico non solo venne accentuandosi, ma rivel anche un mutamento del suo carattere: i trasferimenti di risorse non erano pi rivolti alla creazione di capitale fisso o di infrastrutture, ma al sostegno diretto dei redditi delle famiglie. Si allargavano perci gli spazi di gestione clientelare delle risorse (indirizzate tra l'altro a mantenere artificialmente elevate le capacit di consumo a vantaggio pi delle imprese settentrionali che del tessuto produttivo locale). E il finanziamento clientelare rafforzava pure i rapporti (denunciati fin dagli anni sessanta dalle relazioni di minoranza della Commissione parlamentare antimafia) tra gruppi di potere politico e organizzazioni criminali. Si delineava cos in tutta la sua portata l'allarmante quadro della crescente potenza della criminalit organizzata, di cui fu testimonianza nel corso degli anni ottanta e novanta una serie di clamorosi atti di violenza rivolti a personalit politiche ed esponenti dello stato impegnati nella lotta contro la mafia e le organizzazioni consimili (dall'assassinio di personalit politiche siciliane, quali il comunista Pio La Torre e il democristiano Piersanti Mattarella, a quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, alle stragi di cui sono state vittime magistrati- simbolo quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino). Il fenomeno mafioso era stato oggetto di indagini a partire dai primi anni sessanta, con la costituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta. La rilevanza del problema era stata segnalata soprattutto dalle opposizioni (e negata dalle forze di governo); ma negli anni ottanta il suo ruolo nel Sud e nell'intero contesto nazionale divenne acquisizione comune. A partire dagli anni settanta l'organizzazione criminale mafiosa aveva assunto dimensioni cospicue e caratteri di impresa economica: si occupava di traffico di droga, di appalti, di estorsioni, stringeva legami con esponenti politici, assicurando loro il suo appoggio elettorale in cambio di favori, o con esponenti del mondo finanziario ai fini di garantirsi le vie per il riciclaggio del denaro "sporco", proveniente da attivit illecite. Questa mafia imprenditrice (la definizione del sociologo Pino Arlacchi) sorgeva nel solco di una tradizione siciliana di omert e di opposizione allo stato nella sua forma postunitaria, che aveva trovato alimento pi che nell'ingiustizia dell'ordinamento di classe, come favoleggia un'interpretazione romantica e benevola delle origini, nella sistematica assenza dello stato e nelle collusioni delle sue istituzioni con il sistema mafioso stesso, da sempre al servizio dei potentati locali. La possibilit di sconfiggere queste forze era affidata a una riorganizzazione dello stato che creasse un'efficace rete di strumenti non solo repressivi, ma capaci anche di offrire le garanzie dell'onesta applicazione delle leggi e dei rimedi alla povert e alla degradazione della vita civile, vero terreno di coltura in cui prosperavano le strutture malavitose (oltre alla mafia: la Pagina 145

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt "ndrangheta in Calabria, la camorra in Campania e la Sacra corona unita in Puglia). Nel corso degli anni ottanta la complessit e la pericolosit di questa situazione vennero occultate da una serie di fattori strutturali e ideologici che contribuirono a creare un'immagine trionfalistica e ottimistica della situazione italiana del tutto al di fuori della realt. L'apparenza del benessere riposava su un crescente indebitamento dello stato, sul cui bilancio il debito pubblico accumulato ha poi finito per gravare in misura crescente. In termini molto banali si pu dire che l'Italia, per sostentare il proprio benessere, ipotecava il proprio futuro e bruciava le risorse di domani. Il disavanzo dei conti pubblici, unanimemente indicato come origine prima della crisi dell'inizio degli anni novanta, era destinato a compromettere anche la collocazione internazionale dell'Italia, soprattutto nei confronti dei partner dell'Unione europea. Il "consociativismo" e la caduta delle ideologie Su questa prospettiva di fondo l'aspetto pi singolare della politica italiana fu segnato dalla presenza, a capo delle coalizioni, di presidenti del consiglio laici (dapprima il repubblicano Giovanni Spadolini e successivamente il socialista Bettino Craxi) la cui azione non valse a indebolire la tradizionale presa della Democrazia cristiana sui gangli del potere. Il responso delle consultazioni elettorali, sia amministrative sia regionali sia politiche, faceva registrare fino al 1992 una stabilit dei consensi dei partiti che componevano il cosiddetto arco costituzionale (Dc, Pli, Pri, Psi e Psdi, invariabile base parlamentare dei governi), accompagnata da una flessione dei comunisti. Le urne mostravano tuttavia una pi profonda disaffezione e una crescente sfiducia sulle capacit di intervento del sistema politico dei partiti. A partire dal 28 giugno 1981 la presidenza del consiglio fu affidata a Spadolini, che resse due successivi governi, fino al 13 novembre 1982. Dopo un intermezzo rappresentato da un governo Fanfani (dicembre 1982aprile 1983), le elezioni politiche del giugno fecero registrare una netta flessione del Pci, un calo della Dc fino al 32,9%, e un relativo successo dei partiti laici, tra cui il Partito socialista che superava il 12%. Forte di questo successo, Bettino Craxi assunse, primo socialista nella storia d'Italia, la presidenza del consiglio e guid il governo pi lungo dell'Italia repubblicana (1047 giorni dal 4 agosto 1983 al 7 giugno 1986; un nuovo incarico, assegnatogli ai primi di agosto 1986 dur fino al 3 marzo 1987). Al termine di questa permanenza al governo, Craxi poteva registrare non solo alcuni risultati che in politica estera sembravano designarlo come leader originale (la firma di un nuovo concordato con la Santa Sede, 18 febbraio 1984, a sostituzione di quello del 1929, e l'ingresso nel cosiddetto club dei paesi pi industrializzati, 4 maggio 1986); ma soprattutto poteva vantare di aver avviato una solida concorrenza nei confronti sia della Democrazia cristiana sia del Partito comunista. Centrale, tra gli obiettivi di Craxi, appariva quello del contenimento della forza delle sinistre. In particolare va ricordato il decreto del 14 febbraio 1984 con il quale veniva abrogata la scala mobile per i salari. Quest'ultima era il meccanismo di indicizzazione dei salari creato nel 1945 che, promuovendo un automatico adeguamento dei salari al costo della vita, proteggeva le fasce pi deboli della forza lavoro; ma era stato sempre denunciato dagli imprenditori come un ostacolo per l'elasticit necessaria ad assicurare la competitivit sui mercati internazionali. Rispetto all'impostazione iniziale, il meccanismo era gi stato modificato e ridotto (tra l'altro con l'accordo, in precedenza ricordato, del 1977); ma agli inizi del 1984 il governo Craxi aveva scelto la strada dell'abrogazione per decreto legge, rifiutando ogni trattativa con il sindacato Cgil. Fall successivamente un referendum Pagina 146

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt popolare abrogativo, promosso dal Pci e dalla Cgil. Con questa mossa il presidente del consiglio socialista tendeva ad accentuare la linea dello scontro con il Partito comunista e a raccogliere i consensi di vasti strati sociali di piccola e media borghesia, sempre pi ostili alla presenza e al ruolo dei sindacati nella societ italiana. Di questo nuovo orientamento era stato un segnale molto indicativo la cosiddetta "marcia dei quarantamila" dell'ottobre 1980, quando a Torino altrettanti dipendenti Fiat, quadri intermedi di fabbrica e funzionari, avevano protestato in piazza contro il protrarsi della conflittualit aziendale. Il successo della linea di Craxi sembrava consacrato, sul piano elettorale dai voti del suo partito alle elezioni politiche del 1987 (quasi il 15%) e soprattutto a quelle amministrative del 1988. Almeno fino al 1986 Craxi riusc, con questa strategia, a convogliare sul Psi una parte consistente dei voti dei nuovi ceti settentrionali emergenti. Non li utilizz tuttavia per avviare il cambiamento politico, che essi pur confusamente chiedevano, ma per garantirsi un maggior potere di coalizione, per assicurare il controllo delle risorse dello stato ai partiti della maggioranza e per perpetuarne cos il radicamento elettorale tramite gli strumenti del clientelismo. Nel Meridione la strategia craxiana mir a strappare alla Dc il ruolo di pilastro del sistema clientelare, facendosi sostenitore dell'interventismo statale e imponendo a sua volta un'organizzazione di mediatori pi efficace del vecchio partito cattolico. L'estremo frutto di questa strategia fu in alcuni casi un vero e proprio tentativo di attivare propri canali di contatto con le associazione criminali che controllavano il "voto di scambio". Il Partito socialista presentava cos una fisionomia ambivalente: era al tempo stesso il partito della modernizzazione "nordista" e il partito della spesa pubblica "sudista". Il Psi sosteneva al tempo stesso l'individualismo liberista, lo stato assistenziale e l'intervento pubblico. Mirava con ci a rendersi gradito alla piccola borghesia imprenditrice istintivamente eversiva di ogni regola (e in primo luogo dell'onest fiscale), senza rompere radicalmente n con le rappresentanze del lavoro dipendente n con i gruppi (soprattutto intellettuali) sensibili alle prospettive di ammodernamento produttivo e sociale. All'interno di questa linea che complessivamente appare contraddittoria e che nei primi anni novanta stata rievocata soprattutto per i suoi aspetti negativi e corruttori, occorre peraltro tenere presente che vennero anche elaborati i primi strumenti per affrontare il problema della disoccupazione, con leggi incentivanti il lavoro giovanile e il mercato del lavoro in generale; che vennero approvati provvedimenti di promozione della parit uomodonna, affrontando per la prima volta nella storia dell'Italia postunitaria una questione che investe aspetti centrali della convivenza civile e della cultura di un'intera societ; che vennero infine posti sul tappeto, pur al tramonto dell'era craxiana e con gravi limiti, i problemi dell'immigrazione dai paesi extracomunitari. L'avversario a sinistra del Psi, il Partito comunista, negli anni ottanta viveva una faticosa congiuntura, diviso tra l'aspirazione a un rinnovamento radicale dei metodi e delle strategie al fine di essere accolto nel quadro della normale dialettica democratica e la volont di non allinearsi alle scelte del restante sistema dei partiti. I rapporti del partito con gli avversari politici risultavano complessi: da una parte era escluso dal potere, dall'altra accettava un pur parziale coinvolgimento nel sistema. La sua opposizione si mostrava a tratti inflessibile; ma sottoscriveva in altri momenti accordi e concessioni al fine di ottenere nelle aule parlamentari successi pur parziali che dimostrassero al suo elettorato forza e capacit contrattuale. Ci, peraltro, non era privo di risvolti negativi per il suo prestigio, indeboliva e cancellava agli occhi della sua Pagina 147

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt stessa base il fascino di una forza politica che vantava, e in buona parte tutt'altro che a torto, una severa moralit pubblica. Parzialmente inglobato cos in un sistema di alleanze non dichiarate, che sar definito "consociativismo", il partito, dopo la morte di Berlinguer e per tutta la segreteria di Alessandro Natta (1984-89), and elaborando una difficile e complessa autoriforma: abbandonava il centralismo democratico a favore della democrazia interna, sottolineava la propria estraneit al sistema comunista dei paesi dell'Est e proclamava la piena legittimit dell'appartenenza dell'Italia alla Nato, si dichiarava pronto infine ad accogliere al proprio interno tematiche emergenti dai movimenti sociali, in primo luogo quella dei movimenti delle donne. Lo sforzo del partito apparve per molti aspetti sincero e profondo; non riusc tuttavia a porsi in sintonia con una societ sempre pi frammentata, in preda a una crescente ostilit verso le organizzazioni partitiche e pur desiderosa, in alcune sue componenti, di svolgere un ruolo attivo nella conduzione della politica. E" anche verosimile che la diffusione della corruzione pubblica abbia finito per avvantaggiare al suo interno e sul piano dell'acquisizione del consenso clientelare i gruppi e le correnti maggiormente disposti al compromesso. In quegli anni il Pci si accontent di difendere due elementi fondamentali dello stato repubblicano: la base costituzionale della repubblica contro gli "strappi" autoritari impliciti nell'azione socialista, e lo stato sociale, pur profondamente intessuto di assistenzialismi e di corporativismi. Il rapporto con i movimenti che nella societ si sforzavano di esprimere esigenze di autogoverno e di partecipazione rimase esile; in continuit con le scelte maturate nel corso degli anni settanta, ma inserite nei caratteri fondativi della strategia comunista dal dopoguerra in poi, lo sguardo del partito continuava a essere rivolto principalmente alle forze istituzionali. Da loro, pi che dal radicamento democratico, attendeva il riconoscimento. Simile tendenza, connaturata con i caratteri del partito e della sua disciplina, era stata anche rafforzata dallo scotto pesante che il Pci aveva dovuto pagare, fin dai tempi della Costituente, alla duplicit della sua immagine. Era stato il difensore della democrazia parlamentare sul piano interno; ma era apparso legato sul piano esterno alla leadership sovietica, verso la quale aveva delineato una netta rottura solo agli inizi degli anni ottanta, quando condann i comportamenti dell'Urss nei confronti della Polonia. Questo lo costringeva a subire un perpetuo esame da parte del sistema dei partiti, al fine di conseguire una patente di democraticit che il suo radicamento sociale non sembrava sufficiente a garantirgli. Un ruolo rilevante nella crisi che si deline con il 1990 stato svolto dal sensibile declassamento subito dalle tematiche di stampo ideologico nella scala dei valori della societ contemporanea. Questo indebolimento dei valori ideologici stato spesso identificato con l'evento simbolo della caduta del muro di Berlino (1989), che sembr destinata a liberare gli elettori italiani da dipendenze ideologiche e ad aprire la strada a scelte di tipo nuovo. Con la disintegrazione dei sistemi comunisti dell'Est europeo sembr in altri termini che dovessero cadere tanto il condizionamento anticomunista quanto la fedelt (pur ormai appannata) alla patria del socialismo: in questa prospettiva finalmente liberata gli elettori avrebbero dovuto poter scegliere non in base alle appartenenze ideologiche e sotto la minaccia di una vittoria delle "forze del male" (da qualunque parte essi le collocassero), ma in base agli elementi programmatici e ai contenuti politici prospettati loro dalle diverse forze. La portata periodizzante della "caduta del muro" si presenta come una schematizzazione solo parzialmente accettabile, piuttosto ingenua e meccanica; e che fa il paio con quella che vede nella guerra fredda il motore dell'intera storia italiana postbellica. Come la guerra fredda, anche gli eventi del 1989 hanno avuto influenza solo in quanto rispondevano a una maturazione Pagina 148

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt pi complessiva e hanno giocato ruoli diversi nelle diverse aree della societ. E" vero che quell'evento simbolo ha influito sul Partito comunista italiano spingendolo ad accelerare i tempi di una trasformazione che tendeva a cancellare le stimmate ideologiche originali per assimilarsi alle moderne socialdemocrazie occidentali. Questo processo stato formalizzato dal succesore di Natta, Achille Ochetto con la presentazione (gennaio 1990) di una piattaforma di maggioranza per il congresso straordinario del partito che avrebbe dato vita a una nuova formazione politica, il Partito democratico della sinistra (Pds). La scelta della maggioranza ha provocato anche una scissione a sinistra, con la nascita del partito di Rifondazione comunista, che intendeva proseguire nel solco della tradizione precedente. I punti di riferimento cui il Pds si ispirava erano una prosecuzione degli aspetti positivi degli interventi statali nell'economia e la salvaguardia dei principi della solidariet che stavano alla base del welfare state italiano. La reazione degli altri partiti alla trasformazione del Pci stata invece singolarmente arroccata sulle tattiche e sugli indirizzi tradizionali con un accentuato rafforzamento della politica clientelare e delle pratiche cosiddette spartitorie, vale a dire indirizzate a distribuire il potere e le cariche (ivi comprese quelle che richiedevano alto livello di qualificazione professionale e di merito) in base a criteri di appartenenza partitica. Una simile linea di condotta trascurava il diffondersi di una crescente insofferenza nei confronti delle istituzioni nazionali centrali e dei partiti. Alla richiesta di rinnovamento della vita politica, del costume, del linguaggio stesso della politica, il sistema dei partiti rispondeva con un confuso e magniloquente programma di riforme istituzionali in senso presidenziale, di cui si sono fatti alfieri sia Bettino Craxi, sia il democristiano Francesco Cossiga, presidente della repubblica succeduto a Sandro Pertini, protagonista di arroventate polemiche, spesso a carattere personalistico, negli ultimi due anni del suo mandato, conclusosi con le dimissioni. Nuove formazioni e nuove condizioni della vita politica La caduta del muro di Berlino sembra aver avuto effetti diversi e contrastanti sulla restante quota dell'elettorato italiano. Il passaggio di tale elettorato a scelte partitiche diverse dalla Dc sembrato rispondere a motivazioni pi profonde: non rinnegava affatto l'antico anticomunismo, ne faceva anzi una bandiera ancora pi vitale. L'esempio della pi antica tra le nuove formazioni, la Lega Nord, pu confortare questa ipotesi. I suoi esordi vengono generalmente collocati attorno alla fine degli anni settanta, anche se sarebbe possibile ricordare altre esperienze (la lista del "Melone" a Trieste, attiva fin dagli inizi del decennio) che ne richiamano alcuni caratteri. Le formazioni che si fonderanno nella Lega Nord si presentavano con un impianto fortemente localistico, che pretendeva di erigersi a principio di autogoverno e che si connotava principalmente come chiusura verso il diverso, l'estraneo, l'immigrato. Ricca di elementi folcloristici, la cultura della Lega venne sottovalutata a lungo dalle altre forze politiche, tanto che il suo successo elettorale (in Lombardia l'8,15% nelle europee del 1989 e il 18,9% nelle regionali del 1990) ha colto di sorpresa la massima parte degli osservatori. Giudicato fenomeno di protesta contro il malgoverno, legato ad atteggiamenti di rifiuto della politica e dell'ideologia, fortemente connotato dalla ribellione contro le tasse, il leghismo si venuto articolando attorno a temi che mettevano in discussione aspetti certamente non episodici della politica della repubblica dei partiti: l'intervento statale nell'economia e l'assistenza sociale, soprattutto negli aspetti relativi alla questione meridionale. In sostanza la Lega metteva in discussione il patto di solidariet che aveva legato le due Italie e ne reclamava Pagina 149

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt una nuova formulazione, di stampo federalista, attestandosi su un liberismo estremo che nulla aveva da invidiare a quello degli anni della fondazione della repubblica; anche se la sua propaganda grottescamente sosteneva che tutta l'economia italiana aveva avuto fin dall'inizio un carattere collettivista (da "socialismo reale"). E" stato il 1990-91 l'anno che ha aperto una voragine nel sistema politico repubblicano: la base elettorale dei partiti tradizionali ha cominciato a mostrare vistosi segni di cedimento, colpita dall'astensionismo in crescita e dalla nascita di nuove formazioni politiche autonomistiche e localistiche, che appunto nella Lega troveranno il loro sbocco. Soprattutto al Nord il fenomeno ha messo in evidenza l'esplodere di una "questione settentrionale" determinata dalla crisi economica che colpiva, oltre che la grande impresa, anche la nuova industria diffusa, il terziario avanzato e parte dei ceti medi in ascesa. Il costo ormai patologico del trasferimento delle risorse al Sud alimentava la ribellione fiscale. L'inefficienza della macchina pubblica ha contribuito a spezzare in modo definitivo i residui legami tra sistema dei partiti e societ civile. Quando si costituta la Lega Nord sotto la guida carismatica di Umberto Bossi, trasformando un arcipelago di forze autonomiste in un partito di massa potenzialmente nazionale, essa sembrata destinata a coagulare la domanda sociale di cambiamento e la critica di massa alla "partitocrazia" in un programma politico che univa vecchie istanze liberiste di stampo conservatore (tradizionalmente care ai ceti medi produttivi settentrionali) con una proposta del tutto originale, il federalismo. In esso era contenuta anche una spinta secessionista, alimentata da elementi di intolleranza criptorazzista e da una sfiducia verso le istituzioni. Nella proposta federalista della Lega e nelle formulazioni che ne dava il suo stesso ideologo (Gianfranco Miglio, gi professore dell'Universit Cattolica di Milano) vi era anche la percezione di un elemento importante della crisi contemporanea, vale a dire la messa in discussione degli stati- nazione e la correlata rivalutazione di tutti gli elementi particolaristici; ma scompariva completamente il significato democratico e di autogoverno che la prospettiva federalista aveva avuto nel pensiero politico italiano da Carlo Cattaneo ad Altiero Spinelli. In questi termini il federalismo diventato la cornice in cui la Lega ha collocato il proprio antagonismo al vecchio sistema dei partiti e alla "nazione" come si era venuta modellando nel dopoguerra. Entro questi limiti essa raccoglieva la domanda di modernizzazione istituzionale di ampi strati di borghesia professionale, di impreditori, di giovani, molti dei quali ben poco avevano a che vedere con la sua base sociale originaria. Dopo il successo elettorale del 1992, quando la Lega super il 23% dei voti in Lombardia, il 18% in Veneto, e il 15% in Piemonte, Liguria e Friuli, sfondando anche in Emilia con il 10%, nella strategia e nella collocazione della Lega si verificato un mutamento. Con quel successo infatti si apriva una difficile fase di stabilizzazione e di istituzionalizzazione che corrispondeva anche alla conquista dei poteri locali, nella quale questo partito era costretto ad abbandonare il ribellismo antagonista che costituiva il suo carattere predominante per cercare di accreditarsi come forza di governo, in grado di ricostruire il sistema politico. La crisi terminale del sistema dei partiti che avevano dominato il quadro della Repubblica italiana esplosa su due elementi: il primo rappresentato dalle inchieste giudiziare che hanno messo a nudo un vasto sistema di corruzione clientelare e il collegato finanziamento illecito dei partiti; il secondo, l'iniziativa referendaria che ha sottoposto al giudizio popolare l'abolizione delle preferenze plurinominali, finalizzata a contrastare un sistema che permetteva il controllo del voto da parte di consorterie partitiche o addirittura mafiose. Il successo del referendum del 9-10 giugno 1991, che aboliva appunto le preferenze multiple, suonava come la sconfessione di fiducia al sistema dei partiti e in particolare alla linea di Craxi, che il referendum aveva osteggiato con sprezzante sicumera; la conferma del declino venuta dalle elezioni del marzo 1992, contrassegnate dal successo delle Leghe; tra le due consultazioni si colloca il primo arresto dell'inchiesta detta di "Mani pulite" (17 febbraio 1992), che ha svelato un giro impressionante di corruzione Pagina 150

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt provocato da un modo disonesto di concepire e gestire la vita politica. Colpiti da un discredito che si tradotto in dati elettorali spaventosamente negativi, i due partiti protagonisti dell'ultimo decennio sono scomparsi dalla scena politica, anche se parte dei loro esponenti sono riemersi di l a poco anche nelle file delle "nuove" formazioni. Mentre una minoranza del Psi tentava il salvataggio degli avanzi di una tradizione secolare, la Democrazia cristiana si trasformava in Partito popolare italiano, riusciva a mantenere una presa relativa su una minoranza (il 10% alle elezioni europee del giugno 1994), si spezzava infine in due tronconi alla vigilia delle elezioni amministrative del 23 aprile 1995. Per il Partito socialista difficile far altro che constatare la rotta pi completa di una strategia politica basata sulla scelta di un cinico pragmatismo del potere, che ha corrotto la portata di ogni suo intervento riformatore e che ha annullato la forza d'attrazione e il prestigio di una tradizione politica che compiva proprio allora cento anni; il destino della formazione cattolica italiana merita invece qualche ulteriore riflessione. Anzitutto i nomi: la scelta di ripiegare sul nome assunto a suo tempo dalla formazione "aconfessionale" di Luigi Sturzo sembra sottolineare una laicizzazione della politica, cos come a suo tempo la scelta di "Democrazia cristiana" per il partito di De Gasperi aveva voluto garantire alla chiesa di Pio XII una pi profonda fedelt ideale e politica. Sembra tuttavia chiaro che non pi su questi temi che si gioca il destino del voto cattolico; la stessa gerarchia ecclesiastica non pi concorde nell'invitare all'unit politica dei cattolici. Per altri versi ci sono elementi che suggeriscono l'avanzare di un nuovo "clerico- moderatismo", sotto le forme di alleanze prettamente politiche e di potere, del tutto disancorate da scelte di valori. L'intreccio tra mondo cattolico e forze politiche che lo vogliono rappresentare tuttavia molto complesso, e coinvolge soggetti pi numerosi, e non solo la gerarchia ecclesiastica. Negli ultimi decenni la trasformazione delle fedi religiose, dei rapporti tra fede e impegno civile e politico, stata molto profonda. E" probabile che questo complesso di elementi, difficile da definire, possa trovare in futuro assetti nuovi, avviando il cattolicesimo italiano su esperienze diverse rispetto al passato e diverse anche tra loro, realizzando un pluralismo di voci e di organizzazioni che fino a un decennio fa, malgrado le trasformazioni intervenute a partire dal Concilio del 1960, sarebbero state impensabili. Del resto temi di riflessione sul terreno delle scelte ideali non mancano di essere proposti anche dalle due nuove formazioni che si sono assunte nelle ultime tornate elettorali il difficile compito di rappresentare il voto moderato e conservatore dell""Italia che cambia" (le politiche del marzo 1994, le europee del giugno dello stesso anno e le amministrative dell'aprile 1995). Tali elezioni si sono svolte con sistemi elettorali tra loro diversi, per gran parte ispirati a un tentativo di conciliare il sistema proporzionale con quello "maggioritario" e uninominale. Occorre sottolineare in proposito che, per quanto invalsa nella terminologia pubblicistica corrente, l'espressione "seconda repubblica", utilizzata per designare il sistema che ne scaturito, sembra inappropriata, se si tiene conto che la Repubblica italiana tuttora governata dal patto costituzionale siglato nel 1947. Ci non significa che i termini della lotta politica non siano profondamente cambiati, come dimostrano, appunto, i caratteri delle forze politiche emerse tra il 1992 e il 1993. Di esse, una formazione tutt'altro che recente, anche se ha un nuovo nome e dichiara una nuova ideologia: Alleanza nazionale, creata a partire dal Movimento sociale italiano. In proposito occorre ricordare che le vicende della destra italiana sono state abbastanza complesse nel secondo dopoguerra e che essa ha oscillato tra l'estremismo della "destra radicale" e il perbenismo della maggioranza silenziosa, che di volta in volta votava Dc o le aggregazioni reazionarie (come l'Msi- Destra nazionale) di cui il Movimento sociale era l'anima. Cos era avvenuto negli anni settanta, quando Giorgio Almirante aveva proposto un "fascismo in doppiopetto" cui si erano contrapposti vivacemente i gruppi (Avanguardia nazionale, Ordine nuovo) Pagina 151

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt dediti, oltre che al culto di una mistica esperienza di rigenerazione morale fondata sul rifiuto della societ moderna, alla preparazione e all'esecuzione di attentati terroristici. Sono molti gli studiosi che si chiedono quanto il successo di Alleanza nazionale alle elezioni del 1994 significhi un ritorno in forza di questa cultura della destra radicale che fino a pochi anni fa sembrava confinata nell'ombra di una semiclandestinit. Al suo congresso nazionale del gennaio 1994 il Movimento sociale italiano ha peraltro compiuto un gesto clamoroso, che intendeva essere in un certo senso il corrispettivo di quello compiuto, cinque anni prima, dall'antico Pci: ha dichiarato esaurita la spinta derivante dalla tradizione fascista e neofascista, ha additato nei caratteri della democrazia (ma non nell'antifascismo) i valori fondanti della sua prospettiva politica e si collocato nell'ambito di un pi ampio schieramento di "destra democratica" come componente a pieno titolo della dialettica politica della Repubblica italiana. Il nome e il simbolo del Movimento sociale sono stati peraltro resuscitati da frange di irriducibili che hanno contestato la scelta del leader Gianfranco Fini. Il successo di questa operazione, che ha convinto strati di opinione pubblica ben pi larghi che nel passato e che, secondo molti osservatori, segna l'acquisizione di questa forza alla dialettica democratica, dovuto essenzialmente all'opera dell'altro protagonista (Forza Italia) che ha provveduto a legittimare questa destra neofascista (o postfascista), scegliendola come propria alleata alle elezioni del 1994, e a inserirla tra le forze costitutive del "nuovo" sistema politico. Forza Italia rientra in una tipologia politologica del tutto particolare: quella del "partito istantaneo", nato dal nulla, per volont di capi abili, che riescono a catalizzare forze disomogenee, disorientate, prive di rappresentanze consolidate e a trasformarle nella base di massa di movimenti di protesta, capaci di diventare maggioranza. Nel giro di due mesi, alla vigilia delle elezioni del marzo 1994, Forza Italia diventata dal nulla partito di maggioranza relativa, raccogliendo pi di otto milioni di voti. Da questo punto di vista Forza Italia rappresenta il punto massimo della crisi politica italiana: lo spostamento improvviso di milioni di elettori dalle tradizionali appartenenze al partito- azienda di Silvio Berlusconi, il pi grande tycoon italiano, testimonia la rottura di identit collettive, la frattura di circuiti di comunicazione politica, il grado profondo di disgregazione di parti considerevolissime del corpo sociale della nazione. E" la spia pi significativa di quella che Gramsci avrebbe chiamato la crisi organica nella quale versa la nazione alle soglie del XXI secolo: organica, perch conseguenza dell'agire concentrico di una gravissima depressione economica e di una crisi politica nella quale appaiono recisi i tradizionali nessi tra rappresentanti e rappresentati, tra organizzazione della politica e domande della societ civile. Dai suoi caratteri di assoluta estraneit al quadro politico della repubblica postfascista, Forza Italia ha probabilmente derivato la possibilit di rendere legittima una formazione come Alleanza nazionale, che proviene da un passato che aveva fin qui negato ogni valore alle esperienze democratiche. Per quanto "nuova" Forza Italia, "partito del Nord" che ha sfiorato il 25% in Lombardia e il 24% in Veneto, apparsa dotata fin dal suo esordio, a differenza della Lega, di una capacit di rappresentanza "nazionale", estendendo la rete dei consensi dal Friuli alla Sicilia. Essa mette in luce le capacit di espansione di una "ideologia della centralit dell'impresa" nella gerarchia e nei valori sociali. In virt di essa il manager- imprenditore si presenta come modello idealizzato di guida e la societ civile concepita come un insieme di soggetti atomizzati, non pi divisi da discriminanti di classe e portatori di interessi e valori conflittuali, ma omogeneizzati dal consumo. E" la societ che si venuta costituendo e affermando negli anni ottanta e che aveva avuto nella proposta craxiana una sua prima formalizzazione. Questa ideologia individualistica "del successo" ha trovato al Nord la sua naturale area di elezione; ma poich era priva di chiusure e di intolleranze regionali ha fatto presa sugli strati di aspiranti all'ascesa sociale, che sono diffusi seppur disomogeneamente su tutto il territorio nazionale. Pagina 152

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Dietro il "partito istantaneo" si possono intravedere dunque processi e fenomeni che hanno caratterizzato la societ italiana nell'ultimo quindicennio. Sono elementi di cultura, suggestioni del moderno, culto del successo, egoismi di ceto. L'intero mondo occidentale ha conosciuto la diffusione e l'affermazione di simili componenti: su di essi si sono basati i successi elettorali di Ronald Reagan negli Usa e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna; a essi si sono ispirate le loro politiche dirette a demolire lo stato sociale e a "restaurare" (posto che sia mai stato messo realmente in discussione) il principio della libera iniziativa. Nella situazione italiana la rapidit delle conversioni e l'ampiezza delle adesioni al nuovo credo, i caratteri di continuit anticomunista che Forza Italia rivendica e che le accattiva i consensi di una base elettorale moderata, hanno messo in luce la vitalit delle pratiche trasformistiche, che hanno costituito uno dei fenomeni di lunga durata della storia politica italiana. La presenza di Forza Italia solleva quindi interrogativi di considerevole profondit prospettica. Essa sembra aver rivelato una volta di pi quello che alcuni studiosi considerano il fondo storico pi radicato della mentalit degli italiani: la capacit di adattamento, il trasformismo, cui fa riscontro la scarsa propensione all'innovazione. Trasformismo non significa assenza di cambiamento: significa rinuncia sostanziale a governare il cambiamento. Una societ trasformistica non capace di discontinuit assunte responsabilmente rispetto al proprio passato; resistente a progettare il futuro e i mutamenti sono indotti prevalentemente dall'esterno. Qualche interrogativo Centralismo e federalismo, Nord e Sud, trasformismo, autoritarismo e democrazia, fascismo e antifascismo: nella crisi italiana della fine del secolo si intrecciano i temi che abbiamo pi volte incontrato nella vicenda dello stato postunitario, a testimonianza di una trama di storia nazionale che torna a imporsi in quanto i problemi e le aspettative che l'hanno animata non sono stati risolti. Un ciclo tuttavia si innegabilmente chiuso per la storia dell'Italia postbellica. Lo testimonia anche l'accendersi del dibattito storiografico, che segnala la possibilit di delineare un percorso in qualche modo concluso. Non possiamo pretendere che esso fornisca al paese una traccia del cammino futuro: questo non suo compito; ma possiamo sforzarci di cogliere, attraverso i dati che esso ci fornisce, elementi di conoscenza che amplino la nostra comprensione di ci che avvenuto. Ci sono studiosi che, pur in modi diversi, hanno sottolineato la persistenza di una carenza di senso dello stato e di etica civile, come prodotto vuoi di una mancata coesione nazionale vuoi del persistere di atteggiamenti legati all'etica familistica e strettamente privata (mi riferisco principalmente agli studi di P. Ginsborg e S. Lanaro). L'una e l'altra analisi si collocano certamente al centro dei problemi che riguardano l'Italia dell'ultimo mezzo secolo. Tuttavia essi sottolineano forse in modo troppo esclusivo solo una parte della fenomenologia della crisi di questi anni. Questa Italia ha pur espresso, lungo tutto l'arco della vicenda postunitaria e persino negli anni del trionfo del miracolo economico e nel primo affermarsi di un'economia dei consumi, una forte tensione etica e politica, che in parte contraddice la scarsa fiducia nello spirito civile del paese che connota tante delle analisi correnti. E" tuttavia vero che nel corso della seconda met degli anni settanta e negli anni ottanta quella capacit di mobilitazione e di impegno sembra essersi persa. Ci sono elementi di violenza, dalle Brigate rosse alle trame nere all'organizzazione della malavita, che hanno contribuito a spegnere molte vite e molte speranze. Ma c' stata anche un'insufficiente fiducia nella capacit autonoma dei gruppi sociali e delle forze intellettuali. Chi oggi rilegga per esempio le analisi e le diagnosi della societ italiana tanto frequenti alla met degli anni settanta non pu non rimanere stupito dalla somiglianza delle situazioni di allora con quelle di oggi, dal persistere dei problemi sociali, politici, ambientali; n pu negare che fin da allora fosse viva e vitale una percezione della loro rilevanza e della Pagina 153

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt minaccia che costituivano per la vita democratica del paese. Occorre perci ribadire che nella storia e nella tradizione di questo paese la forza delle convinzioni democratiche e la fiducia nelle forme di autodecisione e di autogoverno non sono mai mancate. Ma occorre anche sottolineare con energia quanto sia stato esiziale il sacrificio di queste componenti alle logiche di schieramento, alla conciliazione con le forze conservatrici. Un discorso del genere deve essere inteso come un giudizio rivolto all'intero arco delle forze politiche dell'Italia postbellica: l'intero sistema dei partiti e il complesso delle istituzioni a portare la responsabilit prima (ma forse non unica) del declino della partecipazione democratica dei cittadini, della loro sfiducia nei confronti delle istituzioni, della facile vittoria degli strumenti che tendono a imporre il consenso dall'alto e in modi surrettizi. Detto questo, non possiamo non interrogarci ancora sulle ragioni, forse pi vicine nel tempo che non quelle risalenti a tare sociali ataviche, della debolezza intrinseca che ha impedito a tante voci di farsi valere come espressione di una perdurante vitalit democratica. Tuttavia pure questo rischia di essere un giudizio assai parziale, se non addirittura consolatorio. Per intendere fino in fondo la portata dei problemi che hanno investito l'Italia occorre ricordare come la congiuntura degli anni ottanta abbia coinvolto paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ben pi solidi dal punto di vista dell'etica civile o, almeno all'apparenza, assai meno caratterizzati da etiche familistiche e ben pi ricchi di tradizioni di democrazia, oltre che provvisti (soprattutto gli Stati Uniti) di assai pi consistenti potenzialit economiche. Come abbiamo gi ricordato, anche per essi quel decennio ha segnato, con l'avvio dello smantellamento dello stato sociale, il precipitoso aprirsi di crescenti differenziazioni, che oggi appaiono quasi baratri incolmabili, tra la societ dei ricchi e quella dei poveri, con una rinnovata e profondissima polarizzazione dei redditi che nessuno avrebbe pensato potersi verificare dopo il trentennio di inarrestabile crescita delle societ industriali dopo la seconda guerra mondiale. E nel loro complesso tutte le societ occidentali hanno conosciuto il rifiorire dei valori del liberismo, della competitivit individuale e dei connessi miti del successo e della ricchezza facile. Si direbbe che sia stata l'intera societ occidentale a uscire sconvolta da uno spostamento di equilibri e da un mutamento di valori che l'ha investita globalmente ancor prima che essa stessa percepisse la fine della guerra fredda e scoprisse di essere la vincitrice del lungo conflitto. E" forse necessario confessare che, in questa fase di studi da cui, soprattutto per l'ultimo ventennio, emergono soltanto elementi provvisori e precari per un giudizio, stentiamo tutti (studiosi di storia, politologi e sociologi, economisti e giuristi, cultori delle scienze umane e cittadini d'ogni mestiere e professione) a cogliere quale sia veramente l'epicentro del cambiamento globale che si sta verificando nelle nostre contrade. Anche questo un problema che vale la pena di porsi, suggerendo a molti di abbassare la voce e di dedicare qualche minuto alla riflessione e al silenzio. Ma c' pure il pericolo che questa saggia epoch (la "sospensione del giudizio", nel linguaggio degli antichi scettici) oscuri la percezione della dimensione tragica che potrebbero assumere i passaggi ai quali i nostri paesi saranno chiamati. Alle porte d'Europa e del mondo occidentale intero si affollano i problemi di un universo che invidia anche i pi poveri dei nostri paesi. Fino a oggi per l'opinone pubblica occidentale, fatti salvi ristretti settori, si trattato esclusivamente di una questione di buoni sentimenti, di tolleranza, di carit; non stato visto come un cruciale tema politico internazionale. Ma affrontare responsabilmente i problemi della democrazia e dell'eguaglianza all'interno dei nostri paesi non dovrebbe equivalere a porli in questa prospettiva? La Repubblica italiana dopo il 1948 Sono recenti i tentativi di sintesi di un ciclo storico compiuto della storia dell'Italia Pagina 154

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt repubblicana; ci non significa che sia mancata una ricca produzione anche negli anni precedenti, ma i mutamenti intervenuti dopo il 1990 hanno reso fin troppo evidente la dipendenza di quei primi tentativi dalla congiuntura in cui nascevano; e oggi essi finiscono per valere pi come testimonianze e fonti che come compiute ricostruzioni storiografiche. Tra le sintesi pi recenti, vanno ricordate: D. Sassoon, L'Italia contemporanea. I partiti le politiche la societ dal 1945 a oggi, Editori Riuniti, Roma 1988; P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989; P. Scoppola, La repubblica di partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), il Mulino, Bologna 1990; S. Lanaro, Storia dell'Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992; F. Barbagallo (a c. di), Storia dell'Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1994 (l'opera, prevista in quattro volumi, in corso di stampa). Per un inquadramento della storia europea postbellica (oltre ai riferimenti alla politica estera per cui cfr. la bibliografia) cfr. A. S. Milward, The Reconstruction of Western Europe 1945-1961, Routledge, London 1984. Sull'assetto istituzionale, oltre ai volumi riguardanti l'elaborazione della Costituzione, per cui vedi la scheda a p. 461 sul secondo dopoguerra; cfr. G. Maranini, Il tiranno senza volto. Lo spirito della Costituzione e i centri occulti del potere, Bompiani, Milano 1963; S. Cassese (a c. di), L'amministrazione pubblica in Italia, il Mulino, Bologna 1974; V. Onida, La Costituzione nella storia della Repubblica, in Aa. Vv., 1945-1975 Italia Fascismo antifascismo. Resistenza rinnovamento, Feltrinelli, Milano 1975; F. Ferraresi, Burocrazia e politica in Italia, il Mulino, Bologna 1980; R. Ruffilli, Istituzioni, Societ, Stato, il Mulino, Bologna 1991, 3 voli. Rilievo particolare assumono, per gli studi della storia politica della societ contemporanea, le opere di impostazione politologica: G. Galli, I partiti politici in Italia 1861-1973, Utet, Torino 1975; G. Sivini (a c. di), Teoria dei partiti e caso italiano, SugarCo, Milano 1982; P. Pombeni, Autorit sociale e potere politico, Marsilio, Venezia 1993. A questa vanno aggiunte le indagini sulla partecipazione politica, da cui possibile trarre elementi relativi al radicamento dei partiti politici. In particolare cfr. le ricerche promosse dall'Istituto Carlo Cattaneo: vol. I, G. Galli (a c. di), Il comportamento elettorale in Italia (1946-1963); vol. II, Id., L'organizzazione partitica del Pci e della Dc; vol. III, F. Alberoni (a c. di), L'attivist di partito, il Mulino, Bologna 1968-69; A. Manoukian (a c. di), La presenza sociale della Dc e del Pci, il Mulino, Bologna 1968; C. Ghini, Il voto politico degli italiani, 1946-1976, Editori Riuniti, Roma 1976; P. Corbetta, A. M. Parisi, H. M. Schadee, Elezioni in Italia. Struttura e tipologia delle consultazioni politiche, il Mulino, Bologna 1988. Le ricostruzioni storiche delle vicende dei partiti si intrecciano con gli studi di politologia, ma risentono in modo determinante di un uso strumentale che rende molto rare le opere apprezzabili, o capaci di durare poco oltre il tempo in cui sono state scritte. Cfr. C. Vallauri (a c. di), L'arcipelago democratico. Organizzazione e struttura dei partiti italiani negli anni del centrismo (1949-1954), Bulzoni, Roma 1981; P" Farneti, Il sistema dei partiti in Italia (1946-1979), il Mulino, Bologna 1983; G. Galli, I partiti politici italiani 1943-1991. Dalla Resistenza all'Europa integrata, Rizzoli, Milano 1991. Per la storia del Partito comunista, cfr.: M. Ilardi, A. Accornero (a c. di), Il partito comunista italiano. Struttura e storia dell'organizzazione 19211979, "Annali" della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1981, XXI; P. Ignazi, Dal Pci al Pds, il Mulino, Bologna 1992; M. Flores, N. Gallerano, Sul Pci. Un'interpretazione storica, il Mulino, Bologna 1992, che comprende un'esauriente bibliografia. Per uno sguardo comparativo cfr. M. Lazar, Maisons rouges. Les partis communistes francais et italien de la Libration nos jours, Aubier, Paris 1992. Per una storia dei rapporti con Pagina 155

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt gli intellettuali, cfr.: N. Ajello, Intellettuali e partito comunista, 19441958, Laterza, Roma- Bari 1979. Sul Partito socialista, cfr.: A. Benzoni, V. Tedesco, Il movimento socialista nel dopoguerra, Marsilio, Venezia 1969; ~ Merkel, Prima e dopo Craxi. xxx La trasformazione del Psi, Liviana, Padova 1987; F. Taddei, Il socialismo italiano del dopoguerra correnti ideologiche e scelte politiche (19431947), Franco Angeli, Milano 1984. Sul Partito repubblicano, cfr.: A. Parisi, A. Varni, Organizzazione e politica del Pri, Istituto C. Cattaneo, Bologna 1985. Sulla Democrazia cristiana: G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e di Dossetti 1945-1954, Vallecchi, Firenze 1974, F. Malgeri (a c. di), Storia della Democrazia cristiana, Cinque Lune, Roma 1989, 5 voli.; M. Follini, L'arcipelago democristiano, Laterza, Roma- Bari 1990; A. Giovagnoli, La cultura democristiana, Laterza, Roma- Bari 1991, G. Galli, Mezzo secolo di Dc, Rizzoli, Milano 1993. Il ruolo della chiesa e del mondo cattolico stato ovviamente rilevante anche per la storia politica: oltre ai volumi citati nella scheda relativa alla ricostruzione, cfr. i saggi contenuti nel volume di F. Traniello, Cattolici, partito e stato nella storia d'Italia, il Mulino, Bologna 1990; A. Riccardi (a c. di), Le Chiese di Pio XII, Laterza, Roma- Bari 1986; G. Verucci, La Chiesa nella societ contemporanea, Laterza, Roma- Bari 1988. Purtroppo di carattere prevalentemente agiografico sono le opere sui successivi papati, e soprattutto su quello di Giovanni Paolo II. Su aspetti importanti della cultura cattolica tra fascismo e postfascismo cfr. L. Mangoni, In partibus infidelium. Don Giuseppe De Luca. Il mondo cattolico e la cultura italiana del 900, Einaudi, Torino 1989. Inconsistenti le ricerche che riguardano i liberali, e assai modeste quelle sui radicali, tra cui si segnala soltanto M. Teodori, P. Ignazi, A. Panebianco, I nuovi radicali, Mondadori, Milano 1977. Per quanto riguarda i gruppi politici extraparlamentari, scarse sono le prove di una ricerca storica documentata. Tra le molte pubblicazioni, cfr. M. Monicelli, L'ultrasinistra in Italia 1968-1978, Laterza, Roma- Bari 1978; M. Maffi, Le origini della sinistra extraparlamentare, Mondadori, Milano 1978. Sul Movimento sociale e sulla destra italiana, oltre a una pur dignitosa letteratura controversistica (P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo. Da Sal ad Almirante, Feltrinelli, Milano 1975), cfr. gli studi di P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento sociale italiano, il Mulino, Bologna 1989 (per un quadro comparativo Id., L'estrema destra in Europa, il Mulino, Bologna 1992) e di F. Ferraresi (a c. di), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984. Sul terrorismo cfr.: R. Catanzaro (a c. di), Ideologie, movimenti, terrorismi, e La politica della violenza, Istituto C. Cattaneo, Bologna 1990; G. Pasquino, La prova delle armi, il Mulino, Bologna 1984; P. Corsini, L. Novati (a c. di), Eversione nera Cronache di un decennio (1974-1984), Franco Angeli, Milano 1984; G. Galli, Storia del partito armato 19681982, Rizzoli, Milano 1986 (sulla "violenza rossa"). Su singole fasi della vicenda politica italiana possiamo distribuire le indicazioni per temi. Sul centrismo cfr.: L. Valiani, L'Italia di De Gasperi (1945-1954), Le Monnier, Firenze 1982; P. Di Loreto, La difficile transizione. Dalla fine del centrismo al centrosinistra 1953-1960, il Mulino, Bologna 1963. Sul centrosinistra cfr.: E. Scalfari, L'autunno della Repubblica, Etas Kompass, Milano 1968; C. Di Toro, A. Illuminati, Prima e dopo il centrosinistra, Ideologie, Roma 1970; G. Tamburrano, Storia e cronaca del centrosinistra, Feltrinelli, Milano 1971; P. Saraceno, Studi sulla questione meridionale 1945-1975, il Mulino, Bologna 1992. Sulle vicende degli anni settanta cfr.: L. Graziano, S. G. Tarrow (a c. di), La crisi italiana, Einaudi, Torino 1979, 2 voli. Con quest'ultimo testo va ricordata una serie di opere che, proprio alla met degli anni settanta, offrirono una prima sintesi degli indirizzi della storia dell'Italia repubblicana: M. Legnani, Profilo politico dell'Italia repubblicana 1948-1974, Morano, Napoli 1974; V. Castronovo (a c. di), Italia contemporanea 1945-1975, Einaudi, Torino 1976. La storia delle organizzazioni sindacali stata oggetto di molti interventi, Pagina 156

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt tra cui i pi rilevanti sono: A. Accornero (a c. di), Problemi del movimento sindacale in Italia 1943-1973, "Annali" della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1976, XVII; G. Acocella, Storia della Cis, Il Lavoro, Roma 1989; G. Baglioni et al. (a c. di), Trent'anni di storia sindacale, Il Lavoro, Roma 1981-82, 4 voli. Sulle caratteristiche dell'originale movimento di Comunione e Liberazione cfr. S. Abruzzese, Comunione e Liberazione. Identit religiosa e disincanto laico, Laterza, Roma- Bari 1991. Per una ricostruzione generale degli aspetti della crisi dei primi anni novanta, cfr.: L. Ricolfi, L'ultimo parlamento, Nuova Italia scientifica, Roma 1993. Per l'aggiornamento della storia politica cfr. gli annuari pubblicati dall'Istituto Carlo Cattaneo, Politica in Italia, editi da il Mulino, Bologna. Per il dibattito storiografico sulla crisi degli anni novanta, tra le tante pubblicazioni, segnaliamo la rivista "Passato e presente", settembre- dicembre 1995, n. 36 e G. E. Rusconi, Se cessiamo di essere una nazione, il Mulino, Bologna 1993. Sui fenomeni pi recenti della politica italiana, disponiamo di diversi saggi e ricerche riguardanti il fenomeno leghista, tra i quali segnaliamo R. Mannheimer, La Lega lombarda, Feltrinelli, Milano 1991, s. Allievi, Le parole della Lega Il movimento politico che vuole un'altra Italia, Garzanti, Milano 1992; I. Diamanti, La Lega, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Donzelli, Roma 1993. Rinunciamo invece a indicazioni bibliografiche che riguardano Forza Italia in quanto esse si limiterebbero a biografie del suo leader (alcune delle quali indubbiamente gustose), senza approfondimenti che interessino la struttura del movimento politico. Sul fenomeno mafioso e le sue intersezioni con il sistema politico, cfr. D. Gambetta, La mafia siciliana Un'industria della protezione pnvata, Einaudi, Torino 1992; P. Arlacchi, La Mafia imprenditrice, il Mulino, Bologna 1983; E. Ciconte, "Ndrangheta dall'Unit ad oggi, Laterza, Roma- Bari 1992; oltre a opere di pi vasta impostazione storica, come quelle di P. Pezzino, Una certa reciprocit di favori. Mafia e modernizzazione violenta nella Sicilia postunitaria, Franco Angeli, Milano 1990 e S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1993. E" opportuno infine ricordare per la storia della stampa l'opera di P. Murialdi, La stampa italiana Dalla liberazione alla crisi di fine secolo, Laterza, RomaBari 1995. Scarsi gli studi sull'esercito nell'Italia contemporanea, tra i quali possiamo comunque ricordare M. Bonanni et al., Il potere militare in Italia, Laterza, Bari 1971. Bibliografia AaVv. (1961), La Destra storica nel quadro del liberalismo europeo, Atti del XIVconvegno storico toscano, in "Rassegna storica toscana". AaVv. (l 962), Fascismo e antifascismo, Feltrinelli, Milano. AaVv. ( 1969), L'Italia dei quarantacinquegiorni, 1943: 25 luglio-8 settembre, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Milano. AaVv. ( 1971 ), Il problema di Roma nella politica dell Italia, in Atti del XLV congresso di storia del Risorgimento italiano, Istituto per la storia del Risorgimento, Roma. AaVv. ( 1972 ss.), Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano. AaVv. (1973), Luigi Sturzo nella storia d'Italia, Atti del convegno, Edizioni di storia e letteratura, Roma. Pagina 157

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Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Azimonti, E., 108 Baccarini, A., 90 Bachi, R., 115, 118 Badoglio, P., 45, 364, 418, 428-430, 434-436,438,439 Baget Bozzo, G., 516, 521 Baglioni, G., 81, 82, lOS, 266, 267, 270, 292,328,517,521 Bagnasco, A., 209, 211, 521 Bairoch, P., 62, 247, 521 Bakunin, M., 339-341, 351 Balbo, C., 23 Balbo, I., 384, 389 Baldi, M., 238, 538 Baldini- Paolo, A., 378, 521 Ballini, P. L., 329, 521 Banfield, E., 258, 521 Banti, A. M., 293, 521 Baran, P. A., 225, 521 Barbadoro, I., 352, 521 Barbagallo, C., 225, 521 Barbagallo, F., 222, 462, SlS, 521 Barbagli, A., 522 Barone, G., 226, 413, 522 Barucci, P., 463, 522 Basaglia, F., 492 Bassanesi, G., 409 Basso, L., 377, 522 Battaglia, R., 55, 427, 448, 522 Bava Beccaris, F., 318 Becattini, G., 209, 212, 213, 522 Bedeschi, L., 336, 522 Bendix, R., 284, 413, 522 Benedetto XV, 363, 384, 387 Beneduce, A., 144 Benzoni, A., 516, 522 Berbieri, B., 79, 522 Berengo, M., 522 Berlinguer, E., 53, 494, 495, SOS Berlusconi, S., 511 Bernstein, S., 405, 538 Berselli, A., 6, 327, 522 Bertolo, G., 428, 448, 461, 522 Betri, M. L., 259, 522 Bevilacqua, P., 69, 112, 226, 262, 522, 523 Bevin, E., 47 Bezza, B., 352, 520 Biagini, A., 427, 542 Bianchi, B., 367, 523 Bianchi, G., 448, 523 Bianchi, M., 389 Bianchi, N., 3, 523 Bigazzi, D., 113, 292, 293, 523 Bignami, E., 341 Binda, A., 266 Bismarck- Schonhausen, O. von, 19, 22, 24, 313 Bissolati, L., 37, 342, 361, 368 Bloch, G., 540 Bocca, G., 449, 523 Bodio, L., 108 Bologna, S., 377, 523 Bombrini, banchieri, 101 Bonanate, L., 54, 523 Bonanni, M., 518, 523 Bonelli, F., 82,100, 114,127, 148, 523 Bonomi, 1., 45, 109, 383, 411, 439, 446, Pagina 194

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 453,523 Bonomi, P., 459, 467 Booth Luce, C., 472 Borbone, dinastia, 302 Bordiga, A., 387 Borgese, G. A., 5 Borghese, J. V., 484 Borgiga, O., 108 Borjes, J., 302 Borro Saporiti, C., 240, 523 Borsellino, P, 501 Bosco, G., 472 Bosco, R. G., 345 Boselli, P, 36, 361, 362, 364, 371 Bosio, G., 377, 523 Bosworth, R. J.B., 54, 523 Bottai, G., 404, 406 Boulanger, G. E.J. M., 24 Braghin, P, 109, 523 Braudel, F., 247, 291 Bravo, A., 428, 449, 523 Bravo, G. M., 350, 523 Breda, E., 100, 269 Breda, V. S., 90 Bresci, G., 319 Brezzi, C., 335, 523 Brin, B., 90 Broz, J ., ?~edi Tito Brunello, P, 291, 524 Bruno, G., 171, 186, 524 Bruti Liberati, L., 367, 524 Bruzzone, A. M., 449, 523 Bulferetti, L., 17, 524 Burgw, vn, H. J., 55, 524 Buscaini Cotula, A. M., 79, 524 Cadorna, L., 357, 358, 360, 361, 364, 365 Cadorna, R., 444 Cafagna, L., 74, 101, 113, 124, 126, 127, 226,328,524 Cafiero, C., 340 Cagnetta, M., 55, 524 Cairoli, B., 20, 81, 309, 310 Cairoli, En., 303 Cairoli, EL, 303 Cairoli, G., 303 Cairoli, L., 303 Caizzi, B., 66, 67, 222, 524 Calabresi, L., 489 Calamandrei, P., 448, 461, 524 Calandra, P., 327, 524 Caldara, E., 362 Calvi, R., 498 Calvino, 1., 436 Camarda, A., 368, 524 Campanini, G., 336, 549 Canavero, A., 327, 524 Candeloro, G., 6, 7, 148, 303, 304, 335, 345,376,394,408,410,524 Cannistraro, Ph., V., 414, 524 Cantoni, E., 68, 266 Capecelatro, E., 224, 525 Capone, A., 7, 327, 525 Caproni, G., 269 Caprotti, B., 266 Capsoni, G., 242 Caracciolo, A., 106, 114, 127, 132, 326, Pagina 195

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt 525 Caretti, S., 376, 525 Carlo, A., 224, 525 Carlo Alberto di Savoia, 298 Carlo I d'Asburgo, 358 Carocci, G., 6, SS, 326, 328, 383, 448, 525 Caroleva, S., 378, 527, 528 Cartiglia, C., 351, 525 Casali, L., 414, 525 Cassese, S., 139, 326, 407, SIS, 525 Castronovo, V., 7, 148, 161, 173, 292, 293, 328,517,525 Catalano, F., 148, 377, 448, 461, 525 Catanzaro, R., 517, 525, 526 Cattaneo, C., 508 Cavallero, U., 418 Cavallotti, F., 352 Cavour, C. B., 260, 298, 304 Celant, A., 187, 526 Celli, A., 236 Cervelli, I., 325 Ceva, L., 427, 526 Chabod, F., 54, 148, 326, 412, 461, 526 Cheli, E., 461, 526 Chianese, G., 463, 526 Chiarini, R., 327, 526 Churchill, W., 422, 432, 439, 460 Ciano, G., 42, 440 Ciccotti, E., 107, 223 Ciconte, E., 518, 526 Ciocca, P. L., 79,148, 149, 524, 526 Ciuffoletti, Z., 352, 526 Civile, G., 526 Clemenceau, G., 37 Clough, S. B., 526 Coco, F., 496 Colajanni, N., 107, 224 Colamarino, G., 5 Colarizi, S., 7, 378, 526 Coles, H. L., 449, 526 Coletti, F., 107 Collotti, E., 56, 414, 427, 448, 449, 462, 526 Colombelli, C., 242, 527 Colombo, E., 488 Colombo, G., 85, 269 Colorni, E., 49 Confalonieri, A., 527 Confessore, O., 335, 527 Conti, E., 269 Conti, L., 497 Contini, G., 463, 527 Coppino, M., 309 Corbetta, P., 329, SlS, 527 Corbino, E., 88, 159 Cordova, F., 376, 527 Corrado, V., 232 Indice dei nomi 555 ............................................. Correnti, C., 64 Corsini, P, 517, 527 Cortesi, L., 351, 527 Corti, L., 20 Corti, P., 107, 527 Pagina 196

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Cosmacini, G., 527 Cossiga, F., 506 Costa, And., 31, 159, 340, 341, 351 Costa, Ang., 478 Craveri, P., 7, 463, 527 Craxi, B., 53, 495, 502, 503, 506, 509 Crespi, B., 266 Crispi, F., 24-26, 54, 90, 260, 309, 312-319,328,343 Crocco, z~edi Donatelli, C. Croce, B., 5, 297, 325, 388, 449, 462, 473, 527 Cusin, F., 4, S, 527 Cutolo, R., 216 Dad, A., 351, 527 Dahrendorf, R, 287, 527 D'Alemio, F., 461, 527 Dalla Chiesa, C. A., 501 Dalle Nogare, L., 352, 527 Dal Pont, A., 378, 527, 528 D'Amoja, F., 55, 528 Daneo, C., 151,152,160, 225, 528 D'Annunzio, G., 36-38 D'Aragona, L., 389 D'Attorre, P. P., 56, 254, 462, 528 D'Auria, E., 377, 528 Davis, J., 528 Deakin, F. W., 449, 528 De Bernardi, A., 87, 292, 407, 528 De Bono, E., 389 De Bosis, L., 6 De Cecco, M., 160, 528 De Clementi, A., 377, 528 Decleva, E., 54, 528 De Felice, R., 7, 17, 56, 149, 401, 413, 414, 427,528 De Gasperi, A., 49, 159, 170, 434, 454, 457,459,460,465,466,468,469,473, 475,509 Degli Espinosa, A., 449, 528 Degl'Innocenti, M., 351, 352, 526, 528 De Grazia, V., 414, 528 Del Boca, A., 55, 56, 528, 529 D'Elia, C., 529 Della Casa, B., 428, 529 Dell'Acqua, E., 68 556 Indice dei nomi Della Peruta, F., 290, 292, 350, 529 Della Santa, N., 428, 529 Della Valle, C., 462, 529 De Lorenzo, G., 483 De Luna, G., 462, 529 De Mattia, R., 79, 529 De Michelis, A., 478 Depretis, A., 260, 267, 309-312, 314, 322 De Rosa, G., 223, 335, 336, 376, 529 De Rosa, L., 17, 529 De Sanctis, F., 307, 309, 313 De Siervo, U., 461, 529 DeStefani, A., 129, 130, 135,138, 140 Detti, T., 351, 352, 376, 520, 529 De Vecchi, C. M., 389 De Viti De Marco, A., 223 Diamanti, I., 518, 529 Diaz, A., 364 Di Lalla, M., 327, 529 Pagina 197

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Di Loreto, P., 517, 529 Di Nolfo, E., 56, 427, 530 Di Robilant, S., 25 Di Rudin, A., 260, 315, 318 DiToro, C., 517, 530 Di Vittorio, G., 470, 472 Dobb, M., 142,143, 530 Dombasle, M., de, 61 Donatelli, C., 302 Donati, G., 376, 530 Donati, P., 246, 530 Donegani, G., 100, 102 Dorso, G., 4, 224, 326, 411, 530 Dossetti, G., 170, 466, 475 Dreyfus, A., 29 Duby, G., 291 Dupaquier, J., 229, 543 Duroselle, J. B., 54, 56, 530, 543 Einaudi, L., 121,129, 159-162, 321, 530 Eisenhower, D., 50, 429 Ellena, V., 105 Ellwood, D. W., 56, 449, 530 Emmanuel, A., 225, 530 Erba, C., 269 Ercolani, P., 78, 80, 143, 530 Fabi, L., 367, 530 Fabiani, G., 144, 177, 530 Faccini, L., 530 Facta, L., 383, 389 Faina, E., 107 Falcone, G., 501 Falconi, C., 336, 530 Fanello Marcucci, G., 376, 531 Fanfani, A., 170, 456, 475, 476, 478, 481, 482,490,503 Fano Damascelli, E., 148, 412, 531 Farinacci, R., 385 Farini, L. C., 300, 307 Farneti, P., 516, 531 Fedele, P., 403 Fedele, S., 378, 531 Federico, G., 531 Federico II di Prussia, 359 Federzoni, L., 380 Fenoaltea, S., 5, 78, 79, 127, 531 Fermi, E., 423 Ferrara, F., 307 Ferraresi, F., 515, 517, 531 Ferrari, A., 462, 531 Ferrari, F. L., 411, 531 Ferrari Bravo, L., 224 Fini, G.,511 Fiocca, G., 531 Fischer, F., 366, 531 Fleming, A., 240 Flores, M., 291, 377, 516, 531 Foa, V., 147, 338, 531 Follini, M., 516, 531 Fonzi, F., 328, 335, 531 Forcella, E., 366, 531 Ford, H., 167 Foresti, F., 367, 531 Formigoni, G., 335, 531 Forti Messina, A. L., 531 Fortunato, G., 107, 223, 326, 532 Pagina 198

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Francesco Ferdinando, arciduca d'Austria, 32,110 Francesco Giuseppe d'Asburgo, 22, 358 Francesco II di Borbone, 302 Franchetti, L., 41, 222, 316, 547 Franco, F., 42 Frank, A. G., 225, 532 Frattini, G., 66 Fu, G., 78-80, 89, 133, 532 Fusinato, A., 237 Fussel, P., 356, 367, 532 Gaeta, F., 7, 54, 328, 532 Galante Garrone, A., 352, 532 Galasso, G., 7, 223, 325, 532 Gallerano, N., 17, 291, 377, SIG, 531, 532 Galli, G., 515-517, 532 Gambasin, A., 335, 532 Gambetta, D., 518, 532 Gambi, L., 258, 262, 532 Gambino, A., 461, 532 Ganapini, L., 292, 428, 463, 532 Ganci, S. M., 327, 352, 532 Garibaldi, G., 303, 307, 340 Garosci, A., 377, 532 Gedda, L., 434 Gelli, L., 498 Gemelli, A., 388 Gentile, E., 17, 396, 414, 532 Gentile, G., 398, 403 Gentiloni, F., 333 Germani, G., 292, 413 Gerratana, V., 6, 326 Gerschenkron, A., 84, 85,126, 127, 532 Gherardi, R., 327, 533 Ghini, C., 515, 533 Ghisalberti, C., 326, 533 Giarrizzo, G., 226, 351, 533 Gibelli, A., 36G, 3G7, 533 Ginsborg, P, 513, SIS, 533 Gioberti, V., 24, 329 Giolitti, G., 27, 34, 38,107,123, 130, 2G0, 2GI,315,31G,319-324,328,343,344, 347,358,364,375,381,383,386,388 Giorgetti, G., 223, 533 Giorgieri, L., 497 Giovagnoli, A., 462, 516, 533 Giovanni, negus, 25 Giovanni Paolo II, 516 Giovanni XXIII, 480 Giuriati, G., 398 Gnocchi Viani, O., 341 Gobetti, P., 4, S, 326, 377, 411, 533 Goglia, L., 55, 533 Goglio, S., 185, 209, 210, 533 Golgi, C., 236 Golini, A., 179 Golzio, S., 533 Gombos, G., 396 Gosi, R., 259, 522 Gozzini, G., 377, 533 Gramsci, A., 6, 125, 223, 286, 291, 326, 350,386,409-411,473,494,511,533 Grandi, A., 388 Grandi, D., 39, 403 Grassi, F., 55, 533 Graziani, A., 190, 533 Pagina 199

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Graziani, R., 41, 420, 421, 443, 468 Graziano, L., 261, 517, 533 Grifone, P, 91, 111, 134, 137, 147, 412, 533 Indice dei nomi 557 , ................................................................................ . Grondona, B., 266 Gualino, R., 132 Guasco, M., 336, 533 Hail Selassi, 421 Harvey, D., 274, 533 Haupt, G., 350, 533 Hertner, P., 88, 533 Hildebrand, G. H., 534 Hillgruber, A., 56, 534 Hitler, A., 41-43, 415-420 Hobsbawm, E. J., 350, 534 Horthy, M., 396 Hotzendorf, C. von, 29, 357 Hunecke, V., 268, 292, 534 Ignazi, P., 516, 517, 534, 548 Ilardi, M., 377, 516, 519 Illuminati, A., 517, 530 Invernizio, C., 239 Isnenghi, M., 366, 367, 414, 462, 534 Jacini, famiglia, 259 Jacini, S., 105, 106, 310, 534 Jackson, W. G.F., 428, 534 Jemolo, A. C., 336, 414 Jocteau, G. C., 414, 534 King, B., 6, 534 Klinkhammer, L., 449, 535 Knox, M., 55, 427, 535 Koch, R., 237, 240 Koestler, A., 472 Kogan, N., 427, 461, 535 Kuliscioff, A., 342, 351, 549 Kuznetz, S., 74 Labini, S., 293 Labriola, An., 345, 347 Labriola, Ar., 346 Lama, L., 206 La Malfa, U., 188, 481 La Marmora, A. F., 260 Lamberton Harper, J., 56, 535 Lanaro, S., 183, 292, 328, 336, 462, 513, 515, 534, 535 Lancia, V., 100, 102, 269 Landes, D. S., 535 Lanzardo, L., 463, 535 LaTorre, P, 501 Lauro, A., 468 558 Indice dei nomi Laval, P, 41 Lay, A., 37G, 535 Lazar, M., SIG, 535 Lazzari, C., 341, 347, 3G2 Lazzaro, G., 328, 535 Leed, E. J., 35G, 3G7, 535 Pagina 200

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Leeden, M. A., 413 Legnani, M., 449, 461, 517, 535 Lenin, V. I., 125, 349, 363, 385, 387 Leone, G., 488, 498 Leone XIII, 331, 332 Leoni, D., 367, 428, 535 Leopoldo III, re del Belgio, 416 Lepre, A., 449, 535 Levi, F., 450, 463, 535 Levra, U., 328, 535 Liddel Hart, B. H., 366, 536 Lill, R., 327, 328, 537 Livi, L., 241, 537 Livi Bacci, M., 536 Livorsi, F., 377, 536 Lizzadri, O., 447, 536 Loghitano, C., 378, 536 Lombardini, S., 536 Longanesi, L., 404 Longo, L., 444, 448, 536 Lorenzoni, G., 108, 536 Lupo, S., 518, 536 Lussu, E., 410 Lutero, M., 329 Luzzatti, L., 81,105 Luzzatto, G., 536 Lyttelton, A., 390, 413, 536 Mack Smith, D., 6, 326, 536 Macry, P., 226, 293, 536 Madrid Santos, F., 378, 536 Maestri, P., 64-66,104 Maffi, M., 516, 536 Magister, S., 336, 536 Maione, G., 376, 536 Malagodi, G., 478, 489 Malatesta, E., 340, 343 Malatesta, M., 536 Malgeri, F., 55, 516, 536, 537 Malvestiti, P., 409, 434 Mammarella, G., 461, 537 Manacorda, G., 350, 351, 533, 537 Mangoni, L., 413, 428, 516, 537 Mannheimer, R., 518, 537 Manoukian, A., 278, SIS, 537 Mantelli, B., 428, 537 Indice dei nomi 559 Maranini, G., 326, SIS, 537 Maranini, M., 101 Marchetti, L., 351, 537 Marelli, E., 100, 266 Margherita di Savoia, 318 Margioco, M., 56, 537 Margiotta Broglio, F., 414, 537 Marshall, G. C., 49, 156, 161, 162, 470 Martina, G., 336, 537 Martinelli, R., 377, 537 Marx, K., 125, 126, 262, 271, 288, 339, 340 Marzotto, G., 68 Marzotto, L., 487 Masella, B., 226, 537 Masini, P. C., 351, 537 Massafra, A., 226, 537 Mattarella, P, 501 Mattei, E., 169, 477 Pagina 201

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Matteotti, G., 377, 392 Matteucci, N., 327, 536 Mayer, A., 293, 537 Mayer, C., 292 Mazzatosta, T. M., 428, 538 Mazzini, G., 6, 24, 35, 338-340, 351 Meda, F., 331, 361, 388 Medici, G., 176, 538 Meinecke, F., 327 Melograni, P., 366, 538 Mendras, H., 258, 259, 291, 538 Menelik, re dello Scioa, 25, 26 Menichella, D., 144 Meriggi, M., 7, 293, 538 Merkel, W., 16, 538 Merli, S., 290, 291, 351, 352, 378, 527, 538 Messe, G., 422 Messedaglia, A., 108 Miccoli, G., 336, 462, 538 Miglio, G., 508 Miglioli, G., 388 Migone, G. G., 55, 538 Miltza, P., 405, 538 Milward, A. S., 98, 156, 157, S I S, 538 Minghetti, M., 300 Minniti, F., 54, 538 Mioni, A., 238, 249, 538 Miozzi, U., 368, 539 Mira, G., 412, 545 Mirri, M., 538 Missiroli, M., 383 Mitchell, B. R., 76, 79, 180, 539 Mitterrand, F., 207 Modigliani, E., 389 Mola, A. A., 55, 328, 539 Molinelli, R., 328, 539 Monferrini, M., 539 Monicelli, M., 516, 539 Monteleone, R., 351, 539 Montgomery, B. L., 422 Monticone, A., 359, 366, 531, 539 Moore, B., 284-286, 288, 413, 539 Morandi, C., 327, 539 Morandi, R., 462, 474 Morawski, P, 17 Morelli, P., 187, 526 Mori, G., 147, 148, 255, 539 Mori, R., 54, SS, 539 Morisi, P., 367, 531 Moro, A., 207, 481-483, 488, 495, 497, 498 Morozzo Della Rocca, R., 367, 539 Mortara, G., 240 Mosse, G. L., 413 Mottura, G., 224 Murialdi, P, 518, 539 Murri, R., 332 Musella, L., 539 Musso, S.,292,368,539 Mussolini, B., 6, 34, 36, 38-46, 128, 129,131,136-138,146,149,312, 321,347-349,379,380,383,384, 388-392,394-399,404,407,413, 415-421,428,429,431,432,440, 443,445,447 Muti, E., 406 Pagina 202

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Napoleone III, 19, 303, 304, 339 Natta, A., 505, 506 Natta, G., 165, 171 Nenni, P., 47, 411, 452, 455, 457, 479, 495,539 Neppi Modona, G., 327, 539 Neri Serneri, S., 378, 539 Nicotera, G., 309 Nitti, F. S, 38, 107, 223-225, 364, 375, 382, 383,391,540 Nivelle, R. G., 363 Nixon, R., 197 Noiret, S., 376, 540 Nolte, E., 413 Noseda, G., 266 Novati, L., 517, 527 Nursche, R., 225, 540 Oberdan, G., 22 O'Brien, P. K., 78, 540 Ochetto, A., 506 Olgiati, F., 334, 540 Olivetti, A., 273 Olivetti, C., 102 Onida, V., 515, 540 Organsky, A. F.K., 284, 285, 540 Oriani, A., 4, S, 540 Orlando, G., 269 Orlando, V. E., 37, 361, 364, 371, 382, 392 Ottaviano, C., 260, 540 Paci, M., 293, 540 Palermo, I., 447, 540 Palla, M., 384, 540 Palme, O., 207 Panaccione, A., 352, 540 Panebianco, A., 516, 548 Pansa, G., 449, 540 Paoletti, P, 428, 540 Paolucci, V., 449, 540 Paparazzo, A., 463, 548 Paretti, V., 540 Parisi, A.M., 329, SlS, 516, 527, 540 Parri, F., 158, 297, 444, 453 Pasolini, P. P, 485 Pasquino, G., 517, 540 Passerin D'Entreves, E., 336, 540 Passerini, L., 291, 414, 540 Pavone, C., 327, 328, 393, 407, 431, 448, 449,462,525,541 Pedone, F., 351 Peli, S., 368, 524 Pella, G., 476 Pelloux, L., 27, 318, 319 Pepe, A., 352, 541 Pepoli, G., 104 Peregalli, A., 450, 541 Perfetti, F., 135, 328, 541 Perrone, F. M., 101 Perticone, G., 6, 326, 541 Pertini, S., 498, 507 Peruzzi, U., 104 Pesante, M. L., 376, 535 Pescarolo, A., 109, 541 Pesenti, C., 171, 173, 191 Ptain, H. P.O., 363, 416, 422 Pezzino, P., 518, 541 Pagina 203

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Picciotto Fargion, L., 450, 541 Pieraccini, G., 483 Pieri, P., 366, 427, 541 560 Indice dei nomi Pieroni Bortolotti, F., 352, 541 Pilotti, L., 54, 541 Pilsudski, J., 396 Pinelli, G., 489 PioIX,304,305 Pio X,332 Pio XI,384,396,433 Pio XII,433,434,468,472,480,509 Pirelli, G. B., 266 Piretti, M. S., 329, 541 Pisacane, C., 339, 340 Pisan, G., 449, 541 Piscitelli, E., 461, 541 Pollard, S., 97, 114, IIS, 157, 158, 161, 163,541 Pollock, F., 167, 541 Polsi, A., 103, 541 Pombeni, P., 398, 462, SlS, 541 Ponti, A., 68 Porisini, G., 116, 541 Prampolini, A., 108, 541 Preda, D., 56, 542 Preti, A., 428, 529 Preti, D., 147, 542 Princip, G., 32, 33 Prinetti, G., 27 Procacci, G., 268, 277, 290, 291, 351, 366, 367,542 Prodi, R., 542 Pugliese, E., 224, 542 Quagliarello, G., 328, 542 Quazza, G., 148, 413, 414, 448, 461, 542 Quirino, P., 542 Ragionieri, E., 7, 147, 148, 312, 350, 356, 357,448,542 Rainero, R. H., 56, 427, 530, 542 Ramella, F., 291, 542 Ranchetti, M., 336, 542 Ranfagni, P., 414, 542 Rapone, L., 378, 543 Rapp, R. T., 526 Rasera, F., 428, 535 Rattazzi, U., 300, 301 Reagan, R., 199, 512 Reale, O., 497 Redfield, R., 258, 543 Reinhard, M., 229, 543 Renda, F., 351, 543 Renouvin, P, 54, 120, 543 Repaci, F. A., 543 Indice dei nomi 561 Repgen, K., 336, 540 Resca, M., 3G7, 531 Revelli, M., 407, 529 Revelli, N., 291, 367, 543 Ricasoli, B., 73, 260 Riccardi, A., 56, 516, 543 Ricolfi, L., 517 Ridolfi, C., 73, 543 Pagina 204

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Ridolfi, M., 352 Rigola, R., 389 Riosa, A., 351, 543 Rocco, A., 128, 380, 393-395, 398 Rochat, G., 55, 366, 367, 376, 427, 448, 541,543 Romanelli, R., 293, 327, 543 Romano, A., 351, 543 Romano, R., 7, IOS, 113, 292, 293, 543, 544 Romano, S., 54, 56, 523, 544 Romano, S. F., 269, 290, 351, 544 Romeo, R., 76, 99, 100, 117, 126, 127, 326,544 Romilli, G., 544 Rommel, E. J., 421 Roncalli, A., vedi Giovanni XXIII Roosevelt, F. D., 432 Rosenbaum, P., 517, 544 Rosengarten, F., 378, 544 Rosmini, A., 329 Rosselli, C., 351, 409, 410, 433 Rosselli, N., 409, 351, 544 Rossi, A., 68, 81, 82, 100, IOS, 266, 267 Rossi, E., 49 Rossi, F., 266 Rossi, M. G., 336, 376, 462, 544 Rossi Doria, A., 463, 544 Rossi Doria, M., 225, 523, 544 Rossini, G., 336, 367, 376, 377, 544 Rossoni, E., 136, 384 Rota, E., 17, 544 Rotelli, E., 327, 462, 544 Roverato, G., 293, 544 Ruffilli, R., 461, 497, SIS, 544 Rugafiori, P., 293, 463, 535, 544, 545 Rumi, G., 55, 545 Rumor, M., 488 Rusconi, G. E., 55, 517, 545 Sabbatucci, G., 352, 376, 526, 545 Saccomanni, E., 413, 545 Sala, T., 56, 427, 526, 545 Salandra, A., 33, 34, 36, 2G0, 323, 324, 357,358,360-362,392 Salomone, A. W., 328, 545 Salvati, Ma., 293, 545 Salvati, Mi., 191,192,193, 414, 463, 545 Salvatorelli, L., 411, 412, 545 Salvemini, B., 4-6, 31, SS, 107, 223-226, 326,328,340,344,351,411,412,545 Sanfilippo, M., 545 Santarelli, E., 148, 351, 448, 543, 545 Santomassimo, P, 406, 545 Santoro, C. M., 54, 56, 523, 545 Sapelli, G., 101, 148, 219, 292, 293, 414, 546 Saraceno, P., 151, 225, 476, 482, 517, 546 Saragat, G., 457, 480 Sarto, G., ?Jedi Pio X Sassoon, D., 515, 546 Saul, S. B., 98, 538 Savoia, dinastia, 419 Scalfari, E., 517, 546 Scelba, M., 468, 473, 476 Schadee, H. M., 329, SIS, 527 Schiera, P., 327 Pagina 205

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Schreiber, G., 428, 546 Scialoja, A., 81, IOS Scoppola, P., 335, 414, 462, SIS, 546 Secchia, P., 377, 448, 474 Segni, A., 174, 176, 467, 476 Sella, Q., 306 Serafini, A., 224, 546 Serao, M., 238 Sereni, E., 124-126, 223, 224, 232, 290, 412,546 Serpieri, A., 108, 121, 122, 133, 546 Serra, E., 54, 56, 530, 546 Serrati, G. M., 347 Seton- Watson, Ch., 6, 546 Setta, S., 462, 546 Sforza, C., 38, 47 Sforzi, F., 185, 209, 210, 533 Shepperd, G. A., 427, 546 Shonfield, A., 188 Silone, I., 383, 546 Sindona, M., 498 Singh, S., 225, 520 Sinigaglia, O., 169 Sivini, G., 515, 546 Slicher van Bath, B. H., 547 Smith, A., 84 Soldani, S., 328, 547 Sonnino, S., 34, 36, 37, 222, 260, 310, 316, 317,319,320,323,358,361,368,547 Sorba, C., 519 Sorcinelli, P., 448, 543, 547 Sori, E., 244, 547 Spaak, H., 50 Spadolini, G., 335, 352, 502, 547 Spaventa, B., 307, 313 Spaventa, S., 307, 313 Spinella, M., 351, 547 Spinelli, A., 49, 508 Spitzer, L., 367, 547 Spriano, P., 376, 377, 547 Stalin, Josif Visarionovic Dzugasvili, detto, 50,387,416,474,475 Starace, A., 398, 406 Sternel, Z., 547 Stucchi, industriali, 68 Sturzo, L., 223, 332, 382, 383, 387, 388, 395,434,469,509,547 Sullo, F., 481 Sylos labini, P, 548 Sznajder, M., 547 Taddei, F., 548 Talamo, M., 463, 548 Tamaro, A., 449, 548 Tambroni, F., 476, 481 Tamburrano, G., 517, 548 Tarantelli, E., 497 Tarrow, S. G., 462, 517, 533, 548 Tasca, A., 412, 548 Taylor, A. J.P., 366, 548 Taylor, F. W., 167 Tedesco, V., 516, 522 Teodori, M., 516, 548 Thatcher, M., 207, 512 Thorner, U., 548 Tito, pseud. di Josip Broz, 47, 48 Tittoni, T., 30 Pagina 206

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Tobia, B., 378, 548 Togliatti, P., 47, 288, 328, 377, 398, 410, 413,438,458,459,472,473,474,479, 495,548 Tognarini, I., 448, 548 Toniolo, G., 123, 133, 138, 141, 142, 148, 149,526,548 Toniolo, Gius., 331, 482 Toscano, M., 54, SS, 447, 548 Tosi, F., 85, 100, 269 Tranfaglia, N., 7, 17, 328, 378, 414, 525, 548 Traniello, F., 336, 516, 548, 549 Travers, T., 366, 549 SG2 Indice .d..e. i nomi ~remelloni, R., 549 Trentin, S., 410 Treves, C., 363, 389 Trigilia, C., 209, 211, 226, 521, 549 Truman, H. S., 460 Tullio Altan, C., 6, 549 Turati, A., 68 Turati, F., 342, 351, 362, 382, 389, 549 Turi, G., 328, 414, 547, 549 Ugolini, V., 400 Ulrich, H., 328, 549 Umberto I di Savoia, 309, 315, 318, 319 Umberto II di Savoia, 446 Valdevit, G., 56, 549 Valenti, M., 388 Valeri, N., 7, 326, 328, 549 Valiani, L., 350, 352, 461, 517, 549 Vallauri, C., 515, 549 Valletta, V., 272 Valpreda, P., 489 Valsecchi, F., 17, 328, 536, 549 Vanoni, E., 476 Varni, A., 516, 540 Varsori, A., 56, 549 Vaussard, M., 549 Vegezzi, B., 459 Venanzio Sella, G., 266 Venanzio Sella, P, 266 Vendramini, F., 449, 535 Vento, S., 463, 535 Venturi, A., 368, 376, SS0 Vercesi, E., 334, SS0 Vernassa, M., 413, 520 Verucci, G., 336, 516, SS0 Vicorelli, F., 79, SS0 Vigezzi, B., 39, 54-56, 351, 3GG, 377, 530, 550 Vigo, P., 4, 312, SS0 Villani, P., 223, 22G, 270, SS0 Villari, L., 290, SS0 Villari, P, 222, SS0 Villari, R., 222, 327, SS0 Vinci, A. M., 428, SS0 Visarionovic Dzugasvili J., l) edi Stalin Visconti Venosta, E., 19, 20, 25, 27 Visocchi, A., 37 Vitali, O., 78, 79, 89, SS0 Vittorini, E., 473 Vittorio Emanuele II di Savoia, 229 ~"ittorio Emunuclc III di S.~v~,;.., 4~, 4,, Pagina 207

Alberto De Bernardi, Luigi Ganapini Storia d'Italia 1860-1995 volume 2.txt Ir~r~c- r~ AC) ~ r ~r ~ S ~ n. 6 ~ 319,389,431,438,439,455 Vivanti, C., 7, 328, SS0 Vivarelli, R., 414, SS0 Volpe, G., S, 325, SS0 Volpi, G.,135-139 Wandruzska, A., 350, 549 Weber, M., 2G0 Webster, R. A., 54, 414, 552 Weinberg, A. K., 449, 52G Wilson, W., 35, 37, 354, 35G, 3G8 Woller, H., 4G3, 552 Woolf, S. J., 147, 462, SS I Zadra, C., 367, 535 Zaghi, C., 7, SS, SS I Zamagni, V., 70, 71, 100, 114, 123, 148, 149,545,552 Zanardelli, G., 27, 107, 309, 313, 319-322 Zangheri, R., 290, 351, 352, SSI Zangrandi, R., 428, 447, SSI Zani, L., 377, SSI Zaninelli, S., 463, 551 Zanni Rosiello, I., 327, 551 Zecchinelli, G. M., 234, SSI Zibordi, G., 362 Zog, re d'Albania, 396 Zoli, A., 476 Zunino, PG., 376, SSI

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