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MUSSOLINI IL DUCE-LO STATO TOTALITARIO 1936-1940

IL REGIME DI FRONTE AL PROPRIO FUTURO: IL TOTALITARISMO FASCISTA


Il quadrienno che va dalla metà del 1936 alla metà del 1940 fece scorgere sintomi di crisi, che vanno
visti come manifestazione della crisi di quegli anni , che ebbe caratteristiche diverse da quella del
triennio successivo o comunque un’intensità, una dinamica e uno sbocco diversi. Tale crisi non andava
nella direzione della caduta del regime, ma della sua trasformazione dall’interno in qualcosa di diverso.
Senza la guerra e la sconfitta il regime fascista non sarebbe caduto. Infatti l’antifascismo organizzato
non costituiva un pericolo; in molti settori della società serpeggiava un notevole malumore, determinato
dalla situazione economica e dal crescente aumento del costo reale della vita e dalle preoccupazioni
suscitate soprattutto dalla politica estera del fascismo. Tale malessere e preoccupazione però non
trovavano e non cercavano forme di aggregazione né canali di espressione. Anche all’interno dello stesso
partito, per quanto i malumori fossero notevoli, non c’erano più vere e proprie manifestazioni di
dissentismo. Per oltre un decennio la priorità per Mussolini e per il fascismo era stata quella di durare,
cioè di porsi concretamente il problema del potere e della sua estensione. Ora, dopo la conquista
dell’Etiopia, tale problema si proponeva in termini diversi e nuovi. I rischi erano connessi alla situazione
internazionale, al modo di affronbtarla del duce e al sorgere del problema del dopo Mussolini. Grazie
alla conquista dell’Etiopia il regime e Mussolini ottennero un successo di prestigio nel paese che si
tradusse in un vasto consenso. Soprattutto ai giovani, essa apparve come la premessa di un nuovo tempo
del fascismo, di realizzazione della rivoluzione fascista. Ma tale consenso era meno solido di quello di
cui aveva goduto nel periodo della grande crisi e l’intervento in Spagna non migliorò le cose. Dopo il
successo mussoliniano in Africa, anche la classe dirigente fiancheggiatrice vide cadere ogni speranza di
influire in qualche modo sulle scelte politiche del duce o di condizionarle. Ebbe così inizio il processo di
progressiva totalitarizzazione del regime, che il realtà il regime non portò mai a termine, ma che
comunque caratterizzò gli ultimi anni. Almeno fino al 1938 il regime fascista fu solo una comune
dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica (Arendt). Nel regime
fascista si pose la preminenza della politica rispetto all’economia. Al regime fascista per essere
veramente totalitario mancava il ricorso sistematico al terrore e poi non riuscì mai o non mirò mai ad
una compiuta transizione dello stato di diritto allo stato di polizia, né a realizzare il controllo
totalitario del partito sullo stato. Esso operò nel senso di una compiuta concentrazione del potere nello
stato e di una totale politicizzazione della società sino a tendere all’eliminazione della distinzione tra
stato e società civile. Inoltre la funzione della figura carismatica del capo ebbe una funzione decisiva.
Nel primo decennio, durare aveva voluto dire operare su due fronti: allargare e preservare il consenso
di massa ed erodere a proprio vantaggio sempre nuovi margini di potere nei confronti della classe
dirigente tradizionale e delle istituzioni che più la esprimevano e, al tempo stesso, la garantivano
rispetto alla dinamica politica e sociale fascista. Questa politica si era sviluppata maggiormente sul
primo fronte, ma dopo la conquista dell’Etiopia la situazione era diversa: Mussolini aveva bisogno di
accentuare al totalitarizzazione del regime, sia per cercare di rendere meno macroscopico il divario tra
le possibilità economiche del paese e l’impegno ad esso richiesto dalla sua politica estera, sia per
ridurre il residuo potere della componente non propriamente fascista del regime. L’influenza e lo spirito
di emulazione della Germania agirono più a livello di alcuni settori del fascismo che del regime, tanto
che trovarono forti resistenze e furono solo talvolta presenti in Mussolini. Il duce dava l’impressione di
sentirsi immortale, ma in realtà la conclusione della vicenda etiopica coincise con l’inizio di un lento ma
inarrestabile declino fisico e in parte psichico. Il problema della sua successione e del dopo Mussolini
divenne uno dei problemi politici più assillanti sua per il duce che per il gruppo dirigente fascista; il
primo pensò a Ciano come suo successore e lo inserì in uno dei posti chiave del governo. Tale problema
non poteva essere rinviato a causa di eventuali tentativi della corona di riprendere il potere. Fu anche
per questo motivo che era necessario estendere il carattere totalitario del regime, valorizzando la sua
natura più fascista e dilatandone il potere reale a danno della componente tradizionale e fedele alle
prerogative e agli effetti della corona. Nonostante fossero uomini diversi, anche nell’approcciarsi alle
problematiche politiche, Mussolini guardò sempre con simpatia al sovrano: nel 1936 in seguito alle
sanzioni e alle difficoltà economiche determinate dal conflitto etiopico, era stata emanata una serie di
provvedimenti che permettevano allo stato di entrare in possesso di capitali e titoli dei cittadini italiani
residenti all’estero e così anche il re e i membri della famiglia reale si uniformarono ai provvedimenti,
ma Mussolini diede ordine di escludere il sovrano dal provvedimento. In termini politici, i rapporti tra
monarchia e fascismo dal 1925-26 erano stati caratterizzati dal prevalere dell’iniziativa mussoliniana e
il re l’aveva subita. La crisi più grave tra il re e Mussolini era stata nel 1928, determinata dalla legge
sull’ordinamento e sulle attribuzioni del Gran Consiglio che attribuiva al supremo organo del fascismo il
diritto di intervenire sia nella successione al trono sia in quella a Mussolini. E’ fuori dubbio che il re
abbia condiviso a lungo gran parte della politica mussoliniana, specie quella interna, e anche quella
estera fino all’impresa etiopica; ma egli era consapevole di aver concluso un compromesso con il primo
ministro e che questi non lo riteneva definitivo e che si prefiggeva di modificarlo a proprio favore. Ma
dopo averlo riconfermato nel 1924-25, il re aveva inevitabilmente legato il suo futuro a quello di
Mussolini e considerava tale situazione meno pericolosa. Con il 1936 questi rapporti cominciarono a
deteriorarsi e a cambiare profondamente: dopo la vittoria in Etiopia Mussolini decise di porre fine alla
monarchia, perché si considerava abbastanza forte per pensare ad un’operazione così impegnativa. Se
inizialmente Mussolini voleva aspettare la morte del sovrano, successivamente, nel 1938, sentì il bisogno
di bruciare i tempi, perché il cauto comportamento del re nei suoi confronti lo traeva in inganno e gli
faceva credere che Vittorio Emanuele III fosse più debole e remissivo rispetto alla realtà. Dal 1938 fu
evidente che il re tendeva a defilarsi, a prendere le distanze e a criticare alcuni aspetti della politica
estera e interna fascista, in particolare sul progressivo avvicinamento alla Germania. Inoltre i sovrano e
la monarchia stavano tornando a rafforzare la loro posizione e stavano diventando il più importante
punto di riferimento alternativo alla politica del duce per sempre più vasti settori della classe dirigente
fiancheggiatrice, ma anche per alcuni esponenti fascisti. Il 30 marzo 1938 Mussolini pronunciò un
discorso sullo stato e sulle prospettive delle forze armate in senato. I deputati si recarono a
Montecitorio e durante una breve riunione straordinaria approvarono per acclamazione una proposta di
legge con la quale si creava il grado di primo maresciallato dell’impero e lo si conferiva al re e a
Mussolini. La legge fu approvata sia alla camera che al senato e colse il re di sorpresa, poiché non
informato preventivamente. Essa non fu un’iniziativa spontanea: da un po’ di tempo Mussolini pensava di
dover assumere il comando di tutte le forze armate e cercava un espediente giuridico che lo ponesse al
vertice della gerarchia militare. I realizzatori di tale iniziativa furono il segretario del PNF Storace e i
due Ciano, uno presidente della camera e uno ministro degli esteri. Il proposito sarebbe stato quello di
gettare le premesse per l’assunzione da parte di Mussolini del comando supremo di tutte le forze
armate. La gravità delle legge non consisteva nella creazione di un nuovo grado, né nel fatto che esso
fosse attribuito a Mussolini, ma nell’attribuzione anche al sovrano, mettendoli di fatto sullo stesso
piano. Il re alla fine firmò la legge e tale vicenda si concluse il 4 aprile. Non si capisce perché Mussolini,
che ben conosceva i punti deboli, il formalismo pseudocostituzionale del re e la sa ostilità ad una
parificazione delle loro posizioni nella gerarchia militare, avrebbe fatto un simile passo; più probabile è
che i promotori dell’operazione mirassero a convalidare il principio della diarchia. Le altre operazioni
nello stesso senso furono molte: la prima fu l’approvazione nel 1937 della legge con cui al segretario
generale del PNF vennero conferiti il titolo e le funzioni di ministro segretario di stato. Esso fu un
provvedimento con una forte idealità rivoluzionaria, che saldava definitivamente il partito allo stato e
che consacrava il potenziamento delle funzioni del partito come organo di stato. Collegato a tale
provvedimento e al primo maresciallato furono il decreto del 1938 di emanazione del nuovo statuto del
PNF e nel 1939 la legge con cui fu istituita la camera dei fasci e delle corporazioni. Con il primo il PNF
fu elevato definitivamente ad istituto costituzionale e la qualifica di duce assunse un significato
giuridico e potenzialmente costituzionale: guida e capo supremo del regime, che si identifica in modo
indissolubile con lo stato. Tra i più convinti sostenitori della liquidazione della monarchia c’erano
Starace e Galeazzo Ciano. Ma Mussolini era convinto che per il momento fosse più prudente non andare
oltre sulla strada dei nuovi colpi di forza diretti esplicitamente contro la monarchia e imboccare la
strada, indiretta, di una vasta azione volta a preparare il terreno nel paese, in modo che al momento
opportuno, l’operazione contro la monarchia potesse essere portata a buon fine. In questo senso gli
obiettivi erano tre: accentuare il carattere totalitario del regime, dare nuova fiducia alla volontà del
duce di intraprendere la marcia sociale, mettere sotto accusa e isolare psicologicamente e moralmente i
settori più propriamente borghesi del paese, che si identificavano con la posizione dei fiancheggiatori e
della monarchia. Una simile azione affondava le sue radici in convinzioni e stati d’animo vivi nel duce e
che egli riteneva urgente e necessario che si traducessero in concrete iniziative del regime. Essa fu
l’occasione per mettere in moto il meccanismo della riforma morale degli italiani, che gli appariva ormai
la grande meta a cui tendere, la premessa necessaria perché l’Italia potesse realizzare la sua missione
civile e il suo destino imperiale. L’idea era quella di costituire una stato autoritario in cui convivessero
alcune garanzie dello stato di diritto, alcuni aspetti dello stato di polizia e l’iniziativa personale del
duce. Il PNF rimase sempre rigidamente subordinato allo stato. Nel 1941, in piena guerra, Mussolini
decise il richiamo alle armi e l’invio al fronte di numerosi gerarchi e di vari ministri, tra cui Ciano,
Grandi, Bottai, Ricci. Quando era arrivato al potere, Mussolini non aveva idee precise su cosa fosse
veramente la burocrazia pubblica e il suo ruolo in uno stato moderno, ma nonostante ciò si era
impegnato a fondo sul terreno del riassetto burocratico. Il duce non aveva mai pensato ad un’effettiva
fascistizzazione della burocrazia, perché una tale azione avrebbe alterato gli equilibri del compromesso
su cui si andava assestando e sviluppando il regime, ma avrebbe anche portato ad una rivitalizzazione e
rivalutazione del PNF e una dequalificazione della pubblica amministrazione, perché il vero fascismo non
era in grado di esprimere una burocrazia all’altezza delle necessità e della preparazione tecnica di
quella che avrebbe dovuto sostituire. Sul lungo tempo Mussolini cercò di frenare lo sviluppo
quantitativo della burocrazia statale per diversi motivi: a livello economico per non gravare
eccessivamente il bilancio dello stato con nuovi oneri, a livello tecnico- politico nella preoccupazione di
non appesantire la pubblica amministrazione e di non diminuirne l’efficienza con l’immissione di
strumenti non idonei provenienti dal partito, a livello psicologico- culturale per il fatto che Mussolini
era condizionato dalla polemica contro l’ipertrofia burocratica caratterizzante la cultura italiana
cosicché finiva per prendere una posizione intermedia di rifiuto sia delle proposte di ulteriore
sfoltimento sia delle considerazioni politiche che suggerivano di allargare i quadri e dare sfogo alla
piccola borghesia. La funzione di sfogo poteva essere trasferita dallo stato al parastato allora in
espansione. Il risultato di tale politica era stato quello di una fascistizzazione in gran parte di facciata:
il regime si trovava con una burocrazia statale che era per la maggioranza formata da uomini formatisi
ed entrati in carriera sotto il vecchio stato liberal- democratico e che, pur avendo aderito al nuovo
regime, rimanevano legati, per abitudine, convinzione, calcolo, autodifesa, ad alcuni suoi valori di fondo.
La pubblica amministrazione aveva assunto agli occhi del duce un’importanza sempre maggiore, per via
del fallimento delle speranze nelle capacità del fascismo di esprimere in tempi brevi una propria classe
dirigente, inoltre per via della personalità di Mussolini, sempre più caratterizzata dal pessimismo sulla
natura degli uomini, dalla disistima per coloro che lo attorniavano, dalla diffidenza e dalla gelosia per
quelli che tra essi si mettevano in vista. Esautorati il parlamento e il partito e sulla stessa via anche il
Gran Consiglio, Mussolini poteva essere soddisfatto delle scelte politiche di fondo, che dipendevano
sempre di più da lui e dai suoi piani. Significativa è l’istituzione, nel 1938, della camera dei fasci e delle
corporazioni, che sarebbe stata sottratta ai ministri e riservata al duce. Per le questioni minori invece
le interferenze politiche, gli interessi dei gruppi erano troppo numerosi. In questo senso Mussolini si
concentrò per realizzare il massimo accentramento, depoliticizzare e tecnicizzare la macchina dello
stato. In questa prospettiva è chiaro il perché Mussolini considerasse la burocrazia statale l’unico vero
e sicuro elemento di stabilità del regime. Negli anni del fascismo la burocrazia statale subì un processo
di degradazione qualitativa e funzionale, ma fu un processo lento che riguardò soprattutto i quadri
intermedi entrati in carriera sotto il fascismo; la presenza di tali elementi divenne quantitativamente
importante e qualitativamente indiscriminata negli anno della seconda guerra mondiale. Due aspetti che
più avvicinano il fascismo al modello totalitario sono la tendenza ad una compiuta concentrazione del
potere nello stato e quella alla totale politicizzazione della società civile. Nella prima direzione,
Mussolini e il fascismo si erano sempre mossi, facendone il cardine di tutta la loro politica. Il fascismo
riassumeva nel mito dello stato e nell’attivismo come ideali di vita i caratteri essenziali della sua
ideologia. Esso fu soprattutto un’ideologia di stato, di cui affermava la realtà insopprimibile e
totalitaria, necessario per imporre un ordine alle masse ed impedire la degenerazione della società nel
caos. Per alcuni il regime doveva essere considerato un momento transeunte dello stato in formazione,
per altri invece ad esso doveva essere attribuito un significato organico e immanente, e quindi l’idea di
una sua estinzione doveva essere respinta. Il processo rivoluzionario fascista doveva essere finalizzato
all’edificazione di un nuovo tipo di stato che si fa sindacato. Compito ed essenza dello stato nuovo era
realizzare gli aspetti spirituali e cioè un’effettiva coscienza nazionale e un’ideale missione. Di una
trasformazione della camera dei deputati in un organo più consono ai nuovi tempi Mussolini aveva
parlato dal 1933: l’idea era quella di sostituirla con un consiglio nazionale delle corporazioni, che
sarebbe stato un organo assolutamente politico, in cui le forze economiche vi sarebbero state
rappresentate dalle corporazioni e quelle extraeconomiche dal partito e dalle associazioni riconosciute.
L’atteggiamento di Mussolini fu caratterizzato però dall’incertezza sull’effettivo significato che nella
struttura del regime avrebbe dovuto avere l’ordinamento corporativo, su come realizzarlo, su quali
poteri dargli e dalla cura che mise nel fare della figura del capo di governo la chiave di volta. La nuova
camera può essere quindi vista come un contentino offerto ai corporativismi e alla gioventù fascista,
per dare ad essi l’illusione che qualcosa si muovesse. A Mussolini interessava che il principio della
divisione dei poteri fosse ufficialmente cancellato, che l’esecutivo fosse innalzato al di sopra degli altri
poteri e questi ridotti, e che il parlamento diventasse un organo di integrazione del governo, che non
condizioni l’esistenza del governo. Sancire costituzionalmente questo principio era per il duce
importante in previsione del domani, della sua successione. Dal punto di vista costituzionale, la posizione
del sovrano rispetto al governo si sarebbe trovata priva di ogni copertura parlamentare, mentre al
regime, sarebbe sempre rimasta la copertura del Gran Consiglio. Nel 1936 iniziarono i lavori di una
commissione per la formulazione delle proposte relative alla riforma della camera. La nuova camera era
composta dal Consiglio nazionale del PNF e da quello delle corporazioni; i suoi membri entravano in
carica e decadevano in corrispondenza alla loro appartenenza a uno dei consigli che concorrevano a
formarla, di conseguenza essa non si sarebbe mai sciolta e si sarebbe rinnovata di continuo. Il compito
istituzionale della camera dei fasci e delle corporazioni e del senato era quello di collaborare con il
governo per la formazione delle leggi. Sotto il profilo del funzionamento, tale compito era attribuito in
parte all’assemblea plenaria e in parte alle commissioni legislative, che sfoltivano i lavori parlamentari e
riducevano il prestigio del parlamento. Nel testo di legge approvato dal Gran Consiglio e dal parlamento
ci fu un’aggiunta importante voluta da Mussolini: essa stabiliva che le anche donne potevano essere
consiglieri nazionali, ma la stessa fu tolta prima che la commissione speciale esaminasse il disegno di
legge, probabilmente perché nel Gran Consiglio non mancavano persone contrarie ad una simile
rivoluzione, oppure tale aggiunta poteva provocare una grave crisi con il re. Il primo fascismo non aveva
nutrito pregiudizi antifemministi e aveva rivendicato alle donne l’elettorato politico e amministrativo
attivo e passivo. Con il 1921-22, parallelamente all’affluire nel fascismo di elementi socialmente e
culturalmente sempre più differenziati, per molti dei quali l’inferiorità della donna era un dato di fatto
fuori discussione e che giudicavano negativamente il ruolo che le donne stavano assumendo durante la
guerra nella società italiana e nel mondo del lavoro. Come conseguenza la posizione del fascismo di
fronte al problema femminile era diventata più cauta. Il disegno di legge del 1925 conferiva il diritto
elettorale solo alle donne che avessero compiuto gli studi elementari inferiori o pagassero una data
imposta, esercitassero la patria potestà o la tutela, avessero certe benemerenze civili o fossero madri
o vedove di caduti di guerra. Esso però non entrò mai in vigore, perché dopo la sua approvazione il
governo fascista pose fine all’elettività dei consigli comunali e provinciali. Per un verso si mirava a
presentare il fascismo in luce moderna e progressiva, per un altro verso Mussolini metteva le mani
avanti per evitare il rischio che le femministe moderate rivolgessero le loro simpatie verso il PPI. In
realtà il duce non fu mai sensibile alle istanze femministe, poiché egli negava alle donne una vera
capacità di sintesi e di grandi creazioni spirituali; per lui la donna era fatta per obbedire e non poteva
avere peso nella vita politica, poiché il suo ruolo era quello di sposa e madre. Ma egli si rendeva anche
conto che durante la guerra le donne avevano fatto grandi sacrifici e che il capitalismo moderno
tendeva ad accrescerne il ruolo nella società, quindi voleva compiere un atto che come un pubblico
riconoscimento dei sacrifici delle donne negli anni della guerra. Nel 1938 furono ragionamenti e stati
d’animo simili all’idea di far ammettere alla camera dei fasci e delle corporazioni le donne. Molti passi
furono fatti in questo periodo sulla strada della totale politicizzazione della società civile fino ad
eliminare la distinzione tra stato e società civile. Solo la sua realizzazione avrebbe potuto mettere nella
condizione ottimale per affrontare e risolvere il problema della monarchia e del dopo Mussolini. Il
fascismo però ha avuto una dottrina dello stato totale, ma non è stato un0ideologia del regime
totalitario; l’elemento che caratterizzò l’ideologia del fascismo italiano fu l’affermazione del primato
dell’azione politica, cioè il totalitarismo, intesa come risoluzione totale del privato nel pubblico, come
subordinazione dei valori attinenti alla vita privata al valore politico per eccellenza, lo stato. Mussolini
fu sempre attentissimo ed intransigente nell’opporsi ad ogni decentramento del potere fuori dello stato
e nel riservare al partito, sia sul piano politico che su quello ideologico, la posizione di organo,
istituzione dello stato. Se il fascismo non voleva una vera e propria involuzione totalitaria ciò fu dovuto
alla concezione mussoliniana dello stato e alla sua politica di contenimento delle spinte provenienti dal
partito per capovolgerla. Prima del fascismo lo stato era spiritualmente vuoto, ma con il fascismo esso
si era riempito di un’idea e quindi di ideali, di fede, di volontà, così da esprimere la permanente e
duratura coscienza del popolo e da poter realizzare la propria totalitarietà, cioè la pienezza dell’idea e
della potestà dell’idea. Perché l’idea potesse effettivamente esprimere la permanente e duratura
coscienza del popolo e si realizzasse l’inglobamento della società nello stato occorreva che il popolo
acquistasse consapevolezza della sua permanente e duratura coscienza e si comportasse in
conseguenza, diventasse cioè nazione, ovvero occorreva che si realizzasse quella effettiva
nazionalizzazione delle masse che l’Italia non aveva conosciuto che in minima parte. Occorreva cioè una
profonda, capillare, politicizzazione della società, che doveva tradursi nella formazione di una comune
mentalità di massa. Il raggiungimento di tale obiettivo doveva essere il compito primario dello stato,
attraverso l’utilizzazione di tutti i suoi strumenti: la scuola, la stampa, la radio, il cinema e il partito con
le organizzazioni da esso dipendenti. Educare politicamente un popolo significa farlo vivere in un dato
ordine e in un dato clima e condurlo a partecipare consapevolmente allo stato in tutte le sue
manifestazioni ed organi. La partecipazione presuppone due cose: primo, l’inserimento diretto di ogni
attività individuale o di gruppo, intesa alla produzione di particolari beni e servizi, in un organismo
statale che guidi, coordini e rappresenti quelle attività e i dipendenti, secondo un continuo diretto
collegamento di natura politica tra il popolo e lo stato. Nella seconda metà degli anni trenta, nonostante
il grande successo conseguito con la guerra in Etiopia, se il duce voleva avere le mani libere per
realizzare la sua politica, assicurare il futuro del regime nel dopo Mussolini e realizzare quella riforma
morale degli italiani era necessario bruciare i tempi della fascistizzazione di massa e trasformare il
consenso in vera e propria fede. Era necessario attuare una rivoluzione culturale che, utilizzando tutti i
mezzi a disposizione dello stato, realizzasse, attraverso una mobilitazione permanente degli italiani, la
loro educazione totalitaria, in modo da trasformare la massa in veri fascisti e ridurre il resto in una
condizione di isolamento morale tale da privarli di ogni influenza diretta o indiretta, anche sulla società
civile. Tutto lo stato, e in primo luogo il partito, doveva impegnarsi in una funzione educativa totalitaria.
Ma mancare un vero partito in grado di realizzare una simile svolta e il regime doveva tener conto di
tutti i propri equilibri interni. Lo stato assumeva per Mussolini il valore di una religione laica che doveva
realizzare la massima integrazione e nazionalizzazione delle masse e trasformare i singoli in fedeli; il
duce era insieme il maestro e il pontefice. La battaglia antiborghese era solo un momento, un aspetto di
un’operazione pedagogica di massa ben più vasta. La polemica antiborghese si era attenuata e poi quasi
quietata, ma era rimasta una caratteristica della mentalità e della cultura di molti fascisti. La crisi
Matteotti, ridando fiato all’intransigentismo, lo aveva ridato anche alla polemica antiborghese, ma si era
rivolta soprattutto contro la grande borghesia, vista come l’ostacolo maggiore, psicologico, culturale e
sociale, alla realizzazione del vero ordine fascista. Mussolini era diventato sempre più antiborghese via
via che gli era apparso evidente che per molti settori della borghesia l’adesione al fascismo era
superficiale. Le resistenze e i malumori suscitati dalla politica della quota novanta prima e da quella per
fronteggiare la crisi economica poi avevano avuto un peso notevole in tale direzione. Ciò che andava
combattuto e trasformato nella borghesia non era il suo peso sociale, ma il suo temperamento, la sua
morale e cioè il suo pessimismo, la sua visione meschina e limitata, il suo pacifismo, la sua mancanza di
passione per le grandi mete. Le punte politicamente e socialmente più vivaci contro la borghesia
apparvero tra il 1938-39 sulla stampa dei GUF e su quella sindacale. La polemica antiborghese era la
punta di diamante della rivoluzione culturale fascista nella quale si realizzò gran parte della svolta
totalitaria. Essa fu l’elemento animatore di tutte le iniziative che furono prese in questo quadro a tutti
i livelli e con un dispiegamento di mezzi propagandistici senza precedenti. Nel 1938 Mussolini definì
l’abolizione del lei e la sua sostituzione con il voi e la campagna per la purezza della lingua italiana e
contro l’uso di termini ed espressioni stranieri e dei dialetti; inoltre stabilì l’introduzione del passo
romano e vi insistette molto sia in privato che in pubblico. L’obiettivo del duce era quello di incidere sul
costume e sul carattere, creando attorno agli italiani un’atmosfera di tipo militare e facendoli vivere il
più possibile pronti alla lotta. Un poderoso cazzotto alla borghesia fu la questione razziale: la prima
fase va vista nel quadro della rivoluzione culturale mussoliniana della seconda metà degli anni trenta,
mentre la seconda fase va inquadrata in un contesto totalmente differente. Oltre ad una motivazione
esterna, cioè modificare l’immagine che all’estero avevano degli italiani, c’erano quelle di dare unità alla
nazione, eliminando le differenze razziali tra nord e sud, e quella di dare agli italiani una dignità
razziale tanto verso gli altri popoli europei quanto verso le popolazioni indigene delle colonie. La
questione razziale aveva in questa prima fase per Mussolini dei confini poco definibili e finiva per
confondersi con quella demografica, sanitaria, sportivo- agonistica, del miglioramento fisico delle nuove
generazioni. Dopo la guerra d’Etiopia il regime attribuì un’importanza crescente alle trasmissioni
radiofoniche e alla loro progressiva politicizzazione. Lo stesso avvenne con il mezzo cinematografico,
direttamente nelle mani del regime e visionato personalmente da Mussolini. Le pellicole dichiaramene
fasciste furono poche rispetto al complesso della produzione nazionale, caratterizzata da soggetti di
evasione; fu con la seconda metà degli anni trenta che fu prodotta la maggioranza dei film
politicamente impegnati e si ebbe una vera e propria politica cinematografica del regime ad opera della
Direzione generale per la cinematografia, istituita nel settembre 1934 e alle dipendenze del
sottosegretario per la stampa e la propaganda. Si riuscì così a rendere il cinema un elemento
dell’educazione fascista delle masse; si scelse di privilegiare la produzione americana. Tra le richieste
cinematografiche c’erano quelle che volevano che i soggetti dei film avessero un nesso diretto con la
realtà del fascismo e valorizzassero di più l’unità della famiglia, il valore e l’attaccamento alla terra e
alla civiltà contadina degli italiani. Nel 1937 fu istituito il ministero della cultura popolare, che rispose
ad una logica e ad un programma ambiziosi: controllare direttamente tutte le attività culturali di massa,
inquadrarle completamente e orientarle in una prospettiva totalitaria, rigida per ciò che riguardava la
routine e duttile per ciò che concerneva la possibilità di qualsiasi mutamento di rotta, in modo da
determinare nel paese un ambiente morale, culturale, politico unico. Nell’inquadramento delle varie
attività i risultati non furono né totalitari né uniformi. Nella seconda metà degli anni trenta si ebbe il
controllo effettivo sulla stampa quotidiana e periodica: il ministero della cultura popolare deteneva
anche i poteri in materia di sequestri e soppressioni e nel 1939 riuscì ad estendere il suo controllo
anche sulla stampa ufficiale del PNF. Con la metà del 1938 si procedette alla bonifica libraria,
soprattutto contro le opere di autori ebrei e comuniste. Un’altra iniziativa collegata alla rivoluzione
culturale e alla svolta totalitaria della seconda metà degli anni trenta fu la riforma della scuola
progettata e in parte avviata da Bottai. Dal ’23 al ’36 la popolazione scolastica era cresciuta e il mondo
del lavoro si trovava nell’impossibilità di assorbire adeguatamente una larga parte dei diplomati e dei
laureati. Inoltre c’era lo scontento del regime per una scuola che rimaneva concepita in una prospettiva
borghese e liberale e che il regime e Mussolini sentivano estranea e pericolosa per il futuro del
fascismo. C’era l’esigenza di far partecipare anche la scuola alla svolta totalitaria messa in atto in tutta
la società civile, e quindi c’era la necessità di procedere ad una radicale riforma. Mussolini non amava
Bottai, ma lo stimava e lo considerava uno dei suoi uomini migliori, anche se talvolta incapace di portare
a termine ciò che cominciava. La rivista di Bottai, Critica fascista, era tra le maggiori pubblicazioni
fasciste, che spesso si occupava dei problemi culturali, dei giovani e della scuola. Egli riteneva
indispensabile riequilibrare il rapporto scuola- mercato del lavoro; egli aveva idee chiare su come
realizzare il controllo totalitario dello stato sulla società civile e sulla funzione che a questo fine
avevano un’integrale e sistematica educazione dei giovani e quindi la scuola. Le linee di fondo della nuova
scuola fascista furono tracciate da Bottai nella Carta della scuola e approvate dal Gran Consiglio il 15
febbraio 1939. La riforma faceva di tutto per scoraggiare l’afflusso verso la scuola media e per
orientare il maggior numero possibile di ragazzi di origine contadina, operaia e artigiana verso le scuole
tecnico- professionali e artigiane, destinate a diventare le grandi scuole di massa. L’obiettivo voleva
essere quello di modificare attraverso la scuola la classe dirigente, diminuendo in essa la presenza
borghese ed accrescendo quella popolare: nella prima direzione si doveva procedere attraverso una
rigida selezione, nella seconda garantendo lo stato la continuazione degli studi ai giovani capaci, ma non
abbienti. A questo scopo la riforma prevedeva un radicale riordino della materia, e cioè l’accentramento
in un unico fondo di tutti i fondi e stanziamenti preesistenti e futuri destinati a tale scopo e la sua
utilizzazione solo attraverso una serie di collegi di stato in cui questi giovani potessero continuare gli
studi e ricevere un’adeguata preparazione politica e guerriera. Perché la fascistizzazione fosse reale,
diventasse educazione, occorreva che la scuola esprimesse la cultura non fascistizzata, ma realmente e
totalmente fascista e facesse vivere i giovani da fascisti. La scuola doveva cessare di essere borghese.
La riforma non superò le fasi iniziali, quindi furono pochi i risultati concreti. Nel quadro della seconda
metà degli anni trenta, l’inquadramento della gioventù doveva essere portato più a fondo
quantitativamente e qualitativamente, reso effettivamente totalitario e tale da far vivere i giovani in
un’atmosfera e in un ambiente che lasciassero sempre meno spazio ad altre influenze: quella della
famiglia e della religione. Ufficialmente il regime diceva di rispettare tali istituzioni, in realtà esso
guardava alla religione come ad un pericoloso concorrente che gli contrastava il monopolio della gioventù
e alla famiglia come ad un ostacolo non diverso. Connesso alla riforma della scuola fu l’istituzione della
Gioventù italiana del littorio, alla fine del 1937 con la fusione dell’ONB e dei Fasci giovanili in un’unica
organizzazione destinata ad inquadrare tutta la gioventù. Fuori dalla GIL rimasero i GUF; la prima aveva
il compito di preparare spiritualmente, sportivamente e premilitarmente i giovani, insegnare
l’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, assistere attraverso campi, colonie climatiche, il
patronato scolastico, l’organizzazione di viaggi e crociere, istituire e gestire i propri corsi, scuole,
collegi e accademie. La Carta della scuola assegnava alla GIL un ruolo educativo più importante di quelle
che aveva l’ONB. Il campo di maggior presenza della GIL fu quello connesso alla scuola, nonostante fu
spesso oggetto di critiche. Per quanto si sforzasse di controllare tutto, il fascismo doveva fare i conti
con altre forze che operavano sull’ambiente in cui i giovani vivevano e si formavano. Le più potenti erano
la famiglia e la religione; in passato esse erano state per il fascismo due importanti punti di forza. Nella
nuova prospettiva totalitaria, il consenso della famiglia e della religione non entrava a livello di massa in
crisi, ma mostrava la tendenza a schierarsi per il regime fino alla guerra africana e ad opporsi alla sua
successiva evoluzione. La mancanza di alternative reali, il conformismo, il timore del peggio e il reale
consenso, mantenevano queste due forze sostanzialmente fedeli al fascismo- regime e a Mussolini. Con
la seconda metà degli anni trenta, l’educazione della famiglia venne affidata alla scuola e alla battaglia
antiborghese, ma i risultati furono negativi. Culturalmente il fascismo era un vivace sostenitore della
famiglia, nella quale vedeva uno dei capisaldi della società, il custode di certi valori da conservare e da
rendere più attivi fascistizzandoli. L’atteggiamento per la religione vedeva il riconoscimento del ruolo di
questa e della chiesa come un fatto politico e strumentale. Culturalmente il fascismo era anticlericale e
antireligioso; era religioso, perché si sentiva esso stesso una religione e mirava ad affermarsi come
tale, non riconoscendone altre. Inoltre la religione, attraverso la chiesa, esprimeva anche un’azione di
resistenza attiva. La crisi del ’38 maturava da tempo e fu determinata dall’introduzione della
legislazione razziale e dalla politica mussoliniana di avvicinamento alla Germania, ma più di tutto fu il
riaccendersi del conflitto per l’AC. La prima fase del razzismo mussoliniano, determinata dai problemi
connessi alla presenza imperiale in Africa, non aveva suscitato l’opposizione né della chiesa né dei
cattolici; la seconda fase, quella antisemita, vide la gerarchia ecclesiastica non totalmente contraria ad
una moderata azione antisemita, mentre i cattolici furono nettamente contrarsi. La chiesa non arrivò
mai ad una condanna esplicita del nazismo e del fascismo come responsabili del progressivo aggravarsi
del pericolo di guerra, perché una tale azione avrebbe provocato una dura reazione nazista contro i
cattolici tedeschi e qualche atto da parte fascista. Pensare ad una liquidazione dell’AC era assurdo per
motivi di prestigio e per le ripercussioni che una simile decisione avrebbe avuto in altri paesi; quindi la
strada scelta era stata quella della sua riduzione su un piano esclusivamente religioso, che comunque
teneva i cattolici lontani dal fascismo e poteva formare, con il tempo, una propria classe dirigente in
grado di prendere il posto di quella del regime. Dopo il 1931 si visse in un clima di continuo sospetto e di
ostilità verso l’AC e in una certa tensione tra la gerarchia e la Santa Sede. Il momento di maggiore
equilibrio e quindi dell’avvicinamento e del consenso al regime fu il 1936, in occasione della conquista
dell’Etiopia. Il rilancio che ottenne l’AC appariva grave agli occhi del regime, specialmente per il modo in
cui si realizzava (scuole provate, stampa periodica ecc.), poiché denotava una precisa volontà di
penetrare e permeare tutta la società italiana, dilatando l’influenza della chiesa oltre le sue tradizionali
aree di presenza. Il rilancio dell’AC era perciò inaccettabile per il fascismo. Nel 1937 la Santa Sede
procedette ad una ristrutturazione dell’AC, che la riportava all’ordinamento del 1923: in pratica era il
ripristino della situazione che aveva contribuito a far scoppiare la crisi del ’31 e che i successivi accordi
avevano eliminato. Probabilmente la Santa Sede agì così per la necessità di controllare meglio l’AC onde
scongiurare il pericolo che l’avvicinamento e il consenso al regime potessero aumentare e avviare un
processo di effettiva fascistizzazione. Una della motivazioni della crisi del ’38 fu costituita dalla
preoccupazione e dall’irritazione suscitate nel fascismo dal rilancio e dallo sviluppo dell’AC e dal sempre
maggiore impegno della chiesa ad allargare la sua presenza nel paese. Mussolini vedeva nell’AC un
tentativo di costituire un vero e proprio partito politico, ma voleva evitare di arrivare ad uno scontro
frontale e preferiva manovrare la situazione per linee interne, limitandosi a ridimensionare
l’organizzazione cattolica con un0azione di logoramento, volta ad intimidire gli iscritti e a farli
distaccare da essa. Il papa arrivò persino ad minacciare l’utilizzo dell’estrema arma della scomunica se
l’atteggiamento e l’azione del duce e del regime nei confronti dell’AC non fossero cambiati. Mussolini si
convinse della necessità di risolvere la crisi, sia per salvare la faccia, sia perché la Santa Sede doveva
rendersi conto che egli cercava un armistizio, che fu raggiunto in seguito a due fatti: il primo fu una
sortita di Farinacci che aveva intenzione di scatenare una campagna contro l’AC che avrebbe provocato
inevitabili incidenti; il secondo fu un discorso del papa agli alunni del collegio di Propaganda fide, nel
quale sottolineò come il razzismo fosse estraneo alla tradizione italiana e biasimò l’Italia per voler
imitare la Germania. Il 20 agosto, il segretario del PNF Storace e il presidente dell’AC Vignoli giunsero
all’accordo: venivano riaffermati gli accordi del settembre 1931, la Santa Sede promise di procedere ad
una nuova riforma degli statuti dell’AC, che avesse lo scopo di depoliticizzarla e ad eliminare da essa gli
ultimi ex popolari e renderla più parte integrane della chiesa gerarchica. L’attuazione dell’accordo fu
lenta e laboriosa e non priva di polemiche e incidenti, tanto che la situazione si risolse realmente solo
dopo la morte di Pio XI. Infatti la morte di papa Ratti e la sua sostituzione con il più politico cardinal
Pacelli contribuirono a normalizzare la situazione. L’AC si era notevolmente rafforzata, le sue finalità
rimanevano immutate non solo nell’ordine spirituale, ma anche in quello civile e sociale. Il fascismo
pensava ancora di poter contrastare la spinta espansiva di certe iniziative cattoliche nella società civile
e infatti Bottai, nella Carta della scuola, cercò di limitare l’espansione delle scuole private religiose, il
ministero della cultura popolare prese provvedimenti per limitare il proliferare di sale
cinematografiche parrocchiali e per costringerle a proiettare solo film educativi e religiosi. Ciò che
importava era recuperare al massimo i cattolici nel regime ed evitare che il loro malcontento si
trasformasse in opposizione e in punto di aggregazione per altri. A questo secondo fine, lo strumento
migliore era l’AC, ormai sotto l’effettivo controllo della gerarchia ecclesiastica e della Santa Sede e
perché ormai la presenza popolare era pressoché inesistente.

IL CONSENSO TRA LA META’ DEL 1936 E LA META’ DEL 1940


Nel 1940 la situazione italiana era caratterizzata dalla notevole presenza di un consenso al regime,
largamente passivo, ma in molti settori del paese era di tipo attivo; una debolezza, quantitativa ed
organizzativa e politica, cioè incapacità di iniziativa aggregatrice rispetto al paese, dell’antifascismo
attivo; la completa dispersione ed impotenza di tutte le forze sociali e politiche interne al regime,
attente ognuna solo ai propri particolari problemi e interessi e quindi oggettivamente e
soggettivamente incapaci di qualsiasi iniziativa. Lo scontento e la preoccupazione, per quanto vivi,
mancavano di un elemento essenziale, cioè di una concreta prospettiva alternativa al fascismo e un
modello di regime in cui avere veramente fiducia per la sua efficienza e per la sua adeguatezza a
scongiurare mali maggiori o non diversi da quelli che travagliavano gli altri paese o grazie ai quali il
fascismo si era affermato. La lotta all’antifascismo, pur continuando ad imporre alle forze di polizia una
costante opera di sorveglianza, prevenzione e repressione, tornò con il 1937-38 a costituire per il
regime un problema meno preoccupante di altri, addirittura decrescente. Nel paese c’era un’assoluta
tranquillità, interrotta solo da qualche incidente e da qualche agitazione di lavoro, dovuti
essenzialmente a cause di natura locale ed economiche e che non assunsero mai un carattere politico di
opposizione al regime. Tali agitazioni si svolsero in gran parte nella seconda metà del 1936 e all’inizio
del 1937. Sotto l’apparente tranquillità del paese, in realtà stavano mutando molte cose a tutti i livelli,
anche all’interno del fascismo. La seconda metà degli anni trenta fu contraddistinta da un processo di
crescita dello scontento de delle preoccupazioni per la politica del regime e da un progressivo incrinarsi
del consenso popolare. Tale crisi non fu determinata solo da fattori politici, ma anche da motivi
economici e politico- economici; inoltre essa ebbe, a seconda delle classi sociali e delle età, conseguenze
diverse che determinarono il sorgere di nuove forme di consenso e contribuirono a spezzettare la
società italiana in tante realtà chiuse e attente solo ai propri particolari problemi e interessi. Dopo la
guerra d’Etiopia la ripresa economica continuò e si accentuò, assumendo il carattere di un moderato
sviluppo. Tra i fattori più importanti c’erano l’aumento delle importazioni dopo la fine delle sanzioni e
favorito dalla caduta dei prezzi internazionali nella seconda metà del ’38; l’aumento dei traffici e elle
attività connesse all’impero; la riduzione del valore della lira che aveva rilanciato le esportazioni; la
politica monetaria attuata dal governo al fine di determinare un mutamento del volume e della
distribuzione del reddito monetario annuo; il sempre maggiore intervento dello stato nell’attività
economica che, attraverso la finanza pubblica, esercitò una forte spinta all’espansione. La ripresa e lo
sviluppo non furono, tra il ’36 e il ’40, né continui, né uniformi. Il loro andamento fu diverso a seconda
dei settori e delle ripercussioni che ebbero su di essi la politica estera mussoliniana e la politica
autarchica, che comportava tutta una serie di scelte particolari, una radicale trasformazione del
sistema economico e un preventivo sviluppo dei settori necessari a rendere possibile tale scelta. Per
quanto riguarda l’agricoltura, dopo la guerra africana, gli investimenti ad essa destinati furono indiretti
e con scopi per il futuro. Essendo l’obiettivo primario l’autarchia, gli sforzi maggiori furono indirizzati a
creare le precondizioni della sua autosufficienza e non a curare i mali di cui soffriva. I due problemi
nodali, la cerealicoltura e la zootecnica, dovevano essere risolti il primo attraverso il rilancio della
bonifica integrale e il secondo con una serie di opere idrauliche che permettessero un’adeguata
produzione foraggiera per soddisfare il fabbisogno nazionale. L’ultima iniziativa fu la colonizzazione del
latifondo siciliano, cominciata nel gennaio 1940 e considerata un’operazione più propagandistica, che
aveva lo scopo di distogliere l’attenzione dei contadini meridionali dal pericolo della guerra e a dar
lavoro ai disoccupati. Sotto il profilo economico, l’assalto al latifondo mirava a trasformare la coltura
delle zone di bonifica da estensiva in intensiva e ad aumentare così sia l’occupazione sia la produzione.
Sotto il profilo ideologico, la prevista creazione di poderi dotati di strade, canali di irrigazione e di
acquedotti avrebbe dovuto legare definitivamente alla terra una massa di famiglie contadine, con il
risultato di porre fine all’estrema concentrazione di tale massa nei vecchi centri urbani e alla sua
tendenza ad emigrare, favorire lo sviluppo demografico, contribuire alla formazione dell’uomo nuovo
fascista. Nel 1939 la bilancia commerciale fu per la prima volta in attivo. Importante è la
trasformazione della base produttiva verificatasi in questi anni, le cui caratteristiche furono una
maggiore diversificazione dell’apparato industriale e un forte privilegio dell’industria pesante e di quella
chimica: la base produttiva si trasformò a vantaggio delle industrie produttrici di beni di produzione a
scapito di quelle produttrici di beni di consumo. Le ragioni di questo moderato aumento complessivo
della produzione sono da ricercare nella mancanza di investimenti stranieri e la crescente difficoltà di
trovare crediti all’estero, conseguenti alla posizione assunta da Mussolini, e la crisi delle riserve auree
che nel ’38 determinò una riduzione delle importazioni che a sua volta ridusse l’attività di una serie di
industrie e portò alla contrazione delle esportazioni. Nel ’40 il programma autarchico non era comunque
realizzato e Mussolini riteneva che la guerra sarebbe scoppiata più tardi e che sarebbe stata di breve
durata, tale cioè da comportare uno sforzo economico limitato nel tempo e meno condizionato dalla
scarsezza di certe materie prime. Conseguenze di rilievo delle trasformazioni determinate dalla politica
autarchica furono l’assunzione di un ruolo importante da parte delle industrie dell’IRI e dall’accentuarsi
della tendenza alla concentrazione economico- produttiva in mano a pochi uomini. Tutte queste
trasformazioni avvennero sostanzialmente al di fuori dell’ordinamento corporativo, che cessò di avere
qualsiasi influenza attiva sulla vita economica e sociale del paese e si ridusse ad un organismo
burocratico di collegamento. La politica autarchica fu praticamente condotta direttamente dallo stato
con una serie di interventi regolamentari e disciplinari a tutti i livelli, che favorivano tale politica, ma
che ne riducevano i margini di autonomia aziendale e la costringevano in una situazione di crescente
dipendenza dallo stato. Tra i benefici che questa politica avrebbe dovuto portare c’era quello di
occupare gran parte o tutta la manodopera disoccupata e di alleggerire la pressione sulla terra grazie
alla bonifica e alla colonizzazione. Durante al guerra d’Etiopia il costo della vita aumentò notevolmente e
le retribuzioni furono aumentate dell’8-10%, ma ciò non serviva a riequilibrare il rapporto con il costo
della vita e fu annullato da nuovi aumenti dei prezzi. Nel ’37 ci fu un nuovo aumento degli stipendi del
10%, ma anch’esso inadeguato a tenere il passo con l’aumento del costo della vita. Da qui la necessità di
altri due aumenti: nel marzo 1939 e nel marzo 1940. Il disagio maggiore era nel mondo agricolo e in
quello dei dipendenti dello stato, che sembravano passivi e rassegnati, ma che avevano molta fiducia nel
duce. Crescevano il disagio e il malcontento dei ceti borghesi e produttivi cittadini, preoccupati per la
situazione economica e per la politica autarchica, considerata la causa della precarietà della situazione.
Il disagio degli operai fu sempre vivo e presente in tutti i settori; alla sua origine vi erano motivi
economici, ma anche connessi alle condizioni di lavoro, ai criteri di assunzione, ai licenziamenti, alla
richiesta di una presenza sindacale in fabbrica. Dal ’36 in poi il motivo di tale disagio mutò e più che per
motivi economici fu dovuto a motivi sindacali. La tranquillità degli operai era comunque frutto della
rassegnazione, dell’opportunismo, dell’odio per il fascismo da arrivare ad augurarsi dell’arrivo della
guerra per liberarsi dalla schiavitù. E’ anche vero che alcune delle punte polemiche verso il regime si
erano notevolmente attenuate, tanto che nel ’39, quando furono riaperte le iscrizioni al PNF per gli ex
combattenti, furono molti gli operai che ne approfittarono per entrare nel partito. Con l’azione della
Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, l’azione dei sindacati si fece più decisa, trovando
spesso l’appoggio della stampa giovanile. Il sindacalismo fascista però non poteva liberarsi delle sue
origini e dei suoi limiti insiti nel rapporto di forze sul quale si fondava il regime: burocratismo,
corruzione, inferiorità psicologica rispetto ai datori di lavoro, diffidenza e sospetti per i lavoratori,
dipendenza dal potere politico, impreparazione tecnica. Nel ’39 vennero riconosciuti e reintegrati i
fiduciari di fabbrica: veniva realizzata una delle maggiori aspirazioni dei lavoratori ed equivaleva ad una
rivincita per il sindacalismo fascista sugli imprenditori. Sempre nello stesso anno fu promulgata la nuova
legislazione in materia di assistenza ai lavoratori e il Dopolavoro fu trasferito sotto la competenza dei
sindacati e non più del PNF, che diede più autonomia e iniziativa alle organizzazioni sindacali e quindi un
aumento del ruolo politico. Il sindacato acquistò via via più credibilità e quindi anche il fascismo fece
breccia tra i lavoratori e in particolare tra i giovani operai, anche se il consenso fu di tipo passivo.
All’interno del sindacato fascista si delinearono diversi punti di vista e diverse correnti rivoluzionarie,
dovute principalmente al fatto che molti giovani vi erano entrati a far parte e volevano portare le loro
idee. Una prima tendenza fu costituita dall’anticapitalismo, un’altra sosteneva la necessità di un
ampliamento delle competenze e dell’autonomia del sindacato, un’altra ancora voleva ricostruire l’unità
sindacale dei lavoratori riboccando le confederazioni e ripristinando la situazione esistente prima dello
sbloccamento del 1928. Il distacco psicologico dal regime si verificava anche negli altri settori della
classe dirigente e della borghesia in genere, ambienti in cui il fascismo e il PNF non avevano mai goduto
di grande prestigio. In essi essere fascisti voleva spesso dire essere mussoliniani, avere fiducia nel
patriottismo e nel buon senso del duce, condividerne le scelte di fondo, riconoscersi nel suo realismo e
nella sua modernità. Ma un forte discredito accomunava tutta la gerarchia fascista, accusata di
affarismo e di illeciti arricchimenti. Mussolini era pronto a sacrificare le condizioni di vita delle masse
lavoratrici ed era disposto, se necessario, a sfidare il malcontento. Mussolini non si preoccupava
dell’eccessivo deterioramento del rapporto del regime con il mondo economico e imprenditoriale e non
impediva che esso venisse attaccato da una parte del fascismo, dando l’idea di un fascismo in
trasformazione. La ragione di ciò è politica e si può trovare nella polemica antiborghese, nel significato
che Mussolini le attribuiva nel contesto della svolta totalitaria del regime e nella tendenza a non
impegnarsi a fondo perché essa fosse spostata dal terreno della mentalità e dello spirito borghesi al
terreno sociale. Due cose sono chiare: dopo un primo momento di speranze suscitate dalla vittoria in
Etiopia, dal ’36 in poi, la politica economica, interna ed estera del duce provocarono difficoltà, malumori
e preoccupazioni in tutta la società italiana e quindi l’atteggiamento degli italiani verso il regime si
modificò notevolmente; la crisi del consenso riguardò i ceti che in passato avevano più accettato o
espresso il fascismo. Di ciò il vertice fascista e Mussolini ebbero sempre piena consapevolezza. Ad un
primo livello c’era il consenso dei settori preindustriali, estranei alla sfera politica e che non vedevano
differenza tra il vecchio regime e il nuovo; tale consenso si identificava con un’accettazione passiva
della realtà e lo si riduceva al mito del buon duce, buon padre e uomo della provvidenza. Ad un secondo
livello c’era il consenso borghese e di una parte dei settori popolari, di tipo superficiale e passivo; il
regime era stato concepito come una necessità politica, sociale e morale e come un autoritarismo
moderato e rivolto contro la minaccia di nuovi conflitti sociali e contro coloro che lo rifiutavano. Il
fascismo era Mussolini o il fascismo era accettato perché Mussolini ne era il duce. Questo consenso
raggiunse la sua espansione massima nel momento in cui cominciò ad incrinarsi, ma non sia arrivò mai ad
una consapevole opposizione. Altri due motivi rendevano il distacco psicologico verificatosi inoperante e
permettevano al regime di recuperare tali consensi: il primo era costituito dalla notevole presa che
aveva a questo livello il nazionalismo, la cui componente essenziale era il mito di Roma e della romanità,
utilizzata per suffragare il ruralismo fascista e la campagna demografica, per avvalorare la politica
estera mussoliniana e il rafforzamento dello stato. Tale mito sfociava in quello più importante di
Mussolini, che costituisce il secondo motivo alla base del recupero del consenso: man mano che il
fascismo si consolidava, il potere e il prestigio di Mussolini si diffondevano e sempre più persone si
rivolgevano a lui per chiedere aiuto. Nel 1938 il settore beneficenza spicciola fu, all’interno della
Segreteria, affidato alla direzione di Edda Ciano e il valore politico di tale attività era evidente: chi
aveva ottenuto ciò che chiedeva o anche solo un aiuto economico si vedeva confermato nella sua fiducia
nel duce e ne parlava con parenti, amici e vicini. A livello borghese però la forza del mito di Mussolini
era un’altra: il successo che aveva sempre conquistato il duce faceva sorgere anche nei più ottimisti
qualche dubbio, ma alla fine essi speravano che l’uomo dell’uomo provvidenza la smettesse di rischiare e
che le cose si aggiustassero. La consistenza del consenso attivo era nelle principali aree dei quadri del
PNF, della GIL e della MVSN, ma tra le aree le differenze erano notevoli per mentalità, prospettive,
punti di riferimento all’interno del vertice fascista. La seconda metà degli anni trenta f caratterizzata
da vari fenomeni a livello giovanile, tra cui l’accentuarsi del processo di depoliticizzazione, causato da
un istintivo disinteresse, da diffusa insofferenza e da disgusto per la politica. Più che un problema
politico, essi erano per il regime quasi sempre solo un fatto di polizia. Politicamente il vero problema era
costituito dai giovani fascisti, quelli del consenso attivo, senza i quali il fascismo non avrebbe potuto
avere un futuro, ma che erano molto critici verso il regime a cui rimproveravano il suo conformismo, la
sua grettezza provinciale, che si trasformava in chiusura verso il nuovo. Questa era la colpa di una
gioventù che era alla ricerca di chiarezza e di coerenza e tra le cui file si sarebbe formato buona parte
dell’antifascismo. La rottura con il fascismo sarebbe avvenuta solo nel ’42-’43, in conseguenza della
guerra; ma un’altra parte avrebbe aderito alla repubblica Sociale Italiana, che ero o credeva fosse il
suo fascismo. Nonostante la crisi del consenso, il fascismo era in grado di conservare il consenso attivo
di larga parte dei vecchi fascisti, ma di suscitarne anche uno nuovo, tra i giovani, tra coloro che ne
avrebbero dovuto assicurare la continuità. Il prezzo da pagare era quello di accordare ai giovani una
certa libertà di stampa, di critica, di parola a nessun altro concessa. Il fascismo dei giovani era un
fascismo convinto, perché fondata sulla convinzione che esso fosse l’espressione più moderna e
realistica del socialismo, era battagliero perché consapevole della necessità di combattere. I caratteri
principali di questo nuovo fascismo sono la sua carica rivoluzionaria e il suo radicale superamento e
rifiuto della realtà prefascista. Altri elementi erano un forte senso della comunità proiettata
nell’universale, come missione, il tutto con un acceso e intransigente spiritualismo una concezione della
rivoluzione come trasformazione del modo di vivere, della qualità della vita e della civiltà. L’obiettivo
della rivoluzione era l’uomo che riprende il timone della storia e la borghesia, responsabile delle attuali
sofferenze dei popoli, doveva essere ricacciata nei ranghi dei popoli, dal quale poteva nascere
l’aristocrazia. Anche se assai critici verso il nazismo, tali giovani accettarono in buona fede la politica
mussoliniana verso la Germania, come necessità non solo politica. L’antisemitismo e il razzismo
mancavano in Italia di consistenza e tradizione di massa. Il primo era presente quasi solo nella versione
cattolica e circoscritto ad ambienti limitati. Il fascismo italiano non si era mai caratterizzato in senso
antisemita. Tra i giovani essi erano sempre stati condannati, ma l’accettazione della svolta antiebraica
del 1938 tra di essi vuol dire essa non fu un elemento di rottura e di crisi. Le ragioni principali che
indussero un certo numero di fascisti delle vecchie generazioni ad approvare e a richiedere
l’introduzione anche in Italia della politica antisemita furono tre: per alcuni fu la convinzione che essa
costituisse un passo decisivo sulla strada di un sempre più stesso accordo con la Germania, ritenuto
necessario per poter costruire un fronte unico contro Francia ed Inghilterra, per rendere più
totalitario il regime e per rilanciare nel partito e nel paese una politica intransigente; per altri ad
imporre la politica antisemita era la necessità di preservare dall’impatto dissolvitore della cultura
moderna, perché colpire l’ebraismo equivaleva a tagliare le radici della cultura moderna negatrice di
tutti i valori tradizionali o a giustificare in qualche modo la lotta contro di essa con la forza di un mito
che aveva una forza antica e poteva essere rinverdito facendo appello alla tradizione cattolica. Per
alcuni esponenti il significato positivo della politica antisemita era quello di costituire un primo passo
per dare concretezza alla polemica antiborghese. La gioventù fascista aveva la duplice speranza di fare
del razzismo la forza spirituale aggregante della comunità che essi inseguivano e ritenevano
indispensabile per radicare il fascismo nel popolo. La perdita di mordente che fu registrata con il
’41-’42 è da ricollegare in parte alla nuova situazione che cominciava a delinearsi con gli insuccessi
italiani in Grecia in parte la conferma che anche l’impegno razzista rispondeva ad un’esigenza di ordine
morale e di rinnovamento.

MUSSOLINI TRA IL REALISMO POLITICO E IL MITO DELLA NUOVA CIVILTA’


La conquista dell’Etiopia determinò all’interno del gruppo dirigente fascista la fine di ogni
manifestazione di dissidentismo e di ogni velleità di atteggiarsi ad anti Mussolini: il prestigio, il carismo
del duce ne erano stati accresciuti che nessuno ormai contestava il suo genio e il suo potere. Ma si
accersceva sempre più la difficoltà dei collaboratori di Mussolini a capire le vere intenzioni del duce e
ad avere con lui un rapporto se non normale, almeno limpido; e questo per la sempre più evidente
incertezza e contraddittorietà della sua politica e per il suo atteggiamento verso di essi circa i vari
aspetti e implicazioni di tale politica. Mussolini quando agiva dava l’impressione di improvvisare e la sua
immagine era sempre più dominata da due personalità che si sovrapponevano ed entravano in collisione
tra loro: una di un uomo impulsivo, sensibile ai nessi storici, al segreto senso degli avvenimenti e l’altro
era l’uomo della vita di tutti i giorni, immerso nella quotidianità e con le gelosie, le invidie e i problemi di
tutti. La personalità del duce era il frutto dell’evoluzione ideologica determinata in lui dalla vicenda
etiopica e che egli esitava a rendere esplicita, perché egli stesso non riusciva ad accettarla. Come in
tutti i regimi autoritari e totalitari, le condizioni di salute di Mussolini furono sempre avvolte in un
alone di mistero e suscitarono le voci più disparate, sia in Italia che all’estero. I disturbi di cui soffriva
Mussolini erano principalmente di origine psichica, cioè connessi al suo stato d’animo. La sua salute
attraversò due crisi gravi dopo il delitto Matteotti e quando fu chiaro che per l’Asse la guerra era
ormai perduta. Tra il ’36 e il ’40 vi fu un lento logoramento, in parte dovuto all’età e in parte alla
continua, eccezionale tensione dei due anni precedenti, prima per la guerra d’Africa e poi per la
gravissima malattia della figlia Anna Maria. Le scelte politiche di Mussolini rimasero fondamentalmente
delle scelte razionali, ma quello che mutò fu l’impegno emotivo che egli mise in esse. L’impresa etiopica
si era fondata sull’intuizione che l’Inghilterra non sarebbe mai andata oltre un’opposizione limitata. In
alcuni momenti questa intuizione aveva assunto il carattere di scommessa e Mussolini aveva avuto la
consapevolezza di stare giocando il tutto per tutto. Il successo alla fine conseguito aveva avuto come
conseguenza quella di accrescere a dismisura in Mussolini la fiducia, la sicurezza nell’infallibilità del suo
fiuto politico, delle sue intuizioni e di esaltare in lui gli elementi volontaristici. Nel marzo 1945, questa
fiducia e questa sicurezza sarebbero state così forti da costituire una sorta di autogiustificazione dei
suoi errori e della sua sconfitta. Egli avrebbe sostenuto che i suoi errori non sarebbero stati suoi, ma
conseguenze di interferenze esterne che gli avrebbero impedito di agire secondo la sua intuizione
politica. L’ottica politica di Mussolini si allargava a dismisura, di pari passo con il suo senso di sicurezza
e il suo amore di grandezza; grande fu l’irritazione contro tutti appena si rese conto che,
contrariamente al,a sua prima impressione, gli italiani e la grande maggioranza dei fascisti e dei suoi
collaboratori non erano cambiati. Il fatto che la propaganda fascista paragonasse il duce a Cesare, lo
rese molto partecipe del mito di Roma e della romanità e se ne servì per sottolineare il carattere e la
funzione universale della civiltà romano- cattolico- fascista in contrapposizione alle civiltà senza
profonde radici e per offrire agli italiani un punto di riferimento che potesse al tempo stesso
costituire un elemento di fierezza e offrire esempi pedagogici a proposito dei comportamenti collettivi
che determinavano l’ascesa e la decadenza dei popoli. Il terreno su cui il mutamento appare più evidente
è quello della gestione quotidiana del potere: dopo la conclusione della guerra d’Etiopia, Mussolini affidò
ufficialmente la direzione della politica estera a Galeazzo Ciano e di quella coloniale e corporativa a
Lessona e Lantini, ma perse anche molto dell’interesse che prima aveva avuto per la gestione quotidiana
della macchina del regime. Di molte questioni mantenne solo la supervisione e il coordinamento politico
generale, lasciandola alla cura dei loro diretti responsabili e della sua segreteria. Attorno a Ciano si
costituì un potentissimo centro di potere che riproduceva in peggio la situazione precedente attorno a
Mussolini e che tendeva spesso a radicalizzare o disattendere le sue scelte politiche in funzione delle
proprie vedute e interessi di gruppo o personali. Alla base dell’atteggiamento di Mussolini erano
motivazioni razionali quali la convinzione che ormai la situazione del regime fosse talmente solida da non
comportare più il suo personale continuo controllo su tutto e il desiderio di mettere alla prova le
capacità politiche di Ciano e, al tempo stesso, di lanciarlo come numero due del regime suo successore.
Non va sottovalutato il ruolo del logoramento e della stanchezza conseguenti alla lunga tensione degli
ultimi due anni e forse il prendere concretezza della relazione con la Petacci. Tale perdita di interesse
fu anche una conseguenza dell’allargarsi dell’orizzonte di Mussolini dalla politica alla storia e al suo
personale mito in essa: ormai proiettato nel futuro e sicuro di anticiparlo con il suo genio, la routine
politica, il presente vissuto, perdeva per lui di importanza e di interesse, quindi i suoi compiti
diventavano altri. Da un lato portare gli italiani all’altezza delle prove e dei compiti che li avrebbero
attesi e gettare le premesse necessarie perché potessero affrontarli nel migliore dei modi. Da un altro
lato lasciare ai posteri le prove e l’insegnamento della sua storica intuizione di questo futuro. Da qui
l’atteggiarsi in pubblico a simbolo. La morte del fratello Arnaldo chiuse Mussolini in uno stato di
solitudine umana e contribuì ad esasperare la sua tendenza psicologica a rinchiudersi in se stesso, a non
avere amici, a diffidarsi di tutti e a sentirsi circondato da collaboratori fragili e insicuri. E’ in questo
contesto che si deve vedere l’inizio della relazione con la Petacci, che rappresentò un fatto nuovo, in
quanto determinata dalla solitudine umana di Mussolini e dalla tensione dovuta alla guerra d’Etiopia, ma
da un altro lato anche dal desiderio di sentirsi ancora giovane. Tale relazione ebbe inizio verso l’ottobre
1936, ma non ebbe praticamente alcun risvolto politico. Si rafforzò in Mussolini la convinzione che
fosse necessaria una radicale riforma morale ; cresceva in lui la vena populistica che lo considerava a
considerare il popolo minuto il vero depositario delle migliori virtù sociali e quindi la parte della nazione
che era in grado di comprenderlo e di seguirlo. L’aspetto più negativo sotto il profilo politico di questa
involuzione caratteriale era il suo sentire sempre più necessario ed urgente bruciare i tempi della sua
missione, per tre motivi: la realtà internazionale e i rapporti di forza tra i popoli erano già alla vigilia di
trasformazioni radicali, la necessità per l’Italia di essere in grado di arrivare a tale appuntamento con
la storia nelle migliori condizioni per esercitare la sua missione e l’idea che, scomparso lui, nessuno dei
suoi collaboratori ed eredi avrebbe avuto la statura morale e politica necessaria a guidarla in questa
storica impresa. Mussolini avrebbe dovuto delineare i caratteri della nuova civiltà che, secondo lui,
stava per affermarsi in Occidente e spiegare i motivi per cui era convinto che i popoli che avrebbero
dominato il mondo sarebbero stati quello tedesco, italiano, russo e giapponese. L’idea forza dalla quale
l’argomentazione mussoliniana prendeva le mosse era di carattere demografico: il tedesco, il russo, il
giapponese e l’italiano erano gli unici grandi popoli civili demograficamente in espansione; gli altri, in
particolare il francese e l’inglese, vedevano le loro popolazioni diminuire a ritmo accelerato e
invecchiare inesorabilmente. Nel giro di un ventennio, questo andamento demografico avrebbe
capovolto i rapporti di potenza. Per Mussolini il problema era quello di stabilire le ragioni della
decadenza demografica dei popoli. Il fascismo doveva costituire la terza via tra capitalismo e
comunismo, anticipando la nuova civiltà. Per quanto decisivi per comprendere la personalità di Mussolini
in questi anni, lo stato d’animo, la condizione umana e psicologica e l’evoluzione ideologica devono sempre
essere visti come aspetti, come componenti della politica mussoliniana. Questi furono certamente anni
di involuzione per il duce, ma ciò non significa che l’azione politica di fondo non rimase tale e quindi
legata strettamente alla realtà interna ed internazionale e alla sua routine. Certe scelte avevano una
loro giustificazione politica anche a prescindere da tale involuzione. Nella seconda metà degli anni venti
e nel quinquennio successivo, la polemica antibolscevica aveva perso di intensità in molti settori del
fascismo. Con la fine della guerra d’Etiopia l’opposizione al bolscevismo si fece di nuovo nettissima,
tornando ad essere uno dei cardini dell’ideologia e della propaganda fasciste. Se il fascismo voleva
costituire la terza via, non poteva esserci più spazio per gli interessi e per le disponibilità per il
bolscevismo sovietico di qualche anno prima. L’antibolscevismo fascista era volto al superamento di ogni
tipo di capitalismo attraverso il corporativismo. L’idea della nuova civiltà ebbe una forte incidenza, sia
positiva che negativa, sul problema dell’atteggiamento verso il nazismo e sui rapporti italo- tedeschi.
Prevalsero sicuramente i motivi di politica estera, ma alla loro affermazione contribuì anche questa
ideologia, che influì anche sull’atteggiamento di vasti settori del fascismo e di Mussolini nei confronti
del nazismo. L’inizio della svolta nei rapporti italo- tedeschi avvenne nel giugno- luglio ’36 quando,
conclusosi il conflitto etiopico, Mussolini, spinto da Ciano, si convinse che la riconciliazione con
l’Inghilterra non sarebbe stata facile e necessitava di tempi lunghi, quindi per giungere ad essa,
bisognava minacciare Londra e soprattutto Parigi con la carta dell’avvicinamento tedesco e intanto non
rimanere isolato. Da parte italiana si giunse all’alleanza sulla base di considerazioni dettate in gran
parte dall’esigenza del gioco diplomatico, nonostante le molte riserve sulla Germania e sul nazismo.
Mussolini aveva sempre nutrito verso di essa un’ostilità di fondo, intessuta di sospetto e di timore, e le
cose non cambiarono dopo il ’36. Il duce si illuse di poter giocare sulla grande e sincera ammirazione
politica personale che Hitler aveva per lui per tenerlo a freno e imporgli la sua politica. L’avversione per
il nazismo si trasformò presto in gelosia per la potenza e i successi di Hitler. Se molte ed inaccettabili
erano le differenze ideologiche e le incompatibilità tra il fascismo e il nazionalsocialismo, una cosa
importanti i due movimenti avevano in comune: l’ostilità ideologica e psicologica e morale per la vecchia
civiltà e per il vecchio ordine internazionale e per le sue manifestazioni più caratteristiche, la
democrazia borghese e il bolscevismo e con essa il mito di una civiltà della quale essi dovevano essere i
portatori. Le prime concrete collaborazioni tra gli apparati dei due regimi si realizzarono comunque in
quei campi in cui esisteva un’effettiva concordanza. Mussolini non era mai stato razzista e nemmeno
antisemita, ma il suo atteggiamento cominciò a mutare in occasione della guerra d’Etiopia, quando si
convinse che l’ebraismo internazionale gli era ostile e si muoveva in una prospettiva antifascista. Alla
teorizzazione di un razzismo fascista e a veri e propri provvedimenti contro gli ebrei italiani si arrivò
solo dopo due anni, attraverso una serie di fasi preparatorie dell’opinione pubblica scandite da tre fatti:
nel 1937 la pubblicazione del libro di Paolo Orano “Gli ebrei in Italia”, il lancio, il 14 luglio 1938, del
manifesto della razza, redatto da un gruppo di scienziati sotto l’egida del ministero della cultura
popolare e con il diretto intervento di Mussolini, e la riunione del Gran Consiglio del 6 ottobre 1938 che
stabilì l’introduzione dei provvedimenti. La responsabilità della decisione di introdurre l’antisemitismo
di stato in Italia fu di Mussolini, ma tale decisione fu causata da alcune prese di posizione antifasciste
ed antitaliane di singoli ebrei e organizzazioni ebraiche straniere in occasione della guerra d’Etiopia e
poi si quella di Spagna. Mussolini fu portato a credere che l’internazionale ebraica, alleata dei nemici del
fascismo, fosse scesa in guerra contro di lui. Quasi contemporaneamente, alcuni industriali e uomini
d’affari ebrei italiani, che sino ad allora erano stati favorevoli o non ostili alla sua politica, cominciarono
a muovere critiche ad essa e alle sue conseguenze economiche. Prese corpo nel duce la convinzione che
lo spirito della razza giudaico- cristiana rappresentasse l’anticorpo spirituale che si opponeva al pieno
dispiegamento tra gli italiani dei positivi valori greco- romani e che teneva viva la mentalità borghese.
Ma il fatto decisivo in questo senso fu il nuovo corso preso dai rapporti italo- tedeschi: al punto in cui
erano arrivati nel 1938, la scelta antisemita era praticamente obbligata. Per motivi pratici, poiché allo
stesso tavolo non potevano sedere convinti antisemiti tedeschi e italiani ebrei, per motivi politici,
perché la difformità in materia di politica ebraica costituiva un elemento di contrasto che toglieva
credibilità all’Asse. Essa doveva servire come pegno per Hitler. Nel 1941 Mussolini trovò la posizione più
corrispondente alla sua concezione e ai suoi fini politici nell’esposizione di Evola, in “Sintesi di dottrina
della razza”. Al momento dell’avvio della politica antisemita, nell’estate del 038, Mussolini aveva però
cercato di distinguersi dai nazisti sia con provvedimenti moderati adottati contro gli ebrei, sia
sforzandosi di prendere le distanze da essi dando al razzismo fascista un carattere non biologico ma
spirituale. Il discorso girava tutto intorno al piano dell’unità morale e dell’educazione nazionale
perseguite dal fascismo. Ciò che Mussolini considerava essenziale doveva essere: educare
fascisticamente gli italiani e i giovani, in modo da sottrarli alle suggestioni dello spirito borghese e
farne un popolo pronto alla prova; realizzare una compiuta politica autarchica tale da mettere il paese
in grado di essere autosufficiente; dotare l’Italia di una forza militare adeguata alla prova. Questa
prova era l’appuntamento con la storia, che comunque non pensava dovesse avvenire prima del 1943-44.
Nelle sue mire entravano anche l’Albania, la Tunisia, la Corsica e la Svizzera. La marcia all’Oceano di cui
parlava in questo periodo Mussolini, intendendo arrivare sino all’Oceano Indiano, non era un obiettivo sui
tempi brevi. Sui tempi brevi, a parte l’Albania, il duce pensava a rompere le sbarre della prigione
mediterranea; quindi la marcia all’oceano potrebbe essere suddivisa in tre fasi: prima la Corsica e la
Tunisia, poi Malta e Cipro e infine Suez o Gibilterra. Ma al momento il suo nemico era la Francia. Nel
quadro di questa strategia, Mussolini, nell’aprile- maggio ’38, pensava di proporre ai tedeschi, per dare
un contenuto all’Asse, solo un patto di reciproco rispetto e si preoccupava, nello stesso tempo, di
rendere ermetiche le frontiere con la Germania e semi ermetiche quelle con la Iugoslavia, perché
credeva possibile un’alleanza slavo- tedesca sulla base dei due irredentismi. Si trattava insomma di
tenere le due porte aperte tra Germania e Inghilterra e di non chiuderne una e non la meno importante
con una vera e propria alleanza con la Germania. Anche a prescindere dalla convinzione che l’Inghilterra
non avrebbe sostenuto la Francia, l’ottica di Mussolini trascurava infatti di considerare quale sarebbe
stato l’atteggiamento dell’URSS e degli USA. I grandi processi staliniani contro la vecchia guardia
bolscevica, le purghe, dimostravano che lo stato sovietico era in dissoluzione, quindi l’URRS cessava per
Mussolini di essere un fattore significativo nel quadro internazionale. Verso gli USA egli aveva un
doppio atteggiamento: da un lato ne ammirava la giovinezza, il civismo, il senso collettivo, da un altro
considerava il loro spirito contrario a quello classico degli europei e in più essi erano minati dal tarlo del
supercapitalismo e della democrazia, quindi nemmeno essi costituivano un vero problema. Mussolini
credette, con gli accordi di Pasqua del 1938 e con quello di Monaco, di essere sul punto di evitare una
rottura con l’Inghilterra e cogliendo anche due risultati: staccare quest’ultima dalla Francia e
assicurarsi, grazie all’accordo con essa, una posizione di forza verso la Germania. Anche se fu mosso da
grandi ideali ed ebbe grandi responsabilità nelle vicende che portarono alla seconda guerra mondiale,
Mussolini non fu un grande, perché per essere tale avrebbe dovuto non rimanere vittima del proprio
mito.

LA POLITICA FASCISTA NELLE SABBIE MOBILI SPAGNOLE


Il 23 marzo 1936, in occasione della seconda Assemblea nazionale delle corporazioni, Mussolini aveva
affermato che con l’entrata in vigore delle sanzioni era iniziata una nuova fase della storia italiana: fu
questo l’annuncio della politica autarchica, non solo in quanto necessità imposta dalle sanzioni, ma come
caratteristica permanente dell’economia italiana anche dopo la loro fine. La maggior parte dei fascisti
era convinta che il successo conseguito con la guerra d’Etiopia e il crescente dinamismo tedesco
inducessero l’Inghilterra a riconsiderare la propria politica verso l’Italia e ad accettare la richiesta di
Mussolini di giungere ad un accordo generale, che ponesse su base paritaria i rapporti italo- inglesi nel
Mediterraneo. Questa prospettiva ebbe valore per il duce sino alla firma del patto d’acciaio, ma in
realtà anche dopo, sino alla disfatta militare della Francia nel 1940. Nel ’36 non si più parlare di un
capovolgimento della politica estera fascista, ma dell’inizio di uno spostamento del suo asse,
accompagnato da una nuova gerarchia di valori attribuita nel suo quadro a Francia, Inghilterra e
Germania. Mussolini premeva sull’Inghilterra perché accettasse l’accordo che egli proponeva. Nella
prospettiva di dover rimettere in moto l’economia italiana e di riavviarla sulla via dell’autarchia, era
essenziale riattivare e accrescere le importazioni e le esportazioni e recuperare quei mercati che
durante la guerra erano sfuggiti al commercio italiano, in particolare quelli balcanici. Soprattutto
Iugoslavia e Romania, nella situazione di crescente dinamismo politico ed economico tedesco, stavano
diventando per l’Italia sempre più importanti, quindi stabilire con essi buoni rapporti voleva dire
bloccare la spinta della Germani verso sud- est ed alleggerire la pressione sull’Ungheria e sull’Austria,
gli unici veri punti d’appoggio che Roma aveva sul continente. E poi c’era il problema di portare a termine
l’occupazione e la pacificazione dell’Etiopia, che sul piano internazionale era effettiva, ma non ancora sul
piano pratico, che avvenne solo nel ’37. La pacificazione fu più lunga della conquista, perché focolai
ribelli si mantenevano vivi e non si spensero mai. Un miglioramento della situazione si ebbe solo nel
1938, quando Graziani fu sostituito dal duca d’Aosta. Il primo vero fatto distensivo verso la Germania
Mussolini lo fece il 6 gennaio 1936, quando accennò alla possibilità che Berlino e Vienna regolassero i
loro rapporti sulla base di un accordo amichevole che assicurasse l’indipendenza austriaca e che
portasse l’Austria nella scia della Germania e ne facesse un suo satellite. Sino alla fine del conflitto
etiopico, da parte italiana ci si preoccupò di rassicurare Parigi e Londra che l’avvicinamento italo-
tedesco era di carattere psicologico, senza accordi segreti. La carta tedesca era l’ultima carta, da
giocare solo se non si fosse riusciti a ricucire le relazioni con le potenze occidentali e con l’Inghilterra
in particolare. Tale carta era tutt’altro che gradita, in quanto avrebbe comportato l’Anchluss, ma alla
quale Mussolini dovette ricorrere subito dopo la guerra d’Africa. A quel punto, in giugno, arrivò la
decisione del governo inglese di raccomandare alla SDN la revoca delle sanzioni, senza per questo
riconoscere l’impero o parlare di accordo generale; questo indusse il duce a dare il via libera all’accordo
austro- tedesco dell’11 luglio con il quale Hitler cominciò a minare l’indipendenza austriaca. A spingere
Mussolini a prendere tale decisione contribuì anche il tempismo di Hitler nel fargli sapere di essere
pronto a riconoscere senza contropartita l’impero se l’Italia lo avesse desiderato. Ciano concepiva tutto
in termini di potere, da qui la sua totale sordità e insensibilità per quelli che per i veri fascisti, vecchi e
giovani, erano gli ideali, le problematiche del fascismo, per le loro preoccupazioni, in quanto fascisti, per
il fallimento del corporativismo, per gli orientamenti di fondo del regime, per il dopo Mussolini. La sua
ambizione era quella di dimostrarsi all’altezza del posto occupato, il suo massimo desiderio di servirsene
per crearsi una propria base di potere che gli permettesse di oscurare tutti gli astri del firmamento
fascista e di rendere sicura la sua posizione di successore di Mussolini. Pur non essendo filo nazista e
pur non volendo capovolgere la politica estera italiana, Ciano era convinto che per renderla più incisiva e
astuta e per potervi imprimere i caratteri della propria personalità era necessario avere verso Berlino
un atteggiamento meno timoroso e più dinamico, in maniera da costringere Londra e Parigi a riconoscere
l’impero e a riprendere su nuove basi i vecchi rapporti con Roma. Un programma non diverso da quello di
Mussolini, ma che nelle mani di un uomo come lui, privo di esperienza diplomatica ed esaltato, tendeva
ad assumere un dinamismo, una grossolanità e una sicurezza che non avrebbe in altre mani. Dal ’22 al
’29, pur con questi limiti caratteriali, Mussolini aveva potuto reggere senza troppe difficoltà e danni il
timone della politica estera italiana, in un periodo in cui il quadro internazionale era statico e in cui la
politica estera era subordinata a quella interna. Il peso dei limiti di Mussolini era diventato evidente
negli anni successivi, man mano che il quadro internazionale si era fatto meno statico e la politica estera
aveva acquistato maggiore importanza. L’impresa d’Etiopia aveva sconvolto i termini sui quali sino ad
allora si era fondata la politica estera italiana. Mussolini cercò di riaprire in qualche modo il discorso
con al Francia e non dimise l’accordo con l’Inghilterra, anche se esso era da lui concepito come un
accordo generale che mettesse i due paesi su un piede di parità nel Mediterraneo e in un rapporto
privilegiato di cui, con il passare del tempo, egli ritenne avrebbe dovuto fare le spese la Francia. La
situazione internazionale era ormai in rapido deterioramento. Quando Ciano si rese conto di essere
stato ingannato dai tedeschi, la situazione era ormai troppo compressa per poter essere veramente
raddrizzata. I suoi primi anni a palazzo Chigi furono negativi: egli non esercitò alcuna azione di freno su
Mussolini ed ebbe una parte di primo piano nel rendere la politica estera italiana più avventuristica e
aggressiva. Appena nominato, Ciano rifiutò di partecipare alla conferenza di Montreaux sugli stretti,
perché riteneva che fino a quando le sanzioni non fossero tolte, l’Italia non avrebbe aderito a nessuna
forma di collaborazione internazionale e riguardo alla conferenza dei paesi del patto di Locarno,
subordinò la partecipazione italiana a quella tedesca e all’abrogazione degli accordi mediterranei
contratti dall’Inghilterra durante la crisi etiopica con la Turchia, la Grecia e la Iugoslavia. Egli mirava
ad un pieno riconoscimento dell’impero. Ciano ottenne sì risultati, ma non riuscì a fare veri e propri
passi avanti con Parigi e soprattutto con Londra, dove la maggioranza del governo era assolutamente
contraria a qualsiasi concessione all’Italia. Per Mussolini ogni accordo sarebbe stato un armistizio e,
nella concezione storico- politica del duce, prima o poi l’Italia si sarebbe rivolta comunque contro
l’Inghilterra. Nella realtà, la politica inglese verso l’Italia tra il ’36 e il ’40 cercò sempre un accordo con
Roma e non si basò affatto sul presupposto che non si dovessero fare concessioni a Mussolini su
questioni di fondo, ma perché il governo e il Foreign Office erano convinti che, per il momento, l’Italia
era impossibilitata a muoversi perché prima doveva consolidare le posizione conquistate; questo lasso di
tempo avrebbe permesso all’Inghilterra di realizzare il suo riarmo; che si potesse raggiungere un
accordo con Hitler che avrebbe isolato completamente Mussolini; che Mussolini comunque non sarebbe
mai arrivato al punto di legarsi indissolubilmente con Hitler e che l’avvicinamento italo- tedesco era solo
strumentale per premere su Londra e Parigi; quindi che l’Italia fosse recuperabile senza concessioni
sostanziali, senza accordo generale e senza riconoscimento dell’impero. A Londra si era capita
benissimo la tattica di Mussolini e di Ciano e ci si era adeguati ad essa. Sino verso la fine di agosto,
Mussolini e Ciano avevano atteso che l’avvicinamento italiano alla Germania cominciasse a produrre i suoi
effetti a Parigi e a Londra. Gli evidenti tentativi inglesi di giungere ad un accordo diretto con Hitler e il
voto della SDN del 23 settembre avevano successivamente portato al massimo l’irritazione italiana e
indotto Ciano ad un nuovo passo su Berlino, dove il ministro degli esteri italiano aveva sottoscritto un
protocollo segreto di collaborazione tra i due governi. Ulteriori spinte all’apertura di trattative inglesi
formali vennero dall’aggravarsi della situazione spagnola e dalle notizie relativa alla prossima firma di
un accordo anticomunista tra Germania e Giappone. Iniziate a Roma il 5 dicembre, le trattative vere e
proprie procedettero nel complesso in modo rapido: gli inglesi miravano ad un accordo formale
distensivo, limitato al Mediterraneo e che non fosse per essi impegnativo o aprisse la strada a
successivi accordi di più ampia portata. Le uniche cose che stavano loro a cuore erano ottenere
dall’Italia la formale assicurazione di non avere mire sulle Baleari e la cessazione della propaganda
antibritannica nel Medio Oriente. Il 2 gennaio 1937 il gentlemen’s agreement era sottoscritto: il
governo italiano ed il governo di sua maestà del regno Unito riconoscono che la libertà di entrata, di
uscita e di transito nel Mediterraneo è un interesse vitale per entrambe ed escludono ogni proposito di
modificare lo status quo relativo alla sovranità nazionale dei territori del bacino mediterraneo. A livello
di prestigio, esso sanciva di fatto il riconoscimento inglese che l’Italia aveva nel Mediterraneo interessi
altrettanto vitali dell’Inghilterra; a livello di politica estera schiudeva una porta per eventuali
successivi negoziati di carattere più generale e rafforzava le posizioni italiane rispetto alla Germania; a
livello di politica interna, esso si prestava ottimamente a ridimensionare i timori e le ostilità suscitati in
larghi settori del paese e dello stesso regime dall’avvicinamento alla Germania e dalle prime manifeste
prove di aiuto ai nazionalisti spagnoli. Per gli inglesi l’accordo andava bene: formalmente esso
corrispondeva alla loro strategia di fondo verso l’Italia, quella che cioè non li impegnava praticamente in
nulla, poteva servire a frenare l’avvicinamento italiano alla Germania e ridimensionava i loro timori per le
Baleari. I primi consistenti invii di truppe italiane in Spagna cominciarono pochi giorni dopo il 2 gennaio
1937: lasciare che Mussolini si impegnasse in Spagna voleva dire favorire Hitler. La guerra in Spagna
era iniziata il 17 luglio 1936: l’Italia non ebbe alcuna parte nell’ideazione e nella preparazione della
sollevazione militare che dette inizio alla guerra civile e che l’intervento italiano fu dovuto non a
motivazioni di ordine ideologico, anche se furono utilizzate dalla propaganda del regime ad uso interno e
dalla diplomazia fascista per mettere in difficoltà i governi francese e inglese, né a volontà di
instaurare in Spagna un regime fascista, ma essenzialmente a ragioni ordine politico- strategico, e cioè
che la Spagna potesse politicamente e militarmente collegarsi alla Francia e che questa potesse servirsi
del territorio spagnolo e delle Baleari per trasferire, in caso di guerra, le sue truppe africane sul
territorio metropolitano. Sino al 1931 Mussolini aveva prestati scarso interesse alla Spagna. La caduta
della monarchia e la proclamazione della repubblica avevano suscitato una forte impressione a Roma per
tre ragioni: che il ritorno alla democrazia parlamentare facesse della Spagna una altro centro di
raccolta degli antifascisti, che la situazione potesse precipitare a vantaggio del comunismo e che
Madrid fosse trascinata nell’orbita francese. Nell’aprile ’32, nell’autunno ’33 e nel marzo ’34, elementi
spagnoli della destra conservatrice e tradizionalista si recarono a Roma per chiedere aiuti per i loro
progetti insurrezionali contro la repubblica e riuscirono ad ottenere adesioni e mezzi. Fu firmato, nel
1934, un accordo segreto che prevedeva l’aiuto italiano in denaro e armi e il riconoscimento del nuovo
governo spagnolo in cambio che fosse denunciato e rescisso il presunto accordo segreto franco-
spagnolo e che fossero stipulati due trattati, uno commerciale e uno di amicizia e neutralità. Con la fine
del ’34 questi contatti erano però stati lasciati cadere dagli italiani. Solo il 19 luglio il generale Franco,
di fronte alle gravi difficoltà che incontrava il movimento insurrezionale, chiese l’invio di alcuni aerei; i
generali si impegnavano a rispettare totalmente l’accordo segreto del ’34 e il 30 luglio dodici aerei
partivano per il Marocco. Ciano era il più propenso ad aiutare gli insorti, così come lo fu per l’intervento,
mentre Mussolini era più incerto, all’inizio quasi contrario. La decisione fu presa dopo aver saputo di
quella di Blum di inviare aerei e armi al governo repubblicano per soffocare la ribellione e che sia
Franco sia Mola si erano rivolti anche a Berlino, quindi la decisione fu presa in un’ottica essenzialmente
antifrancese e di politica mediterranea. A chiarire le idee a Mussolini e a Ciano e ad indurli a fare un
ulteriore passo sulla strada dell’intervento in Spagna furono soprattutto i nazisti, che videro negli
avvenimento spagnoli l’occasione per rendere più effettivo il riavvicinamento italo- tedesco e, al tempo
stesso, per mettere un nuovo e grosso ostacolo sulla via di quello tra l’Italia e gli anglo- francesi. Il 31
luglio, il governo francese aveva dovuto abbandonare l’idea di aiutare direttamente i repubblicani
spagnoli e si era indotto a proporre all’Inghilterra e all’Italia, in quanto potenze mediterranee,
l’opportunità di adottare delle regole comuni di non intervento. L’invito sarebbe stato esteso,
successivamente, anche alla Germania e al Portogallo e via via all’URSS e ad altri paesi. Non era
possibile non aderire all’iniziativa francese, perché ciò sarebbe equivalso a condannarsi all’isolamento
internazionale, poiché persino la Germania era disposta ad accettarla. Aderirvi non escludeva la
possibilità di aiutare i nazionalisti per vie traverse e poteva offrire buone possibilità di manovra
politica. Il 21 agosto l’Italia aveva aderito alla proposta francese, ma Hitler si mosse subito,
proponendo una collaborazione più stretta negli affari spagnoli. Il duce aveva dichiarato di non poter
prevedere l’esito della lotta in Spagna e quindi aveva accettato la proposta tedesca, ritenendola utile
per meglio valutare le possibilità di vittoria del generale Franco. Il 1° settembre partirono due missioni.
I rapporti italo- britannici furono compromessi dalla questione spagnola, che fu invece il grande
strumento in mano alla Germania per creare tra Italia e Inghilterra un abisso sempre maggiore. Da
parte italiana ci si rese conto presto che l’atteggiamento tedesco era equivoco, ma non si fece nulla per
contrastare il gioco tedesco. Un peso notevole nello spingere Roma ad impegnarsi in Spagna ebbero
anche la pronta risposta dell’antifascismo alla rivolta militare e all’appoggio dato ad essa dal governo
fascista, concretizzatasi con l’invio di volontari nell’esercito repubblicano e l’arrivo prima dei consiglieri
e poi delle prime forniture belliche dall’URSS. Questa fu giudicata a Roma come una sfida all’Italia e
anche una grave minaccia di infezione rossa che dalla Spagna avrebbe potuto allargarsi anche ad altri
paesi. Franco chiese nuovi massicci aiuti. Nella vicenda spagnola Ciano vide la possibilità di imprimere
alla politica estera italiana un tono nuovo, più dinamico, ma anche di meritarsi subito la fiducia
accordatagli da Mussolini e di scrollarsi di dosso la qualifica di genero del duce; il tutto sommato ad
un’incredibile leggerezza e avventatezza. Le possibilità per Ciano di rendersi conto del gioco tedesco
erano per l’appunto scarse e i tedeschi trovarono in lui un inconsapevole alleato che portò l’Italia nelle
sabbie mobili spagnole. A favore di Franco e per un aiuto ai nazionalisti erano le organizzazioni, i
giornali, il clero cattolico, preoccupati dalla prospettiva di un’affermazione del bolscevismo ateo in
Spagna e turbati dagli eccidi, dalle violenze e dagli orientamenti anticattolici che avevano cominciato a
caratterizzare la vita delle regioni controllate dai repubblicani. Alcuni gruppi fascisti moderati,
preoccupati da certi orientamenti radicali che circolavano nel regime e per l’avvicinamento alla
Germania, vedevano in un intervento italiano per i nazionalisti un modo per combattere il bolscevismo e
per difendere la civiltà cristiana, in modo da rafforzare i legami tra il fascismo e la chiesa. Un peso
maggiore avevano le pressioni del PNF e della MVSN. Al partito interessava dare alla politica verso la
Spagna un carattere fascista e una nuova coscienza dell’impero per tutti gli italiani. Su piano interno,
ciò significava porsi di fronte agli avvenimenti spagnoli in modo ideologico, che li proiettasse verso un
più vasto contesto di una consapevole coscienza dei doveri e dei compiti imperiali dell’Italia e degli
italiani; sul piano esterno, entravano la fascistizzazione del movimento spagnolo e la creazione di un
regime simile a quello italiano. I sostenitori di tale azione del partito erano Storace e Farinacci. Chi
ottenne i risultati maggiori fu la Milizia, che vedeva nella guerra di Spagna una possibilità per prendersi
una rivincita sull’esercito che, dopo la sostituzione di De Bono con Badoglio, aveva raccolto in Etiopia
tutti i meriti e riconfermato la sua supremazia. La guerra di Spagna avrebbe dovuto essere una guerra
fascista, e quindi della Milizia. Sino alla fine di dicembre in Spagna non vi furono veri reparti
combattenti. Il passaggio dalla fase di aiuto a quella di intervento si ebbe a fine ottobre, quando Roma
credette che un maggior impegno italo- tedesco a favore di Franco sarebbe stato decisivo e avrebbe
determinato in fretta il crollo dei repubblicani. Il 18 novembre, contemporaneamente alla Germania,
Roma riconobbe il governo franchista e avviò trattative con esso per concludere un accordo segreto
che regolasse i reciproci rapporti, con carattere antifrancese. La Germania non aveva intenzione di
impegnarsi a fondo come l’Italia e quindi cominciò a defilarsi e a scaricare su Roma l’onere politico e
militare maggiore dell’aiuto a Franco. Reparti delle camice nere furono inviati in Spagna, senza aver
prima trattato la cosa con Franco e sapendo che questi era contrario. Ciano aveva puntato tutto su una
rapida vittoria dei nazionalisti e si era sforzato di bloccare l’azione del governo inglese, facendo leva
sulla minaccia di una presenza sovietica nel Mediterraneo e di una bolscevizzazione della Spagna e
dell’Europa. Il passaggio all’intervento militare costituì un decisivo salto di qualità della politica
fascista verso la Spagna. In teoria esso voleva renderla compatibile con gli sviluppi delle trattative
internazionali per un’effettiva realizzazione degli accordi di principio sul rispetto del non- intervento
nella guerra civile. Il 25 gennaio il governo italiano rese nota la sua volontà di proibire il reclutamento e
la partenza dei volontari, a condizione che anche gli altri facessero altrettanto e fosse concordato un
efficiente sistema di controlli. L’8 marzo, il Comitato londinese per il non- intervento approvò il piano
per i controlli e ne fissò l’entrata in vigore cinque giorni dopo. Inviando i primi reparti di Camicie nere,
né Mussolini né Ciano prevedevano di dare inizio ad un intervento tanto lungo, tanto impegnativo
militarmente ed economicamente, destinato ad incidere su tutto il quadro della loro politica estera.
L’idea di Ciano era quella di porre Franco di fronte al fatto compiuto, indurlo ad accettare subito altri
invii che lo mettessero in grado di accelerare le operazioni e di dare una svolta decisiva al conflitto; e
subito dopo, por fine all’intervento diretto e farsi sostenitore di un blocco internazionale totale di ogni
sorta di aiuti alle due parti in lotta, lasciando il generalissimo in condizione di poter completare senza
difficoltà le operazioni contro i rossi. La partecipazione della Germania all’operazione diventava
secondaria, auspicabile sotto il profilo militare, meno sotto quello politico. Lo sblocco della guerra civile
si sarebbe dovuto accompagnare nei piani di Mussolini e di Ciano ad un rilancio su vasta scala della
politica italiana verso l’Inghilterra. La guerra civile spagnola non ebbe nel ’37 e nel ’38 la svolta decisiva
che Mussolini e Ciano avevano previsto e sulla quale avevano fondato la loro strategia politica: l’Italia si
trovò sempre più coinvolta senza la possibilità di tirarsene fuori se non entrandoci di più. Il fallimento
dell’offensiva su Guadalajara (12-21 marzo ’37) gelò ogni entusiasmo: agli occhi dell’antifascismo di
tutto il mondo assunse un valore e un significato che andavano al di là della sua effettiva portata
militare, perché dopo quindici anni il fascismo era stato battuto da un esercito popolare e antifascista
nelle cui file combattevano anche gli antifascisti italiani. Questo significava che il fascismo poteva
essere sconfitto. Guadalajara divenne un fatto politico che suscitò l’entusiasmo di tutto l’antifascismo e
inferse un duro colpo al prestigio del fascismo e di Mussolini. Psicologicamente, serviva a ridimensionare
il senso di superiorità che snimava gli italiani e a ripagare l’orgoglio degli spagnoli ferito dall’arrivo non
richiesto dalle truppe italiane e dalla pretesa degli italiani di risolvere il conflitto e di insegnare come si
deve fare. Politicamente serviva a bloccare possibili non gradite interferenze interne italiane e a
rafforzare la posizione di Franco di fronte alle pressioni italiane per una conduzione più dinamica delle
operazioni. La sconfitta si verificò nel momento in cui Roma stava preparando il terreno per riprendere
il discorso con Londra, che sarebbe potuto sfociare in quell’accordo generale a cui Mussolini non aveva
mai rinunciato e che era urgente e necessario raggiungere. In quest’ottica si inseriva la visita di
Mussolini in Libia, che tendeva politicamente e propagandisticamente ad anticipare il nuovo programma
di colonizzazione della quarta sponda che il regime stava per avviare. La visita si inquadrava anche nel
contesto della sperata prossima ripresa del discorso con Londra, almeno secondo la logica del duce e di
Ciano, per i quali il miglior modo per giungere ad un accordo era quello di dimostrarsi forti ed
intransigenti e di minacciare chi si voleva portare al tavolo dei negoziati. All’opinione pubblica inglese,
queste iniziative non apparivano come un espediente tattico o come uno strumento di pressione, ma
come prove che Mussolini non era soddisfatto del successo in Etiopia e pensava ad estendere il suo
impero in Egitto, nel Suda, in Medio Oriente, sull’altra sponda del Mar Rosso. Da qui il loro fine
controproducente rispetto al fine che esse volevano contribuire a raggiungere. I rapporti con la
Iugoslavia avevano costituito una pagina negativa della politica estera fascista, caratterizzata da fasi
alterne, ma nel complesso più di disaccordo. Alla base di tali difficoltà erano state molte ragioni: il
trattato di Rapallo e la nascita della stessa Iugoslavia che molti fascisti non avevano mai accettato, sia
per la pretesa di considerare l’Adriatico una sorta di mare interno italiano, sia perché convinti che una
serie di località dalmate rimaste entro i confini iugoslavi fossero italiane. Il regime lasciò vivere
indisturbato l’irridentismo dalmata, ma lo aiutò economicamente e se ne servì ogni volta lo ritenesse
utile per drammatizzare i rapporti con Belgrado e per cercare di mobilitare l’opinione pubblica italiana
contro la Iugoslavia e la Francia. L’amicizia tra le due era un ostacolo alla politica danubiano- balcanica
dell’Italia e un pericolo di accerchiamento; questo determinò l’assenza di una coerente politica verso la
Iugoslavia. I rapporti tra Italia e Iugoslavia, dal ’27 al ’33, erano sempre tesi. Un accenno di
distensione da parte italiana si era avuto solo agli inizi del 1934, in conseguenza al miglioramento dei
rapporti italo- francesi. Il fallito putsch di Vienna, i timori suscitati dai sempre più cordiali rapporti
che Berlino stava stabilendo con il governo di Belgrado e il definirsi del riavvicinamento italo- francese
avevano fatto sperare in un concretizzarsi di essa, tanto che nello stesso tempo premevano anche la
Francia e l’Inghilterra. Il sopravvenire della crisi etiopica con l’adesione convinta della Iugoslavia alle
sanzioni e sistema inglese di contenimento mediterraneo dell’Italia avevano riacceso le ostilità, ma
Roma sentiva la necessità di un accordo, per recuperare le posizioni perdute durante la guerra nella
regione danubiano- balcanica, bloccare la penetrazione tedesca verso sud- est e cercare di dare vita ad
un sistema tra gli stati interessati a sostenere il più a lungo possibile l’indipendenza austriaca; inoltre
per rassicurare l’Inghilterra e dimostrarle sia la propria volontà di pace e di autonoma collaborazione
per il mantenimento dell’equilibrio europeo, sia l’inutilità del suo insistere per associare ad un accordo
anglo- italiano la Francia. Un accordo era però desiderato anche da Belgrado per recuperare il mercato
italiano e per fronteggiare il crescente dinamismo tedesco, ma anche per rendere la propria posizione
meno condizionata dagli accordi con la Piccola Intesa e con la Francia. In un primo momento Ciano aveva
puntato ad un trattato di alleanza, ma di fronte al rifiuto iugoslavo di spingersi tanto avanti, i negoziati
si erano indirizzati verso un patto di amicizia e di mutua collaborazione. La conclusione formale avvenne
il 25 marzo e la sua firma contribuì a mettere un freno alla fortissima tensione antitaliana
determinatasi in Inghilterra subito dopo Guadalajara e ad indurre il governo inglese ad intervenire per
moderarla: anche se battuta militarmente in Spagna, l’Italia fascista dimostrava con esso di essere un
avversario ancora capace di iniziative che non dovevano essere sottovalutate per gli sviluppi che
potevano avere. Per il momento Mussolini non pensava di ritirarsi dalla Spagna. Da un lato c’erano la
rabbia e il desiderio di restituire e di riscattare la sconfitta subita; questo stato d’animo si fece forte
appena il duce si rese conto che era impossibile determinare in breve tempo la svolta e della vastità e
della violenza della campagna antifascista e antitaliana orchestrata dalla stampa antifascista di tutti i
paesi per presentare Guadalajara come una delle più decisive battaglie della storia; questo determinava
una perdita di prestigio per l’Italia, per il fascismo e per i suoi programmi di politica estera. Mussolini
comunque riacquistò sicurezza, ma tornò ad abbandonare quasi completamente a Ciano la gestione della
politica estera. Moralmente Mussolini chiuse la pagina Guadalajara il 26 agosto 1937 quando i legionari
entrarono alla testa delle forze nazionaliste in Santander. Guadalajara rimase comunque una pagina da
dimenticare per Mussolini che prima non aveva voluto l’intervento e poi l’aveva accettato. Dopo tale
sconfitta, il duce sentì fortemente il desiderio di uscire dalla guerra spagnola, perché solo così avrebbe
potuto riavviare il discorso con l’Inghilterra e scongiurare il pericolo che Londra e Berlino
concludessero un accordo sopra la sua testa, che lo avrebbe messo fuori gioco, e ridare un’effettiva
prospettiva alla sua politica con la Germania. Da Londra arrivavano segnali abbastanza chiari che anche
il nuovo premier, Chamberlain, e una parte del suo governo erano desiderosi di riavviare il discorso con
l’Italia e di raggiungere con essa un accordo, che non poteva avvenire se non si trovava una soluzione
per porre fine all’intervento in Spagna. Ma l’asse doveva rimanere unito: nessuna intesa ci doveva essere
tra Berlino e Londra senza Roma e tra Roma e Londra senza Berlino. Nel timore che la Germania le
sfuggisse e al tempo stesso nella speranza di indurre l’Inghilterra a passare sopra il problema spagnolo
pur di contrastare un avvicinamento dell’Italia alla Germania, Roma confermò di non volere l’Anschluss,
ma fece filtrare la notizia che essa era inevitabile. Nei piani di Hitler la guerra di Spagna avrebbe
dovuto durare il più a lungo possibile: una rapida e totale vittoria di Franco non era desiderata sia per
tenere alta la tensione nel Mediterraneo, sia nell’eventualità che la guerra civile si trasformasse in un
conflitto anglo- franco- italiano che gli avrebbe permesso di risolvere la questione ceca e quella
austriaca. Di un viaggio di Mussolini in Germania si parlava da tempo, ma a volerlo erano stati i tedeschi,
interessati a legare a loro più strettamente l’Italia. Anche Roma aveva interesse a spingere verso
Berlino per far credere a Londra che tra Italia e Germania andava tutto bene e che, grazie all’ostilità
britannica, l’asse faceva progressi. Con la seconda metà di giugno, i rapporti con gli inglesi si distesero,
ma il viaggio di Mussolini in Gremania non venne rimandato, per non allarmare Hitler e per trattare con
Londra dalla posizione più forte. Dopo la grave situazione creatasi nel Mediterraneo in seguito ad alcuni
siluramenti di navi repubblicane spagnole e neutrali ad opera di misteriosi sommergibili, probabilmente
italiani, i rapporti italo- inglesi si bloccarono. La situazione peggiorò ulteriormente in seguito
all’uccisione, il 9 giugno ’37 dei fratelli Rosselli da parte di un gruppo di cagoulards che avevano tentato
di attribuire il delitto a contrasti interni dell’antifascismo, ma il mandante fu il SIM. E’ difficile
stabilire quale fu la parte del duce nel crimine, ma è difficile pensare che Ciano avesse avuto di testa
sua. Mussolini probabilmente ebbe la responsabilità del clima morale in cui queste cose potevano
avvenire. Diventato primo ministro Chamberlain, Grandi si era mosso perché convinto che fosse arrivato
il momento giusto e si concentrò sul premier e sul suo entourage per raggiungere un accordo. Sulla
strada dell’accordo generale vi erano due ostacoli che Grandi non aveva previsto: uno era la situazione
spagnola, l’altro era Ciano che, invece che spingere Mussolini nella direzione di un accordo, preferì
rinviare l’inizio dei negoziati a fine settembre, probabilmente perché egli voleva sottrarre a Grandi la
gestione dei negoziati, per poi attribuirsene il merito; o forse voleva far capire agli inglesi che l’Italia
fascista non aveva fretta o semplicemente non aveva idee precise sull’effettivo contenuto dell’accordo
e necessitava di tempo prepararlo, infine ci doveva essere il desiderio di preparare il terreno con i
tedeschi. Nel Mediterraneo la situazione era peggiorata sin da maggio- giugno, quando alcune navi
italiane e tedesche, in servizio di pattuglia al largo delle coste spagnole nel quadro delle misure
adottate dal Comitato londinese per il non intervento, erano state attaccate da aerei repubblicani. Gli
italiani si erano limitati a protestare, mentre i tedeschi avevano reagito bombardando per rappresaglia
e comunicando al Comitato che avrebbe cessato di prendere parte al piano di controllo e ai lavori del
Comitato stesso sino a quando non avesse avuto garanzie che fatti del genere non sarebbero più
avvenuti. La Germania di lì a poco si era ritirata definitivamente dalle operazioni di controllo, seguita
dall’Italia. Franco aveva chiesto aiuto all’Italia per bloccare i trasporti sovietici a sud dell’Italia
sbarrare le rotte per la Spagna: i primi siluramenti avvennero tra il 10 e l’11 agosto , ma il 4 settembre
le operazioni dovettero essere sospese. In Inghilterra gli ambienti governativi, consapevoli che la
nazionalità dei sommergibili era italiana, in un primo momento avevano tenuto un atteggiamento cauto.
Nei giorni successivi, il ripetersi degli attacchi e le pressioni francesi per indurre Londra ad assumere
una posizione di fermezza avevano determinato un cambiamento di atteggiamento. L’Inghilterra aveva
accettato l’idea di convocare a Nyon una conferenza sulla sicurezza del Mediterraneo e, di fronte al
pericolo che l’Italia rimanesse isolata, Ciano era costretto ad ordinare la sospensione di tali azioni. La
violenta protesta sovietica che accusava l’Italia di essere responsabile dell’affondamento di alcune navi
russe e che pretendeva adeguate riparazioni spinse Ciano a mutare atteggiamento : rifiutò di
partecipare e ottenne dai tedeschi che non vi partecipassero nemmeno loro. La conferenza si svolse dal
10 al 17 settembre e fu raggiunto un primo accordo sul problema dei sommergibili: i paesi partecipanti
alla conferenza (Inghilterra, Francia, Bulgaria, Egitto, Grecia, Iugoslavia, Romania, Turchia e URSS) si
impegnavano ad attaccare e distruggere qualsiasi sommergibile che attaccasse navi neutrali; il compito
di attuazione era assegnato alle flotte inglese e francese. Il Tirreno era escluso per permettere
all’Italia di aderire a sua volta all’accordo e di vedere assegnato questo mare alla sua flotta. Ma una tale
offerta era inaccettabile per Roma, perché avrebbe significato rinunciare alla propria immagine di
grande potenza mediterranea. La maggiore preoccupazione di Ciano e Mussolini era quella di uscire dal
vicolo cieco in cui si trovavano e ciò soprattutto quando fu chiaro che la Germania non aveva nessuna
intenzione di sostenere fino in fondo la posizione italiana, tanto di far credere a Londra e a Parigi di
star svolgendo un’azione moderatrice su Roma. L’Italia allora decise che avrebbe partecipato alle
misure navali adottate a Nyon se alla sua flotta fosse stata riservata una posizione eguale a quella
assegnata alle flotte inglese e francese; se tale principio fosse stato sancito, la partecipazione italiana
poteva essere considerata subito acquistata in teoria e sarebbe stata immediatamente applicata. Una
vera e propria ritirata che il 21 si spinse sino all’accettazione di Parigi come sede delle riunioni degli
esperti navali dei tre paesi per stabilire i particolari tecnici dell’accordo, ma l’Italia dovesse rinunciare
definitivamente ai siluramenti. L’esclusione dei sovietici dai pattugliamenti nel Mediterraneo non era
stata ottenuta dall’Italia, ma voluta sin dall’inizio dalla Francia e soprattutto dall’Inghilterra. In questa
situazione Mussolini preparava le operazioni in vista di un eventuale conflitto con l’Inghilterra e con la
Francia., Il 30 settembre, lo stesso giorno del rientro a Roma di Mussolini e Ciano dalla Germania, a
Parigi i tecnici navali anglo- franco- italiani avevano raggiunto l’accordo per i pattugliamenti del
Mediterraneo: alla flotta italiana era assegnata la zona tra Creta, Porto Said, il golfo di Sollum e
l’imbocco dell’Adriatico. Ma il principio della piena parità non era stato né confermato né contestato.
Sullo slancio del successo di Nyon, i francesi avevano svolto un’azione volta a stringere a sé
l’Inghilterra e ad indurla ad approfittare della situazione per premere su Roma e metterla alle strette
riguardo la questione spagnola. L’impegno italiano in Spagna e la presenza italiana a Maiorca avevano due
risposte: o un’occupazione anglo- francese dell’isola o un energico passo congiunto su Roma per risolvere
il problema dell’intervento fascista in Spagna, avvertendo Mussolini che la frontiera con i Pirenei
sarebbe stata riaperta agli aiuti al governo repubblicano. Gli inglesi avevano svolto un’azione di freno
sulla Francia, ma avevano accettato la seconda possibilità. Il 2 ottobre Inghilterra e Francia avevano
trasmesso all’Italia una nota con la quale il governo di Roma era invitato ad intraprendere conversazioni
allo scopo di arrivare ad un accordo sulle misure adatte ad assicurare l’applicazione di un’effettiva
politica di non intervento. Una volta realizzato il rimpatrio dei volontari, la questione del riconoscimento
a certe condizioni dei diritti di belligeranza alle due parti in lotta avrebbe potuto essere suscettibile di
una soluzione, ma la risposta italiana fu negativa. L’unica cosa da fare era presentare qualche iniziativa
distensiva e non compiere nuovi passi falsi in Spagna: nella prima direzione, Mussolini era disposto a
spingersi avanti, purché potesse mascherare la sua ritirata e presentarla come una sua iniziativa. Più
tortuoso fu il comportamento nella concreta situazione in Spagna: sulle prime ci si mosse con una certa
cautela, ma gli invii ai nazionalisti di aerei e navi già stabiliti non furono cancellati, ma non ne avvennero
altri. Contrario Ciano, anche Mussolini si pronunciò contro il ritiro delle fanterie: i volontari sarebbero
rimasti in Spagna sino a nuovo ordine, ma la strategia di Franco minacciava di far durare la guerra
ancora a lungo e comportava numerosi investimenti in uomini e denaro. Proprio perché nella necessità di
accordarsi con l’Inghilterra, Mussolini era convinto che non ci si potesse ritirare dalla Spagna per non
esporsi all’accusa che questo era il prezzo da pagare a Londra. Particolare irritazione e preoccupazione
avevano suscitato a Londra l’adesione italiana, il 6 novembre, al patto antiKomintern e l’atteggiamento
filo- giapponese assunto dall’Italia nella Conferenza delle nove potenze convocata nello stesso periodo a
Bruxelles per discutere del conflitto cino- giapponese e cercarne una soluzione. Il vero nodo dei
rapporti italo- inglesi era costituito dai limiti che l’Inghilterra era disposta a concedere all’Italia nel
Mediterraneo e dal grado di fiducia che le due parti erano capaci di raggiungere. Il vero ostacolo era
comunque costituito dalla questione spagnola: perché l’Inghilterra potesse prendere in considerazione il
riconoscimento dell’impero occorreva che prima l’Italia ritirasse i volontari dalla Spagna, sgombrasse le
Baleari, cessasse la propaganda verso gli arabi e moderasse i toni antibritannici della sua stampa. L’11
dicembre 1937 il duce, dopo una riunione del Gran Consiglio, aveva annunciato il ritiro dell’Italia dalla
SDN; egli voleva rendere più difficile un eventuale riavvicinamento anglo- tedesco e aveva voluto far
intendere all’Inghilterra che era una pessima tattica cercare di guadagnare tempo con Roma. Il 4
febbraio in Germania si erano verificati una serie di mutamenti nelle più alte cariche militari e
politiche: Hitler aveva voluto rendere i vertici del Reich più omogenei e adeguati ai suoi programmai
politici, eliminando gli elementi meno sicuri o che avevano idee diverse dalle sue. Dopo la grande paura di
Nyon, Mussolini era stato spinto ad accreditare l’immagine di un’Italia fascista ancora più vicina alla
Germania nazista. Ciano all’Asse ci aveva creduto e continuava a crederci e considerava l’Inghilterra
meno pericolosa di quanto non lo fosse per Mussolini, ma di fronte alla minaccia dell’Anchluss il suo
atteggiamento mutò. Gli avvenimenti austriaci avevano avuto anche su Chamberlain un effetto decisivo
ed era ormai deciso ad arrivare all’accordo con Roma e per questo pose due questioni pregiudiziali: volle
sapere se era vero che l’Italia avesse dato il suo preventivo assenso all’intervento tedesco e nazista
nella politica interna austriaca e ad conseguente assorbimento dell’Austria e se era disposta a
dichiararsi in sede di Comitato per il non- intervento, riguardo la questione spagnola, d’accordo con la
formula britannica propostale dieci giorni prima per risolvere i problemi della belligeranza e del ritiro
dei volontari. A parte la seconda questione che rimase in sospeso, alla fine della seconda fase
dell’incontro l’avvio per i negoziati era varato, ma avvenne un duro scontro tra Chamberlain ed Eden: il
primo ebbe la meglio, tanto che il secondo si dimise e fu sostituito da Halifax, questo probabilmente
dovuto alla tempestiva accettazione da parte italiana della proposta inglese per la Spagna. Ma fu
l’atteggiamento equivoco di Roma proprio a proposito di tale questione che in seguito rese difficili i
rapporti e tolse ogni valore all’accordo generale. Risolta la crisi, Chamberlain avviò subito i negoziati
romani: l’8 marzo a Roma Perth e Ciano avevano il primo dei quindici colloqui che avrebbero
concretizzato l’accordo. Tra il primo e il secondo colloquio, l’11 marzo, avvenne l’Anchluss, che non ebbe
ripercussioni sui negoziati, perché gli inglesi volevano giungere rapidamente ad una conclusione positiva.
L’accordo era soddisfacente nel settore Africa- Mar Rosso- Arabia e gli obiettivi, anche se non furono
tutti raggiunti, si ispiravano al principio della posizione paritaria dei due contraenti. Nessun ostacolo
incontrò la richiesta inglese di diminuire le forze italiane in Libia. L’unico vero nodo dei negoziati fu
costituito dal ritiro dei volontari dalla Spagna: l’Italia accettava la formula inglese per l’evacuazione
proporzionata dei volontari stranieri e si impegnava ad eseguire concretamente tale evacuazione nel
momento e alle condizioni che avrebbe determinato il Comitato di non intervento e comunque si
impegnava a ritirare immediatamente i suoi volontari. L’Italia affermava di non avere alcuna mira
territoriale o politica e di non cercare alcuna posizione economica privilegiata in Spagna o nei suoi
possedimenti. Il 16 aprile 1938 a palazzo Chigi furono firmati i relativi protocolli e l’entrata in vigore
dell’accordo sarebbe avvenuta solo quando i due governi l’avessero decisa congiuntamente e cioè quando
le pregiudiziali fossero state soddisfatte. Se gli accordi di Pasqua trovarono il favore dell’opinione
pubblica, essi sarebbero però risultati sterili nei tempi lunghi, nonostante avessero in potenza tutti gli
elementi per dare inizio ad un nuovo capitolo della storia dei rapporti italo- britannici. Essi infatti
entrarono in vigore solo il 16 novembre ’38, troppo tempo dopo la loro stipulazione per una situazione
internazionale drammatica. A rendere impossibile l’entrata in vigore prima era stata la solita questione
spagnola, l’incapacità di Mussolini e Ciano di tirarsi fuori dalle sabbie mobili spagnole anche quando
ormai la vittoria di Franco era scontata.

DALL’ASSE AL PATTO D’ACCIAIO, UN CAMMINO DI TIMORI E DI INCERTEZZE


L’Anchluss fu uno scacco durissimo per Mussolini: pur essendo convinto che esso fosse inevitabile e che
non avrebbe potuto far nulla per evitarlo, il duce non si era rassegnato del tutto a questa idea. Se
proprio doveva avvenire, aveva prima bisogno di tempo per concludere l’accordo con l’Inghilterra e per
preparare ad esso gli italiani, facendo loro accettare che nella nuova realtà determinata dall’Asse
l’indipendenza dell’Austria non fosse più indispensabile per l’Italia e che l’Asse non costituisse un
pericolo, ma al contrario rafforzasse la posizione dell’Italia. Verso la Francia Mussolini era meno
disponibile che verso l’Inghilterra; egli era convinto che il riavvicinamento con Parigi dovesse avvenire
dopo quello con Londra e che fosse meno urgente, poiché era più pericolo un accordo anglo- tedesco che
non franco- tedesco. Inoltre il duce sperava che attribuendo all’intransigenza francese la
responsabilità della mancata rapida soluzione della questione spagnola e del perdurare delle tensioni
italo- francesi, fosse possibile dividere Londra e Parigi. Stanti queste premesse e la grande ostilità
esistente in Francia verso un cedimento nei confronti dell’Italia e di Mussolini, le possibilità di un
riavvicinamento erano scarsissime, eppure dopo l’Anchluss vi fu un momento in cui vicina era la
possibilità di normalizzare i rapporti tra i due paesi. L’Anchluss colse Ciano e Mussolini di sorpresa:
Hitler, a conoscenza che Roma era scontenta di come erano state fin lì condotte le cose, si guardò bene
di informarli di ciò che preparava. Immediatamente dopo Hitler si preoccupò di far sapere a Mussolini
che considerava la frontiera del Brennero fuori discussione, ma nel frattempo sia in Austria che in Alto
Adige si erano riaccese le speranza in una prossima liberazione dei fratelli sudtirolesi. Ma in realtà da
parte italiana non ci fu nessuna reazione negativa, come Hitler aveva previsto, anche se tali reazioni e
forti preoccupazioni si insinuavano in larghi settori del paese: sul piano interno l’Anchluss fu sentito
come la prima vera sconfitta del fascismo e costituì un fatto così grave da far loro guardare con
crescente ansia e ostilità alla politica dell’Asse. Era evidente che Hitler era intenzionato ad affrontare
nel giro di poco tempo anche la questione dei Sudeti, quindi anche a Parigi, ai primi di aprile, si cominciò
a prendere in considerazione la necessità di avvicinarsi a Roma. L’Italia stava concludendo i negoziati
con l’Inghilterra e sarebbe stato possibile raggiungere rapidamente un accordo anche con la Francia,
ma il riavvicinamento con essa non si sarebbe mai realizzata. I francesi volevano agganciare l’accordo a
quello concluso nel gennaio ’35, a loro favorevole, e per il resto renderlo simile a quello anglo- italiano. I
governi francese e inglese volevano evitare che l’Italia stringesse maggiormente i legami con l’Asse in
occasione della prossima visita di Hitler. Fino alla fine del ’37 Hitler aveva escluso di concludere
un’alleanza militare con l’Italia, probabilmente per via dei dubbi di alcuni settori della classe politica e
militare fiancheggiatrice tedesca, scettica sull’efficienza militare italiana e sull’affidabilità dell’Italia
come alleato. Ma la ragione principale è da ricercare nella doppia speranza di Hitler di giungere ad un
accordo con l’Inghilterra o di poter approfittare di un conflitto italo- anglo- francese determinato dalla
politica italiana in Spagna per annettersi l’Austria e i Sudeti. Convintosi che tali strade erano
impraticabili, Hitler aveva cominciato a pensare alla necessità di rendere formale l’Asse, anche perché
l’Anchluss aveva mostrato lo scontento del duce e quindi ne derivava l’urgenza per la Germania di
prevenire e bloccare una sua possibile fuga verso Londra e Parigi. Mussolini e Ciano sapevano che l’Asse,
specialmente dopo l’Anchluss, non era popolare in Italia e che occorreva più tempo per farlo digerire e
vi era poi tutta una serie di questioni riaperte, tra cui l’Alto Adige, la precisa determinazione delle
sfere di reciproco interesse nell’Europa danubiano- balcanica. I tedeschi cercarono più volte di
stringere gli italiani e di portare le discussioni sul piano concreto, ma questi cercarono a più riprese di
non scoprire le loro intenzioni e di sfuggire ad un discorso impegnativo. All’inizio della visita Ciano
sottopose a Robbentrop uno schema di accordo che garantisse formalmente il rispetto delle frontiere
comuni e stabilisse con precisione e tutelasse i rispettivi interessi nel settore danubiano- balcanico, ma
Ribbentrop presentò invece un progetto di alleanza militare. I tedeschi usarono la questione dell’Alto
Adige per fare pressione a Mussolini e indurlo ad accettare l’alleanza, sapendo che tale problema era
diventato per lui sostanziale. Apparentemente la visita di Hitler si concluse con un nulla di fatto. Il
rischio era che si traesse la conclusione che l’Asse fosse in difficoltà e che Mussolinni si spingesse
altrove, con la conseguenza di dare un significato diverso da quello voluto al riavvicinamento alla Francia
e di indebolire la forza italiana nelle trattative e di rendere più difficili i rapporti con gli inglesi
riguardo il ritiro dei volontari dalla Spagna. L’alleanza che Hitler voleva era però comunque un elemento
di forza e una tentazione per il duce, sia perché lo metteva al sicuro dal pericolo di un isolamento, sia
perché gli garantiva di poter contare sull’appoggio tedesco per tutta una serie di operazioni; Hitler era
disposto a giocare pesante pur di ottenere tale alleanza; inoltre per il momento questi non pensava, per
risolvere la questione dei Sudeti, ad uno smembramento della Cecoslovacchia, ma solo ad una
cantonalizzazione e assicurava che ciò non sarebbe avvenuto prima di alcuni anni, cosicché Mussolini
aveva un largo margine di manovra politica e per realizzare alcuni obiettivi espansionistici con la
copertura tedesca e senza l’aperta opposizione dell’Inghilterra interessata a mantenere con lui buoni
rapporti. Ciò che Mussolini non concepiva, in seguito alla visita di Hitler, era che altri potessero nutrire
dubbi e mettere in dubbio l’opportunità di ciò che egli faceva. Sul piano interno ciò determinò
l’accentuarsi delle sue critiche ed ostilità verso la monarchia, la chiesa e la borghesia, l’accelerazione
dei suoi programmi di totalitarizzazione del regime e l’avvio di un campagna volta a convincere gli
italiani della necessità storica dell’Asse e dell’incontro della rivoluzione fascista e della rivoluzione
nazionalsocialista. Strumento di tale azione fu il PNF. Nello stesso periodo prese il via la politica della
razza nella sua fase antisemita: il 14 luglio fu pubblicato il manifesto degli scienziati sulla razza,
preparato sotto l’egida del ministero della cultura popolare. In settembre il Gran Consiglio approvava i
primi provvedimenti antisemiti: agli ebrei stranieri era vietato stabilire la propria dimora nel regno, in
Libia e nell’Egeo; quelli che già vi risiedevano dovevano partire entro 6 mesi; quelli che avevano avuto la
cittadinanza italiana dopo il 1918 se la videro revocata; gli ebrei erano esclusi dall’insegnamento di ogni
grado e ordine e gli alunni di razza ebraica non potevano frequentare le scuole pubbliche. I primi
provvedimenti non riguardavano l’Africa orientale, probabilmente perché Mussolini pensava di crearvi lo
stato ebraico. I due ostacoli che si opponevano al varo di una compiuta legislazione antisemita erano il
sovrano e la Santa Sede. Vittorio Emanuele III non era un antisemita, ma neppure un uomo da andare a
scontrarsi frontalmente con Mussolini su una questione del genere. Più difficile fu l’ostacolo Pio XI, che
fu però superato: un moderato antisemitismo era da sempre nella tradizione cattolica e nel clero
italiano non mancavano coloro che vedevano negli ebrei una componente del liberalismo, della
democrazia, della massoneria e del bolscevismo. Inoltre la questione dell’AC rendeva impossibile
pensare ad un nuovo scontro, mentre un atteggiamento più duttile poteva facilitare il risolvimento di
tale questione: ciò spiega perché, nonostante la maggioranza dei cattolici italiani fosse contraria ai
provvedimenti antisemiti, l’opposizione della Santa Sede fu debole. Con un’enciclica la chiesa aveva
condannato il razzismo nazista, ateo e materialista, il razzismo italiano si annunciava con
caratteristiche diverse: l’aspetto coloniale della politica razzista trovava consensi negli ambienti
vaticani e cattolici in genere e uguali consensi trovava, tra i primi, l’aspetto antisemita. Ciò che più
preoccupava era che con il manifesto degli scienziati il razzismo italiano diventasse una presa di
posizione teorica e che il fascismo non prendeva di mira gli ebrei come religione, ma come razza, quindi
anche quelli convertiti al cattolicesimo. La Santa Sede si limitò ad una discreta e formale protesta
diplomatica; la prima presa di posizione ufficiale contro il razzismo fu del pontefice Pio XI che
sottolineò come esso fosse estraneo alla tradizione italiana e biasimò che l’Italia avesse imitato la
Germania. Ad ottobre fu approvata la dichiarazione definitiva che confermava il divieto di entrata e
l’espulsione per gli ebrei stranieri; per quelli italiani era vietato appartenere al PNF, possedere terreni
o aziende e di prestare servizio militare. La dichiarazione stabiliva alcune categorie di ebrei benemeriti
per i quali le minorazioni civili non dovevano essere applicate in tutto o in parte. I provvedimenti contro
gli ebrei non incontrarono nella grande maggioranza degli italiani alcuna simpatia, né in sé, né perché
significavano un ulteriore passo verso la Germania, ma fu proprio con la campagna per la razza che la
propaganda fascista fallì per la prima volta la prova: cospicue masse di italiani cominciarono a guardare
con occhi diversi al fascismo a Mussolini. La legislazione antisemita ebbe un ruolo decisivo nel
determinare il distacco degli italiani del fascismo e in alcuni casi il loro passaggio all’opposizione, ma le
sue conseguenze furono meno decisive di quanto si afferma. Dopo la visita di Hitler ci furono
conseguenza in politica estera italiana: per Roma non era più auspicabile l’accordo con Parigi, a causa
dell’irritazione del duce dovuta alle voci che davano l’Asse in difficoltà e in fondo egli non voleva tale
alleanza. Nell’alleanza con la Germania Ciano vedeva soprattutto il modo per affermare definitivamente
il suo ruolo di delfino e di guadagnarsi i meriti che l’intervento in Spagna e la politica di Grandi non gli
avevano fatto avere; inoltre, facendosi promotore dell’alleanza e realizzandola lui, avrebbe messo fuori
gioco i suoi concorrenti alla successione, Balbo e Grandi, contrari ad essa. L’alleanza con la Germania
doveva infine permettergli di conquistare l’Albania, la cui occupazione avrebbe dovuto costituire la
rivalsa italiana. A maggio ci fu il discorso di Genova, chiuso verso la Francia, impegnativo verso la
Germania e scortese verso l’Inghilterra. Per i francesi fu una doccia fredda: la rottura dei negoziati
italo- francesi preoccupò Londra, sia come sintomo di un nuovo atteggiamento italiano, sia per le
ripercussioni che avrebbe avuto sulla situazione spagnola. Altro motivo di scontro e di preoccupazione
era per gli inglesi l’atteggiamento italiano rispetto alla questione spagnola: il 2 luglio Ciano consegnò una
nota all’ambasciatore inglese nella quale si attribuiva all’intransigenza inglese sul ritiro dei volontari
italiani la mancata entrata in vigore degli accordi di Pasqua. Ma la questione dei Sudeti impedì che tra
Roma e Londra si arrivasse ad una vera e propria crisi. Roma sottovalutò la crisi cecoslovacca,
trovandosi in vicolo cieco senza rendersene conto. I tedeschi proposero un incontro segreto al
Brennero tra Hitler e Mussolini prima del 25 settembre, ma il duce aveva ricevuto da Grandi un invito di
Chamberlain ad intervenire su Hitler come moderatore e quindi rispose che l’incontro non poteva
avvenire prima dell’inizio di ottobre. Chamberlain e Hitler si incontrarono e il secondo reclamò in
termini ultimativi l’annessione dei Sudeti. Chamberlain poteva ammettere il distacco della regione
sudata, ma doveva consultare il suo governo e quello francese, quindi i due si rincontrarono nuovamente:
il premier inglese aveva convinto i francesi, ma Hitler si presentò più intransigente e chiese che i
territori a maggioranza tedesca fossero sgombrati dalle truppe cecoslovacche e occupati da quelle
tedesche entro il 1° ottobre, che quelli a forte minoranza tedesca fossero sottoposti a plebiscito. In
questa situazione palazzo Chigi era rimasto inattivo: la sua più grande preoccupazione era quella di
mantenere i contatto con i polacchi e gli ungheresi e di operare perché la Germania non fosse la sola a
trarre vantaggio dalla crisi. Con gli inglesi l’atteggiamento italiano era stato ambiguo: Ciano aveva
proposto una soluzione integrale del problema cecoslovacco, ma non aveva fatto capire nulla riguardo la
posizione dell’Italia in caso di conflitto, nonostante una settimana prima avesse dichiarato il suo
appoggio alla Germania. L’Italia sarebbe scesa in guerra a fianco della Germania solo se anche
l’Inghilterra fosse scesa in guerra, perché per gli inglesi sarebbe stata una scelta ideologica contro il
totalitarismo. Mussolini cercava comunque di non chiudere tutte le porte davanti a sé, ma il 28
settembre la situazione era ormai compromessa: l’ultimatum di Hitler scadeva e tutto faceva ritenere
che di fronte all’aggressione tedesca dei Sudeti, l’Inghilterra non si sarebbe mossa, ma avvenne il colpo
di scena. Durante la crisi cecoslovacca Grandi era stato lasciato a Londra senza direttive e aveva agito
di sua iniziativa, facendo pressione sul governo inglese perché rivolgesse un appello a Mussolini. Fu
proprio questo lo scopo della Conferenza di Monaco (29-30 settembre 1938): l’iniziativa risolutiva fu di
Mussolini che, temendo che Hitler e Ribbentrop rovinassero tutto con la loro intransigenza, espose le
primitive condizioni tedesche e le presentò come parte di un progetto italiano, che non esisteva, così
come la tesi che Mussolini sarebbe intervenuto presso Hitler. Il 30 settembre l’accordo venne firmato
e il duce fu accolto in patria da manifestazioni di entusiasmo per il trionfo della pace, questo un po’ lo
irritò perché si rese conto che l’uomo fascista era lontano dall’esser stato formato. In questo momento
Mussolini non voleva un conflitto e soprattutto non voleva che l’Italia fosse obbligata a parteciparvi:
egli era consapevole dell’impreparazione militare italiana e sapeva che il conflitto sarebbe stato lungo e
che comunque avrebbe impoverito i belligeranti; inoltre l’Asse era ancora impopolare e la politica
autarchica era ancora in alto mare. A questo punto allora perché Mussolini si impegnò al punto che se
una guerra generale fosse scoppiata non avrebbe potuto non parteciparvi? Egli era estremamente
convinto, per via della sua ideologia e del suo condizionamento, che la Francia e l’Inghilterra non
avrebbero fatto la guerra perché demograficamente vecchie e quindi, appoggiando Hitler e andando
oltre, egli avrebbe ottenuto senza rischi risultati positivi: umiliare la Francia, l’Inghilterra, mettere in
crisi i loro rapporti e in particolare quelli tra Francia e URSS, dare una prova della vitalità dell’Asse,
acquistare simpatie e consensi in Polonia e in Ungheria. Monaco ebbe conseguenze importanti per la
realtà del regime: per Mussolini era necessario bruciare i tempi della totalitarizzazione del regime e
portarla il più a fondo possibile, in modo da farla finita con tutti coloro che non condividevano e
cercavano di frenare la sua politica. Parallelamente crescevano però la stanchezza, l’insofferenza e
l’irritazione per le continue iniziative del partito e delle sue organizzazioni e la sempre più diffusa
ricerca di sottrarsi e di difendersi da esse finiva per gettare ancora più discredito sul partito e sul
regime. L’enorme maggioranza della popolazione italiana era contraria all’Asse e ad una guerra, ma tale
opposizione era politicamente inoperante. Nell’estate del ’38 il duce aveva ripreso nelle sue mani la
direzione della politica estera, lasciandone al genero la gestione quotidiana. Roma, nella situazione
internazionale, aveva la funzione di pendolare tra Londra e Berlino. L’idea di Mussolini era quella di non
legarsi maggiormente con la Germania., ma cercare di dar vita ad un sistema europeo fondato su un
equilibrio di rapporti bilaterali tra loro condizionatisi, di cui Londra e Roma costituissero la cerniera ed
il perno contemporaneamente. Un’idea diffide da attuare, ma forse non irrealizzabile, se non avesse
avuto il difetto di prevedere anche una serie di concreti vantaggi per l’Italia: per essere ottenuti essi
avevano bisogno dei buoni uffici di Londra e di Parigi e un rifiuto di uno dei due avrebbe pregiudicato i
rapporti anglo- francesi sui quali si fondava tutta la politica inglese; essi avrebbero alterato il rapporto
di forze tra Italia ed Inghilterra nel Mediterraneo a vantaggio dell’Italia; le richieste italiane
dimostravano che lo spirito di conciliazione e di pace di Mussolini era strumentale e che il suo vero
scopo era quello di continuare a servirsi della minaccia dei suoi rapporti privilegiati con Berlino per fare
la propria politica e rafforzare la propria posizione a spese della Francia e indirettamente
dell’Inghilterra. Alla fine del ’38 la scelta inglese era fatta: non si cercava più un accordo, ma si era
interessati a rinviare il più possibile una prova di forza con la Germania e, sicuri che su Mussolini non si
potesse realmente contare, si cercava di evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con Roma e
frenare gli sforzi della Germania di legarla a sé. Nella riunione del Gran Consiglio dell’8 ottobre
Mussolini decise che tra le trattative dei mesi precedenti e le nuove non ci dovesse essere continuità e
si dovesse cominciare tutto da capo, su nuove basi dettate dall’Italia, perché era convinto di poter
disporre di tempi molto più lunghi di quelli che in realtà le vicende internazionali da Monaco allo scoppio
della guerra lasciarono e che la Francia non avrebbe accettato di fare concrete concessioni se non si
fosse trovata costretta. Guadagnare tempo serviva al duce per avere un’idea più precisa di come si
sarebbero configurati i rapporti con l’Inghilterra e se gli sarebbe stato possibile contare sull’aiuto di
Londra per indurre i francesi ad accettare le sue condizioni e per vedere se fosse stato possibile
armonizzare le rivendicazioni coloniali italiane con l’azione che la Germania stava avviando per le
proprie. Le motivazioni dovevano essere tre: la prima, di politica interna, voleva far diventare gli italiani
gallofobici, in modo da frustrare i loro entusiasmi per la pace e per la notizia del riconoscimento
francese dell’impero e le loro speranze di un rasserenamento politico; le trattative dovevano essere
precedute da una fase di preparazione extradiplomatica che servisse a mettere sul tappeto una serie di
richieste più onerose di quelle che poi sarebbero state portate al tavolo delle trattative, così da
passare per moderato e conciliante; far capire a Parigi che l’Italia fascista riteneva l’accettazione delle
richieste minime come un banco di prova della sincerità dei suoi propositi per i futuri rapporti italo-
francesi. Nelle settimane successive vennero lanciate due campagne: il rimpatrio degli italiani in Francia
nel nord Africa francese, diretta a promuovere una sorta di irredentismo tra gli italiani che vivevano là
e a dimostrare che sarebbero stati vittime di una persecuzione ad opera del governo di Parigi; l’altra
volta a contestare alla Francia il suo rifiuto di far proprio lo spirito di Monaco, i suoi propositi di guerra
preventiva e a porre sul tappeto le rivendicazioni storiche dell’Italia nei confronti della Francia e
dimostrarne l’ostilità verso l’Italia. Il risultato fu quello di creare uno stato di tensione permanente tra
i due paesi. Il 7 novembre arrivò a Roma il nuovo ambasciatore francese Francois- Poncet, che
partecipò ad una seduta della camera il 30 novembre:in un discorso, all’accenno agli interessi e alle
naturali aspirazioni del popolo italiano, da alcuni gruppi di deputati si levarono applausi e grida che
precisavano quali fossero tali interessi, e cioè Tunisi, Nizza, Corsica, Savoia e Gibuti. Nei giorni
successivi in Francia si svolsero manifestazioni contro l’Italia e il riavvicinamento italo- francese
naufragò. In realtà in Francia, in Germania e in Inghilterra pensarono che la manifestazione fosse
diretta sostanzialmente contro la Germania, cioè che Mussolini avesse fatto ricorso ad un estremo
tentativo per capire a Berlino che non poteva accettare il riavvicinamento franco- tedesco che
sembrava stesse avvenendo in quei giorni e che sarebbe andato a sfavore dell’Italia. E’ però più
prudente pensare che Ciano e Mussolini non centrassero davvero nulla con tale manifestazione, che fu
invece ideata da Storace; sta di fatto che tale manifestazione determinò sia il fallimento dei tentativi
francesi di riavvicinamento all’Italia sia dei piani del duce di approfittare delle difficoltà della Francia
per realizzare una prima parte delle sue rivendicazioni. In questo clima servì a poco la visita a Roma di
Chamberlain e Halifax dall’11 al 14 gennaio 1939. La Francia non intendeva fare alcuna concessione
territoriale aperta, ma avrebbe potuto concedere larga zona franca a Gibuti, partecipazione
all’amministrazione del porto, concessione della ferrovia in Etiopia, appoggiare le richieste per Suez,
rivedere gli accordi del 1935. Mussolini ritenne la proposta interessante e autorizzò la continuazione
del sondaggio, ma ne fece informare i tedeschi, che fecero trapelare la notizia alla stampa francese
d’opposizione che creò una vivace campagna contro il governo che indusse Daladier a sospendere
l’operazione. Quando il contatto riprese in febbraio era ormai troppo tardi. Alla fine della Conferenza
di Monaco Ribbentrop era tornato alla carica con Ciano per l’alleanza, ma questa volta si parlava di
un’alleanza a tre: Germania, Italia e Giappone. Mussolini continuava a prendere tempo, perché nei suoi
piani non rientrava un’alleanza stretta con la Germania ed era piuttosto prudente. Inoltre prime di
giungere ad essa il duce voleva mettere bene in chiaro la questione, stabilendone obiettivi e conquiste e
comunque voleva prima vedere come procedevano le cose con Parigi e Londra: se l’entrata in vigore degli
accordi di Pasqua avesse dato i frutti sperati e avessero indotto cioè i francesi ad accettare le
condizioni italiane per la normalizzazione tra i due paesi, non ci sarebbe stato bisogno di alcuna alleanza
con la Germania oltre a quella dell’Asse. L’unica possibilità che ancora rimaneva a Mussolini era quella di
offrirsi a Chamberlain come mediatore tra lui e Hitler, così come avvenne a Monaco, ma che in realtà si
spinse così tra le braccia di Hitler. Anche se sgradita e temuta, l’alleanza con questi doveva essergli
sembrata l’unica possibilità rimastagli e da prendere subito al volo, perché attendere gli incontri con il
premier inglese e con Halifax avrebbe reso solo più umiliante il rapporto con i tedeschi. Il 1° gennaio
Ciano aveva comunicato a Ribbentrop la decisione di trasformare in alleanza il Patto anti- Komintern, ma
l’accordo doveva essere presentato come un patto di pace, che assicurasse alla Germania e all’Italia la
possibilità di lavorare in piena tranquillità per un periodo di tempo lungo. La decisione, anche se tenuta
segreta, aveva pesato molto sugli incontri con gli inglesi, che risultarono inconcludenti. L’Etiopia prima,
la Spagna poi, l’Anchluss infine erano le tappe del declino della popolarità di Mussolini all’estero; ma il
colpo decisivo era stato il sorgere della politica dell’Asse e da voltafaccia mussoliniano in materia di
antisemitismo. Nel frattempo la monarchia e il Vaticano, pur tenendosi in disparte, consolidavano
sempre più il loro potere. Decisa l’alleanza, Mussolini aveva anche accettato il punto di vista di Ciano
favorevole a risolvere la questione altoatesina, ma tutto si era dimostrato più difficile del previsto:
firmato il 13 febbraio, l’accordo non era andato oltre un compromesso tra le opposte esigenze in cui le
concessioni tedesche erano alla fine risultate minori delle attese di Roma. Fu a questo punto che
avvenne il sondaggio di Daladier, giudicato interessante dal duce e che quindi Ciano fu autorizzato a
proseguire. La fretta di Mussolini fu causata dalle ripetute fughe di notizie sui negoziati italo-
tedesco- giapponesi che avevano messo in allarme tutte le cancellerie e che lo consigliavano a stringere
i tempi dell’alleanza con la Germania, dalle pressioni dei capi militari che temevano un attacco
preventivo francese, dall’allontanamento, il 4 febbraio, dalla guida del governo iugoslavo di Stojadinovic,
che costituiva per l’Italia un grave scacco, poiché stava ad indicare la volontà della Iugoslavia di
staccarsi dall’Asse e in particolare dall’Italia, sia perché l’esempio di Belgradi poteva influenzare
l’atteggiamento di altri paesi, prima fra tutti la Romania. Infine c’era la volontà di Ciano e Mussolini di
portare a termine la conquista dell’Albania, per cui era necessaria l’alleanza con i tedeschi. La caduta
del capo di governo iugoslavo determinò la necessità di bruciare i tempi dell’operazione albanese. Il 10
marzo arrivarono da Berlino due comunicazioni: il fuhrer voleva marciare con l’Italia e Ribbentrop
informava Ciano di aver accettato la proposta italiana di iniziare subito i contatti tra i due stati
maggiori. Il 15 marzo le truppe tedesche entravano in Boemia e in Moravia e occupavano Praga. Le prime
due diventavano lo spazio vitale del Reich, cioè un protettorato tedesco. Lo stesso giorno la Slovacchia
proclamava la sua indipendenza e si poneva sotto la protezione della Germania. Il colpo nazista contro la
Cecoslovacchia ebbe su Mussolini un effetto traumatico e costrinse e lo costrinse a ripensare per un
momento a tutta la politica, siano a prendere in considerazione l’idea di rinunciare all’alleanza con la
Germania e a riavvicinarsi all’Inghilterra. Da sempre il duce temeva la Germania e se ne aveva scelto
l’amicizia era per la paura di rimanere isolato e per il desiderio di lucrare qualche vantaggio che
rafforzasse la sua posizione. Cosa indusse Mussolini a continuare sulla strada dell’Asse e a non
approfittare dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia per prendere le distanze da essa e da
Hitler? Prendere le distanze dalla Germania avrebbe voluto dire per Mussolini dare ragione ai suoi
oppositori interni, ai cattolici e ai borghesi, al sovrano, a tutti coloro che erano contro la sua politica
estera e interna; avrebbe voluto dire rinunciare totalmente o in parte alla totalitarizzazione del regime
e in prospettiva alla creazione dell’uomo nuovo. Per quanto riguarda la politica internazionale le
motivazioni erano altre: egli era convinto che ormai la Germania e i tedeschi avessero stabilito la loro
egemonia in Europa, l’Italia era troppo debole militarmente ed economicamente per contrastarla.
Rompere o prendere le distanze da Hitler non era pensabile per il momento, ma era necessario
guadagnare tempo, rafforzarsi, mostrarsi con Berlino meno malleabili, mettendo molte cose in chiaro, in
maniera da controllare il suo dinamismo, controllarla, frenarla. La svolta mussoliniana dopo Praga fu il
discorso agli squadristi della vecchia guardia, pronunciato dal duce al Foro Mussolini il 26 marzo, nel
quadro delle celebrazioni del ventennale dei Fasci: la parte centrale fu dedicata alla politica estera,
formalmente tutto pro Asse, in realtà esso mostra lo sforzo del duce di ottemperare tre, esigenze e
cioè rivendicare la validità dell’Asse in termini da non pregiudicare in futuro la sua trasformazione in
alleanza, ma al tempo stesso mettere in chiaro i rapporti con la Germania e aprire uno spiraglio alla
Francia. Ma la risposta di quest’ultima fu che non avrebbe ceduto nulla né delle sue terre, né dei suoi
diritti. Anche se Mussolini ostentò di non darle importanza, la risposta di Daladier fu per lui un grave
colpo che lo indusse ad occupare l’Albania, nonostante il re si fosse mostrato contrario, Ciano ebbe una
parte notevole e forse determinante nella decisione di Mussolini, ma un peso lo ebbe anche il desiderio
di dimostrare agli italiani che l’Asse procurava vantaggi reali anche all’Italia e per porre fine ai maneggi
tedeschi in quel paese e controbilanciare l’influenza crescente di Berlino nei Balcani. Politicamente,
l’occupazione dell’Albania voleva essere soprattutto una risposta alla Francia e all’Inghilterra.
Materialmente l’occupazione dell’Albania fu facile, ma le disfunzioni organizzative e l’impreparazione
dei reparti e la confusione caratterizzarono tutta l’operazione; tra il 7 e l’8 aprile tutto fu risolto. Il
governo inglese si vide confermate le sue preoccupazioni e fu costretta a prendere delle iniziative
concrete: introduzione della coscrizione obbligatoria, accordi con la Turchia., rafforzamento degli
apprestamenti militari in Egitto e a Malta. L’importa maggiore era quella di evitare mutamenti nello
statu quo del Mediterraneo e della penisola balcanica. La crisi dei rapporti con l’Inghilterra
determinata dall’occupazione dell’Albania e l’oscurarsi di quelli tra Berlino e Varsavia per la questione di
Dnazica, avevano fatto precipitare le cose tra Roma e Berlino. Intanto il pericolo di un conflitto
tedesco- polacco era reale; di fronte alla minaccia di una nuova e più drammatica iniziativa tedesca,
diventava urgente mettere i puntini sulle i con Berlino, prima di parlare di un’alleanza. Il 25 aprile la
trattativa con i giapponesi si era arenata e Ribbentrop era del parere che Germania e Italia dovessero
mettersi d’accordo tra loro con un patto bilaterale, lasciando al Giappone la possibilità di associarsi ad
esso più tardi, mentre Francois- Poncet aveva fatto con Ciano il sondaggio. Mussolini incominciava a
rendersi conto del rischio di avere meno tempo a disposizione e non voleva un conflitto che sapeva bene
di non essere preparato ad affrontare, ma voleva giocare su due tavoli contemporaneamente. Voleva
quanto meno avviare i negoziati con Parigi per poter trattare con i tedeschi da una posizione tanto
internazionale che interna più forte e poi, conclusa l’alleanza con Berlino alle proprie condizioni,
servirsene per concludere i negoziati con i francesi alle migliori condizioni. Mussolini era convinto di
poter controllare i tedeschi e di poter loro impedire sia di portare alle estreme conseguenze l’azione
per annettere Danzica, sia di dare un carattere inaccettabile ai loro propositi di riavvicinamento
all’URSS per isolare Varsavia. La guerra, per poter essere fatta, aveva bisogno di un periodo di pace,
cioè di una preparazione non inferiore ai tre anni, che serviva all’Italia per: sistemare militarmente
Libia, Albania e pacificare l’Etiopia; ultimare la ricostruzione e il rifacimento di sei navi; rinnovare tutte
le artiglierie; proseguire la realizzazione dei piani autarchici che avrebbero reso vano ogni tentativo di
blocco da parte delle democrazie; realizzare l’Esposizione del 1942; effettuare il rimpatrio degli
italiani dalla Francia; ultimare il trasferimento di molte industrie di guerra dalla valle del Po all’Italia
meridionale; approfondire i rapporti tra i governo dell’Asse e tra i popoli. Dopo Monaco la bellicosità di
Mussolini fu in continuo declino e fu sempre più un carattere ideologico che politico. Ma egli non poteva
attendere tre anni per concludere l’alleanza, perché ne sarebbe stata compromessa la sua strategia
politica. Il 6 maggio Mussolini ordinò telefonicamente di concludere l’alleanza, probabilmente in seguito
all’irritazione verso la stampa francese che voleva l’Italia in un momento di debolezza e alle notizie,
provenienti da Londra, circa la stipulazione dell’accordo anglo- turco di mutua assistenza, che
confermava l’intenzione di Chamberlain, dopo la garanzia data alla Grecia il 13 aprile, di voler
accerchiare l’Italia nel Mediterraneo. Inoltre nel primo incontro tedesco, Ciano aveva trovato il
consenso da parte tedesca di tutte le sue rischieste, quindi il duce, credendo di aver ormai ottenuto
tutto ciò che voleva e credendo di poter controllare e condizionare le sue mosse politiche, decise per la
stipulazione dell’alleanza. Il 6 maggio venne firmato il patto d’acciaio.

IL MOMENTO DELLA VERITA’: MUSSOLINI, IL FASCISMO E L’ITALIA DI FRONTE


ALLA GUERRA
L’annuncio dell’alleanza tra Italia e Germania avvenne il 22 maggio e l’immagine di Mussolini ne uscì
ulteriormente diminuita e con essa quella poca fiducia che alcuni ancora avevano in lui. Il patto d’acciaio
poteva forse mettere Mussolini in grado di frenare più di prima Hitler e di dare agli anglo- francesi un
concreto punto di riferimento per eventuali trattative, ma se si credeva ciò possibile, era necessario
evitare con il duce una rottura, ma tenendo presente che l’alleanza lo metteva in grado di tentare altri
colpi tipo quello albanese e che comunque egli voleva un concreto profitto. Sotto la spinta francese, da
metà aprile gli inglesi, convinti dell’impossibilità di frenare Hitler se non con la forza, si erano orientati
verso un accordo con Mosca che assicurasse l’aiuto sovietico alla Polonia e accerchiasse ad est la
Germania. Mosca guardava contemporaneamente anche a Berlino e sottoscrisse, in agosto, un trattato
di non aggressione con esso. In questa prospettiva, l’unico obiettivo per Londra era sempre più quello di
guadagnare tempo per completare la preparazione del conflitto con la Germania, cioè di mettere alla
prova le reali intenzioni di Hitler e vedere se era ancora possibile giungere ad un accordo. Da parte
francese, l’atteggiamento verso Roma fu di completa passività, anche se la sua posizione di mediatore
tra Berlino e Varsavia imponeva di non rompere con lui. I tedeschi si erano sempre dichiarati d’accordo
con il duce che di un conflitto con gli anglo- francesi non si dovesse parlare per parecchio tempo, quindi
le rivendicazioni tedesche su Danzica e il corridoio polacco, necessario per assicurare la contiguità tra
la città baltica e il Reich, erano apparse a Ciano come qualcosa di non immediato. Il 23 maggio ’39 Hitler
annunciò, in una riunione segretissima, che Danzica non era il motivo della disputa con la Polonia, ma che
voleva al più presta un’azione contro di essa. I tedeschi erano decisi essi stessi a determinare
l’occasione utile per far scoppiare la guerra generale. Il comportamento tedesco verso l’Italia spiega
l’importanza decisiva che Hitler aveva attribuito alla conclusione dell’alleanza con Mussolini per
realizzare i suoi piani: egli sapeva che l’esercito italiano era uno strumento non idoneo ad una grande
guerra moderna, ma ciò che gli importava era che l’Italia non fosse stata con i suoi avversari. Per Hitler
la lealtà dell’Italia all’alleanza era legata all’esistenza di Mussolini, anche da qui nasceva l’esigenza di
bruciare i tempi. Il periodo che intercorse tra l’incontro Ciano- Ribbentrop di Milano del 6-7 aprile e lo
scoppio della seconda guerra mondiale si può dividere in tre parti: il primo sino agli incontri di Ciano con
Ribbentrop e Hitler dell’11-13 agosto, il secondo sino al 25 agosto, quando Mussolini informò Hitler che
per il momento l’Italia non sarebbe scesa in guerra, e il terzo fino al 3 settembre, alla dichiarazione di
guerra alla Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia e quindi al fallimento dei tentativi di
mediazione di Mussolini. Durante il primo periodo, convinto dello scampato pericolo, Mussolini tornò a
concentrarsi sui problemi interni, tra cui l’economia, le giovani generazioni, il carattere degli italiani e
nuovamente l’idea di liberarsi della monarchia; tra i nuovi propositi vi era quello di farla pagare alla
Iugoslavia e alla Grecia e adoperarsi per allargare il patto d’acciaio all’Ungheria, alla Spagna e al
Giappone. Dopo le assicurazioni dei tedeschi di non volere neppure loro una guerra generale prima di 3-4
anni, a Mussolini e a Ciano interessava che il testo del trattato sancisse il principio della consultazione
permanente e preventiva. Queste stesse settimane costituirono, nei confronti di Francia e Inghilterra,
un periodo di attesa: che la prima si decidesse ad intavolare veri negoziati per Tunisi, per Gibuti e il
canale di Suez, che la seconda reagisse al patto d’acciaio come il duce si aspettava, ricorrendo cioè alla
sua mediazione e ai suoi buoni uffici presso Hitler e favorendo il riavvicinamento con Parigi, oppure se
avrebbe denunciato gli accordi di Pasqua e dichiarato l’impossibilità di collaborare con lui. L’8 giugno
Londra aveva sapere di ritenere gli accordi di Pasqua ancora validi. Nella terza decade di giugno
arrivarono le prime allarmanti notizie circa la questione di Danzica, che tendeva ad aggravarsi,
nonostante i tedeschi minimizzassero. Hitler intanto aveva chiesto di incontrare il duce al Brennero, ma
Mussolini non aveva nulla da proporre ed era in attesa di notizie da Londra e Parigi, quindi Ciano fece di
tutto per silurare l’incontro, ma alla fine Mussolini accettò l’incontro. Egli voleva onorare l’alleanza con
la Germania, ma propose di rendere la conferenza del Brennero un’iniziativa aperta ai paesi democratici
per discutere e risolvere i problemi europei attuali. Il fuhrer e Ribbentrop non accettarono tale
proposta e sorsero in loro i primi dubbi sull’effettiva possibilità di contare sino in fondo sull’Italia. E’
probabile che la disdetta dell’incontro del Brennero sia stata voluta da Hitler per non dare a Mussolini
la possibilità di precisare ulteriormente la sua posizione e per avere il tempo di definire la propria linea
d’azione, in modo da metterlo all’ultimo momento di fronte al fatto compiuto. Tra il 6-7 agosto nacque
l’idea di un incontro Ciano- Ribbentrop per fare il punto della situazione e per preparare un eventuale
successivo incontro Hitler- Mussolini. I colloqui avvennero dall’11 al 13 agosto e dimostrarono che la
situazione non era più aperta: i tedeschi si dissero convinti che la situazione fosse favorevole per la
Germania per agire contro la Polonia e se Francia e Inghilterra fossero intervenute il conflitto sarebbe
comunque rimasto localizzato. I colloqui di Salisburgo segnarono la fine delle illusioni di Mussolini e
Ciano e con esse il fallimento di tutta la loro politica. Dalla sostituzione di Storace con Muti alla
segreteria generale del PNF e dal rimpasto del governo nacque il gabinetto Ciano, per il ruolo decisivo
che il ministro degli esteri ebbe nella scelta dei ministri da sostituire e da nominare. Mussolini non
voleva, in quel momento, la guerra, ma egli amava giocare con essa; era un bluff, un inganno nel quale
aveva finito col cadere egli stesso. Il patto Molotov- Ribbentrop colse Ciano completamente di
sorpresa, meno Mussolini. Molte delle incertezze di Mussolini in queste giornate, piuttosto che le
decisioni di fondo di non partecipare ad un conflitto, dovettero riguardare il modo e il momento della
sua realizzazione in una situazione che rimaneva incerta e nella quale non mancavano colpi di scena che
potevano far pensare ad un suo diverso sbocco. Ciò che doveva preoccupare soprattutto Mussolini era
di compiere un passo inutile o prematuro che, rivelando troppo presto la sua decisione, guastasse del
tutto i suoi rapporti con la Germania. Mussolini stava combattendo la più grande battaglia interiore
della sua vita, e la combatté da solo, riducendo al massimo i contatti con i suoi collaboratori. Gli
avvenimenti gli dimostravano quanto poco leale fosse l’atteggiamento dei tedeschi verso di lui, sino a
convincerlo di essere stato da essi ingannato e tradito. Egli voleva preparare lo sganciamento, ma in
modo da non rompere brutalmente le relazioni con Berlino. Bisogna trovare una soluzione che permetta
se le democrazie attaccano, di sganciarsi onorevolmente dai tedeschi, se le democrazie incassano, di
cogliere l’occasione per saldare, una volta per tutte, i conti con Belgrado. Nell’incontro del 19 agosto,
Attolico comunicò il punto di vista di Mussolini al ministro nazista, che mostrò di non dargli peso e che
cercò di sostenere che con i colloqui dell’11-13 agosto la Germania aveva adempiuto i suoi obblighi di
consultazione e che di conseguenza all’Italia non restava che adempiere a sua volta quelli di intervento a
suo fianco nell’imminente conflitto. Una comunicazione di Halifax per Mussolini ribadiva che Inghilterra
e Francia non si sarebbero sottratte ai loro impegni verso la Polonia, ma Londra non era ostile ad una
soluzione negoziata della questione di Danzica: essa voleva dimostrare che sussisteva ancora qualche
possibilità di evitare il conflitto e soprattutto che Mussolini poteva ancora tentare di rilanciare la sua
idea di una conferenza. Mussolini e Ciano prepararono un progetto di nota da trasmettere ai tedeschi in
cui si confermava la convinzione che il conflitto non sarebbe stato localizzato, si ribadiva che le
condizioni dell’Italia non erano in quel momento le più favorevoli per affrontarlo e si affermava che il
suggerimento inglese non era da scartare, tanto più che la Germania non aveva nulla da temere da una
conferenza internazionale che avrebbe potuto avere come temi la definizione ulteriore dei rapporti tra
essa e la Polonia, i problemi franco- italiani, la questione coloniale tedesca, limitazione degli armamenti.
Ciano aveva con sé una lettera da consegnare a Hitler, nella quale si prospettavano 4 possibilità: se la
Germania attacca la Polonia ed il conflitto rimane localizzato, l’Italia avrebbe dato alla Germania
l’appoggio che le sarà richiesto; se la Polonia e Alleati attaccano la Germania, l’Italia interverrà a favore
della Germania; se la Germania attacca la Polonia e Francia e Inghilterra contrattaccano la Germania
l’Italia non prenderà iniziative di operazioni belliche, date le condizioni della sua preparazione militare,
tempestivamente comunicate al Fuhrer e a Ribbentrop; se eventuali negoziati falliranno per
intransigenza altrui e la Germania intenderà risolvere con le armi la vertenza, l’Italia interverrà a
fianco della Germania. Il senso reale della lettera del duce a Hitler è chiaro: egli voleva preparare il
terreno per rimanere fuori dal conflitto, senza rompere con la Germania e sperando ancora di porsi
come mediatore. A sconvolgere i suoi patti venne il patto tedesco- sovietico. L’intensificarsi dei
rapporti con Londra e l’atteggiamento del re, nettamente ostile ad un intervento in guerra, convinsero
Mussolini che fosse opportuno far sapere a Hitler che, se fosse scoppiato un conflitto generale iniziato
dalla Germania, l’Italia non vi avrebbe preso parte. Se il conflitto fosse rimasto localizzato, l’Italia
avrebbe dato alla Germania ogni forma di aiuto politico, economico richiesto. L’intervento dell’Italia
poteva essere immediato se la Germania avesse fornito subito i mezzi bellici e le materie prime per
sostenere il conflitto. Dalla Germani arrivò allora la richiesta di specificare i mezzi bellici e le materie
prime di cui l’Italia necessitava: Ciano e Mussolini si trovarono a dover redigere in fretta e furia una
lista di richieste per il primo anno di guerra così esagerata che neppure con la buona volontà i tedeschi
avrebbero potuto soddisfarle. Formalmente Mussolini e Ciano erano riusciti ad evitare di dover entrare
in guerra senza dover denunciare il patto d’acciaio, ma questo non evitò di suscitare la diffidenza dei
capi nazisti. Il problema più importante diventava ora quello dei rapporti con l’Inghilterra, che si
mantennero buoni: l’obiettivo di Londra era quello di incoraggiare l’Italia a non seguire la Germania e,
possibilmente, di servirsi dei buoni uffici di Mussolini per cercare di indurre Hitler a desistere dai suoi
propositi aggressivi, nonostante a Londra nessuno si fidasse più di Mussolini. Egli, in un primo tempo si
limitò a fare pressioni su Varsavia perché accedesse alle richieste tedesche, poi si decise a fare un
passo su Hitler per caldeggiare una favorevole presa in considerazione delle ultime proposte di
soluzione della crisi fatte da Londra. Il 31 agosto Mussolini decise di impegnarsi più a fondo: Ciano
convocò gli ambasciatori inglese e francese e comunicò loro l’intenzione del duce di convocare per il 5
settembre una conferenza alla quale partecipassero Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Polonia,
URSS e Spagna allo scopo di rivedere le clausole del trattato di Versaglia che sono la causa dell’attuale
turbamento della vita europea. I tedeschi non ne erano ancora stati informati, perché Mussolini voleva
avere il preventivo consenso di Londra e Parigi, in modo che Hitler non potesse rifiutare. All’alba del 1°
novembre, quando le truppe tedesche varcarono la frontiera polacca, a Roma non era giunta alcuna
risposta. Il governo inglese dichiarava il suo apprezzamento per gli sforzi di Mussolini per evitare un
conflitto, assicurava di esaminare la proposta, ma aggiungeva che l’azione militare intrapresa dalla
Germania faceva temere che fosse impossibile procedere su questa linea. Tra il 2 e il 3 settembre, a
causa dell’intransigenza inglese più che tedesca, naufragò la mediazione italiana. Il giorno dopo la
seconda guerra mondiale sarebbe iniziata. Ufficialmente gli italiani seppero che l’Italia sarebbe rimasta
neutrale solo nel pomeriggio del 1° settembre da un comunicato. Mussolini, in vista della dichiarazione di
neutralità, aveva sollecitato a Hitler un’attestazione della sua lealtà verso di lui da poter usare come
giustificazione alla sua decisione, e che il Fuhrer gli mandò. Mussolini era preoccupato di doversi
difendere dall’accusa di esser venuto meno ai patti contratti con la Germania, di essere ostile verso la
Francia e da nessuna intenzione di staccarsi dalla Germania. Il dramma della non belligeranza nasceva
dalla non belligeranza stessa. Mussolini era intenzionato a sfruttare la neutralità italiana per fare buoni
affari e per rafforzarsi economicamente e militarmente. Prima di tutto perché la situazione economica
era gravissima sotto il profilo finanziario: il bilancio dello stato versava in condizioni drammatiche. In
secondo luogo perché l’idea del duce era che prima o poi l’Italia sarebbe dovuta scendere in guerra
contro gli anglo- francesi, ma con propri obiettivi, con una propria strategia e in autonomia dalla
Germania, rispetto alla quale avrebbe dovuto condurre la propria guerra parallela. La posizione di
Mussolini era diversa da quella di Ciano: per il ministro degli esteri la non belligeranza doveva essere il
primo passo per poi sganciarsi completamente dalla Germania. Mussolini, pur sentendosi tradito, non
pensò mai di rompere l’alleanza con la Germania, perché avrebbe voluto dire mettersi in aperto
contrasto con Hitler e passare dall’altro campo e questo avrebbe comportato sicuramente al guerra
immediata con la Germania, che l’Italia avrebbe dovuto sostenere da sola. Il comportamento tedesco
poteva e doveva implicare un mutamento di prospettiva dell’alleanza e una maggiore autonomia dell’Italia
rispetto alla Germania e ai suoi obiettivi di guerra. La decisione di intervento in guerra avvenne il 10
giugno ’40, nonostante fosse evitabile, perché fu il duce a volerlo e perché, una volta realizzato cercò di
dargli un carattere particolare, cioè quello della guerra parallela. Ciano, sino alla vigilia dell’intervento,
cercò un accordo con gli inglesi, arrivando a compiere passi diretti nettamente contro i tedeschi:
informò i sovietici che i tedeschi fornivano armi alla Finlandia, fece informare la stampa francese e
americana delle atrocità che i tedeschi stavano compiendo in Polonia, fece sapere alla principessa belga
che nei piani tedeschi rientrava l’invasione del Belgio. Mussolini non avrebbe voluto affatto antrare per
il momento in guerra e mirava essenzialmente a rinviare il più possibile il giorno dell’intervento, e ciò per
avere il tempo necessario per rafforzarsi il più possibile militarmente ed economicamente, perché nel
frattempo o si sarebbero aperte nuove strade per una pace di compromesso e per una sua mediazione
oppure il protrarsi del conflitto avrebbe indebolito entrambe le parti in lotta, così da poter scegliere il
momento per lui più vantaggioso per decidere le sorti del conflitto. Al patto germano- sovietico
seguirono i patti di non aggressione imposti dall’URSS alla Lituania, Lettonia ed Estonia, indici della
volontà di Mosca di incorporare i tre paesi baltici, l’attacco alla Finlandia che si era rifiutata di cedere
alle pretese sovietiche. Fu di fronte a questi fatti che, all0inizio del ’40, prese corpo in Mussolini l’idea
di una guerra parallela. Mussolini era sicuro della bontà della sua scelta e dei suoi propositi: aver scelto
la non belligeranza gli pesava psicologicamente, lo umiliava in certi momenti perché l’immagine del
fascismo in cui egli credeva, virile, guerriera, con la quale la neutralità non aveva nulla a che vedere,
appariva ai suoi occhi come una diminuzione morale più che politica. Il controllo marittimo dei traffici
commerciali attuato da Londra per bloccare il commercio estero tedesco rendevano l’Italia sempre più
dipendente dalla Germania e diminuivano i margini della possibilità di protrarre la non belligeranza il più
a lungo possibile e di scegliere liberamente il momento per l’intervento. Uno dei motivi dello scontento e
dell’irritazione di Mussolini era la sua convinzione di dover assolvere una missione che solo lui poteva
realizzare. Il compito del partito doveva essere quello di spingere al massimo l’organizzazione del
popolo, risvegliarne lo spirito guerriero, combattere tutte le file pacifiste e quelle favorevoli agli anglo-
francesi. Inoltre, costretto a non partecipare al conflitto, il duce si sentiva umiliato e sentiva attorno a
sé voci che volevano convincerlo a non entrare in guerra neppure in futuro e, se mai, di farlo, contro la
Germania. C’era comunque la convinzione che, in ogni caso, il tradimento dell’alleanza, anche se fosse
riuscito vantaggioso per l’Italia, avrebbe provocato la fine del fascismo e Mussolini non lo poteva
accettare, perché il fascismo si identificava ormai con la nuova civiltà e con la missione storica che
l’Italia doveva assolvere in essa. Sino al crollo della Francia, Ciano ebbe fiducia di poter evitare un
intervento dell’Italia in guerra a fianco della Germania e sperò che si potesse verificare qualche fatto
nuovo che inducesse Mussolini a desistere da tale idea. Il re sperava in un ritiro con tutti gli onori di
Mussolini e di una sua sostituzione con un altro esponente fascista che fosse espressione del partito
antitedesco. In politica interna, l’annuncio della non belligeranza diede l’avvio ad un rafforzamento delle
posizioni antinterventiste e antitedesche; da qui la necessità di un vasto avvicendamento di un po’ tutti
i vertici, che Ciano sfruttò per insediare uomini suoi o legati a lui. L’allontanamento di Starace fu
guardato in modo positivo, con la speranza di un cambiamento, visto che egli era filotedesco, ma anche
con la speranza di un rilancio del PNF che offrisse al regime lo strumento necessario per superare le
difficoltà del momento e per stabilire un nuovo rapporto con il paese. La decisione di togliere Starace
dal PNF, nominato poi capo di stato maggiore della MVSN, non fu facile per Mussolini, ma fu una scelta
politica: Ciano era contro di lui, ma in agosto Starace aveva assicurato a Mussolini che la maggioranza
del paese era favorevole all’Asse e all’intervento, mentre Bocchini gli riferiva tutto il contrario. Questo
era un fatto gravissimo e come segretario del PNF fu nominato Muti, un clamoroso fallimento. Starace
era comunque stato il miglior segretario che il partito potesse mai avere: era riuscito ad impedirne
l’afflosciamento e si era sforzato di dargli ancora una funzione. Nelle mani di Muti il PNF perse quel
minimo di funzione che sin lì aveva avuto. Né la scelta di Muti si rivelò utile a Ciano sotto il profilo della
sua politica antitedesca, perché il nuovo segretario era privo di idee chiare e troppo desideroso di fare
da sé: conseguenza fu la confusione fu più totale all’interno. L’aspetto più positivo del rimpasto di fine
ottobre fu la nomina di Pavolini a ministro della cultura popolare, la cui azione fiancheggiò
perfettamente quella di Ciano e si allineò a quella di Mussolini. La direttiva portante di tutti gli sforzi di
Pavolini era quella di operare soprattutto sul fronte interno per contenere e combattere le oscillazioni
e gli sbandamenti verificatisi tra la fine di agosto e la prima quindicina di settembre, per il timore di un
intervento in guerra e ciò valorizzando in tutti i modi l’opera attenta e responsabile di Mussolini,
insistendo sull’estrema gravità del momento e sulle difficoltà che esso determinava nella vita di tutti i
paesi, mettendo l’accento all’impegno civile e sociale della politica fascista in tutti i settori della vita
nazionale e coloniale, sollecitando il formarsi di un atteggiamento di antipatia e ostilità per l’altro e non
dando l’impressione dell’imminenza del fatto bellico o della richiesta popolare della guerra. La
convinzione più diffusa era che se Mussolini non era ancora intervenuto nel conflitto era solo a causa
dell’assoluta impreparazione militare italiana, ma che, primo o poi, l’Italia sarebbe stata portata da lui in
guerra. L’antifascismo organizzato versava in una crisi profonda: mai completamente scompaginato
dall’azione repressiva della polizia, era ridotto a piccoli gruppi di militanti senza collegamenti tra loro
ed era annichilito e lacerato dal trauma del patto tedesco- sovietico. Bocchini utilizzò l’apparato
repressivo del regime sorvegliando, intervenendo solo in casi gravi ed evitando che si diffondesse
l’impressione che esistesse un movimento di opposizione. La funzione di punta all’interno della stampa
ebbe la rivista personale di Mussolini, Gerarchia, che insisteva costantemente sul rapporto guerra-
rivoluzione. Gli oppositori della rivoluzione erano i borghesi, i ricchi che si opponevano anche alla guerra
e parteggiavano per gli anglo- francesi per paura del bolscevismo, ma anche del fascismo delle origini.
L’intervento italiano avvenne in un contesto particolare, in gran parte condizionato dall’inatteso e
drammatico crollo della Francia e dalla convinzione che il conflitto fosse ormai deciso e prossimo a
concludersi. I nove mesi della non belligeranza possono essere suddivisi in due parti, che hanno come
spartiacque l’inizio, in aprile, dell’offensiva tedesca in Occidente. Nel primo di questi periodi, Mussolini
non si pose mai realmente il problema dell’intervento e credette di poter protrarre la non belligeranza
per tutto il tempo desiderato e sperò in una pace di compromesso che avrebbe reso inutile l’intervento
dell’Italia; i rapporti furono migliori in questo periodo con gli anglo- tedeschi che non con i tedeschi,
mentre i rapporti con la Santa Sede migliorarono, anche il seguito alla solenne visita, il 21 dicembre, del
re e della regina al pontefice e, la settimana dopo, di Pio XII al Quirinale. I rapporti con la Germania,
che il 25-26 agosto avevano rischiato la rottura, segnarono una ripresa formale, dovuta soprattutto ai
tedeschi che, avendo deciso di fare buon viso a cattivo gioco e di ricucire l’alleanza, si adoperarono per
sdrammatizzare i rapporti con Roma, consapevoli che in Italia quasi tutti erano loro contrari. Se la
Germania fosse stata sconfitta, i programmi imperiali di Mussolini e lo stesso regime non avrebbero più
avuto futuro. Altri punti di costante frizione erano costituiti dalla lentezza e dalle difficoltà con cui
procedevano i negoziati per rendere esecutiva la sistemazione della questione altoatesina, l’accentuato
atteggiamento antisovietico della stampa italiana, la resistenza passiva dell’Italia a fare da ponte alle
importazioni tedesche rese impossibili dal blocco marittimo anglo- francese, le forniture di materiale
bellico o comunque utili per lo sforzo bellico che l’Italia faceva all’Inghilterra e alla Francia, il rifiuto di
Roma di porsi alla testa di una decisa azione comune dei neutri contro il blocco e l’arma utilizzata dalla
Germania che teneva in scacco l’Italia, e cioè i rifornimenti di carbone. Secondo gli accordi firmati in
febbraio, la Germania doveva fornire all’Italia il carbone, ma tali forniture furono sospese in ottobre, a
causa, a detta dei tedeschi, di mancanza di vagoni ferroviari per il trasporto. L’Italia dovette ottenere
quindi l’intensificazione dei rifornimenti tedeschi via terra e sviluppare quelli dell’Inghilterra. Il nodo
dei rifornimenti tedeschi non venne risolto e divenne anzi una delle armi maggiori in mano ai tedeschi,
dato che Londra non era disposta ad aiutare Mussolini. Gli inglesi avevano accolto con sollievo la non
belligeranza, convinti dell’opportunità di favorirne il mantenimento per tutto il tempo necessario a
Mussolini per prendere la decisione finale, ma ciò non doveva comportare concessioni. La linea di
condotta del Foreign Office e del governo inglese durante la non belligeranza fu impronta su pochi ma
chiari concetti: nessuna provocazione verso l’Italia, ottimi rapporti formali, nessuna concessione. Gli
inglesi puntavano tutto sui rapporti commerciali con l’Italia e sull’utilizzazione dell’arma del blocco
marittimo per influire sull’atteggiamento italiano, condizionare e indebolire il potenziale economico per
evitare che diventasse il tramite per i rifornimenti ai tedeschi. Il governo e gli ambienti militari
francesi, dopo lo scoppio della guerra, vedevano acuirsi i contrasti sull’atteggiamento da tenere verso
l’Italia. La non belligeranza era per loro fondamentale per allontanare Mussolini dalla Germania e per
rafforzare le tendenze ad un accordo che rendesse la neutralità definitiva e lo spingesse a schierarsi
con gli anglo- francesi. Tra Parigi e Roma furono incrementate sin da settembre, le relazioni
economiche in tutti i settori, compreso quello bellico, a differenza della posizione presa da Londra. Da
parte italiana non fu mai data alcuna risposta, neppure un riscontro che potesse far pensare ad una
disponibilità a trattare. Per Mussolini, lo scoppio improvviso della guerra aveva fatto passare in secondo
piano le rivendicazioni verso la Francia. Nella nuova situazione, una ripresa o una conclusione positiva dei
negoziati avrebbero avuto per il duce un valore negativo, perché gli avrebbero legato ulteriormente le
mani e l’Italia si sarebbe trovata esposta alla vendetta del vincitore, chiunque fosse questo. In Italia e
all’estero, il fatto che l’ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio non parlasse esplicitamente di
neutralità e confermasse l’alleanza con la Germania aveva costituito una delusione. Fuori dall’élite del
regime, nel paese, la figura di Ciano era così screditata che coloro che non condividevano la politica di
Mussolini avevano comunque più fiducia in lui che nel genero, che consideravano come uno strumento
passivo della volontà del duce o la causa di molti dei suoi errori. Fu questo che spinse Mussolini a
riprendere personalmente la guida della politica estera. Nella riunione del Gran Consiglio dei ministri del
23 gennaio ’40, quella dedicata ai problemi militari e nella quale accennò alla sua teoria della guerra
parallela e si soffermò su due questioni: quella delle gravi difficoltà create dal blocco marittimo e
quella di sbarrare le frontiere, soprattutto quella Nord, munendole di fortificazioni. Esse provano che
Mussolini si rendeva conto che, dato il blocco marittimo e l’atteggiamento inglese verso l’Italia, il
riarmo italiano non sarebbe potuto avvenire nei tempi inizialmente previsti; nonostante ciò non pensava
ad abbreviare i tempi della non belligeranza e a schierarsi entro breve tempo a fianco della Germania e
temeva che i tedeschi volessero forzargli la mani e passare all’azione contro di lui. Da qui la necessità di
muoversi in tempo utile per esercitare una decisa azione volta ad indurre Hitler a fargli tentare una
vera mediazione e a farlo desistere da ogni proposito di ripresa in grande stile della guerra, che
avrebbe reso il negoziato impossibile. Questo è il motivo per cui Mussolini riprese i contatti con Hitler
e non si sganciò da lui. Il 5 gennaio anzi gli inviò una lettera che sembrava rimettere tutto alla
coscienza e alle decisioni di Hitler, ma era un’offerta di mediazione che però avanzava due proposte
precise: ricostruire una parvenza di stato indipendente polacco e di non prendere alcuna iniziativa
militare ad ovest. Solo che Mussoloni, temendo un no come risposta, non le prospettava chiaramente,
ma le lasciava cadere quasi inavvertitamente parlando degli argomenti della propaganda franco- inglese,
dei suoi effetti e di come controbatterla. La lettera produsse profonda impressione a Berlino e non
servì ad indurre Hitler a revocare le sue disposizioni per l’offensiva contro la Francia. In più, la
convinzione in essa espressa da Mussolini che la Germania non potesse battere l’Inghilterra e la Francia
aumentò i timori e i sospetti sul reale atteggiamento dell’Italia e sull’effettiva capacità di Mussolini di
aver ragione dell’opposizione interna all’intervento italiano e fece sorgere il dubbio che il
comportamento italiano di fine agosto, piuttosto che dall’impreparazione militare, fosse stato dovuto da
tale opposizione e che la cosa potesse ripetersi. Per due mesi la lettera non ebbe risposta, ma il 10
marzo Ribbentrop arrivò a Roma con un invito per un incontro tra i due dittatori al Brennero, durante il
quale Hitler aveva quattro buoni motivi per indurre Mussolini a definire la sua posizione e a prendere
precisi impegni:
1) si stava concludendo il conflitto finno- sovietico e con esso sfumava l’intervento militare anglo-
francese in aiuto della Finlandia, che avrebbe impresso al conflitto anglo- franco- tedesco un
carattere nuovo e potuto costituire per l’Italia un serio motivo ideologico- politico per
denunciare il patto d’acciaio, mentre ora la conclusione della pace tra URSS e Finlandia avrebbe
portato ad una drammatizzazione dell’atteggiamento italiano verso l’Unione Sovietica;
2) era chiaro il fallimento del viaggio in Europa di Summer Welles, a cui Roosvelt aveva dato
l’incarico di cercare di stabilire quali erano le effettive vedute tedesche, francesi, inglesi e
italiane;
3) le sempre maggiori difficoltà nelle quali si trovava l’Italia per effetto del blocco marittimo, che
aveva risvegliato ostilità e rancore verso gli inglesi, dato che esso pesava notevolmente
sull’economia italiana. Mussolini doveva decidere entro breve tempo se ridursi a dipendere quasi
completamente dai rifornimenti tedeschi di carbone via terra o accettare di fornire agli inglesi;
4) l’intervento anglo- francese in guerra era stato per Hitler una sorpresa che aveva sconvolto i
suoi piani e aveva determinato il suo allontanamento dalla politica. Ciò che gli appariva essenziale
era raggiungere al più presto la vittoria perché ora il tempo giocava contro la Germania e
l’atteggiamento dell’Italia e la sua partecipazione al conflitto al suo fianco dipendevano solo
dall’esistenza di Mussolini. Da qui la decisione, appena finita la campagna di Polonia, di procedere
subito all’attacco della Francia.
La data dell’offensiva contro la Francia era stata fissata per la metà di novembre del ’39, ma era stata
rinviata in primavera a causa del maltempo e per motivi tecnici. Quando Mussolini aveva scritto a Hitler,
questi pensava che l’offensiva fosse imminente e trovava pericoloso iniziare una discussione con
Mussolini, così decise di non rispondere e rimandare il problema. Ma ora diventava necessario risolvere
il problema dell’atteggiamento italiano, sia per il contributo che l’Italia poteva dare alla campagna di
Francia, sia perché il Fuhrer, pur avendo fiducia in Mussolini, non ne aveva rispetto alla sua libertà di
movimento con la corona e il partito antitedesco. La lettera di risposta di Hitler ribatteva
indirettamente agli argomenti del duce e ribadiva che l’esito della guerra avrebbe deciso anche il
futuro dell’Italia, a sottolineare la certezza di Hitler nella vittoria finale e nella necessità di
conseguirla ad ogni costo. C’era piena comprensione per l’atteggiamento e le decisioni di Mussolini
dell’agosto e riconoscimento dello sgravio che essi costituivano per lo sforzo bellico tedesco e piena
disponibilità per aiutare l’Italia con il carbone. Comunque Hitler era più che deciso ad attaccare in
occidente e nulla lo avrebbe fatto desistere. Mussolini aveva precisato che egli sarebbe entrato in
guerra solo quando fosse stato completamente preparato, in modo da non essere di peso al compagno,
ma egli pensava ancora di poter dissuadere Hitler al Brennero e di poter ottenere da lui una sorta di
autorizzazione a non intervenire anche in questo caso. L’incontro al Brennero avvenne il 18 marzo e
cercò di dissuadere Hitler dal lanciare subito l’offensiva contro la Francia, ma Hitler lo indusse a
definire il suo atteggiamento sostenendo che, sul punto di crollo della Francia, l’intervento italiano
sarebbe stato per lui importante e decisivo per indurre i francesi e gli inglesi a rinunciare alla lotta. Le
posizioni rimasero invariate dopo l’incontro. Se la Germania avesse vinto senza l’aiuto italiano, le
rivendicazioni italiane sarebbero sfumate e con esse la missione dell’Italia fascista e il suo prestigio
personale e la posizione dell’Italia sarebbe rimasta quella di una potenza di secondo ordine. Da qui il
rafforzarsi nel duce del suo filogermanesimo, che era una somma di ammirazione mista a timore per la
potenza tedesca e di ostilità verso Francia e Inghilterra, esasperata dal blocco marittimo. Anche dopo
l’attacco tedesco alla Danimarca e alla Norvegia, il 21 aprile, Mussolini aveva ordinato di accelerare la
preparazione italiana, ma aveva precisato che occorreva mantenersi calmi ed essere pronti. E’ in questa
luce che si devono vedere la decisione di entrare in guerra ufficialmente, quando fosse il momento
opportuno, e il suo dare via libera a Ciano per un nuovo ed esplicito passo che convincesse Londra ad
autorizzarlo ad agire su Hitler per indurlo ad una pace di compromesso. La prima decisione si
concretizzò a fine marzo, nel promemoria segretissimo destinato a Ciano, al sovrano, a Badoglio ecc. e
nel quale il duce espose i motivi per i quali l’Italia non si sarebbe potuta tirare indietro dall’entrare in
guerra a fianco della Germania e indicò l’atteggiamento delle forze armate su vari fronti. Pur
raccogliendo il consenso di tutta la classe dirigente, Ciano non fu mai in posizione antagonistica al duce,
un po’ perché non ne aveva la tempra e la capacità e un po’ perché era troppo devoto. Ma nessuno ebbe il
coraggio di assumere il ruolo di antagonista, nemmeno il re, che si mantenne in attesa, limitandosi ad
un’azione passiva di freno, che non permise a nessun di quelli che guardava al sovrano per compiere
qualche azione, di realizzare un’azione contraria a Mussolini. L’annuncio dell’attacco contro la Danimarca
e la Norvegia, datogli da Hitler il 9 aprile, quando le operazioni erano già iniziate, colse Mussolini di
sorpresa e si dovette rendere conto che l’attacco tedesco rendeva impensabile una pace di
compromesso e più difficile per lui rimanere fuori dal conflitto. Le voci dei successi tedeschi in
Scandinavia e della certa violazione della neutralità olandese e belga quando Hitler fosse passato
all’attacco contro la Francia, se non modificarono la posizione del duce, resero però più importante
l’elemento della paura dei tedeschi, che per vendicarsi del suo tradimento di agosto e per mettere fine
al suo atteggiamento e per assicurarsi basi e rifornimento preziosi potessero attaccare anche l’Italia.
L’11 aprile Mussolini assicurò a Hitler che il giorno dopo la flotta sarebbe stata a sua completa
disposizione, fece imprimere un atteggiamento sempre più filotedesco alla stampa e a tutti i mezzi di
informazione di massa, terminarono le prese di posizione e le polemiche contro il razzismo nazista, il
tono delle relazioni con Londra e Parigi divenne freddo, a Berlino l’ambasciatore Alfieri fu sostituito
con Attolico dopo la richiesta tedesca. A metà aprile si parlava sempre più insistentemente di un
prossimo intervento italiano e ci furono espliciti passi per tenerlo fuori dal conflitto. Il primo fu fatto
dalla Francia, poi da Pio XII e il 29 aprile da Roosvelt, che si concentrò sull’incertezza dell’esito della
guerra e la possibilità che, grazie all’influenza degli USA e dell’Italia si potesse ancora raggiungere una
pace negoziata. Mussolini si sforzava di dare la colpa agli anglo- francesi a causa del blocco marittimo.
Anche all’interno del regime ci furono persone, soprattutto militari, che cercarono di influire su di lui
per convincerlo a non entrare in guerra. Grandi fu l’unico che fece realmente un passo e consigliò al
duce di aspettare almeno che si definisse la posizione dell’URSS, che sinora era la grande incognita. In
questo contesto confuso e deteriorato, il 10 maggio, giunse la notizia dell’inizio dell’attacco tedesco
contro la Francia.

L’INTERVENTO
Il 10 maggio, i tedeschi, consci del fatto che l’Italia aveva avvertito il Belgio che l’invasione rientrava
nei loro piani, decisero di mantenere il riserbo più assoluto, quindi Hitler fu costretto a giustificarsi in
qualche modo con il duce, sostenendo di aver preso la sua decisione solo dopo che negli ultimi giorni
erano aumentate le notizie che davano l’Inghilterra decisa ad occupare l’Olanda. La notizia dell’inizio
dell’offensiva non fece alcun piacere al Mussolini e intanto il momento dell’intervento si avvicinava.
Nelle sue lettere Hitler non tornò più sull’argomento dell’intervento italiano, ma continuava a fare una
cronaca esaltante e dettagliata dei successi delle sue truppe. Le reazioni alla notizia furono molteplici:
il desiderio di partecipare al conflitto che ormai Mussolini sentiva come decisivo per l’Europa e per
l’Italia, lo scetticismo sulle possibilità dei tedeschi di riportare una vittoria decisiva, la convinzione che
se negli USA erano decisi ad aiutare le democrazie lo avrebbero fatto subito, per impedire la loro
sconfitta sul continente, la volontà di intervenire solo se fosse stato sicuro della vittoria finale su
tempi brevi, la paura che un ritardo nell’intervento rendesse il suo apporto alla vittoria irrilevante e
diminuisse il suo peso al tavolo della pace, l’irritazione suscitata in lui dall’opposizione all’intervento, che
gli facevano desiderare di metterle a tacere. Con l’inizio della campagna di Francia, gli sforzi per
trattenere Mussolini dal seguire la Germania ripresero: Churchill scrisse a Mussolini a tale proposito a
metà maggio, perché anche Londra non era pienamente convinta del suo intervento. Le risposte di
Mussolini confermavano che l’Italia voleva rimanere fedele alla scelta di campo fatta con l’alleanza con
la Germania e agli obblighi che essa comportava, ma neppure Mussolini era ancora certo che fosse
venuto il momento giusto per intervenire: sino al 27- 28 maggio egli si preoccupò soprattutto della
preparazione morale degli italiani e di ottenere dal re il comando delle forze armate. Il duce conosceva
perfettamente l’estrema impreparazione militare italiana e la sua impossibilitò a sostenere una guerra
che si prospettava lunga e ciò era stato, un anno prima, uno dei motivi della non belligeranza. Ma ora la
situazione appariva mutata: più passavano i giorni, più la Francia sembrava sul punto di essere sconfitta.
In questa prospettiva la guerra sembrava avviarsi ad una rapida conclusione. La decisione di Mussolini
dipendeva solo dall’andamento della lotta in corso in Francia. Il vero problema era ora quello della scelta
del momento giusto per intervenire: non prima che la sconfitta francese fosse sicura, non dopo che
fosse già sconfitta e tale da rendere il suo intervento inutile. Mussolini si adoperò a ottenere il
comando supremo delle forze armate, un po’ per gelosia di Hitler; inoltre, a guerra finita, egli era
deciso a farla finita con la monarchia. Il sovrano cercò di tergiversare, ma alla fine dovette capitolare;
per non cedere del tutto ricorse però all’espediente di mantenere formalmente il comando supremo e di
affidare al duce solo il comando delle truppe operanti su tutti i fronti. Vittorio Emanuele III finì per
accettare l’intervento poiché i successi tedeschi scossero anche lui, ma rimase sempre contrario.
L’opinione pubblica diventò euforica alla prospettiva di facili vittorie, ma allo stesso tempo preoccupata
che se non fosse intervenuta, entro poche settimane sarebbe stata invasa dai tedeschi. Mussolini
utilizzò la stampa e la radio per sensibilizzare le masse: l’iniziativa di maggior rilievo fu la diramazione
del rapporto Pietromarchi del capo dell’ufficio guerra economica, in cui erano esposti in modo
dettagliato dei danni provocati all’economia italiana dal blocco marittimo. Esso ebbe vasta risonanza tra
l’opinione pubblica, ma più che eccitare gli animi contro Francia e Inghilterra, li depresse e fu inteso
come l’annuncio di nuovi drammatici fatti. La violazione della neutralità belga, olandese e
lussemburghese risvegliò in molti il ricordo del ’14 e suscitò una psicosi antitedesca, ma di fronte al
succedersi delle vittorie tedesche l’opinione pubblica divenne interventista, anche se con atteggiamenti
differenti. Ostili ad ogni prospettiva di partecipazione italiana alla guerra rimanevano le zone
contadine, quelle dove più forte era la presenza cattolica, e a Milano; ostile era anche la grande
borghesia, per tradizione, cultura, interesse, la classe operaia, che considerava la guerra un affare
privato del fascismo. Nel ’39 e nel ’40 la massima opposizione all’intervento era stata costituita dagli
ambienti siderurgici e dai metalmeccanici che, preoccupati dalla politica economica tedesca, avevano
appoggiato Ciano, ma avevano dovuto rassegnarsi. Il conflitto tra la Germania nazista e i suoi avversari
non aveva ancora assunto un carattere ideologico e di contrapposizione radicale, morale e politica, che
avrebbe portato i paesi coinvolti a mettere in discussione l’idea stessa di patria. Il 30 maggio Mussolini
inviò una comunicazione ad Hitler con l’intenzione di entrare in guerra. La vera decisione fu presa il 28
maggio. Nonostante il fallimento dei tentativi di Roosvelt e Churchill del 14 e 16 maggio, di fronte al
precipitare della situazione militare, Parigi non si rassegnava a rinunciare del tutto alla speranza di
giungere ad un qualche accordo in extremis con Mussolini: ricevendo delle soddisfazioni nel
Mediterraneo, il duce avrebbe potuto agire da moderatore su Hitler, ma soprattutto gli inglesi erano
restii a fare concessioni, quindi non si procedette oltre. Mussolini probabilmente non avrebbe cambiato
idea nemmeno se gli avessero offerto la Tunisia, l’Algeria e il Marocco. A determinare la decisione di
entrare in guerra il 28 maggio concorsero vari motivi, ma questi furono quelli decisivi: l’ormai chiaro
delinearsi della sconfitta alleata in Francia, la paura dei tedeschi in lui sempre più forte e l’andamento
dei due colloqui che Ciano aveva avuto il 27 maggio con gli ambasciatori statunitense e francese. Dal
primo Mussolini trasse la certezza che se Roosvelt si impegnava con tanta insistenza per tenere l’Italia
fuori dal conflitto, ciò significava che l’intervento italiano avrebbe avuto un ruolo effettivamente
determinante e che gli USA non volevano o non potevano entrare in guerra. Due giorni dopo aver
informato Hitler della sua decisione, Ciano sottoponeva al re la formula della dichiarazione di guerra e
Vittorio Emanuele III l’approvava. Sino alla fine i tedeschi avevano temuto che Mussolini, invece che
intervenire al loro fianco contro Inghilterra e Francia, potesse approfittare della situazione per
attaccare la Iugoslavia. Un0azione simile nei Balcani avrebbe offerto all’URSS il destro per intervenire
a sua volta nella regione. Hitler chiedeva a Mussolini di posticipare la data dell’intervento del 5 giugno,
ma il 2 giugno tale richiesta veniva ritirata e anzi, si chiedeva un anticipo, ma la risposta fu negativa. Il
duce voleva parlare al popolo italiano il 10 giugno, dopo la consegna della dichiarazione di guerra agli
ambasciatori inglese e francese. Nell’ultima settimana di pace, l’unico campo di grande attività fu quello
della preparazione morale degli italiani: non si faceva più mistero che si fosse alla vigilia dell’intervento,
che avrebbe avuto un carattere nuovo. Il 10 giugno, alle sedici e trenta, Ciano convocò a palazzo Chigi
gli ambasciatori francese ed inglese e comunicò loro la dichiarazione di guerra. Alle diciotto, Mussolini,
dal balcone di palazzo Venezia, Mussolini annunciò l’avvenuta dichiarazione di guerra ai romani e la radio
trasmise il suo discorso in tutto il paese. Francois- Poncet sostenne la pugnalata alla schiena di un
paese, la Francia, ormai a terra. Mussolini condusse il popolo italiano ad una lotta mortale contro
l’Impero britannico e privò l’Italia dell’amicizia e della simpatia degli USA. Dopo diciotto anni di potere
senza controllo, egli condusse il paese sull’orlo della rovina.