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Il libro

Q uarto e ultimo volume de Gli italiani in Africa Orientale.


Analizza gli avvenimenti drammatici che si sono svolti fra il
1943 e il 1983 in Etiopia, Eritrea e Somalia, e che hanno inciso
profondamente sulla vita delle rispettive comunità italiane d’Africa.
Sulla scorta di ampie ricerche condotte negli archivi storici d’Europa e
d’Africa avvenimenti poco noti sono stati ricostruiti per la prima volta
nella loro completezza. Ma in questo volume Del Boca analizza anche un
altro fenomeno che è la nostalgia per le colonie, sentita in maniera
diversa, in epoche diverse, da ceti diversi. Un fenomeno che ha
motivazioni politiche, sentimentali, culturali che sono ancora radicate
in tutta la nostra società a tanti anni dalla de nitiva perdita delle
colonie.
L’autore

Angelo Del Boca (Novara, 1925), per anni inviato speciale in Africa e
Medio Oriente, ha insegnato Storia contemporanea alla facoltà di
Scienze politiche dell’Università di Torino. Già presidente dell’Istituto
storico della Resistenza di Piacenza e direttore di «Studi piacentini», è il
maggiore studioso del colonialismo italiano. Tra le sue numerose opere
si ricordano le fondamentali Gli italiani in Africa Orientale e Gli italiani
in Libia.
Angelo Del Boca

GLI ITALIANI IN AFRICA


ORIENTALE
4. Nostalgia delle colonie
GLI ITALIANI IN AFRICA ORIENTALE
Nostalgia delle colonie
Avvertenza

Nel licenziare questo quarto e ultimo volume della storia de Gli


italiani in Africa Orientale sento il dovere di ringraziare tutti
coloro, e sono centinaia, che hanno risposto al mio invito
fornendomi preziose testimonianze orali o scritte, interviste,
documenti, suggerimenti. Un particolare ringraziamento va
all’on. Giuseppe Brusasca per avermi aperto, senza condizioni, il
suo eccezionale archivio, oggi patrimonio della città di Casale
Monferrato.
Sono anche grato al governo della Repubblica Democratica
Somala, che mi ha posto nelle condizioni di compiere
importanti veri che nel paese e di prendere contatto, senza
alcun limite, con uomini e problemi. Sono altresì grato a tutti gli
etiopici — storici, docenti universitari, membri del COPWE,
funzionari, ex patrioti — che hanno favorito le mie ricerche nel
corso dei due ultimi viaggi che ho compiuto in Etiopia nel 1980
e 1982. Sono del pari riconoscente ai responsabili del ministero
degli A ari Esteri italiano per avermi consentito di proseguire i
miei scavi negli archivi della Farnesina. Non posso inoltre
dimenticare, per i suggerimenti che mi hanno dato, Giorgio
Rochat, Mario Buschi e l’ambasciatore ad Addis Abeba, Oliviero
Rossi. Sono in ne grato a mia moglie Paola per le ricerche che ha
condotto e la paziente lettura e revisione del manoscritto e delle
bozze.
Non potrei chiudere questa Avvertenza senza rivolgere un
ringraziamento particolare alla casa editrice Laterza, che mi ha
sempre sorretto, in questi anni di non facile lavoro, con la sua
costante collaborazione. Grazie alla sua ducia, potrò
completare la storia del colonialismo italiano con due nuovi
volumi dedicati alla presenza dell’Italia in Libia. Anche questa
volta, perciò, rivolgo un invito a mettersi in contatto con me
(Corso Inghilterra 19, Torino) a tutti coloro che hanno operato
in Libia, come militari, funzionari, professionisti, coloni, e che
ritengono di poter fornire testimonianze scritte od orali o altri
contributi sul periodo storico preso in esame, che va dallo
sbarco a Tripoli nel 1911 ad oggi.
Angelo Del Boca
Torino, maggio 1984
ABBREVIAZIONI

ACS Archivio Centrale dello Stato


MAI Ministero dell’Africa Italiana
ASMAI Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana
MAE Ministero degli A ari Esteri
ASMAE Archivio Storico del Ministero degli A ari Esteri
AB Archivio Brusasca
AFP Archivio della famiglia Piacentini
CB Carte Buschi
CP Carte Puglisi
CR Carte Romandini
CI Carte Iraci
DEPA Documentazione sull’Etiopia presso l’Autore
TaA Testimonianza all’Autore
PRO, FO Public Record O ce, Foreign O ce
Parte prima
LA FINE DI UN’EPOCA
I
Una battaglia inutile

Dal crollo del fascismo a Potsdam.


«Voi partite da una terra in cui avete operato — sotto la guida, il
controllo, l’incitamento del Regime e dei suoi organi — cose
semplicemente meravigliose. [...] Voi partite da una terra ove
avete prodigato le vostre energie e le vostre iniziative, ma
partire non signi ca lasciare. Come si può abbandonare un
Paese dove si sono a ondate così sane e salde radici, dove si è
creato un clima, un’atmosfera spirituale che è a ne al clima del
Paese d’origine, dove restano tanti vostri diletti?». Questo
messaggio, che vorrebbe essere di plauso e di incoraggiamento,
compare l’8 luglio 1943 sulla prima pagina de «Il Giornale
d’Italia», 1 un modesto foglio che viene stampato a bordo delle
quattro ‘navi bianche’ italiane 2 che stanno circumnavigando
l’Africa e riportano in patria 9.635 profughi dall’Etiopia,
dall’Eritrea e dalla Somalia. Poiché a bordo non ci sono altre
letture più stimolanti, è probabile che tutti quelli che sono in
grado di leggere continuino a scorrere l’articolo, che si intitola Il
vostro ritorno e che nella sua seconda parte illustra ai profughi
ciò che troveranno al loro sbarco: «L’Italia fascista e guerriera è
tutta in piedi: al lavoro, nei campi e nelle o cine, sui molteplici
fronti continentali e africani. Tutta in piedi: stretta intorno al
Duce, unita nel suo profondo spirito, perché la concordia
italiana, la risolutezza italiana, la ducia e la certezza italiane si
devono ricercare più nella profondità dell’anima che nelle
super ciali estrinsecazioni. L’Italia è più forte che mai oggi —
nei mezzi materiali e nelle energie morali — che al principio». 3
Ancora per qualche giorno, mentre le navi stanno solcando le
acque del Canale di Mozambico e poi quelle dell’Oceano
Atlantico, «Il Giornale d’Italia» pubblica qualche raro tra letto
sul tono di quello che abbiamo riportato, cercando di lenire le
ferite dei profughi con parole di ammirazione, con promesse,
incitamenti. Ma dopo il 25 luglio il giornale perde il suo
editoriale e, accanto al bollettino del Comando Supremo, non ci
sono che articoli vacui e occasionali, come rivelano i loro titoli:
Verdi e il Risorgimento, Tradizione guerriera degli Atenei d’Italia,
Enrico Nani, un signore dal bel canto. Così, nel silenzio, muore il
fascismo. Nel silenzio e nell’incertezza. Non ci sono, a bordo,
divisioni come nella penisola; gente che gioisce per la caduta del
tiranno e gente che freme per la sua sorte. A bordo delle quattro
motonavi c’è un pezzo d’Italia che ha creduto nel fascismo, che è
andato in Africa sotto la spinta del fascismo, che ha sopportato
le violenze della guerra in nome del fascismo, che ha cercato
rifugio in patria con dando nella generosità del fascismo. Che
c’è, invece, ora, nel destino di questi 9.635 profughi d’Africa?
Quelli che arrivarono prima di loro, con i primi due convogli,
furono ricevuti dai reali d’Italia, dalla principessa di Piemonte,
dalla duchessa d’Aosta, dal ministro Teruzzi. Chi andrà ora ad
incontrarli, il 2 settembre, quando sbarcheranno a Taranto? Chi
porterà loro il saluto di una patria, che è invasa da nord e da sud
da eserciti alleati e nazisti? Chi manterrà le promesse fatte a
questi profughi, che hanno portato in salvo soltanto la vita?
Il loro sbarco, frettoloso e in silenzio, ricorda quello, fatto di
notte a Napoli, dei soldati italiani caduti prigionieri ad Adua, nel
1896, e ricondotti in patria quasi di nascosto l’anno successivo,
4
dopo le umilianti trattative con Menelik. Anche nel 1943,
come nel 1897, l’Africa non è più di moda: è nita l’epoca delle
grandi avventure coloniali, della ricerca di «un posto al sole»,
della ricomparsa dell’impero «sui colli fatali di Roma». L’Africa
non ricorda che scon tte, rinunce, amarezze. L’Africa è
sinonimo di vergogna, di impreparazione, di dilettantismo. In
questo clima, di disfatta, i 9.635 profughi sbarcano a Taranto,
ospiti non graditi. Si aspettavano la tangibile riconoscenza della
patria fascista e invece, di lì a qualche giorno, apprendono dalla
voce del Maresciallo Badoglio che non esiste più né il fascismo
né lo stato, entrambi demoliti dalla guerra. «Una guerra —
scrive Badoglio, la sera dell’8 settembre, al governo del Reich —,
che è già costata all’Italia, oltre alla perdita del suo impero
coloniale, la distruzione delle sue città, l’annientamento delle
sue industrie, della sua marina mercantile, della sua rete
ferroviaria e in ne l’invasione del proprio territorio. Non si può
esigere da un popolo che continui a combattere quando
qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma nanco di
difesa, si è esaurita». 5
Quasi negli stessi giorni, uno degli arte ci dell’impero,
Giuseppe Bottai, chiuso nella propria casa di Roma per
«volontaria clausura», a da al diario i suoi pensieri sulla
tremenda notte del Gran Consiglio, sul crollo del fascismo e gli
anni della dittatura. Dai ricordi riemerge anche l’Etiopia, che
Bottai ha contribuito a sottomettere al comando del 527°
battaglione mitraglieri 6 e che ora riconosce essere stata una
conquista fatta «con un ritardo di mezzo secolo sulle altre
nazioni». 7 Su questa tardiva conquista torna pochi giorni dopo,
in occasione dell’assassinio, nella pineta di Fregene, dell’ex
segretario del PNF, Ettore Muti: «Lo ricordo in A rica, al campo
di Macallè, aviatore. Là io lo conobbi per la prima volta, ché con
questo squadrismo di sicari i miei contatti furono sempre
occasionali, scarsi, reciprocamente di denti. E, anche laggiù,
quel loro modo di fare la guerra, com’una partita sportiva, con
un coraggio che snaturava il sentimento umano no a
cancellarvi ogni traccia di commozione, di religiosa ‘pena’,
d’attonito stupore dinnanzi alla morte data o ricevuta, mi
ripugnava». Poi, come epita o, Bottai fa una descrizione del
cranio di Muti degna di un Lombroso: «Sulla sua testa piccola
tonda, e soda, rapata, secondo il costume dei tedeschi e dei
boxeurs, quel suo sguardo infossato sotto le orbite prominenti,
così destituite d’ogni nerbo di meditazione, d’osservazione, di
comprensione da apparire senza colore, neutre, d’un grigio
mimetico; quella sua fronte bassa, d’una bassezza
impressionante al punto da parer subito, al primo incontro, un
segno sinistro». 8
In settembre, quando è costretto a rifugiarsi in una cella del
convento di Palazzolo per sfuggire ai nazi-fascisti, Bottai torna a
ripensare all’Africa ascoltando Graziani alla radio: «Prima
dell’A rica, non l’avevo che a caso incontrato. Fu ad Addis
Abeba, verso la ne del maggio trionfale, che lo vidi apparire
sulla soglia della mensa di Badoglio. I due si abbracciarono; e,
forse, nell’abbraccio volevano so ocare, l’uno e l’altro, il dispetto
d’essersi conteso l’onore di giungere primo alla capitale del
Negus. Di cile maggior contrasto di sembianze: il piemontese,
testa rotonda, fronte a grondaia, occhi infossati, tutti circoli
chiusi, sfuggenti; il ciociaro, longilineo, tutto linee dritte e
scoperte, quasi frecce esprimenti l’interno carattere. Oggi, li
divide l’Italia divisa. E par di vederli alle opposte radio. Graziani
tutto scatti, bollori, ire, pugni sul tavolo, fremiti; Badoglio
emmatico, tutto calcoli, sguardi di soppiatto, nti sdegni e
stoccate di misura». 9 In uno di questi interventi, da Radio-Bari,
Badoglio accusa Mussolini di essere «il primo responsabile di
tutte le nostre sventure africane» e precisa: «Dopo la conquista
dell’Impero, l’Italia ed il suo popolo avevano lavoro per un secolo
almeno, per mettere questo Impero in completa fase di
produzione. Invece, sebbene non richiesto dai tedeschi,
Mussolini gettò il paese nella nuova guerra, non voluta, né
sentita da alcuno». 10
In questa Italia divisa e lacerata dalla guerra, il tema
dell’Africa scompare, a poco a poco, persino dalle polemiche,
soppiantato da altri argomenti di più bruciante attualità.
All’Africa pensano soltanto quegli italiani che nell’impero
hanno congiunti e sulla cui sorte nutrono apprensioni. Ed è per
le loro insistenze che tanto il governo di Badoglio che quello
della RSI riprendono il servizio di inoltro in Africa Orientale di
messaggi-radio. Sono decine, centinaia di migliaia di messaggi,
le cui copie ingialliscono oggi negli archivi della Farnesina. Un
mare di a etti, di angosce, di rimpianti, dal quale attingiamo
solo alcune gocce. Il 30 dicembre 1943, Nella Gastaldi, di Parma,
comunica a Luigi Torre, che sta ad Asmara: «Sono sempre in
attesa di tue notizie. La tua famiglia sta bene. Ho ricevuto il
baule vuoto. Pino cresce bene. Ti baciamo caramente». Il 3
gennaio 1944, l’alessandrina Piera Bonzani scrive al fratello
Giovanni, che vive a Mogadiscio: «Gesù Bambino guidi questo
messaggio no a te, portandoti il nostro vivo e costante amore e
l’augurio che sia l’ultimo che ci divide». Augusta Buzzetti, di
Varese, trasmette il 14 gennaio 1944 al marito, dottor Mario
Gervasini, queste parole: «Manda notizie, non so più nulla dal
giugno. Angelomario cresce come un rigoglioso ore, ti manda
tanti bacini». Il 15 febbraio 1944, Giulia Tagliavini comunica da
Reggio Emilia al glio Bruno Ligabue, che sta ad Asmara: «Privi
tue notizie. Ivo è con noi. Noi tutti bene. Per il bombardamento
tutti salvi». Da Parma, il 26 dicembre 1944, Tina Caggiati inoltra
ad Asmara questo messaggio, diretto al marito Ruggero: «Sono
preoccupata molto per te. Ti auguro ogni bene per le feste, unita
ai nostri cari bambini. Penso con gioia e rancore al Natale di un
anno fa. Baci e benedizioni». 11
Al di là di questo servizio umanitario e della scarsa assistenza
erogata dal FAMAI, 12 i governi del Nord e del Sud non fanno
altro per i profughi dall’Africa e per gli italiani che sono rimasti
intrappolati nelle colonie d’oltremare. Oltretutto il ministero
dell’Africa Italiana cessa pressoché di esistere con l’8 settembre.
Trasferito al nord e decentrato in varie località, il MAI segue la
sorte dell’e mera Repubblica Sociale, rivela una completa
ine cienza anche per la diserzione di buona parte del personale
e non fa neppure in tempo a far pervenire al pubblico il prodotto
della sua scarsa attività, cioè una serie di pubblicazioni di
propaganda coloniale. 13 Ciò che sembra più stare a cuore al
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Francesco Maria
Barracu, dal quale dipende l’Amministrazione coloniale, è il
ricupero dei cimeli che sono rimasti a Roma. Il 26 gennaio 1944
Barracu scrive infatti a Siniscalchi perché trasferisca
«tempestivamente» al Museo del Castello del Buon Consiglio di
Trento i seguenti oggetti: 1) la divisa insanguinata di
Graziani; 14 2) il trono del Negus; 3) «e quanto altro di etiopico
negussita di valore e di importanza storica». 15 Qualche
settimana dopo sollecita il trasferimento a Bogliaco dei
documenti con denziali sull’AOI, ossia 59 relazioni e 122
fascicoli «riservatissimi». 16
Ma se è facile, per Barracu, recuperare oggetti e documenti,
molto più arduo per lui si presenta il compito di far a uire al
nord il personale per ricostituire il MAI. Alle sue minacce di
esonerarlo se non si presenterà a Salò, il segretario generale di
colonia Mario Martino Moreno risponde che è malato, a itto da
una grave «stanchezza mentale», e lo prega di sollevarlo
dall’incarico. 17 E quando Barracu, con lusinghe e minacce,
riesce a mettere insieme 110 funzionari, scopre che 80 di questi
non sono neppure iscritti al Partito fascista repubblicano, per
cui è costretto a porne un certo numero sotto sorveglianza. 18
Del resto che nalità può avere un ministero dell’Africa Italiana,
se nello stesso Manifesto di Verona non si fa cenno alle colonie
perdute e soltanto genericamente si parla, al punto 8°, di
«valorizzazione, a bene cio dei popoli europei e di quelli
autoctoni, delle risorse naturali dell’Africa, nel rispetto assoluto
di quei popoli, in specie musulmani»?
Nel Sud, la ricostituzione dell’Amministrazione coloniale,
prima a data al vecchio generale Melchiade Gabba e poi allo
stesso Badoglio, procede lentissimamente. Quasi inesistente a
Bari e a Salerno, riprende una certa consistenza solo quando il
governo legale, nel settembre 1944, può tornare a Roma. Ma il
palazzo della Consulta è stato letteralmente saccheggiato dai
vandali istigati da Barracu, per cui si deve lamentare non
soltanto la scomparsa di gran parte della documentazione del
ministero, ma anche la perdita totale degli atti personali, così
che la stessa assistenza nanziaria alle famiglie dei prigionieri e
degli internati viene interrotta per mesi.
Di tanto in tanto, per vie segrete, arriva al MAI un rapporto
dalla remota Africa Orientale e quelle carte sono l’unico legame
con il perduto impero. Il 1° aprile 1944, ad esempio, il generale
Silvio Rossi fa pervenire a Badoglio una lunga relazione
sull’Eritrea, di «fonte con denziale molto riservata», che illustra
sia la situazione economica della colonia ‘primogenita’ che il
diverso atteggiamento degli italiani nei confronti delle autorità
di occupazione. Facendo una netta distinzione fra vecchi e
nuovi coloniali, e de nendo eccellenti e dati i primi, arrivisti e
mediocri i secondi, l’anonimo informatore così descrive questi
ultimi: «Non seppero la maggior parte trovare in se stessi, dopo
il primo smarrimento, quelle risorse di spirito e di cuore
necessarie ad a rontare la nuova situazione e quasi tutti
naufragarono in malo modo, perdendo a volte la libertà e
sempre la dignità e il rispetto da parte del nemico e della
popolazione indigena». 19 Ancora più duro il giudizio sugli
italiani d’Eritrea contenuto in un rapporto riservato a
Mussolini: «In generale, le collettività italiane ivi residenti o
immigrate dagli altri territori dell’Impero, hanno tenuto, di
fronte al nemico, un contegno riprovevole. Quando
l’allettamento della sterlina ha sollecitato nei pro ttatori
l’avidità del lucro, il servilismo dei peggiori si è esteso nella
massa, sbandandola. È bastata l’alternativa fra il campo di
concentramento od essere al servizio del nemico per
generalizzare gli atti di tradimento». 20
Tra le attività dell’Amministrazione coloniale del Sud c’è
anche la ricerca e la liberazione, in forza dell’art. 32
dell’Armistizio «lungo», dei «sudditi abissini, con nati,
internati o in qualsiasi altro modo detenuti in territorio
italiano». 21 Uno dei primi ad essere consegnato agli Alleati è
ras Immirù Haile Sellase, cugino dell’imperatore d’Etiopia ed
unico, fra i generali di Hailè Selassiè, ad aver condotto con
successo un’o ensiva durante la guerra italo-etiopica del 1935-
36. 22 Se ras Immirù può rientrare in Etiopia, con aereo
speciale, già nel novembre 1943, per altri con nati l’attesa è
invece più lunga. La principessa Maria Babitche , vedova dello
sfortunato degiac Nasibù Zamanuel, 23 ad esempio, non
tornerà in patria che agli inizi del 1945, dopo che lo stesso
negus ne avrà sollecitato il rimpatrio.
La sua ritardata partenza per l’Etiopia, che non sembra avere
giusti cazioni, fa addirittura sorgere il sospetto che sia stata
tenuta, pur con tutti i riguardi e gli onori, in ostaggio per
impedire ritorsioni sugli italiani che ancora vivono in Etiopia. E,
comunque, viene usata come una pedina, come si può arguire
da questa lettera che il Maresciallo Messe invia al capo del
governo Bonomi, in data 17 settembre 1944: «Ella ha confessato
di non nutrire verso gli italiani quei sensi di risentimento e di
avversione che la morte in esilio di ras Nasibù e le misure
adottate nei suoi riguardi dal governo fascista potrebbero
ampiamente giusti care. Oramai, dopo la lunga permanenza in
Italia, la principessa e i suoi gli guardano all’Italia come ad una
seconda patria». Messe suggerisce quindi a Bonomi di usarle il
miglior trattamento e di farla incontrare con «alte personalità
politiche, che non mancherebbero di impressionarla
favorevolmente alla vigilia del suo rimpatrio». 24 Le passano,
infatti, un assegno mensile di 22 mila lire, la fanno incontrare
con il futuro papa Montini e il 13 novembre 1944 le accorda
un’udienza lo stesso Luogotenente generale del Regno, Umberto
di Savoia.
Un altro personaggio che tarda a rientrare ad Addis Abeba è
l’armeno, di nazionalità etiopica, Pailag Yazegian, ex controllore
delle Dogane abissine ed ex direttore generale del ministero del
Commercio. Deportato in Italia per ordine di Graziani, pare
soltanto perché sua moglie Mizohui aveva resistito alla corte del
Maresciallo, Yazegian, dopo la caduta del fascismo, o re i suoi
servigi al governo italiano per migliorare la posizione dell’Italia
in Etiopia. Per un certo tempo il personaggio è tenuto in grande
considerazione e i funzionari del MAI pensano di utilizzarlo
come loro agente ad Addis Abeba. Ma il ministero degli Esteri è
di avviso contrario e il 25 giugno 1945 liquida la questione:
«Questo ministero ha riesaminato il caso del signor Pailag
Yazegian. Da tale esame non sono tuttavia emersi altri elementi
che inducano a sciogliere le riserve contenute nel telespresso del
27 aprile circa la sincerità dello Yazegian e l’appoggio che egli,
ritornato in Etiopia, potrà dare alla nostra causa». 25 L’episodio
sarebbe del tutto trascurabile, se non rivelasse le antiche rivalità
fra MAI e MAE e l’insopprimibile vocazione di alcuni dirigenti
del MAI all’intrigo, come ai tempi di Raimondo Franchetti e di
Jacopo Gasparini. 26
Abbiamo visto, seppure sommariamente, l’attività
dell’Amministrazione coloniale al Nord e al Sud. Ora
esaminiamo l’atteggiamento, nei riguardi dei problemi
coloniali, degli uomini politici che hanno ritrovato la libertà di
espressione dopo la caduta del fascismo. Uno dei primi a
manifestare la propria opinione, appena rientrato dagli Stati
Uniti in Italia, è il repubblicano Carlo Sforza, il quale, in diverse
occasioni, a erma che, «se le conquiste dell’Etiopia e
dell’Albania sono due crimini», bisogna tuttavia consentire
all’Italia di conservare le colonie prefasciste, perché la perdita
delle «vecchie ed onorate colonie» potrebbe provocare un
risorgere del nazionalismo. 27 Qualche mese più tardi, nella sua
qualità di ministro senza portafoglio del governo Bonomi, il
conte Sforza ribadisce, in polemica con Eden che ha annunciato
ai Comuni l’opposizione britannica al ritorno dell’Italia in
Africa, che le colonie prefasciste debbono essere conservate
all’Italia, «anche nell’interesse delle potenze occidentali» e
anche perché «non si o ende mai impunemente il legittimo
amor proprio di un grande popolo». 28
Per la conservazione della Libia, dell’Eritrea e della Somalia si
pronunciano, tra la ne del 1943 e l’autunno del 1944, anche
Luigi Sturzo, Benedetto Croce, Ivanoe Bonomi, Alberto
Tarchiani, Gabriele Pepe, Ugo Guido Mondolfo. Pure nel
documento elaborato a Roma, sul nire del 1943, da De Gasperi,
Scelba, Gronchi e Grandi e che poi fornirà gli elementi
programmatici fondamentali alla DC, si fa preciso riferimento,
tra «le esigenze di vita del popolo italiano», alla possibilità di
«accedere alle materie prime a parità di condizioni con gli altri
popoli» e al diritto di «avere il suo posto nel popolamento e nella
messa in valore dei territori coloniali». 29 Anche il Partito
d’Azione non prende in considerazione, nel suo programma dei
«sette punti», la rinuncia alle colonie ed anzi sostiene la
necessità «di una applicazione più equa e progressiva del
mandato coloniale». 30 E neanche Pietro Nenni, che pure non
manca di condannare «le sciagurate guerre d’Africa, dalle quali
— e soprattutto dall’ultima d’Etiopia — non abbiamo ricavato
che amarezze e disinganni», auspica l’abbandono delle colonie
prefasciste, anche se invita gli italiani a «ritrovare il senso dei
nostri limiti, abbandonando una volta per sempre i torbidi
sogni della monarchia militare di Crispi o del ‘fatale’ impero di
Mussolini». 31 Enzo Collotti fa giustamente osservare,
nell’analisi di questa difesa ad oltranza delle colonie, che essa
«tradisce la presenza di una tradizione nazionalista assai
pervicace anche in correnti dell’antifascismo». 32
Fra le poche voci che dissentono c’è quella di Gaetano
Salvemini, dagli Stati Uniti. Una voce che si fa viva attraverso gli
articoli e le numerose lettere che invia ad amici e discepoli.
Persuaso che, almeno per vent’anni, «l’Italia non avrà voce in
capitolo» e che solo rinunciando ad «ogni forma di espansione»
potrà «ritornare ad avere una voce in un mondo rinnovato»,
Salvemini si indigna, scrivendo ad Ernesto Rossi, al pensiero che
«in Italia vi è ancora della gente che domanda un mandato
sull’Etiopia», mentre «Sforza e don Sturzo vaneggiano nella
speranza di salvare la Tripolitania». 33 Anche in una lettera a
Randolfo Pacciardi, Salvemini polemizza con Sforza, che
«piange sulle colonie», e ribadisce il concetto che «gli indigeni
della Libia hanno il diritto di non essere italiani e i greci del
Dodecaneso di non essere italiani». 34 Ma è con Egidio Reale che
egli precisa meglio il suo pensiero: «Le colonie italiane non
hanno mai servito e non serviranno mai a risolvere il problema
dell’emigrazione o alcun altro problema italiano [...]. A
domandare le vecchie colonie, si fa la gura di quei nobili
siciliani che non avevano da mangiare, ma mantenevano la
carrozza con lo stemma allo sportello. [...] Quei denari che l’Italia
sciupava in colonie improduttive, se li spenda in Italia, se può
ancora spenderli, a risanare le sue ferite». 35
Sino alla ne del con itto mondiale, tuttavia, il dibattito sul
futuro delle colonie non impegna in Italia che poche voci, non
coinvolge le masse. Anche perché gli stessi governanti, da
Badoglio a Bonomi, difettano di informazioni e non hanno che
idee imprecise sull’atteggiamento degli Alleati circa il destino
delle colonie. Quando il segretario generale degli Esteri, Renato
Prunas, avvicina a Brindisi, il 6 dicembre 1943, il
rappresentante del governo di De Gaulle, René Massigli, per
a rontare alcuni problemi bilaterali, tra cui quello coloniale,
non riesce a strappargli alcuna dichiarazione, salvo il laconico
annuncio che, a suo avviso, le «convenzioni di Tunisi sono
de nitivamente cadute». 36 Anche quando a ronta il problema
con il ministro inglese Harold MacMillan, il 5 aprile 1944 a
Salerno, Prunas non ricava che risposte «reticenti» e
«generiche» e un vago invito a lasciar perdere le colonie
africane, che «non costituivano certamente, né come fonti di
materie prime, né come sbocco demogra co, notevoli contributi
alla soluzione del problema italiano». 37
Anche se gli Alleati non intendono ancora a rontare con gli
italiani il problema delle loro colonie, questo non signi ca che a
Londra, Washington e Parigi non si sia discussa la questione,
che non si siano fatti programmi. Gli inglesi, ad esempio, che sin
dall’inizio si opporranno caparbiamente al ritorno dell’Italia in
Africa, prendono in esame la sistemazione postbellica delle
colonie italiane già n dal 1941 e mettono a punto alcuni
progetti. Uno di questi, formulato nell’estate del 1941 dal Chief
Political O cer per il Medio Oriente, sir Philip Mitchell, prevede
l’uni cazione dei territori abitati da popolazioni somale, ossia la
creazione di una Grande Somalia, che comprenda il Somaliland,
la Somalia ex italiana e l’Ogaden etiopico, disegno già
accarezzato da Graziani e realizzato, seppure per pochi mesi, nel
1940, dal Duca d’Aosta. Un progetto, quello di Mitchell, che
viene anche parzialmente tradotto in realtà: l’Ogaden, infatti,
verrà accorpato al Somaliland e sarà restituito all’Etiopia
soltanto nel 1954.
Un altro progetto, sempre dello stesso Mitchell, riguarda
l’Eritrea e sarà sostenuto per molti anni, pur con delle varianti
suggerite dall’amministratore militare dell’Eritrea, Stephen H.
Longrigg, 38 dal governo di Londra. La soluzione di Mitchell
prevede l’annessione al Sudan delle province settentrionali
dell’Eritrea, in quanto legate alla regione di Cassala da motivi di
carattere etnico, religioso ed economico, mentre il resto del
paese, compresi la Dancalia e il porto di Assab, dovrebbe essere
aggregato all’impero d’Etiopia, in forza delle rivendicazioni
espresse da Hailè Selassiè durante la campagna militare del
1940-41 e rese pubbliche attraverso i manifestini lanciati dagli
aerei della Royal Air Force sull’Eritrea. 39
Diverso l’atteggiamento degli Stati Uniti. Anche se gli
americani, di concerto con gli inglesi, escludono un ritorno
dell’Italia in Africa, essi si orientano però, a partire dal 1942, per
una soluzione che prevede l’applicazione alle colonie italiane
dell’amministrazione duciaria. 40 In base ad un Memorandum
preparato in vista della Conferenza anglo-americana di Quebec
(14-23 agosto 1943), la Libia dovrebbe essere amministrata
dalla Turchia e la Somalia dalla Gran Bretagna. Incerto il futuro
dell’Eritrea: pur riconoscendo che l’Etiopia ha diritto ad uno
sbocco sul Mar Rosso, il Memorandum non precisa se sarà
l’Etiopia ad amministrare l’Eritrea.
«L’idea di applicare il regime di amministrazione duciaria
alle colonie italiane in Africa, ormai accolto dal Dipartimento di
Stato americano, — scrive Gianluigi Rossi — guadagnò terreno
anche a Londra nel corso del 1943». 41 Secondo un
Memorandum del Foreign O ce dell’11 agosto, le colonie italiane
dell’Africa Orientale dovrebbero avere questo destino: a) La
Somalia italiana dovrebbe costituire la Greater Somalia assieme
al Somaliland, alla Costa Francese dei Somali e all’Ogaden. Non
potendo tuttavia accedere subito all’indipendenza, la nuova
entità territoriale sarà sottoposta a trusteeship internazionale,
con l’Inghilterra come potenza amministratrice. b) L’Eritrea
dovrebbe essere data all’Etiopia in cambio dell’Ogaden (da
incorporare nella Greater Somalia), mentre la regione dei Beni
Amer, cioè il Bassopiano occidentale eritreo, dovrebbe essere
assegnato al Sudan. Asmara e Massaua potrebbero essere
escluse dalla sovranità etiopica ed essere sottoposte
all’amministrazione duciaria della Gran Bretagna. 42
A di erenza degli anglo-americani, i francesi sono invece
favorevoli al ritorno dell’Italia in Somalia, Eritrea e Tripolitania.
Anche se De Gaulle, quando incontra Sforza ad Algeri,
nell’ottobre del 1943, non ha ancora riconquistato un solo
palmo di terra del suo paese, il suo punto di vista è già
indubbiamente autorevole. Oltretutto le sue dichiarazioni di
Algeri coincidono con quelle che farà a Parigi, quasi due anni
dopo, nella pienezza dei suoi poteri, a Pietro Nenni. «Se la
Cirenaica, dove gli inglesi intendono restare, è perduta per voi —
dichiara a Sforza —, se noi stessi intendiamo restare presenti nel
Fezzan, per contro desideriamo vedervi restare non soltanto in
Somalia, ma anche in Eritrea e in Tripolitania. Per quest’ultima
dovrete senza dubbio cercare qualche forma di associazione con
le popolazioni locali; per l’Eritrea, in cambio di diritti che vi
saranno lasciati, dovrete riconoscervi la sovranità del Negus. Ma
noi teniamo per scontato che voi siate una potenza africana. Se
voi stessi lo rivendicherete, vi sosterremo fermamente». 43
A parte questa dichiarazione di De Gaulle, che il silenzio di
Massigli certo non esalta, i governanti italiani non hanno altro
su cui ri ettere, ad eccezione delle ripetute ed ostili uscite di
Anthony Eden ai Comuni, in parte smentite e in parte sfumate,
ma che non promettono niente di buono per il destino delle
colonie. Anche la dichiarazione anglo-americana di Hyde Park
del 26 settembre 1944, 44 se da un lato tende a concedere
all’Italia un maggior grado di autogoverno, dall’altro non le o re
però l’opportunità di rivedere i termini del durissimo armistizio
e, di conseguenza, la possibilità di riesaminare condizioni come
la cessione delle colonie. La guerra si avvicina ormai alla ne,
l’Italia ha già dato un notevole contributo allo sforzo bellico
degli Alleati, ma il problema delle colonie italiane non viene
esaminato neppure alla Conferenza di Yalta (4-11 febbraio
1945), dove Roosevelt si limita ad invitare Churchill a fare
qualcosa di concreto per l’Italia, «qualche passo costruttivo [...]
atto a rimuovere la presente anomala situazione di un oneroso e
obsoleto armistizio, i cui termini non rispondono a atto
all’attuale situazione». 45
È necessario attendere la ne della guerra per saperne di più
sulle reali intenzioni degli Alleati. Gli Stati Uniti, per
cominciare, danno al problema una nuova impostazione, nella
quale il punto di vista italiano, più volte illustrato
dall’ambasciatore Alberto Tarchiani, è preso in maggiore
considerazione, al punto che al Dipartimento di stato non si
esclude la restituzione dell’intera Libia all’Italia, mentre per
l’Eritrea e la Somalia si caldeggia l’amministrazione duciaria.
Gli inglesi, al contrario, non modi cano il loro atteggiamento di
assoluta intransigenza nel settore coloniale. Il 30 maggio 1945,
rispondendo ad una interrogazione parlamentare, Eden
dichiara di «non poter aggiungere nulla alle molte dichiarazioni
fatte in passato», 46 e Giuseppe Romita, laconicamente, annota
nel suo diario politico: «Eden dichiara ai Comuni che l’Italia non
ha più alcun diritto ad avere le sue colonie. La questione sarà
decisa con accordo internazionale». 47
La posizione inglese emerge, nei dettagli, dal Memorandum
sul trattato di pace che Eden presenta il 5 luglio al War Cabinet e
che viene discusso il 12. «L’impero italiano — dice il documento
— è stato il prodotto di un calcolo strategico e delle pretese
italiane di essere una grande potenza. Noi abbiamo un interesse
strategico nell’impedire il ritorno dell’Italia nell’area del Mar
Rosso e la sicurezza futura del Mediterraneo richiederà
probabilmente la creazione di basi delle Nazioni Unite negli ex
territori italiani del Nord Africa». Il Memorandum precisa inoltre
che il ripristino della sovranità italiana su questi territori non
sarebbe gradita alle popolazioni e al mondo arabo in genere,
mentre «la loro perdita non danneggerebbe l’Italia sotto il
pro lo economico, poiché sono sempre stati di peso alla sua vita
economica». L’Italia deve perciò rinunciare a tutte le sue colonie
in favore delle Quattro Potenze, le quali decideranno del loro
avvenire. Nell’ambito di questi futuri accordi, «all’Italia potrà
essere a data l’amministrazione della Tripolitania». 48
Alla vigilia della Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto
1945), anche in base ai sondaggi compiuti presso i governi di
Londra e di Washington, il ministro degli Esteri De Gasperi
invia agli ambasciatori Carandini e Tarchiani alcune istruzioni,
dalle quali emerge, per la prima volta in maniera netta, il punto
di vista del governo italiano sulle colonie: a) L’Italia desidera
conservare le sue colonie prefasciste; b) se sarà costretta a fare
delle rinunce, queste dovrebbero riguardare soltanto il grado di
sovranità; c) l’Italia ha bisogno delle sue colonie per
convogliarvi l’eccesso della popolazione; d) se la Gran Bretagna
ha interessi in Cirenaica, l’Italia ne terrà conto, ma sul Gebel
dovrebbero restare i coloni italiani; e) se l’Italia dovesse essere
estromessa dall’Eritrea, che è la colonia ‘primogenita’, la misura
apparirebbe agli italiani gravissima; la sua annessione
all’Etiopia, poi, la riporterebbe indietro di mezzo secolo; f)
l’Italia è disposta a concedere all’Etiopia uno sbocco al mare,
facilitandole l’accesso al porto di Assab; g) l’Italia è pronta ad
accettare l’amministrazione duciaria sulla Grande Somalia, se
questa entità verrà realizzata. 49 Analoghe istruzioni, con le
opportune varianti, sono inviate anche all’ambasciata di Mosca.
Dall’analisi di questi documenti si avverte che la diplomazia
italiana, pur esprimendo comprensione per gli interessi
britannici ed etiopici e pur prendendo in considerazione anche
formule come l’amministrazione duciaria, è ancora
saldamente ancorata al proposito di mantenere sulle colonie
prefasciste la piena sovranità.
Nel corso della Conferenza di Potsdam, in gran parte dedicata
ai piani per il ristabilimento della pace e al futuro della
Germania, si discute anche delle colonie italiane, e
animatamente, a causa soprattutto dei sovietici, che precisano il
loro interesse ad ottenere «qualche territorio degli Stati vinti» e
che chiedono che il problema delle colonie venga de nito seduta
stante. Tra l’intransigenza sovietica e la tattica ritardatrice degli
inglesi, nisce poi per prevalere la soluzione americana, cioè il
rinvio della questione alla sessione di Londra, già prevista per
settembre, del Consiglio dei ministri degli Esteri. 50

Tutti innocenti, tutti assolti.


Mentre De Gasperi elabora la sua politica per conservare
all’Italia le colonie prefasciste, nella penisola, appena liberata
dai nazisti, si celebrano i primi processi contro i gerarchi del
regime. Vengono condannati anche alcuni uomini che abbiamo
incontrato in questa rievocazione delle avventure africane del
fascismo. A Federzoni, che è stato per due volte ministro delle
Colonie fra il 1922 e il 1928, e a Bottai, che ha comandato un
battaglione mitraglieri nella guerra italo-etiopica del 1935-36,
viene comminato l’ergastolo. Trent’anni di reclusione sono
invece erogati ad Attilio Teruzzi, che è stato l’ultimo ministro
dell’Africa Italiana, mentre l’ex ministro dei Lavori Pubblici,
Cobolli Gigli, uno degli arte ci della grande rete stradale
dell’AOI, viene condannato a 19 anni, ma poi assolto in seconda
istanza. Quindici anni sono dati al generale Filippo. Diamanti,
responsabile della tragica sortita da Passo Uarieu, nel gennaio
del 936; 20 a Carlo Emanuele Basile, molto attivo nello Sciré, e 8
a Piero Parini, che ha comandato sul fronte Sud la legione degli
italiani all’estero.
Altri protagonisti di primo piano dell’avventura coloniale del
1935-36, come Benito Mussolini, Galeazzo Ciano, Achille
Starace, Roberto Farinacci, Ettore Muti, Alessandro Pavolini,
erano scomparsi nella bufera della guerra civile o nei giorni
della liberazione. Va detto, per l’esattezza, che nessuno dei
processati o dei condannati a morte è stato processato o
condannato a morte per crimini commessi in Africa, contro le
popolazioni africane. Anche fra i capi di imputazione contro
Graziani, che sarà l’ultimo ad essere processato, non c’è alcun
riferimento ai genocidi da lui ordinati in Etiopia. Quanto a
Badoglio, che pure gura nella lista dei criminali di guerra che
gli etiopici vorrebbero processare, ha la sfrontatezza di
sostenere: «Chiunque esamini senza preconcetti gli
avvenimenti accaduti in Abissinia dal 1914 in poi, deve
onestamente concludere che le provocazioni partirono tutte da
parte degli Abissini. [...] Oggi è venuto di moda in Italia di dire
peste della impresa abissina. [...] Ma se noi non fossimo entrati
in questa orribile guerra, ed avessimo lavorato seriamente a
paci care ed a mettere in valore quei ricchi ed ampi territori [...],
chi oserebbe ancora lanciare l’anatema contro la conquista
etiopica?». 51
Il fascismo è caduto, la guerra perduta, l’Italia è ora sorretta
dalle forze che si ispirano alla democrazia e all’antifascismo, ma
nessuno dei 500 mila italiani che sono stati in AOI tra il 1935 e
il 1941 è chiamato a rispondere del suo operato. Una amnistia,
mai promulgata, ma sottintesa, cancella tutti i genocidi, le
rapine, i furti, le violenze, le deportazioni in massa, la
distruzione delle chiese, l’uso sistematico della guerra chimica,
lo sterminio dell’intellighenzia etiopica. Si nota invece la
tendenza, già a partire dal 1945, ad elogiare tutto ciò che è stato
fatto in Africa dall’Italia, senza un minimo di autocritica e al di
là dei con ni imposti dalla decenza. Del resto gli uomini che
elaborano al ministero degli Esteri e al ministero dell’Africa
Italiana i memorandum sull’attività italiana in Africa, da
presentare ai governi delle Quattro Potenze, sono in gran parte
gli stessi che hanno operato in Africa o per l’Africa negli anni del
regime. È bastato, infatti, ai vari Moreno, Cerulli, Caroselli,
de larsi nel periodo della repubblica di Salò, per potersi poi
ripresentare come successori di loro stessi ed essere riutilizzati
ai più alti livelli ministeriali e come ambìti e preziosi consiglieri.
Questo spiega la lentissima marcia della nostra diplomazia
verso soluzioni più coerenti con la storia, la morale, gli interessi
economici del nostro paese.
Avvicinandosi, intanto, la data di convocazione della
Conferenza di Londra, il governo italiano illustra il suo punto di
vista sulle questioni inerenti al trattato di pace in due lettere del
22 agosto, inviate dal presidente del Consiglio Parri e dal
ministro degli Esteri De Gasperi rispettivamente a Truman e a
Byrnes. Nel chiedere l’appoggio americano per una giusta pace,
Ferruccio Parri scrive tra l’altro: «Una pace ingiusta avrebbe
delle conseguenze ben più gravi di quei lembi di territorio
metropolitano o coloniale che ci fossero ingiustamente tolti o
del pro tto che di tali dolorose mutilazioni potrebbe per
avventura ritrarre chiunque se ne avvantaggiasse. Una pace
ingiusta inciderebbe infatti profondamente su quel sano,
ordinato sviluppo democratico di 45 milioni di italiani che
abbiamo così faticosamente avviato e che siamo determinati,
nonostante tutto, a condurre in porto [...]. Non vogliamo niente
che non sia giusto ed equo e nulla che non possa esserci dato
legittimamente o che ad altri sia stato illegittimamente
tolto». 52
Se la lettera di Parri non è che un conciso e vibrato appello,
quella di De Gasperi è invece un ampio ed elaborato documento,
che egli ha redatto in base ad uno studio dettagliato degli
esperti del MAE e del MAI. Dopo aver precisato che egli non
segue la tattica tradizionale di chiedere il massimo per poi
arretrare su richieste più moderate, De Gasperi scrive: «Ho
preferito ammettere senz’altro francamente i sacri ci che il
dovere ci detta di fare», ma oltre i quali non intende andare. A
proposito della questione coloniale, De Gasperi scrive che
«prima dell’impresa mussoliniana contro l’Etiopia, l’Italia
democratica non ha mai considerato le sue colonie come uno
strumento d’impero, ma come zone di lavoro per l’esuberante
popolo italiano. Sotto questo aspetto le considera anche l’Italia
democratica d’oggi». Dopo questa premessa, il ministro degli
Esteri riconosce che, in teoria, non «esiste incompatibilità di
principio» tra gli interessi dei lavoratori italiani ed il metodo
dell’amministrazione duciaria, ma, in pratica, tale trusteeship
collettivo «non corrisponde però alle particolari esigenze delle
colonie italiane, data specialmente la fondamentale di erenza
tra la concezione e la prassi coloniale italiana, a carattere
emigratorio, e quella anglosassone, preferibilmente basata sulle
materie prime e sui mercati».
Persuaso di poter conservare all’Italia qualche colonia in
piena sovranità, e di avere argomenti buoni per conseguire
questo scopo, De Gasperi torna a battere sullo stesso tasto: «Se
forse ancora per la Somalia può mettersi in discussione il
sistema di amministrazione duciaria, nella nostra vecchia
colonia dell’Eritrea il mantenimento della sovranità italiana è
essenziale. Esso è d’altronde pienamente conciliabile con
l’esigenza dell’Etiopia per uno sbocco al mare, in quanto l’Italia
stessa ha costruito la strada Dessiè-Assab. Tale accesso potrà
essere garantito sia entro con ni italiani, sia, ove lo si richieda,
mediante retti che di frontiera. Per di più, al ne di venire
incontro ai legittimi desideri delle regioni dell’Abissinia del
Nord, una zona libera potrebbe essere creata a Massaua». 53
La risposta di Byrnes è generica e non contiene alcun accenno
al problema delle colonie. Anche da Londra non si hanno che
conferme dell’opposizione britannica al ritorno dell’Italia in
Africa. Ma a Palazzo Chigi e alla Consulta si continua ad agire
come se non esistessero ostacoli né ostilità. Si prenda, ad
esempio, la questione dello sbocco al mare per l’Etiopia, una
questione che mobiliterà la diplomazia italiana per tutto agosto.
Il 9 agosto il direttore generale degli A ari Politici, Vittorio
Zoppi, invia all’ambasciatore a Londra, Carandini, un ‘appunto’
nel quale è detto, fra l’altro: «Circa la questione dello sbocco al
mare si conferma il punto di vista già espresso. Risolvere
territorialmente tale questione signi cherebbe mettere sotto
sovranità etiopica popolazioni che, per stirpe, lingua e religione,
sono assolutamente di erenti dagli Abissini. Inoltre la
questione dello sbocco al mare dell’Etiopia non può risolversi
per ragioni geogra che con la concessione di un singolo
approdo, data l’estensione del territorio etiopico e l’andamento
delle catene montane e la vicinanza delle singole regioni
etiopiche sia al Mar Rosso (Assab), sia al Golfo di Aden (Gibuti,
Zeila, Berbera). Il problema va quindi risolto con un accordo fra
tutti gli stati con nanti. L’Italia è pronta, per quanto le
concerne, a contribuire, per la prima e più di ogni altra potenza,
a tale accordo nello spirito della convenzione già stipulata per
Assab nell’agosto 1928». 54
Ciò che sconcerta, in questo documento, non è tanto il
tortuoso ragionamento di Zoppi, quanto la sicurezza con la
quale annuncia che «l’Italia è pronta» a concedere territori,
questa Italia che è appena uscita da una guerra perduta e non
conosce ancora, pur sapendoli pesantissimi, gli estremi del
trattato di pace. Ma ciò che è più grave è che l’argomento viene
ripreso dieci giorni dopo dallo stesso De Gasperi, il quale
telegrafa a Carandini: «In linea di massima non abbiamo
di coltà a trattare direttamente col Governo etiopico in merito
alla questione dello sbocco al mare, come del resto, per ogni
altra questione pendente con quel paese. Salvo circostanze
impreviste, non credo che l’Inghilterra possa indurci a favorire
una si atta soluzione; concordiamo però con lei nel ritenere
utile che codesto governo sappia che esiste anche questa
soluzione e che per noi sarebbe perfettamente accettabile». 55
Non molto dissimile, nella sostanza, la posizione dei socialisti
sulla questione coloniale, alla vigilia del Congresso di Londra. È
con amarezza e con stizza che il vice-presidente del Consiglio,
Pietro Nenni, annota nel suo diario alla data del 28 agosto: «Non
c’è niente di chiaro se non che molti cani sono attorno all’osso
italiano. Tito vuole Trieste, Renner vuole Bolzano, De Gaulle
rivendica Briga e Tenda, il Negus appetisce l’Eritrea, l’Egitto si
vuole prendere Tobruk, il destino delle colonie è incerto.
L’atteggiamento dell’URSS non è amichevole e quello
dell’Inghilterra è enigmatico. L’America ci sorride, ma non ha
molta voglia di aiutarci sul serio. Non si sa se ci inviteranno a
dire almeno la nostra». 56 Pochi giorni dopo, il 5 settembre,
Nenni invia al ministro degli Esteri inglese, Bevin, un messaggio
nel quale espone la posizione del suo partito sulla questione
coloniale, una posizione che accoglie in pieno le tesi di De
Gasperi: «Il Partito socialista italiano ha votato contro tutte le
avventure coloniali, dall’Eritrea alla Tripolitania. Nel 1936 ha
preso nettamente posizione contro la conquista dell’Abissinia.
Allo stato attuale delle cose, le colonie hanno per noi un
interesse nella misura in cui assorbono una parte della nostra
mano d’opera e attivano il nostro commercio. È sotto questo
aspetto che ci interessano la Tripolitania, l’altopiano cirenaico,
l’Eritrea, la Somalia». 57 Il 9 settembre, in ne, Nenni scrive su
l’«Avanti!»: «Noi associeremo volentieri i nostri sforzi ad una
rivalutazione e ad una riorganizzazione delle colonie che tenda a
favorire gli interessi delle popolazioni africane. Noi non
intendiamo sottrarci all’obbligo di concorrere a riparare i danni
che alcuni paesi hanno subìto per colpa dell’aggressione
fascista». 58
Alla Conferenza di Londra (11 settembre-2 ottobre 1945) i
quattro ministri degli Esteri manifestano per la prima volta, in
forma u ciale, il loro pensiero circa la sistemazione delle ex
colonie italiane. L’americano James F. Byrnes avanza la proposta
di porle sotto un regime di amministrazione duciaria
collettiva, scartando ogni ipotesi di un ritorno dell’Italia in
Africa, per la cattiva prova che essa vi ha dato. Il francese
Georges Bidault, dal canto suo, dopo aver detto che non sarebbe
«né equo né saggio» privare l’Italia di tutti i territori coloniali
acquistati prima del fascismo, propone che essi vengano posti
sotto il trusteeship singolo dell’Italia, pur facendo alcune riserve
per l’Eritrea e la Somalia. Quanto al sovietico Mikhailovich V.
Molotov, egli si dichiara contrario al progetto americano, perché
di di cile attuazione, ed avanza una precisa richiesta di
trusteeship per la Tripolitania. L’inglese Ernest Bevin, a sua
volta, si oppone decisamente alle richieste sovietiche e accoglie
soltanto in parte le proposte americane. Data l’estrema
divergenza di vedute e il fatto che ciascuna delegazione
mantiene sino alla ne il suo punto di vista, la conferenza non
può che concludersi con un fallimento.
«Unico risultato e ettivo della riunione — si legge in un
‘appunto’ del MAE, redatto probabilmente per il sottosegretario
Brusasca — fu quello di illuminare n da allora di luce
chiarissima una realtà fondamentale: il problema delle colonie,
come del resto ogni altro problema relativo alla nostra pace, era
destinato ad essere risolto su un piano esclusivamente
mondiale, nel quale i diritti e gli interessi dell’Italia sarebbero
stati presi in considerazione solo in ultima istanza. Era questo,
in sostanza, l’e ettivo signi cato delle parole dette dal vice-
commissario Dekanesof all’ambasciatore Quaroni:
“Attualmente la decisione circa le colonie italiane non è una
questione che riguarda l’Italia: è una questione che riguarda gli
Alleati”». 59
Anche se a Londra non viene presa alcuna decisione in merito
alle colonie italiane, le proposte avanzate dai Quattro sono tali
da sconsigliare ogni forma di ottimismo. E non si riesce a capire
come mai De Gasperi, che è stato ammesso a parlare alla
Conferenza soltanto sulla questione giuliana, possa rientrare in
Italia «moderatamente ottimista», come ci informa Nenni. Il 29
settembre, Nenni annota nel diario: «Quanto alle colonie, tanto
il progetto americano quanto quello inglese — i soli
indirettamente conosciuti da noi — ce le tolgono». 60 Ma De
Gasperi non sembra credere a questa ipotesi. A De Gaulle, che ha
incontrato il 25 settembre a Parigi, di ritorno da Londra, ha
espresso infatti la sua netta opposizione al sistema del
trusteeship ed ha insistito «a più riprese sulla impossibilità di
governare con tale sistema delle colonie di popolamento come
la Cirenaica e l’Eritrea, e specialmente la regione di Asmara». 61
In altre parole, nonostante che a Londra abbia sentito le
campane suonare a morte per le colonie italiane, De Gasperi
continua a pretenderle, e non in amministrazione duciaria, ma
in piena sovranità.
Il dopo Londra è caratterizzato da un’intensa azione
diplomatica italiana, che ha i suoi momenti più signi cativi nel
viaggio a Londra dell’ambasciatore Cora 62 e di quello dell’ex
governatore dell’Harar Cerulli 63 e nella redazione di un
Memorandum on the Italian Colonies, che viene presentato a ne
ottobre alle grandi potenze. Secondo De Gasperi, che lo illustra
in un telespresso di accompagnamento del 24 ottobre a varie
ambasciate, il Memorandum «espone in maniera schematica e
soprattutto sulla scorta di elementi di carattere tecnico, il
nostro punto di vista sui vari aspetti della questione e la nostra
aspirazione a vedere conservate, in un modo o nell’altro,
all’Italia, le colonie prefasciste, che furono a suo tempo
legittimamente acquisite in base ad accordi internazionali
liberamente negoziati e che il popolo italiano ha valorizzato e
trasformato col suo paci co ed apprezzato lavoro».
Continuando nella sua esposizione del documento, De Gasperi
precisa inoltre che l’Italia ha diritto alle sue colonie perché sia
nel Mediterraneo che nel Mar Rosso essa «adempie ad una
funzione di equilibrio e di stabilità» e perché il mondo non può
ignorare «il nostro problema demogra co [...]. Una qualunque
soluzione che sottraesse de nitivamente all’Italia e agli italiani
le loro vecchie colonie, sarebbe risentito dalla Nazione come un
atto non ispirato a criteri di giustizia e di equità e apparirebbe
piuttosto dettato da criteri punitivi e vendicativi». 64
I motivi per cui l’Italia dovrebbe riavere le colonie prefasciste,
sintetizzati nel telespresso di De Gasperi ed analizzati nel
Memorandum, sono molto fragili e in parte non validi. Va
ricordato, innanzitutto, che l’Italia è andata in Africa
soprattutto per ragioni di prestigio e che le colonie acquisite
non hanno mai rappresentato un’attrattiva per gli emigranti, i
quali hanno sempre preferito le Americhe. Va inoltre precisato
che l’unica legittimazione alla nostra presenza in Africa è stato
il successo delle campagne di conquista, in un’epoca in cui tali
aggressioni erano tollerate, ma che ora si è conclusa
de nitivamente e non sancisce alcun diritto alla sopra azione.
Nessuno, in ne, mette in dubbio il valore del lavoro italiano in
Africa, ma De Gasperi non può usare il termine «paci co»,
perché è anche troppo noto che il colono è stato imposto con la
forza delle armi, la con sca dei migliori terreni, la deportazione
delle popolazioni, e che si è spesso valso del lavoro coatto e
dell’uso dello sta le. Quando De Gasperi rivendica ai coloni
italiani il diritto a tornare nel Gebel cirenaico sembra
dimenticare che soltanto quindici anni prima Graziani e
Badoglio vi hanno seminato il terrore e dimezzata la
popolazione concentrandola in lager mortiferi.
Il Memorandum italiano, inviato ai governi di Washington,
Parigi, Londra, Mosca e Rio de Janeiro, non produce a atto gli
e etti voluti, in modo particolare a Londra, dove si riscontra
con disappunto che il documento non prende neppure in
considerazione la decisione di massima raggiunta dal Congresso
di Londra sull’applicazione del trusteeship collettivo. C’è da
chiedersi quale sarebbe stata la reazione del Foreign O ce se
avesse ricevuto la prima stesura del Memorandum, opera di
Cerulli e Cora, e non l’edizione purgata ed edulcorata da Visconti
Venosta. Di questa riscrittura abbiamo notizia da una lettera
che Zoppi invia al consigliere dell’ambasciata di Londra,
Bartolomeo Migone: «Lo scritto era redatto all’origine in
maniera assai meno ‘moscia’ e fu in seguito ai personali,
continui interventi di Visconti Venosta (che si erano a tale
proposito iniziati costì contro la redazione Cerulli-Cora), che il
lavoro venne in più punti evirato. Lo dico perché, alle mie
rimostranze, che si appoggiavano anche alla responsabilità che
ci addosseremmo ove non si difendessero con su ciente
energia le nostre tesi, mi rispose di dare la colpa a lui! Il che,
oltretutto, non è un argomento di moda in questi tempi di
faziosa epurazione». 65
Nonostante le reazioni negative al Memorandum, Palazzo
Chigi continua ad insistere sulla tesi del ritorno dell’Italia in
Africa quale amministratrice unica delle sue ex colonie, «tesi, la
quale ormai — come scriverà più tardi l’ambasciatore a
Washington Tarchiani — non aveva più alcuna forza decisiva
nella viva realtà della situazione. Sembrava che, per certe
questioni, il nostro Governo non volesse in alcun modo
riconoscere che le possibilità erano radicalmente mutate; più
che inutile era dannoso ngere di non accorgersene e persistere
sulle medesime formule anacronistiche che ci facevano tacciare
di sognatori ad occhi aperti». 66 Di passare per visionario
inopportuno, De Gasperi certo non si preoccupa quando,
parlando il 21 gennaio 1946 alla Consulta, egli respinge ancora
una volta l’ipotesi del trusteeship collettivo, vanta il ruolo avuto
dall’Italia in Africa («queste terre o torneranno agli italiani, o
dove era il deserto tornerà il deserto») e conclude: «Noi siamo
per tutte le forme di amministrazione e non creiamo delle
pregiudiziali di irresponsabilità o sovranità nel senso militare,
domandiamo soltanto che ci venga a data l’amministrazione
in base alla esperienza che abbiamo saputo fare e che ci venga
a data in modo che la possiamo veramente compiere». 67
Alla vigilia della seconda sessione del Consiglio dei ministri
degli Esteri, ssata a Parigi per la ne di aprile, viene curata la
redazione di un nuovo documento: Note aggiuntive al
Memorandum sui territori italiani in Africa. A questo
documento, squisitamente politico, se ne aggiunge un altro, di
carattere economico, che si intitola: Memorandum on the
Economic and Financial Situation of the Italian Territories in
Africa 68 e che o re, nelle sue 55 pagine, un quadro assai
preciso degli investimenti diretti o indiretti compiuti dall’Italia
tra il 1913 e il 1942 nelle sue colonie, oltre agli investimenti
privati ed ai crediti concessi da istituti italiani ai governi delle
colonie, il tutto, Etiopia compresa, per un ammontare di 35
miliardi di lire. Contemporaneamente Roma fa i primi passi
presso i paesi dell’America Latina per ottenere che le buone
disposizioni da essi manifestate nei confronti dell’Italia si
traducano, come poi in e etti si tradurranno, in concrete
iniziative in seno alla Conferenza della pace.
Apertasi, intanto, a Parigi, il 25 aprile, la discussione fra i
quattro ministri degli Esteri sul problema coloniale italiano,
Byrnes torna a sostenere il progetto del trusteeship collettivo,
mentre Bidault ribadisce la convenienza di a dare all’Italia
l’amministrazione duciaria delle sue ex colonie. Mentre già si
paventa il fatto che l’atteggiamento dei Quattro sia rimasto
immutato, Molotov provoca un colpo di scena annunciando di
rinunciare alle sue pretese sulla Tripolitania e proponendo
invece un’amministrazione bipartita per ciascuna colonia, con
un amministratore alleato e un vice-amministratore italiano.
Preoccupato per la mossa sovietica, Bevin illustra allora un
nuovo progetto, che contempla: 1) l’immediata indipendenza
della Libia; 2) la sospensione di ogni decisione nei confronti
dell’Eritrea in attesa di ascoltare il governo etiopico, che ha
reclamato l’ex colonia italiana; 3) la creazione di una nuova
entità territoriale, la Somalia Unita, che dovrebbe comprendere
il Somaliland, la Somalia italiana, l’Ogaden e le Reserved Areas, e
che dovrebbe essere a data in trusteeship alla Gran Bretagna,
che già l’amministra. Il piano inglese viene però osteggiato
tanto da Molotov che da Bidault e già si sta di ondendo la
sensazione che si è nuovamente giunti ad un punto morto,
quando Molotov, dopo un fallito tentativo di barattare Trieste
con le colonie italiane, dichiara inaspettatamente di aderire al
vecchio progetto francese di un trusteeship singolo da a darsi
all’Italia. A questo punto è Bevin che avanza delle riserve e che
pone l’assegnazione della Cirenaica alla Gran Bretagna come
condizione al ritorno dell’Italia in Tripolitania. Anche alla
ripresa dei lavori, il 16 giugno, i Quattro si trovano su posizioni
troppo distanti, per cui decidono di rinviare di un anno la
soluzione della questione coloniale italiana, provocando, con
questo atto, le proteste tanto dell’Italia che dell’Etiopia.
Mentre Palazzo Chigi svolge un’intensa attività per illustrare
al mondo, con una vasta documentazione, le tesi italiane, in
Italia è il MAI che si assume l’incarico di sensibilizzare
l’opinione pubblica con una larga azione di propaganda, che
trova i maggiori consensi tra i profughi, i gruppi economico-
nanziari che hanno compiuto grossi investimenti in Africa e
gli istituti e le associazioni che si ispirano all’africanismo, e che
sono scampati, come l’Istituto Coloniale Italiano, alla bufera del
dopoguerra, «quando all’intorno tutto sembrava paurosamente
franare ed i valori del passato, soprattutto se questo passato si
chiamava Africa, venivano considerati dai più come un
equivoco retaggio del quale doveva al più presto cancellarsi nel
cuore di tutti gli italiani nanco la memoria». 69 È in un clima
di nostalgia e di revanscismo che vengono indetti i primi
congressi nazionali e i primi convegni di studio. Il primo
congresso coloniale si tiene a Firenze, dal 29 al 31 gennaio 1946,
e ha per tema: Aspetti dell’azione italiana in Africa. Il 10 febbraio,
a Roma, si riuniscono a congresso i profughi d’Africa, ai quali De
Gasperi fa pervenire questo telegramma: «A tutti voi vorrei far
giungere la mia parola di lode. Che sia vostra la certezza che il
governo non solo non vi ha dimenticati né trascurati, ma ha
fatto e farà quanto è in suo potere perché al problema dei
territori d’Africa sia data la soluzione di giustizia che ci
attendiamo». 70 Nel maggio del 1947 si terrà poi, sotto la
presidenza di Luigi Einaudi, il Congresso nazionale per gli
interessi del popolo italiano in Africa, che riunirà non soltanto
cultori ed esperti, ma anche rappresentanti di tutti i partiti, non
esclusi quelli di sinistra, i quali troveranno «un comune solco di
idee e di orientamenti nella tutela dei diritti della civiltà e del
lavoro italiano in terra d’Africa». 71
Dalla ne del 1945 cominciano anche ad apparire alcune
pubblicazioni che portano avanti le istanze delle associazioni di
profughi o di gruppi di interesse, come «La Voce dell’Africa», «Il
Pioniere», «Il Notiziario della Associazione fra le Imprese
italiane in Africa» e, più tardi, «Riconquista», «Continenti»,
«Difesa africana», «Oltremare», «A rica», «Vergogna». Il loro
linguaggio è generalmente aggressivo, le loro rivendicazioni
molto più radicali di quelle del governo, i loro titoli quasi
sempre a piena pagina e a caratteri cubitali, titoli che si prestano
a diventare grida di combattimento, come questo de «La Voce
dell’Africa», che dice: Mentre a Parigi si viviseziona l’Italia,
salviamo l’Africa nostra patria di 300 mila italiani. 72
Dalle critiche ed invettive di questi fogli non si salva neppure
De Gasperi, che pure, l’abbiamo visto, si batte accanitamente per
le colonie e sovente sposa acriticamente le teorie estremiste dei
suoi consiglieri coloniali. Ma il più spietato censore dell’azione
di De Gasperi è lo storico Attilio Tamaro, uno fra i più celebrati
dal fascismo: «De Gasperi fece delle visite, meglio, delle
apparizioni a Parigi, come a Londra, col capo asperso di cenere e
col rosario in mano, per leggere dei papelli preparatigli dalla sua
burocrazia, ignaro della vastità delle questioni, nostre ed altrui,
che non aveva mai avuto tempo di studiare a fondo. Dovevamo
espiare, pagare il o: questo il suo principio». 73

Il trattato di pace.
Non è vero che De Gasperi va a Parigi soltanto per chiedere
perdono e misericordia, come sostiene Tamaro. Il discorso che
pronuncia il 10 agosto 1946 davanti alle assise dei Ventuno,
riuniti per discutere lo schema dei trattati di pace con l’Italia, la
Romania, l’Ungheria, la Bulgaria e la Finlandia, è un discorso
che ha scritto e riscritto proprio perché non appaia né troppo
perentorio né troppo remissivo, 74 un discorso che, comunque,
non è mai il lamento di un imputato. Quando egli entra nella
grande sala del Palazzo del Lussemburgo, «l’atmosfera — ricorda
un testimone — rimane fredda ma non ostile; si sente nell’aria
un vago senso di curiosità per un avvenimento che rompe la
monotonia delle sedute di ogni giorno». 75 De Gasperi, che
parla per tre quarti d’ora, in italiano, esordisce dicendo che il
trattato è «estremamente duro nei confronti dell’Italia»; che ha
un «carattere punitivo» e non sembra tener conto dell’apporto
dell’Italia nella lotta contro i nazisti; circa le frontiere, lamenta
che criteri politici e strategici siano prevalsi sull’interesse delle
popolazioni. A rontando, verso la ne, il problema coloniale, De
Gasperi dice: «Prendiamo atto con soddisfazione che nella
Conferenza dei Quattro — seduta del 10 maggio — la proposta
di a dare all’Italia, sotto forma di amministrazione duciaria,
le sue colonie ha incontrato consensi. Con diamo che tale
assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In
tale attesa, purché non si chiedano rinunce preventive, non
facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell’attuale
regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci
attendiamo che l’amministrazione di quei territori durante
l’anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale,
a data almeno per un’equa parte ai funzionari italiani, sia pure
sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva
istanza perché diecine e diecine di migliaia di profughi dalla
Libia, Eritrea e Somalia, che vivono in condizioni angosciose in
Italia e in campi di concentramento nella Rhodesia o nel Kenya,
possano ritornare alle loro sedi». 76
In sostanza, De Gasperi non si oppone al rinvio di un anno
deciso dai Quattro, ma si batte perché venga modi cato l’art. 17
del progetto di trattato di pace, che implica la rinuncia
preventiva dell’Italia alla sovranità sulle sue colonie. 77 Questa
richiesta di emendamento, se può sembrare legittima a taluni
delegati della Conferenza, irrita invece moltissimo il delegato
etiopico Lorenzo Taezaz: «La nuova Italia, che pretende di
rompere con il passato, non si fa scrupolo di far valere al tempo
stesso dei titoli che le hanno consentito tre aggressioni e di
chiedere che decine di migliaia di fascisti, trasferitisi in questi
territori per esigenze belliche nel 1935, vengano reintegrati
nelle loro funzioni [...]. Essa sollecita il trusteeship su paesi
poveri, la cui economia ha sempre richiesto pesanti impegni
nanziari, nello stesso momento in cui si dichiara
nell’impossibilità di pagare i suoi debiti e le riparazioni». 78
Il duro intervento di Taezaz spinge uno dei membri della
commissione coloniale italiana presente a Parigi, Giuliano Cora,
a prendere contatto con il ministro d’Etiopia a Parigi, Tesfai
Tegagne, nel tentativo di migliorare i rapporti fra i due paesi e
con il ne ambizioso di ristabilire le relazioni diplomatiche. Ma,
nonostante che Cora e Tesfai siano vecchi conoscenti, l’incontro
va a vuoto perché Tesfai pone, come sola condizione alla
riattivazione dei rapporti, la rinuncia dell’Italia a tornare in
Eritrea e Somalia, due territori che Addis Abeba reclama con
insistenza. Del resto, che i tempi non siano ancora maturi per
un riavvicinamento fra i due paesi lo aveva fatto intendere
pochi mesi prima ras Immirù Haile Sellase, di passaggio a
Napoli e diretto a Washington, dove andava a ricoprire
l’incarico di ambasciatore. Interrogato sui rapporti con l’Italia, il
cugino di Hailè Selassiè aveva risposto che in Etiopia regnava
ancora una forte di denza nei confronti di Roma: bastava
leggere i giornali italiani per rendersi conto che l’imperialismo
non era a atto morto. 79
Conclusasi intanto la discussione generale a Palazzo del
Lussemburgo, il 9 ottobre vengono messi ai voti i singoli articoli
del progetto di trattato di pace con l’Italia e passa, con gli altri,
anche l’art. 17, per il cui emendamento si erano tanto battuti De
Gasperi e Bonomi. In questo momento estremamente di cile e
mentre il paese è ancora scosso per aver appreso le clausole
durissime del trattato, De Gasperi cede a Nenni la direzione
degli A ari Esteri. «Naturalmente una tale decisione pareva a
noi inconcepibile e perniciosa — ricorda Alberto Tarchiani —.
Carandini ed io, con successivo intervento di Saragat, avemmo il
12 ottobre, a Palazzo Chigi, uno scambio di opinioni di tre ore
con De Gasperi. Per l’avvento di Nenni ad arbitro della politica
estera, cominciò col dirci: “Non mi rimproverate”. Assai
imbarazzato, del resto, ci assicurò che Nenni avrebbe usato
moderazione, e avrebbe domandato consiglio prima di agire». 80
Il 13 ottobre, cinque giorni prima di assumere il nuovo
incarico a Palazzo Chigi, Nenni tiene un discorso a Canzo, in
occasione dell’inaugurazione di un busto a Filippo Turati. È un
discorso di investitura, nel quale indica le direttive alle quali
intende ispirare la propria azione. Fedele agli impegni di
governo, egli non si discosta, anche sul problema delle colonie,
dalle posizioni di De Gasperi, ma il linguaggio è diverso, non
ammette ambiguità. Intanto comincia con il dire che «in Africa
il colonialismo nella forma assunta dal 1885, quando
sbarcammo in Eritrea, no alla guerra di Tripoli e di Etiopia, è
chiuso. Finirà, del resto, e forse più presto di quanto non si
preveda, anche l’era coloniale degli imperi che si sono costituiti
prima del nostro e che governi, di quello fascista più saggi, non
hanno giocato, come ha fatto Mussolini, su un colpo di dadi».
Nel ricordare poi che l’assetto de nitivo delle colonie italiane è
stato rinviato di un anno, Nenni sottolinea che questa decisione
«lascia aperto il problema della nostra necessaria presenza in
Africa per l’opera di civiltà e di progresso alle quali i nostri
coloni hanno dato il sudore della loro fronte, a volte il sangue,
sempre l’intelligenza». C’è indubbiamente, in questo elogio del
lavoro italiano, qualche immagine retorica e qualche inutile
forzatura, causate probabilmente da preoccupazioni
elettoralistiche. Ma se Nenni elogia «i nostri lavoratori,
superiori ad ogni altro per ingegno, iniziativa, coraggio e
operosità», sa anche riconoscere, cosa assai rara nell’immediato
dopoguerra, che l’Italia ha avuto in Africa anche un altro volto,
«quello di Graziani, che [gli arabi] aborrono e che è
de nitivamente tramontato». 81 Non solo, ma personalmente
non sembra molto ansioso di ricuperare le colonie. Quando De
Gaulle gli assicura il suo appoggio per la Tripolitania,
giusti candolo col dire che preferisce «nel Mediterraneo gli
italiani agli inglesi, agli arabi, ai russi», Nenni non rivela alcuna
particolare soddisfazione. Al contrario, annota nel diario: «Ma io
non ci tengo a atto». 82
Il politico è forse addirittura contrario allo stesso ricupero
temporaneo delle colonie. L’uomo di stato obbedisce invece ad
altre istanze, a cominciare dalla necessità di rispettare le
decisioni prese in seno al governo. Il 3 novembre, alla vigilia
della riunione a New York dei quattro ministri degli Esteri, per
la redazione de nitiva del trattato di pace, Nenni invia a
Tarchiani un lungo telegramma pregandolo di farlo pervenire ai
rappresentanti dei Quattro. Dopo aver criticato il progetto di
trattato, perché «nel suo insieme non è in armonia coi princìpi
della Carta Atlantica e con quelli più generali che costituirono il
fondamento morale della guerra condotta dalle Nazioni Unite
contro il nazifascismo», Nenni osserva al punto 3: «La
preventiva rinuncia alla sovranità italiana sulle colonie
contemplata dal progetto del trattato, in mancanza di ogni
indicazione sullo statuto giuridico che ad esse sarà dato e sulla
situazione che sarà fatta all’Italia, contrasta con ogni obiettiva
valutazione del contributo del lavoro italiano alla loro
valorizzazione ed al loro sviluppo futuro». 83
Nonostante questa nuova protesta del governo italiano, né i
quattro ministri degli Esteri né i loro sostituti apportano alcuna
sostanziale modi ca al testo del trattato, limitandosi ad
annunciare che la sua rma è stata ssata per il 10 febbraio
1947. La sola variante riguarda l’articolo 17, che nel testo
de nitivo diventa l’articolo 23. Esso dice: «1) l’Italia rinuncia a
ogni diritto e titolo sui possedimenti territoriali italiani in
Africa e cioè la Libia, l’Eritrea e la Somalia italiana; 2) i detti
possedimenti resteranno sotto l’attuale loro amministrazione,
nché non sarà decisa la loro sorte de nitiva; 3) la sorte
de nitiva di detti possedimenti sarà decisa di comune accordo
dai governi dell’Unione Sovietica, del Regno Unito, degli Stati
Uniti d’America e della Francia entro un anno dall’entrata in
vigore del presente Trattato e secondo i termini della
dichiarazione comune fatta dai detti governi il 10 febbraio
1947». 84
Nella dichiarazione comune le quattro potenze si impegnano
a decidere della sorte de nitiva delle ex colonie italiane,
precisando tuttavia che, se non riusciranno a mettersi d’accordo
sulla sorte di uno qualunque dei territori, entro un anno
dall’entrata in vigore del trattato, «la questione sarà sottoposta
all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per una
raccomandazione e le Quattro Potenze convengono di accettare
la raccomandazione stessa o di prendere le misure del caso, per
darvi esecuzione». La dichiarazione recita anche, al comma 4,
che i sostituti dei ministri degli Esteri «continueranno l’esame
della questione della sorte delle ex colonie italiane, allo scopo di
sottoporre al Consiglio dei ministri degli Esteri le loro
raccomandazioni al riguardo». Essi invieranno inoltre delle
commissioni d’inchiesta in tutte le ex colonie italiane «perché
raccolgano e sottopongano ai sostituti le necessarie
informazioni sull’argomento ed accertino le vedute delle
popolazioni locali». 85
Appena reso noto nel suo testo de nitivo, il trattato di pace,
che riserva ben dure sorprese e non soltanto in materia
coloniale, solleva l’indignazione del paese e pone in serie
di coltà gli uomini di governo. Persino Nenni, dinanzi a questa
«pace punitiva», si rivela indeciso e va a chiedere consiglio
anche a don Luigi Sturzo, da poco rientrato dall’esilio, il quale gli
esprime il parere «che il Governo non dovrebbe inviare a Parigi i
suoi plenipotenziari per rmare il Trattato, il 10 febbraio 1947,
sia perché non ne ha i poteri, espressamente riservati alla
Costituente [...], sia perché il paese non avrebbe tempo a formare
uno stato d’animo favorevole alla rma immediata, e sia in ne
per dimostrare ai paesi vincitori il risentimento del popolo
italiano per il trattato che gli viene imposto». 86 Nenni non farà
in tempo a prendere una decisione, perché la scissione del
partito socialista, promossa da Saragat nella seconda settimana
di gennaio del 1947, lo costringe a dimettersi. Il suo ultimo atto
di governo è la nota che il 20 gennaio invia ai ministri degli
Esteri Blum, Bevin, Marshall e Molotov e che dice, fra l’altro: «Il
Trattato urta la coscienza nazionale specie per le clausole
territoriali. In queste condizioni il ministro degli Esteri si trova
nella necessità di formulare le più espresse riserve e di chiedere
che sia riconosciuto il principio della revisione del Trattato sulla
base di accordi bilaterali cogli stati interessati, sotto il controllo
e nell’ambito dell’ONU». 87
Il 1° febbraio, con la costituzione del nuovo governo, Sforza
succede a Nenni. Pienamente d’accordo con De Gasperi che,
nonostante tutto, l’Italia deve dare una prova di buona volontà,
egli a ronta l’impopolarità e la «valanga di contumelie dei
retori e dei passatisti» e invia a Parigi, perché rmi il trattato, il
marchese Antonio Meli Lupi di Soragna, subordinando tuttavia
la sua rma alla rati ca dell’Assemblea Costituente. 88 E
l’indomani della glaciale cerimonia, Sforza invia alle venti
potenze rmatarie del trattato un messaggio che dice, fra l’altro:
«Il governo italiano mancherebbe all’onore — il patrimonio che
gli è più sacro — se non avvertisse gli alleati che il Trattato
peggiora ancora nelle sue clausole territoriali, economiche,
coloniali, militari, quella atmosfera di so ocazione demogra ca
che pesava praticamente sul popolo italiano e che è in parte
all’origine di tanti mali per noi e per gli altri. [...] Pur
ammettendo tanti errori passati, l’espiazione del popolo italiano
è stata sì dura no alla rma odierna che noi ci sentiamo per
l’avvenire, come italiani e come cittadini del mondo, il diritto di
contare su una revisione radicale di quanto può paralizzare o
avvelenare la vita di una nazione di 45 milioni di esseri umani
congestionati su un suolo che non li può nutrire». 89
Durante il dibattito sulla rati ca del trattato, che si tiene alla
Camera fra il 24 e il 31 luglio, la rinuncia preventiva alle colonie
viene indicata da più parti come inaccettabile. Quelle colonie,
sottolinea Benedetto Croce, che l’Italia ha «acquistato col suo
sangue, amministrate e portate a vita civile ed europea col suo
ingegno e con dispendio delle sue tutt’altro che ricche
nanze». 90 Meuccio Ruini, dal canto suo, precisa che l’Italia
non vuole il vecchio tipo di colonie: «Vogliamo un tipo nuovo,
che esce da quello storico, che non è più colonia e che si basa su
due cose: sulla sicurezza, sulla libertà, sull’avviamento
all’indipendenza delle popolazioni indigene e insieme sulla
collaborazione con le altre potenze nello sforzo comune». 91
Anche Nenni, che pure non ha mai fatto delle colonie un
problema primario, riconosce che «da un piano di
valorizzazione dell’Africa, l’Italia e gli italiani non possono
essere esclusi. Nessuno, su questi banchi, pensa che l’Italia
possa tornare in Africa come potenza conquistatrice,
oppressiva, sfruttatrice; tutti pensiamo che l’Italia deve tornare
in Africa come elemento di progresso e di civiltà, come alleata
naturale del mondo arabo nello sforzo teso verso l’indipendenza
del mondo nero». 92
Il problema delle colonie, anche se non è sentito nel paese
come quello della Venezia Giulia, tocca comunque, secondo i
risultati di un’indagine Doxa, il 18,1 per cento degli italiani, i
quali ritengono la perdita dei territori africani come la
mutilazione più dolorosa. 93 Si tratta, nondimeno, di una
minoranza combattiva, che dispone di propri giornali e ha
udienza nei maggiori fogli di informazione, che se non riesce a
mobilitare le masse è comunque in grado di farsi udire
attraverso convegni e congressi, raduni e petizioni. Una
minoranza che è tenuta in considerazione non soltanto dai
partiti al governo, ma anche da quelli dell’opposizione. Scriverà
l’«Avanti!», qualche anno dopo questi avvenimenti: «Uno
sconcertante e, diciamolo pure, umiliante spettacolo fu quello
o erto dal Congresso dell’Africa Italiana del 1947, quando si
sentirono, presenti e non dissenzienti i rappresentanti
quali cati di partiti proletari, riecheggiare le screditate formule
nazionalistiche, e più specialmente quella della valorizzazione
del lavoro italiano nei territori coloniali. Malgrado il disgusto
che molti provarono allora, una sottile vena di mentalità
colonialistica ha continuato e continua a serpeggiare per no nel
nostro Partito». Tra gli esponenti dei partiti di sinistra che
approvano l’ordine del giorno del congresso, il 6 maggio 1947,
c’è anche il comunista Ruggiero Grieco, il quale dichiara, fra
l’altro: «Le ex colonie italiane possono dare dei margini alla
nostra economia, possono intervenire, specie in questo duro
periodo di travaglio, con una funzione complementare». 94
Spesso ai raduni dei profughi dall’Africa il clima è rovente e
non mancano, tra gli oratori, gli apologeti del fascismo
imperialista. A Bari, i profughi si riuniscono in corteo e cantano,
tra la folla stupefatta, la più fortunata canzone della guerra di
Libia, Tripoli, bel suol d’amore. Un giornalista, che è venuto a
Bari per occuparsi della Fiera del Levante, non può non
registrare l’episodio: «L’evento vero, grande, della giornata è
rimasto quella vecchia canzone che aveva riempito
all’improvviso le strade di Bari, e quella commozione che per un
momento aveva fermato, al passaggio del corteo dei profughi, il
vivere frenetico di quella gente». 95 Nonostante queste
intemperanze, i convegni dei profughi sono seguiti con molta
attenzione da tutti i partiti, perché i profughi rappresentano,
con i loro parenti e simpatizzanti, un serbatoio di voti ai quali
tutti vorrebbero attingere.
Per i partiti al governo, dopo l’uscita dei comunisti e dei
socialisti, i profughi non costituiscono soltanto dei possibili
voti, ma una massa di manovra da utilizzare a comando e una
cassa di risonanza per le tesi via via sostenute. Non c’è convegno
di una certa entità per il quale De Gasperi o Brusasca non
spendano una parola di solidarietà, di conforto o di speranza.
«Desidero ria ermare a voi profughi d’Africa — telegrafa De
Gasperi, il 21 settembre, ai partecipanti al convegno di Bari —
che la rati ca del trattato di pace non signi ca rinuncia a far
valere i diritti derivanti dal vostro tenace lavoro e dalla grande
opera di civiltà compiuta dall’Italia nelle terre africane. Non
venga meno, nella lunga attesa, la vostra fede in una soluzione
secondo giustizia, che ponga termine alle vostre angustie,
condivise dal governo e da tutto il popolo italiano». 96 Al
convegno di Torino, dell’8 dicembre, Brusasca prende la parola
per de nire la questione coloniale come «il problema
fondamentale» della politica estera italiana del momento e
aggiunge: «All’estero si è detto che il problema è sentito in Italia
solo da una minoranza animata da propositi imperialistici,
mentre è a tutti noto che su questo punto non ci sono e non
possono esserci divisioni od incertezze nel popolo italiano». 97
Verso la ne degli anni ’40, i profughi dall’Africa
rappresentano una massa considerevole. Ne sono rientrati
93.721 dalla Libia, 54.878 dall’Etiopia, 45.142 dall’Eritrea,
12.124 dalla Somalia. Di questi 206 mila, 101.236 sono passati
attraverso i campi-profughi, 98 mentre gli altri hanno potuto
più facilmente reinserirsi nel tessuto sociale del paese. 99 Al di
là dell’assistenza nei campi-profughi e dell’erogazione di
liquidazioni e risarcimenti, che peraltro tarderanno moltissimo,
non sono molte le iniziative per agevolare i profughi e quasi
tutte non supereranno la fase dei progetti, come la creazione di
cooperative agricole prospettata da Brusasca al ministro
dell’Agricoltura Segni. «La sorte di questi elementi, tanto
gravemente colpiti dalla guerra, — scrive Brusasca riferendosi
ad un gruppo di medi e piccoli imprenditori agricoli, profughi
dall’Etiopia e dalla Cirenaica — mi sta molto a cuore e poiché né
l’Amministrazione degli Esteri, con i suoi servizi
dell’emigrazione, né quella dell’Africa Italiana, hanno alcuna
possibilità di concreti aiuti, penso che, oltreché doveroso,
sarebbe grandemente utile per il Paese raccogliere queste
energie disperse e inattive rivolgendole, con gli opportuni aiuti
nanziari, alla trasformazione fondiaria-agraria di plaghe ad
agricoltura arretrata dell’Italia Centro-Meridionale». 100
Il 16 settembre 1947, nel giorno dell’entrata in vigore del
trattato di pace, l’appello di De Gasperi non è più rivolto soltanto
alla minoranza dei profughi e dei loro sostenitori, ma all’intero
popolo italiano: «Questa mia voce accorata ma ferma giunga
consolatrice anche negli accampamenti dei profughi dell’Africa
e fra gli italiani rimasti nelle antiche colonie, che furono
rinnovate economicamente ed elevate a civiltà dal tenace lavoro
e dal duttile ingegno dei nostri colonizzatori. Il trattato ci lascia
aperta la via di una amministrazione fatta a nome di tutti, onde
preparare i popoli nativi all’autogoverno. D’oggi in poi dovremo
raddoppiare gli sforzi perché questa via a cui ci designano i
meriti e le prove del passato sia lealmente dischiusa». 101
Su questi motivi, ma con un tono ancora più energico e
vibrante, Carlo Sforza ritorna, il 4 ottobre, parlando dinanzi
all’Assemblea Costituente: «Noi agiremo per i gruppi italiani
rimasti in Africa, per i nostri interessi in Africa; li difenderemo
perché sono italiani e perché sono carne della nostra carne; ma
anche perché mostreremo e faremo sentire al mondo che la
presenza degli italiani in terre africane, che prima di noi erano
deserti, costituisce un bene cio comune per l’Europa. Non vi è
dubbio infatti: quei luoghi ridiventerebbero dei deserti se gli
italiani ne partissero. Quindi è interesse dell’Europa e della
civiltà occidentale che essi rimangano dove essi, con il loro
sangue e con il loro sudore, frutti carono i terreni
dell’Africa». 102
Nella spartizione dei compiti, a Brusasca tocca l’incarico di
mantenere i contatti con gli italiani rimasti nelle colonie e con
le popolazioni indigene. Rivolgendosi a queste ultime, il 19
settembre, egli dice: «Il Trattato di pace è entrato in vigore
anche nelle sue clausole africane. L’Italia rinnova e mantiene,
nell’anno di rinvio ssato dal Trattato stesso, la sua richiesta di
mandato sulla Libia, Eritrea e Somalia, per guidare ancora quei
paesi alle più elevate forme di struttura politica nel comune
interesse di tutte le genti che abitano quei territori. In questo
momento vada perciò il saluto augurale e fervido del governo e
del popolo italiano a tutti i libici, eritrei e somali, i quali in
solidarietà di vita e di interessi con gli italiani d’Africa
giustamente si attendono che, con rinnovato spirito e nei nuovi
ideali di collaborazione internazionale, venga ripreso il lavoro
comune per la prosperità e il benessere politico della Libia,
Eritrea e Somalia». 103 Agli italiani d’Africa dirà, invece, il 1°
gennaio 1948: «Il nuovo anno sarà decisivo per il destino dei
territori che avete fecondato con il sangue e col lavoro. Dio
faccia che esso veda il trionfo della giustizia e che voi ed i nativi,
in fraternità di spiriti, possiate riprendere con la Madre Patria
l’opera di civiltà e di progresso interrotta dalla guerra». 104
C’è indubbiamente qualcosa di nuovo in queste dichiarazioni
degli esponenti più quali cati del governo italiano, i quali, da
oltre un anno, non invocano più il principio
dell’amministrazione diretta. L’intendimento di portare le
popolazioni indigene all’autogoverno, in un clima largamente
democratico, sembra sincero, così come leale sembra l’o erta ai
nativi di una cooperazione basata sulla parità di diritti. Ma al di
là dell’accettazione pura e semplice della loso a del trusteeship,
non ci sono che belle e altisonanti parole e vecchi e pericolosi
propositi. Si parla ancora troppo dei diritti conseguiti col sangue
e il sudore. Si insiste con troppo calore sulla missione africana
dell’Italia, sulla necessità di uno sfogo per l’emigrazione, sulle
insostituibili capacità degli italiani. Si cerca con troppa
ingenuità di coinvolgere l’Europa e l’Occidente nel disegno di
un’Eurafrica, che ancora troppo assomiglia a quella
preconizzata dal fascismo. «L’impostazione nuova, dunque, era
nuova no ad un certo punto — osserva giustamente Gianluigi
Rossi —; essa nascondeva in verità concezioni anacronistiche e
dimostrava ancora una volta che da parte italiana non si
volevano tirare le logiche conseguenze da ciò che si stava
veri cando nel mondo coloniale». 105 Un mondo che ri uta,
come dimostrerà la commissione d’inchiesta inviata dall’ONU
in Libia, Somalia ed Eritrea, non soltanto qualsiasi forma di
governo italiano, ma la stessa presenza degli italiani.

Il compromesso Bevin-Sforza.
Sulla scia delle dichiarazioni governative e mentre la
commissione quadripartita svolge la sua indagine nelle tre ex
colonie italiane tra il novembre 1947 e il giugno 1948, sulla
stampa italiana si svolge un nuovo e più ampio dibattito, reso
particolarmente aspro e turbolento da alcuni avvenimenti,
come la strage dei 54 italiani a Mogadiscio, l’improvvisa
decisione di Mosca di appoggiare le rivendicazioni di Roma sulle
sue ex colonie e le elezioni politiche del 18 aprile 1948. In
questo periodo di notevole confusione, non c’è un solo partito
che non assuma, nei riguardi della questione coloniale, un
atteggiamento decisamente nazionalista. Dai liberali ai
democristiani, dai repubblicani ai socialdemocratici, dai
socialisti ai comunisti, dai nostalgici fascisti ai membri delle
lobbies colonialiste, tutti sono d’accordo che l’Italia non può
essere estromessa dall’Africa: variano soltanto, animando la
polemica, i toni delle rivendicazioni, i metodi suggeriti per
ottenere il mandato duciario, le scorciatoie da prendere, le
alleanze da coltivare. È anche probabile che la questione
africana venga utilizzata dai socialcomunisti come arma
elettorale in funzione antigovernativa, ma certe dichiarazioni
sembrano fatte in buona fede, certe preoccupazioni sembrano
reali, non condizionate da scadenze politiche.
Così, mentre l’ex sottosegretario fascista Roberto Cantalupo
spezza una lancia in favore dell’integrità, minacciata, delle ex
colonie italiane, ricordando che «dal primo giorno in cui furono
italiane no all’ultimo, sono state da noi sottratte alle cupidigie
dei vicini e dei lontani», 106 sull’«Avanti!» si può leggere: «Il
governo si è avventurato nella rovinosa politica del blocco
occidentale sacri candovi gli stessi vitali interessi del paese. Gli
italiani d’Africa ne trarranno, fra breve, le prime
conseguenze». 107 E mentre Teobaldo Filesi sostiene che
«l’Italia ha ancora da dire la sua parola in Africa» e che all’Africa
«chiede di assorbire un po’ della sua mano d’opera in cerca di
impegno», 108 Palmiro Togliatti, in un discorso elettorale,
dichiara: «Il governo inglese, se proprio vuol dimostrarsi nostro
amico, perché invece di cominciare da Trieste, non comincia col
dichiarare di essere d’accordo che rimangano all’Italia le sue
vecchie colonie?». 109
Una tale unanimità, anche se equivoca e sicuramente
provvisoria, non ha precedenti in tutta la storia del nostro
paese. Quando, nel 1885, si trattò di andare a Massaua,
repubblicani, socialisti e radicali si opposero alla spedizione.
Due anni dopo, quando si trattò di vendicare Dogali, Andrea
Costa lanciò il famoso grido: «Né un uomo, né un soldo». E
ancora nel 1895, dopo la scon tta dell’Amba Alagi, e nel 1896,
dopo la disfatta di Adua, e nel 1911, alla vigilia di andare a
Tripoli, nel Parlamento e nel paese si alzarono voci discordi, in
un’epoca, pertanto, in cui il colonialismo era in auge, non aveva
ancora subìto la dissacrazione dei decenni successivi. Nella
primavera del 1948, invece, non c’è una sola voce dissenziente e
questa inattesa concordia incoraggia il governo a difendere con
rinnovata caparbietà le posizioni italiane in Africa, a non
abbandonare la linea della rivendicazione globale delle colonie.
Dopo la scon tta del Fronte popolare e l’inizio
dell’inserimento dell’Italia nel campo occidentale, si comincia
comunque a rilevare, nella stampa di sinistra, un certo distacco
dalle vecchie tesi, anche se non progressivo, ma caratterizzato
da accelerate e brusche frenate. Con due articoli sull’«Italia
socialista», dal titolo Non vogliamo le colonie, che è già una s da,
Ernesto Rossi attacca i giornali di destra che hanno iniziato
un’«o ensiva colonialista con un tiro accelerato di balle di tutti i
calibri: dove manderemo l’eccesso della nostra popolazione?
Dove ci riforniremo delle materie prime necessarie alle nostre
industrie? Dove troveremo uno sbocco ai nostri prodotti? Senza
colonie l’Italia mancherebbe di polmoni, mancherebbe di milza,
mancherebbe di intestini [...]». Dopo aver precisato che tutti
questi argomenti vengono usati dalle destre «come cantaride
per risvegliare i sentimenti nazionalistici», Rossi indica che il
compito della stampa di sinistra è quello «di controbattere
questa propaganda», spiegando all’opinione pubblica che cosa
sono state le colonie, quanto ci sono costate e a chi sono servite.
«Invece i giornali comunisti — prosegue Rossi — per mantenersi
in linea con la politica estera sovietica, tengono bordone ai
giornalisti reazionari, protestando contro la nefanda ingiustizia
dei paesi capitalistici che non vogliono restituire le colonie e
manifestando la loro indignazione per l’o esa in itta al nostro
onore nazionale. E l’“Avanti!” praticamente tace». 110
Pochi giorni dopo l’apparizione dei due articoli di Rossi,
l’«Avanti!» rompe il silenzio con un articolo di Riccardo
Lombardi dal titolo Politica coloniale? Dopo aver reso omaggio a
Rossi per il suo intervento e per aver «e cacemente illustrato la
vecchia — e per noi ancora valida — tesi anticolonialista di
Gaetano Salvemini», Lombardi, con innegabile coraggio,
ammette: «Non c’è dubbio che la questione delle rivendicazioni
coloniali ha esercitato qualche seduzione, negli ultimi anni,
per no sull’opinione socialista, sull’opinione cioè che dovrebbe,
per istinto oltreché per tradizione, risultare impermeabile a
qualsiasi illusione». Fatta questa autocritica per il partito,
Lombardi prende un impegno preciso: «È tempo che i temi e le
formule della politica coloniale siano riproposte all’opinione
socialista non già nella loro rozza formulazione falsamente
sentimentale e falsamente patriottica, ma nel loro reale e non
equivoco signi cato reazionario». E, per mantenere fede a questi
propositi, chiude l’articolo con queste parole: «Prima di
‘redimere’ e di ‘civilizzare’ la Libia, si cominci col redimere dalla
miseria, dall’analfabetismo, dalla mancanza di case, di strade, di
acqua, i territori coloniali, che, per la nostra vergogna, abbiamo
ancora in Patria». 111
Due settimane dopo, sempre sull’«Avanti!», Giuseppe Lupis
attacca la politica coloniale di Sforza, i suoi «sistemi preconcetti
e faziosi», e propone, fra l’altro: «Se dobbiamo tornare in Africa,
dobbiamo tornare non come diretti amministratori, ma come
consiglieri e come controllori». 112 Il 24 settembre, parlando
alla Camera, Nenni fa però un passo indietro sostenendo, con
argomenti che non sono diversi da quelli del governo, che i
socialisti «non possono chiudere gli occhi» e disinteressarsi dei
profughi dall’Africa, perché «sono in gioco gli interessi concreti
di alcune decine di migliaia di lavoratori italiani, coloni,
commercianti, imprenditori di lavori. Si tratta di 180-200 mila
profughi i quali vivono in condizioni miserevoli nel nostro
paese. L’opera di civilizzazione da loro compiuta, a lato o ai
margini degli orrori delle guerre coloniali, pone o ripropone il
diritto della nostra presenza in Africa, nei limiti di una presenza
atta a preparare le condizioni dell’autogoverno delle popolazioni
indigene». 113
Evidentemente non c’è omogeneità di vedute all’interno del
Partito socialista e forse ha ragione Riccardo Lombardi quando
precisa, come abbiamo visto, che «una sottile vena di mentalità
colonialista ha continuato e continua a serpeggiarvi». 114
Ancora l’8 aprile 1949, per la penna di Lucio Cerasi, l’«Avanti!»
decanta, con gli stessi argomenti e il tono della stampa
colonialista, l’importanza dell’Africa ex italiana, purtroppo
perduta per colpa di Sforza. «Ecco come la politica del governo
— conclude Cerasi — ha precluso al lavoro italiano ogni
possibilità di contribuire alla costruzione di un mondo più
evoluto e all’autogoverno per le popolazioni delle ex
colonie». 115
Mentre le sinistre cercano, faticosamente, un nuovo impatto
con la questione coloniale, più aderente alla loro tradizione, il
governo De Gasperi è invitato a esporre le sue osservazioni sulle
risultanze dell’inchiesta della Commissione quadripartita,
presentate a Londra tra il 21 e il 27 luglio 1948, e che in
sostanza si possono così sintetizzare: 1) nelle tre ex colonie
italiane non ci sono le condizioni necessarie per una
indipendenza immediata; 2) le popolazioni rivelano una
notevole carenza di maturità politica; 3) i tre territori sono
anche troppo fragili sotto il pro lo economico; 4) l’Italia ha
lasciato tracce positive in tutt’e tre le colonie, ma ancora vivo è il
ricordo del lavoro coatto e della brutalità della discriminazione
razziale; 5) in Eritrea, soltanto il 10 per cento della popolazione
si è rivelato favorevole ad una amministrazione italiana. 116
Presentandosi, il 30 luglio, dinanzi ai sostituti dei ministri
degli Esteri, riuniti a Lancaster House, l’ambasciatore Gallarati
Scotti rinnova la richiesta del trusteeship singolo per tutt’e tre le
colonie, facendo soprattutto leva sul fatto che, in base alle
conclusioni della Commissione, i tre territori non possono
subito accedere all’indipendenza. Per una volta tanto, la
richiesta non viene accompagnata dai soliti ingredienti
arti ciosi e controproducenti, come «i diritti del sangue e del
lavoro» e «l’insopportabile spinta demogra ca», ma anzi viene
abilmente corredata dal preciso impegno dell’Italia di attenersi,
nell’esercizio del trusteeship, alle direttive delle Nazioni Unite,
nel solo e giusto interesse delle popolazioni native.
Si direbbe, da questo atteggiamento parzialmente nuovo, che
i responsabili della politica estera italiana si siano nalmente
liberati da tutte le scorie del vecchio e nuovo colonialismo e che
aspirino soltanto di mettere alla prova la nuova Italia,
invitandola ad un pubblico esame di riparazione in materia
coloniale. Ma se a Londra Gallarati Scotti tiene un linguaggio
insolito, a Roma, nei ministeri degli Esteri e dell’Africa Italiana,
si continua a pensare alla vecchia maniera, a nutrire assurde
speranze, ad elaborare progetti per forzare, in modi non sempre
limpidi, la ruota del destino. In un documento ‘segreto’
elaborato per Brusasca, e che porta la data del 30 novembre
1948, vengono ad esempio elencate le vere ragioni del ritorno
dell’Italia in Africa. Queste ragioni sono: 1) di ordine economico:
soltanto ora le colonie, dove sono stati investiti più di un
miliardo di dollari, potrebbero cominciare a rendere; 2) di
carattere politico internazionale: l’Italia deve tornare in Africa
anche in funzione anti-sovietica; 3) di carattere politico interno: i
150 mila profughi dall’Africa, ora disseminati nei campi di
assistenza, possono essere facilmente preda della propaganda
comunista; 4) di carattere strategico: l’Italia non intende essere
esclusa dall’importante compito della difesa dell’Occidente; ma
con il suo piccolo esercito non è però in grado di «arrestare
un’eventuale invasione da Oriente [...]. Nella dannata ipotesi di
una totale invasione della Penisola, governo e Forze armate non
avrebbero ulteriori possibilità di ricostituzione se non in Libia»;
5) di carattere demogra co: le colonie «costituiscono una valvola
di sicurezza per la nostra emigrazione». 117
Nella stessa giornata del 30 luglio, a Lancaster House, espone
le sue vedute anche il ministro degli Esteri etiopico Aklilù Hapte
Uold. Egli mette soprattutto in evidenza quella parte del
rapporto che documenta gli antichissimi legami tra l’Etiopia e
l’Eritrea e ribadisce che l’Eritrea non può esistere come stato
indipendente, né sotto il pro lo politico né sotto quello
economico. Rifacendosi poi ad alcuni dati rilevati dalla
Commissione, Aklilù sottolinea che la quasi totalità della
popolazione dell’Eritrea si oppone al ritorno dell’Italia. Ma non è
soltanto questa netta opposizione che dovrebbe sconsigliare le
Nazioni Unite di a dare il mandato sull’Eritrea agli italiani, ma
lo stesso impoverimento dell’Italia, la quale, «mentre dichiara di
non poter far fronte alle riparazioni e chiede e riceve assistenza
d’ogni genere, pretende la restituzione di un territorio che potrà
solo costituire un pesante fardello per le sue già stremate
nanze». 118 Alla ne del suo discorso, Aklilù rinnova la sua
richiesta di un’unione immediata dell’Eritrea all’Etiopia, mentre
lascia invece cadere ogni pretesa sulla Somalia, che infatti non
verrà mai più menzionata nelle rivendicazioni etiopiche.
Nonostante i rapporti forniti dalla Commissione
quadripartita e il notevole lavoro preparatorio compiuto dai
sostituti durante l’estate del 1948, quando i quattro ministri
degli Esteri si riuniscono il 13 settembre a Parigi, i loro punti di
vista sono ancora troppo distanti perché si possa
ragionevolmente sperare in una soluzione entro il termine
previsto del 15 settembre. E infatti, dopo due giorni di sterili
discussioni, i Quattro rinunciano a discutere ulteriormente il
problema delle colonie italiane e, in base al dettato dell’articolo
23 del trattato di pace con l’Italia, deferiscono la questione
all’Assemblea Generale dell’ONU, la quale, però, non potrà
prenderla in esame che ai primi di aprile del 1949.
In attesa del dibattito primaverile a Lake Success, Palazzo
Chigi svolge un’assidua e costante preparazione diplomatica
presso tutti i paesi, cercando di far valere le sue tesi in riunioni
u ciali e in colloqui privati. Vengono anche utilizzati, al ne di
rendere meglio note le rivendicazioni dell’Italia, organismi
privati come il Gruppo Coloniale Vittorio Bottego, che conduce
in Gran Bretagna, nel 1948 e nel 1949, due campagne di
propaganda. 119 Per analoghi scopi vengono invece mobilitate,
negli Stati Uniti, varie organizzazioni della collettività italiana,
come l’Order sons of Italy, il Commettee for a better peace with
Italy e il Commettee to strengthen friends between the United
States of America and Italy. 120
Prendendo la parola alla Camera il 28 settembre 1948, a
conclusione della discussione sul bilancio degli Esteri, Sforza si
impegna anche a rassicurare l’opinione pubblica a ermando
che «a tutt’oggi nulla è ancora perduto. Ogni giorno che passa le
Cancellerie ci dicono che è sempre più di cile escluderci e qua e
là a orano le ammissioni che tutti i nostri coloni hanno diritto
di tornare e di essere protetti [...]. Pur tra i grandi interessi in
contrasto, che sono alla base del disaccordo fra i Quattro, l’Italia
non ha perduto una sola occasione per sostenere le sue
aspirazioni, e qui, io voglio dichiararvi solennemente che mai
ho cessato di rivendicare al nostro Paese il mandato duciario
per tutti i quattro ex nostri territori africani». 121
Mentre Sforza rassicura il paese che l’Italia non rinuncia a
nessuna delle sue colonie, il sottosegretario Brusasca,
rispondendo il 24 settembre ad una serie di interpellanze, si
preoccupa soprattutto di far rilevare che l’Italia, tornando in
Africa, non dovrà «sperperare del denaro, come a ermano
taluni, togliendolo alla ricostruzione interna», ma, al contrario,
«potenziando le opere già compiute, avremo la possibilità di
restituire al loro lavoro le centinaia di migliaia di profughi che
sono in Italia» e che gravano sul bilancio dello stato per 4
miliardi all’anno. Pur non illudendosi di risolvere, con la
restituzione dei profughi all’Africa, il problema della
disoccupazione, «perché le nostre ex colonie hanno una
possibilità limitata di accoglimento dei nostri lavoratori»,
Brusasca ritiene tuttavia che non si possa scartare l’occasione
del ritorno in Africa «perché altrimenti non sapremo dove e
come collocare i profughi che hanno anch’essi diritto al lavoro».
Cercando nel contempo di rassicurare le popolazioni indigene, il
sottosegretario dichiara: «Noi non vogliamo fare delle
emigrazioni politiche [...]; ci proponiamo di includere tra i nostri
obblighi nel mandato quello di sentire il parere dei
rappresentanti delle popolazioni locali in materia di
emigrazione italiana in quei territori». 122
Alla ne del 1948 l’Italia non ha dunque modi cato in nulla
le sue pretese, salvo la rinuncia, obtorto collo,
all’amministrazione diretta delle colonie, e ancora spera di
alleggerire la pressione demogra ca rimandando in Africa 200
mila profughi. 123 E tutto questo nonostante le risultanze poco
favorevoli all’Italia dell’inchiesta condotta in Africa dalla
Commissione quadripartita, nonostante le mire sempre più
palesi della Gran Bretagna sulla Cirenaica e la promessa, fatta
agli etiopici dal segretario di stato americano Marshall, di
appoggiare le loro rivendicazioni sull’Eritrea. Giustamente
Gallarati Scotti cerca di convincere Palazzo Chigi a ridurre le sue
pretese, precisando che l’Italia può al massimo aspirare al
trusteeship sulla Somalia e sulla Tripolitania, ma a Roma ogni
proposta che si discosti da quella globale viene considerata
catastro ca e respinta, mentre De Gasperi giudica «intollerabile
per la coscienza italiana» la perdita dell’Eritrea in favore del
Negus. 124
Dinanzi all’estrema di coltà di trovare un’intesa con Londra
e con Washington, per avviare la questione coloniale ad una
rapida soluzione, Sforza cerca l’appoggio della Francia, che ha
mostrato, sin dall’inizio della vertenza, la massima
comprensione per le richieste italiane. Nell’incontro di Cannes
(20-21 dicembre 1948), Sforza dice al collega Schuman: «Sul
problema delle colonie, io le parlerò con la franchezza totale con
cui si parla solo ad un amico a cui si può dire tutto: noi non
crediamo che le colonie oggi ci o rirebbero vantaggi economici;
crediamo piuttosto il contrario. Ma il popolo italiano non vive di
solo pane; sa che nelle colonie ha ben lavorato e sente quindi che
sarebbe ingiusto di privarlo di esse. Tuttavia, noi consideriamo
il problema africano con la massima larghezza non escludendo
nessuna nuova idea». 125
Il nuovo piano che Sforza espone a Schuman, pur non
essendo ancora realistico, segna tuttavia una svolta, perché
prevede la rinuncia alle due regioni libiche della Cirenaica e del
Fezzan e a parte dell’Eritrea. Esso si articola in questi punti: 1)
un mandato collettivo per l’Eritrea, possibilmente da a dare
all’Unione Europea. Asmara e Massaua sarebbero comunque
rimaste italiane, mentre l’Etiopia avrebbe ottenuto la parte
meridionale dell’Eritrea, con lo sbocco al mare; 2) la
costituzione, in Tripolitania, di uno «Stato unito all’Italia da un
atto contrattuale», una formula che avrebbe posto gli italiani in
una situazione analoga a quella dei francesi in Tunisia. Nel
colloquio non si fa cenno alla Cirenaica, pretesa con tanta
insistenza dalla Gran Bretagna, né al Fezzan, rivendicato dai
francesi, e neppure alla Somalia, l’unica colonia sulla quale gli
anglo-americani sembrano aver raggiunto un accordo, quello di
assegnarla all’Italia col mandato duciario.
L’accoglienza che Schuman fa al piano di Sforza è
sostanzialmente buona. Egli fa soltanto notare che gli inglesi
ritengono che il ritorno degli italiani in Tripolitania potrebbe
provocare delle «reazioni locali», ma Sforza lo rassicura, su
questo punto, a ermando: «Se ritornassimo in Tripolitania, noi
abbiamo quella divisione o quel paio di divisioni che sarebbero
necessarie per mantenere l’ordine, ma è da tener presente che il
ritorno italiano in Tripolitania avrebbe una sionomia nuova;
esso non dovrebbe quindi provocare ribellioni». 126
I tentativi di mediazione di Schuman non approdano però ad
alcun risultato. Il piano viene respinto da Bevin, mentre gli
americani non de ettono dalle loro posizioni. Né miglior esito
ottiene lo stesso Sforza quando, l’11 aprile 1949, alla riapertura
della terza sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU, può
illustrare il suo piano dinanzi al Comitato politico. Per quanto
Sforza faccia del suo meglio per illustrare i meriti della nuova
Italia e per distinguerla da quella che accettò la dittatura
fascista, e prenda solennemente l’impegno di «avviare
all’indipendenza, entro il più breve termine possibile, quei
territori che ci venissero a dati», 127 il suo piano raccoglie
soltanto il consenso dei paesi latino-americani e viene bocciato
dal gruppo anglo-sassone.
Dinanzi alle di coltà, che appaiono insormontabili, di
trovare una formula di compromesso che possa soddisfare tanto
il gruppo latino-americano che quello anglo-sassone, senza la
cui intesa non si può raggiungere, in sede di votazione
all’Assemblea, la maggioranza dei due terzi, Sforza decide
all’improvviso di imboccare una nuova strada, estranea alle
Nazioni Unite e ad ogni procedura societaria. «L’atmosfera
all’ONU non si rivelò propizia ad accogliere formule accettabili
da tutti — ricorda il ministro degli Esteri —. Malgrado gli sforzi
che io feci attraverso una tta rete di colloqui che ebbi a New
York con la maggior parte dei delegati, e soprattutto con
Acheson e Bevin, nii per persuadermi che solo una via d’uscita
era possibile: un accordo diretto con l’Inghilterra, posta di
fronte a nuove transazioni». 128
L’occasione per incontrare Bevin, e per trattare direttamente
con lui, 129 gli viene o erta dalla cerimonia per la rma dello
statuto del Consiglio Europeo, ssata a Londra per l’inizio di
maggio. Il 5 e il 6 maggio i due ministri degli Esteri si
incontrano al Foreign O ce, dove vivono ore «di drammatiche
discussioni», ma alla ne raggiungono un compromesso.
L’accordo, che Sforza telegrafa a De Gasperi alla mezzanotte del
6, prevede: 1) la spartizione della Libia, con la Cirenaica sotto
trusteeship britannico, il Fezzan sotto quello francese, la
Tripolitania sotto quello italiano; 2) lo smembramento
dell’Eritrea, con l’assegnazione delle province occidentali al
Sudan e il resto all’Etiopia, la quale, però, «darà garanzia di uno
speciale statuto per le città di Asmara e Massaua»; 3)
l’assegnazione della Somalia all’Italia, la quale ne sarà la potenza
amministratrice per conto dell’ONU. «Ritengo in coscienza —
soggiunge Sforza, commentando l’accordo — che questo è il solo
modo per noi di salvare la Tripolitania e le due città eritree.
Ritengo che è il solo modo di andare paci camente in
Tripolitania, perché senza questo accordo romperemmo forse
per lungo tempo con l’Inghilterra, che ci creerebbe in Africa
ogni sorta di di coltà». 130
Appena reso noto nelle sue linee essenziali, il compromesso
Bevin-Sforza riesce a scontentare tutti, in Italia, negli ambienti
delle Nazioni Unite, in Africa. Il primo a dolersi dell’accordo è lo
stesso De Gasperi, il quale, come riferisce Tarchiani, «rimase
molto perplesso, soprattutto per essere stato messo in
condizioni di dover accettare un fatto compiuto». 131 A De
Gasperi, che non ha mai perso la speranza di ottenere il
mandato su tutte le ex colonie italiane, e che ha la grande
responsabilità di aver coltivato negli italiani questa illusione, la
rinuncia all’Eritrea deve apparire intollerabile. Per motivi
diversi, ma che insieme generano un violento attacco alla
politica coloniale di Sforza, il compromesso viene anche
criticato dalla stampa di sinistra e da quella neo-fascista e
nazionalista, dagli organi dei profughi e dalla stessa stampa
moderata e logovernativa.
Alle Nazioni Unite, dove l’accordo Bevin-Sforza è giustamente
visto come un’intesa di vecchio stampo, fra nazioni colonialiste,
le reazioni sono negative, di disappunto, anche fra i paesi amici
dell’Italia. «Per essere meglio accolto — scrive Tarchiani —, quel
compromesso doveva gurare come frutto del lavoro di
corridoio a Lake Success con adesione dei due governi, non
come risultato di alchimie anglo-italiane a Londra da far
inghiottire alle Nazioni Unite, dopo averlo reso pubblico in
Europa». 132 Indignate sono invece le reazioni dei
rappresentanti africani, a uiti a Lake Success per la ripresa dei
lavori. I libici protestano per la spartizione del loro paese e
indicano nei disordini di Tripoli di quei giorni il segno più
evidente di un atteggiamento anti-italiano. I delegati eritrei
criticano aspramente la divisione dell’Eritrea fra Etiopia e
Sudan e invocano, in attesa dell’indipendenza, un mandato delle
Nazioni Unite. Quanto al rappresentante della Lega dei Giovani
Somali, egli si oppone al ritorno degli italiani e rinnova la
richiesta di un trusteeship decennale dell’ONU.
Nella tarda serata del 17 maggio 1949, quando, dopo non
poche di coltà, il progetto basato sull’accordo Bevin-Sforza
viene messo ai voti, accade il colpo di scena. Per un solo voto,
quello di Haiti, la risoluzione viene respinta. «Così si chiuse —
ricorda Tarchiani —, con un rinvio generale a settembre di tutta
la questione delle colonie, quella laboriosa, ma amara e
sconclusionata sessione delle Nazioni Unite. [...] A Roma si
respirò per lo scampato pericolo, e con l’istintiva sensazione che
un male evitato fosse sempre meglio d’un danno certo.
Senonché era ancora illusione credere che il tempo avrebbe
lavorato per noi, quando le votazioni, salvo imprevedibili e
improbabili rovesciamenti di situazioni, erano anche troppo
eloquenti a dimostrare che l’ostilità ferma di certi elementi ad
ogni nostro ritorno in Africa, si era fortemente ed
implacabilmente stabilizzata ed inasprita». 133 L’indomani
della votazione, Nenni laconicamente annota nel suo diario:
«Sforza s’è presentato oggi alla commissione degli Esteri con la
consueta alterigia malgrado quanto è successo all’ONU, dove il
compromesso Bevin-Sforza sulle colonie è naufragato in malo
modo». 134
1. Il giornale portava, come sottotitolo, «Edizione di bordo per i rimpatriati dall’AOI».

2. Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La caduta dell’impero, Laterza,
Roma-Bari 1982, pp. 556-66.

3. «Il Giornale d’Italia», 8 luglio 1943.

4. Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. Dall’Unità alla marcia su Roma,
Laterza, Roma-Bari 1976, p. 735.

5. «Corriere della Sera», 10 settembre 1943. Per colmo di sfortuna il treno dei
rimpatriati fu investito da un bombardamento aereo all’arrivo a Roma, a San
Lorenzo, e i morti furono moltissimi.

6. Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale. La conquista dell’impero,
Laterza, Roma-Bari 1979, p. 552.

7. Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944, Rizzoli, Milano 1982, p. 428, in data 13 agosto
1943.

8. Ivi, p. 432, in data 26 agosto 1943.

9. Ivi, p. 422, in data 26 settembre 1943.

10. Cit. in Agostino degli Espinosa, Il regno del sud, Editori Riuniti, Roma 1973, p. 75.
Il discorso di Badoglio è del 19 settembre 1943.

11. ASMAI, pos. 180/48, . 176 e 177.

12. Fondo per l’assistenza malattie nell’Africa Italiana.

13. MAI, L’Italia in Africa. Il governo dei territori oltremare, Istituto Poligra co dello
Stato, Roma 1963, p. 198.

14. L’indossava il 17 febbraio 1937, al momento dell’attentato di Addis Abeba.

15. ACS, Carte Barracu, RSI, scatola 3, riservato, f. 675.

16. Ivi, f. 709.

17. Ivi, f. 1007.

18. Ivi, scat. 4, f. 186, riservato. I «sorvegliati» erano: Capobianco, Copasso,


Tomassini, Petuzzi, Jannuzzi, Pugliato, Scandone, Piccioli, Quaglia. Nelle Carte
Barracu (scat. 2, f. 351, riservato) c’è anche un appunto per Mussolini, del febbraio
1944, su De Vecchi di Val Cismon. L’ex quadrumviro e governatore della Somalia
era ricercato dalla RSI, oltre che per aver votato l’ordine del giorno Grandi, il 25
luglio, perché accusato di comandare bande di partigiani di fede monarchica.
Nell’appunto si precisava che De Vecchi «si era tagliato i ba oni».

19. ASMAE, Inventario A ari Politici, Eritrea, b. 3, f. 1. Dattiloscritto di 21 cartelle,


siglato A.A. Inviato a Badoglio dal Comando Supremo, U cio Informazioni, protoc.
n. 71580/2.

20. ACS, Carte Barracu, scat. 4, f. 1440. Testo di 3 cartelle.

21. Cit. in Ettore Musco, La verità sull’8 settembre 1943, Garzanti, Milano 1965, p. 182.

22. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 472-500.

23. Ivi, pp. 702-3 e 743.

24. ASMAE, Inventario A ari Politici. Prigionieri di guerra, b. 30, f. 5. Lettera dello
Stato Maggiore Generale, prot. 67/Z/5.

25. Ivi. Telespresso 11/10955/108 del MAE al MAI.

26. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 24-50 e 127-97.

27. Dichiarazioni rilasciate al «New York Herald Tribune» (10 novembre 1943), al
«The Times» (17 novembre 1943), al Congresso di Bari del 28-29 gennaio 1944.

28. Dal discorso pronunciato al Teatro Eliseo di Roma il 28 agosto 1944.

29. Cit. in Aurelio Lepre, Dal crollo del fascismo all’egemonia moderata. L’Italia dal
1943 al 1947, Guida Editori, Napoli 1973, p. 69.

30. «L’Italia libera», gennaio 1943.

31. «Politica estera», agosto-settembre 1944.

32. Enzo Collotti, Collocazione internazionale dell’Italia, in AA.VV., L’Italia dalla


liberazione alla repubblica, Feltrinelli, Milano 1977, p. 62.

33. Gaetano Salvemini, Lettere dall’America, 1944-1946, Laterza, Bari 1967, pp. 58-
62. Lettera del 12 dicembre 1944.
34. Ivi, pp. 89-90. In data 23 gennaio 1945.

35. Ivi, p. 157. In data 4 giugno 1945.

36. MAE, Collana di testi diplomatici, Renato Prunas, Tipogra a MAE, Roma 1974, p.
44.

37. Ivi, p. 68.

38. S. H. Longrigg, Disposal of Italian Africa, in «International A airs», luglio 1945,


pp. 363-69.

39. Uno di questi volantini (conservati nell’ACS, Fondo MAI, b. 28, f. 17/11) diceva:
«Sono venuto a restaurare l’indipendenza del mio paese, che comprende l’Eritrea e
il Benadir, il cui popolo d’ora in poi vivrà all’ombra della bandiera etiopica». Hailè
Selassiè aveva ribadito le sue rivendicazioni in colloqui con Eden, Churchill e
Roosevelt.

40. Per la lunga elaborazione del sistema del trusteeship si veda Gianluigi Rossi,
L’Africa italiana verso l’indipendenza (1941-49), Giu rè, Milano 1980. Il libro, di
600 pagine, rappresenta attualmente la più rigorosa analisi del periodo preso in
esame.

41. Ivi, p. 38.

42. Memorandum del Foreign O ce dal titolo: The future of the ex Italian Colonies, FO
371, J 3575/682/70.

43. Charles De Gaulle, Mémoires de guerre, vol. II. L’unité. 1942-44, Plon, Paris 1956, p.
193.

44. Cfr. Giustino Filippone-Thaulero, La Gran Bretagna e l’Italia. Dalla conferenza di


Mosca a Potsdam (1943-45), Edizioni di storia e letteratura, Roma 1979, pp. 47-55.

45. Ivi, p. 67.

46. Parliamentary Debates: House of Common O cial Report, HMSO, London 1945, vol.
411, col. 192.

47. Giuseppe Romita, Dalla monarchia alla repubblica, Mursia, Milano 1973, p. 225.

48. Il documento è riprodotto in G. Filippone-Thaulero, op. cit., p. 164.


49. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Francia e Russia, b. 337. Tel.
del 14 luglio 1945.

50. Per uno studio accurato della conferenza di pace, cfr. G. Filippone-Thaulero, op.
cit., pp. 82-109.

51. Pietro Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1946,
pp. 14-17.

52. AB, b. 1, Missioni. Conferenza pace, f. 1.

53. Ibid.

54. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1293, f. 1. Tspr.


662/C.

55. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1273, f. 10. Tel.
5412/C del 19 agosto 1945.

56. Pietro Nenni, Tempo di guerra fredda. Diario 1943-1956, Sugarco, Milano 1981, p.
141.

57. Cit. in G. Rossi, op. cit., p. 136.

58. Cit. in P. Nenni, I nodi della politica estera italiana, Sugarco, Milano 1974, p. 23.

59. AB, b. 3, Missioni. Conferenza pace, f. 15.

60. P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 147. Molto più realista di De Gasperi, il
generale Paolo Puntoni, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, così scriveva
nel suo diario alla data del 15 settembre: «Alla conferenza di Londra è stato
ammesso un rappresentante italiano. Andrà De Gasperi. Chiunque vada non
riuscirà a modi care le decisioni dei vincitori. Credo si possa dire addio e per
sempre alle nostre colonie» (P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Palazzi, Milano
1958, p. 294).

61. C. De Gaulle, op. cit., vol. III, p. 5.

62. Giuliano Cora era stato ministro ad Addis Abeba nel periodo fascista. Nel
dopoguerra era fra i più ascoltati consiglieri del governo, in materia coloniale, ed
aveva sintetizzato il suo pensiero in un articolo, Il problema coloniale italiano,
apparso sulla «Rivista di studi politici internazionali», gennaio-dicembre 1945, pp.
3-20. Su posizioni molto più avanzate di quelle di De Gasperi, Cora sosteneva ad
esempio: «L’Italia deve mostrarsi aperta e favorevole alle più moderne soluzioni
internazionali della questione, anche in considerazione delle di coltà e delle
ingenti spese che potremmo incontrare nella eventuale rioccupazione di tutte le
nostre antiche colonie. Dobbiamo perciò tener presente con favore l’istituto del
trusteeship, in particolare quello singolo, da attribuirsi a noi». Quanto ai rapporti
con l’Etiopia, precisava: «La linea politica che l’Italia dovrebbe seguire mi pare
semplice. Dimenticare il passato tempestoso e ritornare al passato paci co.
Ricordare puramente e semplicemente i rapporti italo-etiopici nel clima
amichevole che fu quello susseguente alla pace del 1897, quando per la politica
intelligente e fattiva voluta e condotta dal governatore Martini, fu possibile
riprendere rapidamente normali rapporti ed ottenere anche considerevoli
risultati».

63. I due esperti italiani ebbero contatti nella capitale inglese con lo storico Arnold
Toynbee e con lord Hood. Ma la loro azione, come scrive Gianluigi Rossi (op. cit., p.
156), fu controproducente. A proposito del loro incontro Toynbee infatti scrisse:
«Gli esperti italiani non sembrano aver preso in considerazione la prospettiva di
una sostanziale diminuzione dell’impero coloniale italiano d’anteguerra e
sembrano invece pensare alla formula del trusteeship come ad un espediente in
virtù del quale l’Italia, come amministratrice singola, potrà riassumere
l’amministrazione di tutti i suoi possedimenti coloniali. [...] In generale, essi
sembrano ancora nutrire l’illusione che le colonie italiane possano o rire un
terreno consistente all’immigrazione italiana».

64. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1300, tspr. 974/C.

65. Ivi, lettera del 28 gennaio 1946, n. prot. 987.

66. Alberto Tarchiani, Dieci anni tra Roma e Washington, Mondadori, Milano 1955, pp.
96-97.

67. Atti della Consulta nazionale. Discussioni dal 25 settembre 1945 al 9 marzo 1946,
Tip. della Camera dei Deputati, Roma 1946, p. 437.
68. Tip. del Senato del dott. Bardi, Roma 1946.

69. Il cinquantenario dell’Istituto Italiano per l’Africa. 1906-1956, Atanòr, Roma 1956,
p. 15. Con il 23 aprile 1947 l’ente africanista assumeva la denominazione di
Istituto Italiano per l’Africa.

70. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1300. Da un tspr. di


Zoppi a Londra del 16 febbraio 1946, n. 05064/148.

71. Il cinquantenario, cit., p. 17.

72. «La Voce dell’Africa», 1-15 maggio 1946. Per fare un altro esempio, «Vergogna»,
l’organo di battaglia della FENPIA (Federazione nazionale profughi italiani
d’Africa), presentava il 5 novembre 1949 un titolo a tutta pagina che diceva: «Un
milione di profughi nei tubercolosari».

73. Attilio Tamaro, La condanna dell’Italia nel trattato di pace, Cappelli, Bologna 1952,
p. 21.

74. Cfr. Adstans (Paolo Canali). Alcide De Gasperi nella politica estera italiana. 1944-
1953, Mondadori, Milano 1953, p. 54.

75. Ivi, p. 56.

76. Stampato di 9 pagine in AB, b. 1, Missioni, f. 2.

77. Per ribadire questa richiesta di emendamento fu presentato alla conferenza, il 19


agosto, un Memorandum sur les clauses du Projet de Traité de paix concernant les
territoires italiens d’Afrique.

78. United Nations General Assembly, The Ethiopian claims and position in regard to
the former Italian colonies, Documentation presented by Ethiopian delegation, 20
october 1948, pp. 53-54.

79. MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1293, f. 1. Zoppi e


Carandini, tel. 14344 del 29 aprile 1946.

80. A. Tarchiani, op. cit., p. 115.

81. P. Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., p. 44.

82. P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 172. In data 15 gennaio 1946.
83. AB, b. 1, Missioni. Conferenza pace 1946-1947, f. 1, tel. 98.

84. «Gazzetta u ciale della Repubblica italiana», supplemento ordinario n. 295 del
24 dicembre 1947, p. 47.

85. Ivi, pp. 76-77.

86. AB, b. 1, Missioni. Conferenza pace, f. 2. Sappiamo di questo incontro anche da una
lettera di Sturzo, del 14 dicembre 1946, con la quale informa Brusasca del
contenuto della conversazione con Nenni.

87. P. Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., p. 53.

88. Carlo Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi. La politica estera italiana dal 1947 al
1951, Atlante, Roma 1952, p. 14.

89. Ivi, p. 17.

90. Benedetto Croce, Discorsi parlamentari, Bardi, Roma 1966, p. 209.

91. Cit. in MAE, L’Italia in Africa. La politica coloniale dell’Italia negli atti, documenti,
discussioni parlamentari, testo di Giacomo Perticone, Istituto Poligra co dello
Stato, Roma 1965, p. 163.

92. Ivi, p. 164. La rati ca del trattato passò con 262 voti a favore, 68 contro e 80
astensioni.

93. L’indagine fu condotta nell’ottobre del 1946.

94. «Avanti!», 4 settembre 1948.

95. «Il Giornale della Sera», 25 settembre 1947.

96. «Bollettino settimanale della stampa coloniale italiana ed estera», n. 36. 2 ottobre
1947.

97. «La Stampa», 9 dicembre 1947.

98. Al 12 novembre 1949 soltanto 2.400 profughi risultavano ancora nei campi.

99. AB, b. R, Ministero Esteri. Colonie italiane, f. 188. Promemoria in data 12 novembre
1949.

100. Ivi. Lettera dell’11 marzo 1948, prot. 13669.


101. «Il Popolo», 16 settembre 1947.

102. Cit. in MAE, L’Italia in Africa. La politica coloniale dell’Italia, cit., p. 291.

103. «Il Giornale della Sera», 19 settembre 1947.

104. «Bollettino settimanale della stampa coloniale italiana ed estera», n. 2, 8 gennaio


1948.

105. G. Rossi, op. cit., p. 302.

106. «L’Italia nuova», 11 dicembre 1947.

107. «Avanti!», 10 marzo 1948.

108. «Relazioni internazionali», 3 gennaio 1948.

109. «L’Unità», 26 marzo 1948.

110. «L’Italia socialista», 27 e 28 agosto 1948.

111. «Avanti!», 4 settembre 1948.

112. «Avanti!», 18 settembre 1948. Nello stesso giorno Lupis indirizzava a Brusasca
questa lettera: «Sull’“Avanti!” di oggi è apparso un mio articolo che ti sarà stato
segnalato. Desidero dichiararti che l’unica espressione vivace dell’articolo sui
“sistemi preconcetti e faziosi” non riguarda minimamente la tua persona che, a
di erenza di quella del Ministro, considero lontana da ogni faziosità» (AB, b. R,
Ministero Esteri. Colonie Italiane, f. 182).

113. «Avanti!», 25 settembre 1948.

114. Ivi, 4 settembre 1948.

115. Ivi, 8 aprile 1949.

116. Cfr. Commission d’enquête pour les anciennes colonies italiennes, vol. I. Rapport
sur l’Erythrée; vol. II. Rapport sur la Somalie; vol. III. Rapport sur la Libye, Londra
1948.

117. AB, b. R, Ministero Esteri. Colonie Italiane, f. 186.

118. UNGA, The Ethiopian claims, cit., pp. 144-66.


119. Il Gruppo, fondato a Milano nel 1945, era soprattutto animato dal generale ed ex
coloniale B. V. Vecchi.

120. AB, MAE, b. Q, Colonie italiane, f. 180 bis.

121. Cit. in MAE, L’Italia in Africa. La politica coloniale dell’Italia, cit., pp. 165-66.

122. Giuseppe Brusasca, L’azione del governo per il nostro ritorno in Africa, Tip. della
Camera dei Deputati, Roma 1948, pp. 9-10.

123. Nell’incontro che Quaroni ebbe con Forster Dulles a Parigi l’11 ottobre 1948, fu
trattato anche il problema dei profughi. Quaroni riferì quanto segue al ministero:
«Mi ha chiesto se ritenevo realmente che le nostre ex colonie erano in grado di
risolvere il nostro problema demogra co. Gli ho risposto di no: avrebbero però
potuto alleggerirlo; per cominciare avrebbero potuto permetterci di far rientrare in
Africa le molte decine di migliaia di italiani che, per varie ragioni, ne erano partite
e il cui ritorno si urtava contro l’opposizione del governo britannico» (AB, MAE, b.
Q, Colonie italiane, f. 177. Tspr. 1147/17947/3771 del 12 ottobre 1948).

124. Cit. in G. Rossi, op. cit., p. 409, nota 36.

125. C. Sforza, op. cit., p. 98.

126. Ivi, pp. 99-103.

127. Ivi, p. 148.

128. Ivi, p. 157.

129. Che cosa pensasse veramente delle colonie italiane, Sforza lo aveva detto a Bevin
in una lettera del 23 febbraio 1949 (C. Sforza, op. cit., p. 581): «Non ripeta questa
con denza che le faccio: personalmente io preferirei una gigantesca ricostruzione
nel Mezzogiorno e in Sicilia, piuttosto che spendere una lira per l’Africa».

130. C. Sforza, op. cit., pp. 159-60.

131. A. Tarchiani, op. cit., p. 184.

132. Ivi, p. 183.

133. Ivi, pp. 187-88.


134. P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 486.
II
Le decisioni dell’ONU

La svolta di maggio.
Il 26 maggio, quando la vicenda dell’accordo mancato arriva alla
Camera, sono soprattutto le destre a porre sotto accusa la
politica coloniale di Sforza. Svolgendo la sua interpellanza, che
in e etti è una durissima requisitoria, Guido Russo-Perez, del
MSI, incolpa la diplomazia italiana di aver impostato
malamente il programma di rivendicazioni, di essere passata da
una rinuncia all’altra, sino alla «resa senza condizioni»
patteggiata con Bevin, che avrebbe dato all’Italia soltanto la
Somalia. «Non perché ci vogliono bene — precisa Russo-Perez —,
ma perché non sanno che farsene. Secondo i calcoli di Palazzo
Chigi, ci vogliono 20 miliardi all’anno perché possa essere
mantenuta la colonia, dove possono vivere 2 mila italiani e non
più. Io non sono un matematico, ma ho fatto una piccola
operazione e ho visto che ogni italiano che vivrà in Somalia
costerà 10 milioni all’anno». 1 A conclusione del suo
lunghissimo intervento, il deputato missino esclama: «È
evidente, pertanto, che voi, signori del governo, avete tradito gli
interessi del paese; ed ella, conte Sforza, che dice di aver prestato
tanti servigi al paese, dovrebbe oggi prestargliene uno certo,
quello di andarsene». 2
Dinanzi alla richiesta di dimissioni, che non gli giunge
soltanto dall’estrema destra, ma anche dalle sinistre e da
qualche foglio del centro, Sforza si sente in dovere di rimettere il
suo mandato a De Gasperi e lo fa con due lettere, la seconda
delle quali dice: «Gli ultimi a poter criticare sono coloro che,
difensori vergognosi del regime che rovinò ogni nostra diretta
in uenza in Africa, osano ora alzar la testa e condannare un
compromesso che, se ebbe un difetto, fu di non innovare
abbastanza di fronte alla nuova atmosfera che si forma nel
vicino continente. Ma ora che il compromesso, per lo meno nella
sua forma esterna, scompare per forza di cose, io — pur sapendo
che le critiche dell’estrema destra e dei suoi associati comunisti
non meritano risposta alcuna — mi domando se non sia da
considerare che altri prenda il mio posto, perseguendo meglio di
me la nostra stessa linea: interessi italiani in Africa sotto nuove
forme». 3
In questa lettera di dimissioni (subito respinte da De
Gasperi), c’è già un’avvisaglia, là dove si parla di insu cienti
innovazioni e dell’esigenza di trovare «nuove forme»,
dell’importante svolta di ne maggio. Come ricorda Tarchiani,
«ad un dato momento, si delineò negli esponenti del governo
italiano la realistica impressione che non si poteva ritornare a
Lake Success con le stesse tesi bocciate nella sessione di
primavera». 4 Viene così maturando in Sforza e in De Gasperi
l’idea che la sola soluzione proponibile in settembre all’ONU sia,
per la Libia e l’Eritrea (non più frantumate ma intere),
l’immediata indipendenza e, per la Somalia, il trusteeship da
a dare all’Italia. L’annuncio di questa decisa svolta nella
politica coloniale italiana viene dato il 31 maggio da De Gasperi,
in occasione del passaggio da Roma dei delegati libici ed eritrei
di ritorno da Lake Success.
Va però precisato che questa nuova politica non è tanto
ispirata ad una sincera volontà di rinnovamento, come vorrebbe
far credere Sforza nei suoi scritti, quanto imposta dalla forza
delle cose. Come osserva giustamente Luigi Graziano, «la linea
italiana fu contraddittoria e consistette in adeguamenti
successivi ad un corso che non dipendeva per nulla da Roma.
Ciò che disturba è che si esalti a posteriori una ‘chiaroveggenza’
niente a atto voluta [...]. Il governo italiano fu progressista
insomma suo malgrado». 5 La riprova che De Gasperi, ad
esempio, è sempre ancorato al mito delle colonie di
popolamento, la si ha sei giorni dopo la svolta, quando a
Venezia, al 3° Congresso nazionale della DC, egli dichiara: «Il
problema della colonizzazione dell’Africa [...] ci appassiona,
soprattutto perché lì possiamo trovare una soluzione, almeno
parziale, al nostro bisogno di emigrazione. Al tempo fascista si
diceva che bisognava svincolarsi dalla mentalità peninsulare e
crearsi una mentalità imperiale, cioè proiettata nel mondo. Io
ripeto tale esigenza, ma non in funzione dell’impero militare,
bensì in funzione dell’espansione paci ca del nostro lavoro e
della nostra cultura». 6
In realtà, a premere sul governo per la svolta di maggio, ci
sono circostanze, scadenze, considerazioni che non si possono
più ignorare: 1) la decisione britannica di concedere al più
presto l’autogoverno alla Cirenaica, mossa che non si può
controbattere che con un annuncio, da parte italiana, ancora
più sorprendente; 2) la necessità, dopo il passo falso del
compromesso Bevin-Sforza, di riacquistare, con un gesto
spettacolare, credibilità alle Nazioni Unite e prestigio nel mondo
arabo e africano; 3) l’opportunità di tenere il passo con l’Africa,
in particolar modo con i fermenti indipendentistici di recente
manifestatisi in Eritrea; 4) la convinzione di poter
salvaguardare meglio gli interessi delle comunità italiane
d’Africa innalzando per primi (anche se costretti) il vessillo
dell’indipendenza; 5) l’urgenza di cambiare rotta anche per
motivi di politica interna, togliendo nalmente agli italiani la
pericolosa illusione delle colonie e ai socialcomunisti un e cace
strumento di propaganda antigovernativa.
In attesa della sessione autunnale dell’ONU, Palazzo Chigi
esplica una notevole attività nell’intento di ottenere dal
maggior numero di paesi l’appoggio alle nuove tesi
indipendentistiche annunciate a maggio da De Gasperi. Il
maggior sforzo, come sempre, viene fatto in direzione dei paesi
latino-americani, che non hanno mai fatto mancare, per motivi
sentimentali ed economici, il loro sostegno a Roma, nonostante
gli squilibri e le incoerenze della politica coloniale italiana.
Intrapresa a ne luglio, la missione di amicizia in America
Latina, guidata dal sottosegretario Brusasca e dal vice-
presidente del Senato Aldisio, ottiene lusinghieri risultati.
Riferendo su questo viaggio alla Camera, Brusasca dirà nella
seduta del 19 ottobre: «La nostra funzione è stata chiaramente
compresa dalle venti repubbliche latino-americane che ho
visitato, perché in esse, dove vivono milioni di indi, di neri e di
meticci, gli emigranti italiani hanno compiuto la stessa opera
sociale di elevazione e di progresso che abbiamo realizzato in
Africa. Se ora ho la soddisfazione di comunicare alla Camera che
in tutte le repubbliche dell’America Latina ho ottenuto per il
nostro problema africano la più larga comprensione, ciò è
dovuto, in gran parte, alla constatazione diretta che quei paesi
hanno potuto fare della capacità della nostra collaborazione per
elevare i popoli di civiltà meno progredita». 7
Quando, il 20 settembre 1949, si apre a New York la quarta
sessione ordinaria dell’Assemblea Generale dell’ONU, i risultati
dell’intenso lavoro estivo non tardano ad apparire, e si
manifestano in più larghe intese e in più facili con uenze.
Presentandosi il 1° ottobre a Lake Success in una veste del tutto
nuova, quella del difensore delle indipendenze africane, Sforza
ottiene un innegabile successo e favorisce le necessarie
convergenze fra gruppi prima decisamente ostili. La prima
preoccupazione di Sforza è quella di spiegare il repentino
mutamento della politica italiana: «Se nell’aprile scorso l’Italia
chiese dei mandati, ciò fu perché si parlava allora ovunque di
mandati: noi non potevamo ammettere che da questo compito
internazionale si escludesse ingiustamente l’Italia, pur decisi
già allora ad avviare al più presto a vita indipendente i popoli
cui fossimo chiamati a dare un’assistenza duciaria. La prova
della sincerità di tale nostro intendimento è dimostrata dalla
pronta decisione da noi presa due mesi dopo, di dichiararci
pienamente favorevoli all’indipendenza immediata delle due
colonie più progredite, l’Eritrea e la Libia, non appena apparve,
attraverso i dibattiti della 3 a Assemblea, che l’opinione
pubblica si era orientata verso quella via». 8
Chiariti i motivi della svolta italiana, Sforza illustra il suo
piano, che prevede, per la Tripolitania, l’indipendenza
immediata e la possibilità in futuro di federarsi con la Cirenaica
e il Fezzan, «poiché noi desideriamo un ordinamento unitario
della Libia, che conservi il patrimonio storico comune delle
parti che la compongono». 9 Capovolgendo poi il giudizio della
Commissione quadripartita, che aveva giudicato la Tripolitania,
come del resto le altre ex colonie italiane, immatura
politicamente e culturalmente per autogovernarsi, Sforza
soggiunge: «La Tripolitania dispone di una classe dirigente
pronta ad assumere le sue responsabilità. Ogni ritardo, ogni
rinvio, ogni provvedimento intermedio non può che signi care
disillusioni per le popolazioni tripoline». 10 Esaminando poi il
caso dell’Eritrea, Sforza ne propone l’indipendenza perché, pur
essendo un paese di modeste dimensioni, «ha forze vitali che
non si misurano a miglia quadrate» e perché ha di recente
«rivelato un sentimento nazionale che non può essere ignorato.
Gli eritrei, coscienti della loro maturità, si sono decisi ad
a ermarla». 11 Quanto alla Somalia, il ministro degli Esteri
italiano rinnova la richiesta di amministrazione duciaria,
poiché, riconosce, «il compito da noi in passato assunto in
Somalia non è ancora completamente esaurito». Ricordando
in ne il «duro sforzo» compiuto dall’Italia in questo
poverissimo territorio, Sforza conclude che «tale sforzo non può
essere interrotto o mutato senza gravi inconvenienti ed inceppi
nel processo di civilizzazione della Somalia». 12

La risoluzione del 21 novembre.


Nel dibattito che segue l’intervento del ministro italiano, oltre
trenta delegati prendono la parola e «tutti — ricorda Sforza —
ebbero per l’Italia parole di rispetto e di simpatia, purtroppo mai
prima udite in quell’aula». 13 La netta evoluzione del punto di
vista italiano, oltre a riscuotere l’apprezzamento delle
repubbliche latino-americane, attenua la vecchia ostilità dei
paesi arabi ed asiatici, cosicché, man mano che si sviluppa il
dibattito preliminare alle Nazioni Unite, sembra sempre più
probabile tanto l’accettazione dell’indipendenza per la Libia
quanto il trusteeship per la Somalia. Serie opposizioni incontra,
invece, il progetto per l’Eritrea. Ne fa cenno, alla Camera, il 25
ottobre, lo stesso Sforza: «Mentre vi parlo si persegue un’accesa
discussione per l’Eritrea: nostro dovere è di continuare a
chiederne l’indipendenza malgrado le pressioni che ci si
rivolgono. È ormai per noi una questione di onore quella di dare
l’indipendenza a quelle popolazioni che furono nostre; è una
riforma che si deve fare, non già per un’improvvisa esaltazione
ideologica, ma perché ormai si impone da sé, e si impone in
maniera del tutto paci ca». 14
Sul futuro assetto dell’Eritrea si pro lano infatti diverse
soluzioni, nessuna delle quali può però sperare di ottenere, in
sede di votazione, la maggioranza necessaria. I latino-americani
sono per l’indipendenza, secondo la proposta italiana; Stati
Uniti e Gran Bretagna ne propugnano la spartizione tra l’Etiopia
e il Sudan; l’Unione Sovietica, in ne, è per la tutela diretta
dell’ONU. La situazione di stallo potrebbe forse essere sbloccata
se l’Italia modi casse il suo atteggiamento e agisse di conserva
sui delegati dell’America Latina. È forse con questa speranza che
il ministro degli Esteri etiopico Aklilù Hapte Uold, pur non
risparmiando, come di consueto, gli attacchi alla vecchia e alla
nuova Italia, sembra lanciare un appello a Roma nel suo
discorso del 30 settembre.
Dopo aver precisato che «l’Eritrea non ha mai costituito uno
stato indipendente» e che l’unica soluzione valida da adottare è
quella «dell’unione dell’Etiopia con l’Eritrea orientale», Aklilù
a erma: «Tale unione non costituirebbe un’annessione. Si
ricorderà che la stessa Italia è stata costituita durante il secolo
XIX mediante l’unione di una moltitudine di province —
ancorché Stati indipendenti — della sua penisola. Potrebbe
qualcuno accusare l’Italia o il Regno di Piemonte di aver
praticato una politica di imperialismo nel riconoscere i legami
di nazionalità che univano questi territori?». Toccata questa
corda sensibile, Aklilù soggiunge: «Se l’Italia riconosce che, in
ultima istanza, l’Eritrea non può vivere separata dall’Etiopia, [...]
ebbene, allora non sarà rimasto alcun ulteriore ostacolo alla più
leale e fruttuosa collaborazione fra ex nemici». Poi, alla ne, una
promessa concreta: «Se l’Italia compie un atto di fede nelle
buone intenzioni del governo etiopico di proteggere gli interessi
italiani in Eritrea, ciò aprirà la via ad una pro cua
immigrazione dall’Italia in Etiopia». 15
L’ingenua iniziativa di Aklilù è tuttavia votata all’insuccesso,
perché i rapporti tra l’Etiopia e l’Italia non sono mai stati tanto
tesi come negli ultimi mesi. Non soltanto, ad esempio, l’Italia
non ha ancora provveduto a pagare ad Addis Abeba i danni di
guerra, come stabilisce l’art. 74 del trattato di pace, ed a
restituire le opere d’arte e gli oggetti di valore religioso e storico
trafugati, come sancisce l’art. 37, ma si ri uta persino di ridare
agli etiopici quanto Badoglio ha trovato nella Banca d’Etiopia il
giorno del suo ingresso in Addis Abeba, 16 accampando il
pretesto che fra i due paesi non esistono rapporti
diplomatici. 17 Anche da parte etiopica non si risparmiano i
colpi. Agli inizi di settembre del 1949, proprio alla vigilia della
riapertura dei lavori alle Nazioni Unite, l’ambasciatore etiopico
a Londra, Abebe Retta, aveva chiesto al collega italiano, duca
Gallarati Scotti, l’estradizione di Badoglio e di Graziani,
invocando l’applicazione dell’art. 45 del trattato di pace. Abebe
Retta accusava i due Marescialli d’Italia di essere stati i
principali responsabili della «politica di sistematico terrorismo»
in Etiopia e aveva annunciato che Addis Abeba intendeva
processarli, con giudici non etiopici, come era accaduto a
Norimberga. 18 Poiché Badoglio e Graziani si sono
e ettivamente macchiati dei peggiori crimini in Etiopia, la
mossa di Abebe Retta tendeva a screditare l’Italia alla vigilia
delle decisioni dell’ONU in materia coloniale. 19
Ma non è soltanto per i di cili rapporti con Addis Abeba che
l’Italia non può modi care la sua posizione. Dopo aver
sostenuto prima il trusteeship sull’Eritrea, poi la spartizione, con
il compromesso Bevin-Sforza, e in ne la sua indipendenza
immediata, con la svolta di maggio, non può nel giro di pochi
mesi cambiare per la quarta volta atteggiamento senza perdere
ogni credibilità. Tanto più che, una volta inforcato il cavallo
dell’indipendenza, Palazzo Chigi e il ministero dell’Africa
Italiana stanno puntando tutto, come vedremo nel IV capitolo,
sul Blocco eritreo dell’Indipendenza, dove sono con uiti i partiti
eritrei che parteggiano per l’Italia e le stesse organizzazioni
espresse dalla comunità italiana d’Eritrea.
Per superare l’ostacolo, la delegazione americana presenta il
19 ottobre una soluzione di compromesso, che prevede
l’«unione personale» fra l’Eritrea e l’Etiopia. In altre parole
l’Eritrea sarebbe diventata sì indipendente e autonoma, ma si
sarebbe federata all’Etiopia sotto la corona di Hailè Selassiè. Il
compromesso però non piace agli italiani. La reazione
dell’ambasciatore Tarchiani è del tutto negativa, 20 così quella
di Sforza, che il 21 ottobre rinnova la richiesta di una completa
indipendenza per l’Eritrea. 21 L’irrigidimento dell’Italia, oltre
ad irritare gli americani, accresce le di denze di Addis Abeba.
«Le sfere dirigenti etiopiche — fa giustamente osservare
Gianluigi Rossi — avvertivano chiaramente che la tesi
dell’Eritrea indipendente era ben più pericolosa di una diretta
rivendicazione italiana: gli orientamenti anticolonialisti
prevalenti alle Nazioni Unite, infatti, o rivano a questa tesi
possibilità di successo che il ritorno puro e semplice dell’Eritrea
all’Italia certamente non aveva». 22 Parlando dinanzi al
Parlamento etiopico, l’imperatore Hailè Selassiè rivolge infatti il
2 novembre un nuovo e vibrante monito all’ONU e sostiene che
«l’Italia, sotto il pretesto dell’indipendenza all’Eritrea, sta
lavorando per i propri scopi particolari». 23
A conclusione di sei settimane di estenuanti discussioni, le
tre risoluzioni proposte dal Comitato politico vengono
nalmente messe ai voti nella seduta pomeridiana del 21
novembre 1949, e il risultato delle votazioni è il seguente: a) Per
la Libia, con 49 voti favorevoli, nessuno contrario e 9 astensioni,
si raccomanda la creazione di uno «Stato indipendente e
sovrano» non più tardi del 1° gennaio 1952; b) per la Somalia,
con 48 voti favorevoli, 7 contrari e 3 astensioni, si decide, in
attesa del riconoscimento della piena sovranità, un trusteeship
della durata di 10 anni, da a darsi all’Italia, la quale sarà
a ancata, nell’esercizio delle sue funzioni, da un Consiglio
consultivo composto dai rappresentanti della Colombia,
dell’Egitto e delle Filippine; c) per l’Eritrea, non essendosi potuto
raggiungere alcun compromesso, con 47 voti favorevoli, 5
contrari e 6 astensioni, si assume una decisione interlocutoria
con la creazione di una Commissione d’inchiesta, composta dai
rappresentanti di Birmania, Guatemala, Norvegia, Pakistan e
Sud-Africa, che ha il compito di presentare, non più tardi del 15
giugno 1950, un rapporto al Segretario generale dell’ONU
unitamente alle «proposte che essa riterrà opportune per la
soluzione del problema eritreo». 24
Il primo commento alle decisioni dell’ONU è
dell’ambasciatore Tarchiani: «Il voto odierno segna il ritorno
dell’Italia in Africa, sia pure sotto forma giuridica diversa, e
signi ca il riconoscimento della capacità dell’Italia a contribuire
all’opera di civiltà nel continente africano». 25 Dopo quattro
anni di sforzi, di proteste, di compromessi e di illusioni, l’Italia
ottiene dunque il diritto a riporre piede in Africa, anche se
soltanto per un decennio e nella più diseredata fra le sue ex
colonie. Si tratta di un risultato che irrita l’estrema destra, che
o re l’opportunità alle sinistre di muovere nuovi attacchi al
governo, che delude quel settore dell’opinione pubblica ancora
sensibile agli ideali del nazionalismo, che getta lo sconforto
nella massa dei profughi, molti dei quali, precisa Brusasca,
vivono «da sette anni nei campi di concentramento». 26 Gli
unici soddisfatti sembrano gli uomini di governo, che pure
hanno dato, con i loro atteggiamenti ora intransigenti ed ora
contraddittori, uno spettacolo non molto decoroso. «Ovunque si
credette nel modo più assoluto — a erma Sforza, con vivo
compiacimento — alla nostra volontà di rinnovamento». 27
Adesso non restava che vedere come l’Italia si sarebbe
comportata all’esame di riparazione, nella lontana, arretrata,
poverissima Somalia.

Alla ricerca di un Amministratore.


Nei giorni immediatamente successivi alle decisioni dell’ONU,
la diplomazia italiana e il ministero dell’Africa Italiana si
impegnano attivamente su due fronti: per preparare il ritorno
dell’Italia in Somalia e per continuare ad illustrare e a difendere
il loro progetto di indipendenza per l’Eritrea. La maggior
attenzione viene rivolta, per la sua scadenza imminente, al
problema somalo, il quale comporta alcune laboriose e di cili
operazioni: come le trattative con Londra per il trapasso dei
poteri a Mogadiscio, l’elaborazione a Ginevra, di concerto con il
Consiglio di tutela dell’ONU, dello statuto dell’Amministrazione
duciaria italiana per la Somalia (AFIS), l’organizzazione del
corpo di spedizione, la scelta del personale civile che dovrà
amministrare il territorio, la ricerca di un’intesa con Londra e
Addis Abeba per la delicata questione dei con ni.
Anche in Somalia va intensi cato il lavoro per rendere meno
traumatico il ritorno (necessariamente in armi) degli italiani.
Un lavoro lento, arduo, teso a recuperare l’appoggio delle cabile
somale per tradizione lo-italiane e a rendere meno ostili i
movimenti pan-somali dichiaratamente contrari al ritorno
dell’Italia. Questo lavoro, comunque, era già stato iniziato da
qualche tempo, da quando era apparso ormai certo che la
Somalia sarebbe stata a data all’Italia. Già il 14 febbraio 1949,
cioè nove mesi prima della risoluzione dell’ONU, Brusasca aveva
rivolto al ministro Pella questo pressante appello: «Sono dolente
di doverti comunicare che il mancato versamento da parte del
Tesoro delle somme di L. 500 milioni e L. 100 milioni,
assolutamente indispensabili per le ragioni che sono già state
più volte esposte al tuo ministero, per l’azione da svolgere ai ni
dell’Amministrazione duciaria da noi richiesta, manda a
monte tutto il lavoro svolto sin qui e pone imperiosamente il
problema della opportunità di continuare ancora a chiedere
degli obblighi internazionali di grande responsabilità per il
nostro avvenire. Io mi rendo conto delle di coltà del Tesoro, ma
devo insistere nel prospettare l’ormai urgentissima necessità del
versamento delle somme sovraindicate, salvo, in difetto,
prendere atto che non ci è possibile a rontare la prossima
battaglia, con tutte le maggiori conseguenze che scaturiranno.
Ti prego di volermi dare una risposta immediata, perché non so
più cosa dire qui ed in Africa, dove la situazione è diventata
delicata e preoccupante». 28
Il primo esame della situazione, per ciò che concerne la
Somalia, viene fatto a Roma il 25 novembre 1949, quattro
giorni dopo il voto alle Nazioni Unite. Alla riunione sono
presenti Brusasca e il suo capo di gabinetto, D’Alessandro, il
generale Ferrara, designato come comandante del corpo di
spedizione in Africa, e il colonnello Musco, capo u cio
operazioni dello Stato Maggiore dell’esercito. In questa prima
riunione vengono esaminati soprattutto gli aspetti militari del
ritorno dell’Italia in Somalia e ciò che emerge, dal verbale
segreto, è la volontà di Brusasca di «procedere su di un piano di
massima economia per ogni spesa relativa all’esercito». 29
Questa preoccupazione domina anche la riunione
interministeriale che si tiene il giorno successivo, al ministero
dell’Africa Italiana, sotto la presidenza di De Gasperi. Apre il
dibattito Sforza, per precisare che se il governo ha tanto insistito
per il mandato in Somalia «non è stato solo per prestigio, ma per
avere uno strapuntino per la nostra partecipazione alla messa in
valore dell’Africa [...]. Quindi la Somalia non sarà tenuta da noi
in antitesi con l’Etiopia, ma costituirà una base per la ripresa di
relazioni amichevoli. Gli stessi 25 mila italiani dell’Eritrea mi
fanno sapere che è loro supremo interesse che l’Italia vada
d’accordo con l’Etiopia, altrimenti sarebbe la loro morte». Per
non allarmare Addis Abeba, soggiunge Sforza, è perciò
necessario togliere al ritorno dell’Italia in Somalia ogni carattere
di occupazione militare: «Dobbiamo andarvi, sì, con l’assoluta
certezza di evitare disordini, ma far capire insieme che l’Italia
non è altro che il gendarme dell’ONU».
Sull’opportunità di evitare la creazione di «un apparato
militare superiore ai bisogni» concorda anche Brusasca, il quale,
oltretutto, è già preoccupato per il fatto che la sola
organizzazione civile della Somalia verrà a costare, per il primo
anno, 5 miliardi, di cui soltanto 3 saranno coperti dalle entrate
della colonia. Egli propone pertanto di chiedere a Londra la
modi ca del troppo oneroso «Piano Caesar», che impone, al
momento del trapasso dei poteri, la sostituzione di ogni inglese
con un italiano.
La richiesta di Brusasca si scontra però con la netta
opposizione del ministro della Difesa, Pacciardi, spalleggiato dai
generali Trezzani, Marras, Ferrero e Ajmone Cat. «Iniziammo la
nostra organizzazione in modo quasi clandestino, nel maggio
1948, quando tutto era ancora incerto — dice Pacciardi —. Per la
Somalia avevamo calcolato un fabbisogno di 4.500 uomini. [...]
Gli inglesi pretesero l’aumento del nostro corpo, perché fosse
aggiornato alle loro esigenze. Così il corpo è diventato di 6.500.
[...] L’opinione degli inglesi coincide con la mia. Sarebbe
disastroso per il prestigio dell’Italia e per la sua permanenza
come amministratrice duciaria se le nostre forze dovessero,
per la loro insu cienza, subire in qualche parte della Somalia
uno scacco. [...] Se gli inglesi aderiscono, si può tornare al
primitivo progetto di 4.500 uomini [...], ma al di là di questa
riduzione non si può andare. Il ministero della Difesa non può
lasciarsi accusare di leggerezza». E il generale Marras, di
rincalzo: «Lo Stato Maggiore italiano perderebbe ogni autorità
se facesse un piano diverso da quello che ha fatto».
Le argomentazioni di Pacciardi non convincono però De
Gasperi, lui pure orientato sulla strada delle economie. Per cui
ribatte: «Con De Vecchi, già alla vigilia della guerra, 30
bastavano in Somalia 4.271 uomini, di cui solo 78 bianchi. Con
le vostre forze mi date una garanzia? Se dovete combattere con
forze etiopiche, con i vostri 6.500 uomini disseminati non
concludete nulla. Dobbiamo, quindi, tornare all’esame del
contingente di forze occorrente per la sicurezza dell’interno,
studiando quali riduzioni si possono praticare, senza
compromettere la sicurezza che, naturalmente, sta a cuore a
tutti. Dal punto di vista nanziario, tenete presente che quando,
in questi giorni, mi sono rivolto al Tesoro per la Calabria, ho
dovuto spremere sangue dai limoni per ottenere 4 miliardi».
Pacciardi, però, si rivela in essibile. «Mantengo il mio punto
di vista circa la forza delle truppe da inviare. In caso diverso
invito Scelba a mandare in Somalia una polizia civile. Nessuno
più di lui è in grado di rendersi conto che il numero degli uomini
che abbiamo preventivato per tutto lo sterminato territorio
della Somalia non è eccessivo. Lo chiamano Piano Caesar! Piano
Caesar, con tali forze!». A questo punto interviene Sforza, con
una proposta che, se da un lato consente di fare delle economie,
dall’altro non garantisce a atto la sicurezza nel paese: «Io
suggerisco un presidio forte e ben attrezzato a Mogadiscio, dove
risiederanno anche i Commissari dell’ONU. All’interno i somali
se la vedano tra di loro».
Invitato da De Gasperi ad esprimere la sua opinione, Pella
esordisce dicendo che «in una materia come questa non è il
punto di vista del ministro del Tesoro che è determinante. Si
tratta di una questione politica che va risolta collegialmente dal
governo». Fatta questa premessa, Pella ricorda però che non ci
sono fondi e «dovrà essere studiato collegialmente dal
Gabinetto il mezzo per procurarseli. Con i tre mandati non
sarebbe stato di cile ricorrere ad un prestito interno, facendo
leva sui sentimenti degli italiani. Ma la sola Somalia è leva
insu ciente. In questo stato di cose, dobbiamo,
compatibilmente con tutte le esigenze, soppesare il costo
massimo che dovremo pagare per rimanere in Somalia. Ciò
premesso, poiché abbiamo sentito che qualche correzione
potrebbe essere apportata al progetto attuale, dovremo
ragionare con gli inglesi». 31
Mentre i ministeri interessati «studiano concretamente»;
secondo il suggerimento di De Gasperi, «tutta la materia sotto i
nuovi aspetti emersi» dalla riunione del 26 novembre, 32 si
a accia al governo un nuovo problema: a chi a dare l’incarico
di Commissario Straordinario della Somalia. 33 Per quanto il
rappresentante italiano in Somalia, Raimondo Manzini, abbia
più volte sottolineato l’inopportunità di inviare a Mogadiscio
funzionari compromessi con il regime fascista, 34 alla ne di
dicembre il Consiglio dei ministri sceglie il generale a riposo
Guglielmo Nasi, «il quale dà pieno a damento di saper svolgere
il compito che gli viene a dato, data la sua conoscenza
dell’ambiente somalo, il prestigio di cui gode presso le
popolazioni native, oltre le sue doti personali di tatto e di
intelligenza». Pur rendendosi conto che Nasi ha ricoperto in
Etiopia cariche fra le più importanti, dopo aver «attentamente
vagliato anche questa particolare circostanza», il Consiglio dei
ministri ha «ritenuto tuttavia di potere e dovere superarla,
poiché è apparsa la necessità che la scelta cadesse su un
elemento di piena ducia e capacità». 35
Per quanto riluttante, 36 Nasi accetta l’incarico e per tutto il
mese di gennaio 1950 esplica le sue funzioni di Commissario
Straordinario coordinando le attività in vista della partenza per
la Somalia dei primi scaglioni di militari. 37 Ma il 3 febbraio,
mentre alla Camera si stanno discutendo i provvedimenti per
l’assunzione dell’amministrazione duciaria in Somalia, Gian
Carlo Pajetta lancia al generale Nasi un violentissimo attacco.
«Pajetta ha letto documenti schiaccianti per il generale —
annota Nenni nel suo diario —, traendoli dagli atti u ciali della
campagna in AO pubblicati dallo stesso ministro fascista delle
colonie. È sembrato che i ministri non ne sapessero niente e si
rimbalzassero l’un l’altro la responsabilità della esumazione del
generale Nasi». 38
Nonostante la lettura in Parlamento di quindici documenti
che portano la rma di Nasi e che si riferiscono alla fucilazione
sommaria di patrioti etiopici caduti prigionieri nel territorio
dell’Harar durante le operazioni di grande polizia nel biennio
1936-37, il governo non cede alle pressioni delle sinistre. E
neppure congeda Nasi quando Hailè Selassiè invia al
Dipartimento di stato americano una protesta contro la nomina
del generale, che Tarchiani de nisce stilata «in termini
piuttosto energici». 39 Ancora per tutto il mese di febbraio Nasi
continua ad esercitare le sue funzioni, come apprendiamo, ad
esempio, da questa lettera di Brusasca a De Gasperi: «Stamattina
stessa, dopo le tue istruzioni, ho fatto comunicare al generale
Nasi che non dovevano essere inviati in Somalia gli aeroplani da
combattimento. Il generale Nasi è immediatamente intervenuto
presso l’Aeronautica e avendo appreso che nella prima Liberty,
che è in viaggio, ci sono 6 casse contenenti i caccia smontati e
circa 50 uomini ad essi addetti, ha disposto: 1) che gli uomini
sbarchino ad Augusta e rientrino a Roma; 2) che le casse
vengano riportate a Napoli». 40
A questo punto della vicenda, anche Nasi sembra deciso a
rimanere al suo posto, perché il 14 febbraio invia a Brusasca un
memoriale di 34 cartelle dal titolo L’azione di comando politico-
militare in AOI, dal 1936 al 1941, del generale Guglielmo Nasi,
con il quale cerca di confutare le gravissime accuse mossegli da
Pajetta. In sostanza, Nasi non nega i fatti, ma precisa che sono
accaduti non durante il con itto italo-etiopico, nel corso del
quale, spiega, «furono sempre osservate, da parte nostra, le
convenzioni internazionali per lo stato di guerra», ma durante le
operazioni di grande polizia coloniale condotte nel territorio
dell’Harar «per domare la rivolta delle popolazioni di razza
amhara». 41 Fatto questo distinguo, che tuttavia non convince e
non lo assolve, Nasi illustra le sue benemerenze in Etiopia, la
sua «politica della porta aperta», 42 i suoi sforzi (questi in realtà
innegabili) per rendere meno dura l’occupazione italiana. 43
In difesa di Nasi si muovono generali, personalità politiche,
associazioni di profughi. Già anticipando le decisioni del
governo, il generale Ottavio Zoppi, nell’articolo L’a are Nasi,
accusa il governo di aver avuto paura e di «aver buttato a mare
come uno straccio vecchio e inutile» il generale Nasi, sul quale
prima «aveva tanto contato». 44 Anche il generale Ferrara, dalla
Somalia, fa sapere che «gli ambienti somali sono favorevoli» a
Nasi e «a atto in uenzati dalle discussioni a Montecitorio». 45
Le impressioni di Ferrara sono confermate dagli agenti del
SIFAR, i quali assicurano che a Mogadiscio «la gura del generale
Nasi non è stata minimamente intaccata o sminuita» dalle
polemiche che si sono intrecciate in Italia. 46
Avvicinandosi intanto la data del trapasso dei poteri in
Somalia, ssata per il 1° aprile 1950, il governo deve però uscire
dalla sua posizione equivoca: confermare o liquidare Nasi.
Propende per la seconda soluzione, e il 18 marzo Brusasca
avverte il generale che non andrà più in Africa. Nasi accoglie
senza discutere il verdetto, dichiarandosi anzi «convinto
pienamente della fondatezza della decisione governativa». 47
Con la rimozione di Nasi, viene abolita anche la carica di
Commissario Straordinario, che sarà sostituito, sin dal 1° aprile,
dall’Amministratore. Ma anche la scelta di questo personaggio
non si presenta facile per il governo, che ora, più che mai, teme
di sbagliare.
Questa preoccupazione è ben presente nella lettera che l’11
marzo Brusasca invia a De Gasperi: «Cappi e Taviani mi hanno
vivamente raccomandato la nomina di una persona che conosca
l’Africa per evitare delle sfavorevoli impressioni nel Paese.
Taviani ha proposto Caroselli, del quale tutti dicono bene, ma
che è stato l’ultimo governatore fascista della Somalia. La sua
nomina dal lato amministrativo sarebbe certamente ottima;
sotto l’aspetto politico potrebbe dare dei pretesti a coloro che
vogliono far credere che noi vogliamo continuare in Africa la
stessa azione di prima. [...] Il ministro Sforza mi ha ancora
parlato di Fornari e di Brosio. [...] Vanoni mi ha segnalato il
senatore Tessitori [...]. Fra i deputati, i nomi che mi sono stati
fatti sono quelli di Benvenuti, di Carignani e di Giacchero». 48
Anche la DC di Mogadiscio vuol dire la sua in proposito,
chiedendo a Taviani di nominare un democristiano a capo
dell’AFIS, escludendo tassativamente «elementi dai metodi
sorpassati». 49 Si nisce, poi, per accettare i suggerimenti di
Sforza e per operare la scelta all’interno della diplomazia di
carriera, scelta che cade su Giovanni Fornari, ambasciatore a
Santiago del Cile.
Nasi non è però il solo esponente di rilievo della vecchia
amministrazione coloniale fascista che il governo di De Gasperi
sceglie per la sua e cienza e cerca di imporre. Nella delegazione
guidata da Brusasca, che il 10 gennaio si incontra a Ginevra con
il Consiglio di tutela dell’ONU per stipulare lo statuto dell’AFIS,
c’è anche l’ultimo governatore dell’Harar, Enrico Cerulli. Lo
apprendiamo da una lettera che Brusasca scrive l’11 gennaio a
D’Alessandro: «I lavori di Ginevra si svolgono in una atmosfera
migliore di quella che abbiamo prevista. La venuta di Cerulli,
per la quale ella tanto opportunamente ha insistito, è stata
preziosa e non ha sollevato nessun incidente». 50 L’utilizzo
spregiudicato di questi alti funzionari, per la loro innegabile
competenza, se da un lato può rivelarsi «prezioso», dall’altro,
però, nisce per incidere negativamente su taluni aspetti della
politica coloniale italiana, in quanto essi agiscono spesso, come i
fatti hanno dimostrato, come forza ritardatrice.
Il progetto di accordo per l’AFIS viene approvato a Ginevra dal
Consiglio di tutela il 27 gennaio e accettato dal governo di Roma
il 22 febbraio. Fra queste due date si svolge in Parlamento
l’ultimo dibattito sulla politica coloniale della storia d’Italia.
Dibattito al quale De Gasperi sembra annettere la massima
importanza, come rileviamo dal diario di Nenni, alla data del 30
gennaio: «Per la prima volta, dal ’47 in poi, De Gasperi mi ha
convocato al Viminale. È stato per parlarmi della necessità in
cui si trova di chiedere alla Camera l’autorizzazione provvisoria
di accettare il mandato in Somalia prima del voto di ducia. Da
alcuni documenti che mi ha letto, specialmente da un
telegramma di Attlee, l’urgenza risulta evidente. Gli ho detto
che credo un errore accettare il mandato per la sola Somalia e
che l’impresa non vale la spesa. L’ho informato della eccezione
di incostituzionalità che può essere sollevata. L’ho assicurato
che comunque farò di tutto per evitare l’ostruzionismo di cui
alcuni giornali hanno parlato». 51
Il dibattito ha inizio alla Camera il 2 febbraio con un discorso
di Sforza che illustra il disegno di legge sui Provvedimenti per
l’assunzione dell’amministrazione duciaria in Somalia. Dopo
aver tracciato la storia della lunga battaglia sostenuta in tutte le
sedi per ridare all’Italia l’opportunità di ritornare in Africa, ed
aver ricordato che in Somalia ci attende «un compito
nobilissimo, che niente ha a che vedere con le vecchie
concezioni del colonialismo classico, ormai ovunque in
declino», Sforza chiede al Parlamento di autorizzare la spesa di 6
miliardi per i provvedimenti relativi al funzionamento
dell’AFIS. 52
La discussione sul disegno di legge presentato da Sforza dura
due giorni e si fa particolarmente accesa nella seduta del 3
febbraio, in gran parte dominata dall’attacco di Pajetta al
generale Nasi. Nella stessa giornata il deputato liberale Belloni
presenta un ordine del giorno con il quale propone di declinare
l’esercizio del mandato, in considerazione delle «irrisorie
possibilità di collocamento di manodopera o erte dall’impegno
in Somalia e delle spese che l’amministrazione imporrebbe al
bilancio nazionale, già così de ciente rispetto ai bisogni interni
dell’Italia». 53 La mattina del 4 febbraio, il disegno di legge
governativo viene approvato con 287 voti contro 153. Ricorda
Nenni: «Ho motivato, con una breve dichiarazione di voto,
l’opposizione socialista all’accoglimento di un mandato che ci
con na nella più inospite delle nostre ex colonie e ci espone a
rischi inutili». 54
Sempre a Ginevra, in gennaio, si svolgono le trattative per la
de nizione provvisoria delle frontiere tra il Somaliland e la
Somalia e tra l’Etiopia e la Somalia. Ma mentre con gli inglesi si
riesce rapidamente a raggiungere un accordo, con gli etiopici
l’intesa appare sin dalle prime battute dei colloqui assai
di cile. 55 Tenute sotto gli auspici del governo americano, le
conversazioni tra il ministro Vitetti e il consigliere del ministero
degli Esteri etiopico John Spencer, presenti anche i due
funzionari del Dipartimento di stato, Sale e Wellons, hanno
inizio l’11 gennaio. Il problema che viene preso in esame è
estremamente delicato, perché è già stato all’origine di un
con itto militare, quello italo-etiopico. Dal 1948 gli etiopici
hanno concordato con Londra una linea amministrativa
provvisoria, ma di questo con ne non sono soddisfatti ed ora
vorrebbero far coincidere la nuova linea amministrativa con il
con ne de nitivo che essi reclamano, un con ne che corre in
linea diritta dall’incrocio del 48° meridiano e dell’8° parallelo
alla località di Ferfer, per poi toccare Bug Berde, Iet, Dolo, e che
dovrebbe perciò passare molto più a sud rispetto al con ne
stabilito con la Gran Bretagna.
Dopo aver illustrato il progetto etiopico, Spencer aggiunge
che Addis Abeba intende dichiarare che tale linea
amministrativa dovrebbe costituire in de nitiva il «giusto
con ne» tra l’Etiopia e la Somalia. Le proposte di Spencer non
convincono però Vitetti: «Feci subito osservare che la questione
dei con ni era di competenza dell’ONU, per due ragioni: la
prima era che la Somalia non era una colonia italiana, e l’Italia,
non disponendo della sovranità, non poteva disporre dei
con ni; la seconda era che per la delimitazione dei con ni era
stata stabilita dall’ONU una procedura, che noi non potevamo
violare. Qualunque riserva dell’Etiopia doveva perciò essere
fatta all’ONU, non a noi. Un con ne italo-etiopico non esisteva
più: subentrava un con ne somalo-etiopico, e noi agendo
nell’interesse della Somalia, avremmo difeso i suoi diritti, in
sede di delimitazione dei con ni, e con la procedura che l’ONU
avrebbe stabilito [...]. Il nostro accordo per la linea
amministrativa non poteva essere perciò che un accordo di
fatto, poiché giuridicamente non eravamo noi — né italiani, né
etiopici — che potevamo decidere». 56
Dinanzi alle pretese etiopiche, che implicano la cessione di un
vasto territorio che comprende anche le località di Dolo, Iet, Bug
Berde, Ferfer, il 15 gennaio Sforza redige un appunto per Vitetti,
che dice: «Non possiamo ammettere che il nostro primo gesto in
Somalia sia la cessione di territori che i somali di ogni partito
ritengono di loro sovranità. Gli americani e gli inglesi devono
capire che, al nostro posto, avrebbero la stessa preoccupazione.
Aggiungere però che nostro interesse è di trovare cordiali intese
con gli etiopici. Quindi, se americani o altri riescono a
persuadere i somali ad accettare la nuova linea, salvo altri
compensi, da parte nostra ne saremmo felici, tanto desideriamo
ovunque una forma di intesa con Addis Abeba». 57
A ne febbraio, non avendo le conversazioni italo-etiopiche di
Ginevra condotto ad alcun risultato, il governo di Londra, sotto
la propria responsabilità, decide di ssare da solo la linea
amministrativa provvisoria tra l’Etiopia e la Somalia. Ma la
soluzione di compromesso adottata nisce per scontentare le
due parti. Sforza, per cominciare, lamenta che, «lungo il corso
dell’Uebi Scebeli, il limite provvisorio della Somalia viene
arretrato di oltre 30 chilometri rispetto a quello che è stato per
decenni il limite della Somalia in questa zona. Il territorio
compreso in questi 30 chilometri di profondità è stabilmente
popolato da genti somale, le quali vengono in tal modo separate
dai loro connazionali dello stesso ceppo». 58 Quanto al direttore
generale degli Esteri etiopico, Zaude Gabre Heywot, in una
lettera del 31 marzo al segretario generale dell’ONU comunica la
viva preoccupazione del governo etiopico per l’eventuale
occupazione, da parte di forze italiane, di determinati punti
della proposta frontiera amministrativa provvisoria, in
particolare della località di Ferfer. Al riguardo il governo di
Addis Abeba desidera ripetere ancora una volta che «tale
occupazione verrebbe a ricostruire la situazione già esistente
nel 1934. Esso intende pertanto declinare ogni responsabilità
per incidenti che potrebbero sorgere dall’eventuale presenza di
forze italiane in quelle regioni». 59
Sfuma così, alla vigilia dell’insediamento dell’AFIS a
Mogadiscio, l’occasione forse più propizia per de nire
equamente una frontiera, che nei decenni successivi si rivelerà
come una fra le più esplosive del mondo. Come avremo modo di
vedere, l’Italia non si disinteresserà del problema nei dieci anni
del suo mandato in Somalia, ma si troverà, soprattutto dopo la
ripresa delle relazioni diplomatiche con l’Etiopia, in una
posizione ancora più di cile per comporre la controversia. Non
volendo scontentare né Addis Abeba né Mogadiscio, nirà per
assumere una posizione sempre più ambigua e per trincerarsi
dietro il fatto che in fondo l’ultima parola sarebbe toccata alle
Nazioni Unite.
Con uno scambio di note fra Roma e Londra, il 20 marzo 1950
si raggiunge anche l’accordo de nitivo per il trapasso dei poteri
in Somalia. In base alle nuove intese, il corpo di spedizione, che
assume la dizione meno inquietante di Corpo di Sicurezza, viene
a comprendere, secondo i desiderata di Roma, 5.668 uomini,
con una riduzione di 1.098 unità rispetto agli accordi di Roma
del maggio 1949. 60 Intanto, fra l’8 e il 16 febbraio, sono partite
le prime quattro navi con il primo scaglione di truppe. Il
secondo scaglione, che comprende il grosso del Corpo di
Sicurezza, lascia Napoli, con sei navi, tra il 27 febbraio e il 15
marzo.
Rivolgendosi, a Caserta, ad un gruppo di soldati e funzionari
in partenza, il presidente del Consiglio De Gasperi precisa che la
spedizione alla quale partecipano non è «una spedizione di
conquista, non è un’impresa militare; è una missione di pace e
di civiltà». Dopo aver illustrato a militari e civili il loro delicato
incarico di mantenere l’ordine in Somalia e di avviarla sulla
strada del progresso sociale, De Gasperi soggiunge, con qualche
immagine retorica di troppo: «In tutto il paese vedrete le opere
del genio e del lavoro italiani. Traete da esse e dal luminoso
esempio dei nostri pionieri ispirazione, tenacia e coraggio per
rendere feconda la vostra fatica. È un’umile terra quella della
vostra missione: nessuna cupidigia di ricchezze naturali,
nessuno sfruttamento del lavoro altrui vi può tentare. Ma tutto
il mondo vi guarda. Ricordatevi tutti, funzionari e soldati, che
in codesta terra d’Africa voi dovete impersonare le virtù civili e
militari del popolo italiano: senso di giustizia e di tolleranza,
amore all’ordine, al lavoro, alla disciplina e alla libertà». 61

Il destino dell’Eritrea.
Nei primi mesi del 1950, mentre la Commissione dell’ONU sta
conducendo in Eritrea la sua inchiesta, u cialmente l’Italia
sostiene ancora, per la sua colonia ‘primogenita’, la tesi
dell’indipendenza. 62 In e etti, però, a Palazzo Chigi non sono
più tanto sicuri della validità della loro richiesta e stanno
lavorando ad alcune soluzioni di compromesso. Una di queste
soluzioni viene prospettata il 13 gennaio 1950, nella massima
segretezza (con lettera «strettamente con denziale, doppia
busta»), dal direttore generale degli A ari Politici, Zoppi,
all’ambasciatore Tarchiani. Dopo aver confessato che «anche per
noi il principio dell’indipendenza assoluta era un “falso scopo” e
che siamo i primi a renderci conto come esso presenti per la sua
attuazione gravi di coltà», Zoppi suggerisce una soluzione che,
«pur dando qualche soddisfazione formale al Negus,
salvaguardi al massimo i nostri interessi, la speciale posizione
della collettività italiana e l’integrità del paese».
Ispirandosi al regime della zona di Tangeri, che mentre è
unita al resto dell’impero marocchino, di cui teoricamente è
parte integrante, è però retta da un’amministrazione
internazionale, Zoppi propone: «Si potrebbe accettare l’idea
della sovranità negussita sull’Eritrea, investendone
nominalmente il Negus o uno dei suoi gli, e l’amministrazione
del paese verrebbe invece a data ad un organismo
internazionale nominato dalle Nazioni Unite e coadiuvato dai
rappresentanti dei vari gruppi etnici della popolazione. Lo
statuto verrebbe internazionalmente garantito. Si potrebbe
prevedere anche l’unione doganale con l’Etiopia». Sul progetto,
conclude Zoppi, è d’accordo anche Sforza, tuttavia Palazzo Chigi
non ritiene opportuno di presentarlo come una proposta
italiana e a da invece l’incarico a Tarchiani di esporlo al
governo degli Stati Uniti perché lo faccia proprio. 63
La cautela di Zoppi non è causata tanto dalla singolarità del
progetto (detto per inciso, farraginoso e improponibile), ma dal
timore che esso documenti l’ennesima sterzata dell’Italia.
Quando, infatti, ai primi di marzo, un settimanale rivela che
Palazzo Chigi ha abbandonato la tesi dell’indipendenza, Zoppi si
a retta a farlo smentire dall’«Agenzia Mondar», rendendosi
perfettamente conto che gli eritrei non potrebbero sopportare
un ennesimo voltafaccia dell’Italia. Già dopo il compromesso
Bevin-Sforza — con derà Zoppi ai colleghi del MAI — molti
eritrei passarono all’unionismo. Il notabile Gherenchiel, ad
esempio, tolse il suo sostegno ai partiti loitaliani «perché
l’Italia ci tradì appoggiando la spartizione, mentre l’Etiopia
vuole tutta l’Eritrea unita». 64
Più per opportunismo che per convinzione, il governo
italiano continua dunque a sostenere la tesi dell’indipendenza.
Questa tesi è ampiamente illustrata e fermamente ribadita
anche nella lettera che il 17 aprile Sforza invia al presidente
della Commissione d’inchiesta dell’ONU, per esprimere il punto
di vista italiano sull’avvenire dell’Eritrea. «Non vi è ragione che
l’Eritrea venga arrestata sulla via della indipendenza — scrive,
ad esempio —, se l’indipendenza corrisponde alle condizioni
storiche e agli interessi del paese. Ancor meno vi è ragione di
concepire quella indipendenza in contraddizione con gli
interessi dell’Etiopia». 65
Due avvenimenti del mese di giugno, la presentazione a
Trygve Lie del rapporto sull’Eritrea da parte della Commissione
d’inchiesta dell’ONU e lo scoppio della guerra in Corea, pongono
tuttavia ne alle incertezze di Palazzo Chigi e gli fanno
abbandonare, seppure a tappe successive e con un’abile
manovra ritardatrice, la tesi dell’indipendenza. «Alla ne di
giugno — si legge in un documento riservato degli Esteri — il
governo italiano si trovò pertanto nella necessità di riesaminare
i termini della questione eritrea alla luce di questi due nuovi
avvenimenti: aggravamento della situazione internazionale;
discordanti conclusioni dei Cinque (Norvegia: annessione
dell’Eritrea all’Etiopia; Sud-Africa e Birmania: federazione fra
Eritrea ed Etiopia; Pakistan e Guatemala: indipendenza, ma non
immediata). Nelle conversazioni con denziali che ebbero luogo
a Roma in quel torno di tempo parve emergere l’opportunità di
compiere qualche tentativo per giungere ad un compromesso
tra la tesi della federazione e quella dell’indipendenza, nel senso
di una federazione che presumesse il massimo dell’autonomia
dell’Eritrea». 66 Ma c’è un terzo elemento, oltre al con itto in
Corea e al responso sfavorevole all’Italia del rapporto dell’ONU,
che induce Palazzo Chigi a modi care i suoi progetti, ed è la
situazione esplosiva in Eritrea, dove una cinquantina di italiani
ha già perso la vita e dove si è alle soglie della guerra civile tra
indipendentisti ed unionisti, come vedremo in dettaglio nel
capitolo IV.
Essendo stata ssata per il 10 luglio la data dell’inizio dei
lavori a New York dell’Interim Committee dell’ONU, la
delegazione italiana presieduta da Brusasca lascia Roma alla
ne di giugno e fa una tappa a Londra per avere uno scambio di
idee con i responsabili del Foreign O ce. Dagli incontri di
Londra emerge chiaramente che la diplomazia britannica è
orientata verso un tipo di federazione che è notevolmente
vicino all’annessione, mentre i delegati italiani sono per una via
intermedia fra indipendenza e federazione, ossia per «un
autogoverno e ettivo» e non per una semplice «autonomia
provinciale» e tanto meno per una federazione che mascheri
una annessione. 67 Pur non aderendo all’invito britannico di
stilare un comune progetto di federazione, in considerazione
della ancor notevole distanza fra i due punti di vista, Brusasca
dichiara che a Lake Success l’Italia difenderà, per coerenza, la
tesi dell’indipendenza, ma è tuttavia disposta ad «accettare
anche soluzioni diverse», di comune accordo con la delegazione
britannica e con le altre delegazioni interessate ad una
soluzione intermedia. 68
Giungendo a Lake Success, la delegazione italiana si accorge
che l’orientamento generale è per una soluzione federativa e si
rende anche conto che un’indipendenza, osteggiata dall’Etiopia,
potrebbe rendere assai di cile la vita economica dell’Eritrea e
ancora più precaria la situazione dell’ordine pubblico. Il discorso
che Brusasca pronuncia dinanzi all’Interim Committee è perciò
improntato ad uno spirito di comprensione e di conciliazione e
lascia aperta la porta al compromesso. Scrivendo a Sforza, il 16
luglio, così lo informa del proprio operato e dell’atmosfera che
regna a Lake Success: «La questione dell’Eritrea è diventata una
questione secondaria, della quale tutti desiderano liberarsi al
più presto. Ormai, l’incubo della guerra coreana domina, come è
naturale, l’animo di tutti. [...] Il governo americano è
determinato a tagliar corto a queste discussioni e l’azione che
esso svolge è decisa e perentoria. Ne è prova il fatto che nessuna
delegazione ha osato parlare di indipendenza. [...] Seguendo le
sue istruzioni, ho adottato una linea piena di comprensione per
il momento internazionale e di conciliazione, che ha incontrato
il favore generale evitandoci di restare isolati e di dare prova di
scarso senso di responsabilità. Nel mio discorso, pur sostenendo
l’indipendenza, ho fatto intendere che eravamo pronti alla
conciliazione». 69
Anche il capo della delegazione etiopica, Aklilù Hapte Uold,
usa molta moderazione nel suo intervento, che prende le mosse
da una precisa analisi del rapporto della Commissione
d’inchiesta dell’ONU. Analisi che lo porta a respingere sia la tesi
della indipendenza, «perché un sedicente regime
d’indipendenza sarebbe fatalmente per l’Etiopia un centro di
intrighi internazionali ed una minaccia alla sua sicurezza», che
quella della federazione, che giudica una formula equivoca e di
di cile realizzazione. Egli non crede valida che la soluzione
dell’unione, che è rivendicata, sostiene, dalla maggioranza degli
eritrei e che assicura il massimo rispetto dei diritti delle
minoranze. «Con l’unione dei due territori — a erma Aklilù —,
gli italiani godranno della più assoluta protezione dei loro
diritti, lo ripeto di nuovo e in maniera solenne. L’ho sempre
detto, e lo ripeto, il trattamento delle migliaia di italiani che
vivono in Etiopia è la dimostrazione più certa». 70
Il 21 luglio gli anglo-americani presentano uno schema di
progetto che porta le rme di Noyes e di Sta ord. Considerato
dagli italiani come una proposta di larvata annessione, viene
subito scartato con l’appoggio determinante del gruppo latino-
americano. «Pur non de ettendo dal nostro atteggiamento
conciliante — scrive Brusasca, l’indomani, agli Esteri — noi
continueremo ad adoperarci perché non si scivoli sopra il
terreno dell’annessione». 71 Ma la piega assunta dalle
discussioni a Lake Success non piace a Roma. Il 26 luglio De
Gasperi telegrafa a Brusasca per esortarlo a non fare più
concessioni: «Ti informo che da parte parlamentare mi è stata
espressa preoccupazione che non si slitti costì verso
un’autonomia formale dell’Eritrea ed una sostanziale unione
con l’Etiopia. Ho risposto riferendomi alle istruzioni del
ministro Sforza del 19 luglio scorso, dalle quali risulta che si
aderirebbe alla soluzione federativa soltanto con sostanziali
garanzie di autogoverno eritreo o con trattato eritreo-etiopico
sanzionato e vigilato dalle Nazioni Unite. Sono sicuro che farai
ogni possibile sforzo per non indebolire questa linea, che è già
transattiva e subordinata al fatto che l’indipendenza risulti
evidentemente irraggiungibile». 72
Nonostante che la delegazione italiana sia riuscita a bloccare
il progetto anglo-americano e a impedire che fosse presentato
come base di discussione, le possibilità di manovra degli italiani
appaiono molto limitate, mentre risulta sempre più evidente
che gli anglo-americani sono decisi ad appoggiare l’Etiopia. In
un rapporto del 3 agosto a Sforza, Tarchiani scrive a questo
proposito: «Ho motivo di ritenere che il Pentagono, mediante
l’assidua azione britannica, abbia assorbito l’idea che la
sicurezza in Africa Orientale si ottenga soltanto col dare
soddisfazione al Negus. Tale fattore, sempre considerevole,
riveste un’importanza tanto maggiore in questi giorni in cui,
alla luce dei gravi avvenimenti coreani, gli ambienti dirigenti
americani sono portati a valutare i problemi internazionali
principalmente in termini di sicurezza e di strategia». 73
La riprova di questo atteggiamento lo-etiopico si ha il 5
agosto, quando la delegazione italiana presenta un proprio
progetto di federazione, elaborato da Cerulli e Perani, 74
progetto che non viene neppure preso in considerazione perché
giudicato da anglo-americani ed etiopici come troppo vicino
all’indipendenza. A questo punto, considerando che a più di un
mese dall’apertura dei lavori non si è fatto un solo passo avanti,
il presidente dell’Interim Committee, il brasiliano Joao Carlos
Muniz, fa conoscere un proprio progetto, che presenta alcune
novità rispetto a quello anglo-americano. Il 16 agosto,
informando gli Esteri dell’intervento di Muniz, Brusasca
a erma: «Non mi pare possibile, allo stato attuale delle cose,
respingere questo progetto in blocco come ho fatto per quello
anglo-americano, ma cercherò, in primo luogo, di ottenere
ancora qualche miglioramento e, in secondo luogo, cercherò di
predisporre, d’intesa con qualche delegazione amica,
emendamenti da presentarsi nel corso della discussione, che si
svolgerà in seno all’Interim Committee». 75
In seguito alla pressione della delegazione italiana, il 23
agosto Muniz presenta un nuovo schema di progetto, il quale,
pur raccogliendo alcuni suggerimenti avanzati dagli italiani,
non rivela ancora su cienti garanzie su alcuni punti essenziali,
come, ad esempio, l’organizzazione della polizia eritrea, il
sistema delle riscossioni tributarie, la tutela della comunità
italiana. Nel tentativo di sbloccare la situazione, Roma apre
conversazioni dirette con Londra e il 29 agosto è lo stesso De
Gasperi che telegrafa a Bevin, nella speranza di vincere
l’irrigidimento britannico: «Prego l’autorevole amico Bevin di
considerare [...] che il nostro slancio sarebbe inceppato e lo
sforzo non arriverebbe in fondo se dovessimo ammettere che, in
nome di un trattato che la realtà, più forte di noi tutti, sta
demolendo pezzo per pezzo, non solo si toglie all’Italia la sua
prima colonia, ma si respinge anche una soluzione intermedia
che, pur umiliando l’Italia come potenza coloniale, conserva
almeno agli italiani un’occasione di lavoro ed un’opera di civiltà
ed agli eritrei la possibilità di uno sviluppo autonomo». 76
Nonostante la promessa di compiere «uno sforzo di
collaborazione leale e totale con gli alleati del Patto
Atlantico», 77 l’appello rivolto da De Gasperi a Bevin cade nel
vuoto. A questo punto, Brusasca decide di sospendere
momentaneamente le conversazioni e di rientrare a Roma per
consultarsi con Sforza e De Gasperi. E quando rientra a New
York è latore di nuove proposte, come precisa in questo
telegramma del 7 settembre: «Ho proposto, in particolare,
mutamenti all’art. 3, tanto per ciò che riguarda la polizia che per
la riscossione delle imposte. Ho chiesto pure che venga
speci cato che l’accertamento e la riscossione delle imposte
venissero lasciati al governo eritreo [...]. Ho quindi prospettato
la necessità di stabilire organi federali, illustrando come sia
indispensabile che tali organi siano precisati in modo da
chiarire la distinzione tra il governo federale e il governo
etiopico. [...] Ho chiesto anche qualche miglioramento nel testo
delle garanzie per gli italiani, e che venga chiarito che il
Commissario delle Nazioni Unite debba consultarsi anche con i
rappresentanti delle minoranze». 78
La stessa sera del 7 settembre, Muniz espone ai delegati
etiopici le proposte e gli emendamenti suggeriti dalla
delegazione italiana, ma non ottiene che dinieghi. «In tali
condizioni — telegrafa Brusasca a Roma — ho dichiarato che
non potevo accettare il testo propostomi e che non potevo fare
altro che riferire al mio governo e chiedere istruzioni». 79
Qualche giorno dopo Brusasca invia a De Gasperi un lungo
rapporto nel quale sintetizza il lavoro compiuto dalla
delegazione italiana a Lake Success e con il quale ammette il
completo fallimento dei negoziati: «Io ho compiuto ogni sforzo
per ottenere un risultato accettabile: l’intransigenza della
delegazione etiopica, che ha respinto nanche le modi che
proposte dal governo di Londra, ha impedito i miglioramenti
che ho chiesto a tuo nome, per ragioni di giustizia e per motivi
di politica interna nostra. [...] Gli impegni anglo-americani con
l’Etiopia mi lasciano temere che non sarà possibile ottenere di
più di quanto siamo riusciti a strappare, giorno per giorno, in
questi due mesi di trattativa». Precisando poi che la condotta
degli anglo-americani non è causata da ostilità nei confronti
dell’Italia, ma dalla necessità in cui si trovano di onorare gli
impegni che hanno contratto con l’Etiopia, Brusasca soggiunge:
«L’atteggiamento della delegazione abissina è poi
spiegabilissimo perché essa, rimproverando continuamente gli
inglesi e gli americani di mancare alla parola data per
l’annessione dell’Eritrea all’Etiopia, pretende le maggiori
soddisfazioni possibili dalla transazione federativa. Devo però
dare atto che gli etiopici, in questa loro tenace azione, non
mostrano del malanimo nei nostri confronti e dichiarano, anzi,
a tutti il loro vivo e convinto proposito di riallacciare, appena
de nita la posizione dell’Eritrea, delle relazioni di
collaborazione e di amicizia con noi». 80
In quest’ultima fase delle trattative è presente a New York
anche il ministro Sforza. Il 13 settembre egli ha una lunga
conversazione con i delegati brasiliano e messicano, i quali
premono su di lui, con i più vari argomenti, per dimostrargli i
vantaggi futuri di inchinarsi alla volontà etiopica rinunciando
ad ogni ulteriore correzione del progetto di Muniz. «Ho loro
dichiarato — riferisce Sforza a De Gasperi — che tanto più
facevo mia la risposta negativa già loro data da Brusasca, in
quanto alle ragioni da lui esposte (pericolosa reazione della
nostra opinione pubblica) ne aggiungevo altre, e cioè la
necessità di provare a dei vicini che noi vogliamo bensì creare
una feconda amicizia con essi, ma che ci sono certi limiti
toccanti il nostro onore, circa i quali non possiamo
transigere». 81
I lavori dell’Interim Committee si concludono così il 18
settembre senza che sia stato possibile giungere ad alcuna
soluzione, e il problema eritreo passa pertanto all’esame
dell’Assemblea Generale, convocata per l’8 novembre 1950.
Nonostante che l’Italia abbia accettato, seppur tardivamente, la
tesi della federazione, sforzandosi soltanto di migliorarne il
progetto per non perdere del tutto la faccia con gli amici eritrei e
gli italiani d’Africa, essa viene accusata, negli ambienti
dell’ONU, di aver fatto fallire l’accordo di compromesso con il
suo costante irrigidimento. Un’eco di queste accuse c’è anche in
un discorso che il ministro degli Esteri, Aklilù pronuncia a ne
settembre: «Minacce alla pace incombono sull’Africa o pretese
territoriali vengono formulate contro l’Etiopia nella stessa
regione ove incominciò la guerra nel 1935. Riteniamo quindi
giusti cato di domandare ai membri delle Nazioni Unite sino a
quando si dovrà attendere per ottenere giustizia. L’Etiopia, di
fronte alle minacce alla sua sicurezza, è l’unica a fornire la prova
di uno spirito di conciliazione. Questo spirito, però, è oggi
giunto al limite». 82
Dopo aver ammonito il governo italiano, in questi termini
piuttosto pesanti, gli etiopici prendono però l’iniziativa di
proporre, tramite le delegazioni inglese e americana, questo
baratto all’Italia. In cambio di una soluzione del problema
eritreo favorevole all’Etiopia, Addis Abeba è disposta a
ristabilire le relazioni diplomatiche con Roma e a prendere in
considerazione le richieste italiane circa i con ni della Somalia.
Il baratto, però, non piace ai responsabili di Palazzo Chigi e del
ministero dell’Africa Italiana; provoca, anzi, un vivo
risentimento. L’11 ottobre Brusasca telegrafa a Vitetti, che è
rimasto a New York: «Le proposte non possono essere prese in
considerazione quali compensi, perché la prima concerne un
regolamento internazionale consuetudinario, la seconda perché
la delimitazione delle frontiere della Somalia è compito e
responsabilità dell’ONU». 83 L’indomani, ancora più risentito,
Brusasca telegrafa a Vitetti: «Se veramente l’Etiopia è animata
da sinceri propositi di de nire le pendenze e riprendere la
collaborazione con noi, come sempre ci viene a ermato, la
prova maggiore e più logica è il ristabilimento immediato delle
relazioni diplomatiche, il quale permetterebbe anche di
accertare le condizioni reali di migliaia di nostri connazionali
che vivono nel suo territorio. La pervicacia etiopica nel negare
alla nuova Italia la ducia che le viene accordata da tutti gli altri
paesi costituisce un grave ostacolo alla distensione e alla
comprensione». 84
In attesa della riapertura dei lavori all’ONU, il sottosegretario
Brusasca inoltra a tutte le ambasciate e legazioni d’Italia un
lunghissimo telespresso con il quale precisa i motivi per i quali
il governo italiano non può accettare il progetto Muniz, anche
nella sua ultima versione migliorata. «Nel progetto — spiega
Brusasca — si parla più volte di governo federale. Ma, a ermata
l’esistenza di questo governo, è facile poi vedere che esso non
esiste che sulla carta. Non altro organo della federazione è
previsto che un Consiglio Consultivo, che non ha alcun potere».
Un altro punto in contestazione del progetto è il diritto
dell’Etiopia a mantenere l’ordine pubblico in Eritrea. Precisa
Brusasca: «Con le sue forze armate in Eritrea, la sua polizia e i
suoi agenti del sco, l’Etiopia riesce a controllare
completamente il governo eritreo, che non può essere perciò che
una istituzione vana». Concludendo il suo esame critico del
progetto Muniz, Brusasca sostiene: «Il governo italiano non ha
potuto e non può appoggiare queste proposte, che sono in
contrasto con i princìpi stessi del diritto internazionale, con i
criteri fondamentali di un regime di autonomia, con alcune
norme fondamentali del diritto costituzionale moderno». 85
Alla vigilia della 5 a sessione dell’Assemblea Generale, una
soluzione di compromesso appare così ancora molto lontana,
ciò che fa nascere in alcuni politici italiani di destra e di estrema
destra la speranza in un epilogo della vertenza eritrea più
favorevole all’Italia. Il 18 ottobre, ad esempio, gli onorevoli
Alliata di Montereale, Viola e Nitti presentano una mozione alla
Camera per chiedere che ci si batta all’ONU non per ottenere la
federazione, ma un mandato italiano sull’Eritrea, analogo a
quello ottenuto per la Somalia. 86 Sono richieste, però, che
partono da gruppi sempre più isolati. Come fa giustamente
osservare Francesco Macchi di Cellere a Vitetti, in una lettera del
6 novembre, il problema coloniale non è ormai più sentito in
Italia e soltanto l’on. Almirante promette interpellanze in
Parlamento, soltanto il MSI «si interessa ancora dei territori
d’Oltremare». 87
Quando, l’8 novembre, si riaprono i lavori a Lake Success, le
posizioni dei contendenti appaiono subito distanti e certo non
favorisce l’incontro la notizia che pochi giorni prima altri
italiani sono stati uccisi dagli sciftà in Eritrea. 88 Anche se non
direttamente, ma attraverso un suo uomo di paglia, l’eritreo
Ibrahim Sultan, l’Italia non rinuncia a difendere ancora una
volta la tesi dell’indipendenza e ad accusare l’Etiopia di
alimentare il terrorismo in Eritrea. «Il mio paese — dichiara
Sultan il 21 novembre — non è mai stato soggetto all’Etiopia,
neppure nei tempi più antichi. Al contrario, sono gli eritrei che
più volte sono stati costretti a respingere gli etiopici che
invadevano l’Eritrea per amore di rapina e di saccheggio». 89 Il
durissimo attacco di Sultan all’Etiopia si rivela però inutile,
perché superato dagli avvenimenti. Il 17 novembre, infatti,
sotto la pressione degli anglo-americani, i delegati etiopici
hanno già accettato gli emendamenti proposti dagli italiani 90 e
il 22 novembre Aklilù fornisce all’Italia le più ampie
assicurazioni circa i suoi interessi in Eritrea. 91 Il compromesso
è nalmente raggiunto.
Il 25 novembre il Comitato Politico ad hoc approva la
proposta per la federazione con 38 voti favorevoli, 14 contrari e
8 astenuti. Una settimana dopo, il 2 dicembre, il progetto
ottiene nalmente all’Assemblea Generale quella maggioranza
che non era stato possibile raggiungere all’Interim Committee.
Nel corso del dibattito del 2 dicembre, Aklilù dichiara di «avere
l’onore e il piacere di confermare nuovamente che gli italiani
dell’Eritrea continueranno, come nel passato, a godere di tutti i
loro diritti e privilegi e per di più saranno considerati come
amici. [...] In realtà, non ci saranno più né maggioranze né
minoranze, né musulmani né cristiani, né avversari politici né
ex nemici, ma soltanto fratelli eritrei». 92
Con la risoluzione del 2 dicembre 1950 si chiude
de nitivamente la lunga vertenza sulle ex colonie italiane
prefasciste, una delle più discusse questioni territoriali lasciate
aperte dal secondo con itto mondiale. In base alla
raccomandazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
l’Eritrea: 1) diventerà uno stato autonomo, federato con
l’Etiopia sotto la corona del Negus; 2) il governo eritreo fruirà
dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario; 3) il governo
federale avrà giurisdizione sulla difesa nazionale, gli a ari
esteri, la moneta e le nanze, il commercio e le comunicazioni,
mentre il governo eritreo avrà competenza su tutti i settori che
non dipendono dal governo federale, ed avrà così il diritto di
costituire una polizia interna, di raccogliere talune imposte e di
adottare un proprio bilancio; 4) il territorio della federazione
costituirà un solo territorio doganale; 5) un Consiglio federale
imperiale, composto da un numero uguale di rappresentanti
etiopici ed eritrei, si riunirà almeno una volta all’anno per
fornire il suo parere sui problemi più importanti; 6) nella
federazione non esisterà che una sola nazionalità; 7) il governo
federale garantirà a tutti gli abitanti dell’Eritrea, senza
distinzione di nazionalità, razza, sesso, lingua e religione, il
godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; 8)
durante il periodo di transizione, che non potrà prolungarsi al di
là del 15 settembre 1952, il governo eritreo sarà organizzato e la
Costituzione sarà elaborata e messa in vigore; 9) l’Assemblea
Generale dell’ONU designerà un Commissario delle Nazioni
Unite in Eritrea, il quale avrà il compito, d’intesa con le autorità
di occupazione, con il governo d’Etiopia e gli abitanti
dell’Eritrea, di elaborare un progetto di Costituzione. 93
«Questa raccomandazione risponde in modo soddisfacente
alle esigenze del governo — si legge in un documento riservato,
quasi sicuramente stilato da Brusasca — e può essere
considerata, in relazione alla situazione politica generale,
quanto di meglio si poteva ottenere a tutela dei legittimi
interessi italiani e dell’autonomia dell’Eritrea». 94 Se il governo
italiano, ma non solo il governo, come abbiamo visto, non ha
dato in questa vertenza coloniale che prove meschine, con una
serie di rivendicazioni anacronistiche, di impennate di chiaro
sapore nazionalistico, di atteggiamenti intransigenti, di
speranze mal riposte e di troppo tardivi ripensamenti, è però
vero che nell’ultima fase delle trattative si è in parte riscattato
battendosi almeno per una causa giusta: quella di assicurare
all’Eritrea un’autonomia sostanziale e non ttizia. Anche se poi
la scelta federativa non resisterà alla prova, come forse si
sarebbe anche potuto prevedere alla luce delle inchieste
condotte in Eritrea dalle commissioni quadripartite.

1. Guido Russo-Perez, Come il Governo (non) ha difeso le nostre colonie, Tip. A. Renna,
Palermo 1949, p. 24.

2. Ivi, p. 39.
3. C. Sforza, op. cit., pp. 168-69.

4. A. Tarchiani, op. cit., p. 187.

5. Luigi Graziano, La politica estera italiana del dopoguerra, Marsilio, Padova 1968, pp.
77-78.

6. Ze ro Ciu oletti, Maurizio degl’Innocenti, L’emigrazione nella storia d’Italia, vol. II,
Vallecchi, Firenze 1978, p. 234.

7. G. Brusasca, Solidarietà nazionale per i profughi dell’Africa, Tip. della Camera dei
Deputati, Roma 1949, pp. 5-6.

8. C. Sforza, op. cit., p. 174.

9. Ivi, p. 176.

10. Ivi, p. 178.

11. Ivi, p. 179.

12. Ivi, p. 180.

13. Ivi, p. 184.

14. Ivi, p. 185.

15. MAE, L’Italia in Africa. La politica coloniale dell’Italia, cit., pp. 308-9.

16. Si trattava di 23.492.000 lire, di 31.647 sterline, di 266.773 dollari, di 23.473


franchi svizzeri (MAE, Inventario delle rappresentanze diplomatiche, Londra 1861-
1950, b. 1343, f. 2. Zoppi all’ambasciatore Carandini, tspr. 11/13768/C del 3
maggio 1948).

17. Da parte italiana si era tentato, nel 1947 e 1948, in sede diplomatica e anche a
mezzo di contatti u ciosi e privati, di giungere alla normalizzazione dei rapporti
con l’Etiopia, ma senza alcun esito. Riferendo a Carandini una comunicazione
dell’ambasciata di Parigi, Zoppi scriveva il 30 aprile 1948: «La legazione d’Etiopia,
pur assicurando che avrebbe trasmesso ad Addis Abeba il nostro desiderio, non ha
nascosto di ritenere che la normalizzazione dei rapporti potrà solamente avvenire
dopo che la questione coloniale sia stata risolta» (MAE, Inventario delle
rappresentanze diplomatiche, Londra, b. 1343, f. 2. Tspr. 11/13718/C).
18. «Corriere della Sera», 7 settembre 1949. Dalla corrispondenza da Londra di
Giorgio Sansa.

19. Quattro giorni dopo la richiesta di Abebe Retta, Indro Montanelli pubblicava sul
«Corriere della Sera» (11 settembre 1949) un ‘pro lo’ di Badoglio, con l’evidente
intenzione di difendere il personaggio e di scagionarlo soprattutto dall’accusa di
aver usato, come infatti fece, la guerra chimica in modo sistematico. Ecco un brano
del colloquio fra i due personaggi: «“Senta, Maresciallo — dico a un certo punto —,
io ho una domanda da rivolgerle, a cui prego di rispondere con assoluta franchezza.
È un problema che non interessa soltanto la Storia, credo, ma interessa me, che
tutte le volte che vado all’estero, specie fra quei maledetti puritani del Nord, mi
vedo messo in stato d’accusa, ancora oggi, come u ciale di un esercito barbarico e
cattivone che usò i gas contro i poveri negri. Furono veramente usati questi gas in
Abissinia?”. “Mai. Cioè una volta, per sbaglio e senza nessun e etto. Fu nella
battaglia dell’Endertà che un giorno una batteria, di sua iniziativa, lanciò una
bomba all’iprite, ma era deteriorata e non ebbe conseguenze. Sarebbe stata una
sciocchezza usare i gas in quella guerra”». Così il vecchio Maresciallo si burlava del
toscano Montanelli! (Per la guerra chimica in Etiopia si veda: A. Del Boca, La
conquista dell’impero, cit., pp. 487-97).

20. «Corriere della Sera», 20 ottobre 1949. Dalla corrispondenza di Ugo Stille.

21. «Corriere della Sera», 22 ottobre 1949.

22. G. Rossi, op. cit., pp. 544-45.

23. «Relazioni internazionali», 1949, pp. 747-48.

24. «Relazioni internazionali», 1949, n. 49.

25. «Corriere della Sera», 22 novembre 1949. Più tardi Tarchiani giusti cherà con
queste parole la sua difesa ad oltranza di «anacronistiche posizioni coloniali»: «Il
problema delle nostre colonie costituiva soprattutto una delicata questione
politica. L’opinione pubblica non voleva intendere perché l’Italia dovesse essere
spogliata dei suoi possedimenti oltremare, anche di quelli più poveri ed onerosi. Fu
così che uomini non attaccabili per spiriti colonialistici, dovettero — e lo fecero con
ogni cura ed impegno — adoperarsi a salvare il possibile; mentre forse l’immediato
abbandono e l’inizio di una nuova politica di cooperazione con le popolazioni, su
altre basi, avrebbe potuto essere una tesi difendibile e forse anche più conveniente
per noi in campo pratico» (A. Tarchiani, op. cit., p. 192, nota 1).

26. G. Brusasca, Solidarietà nazionale per i profughi dell’Africa, cit., p. 7.

27. C. Sforza, op. cit., p. 188.

28. AB, b. 2/b, ONU. Somalia.

29. AB, b. 2/b, ONU. Somalia, f. 9.

30. Qui De Gasperi si sbaglia. De Vecchi aveva lasciato il governo della Somalia già dal
1928.

31. AB, b. AI/1, f. 9. Tutto il virgolettato è tolto dai verbali della riunione, tenuta al
MAI il 26 novembre 1949.

32. Ibid.

33. Si trattava di un incarico provvisorio. Il Commissario sarebbe rimasto in carica


solo no al trapasso dei poteri nella primavera del 1950, quando sarebbe stato
sostituito da un Amministratore civile.

34. AB, b. AI/2, f. 25.

35. Ivi, f. 16. Dal tspr. 3/5943/C, segreto, inviato dal MAE ad alcune ambasciate il 23
dicembre 1949.

36. Il 6 marzo 1950 Nasi scriveva a Brusasca: «È fuori dalla mia competenza
apprezzare, con piena coscienza, se la mia andata in Somalia possa determinare
inconvenienti di natura politica interna ed estera. Me ne rendo, però,
perfettamente conto; e V.E. sa che più volte, n dall’inizio, lo feci presente» (AB, b.
AI/2, f. 16).

37. In data 19 gennaio 1950, ad esempio, Nasi inviava a Brusasca un promemoria con
il quale sollecitava la partenza del 1° scaglione non oltre il 1° febbraio. Era
preoccupato che il clima di attesa in Somalia si deteriorasse (AB, b. 1/b, ONU.
Somalia, f. 8).

38. P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 506.


39. AB, b. AI/2, f. 16. Tspr. urgente di Tarchiani al MAE del 9 febbraio 1950.

40. AB, b. AI/1, Ministero Africa. Gabinetto, f. 1. Lettera del 7 febbraio 1950.

41. AB, b. AI/2, f. 16. Memoriale dattiloscritto, p. 1. Nasi era anche a conoscenza di
una pubblicazione del governo etiopico, nella quale gli si facevano altri gravi
addebiti, ma con dava che Pajetta non ne fosse al corrente. Per correttezza,
tuttavia, ne aveva scritto a Brusasca, confutando le accuse contenute alle pp. 36 e
42.

42. Ivi, p. 34.

43. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 145-49 e 213-33.

44. «Il Nazionale», 12 febbraio 1950.

45. AB, b. AI/2, f. 16. Lettera del generale Gian Carlo Re, dello Stato Maggiore della
Difesa, a Brusasca, in data 10 marzo 1950, n. prot. 619, segreto.

46. AB, b. 2/b, ONU. Somalia. ‘Appunto’ del SIFAR ai capi di Stato Maggiore delle varie
armi, al MAE e al MAI, datato Roma 2 marzo 1950, 0/61034, segreto.

47. AB, b. AI/1, Ministero Africa. Gabinetto. Brusasca a De Gasperi, 18 marzo 1950.
Qualche mese dopo Nasi inviava questa lettera a Brusasca: «Desidero ringraziarla
ancora per i suoi telegrammi pieni di riconoscimenti per me, che vanno oltre a quel
poco che ho potuto fare. Soprattutto la ringrazio per aver voluto dare il mio nome
al campo di Ferfer» (AB, b. AI/2, f. 16. Lettera dell’8 giugno 1950).

48. AB, b. AI/1, Ministero Africa. Gabinetto, f. 1.

49. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 29. Lettera a Taviani dell’avv. Giacomo Bona, in
data 18 febbraio 1950.

50. AB, b. 1/b, ONU. Somalia, f. 8.

51. P. Nenni, Tempo di guerra fredda, cit., p. 504.

52. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Disegno di legge n. 1069 (Urgenza).

53. Ibid.
54. Per protestare contro l’assegnazione della Somalia all’Italia, il 30 novembre 1949
Hailè Selassiè aveva inviato all’ONU un lungo telegramma. In seguito il governo
etiopico sollevò anche alcune eccezioni di carattere giuridico circa il mandato
contestandone la validità (AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 9).

55. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Da un promemoria di Vitetti del 14 gennaio 1950.

56. MAE, Collana di testi diplomatici, Leonardo Vitetti, Roma 1976, p. 70. Da un tspr. a
Sforza del 31 gennaio 1950.

57. AB, b. 1/b, ONU. Somalia, f. 8. Da un appunto dal titolo: Modus vivendi per
frontiera.

58. AB, 1/a, ONU. Somalia, f. 10. Da una lettera di Sforza a Roger Garreau, presidente
del Consiglio di tutela a Ginevra, datata 11 marzo 1950, n. prot. 3/9056.

59. Ivi. Tspr. di Mascia al MAE del 24 aprile 1950, n. 746.

60. AB, b. 1/b, ONU. Somalia, f. 8. Dal documento Operation Caesar, TAC/50060/G.

61. «Il Popolo», 28 febbraio 1950.

62. Proprio per sostenere questa tesi, il Gruppo Bottego organizzava, dal 7 marzo al 4
aprile, una missione di propaganda nel Nord e Centro America. Si veda il rapporto
dal generale Vecchi in AB, b. AI/19, Ministero Africa. Somalia, f. 282.

63. AB, b. 1/b, ONU. Somalia, f. 8.

64. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 7. Tspr. 3/4099/C del 20 marzo 1950 al MAI.

65. Nations Unies, Rapport de la Commission des Nations Unies pour l’Erythrée, Lake
Success, New York 1950, pp. 71-73.

66. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 12. Da una sintesi dattiloscritta di 12 cartelle datata
New York, 29 settembre 1950 e intitolata: La questione dell’Eritrea dinanzi allo
Interim Committee delle Nazioni Unite, pp. 1-2.

67. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 1. Da un Appunto per S.E. Brusasca.

68. Ivi. Dal verbale della riunione del 3 luglio, presenti gli inglesi Wright, Allen,
Scrivener; gli americani Holms e Palmer; gli italiani Brusasca, Gallarati Scotti,
Vitetti, Milesi e Pro li.
69. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2.

70. AB, b. 3/b, ONU. Eritrea, f. 1. Dal testo del discorso pronunciato il 14 luglio 1950.

71. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 141.

72. Ivi. Tel. 53. Se De Gasperi lo invitava alla fermezza, il Gruppo Bottego gli chiedeva
invece di non rinunciare alla tesi dell’indipendenza. In data 21 luglio 1950 gli
inviava questo telegramma: «Invochiamo energica azione per impedire la formula
federativa per l’Eritrea, contraria agli interessi e alla volontà delle popolazioni e a
ogni principio di giustizia» (AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 15).

73. AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tspr. 8376/4801.

74. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 1.

75. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 185. L’indomani Sforza rispondeva a Brusasca in
questi termini: «Sono d’accordo nel convenire che non si debba respingere in blocco
il nuovo progetto. [...] Sarà tuttavia opportuno che V.E. si adoperi al ne di ottenere
qualche miglioramento sensibile, ottenendo che il Commissario [dell’ONU] venga
assistito, sia pure a titolo consultivo, da un Comitato delle Nazioni Unite, e che la
Costituzione eritrea nonché la sua autonomia siano possibilmente garantite dalle
Nazioni Unite. In ne, per quanto riguarda il periodo transitorio, esso non dovrebbe
essere inferiore ai 3 anni, stabiliti nella proposta avanzata dai delegati della
Birmania e del Sud-Africa nel rapporto della Commissione d’inchiesta dell’ONU»
(AB, ivi, tel. 71). Il 21 agosto Sforza tornava alla carica: «Condivido le
considerazioni formulate da V.E. con il suo rapporto in data 16 c. Il progetto
presentato dall’ambasciatore Muniz è senza dubbio molto migliore di quello
presentato dalla delegazione americana e inglese. Tuttavia tale progetto non
assicura l’autonomia del nuovo Stato eritreo, la funzionalità della sua futura
costituzione, né la protezione degli interessi italiani» (Ivi, tel. 73).

76. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Dal tel. in arrivo 7232/C (2 M), indirizzato da Zoppi
all’U cio dell’Osservatore italiano presso le Nazioni Unite. In quei giorni Brusasca
ricevette molti messaggi di elogio o di critica. Il 31 agosto, ad esempio, Sturzo gli
telegrafava: «Ho seguito con interesse di italiano e di amico il tuo improbo sforzo
per salvare il salvabile della nostra ex colonia Eritrea, più a nome della civiltà che a
nome di interessi nazionalistici» (AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 13).

77. AB b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Dal tel.: 7232/C (2 M), cit.

78. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Brusasca a MAE, tel. 238.

79. Ivi. Brusasca a MAE, tel. 240 dell’8 settembre 1950. Il 9 settembre Brusasca
indirizzava a De Gasperi questo messaggio: «Tengo dunque aperte tutte le vie e ti
prego di farmi comunicare istruzioni tue e del ministro Sforza» (Ivi, tel. 241).

80. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 1. Lettera dell’11 settembre 1950. Sull’atteggiamento
più conciliante degli inglesi, Brusasca tornava con un telegramma dell’11
settembre agli Esteri: «Segnalo l’atteggiamento molto comprensivo tenuto in
questi giorni dalla delegazione inglese, la quale ha compiuto ogni sforzo per
esercitare sugli etiopici opera di persuasione» (AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel.
249, 2 M).

81. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 253 (2 M) del 13 settembre 1950.

82. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 10. MAE e MAI, tspr. 3/5922/C del 29 settembre 1950.

83. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 142.

84. Ivi. Tel. 148 (2 M).

85. AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tspr. 3/5940/C del 7 ottobre 1950.

86. Ibid.

87. Ivi. N. prot. 3/6031.

88. Riferendosi all’uccisione dei due italiani a Ghinda, Brusasca il 6 novembre inviava
al rappresentante dell’Italia ad Asmara, Figarolo di Gropello, questo telegramma:
«La delegazione italiana, sicura di interpretare la volontà dei Caduti e i sentimenti
di codesti connazionali, ria ermerà con immutata fermezza la necessità di una
soluzione eritrea conforme ai diritti di giustizia, alle aspirazioni delle popolazioni e
alla difesa della civiltà» (AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 2223).

89. United Nations, General Assembly, Fifth Session, Statement by the Chairman of the
delegation of the Moslem League of Eritrea at the 49th meeting of Ad Hoc Political
Committee on 21 November 1950, p. 5.

90. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. MAE a Mascia, tel. 220 del 18 novembre 1950.

91. Ivi. Brusasca ad Esteri, tel. 456.

92. Ivi. Mascia ad Esteri, tel. 491 del 2 dicembre 1950.

93. Nations Unies, Assemblée Générale, 5 e Session, Résolutions adoptées par


l’Assemblée Générale à sa 316 e séance pléniere, le 2 décember 1950.

94. AB, b. 3/b, ONU. Eritrea.


III
La pace con l’Etiopia

Il decennio della ricostruzione.


L’Etiopia che Hailè Selassiè cerca di riprendere in mano,
all’inizio degli anni ’40, è un paese dominato dal caos,
dall’anarchia, dalla paura. Ci sono alcune centinaia di migliaia
di patrioti che sono ancora in armi e che vanno al più presto
disarmati e reinseriti nel loro mondo. Ci sono popolazioni che
hanno abbandonato le loro terre, a causa della guerra, e che è
urgente ricondurre nei loro antichi insediamenti. Ci sono bande
di collaborazionisti, che hanno abbandonato l’esercito italiano e
che vagano senza una meta. Ci sono tutti quelli che lavoravano
per gli italiani, come manovali, operai, impiegati, funzionari,
capi stipendiati, domestici, e che ora sono rimasti senza lavoro e
non nascondono la loro inquietudine e il loro scontento. Ma
soprattutto ci sono troppe armi in giro, in un paese dove il
mestiere dello sciftà (brigante) gode ancora di una solida
reputazione e dove le tentazioni separatistiche sono ancora vive,
nonostante la grande prova della guerra di liberazione
nazionale. Si aggiunga in ne che, almeno sino all’ottobre del
1943, nonostante che gli inglesi abbiano trasferito in Kenya e in
altre colonie quasi centomila soldati italiani, ne resta ancora un
certo numero alla macchia, con propositi di rivincita e di
vendetta.
Per reprimere il brigantaggio, un agello che si è abbattuto su
quasi ogni regione dell’Etiopia e che rende ancora più di cili le
comunicazioni, già ostacolate dalla distruzione di ponti e
strade, Hailè Selassiè reintroduce la pena di morte con
un’ordinanza del marzo 1942. «L’ordine fu ristabilito, ad un
discreto livello, più rapidamente di quanto non si aspettassero
gli osservatori stranieri», 1 scrive Margery Perham, alla quale si
deve lo studio più approfondito sul periodo della ricostruzione.
Ma il ripristino dell’ordine, in un paese sconvolto da sei anni di
guerra, non è che il primo episodio di un lungo processo di
restaurazione. La mossa successiva del negus è quella di
riportare ovunque l’autorità del governo centrale, anche nei più
lontani distretti dell’impero. Per realizzare questo programma
Hailè Selassiè ridisegna la carta dell’Etiopia annullando le
ripartizioni amministrative imposte dagli italiani nel corso
della loro e mera occupazione. Al posto di sei grandi regioni, 2
l’imperatore crea infatti, con il decreto del 27 agosto 1942,
dodici province più il distretto che include la capitale. 3 Si tratta
di un compromesso tra il progetto italiano, che mirava a
costituire poche e immense regioni in base a criteri
prevalentemente etnici, e l’eccessiva frammentazione
amministrativa etiopica di prima della guerra, che rivelava
soprattutto le tappe dell’espansionismo di Menelik.
Con questa nuova ripartizione dell’Etiopia, che vede a capo di
ogni provincia un governatore generale di scelta imperiale,
Hailè Selassiè porta a compimento il suo grande disegno
unitario e liquida de nitivamente il residuo potere dei ras. Più
che la Costituzione del 1955 è il decreto del 27 agosto 1942 che
segna la ne in Abissinia del regime feudale. Per la prima volta,
con la nomina dei governatori generali, il potere non è più
gestito nelle province dagli esponenti di una aristocrazia
altezzosa e generalmente assai poco ligia nei confronti del
potere centrale. Con la loro scomparsa, svaniscono anche i loro
assurdi privilegi, come quelli di assoldare eserciti personali,
costituire proprie polizie, nominare capi e funzionari. D’ora
innanzi non ci sarà che un solo esercito, quello dell’imperatore, e
una sola burocrazia, quella dello stato. A questo traguardo Hailè
Selassiè aveva teso sin dai lontani anni della reggenza, quando si
era posto tre obiettivi ambiziosi ma irrinunciabili: la
centralizzazione del potere, la modernizzazione del paese e
l’integrazione delle varie razze dell’impero. 4
Per fronteggiare le esigenze di questo radicale cambiamento
nell’amministrazione del paese, il Negus si era accinto già
all’inizio degli anni ’30 a creare una nuova e più e ciente
burocrazia con alcune centinaia di giovani che aveva inviato a
studiare all’estero. Ma, come si ricorderà, 5 era stata proprio
questa intellighenzia a dare il più alto contributo di sangue
durante le feroci repressioni di Graziani e nei lunghi anni della
guerriglia. Per cui, rientrando in patria nel 1941, Hailè Selassiè
aveva dovuto iniziare daccapo la formazione dell’indispensabile
élite, ma i primi laureati, a causa del prolungarsi del con itto
mondiale, non sarebbero rientrati in Etiopia che all’inizio degli
anni ’50. 6
Nell’attesa di poter disporre del personale più idoneo per
dirigere il paese, l’imperatore assegna gli incarichi di governo
secondo criteri che non hanno mancato di suscitare, in alcuni
studiosi, perplessità o critiche. «La lealtà alla persona
dell’Imperatore — ha scritto, ad esempio, John Markakis — è
stata la regola fondamentale per il reclutamento, la
conservazione e la promozione ai posti del potere politico. Una
provata lealtà ha spesso compensato molti difetti, come
l’incompetenza e persino la corruzione. [...] Nell’arte di gestire
gli uomini, che è l’essenza del potere, Hailè Selassiè si è rivelato
un geniale maestro». 7 Un’altra regola che l’imperatore osserva
nella scelta dei suoi collaboratori è quella di reclutarli in
di erenti gruppi etnici e sociali, non soltanto per evitare che un
solo gruppo emerga e giunga a detenere un potere eccessivo, ma
per stimolare utili e immancabili rivalità. «I nobili sono stati
così contrapposti ai self-made men — osserva Christopher
Clapham —, gli ex combattenti della resistenza agli ex
collaborazionisti, gli scioani agli eritrei, e così via». 8
In uno dei primi governi del dopoguerra, ad esempio,
scopriamo che il ministero della Guerra è stato a dato ad
Abebè Aregai, il capo della resistenza etiopica, mentre il
ministero della Giustizia è andato ad Ayele Gebre, un
personaggio notoriamente compromesso con gli italiani.
Osserviamo inoltre che gli altri incarichi governativi sono stati
assegnati ad uomini che hanno seguito l’imperatore in esilio e
poi in Sudan, uomini devotissimi alla corona come Maconnen
Endelcacciù, Lorenzo Taezaz, Uolde Ghiorghis, Maconnen Destà,
Maconnen Hapte Uold. Un altro noto collaborazionista, ex
interprete e consigliere del generale Nasi, l’eritreo Asfaha
Woldemichael, ricoprirà in seguito incarichi ministeriali e
diventerà persino capo del potere esecutivo nella regione
autonoma e federata dell’Eritrea. Queste scelte di Hailè Selassiè
nel campo di chi ha tradito la causa nazionale, 9 scelte che non
hanno mancato di stupire, ri ettono, più che la clemenza o la
mancanza di risentimento, un freddo e deliberato calcolo
politico, quello di controbilanciare la popolarità e il peso dei
patrioti, che nell’immediato dopoguerra sono notevoli e, per più
di un aspetto, inquietanti. Come vedremo più avanti,
preoccupato di riannodare al più presto i li del suo potere, il
negus non terrà conto del passato resistenziale di esponenti di
primo piano come Tecle Uolde Hawariat, Belai Zellechè, Negasc
Bezabè. Quando se li troverà di fronte, quali rivali, avversari o
critici, se ne sbarazzerà mandandoli a morte oppure in esilio.
Nonostante il prestigio acquisito con il ritorno vittorioso in
Etiopia, l’appoggio determinante degli inglesi e la ben nota
abilità nel gestire gli uomini in una società complessa come
quella abissina, Hailè Selassiè incontra serie di coltà nella
ricostruzione dello stato etiopico ed è costretto, in particolar
modo fra il 1941 e il 1944, a fronteggiare la rivolta di alcuni
capi, a sventare complotti, a domare sedizioni e a bloccare alla
periferia dell’impero alcune tendenze separatistiche. Già pochi
mesi dopo il suo ingresso trionfale in Addis Abeba deve inviare
truppe a Gambela, dove uno dei tanti gli di Ligg Jasu, Teodoro,
si è autoproclamato ras e s da il potere imperiale. Nell’aprile del
1942 scoppiano incidenti nel Borana e sono gli inglesi, dal
vicino Kenya, che intervengono per ristabilire l’ordine. Nel
maggio dell’anno successivo sono di scena i somali Gheri Jarso, i
quali, non accettando il ritorno del dominio amhara sui loro
territori, 10 attaccano le truppe etiopiche e giungono a
saccheggiare l’importante centro di Funanbira. Per stroncare la
ribellione dei somali sarà necessario inviare nella regione fra
Harar e Giggiga due battaglioni di truppe regolari dotate di
artiglieria. Poi, all’inizio del 1944, sarà la volta del sultano
dell’Aussa, Mohamed Jahio, di s dare il potere centrale
inalberando una propria bandiera e riscuotendo illegalmente
tributi. La sua rivolta, però, durerà poco. Catturato nel corso di
una spedizione militare, il sultano dei dancali verrà condotto ad
Addis Abeba, dove morirà poco dopo.
Più grave di tutte, per le forze che coinvolge e per il chiaro
intento scissionista, è la rivolta che scoppia nel Tigrè
nell’autunno del 1943. A guidare gli insorti, che sono più di 6
mila, ci sono Yekuno Amlak Tesfae, un nipote di ras Hailè
Selassiè Gugsa, l’uomo che, con il suo tradimento, consentì nel
1935 agli italiani di sfondare il fronte di Macallè, 11 e il blatta
Hailè Mariam, che mal sopporta la dipendenza da Addis Abeba e
sogna di riportare il Tigrè ai fasti di quando era governato
dall’imperatore Johannes. Alla rivolta anti-scioana non è del
tutto estraneo il degiac Mangascià Sejum, il quale non perdona
ad Hailè Selassiè di avergli in pratica condannato il padre alla
morte civile trattenendolo ad Addis Abeba, anziché restituirgli
il feudo avito del Tigrè. 12 In ne non sono mancati ai
promotori della ribellione i consigli, gli incitamenti e le
promesse di aiuto dell’ultimo gruppo di italiani ancora in armi
sull’Amba Auda, ai con ni con l’Eritrea. 13
All’inizio i ribelli hanno la meglio. Non soltanto riescono ad
occupare gli importanti centri di Macallè, Adigrat e Quihà, ma
interrompono l’arteria vitale Addis Abeba-Asmara e per due
volte battono reparti imperiali nelle vicinanze dell’Amba Alagi.
Hailè Selassiè che, oltretutto, sospetta che il movimento
separatista tigrino goda dell’appoggio degli inglesi, pone questi
ultimi alla prova chiedendo il loro sostegno aereo e l’intervento
del Sudan Defence Force. Londra non invierà truppe nel Tigrè,
ma concederà l’appoggio aereo e questo si rivelerà
determinante. Sotto gli attacchi dei caccia-bombardieri
Blenheim, decollati dalla base di Aden, gli uomini di Hailè
Mariam si disperderanno e la rivolta sarà facilmente domata.
Tra i vari complotti, reali o inconsistenti, che troviamo
elencati nelle cronache del decennio della ricostruzione, tre
almeno vanno segnalati. Il primo ha come massimo
protagonista l’ex patriota Belai Zellechè, giudicato dagli inglesi
come il più abile tra i capi della resistenza etiopica. 14
Nominato degiac e governatore del Goggiam, per i servizi resi al
paese, Belai Zellechè viene però presto rimosso dai suoi
incarichi per le accuse che muove all’imperatore di aver
disertato il campo nel 1936, nell’ora del massimo bisogno.
Richiamato ad Addis Abeba, si mette a cospirare con il degiac
Mammo, suo antico avversario e glio del più noto tra i
collaborazionisti, ras Hailù Tecla Haimanot. 15 Il complotto,
che coinvolge molte altre personalità scioane e goggiamite, ha
come primo scopo quello di riportare ras Hailù, che vive ad
Addis Abeba in residenza sorvegliata, alla guida del Goggiam. E
forse prevede anche — se teniamo conto della violentissima
reazione del negus — un successivo attacco allo stesso potere
imperiale. Scoperti e condannati a morte, Belai Zellechè e
Mammo Hailù vengono impiccati dinanzi ad una folla immensa
all’ippodromo di Janhoy Meda, alla periferia della capitale. La
stessa sorte tocca ad altre cinquanta persone, coinvolte nella
congiura. 16 Particolare non trascurabile: ras Hailù è stato
costretto a sedere fra i giudici che hanno condannato a morte il
glio.
Il secondo complotto, assai più oscuro del primo, vede come
attore di primo piano un altro ex patriota, il blatta Tecle Uolde
Hawariat, considerato come la mente politica della resistenza
anti-italiana. 17 Di sentimenti repubblicani, inso erente per la
lentezza con la quale Hailè Selassiè porta avanti il suo
programma di riforme, inquieto ed amante degli intrighi, Tecle
Uolde Hawariat si trova nel dopoguerra implicato in quasi tutte
le cospirazioni e trascorrerà gran parte della sua esistenza in
carcere. Tuttavia le sue colpe non debbono essere poi così gravi
o, comunque, debbono essere controbilanciate da grandi meriti,
se l’imperatore per ben tre volte lo perdona e gli a da incarichi
ministeriali sempre più importanti. 18 Il complotto cui ci
riferiamo è del 1947 e, come abbiamo già detto, presenta molti
lati oscuri. Insieme ad altri capi partigiani Tecle Uolde Hawariat
avrebbe preparato un piano per costringere l’imperatore a
rinunciare al suo strapotere e ad accontentarsi delle prerogative
del monarca costituzionale. Anche un certo gruppo di militari,
guidati dal colonnello Tesfai Destà, 19 avrebbe aderito al
complotto, ma senza andare più in là dell’elaborazione di un
vago progetto di marciare sulla capitale. I contorni della
congiura sono in realtà talmente inde niti, le prove di
colpevolezza così scarne, che gli avversari di Tede Uolde
Hawariat dovranno disseppellire il passato e ricordare le
antiche tendenze repubblicane del blatta per riuscire a farlo
incriminare e a toglierlo di mezzo per sette anni.
Anche il terzo complotto, sventato nel 1951, ha per
protagonista un notissimo capo partigiano, il degiac goggiamita
Negasc Bezabè, che tanto lo da torcere diede a Graziani e a
Cavallero. Premiato, per il suo ruolo nella guerriglia, prima con
un incarico di viceministro e poi con la presidenza del Senato,
Negasc Bezabè non è tuttavia soddisfatto del cauto riformismo
dell’imperatore e, con altri cospiratori, elabora un piano che
prevede l’eliminazione di Hailè Selassiè e la proclamazione della
repubblica sotto la presidenza dell’uomo forse più popolare
d’Etiopia, ras Immirù Haile Sellase, al quale l’imperatore aveva
a dato nel 1936 la reggenza dopo la sua fuga a Gibuti. 20
Tradito da uno dei congiurati, il famoso capo partigiano galla
Gherarsù Duchì, 21 che faceva il doppio gioco, Negasc Bezabè
viene arrestato durante un convegno clandestino nella capitale,
processato e condannato a morte. Pena che sarà commutata
dall’imperatore, memore del risentimento suscitato nel paese
dall’impiccagione di Belai Zellechè e Mammo Hailù, nel con no
a vita nella remota provincia del Gimma.
Dalle motivazioni e dagli obiettivi dei tre complotti che
abbiamo ricordato, si deduce che l’autorità dell’imperatore è
messa in discussione anche da esponenti delle stesse forze che
hanno combattuto in suo nome durante gli anni della guerriglia
anti-italiana. E mentre alcuni congiurati, come abbiamo visto,
si sono limitati a battersi per una maggiore democrazia e uno
sviluppo più rapido del paese, altri si sono opposti allo stesso
istituto della monarchia e hanno ipotizzato l’instaurazione della
repubblica. «Per il buon Dio, i vecchi giorni sono passati, noi
vogliamo una nuova Etiopia», 22 grida ad Hailè Selassiè il
taurari Hailù Kibret, uno dei capi partigiani che hanno
strappato a Nasi la piazzaforte di Gondar. Ma il negus non
sembra dare molto peso ai fermenti e alle sollecitazioni emersi
dalla guerra di liberazione. Egli è convinto, lo sarà ancora per
molti anni, anche dopo il putsch militare del 1960, di essere il
solo a saper impartire la giusta cadenza all’evoluzione
dell’Etiopia. Il solo a saper mediare tra le forze contrastanti. Il
solo ad impedire la disgregazione dell’impero. Il solo a tenere
alto, nel mondo, il buon nome del paese. Il solo ad agire con la
benedizione del Cielo, la forza della tradizione, la potenza della
legittimità.
Come fa acutamente osservare Markakis, «gli elementi del
potere di Hailè Selassiè sono una mescolanza di tradizionale e di
moderno. L’elemento base è la mitica legittimità del trono, che
non pone limiti all’autorità dell’imperatore. Il concetto
tradizionale di autorità illimitata non è cambiato; in e etti è
stato tradotto in azione dal presente sovrano. Nessuna persona,
nessuna azione, nessuno spazio di vita sfuggono all’autorità del
trono. Il monarca può agire saggiamente o no, con giustizia o
senza giustizia, umanamente oppure con crudeltà, ma non si
può dire che manchi di autorità per le sue azioni, qualunque
esse siano». 23 Nell’esercizio del suo scon nato potere
personale Hailè Selassiè si presenta come un austero ma
benevolo patriarca di tutti i suoi sudditi. E, come fa ancora
notare Markakis, egli «converte il rapporto padre- glio in una
giusti cazione morale di base per il suo sistema di governo». 24
Da lui, dunque, dipende tutto nell’universo abissino:
designazioni, promozioni, riconoscimenti, regali ed ogni altro
segno di favore o di sfavore. Almeno sino agli anni ’60, cioè sino
a quando la burocrazia non avrà ancora assunto dimensioni
troppo vaste per essere controllata da un solo uomo,
l’imperatore condurrà personalmente e integralmente quel
complicatissimo gioco di promozioni, rotazioni e rimozioni, che
gli etiopici chiamano shum-shir e che dovrebbe garantire al
monarca il controllo e la devozione di ogni funzionario medio
ed alto della nuova burocrazia dello stato.
Questo perpetuo gioco d’altalena, che Hailè Selassiè usa
all’interno per impedire che nessuna personalità o gruppo possa
assumere troppo ascendente, l’utilizza in un certo senso anche
in politica estera per evitare che una sola nazione giunga ad
esercitare un ruolo che possa apparire lesivo della sovranità
etiopica. A partire dal 1945, a quattro anni dal suo rientro in
patria, il negus è già in grado di diversi care l’aiuto straniero,
così come del resto aveva già fatto negli anni precedenti
l’aggressione fascista, attingendo gli advisers da almeno una
decina di paesi e riducendo drasticamente la presenza inglese,
che gli era stata utilissima, in qualche occasione vitale, ma
senza alcun dubbio anche morti cante. Così, mentre lascia agli
inglesi alcuni settori dell’educazione e dell’amministrazione
della giustizia, a da agli svedesi il compito di costituire
l’Imperial Ethiopian Air Force e di istruire i reparti della Guardia
Imperiale, 25 agli jugoslavi l’incarico di far funzionare i primi
strumenti della piani cazione, agli americani il mandato di
creare l’aviazione civile e di badare alla manutenzione della rete
stradale dell’impero, 26 ai greci e ai polacchi importanti
incarichi nei vari dipartimenti ministeriali, ai norvegesi
l’allestimento di una piccola otta e del collegio navale di
Massaua, agli indiani l’organizzazione dell’accademia militare di
Harar. 27 Né, come vedremo, sono esclusi gli italiani da alcuni
settori nei quali si sono rivelati eminenti, come quelli della
sanità, dei lavori pubblici, dei trasporti, della piccola industria.
Nel decennio 1941-51, che è forse il più signi cativo per la
storia della moderna Etiopia, Hailè Selassiè porta dunque
avanti, con i metodi che abbiamo visto, autoritari e
paternalistici, il suo programma di riforme conseguendo alcuni
risultati di importanza capitale, come la progressiva
sostituzione dell’aristocrazia feudale con una burocrazia più
e ciente e di nomina imperiale, 28 la centralizzazione del
sistema di governo, la modernizzazione dell’esercito nazionale e
l’eliminazione di ogni altra forza a livello regionale, l’avvio di
un’istruzione più di usa e moderna e il reclutamento per
l’amministrazione governativa dei giovani laureati all’estero ed
in ne, come fa notare Markakis, «il generale incoraggiamento di
un orientamento modernistico in ambiente profondamente
tradizionale». 29 Anche se l’imperatore raggiungerà ancora
qualche notevole successo nei suoi ultimi ventidue anni di
regno, specie nel campo della politica estera, non si può dire che
l’Etiopia riuscirà a mantenere le promesse che ha palesato nel
decennio della ricostruzione. A partire dalla seconda metà degli
anni ’50 il regime del vecchio sovrano, sempre di più
preoccupato delle conseguenze politiche del processo di
sviluppo sociale, si sforzerà di controllarlo ritardandolo e
deviandolo, ciò che provocherà dapprima una palese
frustrazione, poi un di uso risentimento ed in ne l’ostilità
aperta di alcuni settori della popolazione etiopica.

«Ci ha protetti l’imperatore».


Come viene vissuto, dagli italiani rimasti in Etiopia, il decennio
della ricostruzione? E, per cominciare, quanti sono gli italiani
che vivono ed operano nell’impero negussita tra il 1941 e il
1951? Le statistiche, a questo riguardo, sono molto imprecise.
Secondo l’imprenditore Mario Buschi gli italiani che restano in
Etiopia, dopo le massicce deportazioni operate dagli inglesi fra il
1941 e il 1943, non sono più di mille capi-famiglia, la metà con
regolare permesso di soggiorno, l’altra metà in maniera illegale.
«Questi mille — sostiene Buschi, con qualche esagerazione —
tennero in piedi l’economia del paese sino al 1946». 30 Per l’ex
ministro plenipotenziario ad Addis Abeba, Renato Piacentini, il
numero degli italiani è invece molto più alto e oscilla, a seconda
dei periodi, tra un minimo di 3 mila e un massimo di 7 mila. 31
Quest’ultima cifra è accreditata anche da Italo Zingarelli, 32
mentre il generale Bernardo Valentino Vecchi parla, in una sua
relazione con denziale al ministero dell’Africa, di «4 mila
italiani, di cui 3 mila residenti nella capitale». 33 Una cifra
analoga, 3.500, è presente anche in un altro rapporto segreto 34
ed è probabilmente quella che più si avvicina alla realtà, per cui
va senz’altro respinta la valutazione del giornalista Gualtiero
Jacopetti, che fa ascendere la comunità italiana d’Etiopia
dell’epoca a 10 mila persone. 35
Nei primi due anni dopo il ritorno in patria di Hailè Selassiè,
gli italiani rimasti in Etiopia godono di particolari attenzioni e
privilegi, non soltanto perché sono necessari, alcuni addirittura
indispensabili, all’economia del paese per le loro qualità di
tecnici, ma perché hanno anche un notevole potere di
intimidazione e di contrattazione. 36 Fintanto che Rommel e
Bastico premono con le loro armate sul delta del Nilo ed
Alessandria d’Egitto sembra una preda vicina, e sull’Etiopia
grava la minaccia di un’o ensiva italiana a partire dalla lontana
ma non remotissima Libia, 37 il negus gioca anche la carta
italiana e autorizza il ministro degli Esteri Lorenzo Taezaz ad
entrare segretamente in contatto con i maggiorenti della
comunità italiana di Addis Abeba. 38 La scon tta di El Alamein,
nel novembre 1942, interrompe però bruscamente questi
colloqui clandestini, mentre nei mesi successivi si spengono
anche i rari e per nulla fastidiosi focolai di guerriglia anti-
inglese alimentati in alcune regioni etiopiche da u ciali italiani
rimasti alla macchia. 39 Con l’armistizio dell’8 settembre, poi,
l’Italia esce de nitivamente dal con itto, perde il suo ruolo di
grande potenza e cessa di costituire, per l’Etiopia, una minaccia
od un’alternativa.
Il mese successivo al crollo dell’Italia fascista, l’eritreo
Lorenzo Taezaz, l’uomo dei colloqui segreti di Addis Abeba e
gran protettore degli italiani, lascia la carica di presidente del
Senato e viene inviato a Mosca come ambasciatore, ma
praticamente in esilio, mentre sulla scena etiopica si a erma
sempre di più Uolde Ghiorghis Uolde Johannes, uno scioano
decisamente ostile agli italiani, un personaggio che giungerà a
cumulare, in certi periodi, le cariche di ministro della Penna,
dell’Interno e della Giustizia, l’uomo forte del regime, secondo
soltanto all’imperatore. 40 Con l’allontanamento di Taezaz 41 e
l’uscita dell’Italia dall’arengo delle grandi nazioni comincia per
gli italiani d’Etiopia un periodo di cile ed oscuro,
contrassegnato da soprusi ed espropri e che culmina, il 1° luglio
1946, con l’espulsione dal paese di 66 fra gli italiani più abbienti
e con la con sca di tutti i loro beni. «Anche se le autorità
etiopiche cercarono di giusti care questo provvedimento con
motivi di carattere politico — racconta Mario Buschi, che
gurava al terzo posto nella lista degli espulsi —, in realtà ci
cacciarono soltanto per incamerare i nostri averi, che erano
notevoli. Che l’episodio non avesse risvolti politici lo prova il
fatto che molti degli espulsi poterono rientrare in Etiopia di lì a
pochi mesi. Nel mio caso, fu lo stesso genero dell’imperatore,
Andargacciù Massai, a pregarmi di ritornare. Voleva che
organizzassi la navigazione sul lago Tana, cosa che feci
trasportando da Massaua a Gondar, per quasi mille chilometri e
fra di coltà inaudite, alcune imbarcazioni di ventiquattro
metri di lunghezza». 42
Tra il 1946 e il 1950 la situazione degli italiani non subisce
sostanziali modi che, anche se, a volte, le polemiche fra Roma
ed Addis Abeba sul destino dell’Eritrea e sul tema delle
riparazioni di guerra niscono per ripercuotersi sulla comunità
italiana d’Etiopia, abbandonata a se stessa, indifesa, senza
rappresentanti. 43 Essa sopravvive soltanto perché è in gran
parte utile e rivela inoltre un’indubbia facoltà di adattamento.
«Gli italiani, che portarono la luce, l’acqua e il telefono ad Addis
Abeba — scrive il 4 giugno 1947 il giornalista inglese Martin
Moore in uno dei suoi dispacci dall’Abissinia —, assicurano
tutt’ora in gran parte il funzionamento dei servizi essenziali.
Senza meccanici e tecnici italiani nella capitale regnerebbe il
caos». 44
Un certo miglioramento nei rapporti italo-etiopici, anche a
livello locale, si avverte nel corso del 1951, dopo la soluzione del
problema eritreo secondo le istanze di Addis Abeba e dopo il
promettente avvio delle trattative per lo scambio delle
rappresentanze diplomatiche. Quei pochi osservatori politici e
giornalisti italiani che approdano in Etiopia in quell’anno sono
concordi nel sostenere che la comunità rivela una notevole
vitalità, che si è irrobustita per l’apporto di altri connazionali
giunti dall’Eritrea e che punta sulla vicina normalizzazione dei
rapporti diplomatici italo-etiopici per un rilancio di tutte le
attività, a cominciare da quelle commerciali. «Il quadro, morale
e materiale, della vita degli italiani di Etiopia si presenta
nell’insieme sotto una luce favorevole», riferisce Renato
Piacentini. Egli osserva, durante il suo soggiorno in Abissinia,
che gli italiani «godono tutti della più assoluta sicurezza, tanto
da poter viaggiare isolati anche nelle più remote regioni
dell’interno, a di erenza di tutti gli altri stranieri che non osano
avventurarvisi, se non accompagnati da una scorta armata».
Nota altresì, dopo una serie di incontri con i connazionali, che il
loro tenore medio di vita «è in generale elevato, con punte alte
di ragguardevole agiatezza e punte minime di più modesta
misura: comunque un tenore di vita superiore a quello
corrispondente, in Italia, per le varie classi sociali». 45
Anche Gualtiero Jacopetti, il giornalista che ha il privilegio di
ottenere nel giugno 1951, per la prima volta dopo quindici anni
di ostilità e di silenzio diplomatico, un incontro con il capo della
diplomazia etiopica, Aklilù Hapte Uold, tenta, nel mese che
trascorre in Etiopia, di raccogliere dati e sensazioni per o rirci
uno spaccato della vita sociale della comunità italiana. Egli
osserva, innanzitutto, che gli italiani di Addis Abeba si dividono
in due categorie: «In pochi da una parte, in uenti, tenuti in
considerazione e protetti dal governo etiopico, titolari esclusivi
di quella parte u ciale di stima per gli italiani assai di usa al
Ghebì e nei ministeri. Dall’altra i più, quelli che si sono tirati
fuori dai guai della scon tta con i propri mezzi, che si sono
rifatti una vita dopo aver perduto tutto quello che avevano». 46
A queste due categorie il diplomatico Piacentini, più realista e
scrupoloso, ne aggiunge una terza: «Una notevole parte degli
italiani, appartenenti in prevalenza alla classe operaia, non è
riuscita a mantenere alla propria vita un livello di dignità,
’insabbiandosi’ (come si diceva un tempo nel gergo italo-
africano) e adottando abitudini, usi e concezioni morali non
consoni al vivere civile italiano». 47 Sono gli italiani, in altre
parole, che convivono con le etiopiche, che hanno avuto gli da
esse e che si stanno amalgamando con la società indigena.
Vediamo, per cominciare, chi sono i maggiorenti. L’italiano
forse più stimato da Hailè Selassiè ed in uente è l’ingegner
Federico Bazzi, direttore dei servizi elettrici dell’impero.
Eccellente tecnico, non provvede soltanto a mantenere in
e cienza gli impianti costruiti dagli italiani negli anni
dell’occupazione, ma ha presentato all’imperatore alcuni
progetti per dotare l’Etiopia di energia su ciente al suo
sviluppo, compreso quello grandioso di creare un bacino
idroelettrico a Koca, un’opera che verrà realizzata nel decennio
successivo con le somme stanziate da Roma in conto
riparazioni. Se Bazzi è il dittatore dell’energia elettrica,
l’ingegner Branca lo è dell’acqua potabile. La sua fedeltà
all’acquedotto di Addis Abeba, in parte opera sua, è tale che
ancora oggi, pur avendo superato gli ottant’anni, ne cura la
sopravvivenza. Altro personaggio pressoché indispensabile al
governo etiopico è l’ingegner Manassero, direttore generale al
ministero dei Lavori Pubblici. Scrive di lui Jacopetti: «Se,
nell’assegnare un lavoro od un incarico, si trovava costretto a
dover scegliere tra elementi delle varie minoranze europee, tra
cui quella italiana, quasi sempre sceglieva laddove nessuno
poteva coglierlo in agrante nazionalismo». 48
Dopo quella degli ingegneri, la categoria più stimata e
corteggiata è quella dei medici, a cominciare dal professor
D’Ignazio, che ricopre un importante incarico al ministero della
Sanità etiopico. 49 Distribuiti nei vari ospedali della capitale,
gestiscono altresì nelle loro abitazioni ambulatori
frequentatissimi, perché la fama del medico italiano è molto
radicata in Etiopia, risale agli ultimi decenni dell’800, ai vari
Al eri, Nerazzini, Annaratone, De Castro. Poi vengono gli
impresari edili del livello di Mario Buschi, che costruiscono per
conto del governo ponti, strade, scuole, chiese copte, moschee,
ospedali e più tardi, negli anni ’50, il parlamento etiopico,
l’aeroterminale, il teatro imperiale. «Buschi ha eseguito lavori
per centinaia di milioni di dollari — ricorda Giuseppe Faraci —.
La sua specialità è quella di consegnare l’opera appaltata nella
metà o in un terzo del tempo previsto dal contratto. È quasi in
permanenza nel cantiere; dorme pochissimo e non fa dormire
gli altri, gli operai, i geometri, i fornitori pungolati da telefonate
incitanti se sono in Etiopia e da telegrammi folgoranti se sono in
Italia». 50 Comincia ad a ermarsi, grazie ai migliorati rapporti
italo-etiopici, anche un’altra categoria, quella degli industriali. È
proprio nel 1951 che Sperandio Rizzo, forse il più popolare tra
gli ex camionisti, 51 impianta ad Addis Abeba una fabbrica di
anidride carbonica, la prima pietra di un impero industriale che
comprenderà persino un’acciaieria. 52
Come vivono fra di loro gli italiani d’Etiopia all’inizio degli
anni ’50? E quali idee politiche professano? L’ambasciatore
Giuliano Cora che, come vedremo, sarà con Piacentini uno degli
uomini che prepareranno il disgelo fra i due paesi ex nemici,
sostiene che fra gli italiani «regna un accordo perfetto: non c’è
odio di classe e non ci sono divisioni di partiti». 53 Il giudizio di
Piacentini, espresso alla stessa data, è diametralmente opposto:
«Nella comunità italiana non esiste una vera fusione di spiriti,
ma essa vive suddivisa in gruppi ristretti, privi di contatti e
scarsi, a volte, di reciproca solidarietà e benevolenza. [...] La
necessità di provvedere ciascuno ai propri casi fatalmente ha
preso a poco a poco il sopravvento, unendoli in piccoli gruppi
a ni, privi tra loro di un vero senso di coesione nazionale». 54
Di questa opinione è anche l’inviato speciale del «Corriere della
Sera», Maner Lualdi, che nell’aprile del 1951 si introduce in
Etiopia sotto le false vesti del mercante e poi scriverà due
articoli pieni di veleno che provocheranno la reazione indignata
del governo etiopico e di alcuni elementi della stessa comunità
italiana. 55 «I tremila connazionali — scrive il giornalista-
mercante — hanno potuto e saputo resistere perché non si sono
lasciati a atturare dalle diatribe politiche. La loro apparente
indi erenza di fronte ai problemi per i quali i partiti si
scannano, la loro calcolata mancanza di coesione (come
comunità italiana), la loro decisione nel non voler o rire il
destro, ai governanti, mercé sbandieramenti e rivendicazioni, di
prendere i provvedimenti del caso, hanno fatto sì che potessero
vivere e confondersi, bianchi tra i neri. Lavorano, tacciono e
sono, dalla popolazione (non dai capi), amati». 56
In realtà, come abbiamo noi stessi potuto accertare nel corso
del nostro primo soggiorno in Etiopia, 57 ci sono delle verità in
tutte e tre le testimonianze. Ha ragione Cora quando denuncia
l’apoliticità degli italiani, ma è anche vera l’osservazione di
Lualdi che questa indi erenza è soltanto calcolata, per evitare
noie dalle autorità etiopiche. Esatto, poi, il giudizio di Piacentini
sulla frantumazione della comunità in gruppi omogenei. Una
suddivisione per arti e mestieri, che andrà in parte
scomparendo con gli anni, quando gli italiani potranno disporre
di alcuni strumenti associativi. Tutti e tre, comunque, tacciono
sull’unico elemento di coesione della comunità, che è la
nostalgia del fascismo. Elemento sul quale disserta invece a
lungo Gualtiero Jacopetti. Innanzitutto egli cerca di de nire
l’essenza di questo fascismo e si chiede come abbia potuto
sopravvivere così a lungo. «Ancora oggi — scrive — gli italiani
d’Etiopia sanno ben poco di quanto è successo in Italia durante
gli ultimi dieci anni. Fino a pochi mesi fa era assai raro che un
nostro giornale riuscisse ad arrivare nell’impero dall’Eritrea, dal
Sudan, dalla Somalia o dal Kenya». In questo microcosmo
disinformato c’è ancora qualcuno che crede Mussolini vivo,
nascosto in attesa di una immancabile rivincita. E quando
Jacopetti racconta a Guglielmo P. che ha lui stesso visto
penzolare Mussolini in Piazzale Loreto, l’altro replica a ranto:
«Lei ci dà una grave notizia». Jacopetti osserva inoltre che «il
fascismo è rimasto nel linguaggio degli italiani come ricordo di
tempi migliori. Sanno che Mussolini ha perduto, ma non sanno
rendersi conto di come abbia potuto perdere. Parlano di
tradimento, di navi cisterna piene d’acqua invece che di
benzina, di sabbia nell’olio dei motori. Ricorrono all’assurdo pur
di difendere l’infallibilità dell’uomo che non sbagliava mai».
Disponendo di questi elementi, Jacopetti può in ne tentare una
de nizione di questo particolare fascismo. Si tratta, sostiene, di
«un fascismo carbonaro e innocente, che ha avuto retorica,
lacrime, gagliardetti sotto naftalina e riunioni segrete in casa di
amici dati. [...] Il fascismo è rimasto come un modo, l’unico, di
sentirsi italiani. Nessuno ha scoperto un’altra chiave per il
nazionalismo istintivo di chi vive lontano dalla madrepatria».
Gli unici ad avere un atteggiamento «assolutamente negativo di
fronte al fascismo vecchio e nuovo», conclude Jacopetti, sono i
«venti personaggi in uenti che stanno dall’altra parte». Sono i
venti maggiorenti, «scettici e riservati», che hanno potuto
attingere maggiori informazioni e che da anni hanno scelto di
collaborare lealmente con l’ex nemico, indi erenti al disprezzo
degli altri connazionali. 58
Vediamo, ora, come la comunità italiana viene giudicata dagli
etiopici e quali sono, a livello locale, i rapporti fra i due popoli.
Abbiamo visto che Maner Lualdi opera, a questo riguardo, una
precisa distinzione: gli italiani sono amati dal popolo, ma non
dai suoi capi. Anche Jacopetti è di questo avviso, ma, dopo aver
approfondito l’argomento, conclude che anche fra i dirigenti
etiopici c’è qualche simpatizzante dell’Italia. E stila un elenco di
‘amici’ fra i quali annovera il ministro degli Interni ed ex capo
della resistenza anti-italiana, ras Abebè Aregai, il ministro degli
Esteri, Aklilù Hapte Uold, il ministro dell’Industria e
Commercio, Ilma Deressa, quello delle Comunicazioni, Arajà
Abebè, quello della Sanità, Zeude Belaineh; mentre in quello dei
‘nemici’ pone il primo ministro, Maconnen Endelcacciù, il
ministro delle Finanze, Maconnen Hapte Uold, quello
dell’Educazione, Akalou Uork Hapte Uold e il capo della polizia,
colonnello Ki è Ergatu. 59 Anche l’ingegner Federico Bazzi, in
un rapporto con denziale al ministero degli Esteri italiano,
tenta nel 1950 un’analisi della situazione e scrive: «Quanto alla
popolazione, essa calcola che attualmente i suoi proventi hanno
la metà del potere di acquisto che avevano ai tempi della
dominazione italiana. Per cui non esiste alcun odio universale
contro il nostro paese e i nostri connazionali. Sono invece
ostilissimi all’Italia i ‘fedeli’, ora al potere, che casualmente
seguirono Hailè Selassiè in esilio ed ora orientano tutta la loro
politica su base anti-italiana». 60
La distinzione operata da Lualdi, Jacopetti e Bazzi, anche se
contiene una parte di verità, è tuttavia troppo schematica. È
vero che i rapporti fra la comunità italiana e il popolo etiopico
che la circonda sono più cordiali, ma questo non signi ca che il
ricordo delle atrocità compiute dall’esercito di occupazione
fascista sia soltanto un appannaggio dei dirigenti politici del
paese, degli intellettuali e degli ex partigiani. Ci sono episodi che
hanno scavato un abisso fra le due popolazioni, fa rilevare il
medico personale dell’imperatore, Adrien Zervos, al generale
fascista Vecchi. Nessuno, infatti, in Etiopia, può dimenticare i
tre giorni di terrore dopo l’attentato a Graziani e l’assassinio dei
gli di ras Cassa e l’impiccagione di ras Destà. «Quest’ultimo era
anche Gran Cordone dei SS. Maurizio e Lazzaro — ricorda Zervos
—. Non dovevano ucciderlo come se fosse stato un bandito». 61
Il dramma degli anni dell’occupazione italiana a ora in quasi
tutte le opere degli scrittori etiopici degli anni ’40 e ’50, e
qualche volta ne è il motivo dominante. Maconnen Endelcacciù,
che non è soltanto un politico ma è il più proli co tra gli
scrittori della sua generazione, dedica un dramma al sacri cio
dell’abuna Petros, fucilato per ordine di Graziani sulla piazza del
mercato di Addis Abeba, 62 mentre in un romanzo, ambientato
nel 1936, racconta la storia di un soldato etiopico che si toglie la
vita dopo aver scoperto, al suo ritorno a casa, che la moglie è
andata a vivere con un u ciale italiano. Ma la vicenda non
nisce qui, ha un epilogo patriottico. Dinanzi al gesto del
marito, che oltretutto credeva morto in guerra, la donna ha a
sua volta un atto di ribellione, uccide il suo amante e incita gli
etiopici a resistere agli invasori.
Altri scrittori, come Chebbedè Michael, uno dei tanti etiopici
che ha conosciuto i rigori del con no all’Asinara, condannano
invece l’ideologia e la cultura fasciste, respingono il dogma della
superiorità razziale degli italiani e pongono al contrario
l’accento sui valori della civiltà etiopica. In una delle sue poesie
più celebrate, Chebbedè Michael racconta di un italiano che
resta sorpreso nel vedere gli etiopici mangiare e bere «come
esseri umani». L’episodio consente al poeta di mettere in
evidenza l’ignoranza, la super cialità, la presunzione e la
iattanza dei conquistatori. Dal canto suo Ghermacceu Teclè
Hawariate denuncia, nel suo romanzo Araya, la tecnica degli
italiani di mantenere il potere seminando la discordia tra le
diverse razze e comunità religiose, mentre Berhanu Zerihun, in
quello che può essere de nito il primo romanzo poliziesco della
letteratura etiopica, narra le vicende di un collaborazionista
abissino che fa il doppio gioco ma alla ne paga con la vita per i
suoi errori e i suoi crimini. 63
Per concludere, forse è più esatto dire che gli italiani
d’Etiopia, all’inizio degli anni ’50, non sono amati né odiati, ma
semplicemente tollerati. Ma mentre in Eritrea, alla stessa data,
gli italiani cadono ancora a decine sotto i colpi degli ex sudditi e
in Somalia il ricordo dell’eccidio di Mogadiscio è ancora
vivissimo, nessuno in Etiopia oserebbe attentare alla vita di un
italiano dopo il monito lanciato da Hailè Selassiè subito dopo il
suo ritorno in patria. Quando l’on. Brusasca, nel suo viaggio in
Etiopia del 1951, riunisce per la prima volta gli italiani di Addis
Abeba e, nel suo discorso, cerca di scusare il governo di Roma
che per tanti anni li ha abbandonati al loro destino, un operaio
gli grida, tra le acclamazioni dei compagni: «Ci ha protetti
l’imperatore!». 64 E in questa frase c’è la spiegazione di una
tolleranza che non è mai venuta meno e di una venerazione
crescente per Hailè Selassiè, da parte degli italiani d’Etiopia, che
si farà addirittura mitica nel corso degli anni ’60.

Il di cile incontro.
Mentre gli italiani d’Etiopia si sforzano, nel decennio della
ricostruzione, di riguadagnare le posizioni perdute con il solo
viatico dell’ingegno e dell’operosità, che cosa fa il governo di
Roma per cercare un riavvicinamento con l’Etiopia, che sembra
dettato non soltanto da ragioni economiche, ma anche politiche
e morali? Forse il primo a prendere in considerazione l’ipotesi di
una riconciliazione e a tentare per questo motivo un’analisi
politica della situazione è Renato Piacentini. In un suo rapporto
segreto al governo Bonomi del novembre 1944, dopo aver
scartato un ritorno dell’Italia in Etiopia come potenza
dominatrice, a causa non soltanto della sua scon tta militare
«ma anche per il rinnovato ordine di giustizia internazionale
nel cui spirito sta risorgendo l’Italia», 65 Piacentini prende però
in considerazione la possibilità di un rientro in Etiopia di tutti
quegli italiani che hanno dovuto abbandonarla per gli eventi
bellici e che ora vivono in Italia nella condizione di profughi:
«Queste migliaia di ‘Italiani d’Africa’ sono, nella grandissima
maggioranza, rimasti attaccati al ricordo della loro vita
coloniale, e il loro vivo desiderio sentimentale di tornare a
riviverla coincide col fatto concreto e impellente che essi
ritroverebbero colà le fonti sicure della loro esistenza e la ripresa
delle loro interrotte attività, mentre restando in Italia
incontrerebbero serissime di coltà per rifarsi una vita». 66
Posto il problema, Piacentini si chiede però come sarebbe
accolto in Etiopia «questo ritorno degli italiani, non più in veste
di dominatori, bensì in quello di emigrati». 67 Pur se si tratta di
un ritorno paci co, Piacentini non si nasconde che tanto gli
etiopici che i loro protettori inglesi potrebbero avere una
reazione negativa in quanto il rientro di un notevole numero di
italiani potrebbe «determinare in Etiopia la pericolosa
formazione di una specie di irredentismo coloniale italiano». 68
Piacentini fa tuttavia assegnamento, per superare gli ostacoli,
sui sentimenti e sull’autorità indiscussa dell’imperatore: «Ho la
ferma convinzione che, pur essendo interamente mutata la
situazione militare e internazionale dell’Italia dal 1941 ad oggi,
il Negus sarebbe sempre favorevole al ritorno in Etiopia di un
numero anche rilevante di italiani già precedentemente stabiliti
nell’impero. [...] Il Negus non si è mai fatto illusioni, dopo il suo
ritorno sul trono, circa l’attitudine e la capacità degli indigeni o
di quei pochi operai greci e arabi residenti in Etiopia a
mantenere in vita e in e cienza le grandi opere pubbliche
compiute dagli italiani». 69 Quanto ai timori per il possibile
a ermarsi di un irredentismo coloniale italiano, Piacentini
osserva che potrebbero essere del tutto rimossi «da accordi così
espliciti tra l’Italia e il Governo Abissino che non dovrebbe
essere consentito a nessuno il minimo dubbio che l’Italia
(governo o popolo) possa concepire disegni imperialistici su
quei territori». 70
Se il rapporto di Piacentini può essere de nito vagamente
ingenuo ed ottimista, perché non prende in considerazione la
possibilità dell’imperatore di far fronte al suo bisogno di tecnici
ed esperti attingendoli al mercato mondiale, e perché
sottovaluta le reazioni dell’opinione pubblica etiopica, la quale
non accetterebbe mai un rientro massiccio degli italiani, il
promemoria che il generale Vittorio Ruggero 71 invia nel 1946
al governo De Gasperi è invece un documento semplicemente
delirante, sia per l’esame che egli fa della situazione etiopica che
per le proposte che avanza. Dopo aver premesso che gli etiopici
disprezzano ancora più di prima l’imperatore perché «ha avuto
sempre un solo scopo, quello di far danaro» 72 e ha potuto
tornare al potere soltanto grazie alle baionette britanniche,
Ruggero sostiene che tutto il popolo etiopico prova una grande
nostalgia per gli anni dell’occupazione italiana: «Ai tempi nostri
c’era lavoro, c’era giustizia, non c’era più l’arbitrio del capo.
L’indigeno aveva lavoro e paghe mai sognate. Aveva imparato a
vivere bene, a vestire non di stracci, a portare scarpe, a
mangiare bene, a bere il Chianti, poteva soddisfare il vecchio
sogno di avere un cappello e un ombrello, simboli di importanza
e di grandezza. E si sentiva libero e padrone di sé. [...] Anche il
ribelle rimpiange i nostri tempi. Perché il mestiere del brigante è
caro all’abissino: è un mestiere nobile, che soddisfa tutti i suoi
istinti. Allora, ai nostri tempi, poteva deliziarsene. [...] Ci
rimpiangono per no le sciarmutte, che non occorre disprezzare
sia perché sono un vero esercito, sia per l’in uenza che hanno.
Ai tempi del Negus la sciarmutta era un essere inferiore e
misero. Coi nostri soldati e operai guadagnava soldi a palate e,
dal tratto gentile e riguardoso che noi italiani abbiamo verso
una donna anche nera e anche sciarmutta, si sentiva nobilitata.
[...] Inoltre c’è chi ha lavorato e ha combattuto per noi; e sono
tanti e tanti». 73
Dopo aver tracciato questo quadro falso e oltretutto
ingiurioso nei riguardi di un popolo che non ha dato soltanto i
servigi delle sciarmutte ma il sangue di centinaia di migliaia di
patrioti, Ruggero avanza delle proposte, che sembrano ricalcare
quelle da lui già espresse all’inizio degli anni ’30, quando il
fascismo stava progettando l’aggressione all’Etiopia. Bocciando
infatti l’idea di inviare ad Addis Abeba una missione capeggiata
da Cora o da Piacentini, due diplomatici notoriamente graditi
all’imperatore, Ruggero suggerisce invece di non corteggiare
Hailè Selassiè, ma gli etiopici e, possibilmente, di sobillarli
contro il loro sovrano. E indica anche i metodi. Per ingraziarsi
gli etiopici l’Italia dovrebbe inviare in Abissinia una missione
con il solo scopo di premiare, con pensioni o elargizioni, tutti gli
abissini che hanno servito la bandiera italiana. E mentre questa
missione opererebbe alla luce del sole, riscuotendo un sicuro
successo di propaganda, un’altra missione, costituita da agenti
segreti, dovrebbe invece utilizzare i cantastorie, gli indovini e le
sciarmutte, che in Etiopia sono i più e caci e rapidi propalatori
di notizie e di opinioni, con l’obiettivo di «scalzare l’autorità del
Negus» e di riportare a galla il prestigio degli italiani. 74 «Così, a
poco a poco, — conclude Ruggero — senza svegliare il campo,
saranno centinaia e poi migliaia i li di propaganda sottili ma
e caci che copriranno poi di una tta rete tutto il paese». 75
A di erenza di Piacentini, che propugna la conciliazione con
l’Etiopia e un ritorno paci co nell’impero di alcune migliaia di
italiani, il generale d’armata Ruggero pensa, come nel 1935, alla
sobillazione degli etiopici e alla distruzione del prestigio e
dell’autorità dell’imperatore. Ma a quale scopo un’operazione
così costosa e complessa se poi l’obiettivo che si pre gge è
soltanto quello di «creare una piattaforma per una qualunque
futura azione di penetrazione commerciale, culturale e
industriale»?. 76 O invece Vittorio Ruggero medita un ritorno
aggressivo, dimenticando le condizioni tragiche dell’Italia e il
mutato assetto del mondo?. 77
Poi, all’inizio del 1947, arriva la doccia fredda del trattato di
pace, che non solo spazza via i progetti deliranti del generale
Ruggero, ma anche l’ipotesi di Piacentini di riportare in Etiopia
gli italiani costretti ad abbandonarla. Non soltanto l’Italia «si
impegna a rispettare la sovranità e l’indipendenza dello Stato
etiopico», 78 ma «rinuncia formalmente a favore dell’Etiopia a
tutti i beni, a tutti i diritti, interessi e vantaggi di qualsiasi
natura, acquisiti in qualsiasi momento in Etiopia da parte dello
Stato italiano, [...] e rinuncia egualmente a rivendicare qualsiasi
interesse speciale od in uenza particolare in Etiopia», 79 che le
erano accordati dal patto tripartito del 1906 80 e dall’intesa
italo-inglese del 1925. 81 L’Italia riconosce altresì «la validità di
tutti i provvedimenti che potranno essere presi dal governo
etiopico per annullare o modi care le concessioni o gli speciali
diritti accordati a cittadini italiani» 82 e si impegna, entro
diciotto mesi, a restituire «tutte le opere d’arte, gli archivi e
oggetti di valore religioso o storico appartenenti all’Etiopia o ai
cittadini etiopici e portati dall’Etiopia in Italia dopo il 3 ottobre
1935». 83 Il governo di Roma è in ne tenuto a corrispondere a
quello di Addis Abeba la somma di 25 milioni di dollari in conto
riparazioni. 84
Con queste clausole l’Italia perde per sempre, oltre ad ogni
diritto sull’impero del negus, anche tutti i privilegi e le in uenze
acquisite in Etiopia, prima del 1935, con una serie di accordi e di
intrighi tessuti con pazienza ed astuzia. Un epilogo, del resto
scontato, che può amareggiare soltanto un pugno di irriducibili
nostalgici dell’impero. Va invece sottolineata la modicità della
somma stabilita per le riparazioni di guerra, ben lontana da
quella formulata inizialmente dagli etiopici, che era di 185
milioni di sterline. 85 Una cifra certo notevole, e forse anche
esorbitante, ma che il governo italiano aveva respinto con un
memorandum dai termini eccessivamente duri e sprezzanti,
de nendo le richieste etiopiche «arbitrarie e senza
fondamento» 86 e il quadro dell’Etiopia devastata dalla guerra
puramente «immaginario». 87 Comunque, concludeva
l’estensore del documento, i danni materiali e i lutti erano già
stati «largamente compensati con i lavori pubblici che l’Italia
aveva eseguito in Etiopia nel periodo 1936-41, il cui valore si
elevava a non meno di 300 milioni di dollari, ciò che supera di
molto ogni ragionevole valutazione dei danni subiti
dall’Etiopia». 88
Tuttavia, anche se il trattato di pace ha ridotto drasticamente
le richieste etiopiche imponendo all’Italia un esborso venti volte
inferiore a quello preteso da Addis Abeba, il governo italiano si
ri uta per anni di pagare e soltanto il 5 marzo 1956 arriverà ad
una transazione sulla cifra di 6.250.000 sterline, pari a 10
miliardi e mezzo di lire, e cioè sensibilmente inferiore alla stessa
cifra imposta dal trattato di pace. Perché questa estrema
lentezza nell’onorare impegni internazionali di così scarso
rilievo economico ed invece estremamente signi cativi sotto il
pro lo politico e morale? A sentire Vittorio Zoppi, il ministero
degli Esteri non ha alcuna colpa. In una lettera a Brusasca, dopo
aver ricordato che i rapporti con l’Etiopia erano stati
«felicemente avviati» proprio da lui, lamenta che «sono venuti
in questi ultimi tempi facendosi più di cili a causa della miope
politica della Ragioneria dello Stato, che tratta la questione delle
riparazioni da un punto di vista eccessivamente scale e non
riesce a rendersi conto dei danni diretti e indiretti a cui, con
questi suoi metodi, ci espone. Sta di fatto che l’Imperatore e il
Governo etiopico sono particolarmente irritati per i lunghi mesi
trascorsi in sterili negoziati e già ne sentiamo qualche
conseguenza». 89 Ma sono giusti cazioni che convincono poco,
perché la stessa lentezza si riscontra anche nella restituzione
degli oggetti trafugati in Etiopia, per i quali non c’è bisogno di
attendere alcuno stanziamento dal Tesoro e il ministero degli
Esteri è assolutamente libero di agire. In realtà, a Palazzo Chigi e
al ministero dell’Africa Italiana, ci sono ancora, sul nire degli
anni ’40, troppi funzionari che considerano l’Etiopia un paese
nemico e che agiscono di conseguenza sforzandosi di rallentare,
con i loro consigli e i loro intrighi, la normalizzazione dei
rapporti con Addis Abeba.
Sotto certi aspetti, le vicende legate alla restituzione dei beni
etiopici sono ancora più sconcertanti del decennale ritardo nel
pagamento delle riparazioni. Verso la ne del 1947, dopo
l’entrata in vigore del trattato di pace, agli Esteri si prende in
considerazione l’opportunità di compiere una prima e
sostanziale restituzione, quella delle corone auree
dell’imperatore, non soltanto per il loro valore intrinseco ma
perché sono un simbolo del potere. A Palazzo Chigi si pensa
anche di a dare l’incarico di guidare l’ambasceria al dottor
Edoardo Borra, ex medico personale di Amedeo di Savoia e buon
amico del negus, il quale non dovrebbe aver dimenticano i suoi
incontri segreti con Taddese Mesciascià, nel dicembre 1934, nel
tentativo di evitare il con itto italo-etiopico. 90 Ma poi
l’operazione non va in porto, sia perché Borra non risulta
gradito ad Addis Abeba, 91 sia perché la volontà di agire appare
molto scarsa. Intanto trascorrono i diciotto mesi previsti dal
trattato di pace senza che un solo oggetto venga restituito
all’Etiopia. A dire il vero, anzi, nessuno si è ancora occupato a
Roma di fare un inventario serio e completo dei beni etiopici. E
quando, nell’estate del 1951, il sottosegretario Brusasca si
accinge a preparare il suo viaggio ad Addis Abeba, gli Esteri gli
passano un ‘appunto’ sul delicato argomento, che è vago,
lacunoso e, per qualche aspetto, persino grottesco. Ad esempio
gli con dano che non sarà possibile restituire la statua del
Leone di Giuda perché «trafugata da ignoti nel 1943», mentre
per l’obelisco di Axum 92 gli consigliano di temporeggiare,
perché gli italiani non sono ancora pronti a rinunciare alla
stupenda preda che adorna il piazzale di Porta Capena. 93
Gli oggetti d’arte trafugati verranno restituiti con il
contagocce 94 mentre l’obelisco axumita non lascerà mai Roma,
come avremo modo di constatare. Ma, per la verità, a rimandare
il disgelo fra i due paesi, non è soltanto il ritardo nel pagamento
delle riparazioni e nella restituzione del maltolto. Fra il 1947 e il
1950 la causa principale della frizione tra i due paesi è l’Eritrea,
come abbiamo già visto nel primo capitolo e come vedremo
meglio nel prossimo. Man mano che l’Italia rinuncia alle sue
pretese oltranziste sull’Eritrea, aderendo alle risoluzioni
dell’assemblea delle Nazioni Unite, anche l’atteggiamento di
Addis Abeba si fa più morbido e possibilista. In un discorso
pronunciato all’ONU il 30 settembre 1949, dopo aver ricordato
che l’Etiopia è contraria al ritorno dell’Italia in Eritrea e Somalia
perché queste due colonie «sono servite da basi per tre
aggressioni» contro l’Abissinia, il ministro degli Esteri etiopico
Aklilù Hapte Uold fa tuttavia rilevare che «in Etiopia gli italiani
vivono felici e tranquilli, godendo del rispetto della comunità
locale ed esercitando i loro a ari e le loro professioni. Se l’Italia
fa un atto di fede nelle buone intenzioni del governo etiopico di
proteggere gli interessi italiani in Eritrea, la strada sarà aperta
ad una fruttuosa immigrazione dall’Italia in Etiopia». 95
La marcia di avvicinamento fra i due paesi è lentissima e
ancora il 16 novembre 1950, alla vigilia della discussione
all’ONU della questione eritrea e quando ormai si sa che l’Italia
non ostacolerà più la federazione tra l’Eritrea e l’Etiopia, Zoppi
invia a Tarchiani un concitato telespresso nel quale, riferendosi
ad una informazione del 30 maggio pervenutagli dalla Santa
Sede, segnala che l’atteggiamento del governo etiopico nei
confronti degli italiani è «sempre più sfavorevole» e che i
professionisti che operano ad Addis Abeba stanno per essere
sostituiti con tedeschi ed austriaci. Zoppi chiede pertanto a
Tarchiani di sollecitare un intervento americano sul negus,
perché «noi abbiamo fatto molti sacri ci nella speranza di
stabilire buone relazioni con l’Etiopia [...]. Una cacciata degli
italiani dal paese distruggerebbe le premesse per la ripresa delle
relazioni». 96 Anche se poi risulterà che l’informazione giunta
dal Vaticano è imprecisa o quantomeno superata, 97 Tarchiani
sollecita un colloquio con l’assistente segretario di stato McGhee
per esporgli «l’opportunità che gli Stati Uniti, in vista anche
dell’atteggiamento da noi dimostrato nella soluzione della
questione eritrea, si adoperino per la ripresa delle relazioni
diplomatiche tra Italia ed Etiopia. Ho aggiunto che una sollecita
normalizzazione dei rapporti fra i due paesi faciliterà
l’accettazione degli indubbi sacri ci del compromesso per
l’Eritrea da parte dell’opinione pubblica italiana nonché
l’approvazione della soluzione da parte dell’Assemblea
Generale». 98
Pressioni sull’Etiopia vengono esercitate non soltanto dagli
americani ma anche dagli inglesi, tanto che il 1° dicembre
Brusasca, che è a Lake Success, a capo della delegazione italiana,
è in grado di inviare a Sforza un telegramma urgentissimo nel
quale annuncia: «Sta ord mi ha comunicato che il Negus ha
autorizzato Aklilù ad annunziare la ripresa delle relazioni
diplomatiche con l’Italia dopo il voto dell’Assemblea Generale.
Prego di autorizzarmi a fare contemporanea dichiarazione.
Sta ord ha aggiunto che l’Etiopia rinuncia alle riserve per il
nostro trusteeship in Somalia ed è disposta ad aderire al
regolamento delle frontiere fra la Somalia e l’Etiopia». 99
L’indomani, 2 dicembre, l’Assemblea Generale dell’ONU approva
ad altissima maggioranza il progetto federativo tra l’Eritrea e
l’Etiopia e, subito dopo la votazione, Brusasca e Aklilù Hapte
Uold si incontrano per un breve e cordiale colloquio, al termine
del quale ssano di rivedersi il mercoledì successivo per un
primo esame dei problemi aperti fra i due paesi.
L’incontro del disgelo ha luogo alle tre del pomeriggio dell’8
dicembre 1950 in una delle salette del Waldorf Astoria. «Debbo
dare atto che fu Aklilù a rompere il ghiaccio — ricorda Brusasca
—. Cominciò col dire che era spiaciuto che l’incontro non fosse
avvenuto prima e ci con dò che aveva dovuto piegarsi alle
insistenze degli inglesi, che gli suggerivano prudenza». 100 Poi
Aklilù fa alcune dichiarazioni di politica generale che spianano
la strada all’esame del contenzioso. «Il governo etiopico e in
primo luogo il Negus — a erma il ministro degli Esteri etiopico
—, hanno attualmente piena ducia nel governo italiano e
intendono che le vicende passate siano completamente
dimenticate. Questa ducia è dovuta in gran parte
all’atteggiamento assunto negli ultimi tempi dal governo
italiano nei riguardi dell’Etiopia ed all’opera conciliativa e
lungimirante svolta dalla delegazione italiana a Lake Success».
Dopo aver ricordato che la «collaborazione fra i due popoli non è
mai venuta a cessare», grazie all’attività dei 7 mila italiani
d’Etiopia, i quali hanno goduto dell’alta protezione
dell’imperatore, Aklilù precisa che il suo paese è quanto mai
intenzionato a rendere questa collaborazione più ampia e
fruttuosa. Date queste premesse, egli propone pertanto che,
subito dopo il suo rientro in Etiopia, venga simultaneamente
annunziato ad Addis Abeba e a Roma il ristabilimento delle
relazioni diplomatiche fra i due paesi, restando inteso che
intanto i due governi comunicheranno per mezzo dei rispettivi
rappresentanti all’Asinara. Nella sua risposta Brusasca tende
soprattutto a sottolineare che la nuova Italia democratica è ben
conscia della ne della notte coloniale e dell’esigenza di avviare
nuovi e leali rapporti con «i popoli di tutte le razze e di tutte le
civiltà» ed assicura che il governo di Roma sarà ben lieto di
«apportare il suo contributo allo sviluppo economico
dell’Etiopia». 101
A questo storico incontro Brusasca dedica il 6 gennaio 1951
un editoriale dal titolo Anno nuovo in Africa Orientale, nel quale
riporta altre signi cative dichiarazioni di Aklilù: «L’Italia e
l’Etiopia sono due paesi complementari: l’Italia ha molte braccia
da collocare e conosce bene l’Etiopia; l’Etiopia ha delle immense
ricchezze naturali da sfruttare ma manca di tecnici e di
lavoratori. Se sapremo comprenderci, voi italiani e noi etiopici
potremo risolvere, da noi, i nostri più importanti problemi e nel
futuro, fra cinquant’anni, quando in Africa non ci sarà più
ombra di colonie, la collaborazione fra l’Italia e l’Etiopia potrà
continuare fruttuosa, come continua in America fra le
popolazioni di quelle Repubbliche e quelle forti collettività
italiane». Commentando queste parole, il cattolico Brusasca
ringrazia «la Provvidenza per questa giusta riparazione» e fa
osservare compiaciuto che, mentre gli italiani vengono
richiamati dai nativi nei territori africani che dovettero lasciare
a causa della guerra, «altri popoli sono costretti ad abbandonare
con perdite irreparabili le ricchissime colonie che conservarono
per essere stati inclusi tra i vincitori dell’ultima guerra». 102
Nonostante la promettente ripresa del dialogo fra Roma e
Addis Abeba, trascorrerà ancora un anno prima che si giunga
allo scambio degli ambasciatori. E ancora una volta la pietra
d’inciampo è l’Eritrea, sulla cui Costituzione, in via di
elaborazione, Italia ed Etiopia hanno alcune sostanziali
divergenze. Malgrado i due governi comunichino, di tanto in
tanto, attraverso il ‘canale’ di Asmara e poi grazie anche a quello
di Addis Abeba, 103 tutto procede a rilento, mentre in Eritrea,
malauguratamente, gli italiani continuano a cadere sotto le
fucilate degli sciftà. Per tastare il terreno dei nemici ridiventati
amici e nella speranza soprattutto di poter corrispondere
direttamente con Hailè Selassiè, Palazzo Chigi autorizza
l’ambasciatore Giuliano Cora a recarsi ad Addis Abeba. La
missione di Cora, ovviamente, non ha alcun carattere u ciale.
Cora entra in Etiopia, nella prima metà di aprile, in qualità di
presidente della SANE 104 e quindi con il validissimo pretesto di
curare gli interessi della società. Dopo un breve soggiorno a Dire
Daua e ad Harar, Cora sale ad Addis Abeba e prende alloggio al
Ras Hotel. Pochi giorni dopo l’imperatore lo riceve in forma
privata in una sua proprietà nelle vicinanze della capitale. Dopo
il colloquio, che è cordialissimo, lo status di Cora cambia.
Quando rientra al Ras Hotel va ad occupare l’appartamento n°
14, quale ospite di riguardo del negus, e da quel momento ha a
sua disposizione una Fiat 1400 grigia della casa imperiale.
Durante il mese di maggio Giuliano Cora, l’uomo che nel
lontano 1928 elaborò e rmò con l’allora reggente ras Tafari il
trattato di amicizia italo-etiopico, 105 si incontra quasi
quotidianamente con l’imperatore. Anche se Hailè Selassiè è
molto ben disposto verso gli italiani e Cora è giunto ad Addis
Abeba non a mani vuote, ma con un primo quantitativo di
oggetti asportati a suo tempo dal Ghebì imperiale, 106 i
problemi da risolvere sono molti e le di denze da rimuovere
non mancano. Cora, che conosce alla perfezione il mondo
abissino e altrettanto bene conosce la lunga storia dei rapporti
italo-etiopici, in gran parte avvelenata dai rozzi intrighi italiani,
si sforza soprattutto di rassicurare l’imperatore che la sua
ducia nella nuova Italia è ben riposta. Ma in cuor suo ha ancora
qualche timore e lo con derà all’amico e superiore Vittorio
Zoppi in un rapporto con denziale: «Conosco troppo Asmara
per non temere intrighi e false notizie, sempre ostili all’Etiopia.
Se a ciò si aggiunge che in qualche nostro documento segreto
u ciale ho visto ria orare tesi ed atteggiamenti che
comporterebbero un’azione, o almeno degli intrighi, contro
l’Etiopia, tesi che segnerebbe la ne economica dell’Eritrea e di
tutti gli italiani d’Etiopia, mi sia lecito manifestare la mia
preoccupazione di vecchio africanista e di mettere sull’avviso
codesto Ministero». 107
Quando Cora lascia l’Etiopia, il 2 giugno 1951, molti
malintesi sono stati chiariti fra le due parti e sono stati
raggiunti anche alcuni signi cativi accordi, 108 ma il partito
anti-italiano, che è molto forte a corte e al governo, nutre ancora
molte di denze e non perde occasione per mettere in evidenza
le «malefatte» degli italiani. La sera stessa della partenza di
Cora, il ministro delle Finanze, Maconnen Hapte Uold, consegna
all’imperatore un’accurata traduzione dei già citati articoli di
Maner Lualdi, che non o rono certo una testimonianza di
simpatia per il regime del negus. 109 Ma l’imperatore chiude un
occhio sulle volgarità e sulle inesattezze contenute nella prosa
grossolana di Lualdi e mantiene gli impegni presi con Cora. L’11
giugno, infatti, Tarchiani comunica a Roma che il Dipartimento
di stato americano è «stato pregato dal governo etiopico di
informare quello italiano che sarà n da ora gradito l’invio ad
Addis Abeba di un nostro duciario incaricato di concordare il
ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Analoga preghiera è
stata rivolta al governo britannico». 110
A capeggiare la prima missione u ciale italiana in Etiopia
viene scelto Giuseppe Brusasca, un uomo non compromesso
con il fascismo, anzi un uomo della Resistenza. La sua
designazione viene immediatamente comunicata ad Hailè
Selassiè tramite l’ambasciatore americano ad Addis Abeba,
Childs, 111 ed è molto gradita anche per i buoni rapporti che
Brusasca ha stabilito con Aklilù a New York. Ma gli inciampi, più
pretestuosi che reali, non sono ancora niti. Al momento di
annunciare la ripresa delle relazioni fra Roma e Addis Abeba,
Palazzo Chigi compie un inutile gesto d’orgoglio da grande
potenza (che non è più) sottolineando che l’iniziativa è stata
degli etiopici. Poi, alle giuste proteste di Aklilù, deve fare marcia
indietro, come apprendiamo da questo telegramma di Sforza a
Tarchiani: «Proporremo pertanto che il comunicato a ermi che
i due governi hanno concordato la ripresa dei rapporti per il
tramite degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, lasciando da
parte la questione dell’iniziativa». 112 Superato questo scoglio
procedurale, torna di scena l’Eritrea. Avendo appreso che Aklilù
ha ottenuto alcune modi che alla Costituzione eritrea durante
il suo incontro con il commissario dell’ONU Matienzo, il 30
giugno Brusasca scrive a Zoppi che «è necessario che prendiamo
subito una posizione e facciamo capire che, se anche altri non lo
facessero, solleveremmo noi all’ONU la questione del
camu amento della federazione [...]. Se non avremo delle
precise assicurazioni sul rispetto da parte di tutti delle decisioni
dell’ONU, io non andrò ad Addis Abeba, perché non intendiamo
a atto ristabilire a qualunque costo le relazioni con
l’Etiopia». 113
Poi torna il sereno, ciò che consente a Brusasca, che a ne
agosto è a Nairobi alla Conferenza sugli aspetti logistici della
difesa africana, 114 di raggiungere Addis Abeba il 4 settembre.
Due giorni dopo, nel corso dell’udienza che Hailè Selassiè
concede al sottosegretario agli Esteri italiano, la lunga
inimicizia fra Italia ed Etiopia viene de nitivamente sepolta.
«In questo momento storico e dopo tante prove e so erenze che
hanno subìto le nazioni di tutto il mondo, compreso il nostro
amatissimo popolo — dichiara l’imperatore —, noi vi riceviamo
con piacere alla nostra corte imperiale, quale inviato speciale
della nuova Italia, per la ripresa delle relazioni diplomatiche fra
i nostri due paesi. Siamo certi del fatto che, venendo alla nostra
corte e compiendo questa visita in Etiopia, voi fate un gesto di
buona volontà e di amicizia testimoniando in tal modo la ne di
una lunga e tragica epoca nei rapporti tra i nostri due paesi. Noi
che abbiamo condiviso tutte le so erenze del nostro caro
popolo, siamo stati tuttavia sempre consapevoli del fatto che il
popolo italiano è stato anch’esso vittima dell’oppressione
fascista. Noi che ci ispiriamo costantemente ai princìpi della
carità cristiana, nello spirito di questa, sin dal nostro storico
ritorno nel nostro impero, facemmo appello al nostro fedele
popolo perché accogliesse, rispettasse e proteggesse gli italiani
che erano rimasti a vivere fra di noi. [...] In questo periodo della
storia moderna, nella quale il mondo è pericolosamente in bilico
tra la guerra e la pace, e mentre i popoli paci ci della nostra
terra scrutano attentamente l’orizzonte nell’attesa di buoni
auspici, in queste ore angosciose, la nostra riconciliazione
de nitiva e amichevole deve costituire un segno di
incoraggiamento e un contributo al consolidamento della pace
mondiale». 115
La risposta di Brusasca è molto sfumata, forse troppo cauta.
Egli potrebbe, come uomo della Resistenza, condannare le
crudeltà delle guerre fasciste nella terra che più le ha subìte, ma
nel suo discorso di maniera non c’è la minima allusione al
passato di violenze. Egli si limita ad esprimere ad Hailè Selassiè
«la gratitudine del popolo italiano per l’aiuto e l’assistenza» che
egli ha concessi agli italiani d’Etiopia e a sottolineare che la
ripresa delle relazioni «ha il grande signi cato di dimostrare
che, mediante la buona volontà, i popoli possono ritrovare dopo
i contrasti la via della collaborazione». 116
Un’occasione mancata per rendere pubblicamente giustizia
ad un popolo che tanto ha so erto. E che sa perdonare, come
rileva Giuliano Cora, che fa parte della delegazione di Brusasca.
Descrivendo il grande banchetto o erto dal negus al Nuovo
Ghebì, egli fa notare che «tutti i dignitari etiopici o le loro mogli,
che sedevano fra di noi, avevano avuto uno o più fucilati in
famiglia. Il solo ras Cassa non era intervenuto malgrado le
sollecitazioni personali dell’imperatore: lo si può comprendere,
con due gli assassinati dopo la sottomissione. 117 Il mio vicino
di sinistra era stato al con no in Italia e la moglie aveva avuto
due fratelli seviziati, uccisi e poi trascinati per la città, con altri,
legati per i piedi ad un camion. Il mio vicino di destra era stato
pure al con no in Italia e la moglie aveva avuto il padre, ras
Destà, fucilato. 118 E così di seguito». 119
Se gli etiopici sanno perdonare, per generosità o per ragion di
stato, non è detto però che abbiano dimenticato gli anni e gli
orrori dell’occupazione e che non conservino dei timori. È
sintomatico che lo stesso Hailè Selassiè, il quale, dopo il
banchetto u ciale, si è appartato in una saletta con il solo
Brusasca, gli chieda, e per ben tre volte: «Mi può assicurare che
l’Italia ha abbandonato ogni velleità di conquista?». 120 Questa
insistenza, nonostante che l’Italia sia uscita scon tta e
declassata dalla guerra e da sei anni operi nel solco della
democrazia, rivela quanto sia radicata in Etiopia, dopo mezzo
secolo di intrighi e di aggressioni, il timore dell’Italia.
Rassicurato da Brusasca, che ora trova le parole di condanna che
non ha usato nel discorso u ciale, l’imperatore a ronta
l’argomento della comunità italiana d’Etiopia. «Ho protetto gli
italiani — precisa — non soltanto perché essi sono utili al mio
paese, ma perché erano abbandonati, non rappresentati da
nessuno. Non avrei potuto esimermi da questo dovere, anche
per carità cristiana». Poi comunica a Brusasca che l’Etiopia è
aperta ad altri italiani, pur che non siano manovali, ma siano
tecnici, specialisti, professionisti, imprenditori. 121
Commentando la visita di Brusasca in Etiopia, Cora non esita
a de nirla un successo: «Egli ha suscitato un’impressione
favorevole di uomo sincero e leale, animato da un vero spirito di
riconciliazione [...]. Le sue idee moderne sul colonialismo e la
sua attitudine alla Conferenza di Nairobi hanno pure
contribuito ad ispirare ducia nella sua persona e nella futura
politica del governo italiano». 122 Cora riferisce inoltre a Zoppi,
nel suo rapporto segreto, che gli stessi nemici dichiarati
dell’Italia, come il ministro Maconnen Hapte Uold, hanno
compiuto gesti distensivi, 123 mentre nelle chiese copte della
capitale i preti hanno annunciato che è giunto dall’Italia
«l’uomo della pace», annuncio che ha fatto subito circolare la
voce fra il popolino che gli italiani torneranno numerosi «e ci
sarà lavoro e denaro per tutti». 124
Tutto, dunque, sembra procedere per il meglio. Lo si avverte
anche dal caloroso messaggio che il 15 novembre Brusasca invia
agli italiani d’Etiopia in occasione della partecipazione
dell’Italia alla 1 a Fiera Internazionale di Addis Abeba. «Quasi
come un segno del destino — a erma Brusasca —, il primo
contatto tra il nostro popolo e quelli dell’Etiopia, dopo il fausto
inizio della nuova amicizia, avviene sul campo del lavoro. Prima
ancora del nuovo Rappresentante u ciale dello Stato italiano,
giungono infatti in Addis Abeba ambasciatori della nostra
sincera e leale volontà di collaborazione i rappresentanti della
nostra capacità creatrice e costruttiva, che ha già lasciato
profonde e ammirate tracce in questo paese». 125 Anche in
questa occasione l’Italia invia ad Addis Abeba, a capeggiare la
delegazione italiana, l’uomo giusto, cioè un vecchio amico del
negus, il diplomatico Renato Piacentini. U cialmente presente
in Etiopia come presidente della Camera di commercio italiana
per l’Africa, Piacentini, così come lo è stato in maggio Giuliano
Cora, è in realtà un ambasciatore-ombra che ha l’incarico di
portare avanti i negoziati, ormai avviati verso una felice
soluzione.
Le ri essioni di Piacentini sulla sua missione in Etiopia sono
contenute in un lungo articolo che porta la data del 1° gennaio
1952, cioè quattordici giorni prima che l’ambasciatore Alfonso
Tacoli giunga all’aeroporto di Addis Abeba. «Il compito che
l’Italia a da al proprio ambasciatore — scrive Piacentini —,
dopo l’aspra contesa che ha tenuto divisi i due paesi per così
lungo tempo, è quanto mai delicato ed importante, sotto il
duplice aspetto politico ed economico. Politicamente l’Italia
dovrà svolgere un’azione diretta a superare le residue di denze
che, specie in alcuni settori della classe politica più giovane e
colta dell’Impero, tuttora permangono, inevitabilmente, nei
riguardi dell’Italia». La prima prova che l’Italia si troverà a dover
superare sarà quella, nel settembre 1952, della realizzazione
della confederazione fra l’Eritrea e l’Etiopia. Piacentini si augura
che Roma sappia superare con «tatto e saggezza» questo banco
di prova, poiché solo allora si potrà veramente a ermare «che la
riconciliazione italo-etiopica avrà raggiunto la sua piena, sicura
compiutezza». 126
Passando poi ad esaminare i possibili sviluppi nel campo
economico-commerciale, Piacentini rileva che, nonostante la
totale mancanza di comunicazioni dirette e di trasporti, nonché
di diretti servizi bancari e monetari, il movimento commerciale
italiano di importazione in Etiopia ha continuato a svolgersi per
tutto il decennio (1941-51) in cui è durato l’attrito fra i due
paesi, sino a toccare nel 1949 la cifra record di 13.289.000
dollari etiopici. 127 Piacentini attribuisce questo lusinghiero
risultato a tre ordini di fattori: 1) la marcata preferenza delle
popolazioni etiopiche per le merci italiane; 2) la vicinanza e i
continui e diretti rapporti commerciali con l’Eritrea, da dove
sono naturalmente a uite sui mercati etiopici merci italiane o
fabbricate da italiani nella stessa Eritrea; 3) la presenza in
Etiopia di parecchie migliaia di italiani, che hanno
e cacemente contribuito a mantenere in vita notevoli correnti
di tra co tra l’Italia e l’Etiopia. 128
«L’Italia ha quindi dinnanzi a sé, ora che sta per tornare
u cialmente in Etiopia — prosegue Piacentini —, tutte le
possibilità di ricuperare rapidamente il tempo perduto e di
entrare in lizza con gli altri paesi nell’opera di valorizzazione
dell’Impero: non solo, ma di entrarvi non handicappata dai
trascorsi eventi, bensì in condizioni che possono dirsi di
privilegio». 129 Ma perché questo piano possa realizzarsi,
sostiene Piacentini, è necessario che siano rispettate due
condizioni fondamentali: 1) il riconoscimento, da parte del
governo e dell’iniziativa privata, che il problema dello sviluppo
etiopico è di capitale importanza, addirittura «uno dei capisaldi
della politica economico-sociale italiana»; 2) che esso va
a rontato subito, prima che svanisca la situazione di privilegio,
e con un programma che impegni non soltanto i governi futuri,
ma anche le «generazioni venture». 130 Se l’Italia arriverà ad
una piena e leale riconciliazione con l’Etiopia — conclude
Piacentini —, «scevra da ogni anche minima ombra di dubbio o
di sospetto», sarà anche possibile a rontare il problema della
emigrazione italiana in Etiopia «su vasta scala» e nella «triplice
forma di emigrazione intellettuale (professionisti), industriale
ed operaia». 131 Altrettanto ottimista è Giuliano Cora, che non
esita a varare un Gruppo internazionale per la ricostruzione e lo
sviluppo dell’Etiopia, patrocinato dalla SANE, 132 e che il 20
dicembre 1951 scrive a Brusasca per ottenere gli studi, fatti a
suo tempo, per prolungare la ferrovia Massaua-Asmara-Agordat
sino al lago Tana, progetto che sembra star molto a cuore al
governatore del Goggiam. 133
Intanto, come si è detto, il 14 gennaio 1952 giunge ad Addis
Abeba l’ambasciatore Alfonso Tacoli, con i suoi collaboratori
Della Chiesa, Lenzi e Corradini. Accolto all’aeroporto dal vice-
ministro degli Esteri Memberè Yayen Irat e da un centinaio di
italiani, Tacoli viene ospitato a Villa Filoha in attesa che gli
venga consegnata Villa Italia. Tre giorni dopo è ricevuto da
Hailè Selassiè, al quale presenta le credenziali. 134 Tutto è
pronto, dunque, per la collaborazione. Strumenti politici, canali
diplomatici, piani di sviluppo, capitali. Tuttavia, come vedremo,
i progetti di Cora e Piacentini rimarranno sulla carta, insieme a
tante altre buone intenzioni. In un articolo particolarmente
amaro del 1955, Giuliano Cora denuncerà l’inspiegabile ritardo
nel pagamento delle riparazioni, ritardo che non soltanto
mantiene il gelo fra i due paesi, ma danneggia la stessa
posizione degli italiani d’Etiopia: «Sono ormai tre anni da che le
relazioni diplomatiche sono state riprese. Se, come sarebbe stato
possibile, sei mesi dopo si fosse avviato un bel piano di lavori
impostati sulle nostre riparazioni, la posizione di quei lavoratori
avrebbe potuto essere diversa e sarebbero state prevenute molte
iniziative straniere sorte nel frattempo. [...] Invece siamo ancora
alle dichiarazioni generiche, auspicanti la liquidazione delle
‘questioni pendenti’ con l’Etiopia, a frasi generiche di amicizia
ripetute a intervalli, come anche recentemente dal nuovo
ministro degli Esteri Martino, ma il negoziato importante e
principale continua a trascinarsi per vie diplomatiche che
stanno riabilitando le famose ‘calende abissine’. [...] Dobbiamo
proprio compromettere la nostra situazione ed il nostro
avvenire in quelle regioni per non voler discutere su 25 milioni
di dollari?». 135

1. Margery Perham, The Government of Ethiopia, Faber and Faber, London 1969, p.
344.

2. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 138-41.

3. Le province erano a loro volta suddivise in 64 sotto-province, in 321 distretti e in


1.221 sotto-distretti.
4. Nei piani di Hailè Selassiè l’integrazione andava intesa come l’amharizzazione del
paese.

5. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., p. 93.

6. Fra il 1945 e il 1960 furono inviati nelle università europee, americane, sovietiche
ed egiziane 1.019 giovani etiopici. Cfr. John Markakis, Ethiopia. Anatomy of a
Traditional Polity, Clarendon Press, Oxford 1974, p. 155, tabella 11.

7. Ivi, p. 210.

8. Christopher Clapham, Haile Selassie’s Government, Longmans, London 1969, p. 30.

9. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., p. 546, nota 46.

10. Il territorio a sud di Harar era stato da poco riconsegnato dagli inglesi all’Etiopia.
In base agli accordi anglo-etiopici del 1942 e 1944, continuarono a rimanere sotto
l’amministrazione britannica i territori dell’Ogaden e dell’Haud, che verranno
ridati al negus rispettivamente nel 1948 e nel 1954.

11. Cfr. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 407-10.

12. L’imperatore aveva preso questo provvedimento poiché non si dava più del
vecchio ras Sejum, il quale, per qualche tempo, aveva collaborato con gli italiani.
Gli aveva conservato titoli e cariche alla sola condizione che non abbandonasse
Addis Abeba.

13. Come vedremo più avanti, il gruppo non depose le armi che alla ne di ottobre
1943, quando apprese che l’Italia aveva rmato l’armistizio.

14. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 470-72.

15. Ivi, pp. 40-42, 467-68 e 473-74.

16. Cfr. Richard Green eld, Ethiopia. A New Political History, Pall Mall Press, London
1965, pp. 278-79.

17. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 107-8, 338 e nota 93.

18. Ecco il suo stato di servizio: sindaco di Addis Abeba (1942); incarcerato (1942-
1945); vice-ministro della Giustizia (1945-1946); incarcerato di nuovo (1947-
1954); vice-ministro dell’Interno (1955); ministro della Giustizia (1957-1961);
incarcerato per la terza volta (1961-1966). Morirà in uno scontro con la polizia nel
1969.

19. U ciale istruito alla scuola militare di Oletta e autore di due libri di tattica
militare, Tesfai Destà lasciò l’Etiopia e si rifugiò prima al Cairo e poi in Germania.

20. Fatto prigioniero nel dicembre 1936, ras Immirù fu con nato in Italia, prima a
Ponza, poi a Lipari e in ne a Longobucco in provincia di Cosenza. Liberato dagli
Alleati nell’autunno 1943, fu per espressa volontà di Eisenhower rimpatriato
subito con un aereo speciale (TaA di ras Immirù, rilasciata ad Addis Abeba il 13
aprile 1965). Nominato dall’imperatore, di cui era cugino, governatore del
Beghemeder, pochi mesi dopo fu sollevato dall’incarico e inviato (alcuni dissero:
«relegato») a Washington come ambasciatore. Ricoprì in seguito le sedi di Nuova
Delhi e di Mosca, ma anche se tenuto lontano dall’Etiopia la sua popolarità non
diminuì. Progressista, fautore di una più rapida evoluzione dell’Etiopia, fu sempre
giudicato dagli etiopici come il capo dell’opposizione di Sua Maestà. Ma per quanto
in disaccordo con Hailè Selassiè, non arrivò mai a rompere i legami di lealtà e di
amicizia che lo univano all’imperatore. Tanto nel 1951 quanto, come vedremo, nel
1960, fu scelto a sua insaputa dai congiurati come l’uomo che avrebbe dovuto
succedere ad Hailè Selassiè.

21. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 322-25.

22. Cit. in R. Green eld, op. cit., p. 279.

23. J. Markakis, op. cit., p. 207.

24. Ivi, pp. 208-9.

25. Cfr. Viveca Halldin Norberg, Swedes in Haile Selassie’s Ethiopia, 1924-1952,
Scandinavian Institute of African Studies, Uppsala 1977, pp. 166-233.

26. Dal 16 febbraio 1945, giorno in cui Hailè Selassiè aveva incontrato Roosevelt su di
una nave da guerra ancorata al largo di Suez, gli Stati Uniti sostituirono a poco a
poco la Gran Bretagna in Etiopia. L’intesa fra i due stati raggiunse il suo apice nel
1953, allorché Addis Abeba cedette agli americani la base di telecomunicazioni di
Kagnew, a pochi chilometri da Asmara, ricevendone in cambio un’assistenza,
militare di notevoli proporzioni.

27. Per la ricostruzione dell’esercito etiopico si veda: Patterns of progress. National


defence of Ethiopia, Ministry of Information, Addis Abeba 1968.

28. Sul declino della nobiltà etiopica si veda, in particolare: Donald N. Levine, Wax &
gold. Tradition and innovation in Ethiopian culture, The University of Chicago Press,
Chicago and London 1972, pp. 148-217.

29. J. Markakis, op. cit., p. 393.

30. TaA di Mario Buschi rilasciata ad Addis Abeba il 17 novembre 1980. Per altri
particolari, cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 539-48.

31. Renato Piacentini, Italia ed Etiopia, Tipogra a della Pace, Roma 1952, p. 4.

32. «La Stampa», 23 giugno 1951.

33. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 287. Relazione informativa su Etiopia ed
Eritrea di B. V. Vecchi, datata Milano, dicembre 1951.

34. Ivi. Rapporto non rmato di 21 cartelle. Prende in esame il periodo 1941-1948.

35. «La Settimana Incom illustrata», 16 giugno 1951.

36. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 547-56.

37. Si parlava, a quel tempo, soprattutto fra gli italiani dell’Africa Orientale, di una
Colonna fantasma o Colonna serpente, che avrebbe dovuto calare da Cufra
sull’Etiopia. Si diceva che, a comandarla, fosse stato designato il gen. Pietro Maletti,
che invece era già rimasto ucciso in Cirenaica.

38. Gli italiani d’Etiopia avevano costituito, sin dai primi giorni dell’occupazione
britannica, un comitato segreto «Pro italiani», alla cui presidenza si succedettero
Tavazza, Franco Bodini, Vinicio Mancini, Giuseppe Taticchi, Federico Bazzi,
Gherardo Schi ni. L’ultimo comitato, costituito agli inizi del 1943, era presieduto
dal medico D’Ignazio. Fu sciolto dopo l’armistizio.

39. Nel novembre 1942 fu arrestato il colonnello Peluselli; nel giugno 1943 il tenente
colonnello Giuseppe Franceschino; il 23 giugno 1943 si costituì, dopo 25 mesi di
clandestinità, il colonnello Nino Tramonti. Per quanto si sia cercato di ingigantire
l’importanza della resistenza anti-inglese, questa fu in realtà un fenomeno
trascurabile. Lo stesso storico di questo periodo, Giuseppe Puglisi, il quale, in un
libro inedito di 800 cartelle dal titolo L’Impero clandestino, narra le vicende della
guerriglia, ammette che essa ha avuto soltanto tre morti: il capitano Edoardo
Bellìa, il tenente Renzulli e il sergente Agostini.

40. Cfr. C. Clapham, op. cit., pp. 110-19.

41. Lorenzo Taezaz era giudicato come uno dei massimi esponenti della tendenza
liberale. Da Mosca rientrò in Etiopia soltanto per brevi periodi. Morì nel 1947.

42. TaA di M. Buschi, cit. Al momento della sua espulsione, nel 1946, Buschi gestiva
cinque poderi di 50 ettari ciascuno nella regione di Oletta e aveva avuto in
concessione altri 4 mila ettari nella piana di Cia a, tra Debra Sina e Combolcià,
dove coltivava granoturco, dura, te , girasole, cotone seccagno e ricino.

43. Scrive Renato Piacentini a questo proposito: «Privi di ogni protezione nazionale
diretta, causa la totale assenza di rappresentanti diplomatici o consolari italiani, e
privi anche della protezione giuridica di altri stati che avessero assunto la cura
degli interessi italiani in Etiopia, i cittadini italiani colà rimasti si trovarono
praticamente soli, salvo una generica dipendenza dalle locali autorità etiopiche. Per
i primi anni, durante i quali il loro numero andò sempre aumentando, la loro
situazione fu particolarmente delicata e di cile, per i recentissimi ricordi della
guerra, per l’agitarsi della passione nazionalistica, per la propaganda anti-italiana
svolta con ogni mezzo, anche da potenze straniere, in una parola per il generale
bisogno che pervase l’Etiopia di dare libero sfogo, anche contro i vinti, all’euforia
della riconquistata libertà» (op. cit., pp. 16-17).

44. «Daily Telegraph».

45. R. Piacentini, op. cit., p. 18.

46. «La Settimana Incom illustrata», 23 giugno 1951.

47. R. Piacentini, op. cit., p. 18.

48. «La Settimana Incom illustrata», 23 giugno 1951.


49. Nel 1951 esercitavano la loro professione di medico ad Addis Abeba, tra gli altri:
Antonini, Capuano, Codeleoncini, Facco, Moscatelli, Musi, Pace, Papa, Paulicelli,
Rizzotti, Saggese, Serra, Termini, Cossar, Santaniello, Martinelli.

50. Giuseppe Faraci, Etiopia guerra e pace, Dell’Albero, Torino 1965, p. 132.

51. Negli anni ’40 l’intera rete dei trasporti dell’impero si basava sull’e cienza di circa
2 mila autocarri Fiat 634, tutti in mano ad italiani.

52. TaA di Sperandio Rizzo rilasciata ad Addis Abeba il 19 novembre 1980.

53. Cit. in I. Zingarelli, op. cit.

54. R. Piacentini, op. cit., pp. 18-19.

55. In data 9 giugno 1951 l’ing. A. Bianchi scriveva a Brusasca per lamentarsi del
comportamento di Lualdi. La lettera diceva, fra l’altro: «Gli articoli di Lualdi, che
sono arrivati qui proprio sul nire delle conversazioni di S.E. Cora con l’imperatore,
potete immaginare quale impressione facciano negli ambienti u ciali della
capitale. Oltre che o ensivi vengono giudicati ‘nemici’ [...]. Penso che una ga e
quale quella del “Corriere”, veramente imperdonabile, dovrebbe essere riparata ad
evitare che qui permanga l’impressione che l’opinione pubblica italiana sia nemica
ed ostile all’Etiopia, il che non è» (AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 295).

56. «Corriere della Sera», 29 aprile 1951. Titolo dell’articolo: Il negus si fa la barba con
l’energia elettrica italiana.

57. Nell’estate del 1960.

58. «La Settimana Incom illustrata», 23 giugno 1951.

59. «La Settimana Incom illustrata», 30 giugno 1951.

60. AB, b. 3/a, Etiopia, f. 2. Tspr. 11/14803 del 24 luglio 1950.

61. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 287. Relazione informativa di B. V. Vecchi,
cit.

62. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 24-25.

63. Sulla letteratura della resistenza etiopica e, in genere, sui libri che ricordano gli
anni dell’occupazione italiana, si veda: Reidulf Knut Molvaer, Tradition and change
in Ethiopia. Social and cultural life as re ected in Amharis ctional literature 1930-
1974, Brill, Leiden 1980.

64. Cfr. Giuliano Cora, Panorami africani, Edizione per il cinquantenario dell’Istituto
Italiano per l’Africa, Roma 1956, p. 34.

65. AFP, Renato Piacentini, La questione etiopica e l’Italia, Roma, novembre 1944,
dattiloscritto, p. 2.

66. Ivi, pp. 2-3.

67. Ivi, p. 4.

68. Ivi, p. 6.

69. Ivi, p. 4 bis.

70. Ivi, p. 7.

71. Al tempo del con itto etiopico del 1935-1936, Ruggero fu il più abile arte ce della
parziale disgregazione dell’impero negussita. Cfr. A. Del Boca, La conquista
dell’impero, cit., pp. 311-14 e 601-5.

72. Vittorio Ruggero, Promemoria sulla situazione delle nostre colonie dell’Africa
Orientale e sulla politica da svolgere in quei territori, p. 5. Il dattiloscritto, che non
porta data ma è probabilmente del 1946, fu inviato dall’autore, su richiesta, ai
ministeri competenti. Copia del documento si trova fra le carte del generale Simon
Pietro Mattei.

73. Ivi, pp. 5-7.

74. Ivi, p. 10.

75. Ibid.

76. Ivi, p. 11.

77. I suggerimenti di Ruggero potevano trovare credito, nel primo dopoguerra, perché
si mancava di precise notizie sulla nuova realtà etiopica. C’era sì un segreto
informatore ad Addis Abeba, che faceva pervenire notizie a Brusasca tramite G.
Bernabei, allora funzionario alla presidenza del Consiglio, ma erano informazioni
di poco conto (AB, b. R, Ministero Esteri. Colonie Italiane, f. 182).
78. «Gazzetta u ciale della Repubblica italiana», Roma, 24 dicembre 1947, Trattato
di pace fra l’Italia e le Potenze Alleate ed Associate, rmato a Parigi il 10 febbraio
1947, art. 38, p. 48.

79. Ivi, art. 34, p. 48.

80. Cfr. A. Del Boca, Dall’Unità alla marcia su Roma, cit., pp. 769-70.

81. Cfr. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 128-32.

82. Trattato di pace, cit., art. 36, p. 48.

83. Ivi, art. 37, p. 48.

84. Ivi, art. 74, p, 53.

85. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., p. 531, nota 172.

86. AB, b. 3, Missioni. Conferenza della pace 1946-47, f. 13. Délégation Italienne à la
Conférence de Paris, doc. 50: Memorandum sur les requêtes éthiopiennes de
réparations, p. 5.

87. Ivi, p. 2.

88. Ivi, p. 11.

89. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 290. Lettera del 23 maggio 1953, n.
51/0254.

90. Cfr. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., p. 253.

91. Come precisa Borra in La carovana di Blass (Editrice Missionaria, Bologna 1977,
pp. 260-61), l’imperatore fu estremamente severo, nel dopoguerra, con i missionari
della Consolata impedendo loro il ritorno in Etiopia perché alcuni di essi avevano
partecipato al con itto italo-etiopico del 1935- 1936 in qualità di cappellani. Il suo
ostracismo aveva coinvolto anche monsignor Barlassina, che era stato vescovo in
Etiopia, e il dottor Borra, che aveva diretto l’ospedale di Addis Abeba della Italica
Gens.

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92. L’obelisco di Axum, alto 24 metri e del peso di 170 tonnellate, fu trasportato a
Roma nel 1937.
93. AB, b. 11, Missioni Diplomatiche in Etiopia, f. 110. ‘Appunto’ del MAE, D.G.A.P.,
U cio III. Gran parte degli oggetti trafugati erano conservati nel Museo Coloniale.
Altri erano andati dispersi.

94. In realtà fu restituito all’Etiopia soltanto ciò che era in possesso dello stato
italiano. Non un solo oggetto fu restituito delle vistose prede fatte da Badoglio,
Graziani, Teruzzi.

95. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 22.

96. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 4. Tspr. 21618.

97. Sul telespresso di Zoppi, Tarchiani annotò a mano: «Pericolo superato».

98. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. del 30 novembre 1950, «portato a mano da
Washington dal dott. Paresce».

99. Ivi, tel. 481.

100. TaA di Giuseppe Brusasca, rilasciata a Milano il 21 agosto 1979.

101. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 4. Documento di 4 cartelle che porta il titolo:
Conversazione tra S.E. Brusasca e il ministro degli Esteri Aklilù Hapte Uold.

102. «Corriere della Sera», 6 gennaio 1951.

103. Il ‘canale’ di Addis Abeba era l’ambasciatore americano J. Rives Childs.

104. La SANE, costituita negli anni ’30, aveva ancora nel 1951, in Etiopia, alcune
attività commerciali ed industriali. Diplomatico, ma anche uomo di a ari, Cora
guardava all’Africa come ad un grande mercato per l’Italia.

105. Cfr. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 132-40.

106. Hailè Selassiè ricambiò il gesto consegnando a Cora alcuni oggetti personali
abbandonati dal Duca d’Aosta nelle varie case che aveva abitate in Etiopia,
pregandolo di consegnarli alla vedova dell’ultimo viceré.

107. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto di Cora del
18 settembre 1951. Il riferimento di Cora al «promemoria» del generale Ruggero è
palese.
108. Uno dei risultati più signi cativi era la restituzione all’Italia della ex Legazione,
la quale, essendo stata anche la residenza del viceré d’Italia, era stata a giusto titolo
incamerata dallo stato etiopico.

109. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto di Cora, cit.

110. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 16. Tel. 7133 di Tarchiani al MAE.

111. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 4. Da un Appunto segreto del 20 giugno 1951.

112. Ivi. Tel. 5298 del 29 giugno 1951.

113. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 16.

114. In una lunga relazione a De Gasperi del 13 settembre 1951, Brusasca si


dichiarava soddisfatto della riuscita della Conferenza, dove l’Italia, che era ad una
delle sue prime uscite dopo la scon tta, era emersa come un paese equilibratore.
Anche in Brusasca ria orava il mito dell’Eurafrica, quando diceva: «L’Italia è
convinta che la ducia delle popolazioni in coloro che curarono le loro sorti sarà la
base della difesa e della sicurezza dei territori africani e dell’intero continente» (AB,
b. 10, Missioni. Conferenza di Nairobi, f. 97).

115. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 107.

116. Ivi.

117. Un terzo glio, Uonduossen Cassa, fu fucilato il 10 dicembre 1936, dopo che si
era arreso alle Bande Uollo del capitano Farello.

118. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 68-76.

119. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto del 18
settembre 1951 al MAE, cit.

120. TaA di G. Brusasca, cit.

121. Ivi. Brusasca disse al negus che un primo contingente di italiani avrebbe potuto
venire dall’Eritrea. Come poi accadde. Durante il ricevimento u ciale Brusasca fu
avvicinato da ras Abebè Aregai, l’uomo che aveva diretto la resistenza contro gli
italiani. «Come sta il generale Nasi? — gli chiese —. Conservo un buon ricordo della
sua lealtà».
122. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto del 18
settembre 1951 al MAE, cit.

123. Il ministro delle Finanze, ad esempio, invitò per la prima volta ad un pranzo
u ciale la ventina di professionisti e funzionari che era al servizio del governo
etiopico.

124. AB, b. 11, Missioni. Missioni Diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto del 18
settembre 1951 al MAE, cit.

125. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 298. Nel padiglione Italia, che fu visitato
da oltre 200 mila etiopici, erano presenti 35 ditte espositrici. Il 30 novembre il
negus premiò il padiglione italiano con una medaglia d’oro, «per l’eccellenza sia del
padiglione che delle merci esposte».

126. R. Piacentini, Italia ed Etiopia, cit., p. 4.

127. Ivi, p. 5. Con questa cifra l’Italia si aggiudicava il primo posto nella graduatoria
dei paesi importatori.

128. Ivi, pp. 5-6.

129. Ivi, p. 15.

130. Ivi, pp. 15-16.

131. Ivi, pp. 6-7.

132. AB, b. 11, Missioni. Missioni diplomatiche in Etiopia, f. 110. Rapporto del 18
settembre 1951 al MAE, cit.

133. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 294.

134. AB, b. AI/20, Ministero Africa. Etiopia, f. 289. Tspr. 20 del 23 gennaio 1951.

135. G. Cora, op. cit., pp. 29-30.


IV
Addio colonia ‘primogenita’!

La ripresa economica.
Dopo cinquantadue anni di occupazione italiana, all’alba del 1°
aprile 1941, dopo una disperata ma vana resistenza tra le
montagne di Cheren, Asmara viene ceduta agli inglesi. Nel giro
di una settimana anche il resto dell’Eritrea cambia di mano e per
gli 80 mila civili italiani che vivono nella colonia primogenita è
la ne di un grande sogno e l’inizio di un esodo inarrestabile.
«Asmara, ore dell’Eritrea, sembra una città morta — scrive
Antonio Capasso nel suo diario —. Rivedo strani cartelli
apparire nelle vie, ad indicare nuovi u ci, enti e comandi
militari: OETA, NAAFI, IMCA, RASC, e le tessere annonarie, e la
distribuzione di coperte da utilizzare per confezionare
indumenti, e i lm in edizione originale con sottotitoli in
italiano, e i messaggi della Croce Rossa Internazionale che ogni
tanto, dopo aver girato per buona parte del globo, ci portavano
notizie dei nostri cari in Italia: che ne era di loro? Li avremmo
rivisti un giorno? E la nostalgia della patria lontana ci assaliva,
man mano che le notizie erano sempre meno rosee e le
prospettive per il nostro avvenire sempre più oscure». 1 Ieri
erano padroni assoluti dell’Eritrea e oggi neppure sudditi, ma
ostaggi per tutto il periodo della guerra e in seguito gli di
nessuno, disconosciuti (o quasi) dalla madrepatria e tollerati e
non sempre protetti dagli inglesi. Ieri si alimentavano
dell’aggressività dei pionieri, oggi del ele dei vinti. Ieri
predicavano la superiorità dei bianchi, oggi, pur di restare,
accetterebbero di allearsi con i nativi, dai quali, peraltro,
continuano a pretendere rispetto e riconoscenza, non di rado
obbedienza. Il periodo più duro dell’occupazione inglese è quello
che va dall’aprile 1941 alla caduta del fascismo e all’armistizio
dell’8 settembre 1943. Un periodo, come abbiamo visto, 2
caratterizzato dalla creazione di campi di concentramento, dal
trasferimento in massa di soldati e civili italiani in vicine o
lontane colonie inglesi, dalla disgregazione delle famiglie, dal
rimpatrio con le ‘navi bianche’ di alcune decine di migliaia di
donne, bambini e infermi, dallo smantellamento di alcuni fra i
più importanti impianti industriali, dal tentativo di ridurre al
massimo la presenza italiana in Eritrea e di screditarla. Eppure,
durante questi due anni e mezzo, per quanto dimezzata, la
comunità italiana è ancora vitale, solida, aggressiva, e nutre la
speranza che le sorti della guerra possano volgere a favore delle
potenze dell’Asse. È con questa speranza che alcune decine di
uomini restano ancora in armi e non le deporranno che alla ne
di ottobre del 1943 quando sarà ormai chiaro che l’Italia ha
perso la guerra e non sarà mai più una potenza coloniale.
L’ultimo episodio di resistenza agli inglesi ha come teatro
l’Amba Auda, una montagna a mezza strada tra Senafè e
Adigrat. Scelta dal tenente Silvio Renzulli sul nire del 1942, la
base ha tutti i requisiti per diventare un centro di resistenza, sia
perché si presta splendidamente alla difesa, sia perché è a poca
distanza dall’arteria vitale Asmara-Dessiè-Addis Abeba e dal
con ne eritreo-etiopico. A prenderne possesso, nel gennaio
1943, sono quindici ex militari italiani, i quali saliranno presto
a quaranta con l’arrivo sull’amba del capitano dei carabinieri
Giotto Valli e dei suoi uomini. Nel giro di poche settimane
Renzulli e Valli fanno a uire alla base tutte le armi in
precedenza nascoste in varie località dell’Eritrea; prendono
contatto con u ciali che vivono ancora nella clandestinità e
ottengono promesse di aiuti in armi e uomini; e stabiliscono
in ne accordi con capi eritrei ed etiopici per una comune lotta
contro il regime del negus e le truppe di occupazione
britanniche. Fra gli obiettivi che Renzulli si pre gge ci sono un
attacco in forze alla base aerea di Gura, una sistematica azione
di disturbo sulla rotabile Asmara — Addis Abeba, e vaste razzie
con il sostegno dei guerrieri Irob guidati dal taurari Tesemmà
Tesfai. A sentire alcuni testimoni, il clima sull’Amba Auda è
quello delle grandi attese. Ogni mattina sull’amba viene issato il
tricolore, l’unico che ancora sventoli su tutto l’immenso ex
impero. Alla domenica giunge furtivamente da Senafè padre
Vittore da Ponzone per portare ai guerriglieri anche il conforto
della religione. E quando la malinconia e lo scoramento li assale,
i quaranta uomini, che amano de nirsi «Cavalieri della luna»
oppure «Volontari dalle amme rosse», intonano una canzone
che dice:

Quando noi tutti fummo traditi


e nell’obbrobrio gettati,
quando i compagni si furon venduti
e di sterline imbrattati,
risorse Italica virtus,
il nostro spirto immortal.
Sprezzanti d’ogni fortuna,
sorgete nostri eroi!
Giustizia noi farem!
Siam cavalier dell’Auda
fedeli all’Italia e schiavi dell’onor. 3

Con il passare del tempo, però, il clima sull’amba cambia e alla


esaltazione subentra l’avvilimento. Non bastano infatti i riti
patriottici, poveri ed ormai ripetuti sino alla noia, a perpetuare
un clima che è minato dalle diserzioni, dalle promesse non
mantenute e dall’andamento della guerra sempre più
catastro co per le potenze dell’Asse. Poi, con maggio, a
complicare le cose, arrivano le sciagure. Il primo a perdere la
vita è il dottor Mario Sanna, che rimane schiacciato da un
enorme macigno staccatosi dalla montagna. Pochi giorni dopo,
mentre i guerriglieri non si sono ancora ripresi dall’angoscia di
aver perso il loro medico, tocca al tenente Renzulli. Sceso di
notte a Senafè, per rifornirsi di viveri nei magazzini di Euclide
Tronconi, uno dei nanziatori della resistenza anti-britannica,
Renzulli cade in un’imboscata e viene ucciso da un ispettore di
polizia inglese. Anche se il comando della base è subito assunto
da un giovane energico ed entusiasta, il sottotenente Giancarlo
Basso, il morale dei superstiti è ormai irrimediabilmente
compromesso. Scrive il generale Francesco Scagliotti, uno degli
ultimi a lasciare l’Amba Auda: «Abbiamo continuato la nostra
guerra sino a quando abbiamo saputo dell’avvenuto armistizio,
e precisamente con molto ritardo, cioè alla ne di ottobre. La
base allora si sciolse e ognuno cercò di rimpatriare o di trovare
una nuova sistemazione». 4 Il 19 ottobre, al tramonto, la
bandiera italiana viene per l’ultima volta ammainata sull’Amba
Auda. Alla cerimonia assiste anche il taurari Tesemmà Tesfai,
uno dei pochi notabili eritrei che ancora crede in un ritorno
dell’Italia in Africa. 5
La resistenza agli inglesi, quasi puramente simbolica come si
è visto, cessa non soltanto perché l’Italia è stata scon tta, ma
anche perché non riceve che magri appoggi dalla comunità
italiana dell’Eritrea, impegnata in una di cile lotta per
sopravvivere, per rimettere in sesto un’economia provata dalla
guerra e dalle successive rapine operate dagli inglesi 6 e per
conservare una certa autonomia nei confronti
dell’amministrazione britannica. Si aggiunga che gli italiani
non possono più contare, come per il passato, sulla ‘fedeltà’
degli eritrei, che è essenziale per ogni forma di resistenza agli
occupanti. «Oggi i partigiani dell’Italia, tra la popolazione
indigena, sono in decisa minoranza», scrive Renato Piacentini
nel suo rapporto del novembre 1944. Su una popolazione totale
dell’Eritrea di 650 mila indigeni, Piacentini stima che siano
favorevoli agli italiani soltanto «gran parte dei 30/40 mila
eritrei di fede cattolica e forse i 20 mila Cunama pagani». Gli
eritrei musulmani, invece, vedrebbero di buon occhio la
creazione di un’Eritrea autonoma sotto la protezione inglese,
mentre la grande maggioranza dei copti propenderebbe per
un’unione dell’Eritrea con l’Etiopia. 7 Ma forse le stime di
Piacentini sono troppo riduttive. Lui, che sta in Italia, forse non
sa che molti eritrei, gettati sul lastrico per la chiusura di molte
fabbriche italiane, rimpiangono gli anni d’oro dell’occupazione
italiana, gli anni dell’impero, quando il porto di Massaua
scoppiava letteralmente e non riusciva a pompare verso
l’altipiano tutte le merci che venivano sbarcate. Forse non sa che
per le vie di Asmara c’è chi esprime la propria nostalgia
cantando:

Quando stare faccetta nera,


mangeria mattina e sera.
Ora che stare tank-you,
mangeria non c’è più. 8

Ancora prima del crollo del fascismo, comunque, la grande


maggioranza degli italiani di Eritrea, pur conservando, come si
è detto, la speranza in un capovolgimento delle sorti del
con itto mondiale, cerca di venire a patti con gli inglesi per
salvare le strutture portanti della colonia e, con esse, il suo
diritto a restare in Eritrea, comunque si concluderà la guerra.
Anche se la stampa fascista, prima, e parte di quella della nuova
Italia repubblicana, poi, sono orientate a dipingere a fosche tinte
gli anni dell’occupazione britannica, in realtà i rapporti fra
italiani e inglesi non sono generalmente cattivi. Non soltanto,
come si è visto, 9 gli italiani riescono a conservare un’ampia
presenza in molti settori dell’amministrazione del paese, ma
possono mantenere gran parte dei loro privilegi. Presenza e
privilegi che appaiono persino eccessivi ed irritanti a quella
minoranza politicizzata di eritrei che va prendendo coscienza
dei suoi diritti. «La nanza, la polizia, tutti i tribunali
dell’Eritrea sono ancora nelle mani degli italiani, sotto il
controllo dell’autorità britannica — scrive Alazar Tesfa Michael
—. Se sorge una controversia tra un eritreo ed un italiano, il
giudice italiano condanna l’eritreo, al quale generalmente
toccano quattro o cinque anni di prigione». 10 Ma ciò che
indigna di più l’eritreo è il constatare che gli italiani sono ancora
razzisti e che praticano, dove possono, la più avvilente
segregazione: «In tutti gli ospedali eritrei ci sono camere
riservate agli italiani, dove gli eritrei non sono ammessi anche
se hanno i mezzi per pagarle. La verità è che noi eritrei non
godiamo dello stesso trattamento degli italiani. 11 [...] Noi non
possiamo, per citare un altro caso, entrare nei loro cinema,
riservati ai ‘bianchi’. Essi gestiscono per noi, i ‘nativi’, una sala
speciale, chiamata Cinema Hamasien. 12 [...] Anche sugli
autobus gestiti da compagnie italiane gli eritrei non possono
sedersi fra gli italiani essendo imposta la più stretta
segregazione. Gli eritrei sono obbligati ad occupare gli ultimi
dieci posti in fondo all’autobus». 13 Ricordando in ne le
promesse, non mantenute, degli inglesi di liberare in maniera
de nitiva l’Eritrea dal giogo fascista, Alazar Tesfa Michael
scrive: «Le nostre speranze sono andate deluse: gli italiani sono
ancora al potere. Ma c’è di più: ai fascisti che vivono in Eritrea è
ancora consentito di strappare fertili terre al popolo eritreo». 14
Quest’ultima accusa è mossa anche da Sylvia Pankhurst:
«Invece di restituire agli eritrei la loro fertile terra, così come era
stato promesso dagli inglesi, altre concessioni di terra sono
state date agli italiani dall’Amministrazione britannica». 15 Si
tratta, in realtà, di ben 320 concessioni per un totale
complessivo di 3.906 ettari. 16 Ma ciò che Sylvia Pankhurst e
Alazar Tesfa Michael non precisano è che i terreni sono dati
soltanto in a tto temporaneo, sino alla cessazione
dell’occupazione inglese, ed altresì per motivi di forza maggiore.
Scrive infatti l’avvocato Giuseppe Ziliotto in un ‘promemoria’
per Brusasca: «L’Amministrazione britannica largheggiò nel
concedere terreni agricoli con contratti temporanei per
sopperire in forma autarchica, durante la guerra, alle necessità
alimentari del territorio». 17 Non soltanto, poi, i contratti sono
a termine, ma l’autorità britannica nega ai concessionari il
diritto a qualsiasi rimborso o indennizzo per i lavori e le
migliorie compiute.
È comunque vero che la terra in mano agli italiani, in
proprietà o in a tto, raggiunge la massima estensione proprio
durante l’occupazione inglese. Da un bilancio eseguito nel 1946
risulta infatti che gli italiani sono proprietari di 109 aziende
agricole per un totale di 4.826 ettari; che hanno in concessione
o in a tto altre 69 aziende per 2.400 ettari; e che hanno
stipulato, come già si è detto, 320 contratti con
l’amministrazione britannica per 3.906 ettari. 18 Se a queste
aziende si aggrega in ne la grande tenuta di Tessenei, di ben
16.286 ettari, si raggiunge un totale di 27.418 ettari, cioè più di
tre volte la super cie coltivata dagli italiani nel 1935, alla vigilia
dell’aggressione all’Etiopia. 19 Si aggiunga che alcune di queste
aziende, come quelle di De Ponti, Ertola, Casciani, Acquisto,
Riva, Marazzani Visconti, Borziani, Rizzi, Matteoda, Ziino, De
Rossi, hanno raggiunto nel dopoguerra il massimo della
produzione grazie alla razionalità degli impianti e che
immettono sui mercati interno ed estero bestiame, agrumi,
cereali, frutta, ortaggi, ca è, tabacco, ricino, agave, palma dum.
«Le concessioni agricole italiane — si legge in un rapporto della
Commissione dell’ONU per l’Eritrea — sono un modello di
attività e di rendimento in un territorio arretrato». 20
I primi a riconoscere che gli inglesi si mostrano tolleranti,
rispettosi, e che non respingono la collaborazione, a tutti i
livelli, sono del resto gli stessi italiani d’Eritrea. «Non è un
mistero per alcuno — si legge in un documento presentato alle
Nazioni Unite dall’Associazione Italo-Eritrei — che
l’organizzazione politico-amministrativa, nanziaria ed
economica, giudiziaria e religiosa esistente al tempo
dell’Amministrazione Italiana è stata mantenuta integra dalla
Potenza Amministratrice, se pur qualche formale modi ca è
stata necessaria per l’applicazione delle leggi di guerra». 21 È
grazie alla conservazione delle istituzioni italiane che la
comunità riesce più facilmente a sanare le ferite della guerra ed
a rimettere in piedi un’economia che sembrava
irrimediabilmente avviata al tracollo. Chi sfoglia la Guida
Commerciale dell’Eritrea, che appare per la prima volta ad
Asmara nel 1946, per iniziativa dell’editore Angelo Gnarini, si
trova dinnanzi ad un bilancio ricco, inatteso. «Non appena la
tormenta bellica che sconvolse il mondo si è allontanata da
queste terre — si legge nella presentazione —, gli uomini di
buona volontà hanno ripreso una vita di intenso lavoro
produttivo. Lavoro diuturno che non ha mancato di dare i suoi
frutti, ottenuti a prezzo di grandi di coltà d’ogni genere,
superate in mille modi, senza nessun limite al sacri cio
individuale e collettivo. 22 [...] Questi risultati si sono potuti
raggiungere anche per il fatto che i nove decimi degli italiani
che risiedono in Eritrea sono formati da tecnici, operai
specializzati, artigiani ed esperti lavoratori agricoli». 23
Dotata, sino al 1940, di poche imprese industriali (mulini,
pasti ci, segherie, concerie, stabilimenti tessili, stamperie, un
cementi cio, impianti di produzione di energia elettrica),
l’Eritrea dipendeva quasi interamente dalla madrepatria. Per
cui, quando la guerra provoca l’immediato arresto delle
importazioni dall’Italia e dai paesi con nanti, l’economia
dell’Eritrea subisce sostanziali modi che di struttura. È in
questo processo di trasformazione e di riadattamento che
emergono le grandi qualità di ingegno e di fantasia degli
italiani. Spesso le nuove industrie nascono dagli impianti di
quelle già esistenti e grazie alle loro scorte. Sorgono così
fabbriche di calzature, cartiere, saponi ci, stabilimenti per la
produzione di birra, alcool, liquori, vini, prodotti chimici e
farmaceutici, terraglie, porcellane, vetrerie, industrie per la
lavorazione del legno con produzione di compensati, mobili,
stuzzicadenti, ammiferi, pipe. Se la Fiat, semidistrutta dalla
guerra, non può ancora inviare pezzi di ricambio, gli autocarri
634 non si fermeranno per questo, poiché Agostino Carletti
provvede alle bronzine, Luigi Audisio ai pistoni e alle fasce
elastiche e Giorgio Gintili è in grado di rifare le cabine. Manca il
macchinario industriale per l’agricoltura? Il romagnolo
Vincenzo Costa non si arrende e, grazie a materiale di ricupero,
costruisce pompe, motopompe, aratri. Mancano i ammiferi? A
questi pensa con mezzi autarchici Agostino Borello, ricavando il
clorato di potassio dalla carnallite della Dancalia e il fosforo da
ossa calcinate in forno elettrico. Mancano alcuni medicinali di
largo consumo? Nessun timore: provvedono alla loro
preparazione i chimici Michele Floris e Riccardo De Murtas.
Sono niti i vini e l’Eritrea non produce uva? A questo
inconveniente si rimedia con le uve passite dello Yemen e di
Cipro e con l’abilità di vini catori come Umberto Bernasconi,
Gino Degano, Giuseppe Fenili. Non ci sono giocattoli per i
bimbi? Alle bambole ci pensano Raniero Carlucci e Italo
Montanari, mentre al «Paese dei balocchi», sul Corso del Re, si
possono trovare vecchi giocattoli ricostruiti. «Non è
un’esagerazione a ermare che oggi, in Eritrea — annota ancora
Gnarini —, se non proprio tutto si produce, si trova la più gran
parte dei prodotti manufatti che, su questo mercato, si trovava
prima della guerra». 24
Dalla preziosa Guida apprendiamo inoltre che nell’ultimo
quinquennio sono state costruite nella sola Asmara mille case
per cinquemila vani, mentre nello stesso centro sono attive 500
o cine meccaniche, 100 industrie chimiche, 150 ditte per la
lavorazione del legno, 70 fra concerie e fabbriche di calzature,
20 fonderie. 25 Anche il bilancio delle industrie estrattive
presenta aspetti interessanti. Sono in funzione 33 miniere
d’oro, 26 mentre il lavoro è ripreso anche nelle saline di Assab,
Massaua e Uachirò e nelle miniere di ferro e manganese di
Monte Ghedem. «Senza pretendere che l’Eritrea sia un paese
industriale, nel senso che tale parola ha in Europa o in America
— si legge nel già citato Memoriale dell’Associazione Italo-Eritrei
—, è certa una verità: che essa è l’unico paese, fra tutti i
rivieraschi del Mar Rosso, che disponga di un’attrezzatura
industriale e di una maestranza all’altezza di ogni compito». 27
Quando, sul nire del 1943, viene organizzata ad Asmara la
«Mostra delle attività produttrici dell’Eritrea», gli stessi inglesi
riconoscono, seppure a denti stretti, che «in ogni campo è tale lo
sviluppo creativo italiano che lasciamo al visitatore la
possibilità di giudicare da se stesso lo sviluppo raggiunto dalla
città di Asmara e dai suoi concittadini e misurarne la vastità e il
successo in ogni direzione produttiva». 28
La colonia ‘primogenita’, dunque, si rimette in piedi in un
periodo di tempo eccezionalmente breve ed esclusivamente con
i propri mezzi, non ricevendo alcun sostegno né dalla
madrepatria né dalla potenza occupante. Sarà soltanto alla ne
degli anni ’40, quando l’Italia cercherà di mantenere, in un
modo o nell’altro, la sua presenza in Eritrea, che il governo
italiano progetterà di stanziare 100 milioni di lire per la
«concessione di mutui a media e a lunga scadenza a favore di
quelle aziende industriali, economicamente sane, che diano
a damento di sicura ripresa». 29 Ma, per quanto modesta, la
somma sarà erogata con il contagocce. Il 29 maggio 1951 Guido
De Rossi, uno degli industriali più capaci dell’Eritrea, un uomo
che non è stato messo in ginocchio dalla guerra e neppure dalla
spietata o ensiva degli sciftà che gli ha fatto chiudere miniere e
piantagioni, sarà costretto a rivolgersi direttamente al
sottosegretario Brusasca per ottenere un mutuo di 20 milioni
per mantenere in attività il bottoni cio di Cheren, che dava
lavoro a 36 nazionali e a mille indigeni. 30
Il rilancio dell’economia eritrea è rivendicato in modo
perentorio dalla comunità italiana, la quale non intende
assolutamente spartire con altre i meriti del successo. «Gli
italiani d’Eritrea non hanno soltanto creato la civiltà moderna
in Eritrea, ma sono essi a tenerla in piedi — si legge in un
documento dell’Associazione Italo-Eritrei —. Essi costituiscono
l’impalcatura e il tessuto connettivo di ogni attività. [...] Senza la
presenza e l’opera degli italiani questa terra tornerebbe nelle
condizioni di barbarie e di povertà in cui si trovava settant’anni
fa». 31 Per quanto drastico e passionale, il giudizio è condiviso
da alcuni osservatori dell’ONU, i quali scrivono nel loro
rapporto: «Siamo stati colpiti dai lavori che gli italiani hanno
compiuto e compiono ancora nel territorio. La magni ca rete
stradale, le ferrovie, le installazioni portuarie e tutti gli altri
generi di lavori pubblici sono soprattutto dovuti alla tecnica
italiana e allo spirito di iniziativa degli italiani. [...] Le città di
Asmara e, in una certa misura, di Massaua possono essere
de nite città italiane e, senza la popolazione italiana, esse
deperiranno per poi scomparire. La Commissione è stata
testimone del triste stato di Decamerè, che appare ora
completamente deserta dopo la partenza di un gran numero di
residenti italiani». 32
Tuttavia, nonostante la ripresa economica e l’orgoglio di
averla realizzata, gli italiani abbandonano la colonia in numero
sempre crescente. Erano quasi 80 mila nel 1941, tre anni dopo
sono appena la metà, per scendere a 36.800 alla ne della
guerra, a 31.800 nel 1946, a 27 mila l’anno dopo e a 20 mila nel
marzo del 1950. 33 Malgrado l’esodo, sulle cui cause ci
so ermeremo più avanti, Asmara non perde però le
caratteristiche di città italiana, con i suoi riti, le sue insegne, i
suoi svaghi, i suoi idiomi, le sue canzoni, i suoi sport. La mattina
della domenica, nel gran sole, la scalinata della Cattedrale si
riempie ancora di gente che esce da messa. E a ollati sono
ancora i cinematogra , dall’Augustus all’Asinara, dal Dante
all’Excelsior, dal Dopolavoro all’Impero. E molti non hanno
perso l’abitudine di passeggiare no al Gallo d’Oro per vedere la
vallata del Dorfus con il mare di nuvole che sale. Anche nei
momenti più di cili, con la guerra ancora in Africa e, più tardi,
con la minaccia incombente degli sciftà, le porte del Teatro
Odeon non si chiudono mai e sulle sue scene passano buoni
attori come Mario Brero, Gino Mill, Mario Folena, Gianni
Lombardi, Pina Criscuolo, Nella Poli, Doretta Dal Prà. 34 Con i
professionisti si misurano i dilettanti di «La Studentesca», una
compagnia lodrammatica fondata dai professori Sergio
Ponzanelli e Ferdinando Albera e che consentirà all’esordiente
Anna Maria Miserocchi di fare le sue prime e preziose
esperienze. 35 E la sera si danza alla Piscina Mingardi, al Tennis
Club, al Piccadilly, al Gallo d’Oro, all’Odeon Cabaret e c’è ressa
quando suona l’Orchestra Boys, con Enzo Girlando al pianoforte
e Mimì Di Terlizzi sax clarino. 36
La vitalità degli italiani d’Eritrea si misura anche dal numero
degli sport che praticano e dall’agonismo che accendono. «A
quell’epoca — scrive Rodolfo Tani, che fu giornalista sportivo ad
Asmara — lo sport in Eritrea non era soltanto sport. Mi spiego.
Eravamo avviliti, frustrati, disorientati, e nello sport ci
ritrovavamo, ci sentivamo più uniti, lo sport ci aiutava a
dimenticare tante cose e a dimostrare a noi e agli altri quello che
potevamo o sapevamo fare». 37 Quante amarezze e delusioni
vengono cancellate al Campo Cicero, per 90 minuti, quando
l’Asmara, dalle maglie rossoblù, incontra l’irriducibile
avversaria Eritrea, che indossa maglie biancocelesti! E quale
passione scatena la Lancia Astura 2600 di Fulvio Franciosi, che
domina il 29 dicembre 1948 la Coppa di Santo Stefano, la prima
corsa automobilistica autorizzata dagli inglesi! «Erano sportivi
meravigliosi — ricorda ancora Rodolfo Tani —, che furono
capaci, con un po’ di l di ferro, con rottami ricavati chissà dove,
con tanta competenza, con tanta passione, con tanto amore, di
dar vita a competizioni che ci esaltarono, ci commossero e ci
onorarono». 38 E il 13 maggio 1946 trentaquattro corridori
scattano al via nella prima tappa del Giro ciclistico d’Eritrea,
l’Asmara-Massaua, una corsa a rompicollo giù verso il mare. Ma
ai tifosi la febbre sale il giorno dopo, quando si disputa la
Massaua-Decamerè, una tremenda arrampicata dal mare a
Nefasit, al passo Berrahà, ai pozzi di Caièh Cor. Per cinque giorni,
tante sono le tappe del giro, gli italiani d’Eritrea cercano di
dimenticare che a Parigi si sta discutendo dell’Eritrea, sul cui
futuro si va addensando la minaccia di una richiesta di
annessione da parte dell’Etiopia.
«Se in tutti i campi di attività predomina l’elemento italiano
— si legge ancora nel Memoriale degli Italo-Eritrei —, nel campo
della cultura, si può dire, che nulla esista in Eritrea che non sia
esclusivamente italiano. A parte le Scuole italiane, che sono in
pieno funzionamento, 39 il contatto quotidiano dell’elemento
nativo con gli italiani ha arrecato una modi cazione profonda
nella mentalità, nel modo di esprimersi, nelle abitudini, delle
popolazioni eritree. [...] È frequentissimo sentire i nativi,
parlando animatamente fra loro, abbandonare l’uso della lingua
madre e discutere in italiano, ciò anche perché le lingue
originarie del paese, semplici e quasi elementari, mal si
prestano ad esprimere e rappresentare concetti più complessi.
[...] L’elemento meticcio, che cresce di circa 200 unità al mese
nella sola Asmara, è il principale depositario della lingua
italiana, parlata con precisione e proprietà». 40 La quasi totalità
dei giornali è redatta in lingua italiana, da «Il Quotidiano
eritreo» al settimanale politico «Il Carroccio», 41 dal giornale
umoristico «Brontolo» ai settimanali «Corriere di Asmara» e «Il
Lunedì dell’Eritrea», dall’illustrato per bambini «L’Avventura» al
settimanale sportivo e di varietà «Cinesport». 42
Ancora per tutti gli anni ’40, ad Asmara, i professionisti
italiani non temono la concorrenza. Nel 1946 esercitano ancora
nella capitale 78 medici, 47 avvocati e procuratori, 44
commercialisti e ragionieri, 32 ingegneri, 15 geometri ed
agronomi, 8 veterinari e 2 notai. La comunità vanta anche un
certo numero di pittori, di musicisti, di direttori d’orchestra, un
impresario teatrale del talento di Antonio Carosone, un
archeologo di fama come Vincenzo Franchini, un fotografo del
mondo africano del livello di Walter Amadio, uno studioso della
numismatica axumita come Francesco Vaccaro, un esploratore
dell’audacia e fantasia di Tullio Pastori. Una comunità che si va
dunque assottigliando, ma che ancora nel 1952 si merita un Chi
è dell’Eritrea, 43 ricco di 2.500 biogra e, alcune delle quali
esemplari per la s da rivolta al destino.
Sull’orientamento politico degli italiani d’Eritrea, nel periodo
dell’occupazione britannica, manca un qualsiasi studio e rari
sono anche i documenti d’archivio che a rontano il problema.
Tagliata fuori per molti anni dall’Italia, la comunità non vive i
grandi avvenimenti che sconvolgono la penisola e, sulla base
delle informazioni tardive e incomplete che riceve, quasi non
crede al crollo del fascismo mentre della resistenza ha una
visione vaga o deformata. Anche se gli inglesi incoraggiano, sin
dai primi tempi, la ricostituzione dei partiti democratici, non si
avverte nell’ex colonia ‘primogenita’ un grande fervore politico.
Questo non vuol dire, però, che gli italiani d’Eritrea restino
fascisti, presi al laccio della nostalgia e del risentimento. Sono i
nuovi partiti che non si adattano alle realtà della colonia,
proponendo metodi e miti troppo metropolitani. Se prendiamo
per buone le informazioni che il maggiore Giglio Usai,
comandante dei carabinieri dell’Eritrea, invia al rappresentante
italiano ad Asmara, Adalberto Figarolo di Gropello, il PCI non
avrebbe ad Asmara, all’inizio del 1950, che 150/200 iscritti. 44
Un certo successo, specie verso la ne degli anni ’40, quando
l’esistenza degli italiani si fa più dura per l’o ensiva degli sciftà e
la conseguente crisi economica, lo riscuote il Movimento sociale
italiano, che raccoglie adesioni, come bene osserva una
testimone, Lina Catone Barbiere, «fra gli scontenti
dell’Amministrazione britannica, gli scontenti del Governo
italiano, i nostalgici del passato regime». 45 Per organizzare
questi scontenti, il MSI invia in Eritrea Gian Luigi Gatti, del
servizio esteri del partito, con ingenti quantitativi di materiale
di propaganda. 46 I risultati di questa operazione non si fanno
attendere: i cortei funebri delle vittime degli sciftà si tramutano
spesso in cortei fascisti, con acclamazioni al duce e canto di inni
del passato regime; i discorsi, che dovrebbero essere di cordoglio
per le vittime, si trasformano invece in arringhe contro gli
«oppressori» britannici, e tutto nisce con l’appello fascista del
«camerata» caduto, con saluti romani e grida di alalà. 47 La
reazione degli inglesi è tiepida. Si limitano a sopprimere il
settimanale «La Fiamma», che con troppa ostentazione svolge
un programma neo-fascista. Del resto, come vedremo più
avanti, il contegno provocatorio dei missini fa il loro gioco, o re
loro un eccellente motivo per spiegare, se non giusti care, le
violenze degli eritrei che si battono per l’unione fra l’Eritrea e
l’Etiopia.
Le manovre missine scuotono nalmente dal loro torpore le
segreterie locali dei partiti democratici. Un tto carteggio si
stabilisce con Roma. Partono denunce, promemoria, relazioni. E
soprattutto appelli, richieste di aiuto. Chi intuisce subito che il
gioco dei missini è estremamente nocivo, perché o re agli
inglesi valide coperture, è Giuseppe Saragat, allora segretario
del PSLI. Sull’argomento egli invia, nel giro di cinque giorni, due
pressanti lettere a Brusasca. Nella prima, del 9 gennaio 1951, gli
segnala che il MSI di Asmara «crea una tensione inopportuna
per i nostri connazionali non missini, i quali altro non chiedono
che di lavorare in pace». Egli accusa anche il rappresentante
dell’Italia ad Asmara, Figarolo di Gropello, di incoraggiare i
missini e di insediarli ai posti di comando. 48 Nella seconda
lettera, del 13 gennaio, Saragat informa il sottosegretario agli
Esteri che il dottor Di Meglio, presidente del CRIE 49 e membro
del MSI, «è partito il 7 corrente per Roma per chiedere aiuto alle
sue gerarchie politiche in senso avverso all’azione che in Eritrea
svolgono i partiti democratici. L’azione del MSI in Eritrea è
dannosa alle persone e ai beni italiani sia nell’ambito eritreo-
etiopico, sia nell’ambiente inglese, dove si continua a
giusti care una politica di terrorismo e di avversione ad ogni
interesse italiano, malgrado le manifestazioni u ciali di
paci cazione». 50 Ma quando Saragat scrive queste lettere il
destino dell’Eritrea è già segnato da più di un mese, da quando,
il 2 dicembre 1950, le Nazioni Unite hanno adottato la
risoluzione di federare l’Eritrea e l’Etiopia, e non saranno certo i
missini a modi carlo, con i loro patetici alalà e le invettive anti-
britanniche.

Le manovre segrete.
Abbiamo visto come la comunità italiana d’Eritrea ha potuto
superare, pur fra mille di coltà, la crisi del dopoguerra e come,
ugualmente, si vada assottigliando, anno per anno, in modo
irreversibile. Una delle cause dell’esodo, se non la principale, è
che è mutato il rapporto fra gli italiani e gli eritrei. Anche se gli
italiani, come abbiamo visto, detengono ancora il potere
economico e in molti campi la fanno ancora da padroni
giungendo persino a mantenere alcune forme di segregazione, il
fatto nuovo è che gli eritrei non soltanto non sono più dei
sudditi, ma sono già dei rivali e domani saranno i padroni del
paese e del proprio destino.
Come hanno preso coscienza gli eritrei della propria forza?
Come si sono organizzati politicamente per succedere agli
italiani nella direzione del paese? Quali sono le tappe della loro
emancipazione? Il primo atto politico degli eritrei porta la data
del 5 maggio 1941, trentacinque giorni dopo l’ingresso delle
truppe britanniche ad Asmara e tredici giorni prima della resa
del duca d’Aosta sull’Amba Alagi. In quel giorno, un gruppo di
eritrei, in gran parte giovani, fonda ad Asmara il Mahber Fecrì
Hagher (Associazione Amor Patrio), un movimento nazionalista
che si pone due precisi obiettivi: la difesa degli interessi eritrei e
il ritorno dell’Eritrea all’Etiopia. Tra i membri fondatori
dell’associazione c’è l’insegnante Tedla Bairu Ogbit, uno dei
rarissimi eritrei ai quali la patria di Dante abbia concesso un
diploma (a nessuno una laurea). C’è l’ex capotreno Ibrahim
Sultan, che diventerà il leader della comunità musulmana. C’è
l’ex interprete-capo Zerom Che è, un’intera vita spesa al
servizio dell’Italia, uno dei pochissimi detentori del brevetto
onori co di porto di pistola d’oro. C’è il giovanissimo giornalista
Teuoldebrahan Ghebremedhin, che nel 1933 ha vinto il
concorso fra tutte le scolaresche dell’Eritrea sul tema «Il re
d’Italia». C’è lo stesso interprete di Graziani e del Duca d’Aosta,
degiac Araià Uassiè. 51 A questo primo gruppo si uniscono via
via i personaggi più di spicco dell’Eritrea, dal capo della chiesa
copta, Abuna Marcos, al vecchissimo ras Chidanemariam
Gheremeschel, che combatté con Baratieri a Coatit e ad Adua ed
era considerato uno dei capi più fedeli all’Italia; dal degiac
Beienè Barachi al prete copto Dimitros Ghebremariam; dal
balambaras Ibrahim Mussa al giornalista Ghebrejohannes
Tesfamariam.
Per cinque anni il Mahber Fecrì Hagher resta la sola forza
politica autoctona dell’Eritrea, alla quale aderiscono
indiscriminatamente tanto i cristiani copti dell’altopiano come i
musulmani dei bassopiani occidentale ed orientale. Ma già sul
nire del 1945 l’unità del partito si incrina, soprattutto a causa
di interferenze straniere, non ultimo il progetto di spartizione
dell’Eritrea ideato dall’ex amministratore militare della colonia,
brigadiere generale Stephen H. Longrigg, progetto che assegna
l’altopiano all’Etiopia e il bassopiano occidentale al Sudan
Anglo-Egiziano. 52 Nell’ottobre del 1946 il Mahber Fecrì Hagher
è in piena crisi. Al suo interno si sono formate due tendenze
contrastanti: quella degli «unionisti», che sono per l’annessione
dell’Eritrea all’Etiopia senza condizioni, e quella dei
«separatisti», che puntano invece all’indipendenza dell’Eritrea.
Nel tentativo di comporre il dissidio, che minaccia di spaccare in
due l’Eritrea, il giornalista Uoldeab Uuoldemariam, un
intellettuale che si è formato alle scuole della Missione
evangelica svedese di Asmara, propone un incontro, poi detto di
Bet Gherghis, fra gli esponenti delle due opposte tendenze. Fra il
6 e il 22 novembre 1946 si tenta di giungere ad un
compromesso sulla base di un’unione dell’Eritrea all’Etiopia ma
sotto «determinate condizioni». La soluzione federativa, però,
non convince gli unionisti e il convegno si chiude sanzionando
la divisione degli eritrei in due blocchi, unionisti e
indipendentisti e, quel che è più grave, la successiva spaccatura
fra cristiani e musulmani.
Nel giro di poche settimane nascono in Eritrea tre nuovi
partiti politici. Il 1° dicembre 1946 Ibrahim Sultan fonda a
Cheren la Lega musulmana dell’Eritrea, che si oppone
all’annessione senza condizioni dell’Eritrea all’Etiopia e
preconizza invece per l’ex colonia italiana la completa
indipendenza. Eletto segretario generale della Lega, Ibrahim
Sultan convince i capi delle tribù islamiche a chiedere
l’amministrazione duciaria britannica del territorio. Il 1°
gennaio 1947 il Mahber Fecrì Hagher si trasforma in Partito
unionista, con il motto «Eritrea con Etiopia, una Etiopia». Tedla
Bairu diventa segretario generale del partito e degiac Beienè
Barachi presidente. Il 18 febbraio, in ne, viene fondato il Partito
liberale progressista, con il motto «L’Eritrea agli Eritrei».
Costituito da cristiani copti e da cattolici di rito etiopico, ha un
programma molto simile a quello della Lega Musulmana, dalla
quale si distingue soltanto per il fattore religioso. Alla sua
presidenza è eletto il vecchio e prestigioso ras Tesemmà
Asmerom, un uomo che ha dedicato la sua vita a conciliare le
sanguinose faide tra cristiani e musulmani.
Preoccupati per la nascita di queste forze politiche, tutte
nettamente contrarie al ritorno dell’Italia in Eritrea, anche
soltanto per una transitoria amministrazione duciaria, gli
italiani d’Eritrea, che si sentono abbandonati dal governo di
Roma, decidono di ricorrere ai propri modesti mezzi per tentare
di arginare la propaganda avversaria e di organizzare gli eritrei
rimasti ‘fedeli’ in movimenti loitaliani. Nasce così, nel febbraio
1947, il Comitato rappresentativo degli italiani dell’Eritrea
(CRIE), la cui presidenza sarà mantenuta, sino al suo
scioglimento nel 1951, dal medico coloniale Vincenzo Di
Meglio. «Questo ente nacque apolitico per difendere gli interessi
italiani in mancanza di un rappresentante diplomatico —
ricorda il giornalista Oscar Rampone, a quel tempo
corrispondente dell’ANSA dall’Eritrea —; ma, siccome fu
formato in maggioranza di nostalgici o, comunque, di elementi
di estrema destra, nì non solo per far politica, ma per assumere
atteggiamenti tali da suscitare reazioni. Alcuni ritengono che il
CRIE abbia nuociuto anziché giovare alla causa italiana; altri lo
hanno accusato apertamente di aver aumentato, col suo
contegno, il numero delle vittime italiane del banditismo». 53
Mentre il CRIE opera alla luce del sole, il CAS (Comitato di
azione segreta), creato nel luglio 1947, agisce nell’ombra e
rastrella i fondi per nanziare la riscossa. 54 Nel solo 1947 sette
maggiorenti italiani si autotassano per 290.993 scellini, pari
alla somma notevole, per l’epoca, di 30 milioni di lire. 55 I frutti
delle manovre palesi ed occulte non si fanno attendere. Il 28
febbraio 1947 viene costituita l’Associazione Italo-Eritrei.
L’operazione, condotta da alcuni vecchi coloniali con alla testa
l’industriale Guido De Rossi, tende essenzialmente a ricuperare
«quella parte di popolazione nativa che si è legata con vincoli di
sangue e parentela agli italiani». 56 Vale a dire alcune decine di
migliaia di meticci, che costituiscono ormai un nuovo gruppo
etnico, un elemento non trascurabile della demogra a
eritrea. 57 La seconda mossa sfrutta le attese delle decine di
migliaia di ascari che hanno servito in armi l’Italia. Con la
promessa che presto il governo di Roma onorerà i suoi debiti
distribuendo premi e pensioni, si riesce a costituire
un’Associazione Veterani che tiene il suo primo congresso a
Cheren, il 27 luglio 1947, al termine del quale viene inviato a De
Gasperi un lungo telegramma nel quale è detto, fra l’altro:
«Formuliamo fervidi voti a nché il governo italiano assuma
presto l’amministrazione duciaria di questo territorio e,
continuando la luminosa opera di civile progresso svolta in
passato, avvii l’Eritrea all’indipendenza e all’autogoverno». 58
Essendo in ne caduto il veto della British Military
Administration, il 29 settembre 1947 viene creato il Partito
nuova Eritrea pro Italia (Mahber ne-Italia Eteddeli Hados Ertrà),
al cui vertice sono chiamati il taurari Mahanzel Tesfasghì,
superdecorato 59 e fra gli ultimi difensori di Gondar, e il
grasmac Mohamed Surur Abdalla, i quali rassicurano «la
nazione e il popolo italiano» che, «memori degli indissolubili
legami esaltati dalla gloriosa tradizione di comuni sacri ci,
giammai il nome dell’Italia fu da noi dimenticato». 60
A sentire «La Voce dell’Africa», un settimanale nostalgico che
esce a Roma, il Partito nuova Eritrea pro Italia «si costituiva, fra
le ostilità violente del partito negussita 61 e le più o meno
mascherate contrarietà e angherie della Amministrazione
militare britannica, soltanto un mese prima dell’arrivo della
Commissione d’Inchiesta. Dopo 15 giorni aveva circa 50 mila
iscritti; dopo un mese ne aveva 220 mila, cioè un terzo di tutta
la popolazione eritrea». 62 Le cifre sono sicuramente gon ate,
ma è comunque chiaro che il CRIE e il CAS non possono più far
fronte, con i loro modesti mezzi, alle esigenze di organismi
politici in pieno sviluppo. Sono necessari fondi ben più cospicui
di quelli che si possono ottenere con l’autotassazione di alcuni
volenterosi. Ed è ormai indispensabile l’appoggio politico di
Roma. Partono così da Asmara, in settembre ed ottobre,
pressanti richieste di aiuto. Si fa soprattutto notare, in questi
appelli, che il 12 novembre giungerà in Eritrea la Commissione
quadripartita d’inchiesta per le ex colonie italiane e che, per
quella data, l’Italia dovrà poter giocare tutte le sue carte, dinanzi
ad un’Etiopia che preme per l’annessione dell’Eritrea, ed una
Gran Bretagna che lavora per la sua spartizione.
A Brusasca certe iniziative ed atteggiamenti presi dai
dirigenti del CRIE e del CAS non piacciono. È tuttavia costretto
ad avallarli, perché non dispone ancora ad Asmara, per il divieto
britannico, di propri uomini. Esige comunque che il CAS si
trasformi, per decenza, in CAE (Comitato Assistenza Eritrei) e
invia in Eritrea il funzionario coloniale Giuseppe Barbato con
l’incarico u ciale di aprire ad Asmara l’U cio rimpatri e con
quello segreto di controllare gli uomini del CRIE e del CAE. 63
Uomini ed organizzazioni dai quali Brusasca deve tuttavia
ancora dipendere sino a quando, nel 1949, sarà concesso
all’Italia di aprire ad Asmara una propria Rappresentanza
diplomatica. Fino a quella data, ad esempio, i nanziamenti
segreti ai partiti lo-italiani vengono versati da Roma al CAE. Si
tratta di 10 milioni al mese, da impiegare soprattutto per
potenziare l’Associazione Veterani e il Partito nuova Eritrea pro
Italia. Ma per il segretario generale del CAE, Armando Albini, 10
milioni al mese sono pochi e, per di più, sostiene, non arrivano
mai regolarmente. Egli chiede perciò a Roma un «fondo
straordinario di 50 milioni» per poter meglio fronteggiare la
situazione. 64
Oltre a nanziare segretamente i partiti lo-italiani, il
governo di Roma concede per la prima volta il suo pieno
appoggio alla comunità italiana d’Eritrea, precisando, per bocca
di De Gasperi, il 16 settembre 1947, giorno dell’entrata in vigore
del trattato di pace, le reali intenzioni dell’Italia: «Il trattato ci
lascia aperta la via di una amministrazione fatta a nome di
tutti, onde preparare i nativi all’autogoverno. D’oggi in poi
dovremo raddoppiare gli sforzi, perché questa via a cui ci
designano i meriti e le prove del passato sia lealmente
dischiusa». 65 Anche se la richiesta di trusteeship sull’Eritrea
non verrà fatta dall’Italia che in novembre, il nuovo
atteggiamento di Roma è già manifesto nel discorso che
Brusasca pronuncia al ministero dell’Africa Italiana il 30
settembre 1947, giorno del Mascal, la massima festa copta.
Dinanzi ad un folto gruppo di eritrei, molti dei quali fatti venire
appositamente dall’ex colonia, Brusasca traccia una sintesi
dell’azione coloniale italiana in Eritrea, assolutamente idilliaca e
antistorica, la cui stesura è probabilmente da attribuire ad uno
dei consiglieri del sottosegretario, l’ex governatore dell’Harar,
Enrico Cerulli, o l’ex segretario generale di colonia Mario
Martino Moreno. 66 Eccone un saggio: «Io non ho da fare la
storia del paese; ma i vecchi che ricordano l’Eritrea di mezzo
secolo fa e che vedono l’Eritrea d’oggi, devono pur dire ai loro
gli e a qualunque persona onesta che li voglia udire nel mondo:
“Ciò che il governo ha fatto è l’opera di un padre!”. Essi devono
pur dire: “Tutto ciò è stato fatto con amore”. Le mandrie salvate
dall’epidemia, le genti protette dal vaiolo, i paesi tutelati dagli
abusi e dalle razzie, il tributo ridotto a cifre irrisorie, il lavoro ed
il pane assicurati a tutti, anche negli anni delle cavallette, il
rispetto degli usi e dei costumi, delle terre e di tutte le proprietà,
delle donne e delle religioni, le scuole, gli ospedali, le infermerie
aperte ad ognuno, tutto ciò forse è stato dimenticato dagli
eritrei?».
Dopo aver sciolto questo inno all’Italia illuminata e generosa
e aver taciuto delle terre rubate agli eritrei, del lavoro coatto,
dell’altissimo tasso di analfabetismo, del sangue chiesto a umi
agli ascari nelle campagne di Libia, Somalia ed Etiopia, Brusasca
pone la candidatura dell’Italia a condurre la colonia
‘primogenita’ sulla strada dell’indipendenza: «Un passato simile
a quello che lega l’Eritrea all’Italia non trova forse riscontro
nella storia di nessun paese africano, poiché poggia sulla
giustizia, sull’amore per il progresso della civiltà e soprattutto
sulla libertà. Esso perciò rappresenta le fondamenta sulle quali
può essere sicuramente costruito il nuovo edi cio: l’Eritrea
nuova. Ed è a questa Eritrea nuova, che sorge come una nazione
unita e compatta, stretta più che mai all’Italia da quei vincoli
ideali che hanno sempre congiunto i due paesi, che tutti gli
italiani, Governo e popolazione, formulano, nella ricorrenza del
Mascal, gli auguri a nché il popolo eritreo possa riprendere la
sua strada verso il benessere e verso l’autogoverno, in una
atmosfera di pace e di tranquillità». 67
Quando, il 12 novembre, la Four Power Commission of
Investigation giunge in Eritrea, per sondare i sentimenti delle
popolazioni e raccogliere i dati sulla situazione politico-
economica del territorio, gli italiani d’Eritrea, consapevoli di
aver fatto tutto il possibile per documentare i loro diritti e per
mobilitare gli eritrei rimasti fedeli, ostentano una grande calma
e sicurezza, un atteggiamento che Giuseppe Puglisi sottolinea in
un articolo su «Eritrea nuova»: «La popolazione italiana
dell’Eritrea accoglie la Commissione dell’ONU con coscienza
tranquilla; essa dice a quei Signori: “Guardate ed ascoltate: noi
spalanchiamo le porte, facciamo serenamente gli onori di casa.
Null’altro. Le opere parlano per noi”». 68 La Commissione,
guidata dai quattro capo delegazione, l’americano John E. Utter,
l’inglese Frank Edmund Sta ord, il francese Etienne Burin des
Roziers ed il sovietico Fedorovich A. Fedorov, si trattiene in
Eritrea per cinquantatré giorni no al 3 gennaio 1948. Essa
tocca i centri più importanti e, come riferisce Angelo Di
Ponzano, che la segue per conto di un giornale di Roma, «svolge
i propri lavori all’aperto in zeribe di frasche appositamente
preparate e d’ordinario fuori dai centri abitati. Il quartier
generale è formato da tende da campo per i delegati, con tutta
l’attrezzatura di ristorante, di cucina, ecc. Al centro della zeriba
viene organizzato una specie di tribunale, diviso in due settori.
Da una parte, d’ordinario, Americani e Russi, dall’altra Inglesi e
Francesi. Lì vengono ricevuti ed ascoltati i rappresentanti delle
popolazioni di tutto il distretto, a uiti dalle tribù, dai villaggi e
dai tucul disseminati nella vallata. Tutto intorno, sulle colline
sovrastanti, la coreogra a uida degli indigeni, divisi in gruppi,
che sventolano bandiere, bandierine, stendardi e ombrelloni
variopinti, religiosi e profani». 69
La Commissione quadripartita compie la sua indagine in un
clima di crescente tensione, che dà luogo a parecchi incidenti, il
più grave dei quali si veri ca a Teramni, vicino ad Addi Ugri, con
18 feriti. I più attivi e rissosi, riferisce Angelo Di Ponzano, sono
gli unionisti, i quali si presentano davanti alla Commissione per
urlare: «Etiopia o morte! Non vogliamo più essere schiavi
dell’Italia». Di riscontro, annota il giornalista italiano, il gruppo
più «dignitoso e compatto» è sempre quello della Pro Italia. 70
Le risse e gli scontri fra unionisti e indipendentisti, il
minaccioso atteggiamento anti-italiano dell’organizzazione
Andinnet, la sezione giovanile del Partito unionista, consigliano
il CRIE ad indirizzare, il 22 novembre 1947, una lettera alla
segreteria politica della British Military Administration e copia
della stessa, per conoscenza, alla Commissione quadripartita.
Ricordando gli ultimi incidenti accaduti e sottolineando il fatto
che la popolazione eritrea non è mai stata tanto divisa e
turbolenta come negli ultimi tempi, il CRIE manifesta il proprio
timore che si compia un massacro a danno della comunità
italiana ed esprime la speranza che le autorità britanniche siano
in grado di poter garantire l’incolumità degli italiani. Anche il
16 dicembre, dopo altri atti vandalici contro proprietà italiane
ed aggressioni contro italiani e nativi simpatizzanti, il CRIE
rivolge un nuovo appello alla BMA. La situazione, però, non si
normalizza ed anzi, il 5 gennaio 1948, due giorni dopo la
partenza della Commissione dell’ONU, una banda di sciftà,
condotta da Hagos Temnuò, attacca, saccheggia e devasta
l’azienda agricola dei fratelli Casciani ad Elaberet, dando così
inizio ad un periodo di saccheggi ed omicidi che durerà ben
quattro anni.
I timori che il CRIE ha esposto alla BMA, a nome della
collettività italiana, diventano tanto più fondati allorché dalla
vicina Somalia, giunge la notizia che l’11 gennaio 1948, nel
corso di un’autentica caccia all’uomo, sono rimasti uccisi a
Mogadiscio 54 italiani. Dinanzi a questa vampata d’odio, che
potrebbe coinvolgere anche l’Eritrea, il CRIE raddoppia la sua
vigilanza mentre tempesta la BMA di proposte, appelli, proteste.
E quando, l’8 marzo, al chilometro 21 della camionabile Nefasit-
Decamerè, viene ucciso dagli sciftà il primo italiano, Silvio
Conzada, 71 il CRIE convoca d’urgenza gli italiani di Asmara e
alla ne dell’arroventata assemblea emana un comunicato che
dice: «Il CRIE, di fronte al quotidiano ripetersi di aggressioni
brigantesche, rilevato che tale deplorevole stato di cose ha avuto
inizio dal dicembre scorso e che, rimanendo impunito, assume
un ritmo sempre più frequente, pericoloso e intimidatorio,
rilevato che soltanto oggi l’autorità occupante dichiara a mezzo
stampa di preoccuparsi del ripetersi di tali atti briganteschi,
mentre nulla fa presumere che venga attuata una e cace forma
repressiva, tanto che in tre mesi un solo colpevole è stato
catturato, in nome delle popolazioni dell’Eritrea denuncia
l’assoluta mancanza di quella protezione che le più elementari
norme umane e sociali impongono ad ogni consesso civile e
chiede che le popolazioni stesse vengano energicamente
protette e che provvedimenti adatti vengano subito adottati
onde evitare tempestivamente fatti gravi e collettivi che altrove
hanno suscitato la deprecazione del mondo intero». 72
Ad Asmara non si ripeterà la strage di Mogadiscio, come teme
il CRIE, ma l’elenco degli italiani uccisi si allunga: il 25 marzo
viene assassinato in un’azienda agricola di Mai Gura, da una
banda capeggiata dai fratelli Uoldegabriel e Berhè Mosasghì, il
mezzadro Giuseppe Catena; il 5 agosto cadono sotto le fucilate
due operai addetti alla ferrovia Asmara-Cheren, Mario Micieli e
Giovanni Curreli; il 27 agosto viene ucciso, al chilometro 55
della strada Asmara-Cheren, l’autista vicentino Emilio Barbieri.
Oltre a questi delitti, quasi ogni giorno in Eritrea sono compiute
razzie di bestiame, distruzioni di impianti minerari,
devastazioni di aziende agricole, al punto che la zona più
esposta, quella delle Pendici Orientali, viene evacuata dai
concessionari italiani mentre in altre aziende si lavora sotto la
protezione di guardie armate e si costruiscono fortini.
Prima di analizzare il fenomeno del terrorismo, vediamo a
quali conclusioni è giunta la Commissione quadripartita, anche
perché queste risultanze non mancheranno di accrescere il
malcontento e di raddoppiare le violenze. Il rapporto sull’Eritrea
viene presentato, con gli altri sulla Somalia e la Libia, tra il 21 e
il 27 luglio 1948. Anche se l’indagine rivela una lunga serie di
risultati contrastanti, su di un punto fondamentale le quattro
delegazioni si sono trovate concordi: nel constatare in Eritrea
una grave carenza di maturità politica ed un’economia
estremamente povera, due condizioni che sconsigliano la
concessione di una indipendenza immediata. L’inchiesta ha
rivelato inoltre che tutti i partiti eritrei si sono opposti alla
spartizione del territorio; che la Lega musulmana si è espressa
per l’indipendenza o, in alternativa, per un mandato duciario
decennale da a dare alle quattro potenze che hanno costituito
la Commissione; che il partito di Tedla Bairu si è pronunciato
per l’unione dell’Eritrea all’Etiopia; mentre il Partito della nuova
Eritrea e l’Associazione Veterani hanno sollecitato il trusteeship
dell’Italia e il Partito liberale progressista si è dichiarato per
un’indipendenza graduale sotto il controllo dell’ONU. Secondo
la Commissione, poi, la Lega musulmana e il Partito unionista
hanno un peso quasi uguale, avendo raccolto ciascun partito il
consenso del 45 per cento della popolazione, mentre ai partiti
lo-italiani è andato soltanto il favore del 10 per cento degli
eritrei. 73
Sotto il pro lo economico, documenta ancora la Four Power
Commission of Investigation, l’Eritrea «è un paese arretrato che
pratica l’agricoltura e l’allevamento ed importa cereali. La sua
industria si trova nello stadio iniziale dello sviluppo e non
potrebbe che soddisfare i bisogni elementari del paese. Le
risorse naturali non sono state individuate con precisione. Il
capitale nazionale e il reddito, ai livelli attuali, non assicurano al
paese un’esistenza indipendente e non soddisfano alle sue
esigenze di sviluppo. Il paese ha bisogno di assistenza
nanziaria e di aiuti tecnici». 74 Passando in ne a giudicare il
mezzo secolo di amministrazione italiana, la Commissione, pur
rilevando che le condizioni di vita in Eritrea sono migliorate
negli ultimi decenni e che il territorio è stato dotato di
un’ottima rete stradale e di una buona organizzazione sanitaria,
denuncia due gravi demeriti: l’introduzione della
discriminazione razziale e l’esclusione degli indigeni dalle
scuole.
Le conclusioni della Commissione e in seguito le divergenze
insanabili che si manifestano fra i Quattro sul futuro assetto
dell’Eritrea, suscitano il risentimento e la protesta di tutte le
forze politiche eritree. Gli unionisti, che si ritengono
maggioranza, contestano le valutazioni della Commissione; e
così la Lega musulmana, che ha sempre proclamato di essere il
primo partito dell’Eritrea per grado di rappresentatività. Quanto
agli italiani, che, come abbiamo visto, si aspettavano successi e
riconoscimenti, si accorgono di costituire, con i loro alleati
indigeni, una forza del tutto trascurabile e per di più sono mal
giudicati per il loro passato di colonialisti.
Nonostante questo smacco, la comunità italiana non getta la
spugna. E il presidente del CRIE, Di Meglio, non interrompe la
sua azione, pubblica e segreta, convinto che alla ne l’Italia ce la
farà a tornare in Eritrea con il mandato duciario. È in
quest’ottica che il 14 agosto 1948 invia a Brusasca una lettera
‘con denziale’ per rispondere ad alcuni quesiti che gli sono stati
posti dal sottosegretario, in via del tutto ‘riservata’, durante un
loro recente incontro a Roma «Più che di una lettera si tratta di
un rapporto e su due questioni estremamente delicate: 1) la
sicurezza interna ed esterna dell’Eritrea; 2) la scelta dei
funzionari da inviare nell’ex colonia. Premettendo che i dati
sulla difesa militare sono il «frutto di privati e segretissimi
colloqui con il Generale Liberati e il Comandante dell’Arma dei
Carabinieri», Di Meglio suggerisce l’invio, per la sicurezza
interna, di «un battaglione di carabinieri dotati di armi
automatiche e carri armati leggeri e autoblinde. Gli e ettivi
devono essere scelti in modo tale che siano idonei a ricostituire
rapidamente il corpo degli Zaptiè con i vecchi elementi fedeli».
Per la difesa esterna dell’Eritrea, Di Meglio ritiene necessaria
almeno una divisione, fornita di carri pesanti e leggeri e con
«quadri scelti appositamente in previsione della ricostituzione
rapida delle truppe coloniali». Quanto all’aviazione, essa
potrebbe essere costituita, all’inizio, da una squadriglia da
bombardamento e una da caccia, «quest’ultima col compito
immediato di sorveglianza della frontiera e intimidazione delle
bande con narie». Concludendo, Di Meglio si permette di
precisare: «Le forze di polizia debbono essere di una sola Arma.
L’armamento il più moderno e meno pesante. È inutile pensare
all’armamento con fucili di vecchio tipo». 75
Per raccogliere indicazioni sulla scelta dei funzionari Di
Meglio ha avuto «colloqui e contatti sia con persone serie ed
equilibrate italiane, sia con indigeni bene in vista nel mondo
eritreo». Premesso che c’è «molta opposizione in alcuni
interessati settori della popolazione italiana al ritorno dei
funzionari del ministero dell’Africa Italiana in colonia», il
presidente del CRIE raccomanda, comunque, che all’inizio siano
pochi e «di indiscutibile valore». Precisa quindi che, mentre
sono molto apprezzati Enrico Cerulli, Martino Mario Moreno,
Carlo Avolio, 76 Giuseppe Daodiace 77 e Marcucci, 78 «si parla
male» invece, fra gli eritrei, di Pietro Barile, 79 Piero Franca 80 e
Narciso Mosconi. 81 «Su di una cosa — prosegue Di Meglio — v’è
concorde parere tra nazionali e nativi: adoperare gli elementi
che si trovano sul posto, i quali sono ‘aggiornati’ sulla nuova
psicologia dei nativi, conoscono bene le situazioni locali nella
loro genesi e nel loro sviluppo». 82 E fa il nome dei funzionari
coloniali Giuseppe Barbato, Armando Albini, Alfredo Bu oni e
quello di alcuni ex militari, come Alfredo Sciabarrà e Francesco
Scagliotti.
La frenetica attività del Di Meglio, un tempo noto soltanto per
la sua opera di ginecologo e per alcune pubblicazioni
scienti che quali Il PH vaginale nelle indigene durante il ciclo
mestruale, non sfugge al controllo della British Military
Administration, che lo segnala anche al Foreign O ce. Ma Di
Meglio non è il solo che si agiti, intrighi, elabori piani sulla scena
di Asmara nel corso del 1948. È ricomparso anche il vecchio
Luigi Talamonti, un funzionario coloniale legato all’Eritrea sin
dai tempi di Ferdinando Martini, ex consigliere politico del
Maresciallo Badoglio durante il con itto italo-etiopico del 1935-
36, ed ora inviato in Eritrea, all’insaputa di Brusasca, dal
direttore generale degli A ari Politici del MAI, Martino Mario
Moreno. «La missione Talamonti non fu sollecitata da lui —
leggiamo in una lettera di Moreno a Brusasca del 30 giugno
1948, nella quale l’alto funzionario respinge l’accusa di Brusasca
di aver mandato il Talamonti in Eritrea “a curare, a spese dello
Stato, i propri a ari personali” —. Fui io che, sapendo quali e
quante conoscenze avesse fra gli indigeni dell’Eritrea per il
trentennale soggiorno fattovi e le cariche ricopertevi, lo o ciai
a ritornarvi per esercitarvi la propaganda fra i vecchi capi
guadagnati alla causa unionista o britannica». Alludendo poi
alle rimostranze ‘gelose’ del CRIE per l’invio del Talamonti,
Moreno prosegue: «Io pensavo che, mentre il CRIE si lavorava gli
uomini nuovi, un vecchio Eritreo avrebbe potuto dire una
parola autorevole ai vecchi Eritrei. [...] L’azione del Talamonti [...]
è stata discreta e guardinga come doveva essere e com’è l’indole
dell’uomo; si è fondata sulla persuasione e non sui quattrini,
perché il Talamonti, che era stato inviato a convincere e non a
comprare, ha speso in regalie, in mezzo al grande (ma pur
necessario) dispendio del CRIE, solo lire 16 mila. Non ha avuto
risultati vistosi, nel senso di aver determinato clamorose
conversioni di capi lo-unionisti o lo-britannici e, per il
continuo pedinamento inglese, ha avuto un raggio minore di
quello previsto, e perciò può essere facilmente de nita dai
malevoli come sterile o nulla; ma ha contribuito ad attutire
varie opposizioni ed è valsa, soprattutto, a infondere nei vecchi
capi, fatalmente compromessi, a causa della loro posizione
u ciale, con l’Amministrazione britannica o con l’Abissinia,
conclamata erede presuntiva della nostra sovranità, la ducia
che essi non hanno da temere rappresaglie, e che possono
quindi prepararsi a collaborare con l’Italia con gli stessi
sentimenti di una volta». 83
Questa lettera non è soltanto importante perché documenta
una attività segreta di alcuni organi dello stato di cui il
parlamento repubblicano e l’opinione pubblica sono all’oscuro,
ma rivela anche, come vedremo, certi dissensi fra Brusasca,
antifascista ed esponente democristiano, e l’apparato del MAI,
ancora largamente costituito di fascisti e di nostalgici. Brusasca,
ad esempio, crede nella grande diplomazia ed è persuaso che
l’Italia tornerà in Africa, se vi tornerà, soltanto per concessione
delle potenze che hanno vinto la 2 a guerra mondiale, per cui è
abbastanza riluttante ad avallare le politiche locali, fatte di
sotterfugi, regalie e propaganda spicciola. Moreno, al contrario,
che è alle colonie dal 1914 e ha speso tutta la sua vita in Libia,
Somalia, Eritrea, Etiopia, Jemen ad ordire e a sventare intrighi,
crede nell’e cacia di simili pratiche e ne distilla per Brusasca la
loso a: «Vostra Eccellenza mi dirà che seguitiamo a spendere
troppo per l’Eritrea. [...] Ma poi riconoscerà, come ha
riconosciuto nell’approvare il programma di spese, che in
politica nulla si fa senza organizzazione, e che ogni
organizzazione costa. Abbiamo creato in Eritrea, per
riguadagnarla a noi, un partito: bisogna mantenerlo in vita ed
accrescerlo, imponendo all’Erario sacri ci che sono minimi in
confronto all’onere di una sola provincia italiana e di quello che
dovremmo spendere domani se ci fosse restituita un’Eritrea
tutta ostile. Di spese di si atta natura il frutto non si può vedere
subito, cosicché si ha spesso l’impressione di sperpero,
specialmente quando si erogano col disgusto di dover pagare
talvolta la fedeltà a prezzi di mercato nero e di sapere in anticipo
che una forte aliquota del denaro assegnato per essere
distribuito si fermerà nelle tasche dei nostri agenti indigeni,
come è sempre avvenuto in passato e come avverrà ancora di
più domani, in regime di semiautogoverno. Ma sono spese
indispensabili. [...] Perché nulla si raccoglie standosene con le
mani in mano, in attesa passiva». Fin qui la lezione. La chiusa
della lettera è invece polemica: «Dal caso Talamonti sono
passato a considerazioni di carattere generale. Ma ciò mi è
venuto per naturale concatenazione di idee, perché troppo
spesso le critiche episodiche rivolte alla mia Direzione Generale
rientrano in una critica di carattere sostanziale: che essa
caldeggi, presso Vostra Eccellenza, un’azione politica locale
inutile, dispendiosa e fors’anco dannosa». 84
Al di là dei dissensi sulle strategie da impiegare, ciò che
risulta chiaro nell’estate del 1948 è che, nonostante le
conclusioni della Commissione dell’ONU, decisamente
sfavorevoli all’Italia, tanto gli uomini del CRIE che i burocrati
del MAI sono convinti invece di avere in mano la carta vincente
e a rontano problemi assai delicati come la difesa militare
dell’Eritrea o il recupero (senza rappresaglie!) dei capi indigeni,
come se il trusteeship fosse una cosa acquisita. L’attivismo del
CRIE e dei partiti satelliti, oltre ad inquietare le autorità
britanniche, disturba ed irrita tanto gli indipendentisti di
Ibrahim Sultan, che hanno scelto Londra e non Roma come
autorità tutoria, quanto gli unionisti di Tedla Bairu, i quali
pensano alla fusione totale e incondizionata con l’Etiopia anche
come ad un riscatto dalla servitù coloniale e quindi in funzione
anti-italiana. Ma mentre gli indipendentisti si rivelano più
tolleranti e niranno col tempo, dopo la rinuncia dell’Italia al
trusteeship sull’Eritrea, per entrare nel Blocco per l’Indipendenza
accanto ai partiti lo-italiani, gli unionisti non scenderanno
mai a patti, anche a costo di scatenare la guerra civile, di
distruggere la già fragile economia del paese, di fare del
terrorismo l’arma più e cace per scoraggiare gli italiani.
L’incubo degli «sciftà».
Molto si è scritto sul terrorismo in Eritrea, fra il 1948 e il 1951,
ma quasi sempre a caldo e con accenti polemici, per cui è
di cile avere un quadro esatto del fenomeno, così come è arduo
compiere una equa attribuzione delle responsabilità. Sulle sue
origini e motivazioni scrive un testimone, Oscar Rampone:
«Dalla crisi economica nasceva il banditismo, che andò sempre
più dilagando no al punto che la popolazione fu assediata nelle
città, dalle quali usciva solo in colonne protette da scorte
armate. Ben presto il brigantaggio, da fenomeno economico,
venne trasformato in fenomeno politico. Ed ognuno lo sfruttò a
suo modo. Inutile dire che gli stessi banditi trovarono comodo
camu arsi da patrioti. La loro attività fu diretta principalmente
contro gli italiani che avevano in mano tutta l’economia del
paese». 85 Anche Sylvia Pankhurst pone l’accento sulla crisi
economica, che si manifesta a partire dal 1947 e che colpisce
molto di più gli eritrei che gli italiani: «Alcuni giovani eritrei —
scrive — hanno fatto ricorso al banditismo dopo anni di miseria
e di disperazione, nella ducia di poter cacciare gli italiani
dall’Eritrea ed ottenere i mezzi per calmare i morsi della
fame». 86 Fra le cause del movimento eversivo, la Pankhurst
indica anche le discriminazioni cui sono soggetti gli eritrei e, di
riscontro, i privilegi di cui godono gli italiani. Un altro
detonatore della rivolta sarebbe, secondo la scrittrice inglese, il
tentativo degli italiani di restaurare il loro dominio
corrompendo gli eritrei con denaro, impieghi, promesse di
pensioni.
Se queste motivazioni non spiegano ancora del tutto il
fenomeno, ed altre vanno ricercate nel fascino che ancora
esercita nell’universo abissino la professione dello sciftà, mezzo
bandito e mezzo patriota, e nel mai sopito contrasto fra razze e
religioni e nell’azione sovvertitrice di agenti esterni, ciò che
invece appare subito con chiarezza è l’ampiezza
dell’avvenimento, la sua virulenza. «Dava una gran pena, faceva
un gran male al cuore correre sull’asfalto sbrecciato di una
strada eritrea senza incontrare un’anima — scrive Max David,
uno dei pochi giornalisti italiani che percorrono l’Eritrea nel
1949 —. Dei 20 mila italiani che ancora resistono, quasi 17 mila
stanno ricoverati ad Asmara, qualche altro migliaio è a Massaua,
sicché ne rimangono assai pochi nella restante terra». 87 Ma gli
sciftà non colpiscono soltanto gli isolati agricoltori del
bassopiano. La loro azione è più vasta, incessante, distruttiva.
«Il terrorismo nell’abitato ed il banditismo nelle campagne —
riferisce Puglisi —, seguendo un preciso programma in soli due
anni raggiunge un unico scopo, quello di distruggere ogni
tra co, ogni scambio, ogni attività agricola e mineraria,
immiserisce con la razzia del bestiame e l’aggressione di predoni
contro i villaggi la popolazione nativa, imbavaglia ogni
espressione politica degli eritrei, e riduce il territorio al
disordine, alla stanchezza, alla fame, perché esso, disperato e
indebolito, si abbandoni alla volontà del più forte». 88
Gli sciftà che agiscono in territorio eritreo nel 1948-49 sono
circa un migliaio, suddivisi in una trentina di bande, la più
numerosa delle quali raggiunge i 50 uomini. 89 Nel 1950
aumentano considerevolmente di numero e forse arrivano a 2
mila. Gli uomini che li guidano sono all’inizio degli sconosciuti.
Essi assurgono alla notorietà in rapporto al numero di vite
umane che mietono e all’entità degli attacchi che sferrano. Si
impongono così i fratelli Uoldegabriel e Berhè Mosasghì, gli
etiopici Haile Abbai e Brahanè Nafur, Techestè Hailè, Debassai
Derar, Teclé Sereché, Hagos Temnuò, Asseressei Embaiè, Abrahà
Zemariam, Hailé Cascì. In base ad informazioni ricevute in via
riservatissima dalle autorità britanniche, la Commissione
dell’ONU che, per la seconda volta, svolge nel 1950 un’indagine
in Eritrea, rivela che «le bande di sciftà attaccavano
principalmente le persone che non erano partigiane dell’unione
con l’Etiopia. Tutti sapevano, in Eritrea, che queste bande si
ritiravano in Etiopia ogni qualvolta erano inseguite dalle forze
dell’ordine e che la provincia del Tigrè serviva loro come luogo
di riposo e di rifugio. L’Amministrazione britannica ha avuto
l’amabilità di mettere a disposizione dei membri della
Commissione dei rapporti segreti sulle attività di queste bande.
Questi rapporti, che non è stato possibile rendere pubblici,
provano che un gran numero di queste bande veniva
dall’Etiopia e che se alcuni membri restavano feriti, essi
venivano curati in ospedali etiopici». 90
Alla troppo compiacente frontiera etiopica fa cenno anche
Emanuele du Lac Capet nell’editoriale Ancora vittime apparso il
7 ottobre 1949 su «Eritrea nuova»: «È stato ammesso dalle
Autorità occupanti che numerose e incontrollate sono le
in ltrazioni di banditi provenienti dalla vicina Etiopia. Oltre le
bande equipaggiate con divise quasi inappuntabili, come quella
venuta a contatto, durante i recenti scontri, con la Polizia
eritrea, da ogni parte giungono segnalazioni di elementi non
eritrei, armati o disarmati, che varcano liberamente la frontiera
ed invadono indisturbati questo territorio». E quando, il 7 aprile
1950, un gruppo di 27 sciftà attacca l’azienda agricola di
Vincenzo Acquisto, nei pressi di Cheren, e viene respinta dopo
quaranta minuti di fuoco, c’è chi giura che la banda era
«costituita da soldati regolari etiopici». 91
Come reagisce Addis Abeba a queste accuse di omertà o
addirittura di connivenza? Intervistato dalla Reuter, a proposito
di alcune dichiarazioni di Sforza, il ministro degli Esteri Aklilù
Hapte Uold dichiara nel dicembre 1949: «È assolutamente falso
che i terroristi dell’Eritrea provengano dall’Etiopia, la quale
protegge gli italiani, tanto è vero che 8 mila italiani vivono oggi
paci camente in territorio etiopico». 92 Quattro mesi dopo, in
una lettera indirizzata alla Commissione dell’ONU per l’Eritrea,
Aklilù non soltanto ribadisce «l’innocenza completa del governo
etiopico» nella vicenda degli sciftà, ma precisa che l’Etiopia è la
prima «a deplorare questo stato di cose». Cercando poi di
spiegare il fenomeno, Aklilù soggiunge: «L’agitazione terrorista
può certamente essere legata al desiderio quasi fanatico di
unione che la popolazione dell’Eritrea prova, ma non bisogna
dimenticare che spesso il terrorismo è stato la carta giocata da
aderenti al sedicente Fronte per l’Indipendenza». Dopo aver così
precisato che al terrorismo hanno ricorso tanto gli unionisti che
gli indipendentisti, il ministro degli Esteri etiopico si spinge
ancora più in là e, ribaltando le accuse, attribuisce all’Italia la
responsabilità del caos che regna in Eritrea: «Quando sarà
nalmente resa giustizia al popolo eritreo e cesserà la campagna
di corruzione e di intimidazione svolta dall’Italia, il terrorismo
sparirà da solo». 93
Alcune delle a ermazioni di Aklilù sono esatte; altre, invece,
sono fatte in malafede. È fuor di dubbio — e lo vedremo meglio
più avanti — che ad alimentare la tensione in Eritrea giocano
anche le rivendicazioni del governo italiano, le sue manovre,
palesi ed occulte, per dividere gli eritrei, ed in ne l’attivismo
nostalgico e a volte provocatorio del CRIE. È pure vero che i
terroristi non sono tutti lo-unionisti e che esistono anche
bande armate assaortine lo-italiane con almeno 200
elementi, 94 così come sono attivi degli sciftà musulmani che,
come riconosce il direttore di «Eritrea nuova», Mario Fanano,
«hanno contribuito non poco a far fuori letteralmente tipi
pericolosi e bande dannosissime». 95 In un dispaccio da
Asmara, a sua volta, il corrispondente del «Daily Express»
assicura che, mentre le armi agli eritrei copti provengono
dall’Etiopia, quelle fornite ai musulmani vengono sbarcate nelle
isole di fronte a Massaua e non è un mistero che a procurarle
sono gli italiani. 96 Detto questo, Aklilù non può però far nta
di ignorare il decisivo appoggio politico, nanziario e militare
dell’Etiopia agli eritrei unionisti. E neppure può mettere sullo
stesso piano la lunga, incessante, sanguinosa campagna
programmata dagli sciftà lo-unionisti con le sporadiche
ritorsioni operate da armati indipendentisti. 97 Ed in ne non
possono essergli ignote le attività del rappresentante
dell’Etiopia ad Asmara, colonnello Negga Haile Selassie, e la
premura del clero copto di rito etiopico nello scomunicare
sistematicamente tutti quelli che si oppongono alle tesi
unioniste. 98
Secondo Giuseppe Puglisi, uno fra i più attenti osservatori
degli avvenimenti eritrei del periodo preso in esame, se è vero
che l’Etiopia ispira e alimenta il terrorismo unionista, è anche
vero però che esso può durare a lungo ed assumere proporzioni
inquietanti solo perché è tollerato dalle autorità britanniche. E
non sempre si tratta soltanto di tolleranza. Puglisi, ad esempio,
indica nel capitano inglese L. M. Brans l’uomo che mantiene i
rapporti con gli sciftà e che li rifornisce di vestiario, cibo ed
armi. «Va anche detto — sostiene Puglisi — che il terrorismo
non fu anti-italiano, ma contro gli oppositori dell’unione
dell’Eritrea all’Etiopia, per cui i maggiori danni li hanno subiti
gli eritrei. Questa del terrorismo anti-italiano fu un’etichetta di
comodo per la propaganda inglese, che ci voleva far apparire
all’estero come puniti dal risentimento provocato dalle nostre
antiche malefatte di colonizzatori». 99 In e etti, contro 19
italiani uccisi dagli sciftà nel corso del 1950, perdono la vita
nello stesso periodo 260 eritrei, e le loro abitazioni incendiate
superano di molto il migliaio e il bestiame razziato oltrepassa i
20 mila capi. 100
Che l’atteggiamento britannico sia particolarmente ambiguo
nei confronti degli sciftà, almeno sino al 1950, è fuori dubbio.
Così come è scontato che il terrorismo, indebolendo le posizioni
degli italiani e dei loro alleati eritrei, gioca a favore anche della
tesi spartizionista favorita da Londra. Ma da qui a parlare di
connivenza, come fa Puglisi, il passo è lungo. E comunque
mancano le prove. Non le trova Di Meglio, né Figarolo di
Gropello, né i maggiori Cerrini ed Usai. Giuste ci sembrano
invece le accuse, più volte indirizzate dagli italiani d’Eritrea alle
autorità inglesi, di non essere «in grado di stroncare l’attività
criminosa degli sciftà» e di non essere capaci «di ricondurre alla
normalità la vita del territorio». 101 In realtà le forze di polizia
di cui dispongono gli inglesi, all’inizio del 1950, sono
estremamente deboli. Esse comprendono 70 u ciali ed
ispettori inglesi e 2.500 ausiliari eritrei, più 200 carabinieri e
agenti di PS italiani, tutti però adibiti a compiti d’u cio,
giudiziari e scienti ci. Nel territorio sono poi di stanza le truppe
di occupazione, costituite da due battaglioni di fanteria, cioè
1600 uomini, raramente impiegati in operazioni di anti-
terrorismo. 102 È soltanto nella seconda metà del 1950, dinanzi
all’aggravarsi della situazione in Eritrea e ai timori espressi da
Brusasca al segretario capo dell’Amministrazione britannica,
Charles F. B. Pearce, 103 che Londra concederà al colonnello
David Cracknell, capo dell’Eritrea Police Force, di compiere nuovi
reclutamenti, in modo da aggiungere, alla Divisional Force, la
Field Force e in seguito la Static Force, per la protezione delle
concessioni agricole. 104
Nasce il Blocco dell’Indipendenza.
Mentre il terrorismo semina la morte in Eritrea e paralizza
molte attività economiche, il 6 maggio 1949 Sforza raggiunge
con Bevin una soluzione di compromesso sulle colonie italiane,
la quale, come già si è visto, contempla la rinuncia, da parte
italiana, alla colonia ‘primogenita’ e la sua spartizione fra
l’Etiopia e il Sudan, secondo il progetto inglese. Ma il 17 maggio,
a Lake Success, il compromesso Bevin-Sforza viene bocciato, sia
pure per un solo voto, e il fatto, oltre a riportare la questione
eritrea in alto mare, provoca importanti mutamenti nello
schieramento delle forze politiche dell’Eritrea e la nascita di
nuovi partiti. L’avvenimento più di rilievo è la creazione, il 25
luglio, per iniziativa soprattutto di Ibrahim Sultan, del Blocco
eritreo per l’Indipendenza, che raccoglie tutti i partiti che sono
per l’immediata indipendenza del paese, con l’esclusione di
qualsiasi progetto di spartizione o di annessione. Della
coalizione fanno parte la Lega musulmana, il Partito liberale
progressista, il Partito nuova Eritrea, l’Associazione Veterani,
l’Associazione Italo-Eritrei, il Partito nazionalista (Hezbì El
Watani). 105 Aderiranno successivamente: il Partito Eritrea
Indipendente 106 e l’Associazione Intellettuali Eritrei. 107
Nel frattempo, come si ricorderà, anche Roma ha modi cato
la sua posizione nei confronti dell’Eritrea, rinunciando, dopo lo
smacco di Lake Success, tanto alla primitiva richiesta del
trusteeship che al successivo progetto di spartizione
contemplato dal compromesso Bevin-Sforza, per chiedere, tout
court, l’immediata indipendenza dell’Eritrea. Anche se a questa
decisione Roma non giunge per spontanea e ragionata
convinzione, ma piuttosto per la spinta dei fatti, è comunque
certo che la nascita del Blocco eritreo viene accolta a Palazzo
Chigi con molto interesse, e subito si pensa a come condizionare
e coordinare le forze della nuova coalizione. Un obiettivo che ora
è reso più facile dalla presenza ad Asmara di un rappresentante
u ciale del governo italiano, il conte Adalberto Figarolo di
Gropello. 108
La prima ed ampia analisi della situazione che il conte di
Gropello invia al MAE porta la data del 5 novembre 1949. Dopo
aver precisato che il Blocco «rappresenta approssimativamente
il 70 per cento della popolazione», il diplomatico soggiunge
tuttavia che «esso o re vari punti deboli per il numero e
l’eterogeneità dei partiti che lo compongono, cui si innestano
rivalità e contrasti di carattere personale». Figarolo di Gropello
fa osservare infatti che la Lega Musulmana, rappresentando la
maggioranza in seno al Blocco, «pretende di riservarsi una parte
dirigente, contestata specialmente dai Liberali, quasi tutti
cristiani e qualitativamente più evoluti, nonché dal nuovo
Partito Eritrea Indipendente. Gli Italo-Eritrei, da parte loro,
hanno assunto no ad ora atteggiamenti, non sempre
opportuni, di supremazia qualitativa, attirandosi non poche
antipatie da parte degli altri partiti nativi del Blocco, che li
accusano di essere dispotici e in di. I Liberali costituiscono poi
il punto debole del Blocco mostrando troppo apertamente una
succube acquiescenza alle manovre delle autorità
britanniche». 109
Vista la composizione del Blocco, il diplomatico sostiene che
l’Italia può contare, per ora, soltanto sulla «sicura fedeltà» del
Partito nuova Eritrea e dell’Associazione Veterani, i quali
«peraltro hanno un peso secondario in seno al Blocco». La Lega
musulmana è «tendenzialmente favorevole», ma potrebbe
modi care il suo atteggiamento qualora considerasse ciò
necessario per raggiungere i suoi obiettivi. Quanto al Partito
liberale progressista, esso è decisamente ostile all’Italia, mentre
i rimanenti partiti del Blocco «seguiranno l’atteggiamento della
maggioranza». 110 In base a questi dati, Figarolo di Gropello
suggerisce di «potenziare il Blocco neutralizzando le forze
centrifughe che si manifesteranno con maggior intensità che
per il passato» e di «operare scissioni e divisioni in seno agli
unionisti cercando di attirarli verso le tesi
dell’indipendenza». 111
Ma per realizzare questa politica, osserva il diplomatico, è
necessario che l’Italia dimostri, «non solo a parole, ma con i
fatti», il suo reale interessamento per l’Eritrea. Ad esempio,
potrebbe: 1) riaprire una o più banche italiane; 2) risolvere
favorevolmente la questione degli assegni spettanti agli ex
militari italiani; 3) creare una commissione che accerti e liquidi
le paghe, le indennità e le pensioni degli ex ascari; 4) facilitare il
rimpatrio degli italiani che versano in disastrose condizioni
economiche e che sono «dediti alle più umili ed illecite attività
per sopravvivere»; 5) agevolare, di rimando, il rientro in Eritrea
dei profughi italiani che possono ancora svolgervi un ruolo di
primo piano; 6) concedere facilitazioni alle importazioni in
Italia di prodotti eritrei. «Sono tutti provvedimenti che, oltre a
dare un poco di ossigeno a questa economia — osserva Figarolo
di Gropello —, avrebbero un incalcolabile valore di carattere
morale, dimostrando come solo l’Italia voglia e possa venire
seriamente incontro agli interessi e necessità dell’Eritrea». 112
A rontando poi il delicato argomento del nanziamento dei
partiti del Blocco, il diplomatico osserva che i 10 milioni al mese
messi a disposizione di Barbato non sono «più su cienti»,
perché ora i partiti da sovvenzionare non sono più due, ma otto.
La somma va quindi «raddoppiata», ma, per evitare che i singoli
dirigenti dei partiti si ostinino nell’assillare i nanziatori
italiani «con una continua ed insaziabile richiesta di
sovvenzioni», sarà bene costituire un organismo direttivo
unitario del Blocco, al di sopra dei partiti che lo compongono,
«responsabile di fronte a noi dell’azione politica che dovrà
svolgere e dei fondi che saranno messi a sua disposizione». 113
Sette giorni dopo, il rappresentante dell’Italia ad Asmara
invia a Roma un «preventivo di spesa per l’azione politica
diretta» che contempla spese sse ordinarie mensili per 300
mila scellini East Africa e spese straordinarie, in previsione
dell’imminente arrivo di una seconda Commissione d’inchiesta
dell’ONU, di 450 mila. Della relazione aggiunta al preventivo,
vale la pena di citare il passo che dovrebbe chiarire la sibillina
voce «Azione di controllo del brigantaggio» e il relativo importo
di 52.760 scellini: «La spesa preventivata si riferisce non già ad
azione di rappresaglia a mezzo di bande armate, cosa che non
sarebbe assolutamente consigliabile. Si tratta solo di prendere
contatto con le bande già attualmente esistenti e cercare di
neutralizzarne l’opera deleteria che esse ora producono sul
morale della popolazione. Vi sono buone possibilità di riuscita
siccome sarà chiarito direttamente a voce. La stessa banda dei
Mosasghi potrebbe essere controllata in modo tale da eliminare
qualsiasi timore per l’avvenire». 114 Il ‘chiarimento’ getta una
luce sinistra sull’operato dell’intero movimento degli sciftà,
perché vorrebbe far credere che le bande dei terroristi agiscono
secondo il volere del miglior o erente. Una tesi purtroppo
smentita dai fatti. Il terrorismo conoscerà una recrudescenza
proprio a partire dai primi mesi del 1950.
Il raddoppio delle spese, chiesto da Figarolo di Gropello, non
sembra tuttavia, agli uomini del CRIE, adeguato al nuovo
impegno che l’Italia si è assunto in Eritrea. Rivolgendosi
direttamente a Brusasca e a Zoppi, il vice-presidente del CRIE,
Vittorio Vercellino, fa osservare che l’assegnazione mensile
dovrebbe essere portata a 30 milioni, mentre le spese
straordinarie, in occasione dell’arrivo della Commissione delle
Nazioni Unite, dovrebbe toccare i 50 milioni. 115 Il 12 e il 18
febbraio 1950 Figarolo di Gropello torna, a sua volta, alla carica
chiedendo con urgenza, «per far fronte ai nostri impegni con
maggiore serenità», 50 milioni per i mesi di marzo e aprile e 30
milioni per spese straordinarie. Il diplomatico fa osservare che
tanto lui che Barbato sono di continuo sottoposti a «pressioni,
lamentele e ricatti» da parte dei delegati del Blocco, i quali, in
occasione della loro recente sosta a Roma (tornavano da New
York), hanno avuto assicurazioni che i fondi non sarebbero
mancati. «La parsimonia con la quale vengono erogati —
prosegue Figarolo di Gropello —, proprio nel momento in cui se
ne sente maggiore bisogno per ribattere la propaganda inglese
ed etiopica che si svolge con rinnovata intensità, viene
interpretata come un revirement del Governo italiano». Il
rappresentante dell’Italia ad Asmara rende anche noto che la
Lega Musulmana ha ri utato la sovvenzione per febbraio,
«perché troppo modesta», e che Ibrahim Sultan, dopo varie
pressioni, ha presentato un preventivo minimo di 4.700 sterline
mensili per febbraio, marzo e aprile, «che penso sia ragionevole
ed opportuno accogliere per evitare di perdere qualsiasi
ascendente sulla Lega ed impedire che venga indotta a
riprendere in esame il progetto di annessione del Bassopiano al
Sudan». 116
Proseguendo nella sua analisi della situazione, Figarolo di
Gropello informa il MAE di essere riuscito, con l’aiuto di
Barbato, ad evitare la frattura del Blocco con «assicurazioni e
iniezioni di ottimismo», ma non ha potuto, tuttavia, evitare che
si producessero scissioni in seno ad alcuni partiti e la nascita di
nuovi organismi politici, che sono andati a ra orzare lo
schieramento unionista. 117 «Per otturare le falle — sostiene il
diplomatico — non vi è che un mezzo persuasivo: il denaro». E
invita Roma a non prendere troppo sul serio le accuse, mosse da
Londra e da Addis Abeba, circa le interferenze dell’Italia nella
politica eritrea con l’erogazione di sovvenzioni, «dal momento
in cui gli etiopici ricorrono non solo a mezzi nanziari, ma
anche terroristici, e gli inglesi esercitano, specie attraverso
Sta ord, funzionario del Foreign O ce, pressioni di ogni genere
a sostegno delle loro tesi». 118
Quando, nella seconda decade di febbraio, giunge in Eritrea la
Commissione dell’ONU, 119 con l’incarico «di preparare un
rapporto per l’Assemblea Generale unitamente a quelle proposte
che essa riterrà appropriate per la soluzione del problema
eritreo», 120 l’Italia ha parecchi motivi in più, che nel 1948, di
sperare che la sua tesi venga accolta. Ma se è vero che la tesi
dell’indipendenza ha guadagnato terreno, è anche vero che il
gruppo di italiani che ha assunto la regia della grande esibizione
indipendentistica ha agito ed agisce in maniera troppo scoperta
e grossolana, provocando scissioni nei partiti apertamente in
odio all’Italia ed una generale inquietudine. L’attivismo degli
italiani, spesso frenetico e a volte provocatorio, risveglia anche
il terrorismo, che da qualche tempo era in fase di stanca. La sera
del 14 gennaio 1950 una ventina di terroristi attacca il
quartiere Bivio 78, ad Asmara, abitato in prevalenza da italiani,
e ne ferisce sette a colpi di fucile e con lancio di bombe. La stessa
sera, a Decamerè, l’italiana Maria Alletti Curcio resta uccisa in
una sparatoria, mentre il 16 febbraio, a Enda Esc, sulla strada
Saganeiti-Addi Caièh, viene assassinato l’autista Sesto Cardenà.
In marzo cadono sotto le fucilate degli sciftà altri cinque
italiani: i coniugi Elena e Orazio Onori, il diciannovenne Giulio
Cesare Nacamuli, gli agricoltori Antonio Battaglia e Armando
Pedulla. Indirizzando, il 28 marzo, una lettera alla Commissione
d’inchiesta dell’ONU, che sta ultimando i suoi lavori, il
presidente del CRIE, Vincenzo Di Meglio, attacca pesantemente
l’Amministrazione britannica, accusandola di aver «favorito
l’intensi carsi del terrorismo» e sostenendo che «è inadatta a
continuare ad amministrare queste popolazioni». Di Meglio
invita poi i membri della Commissione a veri care di persona le
sevizie praticate dai terroristi sui corpi delle ultime due vittime,
che sono visibili nella cella mortuaria dell’ospedale Regina
Elena. 121
Il soggiorno in Eritrea della Commissione dell’ONU è
funestato da un episodio ancora più grave. Il 21 febbraio 1950,
mentre si svolgono i funerali del musulmano indipendentista
Nasser Din, ucciso da rivali politici, il lancio di una bomba nei
pressi della sede del Partito unionista scatena una gigantesca
rissa fra indipendentisti ed unionisti, che si protrae per
un’intera settimana con questo tremendo bilancio: 35 morti e
85 feriti tra i musulmani e 16 morti e 124 feriti fra i cristiani
copti. Per riportare l’ordine scende in campo anche l’esercito,
mentre l’Amministratore-capo della BAE, brigadiere generale
Francis Greville Drew, rivolge alle fazioni in lotta un appello a
risparmiare al paese altri lutti. Il 4 marzo anche Figarolo di
Gropello è invitato dal generale Drew a cessare ogni attività
politica locale e, ovviamente, ogni sovvenzione ai partiti del
Blocco, fatta eccezione per le spese della normale assistenza. 122
E poiché, a sentire Drew, il rappresentante u ciale dell’Italia
non è stato ai patti, il 12 marzo viene per la seconda volta
ammonito. Ma Figarolo di Gropello respinge (e, come vedremo,
in malafede) le accuse, sostenendo di essere stato correttamente
ai patti. Tuttavia ammette di non poter proibire, ad esempio al
signor Luigi Ertola, che ha grandi proprietà nei dintorni di
Cheren, di nanziare personalmente partiti che difendono i suoi
interessi. 123
La verità è un’altra e noi l’apprendiamo da una lettera di
Gropello al MAE. Il diplomatico non ha in e etti mai cessato di
nanziare i partiti del Blocco, ma, per girare l’ostacolo, non
versa più le sovvenzioni direttamente, ma si vale di amici
compiacenti. Il 16 giugno 1950 precisa infatti di aver versato
agli ‘amici’ 7.100 sterline «con le quali essi hanno pagato varie
passività e hanno provveduto alla gestione di marzo dei partiti
nativi». E più oltre confessa: «Di fronte alla enorme massa delle
pretese, giusti cate o meno da parte di individui e partiti,
bisogna andare estremamente cauti, sia per non spendere cifre
astronomiche, sia per non allarmare le autorità occupanti,
sempre estremamente di denti, anche perché hanno avuto il
sospetto di essere state giocate!». 124 Nonostante i divieti,
Gropello continuerà ad erogare fondi. Dal marzo al luglio, ad
esempio, saranno versati ad un solo partito, quello della Nuova
Eritrea, la notevole somma di 83.800 scellini East Africa.
«Nessun partito ha avuto altrettanto — commenta il
diplomatico —; ma Nuova Eritrea è il più viziato e quindi il più
malcontento. Comunque non è il caso di aumentare
l’assegnazione». 125
Non essendo in grado di sorprendere Figarolo di Gropello con
le mani nel sacco, gli inglesi decidono di sbarazzarsi almeno del
presidente del CRIE, Di Meglio, che guida abitualmente i cortei
di protesta e trasforma le esequie delle vittime degli sciftà in
altrettante adunate nostalgiche. L’occasione per chiederne
l’espulsione viene o erta alla BAE da una delle tante
manifestazioni di cui Di Meglio è regista ed insieme attore
principale. Nel pomeriggio del 29 marzo, dopo i funerali di altre
due vittime italiane del terrorismo, Di Meglio guida una folla
«sdegnata e addolorata» verso il Palazzo Governatoriale, sede
della Commissione delle Nazioni Unite. Rompendo più volte i
cordoni della polizia, la folla degli italiani riesce a raggiungere il
Palazzo e minaccia di travolgere l’ultimo cordone di poliziotti
nativi. A questo punto gli osservatori dell’ONU accettano di
ricevere una delegazione di italiani, ma Di Meglio è prima
costretto a salire su di un muretto per calmare la folla che poco
prima aveva eccitato. Nell’appello che Di Meglio presenta al
presidente della Commissione, il norvegese Erling Qvale, è
detto, fra l’altro: «Voi Signori Delegati avete assistito a più di un
lutto che in pochi giorni ha colpito la popolazione italiana, vi
siete resi conto come l’azione terroristica minaccia la nostra vita
anche nei centri più abitati ed importanti del territorio.
Vogliamo dirvi che la maggior insensibilità e la più crudele
indi erenza hanno caratterizzato l’Amministrazione britannica
di fronte ai morti italiani. Neghiamo n da adesso che le azioni
terroristiche siano l’espressione di odio della popolazione nativa
dell’Eritrea contro gli italiani, ai quali nulla può incolparsi». 126
Per evitare l’espulsione del Di Meglio interviene lo stesso
ministro Sforza. «Tale espulsione — egli scrive in un dispaccio
all’ambasciata italiana a Londra — verrebbe infatti
inevitabilmente commentata nel senso che, mentre non riesce a
colpire i terroristi che operano a danno degli italiani, la BAE non
esiterebbe ad in erire con i rigori della legge contro questi
ultimi, colpevoli soltanto di manifestare, in forma un po’ troppo
irruenta, ma ben comprensibile, il loro esacerbato stato
d’animo. A Roma e a Londra possiamo deplorare le
manifestazioni verbali cui si è abbandonato il Di Meglio, ma
nella situazione locale esse non possono non venire valutate se
non nel quadro di quello stato d’animo e con tutte le attenuanti
che ne derivano». 127 Sforza dà quindi mandato all’ambasciata
di Londra di esprimere al Foreign O ce le preoccupazioni del
governo italiano, mentre incarica Figarolo di Gropello di
svolgere, nei confronti del Di Meglio, «un’opera di distensione e
di moderazione». 128
Compito non facile, perché fra marzo e maggio vengono
uccisi dagli sciftà 12 italiani e Vincenzo Di Meglio è
costantemente sulle barricate mentre la prosa dei suoi
comunicati alla stampa non risparmia mai l’Amministrazione
britannica. Dice uno di questi testi, di uso il 14 maggio:
«Malgrado l’assicurata adozione di adeguate misure protettive,
un’altra vittima è stata, in data 13 corrente, immolata alle
insaziate esigenze del terrorismo politico in Eritrea, alimentato
e protetto dalle fonti ormai a tutti note. Inchiniamoci commossi
dinanzi alla nuova tomba del modesto lavoratore che fu Nassisi
Giuseppe, e uniamo, memori, questo nuovo sanguinoso anello
alla lunga catena dei nostri 44 morti invendicati». 129 A
Gropello, incapace di imbrigliare il personaggio, il quale,
oltretutto, insiste ancora per la vecchia soluzione
dell’amministrazione duciaria all’Italia, non resta che scrivere
agli Esteri: «Di Meglio è un agitato che manca di ogni sensibilità
politica. È funzionario dell’Africa Italiana: urge trasferirlo.
Altrimenti ci procurerà altre noie». 130
Ai primi di aprile, intanto, i membri della Commissione
dell’ONU hanno lasciato l’Eritrea dopo avervi visitato 37 centri
ed aver accordato 64 udienze pubbliche. Ma gli osservatori, che
hanno anche consultato i governi della Gran Bretagna, Etiopia,
Egitto, Italia e Francia, non riescono a raggiungere un accordo
sul destino dell’Eritrea. I rappresentanti del Guatemala e del
Pakistan propongono l’indipendenza, ma non immediata. 131
Quelli della Birmania e del Sud-Africa la federazione con
l’Etiopia. 132 Il delegato della Norvegia l’annessione dell’Eritrea
all’Etiopia. 133 Il rapporto della Commissione, presentato l’8
giugno 1950 al segretario generale dell’ONU, Trygve Lie, viene
esaminato e discusso, tra luglio e settembre, dall’Interim
Commettee delle Nazioni Unite, incaricato di trovare una
soluzione de nitiva, che sarà raggiunta soltanto il 2 dicembre.
Nei sei mesi che trascorrono tra la presentazione del rapporto
e la decisione nale dell’Assemblea dell’ONU, la situazione in
Eritrea si fa ancora più caotica e drammatica. Il 20 luglio viene
ucciso ad Asmara l’industriale minerario Vittorio Longhi; 134 il
20 ottobre, il maresciallo dei carabinieri Pio Semproni,
comandante la stazione di polizia di Agordat; il 2 novembre, il
capostazione e il vice-capostazione di Ghinda, Giuseppe
Compagnoni Monzio e Michele Romeo. Ogni qualvolta a Lake
Success si riparla dell’Eritrea ed una decisione dell’ONU appare
imminente, gli sciftà si scatenano contro uomini e cose,
privilegiando gli italiani e le loro proprietà. Come osserva Mario
Fanano, «lo stato di insicurezza si è aggravato, è ormai arrivato a
completare il forzoso abbandono delle aziende agricole e
industriali situate fuori dei posti di blocco». 135 È in questo
periodo che molti italiani gettano la spugna, nonostante che
Brusasca abbia avvertito Gropello che il Banco di Roma è pronto
ad autorizzare il credito agli agricoltori e industriali danneggiati
dagli sciftà. 136 Tra quelli che rimpatriano, abbandonando per
sempre le loro proprietà di Adi Ugri, ci sono anche i gli e nipoti
di Antonio Licata, che era giunto in Eritrea nel lontano 1887, al
seguito del generale Alessandro Asinari di San Marzano.
Un altro che non crede più all’Eritrea è l’onnipotente
presidente della FIAT. Nell’estate del 1950, Vittorio Valletta
scrive due lettere a Brusasca per chiedergli di aiutarlo a
trasferire gli impianti della società Prometal (laterizi di Ghinda)
al signor Giorgiadis di Kampala, in Uganda. L’autorizzazione alla
vendita sarà poi concessa dagli inglesi, ma, nell’attesa, Valletta
non è tenero con l’Amministrazione britannica. Il 22 giugno
scrive infatti a Brusasca: «Mentre, sempre riferendoci all’Eritrea,
sembra evidente la politica per un nostro allontanamento,
dall’altro si vieta a noi di poterci ritirare secondo eque
condizioni che consentano di non dover rinunciare a quel poco
che gli italiani si sono costituiti con fatiche e sono riusciti a
salvare dalla guerra e dalla conseguente crisi economica». 137
«La peggiorata situazione della sicurezza nel Paese» induce
Figarolo di Gropello a chiedere un colloquio al comandante della
polizia, colonnello Cracknell. Durante l’incontro, che avviene il
22 settembre, Gropello manifesta le sue apprensioni dopo la
recente distruzione delle aziende agricole Dell’Aquila e
Monticelli e il ra orzamento di alcune bande di sciftà che
agiscono nella valle del Dorfu. Cracknell ammette il
peggioramento della situazione, ma ne attribuisce le
responsabilità all’azione, internazionale e locale, degli italiani, i
quali: 1) hanno provocato, con il loro irrigidimento a Lake
Success, una battuta d’arresto nelle discussioni; 2) hanno
intensi cato l’attività dei partiti del Blocco e ra orzato le bande
assaortine anti-sciftà; 3) e, per ultimo, «Eritrea nuova» ha
lanciato una violentissima campagna tesa: a) a ridicolizzare il
movimento di resa degli sciftà; 138 b) a porre sotto accusa il
Partito unionista attribuendogli le attività dei terroristi; c) ad
incolpare l’Amministrazione britannica di impotenza e omertà.
Il rappresentante italiano, che era andato da Cracknell per
protestare, fa marcia indietro e incassa il colpo. E poiché sa di
aver tirato troppo la corda, convoca gli «amici» del CRIE e «dopo
lunghe discussioni» riesce ad imporre queste direttive: 1) il CRIE
si asterrà «dallo svolgere qualsiasi attività politica e concentrerà
la sua attività nel campo assistenziale, culturale e ricreativo»; 2)
la stampa italiana locale dovrà accentuare il suo carattere di
strumento di informazioni attenuando il suo tono
polemico. 139 Se, come appare evidente anche da questi episodi,
l’attivismo degli italiani è certamente una delle cause che
scatena il terrorismo, è anche vero, però, che gli inglesi fanno
ben poco per frenarlo. Proprio nell’estate del 1950, ad esempio,
essi permettono che si proietti in due cinema di Asmara, con
ingresso gratuito, un lm in lingua araba sulle sevizie fasciste
praticate sulle popolazioni della Cirenaica, mentre in un altro
locale è in visione un altro lm anti-italiano dal titolo Destino di
un impero. 140
Ogni giorno che passa il compito di Figarolo di Gropello
diventa sempre più arduo e complesso. Quando, come abbiamo
visto nel primo capitolo, la Delegazione italiana a Lake Success
deve arrendersi all’evidenza che la tesi dell’indipendenza non
passerà ed è quindi costretta a ripiegare sulla soluzione
federativa, Gropello è a sua volta obbligato a far digerire agli
italiani d’Eritrea questa nuova scelta, che è la quarta, dopo
quelle del trusteeship, della spartizione (compromesso Bevin-
Sforza) e dell’indipendenza. Rispondendo a Brusasca, che è a
New York, Gropello lo informa che ha convocato gli ex membri
del CAE, 141 i quali, dopo aver ingoiato l’amaro boccone, si sono
mostrati preoccupati per la reazione della comunità italiana, «la
quale è sempre pronta ad accusare il Governo italiano di avere
un atteggiamento politico ambiguo. Per tale considerazione, gli
ex membri del CAE desiderano che la soluzione federativa
appaia, almeno u cialmente, non come un accordo negoziato
da Vostra Eccellenza, ma come il risultato di una decisione presa
dalle Nazioni Unite». 142
Con l’accettazione della formula federativa l’Italia rinuncia in
sostanza ad ogni futura in uenza sull’Eritrea, ma alcuni
documenti provano che, tanto ad Asmara che a Roma, c’è ancora
qualcuno che tenta, con la corruzione e l’inganno, di ricuperare
del terreno e forse anche di ribaltare la situazione.
Nell’annunciare a Roma che il 5 novembre partiranno per New
York, dove l’8 si aprirà all’ONU il dibattito conclusivo
sull’Eritrea, i delegati della Lega musulmana Ibrahim Sultan e
Jassin Batoc, Gropello scrive: «Ibrahim Sultan appare bene
inquadrato e ritengo pertanto che non sarà di cile fargli
assumere gli atteggiamenti che giudicheremo più
opportuni». 143 Ed infatti Ibrahim Sultan pronuncia il 21
novembre un «violento discorso anti-etiopico sostenendo
l’indipendenza e l’integrità dell’Eritrea». Nel suo intervento egli
sostiene, fra l’altro, che gli sciftà giungono in Eritrea dal
territorio etiopico e che sono state «esercitate pressioni per
l’annessione». 144
Ibrahim Sultan si presta a farsi strumentalizzare dagli
italiani, oltre a percepire le loro sovvenzioni, ma, a sua volta,
cerca di coinvolgerli in un suo progetto, che è insieme ambizioso
e rischioso. Alla vigilia della decisione de nitiva dell’ONU,
Ibrahim Sultan si incontra con un membro della delegazione
italiana a Lake Success e gli con da che, anche se per il
momento è costretto ad accettare la federazione con l’Etiopia,
«non per questo rinuncerà all’ideale dell’indipendenza, per il
quale però bisognerà lavorare pazientemente sott’acqua per vari
anni ancora. Per ciò conta anche sui sentimenti anti-scioani dei
Tigrini, che volentieri farebbero blocco con gli Eritrei per
rendersi indipendenti e sulla fratellanza dei musulmani eritrei
con quelli sudanesi». Dall’Italia, prosegue Ibrahim Sultan, si
aspetta un valido aiuto, che dovrebbe consistere in: «a) armi,
munizioni e denaro per organizzare forze che, al momento
opportuno, dovrebbero rendere possibile il distacco dall’Etiopia,
in concomitanza con insurrezioni nel Tigrè; b) apertura di
scuole e borse di studio per eritrei, che verrebbero a
perfezionarsi in Italia, specialmente in ingegneria e medicina; c)
aiuti agli agricoltori, soprattutto sotto forma di prestiti».
L’interlocutore di Ibrahim Sultan assicura Brusasca, al quale è
diretto «l’appunto riservato» sui colloqui di New York, di essersi
astenuto «dal fare dichiarazioni o assicurazioni» e di essersi
limitato a tranquillizzare il leader della Lega Musulmana sulla
«simpatia del Governo italiano per l’Eritrea e gli eritrei». Ma
anche se, come precisa, si è attenuto alla buona regola del
«gettare ami» e del «lasciar cantare», il suo interessamento per i
progetti di Ibrahim Sultan rivela come in certi ambienti degli
Esteri e del ministero dell’Africa Italiana si speri ancora di
conservare in Eritrea, in un modo o nell’altro, una qualche
presenza. 145
Ad Asmara, poi, si lavora per l’indipendenza sino all’ultimo,
anche quando è ormai arcisicuro che a Lake Success passerà
soltanto la soluzione federativa. Ancora il 1° agosto 1950 il
maggiore dei carabinieri Antonio Giglio Usai consegna a
Figarolo di Gropello due documenti segreti. Il primo, di 10
cartelle dattiloscritte, porta il titolo Costituzione di un esercito
eritreo; il secondo, di 5 cartelle, è uno studio sulla Costituzione di
un corpo di polizia eritreo. L’esercito dovrebbe comprendere 30
mila uomini, la polizia 1.760. 146 Non è chiaro chi sia il
committente di questi studi, ma è palese invece come, alla
vigilia della federazione tra l’Eritrea e l’Etiopia, ci sia ancora chi
punti sull’indipendenza e lavori per difenderla elaborando piani
di carattere militare.

La soluzione federativa.
Superati gli ultimi ostacoli e accolte le ultime riserve nel
progetto nale di federazione, il 2 dicembre 1950 l’Assemblea
Generale dell’ONU approva, con 46 sì, 5 no e 4 astensioni, che
l’Eritrea diventi un’unità autonoma federata con l’Etiopia sotto
la sovranità della corona etiopica. «La decisione — ricorda
Puglisi — fu accettata tranquillamente da tutti, poiché almeno
portava la ne della sanguinosa parentesi di incertezza e di lotta
intestina». 147 L’accettano pure gli italiani, anche se sono i
maggiori danneggiati, poiché essi non godranno del diritto di
partecipare alla costruzione del nuovo stato e saranno esclusi
sia dall’Assemblea Costituente che dal Governo eritreo.
Dal suo osservatorio di Asmara, il 4 dicembre Gropello scrive
a Brusasca che tra la popolazione italiana «regna, in generale,
una atmosfera di calma e ducia», mentre tutti i partiti del
Blocco, eccezion fatta per la Lega musulmana, «sono soddisfatti
della soluzione [...]. Il pregio del progetto di federazione
approvato dalle Nazioni Unite è quello di essere considerato da
tutti i partiti come una vittoria personale. Gli unionisti la
chiamano unione federativa; gli indipendentisti, autonomia
federata. I punti interrogativi rimangono i musulmani del
bassopiano». 148 Ma l’indomani, con un nuovo dispaccio,
Gropello precisa che anche gli «esponenti musulmani hanno
sottolineato che la decisione delle Nazioni Unite si inquadra
nell’originario programma della Lega di federarsi con l’Etiopia.
Hanno pertanto aggiunto che intendono collaborare per
l’attuazione dell’autonomia federata sotto la corona etiopica.
L’eventuale opposizione dei musulmani del bassopiano sembra
così superata». 149
Il 14 dicembre le Nazioni Unite incaricano il boliviano
Eduardo Anze Matienzo di recarsi in Eritrea in qualità di
Commissario dell’ONU e con il compito di redigere un progetto
di statuto della federazione e di organizzarvi, attraverso libere
elezioni, un’Assemblea rappresentativa. Termine ultimo, per
porre in condizione l’Eritrea di federarsi con l’Etiopia, il 15
settembre 1952. Sino allora saranno ancora gli inglesi ad
amministrare l’ex colonia italiana e a cercare di garantirvi la
sicurezza. Anche se gli inglesi, come del resto gli italiani, escono
perdenti da questa lunga vertenza, l’8 dicembre
l’amministratore-capo dell’Eritrea, generale Drew, rivolge un
messaggio a tutti gli abitanti del territorio e, fatto davvero senza
precedenti, sostiene che «tutte le popolazioni dovranno
chiaramente rendersi conto che tutti gli sciftà, lungi dall’essere
dei patrioti, sono dei rapinatori, dei criminali e dei nemici
diretti dell’intera comunità». 150 Una dichiarazione che viene
interpretata come un preciso impegno a stroncare il terrorismo.
In questo clima, il 31 dicembre 1950, oltre tremila
rappresentanti di tutti i partiti eritrei si danno convegno nel
Cinema Impero di Asmara per celebrare, in maniera solenne, la
ne delle ostilità e la tanto invocata paci cazione degli animi. A
rendere ancora più solenne la cerimonia sono presenti i
rappresentanti dei governi d’Italia, Etiopia, Francia, Stati Uniti e
i massimi esponenti dei cleri copto, musulmano, cattolico ed
evangelico. Nel corso di quella che poi verrà de nita la
«Riunione per la pace», è data lettura, in quattro lingue, di
questa dichiarazione politica: «Tutti i partiti dell’Eritrea,
considerata la necessità di addivenire ad una grande
paci cazione alla luce della decisione dell’ONU sul futuro
assetto dell’Eritrea, hanno deciso: 1) di rispettare la decisione di
federare l’Eritrea con l’Etiopia; 2) di dare la massima
collaborazione al Commissario dell’ONU per la formulazione
della costituzione dell’Eritrea; 3) di facilitare il compito
dell’amministrazione britannica per il mantenimento
dell’ordine pubblico; 4) di impegnare tutte le forze congiunte
per raggiungere rapidamente il progresso e la prosperità». 151
Tanto Ibrahim Sultan, a nome del Fronte democratico
eritreo, 152 che Zerom Che è, in rappresentanza del Partito
unionista, pronunciano poi severe condanne contro il
terrorismo. «Troppo sangue è stato versato e troppe distruzioni
sono avvenute — a erma Ibrahim Sultan —. Noi diciamo ai
nostri fratelli che hanno le armi in pugno, e credono che la loro
opera sia compiuta per il bene del nostro paese, di cessare
immediatamente la loro azione e di tornare sulla via della legge
e della giustizia». Gli fa eco Zerom Che è, quando sostiene:
«Siamo unanimi nel condannare ogni forma di violenza e di
sopruso. Ogni ulteriore atto del genere risolvendosi in nuove ed
inutili so erenze per tutto il nostro popolo, chi lo compie è
nemico dell’Eritrea e degli eritrei». 153
Il movimento armato, però, non sembra percepire questi
inviti e queste condanne e continua, per almeno altri otto mesi,
la sua opera di distruzione. Per limitarci agli italiani, ne cadono
uccisi ancora altri cinque. Il 17 dicembre viene assassinato alla
periferia di Decamerè l’agricoltore Girolamo Benesti.
L’indomani, sulla strada Massaua-Zula, viene freddato con due
fucilate l’impiegato Giovanni Zunino. Il 5 gennaio 1951 cade
ucciso, nei pressi di Debaroà, l’a ttuario Gabriele Ciaglia. Il 25
aprile l’industriale Rodolfo Melotti cade in un’imboscata nella
regione di Om Ager e, rimasto colpito, muore per la lentezza dei
soccorsi. Il 15 giugno viene ucciso ad Asmara, con dodici
pugnalate, il vetraio Olao Trevisani. Nel solo mese di aprile gli
sciftà uccidono 1 italiano e 43 nativi, feriscono 3 italiani, 1
americano e 52 indigeni, e compiono decine di rapine, sequestri
di persone, assalti a treni e a convogli scortati. 154 «Matienzo mi
ha ripetuto che qualora la situazione non venisse sanata —
scrive Gropello agli Esteri, dopo aver incontrato il Commissario
dell’ONU —, egli denuncerà alla Piccola Assemblea dell’ONU la
responsabilità dell’autorità amministrativa. Matienzo mi ha
detto, a titolo strettamente con denziale, che avrebbe pure in
animo, in caso di assoluta necessità, di chiedere l’instaurazione
in Eritrea dell’Amministrazione provvisoria dell’ONU con invio
di truppe delle Nazioni Unite». 155
Matienzo non ricorrerà alle truppe dell’ONU, ma il 1° maggio,
nel corso di una conferenza stampa, annuncia che ha deciso di
sospendere i lavori: «Io non credo sia consigliabile, dal punto di
vista psicologico, iniziare queste consultazioni proprio nel
momento in cui la popolazione, la quale desidera pace e
sicurezza prima di tutto, è in pericolo. Inoltre, non ritengo
opportuno che io debba viaggiare, sventolando la bandiera delle
Nazioni Unite, su strade macchiate dal sangue di persone
attaccate dai terroristi. Concludendo, la mia coscienza non mi
consentirà di viaggiare attraverso il territorio con una scorta
armata, mentre gli abitanti con i quali desidero incontrarmi
correranno il rischio di imbattersi in imboscate e attacchi da
parte degli sciftà, quando dovranno venire da me». 156 Anche se
indiretta, la condanna nei confronti dell’Amministrazione
britannica è pesante, senza appello.
Al vertice della BAE, intanto, il maggior generale Duncan
Cameron Cumming ha sostituito il brigadiere Drew. Il nuovo
amministratore, valente studioso di questioni coloniali ed
uomo più aperto e lungimirante del suo predecessore, decide di
a rontare il problema del terrorismo in maniera più radicale.
Mentre, da un lato, ra orza gli organismi repressivi, dall’altro,
con il proclama n. 104 del 19 giugno 1951, concede agli sciftà
un’amnistia generale. Scaduto il termine ultimo del 18 luglio, la
BAE perseguirà in maniera inesorabile tutti quelli che non si
saranno presentati. Già all’inizio dell’anno era stata promulgata
una prima amnistia, ma poiché essa non concedeva il perdono a
quelli che si erano macchiati di sangue, aveva dato scarsi
risultati. A proporre un’amnistia «più ampia e generosa» era
stato, il 27 gennaio 1951, il giornalista Giuseppe Puglisi. «Se si
vuole spezzare la spirale del delitto — aveva scritto sulle
colonne di “Eritrea nuova” —, è necessario che
l’Amministrazione consideri l’opportunità di condonare anche i
delitti di sangue che in passato furono consumati. Sia ben
chiaro e netto, però, che questo condono generale dovrà essere
unico, più che eccezionale». 157
La decisione di Cumming di concedere un’amnistia generale
viene commentata favorevolmente da Mario Fanano, su «Eritrea
nuova»: «In sostanza noi non accogliamo — come non
proponemmo — con gioia o con soddisfazione questo
provvedimento: lo accogliamo invece come una necessità, come
una triste necessità, in mancanza di meglio. [...] Concludiamo
con l’augurio che tra un mese — ci sembra un sogno — l’Eritrea
sia realmente paci cata, e possa così riprendere il suo faticoso
ma allora sicuro cammino sulla via della ricostruzione morale e
materiale». 158 In realtà, il provvedimento di clemenza dà
buoni risultati sin dai primi giorni. Il 9 luglio, il marchese
Benedetto Capomazza di Campolattaro, che è succeduto a
Figarolo di Gropello quale rappresentante del governo
italiano, 159 può telegrafare agli Esteri che su 1.000 sciftà
operanti in Eritrea se ne sono presentati circa 400. 160 Il 16
luglio, Capomazza avverte Roma che il numero degli sciftà che si
sono arresi è salito a 500. Riferendo, inoltre, che i due terroristi
Elias Mebratù e Zeggai Gheremeschel sono stati impiccati, il
diplomatico sottolinea che gli inglesi stanno dimostrando
un’energia ed una determinazione del tutto nuove. 161
Alla scadenza del termine, gli sciftà che si sono presentati
sono 903, fra cui 41 capi. Restano così alla macchia 18 capi, di
cui 10 hanno probabilmente trovato rifugio in Etiopia ed 8 sono
nascosti in Eritrea. Fra gli elementi irriducibili vanno segnalati
Uoldegabriel Mosasghì, Asseressei Embaiè, Techestè Hailè e
Hagos Temnuò. 162 Giudicando l’atteggiamento di Cumming
nei confronti del terrorismo, Oscar Rampone scrive: «Lottò con
molta risolutezza ed e cacia per la repressione del banditismo,
che aveva causato la morte di oltre sessanta italiani, di alcune
centinaia di eritrei, di due britannici, un americano, un greco e
un indiano, e che aveva enormemente danneggiato il paese dal
punto di vista economico. Fu una lotta senza quartiere, al
termine della quale risultarono impiccati 32 briganti». 163
Ancora prima che il terrorismo venga de nitivamente
liquidato, gli italiani d’Eritrea, ormai persuasi di aver perso ogni
possibilità di esercitare una qualche in uenza sul paese, almeno
sul piano politico, si mettono in contatto con gli etiopici, che
essi individuano già come i nuovi padroni, per cercare almeno
di difendere i propri interessi economici. Il 10 marzo 1951 il
Consiglio direttivo dell’Associazione Italo-Eritrei viene ricevuto
dal rappresentante del governo etiopico in Eritrea, Amde Micael
Dessalegn. Nel corso del colloquio, il presidente
dell’Associazione, Filippo Casciani, commette l’imprudenza di
porre troppo in risalto le «benemerenze disinteressate» degli
Italo-Eritrei, provocando così la vivace reazione di Dessalegn, il
quale prega l’interlocutore di smetterla di parlare di meriti,
quando è arcinoto che tutti gli stranieri in Eritrea, a cominciare
dagli italiani, hanno soltanto pensato al proprio tornaconto e
non certo all’interesse della comunità. 164 Giudizio, del resto,
condiviso dal maggiore dei carabinieri Antonio Giglio Usai. In
una sua Memoria sull’Eritrea, indirizzata al Comando generale
dell’arma dei carabinieri a Roma, egli scrive, fra l’altro: «Una
percentuale degli italiani, piccola ma importante, si agita nel
nome dell’indipendenza, nel nome dell’Italia, ma soprattutto si
agita per ottenere a ermazioni di carattere esclusivamente
personale alla ricerca di una sistemazione propria». 165
Nel loro tentativo di salvare le loro posizioni economiche, o
anche di migliorarle, gli italiani d’Eritrea hanno più fortuna con
gli inglesi, i quali, ora che sono alla vigilia di andarsene,
riscoprono l’antica amicizia italo-britannica e sono propensi a
non negare agli italiani qualche favore, soprattutto se a farne le
spese sono gli eritrei. Così, non soltanto alcuni beni demaniali,
come le scuole, restano all’Italia, mentre dovrebbero essere
incorporati dallo stato successore, ma passano in proprietà di
privati italiani beni che l’Amministrazione inglese aveva in un
primo tempo classi cati come statali e terreni e case per i quali
esistevano le concessioni, ma non erano ancora passati in libera
proprietà. Nel commentare l’esito positivo delle trattative con
gli inglesi, il presidente della Camera di commercio di Asmara,
Vercellino, ringrazia Brusasca per averlo consigliato, già n dal
1950, ad imboccare questa strada, che si e rivelata giusta e
pro cua. 166
Intanto Matienzo, rassicurato dal nuovo atteggiamento
assunto dalle autorità britanniche, ha ripreso i lavori di
consultazione e il 29 giugno 1951 può già annunciare le linee
programmatiche della Costituzione eritrea e, qualche giorno
dopo, discuterle con il ministro degli Esteri etiopico, Aklilù
Hapte Uold, il quale ottiene alcune soddisfazioni sostanziali,
quali l’adozione della bandiera etiopica come vessillo della
nuova federazione e la presenza ad Asmara di un
rappresentante dell’imperatore. 167 Commentando il primo
abbozzo di Costituzione, Mario Fanano si rivela subito
pessimista. Citando una massima di Joseph de Maistre, che dice:
«Dès que l’on écrit une Constitution elle est morte», Fanano
accusa apertamente Matienzo di subire le pressioni dell’Etiopia,
di essere sceso a troppi compromessi e, fatto inaudito, di essere
giunto ad identi care il governo etiopico con quello federale:
«In tutto lo schema di Costituzione [...] ci è sembrato di vedere
una intenzione, o quanto meno una tendenza, ammettiamo
pure inconscia o involontaria, a realizzare in pratica quanto
invece l’Assemblea Generale ha già messo da parte: vogliamo
dire una vera e propria annessione dell’Eritrea all’Etiopia,
mentre, in pratica, all’Eritrea, resterebbe soltanto il contentino
di un’autonomia alquanto ttizia ed estremamente
limitata». 168 Le stesse accuse saranno mosse a Matienzo, molti
anni dopo, dai partigiani del FLE (Fronte di Liberazione eritreo):
«All’inizio, il Commissario delle Nazioni Unite prese le difese
della Risoluzione e cercò di applicarla onestamente, ma alla ne
dovette piegarsi alle pressioni del Governo etiopico e di paesi
colonialisti che lo sostenevano. [...] Il Commissario decise di
identi care il governo etiopico con il governo federale:
decisione totalmente irragionevole, che violava in maniera
agrante le intenzioni dell’Assemblea Generale e trasformava la
Risoluzione delle Nazioni Unite in un documento privo di ogni
senso. [...] Uno dei più gravi errori di Matienzo, e che ha
condotto automaticamente all’eliminazione dell’autonomia
eritrea, è di aver accettato il posto di Rappresentante
dell’imperatore in Eritrea, posto che non era a atto menzionato
nella risoluzione federale». 169
Ma già forse era stato commesso un errore il 2 dicembre 1950
a Lake Success, con la scelta della soluzione federativa. Come
non prevedere che essa non avrebbe mai potuto funzionare?
Come non ricordare che l’Etiopia di Hailè Selassiè esiste solo in
quanto è uno stato fortemente centralizzato e che la sola
ammissione del principio della federazione avrebbe potuto
provocare una serie di movimenti scissionisti in altre
regioni?. 170 Come non intuire che la Costituzione eritrea,
basata sui princìpi democratici della Carta delle Nazioni Unite, è
in netta opposizione con la tradizione autoritaria dell’Etiopia?
Ed in ne, come si sarebbero potute applicare, nello stesso paese
e nello stesso momento, due costituzioni così diverse e
discordanti? Adesso tutti questi interrogativi se li pone il
brasiliano Eduardo Anze Matienzo, e si può comprendere, anche
se non scusare, i suoi compromessi e i suoi errori.
Mentre il Commissario dell’ONU elabora i 99 articoli della
Costituzione eritrea, dilaniato dai dubbi e dai dilemmi, il 16
settembre 1951 appare sul giornale cattolico di Asmara,
«Veritas et vita», un articolo che, quando giungerà nelle mani di
Brusasca, lo farà sobbalzare. «Il governo italiano deve
convincersi come noi — scrive il foglio del vicariato — che
l’Eritrea non conta per quello che si vede dall’aereo, ma
soprattutto per le risorse, in parte note e in parte segrete, che
potranno occupare molti lavoratori. Non sarà comodo per
l’Italia di alleggerirsi di 100 o 200 mila italiani, che qui
darebbero maggior prosperità al Paese?». L’intervento di
Brusasca, per interrompere una campagna che non è alla sua
prima manifestazione, è immediato. In una lettera al vicario
apostolico dell’Eritrea, Giangrisostomo Luigi Marinoni, il
sottosegretario scrive: «Quello che maggiormente mi preoccupa
è l’insistenza con la quale si prospetta la possibilità di inviare
costì 100 o 200 mila italiani. Io ho sempre ricevuto delle vive
raccomandazioni da tutti gli esperti dell’Eritrea di evitare delle
illusioni sulle possibilità di codesto Territorio, il quale non
sarebbe assolutamente in grado di dar lavoro ad altri 100 o 200
mila connazionali. Detto ciò, la tesi prospettata dal giornale
potrebbe essere vista con sospetto e preoccupazione da parte dei
nativi dell’Eritrea e anche degli etiopici, i quali potrebbero
pensare ad un tentativo da parte nostra di fare dell’emigrazione
di carattere politico, il che non è assolutamente nelle nostre
intenzioni e ci causerebbe dei gravissimi guai». 171
Il bergamasco Marinoni, che dalla ne del 1936 è un pilastro
dell’italianità in Eritrea e ha dato, per certi suoi atteggiamenti,
parecchio lo da torcere agli inglesi, si a retta a scusarsi con
Brusasca, 172 la campagna per favorire l’emigrazione italiana
viene abbandonata e l’incidente si chiude senza conseguenze.
Ma l’episodio denuncia un fatto molto preoccupante. Per
ignoranza o malafede, a sei anni dalla ne della guerra e a due
dalla risoluzione dell’ONU sulle colonie italiane, ci sono ancora
molti italiani, in Africa e in patria, che non hanno capito
l’irreversibilità di certe svolte e che procedono a ritroso nella
storia. E pazienza che si invochi l’arrivo di altri italiani, in
un’Asmara nostalgica, nevrotizzata e tagliata fuori dal mondo.
Meraviglia, invece, che il dubbio, se l’ex Africa italiana possa
ancora o rire sbocchi all’emigrazione nostrana, sussista in
uomini politici, e di parte democratica. «Mi son giunte
numerose richieste di operai che vorrebbero emigrare in
Somalia — scrive Benigno Zaccagnini, il 2 marzo 1950, al
sottosegretario Francesco Maria Dominedò —. Potresti dirmi se
vi è qualche possibilità presente o futura?». 173 La lettera, girata
a Brusasca, provoca il 14 marzo questa laconica risposta:
«Purtroppo non vedo, almeno per il momento, che sia possibile
trovare in Somalia uno sbocco per la nostra corrente
emigratoria». 174 E tutto questo, si noti bene, mentre il usso
dei profughi dalla Libia, dall’Eritrea, dalla Somalia, verso l’Italia,
è continuo ed inarrestabile, e il fenomeno è di dominio pubblico.
L’intesa tra tutte le forze politiche dell’Eritrea di rispettare le
decisioni dell’ONU e la migliorata tutela dell’ordine pubblico
consentono, intanto, alla ne di marzo del 1952, di tenere nel
territorio le prime libere elezioni, le quali confermano la
polarizzazione degli eritrei lungo le tradizionali linee religiose.
Sui 68 seggi dell’Assemblea Costituente, il Partito unionista,
cristiano-copto, ne ottiene 32; la Lega musulmana si a erma
come seconda forza, con 19 seggi; mentre un altro
raggruppamento musulmano, detto «separatista», la Lega
musulmana del Bassopiano Occidentale, 175 ne ottiene 15.
Presidente dell’Assemblea, che viene costituita il 26 marzo, è
eletto l’unionista Tedla Bairu; vice-presidente, il musulmano
«separatista» Ali Mohamed Mussa Redai. Il 10 luglio, a tempo di
primato, la Costituzione preparata da Matienzo viene votata
all’unanimità, dopo aver subìto soltanto alcune lievi modi che.
Il 28 agosto Tedla Bairu lascia il proprio incarico al suo vice e
diventa capo del governo eritreo. 176 Il 12 settembre giunge ad
Asmara da Addis Abeba il rappresentante dell’imperatore,
bituodded Andargacciù Massai, con la moglie, principessa
Tenagne Uorch, glia di Hailè Selassiè. Tre giorni dopo, la
bandiera inglese, che ha sventolato in Eritrea per oltre 11 anni,
viene ammainata dal colonnello Cox e presa in consegna dal
generale Cumming. Sul pennone sale il tricolore etiopico.
L’indomani, 16 settembre, funzionari e soldati inglesi
abbandonano l’Eritrea. Se ne vanno senza lasciare rimpianti,
forse ancora più detestati degli italiani. «Gli undici anni di
Amministrazione britannica — aveva scritto qualche tempo
prima il giornale unionista “Ethiopia” — sono stati amari ed
opprimenti e ciò è provato dalle tombe delle vittime e dalle
cicatrici dei feriti e dei prigionieri. Ma questi anni ci hanno
anche fatto uomini. Abbiamo anche capito che il colore scuro
della nostra pelle non stabilisce la nostra inferiorità, ma la
nostra natura». 177 Con gli inglesi, se ne vanno anche i cento
uomini del Gruppo autonomo guardie di PS dell’Eritrea, al
comando del maggiore Cerrini, e il nucleo della Guardia di
nanza, agli ordini del capitano Obici. 178 Un mese prima erano
partiti i carabinieri del maggiore Usai. Adesso, in Eritrea, non
restano che pochi funzionari del MAI, alle dipendenze di
Capomazza, il quale, dopo la nascita della federazione, ha
assunto una nuova quali ca, più aderente al suo nuovo ruolo,
cioè quella di console generale.
Ma anche se con il 15 di settembre il capitolo Eritrea si può
considerare concluso per l’Italia, restano nell’ex colonia
‘primogenita’ ancora troppi italiani, troppi interessi da
difendere, troppe cambiali da onorare, troppe ruote da ungere,
perché si possa, o si voglia, davvero voltare pagina. Il 9 dicembre
1952, ad esempio, viene erogata da Roma, a favore del consolato
generale di Asmara, la somma di 63 milioni di lire, così
suddivisa: 35 milioni per l’assistenza ai connazionali, 20 milioni
per spese di «carattere riservato» e 8 milioni per «servizi
speciali». 179 Ma a Capomazza non è soltanto rimasto il compito
di saldare i debiti dello scon tto Blocco per l’Indipendenza e di
mantenere sul libro paga un certo numero di intermediari e
informatori. Deve fare i conti con una comunità, che ha digerito
male la federazione, e con personaggi, come Di Meglio, che male
si adattano alla nuova realtà. Anche se il CRIE è stato sciolto il
21 dicembre 1951, il suo ex presidente non perde occasione per
rivendicare alla comunità italiana diritti che non ha più. In data
10 marzo 1953, mentre informa Brusasca che padre Dositeo da
Selvino è stato condannato a 10 mesi di reclusione, con la
condizionale, per o ese alla polizia a mezzo stampa, Capomazza
scrive inoltre: «Ritengo la presenza del Di Meglio, in questo
momento, nociva in Eritrea ai nostri interessi generali» e prega
il sottosegretario di mantenere anche lui «la stessa linea di
condotta». 180 Anche perché i rapporti con i nuovi governanti
sono eccellenti e Capomazza si preoccupa che possano essere
guastati con parole o atteggiamenti intemperanti. In e etti, in
una delle prime dichiarazioni di Tedla Bairu, si legge: «Come
Capo del governo dell’Eritrea, nel mio modo umile di agire,
seguo l’esempio del nostro grande imperatore, che ha
dimostrato al mondo di essere buono e generoso e di nutrire
nobili sentimenti verso gli italiani che vivono in Etiopia. Qui in
Eritrea seguiremo questo esempio con sincerità ed io in
particolare, che posso dire di apprezzare gli italiani nel loro
giusto valore. [...] Sono stato per sette anni a Firenze, la grande
Firenze (la vorrei chiamare la mia città), che ha dato all’Italia
tanti grandi uomini. Cresciuto in quell’atmosfera, io, eritreo ed
etiopico, non posso che essere amico degli italiani». 181
Le cerimonie per la federazione vengono coronate dalla visita
che l’imperatore Hailè Selassiè compie in Eritrea dal 4 al 18
ottobre. Il sovrano giunge al Mareb, il ume che divide l’Etiopia
dall’Eritrea, diciassette anni meno un giorno dal momento in
cui De Bono varcò il con ne e diede inizio alla guerra italo-
etiopica. Ad attenderlo, sotto l’arco di trionfo in legno scuro,
tappezzato di bandiere, costruito dall’italiano Mario Buschi, ci
sono i personaggi più rappresentativi dell’Eritrea: Tedla Bairu,
Mussa Redai, l’abuna Marcos, il mufti Ibrahim el Muctar, ras
Ghidanemariam Gheremeschel e il rappresentante del negus in
Eritrea, Andargacciù Massai. «L’Eritrea, con l’invasione del
nemico, è stata separata per molti anni dall’Etiopia — dice
Massai, che parla per primo —. Oggi sento una gioia scon nata
mentre ella si appresta a varcare il con ne, che rappresentava
una barriera dolorosa e insormontabile». 182
Mentre nel cielo sfrecciano alcuni caccia dell’aviazione
etiopica lanciando manifestini, Hailè Selassiè così risponde a
Massai: «Attraversando il Mareb, noi cancelliamo non solo la
frontiera che ha separato per tanto tempo popoli fratelli, ma
cancelliamo, nello stesso tempo, un lungo periodo di so erenze
e di lotte per il trionfo della giustizia. Nell’attraversare oggi il
Mareb, compiamo anche un atto storico. Nel giorno in cui
assumemmo il comando delle armate di liberazione, pensammo
a questo ume che separava due popoli fratelli; allora
dichiarammo nel nostro proclama: “Siate dall’una o dall’altra
parte del Mareb, unitevi nella lotta con i fratelli etiopici. Il
vostro destino è strettamente legato con quello della rimanente
Etiopia. Sono venuto a restaurare l’indipendenza del mio paese,
compresa l’Eritrea, il cui popolo vivrà, d’ora in poi, sotto la
bandiera etiopica”». 183 Sullo stesso argomento, delle comuni
origini e della comune storia, l’imperatore torna, poche ore
dopo, nel lungo discorso che pronuncia ad Asmara, in cima alla
scalinata dell’ex palazzo dei governatori italiani, in stile
palladiano: «Per la prima volta, dopo l’imperatore Johannes, 184
il vostro sovrano e capo supremo appare nel territorio
dell’Eritrea, come imperatore d’Etiopia e d’Eritrea. [...] Tutta la
storia dell’Etiopia e dell’Eritrea dimostra la profonda verità di
questa unità. Anche se risaliamo alla storia d’Etiopia di tremila
anni fa, troviamo che questa unità e identità dell’Eritrea con
l’Etiopia esisteva già. È soltanto da sessant’anni che viene usata
la parola Eritrea, il cui territorio è stato sempre identi cato con
il nostro impero». 185
Sull’accoglienza dell’imperatore ad Asmara abbiamo due
versioni, in parte contrastanti. Oscar Rampone parla di folla in
delirio e soggiunge: «Il suo clamore fatto di gridi di gioia, di trilli
di donne, di suoni, di canti e di evviva, sale al cielo e copre
nanche i colpi di cannone e lo squillar delle campane che
salutano l’ingresso dei sovrani». 186 Giuseppe Puglisi è più
cauto: riconosce che la folla «è imponente» lungo le strade, ma
osserva pure che, più che «entusiasta», essa è «ansiosa di vedere
il Negus». Nota inoltre che la popolazione cristiana della città ha
inalberato esclusivamente la bandiera etiopica, mentre quella
musulmana ha innalzato la bandiera eritrea assieme a quella
etiopica e conclude: «Questo fatto ha messo in evidenza la
divisione politica della popolazione». 187
Nei giorni seguenti, Hailè Selassiè si reca a Massaua, Archico,
Ghinda, Cheren, Agordat. E, nelle regioni più marcatamente
unioniste, l’accoglienza è più calda, gli archi di trionfo più
sfarzosi, le acclamazioni più spontanee. Ad Amba Derhò, ad
esempio, la folla canta:

In terra, sui mari, nei cieli,


ovunque, o tricolore etiopico,
hai sempre confortato i tuoi gli.
Come esprimere
la mia grande felicità?
Ho visto il nostro Sovrano.
È arrivato il sole radioso:
dallo Scioa è giunto
il nostro Imperatore. 188

Nel suo lungo viaggio, l’imperatore visita le più grandi


aziende agricole dell’Eritrea, quasi tutte gestite da italiani. Nella
zona di Cheren, quelle di Filippo Casciani e di Guido De Rossi;
nella regione del Barca, i bananeti di Giacomo De Ponti, Silvestri
e Perpignano; a Scichetti, le stalle modello del conte Stefano
Marazzani Visconti. E ancora: il bottoni cio di De Rossi, la
fabbrica di ammiferi dei fratelli Maderni, lo stabilimento per la
produzione di alcol e birra di Emma Melotti. «Hailè Selassiè —
ricorda Giuseppe Puglisi — si meravigliò dei tanti doni che
l’Eritrea rappresentava per lui, un paese che non aveva
confronti con il suo impero. Col tempo egli cercò di entrare in
compartecipazione nelle maggiori aziende eritree di italiani,
come fece pure suo genero e suo rappresentante in Eritrea,
Andargacciù Massai». 189
Ad Asmara, il 16 ottobre, l’imperatore riceve in ne in udienza
il console generale Capomazza e il presidente della Casa degli
Italiani, 190 Paolo Guerra, al quale dice: «Sono undici anni da
quando tornammo nel nostro paese. Allora dichiarammo
pubblicamente la nostra amicizia per gli italiani. Questa politica
è conosciuta perfettamente dai vostri connazionali, perché noi
disponemmo che essi potessero rimanere in Etiopia e potessero
viverci e lavorare liberamente. Perciò vi diamo conferma che le
stesse condizioni si applicano a coloro che vivono qui in
Eritrea». 191 Nei suoi commenti al viaggio di Hailè Selassiè in
Eritrea e ai frequenti incontri tra il sovrano e gli esponenti più
in vista della comunità italiana, Oscar Rampone scrive: «Che
l’Imperatore conquistasse il cuore del suo popolo fuorviato è
importante; straordinario, invece, è il fatto che egli riuscì a
conquistare completamente anche gli italiani. [...] Quando
l’Imperatore lasciò l’Eritrea, egli aveva conquistato tutti i miei
connazionali e ciò perché li aveva fatti ri ettere più a lungo di
quanto avessero fatto precedentemente sugli errori passati,
sulle colpe del fascismo verso l’Etiopia». 192
Le considerazioni di Rampone, buttate giù a caldo, peccano di
eccessivo ottimismo. Se è vero che molti italiani si sono lasciati
conquistare dal sovrano etiopico ed alcuni, entrati nelle sue
grazie, miglioreranno anche le loro posizioni economiche, è
anche vero che moltissimi altri abbandonano l’Eritrea proprio
in questo periodo, perché non credono nella federazione ed
ormai si sentono stranieri in una terra che sino a poco prima
credevano la loro. Se ne va, tra gli altri, anche Giuseppe Puglisi:
«Non avevo più interessi, non più prospettive per il mio lavoro.
Era un vivacchiare, con nell’aria la censura e la coartazione, e
quindi l’inanità di quanto facevo. [...] Un giornalista non può
vivere da giornalista in Eritrea. Tutti sono stati espulsi. Io
potevo aspettarmi lo stesso, perché ho poca pazienza». 193 La
censura, come vedremo meglio più avanti, è infatti il primo
regalo della federazione. Già nel corso del 1953 quattro redattori
della «All the News of Eritrea», portavoce dell’ex Blocco per
l’Indipendenza, subiscono tre processi e vengono condannati a
pene dai tre ai sei anni, e di uno di loro, Eyasu Teklu, non si
avranno più notizie. 194 Con la censura, comincia la lenta, ma
inarrestabile demolizione della federazione, nata da un
compromesso e avversata sin dall’inizio da Hailè Selassiè.

1. «Mai Taclì», luglio-agosto 1977.

2. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 533-82.

3. CR, Relazione attività svolta, documento di 7 cartelle, scritte a mano, non rmate.
Contiene, oltre la canzone, la storia della banda Renzulli.

4. CR. Lettera del generale Scagliotti a Massimo Romandini del 3 ottobre 1979.

5. La storia del gruppo Renzulli è ampiamente narrata nella già citata opera inedita di
Puglisi, L’impero clandestino, pp. 658-700.

6. Su questo argomento, le più precise accuse a Londra vennero mosse da una


cittadina inglese al servizio dell’Etiopia, la celebre Sylvia Pankhurst, che aveva
sposato la causa del negus sin dal 1935. Nel volumetto Why are we destroying the
Ethiopian ports? (New Times and Ethiopia News Book, Woodford Green 1952), la
Pankhurst documentò la parziale demolizione delle installazioni portuali di
Massaua ed Assab, la demolizione o la svendita di stazioni radio, bacini
galleggianti, cementi ci. Il tutto per ricavare pochi soldi o per ridurre i costi di
manutenzione. Le giusti cazioni inglesi sono riassunte da Cellere nel tspr.
3/5355/C del 23 maggio 1950 al MAI (AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3).

7. AFP, Renato Piacentini, La questione etiopica e l’Italia, cit., p. 58.

8. Cit. da Gino De Sanctis in Lettera dalle colonie, in «Mercurio», n. 27/28, dicembre


1946, p. 12.

9. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 534-35.

10. Alazar Tesfa Michael, Eritrea to-day. Fascist oppression under nose of British
Military, New Times Book Department, Woodford (s. i. d. ma forse 1945), p. 14.

11. Ivi, p. 14.

12. Ivi, p. 20.

13. Ivi, p. 18.

14. Ivi, p. 5.

15. S. Pankhurst, op. cit., p. 59.

16. Cfr. Ordine ingegneri e architetti dell’Eritrea, Memoriale sull’Eritrea, Tip. Zuco,
Asmara 1949, p. 54. Le cifre si riferiscono ad una tabella del 1946 elaborata dal
dott. Eldo Infante. Nel 1951 i contratti erano stati ridotti a 300 per una super cie
di 2.600 ettari.

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17. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 246. Promemoria per S.E. il sottosegretario,
p. 5.

18. Cfr. Ordine degli ingegneri e architetti, Memoriale sull’Eritrea, cit., p. 54.

19. A quella data gli italiani avevano in proprietà o in concessione 157 aziende per
9.131 ettari. Cfr. Emio Giorgetti, Perché l’Italia deve tornare in Africa, Editrice Sicca,
Roma 1949, p. 75.
20. Nations Unies, Rapport de la Commission des Nations Unies pour l’Erythrée,
Supplement n. 8 (A/1285), Lake Success, New York 1950, p. 35.

21. Associazione Italo-Eritrei, Memoriale per i Signori Delegati della Commissione


d’Inchiesta delle Nazioni Unite, Asmara, marzo 1950, p. 9.

22. Guida commerciale dell’Eritrea, Stab. Tip. Zuco, Asmara, 1946, p. 3.

23. Ivi, p. 9.

24. Ivi, p. 8.

25. Ivi, pp. 22-23.

26. La produzione d’oro in Eritrea, che nel 1940 aveva raggiunto i 500 chili, scese nel
1945 a 65 chili. Negli anni successivi furono prodotti: 106 chili nel 1946, 131 nel
1947, 72 nel 1948, 79 nel 1949. Cfr. Vittorio Vercellino, L’economia dell’Eritrea,
relazione di 17 cartelle in AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 19, aprile 1950.

27. Associazione Italo-Eritrei, Memoriale, cit., p. 7.

28. Cit. da Orietta Simondi in Vinti ma vincitori, in «Mai Taclì», maggio-giugno 1980.

29. AB, b. 2/a, ONU. Eritrea. Lettera dell’8 luglio 1950 di Adalberto Figarolo di Gropello
a Zoppi.

30. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 259.

31. Associazione Italo-Eritrei, Memoriale, cit., p. 3.

32. Nations Unies, Rapport de la Commission des Nations Unies pour l’Erythrée, cit., p.
35.

33. Ivi, p. 78. Il 26 maggio Zoppi precisava al MAI, riferendosi ad un dispaccio del 12
c.m. di Gropello, che erano in lista per partire altri 1.800 italiani, mentre 1.611
avevano trovato un impiego nella vicina Arabia Saudita (AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f.
13. Tel. 3/5373/C).

34. «Mai Taclì», marzo-aprile 1979. Nascita, prosperità e declino del teatro di Asmara,
di Gedo.

35. «Mai Taclì», novembre-dicembre 1977.


36. «Mai Taclì», novembre-dicembre 1978.

37. «Mai Taclì», marzo-aprile 1977.

38. «Mai Taclì», novembre-dicembre 1980.

39. Negli anni ’40 erano in funzione, e non soltanto ad Asmara, le scuole elementari;
nel capoluogo c’erano inoltre un istituto magistrale, un istituto tecnico ed il liceo-
ginnasio. Erano anche attive le facoltà di medicina e di giurisprudenza.

40. Associazione Italo-Eritrei, Memoriale, cit., p. 4.

41. Fondato dall’industriale Turiddu Bianchi, «Il Carroccio» era l’organo della sezione
eritrea del Comitato nazionale italiano di liberazione.

42. Tra il 1941 e il 1951 apparvero, in lingua italiana, anche questi altri giornali:
«L’Informazione», «Lunedì del Medio Oriente», «Orizzonti Africani», «Eritrea
nuova», «Giornale dell’Eritrea», «Voci di Casa nostra», «Charitas», «Il Lavoro degli
Italiani in Eritrea», «La Fiamma».

43. Giuseppe Puglisi, Chi è dell’Eritrea, Agenzia Regina, Asmara 1952.

44. L’informazione venne ritrasmessa al MAI con tspr. 4252 del 14 luglio 1950 (cfr.
AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2). Il maggiore Usai dava anche il nominativo degli
iscritti di rilievo: l’avv. Rinaldo Lewis, Salvatore Santarello, il medico Ugo
Battaglini, Garibaldo Lombardini, Mario Aderini. Precisava inoltre che Lewis era
l’estensore materiale degli articoli apparsi sulla «Gazzetta dell’Eritrea» a rma del
degiac Araià Uassiè, membro in uente del Partito unionista, che chiedeva
l’annessione dell’Eritrea all’Etiopia, e faceva risaltare la connessione, in Eritrea, fra
comunismo e unionismo.

45. Relazione politica sugli italiani in Eritrea: documento di 6 cartelle inviato dalla
signora Lina Catone Barbiere all’on. Luigi Balduni e da questi passato a Brusasca.
Datato Massaua 23 febbraio 1951 si trova in AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea,
f. 253.

46. Fra i vari documenti di usi in questa occasione, si veda: Franz Maria D’Asaro,
Eritrea S.O.S., «I quaderni de I Vespri», Roma 1950.
47. Relazione politica sugli italiani in Eritrea, cit.

48. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 11. Lettera su carta intestata del PSLI, n. prot. 6777/F.

49. Comitato rappresentativo degli italiani dell’Eritrea. Fu fondato nel 1947 e sciolto
il 21 dicembre 1951. Fu creato per supplire alla mancanza di rappresentanti
u ciali dell’Italia.

50. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 253. Lettera con n. prot. 6860/F.

51. Fra gli altri membri fondatori segnaliamo: il blatta Assefau Gobrù; il ricco
possidente e studioso di lingue Demsas Uoldemicael; il cagnasmac Gobrù Negusè;
l’industriale Mohamed Omar; il commerciante Fessehaiè Tesfanchiel.

52. Il piano di Longrigg, che fu amministratore militare dell’Eritrea dal maggio 1942
al novembre 1944, fu sostenuto dal governo di Londra durante le trattative
internazionali sul futuro assetto dell’Eritrea. Il piano fu illustrato per la prima
volta sull’«Eritrean Daily News» del 10 febbraio 1944 in un articolo dal titolo: Il
futuro dell’Eritrea.

53. Oscar Rampone, Il Mareb era un con ne, S.A. Corriere Eritreo, Asmara 1953, p. 17.

54. I fondatori del CAS furono il magistrato Armando Albini (che ne divenne
segretario generale), il colonnello Alfredo Bu oni, gli industriali agricoli Filippo
Casciani, Giacomo De Ponti, Guido de Rossi, Luigi Ertola, il medico Vincenzo Di
Meglio, il costruttore edile Michele Pollera, il generale Francesco Scagliotti,
l’avvocato Vittorio Vercellino, Alfredo Sciabarrà, Giotto Valli, Giovanni Tagliero
(cfr. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 253).

55. Ivi, f. 254

56. Associazione Italo-Eritrei, Memoriale, cit. p. 1.

57. Secondo le cifre fornite dall’Associazione ai delegati dell’ONU, il gruppo che


gravitava sull’AIE era di circa 60 mila persone. Sul problema dei meticci nel
dopoguerra, si veda: Giovanni Pollera, Un grave e spinoso problema dell’Eritrea.
Studio sull’infanzia abbandonata di origine europea, Tipogra a Silla, Asmara 1949.
Per a rontare il problema dei meticci, soprattutto di quelli (ed erano la
maggioranza) che non erano stati riconosciuti dal padre italiano e versavano nella
più grave indigenza, era stato creato l’ICARA (Istituzione culturale assistenziale
ricreativa «Alessandri»).

58. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 10.

59. In Libia e in Etiopia il taurari Mahanzel Tesfasghì si era guadagnato 3 medaglie


d’argento, 4 di bronzo e 2 croci di guerra.

60. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 10. Tel. datato Asmara, 27 dicembre 1947.

61. Intende parlare del Partito unionista. L’Etiopia fu comunque larga di aiuti al
partito di Tedla Bairu.

62. «Bollettino settimanale della stampa coloniale italiana e estera», n. 3, 15 gennaio


1948, p. 3.

63. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 253.

64. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 14. Lettera di Albini al MAI del 28 maggio 1948.

65. Radiomessaggio di De Gasperi in «Relazioni internazionali», 1947, p. 592.

66. Nel corso dell’intervista con Brusasca del 21 agosto 1979, gli chiedemmo come
mai, lui che aveva un passato di antifascista e di partigiano, si fosse circondato
soltanto di ex funzionari coloniali, in gran parte nostalgici e non sempre sereni.
Allargò le braccia: «È tutto quello che trovai. Ed erano i soli a saper mettere le mani
nei documenti del MAI. Se li avessi estromessi, il mio compito sarebbe stato anche
più gravoso».

67. «Bollettino settimanale della stampa coloniale italiana ed estera», n. 37, 7 ottobre
1947, pp. 2-3.

68. «Eritrea nuova», 10 novembre 1947.

69. «La Rivolta ideale», 3 gennaio 1948.

70. Ibid.

71. Il Conzada fu il primo italiano ucciso per motivi politici. Prima di lui, però,
almeno venti altri erano stati assassinati per vendetta, per rapina o per altri motivi
mai chiariti, tra il 1941 e il 1948.
72. Cit. in Giuseppe Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, in
«Candido», 4 a puntata; l’intera serie apparve sui numeri che vanno dal 24 (10
giugno 1956) al 39 (23 settembre 1956).

73. Commission d’enquête pour les anciennes colonies italiennes, vol. I. Rapport sur
l’Erythrée, Londra 1948, pp. 11-13, 90-91, 111.

74. Ivi, p. 110.

75. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 254.

76. Direttore di Governo dal 1935.

77. Ex governatore dell’Eritrea (1937-1940) e vice-governatore generale dell’AOI dal


1940 al crollo della resistenza in Etiopia.

78. Ultimo residente di Asmara, no al 1947.

79. Durante la guerra ricoprì la carica di segretario generale del governo dell’Eritrea.
Fu internato nel dicembre 1942.

80. Ex agente commerciale ad Adua nel 1934, fu dal 1936 addetto alla segreteria
generale del governo dell’AOI.

81. Funzionario coloniale: ebbe incarichi in Somalia ed Eritrea.

82. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 254.

83. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3. L’intera operazione Talamonti era venuta a costare
350 mila lire.

84. Ibid.

85. O. Rampone, op. cit., p. 19.

86. S. Pankhurst, op cit., p. 59.

87. «Corriere della Sera», 14 dicembre 1949.

88. G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, 4 a puntata, cit.

89. Da una dichiarazione rilasciata da un funzionario inglese a Max David, in


«Corriere della Sera», 25 dicembre 1949.
90. Nations Unies, Rapport de la Commission des Nations Unies pour l’Erythree, cit., p.
32, nota 77.

91. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea. Da un ‘Appunto’ di fonte duciaria trasmesso al MAI in
data 4 maggio 1950, tspr. 3/5280.

92. Cit. in «Corriere della Sera», 17 dicembre 1949.

93. Nations Unies, Rapport de la Commission des Nations Unies pour l’Erythrée, cit., p.
68. Lettera datata: Addis Abeba, 28 aprile 1950.

94. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 4. Cellere al MAI, tspr. 3/5251/C del 28 aprile 1950.

95. «Eritrea nuova», 11 settembre 1950.

96. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 4. Cellere al MAI, tspr. 3/5251/C del 28 aprile 1950.

97. Da un documento inviato al MAI il 26 settembre 1950 e giudicato di «fonte locale


di buona attendibilità», si apprende che un gruppo di italiani di fede missina creò
un «Nucleo organizzato per azione difesa» (AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 7). Giuseppe
Puglisi, nella sua TaA dell’8 novembre 1982, smentisce però questo episodio:
«Sarebbe stata una mossa suicida, fomite di guerra civile. Abbiamo sempre
resistito ad ogni tentazione in tal senso e ci siamo rassegnati a subire, richiamando
gli inglesi, quali amministratori provvisori dell’Eritrea, a compiere i loro obblighi
di tutori dell’ordine».

98. Scrive il Rapporto dell’ONU a questo proposito: «La Commissione ha ascoltato


alcune deposizioni secondo le quali molti copti sarebbero stati scomunicati perché
non avevano gli stessi orientamenti politici del Partito unionista [...]. In alcune
località, preti e monaci si sono lamentati per essere stati minacciati o addirittura
scomunicati dall’Abuna della Chiesa copta per essersi ri utati di appoggiare il
Partito unionista» (Nations Unies, Rapport, cit., p. 33).

99. TaA di G. Puglisi, cit.

100. Giuseppe Puglisi, Premesse alla Federazione, in «Eritrea nuova», 10 marzo 1951.

101. Mario Fanano, Il problema della sicurezza, in «Eritrea nuova», 23 giugno 1951.
102. Queste cifre sono contenute nella Relazione del maggio 1950 inviata dal
maggiore Walter Cerrini, comandante del Gruppo autonomo guardie PS, al
ministero degli Interni e da questo ritrasmesso al MAE il 2 agosto 1950, n. prot.
32385/13002/2, in AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2. Il maggiore Antonio Giglio Usai
comandava invece i carabinieri.

103. Brusasca sostò ad Asmara l’8 giugno 1950 di ritorno da Mogadiscio (AB, b. 2/b,
ONU. Eritrea, f. 5).

104. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 6. MAE a MAI, tspr. 3/5921/C del 29 settembre 1950.
Le informazioni sono di Figarolo di Gropello.

105. L’atto costitutivo del Blocco fu rmato nel salone dell’Albergo Italia ad Asmara.
Firmarono l’atto i segretari dei 6 partiti e gruppi aderenti: Ibrahim Sultan, Sejum
Maasciò, Mohamed Abdalla, Ali Ibrahim, Filippo Casciani, Hamed Abdelcader
Bescìr. Il programma politico era articolato in quattro punti: 1) immediato
raggiungimento dell’indipendenza dell’Eritrea; 2) governo democratico; 3)
integrità territoriale entro i con ni geogra ci esistenti; 4) rigetto di ogni progetto
di spartizione dell’Eritrea, come era stato previsto dal compromesso Bevin-Sforza,
o di annessione di parte di essa all’Etiopia o al Sudan.

106. Questo nuovo partito era composto soprattutto da ex unionisti del distretto di
Cheren. Fu fondato nell’ottobre 1949 da Tesfazien Derres, fratello di Zerai Derres,
una delle vittime del fascismo (cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 256-
57).

107. Fu costituita alla ne di luglio del 1949 da Uoldeab Uoldemariam, che nel 1946
aveva tentato di conciliare unionisti e indipendentisti. Per le sue idee, subì sei
attentati terroristici.

108. Figarolo di Gropello poté raggiungere Asmara nell’aprile del 1949, quando alla
British Military Administration (BMA) subentrò la British Administration Eritrea
(BAE). Gropello fu coadiuvato da due funzionari del MAI, Giuseppe Barbato e Mario
Battisti.

109. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 253. Il documento, «segreto», con n. di
prot. 880/III/1, consta di 14 cartelle dattiloscritte. Pp. 2-3.
110. Ivi, p. 4.

111. Ivi, p. 8.

112. Ivi, pp. 8-10.

113. Ivi, pp. 10-12.

114. AB, b. R., Ministero Esteri. Colonie Italiane, f. 184. In data 12 novembre 1949.

115. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 255. Vercellino stimava necessari: 10
milioni per il bilancio ordinario delle sovvenzioni; 16 per il contributo ai vari
partiti del Blocco; 1 e mezzo per la stampa italiana ed eritrea; 2 e mezzo per vari
enti, fra i quali il CRIE, l’ICARA, il Vicariato Apostolico e le scuole. Le spese
straordinarie erano così motivate: 10 milioni per l’organizzazione stampa; 8 per la
creazione dei servizi di informazione; 10 per l’organizzazione della lotta anti-sciftà;
6 per adunate e servizi vari; 15 per regalie a capi e notabili.

116. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3. MAE a MAI, tspr. 3/3823 del 22 febbraio 1950.

117. Dalla frattura del Partito liberale progressista era nato il Partito liberale
unionista eritreo; da quella in seno al Partito Eritrea indipendente era sorto il
Partito Eritrea indipendente unita all’Etiopia. Si era anche costituita, in quei giorni,
la Lega musulmana indipendente, favorevole anch’essa all’unione con l’Etiopia.

118. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3. MAE e MAI, tspr. 3/3823 del 22 febbraio 1950.

119. Era costituita dai capi delegazione Aung Khine (Birmania), Carlos Garcìa Bauer
(Guatemala), Érling Qvale (Norvegia), Mian Ziaud-Din (Pakistan), gen. F. H. Theron
(Unione Sud-Africana). Si trattenne in Eritrea sino al 5 aprile 1950.

120. Nations Unies, Rapport, cit., p. 3.

121. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 9 a
puntata.

122. Venivano, ad esempio, versati 2 milioni al mese al Vicariato Apostolico


dell’Eritrea per l’assistenza agli italiani indigenti e ai piccoli meticci senza mezzi, il
cui numero aumentava con la partenza degli italiani (AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3.
Gropello al MAE, tspr. 3/5370 del 26 maggio 1950).
123. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 5. Gropello al MAE, tspr. 3/4050/C del 15 marzo 1950.

124. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 242. Lettera con n. prot. 3750.

125. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 13. MAE al MAI, tspr. 3/5753 del 14 agosto 1950.

126. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 9 a
puntata.

127. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 254. MAI a Londra, segreto, tel. 3/5215
del 18 aprile 1950.

128. Ivi. MAE a Gropello, tspr. 3/5216, segreto, del 18 aprile 1950.

129. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 10 a
puntata.

130. AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2. Cellere a Delegazione italiana a New York, tspr.
781/022, segreto, del 24 luglio 1950.

131. Proponevano, nell’attesa dell’indipendenza, di porre l’Eritrea sotto la tutela


diretta dell’ONU, per un periodo di 10 anni. Cfr. Nations Unies, Rapport, cit., p. 39.

132. Ivi, p. 27.

133. Ivi, p. 29.

134. Longhi era consigliere dell’Associazione Italo-Eritrei, accusata dal settimanale


«Ethiopia» (unionista) di aver provocato i disordini sanguinosi fra copti e
musulmani del 21 febbraio 1950.

135. «Eritrea nuova», 11 settembre 1950.

136. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3. Lettera del 1° luglio 1950, n. prot. 2/01197/P.

137. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 249. La Fiat aveva già chiusi la
succursale di vendita e l’U cio transito merci ad Asmara e Massaua.

138. Cracknell aveva promosso un movimento di resa, che aveva dato modesti
risultati. A tutto settembre, soltanto 120 sciftà si erano presentati.

139. AB, b. 1/b, ONU. Eritrea, f. 6. MAI a varie ambasciate, tspr. 3/5921/C del 29
settembre 1950.
140. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 14 e b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2.

141. Il CAE aveva deciso il proprio scioglimento il 6 luglio 1950.

142. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 14. Tel. S/4791 (C2) del 18 agosto 1950.

143. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Zoppi a Mascia, tel. 194 del 6 novembre 1950.

144. Ivi. Brusasca al MAE, tel. 450.

145. AB, b. 3/a, ONU. Eritrea, f. 2. L’appunto porta la data del 30 novembre 1950, la
rma è illeggibile.

146. Ibid.

147. G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 12 a puntata.

148. AB, b. 1/a, ONU. Eritrea, f. 2. Tel. 6167.

149. Ivi. Tel. 6173.

150. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 12 a
puntata. Gropello, però, che aveva da poco parlato con Drew, non si dava molto
delle dichiarazioni britanniche. Riferendo del suo colloquio con Drew, Gropello
riportava la sensazione che gli inglesi volessero ancora inseguire certi loro progetti,
poiché sostenevano che non era possibile portare l’Eritrea all’autogoverno in 20
mesi, in quanto soltanto una trentina di nativi poteva ricoprire incarichi di una
certa responsabilità e sottolineavano anche l’estrema divisione degli eritrei (AB, b.
2/b, ONU. Eritrea, f. 2. Gropello al MAE, tspr. 6380 del 22 dicembre 1950).
Riferendosi al rapporto di Gropello, Sforza così scriveva il 4 gennaio 1951
all’ambasciatore a Londra: «Sembra a questo ministero che l’atteggiamento
assunto dalle autorità britanniche in Eritrea continui ad ispirarsi a desideri di
soluzioni ormai superate dalla risoluzione dell’Assemblea dell’ONU, in data 2
dicembre. Si prega pertanto di voler richiamare su quanto precede l’attenzione del
Foreign O ce» (AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 2. Tspr. 3/3012/C).

151. «La nuova Stampa», 2 gennaio 1951.

152. Questa era la nuova denominazione assunta, per i nuovi compiti, dal Blocco per
l’Indipendenza. Presidente del Fronte continuava ad essere ras Tesemmà
Asmerom.

153. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 12 a
puntata.

154. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 4. Dalla relazione sulla sicurezza inviata da Gropello al
MAE il 12 maggio 1951, tspr. 8282.

155. Ivi. Tel. 5121, segreto, del 28 aprile 1951.

156. Cit. in G. Puglisi, Eritrea 1941-1951. Italiani assassinati per procura, cit., 13 a
puntata.

157. Nella TaA cit., Puglisi così spiegava la sua iniziativa: «Temetti di essere criticato
dalla nostra popolazione. Invece la proposta fu capita ed ebbe subito favorevole eco
nella stampa nativa, che appoggiò la proposta. Avevo ragionato così: gli inglesi non
volevano o non potevano paci care il paese ed estirpare il terrorismo [...], per cui
bisognava togliere loro di mano questo corpo armato alla macchia, che avvalorava
la supposta necessità della presenza di una potenza europea che assicurasse
l’ordine».

158. «Eritrea nuova», 23 giugno 1951.

159. Era giunto in Eritrea il 15 giugno, con il rango di ministro plenipotenziario. Uno
dei suoi primi pensieri fu di protestare con Roma per i modesti assegni che gli
venivano corrisposti, i quali non gli consentivano di difendere il decoro dell’Italia
(AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, tspr. 8957 del 28 giugno 1951).

160. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 3. Tspr. 9136 del 9 luglio 1951.

161. Ivi. Tel. 8830.

162. Ivi. Da un ‘appunto’ del MAE, segreto, del 23 luglio 1951.

163. O. Rampone, op. cit., pp. 26-27.

164. Dal «processo verbale» del colloquio. In CP.

165. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 250. La Memoria porta la data del 7
giugno 1951, p. 4.

166. Ivi, f. 255. Lettera del 4 giugno 1952.


167. AB, b. 2/b, ONU. Eritrea, f. 6. Matienzo, per la redazione dello statuto, si valse
della collaborazione di alcuni giuristi designati dall’ONU, ma non accettò di avere
al suo anco un esperto italiano. A Roma la scelta era caduta sul prof. Giuseppe
Vedovato. Matienzo si valse però dei consigli di alcuni magistrati italiani in servizio
in Eritrea (cfr. MAE, L’Italia in Africa. I corpi armati con funzioni civili, tomo IV,
Poligra co dello Stato, Roma 1962, p. 152).

168. «Eritrea nuova», 7 luglio 1951.

169. Le Front de Libération Erythréen presente L’essai de l’union fédérale et la


révolution érythréenne. Non datato, ma certo del 1963, pp. 9-11.

170. Chi aveva previsto il fallimento era G. K. N. Trevaskis. Cfr. Eritrea, a colony in
transition, London 1960.

171. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 247. Lettera in data 26 settembre 1950.

172. Ivi. Lettera del 6 ottobre 1951. Direttore del quindicinale «Veritas et vita» era il
cappuccino Dositeo da Selvino, al secolo Giovanni Magoni.

173. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 14.

174. Ibid.

175. Questo nuovo partito era nato nei primi mesi del 1950 da una scissione nella
Lega musulmana a causa della eccessiva ingerenza degli italiani nel Blocco. Si
opponeva tanto all’unione col Sudan che con l’Etiopia e chiedeva ancora per 10
anni la tutela inglese e in seguito l’indipendenza. Ovviamente godeva di tutto
l’appoggio della BAE.

176. L’11 agosto, ad Addis Abeba, Hailè Selassiè rati cava la Costituzione eritrea e l’11
settembre l’Atto Federale.

177. «Ethiopia», 3 aprile 1952.

178. Questo nucleo, costituito da un capitano, 8 sottu ciali e un nanziere, era


rimasto in Eritrea con il compito di organizzare i servizi tributari del nuovo stato.

179. AB, b. AI/16, Ministero Africa. Eritrea, f. 252. Da un ‘appunto’ del MAI per
Brusasca.
180. Ivi. F. 254. N. prot. 1491. Brusasca aveva consigliato Di Meglio, con il quale era in
rapporti sin dal 1947, di lasciare l’Eritrea e aveva cercato di aiutarlo a sistemarsi al
Cairo o a Gedda.

181. Cit. in O. Rampone, op. cit., pp. 51-52.

182. Ivi, p. 61.

183. Ivi, p. 63.

184. Johannes IV, l’ultimo imperatore etiopico che aveva posto piede in Eritrea, era
giunto ad Asmara nel marzo 1888 nel tentativo, poi fallito, di ricacciare in mare il
corpo di spedizione italiano al comando di San Marzano (cfr. A. Del Boca, Dall’Unità
alla marcia su Roma, cit., pp. 227-96).

185. Cit. in O. Rampone, op. cit., p. 70.

186. Ivi, p. 67.

187. Dal «Notiziario» del 5 ottobre 1952. A redigere, per Capomazza, questo notiziario
quasi quotidiano era G. Puglisi.

188. Cit. in O. Rampone, op. cit., p. 108.

189. TaA di G. Puglisi, cit.

190. Questa istituzione aveva preso il posto del CRIE alla ne del 1951.

191. Cit. in O. Rampone, op. cit., p. 142.

192. Ivi, p. 47.

193. TaA di G. Puglisi, cit.

194. FLE, L’essai de l’union fédérale et la révolution érythréenne, cit., pp. 21-22; R.
Green eld, op. cit., pp. 303-4.
V
L’eccidio di Mogadiscio

Italiani e somali sotto il tallone inglese.


Gli anni ’40, per gli italiani che vivono in Somalia, sono anni da
cancellare dalla memoria, tanto sono amari, grigi, opprimenti.
A di erenza che in Eritrea, dove la comunità italiana,
numericamente più consistente e più profondamente radicata
nell’ambiente, trova subito lo slancio per risanare l’economia
danneggiata dalla guerra e supera molte calamità per il suo
slancio vitale, in Somalia la comunità italiana, in gran parte
costituita da addetti al terziario, non è in grado di produrre beni
rilevanti, deve ricorrere massicciamente all’assistenza e
lentamente si degrada. Va in crisi anche il settore agricolo, che
negli anni ’30 si era rivelato come il più dinamico. Nei
comprensori di boni ca del Giuba, di Avai, di Genale, di Afgoi e
del Villaggio Duca degli Abruzzi, dove gli italiani, nel 1940,
coltivavano 31.514 ettari e dove si era giunti a produrre sino a
400 mila quintali di banane e 700 mila di canna da zucchero,
due terzi del terreno già boni cato viene abbandonato, 1 per la
mancanza o l’alto costo della mano d’opera, 2 l’impossibilità,
sino a tutto il 1946, di esportare prodotti, la carenza di mezzi
meccanici, di pezzi di ricambio e di fertilizzanti, la sospensione
dei crediti.
Le di coltà economiche non sono però che un aspetto, anche
se il più rilevante, del declino della comunità. Anche il suo
potere contrattuale con le autorità di occupazione è di gran
lunga inferiore a quello detenuto dagli italiani d’Eritrea, con il
risultato che la dominazione britannica viene avvertita in
maniera più traumatica, debilitante. Si aggiunga la lontananza
dalla patria, la mancanza di comunicazioni regolari con l’Italia
sino al 1948, l’impossibilità di ricevere posta, giornali, libri per
almeno sei anni. «Gli eventi decisivi, di enorme importanza
nazionale e internazionale — ricorda Antonia Bullotta —, si
sono succeduti incalzandosi, a casa nostra, senza che noi
avessimo la possibilità di parteciparvi. [...] Se ci sarà dato di
ritornare in Europa, ci sentiremo più che mai stranieri, laggiù; e
sempre ci dividerà dai fratelli italiani il profondo crepaccio di
questi nostri anni persi». 3 L’unico organismo che li tiene
ancora uniti è il municipio di Mogadiscio, al quale gli inglesi
hanno trasferito parte dei poteri della vecchia amministrazione
italiana. Diretto dal barone siciliano Pietro Beritelli, questo
organismo diventa, agli occhi degli italiani, il Governo, il
Quirinale, la Bandiera, il focolare, un rifugio, una fonte di
sussidi, una corte di giustizia, un lenimento per la solitudine
spirituale. 4
Dinanzi ai giorni «eguali e incolori, come gocce di pioggia»,
dinanzi alla prospettiva di continuare «a vegetare», 5 cade ogni
incentivo a rimanere. I primi a rientrare in patria, mentre
ancora dura la guerra, sono i 2.290, fra donne, bimbi e
ammalati, che vengono imbarcati il 5 luglio 1943 da una delle
‘navi bianche’, la Saturnia. Un secondo, massiccio esodo si ha il
10 ottobre 1946, quando, dietro le insistenze e le implorazioni
di Beritelli, il ministero dell’Africa Italiana invia a Mogadiscio la
Toscana, la quale prende a bordo altri 1.034 connazionali. La
comunità, che nel 1941 contava ancora 9 mila italiani, scende
così a 4.600 nel 1945 e a 3.680 nel 1947. Poi, dopo l’eccidio
dell’11 gennaio 1948, subisce un’ulteriore essione e alla ne
dell’anno non conta che 2.692 unità. 6
Per gli italiani di Somalia, la situazione non migliora neppure
con la ne del con itto mondiale. Anzi, sotto il pro lo
economico, peggiora e tocca il fondo all’inizio del 1947, quando
i salari degli impiegati e degli operai non sono più in grado di
soddisfare che il 50 per cento dei bisogni di una vita elementare.
«La guerra era nita da due anni — ricorda Mario Scaparro —,
ma il trattato di pace non era ancora stato fatto e gli inglesi
agivano come avevano fatto dal giorno nel quale si erano
insediati a Mogadiscio. Sette anni di coprifuoco! A quale popolo
è mai stato imposto il coprifuoco per sette anni consecutivi? E
poi il giorno era peggiore della notte, perché per gli italiani non
vi era che una sola legge britannica, che si riassumeva in sette
parole: “Quello che non è ordinato è proibito”. Mogadiscio non
era più una città, ma un immenso campo di concentramento,
dove italiani e somali del Benadir dovevano lavorare per salari
di fame». 7
Nonostante che l’amministratore capo della British Military
Administration, il brigadiere Dennis H. Wickham, sia un sincero
amico degli italiani ed abbia più volte cercato di venire incontro
alle esigenze della comunità, gran parte dei funzionari inglesi
rivela invece un comportamento ostile nei confronti degli
italiani. «Essi tremano alla sola idea d’un possibile ritorno della
Somalia all’Italia — riferisce la Bullotta —, perché ciò
signi cherebbe per loro la perdita di invidiabili e immeritate
situazioni». 8 Particolarmente ostili si rivelano il vice-
comandante della gendarmeria, tenente colonnello R. E.
Thorne, e il residente di Mogadiscio, maggiore Allen Olaf Smith,
ai quali si faranno risalire, come vedremo più avanti, pesanti
responsabilità nella strage dell’11 gennaio 1948.
A rendere di cili i rapporti fra italiani ed inglesi non sono
però soltanto le vessazioni e i ricatti a scopo di lucro della
gendarmeria oppure il agello delle tasse e delle ammende, ma
la demolizione e il trasferimento nelle vicine colonie
britanniche di tutto ciò che è asportabile dalla Somalia. Viene
infatti smantellata l’intera linea ferroviaria Mogadiscio-Afgoi-
Villaggio Duca degli Abruzzi, l’unica della Somalia. Si smonta il
grande ponte metallico di Afgoi, che superava di un sol balzo
l’Uebi Scebeli. Si asportano tutti gli impianti delle saline di
Hafun, che producevano il miglior sale del mondo. Si chiudono
le tonnare di Alula, la miniera di stagno di Magiajan e quella di
piombo di Kandala. Si tratta non soltanto di un notevole
depauperamento del patrimonio del paese, ma, in molti casi,
della distruzione di impianti che davano lavoro a centinaia di
italiani ed a migliaia di somali.
Dinanzi ad una situazione economica ormai insopportabile, il
28 febbraio 1947 scendono in sciopero gli operai italiani delle
o cine militari REME, subito seguiti dagli operai delle altre
industrie, dagli impiegati e anche dalle maestranze somale. Lo
sciopero è tecnicamente illegale, perché non è stata data la
regolare di da e non è stata noti cata la data dell’astensione
dal lavoro, e, per qualche giorno, a Mogadiscio, si teme il peggio.
Ma poi il brigadiere Wickham si mostra comprensivo e non
soltanto non tiene conto della illegalità dello sciopero, ma
concede un aumento dei salari del 25 per cento, contro il parere
dei suoi collaboratori, i quali non volevano superare il 10 per
cento. «Ci rendiamo conto — scrive Antonia Bullotta,
rievocando le giornate di lotta —, che quest’uomo ci è amico
sincero, che si è angosciato per noi, che è felice di aiutarci e
vorrebbe poter fare di più». 9
Anche i rapporti degli italiani con i somali non sono più facili
come un tempo. Pur potendo ancora contare sulla simpatia di
alcune decine di migliaia di ex combattenti, che attendono
duciosi di essere ricompensati dall’Italia, e sul sostegno di
alcune popolazioni Hauia del vecchio Benadir, essi sono
particolarmente invisi alle popolazioni Daròt, che vivono
principalmente nel nord del paese e sulle quali sembrano far più
presa l’ideologia e i programmi del nascente nazionalismo
somalo. Ed è proprio sui Daròt, come vedremo, che gli inglesi
faranno leva per rendere agli italiani la vita di cile, per togliere
loro ogni velleità revanscista.
La prima associazione patriottica somala, il Somali Youth
Club, nasce il 15 maggio 1943 in un locale di via Cardinal
Massaia, a Mogadiscio, con due anni di ritardo rispetto
all’analogo movimento eritreo del Mahber Fecrì Hagher. Fondato
da tredici uomini, con il consenso degli inglesi, il Club all’inizio
ha più le strutture e il programma di un’associazione culturale
che non di un movimento politico. Se è vero, infatti, che si ispira
al messaggio nazionalista di Mohamed ben Abdalla Hassan, il
primo somalo che abbia tentato, nei primi due decenni del
secolo, di dare a tutti i somali sparsi nel Corno d’Africa un’unica
patria, 10 è anche vero però che pone l’accento sulla necessità di
fornire ai giovani un’istruzione più moderna e di sviluppare
l’uso del linguaggio somalo, che è ancora soltanto orale. Con il
passare del tempo, tuttavia, il Club si politicizza maggiormente,
soprattutto per iniziativa di Jassin Hagi Osman Scermarche, che
è in stretto contatto e in sintonia con i 27 italiani che
costituiscono la sezione del PCI di Mogadiscio. 11
L’orientamento marxista del Club non piace però agli inglesi, i
quali ne revocano l’autorizzazione nel corso del 1944. E quando,
dopo alcuni mesi, ne consentiranno la resurrezione, il Club non
sarà più quello di prima, coi pugni chiusi, le bandiere rosse,
l’ansia di abbattere ogni giogo coloniale. Sotto lo stretto
controllo del Security O ce, spesso ispirato da uomini come
Thorne e Smith, il Club diventerà a poco a poco anti-italiano,
assecondando così i piani della BMA. Nel 1946, secondo una
stima inglese, il Club ha già 25 mila aderenti, molti dei quali
fanno parte della gendarmeria, che diventa così una roccaforte
del nazionalismo somalo. 12 L’anno dopo il Club cambia nome,
diventa la Somali Youth League, un partito che ha rami cazioni
non soltanto in Somalia, ma nell’Ogaden e nell’Haud etiopici,
nel Somaliland e persino nel Kenya, dovunque esista una
comunità somala.
Appena nata, la Lega dei Giovani Somali si dà un programma
molto ambizioso, articolato in quattro punti: 1) la riuni cazione
di tutti i somali, da conseguirsi attraverso la liquidazione tanto
del dominio coloniale che del tribalismo tradizionale; 2)
l’educazione della gioventù tramite scuole moderne e circoli di
propaganda culturale; 3) l’eliminazione, con metodi legali, di
tutto ciò che può pregiudicare gli interessi del popolo somalo; 4)
la di usione del linguaggio somalo e l’adozione della scrittura
Osmania, ancora in fase sperimentale. Come sostenitori di
questo programma squisitamente nazionalista, i membri della
Lega non possono che essere grati ad Ernest Bevin, il quale,
nell’aprile del 1946, presenta al Consiglio dei ministri degli
Esteri, riunito a Parigi, il piano che prevede la creazione di un
nuovo territorio, la Somalia Unita, che dovrebbe comprendere la
Somalia italiana, il Somaliland, l’Ogaden e le Reserved Areas. È
vero che qualche mese dopo Bevin ritira la sua proposta, ma
ormai l’idea della Grande Somalia ha fatto molta strada e
diventerà l’obiettivo prioritario del nazionalismo somalo. Il
progetto inglese, anzi, sarà sviluppato il 1° febbraio 1948 nel
corso della All Somali Conference, così che la Grande Somalia
verrà a comprendere sulla carta: l’ex Somalia italiana, il
Somaliland, la Somalia francese, il Northern Frontier District
del Kenya e la Somalia etiopica (ossia Ogaden e Haud). 13
Dinanzi allo sviluppo della Lega e alla sua posizione
decisamente anti-italiana, la comunità italiana di Mogadiscio
cerca di correre ai ripari favorendo la nascita di partiti e
associazioni somali, più o meno con gli stessi mezzi e le stesse
procedure usati dagli italiani d’Eritrea. Sorgono così, in gran
parte sul nire del 1947, alla vigilia dell’arrivo in Somalia della
Commissione d’inchiesta dell’ONU, alcune formazioni politiche,
come l’Unione patriottica di Bene cenza, gli Ex Combattenti,
l’Unione africana, l’Hisbia Dighil & Miri e, i Giovani Abgal,
l’Haidad-as-Islam Shidle e Mobilen, che sono, a vari livelli,
favorevoli al ritorno dell’Italia in Somalia, per un periodo che va
dai 12 ai 40 anni. 14 L’uomo che organizza questi movimenti,
che li nanzia, che li riunisce in un unico blocco, la Conferenza
della Somalia, è Vincenzo Calzia, un ex funzionario direttivo del
MAI, che ora ricopre l’incarico di segretario capo del municipio
di Mogadiscio. Egli si avvale anche della collaborazione di altri
tre funzionari del MAI rimasti intrappolati in Somalia: Biasi,
Occhipinti e Baschieri. Scrive il Lewis, analizzando la campagna
promossa da Calzia: «Oltre a tentare di dividere i ranghi della
Lega e a nanziare ed incoraggiare la crescita di organizzazioni
rivali, gli italiani erano anche impegnati in una campagna di
propaganda per il ritorno della Somalia all’Italia. Verso la ne
del 1947 queste manovre assunsero proporzioni formidabili e le
locali manifestazioni lo-italiane, sostenute dalla radio e dalla
stampa metropolitane, cominciarono a diventare sempre più
chiassose ed arroganti». 15
A di erenza dell’Eritrea, dove il Comitato rappresentativo
italiano viene costituito sin dal febbraio 1947, in Somalia il CRI
è formato soltanto il 30 dicembre 1947, ad appena sette giorni
dall’arrivo della Commissione quadripartita dell’ONU. Beritelli,
che ne diventa il presidente, 16 così spiegherà al capo della
delegazione statunitense i motivi del ritardo: «In questo
territorio, durante il periodo di occupazione, è rimasto in vita
un ente italiano, il Municipio, retto da me, n dal 1941 [...]. È
stato l’ente al quale tutti gli italiani hanno ricorso per i loro
bisogni e che si è fatto interprete delle loro necessità e dei loro
desideri presso le Autorità britanniche». 17 Per sette anni,
precisa Beritelli, il municipio è bastato, poiché ha trattato
soltanto questioni amministrative. Nella previsione, però, di
dover a rontare con la Commissione dell’ONU anche questioni
politiche, la comunità italiana ha preferito creare un nuovo
organismo, il CRI, nel quale essa è rappresentata in tutti i suoi
elementi politici, economici, tecnici ed amministrativi.
Per quanto costituito all’ultimo momento, il CRI riesce a
produrre un memoriale di 300 pagine dattiloscritte, che
consegnerà alla Commissione d’inchiesta il 21 gennaio 1948 e
che si apre con queste parole: «Gli italiani della Somalia — che,
serenamente e onestamente, col loro lavoro hanno impresso su
questo territorio il segno della civiltà — hanno voluto, se pur ve
ne fosse necessità, per quel credito e quella estimazione dello
spirito italiano che, malgrado le volute negazioni, tuttavia
sussiste e di cui sono orgogliosi, o rire, agli uomini tutti di
buona fede, la dimostrazione di quanto, in lungo volgere di
anni, hanno operato per il benessere materiale e morale dei
somali». 18 La relazione riassume in modo organico tutta
l’attività italiana in Somalia, dalle prime esplorazioni ai
caratteri della penetrazione italiana, dall’organizzazione
sanitaria a quella dei servizi meteorologici, dallo sviluppo del
patrimonio zootecnico a quello dell’agricoltura, dai bilanci
dell’industria e del commercio alle prospettive economiche. Il
documento dedica anche alcune pagine, ma lo fa in maniera
assai rozza e per nulla persuasiva, per confutare alcune fra le
accuse rivolte all’Italia dai nazionalisti somali, come quelle di
aver praticato il lavoro coatto, di non aver curato la piaga
dell’analfabetismo, di aver impedito la di usione della lingua
somala scritta, di non aver costruito un solo porto e di aver
creato una monocoltura bananiera al posto di diversi care le
colture.
Nei giorni che precedono l’arrivo della Commissione, la
comunità italiana di Mogadiscio, esattamente come quella di
Asmara, ostenta una grande calma e sicurezza, persuasa di aver
fatto tutto il possibile per chiamare a raccolta tutti i somali
rimasti fedeli, per arginare lo strapotere della Lega e per
documentare al mondo le sue benemerenze nella costruzione
della moderna Somalia. Già certo del mandato italiano sulla
Somalia, il settimanale democristiano di Mogadiscio, «Il
Popolo», si so erma ad esaminare le basi sulle quali si attuerà la
collaborazione italo-somala e, da una favolosa cornucopia,
rovescia sulla povera Somalia i doni un tempo negati
dell’istruzione, della non discriminazione razziale, delle libertà
fondamentali, e conclude la serie di promesse con questa nota
trionfale: «Avrà così inizio la grande marcia verso la civiltà. Una
marcia ordinata, organizzata, che potrà essere rapida, ma non
mancherà di essere faticosa e laboriosa, soprattutto
laboriosa». 19 Negli stessi giorni, dall’Italia, si alza un’altra voce,
carica di promesse e di retorica: «Solo l’Italia può continuare a
darvi il suo disinteressato aiuto [...]. Nel rispetto delle cose
vostre e delle vostre persone, come ci impone quella giustizia e
quel diritto che, nati in Italia, dal pensiero degli Italiani,
dominano ancora tutto il mondo». 20
La strage e la ricerca delle responsabilità.
Abbiamo detto che, alla vigilia dell’arrivo dei Commissari
dell’ONU, la comunità italiana è calma, duciosa, sicura di sé,
forse troppo. Eppure la situazione a Mogadiscio è tutt’altro che
tranquilla. Alcuni episodi, accaduti nelle ultime settimane, se
giustamente interpretati, dovrebbero far nascere un certo
allarme fra gli italiani. In ottobre, ad esempio, squadre di
giovani della Lega hanno attaccato un corteo religioso arabo,
provocando morti e feriti. Apparentemente l’aggressione non
sembra motivata, ma non è un mistero per nessuno che la
comunità araba, come quella indiana, si è sempre mostrata
favorevole all’Italia. Tra ne dicembre e i primi giorni di
gennaio, poi, a uiscono in città centinaia e migliaia di Daròt.
Arrivano dal Mudugh, dalla Migiurtinia, addirittura dall’Ogaden
etiopico e dal Somaliland; indossano una sorta di divisa cachi e
al collo portano un fazzoletto rosso. Ci vuol poco a capire che
vengono a dar man forte alla Lega, che recluta i suoi uomini
principalmente nell’etnia Daròt, così come non è di cile intuire
che il loro a usso massiccio non è spontaneo, ma
programmato, e che, nel migliore dei casi, deve fare colpo sulla
Commissione dell’ONU. E c’è in ne da registrare un
avvertimento, che gli italiani non valutano forse a su cienza. A
ne dicembre, durante un incontro fra il commissario Beritelli e
gli u ciali della gendarmeria, il colonnello Mundy sottolinea gli
eccessi e i danni della propaganda italiana e precisa che, se
succederanno incidenti all’arrivo della Commissione dell’ONU,
la colpa sarà da attribuire tutta agli italiani e lui, Mundy, non
leverà un dito per difenderli. 21 Anche se in maniera più pacata
e sfumata, lo stesso avvertimento viene dato dal governatore
Wickham, il giorno di capodanno, a Beritelli e Calzia, che sono
andati a porgergli gli auguri. 22
Gli inglesi della BMA, sia quelli tolleranti come Wickham e
Cusak, che quelli apertamente ostili agli italiani, come Mundy,
Thorne e Smith, sono infatti dell’avviso che la propaganda
italiana non resta nel campo legittimo della tutela degli
interessi della comunità, ma è condotta con eccessiva
spregiudicatezza ed imprudenza, senza tener conto che i somali
sono ormai divisi in due blocchi ostili e che un nulla può
scatenare il con itto. Questo giudizio è condiviso nella sostanza
dal console Raimondo Manzini, che Palazzo Chigi invierà a
Mogadiscio dopo l’eccidio dell’11 gennaio. Egli scrive, in un
rapporto segreto: «Disgraziatamente questa propaganda
assunse in certi casi forme ed aspetti che, per lo meno, o rirono
ai nostri avversari il pretesto per una ritorsione, sia pure
ingiusti cata e criminale. Il successo iniziale provocò in alcuni
nostri elementi una euforia che non permise loro di valutare
correttamente le insidie della situazione. Anche di fronte alle
ripetute minacce e avvertimenti si insistette a sottovalutare il
pericolo e comunque nulla fu fatto, o ben poco, per mettere in
guardia la massa dei nostri connazionali, che furono in gran
parte sorpresi e travolti dai tragici avvenimenti». 23
Ricordando che l’«opera propagandistica» era diretta dai
funzionari del MAI che facevano capo a Calzia, Manzini
soggiunge: «Non dubito che tutti costoro hanno fatto del
proprio meglio, ispirandosi, suppongo, alle direttive comunicate
dagli organi competenti, che fornirono anche i mezzi nanziari
necessari per tale azione. Ma l’esecuzione non fu sempre felice
dal punto di vista politico, né si può farne colpa a persone da
lungo tempo estraniate dalla vita italiana e che non potevano
quindi rendersi conto adeguatamente della nuova situazione
creatasi sia in Italia sia nei rapporti tra noi e la Gran Bretagna
[...]. L’ambiente italiano di Mogadiscio era perciò in gran parte
sfasato: molti si ritenevano, e alcuni in certo senso si ritengono
tuttora, in guerra con gli inglesi». Le conclusioni del rapporto di
Manzini sono estremamente gravi: «Non dico che gli animatori
della nostra propaganda potessero identi carsi con gli
estremisti (alcuni dei quali nei giorni precedenti l’11 gennaio
parlavano addirittura di buttare a mare gli inglesi!), ma certo ne
subirono in qualche misura la suggestione. Le responsabilità
che in quei giorni pesavano sulle loro spalle erano superiori alle
loro possibilità: comunque essi contribuirono a mettere in moto
forze ed eventi che poi non furono più in grado di dominare». 24
Nei primi giorni di gennaio, mentre l’eccitazione cresce nei
due campi, gli italiani portano a termine i preparativi
confezionando un grande numero di bandiere italiane e di
vessilli verdi della Conferenza della Somalia e facendo stampare
presso la tipogra a della Missione cattolica coccarde e
bandierine di carta. Per controbilanciare l’arrivo dei Daròt,
vengono anche fatti a uire in città molti somali delle cabile
favorevoli all’Italia e sono gli stessi italiani, con i loro autocarri,
che si prestano a compiere questa operazione. 25 Intanto le due
fazioni politiche hanno reso pubblici i loro propositi. La Lega dei
Giovani Somali, che è ultranazionalista, antitribale e vagamente
progressista, nonostante le pressioni britanniche perché accetti
un mandato inglese, elabora un documento con il quale chiede
invece che l’amministrazione del territorio sia assunta
direttamente dalle Nazioni Unite. Quanto alla Conferenza della
Somalia, che raggruppa in maggioranza cittadini di Mogadiscio
e paesani del Benadir e che è fortemente tradizionalista, divulga
un programma con il quale riconosce «che l’Italia, in lunghi
anni di governo in Somalia, ha iniziato i somali alla civiltà. Se
essa pure ha commesso degli errori, ha però apportato grandi
bene ci ai somali». In considerazione anche del fatto che
«somali ed italiani hanno lavorato e combattuto insieme per
lunghi anni», la Conferenza chiede che «l’amministrazione
duciaria del territorio venga a data all’Italia». 26 Viene anche
di uso, in questi giorni, un volantino con un messaggio ai
somali di Brusasca, nel quale si rivendica all’Italia «in nome del
passato, il diritto di guidare i somali sulla via del progresso e
della civiltà, verso l’autogoverno». 27 Decisamente
inopportuno, il documento concorre ad aumentare la tensione,
creando eccessive illusioni negli italiani e nei loro sostenitori
somali, e fornendo ai loro avversari un’ulteriore prova della
pesante ingerenza dell’Italia nella questione somala.
Nelle giornate del 6 e 7 gennaio arrivano a Mogadiscio
dall’Eritrea, a bordo di tre Dakota, i membri e il personale
d’ordine della Commissione quadripartita. E di colpo la città si
pavesa di bandiere italiane. «Il vedere migliaia e migliaia di
tricolori sventolare dopo tanti anni — scrive il direttore de “Il
Popolo”, Ivo Balsimelli — provoca un tale complesso di
sensazioni emotive da rendere inadeguato ogni tentativo di
descrizione». 28 «I membri della Commissione sono stati accolti
da una grandiosa manifestazione degli indigeni, i quali si erano
adunati lungo le strade dall’aeroporto in città — riferisce un
altro giornalista, Guido Lusini —. Forse avrà sorpreso i delegati
internazionali il fatto che tutta questa grande folla di nativi
sventolava una sola bandiera: quella italiana. [...] Dopo sette
anni, l’apparizione per la prima volta delle bandiere tricolori ha
commosso tutti». 29
Mentre i Commissari dell’ONU si insediano nel palazzo che fu
del Duca degli Abruzzi e prendono alloggio nell’Albergo della
Croce del Sud, i somali lo-italiani danno inizio a
manifestazioni di giubilo che dureranno due interi giorni.
Cortei imponenti percorrono le vie principali e al di sopra del
mare di teste sventolano i tricolori e i vessilli verdi della
Conferenza. I somali inneggiano all’Italia, si ammantano della
bandiera tricolore come se fosse una toga, ostentano petti
coperti di coccarde. «Dopo i cortei appiedati — riferisce una
testimone, Antonia Bullotta —, ecco i cortei motorizzati.
Centinaia di vetture, di autocarri, di motociclette, di
motocarrozzette. Gli indigeni han tirato fuori tutto quello che si
muove su ruote. Mancano solo i carrettini degli asinai. I gruppi
che non disponevano di una macchina, sono andati a chiederla
a qualche italiano, che ora se li porta in giro volonterosamente,
stando al volante con aria beata, lanciando anche lui, con loro, il
suo grido di omaggio alla Patria». 30
Il successo delle manifestazioni lo-italiane, che va al di là di
ogni previsione, se, da una parte, impressiona notevolmente i
Commissari dell’ONU, dall’altra irrita gli inglesi, che hanno
sempre fornito il loro appoggio alla Lega. Per cui già nella
giornata del 7 gennaio elementi europei e somali della
gendarmeria cercano di dirottare i cortei della Conferenza per
impedire che s lino sotto gli occhi dei delegati dell’ONU. Nella
notte, poi, ignoti gettano bombe contro ca è gestiti da italiani e
contro la tipogra a della Missione cattolica. Una delle bombe
esplode nel Bar ’900 e ferisce gravemente quattro italiani, tra cui
uno studente di 12 anni. Quasi nelle stesse ore giunge notizia a
Mogadiscio che, a Belet Uen, il dottor Biasi, uno dei quattro ex
funzionari del MAI, è stato aggredito e ferito con un colpo di
moschetto.
Questi episodi dovrebbero convincere Calzia e gli altri
promotori delle dimostrazioni lo-italiane che la tensione è
ormai giunta al livello di guardia e che è arrivato il momento di
arginare l’esplosiva esultanza. Ma, come osserva Manzini nel suo
rapporto, essi non sono probabilmente più in grado di frenare le
forze che hanno scatenato. Ora che la Conferenza ha vinto,
dimostrando agli osservatori dell’ONU che la Lega non è la sola
forza politica della Somalia, commette l’imprudenza di voler
stravincere, impedendo addirittura alla Lega di s lare domenica
11 gennaio, con il pretesto che il Benadir è la terra degli Abgal e
non dei Daròt. «L’11 mattina — ricorda il commissario Beritelli
— il capo della polizia, ten. col. Thorne, cercò di indurre la
Conferenza ad astenersi da ogni tentativo di impedire alla Lega
di s lare e convocò anche gli esponenti della collettività italiana
facendo presente il pericolo di gravi conseguenze per gli italiani,
che avrebbe potuto derivare da un con itto fra i due gruppi
indigeni». 31 Thorne rivolge i suoi appelli soprattutto a Calzia,
che sa essere l’animatore delle manifestazioni pro Italia, per
aver intercettato alcune sue lettere al collega Biasi.
Sono un po’ meno delle 11 quando termina il colloquio fra
Thorne e gli esponenti della comunità italiana. Pochi minuti
dopo, quando ormai sembra essere tornato il sereno, perché
entrambi i cortei sono stati autorizzati e si è raggiunta anche
un’intesa tra Conferenza e Lega, scoppiano i primi incidenti. A
questo punto, le varie testimonianze sugli avvenimenti
divergono profondamente. Secondo Beritelli, somali lo-italiani
di razza Abgal attaccano la sede della Lega, ma vengono presto
respinti e dispersi. 32 Secondo la Bullotta, invece, ad attaccare la
sede sono ex ascari italiani, perché provocati mentre s lano
«quietamente, dignitosamente»: «Inferociti, rispondono
all’assalto, lo respingono; assaltano a loro volta la sede
dell’avversario, l’espugnano, tirano giù la rossa bandiera e
issano al suo posto, sul tetto, il tricolore. Non hanno neppure
cognizione di quello che fanno, assorti nel sogno nostalgico e
appassionato». 33 Secondo la prima versione inglese dei fatti,
accreditata in seguito anche da studiosi come il Lewis e la
Pankhurst, 34 partecipano all’attacco della sede della Lega
anche degli italiani, i quali lanciano bombe a mano ed
esplodono colpi. È in seguito a questa provocazione, continua il
comunicato britannico, che la Lega reagisce. Ma, nella
confusione, le sfugge di mano il controllo della situazione,
alcuni gruppi di teppisti si mescolano ai suoi ranghi, ed ha così
inizio il massacro degli italiani e l’orgia dei saccheggi.
Su questo scontro iniziale, che avrebbe scatenato la furia
omicida dei somali anti-italiani, non si è potuto fare piena luce,
nonostante le pazienti ricerche negli archivi italiani ed inglesi.
Le versioni degli avvenimenti sono infatti troppo
contraddittorie, reticenti, difensive. Soltanto due circostanze
sembrano emergere chiaramente: un’iniziale provocazione da
parte della Conferenza e una successiva e sproporzionata
reazione della Lega. Ma i personaggi dello scontro non hanno
volto. Nessuno ha potuto provare, ad esempio, la presenza sul
posto di italiani. Giustamente Calchi Novati, nella sua
ricostruzione dei fatti dell’11 gennaio, scrive: «In particolare
restano margini di dubbio sui punti seguenti: 1) chi organizzò
e ettivamente le due manifestazioni contrapposte e con quali
intenzioni; 2) quale fu la parte della comunità italiana; 3) quale
fu l’atteggiamento degli u ciali inglesi prima e durante gli
incidenti». 35 Alcuni testimoni italiani, poi, sostengono che ad
incendiare le polveri non è stato l’attacco alla sede della Lega.
Essi sostengono che il pogrom è stato premeditato ed eseguito
quando le circostanze si sono rivelate più favorevoli.
Quello che è certo è che il maggior numero dei delitti,
saccheggi e rapine viene compiuto fra le 11 e le 12 di questa
giornata di domenica. Secondo un documento inglese, anzi, «la
maggior parte degli omicidi ebbero luogo nei primi venti minuti
dei disordini». 36 Il che fa presupporre la presenza sui luoghi di
molte centinaia di persone, appartenenti non soltanto alla Lega
dei Giovani Somali, ma alla stessa gendarmeria, come del resto
riconosce anche il generale Cumming: «Vi è stato un grave
episodio di indisciplina nella compagnia M della Gendarmerie
Field Force. [...] Durante l’assenza degli u ciali britannici i
gendarmi di questa compagnia presero parte ai disordini,
saccheggiando e uccidendo. Essi furono subito disarmati, e
coloro che erano coinvolti furono posti agli arresti di rigore». 37
Il primo obiettivo dei Giovani Somali e dei gendarmi sono i
negozi e le abitazioni di italiani sul viale 24 Maggio, che è
vicinissimo alla sede della Lega. Scrive la Bullotta: «I villini Zoni
sono praticamente rasi al suolo in pochi secondi soltanto. Gli
italiani che si trovano in casa a quell’ora vengono massacrati
senza discriminazione o lasciati a terra per morti. Nel Bar e
Associazione Boccio la, situato proprio accanto al Comando
della Gendarmeria, vi è addirittura un’ecatombe. Sui mucchi dei
morti e dei feriti, una donna viene violentata otto volte». 38 Poi
la caccia all’italiano si estende ad altri punti della città. E la
scena è sempre la stessa, tremenda, ossessiva. Dalle camionette i
gendarmi sparano ra che di mitra contro porte e nestre, i
Giovani Somali fanno il resto a colpi di pugnale, mentre frotte di
donne incitano alla strage col grido di dilè, dilè, dilè, ammazza,
ammazza, ammazza. «I feriti e persino i cadaveri — riferisce la
Bullotta — vengono spogliati di tutti gli indumenti, dagli
uccisori stessi o dai rapinatori che li seguono come avidi
avvoltoi. Ci si mettono, talvolta, in tre o quattro a far leva per
togliere le scarpe dai piedi irrigiditi». 39
La famiglia Lamberti, padre, madre e due gli di 13 e 16 anni,
viene trucidata a colpi di billao mentre rincasa in taxi. Giuseppe
Fontana cade crivellato di colpi nel suo spaccio, dopo di essersi
difeso con un fucile da caccia. Romolo Simeoni, da tempo
paralizzato, viene sgozzato sulla sua poltrona. Alberto Tassinari
viene pugnalato per strada, mentre cerca di mettere in salvo la
moglie e il glio di 3 anni. Il dodicenne Gianfranco Sorci viene
ucciso in casa, mentre sta ordinando la sua collezione di
francobolli. Un altro ragazzo, Pierangelo Battigelli, colpito non
gravemente, potrebbe forse salvarsi, ma gli negano il soccorso e
si dissangua sotto gli occhi della madre. Enzo Limata ha
soltanto 19 anni, ma quando lo trovano ucciso, sepolto sotto
altri cadaveri, ha i capelli tutti bianchi. Ivo Balsimelli, direttore
de «Il Popolo», ha appena lasciato il giornale per recarsi a messa
nella cattedrale, quando lo riconoscono per strada e lo
crivellano di colpi.
Questi italiani e le altre decine che vengono uccisi l’11
gennaio appartengono al settore più povero della comunità di
Mogadiscio. Dall’avventura coloniale non hanno tratto
guadagni né privilegi. Nessuno di loro, con molta probabilità, ha
mosso un dito o sborsato un centesimo per forzare gli
avvenimenti e riportare l’Italia in Africa. Essi sono, alla stessa
stregua dei somali della Conferenza e della Lega, delle semplici
pedine mosse, con cinica spregiudicatezza, da due nazioni che
vivono diversamente il loro declino di potenze coloniali. Essi
sono vittime della xenofobia somala, ma sono anche vittime
dell’ottuso revanscismo di una certa Italia, come sono vittime
degli oscuri disegni di periferiche amministrazioni britanniche.
Ma non basta. Come vedremo più avanti, la loro morte servirà
da pretesto per portare avanti, con rinnovato vigore, la
campagna di rivendicazioni coloniali.
Quando, nel tardo pomeriggio, la furia si placa, cessano gli
spari e si spengono le urla dei sicari e dei morenti, e si può fare il
bilancio della giornata, ci si accorge che è pesantissimo. Gli
italiani uccisi sono 54, 40 i feriti, dei quali alcuni gravissimi, 55.
Fra i somali, in gran parte di razza Abgal, colpiti mentre
accorrevano in aiuto degli italiani, i morti sono 14, i feriti 43.
Fra i morti somali c’è anche una donna a liata alla Lega, Awa
Osman Taco, uccisa dalla polizia britannica. 41 Se il bilancio
della strage non è stato ancora più grave lo si deve a due
circostanze favorevoli: il fatto che alle 11 una grossa parte della
comunità italiana sta assistendo alla messa nella cattedrale e il
fatto che i nove decimi della città non partecipano ai disordini
ed o rono invece protezione agli italiani. Dei 3.180
connazionali che si trovavano a Mogadiscio alle ore 11 dell’11
gennaio 1948, 800 trovano rifugio nella cattedrale, nel palazzo
del Vicariato e negli attigui edi ci delle scuole e dell’orfanotro o
della Missione; 650 nei due ospedali De Martino e Rava; 500
nell’Albergo della Croce del Sud, sotto la protezione della
Commissione dell’ONU; 150 nell’Albergo Savoia; 100 nel palazzo
De Vincenzi; 200 nel quartiere arabo; 150 nel quartiere Bondere,
abitato da Hauia lo-italiani; 100 nei quartieri Scingani e
Amaruini; 200 nella zona detta «di sicurezza», dove alloggiano i
funzionari inglesi; e 270 in vari edi ci isolati, ma ben protetti,
come il municipio, la Banca d’Italia, la centrale elettrica, i
palazzetti della SAIS, la Garesa. 42
C’è da chiedersi, adesso, che cosa hanno fatto gli inglesi fra le
11 del mattino e le 18 del pomeriggio, quando viene decretato il
coprifuoco. Che cosa hanno fatto per impedire o per limitare la
strage. Gli italiani di Mogadiscio, su questo punto, sono unanimi
nel sostenere che, oltre a non aver represso in tempo i disordini,
gli inglesi sono stati, in alcuni casi, loro stessi responsabili, anzi
organizzatori, degli incidenti. Le accuse più pesanti sono rivolte
ai due capi della gendarmeria, Mundy e Thorne, e al nuovo Chief
Administrator, il brigadiere generale R. H. Smith. Scrive, a
questo proposito, Antonia Bullotta: «Thorne è, naturalmente, il
principale indiziato: ha guidato lui la schiera degli assalitori
della Lega al centro, passando per la via del campo sportivo,
ritto sul predellino d’una macchina che procedeva al passo,
indicando col braccio teso nella direzione verso cui doveva
lanciarsi di volta in volta il gruppo di testa; ha assistito
impassibile, con i suoi u ciali della Central Police Station,
giocherellando con un mazzo di chiavi, all’omicidio del
connazionale Bosco [...]; ha diretto le operazioni d’incendio della
tipogra a della Missione; si è portato contro gli italiani del
villaggio arabo; ha fornito automezzi e armi alla Lega». 43
Anche il presidente della Croce Rossa Italiana, Umberto
Zanotti-Bianco, che condurrà un’inchiesta sui fatti di
Mogadiscio, non è più tenero con le autorità britanniche: «Gli
u ciali di polizia inglesi furono impotenti nel trattenere i loro
uomini, quando essi non sostennero attivamente le loro azioni
[...]. Se alcuni u ciali inglesi fecero generosamente del loro
meglio per salvare gli italiani dal massacro, molti altri
mostrarono tale indi erenza da dare l’impressione di una
generale acquiescenza». 44 Su questa circostanza, anche gli
inglesi appaiono, nelle loro versioni dei fatti, impacciati,
imprecisi e reticenti. Cumming riferisce, ad esempio: «Le forze
di sicurezza disponibili furono subito inviate sulla scena
dell’incidente. Esse giunsero nello spazio di dieci o venti minuti
dal momento in cui fu dato l’allarme. L’ordine fu prontamente
ristabilito nei pressi della sede della Lega, ma la polizia non si
rese conto, sino a quando la folla non fu dispersa, che l’uccisione
di italiani era proseguita nella folla e nelle case vicine [...].
Sembra che, in generale, le forze di polizia della Gendarmeria
abbiano obbedito agli ordini e si siano mostrate e cienti». 45
Salvo la compagnia M, di cui si è già detto.
Nonostante che Cumming sostenga, nella sua relazione, che
dopo i «primi incidenti non vi sono stati ulteriori disordini e la
vita è tornata alla normalità», 46 nessuno, fra gli italiani, riesce
a dormire la notte dell’11 gennaio. Non soltanto perché non
hanno potuto toccare cibo e non hanno trovato coperte e hanno
dovuto coricarsi sul nudo pavimento dei vari edi ci che li
ospitano, ma perché il silenzio della notte è di continuo rotto
dagli spari. «L’alba ci ritrova, dopo la nottata insonne, quasi
degli allucinati senza pace — ricorda la Bullotta —. Un’immensa
stanchezza ci assale, assieme alla paura di sapere più
esattamente, oggi, quello che è avvenuto ieri e prevedere quel
che avverrà domani». 47 Il luogo in cui si sta peggio è l’ospedale
De Martino, dove, oltre ai degenti, ci sono 500 rifugiati e dove
sono stati trasportati i morti e feriti del pogrom. I morti sono
allineati sul pavimento di cinque stanze in uno dei padiglioni
dell’ospedale. Di essi, dieci non è stato possibile identi carli per
le devastazioni che hanno subito ad opera dei billao. «Sono così
indicibilmente miseri nell’aspetto — riferisce la Bullotta — che
il chirurgo Mungioli, quando di colpo fu messo a fronte dello
scempio orrendo vacillò, quasi svenne, e il direttore Gentilini
dovette accompagnarlo fuori sorreggendolo». 48
Fra i morti ci sono autisti di piazza, operai, meccanici, baristi,
impiegati municipali, proprietari di negozi e di ristoranti,
infermieri, un falegname, un tipografo, un direttore di giornale,
otto ragazzi, alcune donne. Ci sono anche due antifascisti: il
professor Mario Battistella, sorvegliato speciale sino al 1929 ed
uno dei fondatori, nel 1941, dell’Associazione Libera Italia, e l’ex
maggiore Ferruccio Nicolosi, con nato in Somalia per aver
partecipato, con Zaniboni, al fallito attentato contro Mussolini.
Tra i feriti gravissimi, ci sono un ragazzo di 14 anni, Giuseppe
Marano, al quale hanno spaccato le ginocchia a colpi di accetta;
una vecchia signora, Teresa Di Solfo, con le gambe falciate da
una ra ca di mitra; il sessantaseienne Antonio Adani, che è
stato pugnalato quattro volte al torace: Giuseppe Sciortini, al
quale hanno dovuto amputare l’avambraccio sinistro; Alfredo
De Vito, che ha il volto e il torace devastati da schegge di bomba
a mano. 49
Mentre gli italiani, nella giornata di lunedì 12, piangono i loro
morti e non abbandonano i loro rifugi, nonostante gli inviti
delle autorità britanniche, gran parte dei Daròt che erano
a uiti a Mogadiscio nei giorni precedenti l’arrivo della
Commissione dell’ONU lascia la città a bordo di camion, con
parte del bottino accumulato con i saccheggi. A Genale, prima
tappa di una di queste colonne autocarrate, potrebbe ripetersi
l’eccidio di Mogadiscio, perché i concessionari italiani vivono
isolati e la popolazione indigena del luogo, costituita in gran
parte da Bimal, è particolarmente ostile all’Italia. 50 Ma i
concessionari sono in allarme, perché hanno saputo dei fatti di
Mogadiscio, e appena intravedono il pericolo abbandonano le
loro case portando via soltanto il fucile e si concentrano tutti a
Merca, dove si barricano nell’Albergo Banana d’Oro.
L’improvvisato fortilizio, dal quale spuntano un centinaio di
canne di fucile, scoraggia gli aggressori, i quali si accontentano
di depredare una sessantina di case e di svuotare i magazzini di
prodotti agricoli. Un solo italiano, che si era attardato nella sua
azienda, viene sopra atto ed ucciso. 51
Intanto, a Mogadiscio, non si può più rimandare la sepoltura
dei morti, che sono tutti, a causa delle orrende ferite, in stato di
avanzata putrefazione. Costruite nella notte del 12 gennaio, le
bare, ricorda Antonia Bullotta, «sembrano più casse
d’imballaggio che altro, con le assi appena squadrate e piallate e
tenute insieme da listelle trasversali, senza una mano di
vernice». 52 Gli inglesi forniscono sette autocarri per il
trasporto delle salme, ma nessuna scorta armata, per cui
Beritelli, che teme un attacco dei Giovani Somali e una
profanazione dei cadaveri, fa compiere al convoglio, all’alba del
13 gennaio, un itinerario inconsueto, attraverso la boscaglia,
prima di raggiungere il cimitero del Forte Cecchi. Qui, alla sola
presenza del vescovo Filippini, del commissario Beritelli e
dell’u ciale sanitario municipale Valenza, le 54 bare vengono
calate frettolosamente in sei grandi fosse scavate in precedenza,
ed una sola croce, per il momento, viene posta al centro del
campo.
Gli italiani di Mogadiscio cominciano a lasciare i loro rifugi
soltanto nella giornata di mercoledì, ma ciò che ancora li
angoscia, oltre al timore di nuove rappresaglie, è il silenzio di
Radio Roma. Per quattro giorni le radio restano inutilmente
accese. Poi, la sera del 14, dopo il segnale, l’annunciatore legge la
prima notizia: «Mogadiscio. Il giorno 11 gennaio, nelle strade e
nelle case di Mogadiscio, è stata compiuta una strage di civili
italiani, inclusi donne e bambini. Le forze britanniche
dell’ordine pubblico sono intervenute solo ad eccidio
compiuto». Ricorda la Bullotta: «Alle prime parole
dell’annunciatore un urlo ci si ferma in gola, so ocandoci, ed è
di gioia e di disperazione, di indicibile nostalgia, di tristissimo
sollievo: l’Italia sa!». 53

Le reazioni in Italia.
La notizia della strage di Mogadiscio arriva in Italia con due
giorni di ritardo, il 13 gennaio, trasmessa da Nairobi dal console
Renato Della Chiesa. Ma le informazioni che invia sono ancora
imprecise e incomplete, 54 così come, del resto, lo sono le
notizie pubblicate dai giornali italiani del 13 e 14, tutte desunte
da dispacci di agenzie anglo-americane. Non disponendo di
fonti più dirette, i quotidiani del 14 sono costretti, ad esempio, a
pubblicare il già citato comunicato del Comando militare
britannico del Cairo, che dà una versione dei fatti tendente a far
ricadere ogni colpa sugli italiani. Ma dai titoli e dai commenti di
tutti i giornali emerge però chiaramente l’incredulità nella
versione inglese assieme ad una generale indignazione. «Il
Tempo», ad esempio, così commenta il comunicato del Cairo:
«Le notizie sono nora di sola fonte inglese ed esse tendono
naturalmente ad attribuire la responsabilità di tutto agli
italiani. Ma altre notizie trapelano da più parti; altre fonti
informano sulla campagna britannica contro l’Italia e sulle
violenze fomentate e incoraggiate dagli occupanti. Privi, per
oggi, di ogni sicura documentazione sul massacro, noi ci
limitiamo a constatare che, ovunque sventoli la bandiera
britannica, in Africa e in Asia, ivi prendono dimora la faziosità,
l’attentato e l’assassinio collettivo: ieri in India e in Egitto, oggi
in Palestina e nelle vecchie colonie italiane». 55 «L’Ora d’Italia»
formula contro la Gran Bretagna accuse ancora più pesanti
sostenendo che l’eccidio è stato favorito se non
«sotterraneamente generato dall’amministrazione, per attuare
ancora una volta la tattica del “divide et impera”». 56
L’esplosione di risentimenti contro il governo di Londra e il
rigurgito di sentimenti nazionalistici non sono presenti
soltanto nella stampa di destra e moderata, ma anche nei
giornali di sinistra. «L’Unità», ad esempio, sostiene che gli
incidenti di Mogadiscio sono stati provocati per dare alla
Commissione d’inchiesta dell’ONU, «che era stata molto
impressionata dalla evidente preponderanza della corrente lo-
italiana, la sensazione che in Somalia non si potrebbe
paci camente attuare il ritorno dell’amministrazione
italiana». 57
Anche l’atteggiamento dei membri dell’Assemblea
Costituente rivela una rara, eccezionale compattezza. Dopo un
discorso del liberale Bellavista, che invita l’Assemblea ad elevare
la sua protesta, e le parole del ministro Cappa, che si associa a
nome del governo, il presidente dell’Assemblea, Umberto
Terracini, si alza in piedi, subito imitato da tutti i deputati, e
pronuncia un breve discorso che vibra di sdegno per l’eccidio
compiuto e che si chiude con queste parole: «È veramente un
triste commento alle parole tante volte conclamate di libertà e
di indipendenza dei popoli, questo azzu arsi di Stati già saturi
di dominio e di potenza intorno a terre che, fatte orenti da un
paci co lavoro, potrebbero, semmai, dalla triste sorte di una
guerra, essere avviate non già verso nuovi domini e nuove
oppressioni, ma a vita paci ca nella fraterna solidarietà con
tutti i popoli: primo fra tutti il popolo italiano». 58
A di erenza della stampa italiana, che continuerà nelle sue
polemiche anti-britanniche per giorni e settimane, il governo di
Roma si muove sin dall’inizio con molta cautela e assume un
atteggiamento equilibrato. Lo stesso Sforza tenta di smorzare la
tensione convocando i direttori dei maggiori quotidiani italiani
e spiegando «che era loro dovere e nostro interesse di non
identi care il Governo britannico con un pugno di u ciali
inintelligenti o incompetenti». 59 Una interpretazione, questa
dei fatti di Mogadiscio, che scagiona nettamente il governo
britannico e fa invece ricadere parte delle responsabilità su
alcuni elementi della BMA. Interpretazione che poi si rivelerà,
alla luce delle inchieste inglesi ed italiane, come la più vicina al
vero.
In conformità a questa linea, il 16 gennaio Sforza scrive
all’ambasciatore a Londra, Gallarati Scotti, perché solleciti il
governo inglese a promuovere senza indugio «un’inchiesta
serena, con sanzioni adeguate, per garantire un sempre più
sicuro sviluppo dell’intimità italo-britannica». Nella stessa
lettera, rammaricandosi che da Mogadiscio gli italiani non
possano ancora telegrafare ai loro congiunti in Italia, Sforza
ribadisce il suo duro giudizio sui responsabili della BMA: «Ciò
può signi care che le autorità militari britanniche in Somalia
temono luce e che comunque non sono all’altezza della
situazione. È sempre più evidente che esse non possiedono né
serenità né autorità su cienti per un’inchiesta sull’orribile
eccidio. Se si vuole rassicurare gli animi in Italia, occorre che
almeno un autorevole italiano, per esempio il Console a Nairobi,
faccia parte dell’inchiesta». 60
Anche dopo queste puntualizzazioni fra Roma e Londra, le
due parti restano però sulle posizioni di partenza: la Gran
Bretagna continua ad attribuire alle provocazioni italiane
l’origine degli incidenti, mentre l’Italia, pur assolvendo il
governo inglese, persiste nelle accuse alla BMA. Londra,
comunque, fa un gesto conciliativo nei confronti di Roma
consentendo al console a Nairobi, Della Chiesa, di recarsi a
Mogadiscio per assistere, come «osservatore», all’inchiesta della
Commissione Flaxman, nominata il 19 gennaio per far luce
sugli incidenti di Mogadiscio. 61 Pochi giorni dopo l’Italia
ottiene anche di poter inviare in Somalia il presidente della CRI,
Zanotti-Bianco, con l’incarico di svolgere un’indagine personale
e di gestire i 20 milioni di lire stanziati dal governo per le prime
assistenze alle famiglie delle vittime.
I due personaggi, che arrivano a Mogadiscio nella terza
decade di gennaio, vi trovano un’atmosfera pesantissima. La
comunità italiana, ancora in parte alloggiata nelle scuole e nel
«Campo kikuju», è sempre in preda al panico e non è a atto
rincuorata nel vedere che, a pattugliare le strade di Mogadiscio,
sono ora i soldati inglesi al posto dei somali della gendarmeria.
Come riferisce un testimone, Dante Galeazzi, «gli italiani
lavoravano e camminavano sempre con la paura di sentirsi
piantare un coltello nelle spalle e quando, mesi dopo, il Dancing
del Tennis riaprì senza chiasso i battenti, nella “cassa” si
accumulavano decine di pistole che vi depositavano gli
italiani». 62 Nonostante che la BMA abbia sciolto la 1 a
compagnia ascari della polizia, per le sue responsabilità nel
massacro, gli italiani si dolgono che non siano stati ancora presi
altri provvedimenti riparatori e che, al contrario, si continui a
perseguitare la comunità incarcerando Calzia e i suoi
collaboratori ed anche i capi somali loitaliani, a cominciare dal
presidente della Conferenza, Islam Omar. 63
Il 25 gennaio arriva a Mogadiscio anche il maggior generale
D. C. Cumming, incaricato dal War O ce di compiere una sua
personale inchiesta. Per cui, a partire dalla ne di gennaio, si
trovano nella capitale somala, ad indagare sui fatti dell’11
gennaio: 1) la Commissione Flaxman; 2) il maggior generale
Cumming; 3) il presidente della CRI, Zanotti-Bianco; 4) il
console Della Chiesa, come «osservatore» in seno alla
Commissione Flaxman e come investigatore discreto del
ministero degli Esteri; 5) la Commissione quadripartita
dell’ONU, la cui indagine, ovviamente, travalica l’episodio della
strage.
Non conosciamo il testo esatto del rapporto conclusivo della
Commissione Flaxman, non reperibile negli archivi italiani e
neppure in quelli inglesi, 64 ma ne sappiamo abbastanza,
attraverso la lettura di altri documenti, per concludere che non
è a atto indulgente nei confronti di entrambe le parti. Il
rapporto si può così riassumere: 1) gli italiani hanno sostenuto
un ruolo notevole nel provocare gli incidenti e sono perciò
responsabili nella stessa misura dei somali; 2) circa i colpevoli
della strage, si riconosce che è di cile, quasi impossibile,
individuare personalmente i veri responsabili; 3) è certa la
partecipazione di gendarmi somali al pogrom, mentre niente
risulta di preciso contro gli u ciali inglesi, alcuni dei quali,
come Mundy, Thorne e Smith, hanno tuttavia dimostrato
notevoli incapacità nel fronteggiare gli avvenimenti. Pur non
scostandosi molto dalle conclusioni della Commissione
Flaxman, il maggior generale Cumming accentua, nel suo
rapporto, le colpe degli italiani, mettendo in evidenza che
«Calzia ha comprato l’aiuto degli Abgal e ha fatto uso di italiani
per guidare la folla che sembra essere all’origine dei disordini
dell’11 gennaio». Sull’episodio culminante della giornata, egli
così si esprime: «Ebbe quindi seguito una mischia fra una folla
impenetrabile nel corso della quale fu fatto uso di ogni tipo di
arma. Sembra che i somali abbiano attaccato ogni italiano che
potevano trovare, sia nelle strade, sia nelle case situate nelle
vicinanze, mentre alcuni italiani, sia per autodifesa sia a causa
del panico, fecero uso di armi da fuoco. Vi è anche prova che
colpi di arma da fuoco furono sparati da italiani contro
l’u ciale britannico comandante la polizia che si trovava sul
luogo». 65
Da parte italiana, il documento più di rilievo è quello di
Zanotti-Bianco, che porta la data del 23 febbraio 1948 e che è
particolarmente duro nei confronti degli inglesi. Le conclusioni
alle quali giunge il memoriale sono le seguenti: 1) il governo
britannico non ha responsabilità dirette nell’eccidio; 2) il
maggiore Smith ha utilizzato la Lega dei Giovani Somali in
funzione anti-italiana; 3) è accertato che molti italiani sono
stati uccisi da gendarmi somali a liati alla Lega ed è anche
emerso che questi gendarmi, per celare le tracce dei colpi di
arma da fuoco che avevano esploso, hanno inferto ai cadaveri,
con pugnali, ferite devastanti; 4) gli u ciali inglesi furono
generalmente incapaci di trattenere i loro uomini, alcuni
presero parte attiva al pogrom, altri invece cercarono di salvare
gli italiani dal massacro; 5) la BMA non era all’oscuro delle
intenzioni aggressive della Lega, nonostante questo permise
l’a usso a Mogadiscio di elementi turbolenti, che non potevano
che peggiorare la situazione; 6) è provato altresì che autocarri
carichi di bottino, proveniente dai saccheggi di Mogadiscio,
hanno lasciato la città scortati da militari britannici. Zanotti-
Bianco denuncia in ne «l’atmosfera di illegalità e di arbitrio»
che regna in Somalia e così conclude il suo rapporto: «Sia io, sia
il console Della Chiesa siamo vecchi e sperimentati amici e
ammiratori dell’Inghilterra, ma questi giorni a Mogadiscio
hanno rappresentato una dura prova per i nostri sentimenti, a
causa delle molte e diverse prove della mancanza di oggettività,
di calma e di rispetto della giustizia da parte
dell’amministrazione della Somalia». 66
Anche il rapporto di Della Chiesa, dell’8 marzo 1948, contiene
severe critiche all’intera amministrazione britannica della
Somalia, sia per il suo comportamento nel passato che per la
pessima prova data nel corso degli incidenti dell’11 gennaio.
Suscita tuttavia una certa meraviglia il constatare che Della
Chiesa, che pure ha seguito giorno per giorno i lavori della
Commissione Flaxman, non faccia il minimo cenno alle
corresponsabilità emerse a carico degli italiani, non
discostandosi, quindi, dalla linea di condotta di Zanotti-Bianco,
il quale colpevolizza, come abbiamo visto, soltanto gli inglesi e i
membri della Lega. 67 Per nire, citiamo, dagli atti della
Commissione quadripartita dell’ONU, un brano che ha un
preciso riferimento all’eccidio. Esso dice: «La Polizia non fu in
grado di reprimere la sommossa, né impedire i saccheggi delle
case italiane, che continuarono nei giorni successivi. Le forze di
Polizia hanno spesso fatto causa comune con gli indigeni». 68
Anche se da queste inchieste non esce tutta la verità, e c’è da
osservare che le due parti si staccano con riluttanza dalle loro
posizioni iniziali, un fatto tuttavia emerge pienamente: la BMA
ha fatto poco per prevenire le violenze e ancora di meno per
reprimerle. Da tanti segni, è ormai chiaro, a ne febbraio, che il
Foreign O ce non è più tanto sicuro della primitiva versione
della BMA e che, se ancora si ostina a coprirla, lo fa soltanto per
difesa d’u cio. Il crescente imbarazzo di Londra stimola Palazzo
Chigi a servirsi dell’episodio di Mogadiscio non soltanto per
chiedere alla Gran Bretagna alcune concessioni e riparazioni in
relazione ai fatti dell’11 gennaio, ma anche per ribadire le sue
pretese sulla Somalia. Ma lo fa cautamente e gradualmente
perché sa perfettamente, anche se non lo vuol riconoscere, che
molte risultanze delle inchieste sono contro la comunità
italiana di Mogadiscio. Come osserva Calchi Novati, «la
diplomazia italiana si convinse gradualmente della necessità di
mitigare i sentimenti antibritannici, quando non addirittura
anglofobi, per ottenere le soddisfazioni realisticamente
possibili, attraverso piuttosto che contro Londra». 69
Questa tattica è oltremodo palese nella lettera che il 23
febbraio 1948 Sforza invia a Bevin. Dopo aver premesso che il
governo inglese non ha nulla «a che vedere con gli eccessi e gli
orrori dell’11 gennaio» e che soltanto alcuni funzionari locali
«hanno tradito la ducia in loro riposta dal governo
britannico», Sforza auspica il ristabilimento di una «sincera
collaborazione fra l’Inghilterra e l’Italia» e suggerisce, come
prima intesa in attesa delle decisioni nali dell’ONU, la
creazione in Somalia di una amministrazione civile italiana
sotto la protezione militare inglese. «Una tale collaborazione,
che si sostanzierebbe nell’invio di persone scelte e altamente
quali cate — precisa Sforza —, potrebbe essere attuata nel
quadro del regime temporaneo contemplato dal Trattato di
pace». Per evitare, poi, che Bevin gli ponga la rituale obiezione
inglese («Ma perché vogliono gli italiani tornare in Africa, senza
denari, senza esercito?»), il titolare italiano degli Esteri lo
previene a ermando: «Non ripeta questa con denza che le
faccio: personalmente io preferirei una gigantesca ricostruzione
nel Mezzogiorno e in Sicilia, piuttosto che spendere una lira per
l’Africa. Ma lei sa troppo bene che certe tradizioni costituiscono
una forza che non si può ignorare; noi non possiamo andare
‘contro corrente’; ad ogni modo io l’assicuro che noi siamo
pronti, che siamo addirittura ansiosi di creare una nuova forma
di vita nei territori sui quali ritorneremo». 70
Come sottolinea giustamente Antonio Varsori, nella sua
accurata analisi dei rapporti italo-inglesi dopo l’eccidio di
Mogadiscio, «con questa missiva indirizzata a Bevin, l’azione
italiana raggiungeva la sua fase culminante: i fatti di
Mogadiscio, attraverso il loro legame con la situazione politica
interna e i risultati delle elezioni ormai vicine, erano divenuti
un elemento del contesto internazionale. Guerra fredda,
rapporti italo-britannici, questione coloniale erano stati
abilmente confusi da parte italiana in un amalgama, dal quale il
governo di Roma sperava di strappare alla Gran Bretagna e/o
agli Stati Uniti qualche o più concessioni, fossero esse relative
alla situazione somala, alla questione del futuro delle ex colonie
o a qualsiasi altro settore di rilevanza internazionale». 71
Limitatamente agli incidenti di Mogadiscio, le richieste
italiane vengono formulate tra febbraio e marzo. Esse
contemplano: un indennizzo, la ricerca dei colpevoli della
strage, la sostituzione del capo della BMA e dei comandanti della
polizia, la nomina di un funzionario italiano a Mogadiscio, che
funga da elemento di collegamento fra il governo italiano e la
BMA, l’abrogazione in Somalia delle leggi di guerra, che limitano
le libertà civili ed economiche degli italiani. Londra non si
mostra insensibile alle richieste di Palazzo Chigi e a metà marzo
a ronta volonterosamente il contenzioso italo-inglese. Ma le
sue controproposte non soddisfano l’Italia, che vorrebbe delle
prove di un mutamento sostanziale. Ma quando il Foreign O ce
fa balenare la minaccia di pubblicare le conclusioni della
Commissione Flaxman, con le responsabilità accertate a carico
della comunità italiana, allora Roma è costretta ad accettare gli
accomodamenti suggeriti dagli inglesi.
In sostanza gli italiani ottengono: 1) la sostituzione del capo
della BMA, Reginald H. Smith, di Thorne e di Allen Olaf Smith,
ma nei tempi e nei modi decisi da Londra, perché il
trasferimento non appaia una punizione e quindi
un’ammissione di colpa; 72 2) la nomina di un rappresentante
italiano a Mogadiscio, ma con poteri più limitati di quelli
previsti da Roma: infatti non sarà un ambasciatore, ma un
console, e fungerà da elemento di collegamento soltanto fra la
comunità italiana e la BMA. Vengono invece respinte le richieste
di indennizzo e di abrogazione delle leggi di guerra in Somalia.
Quanto alla ricerca dei colpevoli, essa si rivelerà estremamente
di cile. Verranno sì condannate alcune decine di somali per
saccheggio, possesso di armi, violazione delle norme del
coprifuoco, ma per l’uccisione dei 54 italiani saranno in
pochissimi a pagare.
Palazzo Chigi avrebbe voluto mandare a Mogadiscio, come
Italian Liaison O cer, l’ambasciatore Cora, per la sua indiscussa
conoscenza dei problemi dell’Africa Orientale. Ma Londra non
concede il suo gradimento per Cora, poiché lo considera troppo
compromesso con la politica espansionistica del fascismo. Si
ripiega così su Raimondo Manzini, già console a Leopoldville, un
uomo giovane, nuovo, senza legami con il passato coloniale
dell’Italia. Manzini arriva a Mogadiscio il 14 maggio, a quattro
mesi dall’eccidio, e nonostante che la tensione sia calata in città,
trova la comunità italiana ancora traumatizzata, incapace di
riprendersi, di produrre, di fare programmi. «Mi sto adoperando
presso i nostri connazionali per infondere ducia e far
riprendere il lavoro in attesa dello sviluppo della situazione —
comunica Manzini, il 16 maggio, agli Esteri —. Mentre mi
riservo di proporre provvedimenti indispensabili a favore degli
artigiani, piccoli commercianti e industriali di Mogadiscio, più
duramente colpiti dai saccheggi dell’11 gennaio, debbo
segnalare n da ora che gli agricoltori italiani della Somalia
stanno attraversando una crisi». 73
Qualche giorno dopo Manzini è in grado di valutare che i
danni subìti dagli italiani ascendono a 5 milioni e mezzo di
scellini a Mogadiscio e a 823 mila scellini nel comprensorio
agricolo di Genale, che corrispondono a circa 300 milioni di lire.
Poiché, attraverso la Croce Rossa Italiana, è stato possibile
distribuire sinora soltanto 20 milioni di lire, Manzini consiglia,
per evitare la paralisi, di anticipare ai danneggiati, sempre
attraverso la CRI, almeno un milione di scellini. Suggerisce
inoltre di riaprire a Mogadiscio una banca italiana e di metterle
a disposizione almeno 100 milioni di lire per tutte le operazioni
di credito, ormai non più rinviabili. Oltre che dell’estrema
indigenza degli italiani e della loro incapacità a superare il
trauma dell’eccidio, Manzini si preoccupa per il calo della
popolazione italiana di Mogadiscio, che è passata da 9.349 unità
nel 1940 a 4.152 nel 1945 e a 2.192 alla ne del 1948, mentre
nel resto della Somalia gli italiani sono soltanto 500. 74 «Sto
facendo il possibile per contenere l’esodo dei connazionali e
favorire la ripresa della vita economica con gli esigui mezzi di
cui disponiamo. Ma, senza l’aiuto sostanziale e soprattutto
tempestivo dell’Italia, i nostri sforzi non potranno raggiungere
lo scopo». 75
Nonostante le insistenze di Manzini, gli aiuti vengono invece
concessi con grande lentezza ed in misura molto inferiore ai
reali bisogni dei sinistrati. In risposta ad una interpellanza
dell’on. Arata del 28 febbraio 1950, cioè a più di due anni
dall’eccidio, gli Esteri faranno sapere che, dopo la prima
erogazione di 20 milioni, altri 50 erano stati messi in bilancio. A
Mogadiscio era così stato possibile dare inizio alle liquidazioni.
All’inizio del 1950, erano state istruite in loco 666 pratiche,
delle quali 359 erano state liquidate per un importo totale di 66
milioni. 76
Manzini riesce anche ad instaurare, sin dall’inizio, franchi e
leali rapporti con i nuovi responsabili della BMA. Riferendo del
suo primo incontro con l’amministratore-capo Drew, precisa di
avergli detto che «nulla era stato ancora fatto a tutt’oggi per
punire gli assassini», mentre non poteva tacere la sua
meraviglia nel «trovare tuttora al suo posto il ten. col. Thorne,
che gli italiani considerano uno dei maggiori responsabili
dell’11 gennaio». Per nire, Manzini gli aveva ricordato che «le
vittime erano sempre in attesa dell’indennizzo promesso da
Londra». 77 Dietro le insistenze di Manzini, qualche giorno
dopo Thorne viene sostituito, nel suo incarico, dal maggiore
Cracknell, che era già stato agli ordini di Drew in Eritrea. 78 Ma
non basta. Qualche giorno dopo Manzini riesce anche a far
scarcerare il presidente della Conferenza della Somalia, Islam
Omar, detenuto con altri tre capi somali lo-italiani dal 13
gennaio.
Il brigadiere generale Francis Greville Drew, che era giunto in
Somalia pochi giorni prima di Manzini, assume pubblicamente,
nei primi giorni del suo mandato, l’impegno di riportare nel
territorio la pace, l’ordine e la giustizia e di punire
esemplarmente i responsabili dell’eccidio. Nel suo discorso
d’investitura ammette anche implicitamente gli errori dei suoi
predecessori, mettendo in imbarazzo le autorità britanniche di
Londra e del Cairo. Che egli intenda fare sul serio, lo dimostra il
fatto che si giunge nalmente all’arresto di alcuni fra gli
assassini dell’11 gennaio e ad un processo per direttissima che
si conclude con una condanna a 21 anni di lavori forzati. 79 Ma
dopo un mese appena dal suo arrivo a Mogadiscio, Drew viene
trasferito di nuovo ad Asmara, non più come amministratore
militare ma come governatore civile, e al suo posto giunge un
funzionario civile, De Candole. Commenta la Bullotta: «Nessun
nuovo arresto e nessun nuovo processo ebbero luogo dopo di
allora». 80
Anche se Manzini riesce a stabilire buoni rapporti pure con
De Candole, fallisce tuttavia nel tentativo di ottenere la
rimozione del ten. col. Allen Olaf Smith, l’uomo che si
supponeva fosse il principale ispiratore della politica anti-
italiana della Lega. 81 «Sono convinto che la riluttanza inglese a
rimuovere Smith — scrive Manzini in una lettera segreta a Zoppi
— è dovuta non a piani più o meno machiavellici a dati alla
sua esecuzione, ma al deliberato proposito di non ammettere le
responsabilità della BMA per i fatti di gennaio. Le autorità
britanniche hanno ormai raggiunto il limite delle concessioni
che intendono fare, eccettuato forse il promesso risarcimento ai
sinistrati per il quale è necessario ed opportuno premere
energicamente, ma senza porre l’accento sull’aspetto della
colpevolezza della BMA». 82
Uomo nuovo, non legato alle varie lobbies colonialiste,
Manzini è anche il primo funzionario che, come si è già visto, ha
il coraggio di a rontare il delicato problema delle responsabilità
italiane nei fatti dell’11 gennaio. Nella già citata lettera a Zoppi,
egli a erma, ad esempio: «È necessario che il Ministero conosca
la verità almeno così come appare a me dopo lunghe indagini e
matura ri essione. Ho infatti condotto anch’io un’inchiesta
indipendente sugli avvenimenti di gennaio». 83 Un’inchiesta
che lo porta a condividere alcune fra le accuse mosse dagli
inglesi, in modo particolare a Calzia, ritenuto responsabile di
aver acuito la tensione fra i due schieramenti rivali somali sino
a portarli allo scontro. «Se vogliamo ora rimuovere gli ostacoli
ad un riavvicinamento tra il personale coloniale britannico e
nostro in Somalia — prosegue Manzini — occorre che funzionari
quali il dott. Calzia vengano per il momento almeno messi a
tacere. 84 Mi sia permesso far presente anche l’opportunità che
il dott. Calzia cessi per ora completamente di occuparsi della
Somalia e si astenga dallo scrivere, sia pure soltanto
privatamente, notizie di carattere politico ai suoi amici di qui.
Questi suoi corrispondenti sono in alcuni casi elementi
perturbatori». 85
Proseguendo, «nella forma più riservata», la sua lettera a
Zoppi, Manzini giunge a conclusioni che sono estremamente
dure: «Se vogliamo veramente giungere ad una duratura
distensione con la Gran Bretagna, anche per quanto riguarda la
Somalia, occorre che cessino una buona volta le polemiche per i
luttuosi avvenimenti dell’11 gennaio, su cui troppe persone
ancora tentano di speculare. Le vittime, quelle vere, erano nella
massima parte ignare del gioco politico che, con eccessiva
leggerezza da parte nostra e con criminale premeditazione da
parte inglese, veniva condotto in occasione della visita della
Commissione delle Quattro Potenze. [...] È questa una lettera che
mi sono indotto a scrivere a malincuore. L’argomento è tanto
delicato e ha toccato così profondamente il sentimento degli
italiani, il mio non meno degli altri, che è di cile discorrerne
obiettivamente. Non pretendo di esserci riuscito. Ho però
onestamente cercato di rappresentare un aspetto che può forse
permettere di valutare diversamente certi atteggiamenti
inglesi. E questo, in de nitiva, è il mio unico intento, a nché
più e cace possa riuscire la nostra azione e nuovi errori
vengano evitati». 86
Dal momento del suo arrivo in Somalia Manzini sottolinea
anche, in molti dispacci, l’opportunità di non inviare a
Mogadiscio funzionari compromessi con il passato regime. E
quando, a ne maggio, il MAI gli comunica che giungeranno in
colonia Gualtiero Benardelli e Luigi Gasbarri per occuparsi del
rimpatrio degli italiani più bisognosi, Manzini protesta per la
scelta di Benardelli: «Il suo ritorno qui, anche temporaneo,
sarebbe deleterio per l’azione che sto svolgendo nel senso noto a
codesto Ministero. Prego intervenire a nché Benardelli sia
sostituito con un altro funzionario non conosciuto in
Somalia». 87 Anche la BMA, del resto, è contraria a questa scelta
e minaccia di impedire lo sbarco del funzionario perché non
crede che venga in Somalia soltanto per occuparsi dei
rimpatri. 88 Il MAI, però, si mostra irremovibile e Manzini, pur
con riluttanza, deve piegarsi agli ordini di Roma. Sarà anzi
costretto, per persuadere la BMA, a farsi lui stesso garante per il
Benardelli, assumendosi la responsabilità che la sua attività
«sarà limitata ai rimpatri». 89
A parte gli incidenti di questo genere, la missione di Manzini
si può considerare un successo. Ma questo si realizza soltanto
perché, a metà del 1948, Londra ha deciso di cambiare rotta. Il
Foreign O ce, infatti, ha preso il sopravvento sul War O ce e il
Colonial O ce e già in luglio, come vedremo, comincerà ad
esaminare le procedure per riportare l’Italia in Somalia. Come
osserva Varsori, «i fatti di Mogadiscio furono un ‘utile’
strumento di pressione sino a quando Sforza ebbe la certezza
che il Foreign O ce si stava indirizzando verso l’ipotesi del
ritorno dell’amministrazione italiana in Somalia». 90 Raggiunta
la certezza della svolta britannica, Palazzo Chigi allenta la
pressione e giudica venuto il momento di seppellire per sempre
l’intera questione, con manifesta soddisfazione da entrambe le
parti. In realtà, adesso che la strada del ritorno dell’Italia in
Somalia è aperta, i morti di Mogadiscio non servono più, creano
anzi imbarazzo, rappresentano soltanto un ostacolo.
Se Gran Bretagna ed Italia sono giunte alla conclusione che è
preferibile una tacita liquidazione della vertenza, perché dalla
ricerca della verità non possono emergere che gravi colpe per
entrambi i paesi, c’era da pensare che a questa decisione sarebbe
giunta anche la Lega dei Giovani Somali, la quale, dopotutto,
anche se provocata da una parte e dall’altra strumentalizzata,
porta però il fardello più pesante, quello della esecuzione della
strage. La Lega, però, ha deciso che l’episodio non andava
sepolto e dimenticato. Al contrario. Così, con il passare degli
anni e lo sviluppo del nazionalismo somalo, l’eccidio di
Mogadiscio si è trasformato in una pagina gloriosa della lotta di
liberazione nazionale somala. Ad Awa Osman Taco, il solo
membro della Lega che abbia perso la vita l’11 gennaio, verrà
eretto un superbo monumento, che quasi soverchia quello
dedicato a Mohamed ben Abdalla Hassan, che pure ha
combattuto vent’anni per dare una patria ai somali.
Nell’ossessionante ricerca di martiri e miti per un
nazionalismo povero di pagine cruente, i fatti verranno così
travisati, che il somalo Yusuf Osman Samantar potrà scrivere
nel 1961: «In occasione della visita in Somalia della
Commissione delle quattro grandi potenze, i Giovani Somali
mostrarono chiaramente il desiderio di a dare il mandato
amministrativo del paese all’Inghilterra, all’URSS, agli USA e alla
Francia. Ciò determinò la reazione britannica, con una
conseguente vasta campagna di persecuzioni e di deportazioni
ai danni della Lega. L’amministrazione militare britannica di
occupazione andò oltre e fece causa comune con i fascisti, i quali
l’11 gennaio 1948, per dimostrare che esisteva una forza
favorevole al ritorno dell’Italia in Somalia, inscenarono i noti
disordini, in cui persero la vita 52 italiani ed una decina di
somali». 91

1. Ferdinando Bigi, Il problema agricolo della Somalia, Quaderni di «A rica», Roma


1950, p. 11. Nel 1950 gli italiani coltivano ancora 11.500 ettari. Il numero degli
imprenditori era passato, in dieci anni, da 185 ad 88.

2. L’amministrazione britannica aveva abolito tutti i contratti colonici in atto, poiché


sospettava, e non a torto, che essi nascondessero la pratica del lavoro coatto.

3. Antonia Bullotta, La Somalia sotto due bandiere, Garzanti, Milano 1949, pp. 49-50.

4. Cfr. A. Del Boca, La caduta dell’impero, cit., pp. 535-38.

5. A. Bullotta, op. cit., p. 49.


6. Pietro Beritelli, L’Amministrazione municipale di Mogadiscio negli anni dal 1941 al
1949. Senza indicazione di data e luogo di stampa, p. 17. Beritelli fornisce solo i
dati di Mogadiscio, ai quali vanno aggiunti gli italiani che vivono nel resto della
Somalia e che oscillano, a seconda dei periodi, fra i 1.000 e i 500.

7. Mario Scaparro, L’ex Somalia italiana durante l’occupazione britannica, 1941-1950,


Trieste 1966, p. 161. Dattiloscritto inedito in DEPA.

8. A. Bullotta, op. cit., pp. 121-22.

9. Ivi, p. 133.

10. Cfr. A. Del Boca, Dall’Unità alla marcia su Roma, cit., pp. 789-801.

11. Cfr. Giuliano Pajetta, Il cammino della Somalia, in «l’Unità», 5 agosto 1971.

12. I. M. Lewis, The modern history of Somaliland, Weidenfeld and Nicolson, London
1965, p. 122.

13. Per la ricostruzione della storia della Lega dei Giovani Somali ci siamo soprattutto
valsi della testimonianza di uno dei 13 fondatori del Club, Hagi Mohamed Hussein,
rilasciataci a Mogadiscio il 25 giugno 1960, e di quella del funzionario degli Esteri,
Nicolino G. Mohamed, rilasciataci il 23 giugno 1960 a Mogadiscio.

14. Dalle dichiarazioni rilasciate alla Commissione quadripartita dell’ONU


apprendiamo, ad esempio, che l’Unione patriottica di bene cenza aveva 81 mila fra
membri e simpatizzanti, e chiedeva la tutela dell’Italia per 30 anni; che i Giovani
Abgal erano 30 mila e chiedevano l’aiuto dell’Italia per accedere all’indipendenza;
che l’Unione Africana constava di 5 mila membri; che gli ex combattenti erano 25
mila e chiedevano la tutela dell’Italia per 12 anni; che l’Haidad-as-Islam Shidle e
Mobilen erano 60 mila e chiedevano la tutela italiana per un periodo fra i 30 e 40
anni; che l’Hisbia Dighil & Miri e aveva 61 mila iscritti e 300 mila simpatizzanti e
chiedeva la tutela italiana per 30 anni. Successivamente, però, questo partito
modi cò la sua posizione e chiese la tutela delle Quattro Potenze. (Cfr. Commission
d’Enquête pour les anciennes colonies italiennes, vol. II. Rapport sur la Somalie, cit.)

15. I. M. Lewis, op. cit., pp. 125-26. Anche la Bullotta (op. cit., p. 174) confessa, del
resto, questa circostanza: «Negare che una certa forma di propaganda italiana
esista, nelle attuali circostanze, sarebbe insincerità. È anche ovvio, però, che questa
propaganda noi abbiamo lo stretto dovere di farla, non fosse altro che per ridurre al
minimo gli e etti della deleteria, accanita attività britannica nello stesso campo.
Ma siamo un pugno di connazionali appena, tre o quattromila [...]. Denaro, non ne
abbiamo».

16. Gli altri membri del CRI erano: Vincenzo Calzia, il presidente della Camera di
Commercio Carlo Rosso, l’ispettore di Sanità Camillo Decina, l’ispettore veterinario
Antonino Falcone, il funzionario del Genio civile Marcello Felicori.

17. P. Beritelli, op. cit., p. 205.

18. Il memoriale si intitola: Relazione del comitato rappresentativo italiano alla


Commissione d’investigazione delle Quattro Potenze sul territorio della Somalia. Porta
la data del 15 gennaio 1948 e la rma dell’estensore, che è Pietro Beritelli.

19. «Il Popolo», 14 dicembre 1947.

20. «La Voce dell’Africa», 18 dicembre 1947. Titolo dell’articolo: Parole di franchezza ai
somali.

21. A. Bullotta, op. cit., pp. 177-78.

22. Ivi, p. 180.

23. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 25. Lettera in data 30 luglio 1948, n. prot. 1033,
segreto, indirizzata a Zoppi, p. 6.

24. Ivi, pp. 6-7.

25. TaA di Hagi Mohamed Hussein, cit.

26. Ciclostilato di 3 cartelle in AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 5.

27. «Relazioni internazionali», 1948, n. 4, p. 54.

28. «Il Popolo», Mogadiscio, 7 gennaio 1948.

29. «Il Giornale d’Italia», 8 gennaio 1948.

30. A. Bullotta, op. cit., p. 183.

31. P. Beritelli, op. cit., p. 201.


32. Ibid.

33. A. Bullotta, op. cit., p. 190.

34. I. M. Lewis, op. cit., p. 126; S. Pankhurst, Ex Italian Somaliland, Watts, London
1951, p. 226.

35. Giampaolo Calchi Novati, Gli incidenti di Mogadiscio del gennaio 1948: rapporti
italo-inglesi e nazionalismo somalo, in «Africa», settembre- dicembre 1980, p. 332.

36. Public Record O ce, Foreign O ce, 371, J 1078/301/66, lettera del maggior
generale D. C. Cumming al War O ce di Londra, in data Cairo, 4 febbraio 1948, n.
12789/380/CA, segretissimo.

37. Ivi. La compagnia fu in seguito sciolta.

38. A. Bullotta, op. cit., p. 192.

39. Ivi, p. 193.

40. Beritelli (op. cit., p. 202) dà un elenco di 46 morti e precisa che altri «7 cadaveri
erano così mutilati anche nel viso, che non fu possibile identi carli». Le fonti
inglesi parlano generalmente di 52 morti. La Bullotta (op. cit., p. 212) indica la cifra
di 54 morti e tante, infatti, sono le croci che si trovano al cimitero del Forte Cecchi.

41. Altre fonti dicono invece che è stata uccisa con una freccia scagliata da elementi
somali pro-italiani.

42. Cfr. M. Scaparro, op. cit., pp. 419-20. Non soltanto i somali lo- italiani e gli arabi
diedero protezione agli italiani. Lo stesso presidente della Lega, Hagi Mohamed
Hussein, salvò la vita a 20 italiani (TaA di Hagi Mohamed Hussein, cit.).

43. A. Bullotta, op. cit., pp. 227-28.

44. Cit. in Antonio Varsori, Il diverso declino di due potenze coloniali. Gli eventi di
Mogadiscio del gennaio 1948 e i rapporti anglo-italiani, Quaderni della FIAP, Roma
1981, p. 123.

45. PRO, FO 371, J 1078/301/66, lettera del maggior generale Cumming, cit.

46. Ibid.
47. A. Bullotta, op. cit., p. 205.

48. Ivi, p. 208.

49. Nell’altro ospedale, il Maurizio Rava, erano state ricoverate 19 donne e 2 bimbi.
Fra le donne pugnalate, c’era Franca Scribano, incinta al settimo mese. Uno dei due
bimbi, Oscar Lievore, di 7 mesi, aveva contusioni ed escoriazioni alla nuca.

50. Cfr. A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 62-67.

51. TaA di Dante Galeazzi, rilasciata ad Aden il 5 agosto 1960; M. Scaparro, op. cit., pp.
408-11.

52. A. Bullotta, op. cit., p. 212.

53. Ivi, p. 217.

54. ASMAE, b. 28/3, tel. 6 del 13 gennaio 1948.

55. «Il Tempo», 14 gennaio 1948.

56. «L’Ora d’Italia», 14 gennaio 1948.

57. «L’Unità», 14 gennaio 1948.

58. «La Voce dell’Africa», 15 gennaio 1948. Fra i vari personaggi politici che presero
posizione ci fu anche Luigi Sturzo, il quale scrisse a Barbara Barclay Carter perché
sensibilizzasse il People and Freedom Group sui fatti di Mogadiscio: «Dalle più
accurate indagini e da dichiarazioni degne di fede, salta evidente la responsabilità
del comando inglese sul posto per un massacro di inaudita violenza e ferocia,
premeditato e tra tollerato e istigato da elementi inglesi, responsabili e
irresponsabili uniti nel proposito di terrorizzare la popolazione italiana e farla
passare per invisa agli indigeni [...]. People and Freedom dovrebbe intervenire in
nome della verità dei fatti e dello spirito internazionale che anima l’istituzione»
(AB, b. AI/22, Ministero Africa. Datata 20 febbraio 1948 e inviata a Brusasca per
conoscenza).

59. C. Sforza, op. cit., p. 576. Dalla lettera a Bevin del 23 febbraio 1948.

60. Ivi, pp. 132-33.


61. Della Court of Inquiry facevano parte il col. Flaxman (presidente), il ten. col.
Hudson e il maggiore Farr.

62. Dante Galeazzi, Il violino di Addis Abeba, Gastaldi, Milano 1959, p. 212.

63. Calzia e gli altri tre funzionari del MAI furono fermati subito dopo gli incidenti.
Calzia, tuttavia, poté deporre davanti alla Commissione dell’ONU. Con gli altri tre
colleghi fu espulso dalla Somalia il 24 febbraio 1948 e prese imbarco sul Toscana
diretto in Italia.

64. Il rapporto, giunto a Londra in una sola copia, non poté essere consultato neppure
dello stesso Bevin, il quale si lamentò con il primo ministro per l’atteggiamento del
War O ce. (Cfr. G. Calchi Novati, op. cit., p. 338).

65. PRO, FO 371, J 1078/301/66. Documento, cit. La Commissione interrogò 60


italiani, 8 esponenti della Lega, 8 della Conferenza, 15 u ciali e sottu ciali inglesi
e 5 funzionari della BMA.

66. ASMAE, b. 28/3, Croce Rossa Italiana.

67. ASMAE, b. 19. AP, Italia Colonie.

68. Rapport sur la Somalie, cit., p. 38.

69. G. Calchi Novati, op. cit., p. 341.

70. C. Sforza, op. cit., pp. 576-81.

71. A. Varsori, op. cit., p. 63.

72. Reginald H. Smith fu inviato nel Somaliland e sostituito dal brigadiere Drew, che
era stato capo della BMA in Eritrea; Thorne fu sostituito in maggio, ma non lasciò
la Somalia che in luglio; A. O. Smith, promosso tenente colonnello, andò in Kenya,
ma poco dopo rientrò in Somalia e non smise di complottare con la Lega.

73. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Tel. 4.

74. Nel mese di febbraio erano stati rimpatriati, con i pirosca Sparta e Toscana,
alcune centinaia di italiani, tra cui i feriti che non potevano ricevere cure
appropriate a Mogadiscio, i maggiori sinistrati, le vedove e gli orfani degli uccisi. Lo
Sparta, che recava a bordo 141 profughi, raggiungeva Napoli il 1° marzo 1948,
accolto dal sottosegretario Brusasca e dal collega alla Difesa, Rodinò.

75. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Manzini al MAE, tel. 14 del 23 maggio 1948.

76. AB, b. Q. MAE. Colonie Italiane, f. 178. Appunto di Cellere per il gabinetto del
ministro, in data 9 marzo 1950, prot. 3/4018/C.

77. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Manzini al MAE, tel. 5 del 18 maggio 1948.

78. Ivi. Tel. 12 del 21 maggio 1948.

79. Ivi. Manzini al MAE, tel. 37 del 4 giugno 1948.

80. A. Bullotta, op. cit., p. 244.

81. L’u ciale neozelandese era stato nel 1934 missionario in Etiopia con una
missione svedese. Scoppiato il con itto italo-etiopico del 1935, Smith si era subito
messo a disposizione delle autorità etiopiche. Arrestato, a ne con itto, dagli
italiani, fu espulso dall’Etiopia. Si presumeva che il suo odio per l’Italia avesse le
sue origini in questo episodio.

82. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 25. Lettera a Zoppi, p. 3.

83. Ivi, p. 4.

84. Dopo la sua espulsione dalla Somalia, Calzia si occupò dei programmi che Radio
Roma destinava alla Somalia, già in previsione di un ritorno dell’Italia nella sua
antica colonia.

85. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 25, lettera a Zoppi, cit., pp. 7-8.

86. Ivi, pp. 8-9.

87. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 3. Manzini al MAE, tel. 7068 del 29 maggio 1948.
Benardelli era già stato in Somalia in febbraio con Zanotti-Bianco. Il 24 febbraio
aveva inviato al MAI una relazione di 15 cartelle sull’eccidio, con un elenco di 19
somali che avevano probabilmente preso parte alla strage (AB, b. AI/2, Ministero
Africa, f. 22).

88. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 3. Manzini al MAE, tel. 7607 del 10 giugno 1948.
89. Ivi Manzini al MAI, tel. 7772 del 13 giugno 1948. Benardelli rimase poi in Somalia
e diventò uno dei massimi dirigenti dell’AFIS.

90. A. Varsori, op. cit., p. 109.

91. Yusuf Osman Samantar, Comment on nous a enseigné la démocratie, in «Présence


Africaine», n. 38, 1961, pp. 110-11.
Parte seconda
L’ITALIA RITORNA IN AFRICA
I
Lo sbarco a Mogadiscio

Le ultime manovre.
Il destino della Somalia si decide fra il giugno e il luglio del
1948, con un anno e mezzo di anticipo sulla risoluzione
dell’ONU, del 21 novembre 1949. Con il giugno 1948, infatti,
Londra abbandona de nitivamente, nonostante la battaglia di
retroguardia condotta dal segretario al War O ce Shinwell, il
progetto della «Grande Somalia», togliendo così un ostacolo al
ritorno dell’Italia a Mogadiscio. Il 22 luglio, nel corso di un
importante incontro tra rappresentanti del governo britannico
e di quello americano, le due parti concordano sull’opportunità
che la Somalia sia a data all’Italia, intesa che viene ribadita
qualche giorno dopo alla conferenza dei sostituti a Lancaster
House. Il 23 settembre, in ne, la Gran Bretagna restituisce
l’Ogaden all’Etiopia confermando così, con questo atto, la sua
decisione di rinunciare al progetto Bevin, che prevedeva la
riunione di tutti i territori abitati da somali.
Anche se poi, in settembre, i Quattro non troveranno un
accordo e deferiranno la sorte delle ex colonie italiane
all’Assemblea Generale dell’ONU, a Mogadiscio, però, tutti sono
convinti che il destino della Somalia è già segnato e che nessuna
forza ormai potrà impedire all’Italia di rimettervi piede. I primi
a rendersi conto che qualcosa è cambiato e che gli inglesi non
sono più da considerare come protettori, sono i responsabili
della Lega dei Giovani Somali, che in maggio si vedono ri utata
l’autorizzazione a celebrare l’anniversario della fondazione del
loro partito. Il lento riavvicinamento fra gli amministratori
britannici e la collettività italiana, osserva Varsori, «parve
determinare una crisi nel movimento nazionalista somalo, che
si ritenne abbandonato dagli inglesi. Tra la ne di maggio e gli
inizi di giugno giunsero a Londra da Mogadiscio alcuni rapporti
nei quali si a ermava che la Somali Youth League si era spezzata
in due tronconi: da una parte gli esponenti ‘moderati’
appartenenti alle generazioni più anziane, disposti ad un
compromesso con gli italiani, dall’altra i più giovani,
nettamente ostili al ritorno dell’amministrazione italiana nel
territorio; si riferiva inoltre che i primi avevano già tentato di
prendere contatto con Manzini». 1
Non soltanto gli inglesi tolgono i loro favori alla Lega, ma
cominciano anche a screditarla pubblicamente per la sua
pretesa di parlare a nome di tutti i somali. 2 Tutto questo
favorisce l’azione di Manzini, che è rivolta non solo a migliorare
le condizioni della comunità italiana, ma a ricuperare le
posizioni perdute, nella precisa ottica di un prossimo ritorno
dell’Italia in Somalia. Per ripristinare nel paese il buon nome
dell’Italia, Manzini attribuisce un ruolo di primaria importanza
agli strumenti di propaganda, come la stampa e la radio, ma i
giornali italiani arrivano in colonia con tre o quattro mesi di
ritardo e perciò rimangono invenduti, mentre Radio Roma si
sente in Somalia con di coltà e in qualche ora della giornata è
addirittura indecifrabile. Delineata la situazione, oltre a
chiedere un miglioramento tecnico delle trasmissioni, Manzini
critica la scelta di Calzia come speaker, precisando che «ha qui il
duplice e etto di irritare gli inglesi e di tenere in fermento gli
ambienti nazionalistici e indigeni», e suggerisce inoltre un
radicale cambiamento nei programmi di propaganda elaborati
per la Somalia.
Secondo Manzini, questa propaganda, per risultare
veramente e cace, dovrebbe poter convincere gli indigeni che il
ritorno dell’Italia in Somalia signi cherà per essi un autentico
New Deal. Ma non basta. Essi debbono anche persuadersi che
l’Italia repubblicana ha una valutazione radicalmente diversa
dei problemi coloniali e che essa assumerà il mandato duciario
con uno spirito del tutto nuovo. «Tocca a noi — precisa in un
dispaccio a Roma — appro ttare di questa fase di incertezza per
plasmare le aspirazioni degli indigeni ancora vaghe e confuse,
ma non per questo meno vive e sentite. Perciò, più che insistere
su nostre benemerenze passate e limitare la nostra propaganda
agli elementi indigeni più fedeli ma certamente anche meno
progrediti, conviene adesso dare la sensazione che, essendo
ormai duciosi nel nostro ritorno, stiamo elaborando un preciso
programma di governo nel senso cui sopra, come del resto mi
viene riferito si starebbe e ettivamente facendo presso il MAI.
[...] Soltanto così potremo a rettare la crisi della Lega dei
Giovani Somali e ricuperarne gli elementi migliori, nonché
porre le premesse al nostro paci co ed e ciente ritorno». 3
Dopo qualche settimana di soggiorno a Mogadiscio, Manzini
scopre inoltre che alcune limitazioni che Roma gli ha imposto —
ad esempio, la proibizione di prendere contatto con i capi
indigeni e con i responsabili della Lega — appaiono eccessive e
di sicuro ostacolo ad ogni tentativo di preparare il terreno al
ritorno dell’Italia. Si assume così la responsabilità di agire in
senso opposto alle istruzioni ricevute da Zoppi, anche se più
tardi il suo operato riceverà l’approvazione di Sforza. 4 Da un
telegramma del 12 giugno 1948 apprendiamo così che ha preso
contatto con il sultano di Migiurtinia, il quale, però, per aderire
alle tesi italiane, pretende di essere risarcito per i danni subiti
dalla Migiurtinia nel corso della guerra, ossia per il prelievo o la
distruzione di 66 mila cammelli, 200 mila ovini, 3 mila bovini,
40 sambuchi e così via. 5 Da una relazione di Benardelli
veniamo inoltre a sapere che sono stati ristabiliti i rapporti
anche con il più reazionario e screditato fra i notabili somali, il
sultano degli Sciaveli Olol Dinle, già utilizzato da Rava e da
Graziani per compiere sanguinose scorrerie in territorio
etiopico. Nella stessa relazione si fa anche cenno ad un «Signor
X», incaricato segretamente dal governo italiano di foraggiare
partiti e capi somali. 6
Con il passare delle settimane ed essendosi normalizzata la
situazione a Mogadiscio, l’azione di Manzini si fa più vasta ed
ardita. Agli inizi di settembre, ad esempio, l’Italian Liaison
O cer fa sapere a Roma che ha preso contatto anche con i capi
galla e migiurtini della zona contestata di Uardere, precisando
che essi si tengono in armi per impedire l’annessione del
territorio da parte dell’Etiopia. 7 «Parrebbe necessario di
disporre intanto di 5 mila sterline almeno — informa Manzini
—. Cercherò di ridurre i donativi al minimo, ma molto
dipenderà dallo sviluppo della situazione». 8 Si tratta, come è
facile osservare, di un gioco sempre più rischioso, ma Manzini
sa di poterlo fare, il che fa supporre che agisca con la piena
connivenza della BMA.
Queste manovre non sfuggono ai dirigenti della Lega, sempre
più preoccupati di rimanere isolati. Delusi della Gran Bretagna,
essi a dano le loro ultime speranze all’ONU, tempestandola di
petizioni. In una di queste, del 20 settembre 1948, si legge: «Fra
le più importanti richieste che abbiamo fatto alla Commissione
d’inchiesta delle Quattro Potenze c’è quella che noi non
vogliamo il ritorno dell’amministrazione italiana, non importa
sotto quale forma, fosse anche di associazione. Ignorare questo
punto capitale e prendere una decisione in senso opposto,
signi ca condannare milioni di somali alla morte, perché è la
morte che noi preferiamo al ritorno dell’Italia». 9
In un altro documento diretto a Trygve Lie, del 24 ottobre, i
tredici membri del comitato centrale della Lega precisano i
motivi della loro radicale avversione all’Italia: «a) noi
desideriamo costituire la Grande Somalia e, permettendo
all’Italia di ritornare, non potremo mai sperare di raggiungere il
nostro obiettivo; b) l’Italia è povera e non è neppure in grado di
mantenersi da sola, il che vorrà dire per noi il completo
abbandono; c) l’Italia desidera i nostri territori perché è
sovrappopolata, il che signi ca che a ollerà il nostro paese con
gente che entrerà in competizione con noi in ogni settore della
vita; d) noi somali siamo stati privati di ogni istruzione nei 50
anni del regime italiano; e) ci è stato proibito di costituire
associazioni o partiti politici, mentre non c’era libertà di parola
e d’azione; f) siamo stati espulsi dal mondo dell’economia
perché gli italiani hanno monopolizzato tutto, costringendoci a
diventare peoni, custodi, interpreti, cuochi, autisti e facchini.
Che l’Italia abbia cambiato politica o no, noi non vogliamo
vedere il suo ritorno. I pochi somali che chiedono il trusteeship
italiano non sono più del 5 per cento della popolazione e sono
poveri analfabeti o fratelli fuorviati che gli italiani del posto
sostengono nanziariamente. Molti di essi hanno servito
nell’esercito italiano e sono veterani di guerra ai quali sono stati
promessi otto anni di paga arretrata e il reimpiego». 10
Queste tesi della Lega vengono anche illustrate alla Camera
dei Comuni il 29 novembre 1948, nel corso di una
interrogazione del deputato Ske ngton al segretario di stato
agli Esteri Mayhew, ma senza successo. La replica di Mayhew è
anzi di totale chiusura nei confronti della Lega: «La più recente
informazione circa la Somalia italiana è contenuta nel Rapporto
della Commissione delle Quattro Potenze, che ha visitato
all’inizio di quest’anno la Somalia. Questo Rapporto rivela che
una parte sostanziale dell’opinione pubblica somala non è
d’accordo con il programma della Lega, la quale si oppone al
ritorno dell’amministrazione italiana. Il governo di Sua Maestà è
conscio delle aspirazioni del popolo somalo, ma la questione
non è più di sua pertinenza e spetta all’Assemblea Generale
dell’ONU di prendere decisioni». 11 La reazione della Lega è
immediata, scomposta e violenta. In una lettera aperta al
governo di Londra, il presidente Hagi Mohamed Hussein
contesta le dichiarazioni di Mayhew, ribadisce che la Lega
esprime la volontà della maggioranza del popolo somalo,
minaccia di mostrarne la vitalità attraverso scontri, sparatorie e
combattimenti, e conclude: «Voi siete desiderosi di soddisfare
l’Italia e per tale motivo siete disposti a sacri care noi, i nostri
gli e i gli dei nostri gli». 12
Indeboliti anche all’ONU dalla presenza, alle varie sessioni,
dei delegati della rivale Conferenza della Somalia, il 5 ottobre
1949, alla vigilia delle decisioni dell’Assemblea Generale, i
responsabili della Lega tentano un’a ermazione di forza
mobilitando i Giovani Somali e facendoli a uire, nonostante la
proibizione delle autorità britanniche, nel quartiere dove è stato
consumato l’eccidio dell’11 gennaio 1948. Ma la prova di forza
fallisce, perché in un anno la situazione in Somalia è
radicalmente mutata: 1) la Lega non dispone, questa volta,
dell’appoggio dei Daròt del Nord; 2) non può valersi della
complicità della polizia; 3) non gode di protezioni all’interno
della BMA, perché il personale è stato quasi interamente
cambiato; 4) non può in ne sperare che il governo locale tolleri
nuovi disordini proprio mentre il destino della Somalia viene
discusso a Lake Success.
Per reprimere i moti, la BMA mobilita la polizia e le forze
armate di cui dispone. E poiché i giovani della Lega rispondono
all’ordine di scioglimento dell’adunata con una tta sassaiola,
gli inglesi aprono il fuoco sulla folla uccidendo due dimostranti.
Altri due moriranno all’ospedale, in seguito alle ferite. La
località dello scontro prenderà il nome di Dagahtur, dalla
traduzione in somalo di «sassaiola», e sul posto, dopo
l’indipendenza, verrà eretto un monumento ai caduti. Dal 5
ottobre sino alla cessazione dell’occupazione britannica non ci
saranno altri incidenti in Somalia, pur rimanendo immutata
l’ostilità della Lega verso l’Italia. Trascorrerà tranquillo anche il
21 novembre 1949, giorno in cui l’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite voterà la risoluzione 289 con la quale viene
a dato all’Italia, per dieci anni, il mandato duciario sulla
Somalia.
Mentre si avvicina il giorno del ritorno dell’Italia in Africa, la
corrispondenza fra Mogadiscio e Roma si in ttisce in maniera
rilevante, anche perché Manzini è stato raggiunto da altri
funzionari, come il console Bacci di Capaci e Pompeo Gorini, che
costituiscono il cosiddetto «Gruppo avanzato» della costituenda
Amministrazione duciaria italiana della Somalia (AFIS). Ma
con Roma, in questa vigilia di passione, corrispondono anche i
maggiorenti della comunità italiana, per fornire informazioni,
consigli, diagnosi, avvertimenti, profezie. Questa
corrispondenza non o re soltanto un certo numero di utili
informazioni per valutare la situazione in Somalia nell’ultimo
anno di amministrazione britannica, ma o re un interessante
spaccato della società italiana di Mogadiscio, con i suoi
problemi, le sue rivalità, i suoi timori, le sue tare, le sue miserie.
Scrivendo all’amico e ministro dei Lavori Pubblici Umberto
Tupini, il segretario della DC di Mogadiscio, avvocato Giacomo
Bona, gli fornisce un quadro abbastanza dettagliato degli
orientamenti politici degli italiani in Somalia. In sostanza, sono
due i partiti che raccolgono consensi: il MSI, che «ha numerosi
iscritti» e che riesce a di ondere molte copie di «Rivolta Ideale»,
e la DC, che gode del sostegno della «massa amorfa». Gli altri
partiti non hanno avuto modo di svilupparsi, mentre «una già
orente sezione comunista è scomparsa o quasi». Il peso e la
funzione dei movimenti politici in Somalia, fa osservare Bona,
sono però diversi che in Italia: «Devi tener presente che qui si
ignora che cosa sia la vita democratica. Non c’è mai stata
un’elezione. Si ignora che cosa sia una vera libertà di stampa,
una critica, un attacco più o meno violento stampato».
Oltretutto, soggiunge Bona, i partiti debbono fare i conti con i
gruppi di pressione locale, che hanno «sempre dominato» in
Somalia e che non sembrano disposti a rinunciare al loro
predominio.
Continuando nella sua analisi, l’esponente democristiano
esprime il timore che l’Italia si accontenti di insediare in
Somalia un apparato puramente burocratico: «Ciò che qui si
teme, in linea generale, è che si ricada sotto una specie di
dittatura dell’Amministrazione. E si spera che i Partiti siano la
salvaguardia, costituiscano cioè una difesa della libertà e delle
iniziative. Non sono pochi i casi di persone che si sono rivolte a
me quale capo partito, perché riferisca a Roma questo o quello».
Persuaso che l’AFIS sarà «scrupolosa, seria, formativa,
esemplare» soltanto se sarà controllata e stimolata dai partiti, in
primo luogo dalla DC, Bona soggiunge: «Qui ci sarà da impostare
organismi elettivi e sindacali [...]. Ti puoi gurare l’importanza e
la delicatezza della questione; se sono i nostri ad impostare tali
organismi, abbiamo garanzie di successo. Non vorrei che
intervenissero fascisti o comunisti. Perché allora addio
all’avvenire della Somalia. Ai fascisti si ribellerebbero somali e
italiani. I comunisti provocherebbero solo disordini».
Concludendo la sua lunga missiva, Bona sollecita l’invio da
Roma di un parlamentare DC, «perché esamini e senta e poi sia
un preciso relatore presso il governo», e suggerisce a Tupini di
inserire elementi del partito nel costituendo corpo dei
funzionari dell’AFIS, mentre va senz’altro aggiudicata ad un
democristiano la direzione del quotidiano locale, «Il Corriere
della Somalia». 13
Una novità, nel quadro politico di Mogadiscio, la rivela
monsignor Venanzio Filippini scrivendo al sottosegretario
Brusasca: «Sa che danno parecchio disturbo i due comunisti
venuti da poco, Pietro Urati (alias Piero Pieri) e Federico Di
Nunzio; cercano di sobillare gli indigeni, fanno propaganda
attivissima; l’unica sarebbe di farli partire, lo dissi anche al
Console. In questi momenti così delicati non ci volevano
proprio». 14 Ma ci sono altri problemi, oltre a quelli politici, che
stimolano il vescovo di Mogadiscio a scrivere alle autorità di
Roma. Pensando all’imminente arrivo in Somalia di alcune
migliaia di giovani soldati italiani e agli inevitabili loro incontri
con le donne somale, Filippini a ronta il problema dei meticci
in una accorata lettera a Brusasca: «Le varie centinaia di meticci
che sono in giro, e il modo con cui furono abbandonati dai loro
padri, sono una grande vergogna per l’Italia, e questi bimbi, fatti
adulti, non ci saranno certo amici. Noi cerchiamo di alleviare
più che sia possibile queste tristi conseguenze con il ricovero e
l’aiuto a queste povere creature, ma si arriva soltanto ad una
parte di esse. Ci vorrebbe una legge che vietasse la coabitazione
dei nostri italiani con le donne native. Ancora oggi sono
centinaia che hanno la ‘boyessa’, così come la chiamano oggi, e
molti di questi hanno moglie e gli in Italia che si trovano nella
miseria». 15
Un vero ume di lettere, telegrammi, telespressi è provocato,
nell’estate del 1949, dall’improvvisa rimozione del barone
Pietro Beritelli, commissario straordinario di Mogadiscio.
Protestando con Brusasca per il brusco ed immotivato richiamo
in patria, Beritelli soggiunge ricordando le sue benemerenze: «Io
sono rimasto qui solo, per otto anni, sotto il peso di una grave
responsabilità, armato soltanto del mio spirito e del sentimento
del dovere». 16 L’accusa che gli rivolgono è di aver ispirato una
campagna di stampa contro i funzionari del «Gruppo avanzato»
dell’AFIS, e più tardi, quando avrà lasciato la Somalia, lo
incolperanno anche di essersi appropriato di posate d’argento di
proprietà del municipio di Mogadiscio. Accuse che Beritelli
respinge con indignazione, non senza aggiungere che i suoi
accusatori esplicano la loro maggiore attività in colonia
corteggiando le donne. 17 Senza entrare nel merito
dell’episodio, esso ci appare squallido. Rivela foschi retroscena
di una spietata lotta per il potere e denuncia quale nido di vipere
sia già Mogadiscio all’inizio della nuova immigrazione di italiani
in Somalia.

Nasce il Corpo di Sicurezza.


Facciamo ora un passo indietro e trasferiamoci in Italia per
osservare come viene costituito il piccolo esercito che, in base
all’art. 6 dell’Accordo di tutela, l’Italia si impegna a trasferire in
Somalia per «garantirvi la pace e l’ordine». 18
«All’organizzazione di tale Corpo di Sicurezza — riferisce
l’U cio storico dello Stato Maggiore dell’esercito — ci si era
accinti n dall’aprile del 1948 e, cioè, sin dai primi sintomi in
base ai quali era dato di prevedere l’assegnazione, in una
qualsiasi forma, di un mandato in Somalia all’Italia. Questo
lavoro organizzativo, però, si presentava particolarmente arduo
e complesso, perché si fondava su elementi di assoluta
incertezza, che rimasero tali no all’ultimo momento». 19
Alla costituzione del Corpo di Sicurezza concorrono i
Comiliter di Napoli, Bari, Milano, Padova, Firenze, Roma, i quali
cominciano l’addestramento delle truppe a partire dal 15 agosto
1949. Man mano che i reparti sono pronti, essi vengono
trasferiti nel territorio del Comiliter di Napoli, dove è stato
istituito il comando del Corpo. Il concentramento delle forze
viene ultimato il 1° dicembre 1949, e da questo momento il
Corpo di Sicurezza viene considerato dai responsabili dello Stato
Maggiore dell’esercito «uno strumento militare di alta
e cienza, con un margine di potenzialità capace di consentirgli
di far fronte, non solo ai normali compiti istituzionali, ma
anche ad eventuali situazioni impreviste delle quali non era
dato di valutare la portata dato il lungo periodo di assenza
dell’Italia dalla Somalia, durante il quale la propaganda
antitaliana nell’antica colonia era stata condotta
sistematicamente in profondità e su larghissima scala». 20
A comandare il Corpo di Sicurezza viene designato, nel
gennaio del 1949, il generale di brigata Arturo Ferrara, buon
conoscitore e studioso della Somalia, anche sotto il pro lo
geogra co ed etnogra co. «Conoscevo quel paese per esservi
stato nel 1925 e 1926 col terzo battaglione eritreo, quale
capitano comandante della terza compagnia — ricorda il
generale —. L’avevo percorso tutto a dorso di mulo durante
interminabili marce veramente disagiate bevendo acqua di
pozzo graveolente, attraverso sentieri spinosi, sotto un sole
implacabile, da Mogadiscio agli estremi lembi della Migiurtinia.
E mi ricordavo molte cose di quel periodo. Quando si percorre
un paese a piedi od a muletto le cose ed i fatti restano
immensamente più nitidi che quando si viaggia in automobile.
Forse per questo fui interpellato». 21
L’allestimento del Corpo di Sicurezza procede, per alcuni
mesi, anche in base alle indicazioni del «Piano Caesar»,
elaborato dagli inglesi in previsione di cedere la Somalia alla
potenza designata dall’ONU come mandataria. Ma il piano, che
prevede una forza di 6.500 uomini, viene considerato dal
governo italiano, come abbiamo già visto, troppo oneroso.
«Crede che si possano diminuire i battaglioni consigliatici dagli
inglesi?», chiede De Gasperi al generale Ferrara, nel corso di una
riunione preparatoria. «Lo credo, — risponde Ferrara — ma per
essere certo dovrei avere la possibilità di recarmi in Somalia
anche solo per pochi giorni e di visitare liberamente il
territorio». 22 Ricevuto il consenso da Londra, l’8 gennaio 1950
Ferrara parte in volo per Mogadiscio con un pugno di funzionari
e di u ciali, che costituiranno la Missione italiana di
collegamento, la quale avrà questi precisi compiti: 1) raccogliere
notizie sulla situazione somala; 2) applicare le norme del «Piano
Caesar»; 3) esaminare la possibilità di ridurre i tempi di sbarco;
4) compiere sopralluoghi alla frontiera, non ancora de nita, con
l’Etiopia; 5) eseguire un primo reclutamento di 1.200 camali
somali, necessari per le operazioni di scarico in previsione di un
possibile sciopero dei portuali.
Mentre la Missione di collegamento inizia con molta
discrezione la sua attività, Ferrara, accompagnato dal
colonnello Cracknell, compie una vasta ricognizione in Somalia
toccando tutti i presìdi tenuti dagli inglesi. «Alla ne del mio
giro — ricorda il generale — mi ero fatto la convinzione che la
maggioranza dei somali del centro-sud ci vedeva con simpatia,
mentre la maggioranza di quelli del nord nutriva più simpatia
per gli inglesi. [...] Mi venne così l’idea di chiedere agli inglesi di
facilitarci il compito consentendoci di arruolare subito, prima
del trapasso dei poteri, il personale somalo volontario (da
scegliersi tra i nostri ex ascari) necessario per la costituzione di
tre battaglioni, che sarebbero però stati armati soltanto il giorno
del trapasso dei poteri». 23 Approvato da Roma e da Londra, il
progetto di Ferrara viene subito messo in esecuzione. Allestiti
tre campi di raccolta a Danane, Itala e Uarscèc, e fatti venire
dall’Italia, in borghese, 3 maggiori, 12 capitani e 12 tenenti, in
febbraio ha già inizio l’inquadramento e l’addestramento dei
reparti somali. «La concessione britannica ci fu di molto aiuto
— riferisce Ferrara — e ci consentì di sciogliere due battaglioni
di carabinieri e uno di fanteria già pronti in patria. Io potei così
andare in Somalia con 9 battaglioni anziché 12, risparmiando
alcuni miliardi». 24
Il trasporto da Napoli ai vari porti della Somalia dell’intero
Corpo di Sicurezza viene compiuto tra il 2 febbraio e il 2 aprile
1950, con l’impiego di nove navi, che complessivamente
trasportano 5.791 uomini, 793 fra autocarri, autoblindo e carri
armati, 4 obici da 100/17, 6 imbarcazioni, 4 velivoli, 5.813
tonn. di materiali vari, 1.077 tonn. di munizionamento. Il
primo scaglione del Corpo, che comprende 1.133 uomini,
raggiunge i porti di destinazione in Somalia fra il 20 febbraio e il
5 marzo e dà subito inizio ai lavori di miglioramento delle
attrezzature e dei servizi portuali per agevolare lo sbarco del
secondo scaglione, che giunge in Somalia tra il 14 marzo e il 2
aprile. A ne marzo giungono anche a Mogadiscio la nave Cherso
della marina militare e i mezzi dell’aeronautica non inviati per
mare, ossia alcuni Douglas Dakota 53 da trasporto.
Ai funzionari dell’AFIS che partono da Napoli con il secondo
scaglione, il sottosegretario Brusasca tiene l’8 marzo un breve
discorso, intessuto di incitamenti, raccomandazioni, buoni
propositi. «Desidero confermare per vostro tramite alla
popolazione della Somalia che l’Italia intende essere fattore di
concordia e di pace. Riconosciamo che i somali che hanno
sostenuto una tesi contraria alla nostra avevano il diritto di
esprimere la loro opinione e che tutti i somali dovranno essere
considerati per quello che faranno nell’avvenire e non per le
opinioni da loro sostenute in passato». Brusasca esorta inoltre i
funzionari a non prestarsi a tentativi di divisione tra cabile e rer
della Somalia e li invita invece ad appianare ogni contrasto e ad
usare la massima comprensione, abbandonando ogni
atteggiamento di superiorità razziale e non ricorrendo più,
come un tempo, a misure disciplinari come la fustigazione e i
ceppi. «Raccomando a tutti, qualunque possa essere la sua
funzione, di agire con tatto, intuizione ed accorgimento. Tale
raccomandazione è ancora più viva ai funzionari di frontiera, la
cui sensibilità può essere elemento decisivo nell’evitare
incidenti». Ricordando, in ne, che il loro lavoro sarà osservato e
controllato dagli organismi delle Nazioni Unite, Brusasca
conclude: «È nostro compito altresì di preparare una classe
dirigente in vista del raggiungimento dell’indipendenza. Questa
classe va formata da noi e con il nostro esempio deve acquistare
il senso delle sue future responsabilità. Voi andate ad assolvere
un compito di civiltà; per la prima volta nella storia del mondo
un popolo va a guidare un altro popolo per condurlo sulla strada
dell’indipendenza». 25
Della formazione della classe dirigente somala si occupa
anche il ministro Sforza in un lungo telespresso che invia a
Manzini il 1° febbraio 1950. Dopo un preambolo retorico e
declamatorio sulla missione della nuova Italia in Africa, Sforza
entra nel vivo del tema: «Questa linea politica risponde anche ai
nostri interessi avvenire in quanto ovviamente miriamo anche
ad ottenere che la somma di valori morali e materiali che
costituirà il nostro apporto alla formazione dello Stato somalo
possa facilitare lo stabilimento fra i due paesi di vincoli duraturi
di collaborazione e di amicizia. A questo ne dovrà dunque
anche particolarmente essere diretta la formazione culturale
della classe dirigente somala, facilitando la sua preparazione
tecnica e professionale e il suo tirocinio pratico, nelle scuole e
negli enti specializzati in Italia. In particolare dovranno quindi
essere curati in loco la di usione e l’insegnamento della lingua
italiana e l’avviamento nella metropoli di giovani desiderosi e
capaci di prepararsi all’amministrazione del paese». 26
Anche se la prosa di questi uomini politici non raggiunge
mai, sfortunatamente, l’asciuttezza ideale, il loro impegno a
condurre una nuova politica in Somalia appare invece
abbastanza sincero e non stimolato soltanto dagli obblighi
sottoscritti con l’ONU. Più cauti nelle enunciazioni e più legati al
passato nella visione della loro missione appaiono al contrario i
militari. Le Direttive per l’impiego delle truppe metropolitane in
Somalia, che rappresentano il massimo contributo tecnico, ma
anche politico ed ideologico, dello Stato Maggiore dell’esercito e
che porta la rma del generale E sio Marras, non si discostano
molto, nel tono e nella sostanza, dalla Guida pratica per l’u ciale
destinato in Africa Orientale, 27 redatta dal Comando Superiore
A.O. nel 1935, alla vigilia dell’aggressione all’Etiopia.
Nella premessa, per cominciare, non si rinuncia a scrivere,
anche se ciò distorce la verità, che «le truppe italiane tornano in
Somalia, dove le popolazioni ricordano l’illuminata opera
paci catrice e di civilizzazione della nostra passata
Amministrazione Coloniale». 28 Queste truppe, precisa Marras,
non sono destinate a compiere un’occupazione di forza, ma
soltanto a sostituire, ordinatamente, le forze britanniche. È
tuttavia necessario che gli indigeni capiscano sin dal primo
momento «che gli italiani, pur mirando a svolgere
paci camente la missione di civilizzatori, sono tecnicamente e
spiritualmente preparati ad a rontare qualsiasi evenienza». 29
E a nché il Corpo di Sicurezza possa esercitare sui somali
un’azione preventiva e deterrente sono state date ai reparti
queste caratteristiche: 1) grande capacità di celeri spostamenti;
2) possibilità di frazionamento; 3) considerevole volume di
fuoco; 4) possibilità di svolgere azioni di forza con elementi
blindati e corazzati; 5) adeguata autonomia logistica.
Questo alternare blandizie con minacce, che si ritrova in tutti
i bandi, da quelli di Saletta del 1885 a quelli di Badoglio e
Graziani degli anni ’30, è una costante del colonialismo italiano,
alla quale non sa rinunciare neppure Marras. Così come non sa
astenersi, nell’indicare i compiti del Corpo di Sicurezza, dal
prevedere il peggio, con un immotivato atteggiamento
catastro co: «Non si può escludere che le truppe nazionali
possano trovarsi, n dal primo momento, nella necessità di
doversi impegnare in operazioni di grande polizia contro
formazioni irregolari di armati, di un certo rilievo, spinte da
intendimenti di rapina o aventi lo scopo di sollevare disordini di
entità tali da interessare le sfere politiche internazionali». 30
Marras individua due possibili nemici: quelli che possono
giungere da oltre frontiera, cioè dall’Etiopia, e quelli che
possono formarsi all’interno del paese e che genericamente
indica come ribelli. A bloccare i primi, sulla frontiera, ci sono i
presìdi, ra orzati da campi minati, la cui «difesa va condotta ad
oltranza e con la massima energia». 31 Più di cili da
contrastare sono i ribelli. «L’ambiente somalo, coi suoi
particolari aspetti — avverte Marras —, genera naturalmente la
necessità di di dare sempre e di guardarsi in tutte le
direzioni». 32 E più oltre precisa: «L’insidia è l’arma formidabile
dei ribelli nativi. Profondi conoscitori della boscaglia, sanno
sfruttarne nel modo migliore tutte le possibilità, rendendola
estremamente in da specialmente ai combattenti europei». 33
Comunque, osserva Marras, «è necessario non lasciarsi
impressionare dalla violenza del primo urto, ma cercare di
mantenere la calma e prendere l’iniziativa non appena l’urto
stesso accenni ad a evolirsi. È indispensabile agganciare il
nemico senza lasciarlo sfuggire e attaccarlo a fondo, no alla
completa distruzione». 34
Fra i 78 comma di cui è costituito il manuale di Marras ce n’è
uno solo, il 75°, in cui i somali non sono visti come ipotetici
nemici o ribelli, ma come creature umane degne di rispetto e di
protezione. Esso dice: «Di particolare, approfondita istruzione
dovranno formare oggetto le norme di tratto con gli indigeni. Le
infrazioni alle suddette norme e le o ese arrecate agli indigeni
dovranno essere esemplarmente punite». 35 Ma di questi buoni
propositi è pieno anche il manuale del 1935. Si legga, ad
esempio, che cosa si raccomandava a proposito della religione:
«In genere è bene che i luoghi sacri siano rispettati quanto più è
possibile. È da evitare di attendarvi vicino truppa o, più ancora,
sistemarvi quadrupedi o tagliare gli alberi che li
circondano». 36 Ciò non ha impedito alle truppe di Badoglio e di
Graziani di distruggere 2 mila chiese in Etiopia e di eliminare
sicamente il clero della città-santuario di Debrà Libanòs.
L’ultima direttiva di Marras è insieme sconcertante e patetica.
Tramontata l’epoca in cui si poteva proclamare senza arrossire
la superiorità razziale dell’italiano sulle popolazioni dell’Africa,
il capo di SM dell’Esercito aggira l’ostacolo con una puerile
sostituzione di aggettivi ed esorta le truppe a comportarsi in
Somalia «in modo che tutti siano perfettamente convinti della
certezza della nostra superiorità spirituale e tecnica». 37

Di nuovo nell’Oceano Indiano.


Hanno qualche fondamento i timori di Marras ed è giusti cato
il tono allarmistico delle sue Direttive? A leggere i rapporti di
Pompeo Gorini, che con il 1° aprile assumerà la carica di
segretario generale dell’AFIS, si direbbe di no. «Nell’insieme la
situazione politica della Somalia è soddisfacente — scrive, ad
esempio, in un lunghissimo telespresso del 17 marzo — ed
anche l’ormai prossima e delicata fase del trapasso dei poteri
può essere considerata con ducia. A ciò, indubbiamente, ha
contribuito anche il contegno corretto di gran parte dei
funzionari britannici». Scendendo nei particolari, Gorini
riferisce, ad esempio, che la Lega dei Giovani Somali sta
promuovendo, per far dimenticare la sua scon tta politica, una
più intensa attività sociale e propagandistica. Al momento dello
scambio dei poteri potrà forse dar vita a qualche manifestazione
formale di protesta, come l’invio di telegrammi all’ONU, ma
niente di più. «Si può oggi valutare che almeno il 95 per cento
dei somali è a noi favorevole — prosegue Gorini —. La
maggioranza dei somali non nasconde il suo atteggiamento di
viva e duciosa attesa della nostra Amministrazione: dipende
da noi non deluderli. Abbiamo promesso molto ed ora è
necessario mantenere — per quanto è possibile — le nostre
promesse».
Anche il con ne con l’Etiopia, che Marras vorrebbe
disseminare di mine antiuomo, non sembra o rire a Gorini
alcun motivo di preoccupazione: «È da escludere assolutamente
la veridicità delle notizie che di tanto in tanto vengono di use
circa pretesi concentramenti di forze etiopiche ai con ni». Se c’è
qualcuno che intriga oltre con ne, secondo una prassi ormai
antica, questa è l’Italia non l’Etiopia, come ci rivela lo stesso
Gorini nel suo rapporto: «Nel territorio etiopico con nante con
la Somalia, e particolarmente nella zona più nevralgica
con nante con il Mudugh, la situazione si presenta decisamente
a noi favorevole, in quanto tale territorio d’oltre con ne è
abitato, come è noto, da genti Ogaden che, sia per tradizionale
inimicizia verso gli abissini, sia per a nità razziale con le cabile
del Mudugh, sono animate da sentimenti nettamente
loitaliani. Poiché sull’attaccamento di questo Ogaden di oltre
con ne può farsi sicuro a damento, la linea di frontiera viene
ad essere in certo qual modo protetta da una fascia di sicurezza,
garantendoci da sorprese. Si eviterà così anche la costituzione,
in quei territori, di eventuali gruppi di fuorusciti politici che
avessero intenzione di darci delle noie. L’azione politica
dell’Amministrazione, nei confronti delle genti somale d’oltre
con ne, continuerà ad essere improntata alla necessità di
ra orzare ed estendere l’accennata ‘fascia di sicurezza’,
incoraggiando gli Ogaden a rimanere oltre frontiera, e a
mantenere buoni rapporti con le nostre popolazioni, che sono a
cavallo dell’attuale provvisorio con ne. Tali buoni rapporti
possono riuscire vantaggiosi, anche in vista di una futura
delimitazione di con ni, che vorrà necessariamente basarsi
sulla situazione etnica, sulle testimonianze che a suo tempo
dovrà rendere la gente del posto e sulla circostanza di fatto che i
piccoli e recenti presìdi abissini vivono, a quanto consta, quasi
assediati su un territorio ostile e prettamente somalo».
Nel concludere la sua analisi della situazione a due settimane
dal trapasso dei poteri, Gorini dedica anche qualche riga
all’attività «dei partiti estremisti italiani», de nendola
«praticamente inesistente». Pur deprecando che attivisti
comunisti come Urati e Di Nunzio abbiano potuto giungere in
Somalia con un regolare lasciapassare del ministero dell’Africa
Italiana, Gorini soggiunge: «Comunque, il controllo delle
attività comuniste è sempre stato, in Somalia, molto accurato e
può ben dirsi che una e cace propaganda comunista non
potrebbe essere agevolmente svolta quaggiù. [...] Per quanto
concerne i nazionali posso assicurare che servizi, anche segreti,
sono stati disposti per individuare ogni e qualsiasi cellula di
propaganda e di attività». 38
Nell’attesa delle prime navi, intanto, il console Bacci di Capaci
convoca gli esponenti della comunità italiana di Mogadiscio e
comunica loro che ogni manifestazione di giubilo per l’arrivo
dei soldati italiani è vietata, e ciò in considerazione del fatto che
le dimostrazioni potrebbero urtare la sensibilità di quella parte
della popolazione somala che è contraria al ritorno dell’Italia.
Anche se a malincuore, gli italiani promettono di astenersi da
ogni manifestazione di esultanza e di rimanere nelle proprie
case, e manterranno la consegna. Quanto ai somali, siano essi
amici dell’Italia oppure avversari, non sanno vincere la
curiosità. Riferisce il giornalista Massimo Rendina: «Durante gli
ultimi giorni che hanno preceduto lo sbarco, la rada è stata
sorvegliata in continuità da indigeni in attesa della prima nave.
Alcuni si aspettavano persino che sbarcasse il re, altri suo glio.
Erano convinti che il re sarebbe comparso a cavallo per passare
sotto l’arco di trionfo eretto in onore di Umberto di Savoia nella
piazza principale di Mogadiscio». 39
La prima nave italiana che appare all’orizzonte, all’alba del 20
febbraio 1950, è il piroscafo Auriga, salutato con frenetici squilli
dall’ex ascaro Alì Mohamedali, che è rimasto per alcuni giorni di
vedetta sul molo. Per quanto so impetuoso il monsone, le non
facili operazioni di sbarco, con gli zatteroni, si svolgono senza
incidenti. Appena giunti a terra, gli uomini del Corpo di
Sicurezza vengono caricati su autocarri e subito avviati al
campo dell’autocentro, all’ottavo chilometro della strada per
Merca. Anche ai soldati è stato imposto il silenzio ed alcuni che
si lasciano contagiare, lungo la strada, dalle «fantasie»
improvvisate da alcuni gruppi di Abgal loitaliani, verranno
consegnati negli accampamenti. Così, nell’ordine e quasi alla
chetichella, l’Italia sbarca per la seconda volta sulle coste della
Somalia, a sessant’anni dalle prime timide visite di Cecchi,
Filonardi e Robecchi Bricchetti.
Secondo le previsioni di Gorini, gli sbarchi a Mogadiscio del
primo e secondo scaglione avvengono nella più assoluta
normalità e così gli spostamenti all’interno della Somalia per
dare il cambio agli inglesi, secondo il «Piano Caesar». Un solo
incidente va registrato, nel nord della Somalia, a Bender Cassim,
ma non avrà conseguenze. Quando, infatti, la motonave
Giovanna C. getta l’ancora dinanzi al maggior porto della
Migiurtinia per sbarcarvi il 1° battaglione carabinieri
comandato dal maggiore Ciaccio, i portuali di Bender Cassim
entrano in sciopero per dimostrare la loro contrarietà al ritorno
degli italiani. La reazione dei migiurtini non era però imprevista
ed erano state prese alcune precauzioni. Come riferisce il
generale Ferrara, «nel 1° battaglione carabinieri era incorporato
un nutrito reparto di nuotatori subacquei munito di
apparecchiature speciali [...]. Avvicinata la nave il più possibile
alla costa e tenendo le armi puntate sulle zone presso le quali
avrebbero dovuto operare i nostri reparti, fu calato in mare il
reparto nuotatori. Gli scioperanti non reagirono. I nuotatori
raggiunsero la costa, requisirono i natanti necessari per tornare
a bordo e dare inizio alle operazioni di sbarco, sia pure con le
di coltà dovute al mare particolarmente agitato e alla
improvvisazione». 40
L’occupazione della Somalia avviene perciò nella più grande
calma, senza che sia necessario sparare un solo colpo. A dispetto
delle previsioni del generale Marras, i giovani volontari del
Corpo di Sicurezza non incontrano né in ltrati etiopici, né
ribelli somali. Come riferisce la relazione dello Stato Maggiore, i
soli ostacoli che incontrano sono costituiti «dalla torrida
temperatura, dalla scarsezza dell’acqua, dalla carenza di
alloggiamenti e dalla precarietà delle vie di comunicazione,
costituite per la maggior parte da piste sabbiose e rocciose che si
snodavano attraverso tte boscaglie». 41 Si aggiunga che,
trovando tutti i presìdi diroccati, a causa della guerra e delle
spogliazioni compiute dalle popolazioni locali, i soldati sono
costretti a trasformarsi in manovali, carpentieri e muratori per
dare inizio all’opera di ricostruzione. «Molti mi criticarono e
dissero che avevo la ‘malattia della pietra’ — confessa il generale
Ferrara —. Era vero, l’avevo sempre avuta e questi lavori furono
eseguiti non trascurando né l’organizzazione militare né
l’addestramento». 42
Per il trapasso dei poteri, che avviene il 1° aprile 1950, il
presidente della repubblica, Luigi Einaudi, invia questo
messaggio, nel quale è detto fra l’altro: «Popolazioni della
Somalia, oggi l’Italia assume, per mandato delle Nazioni Unite,
l’amministrazione del vostro paese. L’Italia intende esercitare
questo mandato nello spirito e secondo le direttive delle Nazioni
Unite, allo scopo di aiutarvi a costituire, dopo un periodo
decennale di preparazione, un vostro governo indipendente. Le
amichevoli accoglienze che avete fatto ai nostri funzionari e alle
nostre forze d’ordine mi assicurano che voi avete ducia nella
provata capacità e nella lealtà della nostra amministrazione. [...]
Voglia l’Onnipotente accompagnare i nostri sforzi solidali,
a nché ci riesca di dare un luminoso esempio di fattiva e civile
cooperazione tra i popoli». La cerimonia dell’ammaina ed alza
bandiera viene fatta nel piazzale davanti al palazzo del
governatore. Sono presenti, per la Gran Bretagna, il generale
Dowler, comandante delle truppe dell’East Africa, e il generale
Geo rey Gamble, amministratore capo della Somalia; per
l’Italia, l’amministratore reggente Pompeo Gorini, il
comandante del Corpo di Sicurezza, generale Arturo Ferrara, e
l’Italian Liaison O cer Raimondo Manzini.
«Ho l’onore di riferire a vostra eccellenza — telegrafa poche
ore dopo Manzini a Zoppi —, che la cerimonia delle consegne
nali a Mogadiscio si è svolta stamane secondo il programma
prestabilito, nella massima calma e serenità. La popolazione
italiana, adeguatamente istruita da questa Rappresentanza, così
come la massa dei somali opportunamente ispirata, ha
mantenuto un contegno esemplare per disciplina, compostezza
e dignità. Le inevitabili esplosioni di entusiasmo sono state
contenute nei giusti limiti e non vi è stato il minimo accenno a
tensione o eccitazione». 43 Con analoghe modalità, il
trasferimento dei poteri avviene anche nelle altre località della
Somalia, mentre il comando del gruppo carabinieri assume
ovunque il controllo della polizia somala. La giornata è
funestata da un solo episodio di violenza, ma particolarmente
grave. «Ieri, alle ore 15 — telegrafa Gorini a Roma —, si è avuta a
Bardera una rissa fra componenti della Lega e della Conferenza,
che è degenerata in sparatoria con tre morti e feriti leggeri. Il
residente ha ordinato il coprifuoco e un reparto è intervenuto
da Baidoa. Notte tranquilla». 44
L’incidente non viene però drammatizzato e quando, l’8
aprile, il primo amministratore dell’AFIS, Giovanni Fornari,
riceve nel palazzo governatoriale i rappresentanti delle
popolazioni somale e delle comunità straniere, nel suo discorso
lo ignora deliberatamente, precisando anzi che «il modo nel
quale si è svolto il trapasso dei poteri ha dimostrato ancora una
volta l’educazione civile del popolo somalo». Il primo discorso di
Fornari, anche se non è scevro di fervorini paternalistici e di una
rapida ma precisa allusione, per chi sgarra, alla lunga ed
inesorabile mano della legge, è un invito alla concordia, a
«deporre ogni risentimento», a «collaborare in una atmosfera
completamente nuova e assolutamente serena». Rinnovando la
promessa, fatta dagli italiani nei mesi addietro, di valersi subito
dei somali più capaci nella costruzione della nuova Somalia,
Fornari soggiunge: «La porta del mio u cio sarà sempre aperta
a tutti coloro che vorranno apportarmi il loro contributo di
conoscenze e di opinioni. Con do di trovare in voi uguali
sentimenti ed uguale comprensione». 45
Questa, del resto, sarà la linea di condotta di Fornari per tutto
il periodo della sua amministrazione. Grande apertura verso i
somali disposti a collaborare, grande severità per gli oppositori.
Quando, nelle settimane successive all’arrivo degli italiani,
verranno segnalati disordini, manifestazioni, risse fra membri
della Lega e della Conferenza a Chisimaio, Margherita e Iscia
Baidoia, 46 la repressione sarà immediata ed energica. Il
Rapporto presentato dal governo italiano all’ONU, alla ne del
1950, segnala infatti che 106 somali sono stati processati e
condannati soltanto per crimini a sfondo politico. 47 Scrive, a
questo riguardo, il Lewis: «Per restaurare la propria autorità gli
italiani ebbero, almeno all’inizio, la mano pesante. Alcuni
eminenti membri della Lega, che avevano raggiunto posizioni di
responsabilità nel servizio civile al tempo degli inglesi, furono
retrocessi, espulsi e in qualche caso incarcerati. Misure analoghe
furono prese contro esponenti della Lega perché giudicati
antitaliani; mentre si tentava di mettere in dubbio la forza e la
popolarità del partito. Questi atti arbitrari provocarono la
reazione della Lega e, in un certo numero di casi, i disordini
furono pesantemente repressi dalle autorità». 48
L’impegno di mantenere l’ordine nel paese è a dato alle
Forze di polizia della Somalia, che vengono costituite con uno
dei primi atti dell’AFIS e che comprendono, all’inizio, 26
u ciali, tutti italiani, 398 sottu ciali, dei quali 154 italiani, e
2.018 agenti, dei quali 341 nazionali. 49 Il resto del Corpo di
Sicurezza, suddiviso in sei zone militari (Alto Giuba, Basso
Giuba, Mudugh Occidentale, Mudugh Orientale, Migiurtinia,
Benadir — Basso Scebeli), è tenuto ad intervenire soltanto se le
forze di polizia dimostrano di non essere in grado di assicurare
l’ordine interno. E poiché questa necessità non si veri cherà che
in pochi casi, le unità del Corpo sono impiegate nelle normali
operazioni di presidio, nella sorveglianza delle frontiere, nella
ricostruzione di fortini ed alloggiamenti, nell’istruzione dei
reparti somali, che prenderanno mano mano il posto di quelli
italiani. Si tratta, dunque, di mansioni relativamente facili, che
non comportano gravi rischi e che assicurano, di rimando,
stipendi particolarmente consistenti, ai quali, ovviamente,
nessuno vorrà più rinunciare.
Quando, infatti, a partire dall’ottobre 1950, si pro lerà la
necessità di ridurre la consistenza del Corpo di Sicurezza, sia per
ragioni di bilancio che per il progressivo sviluppo dei reparti
somali, nessuno vorrà essere rimpatriato. «Vi furono dei
recalcitranti — ammette il generale Ferrara — specie fra coloro
che avevano condotto giù la famiglia e dovetti anche prendere
qualche provvedimento disciplinare». 50 Questa forma di
contestazione, anche se insolita, si può tuttavia capire, perché
gli stipendi in Somalia sono quattro o cinque volte superiori a
quelli percepiti in Italia. Essi vanno dalle 168 mila lire nette di
un sottotenente, alle 192 mila di un capitano, alle 229 mila di
un colonnello. Le retribuzioni del personale civile sono
leggermente più alte: si va dalle 135 mila lire dell’impiegato di
13° grado alle 286 mila del funzionario di 4° grado, senza tener
conto dell’indennità di funzione od assegno perequativo. 51 Si
tratta di un’autentica pioggia d’oro che grati ca poche migliaia
di privilegiati, mentre l’Italia è ancora ingombra di macerie ed i
salari degli operai, quando lo percepiscono, non raggiungono le
30 mila lire al mese. Lo stesso ministro del Tesoro Pella, che non
può aver dimenticato la lezione del conterraneo Quintino Sella,
scrivendo ai colleghi della Difesa e dell’Africa Italiana sostiene
che «il trattamento attualmente corrisposto è da ritenere
eccessivamente elevato». 52
E tuttavia, questi lauti stipendi, non soddisfano ancora
l’aiutante coloniale Luigi Ferrara, grado 9°, lire 181.502 al mese.
Per elevare la sua protesta egli compone una lunga poesia, che
ha per protagonista il «nuovo crociato in terra d’Africa», cioè il
funzionario dell’AFIS, e l’invia al sottosegretario Brusasca. Il
componimento poetico ha questo avvio:

Qui comincia l’avventura


non del pio Bonaventura,
ma di quei che dall’Italia
son venuti giù in Somalia;

che un bel dì pien di speranza


di riempirsi un po’ la panza,
s’imbarcarono bel belli
su trabiccoli e battelli.
Prima della partenza, prosegue l’aiutante coloniale, erano
state fatte ai funzionari «promesse a profusione», ma ora, giunti
in Somalia, essi si accorgono di essere stati equiparati ai
militari, i quali però non debbono provvedere né all’alloggio, né
ai pasti e tantomeno al guardaroba, che in colonia deve essere
molto fornito e all’altezza della situazione, con smoking bianchi
e neri, pantaloni jodpur, panama bianchi e feltri grigi color
tortora. 53 Per cui, conclude Luigi Ferrara, a dando il suo
messaggio alla comprensione di Brusasca,

striminzito è il portafoglio
abbacchiato è già il tapin!
Come s’esce dall’imbroglio?
Lo chiediamo al rio destin. 54

1. A. Varsori, op. cit., p. 97.

2. I. M. Lewis, op. cit., p. 128; G. Calchi Novati, op. cit., p. 351.

3. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 2. Manzini al MAE, tel. 7638 del 10 giugno 1948.

4. Cfr. G. Calchi Novati, op. cit., p. 344, nota 57.

5. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 2. Manzini al MAE, tel. 7746 del 12 giugno 1948.

6. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 23. Da una relazione di 33 cartelle al MAI in data 31
luglio 1948. Per Olol Dinle, si veda: A. Del Boca, La conquista dell’impero, cit., pp. 73,
508-9.

7. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Manzini al MAE, tel. 109, 110, 111 del 3 settembre
1948.

8. Ivi. Tel. 112, segreto, del 3 settembre 1948.

9. Mohamed Jama, A History of the Somali, Mogadiscio 1963, pp. 64-65.


10. Ivi, pp. 77-78.

11. Cit. in M. Scaparro, op. cit., p. 512.

12. Ivi, pp. 512-13.

13. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 29. Lettera del 28 febbraio 1949.

14. Ivi, f. 16. Lettera del 2 marzo 1950.

15. Ivi, f. 20. Lettera del 21 gennaio 1950.

16. Ivi, f. 24. Lettera del 1° luglio 1949.

17. Ivi, f. 24. Lettera «riservata» di Beritelli a Brusasca del 31 dicembre 1949. Pompeo
Gorini, in una lettera del 22 marzo 1950 a Bocca, segretario particolare di Brusasca,
diede sostanzialmente ragione agli accusatori di Beritelli. Monsignor Filippini,
interpellato sulla vicenda, confermò le accuse mosse da Beritelli (Ivi, f. 21).

18. Texte de l’Accord de tutelle pour le territoire de la Somalie sous administration


italienne, p. 7.

19. Stato Maggiore dell’Esercito, U cio Storico, Somalia, vol. II, dal 1914 al 1934 con
appendice sul Corpo di Sicurezza italiano nell’ambito dell’AFIS, Tipogra a
Regionale, Roma 1960, pp. 259-60.

20. Ivi, p. 261.

21. Arturo Ferrara, Note sulla preparazione dell’esercito somalo della Somalia
indipendente. Dal 1° aprile 1950 al 30 luglio 1953, p. 2. Testimonianza inedita di 14
cartelle scritta per Giorgio Boatti, al quale va il nostro ringraziamento per averci
concesso di utilizzarla.

22. Ivi, p. 5.

23. Ivi, p. 6.

24. Ivi, p. 7.

25. AB, b. AI/1, Ministero Africa. Gabinetto, f. 3.

26. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 8. Tspr. 3/3559/C.


27. Comando Superiore AO, Stato Maggiore, U cio Informazioni, Etiopia. Guida
pratica per l’u ciale destinato in A.O., Stab. Tip. Coloniale, Asmara 1935.
«Riservato».

28. Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito, U cio Operazioni, Direttive
per l’impiego delle truppe metropolitane in Somalia. «Riservato», copia n. 3. Circolare
n. 1200/Op. di prot., Roma, 1° novembre 1949, p. 4.

29. Ivi, p. 4.

30. Ivi, p. 5.

31. Ivi, p. 6.

32. Ivi, p. 7. I corsivi di questo e dei successivi brani sono di Marras.

33. Ivi, p. 8.

34. Ivi, pp. 12-13.

35. Ivi, p. 22.

36. Comando Superiore AO, op. cit., p. 87.

37. Ministero Difesa, SME, op. cit., p. 23.

38. AB, b. 2/b, ONU. Somalia, Gorini al MAI, tspr. aereo 1025, segreto.

39. «La Settimana Incom illustrata», 28 febbraio 1950.

40. A. Ferrara, op. cit., p. 8.

41. Stato Maggiore dell’Esercito, U cio Storico, op. cit., p. 267.

42. A. Ferrara, op. cit., p. 9.

43. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 8. Tspr. 3/5176/C di Manzini a Zoppi, ritrasmesso da
quest’ultimo al MAI il 1° aprile 1950.

44. AB, b. 2/b, ONU. Somalia, Manzini al MAE, tel. 92. Le ultime truppe inglesi
lasciarono la Somalia il 5 aprile 1950.

45. AB, b. AI/17, Ministero Africa, f. 262.


46. Italia e Somalia, dieci anni di collaborazione, a cura della presidenza del Consiglio
dei ministri, Servizio Informazioni, Istituto Poligra co dello Stato, Roma 1962, p.
62. Redattori del testo sono: Adolfo Mario Morgantini, Antonio Maccanico e Mario
D’Antonio.

47. MAE, Rapport du Gouvernement italien à l’Assemblée Générale des Nations Unies sur
l’administration de la Somalie placée sous la tutelle de l’Italie, avril 1950-décembre
1950, Istituto Poligra co dello Stato, Roma 1951, p. 235. D’ora innanzi lo
indicheremo come: Rapport 1950.

48. I. M. Lewis, op. cit., p. 140.

49. Italia e Somalia, cit., p. 63.

50. A. Ferrara, op. cit., p. 12.

51. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 275.

52. Ivi. Lettera del 9 luglio 1951, n. prot. 130740.

53. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 275.

54. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 274.


II
Fatti e misfatti dell’AFIS

Ancorati al passato.
Il paese dei somali, che l’Italia si accinge a portare
all’indipendenza nel termine tassativo di dieci anni, è, sotto il
pro lo economico, uno dei più poveri del mondo, e, sotto quello
sociale, uno fra i più arretrati. Cinquant’anni di dominazione
italiana e dieci anni di occupazione britannica non hanno che
scal to la realtà somala, non ponendo neppure le premesse per
un sicuro sviluppo del territorio. Quando Giovanni Fornari,
nell’aprile del 1950, si insedia a Mogadiscio come
amministratore dell’AFIS, sulla Somalia grava ancora la più buia
notte coloniale. I suoi primati sono tutti negativi. Il tasso di
analfabetismo tocca il 99,40 per cento. Su di una popolazione di
1.242.000 abitanti, soltanto 20 mila vivono in case in muratura,
tutti gli altri in baracche, tende, tucul e arich. C’è un medico ogni
60 mila anime e 1.254 posti-letto nei dieci ospedali distribuiti
su di un territorio che è vasto come una volta e mezza l’Italia. 1
La guerra mondiale e l’occupazione britannica hanno poi
inferto un severo colpo al settore più moderno dell’economia
somala, quello promosso e controllato dagli operatori italiani.
Nel già citato Rapporto italiano all’ONU per il 1950, si può
leggere a questo proposito: «I tre quarti delle terre a coltura
intensiva erano ritornati incolti; le aziende agricole avevano
perso la maggior parte della loro attrezzatura meccanica; i
canali e le opere di irrigazione dei centri agricoli più importanti
erano diventati inutilizzabili in mancanza di manutenzione;
ogni attività mineraria era ferma e l’attrezzatura dispersa, la
pesca oceanica era interrotta, le installazioni delle saline di
Dante abbandonate, gli impianti e tutto il materiale rotabile
della ferrovia Mogadiscio — Villaggio Duca degli Abruzzi erano
scomparsi, gli edi ci pubblici e privati, l’attrezzatura del porto e
la rete stradale si trovavano in cattivo stato di manutenzione. In
questo quadro, troviamo una popolazione depressa o che
addirittura so re la fame, come in Migiurtinia, per il persistere
di una siccità eccezionale. Bande di disoccupati che vivono alla
periferia di Mogadiscio ne rendono precaria la sicurezza, mentre
quelli che hanno avuto la fortuna di trovare un’occupazione
debbono accontentarsi di un compenso che è piuttosto un
sussidio alimentare che la retribuzione di un lavoro». 2
Come può l’Italia portare all’autosu cienza economico-
sociale, in appena dieci anni, un territorio così diseredato? E
come può pensare di costruire uno Stato vitale e funzionante
con gente alla quale, nel periodo coloniale, si è soltanto
insegnato quel tanto che basta a tenere in mano una zappa od
un fucile? Valeva proprio la pena di lottare cinque anni per
ottenere un mandato, che imporrà sicuramente all’Italia pesanti
sacri ci e forse anche amarezze e delusioni? «Non tornammo in
Somalia per revanscismo, vanità o sete di ricchezze — precisa
Brusasca —, ma dopo di aver constatato che gli italiani d’Africa
avevano bene o male un’occupazione, un ruolo, un futuro,
mentre in Italia, all’inizio degli anni ’50, c’erano ancora milioni
di disoccupati. Tornavamo anche per dimostrare al mondo che
eravamo in grado di inaugurare in Africa una politica nuova,
non più di sfruttamento, ma di collaborazione. Il nostro
successo in Somalia ci avrebbe o erto il miglior titolo per una
paci ca penetrazione in Africa». 3
Questi sono i motivi u ciali del ritorno, ribaditi anche da De
Gasperi e da Sforza. Ma ce ne sono anche altri, meno nobili e non
confessati. Come giustamente osserva Giorgio Assan, «in realtà
il mandato fu voluto e imposto al governo dalla parte più
ottusamente fascista della burocrazia: gli alti funzionari del
ministero dell’Africa Italiana, sostenuti dal capitale agrario
coloniale, che non avevano alcuna intenzione di rinunciare alle
loro prebende ordinarie e straordinarie». 4 Sono gli alti
funzionari che hanno spesso mal consigliato De Gasperi e
Sforza, che hanno enfatizzato i meriti dell’Italia in Africa
coprendone le vergogne. Abbarbicati disperatamente al loro
ministero, che da anni non ha più alcuna ragione di esistere,
essi vedono nel ritorno dell’Italia in Somalia la sola occasione
per esercitare ancora la loro in uenza e per praticare i loro
metodi, che spesso sono ispirati a concezioni politiche ormai
superate dai tempi. 5
È in gran parte di questi funzionari del MAI che
l’ambasciatore Fornari si avvale per far marciare l’apparato che
ha il compito di amministrare la Somalia e di portarla
all’indipendenza. 6 Al vertice di questo apparato politico-
amministrativo c’è l’amministratore, nominato con decreto dal
presidente della repubblica, con pieni poteri di legislazione,
amministrazione e giurisdizione. L’amministratore è anche il
capo supremo dell’esercito ed è coadiuvato da un segretario
generale, anch’esso di nomina presidenziale, con compiti di
collaborazione e di sostituzione. I servizi che dipendono
dall’amministratore sono raggruppati in sei direzioni
generali, 7 che costituiscono la base organizzativa dei futuri
ministeri dello Stato somalo. L’organizzazione territoriale,
in ne, comprende sei commissariati regionali, suddivisi a loro
volta in 28 residenze. Alla ne del 1950, per far funzionare
questo apparato, ci sono 4.426 persone, di cui 760 italiani,
3.641 somali e 25 di altre nazionalità. 8
Mentre Fornari è intento a dare al paese questo assetto
organizzativo, il 25 maggio 1950 arriva a Mogadiscio il
sottosegretario Brusasca, accompagnato da alcuni alti
funzionari del MAI e del MAE. 9 Scopo principale della visita è
quello «di accertare le condizioni politiche, sociali ed
economiche» della Somalia «per trarne le decisioni atte ad
organizzare in via de nitiva e nel modo più e cace
l’Amministrazione duciaria». 10 Durante il soggiorno nel
paese, che si protrae per sedici giorni, Brusasca visita i centri più
importanti della Somalia, si intrattiene con notabili e uomini
politici somali, distribuisce ai più fedeli corani, pistole e
medaglie, 11 presiede riunioni di lavoro con i dirigenti dell’AFIS,
il 2 giugno passa in rivista le truppe del Corpo di Sicurezza,
conferisce al vicario apostolico Filippini la «Stella della
solidarietà italiana» e alla vigilia della partenza posa la prima
pietra del monumento destinato a raccogliere le spoglie degli
uccisi dell’11 gennaio 1948.
Durante il suo soggiorno in Somalia Brusasca incontra anche
alcuni esponenti della Lega dei Giovani Somali, i quali, sino a
quel momento, non hanno mai partecipato a manifestazioni
indette dagli italiani. L’incontro fra Brusasca e Aden Abdulla
Osman, l’uomo che nel 1960 diventerà il primo presidente della
repubblica somala, non è facile all’inizio perché, spiega
Brusasca, la delegazione leghista assume subito «un
atteggiamento di riserva, se non di critica». 12 «Vogliamo
sapere che cosa è venuta a fare l’Italia in Somalia», chiede
brutalmente Aden Abdulla Osman. La risposta di Brusasca è
pacata e concisa: «Siamo venuti per incarico delle Nazioni Unite
per organizzare il vostro futuro Stato». «Non farete di questo
mandato un pretesto per poi rimanere come colonizzatori?»,
ribatte il leader somalo. Poi il dialogo si fa ancora più acceso.
Con estrema durezza i somali rinfacciano a Brusasca tutti i torti
dell’Italia, dai genocidi al lavoro coatto, dall’aver coltivato il
tribalismo all’aver mantenuto i somali nella più completa
ignoranza. Brusasca cerca di interrompere il diluvio di accuse
a ermando: «Tutto quello che c’è qui l’ha fatto l’Italia: strade,
ospedali, servizi pubblici, impianti idrici e di boni ca, insomma
tutto». «È vero — risponde Aden Abdulla Osman —, ma quelli
che sono venuti dopo di voi ci hanno dato qualcosa di
immensamente più importante, ci hanno dato la libertà di
esprimerci, di costituirci in partito, di lavorare per il futuro del
nostro paese». 13
Esaurite le cariche polemiche, l’incontro si conclude su toni
più pacati. Pur ria ermando alcune sue riserve, la delegazione
leghista si impegna a collaborare lealmente con
l’amministrazione italiana, e questa promessa è ribadita il 9
giugno dal Comitato direttivo della Lega, che si presenta al
completo all’aeroporto di Mogadiscio per salutare Brusasca che
rientra in Italia. «La Lega teneva a ripetere in forma pubblica —
riferisce il sottosegretario — la sua soddisfazione per la visita
e ettuata e per le assicurazioni avute sui futuri sviluppi
dell’attività amministrativa, consegnandomi, al momento della
partenza, il distintivo e la tessera di appartenente alla Lega,
quale pegno della promessa collaborazione». 14 Questo ed altri
episodi e sensazioni inducono Brusasca a trarre conclusioni che
si riveleranno, col tempo, eccessivamente ottimistiche. Egli
scrive, ad esempio: «Prontamente risolti alcuni incidenti che
non giunsero mai ad assumere aspetti di particolare gravità, del
tutto scomparsi i reati comuni che tormentavano la vita delle
città e dei villaggi, la situazione politica in Somalia — superato il
delicato periodo iniziale dell’Amministrazione italiana — è ora
del tutto normale, tale da garantire il pieno funzionamento dei
nostri u ci». 15 E più oltre: «Le popolazioni somale accettano,
con sicura ducia nella lealtà e capacità dell’Italia, il mandato
a datole dalle Nazioni Unite. Può considerarsi superata anche
l’iniziale di denza di quelle correnti che ci erano contrarie». 16
I soli motivi di preoccupazione, per Brusasca, sono il
«disorientamento e l’incertezza nel settore economico»
provocati dal cambio della moneta 17 e un certo «distacco,
quasi la frattura, tra gli organi di Governo e la popolazione,
dovuta in parte allo stabilimento di nuovi organismi con nuovo
personale e in parte all’atmosfera di pesantezza, mista a
curiosità e di denza, ad esagerate aspettative di miracolistiche
realizzazioni immediate». 18
L’ottimismo di Brusasca non trova infatti che parziale
conferma nella relazione politica che Fornari invia a Roma il 21
luglio e che copre i primi quattro mesi di attività dell’AFIS. Se è
vero che Fornari riferisce che «l’azione energica
dell’Amministrazione ha conseguito il risultato notevole
d’imporre il rispetto assoluto della Legge nel paese», è anche
vero che comunica che la Lega non ha interrotto la sua
opposizione nonostante le ripetute dichiarazioni di voler
collaborare. «Non posso tacere — scrive Fornari — che non
pochi dubbi rimangono sulla sincerità di tali dichiarazioni, che
appaiono in netto contrasto con altre manifestazioni non certo
amichevoli svolte con rinnovata tecnica [...] attraverso la stampa
(articoli sui giornali di Aden, d’Etiopia, d’Egitto) e la
presentazione di memoriali indirizzati a me e, per conoscenza,
al Consiglio Consultivo, in cui si lamenta l’incarcerazione di
soci, il presunto atteggiamento partigiano dei funzionari, la
presunta durezza poliziesca dei carabinieri e si rimugina la
solita storia dei fatti di Baidoia, Bardera, Chisimaio».
È tanto poco presunta questa durezza che Fornari nisce per
ammetterla, così come riconosce di aver allentato, ad un dato
momento, la morsa: «Dopo aver dato prova, con l’eliminazione
degli avversari dell’ordine e della tranquillità, che non si era
disposti a subire pressioni di sorta nella nostra azione politica,
si passava gradualmente alla mitigazione delle misure di polizia,
no alla concessione di atti di clemenza. L’8 giugno scorso ho
concesso il condono ai responsabili di delitti commessi
anteriormente al trapasso dei poteri. [...] Gli echi dei favorevoli
apprezzamenti di questo fatto mi hanno convinto dell’utilità di
un atto di clemenza generale, comprensivo di tutti i reati politici
commessi dal momento del trapasso dei poteri sino alla data del
17 corrente, atto che, oltre a consentire l’alleggerimento delle
prigioni e delle complesse attività giudiziarie, contribuirà
notevolmente [...] a spuntare sempre più le armi
propagandistiche della Somali Youth League». 19
A dispetto delle impressioni di Brusasca, la Lega non si è
a atto ammorbidita e continua a condurre un’opposizione dura
e tenace. Quanto a Fornari, dopo aver usato, senza grandi
risultati, prima il pugno di ferro e poi la clemenza, ad un dato
momento decide di ricorrere all’astuzia e alla corruzione. Nella
sua relazione politica di ottobre, il capo dell’AFIS comunica
infatti a Roma di aver conseguito qualche successo provocando
defezioni dalla Lega e interrompendo le sovvenzioni che
giungevano ad essa da alcuni notabili delle comunità araba ed
indiana. 20 Legittimo o meno che sia l’operato di Fornari, esso
viene molto elogiato dai tre membri del Consiglio Consultivo 21
nel loro primo rapporto all’ONU. Il documento, che porta la data
del 1° agosto 1950, precisa innanzitutto che il Consiglio
Consultivo «è pienamente soddisfatto» della condotta di
Fornari, riscontra «un miglioramento della pubblica sicurezza»,
elogia la decisione di amnistiare i delitti politici e conclude: «Dai
risultati ottenuti, pertanto, il Consiglio Consultivo è già
convinto del fermo proposito dell’Amministrazione italiana di
adempiere il suo compito nello spirito dell’alto mandato
a datole dall’ONU». 22
Diverso, ovviamente, il giudizio che dà la Lega dell’operato
dell’AFIS. Nei due memorandum inviati all’ONU
rispettivamente il 18 ottobre e il 9 novembre 1950 ed entrambi
rmati dal segretario generale della SYL, Abdullahi Issa
Mohamud, e da Ismail Hassan, la presenza dell’Italia in Somalia
viene descritta come un’autentica occupazione. Nel primo
documento si accusa Roma di aver impiegato per l’AFIS, salvo
Fornari e pochi altri, il vecchio personale dell’AOI e di aver
ristabilita in Somalia l’antica struttura dell’amministrazione
fascista. Passando dalle accuse alle richieste, il memorandum
sollecita la costituzione di un diverso Consiglio Consultivo,
dotato di poteri reali; chiede che la Somalia sia protetta
dall’immigrazione straniera, soprattutto italiana; e preme
perché non siano più concesse terre ai non autoctoni. 23 Le
accuse contenute nel secondo documento sono ancora più
circostanziate e pesanti. L’AFIS viene incolpata: 1) di cercare di
distruggere la Lega con «squadracce» della Conferenza (sono
elencati alcuni episodi); 2) di alimentare le divisioni tribali,
causando scontri con morti e feriti; 3) di tentare con ogni mezzo
di so ocare il nazionalismo somalo; 4) di utilizzare, ai più alti
incarichi, ex fascisti come Benardelli, Capasso, Comella,
Chapron, Ducati, Soleri; 5) di fare uso sistematico dei codici
penali fascisti. 24
Ma l’AFIS non piace neppure agli italiani di Mogadiscio, sia ai
molti, che non nascondono la loro nostalgia per il passato
regime, che ai pochi, che professano idee democratiche. I primi
incolpano l’AFIS di aver completamente abbandonato le ricerche
dei colpevoli dell’eccidio di Mogadiscio, di elargire agli ex ascari
somali somme «ingentissime» per arretrati e pensioni mentre i
sinistrati dell’11 gennaio 1948 sono ancora in attesa dei
risarcimenti. Ma c’è dell’altro, ricorda Dante Galeazzi: «Un vero
stuolo di guardie di nanza venne sguinzagliato per la città:
quasi ogni negozio ne aveva una alle costole e ognuno dei
‘vecchi’ 25 dovette subire inquisizioni. Le strade vennero
ripetutamente bloccate, gli autoveicoli fermati e guai a chi non
era in ordine con le segnalazioni, targhe, libretti, tasse e così via.
Ai ‘vecchi’ impiegati e operai di Governo vennero
semplicemente lasciate le stesse paghe loro concesse dagli
inglesi, senza tener conto che l’arrivo in Somalia di oltre seimila
persone aveva provocato un forte aumento del costo della
vita. 26 Per questo si formarono due Italie, apertamente
avverse». Quando il generale Nasi, che visita da privato la
Somalia ma certo per riferire a qualcuno le sue impressioni, 27
chiede a Galeazzi un suo giudizio sulla situazione a Mogadiscio,
si sente rispondere: «Qui, invece che la Patria, abbiamo
l’impressione che sia arrivato il nemico!». 28
Le accuse che provengono dallo sparuto ma combattivo
gruppo dei progressisti pongono invece l’accento sul
comportamento dei funzionari dell’AFIS, sotto il pro lo politico,
professionale, morale. In una relazione del 15 giugno 1950,
inviata alla direzione centrale della DC, l’avvocato Bona, dopo di
aver segnalato il grande malumore provocato nella comunità
italiana dal «diverso trattamento economico» tra i «nuovi» e i
«vecchi» funzionari, riferisce che con l’arrivo del nuovo
personale dell’AFIS si è assistito ad un autentico «rigurgito
fascista». Secondo Bona, i nuovi funzionari, oltre a mancare «di
qualsiasi spirito democratico», non «esitano a muovere critiche
al Governo italiano» secondo un’ideologia chiaramente
neofascista. «Se noi insistiamo sulla scelta degli uomini —
a erma Bona — è perché riteniamo che il successo di
un’amministrazione duciaria ispirato a princìpi di democrazia
dipenda dalle qualità di questi uomini. Come sarà possibile
ottenere una democratizzazione dell’ambiente, una
defascistizzazione dello spirito, se non si hanno uomini
dichiaratamente democratici?». 29
Invitato dall’amico Brusasca a riferire con estrema chiarezza
le cose che non vanno in Somalia, Bona non se lo fa ripetere e
intesse con il sottosegretario agli Esteri una ttissima
corrispondenza. In una lettera del 13 gennaio 1951, egli fa il
punto della situazione: 1) Fornari è un uomo di grandi qualità e
prestigio, ma l’apparato che governa è rigorosamente
burocratico, grigio, privo di originalità, incapace di iniziative; 2)
alcuni dei funzionari sono anche inesperti o di nessuna utilità,
ma «avrà il coraggio l’Amministratore di andare contro gli
interessi della casta rappresentata dai funzionari del MAI?»; 3)
l’opinione pubblica apprezzerebbe molto la decisione di ridurre
gli stipendi dei nuovi funzionari, in modo da diminuire la
sperequazione con i salari degli impiegati italiani della ex
BAS; 30 4) il giornale locale, edito dall’AFIS, andrebbe impostato
su basi diverse e, per impedire la circolazione clandestina di
libelli anti-AFIS, dovrebbe essere aperto a tutti e
su cientemente critico; 31 5) poiché è iniziato, fra i militari, il
rimpatrio dei contingenti super ui, sarebbe bene sbarazzarsi
degli elementi fascisti; 6) sarebbe anche opportuno di bloccare
l’a usso in Somalia di pubblicazioni neofasciste, che giungono
in gran numero. 32
Ancora più severo e polemico di Bona è Luigi Massimini,
proprietario di un grosso emporio di Mogadiscio e
corrispondente di alcuni giornali italiani. Sollecitato anche lui
da Brusasca ad esprimere giudizi sulla situazione in Somalia, il
17 marzo 1951 invia una lunga relazione nella quale è detto, fra
l’altro: «Forse il prestigio dell’Italia nei confronti degli autoctoni
era migliore nei mesi di aprile e maggio del 1950 che non nel
mese di marzo del 1951. Ciò dipende in parte da ragioni
imponderabili, in parte dall’AFIS ed anche dal contegno dei
vecchi italiani della Somalia, che non sanno adattarsi ai tempi
nuovi». Dopo aver segnalato che la sezione del MSI di
Mogadiscio conta 260 iscritti, Massimini scrive: «Il neofascismo
prospera allegramente in Somalia. Questo lembo di terra
d’Africa è diventato il paradiso e il rifugio dei nostalgici. [...] È
inutile che il Governo centrale propugni in ogni occasione
princìpi di rinnovamento, quando gli italiani che sono preposti
alla costruzione dello Stato somalo sono in gran parte
antidemocratici e praticano la massima che sabotare,
intralciare, denigrare l’opera dei Ministri in carica sia una cosa
altamente meritevole e patriottica». E soggiunge: «Nei loro
rapporti quotidiani con i somali questa gente è piena di riserve
mentali e razziali. Questa gente avvicina l’autoctono con
di denza e incomprensione». 33
Tra gli assidui informatori di Brusasca c’è anche il vescovo di
Mogadiscio, Venanzio Filippini, più vicino alla maggioranza
nostalgica che non alla minoranza progressista. «Avrei tanto
desiderato darle delle buone notizie — scrive il 21 aprile 1951
—, ma purtroppo più conosco la situazione più mi sembra
imbrogliata. Non ho trovato ancora uno che mi abbia parlato
bene dell’AFIS: italiani e somali». 34 Ciò che indigna,
soprattutto, il prelato è il fatto che militari e funzionari dell’AFIS
frequentino sale da ballo come la «Lucciola», la «Pineta», la
«Gira a», dove le taxi-girls sono in prevalenza somale: «Pur
lasciando da parte la morale cristiana, per me non li approvo, né
socialmente né politicamente. Fraternizzare con gli indigeni per
elevarli, sì; ma per di ondere il malcostume, no. Ne parlai a
Fornari, ma non è proprio della mia opinione. Mi ha promesso
che farà sorvegliare detti locali perché non avvengano cose
disdicevoli». 35
Su questo argomento, che gli sta particolarmente a cuore,
ritorna con una lettera del 2 giugno 1951: «Una questione che
impone una rapida decisione è quella della prostituzione nelle
varie forme. Dilaga spaventosamente fra gli italiani e in modo
speciale tra i funzionari e gli u ciali. Non esagero dicendo che
la maggior parte ha la madama, qualcuno anche sposato,
compresi i carabinieri». A questo punto, forte della familiarità
che ha con Brusasca, Filippini lo sprona a prendere una
decisione radicale: «Chi non può fare senza donne nere, faccia
ritorno in Italia! Renda responsabili i carabinieri, che per primi
debbono dare il buon esempio». 36 Anche se «l’immoralità»
degli italiani dell’AFIS è il chiodo sso del prelato, va tuttavia
detto che egli a ronta con Brusasca anche altri argomenti,
denunciando sperperi ed episodi di corruzione. «Come si
disperdono i denari dello Stato! — scrive il 4 novembre 1951 —.
Non vi è più coscienza». 37
Altre critiche all’AFIS sono mosse dai rari giornalisti italiani
che visitano l’ex colonia 38 e da esperti del mondo africano che
seguono passo passo l’esperimento in Somalia. Un articolo che
colpisce profondamente Brusasca è quello scritto da Gregorio
Consiglio su «A rica» e che si intitola Ardua Somalia. Dopo aver
detto che l’organizzazione burocratico-amministrativa adottata
in Somalia non soddisfa nessuno, perché è pletorica, troppo
simile all’organizzazione metropolitana e riproduce schemi e
sistemi anteguerra, Consiglio soggiunge: «Sarebbe stato saggio
creare qualcosa di nuovo, agile, aderente alla situazione e non
aver paura di agire coraggiosamente e con spregiudicatezza, con
pochi uomini capaci ed esperti, muniti di ampi poteri nelle
singole branche. [...] Gli istituti politici, amministrativi,
economici e sociali devono trarre origine e vita dalla realtà
concreta di un popolo e di un paese e non cercare di costringere
questa realtà entro schemi prefabbricati».
Tra le cose che non vanno dell’AFIS, secondo Consiglio, c’è
anche lo stile: «Nella gobba italiana si nasconde il residuo di un
certo spagnolismo deteriore, fatto di vanità e megalomania, di
mancanza di misura e, a volte, di senso del ridicolo. In talune
manifestazioni pubbliche e private si ha non di rado
l’impressione che si giochi a fare i signori». Passando, poi, ad
analizzare i vari settori dell’economia somala, Consiglio
denuncia la totale assenza di programmi nel campo
dell’agricoltura e precisa che, se il commercio langue, la colpa è
del sistema di controllo degli scambi e delle valute, che è quanto
di peggio si possa concepire. «Suol dirsi — conclude Consiglio —
che in Italia si faccia della nanza e non della economia: in
Somalia non si fa né l’una né l’altra cosa». 39
Questa valanga di critiche 40 che piomba sulla scrivania di
Brusasca spinge l’uomo politico piemontese a mantenere su
Fornari una pressione notevolissima bersagliandolo di lettere e
telegrammi. Ciò che l’ex partigiano Brusasca non può
sopportare, innanzitutto, è che la Somalia sia diventata un covo
di fascisti, proprio la Somalia dove la nuova Italia nata dalla
Resistenza cerca di fare, in campo coloniale, il suo esame di
riparazione. «Circa il neofascismo — scrive Brusasca a Fornari il
21 marzo 1951 — accerti se è vero che il MSI distribuisce tessere
e dei documenti nei quali è stampato che il Movimento Sociale è
una continuazione del PNF. Le leggi che vietano la
ricostituzione, sotto qualunque forma, del partito fascista
devono essere fatte valere anche in Somalia. Voglia perciò
esaminare i provvedimenti che debbono essere predisposti per
evitare che ci possano essere mosse dalla stampa e dal
Parlamento delle accuse di non aver fatto rispettare delle leggi
fondamentali della Repubblica». 41
Quasi ogni giorno Brusasca invita Fornari ad accertare questo
o quell’episodio di corruzione o malcostume, lo assedia con
proposte e suggerimenti, 42 lo incita a tenere sotto controllo
tutto e tutti, rivelando una crescente preoccupazione per
l’andamento delle cose in Somalia. All’amico Bona non
nasconde le sue inquietudini e in una lettera gli con da:
«Continuano a pervenirmi delle lagnanze sulla condotta dei
militari e dei civili: le accuse concernono particolarmente la vita
dispendiosa, di sprechi, di divertimenti, l’immoralità. [...] Alla
Camera e al Senato si è formato un ambiente sfavorevole alla
Somalia per le notizie che pervengono ai parlamentari di
sregolatezze e di malcostume. Io ho dato le istruzioni
categoriche e rigide a questo riguardo, ma spesso, quando delle
colpe vengono accertate, gli accusatori non le confermano. [...]
Di fronte a quella che è ormai una campagna, mi devo
preoccupare per impedire che ne vada di mezzo tutta la nostra
opera in Somalia». 43

Martino sostituisce Fornari.


Se Brusasca è sulle spine, Fornari è perlomeno sulla graticola,
anche se le critiche sono più rivolte all’AFIS che non alla sua
persona. Trasferito di colpo da Santiago del Cile a Mogadiscio,
sottratto alla «carriera» per la quale si è scrupolosamente
preparato e prestato al MAI per un incarico fra i più di cili ed
ingrati e per di più meno rimunerato del precedente, 44 non c’è
da meravigliarsi se, a meno di un anno dalla sua nomina, già
esprime «il vivissimo desiderio» di tornare alla «carriera e al
lavoro di sempre». 45 Ma per Fornari il peggio deve ancora
arrivare. All’inizio di aprile gli comunicano che i fondi per l’anno
1951-52 sono stati decurtati di un quarto. È il colpo di grazia.
«Tutti i bilanci di tutte le Amministrazioni sono stati ridotti di
un quarto? — chiede il 7 aprile 1951 a Brusasca in una
lunghissima lettera dove non cela il risentimento —.
Evidentemente no: e allora perché il taglio proporzionatamente
più grosso si è e ettuato su quello della Somalia? Ad ogni modo
tengo a precisarle che con 6 miliardi di contributo non gliela si
farà neppure a fare della meschina amministrazione, per la
quale occorrerebbero almeno miliardi 6,5; che ce ne vorrebbero
però tra 7,5 e 8 per dare al nostro mandato in Somalia quel
contenuto di progresso sociale ed economico cui ci siamo
impegnati con l’Accordo di Tutela».
Fatta questa premessa, Fornari prega Brusasca di far presente
a De Gasperi e a Sforza che egli non si sente più di dirigere l’AFIS
con il contributo ridotto a 6 miliardi: «Sarei disonesto se
consentissi a rimanere al mio posto dopo il 30 giugno [...]. Se si
ritiene necessario instaurare un regime per il quale non si possa
fare, ripeto, che della ordinaria amministrazione, è bene sia un
uomo nuovo a realizzarla». Una volta minacciate le dimissioni,
Fornari decide di andare sino in fondo e di vuotare il sacco. Per
cui a ronta anche il delicatissimo argomento della dipendenza
dell’AFIS dal MAI e lo fa in maniera decisamente brutale, anche
se del tutto giusti cata: «Non è possibile continuare a dipendere
da un organismo purtroppo in via di dissoluzione quale il MAI.
Ormai, per ragioni non certo imputabili ai suoi ottimi e
provatissimi funzionari e tanto meno a Vostra Eccellenza, esso
non ha più alcuna autorità né alcuna possibilità di seguire in
forma ‘attiva’ il nostro lavoro. È diventato un semplice e inutile
passacarte, che non può più ricoprire le funzioni di
‘Amministrazione centrale’, né si può pretendere altro da un
organismo che sta per morire e ne ha la coscienza». 46
Nonostante le minacce, Fornari non se ne andrà. Dopo lo
sfogo, anzi, riprende con più vigore il suo incarico di animatore,
controllore, guardiano e cerca di risolvere i due problemi più
urgenti: quello di ridurre il personale dell’AFIS, costoso e
sproporzionato alle esigenze, e quello di accelerare i tempi
dell’edi cazione istituzionale del nuovo stato somalo, anche in
vista della presentazione all’ONU del primo rapporto annuale.
Già iniziato nell’ottobre del 1950, il rimpatrio dei militari del
Corpo di Sicurezza viene accelerato nei primi mesi del 1951. 47
Al 20 luglio, dei 5.688 soldati sbarcati l’anno prima, ne restano
in Somalia 2.021. Alla ne dell’anno sono soltanto 1.108, per
scendere a 740 nel corso del 1952 e a 692 nel primo semestre
del 1953. 48 Dopo queste riduzioni il Corpo di Sicurezza appare
già fortemente somalizzato, comprendendo infatti 1.348
indigeni contro 692 italiani, mentre nella polizia i somali sono
1.925 contro 275 nazionali. 49
Imboccata la strada delle riduzioni del personale e del
risparmio ad ogni costo, il generale Ferrara commette
l’imprudenza di distribuire ai militari somali, a partire dal 1°
dicembre 1950, farina di granoturco al posto di quella di grano,
con il risultato che i reparti, per protesta, non ritirano le razioni
lasciandole marcire in magazzino. «Ciò rappresenta una nuova
forma di protesta collettiva, che non può a lungo essere tollerata
— scrive Ferrara a Fornari informandolo dell’accaduto —. Ma
d’altra parte, siccome sotto certi punti di vista siamo noi dalla
parte del torto, non ritengo sia opportuno intervenire con
energia per far ritirare la derrata non consumata». 50 Si
arriverà, poi, ad un compromesso, con la distribuzione di
entrambe le farine, anche perché il grado di datezza dei reparti
somali non è tale da consigliare un prolungato braccio di ferro.
In un promemoria per Fornari, infatti, il generale Ferrara
precisa che i poliziotti somali sono sicuri soltanto al 30 per
cento, mentre i soldati lo sono all’85. I primi sono convinti che
l’Italia se ne andrà dalla Somalia nel 1960 e agiscono già come
se fossero i padroni. Gli altri puntano sulla carta italiana e sulla
prolungata presenza dell’AFIS. 51
Se lo snellimento del Corpo di Sicurezza non presenta
particolari di coltà, ben più arduo, per Fornari, è il compito di
costruire, sia pure per gradi, i pilastri istituzionali del nuovo
stato. Per far partecipare alla vita pubblica le popolazioni
somale, Fornari aveva già istituito, il 27 luglio 1950, i Consigli di
residenza, formati da capi tradizionali e da esponenti dei partiti
moderni, i quali avevano la funzione di esprimere pareri su
tutte le questioni interessanti le circoscrizioni territoriali, come
le misure concernenti l’agricoltura, i lavori pubblici, l’istruzione,
la scalità, la transumanza. Un secondo passo l’aveva compiuto
il 26 settembre 1950, aprendo a Mogadiscio la Scuola di
preparazione politica e amministrativa, che ha lo scopo di
formare il primo nucleo di funzionari necessari
all’organizzazione politica e amministrativa del futuro stato. 52
Ma l’iniziativa di gran lunga più importante Fornari la
promuove il 30 dicembre 1950 con la costituzione del Consiglio
territoriale, che è l’organo centrale consultivo e rappresentativo
di tutto il paese. Composto di 35 membri, dei quali 28 somali,
esso cerca di conciliare, in base ad una oculata ripartizione dei
seggi, le tendenze tradizionaliste di origine tribale e le tendenze
avanzate dei partiti politici, e si sforza di garantire un minimo di
rappresentanza anche alle categorie economiche e alle
minoranze razziali. 53 Il 29 gennaio 1951, giorno della seduta
inaugurale del Consiglio territoriale, Fornari dichiara: «Fra
qualche ora la notizia di questa nostra riunione varcherà i
con ni del territorio e dirà a tutti i paesi vicini e lontani che
somali di ogni gruppo e di ogni partito hanno incominciato a
sedere insieme in assemblea, unitamente agli esponenti delle
comunità minori. Piccola assemblea, ancora, ma ricordatevi che
tutti gli stati moderni traggono la loro lontana origine
democratica da assemblee come la vostra. [...] Inaugurando oggi
il Consiglio territoriale, che sarà chiamato ad esprimere
all’Amministrazione italiana il proprio parere su tutti gli a ari,
esclusi quelli esteri e della difesa, poniamo, si può dire, la prima
pietra dell’edi cio democratico somalo». 54
Il passo successivo porta all’istituzione dei Consigli
municipali a Mogadiscio e nelle città capoluogo di residenza.
Alla ne del 1951 sono già 35 e funzionano, dapprincipio, sotto
la direzione del residente assistito da un consiglio composto da
un numero di membri che oscilla tra 6 e 12 e che sono stati
designati dai Consigli di residenza. Assolti a questi obblighi,
entro i tempi prescritti, Fornari può così inviare all’ONU il
rapporto sul primo anno di attività, 55 rapporto che viene preso
in esame dal Consiglio di tutela l’8 giugno 1951 e approvato il
10 luglio con 11 voti favorevoli ed uno contrario, quello
dell’Unione Sovietica. «A conclusione dell’esame del rapporto
sulla Somalia — telegrafa Sforza a Fornari —, desidero farle
pervenire espressioni di compiacimento per il riconoscimento
internazionale dell’opera che ella, con il personale dell’AFIS, ha
svolto in questo primo anno di amministrazione». 56
Nonostante i riconoscimenti dell’ONU, le cose però
continuano a non andar bene in Somalia. Sul tavolo di Brusasca
non cessano di arrivare denunce, lagnanze, moniti e
suggerimenti 57 mentre Fornari si accorge che la missione che
gli hanno assegnato è s brante, superiore alle sue forze. «In
Somalia ciò che rende il compito più di cile — scrive — è il
basso livello culturale, l’immaturità politica, l’arretrato stadio
della struttura sociale e le depresse condizioni economiche del
Territorio. Sono elementi inscindibili tra loro, facce diverse dello
stesso poliedro, causa ed al tempo stesso e etto l’uno dall’altro.
Occorre attaccarli tutti contemporaneamente con energia». 58
Per di più si guasta anche il clima di pace, che era stato
ristabilito a prezzo di dure e odiose misure di polizia. Sul nire
del 1951, ad Ado, nell’Ogaden, le cabile dei Marehan e degli
Habarghider entrano in con itto per i soliti diritti sull’acqua.
Per comporre la vertenza interviene un tenente di cavalleria
Pieche, con un distaccamento di autoblindo, ma anziché
riportare l’ordine provoca una strage fra i nomadi. Quando i
cannoni delle autoblindo tacciono, sul terreno sono rimaste
alcune decine di morti. 59 Il 1° agosto 1952 scoppiano disordini
a Chisimaio, provocati da scontri tra fazioni politiche. Dalla folla
vengono sparati alcuni colpi e cadono uccisi due carabinieri
italiani e un ispettore di polizia somalo. 60
In un rapporto segreto, che Fornari invia al ministro degli
Esteri il 25 settembre 1952 e che è uno degli ultimi bilanci sulla
situazione somala che invia a Roma prima di passare la mano al
suo successore, Enrico Martino, il capo dell’AFIS appare
particolarmente pessimista sul futuro della Somalia. Tra «le
forze che fanno da freno» alla costruzione del nuovo stato
somalo, Fornari indica, senza mezzi termini, la comunità
italiana di Somalia. «Siano essi concessionari, commercianti o
lavoratori (o anche, qualche volta, funzionari o impiegati) —
precisa —, si tratta quasi sempre di elementi la cui visione è
ristretta a quello che essi ritengono il loro interesse immediato e
per di più annebbiato da superate concezioni del problema della
convivenza con le popolazioni autoctone». Cercando poi di
analizzare i motivi di questo atteggiamento ostile e retrivo,
Fornari soggiunge: «È estremamente di cile trasformare una
mentalità nel corso di pochi anni; anche perché una politica di
dominazione anziché di collaborazione, sembra risolvere più
facilmente i problemi immediati anche se presenta fortissimi
pencoli per l’avvenire». Ed in ne osserva, con un’amarezza non
disgiunta da una certa stizza: «Quando si sono resi conto che la
politica dell’Amministrazione, in base alle direttive avute e agli
impegni assunti, si muoveva in tutt’altra direzione, hanno
parlato di condiscendenza, di debolezza, di pericoli e così via».
Severo con gli italiani del luogo, che avrebbero potuto
spianargli la strada e invece gliel’hanno disseminata di ostacoli
e trabocchetti, Fornari rivela al contrario molta comprensione
per gli uomini della Lega, che pure non gli hanno risparmiato
un’opposizione tenace. Svelando, per la prima volta, che i
principali promotori della SYL provengono dalle le della
Gioventù Somala del Littorio, organizzata durante il ventennio
da uno zelante segretario federale, ma disciolta dal governatore
del tempo, Fornari riferisce di essersi opposto decisamente a
tutte le pressioni che gli sono giunte dalla comunità italiana
perché egli mettesse al bando la Lega. Non soltanto non l’ha
sciolta, ma la ritiene l’unica forza politica della Somalia dotata
di programmi e di ideali: «È nell’ordine logico delle cose che
questi giovani si sentano attratti da un partito che
dell’a rancamento da qualsiasi vincolo dallo straniero e
dell’ostilità a chi attualmente lo governa ha fatto e fa la sua
bandiera. Anche gli elementi progressisti più sinceramente
attaccati all’Italia [...] non possono non sentire nel loro
subcosciente il fascino di questa bandiera, anche deprecando
taluni metodi di propaganda e di azione. È questa, forse, la vera
ragione per cui i partiti cosiddetti loitaliani non riescono a
trovare un loro concreto ubi consistam».
Ma anche se la Lega lasciasse cadere tutti i pregiudizi che
nutre per l’Italia e decidesse di collaborare lealmente, non per
questo sarebbe possibile, per Fornari, in così pochi anni, «fare
dei medici, degli ingegneri, degli uomini di stato e, tantomeno,
rendere fertile la boscaglia arida, stabilizzare i nomadi e
detribalizzare le popolazioni». Pensando agli sforzi immani che
sono necessari per far decollare la Somalia, Fornari sostiene che
anche dopo il 1960 l’Italia dovrà continuare ad aiutare il paese.
E potrà farlo assicurandogli un’assistenza di tipo tecnico-
nanziario oppure creando, sull’esempio del Commonwealth,
una federazione Italia-Somalia. «Un’altra eventualità —
suggerisce Fornari, in questo documento conclusivo della sua
missione a Mogadiscio — potrebbe essere quella di una
federazione delle 5 Somalie, con una forma di assistenza
quadripartita italo-francese-anglo-etiopica». 61
Con l’uscita all’inizio del 1953, dalla scena somala,
dell’ambasciatore Fornari, si conclude anche il periodo più
di cile, contraddittorio, discutibile della gestione dell’AFIS. Per
quasi tre anni, nonostante la sorveglianza e gli incitamenti di
Brusasca e l’innegabile intuito di Fornari nell’individuare
problemi ed ostacoli, ad avere il sopravvento sulle buone
intenzioni e sui programmi innovatori di un piccolo gruppo di
funzionari è ancora la burocrazia retriva e nostalgica del MAI,
che trova i suoi naturali alleati negli esponenti della comunità
italiana di Somalia più ancorati concettualmente ai loro
privilegi di razza. Fornari resiste alle spinte locali e non ricorre
che in pochi casi alla politica della forza, ma non riesce, come
avrebbe voluto, ad inaugurare una politica nuova e
autenticamente progressista. Come osserva Alessandro Pazzi, si
ebbe invece «questa sorprendente situazione, e cioè che dopo la
guerra non tornò in Africa la nuova Italia democratica, ma
ancora una volta la più schietta Italia fascista, tanto che la sigla
AFIS venne così interpretata dai somali: “Ancora Fascisti Italiani
in Somalia”». 62
Il giudizio della Lega sul periodo della gestione Fornari è
particolarmente severo. «L’AFIS dei primi anni — scrive
Mohamed Aden Scek — non ha risparmiato alcuno sforzo
nell’opporsi alle forze nazionali, nel creare divisioni in seno alla
compatta unità nazionale. Molti dei miliardi che l’Italia si vanta
di aver sparso sulla Somalia sono stati in realtà spesi per queste
attività. Questa politica di incomprensione ha trovato i suoi
migliori propugnatori tra i capi dell’AFIS, irriducibilmente
abbarbicati al vecchio sistema coloniale, decisi testardamente a
ripetere le esperienze, spesso tristi, di un recente passato. Ma
proprio in virtù di questa loro ostinazione furono giudicati dal
governo italiano — per ingenuità o di proposito — degli ‘esperti’
dell’Africa e quindi indispensabili ad ogni realizzazione in
Somalia». 63
Va anche detto, per concludere, che il periodo di Fornari
coincide con il massimo sforzo che l’Italia compie sul piano
nanziario, uno sforzo che, se in Somalia non è sempre
apprezzato, in Italia non viene certo visto di buon occhio. 64
Scrivendo a Pompeo Gorini per invitarlo a collaborare con
Fornari e con il generale Ferrara nella drastica opera di
riduzione delle spese, Brusasca non usa eufemismi nel delineare
le accuse e le attese del paese: «Le violente critiche che sono
state fatte in Senato nelle sedute dei giorni 6 e 7 correnti,
debbono richiamare la nostra attenzione sulla necessità di
ridurre al massimo anche le spese civili. [...] Dobbiamo
assolutamente evitare di essere accusati di non fare buon uso
del denaro pubblico. Dobbiamo tutti ricordare che il Paese
sopporta in questo momento dei pesi durissimi e che molte
regioni non hanno ancora ottenuto il risanamento di tutte le
piaghe a loro causate dalla guerra». 65 Anche i profughi
d’Africa, che sono centinaia di migliaia, spesso rimangono senza
il sussidio, al punto che il 4 giugno 1951, assillato dalle proteste
dei prefetti, il ministro degli Interni Scelba sollecita il MAI a
provvedere «con urgenza a somministrare i fondi richiesti». 66
Quando Martino subentra a Fornari, le spese dell’AFIS sono già
state contenute e appaiono molto più sopportabili. E con le
spese sono diminuite anche le critiche.

La svolta del 1954.


«Fornari era un uomo semplice. Forse anche troppo.
Abitualmente indossava, anche alle cerimonie, calzoni alla
cavallerizza ed una camicia cachi, senza giacca e cravatta. Solo
raramente vestiva un completo bianco — ricorda Loris
Crapanzani —. Martino, da questo punto di vista, era
completamente diverso. Amava le divise, le cerimonie, il
protocollo. Per fare colpo sugli italiani e sugli indigeni riesumò
persino l’alta uniforme dei governatori di colonia, con il colletto
e le maniche piene di fregi e di arabeschi in oro. I maligni
dicevano che, così abbigliato, sembrava Pancho Villa». 67 Ma, a
parte questo vezzo innocuo, Martino ha molti lati in comune
con Fornari, a cominciare dall’impegno. Nel formulare un
giudizio su di lui, a pochi mesi dal suo arrivo a Mogadiscio,
Brusasca così si esprime rivolgendosi a De Gasperi: «Sono lieto
di comunicarti che l’opera di Martino in Somalia sta dando degli
eccellenti risultati. Con il suo temperamento calmo, con la sua
esperienza amministrativa di avvocato e di prefetto, col
tirocinio diplomatico fatto a Belgrado, egli ha già saputo
a rontare e risolvere dei di cili problemi, come quello di una
ulteriore riduzione delle spese militari e di una razionale
concentrazione dei servizi civili». 68
Nel periodo della gestione Martino viene anche risolto, in
maniera de nitiva, il problema dell’ordine pubblico. Se il 1953 è
ancora funestato da alcuni incidenti a Bosaso, in Migiurtinia, e
soprattutto dall’uccisione, in maggio, del consigliere territoriale
Osman Mohamed Hussein, del partito Hisbia Dighil & Miri e, il
1954 trascorre invece senza gravi incidenti. «L’ordine pubblico è
buono — riferisce il sottosegretario agli Esteri Vittorio Badini-
Confalonieri, che visita la Somalia nel settembre del 1954 —. Si
sarebbe potuto de nire ottimo, se il tumulto prodotto da
manifestazioni di ex ascari a Mogadiscio non avesse riacutizzato
un’abbastanza di usa sensazione di disagio, di incertezza e di
s ducia. [...] L’episodio in sé non va sopravalutato, ma non va
neppure taciuto». 69 Ancora più tranquillo il 1955. «Nel corso
di quest’anno — si legge nel rapporto italiano all’ONU —, non si
è prodotto né un incidente, né un atto di violenza collettiva per
il quale sia stato necessario l’intervento della forza pubblica». 70
E nel successivo rapporto, per il 1956, si legge: «La situazione è
stata ovunque soddisfacente e si è constatato un miglioramento
nelle relazioni tribali. I soli incidenti che si sono veri cati nel
corso dell’anno, sono quelli accaduti a Baidoa, in seguito al
ri uto di alcuni elementi del gruppo Leisan di pagare le tasse
sulla coltura delle ‘sciambe’». 71
Questi progressi nel ristabilimento dell’ordine pubblico sono
ottenuti non soltanto per l’opera di persuasione e di
paci cazione condotta tra i capi delle cabile perennemente in
con itto per motivi di pascolo e di pozzi d’acqua, ma anche per
la lenta ma inarrestabile marcia di avvicinamento tra l’AFIS e la
Lega dei Giovani Somali. Quando abbia avuto inizio questo
processo di distensione è di cile precisarlo, così come non è
facile individuare la persona che ha i maggiori meriti nell’aver
abbattuto il diaframma che separava l’Amministrazione dalla
SYL. «Nel territorio — scrive Giorgio Assan — si sostiene che la
marcia di avvicinamento alla Lega fu iniziata da monsignor
Filippini, vescovo di Mogadiscio; ad Addis Abeba, gli americani
si vantano di aver consigliato loro la tattica della mano tesa;
negli ambienti di Palazzo Chigi si indica quale uomo della biada
il dott. Piero Franca, vecchio funzionario dell’ex ministero
dell’Africa [...] dal 1954 segretario generale dell’AFIS». 72
Chiunque sia l’inventore della «politica della biada», in
contrapposizione a quella del bastone, è indubbiamente un
uomo abile, osserva ancora Assan. Si tratta di una politica di
allettamenti, che tende ad anticipare le stesse richieste della
Lega, ad a rettare il processo di somalizzazione, cioè di
trasferimento dei poteri dagli italiani ai somali. «La politica
della biada — sostiene ancora Assan — era diretta ovviamente a
deviare l’asse della Lega, dimostratasi più potente di quanto non
si sospettasse, dal patriottismo al lo-occidentalismo, dal patto
di Bandung al patto Atlantico; era diretta a convincere i Giovani
Somali che la loro incapacità tecnica, amministrativa,
nanziaria condizionava il territorio, oggi e nel futuro, a
dipendere dagli aiuti occidentali». 73
Diversa l’interpretazione della svolta data dalla Lega. Scrive
Mohamed Aden Scek: «È soltanto nel 1954, quando ci si accorse
che il tempo premeva, quando svanì il sogno di ‘grandezza’ a
spese degli altri, quando si vide che, malgrado sforzi non
indi erenti ed enormi spese a fondo perduto, alcun elemento
favorevole usciva dal crogiolo degli intrighi, che si giunse
nalmente alla decisione di operare un rimpasto e di sostituire
alcuni alti funzionari dell’AFIS. Soltanto allora si manifestò,
grazie soprattutto all’attività dei dirigenti somali, qualche segno
di una comprensione fra somali ed italiani». 74
Si tratta, comunque, come abbiamo già detto, di una marcia
di avvicinamento lentissima, spesso interrotta da ripensamenti
o da improvvise di denze. Ancora il 26 aprile 1954,
pronunciando un discorso-bilancio al convegno italo-africano
organizzato a Milano dal Gruppo Bottego, Martino avanza non
pochi dubbi sulla lealtà della Lega. Pur ribadendo che l’AFIS «ha
sempre cercato e cerca la massima collaborazione con questo
partito», Martino soggiunge: «C’è stato però qualche fatto che,
pur non avendo determinato una diversa politica nei confronti
di tale partito, mi ha fatto ri ettere che una cosa è la ducia e
una cosa l’ingenuità. Si è avuto purtroppo un orribile delitto:
l’uccisione di un Consigliere territoriale, non dovuto alla Lega
dei Giovani Somali, ma ad estremisti appartenenti a quel
partito, che non sono stati sconfessati. Questo doveva
giustamente lasciare quanto mai perplessi. C’è stato poi il
comportamento del rappresentante della Lega di fronte
all’Assemblea delle Nazioni Unite, che non è stato conforme alle
promesse e agli accordi prima intervenuti. Nonostante ciò,
desidero la massima collaborazione con questo partito, che è
forte e ben organizzato. Desidero tuttavia che la collaborazione
avvenga su un piano di lealtà». 75
Il fatto, comunque, che determina una svolta nella politica
dell’AFIS è l’indiscusso successo della Lega nelle elezioni
amministrative del marzo 1954, che costituiscono la prima
grande consultazione popolare in Somalia. Stimolati da
un’intensa propaganda elettorale organizzata sia dai partiti
somali che dall’AFIS, il 28 marzo 38.119 elettori sui 50.740
iscritti a votare (ossia il 75,1 per cento) si presentano alle urne
in 35 municipalità per eleggere 281 consiglieri. La Lega, che ha
presentato proprie liste in tutte le municipalità, raccoglie
17.982 voti, cioè il 47,7 dei su ragi, conquistando 141 seggi.
L’Hisbia Dighil & Miri e, nonostante il sostegno
dell’amministrazione italiana, non ottiene che 8.198 voti e 57
seggi. I rimanenti seggi vanno ai venti raggruppamenti minori,
che hanno anch’essi ottenuto appoggio e nanziamenti
dall’AFIS.
Commentando la vittoria della SYL, Mohamed Warsama Ali
scrive che, dinanzi alla conquista operata dalla Lega della
maggioranza relativa dei seggi, «l’Amministrazione abbandonò
allora la sua linea di condotta e i suoi primi progetti, diventati
irrealizzabili dopo la scon tta elettorale dei partiti a favore
dell’Italia, e piegò verso una collaborazione, divenuta
indispensabile, con la Lega, in vista di un’indipendenza del
territorio, che appariva ormai come inevitabile. Da parte sua, la
Lega abbandonò le sue posizioni di intransigenza, il suo
atteggiamento di dente, passivo od ostile nei confronti di
un’amministrazione che era ancora lontana dal voler
riconoscere le più giuste e le più profonde aspirazioni di un
intero popolo. La Lega, che si considerava come la
rappresentante legittima di questo popolo e come l’arte ce della
sua indipendenza, decise di cooperare con l’Amministrazione
per raggiungere questo traguardo supremo». 76
Anche se un’a ermazione della Lega era scontata, il successo
del 28 marzo supera però tutte le previsioni fatte dai dirigenti
dell’AFIS, ponendoli dinanzi ad una realtà, che troppo a lungo
avevano cercato di esorcizzare, ma che ora va accettata.
Parlando a Roma, il 24 giugno 1954, Martino cerca di dissipare i
timori suscitati dalla vittoria della SYL, a ermando: «Qualcuno
se ne è preoccupato ricordando l’atteggiamento passato di
questo partito, ma è forse per questo loro successo che i
dirigenti del partito si sono convinti delle reali intenzioni del
governo italiano, allontanando da essi preconcetti sospetti, e
hanno compreso le responsabilità di cui possono essere investiti
per il futuro. Dopo le elezioni essi sono venuti da me e non
hanno mancato di assicurarmi del loro apprezzamento per
quanto l’Italia sta facendo in Somalia e del loro desiderio di
collaborare in quest’opera». 77 Siamo già in pieno clima di
distensione: non soltanto Martino si assume la difesa d’u cio
della SYL, ma fa intendere che il merito della vittoria della Lega
è in parte anche dell’AFIS, che ha garantito libere elezioni e che
ha fatto funzionare alla perfezione il meccanismo elettorale.
La svolta del 1954, se da un lato migliora i rapporti con la
Lega e allenta certe tensioni, dall’altro scontenta i partiti della
Conferenza, i quali si ritengono, e in parte con ragione, relegati
al ruolo di utili ma semplici comparse, nonostante le passate
promesse. Considerando questo nuovo stato di cose, il
sottosegretario Badini-Confalonieri avanza qualche
suggerimento. Dopo aver sottolineato che il nuovo
atteggiamento della Lega è certamente «vantaggioso per il
concreto operare della nostra Amministrazione», fa tuttavia
osservare che la SYL si è però irrobustita all’ombra dell’AFIS,
tanto da emergere, alle prime elezioni, come la principale forza
politica del paese. «Ciò non signi ca certamente — sostiene
Badini-Confalonieri — che sia da riesaminare l’attuale
impostazione politica di attrazione della Lega, ma
indubbiamente consiglia di accentuare l’assistenza alle altre
correnti politiche, pur sempre in un’atmosfera di imparzialità,
ma tale da agevolare, n dove sia possibile, un’a ermazione dei
tre partiti principali, sui quali poggiano oggi le correnti
loitaliane: Hisbia Dighil & Miri e, Gruppo Democratico,
Giovani del Benadir». 78
Come si può osservare da questo e da altri documenti, la
svolta del 1954 non è però netta e neppure del tutto sincera. Le
due parti si incontrano per stanchezza, per guadagnare tempo,
nella speranza di trarre immediati vantaggi. Ma entrambe le
parti conservano una certa autonomia d’azione, insieme a
reciproci sospetti e di denze. Per l’AFIS, la politica della svolta è
più strumentale che nuova, si limita a smussare gli angoli di
quella vecchia. A parte i migliorati rapporti con la Lega, infatti,
l’AFIS non fa molti sforzi per trasformare coraggiosamente il
suo modo di governare e di edi care il nuovo Stato. Quando, nel
marzo del 1955, Giuliano Cora sbarca a Mogadiscio, per una
visita di pochi giorni, la situazione che trova è tale da non
ispirargli molta ducia. «Nel territorio a datoci in
amministrazione duciaria dall’ONU, dunque territorio
internazionale — scrive —, noi abbiamo trapiantato tutti i
nostri vecchi organismi, con tutte le vecchie leggi fasciste
complicate da quelle dell’occupazione britannica, con i vecchi
regolamenti e i vecchi organismi, dalla Corte dei Conti alla
Guardia di Finanza. Il rappresentante della Corte dei Conti va in
giro con il codice penale sotto braccio, alla caccia dei funzionari
che, per fare eseguire un lavoro urgente, siano incappati in
qualche infrazione. Come si può agire in simili condizioni,
quando si hanno soli dieci anni per assolvere un di cile
mandato? Come si può perdere un anno per varare un lavoro
urgente o delle settimane (se non dei mesi) per sdoganare il
macchinario di qualche nuova industria necessaria alla
economia di questo povero territorio?». 79
I risultati delle prime elezioni amministrative, oltre a
provocare il parziale mutamento nella condotta dell’AFIS, ha
conseguenze immediate anche sulle posizioni e l’organizzazione
dei partiti somali, i quali, per la prima volta, sono stati messi in
grado di fare un bilancio della loro attività e hanno potuto
compiere una valutazione realistica degli orientamenti del
corpo elettorale. In base a questa stima, sei fra i partiti moderati
(l’Unione patriottica della Somalia, l’Unione nazionale somala,
l’Unione Africana della Somalia, la Lega progressista somala,
l’Associazione della Gioventù Abgal e l’Hidaiet Islam Scidle e
Mobilen) decidono di fondersi dando vita ad un’unica
formazione, il Partito democratico somalo, sempli cando così
notevolmente il quadro politico del paese.
Proseguendo, intanto, nell’edi cazione del nuovo Stato,
subito dopo le elezioni amministrative l’AFIS prende due
iniziative: quella di attribuire ai Consigli municipali poteri
deliberativi su di un vastissimo campo di attività
amministrative e quella di a dare la direzione degli a ari
municipali non più al capo del distretto nel cui ambito si trova
la municipalità, ma ad un commissario nominato
dall’Amministratore, rendendo così possibile a dare a somali
ritenuti capaci la funzione di capi delle amministrazioni. Il 6
settembre 1954, poi, viene compiuto un ulteriore passo in
avanti con la rma del decreto che istituisce la bandiera somala:
un rettangolo azzurro con al centro una stella bianca a cinque
punte. La bandiera somala viene issata, per la prima volta,
accanto a quella italiana e a quella dell’ONU, il 12 ottobre. Per
l’occasione Martino, che indossa l’alta uniforme, pronuncia un
breve discorso che ha una chiusa decisamente lirica: «Popolo
della Somalia, dopo venti mesi di lavoro in questo Territorio
sarà per me, fra poco, un momento di profonda commozione
vedere issare la Bandiera azzurra con stella bianca, nella quale,
con felice intuizione, hai voluto che Ti fossero di simbolo e di
guida il colore ineguagliabile del Tuo cielo e le luci ardenti delle
Tue notti. Viva la Somalia!». 80
Anche il processo di somalizzazione del personale procede
speditamente, come riferisce Martino l’8 marzo 1955 ai membri
del Consiglio territoriale: «L’inserimento dei somali in posti
direttivi e di responsabilità ha fatto notevoli progressi. I capi
Distretto somali sono oggi 6; i vice-capi Distretto 15. Passo
importante, quindi, se si considera che i distretti sono 30.
Quarantotto Comandi di polizia, su 69, sono a dati a u ciali e
sottu ciali somali. Quasi tutti gli u ci postali e doganali sono
ormai diretti da somali. [...] Cinque funzionari somali siedono,
quali assistenti, a anco di direttori italiani nelle principali
branche dell’Amministrazione Centrale [...]. Se si considera che
siamo soltanto a metà strada per l’indipendenza del Territorio,
questi dati sono confortanti». 81 Alla ne del 1955, per portare
un altro dato signi cativo, il personale dell’amministrazione
civile risulta così costituito: 4.213 somali, 662 italiani, 22 di
altre nazionalità. 82
Dieci giorni dopo aver reso pubblici questi dati sulla
somalizzazione, Martino pronuncia da Radio Mogadiscio il suo
messaggio di commiato. «Ricordo una mia impressione della
Somalia all’indomani del mio arrivo — dice, fra l’altro —.
Viaggiavo su di una pista assolata e spesso ai margini di questa
bambini e donne gridavano al mio passaggio: Bio! (Acqua!)
Sentii allora tutta la tragedia e tutta la forza di una natura ostile
alla quale l’uomo doveva e poteva, costi quello che costi, porre
un riparo. L’opera di dare acqua è stata dalla mia
Amministrazione proseguita con caparbio impegno e i primi
risultati già si vedono. [...] Amici miei, io parto con la coscienza
di avere, da uomo, compreso le esigenze di altri uomini miei
fratelli». 83
L’avvicendamento troppo frequente degli Amministratori
o re lo spunto a Cora per muovere critiche ed avanzare una
proposta: «L’Amministrazione è in crisi: in cinque anni due
amministratori si sono succeduti in Somalia, fra un viaggio e
l’altro a New York o a Roma. Per evitare questo senso di
abbandono e di s ducia, che si è di uso tra i funzionari e gli
italiani, per concludere veramente qualcosa di serio, sarebbe
indispensabile che il nuovo Amministratore e il suo più diretto
collaboratore rimanessero no al 1960, impegnandosi così a
condurre in porto la barca». 84 La preghiera di Cora non viene
però esaudita. Non uno, ma due saranno i capi dell’AFIS che si
avvicenderanno. E, del primo, la presenza in Somalia sarà
soltanto simbolica. «L’ambasciatore Anzillotti — ricorda
Alessandro Pazzi — amministrava infatti la Somalia dalla sua
villa di Pescia. Era un amministratore che in Somalia non si
vedeva quasi mai: solo in occasioni veramente importanti, che
si veri cavano tre, quattro volte l’anno, l’ambasciatore
Anzillotti si dava la pena di prendere l’aereo e di recarsi in quel
territorio che egli dimostrava palesemente di non avere in
simpatia». 85
Se la gestione Martino può apparire più positiva di quella di
Fornari, va però fatto osservare che Martino ha potuto
avvantaggiarsi di tutto il lavoro preparatorio del suo
predecessore e ha anche potuto, in base alle passate esperienze,
evitare errori e intuire più facilmente le giuste soluzioni. Forse il
più convinto, tra i quattro amministratori che gestiscono la
costruzione della nuova Somalia, dell’importanza della sua
missione, Martino in più occasioni giusti ca e difende la
decisione presa dall’Italia di accollarsi gli oneri per portare la
Somalia all’indipendenza e coglie l’occasione, anche, per
ridimensionarne l’entità: «La Somalia costa 5 miliardi e mezzo
all’anno — annuncia a Milano —. Ora, se si è potuto spendere in
Africa decine di miliardi al ricordo di Adua e cantando Faccetta
nera, perché non si dovrebbe spendere qualche miliardo di lire
svalutate per una penetrazione paci ca e con lo scopo di creare
un successo e una base che possono essere molto più
duraturi?». 86 E in un’altra occasione: «Se anche l’avventura
somala dovesse essere considerata un mero lusso, ebbene
compiaciamoci di questa cavalcata ideale [...]. Sarà un’opera
nobile, che insieme corrisponderà al nostro impegno e alla
nostra dignità». 87
Se esaminiamo il 6° Rapporto alle Nazioni Unite, con il quale
si chiude la gestione Martino, apprendiamo che al 31 dicembre
1955 l’Italia ha dato un contributo totale di 45 miliardi e 284
milioni per le spese civili e militari della Somalia. 88 Una parte
notevole di questa somma è stata impiegata nel settore
dell’istruzione. La popolazione scolastica, che nel 1949-50 era di
3 mila unità, s ora infatti nel 1955-56 le 25 mila. 89 Altri 44
allievi frequentano l’Istituto superiore di discipline giuridiche,
economiche e sociali, istituito nel 1954 e che comprende
quattro corsi, mentre altri 155 giovani sono ospiti, in Italia, di
università, istituti superiori e scuole militari. Meno brillante il
bilancio sulla salute pubblica, nonostante che le spese per
questo settore rappresentino il 14,50 per cento delle spese
ordinarie del bilancio dell’AFIS. Precisa il rapporto: «Il quadro
nosologico della Somalia presenta ancora degli aspetti seri, a
causa del clima, del livello medio d’istruzione, della tenace
sopravvivenza delle superstizioni, dello standard di vita
bassissimo e della cattiva nutrizione». 90 Nonostante la
costruzione di nuovi edi ci, alla ne del 1955 non ci sono che
1.927 posti-letto in tutta la Somalia, ossia un posto-letto ogni
651 abitanti. 91
Ma i rapporti elaborati per l’ONU non dicono tutto e tendono
spesso, con una eccessiva dovizia di tabelle e di gra ci, a
confondere le idee o ad esaltare anche il poco che si è fatto. Ben
più impietoso, perché non destinato al pubblico, è il bilancio che
traccia del primo quinquennio dell’AFIS il sottosegretario
Badini-Confalonieri. «Molto resta ancora da fare nel settore
economico- nanziario, dove le lacune e gli interrogativi sono
moltissimi — scrive l’esponente liberale —, ed in quello
dell’organizzazione generale legislativa, che non presenta
ancora la semplicità, la snellezza e l’organicità che dovrebbero
essere lasciate in eredità al futuro Stato indipendente». 92
L’attenzione di Badini-Confalonieri si appunta soprattutto sulla
situazione economico- nanziaria, «che presenta aspetti così
delicati da poter dannosamente in uire, col tempo, anche sulla
situazione politica e dell’ordine pubblico». 93 Fra le cause
principali della depressione economica, a parte quelle
permanenti legate alla natura del paese, il sottosegretario ne
individua tre: 1) l’incertezza dell’intervento nanziario italiano
(si è passati dai 9 miliardi iniziali ai 5 miliardi e mezzo
dell’esercizio 1954-55, al di sotto dei quali non è pensabile alcun
programma organico di sviluppo economico e sociale; 2) la
mancanza di credito a media e a lunga scadenza, che paralizza
alcuni settori dell’iniziativa privata (pesca, meccanizzazione,
industrie tessili, avvaloramenti agricoli); 94 3) la monocoltura
bananiera e il trattamento di privilegio di cui godono i 200
concessionari italiani. 95
Un altro problema, di cui non si parla nelle relazioni u ciali
preparate per l’ONU, ma che non sfugge a Badini-Confalonieri, è
quello militare, con la sua assurda struttura che è in contrasto
con le necessità attuali della Somalia e con le sue esigenze
future. «Le Forze Armate in Somalia — scrive il sottosegretario
—, dal punto di vista della difesa dall’esterno, non hanno alcun
signi cato; come tutela dell’ordine pubblico interno e
con nario sono sproporzionate per eccesso, e di poca elasticità.
Il fatto che un bilancio di 8 miliardi e mezzo sopporti una spesa
di oltre 2 miliardi per le Forze Armate e di circa 1 miliardo e
mezzo per le Forze di Polizia non può che esporci a critiche
internazionali ed interne quale segno di cattiva
amministrazione». 96
L’ultima fatica di Martino è l’elaborazione del progetto di
ordinanza inteso a trasformare il Consiglio territoriale in
assemblea elettiva, e cioè a creare un’assemblea rappresentativa
fondata sul su ragio universale. La legge elettorale destinata a
dar vita alla nuova assemblea viene discussa a lungo dal
Consiglio territoriale, il quale tiene presente l’esigenza di fondo
«di conciliare due strutture sociali, due organizzazioni
comunitarie, due modi di vita, due mentalità: da una parte, la
vecchia Somalia, tribale, tradizionalista, pastorale, tenacemente
legata al passato e ai vincoli etnici e religiosi; dall’altra, la nuova
Somalia in via di formazione e di consolidamento, quella delle
popolazioni attive della città e dei villaggi, che aveva già dato
vita alle municipalità elettive, che si era organizzata in partiti,
che aveva assimilato rapidamente modi di vita più
moderni». 97 Per assicurare la presenza, nella prima assemblea
legislativa della Somalia, dei rappresentanti di questi due settori
sociali così diversi, si decide perciò di ricorrere ad un sistema di
consultazione misto, diretto e indiretto. Le popolazioni che
vivono nella sfera delle amministrazioni municipali, cioè le
popolazioni sedentarie, votano direttamente e a scheda segreta.
Le popolazioni della boscaglia (nomadi e seminomadi e che
rappresentano il 70 per cento della popolazione totale) votano
invece indirettamente ed a su ragio pubblico. 98
Le elezioni politiche vengono tenute il 29 febbraio 1956 e
ancora una volta la Lega dei Giovani Somali ottiene uno
straordinario successo conquistando la maggioranza assoluta
con 43 dei 60 seggi destinati alla popolazione somala. La prima
Assemblea legislativa somala assume perciò questa
con gurazione: 43 deputati alla Lega, 13 alla Hisbia Dighil &
Miri e, 3 al Partito democratico somalo, 1 all’Unione Marehan,
10 alle minoranze, ossia 4 deputati italiani in rappresentanza
dei 4.669 membri della comunità, 4 arabi per i 30 mila
connazionali domiciliati in Somalia, 2 indo-pakistani per le
rispettive comunità che raggiungono insieme un migliaio di
persone. 99 Anche se le prime elezioni generali si sono svolte
nella più assoluta calma, esse vengono ugualmente criticate,
tanto dal Consiglio di tutela dell’ONU che dal Consiglio
consultivo, per la doppia procedura di voto, che ha dato luogo a
brogli ed altri inconvenienti. I due organi di controllo delle
Nazioni Unite suggeriscono pertanto di migliorare il sistema
elettorale, in vista delle elezioni del 1959 per l’Assemblea
costituente, e di realizzare anche il censimento delle popolazioni
nomadi, in modo da consentire loro di esprimersi con il voto
diretto. 100
Uno dei primi atti dell’Assemblea, che aveva inaugurato il 30
aprile la prima legislatura, è l’approvazione della legge 7 maggio
1956, n. 1, che istituisce il primo governo autoctono della
Somalia. Strutturato in cinque ministeri (A ari interni, sociali,
economici, nanziari e generali), il governo somalo ottiene, a
partire dal gennaio 1957, la piena responsabilità dei suoi atti di
governo e di amministrazione. In base al grande successo
ottenuto nelle elezioni, viene chiamata a formare il primo
governo la Lega dei Giovani Somali, la quale designa, come
primo ministro, il trentaquattrenne Abdullahi Issa Mohamud,
già segretario generale della SYL dal 1947, l’uomo che il 7
ottobre 1949 aveva detto all’ONU: «Preferisco la morte al
dominio italiano». Da allora, però, Abdullahi Issa ha modi cato
molto il suo giudizio sull’Italia, segnalandosi anzi come uno fra
gli elementi più moderati del partito. Al momento in cui assume
la carica di primo ministro, ricorda il Lewis, «ben poco era
rimasto dell’antico antagonismo tra l’Amministrazione italiana
e la Lega; tra le due parti era stato raggiunto un eccellente
accordo di lavoro». 101 Il rapporto è talmente cambiato che
quando, nel corso del 1957, l’AFIS annuncia che è disposta a
rinunciare al mandato ancora prima della sua scadenza,
Abdullahi Issa si a retta a respingere l’o erta, non prima di
avere elencati i particolari meriti dell’Italia, «che è tornata alla
nobile tradizione del Risorgimento, una tradizione radicata
nella fratellanza tra gli uomini e nel sostegno ai popoli oppressi
che si battono per la loro indipendenza». 102
Nello stesso anno dell’istituzione dell’Assemblea legislativa e
della formazione del primo governo somalo, vengono raggiunti
due altri traguardi di notevole importanza. Con il decreto n. 16
del 1° gennaio 1956, Anzilotti scioglie il Corpo di Sicurezza e
rimpatria il personale italiano, mentre quello somalo viene
assorbito dalle Forze di Polizia della Somalia. 103 Con
l’ordinanza n. 5 del 2 febbraio 1956, viene approvato il nuovo
ordinamento giudiziario, che rimpiazza, con notevole ritardo,
quello fascista, del 20 giugno 1935. «Si mettevano così in
attuazione — scrive Vincenzo Mellana —, quei princìpi
consistenti essenzialmente nella realizzazione in Somalia dei tre
gradi di giurisdizione come in Italia, pur mantenendosi la
duplicità della giurisdizione ordinaria e musulmana». 104
Anche se fragile e imperfetta, l’intelaiatura del nuovo Stato
somalo è ormai quasi completa. «Il 1960 si fa sempre più vicino
— scrive il 29 ottobre 1956 il fondista de “Il Corriere della
Somalia”, che ora è un organo controllato e ispirato dal governo
somalo —, quanto ci era dovuto ci è stato dato, a noi ora tocca
imparare ad usare questi delicati strumenti, ne abbiamo il
tempo necessario, non sprechiamolo». 105

Lo scandalo delle banane.


Quale atteggiamento assume la comunità italiana di Somalia
nei primi sei anni di gestione dell’AFIS? Come si comporta
dinanzi alla crescita del nuovo Stato somalo? Anche se soltanto
di sfuggita, abbiamo visto che il primo approccio tra la
comunità e l’AFIS è stato di cile e ha generato soltanto
reciproche di denze e malumori. La comunità, dimenticando
che l’Italia non è tornata in Somalia da padrona, ma con un
mandato internazionale, ha fatto troppo a damento sull’AFIS
per conservare, ed anzi accrescere, i propri privilegi ed ora è
delusa dinanzi ai tentativi della nuova amministrazione di
mostrarsi imparziale. Ma anche l’AFIS ha fatto un calcolo
sbagliato con dando di usare la comunità come testa di ponte,
come battistrada, come forza ausiliaria.
Abbiamo anche visto che la comunità italiana, salvo una
sparuta minoranza che manifesta idee progressiste, è
decisamente ancorata ai miti e ai valori del passato. «La
maggioranza degli italiani di quel territorio — riferisce Brusasca
a Gonella il 31 ottobre 1951 — è di tendenze, se non nostalgiche,
di destra: occorre perciò svolgere una sana e tenace propaganda
per far conoscere l’opera che abbiamo svolto qui per la
ricostruzione del paese e i risultati della nostra difesa degli
interessi italiani in Africa». 106 Più circostanziato il giudizio che
sulla geogra a politica della comunità dà il comandante
dell’arma dei carabinieri, generale Alberto Mannerini, in un
documento riservato: «Il partito che dà segni di maggior attività
è il MSI. La DC svolge attività prudente, improntata al principio,
sanissimo, di non dividere gli animi degli italiani. Si ritiene anzi
che, in omaggio a tale concetto, non insisterà per avere una sede
di partito. I comunisti esistono, ma non sono organizzati e non
danno, per ora, preoccupazioni di sorta. Occorre osservare con
attenzione il MSI, per l’atteggiamento ostentatamente
neofascista di taluno dei suoi iscritti, atteggiamento intessuto
di critiche verso l’Amministrazione». 107
Guida la maggioranza di destra, fascista o conservatrice, il
clan dei concessionari, un gruppo di poco più di 200 persone
che esercita la sua attività nei comprensori di boni ca del Giuba
e dell’Uebi Scebeli, su 73.917 ettari della miglior terra di
Somalia. Tentando un loro ritratto, Giorgio Assan scrive: «I
concessionari sono gente rude che ancora oggi conserva,
nonostante la maggior parte di loro sia sulle soglie della
vecchiaia, l’istinto e l’aggressività del pioniere; sinceramente
non vedono nulla di male nei loro passati metodi che, talvolta
molto peggiori, erano ai loro tempi in uso in tutta l’Africa. [...] In
Somalia è sempre mancata una consistente immigrazione
intellettuale: i nostri concessionari, in gran parte, non sono
uomini che possano porsi problemi etico-sociali, o che abbiano
l’ambizione di tenersi al passo con i tempi o che cerchino di
interpretarli, sono uomini che agiscono e pensano poco. In
verità pensano troppo poco, non pensano neppure ai loro stessi
interessi allorché rispolverano apertamente il vecchio mito
della superiorità di razza, che ormai fa ridere persino il
beccamorto; allorché apertamente disprezzano i commoventi
tentativi dei somali di digerire in due o tre anni programmi di
studi che ne comportano il doppio, e persino deridono i generosi
programmi dell’Italia democratica per creare una classe
dirigente somala». 108
Con minor ironia, ma con più asprezza, li dipinge Luigi
Massimini nel già citato rapporto a Brusasca. Dopo aver
ricordato che gran parte dei concessionari sono squadristi
giunti in colonia al seguito del quadrumviro De Vecchi ed aver
precisato che «essi sono dominati oggi da una grande paura di
perdere i privilegi acquisiti al tempo del fascismo», Massimini
soggiunge: «Con essi occorre la mano dura, perché
anteporranno, più di ogni altra categoria di italiani che lavorano
in Somalia, i loro interessi personali a quelli del territorio. Essi
sono attualmente i più accaniti nemici del progresso e mal
tollerano il fatto che i somali debbano avviarsi ad una vita
civile. Tutti qui in Somalia abbiamo lavorato e faticato in tutti i
modi, ma solo i concessionari pretendono di avere dei diritti e
delle garanzie tutte particolari per loro». Temendo, in ne, che
altri fascisti possano venire a dare man forte a questi relitti del
peggior colonialismo, Massimini suggerisce: 1) proibire nel
modo più assoluto l’ingresso di altri fascisti in Somalia, anche se
vi hanno interessi o vi hanno già in precedenza abitato; 2)
estendere alla Somalia la legge per cui l’apologia del fascismo
costituisce reato; 3) esaminare la possibilità di far rimpatriare
gli elementi fascisti più irriducibili. 109
I giudizi di Massimini nei confronti dei concessionari
potranno sembrare duri e settari, e le sue proposte ingiuste e
radicali. Ma il giudizio di un diplomatico cauto come Fornari
non è diverso, anche se le sue parole sono più pesate.
Rivolgendosi a Brusasca, il 16 febbraio 1951, ed estendendo i
suoi appunti a tutti gli italiani che hanno forti interessi in
Somalia, egli a erma: «Gli italiani di qui, che temono minacciati
i loro interessi immediati [...] non sanno e non vogliono
comprendere che gli impegni internazionali e lo stesso interesse
italiano nel senso più vasto della parola ci impongono una
politica ‘progressista’, con una sempre crescente partecipazione
somala nell’Amministrazione del paese. Non sanno o non
vogliono rassegnarsi, con molta miopia, a non considerare più
se stessi come i ‘padroni’ rispetto alle popolazioni locali. [...] È
prevedibile che con l’evoluzione della nostra politica
progressista e con l’attuazione degli istituti previsti dall’accordo
di tutela, questo malumore degli italiani qui residenti sia
destinato ad aumentare». 110
E quando, nel febbraio 1951, scoppiano incidenti a
Villabruzzi per «l’arbitraria invasione di terreni» degli indigeni
operata dalla SAIS, la più grande, potente ed e ciente azienda
agricola della Somalia, Fornari prende le parti degli indigeni
Ualamoi che hanno elevato la protesta, 111 e, nel riferirne a
Brusasca, esprime il timore che «nasca in Somalia una questione
terriera tra concessionari europei e tribù locali». Comunque,
soggiunge, egli non è disposto a tutelare gli italiani fuori del
solco del diritto: «Tale tutela va inquadrata in quello che è il
superiore interesse dell’Italia in Somalia di rispettare e di
interpretare con spirito di avanguardia l’Accordo di tutela». 112
Anche Brusasca, nel corso delle sue visite in Somalia, ha
potuto farsi un’opinione dei concessionari e più di una volta,
nell’impartire istruzioni a Gaetano Chapron, che regge l’u cio
stampa dell’AFIS ed è l’autore di gran parte degli editoriali de «Il
Corriere della Somalia», formula giudizi di questo genere:
«Appro tti di ogni occasione per dichiarare agli italiani che essi
in Somalia hanno so erto durante la guerra assai meno della
maggioranza di quelli rimasti qui e che il loro standard di vita è
notevolmente superiore a quello metropolitano [...]. Faccia
sentire ai concessionari e ad ogni altro che nessuno ha diritto a
privilegi, anche perché essi farebbero sorgere delle situazioni
ttizie, che farebbero crollare la nostra economia al termine dei
dieci anni del mandato». 113 Ma quali sono i motivi reali che
spingono i concessionari ad osteggiare l’AFIS, che pure non è
così ‘progressista’ come Fornari vorrebbe farci credere? Che cosa
vogliono, che cosa rimpiangono? A queste domande risponde
Chapron, in una lettera indirizzata a Brusasca: «Non sono
nostalgici del passato, per sentimento o per ragioni ideologiche.
Essi rimpiangono cose concrete: la loro situazione di netto
privilegio nei riguardi degli indigeni; le ‘quote’ di mano d’opera
che i Residenti erano costretti a fornire; la certezza di avere
sempre ragione nelle controversie con gli indigeni;
quell’atteggiamento di incosciente prepotenza che per loro era
segno di prestigio. Tutte cose che si trasformavano in vantaggi
materiali: basso costo della mano d’opera, facilità nel
reclutamento e nei rapporti con essa, e così via». 114
Ma a rimpiangere il passato, quando i somali erano docili
servi e non costavano nulla, non sono soltanto i concessionari,
ma gran parte della comunità italiana, che ora comincia ad
avere problemi con la servitù e non può più esercitare gli antichi
diritti non scritti. Lo stesso monsignor Filippini, che pure è
impegnato in lodevoli missioni di carità, di assistenza, di
educazione, non vede di buon occhio il processo di
trasformazione dei somali messo in atto dall’AFIS e più di una
volta, scrivendo a Brusasca, lamenta che le mutazioni siano
troppo rapide, traumatizzanti. Brusasca, che stima il vicario
apostolico della Somalia per le sue molteplici attività in favore
degli italiani e dei somali, 115 usa molto garbo con il prelato,
anche quando si fa difensore di posizioni retrive, ma ciò non gli
impedisce di dirgli, ad esempio, il 27 aprile 1951: «So che è
molto di cile far comprendere queste cose a chi è vissuto per
tanti anni con una mentalità completamente diversa, e che deve
oggi accettare la non facile condizione di vedersi gli ex
dipendenti diventare dirigenti, ma ciò è nell’ordine storico,
naturale, politico e sociale delle cose e bisogna prenderne
atto». 116 Filippini, però, non capisce la lezione e qualche giorno
dopo torna alla carica precisando il suo pensiero: «Io sono del
parere che la politica con i nativi va riveduta attentamente e, se
è il caso, prudentemente far macchina indietro. Sono persuaso
che si fa il loro male. Ho l’impressione che si dia loro troppa
importanza [...]. Più vanno avanti, più vantano diritti di maggior
paga e di minor lavoro. Oggi lavorano meno della metà di
quanto lavoravano prima. Tutti coloro che sono a contatto con i
nativi per questioni di lavoro, si lamentano fortemente sia per il
loro poco rendimento, come per la loro condotta; non si può più
fare una osservazione, anche giusta, ad un lavoratore». 117
Mano a mano che procede la somalizzazione, il distacco tra la
comunità italiana e quella somala, che era già notevole nel
periodo coloniale e in quello dell’occupazione britannica, si
accentua, al punto che molti italiani, per un istintivo senso di
difesa, troncano quasi ogni rapporto con il mondo che li
circonda e restano estranei ad ogni processo di rinnovamento.
Un acuto osservatore, l’economista Leone Iraci, il quale
trascorre alcuni anni a Mogadiscio quale esperto in
piani cazioni, così descrive questo fenomeno: «Gli italiani di
atteggiamento anche solo implicitamente colonialista vivono
tra loro, con pochissimi rapporti con i somali e anche con gli
europei non italiani, e alimentano la loro presunta conoscenza
della Somalia con la ripetizione di luoghi comuni, tramandati
ormai da tre generazioni. Quasi per paura di conoscere qualche
cosa della Somalia, la maggior parte degli italiani non si
muovono mai a piedi per Mogadiscio: spostandosi in
automobile dalle loro abitazioni ai loro u ci riescono a non
avere nessun contatto con il paese». 118
Giuliano Cora, dal canto suo, mette in evidenza la
frantumazione della collettività italiana, l’antagonismo fra i
gruppi e gli individui, l’accanimento preconcetto contro l’AFIS.
«Si vive in un clima di costante di amazione — precisa —.
Esistono situazioni di cilmente conciliabili. In verità, i
nostalgici delle corvées, del colour bar, del predominio,
dovrebbero trasferirsi in Sud-Africa, dove troverebbero un
ambiente più adatto per loro, mentre, rimanendo, avvelenano
l’ambiente con i loro risentimenti e sabotano l’opera dell’AFIS».
Ricordando che in Africa è in corso una rivoluzione e che non è
più possibile rimettere indietro le lancette dell’orologio, Cora
invita italiani e somali a rendersene conto, a cercare un
adattamento, a compiere le rispettive rinunce. Concludendo la
sua analisi della comunità italiana ed invitandola ad operare
una riconciliazione generale, Cora scrive: «L’Italia è impegnata
in un esperimento e gli italiani della Somalia devono
contribuire perché riesca. Non è ammissibile che italiani si
rivolgano, con una petizione all’ONU, per protestare contro la
propria Amministrazione. I somali osservano, ascoltano, sanno
tutto è mi domando quali siano veramente le loro
conclusioni». 119
Inutile precisare che questa incredibile petizione ha trovato i
suoi ispiratori nel clan dei concessionari, che non costituisce
soltanto la pattuglia avanzata della protesta, ma anche la parte
economicamente più facoltosa della comunità. Costretti ad
abbandonare lo sfruttamento di due terzi dei terreni in
concessione, nel periodo della guerra e della successiva
occupazione britannica, con il ritorno dell’Italia in Somalia e la
conseguente riapertura del mercato italiano, i 218
concessionari italiani riconquistano rapidamente le posizioni
perdute, riuscendo persino ad ampliare, con l’acquisto di altri
1.366 ettari, la super cie delle terre in concessione, la quale
raggiunge così i 73.917 ettari nel 1955, 120 quasi diecimila in
più del periodo della colonizzazione fascista. 121 Orientata a ni
capitalistico-speculativi, l’economia delle aziende italiane punta
subito sui prodotti che danno alti e sicuri benefìci, senza badare
alle esigenze del paese. Già nel 1950 l’agronomo Ferdinando Bigi
osserva che «il panorama attuale delle aziende metropolitane
non è in realtà dei più confortanti, né dal punto di vista tecnico
né da quello dell’equilibrio produttivo. Esiste una marcatissima
tendenza alla monocoltura, che è rappresentata dal banano, nei
comprensori del Giuba e di Genale, e dalla canna da zucchero,
nelle aziende della SAIS, al Villaggio Duca degli Abruzzi. Questo
pericoloso fenomeno è motivato da due ragioni concorrenti: la
scarsa disponibilità e l’elevato costo del lavoro». 122
Anche un esperto di grande valore come Armando Maugini,
in una relazione a Brusasca rileva che, fra i concessionari, è
«visibilmente a orata una mentalità speculativa, dovuta in
parte al naturale stimolo agli alti guadagni, ed in parte
attribuita, a ragione o a torto non saprei dire, ad un certo senso
di di denza nella valutazione dell’avvenire politico della
Somalia». 123 Esaminando poi i guasti provocati dalla
coltivazione generalizzata del banano, Maugini sostiene che
«conviene cercare di liberare l’economia somala da questa
monocoltura», ma osserva anche che è di cile modi care la
situazione perché «i bilanci delle aziende si basano
prevalentemente sui redditi di tale coltura». 124
Un altro studioso del problema, Gregorio Consiglio, dopo aver
denunciata l’assenza in Somalia di programmi e di ordinamenti
tecnico-agrari lungimiranti, scrive che le belle aziende del Giuba
e di Genale «sono quasi un investimento di azzardo e possono
trasformarsi in un’agricoltura di rapina, ove non intervenga al
più presto qualcosa che chiarisca le idee e ponga tutto su solide
basi». Rilevando, come Bigi e Maugini, i pericoli della
monocoltura bananiera, Consiglio scrive: «Ai concessionari
dovrebbe essere imposto l’obbligo anche di altre colture
indispensabili alla vita del Paese: cereali, semi oleosi, ecc. Si
dovrebbe giungere all’assegnazione della quota di banane
esportabili in base all’ettaraggio delle altre colture. I
concessionari medesimi dovrebbero avere il coraggio e il buon
senso di farsi parte diligente, e guardare lontano: la favorevole
situazione del momento potrebbe non durare e, se non
provvedono ora, resteranno domani vittime di se stessi». 125
Ma per quale motivo i concessionari della Somalia hanno
puntato tutte le loro carte sulla bananocoltura, anche se il costo
del prodotto è particolarmente alto? A questa domanda
risponde con chiarezza un membro del governo, il
sottosegretario Badini-Confalonieri: «Il costo del prodotto, di
molto superiore a quello internazionale, è tale per cui il
collocamento può aver luogo soltanto in Italia in quanto esiste,
e no a quando permanga, un trattamento di privilegio. Si può
così a ermare, senza tema di errore, che molta parte
dell’economia della Somalia poggia oggi su questo assurdo
economico, il quale implica: localmente, una decisa
determinazione dei concessionari di sfruttare al massimo
l’attuale situazione di privilegio, sotto la speciosa a ermazione
di un ammortamento da conseguirsi prima che il Territorio
diventi indipendente; e, in Italia, un’organizzazione quale quella
dell’Azienda Monopolio Banane che, per quanto impopolare e
anche inutile (ai ni scali, potrebbe essere meglio sostituita da
adeguati dazi di importazione), ritengo continui a sussistere
soltanto per i grossi interessi privati che si sono creati intorno
ad essa». 126
Nonostante le giuste critiche rivolte alla monocoltura del
banano da esperti come Maugini, Bigi, Consiglio e altri, e la
denuncia dell’«assurdo economico» fatta da Badini-
Confalonieri, la produzione delle banane continua ad
aumentare di anno in anno, mentre le esportazioni di questo
prodotto giungeranno a costituire, nel 1959, il 61 per cento
dell’intera esportazione dalla Somalia. Da 60 mila quintali,
esportati nel 1949, si passa, con il primo anno di gestione
dell’AFIS, a 144 mila; nel 1953 si raggiungono i 321 mila, per
superare i 500 mila nel 1958 e toccare il record di 730 mila nel
1960. 127
L’argomento delle banane della Somalia non resta però a
lungo con nato nelle relazioni riservate degli esperti o nella
corrispondenza segreta tra l’AFIS e Roma. Nella primavera del
1952 Ernesto Rossi se ne impossessa e per una decina d’anni,
sulle colonne de «Il Mondo» e de «L’Astrolabio», porterà avanti
una vivacissima polemica contro concessionari e grossisti,
contro l’AMB ed i governi che la difendono, denunciando assurdi
protezionismi e ingiusti soprapro tti. Rossi inizia la sua
campagna contro gli abusi e in difesa del consumatore con due
articoli dai titoli molto provocatori: I bucanieri della Somalia e Le
banane della patria. 128 In questi due articoli, dopo aver
ricordato che l’AMB non è altro che la RAMB creata dal fascismo
nel 1935 e resuscitata nel 1949 nonostante il parere contrario
dei ministri del Tesoro, Rossi analizza i prezzi di cessione delle
banane nei loro vari passaggi, dai concessionari produttori
all’AMB, dall’AMB ai concessionari grossisti, dai grossisti ai
venditori al minuto e dai venditori al minuto ai consumatori.
Da questa analisi si deduce che: 1) un chilo di banane, che in
Somalia costa al produttore 20/30 lire, viene venduto al minuto
in Italia a 500; 2) il giro di a ari, per il solo 1951, è stato di 12
miliardi e mezzo, cifra il cui ordine di grandezza dà
immediatamente un’idea dell’importanza degli interessi in
gioco; 3) in regime di monopolio, il prezzo di vendita di un chilo
di banane è doppio di quello praticato negli altri paesi europei in
cui il commercio è libero. «Così — conclude Ernesto Rossi —,
concessionari, grossisti, rivenditori al minuto continuano a
mangiare a quattro palmenti in onore e gloria del defunto
Impero mussoliniano. Chi deve stringere la cintola è il
consumatore».
Anche se le varie lobbies legate alla produzione e al
commercio delle banane somale scatenano subito una
campagna intesa a dimostrare che i calcoli fatti da Rossi sono
sbagliati e le accuse, di conseguenza, infondate, molti
commentatori economici si schierano dalla parte del ‘franco
tiratore’ radicale. E già alla ne del 1952 Mario Salvi può
annunciare che «la polemica sulle banane ha avuto un e etto
bene co, seppure modesto, per il consumatore: l’ulteriore
ribasso del prezzo sul mercato italiano, da 500 a 450 lire». 129
Intervenendo, seppure in forma riservata, nella polemica, il
presidente della SAIS, Luigi Bruno, così esprime a Brusasca il
suo parere di produttore: «Il problema dell’esportazione delle
banane è vitale per l’economia della Somalia e non può essere
considerato come un interesse privatistico, non meritevole di
tutela, come vorrebbe il prof. Rossi. In realtà il prezzo di vendita
delle banane in Italia risulta eccessivo, ma tale eccesso è dovuto
in minima parte al prezzo di origine, e per la massima parte al
margine di pro tto che il Monopolio riserva a sé e ai rivenditori.
Il prezzo di vendita all’origine può evidentemente subire delle
graduali riduzioni sempreché sia però possibile assicurare ai
concessionari il ritiro della produzione almeno per tutta la
durata triennale del bananeto. Se invece il Monopolio assicura
per un anno solo, salvo rinnovo, il ritiro parziale della
produzione, è più che logico che i produttori, nell’incertezza del
domani, cerchino di far gravare sul quantitativo che possono
esportare tutti gli oneri dell’impianto del bananeto e del rischio
per il mancato collocamento della produzione degli anni
successivi». 130
Scoppiato lo scandalo, perché di scandalo si tratta, i vari
attori della vicenda giocano a scaricabarile, come si è potuto
vedere dalla lettera del presidente della SAIS, ma in sostanza
nessuno può negare ciò che Rossi a erma e cioè «che il
consumatore italiano paga due banane per averne una: un po’
più della metà della banana che paga e non mangia se la
pappano i privati, e un po’ meno della metà va allo Stato». 131
Non pago di aver sollevato il caso e provocato il putiferio, tre
anni dopo Rossi torna alla carica, con altre informazioni e un
piglio ancora più polemico. Dopo aver ricordato, ad esempio,
che l’acquisto, il trasporto e la vendita delle banane sono
regolate dalla AMB, Rossi precisa che il monopolio ha
dispensato, nel solo esercizio 1955-56, soprapro tti per 9
miliardi e 300 milioni, suddivisi tra i concessionari produttori,
gli armatori navali, le ditte scaricatrici, i concessionari grossisti
e i dettaglianti. «Ritengo che queste mie conclusioni — scrive —
diano un’idea su ciente dell’ordine di grandezza delle taglie
che la AMB impone ai consumatori di banane, a bene cio dei
diversi gruppi parassitari». 132
Pur considerando che, per ragioni politiche, la produzione
delle banane in Somalia va mantenuta, il sottosegretario Badini-
Confalonieri non può tuttavia non mettere in risalto, quasi con
le stesse parole di Rossi, la tru a che viene da anni perpetrata ai
danni del cliente italiano e la disinvoltura con la quale i
concessionari portano avanti la loro politica di rapina. «Non
sembra logico né equo — scrive il 30 settembre 1954 — che il
consumatore italiano mantenga indirettamente in vita, con una
spesa di oltre 2 miliardi all’anno, le concessioni italiane in
Somalia, ove queste non si allineino pienamente nel
disimpegnare una funzione sociale e politica». Per arginare
un’attività, che de nisce «in molti casi di puro sfruttamento»,
l’esponente liberale sostiene che l’AFIS deve al più presto
imporre ai concessionari queste precise condizioni: a)
l’esecuzione scrupolosa dei disciplinari di concessione, prima di
giungere al riconoscimento della libera disponibilità delle terre;
b) la messa in valore di tutte le aree date in concessione; c) la
compartecipazione dei somali nella produzione; d)
l’introduzione di altre colture, in modo da eliminare
«categoricamente» l’attuale sistema di monocoltura; e) il
riesame delle a ttanze, «sovrastruttura assurda di pura
speculazione» che è venuta a costituirsi su delle terre, la cui
produzione in tanto è attiva in quanto gode di gratuiti benef ìci
concessi dallo Stato. «Soltanto con il realizzarsi di queste
condizioni — conclude Badini-Confalonieri — può essere
giusti cato l’interessamento dell’Amministrazione e del
Governo italiano — oggi e dopo il 1960 — per una adeguata
assistenza ai concessionari, sia sul piano economico che
politico». 133
Se il ritorno dell’Italia in Somalia non è mai stato considerato,
dall’opinione pubblica, una vera esigenza, suscitando infatti più
critiche che consensi, dopo lo scandalo delle banane assume
l’aspetto di un’autentica iattura. Rispondendo ad un lettore che
l’interrogava sul costo dell’ultima impresa africana dell’Italia,
Arturo Carlo Jemolo così si esprime: «È stato certamente un
errore l’assumere un mandato, che giova solo al piccolissimo
numero di italiani che appro ttano del monopolio delle banane,
e di funzionari che hanno assegni e indennità di missione. È
assurdo che, mentre il sistema coloniale dappertutto crolla e si
rivela peso insopportabile per paesi ricchi, l’Italia stremata, con
terribili problemi interni da risolvere, ricercasse quel mandato:
da cui non le verrà nessun utile, né materiale né morale». 134

La questione delle frontiere.


Essendo fallito il tentativo dell’Italia di comporre con l’Etiopia la
vertenza sul con ne somalo-etiopico, prima che il mandato
sulla Somalia avesse inizio, l’AFIS eredita, tra gli altri problemi,
anche questo, particolarmente spinoso. La linea De Candole,
infatti, non è altro che una frontiera provvisoria, ssata
unilateralmente dagli inglesi nel 1950, ad esclusivi ni
amministrativi, per poter cedere il territorio agli italiani. Essa
non soddisfa gli etiopici, che vorrebbero scendere più a sud, in
base alla loro interpretazione della convenzione italo-etiopica
del 1908, e tanto meno soddisfa i somali, i quali, non
accontentandosi neppure del vecchio con ne italiano, che in
qualche punto passava a più di 150 chilometri a nord della linea
amministrativa De Candole, vorrebbero occupare l’intero
Ogaden, Giggiga compresa.
Dinanzi a queste contrastanti aspirazioni, il compito
dell’Italia di appianare la vertenza appare sin dall’inizio
estremamente di cile, anche se l’Italia agisce per conto
dell’ONU e con il suo sostegno. Come abbiamo già detto, il
timore di scontentare le due parti consiglierà Roma a non
a rontare il problema con la dovuta responsabilità ed energia,
cosicché, alla scadenza del mandato, nel 1960, l’Italia si limiterà
a passare alla nuova Somalia il problema insoluto, che sarà,
come è noto, all’origine dei sanguinosi scontri tra somali ed
etiopici negli ultimi due decenni.
Ma vediamo di entrare nel vivo della vertenza e di
individuarne i momenti più signi cativi. In base alla
risoluzione dell’ONU del 15 dicembre 1950, l’Italia è tenuta ad
intavolare con l’Etiopia trattative dirette. Nel caso i negoziati
falliscano, si procederà allora ad una mediazione seguita
eventualmente da un arbitraggio. Sino al 1952, però, l’Italia non
ha ancora ristabilito i rapporti diplomatici con Addis Abeba, il
che non consente un sollecito avvio delle trattative. Nel
frattempo, la frontiera provvisoria è però teatro di frequenti
razzie o di scontri fra gruppi di somali per motivi di
transumanze. E mentre le forze del Corpo di Sicurezza badano
ad impedire in ltrazioni di armati, i funzionari dell’AFIS,
commissari e residenti, cercano di comporre le vertenze. Ma il
loro compito non si esaurisce in questa lodevole opera di
conciliazione. Seguendo una vecchia prassi, molto usata negli
anni ’30 per indebolire le strutture dell’impero etiopico nelle
sue province meridionali, essi mantengono stretti rapporti
anche con le popolazioni somale che vivono oltrecon ne e che
sono, a tutti gli e etti, sotto la sovranità etiopica.
Informando Brusasca, il 21 luglio 1950, di alcuni incidenti
accaduti nelle zone di Dusa Mereb, Gallacaio e Oddur, nelle
vicinanze della frontiera contestata, Fornari lo avverte di aver
«intensi cato, con estrema prudenza, la politica di accordi con i
capi Migiurtini, Ogaden, Marehan, Gidle, Caranlen Dogodie,
Sciveli e altri. Tutte queste popolazioni sono decisamente
favorevoli a noi, ma era necessario ristabilire i rapporti
intrapresi da anni dal nostro u cio di Rappresentanza in
Somalia, anche in previsione del probabile sopraluogo di
Commissioni Internazionali per la delimitazione dei con ni. A
tale proposito va segnalato che sono venuti a Mogadiscio vari
capi di oltre con ne (tra cui l’Ugaz Mascobe dei Talamoghe,
l’Ugaz Nurre dei Gidle, i Sagged Abdurraman dei Bengheri) per
conferire con i delegati dell’ONU, ai quali hanno presentato
lunghi esposti ri ettenti il desiderio delle rispettive popolazioni
di essere incorporate nella Somalia». 135 Portando avanti
questa rischiosa politica, che tende a recuperare alcuni territori
della vecchia Somalia fascista, aggiudicati provvisoriamente
all’Etiopia dalla linea De Candole, è chiaro che l’AFIS agisce sotto
la spinta di una tradizione espansionistica che si credeva
tramontata e non per realizzare i progetti del pansomalismo.
Ma, una volta tanto, le mire dell’AFIS e quelle della Lega dei
Giovani Somali coincidono.
Dopo avere, per anni, come lo stesso Fornari confessa,
stimolato le popolazioni somale di oltre con ne a resistere ai
programmi di assimilazione etiopici, c’è da chiedersi perché
Fornari esprima tanta meraviglia; nella sua relazione politica
del dicembre 1950, nel riferire che il rer Afgab degli Aulihan ha
chiesto armi all’Italia per continuare ad opporsi agli etiopici. «Ci
si è guardati bene dall’incoraggiare il focoso gruppo (qualche
migliaio di persone) nella direzione desiderata — soggiunge
Fornari —; esso è stato piuttosto esortato ad un’attesa
disciplinata delle decisioni sui con ni de nitivi». 136
Esortazioni più che giudiziose, ma forse tardive e, comunque,
scarsamente e caci, che non riportano certo la quiete nelle
regioni di oltre con ne e non spazzano via le di denze degli
etiopici.
La tensione sembra allentarsi nell’estate del 1951, alla vigilia
della ripresa delle relazioni diplomatiche fra Roma e Addis
Abeba. Annunciando il 14 agosto, a Mogadiscio, nell’aula del
Consiglio territoriale, un suo imminente viaggio in Etiopia,
Brusasca si dice ducioso di poter gettare le basi di una feconda
collaborazione economica fra l’Etiopia e la Somalia: «Nel nuovo
clima che sorgerà si potrà risolvere amichevolmente e secondo
giustizia il problema delle frontiere fra Etiopia e Somalia, con
tranquilli ed ampi sviluppi dei tra ci lungo le vie di Ferfer, di
Dolo e delle altre località che congiungono i due paesi. 137 Il
viaggio che Brusasca compie in settembre ad Addis Abeba di cui
si è già parlato, chiude in realtà il capitolo della lunga inimicizia
fra Italia ed Etiopia, consentendo l’immediata ripresa delle
azioni diplomatiche. Ma i problemi pendenti restano, a
cominciare da quello della frontiera somalo-etiopica.
Un nuovo incidente, anzi, che si veri ca nella zona di Ferfer,
sembra annullare di colpo i risultati del viaggio di Brusasca.
«Ero appena rientrato da Addis Abeba — ricorda il
sottosegretario —, quando fui avvertito che un camion carico di
avieri era scon nato in territorio etiopico, nella regione di
Ferfer, ed era stato catturato da soldati del negus. Il fatto era
particolarmente grave perché era accaduto nella zona più
contestata e calda della frontiera. Per 48 ore, io e il mio capo di
gabinetto, Ra aele D’Alessandro, abbiamo vissuto il dramma
senza avvertire De Gasperi. Alla ne riuscii a convincere Hailè
Selassiè che si trattava di un errore e gli avieri furono rilasciati.
Soltanto allora diedi notizia dell’incidente al presidente del
Consiglio». 138 Ma si è appena spento l’eco di questo episodio
che, nella regione di Gallacaio, accade un nuovo incidente. Per
un’avaria, un aereo militare da ricognizione è costretto ad
atterrare al di là del con ne. 139 Anche questa volta gli etiopici
restituiscono pilota ed apparecchio, ma la tensione, sulla
frontiera, permane.
E certo non costituiscono un contributo alla distensione le
dichiarazioni di alcuni politici somali improntate al più acceso
pansomalismo. Il 4 ottobre 1951, all’apertura della terza
sessione del Consiglio territoriale, ad esempio, il consigliere
Mohamed Scek Osman richiama l’attenzione di Enrique De
Marchena, presidente della Missione di visita dell’ONU, sui
con ni provvisori con l’Abissinia e sui danni economici che la
Somalia subisce per la perdita di alcuni territori. «Tengo subito
a dichiarare — precisa il consigliere — che nessun somalo ha
abbandonato il progetto della Grande Somalia, tanto è vero che
esiste una riserva nostra presentata a Lake Success, allorché si
discuteva sull’avvenire della Somalia. Senonché, anche prima
del trapasso dei poteri, si veri carono ben tre spostamenti di
con ne, nessuno dei quali era dettato da motivi logici né etnici.
Questa metamorfosi non ci trovò mai consenzienti, anzi alle
nostre reiterate proteste continuarono a spostare linee e
tracciati si può dire ad ogni piè sospinto. Orbene: le zone che al
momento sono state tolte alla vera Somalia costituiscono parti
di territorio e ettivamente redditizio sia dal lato agricolo che
zootecnico, e forse anche petrolifero». 140
Dal 1952 al 1954, per quanto fra Roma e Addis Abeba siano
stati riattivati i rapporti diplomatici, le due parti non a rontano
il problema della frontiera, troppo occupate, come fa osservare
Alphonso Castagno, a «riesumare le vecchie recriminazioni». Ma
anche quando, da una nuova risoluzione dell’ONU, saranno
spinte a farlo, si comporteranno «come se la vertenza sul
con ne fosse una pura questione italo-etiopica», cioè con
un’animosità del tutto negativa. 141 Nel frattempo si è
veri cato un episodio, che ha subito riacutizzato la vertenza. Il
29 novembre 1954 la Gran Bretagna, riconoscendo la validità
del trattato stipulato il 14 maggio 1897 tra l’Amministrazione
britannica del Somaliland e l’Etiopia di Menelik, ha restituito ad
Addis Abeba gli ultimi lembi di Ogaden ancora sotto il suo
controllo, cioè l’Haud e le Reserved Areas. 142 Il riconoscimento
inglese della piena sovranità etiopica su questi territori, che da
sempre sono utilizzati da circa 200 mila nomadi somali nei loro
spostamenti stagionali alla ricerca di verdi pascoli, non soltanto
scatena nel Somaliland le proteste degli ambienti nazionalisti,
ma ha profondi echi anche nella Somalia ex italiana, che ha un
tratto del con ne contestato anche con l’Haud e che lo
rivendica, insieme al resto dell’Ogaden, nel contesto del
progetto della Grande Somalia.
Dinanzi all’aggravarsi della situazione nella zona contesa e
alla riluttanza di Roma e Addis Abeba ad a rontare il problema
in base alla risoluzione 392 del 15 dicembre 1950, l’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite vota una seconda risoluzione, la
854 del 14 dicembre 1954, con la quale impegna le due parti ad
intavolare senza indugio negoziati diretti, ssando, questa
volta, anche una data ultimativa, il luglio 1955. Se entro questa
data Italia ed Etiopia non avranno ancora trovato una soluzione,
si ricorrerà ad una mediazione. Ma le due parti non si
incontrano che nel 1956 e, nonostante che le trattative, alle
quali, per la prima volta, prendono parte anche tre esperti
somali, si protraggono ad Addis Abeba dal 6 marzo al 2 maggio e
dal 19 settembre al 12 ottobre, non si giunge ad alcuna
intesa. 143 Il maggior ostacolo è costituito dalla diversa
interpretazione che le due parti danno dell’art. 1 dell’Accordo di
tutela, secondo il quale le frontiere del territorio debbono essere
ssate «dagli accordi internazionali». Per Addis Abeba, ciò
signi ca che si deve trattare esclusivamente in base agli accordi
italo-etiopici del 1897 e 1908, mentre Roma, che tende sempre
più a favorire le aspirazioni nazionali somale, sostiene che
l’articolo in questione a da alle due parti il compito di ssare la
linea di frontiera «mediante accordi internazionali», i quali
dovranno anche tener conto della presenza e degli interessi,
nell’area contesa, dei vari gruppi somali.
Nell’estate del 1956, nella pausa fra i due incontri delle
delegazioni italiana ed etiopica, l’imperatore Hailè Selassiè
prende una importante iniziativa al ne di legare all’Etiopia, con
vincoli ancora più stretti, le popolazioni somale dell’Ogaden. Dal
25 al 29 agosto compie un viaggio nella regione di frontiera con
la Somalia, toccando Gabredarre, Callàfo e Dagahbùr. In un
lungo discorso tenuto a Gabredarre, dopo aver posato la prima
pietra di una scuola e di un ospedale, il negus ricorda ai somali
presenti che il governo centrale non soltanto non ha raccolto
tasse nell’Ogaden, ma ha stanziato una forte somma per la
costruzione di alcune opere pubbliche che miglioreranno lo
standard di vita delle popolazioni locali. E coglie anche
l’occasione per rammentare ai presenti che essi sono, «per razza,
colore della pelle, sangue ed usanze, membri della grande
famiglia etiopica» e li invita a battersi con fermezza contro ogni
propaganda che tenda ad infrangere l’unità e la libertà
dell’Etiopia. Nella seconda parte del discorso, Hailè Selassiè si
rivolge agli abitanti della Somalia ex italiana e li esorta a seguire
l’esempio degli eritrei, che si sono ricongiunti alla madrepatria
ed oggi sono soddisfatti nel constatare che l’unità è forza.
Ricordando in ne il progetto per una più grande Somalia, il
negus a erma testualmente: «Noi riteniamo che tutti i popoli
somali siano economicamente legati all’Etiopia e, di
conseguenza, non crediamo che uno Stato del genere possa
sopravvivere rimanendo isolato e separato dall’Etiopia». 144
Pur senza far cenno al discorso di Gabredarre, il neo premier
somalo Abdullahi Issa Mohamud risponde all’imperatore
d’Etiopia il 26 settembre 1956, mentre illustra davanti
all’Assemblea legislativa il primo programma di governo della
Somalia. Dopo aver quali cato il problema della frontiera con
l’Etiopia come il più urgente fra i problemi di politica estera, il
primo ministro somalo lascia cadere l’o erta del negus, ma
senza polemizzare, anzi precisando che la Somalia vorrebbe
presto guardare alla sua frontiera occidentale «con serenità e, se
è possibile, con uno spirito di collaborazione e di amicizia nei
riguardi del Paese vicino». 145 Abdullahi Issa o re dunque
amicizia, ma a condizione che la vertenza con naria sia risolta
presto e con giustizia. Oramai, mentre il giorno
dell’indipendenza si avvicina sempre di più, questo problema
sta diventando non soltanto primario ma anche ossessivo. «In
un solo caso il mio Governo vedrebbe con addolorato
pessimismo l’avvenire — dichiara all’inizio del 1957 il ministro
Hagi Farah Ali Omar —. Nel caso, cioè, che si arrivasse al 1960
senza la soluzione del problema dei con ni con l’Etiopia e con la
drammatica necessità, quindi, di dover stornare mezzi e
iniziative dal fronte dell’indipendenza economica al fronte della
sicurezza e della tranquillità con naria». 146
Ad alimentare questa preoccupazione è la comparsa, il 20
agosto 1957, su di un giornale di Addis Abeba, di un editoriale
che riprende e sviluppa alcuni temi trattati di Hailè Selassiè nel
suo discorso di Gabredarre. A ermando che l’economia somala
non è assolutamente in grado di sostenere uno stato
indipendente, la «Voice of Ethiopia» scrive che la Somalia è
strettamente legata all’economia etiopica, dalla quale in grande
misura dipende, non fosse altro perché l’Etiopia è la «Madre
delle acque» dell’Africa Orientale». 147 La replica dei somali è
dura, quasi sferzante, e già anticipa i toni delle roventi
polemiche con Addis Abeba degli anni ’60. È vero, scrive «Il
Corriere della Somalia», che la Somalia ha un’economia
sottosviluppata, ma non diversa, comunque, da quella di altri
paesi dell’Africa, Etiopia compresa. Respingendo, quindi,
l’o erta di assistenza di Addis Abeba, perché non «quali cata»,
il quotidiano di Mogadiscio prosegue: «Il secondo punto
riguarda i nostri due umi, l’Uebi Scebeli e il Giuba, che nascono
in Etiopia. Già nel discorso dell’imperatore Hailè Selassiè a
Gabredarre e in tante altre dichiarazioni di personalità
etiopiche, questo tema della origine e quasi ‘proprietà’ anzi
‘monopolio’ etiopico delle acque che scendono dall’Altipiano è
riapparso in una forma sostanzialmente minacciosa e
ricattatoria. Che cosa si vuol far credere? Che senza una
soggezione politica della Somalia all’Etiopia non sarebbe
possibile attuare nessun programma comune per la
valorizzazione dei bacini dell’Uebi Scebeli e del Giuba? [...] Si
vuole ancora e sempre dimostrare che l’unica soluzione per tutti
i problemi della Somalia può essere data solo dalla cosiddetta
‘federazione’ della Somalia con l’Etiopia, ‘federazione’ che altro
non signi cherebbe che annessione pura e semplice del nostro
paese all’Etiopia». 148
Il tono della polemica sale ancora all’inizio del 1958 quando,
nell’Haud, nel corso di uno scontro fra cabile somale per le solite
questioni di pozzi e di pascoli, alcune centinaia di nomadi
rimangono uccisi. Pur riconoscendo che ciò che è accaduto
nell’Haud fa parte di una tragedia «che lacera il popolo somalo
da secoli e secoli», «Il Corriere della Somalia» attacca duramente
il governo etiopico per non aver saputo assicurare l’ordine
pubblico nella regione. 149
L’amarezza dei somali per l’ennesima faida fratricida è tanto
più motivata in quanto i negoziati italo-etiopici sulla frontiera
sono falliti ed ora non resta che ricorrere alla mediazione
suggerita dalle Nazioni Unite. Intanto trascorrono altri mesi e
soltanto alla ne di dicembre del 1958 si riesce a costituire il
tribunale arbitrale, mentre si attende ancora che il re di
Norvegia designi la «personalità indipendente» che agisca da
consulente e da mediatore. Ma le speranze in una soluzione sono
assai poche. In una lettera del 17 dicembre 1958 al ministero
degli Esteri, il capo della rappresentanza italiana all’ONU,
Leonardo Vitetti, così si esprime: «Le due tesi circa i terms of
reference sono così fondamentalmente distanti che di cilmente
l’elemento catalizzatore della persona indipendente potrà, a mio
modo di vedere, compiere il miracolo». 150
Il delicatissimo compito viene assegnato ad un uomo di
grandi e già sperimentate capacità, l’ex segretario generale delle
Nazioni Unite, Trygve Lie. Egli riesce nel 1959 a far accettare
dalle due parti un abbozzo di compromesso, ma gli
emendamenti proposti successivamente da Roma e da Addis
Abeba risultano reciprocamente inaccettabili e la vertenza
rimane più aperta che mai. Il 15 settembre 1959, poi, l’Etiopia
compie un passo, che in pratica segna la ne delle trattative con
l’Italia. Quel giorno, il ministero degli Esteri etiopico invia
all’ambasciata italiana di Addis Abeba un aspro memorandum,
nel quale si accusa l’Italia, quale responsabile esclusiva delle
relazioni estere della Somalia, di essere anche «direttamente
responsabile di recenti atti del governo somalo, diretti a
frustrare i negoziati concernenti la frontiera etiopico-somala.
La irresponsabilità dell’Italia incoraggia e appoggia le attività
che mirano allo smembramento dell’Etiopia». 151
La protesta etiopica, che è senza precedenti dal giorno della
ripresa delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, è soprattutto
motivata dall’autorizzazione che l’AFIS ha concesso perché si
tenesse, il 30 agosto a Mogadiscio, in alcuni u ci governativi, la
prima Conferenza pansomala internazionale, conferenza dalla
quale è nato il Movimento nazionale pansomalo, che propugna,
seppure «con mezzi paci ci e legali», l’unità e l’indipendenza di
tutti i territori somali dal Golfo di Aden al Kenya, dall’altipiano
etiopico all’Oceano Indiano, e quindi anche la liberazione
dell’Ogaden etiopico. 152 «Tale conferenza — precisa il
memorandum etiopico — pubblicò un manifesto che propugna
lo smembramento dell’Etiopia. Il Governo etiopico ne
attribuisce la responsabilità diretta all’Italia». 153
Avvicinandosi la data dell’indipendenza, il governo somalo di
Abdullahi Issa non sembra più dare l’importanza di prima ai
negoziati italo-etiopici, che ormai ritiene infruttuosi e forse
anche in contrasto con le istanze, ormai dichiarate, del
Movimento nazionale pansomalo. Se ancora il 22 gennaio 1958
«Il Corriere della Somalia», in un articolo rassicurante dal titolo
Preoccupazioni infondate, poteva scrivere che l’aspirazione
unitaria dei somali rappresentava soltanto «un nobile ideale»,
«un fatto morale più che politico» e precisava che le «legittime
esigenze democratiche dei nostri fratelli che vivono al di fuori
della Somalia sotto Amministrazione Fiduciaria» potevano
«benissimo essere soddisfatte nell’ambito e sotto la guida delle
diverse Potenze che hanno giurisdizione sui territori
somali», 154 appena un anno dopo, invece, si abbandonano le
formule fumose ed accattivanti per dichiarare con brutale
chiarezza che «il punto di arrivo del nazionalismo somalo non
potrà essere altro che la realizzazione della Grande Somalia.
Quanto prima ci si renderà conto all’estero di questa realtà
storica incontrovertibile, tanto meglio sarà per l’interesse di
tutti». 155
Rispondendo il 4 settembre 1959 ad alcune critiche del
londinese «The Times», «Il Corriere della Somalia» che, non lo si
dimentichi, è il portavoce del governo somalo, scrive
testualmente: «Oggi, dopo nove anni di sterili trattative
bilaterali italo-etiopiche, e dopo i non più felici tentativi di
arbitrato sotto l’egida dell’ONU, le cose stanno ancora al punto
di partenza. Chiediamo, come unica soluzione ormai possibile,
che sia data la parola alle popolazioni interessate nella fascia di
frontiera contestata. Un libero referendum, democraticamente
garantito dalla supervisione e controllo delle Nazioni Unite,
darebbe la possibilità di uscire nalmente, e nel migliore dei
modi, dall’attuale vicolo cieco, che è veramente un pericolo e
una minaccia permanente alla pace». 156
Con questa proposta, i dirigenti somali danno il benservito
all’Italia e contemporaneamente relegano i negoziati in so tta.
Ma Roma si guarda bene dal risentirsi. Come osserva
giustamente Robert L. Hess, la sua politica è stata proprio quella
di «rinviare i negoziati sino a quando i somali avrebbero potuto
essi stessi prendere in mano la controversia». 157 L’Italia viene
così meno ad un suo diritto-dovere, lasciando in eredità alla
nuova Somalia una questione ancora del tutto aperta, che la
porterà alla guerra e alla rovina. E non basta ad assolverla il
fatto che parte della responsabilità cade anche sull’ONU, per il
suo atteggiamento incerto, e sull’Etiopia, per la sua
intransigenza, e sugli stessi somali, spronati da un
nazionalismo crescente. Anziché dominare la situazione, l’Italia
l’ha subìta, e non è detto che su questa rinuncia non abbia
pesato anche il suo complesso d’Adua.

1. Rapport 1950, cit., p. 220 e pp. 288-90.

2. Ivi. p. 51.

3. TaA di G. Brusasca, cit.

4. «Rinascita», novembre-dicembre 1958, p. 864. Titolo dell’articolo: Bilancio


dell’amministrazione duciaria italiana in Somalia.

5. Il MAI fu soppresso il 29 aprile 1953, in base alla legge n. 430, che provvedeva
anche a distribuire le sue competenze ad altre amministrazioni, come gli Esteri, gli
Interni, la Difesa, le Finanze e il Tesoro. L’AFIS era però già passata agli Esteri sin dal
15 gennaio 1952. Al momento della soppressione, il MAI aveva 10.866 funzionari,
8.348 dei quali, però, erano stati già da tempo distaccati presso altre
amministrazioni dello stato e 575 erano ancora in servizio nei territori delle ex
colonie italiane. (Cfr. MAE, L’Italia in Africa. Il governo dei territori d’oltremare, cit.,
p. 389).

6. Al 15 ottobre 1950 il personale italiano dell’AFIS, giunto dall’Italia, comprendeva


176 elementi del MAI, 23 a contratto del MAI e 50 dei ministeri delle Finanze,
Pubblica Istruzione, Grazia e Giustizia e del Commercio Estero. (AB, b. AI/18,
Ministero Africa. Somalia, f. 274).

7. All’inizio, e sino al 1952, l’amministrazione centrale era divisa in 16 u ci


competenti per settori ben de niti e che abbracciavano tutte le possibili attività.

8. Dei 760 italiani, 308 erano arrivati dall’Italia fra aprile e dicembre del 1950; 82
erano funzionari che erano stati mantenuti in servizio durante l’occupazione
britannica; 370 erano stati assunti localmente dalla BMA.

9. Facevano parte della missione: D’Alessandro, Costa, Vitali e il conte Gian Giacomo
di Thiene.
10. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 11. Relazione dattiloscritta di Brusasca, di 17 cartelle,
su carta intestata del MAE, non datata, p. 15. D’ora innanzi: Relazione Brusasca.

11. Brusasca aveva chiesto all’ambasciatore italiano al Cairo anche dieci zimarre da
regalare a capi in uenti e santoni, ma Fracassi così gli rispondeva, il 23 maggio
1950: «Le zimarre da cerimonia non (dico non) si trovano già fatte. La confezione
richiede circa un mese. Ricerco i corani in edizione lusso. Sottoporrò a V.E.,
all’aeroporto del Cairo, altri oggetti che, se prescelti, potranno essere a dati nel
numero richiesto al seguito di V.E.» (AB, b. 2/b, ONU. Somalia, tel. 82,
urgentissimo).

12. AB, Relazione Brusasca, cit., p. 8.

13. TaA di G. Brusasca, cit.

14. AB, Relazione Brusasca, cit., p. 12.

15. Ivi, p. 5.

16. Ivi, p. 15.

17. Con l’ordinanza n. 14 del 15 maggio 1950 fu istituito il «somalo» (abbreviato in


So), suddiviso in centesimi e con parità aurea di grammi 0,124414 di oro no,
corrispondente a quello dello scellino East Africa, che il somalo era destinato a
sostituire. Al cambio, un somalo valeva lire 87,50. Il nuovo ordinamento
monetario della Somalia era stato curato da Giuseppe Paratore, presidente della
Commissione per le Finanze e il Tesoro del Senato.

18. AB, Relazione Brusasca, cit., p. 16.

19. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 268. Fornari al MAI, n. prot. 22504,
segreto, pp. 1-2. L’amnistia fu concessa il 20 luglio in occasione della festa per la
ne del Ramadan.

20. Ivi, p. 7.

21. Il Consiglio consultivo, che risiedeva in permanenza a Mogadiscio, e che era in


costante contatto con il vertice dell’AFIS, era composto dai rappresentanti della
Colombia, dell’Egitto e delle Filippine.
22. United Nations, General Assembly, 5 Session, 4 Committee, A/C. 4/178, 9
novembre 1950.

23. Ivi, A/C. 4/182, 15 novembre 1950.

24. Ivi, A/C. 4/183, 15 novembre 1950.

25. Intende gli italiani che erano in Somalia da molto tempo, per distinguerli dai
nuovi arrivati.

26. Generalmente i funzionari arrivati dall’Italia guadagnavano, a parità di grado, tre


volte di più dei funzionari italiani assunti in loco.

27. Non siamo riusciti a stabilire il committente.

28. D. Galeazzi, op. cit., pp. 229-31.

29. AB, b. 2/b, ONU. Somalia. «Confermo che in gran parte il personale dell’AFIS era
impreparato, carico di preconcetti, apertamente fascista e razzista — ha dichiarato
il colonnello medico Loris Crapanzani, che fu in Somalia nel decennio dell’AFIS
come u ciale medico —. Non c’era funzionario, ad esempio, che non tenesse nel
cassetto della scrivania una bottiglietta di alcool per disinfettarsi le mani subito
dopo aver stretto la mano di un indigeno» (TaA di Loris Crapanzani, rilasciata a
Bologna il 20 marzo 1983).

30. British Administration of Somalia. Prese il posto della BMA (British Military
Administration).

31. Nel novembre 1951 fu chiamato a dirigere il «Corriere della Somalia» Renzo
Martinelli, che già era stato in Somalia, per l’ANSA, in occasione del trapasso dei
poteri. Ma per contrasti con Fornari si dimise quasi subito. Sulla sua disavventura
in Somalia scrisse nel 1953 una serie di articoli per «Candido», dal titolo: S.O.S:
dalla Somalia.

32. AB, b. 2/b, ONU. Somalia.

33. AB, b. AI/19, Ministero Africa. Somalia, f. 284.

34. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 20.

35. Ivi. Filippini a Brusasca, 13 aprile 1951.


36. Ivi. Filippini a Brusasca, 2 giugno 1951.

37. Ivi. Filippini a Brusasca, 4 novembre 1951.

38. Maner Lualdi, del «Corriere della Sera», dedicò un paio di articoli all’AFIS. Uno di
questi, apparso il 27 maggio 1951, portava questo titolo e sottotitolo: Troppe
settemila persone per amministrare la Somalia. Solo adesso si misurano l’inutilità di
tanto schieramento burocratico e l’esagerata larghezza con cui si ssarono gli stipendi.

39. «A rica», febbraio 1951. Brusasca inviò copia di questo articolo a Fornari con
questo appunto: «Le constatazioni fatte dall’avv. Consiglio confermano molti
rilievi fatti da altre parti ed impongono l’adozione dei provvedimenti che possono
far cessare subito almeno gli inconvenienti più gravi. [...] Come già le ho
ripetutamente detto, non abbia alcuna preoccupazione verso le persone e tenga
sempre presente che io l’appoggerò con ogni mia possibilità, perché ritengo
assolutamente necessario ed urgente eliminare le cause che possono impedirci di
realizzare i nostri compiti dei nostri impegni internazionali e dei nostri doveri
interni» (AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Lettera del 23 febbraio
1951, n. prot. 168003/12).

40. Non mancavano, in questa valanga, le lettere anonime. Una di queste, scritta in
un italiano molto approssimativo, ma piena di nomi e di episodi, e rmata da «Un
gruppo di moltissimi che sono stu », denunciava gli sperperi commessi dai più alti
funzionari dell’AFIS nell’arredamento delle loro dimore, nei continui viaggi in
Italia, nel tenore di vita assolutamente lussuoso (AB, b. AI/17, Ministero Africa.
Somalia, f. 261).

41. AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261.

42. Un altro che teneva sotto pressione Fornari era Sforza. Il 17 ottobre 1950, ad
esempio, gli telegrafava: «In uno dei suoi ultimi numeri, il “New Stateman” ha
pubblicato una lettera della solita Pankhurst con accuse e insinuazioni circa la
nostra attuale amministrazione della Somalia, delle quali molte mi paiono
facilmente smentibili. Mi sembrerebbe utile una sua rapida lettera alla rivista
londinese» (AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 2. Tel. 159).
43. AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Riservata personale, copia senza
data, ma presumibilmente del febbraio 1951.

44. In una lettera del 17 febbraio 1951, indirizzata a Brusasca, Fornari scriveva a
questo proposito: «Prenderò ora due terzi circa di quelli che erano i miei assegni a
Santiago e la metà di quel che qui ha il Presidente del Consiglio Consultivo. Non si
può chiedere a un funzionario, per molto tempo, di aggiungere al sacri cio di
questa vita, di questa responsabilità e di questo clima, il sacri cio anche
nanziario» (AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Lettera con n. prot.
1017/S). Fornari percepiva, alla ne del 1950, 4.123 somali al mese, pari a 360 mila
lire (cfr. Rapport 1950, cit., p. 223).

45. Dalla lettera del 17 febbraio 1951, cit.

46. AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Riservata personale, n. prot. 1038/S.
Nella stessa lettera Fornari spezzava una lancia in favore del personale dell’AFIS,
che riteneva ingiustamente vilipeso. Precisava inoltre che l’esposto di Massimini
conteneva «alcune osservazioni giuste e altre ingenue o irreali». Esagerate, ad
esempio, riteneva le preoccupazioni di Massimini sullo sviluppo del MSI e
informava comunque Brusasca che, dalle informazioni fornite dai carabinieri, la
gura di Massimini ne usciva «in maniera favorevole». Quanto ai voti di Fornari di
cambiare interlocutore, essi venivano esauditi. Con il IX governo De Gasperi (26
luglio 1951), Brusasca lasciava gli Esteri e passava all’Africa Italiana con l’incarico
di procedere alla liquidazione del ministero.

47. Accuse di condotta immorale erano state rivolte anche ai soldati del Corpo di
Sicurezza dall’Ordinario Militare per l’Italia, arcivescovo Carlo Ferrero. Fornari
aveva replicato alle accuse inviando al prelato un rapporto del gen. Ferrara, che
diceva, fra l’altro: «Non mi risulta che esista la citata impressionante corruzione
morale nel Corpo di Sicurezza. Nel caso contrario, io sarei già intervenuto
direttamente. Non è assolutamente vero che le donne abbiano il permesso di
entrare liberamente nei campi a svolgervi il meretricio, passando da una tenda
all’altra. È vero, invece, che viene concesso su mia autorizzazione, nei presìdi
esterni isolati e disagiati, di usufruire dell’opera di qualche ‘donna volontaria’ che
‘volontariamente’ si sottoponga alla visita e alla pro lassi sanitaria, per le
necessità siologiche dei militari» (AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Il
rapporto di Ferrara porta la data del 19 febbraio 1951, n. prot. 788, segreto).

48. AB, b. AI/8, Ministero Africa. A ari militari, . 102 e 106.

49. Costituiti da somali, c’erano inoltre: il corpo degli Ilalo o guardie di Residenza
(1.490); il corpo degli autisti (240); il corpo delle guardie veterinarie (58); il corpo
degli agenti di custodia (180).

50. AB, b. AI/8, Ministero Africa. A ari militari, f. 110. Ferrara a Fornari, lettera del 3
febbraio 1951, n. prot. 743.

51. AB, b. AI/8, Ministero Africa. A ari militari, f. 107. Promemoria segreto del 18
ottobre 1951, n. prot. 1057/S.

52. I corsi, di durata triennale, furono tenuti da docenti universitari, magistrati e alti
funzionari italiani. Gli iscritti al primo anno furono 39.

53. Il Consiglio territoriale comprendeva anche 4 italiani: Francesco Boero, Francesco


Bona, Antonino Falcone e Celestino Gandol .

54. Il discorso di Fornari e il verbale della prima riunione in AB, b. AI/19, Ministero
Africa. Somalia.

55. Il Rapport 1950, di 338 pagine, con illustrazioni e tabelle statistiche, era stato
compilato a Mogadiscio dal capo di gabinetto di Fornari, Spinelli, e da altri
funzionari, come Gualtiero Benardelli, Giulio Carnevale, Alfonso Gerace, Giuseppe
Lo Faro.

56. AB, b. 1/a, ONU. Somalia, f. 9. Tel. 5723 del 13 luglio 1951.

57. Brusasca visitò una seconda volta la Somalia fra l’11 e il 18 agosto 1951. In un
discorso pronunciato il 14, davanti al comitato ridotto del Consiglio territoriale,
Brusasca, preoccupato per il ripetersi di incidenti, ribadì che per l’AFIS «tutti i
somali sono uguali. Ma desideriamo da tutti rispetto e collaborazione sincera, coi
quali non si possono accordare alcuni episodi di scarsa educazione civile contrari al
sentimento generale della popolazione». (Cfr. AFIS, Consiglio territoriale, Bollettino
mensile, n. 6, agosto-settembre 1951, Stamperia AFIS, Mogadiscio, pp. 6-7).
58. G. Fornari, La nuova missione dell’Italia in Africa. La tutela della Somalia, in
«Rassegna italiana di Politica e di Cultura», 1951, n. 319, p. 358.

59. TaA di L. Crapanzani, cit.

60. Italia e Somalia, cit., p. 62.

61. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 273. Rapporto di 17 cartelle, n. prot.
44337/1717.

62. «Il Ponte», 1960, p. 873.

63. «Présence Africaine», cit., pp. 181-82. Titolo del saggio: L’Italie et nous.

64. Soltanto per il Corpo di Sicurezza lo Stato Maggiore aveva previsto una spesa di 40
miliardi, somma che il generale Nasi, durante il periodo della sua gestione, aveva
ridotto a 12 miliardi. (TaA di G. Brusasca, cit.)

65. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 18. Lettera del 13 ottobre 1950, n. prot. 168004.

66. AB, b. AI/12, Ministero Africa. Tel 4924-66-44/J-2.

67. TaA di L. Crapanzani, cit.

68. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 17. Lettera del 19 giugno 1953.

69. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’ di 14 cartelle scritto in
data 30 settembre 1954, pp. 4-5.

70. Rapport 1955, cit., p. 15.

71. Rapport 1956, cit., p. 15.

72. «Rinascita», cit., p. 868.

73. Ibid.

74. «Présence Africaine», cit., p. 182.

75. Enrico Martino, Due anni in Somalia, Stab. Tip. dell’AFIS, Mogadiscio 1955, pp. 36-
37.

76. «Présence Africaine», cit., pp. 197-98.

77. E. Martino, op. cit., p. 65.


78. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’, cit., pp. 3-4.

79. G. Cora, Panorami africani, cit., pp. 18-19.

80. E. Martino, op. cit., p. 88.

81. Ivi, pp. 130-31.

82. Rapport 1955, cit., p. 25.

83. E. Martino, op. cit., pp. 161-62.

84. G. Cora, op. cit., p. 19.

85. «Il Ponte», cit., p. 873.

86. E. Martino, op. cit., p. 35.

87. Ivi, p. 63.

88. Rapport 1955, cit., p. 37.

89. Ivi, p. 227.

90. Ivi, p. 99.

91. Ivi, p. 199.

92. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’, cit., p. 1.

93. Ivi, p. 5.

94. La progettata creazione di un istituto di credito a media e a lunga scadenza era


stata respinta dal Bilancio.

95. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’, cit., pp. 6-10.

96. Ivi. p. 12.

97. Italia e Somalia, cit., p. 192.

98. Riuniti in scir (l’assemblea tradizionale di tutti gli uomini validi di una cabila), i
nomadi nominarono i loro rappresentanti elettorali, i quali, in possesso di un
numero di voti pari ai votanti dei rispettivi scir, elessero a loro volta, il giorno delle
elezioni, a voto segreto e diretto, i rappresentanti delle proprie circoscrizioni. Gli
scir furono tenuti sino al 30 novembre 1955, data che segnò la ne delle operazioni
elettorali di primo grado.

99. Non avevano ottenuto seggi gli altri partiti e associazioni a base etnica.

100. Alphonso A. Castagno, Somalia. International conciliation, Carnegie Endowment


for International Peace, New York 1959, p. 356.

101. I. M. Lewis, op. cit., p. 146.

102. «Il Messaggero», 3 marzo 1957.

103. Al 31 dicembre 1959, su di un contingente complessivo di 3.775 uomini della


polizia, soltanto 51 erano italiani, in qualità di istruttori.

104. MAE, L’Italia in Africa. L’amministrazione della giustizia nell’Africa Orientale


Italiana, testo di Vincenzo Mellana, vol. II, Soc. Abete, Roma 1972, p. 452.

105. Presidenza del Consiglio, Editoriali de «Il Corriere della Somalia», 12 ottobre 1956-
31 dicembre 1959, Stamperia del governo, Mogadiscio 1960, p. 14.

106. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 29.

107. AB, b. AI/8, Ministero Africa. A ari militari, f. 105. Da un ‘appunto’ di 7 cartelle
in data 11 giugno 1951.

108. «Comunità», dicembre 1956. Titolo dell’articolo: Presente e avvenire della


Somalia, p. 24.

109. AB, b. AI/19, Ministero Africa. Somalia, f. 284. Rapporto, cit., del 17 marzo 1951,
p. 6.

110. AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261.

111. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 39. Lettera in data 23 febbraio 1951, rmata da
sei notabili somali, indirizzata a Fornari e, per conoscenza, al presidente del
Consiglio consultivo dell’ONU.

112. AB, b. AI/17, Ministero Africa. Somalia, f. 261. Lettera dell’8 marzo 1951, n. prot.
1025/S.
113. AB, b. AI/1, Ministero Africa. Gabinetto, f. 6. Lettera del 7 luglio 1951. In un’altra
lettera, del 5 maggio 1951, Brusasca esortava Chapron ad illustrare questi concetti:
«Gli italiani devono tener presente la possibilità che noi avremo, se sapremo
meritarla e difenderla, di rimanere in Africa quando altri Paesi saranno stati
costretti ad abbandonare le loro posizioni, e ciò proprio perché quello che oggi può
apparire un grosso sacri cio per noi potrà diventare nel futuro la base di una
collaborazione permanente tra noi e i somali, come è avvenuto, ad esempio, nei
paesi dell’America Latina, nei quali le nostre forti collettività costituiscono dei
nuclei essenziali per la vita economica dei vari paesi».

114. Ivi. Lettera a Brusasca del 24 aprile 1951.

115. Il 13 giugno 1950 De Gasperi inviava, ad esempio, questo telegramma a


Filippini: «Udita la relazione del sottosegretario Brusasca, mi è grato esprimerle il
senso di riconoscenza e ammirazione per l’opera svolta dai Missionari sotto
l’illuminata direzione di V.E.» (AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 20. Tel. 180635).

116. Ivi. Lettera n. prot. 2/03013.

117. Ivi. Lettera del 5 maggio 1951. Di che pasta fosse Filippini lo si arguisce anche da
questa lettera a Brusasca del 24 agosto 1951: «Circa i somali, io sono sempre del
mio parere: un partito forte pro-Italia, appoggiato sinceramente da noi; e l’altro,
contro, non appoggiarlo, né aiutarlo, e opera di persuasione da parte di tutti che, se
saranno con noi, avranno tutto da guadagnare, nulla da perdere». E il 13 luglio, a
proposito delle scuole, scriveva a Brusasca: «Secondo me non va bene a causa degli
insegnanti italiani. Ho l’impressione che chi ha mandato in Somalia questi
insegnanti il minimo sia un laicista, se non un massone o anticlericale».

118. Leone Iraci, Note sul Terzo Mondo, Bulzoni, Roma 1970, p. 275.

119. G. Cora, op. cit., pp. 20-21.

120. Rapport 1955, cit., p. 64. Le terre erano così distribuite: 1) al Villaggio Duca degli
Abruzzi operava una sola azienda, la SAIS, su 25 mila ettari; 2) ad Afgoi c’erano 37
concessionari con 3.720 ettari; 3) nel comprensorio di Genale esercitavano la loro
attività 140 aziende con 28.314 ettari; 4) lungo il basso Giuba c’erano 43
concessionari con 16.883 ettari. Le richieste di nuovi terreni furono moltissime.
Un certo F. Murri, ad esempio, vantando dei diritti maturati nel 1937, chiese 30
mila ettari. Gliene o rirono 1.000 e in a tto (AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 35).

121. Nel 1940 risultavano assegnati in Somalia 64.196 ettari, di cui soltanto 31.514
coltivati. (Cfr. F. Bigi, op. cit., p. 11).

122. Ivi, pp. 14-15.

123. AB, b. 2/b, ONU. Somalia. Relazione di 17 cartelle dal titolo: Brevi lineamenti di un
programma agrario zootecnico per la Somalia, in data 28 aprile 1951, pp. 2-3.

124. Ivi, p. 5.

125. «A rica», febbraio 1951.

126. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’, cit., p. 8. Il


sottosegretario liberale scriveva inoltre (ivi, pp. 8-9): «L’improvvisa cessazione del
regime di privilegio — possibile in qualsiasi momento e probabile dopo il 1960 —
verrebbe a scardinare non solo l’economia delle concessioni, ma a creare una crisi
generale, per cui tutti gli interessi dell’Italia in Somalia, in uenza politica inclusa,
potrebbero risultarne compromessi, così da rendere vana tutta l’opera di
penetrazione svolta pazientemente e costosamente in questo decennio».

127. «La Voce dell’Africa», 7/9, aprile-maggio 1961. Titolo dell’articolo: Perché in
Italia le banane costano care.

128. «Il Mondo», 7 giugno e 19 luglio 1952.

129. «Africa d’oggi», n. 1, ottobre-dicembre 1952.

130. AB, b. AI/2, Ministero Africa, f. 39. Lettera del 5 agosto 1952.

131. «Il Mondo», 27 novembre 1956.

132. Ivi. Rossi scrisse inoltre, sull’argomento, questi articoli: Un piede in Africa («Il
Mondo», 20 novembre 1955); Notizie da Mogadiscio («Il Mondo», 4 dicembre 1956).

133. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 272. ‘Appunto’, cit., pp. 9-10.

134. «Epoca», 21 ottobre 1955.


135. AB, b. AI/18, Ministero Africa. Somalia, f. 268. Relazione politica per il periodo
dall’11 maggio al 23 luglio 1950, cit.

136. Ivi. Relazione per il mese di dicembre 2950, p. 2.

137. AFIS, «Bollettino mensile», n. 6, agosto-settembre 1951, p. 6.

138. TaA di G. Brusasca, cit.

139. TaA di L. Crapanzani, cit.

140. AFIS, «Bollettino mensile», n. 7, ottobre-novembre 1951, p. 7.

141. A. A. Castagno, op. cit., p. 389.

142. Cfr. Eraldo Luxi, La controversia territoriale fra Etiopia e Somalia, in «Diritto
internazionale», n. 2, 1967, pp. 203-14. Si vedano anche: J. G. Drysdale, The Somali
dispute, Pall Mall Press, London 1964; M. W. Marian, The background of the Ethio-
Somalian boundary dispute, in «Journal of modern African Studies», 2, 1964, pp.
189-219.

143. Cfr. Rapport 1955, cit., pp. 13-14; Rapport 1956, cit., p. 14; A. A. Castagno, op. cit.,
p. 388; I. M. Lewis, op. cit., pp. 182-83.

144. Il testo integrale del discorso pronunciato il 25 agosto 1956 si trova in «Ethiopia
Observer», n. 1, dicembre 1956, pp. 5-8.

145. Rapport 1956, cit., pp. 119-20.

146. Editoriali de «Il Corriere della Somalia», cit., p. 46.

147. «Voice of Ethiopia», 20 agosto 1957.

148. Editoriali de «Il Corriere della Somalia», cit., pp. 52-54. Titolo dell’articolo:
Tentativi di annessione, in data 12 settembre 1957. Fra i progetti di valorizzazione
dell’Uebi Scebeli ce n’era uno anche di Giuliano Cora, che si basava sugli studi
eseguiti dalla spedizione del Duca degli Abruzzi nel 1928. Cora, però, non riuscì a
convincere le parti, Mogadiscio soprattutto, e il progetto si insabbiò. (Cfr. G. Cora, Il
paese delle occasioni perdute, in «La Voce dell’Africa», n. 10, 16 maggio 1961).

149. Editoriali de «Il Corriere della Somalia», cit., pp. 67-68. Titolo dell’articolo: Ancora
sangue somalo, in data 17 gennaio 1958.
150. MAE, Leonardo Vitetti, cit., p. 123.

151. «Gazzetta del Popolo», 16 settembre 1959.

152. Fra i primi documenti che segnalano la nascita del Movimento nazionale
pansomalo citiamo: Le Pansomalisme di Mohamed Hassan Giasti in «Présence
Africaine», cit., pp. 135-36; Risveglio nel Corno d’Africa. Principio del pansomalismo,
in «Il Corriere della Somalia» del 7 settembre 1959. La Grande Somalia avrebbe
dovuto comprendere: 1) la Somalia ex italiana; 2) il protettorato del Somaliland; 3)
la Somalia etiopica; 4) la Somalia francese; 5) il Northern Frontier District del
Kenya.

153. «Gazzetta del Popolo», 16 settembre 1959.

154. Editoriali de «Il Corriere della Somalia», cit., p. 73.

155. Ivi, p. 162. Titolo dell’articolo: Il «Times» e la Somalia. Tre pericoli.

156. Ivi, pp. 161-62.

157. Robert L. Hess, Italian Colonialism in Somalia, The University of Chicago Press,
Chicago 1966, p. 195.
III
L’indipendenza della Somalia

Un secondo mandato?
Con l’inaugurazione, all’inizio del 1956, della prima Assemblea
elettiva e con la formazione del primo governo somalo
capeggiato dal leghista Abdullahi Issa Mohamud, ha inizio in
Somalia l’ultima fase della costruzione dello stato. Con il 1956,
anche il processo di somalizzazione raggiunge il culmine:
oramai tutta l’organizzazione territoriale periferica è a data a
funzionari somali, mentre l’inquadramento graduale degli
elementi idonei ad assumere responsabilità tecniche ed
amministrative negli u ci centrali è curato dallo stesso
Governo somalo. Oramai, nel personale dell’AFIS, gli italiani
sono soltanto 621 contro 4.380 somali e caleranno anno per
anno, per cui, al momento del trapasso dei poteri, ci saranno
soltanto 33 italiani ad occupare posti di responsabilità negli
u ci amministrativi e giudiziari. 1 Con il dicembre 1958,
anche il comando delle Forze di Polizia della Somalia viene
trasferito ad un somalo, Mohamed Abshir Musse, ed in Somalia
non resterà che un modesto nucleo di carabinieri con compiti
soprattutto di addestramento. 2
Se le prime fasi della costruzione dello stato somalo non sono
state facili per l’estrema povertà del paese e la sua
organizzazione sociale radicalmente tribale, per la costante
opposizione della Lega e per la guerriglia praticata dalla
comunità italiana, anche l’ultima fase si presenta irta di
ostacoli. «Man mano che la data di scadenza del mandato si
avvicinava [...] — si legge nel volume della presidenza dei
Consiglio che riassume l’intera opera dell’AFIS —, si ebbe sempre
più la sensazione che tutto ciò che era stato con tanta fatica,
amore e spirito di sacri cio edi cato negli anni passati, poteva
andare perduto, se si fosse commesso il minimo errore nella
fase decisiva, quella immediatamente precedente
l’indipendenza, durante la quale il popolo divenne a poco a poco
padrone del suo destino e, cominciando a disporre degli
organismi creati per il suo autogoverno, fu chiamato a dare un
giudizio diretto, l’unico storicamente valido, sull’intera opera
che l’Italia aveva compiuto in otto anni». 3
Questa preoccupazione è tanto più valida in quanto non sono
pochi, in Italia e fuori Italia, a credere che l’AFIS non ce la farà,
entro il termine assegnatole, a portare la Somalia
all’indipendenza. Persino il direttore di una rivista u ciosa
come «A rica», 4 Gregorio Consiglio, avanza fortissimi dubbi:
«Potrà la Somalia essere un moderno Stato libero e indipendente
nel 1960? Per nostro conto rispondiamo senza esitazione: no e
poi no». Per spiegare questa sua brutale a ermazione, Consiglio
fa rilevare che il popolo somalo non ha ancora acquisito le
capacità culturali, tecniche, sociali e civiche indispensabili per
autogovernarsi mentre il paese non ha ancora le strutture che
possano garantirgli la sopravvivenza economica. Per cui
suggerisce al governo italiano di porre la questione somala
all’ONU in termini più realistici, chiedendo un secondo
mandato di «una ventina di anni almeno», al ne di consentire
alla Somalia di farsi «in ogni campo ossa su cienti per poter
camminare da sé». 5 Le proteste indignate dei somali
costringono il sottosegretario agli Esteri Badini-Confalonieri a
precisare, sullo stesso periodico, che il governo italiano non
condivide il punto di vista di Consiglio e per ria ermare
«l’indiscutibile impegno e compito dell’Italia di dare al popolo
somalo l’indipendenza politica nel 1960». 6
Anche la stampa inglese, sul nire del 1957, dedica un certo
numero di articoli alla Somalia e al suo avvenire, alcuni dei
quali rmati da autentiche autorità nel campo degli studi
coloniali come Margery Perham e l’ex governatore del
Somaliland, sir Gerald Reece. Di questa campagna di stampa dà
notizia «Il Corriere della Somalia» con un editoriale non rmato,
ma sicuramente del premier Abdullahi Issa Mohamud, 7 dal
titolo L’o ensiva dei nostalgici. «Gli estensori di questi articoli —
si legge nell’editoriale — sono stati unanimi nell’a ermare che
la decisione delle Nazioni Unite di concedere l’indipendenza alla
Somalia entro il 1960 è stata a rettata ed è stata
“completamente irresponsabile”. L’“East Africa and Rhodesia”,
per tagliare ancora più corto, ha detto che la decisione è stata
una pura ‘follia’». Ma ciò che preoccupa l’estensore dell’articolo
non sono tanto gli appunti mossi da giornali old-fogy come
l’«East Africa and Rhodesia», ma l’attacco dell’autorevolissimo
«The Times», e si chiede: «Qual è lo scopo di tutta questa
campagna? È evidente che con questa o ensiva dei nostalgici si
cerca di provocare nella opinione pubblica mondiale un vasto
movimento di s ducia nei confronti dell’indipendenza somala.
La Somalia, secondo questi nostri cosiddetti ‘amici’, avrebbe
bisogno di essere tenuta al guinzaglio da qualche potenza
europea ancora per dei decenni, per poter diventare veramente
‘matura’». 8
Poi è la volta dell’«East African Standard», il maggior
quotidiano di Nairobi, di occuparsi delle questioni somale, e lo
fa con una pesantezza ancora mai vista, de nendo il governo
somalo come «fascista» e il popolo somalo come «razza
immatura». Commentando questo ennesimo attacco, «Il
Corriere della Somalia» così si esprime: «Sembrava, leggendo
l’“East African Standard”, che la democrazia stesse ricevendo
colpi mortali in Somalia. E il giornale dei settlers, il portavoce di
un ambiente politico fra i più reazionari del mondo, si è
impancato a maestro di democrazia e di libertà [...]. Sono
mostruosità che succedono sotto il sole africano». 9 Poi
arrivano gli strali del «The Economist», del «Milwaukee Journal»
ed in ne quelli di «Le Monde». Dopo aver messo in dubbio che la
Somalia sia un paese vitale sotto il pro lo economico e politico,
il quotidiano francese fa questa proposta: «Forse la soluzione
più realistica, se il mandato dell’Italia non verrà prolungato,
sarà di accordare alla Somalia la completa indipendenza per gli
a ari interni, ma di porre, accanto al governo di Mogadiscio, un
Consiglio di tutela delle Nazioni Unite, che per dieci anni lo
assista nella politica estera e nanziaria e contribuisca al suo
risanamento economico, no a quando il nuovo stato appaia
vitale. Italia, Francia, Inghilterra, Etiopia ed una o due potenze
‘estranee’ alla zona potrebbero comporre questo consiglio,
aiutando i somali a realizzare le speranze che dieci anni fa l’ONU
ha posto in loro. Le Nazioni Unite darebbero una prova di
saggezza, evitando i rischi della fretta». 10
Del resto, a sperare che l’ONU rinnovi all’Italia il mandato per
un secondo decennio sono in molti anche a Mogadiscio, almeno
sino a tutto il 1956. In testa ci sono i concessionari, che
vorrebbero si perpetuasse la cuccagna della bananocoltura,
subito seguiti dai burocrati dell’AFIS, i quali, fruendo di
altissimi stipendi, hanno comprato o intendono comprare
immobili in Italia. Questo desiderio dei burocrati di restare in
Somalia il più a lungo possibile per lucrare non è sfuggito ai
somali, i quali, con pesante ironia, sentenziano nel loro italiano
approssimativo: «Io non avere casa di mattoni da comprare». 11
Va detto, però, che, nonostante le critiche ed i suggerimenti di
italiani e di stranieri, il governo di Roma non si lascia cogliere da
dubbi e ripensamenti ed anzi, come vedremo, accorderà
l’indipendenza ai somali sei mesi prima della scadenza del
mandato. Non avendo dunque abbandonato il programma
iniziale, l’AFIS, a partire dal 1956, accelera i tempi soprattutto
sul terreno politico per dotare il nascente stato degli ultimi
organismi per l’autogoverno. Il 30 settembre l’Assemblea
legislativa approva il nuovo assetto degli enti locali con
l’istituzione del Consiglio municipale, della Giunta e del
sindaco, a somiglianza dell’ordinamento dei comuni in Italia. Il
1° dicembre 1957 viene promulgata la legge con la quale si
stabilisce lo status di cittadinanza somala. Con un decreto del 6
settembre 1957, l’amministratore Anziloti nomina un comitato
politico 12 ed uno tecnico 13 con l’incarico di elaborare gli studi
preparatori per la Costituzione della Somalia. La legge n. 15 del
25 giugno 1958 introduce in ne, per la prima volta in Somalia,
il su ragio veramente universale, diretto, libero e segreto.
Se i progressi conseguiti nei settori politico e sociale 14 sono
percepibili, ben più modesti sono quelli ottenuti nel campo
dell’economia. Nei primi quattro anni del mandato, infatti,
l’AFIS non ha potuto fare degli investimenti produttivi dovendo
innanzitutto riparare i danni causati dalla guerra e dall’incuria e
creare un minimo di infrastrutture. È soltanto nel 1954 che
l’AFIS è in grado di varare un piano settennale di sviluppo con
una spesa globale di 11 miliardi di lire, di cui più della metà
riservati al potenziamento dell’agricoltura e della zootecnia. Nel
periodo 1954-60 vengono anche investiti, dai privati, 13,5
miliardi, assorbiti per il 40 per cento da ricerche petrolifere, 15
per il 30 da investimenti agricoli e per il 20 da investimenti
industriali. Ma i benefìci di questi investimenti pubblici e
privati sono troppo esigui, non su cienti a determinare un
sensibile aumento della produzione totale né ad incrementare
nella misura necessaria il gettito delle pubbliche entrate.
Al capezzale della Somalia si succedono, nel decennio, gli
esperti dell’AFIS, dell’ILO, della Food and Agricolture
Organisation, dell’United Nations Expanded Programme of
Technical Assistance, dell’United States International Cooperation
Administration, dell’International Bank for Reconstruction and
Development, ma, come ricorda Luigi Bruno, «tutti gli esperti e le
missioni che hanno visitato la Somalia si sono trovati concordi
nel riconoscere che, malgrado gli sforzi compiuti e gli
investimenti e ettuati dall’Amministrazione e dai privati, il
Territorio potrà raggiungere la propria autonomia economica
solo dopo un periodo di 15-20 anni oltre la ne del
mandato». 16 Si tratta di una diagnosi che non può non
inquietare i dirigenti somali, anche se sono rimasti a ascinati
dallo slogan del guineano Sekou Touré: «Preferiamo vivere
poveri ma liberi, anziché ricchi ma schiavi». Chi colmerà,
infatti, in questo lungo periodo, il de cit del bilancio ordinario?
Chi nanzierà gli indispensabili piani di sviluppo economico?
Chi pagherà il personale tecnico non somalo ancora necessario
per qualche anno?
I timori della bancarotta vengono dissipati il 12 ottobre 1958,
in occasione della festa della Bandiera. In questo giorno, il
nuovo amministratore dell’AFIS, ambasciatore Mario Di Stefano,
convoca il premier Abdullahi Issa Mohamud e i membri del suo
gabinetto e comunica loro che l’Italia è disposta a fornire alla
Somalia i seguenti aiuti nei primi anni dopo l’acquisita
indipendenza: a) assistenza tecnica nella misura massima di
250 tecnici e di 80-100 borse di studio da usufruirsi in Italia,
per una spesa annua di un milione e mezzo di dollari USA; b) un
contributo nanziario del controvalore di mezzo milione di
dollari; c) la continuazione dell’assorbimento della produzione
bananiera della Somalia. Dopo questa comunicazione,
Abdullahi Issa Mohamud presiede una riunione straordinaria
del Consiglio dei ministri, al cui termine invia a Di Stefano una
lettera con la quale accetta il contributo di Roma. «L’o erta del
governo italiano — si legge nel documento — è tanto più gradita
in quanto essa viene fatta sulla base di quello spirito di
fratellanza tra i popoli che ha ispirato e guidato l’Italia
nell’espletamento del suo mandato e nell’adempimento degli
obblighi che essa volontariamente e liberamente assunse con
l’Accordo di Tutela». 17
Come sembrano remoti, nel leggere questi documenti, i tempi
di Fornari, quando tra l’AFIS e la Lega c’era la guerra aperta e gli
italiani di Mogadiscio facevano pressioni sull’amministratore
perché mettesse fuori legge la SYL. Adesso non c’è più un solo
italiano, tra quelli dell’AFIS e quelli della vecchia comunità, che
sia antileghista, da quando il partito è diventato lo-occidentale
e ha molto annacquato il suo programma sciovinista.
«Viceversa — sostiene Alessandro Pazzi — molti funzionari sono
divenuti i segreti consiglieri dei dirigenti dei vari partiti e dei
componenti il governo somalo, e si è così creata una situazione
di contrasti, intrighi, illecite interferenze, e lotte sotterranee del
tutto negative per l’educazione politica dei nativi. Vari sono i
motivi dell’intromissione dell’AFIS nella politica interna della
Somalia: il desiderio che la situazione politica si evolvesse nel
modo più paci co possibile sino alla ne del mandato per non
avere complicazioni di sorta, il desiderio di potere innato negli
ex fascisti dell’amministrazione, i grossi interessi nanziari e in
particolare quelli collegati all’esportazione e commercio delle
banane». 18
Ma queste nozze fra l’AFIS e la Lega non assicurano, come si
credeva, la perfetta tranquillità nel paese, tanto più necessaria
mentre si mettono a punto gli ultimi organismi dello stato. Il
maggior partito di opposizione, l’Hisbia Destur Mustaqil Somali
(Partito costituzionale indipendente somalo), 19 accusa ad
esempio la Lega di monopolizzare tutte le cariche
amministrative e di polizia ed è in contrasto con la SYL anche
sul futuro assetto dello stato. Mentre la Lega è per la creazione di
uno stato unitario fortemente centralizzato, l’HDMS si batte
invece per uno stato federale che consenta ampie autonomie
regionali e minaccia di costituire nel sud della Somalia lo stato
separato dei Dighil-Miri e.
La tensione è anche alimentata da insanabili contrasti e
rivalità all’interno della stessa Lega. La storia di questa crisi è
soprattutto la storia di un uomo, di Hagi Mohamed Hussein,
uno dei tredici padri fondatori della SYL e suo presidente sino al
1953, quando la Lega comincia la sua marcia di avvicinamento
all’Italia. In quell’anno egli lascia Mogadiscio per stabilirsi al
Cairo, dove frequenta l’università Al Azhar e l’istituto di belle
arti. Profondamente turbato dalla svolta loitaliana della Lega,
Hagi Mohamed Hussein inizia, da Radio Cairo, una
violentissima campagna contro Aden Abdulla Osman e
Abdullahi Issa Mohamud, che si succedono, tra il 1954 e il 1957,
alla presidenza della SYL, invitando tutti i somali del Corno
d’Africa a ribellarsi agli italiani, agli inglesi, ai francesi, agli
etiopici per realizzare subito la Grande Somalia.
Queste trasmissioni gli procurano una tale popolarità che, nel
luglio del 1957, viene rieletto presidente della Lega. Richiamato
in patria per assumere la guida del partito, Hagi Mohamed
Hussein si pone alla testa della fazione pro-araba e pro-egiziana,
mettendosi subito in urto con l’AFIS. Proclamando che la
promessa di indipendenza fatta dall’ONU e dall’Italia è soltanto
un inganno, egli sostiene che così come «nessun albero può
crescere senza acqua, così nessuna libertà può essere ottenuta
senza sangue». 20 Ma oltre ad incitare i somali ad opporsi alla
tutela italiana e ad indirizzarli sulla strada del più intransigente
pansomalismo, Hagi Mohamed Hussein cerca di svegliarli dal
torpore per indicare loro le immense ingiustizie che a iggono
la società somala. «Le mie denunce, però, venivano sempre
fraintese dagli italiani e utilizzate contro di me — ricorda il
leader somalo —. Se dicevo, ad esempio, che un operaio agricolo
di Genale o del Villaggio Duca degli Abruzzi guadagnava
soltanto 65 centesimi di somalo, ossia 50 lire italiane al giorno,
e ciò era inumano e inaccettabile, allora i concessionari italiani
mi denunciavano alla polizia assicurando che il mio solo
proposito era quello di sterminare gli italiani». 21
L’ala moderata della Lega, guidata dal presidente
dell’Assemblea legislativa, Aden Abdulla Osman, e dal capo del
governo, Abdullahi Issa Mohamud, non tollera però a lungo il
nuovo indirizzo imposto al partito da Hagi Mohamed Hussein
ed il 22 maggio 1958 riesce a farlo radiare dalla SYL.
L’espulsione del leader lonasseriano provoca una scissione
nella Lega e la nascita di una nuova formazione, la Greater
Somalia League, alla quale aderisce anche il Partito socialista
somalo, sorto nel 1956 e di tendenze marxiste ma non leniniste.
Con la scissione di maggio, pur continuando ad a ermare che
«il neutralismo costituirà la linea generale di politica estera
della nuova Somalia», la Lega accentua le sue simpatie per
l’occidente, come risulta anche dall’editoriale Contro ogni
violenza che «Il Corriere della Somalia» pubblica il 20 agosto
1958 e che dice, fra l’altro: «Il Governo somalo assolutamente
ri uterà di dare un indirizzo antioccidentale alla politica estera
della nuova Somalia. Antioccidentalismo vorrebbe dire
ingratitudine, vorrebbe dire politica contraria ai nostri interessi
nazionali». 22 Di rimando, la GSL eredita dalla Lega il
radicalismo dei primi tempi, respinge gli aiuti dell’occidente,
aderisce al movimento afro-asiatico, reclama l’uni cazione dei
territori somali, non importa se per realizzarla occorrerà allearsi
anche con il demonio.
La scissione, tuttavia, non indebolisce la Lega. Lo
confermano i risultati delle elezioni amministrative del 20
ottobre 1958, le prime che vengono tenute a su ragio
universale e che vedono un a usso eccezionale alle urne
dell’85,5 per cento. Su 663 seggi, la Lega ne conquista 416,
l’HDMS se ne aggiudica 175, mentre il nuovo partito di Hagi
Mohamed Hussein ne ottiene soltanto 36. All’indomani delle
elezioni, che ribadiscono la netta supremazia della Lega, quattro
partiti (l’HDMS, la GSL, il Partito liberale dei giovani somali e
l’Unione dei giovani del Benadir) cercano di costituire una
comune piattaforma di opposizione, particolarmente in
occasione del dibattito all’Assemblea sulla nuova legge
elettorale politica. E poiché il contrasto su questa legge si fa ben
presto insanabile, i quattro partiti di opposizione dichiarano che
non parteciperanno alle elezioni generali dell’8 marzo 1959. Per
scongiurare questa iattura, che porrebbe la giovane Somalia in
una ben sinistra luce, Abdullahi Issa Mohamud fa alcuni passi
distensivi, prorogando di tre giorni il termine ultimo di
presentazione delle liste dei candidati e rivolgendo
all’opposizione un invito, il 13 gennaio, ad abbandonare «una
ingiusti cata quanto inerte posizione di isolamento». 23
Se è vero che Abdullahi Issa Mohamud cerca di evitare uno
scontro e di salvare il buon nome della Somalia è anche vero,
però, che i suoi rapporti con l’opposizione sono alterati dalla
presunzione che la Lega sia l’esclusiva custode del nazionalismo
somalo e dei suoi obiettivi. Per cui ogni forma di critica rivolta
alla Lega viene considerata come un tradimento nei confronti
del nazionalismo somalo. Come osserva Castagno, per la Lega e
per il governo somalo di cui è l’emanazione, «l’HDMS porta il
marchio di essere stata la creatura dell’Amministrazione
italiana, organizzata per combattere la SYL ed i suoi obiettivi
nazionalistici. La GSL è considerata come uno strumento
dell’in uenza egiziana, mentre il Partito liberale è accusato di
ricevere nanziamenti dal governo etiopico». 24
Essendo questi i rapporti fra governo ed opposizione, è chiaro
che anche la decisione di disertare le elezioni annunciata dalla
GSL e dai tre partiti associati viene interpretata da Abdullahi
Issa Mohamud come un atto di slealtà, di lesa Somalia, che lo
autorizza ad usare ogni mezzo in suo potere. «Fu così necessario
prendere alcune limitate, ma ferme misure di sicurezza — si
legge in un documento u ciale italiano —; ma anche in questa
occasione le forze della polizia, già da tempo controllate
interamente da dirigenti somali, fornirono una prova eccellente
di e cienza, di moderazione e di osservanza piena della
legge». 25 Se l’e cienza è fuori discussione, non lo è invece la
legalità. Scrive a questo proposito Alessandro Pazzi: «In tale
occasione si veri carono degli incidenti che lasciano
fortemente perplessi e che, vedi caso, richiamano alla memoria
certi ben noti metodi usati dai fascisti per la soppressione dello
stato democratico. Innanzitutto il governo somalo (già in
funzione sotto la sorveglianza dell’AFIS) fu autorizzato a
procedere in periodo elettorale ad arresti senza la preventiva
autorizzazione dell’autorità giudiziaria». 26 E riferisce, a sua
volta, Yusuf Osman Samantar: «La legge dei pieni poteri
consentiva alle autorità e alla polizia di arrestare chiunque per
un periodo di sei mesi. È evidente che questa legge aveva per
scopo quello di proibire ai principali partiti di opposizione ogni
partecipazione alle elezioni politiche». 27
L’inizio del 1959 è funestato da numerosi scontri tra la
polizia e gruppi di dimostranti dei partiti all’opposizione. Una
ragazza resta uccisa a Mogadiscio, mentre due membri della GSL
trovano la morte a Coriolei e a Merca. Ma i fatti più gravi
avvengono a Mogadiscio nelle giornate del 24 e 25 febbraio, con
un bilancio di 2 morti e 17 feriti. Ritenendo la GSL principale
responsabile di questi disordini, la polizia arresta il presidente
del partito, Hagi Mohamed Hussein, e 280 dei suoi partigiani,
fra cui 112 donne, mentre chiude le sedi della GSL e proibisce i
suoi comizi.
Commentando questo episodio, in un articolo dal titolo
Terroristi anti-patriottici, «Il Corriere della Somalia» è
violentissimo nella sua condanna: «Il tentativo di massacrare a
tradimento, con una bomba a mano, un gruppo di persone
tranquillamente sedute ai tavoli di un ristorante, l’aggressione
armata contro un italiano che camminava isolato e che per
difendersi aveva soltanto le mani, la pugnalata inferta, sempre a
tradimento, al Commissario Distrettuale, la sassaiola contro le
forze di polizia compiuta aizzando e spingendo in prima linea le
donne, come per farsene scudo, tutto ciò altro non è se non
vigliaccheria». Accusando i «partiti sovversivi» di aver
organizzato i disordini per far fallire le imminenti elezioni, il
giornale di Abdullahi Issa Mohamud rileva che il bilancio delle
due giornate di scontri non è soltanto grave per il numero delle
vittime e degli arresti, ma lo è anche «per il clima, quasi da
guerra, in cui è piombata la capitale, per il coprifuoco che il
governo ha dovuto imporre come misura precauzionale, per la
paralisi della vita cittadina». 28
L’editoriale de «Il Corriere della Somalia» si spinge sino ad
a acciare l’ipotesi di «un complotto» ordito per rovesciare il
governo. E questo sospetto debbono averlo avuto anche alcuni
italiani che, memori del tragico 11 gennaio 1948, hanno cercato
rifugio il 25 febbraio nella Caserma Podgora, sede dell’ultimo
contingente di carabinieri ancora di stanza in Somalia. 29 Ma al
processo che si terrà in settembre tutto l’edi cio di accuse
costruito dalla polizia crollerà e gli arrestati saranno rimessi in
libertà, alimentando così i dubbi sulla legalità delle misure di
polizia adottate con estrema tempestività dal governo di
Abdullahi Issa Mohamud.
Quello che è certo è che il 4 marzo 1959, dopo la messa al
bando della GSL e la decisione degli altri partiti dell’opposizione
di disertare le urne, la Lega dei Giovani Somali si presenta
pressoché sola alle elezioni generali e non può che conseguire
una schiacciante vittoria. Su 90 seggi, ben 83 vanno alla Lega, 2
al Partito liberale dei giovani somali e 5 al frammento di HDMS
che ha ignorato l’ordine del partito di boicottare le elezioni. 30 I
risultati quasi plebiscitari provocano però proteste e malumori
fra i somali, e molte perplessità tra gli osservatori stranieri. Il
membro egiziano dell’Advisory Council, ad esempio, invia
all’ONU un dettagliato rapporto sui fatti invitando le Nazioni
Unite a provvedere perché vengano indette nuove elezioni, che
abbiano uno svolgimento più regolare e che consentano alle
minoranze di giungere in parlamento. 31 Attribuendo, a sua
volta, parte della responsabilità dei fatti all’AFIS, ai suoi cattivi
insegnamenti, il giovane Yusuf Osman Samantar scrive: «La
vera democrazia è diversa da quella che si è cercato di insegnarci
e che vede il gruppo più ricco disporre del potere politico ed
economico [...]. I nostri ‘maestri’ non ci hanno insegnato la
democrazia, ma, al contrario, ci hanno insegnato il fratricidio, le
leggi liberticide, l’opportunismo, l’ineguaglianza economica e
quindi anche politica». 32
Prendendo atto del successo della Lega, l’amministratore Di
Stefano a da per la seconda volta l’incarico di formare il
governo ad Abdullahi Issa Mohamud, il quale lo costituisce il 27
giugno 1959. La seconda Assemblea legislativa, dal canto suo,
aveva iniziato i lavori il 26 maggio, a rontando alcuni
fondamentali problemi di natura istituzionale, come certune
modi che alla legge elettorale, l’ordinamento della cittadinanza
somala, l’istituzione dell’esercito somalo, l’attribuzione dei
poteri costituenti all’Assemblea legislativa. Fatto signi cativo e
molto apprezzato dal governo somalo, alla cerimonia di
apertura dell’Assemblea è presente una folta delegazione
italiana, guidata dal ministro per le Relazioni con il Parlamento,
Giuseppe Bettiol, e dai vice-presidenti del Senato e della Camera,
Ettore Tibaldi e Brunetto Bucciarelli Ducci. Sottolineando,
qualche giorno dopo, l’importanza della presenza italiana alla
seduta inaugurale, «Il Corriere della Somalia» scrive: «La nostra
gratitudine per tutto questo non sarà mai cancellata. L’Italia
democratica e repubblicana avrà sempre, in questa parte
dell’Africa, un popolo amico [...]. Assieme all’on. Bettiol
auspichiamo e facciamo voti anche noi perché le relazioni italo-
somale continuino ad essere, dopo il 1960, così pienamente
amichevoli ed e cienti da costituire veramente un esempio per
tutte le altre relazioni euro-africane». 33
I sentimenti di amicizia per un’Italia solidale e, all’occorrenza,
anche generosa, sono probabilmente autentici. Ma la tutela
dell’AFIS, ora che lo stato somalo bene o male ha preso a
funzionare, comincia a pesare, se non ad infastidire. Per cui,
dopo un dibattito di cinque giorni, il 25 agosto 1959
l’Assemblea legislativa adotta una risoluzione che reclama
l’«immediata» indipendenza della Somalia, ssata invece per il
2 dicembre 1960. L’Italia non si oppone ad anticipare la data
dell’indipendenza e presenta alle Nazioni Unite la richiesta
somala, la quale, però, almeno all’inizio, non è accolta con
favore. Come ricorda, seppure con un linguaggio vago e
reticente, la pubblicazione della Presidenza del Consiglio dei
ministri italiano, «nel Consiglio di tutela dell’ONU avevano
avuto naturalmente eco le controversie fra i partiti in occasione
della discussione della legge elettorale per la seconda
Assemblea, e alcune risoluzioni erano state approvate in quella
sede aventi la nalità di indurre il Governo somalo a misure
distensive nei confronti degli oppositori». 34
Il 5 dicembre, comunque, l’Assemblea Generale dell’ONU
approva la proclamazione anticipata dell’indipendenza somala e
ssa la data del 1° luglio 1960. Al nuovo successo della Lega,
Abdullahi Issa Mohamud dedica un breve editoriale, sempre
anonimo, dal titolo Indipendenza e responsabilità, dal quale
traspare, oltre alla motivata soddisfazione, anche una
insopportabile dose di retorica, tutta italiana: «Gioia somma,
legittimo, irrefrenabile giubilo di tutti i somali, dovunque si
trovino, in questa giornata attesa da anni. Il più grande
consesso delle Nazioni che mai sia esistito, l’Assemblea Generale
dell’ONU, ha deciso che il nostro Paese divenga nazione sovrana
e indipendente cinque mesi prima di quanto previsto
dall’Accordo di Tutela. Non ci potrebbe essere testimonianza più
autorevole, più solenne, più unanime, della maturità politica
raggiunta dai somali. Il 1° luglio 1960 entra dunque nella
storia, nella storia dell’Africa come in quella del mondo, se è
vero che la nascita di una nuova Nazione, grande o piccola che
sia, è un fatto che interessa tutti gli uomini civili». Dopo aver
tributato un caloroso elogio all’«aiuto generosissimo,
incalcolabile, dell’Italia», il premier ricorda che l’indipendenza
anticipata richiederà però «uno sforzo più grande, per
consentire di accelerare i tempi dei lavori che dobbiamo
svolgere. Lavori che, come tutti sanno, si riassumono in un
nome: Costituzione». Per giungere alla scadenza con le carte
costituzionali e legislative in regola, conclude Abdullahi Issa
Mohamud con un preciso monito rivolto all’opposizione,
«nessuna controversia interna ritardatrice dovrà essere
tollerata». 35
A poco più di un mese dalla decisione dell’ONU di approvare
l’anticipata indipendenza della Somalia, con la legge 8 gennaio
1960 n. 6 vengono attribuiti poteri costituenti all’Assemblea
legislativa e viene anche stabilito che, nei confronti
dell’Assemblea costituente, l’Amministratore non debba
esercitare il potere di sanzione e quello di promulgazione, che si
era riservati nei riguardi dell’Assemblea legislativa. Essendo,
tuttavia, la seconda Assemblea quasi interamente composta da
deputati della Lega e mancando quindi di rappresentatività,
vengono chiamati a far parte del comitato di redazione del
progetto di costituzione anche 20 membri che non fanno parte
dell’Assemblea e che rappresentano i partiti politici e le
organizzazioni economiche, sindacali e religiose del paese. Ma
tre dei partiti più importanti dell’opposizione, l’Hisbia Destur
Mustaqil Somali, la Greater Somalia League e l’Unione nazionale
somala, si ri utano di designare i loro rappresentanti, cosicché
soltanto 16 membri esterni parteciperanno ai lavori.
Il comitato di redazione inizia la propria attività il 29 marzo
1960, avendo come testi di base per la discussione un progetto
presentato dal ministro per la Costituzione, Mohamed Scek
Gabiou, e le proposte formulate dal già citato comitato tecnico.
Dopo 51 sedute, il 9 maggio conclude i lavori e presenta il
progetto all’Assemblea, la quale dedica alla discussione 42
sedute e approva la carta costituzionale il 21 giugno 1960, alla
vigilia dell’indipendenza. In virtù della terza norma delle
disposizioni transitorie e nali, la Costituzione «entrerà
provvisoriamente in vigore il 1° luglio 1960 e dovrà, entro un
anno da tale data, essere sottoposta a referendum popolare, al
quale saranno chiamati a partecipare tutti gli elettori». 36
La carta costituzionale della Somalia, che consta di 105
articoli e di cinque norme transitorie, è variamente giudicata.
Per uno dei suoi padri, Mario D’Antonio, «la Costituzione somala
garantista, rigida, dà vita ad una forma di governo
parlamentare razionalizzato e costituisce il primo esempio in
Africa di completa codi cazione dello Stato di diritto». 37 Per il
professor Salvatore Foderaro, essa si ispira «sostanzialmente al
modello della Costituzione italiana» e dà origine ad una forma
di governo parlamentare «di cui non c’è altro esempio in
Africa». 38 Sulla sua validità esprime invece forti dubbi lo
studioso americano Alphonso A. Castagno: «Si tratta,
essenzialmente, di uno strumento democratico che si ispira a
modelli occidentali. Ma sarà esso la ‘legge della patria’ oppure
soltanto una esposizione di ideali? Altrove, in Africa,
l’esperienza sembra dimostrare che dove il costituzionalismo
occidentale viene sovrapposto a strutture africane la
costituzione tende ad essere simbolica, puramente una
dichiarazione di intenti costituzionali. Il divario fra intenzione e
adempimento è già stato notato in Somalia, e non c’è motivo di
supporre che il modello di comportamento cambierà con il
raggiungimento dell’indipendenza». 39
Alcuni dubbi sulla sua funzionalità li esprime anche Nicolino
Mohamed, uno fra i primi somali a laurearsi in Italia negli anni
’50 e alto funzionano del ministero degli Esteri alla vigilia
dell’indipendenza. Dopo di aver premesso che la carta
costituzionale somala tiene poco conto della realtà sociale del
paese, egli soggiunge: «Il tribalismo non è morto, anzi, da molti
indizi, si direbbe che si stia ra orzando. Per cui io ho il sospetto
che i somali, soprattutto i nomadi e i seminomadi,
continueranno ad ubbidire ai capi-cabila e non al presidente
della repubblica. A mio avviso, è stato un grave errore quello di
non aver creato, come in Ghana, accanto all’Assemblea
legislativa, anche una Camera dei Capi. In fondo sono ancora
loro i grandi elettori ed avrà l’e ettivo potere soltanto chi saprà
introdurli di nuovo nella vita politica. Ma la nostra Costituzione
li ignora, come ignora tante altre cose della Somalia». 40

Verso la fusione delle due Somalie.


Mentre in Somalia si bruciano le tappe per arrivare alla scadenza
del 1° luglio 1960 con tutti gli organismi statali funzionanti,
anche nel con nante Somaliland gli inglesi accelerano i tempi
per mettersi alla pari con l’AFIS sulla strada del progresso
costituzionale. I gruppi politici più rappresentativi dei due
paesi, intanto, a cominciare dai primi giorni del 1959,
sottoscrivono manifesti comuni nei quali precisano per la
prima volta la ferma intenzione di giungere al più presto ad una
unione fra i due territori. Nel febbraio, nell’annunciare che nel
1960 anche il Somaliland avrà la sua Costituzione, il segretario
di stato alle Colonie Alan Lennox-Boyd dichiara che il governo
inglese è favorevole all’unione delle due Somalie appena
avranno raggiunto l’indipendenza. L’annuncio, se suscita una
di usa soddisfazione a Mogadiscio e ad Hargheisa, provoca
invece la reazione negativa del governo etiopico, che eleva una
vibrata protesta sostenendo che la progettata unione, che altro
non è che l’inizio della realizzazione del vecchio progetto
britannico della Grande Somalia, rischia di mettere in pericolo
la pace nell’Africa Orientale. «Da africani ad africani — scrive in
risposta “Il Corriere della Somalia” il 16 febbraio —, invitiamo
l’Etiopia ad accettare lealmente la libertà dei somali [...]. La pace
dell’Africa Orientale non potrà essere messa in pericolo
dall’indipendenza di una Somalia unita, ma piuttosto da chi
tentasse di ostacolarla o di negarla». 41
Da questo momento, in vista del traguardo dell’unione, i due
territori marciano speditamente ed insieme. Il 30 agosto 1959,
nella già ricordata conferenza di Mogadiscio alla quale
partecipano rappresentanti delle cinque Somalie, vengono
enunciati i princìpi e gli obiettivi del pansomalismo. Il 17
febbraio 1960 si tengono le elezioni generali nel British
Somaliland e tutti e quattro i partiti in lizza hanno in
programma la fusione con la Somalia. Il 6 aprile i deputati del
nuovo Consiglio legislativo di Hargheisa chiedono alla Gran
Bretagna l’immediata indipendenza del territorio e Londra,
rispondendo favorevolmente alla richiesta, ssa la data del 26
giugno 1960. Non essendovi ormai più ostacoli sulla via
dell’unione fra i due territori, tra il 16 e il 24 aprile delegati della
Somalia e del Somaliland si riuniscono a Mogadiscio per de nire
le modalità della fusione. Ecco i punti essenziali della
risoluzione nale: a) il Somaliland e la Somalia costituiranno il
1° luglio 1960 la repubblica di Somalia, conformemente ai voti
unanimi dei rispettivi parlamenti. La nuova repubblica di
Somalia sarà unitaria, democratica e parlamentare; b)
l’Assemblea legislativa della Somalia e il Consiglio legislativo del
Somaliland si fonderanno il 1° luglio 1960 per costituire
l’Assemblea nazionale; c) la nuova Assemblea nazionale eleggerà
il presidente della repubblica; d) i partiti al potere nei due
territori costituiranno un governo di coalizione; e) la capitale
della nuova repubblica sarà Mogadiscio, sede dell’Assemblea
nazionale e del governo; f) le due regioni amministrative del
Somaliland e le sei regioni della Somalia costituiranno il
territorio della nuova repubblica, divisa in otto regioni
amministrative. 42
Appena noti i termini della fusione, il giornale governativo
«Ethiopian Herald» lancia il 18 aprile un violentissimo attacco
al governo di Mogadiscio accusandolo di nutrire progetti neo-
imperialistici sul Corno d’Africa. Premettendo che l’Assemblea
legislativa somala ha inviato una lettera al presidente Gronchi
chiedendo il sostegno italiano per l’organizzazione di un
plebiscito nel Corno d’Africa sotto il patronato dell’ONU, il
quotidiano di Addis Abeba sostiene che questo è un tentativo
«di creare una più grande Somalia sotto la bandiera di uno stato
che ancora non è neppure indipendente». Ricordando in ne
che, per migliaia di anni, l’Etiopia è stata la sola nazione
indipendente della regione, l’«Ethiopian Herald» annuncia che
il governo etiopico difenderà strenuamente i territori che
ingiustamente la Somalia rivendica. 43
Meno di un mese dopo, il 12 maggio, lo stesso giorno in cui il
nuovo segretario di stato alle Colonie Iain Macleod annuncia ai
Comuni gli ultimi provvedimenti per portare il Somaliland
all’indipendenza, l’imperatore d’Etiopia convoca gli
ambasciatori di Gran Bretagna, Stati Uniti, Repubblica Araba
Unita e Jugoslavia e, dinanzi ad essi, protesta per l’uni cazione
delle Somalie, che egli de nisce «una manovra appena
mascherata per impadronirsi di alcuni territori etiopici,
manovra contro la quale io mi opporrò con tutte le mie
forze». 44 In una successiva dichiarazione, Hailè Selassiè fa
sapere che non cederà mai l’Ogaden, che è disposto a discutere
con Mogadiscio la questione dei con ni ma «preservando
l’integrità territoriale dell’Etiopia», in altre parole senza cedere
un metro, e che se Parigi decidesse di abbandonare la Somalia
francese, egli la chiederebbe immediatamente perché faceva
parte dell’impero etiopico prima di essere ceduta alla Francia.
Così, prima ancora di diventare indipendente, la Somalia, con
il suo progetto di riunire in un solo stato tutti i somali del Corno
d’Africa, scatena proteste e suscita rancori e apprensioni.
Dinanzi alla minaccia di un plebiscito nell’Ogaden, l’Etiopia
schiera sulla frontiera con la Somalia 27 mila soldati. La Gran
Bretagna, che pure favorisce la fusione tra le due Somalie, si
a retta però a precisare che il Northern Frontier District non si
tocca. Quanto alla Francia, essa annuncia, per bocca di De
Gaulle, «una volta per tutte», che da Gibuti non si muove. Anche
la Jugoslavia non vede di buon occhio gli obiettivi del
pansomalismo ed esprime la sua solidarietà al negus. La sola a
non prendere posizione è l’Italia, la quale, inseguendo l’assurda
speranza di non scontentare né somali né etiopici, nisce per
mettere in sospetto gli uni e gli altri. Scriverà, infatti, Mohamed
Aden Scek, futuro ministro di Siad Barre: «Ciò che ci addolora è
di vedere l’Italia, che avrebbe dovuto assisterci con tatto e
discrezione nella realizzazione della nostra unità e
indipendenza, concedere il suo appoggio, in maniera più o meno
aperta, agli intrighi e alle cospirazioni che l’Etiopia organizza
contro di noi». 45 Ciò non è vero, ovviamente, e forse è vero il
contrario. Ma una politica ambigua non può che produrre questi
e etti.
Mentre sul Corno d’Africa si addensano le nubi, che poi negli
anni ’60 e ’70 porteranno tempesta, dimentichi della miccia che
hanno acceso, a metà giugno, i somali cominciano i preparativi
per l’indipendenza. Accanto agli archi di trionfo dedicati ai
Savoia, tollerati come i fasci littori e le strade intitolate a
governatori e generali italiani che in Somalia hanno fatto il bello
e cattivo tempo, gli abitanti di Mogadiscio erigono altri archi,
nello stesso stile di quelli di un tempo, con gli stessi mattoni
forati, con la stessa fragilità che caratterizza questa capitale di
cartapesta. Ma almeno, per i somali, essi hanno un signi cato.
Eretti soprattutto ai margini della città, sulle strade che portano
verso il deserto e la boscaglia, essi testimoniano che il grande
prodigio dell’indipendenza sta per avverarsi. Mentre la città si
ricopre di bandiere azzurre, di festoni di ori, di collane di
lampadine multicolori, l’arti ciere Antonio Rainis, fatto venire
espressamente da Napoli, sistema nei vari punti dell’abitato i
suoi fuochi d’arti cio a base di razzi e castagnole. Il congegno
che più lo tiene in ansia è quello che ha costruito nella piazza del
Parlamento. Da questo traliccio, la notte del 1° luglio, farà salire
in cielo una grande stella circondata da un alone azzurro,
l’emblema della Somalia. Della stessa ansia sembra so rire il
capo della banda musicale dell’esercito, che ha i giorni contati
per insegnare ai suoi uomini l’inno nazionale, composto, non si
sa per suggerimento di chi, da Giuseppe Blanc, l’autore di
Giovinezza: un inno di cile, lugubre, nibelungico, così in
contrasto con il sole e il cielo della Somalia.
Intanto che un esercito di muratori, imbianchini, elettricisti,
carpentieri è occupato ad abbellire la città, gli osservatori
dell’ONU preparano le valige per andarsene per sempre, i consoli
si apprestano a dare il cambio agli ambasciatori, i tecnici e
burocrati italiani che non resteranno in Somalia in base
all’o erta di assistenza imballano i souvenirs del modesto
artigianato somalo, l’amministratore Di Stefano si prepara a
passare le consegne al primo ambasciatore d’Italia a Mogadiscio,
Silvio Daneo. Se nel mondo degli stranieri c’è aria di
smobilitazione, sul versante somalo si registra invece un’attività
febbrile. Nei ministeri si discutono questioni di protocollo, si
designano gli ambasciatori per le più importanti capitali, si
promuovono u ciali, si calcolano i ministeri, gli alti incarichi, i
posti di rilievo che si dovrà concedere ai «fratelli di Hargheisa»
subito dopo l’uni cazione. Quest’ultimo, forse, è l’argomento
che polarizza maggiormente l’attenzione dei giovani esponenti
della classe dirigente somala. All’ultimo istante, infatti, i somali
di Hargheisa si sono ri utati di farsi semplicemente annettere
(come sembravano disposti a fare in un primo momento) ed
esigono di far parte della nuova Somalia unita assolutamente
alla pari con i somali di Mogadiscio, conservando per di più
l’inglese come lingua u ciale e ri utandosi di spartire con
Mogadiscio il fondo di dotazione di un milione e mezzo di
sterline ricevuto dagli inglesi.
In questa vigilia, di passione e di ansie, si fanno anche i primi
bilanci, che appaiono dettati più dall’emotività e
dall’opportunità politica che non da una ponderata ri essione.
«Questo della Somalia — dice il cecoslovacco Cebes Habersky,
segretario principale dell’Advisory Council dell’ONU —, è stato
un esperimento unico. Mai prima d’ora un paese era stato
portato all’indipendenza in soli dieci anni. D’accordo, sono stati
commessi alcuni errori, ma questi sono stati causati anche dal
fatto che non esistevano, per l’Italia e per l’ONU, altre esperienze
a cui riferirsi». Gli appunti che muove all’AFIS riguardano
soprattutto i sistemi sanitario e scolastico. Lamenta la carenza
di medici e infermieri, in modo particolare nelle zone desertiche
dell’interno, e la modestia degli impianti sanitari. Circa lo sforzo
educativo, osserva: «La scuola superiore di scienze politiche è
stata troppo celere e troppo poco seria. Ha creato troppi dottori,
troppa gente spostata». Non risparmia invece gli elogi al corpo
di polizia, che giudica il capolavoro dell’AFIS: «Si tratta
veramente di un’istituzione perfetta ed e ciente, apolitica e
non corrotta. Ha torto Ruark, nel suo libro Qualcosa che vale, a
paragonare i poliziotti somali alle SS naziste». 46
Anche le massime autorità dello stato somalo appaiono
generose nei confronti dell’AFIS, in questa vigilia. «Dobbiamo
dire lealmente che l’Italia ha fatto il suo dovere — dichiara Aden
Abdulla Osman, presidente dell’Assemblea legislativa e futuro
primo presidente della repubblica somala —. Vi è stato,
all’inizio, un periodo di di denza reciproca e anche di lotta, ma
negli ultimi sei anni tra noi e l’Amministrazione italiana si è
instaurata una sincera collaborazione». 47 Ancora più benevolo
il giudizio del primo ministro Abdullahi Issa Mohamud: «Il
governo somalo deve riconoscere che gli sforzi compiuti
dall’Italia e i sacri ci non indi erenti sostenuti dal popolo
italiano in favore della Somalia sono degni della più alta
riconoscenza. In tutti i campi, da quello sociale a quello tecnico,
da quello scolastico a quello sanitario, l’Italia ha largamente
fornito il suo aiuto morale e materiale». 48
Al concerto di lodi non si unisce invece il rettore dell’Istituto
universitario somalo e prossimo ministro degli Interni, on.
Abdirizak Hagi Hussein, il quale, alla domanda: «Che cosa
lasciano gli italiani di più prezioso, di più duraturo, dopo dieci
anni di amministrazione?», risponde, conciso e caustico: «Il
ca è espresso. Il ca è macchiato». A di erenza di altri
esponenti della Lega, egli non vede di buon occhio l’aiuto che
l’Italia darà alla Somalia anche dopo il 1960: «Personalmente
preferirei che questo aiuto ci venisse dato attraverso le Nazioni
Unite. E così anche l’aiuto degli altri paesi. Ciò eviterebbe la lotta
sotterranea per esercitare in uenze sul nostro paese, che io
pavento, ma che sarà inevitabile». 49
Sul versante dell’opposizione, il presidente della Greater
Somalia League a erma: «Sono stato per anni il bersaglio
preferito dell’AFIS e del partito al governo, perché ho cercato di
dare un contenuto sociale alla lotta politica. Ora l’Italia se ne va
e resta la Lega. Per noi della Great, dunque, non cambia nulla.
Continueremo a batterci per le masse diseredate, che hanno
redditi inferiori alle 30 mila lire all’anno; per contrastare
l’egemonia della Lega, che è scesa a patti con le potenze
occidentali ed ha stretto con esse vincoli di tipo neocolonialista;
per realizzare, il più presto possibile, la Grande Somalia. A
parole, ma solo a parole, anche la Lega è per la Grande Somalia,
ma la gente sa che soltanto noi siamo veramente disposti a
batterci per realizzarla. Se fosse stato soltanto per Abdullahi
Issa, non si sarebbe fatta neppure l’unione con il Somaliland.
Ancora in febbraio era incerto, assai poco favorevole». Poi fa
un’ultima dichiarazione: «Adesso, subito, ci batteremo per
ottenere nuove elezioni, perché quelle del 1959 erano truccate.
La nuova Assemblea nazionale deve nascere veramente dalla
volontà del popolo e non essere il frutto di alchimie o
patteggiamenti fra i vertici dei partiti al potere nelle due
Somalie». 50
A botta calda (le critiche verranno dopo), il popolo somalo
non esprime un giudizio negativo sul decennio dell’AFIS,
mentre la classe dirigente leghista, come abbiamo visto, non
risparmia le lodi. Perché allora si va di ondendo, alla vigilia
dell’indipendenza, un vago senso di inquietudine in seno alla
Comunità italiana? Anche se gli italiani che durante le ultime
elezioni politiche somale si sono rifugiati in Kenya non
ripeteranno l’esodo, perché mai si va di ondendo, fra di essi, la
convinzione che nei giorni dell’indipendenza sarà cosa prudente
non uscire di casa? E, in ne, perché, mentre le autorità italiane
si mostrano particolarmente ottimiste sul futuro della
comunità, gli italiani di Mogadiscio non si fanno soverchie
illusioni? Sono dunque insincere le lodi e le promesse dei
somali? E forse mentiva Abdullahi Issa Mohamud quando
a ermava che «il popolo somalo, non soltanto vuole che gli
stranieri attualmente in Somalia continuino a restare nel nostro
Paese, ma auspica con viva speranza l’arrivo nella nostra Patria
di altri operatori che intendano collaborare concretamente e
lealmente al nostro progresso?». 51
La verità è che molti italiani di Mogadiscio, più dei politici e
dei burocrati dell’AFIS, si stanno rendendo conto che un’epoca si
sta irrimediabilmente chiudendo e che la sua ne segna anche
l’inevitabile scomparsa, per essi, di molti privilegi. Anche se
molti concessionari e commercianti hanno avuto l’astuzia di
stringere solidi legami con esponenti della classe dirigente
somala e godranno ancora per qualche anno, come vedremo, di
notevoli vantaggi economici, è chiaro a tutti che, dopo il 1°
luglio 1960, la Somalia non sarà più quella di prima, sarà
diversa, non tollererà più certi abusi, forse scenderà a
compromessi, ma vorrà la sua parte. È naturale, ad esempio, che
il monopolio dello zucchero, mantenuto dalla SAIS con
caparbietà, non avrà più alcuna possibilità di difesa. Per dieci
anni la SAIS ha venduto lo zucchero a un prezzo doppio di quello
di Aden ed è quindi da prevedere che il nuovo Stato somalo
vorrà perlomeno partecipare agli utili di questa azienda, così
come chiederà di partecipare agli utili ingenti della
bananicoltura. Il presidente della SAIS, Luigi Bruno, può anche
scrivere, alla vigilia dell’indipendenza, che dipenderà dai somali
«il saper creare nel Paese quell’atmosfera di sicurezza e di
ducia, senza la quale essi non potranno sperare di ottenere
quella collaborazione di capitali e di iniziative di cui hanno
innegabile necessità», 52 ma egli sa benissimo che il suo ricatto
è ingenuo quanto ine cace.
Il gruppo più esposto è quello dei concessionari. Essi
occupano terre in pieno diritto e altre abusivamente. In genere
hanno più terra di quella che lavorano, e il minimo che possa
loro accadere è di perdere quelle quote che non hanno
valorizzato. Sarebbe curioso, inoltre, che i somali non
accampassero diritti su terre che non hanno mai visto i loro
proprietari, come quelle dell’ex segretario del PNF Giuriati, degli
eredi del Maresciallo Graziani e di altri esponenti del passato
regime. I concessionari sono tanto più preoccupati in quanto
hanno appreso che l’AFIS ha atteso la vigilia dell’indipendenza
per presentare al governo somalo, con altri 14 trattati, accordi e
convenzioni, anche quella che riguarda la regolamentazione
della proprietà fondiaria. Questa inattesa valanga di
incartamenti ha sconvolto, come era prevedibile, il governo
somalo, il quale ha chiesto tempo. Il risultato di tanta
imprevidenza è che il giorno dell’indipendenza si potranno a
malapena rmare un quarto degli accordi. 53
I concessionari sanno anche che, dopo il 1° luglio, sarà
sempre più di cile conservare nei loro feudi, popolati di
contadini mal pagati e di boys e boiesse compensati col solo
nutrimento, quell’atmosfera di assolutismo, da corte orientale.
Enrico Emanuelli, che è fra i pochi giornalisti italiani che sono
venuti a Mogadiscio per seguire le cerimonie dell’indipendenza,
più che dalla nascita di una nazione è colpito dal tramonto di un
clan di privilegiati, quello dei concessionari. Ospite di uno di
questi, che nel suo libro Settimana nera indicherà con il nome
ttizio di Farnenti, così ne traccia il ritratto: «Aveva le braccia
nude, la camicia con le maniche corte gli si apriva sul collo e sul
petto, che era arrossato come quello di certe vecchie signore
inglesi. Abbassai gli occhi. Le ginocchia grosse, due pezzi di
coscia uscivano dai calzoncini molto corti, bianchi e attillati.
Portava calzettoni bianchi leggeri e scarpe di camoscio morbide,
che si vantava di farsi fare a Nairobi». 54 Per una settimana
l’osserva, lo asseconda, ne scopre le violenze dissimulate, i vizi
segreti. Un giorno partecipa ai suoi riti: «La ragazza si tolse la
tunica bianca con mosse infantili, dove c’era un’ombra di gioco,
d’e etto deprimente. Rimase nuda, efebica, quasi ancora senza
sesso. Sul ritmo che Farnenti le dava battendo le mani, cominciò
un simulacro di danza del ventre, alzando le braccia magre e
portando le mani intrecciate dietro la nuca. Lo scatto dei anchi
era modesto, senza malizia tecnica o interpretativa e anche
Farnenti dovette rimanere deluso. “Su — le ordinò —, adesso
fare come scimmia”». 55
Con Farnenti nisce anche la lunga stagione degli amori
esotici, dei rapporti privilegiati con le donne-oggetto alle quali
si nega un’anima, la sensibilità, l’intelligenza, e alle quali si
concede soltanto l’istinto, come agli animali. Se Giuseppe Zucca,
nel 1926, poteva scrivere, con estrema naturalezza: «Belle,
bellissime donne produce all’Italia, ottima buongustaia, la
sterminata pianura della Somalia voluttuosamente distesa
sotto il potente sole dell’Equatore», 56 nel 1960, l’esperto
dell’UNESCO Camillo Bonanni si limita, con distacco e rigore
scienti co, a tradurre i canti d’amore dei cammellieri somali,
come questo che dice, all’inizio:

Voglio cantare oggi le lodi di una donna bella,


dalle larghe mammelle.
Mille volte fortunato
chi la potrà incontrare sul suo cammino. 57

La libertà arriva a mezzanotte.


Nel pomeriggio del 29 giugno 1960, a poche ore dall’inizio delle
cerimonie per l’indipendenza, molti italiani lasciano in auto
Mogadiscio diretti ai comprensori agricoli di Afgoi e di Genale.
Sono concessionari o amici di concessionari, che non sanno
adattarsi ai processi evolutivi della storia e che si ri utano di
prendere parte alle feste per l’indipendenza, che avvertono
come un’umiliazione, «la più cocente» della loro vita. Forse li
conforta, tuttavia, il sapere che il tricolore non sarà ammainato
il 30 giugno davanti alla folla. Sarà fatto scendere alle 6 del
pomeriggio, come tutti gli altri giorni, dinanzi alle sole autorità,
in silenzio, quasi di nascosto, e sarà subito a dato al segretario
generale dell’AFIS. I più accesi, tra i nazionalisti somali,
avrebbero voluto che l’ammaina e l’alzabandiera avvenissero
contemporaneamente, ma poi si è giunti al compromesso di
separare le due cerimonie.
L’AFIS cessa virtualmente di funzionare alle 16 del 30 giugno
quando l’ultimo amministratore, Mario Di Stefano, si imbarca
su di un aereo diretto a Nairobi. Poco dopo giunge da Roma la
delegazione italiana, capeggiata dal ministro della Pubblica
Istruzione, Giuseppe Medici, e della quale fa parte anche il
sottosegretario agli Esteri Carlo Russo, ma essa non alloggerà,
come avrebbe fatto negli anni precedenti, nel Palazzo del
Governo, ma nella più modesta dimora di Villa Italia, che dal 1°
luglio sarà la sede dell’ambasciata italiana. Alle 6 del
pomeriggio, come si è già detto, in tutti i centri della Somalia
vengono ammainate per l’ultima volta la bandiera italiana e
quella delle Nazioni Unite. A Mogadiscio la cerimonia si svolge,
in pochi istanti, nel cortile del Palazzo del Governo. Così, nella
maniera più discreta, l’Italia lascia l’Africa e chiude l’ultimo
capitolo della sua avventura coloniale, cominciata 90 anni
prima sulle rive del Mar Rosso.
Intanto, mentre si fa sera, gli abitanti di Mogadiscio ed altre
decine di migliaia di somali giunti nella capitale con ogni
mezzo, anche dalle più remote regioni, cominciano ad a uire
nell’immensa piazza della Solidarietà Africana e ad ammassarsi
davanti all’Assemblea legislativa, un grande edi cio, di linee
piacentiniane, già sede del fascio. Alle 23 la piazza è colma.
Mogadiscio non ha mai visto una folla di queste proporzioni. C’è
chi parla di centomila persone, un tredicesimo di tutti gli
abitanti della Somalia. A mezzanotte in punto, mentre da Forte
Cecchi giunge il rombo di una cannonata e dal mare viene l’urlo
delle sirene delle navi, la bandiera azzurra della Somalia
comincia a salire sull’alto pennone della torre arengaria,
inquadrata dai fasci di luce delle fotoelettriche. Poi, ad intervalli
brevi, le batterie del forte esplodono 114 colpi, tante quante
sono le sure del Corano. E la folla, ad ogni colpo, lancia un
possente urlo verso il cielo.
Quando torna il silenzio, Aden Abdulla Osman, il quale, per
otto ore, ricopre la carica di presidente provvisorio della
repubblica, comincia a leggere, dal balcone dell’Assemblea, il
proclama che annuncia la nascita della Somalia libera e
indipendente: «Somalia, a te che da questo istante nasci, hai un
volto e un nome, voglia Iddio concedere la sua protezione e darti
vita, lunga vita». Di tutti gli uomini politici somali, il presidente
è il più anziano, 52 anni, ha i capelli corti spruzzati d’argento,
porta occhiali cerchiati d’oro, ha gesti misurati. Se c’è un uomo
che può vantare la quali ca di nazionalista risoluto e coerente,
ma anche quella di politico moderato e conciliante, quest’uomo
è Aden Abdulla Osman, e in questa notte di prodigio, fresca per
il monsone, sotto il cielo alto in cui brilla la Croce del Sud, la
folla dei centomila pende dalle sue labbra mentre pronuncia
adagio le parole del rito: «Oggi siamo somali. Oggi siamo
indipendenti e sovrani. Oggi abbiamo nalmente uno Stato e
una bandiera. E la benedizione di Dio, conserviamola». E
quando, in ne, termina di leggere il proclama, invitando la folla
a rivolgere il pensiero «agli altri milioni di confratelli africani,
che ancora languono sotto il giogo dell’ingiustizia e della
incomprensione», 58 il cielo sembra squarciarsi per la risposta
della folla.
Prende quindi la parola il ministro Giuseppe Medici per
leggere il messaggio di Gronchi diretto al presidente somalo:
«Compreso del signi cato e della portata dell’odierna
celebrazione, ho il privilegio di noti carle, con sincero
compiacimento, che l’Italia — ottemperando alla risoluzione
adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite — ha
posto termine, alle ore zero di oggi, 1° luglio 1960,
all’amministrazione duciaria della Somalia, a datale dalle
Nazioni Unite il 21 novembre 1949. Ho pertanto l’onore di
dichiararle che l’Italia riconosce da questo momento la Somalia
come stato sovrano e indipendente. [...] L’Italia sa che trasmette
i poteri sovrani ad uno Stato costituito sulla base di strutture
democratiche e moderne e dotato, pur nel suo stadio iniziale, di
un’amministrazione adeguata. [...] Confermo che anche in
avvenire la Somalia potrà contare sull’appoggio e sull’amicizia
del governo e del popolo italiano». 59
Appena si spengono le parole del vice-segretario generale
dell’ONU, Stavropoulos, che parla per ultimo per portare il
saluto di Hammarskjoeld, una cinquantina di razzi, con acuti
sibili, salgono in cielo e si aprono a ventaglio, mandando la folla
in delirio. Lo spettacolo pirotecnico allestito da Antonio Rainis
dura un’ora e un quarto. Uno spettacolo per palati grossi,
infernale, coloratissimo, tutto esplosioni e sibili, ma che si
adatta perfettamente allo stato d’animo di questa folla felice ed
eccitata, che oltretutto non può fare confronti con le
ra natezze di Piedigrotta. Scrive un testimone: «Nessuno
dorme questa notte, le case della città sono deserte, anche i
bimbi sono qui, sotto le stelle che cadono dal cielo crepitando.
Ogni tanto una voce intona una canzone e la folla
istantaneamente fa eco. Sono per lo più canzoni del 1943,
quando la Somalia incomincia a svegliarsi e ad invocare la
libertà. Una si intitola: Svegliatevi ed unitevi, o Somali e le parole
sono di un deputato del Somaliland, Michael Mariano. Un’altra,
dal motivo più dolce, si chiama: La Somalia è la nostra terra. La
folla non si stanca di cantare, di lanciare grida, di alzare le
braccia verso il cielo e le rose di fuoco». 60
All’una e mezza, mentre la folla non si decide ancora ad
abbandonare la piazza, Abdullahi Issa Mohamud e Giuseppe
Medici si siedono al tavolo nella saletta del Parlamento e
rmano i trattati italo-somali. Ma, non essendo stato possibile
raggiungere un accordo totale, soltanto alcune delle quattordici
convenzioni vengono sottoscritte, e precisamente il trattato di
amicizia, l’accordo di pagamento e di assistenza nanziaria e la
convenzione consolare. I motivi del rinvio non vanno però
cercati soltanto nella tardiva presentazione degli accordi al
governo di Mogadiscio, ma anche in talune condizioni che ai
somali sono parse lesive della loro sovranità, come quelle
contenute nella convenzione di stabilimento. Con la scusa, in
parte motivata, di non aver avuto il tempo su ciente per
esaminare gli accordi, l’Assemblea somala ha così preso la
decisione di rinviare la rma delle convenzioni più importanti a
dopo l’indipendenza, con la conseguenza che, all’atto della
rma, la Somalia non sarà più un territorio sotto tutela ma uno
stato indipendente e sovrano, e vorrà ovviamente trattare con
l’Italia da pari a pari. Con la mancata rati ca della convenzione
di stabilimento, ad esempio, ben di cilmente si potranno
conservare alla comunità italiana i 20 mila ettari occupati
abusivamente oppure non valorizzati.
Concluse le cerimonie alle 2 di notte, appena sei ore dopo i 90
deputati della Somalia e i 33 parlamentari del Somaliland 61 si
ritrovano di nuovo nel palazzo dell’Assemblea per approvare
l’atto di unione fra i due paesi, per costituire l’Assemblea
nazionale uni cata ed eleggere il capo provvisorio dello Stato
somalo. Come era nelle previsioni, viene eletto, con 107 voti su
115, Aden Abdulla Osman, che terrà la carica per un anno sino a
quando non sarà approvata per referendum la Costituzione. Egli
giura nelle mani del capo dei Qadi, Scek Abubaker Abdullahi
Omar, poi tenta di imbastire un discorsetto, ma subito vi
rinuncia, confessando: «Sono molto emozionato e non riesco a
trovare le parole». Colpiti da tanta modestia, i deputati, che
indossano i doppiopetti bianchi oppure candidissime fute, si
alzano in piedi per applaudirlo. Sopra i loro capi giganteggia
l’a resco del napoletano Giovanni Novaresio, che ha al centro
un giovane somalo che alza verso il cielo una bandiera azzurra.
A metà mattina, mentre la cerimonia è ancora in corso, nella
piazza antistante il palazzo dell’Assemblea, quella stessa piazza
che ha visto poche ore prima l’esultanza di un popolo, scoppiano
gravissimi incidenti. Per protestare contro l’improvvisa revoca
dell’autorizzazione a manifestare, i partiti dell’opposizione
decidono di inscenare ugualmente una dimostrazione e subito
formano una colonna, forte di 4/5 mila persone, che prende a
muoversi in direzione del palazzo dell’Assemblea. Si notano, in
gran numero, le bandiere rosse della Greater Somalia League, i
berretti verdi della Hisbia Destur Mustaqil Somali e cartelli, in
arabo e in italiano, che dicono: «Abbasso il colonialismo e
l’imperialismo», «Chiediamo immediatamente libere elezioni
democratiche», «Gibuti è parte della Somalia», «Il nostro ne è
la democrazia popolare», «Abbasso De Gaulle e i colonialisti».
Quando la colonna dei dimostranti, che marcia
disciplinatamente e non rivela alcun proposito aggressivo, si
a accia alla piazza della Solidarietà Africana, viene subito
respinta dai getti degli idranti. Così accade l’irreparabile. Ai getti
d’acqua, la folla risponde con una tta sassaiola. A sua volta, la
polizia replica lanciando bombe lacrimogene e sparando in aria.
Tra i cordoni della polizia, che proteggono l’Assemblea, e la
folla dei dimostranti ci sono meno di cinquanta metri. Adesso
sono sparite le donne dalle prime le del corteo dell’opposizione
e il loro posto è stato preso da gagliardi giovani con il volto
coperto da fazzoletti, che si muovono con agilità e scagliano
pietre con lanci precisi. Ad un dato momento i poliziotti si
inginocchiano e puntano i fucili sulla folla. Qualche u ciale
accorre, fa in tempo a deviare il colpo alzando la canna. Poi il
panico e l’odio prendono il sopravvento. La piazza si riempie del
crepitio dei fucili e dei mitra. E quando la folla si ritira, caricata
da altri poliziotti armati di scudo e manganello, si scopre che a
terra giacciono due morti e diciassette feriti, tutti colpiti da
armi da fuoco.
Avvicinato, subito dopo gli incidenti, da un giornalista
italiano, il leader della Greater Somalia League, Hagi Mohamed
Hussein, gli mostra due lettere del governo, una con la quale si
invitano tutti i partiti somali alle manifestazioni di giubilo
nazionale e l’altra con la revoca della convocazione. «Prima ci
invitano — commenta il presidente della GSL —, poi ci sparano».
Egli sostiene che il fermento, nel popolo somalo, è ormai
incontenibile e che il solo modo per far tornare la calma è quello
di indire nuove elezioni. Interrogato sugli altri obiettivi della
sua lotta politica, Hagi Mohamed Hussein risponde: «Se la
Grande Somalia si farà, il merito sarà soltanto nostro e non della
Lega dei Giovani Somali, che cerca di strapparci l’iniziativa. La
prima a cedere sarà Gibuti e saranno gli operai del porto a
consegnarcela. Poi sarà la volta della provincia somala del Kenya
e questa ce la daranno gli inglesi. L’ultimo traguardo è l’Ogaden
e sarà il più di cile: forse soltanto con la scomparsa
dell’imperatore Hailè Selassiè potremo raggiungerlo». Quanto
agli obiettivi interni e più immediati, dichiara: «Le masse che
rappresentiamo intendono eliminare il neofeudalesimo
imposto in questi anni dalla Lega dei Giovani Somali e creare al
suo posto una società socialista. Tengo tuttavia a precisare che il
nostro socialismo non è marxista-leninista, ma, come quello di
Sekou Touré, profondamente africano e con una evidente
componente religiosa». 62
Nel frattempo, lasciandosi cogliere dal panico, il governo di
Abdullahi Issa Mohamud prende un provvedimento grave e non
adeguato agli avvenimenti, quello di porre la censura sulla
stampa e poi, addirittura, quello di bloccare i dispacci telegra ci
in partenza. Nel corso del Consiglio dei ministri, convocato
d’urgenza nel tardo pomeriggio, si giunge persino a prendere in
considerazione la possibilità di mettere fuori legge la GSL e gli
altri partiti d’opposizione. «Sotto l’incalzare degli avvenimenti
— scrive un testimone dei fatti —, il governo somalo è stato sul
punto di adottare misure, che ne avrebbero irrimediabilmente
guastato la reputazione. [...] Si direbbe che anche la Somalia,
come altri paesi africani, abbia male interpretato la lezione della
democrazia, poiché, dinanzi al primo pericolo, la sua reazione è
stata sproporzionata, rivelando un autoritarismo decisamente
pericoloso». 63
Dinanzi al veto del governo somalo di trasmettere notizia
degli incidenti nel resto del mondo, un gruppo di giornalisti
americani ed inglesi noleggia un aeroplano e raggiunge Nairobi,
da dove dirama le prime informazioni sui disordini di
Mogadiscio. Anche i giornalisti italiani potrebbero seguire la
stessa via, ma li trattiene il timore di guastare i rapporti italo-
somali, che già si preannunciano meno buoni del previsto dopo
il rinvio della rma delle convenzioni. Scelgono invece la via
delle trattative, che portano avanti con pazienza con censori e
governo, ma soltanto all’una di notte, grazie all’intervento
diretto del presidente della repubblica, Aden Abdulla Osman, 64
essi possono inviare in Italia, con il radiotelefono, brevi
dispacci.
Se l’intento dei partiti all’opposizione era quello di mettere in
di coltà il governo di Abdullahi Issa Mohamud, di fargli
compiere una serie di errori imperdonabili proprio nel giorno
indimenticabile dell’indipendenza e davanti a testimoni
quali cati come i delegati delle 60 nazioni invitate ad assistere
alle cerimonie, bisogna riconoscere che ci sono riusciti
perfettamente. La posizione del premier, già precaria per una
serie di motivi, che vanno dai suoi stretti legami con
l’Occidente, e in particolare con l’Italia, alla sua scon nata
ammirazione per il ghaneano Kwame Nkrumah, assertore del
partito unico, si fa ancora più di cile dopo le sparatorie del 1°
luglio. Quando, sette giorni dopo, concluse le cerimonie
dell’indipendenza, si presenta dimissionario, le sue possibilità
di riottenere l’incarico si rivelano nulle. La scelta cade infatti su
di un uomo nuovo, un personaggio meno controverso,
Abdirascid Ali Scermarche, che ha sempre fatto la fronda
all’interno della SYL e che gode anche delle simpatie della
Greater Somalia League. Dopo una serie di delicate manovre, il
22 luglio il presidente incaricato riesce a formare il primo
governo della repubblica somala uni cata, assegnando quattro
ministeri a uomini del nord (ex Somaliland) e nove a quelli del
sud. Nel nuovo gabinetto entra anche Abdullahi Issa Mohamud,
con il portafoglio degli Esteri.
Mentre Abdirascid Ali Scermarche si sforza di costituire un
governo il più possibile equilibrato e rappresentativo, alcuni
giornalisti italiani, che hanno in animo di completare la loro
inchiesta sulla nuova Somalia, si spostano, nella seconda
settimana di luglio, nella zona di Merca-Genale, dove è
concentrato il maggior numero di concessionari italiani. Oltre
che documentarsi sull’annoso problema della bananicoltura,
che tante polemiche ha scatenato in Italia, essi intendono
analizzare gli umori dei concessionari all’inizio della nuova era,
che non li vede più padroni in Somalia, ma ospiti. Dal Taccuino
di uno di questi giornalisti trascriviamo alcune note, che ci
restituiscono intatto il clima di quel mondo chiuso, quasi
lunare: «Una mano sul volante, l’altra impegnata ad indicare i
campi di arachidi e di cipolle, le piantagioni di banane e di
manghi, che costituiscono la sua enorme concessione, il
Commendatore parla ttissimo ed è felice di mostrare il suo
regno. “Guardate quel campo: mi darà cinquecento quintali di
arachidi ed io non ho fatto neppure la fatica di seminarle. Non
sono un uomo fortunato?”. Breve pausa, quindi: “Là ho piantato
quattro milioni di cipolle; ne inonderò la Somalia, mi assicurerò
anche questo monopolio”. Piccolo e robusto, in calzoncini corti e
un largo cappellaccio all’australiana calcato sulla grossa testa
calva, è il ritratto dell’uomo sicuro di sé, duro e spavaldo. Ha
lasciato Mogadiscio alla vigilia dell’indipendenza perché sa, per
esperienza, che agli europei le grandi cerimonie politiche
portano soltanto dei guai. Il Commendatore è un uomo che
crede di sapere tutto sulla Somalia e non soltanto perché è qui
da quasi quarant’anni, ma perché crede, essendo stato generoso
in regali e prestiti con i nuovi padroni, di essere tenuto
informato anche delle cose più segrete, insomma di essere
potente, protetto, intoccabile, mentre invece è soltanto odiato
dai suoi debitori.
«In ogni caso, ha preferito mettersi al sicuro a Genale, nel suo
sultanato, a centoventi chilometri dalla capitale festosa e
turbolenta. “Qui — dice — viviamo ancora come ai bei tempi: se
do una pedata ad un boy, non mi succede niente”. Per
associazione di idee, ricorda un episodio: “Di pedate ne ho date
parecchie, non lo nascondo. L’unico che non ho mai toccato,
neppure con un dito, è un boy della cabila dei Daròt, un tipo
sveglio, che mi piaceva. Bene, quel boy è diventato Presidente
della Repubblica. Non sono forse un uomo fortunato?”. 65
«Sui bei tempi, quando si poteva prendere a calci i somali
anche in piena Mogadiscio e sentirsi rispondere grazie, il
Commendatore disserta a lungo con Lince, un altro
concessionario, nel pomeriggio, sotto la veranda che dà su di un
giardino folto di rose del Kenya, di buganvillee e di altri ori da
paradiso terrestre. Nel mezzo della conversazione arriva
Mohamed, un bimbetto di tre o quattro anni dagli occhi
bellissimi. “Adesso Mohamed vi farà assistere ad una fantasia”,
dice Lince, ma accorgendosi che gli ospiti non dimostrano
entusiasmo per l’annunciato spettacolo, cambia discorso
accarezzando i capelli ricciuti del bimbo. “Mohamed ed io siamo
grandi amici — soggiunge —. Molti, andando al mare, portano
con sé il cane; io, invece, mi porto Mohamed. La prima volta
rimase stupito. ‘Chi l’ha fatto?’, chiese indicandomi il mare. Non
aveva mai visto che i nostri bacini di irrigazione e tanta acqua lo
spaventava. Poi chiese se ero stato io, col bulldozer, a scavare il
grande bacino che si chiamava mare, ed avendogli risposto di sì,
quando tornò al villaggio raccontò a tutti che Lince aveva fatto
un bacino così grande che non se ne vedeva la sponda opposta”.
Lince sorride e accarezza la testa ricciuta di Mohamed. Questa è
l’Africa che gli piace. L’Africa dei Mohamed, piccoli e adulti, che
credono che l’uomo bianco sappia fare tutto, anche il mare.
L’Africa che riceve le pedate e che ringrazia. L’Africa che non
esiste più.
«“Abbiamo sbagliato tutto — dice Lince, qualche ora dopo,
guidando l’auto sulla polverosa strada che conduce a Merca —.
Se avessimo cominciato vent’anni fa col mandare in Italia dei
somali per educarli a nostre spese, oggi, nonostante
l’indipendenza, potremmo considerarci ancora i padroni.
Ognuno di noi avrebbe dovuto occuparsi di un ragazzo,
spendere per lui un certo numero di milioni, puntare sulla sua
fortuna politica. Oggi, ministri ed alti funzionari sarebbero
legati a noi da lo doppio”. “Già — osserva qualcuno nella
macchina —, ma chi andava a pensare vent’anni fa che un
somalo avrebbe potuto diventare ministro? Se l’avessi soltanto
sospettato, avrei dato anche meno pedate”.
«Prima di arrivare a Vittorio d’Africa incontriamo il Generale.
È un uomo alto e diritto, vestito di bianco, e assomiglia a
Graziani. “Quello che vorrei che voi metteste in risalto, cari
signori, è lo sforzo fatto dai piccoli e medi concessionari... Il
punto sul quale insisterei, cari signori... Mi a do al vostro senso
di responsabilità, cari signori...”. Il rapporto è nito. Il Generale
ci concede di passare sulla posizione di riposo. Il sole picchia
forte sulla brughiera, sulle dune di sabbia, sulle miserabili
capanne di Vittorio d’Africa. “Cari signori, vorrei che voi
metteste in risalto...”. Non è un’allucinazione. Gli uomini che
tengono questi discorsi sono qui, davanti a noi, ben vivi. Il
Generale, il Commendatore, Lince: tre uomini sulla sessantina,
tre rappresentanti di una generazione di pionieri che non vuole
arrendersi, che annaspa per sopravvivere, che darebbe tutto pur
di non subire l’umiliazione di essere ‘ributtata in mare’, che è già
morta e non lo sa». 66

Una fragile democrazia.


Chiusa il 30 giugno 1960 l’esperienza dell’AFIS, gli italiani si
chiedono, giustamente, quanto è venuta a costare e a che cosa,
in realtà, è servita. Alla prima domanda, il deputato
democristiano Giuseppe Vedovato risponde sostenendo che,
complessivamente, la spesa per il decennio è stata di 68 miliardi
e 970 milioni di lire. 67 Tuttavia, qualche tempo dopo, una
pubblicazione u ciale del governo dà una cifra di quasi un
terzo superiore, ma in questi termini, curiosamente vaghi: «Il
gravame sostenuto dall’Italia per il complesso
dell’amministrazione della Somalia è, di gran massima, da
ritenere sia stato intorno ai 90 miliardi di lire». 68 Nella
relazione, in ne, che il ministro degli Esteri Segni presenta al
parlamento nell’ottobre 1961, si dice che «il contributo totale
dello Stato italiano all’indipendenza della Somalia, può essere
determinato in circa 87 miliardi di lire». 69
Analizzando queste cifre vaghe e contrastanti, Ernesto Rossi,
dopo di aver ricordato che nel 1950 il governo dichiarò in
parlamento che la spesa complessiva dell’intervento in Somalia
non avrebbe superato i 15/16 miliardi, soggiunge: «Mettendo
nel conto tutti i vari titoli di spesa (compreso il maggior onere
per l’acquisto, il trasporto, la distribuzione delle banane somale
e il mancato incasso per la esenzione dai dazi doganali delle
merci importate dalla Somalia), io non credo che il costo
complessivo dell’amministrazione duciaria possa essere stato
inferiore ai 200 miliardi». 70 Ricordando, inoltre, che dal 1°
luglio 1960 al 31 dicembre 1962, l’Italia ha speso «un’altra
trentina di miliardi» per l’assistenza alla Somalia, Rossi così
conclude il suo intervento polemico: «Io non riesco a capire
perché gli italiani si dovrebbero interessare alla sorte dei somali
più di quanto si interessano alla sorte dei tibetani o degli
esquimesi. Se vogliamo veramente sollevare alcuni milioni di
nostri connazionali, dalle condizioni di vita bestiale in cui
ancora sono, ad un minimo di vita civile, le Somalie da assistere
non abbiamo bisogno di cercarle fuori dei nostri con ni: le
abbiamo in Italia». 71
Un altro attento osservatore delle manovre italiane in Africa,
Francesco Rosso de «La Stampa», dopo di aver inutilmente
cercato di individuare i motivi che possono aver spinto l’Italia in
Somalia, scrive: «Nemmeno la tutela degli interessi degli italiani
residenti in Somalia potrebbe giusti care la costosa avventura.
Secondo dati attendibili, che mi sono stati forniti, i beni italiani
in Somalia ammontano a circa 46 miliardi di lire, che
l’incertezza del futuro ha svalutato di circa la metà. Al termine
del decennio, l’Amministrazione ci sarà costata 100 miliardi, e
continueremo a spenderne a fondo perduto se altri, com’è
probabile, non verranno a sostituirci, perché da sola la Somalia
non può reggersi. Con una somma così ingente c’era di che
indennizzare totalmente gli italiani che operano in Somalia, e
risparmiare ancora un bel numero di miliardi». 72
Si potrà obiettare che gli appunti mossi dai due autori,
mentre da un lato sembrano non tener conto del dovere di
solidarietà dei paesi più ricchi verso quelli più poveri, dall’altro
non prendono in considerazione il fatto che non tutte le
operazioni si fanno in base alla rigida legge dei costi-ricavi. Se,
ad esempio, l’opera decennale dell’AFIS si potesse de nire
veramente un successo, questo successo, con i suoi ri essi
bene ci sulla Somalia e il prestigio che ne ricaverebbe l’Italia,
potrebbe ben valere i soldi spesi. Di ciò è assolutamente
convinto il sottosegretario agli Esteri, Alberto Folchi, quando
scrive che l’azione dell’Italia nel processo storico di
decolonizzazione è stata «decisamente positiva» e quando
a erma che «in Somalia, assai più che altrove, la libertà politica
è apparsa come un frutto maturo, conseguito dalle popolazioni
indigene con il favore, il concorso, la collaborazione
dell’Occidente, non già strappato attraverso lotte aspre e
cruente». 73 Anche Mario D’Antonio, consulente in Somalia per
la Costituzione, è persuaso del successo dell’AFIS quando
sostiene che «il compimento del mandato duciario costituì, in
realtà, per l’Italia non il momento del de nitivo distacco dalla
vita africana, ma la premessa per una nuova forma di presenza
italiana, di cui proprio l’attuazione del mandato ha dimostrato
la pro cuità. Sembra veramente rientrare nel destino del nostro
popolo il compimento di missioni di civile progresso a
vantaggio di tutta l’umanità; nel segno di questo destino, così,
l’Italia è stata la prima nazione che sia intervenuta in Africa non
più quale portatrice di autonomi interessi politici, ma quale
esecutrice di un’opera di solidarietà che segue le linee della
necessaria evoluzione dei rapporti internazionali». 74
Se anche c’è del vero, in queste a ermazioni, esso è sepolto
sotto montagne di retorica. Alla prova dei fatti, in realtà, non si
può parlare di un successo dell’AFIS, come, del resto, abbiamo
già potuto veri care ricostruendo la storia del decennio.
Comunque, anche se l’AFIS non avesse avuto la cattiva partenza
che ha avuto ed avesse anche commesso meno errori, nel
termine perentorio di dieci anni non sarebbe stata in grado di
strappare la Somalia dal suo mare di miserie. Lo sbaglio, caso
mai, è di aver sollecitato con tanta insistenza e leggerezza il
mandato, di averlo accettato a scatola chiusa e di aver delegato,
a realizzare l’organizzazione del nuovo stato, non certo l’Italia
migliore, ma, come precisa Emanuele Savignone, un apparato di
burocrati «la cui e cienza si mostrava di molto inferiore a
quella già sconfortante dell’apparato pubblico in Italia, e la cui
capacità operativa era ulteriormente intaccata dall’obiettivo
distacco dai problemi della società e dalla s ducia verso i
somali». 75
Il primo e più grave atto di presunzione dell’AFIS è quello di
sostenere di aver realizzato in Somalia, con «vocazione umana e
cristiana» 76 e con una semplice applicazione di leggi e
strumenti italiani, una democrazia parlamentare, esemplare e
funzionante. In realtà, questa democrazia, ha già o erto una
prova modesta anche sotto il controllo dell’AFIS e dell’ONU e,
dopo l’indipendenza, si rivelerà ancora più fragile sotto l’attacco
simultaneo del cabilismo risorgente e dei gruppi di pressione
neocolonialistici. I motivi di questa fragilità vanno soprattutto
ricercati nel preciso disegno del neocolonialismo italiano, di
preparare, tramite l’AFIS, come osserva Luigi Pestalozza, «una
classe dirigente pronta a continuare a servirlo e a servire ogni
altro interesse coloniale». 77
Le tappe della formazione di questa classe dirigente, disposta
a mediare gli interessi stranieri, le abbiamo viste ricostruendo
la storia della Lega dei Giovani Somali, prima avversata e
combattuta dall’AFIS, poi attratta con la «politica della biada» e
svuotata di certi suoi contenuti sociali e progressisti, ed in ne
depurata dell’ala oltranzista e premiata con il potere politico e la
graduale immissione nelle attività economiche del paese. «La
lotta senza quartiere che oppone i leaders locali per la conquista
delle alte cariche pubbliche — scrive Scek Mohamed Mohamud
alla vigilia dell’indipendenza — è ben lontana dal lasciare il
popolo indi erente». 78
Anche se espresso all’inizio degli anni ’70, quando la prima
repubblica somala è già morta ed è stata sostituita dal regime
dei militari, e risente, in una certa misura, del clima di
condanna assoluta del passato creato dalla rivoluzione
trionfante, il giudizio che Pestalozza dà dell’azione dell’AFIS è in
gran parte condivisibile: «La storia del neocolonialismo in
Somalia inizia con il dopoguerra, con l’AFIS, che in sostanza [...]
approfondisce la divisione fra città e campagna, riquali ca il
tribalismo come matrice dei criteri clientelari che vengono
favoriti nell’amministrazione, forma una classe di funzionari e
di commercianti legati al gioco dell’amministrazione italiana,
alimenta la corruzione, i tra ci speculativi più scandalosi, il
dilagare dell’immoralità, la mentalità del privilegio ottenuto coi
favoritismi, insomma i metodi e i costumi di quel sottogoverno
che non a caso negli stessi anni si a erma in Italia». 79
Proseguendo nella sua analisi, Pestalozza soggiunge:
«Tramite l’aggregazione di nuovi ceti intermedi, per lo più
urbani, allo sfruttamento straniero, si riprodusse una
strati cazione di poteri socioeconomici tanto vincolata alla
presenza del capitalismo italiano in Somalia, quanto legata al
suo sistema di amministrazione; e il fatto che l’AFIS abbia
addirittura consolidato questo sistema, può spiegare perché
l’Indipendenza venne gestita da un’embrionale borghesia
somala, prevalentemente intermediaria, la cui e cienza e la cui
corruzione erano del tutto necessarie allo stato da essa gestito.
Lo stato, infatti, di un’indipendenza preparata per servire il
neocolonialismo, non poteva che amministrare gli squilibri
ereditati dal colonialismo e dunque lo sviluppo del
sottosviluppo; dunque doveva essere lo stato dell’anarchia, delle
clientele, del parassitismo, del tribalismo, senza di che non
avrebbe potuto esercitarsi lo sfruttamento e il dominio di classe
della pseudoborghesia somala». 80
Il fallimento dell’AFIS non è però soltanto politico, è anche
economico. Come osservano Lewis e altri studiosi del
problema, 81 allo scadere del mandato italiano la Somalia resta
il paese poverissimo di prima, senza infrastrutture, destinato
per decenni a vivere di sussidi. «Gli italiani non riuscirono a
risolvere due importanti problemi della nascente repubblica
somala — scrive a sua volta Robert L. Hess —: la questione del
con ne con l’Etiopia e la creazione di un’economia vitale». 82
Eppure, par di sentire Ernesto Rossi, l’Italia ha sepolto in
Somalia dai 100 ai 200 miliardi. Ma ciò che è sfuggito anche
all’attento Rossi è che gran parte delle somme erogate dall’Italia,
anziché in investimenti produttivi, è stata spesa per le altissime
retribuzioni della pletorica burocrazia dell’AFIS, per il
funzionamento della stessa, per le agevolazioni lecite e non
lecite (auto, servitù, arredamento di case, viaggi in Italia), per le
liquidazioni del personale. Pazzi ritiene che l’AFIS abbia
ingoiato, per mantenersi, «poco meno di 2/3» della cifra
complessiva elargita. 83 Il che fa dire a Giorgio Assan: «Se il
contributo italiano [...] è stato quasi totalmente speso per il
personale e il suo funzionamento, noi dobbiamo concludere che
ci troviamo di fronte a una macchina amministrativa
sproporzionata alla funzione; tanto sproporzionata da
sacri care il ne — la trasformazione economica del territorio
— per il mezzo — l’impalcatura burocratica per operare la
trasformazione suddetta —». 84
Questi conti li sanno fare anche i somali più avveduti.
Anch’essi sanno che gran parte del denaro stanziato dall’Italia
per la Somalia è in realtà rientrato in Italia sotto varie forme.
Quando Ernesto Rossi a erma di non capire perché gli italiani si
interessino tanto dei somali, e non, ad esempio, dei tibetani e
degli esquimesi, va detto che, una volta tanto, il suo rilievo è
ingiusti cato, perché nelle tasche dei somali, nel decennio
dell’AFIS, di denaro italiano ne è nito poco, basta osservare i
dati sul loro reddito pro-capite, che è il più basso del mondo. In
realtà, come giustamente mette in evidenza Savignone, l’AFIS
non «fece nessun passo per porre le basi dello sviluppo
economico nelle direzioni obbligate della creazione di
infrastrutture generali e speci che, dell’avvio di iniziative
industriali per sostituire i beni importati, della diversi cazione
della monocoltura agricola, nonostante che queste direzioni
fossero quanto meno adombrate — quando non espressamente
sostenute — nei pareri degli esperti». Analizzando, in ne, le
poche iniziative di sviluppo patrocinate dall’Italia, Savignone
osserva che una «consistente parte dei nanziamenti italiani si
traduceva in aiuti diretti o indiretti alla bananicoltura, e quindi
nel sovvenzionamento di un’attività priva di futuro e
distruttrice di ricchezze, quasi completamente in mano, oltre
tutto, di connazionali». 85
Dal canto suo, Alessandro Pazzi muove due appunti all’AFIS:
quello di non aver svolto un’opera più attiva per ricercare i
capitali necessari allo sviluppo della Somalia presso i numerosi
fondi internazionali per le aree depresse, e quello di essersi
sovralimentato «per il comodo dei suoi funzionari», ciò che gli
ha impedito di eseguire quanto meno una parte degli
investimenti necessari a favorire il decollo della Somalia. «È
sintomatico — scrive Pazzi — che alcuni provvedimenti
necessari per il futuro economico della Somalia, come la
costruzione di un porto a Chisimaio, siano stati progettati non
dall’AFIS, ma dal governo somalo, per il conto del quale sta
attualmente lavorando una commissione di dieci americani
assistiti da un economista italiano: essa deve redigere una
relazione sull’opportunità economica di tale importante lavoro,
che richiede una spesa di circa 5 miliardi di lire». 86
In ne, come ha ricordato Hess, l’AFIS ha anche fallito
l’obiettivo di dare alla Somalia dei con ni sicuri e de nitivi. La
mancata delimitazione della frontiera con l’Etiopia, soprattutto
nella zona dell’Ogaden, dove nell’estate del 1960 si veri cano
nuovi e gravi incidenti, costringe la Somalia a potenziare il suo
piccolo esercito distraendo così ingenti somme dagli
investimenti produttivi. Le prime forniture d’armi al governo di
Mogadiscio, soprattutto fucili, vengono fatte con molta
discrezione dall’Italia. Ma il fatto non passa inosservato.
Quando, il 1° settembre 1960, Giuseppe Brusasca giunge ad
Addis Abeba in qualità di ambasciatore straordinario, per
chiedere al governo etiopico di appoggiare all’ONU le ragioni
dell’Italia nella controversia sull’Alto Adige, non trova all’inizio
l’accoglienza che sperava. «Mi avevate promesso che non avreste
mai armato i somali», gli dice Hailè Selassiè nel corso
dell’udienza. «Abbiamo dovuto farlo — risponde Brusasca —,
altrimenti sarebbero intervenuti i sovietici, e con armi ben più
o ensive dei nostri vecchi fucili». 87 L’imperatore accetta le
spiegazioni di Brusasca e concederà il richiesto appoggio
dell’Etiopia sulla questione dell’Alto Adige, ma i rapporti
somalo-etiopici, salvo rare schiarite nella seconda metà degli
anni ’60, saranno sempre tesi, per sfociare in ne nella guerra
aperta.
La mancata de nizione dei con ni, se da un lato impegna la
Somalia a mantenere un esercito sproporzionato alle sue
risorse, dall’altro alimenta l’illusione, nei somali, che il processo
di riuni cazione dei territori di lingua somala possa compiersi
più facilmente. Nei primi tre anni di indipendenza, infatti, come
vedremo, la diplomazia somala svolge un’incessante azione per
ricuperare i territori di Gibuti, dell’Ogaden, del Northern
Frontier District, che la spinge anche a compiere passi gravi,
come la rottura delle relazioni diplomatiche con la Gran
Bretagna. Ma i disegni del pansomalismo preoccupano gli stessi
leader della nuova Africa, che non intendono rimettere in
discussione le frontiere tracciate dal colonialismo, anche se
arbitrarie. Per cui la Somalia, a partire dal 1960, si trova isolata
in tutte le conferenze panafricane, vista con sospetto a quella
del Cairo ed osteggiata a quella di Monrovia, anche se il premier
Abdirascid Ali Scermarche continua a ripetere che non si deve
interpretare la riuni cazione dei territori somali come un atto
di «colonialismo» o di «espansionismo» e neppure come
un’«annessione», ma semplicemente come «l’applicazione del
principio del diritto all’autodeterminazione». 88 Nonostante
queste rassicurazioni, la Somalia non sarà più in grado di uscire
dal suo isolamento.
Alcuni osservatori ritengono che l’AFIS abbia conseguito un
solo successo in Somalia: quello di averla dotata di ottime Forze
armate, forse le migliori del continente. Di questo ore
all’occhiello, scrive ad esempio Francesco Rosso: «Durante gli
anni della nostra amministrazione, i carabinieri hanno
compiuto l’opera più solida della Somalia, hanno creato dal
nulla e mirabilmente istruito un corpo di polizia già
e cientissimo. Un’opera perfetta, e chi manovrerà questo
congegno dominerà la Somalia, dove i poteri costituzionali
saranno per forza di cose poco operanti. Non si può escludere,
quindi, che un certo mattino i somali si sveglino con una
dittatura militare saldamente installata al potere con il pretesto
di stroncare le lotte fra le fazioni politiche, già vivaci anche ora,
e tra le cabile avverse». 89 È quello che accadrà il 21 ottobre
1969. La democrazia parlamentare creata dall’AFIS avrà dunque
una vita brevissima, nove anni, e verrà sepolta dal solo
organismo e ciente del paese, l’esercito, nel cui ambito alcune
forze sono andate sviluppandosi in senso progressista dinanzi
alla graduale degenerazione della prima repubblica somala.

1. A. A. Castagno, op. cit., p. 368.

2. Al generale Ferrara erano succeduti i seguenti u ciali: il colonnello Antonio Nani,


il colonnello Giuseppe Massaioli, il tenente colonnello Dino Mazzei, il tenente
colonnello Cesare Pavoni. Dirigeva i servizi di sicurezza Giuseppe Santovito.

3. Italia e Somalia, cit., p. 197.

4. La rivista godeva del sostegno dell’Istituto Italiano per l’Africa, ente di diritto
pubblico dal 23 aprile 1947.

5. «A rica», n. 3, marzo 1955.

6. «A rica», n. 5, maggio 1955.

7. Parte degli editoriali de «Il Corriere della Somalia», apparsi tra il 1956 e il 1960,
erano infatti del primo ministro.

8. Editoriali de «Il Corriere della Somalia», cit., pp. 69-71. In data 18 gennaio 1958.

9. Ivi. In data 10 marzo 1959, pp. 134-36.

10. «Le Monde», 5 marzo 1959.

11. TaA di L. Crapanzani, cit.

12. Alla presidenza del Comitato politico fu chiamato il presidente dell’Assemblea


legislativa. Gli altri membri erano: il primo ministro, i ministri, il sottosegretario
della presidenza del Consiglio, i vice-presidenti dell’Assemblea legislativa, alcuni
deputati, tre funzionari amministrativi somali, un rappresentante di ogni partito
politico presente nell’Assemblea legislativa.
13. Del comitato tecnico facevano parte 13 italiani (docenti universitari, magistrati
ordinari e speciali, funzionari amministrativi) e 9 somali.

14. Qualche risultato si ottenne nel campo dell’istruzione. Dal 1950 al 1959 il
numero delle località fornite di scuole primarie passò da 28 a 164 e il numero degli
allievi, fanciulli ed adulti, da 6.466 a 40.994. Creato nel 1954, l’Istituto superiore di
discipline giuridiche, economiche e sociali fu trasformato nel 1957 in Istituto
superiore di diritto e di economia. Nel 1959 subì un’ulteriore trasformazione e
diventò l’Istituto universitario della Somalia. Dal 1952 al 1959 furono concesse
711 borse di studio a studenti somali. Di questi, nel 1960, 531 avevano completato
i loro studi ed erano rientrati in patria (TaA di Luigi Gasbarri, rilasciata a
Mogadiscio il 25 giugno 1960).

15. Negli anni ’50 agivano in Somalia la Mineraria Somala, del gruppo ENI, la Sinclair
Somal Corporation, la Frobischer Ltd. e la Standard Vacuum Oil Co., ma le
esplorazioni e le numerose perforazioni non condussero a nessun risultato. Ecco,
ad esempio, un giudizio dell’ENI: «In conclusione le risultanze degli studi, dei
rilievi e dei sondaggi e ettuati in Somalia portarono ad una valutazione negativa
delle prospettive sulle possibilità petrolifere del permesso. Conseguentemente la
Mineraria Somala sospese l’attività di ricerca petrolifera nel paese e la concessione
venne rilasciata nell’aprile del 1963» (cfr. Elementi storici delle attività delle società
del gruppo ENI in Africa Orientale, Roma, 30 settembre 1982, p. 7. Dobbiamo questo
rapporto riservato alla gentilezza del Commissario straordinario dell’ENI, Enrico
Gandol ).

16. Luigi Bruno, La Somalia alla vigilia della sua indipendenza, Stab. Tip. Commerciale,
Milano 1959, p. 9.

17. «Il Corriere della Somalia», 13 ottobre 1958.

18. «Il Ponte», cit., p. 878.

19. Questo era il nuovo nome assunto dall’Hisbia Dighil & Miri e in omaggio alla<