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L’Africa d’Italia

CAPITOLO 1 “IL DISCORSO COLONIALE FRA CONTINUITA’ E ROTTURE”


L’uscita dal fascismo e dalle guerra ci permettono di ricordare, seppur in parte e sporadicamente, il
nostro periodo coloniale che, volente o dolente, è parte integrante del processo di formazione di
Stato Unitario.
L’interesse italiano nei confronti dell’Africa si cimentò nell’immediato dopo guerra, quando colonie
e la città di Trieste erano i principali argomenti politici. Dopo il Trattato di pace del 1947, Italia
considerata come parte sconfitta della guerra, si reca alle urne il 18/02/1948 e venne eletto Alcide
De Gasperi come presidente del consiglio. Alcide non credeva ad un clamoroso ritorno italiano in
Africa nonostante dovette fare i conti con le lobbies(?) dei coloni rimpatriati o sul piede di partenza
così che, una volta superato questo accadimento l’x Africa italiana cadde nel dimenticatoio.
( Testimone del fatto la chiusura nel ’72 del museo coloniale e il definitivo smantellamento negli
anni ’80)
Ciononostante, la storia italiana come colonizzatori su un popolo prettamente indigeno di
colonizzati non sono facilmente separabili dato che il colonialismo italiano e la successiva
decolonizzazione ha portato con sé conseguenze che si riflettono negli ordinamenti politici, nella
società e nelle colonie Africane al tempo di stampo tricolore.
Pfr 1 Tendenze Contrapposte
L’approccio italiano al colonialismo avvenne dopo la sua Unificazione (17/03/1961,
successivamente alla spedizione dei mille) con la quale si è rinvivito il sogno della nascita di un
Nuovo Impero che è in parte alimentato dalle volontà dei francesi e inglesi di avventurarsi alla
conquista del Terzo mondo; si deve aggiungere che l’avventura italiana in Africa è stata un
elemento cardine per farla sentire come Stato vero e proprio. La difficile gestione del colonialismo è
dovuta da due fenomeni verificatesi contemporaneamente, quello dell’emigrazione e del
colonialismo i quali sono in parte correlati dal momento che era ghiotta la speranza di veder
trasferirsi gli emigrati Italiani in queste colonie.
La politica estera e coloniale era legata anche alle alleanze che si fecero con Austria e Germania
(triplice alleanza) in modo da non lontanarsi troppo alle potenze centrali. A livello sociale però, la
disinformazione era alta, si impiegavano numerose risorse a fini pochi chiari il che era
ulteriormente accentuato dal basso livello di istruzione che investiva la penisola nella seconda metà
dell’800. Si può informalmente esplicitare che le idee dell’elite politica italiana per quanto concerne
il fenomeno coloniale possono essere suddivise in tre fasi: L’ENTUSIASMO, LO
SCORAGGIAMENTO E LA RIVALSA che naturalmente si sono susseguite e decisamente
impensabili per le scarse risorse economiche e politiche prima dell’unificazione.
Una volta concluso e ricalibrato il potere italiano, il colonialismo divenne tema centrale del dibattito
politico per la ricerca di beni e risorse ed inoltre per la ricerca di poteri da poter avvalersi in ottica
internazionale.
Gli umori erano dei più disparati, la borghesia imprenditrice rimaneva ostile mentre i gruppi
economici aspiravano alla conquista oltre mare affidando alle stampe questo tema ( I quotidiani
storici del tempo erano LA STAMPA E IL CORRIERE DELLA SERA). Questo tema ha avuto il suo
sviluppo quando lo Stato Italiano rilevò Assab dalla Rubattino nel 1882 (acquistata dalla società nel
1869 con lo scopo di creare un deposito di carbone, si afferma che fu solamente una copertura per
cominciare il colonialismo nell’Africa Orientale), ma giornali democratici e cattolici (per questioni
relative alla sua sovranità a Roma) erano assolutamente contrari.
Il partito più coinvolto e i ministri più attivi per l’avvio dell’attività coloniale furono quelli della
sinistra.
L’italia inizialmente non fu presa in considerazione da Bismark in quanto alla partecipazione in un
convegno internazionale sul tema del colonialismo, ma ottenne l’onere di partecipare alla
CONFERENZA DI BERLINO SULL’AFRICA (1884-85) grazie alla volontà del paese di non
rimaner spettatore delle conquiste degli altri paesi, tanto che, in concomitanza, avvenne il
primissimo atto militare italiano in Africa occupando Massaua.
Priorità per l’azione politica Italiana in Africa era la sicurezza del mediterraneo in modo di
avvalersi di un luogo facile e conosciuto per raggiungere il terzo mondo.
Il principale ministro che portò l’Italia a valcare il proprio confine fu un’esponente della sinistra
storica, Mancini, il quale fu contestato da altri autori della Destra in quanto ritenevano che nessun
paese detenesse il diritto di usurpare terre di altri popoli a maggior ragione se il paese interessato (in
questo caso l’Africa) avesse un contingente di ricchezza molto labile; inoltre, secondo la Destra, il
colonialismo costava più di quanto potesse rendere e che, in prospettiva di sviluppo, non ritenevano
la spedizione un bene per lo sviluppo del paese.
Sfumata la possibilità di conquistare il Nord Africa, non ci rimaneva altro che tentare la conquista
del corno d’Africa affrontando un bersaglio di valore come era al tempo l’impero Etiopico.
La spedizione sul corno doveva iniziare dall’Eritrea, colonia a tutti gli effetti dal 1890, da li l’Italia
si proponeva di piegare l’impero di Etiopia con diplomazia o con la guerra; in quanto al discorso
diplomatico, ci furono degli abbagli che dimostrarono il tentativo italiano di soggiogare la sovranità
dell’Etiopia come il così chiamato TRATTATO DI UCCIALI redatto e compilato da ambi i popoli
e dai sultani Yohannes e Menelik per così dire modernizzare il loro paese (come vedremo si
presentarono degli equivoci). Per quanto concerne con le azioni di guerra, la strage di Dogali
rappresenta un vero e proprio massacro dal momento che il bilancio di morti fu elevato, si parla di
433 morti che per la retorica divennero 500 (Piazza 500 di Roma); sempre in ambito bellico, la
sconfitta di Adua (1° sconfitta occidentale in Africa) segnò una profonda crisi della politica italiana
che di conseguenza portò anche alla caduto del governo Crispi. Si aprirono pertanto ferite profonde
tra la civiltà e tra la politica italiana, il socialismo criticava e invitava il ritiro della politica coloniale
mentre dall’altro canta si costruì anche un partito bellicoso che promuoveva l’azione militare in
AFRICA eretto da un ex socialista Enrico De Marinis (società d’africa italiana); anche la chiesa
cattolica prosperava per le azioni militari in Africa con le quali avrebbero potuto facilitare la strada
ai missionari italiani nel paese nero dato che era una nazione che si era allontanata dal
cristianesimo.
Dopo Adua ci fu per la prima volta una discussione sul colonialismo in sede istituzionale quanto
mai in libertà fino a quel momento incontemplabile. I moventi erano maggiormente il rischio di un
disastro economico e sociale. Nonostante le precauzioni, la massoneria e il partito della borghesia si
divisero in merito alla politica coloniale tanto si presentò un blocco effimero per la campagna
africane dal momento che coloro che sostenevano l’imperialismo seppero aspettare il momento
giusto per ripartire più forti. Con il contributo della testata giornalista Il Sole e del suo redattore
Martini la rinascita di una cultura colonialistica si insinuò nuovamente nei meandri della civiltà
facendo sembrare inutili gli sforzi degli anticolonialisti che, inoltre, avevano proposto alla Camera
il ritiro delle truppe. Erano più favorevoli i tempi per i colonialisti, a confermarlo non furono solo
alcuni quotidiani (corriere della sera e il regno), ma anche storici e letterali di certo calibro come
D’annunzio (anni più avanti). I motivi principali che appoggiavano la campagna colonialista erano
l’indipendenza economica italiana contemplata grazie ad appunto l’aumento di sbocchi sul
Mediterraneo; in questo momento, i tentativi socialisti a contrastare le concezioni imperialistiche e
colonialistiche regnavano agli oppositori del colonialismo (tra cui anche i socialisti).
“La forza per ricominciare” prf.2
Palese era il favoreggiamento al colonialismo da parte delle forze politiche dominanti in quel
momento che di conseguenza influenzarono anche la società civile. La svolta in questa direzione è
rappresentata dal Congresso coloniale di Asmara (1905) e dall’Istituto coloniale italiano (ICI).
Al congresso, il governatore di Eritrea Martini acclamò la sua amministrazione in terra coloniale e,
aggiunge, che lo sviluppo economico sul corno era condizionato dai pochi investimenti che la
penisola inviava; in seguito al congresso, le stampe italiane si divisero in due parte: Il “Mattino”,
che sosteneva il colonialismo contro il “Secolo” che invece desiderava la sospensione delle
spedizioni in Africa.
L’ICI, costituito nel 1926 nacque come filiale del congresso ed interessante è sapere che nella sua
formazione erano di numero più alto i rappresentanti meridionali che i padani; questo Istituto
inoltre, aveva come obiettivo la formazione di nuclei italiani esteri per gestire l’emigrazione dei
propri cittadini.
Il Nord Africa era l’obiettivo privilegiato tanto che solo dopo la conquista della Libia venne istituito
il ministero delle colonie. La vittoria libica aumentò ancor più gli animi e ormai solo i socialisti si
opponevano.
L’idea che si propagò anche dopo il Congresso degli italiani all’estero del 1911 e il Congresso
coloniale della Società africana era che l’Italia non si dovesse imbattere in una guerra in
Tripolitania perché era difficile conciliare il processo di rafforzamento di unità nazionale e quello
espansionistico.
Nella 1GM la Germania voleva diventare una potenza mondiale e le colonie rappresentavano la
contromisura di guerra per gli stati europei anche perché le colonie erano previste anche tramite un
accordo segreto fra Francia e Gran Bretagna e l’Italia, successivamente entrata in guerra, dovette
rimanere della medesima politica. Finita la guerra e con la firma del patto di Londra l’Italia
spingeva per bottini africani dal momento che gli aspettavano di diritto. Anche il Convegno
nazionale coloniale dopo guerra nel 1919 era propenso a continuare le campagne africane perché le
sensazioni erano quelle di affermare la propria parità con Francia e Gran Bretagna e di ristabilire
l’equilibrio nel Mediterraneo.
“I sogni Imperiali” prf.3
Il fascismo fece dell’impero e dell’egemonia sul Mediterraneo i propri cavalli di battaglia. Tipicità
dell’imperialismo è invertire le pressioni interne sul versante esterno. Durante l’epoca fascista, la
colonizzazione impegnò tutti i poteri dello stato, dall’economia alla cultura; fu nel ventennio che in
Libia e in Somalia si portò a compimento il processo di insediamento e controllo effettivo. La
seconda guerra d’africa (1934-35) riscattò la sconfitta di Adua accusando così la politica come
incompetente piuttosto che l’esercito militare in modo da far riconoscere alla popolazione che
l’Italia era forte e potente. (Guerra etiopica? sicuramente
Anche a favore della ripartizione delle colonie come decretava il Patto di Londra il governo
mussolini cerco di velocizzare i tempi ma dal momento che i tempi non erano dei più corti si cercò
di incanalare nelle menti della gioventù una educazione imperiale attraverso le scuole, così da poter
congiungere il colonialismo con il fascismo. L’ottica fascista era quella di dare sensazioni di
potenza in Italia, in Africa e nel resto del mondo affinché fungesse da controparte nei confronti
delle democrazie liberali occidentali; il massimo impegno fu l’occupazione dell’Etiopia che
testimoniarono il fatto che le relazioni cordiali con gli etiopi erano solo di copertura.
La guerra d’Etiopia doveva funzionare come etichetta internazionale in modo da far aumentare il
prestigio e l’interesse di Francia e Inghilterra per l’Italia in modo da contendere Hitler. Quando
Mussolini comunicò al Re Vittorio Emanuele III che regnava anche in Etiopia a sua volta lui
acclamò l’impresa del governo come “grandezza della patria fascista”. L’attraversamento del Mareb
che anni prima con la sconfitta di Adua aveva portato innumerevoli morti e con l’ingresso di
Badoglio in Addis Abeba si restaurò la pax romana in Africa. Le forze antifasciste non avevano la
strumentatura necessaria per contrastare il fascismo per i media erano esclusivamente del regime
per far partecipare alla guerra l’opinione pubblica senza dover incorrere a reazioni negative; Anche
la chiesa con Pio XI tentò l’opposizione alle operazioni fasciste ma senza successo dal momento
che cadde a compromessi e a convenienza.
Insomma, il colonialismo italiano ora aveva una struttura più organica prospettando imprese e
impegni prima sconosciuti. Nel 1932, fu nel decennale fascista a nascere il museo delle colonie di
Roma. Iniziarono anche numerosi studi accomunando scienziati dei vari campi sociali e scientifici
con il fine di incrementare le conoscenze sul territorio del corno, spingendo così la società civile a
credere della potenza imperiale che l’Italia era diventata, considerando inoltre come errore eventi
storici come il Trattato di Losanna che nel 1912 aveva permesso di far lasciare un’autorità residuale
del califfato.
In seguito, la sconfitta in guerra dell’Italia nello scontro mondiale risparmiò i traumi della
decolonizzazione, gli italiani che dovettero lasciare le colonie erano visti tutt’al più come serbatoi di
suffraggi; colpisce anche come nel 1947 durante il Congresso nazionale non si perpetrò nessuna
idea concreta tranne che, in particolare nell’ambiente di destra, di costruire una sorta di Eurafrica
ovvero una specie di comunità istituzionalizzata fra Europa e il continente coloniale per eccellenza.
Vi erano i paragoni ( differenze evidenti che la prof a riportato) tra il colonialismo liberale e quello
di epoca fascista.
“Alla ricerca di una storia”prf.3
Uno dei tratti distintivi tra il colonialismo liberale e quello fascista era il modo in cui venivano
dirette le colonie stesse; nel programma fascista vi era l’attuazione di una forma di dominio diretto
che portava con se anche un disinteresse per l’etnografia coloniale rappresentate formalmente dalle
leggi razziali. (Teorie Etnografiche sul colonialismo per la costruzione di società colonizzata a cura
di Ponty e Edward Said. DA FARE O NON?; Alcuni storici-professori di eccellenza come Gennaro
Mondaini e Raffaele Ciasca giudicano dal loro modo di vedere il fenomeno come un’apologia per
evidenziare la sua storicità e che difficilmente si compirà di nuovo.
Paragrafo caratterizzato da opinioni di storici, critici, e quant’altri per riuscire a considerare
e a definire il colonialismo nella sua totalità. DA FARE?
CAPITOLO 2 “LA PRESENZA PRIMA DELL’UNITA’: LOGICHE
MERCANTRILI, POCA POLITICA
1859/60 si verificò la 2° Guerra d’indipendenza la quale portò al Regno di Sardegna ad annettere
gran parte del territorio italiano, gettando così le fondamenta di quello che sarà proclamato nel 1861
Regno d’Italia. Questo processo fu finalizzato da ottiche e predominanze nazionaliste sebbene vi
erano altre forze politiche differenti ma l’idea comune era quella di recintare in un unico assetto le
istituzioni e la politica in Italia entro un fronte comune a differenza di come era stato in passato.
Formatasi ciò che gli storici hanno denominato una forma di Monarchia nazionale, si perpetuava
all’interno delle istituzioni grandi ambizioni che di lì a poco ci avrebbero condotto al colonialismo.
In questo contesto, l’Italia era promotrice di questo processo di esplorazione, commercio, scoperte
geografiche che fino ad allora non l’aveva mai coinvolta, ma allo stesso tempo si rifletteva quella
scarsità d’efficacia delle istituzioni e della politica comparandola con i maggiori Stati dell’Europa
moderna. Quest’aria di acclamazione ambiziosa al colonialismo era ripresa anche in ambito politico
(si citano le esplorazioni di Indie e America poi attribuite ad altri paesi).
Questi diritti ancor più passati sottratti all’Italia si ripercuoteranno di nuovo in Italia dopo la 2°GM
nel 1945 come una sorta di ingiustizia nei confronti dell’Italia ormai alleata per la suddivisione
delle colonie del terzo mondo.
“Il Settecento” prf.1
Nonostante eventi documentati in cui si manifestano chiaramente aiuti di tipo economico di sistemi
e stati italiani prima dell’unificazione nei confronti di altri stati (Portogallo in primis) per finanziare
le loro esplorazioni Europee ( in Guinea [con Portogallo]), ad ogni modo nessun Stato italiano
aveva basi permanenti al di fuori dell’Europa a differenza di Inghilterra, Francia, Spagna,
Portogallo.
Questo sostanzialmente fu dovuto dal fatto che gli obiettivi politici-economici del tempo erano
contenuti sul Mediterraneo vista anche la frammentazione di territori in cui ci trovavamo.
Nel ‘700 la funzione eco-comm degli stati italiani era importante per i poteri islamici (impero
Ottomano in primis) attraverso le attività mariniere di Genova, Napoli, Venezia perché garantivano
le comunicazioni su rotte importanti verso l’occidente dall’oriente. Pian piano questa condizione
andò drasticamente diminuendo per via delle nuove presenze europee, Francia e Inghilterra.
La perdita d’importanza portò ad esempio il Repubblica di Venezia ad aprire nuovi fronti nel 1782-
92 a discapito delle Tunisia con azioni belliche per stabilire una linea commerciale sul Mar Nero
sulla parte settentrionale del Pacifico. I risultati non furono entusiasmanti e si conclusero con la fine
della Repubblica nel 1797 e di conseguenza la conquista dell’Egitto da parte dell’esercito
napoleonico nel 1798-80 portò ormai ad un mutamento geopolitico e commerciale del
Mediterraneo. In sostanza, gli Stati Italiani fino all’età moderna in tema espansionistico erano in
poche parole assenti.
Discorso a parte è quello del papato perché fu l’attore europeo più rilevante sul piano politico-
diplomatico e indirettamente sull’economico-commerciale, ma in particolar modo su quello che
riguarda la organizzazione e direzione dell’attività di impianto e propagazione della religione in
aree nuove come America, Asia orientale e quella subsahariana.
L’operato dello Stato Pontificio aveva già raggiunto scala globale; cruciale inoltre fu anche
l’istituzione nel 1622 della Congregazione de Propaganda Fide decisa da Gregorio X. Con ottiche
già confabulate nel ‘500, l’organo si proponeva di espandere il cattolicesimo nel mondo.
L’impianto di nuove strutture ecclesiastica e il rapporto con altre chiese cristiane fra cui quella
orientali aprirono nuovi canali esterni alle aree degli Stati cattolici, non solo nell’Europa
settentrionale ormai inondata dalla sfera protestante ma anche in America Settentrionale, Medio
Oriente, Africa, India etc. L’opera andò a incrementarsi grazie il beneficio dei corpi missionari fino
a conoscere il loro apice nel ‘800/900; al tempo lo stato pontificio godeva di una sua autonomia e
sovranità che le permise attuare opere miranti l’espansione del cattolicesimo cercando di costruirsi
rapporti con le corti di altri Stati. (pag 64 aneddoto commerciale tra Regno Sardegna e Francia per
l’india e altro aneddoto commerciale del Regno di Napoli pag 66, entrambi con pochi intenti politici
ma bensì pienamente commerciali)
“L’ottocento” prf.2
Dopo il congresso di Vienna (1814-15) ci fu un rassettamento della carta politica italiana; tra i due
più importanti è doveroso esplicitare la mancata ricostituzione del Regno di Venezia e Genova a
vantaggio dell’Austria che costituì il Regno Lombardo-Veneto, e del Regno di Sardegna che
insieme alla Liguria furono la casa dei Savoia. Con Genova epicentro dei rapporti commerciali
occidentali, il regno sardo divenne uno stato marittimo.
Nei decenni, il Regno di Sardegna e il Regno delle due Sicilie (NP) stipularono degli accordi
commerciali limitati a traffici transoceanici in logica di espansione dei traffici in mercati di libero
scambio; i due regni furono particolarmente attenti ad non creare situazioni di frizioni con le
potenze occ tra tutte la Gran Bretagna, distaccandosi pertanto dalle aree inglesi in Orientr e Africa.
Questo in quadro internazionale si può leggere come una risposta residuale a ciò che ha investito la
gran parte degli Stati occidentali, vale a dire il capitalismo. Furono però importanti questi primi
approcci espansionistici preunitari per l’Italia post-unificazione costruendo su ciò che già era stato
designato di disegni espansionistici coloniali. (Dent&Co, esempio di strategia commerciale dei due
Regni affiliati Sardegna e Due sicilie nelle Indie Orientali in Cina, a Canton e a Macao e non vere e
proprie strategie politiche in ambito estero e commerciale) (Questo paragrafo e di conseguenza
questo capitolo ci illustra la situazione italiana pre-unità per quanto riguarda i rapporti commerciali
in particolare affinità con organi consolari italiani fuori dal prossimo Regno D’Italia, rapporti
instaurati maggiormente da Napoli, Due Sicilie, Sardegna con ahimè pochi intenti di cooperazione
politica, privilegiando quindi solo il commercio )
CAPITOLO 3 “ESPANSIONE E CONQUISTE NEL MEDITERRANEO E NEL
MAR ROSSO”
Abbiam visto come gli Stati italiani, sebbene non instaurassero rapporti politici con paesi esteri,
tentassero i primi approcci commerciali. Il punto strategico e favorevoli agli italiani era costituito
sicuramente dal Mar Mediterraneo (stesso paesaggio, clima..), ma in questa zona il nostro paese
doveva fare i conti con altre forze europee (Algeria-Tunisia: FRANCIA, Suez e il Nilo: GRAN
BRETAGNA). I londinesi preferivano lasciare all’Italia i stati Africani rimanenti a discapito di
Germania e Francia che potevano diventare ancor più potenti. Nel Mediterraneo l’Italia dovette
accontentarsi della Libia (1911); pur essendo le coste africane che affacciano sul Mediterraneo la
priorità, per necessità il nostro interesse si spostò sul Mar Rosso per aprire una via sul Canale di
Suez.
Mancini fu colui che al parlamento insistette per la costa nordica orientale Africana (1885); fra i
territori più appetibili spiccarono l’Abissinia e l’Etiopia, mete di esplorazioni scientifiche prima di
diventare veri e propri desideri.
A contribuire a questa nuova idea coloniale furono anche i viaggiatori, geografi, storici, etnologi,
autori di opere che sono entrate nel patrimonio culturale Etiopico, eritreo e somalo, facendo del
Corno un “prodotto” della politica italiana. Numerosi furono i studiosi e le Società (Geografica
Italiana, Lega Navale, Società d’esplorazione commerciale in Africa) che improntavano nel territori
studiosi con il fine di analizzare le diversità culturali per le successive acquisizioni. Importante
rilievo lo acquisisce anche Vittorio Emanuele III per la conquista dell’Etiopia da parte dei fascisti
nonostante le sue perplessità di dover tralasciare il fronte delle Alpi, ma fu ripagato con il titolo di
imperatore.
Da non dimenticare il ruolo della chiesa cattolica, il primo missionario inviato in Etiopia nel 1837
fu Giuseppe Sapeto, e successivamente con gran intervento anche in Eritrea, Guglielmo Massaja
che seppero bilanciare la missione evangelica a quella politica la prima struttura missionaria in
Eritrea risale al 1894-95, a seguito quella di Benadir (1914), Mogadiscio (1927) e Libia (1913).
Gli obiettivi economici per le spedizioni oltremare non furono mai così evidenti fino alla fine della
Grande guerra ove il problema principale era stare al passo per la consacrazione di un vero e
proprio imperialismo (Per l’Italia la costruzione di porti commerciali in società precapitalistiche,
per Francia e Gran Bretagna era un mix di intenti imperiali e economici).
Il risultato fu un colonialismo improvvisato che strada facendo strinse rapporti sempre più
consolidati tanto che anche l’industria in questo contesto imperialistico credeva di giovare dalle
colonie per reperire materie prime inesistenti in Italia. I gruppi politici liberali e democratici ormai
pro-coloniali, credevano di sfruttare le colonie per gestire gli italiani emigrati nonostante la maggior
parte degli italiani emigrati stessero in altre nazioni che non caddero sotto il dominio italiano, come
Argentina, Brasile e Tunisia.
“Berlino uno e due” prf.1
Il problema coloniale + l’intento disperato di diventare una grande potenza + consolidare l’unità +
superare le difficoltà economiche, provocarono problemi per coadiuvare il nazionalismo e
imperialismo. Con la triplice alleanza sottoscritta nel 1882 con Austria e Germania abbandonò per
sempre una possibile intesa con Spagna e Francia per fare del mediterraneo un posto “latino”.
In questi anni gli inglesi conquistarono l’Egitto, terra con non pochi italiani e, anche la Tunisia
cadde sotto il dominio francese (anche qui gli italiani erano numerosi). Stretta la triplice alleanza, la
penisola sperava che non si manifestasse un rassettamento nel Mediterraneo e in Africa.
Al Congresso di Berlino in cui in un primo momento non fummo invitati (1884-85) ma grazie
all’impresa di Massaua nei primi mesi del 1885 il governo italiano si sentì autorizzato ad
abbandonare la filosofia attendista ed abbracciare quella dei discorsi e programmi coloniali. Già
nella relazione sul passaggio di Assab allo Stato italiano alla Camera del 12/06/1882, Mancini
aveva ripreso: “ Noi abbiamo assunto in quella parte del Mar Rosso una missione di civiltà e di
pace”
“I primi possedimenti” prf.2
L’italia, come già dimostrato precedentemente in Nord Africa e nelle Americhe (repubbliche
marinare, etc), aveva una invidiabile capacità di intromettersi nelle società di accoglienza. La parte
occidentale africana era stata abbandonata dopo l’interesse verificatosi pre-unità per non rovinare i
rapporti con la Gran Bretagna.
L’espansione coloniale in Africa orientale iniziò nel 1869 (stesso anno della costruzione del Canale
di Suez) con l’atto di compravendita della baia di Assab stipulato dalla Rubattino (con ex
missionario Sapeto) e i due sceicchi che detenevano la sovranità. L’azione coloniale iniziò con la
costruzione di porti ed empori commerciali in Mar Rosso; Assab, città di straordinaria utilità per
l’Italia per rifornire di carburante le navi e per instaurare una via di comunicazione tra Mediterraneo
e Mar Rosso attraverso Suez per avvicinarsi all’Etiopia e alle rotte della penisola arabica.
Italia subentrò alla Rubattino nel 1882 (ANNO DI NASCITA DEL COLONIALISMO
UFFICIALE) quando dichiarò bancarotta.
Attorno ad Assab si edificarono postazioni e insediamenti che diedero luogo ad una occupazione
via-via maggiore per la fondazione dell’Eritrea. Quando l’Italia occupò nel 1885 Massaua (città
portuale dell’Eritrea) venne ammainata l’ultima bandiera Egiziana.
L’Eritrea, nota come Bahri Mellash (terra del mare), era lo sbocco marittimi dei regni e imperi con
epicentro ad Axum, ma la diffusione dell’influenza araba e mussulmana l’aveva sottrotta all’Etiopia
(da sempre voleva questo sbocco sul mare).
Il peggio doveva ancora venire.. il 15/01/1887 l’esercito di De Cristoforis fu annientato a Dogali
(strage di Dogali) dalle truppe di Alula, sovrano del Tigrai; la forte emotività degli italiani per ciò
che successe a Dogali non arrestò l’intento espansionistico tanto che il generale Asinari fu
incaricato di procedere fino a Saati (Eritrea), spedizione che non trovo resistenza alcuna.
Nel frattempo, Yohannes e le sue truppe si fermarono vicino al forte italiano; ci fu un tentativo
diplomatico per evitare lo scontro ma ciò non riuscì perché l’imperatore confessò di aver “il
mandato Divino”, ma, nonostante il tentativo fallito, l’esercito etiopico dovette ritirarsi per
fronteggiare la minaccia mahadista. Le sole perdite italiane furono provocate dalla mancanza di
igiene.
Eritrea fu proclamata colonia il 01/01/1890 con Asmara capitale a discapito di Massaua per tenere
più alta la difesa e come sorta di minaccia dell’Etiopia.
Nel 1889 Yohannes cadde in guerra e venne sostituito da Menelik colui con cui l’Italia stipulò il
Trattato di Uccialli (sorta di avallo diplomatico per espandersi, tanto da considerare il nuovo
imperatore come amico).
Un altro obiettivo coloniale a cui puntava la penisola era il Corno d’Africa, abitata dai somali, ma
suddivisa fra più autorità (Turchi, Zanzibar, Egitto) le quali costrinsero l’Italia ad agire a gradi.
Susseguirono in terra Somalia dei trattati di protezione in particolare nelle terre del Benadir ( con
annessa capitale Mogadiscio) nel 1883 e divenne ufficialmente colonia itala nel 1905. La Somalia
italiana ebbe a che fare con una “guerra santa” divulgata da Abdullah Hassan manifestatasi in
Somalialand Britannica ma in parte anche la parte italiana venne coinvolta; Hassan morto nel 1920
nelle colonie inglese comportò la reazione di Mad Mullah (considerato un poeta ed eroe nazionale)
che mise a dura prova le potenze coloniale.
“Obiettivo Etiopia” prf.3
Sul Corno l’obiettivo principale era L’Etiopia. Eritrea e Somalia tappe di avvicinamento a metà
‘800. Iniziarono opere di rafforzamento soprattutto con Yohannes IV; il riassetto (quindi
unificazione anche) portato a termine con Menelik( già re della Scioà), colui spostò e fondò la
capitale a Addis Abeba e incorporò nel suo regno anche popolazioni non abissine con l’arroganza
per appunto legittimare l’unificazione Etiopica. Per queste operazioni, gli imperatori ricevettero
armi dagli Europei ma furono anche un pretesto per correre agli armamenti per un possibile scontro
futuro con l’Italia. La diplomazia Italiana in epoca liberale era fondato sul fatto di corteggiare i capi
delle frontiere(tigrai e somale) per sottrarre possedimenti etiopici; la pista tigrai si inceppò e si
cercò di raggiungere un accordo diretto dal centro firmando con Menelik il Trattato di
Ucciallifraintendimenti dell’articolo 17 le cui versioni italiane e amhariche non corrispondevano:
- In italiano, sancisce il protettorato in Etiopia perdendo questa la sua sovranità;
- In Arabo, l’Etiopia può far riferimento all’italia o coinvolgerla a suo piacimento.
Menelik attribuiva al mandato un valore molto meno impegnativo e così facendo era chiaro
l’interesse italiano di sottomettere l’Abissinia e che Uccialli fosse poco utile per rafforzare
l’unificazione etiopica e i suoi diritti. In questa situazione gli italiani tentarono di soggiogare
l’anello debolo della corte di Menelik, ovvero Makonnen (invitandolo fino in Italia, tour città d’arte
e ricevuto dal Re stesso), con il fine di attendere l’annessione di qualche altro territorio.
In questo clima di diffidenza e ostilitò, Uccialli decadde definitivamente nel 1893 portando i due
paesi sull’orlo della guerra; dall’Eritrea si avanzò nel Tigrai che reagì alla forza ed si arrivò a
pesanti sconfitte italiane come Amba Alagi, Macalle, Adua01/03/1896 nella conca di Abba
Karima vicina alla città di Adua, l’esercito etiopico travolse quello italiano (4-5.000 soldati,
generale Baratieri). Questa sconfitta sancì la fine della politica e del suo capo di governo Francesco
Crispi. Per alcuni anni in Italia non si volle parlare di colonialismo tanto da avere correnti che
volevano l’abbandono della stessa Eritrea, ma con l’epoca fascista il colonialismo riprenderà,
scrivendo: “Adua non era stata un epilogo. Il personale fallimento del generale e di una incapace
classe dirigente hanno portato alla sconfitta”.
L’italia pagò la non conoscenza della terra e il fatto che l’Etiopia, a differenza degl’altri stati
africani, aveva conoscenze e tattiche militari ben più sviluppate. Nel 1896 con il Trattato di Addis
Abeba l’Italia riconosce la propria sovranità all’Etiopia ed in cambio conferma Eritrea come
possedimento nonostante l’Etiopia la considerasse compresa nella sua sovranità.
L’uomo a cui l’Italia conferì il compito di ricomporre il colonialismo fu Ferdinando Martini,
politico e letterale, affidandogli la nomina di governatore di Eritrea nel novembre 1897; il suo
programma era preservare la colonia e farla fungere da fulcro per l’eventuale ripresa
espansionistica, ovviamente allo stesso tempo non alimentando l’astio con l’imperatore etiopico.
“Gli anni della Prima Guerra Mondiale (24/07/1914-11/11/1918)” prf.4
Terminato il primo conflitto mondiale, l’attività coloniale italiana riprese. La conquista del Marocco
e la successiva proclamazione del protettorato francese e spagnolo ci spiegò le vele verso un
interesse particolare per la Tripolitania e la Cirenaica. In questi due territori vi erano insediamenti
dell’impero Ottomano (turchi) la cui guerra ebbe fine in poco tempo, precisamente tra 1911-12
Trattato di Losanna del 18/10/1912, il governo Turco abdicò la propria sovranità in queste due
provincie e di conseguenza divenne italiano cui territorio si estendeva dalle coste fino al cuore del
Sahara.
Questa conquista segnò per la nostra penisola un salto di qualità e di quantità in tema coloniale,
tanto che a seguito venne istituito un ministero apposito per gestire le operazioni coloniali (fino a
quel momento se ne occupava il ministero degli esteri e di guerra) 1912, Ministero delle
Coloniein epoca fascista divenne il Ministero dell’Africa Italiana.
Il primo ministro fu Pietro Bertolini e il secondo Ferdinando Martini.
Nel 1915, anno in cui il regno d’Italia abbandonò la Triplice Alleanza (fra Germania e Austria) per
schierarsi con Francia e Gran Bretagna venne fatto un accordo segreto con le due:
alla vigilia della dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria, il 26/04/1915 l’articolo 13 recitava: “
Nel caso in cui Francia e Gran Bretagna accrescano le proprie potenze coloniali a discapito della
Germania, all’Italia avrebbe potuto reclamare qualche equo compenso”.
A conflitto finito, il Convegno Coloniale che si svolse a Roma nel gennaio del 1919, l’Italia ribadì il
proprio interesse per l’Etiopia, ossessione di tutti i nazionalisti che volevano rivendicare Adua e,
inoltre tentando invano di inserirsi nell’assegnazione dei territori coloniali riuscendo solo con il
senno del poi ad ottenere qualche rettifiche minori lungo le frontiere della Libia per migliorare
l’attività commerciale e qualche territorio fertile e il porto di Chisimaio in Somalia.
“L’impero dei cinque anni” prf.5
A differenza con le altre potenze europee (già nel 1890), l’occupazione reale dei possedimenti
italiani in Africa avvenne nel periodo fra le due guerre. L’Italia trasformò i brandelli coloniali in un
impero nel periodo fascista; non ci fu inizialmente una vera e propria rottura con le politiche attuate
nell’epoca liberale ma poco a poco le cose andarono cambiando.
Il fascismo in Africa si applicò in tutti i suoi fronti elevando l’imperialismo come un suo cavallo di
battaglia tanco che le attività dell’Istituto coloniale (ici) si ampliarono in termini territoriali e in
responsabilità. L’intervento ultimo fu con l’occupazione dell’Etiopia e nella proclamazione
dell’impero.
Alcuni uomini di rilievo che agirono nelle colonie italiane furono Graziani e Badoglio, quest’ultimo
al vertice delle forze armate durante il fascismo, fu incaricato dal re a succedere Mussolini per la
guida dell’esercito dopo la crisi dittatoriale del 25/07/1943, mentre Graziani seguì il duce fino a
Salò.
Con il fascismo che si conquistò la quarta sponda Mediterranea, quella tanto desiderata anche in
epoca liberale. Nella 1GM l’Italia dovette ritirare tutti i possedimenti in Libia perché in sostanza si
limitavano alla sovranità di Tripoli e Bengasi, mentre negl’altri territori vi susseguivano
insurrezioni e tribù arabe .
In primo luogo si tentò la convivenza con le autorità locali e in particolar modo con la Senussia che
era un ordine religioso ma invano furono i tentativi perché dal 1925 la guerra divenne totale in
Cirenaica e in Senussia. L’emiro e futuro sovrano libico Idris nel 1922 si rifugiò in Egitto lasciando
a Omar el-Mukhtar la direzioni delle operazioni militari e la sua morte nel settembre del 1931
coincide con la sconfitta finale della Senussia.
La Libia Italiana era vista come colonia di popolamento soprattutto per la Tripolitania e la
Cirenaica, provincie unificate nel 1932 con Tripoli capitale. Finite le operazioni militari, il governo
Mussolini iniziò il massiccio trasferimento di italiani a cui si affidarono le terre migliori (politica di
assoggettamento e assimilazione e ai libici una cittadinanza di seconda categoria).
Negli anni venti fu completa anche l’occupazione e ricomposizione della Somalia Italiana, che
aveva lo statuto di colonia dal 1908; la gestione della colonia fu affidata inizialmente a Cesare
Maria De Vecchi che condusse una politica di disarmo delle tribù con tanto di rimozione dei capi e
collaboratori con la forza o con misure amministrative. In alcune zone somale, i contadini venivano
svolgevano prestazioni simili a lavori forzati. (La Somalia pacificata era pensata come una sorte di
base per un futuro attacco all’Etiopia)
Proprio l’impresa d’Etiopia aveva una forte connotazione locale e mondiale e tra l’altro l’Italia
tornava in guerra in Africa orientale riprendendo il filo interrotto ad Adua.
L’impresa avvenne inizialmente varcando il fiume Mareb (confine riconosciuto fra Etiopia e
Eritrea) agli ordini di Badoglio senza una formale dichiarazione di guerra, mentre il suo
connazionale Graziani intraprese la strada dalla Somalia [Mareb, fiume di importanza simbolica (ha
il valore che per noi fu il Rubicone=sconfitta) e fisica (taglio cordone nel 1952 data in cui si
festeggiò la federazione fra Etiopia e Eritrea].
L’esercito italiano composto da più di 400.000 soldati avanzò in una nazione composta
sostanzialmente da tante autorità feudali risolute per proprio conto a resistere; nel frattempo
dall’Italia giunse l’ordine di impiegare tutti i mezzi a disposizione, compresi i bombardamenti, gas
tossici infrangendo le norme internazionali (battaglie decisive furono: Amba Aradam, febbraio 1936
– Mai Ceu, marzo). L’esercito di Badoglio valicò Addis Abeba il 05/05/1936 e in seguito il 09/05 a
Palazzo Venezia il Duce proclamò la formazione dell’impero. Il Re Vittorio Emanuele III cinse
anche quest’ultima corona ed intanto il regime fascista utilizzò questo accadimento come strumento
di propaganda per manipolare menti e conquistare i cuori degli italiani.
Etiopia, Somalia, Eritrea furono unite e nel 1936 fu battezzata Africa orientale italiana divisa in sei
governatorati: Eritrea (Asmara), Somalia (Mogadiscio), Amhara (Gondar), Galla e Sidama (Jimma),
Harar (Harar) e Addis Abeba (Scioa dal 1938)OBIETTIVO: creare entità omogenee in termini
etnico-linguistici. La “de-amharizzazione” (AMHARA E OMORI, vedi appunti) doveva
incominciare dalla scuola, abbassando così il giudizio di molti che ritenevano questo strato sociale
come il migliore.
L’idea era quella di creare una nuova società modernizzandola con opere che avessero la capacità di
utilizzarle ulteriormente come propaganda, strade e viadotti e il miglioramento di servizi quali la
scuola, ospedali nelle principali città. Fu impiegata inoltre una sorta di architettura made in Italy
come simbolo della potenza e marchio di una civiltà superiore (Asmara divenne il gioiello
dell’urbanistica italiana mentre non ci fu il tempo per Addis Abeba). Ulteriori intenti ci furono in
ambito economico, tecnico e culturale ma quest’ultime attuazioni in cerca di realizzazione fallirono
in tutte le colonie italiane ad eccezione di Massaua perché del resto erano solo presidi militari più
che di sviluppo.
L’Etiopia italiana si protrasse solo per 5 anni ma come desrive lo storico Bahru Zewde: “ anche se
fu breve, l’impronta nella coscienza della popolazione rimane perché dura e violenta”
rappresentazione del fatto che le tre giornate del calendario etiopico in cui si festeggia la libertà
coinvolgono tutte la nostra nazione: - La battaglia di Adua; - I massacri in seguito alla morte di
Graziani (morto in attentato il 02/1937), - Il ritorno del sovrano dopo l’occupazione.
I massacri di cui ne parlavamo nella riga precedente riguardano uomini di lettere, studenti, monaci
(ceti superiori) volti a placare gli animi ribelli.
“Società e istituzioni” prf.6
Furono vari gli esperimenti italiani nelle colonie soprattutto seguendo un modello si assimilazione.
Sul piano politico, i rapporti peggiorarono con il fascismo che esportò in Africa modelli illiberali e
arbitrari1937, decreto che vieta le unioni miste (l’unione mista, intesa come l’avvicinamento di
un italiano con una donna etiopica significava essersi conquistati dal sesso debole). Se la
dimensione anti-semita fu la nota più maligna e visibile in patria, le leggi razziali del 1938 trovano
origine nell’esigenza di distinguere gli italiani dai sudditi coloniali, quest’ultime rinforzate nel ’39
per la difesa del prestigio di massa di fronte ai nativi d’Africa, attuate soprattutto nell’Africa
orientale dove erano correnti forme di coabitazione o integrazione fra bianchi e africani.
La Libia come parte integrante del Regno d’Italia, decisa nel 1939, rispondeva essenzialmente a
logiche militari; sebbene in piani militari si privilegiavano, l’azione politica italiana era volta anche
ad un accrescimento demografico che ebbe luogo solamente in Eritrea (nel 1905 2.333 italiani ed
negli anni ’30 intorno ai 4.000, incremento notevole alle porte della guerra in Etiopia) e in parte in
Libia ( tra il ’36 e il ’40 raddoppiamento italiani); prendendo le stime più alte, gli italiani in Africa
erano intorno ai 300.000, cifra comunque ancora bassa per eguagliare gli italiani emigrati nel
mondo quindi la logica di costruire le colonie per combattere la emigrazione sparsa di italiani nel
mondo fu totalmente un fallimento.
CAPITOLO 4 “ LA LIBIA E GLI INGANNI DELLA “QUARTA SPONDA”
La conquista della Libia avvenne tramite bombardamento via mare il 3/10/1911 delle fortificazioni
turche a Tripoli, il 5 ott ci fu lo sbarco. Giolitti diede giorni prima l’ultimatum verso la Turchia per
piegarsi alla volontà annessionistica italiana (ultimo governo liberali prima dell’avvento fascista).
La quarta sponda costituiva da tempo un desiderio fisso sia per una questione di prestigio
internazionale sia perché nel 1881 la Francia (smacco francese) aveva occupato la Tunisia ove
vivevano una moltitudine di italiani. (già nel 1884 si pianificò l’attacco libico ma mancava
l’impiego militare perciò ci si spostò sul corno dopo Adua, la quarta sponda riconquistò la sua
centralità).
Nei primi anni del XX secolo iniziò l’attività diplomatica italiana nei confronti del territorio libico
che portò l’accordo sul palcoscenico internazionale per iniziare le operazioni. Già prima del
definitivo controllo della quarta sponda, il contingente italiano aveva iniziato una serie di campagne
libiche per promuovere le attività finanziare, tra tutte quella della Banca di Roma che aprì una
succursale a Tripoli; notevole fu anche il contributo letterario di Giovanni Pascoli e Gabriele
D’annunzio che ebbero sicura presa nell’opinione pubblica tanto che addirittura la popolazione
credeva che si trattasse di uno scontro destinato a terminare nel giro di pochi giorni.
“Le parti e la posta in gioco” prf.1
La Libia non era affatto un territorio omogeneo e si divideva in tre zone:
- Tripolitania
- Cirenaica
- Fezzan
Dai primi anni del ‘700 gli ottomani detenevano la sovranità del paese affidando le sue sorti ad
Ahmed Karamanli che aveva cercato già al tempo di costruire una identità nazionale. Terminata la
lunga dinastia di questa famiglia, dal 1796 iniziarono le rivolte che trovarono sfogo su colui che
doveva dirigere le vele del paese; si contesero il trono due esponenti della famiglia Karamanli: uno
vicino ai francesi e l’altro agli inglesi.
Questa disputa si cessò nel 1835 quando un contingente turco sbarco a tripoli e pose fine alla
dinastia della famiglia l’impresa non fu affatto facile a causa delle varie ribellioni ma alla fine nel
1860 la nazione cadde definitivamente sotto il dominio ottomano cui centro amministrativo era
Tripoli.
Diverso ed più complicato era il panorama della cirenaica che già da tempo si era imposta la
Senussia, confraternita islamica fondata nel 1843 da Mohammed ibn Ali al-Senussi che aveva fatto
del Gebel settentrionale (parte montuosa della regione) il suo centro di irradiazione.
La confraternita inizialmente composta da piccole cellule di vita riunite attorno ad un pozzo, luogo
di culto, scuola religiosa e mercato. Nel 1880 toccò il suo apice di sviluppo espandendosi oltre che
nella sua regione di origine in Egitto, Sudan, Fezzan, Tunisia, Ciad e Algeria ma con le successive
conquiste coloniali degli imperi occidentali dovette arretrare.ù
Quando l’Italia approdò nelle coste libiche, il raggio d’azione della confraternita era limitato alla
sola Cirenaica con a capo un nipote del fondatore Sayed al-Senussi.
(DA SOTTOLINEARE CHE IL RAPPORTO TRA TURCHI E OTTOMANI NONOSTANTE
NON FOSSE OTTIMO, NON FU MAI CONFLITTUALE)
“La guerra contro la Turchia” prf.2
Le truppe turche erano poco numerose se paragonate all’entità del corpo di spedizione italiano
(35.000 si stima per gli italiani e intorno ai 7.000 per i turchi); dopo una debole resistenza si riuscì a
penetrare a Tripoli ed in altri centri costieri come Bengasi e Derna.
Gli ottomani trovarono l’appoggio anche da gruppi giovanili, arabi e berberi costruendo così una
sorta di esercito parallelo a quello legato alla Sublime Porta a mobilitare questi gruppi libici fu in
primo luogo il movente religioso, turchi stranieri ma mussulmani mentre gli italiani stranieri ed
infedeli [TUTTO CIO’ IN TRIPOLITANIA]
In Cirenaica la situazione non si presentò meno seria: anche qui si creò un fronte unitario arabo-
turco proprio appunto con la Senussia. L’italia non aveva calcolato questa evoluzione pensando che
anche se non avesse ottenuto il loro appoggio potesse contare sulla loro neutralità ma in realtà non
accadde nulla di quanto detto perché la confraternita inviò i propri combattenti ad aiutare il fronte
turco nei principali centri del paese nei quali non tardarono a mostrarsi gli effetti di questa intesa
per via di alcune battaglie perse da bersaglieri italiani (villaggio Sciara Sciat) a Tripoli la risposta
non tardò a verificarsi ove nella capitale l’Italia attaccò con una violenza inaudita (persone
impiccate, deportazioni, fucilazioni). In questo clima urge specificare anche il fatto che le notizie
circa l’andamento delle operazioni libiche italiane non tardarono a esplicitarsi anche in contesto
internazionale e, onde evitare il blocco dell’azione militare, il governo italiano il 05/11/1911
proclamò l’annessione della Tripolitania alla Cirenaica.
L’impero italiano era però riuscito a portare sotto il suo dominio solo la parte litoranea e non
l’entroterra per evitare uno scontro lungo furono indetti due battaglioni, uno della marina militare
dal mediterraneo orientale verso Rodi e lo stretto di Dardanelli ed in parallelo in territorio libico
dove dopo alcuni progressi si riuscì ad occupare l’intero litorale libico.
La Turchia ormai alle strette e con l’incombente guerra balcanica il 18/10/1912 fu sottoscritta la
pace di Ouchy, un accordo ambiguo nel quale non venne esplicitata la sovranità italiana sulla
Cirenaica e Tripolitania ma si limitava alla completa autonomia delle due regioni mentre invece
l’impero Turco si impegnava a ritirare le proprie truppe. ( la conquista non era assolutamente
completa dal momento che mancava l’intero entroterra, la maggior parte della Cirenaica e tutto il
Fezzan).
“Gli anni della rivolta” prf.3
All’indomani della pace, il 20/11/1912, a Roma venne costituito il MINISTERO DELLE
COLONIE che nel 1913 suddivise il territorio libico in due governatori distinti a tripoli e in
cirenaica.
LA SITUAZIONE In Tripolitania ancora vi erano delle forme di resistenza con diversi modus
operandi: - alcuni capi della resistenza volevano accettare il patto di riconciliazione con l’Italia; -
Suleiman al-Baruni invece si pose alla guida della lotta in Gebel cui volontà non era solo
l’opposizione alla resistenza italiana ma aspirava ad una autonomia in Libia più ampia dopo l’uscita
di scena della Turchia. Tuttavia quest’ultimo cercò ugualmente un canale di comunicazione con la
nostra penisola (inviando delegazioni a Roma e con dichiarazioni in cui sosteneva la indipendenza
del proprio popolo), tentativi vanificati perché il generale che conduceva le operazioni libica sapeva
della scarsità di viveri e armi a disposizione di questa comunità così l’esercito italiano attaccò il
centro dei irriducibili occupando Azizia e il 23/03/1913 lo schieramento berbero venne travolto
nella conca di Asabaa, accadimento che portò la fuga di Al-Baruni. Poteva dichiararsi compiuta la
pacificazione della Tripolitania mentre nelle altre regioni i possedimenti italiani erano più che
precari, nulli in Fezzan, e sterili in Cirenaica ove vi era ancora la Senussia.
Ci fu un tentativo in Fezzan con a seguito la ritirata delle nostre truppe ed invece in Cirenaica la
Senussia poteva contare su un esercito valenti e di alcuni turchi rimasti in Libia ma in questo largo
di tempo tutto si complicò con lo scoppio della 1GM.
Subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia si registrarono delle insurrezioni da parte delle resistenze
in Cirenaica e anche in Tripolitania che portarono l’abbandono del contingente italiano e un
arretramento fino ad Tripoli. Anche la Senussia auspicava ad un attacco in Tripolitania ma a seguito
di una situazione confusa non fu effettuato ma sostituito da insurrezioni di numerosi ufficiali
turchi La risposta italiana fu pesante. Massicci bombardamenti incendiari volti a distruggere le
coltivazioni e portare alla strenua le popolazioni libiche.
Nel contempo in Cirenaica la situazione mutava, fu succeduto il Re con l’ascesa al trono di
Mohammed Idris Al-Senussi; tale avvicendamento portò svolte politiche che si configurarono con
l’accordo di Acroma (17/04/1917) Idris veniva riconosciuto come amministratore responsabile di
tutti i territori al sud della zone litoranee controllate dagli italiani.
“Prove di dialogo” prf.4
Il governo italiano a seguito della guerra sembrava aperto al dialogo ma di li a poco incombeva
l’ombra fascista che lanciò una campagna repressiva tale da suscitare ai libici sofferenza e rancore
che in certi versi riecheggia ancora oggi.
Il 16/09/1918 veniva proclamata l’indipendenza in Tripolitania, la Cirenaica anche appariva forte
anche dall’intesa raggiunta con la Senussia poteva garantire pace e stabilità. I capi della Tripolitania
pretesero l’indipendenza e il regime repubblicano, concedendo all’Italia solo un vago potere di
supervisione ( soluzione ampiamente ostile a Roma). Alla fine ci si accordò sulla base di un
impegno italiano a concedere per legge ai tripolitani le libertà politiche e civili senza intaccare,
almeno formalmente, la sovranità di Roma sul territorio ne seguì un regime di governo libico
e un nuovo ordinamento che riservava all’Italia il potere decisionale ultimo, ma riconosceva ai libici
autonomie locali e l’elezione di un parlamento non solo con poteri consultivi; Libici e italiani posti
sullo stesso piano economico e giuridico ed una specifica cittadinanza italiana ai tripoli che
prevedeva il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali..- In realtà gli statuti non entrarono mai
in vigore in un clima di astio e guerra per i libici perché si ripropose il conflitto tra arabi capitanati
da Fekini e berberi di Baruni. La rottura avvenne quando i capi arabi della Tripolitania, nel gennaio
del 1922, offrirono il titolo di emirato a Idris, capo della Senussia. L’ipotesi della formazione di un
fronte unico (tripoli-cirenaica) era ormai realtà e ciò vedeva anche (forse) rompere la tranquillità
stabilita dal patto di Acroma e avrebbe cambiato radicalmente lo scenario perché si sarebbe
autoproposto come futuro sovrano di uno Stato libico unitario che trovava come oppositore il
dominio italiano.
Idris accolse la sfida e nel novembre del ’22 fu proclamato emiro.
Con la marcia su Roma si vide la fine della politica del dialogo e ebbe inizio la “riconquista
italiana” del territorio libico.
“La pace armata del fascismo”prf.5
Mussolini fece della conquista militare il nucleo portante del suo programma libico. Il riarmo della
Tripolitania fu facile. Nel 1922 gli italiani scaricarono un offensiva in Gebel conquistandolo, nel
1923 lo stesso accadde con Misurata. Nel biennio successivo gli italiani si imposero in tutta la
fascia pre-desertica; alla base della rapida riconquista libica vi è Emanuele de Bono e la debolezza e
la stanchezza delle popolazioni locali, ma in gran parte, si deve anche alle nuove tecniche e strategie
di guerra fasciste (trasporti automobilistici, aereonautica, radiocomunicazioni) in Tripolitania.
Anche i resistenti più irriducibili dovettero rinunciare alla battaglia. Altro generale di notevole
importanza per la acquisizione libica fu Graziani che arruolò un contingente mercenario di soldati
libici in concomitanza con l’utilizzo di reparti innovativi di guerra- si susseguì un filotto di
vittorie dal 1928-30 portando l’occupazione dell’intero Fezzan.
Mancava solo la Cirenaica con la Senussia, il re senusso Idris capendo la situazione con largo
anticipo si riparò in Egitto delegando il suo regno ad Omar al-Mukhtar. Nel febbraio del ’26 fu
conquistato la parte libica confinante con l’Egitto ma più complicato apparve l’assimilazione
dell’area del Gebel in quanto ancora vi erano individui legati al delegato del re questo stallo
bellico si risolse con l’arrivo a Tripoli di Badoglio a cui inoltre venne conferito il governatorato
della Tripolitania e Cirenaica; ci fu un vago tentativo degli arabi di far riconoscere la propria
autorità a Idris ma senza successo tanto che si riprese lo scontro.
Graziani attuò una campagna bellica prettamente terroristica in Gebel con tanto di deportazioni nel
nostro continenti e lo spostamento dei resistenti nelle zone desertiche ove furono raccolti in veri e
propri campi di concentramento posti sotto stretta sorveglianza militare. Venne eretta anche nella
frontiera egiziana dal mare di Giarabub una rete di filo spinato per evitare infiltramenti. Intanto in
Cirenaica diventata una landa desolata, si riscontrò facile il suo controllo grazie all’uso di strumenti
artificieri quali bombardamenti, gas asfissianti e vescicantinel O1/1931 venne occupato anche
l’ultimo baluardo di resistenza senussa, l’oasi di Kufra. Nel settembre del medesimo anno ci fu la
cattura di Omar e la sua impiccagione pubblica.
Con la morte del Delegato del Re e la risoluzione della resistenza Senussa si poté dichiarare la Libia
riconquistata e iniziò di qui in poi una serie di provvedimenti volti ad inviare risorse (in primis
Agricole) al servizio degli interessi italiani.
Il 03/12/1934, Tripolitania e Cirenaica riunite sotto un unico governatore che sostituì Badoglio e di
notevole importanza anche durante la marcia su Roma, ovvero Italo Balbo, protagonista assoluto
della colonizzazione fascista del possedimento nord-africano.
“La colonizzazione intensiva” prf.6
In primo luogo si cercò di ottenere qualche consenso in più nella quarta sponda nonostante i
comportamenti scorretti del nostro reparto militare attuatesi durante la guerra libica in particolare in
Cirenaica dove si riscontrò un impoverimento generale si tentò pertanto di introdurre nuclei
agricoli e in seguito tutti gli individui deportati furono liberati e ricollocati in territori diversi da
quelli originari.
La politica di coinvolgimento della popolazione in Libia era delle più applicate:
- Reclutamento di truppe indigene + adesione dei più giovani attraverso l’istituzione de una
Gioventù araba del Littorio (concepita come una sorta di step iniziale al successivo
inquadramento militare) + Scuole, veri e propri istituti islamici dedicati ad intellettuali per il
loro coinvolgimento sulla base della dinamica ideologica fascista + Infrastrutture, le più
importanti furono la strada litoranea dalla Tunisia all’Egitto (’37), aereoporti e ferrovie
Il tutto per convincere le elite locali ai vantaggi materiali a cui si andava incontro appoggiando la
politica del fascio.
Lo sforzo più imperioso per la cooperazione libica risultò nel ’39 quando vennero annesse Tripoli,
Misurata, Bengasi e Derna come provincie, mentre a statuto coloniale rimasero le aree meridionali.
Fu instituita anche una cittadinanza speciale libica, valida solo all’interno della Libia, a cui
potevano accedere solamente coloro che avevano determinati requisiti di istruzione o a coloro che
avevano prestato un positivo servizio all’autorità colonialetrattasi di una forma fittizia di
assimilazione dato che la maggior parte della popolazione era esclusa da ogni progresso civile ed
educativo.
Ci fu allo stesso tempo una forma di segregazione razziale non attutato solamente per l’avvento
della 2GM.
Per quanto concerne l’eccedenza demografica, l’impresa libica doveva intendersi anche su questo
piano in modo da limitare l’emigrazione degli italiani in altri paesi fuori dalla giurisdizione dello
Stato Italiano.
Per la valorizzazione dei beni fondiari il regime si affidava in gran parte all’agricoltura a
conduzione capitalistica: in prima istanza, si registrarono pochi imprenditori privati per l’avvio del
piano agricolo; in secundis, per stimolare l’inserimento dei privati il fascismo optò per una politica
di sovvenzioni per coloro che si dimostravano disposti ma anche qui fu esule il raggiungimento; in
terza istanza infine, si sperimentò la creazione di enti speciali para-statali incaricati di pianificare e
sostenere l’impianto agricolo.
Dal ’38 in poi inizio la politica demografica per il trasferimento degli italiani, maggiormente i
contadini vennero coinvolti (vedi sopra perché) costruendo per costoro di edifici a loro destinati; ma
tutto ciò ebbe vita breve perché si concluse nel ’39.
“Un addio doloroso” prf.7
Dovuto allo scoppio della 2GM, anche la Libia divenne terreno di scontro tra i due schieramenti con
continue offensive e contro-offensive. La svolta si ebbe nel ’42 con la battaglia di Al-Alemein
determinando il collasso dell’apparato militare italo-tedesco costituendo l’occasione storica per i
libici per rimodellare il loro destino. Questa iniziativa fu condotta dall’unico organismo rimasto
relativamente attivo, la SENUSSIA con l’aiuto dalla parte egizia degli inglese e dalla parte
tunisina dei francesi in Tripolitania i quali con un successo si congiunsero a Tripoli.
Dopo la sconfitta italiana in guerra, la parte del Fezzan affidata ai francesi e il resto sotto
l’amministrazione militare britannica per la dipendenza dovettero aspettare 1951 sotto una forma
di monarchia federale riunita attorno a Mohammed Idris. L’italia per quanto sia aveva numerose
comunità attive nel territorio e non riuscì nel 1949 durante la riunione delle nazioni unite a
conservare il dominio libico.
Intanto i pastori cirenaici ripresero possesso dei propri territori in condizioni di arretratezza dovuti
alla scarsità di innovazioni in campo agricolo. Tutto cambiò quando nel 1969 con un colpo di stato
salì al potere Muammar Gheddafi, sostenitore della monarchia professata dalla Senussia. Gheddafi
nel 1970 attuò uno dei provvedimenti più rilevanti del nuovo regime, ovvero l’espulsione di tutti i
coloni italiani ancora presenti in Libia.
CAPITOLO 5 “LE CAMPAGNE MILITARI E LE LOTTE DI RESISTENZA”
Dopo l’avvia delle campagne coloniali, i militari impegnati nei fronti chiedevano più uomini, mezzi
e autonomia decisionale; questi erano svincolati dai canoni dei diritti bellici che stavano a punto di
maturarsi in Europa e il risultato fu una dura e violenta lotta delle masse colonizzati per la
sopravvivenza e per la propria identità.
“L’esercito nella costruzione dell’Eritrea” prf.1
L’Italia riconobbe che doveva cambiare i modi di fare la guerra quando i tentativi di una apertura
interna verso Etiopia da Assab naufragarono nel sangue; i caduti italiani furono strumentalizzati per
invocare spedizioni punitive finalizzate ad estendere il dominio: ogni conquista ne prevedeva
un'altra allo scopo di difesa e per riscattare l’onore delle sconfitte.
Scenario trattato di Hewett tra Etiopia e Gran Bretagna nel quale si sancì il libero transito di armi
e merci, successivamente nel 1885 gli inglesi diedero via libera per l’acquisizione della città
portuale Massaua agli italiani.
L’esercito italiano in evidenti difficolta manifestatasi dalla poca numerosità e mal equipaggiato
(mancanza di carte topografiche) riuscì comunque a conquistare la città complice del fatto che gli
inglesi ci aiutarono e per la mancanza di movimenti di resistenza. Gli italiani riuscirono ad imporre
la propria autorità e per altro reclutando indigeni ai quali diedero diversi compiti e gradi garantirono
stabilità alla citta portuale e al circondariato.
Nonostante le iniziative di far emergere questo nuovo possedimento come punto commerciale, la
verità è che rimase (per il momento) solo a statuto militare a causa della lontananza di Roma che a
sua volta continuava ad inviare rapporti tecnici (l’interlocutore italiano era il Ministro della Guerra).
Gli Italiani in colonia si attenevano alle linee guida indette da Roma e ai modi di fare guerra in
Europa che, dovuto alla diversità culturale, era diversa la concezione di guerra rispetto a quella
locale; oltre ai soldati professionisti, aderivano alla guerra coloniale anche i giovani che
perseguivano l’avventura e ambivano ai premi di guerra (es un mulo) e alle promesse di terra. Pochi
però erano coloro che ne riuscivano perché oltre al pericolo di perdere la vita in guerra vi era quello
legato alle infezioni e malattie ma tuttavia la carriera militare era quella che offriva più chance,
prestigio e privilegi. Ad esempio, i contadini chiamati alle armi ricevevano per il loro servizio
qualche razione di grano e qualche tallero all’anno comportando un impoverimento notevole delle
campagne quando di passaggio.
La scarsità produttiva delle campagne era inoltre condizionata dal clima locale (siccità, carestia) che
oltre a colpire il territorio minacciava anche le popolazioni locali l’accettazione eritrea, oltre alle
promesse di modernità, era caratterizzata dal desiderio di sfuggire dal controllo etiopico e
dall’imperatore Yohannes IV, ras Alula. Quest’ultimo si impose categoricamente alle riforniture di
armi pervenute a Massaua e testimone del fatto fu l’attacco nel 1887 ad un battaglione a Dogali
causando 430 italiani morti (divenuti i 500 dell’immaginario italiano). I motivi della sconfitta sono
molteplici: strategie inefficaci, esercito poco numeroso e la mancanza di padronanza del terreno e la
cattiveria con la quale l’impero etiopico si oppose alla penetrazione italiana per via della
disobbedienza di Hewett che permetteva la massima estesa fino a Massaua.
Come prevedibile, Dogali scosse l’opinione pubblica ma i nazionalisti militari trovarono l’appoggio
del governo Crispi per la politica espansionistica al possedimento sul Mar Rosso si inviarono
finanziamenti con i quali crebbe il numero di colonizzatori italiani fino a 20.000 unità sotto il
comando di Asinari il quale con l’aiuto dell’Istituto militare di Firenze intrapresero i studi
topografici delle terre di conquista.
Fu istituito il corpo speciale d’Africa con reparti di ascari (soldati autoctoni) e con nuovo modus
operandi a causa della sconfitta di Dogali (prudenti avanscoperte, attirare il nemico solo in luoghi
ben difesi). I soldati autoctoni si dimostrarono essenziali per le loro doti fisiche tanto che il governo
decise di riservargli dei trattamenti privilegiati quali salari, ricompense ed esenzioni fiscali offrendo
così facendo una alternativa al banditismo ( politica attuata anche successivamente nelle altre
colonie).
Gli italiani seppero approfittare delle condizioni interne a queste aree e delle loro conseguenti
divisioni: divisione fra il Tigrai ( autorità imperiale, Yohannes IV) e lo Scioa con Menelik
(successore di Yohannes al trono di Etiopia con il quale firmò il Trattato Ucciali nel 1889) che
reclamava altre armi in vista del prossimo scontro.
“Vincitori e vinti a Adua” prf.2
Il generale Baldissera nel frattempo era riuscito ad avanzare fino ad Asmara, villaggio già scelto da
Alula come futura capitale della Colonia Eritrea. Nel 1890 nacque la colonia Eritrea con a capo un
militare Baratieri.
Nel 1893 Menelik ricevette le munizioni e denunciò il trattato di Ucciali; intanto gli italiani
continuarono ad collezionare vittorie :”non c’è antidoto al morso del serpente bianco” Bahta Hagos,
a seguito della guerra di Halai nella quale persero vita molti etiopi a causa del ritardo delle truppe
del Tigrai. Nell’entusiasmo in patria, Crispi presse per nuove occupazioni così che Baratieri si
inoltrò in Tigrai senza alcun piano di guerra e né preparativi per reperire rifornimenti ai suoi
soldatinel settembre del 1895, Menelik chiamò alle armi il paese durante il caos di
incomprensioni tra Roma e Asmara. Baratieri si spinse fino ad Adua, città di notevole prestigio
politico-religioso perché culle della civiltà abissina, dove profanò i riti e la calma apparente. Questa
condizione di tranquillità indusse Roma a richiedere il protettorato di tutta l’Etiopia Menelik a
sua volta radunò 100.000 combattenti scaricando la sua ira contro l’esercito italiano. Prima di Adua
persero vita molti italiani nelle battaglie di Alagi e Macalle. Con la pressioni di Crispi che voleva la
resa dei conti, Baratieri si spinse fino alla conca di Aduanel 1marzo del 1896, ove l’esercito
etiopico con l’appoggio di tutti i ras del paese travolse il corpo di spedizione italiano attraverso una
strategia nella quale indirizzo gli italiani in campo aperto colpendoli a distanza. I superstiti italiani
vennero fatti prigionieri mentre gli ascari subirono punizioni vista la loro connotazione da traditori.
La sconfitta viene intesa anche come mancanza di informazioni geografiche sconfitta che vide
tramontare il governo Crispi, Baratieri processato. Adua considerata come la peggiore sconfitta
europea durante il periodo colonialista e l’Etiopia considerata come l’unica realtà statuale a
conservare la propria sovranità.
“La nebulosa somala” prf.3
In Somali gli italiani non instaurarono guerre cruciali bensì singoli attriti continui frutto
dell’infelicità somala di vivere sotto due protettorati diversi: Migiurtinia/Obbia e dello Zanzibar.
Per l’italiani, fu decisiva la Marina Italiana per acquisire il protettorato attraverso intimidazioni
provenienti dal mare.
La situazione somala dal punto di vista sociale non era unitaria ma bensì frammentata in
agglomerati socio-politici seppur simili culturalmente perché la buona parte della popolazione era
contadina che viveva in zone aride contendendosi pascoli ed acque, dunque il protettorato italiano
arrivò in maniera molto facile; inoltre, anche le pressioni dal nord della Scioa alleggerì gli animi
somali nei confronti degli italiani anche se questo effetto non coinvolse proprio tutti:
qualche tentativo di penetrazione all’interno fallì portando contromisure somale cruenti come alcuni
eccidi (ad esempio morte Ufficiale Marina Cecchi).
Solo quando arrivarono i soldati ascari dall’Eritrea si perpetrò la risposta italiana con avvallandosi
di rappresaglie quali città bruciate e morti. L’ostilità somala sarà alimentata per venti anni da
Sayyid Mohammed Abdille Hassan capo della tariqa (serie di clan da movente religioso),
associazione che ostinava al dominio starniero.
La struttura della tariqa era divisa in tre blocchi posizionati ai bordi tra i confini della Somalia
Italiana, Somaliland britannico e dell’Ogeden(etiopia). Hassan, di natura combattente e rivoltosa,
tentò in varie occasioni di ribellarsi alle diverse potenze ma senza successo. Con i tre fronti alla fine
venne negoziata una tregua nella quale si affidarono ai somali le terre del Nogal, tra Obbia e
Migiurtinia.
Successivamente nel 1905 però autoritarismo e abusi condussero alla gestione del Bengasi da parte
dello stato italiano avvalendosi del fatto che nell’anno precedente vi furono alcune perdite italiane
snaguinose. L’esercito italiano composto da italiani e truppe indigene che nel 1907 nella battaglia di
Danane sconfissero i somali.
Nel 1908 il governo Giolitti proclamò la colonia della Somalia; ne seguirono però scontri tra politici
e militari, Carletti (politico) optava per una penetrazione poco militare a differenza di questi che
pretendevano l’esatto contrario.
Uomo importante del colonialismo italiano in Somalia fu De Martino, governatore e senatore che
passò al dominio diretto avvalendosi di reparti di fanteria e marciando fino ai confini etiopici senza
alcun spargimento di sangue nonostante alcuni tentativi di controffensive di fuoco.
Tra il 1916/17 si registrarono altri scontri e rivolte in quanto i dervisci (soldati di Sayyid) armati
dalla Turchia durante la 1GM fecero nuove incursioni alle truppe italiane. La resistenza dei dervisci
si esaurì alla morte del suo capitanato.
Il dominio vero e proprio italiano in Somalia si può considerare effettivo solamente con il fascismo,
prima di ciò si può considerare solo virtuale. Cesare Maria De vecchi fu il primo governatore
somalo fascista (dal 1923 al 28) e colui che riorganizzò il corpo di polizia (zapatiè) e bande armate
denominate invece dubat. La strategia che condusse il nostro dominio fu in parte politica (espropri)
e militari come le conquiste e i disarmi (sempre con la Marina militare in primo piano e con
l’Aviazione).
Dopo De Vecchi le infrastrutture stradali erano esclusivamente mirate verso i confini dell’Etiopia.
“Guerra aperta in libia” prf.4
Gli scontri si avviarono quando nel 29 settembre 1911 la Marina attaccò due navali turche,
bloccando poi la parte costiera e introducendosi in seguito a Tripoli il 5 ottobre grazie anche alla
copertura massiccia dell’aviazione; nonostante il successo, la resistenza libica-turca si dimostrò
dura e gli italiani alla fine dovettero sostare sulla parte costiera, attuazioni concordi alle direttive di
Giolitti che premeva su un atteggiamento prudenziale.
Nel frattempo autorità civili libiche si mobilitavano al riarmo e agivano colpendo con imboscate le
quali trovavano l’esercito italiano impreparato ( es. Sciara Sciat e sobborghi di Tripoli ottobre
1911) fu allora che gli italiani risposero con rappresaglie dure contro tutti coloro che possedevano
armi.
La volontà delle istituzioni e reparto militare era identica, cioè una conquista rapida e di evitare
sofferenze come quella di Adua; a ciò proposito venne inviato un contingente militare dalle altre
colonie (ascari, eritrei, somali). Anche il clima non aiutò l’Italia, cibo avariato distanze e sbalzi
termici enormi, mancanza di acqua.
Alle gravi perdite italiane si sommarono anche i costi finanziari per promuovere l’avventura libica
finchè il governo ottomano nel 10/1912 firmò la pace, relativa solo all’autonomia del territorio
senza sancire la sovranità italiana. Finita la guerra italo-turca iniziò quella italo-libica che durò per
circa venti anni.
Roma insediò Tripolitania e Cirenaica (parti costiere) dirette poi da governatori militari. Si trattava
di un risultato modesto dal momento che mancava ancora la parte meridionale libica ad essere
conquistata.
Il nemico numero uno era Suleiman al-Baruni che sognava un principato nel Gebel, ma lui e il suo
esercito fu sconfitto ad Asabaa (marzo 1913) dagli italiani che scesero fino a Ghadames. I soldati
capitanati dal colonello Miani partì per il remoto Fezzan ma fu attaccato dalle comunità
seminomadi e rimase senza rinforzi e con un raggio d’azione troppo ampio.
Nell’aprile 1915 nella sirtica a Gasr Bu Hadi l’esercito composta da formazioni Fezzan, Cirenaica,
Tripolitania (quelle rimaste), abbattendo sanguinosamente il nostro esercito.
Di qui in poi si sparsero una serie di autonomie:
aiutati dalla Turchia, al-Baruni e Sawayhli diressero importanti nuclei in Tripolitania; in Cirenaica
la Senussia esprimeva la propria autorità religiosa, politica e militare e nel 1913 proclamò il proprio
stati. La Senussia incitava l’anticolonialismo all’insegna della jihad (guerra santa impartita da
gruppi terroristici contro gli infedeli). Il suo capo al-Sharif coordinava circa 16.000 armati e con
una serie di attacchi scacciò gli italiani fino a Bengasi e Derna.
Turchia e Germania unite durante la guerra in questi anni e decisero di fomentare le armate
mussulmane nel basso Egitto e Cirenaica così che nel 1916 i britannici con l’aiuto degli italiani(più
teorico che effettivo) contrattaccarono la Senussia che si trovò sotto la guida di Idris. Il nuovo re
scelse il negoziato che nel 1917 l’Italia accettò; questo era voltò a garantire una coesistenza pacifica
cedendo alla tariqa l’amministrazione della Cirenaica eccetto il litorale.
Questa tregua consentì un riarmo da parte entrambi gli eserciti. La tariqa aveva un prestigio tale che
gli emiri offrirono il titolo a Idris, divenendo pertanto una resistenza man mano più potente.
Perciò nel 1922 Volpi(Governatore Tripoli) e poi Graziani(capo esercito), entrambi posti dal
regime, passarono all’offensiva, scatenando una serie di azioni con effetto sorpresa che stroncò la
resistenza.
Vennero impiantati forme di sostegno nel confine tunisino e la tattica della terra bruciata fece
cadere nel 1924 l’intera regione. Ruolo importante lo ebbe anche l’aviazione che permetteva il
trasporto di uomini, mezzi e bombardamenti ( mitragliatrici, lanci di bombe anche se proibiti dalla
Convenzione internazionale di Ginevra del 1925 seminarono terrore tra civili e combattenti).
Con il fascismo come in Somalia, gli interventi militari erano devastanti. Dal 1927 Graziani sferrò
una serie di conquiste in Tripolitania con una strategia che prevedeva fare piazza pulita degli
approvvigionamenti quali pozzi, raccolti1931, gli italiani tornarono ad rioccupare l’intero Fezzan.
In Cirenaica la situazione era più ardua; dal 1923 l’Italia strappò i patti con Senussia e Idris si
rifuggiò in Egitto Pian piano gli italiani acquisivano terreno con attacchi terra area. Nel 1926
perse ancora terreno finchè nel 1928 iniziarono le vere e proprie manovre italiane volte a debellare
la resistenza.
Il Duce premeva e nel 1929 assegnò la Tripolitania e la Cirenaica ad un unico governatore Pietro
Badoglio e al suo vice Graziani che condusse guerre per piegare la resistenza, arrestando quasi tutti
i capi e deportando almeno la metà della popolazione del Gebel in lontani campi di concentramento.
Kufra, altra città cirenaica/senussa fu occupata facendo strage di civili con gas e incendiò colture
spargendo così epidemie. La cirenaica fu devastata con l’avvelenamento di pozzi e bestiame.
Graziani infine dopo averlo a lungo braccato arresto al-Mukhtar (vice tenente lasciato a dirigere da
Idris) nel 1931 gli studiosi hanno restituito carisma e coraggio a questo personaggio tanto da
avergli dedicato un film Il leone del deserto. Personaggio tutt’ora venerato dai libici e dalla nazione,
fu un’esecuzione che Italo Balbo dal ’34 al ’40 non riuscì a mitigare.
“La fortezza Etiopia” prf.5

Dopo avre potenziato l’Eritrea, Mussolini preparò l’avanzata in Etiopia. Nel febbraio del 1935 il
Duce mobilitò truppe dall’Eritrea e Somalia sfiorando quasi i 207.000 effettivi; il comando supremo
fu affidato a Asmara al generale De Bono mentre Graziani guidava le operazione dal fronte somalo.
L’Etiopia sprovvista quasi di mezzi aerei e solo parte dell’esercito era addestrato mentre il restante
era costituito da bande.
Dall’altra parte l’Italia impiegò in guerra tecnologie avanzate come tanks e artiglieria pesante, fino
ai 500 aerei e inoltre studiarono il clima per gli attacchi evitando le stagioni delle pioggie.
Attaccando su due fronti l’Etiopia seppe resistere per due mesi03/10/1935 conquistammo Adua,
Axum e Macalle; mesi avanti l’Etiopia contrattaccava in ambi i fronti così che venne destituito De
Bono da Badoglio.
A Sud venne rasato al suolo il forte Gorrahei, costruito da Hassan (dove morì) al confine tra Etiopia
e Somalia ma in seguito Graziani subì un bloccò dall’esercito etiopico.
Si dovette organizzare di nuovo l’esercito e fu così che anche qui l’aviazione ebbe un ruolo
cruciale, ed anche con i vari bombardamenti. A nord Badoglio riprese la guerra con l’impiego di
sostanze e gas chimici.
La strategia etiopica era la stesa di Adua, attirare l’esercito nemico nel proprio forte difensivo,
radunare il massimo dei soldati e contrattaccare ma nel Tembien (sconfitti due ras) non funzionò
grazie all’ingegno fascista di adoperare anche i lanciafiamme.
La battaglia che segnò le sorti fu quella condotta da Haile Selassie nel tigrai che fu respinto
dall’artiglieria e dall’aviazione italiana. Successivamente le truppe guidate da Badoglio entrarono
ad Addis Abeba il 05/05/1936 che si ricongiunse con Graziani il 9 ad Dire Daua. Permisero il
successo i 15 miliardi di lire investiti e gli ascari sempre in prima fila nel combattere.
Dopo questo ennesimo successo restava ancora una piccola parte da conquistare ma il Duce seppur
sapendo del fatto non tardò ad annunciare da Palazzo Venezia la vittoria fu proprio lui che poi
impartì a Graziani di attuare una politica di terrore contro coloro che si ribellavano.
La resistenza Etipica rimasta si componeva da coloro che non volevano deporrere le armi e e
guerrieri della Scioa. All’inizio del ’37 tutti i capi furono catturati e decapitati rimanendo così la
resistenza debole e frammentata finche non subentrò una nuova leadership chiamati arbenyoch o
shifta (resistenti e banditi) . il 19/02/1937 un attentato per poco non fece perdere la vita a Graziani e
di conseguenza le razioni furono pesanti con tre giorni di mattanza con migliaia di vittime, anche
donne e bambini.
Nei ranghi dei resistenti bastava il coraggio per essere arruolato continuando a fare sabotaggi
attaccando convogli, dopo l’attacco si disperdevano nelle aree rurali continuando questa attività di
guerriglia fino al 1941.
Frustati dalle perdite e dalle incessanti imboscate gli italiani reagirono come in Libia con grandi
operazioni di perlustrazioni e caccia di resistenti, incendiando villaggi anche con gas.
Nel 1938 Graziani fu sostituito con Amedeo d’Aosta che combinò la presenza militare e accordi di
pacificazioni ma era troppo tardi per acquistare i consensi dei sudditi.
CAPITOLO 6 “MITO E REALTA’ DEL PROGETTO DEMOGRAFICO”
Prologo
21/08/1946 Manlio Montanucci (rapp profughi del comitato Africa Italiana), in una conferenza a
stampa a Parigi, sottolinea la necessità italiana di conservare le colonie occupate prima del fascismo
per salvaguardare uno sbocco all’emigrazione degli italiani in quanto queste colonie sono
considerate “insignificanti” dal punto di vista economico, sia dalle altre potenze europee che
dall’Italia stessa.
Fino al 1936 i capitali umani ed economici investiti erano trascurabili, anche l’Italia liberale
bramava per il mito demografico (fin dall’epoca di Crispi) forse anche per far solo riflettere la
nostra volontà imperialistica.
“Eritrea: una società coloniale anomala” prf.1
1890, anno di creazione della colonia Eritrea e apertura di un progetto direttamente promulgato dal
parlamento per effettuare una colonizzazione agricola; nel dibattito alla camera, Crispi sostenne la
volontà italiana di colonizzare l’altopiano per indirizzare quella parte dei italiani diretti in America.
In che modo? Generando una società tendenzialmente democratica ed egualitaria composta
(contadini-operai) ma in due anni il progetto fallì. L’evento cardine per il fallimento progettuale può
considerarsi Adua.
Con alcuni dati alla mano, si può affermare che la stragrande maggioranza di coloni italiani in
Eritrea erano uomini (militari) celibi, solo un centinaio aveva condotto l’intera famiglia in colonia.
Dal 1905 al 1931 la popolazione civile italiana raddoppiò, dando vita ad una civiltà più stabile e
bilanciata rispetto al secolo scorso, prevalentemente inquadrata nelle aree di Asmara e Massaua.
Ciò che permise questo leggero sviluppo fu in gran parte dovuto all’aumento delle esportazioni
italiane di tessuti di cotone, divenendo la colonia il quarto mercato dell’industria cotoniera.
Tuttavia ai primordi, l’Eritrea presentava una società coloniale poco convenzionale:
all’inizio del ‘900 il numero di funzionari pubblici > contadini, mentre dal 1931 questo dato si era
ormai invertito. La maggior parte degli italiani erano agricoltori, contadini, operai, artigiani,
impiegati e commercianti, non poco considerevole erano anche i liberi professionistici tra cui
ingegneri, medici e farmacisti.
La scarsità di manodopera incrementò il salario predisposto agli indigeni con punte più elevate
rispetto a quelle percepite in Etiopia e in Sudan.
Nel settore primario, crescita di condizioni indigene e europee portò ad un suo sviluppo con la
creazioni di mulini, forni e pastifici, dal ’31 però il settore privato in cui vi era la più massiccia
presenza italiana era quello dell’industria, trasporti e commercio.
Dall’inizio del nuovo secolo si è incominciato a suddividere gli spazi della società civile: 1908,
Asmara divisa in 4 parti una riservata agli europei, la seconda mista, la terza per gli indigeni, la
quarta per le abitazioni suburbane.
Il settore scolastico invece rimase modesto fino alla creazione dell’impero, ovvero con il fascismo.
“Carenza di manodopera Somala”prf.2
Per due decenni la Somalia fu una colonia più di nome che per di fatto. Dopo aver tentato una forma
di governo indiretta , nel 1905 lo Stato aveva assunto l’amministrazione del possedimento. Nel
1908 fu promulgato un Ordinamento Somalo/Italiano per la valorizzazione del dominio,
incentivando le imprese privato. La crescita economica doveva essere il risultato di uno sviluppo
capitalista specializzato maggiormente nella produzione di prodotti tropicali. Solamente dopo la
grande guerra si depose maggior attenzione allo sviluppo economico Somalo 1920, da
un’iniziativa di Luigi di Savoia e delle maggiori banche italiane fu istituita la Società agricola italo-
somala per valorizzare l’area dello Uebi Scebeli, bonificandola e dotandola degli strumenti di
irrigazione necessari. Fino al 1931 maggiormente venne impiegato cotone poi sostituito dalle
banane, vendute direttamente allo Stato che autonomamente si impegnava a commercializzarle.
Per molti anni agricoltori e contadini costituirono il nucleo più importante di coloni che, grazie alla
protezione doganale al monopolio statale il ricavato dal raccolto aumentò vertiginosamente.
Il governatore della colonia impartì per i somali turni di lavoro obbligatori e successivamente nel
1929 emanò un decreto che obbligava il bracciante e la propria famiglia a rimanere nell’azienda
agraria in cui lavorava.
Solo agli inizi degli anni ’30 si poteva intravedere un embrione di società coloniale con progetti
infrastrutturali e urbanistici a Mogadiscio.
Il sistema scolastico invece era affidato alla missioni Consolata sia per europei che per gli africani.
“La trasformazione delle città e dell’ambiente rurale in Libia” prf.3
L’azione demografica fascista e la sua propaganda incessante conseguita da Italo Balbo con la
mobilitazione dei 21.000 hanno parzialmente velato la realtà, e cioè che la maggior parte della
popolazione in Libia era impiegata nell’industria e nei servizi.
Gli italiani insediati maggior mente nelle città di Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna erano circa
75.814.
Le forte depressione condotta dal fascismo dal 1929 al 1934 comportò una mobilitazione di massa
di Italiani, Ebrei ed Arabi nelle città anche perché il settore agricolo aveva subito forti
danneggiamenti. Costoro cercavano un’occupazione nei lavori pubblici finanziati dallo Stato (es
costruzione della strada litoranea).
Il forte impatto economico e sociale del fascismo incise anche sulla situazione amministrativa e
giuridica di questa zona che, di fatto, nel 1939 almeno formalmente le regioni costiere divenivano
province del Regno (strumento propagandistico) mentre il Sahara libica rimaneva una colonia; nello
stesso anno fu imbastita anche una speciale cittadinanza italiana per i libici che tuttavia non li
escludeva dalle leggi razziali emanate nel ’39 riguardanti la difesa del prestigio di razza, emanate
per l’AOI ma applicate anche in Libia.
Fino al 1937 la maggior parte degli italiani erano occupati nel settore industriale, dal 38-39
nell’agricoltura ma i settori con maggior sviluppo (ove lavoravano italiani e presidiati nei centri
urbani più importanti) erano quello della costruzione, legno, meccanico, abbigliamento e trasporti.
La maggior parte del comparto italiano proveniva dalla Sicilia, Veneti e gli emigrati dalla Tunisia.
Interessante anche l’aspetto salariale: il predisposto salariali in colonia era leggermente più alto di
quello in madrepatria mentre quello degli indigeni erano inferiori di circa 1/3 a quello italiano.
L’obiettivo prioritario del regime era il conseguimento di un’autarchia alimentare mediante
l’aumento demografico e dalle concessioni capitalistiche, basandosi maggiormente su un’economia
agricola.
Nella seconda metà degli anni trenta anche lo sviluppo turistico contribuì a modificare il paesaggio
urbano, Balbo concepì la creazione della nuova città europea come una metà abituale mediterranea
del turismo d’elite dotandola per questo obiettivo di teatri, cinema e alberghi di lusso; tanto che
l’intervento pubblico fece grandi opere come l’istituzione dal ’34 dell’Ente turistico alberghiero
della Libia con oltre 18 hotel, curava la promozione di eventi sportivi, culturali (lotteria di Tripoli e
la Mille miglia libica). Nel ’36, anno della fondazione dell’Istituto fascista per coadiuvare il turismo
e lo sviluppo dei prodotti manifatturieri dell’artigianato libico.
Gli strumenti a cui il fascismo fece perno per incentivare questa serie di attività di sviluppo erano la
scuola, il partito e l’associazionismo e sport.
Sulla scuola, dal 36 al 40 si fissò l’organizzazione scolastica suddividendo scuole per italiani
(identiche a quelle in patria), scuole per cittadini italiani libici e scuole riservate ai sudditi coloniali
(area Sahara e AOI), queste regolate da apposite norme tenendo conto della specificità della razza,
cultura, religione.
L’istruzione pre-elementare e elementare era gratuita per tutti mentre vi era l’istruzione obbligatoria
per gli italiani come in patria scuole elementari pubbliche costruite nelle zone ovi vi fosse un
numero adeguato di italiani. L’alfabetizzazione di massa avrebbe consentito al regime di dispiegare
tutti gli strumenti educativi e di comunicazione a sua disposizione come stampa, radio e cinema.
Anche l’Istituzione della Gioventù araba del Littorio (vedi appunti), concepita per inquadrare e
formare i giovani libici a fini stessi del partito, curando l’istruzione preliminare e l’attività fisiche.
La gratuità del servizio stimolava i libici a portare i propri figli nelle scuole.
Nella colonia il ruolo del Partito era notevole come organizzatore cultura e fonte di aggregazione,
concepito dal Duce come istituzione di promozione e propaganda del regime stesso organizzando la
vita sociale della Libia. La gestione del tempo, oltre quella diretta dal Partito, era nelle mani delle
associazioni d’arma, culturali e sportive organizzando mostre, manifestazioni ed eventi (cinema
forma di divertimento più diffusa.
“L’impero e l’Africa orientale italiana” prf.4
La conquista dell’Etiopia cambiò la politica coloniale della zona, l’impero, secondo il Duce,
trascendeva il mero ampliamento territoriale. Le linee guida per la formazione dell’impero erano la
gerarchia di razza, i programmi scolastici e la creazione di consistenti comunità italiane (diverso da
l’Italia liberale).
La colonizzazione fascista andava intesa, nello spazio e nel tempo, come la trasposizione nelle
colonie di tutti gli elementi produttivi della madrepatria, introducendo la matrice capitalistica volta
al beneficio di un ristretto ceto privilegiato e per lo sviluppo e il raggiungimento di tre obiettivi
primari: preservare e moltiplicare la potenza numerica del paese, cementare la coesione
razziale tra italiani nell’impero e in patria, e, infine, promuovere l’elevazione sociale di grandi
masse popolari.
Gli italiani inviati in Eritrea alla vigilia dell’attacco all’Etiopia furono maggiormente operai per la
creazione di infrastrutture stradali e logistiche volte al futuro attacco all’Etiopia.
Anche qui il salario in AOI era sensibilmente più alto dei salari in patria.
Anche qui come in Libia dal 1937 venne effettuato un rimpatrio di italiani sostituiti da africani per
precise considerazioni politiche, razziali ed economiche e selezionati in base a qualità morali e
famigliari per il Duce era inconcepibile che gli italiani svolgessero mansioni umili tali da
abbassare il prestigio di razza.
Per Mussolini era indignato nei confronti dei soldati e operai italiani che si relazionavano con donne
africane, pertanto con il rimpatrio e la sostituzione di manodopera indigena a quella nazionale
avrebbe in parte evitato questo fenomeno e una riduzione sensibile del costo del lavoro. Man mano
però i costi non si abbassavano ulteriormente e decise di cambiare politica coloniale inducendo il
vicere ad accelerare lo sfruttamento raziale operando in prospettiva capitalistica.
Una parte degli italiani lavorava nel settore pubblico (salari pubb in Etiopia>Ita). Nel privato si
stilarono fasce di reddito a mansioni e responsabilità diverse: AUTISTI, OPERAI
SPECIALIZZATI, CAPISQUADRA, MECCANICI (1.500 EURO) E OPERAI (1.000). I privati
erano caratterizzate maggiirmente da piccoli imprenditori, commercianti, esercenti di pubblici
servizi.
Il governo con la più alta concentrazione di imprese e di capitale era l’Eritrea , seguito dalla Scioa,
Somalia.
Anche qui gli italiani si concentravano nelle grandi città, obbligando i funzionari pubblici a farsi
raggiungere dalle famiglie ma solo dal ’38 in poi si cominciò a registrare un grande afflusso di
famiglie. Pertanto venne impiegata anche l’architettura italiana volta a riedificare le città e i centri
periferici dove vivevano gli italiani e lo spostamento degli indigeni verso quartieri a loro riservati.
Nonostante queste opere architettoniche, la carenza di alloggi in vista dei continui sbarchi di italiani
era esigua, portando ai nostri connazionali ad arrangiarsi in qualunque modo anche in abitazioni
indigeni in affitto o espropriate situazione intollerabile per il Duce che energicamente richiamava
al governo dell’AOI alla separazione di massa ma essendo un impresa molto difficile e in attesa di
edificazioni sospese l’emigrazione dei nuovi nuclei famigliari e la 2GM interruppe tutti i lavori.
Per quanto riguarda la scuola, scuole per studenti italiani sorsero in 30 citta dell’AOI ed alcune
(come in libia) affidate a congregazioni religiose, mentre per i coloni l’istruzione si incentrava sulla
attività fisica (per maschi) e l’impartizione di precetti morali “sani e rigorosi” per scoraggiare i
rapporti liberi tra ita e indigeni (per donne).
Epilogo
Nel dopo guerra alcune decine di coloni restarono negli ex domini italiani in Africa. Gli italiani
invece continuarono ovunque ad avere un ruolo di preminenza spartendo con le elite locali il
controllo e la guida dell’economia, fu quasi un ritorno al colonialismo classico dell’epoca liberale.
CAPITOLO 7 “UN QUADRO ISTITUZIONALE IBRIDO”
Durante l’epoca coloniale, le varie potenze europee hanno imposto differenti teorie amministrative
ai coloni tra le quali le più importanti furono indirect rule (inglesi) e assimilation (francesi).
-Francia, Assimilation, organizzò le proprie colonie in cerchi, amministrati direttamente da
funzionari che governarono i colonizzati attraverso un percorso per far si che diventassero più
francesi possibili. (dagli anni ’30 come inghilterra)
-Inghilterra, Indirect rule, ovvero governarono le società colonizzate selezionandone e
riconoscendone autorità e istituzioni.
L’Italia invece si avvicina e si allontana da un modello all’altro ciò deriva dal fatto che in sostanza
l’amministrazione locale italiana presenta tratti essenziali di originalità.
“Un sistema dualistico” prf.1
Come abbiamo già capito nei capitoli dedicati alla storia coloniale, il nostro paese fin dall’epoca
liberale andò in Africa senza una reale esperienza coloniale tant’è che inizialmente perseguì in
modo costante il governo diretto dell’oltremare.
La legge del 5/07/1882 (la prima in materia coloniale) che istituiva la colonia di Assab aveva tratti
distintivi del modello francese. La volontà di applicare questo modello nasceva dal fatto di “fare
degli indigeni di Assab dei veri cittadini italiani”, differentemente dal modello francese e italiano,
gli inglesi individuavano i propri interlocutori nei gruppi.
L’Indirect rule implicava per la sua realizzazione conoscenze geografiche di cui l’Italia non aveva
ancora a causa del carente stato dei studi sulle società che si apprestavano a colonizzare.
Successivamente il modello italiano cadde in contraddizione quando cedette il riconoscimento
almeno parziale delle autorità locali, delle loro istituzioni e dei loro ordinamenti giuridici.
L’incapacità di gestire le colonie direttamente perviene dal fatto che gli italiani esclusero
categoricamente nell’amministrazione i colonizzati; pertanto il fatto di allontanarsi da una
amministrazione diretta e far ricorso ad caratteristiche di amministrazione indiretta porta il modello
italiano ad avere sfaccettature differenti, dando vita a un modello prettamente ibrido.
Tutto ciò perché si riscontrò dall’iniziale consenso forme di ostilità da parte delle società
colonizzate, a partire dalla sconfitta di Dogali nel 1887. L’assoggettamento militare, ai primordi e
nelle situazioni di emergenza, per la civilizzazione coloniale fu una fase caratterizzante a tutte le
potenze occidentali.
L’assoggettamento per noi italiani non si presentò solo all’inizio, ma fu un possibile strumento
di governo oltremare soprattutto in epoca fascista, così costituita:
al centro, il ministero della Guerra assorbiva progressivamente le competenze degli affari
coloniali presso gli esteri mentre in colonia fu la figura monocratica del governatore a
prevalere, un tandem di doppio accentramento di poteri che divenne una caratteristica
dell’amministrazione coloniale italiana.
In Eritrea, Oreste Baratieri finì per instaurare nella colonia “un’autentica dittatura militare” che,
dopo Adua (1896), vi fu il passaggio da amministrazione militare a amministrazione civile. Dal
1897 Ferdinando Martini riuscì a pacificare la colonia facendo degli organi locali “ la pietra
angolare” del governo ed, attraverso dosaggi di intimidazione, cercava l’appoggio degli islamici nel
bassopiano per indebolire il potere dei capi nell’altopiano scaturendo una gestione duale che
prevedeva l’amministrazione diretta dei funzionari territoriali e la giurisdizione indigena dei capi
nei campi.
In Somalia, la gestione era molto simile al modello inglese.. nel 1908 l’emanazione di una legge che
impartiva la gestione diretta nella parte meridionale e quella indiretta sui protettorati settentrionali
di Obbia e Magiurtinia così che anche in Somalia emerse un modello ibrido, accostando elementi
di amministrazione diretta a quelli di amministrazione indiretta.
Elementi amministrativi nuovi comparirono con la conquista della Libia e con la conseguente
istituzione del ministero delle Colonie che rappresentò la maggiore innovazione al centro; Caneva,
generale militare, annunciò che voleva sottoporre i libici sotto la protezione del Regno d’Italia e di
governarli attraverso i loro capi sulla base del diritto islamico (si riconosceva la loro identità ma non
la loro indipendenza). Con la fine delle azioni belliche, Bertolini detentore del ministero delle
Colonie sotto il governo di Giolitti, abbandonò ogni riferimento ai libici come protetti e ne faceva
sudditi, soggetti a prestare servizio nell’esercito e nella pubblica amministrazione senza rinunciare
però a forme di collaborazione dunque anche il sistema amministrativo libico era un misto,
selezionando capi libici riconosciuti direttamente dai funzionari governativi. Questa manovra non
funzionò come in Eritrea perché la popolazione aveva la coscienza di appartenere a una nazione
infatti molti notai tripolini (in particolari quelli legati alla Gioventù turca, si cimentarono nella
jihad.
La promulgazione degli Statuti del 1919 prevedeva una riforma costituzionale che si spingeva verso
l’autonomia e la compartecipazione al governo degli arabi, rimpiazzando addirittura in Tripolitania
la sudditanza ad una “cittadinanza italiana libica” distinta a quella metropolitana perché concedeva
una serie di diritti e istituivano (questi statuti) un parlamento rappresentativo con diritto di iniziativa
in materia eraria e poteri consultivi per servizi pubblici civili. In Cirenaica si riconobbe a Idris
l’autonomia del territorio a cambio della pacificazione del proprio territorio e ad agire d’accordo
con il governo italiano.
Con il fascismo, il dominio diretto divenne un imperativo con l’intento di minare l’autorità dei capi
autoctoni subordinandoli al potere bianco; la riconquista coloniale fascista non passò dunque
attraverso forme di assimilazione: il dominio diretto tornò ad essere abbinato al mero
assoggettamento in combinazione ad una forte componente discriminatoria in Somalia, De
Vecchi fece un regime centralizzato giovando dell’assistenza dei commissari e/o capi ed elders
comprati o costretti alla collaborazione con la forza o con le armi.
Che con il fascismo si cambiò tono è all’occhio di tutti tant’è che rivenne introdotta la sudditanza
con la legge del 1927 insieme alla cessazione degli Statuti.
Tuttavia ai libici venne riconosciuta una “ cittadinanza italiana speciale nel 1939 applicabile
solamente a un ristretto gruppo di persone che possedevano determinate caratteristiche.
In Etiopia le direttive erano chiare, “nessun potere ai ras” propiziava il ministro Lessona a Graziani
nel ’36. La dominazione fascista impose un’amministrazione fondata su criteri di razionalità etnico-
linguistica con la costituzione del medesimo anno in cui anche suddivideva i governati in: Eritrea,
Somalia, Amhara, Harar e Galla e Sidama e il governato municipale di Addis Abeba, nel ’38
trasformato in quello della Scioa. Anche qui l’obiettivo era assimilare le popolazioni locali
attraverso i coloni e confinare i colonizzati in una realtà differenziata. Con il fascismo
l’assimilazione venne preferita alla collaborazione e la dove possibile la colonizzazione
proveniente dalla madrepatria.
Il consenso ricercato tramite il Partito Fascista organizzando l’irreggimentazione delle società
tramite le sue estensioni oltremare quali la Gioventù araba del Littorio e le associazioni giovanili
dell’AOI.
“I protagonisti del trapianto: funzionari e capi” prf.2
Durante la fase coloniale fascista, il dominio diretto veniva esercitato tramite un forte
consolidamento dei confini che delimitavano i possedimenti (all’esterno) ed una organizzazione
delle colonie in circoscrizioni territoriali (all’interno). Il trapianto di istituzioni moderne avvenne
dall’esterno centralizzando il potere unitariamente attorno organi competenti mentre al suo interno
ed una volta creati, presentava caratteristiche di decentramento del potere. In Eritrea tutto ciò
avvene durante l’epoca liberale mentre nelle altre colonie con l’epoca fascista.
Con il regime non ci fu alcun tentativo di inserire nell’amministrazioni pubbliche personale
autoctono, nulla era dunque l’Africanizzazione delle istituzioni che, invece, caratterizzò il processo
di decolonizzazione delle altre colonie occidentali dal momento che, nonostante la subordinazione
al potere europeo, riuscirono quasi indirettamente a formare anche personale e dirigenti
amministrativi locali fondamentali in fase decolonizzazione.
Le gerarchie autoritative in periodo fascista erano così pianificate:
DuceGovernatori colonialiCapi MilitariFunzionari territoriali competenti.
In Etiopia, le istituzioni aspiravano a rimodellare la storia dell’Etiopia e la sua tradizione attraverso
una statualità nuova e diversificata, rompendo i vincoli di tradizione che prevedevano sottomissioni.
Il potere coloniale nel selezionare e legittimare i capi in funzione del governo oltremare alterò e
desacralizzò la potestà, riformulando le gerarchie esistenti risalienti ad tradizioni pre-coloniali.
Venne scollegata l’autorità interdetta a vincoli famigliari o religiosi e ricondotta a un rapporto
impersonale con l’autorità del colonizzatore, rappresentato dal funzionario territoriale competente
che imponeva anche i tributi. In sostanza le nuove gerarchie fasciste si prospettavano di comandare
attraverso capi (ras) da loro governati ed pertanto utilizzandoli come strumenti di un dominio
coloniale diretto.
In Eritrea, furono invece spinti ad adottare strutture gerarchiche ed intregare nella loro cultura la
statualità veicolata dal colonialismo trasformazioni politiche e sociali contribuirono alla
creazione di una nuova elite di capi tradizionali.
Sostanzialmente in AOI i capi medi e basso furono impiegati sistematicamente
nell’amministrazione perché meglio controllabili e più facili da dirigere con l’intento di spezzare le
vecchie gerarchie cui prevedevano a capo un ras. Il criterio selettivo era la disponibilità a
collaborare, impostandoli al popolo senza alcun riguardo alle tradizioni, religioni, lingua e razza.
“Quale modernità per le colonie” prf.3
L’ordinamento coloniale italiano nel perseguire i suoi obiettivi di dominio si contraddistingue da
momenti altalenanti di combinare il terrore con il diritto e la legge; in colonia esisteva un duplicità
di status per la quale i colonizzati erano sudditi differenziati da cittadini nazionali.
Il risultato fu un pluralismo giuridico tanto che si dovrebbe parlare di diritti coloniali ovvero di una
legislazione e una giurisdizione speciale, con interazioni miranti a differenziare il suddito dal
cittadino. La subordinazione fu presidiata in prima istanza dalle istituzione e poi dalle leggi razziali,
ma i colonizzati non erano un categoria di popolazione univoca, anzi molto diversa; ciò porto il
colonialismo a trattare e a portare evidenti contraddizioni e limiti su diversi gruppi, premiandoli o
penalizzandoli.
Le modernità derivate dal colonialismo con il trapianto delle istituzioni è la chiave di lettura,
giovando maggiormente delle scuole per la formazione di nuove elite locali e acculturata.
La prima politica educativa elaborata da Martini in Eritrea auspicava la mancanza di istruzione per
evitare le prese di coscienza dello status in cui si trovavano le popolazioni locali mentre poi tale
impostazione cambiò, interpretando l’istruzione come un utile mezzo per la formazione personale
da impiegare nell’amministrazione ma ad ogni modo dal 1916 l’istruzione indigena era limitata ai
primi 3 anni, limitata e mirata alla formazione di colonizzati a bassi ranghi amministrativi.
Il ruolo della scuola in epoca fascista si riconduci principalmente a scopi prettamente educativi che
istruttivi dovendo in ultima analisi formare una sana classe di lavoratori, il compito di educare i
sudditi in giovane età era affidato all’associazioni dirette dal PNF con una scuola intesa a inculcare
la subordinazione.
Vedevano la colonia Eritrea come produttrice di soldati dal momento che l’arruolamento era una
delle occasioni offerte ai sudditi coloniali per accedere a un processo di mobilità sociale e con
un’agricoltura capitalistica. In Somalia lo sviluppo economico rimase molto limitato rispetto
all’Eritrea , tanto quanto l’istruzione. In Etiopia, il progresso secondo il Duce costituiva una
minaccia e nel complesso l’obiettivo era promuovere la conquista del territorio piuttosto che il suo
sviluppo.
Il colonialismo Italiano promosse la formazione di uomini e donne nuovi con risultati diversi nelle
differenti colonie, eppure cadde sempre nella stessa contraddizione: nel momento che si
incoraggiava la nascita di un’elite tra i colonizzati, contemporaneamente la si limitava con la
politica scolastica e attraverso la politica dei capi, benchè essi stessi potessero essere prodotto di
processi di modernizzazione e non rispecchiare più o necessariamente l’ambito tradizionale.
CAPITOLO 8 “ LE DINAMICHE A PIU’ FACCE DELLA DISCRIMINAZIONE
DI RAZZA, GENERE E STATO”
Sulla base della color line vennero fondati, durante il Novecento, due mondi ineguali nei quali era
presente e viva la distinzione fra colonizzatori e colonizzati.
Anche dal passaggio tra Italia liberale e fascista si sono susseguiti una seri di trattamenti variegati
nei confronti dei colonizzati i quali differenziavano i vari individui in termini d’identità etnico-
razziali, di classe e di genere.
Questo presupposto è alla base della definizione di suddito che ha investito gli orientamenti del
colonialismo italiano, questi percepiti e accolti in modo diverso a seconda della loro collocazione
lunga la scala del potere, le reazioni al colonialismo ed in base ad reazioni quali resistenze,
acquiescenza e complicità.
Il potere coloniale italiano, così come quello delle altre potenze europee, non riuscì mai a
neutralizzare la capacità di opposizione e adattamento del colonizzato al punto di renderlo
irrilevante.
Sono stati condotti diversi studi per quanto riguarda le condizioni sociali e culturali del colonizzato
incentrati maggiormente sul caso Eritreo rispetto alle altre colonie italiane e ciò perché è proprio la
regione dell’antico porto di Assab ad aver presentato successivamente componenti modernistiche .
“Le identità etnico-razziali” prf.1
Le varie dinamiche razziali sono state ampliamente discusse , ma è necessario distinguere cosa si
intende per etnia e razza; in tal senso sono da intendersi i riferimenti a termini quali oromo,
amhara, senussiti, somali e italo-eritrei identità queste definite tramite tratti somatici, affiliazioni
religiose, linguistiche e culturali.
L’impresa coloniale dell’Italia liberale, iniziata con la conquista della primo genita, il susseguirsi
delle sconfitte (Dogali e Adua) e il successiva nomina di Luigi Federzoni come ministro delle
Colonie nel 1923, fu ridotta in termini realistici in Eritrea e le zone litoranee della Tripolitania e
Cirenaica e alla costa Somala. In questo senso, le rilevanze etniche e razziali si risentivano
maggiormente nelle città, luogo d’incontro tra colonizzatori e colonizzati in tal senso, fu
l’istruzione ad causare i primi fastidi amministrativi coloniali, movente che permise la captazione di
sentimenti quali la frustrazione e l’opportunità per il colonizzato.
A quanto detto, l’analisi del sistema scolastico istituito nella colonia primo genita presenta una serie
di perplessità legate alla retorica missione coloniale della civilizzazione dal momento che vi si
impartiva una pratica di istruzione con la quale lo status dei colonizzati tendeva a rimanere in
posizione di assoluta inferiorità rispetto al paese colonizzante.
Nacquero come già detto una serie di perplessità in merito a limitare l’istruzione mentre dall’altro
canto vi era la necessità di formare personale amministrativo e militare locale da impiegare
direttamente nelle colonie con il fine di inculcare nelle loro menti i valori morali e politici del
civilizzatore nella mente dell’indigeno. Nonostante i tentativi dei capi eritrei affinché si desse ai
propri figli un’istruzione al di fuori di quella relativa alle arti e mestieri, le istituzioni scolastiche si
dedicarono non alla formazione di individui “assimilati” o “evoluti” ma piuttosto di operai,
lavoratori agricoli e amministratori di basso livello. Come ben detto, vi era la necessità di formare
personale amministrativo autoctono in colonia ma dall’altro lato vi era l’interrogativo se
quest’istruzione si potesse considerare a sua volta rischiosa in quanto avrebbe potuto svegliare la
consapevolezza dell’indigeno della sua sottomissione al potere bianco; pertanto l’istruzione veniva
suddivisa in base a ceppi etnici, così divisa:
- Scuole aperte a figli di capi mussulmani e cattolici preordinate all’istruzione di quadri;
- Scuole per tigrini di fede ortodossa finalizzate principalmente alla formazione di agricoltori
e allevator tutto ciò volta alla riproduzione di un ordine etnico e razziale coerente con i
bisogni delle metropoli.
In Somalia invece, diversi fattori quali la lentezza coloniale, la limitata popolazione di coloni
(maggiormente mussulmani) rallentarono la crescita di un sistema scolastico moderno. Poche erano
le scuole aperte a Mogadiscio e nei maggiori centri urbani.
In Libia, al contrario delle altre colonie, vennero istituiti istituti già in epoca precoloniale ma di
ordine religioso nella città di Tripoli da metà ‘800. I turchi già prima degli italiani avevano istituito
l’istruzione elementare e superiore; le loro iniziative educative accelerarono in concomitanza
dell’occupazione italiani, quando i Giovani Turchi premettero di diffondere l’istruzione moderna in
tutto l’impero ottomano: nel 1911 le scuole turche prevedevano una di tipo militare, una normale di
modello europeo e l’ammissione anche di alcune bambine.
Dopo la conquista italiana queste vennero chiaramente chiuse e sostituiti da scuole che offrivano
una istruzione di base per la formazione di forza lavoro per il settore agricolo, mentre le scuole
cattoliche erano destinate alla popolazione italiana via via in crescita. Anche qui la causa
dell’arretramento scolastico derivava dalla preoccupazione di non promuovere rivolte, quindi è
giusto parlare più di de-scolarizzazione della Libia e Eritrea. In questi due paesi venne destinate due
tipologie di scuole per diverse classi sociali autoctone:
- I figli dell’elite venne offerto un percorso educativo tramite l’insegnamento della lingua
italiana volto alla formazione di una nuova classe media e con programmi simili a quelli
europei;
- Il resto della popolazione invece un tipo di insegnamento principalmente manuale.
L’epoca liberale vide un decadimento dell’offerta scolastica che si aggravò ulteriormente in epoca
fascista In Somalia, nel ’29 venne sottolineata l’importanza della segregazione scolastica per il
prestigio italiano; più tardi nell’intera AOI nel ’36, l’insegnamento dell’italiano venne
affiancato/sostituito a quello di lingue locali per aumentare la segregazione e un sistema educativo
circoscritto all’istruzione elementare.
Non solo le politiche educative distinguevano le varie gerarchie sociali, alcune forti demarcazioni si
perpetrarono fin dal momento della conquista, esempi:
- Habab Eritrea del nord, 1887 collaborarono affinché si raggiunse al protettorato italiano,
dopo un decennio, lamentandosi questi dell’esosità delle politiche fiscali italiani, l’intero
gruppo etnico si spostò in territorio anglo-egiziano esempio di chiaro intento da parte del
colonizzato di ottenere una condizione di maggiore autonomia dopo aver tentato la strada
della collaborazione per poi spostarsi dal lato della resistenza, in ambo i casi per
rivendivcare il proprio ruolo identitario.
- Caso Bahta Hagos (pag 242)
In Libia, occupazione accolta con favore dalle elite commerciali costiere, l’ordine Senussita
rifiutò qualsiasi compromesso e si dovette ricorrere alla violenza fascista di Graziani per
sconfiggere una resistenza che riuscì a durare comunque 20 anni.
Anche in Etiopia la dimensione etnico-religiosa assunse un ruolo importante: qui le politiche
coloniali erano volte a colpire le èlite che avevano storicamente goduto di privilegi, la nobikltà
tigrina e gli amhara. Nel ’36 all’accorpamento di Somalia, Eritrea e Etiopia fu seguito da una
suddivisione regionale a basi etniche e da politiche finalizzate alla marginalizzazione del
notabilito amhara e tigrino.
Sul corno, la letterature esistente ci permette di vedere l’occupazione come livellamento delle
differenze etniche e quindi come riscatto dei gruppi non dominati tra i quali una delle
componenti etniche etiopiche più importanti: gli oromo tra di essi, l’amministrazione
coloniale italiana rappresentò una liberazione dalla tirannia degli amhara. Per loro,
l’occupazione significò un’esperienza di emancipazione dalla monarchia etiopica e si
mostrarono più aperti dal momento che si elargirono stipendi e un amministrazione molto più
attenta alle esigenze locali.
Detto oromo: “anche se gli italiani furono crudeli, lo furono meno degli etiopici”; oltre ad essi,
trovarono consensi anche da arsi, sidama e hadiyya altre popolazioni locali per aver destituito la
elite amhara (qualla di MenelikII) . In primo luogo per facilitare le destituzione, venne abbolita
la relazione neo-feudale che trasformava la maggioranza della popolazione in servi (gebbar)
dello Stato o dell’aristocrazia civile e militare. In secondo luogo e come detto prima,
l’unificazione in AOI propiziò anche il riconoscimento delle lingue autoctone, la libertà di culto
(sempre a discapito della chiesa). Gli italiani in sostanza cercarono di trovare vantaggio dallo
scontento scaturito dalle imposizioni della egemonia degli amhara e dalla rimembranza nelle
loro coscienze delle violenze subite a causa dell’espansione territoriale degli amhara al fine di
facilitarne il controllo del paeseQuesto favorì Haile Selassie nel dopo guerra perché le
infrastrutture create in epoca coloniale facilitarono l’accentramento del potere nelle mani di un
unico imperatore durante tutti gli anni ’50 e ’60.
Le diversità etniche vennero ancora più evidenziati durante il periodo fascista a causa delle loro
politiche di segregazione che in seguito divennero un aspetto caratterizzante del colonialismo
fascista. Questi tentarono di ristabilire una nuova etica coloniale e gerarchie razziali più distinte
ed estreme al fine di mantenere il prestigio di razza. Le principali sanzioni amministrative
datano 1936 e 1938 che miravano anzitutto a colpire le relazioni sentimentali e sessuali tra
colonizzatore e colonizzato
1°-1/06/1936, Ordinamento e amministrazione dell’Africa orientale, abolizione di una
precedente disposizione che consentiva a italo-eritrei e italo-somali di ottenere la cittadinanza
italiana, relegandoli ora alle condizioni di suddito.
2°-19/04/1937, Sanzioni per rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi, voluto dal
Ministro dell’Africa italiana Lessona al fine di impedire relazioni sessuali tra italiani e sudditi;
inoltre venne proibito anche pernottare nei quartieri indigeni, di frequentare i servizi pubblici
indigeni e di condividere mezzi di trasporto con indigeni.
3° le norme per rafforzare la separazione tra colonizzante e colonizzato avvenne il 29/06/1939,
Sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dell’Africa italiana. Ed
successivamente il 13/05/1940, Norme relkative ai meticci, la popolazione italo africana si
vdeva equiparata a tutti gli effetti a quella indigena e vietato l’accesso a luoghi in cui
precedentemente erano frequentati generalmente da entrambi.
All’inizio della 2GM, l’Italia aveva attuato tutte le misure di separazione assoluta atte ad
affermare la supremazia della razza italiana.
Nei confronti dei resistenti, la violenza fascista fu nettamente diversa dalle pratiche dell’Italia
liberale, emulando in parte quella della Germania.
Tra il 1930/31 il regime fascista in Libia istituì tredici campi di concentramento nei quali furono
rinchiuso 4/5 della popolazione Senussita, per di più i campi vennero collocati in territori in cui le
condizioni erano decisamente invivibili; all’interno venivano praticate condanne a morte e
rieducazioni forzate. Oltre alle deportazioni, la stragrande parte del territorio Senussita fu bruciato
oltre alla confisca delle mandrie tutto ciò deve considerarsi come un discorso razziale nei
confronti degli arabi senussiti come individui inferiori.
Per le potenze europee (Italia compresa) l’obiettivo non era lo sterminio, ma la disponibilità
all’utilizzo di qualsiasi mezzo (compresa l’eliminazione) al fine di instaurare la pace coloniale.
Per il colonizzato l’esperienza coloniale italiana e i suoi relativi soprusi significò una progressiva
perdita dei diritti, suggellati alla fine degli anni ’30 con le leggi razziali. Venne infine aperto anche
un sistema di sorveglianza per tenera a bada tanto gli italiani che gli africani affinché non si
instaurassero rapporti e, pertanto, tutti coloro che venivano sorpresi rischiavano l’imprigionamento
o/e l’espulsione.
“Le trasformazioni sociali” prf.2
Per quanto concerne lo sviluppo socio-economico, il colonialismo non deve considerarsi come una
svolta per i paesi africani, anzi fu solamente una apertura con la successiva incorporazione
all’economia mondiale con tanto di logiche capitalistiche. Le novità più importanti furono
solamente riguardanti l’asservimento delle economie d’oltremare ai bisogni delle metropoli.
Il tentativo di introdurre l’africa in logiche capitalistiche portò delle modifiche e trasformazioni
sociali, soprattutto in ambiente urbano, con nuove funzioni e appartenenze di classe ed, allo stesso
tempo, vennero sconvolte le vecchie fonti di guadagno quali comunità rurali.
Ciò comportò una leggera emigrazione dalle campagne alle città. In Eritrea, l’amministrazione
italiana espropriò circa 300.000 ettari di terreno e nel 1909 sancì l’esistenza di un demanio
indigeno a fianco di un demanio disponibile : quello indigeno corrispondeva all’insieme delle terre
protette da diritti rest, ovvero appartenenti a famiglie o comunità per tradizione e discendenza,
protetti dal sistema feudale etiopico; quello disponibile invece, era la sommatoria dei terreni di
proprietà della chiesa e della nobiltà che avevano storicamente goduto di diritti gult, terreni elargiti
dalla corona di Etiopia in cambio di servizi e fedeltà in campo militare.
In Somalia, l’amministrazione adottò una politica coloniale diversa con tanto di un programma di
sviluppo agricolo diretto dalla Società agricola italo-somala la quale espropriò terreni per la
coltivazione di cotone e banane portando inoltre alla formazione di personale disponibile al lavoro
salariale, mentre il ricavato veniva gestito direttamente dalla SAIS per la vendita nel mercato
mondiale. (politica accettata dalle popolazioni somale)
In Libia, il sistema coloniale identificò terre comuni da pascolo o da materiale di costruzione come
terre di nessuno, ma con l’avvento del fascismo e l’obiettivo del colonialismo demografico, la
Cirenaica si vede oltre che internata in campi di concentramento ma anche espropriata della propria
terra, stabilendo così campi ed aree per l’insediamento dei coloni e solo successivamente vennero
integrati di nuovo manodopera libica per il lavoro manuale stipendiato.
In Etiopia, terre della Chiesa e della nobiltà furono espropriate e distribuite secondo la politica
dell’indemaniamento (già comune in epoca liberare e accentuato in quella fascista), aprendo così le
porte di individui nulla tenenti da impiegare nel lavoro; oltre ad essi, schiavi e servitù furono
liberati affinché si creasse una nuova classe salariata, emancipando circa mezzo milione di schiavi.
Oltre alla nuova classe stipendiata, si formarono nuove categorie di lavoratori quali impiegati,
intermediari, soldati e prostitute.
Il primo periodo coloniale, nel quale prevalse l’iniziativa privata e il controllo coloniale fu orientato
a una politica di assimilazione, solo per pochi ma vennero emancipati e ottenuti alcuni privilegi. Nel
lungo periodo invece, il discorso assimilativo fu sostituito con una strategia di segregazione e
controllo che coinvolse anche il reparto educativo temendolo perché lo si analizzava come un
fattore destabilizzante, comportando limiti di accesso all’istruzione.
Tra fine ‘800 e inizio ‘900 i più fortunati in Eritrea ed Etiopia potevano combinare l’istruzione di
base locale con l’opportunità di intraprendere studi avanzati all’estero che, una volta ritornati in
patria, contribuirono alla nascita dei primi intellettuali moderni conosciuti come japanizers per le
loro aspirazioni riformatrici ispirate alla Restaurazione Meiji in Giappone l’invasione italiana si
rivelò drammatica per questo gruppo di persone perché all’interno delle colonie persero di
credibilità, altri vennero deportati e imprigionati, mentre altri persero la vita dopo l’attentato a
Graziani.
Discorso a parte meritano gli ascari, protagonisti dell’esperienza coloniale: le prime truppe
coloniali furono arruolate in Eritrea con compiti prettamente polizieschi per poi essere impiegati
nelle altre lotte coloniali italiane; si può affermare che l’Eritrea era quasi esclusivamente destinata
alla produzione di truppe coloniali. Una volta arruolato l’ascaro viveva una esperienza quasi
totalizzante, stipendiato (che gli permise di far parte della classe media), nel diventarlo significava
inoltre l’abbandono della propria identità e senso di appartenenza ad una comunità etnica a favore
di una nuova identità imperiale (esperienza quindi militare ma anche socio-economica). Nel 1908
venne riconosciuto all’ascaro il diritto di vivere con la propria famiglia in un ambiente urbanizzato,
di costruirsi una abitazione indipendente e godere di una vita urbana con la famiglia con alcuni
privilegi (insegnamento italiano, dopo concluso il periodo di ferma, un accesso preferenziale a un
impiego amministrativo rendendoli uno strumento del progetto coloniale).
“ La questione femminile” prf.3
Per comprendere le condizione dell’apparato femminile occorre considerare le conseguenze socio-
economiche dell’espansione coloniale e capitalistica la donna risentì la dislocazione economica in
ambiente rurale (processo di esproprio che obbligava lo spostamento maschile nelle città) che di
conseguenza le donne vennero come agli uomini nelle città con opportunità al contrario degli
uomini inesistenti. Questa condizione marginale aumentò i servizi sessuali e domestici con civili,
militari italiani. La mancanza di donne italiane prospettava nelle menti maschile una figura di donna
fascinosa, facilitando l’emergere di migliaia di relazioni più o meno stabili tra uomini italiani e
donne eritree. Questa profanazione venne chiamata come madamato mentre in libia assunse il nome
di mabruchismo (relazioni sessuali in ambo i casi) che il regime fascista cerco di scoraggiare con
maggior controllo. Nel 1932 in seguito ad un rapporto di Graziani, si considerava immorale il
concubinato aggiungendo che per venire incontro alle necessità sessuali delle truppe sarebbero stati
stabiliti bordelli italiani con l’esportazione appunto di prostitute italiane per mantenere intatta la
color line. Per facilitare questa manovra venne inoltre vietato l’accesso di italiani in quartieri
indigeni.
CAPITOLO 9 “GESTIONE DELLA TERRA ED EVOLUZIONE DEL MONDO
CONTADINO NEL CORNO” (VEDI APPUNTI)

CAPITOLO 10 “LA DIMENSIONE DEL SACRO: FEDI, CULTI E


COSMOLOGIE”
Il sacro incorpora – e a sua volta è incorporato – da religiosità e pratiche le più varie: politiche,
sociali, economiche, culturali e naturalmente religiose. Si tratta di aspetti che hanno contribuito
nella storia dell’umanità a elaborale e restituire i profili delle appartenenze, della leadership e volte
ad forme di inclusione ed esclusione di singoli individui come di intere comunità.
In tal senso, l’ambito sacrale è un tema fondamentale dell’espansionismo coloniale che attiene
all’aspetto culturale e politico dei culti e delle cosmologie locali prima dell’invasione e dopo
l’impatto del dominio coloniale per quanto concerne le modifiche effettuate dopo la conquista in
termini di leadership, gestione delle risorse e legislazioni.
Ruolo rilevante lo tennero anche l’azione dei movimenti religiosi europei che operarono in Africa e
si diffusero attraverso missioni sia in epoca pre-coloniale che durante tutta la fase del colonialismo
con operazioni miranti alla profanazione culturale di quelle tradizioni che avevano caratterizzato
l’intero territorio africano prima dell’avvento degli europei.
“L’invenzione del primitivismo e l’opera civilizzatrice” prf.1
Prima dell’arrivo degli europei, in Africa si praticavano un gran numero di culti locali o extrafricana
che animavano le vite politiche, spirituali e comunitarie delle popolazioni; quelli locali esprimevano
forti esperienze istituzionali, mentre per quelli extrafricani intendiamo le religioni esportate di
origine asiatica (ebraismo, cristianesimo e islam) diffusi per irradiazioni, diffuse già da molti secoli
nei territori da noi successivamente occupati.
E’ bene ribadire che, nonostante questo continente si trovasse in una situazione sicuramente più
decadente rispetto al resto del mondo, non era comunque rimasta fuori dal commercio
internazionale (euro-afro-asiatico), seppur con limitate misure, partecipava alla vita economica via
mare o per terra dal Mediterraneo e Oceano Indiano. Queste condizioni, per quanto precarie si
potessero dimostrare, fecero in modo che alcuni culti avessero in comune alcuni elementi spirituali
proveniente da paesi al di fuori del continente africano.
In particolar modo, Cristianesimo e Islam, si erano insediati nelle aree dell’Africa mediterranea e
orientale (successivamente colonie Italiane) ove avevano dato origine a Chiese, confraternite,
califfati.
Più complessa è la situazione dell’ebraismo presente soprattutto in Africa del Nord ed in alcune
regioni orientali. Piano piano la maggior parte dei culti monoteisti si erano indigenizzati.
La regola della diffusione dei culti e le loro variabili e affermazioni sincretiche, era sempre la
medesima: il grado di indigenizzazione del culto dipendeva dal grado di autonomia politica e
sociale di cui potevano godere le popolazioni.
Differentemente di come accadde in America dove l’evangelizzazione era il presupposto del
progetto coloniale, in Africa la missione era per lo più Civilizzatrice. L’evangelizzazione poteva in
tal caso aprire le porte al moderno o detto meglio ad una conversione degli africani in civili, o
meglio verso quello che gli europei intendevano per moderno.
L’esotico diveniva in sé stesso sinonimo di arretratezza, mentre il nuovo si combinava con il mondo
europeo e tutto ciò che ne differiva era “tradizionale”.
Alla vigilia della colonizzazione alla maggior parte dei culti locali fu imposto dagli europei
l’etichetta dell’abietto, del primitivo, del retrogrado o dell’eretico e con nomi quali “streghe e
stregonerie” venivano definite e decifrate le pratiche religiose locali e primitive (l’idea di primitivo
era elaborata muovendo da modelli di culti europei, assunti come le espressioni più avanzate e
sintomo di un progressismo cosmologico parallelo a quello tecnologico e scientifico.
“Colonialismo e missioni cristiane” prf.2
L’azione evangelizzatrice fu la promotrice ad una futura occupazione, effettuata da vescovi che, al
contempo di esportare la propria religione, elaboravano piani di penetrazione seppur di indole
religiosa. Queste azioni cattoliche risalgono sin dal Cinquecento ritrovando un rilancio in grande
stile nel XIX secolo. La prima come già detto venne condotta nelle Americhe e la seconda invece
nel territorio africano. Dopo l’esperienza americana, il papato aveva abbandonato l’idea tardo-
feudale del patronato reale e si era invece dotato di un proprio strumento di governo, giunti così alla
creazione di congregazioni romani permanenti e in particolare della Propaganda Fide. Nel
complesso però, la santa sede non rinunciò affatto alla protezione del potere secolare in Africa e ciò
perché in questo territorio il colonialismo era cambiato, il ruolo delle rivoluzioni industriali, gli
interessi finanziari ed economici del capitalismo fecero di questo colonialismo 2.0 un fenomeno
nuovo rispetto a quello americano.
L’impegno primo in termini missionari fu svolto da Bartolomeo Alberto, prima come prefetto delle
Propaganda Fide poi come pontefice (Gregorio XVI), colui che nel 1838 inviò i lazzaristi in Africa
con l’obiettivo di far accrescere le circoscrizioni ecclesiastiche nei territori di missione il
cristianesimo europeo però ebbe una scarsa presa sugli Stati Africani fino alla colonizzazione, non
avendo avuto la capacità di condizionare i poteri sovrani locali, differentemente da quanto successo
all’islam che era stato capaci di creare intorno a se confraternite religiose e politiche.
L’invio di missionari cattolici e cristiani in fase pre-coloniale e in piena invasione non riuscì a
cessare le forti ostilità che si crearono tra Chiesa e missionari risalenti all’epoca risorgimentali,
dalla lotta contro il papato in Italia centrale e, dopo il 1870, del conflitto aperto dalla questione
romana. Questi conflitti influenzarono anche le missioni cattoliche in Africa ma non furono decisive
perché in terra straniera gli interessi dello Stato Italiano e della Santa sede erano destinate a
convergere ( paradosso questo perché mentre in europa ancora erano vivi i conflitti dell’epoca
risorgimentale in Africa invece si associarono).
“Un paradosso africano” prf.3
Lo sviluppo industriale attinente ai paesi europei che gli permise l’innalzamento a considerazione
del tipo di civiltà superiori, non permetteva e tollerava il discorso laico nei contesti africani perché
ancora interpretate come società arretrate e ritenute ancora sensibile all’egemonia del sacro.
Per i coloni, i religiosi furono strumenti utili per instaurare rapporti con le società indigene e la
cooperazione era dovuta dal fatto che le due istituzioni avevano due obiettivi comuni:
legittimazione (o benedizione) in patria della politica di espansione e successo in colonia nei
confronti dei dominati.
Nell’ottica religiosa il progresso era visto come conferma della giustezza del credo in competizione
con i culti locali, ma intorno alla missione civilizzatrice che si salda l’alleanza fra colonizzazione e
evangelizzazione, strategia capace di sorvolare degli aspri scontri in patria e allearsi in terra
straniera. Questa associazione durò quanto durò il colonialismo. (ricercare le motivazione relative
alle conflittualità stato chiesa nell’epoca risorgimentale.
“Resistenza e modernizzazione” prf.4
La retorica italiana di considerare le religioni presenti al suo arrivo come arretrate ed immobili al
culto innovativo non tiene fondamenti. La Senussia, ad esempio, non era al momento della
conquista italiana della Libia, un fenomeno religioso della lunga durata ma invece un moderno
movimento sorto a metà dell’800 in Cirenaica, all’interno della cornice imperiale ottomana.
Facendo perno di un suo testimone, i senussiti aveva attuato una reinterpretazione della religione
producendo un nuovo assetto istituzionale che mirava ad emanciparsi dal quadro mussulmano turco.
Con la creazione di centri di assistenza da parte del suo storico fondatore Mohammed Ali al-
Senussi, la Senussia si candidavaa governare la regione durante la transizione post-ottomana.
Il principale esempio di ammodernamento ottocentesco di statualità africana e legittimazione
religione lo presenta lo Stato etiopico che vide protagonisti tre imperatori: Tewodros II, Yohannes
IV e Menelik II; già dal IV secolo, una tradizione millenaria contemplava importanti concessioni di
terre e privilegi al clero e monasteri.
La narrazione etiopica risaliva le origine dalla dinastia imperiale al mito dell’unione fra il re
Salomone e la regina di Saba dalla quale sarebbe nato Menelik I, il capostipite. Egli avrebbe portato
in Etiopia l’arca dell’alleanza facendo di Axum una seconda Gerusalemme (prima lo era
Alessandria d’Egitto la madre patria della chiesa etiopica).
L’arrivo degli europei e i primi contatti moltiplicarono le cautele e le ansie difensive le riforme
introdotte da Tewodros II prevedevano un maggior controllo imperiale sulla Chiesa copta (loro
luogo di culto ove il patriarcato spetta al patriarca di Alessandria); Yohannes IV (imperatore dal
1872 al 1889) famoso per aver espulso i missionari cattolici e della dura persecuzione di
popolazioni mussulmane sottomesse al controllo imperiale; Menelik invece continuò l’opera di
modernizzazione politica e istituzionale avviata dal primo, con una nuova capitale imperiale Addis
Abeba.
Oltre alla resistenza Etiopica del 1896, la più grande resistenza africana fu quella della Senussia.
L’italia mirava la penetrazione e a subentrare al sultano e a proporsi come protettrice dell’islam per
un futuro attacco colonizzatore e demografico e pertanto a riconoscere competenze in ambito
religioso (strategia per cercare di far scontrare fra loro diverse appartenenze culturali).
In Somalia, agli inizi del 900 riconobbero come capo politico e religioso Sayyid Hassan (ben presto
famoso e capo dei dervisci somali) e così il suo prestigio crebbe ulteriormente fra i clan dal
momento che non esisteva uno Stato somalo unitario, e proprio questa frammentazione fece si che
diventasse obiettivo italiano.
“La politica religiosa” prf.5
Poiché i culti si candidano a custodire storicamente il fondamento delle “origini di una comunità o
addirittura dell’umanità”, ogni culto interpreta l’evoluzione dei processi storici come segni
provenienti dall’ambito spirituale o divino. In tal senso, le conquiste coloniali degenerarono in
competizioni cosmologiche.
Altro campo culturale di confronto fu quello sanitario che sfociava spesso in differenze teologiche
tra europei e indigeni. Altro ancora fu quello dell’architettura, in Libia ed Etiopia la costruzione di
moschee e chiese cattoliche doveva tradurre in opere la politica religiosa sia della tutela dei culti
che del prestigio coloniale.
Una violazione profana fattasi durante il mandato di Mussolini fu il trasporto nel 1937
dell’imponente monumento funerario come testimonianza della conquista fascista in Etiopia, 40
anni dopo Adua, rientrata in patria solo nel 2005.
Dopo una serie di tentativi, solo l’islam come religione si prospettava in grado di garantire l’ordine
e la coesione interna tanto che non mancarono le proteste dei missionari cristiani fronte la tutela
delle altre religioni questo accadimento può considerarsi come una strategia per indebolire
l’establishment cristano-abissino.
Il colonialismo italiano si confrontò in prevalenza con cristianesimo e islam, catalogati dagli
europei come culti da aggregare vista la numerosa partecipazione, elaborando in questo ambito
delle politiche di tutela fin da considerarsi come uno specifico tratto del colonialismo italiano.
In piena età fascista, con le tensioni ormai risolte fra Stato e Chiesa, il regime promosse la
diffusione di missioni cattoliche nel Corno ma non in Libia dove il clero di Roma giunse solo per la
cura spirituale dei propri coloni italiani.
Nel complesso è facile dedurre che il colonialismo italiano agì comprimendo l’ambito religioso per
controllare politicamente il clero cooptato (aggregato) e allontanare le leadership autoctone delle
vecchie egemonie per la risoluzione di un obiettivo evidente quale il mantenimento dell’ordine.
Rimasero però assegnate ai religiosi africani le funzioni strattamente legate al culto, la titolarità di
beni religiosi quali luoghi di preghiera e i cimiteri ed infine la giurisdizione dei tribunali religiosi
limitata per materie insomma la tutela degli altri culti era una necessità per mantenere l’ordine
pubblico coloniale.
Ma in certe occasioni i culti hanno anche rappresentato uno dei motori di resistenza all’aggressione
italiana, caricando di senso anche spirituale l’avventura estrema della guerra per l’indipendenza
( come è stata la guerra dell’impero salomoide in Etiopia e i senussiti in Cirenaica.
CAPITOLO 11 “IMMAGINI E PROSPETTIVE LETTERARIE DI UNA TERRA
PROMESSA”
La rilevanza delle scritture e dei mezzi di comunicazioni sono gli strumenti con i quali hanno
impostato le ricerche sulla storia del colonialismo e hanno propagato al tempo i miti coloniali.
Anche in ambito letterario, tra cui D’Annunzio, Pascoli e Marinetti, contribuirono a fecondare le
fantasie di lettori propensi all’esotismo e colonialismo.
Tali fonti ci permettono di ricostruire l’imaginario collettivo, la percezione di come veniva intesa ed
interpretata l’Africa negli ambienti sociali; c’è da aggiungere però che furono quasi sempre irreali i
vantaggi esplicitati dai sogni propagandistici dal momento che vi era un controllo ferrato sui media
sia in epoca liberale e ancor più in quella fascista.
Sono però scarsi i rinvenimenti relativi all’esperienze vissute direttamente dai nativi africani per
quanto riguarda le sottomissioni ricevute dal colone bianco.
“Prime impressioni sul Corno” prf.1
La nascita della Colonia Eritrea e la successiva occupazione delle Somalia furono immagazzinati
nella percezione italiana come eventi passionali, in forma di un progresso compiuto. Tanto le
conquiste come le disfatte si seguirono nella penisola con molta attenzione.
I principali mezzi di comunicazione dell’epoca erano i quotidiani, promossi da alcuni marchi
editoriali quali Treves e Sonzogno.
Citando solamente un pezzo pubblicato sull’ “Illustrazione italiana” del febbraio 1896, il letterato e
giornalista per poi divenire il futuro governatore di Eritrea e poi ancora Ministro delle Colonie
Ferdinando Martini, ritrae il coinvolgimento serrato degli italiani sulle vicende in Africa; con i
conseguenti sviluppi, aumentarono gli organi d’informazione che inculcavano l’orgoglio
nazionalista per le conquiste ottenute. Non mancarono certo meno i resoconti informativi delle
associazioni d’esplorazione inducendo agli italiani quella alimentazione a considerare l’Africa come
terra promessa.
Queste finalità in aggiunte a quelle a fini propagandistici rappresentano in sé immagini stereotipate
con l’accompagnamento, sempre per lo stesso fine, di vocaboli tipici quali incanto, ebbrezza e i
relativi aggettivi che qualificano l’Africa (affascinante, lussureggiante, misteriosa, etc..).
Anche sul versante poetico viene incrementato da esotismi, Pascoli ad esempio è uno fra i primi a
ricorrere a rime peregrine ed esotismi.
La fase Ottocentesca però è segnata, oltre alle conquiste, anche dall’amare delusioni di Dogali ed
Adua a cui ricorsero invece i letterati anti-colonialisti, allargando i fronti contro il colonialismo
ambe le situazioni, costituirono picchi di viva partecipazione emotiva sia nella coscienza collettiva
che in quella privata degli scrittori.
“La Libia nei versi dei poeti e nei libri di scuola” prf.2
La leggendaria ricchezza libica, presente già dal tempo degli scritti di Omero, era quanto più
stereotipata; accanto alla fertilità delle zone costiere, gli scrittori citarono anche la desolazione dei
deserti che in epoca coloniale però non furono riportati in nessun scritto.
Accanto a questa convinzione della Libia, si ritenne che il suo territorio avrebbe potuto accogliere
una gran massa di popolo e che l’Italia fosse la più adatta a questa missione per l’evidente
continuità territoriale (il rassicurante appellativo della “quarta sponda”) e per di più l’Italia poteva
sfoggiare una continuità storica risalente all’epoca romana.
Come già detto, erano tutti falsi miti che vennero rivalutati anche dal contingente militare sin dai
primi sbarchi ed, inoltre il mito della grande occupazione demografica venne messo in atto solo
dagli anni trenta.
Il culmine della colonizzazione intensiva è rappresentato dall’amministrazione di Italo Balbo che si
basava sulla visione Pascoliana, vale a dire la trasformazione dello scatolone di sabbia in
un’estensione promettente dell’Italia. Le ricostruzioni e lo sviluppo urbanistico venne accentuato
proprio accentuato da questo governatore, tanto che nel 1938 Tripoli assomigliava a una moderna
città europea (i quartieri centrali e le zone residenziali italiane erano ben separate da quelle
indigene).
La pubblicistica mise in risalto solo l’aspetti positivi tralasciando quelli negativi quali episodi di
repressione e di accentuato odio razziale.
Ruolo di rilievo lo ebbero anche la letteratura e la manualistica scolastica la prima incoraggiava
le imprese colonialistiche tra cui è lecito ricordare D’annunzio, Pascoli e Marinetti per l’abilità con
cui seppero risvegliare lo spirito di conquista, richiamando l’italianità romana e l’orgoglio di patria
(nella parabola del D’annunzio colonialista, l’Africa fa la sua prima apparizione in Più che l’amore,
innalzando le gesta avventuriere di Brando appena tornato dal continente nero). Il tema romano in
letteratura ritorna di moda, la spedizione in Libia è letta da D’annunzio come l’occasione storica di
riconquista e di un riapproprio; che l’autore vagheggi un’Africa remota e irreale è fatto che s’addice
al suo mestiere, al suo linguaggio e al suo personaggio.
Oltre alle dannunziane Canzoni, il 1911 è l’anno della pascoliana Grande Proletaria, testo
anch’esso divulgato, ancor prima di libro, in un quotidiano la Tribuna; anche qui vi è
nell’immaginario di Pascoli un’Africa equivalente ad un riscatto con il sempre presente ricordo
dell’epoca romana.
Tutt’altro che pacifico, anzi guerrafondaio, è Marinetti che fa della Libia il campo di battaglia, non
solo metaforico, della nuova arte futurista, con il famigerato testo titolato La battaglia di Tripoli.
Come dicevamo poco prima, anche la scuola ha agito efficacemente nel forgiare le menti dei più
giovani, per lo più per il radicamento di pregiudizi e alla diffusione di stereotipi. In generale, libri di
storia assorbono i motivi della propaganda, come quello del ritorno dell’italica stirpe. Ciò perfino si
riflette nei libri destinati agli africani, Il primo libro italiano ad uso degli arabi di De Bellis e
Contini, volto all’apprendimento della lingua italiana attraverso un’immagine di un Italia di perfetta
organizzazione; non solo in ambito storico viene promulgata la capacità italiana, ma anche nei
esercizi di grammatica, ad esempio per spiegare il verbo essere (“La flotta italiana è fra le più
gloriose del mondo”).
“La rappresentazione dell’impero” prf.3
Come sappiamo, la questione africana abbandonata negli anni della 1GM, riprese in epoca fascista.
La campagna propagandistica si arricchisce di nuovi slogan, come quello del tanto aspirato “posto
al sole”, lo sbocco che avrebbe risolto i problemi della disoccupazione e della povertà.
La vittoriosa conquista Etiopia, segnarono il momento supremo nel coinvolgimento collettivo e il
punto di massima estensione territoriale. Sebbene si prosperava ad un’Italia vittoriosa in tutti gli
aspetti, gli interventi economici/demografici furono sempre febbrili ma nella comunicazione interna
il fascismo rivendicò il merito di una vera politica coloniale, sfoggiando le colonie come prove di
potenza e ricchezza così che le opere di infrastruttura e nello sviluppo dei servizi furono
pubblicizzati su vasta scala.
Solo dopo il periodo fascista e di conseguenza quello coloniale ci si rende conto che era tutta pura
ipocrisia con un bilancio nel complesso passivo, dei danni e colpi dei popoli soggiogati,
dell’accentuato razzismo e quella dei falsi miti ( l’emigrazione in colonia non raggiunse mai quanto
prefissato e dall’altro canto gli anti-colonialisti ci sottolineano che gli unici ad emigrare furono solo
operai, contadini e addetti ai lavori di fatica).
I temi più importanti degli scritti dell’epoca coloniale erano: la missione civilizzatrice dell’Italia
cristiana e romana, la glorificazione dei pionieri o precursori dell’impero, l’ascaro fedele e
l’esaltazione del bianco.
Nonostante le tante belle parole invocate dai sostenitore del regime, c’è da dire che i soldati e
contadini italiani in Africa, provenivano dalle fasce sociali più basse e non avevano un tenore di
vita troppo distante da quello degli indigeni.
La propaganda fascista beneficiò dei vecchi e nuovi media (editoria, stampa periodica, radio,
cinema e canzone); precise imposizioni del Duce alla Stampa e alla Propaganda fissavano gli
argomenti.
“Narrativa, cinema, canzoni” prf.4
Tra i frutti dell’esperienza colonialista spunta il romanzo coloniale la cui genesi risale agli anni
venti.
A partire dell’impresa libica, alcune istituzioni sollecitarono degli scrittori al fine di rispecchiare gli
aspetti ambientali e condizioni della vita in colonia; ma la sua piena affermazione avvenne in epoca
fascista, configurandosi come un prodotto su “commissione”.
Luigi Federzoni è colui che ne rimase più coinvolto ed è spesso chiamato in causa come ideatore di
una letteratura intesa a diffondere il mito positivo delle colonie dell’Africa italiana, mettendo in
rapporto il problema dell’esuberanza demografica e la risoluzione tramite le nostre colonie.
Nel 1931 “Azione coloniale” indice un referendum su come definire la letteratura del tempo,
coloniale e/o africana (promotori Filippo Tommaso Marinetti e Arnaldo Cipolla); è significativo che
tutti coloro che parteciparono al dibattito eludano il terreno dello stile, ritenuto marginale, stanti
all’obiettivi formativi del genere e la destinazione popolare negli anni ’30 il romanzo coloniale
decolla senza grandi risultati, ma manifestando determinate caratteristiche: partenza e
allontanamento, incontro e ostacolo, ritorno dell’eroe, si aggiunge l’elemento esotico (ognuno
sviluppa queste tematiche in modi diversi. Altro tratto comune è la sottolineatura dell’intervento
italiano (opere di bonifica, infrastrutture quali strade e ponti); dal punto di vista formale, si abbonda
di aggettivazioni estetico-sensoriali, tese a riprodurre sfumature di colori, mescolanze di odori e
sapori, le originalità del paesaggio e il clima africano. Nei dialoghi invece si riflette l’asimmetria
degli interlocutori (conversazioni in cui si fronteggiano lingua, cultura e mentalità).
Altro mezzo di comunicazione ampliamente utilizzato è il cinema come mezzo di persuasione,
rispecchiando situazioni trionfalistiche. Mussolini stesso nel ’35, in vista dell’imminente conquista
dell’Etiopia, aveva invitato il presidente dell’Istituto Luce a creare un intensa propaganda foto-
cinematografica. Tra il ’36 al ’39 si girano sette film africani che mostrano nelle loro scene aquile
imperiali, bandiere tricolori, scudi romani e i fasci littori.
Le opere cinematografiche vennero trasmesse anche in colonia, soprattutto ad Asmara, Massaua,
Mogadiscio, Addis Abeba, riservate solo ad italiani; nei pochi casi però in cui gli africani potevano
accedere, a loro si destinavano gli ultimi posti, inoltre si prometteva agli italiani che il cinema dopo
la visione fosse sottoposto ad una disinfettazione.
Anche le opere musicali si svilupparono, tra tutti Faccetta Nera (con temi cardini: resurrezione della
romanità imperiale.
Le imprese coloniali si riflettono anche nelle vie della nostra capitale ove vi è un intero quartiere
(africano) in cui le vie prendono il nome di Mogadiscio, Somali, Eritrea…
Nuovamente, altra vicenda importante sono i nomi di battesimo (sia nomi che cognomi) che
vennero assegnati alle natalità post-coloniali: ci sono numerosi individui che hanno come nome o
cognome sostantivi quali Adua, Asmara, Bengasi, Cirene, Derna, Dogali, Asia, Africa, Tripoli…
“Dal disagio all’altra memoria” prf.5 (poco importante e non fatto in classe, pagine 343 fino 346)

CAPITOLO 12 “PERDITA DELLE COLONIE E INDIPENDENZA


DELL’AFRICA”
nelelTra il 1941/43 i possedimenti italiani furono occupati dalla Gran Bretagna come effetto della
sconfitta generale italiana; il Fezzan invece, fu invasa dalla Francia dall’Africa equatoriale. Haile
Selassie ritornò ad Addis Abeba con le truppe alleate il 05/05/1941 (5 anni dopo l’ingresso di
Badoglio).
Il Ministero dell’Africa italiana si chiuse solamente nel 1953.
Almeno due milioni di italiani tra operai, commercianti e funzionari operarono in Africa e, a loro
ritorno, assunsero le vesti da profughi africani italiani; nonostante ci fossero solo alcune lobby che
si preoccuparono delle condizioni di queste persone, per vie diplomatiche il governo del dopo
guerra cercò in qualunque modo di recuperare almeno una parte dell’ex impero con il fine di creare
una rete di alleanze internazionali nel panorama post-guerra.
La “rinuncia” alle colonie fu vista come una punizione venuta dall’esterno invece di un analisi delle
maggiori responsabilità a loro carico, anche la restituzione della stele di Axum rappresentò una
specie di atto di forza ricaduto sull’Italia come penalità.
In tutto l’iter del negoziato sulle colonie determinante fu la ricerca di posti migliori alla luce del
rapporto Est-Ovest di un’Africa ridotta ormai come una periferia senza poteri e senza sicurezza.
Gli schieramenti di una guerra conclusa che vedevano la Gran Bretagna da una parte martellando la
nostra penisola, mentre invece in epoca coloniale era da garante, divenivano dallo screzio avvenuto
negli anni della guerra alla Somaliland. Il processo di decolonizzazione seguiva una strada
autonoma nonostante le interferenze della lì vicina guerra fredda tra USA ed URSS si fecero
sentire; L’italia in questo panorama cercò di trovarsi una posizione (De Gasperi e Sforza),
salvaguardando in parte le proprie ex colonie e ricercando un ruolo nel nuovo assetto mondiale.
Anche i Stati Uniti approfittarono della prominente debolezza dello Stato italiano, ma la Gran
Bretagna godeva di un vantaggio di partenza dal momento che occupò Eritrea, Somalia, Libia ed
Etiopia riconoscendogli la loro indipendenza tra gli anni ’42 al ’44, conservando però allo stesso
tempo alcune regioni e riservandosi per alcuni anni di una specie di alta tutela.
I Stati Uniti però beneficiavano del fatto di non esser mai stati protagonisti e ne di aver assunto ruoli
da intermediari nell’assalto coloniale e questa condizione, per qual si voglia o no, permise di
stringere amicizie di onore con i vecchi imperatori territoriali, soprattutto con Selassie (Etiopia).
Direttamente da Washington, Roosevelt si fermò in Egitto ed ebbe colloqui separati con il re Faruq,
Ibn Saud e Heile Selassie; l’incontro con quest’ultimo fu interpretato come uno sgarbo per la Gran
Bretagna ma molti però erano le convergenze comuni tra i due popoli in vista anche di un riassetto
russo che sosteneva l’emancipazione dei popoli soggetti all’ondata colonizzante e per un fututo
posto nel Mediterraneo o in Africa in generale (per la Guerra Fredda).
“Una decolonizzazione mancata” prf.1
Tra le colonie più prese in esame, più rilevanza ne aveva la Libia (anche singolarmente per regione,
Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Ciò che poneva questo paese in evidenzia era la sua posizione
strategica nel Mediterraneo; i paesi più interessati e partecipanti al dibattito erano Stati Uniti,
Unione Sovietica e Gran Bretagna.
Urss avanzò una proposta relativa ad un possibile mandato individuale ai sensi
dell’amministrazione fiduciaria entrato in vigore con la Carta delle Nazioni Unite, e gli USA
inizialmente parvero pro.
Gli americani prosperavano ad una amministrazione fiduciaria o tutela delle colonie svolta
solamente dagli Stati vincitori della guerra; l’idea di una amministrazione collettiva facente capo
all’ONU non si realizzò perché forti erano le aspirazioni individuali e, anche, per clima di ostilità
formandosi contro URSS alla vigilia della guerra fredda.
Ci fu una prima bozza americana denominata di “contenimento” che consisteva in un piano
privilegiato per quelle nazioni più vulnerabili, ovvero là dove i due blocchi erano direttamente a
contatto.
Per quanto riguarda la questione italiana, gli americani si dimostrarono già inclini in partenza ad
una restituzione delle colonie, opinione che andava via via rafforzandosi a causa della minaccia
sempre più dirompente dell’URSS.
Nelle nostre carte diplomatiche esposte il 14/07/1945, l’Italia chiedeva fortemente le sue vecchie
colonie e si proponeva disposta solamente a transigere sull’intensità della sua sovranità facendo
leva sul fatto che il suo ritorno avrebbe avuto capo un riscontro demografico piuttosto che
capitalistico ed incentrato sul lavoro; fecero appello anche sugli investimenti già erogati, lasciando
intendere che in fin dei conti solo l’Italia era dedito a continuare l’opera di valorizzazione.
La nostra classe politica aprì vari dibattiti, tra i quali spicca il fatto di giudicare “illegittime” le
colonie acquisite durante il fascismo, vale Etiopia e parte dell’Albania, riconoscendo invece le altre
come legittime. In realtà però, la conquista effettiva, togliendo da parte solo Eritrea, avvenne
durante il Ventennio fascista ed a maggior ragione con soprusi e violenze.
Insomma, lo scenario non prosperava buone notizie per l’Italia pertanto almeno si sperava di
ripiegare su una forma di amministrazione fiduciaria (?).
Anche gli umori di religiosi e cittadini locali era quella indipendentista o unionista (recapitata dai
cristiani copti che volevano unificarsi con l’Etiopia, religioni simili). La stessa Etiopia con Selassie,
era fortemente contro a un possibile rientro italiano anche per quanto riguarda l’Eritrea a loro
confinante, anzi reclamava, come membro delle Nazioni Unite, l’annessione dell’Eritrea, una
qualche influenza sulla Somalia e risarcimenti.
“Interessi superiori” prf.2
Le trattative italiane, condotte dal 1945 in poi, non furono mai chiare e propositive e man mano che
si polarizzavano i fronti della guerra fredda, era la scena internazionale a prevaricare proposte e
nelle decisioni.
Dopo aver abbozzato la proposta di trusteeship collettivo, gli Stati Uniti favoreggiavano per
l’indipendenza delle colonie italiane. La Gran Bretagna accarezzava un progetto “la Grande
Somalia” e sulla Cirenaica. La Francia era riluttante ad accettare il sistema del trusteeship collettivo
e caldeggiava piuttosto la restituzione delle colonie all’Italia; Parigi temeva la comparsa della Gran
Bretagna o dell’Urss come vicino in Nord Africa. Urss al contrario, desiderava la Tripolitania,
impegnandosi ad non usare il territorio come rifornimenti militari (argomento molto discusso) e non
a esportarvi il sistema sovietico (questa richiesta irrigidì ancor più le potenze occidentali).
Erano varie le titubanze relativo alla restituzione delle colonie all’Italia:
-l’ostilità degli arabi
-l’opposizione dell’Etiopia
-la scarsa affidabilità dell’Italia finché non fosse stato precisato il suo orientamento politico e di
conseguenza il suo posto nel sistema internazionale.
Urss, nella Conferenza di Parigi del 1946, propose una trusteeship a due paesi, con Italia ed uno dei
paesi vincitrici per ognuna delle colonie ma neanche Parigi riuscì a dare un risultato limitandosi
solamente a sancire la rinuncia dell’Italia ai suoi possedimenti; nel febbraio 1947, l’Italia firmò il
Trattato di Pace che privò la privò delle sue colonie e divenute competenza delle potenze vincitrici
per un anno, che se superato ed ancora in mancanza di accordo, la questione sarebbe passate alle
Nazioni Unite, lasciando così all’ONU a decidere. (trascorse il tempo senza ancora una volta nessun
risultato).
Dall’Italia, capita la situazione, il Ministro Sforza annunciò che l’Italia si schierava per la loro
indipendenza; in primo luogo ed condiviso dagli alleati, bisognava privare all’Urss di avvicinarsi
all’Africa.
Di qui in poi vi è anche l’avvicinamento effettivo italiano alle politiche e misure degli Stati alleati,
dimostrando con questo gesto la nostra piena affidabilità.
In concomitanza con la sistemazione dello scacchiere internazionale, il 13/09/1948 si aprì a Parigi
la conferenza dei quattro ministri degli Esteri (URSS, USA, Francia, Gran Bretagna) ma tutte e
quattro le proposte pervenute apparivano in disaccordo una con l’altra; la Conferenza di concluse
con un fiasco totale a tempo praticamente scaduto.
Ai sovietici era più conveniente gestire la transizione sfruttando l’anticolonialismo in sede ONU.
“Il verdetto delle Nazioni Unite” prf.3
Con il trasferimento di tutte le procedure alle Nazioni Unite la discussione si allargò anche se in
realtà erano sempre le grandi potenze ad avere più voce in capitolo e restavano vivi le risoluzioni
strategiche ad ognuna delle protagoniste piuttosto che altre ragioni.
Dopo un ulteriore delusione italiana che aveva ricevuto il “no” al progetto/presunta idea italo-
inglese (consisteva che la Cirenaica ed Eritrea agli inglesi, Italiani con Somalia e Tripolitania), il
governo italiano tornò a spingere verso una indipendenza delle sue ex colonie.
Ogni qualvolta si presentavano proposte su come gestire e risolvere la situazione africana, queste
finivano per essere valutate come strategie per una possibile prossima guerra fredda.
In sede ONU si faceva sempre più rilevante la spaccatura tra Est e Ovest in cui proprio l’Unione
Sovietica controbatteva i buoni propositi degli Stati Occidentali recriminandoli il fatto che fossero
proprio loro gli artefici di queste divergenze economici e sociali.
La prospettiva americana però era incline alla loro indipendenza perché insisteva che sarebbero nati
solamente Stati ingovernabili e che avrebbero portato poi a un rafforzamento pericoloso del
nazionalismo arabo. Chi alla fine ne usci vittorioso furono gli anglo-americani, come dimostreranno
le basi in Libia e l’accordo militare degli Stati Uniti con l’Etiopia.
La questione Somalia, fu il contentino che gli Stati Uniti accettarono di concedere all’Italia ormai
sulla strada per far parte dell’emisfero occidentale visto i timori passati; tuttavia però, se
schierandosi con l’Occidente aveva ridotto notevolmente il suo campo d’azione, l’Italia si vide poi
beneficiare del suo inserimento nell’insieme di alleanze e relazioni politiche ed economiche atte a
chiudere ed isolare la parentesi fascista.
La situazione somala però non era delle migliori, gruppi autoctoni lamentavano che gran parte del
personale italiano in colonia avesse avuto precedenti fascisti e poco rispettabili. L’amministrazione
italiana in Somalia non fu così rilevante, ma movente di un presupposto minimo innegabile volto a
un processo di emancipazione in cui le parti, i colonizzatori e i colonizzati, si riconoscono e
conoscono.
L’Italia a pari delle altre nazioni del blocco occidentale, non poté far nulla per quanto riguarda
l’annessione finale dell’Eritrea (seppur anch’esso temporaneo) come provincia dell’impero etiopico.
La contesa italo-etiopica per l’obelisco è stata l’occasione della quasi decolonizzazione: nel 1970
Selassie visitò l’Italia a seguito di una commissione inviata a trattare il problema; nel 1996, il
Ministro degli Affari esteri etiopico ricordò al governo italiano il valore spirituale e storico
dell’obelisco; successivamente le due parti si impegnarono ad accelerare gli sforzi per trovare una
soluzione e nel 2005 l’obelisco, diviso in tre pezzi, fu riportato per via aerea ad Axum.
Gli ascari, dagli anni ’60 in poi, sono diventati precursori del nazionalismo eritreo (ricordiamo che
erano fonte militare italiana e strumento di oppressione Etiopica).
“Stati e Nazioni” prf.4
L’indipendenza somala venne proclamata in sede ONU il 1960, ma fin dall’inizio appariva come
uno Stato “debole”.
Nel frattempo la guerra lanciata nei primi anni sessanta dal movimento di liberazione dell’Eritrea
fini trent’anni dopo, nel maggio 1991, giorno in cui l’Eritrea aveva trovato la propria indipendenza
seguendo vie spurie rispetto alla decolonizzazione convenzionale: il nemico era l’Etiopia e se mai al
colonialismo italiano andava il “merito” di aver delineato un’entità con i crismi dello Stato e della
nazione (l’Eritrea ricordiamo non aveva radici storiche prima del colonialismo).
Intanto in Somalia cadde il regime dittatoriale di Siad Barre (successivo all’indipendenza) nel
gennaio 1991 a conclusione di una lunga guerra civile. Barre, salito al potere nel 1969 con un colpo
di Stato dell’esercito e della polizia, fu sopraffatto dalla coalizione di milizie in rappresentanza dei
diversi clan dopo il crollo dell’unità centrale, la Somalia sarà caratterizzata da un forte periodo
anarchico.
Una conseguenza di questa guerra tutti contro tutti, permise alla Gran Bretagna di ripristinare
l’autonomia della Somalialand che dal 1991 si comporta come uno Stato indipendente anche se non
ancora riconosciuto a livello internazionale. (oggi i rapp. Della somalialand ribadiscono il loro
disinteresse riguardo la costruzione di un governo a Mogadiscio e del territorio).
Il ruolo italiano in Africa culminò a seguito dell’operazione americana Restore Hope del 1992 per
soccorrere una Somalia in prede alla carestia e all’anarchia.
In tentativi di ristabilire la pace in Somalia si sono rilevati vani, la comunità internazionale ha
gettato la spugna.
AGGIUNGERE QUALCHE RIFERIMENTO ALL’INDIPENDENZA LIBICA.
CAPITOLO 13 “UNA CRONACA CHE SI FA STORIA (1869-1960)”
Di seguito sarà proposto una panoramica sui principali avvenimenti del colonialismo italiano in
Africa orientale e quella del Nord, privilegiando fin dove possibile i fatti che hanno avuto delle
ricadute sui popoli assoggettati, sul modo di vivere e sulle istituzioni locali.
I due conflitti mondiali e la Conferenza di Berlino del 1885 costituisco gli accadimenti di carattere
internazionale che hanno lasciato i maggiori segni in Africa.
La politica coloniale italiana come ben sappiamo può essere suddivisa in due periodi: quella liberale
e quella fascista dopo il 1922; la Libia ha avuto sviluppi diversi rispetto al Corno d’Africa ma
comunque entrambe perse in guerra. L’impero coloniale proclamato nel ’36 si sfaldò nei primi anni
’40, dopo di che, all’Italia, si affidò solamente l’amministrazione fiduciaria in Somalia
somministrata dalle Nazioni unite, spingendo in questo senso verso un colonialismo che durò fino al
1960.
Le colonie dopo l’indipendenza hanno avuto alle spalle il loro rispettivo Stato coloniale
conservandone la lingua; le colonie italiane invece sono state sottoposte a un’amministrazione
militare in attesa dei verdetti internazionali e poi sono rimaste sole o quasi, senza l’eredità della
lingua italiana. Queste condizioni si avvertono successivamente.
1869 il 15 novembre (stesso anno dell’apertura del canale di Suez) fi firmata la convenzione tra i
sultani di Assab e Giuseppe Sapeto, rappresentante della società di navigazione Rubattino, per la
vendita di un terreno nella baia di Assab, segnando così facendo la penetrazione italiana nel Corno
d’Africa. Le popolazioni locali giurarono sul Corano di non fare perfidie nei confronti della
proprietà (forma di triangolo, 6km di base e altezza, acquistato per 30.000 lire, prezzo aumentato
l’anno seguente per aver ampliato le concezioni, come quella di stendere la bandiera sul luogo in
segno di sovranità e di poter costruire stabilimenti).
1882 Roma, firmata convenzione tra i Ministri Mancini (Affari esteri), Magliani (Tesoro) e Berti
(agricoltura) e da una rappresentante della Rubattino per la cessione del possedimento ad Assab al
governo italiano (quest’anno può considerarsi come l’anno ufficiale di nascita del colonialismo ita).
1885 27 Gennaio il ministro Mancini annuncia al parlamento le cause e le ambizioni italiane alla
vigilia dell’occupazione di Massaua, sostenendo che dal Mar Rosso sarebbero state trovate le chiavi
verso il Mediterraneo, in un vasto piano imperialista.
Nell’anno precedente ci fu la Conferenza di Berlino a cui l’Italia inizialmente non venne invitata ma
successivamente, dopo una trattativa asse Roma-Berlino, il nostro governo poté assistere e riferire
le manovre politiche della Francia e Gran Bretagna.
Il 5 febbraio con una manovra repentina venne occupata Massaua dopo aver ottenuto la
condiscendenza dell’Inghilterra la quale avrebbe permesso solamente di usare armi diplomatiche
(non fu così); ulteriormente vi fu la trasgressione del Trattato di Hewett (porta il nome del
negoziatore) tra Gran Bretagna e Etiopia in cui venne concesso al negus di avanzare fino a
Massaua, posta sotto la protezione della Gran Bretagan. Il 28 maggio invece, l’Italia e il sultano di
Zanzibar stipulano un trattato di commercio e amicizia che pose le basi della futura penetrazione in
Somalia.
1886Yohannes IV scrive una lettera a Menelik, ras della Scioa, sulle intenzioni italiane (di
ingrandirsi ed espandersi perchè son troppi e non sono ricchi). Dietro Massaua si nascondevano
propositi di potere e per questo motivo Yohannes aveva bisogno dell’aiuto dell’intero paese,
compresa quella di Menelik, suo potente e inaffidabile vassallo. Menelik dal canto suo, deciso di
avvantaggiarsi dello scontro tra Yohannes e gli italiani, consegna la lettera al conte Antonelli (rapp.
Ita alla sua corte); menelik terrà un atteggiamento subdolo fino alla morte in guerra di Yohannes per
poi diventare imperatore.
1887 strage di Dogali il 26 gennaio, contingente militare di De Cristoforis abbattuto dal ras
Alula. Il 27 maggio venen firmata una convenzione di amicizia e alleanza tra Menelik e l’Italia.
1888Bando di guerra dell’Etiopia contro italiani e dervisci (milizie Stato mahdista). Baldissera al
comando dell’Eritrea dopo le operazioni di stabilità del territorio effettuate da Asinari; gli italiani
ancora, fanno ricorso alla formazione della milizia bashi-buzuk (teste calde), unità di irregolari
reclutate in tutto l’Impero Ottomano e zone limitrofe per operazioni di polizia e salvaguardia, da
questo corpo indigeno nasceranno gli ascari.
1889 Battaglia tra etiopici e dervisci a Matemma dove mori Yohannes IV, dopo pochi giorni
Menelik è incoronato imperatore. Il 2 Maggio, Trattato di Ucciali (amicizia e commergio) tra
Menelik e Antonelli, rappresentante di Umberto I re d’Italia. Situazione etiopica qui molto difficile,
il nord in rivolta, perciò cercava l’aiuto italiano. (il trattato non limita però la sovranità etiopica)
Le due parti si troveranno di fronte alla diversa lettura e interpretazione dell’art 17: secondo gli
italiani, Menelik accettava il protettorato italiano, accettando l’intermediazione ita per i rapporti
etiopici con gli altri Stati; la versione etiopica però era diversa, diceva che il Re d’Etiopia poteva
(non doveva) trattare gli affari esteri con l’Italia.
Il 14 dicembre fu proprio Menelik a rompere l’accordo secondo l’interpretazione italiana con la
comunicazione fatta direttamente alla Francia e Germania della sua assunzione al trono.
Nello stesso anno l’Italia avanzò le proprie pretese sulla costa somala e nel mese di febbraio venne
concluso il trattato tra Filonardi, console italiano a Zanzibar, e Ali, sultano di Obbia, che pose il suo
paese e i suoi possedimenti sotto la protezione e l’amminstrazione italiana in cambio di 1.800
talleri. Tra il 3-4 agosto Baldissera occupa Asmara, futura capitale Eritrea.
1890 1 gennaio, proclamazione colonia Eritrea (territorio fino al Mareb Mellash, il fiume
indipendente che delimita i confini con l’Etiopia, prima territorio del ras Alula a governare in nome
di Yohannes). L’impresa fu facile per le minaccie delle truppe mahadiste all’etiopia e per questo
non ci furono resistenze. Direttamente dallo Stato centrale vengono emanate alcune leggi ita, come
quella del 1/07/1890, concezione ai privati e società terreni demaniali per la colonizzazione
agricola.
1891 Scandali Livraghi-Cagnassi, denunciati con l’accusa di aver organizzato l’assassinio
sistematico di notabili eritrei per impadronirsi dei lori beni, ordinati da Baldisserra per stroncare
anche possibili moti di ribellione.
Maggior parte dei territori somali cade sotto il protettorato italiano. Anche per via delle minaccie e
guerre etiopiche.
1892 si rafforzano le richieste italiane sulla fascia del Benadir, il sultano Zanzibar cede anche i
porti di Brava, Merca, Mogadiscio e Warseikh per una rendita annuale, ma la proprietà rimaneva
del sultano.
1893 oltre all’accertamento dei confini, Baratieri emise dei decreti per l’esproprio di terreni
dell’altopiano (i migliori) e della costa per la colonizzazione agricola e allevamento italiana (senza
alcun indennizzo, divennero proprietà italiana.
Denuncia formale Trattato di Ucciali da parte di Menelik.
1894tra il 18 febbraio e il 22 maggio, due provvedimenti che ridisegnano le istituzioni e le
competenze del personale con riguardo all’ordinamento amministrativo e il riordinamento
giudiziario.
1895conquista di una fetta del Tigrai, di conseguenza Menelik mobilita i suoi e colleziona due
vittorie, Macalle e Amba Alagi.
1896 1 marzo storica battaglia di Adua, che chiuse definitivamente l’avventura coloniale italiana
di Crispi. L’Etiopia, diventa uno stato autorevole e potente, la cui aspirazioni dovevano essere
considerate da tutti gli Stati europei in lizza per la spartizione dell’Africa. Adua fu importante per la
consacrazione del nazionalismo etiopico ma anche per consolidare il potere coloniale dell’Italia
sull’Eritrea. Il trattato di pace (26 ottobre) italo-etiopico abroga definitivamente Ucciali e prevede la
determinazione dei confini sul Mareb tra Eritrea e Etiopia, l’Italia inoltre riconosceva la sovranità
dell’impero etiopico che, a sua volta, riconosceva la potestà italiana sull’Eritrea, rinunciando così
l’accesso al mare.
Intanto in Somalia l’azienda Filonardi si dimostara inadeguata a sopperire le spese e fu costretta ad
abbandonare gli affari.
1897