Sei sulla pagina 1di 16

LE PREMESSE IDEOLOGICHE E LE RIFORME

Il neoguelfismo

Anche negli Stati italiani crebbero il sentimento nazionale e le rivendicazioni libe rali Lanflessione seguita
al fallimento delle insurrezioni promosse da Mazzini e dai soi seguaci aveva dato esito, negli anni
Quaranta dell’Ottocento, a progetti alterna tivi al radicalismo insurrezionale ( cap. 11, Pan 5]. Tra i
moderati, convinti che nuov scenari politici sarebbero derivati da riforme graduali attuate dagli stessi
sovrani al potere, emersero due correnti. La prima, definita neoguelfa (con un termine preso in prestito
dalla storia medievale), vedeva nel pontefice la guida di un processo di unif cazione nazionale. La
seconda, favorevole all’unità, era invece d’orientamento laico. Il neoguelfismo conobbe il momento di
maggior popolarità con la pubblicazione nel 1843 del libro Primate morale e civile degli italiani dell’abate
torinese Vincenzo Gioberti (1801-1852). Egli affermo che il primato in campo intellettuale, scientifico e
morale derivava all’Italia dall’essere sede del papato e che la soluzione per risolvere la questione
dell’unità nazionale consisteva in una confederazione degli Stati italiani guidata dal pontefice e
sostenuta militarmente dal Regno di Sardegna. Fu tuttavia anduo, per i neoguelfi, trovare un appoggio
politico in Gregorio XVI, pontefice fino al 1846, che aveva assunto posizioni nettamente antiliberali.

I laici moderati

Tra le fila dei moderati laici ebbe un ruolo di rilievo Cesare Balbo (1789-1853), uomo politico e storico
piemontese che nelle Speranze d’Italia (1844) prospettava una confederazione economica e militare
degli Stati italiani sotto la guida della monarchia sabauda e indicava l’indipendenza dall’Austria quale
condizione prioritaria per cambiare le sorti del paese. Un importante contributo al programma
moderato venne anche da Massimo d’Azeglio (1798-1866), esponente dell’aristocrazia torinese,
letterato e pittore, con esperienze politiche internazionali. Egli criticò i mazziniani, accusati di “sterile
ribel lismo”, la Chiesa, perché frenava lo sviluppo di idee progressiste, e infine l’Austria, “gendarme”
dell’assolutismo che negava le attese legittime dei liberali italiani. Alla fine degli anni Quaranta i progetti
dei moderati trovarono un sostenitore in Camillo Benso, conte di Cavour, un nobile piemontese, politico
e imprenditore, che aveva viaggiato in Francia e in Gran Bretagna, facendo esperienza delle due realtà
economicamente più avanzate d’Europa. Cavour fu promotore di un processo di cre scita economica e
sociale basato sul progetto di uno Stato più moderno e territorial mente ampio di quello sabaudo (vale a
dire, in questa fase, esteso a tutto il Nord) e nel 1847 fondo assieme a Cesare Balbo il quotidiano
moderato “Il Risorgimento”, facen done uno strumento di politica. L’idea di legare la questione
dell’unificazione italiana alle trasformazioni produt tive era condivisa da Carlo Cattaneo (1801-1869). Per
l’economista lombardo, infat ti, il progresso scientifico ed economico, da cui sarebbe derivato il
progresso civile, cra il presupposto per realizzare un reale rinnovamento politico. Direttore del mensile II
Politecnico, che aveva fondato nel 1839, Cattaneo riteneva prioritaria la conquista delle libertà politiche
piuttosto che l’indipendenza straniero, ed era fautore di modello di Stato federale governato da
istituzioni liberali.

Le riforme (1846-1847)

A dare speranze ai sentimenti liberali e patriottici fu l’elezione a papa di Pio IX19), Nel giugno del 1846. I
primi provvedimenti attuati dal pontefice sembrarono con fermare l’apertura nei confronti di una via
riformista. Pio IX concesse l’amnistia ai prigionieri politici, istitui una Consulta di Stato (un organo di
rappresentanza con Funzione consultiva i cui membri, laici, erano nominati dal papa) e allentò la censu
ra, inducendo i sovrani italiani a fare altrettanto. Nel settembre del 1847 il granduca di Toscana
Leopoldo II istitui una Consulta di Stato sul modello di quella pontifi cia. In ottobre, a Torino, il re Carlo
Alberto, con un nuovo ordinamento ammini strativo, rese elettivi i Consigli comunali e provinciali e
diminui i controlli sulla stampa. A novembre, il Piemonte, la Toscana e lo Stato pontificio avviarono i
negoziati per la formazione di una Lega doganale italiana, che avrebbe dovuto realizzare una libera
circolazione di merci nei loro territori prefigurando un’unificazione economi co-commerciale che
preludeva a un’unificazione politica. Intanto, nel Veneto, i patrioti moderati, con a capo l’avvocato
Daniele Manin, inviarono una petizione all’imperatore austriaco per ottenere l’autogoverno e le li bertà
politiche, e promossero una campagna contro le tasse imposte dai governanti austriaci alle popolazioni
del Lombardo-Veneto. Tra le tasse più invise alla popola zione vi era quella sul tabacco, assai redditizia
per gli austriaci: proprio lo “sciopero del fumo che i milanesi attuarono nel gennaio del 1848 astenendosi
dall’acquisto di tabacco e sigari in segno di protesta, sarebbe stata, come vedremo, la scintilla destinata
a innescare una ribellione di più ampia portata.

LE PRIME INSURREZIONI

Le rivolte in Sicilia e la concessione degli Statuti

Nel contesto del Quarantotto europeo il caso italiano occupò un ruolo di rilievo, Inizialmente, le
insurrezioni furono indipendenti dagli avvenimenti di Parigi e di Vienna; la prima rivolta scoppiò infatti a
Palermo già nel gennaio del 1848, Nel Regno delle Due Sicilie, il rigido autoritarismo di Ferdinando II di
Borbone aveva suscitato per reazione aspirazioni della popolazione alla democrazia e alla libertà. A
guidare l’insurrezione furono i patrioti Salvatore La Masa e Rosoling Pilo che, con l’appoggio
dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, mobilitarono gli strati poveri della popolazione e misero in atto
una rivolta ben presto diffusasi in tutta l’isola. Gli insorti intendevano realizzare un programma di
autonomia a carattere liberale: chiedevano un’amministrazione separata da quella di Napoli e una
Costituzione di impronta moderata. L’accendersi di un altro focolaio insur rezionale nel Cilento, vicino a
Salerno, e l’insorgere di manifestazioni liberali nel resto del Mezzogiorno e a Napoli, indussero
Ferdinando II a promulgare una Costituzione valida per tutto il regno (11 febbraio 1848). Il cedimento
della monarchia assoluta nel Sud ebbe immediate ripercussioni in tutta la penisola. In breve tempo i
principali Stati italiani inaugurarono regimi costituzionali. Tra febbraio e marzo il granduca di Toscana
Leopoldo II, il re di Sardegna Carlo Alberto e il papa Pio IX accordarono uno Statuto: la parola
“Costituzione” venne deliberatamente evitata perché la decisione non assumesse un peso político
eccessivo e per sottolineare che la Carta costituzionale scaturiva da una concessione dei sovrani e non
da un’Assemblea costituente, eletta dal po polo. I tre Statuti erano accomunati dall’impronta moderata,
che nasceva dall’ac cordo tra i sovrani, che conservavano ampi poteri, e le forze liberali. Il diritto di voto
era con suffragio ristretto a base censitaria.

Lo Statuto albertino

Tra quelli emanati dai sovrani italiani, lo Statuto promulgato dal re di Sardegna Carlo Alberto il 4 marzo
1848 fu il più rilevante, anche perché l’unico destinato a sopravvivere al biennio 1848-1849 [ Analizzare
la fonte, p. 474]. Esso prevedeva un sistema bicamerale, con una Camera dei deputati eletta con sistema
censitario e un Senato di nomina regia. I senatori, di età superiore ai quarant’anni, erano scelti tra
categorie definite: arcivescovi e vescovi, presidenti della Camera, depu tati dopo tre legislature, ministri
e segretari di Stato, ambasciatori, alti magistra ti e giuristi, alti funzionari dello Stato, membri
dell’Accademia delle scienze e del Consiglio superiore di istruzione e, infine, tra «coloro che con servizi o
meriti eminenti avranno illustrata la Patria». I diritti sanciti dallo Statuto erano: l’eguaglianza giuridica, la
libertà indi viduale, di domicilio, di stampa, di riunione, di proprietà e di religione. La com posizione del
corpo elettorale risultava di 80000 votanti su 4900000 abitanti, ossia poco più del 26 della popolazione
totale. A ogni deputato corrispondevano circa 300 elettori, un dato che dà la misura del rapporto molto
stretto che inter correva tra questi ultimi e i loro rappresentanti. La funzione legislativa era condivisa dal
Parlamento, dal governo e dal re, il quale poteva emanare decreti legge. Il governo era nominato dal re,
ma doveva ottenere la fiducia del Parlamento. Lo Statuto albertino appartiene alla categoria delle
Costituzioni “flessibili” perché poteva essere modificato attraverso la normale attività legislativa, senza
un procedimento particolare. Adottato quale Carta costituzionale dell’Italia uni ta nel 1861, rimase
formalmente in vigore fino al 1948, anno dell’adozione della Costituzione repubblicana.

LA PRIMA GUERRA DI INDIPENDENZA

Insorgono Venezia e Milano

Lo scoppio della rivoluzione a Vienna, la caduta di Metternich e l’indebolimento dell’Impero asburgico


spinsero le forze democratiche repubblicane a guidare la ribellione nei territori italiani dominati dagli
austriaci. A Venezia, il 17 mar zo 1848, la folla reclamò e ottenne la liberazione dei patrioti imprigionati
dopo una manifestazione di protesta: tra loro vi erano l’avvocato Daniele Manin e il letterato Niccolò
Tommaseo, entrambi esponenti del movimento liberale locale. Pochi giorni dopo, numerosi marinai e
ufficiali si unirono agli operai dell’Arse nale militare in rivolta, costringendo le truppe austriache ad
abbandonare la città Il 23 marzo fu costituito un governo provvisorio sotto la presidenza di Manin e in
piazza San Marco venne innalzato il vessillo della Repubblica veneta. Intanto, il 18 marzo, era insorta
anche Milano dove, a seguito dello “sciopero del fumo” messo in atto a gennaio, le tensioni tra i cittadini
e i soldati austriaci che presidiavano la città avevano raggiunto il culmine. Con l’assalto al palazzo del go
verno, i milanesi diedero il via a una sommossa popolare che si protrasse per cin que giorni (le
cosiddette “cinque giornate di Milano”) e che vide borghesi, studen ti, artigiani e operai mobilitarsi
contro il contingente austriaco di 15000 uomini comandati dal maresciallo Josef Radetzky. Il
coordinamento della ribellione ven ne assunto da un Consiglio di guerra capeggiato da Carlo Cattaneo,
che nel frat tempo si era convinto della necessità di dare vita a una federazione di Stati italiani, piuttosto
che dell’opportunità di ottenere libertà politiche per il Lombardo-Veneto all’interno di una
confederazione di Stati dell’Impero. Dopo aver rifiutato l’offerta di armistizio da parte dell’Austria, il
Consiglio costituì un governo provvisorio e Radetzky, che temeva un intervento militare del Piemonte a
sostegno di Milano, il 22 marzo ritirò le sue truppe all’interno dell’area scelta dagli austriaci come
sistema difensivo del Lombardo-Veneto: il Quadrilatero. Questo territorio quadrangolare, che aveva
come vertici le fortezze di Peschiera, Mantova, Legnago e Verona ed era protetto dai fiumi Mincio, Po e
Adige, doveva ostacolare l’avanzata degli eserciti nemici nella pianura Padana.

L’avvio della guerra

La crisi dell’autorità austriaca nel Lombardo-Veneto convinse il re sabaudo Carlo Alberto a impegnare le
sue truppe a sostegno delle rivolte di Venezia e di Mila no. Il sovrano era mosso da due ragioni: in primo
luogo l’ambizione dinastica, che mirava alla formazione di un regno dell’alta Italia governato dai Savoia
ed esteso dal Piemonte al Veneto; in secondo luogo l’esigenza di tenere a freno i repubblicani ei
movimenti patriottici più radicali, che suscitavano timori nella borghesia e nella nobiltà. Per perseguire
questo secondo obiettivo occorreva sottrarre l’iniziativa alle forze più estreme, e portare la rivolta sotto
il comando dell’autorità monarchia. Costretti dalla pressione degli avvenimenti internazionali e dalle
richieste dei patrioti democratici, anche altri governanti italiani si dichiararono a favore dell’in tervento
di Carlo Alberto, nonostante ne temessero le mire espansionistiche. Tra questi vi erano papa Pio IX,
Ferdinando II di Borbone e Leopoldo II, che invia rono allo scopo alcuni corpi di spedizione, anche se
numericamente esigui. La mag gior parte delle forze fu tuttavia messa in campo dall’esercito sabaudo,
cui si unirono anche numerosi patrioti volontari di ispirazione democratica, prevalentemente giovani
studenti di università italiane e seguaci di Mazzini, ritornato in quella circo stanza dall’esilio. A fine
marzo le truppe piemontesi avanzarono in Lombardia. Era il gesto che i patrioti italiani attendevano,
perché in questo modo potevano contare sull’appog gio di uno Stato militarmente preparato. Cominciò
così quella che sarebbe stata indicata come “Prima guerra di indipendenza”, combattuta da un’alleanza
etero genea, formata da componenti mosse da motivazioni differenti: da un lato i solda ti piemontesi,
che lottavano contro gli austriaci in nome della fedeltà dinastica e nella prospettiva di un’espansione del
Piemonte; dall’altro i patrioti, che agivano in nome di una guerra nazionale fondata su ideali
democratici, nella prospettiva di un’unità politica dell’Italia che in molti auspicavano fosse a carattere
repubblicano.

La prima fase della guerra

Dopo le prime vittorie (a Pastrengo, 30 aprile, e a Goito, 30 maggio) il Piemonte costrinse gli austriaci
alla ritirata entro il Quadrilatero. Subito dopo, confermando i sospetti di quanti ritenevano che
perseguisse esclusivamente i pro pri fini dinastici, il sovrano sabaudo iniziò le trattative con i governi
provvisori delle province lombarde per annettere al Regno di Sardegna i territori liberati. Nel frattempo,
già nel mese di maggio, gli altri governanti italiani, che avevano aderi to al conflitto pur con riluttanza,
ritirarono le truppe, A Roma, Pio IX si era trovat nell’imbarazzante condizione di essere in guerra con una
potenza cattolica, qual en l’Austria. A Napoli, il 15 maggio, nel giorno di apertura dei lavori del nuovo
Parla mento, il re Ferdinando II aveva annullato la Costituzione e ripreso il controllo mili tare della città.
La speranza di cacciare gli austriaci dall’Italia andò presto delusa: rinforzi inviati dall’Impero permisero a
Radetzky di infliggere una dura sconfitta all’esercito piemontese a Custoza, nei pressi del lago di Garda
(27 luglio) [ 12). Te mendo sviluppi ancora più disastrosi, il 9 agosto 1848 Carlo Alberto decise di firmare,
per mano del generale Salasco, un armistizio che permise agli austriaci di rientrare a Milano e di
occupare il Ducato di Parma e Piacenza in nome del duca Carlo Ludovi co di Borbone, che era stato
cacciato da un’insurrezione dei liberali pochi mesi prima.

Il momento dei democratici

Mentre i rivoluzionari capitolavano in tutta Europa e anche in Italia, a causa della sospensione della
guerra contro l’Austria, e la normalizzazione sembrava irrefrenabi le, il movimento patriottico di stampo
democratico e repubblicano tornò in azione ovunque possibile. In Toscana, dove in ottobre era stato
nominato primo ministro il democratico Giuseppe Montanelli, nel gennaio del 1849 Leopoldo II
abbandono il Granducato pur di non promulgare una riforma elettorale che prevedeva l’istituzione del
suffragio universale e la nomina di deputati per formare un’Assemblea nazionale costituente. A Venezia,
rimasta isolata dopo l’armistizio del 9 agosto, Manin orga nizzò la resistenza contro gli austriaci e
proclamò per la seconda volta la repubblica. A Roma i democratici votarono la formazione di
un’Assemblea costituente che, eletta a suffragio universale, nel febbraio del 1849 istituì la Repubblica
romana e decise la soppressione del potere temporale della Chiesa. I pieni poteri vennero affidati a un
triumvirato che, composto dallo stesso Mazzini e da due mazziniani, Aurelio Saffi e Carlo Armellini
progettò una riforma agraria che prevedeva la ripartizione delle proprietà ecclesiastiche tra i contadini.
Nel frattempo, dalla for tezza di Gaeta, in Lazio, dove si era volontariamente esiliato nel novembre del
1848, Pio IX lanciava appelli alle potenze cattoliche europee perché lo reinte grassero nelle sue funzioni
e nei suoi territori. Dalla Francia, Luigi Napoleone inviò truppe a sostegno del papa, mentre centinaia di
volontari arrivarono a Roma in difesa della repubblica. Tra questi ultimi vi era anche Giuseppe Garibaldi,
la cui fama di combattente per la libertà era già diffusa grazie alle imprese militari com piute in America
del Sud.

La ripresa della guerra e le sconfitte

Incoraggiato dalle rivoluzioni di Venezia e di Roma e su pressione delle manifesta zioni popolari a Torino,
Carlo Alberto decise di riprendere la guerra contro l’Au stria, ma nell’arco di appena tre giorni fu
sconfitto dagli austriaci nella battaglia di Novara, il 23 marzo 1849. La sera stessa il sovrano abdicò a
favore del figlio Vitto rio Emanuele II, che concordò l’armistizio, seguito dalla pace firmata a Milano. Le
clausole prevedevano che il Piemonte fosse soggetto a temporanea occupazione austriaca nelle
province orientali; che i contingenti di volontari fossero sciolti e che cessasse la mobilitazione
dell’esercito. Carlo Alberto si ritirò in esilio in Portogallo, dove mori di lì a poco. L’esito disastroso di
Novara fu seguito dalla repressione dei rivoltosi nel Nord e nel Centro d’Italia. A Brescia la sollevazione
popolare capeggiata da Tito Speri assieme ad altri patrioti resistette ai cannoneggiamenti del generale
austriaco Jacob von Haynau nelle “dieci giornate” (23 marzo-1 aprile 1849), durante le quali, pri ma di
arrendersi, caddero più di mille uomini. Nel giugno successivo, le truppe di Luigi Napoleone giunte dalla
Francia in soccorso del papa attaccarono la Repub blica romana. Per oltre un mese Mazzini e Garibaldi
guidarono la resistenza, ma le forze repubblicane dovettero arrendersi il 4 luglio 1849, non prima di aver
pro mulgato una Costituzione laica e democratica. Mazzini fu costretto all’esilio mentre Garibaldi si
allontano alla testa di qualche centinaio di volontari e tentò di raggiungere Venezia, nel frattempo
assediata dalle truppe imperiali. Braccato dagli austriaci, fu tuttavia costretto a congedare i suoi uomini
e, con una difficoltosa fuga attraverso l’Appennino, riusci a mettersi in salvo. Intan to, la Repubblica
veneta, dove il leader dell’insurrezione Daniele Manin aveva proclamato la lotta a oltranza contro gli
austriaci, capitolò il 23 agosto 1849 piegata dalla fame e da un’epidemia di colera.

IL PIEMONTE DEL CONTE DI CAVOUR

La reazione in Italia alla crisi del 1848-1849

Con la sconfitta dei piemontesi a Novara nel 1849, che segnò la fine della Pri ma guerra di indipendenza,
la possibilità che si realizzasse il processo di unificazione dell’Italia parve ancor più allontanarsi. In tutti
gli Stati italiani, a eccezione del Piemonte, i sovrani restaurarono il proprio po tere assoluto, ponendo
fine alla effimera stagione delle riforme del 1846-1847 con la revoca delle Costituzioni, lo scioglimento
dei Parlamenti e il ritorno a una politica reazionaria. Nel Regno delle Due Sicilie la repressione di
Ferdinando II fu particolar mente dura, con l’instaurazione di un regime di polizia, che prevedeva anche
l’abolizione della libertà di stampa, e con l’arresto di numerosi patrioti, tra i quali i democratici Silvio
Spaventa e Luigi Settembrini, la cui condanna a morte fu poi commutata in ergastolo [1]. Per il suo
carattere reazionario, la sua arretratezza e la chiusura nei confronti di qualsiasi forma di rinnovamento, il
regime borbonico di Napoli fini peraltro per incorrere nella condanna dell’opi nione pubblica europea e
nell’isolamento internazionale. Anche nel Lombardo-Veneto, posto sotto l’autorità diretta del
maresciallo asburgico Radetzky, fu attuata una spictata repressione, con l’istituzione di tribunali speciali
che comminarono centinaia di condanne a morte. La vigilanza poliziesca prosegui anche negli anni
successivi: a Mantova tra il 1852 e il 1853 nove patrioti mazziniani accusati di cospirazione, tra cui il
sacerdote Enrico Tazzoli, furono impiccati presso la fortezza di Belfiore (evento passato alla storia
risorgimentale come l’episodio dei martiri di Belfiore). Perfino in Toscana, dove il governo del granduca
Leopoldo II si era fino ad allora carat terizzato per una politica illuminata, fu reintrodotta la pena di
morte e sul territorio rimasero presenti truppe austriache. Ovunque, le politiche repressive
accentuarono la frattura tra le autorità e la società civile, anche tra i ceti più elevati e moderati.

L’ora del Piemonte

L’unico tra gli Stati italiani a non aderire alla cosiddetta “seconda restaurazio ne” fu, come si è
accennato, il Piemonte, dove il nuovo sovrano Vittorio Ema nuele II – salito al trono in seguito
all’abdicazione del padre Carlo Alberto all’indomani della sconfitta di Novara – mantenne la Costituzione
del regno, lo Statuto albertino. Il re si trovò tuttavia ben presto in contrasto con la Ca mera dei deputati,
a maggioranza democratica, che si rifiutò di approvare la pace con l’Austria, ritenuta troppo onerosa.
Com’era nelle sue prerogative, Vit torio Emanuele sciolse allora il Parlamento e indisse nuove elezioni,
non senza aver prima rivolto agli elettori (che rappresentavano circa il 2% della popolazio ne) il
cosiddetto proclama di Moncalieri (novembre 1849), con cui li esortava a eleggere una maggioranza di
orientamento moderato disposta ad accettare il trattato di pace; in caso contrario, lasciava intendere, le
libertà costituzionali non sarebbero più state garantite. Di fronte al rischio che la presenza di frange
estreme in Parlamento creasse un conflitto con la monarchia, mettendo in serio pericolo la politica di
riforme, alle elezioni prevalsero i moderati e si formò un nuovo governo presieduto da Massimo
d’Azeglio. Sia pure sotto la guida di liberali moderati, il Piemonte poté dunque prose quire lungo la
strada della modernizzazione: una tappa importante fu rappre entata dalle leggi Siccardi [Per
approfondire] approvate nel 1850, che andavano ella direzione di una laicizzazione dello Stato ponendo
forti limiti ai tradi onali privilegi della Chiesa.

Entra in scena il conte di Cavour

Nella delicata discussione parlamentare che consenti l’approvazione delle leggi Siccardi nonostante la
forte influenza dei circoli clericali, si distinse un eletto alla Camera tra i moderati, il conte Camillo Benso
di Cavour, che si af fermò in questo modo come leader di un gruppo di ispirazione liberale, cosiddet to di
“centro-destra”. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1850, il capo del governo Massimo d’Azeglio lo chiamò al
ministero dell’Agricoltura, del Commercio e della Marina, conferendogli poi, l’anno seguente, anche
l’incarico di ministro delle Finanze. Nell’ambito di tali funzioni, Cavour poté iniziare a mettere in atto il
proprio programma di rilancio dell’economia piemontese, ispirato al mo derno liberismo del capitalismo
occidentale e in particolare al modello inglese, Stipulo pertanto una serie di trattati commerciali con
Francia, Gran Bretagna, Belgio e Austria, in base ai quali furono ridotti i dazi doganali per agevolare il
libero scambio, e si impegnò per l’ammodernamento del sistema bancario e dell’amministrazione
pubblica, nella quale furono assunti alcuni tra i migliori esuli politici che avevano trovato rifugio in
Piemonte. Nella concezione di Cavour, il liberismo economico era inscindibilmente le gato, in politica,
all’affermazione di un liberalismo riformista che consentisse il progresso civile e sociale del paese. Una
politica riformatrice, sosteneva Cavour, non solo non avrebbe indebolito l’autorità della monarchia, ma
l’avrebbe anzi rafforzata, sottraendo vigore a quello “spirito rivoluzionario” da cui egli, apparte nente
all’élite aristocratica, era del tutto alieno. Queste sue posizioni, se da un lato lo allontanavano dall’ala
più conservatrice della destra, dall’altro lo avvicina vano alle forze più dinamiche del regno, quella
borghesia moderna rappresentata in Parlamento dalla corrente più moderata della sinistra che faceva
capo a Urba no Rattazzi (il cosiddetto “centro-sinistra”). La formazione di Cavour e quella di Rattazzi
strinsero dunque un’alleanza (che fu definita il “connubio”), in seguito alla quale si formò un’ampia
maggioranza di centro che spinse d’Azeglio a ras segnare le dimissioni. Di fronte a questa nuova realtà
parlamentare, nel novembre 1852 il re affidò l’incarico di capo del governo proprio a Cavour.

La modernizzazione del Piemonte

Tra il 1850 e il 1859, dapprima come ministro e poi come capo del governo, Ca your avvio dunque in
Piemonte un’intensa attività riformatrice, che consenti al piccolo regno di modernizzarsi e poter ambire
a recuperare il divario di sviluppo che lo separava dagli altri Stati europei. Innanzitutto, come si è visto,
fu inaugu rato un indirizzo economico liberista, che apri l’agricoltura piemontese ai mer cati
internazionali e consentì gli investimenti di capitali esteri nei territori sabau di. Cavour promosse poi
attivamente il potenziamento della rete ferroviaria (nel 1859 le ferrovie piemontesi avevano raggiunto
un’estensione di 850 km, pari quasi alla somma di quelle di tutti gli altri Stati italiani) e stradale. Avvio
quindi la realizzazione di altre opere pubbliche, come una rete di canali che fa vorirono lo sviluppo
dell’agricoltura nella pianura piemontese. La costruzione linea ferroviaria Torino-Genova e
l’ammodernamento del porto di Genova iedero inoltre impulso all’industria meccanica, siderurgica e
cantieristica della iguria. Il liberismo di Cavour non escludeva dunque l’intervento dello Stato, aveva
l’importante compito di agevolare l’iniziativa privata finanziando la alizzazione delle infrastrutture del
paese e sostenendo le imprese (emblemati il caso dell’Ansaldo di Sampierdarena, sorta nel 1853 su
impulso di Cavour e nitrice allo Stato sabaudo di armamenti, navi e materiale ferroviario). Nell’ambito di
una politica finanziaria volta a destinare risorse agli invent menti, e riprendendo lo spirito delle leggi
Siccardi, nel 1855 il governo Cavo presento al Parlamento una legge (la “legge sui conventi”) che
prevedeva soppressione degli ordini religiosi contemplativi (non dediti cioè a opere d pubblica utilità
quali l’assistenza o l’istruzione) e la confisca dei loro beni, che sarebbero dovuti servire per provvedere
al mantenimento del clero stesso. Come prevedibile, il provvedimento provocò animate proteste da
parte dei cattolici, di cui si fece portavoce il senatore e vescovo di Casale Luigi Nazari di Calabiana, che il
re volle assecondare chiedendo la modifica del progetto di legge. La co siddetta crisi Calabiana sembrò
pertanto mettere in discussione l’autorevolezza del governo guidato da Cavour, il quale si dimise, per
essere però richiamato pochi giorni dopo, vista la difficoltà di formare un nuovo governo guidato dalla
destra conservatrice. Si trattó dunque di una vittoria del regime parlamentare, che, grazie all’ampia
maggioranza che Cavour aveva saputo assicurarsi alla Ca mera, stava guadagnando autonomia rispetto
al tradizionale potere personale del sovrano.

La politica estera di Cavour

Non meno rilevante fu l’impegno di Cavour nel plasmare la politica estera dello Stato sabaudo,
riuscendo a inserirlo nel contesto della diplomazia europea. C consenti al capo del governo piemontese
di dare maggiore visibilità alla situazio ne dell’Italia, ponendo così le premesse per quella profonda
trasformazione po litica e territoriale della penisola che i precedenti moti, fino al 1848-1849, nom erano
stati in grado di conseguire: come ebbe a dire Cavour stesso in un discorso al Parlamento, si trattava di
«contenere nella sfera della politica l’impresa che andò fallita sui campi di battaglia». Va precisato
tuttavia che, almeno fino alla fine degli anni Cinquanta, nei piani di Cavour non rientrava l’unificazione
della penisola, quanto piuttosto l’espansione del Piemonte nell’Italia settentrionale liberata dal dominio
austriaco. In particolare, dunque, la politica estera sabauda puntò sulla ricerca di più stretti rapporti con
la Francia di Napoleone III in funzione antiaustriaca. L’im peratore francese, infatti, coltivava l’ambizione
di modificare l’assetto europeo per conferire centralità al proprio paese, indebolendo Russia e l’Austria,
e in tale prospettiva guardo con interesse al dinamismo di Cavour e dello Stato pie montese. L’occasione
per creare un legame tra i due paesi venne offerta dalle vi cende del più importante conflitto
internazionale di metà Ottocento, la Guerra di Crimea.

DALLA GUERRA DI CRIMEA ALLA SECONDA GUERRA DI INDIPENDENZA

La partecipazione del Piemonte alla Guerra di Crimea e al congresso di Parigi

La decisione di Cavour di far partecipare il Piemonte alla Guerra di Crimea fu in un certo senso un
azzardo, e mostrò quanto egli fosse capace di spregiudicatezza politi In un primo momento, Francia e
Inghilterra avevano infatti richiesto l’appoggio dell’Austria contro la Russia, garantendola in cambio sui
suoi domini italiani, e solo dopo che l’Austria ebbe ribadito la propria neutralità si rivolsero al Regno di
Sarde gna Cavour dovette a quel punto superare una dura battaglia parlamentare, per far accettare un
impegno militare gravoso in un conflitto che apparentemente non ave ya nulla a che fare con gli
interessi piemontesi. Tuttavia egli non abbandonò la pro pria strategia e, benché non avesse ricevuto
alcuna garanzia di vantaggi futuri, nel maggio 1855 inviò in Crimea un corpo di spedizione di circa 20000
bersaglieri al comando del generale Alfonso La Marmora. Le truppe piemontesi contribuirono
significativamente alla vittoria nella battaglia presso il fiume Cernaia (16 agosto 1855) 31, che precedette
di poche settimane la definitiva sconfitta della Russia. Grazie al suo status di alleato delle potenze
vincitrici, il Piemonte fu dunque am messo a pieno titolo al congresso di Parigi del 1856, nel quale
furono stabiliti i termi ni della pace. Il Regno di Sardegna non ottenne alcun compenso territoriale per la
sua partecipazione alla guerra in Crimea, ma ciò che in realtà premeva a Cavour era sfrut tare
l’occasione per segnalare ai rappresentanti delle grandi potenze (Austria compre sa) li riuniti la
questione italiana. Nel corso di una seduta straordinaria appositamen te indetta, egli richiamò
l’attenzione sul fatto che il forte malcontento suscitato dalla presenza di truppe austriache in Italia e dal
malgoverno cui erano sottoposti molti Stati italiani, in particolare nelle regioni meridionali, avrebbe
potuto innescare focolai rivoluzionari in grado di espandersi poi in Europa. A Parigi Cavour ottenne
quindi il duplice risultato, sul piano diplomatico, di far diventare la questione italiana una questione
europea e di rafforzare il prestigio e El ruolo egemonico della monarchia sabauda nel condurre le sorti
dell’Italia.

La crisi del democratici e l’egemonia liberale sabauda

Intanto, molti patrioti italiani continuarono a ritenere possibile un nuovo 1848 Tra questi Giuseppe
Mazzini, tenacemente convinto che la via da seguire per governo repubblicana. Da l’indipendenza e
l’unificazione del paese fosse quella insurrezionale e non quel la diplomatica, e che dovesse p portare a
una forma di Londra, dove si era nuovamente recato in esilio [ CAP. 11, PAR. 5], tentò di riorganiz zare le
fila della cospirazione, ma un nuovo moto insurrezionale da lui promos so a Milano nel 1853 fu
facilmente represso dalle autorità austriache. Il falli mento di questa iniziativa indusse Mazzini a
rivolgere la sua attenzione verso il Mezzogiorno. Egli si convinse, infatti, che il punto di partenza della
rivoluzio ne nazionale potesse essere la guerra per bande, una sorta di guerriglia condot ta nelle
campagne meridionali, la quale a a sua volta avrebbe dovuto accendere l’insurrezione nelle città. Per
raggiungere tali obiettivi Mazzini fondò nel 1851 il Partito d’Azione, composto da un’élite di rivoluzionari
cui era affidato il compito di preparare e dirigere la guerra per bande. Le idee mazziniane suscitarono
tuttavia dibattiti e perplessità tra gli stessi esponenti democratici italiani, alcuni dei quali, teorici delle
prime dottrine so cialiste italiane come Giuseppe Ferrari, Giuseppe Montanelli e Carlo Pisaca ne, si erano
convinti che fosse necessario legare maggiormente il programma di rivoluzione nazionale al riscatto
delle masse popolari. Pisacane, in particolare, era un mazziniano che aveva partecipato nel 1849
all’esperienza della Repubbli ca romana, per poi elaborare un proprio programma rivoluzionario di
carattere socialista basato sul coinvolgimento delle masse contadine meridionali e su un progetto di
riforma agraria che aboliva la proprietà privata delle terre. Nono stante le divergenze, insieme con
Mazzini organizzò nel 1857 una spedizione a Sapri (Salerno), che può essere considerata l’ultimo
tentativo insurrezionale dei democratici mazziniani e che si concluse, come i precedenti, in un
fallimento: i contadini, infatti, non si unirono ai patrioti; anzi, scambiandoli per banditi li assalirono e ne
favorirono la cattura da parte delle truppe borboniche [4]. Lo stesso Pisacane perse la vita. Il movimento
mazziniano e democratico italiano subi allora una dura battuta d’arresto. L’esito negativo della
spedizione di Sapri, così come di altri moti scop plati poco dopo a Genova e Livorno da un lato, e il
successo della strategia diplo matica di Cavour dall’altro, convinsero molti democratici che l’unico modo
possi bile per conseguire l’unità e l’indipendenza nazionale fosse di affidarsi al Piemonte e alla sua
monarchia. E in effetti proprio a Torino, nel 1856, nacque la Società nazionale italiana, presieduta da un
autorevole ex repubblicano, Daniele Manin, e a cui aderì anche Giuseppe Garibaldi, con lo scopo di far
convergere verso la Corona sabauda le speranze di tutti i patrioti.

La tela diplomatica di Cavoure i progetti di Napoleone III Assicurato dunque al Regno di Sardegna il
ruolo di guida nella lotta per l’indi pendenza nazionale, Cavour rivolse la propria azione diplomatica a
ottenere l’appoggio militare della Francia per sconfiggere l’Austria. A complicare i suoi piani giunse però,
nel gennaio del 1858, un attentato contro Napoleone III compiuto dall’italiano Felice Orsini, un ex
mazziniano che riteneva l’im peratore responsabile della fine della Repubblica romana e intendeva
promuove re in Francia lo scoppio di una rivoluzione che si sarebbe poi dovuta estendere all’Italia.
L’attentato falli, ma le relazioni diplomatiche tra Parigi e Torino par vero compromesse. In realtà
l’episodio servi invece a ribadire l’urgenza di trova re una soluzione alla questione italiana per la
sicurezza dell’Europa, come spiegò Orsini stesso in una lettera indirizzata a Napoleone III prima di essere
giusti ziato, in cui chiedeva all’imperatore di appoggiare la lotta del popolo italiano per la sua
indipendenza. Pochi mesi dopo, infatti, nel luglio del 1858, Cavour e il Bonaparte si in contrarono
segretamente a Plombières, nella Francia orientale, per mettere a punto i piani di una guerra contro
l’Austria. L’assetto dell’Italia dopo la vittoria (data per certa) prevedeva una confederazione di quattro
Stati: il Regno dell’Alta Italia formato con l’annessione al Piemonte del Lombardo-Veneto, dei ducati di
Parma e Modena e delle legazioni pontificie in Emilia; il Regno dell’Italia centrale comprendente
Toscana, Umbria e Marche; il Regno delle Due Sicilie sottratto ai Borbone; lo Stato della Chiesa, limitato
a Roma e al Lazio. La presidenza della confederazione sarebbe stata assegnata al papa, per compensarlo
delle perdite territoriali, mentre la Francia avrebbe ottenuto dal Piemonte, come ricompensa per l’aiuto
fornito, la contea di Nizza e la Savoia. Gli accordi di Plombières non contemplavano dunque
l’unificazione italiani, ma rispondevano piuttosto agli obiettivi immediati dei due contraenti: Cavour
avrebbe esteso il dominio piemontese su tutta l’Italia settentrionale allontanando l’Austria, mentre
Napoleone III si sarebbe sostituito agli austriaci nell’esercitare la propria egemonia sull’Italia. Per sancire
i nuovi rapporti tra la Francia e il Re gno sabaudo fu deciso il matrimonio tra la quindicenne figlia di
Vittorio Ema nuele II, Clotilde, e il cugino dell’imperatore, Girolamo Bonaparte (al quale, nelle intenzioni
di Napoleone III, sarebbe toccato il Regno dell’Italia centrale).

Verso la Seconda guerra di indipendenza

Preoccupato di non inimicarsi l’opinione pubblica e le altre potenze europee, che non avrebbero
approvato un aperto tentativo della Francia di estendere la propria influenza perturbando la pace, a
Plombières Napoleone III aveva preteso che quel la con il Piemonte fosse un’alleanza difensiva; sarebbe
infatti scattata soltanto in caso di aggressione da parte dell’Austria. Ebbe inizio così una serie di mosse
pro vocatorie nei confronti di Vienna, a cominciare dal celebre discorso pronunciato da Vittorio
Emanuele II al Parlamento subalpino nel gennaio del 1859; egli dichiaro di non essere insensibile al grido
di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi, intendendo riferirsi alle regioni poste
direttamente o indirettamente sotto il dominio austriaco. Intanto in Piemonte fu consentito a Garibaldi
di arruolare un corpo di 20000 volontari provenienti da ogni parte d’Italia, i Cacciatori delle Alpi, e di
compiere esercitazioni militari al confine con la Lombardia. La tela tessuta da Cavour a Plombières
rischio di essere vanificata dalla propo sta di mediazione avanzata dall’Inghilterra, ma a rompere gli
indugi fu l’Austria stessa, certa di poter risolvere una volta per tutte militarmente la questione delle
rivendicazioni nazionali italiane. Il 23 aprile 1859 il Regno di Sardegna ricevette un ultimatum che
intimava la smobilitazione dei volontari entro tre giorni. Ca our lo respinse e gli austriaci entrarono in
Piemonte: era l’inizio della Seconda uerra d’indipendenza.

Le prime operazioni militari e le ripercussioni nell’Italia centrale

Come convenuto a Plombières, in aiuto delle forze sabaude giunse un esercito francese di 120000
uomini. Sotto il comando supremo di Napoleone III, le trup pe franco-piemontesi respinsero quelle
austriache al di là del Ticino e le sconfis sero a Magenta all’inizio di giugno; pochi giorni dopo
conquistarono Milano mentre i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi liberavano Varese, Como, Lecco,
Bergamo e Brescia. Proseguendo nell’avanzata verso est gli eserciti alleati giun sero fino alle porte del
Quadrilatero: il 24 giugno i francesi sconfissero dura mente gli austriaci nella battaglia di Solferino,
mentre contemporaneamente i piemontesi ebbero la meglio nella vicina località di San Martino [> Per
approfondire]. Fu una vittoria decisiva, ottenuta però al prezzo di ingentissime perdite umane: circa
5000 morti e 20000 feriti, su 100000 soldati schierati. L’andamento del conflitto aveva suscitato anche
nell’Italia centrale un grande entusiasmo patriottico, che, appoggiato dalle forze politiche moderate e
filopiemon resi della Società nazionale, sfociò in sollevazioni in Toscana, nei ducati di Parma e Modena e
nelle legazioni pontificie dell’Emilia. I sovrani filoaustriaci si diedero alla fuga e nacquero ovunque dei
governi provvisori, che espressero ai commissari regi inviati da Cavour la loro volontà di unificazione con
il Piemonte. Solo in Umbria e nelle Marche le insurrezioni furono duramente represse dalle truppe
pontificie. Si trattava di un esito non previsto da Napoleone III, che nell’Italia centrale aveva immaginato
un regno controllato da un membro della sua famiglia.

L’armistizio di Villafranca e i plebisciti

Napoleone III si rese conto ben presto che la situazione stava volgendo a suo sfa vore: il Piemonte,
infatti, con le annessioni che si stavano profilando, si rivelava pericoloso per le ambizioni di egemonia
francese sulla penisola italiana; inoltre T’opinione pubblica nel suo paese si stava dimostrando contraria
a una guerra che aveva un alto costo umano, e in più i cattolici erano ostili a un’iniziativa che avreb be
ridimensionato il potere temporale del papa. L’imperatore temeva anche che la prosecuzione del
conflitto inducesse la Prussia a intervenire a fianco dell’Austria. Egli, senza preavviso e unilateralmente,
pose fine alle ostilità e concordo con gli austriaci un armistizio, stipulato a Villafranca (presso Verona)
l’11 luglio 1859, l’accordo prevedevano la cessione della Lombardia alla Francia, che a sua volta l’ vrebbe
ceduta al Piemonte, la restaurazione dei legittimi sovrani nell’Italia centrale e la riunione degli Stati
italiani in una confederazione presieduta dal Papa. Cavour, preoccupato per la reazione dei repubblicani
italiani e deluso dal fatto che Vittorio Emanuele avesse ratificato l’accordo, si dimise immediatamente e
fu sostituito dal generale La Marmora. La causa piemontese ricevette però l’appog gio dell’Inghilterra,
che vedeva con favore la possibilità che si costituisse uno Stato unitario italiano indipendente, e non
vassallo dei francesi. Napoleone III fini allora per rendersi conto che sarebbe stato estremamente
difficile vincere la resistenza dei governi provvisori dell’Italia centrale; inoltre, non potendo recla mare la
cessione di Nizza e della Savoia avendo interrotto la guerra, il bilancio dell’operazione rischiava di essere
decisamente fallimentare per la Francia. Cosi, quando nel gennaio del 1860 Cavour tornò al governo,
ottenne dall’imperatore francese l’assenso all’annessione di Toscana ed Emilia al Regno di Sardegna, che
fu sancita con due plebisciti a suffragio universale maschile (per sottolineare il peso nell’evento della
volontà popolare) l’11 e il 12 marzo 1860. Subito dopo il Piemonte cedette Nizza e la Savoia alla Francia,
mentre il papa Pio IX, che era stato privato di una parte significativa dei suoi territori, optò per la
scomunica di tutti gli artefici di quelle annessioni.

LA SPEDIZIONE DEI MILLE E LA FORMAZIONE DEL REGNO D’ITALIA

La rivolta in Sicilia

Con la fine della Seconda guerra d’indipendenza Cavour aveva raggiunto i propri obiettivi; l’estensione
del Regno di Sardegna a buona parte dell’Italia centro-setten trionale e il primato politico delle forze
moderate; non altrettanto poteva dirsi per i democratici e i risultati ottenuti anche grazie alle
sollevazioni popolari non furono privi di conseguenze nel resto della penisola. Ai primi di aprile del 1860,
due settimane dopo le annessioni, scoppiò una rivol ta in Sicilia. A promuoverla furono gruppi di
democratici locali, ma non mancò la partecipazione della mafia, ugualmente desiderosa di liberare l’isola
dai Borbone per rafforzare il proprio controllo. In realtà la Sicilia era già da tempo scossa da un pro
fondo e diffuso malcontento nei confronti del dominio borbonico, ed era stata tea tro di due insurrezioni
nel 1821 e nel 1848; la situazione non era migliorata con la morte, nel 1859, di Ferdinando II e l’ascesa al
trono del figlio Francesco II, che aveva proseguito nella politica reazionaria del padre. Questa volta,
però, l’insurre zione scoppiata e subito repressa a Palermo si estese alle campagne, si formarono bande
armate, rianimando le speranze dei democratici, a partire dallo stesso Maz zini, il quale, come si è detto,
riponeva grandi aspettative nel Mezzogiorno. Nono stante solo pochi anni prima fosse fallito il tentativo
di Pisacane, ora lo scenario pareva favorevole a un’analoga azione antiborbonica. Furono queste le
circostanze nelle quali alcuni democratici siciliani, tra cui Fran cesco Crispi e Rosolino Pilo, che erano
rientrati dall’esilio per rilan ciare il movimento nazionale, riuscirono a convincere Giuseppe Garibaldi a
guida re una spedizione armata nell’isola. Egli proveniva dalle fila mazziniane e aveva acquisito
un’importante esperienza nelle tecniche di guerriglia in Sudamerica.

La spedizione di Garibaldi

Poco sensibile ai complessi meccanismi della politica e della diplomazia- che gli avevano riservato anche
l’amara delusione della cessione della sua città natale, Nizza, alla Francia-, Garibaldi era convinto che la
sua missione dovesse essere quella d esprimere e realizzare le aspirazioni nazionali del popolo italiano.
In tale prospet tiva, egli credeva che fosse necessario dare luogo a un sistema politico fondato suffragio
universale ma che, in una fase di emergenza, si potesse ricorrere anche una dittatura temporanea.
Questi furono i presupposti sulla cui base egli conceja la spedizione in Sicilia. Quanto alle autorità
piemontesi, mantennero nei confronti dell’impresa garibal dina un atteggiamento di tacito consenso;
fecero infatti arrivare ai volontari le armi raccolte dalla Società nazionale e non intervennero per
fermare la spedizione, ma evitarono di manifestare il loro sostegno formale. In realtà, se il re vedeva con
un certo favore la prosecuzione del processo di unificazione della penisola, Cavour te meva che l’azione
di Garibaldi potesse innescare sia una ripresa delle forze democri tiche e repubblicane, sia uno scontro
diplomatico con la Francia. Per il momento, tuttavia, il governo piemontese restò in attesa dell’evolversi
degli eventi, riservando si di intervenire eventualmente a cose fatte per regolarizzare e affrontare
diplomati camente la situazione creata dai garibaldina. Garibaldi organizzò dunque in Liguria un corpo
armato, formato da circa un migliaio di patrioti che sono passati alla storia come i Mille. Erano in
prevalenza studenti, intellettuali e professionisti, oltre ad artigiani e operai, e provenivano per lopiù
dall’Italia settentrionale; alcuni avevano già combattuto con Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi. Il loro
numero era del tutto sproporzionato rispetto alle forze dell’esercito borbonico, ma Garibaldi era
convinto che a fare la differenza sarebbe stato l’appoggio della popolazione locale, in mancanza del
quale qualunque impresa del genere sarebbe stata votata al fallimento. La spedizione salpò da Quarto,
non lontano da Genova, nella notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860, su due piroscafi forniti dall’armatore
Rubattino. Dopo una sosta a Talamone, in Toscana, per approvvigionarsi di nuove armi, l’11 maggio i
Mille sbarcarono a Marsala, sulla costa nord-occidentale della Sicilia, con il favore di al cune navi inglesi
presenti in porto. Di qui, avanzando verso Palermo, il 14 maggio a Salemi Garibaldi proclamò di
assumere la dittatura della Sicilia, ma non intenden do perdere l’appoggio piemontese, lo fece in nome
di Vittorio Emanuele II.

Garibaldi in Sicilia

La spedizione di Garibaldi in Sicilia si rivelò un successo: con l’aiuto dei contadi ni insorti, i Mille
sconfissero le truppe borboniche a Calatafimi (15 maggio), quindi puntarono su Palermo, dove con
l’appoggio della popolazione liberarono la città. Con la vittoria finale nella battaglia di Milazzo (17-24
luglio) e l’arrivo a Messina (27 luglio), ottennero la liberazione completa dell’isola. Tutto avvenne tra
maggio e luglio, dunque in meno di tre mesi, e fu possibile grazie al fatto che, per la prima volta, la
popolazione aveva risposto con una massiccia mobilitazione. La partecipazione delle masse contadine
all’impresa di Garibaldi rispecchiava le fortissime aspettative di riscatto sociale generate dalla sua figura;
per i braccianti siciliani “Teroe dei due mondi” rappresentava un liberatore dalle ingiustizie, prima
ancora che un patriota capace di unificare l’Italia. Garibaldi rispose soltanto in parte a queste attese, con
l’abolizione della tassa sul macinato e la distribuzione di una parte delle terre demaniali ai contadini che
avessero prestato servizio nel suo esercito, non realizzò invece l’attesa riforma agraria, lasciando intatte
le proprietà dei grandi latifondisti. Anzi, quando i contadini insorsero contro i “baroni” e occu parono le
loro terre, Garibaldi ne ordinò la repressione: particolarmente duro, con arresti ed esecuzioni sommaric,
fu l’intervento del suo luogotenente Nino Bixio a Bronte, nel catanese, dove si era verificata una cruenta
rivolta contro i signori, i “galantuomini”, come sono detti nella novella Libertà di Giovanni Verga in cui è
narrato l’episodio. Per Garibaldi la questione sociale era secondaria rispetto a quella politica dell’unità
nazionale, inoltre non intendeva perdere l’appoggio dei ceti dirigenti siciliani, i quali peraltro si sentivano
più garantiti dai liberali modera ti piemontesi ed erano favorevoli all’annessione al Regno di Sardegna.

La fine del regime borbonico

Dopo aver affidato a Francesco Crispi il governo provvisorio della Sicilia, il 19 agosto Garibaldi varcò lo
stretto di Messina e sbarcò in Calabria. Iniziava così la risalita dei Mille verso nord, con l’obiettivo di
liberare tutto il Mezzogior no e di giungere fino all’Italia centrale. A Napoli, il giovane re Francesco II
tentò di salvare il trono ripristinando la Costituzione del 1848, offrendo alla Si cilia istituzioni
rappresentative proprie rette da un viceré e adottando addirittura una nuova bandiera tricolore (sia
pure con al centro le armi della dinastia borboni ca). Ma era ormai troppo tardi, e queste iniziative
furono viste come un ulteriore atto di debolezza. Il re fu costretto a riparare nella fortezza di Gaeta,
mentre Garibaldi, dopo aver marciato trionfalmente, tra lo stupore di tutta Europa, dal la punta estrema
della Calabria alla pianura campana, il 7 settembre faceva il suo ingresso a Napoli con il sostanziale
consenso dell’aristocrazia locale. Nel frattempo, analogamente a quanto era avvenuto in Sicilia, nelle
campagne del Meridione scoppiarono sommosse contadine. Anche in questo caso, alla base vi era una
ribellione contro la secolare oppressione esercitata dai grandi pro prietari, spesso fomentata però, in
funzione antigaribaldina, dalle forze filobor boniche. Le sommosse sul continente furono ancora più
gravi di quelle siciliane: in Irpinia, in particolare, i contadini massacrarono 140 proprietari.

Cavour contro Garibaldi

A questo punto, però, Cavour iniziò a nutrire qualche preoccupazione circa possibili esiti futuri
dell’impresa di Garibaldi, il cui slancio pareva inarrestabile Due erano i principali timori dello statista
piemontese: che Garibaldi decidesse di muovere alla conquista di Roma, provocando l’intervento
militare della Francia in difesa del pontefice; e che, benché il condottiero avesse fino ad allora
combattuto dichiarando fedeltà alla monarchia sabauda, nel Sud d’Italia finis sero per prevalere le forze
democratiche e repubblicane (nella Napoli liberata erano già accorsi molti esponenti repubblicani, tra
cui lo stesso Mazzini). D’altra parte, Cavour era consapevole che il processo di unificazione della penisola
era ormai irreversibile, e che occorreva dunque che il Piemonte assumesse un ruolo di primo piano
anche nel Mezzogiorno. Cavour decise allora di sottrarre l’iniziativa a Garibaldi anticipandone le
eventuali mosse: con il consenso di Napoleone III – ottenuto facendo leva sul pericolo dell’occupazione
di Roma e di una rivoluzione di stampo democratico l’esercito piemontese invase i territori pontifici di
Umbria e Marche; dopo aver sconfitto le truppe papali a Castelfidardo (18 settembre 1860), aggirò il
Lazio e giunse al confine con il Regno di Napoli. L’accordo con l’imperatore francese prevedeva infatti
che lo Stato sabaudo potesse estendersi anche nell’Italia centra le e meridionale, a condizione che fosse
garantito il dominio del papa su Roma e il Lazio.

Il Regno d’Italia

Ancora una volta, la strategia di Cavour si rivelò vincente. Nei primi giorni di ottobre, Garibaldi inflisse
l’ultima dura sconfitta alle forze di Francesco II nella battaglia del Volturno (26 settembre-2 ottobre
1860), ponendo così fine alla storia del Regno delle Due Sicilie [7]. A questo punto l’esercito garibaldino
e quello piemontese, di cui Vittorio Emanuele II aveva assunto personalmente il comando [Analizzare la
fonte], si trovarono l’uno di fronte all’altro, ma Garibaldi considerò conclusa la propria impresa e lasciò
che ad agire fosse la monarchia sabauda, rinunciando all’ipotesi, avanzata da alcuni democratici, di
un’assemblea costituente. Questa situazione fu sancita il 26 ottobre 1860 a Teano, vicino a Caserta,
dove Garibaldi si incontrò con il re. Con il consueto sistema dei plebisciti a suffragio universale, l’ex
regno bor bonico (21 ottobre) e l’Umbria e le Marche (4 novembre) votarono a larghissima maggioranza
per l’annessione al Piemonte: con l’eccezione del Lazio, rimasto al papa, e di Veneto e Trentino, ancora
sotto il dominio austriaco, l’unificazione italiana in un unico regno era compiuta. Il 7 novembre Vittorio
Emanuele II entrò a Napoli accompagnato da Garibaldi, che due giorni dopo parti alla volta della sua
residenza nell’isola di Caprera. L’unica richiesta che aveva rivolto al re, cioè che i suoi combattenti
fossero inquadrati nell’esercito piemontese – ora esercito italiano, venne respinta e il corpo dei
garibaldini fu sciolto. Nel gennaio 1861 nella capitale Torino fu eletto, applicando nuovamente i suffragio
ristretto, il primo Parlamento italiano, in cui sedevano rappresentan ti, in maggioranza liberali, di tutte le
regioni annesse. Il 17 marzo il Parlament, proclamò la nascita del Regno d’Italia e Vittorio Emanuele Il
quale suo primo sovrano “per grazia di Dio e volontà della nazione», a rimarcare il ruolo della volontà
popolare nel processo unitario. L’unificazione si era dunque compiuta in tempi rapidi, ed era stata
realizzata grazie al concorso dell’azione delle forze democratiche, cui non era mancato l’ap poggio delle
masse popolari, e dell’azione “istituzionale dello Stato piemontese, guidato dalle forze moderate e dalla
sapiente abilità politica e diplomatica di Cavour. Nel momento decisivo la componente pur vittoriosa sul
campo, aveva lasciato realisticamente la scena alla monarchia, ma la contraddizione che era alla base
dell’unità della penisola non era risolta.

IL COMPIMENTO DELL’UNITÀ NAZIONALE

La “questione romana”

All’indomani dell’Unità conseguita nel 1861, l’Italia era stata attraversata da grandi dibattiti sulla
necessità di “completare” il proprio territorio annettendo al regno le regioni confinanti abitate in
prevalenza da popolazioni italiane: il Vene to, il Trentino e la Venezia-Giulia, che erano ancora
possedimenti austriaci, e il Lazio con Roma, che costituivano lo Stato pontificio. La questione più delicata
era proprio quella che riguardava Roma, perché se da un lato fin dal marzo 1861, in un discorso al
Parlamento, Cavour aveva ribadito la necessità storica e “morale” per la nazione italiana di avere Roma
come capitale, dall’altro il papa Pio IX [11] si era arroccato su posizioni intransigenti, rifiutan dosi di ricor
negoziare il Regno d’Italia, nato anche a spese dei propri territori, e di con una classe politica liberale che
aveva varato leggi da lui giudicate stili alla Chiesa cattolica (come le leggi Siccardi e la legge sui conventi).
Il nuovo Stato si trovava in una situazione quanto mai complessa, poiché rischiava di com promettere sia
il consenso interno (la stragrande maggioranza del paese era di fede cattolica e la Chiesa esercitava
un’influenza enorme sulla società italiana) sia i rapporti con la Francia, che continuava a ergersi a
protettrice del papa, mantenen do stabilmente proprie truppe a Roma fin dai tempi dell’intervento che
aveva posto fine alla Repubblica romana [ CAP. 12, PAR. 4]. Per Napoleone III, infatti, ab bandonare
Roma avrebbe significato perdere l’appoggio dei cattolici conservatori francesi e rinunciare del tutto al
ruolo di arbitro delle questioni italiane. Nella concezione di Cavour, sintetizzata dalla celebre formula -
libera Chiesa in libero Stato», i rapporti tra le due istituzioni avrebbero dovuto essere impron tati al
reciproco riconoscimento dei rispettivi ambiti: il papa avrebbe rinunciato al potere temporale per
dedicarsi esclusivamente alla propria funzione spirituale (che ne sarebbe risultata moralmente elevata),
ottenendone in cambio piena au tonomia e la garanzia della non ingerenza dello Stato nelle questioni
religiose. Ma Cavour mori improvvisamente nel giugno del 1861 e il suo successore alla guida del
governo, Bettino Ricasoli, assunse un atteggiamento meno canto diplomatico sulla necessità di un
profondo rinnovamento della Chiesa e sulla soluzione della questione romana, suscitando da parte sia di
Pio IX sia di Napo leone III un’intransigente chiusura nei confronti di ogni possibile trattativa.

La spedizione garibaldina in Aspromonte

Ripresero allora forza le posizioni di democratici e mazziniani, avversi a una so luzione di compromesso,
e fu a quel punto che Garibaldi, dall’esilio volontario di Caprera in cui si trovava, decise di tornare in
Sicilia, dove godeva di una gran dissima popolarità, e di organizzare da li una spedizione per “liberare”
Roma. Intanto, al primo ministro Ricasoli, dimessosi per contrasti con il re, era suc ceduto Urbano
Rattazzi, il quale assunse nei confronti dell’iniziativa di Garibaldi un atteggiamento ambiguo: il governo e
il re pensavano probabilmente di ripete re la strategia seguita da Cavour con la spedizione dei Mille,
intervenendo a cose fatte per riportare nell’alveo dei moderati il successo ottenuto dai democratici. Ma
questa volta mancò la necessaria preparazione politico-diplomatica, e Napo leone III minacciò di
intervenire militarmente. Rattazzi si vide dunque costretto, alla fine dell’agosto 1862, a inviare l’esercito
per fermare i garibaldini in Cala bria, sulle montagne dell’Aspromonte, lo stesso Garibaldi venne ferito e
costret to ad alcune settimane di detenzione in una fortezza militare. L’impresa garibaldina, il cui esito
aveva suscitato un’ondata di sdegno che costrinse Rattazzi alle dimissioni, ebbe l’effetto di alimentare
ulteriormente i dibattiti sulla “questione romana”. Ma il successivo governo presieduto da Marco
Minghetti, preoccupato di rinsaldare i rapporti con la Francia, si impegnò con la osiddetta Convenzione
di settembre (1864) a rispettare i confini dello Stato ontificio in cambio della promessa francese di
ritirare entro due anni le truppe anziate a Roma. A garanzia della propria intenzione di rinunciare a
Roma, il overno italiano avrebbe trasferito la capitale del Regno da Torino a Firenze. Il papa, tuttavia,
non mitigò il proprio atteggiamento, e anzi con l’enciclica uanta cura e con il Sillabo, una raccolta di 80
proposizioni considerate come “errori” del mondo moderno e incompatibili con i principi cristiani,
condanno con soltanto il socialismo e il razionalismo, ma anche il liberalismo, la libertà di ascienza e la
libertà di stampa. La Terza guerra di indipendenza 5 Erano ancora vive le polemiche relative alla
decisione di trasferire la capitale a Firenze, quando il governo italiano si trovò nelle circostanze per poter
procedere verso un altro dei suoi principali obiettivi, in vista del compimento dell’unità Nazionale:
l’annessione del Veneto. Nel 1866 giunse infatti, da parte del cancelliere prussiano Bismarck, la pro
posta di un’alleanza militare italo-prussiana in funzione antiaustriaca. Ottenuta la neutralità di Francia e
Russia, Bismarck intendeva in tal modo attaccare l’Austria contemporaneamente su più fronti, facendo
intervenire le for ze italiane dalla Lombardia e dalla Dalmazia; l’alleanza prevedeva che, in caso di
vittoria, l’Italia avrebbe acquisito dall’Austria il Veneto. Il risultato militare italiano fu disastroso: gli
austriaci ebbero la meglio sia per Terra, a Custoza in Veneto (giugno 1866), sia per mare, presso l’isola di
Lissa nel L’Adriatico (luglio 1866); gli unici successi sull’esercito asburgico furono ottenuti in Trentino dai
Cacciatori delle Alpi comandati da Garibaldi. Tuttavia, anche grazie al fatto che parte delle truppe
nemiche erano impegnate sul fronte meridionale, la Prus da concluse rapidamente la guerra con la
decisiva vittoria nella battaglia di Sadowa el’Italia poté trasformare-sul piano della retorica patriottica-il
fallimento bellico in una vittoriosa “Terza guerra di indipendenza”. Alla fine del conflitto, infatti, l’Austria
cedette formalmente il Veneto alla Francia, come riconoscimento della mediazione svolta da Napoleone
III, che a sua volta lo trasferì al Regno d’Italia. L’annessione fu sancita anche in questo caso da un
plebiscito (ottobre 1866). Restavano ancora agli Asburgo il Trentino (la vittoriosa avanzata di Garibaldi
era stata fermata dal re in seguito alla firma dell’armistizio) e la Venezia-Giulia, considerati entrambi
entro i confini naturali dell’Italia. Ma, soprattutto, era tutt’altro che sopita la questione romana.

Il nuovo tentativo garibaldino

Dopo l’insuccesso militare della monarchia nell’intervento al fianco della Prussia, le forze d’opposizione
democratica e repubblicana ripresero l’iniziativa, con un nuovo progetto di spedizione garibaldina per la
liberazione di Roma. Il presupposto di fondo era che il suo successo sarebbe dovuto derivare questa
volta dalla sollevazione delle masse popolari romane e da una conseguente rinuncia da parte dei
francesi all’intervento militare. Le cose, però, andarono assai diversamente: di fronte all’iniziativa
garibaldina Napoleone III considerò violati gli accordi della Convenzione di settembre e non esitò a
inviare nel Lazio un corpo di spedizione. Ma soprattutto falli l’insurrezione romana, per via di una scarsa
partecipazione popolare. Prima ancora dello sbarco dei francesi a Civitavecchia, dunque, il piano di
Garibaldi fu efficacemente contrastato dalle truppe pontificie; il colpo finale giunse poi dalle milizie
francesi, che sconfisse ro i garibaldini presso Mentana, a pochi chilometri da Roma, il 3 novembre 1867.

Roma capitale
L’occasione per giungere all’annessione di Roma si presentò però tre anni dopo come già era stato nel
caso del Veneto, fu determinata da eventi che avevano a che fare a la politica internazionale e con la
Prussia di Bismarck, Nell’ambito della Guerra con franco-prussiana scoppiata per l’egemonia sull’Europa
continentale [ cap. 14, PAR 32 Napoleone III aveva infatti subito una durissima sconfittaa Sedan (2
settembre 1870 ed era stato fatto prigioniero, mentre in Francia veniva proclamata la repubblica. La
Stato pontificio restava cosi privo del suo principale difensore; inoltre, venuto meno l’Impero francese
con il quale era stata stipulata la Convenzione di settembre, il Re gno d’Italia non era piùi tenuto a
rispettare gli accordi. Il governo italiano allora, presieduto da Giovanni Lanza, procedette da un lato
all’invio di un corpo di spedizione nel Lazio, dall’altro ad aprire un confronto con Pio IX alla ricerca di
un’intesa. Ancora una volta, tuttavia, il pontefice si dimostro intransigente, per cui il 20 settembre 1870,
sciolto ogni indugio, l’esercito italiano aprì una breccia a colpi di cannone nella cinta muraria di Roma ed
entrò in città presso Porta Pia. Pochi giorni dopo, l’annessione di Roma e del Lazio al Regno d’Italia fu
confermata con il consueto sistema del plebiscito, mentre nel febbraio 1871 fu stabilito il trasferimento
della capitale da Firenze a Roma. Nel maggio 1871 il Parlamento italiano aveva approvato
unilateralmente, data l’indisponibilità pontificia a qualunque accordo, una legge per regolare i rapporti
tra il Regno d’Italia e la Chiesa. La cosiddetta legge delle guarentigie (ovvero delle “garanzie”, quelle che
il regno accordava alla Santa Sede) riconosceva al pontefice il libero esercizio del potere spirituale su
tutto il territorio italiano e l’extraterritorialità dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo,
che dunque non erano soggetti alla sovranità dello Stato italiano. Quest’ultimo offriva infine al pontefice
una dotazione finanziaria annua per il mantenimento della corte papale. Pio IX, tuttavia, rifiutò
risolutamente le pro poste del governo italiano e, anzi, si dichiarò prigioniero di «nemici e invasori> che
avevano compiuto un’usurpazione ingiusta, violenta, nulla e invalida. La sua ostinazione a non
riconoscere lo Stato italiano portò poi alla formulazione, in occasione delle elezioni del 1874, di quel Non
expedit (“Non è opportuno”) che suonava come un esplicito divieto rivolto a tutti i cittadini cattolici (cioe
la quasi totalità della popolazione) di partecipare alla vita politica dello Stato. La posizione del papa
diede quindi origine a una grave spaccatura nel paese e alla situazione, per molti versi paradossale, per
cui per un quarantennio le forze cat toliche sarebbero state assenti dalla scena politica italiana.

Potrebbero piacerti anche