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1998/2018 ventesimo anniversario

LE ETA’ DELLA COSTITUZIONE

Venerdì 26 ottobre 2018

UNIVERSITA’ DEL PIEMONTE ORIENTALE

Aula Magna Cripta di Sant’Andrea, Vercelli

-I sessione – 1848-1918/1948-2018: Corsi e ricorsi storici


“Le idee di Costituzione” dei redattori dello Statuto e dei Costituenti (storia delle
idee)
Ugo De Siervo, Università di Firenze

-Caratteristiche Statuto Albertino del 1848


Concesso malvolentieri dal Re e niente affatto amato dal popolo, una Costituzione ottriata da un Re che,
sino ad allora deteneva poteri assoluti, preoccupato dalle spinte rivoluzionarie ed impaurito dagli effetti di
un’eventuale repressione.

Significative le parole che ne accompagnano la nascita “Prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del
nostro cuore”.

Una concessione caratterizzante “seppur con dolore una forma di Governo che sia il minor male possibile
per il Paese”.

E’ un’innovazione che si voleva assolutamente conservatrice, capace di tutelare gli interessi del Re, la sua
dignità sovrana e l’autorità reale, la più monarchica possibile.

Redatta sull’esempio delle Carte Costituzionali francesi del ’14 e del ’30, con qualche influenza anche di
quella belga ed improntata al rifiuto del Potere Costituente.

Provvisorietà ed esclusione di ogni possibilità di revisione costituzionale. Non vi sono previsti diritti di
libertà politica, associativa o di sciopero, niente scuola o stato sociale e lo Stato è ancora poco liberale ed
incentrato sulla figura ed il potere del Re. Di fatto Governo e Parlamento sono esecutori della volontà del
Sovrano.ii

Riferimento all’uguaglianza molto generici e contradditori laddove proclamava “verranno garantite le


libertà del popolo” senza definirle in maniera precisa.

Basata sul Censo e poco rappresentativa, solo l’uno virgola 9 dei sudditi era ammesso al voto.

Potere esecutivo accentrato e riconducibile alle mani del Re con procedure legislative che nei casi di
emergenza non rientrano nelle disposizioni scritte e, di fatto, pieni poteri a disposizione del Governo e del
Sovrano, potere al Re di stipulare patti segreti ed una Legislazione che, di fatto, produce potere a chi già lo
detiene.
Vengono approvate Leggi e codici a scatola chiusa, rimangono indefiniti e provvisori tutta una serie di
principi che in uno Statuto “Provvisorio e “Flessibile” consentiranno poi l’avvento del fascismo.

Curioso il caso della bandiera del Regno, adottato il tricolore e mai formalmente cambiato lo Statuto che
continuò a prevedere quella Sabauda sino al 1848 in cui la Repubblica cancellò la Sabauda ed ufficializzò la
bandiera attuale.

-Caratteristiche della Costituzione repubblicana del 1948


Nata dalla Costituente formatasi dopo la seconda guerra mondiale ed ispirata alla tradizione del
costituzionalismo europeo.

Innovativa, rigida e garantista, definita da Diderot, che la presentò ai francesi, “ambiziosa”.

Omogenea nelle parti più deboli del parlamentarismo e ricca di costituzionalismo democratico.

Completa, laddove descrive la piena garanzia della libertà.

Innovativa, laddove inserisce il sociale e il decentramento.

Rigida e garantista, laddove declina i principi fondamentali e la loro applicazione.


-I settant’anni dello Statuto Albertino e i settant’anni della Costituzione
Repubblicana: analogie e differenze (storia delle costituzioni)
Luigi Lacchè, Università di Macerata

Lo Statuto Albertino è un testo che guarda al passato, una dimensione temporale che nel 1948 è ai limiti.

La natura politica è cedere qualcosa ai sudditi per bloccare la rivoluzione e sterilizzare i poteri, bloccare
l’avanzamento del potere costituente e la più monarchica delle Costituzioni e piena di assunti francesi del
1814, oramai desuete, piena di franchigie e limitazioni, persino vietato dire Costituzione.

Arriva nel 1848 quando è chiaro che non resisterà al “nuovo” del ’48.

Inserito nella categoria delle disposizioni ottriate, frutto di una lunga stagione europea che accompagna il
periodo fra il 1814 e 1918.

Va studiata come forma di costituzionalismo perché non rimanga schiacciata nei tempi del
costituzionalismo forte del ‘900.

Sua caratteristica “l’oltroi” è una vera strategia costituzionale, sterilizzare il potere costituente, “dobbiamo
fare in modo di non essere costretti dall’esterno”, “noi abbiamo dato volontariamente”.

Il corpo del monarca deve incorporare la rivoluzione ed il principio che sta alla base è assolutamente
monarchico.

La Costituzione Repubblicana rovescia il dibattito di quei tempi è destinata a marcare un tempo nuovo, il
tempo della democrazia e il trapasso tra Stato liberale, che democratico non è stato, al vero Stato
democratico.

E’ una Costituzione nuova, nuovissima, su uno Stato vecchio, sulle macerie della guerra e, soprattutto, su
una concezione nuova dello Stato, soprattutto dopo il fascismo, è una costruzione per il futuro, un quadro
che stabilisce nuove temporalità, il “j’accuse” di Togliatti ai liberali, in riferimento allo Stato non
democratico e alla debolezza dello Statuto Albertino ,“avevate gli occhi ma non avete voluto vedere”.

La Costituzione trova il suo tempo in cui si svilupperà, eccellenza progettuale e tempi dell’applicazione.

Lo Statuto Albertino non è un capolavoro di costituzionalità politica e i suoi tempi sono quelli del monarca.

La Costituzione è un tipo di norma giuridico-politica che si relaziona con il tempo .

Ragioni e tempo, quelle dell’attuazione, il tema dei diritti che passa dallo Statuto è problematico, nella
Costituzione si cerca il luogo della sovranità, sovranità come superiorità morale e politica, la nuova
dimensione non è più un recinto di filo spinato.

Le dicotomie fra Statuto e Costituzione, Statuto flessibile e Costituzione rigida.

La trasformazione, prospettiva di maggior interesse, sono le norme di principio che progressivamente


permettono una elasticizzazione tra principio e valori.

E’ nel tema del pluralismo che nasce il conflitto ed inizia la difficoltà dello Statuto che non ha i mezzi per
governare il cambiamento.

La Costituzione rappresenta un’apertura verso il futuro ed è oggi la più vecchia Costituzione del Continente.
-Uso della Storia nella giurisprudenza costituzionale

Federico Alessandro Goria, Università del Piemonte Orientale

Imperniata su un’indagine che ha preso in esame venti sentenze, quella della storia usata nella
giurisprudenza è uno strumento interpretativo che aiuta a giudicare l’evoluzione delle norme e nella storia,
sino all’inserimento della Legislazione attuale.

Dispone giudizi che rivedono l’irragionevolezza all’origine di certe regole e l’argomentazione storica viene
utilizzata per stabilirne l’utilizzo, non più ragionevole o meno, così come la diffusione di trattamento e
ineguaglianze.

E’ stato proposto un campione di venti sentenze, di cui si è occupata la Corte e che si riferiscono
principalmente al diritto civile e al diritto privato ed in quest’ultimo, con particolare riferimento al diritto di
famiglia.

Nelle sentenze della Corte non c’è mai un esplicito riferimento della Storia in generale, con riferimento
all’uso dei costumi o a quello degli avvenimenti, c’è invece l’utilizzo della Storia del Diritto con alcuni
risultati.

Casi in cui la norma è protagonista assoluta del pronunciamento, questioni di legittimità, norme anche
molto addietro nel tempo e storiche.

Argomenti interpretativi per cercare indizi e dedurre la ratio legis della norma.

Sentenze in cui la Storia del Diritto viene utilizzata ai soli fini di un’introduzione colta delle questioni.

La Storia usata come strumento interpretativo.

Argomenti di Sentenze prese in esame

Articolo 603 C.P., plagio

Articolo 3 della Costituzione , violazione casi di trattamento o ineguaglianza

176/72 – privilegi aragonesi

Articoli 3 – 23 e 4 della Costituzione in materia di spiagge ed uso demaniale.


-Storia degli anniversari dello Statuto e della Costituzione (storia dei riti)
Ines Ciolli, Università di Roma Sapienza

Anniversario delle due Carte messe in campo dal Monarca o dalla Repubblica.

Celebrazioni, Eventi, Feste, Riti, Cartoline e Monete, Testimonianze di Celebrazioni.

Integrazione politica e culturale che tali eventi debbono favorire.

Laddove le celebrazioni raggiungono il loro scopo, riescono a ricostruire o a favorire quel fenomeno di
tensione materiale fondamentale per arrivare ad una comunità politica, non solo civile.

Le celebrazioni sono anche uno strumento per comprendere l’effettività, il rendimento delle Costituzioni
del corpo elettorale e della Società civile ovvero laddove le celebrazioni sono molto sentite significa che, in
qualche modo, è un simbolo condiviso.

Non è sempre stato così e, ancora oggi, non sempre lo è, quindi i fattori di integrazione materiali sono
fondamentali perché ci si riconosca in una storia comune.

Ancor più necessari oggi a causa della liquidità della Società, per questo i Giuristi cominciano a riflettere
sulle questioni storiche, identitarie, sui simboli che permettono di proiettare sui cittadini questa Storia,
questa identificazione.

Ritorno al valore sui simboli della Costituzione, in particolare della Bandiera.

Le celebrazioni esaltano il concetto di unità, edificare il concetto di una Nazione e facilitare la convivenza
attorno a simboli in cui tutta la comunità politica tende a riconoscersi.

I simboli appartengono a matrici culturali complete, la loro comprensione richiede una multidisciplinarità,
riconoscere il ruolo fondamentale alla Storia, a maggior ragione, si riflette quando si studiano celebrazioni e
riti.

La celebrazione è un rito che si ripete nel tempo, la rappresentazione e la funzione di dare forma al mito e
di confermarlo nel tempo.

Il potere del pensiero mitico è importante anche nei tempi moderni.

Le celebrazioni in genere rivelano il loro attaccamento alla Nazione e al Patriottismo.

La rappresentazione della Patria è identificabile nelle persone, nel caso dello Statuto in quella del Re o nella
Repubblica nella figura del Presidente che ne incarna l’unità nazionale.

Vi sono, nella Storia, pochi anniversari dello Statuto , anche poco seguiti, tranne che nel cinquantenario e
cambiano di prospettiva durante le guerre.

Alcune date diventano un simbolo, il 4 Novembre, il 25 Aprile etc.

Il tricolore, la Bandiera crea un filo tra Statuto-Risorgimento e Guerra di Liberazione e Carta Costituzionale,
un simbolo che lega il popolo italiano.
Il fascismo ha fatto largo uso, dalle celebrazioni in Piazza Venezia alla trasformazione di feste religiose in
feste civili del fascismo (la festa del fascio, feste di piazza etc).

Lo Statuto è funzionale al fascismo.


II sessione - 1948 – 2048: Storia e prospettive costituzionali

--Narrazione dei progressi e regressi della funzione del Parlamento (storia delle
istituzioni)
Antonio Mastropaolo, Università della Valle d’Aosta

Il Parlamento è vittima del parlamentarismo.

Il Parlamento è un inutile tramite tra volontà del popolo e volontà politica?

La volontà del popolo può essere espressa liberamente anche in modo diretto, il presupposto è un popolo
in grado di esprimere questa volontà.

Disintermediazione.

E’ un’idea dirompente, l’idea che sta alla base del Parlamento è la rappresentanza, che era fatta salva anche
dai più critici del Parlamento, persino Lenin in “Stato e rivoluzioni” considera necessaria la rappresentanza.

Hobbes sulla rappresentanza:

“Ancora oggi il rappresentante crea il rappresentato, la Società esiste in qualche modo attraverso il
rappresentante.

Il compito della rappresentanza è fortemente normativo. La formula di rappresentazione, puntava su una


promessa di disintermediazione, gli individui si sarebbero aggregati attraverso la volontà di una volontà
nazionale e tutti i corpi intermedi abbattuti.”

La promessa di autentico riscontro della volontà del popolo, l’impressione che uno ha, è che una volta
abbattuta la rappresentanza nazionale la minaccia sia quello del dominio della folla l’oclocrazia, se così
fosse potremmo dire che il progetto di distruzione di tutte le appartenenze insito nel paradigma liberale
sarebbe riuscito.

Ben rappresentato dal Signore delle mosche.

Nel progetto liberare lo Stato è un’operazione ideologica, riempie un vuoto e lo Stato riempie questa
apparenza.

Lo Stato Nazione chiede ai suoi cittadini di fare il proprio dovere.

Il nostro Stato nasce da due opposte immagini di rappresentanza Monarchia e Repubblica, legate al
Sovrano e al Parlamento.

Da una parte il Sovrano che è incaricato, ha il compito di riunificare l’Italia, dall’altra la rappresentanza che
siede in Parlamento l’assemblea che rappresenta il popolo che si batte.

L’idea repubblicana, quella mazziniana si scontra con l’ideale della monarchia.

Entrambe le ricostruzioni non negano un ruolo al Parlamento, la questione è se essere il cuore o anche il
cervello.

Nello Statuto Albertino si pone il modello su cui verrà poi costruita l’unificazione italiana e lo Statuto nasce
come accordo di una parte della borghesia liberale e il Re, sul modello inglese.
Un potere dualistico, nello Statuto è presente una contesa latente che rimarrà sempre intorno al ruolo di
direzione politica dello Stato, tra Re e Parlamento.

Già al primo anno emerge il conflitto tra Re e Parlamento su questo ruolo di direzione politica, si discute se i

“pieni poteri” debbano essere dati al Re o al Governo del Re.

E’ implicito che il Governo è troppo legato al Parlamento.

Comincia ad apparire una figura nuova di democratico, Brofferio, da un lato il politico bravo, pratico che sa
fare la politica (Cavour) dall’altro quello che rappresenta la volontà della Nazione.

Solo nel primo anno si susseguono cinque Governi.

Il Governo del Re, vittima del Parlamento.

D’Azeglio – Rattazzi – Cavour.

Parlamento unitario, c’è già lo Stato che tutti hanno accettato, il Parlamento comincia a funzionare.

La guerra al brigantaggio azione dello Stato autoritario .

Il primo libro parlamentare.

1862 (i moribondi di Palazzo Carignano di Petruccelli della Gattina). Lui pensa che il Parlamento possa
essere il motore della politica nazionale.

“Si deve trovare quivi il pensiero di questa Nazione, il pensiero del suo Movimento, il meccanismo della sua
vita, in Italia esso esprime l’unità, il Parlamento è il cuore che palpita, se il Parlamento italiano non esistesse
l’Italia una, per l’Europa, sarebbe un’utopia, un sogno, essa è l’arca santa della Nazione”.

De Pretis consolida le Istituzioni, apre una nuova stagione ma, sul piano della legittimazione, il Parlamento
non è visto bene, si inaugura la stagione del trasformismo.

Trasformismo che sarebbe pure in sintonia con l’Articolo 41 dello Statuto che recita “i Deputati
rappresentano la Nazione e non le sole province”, quindi trasformismo in un’ ottica liberale.

Non è il migliore dei Parlamenti, è un Parlamento in cui si mercanteggia.

Carducci durissimo e tanta Letteratura parlamentare di critica, Serao, Pirandello, D’Annunzio.

Il tema è: cos’è che manca nella Camera?

“Nella Camera attuale manca una razionale distinzione dei partiti, i partiti si distinguono per la posizione del
sedere non per il movimento di idee.” (in”Governo e governanti in Italia”)

Pasquale Turiello, grande antiparlamentare.

Il regista del distacco tra la Nazione reale e la classe dirigente e propone il rafforzamento dell’esecutivo.

Emerge il Crispi, la sua scelta è nei confronti dello Stato e della Monarchia, di fronte alle divisioni e alle
fermentazioni del Parlamento è necessario uno Stato che produce unità e Crispi dice “Lo Stato lo faccio io”,
sul modello di dittatura di Garibaldi in Sicilia.

La sua conclusione è che il Parlamento deve obbedire al Re, è una funzione del Governo.

Dice esplicitamente, “ ha esclusivamente un mandato legislativo e nella politica non deve entrarci”.

Il suo progetto si regge sulla forza, lo Stato nel periodo crispino esce rafforzato.
Sannino è critico verso Crispi, dice “Bisogna tornare allo Statuto e a una rigida seprazione dei poteri”, il suo
modello è la Monarchia Costituzionale.

Giolitti investe molto sul Parlamento e non piace.

E’ di nuovo il periodo della dittatura parlamentare, cerca di ampliare la base parlamentare ma la sua è una
prospettiva ottocentesca.

Non affronta la questione della legittimazione sociale, non si occupa di costruire consenso, il suo è un
problema interno al Parlamento.

Tenta di ampliare il suffragio, non ci riesce completamente e poi c’è la guerra e la piazza contro il
Parlamento.

Salandra.

Dopo la guerra, ripresa che va nel senso del Parlamento, abbiamo un tentativo, dopo la riforma elettorale
del ’19, di modificare lo Statuto perché l’alleanza con la Francia e l’Inghilterra è avvenuta senza informare il
Parlamento da parte di Salandra.

Ed è Giolitti che propone la modifica dell’Articolo 5 “Siamo noi il Parlamento che decide con chi si fanno i
Trattati”. Si cambiano i regolamenti.

Di fatto si è passati da un Governo di Gabinetto a un Governo dei gruppi parlamentari, in tal modo si
introduce un controllo sull’opera del Governo.

Arriva il fascismo, il Governo Mussolini, nasce di nuovo come Governo del Re, di fiducia del Re.

Nonostante il “discorso del bivacco” va in Parlamento, conferisce con i Presidenti delle Camere ma la
fiducia che conta, secondo lui, è quella del Re e del popolo.

Dà vita ad un Governo di coalizione e cerca di spostare l’asse della rappresentanza del Parlamento verso il
Governo.

Un’intermediazione forte, attraverso il Parlamento e il Partito che ordina, il Capo del Governo e il Re spinto
fuori dalla politica.

Un circuito di rappresentanza nel senso dello Stato, l’integrazione di rappresentanza forte nello Stato dà
autorità nello Stato.

La difesa di Amedola del sistema elettorale del ’19 è una difesa del Parlamento che produce politica.

C’è la Camera delle corporazioni che, con tutti i limiti, prova a creare un tentativo di intermediazione forte
tra il popolo, la Nazione e le Istituzioni.

Periodo transitorio, successivo alla caduta del fascismo.

La riscossa del Parlamento che diventa forte, si forma la Consulta Nazionale che è composta dai
Rappresentanti dei partiti, rappresentanza supposta, ideale in assenza di verifica puntuale.

Sono loro che fanno la resistenza con l’immagine che creano.

Nel 1848 esce una pubblicazione sul centenario del Parlamento.

Si eredita dal fascismo un’idea di intermediazione disciplinata, più realistica ma simile a quella del fascismo
in chiave pluralistica cioè i partiti come luogo d’intermediazione ma anche di trasparenza, rendono palesi
quali pressioni vengono esercitate sull’assemblea. E’ un’eredità forte.
La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La Costituzione politica, prima di tutto, è un vincolo della rappresentanza.

La rappresentanza non va in tutte le direzioni ma la rappresentanza dev’essere conforme alla Costituzione.

Questa forma rimane forte sino a metà degli anni settanta, sino all’ultimo Governo di Unità nazionale.

I partiti mettono nel loro orizzonte la Costituzione, le critiche al Parlamento non mancano e sono pure
feroci.

Dopo i Governi di Unità nazionale c’è una richiesta di nuova disintermediazione, i Radicali, la Società civile, i
Referendum.

Il maggioritario, una difesa ottocentesca del Parlamento.

La partitocrazia degli anni ottanta.

La disintermediazione oggi.

La democrazia del click.

Immagine fortissima quella del click perché negli anni ottanta il click era l’immagine della possibile guerra,
la democrazia del click è la vera minaccia.

-L’idea di Europa nelle costituzioni dopo la seconda guerra mondiale


Stefania Ninatti, Università di Milano Bicocca
Nelle Costituzioni del dopoguerra l’idea d’Europa è praticamente assente; in Francia, Lussemburgo e Italia,
blandi i riferimenti. In Belgio e Olanda neanche una norma fino a quel momento.

In Italia era discussa e dibattuta ma, pur essendo presente nell’Assemblea costituente, non compare nel
testo finale della Costituzione mentre l’Olanda modificherà la Costituzione nel ’53.

In realtà questo quadro non dice tutto su quello che accadeva nell’immediato dopoguerra, gli stessi Statisti,
attori politici che lottavano a livello interno per rimettere in piedi i propri Paesi, andavano nei Congressi
internazionali a discutere del futuro d’Europa.

Quindi l’idea d’Europa era fortemente dibattuta, l’idea ha percorso tutto il ‘900.

L’idea su cosa fare, come convergere gli Stati del territorio europeo.

Sappiamo che idee federaliste, unioniste si dividevano la platea e il dibattito politico ma normalmente si fa
iniziare la Storia con Churchill e il discorso di Zurigo del 1946.

Da esterno, da inglese, a meno di un anno e mezzo dalla resa della Germania, si propone la rifondazione
della famiglia europea e, con essa, a partire da un’alleanza tra Francia e Germania con essa lancia la parola
Stati Uniti d’Europa.

Stati Uniti d’Europa diventa il dibattito di quel periodo, fu l’acuirsi del conflitto Est-Ovest, la Guerra Fredda
che favorì il passaggio dalle parole ai fatti, il momento in cui si sentì l’esigenza di produrre qualcosa da quel
dibattito politico.

Un’idea rivoluzionaria che viene condivisa perché si inventò un principio di sovranazionalità, si pensò di
comunitarizzare i diritti di sovranità fra altri principi di sovranità nazionale.

In qualche modo, in qualche forma e una specie di Federazione europea.

Questo diritto di sovranazionalità verrà poi recepito nei Trattati del Carbone e dell’Acciaio “Ceca”.

Appena il Ceca entra in funzione con un’Assemblea parlamentare, alla stessa Assemblea parlamentare
viene dato un compito, fare un nuovo Statuto che avrebbe dovuto occuparsi di una Comunità e questa era
la Comunità della Difesa, la creazione di un esercito comune.

Questo ci dà l’idea della situazione in cui si agita l’idea di Europa, questo Statuto porta anche la firma di De
Gasperi, viene portata avanti e i Governi, i primi sei, sembrano positivi.

Sembrano positivi a passare a questa ulteriore forma di integrazione il che ci dà l’idea della prospettiva in
cui si muovevano i progetti europei.

Sappiamo anche che un po’ di temporeggiamento, un po’ di incertezza ad un ulteriore passo, fece si che il
dibattito non si riuscì ad averlo; con De Gasperi occupato a discutere la Legge truffa, il Governo poi cadde.

A questo punto si passò la palla alla Francia e la Francia, inspiegabilmente o forse no, in Parlamento votò
contro e il Progetto cadde.

Questo Progetto segnò il passaggio alla Federazione Funzionale, un’idea funzionale. Non segnò
semplicemente funzionalistica economia, non segnò semplicemente un passaggio (un accoglimento in toto
dell’idea di Europa).

Qualche anno dopo, nel 1955, forti di questa alchimia di partenza, si inizia a discutere quelli che poi saranno
i Trattati di Roma.
Nel 1953, l’Olanda inserisce due Articoli e modifica la Costituzione, due Articoli piuttosto audaci, dato il
periodo storico.

Negli Articoli 65 e 66 si dice “I Trattati Internazionali hanno diretta applicabilità, vincono sul diritto interno
sia antecedente che successivo e vincono non solo gli Stati ma anche i singoli”.

Rispetto alle Costituzioni del tempo, una norma coraggiosa.

E l’Olanda dei dibattiti costituenti è stata divisa sull’adozione perché sapeva di fare un passo avanti forte.
Eppure, per chi studia il fenomeno dell’integrazione europea, questa scelta fu ampiamente premiata
perché nella famosa sentenza “Van Gend en Loos del 1963” la Corte di Giustizia, per la prima volta, dice
cosa è l’Europa, quale è l’idea di Europa.

Il caso del ricorso viene dall’Olanda, appoggia totalmente questa posizione.

Prende totalmente questa impostazione olandese e specifica a tutti gli altri Stati che i Trattati non sono
semplici Trattati Internazionali, non ci troviamo davanti ad un’organizzazione internazionale, ci troviamo
davanti a qualcosa sui generis, non vincono solo gli Stati ma anche i cittadini.

E così siamo negli anni sessanta e iniziamo a capire che se i primi Stati aderenti non potevano avere un’idea
di Europa all’interno delle loro Costituzioni perché l’Europa ancora non esisteva. Negli anni sessanta la
Corte di Giustizia inizia cosa può essere l’Europa e l’integrazione procede.

I primi Stati che chiedono di aderire alla Ceca sono Inghilterra, Irlanda e Danimarca. L’Irlanda procede con
una modifica costituzionale, la Danimarca con il suo Articolo di apertura al fenomeno internazionale senza
particolari procedure. Ci si aspettava che l’Inghilterra, con il suo dogma di sovranità, qualche problema
l’avrebbe posto, invece nel 1972 viene dichiarato costituzionale il fenomeno di Integrazione europea.

Passano gli anni, l’integrazione procede, nel 1980 cadono i totalitarismi di Grecia, Spagna e Portogallo e
questi Paesi chiedono di entrare; entrano, senza dare traccia particolare della loro Costituzione in un
riferimento europeo.

Siamo negli anni ottanta, abbiamo una progressiva costituzionalizzazione del Sistema Europeo ad opera
della Corte di Giustizia.

La Corte non esita a dire che i Trattati sono la Carta Costituzionale dell’Unione Europea e non esita a
dettagliarne le caratteristiche.

Le Corti Costituzionali tentano di porre delle condizioni per interagire con questo nuovo Sistema
costituzionale.

Noi non guardiamo tutto questo aspetto, fatto dalle Corti Supreme, ma sappiamo che c’è.

Se fino ad adesso le Costituzioni non sembrano reagire, il punto di svolta è Maastricht, il punto di svolta è
nell’integrazione europea e le Costituzioni ne prendono atto. Intervengono con delle modifiche
costituzionali importanti.

Il diritto di voto alle Comunali, per i cittadini europei, pone alle Costituzioni degli Stati Membri domanda di
aggiustamento.

Altri Stati, tra cui l’Italia, decidono di proseguire senza toccare la loro di Costituzione.

Questo trend, oramai consolidato, perché negli Stati che aderiscono subito, dopo il Trattato di Maastricht,
ci sono l’Austria, la Svezia e la Finlandia e si procede a modificare la Costituzione, la Svezia mettendo un
controlimite.
Siamo alla fine degli anni 90, e arriviamo a quello che è il momento Costituzionale Europeo.

Il momento Costituzionale, la possibilità di una grande svolta di natura costituzionale è dato soprattutto
dalla proposta del Trattato Costituzionale Europeo.

Davanti a questa proposta, che noi sappiamo fallire, ci si aspettava che gli Stati prendessero atto all’interno
delle loro Costituzioni, devono a questo punto collegarsi con il sistema costituzionale anche nella forma e
non solo nella sostanza e invece, tutti gli Stati, prevedono la normale procedura che era in precedenza
prevista per i normali Trattati Europei.

Questo allunga i tempi e quindi sorge un dubbio, che dietro la scelta Costituzionale ci fosse la vera scelta
che era l’allargamento ad Est.

L’allargamento ad Est era il compimento dell’idea con cui era nata l’Europa e dietro alla richiesta di un
numero cospicuo di Stati dell’Est vi fu consenso unanime perché accoglierli voleva dire non tradire il senso
d’Europa.

In questo momento ci si aspettava che il dibattito sull’idea d’Europa riemergesse con forza, era
un’integrazione, un momento epocale, si pensi che solo i Paesi di Visegrad, aggiungendoli, il Mercato
Comune esistente in Europa veniva raddoppiato, quindi anche nelle materie più tecniche, era uno
sconvolgimento introdurre, assimilare questi Stati.

E poi erano Stati che non chiedevano di essere semplicemente inseriti in un’economia, non era quello il loro
interesse, l’interesse era la politica estera, la Casa Europea, avevano delle aspettative forti.

Le Costituzioni non sono state più toccate se non, come in Italia, per necessità di adesione al Fiscal Compact
del 2016.

Questo non ci dà un’idea di Europa, le clausole inserite sono piuttosto generiche, Maastricht ha portato gli
Stati ad inserire qualcosa di più preciso.

E’ stato dato, in un certo senso, carta bianca all’Europa e forse, in questo senso, corrisponde alla lettura del
processo costituzionale europeo degli anni ’80.

In un processo permanente di costituzionalizzazione, una Costituzione che muta, quindi queste clausole
potrebbero essere lette così ma, forse, più cinicamente la Costituzione ha preferito lasciarli nell’ambito
ultimo dei Trattati Internazionali e sui generis.

E che le riforme in Europa si fanno tramite decisioni della Corte e non col dibattito costituente.

Prospettive costituzionali: il futuro della sovranità popolare


Marco Revelli, Università del Piemonte Orientale
Sono confuso e incerto, è giusto dire il futuro della sovranità o non sarebbe meglio dire la sovranità del
futuro? E’ un problema di sostanza, se ci interrogassimo su cosa possa essere questo futuro, la risposta,
temo, non potrebbe che essere secca e negativa.

La sovranità come assunta nel suo significato originario e molti successivi spostamenti semantici, compresa
quella popolare, la sovranità non ha futuro, perlomeno non ha un futuro fausto.

Se invece volessimo assumere la sovranità del futuro, dovremmo prepararci ad un lavoro


straordinariamente impegnativo di ridefinizione concettuale tale è la complessità delle variabili in gioco
chiamate a configurare il quadro di un nuovo possibile concetto di sovranità, adeguato allo stato del mondo
che ci aspetta, qualche figura che già adottiamo.

Variabili giuridiche e politiche, tecnologiche e filosofiche se a termine filosofiche vogliamo attribuire


l’accezione di domanda di sempre.

Perché dico che la sovranità non ha futuro? E si potrebbe aggiungere non ha nemmeno un passato
prossimo perlomeno nell’accezione paradigmatica del termine sovranità.

Nel dizionario di politica, curato da Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, alla voce sovranità si legge che
“Essa indica il potere di comando, in ultima istanza di una Società politica e la traduzione letterale latina
Potestas superiorem non recognescentes poteris nullius est”.

Era la prerogativa del Rex Imperator in regno suo, dopo il doppio sfondamento la doppia destituzione degli
altri poteri, verso l’alto i poteri universali del Potere dell’Impero della Chiesa e i poteri verso il basso i Poteri
delle autonomie delle microsovranità territoriali.

Era la sintesi del processo di accentramento e centralizzazione che faceva dello Stato e della sua
incarnazione, nella persona del Sovrano, l’unico ed esclusivo soggetto nella politica, la plenitudo potestatis
cioè il potere esclusivo omni competente e omni comprensivo.

Questo risiede in una moltitudine in democrazia, una minoranza in aristocrazia o in un solo uomo in
monarchia.

Tale potere è per teco e indivisibile e si sostanzia oltrechè nell’attributo fondamentale nel monopolio della
legislazione, rispetto alla quale il titolare della sovranità è solutus del diritto esclusivo di decidere della pace
e della guerra, di battere moneta, di esercitare la giurisdizione suprema, di imporre tributi.

E’ evidente che se assunto in questa definizione primaria assoluta il concetto di sovranità, avrebbe ragione
chi pensa che sia un relitto moderno (Ferraioli) all’interno, il quale si è dissolto all’interno con l’affermarsi
del costituzionalismo e degli Stati Costituzionali perché le Costituzioni, in quanto tali, imitano il potere dello
Stato.

E dovrebbero scomparire all’esterno, a causa della sua contraddizione, con cui diritto non si può dare; il
Diritto Internazionale, se si concepiscono le Relazioni Internazionali, nel quadro di uno stato di natura in cui
i soggetti, ma tali, ognuno in parte propria, si confrontano anarchicamente, si configurerebbe un’antimonia
irriducibile tra sovranità e diritto.

Neppure se assegnata a quel soggetto, tipicamente democratico che è il popolo, la sovranità strettamente
intesa, potrebbe sopravvivere alla prova del progresso civile e tecnico, infatti il successivo uso del termine
sovranità, con la fine dell’assolutismo, ha dovuto attenuare la propria pregnanza, purezza e accettare la
mediazione della complessità tipica del moderno, coniugata ormai stabilmente con l’aggettivo popolare che
ne è oggi il solo predicato, il solo a renderla compatibile con la democrazia.
La sovranità si colloca consapevolmente all’interna di una complessa rete di interazioni, tra norme,
istituzioni, pesi e contrappesi nel quadro di un’effettiva divisione dei poteri ed una programmatica tutela da
i crimini.

Nell’ambito di una siffatta teoria della sovranità, ristretta o relativa, essa si configurerebbe come una sorte
di funzione di ultima istanza di legittimazione più che una connotazione sostantiva di un monocratico
potere.

Credo di poter dire che in questo senso la nostra Costituzione configura o riconfigura il concetto di
sovranità popolare inserendolo in una costellazione di poteri e funzioni interdipendenti, un gioco sistemico
e complesso che ne ridetermina i ruoli e ne ridimensiona l’esclusività assoluta.

Questo, sin dall’Articolo 1. Un vero capolavoro in cui l’indicazione è perentoria del titolare della sovranità
“appartiene al Popolo”.

E’ affermata al secondo comma in posizione sistemicamente interdipendente e gerarchicamente


subordinata con i due principi valori, quello che i costituzionalisti chiamano principio democratico e
principio lavorista, formulati nel primo comma “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro”.

Tre elementi, dunque, una forma di Governo democratica, un fondamento, il lavoro e una titolarità, il
popolo sovrano, che si potenziano e insieme si delimitano reciprocamente.

Così come non può dirsi sovranità popolare senza democrazia in cui il popolo esercita la propria sovranità,
allo stesso modo il popolo non piò darsi democrazia senza il riconoscimento di quel fondamento essenziale
della cittadinanza cioè nella piena titolarità dei diritti che è il Lavoro.

Fattore suscettibile di collocare il popolo come sovrano fondamento, come legittimazione della sua
funzione sovrana, non il sangue, non la discendenza ereditaria, non il censo ma la partecipazione attraverso
l’attività lavorativa in qualunque ruolo, funzione, subalternità, autonomia e così via; alla creazione del bene
comune, alla creazione della ricchezza collettiva.

E insieme l’elemento sostantivo della sua definizione della possibilità di sottrarre il concetto di popolo alla
sua astrattezza.

Il popolo qui inteso come sovrano e il popolo lavoratore è lui l’entità collettiva che, con la propria vita,
attiva, fonda la comunità nazionale e, per questo, non si limita a costituire l’entità da cui la sovranità
emana, ma il soggetto a cui la sovranità appartiene.

Il soggetto collettivo, come si legge nel testo definitivo, a sancire il radicamento sociale della sovranità e
l’origine sociale della sua legittimazione.

Era quel circolo virtuoso che teneva insieme tutte e tre le famiglie dei diritti, civili, politici e sociali.

Quel circolo virtuoso a costituire quel tratto di novità, il fascino della nostra Costituzione a porla sul fronte
avanzato del tempo, a renderla nuovissima, capace di inaugurare il tempo nuovo della storia, allora ancora
embrionale e insieme a rilegittimare quel termine, altrimenti obsoleto, consunto, che era appunto la
sovranità, rianimandola di energie nuove.

Sulle norme di quel novum che uomini che avevano ben saldo in testa come fosse una filosofia della storia,
come questa trovi nel Diritto una propria conferma o smentita, salutavano quel passaggio costituzionale
come un’apertura al futuro.

Lelio Basso si lasciò andare al pronostico che i margini della democrazia, per il tempo a venire, si sarebbero
ancora sostanzialmente ampliati.
Calamandrei che, pur deplorando l’incompletezza della Carta e l’ampiezza delle forze che si opponevano
alla sua attuazione, si era lasciato convincere dalla citazione dantesca propostagli da Togliatti che invitava a
paragonare loro costituenti a quel che “Va di notte che porta il lume dietro a sé se non giova ma dopo se fa
le persone dotte”; pensava ai posteri e a conservare quei principi, anche quelli che allora apparivano meno
astratti e meno presidiati concretamente che diceva tra trenta o cinquant’anni saranno Leggi.

Oggi siamo a fare un bilancio diverso, non solo molti di quei principi fondamentali non si sono fatte Leggi,
pensiamo all’Art.3 “L’obbligo della Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza” o ai “Doveri
inderogabili di politica economica e sociale” dell’Art.2 o il “Dovere della Repubblica di promuovere le
condizioni che rendano effettivo il Diritto al lavoro” Art.4.

Non solo questo, ma lo stesso concetto di sovranità popolare solennemente affermato nell’Art.1, seppur
nella forma attenuata, che si è detto nella sua accezione da modernità compiuta e uscito pesantemente
lesionato, quel concetto, nel passaggio di secolo.

Dal passaggio dal moderno al postmoderno e questo per un intrinseco cedimento strutturale di natura
politica e anche tecnologica e, con esso, sono stati lesionati anche gli altri due pilastri del nostro Ordine
Costituzionale, la forma di Governo democratica e la centralità del lavoro.

Tre sfide alla quale deve rispondere la sfida della sovranità soprattutto la sovranità del futuro.

Una sfida politica, una sfida sociale e una sfida tecnologica.

-La sfida politica

Cioè la questione della democrazia, della sua crisi, del suo possibile futuro.

Scrivendo che la sovranità appartiene al popolo, il Costituente ha incardinato la sovranità, il particolare tipo
di democrazia, delineato con precisione nella seconda parte della Carta, un modello di democrazia
rappresentativa di tipo parlamentare, quello cioè in cui il Parlamento è un Istituto sovrano, titolare
fondamentale per l’indirizzo politico, in quanto rappresentanza diretta della volontà popolare, pluralistica e
partecipativa che individuava come metodo come mezzo prioritario di articolazione e formazione del
consenso popolare la forma Partito.

In sostanza una democrazia di partito, una democrazia rappresentativa di partito, intendendo questo
ultimo, il partito, come organo contemporaneamente della società politica e dello Stato Istituzione.

Anzi, cerniera privilegiata tra l’una e l’altro.

Ora, se un dato appare evidente, è la crisi della forma Partito e, con esso, il meccanismo della
rappresentanza. La sofferenza prima e poi lo svuotamento dei tradizionali contenitori del consenso politico,
all’interno di un processo, di una progressiva liquefazione dell’elettorato, di una strutturale fibrillazione e
alla mobilità di esso che ha finito per travolgere le consolidate identità dipotomiche di destra -sinistra
progressisti – conservatori e le stesse politiche vincolanti.

Le ragioni sono sia culturale, la cosiddetta crisi delle ideologie, tanto decantata, tanto devastante, si è
soprattutto strutturata l’esaurimento del modello organizzativo, burocratico, weberiano, se si preferisce
fordista, basato su un altro grado di formalizzazioni normative, forme tipiche del paradigma nazionale a
sistema chiuso rispondenti al principio della razionalità strategica e della pianificazione di medio e lungo
periodo; sostituiti all’opposto da norme flessibili a sistema aperto giocate da razionalità limitate occasionali,
occasionalistiche da “cestino della spazzatura”.

La politica intercetta risorse, casualmente le utilizza al di là delle cause è certo che gli effetti di queste crisi
sono incontestabili.
Un dato recentissimo, rapporto del Cise, segnala che tra il 2008 e il 2018 in Italia i soli Partiti di centro-
destra e centro-sinistra hanno perso diciotto milioni di voti in favore di Partiti nuovi o antisistema o a favore
dell’astensione, un esito definito apocalittico ed epocale.

Alle elezioni del 4 marzo 2018 Partito Democratico e Forza Italia, le ali nazionali delle principali famiglie del
Parlamento Europeo, hanno entrambi toccato i minimi storici, hanno ottenuto, sommati, meno voti del
Movimento 5 Stelle che si definisce un “non Partito”.

Non vanno meglio, nel resto d’Europa, le famiglie politiche Socialiste e Popolari; questo significa che la
democrazia del futuro dovrà verificare se essa sarà ancora compatibile senza la fin ora costitutiva
strumentazione della forma Partito, se sia possibile una democrazia senza Partiti o addirittura senza
nessuna forma di organizzazione del consenso, sfida non certo garantita in partenza come vincente e di
conseguenza se sia possibile riarticolare una qualche forma di sovranità popolare in futuro al di fuori di una
qualche forma di democrazia rappresentativa.

-La sfida sociale - ovvero questione del lavoro

Nell’ultimo ventennio del secolo scorso, il secolo che era stato definito quello del lavoro, il lavoro ha subito
una sconfitta storica nel pieno del passaggio dal paradigma fordista al post-fordismo, che aveva connotato il
novecento.

Il lavoro non ha perso solo reddito e diritti, ha visto dissolversi il proprio stato di soggetto, la propria
rilevanza pubblica, la propria soggettività e quindi la cosa ha acquisito un’attenzione costituzionalmente
rilevante.

Le dimensioni materiali del fenomeno sono impressionanti, supposto che le si voglia vedere.

Una ricerca del 2007 ha dimostrato che dagli anni ottanta nei Paesi Ocse la ripartizione del Pil tra salari e
profitti si è costantemente spostata dai primi ai secondi fino a raggiungere una media oscillante tra gli otto
e i dieci punti percentuali di Pil, sono una cifra enorme.

Per l’Italia lo spostamento di otto punti del Pil equivale a circa centoventi-centotrenta miliardi applicata al
2005.

Una cifra enorme che si è spostata dai salari ai profitti delle Imprese e delle Banche, una cifra che se la
ripartizione sociale fosse rimasta quella degli anni ottanta, sarebbero rimasti nelle buste paga dei lavoratori
circa seimila euro all’anno in più.

Una cifra che è passata agli azionisti, in parte reinvestita, spesso rigiocata sui mercati finanziari.

E’ comparsa la figura, del tutto anomala nel ‘900 del Workins Poor, lavoro povero; la persona che, pur
lavorando, è povera.

Il posto di lavoro che non garantisce, la possibilità di vivere in modo dignitoso, Art.36.

L’ultima nota dell’Istat ci dice che i cittadini in Italia, in povertà assoluta, sono 5.058.000, quasi l’8% .;
percentuale che sale al 12% tra gli operai e assimilati.

Sono il 12% delle famiglie operaie, in povertà assoluta e quasi il 20% delle famiglie Trade Winner e operai.

Uno su cinque versa in condizione di povertà relativa. Ha una capacità di spesa mensile inferiore la metà
della media nazionale.

Non solo il reddito, il potere di acquisto segnala questa caduta, la qualità del lavoro, la sua struttura interna
di degrado e scomposizione.
Il lavoro si è precarizzato in misura crescente.

In Italia oggi quasi 3.000.000 di disoccupati a cui aggiungere un gran numero di contratti di lavoro a tempo
determinato 2.000.000. A tempo pieno 900.000, part-time 300.000 contratti di collaborazioni , contratti a
tempo indeterminato part-time 2.680.000. Autonomi part-time 722.000.

Questo gruppo di persone occupate ma cin prospettive incerte, circa la stabilità dell’impiego con
retribuzioni contenute ammonta a 6.500.000 unità, e porta l’area del disagio sociale a circa 10.000.000.

Viene in mente “L’uomo flessibile” che nel titolo originale è traducibile nella corrosione della personalità.

Come è possibile mantenere obbiettivi a lungo termine in una Società a breve termine? In che modo
possono essere conservati rapporti sociali durevoli, come può un essere umano sviluppare l’autonarrazione
e l’identità e la storia della propria vita in una Società composta di episodi e frammenti “le condizioni di
lavoro e di economia si alimentano di esperienze che vanno alla deriva nel tempo da un posto all’altro da
un lavoro all’altro”.

Il capitalismo a breve termine minaccia di corrodere il carattere e in particolare i caratteri che legano gli
essere umani fra di loro e li dotano di una personalità sostenibile, come possiamo mantenere una
definizione del predicato nominale della nostra sovranità, cosa possiamo dire che consiste in quel popolo
che aggettivato qualifica appunto la sovranità popolare se il legame sociale fondamentale si logora e si
perde? Se il fattore di connessione scompare? Chi è il titolare di quella sovranità se quell’aggettivo perde di
consistenza e in qualche misura di senso perché il suo aggregante non c’è più o si è fatto talmente labile,
liquido da non farne più nessuna identificazione? Chi è il popolo non cosa è il popolo, semmai una domanda
ha avuto una qualche speranza di risposta, oggi mi pare averla smarrita.

-La sfida tecnologica

Le sintetizza un po’ tutte, politica, filosofica e giuridica.

E’ la sfida più impegnativa perché investe direttamente il nostro oggetto di riflessione, il ruolo
costituzionale, la possibile effettività del concetto astratto di sovranità popolare e la pensabilità nell’epoca
degli sfollamenti dei confini, di tutti i confini, dei confini esteriori della geografia politica e dei confini
interiori che distinguono noi come soggetto dal contesto in cui siamo immersi e dal mondo delle cose degli
altri esseri viventi.

Mi limito ad un esempio di questa crisi, crisi del concetto di sovranità popolare; a volte esistono notizie che
sintetizzano il concetto che qualificano un’epoca.

E’ un fatto apparentemente marginale di cinque anni fa, marzo 2013. Svolte le politiche in Italia non è uscita
una maggioranza, tutti si interrogano su come si sarebbe ricomposto l’equilibrio politico in Italia. Il PD aveva
avuto una non vittoria, il Movimento 5 Stelle un successo considerato straordinario. Gli investitori
internazionali erano preoccupati che non nascesse una maggioranza e Mario Draghi, a conclusione di un
Summit della BCE tenne una conferenza stampa in cui lanciò un messaggio preciso, disse “state tranquilli, la
politica economica italiana è sotto controllo perché abbiamo il pilota automatico e quindi il risultato
elettorale non sarà in grado di modificare i fondamentali di quel rischio”; quella era una pietra tombale su
un concetto di sovranità e metteva il dito esattamente sui due grandi crolli che stavano alla base della crisi.

La dimensione spaziale e la dimensione temporale, nell’epoca in cui i confini della sovranità si sono fatti
labili e lo spazio dell’economia si è disfatto.

Più di quello della politica in cui le decisioni sono decisioni rapide, viaggiano alla velocità della luce sulle reti
a fibre ottiche, quel concetto rischia di essere travolto; in fondo, quando noi parlavamo di sovranità
popolare, la distinguevamo dalle altre due possibili coniugazioni del termine sovranità.
Sovranità statale, sovranità nazionale ma sapevamo che tutte e tre facevano riferimento ad uno stesso
spazio; alla stessa estensione spaziale, quella del territorio nazionale delimitato dai confini, lo Stato
Nazione.

Quella sovrapposizione è stata travolta e sempre più impervio parlare di sovranità statale, dello Stato
sovrano, dello spazio liscio della globalizzazione, dei flussi ad ampio raggio e del contesto, della
moltiplicazione delle Agenzie esterne dotate di potere regolamentare e normativo transnazionale.

Allo stesso modo come è impossibile parlare di sovranità nazionale nel momento in cui diventa difficile se
non impossibile, parlare di una cultura nazionale, persino di una lingua nazionale, nell’epoca della
contaminazione globale dei linguaggi e delle culture.

Naturalmente è difficile parlare di un carattere nazionale mentre sulle reti a fibre ottiche WWW la
comunicazione circola velocissima, vediamo l’uomo spaesato, smarrito che ha smarrito il proprio ruolo e
non si riconosce più neppure nel contesto che ha sempre abitato perché è cambiato più velocemente di lui;
il rischio che questa metamorfosi, il rovesciamento di tutti i valori sotto il battito dell’onda post-moderna,
resistano solo i risentimenti, le emozioni, come nelle fasi di decadenza quando si vive nella percezione di
una fine d’epoca, saltano i criteri che incardinavano il sistema, avanza l’irrazionale, il pensiero
antiscientifico, l’eresia che nega il mondo, così com’è, promettendo la salvezza e la redenzione soltanto
nell’aldilà, già se ne vedono i segnali, in un censo politico, allude alla crisi di un’umanità popolare e capace
di efficacia, risponde al richiamo primordiale, all’idea originale.

Questo ci dice che non saranno i sovranisti a salvarci dalla crisi della sovranità popolare.

Potranno anche peggiorare le patologie cui stiamo assistendo perché, immettere ulteriori tossine,
introdurre ulteriori corti circuiti, vedo la caduta dell’umanità.

Se si può provare a immaginare una sovranità del futuro, dovremo immaginarla come una sovranità capace
di infinite contaminazioni.

Sovranità capace di vivere all’apertura, agli stimoli e ai contributi di un universo che si è infinitamente
ampliato, una sovranità che sappia macchiarsi con l’umanitas, anziché favorire le potentissime immissioni
di immano che ci caratterizzano.

-Quale futuro per il lavoro e la Costituzione del lavoro?


Mario Dogliani, Università di Torino
Questo Seminario si sta definendo non solo come luogo di Scienza ma anche come luogo chiarificatore.

Io mi sento di poter dire che sono un continuista, nel senso che trovo che molte discontinuità proclamate
dichiarate, richieste siano in realtà artificiose. Artificioso comunque superabile, non tale da essere
enfatizzato; mi riferisco, per esempio, alla distinzione di Giuristi orlandiani e preoorlandiani e così
drammatico?

Stamattina è stato citato Bruniati, allora Bruniati è uno che non capisce pressochè niente perché solo da
Orlando in poi, solo perchè è stata una presa di coscienza del Giurista.

Tutto sommato mi sento un erede anche di Bruniati, non solo della scuola italiana di Diritto Pubblico.

Un problema che mi pongo è come conciliare il sonno di questa mia simpatia per la scuola italiana di Diritto
Pubblico. Vista in continuità con i suoi predecessori, con un’idea profondamenteartificialistica e
volontaristica che ho della Costituzione e del Diritto.

La Costituzione del futuro è stata benissimo descritta questa mattina con parole di Togliatti.

A me pare che quel momento costituente sia stato davvero grandioso.

Poi ho trovato una soluzione a questo problema, ho sentito dei Colleghi dire che Togliatti era il primo allievo
di Orlando, prima non lo sapevo.

Il primo Costituente (il migliore?): Questo mi ha tranquillizato.

Voi sapete che a Vittorio Emanuele Orlando fu concesso l’onore di intervenire dopo approvata la
Costituzione, chiude i Lavori con un discorso con cui rivendicò la sua appartenenza alla scuola italiana di
Diritto Pubblico, con quella scuola che vede nella Costituzione una costruzione che si nutre nella
terra, dei succhi della terra, dell’aria, della luce e del vento e quindi contestava la Costituzione come atto
cerebrale, però poi concluse con una frase “la soma si aggiusta mentre l’asino cammina”, come dire la
Costituzione può contenere dei difetti però mentre l’asino cammina…..

Comunque io devo conciliare queste anime un po’ discordi.

L’altro punto che vorrei sottolineare è il progressivo scolorirsi della stessa parola “popolo”.

La parola popolo, nella tradizione era una parola buona, non per nulla la sovranità è stata attribuita al
popolo, il popolo come portatore di Bene e di Saggezza.

Ultimamente prevale un’idea del popolo come soggetto temibile o addirittura disprezzabile; sappiamo
benissimo che il popolo non è un concetto etnico, è un concetto politico, quindi il popolo è ciò che si vuole
che sia il popolo.

Ci sono delle frasi contro il popolo di Gramsci che sono terrificanti a leggersi adesso.

Quindi il popolo è una costruzione artificiale , è una costruzione artificiale culturale, politica etc.

Però ho trovato conforto in due frasi, una di Pascal e una di Dostoevskij. Dostoevskij è più cattivo; i quali
sospettavano la stessa cosa e cioè che la vera disgrazia sia la semiscienza, cioè quelli che sono infarinati di
qualcosa ma non hanno approfondito ma mettono in soqquadro il mondo, sostengono loro, la vera scienza
consiste nel partire dalle conoscenze popolari.

Compiere l’intero cerchio della scienza, dell’approfondimento scientifico dopodichè ritorni alle conoscenze
popolari, in un modo più consapevole, ricco.

Mi sembra molto bella , ti invita a fare in modo di attraversare tutti i territori della scienza, per arrivare ad
avere una percezione critica e più approfondita di quello che è il senso comune.
Il concetto di senso comune è stato molto importante nelle Scienze sociali, noi facciamo un po’ finta di
niente, diciamo la verità, usiamo la parola popolo in modo impreciso. Per questo critichiamo l’ammissione
banale di popolo, non possiamo dire che i sentimenti popolari, i bisogni popolari sono qualcosa di vuoto.
Sarebbe impossibile recidere queste radici.

Rispetto alla visione della sovranità, oggi della sovranità torna a venire in primo piano, più che l’elemento
del Rex Imperator in Regno suo, si percepisce che la sovranità deve soprattutto rispondere al suo
tradizionale bisogno, che cercava di rispondere e che è un po’ stato messo da parte di facedure dell’unità
politica.

Se mi chiedo chi è il sovrano non mi viene in mente che il sovrano è colui che ha il potere, mi viene in
mente quello che ha il potere di costruire un corpo politico. E quindi, tanto per essere chiari, l’ultima
manifestazione di sovranità è quando c’era l’Arco Costituzionale, perché si pensava che contenesse la vita
pubblica e ne contenesse anche il surplus.

Il regno dei partiti costituenti che garantivano unità politica e garantivano il suo sviluppo.

Adesso siamo in assenza di questo.

Vi leggo una frase di VITTORIO Emanuele Orlando, scitta nel 1910 “Lo Stato contemporaneo è
essenzialmente uno Stato poco temuto in nessuna epoca, come nella presente, lo Stato ha avuto dai suoi
cittadini altrettanti creditori e così molesti, così arroganti, così inesorabili ogni giorno, è una cambiale che
scade, si protesta con violenza, non scompagnata da villania, gli individui e collettività premono, stringono,
urlano, chiedono con minaccia, accettano con disprezzo, sono individui che covano, proclamano propositi di
folli ribellioni tra l’indifferenza se non dell’indulgenza dell’universale, sono collettività che pur di conseguire
il loro interesse, non esitano a ferire a morte”.

Orlando si comporta come un gentiluomo seccato mentre erano gli anni del 1910, gli anni del sindacalismo
integrale, del sindacalismo salviniano.

Questo brano mette in evidenza aspetti di disgregazione e lo stesso Orlando poi si pone un problema, come
organizzare lo Stato, creare un qualcosa che produca unità d’azione facendo affidamento non solo sulla
forza ma nelle menti ideali che discende nel cuore delle moltitudini e le conquisti con il sentimento.

Il problema è la creazione dell’unità politica, da questo punto di vista questo nostro Seminario è molto ben
costruito, molto giusto mettere in relazione il 1917, settantesimo dello Statuto con i 70 anni della
Costituzione perché siamo in una situazione molto simile a quella.

Gli economisti sottolineano la somiglianza dei nostri anni e gli anni ’30.

I Costituzionalisti dovrebbero sottolineare la somiglianza di questi anni e appunto gli anni precedenti alla
grande guerra.

Che cosa si può dire a questo proposito e a proposito anche del secolo del Lavoro che la crisi dello Stato
moderno interpretata da Santi Romano del 1909 era la crisi determinata dall’insorgenza del sindacalismo
che, come lui dice “sindacalismo integrale”.

Sicuramente il sindacalismo operaio o il sindacalismo del pubblico impiego che allora creava tanti problemi,
l’Associazione dei Magistrati e poi, con questa espressione di sindacalismo integrale con una evidente, non
dico simpatia, Santi Romani che era gelido, però c’era evidente una sottolineatura molto insistita del
problema del superamento dello Stato liberale nella direzione di un non ben definito Stato corporativo.

Questo è il dubbio, lui il problema della popolazione lo vuole centrale però dice anche che c’erano problemi
sulla formazione delle Costituzioni e quindi si prendevano principi dottrinali. Vuole costruire uno Stato
moderno. Dice dobbiamo costruire nuovi edifici e non sappiamo come saranno i nuovi però la solida
architettura dello Stato moderno continuerà.

Bisogna che si ammetta che negli anni che hanno preceduto il 1922 e che l’hanno seguito sino al ’26 sino al
discorso del Bivacco, dopo l’omicidio Matteotti, i grandi nobili del liberalismo erano tutti a favore delle
destre, Croce, Salvemini, Einaudi. Croce invitò a votare la fiducia a Mussolini. Amendola si era astenuto
sulla votazione della Legge Acerbo.

Lo dico perché facciamo uno sforzo per capire come attraversare i momenti di crisi e mettere a fuoco che
cosa sta succedendo.

E’ significativo che sia Croce sia Santi Romano usavano la parola “sereni”, pensavano di poter controllare,
imbrigliare il fascismo e di poter tornare rapidamente alla vita Costituzionale.

Veniamo al problema del lavoro più ravvicinato. Il grande cambiamento è che mentre il lavoro era
considerato un dato di cultura che aveva bisogno di emancipazione e di tutela.

Nella Società contadina tutti lavoravano, c’era tanta povertà ma tutti lavoravano, avevano una casa, un
pezzo di terra.

Quel lavoro è stato assunto come valore dalla Costituzione, oggi viene sostituito dalle macchine, un capitale
mobile.

Questo problema dell’automazione è un problema centralissimo che viene accantonato da molti che sono
affascinati dal progresso, dal riammodernamento, dall’automazione.

E’ vero che bisogna introdurre tecnologie nuove, riammodernare, però altro è dire che l’attenzione va posta
su questo, altro è dire che il lavoro sta diminuendo.

Molti Economisti, anche progressisti, sono criticabili.

Cosa significa il sottolineare l’avvento dell’automazione, significa sottolineare l’espulsione di esseri umani.

Infatti si parla di scarti, addirittura, e non si parla più di bisogni umani; si parla di scarti, di espulsi ma questi
scarti e gli espulsi, che fine faranno? E’ certo ed è un fatto che siano oggetto di politica genoicidiari.

Negli Stati Uniti la prima causa di morte dei maschi adulti è l’uso di oppiacei.

Questa massa di espulsi viene ghettizzata attraverso le fesserie dello spettacolo, ubriacati di queste cose,
ubriacati di droga.

Poi basta che un liberale scriva un libro sul reddito di cittadinanza e si parla solo di questo. Il libro sarà pure
bello e interessante ma il problema non si pone in quei termini.

Qual è il problema che oggi, secondo me, ed è un probelma costituzionale, questo crollo del bisogno umano
che ha comportato il crollo della solidarietà operaia e questo ha portato al crollo delle tutele del mondo del
lavoro e tutto il lavoro.

Mentre i Costituenti parlavano del CCNL pensavano che tutti avrebbero avuto un salario minimo perché è
chiaro che chiunque lavora lo farà in un settore e quel settore ha un contratto di lavoro che stabiliva i salari
minimi e poi disciplinavano.

Cosa è successo? E’ successo che i Sindacati italiani hanno usato strategia per il loro potere di
contrattazione reciproca. Per cui la Giurisprudenza ha cercato di sopperire dichiarando inviolabili i minimi
sindacali. Ora i contratti CCNL non ci sono più o sono sempre di meno, ci sono Sindacati che firmano tutto e
Imprese che non aderiscono alle Associazioni imprenditoriali.
E non si fanno neanche le poche cose possibili, una caduta verticale, ritengo che il discorso del mercato non
possa essere un tema in cui il Governo resti estraneo, sono interventi in favore dell’uguaglianza ed è lo
Stato a doverli fare.

Oggi l’accento è sull’uguaglianza, qui sta il bisogno di Stato, non c’è nessun altro che possa portare qualche
correttivo a tutto questo.

Il problema non è più l’emancipare il lavoro che c’è, adesso il lavoro non c’è.

Fare in modo che siano costruite artificialmente quelle funzioni che il mercato non crea.

La perfezione umana si raggiunge col lavoro.

La Società ha bisogno dello Stato perché crei le condizioni perché la Società possa esistere, fare Società con
la politica.
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