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carlo trigilia

Dinamismo privato e disordine pubblico.


Politica, economia e società locali

Sommario

1. Le due facce dell’economia italiana 3


2. Il Triangolo industriale e la crisi della grande impresa 6
3. il fallimento del centro-sinistra 14
4. Vincoli «politici» alla crescita delle grandi imprese? 18
5. Le conseguenze economiche e politiche:
crisi delle grandi imprese e disordine pubblico 22
6. La Terza Italia e lo sviluppo della piccola impresa 27
7. La debole industrializzazione del Mezzogiorno 35
8. Uno sviluppo senza autonomia 45
9. Il neocorporativismo italiano 50
10. La ristrutturazione industriale e i suoi effetti territoriali 54
11. Il fragile sviluppo degli anni ottanta:
dinamismo privato e disordine pubblico 62

Storia d’Italia Einaudi


2 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Da: Storia dell’Italia repubblicana, vol. 2, La trasformazione dell’Italia: sviluppo e squili-


bri, 1. Politica, economia, società, Giulio Einaudi Editore, Torino 1995.

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C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 3

1. Le due facce dell’economia italiana.

Se si guarda allo sviluppo economico italiano degli ultimi decenni, si


resta colpiti dal carattere contraddittorio delle interpretazioni fornite
da osservatori e protagonisti. Da un lato, chi si sofferma sulle variabili
monetarie e finanziarie (svalutazione, inflazione, debito pubblico), e in
generale sulla politica economica, sottolinea l’esistenza di gravi ineffi-
cienze e ritardi rispetto alla situazione di altri paesi industriali avanza-
ti. Ma dall’altro lato, chi guarda alle cosiddette variabili reali (prodotto
lordo, investimenti, produttività, reddito, consumi) può far rilevare i
successi dell’economia italiana. Da questo punto di vista, la situazione
è stata in genere migliore di quella di molti altri paesi concorrenti.
Naturalmente, c’è del vero in entrambi i tipi di giudizio. L’Italia ha
compiuto un notevolissimo balzo in avanti in termini di sviluppo eco-
nomico nel secondo dopoguerra. Tra i grandi paesi industriali è quello
il cui prodotto interno lordo pro capite è cresciuto di più, dopo il Giap-
pone, negli anni dal 1950 al 1973. Nel periodo successivo ha poi man-
tenuto questo primato affiancando addirittura il Giappone (tab. 1).
L’Italia ha così raggiunto, alla fine degli anni ottanta, la Gran Bretagna
e si è avvicinata ai livelli di reddito dei paesi più sviluppati (fig. 1). Tut-
tavia, è anche vero che nello scorso ventennio il tasso medio di infla-
zione si è mantenuto superiore a quello degli altri paesi, così come più
grave è il deficit dei conti pubblici. La situazione per quel che riguarda
entrambi i fenomeni si è nettamente deteriorata a partire dagli anni set-
tanta (tab. 2).
La concomitanza di questi diversi aspetti che hanno caratterizzato lo

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4 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico
Tabella 1.
Stima dei tassi di crescita medi annui del prodotto interno lordo per abitante di alcuni paesi e
dell’Italia (valori a parità di acquisto).
Fonte: v. zamagni, Dalla periferia al centro, Bologna 1990, p. 57.
1913-50 1950-73 1973-88

Francia 1,0 4,1 1,8


Germania 0,7 5,0 1,9
Gran Bretagna 0,9 2,5 1,7
Giappone 0,5 8,4 2,8
Stati Uniti 1,6 2,2 1,4
Italiaa 0,9 5,2 2,8
Nord-Ovest 1,3 3,7
Centro-Nordest 0,8 4,4
Sud 0,5 4,3
a Il valore medio per l’intero periodo 1950-88 è 4,2.

Tabella 2.
Inflazione e disavanzo dei conti pubblici.
Fonte: oecd, Economic Outlook, 1992, n. 51.
Tasso medio di inflazione Avanzo/disavanzo
medio in % del Pila

1970-79 1980-88 1989-91 1972-79 1980-90

Italia 13,3 11,6 6,3 -9,5 -10,9


Francia 9,2 7,7 3,4 -0,7 -2,0
Germania 5,1 2,9 3,0 -2,2 -2,0
Gran Bretagna 13,2 7,3 7,7 -3,5 -1,8
Giappone 9,1 2,5 2,9 -2,5 -1,1
Usa 7,2 5,6 4,8 -0,9 -2,5
aI dati relativi al Giappone e alla Germania si riferiscono al prodotto nazionale lordo.

Figura 1.
Stima del prodotto interno lordo per abitante di alcuni paesi europei e dell’Italia in percentuale di
quello degli Usa nel 1950 e nel 1988 (valori a parità di potere di acquisto).

Fonte: Elaborazione su dati tratti da v. zamagni, Dalla periferia al centro, Bologna 1990, p. 57.

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sviluppo italiano fa sì che a seconda dei momenti e delle congiunture eco-


nomico-politiche si sottolinei l’una o l’altra faccia del nostro sistema eco-
nomico. Si potrebbe però forse acquisire una valutazione più equilibrata e
produttiva non limitandosi a contrapporre queste due facce, ma cercando
piuttosto di mettere a fuoco come si combinano e si condizionano a vi-
cenda. Questa è la strada che intendiamo proporre in questo contributo.
Per percorrerla proponiamo però di guardare non solo al «centro» e al li-
vello «macro», ma anche alle «periferie» e al livello «micro». In altre pa-
role, l’ipotesi che si vuole discutere è che le differenziazioni territoriali del-
lo sviluppo costituiscono un punto di riferimento privilegiato per com-
prendere la combinazione tra dinamismo privato e disordine pubblico che
ha caratterizzato l’esperienza italiana degli ultimi venticinque anni.
Che il disordine pubblico degli anni settanta abbia a che fare con il
conflitto sociale manifestatosi nelle grandi imprese, e con la necessità di
dare una risposta alle nuove domande politiche, è noto; forse meno esplo-
rato è però il legame tra questi fenomeni e la particolare concentrazione
della produzione di massa, che aveva caratterizzato la crescita degli an-
ni cinquanta e sessanta nel cosiddetto Triangolo industriale del Nord-
Ovest del paese. Da qui dunque partiremo per cercare le origini della di-
varicazione tra dinamismo privato e disordine pubblico. Dopo la scoperta
della Terza Italia, anche il contributo dello sviluppo di piccola impresa
del Centro-Nordest al dinamismo dell’economia italiana degli anni set-
tanta e dei primi anni ottanta è noto. Occorre però valutare meglio i pos-
sibili legami con ciò che accade al «centro» nelle scelte di politica eco-
nomica e sociale.
Se da un lato lo sviluppo di piccola impresa ha alimentato il dinami-
smo privato, compensando inizialmente – fino ai primi anni ottanta – la
grave crisi delle grandi aziende, dall’altro esso ha finito per sostenere,
paradossalmente, anche il disordine pubblico, rendendo meno necessa-
rio il cambiamento di quelle politiche permissive che alimentavano in-
flazione e deficit dello Stato. La ristrutturazione delle grandi imprese dei
primi anni ottanta ha tratto vantaggio da tali politiche permissive. E in
tal modo si sono anche mantenuti e accentuati meccanismi di redistri-
buzione consistenti, ma di natura assistenziale più che di sostegno allo
sviluppo, che hanno in particolare privilegiato la parte meridionale del
paese. Un «keynesismo perverso» ha dunque drogato lo sviluppo econo-
mico italiano degli ultimi decenni, spostando i costi sul futuro. Ma all’ini-
zio degli anni novanta – complice non irrilevante l’integrazione nel si-
stema monetario europeo – i nodi sono venuti al pettine. La crisi valu-
taria del 1992 ha messo brutalmente in evidenza le fragili basi su cui si
fondava la crescita del paese.

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2. Il Triangolo industriale e la crisi della grande impresa.

Abbiamo già notato che la divaricazione tra dinamismo privato e


disordine pubblico comincia a manifestarsi in forma più evidente nel
corso degli anni settanta. Naturalmente, questo fenomeno è influen-
zato dalle particolari modalità con cui era avvenuto il «grande svilup-
po» dell’Italia postbellica. Non possiamo qui ricostruire tali vicende,
ne richiameremo però quegli aspetti che occorre tenere presenti per
meglio inquadrare la crisi economica degli anni settanta. Il problema
da cui conviene partire è costituito dalla particolare virulenza che as-
sume in Italia la crisi delle grandi imprese industriali, specie tra il 1970
e il 1975. Come è possibile spiegare questo fenomeno? E quali conse-
guenze ne discendono per le politiche economiche e sociali adottate a
livello centrale?
Il tasso di crescita del reddito era stato particolarmente elevato nel
ventennio precedente, ed era stato sostenuto dalla vivace espansione
produttiva e occupazionale del settore industriale. Questo andamento
si interrompe bruscamente tra il 1969 e il 1973. Il prodotto interno lor-
do scende al di sotto della media dei paesi più industrializzati e cadono,
in particolare, la produzione, i profitti e gli investimenti. È noto che la
crisi non riguarda soltanto l’Italia, ma investe anche gli altri paesi. Tut-
tavia, come vedremo meglio più avanti, essa è più grave e prolungata
che altrove.
Vari fattori sono stati chiamati in causa per spiegare le difficoltà che
si manifestano nelle economie dei paesi industrializzati dopo la lunga fa-
se dello sviluppo postbellico. Un cambiamento rilevante, di natura strut-
turale, riguarda la crescente saturazione del mercato per i beni standar-
dizzati della produzione di massa. Questo modello produttivo, definito
anche «fordista», ha dominato la crescita degli anni cinquanta e ses-
santa. Esso si basa sulle grandi imprese che sfruttano le economie di sca-
la nella produzione di beni standardizzati, impiegando manodopera a
relativamente bassa qualificazione con un’organizzazione del lavoro par-
cellizzata1. Si riducono dunque i margini di crescita della domanda per

1 Tra i primi lavori che hanno posto l’accento sulle difficoltà e sui cambiamenti del fordismo,
attirando l’attenzione su quest’aspetto, si veda m. piore e c. sabel, Le due vie dello sviluppo indu-
striale. Produzione di massa e produzione flessibile (New York 1984), Torino 1987. La discussione
sulle trasformazioni del fordismo si è molto sviluppata negli ultimi anni, si veda, per esempio, la
rassegna di r. boyer, Alla ricerca di alternative al fordismo: gli anni Ottanta, in « Stato e Mercato »,
1988, n. 24, 387-423. Tra i contributi più rilevanti: h. kern e m. schumann, La fine della divisio-
ne del lavoro? (München 1984), Torino 1991; w. streeck, Productive Constraints: on the Institu-
tional Conditions of Diversified Quality Production in id., Social Institutions and Economic Perfor-
mance, London 1992.

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la produzione di massa di beni di consumo durevole (automobili, elet-


trodomestici, macchine per ufficio, ecc.). A ciò si accompagna inoltre
un’accresciuta concorrenza internazionale, dovuta al peso più rilevante
non solo del Giappone, ma anche di altri paesi di nuova industrializza-
zione del Sudest asiatico.
Tuttavia, accanto a queste trasformazioni di lungo periodo, occorre
considerare altri fattori che sembrano aver inciso più specificamente sul-
le difficoltà economiche degli anni settanta. Non si tratta soltanto del
brusco aumento del costo del petrolio, che peraltro si manifesta solo a
partire dal 1973 con il primo shock dei prezzi, ma della ripresa della con-
flittualità industriale che investe molti paesi. L’estensione del fenome-
no rende plausibile l’ipotesi che esso abbia a che fare con il lungo e so-
stenuto sviluppo postbellico, e con il conseguente rafforzamento strut-
turale della classe operaia nel mercato del lavoro. È stato peraltro notato
come nei principali paesi europei questo fenomeno si sia accompagna-
to, nella seconda metà degli anni sessanta, a «fattori di frustrazione»
dei lavoratori, innescati da politiche di razionalizzazione a livello di fab-
brica che aumentavano i carichi di lavoro, e da interventi dei datori di
lavoro e dei governi tendenti a frenare la crescita salariale2. Questi in-
terventi si erano resi necessari proprio per far fronte alle condizioni di
accresciuta concorrenza tra i paesi industriali.
Quale che sia la combinazione tra i fattori di natura strutturale e con-
giunturale, è certo comunque che un’ondata di conflittualità industria-
le investe le economie dei paesi industriali, tanto da far parlare di una
2 d. sockice, Le relazioni industriali nelle società occidentali, in c. crouch e a. pizzorno (a cu-
ra di), Conflitti in Europa, Milano 1977, pp. 399 sgg.

Tabella 3.
Giorni di sciopero per 100 000 occupati.

Fonte: Adattamento da l. bordogna, La Conflittualità, in g. p. cella e t. treu (a cura di), Rela-


zioni Industriali, Bologna 1989, p. 285.
1986-73 1974-79 1980-85

Italia 113 901 78 522 36 708


Francia 17 986a 19 103 7 921
Gran Bretagna 47 707 50 417 41 974
Germania 3 795 4 525 4 186
Usa 57 662 42 786 –
Giappone 10 191 8 961 861
aEscluso il 1968.

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rinascita del conflitto di classe. Tuttavia, il conflitto è stato in Italia più


lungo e più intenso che altrove (tab. 3). Tra il 1968 e il 1973, i giorni di
sciopero per lavoratore sono stati più numerosi che negli altri paesi, e
circa doppi di quelli della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, due dei pae-
si industriali con i più alti tassi di conflittualità nello stesso periodo.
Inoltre, la dimensione degli scioperi (cioè il numero di partecipanti) è in
Italia nettamente più elevata di quella degli altri paesi.
Perché il conflitto industriale è stato così duraturo e radicale in Ita-
lia? Una prima risposta può venire dall’analisi delle modificazioni in-
tervenute nel mercato del lavoro3. Dopo la prima ripresa della conflit-
tualità industriale, verificatasi all’inizio degli anni sessanta, le grandi
imprese avevano avviato un intenso processo di ristrutturazione inter-
na e di riorganizzazione del lavoro. Per effetto di questo processo il mer-
cato del lavoro industriale era diventato più differenziato, e quello «cen-
trale», relativo alle grandi imprese, mostrava ora caratteri di maggiore
selettività rispetto alla fase precedente. La domanda si concentrava in-
fatti su fasce di lavoro giovani, prevalentemente di sesso maschile e con
un livello di istruzione di base. Ne risultava una minore disponibilità di
manodopera rispetto alla fase precedente, nonostante l’esistenza in mol-
te aree del paese (nell’agricoltura, nei servizi e nel Sud in genere) di con-
sistenti sacche di sottoccupazione. D’altra parte, la chiusura maggiore
del mercato del lavoro centrale è anche favorita dai costi crescenti dell’in-
sediamento nelle città industriali, su cui torneremo tra poco, e dal diffon-
dersi dell’istruzione4. L’effetto congiunto di questi fenomeni è dunque
quello di rendere più protetta la situazione degli occupati nelle grandi
imprese, attenuando la pressione dell’offerta di lavoro.
Se i caratteri del mercato del lavoro hanno certo influito sulla forza
delle rivendicazioni operaie, abbiamo però già ricordato come interventi
di riorganizzazione del modello fordista – con i relativi effetti sul mer-
cato e sull’organizzazione del lavoro – fossero stati intrapresi anche in
altri paesi, senza tuttavia condurre a conflitti cosi gravi e prolungati co-
me quelli che caratterizzano l’esperienza italiana. Per inquadrare meglio
tale situazione è allora plausibile far riferimento ad aspetti non stretta-
mente economici considerando, accanto alle modificazioni intervenute
nel mercato del lavoro, anche specifici fattori di debolezza istituziona-

3 Cfr. m. paci, Mercato del lavoro e classi sociali in Italia, Bologna 1973; id., Mercato del lavoro e
struttura sociale in un’ottica di lungo periodo, in La struttura sociale italiana, Bologna 1982, pp. 17-53.
4 Sul ruolo dell’istruzione nei cambiamenti del mercato del lavoro, oltre al lavoro di paci, Mer-
cato del lavoro cit., si veda lo studio di m. barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolasti-
co in Italia, Bologna 1974.

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le rispetto ad altri paesi. Ci si riferisce, in particolare, alla scarsa istitu-


zionalizzazione delle relazioni industriali e al ritardo delle politiche pub-
bliche di protezione sociale (Welfare State). In altre parole si può ipo-
tizzare che, a fronte di una rapida crescita della produzione di massa,
l’Italia disponesse di minori risorse istituzionali per far fronte alle do-
mande dei lavoratori. Da qui il carattere più radicale e prolungato del
conflitto sociale, con esiti più dirompenti per l’organizzazione econo-
mica. Questa prospettiva di analisi appare dunque di particolare utilità
per il nostro problema. Essa può essere però meglio fondata e argo-
mentata tenendo conto della particolare concentrazione territoriale del-
la produzione di massa in Italia.
La prospettiva territoriale ci mostra, anzitutto, che la conflittualità
è stata particolarmente concentrata nelle regioni di più antica indu-
strializzazione del Nord-Ovest (Piemonte e Valle d’Aosta, Lombardia,
Liguria), e soprattutto nelle grandi aree metropolitane del Triangolo in-
dustriale (Torino, Milano, Genova). Qui non solo gli scioperi sono sta-
ti più gravi, ma hanno coinvolto anche un più elevato numero di lavo-
ratori (tab. 4). In Piemonte, in particolare, le ore di sciopero per 100
000 occupati dipendenti sono state 1800, tra il 1969 e il 1973, contro
una media nazionale di 1100. Gli scioperanti per sciopero sono stati
1400 contro 1200, le ore perdute per scioperante 45 contro 33. Come
è possibile spiegare queste differenze?
Le aree del Triangolo erano quelle di più antica industrializzazione
e di maggiore presenza del modello «fordista», basato sulla produzione
standardizzata delle grandi aziende. Tale modello ha alimentato, negli
anni cinquanta e sessanta, il «miracolo economico» valendosi di alcune

Tabella 4.
Indicatori di conflittualità, 1969-73.

Fonte: istat, Annuario di statistiche del lavoro, vari anni.


A B C D

Nord-Ovest 1723 36,7 1274 36,8


Piemonte 1849 29,2 1405 45,0
Liguria 1387 78,4 665 26,6
Lombardia 1724 32,7 1483 35,5
Resto d’Italia 1217 32,6 1101 33,9

A = ore di lavoro perse per 100 000 occupati dipendenti.


B = numero di scioperi per 100 000 occupati dipendenti.
C = numero di scioperanti per sciopero.
D = ore di lavoro perse per scioperante.

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condizioni essenziali: tradizioni imprenditoriali e organizzative sedi-


mentatesi storicamente, a partire dalla prima industrializzazione del pae-
se alla fine del secolo scorso; un mercato internazionale in espansione
per la produzione di massa; un serbatoio di forza lavoro a basso costo
fornito dall’emigrazione meridionale; una situazione di debolezza e di-
visione delle organizzazioni sindacali. Tuttavia, proprio per effetto del-
lo sviluppo, si veniva a creare in un tempo relativamente breve – meno
di vent’anni – una elevata concentrazione territoriale di classe operaia
deprofessionalizzata e socialmente deprivilegiata.
Nel 1971, con una popolazione pari al 26 per cento di quella nazio-
nale, le regioni del Nord-Ovest producevano oltre il 40 per cento del
reddito nazionale e circa il 50 per cento del reddito dell’industria. La
crescita dell’occupazione industriale si era accompagnata, soprattutto
dopo il 1958, a consistenti flussi di immigrazione, provenienti in pre-
valenza dal Mezzogiorno. Tra il 1951 e il 1961 si contano nel Nord-
Ovest 1 100 000 immigrati, ma nei soli cinque anni del boom economi-
co (1959-63) arrivano 900 000 nuove unità, e tra il 1961 e il 1971 il sal-
do migratorio sarà pari a 1 000 000 di persone, che si sommano a quelle
del decennio precedente. Nel comune di Torino, nel solo 1961 arriva-
rono 60 ooo immigrati, e in tutto il Piemonte 231 0005. È evidente che
una pressione demografica così forte e concentrata nel tempo creò pro-
blemi molto seri dal punto di vista delle abitazioni, della crescita urba-
na, dei servizi sociali6. Alle difficoltà di integrazione dei nuovi arrivati
nella città industriale si accompagnavano peraltro i problemi di inte-
grazione nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica, che pro-
prio in quegli anni era investita dai processi di razionalizzazione di cui
abbiamo già parlato.
Nel 1961 il Nord-Ovest aveva il 48 per cento degli addetti all’indu-
stria e nel 1971 il 45 per cento. Maggiore era in queste regioni il peso
dei settori moderni (industrie metallurgiche, meccaniche, automobili-
stiche, della chimica e della gomma) rispetto a quelli tradizionali: in Pie-
monte era pari, nel 1971, al 61 per cento degli addetti all’industria ma-
nifatturiera, in Lombardia al 54 per cento e in Liguria al 68. Queste re-
gioni avevano inoltre il primato delle imprese di grandi dimensioni: gli

5 a. bagnasco, Torino. Un profilo sociologico, Torino 1988, p. 13.


6 Questi problemi furono segnalati da diverse ricerche condotte nei primi anni sessanta: cfr.
f. alasia e d. montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Milano 1960; g. fofi, L’immi-
grazione meridionale a Torino, Milano 1964; l. cavalli, Gli immigrati meridionali e la società ligu-
re, Milano 1964; m. paci, L’integrazione dei meridionali nelle grandi città del Nord, in «Quaderni di
sociologia», 1964, n. 3; f. alberoni e g. baglioni, L’integrazione dell’immigrato nella società indu-
striale, Bologna 1965.

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occupati in unità con più di 1000 addetti erano circa il 30 per cento (so-
lo in Lombardia la percentuale era più bassa). Considerando le imprese
con più di 250 addetti, oltre la metà della classe operaia si trovava in
contesti mediograndi (almeno per la situazione italiana)7.
Ma non era solo la presenza più consistente della classe operaia – e
al suo interno di quella di grande fabbrica – a caratterizzare la situazio-
ne sociale delle aree più industrializzate del Nord-Ovest. Il profilo com-
plessivo della stratificazione sociale era maggiormente influenzato dal-
lo sviluppo di tipo fordista. Ciò si manifesta, nel confronto con altre
aree, anche nel peso maggiore dei ceti medi dipendenti, soprattutto di
quelli legati all’industria e al terziario. Più limitata è invece la presenza
di quei gruppi di piccola borghesia indipendente, e in particolare dei
contadini, che caratterizzano ancora le altre grandi ripartizioni territo-
riali del paese8. D’altra parte, è stato mostrato con riferimento a un’area
tipica come quella di Torino9, come i processi di mobilità sociale si in-
treccino in questi anni con gli effetti dell’immigrazione. Così, la cresci-
ta di posizioni tecniche, impiegatizie o di controllo del lavoro operaio
(capi intermedi) sembra essere andata soprattutto a vantaggio delle clas-
si popolari di origine locale, mentre le posizioni più basse nel lavoro ope-
raio (o anche al di fuori della fabbrica) sono state ricoperte dai lavora-
tori immigrati.
L’Italia sperimentava in tal modo processi di modificazione della
struttura sociale che in altri paesi industrializzati si erano già manife-
stati. Due aspetti sembrano però marcare quest’esperienza rispetto a
quanto accadeva altrove: anzitutto la concentrazione territoriale e tem-
porale del fenomeno, e in secondo luogo il fatto che gli immigrati sono
soprattutto meridionali, e quindi sono cittadini a tutti gli effetti, nei ri-
guardi dei quali non è possibile applicare quelle discriminazioni in ter-
mini di status giuridico che hanno caratterizzato invece le politiche di
regolazione dell’immigrazione in altri paesi.
A fronte del consistente incremento della classe operaia «naziona-
le» nei grandi centri del Triangolo, le relazioni industriali versavano in

7 a. bagnasco, Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, Bologna 1977, pp.
214 sgg. Questo lavoro, che ha avuto larga influenza negli studi sullo sviluppo italiano, ha contri-
buito a mettere in luce le peculiarità territoriali dell’organizzazione economica, distinguendo tra
le regioni del Triangolo, a forte concentrazione di grandi imprese, quelle più arretrate del Sud, e
le regioni del Centro-Nordest a forte sviluppo di piccola impresa (la Terza Italia). Nei paragrafi se-
guenti ci serviremo di questa tripartizione per ripercorrere le vicende dello sviluppo dell’ultimo
ventennio.
8 a. bagnasco, Tre Italie cit., p. 249.
9 n. negri, I nuovi torinesi: immigrazione, mobilità e struttura sociale, in g. martinotti (a cura
di), La città difficile, Milano 1982.

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una situazione di scarsa istituzionalizzazione. Il tasso di sindacalizza-


zione complessivo nelle regioni del Nord-Ovest non raggiungeva pri-
ma del 1968 il 25 per cento (esclusi pensionati e disoccupati) e nell’in-
dustria i valori erano al di sotto del 20 per cento10. Gli iscritti ai due
principali sindacati (Cgil e Cisl) erano addirittura diminuiti tra il 1964
e il 1968. La contrattazione decentrata a livello aziendale si era diffu-
sa nell’industria soprattutto dopo il 1962-63. In quegli anni si era in-
fatti registrata una ripresa della conflittualità e dell’azione sindacale,
dopo la fase di debolezza e di divisione delle organizzazioni dei lavo-
ratori che aveva segnato il decennio precedente. Tuttavia, anche per
effetto della recessione economica della metà degli anni sessanta, la con-
trattazione aziendale si era poi sensibilmente ridotta. Dagli oltre 3000
accordi con 2,7 milioni di lavoratori coinvolti del 1963 si era scesi nel
1967 a 700 accordi con 500 000 lavoratori interessati11. In ogni caso,
erano soprattutto le strutture territoriali a essere implicate nella con-
trattazione, mentre il ruolo del sindacato in azienda restava molto li-
mitato. A livello nazionale, la nuova coalizione di centro-sinistra, che
vede la partecipazione del partito socialista, è caratterizzata da una mag-
giore apertura verso le organizzazioni sindacali, nel tentativo di coin-
volgerle negli esperimenti di programmazione e di politica dei redditi
che vengono prospettati. Si avvia così una pratica di consultazione che
resta però priva di effetti rilevanti sul piano delle scelte concrete di po-
litica economica e sociale, come mostra in particolare la politica de-
flattiva adottata nel 1963-64.
Accanto alla scarsa efficacia delle relazioni industriali come stru-
mento di mediazione dei conflitti sociali, occorre poi considerare le ca-
renze delle politiche sociali. Abbiamo già ricordato i gravi problemi po-
sti dall’immigrazione e dall’urbanizzazione nei centri industriali. La ri-
sposta delle istituzioni pubbliche è inadeguata, soprattutto sotto il
profilo dei servizi e della politica urbanistica e della casa. In effetti, in
termini di spesa sociale (in rapporto al prodotto interno lordo) già nel
corso degli anni sessanta la situazione italiana non era molto distante
da quella di altri paesi europei12. Il Welfare italiano si caratterizzava
però sotto due profili. Anzitutto, esso costituiva una variante molto

10 g. romagnoli (a cura di), La sindacalizzazione tra ideologia e pratica, Roma 1980, vol. I, pp.
101-2.
11 g. p. cella, La contrattazione collettiva, in g. p. cella e t. treu (a cura di), Relazioni Indu-
striali cit., p. 166.
12 m. ferrera, Il Welfare State in Italia. Sviluppo e crisi in prospettiva comparata, Bologna 1984,
pp. 45 sgg.

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C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 13

marcata del «modello continentale», tipico anche di altri paesi europei


come la Francia, il Belgio, e in misura minore l’Austria e la Germania.
In questo modello i trasferimenti monetari alle famiglie sono netta-
mente prevalenti rispetto ai consumi pubblici, cioè alla fornitura di-
retta di beni e servizi ai cittadini da parte dello Stato; al contrario di
quanto avviene invece nel «modello anglo-scandinavo». In secondo luo-
go, lo sviluppo del sistema di protezione sociale era avvenuto in Italia,
negli anni cinquanta e sessanta, in modo fortemente frammentato e ca-
tegoriale, secondo una logica «particolaristico-clientelare» che aveva
privilegiato nettamente il lavoro autonomo e l’impiego pubblico rispetto
al lavoro dipendente dell’industria13. Questo assetto del Welfare im-
pediva dunque di migliorare le condizioni di vita della classe operaia,
che era cresciuta nelle grandi città industriali, operando per via politi-
ca sul «salario sociale», ovvero offrendo beni e servizi con effetti re-
distributivi, in modo da abbassare il costo della vita per i lavoratori. Si
noti, in proposito, che tale esigenza era molto più acuta nelle aree di
grande impresa, per effetto dei costi più elevati (in particolare di quel-
lo della casa) e dei problemi di gestione familiare (per esempio la cura
dei figli), rispetto ad altre regioni del paese dove il permanere di strut-
ture sociali tradizionali (famiglia, parentela, legami con l’agricoltura)
abbassava il costo della vita.
Nonostante le promesse del centro-sinistra, che proprio della rifor-
ma del sistema di protezione sociale e di quello fiscale aveva fatto uno
dei punti di forza del suo programma iniziale, gli anni sessanta non ve-
dono dunque innovazioni significative verso un modello di politiche so-
ciali basato sulla fornitura universalistica di servizi ai cittadini, vicino
all’esperienza delle socialdemocrazie dell’Europa settentrionale. Ma non
vedono neanche una razionalizzazione del modello basato sui trasferi-
menti. Anzi, alla frantumazione dei programmi e degli interventi si ac-
compagna la diffusione spettacolare delle pensioni di invalidità che tri-
plicano nel corso del decennio e si concentrano particolarmente nel Mez-
zogiorno.
Insomma, la crescita della produzione di massa avrebbe richiesto un
processo di istituzionalizzazione delle relazioni industriali e un efficace
sistema di servizi sociali. Avrebbe richiesto la realizzazione di quello
«stato sociale keynesiano» che in altri paesi europei costituiva ormai una
realtà consolidata. Ma ciò non avvenne. Perché questo ritardo?

13 Cfr. m. paci, Il sistema di Welfare italiano tra tradizione clientelare e prospettive di riforma, in
u. ascoli (a cura di), Welfare State all’italiana, Bari 1984.

Storia d’Italia Einaudi


14 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

3. Il fallimento del centro-sinistra.

È noto che il primo centro-sinistra aveva come obiettivo primario –


almeno per una parte dei suoi protagonisti – proprio l’aggiornamento
del quadro istituzionale rispetto ai mutamenti economico-sociali; un
obiettivo espresso molto chiaramente nella Nota aggiuntiva di La Malfa
del 1962 e nei documenti predisposti dall’ufficio per la programmazio-
ne creato da Antonio Giolitti presso il ministero del Bilancio. Gli anni
sessanta trascorsero però senza significativi risultati. Non è questa la se-
de per approfondire la questione, ma è opportuno ricordare alcuni fat-
tori di natura politica che vengono di solito associati al fallimento del
centrosinistra14.
Anzitutto, è evidente una resistenza da parte di settori imprendito-
riali che si sentono minacciati. L’industria elettrica temeva la naziona-
lizzazione ed egemonizzava un vasto schieramento di piccoli imprendi-
tori, di fronte ai quali era agitato lo spettro di aumenti del costo del la-
voro e della pressione fiscale. La Confindustria esprimeva nella sua
maggioranza una posizione di forte ostilità all’«apertura a sinistra», no-
nostante vi fossero eccezioni come la Fiat e altre grandi imprese più espo-
ste alla concorrenza internazionale e più sensibili al problema dei rap-
porti di lavoro15.
Forti sono poi le resistenze che vengono dal ceto medio e dal lavoro
autonomo, che si indirizzano soprattutto verso la Democrazia cristiana,
cioè verso il partito che ne aveva fatto la sua principale base elettorale.
Emblematica è da questo punto di vista la vicenda della prospettata rifor-
ma urbanistica (preparata dal ministro democristiano Sullo) che vide una
mobilitazione dei piccoli proprietari e più in generale dell’opinione pub-
blica moderata che si sentiva minacciata dall’ipotesi di esproprio delle
aree fabbricabili (la riforma non passò e ad essa si oppose la stessa Dc).
È da ricordare che queste resistenze non solo trovavano un sostegno
notevole nell’organizzazione ecclesiastica, che condizionava le scelte del-
la Dc, ma anche in settori significativi delle forze dell’ordine e degli ap-

14 Un’ampia discussione di questi aspetti si trova in due lavori che hanno affrontato il tema
della storia italiana del dopoguerra. In entrambi i casi, seppure con accenti diversi, viene dato par-
ticolare rilievo al fallimento del centro-sinistra. Cfr. p. ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a og-
gi, Torino 1989; s. lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Venezia 1992. Si veda anche g. tam-
burrano, Storia e cronaca del centro-sinistra, Milano 1971; e g. ruffolo, Rapporto sulla program-
mazione, Bari 1973.
15 Cfr. a. martinelli, Borghesia industriale e potere politico, in a. martinelli e g. pasquino (a
cura di), La politica nell’Italia che cambia, Milano 1978; l. mattina, Gli industriali e la democrazia,
Bologna 1991.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 15

parati dello Stato che si erano costituiti negli anni cinquanta in un cli-
ma di pesante guerra fredda e di mobilitazione anticomunista, e che ve-
devano un’apertura alla sinistra come una minaccia da combattere an-
che con il ricorso a strumenti autoritari (si pensi alla vicenda del cosid-
detto «piano Solo»). Infine, lo stesso schieramento di sinistra si
presentava all’appuntamento debole e diviso. Sono molto divisi i socia-
listi, che devono scontare una pesante scissione a sinistra con la forma-
zione dello Psiup, mentre il Partito comunista e la Cgil guardano con
diffidenza all’esperimento per motivi ideologici; ma temono anche, più
concretamente, un effetto di emarginazione della loro presenza e consi-
derano il programma della nuova coalizione come una forma di integra-
zione subalterna alle classi dominanti.
La coalizione di governo era dunque eterogenea, divisa e debole. Le
aspirazioni a realizzare incisive riforme, secondo un modello già speri-
mentato dai partiti socialdemocratici e laburisti in altri paesi europei,
non solo erano osteggiate dalle forze politiche di orientamento mode-
rato, ma non trovavano sostegno sufficiente neanche all’interno della
sinistra e nel mondo del lavoro, dove molto forte era il peso del Parti-
to comunista. Tuttavia, il punto che preme qui sottolineare è che que-
sti fattori politici erano molto influenzati dalla struttura sociale e ter-
ritoriale del paese. L’ipotesi di modernizzazione del centro-sinistra non
poteva contare su basi sociali consistenti. In realtà, come abbiamo vi-
sto, la produzione di massa aveva avuto delle conseguenze sociali di-
rompenti nelle ristrette aree del paese in cui si era concentrata, ma era
relativamente debole altrove, e quindi non poteva costituire una base
sociale sufficientemente ampia per coalizioni politiche modernizzanti,
come in altri paesi. Sarebbe stata infatti necessaria una risposta nazio-
nale alla questione delle relazioni industriali e dello stato sociale. Ma
tale risposta stentò ad affermarsi, anche perché le forze sociali interes-
sate erano limitate e territorialmente concentrate. Esse non riuscivano
a plasmare la struttura sociale delle altre regioni, e in particolare di quel-
le meridionali.
In queste rimanenti zone del paese, come si vedrà meglio più avan-
ti, era ancora maggiore il peso del lavoro autonomo in agricoltura, nell’ar-
tigianato e nella piccola impresa, nel commercio, e quello di lavoratori
dipendenti legati a questi settori (che avevano caratteri diversi dalla clas-
se operaia di grande fabbrica) e degli impiegati pubblici. Proprio su que-
sti gruppi sociali la coalizione di centro, basata sulla Dc, aveva fondato
le sue basi elettorali, negli anni cinquanta, cercando di compensare il de-
ficit di consenso che veniva dalla presenza di un forte Partito comuni-
sta. Era stata sollecitata una «mobilitazione individualistica » dei ceti

Storia d’Italia Einaudi


16 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

medi16, proteggendo e sostenendo questi gruppi sociali attraverso for-


me di soddisfazione particolaristica degli interessi. Le misure politiche
su cui tale modo di reperimento del consenso si basava erano essenzial-
mente di due tipi. Da un lato l’astensione dell’intervento pubblico, co-
me per esempio nel campo della politica urbanistica e della casa o in quel-
lo della tassazione, della tutela del lavoro e delle relazioni industriali, e
dall’altro forme di sostegno categoriale nel campo del Welfare (pensio-
ni, assistenza sanitaria), del credito agevolato, della protezione di mer-
cato o dell’occupazione garantita nel pubblico impiego.
Naturalmente, questa politica di sostegno dei ceti medi tradizionali
aveva dei costi, perché manteneva o creava aree a bassa produttività,
specie in agricoltura, nel commercio, nel pubblico impiego, nel settore
delle abitazioni. Tuttavia, questi costi non influenzarono negativamen-
te la crescita economica, almeno fino ai primi anni sessanta. Infatti, co-
me abbiamo visto, la debolezza della classe operaia rallentava il trasfe-
rimento, attraverso i salari, dei maggiori costi dei settori protetti al set-
tore industriale aperto alla concorrenza internazionale. Si può addirittura
supporre che il sostegno del reddito dei ceti medi abbia favorito la cre-
scita economica perché alimentava la domanda di beni di consumo pro-
dotti dai settori moderni17 (si pensi alla forte diffusione delle automo-
bili e degli elettrodomestici che caratterizza questi anni). Tuttavia, que-
sto tipo di intervento politico, ritardando l’adeguamento istituzionale
alle nuove condizioni poste dalla crescita della classe operaia, poneva i
presupposti per una conflittualità sociale particolarmente forte che
avrebbe messo seriamente in discussione il modello di sviluppo.
Torniamo così al nostro interrogativo iniziale: perché l’«autunno cal-
do»? All’interno del quadro tracciato possiamo forse comprendere me-
glio la radicalizzazione del conflitto industriale che caratterizza l’espe-
rienza italiana rispetto a quella di altri paesi. Il modello fordista di in-
dustrializzazione poneva ormai, alla fine degli anni sessanta, dei
problemi troppo grossi per essere affrontati soltanto a livello locale, nel-
le aree del Triangolo dove era più concentrato, ma nello stesso tempo
restava debole nell’equilibrio sociale complessivo del paese per sostene-
re risposte politiche adeguate. Il processo di crescita della classe operaia
indotto dalla produzione di massa non trovava dunque mediazioni isti-
tuzionali efficaci. Trovava invece nel bagaglio ideologico di un movi-

16 a. pizzorno, I ceti medi nei meccanismi del consenso, in id., I soggetti del pluralismo, Bologna
1081.
17 pizzorno, I ceti medi cit.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 17

mento operaio a lungo rimasto in una condizione di esclusione dal po-


tere politico e di «integrazione negativa»18 quelle risorse di identità che
favorivano la radicalizzazione delle lotte. Alla base di tale fenomeno vi
è infatti il collegamento tra ristrette cerchie di operai e intellettuali, in
posizione critica nei riguardi delle organizzazioni sindacali e politiche
tradizionali, e il gruppo sociale degli operai comuni. Questi ultimi, spes-
so di origine meridionale, costituivano ormai il grosso della nuova clas-
se operaia, deprivilegiata nella fabbrica e nella città industriale, ed esclu-
sa dalla rappresentanza sindacale e politica tradizionale.
La saldatura tra queste due componenti diede al conflitto all’inter-
no delle fabbriche un’impronta anticapitalistica, un orientamento ideo-
logico che aveva peraltro cominciato ad esprimersi nel movimento de-
gli studenti. Da qui la radicalità del processo di mobilitazione, che as-
sunse più i caratteri di un movimento sociale volto alla «formazione di
una nuova identità collettiva» che quelli di un conflitto industriale an-
che duro, ma istituzionalizzato, come in altri paesi19. L’assenza di mec-
canismi efficaci di riconoscimento degli interessi operai e di regolazio-
ne del conflitto industriale favoriva questo processo. Si affermarono co-
sì nuove forme di lotta, basate sul rifiuto della delega ai dirigenti
sindacali, sul decentramento delle decisioni a livello di azienda, su nuo-
ve iniziative diverse dagli scioperi tradizionali (fermate improvvise, cor-
tei interni, azioni anche violente nei riguardi della dirigenza). Innova-
zioni rilevanti si ebbero inoltre nei contenuti delle lotte, che assunsero
obiettivi egualitari (aumenti uguali per tutti, riduzione delle qualifiche
e passaggi automatici) e si concentrarono maggiormente sull’organizza-
zione del lavoro (controllo dei ritmi, riduzione dello straordinario,
dell’orario e della flessibilità).
I sindacati, che erano in una condizione di debolezza, furono ini-
zialmente colti di sorpresa e sottoposti a critiche dal processo di mobi-
litazione collettiva. Ciò li spinse ad adottare, a loro volta, una strategia
più conflittuale e a incoraggiare il decentramento rivendicativo, allo sco-
po di riprendere il controllo del movimento e di rafforzarsi20. Lo Sta-
tuto dei lavoratori, approvato nel maggio del 1970, contribuì a raffor-
zare i sindacati all’interno delle fabbriche, ponendo fine alla lunga fase

18 Questo concetto è stato proposto da G. Roth per analizzare la socialdemocrazia tedesca nel-
la Germania di fine Ottocento, cfr. The Social Democracy in Imperial Germany, Totowa 1963.
19 a. pizzorno, Le due logiche dell’azione di classe, in a. pizzorno, e. reyneri, m. regini e i.
regalia, Lotte operaie e sindacato: il ciclo 1968-1972 in Italia, Bologna 1978.
20 pizzorno, Le due logiche cit. Si veda anche s. tarrow, Democrazia e disordine. Movimenti
di protesta e politica in Italia. 1965-1975, Bari 1990, pp. 166 sgg., che parla in proposito degli ef-
fetti sul conflitto prodotti dalla «mobilitazione competitiva» tra sindacati e gruppi di base.

Storia d’Italia Einaudi


18 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

di astensionismo legislativo sui rapporti di lavoro nell’impresa. Le rela-


zioni industriali si svilupparono comunque secondo un modello molto
conflittuale, e contribuirono a innescare una seria crisi delle grandi azien-
de che si protrarrà fino alla seconda metà degli anni settanta.
Il contesto economico e sociale del Triangolo industriale su cui si era
fondato il grande sviluppo postbellico, da risorsa si era così rapidamen-
te trasformato in un grave vincolo per il futuro del paese. L’«autunno
caldo» del 1969, che segna le grandi imprese e le città industriali del
Nord-Ovest, costituisce in realtà uno spartiacque dalle conseguenze di
vasta portata e di lunga durata nella storia italiana del dopoguerra.

4. Vincoli «politici» alla crescita delle grandi imprese?

Prima di valutare le conseguenze economiche della conflittualità


industriale avviatasi alla fine degli anni sessanta, è opportuno soffer-
marsi un momento su un aspetto ulteriore dell’esperienza del centro-
sinistra.
Abbiamo visto come il sostanziale fallimento dei progetti di rifor-
ma abbia potuto contribuire ad aggravare il conflitto e la crisi delle
grandi imprese della produzione di massa dopo il 1969. Ma è possibile
ipotizzare che il nuovo quadro politico abbia anche frenato la crescita
delle grandi imprese in una fase (gli anni sessanta) in cui vi erano an-
cora margini per un allargamento e un rafforzamento delle basi indu-
striali del paese?
È molto difficile rispondere con sicurezza a questo interrogativo21.
Richiamiamo comunque alcuni dati. Nel corso degli anni sessanta, ma
soprattutto dopo il 1963-64, si verifica una crescente esportazione di
capitali: da una cifra stimata pari a 336 milioni di dollari nel 1963 si ar-
riva a 3427 nel 1969 (il valore complessivo per il periodo 1963-69 è sta-
to stimato in 7275 milioni di dollari)22. Sempre negli stessi anni, dopo
la stretta creditizia operata dalle autorità monetarie nel ’63, gli investi-
menti industriali cadono a livelli inferiori a quelli del periodo prece-
dente. È soprattutto da notare che questa tendenza è in netto contra-
sto con quella di paesi come la Francia, la Germania e la Gran Breta-
gna, dove invece si registra un aumento.

21 Si tratta di un interrogativo sul quale ha attirato in particolare l’attenzione m. salvati, Eco-


nomia e politica in Italia, Milano 1984, pp. 89 sgg. Dello stesso autore si veda anche la prima for-
mulazione di questo problema in Il sistema economico italiano: analisi di una crisi, Bologna 1975.
22 Si tratta di una stima della Banca d’Italia citata ibid., p. 49.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 19

Per completare il quadro si tenga inoltre presente che nella seconda


metà degli anni sessanta le esportazioni italiane riprendono, e addirit-
tura raddoppiano (a prezzi costanti) tra il ’63 e il ’69. La bilancia com-
merciale è in attivo, ma vi è anche una disponibilità di potenziale pro-
duttivo non utilizzata. Sarebbe quindi stato possibile utilizzare il sur-
plus della bilancia corrente aumentando la capacità produttiva. Tanto
più che dopo il ’63 i salari crescono a livelli più bassi di quelli degli al-
tri paesi e i profitti tornano a salire. Ma nonostante queste condizioni
favorevoli per un maggior impegno nell’allargamento delle basi produt-
tive, si assiste alla crescita delle esportazioni di capitale e al calo relati-
vo degli investimenti. Come si può spiegare questo fenomeno?
Gli economisti hanno anzitutto attirato l’attenzione sulla gestione
della politica economica. Nei primi anni sessanta si era avuta una ripre-
sa della conflittualità industriale. Dato l’elevato livello della domanda
di lavoro, si era rafforzata la posizione della classe operaia e i sindacati
avevano ottenuto, dopo diversi anni, miglioramenti salariali più consi-
stenti. Questi aumenti, e più in generale l’alto volume complessivo del-
la domanda, trainato dagli investimenti e dai consumi degli anni del «mi-
racolo economico», posero le basi per una crescita dell’inflazione. Tut-
tavia, in regime di cambi fissi, non era possibile mantenere le quote di
mercato estero con un aumento dei prezzi di vendita. Da qui un disa-
vanzo della bilancia dei pagamenti che spinse le autorità monetarie a una
manovra deflattiva con una forte restrizione del credito (estate 1963).
Si è discusso molto sull’adeguatezza di tale manovra23. Secondo alcuni
essa fu troppo drastica. In ogni caso gli anni successivi furono caratte-
rizzati da una politica di sostegno della domanda che invece è stata in
genere giudicata troppo cauta. Da qui dunque uno scarso stimolo agli
investimenti industriali, che non sarebbero tornati al livello preceden-
te al 1963. È da notare, in proposito, che anche gli investimenti delle
imprese pubbliche seguono lo stesso andamento di quelli delle aziende
private, non agiscono cioè in funzione anticiclica.
In effetti, se guardiamo in chiave comparata alla situazione di altri
paesi industriali in questi anni, possiamo vedere come l’Italia si avvici-
ni a esperienze di «keynesismo debole»24, caratterizzate da un minor

23 Le diverse posizioni sono ricordate da a. graziani, Introduzione, in id. (a cura di), L’econo-
mia italiana dal 1945 a oggi, Bologna 1989, pp. 79-82.
24 l. bordogna e g. provasi, Politica, economia e rappresentanza degli interessi, Bologna 1984.
Si vedano anche i dati comparati su inflazione e disoccupazione in vari paesi, tra il 1960 e il 1969,
presentati da d. hibbs, Partiti politici e scelte di politica economica, in g. sivini (a cura di), Sociolo-
gia dei partiti politici, Bologna 1971, pp. 327-38.

Storia d’Italia Einaudi


20 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

impegno per la piena occupazione e da una maggiore preoccupazione per


l’inflazione. In questi casi la politica economica tende ad avvicinarsi al
modello stop and go, e ci si affida maggiormente al mercato per regolare
occupazione e costo del lavoro. Si tratta di una tendenza che può esse-
re contrapposta al «keynesismo forte» di paesi guidati per lungo tempo
da partiti di sinistra, i quali si distinguono per un maggior sostegno pub-
blico della domanda e per una contrattazione politica del salario (poli-
tica dei redditi). D’altra parte, se si confrontano le previsioni dei docu-
menti di programmazione di quegli anni con la crescita effettiva della
domanda pubblica, si può apprezzare l’incapacità del centro-sinistra ita-
liano di avvicinarsi alle esperienze delle socialdemocrazie europee (in
Italia il deficit pubblico si colloca in media al di sotto del 3 per cento ri-
spetto al Pil nel periodo tra il ’64 e il ’70, e solo negli anni successivi
farà registrare un incremento notevole).
Si potrebbe però obiettare all’argomento precedente che altri paesi
– come per esempio gli Usa o la Germania – accomunati all’Italia dal
keynesismo debole vedono nello stesso periodo una crescita degli inve-
stimenti superiore a quella degli anni cinquanta. La carenza di una po-
litica di sostegno alla domanda non sembra dunque di per sé sufficien-
te a spiegare la situazione italiana. Quest’argomento va probabilmente
integrato con un secondo ordine di motivazioni, più legate alle aspetta-
tive del mondo imprenditoriale.
Abbiamo già notato come la parte maggioritaria degli ambienti im-
prenditoriali esprimesse una grande preoccupazione nei riguardi
dell’«apertura a sinistra». Una preoccupazione che trovava forti ele-
menti di sostegno in alcune misure, già ricordate, del primo governo di
centrosinistra (nazionalizzazione dell’industria elettrica e imposta sui ti-
toli azionari). È probabile che il clima di sfiducia sia stato anche accen-
tuato da un certo ideologismo astratto che caratterizzava soprattutto le
posizioni socialiste circa gli obiettivi di più lungo periodo del nuovo go-
verno: le misure prima citate erano infatti anche presentate come parte
di più ampie ma poco definite «riforme di struttura»25. Tutto ciò acui-
va i timori di un crescente dirigismo economico, che trovavano ampia
eco tra i piccoli e medi imprenditori, e si aggiungevano alle preoccupa-
zioni derivanti dal mutato clima dei rapporti di lavoro dopo la ripresa
delle lotte operaie e gli aumenti salariali nei primi anni sessanta. La po-
litica del centro-sinistra acuiva insomma agli occhi degli imprenditori la

25 Cfr. l. cafagna, C’era una volta... Riflessioni sul comunismo italiano, Venezia 1991, p. 128;
con il quale concorda lanaro, Storia cit., pp. 30-12.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 21

tradizionale minaccia costituita dalla forte presenza comunista. In que-


sto quadro possiamo dunque ipotizzare che le aspettative formatesi nel
mondo imprenditoriale abbiano scoraggiato un più intenso impegno in
termini di investimenti e di accumulazione, e abbiano invece favorito
l’esportazione di capitali.
Vi è poi un terzo aspetto che vale la pena di richiamare, e sul quale
occorrerà tornare anche più avanti. La crescita delle grandi imprese ita-
liane era stata molto rapida. È probabile che essa non sia stata accom-
pagnata in misura corrispondente da una crescita della cultura organiz-
zativa e della capacità di direzione manageriale26 e che questo abbia a
sua volta frenato le possibilità di sfruttare i margini allora esistenti per
un ulteriore allargamento delle basi industriali, sia dal punto di vista ter-
ritoriale, fuoriuscendo dal Triangolo, sia in termini di qualificazione set-
toriale. È difficile valutare con precisione, in assenza di precise ricerche
comparate, quest’argomento. Si ha però l’impressione che rispetto a al-
tri paesi, come la Germania e il Giappone, caratterizzati anch’essi da
elevati tassi di crescita, l’Italia abbia mantenuto una struttura produt-
tiva più concentrata e meno articolata dal punto di vista territoriale e
settoriale. Certo le imprese private italiane erano caratterizzate dall’as-
soluto predominio del capitalismo familiare e dal ruolo molto ristretto
del mercato azionario (nel 1967, 29 società private controllavano il 34
per cento del capitale azionario totale e meno di 100 si spartivano il 40
per cento delle esportazioni). Meno di dieci grandi gruppi – tre pubbli-
ci (Iri, Eni, Enel) e gli altri privati – si stagliavano su una massa di cir-
ca 70 000 imprese con meno di 500 addetti27. In questa situazione, au-
tonomia manageriale e disponibilità finanziaria, condizioni necessarie
per progetti e impegni a più lungo termine, erano sacrificate. Venivano
invece esaltati più facilmente gli effetti negativi di rapporti con il mon-
do politico, improntati a una sfiducia di fondo accoppiata a una dispo-
nibilità opportunistica a cogliere tutte le opportunità particolaristiche
di profitto a breve che la politica poteva offrire.
In conclusione, possiamo dunque supporre che il centro-sinistra de-
gli anni sessanta abbia alimentato dei vincoli politici alla crescita delle
grandi imprese della produzione di massa. Da un lato, non riuscì a sti-
molare – come era nelle intenzioni di una parte almeno dei suoi promo-
tori – un sostegno alla domanda attraverso efficaci riforme e una poli-

26 Questo punto è sottolineato da vari autori. Si vedano, in particolare, salvati, Economia e


politica cit. e più di recente g. sapelli, Sul capitalismo italiano, Milano 1993.
27 v. castronovo, La storia economica, in Storia d’Italia Einaudi. Dall’Unità a oggi, IV, Tori-
no 1975, pp. 461 e 465.

Storia d’Italia Einaudi


22 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

tica economica espansiva. Ma dall’altro, proprio in quanto agitava la


bandiera di riforme radicali, esso contribuì ad acuire le preoccupazioni
di un mondo imprenditoriale, dominato dal capitalismo familiare, nel
quale prevalevano le posizioni più conservatrici e erano forti le aspetta-
tive negative, anche per il mutato clima nelle fabbriche. Da qui il para-
dosso di un paese che alla fine degli anni sessanta riusciva a esportare
insieme circa il 4 per cento della propria forza lavoro e circa il 3 per cen-
to rispetto al Pil delle proprie risorse finanziarie28. Ma da qui anche
quella tendenza, che si sarebbe rafforzata in seguito, a cercare incre-
menti di produttività più attraverso la riorganizzazione e l’intensifica-
zione del lavoro che attraverso un allargamento dell’occupazione, con-
siderato rischioso. Come abbiamo visto, questo fattore, unendosi alla
segmentazione del mercato del lavoro, alla carenza delle relazioni indu-
striali e del sistema di protezione sociale, contribuì a generare un’on-
data di conflittualità ben superiore a quella di altri paesi. Nuovi vinco-
li emergeranno dopo il ’69 per le grandi imprese italiane, ma questa vol-
ta essi verranno dal lato del lavoro e del conflitto industriale.

5. Le conseguenze economiche e politiche: crisi delle grandi imprese e


disordine pubblico.

Le conseguenze economiche del ciclo di lotte avviatesi alla fine de-


gli anni sessanta si fecero presto sentire. Il primo e più vistoso effetto
riguarda gli incrementi salariali nelle grandi imprese, in genere superio-
ri a quelli che pur si registrano negli altri paesi industriali nello stesso
periodo. Tra il 1970 e il 1973 la retribuzione oraria reale nel settore in-
dustriale cresce al tasso medio annuo del 12 per cento29. In tal modo si
determina una brusca e vistosa correzione della quota dei redditi da la-
voro rispetto alla fase precedente. Il costo del lavoro per unità di pro-
dotto, che tra il 1956 e il 1967 era cresciuto a un tasso medio annuo
dell’1,1 per cento, più basso di quello di Gran Bretagna, Francia e Ger-
mania, nel decennio successivo tocca l’11,9 per cento (solo la Gran Bre-
tagna mostra un valore simile, mentre la Francia ha un tasso del 7,5 e la
Germania del 5,0 per cento)30.
Un secondo e rilevante effetto si ha con la riduzione delle ore di la-

28 g. rey, Italy, in a. boltho (a cura di), The European Economy. Growth & Crisis, Oxford
1982, p. 517.
29 f. barca e m. magnani, L’industria fra capitale e lavoro, Bologna 1989, p. 32.
30 m. salvati, Alle origini dell’inflazione italiana, Bologna 1978, p. 12.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 23

voro per addetto, che scendono di circa il 12 per cento tra il 1968 e il
197431. Questo fenomeno, oltre che all’intensa conflittualità e alla cre-
scita dell’assenteismo, è dovuto alla riduzione di orario e di straordina-
rio che viene ottenuta nei contratti aziendali e nazionali. Si verificò inol-
tre una drastica riduzione della flessibilità del lavoro all’interno delle
fabbriche e una maggiore rigidità dell’occupazione per gli accresciuti
vincoli posti al licenziamento. Gli incrementi salariali e la riduzione del-
le ore lavorate determinarono un calo della produttività, del prodotto e
dei profitti. Nelle imprese industriali con più di 200 addetti la quota dei
profitti lordi sul valore aggiunto tocca la punta minima del 16 per cen-
to nel 1971. Negli anni successivi, dopo la svalutazione del 1973 che
permette di scaricare la crescita dei costi sui prezzi, i profitti risaliran-
no, oscillando fino al 1978 intorno al 24 per cento; ma si tratta di valo-
ri nettamente più bassi di quelli degli anni cinquanta, che si collocava-
no oltre il 30 per cento32.
Gli incrementi salariali, combinandosi con gli effetti del primo shock
petrolifero del 1973, e con la recessione economica a livello internazio-
nale che ne seguì, determinarono gravi difficoltà per le grandi imprese
della produzione di massa, concentrate nel Nord-Ovest del paese. I sin-
dacati furono tuttavia in grado, in questa fase, di evitare riflessi nega-
tivi sull’occupazione (per i vincoli posti al licenziamento), e di difende-
re il potere di acquisto dei salari dall’aumento dei prezzi, attraverso il
sistema di indicizzazione delle retribuzioni alla crescita del costo della
vita introdotto con la scala mobile nel 1975. Ne risultò una spirale tra
aumento dei costi, inflazione e svalutazione, che si protrasse per tutti
gli anni settanta. In effetti, l’inflazione tra il 1972 e il 1980 ha un tas-
so medio annuo del 14,9 per cento (la media Cee è all’11,3 per cento, la
Gran Bretagna al 14,2, la Francia al 10,1 e la Germania al 5,1). La ra-
gione di questa differenza nel tasso di inflazione sembra risiedere anzi-
tutto nella pressione salariale prima ricordata, ma ha anche a che fare
con le politiche pubbliche che vennero seguite in questo periodo e con
la conseguente crescita del deficit dello Stato33.
Le radici del crescente indebitamento pubblico sono di natura poli-
tica. Le nuove domande che provengono dalle organizzazioni sindacali
non riguardano solo le imprese, ma anche lo Stato, specialmente nel set-
tore delle politiche sociali. In effetti, in pochi anni i sindacati si erano

31 rey, Italy cit., p. 518.


32 barca e magnani, L’industria cit., pp. 29 sgg.
33 Si veda, in proposito, salvati, Alle origini dell’inflazione cit., che sottolinea le cause socio-
politiche dell’inflazione italiana.

Storia d’Italia Einaudi


24 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

notevolmente rinforzati. Il tasso di sindacalizzazione complessiva (esclu-


si pensionati e disoccupati) passa dal 28,6 per cento del 1968 al 43,2 nel
1973, e al 49 nel 1978; molto forte è l’incremento nell’industria, che
raggiunge il 50 per cento degli iscritti complessivi34. Le categorie dell’in-
dustria giocano quindi un ruolo determinante nella formazione della
nuova dirigenza e nell’orientamento delle organizzazioni. Questi sono
anche gli anni della «strategia delle riforme». I sindacati sono ora più
forti, più autonomi dai partiti, più uniti dalla mobilitazione collettiva.
La loro stessa tradizione ideologica li spinge verso forme di rappresen-
tanza più generale del lavoro dipendente. Da qui la pressione sul piano
politico, che tende a scavalcare i partiti e a porre direttamente al go-
verno richieste economiche e sociali. È soprattutto su quest’ultimo ter-
reno che per buona parte degli anni settanta si concretizzano i risultati
più rilevanti35.
Tra i provvedimenti più importanti va anzitutto ricordata la riforma
del sistema pensionistico del 1969. Con essa vennero tra l’altro intro-
dotti il collegamento tra pensione e ultima retribuzione per i lavoratori
dipendenti, l’agganciamento delle pensioni all’indice del costo della vi-
ta e la pensione sociale per gli ultrasessantacinquenni sprovvisti di mez-
zi; venne inoltre modificata la normativa sulle pensioni di invalidità, che
assunsero sempre più una funzione assistenziale, specie nel Mezzogior-
no. Tra il 1968 e il 1972 furono poi introdotte altre misure che esten-
devano l’impegno pubblico: un trattamento speciale di disoccupazione
collegato ai livelli di reddito precedentemente goduti; la cassa integra-
zione straordinaria, poi estesa anche ai casi di riconversione industria-
le, che consentiva un’elevata tutela del salario; condizioni favorevoli per
il pensionamento anticipato. Importanti interventi di sostegno del red-
dito riguardano anche l’occupazione agricola, con il miglioramento
dell’indennità di disoccupazione. È da notare che molti di questi prov-
vedimenti estendono anche il ruolo gestionale dei sindacati, in partico-
lare nel settore delle pensioni (Inps) e in quello del collocamento. Da
non trascurare, infine, altre misure come la costituzione della Gepi, per
il salvataggio pubblico delle aziende in crisi; e la fiscalizzazione degli
oneri sociali, che va a diretto vantaggio delle imprese, anche se con
l’obiettivo di sostenere l’occupazione.
Nella seconda metà degli anni settanta l’innovazione più importan-

34 romagnoli, La sindacalizzazione cit.


35 Per una valutazione dei principali interventi si vedano i. regalia, Le politiche del lavoro, e
g. regonini, Il sistema pensionistico: risorse e vincoli, entrambi in ascoli (a cura di), Welfare State
all’italiana cit.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 25

te nel campo della protezione sociale, e più impegnativa per lo Stato e


la spesa pubblica, è costituita dall’introduzione del Servizio sanitario
nazionale (1978), che dopo una fase di intensa mobilitazione e di di-
battito sembra avvicinare l’esperienza italiana al modello universalisti-
co di Welfare anglo-scandinavo, almeno nel campo della sanità e dell’as-
sistenza (in precedenza si era avuta la trasformazione degli ospedali in
enti pubblici e nel 1974 il passaggio delle competenze in materia ospe-
daliera dalle mutue alle regioni e l’estensione del diritto di assistenza a
tutti i cittadini).
Nel complesso, gli anni settanta vedono dunque una crescita consi-
stente della spesa pubblica, soprattutto in relazione alle politiche socia-
li e del lavoro sollecitate dalle organizzazioni sindacali e sostenute dal-
la mobilitazione collettiva. La spesa pubblica in percentuale del Pil, che
era pari al 34,2 nel 1970, raggiunge il 41,7 nel 1980, un valore ancora
al di sotto di quello medio dei paesi Cee (46 per cento). I comparti che
contribuiscono maggiormente alla crescita sono quello delle pensioni e
della sanità. Tuttavia, occorre attirare soprattutto l’attenzione sul con-
temporaneo andamento delle entrate dello Stato. Queste erano pari al
30,4 per cento del Pil nel 1970 e salgono al 33 per cento nel 1980, men-
tre il valore medio per la Cee è del 41,6 per cento. È evidente il mag-
giore scarto tra entrate e spese che caratterizza l’esperienza italiana e
che si risolve in un deficit pubblico più alto di quello degli altri paesi eu-
ropei (il deficit medio annuo in percentuale del Pil, tra il 1972 e il 1980,
è di 9,4 per l’Italia, di 3,5 per la Gran Bretagna, di 2,2 per la Germa-
nia e di 0,5 per la Francia). Accanto al contributo derivante dagli in-
crementi salariali e dall’aumentato costo del petrolio non si può dunque
sottovalutare la spinta inflattiva che viene dalle politiche pubbliche.
Per spiegare questo andamento dell’intervento pubblico occorre con-
siderare che la fase di mobilitazione collettiva apertasi alla fine degli an-
ni sessanta, e il rafforzamento delle organizzazioni sindacali che ne se-
gui, avevano portato una rilevante modificazione delle condizioni di fun-
zionamento del sistema politico. La domanda proveniente dal lavoro
dipendente nell’industria non poteva più essere sacrificata e compressa
nel sistema di rappresentanza, come nella precedente fase postbellica.
Essa era ora più forte e pressante, e trovava nei nuovi sindacati, più uni-
ti e autonomi dai partiti, un potente strumento di sostegno, nell’ambi-
to di una strategia che tendeva a assumere in proprio la rappresentanza
più generale del lavoro dipendente. Dall’altra parte, a fronteggiare la
nuova domanda politica vi era un governo debole e diviso. I socialisti,
frustrati dalla precedente esperienza di centro-sinistra, e una parte de-
gli stessi democristiani, erano favorevoli a soddisfare le richieste di un

Storia d’Italia Einaudi


26 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

maggior impegno pubblico in campo sociale. Potenti settori della coali-


zione di governo erano però preoccupati di evitare che ciò avvenisse a
spese delle loro clientele tradizionali, formatesi nei decenni precedenti
attraverso quel meccanismo di «mobilitazione individualistica» dei ce-
ti medi e dei lavoratori marginali che abbiamo prima ricordato.
Il risultato di tali pressioni contrastanti fu una sorta di compromes-
so. Esso si sviluppa lentamente nel corso degli anni settanta, e si basa
su una crescita rilevante delle spese per soddisfare le nuove domande di
protezione sociale senza che vengano però sacrificati i vecchi interessi
politicamente protetti. Ma questa tendenza non è accompagnata da una
parallela crescita delle entrate fiscali, né da un miglioramento negli stan-
dard di funzionamento della pubblica amministrazione e nella produt-
tività della spesa, che avrebbero dovuto intaccare tradizionali strumen-
ti di consenso a favore di gruppi sociali ben rappresentati nella coali-
zione di governo36.
Emblematica da questo punto è la vicenda del sistema pensionistico,
che vede un netto miglioramento della tutela del lavoro dipendente, e
in particolare di quello industriale, senza che venga ridotta la fram-
mentazione categoriale dei programmi e degli interventi. Anzi, si assi-
ste a un proliferare di provvedimenti che portano a una vera e propria
balcanizzazione del settore: si mantengono o si rafforzano disuguaglianze
in termini di rapporto tra contributi e prestazioni, soprattutto a favore
di lavoratori autonomi e impiegati pubblici; si accentua l’uso assisten-
ziale delle pensioni di invalidità37, specie nel Mezzogiorno. Simili ri-
sultati contraddittori si manifestano anche nel campo delle politiche del
lavoro prima ricordate. Si estende la tutela del lavoro, si rafforza il ruo-
lo del sindacato, ma senza una razionalizzazione dei diversi strumenti.
Crescono così anche le possibilità di un uso discrezionale e assistenzia-
le delle risorse che finisce per coinvolgere le stesse organizzazioni sin-
dacali38.
Tenendo conto di tali caratteristiche delle politiche pubbliche pos-
siamo comprendere come si sia determinata una crescita del deficit pub-
blico nettamente superiore a quella degli altri paesi europei, che contri-
buisce a sua volta a rendere più alto anche il tasso di inflazione. Tutta-
via, occorre ora prestare attenzione ad alcuni dati che possono sembrare
sorprendenti alla luce delle vicende prima descritte. Se si considerano i

36 Questi fattori sono al centro dell’interpretazione dell’inflazione italiana proposta da sal-


vati, Alle origini dell’inflazione cit.
37 Cfr. regonini, Il sistema pensionistico cit.
38 Cfr. regalia, Le politiche del lavoro cit.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 27

fenomeni economici reali – prodotto lordo, reddito e occupazione – il


quadro degli anni settanta appare meno critico. Il tasso di crescita me-
dio annuo del reddito, tra il 1973 e il 1982 è pari al 2,2 per cento, un
risultato migliore di quello ottenuto dalla maggior parte dei paesi indu-
striali (Gran Bretagna 0,6, Germania 1,7, Francia 2,4). L’occupazione
complessiva cresce di circa il 12 per cento nello stesso periodo, e anche
questo è un dato comparativamente migliore. Come sono stati possibi-
li questi risultati nonostante le difficoltà della produzione di massa?

6. La Terza Italia e lo sviluppo di piccola impresa.

La risposta all’interrogativo precedente va cercata nello sviluppo di


piccola impresa che si afferma negli anni settanta, mentre l’attenzione
generale è concentrata sulle difficoltà delle grandi aziende e della pro-
duzione di massa. Specialmente nel periodo compreso tra il 1975 e i pri-
mi anni ottanta, la crescita delle piccole e medie imprese sarà il feno-
meno più rilevante del dinamismo economico italiano, dando luogo a un
vero e proprio «sviluppo sotto la crisi».
Qualche dato può aiutare a inquadrare meglio la portata del feno-
meno. Abbiamo già anticipato che tra il ’71 e l’81 l’occupazione indu-
striale è cresciuta, ma questo risultato deriva da un calo degli addetti al-
le imprese più grandi e da un aumento notevolissimo di quelli delle azien-
de mediopiccole. Degli 880 ooo nuovi occupati nell’industria
manifatturiera, il 42 per cento si colloca nella fascia di aziende fino a 10
addetti, il 49 per cento in quella tra 10 e 49, e il 9 per cento in quella
tra 50 e 499. Viceversa, vi è un calo del 7 per cento nelle unità con più
di 500 occupati, che raggiunge quasi il 10 per cento per le aziende con
più di 1000 addetti. Tra il ’71 e l’81 vengono create 115 000 nuove unità
produttive con meno di 250 addetti, mentre quelle più grandi diminui-
scono di 30 000 unità. Dal punto di vista settoriale, gli incrementi più
consistenti delle imprese e degli addetti si hanno nel settore metalmec-
canico, ma una crescita rilevante e inattesa caratterizza le piccole e me-
die imprese nei settori «tradizionali» (abbigliamento e calzature, tessi-
le, pelli e cuoio, legno e mobilio, alimentari, ecc.).
Una comparazione effettuata tra le imprese con più di 200 addetti e
quelle della fascia tra 20 e 99 può dare un’idea del dinamismo delle pic-
cole aziende rispetto a quelle medio-grandi39. In quest’ultime, tra il ’74

39 barca e magnani, L’industria cit., pp. 115 e 228.

Storia d’Italia Einaudi


28 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

e l’80 il valore aggiunto è cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,5 per


cento, mentre nelle piccole si ha un tasso del 4,6 per cento; gli investi-
menti a prezzi costanti sono scesi nelle grandi a un tasso medio annuo
del 4,2 per cento, mentre le piccole fanno registrare un calo fino al 1977,
e successivamente una crescita dell’8 per cento annuo; infine, i profitti
lordi sono in genere superiori di circa il 10 per cento nelle imprese più
piccole. Notevole è anche il contributo di queste ultime alle esportazio-
ni. I principali miglioramenti nella quota di esportazioni dell’Italia sul
totale relativo ai paesi dell’Ocde riguardano i settori tradizionali più ti-
picamente organizzati sulle piccole dimensioni (in particolare, mobilio
e calzature, tessile-abbigliamento), mentre diminuisce il peso relativo
dell’industria meccanica e di quella automobilistica40.
Ma per comprendere la straordinaria crescita delle piccole imprese
in Italia occorre considerare il profilo territoriale. Da questo punto di
vista emerge anzitutto come le difficoltà della grande impresa si riflet-
tano prevalentemente sul Triangolo industriale: nelle regioni del Nord-
Ovest gli occupati in aziende con più di 500 addetti diminuiscono di
ben 162 000 unità; in Piemonte e Lombardia si hanno decrementi su-
periori al 25 per cento negli stabilimenti con più di 1000 occupati.
Dall’altra parte, la crescita delle piccole imprese ha una particolare con-
centrazione territoriale. Il 57 per cento dei nuovi occupati nell’industria
manifatturiera, tra il ’71 e l’81, è concentrato nelle regioni della Terza
Italia, cioè nel Centro-Nordest (Triveneto, Emilia, Toscana, Marche e
Umbria)41. Il valore aggiunto nell’industria cresce mediamente in que-
ste regioni di oltre il 50 per cento (a prezzi costanti 1970), ed è quindi
maggiore della media nazionale (+37 per cento) e di quella di una tipi-
ca regione di grande impresa come il Piemonte (+25 per cento). Le
esportazioni del Centro-Nordest sul totale nazionale passano dal 28 per
cento del 1968 al 38 per cento del 1979 (mentre il Triangolo scende dal
65 per cento al 55).

40 a. del monte e g. fotia, Struttura industriale e specializzazione internazionale dell’Italia, in


«Inchiesta», 1980, n. 45, pp. 54-67.
41 È in questo periodo che si manifesta con più nettezza lo sviluppo di piccola impresa delle
regioni della Terza Italia: cfr. bagnasco, Tre Italie cit. Il fenomeno ha attirato l’attenzione di una
vasta letteratura. Da ricordare, tra gli altri, g. becattini (a cura di), Lo sviluppo economico della
Toscana con particolare riferimento all’industrializzazione leggera, Firenze 1975; g. garofoli, Lo svi-
luppo delle «aree periferiche» nell’economia italiana degli anni Settanta, in «L’Industria», 1981, n.
2; s. goglio (a cura di), Italia: centri e periferie, Milano 1982; g. fuà e c. zacchia (a cura di), Indu-
strializzazione senza fratture, Bologna 1983. Il dinamismo dei sistemi locali basati sulle piccole im-
prese è stato inoltre al centro dell’interpretazione dei cambiamenti degli anni settanta proposta da
G. De Rita e dal Censis cfr. Gli anni del cambiamento. Il rapporto sulla situazione sociale del paese
dal 1967 al 1981, Milano 1982.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 29

Se dunque la crescita dell’economia di piccola impresa investe la par-


te settentrionale del paese nel suo complesso (molto più limitato resterà
il fenomeno, come vedremo più avanti, nelle regioni meridionali), le aree
del Centro-Nordest si caratterizzano però per un notevole dinamismo
che è prevalentemente basato sulle aziende di minori dimensioni: le unità
con meno di 500 addetti rappresentano qui quasi il 90 per cento del to-
tale degli occupati nell’industria e quelle fino a 50 quasi il 60 per cento
(nel Nord-Ovest i valori rispettivi sono 76 e 44 per cento). Ma vi è un
ulteriore elemento che contribuisce a definire il profilo dell’industria-
lizzazione della Terza Italia. Qui più che altrove crescono, soprattutto
negli anni settanta, dei «sistemi territoriali a economia diffusa»42: le
piccole imprese si concentrano in aree urbane di dimensioni ridotte (in
genere non superiori ai 100 000 abitanti), fatte di uno o più comuni vi-
cini. In questi sistemi locali vi è un mercato del lavoro integrato e vi è
un certo grado di specializzazione settoriale: i settori più presenti sono
quelli «tradizionali» (tessile, abbigliamento, calzature, mobilio, cera-
mica, ecc.), ma non mancano quelli più «moderni», in particolare la mec-
canica e la produzione di macchinari. Quando la specializzazione setto-
riale e l’integrazione tra le piccole imprese sono molto elevate, dando
luogo a una divisione specialistica del lavoro, si formano dei veri e pro-
pri «distretti industriali»43. Non solo i sistemi a economia diffusa (o
aree di industrializzazione leggera), ma anche i distretti (ne sono stati
censiti 61 al 1981) si collocano prevalentemente nelle regioni del Cen-
tro-Nordest (fig. 2).
Queste caratteristiche del processo di sviluppo delle piccole impre-
se, che trovano particolare riscontro nella Terza Italia, permettono di
comprendere come il fenomeno non sia riducibile esclusivamente – e
neanche prevalentemente – al decentramento produttivo operato dalle
aziende più grandi. Certamente vi fu, specie nei primi anni settanta, una
crescita di piccole aziende stimolata dal tentativo delle imprese più gran-
di di ridurre il costo del lavoro e di aggirare i vincoli all’uso della ma-
nodopera imposti dall’ondata di conflittualità e dalla maggior forza sin-
dacale. Questo tentativo, presente in generale in tutte le aree indu-
strializzate del paese, portò alla proliferazione di un tipo di piccola

42 a. bagnasco e r. pini, Sviluppo economico e trasformazioni socio-politiche dei sistemi territo-


riali a economia diffusa. Economia e struttura sociale, in «Quaderni della Fondazione Feltrinelli»,
1981, n. 14.
43 g. becattini, Dal «settore» industriale al «distretto» industriale. Alcune considerazioni sull’unità
di indagine dell’economia industriale, in «Rivista di economia e politica industriale», 1979, n. 1,
successivamente ripubblicato in g. becattini (a cura di), Mercato e forze locali: Il distretto industriale,
Bologna 1987.

Storia d’Italia Einaudi


30 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Figura 2.
Le aree di piccole imprese in Italia nel 1981.

Fonte: f. sforzi, I distretti industriali marshalliani nell’economia italiana, in f. pyke, g. becattini e


w. sengenberger (a cura di), Distretti industriali e cooperazione tra imprese in Italia, Firenze 1991,
p. 97.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 31

impresa che assume i caratteri del «subfornitore dipendente»44. Essa


produce parti o componenti per una o per poche imprese più grandi; è
quindi molto dipendente e per mantenersi, in una situazione di forte
concorrenza con altre aziende simili, si vale soprattutto di basso costo
e scarsa protezione del lavoro. Questa forma di organizzazione produt-
tiva si affianca alla «piccola impresa tradizionale», che produce diret-
tamente per un mercato di beni non standardizzati e può – ma non ne-
cessariamente deve – servirsi di basso costo del lavoro e bassa protezio-
ne del lavoro come condizioni di competitività. Ma la vera novità è
costituita dal «distretto industriale», che rappresenta una logica di cre-
scita autonoma delle piccole imprese. Qui, come abbiamo visto, la pic-
cola azienda è inserita in una rete di imprese a elevata divisione specia-
listica del lavoro in settori tipici e in un certo territorio. Il distretto, e
non la piccola impresa isolata, è l’unità di analisi di questa forma di or-
ganizzazione economica45. Il distretto è dunque una sorta di alternati-
va funzionale alla grande impresa. Esso può avere un dinamismo tec-
nologico e produttivo e una capacità di sostenere salari elevati e eleva-
ta occupazione. Per spiegare la particolare diffusione di questa forma di
organizzazione economica in Italia, e in particolare nelle regioni centro-
nordorientali, occorre considerare due ordini di fattori.
Il primo è di carattere generale e riguarda le difficoltà che investono
la produzione di massa, su cui si era fondato il grande sviluppo post-
bellico nei paesi industriali. Il vecchio modello «fordista» di organizza-
zione della produzione si basava sulle grandi imprese verticalmente in-
tegrate, che concentravano al loro interno le diverse fasi produttive e
dominavano il mercato dei beni di consumo di massa. Tra i fattori che
contribuiscono a mettere in difficoltà questo modello vi sono i seguen-
ti: la crescente saturazione dei beni standardizzati, che si accompagna
alla concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione con più basso co-
sto del lavoro; il processo di frammentazione del mercato, dovuto alla
diversificazione dei consumi, specie nelle aree a più alti redditi; i costi
e le rigidità della burocratizzazione aziendale e di un’organizzazione del
lavoro parcellizzata, in un ambiente fattosi più instabile. Come conse-
guenza di queste tendenze, la flessibilità, intesa come capacità di rapi-
do e efficace adattamento ai mutamenti del mercato, diventa una risor-
sa primaria per l’organizzazione produttiva. Si aprono dunque nuove

44 Sui differenti caratteri che possono assumere le piccole imprese si veda s. brusco, Piccole
imprese e distretti industriali, Torino 1989, pp. 469 sgg.
45 becattini, Dal «settore» industriale cit.

Storia d’Italia Einaudi


32 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

opportunità per le piccole imprese, che possono sfruttare più agilmente


delle grandi questa situazione, specialmente nella fase iniziale; tanto più
che le nuove tecnologie riducono i costi della produzione flessibile e con-
sentono di adattarsi rapidamente a un mercato sempre più differenzia-
to e instabile (specie in produzioni influenzate dalla moda)46.
Per i motivi che abbiamo prima analizzato, le difficoltà delle grandi
imprese erano più forti in Italia, dove la produzione di massa era cre-
sciuta rapidamente ma senza un adeguato aggiustamento del contesto
istituzionale in termini di relazioni industriali e di Welfare. Paradossal-
mente, però, la società italiana offriva risorse istituzionali particolar-
mente favorevoli per cogliere più rapidamente e massicciamente di altri
paesi le nuove opportunità per lo sviluppo di piccola impresa. Veniamo
così al secondo ordine di fattori che occorre considerare per spiegare
questo fenomeno.
Tre fattori istituzionali appaiono cruciali per la crescita dell’econo-
mia diffusa e dei distretti. Essi si riscontrano in forma tipica – anche se
non esclusiva – nelle regioni del Centro-Nordest47. Anzitutto, una rete
di piccoli e medi centri risalente, nei suoi tratti essenziali, all’esperien-
za dei Comuni. In essi vi erano tradizioni artigianali e commerciali dif-
fuse, non erose dalla prima industrializzazione, dall’urbanizzazione e
dall’immigrazione. Da questi centri sono venute principalmente le ri-
sorse di imprenditorialità per le piccole imprese. In secondo luogo, è im-
portante la presenza della famiglia appoderata nelle campagne (mezza-
dria e piccola proprietà contadina), che ha sostenuto la formazione ori-
ginaria di un’offerta di lavoro flessibile, a costi ridotti, e con conoscenze
e motivazioni congruenti con lo sviluppo di piccola impresa. Un terzo
fattore rilevante è costituito dalla forte presenza nelle aree in questio-
ne di tradizioni e istituzioni politiche locali legate al movimento catto-
lico e a quello socialista e comunista. Si tratta cioè di aree caratterizza-
te da subculture politiche territoriali48.
46 Il rapporto tra produzione flessibile e sviluppo di piccola impresa è stato particolarmente
sottolineato dal lavoro di piore e sabel, Le due vie cit. Più tardi lo stesso Sabel ha messo in evi-
denza che la ricerca di maggiore flessibilità non si manifesta soltanto nei sistemi di piccole impre-
se, ma anche nelle grandi aziende che si ristrutturano secondo modelli più flessibili. Si veda, in
proposito, m. regini e c. sabel, Introduzione, in m. (a cura di), Strategie di riaggiustamento indu-
striale, Bologna 1989.
47 Sul contesto istituzionale dello sviluppo di piccola impresa della Terza Italia, oltre a bagna-
sco, Tre Italie cit., si veda id., La costruzione sociale del mercato, Bologna 1988; e c. trigilia, Gran-
di partiti e piccole imprese. Comunisti, e democristiani nelle regioni a economia diffusa, Bologna 1986.
Sul ruolo peculiare della famiglia, a. ardigò e p. donati, Famiglia e industrializzazione, Milano 1976;
m. paci (a cura di), Famiglia e mercato del lavoro in un’economia periferica, Milano 1980.
48 Per un approfondimento del rapporto tra sviluppo di piccola impresa e contesto politico si
veda trigilia, Grandi partiti cit.; su questo lavoro si basano le considerazioni seguenti.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 33

L’influenza della politica sullo sviluppo di piccola impresa non va


fraintesa. Non si tratta di uno sviluppo che è stato incentivato in misu-
ra determinante con interventi politici diretti, con politiche economi-
che o industriali. Le subculture politiche, sebbene in forme diverse, han-
no storicamente contribuito a preservare quel particolare tessuto so-
cioeconomico prima ricordato, che si caratterizza per una peculiare
miscela di elementi tradizionali e moderni, e per un elevato grado di in-
tegrazione sociale. Esse hanno quindi contribuito a rafforzare un tessu-
to fiduciario e dei modelli di relazioni sociali molto importanti per lo
sviluppo di piccola impresa. In secondo luogo, il radicamento nelle aree
in questione della cultura cattolica e di quella social-comunista ha favo-
rito, storicamente, l’emancipazione del sistema politico locale dalla so-
cietà civile. La politica è diventata più vincolata alla difesa della società
locale, influenzando per questa via le relazioni industriali e l’attività dei
governi locali in modo da sostenere lo sviluppo di piccola impresa. Sof-
fermiamoci un momento su entrambi questi aspetti.
Anzitutto, è evidente che la produzione di beni nelle aree a econo-
mia diffusa – e specialmente nei distretti – richiede un elevato grado di
cooperazione tra molti imprenditori e tra imprenditori e lavoratori di
molte unità produttive. Come si realizza tale cooperazione? Per quel
che riguarda per esempio la subfornitura, esiste certo un’elevata con-
correnzialità, ma questa è mitigata da meccanismi di cooperazione per
cui il committente o il subfornitore non tirano troppo la corda quando
godono di una posizione di mercato più favorevole: non massimizzano
cioè l’utilità a breve termine. Ciò consente vantaggi reciproci a medio
e lungo termine, per esempio in termini di tempi di consegna o – aspet-
to ancor più importante – in processi di innovazione che implicano ri-
schi per entrambe le parti. Queste forme di cooperazione, che integra-
no i meccanismi concorrenziali, si fondano su un tessuto fiduciario so-
stenuto dagli elementi culturali e comunitari prima ricordati. Anche per
quel che riguarda il mercato del lavoro sono all’opera forme di coopera-
zione che limitano la razionalità di mercato a breve, specie per le fasce
di forza lavoro con qualificazione più specifica. Accanto a questi mec-
canismi, legati al tessuto culturale e comunitario, è però cresciuta nel
tempo una specifica forma di regolazione politica del mercato del lavo-
ro, un modello peculiare di relazioni industriali. Ciò è avvenuto soprat-
tutto laddove erano maggiormente presenti le condizioni di contesto isti-
tuzionale subculturale prima richiamate.
L’esistenza di un contesto locale con tradizioni politiche e associati-
ve radicate ha favorito la sindacalizzazione, fornendo risorse di identità
e di organizzazione. E questo spiega perché i tassi di sindacalizzazione,

Storia d’Italia Einaudi


34 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, sono più elevati nel-


le regioni di piccola impresa ( già nel 1977 queste sono le aree a più ele-
vata sindacalizzazione nell’industria, con valori che oscillano tra il 38
per cento del Trentino e il 55 dell’Emilia). Nel tempo queste risorse so-
no state usate per avviare un modello di relazioni industriali molto di-
verso da quello prevalente nelle grandi aziende. Si è sviluppato, in pa-
rallelo con la crescita economica, un modello di tipo cooperativo e loca-
listico a bassa conflittualità. I sindacati non pongono vincoli all’uso
flessibile del lavoro – sia dentro che tra le aziende – ma ne contrattano
però il compenso, e in parte anche le modalità. In cambio ottengono in-
crementi spesso sensibili nei salari negoziati localmente, che si esten-
dono anche alle aziende più piccole (è in questo modo che si può spie-
gare la crescita dei salari reali, che in molte aree sono superiori, o co-
munque non inferiori a quelli delle grandi imprese). A ciò si aggiungono
servizi sociali forniti dai governi locali, di solito più efficienti di quelli
delle grandi aree metropolitane e del Sud.
Veniamo così al ruolo dei governi locali. Due aspetti ne influenzano
in particolare l’azione. Anzitutto, l’esistenza di radicate tradizioni po-
litiche ha fornito un consenso meno vincolato al soddisfacimento di in-
teressi particolari da parte degli amministratori, favorendo invece un
orientamento volto alla fornitura di servizi e beni collettivi. D’altra par-
te, l’industrializzazione diffusa, specie nella sua fase iniziale, limitava i
problemi che i governi locali dovevano affrontare, perché manteneva le
funzioni integrative svolte dalla famiglia e dalla comunità locale, e non
alimentava forti processi di urbanizzazione e di immigrazione. Così i go-
verni locali sono stati in grado di fornire alcuni beni collettivi che han-
no ridotto i costi sia per i piccoli imprenditori che per i lavoratori: ser-
vizi sociali più diffusi e efficienti per quest’ultimi, infrastrutture essen-
ziali e sostegno alla creazione di servizi per le imprese. Naturalmente,
vi erano differenze tra il carattere più interventista delle amministra-
zioni «rosse», e quello delle amministrazioni «bianche», ma in genera-
le è riscontrabile un sostegno istituzionale non irrilevante per lo svilup-
po locale nella sua fase iniziale.
In conclusione, si può dire che lo sviluppo di piccola impresa sia sta-
to un processo non pianificato, anche se certo influenzato da alcuni in-
terventi politici definiti a livello centrale (o dalla mancanza di inter-
venti): l’accorta politica di svalutazione perseguita dalla Banca d’Italia
nella seconda metà degli anni settanta è un esempio del primo tipo; la
protezione fiscale operante a favore delle imprese più piccole è un esem-
pio importante di non intervento. La crescita delle piccole imprese si è
comunque basata prevalentemente su risorse economiche, sociali e po-

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 35

litiche che erano disponibili in certe regioni, soprattutto (anche se non


esclusivamente) nel Centro-Nordest. Questa parte del paese non era sta-
ta infatti caratterizzata dal modello fordista di industrializzazione e era
rimasta meno coinvolta nei processi di mobilitazione sociale e radica-
lizzazione politica tipici delle grandi aree metropolitane. Per di più, po-
teva contare su un’antica tradizione artigianale e commerciale, radica-
ta in una rete diffusa di piccoli centri, sulla persistenza di strutture so-
ciali tradizionali (famiglia, comunità locale), su elevati livelli di
integrazione politica legati alla presenza di forti subculture territoriali
(«bianche» e «rosse»). Vi erano quindi, nelle regioni in questione, quei
prerequisiti economici e sociali per cogliere le nuove opportunità di svi-
luppo che si erano aperte a livello internazionale per modelli di produ-
zione flessibile e non standardizzata.
In tal modo, lo sviluppo di piccola impresa, con la sua forte conno-
tazione territoriale, contribuì a compensare, in termini di produzione,
di esportazioni, di occupazione, le perdite subite dalla produzione di
massa. Esso rese possibile, negli anni settanta, il paradosso di un’eco-
nomia nazionale che presentava segni di elevato dinamismo a livello pro-
duttivo e sintomi fortemente negativi in termini di inflazione e deficit
pubblico49. Non va però trascurato che le stesse piccole imprese pote-
vano trarre vantaggio dai comportamenti dell’«operatore pubblico», non
solo perché la politica di svalutazione prima ricordata permetteva la pe-
netrazione sui mercati esteri, e perché godevano di una protezione fi-
scale, ma anche per il sostegno alla domanda interna derivante dalla spe-
sa pubblica in crescita. Non è un caso che in questi anni si realizzi la pe-
netrazione della piccola impresa produttrice di beni di consumo del
Centro-Nord nei mercati meridionali sostenuti dall’intervento redistri-
butivo dello Stato50. Il rapporto tra dinamismo privato e disordine pub-
blico prende dunque forma negli anni settanta come aggiustamento al-
lo shock prodotto dal ciclo di lotte apertosi con l’«autunno caldo».

7. La debole industrializzazione del Mezzogiorno.

Lo sviluppo di piccola impresa della Terza Italia ha compensato la


crisi delle grandi aziende del Triangolo. Questo fenomeno si è però dif-
fuso solo in misura limitata nelle regioni meridionali. In questa parte del

49 Cfr. salvati, Economia e politica cit., pp. 131 sgg.


50 Cfr. a. graziani e e. pugliese (a cura di), Investimenti e disoccupazione nel Mezzogiorno, Bo-
logna 1979.

Storia d’Italia Einaudi


36 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

paese le difficoltà crescenti delle imprese di origine esterna, soprattut-


to pubbliche, create con un forte sostegno statale tra gli anni sessanta e
i primi anni settanta, non sono state sufficientemente bilanciate dallo
sviluppo di un’imprenditorialità manifatturiera locale. Si è piuttosto de-
terminata un’accresciuta dipendenza del reddito e dell’occupazione da
trasferimenti pubblici scarsamente produttivi, oltre che dalle attività il-
legali. La redistribuzione assistenziale di risorse verso il Mezzogiorno
viene cosi a costituire una componente rilevante – anche se certo non
esclusiva – di quella crescita della spesa pubblica di cui abbiamo già ana-
lizzato le conseguenze per il deficit pubblico e l’inflazione. Per com-
prendere queste modalità di integrazione del Sud nello sviluppo nazio-
nale occorre fare anche in questo caso un rapido passo indietro. In par-
ticolare, è necessario far riferimento ai caratteri dell’industrializzazione
sostenuta dallo Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno. Subito do-
po vedremo in che modo i problemi dello sviluppo economico meridio-
nale si colleghino alla crescita di un intervento pubblico che nell’ultimo
ventennio ha assunto sempre più le forme di una redistribuzione assi-
stenziale.
La politica a favore dell’industrializzazione era stata avviata a parti-
re dal 1957, dopo una prima fase nella quale l’intervento pubblico nel
Mezzogiorno si era concentrato in agricoltura, con la riforma agraria, e
nel settore infrastrutturale su cui si era impegnata la Cassa per il Mez-
zogiorno (creata nel 1950). Queste misure avevano certo contribuito ad
attenuare le tensioni sociali innescate dalle lotte contadine del dopo-
guerra e a sostenere il reddito della popolazione; e avevano anche con-
tribuito a migliorare la dotazione infrastrutturale e la produttività del
settore agricolo, specie nelle aree costiere51. Nel complesso esse si era-
no però ben presto rivelate insufficienti e inadeguate rispetto ai pro-
blemi di sviluppo di questa vasta area del paese. Con una popolazione
pari al 37 per cento di quella nazionale, il Sud contribuiva alla produ-
zione del reddito industriale per circa il 15 per cento; gli investimenti
nell’industria erano, alla metà degli anni cinquanta, intorno al 10 per
cento di quelli nazionali. La struttura industriale era molto fragile e si
basava su imprese di piccole dimensioni in settori manifatturieri tradi-
zionali (alimentari, abbigliamento, calzature, mobilio, ecc.) che gode-
vano ancora di un mercato locale sostanzialmente protetto dalla con-
correnza esterna. La componente prevalente, e anche quella più dina-

51 Cfr. p. bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Roma 1993, pp. 106 sgg.; g. ba-
rone, Stato e Mezzogiorno (1943-60), in Storia dell’Italia Repubblicana, vol. I, Torino 1994, pp.
399 sgg.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 37

mica, era costituita dall’edilizia, sostenuta anche dalla politica delle ope-
re pubbliche. L’industria meridionale non era dunque assolutamente in
grado di far fronte al massiccio esodo di popolazione che abbandonava
le campagne, soprattutto nelle zone interne a più bassa produttività.
Tanto più che gli stessi interventi infrastrutturali, migliorando le co-
municazioni, cominciavano a favorire la penetrazione commerciale del-
le imprese esterne. E in questo contesto che matura il cosiddetto «se-
condo tempo» della politica meridionalistica, che punta ora più diret-
tamente a sostenere un processo di industrializzazione per mezzo di
incentivi (finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto) volti ad
attirare imprese esterne in alcuni «poli industriali». Si mira inoltre a un
forte coinvolgimento delle imprese pubbliche, alle quali viene imposto
l’obbligo di localizzare nel Mezzogiorno almeno il 60 per cento dei loro
investimenti52.
Tra il 1958 e il 1975 vengono spesi dalla Cassa per il Mezzogiorno
poco più di 20 000 miliardi (a valori 1989) per agevolazioni agli inve-
stimenti privati53. Di questi più della metà sono impegnati tra il ’71 e
il ’75. Nello stesso periodo crescono gli investimenti industriali che
giungono fin quasi al 40 per cento del totale nazionale tra il ’69 e il
’7354. Un ruolo cruciale in questo processo è svolto dalle partecipazio-
ni statali, il cui peso negli investimenti industriali del Mezzogiorno pas-
sa da circa un terzo nel 1960 a quasi la metà alla fine del decennio, men-
tre il peso relativo nell’occupazione dipendente manifatturiera tocca il
20 per cento nel 1973. Tuttavia, a fronte di questo massiccio impegno
di risorse gli effetti sul piano dell’occupazione saranno molto deluden-
ti, e nettamente inferiori alle previsioni: tra il ’61 e il ’75 l’occupazio-
ne industriale cresce nel Mezzogiorno del 2,6 per cento contro il 10,5
del resto del paese55. Come si possono spiegare queste tendenze con-
traddittorie?
La risposta va cercata nella composizione degli investimenti che si
dirigono verso il Mezzogiorno. La componente prevalente è costituita,
specie fino alla fine degli anni sessanta, dai settori di base (siderurgia

52 Per una ricostruzione delle diverse fasi delle politiche di intervento straordinario per il Mez-
zogiorno si veda A. Graziani, Introduzione, in id. (a cura di), L’economia italiana dal dopoguerra a
oggi, Bologna 1989.
53 Le agevolazioni si riferiscono a tutti i settori, ma la parte prevalente è costituita dall’indu-
stria. I dati sono tratti da s. cafiero e g. marciani, Quarant’anni di intervento straordinario (1930-
1989), in «Rivista economica del Mezzogiorno», 1991, n. 2, pp. 249-74.
54 a. graziani, Introduzione cit., p. 94.
55 I dati sulle imprese a partecipazione statale e quelli sull’occupazione sono tratti da a. del
monte e a. giannola, Il Mezzogiorno nell’economia italiana, Bologna 1978, pp. 188 sgg.

Storia d’Italia Einaudi


38 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

e soprattutto petrolchimica, alla quale va la quota prevalente dei fi-


nanziamenti)56. Il primo ciclo di investimenti vide, tra l’altro, lo svi-
luppo del polo siderurgico di Taranto, di quelli petrolchimici di Ca-
gliari, di Priolo-Siracusa, di Gela, di Brindisi. Il secondo ciclo, che si
manifesta nei primi anni settanta, è caratterizzato da due fenomeni:
una maggior diversificazione verso i settori dell’industria meccanica e
elettronica, e un maggior impegno in questi settori del capitale priva-
to oltre che di quello pubblico (tra gli esempi più significativi, Alfasud
e Italtel per l’area pubblica, e la Fiat per quello privato). La netta pre-
valenza che la chimica, e l’industria di base in genere, continuarono ad
avere in tutto il periodo che stiamo considerando permette però di spie-
gare gli scarsi risultati occupazionali. Si tratta infatti, come è stato più
volte sottolineato, di impianti a elevata intensità di capitale, che ren-
dono particolarmente costoso l’investimento, e quindi attraenti gli in-
centivi (in alcuni casi, sommando incentivi nazionali e regionali si po-
teva arrivare a coprire la quasi totalità dell’investimento iniziale). Ma
insediamenti di questo tipo non solo hanno una limitata ricaduta sull’oc-
cupazione diretta, ma per le loro caratteristiche di elevata integrazio-
ne interna non danno significativi stimoli allo sviluppo di produzioni a
valle, mentre a monte comportano l’importazione di beni o servizi pro-
dotti prevalentemente all’esterno dell’area (in particolare il petrolio,
che proviene dall’estero). A ciò è da aggiungere che la presenza di que-
sti grandi impianti ha spesso avuto effetti destabilizzanti per la strut-
tura produttiva preesistente, provocando carenze di manodopera e in-
cremento del costo del lavoro; per non parlare poi dei pesanti costi am-
bientali e delle possibili ripercussioni negative su altri settori come
l’agricoltura e il turismo.
Il processo di industrializzazione del Mezzogiorno sviluppatesi tra il
1958 e il 1973 presenta dunque caratteri contraddittori. La politica di
incentivazione ebbe successo nell’attirare iniziative esterne che certo
hanno cambiato il panorama economico e sociale del Sud e hanno con-
sentito un incremento dei redditi. Ma proprio le tendenze principali che
alimentarono tale esito contenevano sin dall’inizio i germi che avreb-
bero largamente compromesso la capacità delle nuove strutture indu-
striali di adattarsi ai problemi e alle tensioni che emersero negli anni set-
tanta. Vale la pena di sottolineare, in questa chiave, due fattori che spin-
sero a utilizzare gli incentivi e sostennero la creazione dei nuovi
insediamenti.

56 del monte e giannola, Il Mezzogiorno cit., p. 309.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 39

Il primo – lo abbiamo già ricordato – riguarda le imprese pubbliche.


Queste ultime individuarono nelle opportunità offerte dalla politi-
ca meridionalistica (e negli stessi vincoli di localizzazione che essa im-
poneva loro) un’occasione di rafforzamento, e più tardi anche di di-
versificazione verso settori manifatturieri, come per esempio quello au-
tomobilistico, sui quali più forti erano le resistenze a una loro
espansione da parte dei gruppi privati57. Ma tutto ciò avveniva al di
fuori di un chiaro indirizzo di politica industriale che coordinasse le
scelte delle imprese a partecipazione statale e le legasse a una visione
più generale dei problemi di sviluppo del paese. Se non mancarono,
dunque, specie nella fase iniziale, contributi positivi delle imprese pub-
bliche al rafforzamento complessivo del settore industriale, ciò avven-
ne – soprattutto nel campo della siderurgia e dell’energia – più per scel-
te contingenti del management di tali imprese che per una consapevo-
le capacità di indirizzo dello Stato58. Ciò fece si che più tardi – falliti
gli obiettivi di programmazione su cui ci siamo già soffermati – l’espan-
sione del sistema delle imprese a partecipazione statale comportasse una
sorta di balcanizzazione che enfatizzava i rischi di scelte non ben pon-
derate sotto il profilo della redditività economica a lungo termine. Il
meccanismo degli incentivi, che si aggiungeva ai fondi di dotazione, fa-
voriva peraltro questo tipo di orientamento. Così come un potente fat-
tore di incoraggiamento era costituito dal perverso rapporto di collu-
sione che si andava sviluppando tra pezzi delle aziende statali e com-
ponenti della classe politica, all’insegna delle «finalità sociali» di cui
doveva farsi carico l’impresa pubblica.
Il secondo fattore che sostenne l’industrializzazione fu costituito dal
crescente interesse di gruppi economici orientati verso l’industria chi-
mica per il sistema degli incentivi. Come abbiamo già notato, il settore
chimico è a elevata intensità di capitale e comporta dunque costosi in-
vestimenti. Negli anni sessanta, anche come conseguenza del cospicuo
indennizzo corrisposto dallo Stato per la nazionalizzazione delle indu-
strie elettriche (1500 miliardi) si rafforzò l’interesse per l’investimento
nel settore da parte di alcuni gruppi (Edison, Montecatini, ai quali si ag-
giunsero altri come Sir e Liquichimica)59. Queste imprese beneficiaro-
no notevolmente delle agevolazioni finanziarie per il Mezzogiorno. Ma

57 Ibid., pp. 186-87.


58 Cfr. f. bonelli, Il capitalismo italiano. Linee generali di interpretazione, in Storia d’Italia Ei-
naudi. Annali, 1. Dal feudalismo al capitalismo, Torino 1978, pp. 1246 sgg.; g. amato, Introduzio-
ne, in id., Il governo dell’industria in Italia, Bologna 1972, pp. 13-75.
59 Cfr. e. scalfari e g. turini, Razza padrona. Storia della borghesia di stato, Milano 1974.

Storia d’Italia Einaudi


40 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

anche in questo caso gli investimenti si susseguivano, in gran parte a


spese dello Stato, con una moltiplicazione delle iniziative, una conflit-
tualità tra i vari soggetti pubblici e privati, e una conseguente crescita
di capacità produttiva e di diseconomie di scala che si sarebbero più tar-
di rivelate deleterie per la sopravvivenza di questi insediamenti. Da non
dimenticare inoltre è il fatto che anche i prezzi dei prodotti erano spes-
so soggetti in questo settore a decisioni politiche (prodotti petroliferi),
contribuendo anche per questa via ad allentare gli stimoli provenienti
dalla competizione di mercato e a favorire fenomeni collusivi con set-
tori della classe politica.
In questo quadro è possibile comprendere le gravi difficoltà che in-
vestono le strutture industriali del Mezzogiorno nella seconda metà de-
gli anni settanta, e che si protraggono nel decennio successivo. Non so-
lo la natura dei settori prevalenti espone particolarmente le industrie
meridionali alla crisi dei settori di base (siderurgia e petrolchimica), ma
la fragilità delle fondamenta imprenditoriali di molte di queste inizia-
tive, e la loro dipendenza da scelte e opportunità politiche, più che eco-
nomiche, aggravano la situazione e ritardano i necessari aggiustamen-
ti, finendo spesso per dare – sotto la pressione politica e sindacale –
una risposta assistenziale, inevitabilmente miope, ai problemi dell’oc-
cupazione.
Alla luce delle considerazioni precedenti non appare dunque condi-
visibile un giudizio che consideri nel complesso positivamente l’espe-
rienza dell’industrializzazione che si concluse nei primi anni settanta,
contrapponendo ad essa una successiva fase più «assistenziale» in cui si
attenua il peso dei trasferimenti al Mezzogiorno legati al sostegno degli
investimenti industriali e cresce invece quello della spesa pubblica a so-
stegno dei redditi60. Questa tendenza è chiaramente visibile – ci ritor-
neremo tra poco –, ma i più consistenti finanziamenti e investimenti in-
dustriali della fase precedente, se valutati in termini qualitativi oltre che
quantitativi, evidenziano la fragilità originaria e la dipendenza politica
di molte iniziative che entrarono ben presto in crisi. Naturalmente il
giudizio sull’industrializzazione deve essere più articolato. Specialmen-
te nel campo dell’industria meccanica, automobilistica, elettronica, mol-
ti insediamenti hanno mostrato un positivo radicamento e anche stimoli

60 Un giudizio di questo tipo è per esempio formulato da a. giannola, Il dualismo italiano og-
gi. Problemi e prospettive, in Divario e dualismo. Ridiscutere due concetti chiave del meridionalismo,
Torino 1992; e da bevilacqua, Breve storia cit., pp. 120 sgg. Valutazioni simili sono state inoltre
più volte espresse dalla Svimez. Si veda, per esempio, il Rapporto 1993 sull’economia del Mezzo-
giorno, Bologna 1993, p. 14.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 41

significativi per le economie locali. In questi casi si tratta in genere di


iniziative avviate nei primi anni settanta, con l’obiettivo di decentrare
verso il Sud alcune produzioni per affrontare i problemi di congestione
e le tensioni sociali che si manifestavano nelle aree più industrializzate.
Ma il successo, anche in termini occupazionali, sembra legato a una più
chiara strategia industriale dei gruppi interessati (in quest’ottica si può
per esempio leggere l’esperienza della Fiat)61.
Nel complesso, tuttavia, il giudizio sulla politica di industrializza-
zione deve mettere in evidenza le molte ombre e i vizi costitutivi che la
caratterizzarono. In questo modo è anche possibile comprendere meglio
l’esaurimento di tale esperienza (salvo qualche eccezione significativa
come la Fiat di Melfi) a partire dalla metà degli anni settanta. Il calo de-
gli investimenti riflette la fragilità di molte iniziative, che si esaurisco-
no, travolte dai debiti, una volta venute meno le condizioni facili della
fase precedente. Non ci sono tentativi significativi di riaggiustamento
e di impegno imprenditoriale, ma piuttosto salvataggi che spostano
sull’impresa pubblica il peso di molte pseudo-iniziative private, specie
nella chimica (l’Eni, per esempio, rileverà le attività della Sir e della Li-
quichimica e parti di quelle della Montedison). Negli stabilimenti di im-
prese private di origine esterna con più di 10 addetti l’occupazione ca-
la del 22 per cento tra l’80 e il ’90. D’altra parte le imprese pubbliche,
oberate dai debiti, con decrescenti disponibilità di fondi di dotazione,
e sempre più invischiate in rapporti collusivi con correnti e partiti poli-
tici, non saranno in grado di avviare positive strategie di ristruttura-
zione (anche in questo caso il calo dell’occupazione sarà consistente: cir-
ca un terzo negli anni ottanta).
Come viene spesso sottolineato dal meridionalismo tradizionale, tut-
to ciò riflette certo la carenza di politica industriale da parte dello Sta-
to, ma è una carenza che – come abbiamo già rilevato – si era manife-
stata sin dall’inizio, negli anni facili dell’industrializzazione promossa
dall’intervento straordinario. Un aspetto spesso trascurato di tale ca-
renza è la scarsa o nulla attenzione prestata ai problemi delle piccole im-
prese meridionali nei settori manifatturieri tradizionali. Non c’è stato
un sostegno adeguato ai processi di modernizzazione di queste aziende
che – come abbiamo già notato – perdono progressivamente gli elementi
di protezione del mercato locale per effetto del miglioramento delle co-
municazioni e degli sforzi di penetrazione commerciale delle imprese del

61 Cfr. c. annibaldi, Intervista su la Fiat e il Mezzogiorno, in «Meridiana», 1989, n. 6, pp. 199-


229; r. cominotti e altri, Fattori di successo e di insuccesso della grande industria nel Mezzogiorno, in
«Rivista economica del Mezzogiorno», 1992, n. 2, pp. 265-316.

Storia d’Italia Einaudi


42 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Centro-Nord (anche di quelle piccole e medie in crescita). Così come


non c’è stato un sostegno strategico all’industria di trasformazione dei
prodotti agricoli tale da consentire un efficace sfruttamento della cre-
scita produttiva e delle potenzialità di questo settore (l’agricoltura è
l’unico settore in cui il contributo del Sud alla produzione del reddito è
consistente ed è aumentato in misura significativa negli ultimi anni: si
avvicina al 50 per cento del totale nazionale, contro il 18 per cento del
contributo relativo del Sud alla produzione industriale del paese).
Ciononostante uno sviluppo industriale manifatturiero centrato su
piccole e medie aziende si è manifestato anche nel Sud negli ultimi quin-
dici anni, specie lungo la dorsale adriatica62. Esso presenta due varian-
62 Per un approfondimento dei caratteri economici e sociali di tale sviluppo si veda c. trigi-
lia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Bologna 1992, cap.
III. Su questo lavoro si basano le considerazioni seguenti.

Figura 3.
L’industrializzazione delle province meridionali negli anni ottanta.

Fonte: c. trigilia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Bolo-
gna 1992, p. 53.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 43

ti principali. Una è caratterizzata da sviluppo di piccola e media impre-


sa in settori leggeri e nell’industria metalmeccanica. Riguarda alcune
province abruzzesi, più tipicamente Teramo, ma anche Chieti e Pesca-
ra, quelle pugliesi (Bari e Lecce) e in parte Avellino. L’altra variante è
legata all’industria meccanica e più in generale alla grande impresa, af-
fiancata però da piccole e medie aziende meccaniche e dei settori leg-
geri (L’Aquila, Campobasso e Chieti). Queste aree sono in genere ca-
ratterizzate dal peso prevalente dell’imprenditorialità di origine locale,
e sono le uniche in cui tale componente è cresciuta in misura significa-
tiva negli ultimi anni. Anche i risultati sul piano occupazionale sono mi-
gliori di quelli del resto del Mezzogiorno.
Questa logica di sviluppo diffuso si presenta in forme più blande in
altre zone – in particolare nella Sicilia sud-orientale e nella Sardegna set-
tentrionale – dove si combina con un peso rilevante della componente
edile (fig. 3). Nel complesso, dunque, il contributo allo sviluppo prove-
niente dalle piccole e medie imprese resta nel Mezzogiorno limitato e
insufficiente a compensare il drammatico declino industriale dei poli tra-
dizionali e delle aree metropolitane. Proprio la storia delle aree di dina-
mismo industriale (soprattutto di quelle a base più manifatturiera che
edilizia, prevalentemente collocate lungo la fascia adriatica) conferma
però, indirettamente, la scarsa capacità dell’intervento pubblico, specie
negli ultimi anni, di sostenere lo sviluppo economico.
Il contesto istituzionale delle zone in questione è infatti caratteriz-
zato da alcuni tratti distintivi: un peso più contenuto dell’intervento
pubblico, specie di quello straordinario e speciale legato all’incentiva-
zione e soprattutto alle opere pubbliche e all’edilizia; una minore pres-
sione demografica in un contesto di più bassa densità; un’imprendito-
ria locale in crescita nel settore manifatturiero, legata a tradizioni di la-
voro autonomo sia agricolo che artigiano e commerciale; una ridotta
presenza della criminalità (anche se in qualche caso, specie in Puglia, si
hanno vistosi segni di crescita). Si profila così il paradosso di uno svi-
luppo più autonomo e consistente in contesti territoriali che sono meno
dipendenti dalle politiche tradizionali di intervento straordinario e or-
dinario. Quest’ultime si sono infatti concentrate nelle grandi aree me-
tropolitane e nei poli industriali, cioè nelle zone che appaiono oggi più
colpite dalle difficoltà economiche e sociali.
Le grandi aree metropolitane, e in particolare Napoli e Palermo, so-
no anzitutto sottoposte a una pressione demografica devastante, in una
situazione di elevatissima densità. Ne risulta una potente destabilizza-
zione delle relazioni sociali, che è aggravata dal fatto che i flussi migra-
tori in uscita si sono andati, negli ultimi anni, progressivamente ridu-

Storia d’Italia Einaudi


44 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

cendo. In un contesto di questo tipo, quei fattori di integrazione socia-


le che alimentano l’imprenditorialità non funzionano, o si attivano so-
lo nell’economia sommersa e illegale. Sia Napoli che Palermo hanno avu-
to negli anni ottanta un drammatico declino delle attività manifatturie-
re, che non è stato compensato da quelle edilizie in crescita63. È ovvio
dunque che l’integrazione sociale sia soggetta alle tensioni più forti. I
tassi di criminalità distinguono poi molto nettamente Palermo, Napoli-
Caserta e Catania, ma anche Bari. In questo quadro, le istituzioni pub-
bliche sono fortemente sollecitate a interventi di sostegno del reddito.
Ed è qui che l’intervento straordinario e speciale raggiunge le sue pun-
te massime, specie nelle opere pubbliche (si è aggirato, negli ultimi an-
ni, intorno ai 500 miliardi annui a Napoli e ai 300 a Palermo), un in-
tervento di questo tipo tende a accentuare la rilevanza del ciclo edilizio
nell’economia urbana, e si presta anche particolarmente a interazioni tra
politica e criminalità.
Non più incoraggiante è la situazione dei poli industriali (tra i casi
più importanti: Siracusa, Taranto, Cagliari, Matera). Entrate in genere
in crisi nel corso dell’ultimo decennio, le imprese hanno contratto in mi-
sura drastica l’occupazione (in quelle private di origine esterna è scesa
in media del 40 per cento e in quelle statali del 20 per cento). Anche in
seguito ai salvataggi l’impresa statale è quindi ormai prevalente in que-
sti contesti. Inoltre, sono progressivamente cresciuti, negli anni ottan-
ta, l’impiego pubblico, le pensioni e le opere pubbliche. La notevole sin-
cronia di questi fenomeni fa ipotizzare che la regolazione politica si sia
complessivamente estesa per attutire la crisi dei poli. Tanto più che le
difficoltà economiche e occupazionali si manifestavano a fronte di una
pressione demografica consistente. Ne è risultato un processo di desta-
bilizzazione sociale di cui sono segno eloquente i fenomeni di crescita
della criminalità, in aree in passato prive di tradizioni di questo tipo (co-
me per esempio Taranto e Siracusa).
La storia delle grandi aree metropolitane e dei poli industriali, con-
frontata con quella delle aree di dinamismo manifatturiero della dorsa-
le adriatica, sembra dunque confermare che il tipo di interventi utiliz-
zati per curare i mali del Mezzogiorno ha avuto effetti collaterali peri-
colosi, e ha generato veri e propri circoli viziosi della dipendenza politica
che crescono nel tempo. Le zone adriatiche che per le loro caratteristi-
che socio-economiche originarie hanno potuto far meno uso di tali in-
terventi – hanno potuto cioè ridurre la pervasività della politica – han-

63 L’industria ha perso in complesso, negli anni ottanta, circa il 35 per cento degli addetti in
provincia di Napoli – più di 50 000 mila occupati – e circa il 25 per cento a Palermo.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 45

no reagito meglio agli stimoli verso uno sviluppo diffuso, basato sulle
piccole e medie imprese. Al lato opposto, pressione demografica e de-
clino industriale paiono sollecitare un intervento pubblico che, per le
modalità che ha assunto, ha finito per sostenere i redditi senza però fa-
cilitare – anzi spesso ostacolando – uno sviluppo autonomo.

8. Uno sviluppo senza autonomia.

Le carenze della politica industriale hanno dunque reso fragile la


struttura produttiva meridionale alimentata dall’intervento straordina-
rio. D’altra parte non si è manifestato uno sviluppo endogeno di tipo
diffusivo, basato sulle imprese dei settori leggeri, paragonabile a quello
delle regioni della Terza Italia. Alla fine degli anni ottanta il reddito per
abitante prodotto dal settore industriale era pari al 42 per cento di quel-
lo nazionale. Se consideriamo i settori direttamente produttivi – agri-
coltura e industria – tale valore sale al 50 per cento; solo includendo i
servizi privati (che sono soprattutto commerciali), e quelli pubblici, il
reddito per abitante arriva al 67 per cento di quello nazionale. Ma se si
considerano invece i consumi pro capite, il quadro cambia: questi ulti-
mi si attestano nello stesso periodo al 78 per cento di quelli nazionali.
Vi è quindi uno scarto evidente tra capacità di produzione e livello dei
consumi. Questa differenza segnala, come è noto, l’esistenza di trasfe-
rimenti a favore del Sud, costituiti soprattutto dalla spesa pubblica. Per
valutarne meglio la portata è utile prendere in considerazione la bilan-
cia commerciale.
A partire dagli anni cinquanta il Mezzogiorno fa registrare dei disa-
vanzi commerciali oscillanti tra il 15 e il 20 per cento del prodotto in-
terno lordo, cioè importa beni e servizi dal resto del mondo e dal Cen-
tro-Nord in misura superiore a quelli esportati. Per il 1990 il disavanzo
(«importazioni nette» dal resto d’Italia e dall’estero) è stato stimato in
65 000 miliardi. Si tratta di una cifra pari al 20 per cento del prodotto
interno lordo e al 17 per cento delle risorse complessive meridionali, cioè
dei consumi e degli investimenti. Ma se il deficit dell’interscambio me-
ridionale con l’esterno viene calcolato a prezzi del 1985, si può anche
notare come vi sia stata negli ultimi anni una tendenza alla crescita in
rapporto alle risorse (consumi e investimenti): dal 15,6 del 1980 si è pas-
sati a quasi il 20 per cento del 199064. Siamo dunque in presenza di

64 Questi dati sono tratti da svimez, Rapporto 1991 sull’economia del Mezzogiorno, Bologna
1991, pp. 49 sgg.

Storia d’Italia Einaudi


46 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

un’ingente quota di trasferimenti netti a favore delle regioni meridio-


nali, che dura ormai da diversi decenni e che tende addirittura a cre-
scere. Ma in che modo viene finanziata l’importazione netta di beni e
servizi di cui godono le aree meridionali? La fonte primaria è costitui-
ta dai trasferimenti pubblici (altre voci, come per esempio le rimesse de-
gli emigranti hanno ormai un peso molto limitato).
Naturalmente, la presenza dei trasferimenti potrebbe essere in sé po-
co significativa, in quanto non è altro che la conseguenza di una politi-
ca di aiuti verso le regioni meno sviluppate, motivata sia da ragioni di
solidarietà sociale che da finalità di sostegno allo sviluppo economico.
Quando però ci si trova di fronte, da un lato, a una dipendenza pro-
lungata, consistente e crescente del Mezzogiorno, e dall’altro a una sta-
bilità nel divario in termini di reddito prodotto tra Sud e Centro-Nord,
nascono evidentemente dei dubbi sulla capacità dei trasferimenti di at-
tivare una maggiore autonomia economica del Mezzogiorno, oltre che
di alimentare la crescita del reddito.
In effetti, l’incremento del reddito è stato sostenuto da un conside-
revole impegno pubblico, ma la spesa pubblica nel Sud non è orientata
maggiormente allo sviluppo economico rispetto a quanto avviene al Cen-
tro-Nord: la quota nettamente prevalente è costituita da trasferimenti
e spese correnti a sostegno del reddito (pensioni, sanità, stipendi pub-
blici, ecc.), che incidono per il 38 per cento del prodotto interno lordo,
contro il 26 del Centro-Nord (stima relativa al 1987)65. Tale quota è
inoltre aumentata negli ultimi anni, con il ridursi delle agevolazioni per
gli investimenti66. Ciò non vuol dire però che lo Stato spenda di più per
gli abitanti del Sud. La spesa pro capite è in realtà lievemente inferiore
a quella del Centro-Nord, lo Stato incassa però molto meno di quanto
spende: all’incirca la metà. Con una popolazione pari al 36 per cento di
quella nazionale, il Sud riceve il 35 per cento della spesa pubblica ri-
partibile regionalmente, ma contribuisce solo per il 18 per cento alle en-
trate fiscali (contributi sociali, Irpef e imposte indirette)67.
La redistribuzione avviene quindi dal lato delle entrate ed è preva-
lentemente ordinaria: riguarda cioè le politiche sociali e la spesa corrente
di regioni e enti locali. L’intervento straordinario direttamente legato
alla Cassa (e poi all’Agenzia per il Mezzogiorno) ha costituito sempre
una quota molto piccola della spesa pubblica fino alla conclusione di que-
sta esperienza sancita dalla legge 488 del 1992; e le cose non cambiano

65 e.wolleb e g. wolleb, Divari regionali e dualismo economico, Bologna 1990, cap. VII.
66 giannola, Il dualismo italiano cit.
67 Dati stimati da f. padoa schioppa, L’economia sotto tutela, Bologna 1990, cap. VII.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 47

molto se si includono anche altre spese per lo sviluppo economico «di-


rettamente attivanti» e i «trasferimenti alle imprese»: non si supera in-
fatti il 12 per cento della spesa complessiva ripartibile regionalmente,
contro il 15 per cento del Centro-Nord68. Ciò vuol dire che l’incremento
del reddito è stato soprattutto sostenuto dall’estendersi al Sud di pro-
grammi nazionali nel campo delle politiche ordinarie, che hanno segna-
to anche in Italia la crescita dello stato sociale. Ed è soprattutto grazie
all’intervento ordinario che il peso della spesa pubblica sul reddito su-
pera il 50 per cento contro il 30 del Centro-Nord.
Tuttavia, l’estensione dell’intervento ordinario, specie nel campo del-
le politiche sociali (sanità, scuola, assistenza, servizi sociali, pubblico im-
piego) e in quello delle infrastrutture avrebbe potuto favorire indiret-
tamente lo sviluppo economico qualificando l’ambiente sociale, e ren-
dendolo quindi più favorevole sia per iniziative esterne che locali. Se
risultati di questo tipo non si sono verificati, occorre metterne bene a
fuoco i motivi. Bisogna dunque guardare alle forme di gestione dell’in-
tervento ordinario che costituisce la parte nettamente prevalente dell’in-
tervento pubblico e della spesa, e che chiama in causa il ruolo della clas-
se politica locale. Questa prospettiva analitica viene invece di solito tra-
scurata dall’analisi meridionalistica di orientamento economico, la quale
tende a considerare le gravi distorsioni nel funzionamento delle istitu-
zioni politico-amministrative meridionali – e i loro effetti sul piano eco-
nomico – come una mera conseguenza della situazione di arretratezza
economica che lo Stato centrale non affronta con una politica industriale
adeguata. Vediamo dunque meglio perché l’uso che è stato fatto delle
risorse pubbliche, condizionando l’ambiente sociale, invece di sostene-
re lo sviluppo economico ha finito per ostacolarlo.
La bassa legittimazione della classe politica è un fenomeno di lunga
durata, le cui origini non possiamo qui approfondire. Esso ha a che fa-
re con il fatto che la politica di massa si è affermata nel Mezzogiorno
senza lo sviluppo di forti identificazioni collettive, come è avvenuto in-
vece in altre aree del paese. Di conseguenza, il consenso politico è me-
no ideologico, cioè è meno ancorato a valori condivisi; è quindi più in-
stabile, deve essere costruito soddisfacendo continuamente domande

68 Le «spese direttamente attivanti» includono, oltre ai trasferimenti all’Agenzia per il Mez-


zogiorno, anche gli investimenti in capitali fissi e l’acquisto di beni e servizi da parte dello Stato.
I «trasferimenti alle imprese» comprendono i finanziamenti alle Partecipazioni Statali, all’Enel,
all’Anas e alle altre aziende autonome, alle Ferrovie dello Stato, e inoltre i trasferimenti alle im-
prese private (ibid.). Secondo una stima della Svimez, la spesa della Cassa (e poi dell’Agenzia) non
ha mai superato l’1 per cento del Pil del Mezzogiorno. Si veda cafiero e marciani, Quarant’anni
di intervento straordinario cit.

Storia d’Italia Einaudi


48 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

particolari69. In questa situazione, l’estensione dell’intervento pubbli-


co ha comportato una destinazione delle risorse tendente a massimizza-
re la loro divisibilità a fini di consenso. Tutto ciò che non è divisibile
tende a essere trascurato, genera non-decisioni. Ma in quest’area rien-
trano i beni collettivi essenziali per qualificare l’ambiente sociale: la
scuola, la formazione, i servizi sociali, le infrastrutture, i servizi per le
imprese. Anche se è difficile misurare con precisione questo aspetto, si
hanno seri indizi che la dotazione infrastrutturale in campo economico
(risorse energetiche e idriche, comunicazioni, servizi alle imprese, ecc.)
e in campo sociale (istruzione, sanità, servizi sociali, ecc.) sia cresciuta
meno dell’incremento del reddito, e che quindi oggi il Mezzogiorno ab-
bia una qualità ambientale peggiore di quella di altri contesti a minor
reddito pro capite e minori consumi privati (e il quadro diventa ovvia-
mente molto più fosco se si considera la crescita della criminalità)70. Ma
è evidente che questa carenza di beni collettivi costituisce un vincolo
potente all’autonomia economica perché limita sia lo sviluppo endoge-
no che quello alimentato dalla localizzazione di imprese esterne.
Occorre poi tenere presente che la limitata autonomia della perife-
ria, e l’esistenza di strutture centrali per l’intervento straordinario, fan-
no sì che il successo dei politici sia stato legato alla capacità di far af-
fluire più risorse dal centro verso una determinata area. L’assenza tota-
le di responsabilità fiscale per le risorse reperite ha spinto dunque a
guardare a Roma e a cercare i rapporti «giusti», piuttosto che a combi-
nare in modo efficace, e per così dire orizzontalmente, le risorse. È sta-
ta così selezionata una classe politica di mediatori71 più che di ammini-
stratori. D’altra parte non va trascurato che il Mezzogiorno è stato sin
dagli anni cinquanta un terreno essenziale per la costruzione del con-
senso da parte della classe politica nazionale di governo. Quest’ultima

69 La letteratura su questo tema è molto ampia. Sul clientelismo e le sue trasformazioni si ve-
dano, tra gli altri, a. pizzorno, Potere politico e sviluppo della comunità, in «Scienze sociali», no-
vembre 1969; s. tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno (New Haven 1967), Tori-
no 1972; l. graziano, Clientelismo e sviluppo politico: il caso del Mezzogiorno, in id. (a cura di),
Clientelismo e mutamento politico, Milano 1974; m. caciagli, Democrazia cristiana e potere nel Mez-
zogiorno, Firenze 1977. Indagini successive, condotte con una prospettiva antropologica, hanno
messo in luce i legami della sfera politica con i reticoli parentali: si veda f. piselli, Parentela e emi-
grazione, Torino 1981; f. piselli e g. arrighi, Parentela, clientela e comunità, in La Calabria. Storia
d’Italia Einaudi. Le Regioni dall’Unità a oggi, Torino 1985; g. gribaudi, A Eboli, Venezia 1991.
70 Cfr. trigilia, Sviluppo cit., pp. 61 sgg.
71 g. gribaudi, Mediatori, Torino 1980. Naturalmente, è vero (come ha notato s. tarrow, Tra
centro e periferia, Bologna 1979) che il fenomeno non è limitato al Mezzogiorno. Ma certo qui è più
accentuato che in altre regioni per due motivi sopra ricordati: la più bassa legittimazione dei poli-
tici e l’intervento straordinario dello Stato.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 49

ha certo responsabilità non trascurabili perché ha incentivato, o co-


munque non scoraggiato, i comportamenti della classe politica meridio-
nale, dalla quale venivano risorse di consenso essenziali per gli equilibri
tra i vari partiti e all’interno dei partiti della coalizione di governo.
Ma vi è un altro aspetto da considerare, per valutare gli effetti ne-
gativi della pervasività della politica sull’ambiente sociale. Si tratta di
una di storsione degli orientamenti e delle preferenze che è indotta dal
funzionamento delle istituzioni politico-amministrative. Il migliora-
mento delle comunicazioni e l’apertura culturale della società meridio-
nale hanno comportato, come era prevedibile, una spinta crescente al
miglioramento delle condizioni di vita individuali e familiari. Ma il pe-
so prevalente che le risorse politiche hanno finito per avere nella for-
mazione del reddito, e la disponibilità della classe politica a un uso clien-
telare e particolaristico di tali risorse, hanno orientate le spinte al mi-
glioramento e alla mobilità verso il terreno del «saper fare politico» più
che di quello economico. Ne discendono diversi fenomeni: lo sviluppo
di un’imprenditorialità politica, legata a protezioni e vincoli politici piut-
tosto che alla capacità di stare sul mercato72; la crescita di una mi-
croimprenditorialità politica che sfrutta e manipola legami familiari, pa-
rentali, amicali per muoversi tra concorsi, pensioni, licenze; ma anche
la modernizzazione della criminalità organizzata, specie laddove una tra-
dizione originaria di uso della violenza ha consentito un controllo delle
risorse pubbliche e un condizionamento della classe politica. Poteva in-
fatti prender forma uno scambio tra appoggio elettorale e sostegno dei
redditi della classe politica contro favori nell’allocazione delle risorse
pubbliche e protezione nei riguardi della giustizia73.
In conclusione, per questa via la pervasività della politica ha finito
per scoraggiare la capacità imprenditoriale (economica), sia direttamen-
te, ostacolando valori, competenze tecniche e cultura tecnologica, sia in-
direttamente attraverso la concorrenza portata da attività politicamen-
te protette o controllate dalla criminalità. La redistribuzione assisten-

72 Cfr. g. bonazzi, a. bagnasco e s. casillo, L’organizzazione della marginalità. Industria e po-


tere politico in una provincia meridionale, Torino 1972; c. donolo, Mutamenti nel blocco sociale do-
minante nel Mezzogiorno, in a. becchi collida (a cura di), L’economia italiana tra sviluppo e sussi-
stenza, Milano 1978; r. catanzaro (a cura di), L’imprenditore assistito, Bologna 1979.
73 Anche sui rapporti tra politica e criminalità la letteratura è ormai vasta. Si vedano, tra gli
altri, p. arlacchi, La mafia imprenditrice, Bologna 1983; r. catanzaro, Il delitto come impresa, Pa-
dova 1988. Di particolare interesse è inoltre la relazione della Commissione parlamentare antima-
fia sui rapporti tra mafia e politica, approvata nel 1993. Sugli aspetti relativi al fenomeno della cor-
ruzione politica, anche se non esclusivamente nel Mezzogiorno, si vedano inoltre, f. cazzola, Del-
la corruzione, Bologna 1988; d. della porta, Lo scambio occulto, Bologna 1992.

Storia d’Italia Einaudi


50 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

ziale delle risorse ha sostenuto i redditi ma ha ostacolato – non meno


delle carenze della politica industriale centrale – uno sviluppo autono-
mo. Come vedremo più avanti, l’esistenza di una domanda di beni ali-
mentata dalla spesa pubblica ha certo costituito un vantaggio per le im-
prese grandi e piccole del Nord74. Nel tempo però – e specie nella se-
conda metà degli anni ottanta, in una situazione di cambi fissi – le
conseguenze in termini di aggravamento del deficit, di inflazione e di
maggiore pressione fiscale, hanno comportato dei costi crescenti per le
imprese, e hanno prodotto una mobilitazione sociale e politica nel Nord
del paese contro i meccanismi di redistribuzione a favore delle regioni
meridionali75. Le forme di integrazione tradizionali del Sud nello svi-
luppo nazionale vengono dunque rimesse in discussione.

9. Il neocorporativismo italiano.

Nei paragrafi precedenti abbiamo esaminato le differenziazioni ter-


ritoriali dello sviluppo tra gli anni settanta e il decennio successivo. Que-
st’ultimo periodo, sul quale ora ci soffermeremo, è caratterizzato ini-
zialmente dalla spettacolare ristrutturazione delle grandi imprese e da
una crescita più contenuta delle piccole aziende. A partire soprattutto
dal 1988 si manifestano però gravi difficoltà per il sistema produttivo
nel suo complesso, specialmente per quella parte dell’industria mani-
fatturiera più legata al mercato internazionale. Questa fase si conclu-
derà con la svalutazione della lira e con l’uscita dell’Italia dal sistema
monetario europeo nel 1992. Per esaminare la ristrutturazione delle
grandi imprese e le sue conseguenze sullo sviluppo degli anni ottanta
conviene anzitutto considerare le modificazioni intervenute nelle rela-
zioni industriali.
Il peggioramento della situazione economica e la crescita dell’infla-
zione determinarono, già verso la metà degli anni settanta, un cambia-
mento nella strategia dei sindacati. In effetti, la loro forza organizzati-
va si era in pochi anni notevolmente accresciuta con l’espandersi della
sindacalizzazione ed essi apparivano ora più preoccupati che i successi
ottenuti venissero minacciati dall’inflazione e dalla disoccupazione. Da

74 Cfr. giannola, Dualismo cit.


75 Questo mutamento delle condizioni economiche, e in particolare della pressione fiscale, è
da considerarsi un importante fattore di sfondo per comprendere l’emergere del fenomeno leghi-
sta e le sue trasformazioni: cfr. i. diamanti, La Lega, Geografia, storia e sociologia di un nuovo sog-
getto politico, Roma 1993.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 51

qui il tentativo, non senza contrasti, di avviare un processo di ricentra-


lizzazione delle relazioni industriali allo scopo di favorire, per mezzo di
accordi di tipo neocorporativo con il governo e gli imprenditori, lo
«scambio politico» già sperimentato in altri paesi europei: riduzione del-
la pressione salariale e concessione di più flessibilità nell’uso della for-
za lavoro in cambio di interventi a sostegno dell’occupazione e di poli-
tiche sociali (pieno sviluppo del Welfare State)76.
Un primo passo in questa direzione è costituito dall’accordo tra im-
prenditori e sindacati del 1975 sul sistema di indicizzazione dei salari
(con l’introduzione del punto unico di scala mobile). In un periodo di ele-
vata inflazione, l’indicizzazione appariva ad entrambe le parti sociali co-
me uno strumento per ridurre la conflittualità aziendale e ristabilire un
maggior controllo centrale sulle relazioni industriali. Solo più tardi si sa-
rebbero chiaramente manifestate le conseguenze negative di questo mec-
canismo, non solo per la riproduzione delle aspettative inflazionistiche,
ma anche per l’appiattimento delle retribuzioni a scapito di quelle dei la-
voratori più qualificati, e per la progressiva riduzione dello spazio di con-
trattazione per gli stessi sindacati.
Con il successivo accordo del 1977 i sindacati si muovono in dire-
zione di un raffreddamento del costo del lavoro (sospensione dell’indi-
cizzazione dell’indennità di liquidazione) e di concessioni sul terreno
della flessibilità del lavoro (maggiori possibilità di ricorso agli straordi-
nari, controllo dell’assenteismo). L’orientamento favorevole alla con-
certazione delle politiche economiche e sociali viene sancito dalla co-
siddetta «svolta dell’Eur» del 1978 ed è indubbiamente incoraggiato
dall’avvicinamento del Partito comunista all’area di governo dopo il
rafforzamento elettorale conseguito nel 1975 e nel 1976. Nella fase dei
governi di «solidarietà nazionale» (1976-79) la linea di moderazione del-
le organizzazioni sindacali trova sostegno in una serie di provvedimen-
ti legislativi con esse contrattati: la legge di riconversione industriale e
quella per l’occupazione giovanile del 1977, la legge sulla formazione
professionale del 1978. Non passa invece in parlamento il disegno di leg-
ge di riforma delle pensioni che era appoggiato dai sindacati. Nello stes-
so periodo viene però introdotto il Servizio sanitario nazionale, che ri-
sponde a domande sostenute anche dalle organizzazioni dei lavoratori.

76 Per un inquadramento teorico della strategia dei sindacati si veda a. pizzorno, Scambio po-
litico e identità collettiva nel conflitto di classe, in crouch e pizzorno (a cura di), Conflitti in Euro-
pa cit. Una ricostruzione dettagliata del caso italiano nel periodo 1977-84 si trova in m. regini, Re-
lazioni industriali e sistema politico: l’evoluzione recente e le prospettive degli anni ’80, in m. carrie-
ri e p. perulli (a cura di), Il teorema sindacale, Bologna 1985.

Storia d’Italia Einaudi


52 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Nel 1979, dopo le perdite subite alle elezioni politiche, il Pci esce
dall’area di governo. Si modifica dunque il clima politico-istituzionale,
mentre i risultati attesi dai sindacati sul terreno della contrattazione po-
litica stentano a concretizzarsi (emblematico, in proposito, è il fallimento
della legge di riconversione industriale). Ciononostante, nel 1983 viene
concluso un vero e proprio accordo triangolare tra sindacati, associa-
zioni imprenditoriali e governo. La sua realizzazione deve molto all’at-
tivismo del governo, rappresentato dal ministro del lavoro Scotti. In ef-
fetti, per favorire l’adesione delle parti sociali, lo Stato si assume degli
oneri consistenti che vanno ad aggravare i conti pubblici. I sindacati ac-
cettano di limitare le richieste salariali entro tetti prefissati, ma otten-
gono in cambio modifiche delle aliquote per limitare il drenaggio fisca-
le dovuto all’inflazione77. Dall’altra parte, agli imprenditori viene con-
cessa la fiscalizzazione degli oneri sociali e una prima parziale riduzione
della scala mobile. Vengono inoltre introdotte misure di flessibilizza-
zione del mercato del lavoro (contratti di formazione, maggiori possibi-
lità di chiamata nominativa).
L’anno seguente il governo presieduto da Craxi – basato su una nuo-
va coalizione di centro-sinistra tra socialisti e democristiani – raggiun-
ge un accordo con la Cisl e la Uil che porta alla riduzione per decreto
della copertura della scala mobile. Dall’accordo si dissocia la Cgil, non
senza contrasti tra la maggioranza comunista e la minoranza socialista.
Il successivo referendum abrogativo, sostenuto dal Pci e dalla Cgil, non
ottiene la maggioranza, ma i rapporti tra le organizzazioni sindacali ne
escono fortemente indeboliti. Si manifesta così un declino complessivo
dell’influenza politica delle organizzazioni di rappresentanza dei lavo-
ratori78, che sono peraltro sempre più sfidate dall’emergenza di nuove,
aggressive forme di sindacalismo autonomo, specie nell’area pubblica e
nei servizi in genere. In questi settori si manifesta inoltre una nuova
conflittualità79.
77 In effetti, tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, il drenaggio fiscale è stato
elevatissimo per effetto dei tassi molto alti di inflazione. Ciò ha fatto sì che lo Stato potesse in par-
te compensare, in termini di entrate, le spese crescenti dovute alla fiscalizzazione degli oneri so-
ciali. In altre parole, i lavoratori hanno finito per finanziare indirettamente, tramite le tasse, i sus-
sidi alle imprese che consentivano di ridurre i costi, e in particolare il costo nominale del lavoro.
Si veda, in proposito, f. giavazzi e l. spaventa, Italy: the real effects of inflation and disinflation, in
«Economic Policy», 1989, n. 8, pp. 135-71.
78 Per un’ampia discussione di quest’aspetto, che sottolinea particolarmente i limiti della cul-
tura sindacale italiana, si veda a. accornero, La parabola del sindacato. Ascesa e declino di una cul-
tura, Bologna 1992. Si veda anche, sullo stesso tema, p. giovannini (a cura di), I rumori della crisi.
Trasformazioni sociali e identità sindacali, Milano 1993.
79 Cfr. l. bordogna, «Arcipelago Cobas». Frammentazione della rappresentanza e conflitti di la-
voro, in p. corbetta e r. leonardi (a cura di), Politica in Italia, Bologna 1988, pp. 257-92.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 53

Sono state fornite due interpretazioni principali di questo esito del


neocorporativismo italiano. La prima sottolinea particolarmente i lega-
mi politici tra la Cgil e il Partito comunista80. La sconfitta elettorale del
partito nel 1979, e il successivo abbandono della strategia del «com-
promesso storico», avrebbero influenzato il comportamento della Cgil,
portandola a un progressivo disimpegno dagli accordi centralizzati.
L’esclusione del Pci dal governo gioca in questo caso un ruolo primario
per spiegare le incerte vicende della concertazione. Un’altra interpreta-
zione si concentra invece maggiormente sulla frustrazione delle attese
sindacali in termini di risultati dello scambio politico, a fronte dei costi
crescenti che le organizzazioni sindacali dovevano affrontare con la lo-
ro base a causa della politica di moderazione salariale81. Tali risultati de-
ludenti sono dovuti, in particolare, alla resistenza degli interessi tradi-
zionalmente protetti, che hanno compromesso in sede parlamentare la
realizzazione di molti interventi di riforma concordati alla fine degli an-
ni settanta, ma anche all’inefficienza delle strutture amministrative che
ne hanno comunque ostacolato l’attuazione.
Queste interpretazioni non sembrano escludersi a vicenda, e certa-
mente contengono entrambe elementi rilevanti di verità. Tuttavia, vale
forse la pena di guardare non soltanto ai sindacati, ma anche agli altri at-
tori: in particolare al governo e agli imprenditori. Sappiamo dalla ricer-
ca comparativa che le esperienze di concertazione sono in genere accet-
tate da tali attori come male minore, cioè come mezzo per ridurre o pre-
venire effetti dirompenti sul sistema economico e politico82. Ma, alla luce
delle vicende prima ricordate, possiamo ipotizzare che lo sviluppo di pic-
cola impresa abbia in effetti ridotto la vulnerabilità dell’economia e del-
la politica italiane in questa fase. Sia il governo che gli imprenditori era-
no quindi meno indotti a impegnarsi a fondo nello scambio politico per-
ché ce n’era meno bisogno. Gli imprenditori si trovavano ora di fronte
sindacati più deboli. Il governo, d’altra parte, avrebbe dovuto sacrifica-
re molti interessi scarsamente produttivi ma politicamente protetti, spe-
cie al Sud, per sostenere più efficacemente la concertazione.

80 g. p.. cella, Criteri di regolazione nelle relazioni industriali italiane: le istituzioni deboli, in p.
lange e m. regini (a cura di), Stato e regolazione sociale. Nuove prospettive sul caso italiano, Bologna
1987, pp. 205-29.
81 regini, Relazioni industriali e sistema politico cit.; id., I tentativi italiani di «patto sociale» a
cavallo degli anni ’80, in «il Mulino», 1984, n. 92.
82 Si veda, in proposito, l. bordogna e g. provasi, Politica, economia e rappresentanza degli in-
teressi cit. Sul cambiamento di scenario degli anni ottanta, che porta a una riduzione dell’influen-
za politica dei sindacati, si veda m. carrieri e c. donolo, Oltre l’orizzonte neocorporativista. Alcu-
ni scenari sul futuro politico del sindacato, in «Stato e Mercato», 1983, n. 9, pp. 475-503.

Storia d’Italia Einaudi


54 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Da qui l’alternativa, più facile e meno costosa, basata sull’uso per-


missivo della spesa pubblica. Il conto in termini di debito pubblico po-
teva essere per il momento rimandato grazie agli effetti stabilizzanti sul-
la situazione economica, e sulla bilancia commerciale, della crescita del-
le piccole imprese. In pratica lo Stato si assumeva il costo di interventi
distributivi a favore dei lavoratori e delle imprese che consentivano di
coagulare il consenso a breve delle organizzazioni sindacali e imprendi-
toriali. Ma non era in grado di promuovere quegli interventi nel campo
delle politiche industriali, della formazione e dell’occupazione, e di quel-
le sociali, tali da stabilizzare la concertazione e consolidare lo sviluppo.

10. La ristrutturazione industriale e suoi effetti territoriali.

Le considerazioni precedenti non intendono però suggerire che le


tendenze alla concertazione centrale siano state senza effetti. Sono sta-
te meno efficaci e stabili che in altri paesi europei, e certo non sono sta-
te pienamente soddisfacenti per i sindacati, ma hanno costituito una sor-
ta di ombrello istituzionale al di sotto del quale un rilevante processo di
ristrutturazione delle grandi imprese ha preso forma. A differenza che
in altri paesi, la rilevante contrazione dell’occupazione e la flessibiliz-
zazione dell’uso del lavoro che ne sono seguite sono state in gran parte
contrattate tra sindacati e aziende83.
Già alla fine degli anni settanta, le grandi aziende potevano trarre
vantaggio dalla centralizzazione delle relazioni industriali, dal drastico
calo della conflittualità, dalla più ridotta pressione salariale e dalla mag-
giore flessibilità nell’uso della forza lavoro. Il processo di ristruttura-
zione delle grandi imprese si avvia proprio in questi anni e comporta,
inizialmente, un ammodernamento consistente degli impianti. Tra il
’77 e l’8o gli investimenti in macchinari crescono a un tasso annuo di
circa il 9 per cento, superiore a quello degli altri principali paesi euro-
pei84. Come si può spiegare questo fenomeno? Certamente su di esso
hanno influito tre fattori: il calo del costo del lavoro e della conflit-
tualità, l’abbassamento dei tassi di interesse, la politica di svalutazio-
ne graduale della lira.
Il calo del costo del lavoro è in questi anni consistente, ed è netta-
mente inferiore alla crescita della produttività (il tasso medio annuo di

83 Cfr. regini e sabel, Strategie di aggiustamento cit.


84giavazzi e spaventa, Italy cit., p. 136.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 55

crescita del reddito da lavoro orario reale passa dall’11,2 per cento del
periodo 1971-73, al 5,9 del 1974-77, allo 0,9 del 1978-80)85. La poli-
tica di moderazione adottata dalle organizzazioni sindacali ha dunque
conseguenze rilevanti, rinforzate dal calo dell’assenteismo e della con-
flittualità (nel periodo 1980-85, i giorni di sciopero per 100000 occu-
pati sono 37 ooo, contro i 78 000 del periodo 1974-79)86. Ma sulla ri-
duzione del costo del lavoro incide anche, sensibilmente, la fiscalizza-
zione degli oneri sociali concessa agli imprenditori (il peso dei contributi
sociali in percentuale dei salari lordi scende dal 39 per cento del 1976
al 29 del 1980)87.
Per quel che riguarda poi i tassi di interesse, occorre considerare che
anche questo fattore favorisce la fase di investimento delle imprese: i
tassi nominali sono in calo nella seconda metà degli anni settanta e quel-
li reali sono spinti dall’inflazione addirittura verso valori negativi tra
il ’78 e la fine del ’79, con una sensibile riduzione del livello di inde-
bitamento. Infine, anche la politica di svalutazione graduale della lira
adottata fino al ’79 dalla Banca d’Italia consente alle imprese di trarre
vantaggio dalla ripresa del commercio internazionale, adeguando i prez-
zi ai costi.
Il processo di ristrutturazione delle grandi aziende si completa nel
periodo successivo, tra il 1981 e il 1985, interessando ora in misura
consistente anche l’impiego del lavoro. Nonostante la fase recessiva
che dura dal 1981 al 1983, gli investimenti restano elevati e la pro-
duttività pro capite cresce a un tasso molto alto (5,8 per cento all’an-
no nel periodo 1981-1985). La quota di profitto lordo per le imprese
sopra i 200 addetti sale dal 24 per cento del valore aggiunto nel 1978
al 34 nel 1985. L’occupazione invece cala fortemente: gli occupati
nell’industria diminuiscono di circa un milione di unità tra l’80 e l’87
e i lavoratori dipendenti in imprese con più di 500 addetti calano di
oltre il 25 per cento.
Le condizioni favorevoli al completamento del processo di ristruttu-
razione sono da ricercarsi nell’ulteriore riduzione del costo del lavoro
per unità di prodotto (–0,8 per cento in termini reali nel periodo 1981-
1985) che riflette entrambi i fenomeni prima richiamati: la linea di mo-

85 barca e magnani, L’industria cit. I dati sul costo del lavoro, il valore aggiunto, i profitti lor-
di e la produttività, nelle imprese con più di 200 addetti (medio-grandi) e in quelle della fascia tra
20 e 200 (medio-piccole), utilizzati in questo paragrafo, sono tratti dal lavoro di Barca e Magnani,
e si basano sui dati della contabilità nazionale elaborati da questi autori.
86 bordogna, La conflittualità cit., p. 285.
87 giavazzi e spaventa, Italy cit., p. 150.

Storia d’Italia Einaudi


56 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

derazione salariale dei sindacati e la fiscalizzazione degli oneri sociali a


favore degli imprenditori. Cambia invece il quadro macroeconomico: si
ha il passaggio a una politica del cambio rigida con l’adesione, nel 1979,
al sistema monetario europeo, e crescono i tassi di interesse. Anche se
una valutazione precisa è difficile, è probabile che questi fattori abbia-
no potuto agire come stimolo ad accelerare il processo di ammoderna-
mento, specie per le imprese più esposte alla concorrenza internaziona-
le, data la maggiore difficoltà di scaricare i costi sui prezzi. Come ab-
biamo visto, il processo di ristrutturazione e di investimento in nuovi
impianti era cominciato negli anni precedenti ed è anche possibile che
il miglioramento delle condizioni finanziarie e della redditività delle im-
prese che si era già verificato abbia semplicemente attenuato i vincoli
posti dalle nuove condizioni macroeconomiche88.
Soffermiamoci ora un momento sul dato più eclatante che caratte-
rizza questa fase: il calo dell’occupazione. Era inevitabile una riduzio-
ne così drastica degli addetti? La diminuzione notevole delle ore lavo-
rate (più del 25 per cento nelle imprese con più di 200 addetti) poteva
forse essere più contenuta con una riduzione dell’orario di lavoro pro
capite e con interventi di riqualificazione professionale per adeguare le
prestazioni della manodopera ai nuovi impianti89. Questa possibilità è
tuttavia più avversata dalle imprese perché più onerosa. Ma se è com-
prensibile la tendenza delle imprese a tagliare l’occupazione per ade-
guarsi alle esigenze dei nuovi impianti, lo è di meno l’accettazione di
questa linea da parte dei sindacati. Naturalmente, questi ultimi sono
condizionati dal cambiamento a loro sfavore dei rapporti di forza con
gli imprenditori, ma occorre tenere conto di un altro fattore essenziale.
Sia la scelta delle imprese che la posizione dei sindacati sono state no-
tevolmente influenzate dalla disponibilità dello Stato ad attutire i costi
della espulsione dei lavoratori attraverso la cassa integrazione e altri
«ammortizzatori sociali», tra cui i prepensionamenti (le ore complessi-
ve di cassa integrazione sono passate da 300 ooo nel 1979 a 800 000 nel
1984. Le spese relative, in lire correnti, sono salite da 900 miliardi nel
1980 a 4000 nel 1984)90.

88 Sulle particolari condizioni favorevoli di contesto (fino alla metà degli anni ottanta), che in-
fluiscono sui risultati della politica adottata dalla Banca d’Italia, con l’adesione al sistema mone-
tario europeo nel 1979, viene posta l’attenzione in diversi contributi raccolti in g. nardozzi (a cu-
ra di), Il ruolo della banca centrale nella recente evoluzione dell’economia italiana, Milano 1993.
89 Cfr. barca e magnani, L’industria cit., pp. 62 sgg.
90 a. venturini, Il mercato del lavoro negli anni ottanta: sue trasformazioni e sviluppi, in g. nar-
dozzi (a cura di), Il ruolo della banca centrale cit., pp. 115 e 129.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 57

Attraverso questi interventi le imprese sono state dunque incorag-


giate a perseguire i tagli di occupazione, cioè una soluzione che non so-
lo era meno onerosa nel breve periodo, ma probabilmente appariva an-
che meno rischiosa, data l’insicurezza e la scarsa istituzionalizzazione
delle relazioni industriali. D’altra parte, i sindacati potevano di fatto
evitare il potenziale conflitto tra coloro che sarebbero rimasti comun-
que occupati – e che erano interessati a mantenere un orario lungo per
ottenere più reddito – e i candidati a essere espulsi, che potevano usu-
fruire degli ammortizzatori91.
Si ha comunque l’impressione che l’aggiustamento delle grandi im-
prese abbia comportato nella situazione italiana una più drastica ridu-
zione del lavoro, specie in alcuni casi emblematici come quello della Fiat.
Ma ciò ha potuto determinare, nel lungo periodo, una maggiore disper-
sione del capitale umano e soprattutto un ritardo competitivo sul terre-
no dei nuovi modelli produttivi basati sulla ricerca della qualità, che pre-
suppongono maggiori investimenti nella formazione e un più elevato
coinvolgimento dei lavoratori92.
È difficile valutare con precisione questo fenomeno. Due aspetti de-
vono comunque essere tenuti presente. Il primo è che l’incremento del-
la produttività nell’industria manifatturiera, tra il 1980 e il 1989, è sta-
to superiore in Italia a quello dei principali paesi industrializzati con l’ec-
cezione del Giappone (45 per cento, contro il 25 della Francia, il 10 della
Germania, il 30 degli Stati Uniti e il 60 del Giappone). Tuttavia, a dif-
ferenza degli altri paesi citati (salvo la Francia), in cui l’occupazione è
rimasta stabile, o è lievemente calata, in Italia il notevole incremento di
produttività deriva non solo da una crescita del valore aggiunto consi-
stente, ma anche dalla più forte riduzione di occupazione93. La ricerca
di flessibilità e l’adozione di modelli organizzativi postfordisti, che pu-
re si manifestano chiaramente nella grande industria italiana94, sem-
brano dunque accompagnarsi a costi occupazionali più elevati.
Il secondo aspetto riguarda le conseguenze nel lungo periodo dell’in-
cremento di produttività registratosi nelle imprese più grandi. Ci si po-
trebbe aspettare che questo fenomeno portasse a un miglioramento del-

91 Sulle difficoltà dei sindacati a intraprendere efficaci politiche di riduzione degli orari si ve-
da, in generale, k. hinrichs, c. offe e h. wiesenthal, Crisi del welfare state e possibili alternative
di ridistribuzione del lavoro, in «Stato e Mercato», 1985, n. 15, pp. 397-422.
92 Si veda, in proposito, sul caso della Fiat, g. berta, Romiti, i giapponesi e la fabbrica senza
uomini, in «Meridiana», 1993, n. 16, pp. 159-78.
93 Cfr. nomisma, Rapporto 1991 sull’industria italiana, Bologna 1992, pp. 72-75.
94 Cfr. regini e sabel (a cura di), Strategie di riaggiustamento cit.

Storia d’Italia Einaudi


58 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

le esportazioni e delle quote di mercato internazionale detenute dalle


imprese in questione, ma in realtà questo effetto non si è verificato. È
stato mostrato come le esportazioni siano cresciute meno, negli anni ot-
tanta, proprio nei settori dove più intenso era stato il processo di ri-
strutturazione e il miglioramento della competitivita di prezzo (indu-
stria informatica, chimica, dei materiali elettrici e elettronici, degli au-
toveicoli). Viceversa, la quota di esportazioni è migliorata di più nella
meccanica e nelle produzioni più tradizionali (tessile, abbigliamento,
cuoio e calzature, legno e mobilio), cioè in settori dove prevalgono le
piccole e medie imprese95. In complesso la specializzazione produttiva
italiana è rimasta ancorata alle fasce medio basse: l’esportazione di pro-
dotti a elevata tecnologia resta al 3 per cento, contro valori più che dop-
pi di Germania e Francia.
Come si può interpretare questo dato apparentemente contradditto-
rio? Certo le difficoltà di crescita sui mercati internazionali, in presen-
za di rilevanti miglioramenti della produttività e della competitività di
prezzo, suggeriscono che la strategia delle imprese italiane più grandi
abbia incontrato problemi sul terreno della qualità dei prodotti e quin-
di sul piano dell’organizzazione del lavoro. Non è dunque infondato il
sospetto che la ristrutturazione con forte contrazione del lavoro sia ve-
nuta incontro alle esigenze di redditività a breve delle imprese – testi-
moniata anche dal netto miglioramento della situazione finanziaria – ma
abbia comportato dei costi sul terreno dell’adozione di quelle forme di
organizzazione più flessibili collegate al successo nella produzione di
qualità.
Vediamo ora in che modo hanno contribuito allo sviluppo degli an-
ni ottanta le piccole e medie imprese. Anzitutto, la situazione occupa-
zionale del settore industriale sarebbe stata ancora peggiore senza il con-
tributo di queste aziende, che fanno registrare valori positivi, pur se più
bassi di quelli del decennio precedente96. Anche il tasso di crescita del
valore aggiunto, pur mantenendosi elevato e sempre maggiore di quello
delle imprese più grandi, presenta dei valori più ridotti rispetto al de-
cennio precedente (nella prima metà degli anni ottanta è intorno al 4

95 Cfr. nomisma, Rapporto cit., pp. 97 sgg.; f. barca e i. visco, L’economia italiana nella pro-
spettiva europea: terziario protetto e dinamica dei redditi nominali, in s. micossi e i. visco (a cura di),
Inflazione, concorrenza e sviluppo, Bologna 1993, pp. 61 sgg.
96 Secondo dati di fonte Inps, nel periodo 1984-89 l’occupazione nelle aziende manifatturie-
re fino a 100 addetti è aumentata del 19 per cento, a fronte di una diminuzione di poco inferiore
in quelle più grandi. Cfr. b. contini e r. revelli, Imprese, occupazione e retribuzioni al microsco-
pio, Bologna 1992, p. 49.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 59

per cento nelle imprese tra 20 e 200 addetti, mentre nel quadriennio
precedente era superiore al 5 per cento). Rallenta invece più sensibil-
mente la crescita della produttività e si riapre sotto questo profilo la for-
bice con le imprese più grandi, che risentono degli effetti positivi
dell’ammodernamento degli impianti (nel periodo 1980-85 le aziende
con più di 200 addetti fanno registrare un livello medio di aumento del-
la produttività superiore del 3,5 per cento rispetto a quello delle unità
più piccole).
La crescita delle piccole e medie imprese dunque continua, ma a rit-
mi più contenuti. È difficile valutare questo fenomeno senza tener con-
to delle diverse forme organizzative che le unità produttive minori pos-
sono assumere, e che abbiamo in precedenza ricordato. I dati medi na-
scondono infatti elevati livelli di variabilità. Ci sono tuttavia indizi
consistenti, per quel che riguarda i sistemi locali di piccola impresa e i
distretti, di una maggiore differenziazione nei processi di aggiustamen-
to, con casi di maggiore successo e altri di difficoltà a volte anche con-
sistenti97.
Certamente il cambiamento del quadro macroeconomico, con l’au-
mento dei tassi di interesse e la rigidità del cambio ha comportato vin-
coli maggiori per le piccole imprese, e ha reso più difficile il finanzia-
mento dell’innovazione. Le difficoltà sono poi state aggravate dall’au-
mento del costo del lavoro, che ha ridotto una condizione importante
di vantaggio delle imprese più piccole rispetto alle grandi. Infine, anche
se è difficile valutare con precisione l’influenza di questo fattore, i si-
stemi di piccole imprese hanno dovuto fare i conti con la maggiore com-
petitività di altri attori sui loro mercati tradizionali. In pratica si sono
trovati più stretti nella forbice tra concorrenza delle grandi imprese –
ristrutturatesi secondo modelli più flessibili – nelle produzioni di più
elevata qualità, e concorrenza delle imprese dei paesi di nuova indu-
strializzazione, a più basso costo del lavoro, nel campo delle produzio-
ni più legate a una competizione di prezzo. D’altra parte, il controllo
strettamente familiare delle piccole aziende, che è certo stato un ele-
mento essenziale del loro dinamismo nella fase iniziale di sviluppo, ten-
de a trasformarsi in vincolo dal punto di vista dell’approvvigionamento
del credito a lungo termine necessario per sostenere i processi di inno-
vazione, e certamente costituisce un rischio rilevante nella fase di tra-
passo generazionale che riguarda molte delle piccole imprese nate negli
anni settanta. Occorre però tenere presente che, nonostante questi pro-

97 Cfr. nomisma, Rapporto cit., pp. 171 sgg.

Storia d’Italia Einaudi


60 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico
Figura 4.
Reddito industriale pro capite e reddito totale pro capite nel 1991.

Fonte: Elaborazione su dati Irpet. Il reddito industriale e il reddito totale sono costituiti dal va-
lore aggiunto al costo dei fattori. Il reddito totale è al lordo dei servizi bancari.

Figura 5.
Percorsi di sviluppo regionale negli anni ottanta.

Sull’asse verticale è riportato il peso percentuale del reddito industriale sul reddito totale delle re-
gioni al 1980 e al 1991. Sull’asse orizzontale è riportato il numero indice (media delle regioni con-
siderate = 100) del reddito totale (valore aggiunto al costo dei fattori e al lordo dei servizi banca-
ri) pro capite delle regioni al 1980 e 1991. La direzione della freccia indica l’evoluzione 1980-91.

Fonte: Elaborazione su dati Irpet.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 61

blemi, sono i settori più tradizionali, basati sulle piccole e medie im-
prese, a far registrare, anche negli anni ottanta, i risultati migliori in ter-
mini di esportazioni.
Consideriamo infine alcune conseguenze territoriali del vasto pro-
cesso di ristrutturazione industriale degli anni ottanta. Un aspetto sul
quale vale la pena di richiamare l’attenzione è costituito dai mutamen-
ti che intervengono nelle due aree del Centro-Nord che abbiamo in pre-
cedenza considerato: il Triangolo industriale del Nord-Ovest e la Ter-
za Italia del Centro-Nordest. L’effetto congiunto della ristrutturazione
delle grandi imprese e l’ulteriore crescita delle piccole aziende hanno
portato a un avvicinamento tra le due regioni portanti del Triangolo,
Piemonte e Lombardia, da un lato, e due regioni forti della Terza Italia
dall’altro: Veneto e Emilia. Queste quattro aree costituiscono ora una
sorta di asse padano, caratterizzato da elevati redditi pro capite (con la
relativa eccezione del Piemonte) ai quali contribuisce in misura mag-
giore che altrove l’attività industriale (fig. 4). E da notare che tale av-
vicinamento è dovuto a una consistente caduta del reddito industriale
in Piemonte e Lombardia (in Liguria il fenomeno si era già manifestato
in precedenza) e a una diminuzione più limitata che nelle altre regioni
in Veneto e Emilia98 (fig. 5).
Un secondo aspetto, correlato al precedente, che vale la pena di met-
tere in evidenza, è costituito dal processo di diversificazione dello svi-
luppo che caratterizza alcune regioni che facevano parte della Terza Ita-
lia alla fine degli anni settanta. Vi erano in particolare quattro regioni
con una collocazione molto simile in quel periodo: Veneto, Toscana,
Umbria e Marche (l’Emilia aveva un’incidenza dell’industria simile, ma
livelli più elevati di reddito pro capite complessivo). Nel corso degli an-
ni ottanta esse hanno però preso strade diverse. Il Veneto, come abbia-
mo visto, si avvicina alle regioni dell’asse padano più industrializzato;
ha migliorato infatti sensibilmente la sua posizione in termini di reddi-
to pro capite e ha perso meno per quel che riguarda il reddito industriale.
Le altre regioni hanno visto tutte diminuire sensibilmente il peso dell’in-
dustria, ma con conseguenze diverse. Toscana e Umbria retrocedono lie-
vemente anche in termini di reddito complessivo, le Marche migliora-
no invece leggermente la loro posizione. In tutti i casi la crescita dei ser-
vizi ha compensato il minor dinamismo industriale, contribuendo a
mantenere il livello del reddito pro capite.

98 Sulle differenziazioni interne alla «Padania» attira l’attenzione p. perulli, Nord, regioni,
sviluppo industriale, in «Meridiana», 1993, n. 16, pp. 179-200.

Storia d’Italia Einaudi


62 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

Non vi sono ancora spiegazioni soddisfacenti di queste trasforma-


zioni. Certo però esse suggeriscono che i processi di aggiustamento del-
le piccole e medie imprese, particolarmente diffuse nelle regioni della
Terza Italia alla fine degli anni settanta, non sono stati trascurabili ri-
spetto a quelli che hanno investito le grandi. La crescita complessiva del-
le imprese minori in termini di reddito prodotto e di occupazione na-
sconde dunque delle capacità di adattamento diverse sulle quali ha pro-
babilmente influito in misura rilevante non solo la specializzazione
produttiva, ma anche il contesto istituzionale locale. Nel complesso, co-
munque, la ristrutturazione industriale degli anni ottanta ha anche mu-
tato sensibilmente la geografia socio-economica del paese facendo emer-
gere nuove differenziazioni che si aggiungono a quelle che abbiamo già
esaminato per quel che riguarda il Mezzogiorno.

11. Il fragile sviluppo degli anni ottanta: dinamismo privato e disordine


pubblico.

Per effetto del processo di ristrutturazione degli anni ottanta, il di-


namismo dell’economia italiana ha potuto dunque contare su nuove ri-
sorse: non più soltanto la flessibilità dei sistemi di piccole imprese, ma
anche quella delle grandi aziende, uscite dal vecchio modello fordista.
Questo può aiutare a comprendere i considerevoli risultati raggiunti in
questo periodo dal punto di vista della crescita del reddito. L’Italia è
stato il paese con l’incremento più elevato del Pil a livello della Cee (il
Pil è aumentato in termini reali, tra il 1978 e il 1991, ad un tasso annuo
del 2,7 per cento, in confronto al 2 per cento della Gran Bretagna, e al
2,3 della Francia e della Germania).
Ma se guardiamo, di nuovo, alle variabili finanziarie e monetarie, il
quadro cambia. Il tasso di inflazione si è ridotto nel corso del decennio
(la differenza rispetto alla Germania è scesa da circa 16 punti in per-
centuale nel 1980 a 4 punti nel 1990). Tuttavia, come già negli anni set-
tanta, anche nel periodo successivo l’Italia ha avuto tassi più elevati di
quelli medi dei paesi della Cee: tra il 1979 e il 1988 l’inflazione è cre-
sciuta ad un tasso medio dell’11,6 per cento contro il 7,7 della Cee, il
7,3 della Gran Bretagna, il 7,7 della Francia e il 2,9 della Germania; an-
che nel triennio 1989-91, pur essendo sceso al 6, il tasso italiano resta
superiore a quello medio della Cee (5,3 per cento) e degli altri principa-
li paesi (con l’eccezione della Gran Bretagna).
Un contributo determinante al processo inflazionistico è venuto dal
debito pubblico. Il deficit del settore pubblico in percentuale del Pil a

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 63

prezzi correnti è stato in media del 10,8 per cento all’anno tra il 1978
e il 1990. Si tratta del valore più alto rispetto alla media dei paesi più
industrializzati, pari nello stesso periodo al 2,6 per cento. Solo il Belgio
e l’Ir-landa, nella prima metà degli anni ottanta, e la Grecia, nella se-
conda metà, si sono avvicinati ai valori italiani. Come abbiamo già vi-
sto, un contributo determinante al disavanzo dei conti pubblici è venu-
to nei primi anni settanta dall’impennata delle spese rispetto alle entra-
te. Si forma in quegli anni un deficit primario che oscilla tra il 6 e l’8
per cento del Pil. Dalla metà degli anni ottanta il deficit primario ten-
de a ridursi fino ad arrivare nel 1992 ad un avanzo. Nello stesso perio-
do è però aumentata la spesa per interessi sul debito, che è salita al 10
per cento sul Pil ed è diventata la componente prevalente del disavan-
zo. L’aumento del debito, che dal 60 per cento è arrivato fino al 100 per
cento del prodotto, è dunque da ascrivere principalmente all’incremen-
to della spesa per interessi, lievitata nel corso del decennio per effetto
dei più alti tassi di interesse.
Come si combinano queste due facce dello sviluppo italiano? In che
modo dinamismo privato e disordine pubblico si sono influenzati a vi-
cenda? Siamo ora in condizione di proporre una risposta conclusiva a
questo interrogativo che ha guidato il nostro percorso.
Come abbiamo visto, il disordine pubblico italiano ha radici lonta-
ne, ma certo la crescita di una spesa pubblica assistenziale e scarsamen-
te produttiva, la lievitazione del deficit pubblico e la forte dinamica
dell’inflazione si manifestano a partire dalla metà degli anni settanta.
Questi fenomeni sono collegati al tentativo di controllare un conflitto
sociale par-ticolarmente forte per la sua alta concentrazione territoriale
e bassa istituzionalizzazione. La risposta che si affermò in quegli anni
tentò di venire incontro alle nuove domande emerse dalla fase di mobi-
litazione collettiva senza rimettere in discussione vecchi interessi scar-
samente produttivi che erano stati protetti per motivi di consenso negli
anni precedenti (rendita urbana, pubblica amministrazione, servizi, Mez-
zogiorno) . È in questo quadro che si può comprendere la notevole im-
pennata della spesa corrente alla quale non si accompagnerà, per molto
tempo, una crescita delle entrate (mentre la spesa rispetto al Pil si alli-
nea rapidamente, alla fine degli anni settanta, a quella europea, le en-
trate resteranno per molto tempo nettamente al di sotto). Abbiamo però
visto come negli stessi anni si sia anche manifestato un particolare di-
namismo dell’economia italiana basato sullo sviluppo di piccola impre-
sa, specie nelle regioni del Centro-Nordest. Questo tipo di sviluppo ha
inizialmente compensato – fino ai primi anni ottanta – la grave crisi del-
le grandi imprese e della produzione di massa. Il fenomeno è stato am-

Storia d’Italia Einaudi


64 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

piamente studiato, si è però attirata meno l’attenzione sul collegamen-


to con il disordine pubblico.
In realtà, attenuando i costi della crisi economica il dinamismo ba-
sato sullo sviluppo di piccola impresa ha di fatto anche ridotto la pres-
sione per un cambiamento dei comportamenti politici che agisse sul de-
ficit pubblico e sull’inflazione, e ha indebolito quelle forme di concer-
tazione che avevano preso forma verso la fine degli anni settanta. Si
consideri, in proposito, che la compresenza di un doppio deficit – dei
conti pubblici e della bilancia commerciale – ha in genere caratterizza-
to i tentativi di riordino riusciti delle politiche pubbliche dei primi an-
ni ottanta, in vari paesi99. In Italia, invece, il dinamismo locale basato
sulle piccole imprese ha contribuito a sostenere la bilancia commerciale
e anche il livello tradizionalmente elevato del risparmio delle famiglie,
che ha a sua volta favorito il finanziamento del debito pubblico dila-
zionando il problema del rientro.
Si sono così poste le basi oggettive per la continuazione di una poli-
tica della spesa permissiva su cui si è fondata la nuova coalizione di cen-
tro-sinistra a guida socialista. Data la sua composizione eterogenea e
conflittuale, essa da un lato non poteva contrapporsi alle organizzazio-
ni sindacali, assumendo una rigida posizione neoliberista, come avveni-
va in altri paesi, e ridimensionando drasticamente la spesa pubblica. Ma
dall’altro lato era troppo debole e divisa per avviare efficacemente quel
processo di riassetto delle strutture statali, e di ridefinizione delle poli-
tiche per il Mezzogiorno, necessario per avvicinarsi alle più consolidate
esperienze di stato sociale nordeuropee. Il «keynesismo perverso» che
ne è derivato ha sostenuto l’economia nel breve periodo, ha alimentato
i redditi, i consumi e il consenso, ma ha posto le basi per quelle gravi
difficoltà che si sarebbero manifestate dalla fine degli anni ottanta.
Vediamo meglio come si è sviluppato questo processo. L’espansione
della spesa pubblica, che è così continuata negli anni ottanta, ha avuto
importanti effetti. Anzitutto, ha contribuito alla ristrutturazione delle
grandi imprese che hanno tratto vantaggio da politiche permissive e
quindi hanno contribuito anch’esse al dinamismo dei primi anni ottan-
ta. Si sono inoltre mantenuti e accentuati meccanismi di redistribuzio-
ne di tipo prevalentemente assistenziale (cioè di sostegno dei redditi più
che di sviluppo produttivo) a favore delle regioni meridionali del paese.
D’altra parte, l’espansione della spesa pubblica ha sostenuto la doman-

99 Si veda l’analisi comparata presentata da a. boltho, Disavanzo pubblico e strategie di rientro


in alcuni paesi europei, in ente luigi einaudi, Il disavanzo in Italia: natura strutturale e politiche di
rientro, Bologna 1992, pp. 147-215.

Storia d’Italia Einaudi


C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 65

da e quindi i consumi interni. In tal modo le piccole come le grandi im-


prese venivano favorite sul mercato interno, che poteva compensare la
perdita di competitività su quello internazionale.
Tuttavia, tra la fine degli anni ottanta e gli inizi del decennio suc-
cessivo il quadro cambia. L’aggravamento del disordine pubblico ha fi-
nito per compromettere i margini del vecchio dinamismo privato. Le im-
prese, grandi e piccole, esposte alla concorrenza internazionale sono sta-
te crescentemente penalizzate dai costi di funzionamento dello Stato (in
termini di inflazione e alti tassi di interesse, ma anche di minor effi-
cienza delle infrastrutture e dei servizi, e negli ultimi anni di maggiore
pressione fiscale), in una situazione in cui l’appartenenza al sistema mo-
netario europeo non consentiva di attenuare il peso di tali costi con la
svalutazione della moneta. Questa integrazione, fortemente voluta dal-
la Banca d’Italia, anche per stimolare un riordino delle politiche pub-
bliche, ha finito infatti per diventare un nodo scorsoio per le imprese
senza riuscire a incidere sui comportamenti delle istituzioni pubbliche.
Nella prima metà degli anni ottanta, dapprima i consistenti incre-
menti di produttività, e successivamente il deprezzamento del dollaro e
il minor costo delle materie prime, avevano contribuito a mantenere i
livelli di competitività dell’industria sul mercato internazionale, nono-
stante i più elevati tassi di inflazione e le inefficienze del settore pub-
blico che influivano sui costi e non potevano essere scaricati sui prezzi
attraverso il cambio. A partire dal 1988, in presenza di un persistente
divario inflazionistico, la crescita della produttività rallenta, dopo la fa-
se di ammodernamento degli impianti e di riduzione dell’occupazione
degli anni precedenti, specie nelle grandi imprese. Si manifesta dunque
una sensibile perdita di competitività sia in termini di prezzi che di co-
sto del lavoro in lire100, che si riflette a sua volta in una caduta delle
esportazioni, una compressione dei margini di profitto e un aumento
dell’indebitamento verso l’estero.
Insomma, i nodi del fragile sviluppo degli anni ottanta vengono al
pettine e portano, dopo la crisi valutaria del 1992, alla svalutazione del-
la lira con l’uscita dal sistema monetario europeo e all’avvio di una po-
litica di rientro dal debito pubblico. La crisi del 1992, unendosi ai

100 Si tenga però presente che sull’incremento del costo del lavoro in lire incide la dinamica
più elevata dell’inflazione italiana. Misurate a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni sono in
effetti cresciute negli anni ottanta meno degli altri paesi, e la componente che ha inciso maggior-
mente sul costo del lavoro è costituita dagli oneri sociali, il cui peso percentuale è tornato a cre-
scere, raggiungendo il 32 per cento, ovvero la percentuale più alta tra i paesi industrializzati. Cfr.
in proposito, nomisma, Rapporto cit., pp. 84 sgg.

Storia d’Italia Einaudi


66 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

profondi sconvolgimenti del quadro politico del paese e all’offensiva del-


la magistratura contro la corruzione politica, ha così rimesso in discus-
sione i vecchi equilibri tra le due facce dell’economia italiana. Essa ha
contribuito a chiarire ulteriormente che le differenziazioni territoriali
della società italiana sono state una risorsa ma anche un vincolo per lo
sviluppo. Sono state una risorsa perché fattori istituzionali (socio-cul-
turali e politici) sedimentatisi storicamente in alcune società locali han-
no favorito il dinamismo economico, compensando il disordine pubbli-
co con aggiustamenti dal basso. Ma sono state anche un vincolo per al-
meno due motivi. Anzitutto, perché hanno reso più difficile il processo
di aggregazione e rappresentanza degli interessi, ostacolando i tentati-
vi di riforma politico-amministrativa. In secondo luogo, perché soste-
nendo un dinamismo economico basato sul localismo in molte aree del
Centro-Nord hanno paradossalmente finito per ritardare un cambia-
mento delle politiche economiche e sociali a livello centrale. Tali politi-
che, nel breve periodo, hanno a loro volta alimentato il reddito e il di-
namismo economico, ma a lungo andare hanno minato seriamente, con
la loro inefficienza, le stesse basi del dinamismo.
Sotto la spinta di questa peculiare combinazione di dinamismo pri-
vato e disordine pubblico il capitalismo italiano sembra aver assunto,
nell’ultimo ventennio, una forma particolare, caratterizzata da una fles-
sibilità a breve termine, di reazione agli stimoli del mercato specie in
settori tradizionali o di beni intermedi dove prevalgono le piccole e me-
die imprese. Il ruolo delle grandi imprese resta molto limitato (hanno il
peso minore nel confronto tra i principali paesi industrializzati). Ma più
in generale sembrano incontrare difficoltà le forme di organizzazione
economica più complesse, che coinvolgano piccole o grandi imprese, o
entrambe; cioè forme di organizzazione più orientate all’innovazione at-
traverso impegni imprenditoriali e finanziari e forme di cooperazione a
più lungo termine. Quello italiano è dunque un capitalismo che sembra
più capace di sfruttare le risorse di flessibilità del suo tessuto sociale, ma
che tende a limitare gli impegni più complessi, più rischiosi e a resa più
lunga, per i quali mancano quei requisiti istituzionali, di cultura, di po-
litiche pubbliche, di relazioni industriali, di assetto proprietario delle
imprese che – come mostra l’esperienza di altri paesi101 – sono necessa-
ri per orientarsi in tale direzione.
Dalla ricostruzione precedente si intravede anzitutto l’ambivalenza

101 Si vedano, per esempio, d. soskice, Perché variano i tassi di disoccupazione: economia e isti-
tuzioni nei paesi industriali avanzati, in «Stato e Mercato», 1989, n. 3, pp. 333-78; r. dore, Biso-
gna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi (London 1987), Bologna 1990.

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C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 67

del contributo dei fattori culturali allo sviluppo economico italiano. I


valori culturali non sostengono una fiducia impersonale e generalizzata,
ma piuttosto una fiducia focalizzata, personale, o a volte locale, cioè cir-
coscritta a un certo contesto102. Questo significa che tende a esservi bas-
sa fiducia nelle istituzioni, specie in quelle più lontane dall’esperienza
diretta dei singoli, mentre la reciprocità e le relazioni personali vengo-
no ad avere un ruolo importante nell’orientare le relazioni sociali. D’al-
tra parte la debolezza delle istituzioni, specie di quelle nazionali, ali-
menta a sua volta orientamenti culturali basati su aggiustamenti infor-
mali e rapporti personali.
Se si tiene conto di questi caratteri, che hanno una complessa origi-
ne storica, si può cogliere il rapporto contraddittorio tra fattori cultu-
rali e sviluppo economico. Da un lato, la fiducia focalizzata, personale
e locale è un importante fattore che specie in alcune aree ha favorito uno
sviluppo economico basato sulle piccole imprese familiari, rapporti infor-
mali con i lavoratori, i distretti industriali, la flessibilità; ha sostenuto
quindi quel dinamismo privato di cui abbiamo parlato. D’altra parte, la
scarsa fiducia nelle istituzioni tende a scoraggiare investimenti e impe-
gni più rischiosi a meno che non godano di una protezione politica par-
ticolaristica e finisce per alimentare una cultura imprenditoriale im-
prontata da una notevole diffidenza verso la politica, spesso accompa-
gnata da una forte dose di opportunismo, cioè dalla tendenza a trarre
tutti i vantaggi possibili dalla politica sul piano particolaristico.
Una cultura politica segnata storicamente da forti divisioni ha ali-
mentato una bassa fiducia nelle istituzioni pubbliche nazionali. Un at-
teggiamento più strumentale nei riguardi dello stato nazionale è stato
insieme causa ed effetto di alcuni caratteri di lunga durata: la fram-
mentazione istituzionale, la scarsa efficienza e efficacia delle politiche
pubbliche e la loro permeabilità a interessi particolari. Ma anche in que-
sto caso dall’analisi precedente è emerso il contributo ambivalente che
l’intervento pubblico ha dato allo sviluppo economico. Negli ultimi
vent’armi, in particolare, abbiamo visto all’opera una sorta di «keyne-
sismo perverso» che spostando sulle generazioni future un debito cre-
scente – e attraverso massicce dosi di particolarismo e di clientelismo,
quando non vera e propria corruzione – ha tuttavia contribuito a tene-
re alti i giri del motore dell’economia. D’altra parte, questo tipo di in-
tervento pubblico ha sostenuto il dinamismo privato basato sulla flessi-
bilità a breve ma non ha posto le basi per un rafforzamento delle strut-

102 Sulle differenze tra queste diverse forme di fiducia si veda l. roniger, La fiducia nelle so-
cietà moderne. Un approccio comparativo, Messina 1992.

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68 C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico

ture produttive. Non solo ha drenato risorse crescenti dall’investimen-


to produttivo verso il finanziamento del debito pubblico, ma non è sta-
to in grado di creare quei beni collettivi da cui dipende il consolidamento
dello sviluppo, specie per le imprese più piccole, ma anche per le gran-
di. Si pensi, per esempio, al campo cruciale della formazione professio-
nale, al sostegno della ricerca e dell’innovazione, e in generale a tutte le
politiche che non sono divisibili, non sono trasformabili in interventi
distributivi e erogatori, ma richiedono la produzione di servizi colletti-
vi – o comunque forme di cooperazione efficaci tra soggetti privati e
pubblici – dai quali dipende il rendimento delle imprese. Si tratta di un
vasto campo nel quale l’intervento pubblico può essere visto come una
sorta di assicurazione istituzionale per impegni più consistenti, più ri-
schiosi e più a lungo termine, come sono quelli legati all’innovazione.
Ma quest’assicurazione universalistica nello sviluppo italiano ha fun-
zionato meno, lasciando troppo spazio a protezioni particolaristiche.
Effetti in parte simili a quelli delle politiche pubbliche sul modello
di sviluppo si possono collegare al ruolo delle relazioni industriali. Co-
me abbiamo visto, in Italia quest’ultime sono state segnate dal conflit-
to industriale degli anni settanta. Si sono dunque sviluppate in modo
molto conflittuale, centralizzato, con diversi sindacati divisi per orien-
tamento politico. Nel complesso le relazioni industriali sono state ca-
ratterizzate da un basso livello di istituzionalizzazione formale, special-
mente nei rapporti tra imprenditori e sindacati e nell’assetto della con-
trattazione collettiva. Questo tipo di relazioni industriali ha avuto effetti
positivi sul dinamismo dell’economia italiana che abbiamo descritto, spe-
cie attraverso la redistribuzione del reddito, ma non ha invece facilita-
to il formarsi di aspettative più stabili e più favorevoli a impegni a lun-
go termine. Anzi si ha l’impressione che l’esistenza di relazioni indu-
striali incerte e conflittuali sia stato, specie in alcuni casi, un fattore che
ha accelerato la scelta di sostituire, ove possibile, il lavoro con le mac-
chine. Tutto ciò ha creato un problema per le imprese, nel momento in
cui le nuove forme di organizzazione produttiva che puntano sulla qua-
lità richiedono investimenti in formazione e forme di cooperazione a
lungo termine tra lavoratori e direzione. Ma ha creato anche un pro-
blema per i sindacati, che sono riusciti a difendere le posizioni degli oc-
cupati, forse meglio che in altri paesi, ma hanno incontrato difficoltà
crescenti sul fronte della disoccupazione e della ricerca di prima occu-
pazione.
Un altro fattore istituzionale di notevole rilevanza è costituito dalla
struttura proprietaria delle imprese. Il capitalismo italiano, a differen-
za di quello degli altri principali paesi industriali, resta un capitalismo

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C. Trigilia - Dinamismo privato e disordine pubblico 69

familiare (anche se è particolarmente consistente il settore delle impre-


se pubbliche). Non solo le piccole ma anche le grandi imprese sono stret-
tamente controllate dalle famiglie103. Nuovamente, non va trascurato il
contributo specifico che questa struttura delle imprese ha dato al dina-
mismo dell’economia italiana, specie nel campo delle piccole e medie
aziende. Ma anche in questo caso c’è il risvolto della medaglia. Il con-
trollo familiare può costituire un vincolo non indifferente dal punto di
vista dell’approvvigionamento del credito a lungo termine, e presenta
inoltre un rischio rilevante nella fase di trapasso generazionale (una fa-
se che molte piccole imprese cresciute nell’ultimo ventennio si trovano
oggi ad affrontare). Entrambi questi aspetti possono dunque ostacolare
l’innovazione e gli impegni più a lungo termine e più rischiosi. In so-
stanza, la situazione italiana non si avvicina né a quella del capitalismo
angloamericano, basata sul ruolo prevalente del mercato azionario, né a
quella del capitalismo tedesco o giapponese (diffusa anche nel Nordeu-
ropa), che è caratterizzata da rapporti di coinvolgimento diretto delle
banche e di altre istituzioni finanziarie nel capitale delle aziende, con lo
sviluppo di relazioni di cooperazione a lungo termine con il management
delle imprese. La carenza di istituzioni finanziarie efficaci rende peral-
tro le imprese italiane più dipendenti da decisioni politiche quando so-
no ne-cessarie complesse operazioni di finanziamento e di ristruttura-
zione, ma questo introduce un elemento di scarsa prevedibilità che non
favorisce certo l’impegno a lungo termine104.
In conclusione, se dunque è ormai chiaro che dinamismo privato e
disordine pubblico non possono più coesistere come in passato, se il pa-
radosso dello sviluppo italiano è rimesso in discussione, il paese si tro-
va di fronte a un difficile dilemma: consolidare il dinamismo economi-
co con un graduale ma coerente cambiamento delle politiche pubbliche,
delle istituzioni finanziarie, delle relazioni industriali, della stessa cul-
tura diffusa nel paese, o rischiare un declino del vecchio dinamismo, una
volta privato di quegli effetti propulsivi del disordine pubblico che pu-
re lo hanno alimentato nello scorso ventennio.

103 Sulla struttura proprietaria dei principali gruppi italiani si veda f. brioschi, l. buzzacchi
e m. g. colombo, Gruppi di imprese e mercato finanziario, Firenze 1990.
104 r. prodi, C’è un posto per l’Italia fra i due capitalismi?, in «il Mulino», 1991, n. 1, pp.
21-36.

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