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La peste

protagonista in Letteratura

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Indice
0. fonti........................................................................................................................................................2 1. etimologia parola peste..........................................................................................................................3 2. modi di dire legati alla peste..................................................................................................................3 3. presentazione di testi letterari legati alla peste......................................................................................4 5. la peste in Boccaccio e in Manzoni......................................................................................................10

0. fonti
1. etimologia parola peste www.etimo.it 2. modi di dire legati alla peste www.dizionari.corriere.it

3. presentazione di testi letterari legati alla peste


www.marcopolovr.it

4. La peste nera del 1348 - Teorie sulla peste nel tardo medioevo www.ilpalio.org 5. la peste in Boccaccio e in Manzoni www.gpeano.org

1. etimologia parola peste

pste- dal lat. Pestem devastare- uccidere. Malattia assai contagiosa e mortifera per estens. Danno, Calamit, Fetore ha per comparativo pior peggiore e per superlativo pssimus pessimo cattivo, crudele. Altri lo connette a PRDERE. Deriv. Pestifero; Pestilente, onde Pestilnsa Pestilnssia, da cui Pestilenziale..

2. modi di dire legati alla peste

1. dire peste e corna Fig.: parlare malissimo di qualcuno.

2. essere una peste Fig.: riferito a una persona, essere insopportabile per varie ragioni, quali lo spirito polemico, la litigiosit, la cattiveria e simili. Riferito a un bambino, ne sottolinea lirrequietezza o la bizzosit. Altro sign. fig.: essere molto dannoso dal punto di vista sociale o morale, detto in genere di fenomeni negativi di vasta portata come ad esempio la diffusione della droga, o riferito a ideologie osteggiate dalla maggioranza.

Dizionario dei MODI DI DIRE dalla A alla Z (www.dizionari.corriere.it)

3. presentazione di testi letterari legati alla peste

1.Tucidide e la peste di Atene Possiamo definire Tucidide come primo autore che descrive la peste nelle sue opere, parlando della morbosa epidemia sviluppatasi ad Atene, portata dai profughi egiziani.

https://it.wikipedia.org/wiki/File:Thucydides_Manuscript.jpg

2. Lucrezio Nellultimo libro del De rerum natura, il poeta latino Lucrezio parl, fra tutti gli argomenti, anche della peste di Atene. A parer suo la peste sarebbe arrivata alle porte della citt contagiandola, costringendo le persone a rinchiudersi in essa. La descrizione dellepidemia ateniese totalmente diversa dalle altre, grazie ad un tentativo di spiegazione scientifica della malattia, escludendo il coinvolgimento delle divinit. 3. Virgilio e la peste nel Norico: Virgilio narra del doloroso aspetto della piaga e si sofferma sulle atroci sofferenze degli 4

uomini e sul mistero della morte ingiusta. 4. Boccaccio Boccaccio, nel Decameron, racconta come la peste cancelli i freni morali e abbatta ogni ordine sociale e civile.

5. Defoe Nella letteratura inglese esiste una famosa opera chiamata La peste a Londra, scritta da Defoe, nella quale vengono descritti i primi casi di peste del 1665.

6. Poe In chiave simbolica anche ne La maschera della morte rossa trattato il tema dellepidemia; il racconto parla di alcuni giovani che cercano di sfuggire alla peste, ma non ci riescono perch ad una festa mascherata compare la maschera della morte rossa che uccider poi uno dei ragazzi. Poe si cimenta poi in un racconto pi comico, Re peste

7. Artaud Teorico del teatro viene ricordato per aver pubblicato Il teatro e il suo doppio , nel quale data uninterpretazione originale e positiva della peste, cio non viene considerata una vera e propria malattia, ma come unentit psichica(non provocata da un virus). Artaud nellopera afferma che: il teatro, come la peste, scioglie conflitti, sprigiona forze, libera possibilit, e se queste possibilit e forze sono nere, la colpa non della peste o del teatro, ma della vita.

8. Manzoni Ne I Promessi Sposi, lautore parla dello spaventoso evento che ha sconvolto Milano e il ducato. Anche Petrarca si inserito nella rosa degli scrittori che hanno descritto le terribili pestilenze. tra i contemporanei, Albert Camus affronta il problema dellimpossibilit di trovare senso e giustificazione allesistenza umana e al dolore che essa contiene, in un romanzo che egli intitola La Peste. A questi non possiamo non aggiungere Calvino Il cavaliere inesistente, e Esattezze da Lezioni americane (www.marcopolovr.it)

4. La peste nera del 1348 - Teorie sulla peste nel tardo medioevo
Il livello di conoscenza dei medici e degli eruditi del XIV secolo circa la causa, gli effetti e la terapia della peste era quanto mai avvilente. Nella loro lotta contro la peste nera i dottori del tardo Medioevo si affidavano alle autorit del mondo antico, come Ippocrate, Galeno e alcuni altri autori della tarda antichit che, sulla causa ed evoluzione delle malattie, seguivano la corrente umoralpatologica. I disturbi alla salute significavano dunque una cattiva mescolanza ( discrasa) dei quattro umori, sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Se una prevalenza della bile nera (melaina chol), fredda e secca, predispone alla melancolia (da qui lorigine della parola), uneccedenza di sangue, umore caldo-umido, sta a indicare il pericolo di putrefazione degli organi interni, che nella convinzione dei medici dellantichit e del Medioevo rappresentava il vero processo della peste. Si pensava che questa putrefazione entrasse nellorganismo attraverso laria o il cibo. La corruzione dellaria veniva spiegata con le esalazioni (miasmi) la cui origine e composizione non era per certa. Nello stesso modo dellaria, alcuni cibi facili alla putrefazione, come ad esempio del pesce andato a male, potevano infettare stomaco e intestino. Un clima afoso e umido, cos come i temuti venti del sud, venivano considerati particolarmente pericolosi, addirittura la fonte classica di pericolo. Allo stesso modo laria al di sopra delle acque stagnanti e degli acquitrini era sospettata di favorire la diffusione dei miasmi. Erano temute anche le esalazioni, in particolar modo il respiro di coloro che gi avevano contratto il morbo perch, sulla base della teoria umoralpatologica, ma non da ultimo sulla base dellesperienza stessa, si ritenevano, a ragione, essere estremamente infettive. Per questa ragione i medici sentivano il polso dei pazienti col viso rivolto allindietro. Con interventi di flebotomia essi cercavano inoltre di ridurre la quantit del sangue presumibilmente nocivo e con prolungati clisteri di eliminare dallorganismo i gas prodotti dalla putrefazione o i resti marci del cibo. Nei luoghi climaticamente sfavorevoli e anche nelle stanze dei malati si accendevano costantemente fuochi, cosicch il fumo della legna che bruciava purificasse laria. Il viso e le mani venivano disinfettati con acqua e aceto, cui si attribuiva unazione pesticida. Siccome era noto che nelle stanze laria calda (e dunque anche laria che si sospettava fosse contaminata) sale verso lalto, gli stessi malati venivano sistemati su di un soppalco, cosicch non dovessero ammorbare laria respirata dai familiari e da coloro che prestavano loro le proprie cure. Soltanto il vento freddo proveniente da nord e mai il vento afoso e umido meridionale doveva arrivare nelle stanze dei malati. Questa era lopinione dei medici. Le teorie del XIV secolo sulla peste culminarono nel Paradigma del soffio pestifero di Gentile da Foligno, medico umbro che essendosi impegnato troppo nella cura dei malati di peste, fu vittima egli stesso del contagio e mor a Perugia nel giugno del 1348. Il 20 marzo del 1345 esalazioni insalubri, furono, secondo Gentile, risucchiate dal mare e dalla terraferma nellaria, subirono un riscaldamento e furono poi nuovamente gettate sulla terra come venti corrotti ( aer corruptus). Se un tale soffio pestifero, cos diceva la teoria, viene inspirato dalluomo, vapori velenosi si raccolgono intorno al cuore e ai polmoni, vi si addensano diventando una massa velenosa, che infetta questi organi e, attraverso laria espirata, pu anche contagiare familiari, interlocutori e vicini. Secondo Gentile da Foligno operare una terapia efficace significava irrobustimento de lo cuore e de li altri organi principali e ne lo stesso tempo lotta contro la putrescenza velenosa impedendone lo sviluppo ne li soggetti malati e lo insorgere ne li soggetti sani. Facile a dirsi, un po pi difficile a farsi, coi mezzi a disposizione del tempo. Unico dato certo era la contagiosit della peste. In questo almeno, i medici dellepoca capirono subito le proporzioni del disastro. Anche la teoria del soffio pestifero di Gentile riflette in ultima 6

analisi soltanto tesi gi sostenute nella medicina del mondo antico. Che le condizioni climatiche, come ad esempio laria afosa e umida, favorissero le malattie, era stato riconosciuto gi dagli autori del Corpus Hippocraticum, delle opere cio attribuite in seguito a Ippocrate e databili in un arco di tempo che va dallVIII secolo a.C. Secondo Galeno anche le fontane e le acque stagnanti, le carogne di animali e i cadaveri umani che in tempo di guerra non venivano subito sepolti possono corrompere laria. Che in occasione di terremoti si liberasse dal ventre della terra aria pestilenziale, era stato ampiamente confermato. Effettivamente il 25 gennaio del 1348 si ebbe in Friuli un terribile terremoto, le cui scosse furono avvertite e causarono distruzione persino in Germania e in Italia centrale. Molti cronisti videro in questo terremoto dirette connessioni con la peste che alcuni mesi pi tardi invest queste regioni. Il consiglio impartito negli studi sulla peste era chiaro: la fuga dalle zone colpite dalla peste era nellantichit, come ancora nel XIV secolo, la reazione assolutamente pi sensata. Le finestre potevano essere aperte soltanto verso il nord e laria respirata, come ad esempio nelle maschere di protezione contro la peste utilizzate dai medici, doveva essere purificata con essenze. Lo sforzo fisico e i rapporti sessuali dovevano essere evitati per non forzare linspirazione di miasmi pericolosi. Una dieta studiata per far fronte alla peste sembrava assolutamente sensata per tener lontano dallorganismo sostanze in grado di indurre la putrefazione. Sostanze dallodore penetrante, tenute davanti al naso rappresentavano il rimedio profilattico pi sicuro, cos come la famosa triaca, quel miscuglio di sostanze inerti, oppiati, carne di serpente, estratti di vipera, polvere di rospo che veniva celebrato come una panacea. I comportamenti edonistici descritti dal Boccaccio nel Decamerone e da altri autori acquistano, sullo sfondo dei contemporanei trattati sulla peste, un senso positivo. Ridere, scherzare e festeggiare in compagnia contribuiva a equilibrare i temperamenti. Il ritiro nella villa di campagna, dove ci si dedicava alla musica e al gioco, per effetto del riposo, rafforzava le capacit di resistenza. Ancora nel 1580 il professore di medicina padovano Mercuriale sottolineava che attraverso la musica, lottimismo, la gioia e lallegria si poteva ottenere che lo spirito e il corpo lottassero con maggior vigore contro la malattia della peste . Siegmund Albich (1347-1427), medico personale di re Venceslao di Boemia e professore allUniversit di Praga, nel suo Regime contro la peste esorta a non parlare e a non pensare alla peste perch anche solo la paura dellepidemia, limmaginarla e il parlarne sono senza dubbio causa nelluomo dellinsorgere della malattia stessa. Va ulteriormente sottolineato: i medici del tardo Medioevo non conoscevano n la causa, n il modo in cui la peste si diffondeva. Nel XIV secolo non esisteva n la possibilit di identificare lagente patogeno della peste, n la conoscenza teorica per discostarsi dalla medicina classica del tempo. Ma gi nel 1348, per arginare lepidemia, furono presi provvedimenti che suscitano la nostra ammirazione. Le autorit veneziane stabilirono per esempio regole perch nel pi breve tempo possibile si provvedesse a sepolture di massa, perch le carogne di animali fossero allontanate e i malati venissero isolati. Sempre a Venezia si introdussero una specie di obbligo di denuncia (anche se una quarantena vera e propria documentata solo nel 1374 a Reggio Emilia o nel 1377 a Ragusa). Nel 1348 si osserv anche che i conciatori contraevano la malattia pi raramente dei fornai e ci era da attribuirsi effettivamente al potere disinfettante delle sostanze che venivano utilizzate nella concia. Tommaso del Garbo, famoso medico bolognese, consigliava di tenere sempre aperte le finestre delle stanze dei malati perch laria fresca nuocerebbe alla peste, opinione questa che in un certo senso si trovava in contrasto con la dottrina. Sacerdoti e notai non dovevano mai avvicinarsi ai moribondi nellaria soffocante della camera in cui si trovava il malato. Ma questi approcci di pensiero empirico, contrapposto allautorit inattaccabile degli autori antichi e arabi, rappresentavano al tempo della peste nera ancora leccezione. Tommaso del Garbo fu autore di un Consiglio contro la peste, un nuovo genere letterario che nacque in Europa nel 1348 e presentava strette affinit con i Regimi contro la peste. Nel caso dei Regimi si trattava di disposizioni dietetiche rivolte sia ai medici sia ai profani. Per proteggersi dal 7

contagio, allo stesso modo di Galeno, consigliava pane intinto nel vino e le famose panacee quali la triaca e il mitridato, oltre ai chiodi di garofano il cui profumo, secondo la sua esperienza, possedeva unazione disinfettante. Appare pragmatico il seguente consiglio impartito ai sacerdoti che dovevano raccogliere la confessione dei moribondi: tutti dovevano uscire dalla stanza, cosicch il malato non fosse costretto a bisbigliare ma potesse al contrario parlare ad alta voce e non fosse dunque necessario per il confessore avvicinarsi a lui. Una volta lasciata la stanza di un malato, il visitatore doveva lavarsi le mani e la bocca con aceto e vino. Erano considerati altres efficaci cibi dolci, conservati in acqua fresca, mescolati a sostanze stimolanti come melissa e zucchero di ottima qualit. La dose minima per chi seguiva una profilassi a base di triaca era rappresentata dallassunzione giornaliera di una quantit di questa sostanza pari alla dimensione di una nocciola. Nel Consiglio contro la peste di Giovanni Dondi, medico personale del vescovo di Milano, si trovano suggerimenti dietetici e terapeutici. Egli raccomanda il salasso persino sulla testa del malato in modo da ridurre il sangue infetto dellorganismo. Labluzione del viso e delle mani con acqua di rose e aceto era considerata ovvia. Ancora nel Settecento i medici usavano questo metodo, subito dopo aver visitato i pazienti. Foschie e nebbie dovevano essere evitate cos come il vento del sud. Dondi raccomandava di esporsi al mattino presto al fumo di un fuoco beneodorante, ottenuto per esempio bruciando legna di quercia, frassino, olivo o mirto. Laggiunta di balsamo, incenso o legno di sandalo alla fiamma ne rafforzava lazione disinfettante. Tutti i cibi dovevano essere aromatizzati con sostanze dai profumi molto forti. La carne di montone castrato, vitello, capra, pernice, fagiano e pollo era ritenuta sicura, mentre il pesce pericoloso. Vino e birra venivano espressamente consigliati, frutta dolce, come ad esempio le pere, facilmente deperibili, doveva invece essere evitata. Le donne e ancor pi ogni rapporto disonorevole andavano evitati e in genere tutto ci che provocava il temuto surriscaldamento dellorganismo. Durante il giorno, inoltre, non si doveva dormire, non ci si doveva mai esporre al sole, n stabilirsi in localit calde e neppure in quelle umide e bisognava tenersi lontano dai bagni. Anche per il Dondi, che alla fin fine ottenne pi successi come costruttore di orologi che come medico della peste (!!!), la fuga tempestiva rappresentava ancora il miglior rimedio profilattico. Un anonimo padovano (gli scritti sulla peste comparvero dapprima quasi esclusivamente in Italia!), nel suo Consilium databile intorno al 1360, sottolineava che le misure profilattiche dovevano essere adeguate sia alla stagione sia alla posizione geografica. Allautore, esperto di astrologia, sembrava importante che i medicamenti venissero assunti nel momento giusto e che le necessarie misure fossero adottate per tempo: se la minaccia della peste arrivava in primavera era consigliabile fuggire per sottrarsi alla calura estiva ricca di miasmi. Chi non aveva la possibilit di fuga doveva affumicare con regolarit la casa e la zona circostante ad essa e combattere i miasmi della propria abitazione con rose, viole e tutto ci che abbia un buon profumo . Poich il soffio pestifero (come in seguito ad un terremoto) veniva da fenditure della terra o da laghetti con acqua stagnante, i luoghi situati al piano terra dovevano essere evitati. Che dopo i terremoti si verificassero epidemie pestilenziali era anche dovuto alla rottura pi totale della separazione tra uomini e ratti, anche se appare evidente come i confini di questa separazione fossero allora molto labili. Se invece il soffio pestifero veniva dagli strati superiori dellaria bisognava comportarsi nel modo opposto. Il movimento fisico era sostanzialmente considerato dannoso, perch aumentava il volume daria (miasmatica) inalata. Per stimolare la circolazione dovevano essere praticati solo massaggi leggeri Il gi citato Consilium di Gentile da Foligno, in assoluto il pi vecchio che ci sia pervenuto, era indirizzato ai medici di Genova. Audace appare il consiglio di lasciar levare alte le fiamme nei locali dellabitazione. Ogni cibo doveva essere imbevuto nel vino. Come sostanze odorose dovevano essere impiegate la canfora nel caso di pasti caldi e la salaginella nel caso di pasti freddi. I cibi acidi erano considerati lalimento ottimale ( Non vi alcun dubbio che tutto ci che stato reso acido contrasta la putrefazione). A partire da Gentile, la triaca, cos come il salasso e lisolamento 8

dei malati rappresentarono le basi della terapia contro la peste. Naturalmente si decantavano anche i metodi non comuni. Del resto nella sua cronaca sulla peste di Firenze anche il Boccaccio confermava che lepidemia rappresent per quei medici che non si servivano di metodi comuni e per i ciarlatani un momento particolarmente favorevole. I Consigli e i Regimi contro la peste rappresentarono i manuali della prima ora e dopo il 1348 furono diligentemente copiati in tutta Europa. I medici si preoccuparono disperatamente di fornire la prova delle loro conoscenze professionali, da molti messe in discussione. Esaminando in modo critico le misure profilattiche e terapeutiche suggerite, soltanto il consiglio di fuggire era sensato. Certamente le pulci (allo stesso modo di molti altri insetti) rifuggivano effettivamente da determinate sostanze odorose cos come dal calore del fuoco, ma le relative raccomandazioni (senza dubbio basate su esperienze dellepidemia molto generali e vecchie di secoli) non avrebbero mai potuto fermare unepidemia di peste scatenatasi in spazi circoscritti e men che meno avrebbero potuto arrestare la peste polmonare. Pi efficace era invece unaltra misura: gi prima della peste nera numerose epidemie, meno pericolose rispetto alla peste, avevano suggerito lopportunit di isolare coloro che erano affetti da malattie sconosciute. Che questa cautela fosse sensata anche nel caso della peste lo si not gi dopo pochi giorni. In unepoca in cui non si conosceva ancora nulla di microscopi e di antibiotici il sapere non poteva spingersi oltre. Non sarebbe tuttavia corretto ignorare che la patologia umorale, pur in tutte le sue deficienze pratiche, rappresentava in s un sistema di pensiero logico che sembrava spiegare facilmente cause e sintomi di molte malattie. (www.ilpalio.org)

5. la peste in Boccaccio e in Manzoni


INTRODUZIONE Da sempre le grandi epidemie hanno fatto riflettere luomo, dapprima da un punto di vista religioso, poi scientifico, quindi metaforico. Per rendersene conto sufficiente ripercorrere le pagine della letteratura, ad iniziare da quella greca. Il primo testo pervenutoci, testo base della letteratura occidentale, l Iliade di Omero, si apre con la grandiosa immagine della peste che colpisce il campo greco. Perch ci avviene ? Perch gli Achei, giusti vendicatori di unoffesa subita da parte dei Troiani, il rapimento di Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, devono subire una tale punizione? Perch di punizione si tratta, come tutto ci che inspiegabilmente colpisce luomo in quei secoli lontani. L interconnessione tra lumano e il divino stretta e il mondo umano trova una sua giustificazione in quello ultraterreno e viceversa. Gli uomini subiscono lira degli dei, che, a loro volta, subiscono le offese degli uomini. La riconciliazione dipende dalluomo, che deve indovinare la causa del risentimento divino. Gli dei, per, sono suscettibili e capricciosi e non facile risalire al motivo, che ha scatenato la loro collera, e individuare il modo di placarla. Per questo esistono gli indovini, individui privilegiati, in grado di decifrare i segni, con i quali gli dei comunicano, e di indicare i rimedi da adottare per ritornare in armonia con loro: tale Calcante per gli Achei. Col passare del tempo per, ci si rende conto, almeno tra gli intellettuali, che forse le cose non stanno veramente cos. Gli dei, se esistono, non hanno unindole vendicativa e molti mali hanno cause naturali, anche se ignote. La scienza, intesa in senso moderno, sta muovendo i primi passi e ci lascia testimonianza di ci Celso, autore vissuto nel primo secolo dopo Cristo, di cui ci pervenuto il De medicina. Nel Proemio del suo trattato egli ripercorre la storia della medicina sottolineando il fatto che, originariamente, essa si occupava soltanto delle ferite, che venivano curate ferro et medicamentis, in quanto tutte le altre malattie erano considerate di derivazione divina. Le cose non cambiarono, afferma Celso, finch venne Asclepiade di Prusa, contemporaneo di Lucrezio ( mor a Roma nel 40 a. C. circa). Egli ( come Lucrezio ) era un atomista e riteneva che ogni malattia nascesse dalla presenza di ostacoli, che impedivano il libero moto degli atomi, di cui ogni corpo era composto. Dal benessere fisico generale dipendeva la possibilit di contrarre o meno malattie. La cura di queste ultime consisteva nel ricreare lequilibrio iniziale, cio nella dieta. Il fanatismo religioso medievale determin una battuta darresto nel campo della ricerca scientifica. Le grandi epidemie furono di nuovo interpretate come punizioni divine e si cerc di arrestarle ricorrendo a processioni e cerimonie di espiazione.

Boccaccio: Paolo Diacono (720-799 d. C.), storico longobardo che insegn alla corte di Carlo Magno, nella sua Historia Longobardorum, descrive la peste che colp lItalia negli ultimi anni dellimpero di Giustiniano (527-565 d. C.), sottolineando, significativamente, il senso di desolazione e di morte diffusosi, non solo tra gli uomini, ma nello stesso paesaggio: Si poteva osservare come la natura era stata riportata allantico silenzio: nessuna voce in campagna, nessun fischio di pastore, nessun pericolo di animale contro il gregge, nessun danno ai volatili domestici. Il grano, passata la stagione, aspettava intatto la falce del mietitore; la vigna, senza foglie, rimaneva carica di uva 10

nonostante lavvicinarsi dellinverno Non restava alcuna traccia dei passanti, non si vedeva nessun assassino e tuttavia gli occhi erano stracolmi della visione di cadaveri. Secondo alcuni critici il passo dellautore longobardo costitu, con ogni probabilit, un modello per Boccaccio. Questultimo ci offre un dettagliato resoconto della peste che, incominciata in Asia alcuni anni prima (1346), fu portata in Sicilia da navi provenienti dalla Siria e dilag in Italia, raggiungendo Firenze nellaprile del 1348: E in quella non valendo alcuno senno n umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la citt da oficiali sopra ci ordinati e vietato lentrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanit, n ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dellanno predetto orribilmente cominci i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. Alla descrizione quasi scientifica dei bubboni e delle macchie della peste fa seguito losservazione delle reazioni popolari e del venir meno di ogni forma di solidariet e di civile convivenza. Lo schema letterario, cio, si ripete simile a se stesso ma con maggior ampiezza e ricchezza di particolari. Singolari, inoltre, risultano essere alcuni accenni, che sembrano voler sollecitare il lettore ad una lettura anche metaforica dei fatti: la peste materiale non conosce rimedi, ma la peste morale, che ne consegue e che pu avere nel tempo effetti ben pi devastanti, s. Anche nella disperazione luomo deve ricordare di essere uomo, mantenere la propria integrit e rettitudine. LIntroduzione al Decameron si apre con unindicazione particolare: Boccaccio parler della mortifera pestilenza, la quale, per operazion de corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle dinnumerabile quantit de viventi avendo private, senza ristare dun luogo in uno altro continuandosi, verso lOccidente miserabilmente sera ampliata . Giusta ira di Dio dunque, eco del fanatismo religioso di un Medioevo che sta per concludersi e che stato ricostruito al meglio dalle immagini del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo: lApocalisse come testo guida, la vita come espiazione, il corpo come strumento di mortificazione, la peste ed ogni male come prova della presenza divina. Boccaccio, per, non insiste pi di tanto e cerca di cogliere il pi obiettivamente possibile il diverso comportamento umano: E erano alcuni , li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluit avesse molto a cos fatto accidente resistere Altri , in contraria opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e landar cantando in torno e sollazzando e il sodisfare d ogni cosa lappetito che si potesse e di ci che avveniva ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non stringendosi nelle vivande quanto i primi n nel bere e nellaltre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ci fosse cosa che laere tutto paresse dal puzzo de morti corpi e delle infermit e delle medicine compreso e puzzolente Alcuni erano di pi crudel sentimento dicendo niuna altra medicina essere contro alle pestilenze migliore n cos buona come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando dalcuna cosa se non di s, assai e uomini e donne abbandonarono la loro citt, le proprie casequasi lira di Dio a punire le iniquit degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro alle mura della lor citt si trovassero . Tra il 1348 e il 1749, periodo in cui la peste scomparir definitivamente dallEuropa occidentale, abbiamo testimonianza di focolai di peste presenti in Europa in modo ricorrente ma non paragonabili per diffusione alle epidemie sopra citate. Fra il 1349 e il 1537 il contagio si diffonde in Italia in aree diverse pi o meno ogni due anni. Nel corso del 1400 Napoli colpita da nove attacchi epidemici con intervalli pi ravvicinati nella seconda met del secolo (1478-1481-1493-1495-1497) mentre Milano colpita diciotto volte durante il secolo XVI, mediamente ogni due anni fino al 1528 e poi ogni quattro fino al 1550. Nel 1600, invece, assistiamo alla presenza di contagi pi violenti e pi distanziati nel tempo, culminanti nei due episodi del 1630 e del 1665. Dopo circa un secolo da questultima data, si 11

registrer unultima epidemia di peste nel 1749 a Messina e a Reggio Calabria.

Manzoni
In letteratura troviamo abbondantemente documentata la peste del 1630 nelle pagine de I Promessi Sposi e della Storia della colonna infame di A. Manzoni e in un breve trattato del cardinale Federico Borromeo, il De pestilentia, fonte segreta del Manzoni stesso. Nel De pestilentia lautore dedica un capitolo allorigine della peste secondo le capacit umane di previsione. In esso, non mettendo in dubbio che la peste sia anche unarma dellira divina in base a prove naturali e a quanto affermano pure i sacri Dottori , indaga anche quelle cause della peste che derivano dalla natura, dalla disposizione delle cose e dalla condizione umana: in primo luogo la carestia sorta precedentemente a causa della sterilit della terra e aggravata da atti gravi a dirsi commessi dalla eccessiva libert militare e dalle bande . Conseguenza di ci fu lo sfinimento non solo del corpo ma anche dellanimo per cui tale male non era tenuto in alcun conto da persone che desideravano per lo pi la morte, e morivano lietamente per non tormentarsi ancora pascolando nei prati e addentando le erbe . Manc quindi la determinazione nel contrastare la diffusione del male al suo primo insorgere. Si aggiunse poi il fatto che penetr profondamente negli animi di molti lopinione che ci accadesse per opera di alcuni Principi, i quali, per poter realizzare i loro progetti, spargevano questi veleni e infettavano la popolazione. E poich codeste opinioni risultano abbastanza plausibili tra il volgo e sono accolte con animi creduli, invece di combattere la peste gli animi furono distolti a indagare chi mai fosse stato il macchinatore e lartefice di una frode cos grave . Emergono cos le figure degli untori, che compariranno anche nelle opere manzoniane, alcuni dei quali, secondo lopinione pubblica, confessarono tra le torture di essere stati stipendiati da un grande Principe per quel servizio e quel compito di ungere. Tra il volgo si diffuse, inoltre, la diceria che gli untori mescolassero agli unguenti anche accordi pattuiti coi Demoni, e che gli stessi unguenti risultassero composti di veleni oltre al veleno vero e proprio della peste. E F. Borromeo conclude: Che tutto ci sia potuto accadere, facilmente sono portato a crederlo; infatti sia i tossici sia le pozioni magiche sono in grado di annientare la vita e nota la natura della peste . Il trattatello prosegue con una rassegna di casi prodigiosi e con lanalisi della condizione di Milano nel periodo di maggior diffusione del contagio, cio tra luglio e agosto. Carri carichi di cadaveri percorrevano le strade e camminando a caso molti cadaveri cadevano; e i corpi putrefatti di costoro emanavano tali fetori, che gli abitanti delle case vicine erano costretti a uscire e a portarli via. Non si vedevano persone in giro se non becchini e ladri che, per avidit di denaro, sfidavano il male, saccheggiando le case dei morti. Lautore non tralascia di sottolineare i pubblici interventi: assunzione di addetti ai lazzaretti, di addetti alle pompe funebri, di scavatori di fosse, di amministratori, di banditori, di guardie e di sorveglianti dei carri. E aggiunge: Ma un altro fatto ancor pi ammirevole e straordinario fu osservato, che cio in mezzo a una folla cos vasta di morenti n in citt n entro i lazzaretti un solo individuo decedette senza i sacramenti della Chiesa. Di tali notizie e di altri documenti si serv A. Manzoni per offrire al lettore un quadro completo e realistico della peste di Milano nei cap. XXXI e XXXII de I Promessi Sposi. In essi egli dice espressamente che il suo fine non soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale sono venuti a trovarsi i personaggi, ma di far conoscere insieme, per quanto si pu in ristretto un tratto di storia patria pi famoso che conosciuto. Ci troviamo cio di fronte ad una ricostruzione obbiettiva e completa del diffondersi dellepidemia nel milanese, delle reazioni del popolo e delle autorit civili ed ecclesiastiche. Con esplicito riferimento alle fonti, lautore non manca di registrare anche le superstizioni, le dicerie, i fanatismi sviluppatisi in quel momento terribile, in cui la popolazione della citt fu ridotta di circa tre quarti. E possibile cos ripercorrere anche cronologicamente gli avvenimenti. 20 ottobre 1629 30 ottobre 1629 relazione del protofisico Settala al tribunale di sanit il tribunale, in seguito a sinistre notizie, dispone le bullette per chiuder 12

fuori della Citt le persone provenienti da paesi dove il contagio sera manifestato 14 novembre 1629 i delegati, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi al governatore, e desporgli lo stato delle cose. Vandarono, e riportarono: i pensieri della guerra esser pi pressanti 18 novembre 1629 eman il governatore una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe, primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il pericolo dun gran concorso, in tali circostanze 23 novembre 1629 fu stesa quella grida per le bullette, risoluta il 30 dottobre 29 novembre 1629 pubblicazione della grida per le bullette 22 ottobre o 22 novembre o 29 novembre 1629 un soldato porta il contagio in Milano primi mesi del 1630 la peste and covando e serpendo lentamente 30 marzo 1630 i cappuccini assumono lorganizzazione del lazzaretto e il presidente della Sanit convocati i serventi e glimpiegati dogni grado, dichiar, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorit 17 maggio 1630 esplode la prima furia popolare contro gli untori dopo che da alcuni era parso di vedere persone in duomo andare ungendo un assito 18 maggio 1630 In ogni parte della citt, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne . La citt gi agitata ne fu sottosopra. 21 maggio 1630 grida contro gli ignoti che hanno scatenato il panico 22 maggio 1630 vengono inviati due decurioni al governatore per esporgli la situazione e qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il governatore trasfer, con lettere patenti, la sua autorit a Ferrer maggio 1630 i decurioni decidono di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la citt il corpo di San Carlo - il cardinale rifiuta 11 maggio 1630 la processione usc, sullalba, dal duomo 12 giugno 1630 le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della citt, a un tal eccesso, con un salto cos subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o loccasione, nella processione medesima 4 luglio 1630 la mortalit giornaliera oltrepassava i cinquecento luglio agosto 1630 periodo culminante dellepidemia Manzoni conclude il suo excursus dicendo che, data la quantit di dati e di testimonianze in suo possesso, relativi alla vicenda degli untori, gli parso che la storia potesse esser materia dun nuovo lavoro: la Storia della colonna infame. Questopera, pubblicata in appendice alledizione definitiva dei Promessi Sposi nel 1842, esamina gli atti del processo, tenuto a Milano nel 1630, contro presunti untori. E evidente in essa la condanna della malafede dei magistrati che si resero responsabili di fatti iniqui: gli imputati furono torturati, le loro case abbattute e, sulle rovine di queste, fu posta una colonna con i nomi dei colpevoli, a loro perenne infamia. PAOLO DIACONO: HISTORIA LONGOBARDORUM, II, 4 In questo periodo in Liguria si svilupp una terribile peste. Improvvisamente comparvero alcuni indizi sulle case, sulle porte, sulle suppellettili e sui vestiti che, se fosse stato possibile nascondere, si notavano in misura sempre maggiore. Verso la fine dellanno cominciarono ad apparire nellinguine delle persone, o in altri posti molto delicati, ghiandole piccole come noci o datteri, cui immediatamente seguivano altissime febbri con grande arsura al punto che il malato in tre giorni moriva. Se superava questo periodo, aveva molte possibilit di sopravvivenza. Non si vedeva altro che lutti e lacrime. Appena si spargeva la notizia ( di un caso di peste ), la gente fuggiva per evitare la morte e abbandonava le case deserte, lasciandovi solo i cani. Le pecore erano abbandonate a se stesse, senza pastori. Mentre prima le ville e gli accampamenti erano 13

pieni di soldati, si sarebbe potuto vedere il giorno seguente tutti questi luoghi completamente abbandonati e deserti. I figli fuggivano lasciando insepolti i cadaveri dei genitori; daltra parte i genitori abbandonavano i figli febbricitanti senza alcuna piet. Se qualcuno, mosso da compassione, voleva seppellire qualche parente, restava egli stesso insepolto; e se moriva mentre faceva i funerali, nessuno gli tributava il mesto rito. Si poteva osservare come la natura era stata riportata allantico silenzio: nessuna voce in campagna, nessun fischio di pastore, nessun pericolo di animale contro il gregge, nessun danno ai volatili domestici. Il grano, passata la stagione, aspettava intatto la falce del mietitore; la vigna, senza foglie, rimaneva carica di uva nonostante lavvicinarsi dellinverno. La tromba dei belligeranti risuonava di notte e di giorno e si sentiva da molte persone come un mormorio di un esercito. Non restava alcuna traccia dei passanti, non si vedeva nessun assassino e tuttavia gli occhi erano stracolmi della visione di cadaveri. I pascoli venivano adattati a cimiteri e le abitazioni erano diventate tane di animali. E questi terribili eventi si verificarono a Roma e in Italia fino ai confini degli Alamanni e dei Bavari. DECAMERON: INTRODUZIONE ALLA I GIORNATA qualit della predetta infermit a permutare in macchie nere o livide, le quali o per le braccia o per le cosce, e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, cos erano queste a ciascuno a cui venieno. A cura delle quali infermit n consiglio di medico, n virt di medicina alcuna pareva valesse o facesse profitto: anzi, o che la natura del malore nol Dico adunque che gi erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia citt di Fiorenza, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazione de corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle dinnumerabile quantit di viventi avendo private, senza ristare, dun luogo in uno altro continuandosi, verso lOccidente miserabilmente sera ampliata. E in quella non valendo alcuno senno n umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la citt da oficiali sopra ci ordinati e vietato lentrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanit, n ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate e in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dellanno predetto orribilmente cominci i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva sangue del naso era manifesto segno dinevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento dessa a maschi e alle femmine parimente o nellinguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune pi e alcune meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti predette del corpo infra brieve spazio di tempo cominci il gi detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire, e da questo appresso sincominci la patisse, o che la ignoranza de medicanti (de quali, oltre al numero degli scienziati, cos di femine come duomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e, per conseguente, debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra lterzo giorno dalla apparizione de sopraddetti segni, chi pi tosto e chi meno, e i pi senza alcuna febbre o altro accidente, morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza per ci che essa daglinfermi di quella, per lo comunicare insieme, savventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E pi avanti ancora ebbe di male: ch non solamente il parlare e lusare con gl infermi dava a sani infermit o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermit nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa a udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegna persona udito lavessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualit della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno all altro, che non solamente luomo alluomo, ma 14

questo, che molto pi, assai volte visibilmente fece, cio che la cosa delluomo infermo stato, o morto di tale infermit, tocca da un altro animale fuori della spezie delluomo, non solamente della infermit il contaminasse, ma quello intra brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, s come poco davanti detto, presero tra l altre volte, un d, cos fatta esperienza, che, essendo gli stracci dun povero uomo da tale infermit morto gittati nella via pubblica e abbattendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il loro costume, prima molto col grifo e poi co denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o maggiori nacquero diverse paure e immaginazioni in quegli che rimanevano vivi, e tutti quasi ad un fine tiravano assai crudele, ci era di schifare e di fuggire glinfermi e le lor cose; e cos facendo, si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, li quali avvisavano che il vivere moderatamente e il guardarsi da ogni superfluit dovesse molto a cos fatto accidente resistere: e fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, in quelle case ricogliendosi e rinchiudendosi dove niuno infermo fosse e da viver meglio, delicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori, di morte e dinfermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quelli piaceri che aver potevano si dimoravano. Altri, in contraria oppinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e landar cantando attorno e sollazzando e il soddisfare dogni cosa allo appetito che si potesse e di ci che avveniva ridersi e beffarsi essere medicina certissima a tanto male: e cos come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno e la notte ora a quella taverna ora a quellaltra andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto pi ci per l altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero che loro venissero a grado o in piacere. E ci potevan fare di leggiere, per ci che ciascun, quasi non pi viver dovesse, aveva, s come s, le sue cose messe in abbandono: di che le pi delle case erano divenute comuni, e cos lusava lo straniere, pure che ad esse savvenisse, come lavrebbe il proprio signore usate; e con tutto questo proponimento bestiale sempre glinfermi fuggivano a lor potere. E in tanta afflizione e miseria della nostra citt era la reverenda autorit delle leggi, cos divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, s come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o s di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era dadoperare. Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non stringendosi nelle vivande quanto i primi, n nel bere e nell altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ci fosse cosa che l aere tutto paresse dal puzzo de morti corpi e delle infermit e delle medicine compreso e puzzolente. Alcuni erano di pi crudel sentimento, come che per avventura pi fosse sicuro, dicendo niun altra medicina essere contro alle pestilenze migliore n cos buona, come il fuggire loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando dalcuna cosa se non di s, assai e uomini e donne abbandonarono la propria citt, le proprie case, i lor luoghi e i lor parenti e le lor cose, e cercarono laltui o almeno il lor contado, quasi lira di Dio a punire le iniquit degli uomini con quella pestilenza non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor citt si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E come che questi cos variamente oppinati non morissero tutti, non per ci tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto langiueno. E lasciamo stare che luno cittadino laltro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano; era con s fatto spavento questa tribulazione entrata ne petti degli uomini e delle donne, che lun fratello l altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro, de quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e femine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase che o la carit degli amici ( e di questi fur pochi ), o 15

lavarizia de serventi, li quali, da grossi salari e sconvenevoli tratti, servieno, quantunque per tutto ci molti non fossero divenuti: e quelli cotanti erano uomini e femine di grosso ingegno, e i pi di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose daglinfermi addomandate e di riguardare quando morieno; e servendo in tal servigio, s molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati glinfermi da vicini, da parenti e dagli amici, e avere scarsit di serventi, discorse un uso quasi davanti mai non udito: che niuna quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse, infermando, non curava d avere a suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane o altro, e a lui senza alcuna vergogna ogni parte del suo corpo aprire non altrimenti che ad una femina avrebbe fatto, solo che la necessit della sua infermit il richiedesse: il che, in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onest, nel tempo che succedette, cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno: di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi li quali glinfermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella citt la moltitudine di quelli che di d e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessit, cose assai contrarie a primi costumi de cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi. Era usanza, s come ancor oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che pi gli appartenevano piangevano; e daltra parte dinanzi alla casa del morto co suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo la qualit del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte nera portato. Le quali cose, poi che a montar cominci la ferocit della pistolenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono, e altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Per ci che, non solamente senza avere molte donne da torno morivan le genti, ma assai nerano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro a quali i pietosi pianti e lamare lagrime de suoi congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle s usavano per lo pi risa e motti e festeggiar compagnevole; la quale usanza le donne, in gran parte posposta la donnesca piet, per la salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de quali fosser pi che da un diece o dodici de suoi vicini alla chiesa accompagnati; li quali non gli orrevoli e cari cittadini sopra gli omeri portavano, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla pi vicina le pi volte il portavano, dietro a quattro o sei chierici con poco lume e tal fiata senza alcuno: li quali con laiuto de detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo uficio o solenne, in qualunque sepoltura trovavano pi tosto il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: per ci che essi, il pi da speranza o da povert ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano, e non essendo n serviti n atati dalcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione tutti morivano. E assai nerano che nella strada pubblica o di d o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti, che altramenti, facevano a vicini sentire s esser morti: e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il pi da vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de morti non gli offendesse che da carit la quale avessero a trapassati. Essi, e per se medesimi e con laiuto di alcuni portatori, quando averne potevano, traevano delle lor case li corpi de gi passati, e quegli davanti agli loro usci ponevano, dove, la mattina, spezialmente, navrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato; e quindi fatto venir bare ( e tali furono che per difetto di quelle sopra alcuna tavola ne ponieno ), n fu una bara sola quella che due o tre ne port insiememente, n avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e l marito, gli due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o cos fattamente ne contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre o quattro bare, da portatori portate, di dietro a quella; e, dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n aveano sei o otto, e tal fiata pi. N erano per ci questi da alcuna lagrima o lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramente si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre []. 16

E acci che dietro a ogni particularit le nostre passate miserie per la citt avvenute pi ricercando non vada, dico che cos inimico tempo correndo per quella, non per ci meno dalcuna cosa risparmi il circustante contado; nel quale, lasciando star le castella, che simili erano nella lor piccolezza alla citt, per le sparte ville e per gli campi i lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li loro colti e per le case, di d e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa essi cos nelli loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non daiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che addivenne i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per gli campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro se nandavano. E molti, quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavano satolli. Che pi si pu dire, lasciando stare il contado e alla citt ritornando, se non che tanta e tal fu la crudelt del Cielo, e forse in parte quella degli uomini, che in fra marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermit e per lesser molti infermi mal serviti o abbandonati ne lor bisogni per la paura ch aveano i sani, oltre a cento milia creature umane si crede per certo dentro alle mura della citt di Firenze essere stati di vita tolti? che, forse, anzi laccidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante, rimaser vti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredit, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co loro parenti, compagni e amici, che poi la sera vegnente appresso nell altro mondo cenarono con li loro passati! FEDERICO BORROMEO: DE PESTILENTIA LORIGINE DELLA PESTE SECONDO LE CAPACITA UMANE DI PREVISIONE Questo fenomeno morboso e questa gravissima strage possono aver avuto varie cause, che esamineremo ordinatamente. Infatti anche Omero nel riferire le cause della peste dispieg la forza della sua intelligenza e della sua saggezza laddove, mescolando realt e favole, cant che Apollo aveva scagliate molte frecce. E tale era limmagine del morbo. Che la peste sia anche unarma dellira divina non solo noto in base a prove naturali, ma lo affermano pure i sacri Dottori. Mor per tale contagio un mercante straricco, lo stesso che due giorni prima di spegnersi disse di non aver nessuna paura, eccetto che da parte del proprio barbiere: licenzia perci il barbiere e ne prende a servizio un altro e lo mantiene in casa tra tutti gli altri servi: costui era malato di peste; cos mercante e barbiere morirono insieme. Inoltre stato notato, non senza meraviglia di molti, che raramente la peste contagiava un soldato. Eppure furono dei soldati a introdurre tale male, ma pochi di loro nel frattempo perirono di questo morbo e quasi la peste non tocc le truppe germaniche causa prima del contagio. Inoltre il nostro esercito di stanza nelle regioni ai piedi dei monti riceve quotidianamente rifornimento e annona da questa citt e provincia, eppure esso rimane immune, il che potrebbe costituire la prova che la peste unarma divina, che colpisce in profondit e occultamente quanto destinato. Del resto, se oltre ai misteri del giudizio divino volessimo cercare alcune cause per cui in limiti naturali accade che la peste quasi risparmi i soldati, tra le altre si potrebbe indicare questa: che i corpi dei soldati irrobustiti nelle fatiche e resi sempre pi forti risentono meno delle durezze del Cielo. Inoltre, essi raramente abitano ammassati dentro una casa, cambiano spesso i luoghi, alimentandosi per lo pi tra i campi, e io ho chiaramente sentito un comandante dellesercito germanico il quale affermava che non trovavano contro la peste nessun rimedio pi efficace che il trasferire in altre sedi quella parte dellesercito che gi era stata infettata, e subito 17

dopo in altre ancora. Infatti egli diceva che grazie a quel mutamento venivano spezzati e dissolti, per cos dire, il filo e la trama della malattia stessa; cos come anche nel cambiamento di luoghi e tempi si rompe il corso delle congiure e ne vengono dissipati i piani. Trovandosi una gran folla distribuita nei terreni del lazzaretto, piomb addosso improvvisamente una tale piena di acqua che sembrava che a stento qualcuno potesse mettersi in salvo; eppure non risulta che uno solo fra tante migliaia sia perito in tale occasione. Gli stessi perirono poi quasi tutti di peste, poich appunto cos voleva Dio, nella cui mano e nel cui potere sono non solo la vita e la morte degli uomini, ma anche il modo e il genere di morte, o di vita. Comunque, per quanto attiene a quelle cause della peste che derivano dalla natura, dalla disposizione delle cose e dalla condizione umana, si pu senza dubbio affermare che la carestia che precedette il morbo in gran parte fu causa della peste stessa, quasi che la consunzione sopravvenendo dopo la carestia trovasse i corpi degli uomini indeboliti, in quanto le forze erano state distrutte, e resi quasi esangui, ed anche perch gli animi erano costernati e afflitti e pressoch ridotti alla disperazione, e da questa schiacciati e oppressi i poveri disprezzavano i poteri, i magistrati e persino la morte. Molti di loro dicevano che era meglio morire una volta per tutte piuttosto che soffrire a lungo ed essere lentamente consumati. Pi o meno, tra la carestia e la peste intercorse lo spazio di un anno e appena terminata quella successe questa. [] La carestia era precedentemente sorta a causa della sterilit della terra, quando and delusa la speranza dellanno e furono negate le messi. Inoltre dalla eccessiva libert militare e dalle bande furono commessi atti gravi a dirsi, poich, dissolta quasi ogni disciplina, quella barbarie incrudeliva secondo il suo costume e non potrei dire facilmente di chi in particolare sia stata tale colpa. Io mi limiter a riferire quanto accadde a Milano, in modo che chiunque possa da ci dedurre quanti fatti simili e anche pi atroci siano potuti accadere nelle campagne, dove evidentemente vi era maggiore licenza e meno possibilit di organizzare i soccorsi. Nellanno 1629 sulla pubblica via fu visto un giovane di aspetto e portamento nobile, consumato dalla fame e dalla malattia, incapace di starsene in piedi, appoggiato perci in qualche modo a un muro, dopo essersi alzato a fatica da uno strame e da alcune coperte. Urlava costui per il fatto che volendo andarsene e portare con s le coperte, temeva che non appena si fosse chinato, gli sarebbero mancate le forze per rialzarsi. Aveva ben presente con quanta fatica si fosse prima levato e non voleva lasciare quello strame che costituiva la sua ricchezza e il suo letto. Questo egli raccont in tali termini a un giovane che, provando piet per un caso del genere, ag con spirito di bont e volle conoscere la causa del suo dolore. Dir qualcuno: dunque non vi era a Milano alcun pensiero di mantenere gli indigenti? Cera senzaltro, anzi con generosa larghezza molti donavano sussidi; ma poich affluivano in citt da ogni dove turbe di affamati, divenne tanto grande la folla che tutti non potevano essere nutriti e mantenuti in nessun modo. Ormai gli ospizi, i pii alberghi e i ricoveri erano pieni di poveri: e non se ne potevano accogliere n accettare di pi, e giungevano talmente avviliti sia dalle offese dei soldati, sia dalla sterilit della terra, che non riuscivano pi a resistere. Seran nutriti di cortecce dalberi, e una porzione di crusca per loro era simile a un cibo squisitissimo. In citt peraltro ci fu s e no uno che si potesse dire fosse stato consumato dalla sola carestia. Per il resto erano stati a tal punto indeboliti e consunti sia dalla violenza dei soldati che strappavano loro il pane di bocca sia, come ho detto, da tutte le altre disgrazie che, quando poi furono giunti in citt, non riuscivano a mangiare e a digerire i bocconi che venivano dati loro come cibo. Poich la peste aveva colpito corpi e animi cos estenuati, tale male non era tenuto in alcun conto da persone che desideravano per lo pi la morte, e morivano lietamente per non tormentarsi ancora pascolando nei prati e addentando le erbe. E questi furono casi visti in grandissimo numero. 3 Poich tanto si diffondeva e aumentava la peste, penetr profondamente negli animi lopinione che ci accadesse per opera di alcuni Principi, i quali, per poter realizzare i loro progetti, spargevano questi veleni e infettavano la popolazione. E poich queste opinioni risultano abbastanza plausibili tra il volgo e sono accolte con animi creduli, di per s tale fatto fu di grave danno alla situazione generale. Infatti, mentre sarebbe stato meglio che si ponesse ogni cura nel respingere e scacciare la peste, gli animi furono distolti a indagare chi mai fosse stato il 18

macchinatore e lartefice di una frode cos grave. Entro certi limiti io cerco di sapere che esito abbia avuto tale inchiesta, ma non indico che cosa io ritengo debba essere affermato come vero e che cosa come falso. Ma a me appunto sembra pi probabile che non ci siano stati Principi complici di questa colpa e che non siano derivati dalle loro decisioni questi venefici degli unguenti. [] Si era sparsa la voce che alcuni imputati tra le torture avessero confessato di essere stati stipendiati da un grande Principe per quel servizio e quel compito di ungere. Tuttavia, quando i giudici indagando e interrogando cercavano di sapere quale mai dei Principi fosse quello, non si pot cavarlo fuori. Ma forse il Demonio si fece beffe avverso le apparenze e furono permesse alcune cose del genere di cui tratteremo in seguito, e ad inganni di questo tipo sono particolarmente esposti gli ingegni di coloro che sono detti alchimisti e che cercano tesori e amano praticare attivit del genere. Io ritengo che lorigine degli unguenti, dei veneficii e della peste stessa sia partita da una delle seguenti tre cause. La peste di per s appunto pot aver origine dallincredulit del popolo e dalla preoccupazione di conservare gabelle e dazi che avrebbero inevitabilmente interrotto i pubblici emolumenti, se si fosse sparsa la voce che a Milano cera la peste. Ma, dopo che il male aveva cominciato a serpeggiare e a diffondersi pi ampiamente, si ebbe un vivace contrasto tra i Magistrati e vi erano molti i quali insistevano che questa non era peste, ma qualche altro genere di male. Tre furono le colpe o gli errori di coloro che amministravano lo Stato in questa vicenda. Infatti da una parte non adottarono rimedi per tempo contro il male, dallaltra lo stesso tempo che si sarebbe dovuto dedicare ai rimedi lo persero cercando in qualche modo di scoprire chi fossero mai gli untori di unguenti. I loro animi erano occupati dal sospetto che fosse stata organizzata una congiura per impadronirsi della citt e trasferirne il potere, cosa che io ho sempre ritenuta completamente priva di fondamento. Ci che si sarebbe dovuto procurare fin dallinizio o evitare, non vollero n procurarlo n evitarlo. E, per quanto il problema fosse gi stato affrontato in discussioni e riunioni, tuttavia discussioni e riunioni furono prive di esito. Avrebbero dovuto inviare fuori citt non solo quelli che la peste avesse gi infettato completamente, ma anche quelli che avesse indicato anche un minimo sospetto di tale male. Avrebbero dovuto far costruire ricoveri prima che giungesse la necessit stessa e loccasione di servirsi dei ricoveri, e tale ritardo fece s che la peste di un uomo solo ne contaminasse dieci e che dieci ne contaminassero cento. Ma dacch sempre pi intensamente aveva cominciato a serpeggiare e ad aumentare il male, affinch non scomparisse la classe intera degli artigiani, i Capi e i Rettori della citt, compiuta una scelta di artigiani, avrebbero dovuto mandare i Maestri di ogni attivit e tutti i migliori nel proprio ramo in luoghi salubri e mantenerli ivi a spese pubbliche finch ci fosse stata la peste in citt. E non sarebbe stato un impegno di cos grande spesa mantenere trecento operai, quale era stato pressa poco il loro numero. Questi in seguito, conservati salvi e incolumi, sarebbero tornati in citt e sarebbe stato leggero il danno in tale campo se fossero morti i giovani garzoni e gli aiutanti di infimo conto delle officine, essendo ovviamente facile la sostituzione di tale gente e facile il ritorno agli antichi opifici, affinch non scomparissero i prodotti commerciali come di fatto accadde. Noi nei primi tempi della peste avevamo esaminato quali in tutto il clero fossero i sacerdoti pi validi e migliori e, purch non fossero tenuti occupati da cura danime o da impegni del genere, li mandammo fuori citt. In tal modo grazie a noi, furono salvati, eccetto ripeto i curatori danime che coraggiosamente consacrarono la loro vita alla difesa del gregge e morirono nelladempimento del loro dovere. Del resto non si sarebbe dovuto agire altrimenti. Riferisce Tucidide che a causa di quella feroce e terribile peste di Atene, che egli stesso descrive, perirono tutti gli uomini pi eminenti e pi forti, e individua anche la causa di tale fatto. LE ARTI DI SPARGERE LA PESTE E LORIGINE DI TALI ARTI Ma non appena il contagio aveva incominciato a infierire in citt, si originarono un grave sospetto e gravi terrori che esistessero degli uomini perduti che ungevano e avvelenavano tutti i luoghi e i corpi stessi, diffondendo in tal modo la peste. Sopra tale questione sono state fatte 19

molte affermazioni e supposizioni e ci furono alcuni che ritenevano la faccenda essere completamente falsa e inventata. Del resto sempre il falso si mescola al vero, cosicch la voce popolare e la fama inventarono molti fatti sopra una faccenda di tal genere. Anzitutto circolava la diffusa convinzione che per portare la peste e la morte bastasse toccare appena con tale unguento labito a qualcuno, e che fossero stati portati via da questo veleno molti che invece era stata la peste stessa a distruggere. Ci appunto accadeva per una certa abitudine degli uomini a trasferire le proprie colpe su cause esterne e, quasi cercando una scusa alla propria negligenza, dicevano non di essersi appestati per un contatto o rapporto imprudente, ma che era stato teso loro un inganno per mezzo di veleni. Come a maghi e avvelenatori i demoni fanno molte promesse ma non le mantengono, cos questi untori credettero a molte menzogne, come se potessero essi stessi restare immuni dal male e inattaccabili dalla peste e insieme potessero farsi assassini di chiunque volessero. Una donnetta afferm che erano caduti di sua propria mano tremila uomini; unaltra afferm di essere stata assassina di quattromila. Dicevano peraltro che questi unguenti erano composti e confezionati in molti luoghi e che le vie dellinganno erano state parecchie; certo alcune di queste arti ingannevoli le ammettiamo, altre invece riteniamo siano state completamente inventate. Ci furono alcuni che, ungendo i libelli di supplica, si studiarono di infettare di marcia coloro ai quali venivano porti i libelli. Ci furono alcuni che cospargevano di polvere avvelenata la terra o i corpi degli uomini, oppure i frutti e tutte le altre merci che mettevano in vendita per le varie necessit della vita. Altri, dividendo piccoli bocconi unti, andavano in giro per le campagne, e in tal modo contaminavano la gente semplice e bisognosa. Altri distribuivano dolci e biscotti unti e infettati di veleno, attraendo con la dolcezza di tale esca un bambino e qualche bambina, a seconda di come era risultato loro opportuno. Parimenti unsero paglie e spighe affinch le contadine assoldate per mietere le messi durante il lavoro contraessero la peste. Unsero pareti, usci di case, battenti di porte cittadine e angoli e l dove non potevano arrivare cercavano di far giungere il veleno per mezzo di una pertica o di un mantice. Unsero anche delle monete e le diedero ai poveri fingendo di fare carit. E fu scoperto chi ungeva con la medesima marcia le vasche dellacqua benedetta. Avendo una signora ordinato di distribuire ai poveri delle porzioni di riso cotto, il servo incaricato del compito infettava di unguento il cibo e fu colto in tale delitto. [] Bench questa sia la situazione, bench tanto le inchieste eseguite quanto i supplizi dei colpevoli, tanto latrocit della peste stessa quanto la maggior parte degli altri fatti non permettano di dubitare che ci sia stato inganno umano e veneficio, ci furono alcuni che negavano integralmente frode e veneficio. Ci facilmente confutato proprio da questo fatto, che cio accertato come moltissimi, sia di coloro che ungevano sia di coloro che erano unti con questo veleno, perirono. Cerano stati anche alcuni popolani increduli e ostinati a tal punto che chiamavano col nome di martiri coloro che venivano puniti ingiustamente. Peraltro costoro non solo furono pochi, ma venivano anche criticati assai severamente nei discorsi di persone pi sagge. 7 LO STATO E LASPETTO DELLA CITTA AL TEMPO DELLA PESTE Ora comincer a descrivere brevemente quali fossero lo stato e laspetto della citt allorquando infuriava al suo culmine la peste. Questo fu un periodo di circa due mesi, cio dallinizio di luglio alla fine di agosto. E senza dubbio i mucchi di cadaveri e il disgustosissimo fetore nutrivano ed alimentavano il contagio. Infatti, bench fossero state scavate fosse enormi e buche profonde per accogliere cadaveri, da esse giungeva linflusso nocivo della puzza non solo alle case vicine, ma penetrava anche nelle parti pi interne della citt e poco manc che fossero contaminate laria stessa e la porzione di Cielo diffusa sopra la citt. Addirittura in quel quartiere che si chiamava Porta Nuova, dove si visita il tempio della martire Anastasia e una croce l posta in un bivio, gli abitanti delle case furono costretti a trasferirsi altrove non potendo sopportare tale fetore. E poich non erano state preparate le buche per accogliere i cadaveri e non bastavano i 20

carri per trasportarli, i corpi giacevano putrefatti lungo le vie. Molti mentre procedevano verso il lazzaretto o altri ricoveri preparati fuori della citt e vi andavano con le proprie gambe, cadevano avendo affrettato la morte e si aggiungevano ai cadaveri gi sparsi a terra; e quasi non era possibile muovere il passo o appoggiare i piedi senza che in ogni momento fossero toccate membra di morti. Quei corpi inoltre, sia per il fango e la melma dovuti alle continue piogge, sia per la nudit delle membra, sia per la marcia delle ulcere, turbavano gli animi e li riempivano di terrore. I becchini prendendoli e ponendoli sui carri non potevano coprirli n velarli n comporli a causa del gran numero, ma venivano trasportati con le gambe e le braccia penzolanti. Persino le teste pendevano se per caso qualche corpo era di statura un po pi grande del normale. E intanto i becchini, cosa che potrebbe sembrare quasi incredibile a dirsi, si erano abituati a trattare con tanta familiarit la morte e i cadaveri che si sedevano su di essi e, stando seduti, bevevano in continuit. Portavano via i cadaveri dalle case dopo esserseli caricati sulle spalle come una bisaccia o un sacco, e li gettavano sui carri. Spesso accadde che, mentre qualche morto veniva tolto da un letto, un braccio che un becchino per caso afferrava, essendosi ormai putrefatta e dissolta larticolazione, si staccava dal busto, e allora abbracciato losceno peso essi lo affidavano al carro, cos come sono portate tutte le altre merci. Talora furono visti trenta carri in fila ininterrotta pesantemente carichi di cadaveri quanto dei cavalli aggiogati insieme potevano tirare. E il vicinato della Chiesa cattedrale aveva approntato un carro di inusuale grandezza, col quale, fatto andare e tornare piuttosto frequentemente, si sarebbe potuta svuotare qualunque altra citt. I carri talvolta erano gravati da tanto peso che i giumenti aggiogati non bastavano ed era necessario cercare altri animali e porli sotto. [] Gravissimo pericolo di contrarre la peste era nello stesso camminare, e anzitutto si stava in guardia dalle pareti stesse a causa degli unguenti avvelenati che era possibile scorgere qua e l, e a uno dei nostri familiari poich si era avvicinato troppo a un muro cadde sulla testa molta polvere avvelenata. Noi pure a causa del nostro compito, avendo la necessit di recarci in ogni localit, non mettevamo il piede a caso dappertutto, dal momento che ci si presentavano davanti pagliericci sui quali si trovavano alcuni morti o le stesse bende per i bubboni e i carbonchi gettate gi dalle finestre. Serviva a mantenere la salute il fatto che, come ciascuno usciva di casa, subito al ritorno cambiasse le scarpe e la veste. Io avevo raccomandato ai preti di usare una tonaca pi corta o anche una sopravveste di lino di colore nero, per il fatto che questo indumento era pi sicuro in tale occasione e la lana raccoglie pi facilmente e pi tenacemente la peste. Gi si vedevano aperte le case, non vi era pi alcun battente di finestre e usci: tutte quante erano abbandonate al saccheggio per becchini e ladri. [] Dapprima campanelli e vesti di colore rosso servirono come segni distintivi per costoro, poi infierendo sempre pi la malattia li tralasciarono e non erano pi individuati da alcun segnale. Tale razza duomini scacciati a prezzo fuori dalle sue aspre montagne correva a la morte per avidit di guadagno. Ma ce ne furono anche alcuni che sopravvissero e si scopr che tutti i peggiori e i pi delinquenti furono subito estinti, che la peste risparmi per qualche tempo quelli migliori. [] Ai primi paurosi sospetti di peste avevano creduto i Magistrati e i maggiorenti della citt che potesse bastare ad accogliere la moltitudine il lazzaretto che fecero costruire fuori delle mura della citt anticamente i Duchi di Milano, ed esso meritatamente annoverato tra i nostri edifici degni di ammirazione. Ma in breve quegli stessi edifici si trovarono pieni zeppi e fu necessario far costruire altrove dei ricoveri. Entro quei recinti gregoriani morivano cinquecento ogni giorno e ci per molto tempo. Tali recinti, ovvero mura del lazzaretto, nei primi giorni erano stati certo un opportuno rifugio per accogliere la moltitudine e liberare le case. Peraltro quando ormai tanta era la gente portata l che erano disposti in dieci per ogni camera ed era necessario sistemare dei letti allaperto in tutti i portici, si credette che la soluzione stessa avesse alimentato pi intensamente la peste.

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ALESSANDRO MANZONI I PROMESSI SPOSI Cap. XXXI La peste che il tribunale della sanit aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, cera entrata davvero, come noto; ed noto parimenti che non si ferm qui, ma invase e spopol buona parte dItalia. Condotti dal filo della nostra storia, noi passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamit; nel milanese, sintende, anzi in Milano quasi esclusivamente; ch della citt quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E in questo racconto, il nostro fine non , per dir la verit, soltanto di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si pu in ristretto, e per quanto si pu da noi, un tratto di storia patria pi famoso che conosciuto. [] Solamente abbiam tentato di distinguere e di verificare i fatti pi generali e pi importanti, di disporli nellordine reale della loro successione, per quanto lo comporti la ragione e la natura dessi, dosservare la loro efficienza reciproca, e di dar cos, per ora e finch qualchedun altro non faccia meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro. Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dallesercito, sera trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla pi parte de viventi. Cera soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatr anni avanti, aveva desolata pure una buona parte dItalia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed tuttora, la peste di San Carlo. [] il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la port il primo, e altre circostanze della persona e del caso. [] Luno e laltro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben daccordo, neppur sul nome. []Differiscono anche nel giorno della sua entrata in Milano del resto, dal riscontro daltre date che ci paiono, come abbiam detto, pi esatte, risulta che fu , prima della pubblicazione della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma certo il lettore ce ne dispensa. Sia come si sia, entr questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; and a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, si ammal; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scopr sotto unascella, mise chi lo curava in sospetto di ci chera infatti; il quarto giorno mor. Il tribunale della sanit fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto, in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che lavevano avuto in cura, e un buon frate che laveva assistito, caddero anchessi ammalati in pochi giorni, tutte tre di peste. Il dubbio che in quel luogo sera avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero s che il contagio non si propagasse di pi. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un semino che non tard a germogliare. Il primo a cui sattacc, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, dordine della Sanit, condotti al lazzeretto, dove la pi parte sammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella citt, quello che gi cera stato disseminato da costoro, da loro panni, da loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di pi quello che centrava di nuovo, per limperfezion degli editti, per la trascuranza nelleseguirli, e per la destrezza nelleluderli, and covando e serpendo lentamente, tutto il restante dellanno, e ne primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno sattaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de 22

casi allontanava il sospetto della verit, confermava sempre pi il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, n ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanit, ci pervenivano tardi per lo pi e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti glingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, sebbero, con danari, falsi attestati. Siccome per, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, cos facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso lira e la mormorazione del pubblico, della Nobilt, delli Mercanti et della plebe, dice il Tadino; persuasi, comeran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. [] ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della citt, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo pi celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti allopinion del contagio, non volendo ora confessare ci che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perch, figurando di riconoscere la verit, riusciva ancora a non lasciar credere ci che pi importava di credere, di vedere, che il male sattaccava per mezzo del contatto. [] In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: lidea sammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste s, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma gi ci s attaccata unaltra idea, lidea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde lidea espressa dalla parola che non si pu pi mandare indietro. [] cap. XXXII [] Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevano presa unaltra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione solenne, portando per la citt il corpo di san Carlo. Il buon prelato rifiut, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se leffetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di pi, che, se pur cera di questi untori, la processione fosse un occasion troppo comoda al delitto: se non ce nera, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre pi il contagio: pericolo ben pi reale .Ch il sospetto sopito dell unzioni sera intanto ridestato, pi generale e pi furioso di prima. Sera visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte dedifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade pi che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva leffetto del vedere. Gli animi, sempre pi amareggiati dalla presenza de mali, irritati dallinsistenza del pericolo, abbracciavano pi volentieri quella credenza: ch la collera aspira a punire: e, come osserv acutamente, a questo stesso proposito, un uomo dingegno, le piace pi dattribuire i mali a una perversit umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole pi che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti pi oscuri e disordinati del 23

morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d appestati, di peggio, di tutto ci che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e datroce. Vi saggiunsero poi le male, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficolt. Se gli effetti non seran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perch; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora larte era perfezionata, e le volont pi accanite nellinfernale proposito. Ormai chi avesse sostenuto ancora chera stata una burla, chi avesse negata lesistenza di una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto duomo interessato a stornar dal vero lattenzion del pubblico, di complice, duntore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano allerta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. [] in poco tempo , non ci fu quasi pi casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto mont da duemila a dodici mila: pi tardi, al dir di quasi tutti, arriv fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in unaltra lettera de conservatori della sanit al governatore, la mortalit giornaliera oltrepassava i cinquecento. Pi innanzi, e nel colmo, arriv, secondo il calcolo pi comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a pi di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, per le diligenze fatte , dopo la peste, si trov la popolazion di Milano ridotta a poco pi di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da registri civici, oltre quelli di cui non si pot tener conto. Altri dicon pi o meno, ma ancor pi a caso. Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessit, di riparare a ci che cera di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi pi penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto glinfermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta. Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal greco monos; Gaspare Bugatti ( in una descrizion della peste antecedente ), dal latino monere; ma insieme dubita, con pi ragione, che sia parola tedesca, per esser quegli uomini arrolati la pi parte nella Svizzera e ne Grigioni. N sarebbe assurdo il crederlo una troncatura del vocabolo monathlic ( mensuale ); giacch, nellincertezza di quanto potesse durare il bisogno, probabile che gli accordi non fossero che di mese in mese. Limpiego speciale degli apparitori era di precedere i carri, avvertendo, col suono d un campanello, i passeggieri, che si ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanit. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi dinfermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a questeffetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piant un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi dogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. E non solo lesecuzione rimaneva sempre addietro de progetti e degli ordini; non solo, a molte necessit, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; sarriv a questeccesso dimpotenza e di disperazione, che a molte, e delle pi pietose, come delle pi urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. Moriva, per esempio, dabbandono una gran quantit di bambini, ai quali eran morte le madri di peste: la Sanit propose che sistituisse un ricovero per questi e per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse per loro; e non pot ottener nulla. Si doueua non di meno , dice il Tadino, compatire ancora alli Decurioni della Citt, li quali si trouauano afflitti, mesti et lacerati dalla Soldatesca senza regola, et rispetto alcuno; come molto meno nellinfelice Ducato, atteso che aggiutto alcuno, n provisione si poteua hauere dal Gouernatore, se non che si trouaua tempo di guerra, et bisognaua trattar bene li 24

Soldati Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si combatta! Cos pure, trovandosi colma di cadaveri unampia, ma unica fossa, chera stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in quello, ma in ogni parte della citt, insepolti i nuovi cadaveri, che ogni giorno eran di pi, i magistrati, dopo avere invano cercato braccia per il tristo lavoro, seran ridotti a dire di non saper pi che partito prendere. N si vede come sarebbe andata a finire, se non veniva un soccorso straordinario. Il presidente della Sanit ricorse, per disperato, con le lacrime agli occhi, a que due bravi frati che soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s impegn a dargli, in capo a quattro giorni, sgombra la citt di cadaveri; in capo a otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder di peggio nellavvenire. Con un frate compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, and fuor della citt, in cerca di contadini; e, parte con lautorit del tribunale, parte con quella dellabito e delle sue parole, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; sped poi al lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua promessa si trov adempita. Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e donori, a fatica e non subito, se ne pot avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso l l per mancare affatto di viveri, a segno di temere che savesse a morire anche di fame; e pi duna volta, mentre non si sapeva pi dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ch, in mezzo allo stordimento generale, allindifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per s, ci furono degli animi sempre desti alla carit, ce ne furono degli altri in cui la carit nacque al cessare di ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furono pure altri che, spinti dalla piet, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego. Dove spicc una pi generale e pi pronta e costante fedelt ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella citt, non manc mai la loro assistenza: dove si pativa, ce nera; sempre si videro mescolati, confusi co languenti, co moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Pi di sessanta parrochi, della citt solamente, moriron di contagio: gli otto noni allincirca. [] Cos, ne pubblici infortuni e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virt; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e dordinario ben pi generale, di perversit. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento dogni forza pubblica, una nuova occasione di attivit, e una nuova sicurezza dimpunit a un tempo. Che anzi luso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de peggiori tra loro. Allimpiego di monatti e dapparitori non sadattavano generalmente che uomini sui quali lattrattiva delle rapine e della licenza potesse pi che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con lautorit di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordine di cose cammin, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi pi nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri dogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de rubamenti, e come trattavano glinfelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con denari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri gi putrefatti, a meno di tanti scudi. Si disse ( e tra la leggerezza degli uni e la malvagit degli altri, ugualmente malsicuro il credere e il non credere ), si disse, e lafferma anche il Tadino, che i 25

monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi unentrata, un regno, una festa. Altri sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a un piede, comera prescritto a quelli, per distintivo e per avviso del loro avvicinarsi, sintroducevan nelle case a farne di tutte le sorte. In alcune, aperte e vote dabitanti, o abitate soltanto da qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva, a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan lo stesso, e anche cose peggiori. [] La vastit immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dallambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sogn, si credette che ci fosse una non so quale volutt diabolica in quellungere, unattrattiva che dominasse la volont. I vaneggiamenti deglinfermi che accusavan s stessi di ci che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir cos, credibile dognuno. E pi delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che seran figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell affermazioni di molti scrittori. Cos nel lungo e tristo periodo de processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, deglimputati, non serviron poco a promovere e a mantener lopinione che regnava intorno ad essa: ch, quando unopinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte le uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. [] Ma ci che reca maggior maraviglia, il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale laveva pronosticata, vista entrare, tenuta docchio, per dir cos, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l era peste, e sattaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dellunzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che mor di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dellunzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano daver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come, al suo rifiuto, quelli se nerano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, che sino al far del giorno vi dimororno. Se fosse stato uno solo che connettesse cos, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, cos storia dello spirito umano, e d occasion d osservare quanto una serie ordinata e ragionevole didee possa esser scompigliata da unaltra serie didee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini pi riputati del suo tempo. Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal Federigo dubitasse del fatto dellunzioni. Noi vorremmo poter dare a quellinclita e amabile memoria una lode ancor pi intera, e rappresentare il buon prelato, in questo, come in tantaltre cose, superiore alla pi parte de suoi contemporanei, ma siamo in vece costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza dunopinione comune anche sulle menti pi nobili. S visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio: ritenne poi sempre che in quellopinione avesse gran parte la credulit, lignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi daver cos tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto ci fosse desagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblioteca ambrosiana si conserva unoperetta scritta di sua mano intorno a quella peste; e questo sentimento c accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. Era opinion comune , dice a un di presso, che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che molte fossero larti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion vere, altre inventate. 26

[] I processi che ne vennero in conseguenza, non erano certamente i primi dun tal genere: e non si pu neppur considerarli come una rarit nella storia della giurisprudenza. Ch, per tacere dellantichit, e accennar solo qualcosa de tempi pi vicini a quello di cui trattiamo, in Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del 1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino, del 1599, e di nuovo, in quel medesim anno 1630, furono processati e condannati a supplizi, per lo pi atrocissimi, dove qualcheduno, dove molti infelici, come rei daver propagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con male, o con tutto ci insieme. Ma laffare delle cos dette unzioni di Milano, come fu il pi celebre, cos forsanche il pi osservabile; o, almeno, c pi campo di farci sopra osservazione, per esserne rimasti documenti pi circostanziati e pi autentici. E quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure, essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia, quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o certo di pi immediata importanza, c parso che la storia potesse esser materia dun nuovo lavoro. []

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