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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI SALERNO

FACOLT DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di laurea in Filosofia

D I A L E C T I C A E S A P I E N T I A N E L M E T A L O G I C O N
D I G I O V A N N I D I S A L I S B U R Y

Tesi in Storia della Filosofia Medievale

Relatore: Prof. Giulio dOnofrio


Correlatore: Prof. Armando Bisogno

Laureando: Giovanni Luigi Finaldi


matricola n. 032/001754

A. A. 2010 / 2011
ABBREVIAZIONI

A. Si danno qui di seguito le abbreviazioni delle opere di Giovanni di Salisbury citate pi fre-
quentemente. Ogni riferimento ai testi sar duplice: il primo alledizione critica con i criteri sotto spe-
cificati, il secondo, preceduto da barra obliqua, alla colonna del Migne, PL,vol. 199.

Met. Ioannis Saresberiensis Metalogicon, testo critico a cura di J.B. Hall e K.S.B.
Keats-Rohan, Turnholt, 1991.
N.B. Labbreviazione sar seguita da tre numeri separati da un punto ad indicare,
rispettivamente, il libro, il capitolo e la pagina.

Pol. Ioannis Saresberiensis episcopi Carnotensis Policratici sive De nugiis curialium


et vestigiis philosophorum libri VIII, testo critico a cura di C.C.Webb, 2 vol.,
London-Oxford, 1909.

N.B. Labbreviazione sar seguita da tre numeri separati da un punto ad indicare,


rispettivamente, il libro, il capitolo e la pagina. Lindicazione del volume sar omessa: il
Vol. I contiene i Libri I-V, il Vol. II i Libri VI-VIII.

Enth. Entheticus De Dogmate Philosophorum, testo critico con traduzione inglese ed


olandese, note e commentario in Entheticus Maior and Minus, a cura di J. van
Laarhoven, 3 voll., Leiden-NewYork-Kbenhavn-Kln, 1987.

N.B. Labbreviazione sar seguita dallindicazione numerica del verso o dei versi citati.

B. I riferimenti ai titoli delle altre fonti e della letteratura secondaria saranno sempre abbreviati
in modo intuitivo. La lista completa nella Bibliografia.

2
INTRODUZIONE

Tutto racchiuso nel XII secolo, il secolo della cosiddetta rinascita, il per-
corso umano e di pensiero di Giovanni di Salisbury1 si segnala per la straordi-
naria intensit di vita e di relazioni personali con le principali personalit poli-
tiche ed intellettuali del suo tempo, che tanta rilevanza ebbero nella sua fama
di pensatore politico e di storico testimone delle principali correnti filosofiche
del suo tempo.
Gli anni giovanili, spesi in Francia presso i migliori ingegni dellepoca2:
ad apprendere la logica stando seduto ai piedi di Abelardo, la grammatica da
Guglielmo di Conches, la retorica da Teodorico di Chartres, la teologia da
Gilberto Porreta, per nominare solo i pi grandi
Gli anni della maturit, trascorsi in compiti amministrativi presso la curia
papale e come segretario del primate dInghilterra Teobaldo e del suo succes-
sore Tommaso Becket. Anni, questi, di frequenti viaggi per svolgere missioni
diplomatiche; ma anche di esilio, pi o meno volontario, a causa dei contrasti
persistenti fra larcivescovado ed Enrico II Plantageneto. Fino allesito dram-
matico del brutale assassinio nella cattedrale.
Gli ultimi anni, i meno conosciuti nella biografia di Giovanni, spesi
nellattivit pastorale di vescovo di Chartres, nella Chartres in cui aveva stu-
diato e che ancora conservava intatto il ricordo dellinsegnamento di Ber-
nardo.
Durante unesistenza intensamente, e drammaticamente vissuta, Gio-
vanni ebbe modo di riflettere sulle vicende, intellettuali e politiche, di scuola e

1
Cfr. WEBB, John of Sal., pp. 1-21 e 102-125, tuttora ritenuta la migliore biografia; SCHAARSCH-
MIDT, Joh. Sar.,pp. 9-60; BROOKE, Joh. Sar. and His World, pp. 1-20.
2
Cfr. WEIJERS, Cronology of Studies in France, p. 109 e ss.

3
di curia dense di contrasti e spesso tempestose che lo videro testimone. Ne
trasse certamente materia per edificare ed accrescere una personale saggezza
di vita; ma anche per elaborare una propria visione filosofica sulluomo e sul
suo destino. la visione che emerge dalle sue opere principali: il Policraticus,
il Metalogicon e lEntheticus.
Nella storiografia filosofica del passato, Giovanni, oltre che lautorevole
fonte di informazione sulla questione degli universali, soprattutto lautore
del Policraticus3, il teorico elaboratore della dottrina sui fondamenti ed i limiti
del potere politico e difensore dei diritti ecclesiastici.
Per il resto, si voluto vedere in lui lumanista ante litteram, il fine lette-
rato educato alla scuola di Chartres che, volendo privilegiare in filosofia il
punto di vista retorico, si professa seguace del probabilismo della Nuova Ac-
cademia. noto il giudizio sprezzante del Prantl4 - gi puntigliosamente ribat-
tuto dallo Schaarschmidt5 - che vede in Giovanni un eclettico del tutto privo di
principi, tanto poco filosofo quanto Cicerone, con il quale si trova in intimo
accordo, e pertanto incapace di cogliere la portata filosofica delle difficolt in
cui si dibattevano i suoi contemporanei su questioni fondamentali. La stessa
difesa della logica patrocinata nel Metalogicon, tesa com ad avvalorarne una
semplificatrice ed afilosofica subordinazione alleloquentia, si risolve in un
sostanziale fraintendimento della natura stessa di tale disciplina e in un misco-
noscimento del ruolo che le compete nellambito della scienza, che non quel-
lo che la vede, nel suo intreccio con grammatica e retorica, solo come stru-

3
Anzi, gi per i suoi contemporanei e per quelli che lo lessero nei secoli successivi, come si rileva
dallindice di diffusione delle trascrizioni del Policraticus e delle epistole dellesilio: v. lintroduzione
del van Laarhoven alla sua edizione dellEntheticus, vol. I, pp. 11-12.
4
Cfr. PRANTL, Gesch. Logik im Ab., p. 233, che giudica, quindi, completamente in errore Hermann
REUTER (Joh. v. Salesb., passim) quando questi parla del superiore punto di vista filosofico a cui
Giovanni si sarebbe elevato rispetto ai contrastanti indirizzi di pensiero del suo tempo.
5
Cfr. SCHAARSCHMIDT, Joh. Sar., p. 303, nota 5).

4
mento di un sostanziale indifferentismo filosofico e di una visione utilitaristica
della scienza. Fraintendimento che si estende alla stessa logica aristotelica,
ormai accessibile nella sua interezza, della quale sfugge appunto lintimo valo-
re filosofico.
Studi successivi hanno iniziato a far giustizia di tale impostazione rile-
vando invece il carattere eminentemente filosofico del discorso che Giovanni
svolge nel Metalogicon6. Anche grazie a nuove edizioni critiche delle opere, si
andata progressivamente estendendo la conoscenza di una personalit che si
rivela s complessa e poliedrica, ma che, seppure in modo non sistematico,
persegue una linea di pensiero coerente. Coerenza che, si anche affermato,
emergerebbe anche dallintento sostanzialmente unitario sotteso alle tre opere
principali, pur nella diversit delle materie trattate e dei tempi di composi-
zione7.
stato notato che nel corso del XII sec., alla luce della grande esperienza
teologica di Anselmo dAosta, si va imponendo con sempre maggior forza
lesigenza di una definizione rigorosa del metodo di acquisizione della sa-
pienza e che uno degli aspetti in cui si concretizza tale consapevolezza meto-
dologica il difficile dialogo tra chi ritiene di poter indagare la tradizione con
gli strumenti della ragione e chi, invece, ritiene tale tentativo solo fomite di er-
rori8.
Giovanni mostra di aver ben presenti questi due orientamenti. Si era nu-
trito di sapere teologico, e dei pi arditi e profondi, presso un pensatore forte

6
Cfr. ad esempio DAL PRA, Giov. Sal., p. 146: quello cui non si prestata attenzione la logica
del sapere di Giovanni.; p. 156: si tratta, per contro, [nel caso di Giovanni] duna precisa posizione
di pensiero, pienamente consapevole del suo punto di partenza e del suo risultato - Per una panora-
mica degli studi recenti, cfr. LUSCOMBE, Recent Scholarship, p. 21 e ss.
7
lopinione di WILKS, Tyr. of Nons., p. 272, che ritiene ragionevole assumere che Giovanni in-
tendesse il Metalogicon ed il Policraticus come due parti di un unico lavoro, con unappendice poetica
rappresentata dallEntheticus.
8
Cfr. DONOFRIO, Stud. teol. e progr. cult. Occ., p. 17.

5
come Gilberto Porreta; e unaffettuosa amicizia lo legava a Bernando di Chia-
ravalle, campione delle pi intransigenti istanze dellambiente monastico, tra-
dizionalmente ostile a qualsiasi tentativo di sondare con la ragione i misteri
della fede.
In tale contesto, Giovanni esprime, con sobriet ed aplomb tutto anglo-
sassone, una posizione originale che ha il suo punto focale nel ruolo da asse-
gnare alla logica nellindagine che concerne il metodo, il fine ed i limiti della
filosofia. E filosofia per Giovanni studium sapientiae, ricerca di sapere eti-
camente orientato alla massima realizzazione di una natura autenticamente
umana, che si rivela finita ed imperfetta, ma che porta naturaliter impresso
lanelito verso linfinito.
Il Metalogicon appunto una difesa della logica e del ruolo che le com-
pete quale strumento indispensabile della filosofia contro gli attacchi di un
personaggio non altrimenti identificato, cui Giovanni d il nome fittizio di
Cornificio9.
Nemico giurato degli studi classici, strenuo sostenitore di una semplifi-
cazione degli studi e denigratore di ogni valore culturale e formativo delle arti
liberali, questi ritiene in particolare lo studio delle arti del trivio o superfluo o
inefficace, dal momento che leloquenza o fornita o negata dalla natura: per
essere eloquenti basta la normale competenza linguistica. Inoltre, grammatica,
dialettica e retorica - occupandosi solo di parole, poco o nulla hanno a che fare
con la filosofia, che invece indaga la realt delle cose. Propugnatore di un me-
todo formalistico in materia logica, si diletta a forgiare frivoli dilemmi del ti-
po: il maiale condotto al mercato tenuto dalluomo o dalla corda?. Pole-
mico per partito preso e, nel contempo, refrattario alluso di qualsiasi regola,

9
Met. 1.2.14 e ss. / 827D e ss.

6
non fornisce mai una ragione delle sue obiezioni. Allevato da pessimi mae-
stri10, si fa a sua volta a maestro di una schiera di allievi creduloni e ignoranti,
destinati a diventare filosofi in un giorno e a propagare nel mondo il verbo del
loro maestro. Una vera e propria setta questa dei doctissimi Cornificiani11,
preoccupati di sembrare piuttosto che di essere filosofi, con il solo scopo di
procurarsi denaro o una facile sistemazione di vita quale frutto della loro falsa
sapienza: nei chiostri, a dissimulare la loro arroganza sotto una veste di umilt;
o a Salerno e a Montpellier, per essere medici in un batter docchio, come lo
erano stati filosofi.
Una difesa della logica, quella di Giovanni, ed insieme una difesa delle
arti nella loro globalit che si traduce in una difesa di una cultura umana che
aspiri efficacemente alla sapienza.

10
ibid. 1.3.15-17 / 828B-830A : Quando qualiter et a quibus fuerit institutus.
11
ibid., 1.8.25 / 835B, e lintero cap. 4 Qualiter evaserint consortes erroris (Met. 1.4.17-20 /
830A-832A).

7
PARTE PRIMA
RAGIONE E LINGUAGGIO: LE ARTI DEL TRIVIO E LA
FORMAZIONE DEL VERO FILOSOFO
Capitolo I. Natura e linguaggio: una difesa delleloquenza contro la
calunnia di Cornificio.

Sicut enim eloquentia non modo temeraria est sed etiam caeca
quam ratio non illustrat, sic et sapientia quae usu verbi non proficit,
non modo debilis est, sed quodam modo manca.
Met., 1.1.13 / 827A

Proprio allinizio del Metalogicon, nel capitolo primo del primo libro,
Giovanni, nel ribattere la calunnia di Cornificio, individua nel connubio di ra-
gione e linguaggio il tratto distintivo delluomo rispetto agli altri esseri ani-
mati:

Omnibus autem recte sapientibus indubium est quod natura clementissima parens om-
nium et dispositissima moderatrix, inter cetera quae genuit animantia, hominem privi-
legio rationis extulit, et usu eloquii insignivit, id agens sedulitate officiosa et lege di-
spositissima, ut homo qui gravedine faeculentioris naturae et molis corporeae tarditate
premebatur et trahebatur ad ima, his quasi subvectus alis ad alta conscendat, et ad op-
tinendum verae beatitudinis bravium omnia alia felici compendio antecedat. Dum ita-
que naturam fecundat gratia, ratio rebus perspiciendis et examinandis invigilat, naturae
sinus excutit, metitur fructus et efficaciam singulorum, et innatus omnibus amor boni,
naturali urgente se appetitu, hoc aut solum aut prae ceteris sequitur quod percipiendae
beatitudini maxime videtur esse accomodum1

Troviamo qui mirabilmente tratteggiati gli elementi fondamentali del


pensiero di Giovanni. E il punto di attacco una certezza: luomo un essere
dotato di ragione. E ne consapevole per il fatto stesso di essere un uomo, per
cui dubitarne sarebbe contraddittorio, perch costituirebbe gi esercizio di tale
facolt. una verit che ha il suo fondamento nel carattere riflessivo, consa-
pevole di s della razionalit in quanto tale. un dato primo, immediato, non
deducibile da altra verit, e fonte primaria di quelle conceptiones communes

1
Met., 1.1.12 / 825C-826C.

9
animi da cui prende avvio ogni dimostrazione2.
La ragione un privilegio accordato alluomo dalla Natura. Essa, fecon-
data dalla Grazia, agisce con sollecitudine amorevole, ma secondo un piano
ordinato e governato da regole. Luomo un essere debole e finito, con
uninnata propensione alla ricerca della felicit incessantemente innescata dal-
la necessit di rimuovere il disagio e i bisogni dettati dalla sua condizione ter-
rena. Egli necessitato ad agire; e pu agire efficacemente perch
lordinamento della natura, accessibile alla sua intelligenza, gli consente di
commisurare i mezzi, naturaliter scarsi, ai fini da conseguire: pressato dagli
appetiti naturali, deve ogni volta valutare attentamente le circostanze e com-
piere una scelta tra molteplici possibilit, tralasciando quelle ritenute meno
adeguate3. Di qui il carattere compendioso degli strumenti razionali che pure
gli permettono di scrutare i segreti della natura e misurare lefficacia ed i risul-
tati delle sue azioni. Luomo necessitato dallordinamento della natura ad
economizzare in modo efficace anche gli strumenti di conoscenza.
Quale complemento indispensabile della ragione, la Natura ha inoltre
elargito alluomo un altro mirabile dono: lusus eloquii. Davvero inimmagina-
bile una facolt razionale priva di qualsiasi strumento di espressione, estrinse-
cazione e comunicazione. Il linguaggio essenzialmente connaturato
allesercizio della ragione, di cui costituisce la manifestazione, lespressione.
E non vi pu essere completo esercizio della ragione senza un corretto uso del
linguaggio.
Ragione e linguaggio danno anche modo alluomo di scoprire la sua pri-

2
ibid., 4.8.146 / 920C: Communes ... conceptiones animi praecedunt, deinde per se nota, et ex his
demonstrativa [scil. logica] exoritur.
3
La pagina di Giovanni sarebbe certamente piaciuta al grande economista austriaco Ludwig von
Mises che, nel suo capolavoro Human Action, mette il concetto di azione umana a fondamento di ogni
scienza sociale, ed in particolare di quella economica.

10
vilegiata destinazione sublime attraverso una tensione ascensiva, che insieme
di conoscenza e di azione. Ma tensione vi deve pur essere, perch non bastano,
come sostiene Cornificio, le disposizioni naturali alla ragione ed al linguaggio.
Se natura definibile come vis quaedam genitiva rebus omnibus insita ex qua
facere vel pati possunt4 occorrer esercizio, addestramento, studio per porre
in atto tale vis e dispiegarne il vigore5.
Il linguaggio poi strumento indispensabile della cooperazione sociale.
Il sapiente piano ordinato della creazione, per supplire la debolezza dei singo-
li, rende al tempo stesso necessaria e fruttuosa tale cooperazione fra gli uomi-
ni, pur affidandone di volta in volta la ricerca alla accorta valutazione di cia-
scuno. La ratio che genera, alimenta e custodisce la scienza e la virt a partire
dalle parole e per mezzo di esse sarebbe ben sterile se i suoi frutti non fossero
portati alla luce dalla parola e resi disponibili al prudente esercizio della mente
degli uomini. Non si potrebbe neanche parlare di civilt umana senza illa
dulcis et fructuosa coniugatio rationis et verbi, quae tot egregias genuit urbes,
tot conciliavit et foederavit regna, tot univit populos et caritate devinxit6.
Ebbene, compito di mettere a frutto tale unione di ratio e verbum spetta
di diritto alleloquentia. Giovanni, con Cicerone, la definisce come la facul-
tas dicendi commode quod sibi vult animus expediri7, soggiungendo per che
vera eloquenza solo quella che, illuminata dallo studio delle cose cui presie-
de la ratio, trasceglie in modo efficace, agevole ed appropriato le parole ido-

4
Met., 1.8.25 / 835C.
5
ibidem.
6
ibid., 1.1.13 / 827A-B: Nam ratio scientiae virtutumque parens, altrix et custos, quae de verbo
frequentius concipit, et per verbum numerosius et fructuosius parit, aut omnino sterilis permaneret, aut
quidem infecunda, si non conceptionis eius fructum in lucem ederet usus eloquii, et invicem quod sen-
tit prudens agitatio mentis hominibus publicaret. Haec autem est illa dulcis et fructuosa coniugatio ra-
tionis et verbi, quae tot egregias genuit urbes, tot conciliavit et foederavit regna, tot univit populos et
caritate devinxit.
7
ibid., 1.7.24 / 834B.

11
nee ad esprimerle8. Lordo loquendi, attraverso un uso disciplinato dellordo
legendi approntato dalla grammatica, deve sforzarsi di mantenersi aderente
allordo rerum, se non vuole risolversi in vaniloquio.
compito della filosofia indagare la corrispondenza fra le varie sfere
dellessere9: allordine ontologico corrisponde un ordine nella sfera intellettua-
le e spirituale delluomo. Vi un ordine nelle cose che si riflette nellordine
delle scienze che tendono alla ricerca della verit. Di qui la necessit di un or-
dinato procedere nellapprendimento delle varie discipline secondo un vero e
proprio corso di studi. E di qui lindispensabile attenzione che occorre prestare
alleducazione e alla scelta dei pi convenienti metodi di insegnamento del sa-
pere.
Giovanni, con gli antichi, ritiene quindi leloquentia parte integrante di
tutta la cultura umana10 ed essenziale alla formazione del vero filosofo. Essa
la chiave di volta di ogni serio apprendimento: chi ha acquisito perfetta cono-
scenza dellarte della parola in grado di padroneggiare qualsiasi dottrina11.
Le regole da essa dettate garantiscono una corretta correlazione tra parole e
cose designate; una corretta concatenazione delle parole stesse in un discorso
che anche solo aspiri ad una comunicazione dotata di significato; ed infine una

8
ibid., 1.7.24 / 834C: Siquidem non est eloquens quisquis loquitur, aut qui quod voluerit utcum-
que loquitur, sed ille dumtaxat qui animi sui arbitrium commode profert. Ipsa quoque commoditas
exigit facilitatem, quae a facultate dicitur ut sequamur morem nostrum, quibus gratum est in ea parte
Stoicos imitari, qua ad faciliorem intelligentiam rerum, etiam verborum originem studiosus perscru-
tantur. Ergo cui facilitas adest commode exprimendi verbo quidem quod sentit eloquens est; et hoc fa-
ciendi facultas rectissime eloquentia nominatur; Pol. 7.12.140 / 664A: Nam qui verba rebus et res
temporis opportunitati contemperat, modestissimam totius eloquentiae regulam tenet.
9
Enth., 325-328 / 972B:
Ordine cuncta geri praescribit Philosophia,
et statuit cunctis rebus esse modum.
Ordine cuncta docet, causamque modumque legendi
tradit, et in cunctis artibus ordo placet.
10
CURTIUS, Latein. Mittelalter, cap. IV (trad. it. p. 73 e ss.).
11
Enth., 363-4 / 963A:
Eloquii si quis perfecte noverit artem,
quodlibet apponas dogma, peritus erit.

12
corretta articolazione logica delleloquium affinch questo abbia forza argo-
mentativa e capacit di persuadere, convincere.
Giovanni si mostra consapevole di una tradizione educativa quella del-
le artes liberales articolata nella bipartizione delle discipline del trivio e del
quadrivio - che ritiene doveroso riaffermare con forza. Essa risale alla siste-
mazione manualistica di epoca tardo-antica dei risultati delle ricerche logiche
dellantichit classica e del periodo ellenistico intorno alla natura del pensiero
e della sua espressione linguistica, il cui esempio pi conosciuto durante il
medioevo rappresentato dal De nuptiis Mercurii et Philologiae di Marziano
Capella. Tradizione fatta poi propria dalla nascente cultura cristiana di lingua
latina, a partire da Agostino, perch ritenuta strumento indispensabile per la
stessa comprensione del linguaggio delle Scritture, per la difesa della fede
contro le obiezioni della cultura pagana e, pi in generale, per la fondazione su
basi solide di una sapienza cristiana12.
Chi, come Cornificio, predica linutilit dello studio delleloquenza,
scinde il legame indissolubile che la lega alla filosofia sconvolgendo lordine
degli studi e precludendosi ogni possibilit di conoscenza, separa ci che Dio
ha unito per il bene comune, strappa Mercurio dalle braccia di Filologia13 e
merita lappellativo di nemico pubblico che mette a repentaglio le stesse fon-
damenta della comunit umana14.

12
Cfr. DONOFRIO, Fons Scientiae, Parte prima: Ars artium et disciplina disciplinarum. Il metodo
della scienza nelle fonti della dialettica tardo-antica, passim.
13
Enth., 213-4 / 969D:
Mercurius verbi, rationis Philologia
est nota, quae iungi Philosophia iubet .
14
Met. 1.1.13 / 827 B-C.

13
Capitolo II. Grammatica, totius philosophiae cunabulum.

sic aspirantibus ad profectum sapientiae disciplina haec prima


succurrit, quae linguam erudit et tam per aures quam per oculos ut
sic procedat oratio sapientiam introducit.
Met. 1.13.32 / 840B

Ragione e linguaggio la cui fruttuosa unione genera leloquentia, si


detto, sono doni della natura. Questa la forza, lenergia originaria impressa
per volont divina a tutto ci che si affaccia sulla soglia dellessere: ogni cosa
creata, dalla pi semplice alla pi complessa, trae dalla causa della sua genera-
zione, dal suo principio di esistenza, linsieme delle potenzialit attive e passi-
ve che la caratterizzano come la cosa che 1.
Nella facolt spirituale delluomo tali capacit innate prendono a ragione
il nome pregnante di ingegno, versatile strumento virtualmente espandibile
con cui investigare la realt2. Le fasi in cui si concretizza lattivit di tale inna-
ta disposizione dellintelligenza umana vengono tratteggiate da Giovanni lun-
go le linee di unepistemologia di matrice aristotelica3. La natura stimola
lingegno umano attraverso la percezione sensibile, consolida poi in esso le
percezioni passate attraverso la memoria, fornendo cos ad una ragione che
non sia debilitata gli elementi per elaborare infine un giudizio che risulter

1
Met. 1.8.25-6 / 835C-D: Est autem natura ut quibusdam placet, licet eam sit definire difficile,
vis quaedam genitiva rebus omnibus insita ex qua facere vel pati possunt. Genitiva autem dicitur, eo
quod ipsam res quaeque contrahat a causa suae generationis, et ab eo quod cuique est principium exi-
stendi.Vis itaque originaliter indita cuique, ex qua opus aut aptitudo procedit, natura quidem est sed
creata.
2
ibid. 1.11.29 / 838B: Est autem ingenium ut Isidoro placet vis quaedam animo naturaliter insita,
per se valens. Hoc autem exprimere videtur ista descriptio, quod natura animo vim quandam indidit,
quae aut primitivus motus animae est, aut motum excitat primitivum, quem anima exercet in rerum
investigatione. Unde et per se dicitur valens, eo quod nullius praecedentis opem expectat, et omnes
praevenit et iuvat subsequentes. In realt la definizione riportata da Giovanni risale al Didascalicon
di Ugo di San Vittore, libro III, cap. 8 (Migne P.L. 176, col. 771B).
3
quella ascensiva dalla fino al del cap. 19 del secondo libro degli Analytica po-
steriora (99b15 100b17), che Giovanni, come vedremo, approfondir nel quarto libro del Metalogi-
con, per trasfonderla poi, con la mediazione di Agostino e di Boezio, in una visione filosofica com-
plessiva di ispirazione neoplatonica.

14
tanto pi sicuro quanto pi diligente sar stato lesame della natura degli og-
getti estratta dai ricordi4. Perch innata (per se valens) una semplice possibi-
lit, una opportunit di esercizio dellingegno umano, e la ragione non si cura
di considerare n di realizzare ci che risulta impossibile. Anche in ci aiutata
dalla natura, che, nelloffrirle un caleidoscopico spettacolo di eventi vario e
perennemente mutevole, lha anche dotata della capacit di cogliere in esso
una regolarit che la stessa attivit generatrice della natura porta impresso in
s per volont divina: lordine della serie delle cause che, svolgendosi nel
tempo ed avvolgendo ogni cosa in ogni direzione possibile per connetterla a
quelle vicine, si manifesta alla ragione indagatrice sotto la forma di leggi che
legano gli effetti alle loro cause5. Forte di tali conoscenze, la ragione, con
lausilio della memoria, impara a far tesoro dellesperienza passata per elabo-
rare, con il trascorrere ed il consolidarsi di questa in abito consueto e collauda-
to, un metodo per fare, con facilit via via crescente, le cose di un certo genere
che rientrano fra quelle possibili. Anzi, la ratio umana apprende di essere do-
tata di una vera e propria facolt di fare le cose difficili: essa escogita espe-
dienti e procedimenti, ne sperimenta luso per tentativi ed errori, e rinsalda poi

4
Met. 1.11.29 / 838B: Excitat [scil. natura] enim primo ingenium ad res aliquas percipiendas, et
cum eas perceperit, deponit quasi in custodia et thesauro memoriae; ratio quae percepta et commen-
danda vel commendata sunt studio diligenti examinat, et ex natura singulorum de singulis nisi forte
labatur in aliquo, verum profert incorruptumque iudicium.
5
Enth. 595-608 / 978B-C:
Philosophos agiles agitat discussio rerum,
ut verum possint fonte videre suo.
Veri fons, idea boni, quod sunt, facit esse
Singula pro generis conditione sui.
Hoc rerum causae manant de fonte, suisque
Respondent causis omnia lege data.
Lex est causarum series: natura creata
Effectus causis assimulando parit;
causarum seriem disponit summa potestas
in forma numeri, ponderis, atque modi;
quodque potestatis ratio disponit ab aevo
dispensante manu, tempora certa vident.
Causarum series natura vocatur; ab illa
Sensilis hic mundus contrahit esse suum.

15
nella memoria in maniera sempre pi sicura quelli che si sono rivelati efficaci;
la reiterata applicazione redditizia di uno stesso procedimento a casi simili
corrobora la ragione e la stimola ad elaborare una vera e propria regola pratica,
un metodo appunto, che fornisca, riconducendo ad unit il molteplice
dellesperienza, una sorta di scorciatoia ai circuiti dispersivi della natura.
cos che lingegno disponibile in natura, una volta messo in esercizio
dallindagine su casi concreti e stimolato alla comprensione intellettuale di ci
che esamina, impara a custodire nella memoria per poi elaborare e codificare
in regole le esperienze passate che hanno avuto successo. Linsieme di regole
che vertono su una medesima attivit produce infine unarte che rende dispo-
nibile una corrispondente abilit per luomo6:

Nam ut dictum est, multi sensus aut etiam unus memoriam unam, multae memoriae
experimentum, multa experimenta regulam, multae regulae unam reddiderunt artem,
ars vero facultatem7.

Fra le varie arti, quelle che vengono in soccorso dellingegno naturale di


chi vuol dedicarsi alla filosofia, sono le artes liberales. Articolate didattica-
mente gi dagli antichi sapienti nelle discipline che compongono il trivio e il
quadrivio, apprestano gli strumenti per un corretto uso del linguaggio e per
una fruttuosa indagine della natura. Con la loro sequela ordinata di regole e

6
Met. 1.11.29 / 838A-D: Est autem ars ratio quae compendio sui naturaliter possibilium expedit
facultatem. Neque enim impossibilium ratio praestat aut pollicetur effectum, sed eorumque quae fieri
possunt quasi pro quodam dispendioso naturae circuitu compendiosum iter praebet, et parit ut ita di-
xerim difficilium facultatem. Unde et Graeci eam methodon dicunt quasi compendiariam rationem
quae naturae vitet dispendium, et anfractuosum eius circuitum dirigat, ut quod fieri expedit, rectius et
facilius fiatPraecedit enim investigatio comprehensionem, examinationem, et custodiam omnium
sciendorum. Itaque proficiscitur a natura, studio iuvatur et exercitio, ut quod difficile fuerat in prima
agitatione, ab assiduitate usus reddatur facilius, et cum regulas hoc faciendi deprehenderit, fiat nisi de-
suetudinis et negligentiae torpor obsistat facillimum. Et haec quidem est omnium origo artium, ut cum
natura praeiacens usum et exercitium studii peperit, pariant usus et exercitatio artem, ars autem eam
de qua nunc agitur facultatem. Valet itaque per se ingenium, exercitatio, ex usu, ad utroque memoria,
et ab his etiam ipsa ratio convalescit, artesque producit.
7
ibid. 4.12.151 / 923D.

16
materie, guidano con mano sicura chi aspira alla sapienza su di un disciplinato
percorso formativo, che la tradizione ha diligentemente costruito, collaudato,
perfezionato e consolidato8. Lo studio delle arti del trivio, delleloquenza, co-
stituisce il primo stadio di tale percorso.
Giovanni, seguendo lesempio del suo maestro Guglielmo di Conches,
associa strettamente la grammatica alla dialettica9: entrambe costituiscono par-
tizioni di una stessa disciplina, la logica, che, come vedremo, egli preferisce
assumere in unaccezione molto ampia, sostanzialmente coincidente con
lintero trivio.
Ne consegue che la grammatica, la scientia recte loquendi scribendi-
que, rappresenta il punto di partenza di tutte le arti liberali10. infatti la pri-
ma ad essere appresa perch appresta le regole fondamentali per luso corretto
del linguaggio, garantendo una piena, efficace e controllabile espressione della
facolt razionale umana in qualsiasi altra sfera di attivit.
Conformemente alla asserita natura sociale del linguaggio, la grammatica
ha, in quanto disciplina, lo scopo di assicurare con le sue regole una comuni-
cazione fra gli uomini che sia la pi perspicua, chiara ed efficace possibile11.
Di qui il giudizio circa la correttezza del discorso, parlato o scritto, alla luce
delle regole dellortografia e della sintassi. Che per un giudizio di per s
non pertinente al valore di verit del discorso: il linguaggio pu ben essere
grammaticalmente corretto, ma usato per mentire o per dire cose insensate12. E

8
ibid. 1.12.31 / 839C-D.
9
Ma certamente non sar sfuggito a Giovanni, attento lettore di Ugo di San Vittore, il significato
dellaccostamento grammatica-filosofia del Didascalicon, libro II, cap. 29 (Migne, P.L.176, col.
763B-C).
10
Met. 1.13.32 / 840A: Est enim grammatica scientia recte loquendi scribendique, et origo om-
nium liberalium disciplinarum.
11
ibid. 1.19.45 / 849C: Virtus enim sermonis optima est perspicuitas et facilitas intelli-
gendiNam sermo institutus est ut explicet intellectum.
12
ibid. 1.15.36 / 843A-B: Constat equidem duo esse peccata loquentium, alterum mentientis, al-
terum trasgredientis positam locutionemLex enim grammatices mentiri non prohibet, sed si ea so-

17
la grammatica, limitandosi a dettare regole alla formazione ed alla connessio-
ne delle parole, non pretende di sottrarre alla dialettica il compito di esaminare
la verit13.
La fonte delle sue regole duplice: in quanto istituzione umana, la
grammatica retta dalla convenzione e dalluso; questi tuttavia si formano e si
evolvono in un costante sforzo di conformarsi alla natura ed alle limitazioni da
essa imposte14. Allo sviluppo di questa tematica, sono dedicati alcuni densi
capitoli del primo libro del Metalogicon15, con argomentazioni che toccano la
semantica16, la fonologia17 e la morfologia18 del latino, non senza considera-
zioni sullutilit del linguaggio figurato e dei tropi19 nonch delle tecniche
messe in atto dai poeti a fini espressivi, che a pieno diritto fanno parte degli
studi grammaticali20. Giovanni attinge alla letteratura ed alla manualistica cor-
rente fin dallepoca carolingia, soprattutto alle Institutiones grammaticae di
Prisciano con il suo approccio semantico, e resta infatti costante in lui la

cientur ex quibus nullus linguae peritiam habenti provenit intellectus.


13
ibid. 1.15.39 / 844C: Grammatica enim absurdam habet incompetentem iuncturam dictionum,
sed ad examinandi veri iudicium non aspirat.
14
ibid. 1.14.33 / 840D: Sed licet haec [scil. grammatica] aliquatenus immo ex maxima parte ab
hominum institutione processerit, naturam tamen imitatur, et pro parte ab ipsa originem ducit, eique in
omnibus quantum potest studet esse conformis.
15
ibid. 1.14-20.33-47 / 840C-851A.
16
ibid. 1.14.33 / 841A: Ipsa quoque nominum impositio aliarumque dictionum, et si arbitrio hu-
mano processerit, naturae quodam modo obnoxia est, quam pro modulo suo probabiliter imitatur.
Homo enim ad exequendum divinae dispensationis effectum, et ad instituendum inter homines verbi
commercium, rebus his primo vocabula indidit quae praeiacebant naturae manu formatae, et quas illa
vel ex quattuor elementis vel ex materia et forma compegerat, et distinxerat, ut rationalis creaturae
possent sensibus obici, earumque diversitas sicut proprietatibus, sic et vocabulis insigniri.
17
Notevole, anche dal punto di vista storico, lannotazione di Giovanni sulle ricerche del suo con-
terraneo Tenredo, altrimenti sconosciuto, sul numero dei vocoidi tonici del latino che prefigurano le
raffinate tecniche linguistiche moderne.
18
Ad esempio, con le asserite corrispondenze del cap. 14 fra categorie logico-ontologiche, di deri-
vazione aristotelica, quali sostanza, accidente, movimento, tempo, ecc., e categorie gram-
maticali quali nome, aggettivo, verbo, avverbio.
19
Met. 1.19.45 / 849D: Alioquin etiam in scripturis canonicis rixabuntur patres, sibique erunt
etiam Evangelistae contrarii, si iudex insulsus ad solam dictorum superficiem et non ad dicentium
mentes aspiciat.
20
ibid. 1.17.41-2 / 847A-D: Praecepta enim poeticae naturam morum patenter exprimunt, exigun-
tque ut artis opifex sequatur naturamProfecto aut poeticam grammatica optinebit, aut poetica a nu-
mero liberalium disciplinarum eliminabatur.

18
preoccupazione di sottolineare la funzione del linguaggio, eminentemente
espressiva dei moti dellanima e dei concetti elaborati dallintelletto. Le stesse
considerazioni sui modi di combinare sostantivi ed aggettivi di prima o secon-
da impositio21, ispirate probabilmente alle glosse a Prisciano di Guglielmo di
Conches e alla Summa in Priscianum di Pietro Helias22 entrambi, lo ricor-
diamo, suoi maestri di grammatica e retorica a Parigi obbediscono allo stes-
so intento: ribadire che il linguaggio strumento versatile che si presta anche a
qualche moderata alterazione nelluso, purch non abnorme ed in contrasto
con la sua funzione di espressione e comunicazione23.
Ammesso il prevalente carattere convenzionale del linguaggio, Giovanni,
citando lamatissimo Orazio, riconosce realisticamente che luso rimane alla
fine larbitro supremo24, pur restando la sorte di una lingua affidata
allefficacia educativa delle regole dellarte elaborate dai grammatici sulla
scorta dei migliori esempi25. E ribadisce che la responsabilit maggiore di
unefficace comunicazione linguistica affidata soprattutto a chi ascolta. In-
fatti, se le parole sono innanzitutto segni che hanno il potere di stimolare
lintelletto ad afferrare i significati pi diversi26 e se artifici retorici ed un uso

21
ibid. 1.15.35 / 842A Quod adiectiva secundae impositionis substantivis primae non apte copu-
lantur ut equus patronimicus e Met. 1.16.39 / 845A Quod adiectiva primae substantivis secundae
iuguntur: distinzioni queste che prefigurano le intense ricerche linguistiche del secolo successivo nel-
le universit.
22
Cfr. FREDBORG, Speculative Gramm., p. 183 e ss.
23
Met. 1.19.45 / 849D: Itaque regulae sciendae sunt ut ad illas constet quid in sermone rectum
sit, quid enorme.
24
ibid. 1.16.41 / 846C: Praeterea penes usum est summa examinandi sermonis auctoritas, neque
eo non restituente convalescet quod ipse condemnat. Hinc est illud: multa renascentur quae iam ceci-
dere, cadentque quae nunc sunt in honore vocabula, si volet usus. Quem penes arbitrium est, et ius et
norma loquendi.
25
ibid. 1.18.42 / 847D: Traditum quidem est grammaticam esse recte scribendi, recteque lo-
quendi scientiam. Recte quidem dicitur ut vitium excludat, ut scilicet in scribendo sequatur ortho-
graphiam, in loquendo artis et usus auctoritatem.
26
ibid. 1.13.32 / 840B: Verba enim per aurem intromissa pulsant et excitant intellectum, qui ut ait
Augustinus quaedam animae manus est, rerum capax, et perceptibilis obiectorum. Litterae autem id
est figurae primo vocum indices sunt, deinde rerum quas animae per oculorum fenestras opponunt, et
frequenter absentium dicta sine voce loquuntur, dove riconoscibile limpostazione aristotelica (De
interpretatione 1, 16a e ss.). Anche la citazione da Agostino, altrimenti irreperibile, pu forse essere

19
traslato del linguaggio possono essere messi in atto per trarre in inganno,
allintelletto di chi ascolta, purch avveduto e ben educato al linguaggio, che
spetta lo sforzo di comprensione del vero significato di quanto viene proferi-
to27, superando cos i tre ostacoli allintelligenza del linguaggio frapposti dagli
eccessi nelluso metaforico del linguaggio, dalla malizia dei sofisti e dalle
soggettive ragioni, non sempre espresse in modo perspicuo, che sorreggono il
discorso dellinterlocutore. Ma lattenta considerazione del significato delle
parole e della ratio dicendi desumibili dalle circostanze di luogo, di tempo, di
qualit personali mette in grado di superare tali ostacoli28. E la conoscenza del-
la grammatica diviene prezioso strumento per una prudente pratica di vita,
aperta alla comprensione degli uomini e delle cose.
Giovanni forse uno degli ultimi testimoni di una concezione della
grammatica destinata a tramontare ben presto, per riapparire solo secoli dopo.
Gi a partire dalla Summa del suo maestro Pietro Helias, la grammatica, sem-
pre pi lontana da tematiche di carattere filosofico, si avviava infatti a diventa-
re grammatica speculativa, una formalistica ed astratta teoria generale del lin-
guaggio. Per lui invece grammatica innanzitutto grammatica latina, fonda-

fatta risalire allaristotelico De anima III, 8, 432a.


27
ibid. 1.16.41 / 846D-847A: Haec itaque translationis vis dum sermonibus quod rerum est, et re-
bus quod sermonum est ascribit, quandam loquendi parit indifferentiam, quae sicut compendio sui
compositis ingeniis prodest, sic indiscreta confundit et prosternit, eisque totius veritatis praecludit in-
telligentiam. Necesse enim est ei qui ad notitiam veritatis aspirat, ut composito perpendat ingenio,
quid velit dicere etiam qui balbutit. Nam et is saepissime verum dicit.
28
ibid. 1.19.45-6 / 849C-850B: Virtus enim sermonis optima est perspicuitas et facilitas intelli-
gendi, et scematum causa est, necessitas aut ornatus. Nam sermo institutus est ut explicet intellectum,
et figurae admissae ut quod in eis ab arte dissidet, aliqua commoditate compensent. Horum maxime
necessaria est cognitio, quia in omnibus quae praepediunt intellectum tria solent prae ceteris accusari.
Haec autem sunt scemata, adiunctis tropis oratorum, sophismata quae fallaciarum nube obducunt ani-
mos auditorum, et rationum diversitas quae praeiacet in animo dicentis et rectam intelligentiae cognita
parat viam. Siquidem ut Hilarius ait, intelligentia sumenda est ex causis dicendiVerborum autem si-
gnificatio diligentius excutienda est, et quid sermo quilibet in se, quid ab adiunctis in contextu possit
sollertius perscrutandum, ut sophismatum umbras, quae verum obnubilant discutere possit. Dicendi
autem ratio pensanda est, ex circumstantia dictorum, ex qualitate personae, ex qualitatem auditorum,
ex loco et tempore, aliisque vario modo, apud diligentem exploratorem considerandis. Siquis autem
his diligenter institerit, quae adversus tria intellectus repagula proposita sunt, profectum suum in scrip-
turis et dictis intelligendis et ipse mirabitur, et aliis venerabilis apparebit.

20
mento delleducazione linguistica e letteraria delluomo colto e strumento in-
dispensabile per la lettura e la comprensione delle Scritture, dei Padri e dei
classici dellantichit. la disciplina che aveva imparato ad amare a Chartres
e a Parigi secondo metodi di insegnamento che risalivano al grande Bernardo,
exundantissimus modernis temporibus fons litterarum in Gallia, e sui quali
si diffonde ampiamente, soffermandosi in particolare sullimportanza della let-
tura come attivit primaria nellesercizio sia della filosofia che della vita vir-
tuosa29.
Il richiamo di Cornificio a Seneca - che ritiene le arti liberali incapaci di
fare luomo virtuoso, esprime solo una inopportuna posizione rigorista che na-
sconde grossolani errori. Innanzitutto su Seneca, che se abbassa le arti non si
astiene certo dal praticare la filosofia. E poi sul rapporto che le arti non posso-
no non avere con la pratica filosofica. Certo, non basta essere filosofi per esse-
re uomini buoni30: qui non si tratta certo di sostenere lautonomia della filoso-
fia e della cultura ai fini della salvezza, alla quale nessun cristiano penser mai
di poter aspirare senza laiuto della grazia. Ma per fare il bene bisogner cono-
scerlo, sar necessario che la volont scorga con chiarezza il fine a cui tendere.
Quindi nella natura delle cose che la conoscenza scientifica preceda la prati-
ca ed il culto della virt. E la conoscenza data attraverso la lettura degli scrit-
tori, linsegnamento accompagnato dalle discussioni di approfondimento delle
questioni e, infine, la meditazione, che pu spingersi fino a scrutare anche le
cose pi nascoste ed incomprensibili31.

29
ibid. 1.24.51 e ss. / 853C e ss. De usu legendi et praelegendi et consuetudine Bernardi Carno-
tensis et sequacium eius e cfr. JEAUNEAU, Lecture, p. 77 e ss.
30
ibid. 1.22.49 / 852B-C.
31
ibid. 1.23.50-1 / 853A-C: Praecipua autem sunt ad totius philosophiae et virtutis exercitium,
lectio, doctrina, meditatio, et assiduitas operis. Lectio vero scriptorum praeiacentem habet materiam,
doctrina et scriptis plerumque incumbit, et interdum ad non scripta progreditur, quae tamen in archivis
memoriae recondita sunt, aut in praesentis rei intelligentia eminent. At meditatio etiam ad ignota pro-
tenditur, et usque ad incomprehensibilia saepe se ipsam erigit, et tam manifesta rerum quam abdita

21
Resta pertanto fermo per Giovanni che alla grammatica, complemento
indispensabile alla logica nella costruzione di una solida scienza, che luomo
desideroso di elevarsi dovr chiedere i primi strumenti per avviarsi su di un
percorso spirituale, insieme di studio e di feconda riflessione morale, capace di
guidarlo verso la sapienza e la virt32.

rimatur. Quartum operis scilicet assiduitas, et si a praeexistente cognitione formetur, scientiamque de-
sideret, vias tamen parat intelligentiaeCeterum operationem cultumque virtutis scientia naturaliter
praecedit, neque enim virtus currit in incertum, aut in pugna quam exercet cum vitiis aerem verberat,
sed videt quo tendit, et in quod dirigit arcum At lectio, doctrina, et meditatio, scientiam pariunt.
32
ibid. 1.13.32 / 840A: Eadem [scil. grammatica] quoque est totius philosophiae cunabulum, et ut
ita dixerim totius litteratorii studii altrix prima, quae omnium nascentium de sinu naturae teneritudi-
nem excipit, nutrit infantiam, cuiusque gradus incrementa in philosophia provehit, et sedulitate ma-
terna omnem philosophantis producit et custodit aetatem.

22
Capitolo III. Logica: loquendi vel disserendi ratio.

Pro eo namque logica dicta est, quod rationalis, id est rationum


ministratoria, et examinatrix est.
Met. 2.3.59 / 859D

1. Logica e grammatica. I due campi operativi della logica.


Se la grammatica ha il compito preliminare di fissare le regole per un
corretto uso delle parole ai fini di una perspicua comunicazione intersoggetti-
va, alla logica spetta la pi generale indagine sullefficacia semantica del lin-
guaggio. Entrambe hanno a che fare con il pensiero ed il linguaggio, che
strumento del pensiero. Ma la logica con il pensiero principalmente ed essen-
zialmente, e con il linguaggio secondariamente, e solo in quanto ha effetto sul
pensiero; mentre la grammatica tratta principalmente ed essenzialmente il lin-
guaggio, e si occupa solo secondariamente del pensiero, nella misura necessa-
ria alla trattazione del linguaggio. In questo senso, si pu dire che la logica in-
clude la grammatica come sua parte.
Rinviando al duplice significato del termine , corrispondente ai la-
tini sermo e ratio, Giovanni definisce quindi la logica, nel senso pi ampio,
come scienza dellespressione verbale e della discussione razionale (loquendi
vel disserendi ratio)1. Essa presenta due campi operativi fondamentali e fun-
zionalmente connessi: una dottrina del significato e una dottrina della dedu-
zione e dellargomentazione razionale2.

1
Met., 1.10.28 / 837B-C: Est itaque logica ut nominis significatio latissime pateat, loquendi vel
disserendi ratio. Contrahitur enim interdum, et dumtaxat circa disserendi rationes, vis nominis coarta-
tur. Sive itaque ratiocinandi vias doceat, sive omnium sermonum regulam praebeat, profecto desipunt
qui eam dicunt esse inutilem, cum utrumque ratione verissima doceatur esse pernecessarium. Dupli-
citatem vero huius significationis nomen a Graeca quidem origine contrahit, quoniam ibi logos nunc
sermonem nunc rationem significat.
2
La fecondit di tale distinzione che, come vedremo, risale a Boezio ed a Cicerone pu essere
saggiata esaminando la struttura dei principali trattati di logica in uso dall800 in poi. Tanto per fare
un esempio, piuttosto rilevante anche sotto laspetto filosofico, John Stuart Mill, nel suo System of
Logic: Ratiocinative and Inductive, dopo aver riportato in epigrafe citazioni che riconoscono il grande

23
Ci che conferisce alla parola la sua forza espressiva (vis locutionis) il
significato (sensus) che, una volta afferrato, indirizza la mente verso la res a
cui intende riferirsi, per cui esaminare il significato di una parola nellambito
di un discorso equivale ad esaminare la verit di ci che viene detto. La logica,
come dottrina del significato, fornisce appunto gli strumenti per unanalisi del
valore semantico del linguaggio (sermonum rationes), vale a dire della sua
corrispondenza con le cose, da cui la grammatica prescinde3. Questa, infatti,
prende ad oggetto le dictiones, la forma che le parole devono assumere per
esprimere il significato ad esse convenzionalmente attribuito, quella, invece,
indaga direttamente i dicta, i significati espressi dalle parole4. In termini mo-
derni, la grammatica concerne lenunciato espresso in una lingua storicamente
determinata5, la logica tratta la proposizione, lunitario significato mentale
esprimibile anche in lingue diverse6; lenunciato grammaticalmente corretto,
in quanto portatore di un significato proposizionale, esprime poi ci che dal
punto di vista psicologico costituisce un giudizio, valutabile come vero se cor-
rispondente allo stato delle cose, falso altrimenti. La logica, rendendo disponi-
bili tecniche per esplorare la corrispondenza del linguaggio con le res, diviene

contributo dei logici medievali al progresso della filosofia attraverso precisione di idee e sottigliezza
analitica del linguaggio sconosciuta agli antichi, intitola il primo capitolo della sua opera Of The Ne-
cessity of Commencing With An Analysis of Language.
3
Met., 1.15.38 / 844C: Grammatica enim absurdam habet incompetentem iuncturam dictionum,
sed ad examinandi veri iudicium non aspirat.
4
ibid. 2.4.61 / 860C: Ut enim grammatica de dictionibus, et in dictionibus teste Remigio, sic ista
[scil. dialectica] de dictis, et in dictis est. Illa verba sensuum principaliter, sed haec examinat sensus
verborum. Nam lecton Graeco eloquio sicut ait Isidorus dictum appellatur. Sive autem dicatur a Grae-
co lexis, quod locutio interpretatur, sicut Quintiliano in praeexercitaminibus placet, sive a lecton quod
dictum nuncupatur, non multum refert, cum examinare locutionis vim et eius quod dicitur veritatem et
sensum, idem, aut fere idem sit. Vis enim verbi sensus est..
5
ibid., 1.13.32 / 840B-C: Gramma enim littera vel linea est, et inde litteralis eo quod litteras do-
ceat [scil. grammatica], quo nomine tam simplicium vocum figurae quam elementa id est voces figu-
rarum intelliguntur Verba enim per aurem intromissa pulsant et excitant intellectum, qui ut ait Au-
gustinus quaedam animae manus est, rerum capax, et perceptibilis obiectorum. Litterae autem id est
figurae primo vocum indices sunt, deinde rerum quas animae per oculorum fenestras opponunt, et fre-
quenter absentium dicta sine voce loquuntur.
6
ibid., 1.18.42-3 / 847D: Loqui autem est articulata et litterata voce suum interpretari intellec-
tum.

24
gi cos strumento per la ricerca della verit.
Ma la pratica della discussione fra gli uomini ci mostra che il linguaggio
non usato solo per comunicare, ma anche quale mezzo per far prevalere una
tesi o una proposizione su unaltra. E dal momento che la volont di prevalere
pu attuarsi anche per fini diversi dalla verit, resta affermata la necessit di
unindagine che, analizzando i nessi deduttivi fra i dicta, porti ad un esatto
giudizio sulla validit degli argomenti addotti nella discussione. Cos, accanto
al compito di una razionale investigazione della vis locutionis, della forza se-
mantica delle parole, si affaccia il secondo fondamentale aspetto della logica:
quello di ars disserendi, di dottrina dellinferenza e dellargomentazione attra-
verso lo studio consapevole delle regole che governano la correttezza dei ra-
gionamenti (ratiocinandi viae)7.

2. Le suddivisioni della logica.


La distinzione della logica nei due ambiti operativi indicati da Giovanni
risale a Boezio. Questi, nel suo secondo commento allIsagoge di Porfirio8, ri-
conoscendo la necessit di una rigorosa determinazione del linguaggio e dei
metodi dellargomentazione razionale per evitare gli errori di ragionamento e
le contraddizioni logiche in cui spesso gli antichi pensatori sono caduti
nellelaborare le proprie dottrine, ripropone la suddivisione ciceroniana della
ratio disserendi in due discipline complementari: la dialectica o ars iudicandi,
deputata al controllo del ragionamento sotto il profilo della coerenza e della
consequenzialit razionale; e la topica o ars inveniendi, destinata alla ricerca
ed alla verifica del significato dei termini nei quali si articola un ragionamen-
to.
7
ibid., 1.10.28 / 837C: Sive itaque ratiocinandi vias doceat, sive omnium sermonum regulam
praebeat, profecto desipiunt qui eam [scil., logicam] dicunt inutilem, cum utrumque ratione verissima
doceatur esse pernecessarium.
8
BOEZIO, Commentaria in Porphyrium a se translatum, Liber primus, Migne, P.L. 64, col. 73A-C.

25
Giovanni aderisce esplicitamente allimpostazione di Boezio e, nel dare
risalto alla funzionalit reciproca dei due ambiti operativi nellesame critico di
dottrine filosofiche che si rivelano false ed incongruenti, ribadisce la necessit
di una scienza che, distinguendo lenunciato verbale (vox) dal significato (in-
tellectus), sia capace di valutare il vero procedere del ragionamento e quello
solo verosimile e, quindi, quale argomentazione sia affidabile e sicura e quale
invece da mettere in dubbio9. Ma ritiene che inventio e iudicium, invece che
qualificazioni di due distinte discipline - la topica e la dialectica - siano piut-
tosto da intendere come due funzioni di un'unica scienza, la logica, che, come
genere, egli suddivide in tre parti o specie:
1. una logica demonstrativa o apodictica ovvero scienza della dimostrazione
necessaria, che dai principi delle scienze trae con ferrea necessit tutte le
conseguenze logiche, forte della consapevolezza filosofica di esporre ci
che non pu essere altrimenti ed incurante dellassenso del suo uditorio10;
infatti, perch vi sia dimostrazione occorre che i principi da cui si parte
siano veri, primi ed immediati dai quali, mediante sillogismi logicamente
stringenti che non consentono il minimo dubbio, seguano conclusioni al-
trettanto indubitabili11;
9
Met., 2.2.58 / 858C-D: Natae sunt ergo duae partes philosophiae, naturalis et moralis, quae aliis
nominibus ethica et phisica appellantur. Sed quia per imperitiam disserendi multi inconvenientia col-
ligebant, sicuti Epicurus qui ex athomis et inani mundum sine auctore Deo constituit, et Stoici qui ma-
teriam Deo fingebant coaeternam, et omnia peccata aequalia, necesse fuit investigari, et promulgari
scientiam quae discretionem faceret vocum et intellectum, et fallaciarum nubeculas dissiparet. Et hic
quidem sicut Boetius in commento secundo super Porphirium asserit, est ortus logicae disciplinae.
Oportuit enim esse scientiam quae verum a falso discerneret, et doceret quae ratiocinando veram te-
neat semitam disputandi, quae veri similem, et quae fida sit, et quae debeat esse suspecta. Alioquin ve-
ritas per ratiocinantis operam non poterat inveniri.
10
ibid., 2.3.60 / 859D: [Logica] demonstrativa a disciplinalibus viget principiis, et ad eorum con-
secutiva progreditur, necessitate gaudet, et quid cui videatur dum tamen ita esse oporteat non multum
attendit. Decet haec philosophicam recte docentium maiestatem, quae suo citra auditorum assensum
roboratur arbitrio.
11
ibid., 4.8.146 / 920B-C: Necesse enim est disciplinarum praenosse principia, et ex his ex ne-
cessitate verorum sequelam colligere consertis rationibus, et ut sic dixerim calcatius urgendo nequis
quasi ex defectu necessitatis videatur hiatus, qui demonstrativae scientiae praeiudicium afferat. Non
utique omnis scientia demonstrativa est, sed illa dumtaxat, quae ex veris et primis est, et immediatis.

26
2. una logica probabilis o scienza della dimostrazione dialettica, che, in mo-
do altrettanto stringente, trae per conseguenze da proposizioni non indubi-
tabili, ma accettate come verosimili da tutti, dai pi o dai pi sapienti ed
esperti; essa, argomentando a partire da premesse soltanto probabili, mira
ad essere strumento di persuasione in una discussione fra chi sostiene una
tesi ed il suo interlocutore; ed assume il nome di:
a. dialectica, se esercitata in una discussione con un avversario; e
di
b. rethorica, se esercitata da un oratore nel perorare una causa da-
vanti al giudice;
la logica probabilis pertanto, in quanto fondata soltanto su opinioni larga-
mente accettate, non aspira alla certezza ed indubitabilit della scienza di-
mostrativa, ma indaga comunque il vero accontendandosi di una pronta e
moderata probabilit12.
3. una logica sophistica o scienza della dimostrazione fallace, che attraverso
unimitazione capziosa della verosimiglianza dialettica o della necessit
dimostrativa, incurante affatto della verit, ha il solo scopo di prevalere
sullinterlocutore abbagliandolo con una sapienza solo apparente attraverso
la nebbia di argomenti tanto immaginosi quanto fallaci e scorretti sotto il
profilo deduttivo13.

Nam sicut non omnis sillogismus demonstratio, sed omnis demonstratio sillogismus est, sic demon-
strativam, scientia inconvertibiliter ambit.
12
ibid., 2.3.60 / 859D 860A-B: Probabilis autem versatur in his quae videntur omnibus, aut plu-
ribus, aut sapientibus, et his vel omnibus vel pluribus vel maxime notis et probabilibus aut conse-
cutivis eorum. Haec quidem dialecticam et rethoricam continet, quoniam dialecticus et orator persua-
dere nitentes, alter adversario alter iudici, non multum referre arbitrantur vera an falsa sint argumenta
eorum, dum modo veri similitudinem teneant.Profecto quam prae ceteris omnes ambiunt sed pauci
meo iudicio assequuntur dialectica est, quae neque ad docentium aspirat gravitatem, nec undis civili-
bus mergitur, nec seducit fallaciis, sed prompta et mediocri probabilitate verum examinat.
13
ibid., 2.3.60 / 859D 860A: At sophistica quae apparens et non existens sapientia est, probabi-
litatis aut necessitatis affectat imaginem, parum curans quid sit hoc aut illud, dum phantasticis imagi-
nibus, et velut umbris fallacibus involat eum cum quo sermo conseritur.

27
Tutte le parti della logica si basano su inventio e iudicium, e parimenti si
servono dei classici procedimenti della definizione, della divisione e della de-
duzione. Anche se differiscono per materia, finalit e modo di procedere, han-
no in comune gli stessi principi formali, che, ridotti dallarte a regole defini-
te14, connotano la logica tutta come scienza razionale in quanto basata su un
metodo, cio un compendioso piano razionale che facilita il raggiungimento
del proposito di provare una tesi15. Ne risulta che anche la sophistica razio-
nale, e merita il posto che occupa fra le discipline filosofiche: anchessa addu-
ce ragioni nel suo procedere, per quanto fallaci. Ratio va infatti intesa nel sen-
so pi ampio come qualsiasi argomentazione addotta a dare fondamento (vero-
simile o solo apparentemente verosimile) ad unopinione (opinio) oppure a
corroborare un giudizio vero ed incontrovertibile (sententia)16. E la logica, in
tutte le sue articolazioni, si mostra essere, una volta appresa, un duttile e pre-
zioso strumento: il filosofo, mettendo a profitto la demonstrativa, potr sfor-
zarsi di guadagnare la verit; il dialettico, accontentandosi della verosimi-
glianza, avr di mira lopinione attraverso la probabilis; ed il sofista si avvarr
delle fallaciae per stabilire una probabilit solo apparente, ma solo ai danni di
chi ignora la logica17.
14
ibid., 2.3.59 / 859B.
15
ibid., 2.5.62 / 861A-B: Rationalis enim est [scil. logica], ut constet ex nomine, quis ei sit in phi-
losophia processus qui rationis expers est. Licet enim quis perspicacem habeat rationem animae virtu-
tem dico in philosophiae tamen negotiis ad multa subsistit offendicula, si non habeat rationem, propo-
siti faciendi. Quae quidem est methodus, id est ratio compendiaria propositi pariens et expediens facu-
ltatem. Versantur autem in his, et quae dictae sunt pertinentes ad logicam disciplinae. Nam demonstra-
tiva probabilis et sophistica, omnes quidem consistunt in inventione et iudicio, et itidem dividentes,
definientes, et colligentes, domesticis rationibus utuntur, et si materia, aut fine, aut modo agendi dis-
similes sint.
16
ibid., 2.5.62 / 861B-D: Cum vero ratio multipliciter dicatur, latissime patet hic officium nomi-
nis. Neque enim coartatur ad id dumtaxat quod ratio est, sed ad id protenditur etiam quod videturEst
autem hic ut opinor ratio quicquid adducitur, vel adduci potest, ad statuendam opinionem, vel senten-
tiam roborandam. Opinio enim plerumque labitur, at sententia semper assidet veritati. Ita quidem si
recte sermonibus utimur. Usurpatur tamen alterum pro altero. Ergo et sophistica sic rationalis est, et
quamvis fallat, sibi inter partes philosophiae vindicat locum. Suas enim rationes inducit.
17
ibid., 2.5.63 / 861D-862A: Philosophus autem demonstrativa utens negotiatur ad veritatem,
dialecticus ad opinionem. Siquidem probabilitate contentus est. Sophistae autem sufficit, si vel vi-

28
Gi nel proporre la definizione delle parti della logica, Giovanni d subi-
to un rilievo particolare alla dialettica18 che, come si vedr, considera
lespressione pi autentica della razionalit umana nel suo sforzo di ricercare
la verit restando consapevole dei propri limiti. Luso che egli fa del termine
dialectica si discosta per sia da quello fatto fin dai primi secoli del Medioevo
per designare genericamente lintero campo della logica sia da quello, pi spe-
cifico, di Cicerone e Boezio per indicare la disciplina della deduzione dialogi-
ca. Egli attribuisce ad Aristotele ed alla sua scuola il merito di aver ridotto la
logica a sistema scientifico basato su regole definite19. Ed direttamente da
Aristotele che Giovanni trae le sue definizioni delle parti della logica e la con-
cezione della dialettica come scienza della dimostrazione probabile. Accanto
alle Categoriae ed al De Interpretatione che, insieme ai commenti boeziani,
fanno parte fin dallAlto Medioevo della biblioteca di uno studioso di logica,
egli ha ora a disposizione anche i rimanenti trattati dellOrganon: gli Elenchi
sophistici, i Topica, gli Analytica priora pur sempre nelle traduzioni di Boe-
zio, che tornano a circolare - e gli Analytica posteriora, nella recente traduzio-
ne di Giacomo Veneto20. E in questi testi, appunto, Giovanni ha potuto leggere
la tripartizione del sillogismo operata da Aristotele in dimostrativo, dialettico
ed eristico21, esattamente corrispondente alla sua tripartizione della logica in
demonstrativa, probabilis e sophistica.

deatur esse probabile. Unde non facile dixerim eam esse inutilem scitu, quae non mediocriter exercet
ingenia, et ignaris rerum efficacius nocet si sit ignota.
18
ibid., 2.3.60 / 860A-B: Profecto quam prae ceteris omnes ambiunt sed pauci meo iudicio asse-
quuntur dialectica est, quae neque ad docentium aspirat gravitatem, nec undis civilibus mergitur, nec
seducit fallaciis, sed prompta et mediocri probabilitate verum examinat.
19
ibid., 2.3.59 / 859B: Videntes itaque Peripatetici quod opus in usum, usus transire potest in ar-
tem, quod vagum fuerat et licentiosum certis regulis subiecerunt, excludentes mendacia, supplentes
imperfecta, resecantes superflua, et in omnibus praecepta congrua praescribentes. Profecta igitur hinc
est et sic perfecta scientia disserendi.
20
cfr. JEAUNEAU, Lecture, p. 103 e ss. e BURNETT, J. of S. and Aristotle, passim.
21
ARISTOTELE, Topica, I, 1-2, 100a 101b.

29
Aristotele da considerarsi unautorit indiscussa ed una guida sicura in
tutte le branche della logica; ma il pi grande merito del princeps Peripateti-
corum di essere il vero fondatore dellars probabilium, la scienza della ricer-
ca della verit nei limiti della probabilit. E, nel dedicare gran parte del Meta-
logicon ad una esposizione di tutto lOrganon, Giovanni riserver un esame
particolarmente approfondito ai Topica, opera giovanile dello Stagirita dedica-
ta proprio ai ragionamenti probabili.
Ma Aristotele, purch inteso in modo corretto, ha una rilevanza particola-
re per la stessa filosofia. Tutti i grandi autori del passato, che pure hanno con-
tribuito a tenere alto il vessillo dellarte dialettica come trionfatrice su tutte le
altre, si sono vantati di seguire adoranti le orme di questo grande ingegno, a tal
punto che Aristotele ha preso come proprio il nome comune di tutti i filosofi,
ed chiamato il Filosofo per antonomasia22. Tanto pi lo Stagirita merita tale
appellativo agli occhi di Giovanni, la cui concezione della filosofia assegna al-
la logica dialettica il ruolo cruciale di strumento di una razionalit consapevole
dei propri limiti.

22
Met., 2.16.79-80 / 873C-D: Nam Aristotiles, Apuleius, Cicero, Porphirius, Boetius, Augusti-
nus, ut Eudemum, Alexandrum, Theophrastum, et alios expositores taceam, quorum tamen celebris
gloria est, omnes artis huius velut triumphatricis inter alias grandi praeconio erexere vexillum. Sed
cum singuli suis meritis splendeant, omnes se Aristotilis adorare vestigia gloriantur. Adeo quidem ut
commune omnium philosophorum nomen praeminentia quadam sibi proprium fecerit. Nam et anto-
nomasice, id est excellenter philosophus appellatur. Hic ergo probabilium rationes redegit in artem, et
quasi ab elementis incipiens, usque ad propositi perfectionem evexit. Hoc autem planum est, his qui
scrutantur et discutiunt opera eius.

30
PARTE SECONDA
LA RAGIONE UMANA E I SUOI LIMITI
Capitolo IV. Logica e filosofia.

Qui vero sine logica philosophiam doceri putat, idem a sapientiae


cultu omnium rerum exterminet rationes, quoniam eis logica
praesidet.
Met. 2.3.59 / 859C

1. Ex arte et de arte agere idem erat: contro il formalismo logico.


La riscoperta e la crescente diffusione dei testi aristotelici nel corso del
XII sec. testimoniano un rinnovato interesse per la logica: i maggiori esponenti
delle correnti filosofiche dellepoca prendono posizione su problemi filosofici
scaturiti dalla ricerca logica, e nelle scuole si svolgono dibattiti, spesso acce-
sissimi, tra i sostenitori delle diverse soluzioni alle questioni sollevate. Gio-
vanni pu ben parlare di un cursus populorum verso la logica che da sola ne
tiene occupati pi di tutte le altre discipline messe assieme1. E, se non sar cer-
to lui a disconoscere il valore degli studi logici, ritiene tuttavia di dover de-
nunciare, con toni di forte ed efficace sarcasmo, una situazione in cui, a suo
dire, omnes logicam appetunt sed non omnes assequuntur2. Molti, infatti,
fanno della logica un campo di studi fine a se stesso in cui dibattere senza so-
sta questioni logiche come se si trattasse di questioni reali: sono i puri philo-
sophi che disdegnano qualsiasi altra disciplina che non sia la logica3.
Degno di nota che a questi professionisti della logica Giovanni riservi,
nella sostanza come nella forma, la stessa condanna lanciata contro Cornificio
ed i cornificiani, che invece della logica e delle altre discipline del trivio si
presentano come ostinati detrattori4. Entrambi gli atteggiamenti infatti appro-

1
Met., 2.6.63 / 862B.
2
ibidem.
3
ibid., 2.6.65 / 863C: Indignantur ergo puri philosophi et qui omnia praeter logicam dedignantur,
aeque grammaticae ut phisicae expertes et ethicae, et me improbum, obtusum, et caudicem, aut lapi-
dem criminantur.
4
Diverso invece il contesto in cui tali condanne vengono espresse: Cornificio, nel primo libro
dedicato, come s visto, alla difesa delleloquenza e della grammatica; i logici di scuola, nel secondo,

32
dano allidentico esito di una concezione puramente formalistica della logica: i
cornificiani, per la loro incapacit di comprendere il vero significato di tutte le
arti del trivio e limportanza di studiarle perch possano servire da strumento
per la ricerca filosofica e per la stessa pratica delle virt; questi puri logici,
allopposto, perch della logica in quanto tale fanno il solo argomento filosofi-
camente significativo. Entrambi - gli uni per ignoranza, gli altri per esplicito
proposito - commettono lerrore di isolare la logica dalle altre discipline e dal-
la filosofia.
Certo, la dialettica, per sua stessa natura, si presta a porre e a risolvere
questioni tratte dal suo stesso ambito; che sono poi quelle che hanno dato im-
pulso e fondamento allelaborazione delle regole e dello strumentario tecnico
che fanno della logica una vera e propria disciplina, unarte. Eppure, afferma
Giovanni, licet enim logica se ipsam expediat, propter alia tamen magis in-
venta est, rivendicandone con forza il valore di strumento ed organo della
filosofia nella ricerca, insieme, della verit e del bene5. Farne invece una
scienza fine a se stessa, lontana dai concreti interessi umani, vuol dire
condannarsi ad uno sterile esercizio della ragione, buono solo per quelli che
intendono farne loccupazione di una vita invecchiando a risolvere falsi
dilemmi, a contestare formalisticamente la validit di un argomento che non
usi espressamente le relative qualificazioni logiche, a ridurre lesercizio della

specifico sulla logica e la dialettica. Il terzo libro, insieme con alcuni capitoli del quarto, invece de-
dicato allesposizione sintetica dei trattati dellOrganon aristotelico. Nei restanti capitoli del quarto li-
bro, Giovanni trae infine tutte le pregnanti conseguenze di carattere filosofico e teologico dalla sua
personale concezione della dialettica, non senza riservare un ultimo sarcastico capitolo il venticin-
quesimo a Cornificio, philosophantium scurra.
5
ibid., 2.11.73 / 869B-C: Est tamen quod solitaria pollicetur [scil. dialectica], et praestat solius
grammaticae subnixa praesidio. Propositas enim de se expedit quaestiones, sed ad alia non consurgit.
Quale est an affirmare sit enuntiare, et an simul extare possit contradictio. Hoc autem quid ad usum
vitae conferat si non est adminiculans alii, quisque diiudicet. Ceterum an voluptas bona sit, an praeeli-
genda virtus, an in summo bono bonae habitudines, an sit in indigentia laborandum, purus et simplex
dialecticus raro examinat. At in his vivendi vel ad beatitudinem, vel ad incolumitatem versatur utilitas.
Licet enim logica se ipsam expediat, propter alia tamen magis inventa est.

33
funzione logica ad un puntiglioso computo del numero di particelle negative
per valutare la forza affermativa o negativa di un discorso. Costoro, ignorando
completamente gli insegnamenti degli antichi, si industriano a forgiare novit
inconsistenti che sconvolgono il consolidato corso di studi. Per loro discettare
astrattamente sullarte ed operare concretamente secondo le regole dellarte
la stessa cosa6. Eppure la smaniosa loquacit dialettica di questi nugiloqui
ventilatores7 avrebbe dovuto trovare un freno proprio nelle parole di
Aristotele che, nei Topica, sobriamente ammonisce ad applicare la dialettica
solo a questioni filosoficamente significative, astenendosi dal sollevare
insensatamente problemi su ci che fuori di ogni dubbio o su ci che eccede
le capacit umane di risoluzione8. Insomma, come leloquenza senza sapienza
sfocia nel vaniloquo, cos la dialettica separata dalle altre discipline filosofiche
insterilisce a vuota e puerile esercitazione di scuola:

Est autem cuique opifici facillimum de arte sua loqui, sed ex arte quod artis est facere
difficillimum est9

Nel capitolo 10 del secondo libro del Metalogicon, Giovanni afferma di


poter ritenere la sua concezione della logica saldamente fondata sullautorit

6
ibid., 1.3.16-17 / 829A- 830A: Insolubilis in illa philosophantium scola tunc temporis quaestio
habebatur, an porcus qui ad venalicium agitur, ab homine an a funiculo teneatur. Item an caputium
emerit qui cappam integram comparavit. Inconveniens prorsus erat oratio in qua haec verba conve-
niens et inconveniens, argumentum et ratio non perstrepebant, multiplicatis particulis negativis et
traiectis per esse et non esse ita ut calculo opus esset, quotiens fuerat disputandum. Alioquin vis af-
firmationis et negationis erat incognitaEcce nova fiebant omnia, innovabatur grammatica, dialectica
immutabatur, contemnebatur rethorica, et novas totius quadruvii vias, evecuatis priorum regulis de ip-
sis philosophiae adytis proferebant Ex arte et de arte agere idem erat.
7
ibid., 2.7.66 / 864B: Quod nugiloquos ventilatores dedoceri oportet ut sciant.
8
ibid., 2.8.68-9 / 866A-B: Debuerat Aristotiles hanc compescuisse intemperiem, eorum qui indi-
scretam loquacitatem dialecticae exercitium putant. Et sane compescuerat si audiretur. Non oportet in-
quit omne problema nec omnem positionem considerare, sed quam dubitabit aliquis rationis egentium,
et non poenae vel sensus. Neque vero quorum propinqua est demonstratio, neque quorum valde longe.
Nam haec quidem non habent dubitationem, illa autem magis quam secundum exercitativam. Haec il-
le. Sed illi eo inconsulto, immo et prohibente semper ubique et de omnibus aeque disputant, forte quia
notitiam omnium aeque habent.
9
ibid., 2.9.69-70 / 866B-867A: Quod inefficax est dialectica si aliarum destituatur subsidio:
passim.

34
delle migliori menti del secolo, che egli ha avuto come maestri nei dodici anni
di studi spesi in Francia: da Abelardo a Guglielmo di Conches, da Roberto di
Melun a Teodorico di Chartres, da Guglielmo di Soissons a Gilberto Porreta;
tutti citati per la loro superiore capacit dialettica applicata fruttuosamente alla
materia di tutte le arti. Ma grande stato il suo sconforto quando, nel far ritor-
no anni dopo a Parigi per rivedere i suoi compagni di studio l ancora trattenuti
dalla dialettica, li ritrova tuttora impelagati a dirimere le medesime antiche
questioni, senza essere riusciti ad aggiungervi la bench minima proposizione
in vista di una soluzione. Solo in una cosa hanno progredito: nel disimparare
sempre pi la misura, nellignorare sempre pi la modestia10. Giovanni non ha
dubbi: una concezione della logica disancorata dalle altre discipline, dalla filo-
sofia, dai concreti interessi umani non poteva che produrre tale sterile ed esan-
gue formalismo da logici puri11. E lindividuazione del rimedio a tale deplore-
vole situazione una sana concezione della logica come organo della filosofia
nella ricerca delle verit accessibili alla ragione umana - strettamente legata
alla consapevolezza delle cause che inevitabilmente lhanno determinata: una
ostinata ignoranza storica che comporta un difetto di comprensione del signifi-
cato autentico della tradizione di pensiero che, a partire dallantichit, ha rite-
nuto di dover istituire una disciplina logica; unitamente ad una non adeguata
concezione della filosofia, della ragione umana e della stessa verit.

10
Questo del modus, della modestia, della moderatio, un tema caro a Giovanni, riconducibile alla
principale virt della Prudenza, vera e propria cifra del suo pensiero.
11
Met., 2.10.72-3 / 869A-B: Sic fere duodennium mihi elapsum est, diversis studiis occupato. Iu-
cundum itaque visum est, veteres quos relinqueram et quos adhuc dialectica detinebat in monte revise-
re socios, conferre cum eis super ambiguitatibus pristinis, ut nostrum invicem ex collatione mutua
commetiremur profectum. Inventi sunt qui fuerant et ubi. Neque enim ad palmum visi sunt processis-
se. Ad quaestiones pristinas dirimendas, nec propositiunculam unam adiecerant. Quibus urgebant sti-
mulis, eisdem et ipsi urgebantur. Profecerant in uno dumtaxat, dedidicerant modum, modestiam ne-
sciebant. Adeo quidem, ut de reparatione eorum posset desperari. Expertus itaque sum quod liquido
colligi potest, quia sicut dialectica alias expedit disciplinas, sic si sola fuerit iacet exanguis et sterilis,
nec ad fructum philosophiae fecundat animam, si aliunde non concipit.

35
2. Le origini della logica.
Storicamente, la logica sorta per dare solidit alla ricerca filosofica sul-
la natura e sulla morale. Merito del genio di Platone aver perfezionato la filo-
sofia aggiungendo la logica alle trattazioni esaustive della fisica di Pitagora e
delletica di Socrate, affinch fossero indagate le ragioni di validit dei ragio-
namenti circa le cause delle cose e dei costumi. E merito poi esclusivo ed im-
perituro di Aristotele e della sua scuola, da una parte, aver individuato nella
conoscenza della verit il sommo bene e nella investigazione della natura delle
cose la possibilit di discernere consapevolmente e razionalmente ci che va
ricercato come bene e ci che invece va respinto come male; dallaltra, aver
ridotto alle regole definite di una vera e propria arte ci che Platone aveva sol-
tanto esercitato applicandolo a questioni particolari12. cos che sono sorte le
due fondamentali parti della filosofia, la ricerca razionale delle cause dei fe-
nomeni naturali e quella circa il fondamento etico delle azioni umane. E con-
ferma di tale concezione si pu riscontrare nellopinione autorevole del cri-
stiano Boezio, che individua appunto lorigine della logica nellesigenza di di-
scutere razionalmente le questioni riguardanti lambito della natura e delle mo-
rale attraverso una scienza capace di discernere il vero o il verosimile dal falso

12
ibid., 2.2.58 / 858D 859A: Peripateticorum hinc orta est secta quae in cognitione veri sum-
mum bonum vitae humanae esse constituit. Omnium ergo rerum naturas scrutati sunt ut scirent quid in
rebus omnibus fugiendum tanquam malum, quid contemnendum tanquam non bonum, quid praefe-
rendum ut maius bonum, quid ex casu boni nomen sortiatur aut mali.Tradunt ergo Apuleius, Augu-
stinus, et Isidorus, quod Plato philosophiam perfecisse laudatur, phisicae quam Pitagoras et ethicae
quam Socrates plene docuerant adiciens logicam per quam discussis rerum morumque causis vim
panderet rationum. Non tamen hanc in artis redegit peritiam. Praeerat tamen usus et exercitatio, quae
sicut in aliis, ita et hic praecepta antecessit. Deinde Aristotiles artis regulas deprehendit et tradit. Hic
est Peripateticorum princeps, quem ars ista praecipuum laudat auctorem et qui alias disciplinas com-
munes habet cum auctoribus suis, sed hanc suo iure vindicans a possessione illius exclusit ceteros.
Cfr. anche Pol., 7.5.107-8 / 645B-C: Itaque, cum studium philosophiae partim in actione, partim in
contemplatione versetur, Socrates activam exercuit, mores instituens quibus fideliter ad beatitudinem
vita transigitur; Pithagoras contemplativae institit per quam ingenium exercetur et propagatur scientia;
proinde Plato utramque iungendo alteri philosophiam perfecisse laudatur, quam in tres partes distri-
buit, ethicam, phisicam, et logicam, id est moralem naturalem et rationalem, qua verum disterminatur
a falso et sine qua disseri nequeunt quae vel in actione vel in contemplatione versantur.

36
ed insegnare quale argomentazione risulti affidabile e quale invece sia da met-
tere in dubbio, evitando cos i ragionamenti fallaci che portano a dottrine fisi-
che o etiche erronee13.
La logica trova pertanto la sua precisa collocazione nellambito della fi-
losofia accanto alla fisica ed alletica14. Queste assumono dal proprio specifico
campo di indagine i principi, ma devono affidarsi al metodo razionale della
logica per verificare la correttezza dei collegamenti deduttivi fra quelle verit
fondamentali e tutte le loro possibili conseguenze15. Lo studio della logica, in
quanto strumento per la ricerca del vero, deve perci necessariamente precede-
re qualsiasi pratica della filosofia. Nel mettere in luce sistematicamente le re-
gole che governano largomentazione corretta, essa fornisce un metodo a chi
vuol progredire nelle discipline filosofiche, rispetto alle quali posterior
tempore, sed ordine prima16.

13
ibid., 2.2.58 / 858C-D: Natae sunt ergo duae partes philosophiae, naturalis et moralis, quae aliis
nominibus ethica et phisica appellantur. Sed quia per imperitiam disserendi multi inconvenientia col-
ligebant, sicuti Epicurus qui ex athomis et inani mundum sine auctore Deo constituit, et Stoici qui ma-
teriam Deo fingebant coaeternam, et omnia peccata aequalia, necesse fuit investigari, et promulgari
scientiam quae discretionem faceret vocum et intellectum, et fallaciarum nubeculas dissiparet. Et hic
quidem sicut Boetius in commento secundo super Porphirium asserit, est ortus logicae disciplinae.
Oportuit enim esse scientiam quae verum a falso discerneret, et doceret quae ratiocinando veram te-
neat semitam disputandi, quae veri similem, et quae fida sit, et quae debeat esse suspecta. Alioquin ve-
ritas per ratiocinantis operam non poterat inveniri.
14
Per Giovanni la logica sia parte sia strumento della filosofia: cfr. Met., 2.5.61 / 861A: Inter
ceteras itaque philosophiae partes privilegio duplici insignita est, quia et principalis membri decoratur
honore, et in toto philosophiae corpore, efficacis instrumenti exercet officium. Di opinione diversa
JACOBI, Logic, p. 250.
15
Met., 2.13.74-5 / 870B-C: Tres itaque facultates, naturalis, moralis, et rationalis, materiam
praestant, quia singulae suas exponunt quaestiones. Quaerit enim ethica parentibus magis an legibus
oporteat oboedire, si forte dissentiant. Phisica, mundus aeternus sit, aut perpetuus, aut initium habue-
rit, et si finem habiturus in tempore, aut sit nihil horum. Logica, an contrariorum sit eadem disciplina,
quoniam eorum est idem sensus. Quaerunt ergo singulae, et licet suis muniantur principiis, eis tamen
logica methodos suas compendii scilicet rationes, communiter subministrat. Sulla rilevanza della tri-
partizione stoica della filosofia nel pensiero del XII secolo, cfr. LAPIDGE, Stoic Inher., p. 84; e GRAB-
MANN, Gesch. schol. Meth., trad. it. p. 43.
16
ibid., 2.3.59 / 859B-C: Profecta igitur hinc est et sic perfecta scientia disserendi, quae dispu-
tandi modos et rationes probationum aperit, procedentibus viam parat, quid in dictis verum, quid fal-
sum, quid necessarium, quid impossibile sit innotescit, aliis philosophicis disciplinis posterior tem-
pore, sed ordine prima. Incohantibus autem philosophiam praelegenda est, eo quod vocum et intellec-
tuum interpres est, sine quibus nullus philosophiae articulus recte procedit in lucem.

37
3. Il ruolo della logica nella prassi filosofica.
Lasserito e, si visto, storicamente fondato - carattere propedeutico e
funzionale della logica rispetto alle altre parti della filosofia mette sulla via
giusta per comprendere lautentico significato che occorre attribuire alla stessa
prassi filosofica, rendendo altres evidente il legame che lega intimamente la
logica alla pratica delle virt.
Una peculiare concezione della filosofia anima tutto il pensiero di Gio-
vanni; ed concezione antica, che si manifesta in modo gi pregnante e matu-
ro con Socrate, si sviluppa poderosamente con i sistemi filosofici di Platone ed
Aristotele, per diversificarsi ed arricchirsi con le scuole ellenistiche e di epoca
imperiale17. Per essa, la filosofia da intendersi non solo, e non tanto, come
teoresi, cio riflessione e discorso teorico riguardo a specifici problemi della
epistemologia, delletica, della logica o della fisica; ma anche, e soprattutto,
come prassi, modo di vivere e scelta esistenziale di ricerca del bene e della fe-
licit: dove latteggiamento teoretico e, come si vedr, in ultima istanza con-
templativo - appunto concepito come complementare e funzionale allaspetto
pratico ed esistenziale, in modo da rendere concretamente vissuta una filosofia
intesa, etimologicamente, come amore e ricerca incessante della sapienza.
Anche per Giovanni, pensatore cristiano e fedele testimone dellinse-
gnamento della Scuola di Chartres, la filosofia studium sapientiae, esercizio
costante ed impegno concreto di vita che, attraverso la lettura, lappren-
dimento e la meditazione che illuminino assiduamente lazione18, faccia pro-
gredire, con discernimento nel giudizio e nella condotta, verso un traguardo
quello della sapienza come sommo grado della conoscenza della verit al

17
HADOT, Quest-ce que la philosophie antique?, passim, e in particolare i capp. X e XI
sullinfluenza che tale concezione ha avuto sulla filosofia cristiana.
18
Met., 1.23.50 / 853A: Praecipua autem sunt ad totius philosophiae et virtutis exercitium, lectio,
doctrina, meditatio, et assiduitas operis.

38
quale una ragione consapevole dei propri limiti guarder sempre come un
ideale a cui indefinitamente approssimarsi, ritenendo ogni risultato nel frat-
tempo raggiunto solo provvisorio e destinato per a stimolare e tenere viva la
tensione insieme intellettuale e morale19.
Quello della filosofia dunque esercizio della ragione orientato costan-
temente alla saggezza attraverso un prudente equilibrio fra ricerca della verit
e pratica del bene. E la logica, organo della filosofia, appunto ricerca della
verit. Ma, avverte Giovanni, come la parola non pu essere disgiunta dalla
ratio dicendi senza infrangere il sacro vincolo fra Mercurio e Filologia, cos
un culto solo esteriore della verit allontanerebbe Prudenza da Verit, renden-
dola sterile ed infruttuosa20. La pratica della prima fra le virt cardinali, e fon-
damento di tutte le altre, deve invece sempre accompagnare la conoscenza del
vero accompagnata da una certa abilit nel ricercarlo. La logica, il cui eserci-
zio consiste appunto nello scrutinium veritatis attraverso lindagine e la di-
scussione delle questioni finalizzate alla formulazione di un chiaro ed integro
giudizio, ha pertanto il compito di apprestare e rendere disponibile una solida
base per ogni attivit che si ispiri a quella virt. Rivelandosi cos lo strumento
principale a disposizione di chi aspiri alla sapienza, culmine della ricerca filo-
sofica, ed ai suoi frutti, lamore del bene ed il culto delle virt21.

19
Per uninterpretazione sapienziale della filosofia di Giovanni, cfr. DOTTO, Giovanni di Sali-
sbury, passim.
20
Enth., 11-12 / 965B:
Est Alethia soror Fronesis, virtutis origo,
grata sui specie, semper amica Deo;
nam deformatur, quotiens extrinsecus illi
cultus adest: fucos virgo beata fugit.
E cfr. Met., 2.3.59 / 859C: Ut divertamus ad fabulas, Fronesin sororem Alithiae, nec sterilem reputa-
vit antiquitas, sed egregiam eius subolem castis Mercurii iunxit amplexibus. Est enim soror veritatis
prudentia, et amorem rationis et scientiae per eloquentiam fecundat, et illustrat. Siquidem hoc est Phi-
lologiam Mercurio copulari.
21
Met., 2.1.56-7 / 857C-D: Ut itaque nominis significatio contrahatur, logica est ratio disserendi,
per quam totius prudentiae agitatio solidatur. Cum enim omnium expetibilium prima sit sapientia,
ipsiusque fructus in amore boni et virtutum cultu consistat, mentem necesse est in illius investigatione

39
Si precisa cos il valore della difesa della logica intrapresa da Giovanni
con il Metalogicon contro le obiezioni di Cornificio. Questi, screditando la di-
sciplina del linguaggio come fatuo esercizio di uneloquenza solo esteriore che
preclude piuttosto che favorire gli studi filosofici, mira in realt a togliere di
mezzo la stessa logica22 che per contro fondamento ed organo della filosofia
ed il cui esercizio costituisce la premessa naturale di ogni perfezionamento
morale delluomo.

versari, et res plena inquisitione discutere, ut ei de singulis esse possit purum incorruptumque iudi-
cium. Constat ergo exercitatio eius in scrutinio veritatis, quae sicut Cicero in libro de officiis auctor
est, materia est virtutis primitivae quam prudentiam vocant. Reliquis enim tribus <virtutibus> utilita-
tes necessitatesque subiectae sunt. Prudentia vero tota consistit in perspicientia veri, et quadam soller-
tia illud examinandi. Porro iustitia illud amplectitur, fortitudo tuetur, temperantia virtutum praeceden-
tium exercitia moderatur. Unde liquet prudentiam virtutum omnium esse radicem, quae si praecidatur,
ceterae velut rami naturae beneficio destituti marcida quadam ariditate evanescunt. Quis enim am-
plectetur aut colet quod ignorat? At veritas materia est prudentiae et virtutum fons, quam qui plene
noverit, sapiens est, qui amaverit, bonus, et beatus qui tenuerit eam.
22
ibid. 1.9.28 / 837A-B: At haec domus non eloquentiam criminatur quae omnibus necessaria est,
et commendatur ab omnibus, sed artes eam pollicentium arguit esse inutiles. Eo itaque opinionis ver-
git intentio, ut non omnes mutos faciat, quod nec fieri potest nec expedit, sed ut de medio logicam tol-
lat. Est enim fallax ut aiunt professio verbosorum, et quae multorum consumpsit ingenia, et non modo
philosophiae studiis praeclusit viam, sed gerendis omnibus rationem et exitum interclusit.

40
Capitolo V. I limiti della ragione e la conoscenza probabile.

His ut praedictum est excitatur vis deliberativa, quam supra


nominavimus rationem, suumque iudicium exercet, quod itidem ratio
appellatur. Quod quidem interdum verum, interdum probabile est.
Sed ratio vera non est, nisi certa et firma, eo quod ratio nomen
firmitudinis est.
Met. 4.30.167 / 934A

Nellanalisi del pensiero di Giovanni sarebbe riduttivo considerare la


concezione della filosofia come studium sapientiae, con il suo necessario co-
rollario pratico, come semplice espressione di fedelt storica al vero significa-
to della tradizione filosofica dellOccidente o, peggio, come generica esorta-
zione ad uno stile di vita che si lasci ispirare dalle massime di saggezza degli
antichi sapienti. Essa invece - come del resto per gli autori da lui citati - frut-
to di una preciso e meditato percorso di pensiero che, stimolato dal desiderio
di trovare risposte agli interrogativi sulla posizione delluomo nelluniverso, si
sforzato di riflettere su questioni filosofiche cruciali: la natura ed i limiti del-
la ragione umana, il valore ed il fondamento razionale degli strumenti conosci-
tivi disponibili per luomo nella ricerca della verit, il significato dello stesso
concetto di verit, la valenza che i risultati della ricerca possono avere per il
soddisfacimento dellinnata aspirazione umana alla felicit.
Gi nel Prologo al Metalogicon, Giovanni esprime la sua ferma convin-
zione che una ricerca filosofica che non approdi ad una pratica di vita virtuosa
vana e fonte di errori. Ed significativo che a tale convinzione Giovanni
faccia subito dopo seguire la sua adesione al probabilismo accademico di Ci-
cerone, segnalando poco dopo al dedicatario del Metalogicon Tommaso Bec-
ket, lignoranza del vero, lingannevole e sfrontata affermazione del falso e
larrogante professione della verit come i tre temibili pericoli per la salvezza
individuati da tanti illustri scrittori. E gi nellenunciare tale sua convinzione

41
filosofica fondamentale, Giovanni intende adottare il criterio proprio
dellindirizzo accademico moderato: non pretende di enunciare una verit as-
soluta, ma semplicemente unopinione, un punto di vista fondato, insieme,
sullautorit di una veneranda tradizione di pensiero e sulla propria esistenzia-
le esperienza e capacit di giudizio:

Academicus in his quae sunt dubitabilia sapienti, non iuro verum esse quod loquor,
sed seu verum seu falsum sit, sola probabilitate contentus sum1

Come s visto, nel ritenere essenziale ad una sana filosofia la mutua


fruttuosa integrazione di conoscenza e pratica delle virt, Giovanni si tiene
lontano sia dallatteggiamento astrattamente teoretico del formalismo logico
sia da quello fideisticamente pragmatico dei Cornificiani. Ma, una volta af-
fermato con forza il ruolo della logica come strumento di ricerca della verit,
gli resta ora il compito di definire il valore della stessa conoscenza umana e di
indagare in quali termini essa possa rappresentare un fondamento sicuro ed af-
fidabile dellagire. In tale indagine generale, Giovanni assume quindi il punto
di vista della corrente moderata del probabilismo accademico. Egli infatti
consapevole che nellindirizzo scettico possibile distinguere tre distinte posi-
zioni: quella del dubbio radicale, che ritiene inutile qualsiasi ricerca filosofica
data limpossibilit di conoscere alcunch con certezza ed evidenza, neanche il
fatto stesso di non sapere nulla; una seconda che ritiene invece possibile fare
una distinzione fra ci che si pu conoscere in modo indubitabile e ci che in-
vece non presenta la stessa evidenza conoscitiva, dichiarando pertanto cono-

1
Met., Prologus p. 11 / 825B-826B: De moribus vero non nulla scienter inserui, ratus omnia quae
leguntur aut scribuntur inutilia esse nisi quatenus afferunt aliquod ad adminiculum vitae. Est enim
quaelibet professio philosophandi inutilis et falsa, quae se ipsam in cultu virtutis et vitae exhibitione
non aperit. Academicus in his quae sunt dubitabilia sapienti, non iuro verum esse quod loquor, sed seu
verum seu falsum sit, sola probabilitate contentus sumTria quidem sunt ut de consilio meo perfec-
tius instruaris, quae non modo mihi metum, sed plerisque scriptoribus periculum salutis aut meriti di-
spendium afferunt. Ignorantia veri, fallax aut proterva assertio falsi, et tumida professio veritatis.

42
scibili solo le verit riconosciute necessarie e per s note per attenersi ad esse
soltanto ed abbandonare qualsiasi ricerca su ci di cui si possa dubitare; e, in-
fine, una terza alla quale Giovanni aderisce che, a differenza della seconda,
non ritiene affatto priva di valore conoscitivo una prudente e controllata ricer-
ca intorno a ci che, non avendo il carattere di evidenza, pu essere revocato
in dubbio dal sapiente2.
Giovanni ritiene pertanto che la ragione umana, accanto al riconoscimen-
to di verit evidenti ed indubitabili, possa e debba impegnarsi anche
nellindagine intorno a questioni che approdano a risultati soltanto verosimili,
perch, se ci si accinge ad indagare, senza pregiudizi dogmatici, sulla genesi
della conoscenza umana e sugli effettivi poteri della ragione, si giunger a ri-
conoscere che proprio su elementi conoscitivi dotati solo di plausibilit e di
credibilit che in massima parte si fonda lordinaria gestione della umana
esperienza conoscitiva e che, anzi, proprio la conoscenza probabile ad aprire
la strada che porta ai risultati pi sicuri della scienza3. E in ci, luomo avve-
duto pu trovare una valida guida nella ragione: essa infatti, se correttamente
intesa nel senso pi ampio dei molti che pu assumere, non affatto ristretta
alla sola capacit di rafforzare un giudizio (sententia) connotato da un elevato
grado di certezza, ma si estende al potere di fondare e rendere stabile, in base
ad un criterio di semplice verosimiglianza, unopinione (opinio) che presenti
una certezza solo relativa. Anzi, si pu dire che lambito operativo della ragio-
ne, con la sua amplissima capacit di cercare e fornire argomenti allumana

2
ibid., 4.31.168 / 935A-B: Academicus vero fluctuat, et quid in singulis verum sit definire non
audet. Haec tamen secta trifariam divisa est. Habet enim qui se nihil omnino scire profiteantur, et cau-
tela nimia demeruerint philosophi nomen. Habet alios qui se sola necessaria, et per se nota quae scili-
cet nesciri non possunt, confiteantur nosse. Tertius gradus nostrorum est, qui sententiam non praecipi-
tant in his quae sunt dubitabilia sapienti.
3
ibid., 2.15.79 / 873B: Ad nullam enim scientiam, invenitur infirmus, cui probabilia innote-
scunt.

43
persuasione, mostra di avere, in un certo senso, valore assoluto tanto che il
termine ragione paragonabile al nome Dio per il fatto di non richiedere
altra qualificazione per essere compreso nella sua essenza semplice ed unita-
ria, ma poi destinato a concretamente manifestarsi con gradi di certezza e di
evidenza diversa a seconda del grado di approssimazione alla verit che il giu-
dizio umano, secondo un criterio di prudenza, ritiene di aver raggiunto4. Tanto
che, afferma Giovanni, filologia, cos come filosofia, risulta essere deno-
minazione ispirata ad un criterio di modestia e coscienza del limite: esprime
piuttosto amore e sforzo di tensione verso una ratio intesa come valore limite
a cui pochissimi possono dire di essere pervenuti pienamente; cos come filo-
sofia esprime amore nel perseguire la sapienza pi che effettivo e magari il-
lusorio possesso di essa5. Il principio di ragione, caratteristica unica, costante
ed universale della natura umana, ci che appunto unifica le tre branche della
logica sotto i medesimi principi formali di unargomentazione condotta con
metodo, pur nella diversit, si visto, dei punti di partenza e delle finalit. E la
logica la scienza razionale per definizione e strumento della filosofia e del-
la ragione - nellindagine sulla verit. Per cui vi un intimo legame fra ragio-
ne e verit: la ragione lo strumento con cui la mente tiene in esercizio le sue
capacit cognitive attraverso la ricerca e lapprendimento della verit. Essa ,
per cos dire, locchio della mente in grado di percepire le cose alla luce della

4
ibid., 2.5.62 / 861B-C: Cum vero ratio multipliciter dicatur, latissime patet hic officium nomi-
nis. Neque enim coartatur ad id dumtaxat quod ratio est, sed ad id protenditur etiam quod videtur.
Nam ut alias taceam nominis significationes, dicunt hoc nomen grammatici absolutum, quod ad intel-
ligentiam sui non indiget adiectione ut Deus, nisi forte causa significantiae ut cum dicitur Deus omni-
potens, ad differentiam idolorum, quae nihil, aut demoniorum quae minimum possunt. Sic ratio neces-
saria, aut vera, ad differentiam eius quae casu potest, vel mendacio vitiari. Est autem hic ut opinor ra-
tio quicquid adducitur, vel adduci potest, ad statuendam opinionem, vel sententiam roborandam. Opi-
nio enim plerumque labitur, at sententia semper assidet veritati.
5
ibid., 4.14.152 / 924C: Et est philologia sicut philosophia nomen temperatum, quia sicut appete-
re quam habere sapientiam facilius est, sic amare quidem quam exercere rationem. Ratio, enim, id est
sincera iudicii firmitudo, paucorum est.

44
verit. Il contrario di tale facolt razionale la totale incapacit di ricercare e
conseguire il vero; e lerrore sempre dovuto ad un difetto di attenzione e di
impegno in tale ricerca6. Di qui la conferma del nesso fra esercizio della ra-
gione ed esercizio della prudenza: la conoscenza indispensabile per lazione
virtuosa, ma gi limpegno conoscitivo che voglia essere fruttuoso ed esente
da errori implica lesercizio di doti morali.
Giovanni come s gi visto esponendo la sua difesa delleloquenza e
della grammatica - considera la ragione, insieme con il linguaggio che ne rap-
presenta la naturale espressione, un privilegio accordato alluomo dalla bene-
volenza della Natura che, fecondata dalla Grazia divina, si mostra sollecita ad
apprestare per lui i mezzi che gli consentano di superare almeno in una certa
misura i limiti della sua condizione terrena. Attraverso la facolt razionale
luomo in grado di indagare lordinamento naturale per volgere la conoscen-
za delle cause a vantaggio della sua incessante ricerca della felicit7. E nel
primo libro del Metalogicon, nellesporre le modalit in cui la ratio umana
perviene gradatamente allelaborazione di un metodo e di regole codificate in
unarte al fine di rendere sicuri ed affidabili i suoi procedimenti, Giovanni fa
sua lesposizione di Aristotele sulla genesi linearmente ascensiva della cono-

6
ibid., 4.38.178 / 941C-D: Nunc iucundissimam rationis veritatisque cohaerentiam cum omni re-
verentia contemplemur, rationis et veritatis auxilium implorantes. Nam sine eo non modo apprehendi,
sed nec investigari fideliter queunt. Est ergo ratio, quidam mentis oculus. Et ut latius describatur, ratio
est quoddam instrumentum, quo mens omnes sensus suos exercet; proprium eius est, investigare et
apprehendere veritatem. Huius virtutis contrarium est, imbecillitas et impotentia investigandi et asse-
quendi verum. Error autem, contrarium est illius agitationis, investigantis verum, quam supra diximus
rationem.
7
ibid., 1.1.12 / 825C-826C: Omnibus autem recte sapientibus indubium est quod natura clemen-
tissima parens omnium et dispositissima moderatrix, inter cetera quae genuit animantia, hominem pri-
vilegio rationis extulit, et usu eloquii insignivit, id agens sedulitate officiosa et lege dispositissima, ut
homo qui gravedine faeculentioris naturae et molis corporeae tarditate premebatur et trahebatur ad
ima, his quasi subvectus alis ad alta conscendat, et ad optinendum verae beatitudinis bravium omnia
alia felici compendio antecedat. Dum itaque naturam fecundat gratia, ratio rebus perspiciendis et exa-
minandis invigilat, naturae sinus excutit, metitur fructus et efficaciam singulorum, et innatus omnibus
amor boni, naturali urgente se appetitu, hoc aut solum aut prae ceteris sequitur quod percipiendae bea-
titudini maxime videtur esse accomodum.

45
scenza a partire dalla percezione sensoriale, per estendersi, attraverso la me-
moria, alla piena facolt razionale del giudizio8. Nel libro quarto
limpostazione aristotelica viene confermata ed esposta con maggiore ampiez-
za, attingendo soprattutto dal secondo libro degli Analityca posteriora.
La conoscenza ha origine dalla percezione sensibile, la facolt innata di
discriminazione delle realt esterne al soggetto: senza lausilio dei sensi non vi
sarebbe affatto conoscenza. Non gi solo il fisico che studia la natura dovr
avere costantemente presente i dati forniti dallesperienza sensoriale nei suoi
procedimenti di indagine, ma anche il matematico, nel trattare le sue astrazio-
ni, dovr accuratamente far ricorso ad esempi visivamente esperibili per essere
compreso. Lo stesso filosofo, che pure si muove fra le astrazioni dei procedi-
menti razionali, sulla scorta del lavoro del fisico e del matematico, inizier da
ci che attestato dai sensi e se ne avvarr per procedere poi verso realt intel-
ligibili ed immateriali9. Degna di nota la preferenza che Giovanni sembra
accordare allopinione di Aristotele che ritiene la sensazione una facolt
dellanimo, su quella di Calcidio che la considera invece unaffezione del cor-
po10; preferenza che risulta confermata in un altro luogo del quarto libro, dove
lattivit di percezione delloggetto esterno da parte dellanima viene spiegata
8
ibid., 1.11.29 / 838B: Excitat [scil. natura] enim primo ingenium ad res aliquas percipiendas, et
cum eas perceperit, deponit quasi in custodia et thesauro memoriae; ratio quae percepta et commen-
danda vel commendata sunt studio diligenti examinat, et ex natura singulorum de singulis nisi forte
labatur in aliquo, verum profert incorruptumque iudicium.
9
ibid., 4.9.147-8 / 921C: Nam cum sensus secundum Aristotilem sit naturalis potentia indicativa
rerum, aut omnino non est, aut vix est cognitio, deficiente sensu. Siquis opera naturae quae ex elemen-
tis vel materia constant et forma, pertractet cum phisico, ratiocinandi viam ab indicio sensuum mutua-
tur. Si vero cum mathematico figuras abstrahat aut numeros partiatur, discretae multitudinis aut conti-
nuorum corporum copiam fidelibus oculis ingerit. Philosophus quoque qui rationalem exercet, qui
etiam tam phisici, quam mathematici cliens est, ab his incipit quae sensuum testimonio convalescunt,
et proficiunt ad intelligibilium incorporaliumque notitiam.
10
ibid., 4.9.148 / 921C-D: Est autem sensus ut Calcidio placet passio corporis ex quibusdam ex-
tra positis, et variae pulsantibus corpus, usque ad animam commeans. Nisi enim eadem aliquid violen-
tiae habeat, nec ad animam pervenit, nec cadit in sensus formam. [] Aristotiles autem sensum potius
vim animae asserit, quam corporis passionem, sed haec eadem vis ut iudicium suum de rebus formet,
passionibus excitatur. Et quia res percipit, earundem apud se deponit imagines, quarum retentione et
frequenti revolutione quasi thesaurum memoriae sibi format.

46
con lintervento e lintermediazione di un terzo elemento, che Giovanni chia-
ma spiritus, che funge da strumento con cui lanima stessa partecipa non solo
passivamente al processo di acquisizione11.
La partecipazione attiva dellanima diventa poi ancora pi evidente nella
fase successiva del processo conoscitivo: quello della ritenzione e
dellelaborazione del ricordo delle esperienze sensoriali passate. Giovanni, in-
fatti, arricchisce la scarna esposizione aristotelica soffermandosi sulle caratte-
ristiche dellimmaginazione, che, a suo dire, non si limita a tesaurizzare i ri-
cordi ma, spinta dalla sua stessa vivacit, inizia il suo lavorio di formazione di
nuove immagini combinando ed adattando quelle gi acquisite12. E, nel fare
cenno alla questione, sollevata da alcuni autori, se limmaginazione si diffe-
renzi solo di grado dalla sensazione o piuttosto sia un potere autonomo
dellanima, sembra propendere per lopinione secondo cui lanima - la cui so-
stanza semplice, individuale ed immateriale - presenti poi una molteplicit di
qualit quando, a partire da un momento di maggiore passivit nella sensazio-
ne, esercita poteri di crescente autonomia e controllo attraverso lelaborazione
della memoria ed il lavorio dellimmaginazione, per approdare, attraverso la
fase di ricerca e di riflessione, al momento finale della comprensione e
dellassenso. Ed afferma significativamente di credere che lanima abbia molti
pi poteri di quelli enumerati nei libri poich essa, nel suo stato di continua
peregrinazione lontana dal suo Creatore, destinata a rimanere del tutto ignara
della sua origine e, pertanto, a conoscere solo a stento le sue potenzialit13.

11
ibid., 4.30.167 / 934A: Liquet autem ex praecedentibus ad hoc ut sensus sit, plura concurrere,
ut sunt exterius offendiculum in quod impingit spiritus minister sentiendi, idemque spiritus qui exte-
rioris obstaculi qualitatem ad notitiam animae perfert. Ut sint tria, anima quae sentit, spiritus quo sen-
tit, et offendiculum quod exstrinsecus sentit.
12
ibid., 4.9.148 / 921D-922A: Dum vero rerum volvit imagines, nascitur imaginatio, quae non
modo perceptorum recordatur, sed ad eorum exempla conformanda sui vivacitate progreditur.
13
ibid., 4.9.148 / 922A-B: Quaesitum tamen est an a sensu distet imaginatio naturaliter, an a solo
percipiendi modo. Recolo enim fuisse philosophos quibus placuit sicut incorpoream simplicem et in-

47
Lattivit razionale dellanima esercita quindi il suo potere discriminante
e deliberativo gi nella fase immaginativa; anzi, qui dopo il giudizio di sem-
plice riconoscimento di un dato percettivo isolato attivato a livello della sensa-
zione - piuttosto un secondo giudizio che lanima mette in atto, procedendo
oltre la singola sensazione verso una sua determinazione qualitativa
(limmagine rappresenta questo o quello) il che richiede il ricorso al baga-
glio di immagini gi presenti in essa ed il potere di differenziarle , in un pro-
cesso deliberativo che gi aperto ad una anticipazione di stati di fatto futuri e
che pu efficacemente operare anche in assenza della cosa esterna percepita:
entrambi i giudizi, della sensazione e dellimmaginazione, sono qualificati
come opinione (opinio), che sar ritenuta vera ed affidabile se corrispondente
allo stato effettivo delle cose, falsa e inattendibile in caso contrario, e lerrore
sar sempre un difetto di cautela nellattivit di discriminazione che ritiene
corrispondente alla realt unimmagine diversa da quella che invece vi corri-
sponde in modo veritiero14. Inoltre, molto spesso sono i sensi stessi che ingan-
nano, anche la persona pi avveduta, rendendo pi difficile lesercizio del giu-
dizio e, di conseguenza, incerta la relativa opinione. Per cui, dal riconoscimen-
to del carattere fallibile dei sensi sulla scorta dellesperienza di errori passati,

dividuam esse substantiam animae, ita et unam esse potentiam, quam multipliciter pro rerum diversi-
tate exercet. Eorum ergo opinio est quod eadem potentia nunc sentiat, nunc memoretur, nunc imagine-
tur, nunc discernat investigando, nunc investigata assequendo intelligat. Sed plures sunt econtrario
sentientes animam quidem quantitate simplicem, sed qualitatibus compositam, et sicut multis ob-
noxiam passionibus, sic multis potentiis utentem. Et facile quidem crediderim plures esse, quam eo-
rum sit libris expressum, cum anima, dum a Domino peregrinatur, suae originis nimis ignara, vix vires
suas agnoscat. Et facile quidem crediderim plures esse quam eorum sit libris expressum, cum anima
dum a Domino peregrinatur, suae originis nimis ignara, vix vires suas agnoscat.
14
ibid., 4.11.149-150 / 923A: Est igitur imaginatio primus motus animae extrinsecus pulsatae,
quo secundum exercetur iudicium, aut per recordationem redit primum. Primum enim iudicium viget
in sensu dum aliquid album, aut nigrum, aut calidum, aut frigidum, esse pronuntiat. Secundum vero
imaginationis est, ut cum aliquid perceptorum retenta imagine tale, vel tale, asserit, de futuro iudicans
vel remoto. Hoc autem alterutrius iudicium, opinio appellatur. Et est quidem certa si pro ut se habent
de rebus iudicat, si vero aliter, infidelis. Hanc autem asserit Aristotelis animae passionem, eo quod
dum exercetur rerum imagines animae imprimantur. Quod si una pro altera imprimatur, pro errore quo
fallitur in iudicio, fallax vel falsa opinio nominatur.

48
la ragione spinta appunto ad adottare un atteggiamento di cautela favorevole
al formarsi di convincimenti che possano poi trovare effettivo riscontro nella
realt delle cose e ai quali potersi attenere fiduciosamente. Ed proprio da
questo sforzo costante della ragione che nasce la virt della prudenza, che i
Greci chiamano fronesis15. La facolt che lanima esercita quando, sotto lo
stimolo dei sensi, si sforza con prudente sollecitudine di evitare linganno sia
dei sensi sia delle opinioni gi in suo possesso - appunto la ragione. Tale fa-
colt, discriminando e soppesando le varie istanze che provengono dai sensi, si
sforza di esaminarle con attenzione e raccoglierle nellunit di un giudizio, che
sar tanto pi sicuro e genuino quanto pi intenso sar stato lo sforzo di deli-
berare dopo attenta riflessione. A motivo del carattere della sua attivit delibe-
rativa - che prende ad oggetto i dati dei sensi per trascenderli16 in virt
dellimmaginazione e del vaglio delle opinioni cui gi aderisce in merito - la
ragione definita da Giovanni come quel potere spirituale della natura capace
di discernere entit materiali ed immateriali al fine di esaminare le cose con
sicuro ed incorrotto giudizio17.
Il processo della conoscenza, se la facolt razionale stata validamente
esercitata, pu condurre comunque soltanto a stabilire unopinione, un convin-
cimento, pi o meno fondato, sullargomento oggetto dellesame; il convinci-

15
ibid., 4.11.150 / 923B: Nam saepissime falluntur sensus, non modo in parvulis ubi ratio putatur
otiosa, sed et in provecta aetate. Quod Aristotiles docens, dicit ex eo contingere lactentes omnes viros
putare patres, feminas autem matres. Quod sensus rudis fallitur, nec firmum potest afferre iudicium.
Baculus vero in aqua fractus videtur, etiam perspicacissimis. Et quia sensuum fallaciam deprehendit,
in eo agitatur ut et fidele aliquid teneat, cui sine errore fiducialiter possit inniti. Ab hac agitatione na-
scitur virtus, quam Graeci fronesin, Latini prudentiam vocant.
16
ibid., 4.18.156 / 926D: Ratio transcendit sensum.
17
ibid., 4.15.152-3 / 924D: Anima itaque pulsata sensibus, et prudentiae sollicitudine validius co-
cussa se ipsam exerit, collectisque in unum viribus, dolos sensuum et opinionum studet intentius de-
clinare. Sua vero intentione perspicacius videt, firmius tenet, et sincerius iudicat. Et haec est vis quae
ratio nominatur. Siquidem ratio est potentia spiritualis naturae, discretiva rerum corporalium, et incor-
poralium, quae res appetit firmo et sincero examinare iudicio. Ipsum quoque iudicium eius, censetur
nomine rationis.

49
mento sar accompagnato da un pi o meno intenso grado di certezza, ma qua-
si mai del tutto esente dal dubbio: per quanto fondata su valide ragioni, resta
comunque unopinione, e opinio plerumque labitur18. indubbio che la ve-
rit ottenuta con un serio sforzo della ragione pu dare forza e stabilit alla
certezza19: ma, a quali verit pu aspirare la ragione umana?
Intanto, il compito inesauribile della verit sembra essere troppo vasto
perch luomo possa credere di esaurirlo nella sua breve vita: con pochi giorni
dietro a s e pochi ancora da vivere, nel frattempo deve limitarsi a trarre dalla
conoscenza del passato qualche indizio per orientare il suo giudizio e la sua
azione per il futuro, in base ad un criterio di verosimiglianza (ex similibus si-
milia) che ritenga valide per il futuro le cause che appunto abbiano somiglian-
za con quelle accertate nel passato20. Da cui, come si visto, la genesi dellarte
che con i compendiosi strumenti della ragione, soppesando le cose in base alla
somiglianza ed alla dissomiglianza, mette, per cos dire, in grado di conseguire
una determinazione scientifica finita di una realt infinita21. In tale lavorio di
mediazione dellesperienza e di illazione dal noto verso lignoto, lumana na-
tura, pur restando - a differenza della natura angelica o della natura divina - in-
trinsecamente debole ed incerta ed esposta costantemente dalla natura e dal
peccato alla possibilit di errore, capace di pervenire, come risultato del suo
impegno nello scrutinio delle ragioni, ad unopinione che possa essere qualifi-
cata come vera perch capace di vedere e di esprimere con linguaggio veri-
tiero le cose esterne alla ragione come effettivamente sono e intenderne in-

18
ibid., 2.5.62 / 861C.
19
ibid., 4.39.178 / 942A: Haec [scil. veritas] est soliditas certitudinis, in qua rationis viget exa-
men.
20
Pol., 2.28.163 / 473B: Qui fere pridie natus est, post dies pauculos decessurus, medio tempore
ex similibus similia colligit, et de causis sibi interim notis ratiocinatur in posterum.
21
Met., 2.11.30 / 839A: Ratio eorum quae sensibus aut animo occurrunt examinatrix animi vis
est, et fidelis arbitra potiorum. Quae rerum similitudines dissimilitudinesque perpendens, tandem ar-
tem statuit, quasi quandam infinitorum finitam esse scientiam.

50
sieme le mutue relazioni22. Ma la ragione umana, oltre ad avere in s una limi-
tata capacit cognitiva (apprehendit quod potest), incontra un limite ulteriore
nella stessa realt delle cose.
La conoscenza basata sullautorit dei sensi , con le riserve gi segnala-
te, sicura ed affidabile, ma non assoluta. Essa infatti rimane ristretta
allesperienza attuale o passata e la certezza che si pu guadagnare con essa
solo provvisoria, perch proprio i sensi attestano il carattere perennemente
mutevole della stessa realt esaminata: la ragione costretta dal corso delle
sue stesse indagini a riconoscere che il connotato di una realt in perenne di-
venire la categoria della possibilit piuttosto che quella della necessit. Per
cui, vasto sembra essere il campo dellopinione e del dubbio, molto ristretto
quello della certezza assoluta.
Certamente, dato osservare, sia nel campo dei fenomeni naturali che in
quello delle relazioni umane, alcune regolarit che si verificano in maniera
tanto costante da stabilire nellanimo umano unopinione che sembra non tro-
vare mai smentita e assomigliare molto ad una certezza assoluta, come quan-
do, ad esempio, si certi del ritorno del sole dopo la notte. Giovanni attribui-
sce il nome di fede (fides) ad un opinione di tal genere e, riprendendo la defi-
nizione data da Aristotele nei Topica, la definisce come unopinione violenta
(vehemens opinio), ritenendola indispensabile sia nelle cose umane che in

22
ibid., 4.33.170 / 936A-B: Natura vero angelica quae noxio corpore non tardatur, et divinae pu-
ritati familiarius inhaeret, rationis incorruptae viget acumine, et licet non aequaliter Deo cuncta exa-
minet, ea rationis praerogativa ditatur, ut nullo supplantetur errore. At humana infirmitas, quae tam ex
condicione naturae quam merito culpae multis patet erroribus, immo capta labitur, a prima et secunda
puritate degenerat in examinatione rerum, id est in exercitio rationis. Et quia incertiudinis lubrico va-
cillat, apprehendit quod potest, et nunc se fida rerum similitudine veras exercet opiniones, nunc decep-
ta vanis imaginibus falsas. Si enim res ut se habet comprehenditur vera opinio est, si sic verbo exponi-
tur, est vera locutio. Unde nonnullis philosophorum probabiliter placuit, veritatem unde opinio vera
dicitur, aut sermo verus, quasi medium quendam habitum esse rerum, quae examinantur extrinsecus
ad rationem. Si enim eis fideliter in examinando innititur, certa est, nec aliquo vacillat errore. Itaque
locutio quae vera dicitur a modo quem innuit modalis appellatur, item opinio vera diciter a modo per-
cipiendi, et ratio vera a qualitate examinis sui.

51
quelle divine23.
Eppure, neanche con la fede la ragione raggiunge mai la piena evidenza
conoscitiva e la certezza assoluta, che Giovanni assegna invece ad una terza
posizione in cui luomo pu trovarsi nei confronti della conoscenza umana:
quella della scienza (scientia), in cui la ragione raggiunge la vetta delle sue
possibilit di astrazione riconoscendo alcune verit come evidenti e per s note
e utilizzandole come premesse di procedimenti dimostrativi governati da asso-
luta necessit per approdare deduttivamente a nuove verit dotate di altrettanta
certezza ed evidenza. Ma, come si vedr, questo particolare potere viene eser-
citato dalla ragione solo in alcuni specifici campi: principalmente, quello delle
verit razionali di carattere universale che la ragione riconosce da s anche
se occasionate dai sensi, come ad esempio: ogni corpo ha necessariamente un
colore , e quello delle verit e dimostrazioni matematiche. Invece, nella co-
noscenza sensibile, dove tutto ci che potrebbe essere altrimenti, la ragione
in grado soltanto di stabilire unopinione suscettibile di vari gradi di certezza e
di credenza: se debole, sar esposta alloscillazione dellincertezza e del dub-
bio; se forte, metter capo alla fede e si avviciner alla certezza; e pu anche
accadere che tale forza cresca fino ad assomigliare ad una certezza assoluta,
come nel caso citato del ritorno del sole e, in genere, in tutti i casi in cui la ra-
gione riconosce alcune regolarit nei fenomeni della natura rispetto ai quali
lesperienza umana, pur ritenendolo possibile, non ha mai riscontrato un caso
contrario. In tali circostanze, la fede, pur restando inferiore alla scienza quanto

23
ibid., 4.13.151 / 923D-924A: Potest tamen esse fidelis opinio, ut cum post noctem sol creditur
rediturus. Unde quia humana transitoria sunt, certum opinionis de eisdem nequit esse iudicium, nisi
raro. Si autem quod non usquequaque certum est, pro certo statuatur, fit accessus ad fidem, quam Ari-
stotiles definit esse vehementem opinionem; fides autem tam in humanis quam in divinis rebus maxi-
me necessaria est, cum nec contractus sine ea celebrari inter homines possent aut aliqua exerceri
commercia. Inter Deum quoque et homines meritorum praemiorumque nequit esse commercium, fide
subtracta.

52
ad evidenza conoscitiva, pu essere a questa paragonata nella certezza del giu-
dizio cui giunge24. Pertanto, essa si colloca fra lopinione e la scienza: con la
prima condivide la possibilit del dubbio conoscitivo, con la seconda la sal-
dezza nellatteggiamento di credenza25.
chiaro, quindi, che ogni qual volta nel processo della conoscenza resta
un margine di possibilit allemergere di una instantia in quo non sic, il dub-
bio mantiene viva lesigenza della ricerca, e la relativa opinione sar ritenuta
tanto pi affidabile quanto pi alta sar stata riscontrata la frequenza
dellevento. La conoscenza frutto di una ricerca di questo genere, la sola alla
quale sembra ragionevole aspirare nel campo della natura e dellagire umano,
definita da Giovanni conoscenza probabile (probabilis).

Est autem probabile, quod habenti judicium, etiam a superficie innotescit, sic quidem
in omnibus, et semper, aut in paucissimis, et admodum raro, aliter existens. Quod
enim semper sic, aut frequentissime, aut probabile est, aut videtur probabile, etsi aliter
esse possit. Tanto autem probabilius, quanto habenti judicium facilius et certius inno-
tescit. Sunt enim quaedam tanta probabilitatis luce conspicua, ut etiam necessaria re-
putentur. Quaedam autem, eo quod opinioni minus familiaria sint, vix ascribuntur pro-
babilibus26.

Probabile ci che risulta relativamente stabile nellesperienza, ci che

24
ibid., 2.14.77 / 871D-872A-B: Siquidem si opinio tenuis, judicio vacillat incerto. Si vehemens,
transit in fidem, et ad judicium certum aspirat. Si autem adhuc eius vehementia invalescat, ut aut non
protendi, aut parum possit, licet infra scientiam sit, tamen scientiae quod ad certitudinem iudicii coae-
quatur. Quod quidem palam est auctore Aristotele, in his quae sensu solo cognoscuntur et aliter esse
possunt. Ignotum enim erit cum occiderit sol, si adhuc feratur super terram, et in nostrum sit hemi-
sphaerium reversurus, eo quod tunc cesset sensus per quem lationis eius habebatur scientia. Fides ta-
men lationis et reditus tanta est, ut aliquatenus videatur aequis cum scientia passibus ambulare. Si vero
sensus scientiam parit eius, quod aliter esse non potest, ut si quis lineam visu docente longam sciat,
aut superficiem coloratam, cessante visu non evanescit quidem scientia, eo quod rem ita esse necesse
est. Ergo quod divisim in omnibus, vel in pluribus alicuius generis invenitur, aut universaliter in om-
nibus statuendum est, aut ferenda instantia in quo non sic. Est autem instantia alicuius talis obvia posi-
tio collectae universitati praeiudicans.
25
ibid., 4.13.151 / 924A-B: Est [scil.fides] et media inter opinionem et scientiam, quoniam per
vehementiam certum asserit, ad cuius certitudinem per scientiam non accedit.
26
ibid., 2.14.77 / 871D.

53
per la frequenza con cui ricorre pu essere ragionevolmente ritenuto vero da
persona di giudizio, cio esperta, prudente e cauta nelle valutazioni. La cono-
scenza probabile, come la corrispondente opinione, suscettibile di grado in
relazione al grado di facilit e certezza con cui la persona di giudizio giunge a
determinarne il valore di verit. A volte la probabilit cos alta da essere ri-
tenuta piuttosto una necessit; altre invece, la scarsa familiarit con
unesperienza la faranno escludere del tutto dal campo della probabilit. Quin-
di, se il probabile ci che per lo pi , ma che potrebbe essere altrimenti, il
necessario ci che si crede non possa essere altrimenti27. Dove degno di
nota che Giovanni sembra considerare il necessario come un grado altissimo
di probabilit e, del tutto coerentemente con il punto di vista accademico, la
stessa constatazione di ci che necessario come una semplice opinione
(quod aliter esse non posse creditur).
Quindi, come esito della sua indagine, Giovanni ritiene di poter ragione-
volmente dare per stabilita la capacit deliberativa della ragione di pervenire,
partendo dai dati sensoriali, a risultati che a volte possono esser considerati
senzaltro veri, altre volte ed il pi delle volte - soltanto probabili28. E si
visto che lassunzione del punto di vista del probabilismo moderato come
principio guida della sua indagine filosofica, pur sospingendolo ad una estre-
ma cautela nellapprezzamento degli effettivi poteri della ratio, gli consente
nondimeno di nutrire un fiducioso affidamento sul valore degli strumenti a di-
sposizione dellumana conoscenza nellarduo compito della ricerca della veri-
t. Pertanto, una volta afferrato nel suo autentico significato lintimo legame

27
ibid., 3.9.129 / 909C-D: Quod frequentissime sic, probabile quidem, quod nunquam aliter, ma-
gis probabile, quod aliter esse non posse creditur, necessarii suscipit nomen.
28
ibid., 4.30.167 / 934A: His [scil. anima, spiritus e offendiculum: e vedi nota 10] excitatur
vis deliberativa, quam supra nominavimus rationem, suumque iudicium exercet, quod itidem ratio ap-
pellatur. Quod quidem interdum verum, interdum probabile est.

54
fra ragione e verit, a chi voglia indagare la sostanza e della ragione e della ve-
rit, non resta da fare altro che impegnarsi nellesame del potere della logica,
vero ed unico strumento di razionale ricerca e valutazione del vero29.

29
ibid., 4.30.167 / 934B-C: Nec est ubi iustius de rationis veritatisque substantia quaeratur, quam
ubi vis logicae discutitur, quae se profitetur scientiam veritatis ut asserit Augustinus, et utinam assequi
valeat quod promittit. Constat autem quia plurimum prodest, et inveniendi examinandique rationes
viam et copiam praestat.

55
Capitolo VI. La dialettica come scientia probabilium.

Unde et dialecticus ab illis abstinebit quae nulli videntur, ne


habeatur insanus, et a manifestis, ne palpare videatur in tenebris, et
his dumtaxat insistet quae aut omnibus, aut pluribus, aut praecipuis,
in uno quoque generum nota erunt.
Met. 2.13.76 / 871C

1. Il ruolo della dialettica nella conoscenza umana.


L'indagine condotta da Giovanni sulla conoscenza sensibile - fonte, come
insegna Aristotele, di ogni altra conoscenza accessibile alluomo1 - ne ha fatto
emergere il carattere intrinsecamente provvisorio: conoscenza che perviene
sempre a risultati soltanto probabili, in quanto tali essenzialmente esposti alla
possibilit di revisioni e correzioni future, anche se alcuni di essi si rivelano
dotati di un grado di probabilit cos alto da giungere a costituire e progressi-
vamente arricchire un patrimonio di conoscenze universalmente accettato e
condiviso. Una conoscenza, quindi, che, fondandosi su valutazioni di probabi-
lit, trova il suo campo pi fecondo di elaborazione e di controllo proprio nella
pratica della discussione fra gli uomini che, se animati da un sincero amore per
la ricerca e resi prudenti dalla consapevolezza dei limiti imposti allumana ra-
gione, possono confidare in un progressivo accostamento alla verit attraverso
il confronto delle diverse, spesso contrastanti, opinioni. Ma, affinch ci av-
venga, occorrer che la discussione sia condotta attraverso argomentazioni che
non siano viziate n da un uso scorretto del linguaggio n da errori di ragio-
namento. Solo unargomentazione portata avanti nel rispetto del significato
delle parole e delle regole che governano la deduzione logica non mancher di
far prevalere, a vantaggio del progresso sulla via che conduce alla verit,
largomento pi persuasivo, consolidando in questo modo laffidabilit e la

1
Met., 4.20.158 / 928B: Haec quidem de passione sensuum, et viribus et dignitate animae multa
brevitate perstricta sunt, ut constaret quia ut ait Aristotiles ars sive scientia originem trahit a sensu.

56
verosimiglianza della corrispondente opinione nel giudizio dei disputanti.
La disciplina logica che insegna a ben condurre una discussione in modo
da approvare o rifiutare ci che in s dubbio o contraddittorio o come tale si
presenta alla ragione, la dialettica. Giovanni, citando Agostino, la definisce
appunto come scienza del disputare bene (bene disputandi scientia): il suo
esercizio, attraverso il costante controllo dellefficacia delle parole e della va-
lidit dei nessi deduttivi, rende possibile allumana ragione laccostamento alla
verit mediante la probabilit (vere et probabiliter probare)2. Questa , infatti,
la finalit perseguita dal dialettico: giungere a stabilire il probabile, che con-
trassegna lambito pi vasto della conoscenza accessibile alluomo perch
comprendente tutti quei risultati conoscitivi che non risultano n falsi n appa-
renti ma che, in quanto riconosciuti verosimili, si possono ragionevolmente ri-
tenere partecipi del vero senza tuttavia definitivamente identificarsi con esso.
In quanto disciplina commisurata alle concrete capacit conoscitive
dellumana ragione, la dialettica da ritenersi perci superiore sia alla logica
apodittica che alla logica sofistica: nessuna di queste in grado di produrre i
risultati della dialettica, in quanto la prima, aspirando alla verit assoluta,
ignora la probabilit; la seconda, con il solo scopo di prevalere nella disputa,
abbandona del tutto la causa della verit3.

2
Met., 2.4.60-1 / 860B-C: Est autem dialectica ut Augustino placet, bene disputandi scientia.
Quod quidem ita accipiendum est, ut vis habeatur in verbis, ne scilicet dialectici credantur quos casus
iuvat artis beneficio destitutos. Item bene non disputat, qui id quod intendit vere et probabiliter nequa-
quam probat. Pace dixerim demonstratoris et sophistae quorum neuter bene procedit ad propositum
dialectici, si alter probabilitatem non habet, alter deserit veritatem. Uterque tamen si suum metiatur of-
ficium, bene probat dum non omittit quicquam ex contingentibus suae facultatis. Est autem disputare
aliquid eorum quae dubia sunt aut in contradictione posita, aut quae sic vel sic proponuntur ratione
supposita probare vel improbare.
3
Un ruolo predominante, quello della dialettica, ma non esclusivo. Nel terzo libro del Metalogicon
(cfr. 3.5.119 / 902B-C), nellavviare una dettagliata esposizione del contenuto dei Topica di Aristote-
le, Giovanni sottolinea con forza il carattere di mutua complementariet dei trattati dellOrganon che
apprestano la necessaria conoscenza delle tecniche relative alle tre branche della logica: gli Analytica,
i Topica e gli Elenchi sophistici. Essi costituiscono il corpo unitario ed organico dellarte logica al cui
esercizio contribuiscono, pur con diverse finalit, per mezzo dei comuni procedimenti di inventio e iu-

57
stato sottolineato che la collocazione della dialettica in un momento
peculiare e ben definito della complessa articolazione delle parti della logica,
tale da differenziarla dalle altre branche che la compongono in ragione di una
consapevole tensione conoscitiva verso una verosimiglianza intesa come tra-
guardo sempre temporaneo sulla via della ricerca della verit, acquista un si-
gnificato filosofico preciso, gravido di conseguenze per lelaborazione di un
metodo della conoscenza razionale, che trover la sua migliore applicazione
soprattutto in ambito teologico4.
Il valore preminente assegnato alla probabilit nella conoscenza umana
ed alla dialettica quale strumento razionale per cercarla e stabilirla -, gi emer-
so e confermato nel corso dellindagine genetica sulla conoscenza sensibile,
trova infatti il suo fulcro in una opzione filosofica di fondo del pensiero di
Giovanni: alla ragione umana precluso laccesso ad una conoscenza certa,
evidente ed immediata di verit che rivelino in modo definitivo la struttura
della totalit dellessere, per quanto essa trovi anche, e forse soprattutto, in
s stessa elementi che ne indicano lesistenza e la stimolano a proseguirne la
ricerca, accontentandosi nel frattempo di riuscire a dare relativa stabilit e cer-
tezza a risultati conoscitivi che la riconosciuta validit dello strumento di in-
dagine possono far ritenere almeno simili al vero. Pertanto, allambito della
probabilit ed alla sua ricerca va dato il massimo rilievo, avendo cura di deli-
mitare la trattazione della necessit entro i confini delle materie che la ragione
riconosce essere oggetto della logica apodittica.
Di qui lesigenza di fissare un criterio di distinzione fra lambito del pos-
sibile e quello del necessario. Ebbene, per Giovanni, anche tale criterio as-

dicium, rendendo possibile la ricerca della verit in qualsiasi campo del sapere. Dei tre, lo studio dei
Topica ritenuto da Giovanni quello massimamente necessario, soprattutto per coloro che mirano ad
argomentare intorno al probabile.
4
DONOFRIO, Et Boeziana, p. 371.

58
soggettato al vaglio dellopzione probabilistica di fondo. Chi pu dire infatti di
conoscere con certezza ed evidenza il confine che separa il possibile dal ne-
cessario?
Nel campo della ricerca fisica, si visto, la ragione, operando sulle rela-
zioni di somiglianza e dissomiglianza fra i fenomeni, pu anche giungere a ri-
sultati conoscitivi che appaiono possedere la saldezza di una verit assoluta.
Ma determinare con certezza e precisione nei singoli casi la forza di connes-
sione o di repulsione fra i fenomeni indagati per trarne in merito un giudizio di
necessit estremamente arduo: troppe volte la pretesa di necessit ha trovato
smentita in unistanza contraria di una successiva esperienza. La ragione, dono
fatto alluomo da madre Natura, non abbia pretese di identificarsi con essa
che, sola, conosce le proprie potenzialit. Molto meglio risolversi a scrutare
con cura il corso degli eventi naturali per coglierne la disposizione che mostra
il pi alto grado di probabilit e continuare a scuotere la natura nel suo stesso
seno perch chiarisca sempre meglio lestensione delle sue necessit e delle
sue probabilit5.
Nel campo del sapere matematico, invece, la ragione riconosce non solo
sottratti al dubbio, ma evidenti e per s noti i principi a partire dai quali tutte le
altre verit vengono dimostrate con ferrea necessit deduttiva mediante
lapodittica6. Quello matematico sembra quindi un ambito governato totalmen-

5
ibid., 3.9.129 / 909C-D: Non est autem facile in singulis semper explorare rerum quam firmus
sit nexus, aut quanta dissensio, et ob hoc quid simpliciter necesse, quidve magis probabile sit iudicare,
interdum difficilius est. Sed quod frequentissime sic, probabile quidem, quod nunquam aliter, magis
probabile, quod aliter esse non posse creditur, necessarii suscipit nomen. Nam penes naturam est ne-
cessariorum possibiliumque definitio. Sola siquidem vires suas agnovit. Adamas diu habitus est inse-
cabilis, quia nec ferri nec calibis verebatur acumen. Tandem vero cum plumbo, et sanguine hircino
sectus esset, patuit factu facile, quod prius impossibile videbatur. Ergo solitus rerum cursus diligenter
advertendus est, et quodam modo excutiendus naturae sinus ut necessariorum probabiliumque natura
clarescat.
6
ibid., 4.8.146 / 920B-C: Necesse enim est disciplinarum praenosse principia, et ex his ex neces-
sitate verorum sequelam colligere consertis rationibus, et ut sic dixerim calcatius urgendo nequis quasi
ex defectu necessitatis videatur hiatus, qui demonstrativae scientiae praeiudicium afferat. Non utique

59
te dalla necessit del metodo della dimostrazione che, debole ed incerto ri-
guardo ai mutevoli fenomeni naturali, mostra invece tutta la sua forza se ap-
plicato agli oggetti matematici: tutto ci che da essi ricava deduttivamente
verit indubitabile e necessaria7. Ma qual il fondamento dellindubitabilit
ed evidenza di quei primi principi?
Invero, in tutte le discipline filosofiche vi sono dei dati primi che non
possono essere posti in dubbio se non da chi professa uno scetticismo radicale.
Anche nella conoscenza basata sullautorit dei sensi - accanto a dati testimo-
niati da unesperienza sensoriale in atto e a quelli la cui indubitabilit risiede
sulla costante ricorrenza di un fenomeno - ve ne sono alcuni, di natura pi
astratta ed universale, che si impongono ad una riflessione pi precisa e raffi-
nata come cognizioni necessarie che non ammettono alcuna istanza contraria:
alla ragione umana non pu che apparire inconcepibile una linea senza lun-
ghezza, o una superficie priva di colore; fino a ritenere che, essendo inimma-
ginabile in tali casi unistanza contraria, la constatata necessit, pur manife-
standosi in occasione dellesercizio della facolt sensoriale, sembra piuttosto
risiedere nella ragione stessa (cessante visu non evanescit quidem scientia). E,
invero, gi questabito che largomentazione dialettica fa acquisire di tener
sempre in debito conto di una possibile instantia in quo non sic, ratifica, fra
laltro, lindispensabilit della scientia probabilium in ogni campo della cono-
scenza8. Nella conoscenze puramente intellettive, come la matematica, accanto

omnis scientia demonstrativa est, sed illa dumtaxat, quae ex veris et primis est, et immediatis.
7
ibid., 2.13.76 / 871B: Vacillat itaque in naturalibus plerumque corporalibus et mutabilibus dico
ratio demonstrandi, sed in mathematicis efficacissime convalescit. Quicquid enim in numeris, propor-
tionibus, figuris, similibusque ab ea colligitur, indubitanter verum est, et aliter esse non potest.
8
ibid., 2.14.77 / 872A-B: Si vero sensus scientiam parit eius, quod aliter esse non possit, ut siquis
lineam visu docente longam sciat, aut superficiem coloratam, cessante visu non evanescit quidem
scientia, eo quod rem ita esse necesse est. Ergo quod divisim in omnibus, vel in pluribus alicuius ge-
neris invenitur, aut universaliter in omnibus statuendum est, aut ferenda instantia in quo non sic. Est
autem instantia alicuius talis obvia positio collectae universitati praeiudicans. Scientia itaque probabi-
lium copiosa, expeditissimam ad omnia viam parat.

60
allindubitabilit, i dati primi, come si diceva, si mostrano in pi dotati di una
chiarezza ed evidenza conoscitiva tali che la ragione sembra riconoscerli im-
mediatamente come veri e dotati di una necessit assoluta. In realt, osserva
Giovanni, in entrambi gli ambiti di conoscenza tali principi primi poggiano a
loro volta su elementi conoscitivi ancora anteriori, e questi ultimi si rivelano in
ultima istanza fondati sulla fides. Sono nozioni e concetti astratti ed universali
che risultano conformi a ragione e che questa chiede che le siano concessi gra-
tuitamente, senza dimostrazione, affinch possa procedere allorganizzazione
della conoscenza. Giovanni, con terminologia tratta dalla geometria, li chiama
nozioni universali dello spirito (communes conceptiones animi)9. Il riferi-
mento alla sistemazione assiomatica euclidea, ove, accanto alle definizioni
degli enti geometrici ed ai cinque postulati, sono presenti nozioni comuni
( )10 - come ad esempio: cose che sono uguali ad una stessa so-
no anche uguali tra loro o il tutto maggiore della parte. Quindi, le com-
munes conceptiones animi sono dati conoscitivi ultimi, non ulteriormente ana-
lizzabili n deducibili da verit pi elementari, che si affiancano ai postulati
veri e propri, specifici del campo di sapere particolare, e che risultano indi-
spensabili alla ragione dimostrativa per procedere correttamente a dedurre da
quelli tutte le altre verit pertinenti a quel campo. Citando Aristotele, Giovanni

9
Pol., 7.7.115 / 649B-D: Sunt enim in omnibus philosophicis disciplinis quaedam prima et, ut ita
dicatur Cratini uerbo, primitiva principia de quibus eodem auctore dubitare non licet nisi his quorum
labor in eo versatur ne quid sciant. Nam, sicut quaedam se corporeis sensibus ingerunt ut apud sensa-
tos latere non possint; quaedam subtiliora sunt ut, nisi familiarius adhibita et prospecta diligentius et
pertractata sint, non sentiantur; sic sunt aliqua tanta sui luce perspicua ut latere non possint rationis
aspectum sed communiter videantur ab omnibus, magis tamen et minus pro capacitate et viribus sin-
gulorum; alia quidem sunt quae quasi quodam scrutinio indigent et, quia istorum consecutiva sunt, di-
ligentius perscrutantem latere non possunt. Et his tamen et illis quaedam videntur anteriora esse quae
ratio philosophiae quasi in fidei fundamento constituit, petens ut in spe proficiendi ea sibi gratuito
concedantur. Sic et geometrae primo petitiones quasdam quasi totius artis iaciunt fundamenta, deinde
communes animi conceptiones adiciunt et sic quasi acie ordinata ad ea quae sibi sunt demonstranda
procedunt. Sed et petitiones ipsae adeo consentiunt rationi ut protervire videatur quisquis eas vel hosti
non concedit.
10
Cfr. EUCLIDE, Gli Elementi, a cura di Attilio Frajese e Lamberto Maccioni, Torino 1970, p. 73.

61
ritiene che, come ogni nozione universale, esse si formino nellanima attraver-
so inferenze induttive da casi particolari fino ad acquisire quel carattere di
universalit e di certezza propria della fede. Anche esse, pertanto, trovano la
loro origine nella sensibilit, che costituisce il vero fondamento di tutte le arti,
in quanto appronta la conoscenza preliminare che apre la via alla conoscenza
dei principi primi di queste11. E come per ogni universale, sono il prodotto del
potere astraente della ragione che, prendendo avvio dalla percezione sensoria-
le, giunge a cogliere ed elaborare nozioni, concetti e relazioni concettuali che
trascendono il singolo dato sensibile, risultando veri in un numero illimitato di
istanze particolari.
Ora, se latteggiamento di Giovanni pu apparire oscillante fra una con-
cezione di tali verit fondamentali come immediatamente evidenti e per s no-
te e, quindi, oggetto di scientia -, ed una concezione che le considera fondate
sulla fede, che invece solo il grado pi elevato dellopinione ed inferiore alla
scientia, qui basti, per il momento, sottolineare che per lui neanche le verit
oggetto della logica apodittica sono del tutto estranee allambito della probabi-
lit se il criterio di distinzione fra necessit e probabilit non presenta un fon-
damento sicuro e se la stessa determinazione di ci che necessario non pu
che avere la natura problematica di una conclusione raggiunta con le cautele
argomentative proprie della scientia probabilium. Infatti, se necessario ci

11
Met., 4.8.146-7 / 920C-921B: Communes itaque conceptiones animi praecedunt, deinde per se
nota, et ex his demonstrativa exhoriturCommunes enim conceptiones a singulorum inductione fi-
dem sortiuntur. Impossibile enim est universalia speculari, non per inductionem. Quoniam ut ait [scil.
Aristotiles] quae ex abstractione dicuntur, per inductiones nota fiunt. Inducere autem non habentes
sensum, impossibile est. Singularium enim sensus est. Nec contingit ipsorum accipere scientiam, ne-
que ex universalibus sine inductione, nec per inductionem sine sensu. Fit ergo ex sensu memoria, ex
memoria multorum saepius iterata, experimentum, ab experimentis scientiae aut artis, ratio manat.
Porro ab arte quae usu et exercitatione firmata est provenit facultas exequendi ea quae ex arte gerenda
sunt. Sic itaque sensus corporis qui prima vis, aut primum exercitium animae est, omnium artium pra-
eiacit fundamenta, et praeexistentem format cognitionem quae primis principiis viam non modo aperit,
sed et parit.

62
che non pu essere altrimenti, determinarlo con sicurezza postula un giudizio
capace di circoscrivere lintero ambito delle possibilit. Ma, giacch nessuno,
o quasi nessuno, pu dire di comprendere appieno le forze della natura ed il
numero delle possibilit noto solo a Dio, risulta non solo incerto ma anche
temerario esprimere giudizi perentori intorno alla necessit. Di nuovo, chi pu
dire di conoscere il confine fra il possibile e limpossibile? E Giovanni cita il
parto della Vergine che, nella pienezza dei tempi, ha solennemente smentito
quanti, considerandolo un assioma, hanno per secoli e secoli ritenuto impossi-
bile per una donna essere insieme vergine e madre. Ci che in s necessario,
in nessun caso accadr in modo diverso. Ma ci che necessario soltanto nel
giudizio degli uomini, pu anche non rivelarsi tale12.
Queste dunque le ragioni che inducono Giovanni a ritenere ampiamente
fondato il ruolo preminente della dialettica. Essa, in quanto scientia probabi-
lium, non rischia di trovare, nel campo della natura e dellessere in genere,
smentite tali da sconvolgere i suoi principi: il dialettico, astenendosi da ci che
a nessuno sembra vero e da ci che gi evidente, limiter cautamente la di-
scussione a ci che risulta vero a tutti, ai pi o agli esperti in ciascun campo
del sapere13. E latteggiamento schiettamente e metodicamente orientato verso
la prudente valutazione di qualsiasi punto di vista lo terr lontano dalle azzar-
date posizioni e dalle false certezze di tanti filosofi dogmaticamente fiduciosi
nella saldezza delle loro tesi, ogni volta puntualmente contraddetta dai dubbi e

12
ibid., 2.13.75 / 870D -871A: Ceterum quia vires naturae, aut nullus plene scrutatur, aut rarus, et
numerum possibilium solus Deus novit, de necessariis plerumque non modo incertum sed et temera-
rium iudicium est. Quis enim novit penitus, quid esse possit, aut non possit? Si peperit, cum aliquo
concubuit, aut corrupta est, necessarium esse duxerunt saecula multa. Sed tandem in fine temporum,
non necessarium esse docuit integerrimae Virginis partus. Quod enim simpliciter necesse est, nullo
modo aliter esse potest. Mutari vero potest, quod a determinatione necesse est.
13
ibid., 2.13.76 / 871C: Unde et dialecticus ab illis abstinebit quae nulli videntur, ne habeatur in-
sanus, et a manifestis, ne palpare videatur in tenebris, et his dumtaxat insistet quae aut omnibus, aut
pluribus, aut praecipuis, in uno quoque generum nota erunt.

63
dalle obiezioni sollevati da altri di diverso orientamento. E non poteva non ac-
cadere, visto che da ogni parte si offrono conoscenze probabili mentre molto
poche sono le verit asserite con pretese di necessit che risultano immuni da
qualche argomento contrario14.
La dialettica si presenta quindi come un valido esercizio preliminare alla
prassi filosofica: il filosofo che aspiri a gettare uno sguardo su verit pi pro-
fonde trover in essa una base sicura ed affidabile per unattivit di indagine
consapevole dei rischi che inevitabilmente si corrono quando si abbandona il
terreno della probabilit. Il compito della verit infinito, mentre ogni scienza
e conoscenza umana finita e pu solo rendersi consapevole del confine che
ancora la separa da un ambito di verit senza fine: solo Dio, nella sua natura
infinita, possiede la scienza e la sapienza infinite necessarie per cogliere la
perfezione del vero, a cui la debole ragione umana - confinata a definire, a de-
limitare loggetto di indagine per aspirare a coglierne una corretta ma inevita-
bilmente parziale cognizione - pu solo guardare come ideale a cui incessan-
temente tendere15. Il filosofo pu ben aspirare alla verit assoluta attraverso la
ricerca dei principi primi di tutte le cose, ma occorre che egli sia consapevole
che la forza della ragione si dilegua quando affronta argomenti cos elevati16, e
che una ricerca ostinatamente ignara dei limiti imposti alla razionalit umana
non potr che generare vano orgoglio della ragione, fomite soltanto di errori.

14
Met., 4.30.166 / 933C: Undique probabilia multa occurr[u]nt, quia ut ait Pitagoras fere de omni
re potest in contrarium disputari.
15
ibid., 2.20.90 / 881B: Omnis enim scientia, sive notitia creaturae finita est, solius autem Dei,
quoniam infinitus est, scientia infinita; suo tamen fine scilicet infinito, quamlibet infinita, certissime
definit, et immensitatis suae scientia, et sapientia, cuius numerus aut finis non est, circumscribit. Sed
nos modulum humanum prosequimur, qui non primam, non secundam, non tertiam, sed nec aliquam
rei infinitae, nisi quatenus ignota aut infinita est, sibi scientiae gloriam vindicat. Omnis itaque dictio
quae demonstrative aut relative significat, aut non satis proprie ponitur, aut certo et sua ratione defini-
to innititur subiecto. Alioquin suo privabuntur officio, cum ratio cognitionis certitudinis finem quaerat
aut teneat.
16
ibid., 2.20.93 / 883A: Vires enim rationis quodam modo circa rerum principia evanescunt.

64
Ma se ritiene, come dovrebbe, che la filosofia studium sapientiae, egli dovr
innanzitutto prendere coscienza di ci che umanamente possibile conoscere
in modo affidabile e, pertanto, non potr che preliminarmente giovarsi dello
strumento dialettico per ricercare ed attenersi alla conoscenza probabile, i cui
argomenti sono i soli che la debole umanit capace di comprendere17. Scon-
giurando cos, come Giovanni segnala allamico Tommaso Becket nel Prologo
al Metalogicon, i tre temibili pericoli per la salvezza individuati da tanti illustri
scrittori: lignoranza del vero, lingannevole e sfrontata affermazione del falso,
e la presuntuosa ostentazione della verit18.

2. Un caso esemplare: il problema degli universali.


Il problema degli universali19 per Giovanni lesempio lampante di ci a
cui inevitabilmente conduce unindagine che, deviando dalle finalit proprie
della disciplina logica, si avventura presuntuosamente a dirimere questioni che
eccedono le capacit dellumana conoscenza: una disputa senza fine, che,
prendendo avvio dai famosi quesiti sollevati da Porfirio nella sua Isagoge, gi
ha fatto invecchiare il mondo nello sforzo di risolverla e che tuttora vede molti
partiti in lotta impegnati a spendere una vita intera a rincorrere vanamente
ombre evanescenti, a scovare ogni volta nuovi termini e nuove opinioni che
una curiosit perennemente inappagata consegna puntualmente allo spirito li-
tigioso degli altri contendenti20. Unanalisi impietosa e preziosa per la rico-

17
Met., 4.23.161 / 930C: Probabilium [scil. loci] quae sola sufficit humana infirmitas compre-
hendere.
18
ibid., Prologus p. 11 / 826A: Tria quidem sunt ut de consilio meo perfectius instruaris, quae
non modo mihi metum, sed plerisque scriptoribus periculum salutis aut meriti dispendium afferunt.
Ignorantia veri, fallax aut proterva assertio falsi, et tumida professio veritatis.
19
Cfr. DE LIBERA, Querelle, passim, per una brillante ed informatissima disamina storico-critica
della disputa da Platone alla fine del Medioevo.
20
Pol., 7.12.141 / 664C-665A: De generibus et speciebus novam affert sententiam quae Boetium
latuit, quam doctus Plato nescivit, et quam iste felici sorte in secretis Aristotilis nuper invenit. Vete-
rem paratus est solere quaestionem in qua laborans mundus iam senuit, in qua plus temporis consump-
tum est quam in adquirendo et regendo orbis imperio consumpserit Cesarea domus, plus effusum pe-
cuniae quam in omnibus divitiis suis possederit Cresus. Haec enim tam diu multos tenuit ut, cum hoc

65
struzione storica del dibattito quella che Giovanni fa, nel capitolo diciasset-
tesimo del secondo libro del Metalogicon, delle molte soluzioni proposte dai
moderni sullantica questione21. Che non risparmia neanche gli amatissimi
maestri Bernardo di Chartres, Abelardo e Gilberto Porreta. Tutte le opinioni
vengono passate in rassegna, da quella nominalista di Roscellino a quella di
Abelardo, fino a quelle che, pur discordando sul grado di realt da attribuire
agli universali, possono essere classificate come realiste; e da queste ultime, il
resoconto conduce alla teoria platonica delle idee ed al tentativo compiuto da
Bernardo di Chartres e dai suoi discepoli di conciliare Platone ed Aristotele.
Per Giovanni, la divergenza inconciliabile delle posizioni (quot homines,
tot sententiae) , gi di per s, sintomo di una grave crisi della logica - e della
filosofia il cui esercizio sembra ridursi in tal modo a mere dispute verbali in-
vece di indirizzarsi verso una discussione razionale intorno alla realt delle co-
se22. Ma qui non questione di maggiore o minore corrispondenza al vero di
questa o quella sententia: la disputa stessa che non si sarebbe mai dovuta
porre.
Tutti i maestri protagonisti di essa, sconvolgendo lordine proprio di ap-
prendimento della disciplina, mettono ogni cura per ridurre la finalit principa-

unum in tota vita quaererent, tandem nec istud nec aliud invenirent; et forte ideo quia curiositati non
sufficiebat in eis quod solum potuit inveniri. Nam, sicut in umbra cuiuslibet corporis frustra soliditatis
substantia quaeritur, sic in his quae intelligibilia sunt dumtaxat et universaliter concipi nec tamen uni-
versaliter esse queunt, solidioris existentiae substantia nequaquam invenitur. In his etatem terere nichil
agentis et frustra laborantis est; nebulae siquidem sunt rerum fugacium et, cum quaeruntur avidius, ci-
tius evanescunt. Expediunt hanc auctores multis modis variisque sermonibus et, dum indifferenter
verbis usi sunt, varias opiniones munire visi sunt et litigiosis hominibus multam contendendi mate-
riam reliquerunt.
21
Met., 2.17.80-5 / 874A-876B Quam perniciose doceatur et quae fuerint de generibus et spe-
ciebus opiniones modernorum
22
ibid., 2.18.84 / 876BD: Longum erit et a proposito penitus alienum, si singulorum opiniones
posuero vel errores, cum ut verbo comici utar, fere quot homines, tot sententiae. Nam de magistris aut
nullus aut rarus est, qui doctoris sui velit inhaerere vestigis; ut sibi faciat nomen, quisque proprium
cudit errorem. Sicque fit ut dum se doctorem corrigere promittit, se ipsum corrigendum aut reprehen-
dendum, tam discipulis quam posteris praebeat. Ut autem cum doctoribus mitius agam, saepius ad
nomen quam ad rem videntur plurimi disputare. Nihil tamen est, quod artis huius [scil. dialectica] mi-
nus deceat professorem, quoniam modus hic viro gravi inconvenientissimus est.

66
le dellintera arte allo studio dellIsagoge di Porfirio e porlo al di sopra di
quello dei trattati dellOrganon, come se una semplice introduzione potesse
dispensare dalla lettura e dallapprofondimento di quei testi fondamentali. Ma,
soprattutto, essi agiscono contro lintenzione dello stesso autore della logica
perch, con lintento di chiarirlo, gli fanno dire tutto il contrario di quel che
pensa insegnando sotto il suo nome la dottrina di Platone o addirittura profes-
sando opinioni del tutto erronee che equamente differiscono sia dalle vedute di
Platone che da quelle di Aristotele. Eppure, tutti, si proclamano aristotelici in
materia di logica23.
Giovanni, coerente con lopzione probabilistica di fondo, intende invece
attenersi, sul serio e fermamente, proprio alla dottrina di Aristotele, che inse-
gna che i generi e le specie non appartengono al dominio della realt naturale
ma a quella del pensiero e dellattivit razionale dellanima: non sunt ma
intelliguntur; per cui, se Aristotele ha visto giusto, tutte le soluzioni proposte
che individuano la natura degli universali in qualcosa di esistente siano esse
voces, sermones, sensibiles res, ideae, formae nativae, o collectiones - risul-
tano futili ed in contrasto proprio con lautore che esse pretendono di spiegare.
Per lui la semplice dottrina di Aristotele gi correttamente intesa da Boezio -
quella che vede negli universali il prodotto del potere astraente del pensiero
umano, che costituisce peraltro una sorta di officina in cui vengono forgiate le
regole generali di tutte le arti: rimanendo fedele alla modalit dessere attribui-
ta dalla natura alle singole realt ed attivando la sua capacit di cogliere in es-

23
ibid., 2.19.84-5 / 876D-877A: Sit ergo quod sententiis parcam, in quibus nec ipsi si interpreta-
tiones invicem supponere liceat dissident, pauca tamen sunt in quibus eis non arbitror ignoscendum
Quod docendi ordine praetermisso diligentissime cavent ne singula quaeque locum teneant, sortita de-
center. Finem enim artis ut sic dixerim legunt in titulo, et non modo topicorum, sed analeticorum, et
elenchorum, vim Porphirius praedocet. Postremo quod quasi ab adverso pectentes veniunt contra men-
tem auctoris, et ut Aristotilem planior sit, Platonis sententiam docent, aut erroneam opinionem quae
aequo errore deviat a sententia Aristotilis, et Platonis. Siquidem omnes Aristotilem profitentur.

67
se pur dissimili sotto altri aspetti ci che presentano di simile, lintelletto
astraente giunge a formarsi un concetto, una rappresentazione in grado di rife-
rirsi in modo universale, pertinente e significativo a tutte le singole realt che
mostrano di avere propriet, caratteristiche comuni. Ma sarebbe vano attribui-
re ad un siffatto prodotto dellattivit mentale una realt naturale in atto sepa-
rata dalle singole cose oggetto del processo di astrazione, perch si tratta sol-
tanto di naturalium et actualium phantasiae renidentes in intellectu, di imma-
gini mentali della mutua somiglianza di cose attualmente esistenti in natura
che si riflettono, in un certo senso, nello specchio delloriginaria purezza
dellanima. questa che, nel vigore riverberante della sua stessa contempla-
zione, sembra rintracciare in s stessa ci che definisce e ne foggia, appunto,
un modello, una rappresentazione o immagine ideale capace di trovare riscon-
tro nelle singole realt in atto24. Ove, neanche qui, deve sfuggire di notare il
residuo, per cos dire, attivistico che Giovanni attribuisce allanima, e che gi

24
ibid., 2.20.85-6 / 877B-878C: Porro hic [scil. Aristotiles] genera et species, non esse, sed intel-
ligi tantum asseruit. Quid ergo ad rem attinet quaerere, quid genus sit, si illud omnino non esse consti-
terit? In eo enim quod non est inepte quaeritur, quid, quantum, aut quale est. Si enim substantiam tule-
ris cuique, nihil ei relinquitur aliorum. Ergo si Aristotiles verus est, qui eis esse tollit, inanis est opera
procedentis investigationis, in inquisitione substantiae, quantitatis, aut qualitatis, aut causae, cum illius
quod non est substantia, aut quantitas, aut qualitas, nequeat assignari, aut causa propter quam quod
non est, hoc aut illud sit aut tantum, aut tale. Quare aut ab Aristotile recedendum est concedendo ut
universalia sint, aut refragandum opinionibus quae eadem vocibus, sermonibus, sensibilibus rebus,
ideis, formis nativis, collectionibus aggregant, cum singula horum esse non dubitentur. Qui autem ea
esse statuit, Aristotili adversatur. Nec verendum ut cassus sit intellectus, qui ea percipit seorsum a sin-
gularibus, cum tamen a singularibus seorsum esse non possintAbstrahens vero fidelis [scil. intellec-
tus], et quasi quaedam officina omnium artium. Et quidem rebus existendi unus est modus, quem sci-
licet natura contulit. Sed easdem intelligendi, aut significandi, non unus est modus. Licet enim esse
nequeat homo qui non sit iste vel alius homo, intelligi tamen potest et significari, ita quod nec intelli-
gatur nec significetur iste vel alius. Ergo ad significationem incomplexorum per abstrahentem intellec-
tum genera concipiantur et species, quae tamen siquis in rerum natura diligentius a sensibilibus remota
quaerat, nihil aget et frustra laborabit. Nihil enim tale natura peperit. Ratio autem ea autem deprehen-
dit, substantialem similitudinem rerum differentium pertractans apud se, definitque sicut Boetius ait
generale conceptum suum, quod de hominum conformitate perpendit, sic, animal rationale mortale.
Quod utique nisi in singularibus esse non potest. Sunt itaque genera et species, non quidem res a sin-
gularibus actu, et naturaliter alienae, sed quaedam naturalium et actualium phantasiae renidentes in in-
tellectu, de similitudine actualium, tanquam in speculo nativae puritatis ipsius animae, quas Graeci
ennoias, sive yconoyphanas appellant, hoc est rerum imagines in mente apparentes. Anima enim quasi
reverberata acie contemplationis suae, in se ipsa reperit quod definit. Nam et eius exemplar in ipsa est.
Exemplum vero in actualibus.

68
pi sopra si segnalato trattando della sua concezione del processo genetico
della conoscenza e della formazione, nellanima, delle communes conceptio-
nes.
Giovanni ben consapevole che largomento impone una scelta fra le
vedute di Platone e quelle di Aristotele. Ebbene, egli sceglie di attenersi
senzaltro allopinione di Aristotele, non perch la ritenga pi vera, ma perch
senza dubbio pi appropriata alla materia logica25. Motivazione il cui signifi-
cato filosofico si inquadra perfettamente nel contesto del suo pensiero: Aristo-
tele lesperto autore dellintera materia logica, il cui studio ed esercizio rac-
comandano alla ragione di accontentarsi cautamente di una conoscenza solo
probabile. Pertanto, anche nel caso degli universali, ogni tentativo della ragio-
ne di attingere ad una verit pi profonda destinato a rivelarsi vano e temera-
rio come tutto ci che eccede le capacit naturali delluomo, perch tale verit
parte di quella infinita perfezione del vero che pu essere colta soltanto dalla
sapienza infinita di Dio.

25
ibid., 2.20.99-100 / 888B-C: Unde licet Plato coetum philosophorum grandem et tam Augusti-
num quam alios plures nostrorum in statuendis ideis habeat assertores, ipsius tamen dogma in scruti-
nio universalium nequaquam sequimur, eo quod hic Peripateticorum principem Aristotilem dogmatis
huius principem profitemur. Magnum quidem est, et quod Boetius in secundo commento super
Porphirium nimis arduum fatetur, tantorum virorum diiudicare sententias, sed ei qui Peripateticorum
libros aggreditur, magis Aristotilis sententia sequenda est. Forte non quia verior, sed plane quia his di-
sciplinis magis accomoda est.

69
PARTE TERZA
VERA PHILOSOPHIA: LA VIA VERSO LA SAPIENTIA
Capitolo VII. Fronesis e Sophia.

Inde est quod maiores prudentiam vel scientiam ad temporalium et


sensibilium notitiam rettulerunt, ad spiritualium vero intellectum,
vel sapientiam. Nam de humanis scientia, de divinis sapientia dici
solet.
Met. 4.13.151 / 923D

Nel capitolo primo del secondo libro del Metalogicon, proprio all'inizio
del lungo ed articolato discorso di Giovanni in difesa della logica, si legge :

Logica est ratio disserendi per quam totius prudentiae agitatio solidatur. Cum enim
omnium expetibilium prima sit sapientia, ipsiusque fructus in amore boni et virtutum
cultu consistat, mentem necesse est in illius investigatione versari, et res plena inquisi-
tione discutere, ut ei de singulis esse possit purum incorruptumque iudicium. Constat
ergo exercitatio eius in scrutinio veritatis, quae sicut Cicero in libro de officiis auctor
est, materia est virtutis primitivae quam prudentiam vocant1.

E nel capitolo dodicesimo del quarto libro, a compimento dell'esame ge-


netico della conoscenza e a mo' di passaggio e introduzione alle riflessioni fi-
losofiche dei successivi densissimi capitoli finali dell'intera opera:

Prudentia autem est ut ait Cicero, virtus animae quae in inquisitione et perspicientia
sollertiaque veri versatur. Materia enim huius virtutis in qua exercetur veritas est, reli-
quarum vero domesticae quaedam necessitates. Ne ergo undecumque fallatur, ad futu-
ra prospectum intendit, et providentiam format, vel praeterita ad mente revocans the-
saurizat memoriae, vel de praesentibus callet, et astutiae vel calliditatis speciem parit,
aut se pariter ad universa diffundit, et ei circumspectio nascitur. Cum autem veritatem
fuit assecuta, in speciem scientiae transit. Ex his patet quod cum de sensu imaginatio,
et ex his duobus opinio, et ex opinione prudentia nascatur, quae in scientiam convale-
scit, quod scientia de sensu trahit originem. Nam ut dictum est, multi sensus aut etiam
unus memoriam unam, multae memoriae experimentum, multa experimenta regulam,
multae regulae unam reddiderunt artem, ars vero facultatem2

1
Met., 2.1.56-7 / 857C.
2
ibid., 4.12.150-1 / 923C-D.

71
Nei due passi citati, Giovanni pone la filosofia ed il suo esercizio sotto
l'egida della prima delle virt cardinali, la prudenza: quella che, infondendo
equilibrio interiore e retto giudizio, rende capaci di discernere il bene dal male
e possibile la scelta fra ci che preferibile perseguire e ci che deve essere
invece evitato. Ma l'amore che essa postula per il bene, per ci che deve esse-
re, sarebbe profuso invano senza la conoscenza di ci che , della verit. E la
sapienza la conoscenza della verit nel sommo grado, perfetta: certamente la
pi desiderabile delle cose. Non gi possesso attuale del debole ingegno uma-
no; oggetto possibile s, invece, del suo amore, capace di mantenere vivo ed
operoso il desiderio di raggiungerla. Cos prudenza, erigendo la sua attivit
sulle solide regole di controllo approntate dalla logica, provvede alla ricerca
della verit con la circospezione ed il discernimento necessari ad evitare l'erro-
re da qualunque parte provenga per raggiungere ogni volta delle conoscenze
che, attestate da un giudizio integro e corretto, possano essere organizzate in
forma scientifica e trasformarsi in scientia. Di qui il ruolo svolto dalla pruden-
za nel contesto di una concezione della filosofia, come questa di Giovanni, in-
tesa come attivit spirituale di ricerca, di studio e di meditazione che faccia
progredire, attraverso lo sforzo assiduo di dotarsi del massimo grado umana-
mente raggiungibile di conoscenze intellettuali e di doti morali che apprestino
capacit di discernimento nel giudizio e nellazione, verso il traguardo ideale -
mai raggiungibile perfettamente ma sempre da ricercarsi con ardore - della sa-
pienza, sommo grado della conoscenza della verit.
Richiamando e combinando insieme i personaggi allegorici dell'Ecloga
di Theodolus e del De nuptiis di Marziano Capella, Giovanni fa di Fronesis la
sorella germana di Alitia: grazie a tale inscindibile vincolo di natura divina,
una prudenza perfetta non manca mai di contemplare la verit. Ma poich que-

72
sta rimane nascosta al debole intelletto degli uomini che pure non cessano di
cercarla avidamente sforzandosi di evitare con un fermo giudizio della ragione
le fallacie dei sensi e delle opinioni, Fronesis genera per essi Filologia che in-
fonde nella debole ragione umana un amore per la verit che la rende sollecita
a ricercarla in modo da evitare ogni errore. Perci, filologia e filosofia ri-
sultano essere denominazioni ispirate a moderazione: Filologia sforzo inces-
sante di tensione verso una ratio intesa come valore limite a cui pochissimi
possono dire di essere pervenuti pienamente, e Philosophia esprime amore nel
perseguire la sapienza, non possesso attuale ed immediato di essa3. E per aiu-
tare pi efficacemente l'ingegno dell'uomo, Filologia viene assistita da due an-
celle che sempre l'accompagnano, Periergia e Agrimnia: la prima garantisce
accuratezza nello sforzo di investigazione del vero, la seconda assidua vigilan-
za per evitare gli eccessi. Purtuttavia l'amore per la verit non rimane ozioso e
aspira a verit sempre pi elevate. Filologia s di origine terrena e mortale,
ma quando si volge a contemplare le cose divine, ricevendone una sorta di
immortalit, si deifica, perch la prudenza, elevandosi ai misteri delle eterne e
divine verit, si trasforma in sapienza, affrancandosi in un certo modo dai li-
miti della condizione mortale4.
3
ibid., 4.14.152 / 924B-C: Et quia veritas prudentiae materia est, nam in veri comprehensione la-
borat, finxerunt antiqui Fronesin et Alitiam esse germanas, eo quod prudentiae cum veritate est
quaedam divina cognatio. Inde est quod ab aspectu veritatis prudentia si perfecta est, nequit arceri.
Verum quia haec hominum non est, latens verum avide quaerit infirma condicio. Et quidem propter
fallacias sensuum et opinionum, vix in eius investigatione fideliter incedit, vix est in comprehensione
secura. Recolit enim si deceptam esse, et posse decipi. Sollicitatur ergo ut firma perceptione gaudeat,
indubitatoque iudicio quod potest ratio appellari. Siquidem ratum et firmum est rationis examen. Phi-
lologiam ergo parit Fronesis, dum amor veri sollicitat prudentiam ad notitiam rerum, de quibus ferri
vult sincerum firmumque iudicium. Et est philologia sicut philosophia nomen temperatum, quia sicut
appetere quam habere sapientiam facilius est, sic amare quidem quam exercere rationem. Ratio, enim,
id est sincera iudicii firmitudo, paucorum est.
4
ibid., 4.17.155 / 926C-D: Et quia Prudentia ad investigationem veri quaerit rationis sincerum
examen, ei Philologiam parit, quam duae pedissequae Periergia, et Agrimnia iugiter prosequuntur. Est
autem Periergia quae laborem circuit operis, Agrimnia vigilans diligentia quae exercitium temperat, ne
quid nimis. Amor enim otiosus non est. Habet autem terrenam et mortalem Philologia originem, sed
cum ad divina transit immortalitate quadam deificatur, quia cum prudentia quae de terrenis est et ra-
tionis amor, ad incorruptae veritatis divinorumque arcana consurgit, in sapientiam transiens, quodam

73
Fin qui il racconto allegorico, di cui - appena il caso di dirlo - Giovanni
pienamente cosciente5. Ma se i limiti della conoscenza, per quanto ogni volta
fatti avanzare da ogni nuovo risultato della ricerca, purtuttavia permangono:
cosa rende allora possibile la trasformazione della prudenza in sapienza? quali
sono gli elementi riscontrabili nell'attivit conoscitiva che rendono, almeno in
un certo grado, possibile gettare uno sguardo su quell'ambito infinito di divine
verit che costituisce il traguardo a cui mira la filosofia?
Come s' visto, la teoria della conoscenza di Giovanni individua nella
percezione sensibile e nel principio di ragione, rispettivamente, la fonte prima-
ria e lo strumento di ricerca e controllo di ogni sapere delluomo: lautorit dei
sensi si mostra capace di attestare, insieme con la percezione attuale e non
senza la partecipazione attiva dellanima, regolarit nei fenomeni della natura
e nello stesso ambito della condotta delluomo; il principio di ragione, facolt
esclusiva delluomo, consente di ricercare, valutare, corroborare e stabilire il
fondamento di verit di ogni giudizio od opinione, e dispiega tutte le sue po-
tenzialit attraverso lapplicazione delle regole logiche elaborate dallarte. Per
Giovanni, ogni conoscenza, dalla pi certa alla pi esposta al dubbio, si fonda
sulla necessaria ed inscindibile interazione della ragione con i dati che afflui-
scono dai sensi. E lanalisi delle modalit in cui tale interazione mostra di at-
tuarsi conduce, come si visto, alla necessit di riconoscere la conoscenza
probabile, oggetto peculiare della logica dialettica, come la sola che si rivela
immune dagli inevitabili errori a cui conduce la vana pretesa di superare i li-
miti imposti dalla natura alle capacit dellumano sapere. Questa la soluzio-
ne al problema di fondo del sapere proposta sin qui da Giovanni e che egli, fe-

modo a mortalium condicione eximitur.


5
Cfr. ibid., 2.3.59 / 859C: Ut divertamus ad fabulas, Fronesin sororem Alitiae , 4.14.152 /
924B: finxerunt antiqui Fronesin et Alitiam esse germanas .

74
dele all'atteggiamento accademico, presenta come un suo punto di vista - an-
ch'esso elaborato con un criterio di probabilit - ed offerto consapevolmente
come tale alla discussione ed alla ricerca filosofica. Ma con lo stesso spirito,
egli ritiene di poter svolgere alcuni ulteriori probabili argomenti che non con-
cernono pi la fondazione del criterio di ricerca ma l'orientamento, la direzio-
ne concreta che tale ricerca verosimilmente pu assumere se sono tenute pre-
senti alcune caratteristiche gi emerse nel corso della esposizione genetica del-
la conoscenza probabile.
La percezione sensibile, quindi, la fonte primaria di ogni scienza
dell'uomo. Dalla constatazione di questo fatto, alcuni filosofi di mente ristretta
hanno concluso che lunico possibile oggetto di scienza il dato sensoriale.
Ma evidente che una tale conclusione risulterebbe letale per gli scopi della
filosofia. Sarebbe vanificato lo stesso esercizio della ragione che nei suoi pro-
cedimenti cerca e consegue idee delle cose, che i Greci chiamano ennoias.
Come osserva Cicerone, non potremmo nemmeno avere l'idea di Dio, che di
certo risulta inconcepibile se non da una mente non impacciata, libera e sepa-
rata da ogni caduca materialit. E che dire della stessa facolt razionale dell'a-
nima? La sua natura ed i suoi poteri sono peculiari e completamente differenti
dalle ordinarie nature con cui abbiamo familiarit. La sua speciale natura
sfugge ad ogni tentativo di definizione, che non potrebbe che essere operata da
s su s stessa. Ma l'anima non pu pienamente conoscere s stessa. Come
l'occhio, si mostra capace di discernere ogni cosa ma non di vedere s stessa;
eppure pu, rimanendo presso s stessa, contemplare i risultati della sua stessa
attivit, mostrando cos di possedere una natura semplice e perci immortale6.

6
ibid., 4.20.157-8 / 927C-928A: Unde et quidam minuti philosophi, eo quod a sensibus ad scien-
tiam sit processus, nisi eorum quae sentiuntur ullam negant esse scientiam. Quod quantum philoso-
phandi proposito adversetur, perspicuum est. Perit enim exercitium rationis, quo rerum apud se notio-
nes, quas Graeci ennoias dicunt quaerit et tenet, sine quo nec nomen constare potest. Est ergo, ut ait

75
La conclusione di Giovanni sembra essere questa: tutto deriva dai sensi, tranne
la stessa ragione. Non forse in base ad un suo speciale, autonomo e sponta-
neo potere di giudizio che la ragione pu accogliere come vere e certe quelle
nozioni comuni dello spirito (communes conceptiones animi) su cui poggiano i
primi indimostrabili principi di ogni conoscenza? Giovanni non giunge ad af-
fermarne - come forse faremmo noi moderni - la natura di principi a priori
consustanziali alla ragione medesima ma, con Aristotele7, ne ribadisce l'origi-
ne empirica ed induttiva; cos trovandosi, da una parte, a farne il fondamento
della immediata evidenza conoscitiva della scientia; dall'altra, a ritenerli alla
fine essi stessi fondati in un certo senso sulla fides ("quasi in fidei fundamen-
to"8), pari alla scienza in quanto a certezza, ma ad essa inferiore perch priva
di ogni evidenza conoscitiva. Resta comunque il fatto che Giovanni, fedele
anche in ci al punto di vista di Aristotele, non manca di coglierne la natura di
verit certe ed indubitabili apprese in modo immediato da parte dell'anima.
Del resto, come pi sopra si visto, gi in ogni fase del processo della
conoscenza la ragione mostra la necessit che il mero dato sensibile venga tra-
sceso, oltrepassato per poter essere compreso, e pu pertanto dirsi che il vero
oggetto della sua attivit costituito proprio da realt incorporali e spirituali.

Cicero in Tusculanis magni ingenii revocare mentem a sensibus, et cogitationem a consuetudine abdu-
cere. Nec enim Deus ipse, qui intelligitur a nobis, alio modo intelligi potest, nisi mens soluta quidem
sit et libera et segregata ab omni concretione mortali. Singularis est quaedam natura atque vis animi
seiuncta ab his usitatis notisque naturis. Quicquid illud sit, profecto divinum est. Non valet tamen
animus ut plene seipsum videat. Sed ut oculus, sic animus, se non videns alia cernit. Non videt autem
quod minimum est, formam suam fortasse, quamquam id quoque; sed haec relinquamus. Vim certe,
sagacitatem, memoriam, motum, celeritatem videt. Haec magna, haec divina, haec sempiterna sunt.
Qua facie quidem sit, aut ubi habitet, ne quaerendum est quidem. Itaque sic mentem hominis quamvis
eam non videas, ut Deum non vides, tamen ut Deum agnoscis ex operibus eius, sic ex memoria rerum
et inventione et celeritate motus omnique pulchritudine virtutis, vim divinam mentis agnoscito. In
animi autem cognitione dubitare non possumus nisi plane in physicis plumbei sumus, quin nihil sit
animis admistum, nihil concretum, nihil copulatum, nihil coagmentatum, nihil duplex. Quod cum ita
sit, certe nec secerni, nec dividi, nec discerpi, nec distrahi potest. Igitur nec interire.
7
Ed , ricordiamolo, l'Aristotele del capitolo diciannovesimo del secondo libro degli Analytica po-
steriora, cio l'Urtext che con la sua ambiguit strutturale ha posto sul tappeto i problemi pi ardui
della disputa sugli universali. Cfr. DE LIBERA, Querelle, p. 91 e ss.
8
Pol., 7.7.115 / 649B-D.

76
Essa pertanto, esaminate e scrutate attentamente le cose terrene, senz'altro
capace di innalzare il proprio sguardo fino alle realt sovrasensibili9. Lo attesta
anche Cassiodoro quando definisce la ragione come quella mirabile attivit
dell'anima che capace di condurre all'ignoto attraverso ci che gi garantito
e conosciuto, guadagnando l'accesso al mistero della verit10. Tutto questo, per
Giovanni, il chiaro segno della sua origine divina. Per cui non si pu che
condividere l'opinione degli Ebrei riportata da Calcidio secondo la quale all'i-
nizio della creazione, per disposizione divina, nel formare tutte le creature, so-
lo all'uomo fu concesso il pi efficace e genuino potere di discernimento della
ragione, perch Dio, nell'insufflargli la vita, volle che fosse partecipe della
stessa ragione divina. E lo spirito umano, che da Dio proviene ed a Dio de-
stinato a ritornare, il solo capace di contemplare le realt divine, rendendolo
superiore agli altri animali11. Fra esse, vi sono quelle che Agostino e molti altri
dicono eterne ragioni, che la ragione giudica da s sola e la cui essenza di-
stinta dalle realt sensibili ed individuali. Sono quelle ragioni sulle quali
dall'inizio, ed in realt al di fuori del tempo, la Ragione originaria, cio la Sa-
pienza stessa di Dio, ha stabilito il fondamento eterno di tutte le cose e l'ordine
in cui esso destinato a svolgersi nel tempo12.
9
Met., 4.16.154 / 925D: Porro ratio transcendit omnem sensum, et iudicium suum, etiam incor-
poralibus et spiritualibus immergit. Contemplatur omnia inferiora, et ad superiora prospectum inten-
dit.
10
ibid., 4.16.153 / 925B: Cassiodorus vero in libro de anima tali utitur definitione. Rationem dico
animi probabilem motum, qui per ea quae conceduntur et nota sunt ad aliquid incognitum ducit, per-
veniens ad veritatis arcanum.
11
ibid., 4.16.154 / 925C: Dicunt Hebraei, quod cum Domino disponente ab initio creaturarum
caetera coaluerint, et fotu caloris, et humoris, sortita sint spiritum naturalem, animalem, sensibilem, ex
quibus oriuntur appetitus et imaginatio, quam habent bruta, solus homo assecutus est vim efficacius, et
sincerius discernendi, quod ei vitam inspirans Deus, divinae rationis voluit esse participem. Hominis
vero spiritus quoniam a Deo datus et ad Deum rediturus est, solus divina meditatur, et in eo fere solo
caeteris animalibus praestat.
12
ibid., 4.15.153 / 924D-925A: Sed et illa censetur rationes de quibus sola ratio iudicat, et quo-
rum essentia a sensibilium singulariumque natura disiuncta est. Has pater Augustinus et multi alii as-
serunt sempiternas. Haec autem sunt, in quibus ab initio et sine initio aeternae constitutionis decretum
et suae dispositionis seriem, sanxit ratio primitiva. Quam si dixero sapientiam Dei, utique non erra-
bo.

77
Invero, Giovanni ritiene che non sia la ragione a cogliere quelle eterne
divine ragioni, ma una facolt ad essa superiore. E qui, ben oltre il confine che
delimita la conoscenza probabile, non pi Aristotele13 a guidare le sue rifles-
sioni, ma Platone ed Agostino. Ed infatti dalla metafora della retta del sesto
libro della Repubblica, con l'articolazione platonica dei gradi della conoscenza
- che dal mondo sensibile dominato dalla si innalza, attraverso la ,
fino a contemplare, come , il mondo intelligibile delle Idee - che Gio-
vanni attinge la nozione di intelletto (intellectus) che trascende la ragione, cos
come questa trascende il senso. Lintelletto, penetrando a fondo nell'attivit
della ragione, guadagna in modo immediato ci che questa si sforzata di ri-
care, facendone tesoro per procedere verso la sapienza. Esso il culmine del
potere proprio della natura spirituale che, considerando attentamente presso di
s ci che umano e ci che divino, ha modo di conoscere le cause e le ra-
gioni di tutte le cose che pu percepire conformemente alla sua natura. Tali
ragioni sorpassano ogni percezione sensibile, umana od angelica, e solo alcune
di esse si lasciano conoscere, almeno in un certo grado, per decreto della divi-
na provvidenza. Secondo Platone, tale intelletto non appartiene che a Dio, e a
pochissimi eletti fra gli uomini14.
La sapienza, quindi, deriva dall'attivit dell'intelletto che, estraendo le
verit divine dagli oggetti esaminati dalla ragione, fa s che l'anima intelligente
sia stimolata a gustarne il soave sapore, si accenda di amore per la sapienza e

13
Che pure assegna al (An.Post.,II,19:100b12) il compito di assumere in modo immediato i
principi della scienza; ma, naturalmente, il di Aristotele ben diverso da quello di Platone.
14
Met., 4.18.156 / 926D-927A: Qua vero proportione ratio transcendit sensum, ea sicut Plato in
politia auctor est, excedit intellectus rationem. Nam intellectus assequitur quod ratio investigat. Siqui-
dem in labores rationis intrat intellectus, et sibi ad sapientiam thesaurizat, quod ratio praeparans acqui-
sivit. Est itaque intellectus suprema vis spiritualis naturae, quae humana contuens et divina penes se
causas habet omnium rationum, naturaliter sibi perceptibilium. Sunt enim quae exuperant omnem sen-
sum tam hominum quam angelorum divinae rationes, et nonnullis aliae plus aut minus pro divinae di-
spensationis decreto, innotescunt. Hunc solius Dei esse, et admodum paucorum hominum, scilicet
electorum asserit Plato.

78
desideri contemplarle. Sapienza infatti deriva il suo nome dallo spiccato senso
del gusto (saporem) che gli uomini buoni hanno verso le cose divine. Per que-
sto i Padri ascrivono la scienza alla vita attiva, la sapienza a quella contempla-
tiva15. Solo elevandosi ad un'attivit di contemplazione che allontani la mente
dell'uomo dalle basse preoccupazioni della sua condizione terrena sar possi-
bile contemplare i segreti e la natura eminente, altrimenti nascosti agli umani
sensi, delle tre cose pi desiderabili per una perfetta sapienza: il vero bene,
l'autentica verit e la ragione sicura ed incorrotta. L'umana natura, sentendone
la dolcezza, desidera conoscere la verit, ottenere il bene e, per non subirne la
perdita, attenervisi fermamente con la ragione. Ma quel desiderio, come rive-
lano le parole dell'Ecclesiaste, pu essere instillato nel cuore degli uomini solo
da Dio e non potr mai ottenere i suoi oggetti senza l'assistenza della grazia
divina. L'umana debolezza non pu ardire ad aspirare da sola alla perfetta sa-
pienza, ma pu, con l'aiuto della grazia, tener vivo l'amore per essa. Ed Fro-
nesis a provvedere che tale amore rimanga sempre orientato verso Sophia, la
perfetta sapienza che consiste nella contemplazione delle cose divine, pur nel-
la consapevolezza di non poterla mai pienamente raggiungere16.

15
ibid., 4.19.156 / 927A: Sapientia vero sequitur intellectum, eo quod divina quae de his rebus
quas ratio discutit, intellectus excerpsit, suavem habent gustum, et in amorem suum animas intelligen-
tes accendunt. Nam et ex eo sapientiam dici reor quod boni saporem habeat in divinis. Unde Patres
scientiam referunt ad activam, ad contemplativam vero, sapientiam.
16
ibid., 4.29.165 / 933A-C: Latet autem sensum hominis quem multa cogitantem terrena inhabi-
tatio deprimit, trium maxime expetendorum arcana praestantissimaque natura. Haec autem sunt vera
bonitas, veritas sincera, ratio incorrupta et certa. Horum tamen quasi olfaciens dulcedinem natura hu-
mana cui Deus sicut in libro filii Sirac legitur posuit oculum super cor ut ostenderet magnalia operum
suorum, ut laudaretur in bonitate et glorificaretur in mirabilibus suis, horum inquam dulcedinem sen-
tiens appetit nosse verum, apprehendere bonum, et ei ne dispendium patiatur, firmiter adhaerere. Ap-
petitus enim hic naturaliter a Deo insitus est homini, etsi per naturam sine gratia perficere non pos-
sit Ergo quia veram bonitatem, sapientiam, rationem, et si polliceri sibi arroganter non audeat, af-
fectat tamen indesinenter humana infirmitas, versatur in amore istorum, donec amoris exercitio per
gratiam res ipsas quas desiderat assequatur. Has quidem affectiones Fronesis parit, quia sapor qui hu-
manae naturae dulcescit, ad veri boni provocat appetitum. Nam frono Graece dicitur sapio, quod qui-
dem saporem appetitus potius exprimit, quam sapientiam quae in divinorum contemplatione consistit.
Illa enim non Fronesis, sed Sophia appellatur.

79
Capitolo VIII. Veritas: lux mentis et materia rationis.

Lux oculos pascit, rationem visio veri:


hi fugiunt tenebras, haec quoque falsa cavet.
Est oculus menti ratio, pro lumine verum,
usum cernendi lumina scire vocant.
Ingenio, studiis verum quaeratur, et arte;
praeter opinari non habet ullus homo.
Enth., 1103-1108 / 989B-C

La ragione dell'uomo, stimolata dall'amore per la verit ed indirizzata da


Fronesis a mantenere operoso e fecondo tale amore, pu quindi aspirare ad in-
camminarsi sulla via verso la sapienza trascendendo s stessa come intellectus.
La sua stessa attivit conoscitiva, gi fin dal livello pi basso della percezione
sensibile, la conduce ad oltrepassare il dato di volta in volta oggetto del suo
esame verso un sempre pi alto livello di astrazione ed universalit. Ed pro-
prio in virt della sua nobile origine divina e della conseguente attivit orienta-
ta verso il divino che la filosofia nella sua interezza ha decretato irrevocabil-
mente essere la ragione la cosa che pi di tutte deve essere coltivata. la ra-
gione difatti che pone un freno ai moti disordinati dell'anima e dispone tutte le
cose secondo la regola del bene, affinch nulla sia incompatibile con l'ordina-
mento divino delle cose, al quale necessario che si sottometta per poter pro-
gredire. Come facolt superiore, essa governa il corpo e l'anima dall'alto della
cittadella della mente, e con la sua attivit moderatrice ne assicura la coopera-
zione per evitare gli inganni dei sensi e pervenire ad un sicuro giudizio. Indi-
spensabili sia i dati provenienti dai sensi sia le istanze che l'anima coltiva in s
sola: votata allo scacco sarebbe una ragione che trascuri sia il corpo che l'ani-
ma, zoppicante ed incerta quella che ne disprezzi anche uno soltanto1. La fa-

1
Met., 4.17.155 / 926A-B: Cum ergo ratio origine divina nobilitetur, et divino polleat exercitio,
eam super omnia colendam esse totius philosophiae decreto sancitum est. Haec enim inordinatos mo-
tus compescit, et ad normam bonitatis componit universa, ut nihil sit quod ordinationi divinae repu-
gnet. Cui si quis obtemperat, felici processu peraget aevum, si detrectat, ut in Timaeo ait Plato, clau-

80
colt razionale delle creature, pertanto, si mostra essere quella forza spirituale
in grado di esaminare la natura delle cose ed acquisire conoscenza non solo
delle entit materiali, ma anche dei concetti percepibili dal solo intelletto (in-
telligibilia).
Ma vi anche un'altra ratio prima ed originaria che, in virt di s sola,
comprende in modo infallibile la natura e l'essenza di ogni cosa, sia essa di na-
tura materiale o intelligibile: quella che contraddistingue la sapienza di Dio
che su tale immutabile e sicuro fondamento, ha stabilito la natura, la causa, il
progresso e la finalit di tutte le cose2. una ragione perfetta, immune da
qualsiasi errore; perch non vi nulla pi dell'errore che sia manifestamente
contrario alla ragione: tutto ci che questa si sforza di stabilire e confermare su
di un solido fondamento, quello demolisce e sovverte con la sua vacillante in-
stabilit3. E costantemente esposta alla possibilit di errore la ragione degli
uomini, intrinsecamente debole ed incerta per natura e in conseguenza del
peccato: i suoi convincimenti possono essere a volte veri, in quanto rappresen-
tazioni accurate della realt; altre volte fallaci, se viziati da vane illusioni. Per-
tanto, come sostenuto con argomenti probabili da alcuni filosofi, la verit che
rende vera un'opinione da intendersi come un mezzo (medium) capace di

dum iter vitae et mancum serpens cum familiari stultitia demum revocatur ad inferna. Agit haec cor-
poris curam et animae, et utrumque componit. Qui vero utrumque contemnit, mancus et debilis est,
qui alterum, claudus. Et quia sensuum examinatrix est qui ob fallendi consuetudinem possunt esse su-
specti, natura optima parens omnium universos sensus locans in capite, velut quendam senatum in
Capitolio animae, rationem quasi dominam in arce capitis statuit, mediam quidem sedem tribuens in-
ter cellam phantasticam et memorialem, ut velut e specula sensuum et imaginationum possit examina-
re iudicia.
2
ibid., 4.31.168 / 934C-D: Sicut autem ratio in creaturis est vis quaedam spiritualis naturae rerum
examinatrix, et tam corporalium quam intelligibilium assequens notitiam, ita primitiva quaedam ratio
est quae sua virtute res omnes tam corporales quam intelligibiles comprehendit, et naturam et vim sin-
gulorum plene fideliterque, id est absque omni errore examinat. Hanc sive sapientiam sive virtutem
Dei dixero, et rerum omnium firmitudinem esse, procul dubio non errabo. Penes hanc, omnium rerum
natura, causa, processus, finisque subsistit.
3
ibid., 4.32.169 / 935B-C: Prima itaque et ratio vera est divina quam diximus, et quae nullum
omnino admittit errorem. Nihil autem est quod magis rationi videatur adversum, quam error. Illa enim
statuit et confirmat, hic lubricitate sua prosternit et supplantat.

81
rendere visibile le cose esterne alla ragione come effettivamente sono e le loro
mutue relazioni. Le singole cose sono vere se, nel percepirle, l'opinione che se
ne ha non si lasci ingannare da nessuna illusoria apparenza. E l'affidabilit
dell'esame delle cose che rende possibile dichiararle vere pu essere provata o
dalla forma o dagli effetti che questa sortisce: un 'uomo' vero un essere in cui
vi sia vera 'umanit', vale a dire una ragione consapevole di s unita ad una
capacit di ricevere le impressioni dei sensi; una vera 'bianchezza' ci che
rende bianche le cose, una vera 'giustizia' ci che le rende giuste4. Ove qui, nel
contesto del quarto libro del Metalogicon fortemente dominato dalla filosofia
di Agostino, evidente il raccordo che Giovanni opera fra teoria aristotelica
della forma e dottrina platonica delle idee: l'intelligibilit delle forme che ga-
rantisce verit al giudizio nella concreta attivit conoscitiva il riflesso - im-
perfetto, ma perfettibile - della pura, perfetta intelligibilit delle idee che costi-
tuiscono i modelli di tutte le cose. Essi sono gli intelligibili (intelligibilia) ai
quali Platone, nel mostrare la differenza fra le cose che sono realmente e quel-
le solo apparenti, assegna l'appellativo di vero essere: liberi da qualsiasi assal-
to o molestia delle passioni che agitano il cuore degli uomini e indenni dall'in-
giuria di forze esterne e dall'usura del tempo, essi permangono sempre identici
a s in forza della loro stessa natura. Secondi soltanto all'essenza prima, ad es-

4
ibid., 4.33.170 / 936A-B: At humana infirmitas, quae tam ex condicione naturae quam merito
culpae multis patet erroribus, immo capta labitur, a prima et secunda puritate degenerat in examinatio-
ne rerum, id est in exercitio rationis. Et quia incertiudinis lubrico vacillat, apprehendit quod potest, et
nunc se fida rerum similitudine veras exercet opiniones, nunc decepta vanis imaginibus falsas. Si enim
res ut se habet comprehenditur vera opinio est, si sic verbo exponitur, est vera locutio. Unde nonnullis
philosophorum probabiliter placuit, veritatem unde opinio vera dicitur, aut sermo verus, quasi medium
quendam habitum esse rerum, quae examinantur extrinsecus ad rationem. Si enim eis fideliter in exa-
minando innititur, certa est, nec aliquo vacillat errore. Itaque locutio quae vera dicitur a modo quem
innuit modalis appellatur, item opinio vera a modo percipiendi, et ratio vera a qualitate examinis sui.
Res quoque singulae verae dicuntur, ut homo verus, verus candor, dum in his taliter percipiendis, nul-
lius imaginis phantasmate circumvenitur opinio. Fides autem examinandi res ut verae dicantur, con-
vincitur plerumque a duobus, scilicet vel a forma substantiae, vel ab effectu formae. Est enim verus
homo cui vera inest humanitas, id est conscia rationis et passibilitatis. Vera autem albedo est, quae al-
bificat, quae iustum facit, vera iustitia.

82
si soltanto va riconosciuto il vero essere. Alle cose temporali, soggette al dive-
nire, non spetta invece che l'apparenza soltanto dell'essere, in quanto immagini
transitorie di quelli5. Accogliendo in queste pagine la tradizione platonica rie-
laborata dal pensiero cristiano, soprattutto da Agostino, Giovanni ricorda che
della stessa opinione era Bernardo di Chartres, "perfectissimus inter Platonicos
saeculi nostri", che riteneva tali idee primordiali - formae nativae nella termi-
nologia di Gilberto Porreta - eterne, bench non coeterne a Dio6.
La ragione dell'uomo, quindi, nel riconoscere gi in se stessa l'esistenza
progressiva della verit, avverte che l'esito favorevole dei suoi sforzi conosci-
tivi attraverso il riconoscimento della forma, proprio perch raggiunto attra-
verso l'impegno costante di superare i vacillamenti dell'errore, rinvia ideal-
mente ad un ordinamento governato da una ratio che si lascia intuire come ve-
ra, perfetta ed immutabile. Il termine 'verit' designa infatti certezza e stabilit;
e come accade per i sensi che non possono percepire nulla se la fonte esterna
che eccita le impressioni sensoriali viene meno, cos la ragione necessita di un
solido fondamento su cui appoggiarsi per non vedere vanificata la sua attivit.
Essa ha bisogno che il suo sforzo non sia vano e che sia indirizzato verso
qualcosa che si mostri stabile cosicch le operazioni che le sono connaturate
possano esplicarsi senza errori. E come l'errore il contrario esatto della ra-
gione, cos la vanit, l'inanit dello sforzo conoscitivo il contrario della veri-
t: 'vano' e 'falso' significano la stessa cosa, perch entrambi approdano a

5
ibid., 4.35.173 / 938A: Plato quoque eorum quae vere sunt et eorum quae non sunt, sed esse vi-
dentur differentiam docens, intelligibilia vere esse asseruit quae nec incursionum passionumve mole-
stiam metuunt, non potestatis iniuriam, non dispendium temporis, sed semper vigore condicionis suae
eadem perseverant. Unde et eis post essentiam primam recte competit esse, id est firmus certusque sta-
tus, quem verbum si proprie ponitur exprimit substantivum. Temporalia vero videntur quidem esse eo
quod intelligibilium praetendunt imagine, sed appellatione verbi substantivi non satis digna sunt quae
cum tempore transeunt, ut nunquam in eodem statu permaneant, sed ut fumus evanescant. Fugiunt
enim ut idem ait in Thimeo, nec exspectant appellationem.
6
ibid., 4.35.173-4 / 938C-D.

83
qualcosa che non , qualcosa che ha soltanto la parvenza dell'essere: un nulla;
e come insegnano Agostino e tutti gli antichi - fra cui gli stessi Accademici -
non vi pu essere conoscenza del falso, di ci che non , in quanto esso sem-
plice privazione, negazione dell'essere, cio della verit7. E fra ragione e verit
esiste un'intima e felice coesione: la ragione l'occhio della mente, cio lo
strumento con cui questa mette in esercizio l'attivit di ricerca ed apprendi-
mento della verit; ed il contrario della ragione la totale assenza della ragio-
ne, l'impotenza di una facolt frustrata nel compito suo proprio8. questo il
senso del valore assoluto attribuito da Giovanni al concetto di ratio nel secon-
do libro dedicato alla logica: la ragione non pu che cercare 'ragioni', cio
sforzarsi di trovare un fondamento di verit in tutto ci che forma oggetto del-
la sua indagine: la sua stessa natura a postularlo9. Ma l'accordo fra esercizio
della ragione e verit assolutamente perfetto solo in Dio; perfetto negli ange-
li, ma solo in grazia della loro natura stabilita da Dio; del tutto imperfetto

7
ibid., 4.34.171-2 / 937A-C: Verum hoc verbum confirmationis nota est, stabilitatemque signifi-
cat rei cui ratio fideliter possit inniti. Veritas vero, nomen firmitudinis et stabilitatis est. Sicut autem
ut vis sentiendi motum suum exerceat utiliter necesse est aliquod esse cui stabiliter innitatur, sic ratio
labitur si non stabili innititur offendiculo. Nam si lucem subtraxeris, cessat visus, auditus nullus est,
cessante sono, olfactus gustusque quiescunt, ab odoris saporisque carentia, tactus inanis est, si in rem
solidam non offendat. Dicitur tamen quod tunc videantur tenebrae, silentium audiatur, tangatur inane.
Sed verius diceretur his sensibus tunc nihil sentiri. Augustinus enim et contra Manichaeos, et in hypo-
gnosticon, et in aliis multis libris docet non modo has, sed quaslibet privationes nihil esse. Aristoteles
autem eas non nihil esse asserit, eo quod non modo privant, sed ad se quodam modo subiecta dispo-
nunt. Itaque tam sensus quam ratio stabile quid exposcunt, ne inanis sit opera quae certum quid non
comprehendit. Nam cum agit ut teneat et cassatur eius intentio, in vanum laborat, et suo fallitur errore.
Unde sicut errorem diximus rationi contrarium, sic vanitatem veritati contrariam profitemur. Nam fal-
sum vanumque et si voces diversae sint, ad eandem quodam modo accedunt significationem. Porro
vanitas et falsitas ad nihilum vergunt. Quod enim falsum est omnino nihil est, nec sub scientiam cadit.
Nam sicut Augustinus et in soliloquiis, et contra Academicos et in plerisque aliis docet, inter omnes
veteres et etiam inter ipsos Academicos constitit, scire falsa neminem posse. Siquidem ut idem contra
Academicos astruit, rerum falsarum quoniam omnino non sunt, nulla potest esse scientia.
8
ibid., 4.38.178 / 941B-D: Nunc iucundissimam rationis veritatisque cohaerentiam cum omni re-
verentia contemplemur, rationis et veritatis auxilium implorantes. Nam sine eo non modo apprehendi,
sed nec investigari fideliter queunt. Est ergo ratio, quidam mentis oculus. Et ut latius describatur, ratio
est quoddam instrumentum, quo mens omnes sensus suos exercet; proprium eius est, investigare et
apprehendere veritatem. Hujus virtutis contrarium est, imbecillitas et impotentia investigandi et asse-
quendi verum. Error autem, contrarium est illius agitationis, investigantis verum, quam supra diximus
rationem.
9
ibid., 2.5.62 / 861B-C.

84
nell'uomo, che pertanto non pu rivendicare per s la ragione, ma il solo amo-
re della ragione, come indica il termine 'filologia'10.
L'amore per la verit e la memoria degli errori passati insegnano alla ra-
gione la prudenza, cui fanno seguito, come pi sopra si visto, accuratezza
nell'esame e vigilanza contro ogni eccesso che genera l'errore; ma la rendono
anche consapevole che ogni successo nell'indagine un segno di ulteriore av-
vicinamento alla fermezza e certezza di ci che vero, di ci che non vacilla:
una ragione che si sforza di evitare l'errore in grado di vedere le cose sempre
meglio illuminate dalla luce della verit.
Facendo sua la tesi agostiniana dellilluminazione divina dellintelletto,
Giovanni definisce la verit come luce dello spirito e oggetto della ragione. La
verit originaria risiede nella maest divina e solo Dio la possiede in modo
perfetto: in Lui ragione e verit sono una sola cosa. Ma esiste anche un'altra
verit che consiste in un'immagine della natura divina, cio in una sua imita-
zione: e proprio questa la fonte di ogni verit a cui l'imperfetta ragione degli
uomini pu aspirare scrutando nelle cose oggetto del suo esame il barlume di
verit che essi riflettono: tanto pi lo scorger, quanto pi fedele all'immagine
di Dio sar la rappresentazione di quelle cose da parte della ragione. Nella
creautura umana, invero, altra la verit, altra la ragione. Ma l'errore pu otte-
nebrare solo in parte l'immagine della verit divina che pervade ogni cosa,
perch in essa continua nondimeno a risplendere quella luce originaria - inco-
raggiando, rischiarando e corroborando la ragione nel suo sforzo di ricercare,
conseguire ed abbracciare la verit11.

10
ibid., 4.38.178 / 941D: Virtus haec in Deo simpliciter perfecta, in angelo perfecta pro natura,
sed in homine aut omnino imperfecta est, aut ut multum si tamen sit in aliquo perfecta pro tempore,
aut collatione imperfectiorum. Unde non rationem, sed appetitum rationis quem philologia exprimit,
vindicat sibi.
11
ibid., 4.39.178-9 / 942A-C: Veritas autem lux mentis est et materia rationis. Hanc Deus univer-
saliter, angelus particulariter intuetur. Homo autem etiam perfectissimus pro parte modice videt, sed

85
Molti sono gli ostacoli frapposti alla comprensione della verit, ma nes-
suno pi pernicioso del peccato: esso separa l'uomo da Dio e, rendendolo
immeritevole di riceverne la luce, preclude la fonte stessa della verit, che tut-
tavia la ragione non cessa mai di desiderare intensamente12. La lontananza da
Dio disperde le risorse dell'animo umano che, spinto da vana curiosit, finisce
con lo sprecarle nella ricerca di cose inutili: a cosa serve sapere molto se poi si
trascura l'unica cosa pi necessaria di tutte e che risplende nella stessa intelli-
genza delle creature? L'anima deve perci ritornare in s stessa per scrutare ed
accogliere con devota gratitudine quella luce affinch la ragione, immagine
vivente della suprema ratio di Dio, possa conquistare la verit lasciandosi
ammaestrare dalla sua Sapienza13. Cos facendo comprender che l'errore pi
grande che pu fare vagare lontano da s ed immemore di s, perch la via
che porta alla somma sapienza, come insegna la sentenza delfica, la trova solo

quo perfectior, eo amplius appetit. Haec est soliditas certitudinis, in qua rationis viget examen. Tolle
lucem, et soliditatem, frustrabuntur visus et tactus. Sic et in aliis sensibus, sono, vel odore, vel sapore
subtracto. Simili modo omnis sensus rationis frustrabitur, veritate subducta Est autem primaeva ve-
ritas in maiestate divina; alia vero est quae in divinitatis consistit imagine, id est in imitatione. Omnis
enim res tanto verior est, quanto imaginem Dei fidelius exprimit, et in quanto ab ea magis deficit, tan-
to falsior evanescit. Utique sic homo vanitati similis factus est, et dies eius sicut umbra praetereunt.
Non est autem umbra nisi lux corporis aliquo praepediatur obstaculo, et quasdam inducit tenebras ab-
sentia lucis. Ergo veritatis luce sublata, erroris tenebrae invalescunt. Error vero fallit, unde et veritatis
contrarium a fallendo falsitas nominatur. Quia qui ambulat in tenebris, nescit quo vadat. Proprium
quidem veritatis est, fovere rationem, et illustrare, et solidare, sicut rationis, quaerere, assequi et am-
plecti veritatem. Nam et lux exterior ut dictum est visum fovet, et res solida roborat tactum. Porro
haec in Deo unum, quia Ratio et Verbum aeternum de se dicit: ego sum veritas. Alieno enim non eget
adminiculo, quia et se ratio illustrat, et veritas se ipsam invenit. At in creaturis, aliud veritas, aliud ra-
tio. Nam veritas imago quaedam divinitatis est, quam in rebus ratio quaerit et invenit; ratio virtus aut
mentis agitatio est, quae occupatur in perspicientia veri.
12
ibid., 4.40.179-180 / 942D-943A: Sed quia multa sunt quae praepediunt intelligentiam, utpote
invincibilis ignorantia eorum, quae ratione expediri non possunt, sicut sunt sanctae Trinitatis arcana, et
item fragilitas condicionis, vita brevis, utilium negligentia, occupatio inutilis, probabilium conflictus
opinionum, culpa, quae lucem demeretur, et tandem numerositas et immensitas investigabilium, adeo
obductum est cor humanum, ut ad veri notitiam raro possit accedere. Sed in his octo quae proposita
sunt, nihil adeo pro mea opinione scientiam eorum quae expediunt impedit, sicut culpa quae separat
inter nos et Deum, et fontem praecludit veritatis, quem tamen ratio sitire non cessat.
13
Enth., 629-630 / 978D:
Est hominis ratio summae rationis imago,
quae capit interius vera docente Deo.

86
se si sforza di conoscere s stessa14. Scrutando innanzitutto s stessa, esami-
nando accuratamente gli esseri inferiori, considerando senza negligenza quelli
che hanno pari dignit, e contemplando con venerazione quelli superiori, l'a-
nima potr avviare una ricerca della verit ispirata alla prudenza ed alla mode-
razione, scongiurando cos la temeraria audacia di affrontare argomenti che
eccedono le sue capacit conoscitive15. Perch incolmabile resta la distanza fra
la scienza umana e la perfetta scienza divina, ed una ragione consapevole dei
propri limiti non potr che arrestarsi sulla soglia di quell'ambito infinito di ve-
rit ed accettare di farsi introdurre in esso e guidare dalla fede. Solo due sono
infatti i modi in cui lo spirito umano pu avere accesso al tesoro infinito della
conoscenza: uno quello dell'intelletto che scopre, attraverso la ragione, ci
che rientra nelle possibilit di conoscenza della natura umana; l'altro quello
che si affida alla potest rivelante della grazia affinch renda manifesto, of-
frendolo senza mediazione alla visione spirituale dell'uomo, ci che altrimenti
rimarrebbe nascosto ed impenetrabile16. E per Giovanni, uno degli effetti che
la grazia opera in un'anima alla ricerca della sapienza la consapevolezza che
l'immensit della maest divina, la cui gloria gi si annuncia nella Creazione
in un modo che non pu essere ignorato, destinata a rimanere preclusa all'u-
mana conoscenza; e che Dio, come insegna la via negativa di Agostino, me-
glio si conosce quanto pi lo si ignora17.

14
Met., 4.40.180 / 943A-C: Multa enim scire non prodest, si unum desit, quod est super omnia
necessarium, et se ex creaturarum intelligentia manifestat Dum autem mens circa multa et non mul-
tum ad se pertinentia amplius occupatur, evagatur longius a se, et plerumque obliviscitur sui. Quo
quidem nullus error perniciosior est. Nam se nosse, sicut ait Apollo, fere summa sapientia est.
15
ibid., 4.40.181 / 943D: Sobria est illius investigatio, qui primo seipsum excutit, et quae inferio-
ra sunt diligenter examinat, et coaequalia sine negligentia intuetur, et superiora contemplatur cum ve-
neratione, ut ausu temerario in ea quae inscrutabilia sunt non irrumpat.
16
Pol., 3.1.173 / 478D: Porro scientiae thesaurus nobis duabus modis exponitur; cum aut rationis
exercitio quod sciri potest intellectus invenit; aut quod absconditum est revelans gratia oculis ingerens
patefacit. Sic utique aut per naturam aut per gratiam ad veritatis agnitionem et scientiam eorum quae
necessaria sunt unusquisque potest accedere.
17
Met., 4.40.181 / 944A-B: Quam utique nec plene nosse permittit immensitas sui, et si nos non

87
Ma non basta che la mente dell'uomo si lasci illuminare dalla verit se
insieme non ne viene toccato anche il suo cuore, perch la via verso la sapien-
za non potr essere neanche iniziata senza il timor di Dio che, rendendo l'uo-
mo consapevole della distanza infinita che lo separa da Dio, induce nel suo
animo la devozione verso chi pu decidere circa la felicit o la perdizione di
ognuno. Il timore deriva - attraverso i sensi, l'immaginazione e la memoria -
dalla concreta esperienza umana del dolore che consegue alla punizione di
un'offesa ingiusta; esso genera un ossequio conforme a ragione che si traduce
nella prudenza di esercizio dell'attivit deliberativa della ragione, a cui fa se-
guito quella dell'intelletto che, se assistito dalla grazia, ne conserva la parte pi
elevata per farne scaturire le varie scienze e per aspirare a contemplare le cose
divine che costituiscono la vera sapienza18. E proprio perch i sensi e la ragio-
ne dell'uomo dai quali scaturisce la conoscenza sono fallibili, la clemenza di
Dio gli ha concesso la sua legge che, fissando i limiti entro cui devono mante-
nersi la conoscenza e l'azione dell'uomo, manifesta apertamente la sua volont
che la comprensione della verit abbia il suo fondamento nella fede19.

laboraremus infirmitate qua premimur, nec plene ignorare sinunt creaturae, quae omnes quasi publica
attestatione Creatoris gloriam praeconantur. Hinc est illud Salomonis in Proverbiis. Non erigas oculos
tuos ad opes quas habere non potes, quia facient sibi pennas ut aquilae, et evolabunt in coelum. Ut au-
tem ait Augustinus in libro de ordine, Deus melius nesciendo scitur Alibi quoque. Ignorantia Dei,
eius verissima sapientia est. Et item. Non est parva scientia de Deo scire quid non sit Deus, quia quid
sit omnino sciri non potest.
18
ibid., 4.19.156 / 927A-B: Et ut prophetico testimonio gaudeamus, timor ipse, qui est initium
sapientiae, de sensu vel imaginatione poenae contingit. Qui cum sollicitetur ne vapulet, punientis ha-
bens memoriam, ipsius declinat offensam. Praemiorum quoque sensu vel imaginatione ad obsequium
punire et beare potentis, incitatur. Pietatem ergo exercuit qui declinat offensam, sed per experientiam
obsequii scientiam assecutus est. Haec enim actionis est. Si vero assuescat experientiae, ex consuetu-
dine gerendorum provenit fortitudo. Ut autem obsequium rationabile quod gratissimum est praestet,
consilium deliberationis super actis vel agendis oboritur. Deliberationem sequitur intellectus, melio-
rem partem retinens in sinu suo. Versatur enim in divinis quorum gustus et amor et inhaerentia, vera
demum sapientia est. Hos tamen gradus non operatur natura sed gratia, quae de fonte sensuum pro ar-
bitrio suo elicit varios rivulos scientiarum, et sapientiae invisibilia Dei per ea quae facta sunt manife-
stat, et manifestata quadam charitatis unitate communicat, et hominem Deo unit.
19
ibid., 4.41.182 / 944D-945D: Quia enim de radice sensuum, qui frequenter falluntur, scientia
manat, et decepta infirmitas quid expediat parum novit, data est per clementiam Dei lex quae utilium
scientiam aperiret, et indicaret de Deo quantum scire licet, aut quantum expedit quaerere. Illa enim di-
vinam potentiam in creatione, sapientiam in dispositione, bonitatem manifestat in conservatione re-

88
Per Giovanni, giunto al termine della sua personale ricerca della verit,
l'esito dell'attivit filosofica, se esercitata con la consapevolezza dei limiti im-
posti alla ragione, non pu che dispiegarsi in una prospettiva apertamente teo-
logica in cui la Grazia svolge il compito di perfezionare la Natura. La filosofia
la ricerca umana della sapienza attraverso il prudente esercizio della ragione
naturale e dei suoi strumenti logici; la sapienza invece la scienza maestra di
tutte le cose divine ed umane20 che dimora in modo perfetto soltanto nella
mente infinita di Dio. Pertanto, se il vero Dio la vera sapienza degli uomini,
allora la filosofia non altro che amore e ricerca del vero Dio21.

rum. Sed haec maxime eminent in hominis reparatione redempti. Voluntatem quoque Dei patenter ex-
ponit, ut sciat quisque quid ipsum oporteat facere. Et quia tam sensus quam ratio humana frequenter
errat, ad intelligentiam veritatis primum fundamentum locavit in fide.
20
Pol. 5.9.319 / 561A: Est autem, ut antiquis philosophis placet, sapientia rerum divinarum et
humanarum princeps et gerendorum omittendorumque scientia. Huic vero insistere philosophari est,
eo quod philosophia sit studium sapientiae. Ut ergo antiquis placuit, ad ostium sapientiae philosophia
pulsat et, cum ei apertum fuerit, anima rerum luce dulciter illustrata, nomen philosophiae evanescit;
aut, sicut perspicacioribus visum est, voluntatis appetitus impletur, cum flos studii vergit in fructum;
nam philosophiae finis sapientia est.
21
Enth., 305-6 / 971D:
Si verus Deus est hominum sapientia vera,
tunc amor est veri Philosophia Dei.

89
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pp. 263-286

92
INDICE SOMMARIO

Abbreviazioni............................................................................................................... 2
Introduzione ................................................................................................................. 3

PARTE PRIMA - RAGIONE E LINGUAGGIO: LE ARTI DEL TRIVIO E LA


FORMAZIONE DEL VERO FILOSOFO

Capitolo I. Natura e linguaggio: una difesa delleloquenza contro la calunnia di


Cornificio. ...................................................................................................... 9
Capitolo II. Grammatica, totius philosophiae cunabulum. ........................................ 14
Capitolo III. Logica: loquendi vel disserendi ratio.................................................... 23
1. Logica e grammatica. I due campi operativi della logica. ...................................23

2. Le suddivisioni della logica. ................................................................................25

PARTE SECONDA - LA RAGIONE UMANA E I SUOI LIMITI


Capitolo IV. Logica e filosofia. ................................................................................. 32
1. Ex arte et de arte agere idem erat: contro il formalismo logico. .....................32

2. Le origini della logica. .........................................................................................36

3. Il ruolo della logica nella prassi filosofica...........................................................38

Capitolo V. I limiti della ragione e la conoscenza probabile. .................................... 41


Capitolo VI. La dialettica come scientia probabilium. .............................................. 56
1. Il ruolo della dialettica nella conoscenza umana. ................................................56

2. Un caso esemplare: il problema degli universali. ................................................65

PARTE TERZA - VERA PHILOSOPHIA: LA VIA VERSO LA SAPIENTIA


Capitolo VII. Fronesis e Sophia. ............................................................................... 71
Capitolo VIII. Veritas: lux mentis et materia rationis. .............................................. 80

Bibliografia ................................................................................................................ 90

93