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SANT’AMBROGIO

Opere morali I
I DOVERI

introduzione, traduzione e note


di
Gabriele Banterle

Milano Roma
Biblioteca Ambrosiana Città Nuova Editrice
1977
INTRODUZIONE

Nel dicembre dell’anno 44 a.Cr. Cicerone coronava la sua attivi­


tà di scrittore con un'opera di morale in tre libri, il De officiis ad
Marcum filiu m 1. La solenne form a del trattato e la persona del de­
stinatario assegnavano già una posizione di rilievo a questo scritto 2
cui la m orte dell’autore, seguita tragicamente a un anno di distanza,
doveva conferire quasi il significato d'un testamento spirituale. Si
trattava, in sostanza, d’una personale rielaborazione della dottrina
stoica, derivata prevalentemente da Panezio nei prim i due libri,
più liberamente e romanamente interpretata nel terzo, per il quale
mancavano fo nti dirette. In fatto di morale, questa dottrina era
nobile e austera: scopo della vita è la felicità che si raggiunge per
mezzo della virtù, la quale, a sua volta, si conquista vivendo secon­
do ragione, cioè secondo la propria natura3. Con Panezio, però,
lo stoicismo aveva rinunciato in buona parte alla rigidezza delle
sue origini; nel conflitto con la realtà d’ogni giorno si era fatto
più umano ed aveva finito col diventare, specie in campo morale,
la dottrina delle persone dabbene, che aspiravano a mantenere una
condotta rispettosa di sé stessi e degli a ltri4. Si comprende quindi
come Cicerone seguisse con sincera adesione, anche se con qualche
incoerenza, un indirizzo che sembrava corrispondere in modo cosi
perfetto agli ideali civili ed umani da lui vagheggiati.
Quanto s’è detto spiega senza difficoltà la fortuna incontrata
dall’opera nei secoli successivi tra pagani e cristiani, soprattutto
nell’ambito della scuola, nella quale Cicerone dominava da lungo
tem p o 5.
Nel IV secolo le scuole resistevano ancora validamente all’in­
voluzione della cultura, sforzandosi di rimanere fedeli agli antichi
modelli letterari e linguistici6. Pagani e cristiani le frequentavano

1 S chanz-H osius, Gesch. der Rom. Literatur, I, pp. 519-520. S u tu tte le


questioni relative al De Officiis vedi l’am pia introduzione di M. Testard alla
sua edizione dell'opera ciceroniana (Les Belles Lettres, Paris 1965).
2 C. M archesi, Storia della letteratura latina, Principato, Milano 19588, I,
pp. 309-311.
3 M. P ohlenz, La Stoa, trad. ital., La Nuova Italia, Firenze 1967, I, spec.
pp. 234-235.
4 M archesi, op. cit., I, p. 309; P ohlenz, op. cit., I, pp. 409 e 414.
5 H. I. M arrou, Storia dell’educazione nell’antichità, trad. ital., Studium,
Roma 1971* p. 368.
6 H. I. M arrou, Saint Augustin et la fin de la culture antique, De Boc-
card, Paris 19584, pp. 3-6.
10 INTRODUZIONE

insiem e7, ricevendone una formazione comune che si richiamava


piuttosto alle gloriose memorie del passato che alle situazioni e
ai problem i del presente. L'incontro fra cultura pagana e cultura
cristiana, imposto dalle stesse circostanze e dalla necessità di non
rinunciare ad un patrimonio spirituale di riconosciuto valore sul
piano del pensiero e dell’a r te 8, fini col dissipare molte tenaci ri­
serve. Non era mancata inoltre l'influenza dello stoicismo che,
largamente diffuso durante l’im pero, soprattutto per merito di
Seneca, E pitteto e Marc’Aurelio, fra le persone di una certa cultura
e di una certa sensibilità morale, aveva destato anche negli scrit­
tori cristiani, specie per talune sue impostazioni dottrinali, un'eco
profonda9.
Anche S. Ambrogio si era form ato in quest’ambiente; anche
la sua educazione scolastica gli aveva dato una preparazione che,
pur nelle m utate condizioni storiche, s'era ispirata all'ideale del-
Z'orator ciceronianol0. Per tutte queste ragioni non dobbiamo
stupirci ch'egli, volendo offrire al suo clero 11, ma probabilmente
non solo ad esso n, una raccolta di norme per la vita cristiana,
abbia scelto come modello il De officiis ciceroniano.
Il compito non era facile, e il prim o ostacolo poteva derivare
dalla formazione stessa del Santo. Tale formazione aveva subito
bensì l'influenza di Filone ed Origene13 ed in genere della Scuola
alessandrina, ma tra Filone e Cicerone era stato quest’ultim o ad
avere il sopravvento 14. E dire Cicerone equivale, come s’è visto,
a dire, almeno nella dottrina morale, lo stoicism o 15, soprattutto
lo stoicismo di Panezio. Noi ritroviamo in S. Ambrogio « alcune
caratteristiche concezioni stoiche come quella dell'autorità della
ragione sulle passioni, della virtù come som m o bene, della vita
virtuosa come vita in conform ità con la natura, del vero sapiente
7 M arrou, St. dell’educ., pp. 420421.
8 M asrou, S. Augustin, ecc., pp. 387-401; 690.
9 P ohlenz, op. cit., II, pp. 261-262; 341 ss.; spec. 362 ss.
10 E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina
e nel Medioevo, tra d . ital., F eltrinelli, M ilano 1960, p p . 302-303.
11 J. R. Palanque (Saint Ambroise et l'empire romain, De B occard, P aris
1931, p . 453, n. 51) osserva: « Il n e se ra it pas difficile de dém ontrer... que c ’est
un e m orale spécifiquem ent sacerd o tale qui e st p rèch ée ici ». Anche R. Tha­
m in (Saint Ambroise et la morale chrétienne au TV siècle — É tu d e com parée
des tra ité s « Des D evoirs » de C icéron e t de S ain t A m broise, M asson, P aris
1895, p. 272), a p ro p o sito della leg ittim a difesa, scrive: « D éjà sa in t A m broise
lui m èm e. De off.. I l i , 59, sem ble d ire que la règie q u ’il donne ne s ’applique
stric tem en t q u 'au x p rè tre s ».
12 Lo stesso T ham in (p. 366) p recisa: « L ’im ita tio n de Cicéron a fait du
tra ité Des Devoirs u n livre de m o rale p o u r les laiques au ssi b ien que p o u r
les clercs. A ceux-ci m a in te n a n t sain t A m broise d em ande p lus ».
13 T ham in, op. cit., p. 50. D ire Filone e O rigene significa d ire platonism o;
vedi J. F ontaine, La letteratura latina cristiana, tra d . ital., Il M ulino, Bolo­
gna 1973, pp. 89-90.
14 T ham in, op. cit., p. 94. È evidente che, se dovessim o riferirci a ll'in tera
o p era m orale di S. A m brogio, il discorso p o treb b e essere diverso; vedi D.
Lopfe, Die Tugendlehre des heiligen Ambrosius, Beilage zum Jah re sb e ric h t
d e r K antonalen L eh ran stalt S arnen, 1950-52, S arn en 1951, p p . 2-3 e 171-173.
L 'o p era m orale di S. Am brogio, in fatti, n o n si esau risce nel De officiis, e
qu in d i nei suoi ra p p o rti con C icerone e lo stoicism o.
15 Sullo stoicism o di S. A m brogio vedi T ham in, op.cit., pp. 218-235.
INTRODUZIONE 11

e della sua indipendenza dalle circostanze esterne, della distin­


zione tra doveri ordinari e doveri perfetti... » w.
Quanto lo stoicismo fosse radicato in S. Am brogio11, ha messo
in evidenza recentemente il Testard, il quale, a proposito del con­
cetto di conscientia, ha dimostrato come esso esca a fatica dalla
sfera puram ente filosofica per inserirsi nel rapporto uomo-Dio1B.
C’era insom ma il pericolo che l’influenza stoica, vincolando la
elaborazione concettuale dell’opera, finisse col nuocere alla sua
originalità cristiana.
Altra difficoltà nasceva dalla scelta di un modello come quello
ciceroniano. Anche a non voler considerare il grave rischio d ’un
confronto sul piano dell’arte, che certamente non destava sover­
chia preoccupazione in S. Ambrogio, rimaneva pur sempre il pro­
blema d’inserire la Bibbia nel quadro offerto dall’opera di Cicerone,
inserimento che non poteva avvenire, per m olti riguardi, senza
uno sforzo anche troppo evidente19.
Onestamente non possiamo affermare che tali difficoltà siano
state completam ente superate. Tutt'altro.
S. Ambrogio accetta l’impostazione generale di Cicerone e di­
vide il suo scritto in tre libri, che trattano, rispettivamente, del-
Z’honestum , dell’utile e del loro confronto20, ma, salvo poche ec­
cezioni21, sostituisce con esempi tratti dalla Bibbia quelli ricavati
dalla storia greco-romana.
Non è agevole riassumere il contenuto del De officiis ambro­
siano, soprattutto perché in esso l’associazione delle idee facilita e
moltiplica i passaggi da un argomento all’altro e i medesim i con­
cetti sono più volte spiegati e ripresi con frequenti ripetizioni.
Nel I libro, dopo un’introduzione sul silenzio (paragrafi 1-22),
si riprende la distinzione stoica degli officia media e perfecta, che
vengono identificati, rispettivamente, con i comandamenti e i con­
sigli evangelici, per trattare successivamente del decorum e, in
particolare, delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, for­
tezza e temperanza. Il I I libro, dopo un preambolo sw/Z’honestum
e la vita beata, tratta dell’utile, identificato con Z'honestum, e dei
mezzi con i quali il sacerdote si può acquistare da parte dei fedeli

16 F. H o m e s D u d d e n , The life and tìm es of St. Am brose, Clarendon Press,


Oxford 1935, II, p. 551.
17 II Thamin (op. cit., p. 233) parla di « stoicismo involontario ». Ciò signi­
fica, a mio parere, che le idee stoiche erano state profondam ente assimilate
dal Santo.
18 Observations sur le thème de la « conscientia » dans le « De officiis mi­
nistrorum » de Saint Ambroise, Rev. étud. lat., 51 année, 1973, tom e LI, pp. 229-
231; 237-238. È ben vero che l'Autore nota u n ’evoluzione, dal I al III libro,
verso concetti più integralm ente cristiani.
19 M. T estard, É tude sur la composition dans le « De officiis m inistrorum »
de Saint Ambroise, Études augustinieimes, 1974, pp. 192-193.
20 In realtà per S. Ambrogio un conflitto tra honestum e utile non può
esistere, perché solo l’honestum può considerarsi veram ente utile (III, 2, 9).
21 Archita di T aranto (I, 21, 94); Pilade e Oreste (I, 41, 207); Scipione
l’Africano (III, 1, 2); Gige (III, 5, 30); l'astuto Siciliano (III, 11, 71-72); i due
Pitagorici (III, 12, 80); gli Ateniesi e la flotta spartana (III, 14, 87); Fabrizio e
il medico di Pirro (III, 15, 91).
12 INTRODUZIONE

la dilectio, la fides, Z’adm iratio. Nel I I I libro, ribadito il concetto


che per il cristiano non è utile se non ciò che è onesto, si invitano
i sacerdoti a sacrificarsi per gli altri e a rifuggire da ogni frode e
da ogni turpe guadagno, imitando Cristo. Un elogio dell’amicizia
conclude l’opera.
Possiamo chiederci ora se, nonostante le riserve già espresse,
ciò che l’opera deve allo stoicism o e a Cicerone, in una parola alla
cultura pagana, ne infirm i la validità nell’ambito della cultura e
della spiritualità cristiana. Una citazione, che riproduco sull’esem­
pio del Pohlenz22, m i sembra che possa chiarire a sufficienza que­
sto punto essenziale. Scrive S. Ambrogio: Certum est solum et
summum bonum esse uirtutem eamque abundare solam ad uitae
fructum beatae nec externis aut corporis bonis, sed uirtute sola
uitam praestari b e a ta m 23. Fin qui ci troviamo di fronte ad una
aperta professione di stoicismo; ma subito dopo una breve ag­
giunta m uta ed illumina il significato del passo: per quam uita
aeterna adquiritur. La meta si sposta dalla terra al cielo.
Insom ma, in S. Ambrogio tutta l’atmosfera è diversa: coinci­
denze di pensiero e di linguaggio non debbono farcelo ignorare24.
Sul piano concettuale, tuttavia, la fusione dei due elementi,
pagano e cristiano, non può dirsi felicem ente riuscita. Spesso il
loro accostamento dipende esclusivamente dall’identità materiale
di due term ini usati da Cicerone e dalla Bibbia in un contesto e in
un significato essenzialmente diversi25. Sem pre sul piano concet­
tuale, non giova il frequente ricorso all’interpretazione allegorica
derivata dai Padri greci. Anche a prescindere dai casi estremi che
riescono intollerabili alla nostra sensibilità di moderni, l’allegoria
attenua sempre quell’immediatezza e quel contatto con la vita, che
sono uno dei m otivi di maggior interesse in S. Ambrogio mora­
lista 26.
Ma dove l’opera risulta più difettosa, specie se paragonata al
suo modello, è nella « composizione ». Che in essa siano confluiti
22 Op. cit., p. 362.
23 De off., II, 5, 18.
24 D u d d e n , op. cit., II, p. 362. Assai significative sono anche le conclu­
sioni cui giunge L.F. Pizzolato a proposito del concetto di « amicizia » in Ci­
cerone e in S. Ambrogio (L'amicizia nel De officiis di sant’Ambrogio e il
Laelius di Cicerone — Tradizione lessicale e originalità ideologica, in « Ri­
cerche storiche nella Chiesa am brosiana », IV, Milano 1974, Archivio am­
brosiano, XXVII). Scrive G. Madec (Saint Ambroise et la philosophie, Études
augustiniennes, Paris 1974, p. 175): « Ambroise me semble en effet avoir été
doué d ’une aptitude extraordinaire et déconcertante à vider les formules de
leur substance; pour se les approprier dans le sens qui lui convenait ou qu'il
estim ait vrai ».
25 T estard, É tude sur la composition, ecc., p. 193. Vedi p. es., I, 8, 25, dove,
per dim ostrare che nella S crittura si trova la parola officium , si cita Luca
1, 23: Factum est ut im pleti sunt dies officii (servizio sacerdotale) eius, abiit
in dom um suam. Vedi anche l’identificazione degli officia media e perfecta,
rispettivam ente, con i com andamenti e i consigli evangelici (I, 11, 36-37).
Scrive sem pre il Madec (op. cit., p. 175): « Or il s ’agit d'un procédé de substi-
tution et non pas de synthèse doctrinale ».
26 T ham in , op. cit., p. 371: « L’allegorie sévit... dans les oeuvres d ’Ambroi-
se ». Vedi anche A. P aredi, S. Ambrogio e la sua età, Hoepli, Milano I9602,
pp. 365-370.
INTRODUZIONE 13

scritti di varia natura e di varia epoca, appare evidente, anche se


non è facile distinguerne collocazione ed estensione. Il T h a m in 27
pensa a sermoni, p. es., sul silenzio, sull’umiltà, sui doveri dei gio­
vani, sull'amicizia, sull'affare dei vasi sacri; piti radicale il Palan-
q u e 23 ritiene l'opera interamente form ata di prediche, da capo a
fondo; con maggiore probabilità d'essere nel vero, il T e s ta r d i ri­
conosce l'esistenza di materiali appartenenti a generi letterari di­
versi e d’epoca diversa, non esclusivamente di brani oratori. Lo
stesso Autore arriva ad una conclusione che m i sembra difficil­
m ente contestabile: « Les sources que je qualifierai d’internes,
posent des problèmes infinim ent plus complexes. Il s’agit de tous
les materiaux ambrosiens qui ont servi à la rédaction du De offi­
ciis m inistrorum , sans que l’auteur ait réussi à réaliser l’unité
d ’une oeuvre qui reste visiblem ent composite, c'est-à-dire mal com-
posée ». Le continue ripetizioni basterebbero a dimostrarlo.
Una caratteristica dell’opera, che possiamo comprendere dati
i precedenti storici, ma che non cessa di stupirci quale manifesta­
zione di acrisia, è la costante svalutazione di tutto ciò che deriva
dalla cultura e dal mondo pagano. Gli esempi della storia greco­
romana rim asti nel libro sono riportati con evidente degnazione.
Lo stesso Cicerone, che pur avrebbe diritto a qualche riguardo,
non gode di un trattamento diverso30. In particolare, senza darne
naturalmente le prove, si ripete l’affermazione che, quando si ri­
scontrano coincidenze di pensiero fra gli scrittori antichi e la
Bibbia, sono i prim i ad essersene appropriati e che ogni merito
spetta al testo sacro31. Del resto, questo è l’atteggiamento sia di
Filone32 che di Clemente Alessandrino33, due scrittori che hanno
lasciato tracce notevoli nella formazione intellettuale cristiana di
S. Ambrogio.
Almeno nel De officiis, egli non può dirsi, letterariamente par­
lando, un grande scrittore, né voleva esserlo3*. Egli mirava a ben
altro. Ad ogni modo, quando si considera la sua prodigiosa, in­
stancabile a ttività 35, la sua azione che, dal terreno più propria­
m ente ecclesiastico, per le necessità dei tem pi si estende a quello
diplomatico o addirittura politico, la sua eroica lotta in difesa del­

27 Op. cit., pp. 216-217.


28 Op. cit., p. 453: « Il s’agit donc bien de sermons d'un bout à l’au tre ».
29 É tude sur la compositiori, ecc., p. 194.
so P aredi, op. cit., pp. 364-365; p. 443.
31 P aredi, op. cit., p. 365.
32 T ham in , op. cit., p. 52, a proposito di Platone.
33 T ham in , op. cit., p. 73: « Le mème homme qui accorde tout aux Grecs
et en fait des précurseurs, les appelle aussi des voleurs et des larrons, car
ils ont pris aux prophètes toutes les vérités dont ils se donnent pour les in-
venteurs et ils n ’en conviennent point »; e si rim anda a Protrept., 6; Strom.,
I, 17; cf. Strom ., V, 14; 1, 24. Vedi anche J. Danielou, Messaggio evangelico
e cultura ellenistica, trad. ital., Il Mulino, Bologna 1975, pp. 62 ss.
34 Cf. De off., I, 9, 29: Deinde qui illa non legunt, nostra legent, si uolent;
qui non serm onum supellectilem neque artem dicendi, sed simplicem rerum
exquirunt gratiam. Vedi T ham in , op. cit., p. 3; cf. p. 130; T estard, E tude sur
la composition, ecc., pp. 191-192.
» S. Aug., Conf., VI, 3.
14 INTRODUZIONE

l’ortodossia, si resta stupiti ch’egli abbia potuto scrivere tante e


tali opere.
La sua lingua è quella delle persone colte nel IV secolo, forse
più. composita: non solo per l'ammissione dei neologismi cristiani
accanto ai vocaboli d’origine letteraria3B, ma anche per una minore
preoccupazione di carattere formale. Abbastanza numerose sono
le parole che hanno subito un'evoluzione di significato rispetto
all'uso classico; inoltre, come già s’è detto, m olti term ini biblici
equivalgono solo esteriormente ai corrispondenti vocaboli latini.
La sintassi, che pure non è priva di concessioni all'uso cor­
rente, specie nelle proposizioni rette da quod, quia, quoniam al
posto dell’accusativo e l’in fin ito 31, rimane fondam entalm ente fe­
dele alle norme scolastiche.
Nel De officiis lo stile di S. Ambrogio appare a prim a vista
semplice e chiaro; talvolta però il desiderio di concisione provoca
una certa oscurità che rende la comprensione più ardua. Periodi
ampi e complessi si alternano con frasi brevi, incisive che spesso
servono a riassumere, quasi a m o’ d'epigrafe, la trattazione che
precede.
Nel complesso non si evita l'impressione di una certa mono­
tonia e uniformità, sia per l’esasperante ripetizione degli enim,
nam, ergo, igitur, itaque, denique, che servono, del resto secondo
l'autentico uso latino, a collegare tra loro i periodi, sia per la scarsa
varietà delle costruzioni, fra le quali domina quella consecutiva.
Anche i meno esperti sono in grado di riscontrare l’influenza
della retorica3*, p. es., nelle frequenti interrogazioni e nell’abbon­
danza delle immagini, talora ricercate e inconsuete. Eppure, spe­
cie nei m om enti di maggiore tensione e m o t iv a q u a n d o la stessa
volontà d’essere efficace e di persuadere l’uditorio induce il Santo
a ricorrere più scopertamente all'esperienza oratoria, il calore del­
la convinzione riesce a trasformare il mezzo tecnico in mezzo
espressivo e l'immagine in strum ento atto a coinvolgere la fan­
tasia degli ascoltatori per una più completa adesione all’insegna­
mento proposto40.
Le necessarie considerazioni critiche non debbono farci per­
dere di vista il significato globale dell'opera.

36 T h a m i n , op. cìt., pp. 314-315: « On trouve ainsi, jusque dans les passa-
ges les plus austères, des locutions qui semblent venir de Lucain, de Terence,
et mème de M artial et d ’Ovide. Mais c’est su rtout Virgile... qui fu t le poète
aimé de S. Ambroise ». Vedi anche M. F. B arry , The vocabulary o f thè mordi -
ascetical w orks of S. Ambroise, Washington 1926.
37 G. Devoto ( Storia della lingua di Roma-, Cappelli, Bologna 1940, pp. 326-
327) parla di « processo orm ai letterarizzato ».
38 Sull'uso della retorica negli scrittori cristiani, vedi Auerbach, op. cit.,
pp. 38-39.
39 Vedi, p. es., il discorso di S. Lorenzo e la risposta di papa Sisto (I, 41,
205-206); l'autodifesa a proposito della vendita dei vasi sacri (II, 28, 135-139);
l'invettiva contro gli speculatori (III, 6, 41).
40 Sugli stili di S. Ambrogio vedi il giudizio del Fontaine (op. cit., pp. 38-39).
Dello stesso autore vedi anche Prose et poésie, l’interférence des genres et
des styles dans la création littéraire d ’Ambroise, in « Ambrosius episcopus »,
Atti del Congresso intem azionale di studi am brosiani, ecc., a cura di G.
Lazzati, Vita e Pensiero, Milano 1976, I, pp. 124-170.
INTRODUZIONE 15

Composto in un periodo di crisi religiosa, economica e politi­


ca, aggravata da guerre, saccheggi e invasioni barbariche, il De of­
ficiis rispecchia fedelm ente una situazione nella quale la Chiesa
era chiamata ad intervenire con il suo insegnamento e con la sua
azione tem pestiva ed efficace. In quest’opera, anche in virtù dei
materiali diversi in essa confluiti, possiamo riscontrare la m olte­
plicità dei problem i che il magistero ecclesiastico d’Ambrogio era
costretto quotidianamente ad affrontare e a risolvere. Temi come
quelli, p. es., della giustizia e della proprietà41, del riscatto degli
schiavi**, della frode 43 della speculazione44 fanno di questo scrit­
to non solo un trattato di morale ecclesiastica e individuale, ma,
in un certo senso, anche un codice di morale sociale.
Se talvolta l'ardore dell’animo e una santa indignazione indu­
cono Ambrogio ad affermazioni che possono sembrare eccessive,
specie alla luce d’un successivo approfondimento della teologia
morale, chi bada, più che alla forma, alla sostanza, sente ancor
oggi l’attualità d’un insegnamento che ha come prima fonte il
Vangelo. Le filosofie umane sono come travolte dall’impeto irre­
sistibile della carità cristiana.

Sull’autenticità del De officiis non si hanno dubbi. Basterebbe,


in ogni caso, la citazione che ne fa S. Agostino: ... nisi forte te
mouet, quia non tam usitatum est in ecclesiasticis libris uocabu-
lum officii, quod Ambrosius noster non tim uit, qui suos quosdam
libros, utilium praeceptorum plenos, de officiis uoluit appellare45.
Resta piuttosto la questione del titolo esatto, titolo che i Mau-
rini nel sec. X V II ampliarono con l’aggiunta m inistrorum , asse­
rendo di fondarsi su autorevoli manoscritti.
Abbiamo visto il testo di S. Agostino. Circa un secolo dopo,
Cassiodoro è ancora più preciso: Utiles enim sunt ad instruatio-
nem ecclesiasticae disciplinae m em orati Sancti Ambrosii de offi­
ciis melliflui libri tr e s 46. Si noti che la form a usata da entrambi
sembra indicare il titolo vero e proprio.
Anche S. Ambrogio più volte parla esplicitamente della sua
opera, m a si può sempre dubitare se intenda riferirsi al titolo o
all’argomento: de officiis scribere (I, 7, 23; 8, 25); de officiis dicere
(I, 17, 65); scripturi de officiis (I, 47, 231); superiore libro de offi­
ciis tractauim us (II, 1, 1); sermo de officiis (II, 6, 25). Altre volte
invece, ed è quando ad officium aggiunge il genitivo m inistrorum
(I, 20, 86) o espressioni equivalenti come Ecclesiae (I, 36, 184; 37,
186), sacerdotis (II, 15, 69; III, 9, 59), ecclesiastici ordinis (III,
9, 58), partendo da un esame del contesto escluderei assolutamen­
te ch’egli si riferisca al titolo o anche solo globalmente al conte­
nuto dell’opera.

41 I, 27, 127-128, 132; 136-137.


42 II, 15, 70-71.
43 III, 9, 57-60; 9, 65 - 10, 66.
44 III, 6, 37-44.
45 Ep., LXXXII, 21, CSEL, 30, IV, 2, 373.
46 De inst. div. litt., XVI, PL, 70, 1132.
16 INTRODUZIONE

II T e sta rd i, che riassume egregiamente la questione, informa


che la tradizione manoscritta esita tra il titolo corto, De officiis
liber, e il titolo lungo, De officiis m inistrorum liber. Nessuna delle
edizioni più antiche48 usa quest’ultimo. Stando cosi le cose, ri­
tengo che gli elementi a favore del titolo De officiis siano netta­
m ente preponderanti rispetto a quelli contrari. Mi sembra inoltre
assai verosimile che S. Ambrogio abbia adottato il titolo De offi­
ciis, senza ulteriori specificazioni, per contrapporre più chiara­
mente la propria opera al trattato ciceroniano che, in un certo
senso, intendeva soppiantare. La verosimiglianza sarebbe ancora
maggiore, se lo scritto ambrosiano fosse stato a suo tempo desti­
nato non ai soli ecclesiastici, ma ad una più vasta cerchia di let­
tori™. Il manuale dell’onest’uomo cristiano avrebbe cosi sostitui­
to, in particolare tra le persone colte, il manuale famoso dell'one-
st'uom o pagano.
Altra questione tuttora controversa è quella della data di pub­
blicazione dell’opera.
Secondo il Palanque50 i term ini post quos sarebbero nume­
rosi, ma insufficienti: allusioni al De Noe (I, 18, 78), alla devasta­
zione dell’Illiria e della Tracia (II, 15, 70), alla vendita dei vasi
sacri (II, 28, 136-9), che si riferiscono tutte al 378; racconto delle
due carestie romane (III, 7, 46-9), rispettivam ente del 376 e del
384; allusione alla persecuzione ariana del 386 (I, 18, 72). Però il
paragone51 tra le virtù impresse nell’anima e le statue imperiali
innalzate nelle città (I, 49, 245) alluderebbe alla sedizione di An­
tiochia (387) e alla scoperta di statue di Massimo ad Alessandria
(388). Anche l’episodio della vedova di Pavia (II, 29, 150-1) sa­
rebbe avvenuto nel 388, ai tem pi della dominazione di Massimo in
Italia. Infine, per De officiis II, 6, 26 S. Ambrogio si sarebbe ispi­
rato alta Expositio in psalm um CXVIII (V, 26) del 389-9052. Quindi

47 É tude sur la compositiori, ecc., p. 195, n. 83. L’Autore si riserva di af­


frontare la questione, quando pubblicherà l’edizione critica del De officiis,
alla quale sta lavorando.
48 Étude sur la compositiori, ecc., p. 157-159.
49 Étude sur la composition, ecc., p. 195. Vedi sopra n. 12.
so Op. cit., pp. 526-527.
51 II passo è il seguente: Si tyranni aliquis imaginem habeat, nonne ob­
noxius est damnationi? Tu deponis imaginem aeterni imperatoris et erigis
in te imaginem mortis? Eice magis de d u ita te animae tuae imaginem diaboli
et attolle imaginem Christi. Anche nell’Exp. ps. C X V III, X, 5, si dice: qui
statuam contempserit imperatoris, imperatori... fecisse uidetur iniuriam. Vedi
nota seg.
52 II Palanque per quest'opera fissa un periodo che va dal 13 maggio 389
al 3 febbraio 390 (p. 524). I due passi sono questi: Itaque de utilitate dicturus
utar illo uersiculo prophetico: « Declina cor m eum in testimonia tua et non
in auaritiam », ne utilitatis sonus excitet pecuniae cupiditatem. Denique alii
habent: « Declina cor m eum in testim onia tua et non ad utilitatem », hoc est
illam quaestuum nundinas aucupantem utilitatem , illam usu hom inum ad
pecuniae studium inflexam ac deriuatam (De off., II, 6, 26).
Loquitur uersus quartus: « Inclina cor m eum in testimonia tua et non
in auaritiam ». Utilitatem alii habent; et puto quod ideo m utatum sit, quia
utilitas bonae rei uidetur esse expetenda potius quam declinanda. Sed quia
plerique lucrum pecuniarum utilitatem suam putant esse, ideo, si legimus
INTRODUZIONE 17

la pubblicazione del De officiis sarebbe della seconda metà del


38953.
Il D udden54 accetta per una parte dei riferim enti la cronolo­
gia del Palanque; fissa però la carestia romana al 383 e l'episodio
della vedova di Pavia al febbraio del 386. A m m ette che il De offi­
ciis sia probabilmente posteriore al De Iacob (386), m entre m o­
stra di non credere alla relazione fra De off., I, 49, 245 e l’abbatti­
m ento delle statue di Massimo in Alessandria e a quella fra De
off., II, 6, 26 ed Exp. ps. CXVIII, V, 26 (giugno 389). Di conseguen­
za fissa la pubblicazione del De officiis dopo la primavera del 38655.
Per ciò che m i riguarda, credo che non sia possibile risolvere
la questione in modo categorico.
Anch’io sono d’accordo col Dudden che il confronto tra De
off., II, 6, 26 ed Exp. ps. CXVIII non sia conclusivo. T u tt’al più
potrebbe esserci una presunzione d’anteriorità per Z’Expositio, in
quanto opera specifica che avrebbe fornito a S. Ambrogio spunti
di riflessione per opere successive. Anche l’episodio della vedova
di Pavia non offre riferim enti cronologici veramente sicuri: le
due datazioni proposte possono essere entrambe plausibili, ma
tu tt’altro che certe. Dalla fine di II, 29, 151 risulta chiaramente
soltanto che, quando S. Ambrogio scriveva, l’avvenimento era an­
cora recente. Forse anche per questo, in quanto egli deteneva an­
cora il potere, Massimo, se di Massimo si tratta, verrebbe chia­
mato im perator anziché tyrannus.
Penso invece che non debba essere sottovalutato il rapporto
tra De off., I, 49, 245 e gli avvenimenti di Antiochia e di Alessan­
dria, tanto più che anche in Exp. ps. CXVIII, X, 5 (389) troviamo
un accenno che potrebbe riferirsi alla sedizione antiochena56. Si
capisce che tali avvenimenti avevano prodotto una certa impres­
sione, e perciò S. Ambrogio riteneva utile farne m enzione5’.
Stando cosi le cose, ritengo che la pubblicazione del De officiis
cada dopo la vittoria di Teodosio su Massimo (388), e che quindi
la data 389-90 sia quella che dev’essere considerata più probabile.

« utilitatem », non animae utilitatem accipere debem us prophetam declinare,


sed utilitatem pecuniae (Exp. ps. C X V III, V, 6, PL, 15, 1326).
53 Per l’introduzione (paragrafi 1-22) pensa ad u n sermone dei 374, utiliz­
zato nel 389. Anche il Paredi accetta la data 389/90 (op. cit., p. 534).
54 Op. cit., pp. 694-695; 195, n. 3.
55 II Testard (Étude sur la composition, ecc., p. 228, n. 1) confronta De
off., I, 12, 44 con De interpell. Iob, III, 19, opera, questa, collocata dal Palan­
que verso il 15 giugno del 387 (pp. 520-522), dal Dudden verso la fine del 388
o al principio del 389 (II, p. 687); m a non ne trae conclusioni agli effetti della
datazione del De officiis. In realtà i due passi, essendo entram bi una para­
frasi di Iob, 21, 23-24, non sono utili a questo scopo.
56 Vedi n. 51.
57 Anche in Expl. ps. X X X V III, 27, che si assegna al 395 ( P a r e d i , op. cit.,
p. 544) si legge: Uide ne eo deferas imaginem terrestris, ubi lux caelestium
est. Hic si quis tyranni imaginem habeat, qui iam uictus interiit, iure damna­
tur. Quomodo tu hostis et aduersarii imaginem in du ita tem ueri imperatoris
inducis, nisi u t ipse te damnet? Secondo il Dudden (op. cit., II, p. 687, n. 4)
l’accenno riguarderebbe le statue di Eugenio m orto nel 394.
18 INTRODUZIONE

Nel tradurre il De officiis m i sono proposto anzitutto di essere


fedele al testo, conservandone, per quanto era consentito dalle
esigenze della lingua italiana, costruzioni ed immagini. M’è parsa
anche onestà filologica, e non solo filologica, lasciar intendere
chiaramente come interpretavo ogni passo, specie se oscuro, sen­
za rifugiarmi in compiacenti parafrasi.
Una delle maggiori difficoltà è consistita nel riprodurre le cor­
rispondenze che S. Ambrogio si sforza di ottenere, usando lo stes­
so vocabolo con differenti sfum ature di significato o, addirittura,
con significati diversi. Trascurare tale corrispondenza e acconten­
tarsi di tradurre ciascun vocabolo caso per caso, avrebbe irrime­
diabilmente compromesso lo sviluppo del pensiero e la sua esatta
comprensione. Ho cercato perciò di mantenere, nei lim iti del pos­
sibile, i rapporti voluti dallo scrittore, usando, il più delle volte,
lo stesso termine italiano per rendere lo stesso termine latino e
offrendo in nota, se necessario, gli opportuni chiarimenti.
Nello stile di S. Ambrogio, come sopra s’è detto, i vari periodi
sono collegati fra loro mediante congiunzioni che hanno princi­
palmente lo scopo di sottolineare la concatenazione dei concetti.
Le ho conservate quando erano tassativamente richieste dal senso;
le ho tolte quando non m i parevano indispensabili.
Spero che tutte queste difficoltà non m i abbiano impedito di
rendere esattamente il senso in un italiano scorrevole e moderno,
senza disuguaglianze e sciatterie. Una form a troppo disinvolta, del
resto, sarebbe stata un travestimento, non una traduzione.
Ho seguito il testo del K rabinger58, accettandone in linea di
massima l’ortografia59, ma semplificandone la punteggiatura. Delle
poche modifiche apportate si fa menzione a piè di pagina e si dà,
eventualmente, giustificazione nel commento.

58 S. Ambrosii / E piscopi Mediolanensis / De officiis m inistrorum / Libri


I I I / cum / Paulini libello De vita S. Ambrosii. / Ad codicum MSS. editio-
numque praecipuarum fidem / recognovit / et / adnotatione critica illustra­
vit / Jo. Georgius K rabinger. / Tubingae / In Libraria Henrici Laupp /
MDCCCLVII.
59 In particolare, oltre ad aver eliminato la distinzione grafica tra la U
e la V, ho preferito, p. es., le forme obtuli e oboedio, anch'esse date dai
codici, a optuli e obedio, conuicio e conuicium a conuitio e conuitium, eli­
gere ad elegere, sequuntur e simili a secuntur. Ho scritto cottidie e cottidianus,
uniche forme attestate dai codici usati dal Krabinger, e non solo da essi. Quan­
to ai nomi propri, ho m antenuto l’ortografia adottata dallo stesso Krabinger,
probabilm ente derivata dai Settanta-, m a ho scritto Johannes, Loth, Arrius, e
quindi Arrianus, sole forme attestate come sopra, e Holofernes, che credo più
probabile di Holophernes. Inoltre, sem pre confortato dai codici, ho usato solo
il nominativo Ionatha e l’ablativo singolare del com parativo in e, m entre il K ra­
binger lo alterna, a me sem bra senza sufficienti ragioni, con quello in i. Ho con­
servato invece la doppia form a del genitivo Moysis e Moisi, dell’avverbio (o
preposizione) aduersus e aduersum, entram be largamente attestate. Ho rica­
vato in parte questi criteri da quelli che il Faller (De fide, CSEL, 78, 1962,
Introduzione, pp. 47-53) form ula sulla scorta di due m anoscritti del sec. V;
ho cercato però di non trascurare la prudenza raccom andata, a questo pro­
posito, da B. Lofstedt (Zenonis Veronensis Tractatus, Tum holti, MCMLXXI,
Introduzione, p. 68, n. 2).
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

R aymond T h a m in , S a in t A m b ro ise et la m orale ch rétien n e au I V siècle,


Étude comparée des traités « Des Devoirs » de Cicéron et de Saint
Ambroise, Masson, Paris 1895.
J ean -R é m y P alanque, S a in t A m b ro ise e t l’e m p ire rom ain, D e B o c c a rd ,
P a r is 1933.
F. H om es D udden , T h e life a n d tim e s o f S t. A m b ro se, Oxford, Claren-
dòn Press, 1935, 2 voli.
S ant ’A mbrogio , D ei d o veri degli ecclesiastici,testo, introduzione, ver­
sione e note del Sac. Antonio Cavasin, « Corona Patrum Salesiana »,
Serie latina, voi. V, SEI, Torino 1938 (purtroppo la traduzione non
è sempre sicura).
A. P aredi, S. A m b ro g io e la sua età, Hoepli, Milano I9602.
M aurice T estard, O bserva tio n s su r le th è m e de la « conscien tia » dans
le « D e o fficiis m in istro ru m » d e S a in t A m broise, Rev. étud. lat..
Tome LI, 1973, Les Belles Lettres, Paris 1974, pp. 219-261.
Id., É tu d e s u r la c o m p o sitio n d a n s le « D e o fficiis m in is tr o ru m » de
sa in t A m b ro ise, Étud. augustiniennes, 1974, pp. 155-197.
G. M adec, S a in t A m b ro ise e t la philosophie, Études augustiniennes,
Paris 1974.
Per una bibliografia più completa si rimanda, oltre che ai libri
sopra citati, al volume delle O pere, tradotte da G. C oppa, UTET, Torino
1969, e, per argomenti specifici, ai già citati Atti del Congresso inter­
nazionale di studi ambrosiani (Milano, 2-7 dicembre 1974).
È opportuno però avvertire che l'ultimo volume della presente edi­
zione comprenderà anche una completa bibliografia ambrosiana.

D ebbo ringraziare v iv a m e n te S u a E cc. m ons. G iacom o Bif f i e i


p ro fe sso ri G ia m b a ttista P ighi e d o n In o s Bi f f i che in q u esto lavoro m i
sono s ta ti larghi di consigli e di aiuto.
De officiis
I doveri
LIBER PRIMUS

Caput I

Episcopi proprium munus docere; sibi autem discendum esse, u t doceat;


immo etiam docendum quod non didicerit, aut saltem et discendum simul
et docendum.

1. Non arrogans uideri arbitror, si inter filios suscipiam af­


fectum docendi, cum ipse hum ilitatis m agister dixerit: Venite, filii,
audite me; tim orem domini docebo u o s a; in quo licet e t humili­
tatem uerecundiae eius spectare et gratiam . Dicendo enim timorem
domini, qui communis uidetur esse omnibus, expressit insigne
uerecundiae. E t tam en, cum ipse tim or initium sapientiae sit et
effector beatitudinis, quondam tim entes deum beati sunt, prae­
ceptorem se sapientiae edocendae et dem onstratorem beatitudinis
adipiscendae euidenter significauit.

2. E t nos ergo ad im itandam uerecundiam seduli, ad confe­


rendam gratiam non usurpatores, quae illi spiritus infudit sapien­
tiae et per illum nobis m anifestata et uisu conperta atque exemplo,
uobis quasi liberis tradim us, cum iam effugere non possimus offi­
cium docendi, quod nobis refugientibus inposuit sacerdotii necessi­
tudo; Dedit enim deus quosdam quidem apostolos, quosdam autem
prophetas, alios uero euangelistas, alios autem pastores et docto-
res b.

3. Non igitur mihi apostolorum gloriam uindico: quis enim


hoc, nisi quos ipse filius elegit dei? non prophetarum gratiam , non
uirtutem euangelistarum, non pastorum circumspectionem, sed
tantum m odo intentionem et diligentiam circa scripturas diuinas
opto adsequi, quam ultim am posuit apostolus inter officia sancto­
rum , et hanc ipsam, u t docendi studio possim discere. Unus enim
uerus m agister est, qui solus non didicit quod omnes doceret; ho-

a Ps 33, 12.
b E ph 4, 11.
LIBRO PRIMO

Capitolo 1

È compito specifico del vescovo insegnare; per insegnare, però, egli deve
studiare; anzi deve insegnare ciò che non ha im parato, o almeno deve,
nello stesso tempo, studiare ed insegnare (*).

1. Non penso di apparire presuntuoso se in mezzo ai miei


figli voglio assum erm i il compito d’insegnare, dal momento che lo
stesso m aestro dell’u m iltà 1 ha detto: Venite, o figli, ascoltatemi:
vi insegnerò il timore del Signore: invito nel quale possiamo am­
m irare sia l’um iltà della sua m odestia sia la sua benevola dispo­
nibilità. Dicendo infatti timore del Signore, virtù che sem bra es­
sere a tu tti comune, egli rivelò la propria modestia. Tuttavia, es­
sendo lo stesso tim ore l’inizio della sapienza e la causa della fe­
licità, poiché coloro che temono Dio sono felici, apertam ente si
qualificò m aestro capace d’insegnare la sapienza e guida al pos­
sesso della felicità.
2. Anche noi dunque, solleciti nell'im itarne la modestia, le­
gittim am ente investiti del compito di trasm ettere il dono di Dio,
insegniamo a voi come a figli quelle verità che in lui infuse lo
Spirito della sapienza e per suo mezzo sono state rivelate a noi e
apprese con certezza attraverso gli esempi posti sotto i nostri oc­
chi. Infatti non possiamo ormai sottrarci al compito d’insegnare,
che, nostro m algrado2, ci ha imposto il dovere sacerdotale. Dio
infatti alcuni ha costituito apostoli, altri profeti, altri evangelisti,
altri pastori e maestri.
3. Non mi arrogo la gloria degli apostoli (chi lo potrebbe se
non coloro che furono scelti dallo stesso Figlio di Dio?), non il
dono dei profeti, non la virtù degli evangelisti, non la prudenza
dei pastori. Desidero soltanto ottenere l’applicazione diligente nel­
lo studio delle Sacre Scritture, che l’Apostolo collocò ultim a tra i
doveri dei fedeli, appunto per poter im parare allo scopo d'inse­
gnare agli altri. Uno solo, infatti, è il vero M aestro che, unico, non

* I sommari dei singoli capitoli, nella form a attuale, sono opera dei Ma
rini; tuttavia essi appaiono nelle antiche edizioni, anzi se ne trova traccia
anche in taluni m anoscritti (Testard, Étude sur la compositiori, ecc., pp.
156-159).
1 II re Davide. *
2 Paul., Vita, 6-9. Cf. sotto par. 4.
24 DE OFFICIIS I , 3-6

mines autem discunt prius quod doceant et ab illo accipiunt quod


aliis tradant.

4. Quod ne ipsum quidem mihi accidit. Ego enim, raptus


tribunalibus atque adm inistrationis infulis ad sacerdotium, docere
uos coepi quod ipse non didici. Itaque factum est u t prius docere
inciperem quam discere. Discendum igitur mihi simul et docendum,
quoniam non uacauit ante discere.

Caput II

Multiplex loquendo incurri periculum, cuius rem edium scriptura in silentio


dem onstrat esse positum.

5. Quid autem prae ceteris debemus discere quam tacere, u t


possimus loqui, ne prius me uox condemnet m ea quam absoluat
aliena? Scriptum est enim: E x uerbis tuis condem naberisa. Quid
opus est igitur u t properes periculum suscipere condemnationis lo­
quendo, cum tacendo possis esse tutior? Conplures uidi loquendo
peccatum incidisse, uix quem quam tacendo, ideoque tacere nosse
quam loqui difficilius est. Scio loqui plerosque, cum tacere nesoiant.
Rarum est tacere quemquam, cum sibi loqui nihil prosit. Sapiens
est ergo qui nouit tacere. Denique sapientia dei dixit: Dominus de­
dit m ihi Unguam eruditionis, quando oporteat serm onem dicereb.
Merito ergo sapiens qui a domino accipit quo tem pore sibi loquen­
dum sit. Vnde bene ait scriptura: Homo sapiens tacebit usque ad
te m p u sc.

6. Ideo sancti domini, qui scirent quia uox hominis plerum ­


que peccati adnuntia est et initium erroris hum ani sermo est ho­
minis, am abant tacere. Denique sanctus domini ait: Dixi, custo­
diam uias meas, ut non delinquam in lingua m e a d; sciebat enim
et legerat diuinae esse protectionis u t homo a linguae suae flagelloe
absconderetur et a conscientiae suae testimonio. Verberam ur enim
tacito cogitationis nostrae opprobrio et iudicio conscientiae; uer-
beram ur etiam uocis nostrae uerbere, cum loquim ur ea quorum
sono caeditur animus noster et mens consauciatur. Quis autem est
qui m undum cor a peccatorum habeat conluuione au t non delin­
quat in lingua sua? E t ideo, quia neminem uidebat sanctum os
seruare posse ab inm unditia sermonis, ipse sibi silentio legem in-

® Mt 12, 37.
b Is 50, 4.
c Eccli 20, 7.
d Ps 38, 2.
^ Iob 5, 21.
I DOVERI I , 3-6 25

ha im parato ciò che insegnava a tutti; gli uomini invece imparano


in precedenza ciò che devono insegnare e da lui apprendono le
verità da trasm ettere agli altri.
4. A me, poi, non capitò nemmeno questo. Strappato inf
dai tribunali e dalla m agistratura ed eletto all’episcopato, ho co­
minciato ad insegnarvi ciò che io stesso non avevo imparato. È
accaduto quindi che cominciassi ad insegnare prim a che ad im­
parare. Devo dunque contem poraneam ente im parare ed insegna­
re, perché prim a d’ora mi è m ancato il tem po per imparare.

Capitolo 2

Quando si parla, si incontrano vari pericoli che invece, come insegna la


Scrittura, si evitano tacendo.

5. Per essere in grado di parlare, che cosa dobbiamo im parare,


a preferenza di tu tto il resto, se non a tacere, perché non ci
condanni la nostra voce prim a che ci assolva l'altrui? Sta scritto
infatti: Sarai condannato sul fondam ento delle tue parole. Per
quale motivo, parlando, ti affretti a correre il rischio d’una con­
danna, m entre puoi stare più sicuro tacendo? Ho visto molti caduti
in peccato per aver parlato, solo qualcuno per aver taciuto: perciò
è più difficile saper tacere che saper parlare. So che molti parlano
perché non sanno tacere. È raro che uno taccia, anche se non gli
giova affatto parlare. È dunque saggio colui che sa tacere. La
sapienza di Dio insegna: Il Signore m i ha dato una lingua che ha
appreso quando sia opportuno parlare. Giustam ente dunque è
saggio colui che im para dal Signore quando debba parlare. Perciò
dice bene la Scrittura: L’uomo saggio tacerà fino al mom ento
opportuno.
6. I santi del Signore, consapevoli che la voce dell'uomo è
per lo più messaggera di peccato e che la parola dell’uomo è inizio
dell’errore umano, amavano il silenzio. Di conseguenza il santo del
Signore dice: Ho detto, custodirò le mie vie, per non peccare a
causa della mia lingua. Sapeva, infatti, ed aveva letto che dipende
dalla protezione divina l'essere sottratti al flagello della propria
lingua e al richiam o della propria coscienza. Siamo sferzati
infatti dalla vergogna segreta del nostro pensiero e dal giudizio
della nostra coscienza; siamo sferzati anche dallo staffile della
nostra voce, quando pronunciam o parole che con il loro suono
trafiggono l’animo nostro e feriscono a fondo la nostra mente.
Chi, d’altra parte, ha il cuore mondo da ogni colpa o non pecca
per causa della sua lingua? Perciò, vedendo che nessuno può
conservare la propria bocca immune dalla sozzura del parlare, il
Santo del Signore impose a se stesso m ediante il silenzio la legge
26 DE OFFICIIS I , 6-9

posuit innocentiae, u t tacendo culpam declinaret, quam uix effu­


gere posset loquendo.
7. Audiamus ergo cautionis m agistrum : Dixi, custodiam u
m ea sf, hoc est: dixi mihi, tacito cogitationis praecepto indixi mihi
u t custodirem uias meas. Aliae sunt uiae quas debemus sequi, aliae
quas custodire: sequi uias domini, custodire nostras, ne in culpam
dirigant. Potes autem custodire, si non cito loquaris. Lex dicit: Audi,
Israel, dom inum deum tu u m E. Non dicit: loquere, sed audi. Ideo
Eua lapsa est, quia locuta est uiro quod non audierat a domino
deo suo. Prim a uox dei dicit tibi: Audi. Si audias, oustodis uias
tuas et, si lapsus es, cito corrigis. In quo enim corrigit iuuenior uiam
suam, nisi in custodiendo uerba domini? h. Tace ergo prius et audi,
u t non delinquas in lingua tua.

8. Graue m alum u t aliquis ore suo condemnetur. Etenim


pro otioso uerbo reddet unusquisque rationem ‘, quanto magis pro
uerbo inpuritatis e t turpitudinis! Grauiora sunt enim uerba prae­
cipitationis quam otiosa. Ergo, si pro otioso uerbo ratio poscitur,
quanto magis pro sermone inpietatis poena exoluitur!

Caput III

Non perpetuum nec otiosum esse debere silentium, et quo pacto custodia
cordi atque ori contra inordinatos affectus adhibenda sit.

9. Quid igitur? Mutos nos esse oportet? Minime. Est en


tem pus tacendi et est tem pus loquendia. Deinde, si pro otioso
uerbo reddim us rationem , uideam us ne reddam us et pro otioso
silentio. Est enim et negotiosum silentium, u t erat Susannae,
quae plus egit tacendo quam si esset locuta. Tacendo enim apud
homines locuta est deo nec ullum maius iudicium suae castitatis
inuenit quam silentium. Conscientia loquebatur, ubi uox non au­
diebatur, nec quaerebat pro se hom inum iudicium quae habebat
domini testim onium . Ab illo igitur uolebat absolui, quem sciebat
nullo modo posse falli. Ipse dominus in euangelio tacens opera­
b atur salutem hominum. Recte ergo Dauid non silentium sibi
indixit perpetuum , sed custodiam.

f Ps 38, 2.
« Deut 6, 3.
h Ps 118, 9.
i Mt 12, 36.

a Eccle 3, 7.
I DOVERI I , 6-9 27

deH'innocenza, per evitare, tacendo, la colpa cui difficilmente


sarebbe riuscito a sfuggire parlando.
7. Ascoltiamo il m aestro della prudenza: Ho detto, custodirò
le mie vie, cioè: ho detto a me stesso, con un silenzioso comando
del mio pensiero mi sono imposto di custodire le mie vie. Altre
sono le strade che dobbiamo seguire, altre quelle che dobbiamo
custodire: seguire le vie del Signore, custodire le nostre, perché
non ci portino alla colpa. E puoi custodirle, se non hai fretta di
parlare. Dice la legge: Ascolta, Israele, il Signore Dio tuo. Non dice
parla, m a ascolta. Èva cadde nel peccato perché disse al m arito
ciò che non aveva ascoltato dal Signore Dio suo. La prim a parola di
Dio è questa: Ascolta. Se ascolti, custodisci le tue vie e, se sei
caduto, prontam ente correggi il tuo errore. Con quale mezzo
infatti corregge il giovanetto la sua via, se non custodendo le parole
del Signore? Dunque prim a taci ed ascolta, per non peccare con
la tua lingua.
8. È una grave sventura essere condannato dalla propria
bocca. Se ognuno renderà conto di una parola inutile, quanto più
di una parola im pura e disonesta! Sono infatti più gravi delle
parole inutili quelle che traggono a rovina. Ora, se si chiede conto
di una parola inutile, quant’è più acerba la pena che si sconta
per un discorso empio!

Capitolo 3

Il silenzio non deve essere né perpetuo né fru tto d ’inerzia. I modi con
cui devono essere custoditi il cuore e la bocca dai sentim enti disordinati.

9. E allora dobbiamo stare m uti? Niente affatto. C’è in rea


un tempo per tacere e un tempo per parlare. Inoltre, se rendiamo
conto di una parola inutile, stiamo attenti a non doverlo rendere
anche per un silenzio inerte. C’è infatti anche un silenzio attivo,
com’era quello di S u san n a1, la quale fece di più tacendo che se
avesse parlato. Tacendo davanti agli uomini, parlò a Dio e non
trovò prova più grande della sua castità che il silenzio. Parlava
con la sua coscienza là dove non si udiva la sua voce, e non
cercava in suo favore il giudizio degli uomini, perché aveva la
testim onianza del Signore. Voleva essere assolta da colui che
sapeva inaccessibile ad ogni inganno. Lo stesso Signore, nel Van­
gelo, tacendo operava la salvezza degli uomini. Giustamente dunque
Davide non si impose un silenzio perpetuo, ma la custodia della
lingua.

1 È nota la vicenda di Susanna, su cui v. Dan., 13, 1-64. Nel commento,


indicazioni abbreviate dei libri della Bibbia si uniform ano all'uso italiano.
28 DE OFFICIIS I , 10-13

10. Custodiamus ergo cor nostrum , custodiamus os nostrum ;


utrum que enim scriptum est: hic, u t os custodiamus, alibi tibi
dicitur: Omni custodia sem a cor tu u m b. Si custodiebat Dauid, tu
non custodies? Si inm unda labia habebat Isaias qui dixit: O miser
ego, quoniam conpunctus sum, quia cum sim homo et inmunda
labia habeam c; si propheta domini inm unda habebat labia, quo­
modo nos m unda habemus?
11. E t cui, nisi unicuique nostrum scriptum est: Saepi pos­
sessionem tuam spinis et argentum et aurum tuum alliga et ori
tuo fac ostium et uectem et uerbis tuis iugum et stateram ? d. Pos­
sessio tua mens tua est, aurum tuum cor tuum est, argentum
tuum eloquium tuum est: Eloquia domini eloquia casta, argen­
tum igne exam inatum e. Bona etiam possessio mens bona. Deni­
que possessio pretiosa homo m undus. Saepi ergo hanc possessio­
nem et circumuallato cogitationibus, m unito spinis sollecitudinis,
ne in eam inruant et captiuam ducant inrationales corporis pas­
siones, ne incursent m otus graues, ne diripiant uindem iam eius
transeuntes uiam. Custodi interiorem hominem tuum . Noli eum
quasi uilem neglegere ac fastidire, quia pretiosa possessio est;
et m erito pretiosa, cuius fructus non caducus et tem poralis, sed
stabilis et aeternae salutis est. Cole ergo possessionem tuam , ut
tibi sint agri.

12. Alliga sermonem tuum , ne luxuriet, ne lasciuiat et m ulti­


loquio peccata sibi colligat. Sit restrictior et ripis suis coerceatur.
Cito lutum colligit amnis exundans; non sit rem issus ac defluus,
ne dicatur de te: Non est malagma adponere neque oleum neque
alligaturam f. Habet suas habenas mentis sobrietas, quibus regitur
et gubernatur.

13. Sit ori tuo ostium, u t claudatur, ubi oportet, et obseretur


diligentius, ne quis in iracundiam excitet uocem tuam et contu­
meliam rependas contumeliae. Audisti hodie lectum: Irascimini
et nolite peccare e. Ergo, etsi irascim ur, quia affectus naturae est,
non potestatis, m alum sermonem non proferam us de ore nostro,
ne in culpam ruam us, sed iugum sit uerbis tuis et statera, hoc est
hum ilitas atque m ensura, u t lingua tua m enti subdita sit. Re­
stringatur habenae uinculis, frenos habeat suos quibus reuocari
possit ad m ensuram; sermones proferat libra examinatos iustitiae,
ut sit grauitas in sensu, in serm one pondus, in uerbis modus.

b Prou 4, 23.
c Is 6, 5.
d Eccli 28, 24.
= Ps 11, 7.
f Is 1, 6.
s Ps 4, 5.
I DOVERI I , 10-13 29

10. Custodiamo dunque il nostro cuore, custodiamo la nostra


bocca. Infatti sta scritto l’uno e l’altro precetto: qui, di custodire
la bocca; in un altro luogo: Con ogni cura vigila sul tuo cuore.
Lo custodiva Davide, tu no? Se aveva le labbra immonde Isaia che
disse: Me sventurato, perché sono smarrito, perché, essendo uomo
ed avendo le labbra immonde...; se aveva labbra immonde il profeta
del Signore, come potrem m o averle monde noi?
11. E per chi, se non per ciascuno di noi, sta scritto: Circonda
il tuo podere di spine, lega ben stretto il tuo argento e il tuo oro,
chiudi la tua bocca con una porta e un catenaccio e pesa le tue
parole sulla stadera? Il tuo podere è la tua mente, il tuo oro è
il tuo cuore, il tuo argento è la tua parola: Le parole del Signore
sono parole senza macchia, argento purificato con il fuoco. Anche
una m ente buona è un buon possedimento. Un bene prezioso è un
uomo senza colpa. Cingi dunque d’una siepe questo tuo possedi­
m ento e circondalo dei tuoi pensieri come d’un vallo, proteggilo
con le spine della tua sollecitudine, perché non vi facoiano irruzione
e lo soggioghino le irragionevoli passioni della carne, perché non
vi compiano scorrerie funesti turbam enti, perché i viandanti non
ne saccheggino i grappoli. Custodisci l'uomo che è dentro di te. Non
trascurarlo, non averlo a noia come se non avesse valore, perché
è un possesso prezioso. E davvero prezioso è quel possesso il cui
frutto non è caduco e di breve durata, ma è stabile e giova per
l’eterna salvezza. Coltiva dunque il tuo possedimento per avere
terreni fruttuosi.
12. Frena il tuo parlare perché non trasm odi, non si abban­
doni alla licenza e con la sua loquacità non accumuli peccati. Sia
piuttosto riservato e costretto entro le sue sponde. Un fiume che
straripa raccoglie rapidam ente fango. Frena la tua sensibilità: non
sia incontrollata e dilagante perché non si dica di te: Non serve
applicare impiastri né olio né fasciatura. La sobrietà della mente
ha le proprie redini dalle quali viene retta e guidata.
13. La tua bocca abbia una porta da chiudere, quando è
opportuno, e sia chiusa con ogni cura perché nessuno t ’induca ad
alzare la voce e tu non ricambi offesa con offesa. Hai sentito che
oggi è stato le tto 2: Adiratevi, ma non peccate. Perciò, sebbene
sentiamo la collera, impulso di natura che non dipende da noi, non
lasciamo uscire dalla nostra bocca male parole per non cadere nella
colpa. Pesa invece le tue parole sulla stadera, valutale cioè con
um iltà e m isura, cosi che la tua lingua sia soggetta alla tua ragione.
Sia tratten u ta dalle briglie, porti un morso adatto per mezzo del
quale possa venir ricondotta entro il giusto limite. Pronunci
discorsi pesati sulla bilancia della giustizia, in modo che i senti­
m enti siano austeri, assennato il discorso, m isurate le parole.

2 Questa espressione dim ostra che qui S. Ambrogio ha utilizzato un se


mone; cf. anche I, 4, 15. Vedi Introduzione, p. 13.
30 DE OFFICIIS I , 14-16

Caput IV

Eadem custodia prospicitur ne a pravis motibus, sed a recta ratione


prodeat oratio, in qua potissim um nobis diabolus insidiatur.

14. Haec si custodiat aliquis, fit mitis, m ansuetus, modes


Custodiendo enim os suum et retinendo linguam suam nec prius
loquendo quam interroget et expendat atque examinet uerba
sua, si dicendum hoc, si dicendum aduersus hunc, si tem pus ser­
monis huius est, is profecto m odestiam exercet ac m ansuetudinem
et patientiam , u t non ex indignatione et ira in sermonem erum pat,
non alicuius passionis indicium det in uerbis suis, non ardorem
libidinis flam m are in sermone suo indicet et inesse dictis suis
stimulos iracundiae, ne sermo postremo, qui commendare inte­
riora debet, uitium aliquod esse in m oribus aperiat et prodat.

15. Tunc enim maxime insidiatur aduersarius, quando uidet


nobis passiones aliquas generari; tunc fomites mouet, laqueos
parat. Vnde non inm erito, sicut audisti hodie legi, propheta dicit:
Quia ipse liberauit me de laqueo uenantium et a uerbo asperoa.
Symmachus inritationis uerbum dixit, alii perturbationis. Laqueus
aduersarii sermo noster est, sed etiam ipse non minus aduer­
sarius nobis. Loquimur plerum que quod excipiat inimicus et
quasi nostro gladio nos uulneret. Quanto tolerabilius est alieno
gladio quam nostro perire!

16. Explorat ergo aduersarius nostra arm a et concutit sua tela.


Si ergo uiderit m oueri me, inserit aculeos suos u t seminaria iur-
giorum excitet. Si emisero uerbum indecorum, laqueum suum
stringit. Interdum mihi quasi escam proponit uindictae possibi­
litatem , ut, dum uindicari cupio, ipse me inseram laqueo et no­
dum m ortis adstringam mihi. Si quis ergo sentit hunc aduersarium
praesentem esse, tunc magis custodiam adhibere debet ori suo,
ne det locum aduersario; sed non m ulti hunc uident.
I DOVERI I, 14-16 31

Capitolo 4

Con la stessa vigilanza si fa in modo che il nostro parlare, il quale offre


al demonio l'occasione preferita per le sue insidie, proceda non da per­
verse passioni, m a dalla retta ragione.

14. Se uno custodisce queste facoltà, diventa mite, mansueto,


modesto. Custodendo infatti la propria bocca, frenando la propria
lingua e non parlando prim a d’interrogare e pesare ed esaminare
le proprie parole, se cioè si debba d ir questo, se si debba cri­
ticare questa persona, se sia il momento adatto per questo di­
scorso, costui certam ente esercita la modestia, la m ansuetudine, la
pazienza. Così non prorom pe in espressioni dettate dallo sdegno
e dall’ira, non rivela traccia d’alcun turbam ento nelle sue parole,
m ostra che nel suo discorso non arde la fiamma della passione
e che nel suo dire non agisce l’impulso della collera. Evita insomma
che il suo discorso che dovrebbe offrire una favorevole immagine
del suo animo, m anifesti apertam ente qualche difetto nel suo
carattere.
15. Infatti il nostro nemico tram a insidie soprattutto quando
vede nascere in noi qualche turbam ento; allora suscita gli incentivi
e prepara i suoi lacci. Perciò non a torto, come hai sentito leggere
oggi, il profeta dice: Poiché egli m i ha liberato dal laccio dei cac­
ciatori e dalla parola aspra. Simmaco tradusse parola offensiva,
altri parola che sconvolge1. Il laccio del nemico è il nostro parlare,
ma anche questo non ci è meno nemico. Noi parliam o per lo piji
in modo tale che il nemico colga a volo ciò che diciamo e, per
cosi dire, ci ferisca con la nostra spada. Quanto sarebbe più soppor­
tabile perire trafitti dalla spada altrui che dalla nostra.
16. Orbene il nemico cerca di scoprire le nostre arm i e vibra
i suoi dardi. Se vede che ne sono scosso, conficca i suoi aculei per
suscitare semenzai di contese. Se pronuncio una parola sconve­
niente, stringe il suo laccio. Frattanto, come esca, mi fa balenare
la possibilità d’una vendetta, perché, nell’atto stesso in cui conce­
pisco il desiderio di vendicarmi, sia io a introdurre il mio collo nel
cappio e a stringere il nodo m ortale. Se qualcuno dunque s’accorge
che questo nemico è presente, ancor più allora deve custodire la
propria bocca per non cedere di fronte a lui; m a non sono molti
a vederlo.

1 Simmaco, aderente alla setta eretica degli Ebioniti, curò verso il 200
una traduzione in greco del Vecchio Testamento, riprodotta da Origene nel-
1’Esapla; ne rimangono solo frammenti. Vedi L. M oraldi - S. Lyonnet, Intro­
duzione alla Bibbia, Marietti, Torino 1962, I, pp. 143-144. Simmaco h a qui
(Sai 90, 3) ’Aitò Xóyou èirnpeias, i Settanta, 'Aitò Xóyou Tapa/wSou? (PG,
XVI, 1089).
32 DE OFFICIIS I , 17-20

Caput V

Contra uisibilem etiam aduersarium , cum nos instigat, utendum silentio,


cuius unius ope superiores euadimus et hum ilitatem , quae exhibenda
aduersus omnes, conseruamus.

17. Sed etiam ille cauendus est qui uideri potest, quicumque
inritat, quicumque incitat, quicum que exasperat, quicumque in-
centiua luxuriae aut libidinis suggerit. Quando ergo aliquis nobis
conuiciatur, lacessit, ad uiolentiam prouocat, ad iurgium uocat,
tunc silentium exerceamus, tunc m uti fieri non erubescamus. Pec­
cator est enim qui nos prouocat, qui iniuriam facit et nos similes
sui fieri desiderat.
18. Denique, si taceas, si dissimules, solet dicere: Quid taces?
Loquere, si audes; sed non audes, m utus es, elinguem te feci. Si
ergo taceas, plus rum pitur; uictum sese putat, inrisum , posthabi­
tum atque inlusum. Si respondeas, superiorem se factum arbitra­
tur, quia parem inuenit. Si enim taceas, dicitur: Ille conuiciatus
est huic, contem psit iste. Si referas contumeliam, dicitur: Ambo
conuiciati sunt. Uterque condem natur, nemo absoluitur. Ergo illius
est studium u t inritet, u t similia illi loquar, similia agam; iusti
est autem dissimulare, nihil loqui, tenere bonae fructum conscien­
tiae, plus com m ittere bonorum iudicio quam crim inantis insolen­
tiae, contentum esse grauitate m orum suorum. Hoc est enim silere
a bonis, quia bene sibi conscius non debet falsis moueri nec
aestim are plus ponderis in alieno esse conuicio quam in suo te­
stimonio.

19. Ita fit u t etiam hum ilitatem custodiat. Si autem nolit


hum ilior uideri, talia tractat et dicit ipse secum: Hic ergo, u t me
contem nat et in conspectu meo loquatur talia aduersum me, quasi
non possim ego ei aperire os meum? Cur non etiam ego dicam in
quibus eum m aestificare possim? Hic, u t me crim inetur, quasi
ego non possim grauiora in eum componere?

20. Qui talia dicit, non est m itis atque humilis, non est sine
tem ptatione. Tem ptator eum exagitat, ipse ei tales opiniones in­
serit. Plerum que adhibet hominem atque adponit nequam spiritus
qui haec illi dicat; sed tu in petra fixum uestigium tene. Etsi seruus
conuicium dicat, iustus tacet; etsi infirm us contum eliam faciat,
iustus tacet; etsi pauper crim inetur, iustus non respondet. Haec
I DOVERI I , 17-20 33

Capitolo 5

Anche contro il nemico visibile, quando ci tenta, bisogna usare il silenzio,


perché è l’unico mezzo con il quale riusciamo vincitori e conserviamo
l’um iltà che dev’essere esercitata da tutti.

17. Bisogna però guardarsi anche dal nemico che può essere
visto, e cioè da chiunque ci irriti, ci stimoli, ci esasperi, ci spinga
alla mollezza o alla sensualità. Perciò, quando qualcuno ci ingiuria,
ci provoca, ci stim ola alla violenza, ci invita alla rissa, allora
conserviamo il silenzio, non vergogniamoci allora di diventare muti.
Colui che ci provoca e ci offende è un peccatore e desidera che
diventiamo simili a lui.
18. Infine, se tu taci, se fingi di non sentire, dice solitamente:
« Perché taci? Parla, se ne hai il coraggio; m a tu non ne hai il
coraggio, sei m uto, ti ho ridotto senza lingua ». Se taci, scoppia
ancor più di rabbia, si ritiene vinto, deriso, trascurato, beffato. Se
rispondi, si ritiene vincitore perché ha trovato un suo pari. Se
infatti taci, dicono: « Quello lo ha ingiuriato, m a questi non se n ’è
dato per inteso »; se ricambi l’offesa, dicono: « Tutti e due si
sono ingiuriati ». Condannati entram bi, nessuno assolto. Quello si
sforza di stuzzicarmi perché io usi il suo stesso linguaggio e agisca
come lui. L’uomo giusto invece finge di non sentire, non apre
bocca, bada a conservare il vantaggio d ’una coscienza che non ha
nulla da rim proverarsi, dà maggior credito al giudizio dei buoni che
all’insolenza del suo accusatore, è pago della propria condotta seria
e dignitosa. Ciò significa infatti « tacere i propri m eriti » ‘, perché
colui che si sa innocente non deve essere turbato dalle calunnie né
credere di maggior peso le ingiurie altrui che la testimonianza della
propria coscienza.
19. Cosi accade ch'egli pratichi anche l'umiltà. Ma, se non
vuole apparire troppo umile, fa queste riflessioni dicendo a se
stesso: « Costui mi disprezza e mi insulta sfacciatam ente come se
io non potessi rispondergli? Perché anch’io non potrei dirgli cose
spiacevoli? Costui mi offende come se io non fossi uomo, come
se non potessi vendicarmi? Costui mi accusa come se io non
potessi lanciare accuse più gravi contro di lui? ».
20. Chi parla così non è m ite e umile, non è esente da tenta­
zione. Il tentatore gli insinua nell’animo, senza tregua, tali pensieri.
Per lo più lo spirito maligno usa una creatura um ana e gliela
pone accanto perché gli faccia questi discorsi; m a tu tieni bene

1 L’espressione silere a bonis (cf. sotto par. 21) presenta qualche difficol
anche perché va trad o tta secondo il senso che qui le attribuisce S. Ambrogio.
A I, 48, 236 si dice: ...et silebat a bonis suis, hoc est bonorum operum conscien­
tia. Nell’B^pi. Ps. X X X V I I I , 13 (CSEL 64, p. 193) si legge: Siluit a bonis, quia
bona conscientia non eget defensione uerborum quae suo nixa est testimonio,
ipsa sui iudex. Materialmente a bonis riproduce 1' è£, àfaS-wv dei Settanta,
conservandone l’ambiguità. Quindi penso che silere a bonis si debba intendere
« m antenere il silenzio sulle proprie buone azioni ». Vedi anche T estard , Obser-
vations, ecc., p. 234.
34 DE OFFICIIS I , 20-23

sunt arm a iusti, u t cedendo uincat, sicut periti iaculandi cedentes


solent uincere et fugientes grauioribus sequentem uulnerare ictibus.

Caput VI

Hac in re silentium atque hum ilitatem Dauid im itanda esse, ne digni


uideam ur iniuria.

21. Quid enim opus est moueri, cum audim us conuicia? C


non im itam ur dicentem: O bm utui et humiliatus sum et silui a bo­
nis? a. An hoc dixit tantum m odo, non etiam fecit Dauid? Im m o et
fecit. Nam, cum ei conuiciaretur Semei filius, tacebat Dauid et,
quamuis saeptus arm atis, non retorquebat conuicium, eo usque
dicenti sibi Saruiae filio, quod uindicare in eum uellet, non per­
m iserit. Ibat ergo tam quam m utus et hum iliatus, ibat tacens nec
m ouebatur, cum uir appellaretur sanguinis, qui erat conscius pro­
priae m ansuetudinisb. Non ergo m ouebatur conuiciis cui abun­
dabat bonorum operum conscientia.

22. Itaque is, qui cito iniuria m ouetur, facit se dignum uid
contumelia, dum uult ea indignus probari. Melior est itaque qui
contem nit iniuriam quam qui dolet: qui enim contemnit, quasi
non sentiat, ita despicit; qui autem dolet, quasi senserit torquetur.

Caput VII

Quam pulchre prooemii loco usurpatus fuerit psalmus XXXVIII, quo in­
ductus u ir sanctus de officiis scribere constituit, idque potiore iure quam
olim Cicero ad filium.

23. Neque inprouide ad uos filios meos scribens huius psal


prooemio usus sum. Quem psalm um propheta Dauid sancto Idi-
thum canendum d e d ita, ego uobis tenendum suadeo, delectatus eius
sensu profundo et uirtute sententiarum . Aduertimus enim ex his,
quae breviter libauimus, et silendi patientiam et oportunitatem lo­
quendi et in posterioribus contem ptum diuitiarum , quae maxima

“ Ps 38, 3.
b 2 Reg 16, 7 ss.

a Ps 38, 1.
I DOVERI I , 20-23 35

saldo sulla roccia il tuo piede. Anche se uno schiavo lo ingiuria, il


giusto tace; anche se un povero lo accusa, il giusto non risponde.
Queste sono le arm i del giusto per vincere ritirandosi, come gli
abili arcieri sogliono vincere arretrando e, m entre fuggono, inflig­
gere più gravi ferite aH’inseguitore.

Capitolo 6

A questo proposito dobbiamo im itare il silenzio e l’um iltà di David per


non apparire meritevoli d ’offesa.

21. Per quale motivo turbarci quando sentiamo degli insulti?


Perché non imitiamo colui che dice: Ho taciuto e m i sono umiliato
e ho m antenuto il silenzio sui miei m eriti? Forse Davide si limitò
a dire queste parole senza m etterle in atto? No, al contrario, agi
in modo conforme alle sue parole. Infatti, m entre il figlio di S em ei1
lo ingiuriava, Davide taceva e, quantunque circondato da arm ati,
non ritorceva l’offesa, non cercava soddisfazione. Anzi, al figlio di
S arvia2, che avrebbe voluto vendicarlo, non perm ise di attuare il
suo proposito. Avanzava dunque senza fiatare, in atteggiamento
d’umiltà, avanzava in silenzio e non reagiva sentendosi chiam are
uomo sanguinario, perché conscio della propria m ansuetudine. Non
era turbato dalle ingiurie, perché ben consapevole delle opere
buone compiute.
22. Pertanto chi si tu rba subito per un'offesa, se ne m ostra
degno, proprio m entre vuole dim ostrare di non m eritarla. Chi
disprezza l'offesa è migliore di chi se ne affligge: chi la disprezza,
non vi bada come se non l’avvertisse; chi invece se ne duole, ne
soffre, dim ostrando di averla sentita.

Capitolo 7

Molto opportunam ente come introduzione è stato usato il salmo XXXVIII;


di li il Santo trasse l’ispirazione per u n ’opera sui doveri, e ciò a miglior
d iritto che un tempo Cicerone per il figlio. Quali ne sono i motivi.

23. Non a caso, scrivendo a voi che siete i miei figli,


usato come introduzione questo salmo, che il profeta Davide diede
da cantare al levita I d itu n x. Vi consiglio d’im pararlo a memoria,
per il piacere che ho ricavato dal suo profondo significato e dall’ef­
ficacia dei suoi concetti. Da quel poco che abbiamo gustato,
abbiamo compreso che questo salmo insegna il silenzio paziente

1 Veramente il testo biblico (2 Sam 16, 5) dice: uir de cognatione dom us


Saul, nomine Semei, filius Gera. Che si tra tti di una svista?
2 Abisai, figlio di Sarvia, sorella di David (1 Par 2, 16).

1 Iditun era uno dei tre capi del servizio musicale per il culto sac
(1 Par 16, 41; 25, 3).
36 DE OFFICIIS I , 23-25

uirtutum fundam enta sunt, hoc psalmo doceri. Dum igitur hoc
psalmum considero, successit animo de officiis scribere.

24. De quibus etiamsi quidam philosophiae studentes scr


serunt, u t Panaetius et filius eius apud Graecos, Tullius apud Lati­
nos, non alienum duxi a nostro m unere u t etiam ipse scriberem.
E t sicut Tullius ad erudiendum filium, ita ego quoque ad uos in­
form andos filios meos; neque enim minus uos diligo, quos in
euangelio genui, quam si coniugio suscepissem. Non enim vehe-
m entior est natura ad diligendum quam gratia. Plus certe diligere
debemus quos perpetuo nobiscum putam us futuros quam quos in
hoc tantum saeculo. Illi degeneres nascuntur frequentur, qui de­
deceant patrem ; nos ante elegimus u t diligamus. Itaque illi neces­
sitate diliguntur, quae non satis idonea atque diuturna est ad per­
petuitatem diligendi m agistra, nos iudicio, quo magnum caritatis
pondus ad uim diligendi adiungitur: probare quos diligas et dili­
gere quos elegeris.

Caput VIII

Nomen officii non solum philosophis, sed etiam scriptoribus sacris usi­
tatum esse, et unde hoc deductum.

25. Ergo, quoniam personae conueniunt, uideam us utrum


ipsa conueniat, scribere de officiis, et utrum hoc nomen philoso­
phorum scholae aptum sit an etiam in scripturis reperiatur diuinis.
Pulchre itaque, dum legimus hodie euangelium, quasi adhortaretur
ad scribendum, spiritus sanctus obtulit nobis lectionem qua con­
firm arem ur etiam in nobis officium dici posse. Nam, cum Zacha-
rias sacerdos obm utuisset in tem plo et loqui non posset, Factum
est, inquit, ut inpleti sunt dies officii eius, abiit in dom um su a m a.
Legimus igitur officium dici a nobis posse.

Lc 23.
I d o v e r i i , 23-25 37

e la parola al momento opportuno e, successivamente, il disprezzo


delle ricchezze, disposizioni che costituiscono i più sicuri fonda­
m enti della virtù. M entre dunque meditavo su questo salmo, mi
venne il desiderio di scrivere sui doveri.
24. Sebbene su questo argomento abbiano scritto alcuni filo­
sofi, come Panezio e suo figlio2 tra i Greci e T ullio3 presso i Latini,
non ho ritenuto estraneo al nostro m inistero di scriverne anch’io.
E come fece Tullio per istruire suo figlio4, cosi faccio anch'io per
am m aestrare voi che siete i miei figli, poiché per voi, che ho
generato nell’Evangelo, non nutro m inor amore che se vi avessi
avuti nel matrim onio. Nell’amore, infatti, la natura non è più
ardente della grazia. Certam ente dobbiamo am are di più quelli che
crediamo destinati a rim anere eternam ente con noi di quelli
che resteranno con noi soltanto in questa vita. I figli nascono spesso
così degeneri, da disonorare il padre; per amarvi, io prim a vi ho
scelti. Quelli sono am ati per l’obbligo imposto dal vincolo di paren­
tela, che non è un m aestro abbastanza capace e stabile d'un amore
senza limiti di durata; voi siete am ati sul fondam ento d'un giudizio
che aggiunge all’amore di natura il peso dell’affetto e della stima.
Cosi si m ettono alla prova quelli da am are e si amano quelli che
si sono scelti.

Capitolo 8

La parola dovere (officium) è usata frequentem ente non solo dai filosofi,
m a anche dagli scrittori sacri. Donde essa deriva.

25. Poiché dunque è conveniente per le nostre p erso n e1,


vediamo se lo scrivere sui doveri sia in se stesso conveniente e se
questa parola sia adatta soltanto alla scuola dei filosofi oppure si
trovi anche nelle Sacre Scritture. M entre oggi leggevamo il Van­
gelo, lo Spirito Santo, come se ci esortasse a scrivere, ci offri ben
a proposito un testo per dim ostrarci che anche nel caso nostro si
può parlare di « dovere » (officium ). Infatti, essendo il sacerdote
Zaccaria diventato m uto nel tempio e non potendo parlare, avvenne,
dice l’Evangelista, che, come furono com piuti i giorni del suo
dovere sacerdotale2, se ne tornò a casa sua. Leggiamo cosi che
anche noi possiamo usare la parola « dovere ».
2 Panezio di Rodi (185c-99c a.Cr.), insigne rappresentante dello Stoi­
cismo mediano, dopo il 129 scrisse un tra tta to in tre libri Sul dovere (Ilepi
Xa9-TQX0VT05 = del conveniente), concepito in funzione della società romana,
largamente utilizzato da Cicerone (De off., I li, 2, 7); v. P o h l e n z , op. cit., I,
pp. 387-393; 409414. Vedi anche l’Introduzione. Non sappiam o nulla del figlio
di Panezio, del quale S. Ambrogio è l’unico a parlarci.
3 Marco Tullio Cicerone (10643 a.Cr.).
4 Infatti il destinatario dell’opera è il figlio Marco (De off., I, 1, 1).

1 Cioè, è conveniente che fra noi si parli di doveri, dati i nostri rapporti
che riproducono quelli di un padre con i figli.
2 Ho tradotto qui officium con « dovere » sacerdotale per m antenere la
corrispondenza stabilita da S. Ambrogio; altrim enti, sarebbe piuttosto « ser­
vizio ».
38 DE OFFICIIS I , 26-29

26. Nec ratio ipsa abhorret, quandoquidem officium ab e


ciendum dictum putam us quasi efficium; sed propter decorem
sermonis una inm utata littera officium nuncupari uel certe u t ea
agas quae nulli officiant, prosint omnibus.

Caput IX

Officium ab honesto et utili nec non ab am borum inter se conparatione


desumi, sed a Christianis nihil, quod ad futuram uitam non conferat,
honestum aut utile agnosci atque adeo non superuacaneum fore hunc
de officio tractatum .

27. Officia autem ab honesto et utili duci existim auerunt


de his duobus eligere quid praestet; deinde incidere u t duo con­
currant honesta et duo utilia, et quaeratur quid honestius et quid
utilius. Prim um igitur in tres partes officium diuiditur, honestum
et utile et quid praestantius. Deinde haec tria in quinque genera
diuiserunt, in duo honesta et duo utilia et eligendi iudicium. Prim a
pertinere dicunt ad decus honestatem que uitae, secunda ad uitae
commoda, copias, opes, facultates; de his eligendis subesse iudi­
cium. Haec illi.

28. Nos autem nihil omnino, nisi quod deceat et honestum


sit, futurorum magis quam praesentium m etim ur form ula nihil-
que utile, nisi quod ad uitae illius aeternae prosit gratiam , defini­
mus, non quod ad delectationes praesentes. Neque aliqua commo­
da in facultatibus et copiis opum constituim us, sed incommoda
haec putam us, si non reiciantur, eaque oneri, cum sint, aestim ari
magis quam dispendio, cum erogantur.

29. Non superfluum igitur scriptionis nostrae est opus, quia


officium diuersa aestim am us regula atque illi aestim auerunt. Illi
saeculi commoda in bonis ducunt, nos haec etiam in detrim entis,
quoniam qui hic recipit bona, u t ille diues, illic cruciatur; et La-
zarus, qui mala hic pertulit, illic consolationem in u en ita. Deinde

Lc 16, 25.
i d o v e r i i , 26-29 39

26. E la stessa ragione non ha motivi per opporsi, poic


riteniam o che officium derivi ab efficiendo, come se fosse effi-
cium ; m a che, col m utam ento d’una sola lettera, sia pronunciato
officium per motivo d'eufonia, o almeno perché tu compia azioni
tali che non danneggino (officiant) e giovino invece a t u tt i 3.

Capitolo 9

Il dovere si deduce dall'onesto e dall'utile come pure dal loro confronto.


I Cristiani però non riconoscono come onesto o utile se non ciò che
giova alla vita futura; perciò non sarà superfluo questo trattato sul
dovere.

27. I filosofi ritennero che i doveri derivino dall'onesto1 e


dall'utile, tra cui scegliere ciò ch'è meglio. Si danno poi casi nei
quali si presentano contem poraneam ente due azioni oneste e due
utili e si cerca quindi che cosa sia più onesto e che cosa più utile.
Il dovere in prim o luogo presenta tre aspetti: l'onesto, l'utile e ciò
che è meglio fra essi. Essi distinsero poi questi tre aspetti in
altri cinque, due onesti, due utili e il criterio di scelta. Dicono che
i prim i due riguardano il decoro e l'onestà della vita, gli altri due
i beni della vita stessa, cioè l'abbondanza di mezzi, il potere, le
sostanze; la loro scelta sottintende preventivam ente un giudizio.
Cosi i filosofi2.
28. Noi, invece, null’altro prendiam o in esame, riferendoci ai
beni fuituii piuttosto che a quelli presenti, se non ciò che è conve­
niente ed onesto e nulla definiamo utile se non ciò che giova alla
grazia per la vita eterna, non ciò che contribuisce al godimento
della vita presente. Non vediamo alcun vantaggio nei beni di
fortuna e nell'abbondanza di mezzi, m a li consideriamo un danno,
se non vengono disprezzati, e stim iamo un peso il loro possesso
piuttosto che una perdita la loro distribuzione.
29. Non è dunque superflua la composizione di questo nostro
scritto, perché noi valutiam o il dovere secondo un principio diverso
da quello dei filosofi. Essi considerano beni quelli di questa vita.

3 Siamo di fronte ad una etimologia di chiara im pronta stoica e ci


del tu tto infondata. Sulla stessa linea è la relazione officium - non officere,
classica applicazione del criterio x a x à àvcicppaffiv (v. P ohlenz, op. cit., I,
p. 71). O fficium deriva invece da opi-faciom (Walde-Hofmann, sub voce). Sul­
le etimologie stoiche vedi anche F. Della Corte, Varrone, La Nuova Italia,
Firenze 19702, pp. 33-34.

1 Per criterio di uniform ità, nei lim iti del possibile trad u rrò honestum
con « onesto », p u r rendendomi conto del significato pregnante di questa
parola che si potrebbe anche rendere con « m orale », « m oralità », « legge
morale». Il Testard (Cic., Les Devoirs, I, p. 55) sostiene la traduzione di
honestum con « beauté m orale ». Cf. Observations, ecc., p. 235, e, soprattutto,
Étude sur la composition, ecc., p. 193.
2 Cf. Cic., De off., I, 3, 7; 9; 10.
-40 DE OFFICIIS I , 29-31

qui illa non legunt, nostra legent, si uolent; qui non serm onum
supellectilem neque artem dicendi, sed simplicem rerum exquirunt
.gratiam.

C ap u t X

P rius in sacris litteris decorum quam in philosophorum libris frequenta­


tum esse: Pythagoram silentii sui legem m utuatum a Dauide; sed huius
tam en praestare disciplinam, cum prim um officium sit loquendi modus.

30. Decorum autem in nostris scripturis prim o constitui loco,


quod Graece npeuov dicitur, instruim ur e t docem ur legentes: Te
decet hymnus, deus, in Sion uel Graece: Eoi npé-m ufjuvoq- ó freòg’
èv Ei&v a. E t apostolus ait: Loquere quae decent sanam doctri-
n a m b. E t alibi: Decebat autem eum, per quem omnia et prop­
ter quem omnia, m ultis filiis in gloriam adductis ducem salutis
eorum per passionem consum m arec.

31. Numquid prior Panaetius, num quid Aristoteles, qui et


ipse disputauit de officio, quam Dauid, cum et ipse Pythagoras, qui
legitur Socrate antiquior, prophetam secutus Dauid d, legem silen­
tii dederit suis? Sed ille, u t per quinquennium discipulis usum
inhiberet loquendi; Dauid autem , non u t naturae m unus inminue-
ret, sed ut custodiam proferendi sermonis doceret. E t Pythagoras

a Ps 64, 2.
b Tit 2, 1.
c H ebr 2, 10.
d Ps 38, 2 ss.
I DOVERI I , 29-31 41

noi addirittura danni, perché chi riceve beni quaggiù, come il ricco
del Vangelo, nell’altra vita soffre torm enti; Lazzaro invece, che su
questa terra aveva sofferto, trovò consolazione in cielo. Quindi
coloro che non leggono le opere dei filosofi, leggeranno il nostro
scritto, se vorranno. I nostri lettori non cercano ricchezza di
parole, ma la schietta attrattiva degli argomenti.

Capitolo 10

Prim a che nei libri dei filosofi, si è spesso parlato di « conveniente »


nelle Sacre Scritture. Pitagora ha derivato da Davide la regola del silenzio;
tuttavia la dottrina di Davide è superiore, perché il prim o dovere è la
m isura nel parlare.

30. Che il « conveniente » (decorum ) che in greco si dice


npÉ7C0 V, nelle Scritture occupi il prim o posto, apprendiam o senz’al-
cun dubbio leggendo: A te, o Dio, si conviene la lode in Sion, o
in greco: Sol irpÉTCì upivog1 ó freòg èv Eiwv- E l’Apostolo dice: Inse­
gna ciò che si conviene alla sana dottrina. E in un altro passo: Era
conveniente che colui per il quale e dal quale tutte le cose sono
state create, volendo condurre alla gloria molti figli, rendesse per­
fetto mediante la sofferenza il capo che li doveva guidare alla
salvezza.
31. Forse Panezio, forse Aristotele, che tra ttò ugualmente del
dovere, sono prim a di Davide, dal m omento che lo stesso Pitagora,
che, come si legge, è anteriore a Socrate, dette ai suoi discepoli la
regola del silenzio sull’esempio del profeta D avid2? Ma Pitagora
diede tale regola p er im pedire ai discepoli l’uso della parola per
cinque a n n i3; Davide, invece, non per lim itare una facoltà naturale,

1 Tutto sommato, preferisco tradurre qui (e, per quanto è possibile, an­
che in seguito) decorum con l’italiano « conveniente », sebbene tale vocabolo
possa talora risultare ambiguo, perché in tal modo si riesce a mantenere la
simmetria etimologica con decet = « conviene », « è conveniente ». Il Tom­
maseo ( T o m m a s e o -B e l l i n i , Diz. della lingua ital., sub voce) scrive: « Il senso
del conveniente (gr. itp&rcov), a cui Cicerone dà tanto valore, è effetto della
coscienza che ha l'uomo del bello in quanto è vero e retto; anzi è questa
coscienza stessa ». Vedi però anche T estakd , Étude sur la composition, ecc.,
p. 173, n. 37, dove si osserva che, di fatto, S. Ambrogio, a differenza di Cice­
rone, tende a identificare Vhonestum e il decorum.
2 II pensiero di S. Ambrogio è evidente: se Pitagora, che fu anteriore
a Socrate, imitò Davide nella sua regola del silenzio, a loro volta Aristotele
e Panezio, entram bi posteriori a Socrate, trattarono del dovere ben dopo
Davide. Pitagora sarebbe nato verso il 570 a.Cr. ( Z e ll er -M ondolfo , La filosofia
dei Greci, La Nuova Italia, Firenze 1938, II, p. 404), m entre Davide avrebbe
iniziato il suo regno l ’anno 1012 a.Cr. (G. R i c c i o t t i , Storia d'Israele, In tem a­
zionale, Torino 19434, I, p. 341). L'accenno ad Aristotele deve riferirsi soprat­
tutto all’Ethica Nicomachea; su Panezio, v. sopra 24, n. 2.
3 La notizia data da S. Ambrogio è confermata, p. es., dalla testim onianza
di Luciano (V it. auct., 3) e di Diogene Laerzio (V ili, 10). Aulo Gellio, invece,
riportando (I, 9) u n ’informazione fornitagli da Tauro, precisa che Pitagora
iubebat tem pus certum tacere; non omnes idem, sed alios aliud tem pus pro
aestimato captu solertiae, cioè a seconda delle capacità intellettuali. Il pe-
42 DE OFFICIIS I , 31-35

quidem, u t non loquendo loqui doceret; Dauid, u t loquendo ma­


gis discerem us loqui. Quomodo enim sine exercitio doctrina aut
sine usu profectus?

32. Qui disciplinam bellicam uult adsequi, cottidie exerce


arm is et tam quam in procinctu positus praeludit proelium et uelut
coram posito praetendit hoste atque ad peritiam uiresque iacu-
landi uel suos explorat lacertos vel aduersariorum declinat ictus
et uigilanti exit obtutu. Qui nauem in m ari regere gubernaculis
studet uel rem is ducere, prius in fluuio praeludit. Qui canendi sua-
uitatem et uocis adfectant praestantiam , prius sensim canendo
uocem excitant. E t qui uiribus corporis legitimoque luctandi cer­
tam ine coronam petunt, cottidiano usu palaestrae durantes mem­
bra, nutrientes patientiam , laborem adsuescunt. £

33. Haec ipsa natura nos in paruulis docet, quod prius so


m editantur loquendi, u t loqui discant. Itaque sonus excitatio quae­
dam et palaestra uocis est. Ita ergo et qui uolunt discere cautio­
nem loquendi, quod naturae est non negent, quod custodiae est
exerceant, u t qui in specula sunt speculando intendant, non dor­
miendo. Omnis enim res propriis ac domesticis exercitiis augetur.

34. Ergo Dauid tacebat non semper, sed pro tempore; non
iugiter neque omnibus, sed inritanti aduersario, prouocanti pec­
catori non respondebat. Et, sicut alibi ait, loquentes uanitatem et
cogitantes dolum non audiebat, quasi surdus et quasi m utus non
aperiebat illis os su u m e, quia et alibi habes: Noli respondere in-
prudenti ad inprudentiam eius, ne similis illi fia s f.

35. Prim um igitur officium est loquendi modus. Hoc sacrifi­


cium laudis dependitur, hoc reuerentia exhibetur, cum scripturae
diuinae leguntur, hoc honorantur parentes. Scio loqui plerosque
cum tacere nesciant. Rarum est tacere quemquam, cum sibi non
prosit loqui. Sapiens, u t loquatur, m ulta prius considerat, quid
dicat et cui dicat, quo in loco et tempore. E st ergo et loquendi et
tacendi modus; est etiam facti modus. Pulchrum igitur tenere men­
suram officii.

* Ps 37, 13-14.
f Prou 26, 4.

32, 10. labore Krabinger laborem complures codd.


33, 2. exercitatio Krabinger excitatio complures codd.
I DOVERI I , 31-35 43

ma per insegnare il controllo della p a ro la 4. Pitagora, per insegnare


a parlare per mezzo del silenzio; Davide, perché parlando im paras­
simo meglio a parlare. Come si può im parare, infatti, senza eserci­
zio o far progressi senza esperienza?
32. Chi vuole im parare l'arte della guerra si esercita quotidia­
nam ente nell’uso delle arm i e, come se stesse per affrontare la
mischia, simula il com battim ento e, quasi fosse di fronte al nemico
schierato, muove all'attacco; per acquistare poi abilità e forza nello
scagliare i giavellotti, m ette alla prova i suoi muscoli e si allena ad
evitare i colpi degli avversari, avanzando5 con sguardo attento.
Chi vuole guidare in m are una nave stando al tim one o spingerla
innanzi con i remi, prim a si esercita in un fiume. Coloro che aspi­
rano alla soavità del canto e all’eccellenza della voce, prim a cercano
a poco a poco di svilupparla cantando. E coloro che cercano la
vittoria con la gagliardia fisica in un regolare incontro di lotta, si
avvezzano alla fa tic a 6 irrobustendo le loro m em bra con la frequenza
quotidiana della palestra, accrescendo cosi la loro resistenza.
33. La natura stessa ci insegna questo a proposito dei bam ­
bini, in quanto essi, per im parare a parlare, prim a si sforzano di
riprodurre i suoni delle parole. Quindi l’emissione del suono è, per
cosi dire, la palestra dove si sviluppa la voce7. Cosi, anche coloro
che vogliono im parare la prudenza nel parlare, non rifiutino ciò che
è proprio della natura, m a esercitino il controllo sulla loro lingua,
come coloro che sono di vedetta devono impegnarsi ad osservare
attentam ente, non a dormire. Ogni facoltà, infatti, si accresce
mediante esercizi appropriati.
34. Davide non sempre taceva, ma, secondo l’opportunità;
evitava di rispondere, non in ogni circostanza né a tutti, m a all’av­
versario che lo stuzzicava, al peccatore che lo provocava. E, come
dice altrove, non ascoltava coloro che dicevano frivolezze e medi­
tavano inganni; quasi sordo e m uto non apriva per loro la sua
bocca, perché in un altro passo tu trovi: Non rispondere allo stolto
conforme alla sua stoltezza, per non diventare simile a lui.
35. Il prim o dovere è, dunque, la m isura nel parlare, con la
quale si rende a Dio il sacrificio di lode, si dim ostra riverenza
quando si leggono le Sacre Scritture, si onorano i genitori. So che
moltissimi parlano perché non sanno tacere. È raro che uno taccia,
sebbene non gli giovi parlare. Il saggio, per parlare, prim a considera
a lungo che cosa dire e a chi, dove e quando. C’è dunque un limite
nel tacere e nel parlare; c’è un lim ite anche nell’agire. È bello
osservare il limite imposto dal dovere.

riodo di silenzio, però, per coloro che entravano nella scuola di Pitagora non
era mai inferiore a due anni. Apuleio (Flor., XV) aggiunge: loquaciores... fer­
me in quinquennium uelut exilio uocis puniebantur ( Z e ll er -M ondolfo , op. cit.,
l.c.).
4 Vedi salmo 38, 2-3.
5 Intendo exit = exit ad pugnam.
6 Preferisco la lezione laborem adsuescunt largamente attestata, che richia­
ma Verg., VI, 832: ne tan ta animi adsuescite bella.
7 Excitatio è lectio difficilior rispetto ad exercitatio; richiam a inoltre uocem
excitant e usu palaestrae del paragrafo precedente.
44 DE OFFICIIS I , 36-39

Caput XI

Officium omne aut medium au t perfectum esse scripturae testimonio


ostenditur; cui subiungitur misericordiae laus atque ad eam exhortatio.

36. Officium autem omne aut medium aut perfectum est,


quod aeque scripturarum auctoritate probare possumus. Habe­
mus etenim in euangelio dixisse dominum: Si uis in uitam aeter­
nam uenire, serua mandata. Dixit ille: Quae? Iesus autem dixit
illi: Non homicidium facies, non adulterabis, non facies furtum ,
non falsum testim onium dices, honora patrem et matrem, et dili­
ges proxim um tuum sicut te ipsum*. Haec sunt m edia officia,
quibus aliquid deest.
37. Denique dicit illi adulescens: Omnia haec custodiui a
iuuentute mea, quid adhuc m ihi deest? Ait illi Iesus: Si uis per­
fectus esse, uade, uende omnia bona tua et da pauperibus et ha­
bebis thesaurum in caelo, et ueni, sequere m e b. E t s u p ra c habes
scriptum , ubi diligendos inimicos et orandum dicit pro calumnian-
tibus et persequentibus nos et benedicere maledicentes. Hoc fa­
cere debemus, si uolumus perfecti esse sicut pater noster qui in
caelo est, qui super bonos et malos solem iubet radios isuos fun­
dere et pluuia et rore terras uniuersorum sine ulla discretione
pinguescere. Hoc est igitur perfectum officium quod xaTÓpaho^a
dixerunt Graeci, quo corriguntur om nia quae aliquos potuerunt
lapsus habere.

38. Bona etiam misericordia, quae et ipsa perfectos facit,


quia im itatur perfectum patrem . Nihil tam comm endat Christia­
nam animam quam misericordia: prim um in pauperes, u t com­
munes iudices partus naturae, quae omnibus ad usum generat
fructus terrarum , u t quod habes largiaris pauperi et consortem
et conformem tuum adiuues. Tu num m um largiris, ille uitam ac­
cipit; tu pecuniam das, ille substantiam suam aestim at. Tuus dena­
rius census illius est.

39. Ad haec plus ille tibi confert, cum sit debitor salutis. Si
nudum uestias, te ipsum induis iustitiam ; si peregrinum sub tec­
tum inducas tuum , si suscipias egentem, ille tibi adquirit sancto-

* Mt 19, 17-19.
b Mt 19, 20-21.
c Mt 5, 4445.

39, 2. iustitia Krabinger; sed uide p. 271 eius editionis, ad quam, et in sequen­
tibus notis, num erus paginae refertur.
i d o v e r i i , 36-39 45

C apitolo 11

Con la testim onianza della S crittura si dim ostra che ogni dovere è
« medio » o « perfetto ». Segue l’elogio della m isericordia e l’esortazione
a praticarla.

36. Ogni dovere è « medio » o « perfetto », come possiamo


ugualmente dim ostrare con l’autorità delle Scritture. Sappiamo
infatti che nel Vangelo il Signore ha detto: « Se vuoi giungere alla
vita eterna, osserva i comandamenti ». Egli gli chiese: « Quali? ».
Gesù gli rispose: « N on uccidere, non com m ettere adulterio, non
rubare, non dire falsa testimonianza, onora il padre e la madre,
ama il prossimo tuo come te stesso ». Questi sono i doveri medi,
ai quali m anca qualcosa.
37. Il giovane gli dice allora: « Tutto ciò ho osservato fin
dalla mia giovinezza: che cosa m i manca ancora? ». Gli risponde
Gesù: « Se vuoi essere perfetto, vendi tu tti i tuoi beni, da’ il
ricavato ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi ». E
cosi trovi scritto più sopra, che dobbiamo am are i nemici, pregare
per coloro che ci calunniamo e ci perseguitano e benedire chi ci
maledice. Noi dobbiamo compiere tu tto questo se vogliamo essere
perfetti come il Padre nostro che è in cielo, il quale fa che il sole
risplenda sopra i buoni e sopra i malvagi e che le terre di tu tti
indistintam ente siano rese feconde dalla pioggia e dalla rugiada.
Questo è il dovere perfetto — dai Greci chiam ato xaTÓpfrwjJia
(azione compiuta rettam ente) —, il quale corregge tu tte le azioni
in parte difetto se1.
38. È cosa buona anche la m isericordia2; anch’essa rende
perfetti, perché im ita il Padre che è perfetto. Nulla fa apprezzare
l’anima cristiana quanto la m isericordia: verso i poveri anzitutto,
dim ostrando cosi che si ritengono comuni i prodotti della natura.
Questa fa nascere i fru tti della terra perché tu tti ne godano, perché
cioè tu dia al povero ciò che possiedi e aiuti chi, simile a te,
condivide la tu a sorte. Tu gli dai una moneta, egli riceve la vita; tu
gli dai del denaro, egli lo considera tu tta la sua sostanza. I tuoi
pochi centesim i3 sono la sua rendita.
39. In cambio egli ti dà di più, perché ti diventa debitore della
sua sopravvivenza. Se tu vesti l’ignudo, rivesti te stesso di giustizia;
se fai entrare sotto il tuo tetto il forestiero, se accogli il bisognoso,

1 Cf. Cic., De off., I, 3, 8: A tque ea sic definiunt ut, rectum quod sit, id
officium perfectum esse definiant; m edium autem officium id esse dicunt,
quod cur factum sit, ratio probabilis reddi possit. Cicerone, insomma, chia­
m a dovere perfetto l’azione giusta, dovere medio l’azione che possa essere
giustificata da una ragione plausibile. Come si vede, S. Ambrogio usa i ter­
mini ciceroniani in u n senso chiaram ente diverso. Vedi D u d d e n , op. cit., II,
pp. 521-522.
2 Vedi T estard , é tu d e sur la composition, ecc., p. 165: « Saint Ambroise...
entraìné p a r le m ot et l’idée de perfection, ...abandonne son sujet pour trai-
ter de la m iséricorde ».
* Il denarius, già d ’argento, nel basso im pero era di ram e e valeva poc
centesimi ( M ach., Sat., I, 7, 22).
46 DE OFFICIIS I , 3 9 4 2

rum amicitias et aeterna tabernacula. Non mediocris ista gratia.


Corporalia seminas et recipis spiritalia. M iraris iudicium domini
de sancto Iob? M irare uirtutem eius qui poterat dicere: Oculus
eram caecorum, pes claudorum. Ego eram infirm orum pater d, uel-
leribus agnorum m eorum calefacti sunt hum eri e o ru m e. Foris non
habitabat peregrinus; ostium autem m eum om ni uenienti pa teb a tf.
Beatus plane de cuius domo num quam uacuo sinu pauper exiuit;
neque enim quisquam magis beatus quam qui intellegit super
pauperis necessitatem et infirm i atque inopis aerum nam . In die
iudicii habebit salutem a dom ino8, quem habebit suae debitorem
m isericordiae.

Caput XII

Ne quis ab exercenda m isericordia reuocetur, ostenditur deum curare


actus hominum, et quem libet inprobum in ipsa opum adfluentia miserum
esse, Iob auctoritate dem onstratur.

40. Sed plerique reuocantur ab officio dispensatricis miseri­


cordiae, dum putant hominis actus non curare dominum aut ne­
scire eum quid in occultis geramus, quid teneat nostra conscientia,
aut iudicium eius nequaquam iustum uideri, quando peccatores
diuitiis abundare uident, gaudere honoribus, sanitate, liberis; con­
tra autem iustos inopes degere, inhonoros, sine liberis, infirm os
corpore, luctu frequenti.

41. Nec mediocris ea quaestio, quandoquidem tres illi reges


amici Iob propterea eum peccatorem pronuntiabant, quia inopem
factum ex diuite, orbatum liberis ex fecundo parente, perfusum
ulceribus inhorrentem que uibicibus, exaratum uulneribus a capite
usque ad pedes uidebant. Quibus hanc sanctus Iob proponit ad-
sertionem: Si ego propter peccata mea haec, patior, cur impii
uiuunt? Inueterauerunt autem et in diuitiis, semen eorum secun­
dum uoluntatem, filii eorum in oculis, dom us ipsorum abundant,
tim or autem nusquam, flagellum autem a domino non est in ipsis a.

42. Haec uidens infirm us corde exagitatur et studium auertit


suum. Cuius dicturus sermones ante sanctus praem isit Iob dicens:
Portate me, ego autem loquar, deinde ridete me. Nam, etsi arguor,
quasi homo arguor. Portate ergo onus serm onum m eo ru m h. Dic-

d Iob 29, 15-16.


e Iob 31, 20.
f Iob 31, 32.
e Ps 40, 2.

a Iob 21, 7-9.


b Iob 21, 3.
I d o v e ri i, 3 9 4 2 47

egli ti procura l’amicizia dei santi e la dim ora eterna. Non è un


beneficio di poco conto. Semini beni m ateriali e raccogli beni
spirituali. Ti fa meraviglia il giudizio di Dio sul santo Giobbe?
Ammirane la virtù: egli poteva dire: Ero l’occhio dei ciechi, il
piede degli zoppi. Ero il padre degli infermi, le loro spalle furono
riscaldate dal vello dei miei agnelli. Il forestiero non rimaneva
all’aperto; ma la mia porta era aperta a chiunque si presentasse.
Felice davvero colui dalla casa del quale il povero non è mai uscito
a mani vuote! Nessuno infatti è più felice di chi comprende le
necessità del povero e dell’amm alato e le tribolazioni deH’indigente,
perché nel giorno del giudizio o tterrà la salvezza dal Signore che
gli sarà debitore per la sua misericordia.

Capitolo 12

Affinché nessuno sia distolto dall’esercizio della misericordia, si dim ostra


che Dio si cura delle azioni umane e con l’esempio di Giobbe si prova
che qualsiasi disonesto è sventurato p u r nell’abbondanza d ’ogni bene.

40. Moltissimi però sono distolti dal dovere della m isericordia


soccorritrice, pensando che il Signore non si curi delle azioni
um ane o non sappia che cosa facciamo in segreto, che cosa ci sia
nella nostra coscienza; o che il suo giudizio non appaia affatto
giusto, poiché vedono i peccatori vivere tra abbondanti ric­
chezze e godersi onori, buona salute, figli, m entre i giusti vivono
nel bisogno, disprezzati, senza figli, sofferenti nel corpo, colpiti
da frequenti lutti.
41. Tale questione non è di scarsa importanza, se si pensa a
quei tre signori amici di Giobbe che lo proclamavano peccatore
perché lo vedevano da ricco ridotto in miseria, privo di figli da
padre di num erosa prole, ricoperto di piaghe, orrendam ente sfigu­
rato dalle lividure, solcato da ferite dalla testa ai piedi. Il santo
Giobbe dichiarò loro: Se io soffro questi mali per i miei peccati, per­
ché gli empi vivono? Essi invecchiano, e per giunta nelle ricchezze *,
il loro seme è secondo i loro desideri, i loro figli stanno sotto i loro
occhi, le loro case sono prospere, non sono esposti ad alcun timore,
il flagello del Signore non li colpisce.
42. Al vedere queste cose, chi è debole si tu rba in cuor s u o 2
e rivolge altrove il suo zelo. Prim a di riferire i discorsi di un simile
uomo, il santo Giobbe prem ise queste parole: Sopportatemi, ma
io parlerò; poi deridetem i pure. Infatti, anche se sono biasimato,
sono biasimato come uomo. Sopportate dunque il peso delle mie
parole. Sto per dire cose che non approvo, ma, per confutarvi,

1 I Settanta (Giob 21, 7) hanno m naX aiw vcai Sè xa i Iv uXoÙTtp; la Vulga­


ta: im pii uiuunt, subleuatique sunt confortatique diuitiis. Di conseguenza
et in diuitiis si riferisce a ciò che precede.
2 Preferisco riferire corde ad exagitatur, anche perché qualche riga dopo
infirm us è usato assolutamente: Videns ergo infirmus.
48 DE OFFICIIS I , 42-44

turus enim sum quod non probo, sed ad uos redarguendos profe­
ram sermones iniquos; aut certe quia ita est uersus: Quid autem?
N um quid ab homine arguor?0, hoc est, homo me non potest re­
darguere, quia peccaui, etsi argui dignus sum, quia non ex euidenti
culpa me arguitis, sed ex iniuriis aestim atis m erita delictorum. Vi­
dens ergo infirm us abundare iniustos successibus prosperis, se
autem adteri, dicit domino: Discede a me, uias tuas scire n o lo d.
Quid prodest quia seruiuim us ipsi, aut quae utilitas quia occurri­
mus ipsi? In manibus eorum om nia bona, opera autem impiorum
non uidet.

43. Laudatur in Platone quod in politia sua posuit eum, qui


contra iustitiam disputandi partes recepisset, postulare ueniam dic­
torum , quae non probaret, et ueri inueniendi atque examinandae
disputationis gratia illam sibi inpositam personam dicere. Quod
eo usque Tullius probauit, u t ipse in libris, quos scripsit de re
publica, in eam sententiam dicendum putauerit.

44. Quanto antiquior illis Iob, qui haec prim us repperit, nec
eloquentiae phalerandae gratia, sed ueritatis probandae praem it­
tenda existimauit! Statim que ipse quaestionem enodem reddidit,
subiciens quod exstinguatur lucerna im piorum et futura sit eorum
euersioe: non falli deum doctorem sapientiae et disciplinae, sed
esse ueritatis iudicem; et ideo non secundum forensem abundan­
tiam aestim andam beatitudinem singulorum, sed secundum inte­
riorem conscientiam quae innocentium et flagitiosorum m erita di­
scernit, uera atque incorrupta poenarum praem iorum que arbitra.
M oritur innocens in potestate sim plicitatis suae, in abundantia
propriae uoluntatis, sicut adipe repletam anim am g erensf. At uero
peccator, quamuis foris abundet et deliciis diffluat, odoribus fra­
gret, in am aritudine animae suae uitam exigit® et ultim um diem
claudit nihil secum eorum, quae epulatus fuerit, referens boni,
nihil secum auferens nisi pretia scelerum suorum.

= Iob 21, 4.
<* Iob 21, 14.
<= Iob 21, 17.
f Iob 21, 23-24.
s Iob 21, 25.

44, 12. deliciis diffluat et Krabinger; sed uide p. 273.


14. boni referens Krabinger referens boni nonn. codd.
i d o v eri i, 4244 49

pronuncerò discorsi iniqui. O almeno — perché cosi suona il ver­


setto: E che, forse sono biasimato da un uom o?3 — intende dire:
« Un uomo non m i può rim proverare perché ho peccato, anche se
m erito il rim provero, dal momento che non mi biasim ate per una
colpa m anifesta, m a dai miei mali giudicate la responsabilità delle
colpe ». Il debole, vedendo la felice riuscita degli ingiusti in molte
imprese, m entre egli è oppresso, dice al Signore: Allontanati da me,
non voglio conoscere le tue vie. Che giova, se lo abbiam o servito
o quale vantaggio c’è nell’essergli andati incontro per rendergli
omaggio?4. Tutti i beni toccano agli empi, ed egli non vede ciò
che essi fanno.
43. Si loda Platone perché nella sua Repubblica, a colui che
nella discussione aveva difeso l’ingiustizia, fa chiedere scusa delle
parole pronunciate contro la propria convinzione ed afferm are
ch’egli si è assunto questo compito p er trovare la verità ed appro­
fondire l’indagine5. Tullio approvò a tal punto questo atteggia­
mento, che anch’egli nella sua Repubblica ritenne di doverne
seguire l’esem pio6.
44. Quanto più antico di loro Giobbe che per prim o adottò
questo modo di procedere e ritenne di dover prem ettere simili
considerazioni non per abbellire il discorso, m a per dim ostrare la
verità! Rese subito chiara la questione, aggiungendo che la lucerna
degli empi si estingue ed essi saranno d istru tti7; Iddio, m aestro
di sapienza e di vita, non si inganna, m a è giudice della verità;
perciò, non secondo la ricchezza esteriore dev’essere valutata la
felicità dei singoli, m a secondo l’intim a coscienza che, vera ed
incorrotta a rb itra dei prem i e delle pene, distingue i m eriti dei
buoni e le colpe dei malvagi. Il giusto m uore in possesso della sua
innocenza, nell’abbondanza della sua buona volontà, presentando
un’anima, per così dire, ben nutrita. Il peccatore invece, quan­
tunque esternam ente abbondi di beni, viva in mezzo ai piaceri, sia
fragrante di profum i, trascorre l’esistenza nell’amarezza della sua
anima e conclude l'ultim o giorno non portando con sé nessuna di
quelle ghiottonerie che ha im bandito nei suoi banchetti, nulla
prendendo con sé se non la ricom pensa delle sue colpe.

3 I Settanta (21, 4) h anno: t ( fàp; ni] dv& pitaou p.ou T) eXeyI is : la Vul­
gata: N um quid contra hom inem disputatio m ea est? A. P en n a (UTET) tr a ­
duce: « F orse che io m i lam en to di qualcuno? ».
4 Sul significato di occurrere cf. H or., Sat., I, 9, 59; S u e t, Cai., 4.
5 Vedi Rep., 358 B-D, dove G laucone d ich iara d i v o ler d im o strare che la
condizione dell’uom o ingiusto è m igliore d i quella del giusto. S u b ito dopo,
p erò egli aggiunge: ’E r e i Muoiys, & X(i»cpaTe$, 00 t i Sojceì outio; (358 C).
6 De rep., I l i , 5: E t Phtlus: « Praeclaram uero causam ad m e defertis,
cum m e im probitatis patrocinium suscipere uoltis ». « Atque id tibi, inquit
Laelius, uerendum est, si ea dixeris, quae contra iustitiam dici solent, ne sic
etiam sentire uideare... ». E t Philus: « Heia uero, inquit, geram m orem uobis
et m e oblinam sciens... ».
7 T estard , Observations, ecc., p . 227, n.l.: « Ic i encore, l ’in te rp ré ta tio n
d ’A m broise n e corresponde p a s a u sens obvie d u te x te biblique...: Jo b , qu i
veut ro m p re les liens établis, d an s la tra d itio n juive, e n tre innocence e t pros-
p é rité d ’u n e p a rt, m échanceté e t m a lh e u r d ’a u tre p a rt, fa it valo ir l'a p p a re n te
50 DE OFFICIIS I , 45-47

45. Haec cogitans, nega, si potes, diuini esse iudicii renum


rationem . Ille suo affectu beatus, hic miser; ille suo iudicio ab­
solutus, hic reus; ille in exitu laetus, hic maerens. Cui absolui
potest qui nec sibi innocens est? Dicite, inquit, mihi, ubi est pro­
tectio tabernaculorum eiu s?h. Signum eius non inuenieitur. Vita
etenim facinorosi, u t somnium. Aperuit oculos, transiuit requies
eius, euanuit delectatio, licet ipsa quae uidetur, etiam dum uiuunt,
impiorum requies in inferno sit: uiuentes enim in inferna de­
scendunt.

46. Vides conuiuium peccatoris; interroga conscientiam e


Nonne grauius omnibus foetet sepulchris? Intueris laetitiam eius et
salubritatem m iraris corporis filiorum atque opum abundantiam :
introspice ulcera et uibices animae eius et cordis maestitudinem .
Nam de opibus quid loquar, cum legeris: Quia non in abundantia
est uita eius >, cum scias quia, etsi tibi uideatur diues, sibi pauper
est et tuum iudicium suo refellat? De m ultitudine quoque filiorum
et de indolentia quid loquar, cum se ipse lugeat et sine herede
futurum iudicet, cum im itatores sui successores suos esse nolit?
Nulla enim hereditas peccatoris. Ergo impius sibi poena est, iustus
autem ipse sibi gratia, et utrique aut bonorum aut m alorum ope­
rum merces ex se ipso soluitur.

Caput XIII

Refelluntur philosophorum opiniones, qui deo uel m undi totius uel alicuius
ex eius partibus curam abiudicant.

47. Sed reuertam ur ad propositum , ne diuisionem fact


praeterisse uideam ur, quia occurrim us opinioni eorum qui uidentes
sceleratos quosque diuites, laetos, honoratos, potentes, cum pleri-
que iustorum egeant atque infirm i sint, putant uel nihil deum
curare de nobis, u t Epicurei dicunt; uel nescire actus hominum,
u t flagitiosi putant; uel, si scit omnia, iniquum esse iudicem, ut

“ Iob 21, 28.


i Lc 12, 15.
I d o v e r i i , 45-47 51

45. Riflettendo a questo, nega, se puoi, che la remunerazione


spetta al giudizio divino. Il giusto è felice delle disposizioni del­
l'anim a sua, il peccatore è infelice; quello è assolto dal giudizio
della propria coscienza, questo è riconosciuto colpevole; quello
m uore sereno, questo nell’afflizione. Da chi potrebbe essere assolto
colui che non è innocente nemmeno ai propri occhi? « Ditemi, dice
Giobbe, dov’è la protezione delle sue tende? ». Non si troverà
traccia di lui. La vita di un uomo scellerato è come un sogno: ha
aperto gli occhi, è passato il suo riposo, è svanito il suo piacere, per
quanto lo stesso apparente piacere degli empi, anche m entre sono
in vita, sia posto neH’inferno. Ancor vivi, infatti, discendono
nell’inferno.
46. Tu vedi il banchetto del peccatore: interrogane la co­
scienza. Non emana un fetore più insopportabile di quello di tu tti
i sepolcri? Tu osservi la sua gioia, am m iri la salute fisica dei suoi
figli e l’abbondanza dei suoi beni: esam ina nel suo intim o le piaghe
e le lordure della sua anim a e l’afflizione del suo cuore. Che dire
delle sue ricchezze quando leggerai: Perché la sua vita non sta
nell’abbondanza, giacché ben sai che, anche se ti sem bra ricco, egli
si sente povero e confuta il tuo giudizio col suo? Che dire del
gran num ero di figli e della mancanza di dolori, dal momento
ch’egli piange su di sé e pensa d’essere senza eredi, perché non
vuole che i suoi successori seguano le sue orme? Il peccatore non
lascia eredità. M entre l’empio è castigo a se stesso, il giusto è
premio a ise stesso: am bedue ricevono da sé stessi la ricom pensa
delle buone o delle cattive azioni.

Capitolo 13

Si confutano le teorie dei filosofi che negano a Dio il governo del


mondo intero o di qualche sua parte.

47. Ma ritorniam o al nostro argom ento*, perché non sem


trascurata la divisione proposta, dato che abbiamo confutato l’opi­
nione di coloro i quali, vedendo i malvagi lieti, ricchi, onorati,
potenti, m entre la maggior parte dei giusti sono bisognosi e soffe­
renti, pensano che Dio non si prenda alcuna cura di noi, come
dicono gli epicurei2, o ignori le azioni degli uomini, come ritengono

incohérence de la répartition p ar Dieu des biens et des maux. Saint Am­


broise fait dire à Job à peu près le contraire: le jugem ent de Dieu distingue
l’innocent et le pécheur, ce qui est beaucoup plus banal ».

1 S. Ambrogio rito rn a all’argomento affrontato al par. 40, proseguendone


la trattazione sino al par. 64.
2 Secondo gli epicurei, gli dèi vivevano felici negli intermundia, senza pren­
dersi cura del mondo e degli uomini, ch’essi non avevano creato. Cf. p. es.,
Lucr., II, 167-181; Cic., De nat. deor. I, 17, 44-20, 56; vedi anche A. J. F e s t u g iè r e ,
Epicuro e i suoi dèi, trad. ital., Morcelliana, Brescia 1952, pp. 104 ss.
52 DE OFFICIIS I , 47-50

bonos egere patiatur, abundare inprobos. Nec superfluus uelut qui­


dam excursus fuit, ut opinioni huiusm odi ipsorum affectus respon­
deret, quos beatos iudicant, cum ipsi se miseros putent. Arbitra­
tus enim sum quod ipsi sibi facilius quam nobis crederent.

48. Quo decurso procliue aestimo u t refellam cetera. Et


mo eorum adsertionem, qui deum putant curam m undi nequa­
quam habere, sicut Aristoteles adserit usque ad lunam eius de­
scendere prouidentiam . E t quis operator neglegat operis sui cu­
ram ? Quis deserat et destituat quod ipse condendum putauit? Si
iniuria est regere, nonne est m aior iniuria fecisse, cum aliquid non
fecisse nulla iniustitia sit, non curare quod feceris summ a incle­
mentia?

49. Quod si aut deum creatorem suum abnegant aut ferar


et bestiarum se haberi num ero censent, quid de illis dicamus, qui
hac se condemnant iniuria? Per omnia deum ire ipsi adserunt et
omnia in uirtute eius consistere, uim et m aiestatem eius per om­
nia elementa penetrare, caelum, terras, m aria: et putant iniuriam
eius, si m entem hominis, qua nihil nobis ipse praestantius dedit,
penetret et diuinae m aiestatis ingrediatur scientia!

50. Sed horum m agistrum uelut ebrium et uoluptatis pa


num ipsi, qui putantur sobrii, inrident philosophi. Nam de Aristo­
telis opinione quid loquar, qui putat deum suis contentum esse
finibus et praescripto regni modo degere, u t poetarum loquuntur
fabulae, qui m undum inter tres ferunt esse diuisum, u t alii caelum,
alii mare, alii inferna coercenda imperio sorte obuenerint eosque
cauere ne usurpata alienarum partium sollicitudine inter se bel-
I DOVERI I, 47-50 53

i malvagi; oppure, se conosce ogni cosa, sia un giudice ingiusto,


perché perm ette che i buoni siano nel bisogno e i cattivi invece
nuotino nell’abbondanza. Questa specie di digressione non è stata
superflua, perché ha fatto si che il sentimento di coloro che sono
giudicati felici, m entre essi stessi si ritengono sventurati, desse la
risposta a tale opinione. Sono convinto, infatti, che essi credano più
facilmente a sé stessi che a noi.
48. Esaurito quest’argomento, ritengo agevole confutare tutte
le altre opinioni; e, in prim o luogo, l’affermazione di coloro i quali
pensano che Dio non si curi affatto del mondo, come Aristotele il
quale sostiene che la sua provvidenza scenda sino alla luna e non
o ltre 3. E quale autore trascurerebbe la propria opera? Chi abban­
donerebbe senza assistenza ciò che egli stesso ha creduto di dover
costruire?4. Se è una sopraffazione governare, non è una sopraffa­
zione più grave aver creato? Infatti non aver creato una cosa non
costituisce alcun torto, m entre trascurare ciò che hai creato sarebbe
un’estrem a crudeltà.
49. Se poi rifiutano Dio per loro creatore o pensano di essere
compresi nel num ero degli animali feroci e dom estici5, che do­
vremmo dire di costoro che s’infliggono una cosi oltraggiosa con­
danna? Affermano che Dio si diffonde dovunque e che tu tto si regge
per la sua potenza; che la sua potenza e la sua m aestà penetrano
in tu tti gli elementi, nella terra, nel cielo, nel m a re 6: e tuttavia
pensano ad una sopraffazione se egli penetra neH’intelligenza
umana, la facoltà più nobile che egli ci ha dato, entrandovi con la
conoscenza propria della sua m aestà divina!
50. Ma i filosofi, che sono ritenuti sobri, deridono il m aestro
di costoro, considerandolo ubriaco e difensore del piacere7. Che
dire dell’opiniohe di Aristotele? Iddio, pago dei suoi confini, regne­
rebbe nel modo che gli è stato prescritto, come dicono i m iti
cantati dai poeti, i quali narrano che il mondo è stato diviso fra
tre divinità. Cosi ad una è toccato in sorte il governo del cielo, ad
una quello del mare, ad una terza quello delle regioni so tterran ee8;

3 Cosi dice almeno Diogene Laerzio (V, 1, 32); è un fatto però che da parte
della divinità Aristotele esclude « ogni attività, ogni sforzo volontario tendente
ad un’azione, e con ciò anche ogni volontà buona e provvidenziale ». (Th. Gom-
p e r z , Pensatori greci, trad. ital., La Nuova Italia, Firenze 1962, IV, p. 307).
4 Se il riferim en to rig u a rd a A ristotele, p a rla re di « creazione » sem b ra
fu o r di luogo; v. Gomperz, op. cit., IV, p . 178.
5 Sembrerebbe u n ’allusione alla dottrina epicurea secondo la quale tu tto
ciò che esiste è form ato di atom i di u n ’identica m ateria. Sul valore di bestia
(belua) nel senso di animale non feroce, v. Cic., De off., II, 3, 14.
6 II passo ricorda assai da vicino Verg., Georg., IV, 221-222: ...deum namque
ire per omnia, terrasque tractusque maris caelumque profundum . C’è da os­
servare però che una simile dottrina non è né aristotelica né epicurea, ma,
caso mai, stoica. Inoltre tu tta l’esposizione nei parr. 48 e 49 appare piuttosto
imprecisa e confusa.
7 Vedi quanto scrive Diogene Laerzio (X, 3-8) sui calunniatori di Epicuro,
ed in particolare sull'accusa di Teodoro (sem pre che si legga aÙTifjv -rcapoiveiv;
l’ed. del Long, Oxford 1964, ha aù-tf) itapaivslv); vedi Vite dei filosofi, a cura
di M. G igante, Laterza, Bari 1962, p. 481, n. 13. Lo stesso Diogene Laerzio però
conclude: « Ma questi sono pazzi » (MEUTjSfft, oS-coi/va).
8 Si allude, nell’ordine, a Giove, Nettuno, Plutone.
54 DE OFFICIIS I , 50-53

lum excitent? Similiter ergo adserit quod terrarum curam non


habeat, sicut m aris uel inferi non habet. Et quomodo ipsi exclu­
dunt quos sequuntur poetas?

Caput XIV

Dei cognitionem nihil fugere et scripturarum testim oniis et solis conpro-


b atu r exemplo, qui, licet creatura sit, tam en uel lumine uel calore cuncta
penetrat.

51. Sequitur illa responsio, utrum deum, si operis sui cura


non praeterit, praetereat scientia. Ergo qui plantauit aurem non
audit, et qui finxit oculum non uidet, non considerat?

52. Non praeterit haec uana opinio sanctos prophetas. Deni­


que Dauid inducit eos loquentes, quos superbia inflatos adserit.
Quid enim tam superbum quam, cum ipsi sub peccato sint, alios
indigne ferant peccatores uiuere, dicentes: Vsque quo peccatores,
domine, usque quo peccatores gloriabuntur?a. E t infra: E t dixe­
runt: non uidebit dominus neque intelleget deus Ia co b b. Quibus
respondet propheta dicens: Intellegite nunc insipientes in populo
et stulti aliquando sapite. Qui plantauit aurem non audit et qui
;f inxit oculum non considerat? Qui corripit gentes non arguet, qui
docet hom inem scientiam? Dominus scit cogitationes hom inum
quoniam uanae s u n tc. Qui ea, quaecumque uana sunt, deprehen­
dit, ea quae sancta sunt nescit et ignorat quod ipse fecit? Potest
opus suum ignorare artifex? Homo est et in opere suo latentia
deprehendit; et deus opus suum nescit? Altius ergo profundum in
opere quam in auctore? E t fecit aliquid quod supra se esset, cuius
mentem ignoraret auctor, cuius affectum nesciret arbiter? Haec
illis.

53. Ceterum nobis satis est ipsius testim onium , qui ait: E
sum scrutans corda et renes d. E t in euangelio ait dominus Iesus:
Quid cogitatis mala in cordibus uestris?e. Sciebat enim quod cogi­
tarent mala. Denique et euangelista testatu r dicens: Sciebat enim
Iesus cogitationes e o ru m 1.

* Ps 93, 3.
» Ps 93, 7.
c Ps 93, 8-11
d Ier 17, 10.
e Lc 5, 22.
f Lc 6, 8.
I DOVERI I , 50-53 55

esse si guardano bene dal suscitare una guerra fra loro occupan­
dosi illegittimam ente del dominio altrui. Ugualmente Aristotele
afferm a che Dio non si cura della terra, come non si cura del m are
e del mondo sotterraneo. Ma per quale motivo essi non tengono
conto dei poeti dei quali accolgono i m iti? 9.

C apitolo 14

Che nulla sfugge alla conoscenza di Dio è dim ostrato dalla testimonianza
delle Scritture e dall’esempio del sole che, sebbene sia un ente creato,
tuttavia con la sua luce e con il suo calore penetra dappertutto.

51. Si deve poi rispondere alla dom anda se a Dio manchi la


conoscenza della propria opera, posto che non gliene m anchi la
cura. Dunque colui che h a innestato l'orecchio non ode e chi ha
plasm ato l’occhio non vede, non osserva?
52. Non sfuggi ai santi profeti questa falsa opinione. Perciò
Davide fa parlare coloro che definisce gonfi di superbia. Che c’è
infatti di cosi superbo come essere schiavi del peccato e, nello
stesso tempo, sdegnarsi che dei peccatori rim angano in vita, dicen­
do: Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando si vanteran­
no? E più sotto: E dissero: Non vedrà il Signore né comprenderà il
Dio di Giacobbe. Ad essi il profeta risponde dicendo: Comprendete
ora, insensati tra il popolo, e voi stolti una buona volta rinsavite.
Chi ha innestato l’orecchio non sente e chi ha plasmato l’occhio non
vede? Chi riprende i popoli non castigherà, luì che insegna all’uomo
il sapere? Il Signore conosce i pensieri degli uomini, sa che sono
vani. Colui che coglie tu tto ciò che è vano, può non conoscere tutto
ciò che è santo e ignorare ciò che egli stesso ha fatto? Può un
artefice non conoscere la propria opera? Costui, pur essendo uomo,
sa cogliere gli aspetti nascosti nella sua opera: e Dio non conoscerà
la propria opera? Ci sarebbe nell’o p e ra 1 una capacità di penetra­
zione più profonda che nel suo autore? Ha creato allora qualche
cosa superiore a sé, della quale, benché autore, ignora i m eriti, e,
benché signore, non conosce i sentim enti? Questo, in risposta a
quei filosofi.
53. Del resto a noi basta la testim onianza di Dio stesso che
dice: Io scruto i cuori e i reni. E nel Vangelo dice il Signore Gesù:
Perché pensate il male nei vostri cuori? Sapeva infatti che nutri­
vano cattivi pensieri. Infine anche l’evangelista attesta: In fa tti Gesù
conosceva i loro pensieri.

9 Cf. Arist ., Metaph., I, 2 (982, 10): ... àXXà. xai jcax à xf)v icapot(j.(av
mXXà (peOSovxai àoi8o(.

1 L’uomo, opera di Dio.


56 DE OFFICIIS I , 54-56

54. Quorum non potest satis m ouere opinio, si facta eor


consideremus. Nolunt supra se esse iudicem quem nihil fallat;
nolunt ei dare occultorum scientiam, qui m etuunt occulta sua
prodi. Sed etiam dominus sciens opera eorum tradidit eos in tene­
bras. In nocte, inquit, erit fur et oculus adulteri seruabit tenebras
dicens: Non considerabit me oculus; et latibulum personae po­
suit suae *. Omnis enim qui lucem fugit, diligit tenebras studens
latere, cum deum latere non possit, qui intra profundum abyssi
et intra hominum mentes non solum tractata, sed etiam uoluenda
cognoscit. Denique et ille qui dicit in Ecclesiastico: Quis me uidet?
E t tenebrae operiunt et parietes; quem uereor? h, quamuis in lecto
suo positus haec cogitet, ubi non putauerit, conprehenditur. E t
erit, inquit, dedecus, quod non intellexerit tim orem d e i1.

55. Quid autem tam stolidum quam putare quod deum qu


quam praetereat, cum sol, qui m inister luminis est, etiam abdita
penetret et in fundam enta domus uel secreta conclauia uis caloris
eius inrum pat? Quis neget uerna tem perie tepefieri interiora ter­
rarum quas glacies hiberna constrinxerit? N orunt ergo arborum
occulta uim caloris uel frigoris, adeo u t radices arborum aut uran­
tu r frigore aut fotu solis uirescant. Denique, ubi clementia caeli
arriserit, uarios terra se fundit in fructus.

56. Si igitur radius solis fundit lumen suum super omn


terram et in ea, quae clausa sunt, inserit nec uectibus ferreis aut
grauium ualuarum obicibus, quominus penetret, inpeditur, quomo­
do non potest intellegibilis dei splendor in cogitationes hom inum et
corda semet, quae ipse creauit, inserere, sed ea, quae ipse fecit,
non uidet et fecit u t meliora sint quae facta sunt et potentiora
quam ipse est qui ea fecit, u t possint, quando uolunt, cognitionem
sui operatoris latere? Tantam ergo uirtutem et potestatem inseruit
m entibus nostris, u t eam conprehendere, cum uelit, ipse non possit?

« Iob 24, 14-15.


b Eccli 23, 25 (V.L.) = 23 18 (Sept.).
i Eccli 23, 31.

54, 10. uidet me Krabinger; sed uide pp. ZI6-277.


11. cooperiunt Krabinger; sed uide p. 287.
55, 6. occultam Krabinger; sed uide p. 277.
I d o v e r i i , 54-56 57

54. Non ci potrà convincere davvero l'opinione di costoro, se


consideriamo ciò che fanno. Non vogliono che sopra di loro ci sia
un giudice cui non sfugga nulla; non vogliono concedergli la cono­
scenza delle cose occulte, perché temono che siano rivelati i loro
segreti. Ma anche il Signore, conoscendo le loro opere, li ha conse­
gnati alle tenebre: Nella notte, dice, si aggirerà il ladro e l'occhio
dell’adultero scruterà le tenebre dicendo: « Nessuno sguardo mi
vedrà », e suole porsi una maschera sul volto. Chi fugge la luce,
am a le tenebre cercando di rim anere nascosto. Ma egli non può
rim anere nascosto a Dio che vede nel profondo dell’abisso e conosce
nella m ente degli uom ini non solo i pensieri presenti, m a anche
quelli futuri. Infine, anche colui che nell’Ecclesiastico dice: Chi mi
vede? Mi coprono le tenebre e le pareti: chi devo temere?, quan­
tunque pensi cosi disteso nel suo letto, viene sorpreso quando meno
se l'attende. E avrà, dice, disonore, perché non ha compreso il tim or
di Dio.
55. Che c’è poi di cosi stolto come pensare che a Dio sfugga
qualcosa, m entre il sole, che è lo strum ento della luce, penetra
anche nei luoghi nascosti e la forza del suo calore irrom pe anche
nelle fondam enta della casa e nelle stanze segrete? Chi negherebbe
che in prim avera si riscaldino gli strati interni della terra induriti
dal ghiaccio invernale? Le parti nascoste delle piante sperimentano
talm ente la forza del calore e del freddo, che le loro radici o sono
bruciate dal freddo o al calore del sole cominciano a germogliare.
Infine, quando la mitezza del clima le arride, la terra effonde dalle
sue viscere ogni sorta di frutti.
56. Se dunque il raggio del sole diffonde la sua luce su tu tta
la terra e si introduce negli ambienti chiusi e vi penetra nonostante
le sbarre di ferro e l’ostacolo di pesanti porte, perché mai lo splen­
dore dell’intelligenza di D io 1 non potrebbe penetrare nei pensieri,
degli uomini e nei cuori da lui stesso creati? Non vedrebbe gli
esseri ch’egli ha prodotto, ed avrebbe anzi fatto in modo che le
creature siano migliori e più potenti dello stesso Creatore, cosi da
potere, a loro arbitrio, sottrarsi alla conoscenza del loro autore?
Avrebbe posto nella nostra m ente una capacità ed una potenza
cosi grandi da non poterle egli stesso, pur volendo, comprendere?

1 Intellegibilis (im per.) = vor)TÓ$ = « in telle ttu a le »: v. E rnout-Meillet,


Dict. Etymol., sub lego; L iddel-Scott, vot)tós = « falling w ith in th è province of
voùg, m ental ».
58 DE OFFICIIS I, 57-59

Caput XV

Quibus displicet quod bonis male et malis bene sit, eis Lazari exemplo
et Pauli auctoritate ostenditur post uitam poenas ac praem ia reseruari.

57. Duo absoluimus et, u t arbitram ur, non incongrue no


huiusmodi cecidit disputatio. Tertium genus quaestionis residet
huiusmodi, cur peccatores abundent opibus et diuitiis, epulentur
iugiter, sine m aerore, sine luctu; iusti autem egeant et afficiantur
aut coniugum amissione aut liberorum . Quibus satisfacere debuit
illa euangelii p arab o la3, quod diues bysso et purpura induebatur
et epulas copiosas exhibebat cottidie, pauper autem plenus ulcerum
de m ensa eius colligebat reliquias. Post obitum uero utriusque,
pauper erat in sinu Abrahae requiem habens, diues autem in sup­
pliciis. Nonne euidens m eritorum aut praem ia aut supplicia post
m ortem manere?

58. E t recte, quia in certam ine labor est, post certam en a


uictoria, aliis ignominia. Numquid, priusquam cursus conficiatur,
palm a cuiquam datur aut defertur corona? M erito Paulus: Certa­
men, iniquit, bonum certaui, cursum consummaui, fidem seruaui;
quod reliquum, reposita est m ihi corona iustitiae, quam reddet
m ihi dominus in illa die, iustus iudex; non solum autem mihi, sed
etiam his qui diligunt aduentum e iu sb. In illa, inquit, die reddet,
non hic. Hic autem in laboribus, in periculis, in naufragiis quasi
athleta bonus decertabat, quia sciebat quoniam per m ultas tribu­
lationes oportet nos introire in regnum dei. Ergo non potest quis
praem ium accipere, nisi legitime certauerit, nec est gloriosa uicto­
ria, nisi ubi fuerint laboriosa certam ina.

Caput XVI

Confirmato quod supra de praem iis et poenis dictum fuerat, subiungitur


non m irum esse si, quibus merces in futuro non destinatur, hic illi
non laborent neque confligant, additurque ideo tem poralia bona ipsis
concedi, ne qua eis relinquatur excusatio.

59. Nonne iniustus est qui ante dat praem ium quam certam en
fuerit absolutum? Ideoque dominus in euangelio ait: Beati paupe­
res spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum a. Non dixit:

a Lc 16, 19-31.
b 2 Tim 4, 7-8.

Mt 5, 3.
I d o v e r i i , 57-59 59

Capitolo 15

A coloro i quali si affliggono perché i buoni sono sventurati e i cattivi


fortunati, si dim ostra con l'esempio di Lazzaro e con l’autorità di Paolo
che pene e prem i sono rinviati dopo la fine della vita.

57. Abbiamo svolto due p u n ti1 della questione proposta, e ci


sembra che una simile discussione non sia stata inopportuna per
noi. Rimane un terzo punto: perché i peccatori abbondino di mezzi
e di ricchezze, vivano in un continuo festino, senza tristezza, senza
dolore, m entre i giusti versano nel bisogno e sono colpiti dalla
perdita della moglie o dei figli. A costoro avrebbe dovuto fornire
una risposta esauriente la ben nota parabola evangelica del ricco
che vestiva di bisso e di porpora e dava ogni giorno splendidi
banchetti, m entre un povero, coperto di piaghe, raccoglieva le
briciole della sua mensa. Ma, dopo la m orte di entram bi, il povero
trovò pace nel seno di Abramo, il ricco invece fini fra i torm enti.
Non è evidente che il prem io o la pena delle nostre azioni ci attende
dopo la m orte?
58. E ben a ragione, perché nella gara bisogna faticare; dopo
la gara agli uni tocca la vittoria, agli altri la vergogna della scon­
fitta. Forse si dà la palm a o si assegna la corona prim a che sia
finita la corsa? Giustam ente Paolo dice: Ho com battuto la buona
battaglia, ho terminato la corsa, ho m antenuto la fede; quanto al
resto, m i attende la corona che il Signore, giusto giudice, m i darà
in quel giorno; e non solo a me, ma anche a coloro che attendono
con amore la sua venuta. In quel giorno, dice, non qui. Qui invece,
in mezzo a fatiche, pericoli, naufragi, lottava come un atleta valo­
roso, perché sapeva che dobbiamo entrare nel regno di Dio pas­
sando per molte tribolazioni. Il prem io non può toccare se non a
chi ha lottato come si conviene, né la vittoria è gloriosa se la lotta
non è stata dura.

Capitolo 16

Ribadite le considerazioni precedenti sui prem i e sui castighi, si aggiunge


che non bisogna meravigliarsi se quaggiù non si affaticano e non lottano
coloro ai quali non è riservato il premio; si precisa inoltre che vengono
loro concessi i beni tem porali, perché non abbiano alcuna scusa.

59. Non è ingiusto chi assegna il premio prim a della conc


sione della gara? Perciò il Signore nel Vangelo dice: Beati i poveri
in ispirito, perché di essi è il regno dei cieli. Non ha detto: « Beati
i ricchi », m a i « poveri ». Secondo il giudizio divino, quindi, la feli­
cità comincia là dove, secondo il giudizio umano, viene considerata
infelicità. Beati coloro che hanno fame, perché saranno saziati.

1 Cioè se Dio ha cura e conoscenza degli esseri creati.


60 DE OFFICIIS I , 59-62

Beati diuites, sed pauperes. Inde incipit beatitudo iudicio diuino,


ubi aerum na aestim atur humano. Beati qui esuriunt, quoniam ipsi
saturabuntur. Beati qui lugent, quoniam ipsi consolationem habe­
bunt. Beati misericordes, quoniam ipsis m iserebitur deus. Beati
mundo corde, quoniam ipsi deum uidebunt. Beati qui persecutio­
nem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsorum est regnum
caelorum. Beati estis cum uobis maledicent et persequentur et
dicent omne malum aduersum uos propter iustitiam. Gaudete et
exultate quoniam merces uestra copiosa est in caelob. Futuram ,
non praesentem , in caelo, non in terra m ercedem prom isit esse
reddendam. Quid alibi poscis, quod alibi debetur? Quid praepro­
pere coronam exigis, antequam uincas? Quid detergere puluerem,
quid requiescere cupis, quid epulari gestis, antequam stadium so-
luatur? Adhuc populus spectat, adhuc athletae in scammate sunt,
et tu iam otium petis?
60. Sed forte dicas: Cur impii laetantur, cur luxuriantur,
etiam ipsi non mecum laborant? Quoniam qui non subscripserint
ad coronam, non tenentur ad laborem certam inis; qui in stadium
non descenderint, non se perfundunt oleo, non oblinunt puluere.
Quos m anet gloria, exspectat iniuria. Vnguentati spectare solent,
non decertare; non solem, aestus, puluerem imbresque perpeti.
Dicant ergo et ipsis athletae: Venite, nobiscum laborate. Sed
respondebunt spectatores: Nos hic interim de uobis iudicamus;
uos autem sine nobis coronae, si uiceritis, gloriam uindicabitis.

61. Isti igitur, qui in deliciis, qui in luxuria, rapinis, quaesti­


bus, honoribus studia posuerunt sua, spectatores magis sunt quam
proeliatores. Habent lucrum laboris, fructum uirtutis non habent.
Fouent otium, astutia et inprobitate aggerant diuitiarum aceruos;
sed exsoluent, seram licet, nequitiae suae poenam. Horum requies
in infernis, tua uero in caelo; horum domus in sepulchro, tua in
paradiso. Vnde pulchre uigilare eos in tum ulo Iob d ix itc, quia
soporem quietis habere non possunt, quem ille dorm iuit qui
resurrexit.

62. Noli igitur u t paruulus sapere, ut paruulus loqui, ut


paruulus cogitare d, u t paruulus uindicare ea quae sunt posterioris
aetatis. Perfectorum est corona. Exspecta ut ueniat quod perfectum
est, quando non per speciem in aenigmate, sed facie ad faciem e

b Mt 5, 5-10.
c Iob 21, 32.
d 1 Cor 13, 11.
<= 1 Cor 13, 12.

59, 5. hum ana Krabinger; sed uide p. 278.


I d o v e r i i , 59-62 61

Beati coloro che piangono, perché saranno consolati. Beati i mise­


ricordiosi, perché Iddio userà loro misericordia. Beati i m ondi di
cuore, perché vedranno Dio. Beati coloro che soffrono persecu­
zione per la giustizia, perché loro è il regno dei cieli. Beati quando
vi insulteranno e perseguiteranno e diranno ogni male di voi per
la giustizia. Rallegratevi ed esultate, perché abbondante è la vostra
ricompensa nei cieli. Ha promesso che sarebbe stata concessa una
ricompensa futura, non adesso; in cielo, non su questa terra. Perché
chiedi in un luogo ciò che ti spetta in un altro? Perché hai tanta
fretta nel pretendere la corona prim a di vincere? Perché desideri
toglierti di dosso la polvere e riposarti, perché sei smanioso di
m etterti a tavola prim a che le gare siano finite? Ci sono ancora
gli spettatori, gli atleti sono ancora in lizza: e tu vuoi già goderti
il riposo?

60. Ma forse potresti ribattere: « Perché gli empi si rallegrano,


perché si danno alla bella vita, perché anch'essi non faticano con
me? ». Perché coloro che non si sono messi in lista per il premio
non sono obbligati alla fatica della gara. Coloro che non scendono
nello stadio non si ungono d ’olio, non si spalmano di polvere. La sof­
ferenza attende coloro ai quali è riservata la gloria. Coloro che
sanno di profum o sogliono fare gli spettatori, non partecipano alla
gara, non sopportano il sole, il caldo, la polvere, la pioggia. Gli
atleti dicano anche a loro: « Venite, faticate con noi ». Ma gli spet­
tatori risponderanno: « Intanto noi stiamo qui a giudicarvi; però
voi, se vincerete, rivendicherete senza di noi la gloria della corona ».
61. Costoro dunque, che hanno posto le loro aspirazioni nei
piaceri, nella dissolutezza, nelle ruberie, nei guadagni, negli onori,
sono piuttosto spettatori che com battenti. Ottengono il profitto
della fatica, non il frutto della v irtù 1. Si godono una vita inoperosa,
ammassano ricchezze con l’astuzia e con la disonestà, ma paghe­
ranno, sia pure tardi, la pena della loro malvagità. Il loro riposo
sarà neH'inferno; il tuo, nel cielo; la loro dim ora sarà in un sepolcro,
la tua, in paradiso. E sattam ente Giobbe affermò che essi vegliano
nella to m b a 2, perché non possono godere il sonno della pace, in cui
si addorm entò colui che riso rse 3.
62. Non avere la m entalità d’un fanciullo, non parlare, non
pensare come un fanciullo, non pretendere, come un fanciullo, ciò
ch’è proprio di un’età più m atura. La corona spetta a chi è perfetto.

1 Sembra si debba intendere che essi ottengono i benefici m ateriali che


si raggiungono con la fatica, senza però faticare realmente. Ma senza fatica
non c’è virtù.
2 La Vulgata (Giob 21, 32) dice: Ipse ad sepulcra ducetur et in congerie
m ortuorum uigilabit, testo che, a parte i tempi diversi, corrisponde a quello
dei Settanta: K al aÙTÒ<; eì$ Tacpou; (xtctivex^t), ocaì irò cupw T)Ypi!mvT)!TEV
cioè « vigilò (o vegliò) sul tum ulo ». A. Penna (UTET) traduce dal testo ori­
ginale: « Egli sarà portato alla sepoltura, c’è chi avrà cura della sua tom ba »;
la traduzione della CEI: « Egli sarà portato al sepolcro, sul suo tum ulo si
veglia ». Ho tradotto in tum ulo cercando di rendere il senso che sem bra at­
tribuirgli S. Ambrogio.
3 Cioè Gesù.
62 DE OFFICIIS I, 62-65

form am ipsam redopertae ueritatis possis cognoscere. Tunc qua


causa ille diues fuerit, qui erat inprobus et rap to r alieni, qua causa
potes alius, qua causa ille abundauerit liberis, ille fultus honoribus,
reuelabitur.

63. Fortasse u t dicatur raptori: Diues eras: qua causa aliena


rapiebas? Egestas non conpulit, inopia non coegit. Nonne ideo te
diuitem feci, u t excusationem habere non possis? Dicatur etiam
potenti: Cur non adfuisti uiduae orphanisque quoque iniuriam
patientibus? Numquid tu infirm us eras? Numquid non poteras
subuenire? Ideo te feci potentem , non u t inferres uiolentiam sed
repelleres. Non tibi scriptum est: Eripe iniuriam accipientem? f.
Non tibi scriptum est: Eripite pauperem et egenum de manu pec­
catoris liberate? g. Dicatur etiam abundanti: Liberis e t honoribus
cumulaui te, salubritatem corporis concessi tibi; cur non secutus
es praecepta mea? Famulus meus, quid feci tibi aut quid contristaui
te? Nonne ego tibi liberos dedi, honores contuli, salutem donaui?
Cur me negabas, cur aestimabas quod ad scientiam meam quae
gereres non peruenirent; cur tenebas dona mea, despiciebas m an­
data mea?

64. Denique de Iuda proditore haec colligere licet, qui et


apostolus inter duodecim electus est et loculos pecuniarum, quas
pauperibus erogaret, commissos habebat, ne uideretur aut quasi
inhonorus aut quasi egenus dominum prodidisse. E t ideo u t iustifi-
caretur in eo dominus, haec ei contulit, u t non quasi iniuria
exasperatus, sed quasi praeuaricatus gratiam m aiori esset offensae
obnoxius.

Caput XVII

Adulescentis officia et exempla aetati eidem adcommoda proponuntur.

65. Quoniam igitur et poenam inprobitati et uirtuti f


praem ium satis claruit, de officiis adgrediam ur dicere, quae nobis
spectanda sunt, u t cum aetate adcrescant simul. Est igitur bonorum
adulescentium tim orem dei habere, deferre parentibus, honorem
habere senioribus, castitatem tueri, non aspernari hum ilitatem ,

£ Eccli 4, 9.
g Ps 81, 4.

63, 8. Eripite om isit Krabinger; sed uide p. 279.


65, 3. Ante spectanda, nullo codice attestante, ab adulescentia suppi. Krabin­
ger; quae uerba omisi.
I d o v e r i i , 62-65 63

Aspetta che venga la perfezione, quando, non in un'immagine


indistinta, m a a faccia a faccia potrai conoscere la form a stessa
della verità senza veli. Allora sarà rivelato perché era ricco chi era
disonesto e depredava l’altrui, perché un altro era potente, perché
questo aveva molti figli, perché quello aveva ottenuto im portanti
cariche pubbliche.
63. Si potrebbe chiedere al ladro: « Eri ricco: perché depre­
davi l'altrui? Non ti spingeva il bisogno, non ti costringeva la m i­
seria. Non ti ho fatto ricco appunto perché non avessi scusa? ».
Si potrebbe anche dire al potente: « Perché non hai assistito la
vedova e gli orfani che subivano ingiustizia? Ti mancavano i
mezzi? Non eri in grado di aiutarli? Io ti ho reso potente non
perché facessi violenza, m a perché la rintuzzassi. Non fu scritto
per te: Salva chi subisce offesa? Non fu scritto per te: Liberate
il povero e l’indigente dalla mano del peccatore? ». Si potrebbe an­
che dire a chi vive nell’abbondanza: « Io ti ho colmato di figli e di
onori, ti ho concesso una buona salute: perché non hai seguito
i miei precetti? Servo mio, che cosa ti ho fatto, in che ti ho ra ttri­
stato? Non ti ho dato figli, non ti ho accordato onori, non ti ho
concesso buona salute? Perché mi rinnegavi? Perché pensavi che
non venisse a mia conoscenza ciò che facevi? Perché accettavi i
miei doni e disprezzavi i miei precetti? ».
64. Potrem mo compendiare tutto questo richiam ando la con­
dotta del traditore Giuda: eletto apostolo fra i dodici, aveva in
custodia la borsa del denaro da distribuire ai poveri affinché non
si pensasse che aveva tradito il Signore perché tenuto in poco
conto o spinto dal bisogno. E perché apparisse in lui m anifesta
la giustizia divina, il Signore gli aveva concesso questi favori, per­
ché, appunto, non come chi era stato sopraffatto dall’ira per un
torto ricevuto, ma come chi aveva abusato del dono di Dio, fosse
soggetto a più grave castigo.

Capitolo 17

Si espongono i doveri del giovane e gli esempi adatti alla stessa età.

65. Dopo aver chiaram ente dim ostrato che la malvagità s


punita e la virtù prem iata, cominciamo a tra tta re dei d o veri1 che
dobbiamo osservare in modo che la fedeltà ad e ssi2 cresca con
l’età. I bravi giovani devono avere tim or di Dio, rispettare i geni­
tori, onorare gli anziani, conservare la castità, non disprezzare
l’umiltà, am are la clemenza e la modestia che sono l’ornam ento

1 Cf. Cic., De off., I, 34, 122.


2 Come soggetto di ad.cresca.nt, officia assume il significato di « fedeltà
al dovere », « rispetto, culto del dovere »: cf. Cic., Pro Rose. Amer., 14, 39;
significato analogo è quello di « senso del dovere»; cf. Cic., Tuse., IV, 28, 61.
64 DE OFFICIIS I , 65-67

diligere clementiam ac uerecundiam , quae ornam ento sunt minori


aetati. Vt enim in senibus grauitas, in iuuenibus alacritas, ita in
adulescentibus uerecundia uelut quadam dote com m endatur
naturae.
66. E rat Isaac dominum timens, utpote Abrahae indoles,
ferens patri usque adeo u t aduersus paternam uoluntatem nec
m ortem rec u sa re ta. Ioseph quoque, cum somniasset quod sol et
luna et stellae adorarent eum, sedulo tam en obsequio deferebat
p a tr ib, castus, ita u t ne sermonem quidem audire uellet nisi
pudicum c; humilis usque ad seruitutem , uerecundus usque ad
fugam, patiens usque ad carcerem, rem issor iniuriae usque ad
rem unerationem . Cuius tanta uerecundia fuit, u t conprehensus a
m uliere uestem in manibus eius fugiens uellet relinquere quam
uerecundiam deponere. M oysesd quoque et H ierem iase, electi a
domino ut oracula dei praedicarent populo, quod poterant per
gratiam excusabant per uerecundiam .

Caput XVIII

De partibus uerecundiae, quem admodum sermonem ac silentium tempe­


ret, pudicitiam com itetur, preces nostras deo commendet, motibus cor­
poreis moderetur, ubi refertur historia de duobus clericis obseruatu mi­
nime indigna. Tum subnectitur qua ratione conponendus ex eadem u irtute
incessus quantaue cautio, ne quid inuerecundum ore proferatur aut dete­
gatur in corpore, adhibenda sit, et haec omnia exemplis adpositissimis
inlustrantur.

67. Pulchra igitur uirtus est uerecundiae et suauis gra


quae non solum in factis, sed etiam in ipsis spectatur sermonibus,
ne modum progrediaris loquendi, ne quid indecorum sermo resonet
tuus. Speculum enim m entis plerum que in uerbis refulget. Ipsum
uocis sonum librat modestia, ne cuiusquam offendat aurem uox
fortior. Denique in ipso canendi genere prim a disciplina uerecundia
est; immo etiam in omni usu loquendi, u t sensim quis aut psallere

a Gen 22, 9 ss.


b Gen 37, 5 ss.
c Gen 39, 8 ss.
d Ex 4, 10.
« Ier 1, 6.

66, 9. mallet Krabinger; sed uide p. 281.


I d o v e r i i , 65-67 65

della m inore età. Come infatti, si apprezza la serietà nei vecchi


e l’attività in coloro che sono nel fiore degli anni, cosi nei giovani
si apprezza la m odestia quasi come una dote di natura.

66. Isacco era tim orato di Dio, come si conveniva ad un


glio3 di Abramo, era così sottomesso al padre da non rifiutare
nemmeno la m orte contro la volontà paterna. Anche Giuseppe, pu r
avendo sognato che il sole, la luna e le stelle lo adoravano, tu tta­
via restava sottomesso al padre con scrupoloso ossequio, casto
al punto di non voler sentire nemmeno una parola che non fosse
castigata, umile fino ad accettare la schiavitù, verecondo fino alla
fuga, paziente fino a sopportare il carcere, capace di perdono fino
a rendere bene per male. La sua m odestia era così grande che,
afferrato da una donna, preferì lasciare, fuggendo, la veste nelle
sue mani piuttosto che rinunciare alla sua virtù. Anche Mosè e
Geremia, scelti dal Signore per annunciare al popolo la parola
di Dio, per m odestia si dichiaravano incapaci di fare ciò che po­
tevano compiere per opera della grazia4.

Capitolo 18

Le forme della modestia: come essa regoli parola e silenzio, si accompagni


alla pudicizia, renda gradite a Dio le nostre preghiere, domini le passioni
della carne. A questo punto si riferisce la vicenda di due chierici, vera­
m ente degna di meditazione. Si aggiunge quindi come, secondo questa
medesima virtù, debba essere regolato l’incedere, quanta attenzione si
debba usare per non pronunciare parola sconveniente o scoprire nel
corpo parte invereconda. Tutto ciò viene illustrato con opportunissimi
esempi.

67. Bella è la virtù della m odestia1 e soave l'am abilità


traspare non solo dal contegno, m a anche dagli stessi discorsi per­
ché t ’impedisce di oltrepassare il giusto limite o di pronunciare
parola che suoni sconveniente. Infatti, per lo più le parole rispec­
chiano ranim o. La m odestia regola anche il tono della voce, perché,
troppo alta, non offenda l’orecchio di qualcuno. Infine, nella stessa
m aniera di cantare, anzi in ogni impiego della parola la modestia

3 Indotes, nell’età imperiale, significa anche « figlio », « prole »: cf., p. es.,


S en., Herc. O e t 904: strauit... natorum indolem.
4 Sono troppo note le storie di Isacco e di Giuseppe perché qui occorra
ricordarle. Quanto a Mosè (Es 4, 10) e a Geremia (Ger 1, 6) entram bi addus­
sero al Signore la loro difficoltà di parola, dovuta, rispettivam ente, a difetto
di natura e alla giovane età.

1 Traduco uerecundia per lo più con « modestia », qualche volta c


« riservatezza », « delicatezza ». Come risulta anche da quanto si dice al
par. 69, verecundia ha u n ’accezione più vasta di pudicitia che indica il pu­
dore nella sfera sessuale.
66 DE OFFICIIS I , 67-70

aut canere aut postrem o loqui incipiat, u t uerecunda principia


commendent processum.

68. Silentium quoque ipsum, in quo est reliquarum uirtut


otium, maximus actus uerecundiae est. Denique, si aut infantiae
p u tatu r aut superbiae, probro datur; si uerecundiae, laudi ducitur.
Tacebat in periculis Susanna a et grauius uerecundiae quam uitae
damnum putabat nec arb itrabatur periculo pudoris tuendam salu­
tem. Deo soli loquebatur, cui poterat casta uerecundia eloqui;
refugiebat ora intueri uirorum ; est enim et in oculis uerecundia, ut
nec uidere uiros femina nec uideri uelit.

69. Neque uero quisquam solius hanc laudem castitatis pu


est enim uerecundia pudicitiae comes, cuius societate castitas ipsa
tutior est. Bonus enim regendae castitatis pudor est comes, qui, si
praetendat quae prim a pericula sunt, pudicitiam tem erari non
sinat. Hic prim us in ipso cognitionis ingressu domini m atrem com­
m endat legentibusb et, tam quam testis locuples, dignam quae ad
tale mimus eligeretur adstruit, quod in cubiculo, quod sola, quod
salutata ab angelo tacet et m ota est in introitu eius, quod ad uirilis
sexus speciem peregrinam tu rb a tu r aspectus uirginis. Itaque, quam-
uis esseit humilis, prae uerecundia tam en non resalutauit nec
ullum responsum rettulit, nisi ubi de suscipienda domini genera­
tione cognouit, u t qualitatem effectus disceret, non u t sermonem
referret.

70. In ipsa oratione nostra m ultum uerecundia placet, m ult


conciliat gratiae apud deum nostrum . Nonne haec praetulit publi­
canum et comm endauit eum, qui nec oculos suos audebat ad
caelum levare?c. Ideo iustificatur magis dom ini iudido quam ille
Phariseus, quem deform auit praesum ptio. Ideoque orem us in incor-
ruptione quieti et m odesti spiritus, qui est ante deum locuples, ut
ait Petrus d. Magna igitur modestia, quae, cum sit etiam sui iuris
remissior, nihil sibi usurpans, nihil uindicans et quodammodo intra
uires suas contractior, diues est apud deum, apud quem nemo
diues. Diues est modestia, quia dei portio est. Paulus quoque

a Dan 13, 35.


b Le 1, 29-38.
C Lc 18, 13-14.
d 1 Pt 3, 4.
I DOVERI I , 67-70 67

è la prim a regola. Perciò si comincerà gradatam ente a salmodiare


o a cantare o da ultim o a parlare, in modo che la discrezione ini­
ziale faccia apprezzare ciò che seguirà2.
68. Anche il silenzio, nel quale tu tte le altre virtù rimangono
inattive, è un grandissimo atto di modestia. In una parola, se si
attribuisce a incapacità di parlare o a superbia, è motivo di vergo­
gna; se a modestia, è motivo di lode. Taceva nel pericolo Susanna
e giudicava più grave la perdita della sua riservatezza che quella
della vita né riteneva di dover proteggere la propria incolumità
m ettendo a repentaglio il proprio pudore. Parlava soltanto a Dio,
al quale poteva rivolgersi con casta delicatezza. Evitava di guar­
dare in faccia gli uomini; infatti la m odestia ha sede anche negli
occhi, così che una donna non deve desiderare di veder uomini né
di essere vista da essi.
69. Nessuno, d’altra parte, consideri la m odestia un pregio
esclusivo della castità poiché la m odestia si accompagna alla pu­
dicizia, in unione con la quale anche la castità è più sicura. Nel­
l'osservanza della castità buon custode è il pudore; questo, se sarà
vigilante appena scorto il pericolo3, non lascerà che la pudicizia
sia violata. Il pudore è la prim a virtù che rende ammirevole ai
lettori del Vangelo la Madre del Signore nel momento stesso in
cui incominciano a conoscerla4 e, autorevole testim one, la dimo­
stra degna d’essere stata scelta a un compito cosi sublime. Chiusa
nella sua stanza, sola, al saluto dell’angelo tace, al suo ingresso
rimane scossa e il suo volto verginale, alla vista d’un uomo sco­
nosciuto, si turba. Benché umile, per riservatezza non restituì il
saluto né rispose se non quando seppe che doveva essere la m adre
del Signore. E quando parlò, fu soltanto per conoscere la natura
di ciò che sarebbe avvenuto in lei, non per o b ietta re 5.
70. Anche nella nostra preghiera la m odestia riesce partico­
larm ente gradita ed ottiene straordinario favore presso Dio. Que­
sta virtù non fece preferire il pubblicano, non gli fu di raccomanda­
zione, m entre egli non osava nemmeno levare gli occhi al cielo?
Perciò dal giudizio del Signore egli venne giustificato a preferen­
za del fariseo guastato dalla sua stessa presunzione. Preghiamo
conservando incorrotto lo spirito della mitezza e della m odestia
che è prezioso davanti a Dio, come dice Pietro. V irtù im portante
è la m odestia la quale, m entre è disposta a cedere sul proprio
diritto, non pretendendo nulla, nulla rivendicando ed anzi, in un
certo qual modo, stando al di sotto delle proprie capacità, è ricca
agli occhi di Dio, davanti al quale nessuno è ricco. La modestia
è ricca perché è eredità di D io6. Anche Paolo raccom anda di ele-

2 Bisogna cioè che colui che salmeggia o canta o parla eviti, specie al­
l’inizio, lo sfoggio della propria voce e, per dirla con Orazio (Sat., I, 10, 13-14),
adotti l’atteggiamento parcentis uiribus atque / extenuantis eas consulto.
3 Cf. I, 50, 251: praepositus tabernaculo, ut praetendas in castris sancti­
tatis et fidei.
4 Ritengo che cognitio debba riferirsi a legentibus, non a Maria.
5 Cf. Exp. S. Euang. sec. Lue., II, 8, w . 28-29 (CSEL 32, pars III, p. 45).
6 Cioè perché riconosce che ogni m erito risale a Dio.
68 DE OFFICIIS I , 70-75

orationem deferri praecepit cum uerecundia et sobrietate. Prim am


hanc et quasi praeuiam uult esse orationis futurae, u t non glorietur
peccatoris oratio, sed, quasi colore pudoris obducta, quo plus defert
uerecundiae de recordatione delicti, hoc uberiorem m ereatur
gratiam.
71. E st etiam in ipso m otu, gestu, incessu tenenda uerecundia.
H abitus enim mentis in corporis statu cernitur. Hinc homo cordis
nostri absconditus au t leuior aut iactantior aut turbidior, aut
contra grauior et constantior et purior et m aturior aestim atur.
Itaque uox quaedam est animi corporis motus.
»
72. Meministis, filii, quendam amicum, cum sedulis se uide-
retu r commendare officiis, hoc solo tam en in clerum a me non
receptum , quod gestus eius plurim um dedeceret; alterum quoque
cum in clero repperissem, iubere me ne um quam praeiret mihi,
quia uelut quodam insolentis incessus uerbere oculos feriret meos.
Idque dixi, cum redderetur post offensam m uneri. Hoc solum
excepi, nec fefellit sententiam; uterque enim ab ecclesia recessit,
ut, qualis incessu prodebatur, talis perfidia animi dem onstraretur.
Namque alter Arrianae infestationis tem pore fidem deseruit, alter
pecuniae studio, ne iudicium subiret sacerdotale, se nostrum ne-
gauit. Lucebat in illorum incessu imago leuitatis, species quaedam
scurrarum percursantium .

73. Sunt etiam qui sensim ambulando im itentur histrionicos


gestus et quasi quaedam fercula pom parum et statuarum m otus
nutantium , ut, quotiescumque gradus transferunt, modulos quos­
dam seruare uideantur.
74. Nec cursim am bulare honestum arbitror, nisi cum causa
exigit alicuius periculi uel iusta necessitas. Nam plerum que festi­
nantes anhelos uidemus torquere ora, quibus si causa desit festina­
tionis necessariae, naeuus iustae offensionis est. Sed non de his
dico, quibus rara properatio ex causa nascitur, sed quibus iugis et
continua in naturam uertitur. Nec in illis ego tam quam simulacro­
rum effigies probo nec in istis tam quam excussorum ruinas.

75. Est etiam gressus probabilis, in quo sit species auctoritatis


grauitatisque pondus, tranquillitatis uestigium; ita tam en si stu-
I DOVERI I, 70-75 69

vare la preghiera con m odestia e sobrietà. Egli vuole che questa


virtù preceda e quasi m ostri la strada alla preghiera che si farà,
perché la preghiera del peccatore non sia orgogliosa, ma, come
coperta di rossore, quanto più si vergogna al ricordo della colpa
commessa, tanto maggiore grazia ottenga.
71. La m odestia dev’essere conservata anche nel portam ento,
nel gesto, nell’incedere7: nell’atteggiam ento del corpo appare la
virtù dell’animo. Da questo l’uomo che sta nascosto dentro di noi
viene giudicato o troppo leggero, spavaldo, torbido o, al contrario,
serio, costante, limpido e m aturo. Si può dire perciò che il no­
stro atteggiam ento sia la voce deU'anima.
72. Voi ricordate, o figli, che un amico, pu r apparentem ente
raccomandabile per lo zelo nei suoi doveri, non fu accolto da me
nel clero soltanto perché il suo portam ento era assai sconveniente;
anche un altro, che avevo trovato nel clero, fu invitato da me a
non precederm i mai, perché il suo incedere insolente colpiva i miei
occhi come una staffilata. E glielo dissi quando, dopo il nostro
screzio, venne restituito al suo ufficio. Ebbi da eccepire soltanto
questo; m a il mio giudizio non m ’ingannò: entram bi, infatti, ab­
bandonarono la Chiesa. Risultò così che in loro la mala fede
era tale quale il loro atteggiam ento lasciava trasparire. L’uno
rinnegò la fede al tem po della persecuzione a ria n a 8; l’altro per
avidità di denaro, volendo evitare il giudizio ecclesiastico, negò
d’essere del clero. Nel loro portam ento appariva chiara l’imma­
gine della leggerezza, un atteggiam ento da buffoni sempre di corsa.
73. Vi sono anche coloro che, camminando lentam ente, imi­
tano l’andatura degli istrioni e quasi le portantine delle proces­
sio n i9 e l'incedere oscillante delle statue, sicché, dovunque muo­
vano i passi, sembrano osservare determ inati ritmi.
74. Non giudico decoroso nemm eno cam m inare frettolosa­
mente, a meno che non lo richieda qualche pericolo o una legit­
tim a necessità. Infatti per lo più coloro che vanno in fretta stra­
volgono la faccia ansim anti. Se manca loro un giusto motivo per
affrettarsi, cadono in un difetto giustam ente riprovato. Non
intendo parlare di quelli che camminano frettolosi per un valido
motivo, m a di quelli per i quali la fretta, che non conosce sosta,
diventa una seconda natura. Non approvo nei prim i l’incedere
come statue di numi, nei secondi il precipitarsi come saette.
75. M erita approvazione anche un incedere che riveli se­
rietà e autorevolezza e sia indizio d’un animo sereno, purché non
vi siano ricercatezza e affettazione, m a il movimento risulti na­
turale e spontaneo: l’artificio non piace mai. Il movimento sia

7 Cf. Cic., De off., I, 35, 126.


8 L'accenno si riferisce probabilm ente agli avvenimenti del 386, su cui
v. P alanque, op. cit., p. 139 ss. Ho preferito qui e nei passi successivi ripri­
stinare la grafia dei codici Arrianus, Arrius, dovuta, probabilmente, ad una
confusione con il nome rom ano Arrius (C atull., 84, 2). Cf. anche F aller, op. cit.,
loc. cit.
9 Cf. Cic., De off., I, 36, 131. Ferculum è la portantina su cui venivano
trasportate le statue delle divinità nelle processioni.
70 DE OFFICIIS I, 75-78

dium desit atque adfectatio, sed m otus sit purus ac simplex: nihil
enim fucatum placet. Motum natura inform et. Si quid sane in
natura uitii est, industria emendet, u t ars desit, non desit correctio.
76. Quod si etiam ista spectantur altius, quanto magis cau
dum est ne quid turpe ore exeat; hoc enim grauiter coinquinat
hominem. Non enim cibus coinquinat sed iniusta obtrectatio, sed
uerborum obscenitas. Haec etiam uulgo pudori sunt. In nostro
uero officio nullum uerbum , quod inhoneste cadat, non incutiat
uerecundiam . E t non solum nihil ipsi indecorum loqui, sed ne
aurem quidem debemus huiusm odi praebere dictis, sicut Io sep h e,
ne incongrua suae adiret uerecundiae, ueste fugit relicta, quoniam
quem delectat audire, alterum loqui prouocat.

77. Intellegere quoque quod turpe sit pudor maximus


Spectare uero, si quid huiusm odi fortuitu accidat, quanti horroris
est! Quod ergo in aliis displicet, num quid potest in se ipso placere?
Nec ipsa natura nos docet, quae perfecte quidem omnes partes
nostri corporis explicauit, u t et necessitati consuleret et gratiam
uenustaret? Sed tam en eas quae decorae ad aspectum forent, in
quibus form ae apex quasi in arce quadam locatus et figurae
suauitas et uultus species em ineret operandique usus esset para­
tior, obuias atque apertas reliquit; eas uero in quibus esset natu­
ralis obsequium necessitatis, ne deforme sui praeberent spectacu­
lum partim tam quam in ipso am andauit atque abscondit corpore,
partim docuit et suasit tegendas.

78. Nonne igitur ipsa natura est m agistra uerecundiae? Cu


exemplo m odestia hominum, quam a modo scientiae, quid deceret,
appellatam arbitror, id quod in hac nostri corporis fabrica abditum
repperit, operuit et texit, u t ostium illud, quod ex transuerso
faciendum in arca illa Noe iusto dictum e s t f, in qua uel ecclesiae
uel nostri figura est corporis, per quod ostium egeruntur reliquiae
ciborum. Ergo naturae opifex sic nostrae studuit uerecundiae, sic
decorum illud et honestum in nostro custodiuit corpore, u t ductus
quosdam atque exitus cuniculorum nostrorum post tergum relega­
ret atque ab aspectu nostro auerteret, ne purgatio uentris uisum
oculorum offenderet. De quo pulchre apostolus ait: Quae uidentur,
inquit, mem bra esse corporis inferiora, necessaria sunt, et quae pu­
tamus ignobiliora esse m em bra corporis, his abundatiorem hono­
rem circumdamus, et quae inhonesta sunt nostra, honestatem
abundatiorem h a b en tg. Etenim im itatione naturae industria auxit
gratiam . Quod alio loco etiam altius interpretati sumus, u t non

« Gen 39, 12.


£ Gen 6, 16.
« 1 Cor 12, 22-23.
i d o v e r i i , 75-78 71

regolato dalla natura; se in essa v'è qualche difetto, un impegno


attento lo corregga, in modo però che sia escluso l'artificio e non
manchi la correzione.
76. Se anche tali cose sono osservate con grande attenzione,
quant'è più necessario evitare che ci esca di bocca una parola
disonesta: questa è una colpa che contam ina gravemente l'uomo.
Non è il cibo che contam ina, m a l'ingiusta critica, l'oscenità del
linguaggio. Anche il volgo ne prova vergogna. Nel nostro m inistero
ogni parola che suoni disonesta, sia motivo di vergogna. E non
solo non dobbiamo dire noi stessi nulla di sconveniente, m a nem­
meno ascoltare discorsi di questo genere, come Giuseppe il quale,
per non ascoltare proposte ripugnanti alla sua modestia, fuggi
lasciando il mantello. Chi infatti am a ascoltare, invita l’altro a
parlare.
77. Anche ferm arsi col pensiero su ciò ch'è turpe reca gran­
dissima vergogna. Lo stare poi a guardare, quando avvenga qual­
cosa di tal genere, quale orrore desta! Ciò che spiace negli altri
può forse piacere nella propria persona? Non ce lo insegna la
stessa natura che ha disposto in modo veram ente perfetto tu tte le
parti del nostro corpo per provvedere alle sue necessità e renderlo
attraente? Tuttavia essa ha lasciato visibili e scoperte quelle desti­
nate ad essere gradevoli ai nostri occhi, perché in esse risaltassero
il culmine della bellezza, posto come su una rocca, e l'eleganza
della figura e l’attrattiva del volto e ne fosse più pronto l'impiego;
quelle invece che sono una condiscendenza alle necessità naturali,
perché non offrissero di sé uno spettacolo indecoroso, parte ha
relegato, p er così dire, e nascosto nel corpo stesso, p arte ha in­
segnato e persuaso a c o p rire 10.
78. Non è la stessa natu ra m aestra di riservatezza? Sul suo
esempio la m odestia degli uomini, che ritengo sia stata chiam ata
così dalla m isura (a m odo) nel conoscere ciò che è conveniente u,
Ijfi ricoperto e protetto le p arti nascoste nella stru ttu ra del nostro
corpo, come quella p o rta che il giusto Noè ebbe l'ordine di aprire
lateralm ente nell’arca, immagine della Chiesa o del nostro corpo.
Per tele apertura si elimina ciò che resta dei c ib i12. Orbene il
Creatore della natu ra così provvide alla nostra m odestia, così
protesse il decoro e l'onestà nel nostro corpo, che relegò dietro le
spalle taluni condotti e lo sbocco dei nostri intestini, sottraendoli
alla nostra vista, perché l'evacuazione del ventre non offendesse

10 Cf. Cic., De off., I, 35, 126; De nat. deor., II, 56, 140-141. In quest'ultim o
passo si trovano anzi espressioni riprese da S. Ambrogio, come in a rc e-
collocati sunt e amandauit.
11 £ evidente che m odestia deriva da m odus e significa sop rattu tto « m o­
derazione », « m isu ra» , «dom inio di sé» (gr.: fftoqjpoffuvr); cf. Cic., Tusc.,
I li, 8, 16; De off., I, 40, 142).
n Nel De Noe, 8, 24, si legge: Pulchre autem addidit: ostium ex transuerso
facies, eam partem declarans corporis, per quam superflua ciborum egerere
consueuimus (CSEL 32, pars I, p. 428).
72 DE OFFICIIS I, 78-82

solum abscondamus ab oculis, uerum etiam quae abscondenda


accepimus, eorum indicia ususque m em brorum suis appellationi­
bus nuncupare indecorum putem us.

79. Denique, si casu aperiantur hae partes, confunditur uere-


cundia; si studio, inpudentia aestim atur. Unde et filius Noe Cham
offensam rettulit, quia nudatum patrem uidens risit; qui autem
operuerunt patrem , acceperunt benedictionis g ratiam h. Ex quo
mos uetus et in urbe Roma et in plerisque ciuitatibus fuit u t filii
puberes cum parentibus uel generi cum soceris non lauarent, ne
paternae reuerentiae auctoritas m inueretur, licet plerique se et in
lauacro, quantum possunt, tegant, ne vel illic, ubi nudum totum
est corpus, huiusmodi intecta portio sit.

80. Sacerdotes quoque ueteri more, sicut in Exodo legimus,


bracas accipiebant, sicut ad Moysen dictum est a domino: E t facies
illis bracas lineas, ut tegatur illis turpitudo pudoris. A lumbis usque
ad femora erunt, et habebit eas Aaron et filii eius cum intrabunt
in tabernaculum testim onii et cum accedent sacrificare ad aram
sancti, et non inducent super se peccatum, ne moriantur '1. Quod
nonnulli nostrorum seruare adhuc feruntur, plerique spiritali inter­
pretatione ad cautionem uerecundiae et custodiam castitatis dictum
arbitrantur.

Caput XIX

Decorum quomodo describatur ab oratore; an et quantum ad uirtutem


conferat formositas; postrem o, qua cura, ne quid adfectatum aut effemi­
natum in nobis appareat, efficiendum.

81. Delectauit me diutius in partibus dem orari uerecundiae,


quia ad uos loquebar, qui aut bona eius ex uobis recognoscitis aut
damna ignoratis. Quae cum sit omnibus aetatibus, personis, tempo­
ribus et locis apta, tam en adulescentes iuuenilesque annos maxime
decet.
82. In omni autem seruandum aetate, u t deceat quod agas et
conueniat et quadret sibi ordo uitae tuae. Vnde Tullius etiam ordi-

h Gen 9, 22-27.
i Ex 28, 4243.

80, 5-6. aram sanctuarii Krabinger; sed uide pp. 285-286.


I d o v e r i i , 78-82 73

i nostri occhi. Su questo fatto l’Apostolo dice egregiamente: Le


mem bra del corpo, che sembra siano più deboli, sono necessa­
rie, e quelle che riteniamo più ignobili, le circondiamo di maggior
rispetto, e quelle indecorose godono di maggior riguardo. Im itan­
do la natura, la nostra iniziativa ha accresciuto la nostra bellezza.
Abbiamo approfondito altrove quest’argom entols, per insegnare
non solo a nascondere alla vista, m a anche a ritenere indecoroso
chiamare con il loro nome le tracce e l’uso di quelle m em bra che
sappiamo devono stare n ascoste14.
79. Se queste p arti vengono scoperte per caso, ne è turbata
la modestia; se intenzionalmente, si giudica spudoratezza. Perciò
anche il figlio di Noè, Cam, fu punito perché, vedendo il padre
scoperto, rise, m entre quelli che lo ricopersero ricevettero il dono
della benedizione. Sia nella città di Roma sia in parecchie altre, era
antico costume che i figli puberi non facessero il bagno con i
padri o i generi con i suoceri, perché non fosse sm inuita l’im por­
tanza del rispetto verso i gen ito ri15. E questo, sebbene i più si
coprano, per quanto possono, anche nel bagno, perché, persino là
dove tutto il corpo è nudo, non rim anga scoperta una tale parte.
80. Anche i sacerdoti secondo l’uso antico, come leggiamo
n e l l ’ Esodo, portavano brache, come era stato ordinato a Mosè
dal Signore: E farai loro calzoni di lino, perché siano coperte le
loro vergogne. Andranno dai fianchi alle cosce, e li indosseranno
Aronne e i suoi figli quando entreranno nel tabernacolo della te­
stimonianza e quando si accosteranno all’altare del Santo, e non
commetteranno una colpa evitando cosi di morire. Si dice che
alcuni dei nostri conservino ancora tale costume; molti, con una
interpretazione spirituale, pensano che sia stato stabilito per pro­
teggere la m odestia e difendere la castità.

C apitolo 19

Come Cicerone definisce il « conveniente » (decorum); se e quanto giova


alla virtù la bellezza; con quale cura si deve cercare che in noi non
appaia nulla di affettato o di effeminato.

81. Volentieri mi sono attardato un po’ nella trattazione del­


la modestia, perché mi rivolgevo a voi che o ne conoscete in voi
stessi i vantaggi o ignorate il danno d’esserne privi. E sebbene
essa sia adatta a tu tte le età, persone, tem pi e luoghi, tuttavia si
addice soprattutto agli anni dell’adolescenza e della giovinezza.
82. Ma in ogni età bisogna che quello che fai sia conveniente
e che l’ordine della tua vita sia del tu tto coerente con se stesso.
Perciò Tullio ritiene necessario rispettare anche l’ordine in tale

13 S. Ambrogio allude al De Noe (8, 24), pubblicato nell'autunno del 378


op. cit., p. 499). Vedi anche Exam., VI, 9, 72.
(P a l a n q u e ,
14 Cf. Cic., De off., I, 35, 127.
15 Cf. Cic., De off., I, 35, 129.
74 DE OFFICIIS I, 82-85

nem putat in illo decore seruari oportere idque positum dicit in


form ositate, ordine, ornatu ad actionem apto, quae difficile ait
loquendo explicari posse, et ideo satis esse intellegi.

83. Form ositatem autem cur posuerit, non intellego, quamuis


etiam ille uires corporis laudet. Nos certe in pulchritudine corporis
locum uirtutis non ponimus, gratiam tam en non excludimus, quia
uerecundia et uultus ipsos solet pudore offundere gratioresque
reddere. Ut enim artifex in m ateria commodiore melius operari
solet, sic uerecundia in ipso quoque corporis decore plus eminet,
ita tam en u t etiam ipse non sit adfectatus decor corporis, sed natu­
ralis, simplex, neglectus magis quam expetitus, non pretiosis et
albentibus adiutus uestim entis, sed communibus, u t honestati uel
necessitati nihil desit, nihil accedat nitori.

84. Vox ipsa non rem issa, non fracta, nihil femineum sonans,
qualem m ulti grauitatis specie sim ulare consueuerunt, sed form am
quandam et regulam ac sucum uirilem reseruans. Hoc est enim
pulchritudinem uiuendi tenere, conuenentia cuique sexui et per­
sonae reddere. Hic ordo gestorum optimus, hic ornatus ad omnem
actionem adcommodus. Sed, u t molliculum et infractum aut uocis
sonum aut gestum corporis non probo, ita neque agrestem ac
rusticum . N aturam imitem ur; eius effigies form ula disciplinae, for­
m ula honestatis est.

C ap u t X X

Ad conseruandam uerecundiam intem perantium hominum consortia,


conuiuia extraneorum ac m ulierum commercia uitanda; sed otium nostrum
domi in piis honestisque studiis insumendum.

85. H abet sane suos scopulos uerecundia, non quos i


inuehit, sed quos saepe incurrit, si intem perantium incidamus
consortia, qui sub specie iucunditatis uenenum infundunt bonis.
Hi si adsidui sunt et maxime in conuiuio, ludo ac ioco, eneruant
grauitatem illam uirilem. Caueamus itaque ne, dum relaxare animus
i d o v e r i i , 82-85 75

convenienza e dice che essa risulta dalla bellezza, dalla disposi­


zione regolare deH’abbigliamento adatto a ciascuna attività: con­
cetti, come egli dice, difficili da spiegare a parole, e che perciò
è sufficiente siano com presi1.
83. Non capisco perché abbia citato anche la bellezza, seb­
bene anch’egli lodi le forze fisiche. Certam ente noi non am m ettia­
mo motivi di virtù nella bellezza fisica; tuttavia non ne escludia­
mo il fascino, perché la m odestia suole soffondere di rossore gli
stessi volti rendendoli più attraenti. Come un artista lavora me­
glio una m ateria più adatta, cosi la m odestia risalta maggiormente
appunto nell’avvenenza della persona, a condizione però che que­
sta non sia affettata, m a naturale, semplice, trascurata piuttosto
che ricercata, non aiutata da vesti candide e preziose, m a comuni,
in modo che, pu r non mancando nulla al decoro e alla necessità,
nulla ci sia che assomigli alla raffinata eleganza.
84. Anche la voce non sia le n ta 2, né fievole, né effeminata,
come quella ostentata da m olti per darsi un'aria di gravità, ma
conservi un'im pronta, una linea, un sapore virile. M antenere la
bellezza del vivere significa dare a ciascun sesso e a ciascuna
condizione ciò che loro conviene. Questo è il miglior ordine per
le azioni, l'abbigliamento adatto ad ogni attività. Ma come non
approvo o un tono di voce o un portam ento molle e senza ener­
gia, cosi non lo voglio nemmeno zotico e rozzo. Im itiam o la na­
tura: la sua immagine è norm a del retto vivere, norm a di ciò che è
decoroso.

C apitolo 20

Per conservare la m odestia si devono evitare le compagnie degli uomini


dissoluti, i banchetti con gli estranei, le relazioni con le donne; m a il
nostro tempo libero deve essere speso a casa in pii ed onesti studi.

85. La m odestia incontra senza dubbio i suoi scogli, n


quelli contro i quali si va a gettare volontariam entex, m a quelli in
cui spesso incappa, quando ci im battiam o in compagnie di disso­
luti che, sotto l’apparenza dell’allegria, corrompono i buoni. Se
questi dissoluti ci sono sempre al fianco, specie nei conviti, nei
giochi, negli svaghi, snervano l'austerità virile di cui abbiamo par­
lato. Stiamo attenti perciò, m entre vogliamo sollevare l'animo, a

1 Cf. Cic., De off., I, 35, 126: Sed quoniam decorum illud in om nibus
factis, dictis, in corporis denique m otu et statu cernitur idque positum est
in tribus rebus, formositate, ordine, ornatu ad actionem apto, difficilibus ad
eloquendum, sed satis erit intellegi.
2 Cf. Quint., XI, 3, 42: uox... quo remissior, hoc grauior et plenior...

1 non quos... sed quos: S. Ambrogio non esclude che uno possa volon
riam ente m ettere a repentaglio la propria modestia, m a non prende in con­
siderazione questa eventualità, lim itandosi a parlare dei pericoli ai quali
uno si espone per leggerezza, senza deliberato proposito.
76 d e o f f i c i i s i , 85-89

uolumus, soluamus omnem harm oniam , quasi concentum quendam


bonorum operum: usus enim cito inflectit naturam .
86. Vnde prudenter factis conuenire ecclesiasticis et maxi
m inistrorum officiis declinare extraneorum conuiuia, uel u t ipsi
hospitales sitis peregrinantibus uel u t ea cautione nullus sit oppro­
brio locus. Conuiuia quippe extraneorum occupationes habent, tum
etiam epulandi produnt cupiditatem . Subrepunt etiam fabulae fre­
quenter: claudere aures non potes, prohibere p u tatu r superbia.
Subrepunt etiam praeter uoluntatem pocula. Melius est tuae domui
semel excuses quam alienae frequenter, et, u t ipse sobrius surgas,
tam en ex aliena insolentia condemnari non debet praesentia tua.

87. Viduarum et uirginum domus, nisi uisitandi gratia, iunio-


res adire non est opus, et hoc cum senioribus, hoc est cum episcopo
uel, si grauior est causa, cum presbyteris. Quid necesse est ut
demus saecularibus obtrectandi locum? Quid opus est u t illae
quoque uisitationes crebrae accipiant auctoritatem ? Quid, si aliqua
illarum forte labatur? Cur alieni lapsus subeas inuidiam? Quam
m ultos etiam fortes inlecebra decepit! Quanti non dederunt errori
locum, et dederunt suspicioni!

88. Cur non illa tem pora, quibus ab ecclesia uacas, lectioni
inpendas? Cur non Christum reuisas, Christum adloquaris, Chri­
stum audias? Illum adloquimur, cum oram us, illum audimus, cum
diuina legimus oracula. Quid nobis cum alienis domibus? Una est
domus quae omnes capit. Illi potius ad nos ueniant, qui nos requi­
runt. Quid nobis cum fabulis? M inisterium altaribus Christi, non
obsequium hominibus deferendum recepimus.

89. Humiles esse decet, mites, m ansuetos, graues, patientes,


m odum tenere in omnibus, u t nullum uitium esse in m oribus uel
tacitus uultus uel sermo adnuntiet.
I d o v e r i i , 85-89 77

non guastare tu tta l’armonia, per cosi dire, il melodioso accordo


delle buone opere. L’abitudine, infatti, altera presto la natura.
86. Ritengo perciò conveniente ad una prudente condotta
ecclesiastica, e soprattutto al m inistero sacerdotale, evitare i ban­
chetti con gli estranei, sia perché siate voi ad ospitare i vian­
danti sia per evitare, con tale cautela, l’occasione a critiche diso­
norevoli. I banchetti con gli estranei tengono im pegnati a lungo e
inoltre tradiscono la voglia di m angiare copiosamente. Di frequen­
te vi si insinuano anche discorsi m ondani e lascivi: chiudere le
orecchie non puoi, impedirli sem bra arroganza. Pur contro voglia,
si vuota anche via via un bicchiere dopo l’altro. È meglio che tu
ti scusi una sola volta in casa tua, che ripetutam ente in casa d’al­
t r i 2, e cosi la tua presenza non dovrebbe essere criticata per colpa
dei disordini altrui, anche se ti levi da tavola dopo aver bevuto
con moderazione.
87. Non è opportuno che i giovani vadano nelle case delle
vedove e delle vergini, se non per una visita e in compagnia di
anziani, cioè col vescovo oppure, se il motivo è di una certa gra­
vità, con sacerdoti3. Che bisogno c’è di offrire ai laici occasione
di critica? Che ragione c’è d’autorizzare4 anche le visite frequen­
ti? E se una di quelle donne per caso cadesse? Perché esporti ad
apprezzamenti maligni per l’altrui caduta? Quanti, ed erano pur
forti, furono ingannati dalle lusinghe! Quanti, benché esenti da
colpa, diedero adito al sospetto!
88. Perché non dedicare alla lettura il tempo che il m inistero
ti lascia libero? Perché non visitare ancora una volta Cristo, par­
largli, ascoltarlo? Parliamo con lui quando preghiamo; lo ascol­
tiamo quando leggiamo gli scritti ispirati da Dio. Che abbiamo in
comune con le case degli altri? Una è la casa che accoglie tutti.
Vengano piuttosto da noi quelli che ci cercano. Che abbiamo a
che fare con le vane chiacchiere? Ci è stato assegnato il compito
di servire gli altari di Cristo, non di rendere ossequio agli uomini.
89. Bisogna essere umili, miti, m ansueti, seri, pazienti, mi­
surati in tutto, cosicché sia il nostro volto, quando restiam o in
silenzio, sia il nostro discorso rivelino una condotta intem erata.

2 Domai è un locativo tardo per domi, non infrequente nei codici (T L L,


V, 19, 49). L’apparato del K rabinger non offre varianti. Il senso però non è
troppo chiaro. Intendo cosi: per un sacerdote è meglio scusarsi una sola volta
per la povertà della propria casa ospitando estranei, che doversi scusare ripe­
tutam ente rifiutando quanto viene offerto in casa d'altri.
3 Ritengo esatta la lezione e intendo: se si tra tta di una norm ale visita,
il giovane sacerdote può attendere che in quella casa debba andare il vescovo;
se il motivo è di una certa gravità, e quindi più urgente, può farsi accompa­
gnare da un semplice sacerdote.
4 Auctoritas qui è term in e giuridico, che p ro p ria m e n te significa il consenso
d ato d al tu to re: cf. Dig., 26, 8; H ieron., Ep., 78, 43.
78 DE OFFICIIS I, 90-92

C ap u t X X I

Iracundiam , priusquam oriatur, praecauendam ; si oborta fuerit, repri­


m endam ac mitigandam; si nec id adsequi ualuerim us, linguam saltem a
conuiciis coercendam, u t sint m otus nostri puerilium commotionum
similes. Dictum Archytae m em oratur ostenditurque Dauidem ipsi hac
in re factis et scriptis praeiuisse.

90. Caueatur iracundia aut, si praecaueri non potest, cohib


tur; mala enim inlex peccati indignatio est, quae ita animum
perturbat u t rationi non relinquat locum. Prim um est igitur, si
fieri potest, u t m orum tranquillitas usu quodam, affectione, pro­
posito in naturam uertatur. Deinde, quoniam ita plerum que m otus
infixus est naturae ac m oribus, u t euelli atque euitari non queat,
si praeuideri potuerit, ratione reprim atur. Aut, si prius occupatus
fuerit animus ab indignatione quam consilio prospici ac prouideri
potuerit, ne occuparetur, m editare quomodo m otum animi tui
uincas, iracundiam tem peres. Resiste irae, si potes; cede, si non
potes, quia scriptum est: Date locum irae a.

91. Iacob fratri indignanti pie cessit et Rebeccae, id est patien­


tiae, instructus consilio abesse m aluit et peregrinari quam excitare
fratris indignationem et tunc redire, cum fratrem m itigatum pu­
ta r e t15. E t ideo tantam apud deum inuenit gratiam . Quibus deinde
obsequiis, quantis m uneribus fratrem ipsum reconciliauit sibi, ut
ille praereptae benedictionis non meminisset, m em inisset delatae
satisfactionis!c.

92. Ergo, si praeuenerit et praeoccupauerit m entem tuam ira­


cundia et ascenderit in te, non relinquas locum tuum. Locus tuus
patientia est, locus tuus sapientia est, locus tuus ratio est, locus
tuus sedatio indignationis est. Aut, si te contum acia respondentis
m ouerit et peruersitas inpulerit ad indignationem; si non potueris
m itigare mentem, reprim e linguam tuam . Sic enim scriptum est:
Cohibe linguam tuam a malo et labia tua, ne loquantur dolum d.
Deinde inquire pacem et sequere m e e. Pacem illam Iacob sancti
uide, qua tu prim um sedato animum; si non praeualueris, frenos
linguae impone tuae; deinde reconciliationis studium non praeter­
m ittas. Haec oratores saeculi de nostris usurpata in suis posuere
libris; sed ille sensus huius habet gratiam , qui prior dixit.

a Rom 12, 19.


b Gen 27, 4245.
c Gen 32, 3 ss.
d Ps 33, 14.
« Ps 33, 15.
I DOVERI I, 90-92 79

Capitolo 21

Bisogna guardarsi dall’ira prim a che sorga; sorta che sia, dev’essere
repressa e placata. Se non fossimo capaci nemmeno di questo, dobbiamo
almeno trattenere la lingua dal lanciare ingiurie, perché i nostri scatti
siano come sfoghi fanciulleschi. Si ricorda un detto di Archita e si
dim ostra che Davide, anche in questo, lo precedette nei fatti e negli scritti.

90. Guardiamoci dall’ira oppure, se non riusciam o a preve­


nirla, cerchiamo di frenarla. Funesto impulso al peccato è lo sde­
gno che sconvolge talm ente il nostro animo da non lasciare spazio
alla ragione. Anzitutto, se è possibile, bisogna rendere naturale a
noi stessi la tranquillità del carattere con l’esercizio, la disposi­
zione dell'animo, il deliberato proposito. In secondo luogo, poiché
il m oto d’ira per lo più è cosi radicato nella nostra natura e nel
nostro carattere da non poter essere estirpato ed evitato, se si
potrà prevedere, sia represso con la ragione. Oppure, se lo sdegno
s'im padronirà deH’animo prim a che la ragione l’abbia potuto pre­
vedere ed impedire, rifletti sul modo di vincere l’impulso del­
l’animo tuo e di frenare l’ira. Resisti all’ira, se puoi; cedi, se non
puoi, perché sta scritto: Cedete all’ir a 1.
91. Giacobbe cedette con bontà al fratello irato e, forte del
consiglio di Rebecca, cioè della pazienza, preferì andarsene e sog­
giornare in terrra straniera piuttosto che eccitarne lo sdegno, e ri­
tornare quando lo ritenne placato. Perciò ottenne tanto favore
presso Dio. Con quali attenzioni poi, con quanti doni riacquistò
l'affetto del fratello perché questi non ricordasse la benedizione
carpita contro il suo diritto e ricordasse invece la soddisfazione
accordatagli!
92. Se l’ira, prim a che tu te ne renda conto, s’im padronirà
della tua m ente e riuscirà a dom inarti, non abbandonare il tuo
posto. Il tuo posto è la pazienza, il tuo posto è la saggezza, il tuo
posto è la ragionevolezza, il tuo posto è l’acquietam ento dell’ira.
Oppure, se ti irriterà la sfrontatezza di chi ti risponde e la sua
malvagità ti spingerà allo sdegno; se non riuscirai a placare il tuo
animo, frena la tua lingua. Cosi infatti sta scritto: Frena la tua
lingua dal male e le tue labbra, perché non dicano parole bugiarde.
Poi cerca la pace e seguila. Considera la pace del S c i n t o Giobbe,
con la quale anzitutto placherai l’animo tuo. Se non ci riuscirai,
frena la lingua e non trascurare poi l’impegno della riconcilia­
zione. Queste massime gli oratori profani posero nei loro scritti
dopo averle attinte dai nostri; m a chi le pronunciò per prim o ha
il m erito di un tale modo di sentire.

1 II passo completo dell'Epistola ai Rom ani (12, 19) suona cosi: Non
uosmetipsos defendentes, carissimi, sed date locum irae. Scriptum est enim:
Mihi vindicta, ego retribuam (cf. Deut 32, 35). Quindi la traduzione esatta
del passo citato da S. Ambrogio è: « Lasciate fare all’ira divina ».
80 DE OFFICIIS I , 93-95

93. Vitemus ergo aut tem perem us iracundiam , ne sit eius


in laudibus exceptio aut in uitiis exaggeratio. Non mediocre est
m itigare iracundiam , non inferius quam omnino non commoueri.
Hoc nostrum est, naturae illud. Denique commotiones in pueris
innoxiae sunt, quae plus habent gratiae quam am aritudinis. E t si
cito pueri inter se m ouentur, facile sedantur et m aiore suauitate
in se recurrunt. Nesciunt se subdole artificioseque tractare. Nolite
hos contem nere pueros, de quibus dominus ait: Nisi conuersi
fueritis et efficiamini sicut puer iste, non introibitis in regnum
caelorum f. Itaque ipse dominus, hoc est dei uirtus, sicut puer,
cum m alediceretur, non remaledixit; cum percuteretur, non reper­
cussit*. Ita ergo te conpara, u t quasi puer iniurias non teneas,
m alitiam non exerceas: omnia a te innocenter proficiscantur. Non
consideres quid ab aliis in te reuertatur. Locum tuum serua, sim­
plicitatem et puritatem tui pectoris custodi. Noli respondere irato
ad iracundiam eius siue inprudenti ad inprudentiam . Cito culpa
culpam excutit. Si lapides teras, nonne ignis erum pit?

94. Ferunt gentiles, u t in maius omnia uerbis extollere solent,


Archytae Tarentini dictum philosophi, quod ad uilicum suum dixe­
rit: O te infelicem, quam afflictarem, nisi iratus essem! Sed iam
Dauid arm atam dexteram in indignatione conpresserath. E t quanto
plus est non remaledicere quam non uindicare! E t bellatores aduer-
sus Nabal ad ultionem paratos Abigail deprecatione reuocauerat.
Vnde aduertim us tem pestiuis quoque intercessionibus, non solum
cedere nos, sed etiam delectari oportere. Eo usque autem delecta­
tus est, u t benediceret interuenientem , quod ab studio uindictae
reuocatus foret.

95. Iam dixerat de inimicis suis: Quoniam declinauerunt in


me iniquitatem et in ira molesti erant m ihi '. Audiamus turbatus in
ira quid dixerit: Quis dabit m ihi pennas sicut columbae et uolabo
et requiescam?1. Illi ad iracundiam prouocabant, hic tranquillita­
tem eligebat.

f Mt 18, 3.
s 1 Pt 2, 23.
h 1 Reg 25, 32-35.
i Ps 54, 4.
i Ps 54, 7.

93, 9. intrabitis Krabinger (Vulgata) introibitis plerique codd.


i d o v e r i i , 93-95 81

93. Evitiamo o freniam o l’ira perché non si faccia un’ecce­


zione per essa nelle nostre lodi o non sia artificiosam ente esage­
rata nei nostri d ife tti2. Non è facile m itigare l’ira, non meno che
non irritarsi affatto. Quello dipende da noi, questo dalla natura.
Nei fanciulli gl’im peti d’ira sono innocui; hanno più grazia che
asprezza. E i fanciulli, se fanno presto ad arrabbiarsi fra loro, si
calmano facilm ente e ritornano più amici di prim a perché non
sanno com portarsi fra loro in modo subdolo e artificioso. Non
disprezzate questi fanciulli dei quali il Signore disse: Se non vi
convertirete e non diventerete come questo fanciullo, non entre­
rete nel regno dei cieli. Lo stesso Signore, cioè la virtù di Dio,
come un fanciullo, p u r essendo ingiuriato, non ingiuriò a sua
volta; p u r essendo percosso, non rese le percosse. Disponi dun­
que te stesso, come un fanciullo, a non ricordare le offese e a
non agire con malizia: tu tto ciò che proviene da te sia senza cat­
tiveria. Non calcolare che cosa gli altri ti daranno in cambio. Ri­
mani al tuo posto, custodisci la semplicità e la purezza del tuo
cuore. Non rispondere a chi è adirato, in modo conforme alla sua
ira, o a chi non ha senno, in modo conforme alla sua dissenna­
tezza. La colpa provoca im m ediatam ente la colpa. Se sfreghi due
pietre tra loro, non ne scaturisce una scintilla?
94. I pagani, soliti come sono a ingrandire ogni cosa nei loro
racconti, riferiscono le parole del filosofo tarantino Archita al pro­
prio fattore: « Disgraziato, come ti batterei, se non fossi adira­
to! » s. Ma già Davide nel suo sdegno aveva trattenuto la destra
a rm a ta 4. Quanto maggior m erito è il non ricam biare le ingiurie
che non il vendicarle! Abigail, con le sue preghiere, aveva tra tte ­
nuto i soldati pronti alla vendetta contro Nabal. Da ciò compren­
diamo che.non solo dobbiamo cedere anche alle preghiere fatte
a proposito, m a ad d irittura rallegrarcene. Davide a tal punto se
ne rallegrò da benedire colei che si era introm essa, perché era
stato distolto dal desiderio di vendetta.
95. Aveva già detto dei suoi nemici: Poiché su di m e riversa­
rono accuse e nell’ira m i perseguitavano. Ascoltiamo che cosa dis­
se sconvolto dall’ira: Chi m i darà le ali a guisa di colomba e vole­
rò e avrò riposo? Quelli lo provocavano all’ira, egli sceglieva la
tranquillità.

2 S o ttointendo il possessivo nostris, co n co rd ato con laudibus e uitiis, e


considero eius genitivo oggettivo d ip en d en te d a exceptio e d exaggeratio; cf. I,
4, 14: ne senno postremo, qui commendare interiora debet, uitium aliquod
esse in moribus aperiat et prodat. P er il senso, cf. Sen., Ad Lucii., IV, 30,10:
Vita enim cum exceptione mortis (co n la lim itazione d ella m o rte) data est;
G ell., X III, 25 (24), 16: Apud Homerum eiusdem rei atque sententiae lucu­
lenta exaggeratio (am plificazione) est.
3 Cf. Val. M ax., IV, 1 ext. A rchita di Taranto fu u n filosofo pitagorico
contemporaneo di Platone; Zeller - Mondoufo (op. cit., p. I, voi. II , pp. 308 ss.).
4 Come è detto subito dopo, si tra tta deU’episodio di Nabal, che aveva
rifiutato le vettovaglie richieste da David. Questi rinunciò alla vendetta in
seguito all’intervento pacificatore di Abigail, moglie dello stesso Nabal (1
Sam 25, 32).
82 DE OFFICIIS I, 96-98

96. laxa dixerat: Irascim ini et nolite peccarem. Moralis


gister, qui naturalem affectum inflectendum magis ratione doctri­
nae quam exstirpandum noverat, m oralia docet; hoc est: Irascim ini
ubi culpa est, cui irasci debeatis. Non potest enim fieri u t non
rerum indignitate m oueamur; alioquin non uirtus, sed lentitudo et
remissio iudicatur. Irascim ini ergo ita u t a culpa abstineatis. Vel
sic: Si irascimini, nolite peccare, sed uincite ratione iracundiam.
Vel certe sic: Si irascimini, uobis irascimini, quia commoti estis,
et non peccabitis. Qui enim sibi irascitur, quia cito commotus est,
desinit irasci alteri; qui autem uult iram sua iustam probare, plus
inflam m atur et cito in culpam cadit. Melior est autem, secundum
Salomonem n, qui iracundiam continet quam qui urbem capit, quia
ira etiam fortes decipit.

97. Cauere igitur debemus ne in perturbationes prius inci


mus quam animos nostros ratio conponat; examinat enim m entem
plerum que aut ira aut dolor aut form ido m ortis et inprouiso per­
cellit ictu. Ideo praeuenire pulchrum est cogitatione, quae uoluendo
m entem exerceat, ne repentinis excitetur commotionibus, sed iugo
quodam rationis et habenis adstricta m itescat.

C aput X X II

De cogitationibus et appetitu deque decoro in confabulatione ac discepta­


tione seruando.

98. Sunt autem gemini m otus, hoc est cogitationum et ap


titus: alteri cogitationum, alteri appetitus, non confusi, sed discreti
et dispares. Cogitationes uerum exquirere et quasi emolere m uneris
habent; appetitus ad aliquid inpellit agendum atque excitat. Itaque
ipso genere naturae suae et cogitationes tranquillitatem sedationis
infundunt et appetitus m otum agendi excutit. Ita ergo inform ati
simus, u t bonarum rerum subeat anim um cogitatio; appetitus
rationi obtem peret (si uere, u t illud decorum custodiamus, animum
uolumus intendere), ne rationem excludat rei alicuius appetitus, sed
ratio, quid honestati conueniat, examinet.

m Ps 4, 5.
n Prou 16, 32.
i d o v e r i i , 96-98 83

96. Aveva già detto: Adiratevi, ma non peccate. Questo mae­


stro di morale, il quale sapeva che l’impulso naturale doveva es­
sere dom inato con l’insegnamento fondato sulla ragione piutto­
sto che estirpato, ci dà precetti per agire rettam ente, e cioè:
« Adiratevi quando c’è una colpa contro la quale vi dovete adirare.
Non può accadere, infatti, che non ci sentiamo colpiti da ciò che
è sconveniente; altrim enti non si tratterebbe di virtù, m a di in­
sensibilità e debolezza. Adiratevi, dunque, in modo da evitare la
colpa ». Oppure: « Se vi adirate, non peccate, m a vincete l’ira con
la ragione ». Oppure: « Se vi adirate, adiratevi con voi stessi per­
ché vi siete lasciati prendere dall’ira, e non peccherete ». Chi in­
fatti si adira con se stesso perché si è subito irritato, cessa di
adirarsi con chi gli sta di fronte; chi invece vuole giustificare la
propria ira, s’infiamm a maggiormente e subito cade nella colpa.
Secondo Salomone, chi frena l’ira vale più di chi conquista ima
città, perché l’ira acceca anche i forti.
97. Dobbiamo stare attenti a non essere preda delle passioni
prim a che la ragione disponga convenientemente l’animo nostro.
Per lo più, infatti, l’ira o il dolore o il tim ore della m orte sbigot­
tisce la nostra m ente e la sgomina con un improvviso assalto. Gio­
va perciò stare all’e rta con la riflessione la quale deve m ante­
nere esercitata la nostra m ente con il ragionamento, perché non
sia scossa da improvvisi turbam enti, ma, costretta, per così dire,
dal giogo e dalle briglie della ragione, si acquieti.

Capitolo 22

I pensieri e gli appetiti. Come si debba m antenere un linguaggio decoroso


nella conversazione e nella discussione.

98. Esiste poi una duplice categoria di impulsi, quelli c


del pensiero e quelli degli appetiti da un lato gli impulsi del
pensiero, dall’altro gli impulsi degli appetiti, non confusi fra loro,
ma distinti e diversi. Il pensiero ha come proprio compito di cer­
care il vero e, per dir cosi, di « macinarlo »; gli appetiti spingono
efficacemente a compiere una determ inata azione. Pertanto, per
la loro stessa natura, i pensieri infondono la tranquillità della
calma, m entre gli appetiti suscitano gli impulsi ad agire. Dobbia­
mo fare in modo da accogliere nell’animo nostro pensieri onesti
e da piegare gli appetiti alla ragione2 (se veram ente vogliamo
sforzarci di conservare il decoro di cui s’è parlato), affinché l’in­
clinazione per qualche cosa non m etta da parte la ragione, ma
questa anzi esamini ciò che conviene al decoro.

1 Cf. Cic., De off., X, 36, 132: Motus autem animorum duplices sunt: alteri
cogitationis, alteri appetitus; cogitatio in uero exquirendo maxime uersatur,
appetitus impellit ad agendum. Pur conservando il term ine tecnico, traduco
appetitus coi plurale, per evitare am biguità in italiano.
2 Cf. Cic., De off., I, 29, 102.
84 DE OFFICIIS I , 99-101

99. E t quoniam ad conseruationem decori spectare dixim


u t sciamus in factis dictisue quis modus, prior autem ordo loquendi
quam faciendi est; sermo in duo diuiditur, in conloquium familiare
et in tractatum disceptationem que fidei atque iustitiae. In utroque
seruandum ne sit aliqua perturbatio, sed tam quam m itis et placidus
et beniuolentiae plenus et gratiae sine ulla sermo ducatur contu­
melia. Absit pertinax in fam iliari serm one contentio; quaestiones
enim magis excitare inanes quam utilitatis aliquid adferre solet.
Disceptatio sine ira, suauitas sine am aritudine sit, monitio sine
asperitate, hortatio sine offensione. E t sicut in omni actu uitae id
cauere debemus, ne rationem nimius animi m otus excludat, sed
teneamus consilii locum, ita etiam in serm one form ulam eam teneri
conuenit, ne aut ira excitetur aut odium aut cupiditatis nostrae uel
ignauiae aliqua exprimamus indicia.

100. Sit igitur sermo huiusm odi de scripturis maxime. Q


enim magis nos oportet loqui quam de conuersatione optima,
adhortatione obseruationis, disciplinae custodia? Habeat caput eius
rationem et finis modum. Sermo enim taediosus iras excitat. Quam
uero indecorum ut, cum omnis confabulatio habere soleat incre­
m entum gratiae, habeat naeuum offensionis!

101. Tractatus quoque de doctrina fidei, de magisterio c


tinentiae, de disceptatione iustitiae, adhortatione diligentiae, non
unus semper, sed, u t se dederit lectio, nobis et arripiendus et,
prout possumus, prosequendus; neque nimium prolixus neque cito
interruptus, ne uel fastidium derelinquat uel desidiam prodat
atque incuriam. Oratio pura, simplex, dilucida atque manifesta,
plena grauitatis et ponderis, non adfectata elegantia, sed non in­
term issa gratia.
I DOVERI I , 99-101 85

99. Abbiamo detto che per la salvaguardia del decoro oc­


corre sapere quale sia la m isura nelle azioni e nelle parole; d'al­
tra parte, l’ordine del parlare precede quello dell’agire: si tenga
allora presente che l’impiego della parola si m anifesta in due
forme: nella conversazione fam iliare e nella trattazione e discus­
sione sulla fede e sulla giustizia3. In entram bi d casi, bisogna
evitare qualsiasi disarmonia, offrendo un discorso m ite, placido,
tutto benevolenza e am abilità senza alcuna offesa. Nella conver­
sazione familiare si eviti la discussione ostinata che suole susci­
tare m utili liti invece di recare qualche vantaggio. La discussione
sia senz’ira, la cortesia senza amarezza, l’ammonizione senza asprez­
za, l’esortazione senza offesa. E come in ogni circostanza della
vita dobbiamo stare attenti che l’eccessivo turbam ento dell'animo
non offuschi la ragione, attenendoci saldam ente alla riflessione;
cosi anche nel parlare si tenga ferm a la norm a di non eccitare
sdegno ed odio e di non lasciar trapelare da parte nostra qualche
indizio di vanità o di debolezza.
100. Per simili discorsi ricorriam o soprattutto alla Sacra
Scrittura. Quali argomenti, infatti, è opportuno tra tta re più del
miglior modo di vivere4, deU’esoritazione alla p rudenza5, della cu­
stodia della disciplina morale? L’inizio del discorso abbia un mo­
tivo ragionevole e la sua fine un limite, perché un discorso noioso
provoca irritazione. Quant’è sconveniente che, m entre la conversa­
zione tende a recare di solito un aumento d’arm onia, sia guastata
dagli screzi!
101. Anche la trattazione sulla dottrina della fede, sull’inse­
gnamento della continenza, sui problem i della giustizia, sull’esor­
tazione alla diligenza non deve essere sem pre la stessa, ma, preso
lo spunto dalla lezione scritturale del giorno, deve essere svilup­
pata secondo le nostre possibilità. Non sia troppo prolissa né su­
bito interrotta, per non lasciare un senso di noia o rivelare ne­
gligenza e trascuratezza. Lo stile sia spontaneo, semplice, limpido
e chiaro, ponderato e dignitoso, senza affettata eleganza, m a sem­
pre piacevole.

3 Cf. Cic., De off., I, 37, 132. Cicerone al sermo contrappone la conten­


tio, propria dei tribunali, delle assemblee, del senato. Il term ine tractatus,
qui usato da S. Ambrogio, significa specificamente « sermone ».
4 Conuersatio dal significato di « compagnia », « frequenza », « rapporto »
passa talvolta a quello di « modo di vivere »; v. Hieron., Vita Hilar., 14: M e
fundator et eruditor huius conuersationis et studii in Syria fuit.
5 Cf. Cic., De off., I, 11, 37 (36): Adeo sum m a erat obseruatio (circospe­
zione, scrupolo) in bello mouendo.
86 DE OFFICIIS I , 102-105

C ap u t X X III

locos, etsi nonnum quam honesti sint, tam en in ecclesiasticis uiris omnino
proscribendos; uocem autem puram ac simplicem esse oportere.

102. Multa praeterea de ratione dicendi dant praecepta saecu­


lares uiri, quae nobis praetereunda arbitror, u t de iocandi disci­
plina. Nam licet interdum honesta ioca ac suauia sint, tam en ab
ecclesiastica abhorrent regula, quoniam quae in scripturis non
reperim us, ea quemadmodum usurpare possumus?

103. Cauenda enim etiam in fabulis, ne inflectant grauitatem


seuerioris propositi. Vae uobis qui ridetis, quia flebitis! a ait domi­
nus; et nos ridendi m ateriam requirim us u t hic ridentes illic
fleamus? Non solum profusos, sed omnes etiam iocos declinandos
arbitror, nisi forte plenum suauitatis et gratiae sermonem esse,
non indecorum est.

104. Nam de uoce quid loquar? Quam simplicem et puram


esse satis arbitror; canoram autem esse naturae est, non industriae.
Sit sane distincta pronuntiationis modo et plena suci uirilis, u t
agrestem et subrusticum fugiat sonum, non u t rhythm um adfectet
scenicum, sed mysticum seruet.

C ap u t X X IV

Tria in uitae actibus obseruanda, nim irum ut rationi appetitus subiciatur,


u t in studiis iusta seruetur m oderatio, denique u t suo quaeque tem pore
atque ordine gerantur. Quae omnia in sanctis ueteris testam enti uiris adeo
praefulserunt, u t m anifestum sit eos cardinalibus, quam vocant, uirtutibus
egregie instructos fuisse.

105. De ratione dicendi satis dictum puto; nunc de acti


uitae quid congruat consideremus. Tria autem in hoc genere spec­
tanda cernimus: unum, u t rationi appetitus non reluctetur; hoc
enim solummodo possunt officia nostra illi decoro conuenire. Si
enim appetitus rationi oboediat, facile id quod decet in omnibus
officiis conseruari potest. Deinde, ne m aiore studio quam res ipsa
est, quae suscipitur, uel m inore aut paruam magno am bitu susce­
pisse aut magnam inferiore destituisse uideam ur. Tertium, de

Lc 6, 25.
I DOVERI I , 102-105 87

Capitolo 23

I m otti di spirito, sebbene talvolta non siano sconvenienti, debbono tu t­


tavia essere assolutam ente banditi per gli ecclesiastici. La voce poi deve
essere naturale e senza artificio.

102. Gli scrittori profani aggiungono sull'eloquenza molti pre­


cetti che ritengo di dover trascurare, come pure sull’uso dei mot­
ti di sp irito l. Infatti, sebbene di tanto in tanto questi siano con­
venienti e piacevoli, stonano tuttavia con la disciplina ecclesia­
stica. Come potrem m o perm etterci ciò che non troviamo nella
Sacra Scrittura?
103. I m otti di spirito devono essere evitati anche nei rac­
conti di fantasia, perché non tolgano im portanza ad un soggetto
serio. Guai a voi che ridete, perché piangerete2, dice il Signore;
e noi cerchiamo m ateria di riso per ridere qui e piangere laggiù?
Credo si debbano evitare tu tti i m otti di spirito — non solo quel­
li spinti —, salvo nei casi in cui non è sconveniente un discorso
pieno di garbo e di piacevolezza.
104. Che dire della voce? Penso basti ch’essa sia naturale e
senza artificio; che sia sonora, è dono di natura, non frutto d’ar­
t e 3. Sia ben chiara nella pronuncia e piena di virilità; eviti ogni
suono rustico e rozzo, non ostenti la cadenza degli attori, bensì
conservi quella richiesta dai sacri m isteri.

Capitolo 24

Tre regole devono essere osservate nelle nostre attività: gli appetiti siano
soggetti alla ragione; nelle nostre occupazioni si m antenga una giusta mo­
derazione; infine ogni cosa com piuta a tempo e a luogo. I santi uomini
del Vecchio Testamento si distinsero tanto neU’osservarle da apparire do­
tati in grado straordinario delle cosiddette virtù cardinali.

105. Penso d'aver detto a sufficienza sul modo di parla


consideriamo ora che cosa sia conveniente nel nostro modo di
agire. In questo campo si devono osservare tre regole *. La prim a
chiede che gli appetiti non si oppongano alla ragione perché sol­
tanto cosi i nostri doveri possono corrispondere al decoro di cui
s'è parlato. Se infatti gli appetiti obbediscono alla ragione, si può
facilmente osservare in ogni dovere ciò ch’è conveniente. La se­
conda regola ci impone di non intraprendere un'attività con mag­
giore o minore impegno di quanto ne richieda l’attività stessa,
oppure di non affrontare con interesse affaccendato una inizia-

1 Cf. Cic., De off., I, 29, 103-104.


2 S. Ambrogio tende qui a forzare il senso del passo evangelico,
s Cf. Cic., De off., I, 37, 133.

1 Cf. Cic., De off., I, 39, 141.


88 DE OFFICIIS I, 105-109

m oderatione studiorum operum que nostrorum , de ordine quoque


rerum et de oportunitate tem porum non dissimulandum puto.

106. Sed prim um illud quasi fundam entum est omnium, u t


appetitus rationi pareat; secundum et tertium idem est, hoc est in
utroque m oderatio. Vacat enim apud nos speciei liberalis, quae
pulchritudo habetur, et dignitatis contemplatio. Sequitur de ordine
rerum et de oportunitate tem porum . Ac per hoc tria sunt, quae
uideamus utrum in aliquo sanctorum consum m ata possimus
docere.

107. Prim um ipse pater Abraham ®, qui ad m agisterium fu­


turae successionis inform atus et instructus est, iussus exire de
terra sua et de cognatione sua et de domo patris sui, nonne
m ultiplicatae necessitudinis praestrictus affectu, tam en appetitum
rationi oboedientem praebuit? Quem enim terrae suae, cogna­
tionis, domus quoque propriae gratia non delectaret? E t hunc ergo
m ulcebat suorum suauitas, sed imperii caelestis et rem unerationis
aeternae consideratio m onebat amplius. Nonne considerabat uxo­
rem inbecillem ad labores, teneram ad iniurias, decoram ad incen-
tiua insolentium sine summo non posse duci periculo? E t tam en
subire omnia quam excusare consultius diiudicauit. Deinde, cum
descenderet in Aegyptum, m onuit u t diceret se sororem esse, non
uxorem ipsius.

108. Aduerte, quanti appetitus! Timebat uxoris pudori, tim e­


bat propriae saluti, suspectas habebat Aegyptiorum libidines, et
tam en praeualuit apud eum ratio exsequendae deuotionis. Consi-
derauit enim quod dei fauore ubique tutus esse posset, offenso
autem domino etiam domi non posset illaesus manere. Vicit igitur
appetitum ratio et oboedientem sibi praestitit.

109. Capto nepote b non perterritus neque tot regum turbatus


populis, bellum repetit; uictoria potitus, praedae partem , cuius
ipse fuit auctor, recusauit. Promisso quoque sibi filio, cum consi­
deraret em ortui corporis sui uires depositae, sterilitatem coniugis
et suprem am senectutem, etiam contra usum naturae deo c red id itc.

a Gen 12, 1.
b Gen 14, 14-24.
c Gen 15, 1 ss.
I DOVERI I , 105-109 89

tiva m odesta o di non trascurarne ima im portante per un interes­


samento inferiore al dovuto. In terzo luogo, ritengo che non si
debbano lasciare da parte la moderazione nei nostri interessi e
nelle nostre attività, inoltre l'ordine delle cose e l'opportunità dei
tem p i2.
106. Ma la prim a e fondam entale norm a d'ogni atto è l'ubbi­
dienza degli appetiti alla ragione; la seconda e la terza sono iden­
tiche, cioè la moderazione in entram bi i casi. Non ci riguarda la
considerazione di quel nobile aspetto che è ritenuto bellezza, né
della dignità este rio re 3. Segue poi la trattazione sull'ordine delle
cose e l’opportunità dei tempi. Perciò sono tre le virtù da pren­
dere in esame per vedere se possiamo dim ostrare che furono pra­
ticate in grado perfetto da qualche santo.
107. Anzitutto lo stesso padre Abramo, preparato ed istruito
per essere m aestro della futura discendenza, quando ricevette
l'ordine di lasciare la sua terra, i suoi parenti, la casa di suo pa­
dre, non costrinse l'im pulso naturale ad obbedire alla ragione,
sebbene legato dall'affetto per la num erosa parentela? Chi non si
sarebbe sentito a ttratto dalla propria terra, dalla propria paren­
tela, dalla propria casa? Anch'egli sentiva tu tta la dolcezza della
vita con i suoi, m a per lui contava di più l'im portanza del co­
m ando divino e del prem io eterno. Non comprendeva forse che
la sposa, poco resistente alle fatiche, sensibile alle offese, avve­
nente e quindi atta a suscitare le voglie dei prepotenti, non po­
teva essere condotta nel viaggio senza sommo pericolo? E tu tta ­
via giudicò più saggio affrontare ogni rischio che sottrarsi con
qualche scusa al proprio dovere. In seguito, scendendo in Egitto,
le raccomandò di dire ch'era sua sorella, non sua moglie.
108. Pensa quante gravi preoccupazioni egli aveva. Temeva
per l'onore della sposa, temeva per la propria salvezza, diffidava
della sensualità degli Egiziani; e tuttavia prevalse in lui la consi­
derazione della volontà di Dio, che doveva essere eseguita. Pensò
infatti che con l'aiuto di Dio sarebbe stato sicuro in qualsiasi
luogo, m entre, offendendo il Signore, anche in patria non sareb­
be potuto restare senza danno. La ragione vinse dunque gli appe­
titi e se li assoggettò.
109. Non atterrito dalla cattura del n ip o te 4 né turbato dalle
genti di tanti re, scese in guerra; ottenuta la vittoria, rifiutò la
parte di quella preda ch'egli stesso aveva conquistato. Quando
gli fu promesso anche un figlio, pu r consapevole delle forze or­
mai esauste del suo corpo senza energia, della sterilità della mo­
glie e della sua estrem a vecchiaia, anche contro le leggi della na­
tura credette a Dio.

2 Cf. Cic., De off., I, 40, 142: Deinceps de ordine rerum et de opportuni­


tate tem porum dicendum est.
3 Vedi invece Cic., De off., I, 39, 141: Tertium est ut caueamus ut ea, quae
pertinent ad liberalem speciem et dignitatem, moderanda sint.
Vacare, nel senso di « non servire », e contemplatio, nel senso di « consi­
derazione », appartengono al linguaggio dei giureconsulti.
4 Si tra tta di Lot, « figlio del fratello di Abramo » (Gen 14, 12).
90 DE OFFICIIS I , 110-114

110. Aduerte conuenire omnia. Appetitus non defuit, sed


pressus est; animus aequalis gerendis, qui nec magna prò uilibus
nec m inora pro magnis duceret, m oderatio pro negotiis, ordo
rerum , oportunitas tem porum , m ensura uerborum . Fide prim us,
iustitia praecipuus, in proelio strenuus, in uictoria non auarus,
domi hospitalis, uxori sedulus.

111. Sanctum quoque eius nepotem Ia c o b d delectabat do


securum degere; sed m ater uoluit peregrinari, u t daret fraternae
iracundiae locum. Vicit appetitum consilii salubritas. Exsul domo,
profugus a parentibus, ubique tam en conuenientem m ensuram ne­
gotiis tenuit et tem poribus oportunitatem reseruauit. Acceptus
domi parentibus, u t alter prouocatus m aturitate obsequii benedic­
tionem daret, alter amore pio propenderet; fraterno quoque iudicio
praelatus, cum cibum suum fratri cedendum p u ta sse te, delectaba­
tu r utique alimento secundum naturam , sed secundum pietatem
cessit petito. Pastor domino gregis fidus, socero gener sedulus, in
labore inpiger, in conuiuio parcos, in satisfactione praeuius, in
rem uneratione largus. Denique sic fraternam m itigauit iracundiam,
ut, cuius uerebatur inimicitias, adipisceretur gratiam.

112. Quid de Ioseph loquar*, qui utique habebat cupiditatem


libertatis et suscepit seruitii necessitatem ? Quam subditus in
seruitute, quam in u irtute constans, quam benignus in carcere,
sapiens in interpretatione, in potestate m oderatus, in ubertate
prouidus, in fame iustus, ordinem laudis rebus adiungens et
oportunitatem tem poribus, aequitatem populis officii sui m odera­
tione dispensans!

113. Iob quoque iuxta secundis atque aduersis rebus inre-


prehensibilis, patiens, gratus deo atque acceptus, uexabatur dolo­
ribus, sed se consolabatur®.
114. Dauid etiam fortis in bello, patiens in aduersis, in Hieru­
salem pacificus, in uictoria m ansuetus, in peccato dolens, in senec­
tute prouidus, rerum modos, uices tem porum per singularum sonos
seruauit aetatum , u t mihi uideatur non minus uiuendi genere quam

d Gen 27, 42 ss.


e Gen 25, 34.
f Gen 39, 1 ss.
s Iob 2, 3-10.
I DOVERI I , 110-114 91

110. Nota come tu tto si accordi arm oniosam ente. Non mancò
l’impulso istintivo, m a fu represso; non mancò un animo pari alle
imprese da compiere, che non ritenne di poco conto le cose im­
portanti né im portanti quelle che contavano meno; non manca­
rono la moderazione negli affari, l'ordine nelle azioni, l’opportu­
nità nella scelta dei tempi, la m isura nelle parole. Fu prim o nella
fede, eminente nella giustizia, valoroso in battaglia, disinteressato
nella vittoria, ospitale in casa, sollecito verso la sposa.
111. Anche il suo santo nipote Giacobbe avrebbe amato vi­
vere tranquillo a casa sua; m a la m adre volle che andasse in terra
straniera, per lasciar sfogare l’ira del fratello. L’utilità del consi­
glio vinse l’inclinazione naturale. Esule dalla patria, profugo dai
genitori, tuttavia conservò sempre in ogni sua azione la giusta mi­
sura e seppe adattarsi alle circostanze. In casa egli era caro ai
suoi genitori, cosi che l’u n o 5, indotto dalla prontezza della sua
obbedienza, gli diede la benedizione, l’altra lo favori con amore
m aterno. Anche il fratello l’aveva riconosciuto superiore a sé,
quand’egli aveva ritenuto di dovergli cedere il proprio cib o 6.
Senza dubbio secondo natu ra quel cibo gli riusciva gradito, m a
per am ore fra te rn o 7 acconsenti alla richiesta. Fu pastore fedele
al padrone del gregge, genero sollecito per il suocero8, alacre nel
lavoro, parco nel cibo, pronto a dar soddisfazione prim a d'esserne
richiesto9, generoso nella ricompensa. Infine placò a tal punto
l’ira fraterna che ottenne l’affetto di colui del quale temeva la
ostilità.
112. E Giuseppe? Pur avendo senza dubbio un vivo deside­
rio di libertà, accettò la servitù che gli veniva imposta. Come fu
sottomesso nel servire, costante nella virtù, benevolo nel carcere,
accorto nell’interpretazione10, m oderato nel potere, provvido nel­
l’abbondanza, giusto nella carestia! Come seppe agire con lode­
vole ordine, scegliendo il m om ento opportuno, e am m inistrare la
giustizia nell’interesse dei popoli, esercitando con m isura il pro­
prio compito!
113. Anche Giobbe, irreprensibile nella fortuna come nell’av­
versità, paziente, grato e gradito a Dio, era torm entato dalla sof­
ferenza, m a trovava conforto.
114. Aggiungi Davide: coraggioso in guerra, paziente nelle
contrarietà, am ante della pace in Gerusalemme, m ite nella vittoria,
contrito nel peccato, previdente nella vecchiaia, rispettò la mi­
sura delle cose e la successione dei tempi, intonandosi alle situa­
zioni proprie di ciascuna età. Perciò mi sem bra ch’egli con la sua

5 Cioè il padre Isacco.


6 Secondo S. Ambrogio, Esau, cedendo a Giacobbe la prim ogenitura in
cambio del piatto di lenticchie, ne avrebbe riconosciuto implicitam ente la
superiorità.
7 L’interpretazione qui offerta da S. Ambrogio non sem bra conferm ata
dal testo biblico.
8 Labano, padre di Lia e di Rachele (Gen 29, 1-30).
9 Evidentemente ad Esau; v. sotto.
10 Si allude senza dubbio all’interpretazione dei sogni del coppiere e del
panettiere del re d ’Egitto (Gen 40, 5-23) e dello stesso Faraone (Gen 41, 1-32).
92 DE OFFICIIS I , 114-117

canendi suauitate praedulcis inm ortalem deo sui m eriti fudisse


cantilenam.
115. Quod his uiris principalium uirtutum officium def
Quarum prim o loco constituerunt prudentiam , quae in ueri inuesti-
gatione uersatur et scientiae plenioris infundit cupiditatem; se­
cundo iustitiam , quae suum cuique tribuit, alienum non uindicat,
utilitatem propriam neglegit, u t communem aequitatem custodiat;
tertio fortitudinem , quae et in rebus bellicis excelsi animi m agnitu­
dine et domi eminet corporisque praestat uiribus; quarto tem peran­
tiam, quae m odum ordinem que seruat omnium quae uel agenda
uel dicenda arbitram ur.

Caput XXV

Exposito cur ductum non fuerit a m em oratis uirtutibus exordium, easdem


in ueteribus patribus exstitisse m em oratur.

116. Haec forsitan aliquis dicat prim o loco poni oportuisse,


quoniam ab his quattuor uirtutibus nascuntur officiorum genera.
Sed hoc artis est, u t prim o officium definiatur, postea certa in
genera dividatur. Nos autem artem fugimus, exempla m aiorum
proponim us, quae neque obscuritatem adferunt ad intellegendum
neque ad tractandum uersutias. Sit igitur nobis uita m aiorum
disciplinae speculum, non calliditatis comm entarium , imitandi
reuerentia, non disputandi astutia.

117. Fuit igitur in sancto Abraham prim o loco prudentia, de


quo dicit scriptura: Credidit Abraham deo et reputatum est illi ad
iustitiam a. Nemo enim prudens, qui deum nescit. Denique insipiens
dixit quia non est deus b; nam sapiens non diceret. Quomodo enim
sapiens qui non requirit auctorem suum, qui dicit lapidi: Pater
m eus es t u c, qui dicit diabolo, u t Manichaeus: Auctor meus es tu?
Quomodo sapiens Arrius, qui uult inperfectum auctorem habere
atque degenerem quam uerum atque perfectum ? Quomodo sapiens
Marcion atque Eunomius, qui uult deum m alum quam bonum
habere? Quomodo sapiens, qui deum suum non tim et? Initium
enim sapientiae tim or d o m in id. Et alibi habes: Sapientes non

a Gen 15, 6.
b Ps 13, 1.
' Ier 2, 27.
d Ps 110, 10.

117, 9. m alunt Krabi^ger; sed uide p. 296.


I DOVERI I, 114-117 93

condotta, non meno che con la soavità del suo canto dolcissimo u,
abbia innalzato a Dio l'inno im m ortale dei propri m e riti12.
115. A quale dovere delle principali v irtù 13 vennero m
questi uomini? Collocarono al prim o posto la prudenza, che con­
siste nella ricerca del vero ed infonde il desiderio di una scienza
più completa. Al secondo posto posero la giustizia, che dà a cia­
scuno il suo e non pretende l’altrui, trascura il proprio interesse
per garantire a tu tti l’equità. Assegnarono il terzo posto alla for­
tezza, la quale sia in guerra che in pace si distingue per una stra­
ordinaria grandezza d’animo ed eccelle per robustezza fisica. Die­
dero il quarto alla tem peranza, che osserva la m isura e l’ordine
in ogni cosa da compiere o da dire.

C apitolo 25

E sposto il motivo per cui non si è posta all’inizio la trattazione delle virtù
surricordate, si dim ostra brevemente che furono praticate dagli antichi
padri.

116. Qualcuno forse potrebbe osservare che nella trattazio­


ne sarebbe stato opportuno collocare tali virtù al prim o posto,
perché da queste quattro derivano le varie specie di doveri. Ma
spetta alla teoria definire anzitutto il dovere1 e poi distinguerlo in
determ inati generi. Noi invece trascuriam o la teoria e proponiam o
gli esempi dei nostri padri, che possono essere capiti senza oscu­
rità e spiegati senza cavilli. La vita dei nostri padri sia per noi
specchio di condotta, non repertorio di sotterfugi; motivo di rive­
renza nell'im itarla, non occasione d’astuzia nel discuterla.
117. La prudenza fu dunque la prim a virtù del santo Abra­
mo, del quale la S crittura dice: Abramo credette a Dio e gli fu
ascritto a giustizia. Non è prudente chi non conosce Iddio. Fu imo
stolto ad afferm are non esiste Dio; un saggio, infatti, non l’avreb­
be detto. Come può essere saggio chi non ricerca il proprio crea­
tore? chi dice ad una pietra: « Tu sei mio padre »? chi dice al dia­
volo, come M anicheo2: « I l mio creatore sei tu » ? Come potreb-

11 Praedulcis dev’essere considerato attrib u to di canendi, genitivo dell’infi­


nito sostantivato; cf., p. es., P l in ., Ep., V ili, 9: illud iucundum nihil agere.
Però il passo non è sicuro. Lo stesso K rabinger sospetta che invece di m eriti
si debba leggere m etri, cui, in tal caso, andrebbe riferito praedulcis.
12 Tutto il paragrafo ha una particolare accentuazione oratoria.
13 Cf. Cic., De off., I, 5, 15-17.

1 Cf. Cic., De off., I, 2, 7.


2 Anzitutto, per sim m etria con i nomi degli eretici sotto riportati, riten­
go che qui Manichaeus sia nome proprio. Infatti in latino tale nome appare
nella form a Manes o Manichaeus (= Mani il Vivente), quest’ultim a sempre
usata da S. Agostino. Mani, nato il 14 aprile 216 in Babilonia, in un a località
vicina a Seleucia-Ctesifonte, dopo una vita agitata m ori forse tra il 31 gen­
naio e il 26 febbraio 277 in Persia, dove era stato imprigionato in seguito
all’ostilità dei magi. La base del suo sistem a è il dualismo. Dall’eternità esi-
94 DE OFFICIIS I , 117-119

declinant de ore domini, sed tractant in confessionibus s u is e;


simul quoque dicente scriptura: R eputatum ei ad iustitiam, alterius
u irtutis ei gratiam detulit.

118. Prim i igitur nostri definierunt prudentiam in ueri c


sistere cognitione. Quis enim illorum ante Abraham, Dauid, Salo­
monem? Deinde iustitiam spectare ad societatem generis humani.
Denique Dauid ait: Dispersit, dedit pauperibus, iustitia eius manet
in aeternum. Iustus miseretur, iustus com m odatf. Sapienti et iusto
totus m undus diuitiarum e s t E. Iustus communia pro suis habet,
sua pro communibus. Iustus se ipsum, priusquam alios, accusat.
Ille enim iustus, qui nec sibi parcit et occulta sua latere non patitur.
Vide quam iustus Abraham. In senectute susceperat filium per
repromissionem: reposcenti domino negandum ad sacrificium,
quamuis unicum, non putauit.

119. Aduerte hic omnes uirtutes quattuor in uno facto. F


sapientiae deo credere nec filii gratiam anteferre auctoris prae­
cepto; fuit iustitiae acceptum reddere; fuit fortitudinis appetitum
ratione cohibere. Ducebat hostiam pater, interrogabat filius,
tem ptabatur affectus patrius, sed non uincebatur. Repetebat filius
appellationem paternam , conpungebat paterna uiscera, sed non
m inuebat deuotionem. Accedit et quarta uirtus, tem perantia. Te-

« Prou 24, 7 (Sept.).


f Ps 111, 9; 5.
s Prou 17, 6 a (Sept.).
I DOVERI I , 117-119 95

be essere saggio A rio3, che vuole avere un creatore im perfetto e


degenere piuttosto di uno vero e perfetto? Come possono essere
considerati saggi un M arcione4 e un Eunom io 5 che vogliono ave­
re un dio cattivo anziché uno buono? Come può dirsi saggio chi
non tem e il suo Dio? Infatti l’inizio della sapienza è il timore del
Signore. E in un altro passo tu trovi: I sapienti non si allontanano
dalla bocca del Signore, ma espongono (la parola di Dio) nella
loro testimonianza6. Nello stesso tem po la Scrittura dice anche:
Gli fu ascritto a giustizia-, in tal modo gli riconobbe anche il dono
della seconda virtù.
118. I nostri furono i prim i a definire la prudenza come co­
noscenza del vero. Chi infatti dei filosofi pagani visse prim a di
Abramo, di Davide, di Salomone? Stabilirono poi che la giustizia
riguarda la società del genere umano. Di conseguenza Davide dice:
Ha distribuito le sue ricchezze, le ha date ai poveri, la sua giu­
stizia rimane in eterno. Il giusto ha compassione, il giusto dà in
prestito. Il sapiente e giusto ha le ricchezze di tu tto il m ondo7.
Il giusto considera suoi i beni comuni e comuni i suoi beni. Il
giusto accusa se stesso prim a di accusare gli altri. È giusto infat­
ti chi non risparm ia se stesso e non perm ette che i suoi falli se­
greti rim angano nascosti. Guarda quanto fu giusto Abramo. Nella
vecchiaia, secondo la prom essa di Dio, aveva avuto un figlio. Al
Signore che glielo richiedeva, non credette di doverlo rifiutare,
sebbene fosse l'unico.
119. Osserva qui tu tte e quattro le virtù in un’unica azione.
Fu prova di sapienza credere a Dio e non preporre l'affetto verso
il proprio figlio al comando del Creatore; fu atto di giustizia ren­
dere ciò che era stato ricevuto; fu segno di fortezza frenare con
la ragione l'im pulso del sentimento. Il padre conduceva la vittim a,

stono due sistemi opposti, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, giustap­


posti senza confondersi tr a loro. Vedi DThC, IX, 2, spec. 1858-1864 e 1872-1873;
Etw. Catt., VII, 1959-1963, e il succoso articolo di H. Ch. P u e c h , Ette, de la
Plèiade, H ist. des religions, Gallimard, Paris 1972, pp. 523-645.
3 Ario, nato nel 256 in Libia e m orto nel 336 a Costantinopoli, negava la
divinità del Verbo. La sua d o ttrina fu condannata nel Concilio di Nicea (325).
4 Marcione nacque nel Ponto, a Sinope, circa nell’anno 85. Fece fortuna
come arm atore (nauclerus)', usci dalla Chiesa nel 144 e m ori a Roma nella
seconda m età del I I sec. Anche sé egli subì l'influenza dello gnostico Cerdone,
sem bra che il marcionism o sia d o ttrina del tu tto distinta dalla gnosi. Mar­
cione am m ette l’esistenza di due Dei, quello del Vecchio e quello del Nuovo
Testamento: il prim o, Dio creatore e giusto, il secondo, Dio buono. T ra i due
Testam enti non c’è alcun legame.
5 Eunomio, eretico del IV sec. nato in Cappadocia e m orto a Dacora al
più ta rd i verso il 395. La sua d ottrina è l’arianesim o assoluto: il Padre è
creatore, il Figlio, creatura.
6 II passo non si trova nella Vulgata, m a nei Settanta (Prov 24, 7), dove
però term ina àX kà XoY^ovxai èv TUveSpfoig, cioè « decidono nelle assemblee »
o nei « consigli ». Il Mezzacasa anzi (vedi l'edizione del Cavasin, SEI, Torino
1938, p. 538) propone di leggere consessionibus.
7 Vedi II, 14, 66 e n. 3.
96 DE OFFICIIS I , 119-122

nebat iustus et pietatis m odum et exsecutionis ordinem. Denique,


dum sacrificio necessaria uehit, dum ignem adolet, dum filium
ligat, dum gladium educit, hoc immolandi ordine m eruit u t filium
re se ru are th.

120. Quid sapientius sancto Iacob, qui deum uidit facie ad


faciem et benedictionem m eruit? Quid iustius, qui ea quae acqui­
sierat, oblatis m uneribus cum fratre diuisit? Quid fortius, qui cum
deo luctatus est? Quid m odestius, qui m odestiam ita et locis et
tem poribus deferebat, u t filiae iniuriam m allet praetexere coniu­
gio quam uindicare, eo quod inter alienos positus am ori potius
consulendum quam odia colligenda censebat?*.

121. Noe quam sapiens, qui tantam fabricauit arcam! Quam


iustus, qui ad semen omnium reseruatus solus ex omnibus et
praeteritae generationis superstes est factus et auctor futurae,
m undo potius et uniuersis magis quam sibi natus! Quam fortis, ut
diluuium uinceret! Quam tem perans, u t diluuium toleraret; quando
introiret, qua m oderatione degeret, quando coruum, quando co­
lumbam dim itteret, quando reciperet reuertentes, quando exeundi
oportunitatem captaret, agnosceret1.

C ap u t XX VI

In inquirenda ueritate contra sua praecepta peccasse philosophos, Moysen


uero illis sapientiorem se praebuisse. Eo maiore studio enitendum ad
conparandam sapientiam, quo m aior est ipsius dignitas, ad quam omnes
ipsa n atu ra inpelluntur.

122. Itaque tractant in ueri inuestigatione tenendum il


decorum, u t summo studio requiram us quid uerum sit, non falsa
pro ueris ducere, non obscuris uera inuoluere, non superfluis uel
inplexis atque ambiguis occupare animum. Quid tam indecorum
quam uenerari ligna, quod ipsi faciunt? Quid tam obscurum quam
de astronom ia et geometria tractare, quod probant, et profunda

h Gen 22.
' Gen 34.
i Gen 6, 14.
I DOVERI I , 119-122 97

il figlio faceva domande: l’affetto paterno era messo a dura pro­


va, m a non si lasciava vincere. Il figlio, chiamandolo ripetuta-
m ente col nome di padre, ne trafiggeva il cuore, m a non ne di­
minuiva l’ossequio alla volontà divina. Si aggiunge anche la quar­
ta virtù, la tem peranza. Quel giusto osservava la m isura nella
pietà e l’ordine nell’esecuzione. Perciò, m entre portava il necessa­
rio per il sacrificio, accendeva il fuoco, legava il figlio, estraeva
la spada, con tale ordinata successione di atti nel predisporre il
sacrificio8 m eritò che il figlio fosse risparm iato.
120. Chi fu più saggio del santo Giacobbe che vide Dio a
faccia a faccia e ne m eritò la benedizione? Chi più giusto di lui
che divise con il fratello, offrendogli doni, i beni acquistati? Chi
più forte di lui che lottò con Dio? Chi più m oderato di lui che
sapeva m antenere a tempo e a luogo la moderazione sino al punto
di voler coprire col m atrim onio la violenza recata alla figlia piut­
tosto che trarne vendetta? Egli infatti, trovandosi fra stranieri,
pensava che si dovesse cercare l’amore anziché attirarsi l’o d io 9.
121. Quanto fu saggio Noè che costruì un’arca così grande!
Quanto fu giusto, lui che, preservato per garantire la discendenza
um ana, solo fra tu tti sopravvisse alla generazione passata e fu
padre di quella futura, nato per il mondo e gli uom ini tu tti piut­
tosto che solamente per sé! Quanto fu forte per vincere il dilu­
vio! Quanto fu tem perante per sopportare le privazioni, per cono­
scere quando entrare nell’arca, con quale moderazione vivere in
essa, quando lasciar andare il corvo e la colomba, quando rice­
verli al loro ritorno, quando cogliere il momento opportuno per
uscire!

C apitolo 26

Nella ricerca della verità i filosofi furono in contraddizione con i loro


insegnamenti; Mosè invece si m ostrò più sapiente di loro. Con tanto
maggiore impegno bisogna sforzarsi per raggiungere la sapienza quanto
ne è più grande la dignità. Alla sapienza tu tti tendono per natura.

122. Affermano pertanto i filosofi che nella ricerca d


verità bisogna osservare la convenienza, cercando cioè con som­
mo impegno che cosa è vero, non stim ando vere le cose false, non
avvolgendo la verità in oscuri ragionamenti, non riempiendo l’ani­
mo di considerazioni superflue, intricate, ambigue. Che c’è di
così sconveniente quanto adorare simulacri di legno, come fanno
i pagani? Che c’è di così oscuro come discutere di astronom ia e
di geometria, cosa ch’essi lodano, e m isurare gli immensi spazi

8 Abramo, eseguendo debitam ente tu tte le operazioni richieste per un


sacrificio, dim ostrò la sua volontà di obbedire all’ordine divino, e perciò
ottenne la salvezza del figlio.
9 Sichem, figlio di Camor, aveva rapita Dina, figlia di Giacobbe. Gia­
cobbe avrebbe voluto giungere ad un accordo; m a i fratelli della ragazza ne
fecero u n ’atroce vendetta (Gen 34).
98 DE OFFICIIS I , 122-125

aeris spatia m etiri, caelum quoque et m are num eris includere;


relinquere causam salutis, erroris quaerere?
123. An non ille eruditus in omni sapientia Aegyptiorum M
ses probauit ista? Sed illam sapientiam detrim entum et stulti­
tiam iudicauit et auersus ab ea intimo deum quaesiuit affectu ideo-
que uidit, interrogauit, audiuit loquentem a. Quis magis sapiens
quam ille, quem docuit deus, qui omnem sapientiam Aegyptiorum
omnesque artium potentias operis sui u irtute uacuauit? Non hic
incognita pro cognitis habebat hisque tem ere adsemtdebatur; quae
duo in hoc maxime naturali atque honesto loco uitanda discant
qui sibi nec contra naturam esse nec turpe iudicant saxa adorare
et a simulacris auxilium petere, quae nihil sentiant.

124. Quanto igitur excelsior uirtus est sapientia, tanto magis


enitendum arb itro r u t adsequi eam possimus. Itaque ne quid con­
tra naturam , ne quid turpe atque indecorum sentiamus, duo haec,
id est et tem pus et diligentiam, ad considerationem rerum exami­
nandi gratia conferre debemus. Nihil est enim, quod magis homo
ceteris anim antibus praestet, quam quod rationis est particeps,
causas rerum requirit, generis sui auctorem inuestigandum putat,
in cuius potestate uitae necisque nostrae potestas sit, qui mun­
dum hunc suo nutu regat, cui sciamus rationem esse reddendam
nostrorum actuum . Nihil est enim, quod magis proficiat ad uitam
honestam , quam u t credam us eum iudicem futurum , quem et oc­
culta non fallant et indecora offendant et honesta delectent.

125. Omnibus igitur hominibus inest secundum naturam hu­


m anam uerum inuestigare, quae nos ad studium scientiae et co­
gnitionis trahit et inquirendi infundit cupiditatem . In quo excel­
lere uniuersis pulchrum uidetur, sed paucorum est adsequi, qui
uoluendo cogitationes, consilia examinando non mediocrem inpen-
dunt laborem, u t ad illud beate honesteque uiuendum peruenire
possint atque operibus adpropinquare. Non enim qui dixerit,
inquit, mihi, domine domine, intrabit in regnum caelorum, sed
qui fecerit ea quae d ico h. Nam studia scientiae sine factis haud
scio an etiam inuoluant magis.

a Ex 3, 2ss.
b Mt 7, 21.
I d o v e r i i , 122-125 99

dell’aria, imprigionare nei calcoli persino il cielo e il mare, tra ­


scurando la.causa della salvezza per cercare ciò ch’è fonte d'errore?
123. Ma forse quel Mosè che aveva im parato ogni scienza dagli
Egiziani non approvò questi studi? Anzi, egli giudicò tale scienza
danno e stoltezza e, ripudiatala, cercò Iddio con la più profonda
adesione dell’animo suo, e perciò lo vide, lo interrogò, lo senti
parlare. Chi più sapiente di lui che fu istruito da Dio, che con
l’efficacia del suo intervento rese vana tu tta la scienza e tu tta la
potenza delle arti degli Egiziani? Egli non considerava conosciuto
ciò che era sconosciuto e non lo accettava ciecamente 1. Questi due
atteggiamenti devono essere evitati, specialmente nell'ambito della
natura e della dignità u m an a 2: è bene che lo imparino quanti
ritengono non sia né contro natura né ignominioso adorare delle
pietre e chiedere aiuto a statue che sono insensibili.
124. Quanto più nobile virtù è la sapienza, tanto più credo
che ci si debba impegnare a raggiungerla. Quindi, per non acco­
gliere opinioni contrarie alla natura o vergognose e disonorevoli,
dobbiamo impiegare nello studio questi due mezzi, cioè tempo e
diligenza nel considerare le cose. Non c’è facoltà che renda l’uomo
superiore agli altri esseri viventi quanto il possedere la ragione,
investigare la causa delle cose, ritenere doverosa l’indagine per
conoscere il proprio Creatore, che ha il potere di decidere della
nostra vita e della nostra m orte e governa col suo cenno questo
mondo, e al quale sappiamo di dover rendere conto delle nostre
azioni. Non c’è nulla, infatti, che più giovi ad una vita onesta quan­
to il credere ch’egli sarà il giudice cui non sfuggono le azioni oc­
culte, recano offesa le azioni disonorevoli, gaudio le azioni oneste.
125. In tu tti gli uomini il bisogno di scoprire il vero è una
esigenza della natura um ana. Questa ci porta alla passione per la
conoscenza e il sapere e c’infonde il vivo desiderio della ricerca.
Eccellere in tale attività appare bello a tu tti indistintam ente3, ma
vi riescono solo quei pochi i quali si dedicano con m olta fatica
all’indagine teoretica e alla valutazione delle scelte pratiche, per
poter giungere ad una vita felice ed onorata e ad essa avvicinarsi
m ediante le o p e re4. In fa tti non colui che m i dirà « Signore, Signo­
re », dice il Vangelo, entrerà nel regno dei cieli, ma chi farà ciò
che io dico. Non so, infatti, se le ricerche scientifiche senza le
opere addirittura non confondano m aggiorm ente5.

1 Cif. Cic., De off., I, 6, 18.


2 La natu ra e la stessa dignità um ana richiedono che si renda al vero
Dio il culto dovuto. A naturali ed honesto si contrappongono, rispettiva­
mente, contra naturam e turpe.
3 Cf. Cic., De off., I, 6, 18.
4 Cf. O c., De off., I, 6, 19: Omnis autem cogitatio m otusque animi aut in
consiliis capiendis de rebus honestis et pertinentibus ad bene beateque uiuen-
dum aut in studiis scientiae cognitionisque uersabitur.
5 Cf. O c., De off., I, 6, 19: ... quod in rebus honestis et cognitione dignis
operae curaeque ponetur, id iure laudabitur... cuius studio a rebus abduci
contra officium est.
100 DE OFFICIIS I , 126-128

Caput XXVII

Prim um officii fontem esse prudentiam , ex qua deriuatae tres aliae uirtu-
tes ita cum ea atque inter se conexae sunt, u t a se inuicem diuelli ac
separari nequeant.

126. Primus igitur officii fons prudentia est. Quid enim tam
plenum officii quam deferre auctori studium ac reuerentiam ? Qui
tam en fons et in uirtutes deriuatur ceteras; neque enim potest
iustitia sine prudentia esse, cum examinare quid iustum quidue
iniustum sit non mediocris prudentiae sit; summus in utroque
error. Qui enim iustum iudicat iniustum, iniustum uero iustum
execrabilis apud deum. Ut quid abundant iustitiae inprudenti?
Salomon a i t a. Neque iterum prudentia sine iustitia est; pietas
enim in deum initium intellectus. Quo aduertim us illud ab huius
saeculi translatum magis quam inuentum sapientibus, quia pietas
fundam entum est omnium uirtutum .

127. Iustitiae autem pietas est prim a in deum, secunda in


patriam , tertia in parentes, item in omnes: quae et ipsa secundum
naturae est magisterium; siquidem ab ineunte aetate, ubi prim um
sensus infundi coeperit, uitam amam us tam quam dei munus, pa­
triam parentesque diligimus, deinde aequales, quibus sociari cu­
pimus. Hinc caritas nascitur, quae alios sibi praefert, non quaerens
quae sua sunt, in quibus est principatus iustitiae.

128. Omnibus quoque anim antibus innascitur prim um s


tem tueri, cauere quae noceant, expetere quae prosint: u t pastum ,
u t latibula quibus se a periculo, imbribus, sole defendant, quod
est prudentiae. Succedit quoque u t omnium genera anim antium
congregabilia natura sint, prim o generis sui ac form ae consortibus,
tum etiam ceteris, u t boues uidem us arm entis, equos gregibus et
maxime pares paribus delectari; ceruos quoque ceruis et plerum ­
que hominibus adiungi. Iam de procreandi studio ac sobole uel

a Prou 17, 15-16.


I d o v e r i i , 126-128 101

Capitolo 27

La prim a fonte del dovere è la prudenza. Le tre altre virtù, che da essa
derivano, sono cosi congiunte con questa e fra loro, che non possono
reciprocam ente dividersi e separarsi.

126. La prim a fonte del dovere è la prudenza. Che c’è infatti


di cosi doveroso come tributare al Creatore ossequio e riverenza?
Questa fonte tuttavia dà origine anche a tu tte le altre virtù; in­
fatti la giustizia non può sussistere senza la prudenza, poiché ri­
chiede non poca prudenza valutare che cosa sia giusto e che cosa
ingiusto. Chi, infatti, giudica ingiusto il giusto e giusto l'ingiusto
è esecrabile agli occhi di Dio. Perché per lo stolto ci sono molte
giustizie? dice Salom one1. Né, d 'a ltra parte, esiste prudenza sen­
za giustizia: infatti la pietà verso Dio è l’inizio del discernimento.
Perciò rileviamo che è stato trasferito nelle loro opere piuttosto
che inventato dai saggi pagani quel famoso detto, che la pietà è il
fondam ento di tu tte le v irtù 2.
127. È dovere di giustizia, anzitutto, la pietà verso Dio, poi
verso la patria, in terzo luogo verso i genitori, e similmente verso
tu tti i nostri sim ili3. È un precetto di natura, se è vero che, fin
dall’inizio della nostra vita, non appena cominciano a svilupparsi
i sentimenti, amiamo la vita come dono di Dio, proviamo affetto
per la patria e per i genitori, poi per i coetanei, ai quali deside­
riam o unirci. Di qui nasce la carità che fa preferire gli altri a sé
stessi, senza esigere ciò che le appartiene, il che rappresenta l’am­
bito proprio della giustizia4.
128. Anche in tu tti gli animali si sviluppa l’istinto di garan­
tire anzitutto la propria sopravvivenza, di evitare ciò che nuoce,
di cercare ciò che giova, come il cibo, la tana in cui difendersi dai
pericoli, dalla pioggia, dal sole; e questo è segno di prudenza5.
Tutti gli animali, inoltre, sono per natura socievoli, anzitutto con
quelli che appartengono alla stessa razza ed hanno lo stesso aspet­
to, poi anche con gli altri. Vediamo, per esempio, che i buoi ama­
no vivere in arm enti, i cavalli in m andrie e, soprattutto, i simili
con i loro simili; anche i cervi amano unirsi con i cervi e spesso
con gli uomini. Non parlo poi dell’istinto di procreare e della

1 Nella Vulgata come nei Settanta l’ultimo periodo è diverso (Prov 17, 16).
2 Intendo la proposizione introdotta da quia come epesegetica di illud.
La massima, con riferim ento alla pietas verso il padre, si trova in Cic., Pro
Piane., 12, 29: nam meo iudicio pietas fundam entum est om nium uirtutum .
Ignoro se esistano precedenti; il meo iudicio sembrerebbe escluderlo. Il
Walther (Lateinische Sprichwórter, III, 21490 c) riporta il detto senza indi­
carne la fonte.
3 Cf. Cic., De off., I, 7, 22, dove però si parla solo di patria e di amici, e
17, 57, dove si m ette la patria davanti a parentes, liberi, propinqui, familiares.
Di Dio qui non si parla; vedi però I, 45, 160.
4 L’esigere le cose proprie, non quelle degli altri, cioè l’applicare il suum
cuique tribuere, è il campo dove domina la giustizia. Cf. Cic., De off., I, 7,
20: Sed iustitiae prim um m unus est ut ne cui quis noceat nisi lacessitus
iniuria, deinde ut com m unibus pro com m unibus utatur, privatis ut suis.
s Cf. OC., De off., I, 4, 11.
102 DE OFFICIIS I , 128-132

etiam generantium am ore quid loquar, in quo est form a iustitiae


praecipua?
129. Liquet igitur et has et reliquas cognatas sibi esse ui
tes: siquidem et fortitudo, quae in bello tuetur a barbaris patriam
uel domi defendit infirm os uel a latronibus socios, plena sit iusti­
tiae; et scire quo consilio defendat atque adiuuet, captare etiam
tem porum et locorum oportunitates prudentiae ac modestiae sit;
et tem perantia ipsa sine prudentia modum scire non possit; opor­
tunitatem noscere et secundum m ensuram reddere sit iustitiae; et
in omnibus istis m agnanimitas necessaria sit et quaedam fortitu­
do mentis, plerum que et corporis, u t quis quod uelit inplere possit.

C ap u t X X V III

Societatem constare iustitia et beneficentia: illius partes duas, ultionem


et priuatam possessionem, a Christianis non agnosci; quod uero de rerum
com munitate ac m utuo auxilio trad u n t Stoici, hoc eos e scripturis sacris
m utuatos esse. Quantus iustitiae splendor et quinam scopuli accessum ad
illam praepediant.

130. Iustitia igitur ad societatem generis hum ani et ad com­


m unitatem refertur. Societatis enim ratio diuiditur in duas partes,
iustitiam e t beneficentiam, quam eandem liberaliitatem et 'benigni­
tatem uocant: iustitia mihi excelsior uidetur, liberalitas gratior;
illa censuram tenet, ista bonitatem .
131. Sed prim um ipsum quod putant philosophi iustitiae mu­
nus apud nos excluditur. Dicunt enim illi eam prim am esse iusti­
tiae formam, u t nemini quis noceat, nisi lacessitus iniuria; quod
euangelii auctoritate uacuatur; uult enim scriptura a u t sit in nobis
spiritus filii hominis, qui venit conferre gratiam , non inferre
iniuriam.
132. Deinde form am iustitiae putauerunt u t quis communia,
id est publica, pro publicis habeat, priuata pro suis. Ne hoc qui­
dem secundum naturam : natura enim omnia omnibus in commune
profudit. Sic enim deus generari iussit omnia, u t pastus omnibus
communis esset et terra foret om nium quaedam communis pos­
sessio. N atura igitur ius commune generauit, usurpatio ius fecit
priuatum . Quo in loco aiunt placuisse Stoicis, quae in terris gi-
i d o v e r i i , 128-132 103

prole o anche dell’am ore dei genitori per i loro piccoli, in cui
consiste una form a essenziale di giustizia.
129. È chiaro che queste e le rim anenti virtù sono congi
te fra loro. La fortezza, che in guerra difende la patria dai bar­
bari o in pace protegge i deboli o i compagni dai briganti, è tu tta
anim ata dalla giustizia; e il sapere con quale piano essa debba di­
fendere ed aiutare e il cogliere anche i tem pi e i luoghi opportuni
sono compiti della prudenza e della moderazione. La stessa tem ­
peranza, senza la prudenza, non può conoscere qual è il giusto
limite. Scegliere il momento adatto e dare nella giusta m isura,
sono compiti della giustizia. In tutto ciò è poi necessaria la ma­
gnanim ità ed una certa fortezza di spirito, e per lo più anche di
corpo, perché si possa compiere ciò che si vuole.

Capitolo 28

La società è fondata sulla giustizia e la beneficenza. Due aspetti della


prim a, e cioè la vendetta e la proprietà privata, non sono ammessi dai
cristiani; gli stoici hanno attinto dalle Sacre S critture l’insegnamento
sulla comunanza dei beni e sul reciproco aiuto. È grande lo splendore
della giustizia, m a m olti ostacoli impediscono di raggiungerla.

130. La giustizia si riferisce alla società e com unità del ge­


nere um ano *. La natura del vincolo sociale presenta due aspetti,
la giustizia e la beneficenza, che chiamano anche liberalità e gene­
ro sità 2. La giustizia mi sem bra più elevata, la generosità più
gradita; quella fa valere la severità, questa la bontà.
131. Noi però escludiamo proprio quello che i filosofi con­
siderano il prim o compito della giustizia. Essi dicono, infatti, che
la prim a norm a della giustizia sia di non nuocere a nessuno se
non provocati da un'offesa3; orbene questa norm a è annullata
dall’autorità del Vangelo che esige in noi lo spirito del Figlio del­
l’uomo, venuto a comunicare la grazia, non a recare offesa.
132. In secondo luogo, ritennero norm a di giustizia stim are i
beni comuni, cioè pubblici, come pubblici e quelli privati come
di proprietà personale4. Nemmeno questo è secondo natura per­
ché la natura ha profuso tu tti i suoi doni indistintam ente per
tutti. Dio comandò che tutto fosse prodotto in modo che il cibo
fosse comune a tu tti e la terra fosse, in un certo senso, proprietà
di tutti. La natura, dunque, ha creato il diritto comune, l’usurpa­
zione ha costituito il diritto p riv ato 5. A questo proposito dicono
che gli stoici sostenessero che tutte le cose generate sulla terra

1 Cf. Cic., De fin., IV, 2, 4: natosque esse ad congregationem hom inum


et ad. societatem com m unitatem que generis humani.
2 Cf. Cic., De off., I, 7, 20.
3 Cf. Cic., De off., I, 7, 20; v. sopra 27, 127, n. 4. Cf. L act ., Diu. inst., VI, 18.
4 Cf. Cic., De off., I, 7, 20.
5 Cf. Cic., De off., I, 7, 21: Sunt autem priuata nulla natura, sed aut ue-
tere occupatione, ut qui quondam in uacua (in una regione deserta) uene-
104 DE OFFICIIS I , 132-135

gnantur, omnia ad usum hom inum creari; homines autem homi­


num causa esse generatos, u t ipsi inter se aliis alii prodesse possint.

133. Vnde hoc nisi de nostris scripturiis dicendum adsum


serunt? Moyses enim scripsit quia dixit deus: Faciamus hominem
ad imaginem nostram et secundum similitudinem , et habeat po­
testatem piscium maris et uolatilium caeli et pecorum et om nium
repentium super terra m b. E t Dauid ait: Omnia subiecisti sub pe­
dibus eius, oues et boues uniuersas, insuper et pecora campi, uolu-
cres caeli et pisces m a risc. Ergo omnia subiecta esse hom ini de
nostris didicerunt et ideo censent propter hominem esse generata.

134. Hominem quoque hominis causa generatum esse in li­


bris Moysi reperim us dicente domino: Non est bonum esse homi­
nem solum; faciamus ei adiutorium simile s ib id. Ad adium entum
ergo m ulier data est uiro, quae generaret, u t homo homini adiu-
m ento foret. Denique, antequam m ulier form aretur, dictum est de
Adam: N on est inuentus adiutor sim ilis illie; adium entum enim
homo nisi de homine habere non poterat. Ex omnibus igitur ani­
m antibus nullum animal simile et, u t absolute dicamus, nullus
adiutor hominis inuentus est; m uliebris igitur sexus adiuntor ex­
spectabatur.
135. Ergo secundum dei uoluntatem uel naturae copulam
inuicem nobis esse auxilio debemus, certare officiis, uelut in me­
dio omnes utilitates ponere et, u t uerbo scripturae utar, adiumen­
tum ferre alter alteri uel studio uel officio uel pecunia uel operi­
bus uel quolibet modo, u t inter nos societatis augeatur gratia.
Nec quisquam ab officio uel periculi terrore reuocetur, sed omnia
sua ducat uel aduersa uel prospera. Denique sanctus Moyses pro
populo patriae bella suscipere grauia non reform idauit nec regis

b Gen 1, 26.
<= Ps 8, 8-9.
d Gen 2, 18.
e Gen 2, 20.
I d o v e r i i , 132-135 105

sono prodotte per gli usi degli uomini e che gli uomini, a loro
volta, sono generati per i loro simili, per potersi cioè aiutare vi­
cendevolmente 6.
133. Donde, se non dalle Scritture, gli stoici attinsero queste
dottrine per il loro insegnamento? Mosè infatti scrisse che Iddio
aveva detto: Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza,
ed egli abbia potere sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e
sugli animali domestici e su tu tti i rettili che strisciano sulla terra.
E Davide disse: Tu hai posto sotto i suoi piedi pecore e buoi tutti,
inoltre gli animali della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del
mare. Essi perciò appresero dai nostri che tutte le cose sono state
sottoposte all'uomo, e quindi ritengono che siano state prodotte
per l’uomo.
134. Nei libri di Mosè troviamo che anche l'uomo è stato
creato per l’uomo, perché il Signore dice: Non è bene che l’uomo
sia solo; facciamogli un aiuto simile a lui. La donna fu data quale
aiuto all’uomo, perché procreasse, sicché l’uomo fosse di aiuto al­
l’uomo. Inoltre, prim a che fosse creata la donna, si disse di Ada­
mo: Non si trovò un aiuto simile a lui; infatti l’uomo non avreb­
be potuto avere un aiuto se non da un essere umano. Fra tu tti
gli animali, dunque, non fu trovato alcun essere simile all’uomo
e, in senso assoluto, nessun aiuto per lui; si attendeva quindi per
suo aiuto il sesso femminile.
135. Secondo la volontà di Dio e il vincolo di natura dob­
biamo esserci di reciproco aiuto, servirci a gara, m ettere i nostri
beni a disposizione di tu tti e, per usare le parole della Sacra
Scrittura, aiutarci a vicenda o con l’impegno personale o con i
buoni uffici o con il denaro o con le opere o con qualsiasi mezzo,
affinché cresca fra noi l ’arm onia del rapporto sociale. E nes­
suno sia distolto dal suo dovere, nemmeno dal tim ore di un pe­
ricolo, ma sia convinto che tu tte le cose, sia buone che cattive,
lo riguardano direttam en te7. Infine il santo Mosè non ebbe paura
di affrontare terribili guerre per i suoi com patrioti, non trem ò

runt, aut uictoria, ut qui belìo potiti sunt, aut lege, pactione, condicione,
sorte.
Nel De Nabuthae (3, 11; CSEL 32, pars II, p. 474) si legge quanto segue:
Uniuersis creatus est m undus quem pauci diuites uobis defendere conamini.
Non enim terrena tantum possessio, sed caelum ipsum, aer, mare in usum
paucorum diuitum uindicatur. Hic aer, quem tu diffusis includis possessioni­
bus, quantos alere populos potest. N um quid angeli diuisa caeli spatia habent,
ut tu terram positis distinguis term inis? Presa alla lettera, la dottrina di S.
Ambrogio sem bra negare ogni proprietà privata. In realtà la condanna riguarda
l’uso egoistico della proprietà, che trovava nel diritto rom ano un a precisa e
talvolta feroce tutela. Del resto, lo stesso De Nabuthae difende la proprietà
del povero contro la sopraffazione del ricco e del potente. Sull’argomento
vedi S. C alafato , La proprietà privata in S. Ambrogio, M arietti, Torino 1958,
spec. pp. 77-101. Intende invece usurpatio nel significato classico di « uso »
L. O rabona , L '« usurpatio » in un passo di S. Ambrogio (De off., I, 28) parallelo
a Cicerone (De off., I, 7) su « ius com m une » e « ius privatum », Aeuum, XXXIII
(1959), 5-6, pp. 495-504. A me sem bra che il tono generale del passo giustifichi
piuttosto l’interpretazione del Calafato.
e Cf. Cic., De off., I, 7, 22.
7 Cf. Cic., De off., I, 9, 30: E st enim difficilis cura rerum alienarum.
106 DE OFFICIIS I , 135-139

potentissim i trepidauit arm a nec barbaricae inm anitatis expàuit


ferociam, sed abiecit salutem suam, u t plebi redderet libertatem .

136. Magnus itaque iustitiae splendor, quae aliis potius nata


quam sibi, com m unitatem et societatem nostram adiuuat, excel­
sitatem tenet, u t suo iudicio omnia subiecta habeat, opem aliis
ferat, pecuniam conferat, officia non abnuat, pericula suscipiat
aliena.
137. Quis non cuperet hanc uirtutis arcem tenere, nisi prim a
auaritia infirm aret atque inflecteret tantae u irtutis uigorem? Ete­
nim, dum augere opes, aggerare pecunias, occupare terras posses­
sionibus cupimus, praestare diuitiis, iustitiae form am exuimus, be­
neficentiam communem am ittim us. Quomodo enim potest iustus
esse qui studet eripere alteri quod sibi quaerat?

138. Potentiae quoque cupiditas form am iustitiae uirilem ef­


feminat. Quomodo enim potest pro aliis interuenire qui alios sibi
subicere conatur, et infirm o aduersum potentes opem ferre qui
ipse grauem libertati affectat potentiam ?

C ap u t X X IX

Iustitiam in bello etiam atque ipsis hostibus seruari oportere, Moysis


atque Helisaei exemplis ostenditur; ab Hebraeis m utuo ueteres accepisse
u t hostes appellarent nomine molliore; denique iustitiae fundam entum
in fide esse ac form am in ecclesia.

139. Quanta autem iustitia sit ex hoc intellegi potest, quod


nec locis nec personis nec tem poribus excipitur, quae etiam hos­
tibus reseruatur, ut, si constitutus sit cum hoste aut locus aut
dies proelio, aduersus iustitiam p utetur aut loco praevenire aut
tem pore. Interest enim utru m aliquis pugna aliqua et conflictu
graui capiatur an superiore gratia uel aliquo euentu. Siquidem
uehem entioribus hostibus et infidis et his qui amplius laeserunt
vehementior refertur ultio, u t de M adianitis qui per mulieres suas
plerosque peccare fecerant ex plebe Iudaeorum , unde et dei in
populum patrum iracundia effusa est. E t ideo factum est u t nul­
lum Moyses uictor superesse pateretur*, Gabaonitas autem, qui
fraude magis quam bello tem ptauerant plebem patrum , non ex­
pugnaret Iesus, sed condicionis inpositae afficeret in iu ria b. Syros

a Num 31, 3-12.


b Ios 9, 2-27.

138, 3. aduersus, quod grauius sonet, Krabinger aduersum codd.


I d o v e r i i , 135-139 107

davanti all’esercito di un re potentissimo, non si lasciò atterrire


dalla ferocia della crudeltà barbarica, m a trascurò la propria in­
columità per restituire la libertà al suo popolo.
136. Grande pertanto è lo splendore della giustizia che, de­
stinata agli altri piuttosto che a se stessa, sostiene la nostra
com unità sociale ed è posta cosi in alto da avere ogni cosa sog­
getta al suo giudizio: soccorrere gli altri, offrire denaro, non ri­
fiutare assistenza, affrontare i pericoli altrui.
137. Chi non desidererebbe raggiungere tale vetta di perfe­
zione, se l’avarizia, per prim a, non indebolisse e piegasse il vigore
di una virtù così nobile? Infatti, quando siamo smaniosi di aumen­
tare le nostre sostanze, di am m assare denaro, di estendere i nostri
possedimenti, di superare gli altri in ricchezza, m ettiam o da par­
te la giustizia, tralasciam o la beneficenza verso i nostri simili.
Come potrebbe essere giusto chi cerca di strappare all’altro ciò
che vuole per sé?
138. Anche la bram a di potenza indebolisce il carattere ener­
gico della giustizia8. Come potrebbe intervenire in favore degli
altri chi cerca di asservirli a sé, e recare aiuto al debole contro
i potenti chi aspira ad un potere funesto per la libertà?

Capitolo 29

Si dim ostra con gli esempi di Mosè e di Eliseo che bisogna rispettare la
giustizia anche in guerra e nei confronti degli stessi nemici. Dagli Ebrei
gli antichi presero l’uso di chiam are i nemici con un nome meno odioso.
Infine il fondamento della giustizia si trova nella fede e la sua norm a
nella Chiesa.

139. L’im portanza della giustizia si può capire dal fatto che
non subisce eccezioni né di luoghi né di persone né di tempi, ma
è garantita anche ai nemici; perciò, se si è stabilito con il nemico
o il giorno o il luogo per la battaglia, si considera contro giu­
stizia prevenirlo o nel luogo o nel tempo. C’è differenza, infatti,
fra l’essere colto alla sprovvista da una battaglia o da un duro
scontro oppure in seguito ad una antecedente situazione favore­
vole all’avversario e ad un caso fortuito *. Tant’è vero che si fa
più aspra vendetta contro i nemici più accaniti, cioè contro quelli
sleali e quelli che hanno arrecato maggiori offese come nel caso
dei M adianiti che, per mezzo delle loro donne, avevano indotto
al peccato molti del popolo eb reo 2, sicché anche sul popolo dei
padri si riversò l’ira di Dio. E per tale motivo accadde che Mosè,
s Cf. Cic., De off., I, 8, 26.

1 II passo non è del tutto chiaro, specie per l’espressione superiore gratia.
Intendo cosi: è lecito approfittare di una precedente situazione vantaggiosa
o di un caso fortuito per sorprendere il nemico; non è invece giusto violare
gli accordi pattuiti sul tempo e sul luogo d ’una regolare battaglia. Quanto al
significato di capiatur, cf. Cic., Brut., 48, 178: in capiendo aduersario uer-
sutus; De off., I li, 17, 70, dove si riporta la form ula giuridica uti ne propter
te fidem que tuam captus fraudatusque sim.
2 Le donne dei M adianiti avevano indotto molti Ebrei aU’idolatria.
108 DE OFFICIIS I , 139-142

uero Helisaeus, quos obsidentes in ciuitatem induxerat, momen­


ta n a caecitate percussos, ut, quo ingrederentur uidere non pos-
sent, uolenti regi Israel percutere non adquiesceret dicens: Non
percuties quos non captiuasti in lancea et in gladio tuo; pone eis
panem et aquam, et manducent et bibant et rem ittantur et eant
ad dom inum s u u m c, u t hum anitate prouocati gratiam repraesenta­
rent. Denique postea in terram Israel uenire piratae Syriae de­
stiterunt.

140. Si ergo etiam in bello iustitia ualet, quanto magis in pa­


ce seruanda est! E t hanc gratiam propheta his detulit, qui ad eum
corripiendum uenerant. Sic enim legimus, quod in obsidionem
eius m iserat rex Syriae exercitum suum cognito quod Helisaeus
esset qui consiliis et argum entationibus eius obuiaret omnibus.
Quem uidens exercitum Giezi, seruus prophetae, de salutis peri­
culo trepidare coepit. Cui dixit propheta: Noli timere, quoniam
plures nobiscum sunt quam cum illisd. E t rogante propheta ut
aperirentur oculi seruo suo, aperti sunt. E t uidit itaque Giezi
totum m ontem equis repletum et curribus in circuitu Helisaei.
Quibus descendentibus ait propheta: Percutiat dominus caecitate
exercitum S yriaee. Quo im petrato dixit ad Syros: Venite post me
et ducam uos ad hominem quem quaeritisf. E t uiderunt Helisaeum
quem corripere gestiebant, et uidentes tenere non poterant. Li­
quet igitur etiam in bello fidem et iustitiam seruari oportere, nec
illud decorum esse posse, si uioletur fides.

141. Denique etiam aduersarios molli ueteres appellatione


nom inabant, u t peregrinos uocarent; hostes enim antiquo ritu
peregrini dicebantur. Quod aeque etiam ipsum de nostris adsump-
tum dicere possumus; aduersarios enim suos Hebraei allophylos,
hoc est alienigenas, Latino appellabant uocabulo. Denique in libro
Regnorum prim o sic legimus: E t factum est in diebus illis, conue-
nerunt alienigenae in pugnam ad Israel

142. Fundam entum ergo est iustitiae fides; iustorum enim


corda m editantur fidem, et qui se iustus accusat, iustitiam supra

c 4 Reg 6, 22.
d 4 Reg 6, 16.
• 4 Reg 6, 18.
f 4 Reg 6, 19.
b 4 Reg 4, 1.

139, 14-15. m om entanea Krabinger; sed uide pp. 301 et 340.


18. u t manducent Krabinger; sed uide p. 301.
142, 5. fundam entum Sion Krabinger; sed uide p. 302.
I d o v e r i i , 139-142 109

ottenuta la vittoria, non lasciò sopravvivere nessuno di essi. Quan­


to ai Gabaoniti i quali avevano assalito il popolo dei padri più con
l’inganno che con la guerra, Giosuè non li annientò in battaglia,
m a li umiliò imponendo condizioni offensive3. Eliseo, a sua volta,
non consentì alla volontà del re d’Israele di uccidere i Siri che,
nel corso dell’assedio, aveva introdotto in città colpiti da cecità
m omentanea, perché non potessero vedere dove entravano, ma
disse: Non colpirai quelli che non hai catturato con la tua lancia
e la tua spada; offri loro pane ed acqua ed essi mangino e bevano
e siano lasciati liberi e vadano dal loro signore. Agl in tal modo
perché essi, indotti da un trattam ento umano, si m ostrassero ri­
conoscenti. Da allora in poi i pirati di Siria cessarono d’invadere
la terra d’Israele.
140. Se la giustizia vale anche in guerra, tanto più dev’essere
osservata in pace. E tale beneficio il profeta fece a coloro che era­
no venuti a catturarlo. Infatti, essendosi saputo che era Eliseo
quello che si opponeva a tu tti i suoi piani, il re di Siria aveva
m andato il suo esercito ad assediarlo. Vedendo tale esercito, Gie-
zi, servo del profeta, cominciò a preoccuparsi per la propria sal­
vezza. Ma il profeta gli disse: N on temere, perché quelli che stan­
no con noi sono più numerosi di quelli che stanno con loro. Il
profeta pregò che al suo servo si aprissero gli occhi, e, una volta
aperti, Giezi vide tu tto il m onte colmo di cavalli e di carri intorno
ad Eliseo. M entre i nem ici4 movevano contro di lui, disse il pro­
feta: Colpisca il Signore con la cecità l'esercito di Siria. O ttenuta
questa grazia, disse ai Siri: Seguitemi e vi condurrò dall'uomo che
cercate. E videro Eliseo che erano smaniosi di catturare e, pur
vedendolo, non potevano impadronirsene. È chiaro dunque che
anche in guerra bisogna osservare la lealtà e che il tradire la pa­
rola data non può essere un atto onorevole.
141. Infine anche ai nemici davano un nome gradevole e li
chiamavano « stranieri »; infatti, secondo l’uso antico, gli stranie­
ri (peregrini) erano chiam ati ospiti (hostes) 5. E possiamo dire
che anche questa consuetudine fu m utuata dai nostri perché gli
Ebrei chiamavano i loro nemici « d ’u n ’altra razza » (allophylos),
cioè con parola latina alienigenas (nati altrove). Così nel prim o
libro dei Re leggiamo: E accadde che in quei giorni gente d’altra
razza (Filistei) si riunirono per combattere contro Israele.
142. Il fondam ento della giustizia è la le a ltà 6; il cuore del
giusto m edita pensieri di lealtà, e il giusto che si accusa fonda

3 Cioè, costringendoli a prestare umili servizi agli Israeliti (Ios 9, 27);


vedi anche III, 10, 67.
4 Che il quibus si riferisca ai nemici, risulta da 2 Reg 6, 18: Hostes uero
descenderunt ad eum.
5 Cf. Cic., De off., I, 7, 23: Equidem etiam illud animaduerto, quod, qui
proprio nomine perduellis esset, is hostis uocaretur, lenitate uerbi rei tristi­
tiam mitigatam. H ostis enim apud maiores nostros is dicebatur quem nunc
peregrinum dicimus. H ostis propriam ente significa « straniero », « ospite »
( E r n o u t -M e il l e t , Dict. etym ., sub uoce; cf. V arr ., L.L., 5, 3).
6 Cf. Cic., De off., I, 7, 23: Fundam entum autem est iustitiae fides, id est
dictorum conuentorum que constantia et ueritas.
no DE OFFICIIS I , 142-144

fidem collocat; nam tum iustitia eius apparet, si uera fateatur.


Denique e t dom inus per Esaiam: Ecce, inquiit, mitto lapidem in
fundamenta Sionh, id est Christum in fundam enta ecclesiae. Fi­
des enim omnium Christus; ecclesia autem quaedam form a iusti­
tiae est, commune ius omnium: in commune orat, in commune
operatur, in commune tem ptatur. Denique qui se ipsum sibi ab­
negat, ipse iustus, ipse dignus est Christo. Ideo et Paulus funda­
m entum posuit C hristu m 1, ut supra eum opera iustitiae locare­
mus, quia fides fundam entum est; in operibus autem aut malis
iniquitates aut bonis iustitia est.

C ap u t XX X

De beneficentia et eius partibus, beniuolentia et liberalitate; quomodo


simul illae iungendae sint, quaenam ue adiuncta, u t liberalitatem cum laude
ac m erito quis exerceat, requirantur.

143. Sed iam de beneficentia loquam ur, quae diuiditur etiam


ipsa in beniuolentiam et liberalitatem . Ex his igitur duabus con­
stat beneficentia, u t sit perfecta. Non enim satis est bene uelle,
sed etiam bene facere; nec satis est iterum bene facere, nisi id ex
bono fonte, hoc est bona uoluntate, proficiscatur: hilarem enim
datorem diligit deus*. Nam, si inuitus facias, quae tibi merces
est? Vnde apostolus generaliter: Si uolens hoc ago, mercedem
habeo; si inuitus, dispensatio mihi credita e s tb. In euangelio quo­
que m ultas disciplinas accepimus iustae liberalitatis.

144. Pulchrum est igitur bene uelle et eo largiri consilio u t


prosis, non u t noceas. Nam si luxurioso ad luxuriae effusionem,
adultero ad m ercedem adulterii largiendum putes, non est benefi­
centia ista, ubi nulla est beniuolentia. Officere enim istud est, non
prodesse alteri, si largiaris ei qui conspiret aduersus patriam , qui
congregare cupiat tuo sum ptu perditos qui inpugnent ecclesiam.

h Is 28, 16.
i 1 Cor 3, 11.

a 2 Cor 9, 7.
b 1 Cor 9, 17.
I d o v e r i i , 142-144 111

la giustizia sulla lealtà, perché la sua giustizia si m anifesta quando


confessa la v e rità 7. Anche il Signore per bocca d'Isaia dice: Ecco
io colloco una pietra quale fondam ento per Sion, cioè Cristo qua­
le fondam ento della Chiesa. Cristo infatti è la fe d e 8 di tutti; la
Chiesa è, per cosi dire, la norm a della giustizia, il diritto comu­
ne di tutti: insieme prega, insieme agisce, insieme è messa alla
prova. Cosi chi rinnega se stesso, questi è degno di Cristo. Anche
Paolo pose Cristo quale fondamento, affinché su lui fondassi­
mo le opere di giustizia, poiché la fede è fondamento; nelle opere,
se cattive, sta l'iniquità; se buone, la giustizia.

Capitolo 30

La beneficenza e i suoi aspetti, la benevolenza e la liberalità. Come queste


devono essere congiunte. Le condizioni richieste perché la liberalità sia
praticata con lode e con merito.

143. Parliamo ora della beneficenza, che si distingue anch'es-


sa in benevolenza e liberalità *. Per essere perfetta, la beneficenza
deve comprendere queste due virtù. Non è sufficiente voler bene,
m a occorre anche fare del bene; d’altra parte non è sufficiente
fare del bene, se non deriva da una fonte non inquinata, cioè dalla
buona volontà: Iddio infatti ama colui che dona con gioia. Se lo
compi contro voglia, che ricom pensa ne hai? Perciò l’Apostolo, in
generale: Se faccio questo spontaneamente, ho una ricompensa,
se contro voglia, sono stato incaricato di distribuire per conto di
altri. Anche nel Vangelo troviamo molti insegnamenti di una giu­
sta liberalità.
144. È una cosa bella voler bene e donare con l’intenzione di
aiutare, non di nuocere2. Se tu pensassi di dover dare qualche
cosa ad un lussurioso perché sfoghi la sua lussuria o ad un adul­
tero perché paghi i suoi adultèri, non sarebbe, codesta, beneficen­
za, perché non sarebbe voler bene. Sarebbe nuocere, non giovare
a chi riceve, se tu donassi a chi tram a contro la patria, a chi vuole

7 II giusto che confessa il proprio torto pone la buona fede quale fonda­
mento della sua giustizia. Non sarebbe, infatti, giusto, se non dimostrasse
la propria buona fede confessando il vero.
8 S. Ambrogio in questo paragrafo usa la parola fides prim a nel senso
di « buona fede », « lealtà », poi in quello di « fede teologica ». Cosi almeno
ritengo si debba intendere l’affermazione: « Cristo... è la fede di tu tti », spe­
cie tenendo conto di ciò che segue: « poiché la fede è fondamento ». L’italia­
no per chiarezza deve distinguere i due concetti.

1 Questo passo non è una ripetizione di quanto è stato detto al par. 130.
Là si dice della beneficenza che viene chiam ata anche liberalìtas e benignitas,
cioè « liberalità » e « generosità ». Qui, invece, si distinguono nella benefi­
centia la benivolentia, cioè la « benevolenza », 1'« amorevolezza » che è l’aspet­
to affettivo, e la liberalità o generosità che ne è la pratica conseguenza. Evi­
dentemente in questi passi benignitas e benivolentia non sono sinonimi, come
ho cercato di rendere chiaro nella traduzione.
2 Cf. Cic., De off., I, 14, 42.
112 DE OFFICIIS I , 144-148

Non est haec probabilis liberalitas, si adiuues eum qui aduersus


uiduam et pupillos graui decernit iurgio aut ui aliqua possessiones
eorum eripere conatur.
145. Non probatur largitas, si quod alteri largitur alteri q
extorquet; si iniuste quaerat et iuste dispensandum putet, nisi
forte, u t ille Zachaeusc, reddas prius quadruplum ei quem frau-
daueris et gentilitatis uitia fidei studio et credentis operatione
conpenses. Fundam entum igitur habeat liberalitas tua.

146. Hoc prim um quaeritur, u t cum fide conferas, fraudem


non facias oblatis, ne dicas te plus conferre et m inus conferas.
Quid enim opus est te dicere? Fraus prom issi est; in tua potestate
est largiri quod uelis. Num quid Petrus ita indignatione efferbuit,
u t Ananiam exstingui uellet uel uxorem eius? d. Sed exemplo eo­
rum noluit perire ceteros.

147. Nec illa perfecta est liberalitas, si iactantiae causa ma­


gis quam m isericordiae largiaris. Affectus tuus nomen inponit
operi tuo: quomodo a te proficiscitur, sic aestim atur. Vides quam
moralem iudicem habeas. Te consulit quomodo opus tuum susci­
piat; m entem tuam prius interrogat. Nesciat, inquit, sinistra tua
quid faciat dextra tu a e. Non de corpore loquitur, sed etiam una­
nimus tuus, frater tuus, quod facis, nesciat, ne, dum hic merce­
dem quaeris iactantiae, illic rem unerationis fructum am ittas. Per­
fecta autem est liberalitas, ubi silentio quis tegit opus suum et ne­
cessitatibus singulorum occulte subuenit; quem laudat os pau­
peris et non labia sua.

148. Deinde perfecta liberalitas fide, causa, loco, tem p


comm endatur, u t prim um opereris circa domesticos fidei. Grandis
culpa, si sciente te fidelis egeat; si scias eum sine sum ptu esse,
fame laborare, aerum nam perpeti, qui praesertim egere erubescat;
si in causam ceciderit aut captiuitatis suorum aut calumniae, et
non adiuues; si sit in carcere et poenis et suppliciis propter de­
bitum aliquod iustus excrucietur (nam, etsi om nibus debetur mi­
sericordia, tam en iusto amplius); si tem pore adflictionis suae

c Lc 19, 8.
d Act 5, 1.
e Mt 6, 3.
I d o v e r i i , 144-148 113

riunire, con i mezzi da te offerti, uom ini scellerati per combat­


tere la Chiesa. Non sarebbe una liberalità da approvare, se tu
aiutassi colui che si accanisce in tribunale contro la vedova e gli
orfani o tenta con mezzi violenti d’im padronirsi dei loro beni.
145. Non m erita approvazione la generosità di chi estorce
ad uno per dare ad un a ltr o 3 né di chi fa denari contro giustizia
e pensa di distribuirli secondo giustizia, a meno che, come lo
Zaccheo del Vangelo, non si renda prim a il quadruplo a chi si è
defraudato e si compensino le colpe d ’una vita pagana con l'ar­
dore della fede e le opere del credente. La tua liberalità abbia
dunque un giusto fondamento.
146. Anzitutto si esige che tu dia con sincerità e non inganni
con le tue offerte, che tu non dica cioè di offrire di più, m entre
offri di meno. Che bisogno c’è di parlare? L’inganno è nella pro­
messa; sei libero di dare quello che vuoi. L’inganno distrugge il
fondam ento e fa crollare l’opera. Forse che Pietro s’indignò al
punto da voler m orti Anania e sua m oglie?4. Non volle però che
per il cattivo esempio di costoro perissero tu tti gli altri.
147. Non è perfetta la tua liberalità se doni più per osten­
tazione che per com passione5. Le disposizioni del tuo animo qua­
lificano la tua azione che sarà valutata secondo il sentimento che
la ispira. Nota la grande onestà del tuo giudice! Ti consulta per
sapere come giudicare la tua azione, prim a interroga la tua mente.
Non sappia, dice il Vangelo, la tua sinistra ciò che fa la tua destra.
Non intende parlare del corpo, bensì anche l’amico più caro, anche
il fratello non devono sapere, perché tu non perda nell’altra vita
il frutto della rim unerazione chiedendo quaggiù la ricompensa
della tua vanità. È invece segno di perfetta liberalità coprire di
silenzio il gesto benefico, soccorrere segretam ente alle necessità
dei singoli, essere lodato dalla bocca del povero e non dalle pro­
prie labbra.
148. Il valore della perfetta liberalità dipende dalla lealtà,
dal movente, dal luogo, dal tem p o 6, di conseguenza la devi eser­
citare anzitutto verso i tuoi fratelli di fede. Sarebbe ima grave
colpa se un fedele, pu r essendone tu informato, versasse nel bi­
sogno; se tu sapessi ch’egli è senza mezzi, patisce la fame, soffre
tribolazioni, specialmente se si vergogna della sua indigenza; sa­
rebbe grave colpa la tua se, ridotto in schiavitù dai suoi o calun­
n ia to 7, tu non lo aiutassi; se un giusto si trovasse in carcere per

3 Cf. Cic., De off., I, 14, 43.


4 Si tratta, com’è evidente, d'una interrogazione retorica che attende ri­
sposta negativa. Su Anania vedi III, 11, 74.
5 Cf. Cic., De off., I, 14, 44.
6 Sono, cioè, la buona fede, il movente, le circostanze di luogo e di tem­
po, che rivelano se si tra tta di liberalità perfetta, cioè autentica e disinte­
ressata.
7 Causam captiuitatis... aut calumniae-, qui causa equivale a condicio,
fortuna, status-, v. TLL, dove si cita O c., De off., II, 13, 44: causam celebrita­
tis et nominis, che il Testard rende però con « le bénéfice de la célébrité et
d’un nom ». Suorum è genitivo soggettivo. Specie nel basso impero, date le
miserrime condizioni del tempo, si am m etteva che il figlio venduto dal pater
114 DE OFFICIIS I , 148-151

nihil a te inpetret; si tem pore periculi, quo rap itu r ad m ortem ,


plus apud te pecunia tua ualeat quam uita m orituri. De quo pul­
chre Iob dixit: Benedictio perituri in me u en ia tf.

149. Personarum quidem deus acceptor non e s t g, quia no


omnia. Nos autem quidem debemus m isericordiam; sed, quia ple­
rique eam quaerunt et adfingunt aerum nam , ideo, ubi causa m a­
nifestatur, persona cognoscitur, tem pus urguet, largius se debet
profundere misericordia. Non enim auarus dominus est, u t pluri­
mum quaerat. Beatus quidem qui dim ittit omnia et sequitur eum;
sed et ille beatus qui, quod habet, ex affectu facit. Denique duo
aera uiduae illius diuitum m uneribus praetulit, quia totum illa,
quod habuit, contulit, illi autem ex abundantia partem exiguam
co ntulerunt11. Affectus igitur diuitem conlationem aut pauperem
facit et pretium rebus inponit. Ceterum dominus non uult simul
effundi opes, sed dispensari, nisi forte ut Helisaeus boues suos
occidit ac pauit pauperes ex eo quod habuit, u t nulla cura tene­
retu r domestica, sed relictis omnibus in disciplinam se prophe­
ticam daret*.

150. Est etiam illa probanda liberalitas, u t proximos seminis


tui non despicias, si egere cognoscas. Melius est enim u t ipse
subuenias tuis, quibus pudor est ab aliis sum ptum deposcere aut
alicui postulare subsidium necessitati; non tam en u t illi ditiores
eo fieri uelint, quod tu potest conferre inopibus; causa enim
praestat, non gratia. Neque enim propterea te domino dicasti, ut
tuos diuites facias, sed u t uitam tibi perpetuam fructu boni operis
adquiras et pretio m iserationis peccata redim as tua. Putant se
parum poscere? Pretium tuum quaerunt, uitae tuae fructum adi­
mere contendunt [et se iuste facere putant]. E t accusat quod eum
diuitem non feceris, cum te ille uelit aeternae uitae fraudare
mercede.
151. Consilium prom psim us, auctoritatem petam us. Primum
neminem debet pudere, si ex diuite pauper fiat, dum largitur pau­
peri, quia Christus pauper factus est, cum diues esset, u t omnes
sua inopia ditaret *. Dedit regulam, quam sequamur, u t bona ratio

f Iob 29, 13.


s Act 10, 34.
h Lc 21, 2.
i 3 Reg 19, 20-1.
1 2 Cor 8, 9.

150, 10. uerba et se iuste facere putant, ut adm onet Krabinger, omnes paene
codd. om ittunt.
I DOVERI I , 148-151 115

debiti, tra pene e torm enti (infatti, sebbene si debba usar com­
passione con tutti, a maggior ragione con un giusto), e non ot­
tenesse nulla da te nella sua sofferenza; se nel m omento del pe­
ricolo, quando viene condotto a m orte, per te fosse di maggior
valore il tuo denaro della vita di chi sta per m orire. Ben disse
Giobbe a questo proposito: Scenda su di me la benedizione di
chi sta per morire.
149. Iddio, che tutto conosce, certam ente non fa distinzione
fra persona e persona. Noi dobbiamo usar compassione con tutti,
senza dubbio; ma, siccome m olti la chiedono con l’inganno e fin­
gono la m iseria, la compassione deve effondersi con maggiore
larghezza quando è chiara la necessità, ben conosciuta la persona
e il tempo stringe. Dio infatti non è un avaro che chieda l’impos­
sibile. Beato certam ente è colui che lascia ogni cosa per seguirlo;
m a è beato anche chi dà con tutto il cuore ciò che possiede. Il
Signore preferì le due monete della vedova alle offerte dei ricchi,
perché quella aveva dato tutto ciò che aveva, questi avevano ver­
sato ima piccola parte del loro superfluo. La disposizione del­
l’animo rende ricca o povera l’offerta e dà valore alle cose. Del re­
sto il Signore non vuole che le ricchezze siano dispensate d’un
colpo solo, m a siano distribuite a poco a poco, a meno che non si
tra tti del caso di Eliseo che uccise i suoi buoi e saziò i poveri con
ciò che aveva, per essere libero da ogni preoccupazione personale
e, lasciato tutto, consacrarsi alla missione profetica.
150. Raccomandiamo anche la liberalità che si rivolge ai
m em bri della tua fam iglia8, se sai che versano in strettezze. È
meglio che sia tu ad aiutare i tuoi che si vergognano a chiedere i
mezzi di sussistenza ad altri o a dom andare un aiuto nella loro ne­
cessità. Non pretendano però di diventare più ricchi con quello
che tu potresti dare ai poveri: deve prevalere il giusto motivo,
non l’affetto per loro. Non ti sei consacrato al Signore per fare
ricchi i tuoi, ma per guadagnare la vita eterna con il frutto delle
buone opere e riscattare i tuoi peccati con la tua carità. I tuoi
parenti pensano di dom andare una cosa da poco? Chiedono quan­
to tu v a li9, cercano di toglierti il frutto della tua vita. Ti accusa
di non averlo fatto ricco chi ti vuole defraudare del prem io eterno.
151. Di questo consiglio cerchiamo u n ’autorevole conferma.
In prim o luogo nessuno deve vergognarsi se da ricco si induce in
povertà donando ai poveri perché anche Cristo da ricco si fece
povero per arricchire tu tti con la sua povertà. Diede una regola
da seguire per avere una valida giustificazione all’impoverimento
del patrim onio, e cioè l’aver sfam ato i poveri, averne alleviata la

familias diventasse schiavo dell'acquirente (B. B i o n d i , Il diritto romano, in


Storia di Rom a dell’Ist. di studi romani, voi. XX, Cappelli, Bologna 1957,
p. 306; V. A r a n g io -R u i z , Istit. di diritto romano, Iovene, Napoli 197214, pp. 475
e 489490).
8 Cf. Cic., De off., I, 17, 58.
9 Cosi intendo pretium tuum , piuttosto che « la tua mercede », che sareb­
be assai meno efficace, anche perché in tal caso lo stesso concetto sarebbe
ripetuto subito dopo per ben due volte.
116 DE OFFICIIS I , 151-153

sit exinaniti patrim onii, si quies pauperum famem reppulit, ino­


piam subleuauit. Vnde et consilium in hoc do, apostolus dicit;
hoc enim uobis utile est, ut Christum im item ini m. Consilium bonis
datur, correptio errantes coercet. Denique quasi bonis dicit: Quia
non tantum facere, sed et uelle coepistis ab anno praeterito n. Per­
fectorum utrum que est, non pars. Itaque docet liberalitatem sine
beniuolentia et beniuolentiam sine liberalitate non esse perfectam.
Vnde ad perfectum h o rta tu r dicens: Nunc ergo et facere consum­
mate, ut quemadmodum prompta est in uobis uoluntas faciendi,
ita sit et perficiendi ex eo quod habetis. Si enim uoluntas prompta
est, secundum id quod habet, accepta est, non secundum quod
non habet. Non enim ut aliis refectio sit, nobis autem angustia,
sed ex aequitate; in hoc tempore sit uestra abundantia ad illorum
inopiam, ut et illorum abundantia sit ad uestram inopiam, ut fiat
aequalitas, sicut scriptum est: Qui multum, non abundauit; et
qui modicum, non minorauit0.

152. Aduertimus quemadm odum et beniuolentiam et libera­


litatem et m odum conprehendit et fructum atque personas. Ideo
modum, quia inperfectis dabat consilium; non enim patiuntur an­
gustias nisi inperfecti. Sed et si quis ecclesiam nolens grauare in
sacerdotio aliquo constitutus aut m inisterio non totum quod ha­
bet conferat, sed operetur cum honestate quantum officio satis
est, non m ihi inperfectus uidetur. E t puto quod hic angustiam non
animi, sed rei fam iliaris dixerit.

153. De personis autem puto dictum: Ut vestra abundantia sit


ad illorum inopiam et illorum abundantia ad uestram inopiam;
id est, u t populo abundantia sit bonae operationis ad illorum
sublevandam alendi inopiam, e t illorum abundantia spiritalis
adiuuet in plebe inopiam m eriti spiritalis et conferat ei gratiam .

™ 2 Cor 8, 10.
» 2 Cor 8, 10.
» 2 Cor 8, 11-15.

151, 15. acceptum m anifeste erratum Krabinger; cf. Vulg. 2 Cor 8, 12.
I DOVERI I , 151-153 117

miseria. Pertanto vi do un consiglio a questo proposito, dice


l’Apostolo; questo infatti vi è utile per imitare Cristo. Il consiglio
si dà ai buoni, la correzione richiam a chi sbaglia. Cosi, rivolgen­
dosi ai buoni, dice: Perché avete cominciato non solo a fare, ma
anche a volere fin dallo scorso anno. Chi è perfetto a ttu a en­
tram be le cose, non una so lta n to 10. L’Apostolo insegna che sia la
liberalità senza la benevolenza sia la benevolenza senza la libe­
ralità non sono perfette. Esorta quindi alla perfezione dicendo: Or
dunque portate a compimento, perché, come è pronta in m e la
volontà di fare, cosi sia quella di compiere l’opera con i m ezzi a
vostra disposizione. Se infatti la volontà è pronta, riesce gradita
secondo ciò che ha, non secondo ciò che non ha. Non perché gli
altri abbiano sollievo e voi angustia, ma in misura uguale; in que­
sta circostanza11 la vostra abbondanza supplisca alla loro indi­
genza, anche perché la loro abbondanza supplisca all'indigenza
vostra affinché vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che ave­
va raccolto molto, non sovrabbondò, e colui che aveva raccolto
poco, non ebbe di meno (Es 16, 18).
152. Notiamo com’egli abbracci benevolenza, liberalità, misu­
r a 12, frutti e persone. Alla m isura accennava perché dava un con­
siglio a chi non era perfetto; infatti non soffrono angustie se non
gli im perfetti. Ma anche se uno che non vuole essere di aggravio
alla Chiesa, pur essendo costituito in un ordine sacerdotale o in
qualche m inistero non distribuisce tu tti i suoi beni, m a dà elemo­
sina nella m isura conveniente al suo ufficio 13, non è da giudicare
imperfetto. E penso che qui san Paolo abbia inteso parlare di
angustie non dell’animo, m a del patrim onio.
153. Penso invece che si sia rivolto alle persone quando
affermava: Perché la vostra abbondanza supplisca alla loro indi­
genza e la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza; e cioè:
perché l'abbondanza di cui gode il vostro popolo fornisca generose
elemosine per alleviare la loro mancanza di alimenti e la loro
ricchezza spirituale soccorra in voi la povertà di m eriti spirituali
e vi ottenga la g razia14.
10 Cioè pratica la liberalità (facere) insieme alla benevolenza (uelle).
11 S. Paolo esortava i cristiani di Corinto ad aiutare quelli di Gerusa­
lemme, colpiti da una grave carestia (cf. 1 Cor 16, 1-3).
12 Cioè la m isura del donare: vedi 2 Cor 8, 13; Non enim u t aliis sit
refectio, ecc.
13 Ritengo che qui operari abbia il significato di « fare elemosina » e che
honestas indichi la m isura conveniente e decorosa o, forse, esprim a un con­
cetto simile a « bontà », « generosità »; cf. Subt., De gramm., 13: S unt qui
tradant eum tanta honestate praeditum, ut temporibus Syllanis proscripto­
rum liberos gratis et sine mercede ulta in disciplina receperit (Roth). Per
operari, cfr., p. es., S. Cyfr., De opere et elem., IX: Si uereris et m etuis ne,
si operari coeperis, patrimonio tuo larga operatione finito ad penuriam forte
redigaris, esto in hoc parte intrepidus, esto securus.
14 II popolo che ha abbondanza di mezzi m ateriali è quello di Corinto; il
popolo spiritualm ente ricco da soccorrere m aterialm ente è quello di Geru­
salemme: vedi sopra n. 10. Il seguente passo di S. Cipriano può aiutare a
comprendere esattam ente il testo: Quantum ad sum ptus suggerendos... peto
nihil desit, cum sum m ula om nis quae redacta est illic sit apud clericos distri­
buta..., u t haberent plures unde ad necessitates et pressuras singulorum ope­
rari possent (E p., V, 1, 2).
118 DE OFFICIIS I , 154-159

154. Vnde exemplum optim um posuit: Qui m ultum , non àb


dauit, et qui modicum, non m inuit. Bene h o rta tu r ad officium mi­
sericordiae omnes homines istud exemplum, quoniam et qui plu­
rim um auri possidet, non abundat, quia nihil est quidquid in hoc
saeculo est; et qui exiguum habet, non m inuit, quia nihil est quod
am ittit. Res sine dispendio est quae tota dispendium est.

155. Est etiam sic intellectus bonus: qui plurim um hab


etsi non donat, non abundat, quia, quantum uis adquirat, eget sem-
per, quia plus concupiscit; et qui exiguum habet, non m inuit, quia
non m ultum est quod pauperem pascit. Similiter ergo et ille pau­
per qui confert spiritalia pro pecuniariis, etsi plurim um habeat
gratiae, non abundat; non enim onerat gratia, sed alleuat mentem.

156. Sed etiam sic potest intellegi: Non abundas, o homo!


Quantum est enim quod accepisti, etsi tibi m ultum est? Iohannes,
quo nemo m aior est inter natos m ulierum , inferior tam en erat eo
qui m inor est in regno caelorum p.
157. Potest et sic: Non abundat dei gratia corporaliter, quia
spiritalis est. Quis enim potest eius aut m agnitudinem aut lati­
tudinem conprehendere, quam non uidet? Fides si fuerit sicut
granum sinapis, m ontes transferre potest, et non tibi datur ultra
granum sinapis. Si abundet in te gratia, non est uerendum ne
mens tua tanto m unere incipiat extolli, quia m ulti sunt qui ab
altitudine cordis sui grauius corruerunt quam si nullam habuis­
sent dei gratiam ? E t qui parum habet, non m inuit, quia non est
corporeum, u t diuidatur; et quod parum uidetur habenti, plurim um
est cui nihil deest.

158. Consideranda etiam in largiendo aetas atque debilitas,


nonnum quam etiam uerecundia, quae ingenuos prodit natales, ut
senibus plus largiaris, qui sibi labore iam non queunt uictum
quaerere. Similiter et debilitas corporis et haec iuuanda prom ptius.
Tunc si quis ex diuitiis cecidit in egestatem, et maxime si non
uitio suo, sed aut latrociniis aut proscriptione aut calumniis quae
habebat amisit.

159. Sed forte dicat aliquis: Caecus uno loco sedet et prae­
teritur, et iuuenis ualidus frequenter accipit. E t uerum est, quia
obrepit per inportunitatem . Non est illud iudicii, sed taedii. Nam
et dominus ait in euangelio de eo qui iam clauserat ostium suum,
si quis ostium eius procacius pulset, quia surgit et dat illi prop­
ter inportunitatem q.

p Mt 11, 11 et Lc 7, 28.
i Lc 11, 8.
I d o v e r i i , 154-159 119

154. A tale proposito egli addusse un magnifico esempio:


Colui che aveva raccolto molto non sovrabbondò e colui che aveva
raccolto poco non ebbe di meno. Questo esempio esorta opportu­
nam ente tu tti gli uomini al dovere della m isericordia, perché sia
chi possiede moltissimo oro non vive nell’abbondanza, nulla va­
lendo tu tto ciò che esiste in questo mondo; sia chi ha poco non
ha di meno, non avendo alcun valore ciò che perde. Non patisce
perdita una cosa che è tu tta perdita.
155. Anche la seguente è una buona interpretazione: Chi ha
moltissimo, non vive nell’abbondanza anche se non dona, perché,
per quanto accumuli, è sempre nel bisogno proprio per il desiderio
di possedere sempre di più; colui che ha poco, non ha di meno,
perché al povero non occorre molto per nutrirsi. Cosi anche il
povero che offre beni spirituali in cambio di aiuti in denaro, anche
se gode di un tesoro di grazia, non ne abbonda, perché la grazia
non aggrava, m a solleva la mente.
156. Si può intendere però anche cosi: Non hai sovrabbon-i
danza, uomo. Quant’è infatti ciò che hai ricevuto, anche se hai
molto? Giovanni, il più grande fra i nati di donna, era inferiore
al più piccolo nel regno dei cieli.
157. Si può spiegare anche in questo modo: La grazia di Dio
non costituisce abbondanza m ateriale perché è spirituale. Chi può
com prenderne la grandezza o l’estensione se non la vede? La fede,
pu r piccola come un grano di senape, potrebbe trasportare le
montagne, e a te non è dato più di tanto. Se in te abbondasse
la grazia, non ci sarebbe pericolo che la tua m ente cominciasse a
insuperbirsi per così gran dono? Sono molti, infatti, che dall’al­
tezza del loro cuore precipitarono con più grave rovina che se
non avessero avuto affatto la grazia di Dio. E chi ha poco, non ha
di meno, perché la grazia non è cosa m ateriale che si possa
dividere; e ciò che sem bra troppo poco a chi lo possiede, è moltis­
simo per chi ne ha quanto basta.
158. Nel beneficare devono essere considerate 15 anche l’età,
l’inferm ità, talora anche la vergogna che rivela la nobiltà di stirpe.
Perciò bisogna dare di più ai vecchi che orm ai non possono procu­
rarsi il vitto con il lavoro. Ugualmente va considerata l’inferm ità
che si deve soccorrere con maggiore tempestività. Quindi va aiutato
chi dalla ricchezza è caduto nella miseria, soprattutto se ha perduto
ciò che possedeva non per sua colpa, ma in seguito a furti o a
proscrizione o a calunnia.
159. Si potrebbe però obiettare: « Il cieco, che sta seduto
in un posto, viene trascurato; invece l’uomo ancor valido per forze
ed età riceve spesso l’elemosina ». Ed è vero, perché ti abborda
sfrontatam ente. Ciò non avviene per una valutazione del suo
bisogno, ma per la noia. Anche il Signore, infatti, parla nel Van­
gelo di colui che, già chiusa la porta di casa, si alza ad aprire a
chi picchia con sfacciata insistenza al suo uscio e, appunto per la
sua petulanza, gii dà ciò che chiede.

15 Sulle cautele nel far beneficenza vedi Cic., De off., I, 14.


120 DE OFFICIIS I , 160-162

Caput XXXI

Acceptum beneficium largiore m anu rem etiendum terrae praecipitur exem­


plo; nec non adductus ad eandem rem Salomonis de conuiuio locus postea
spiritali sensu exponitur.

160. Pulchrum quoque est propensiorem eius haberi ra


nem, qui tibi aut beneficium aliquod aut mimus contulit, si ipse
in necessitate incidit. Quid enim tam contra officium quam non
reddere quod acceperis? Nec m ensura pari, sed uberiore redden­
dum arbitror, et usum pensare beneficii, u t et tu subuenias quan­
tum eius aerum nam repellas. Etenim superiorem non esse in re­
ferendo quam in conferendo beneficio, hoc est m inorem esse,
quoniam qui prior contulit tem pore superior est, hum anitate prior.

161. Vnde im itanda nobis est in hoc quoque natu ra te


rum, quae susceptum semen m ultiplicatiore solet num ero reddere
quam acceperit. Ideo tibi scriptum est: Sicut agricola est homo
insipiens et tamquam uinea homo egens sensu. Si reliqueris eum,
desolabitura. Sicut agricultura ergo etiam sapiens, u t tam quam
fenerata sibi maiore m ensura semina suscepta restituat. Terra ergo
aut spontaneos fructus germ inat aut creditos uberiore cumulo re­
fundit ac reddit. Utrum que debes quodam hereditario usu paren­
tis, ne relinquaris sicut infecundus ager. Esto tamen, u t aliquis
excusare possit quod non dederit; quomodo excusare potest quod
non reddiderit? Non dare cuiquam uix licet, non reddere uero non
licet.

162. Ideo pulchre Salomon ait: Si sederis cenare ad mens


potentis, sapienter intellege ea quae adponuntur tibi, et m itte ma­
num tuam sciens quod oportet te talia praeparare. S i autem in­
satiabilis es, noli concupiscere escas eius; haec enim obtinent uitam

3 Prou 24, 30.


I DOVERI I , 160-162 121

Capitolo 31

Sull’esempio della te rra si insegna che il beneficio ricevuto dev’essere


ricam biato in m isura più generosa. Viene poi interpretato in senso spiri­
tuale il passo di Salomone sul banchetto, citato allo stesso scopo.

160. È bello anche avere una più benevola considerazione


per chi ha fatto qualche beneficio o ti ha reso un servizio, se
cade egli stesso nel bisogno \ Che c'è infatti di cosi contrario al
dovere come il non rendere ciò che hai ricevuto? E penso che
si debba restituire non nella stessa m isura, m a in m isura più
generosa, e che si debba valutare l’utilità del beneficio cosi che
anche tu soccorra chi ti ha fatto del bene nella m isura necessaria
per liberarlo dalla sventura. Infatti non superare, contraccam bian­
dolo, il beneficio ricevuto significa rim anere inferiore, perché chi
lo fa per prim o precede nel tempo, precorre nella bontà.
161. Dobbiamo im itare anche in questo la terra, che suole
rendere il seme ricevuto in quantità molte volte maggiore di
quella accolta nelle sue zolle2. Sta scritto per te: L’uomo stolto
è come la coltivazione d'un campo e come una vigna l’uomo privo
di senno. Se lo abbandonerai, cadrà nella desolazione3. Anche il
saggio è come la coltivazione d’un campo: restituisce i semi
ricevuti in quantità superiore quasi che gli siano stati prestati ad
interesse. La terra o produce fru tti spontanei o riproduce e resti­
tuisce con maggior abbondanza quelli che le sono stati affidati.
Tu sei tenuto all’una e all’altra cosa, come se si trattasse di sfrut­
tare un podere ereditato da tuo p a d re 4, per non essere abbando­
nato come un campo sterile. Ammettiamo pure che si possano
addurre scuse per non aver dato; quali scuse si possono addurre
per non aver ricam biato? Difficilmente ad uno è consentito di non
dare, ma non è affatto consentito di non restituire.
162. Dice bene Salomone: Se ti siederai per cenare alla mensa
di un potente, esamina attentam ente le vivande che ti sono imban­
dite e tendi la tua mano sapendo che tu devi preparare vivande
dello stesso genere. Ma se sei insaziabile, non desiderare i suoi

1 Cf. ClC., De off., I, 15, 47.


2 Cf. Cic., De off., I, 15, 48.
3 II passo citato da S. Ambrogio è una fedele traduzione, secondo il testo
dei Settanta, di Prov., 24, 30-31: "fiauep yeupYiov (campo coltivato; cf. 24, 5) àvif]p
&(ppwv, x al ójctcp à[xueXcì)v ftv&pwrcos ivSeif]? (ppevwv èàv aù-róv, XEpcw-
ftVlffetai (resterà incolto). A. Penna (UTET) traduce cosi dal testo ebraico, che
corrisponde alla Vulgata: « Passai vicino al campo di un pigro, alla vigna di un
uomo senza senno; ecco, dovunque crescevano erbacce, i cardi ne ricoprivano
il suolo ». S. Ambrogio, per am ore di concisione, sottintende un necessario
passaggio logico: l’uomo stolto non restituisce in m isura maggiore ciò che ha
ricevuto, precisam ente come un campo mal coltivato.
4 L’espressione quodam hereditario usu parentis non è del tu tto chiara
e forse brachilogica. H a tradotto interpretando usus come « bene da sfrut­
tare », nel caso nostro, in relazione alla precedente immagine del terreno,
« podere da sfruttare ».
122 DE OFFICIIS I , 162-165

falsam b. Quas nos im itari cupientes sententias scripsimus. Confer­


re gratiam bonum est; a t qui referre nescit, durissim us. Humani­
tatis exemplum ipsa terra suggerit. Spontaneos fructus m inistrat,
quos non seueris; m ultiplicatum quoque reddit quod acceperit.
Negare tibi pecuniam num eratam non licet; quomodo licet accep­
tam non referre gratiam ? In prouerbiis quoque habes quod ita
plurim um redhibitio ista gratiae apud deum consueuit ualere, ut
etiam in die ruinae inueniat gratiam °, quando possunt praeponde­
rare peccata. E t quid aliis u tar exemplis, cum dominus ipse remu-
uerationem uberiorem sanctorum m eritis in euangelio polliceatur
atque exhortetur u t operem ur bonum opus, dicens: D im ittite et
dim ittetur uobis; m ensuram bonam, commotam, superfluentem
dabunt in sinum uestrum ? d.

163. Itaque et illud conuiuium Salomonis non de cibis, sed


de operibus est bonis. Quo enim melius epulantur animi quam bo­
nis factis? Aut quid aliud tam facile potest iustorum explere men­
tes quam boni operis conscientia? Qui autem iucundior cibus quam
facere uoluntatem dei? Quem cibum solum sibi dominus abun­
dare m em orabat, sicut scriptum est in euangelio: Meus cibus est
ut faciam uoluntatem patris mei, qui est in caeloe.

164. Hoc cibo delectem ur, de quo ait propheta: Delectare


in dom inof. Hoc cibo delectantur qui superiore delectationes mi­
rabili ingenio conprehenderunt, qui possunt scire qualis sit mun­
da illa et intellegibilis m entis delectatio. Edam us ergo panes sa­
pientiae et saturem ur uerbo dei, quia non in solo pane, sed in
omni uerbo dei uita est hominis facti ad imaginem dei. De poculo
uero satis expresse dicit sanctus Iob: Sicut terra exspectans plu-
uiam, sic et isti sermones m e o sg.

Caput XXXII

Praemisso quid gratiae ob m em orati conuiuii fercula sit referendum,


uariae reddendi beneficii rationes recensentur; ubi de beniuolentiae laude,
effectis atque ordine disseritur.

165. Pulchrum est ergo u t diuinarum scripturarum ume


m us alloquio et quasi ros sic in nos dei uerba descendant. Cum
igitur sederis ad illam m ensam potentis, intellege quis sit iste

b Prou 23, 1-3.


= Eccli 3, 31 (34).
d Lc 6, 37-38.
= Io 4, 34.
£ Ps 36, 4.
e Iob 29, 23.
i d o v e r i i , 162-165 123

cibi; questi infatti hanno una vita fa lsa 5. Abbiamo riportato questa
affermazione perché desideriamo m etterla in pratica. È cosa buona
beneficare; m a chi non sa contraccam biare è del tutto insensibile.
La terra stessa suggerisce un esempio di generosa bontà: produce
fru tti spontanei che non hai seminato; rende addirittura molti­
plicato ciò che ha ricevuto. Non puoi rifiutare il denaro che ti è
stato prestato: come potresti non ricam biare il beneficio ricevuto?
Anche nei Proverbi trovi che questo contraccambio del beneficio
vale moltissimo agli occhi di Dio, tanto da trovar grazia anche nel
giorno della rovina, quando i peccati potrebbero far traboccare la
bilancia. E perché ricorrere ad altri esempi? Il Signore stesso nel
Vangelo prom ette una ricom pensa più abbondante per i meriti
dei santi e ci esorta ad operare il bene, dicendo: Perdonate e vi
sarà perdonato; date e vi sarà dato; vi verseranno in grembo una
buona misura, scossa e traboccante.
163. Quindi anche il convito di Salomone, sopra ricordato,
non riguarda i cibi, m a le opere b u o n e6. Con quali cibi meglio
banchettano gli animi che con le buone azioni? Che altro può
saziare l'animo dei giusti cosi facilmente come la consapevolezza
di aver agito bene? Quale cibo è più gradevole del fare la volontà
di Dio? Soltanto tale cibo diceva di avere in abbondanza il Signore,
come sta scritto nel Vangelo: Il mio cibo è fare la volontà del
Padre mio ch’è in cielo.
164. Dilettiamoci di tale cibo, di cui il profeta dice: Dilettati
nel Signore. Questo cibo apprezzano coloro che hanno compreso
con ammirevole intelligenza i piaceri più elevati, coloro che pos­
sono conoscere quale sia quel puro e intellettuale godimento della
mente. Mangiamo dunque il pane della sapienza e saziamoci della
parola di Dio, perché la vita dell’uomo, creato ad immagine di Dio,
si alim enta non di solo pane, m a di ogni parola di Dio. Quanto
alla bevanda, il santo Giobbe dice, non senza efficacia: Come la
terra che attende la pioggia, cosi anche costoro le mie parole.

Capitolo 32

Premesso quanto si debba essere riconoscenti per le vivande del banchetto


surricordato, si passano in rassegna i vari modi per ricam biare il bene­
ficio, e si approfitta per tra tta re anche del merito, degli effetti e dell'or­
dine della benevolenza.

165. È bello che ci ristoriam o con le esortazioni delle Sa


Scritture e che, come rugiada, scendano su di noi le parole di Dio.
Quando siederai alla m ensa del potente di cui s'è detto, comprendi
chi sia codesto potente e, posto nel paradiso della delizia e assiso

5 Nella Vulgata non si trova la frase et mitte... praeparare, che traduce


esattam ente i Settanta, Prov 23, 2. Anche le traduzioni più volte citate (Pen­
na, CEI,) nel rendere il v. 2, si scostano parzialm ente dalla Vulgata.
6 Con questa affermazione S. Ambrogio passa a trattare dei benefici spi­
rituali e del loro contraccambio.
124 DE OFFICIIS I , 165-167

potens, et in paradiso delectationis positus atque in conuiuio sa­


pientiae locatus considera quae adponuntur tibi. Scriptura diuina
conuiuium sapientiae est, singuli libri singula sunt fercula. Intel­
lege prius quae habeant ferculorum dapes et tunc m itte manus
u t ea quae legis uel quae accipis a domino deo tuo operibus ex­
sequaris et conlatam in te gratiam officiis repraesentes, u t Petrus
et Paulus, qui euangelizando uicem quandam largitori m uneris red­
derent, u t possent singuli dicere: Gratia autem dei sum quod sum,
et gratia eius egena in me non fuit; sed abundantius illis omnibus
laborauia.

166. Alius ergo fructum accepti beneficii, u t aurum auro,


gentum argento rependit; alius laborem, alius, haud scio an etiam
locupletius, solum restituit affectum. Quid enim, si referendo nulla
facultas suppetit? In beneficio reddendo plus animus quam cen­
sus operatur magisque praeponderat beniuolentia quam possibi­
litas referendi m uneris: gratia enim in eo ipso, quod habetur,
refertur. Magna igitur beniuolentia quae, etiam si nihil conferat,
plus exhibet et, cum in patrim onio nihil habeat, largitur pluribus
idque facit sine ullo sui dispendio et lucro omnium. E t ideo prae­
stat beniuolentia supra ipsam liberalitatem . Ditior haec m oribus
quam illa m uneribus; plures enim sunt qui indigent beneficio quam
qui abundant.

167. E st autem beniuolentia coniuncta liberalitati, a qua i


liberalitas proficiscitur, cum largitatis affectum sequitur largiendi
usus, et separata atque discreta. Vbi enim deest liberalitas, be­
niuolentia m anet, communis quaedam parens omnium, quae ami­
citiam conectit et copulat, in consiliis fidelis, in prosperis laeta,
in tristibus m aesta, u t unusquisque beniuolentis se magis quam
sapientis credat consilio, u t Dauid, cum esset prudentior, Ionathae
tam en iunioris consiliis adquiescebatb. Tolle ex usu hom inum be-
niuolentiam; tam quam solem e m undo tuleris, ita erit, quia sine
ea usus hom inum esse non potest, u t peregrinanti m onstrare uiam,
reuocare errantem , deferre hospitium (non igitur mediocris uirtus,
de qua sibi plaudebat Iob dicens: Foris autem non habitabat
hospes, ianua mea omni uenienti pateb a tc), aquam de aqua pro­
fluenti dare, lumen de lum ine accendere. Beniuolentia in his est

^ 1 Cor 15, 10.


b 1 Reg 20, 47.
c Iob 31, 32.
i d o v e r i i , 165-167 125

al convito della sapienza, considera ciò che ti viene imbandito. Il


convito della sapienza è la Sacra Scrittura, le portate sono i singoli
libri. Dapprim a sforzati di com prendere che cosa contengano i
cibi delle varie portate, e poi tendi la mano per eseguire con le
opere ciò che leggi ed im pari dal Signore Dio tuo e per compen­
sare 1 im m ediatam ente con il compimento dei tuoi doveri la grazia
di cui sei stato colmato. Cosi fecero Pietro e Paolo i quali, predi­
cando il Vangelo, resero al donatore, in un certo senso, il contrac­
cambio del dono ricevuto, cosi che ciascuno poteva dire: Per grazia
di Dio sono ciò che sono e la sua grazia in m e non fu mancante;
ma io ho faticato più di tutti quelli.
166. Uno paga i fru tti del beneficio ricevuto ricambiando, per
esempio, l’oro con l’oro, l'argento con l'argento; un altro ricambia
il lavoro; un altro, e forse anche con maggior larghezza, rende
solo l’a ffe tto 2. Che si può fare infatti, se non ci sono mezzi per
ricambiare? Nel contraccam biare un beneficio vale di più l’animo
che il denaro ed ha maggior peso la benevolenza che la possibilità
di restituire il dono: la propria riconoscenza si dim ostra con ciò
che si ha. Im portante è dunque la benevolenza che, anche se non
dà nulla, offre di più e, pur non avendo alcun patrim onio, dona
ad un maggior num ero di persone, e fa questo senza alcuna spesa
da parte sua e con vantaggio di tutti. La benevolenza perciò è
superiore alla stessa liberalità. L’una è più ricca m oralm ente che
l’altra m aterialm ente, perché sono più num erosi coloro che hanno
bisogno d’essere beneficati di quelli che hanno i mezzi per be­
neficare 3.
167. Ma la benevolenza è unita alla liberalità, anzi la stessa
liberalità deriva da essa quando la pratica del donare è conse­
guenza della disposizione alla generosità e, nello stesso tempo, ne
è separata e distinta. Infatti, quando manca la liberalità, rim ane la
benevolenza, comune m adre di tutti, la quale stringe indissolubil­
m ente le amicizie, è fedele nel consigliare, lieta nella prosperità,
triste nella sventura, sicché ognuno si affida al consiglio d’una
persona benevola più che a quello d’un sapiente, come faceva David
il quale, pur essendo più sperim entato, si fidava tuttavia dei sugge­
rim enti di Gionata, più giovane di lui. Togli dalle consuetudini
degli uomini la benevolenza: sarà come se togliessi dal mondo il
sole4, perché senza di essa non possono sussistere i rapporti
umani, come indicare la strada al forestiero, richiam are sui suoi
passi chi la sbaglia, dare ospitalità (virtù non da poco, della quale

1 Repraesentare è un term ine del linguaggio commerciale, qui usato in


senso metaforico: « pagare senza indugio », « sdebitarsi ».
2 Cf. Cic., De off., II , 20, 69.
3 II senso mi sem bra chiaro: l’amore, ch’è frutto di riconoscenza, conta
più della liberalità, perché essendo più numerosi i poveri da assistere dei
ricchi che possono assisterli, la beniuolentia dispone di una ricchezza mo­
rale complessiva che supera quantitativam ente la ricchezza materiale dei be­
nefattori. Non si nega tuttavia che il concetto, piuttosto sottile e quasi sofi­
stico, risenta deU’insegnamento retorico.
4 Cf. ClC., De amie., 13, 47.
126 DE OFFICIIS I, 167-171

omnibus tam quam fons aquae reficiens sitientem; tam quam lu­
m en quod etiam in aliis luceat nec illi desit, qui de suo lumine
alii lumen accenderit.

168. Est etiam illa beniuolentiae liberalitas, ut, si quod habes


debitoris chirographum , scindens restituas, nihil a debitore con­
secutus debiti. Quod exemplo sui facere nos debere Iob sanctus
adm onetd. Nam qui habet, non m utuatur; qui non habet, non li­
berat syngrapham. Quid igitur, etiam si ipse non exigas auarus,
maliuolis heredibus reseruas quam potes cum beniuolentiae tuae
laude sine damno pecuniae repraesentare?

169. Atque, ut plenius discutiam us, beniiuolentia a domesticis


prim um profecta personis, id est a filiis, parentibus, fratribus, per
coniunctionum gradus in d u ita tu m peruenit am bitum et de para­
diso egressa m undum repleuit. Denique, cum in uiro et femina
beniuolentem deus posuisset affectum, dixit: E runt ambo in una
carnee et in uno spiritu. Vnde Eua serpenti credidit, quoniam,
quae beniuolentiam acceperat, esse maliuolentiam non opina­
batur.

C ap u t X X X III

Beniuolentiam in ecclesia maxime et earundem aut affinium uirtutum


hominibus perseuerare.

170. Augetur beniuolentia coetu ecclesiae, fidei consortio, ini­


tiandi societate, percipiendae gratiae necessitudine, m ysteriorum
communione. Haec enim etiam appellationes necessitudinum, re-
uerentiam filiorum, auctoritatem et pietatem patrum , germ anita­
tem fratrum sibi uindicant. M ultum igitur ad cumulandam spectat
beniuolentiam necessitudo gratiae.

171. Adiuuant etiam parium studia uirtutum . Siquidem beni­


uolentia etiam m orum facit similitudinem. Denique Ionatha, filius
regis, im itabatur sancti Dauid m ansuetudinem 3, propter quod di-

d Iob 31, 32.


e Gen 2, 24.

1 Reg 19, 2-3.


I DOVERI I , 167-171 127

si vantava Giobbe dicendo: Lo straniero non abitava all’aperto, la


mia casa era aperta a chiunque venisse), offrire acqua pura a chi
ha sete, accendere la lam pada con la propria lam pada5. La bene­
volenza in tu tti questi atti è come una fontana che ristora l’asse­
tato, come ima lam pada che spande la sua luce anche sugli altri
senza venir meno a colui che, con la sua, ha acceso la lam pada
ad un altro.
168. Deriva dalla benevolenza anche la liberalità di chi, ave
in m ano la ricevuta di un debitore, gliela restituisce stracciata
senza pretendere da lui nulla del suo debito. Il santo Giobbe col
suo esempio ci invita ad agire così. Chi ha, non prende in prestito;
chi non ha, non annulla cambiali. Perché dunque, anche se tu
stesso non ne esigi con avidità il pagamento, m etti da parte per
eredi mal disposti quell’obbligazione che potresti annullare subito,
acquistando lode di generosità senza perdita di denaro?6.
169. E per approfondire l’argomento, la benevolenza, che h
preso l’avvio dalle persone di famiglia, cioè dai figli, dai genitori,
dai fratelli, attraverso i vari gradi di parentela si è estesa nell'am­
bito delle città e, uscita dal paradiso, ha riem pito il m ondo7. In­
fine Dio, avendo posto nell'uomo e nella donna il sentimento del­
l’amore, disse: Saranno due in una sola carne e in un solo spirito.
Ed Èva credette al serpente perché, ricevuta l’inclinazione ad
amare, non pensava esistesse la compiacenza del male altrui ®.

Capitolo 33

La benevolenza sussiste soprattutto nella Chiesa e negli uomini dotati


delle medesime o analoghe virtù.

170. La benevolenza è accresciuta dal ritrovarsi insieme nella


Chiesa, dalla comunanza di fede, dal ricevere gli stessi Sacram enti
deH'iniziazione, dal vincolo prodotto in tu tti dall’infusione della
grazia, dalla comune partecipazione ai m isteri. Tutto ciò, viene a
creare quei legami di parentela chiam ati rispetto dei figli, autorità
e am ore dei padri, affetto tra fratelli. Molto contribuisce dunque
ad accrescere la benevolenza il comune vincolo della grazia.
171. È d ’aiuto anche l’impegno per ottenere uguali v irtù 1, se
è vero che la benevolenza rende simili i caratteri. Gionata, figlio
del r e 2, imitava la m ansuetudine del Scinto Davide perché lo amava.

5 Cf. Cic., De off., I, 16, 52: non prohibere aqua profluente, pati ab igne
ignem capere.
6 Perché, in ogni caso, l’attuale possessore non intenderebbe esigere il
rim borso vita naturai durante.
7 Cf. Cic., De off., I, 17, 53-54.
8 Com’è noto, il peccato originale fu invece grave colpa di superbia e di
disubbidienza.

1 Cf. Cic., De off., I, 17, 55.


2 Saul.
128 DE OFFICIIS I , 171-174

ligebat eum. Vnde et illud: Cum sancto sanctus e risb, non solum
ad conuersationem, sed etiam ad beniuolentiam deriuandum ui-
detur. Nam utique et filii Noe simul habitabant, et non erat in
his m orum concordia0. H abitabant etiam in domo patris Esau et
Iacob, sed discrepabantd. Non erat enim beniuolentia inter eos,
quae sibi preferret alterum , sed magis contentio, quae praeriperet
benedictionem e. Nam, cum alter praedurus, alter m ansuetus es­
set, inter dispares m ores et studia conpugnantia beniuolentia esse
non poterat. Adde quia sanctus Iacob paternae degenerem domus
uirtu ti praeferre non poterat.
172. Nihil autem tam consociabilis quam cum aequitate iu
tia, quae uelut conpar et socia beniuolentiae facit, u t eos, quos
pares nobis credimus, diligamus. H abet autem in se beniuolentia
etiam fortitudinem ; nam, cum am icitia ex beniuolentiae fonte
procedat, non dubitat pro amico grauia uitae sustinere pericula:
E t si mala mihi, inquit, euenerint per illum, su stin eof.

C ap u t X X X IV

Alia nonnulla beniuolentiae commoda m em orantur.

173. Beniuolentia etiam gladium iracundiae extorquere con-


sueuit. Beniuolentia facit u t amici uulnera utilia quam uoluntaria
inimici oscula s in ta. Beniuolentia facit u t unus fiat ex pluribus,
quoniam, si plures amici sunt, unus fiunt, in quibus unus spiritus
et una sententia est. Simul aduertim us etiam correptiones in ami­
citia gratas esse, quae aculeos habent, dolores non habent. Con-
pungim ur enim censoriis serm onibus, sed beniuolentiae delecta­
m ur sedulitate.

174. Ad summam: non omnibus sem per eadem officia deben­


tur, nec personarum semper, sed plerum que causarum et tem po­
rum praelationes sunt, u t uicinum quis interdum magis quam pa­
trem adiuuerit. Quoniam et Salomon dicit: Melior uicinus in proxi­
mo quam frater in longe habitans b. E t ideo plerum que amici se be­
niuolentiae quisque com m ittit quam fratris necessitudini. Tantum
ualet beniuolentia, u t plerum que pignora uincat naturae.

b Ps 17, 26.
c Gen 9, 22-23.
d Gen 25, 27.
e Gen 27, 14.
f Eccli 9, 22-23.

a Prou 27, 6.
b Prou 27, 10.
I DOVERI I , 171-174 129

Perciò anche il detto col santo sarai santo sem bra doversi riferire
non solo alla compagnia, m a anche alla benevolenza. Certam ente i
figli di Noè abitavano insieme, e tuttavia non erano concordi nel
loro modo d'agire. Anche Esaù e Giacobbe abitavano nella casa
paterna, m a non andavano d’accordo. Tra loro infatti non c'era
quella benevolenza che fa preferire a sé l’altro, m a piuttosto con­
tesa, così da sottrarsi la benedizione3: fra l’uno assai rozzo e l’altro
mansueto, fra caratteri diversi e aspirazioni contrastanti non vi
poteva essere benevolenza. Aggiungi che il santo Giacobbe non
avrebbe potuto preferire alla virtù chi tralignava dalla casa paterna.
172. Ma nulla s’accorda tanto con l’equità quanto la giustiz
la quale, inseparabile compagna della benevolenza, fa si che
amiamo quelli che crediamo uguali a noi. La benevolenza ha in sé
anche la fortezza perché l’amicizia, derivante dalla benevolenza,
non esita ad affrontare per l’amico pericoli m ortali: E se mi capi­
teranno, dice, dei mali per causa sua, li sopporterò.

C apitolo 34

Si ricordano altri vantaggi della benevolenza.

173. La benevolenza suole anche strappare la spada all’ira. La


benevolenza fa si che le ferite dell’amico siano più utili dei baci
non richiesti del nemico. Per la benevolenza più persone diventano
una sola, perché, se più persone sono amiche e perciò in esse v’è
un solo spirito e un solo modo di pensare, diventano una sola
p e rso n a 1. Nello stesso tem po ci rendiam o conto che nell’amicizia
sono graditi anche i rim proveri, che certam ente pungono, m a non
recano d olore2. Siamo feriti infatti dalle parole di critica, m a pro­
viamo piacere per la prem ura della benevolenza.
174. Insom m a non c’è l’obbligo di osservare sem pre con tu tti
i medesimi doveri né si deve dare sem pre la precedenza alle per­
sone, m a spesso alle cause e alle circostanze, sicché talvolta uno
potrebbe aiutare più il vicino che il fratello. Anche Salomone dice:
Meglio il vicino che sta presso che il fratello che abita lontano. E
perciò p er lo più ciascuno si affida alla benevolenza d’un amico
piuttosto che al legame di parentela d ’un fratello. La benevolenza
vale tanto, da superare generalm ente i vincoli di natura.

3 Si allude alla benedizione riservata al figlio primogenito.


4 Cf. Cic., De off., I, 17, 56.

1 Cf. O c., De off., I, 17, 56.


2 Cf. O c., De off., I, 17, 58.
130 DE OFFICIIS I , 175-178

Caput XXXV

De fortitudine, quae diuiditur in bellicam atque domesticam; prim am sine


iustitia et prudentia uirtutem non esse, alteram maxime in tolerantia esse
positam.

175. Satis copiose iustitiae loco honesti naturam et uim trac-


tauimus. Nunc de fortitudine tractem us, quae uelut excelsior cete­
ris diuiditur in res bellicas et domesticas. Sed bellicarum rerum
studium a nostro officio iam alienum uidetur, quia anim i magis
quam corporis officio intendim us, nec ad arm a iam spectat usus
sed ad pacis negotia. Maiores autem nostri, u t Iesus Naue, Hiero-
baal, Sampson, Dauid, summ am rebus quoque bellicis rettulere
gloriam.

176. E st itaque fortitudo uelut excelsior ceteris, sed num-


quam incom itata uirtus; non enim se ipsam com m ittit sibi; alio-
quin fortitudo sine iustitia iniquitatis m ateria est. Quo cum uali-
dior est, eo prom ptior u t inferiorem opprim at, cum in ipsis rebus
bellicis iusta bella an iniusta sint spectandum putetur.

177. Num quam Dauid nisi lacessitus bellum intulit. Itaque


prudentiam fortitudinis comitem habuit in proelio. Nam et aduer-
sus Goliam, inmanem mole corporis uirum , singulare certamen
dim icaturus arm a, quibus oneraretur, re s p u it3; uirtus enim suis
lacertis magis quam alienis tegum entis innititur. Deinde eminus,
quo grauius feriret, ictu lapidis hostem interem it. Postea num quam
nisi consulto dom inob bellum adorsus. Ideo in om nibus uictor
proeliis, usque ad summ am senectutem m anu prom ptus, bello
aduersum Titanos suscepto ferocibus bellator m iscebatur agmini­
bus, gloriae cupidus, incuriosus sa lu tis0.

178. Sed non haec sola praeclara fortitudo est, sed etiam
illorum gloriosam fortitudinem accipimus, qui per fidem magnitu­
dine anim i obstruxerunt leonum ora, exstinxerunt uirtutem ignis,
effugerunt aciem gladii, eualuerunt de infirm itate fortes d; qui non

a 1 Reg 17, 38-40.


o 2 Reg 5, 19-25.
« 2 Reg. 21, 15-22.
d H ebr 11, 33-34.
I doveri i , 175-178 131

Capitolo 35

Si tra tta della fortezza, che si divide in guerresca e ordinaria 1. La prim a,


senza la giustizia e la prudenza, non è virtù; l’altra consiste soprattutto
nella tolleranza.

175. Abbiamo trattato con sufficiente ampiezza dell'essenza


dell’onestà come giustizia. Trattiam o ora della fortezza che, virtù
più sublime di tu tte le a ltr e 2, si distingue in quella riguardante le
azioni di guerra e in quella concernente le attività ordinarie. Ma
l’interesse per le cose di guerra appare ormai alieno dal nostro
compito, perché noi ci occupiamo dei doveri dell’animo più che
di quelli del corpo né le nostre attività hanno rapporto con le
arm i, bensì con le opere di pace. Però i nostri padri, come Gesù,
figlio di N ave3, G erobaal4, Sansone, Davide, ottennero gloria gran­
dissima anche nelle im prese di guerra.
176. La fortezza è, in un certo senso, una virtù più sublime
di tu tte le altre, m a non è mai sola: essa non confida esclusiva-
m ente in se stessa; altrim enti, senza la giustizia, è causa d 'in iq u ità5.
Infatti, quant’è più valida, tanto più è incline ad opprim ere chi è
più debole, sebbene, anche in campo m ilitare, sia necessario consi­
derare se le guerre sono giuste o ingiuste.
177. Davide non mosse mai guerra se non provocato. Per­
tanto nella battaglia ebbe la prudenza quale compagna della for­
tezza. Preparandosi a sostenere il duello anche contro Golia, uomo
di corporatura gigantesca, rifiutò le arm i che gli erano di peso
perché la virtù conta più sui propri muscoli che sulle arm ature
altrui. Con un colpo di pietra lanciata da lontano per produrre
una ferita più grave, uccise il nemico. Successivamente non iniziò
mai una guerra se non dopo aver consultato il Signore. Vincitore
perciò in tu tte le battaglie, gagliardo sino all'estrem a vecchiaia,
intrapresa la guerra contro i T ita n i6, si cacciava combattendo tra
le file nem iche7, desideroso di gloria, incurante della propria
incolumità.
178. Ma non è questa la sola fortezza meritevole di gloria.
Stimiamo gloriosa anche la fortezza di coloro i quali, per la loro
fede, con straordinario coraggio tapparono le fauci dei leoni,
spensero l’ardore del fuoco, sfuggirono alla punta della spada,

1 Ho trad o tto cosi l’aggettivo domesticus, per indicare la fortezza che si


richiede nella vita ordinaria, in tu tti gli atti che non siano di guerra.
2 Cf. Cic., De off., I, 19, 62.
3 Cosi viene chiamato nei Settanta (Es 33, 11; Num 11, 28, ecc.), Giosuè,
successore di Mosè. Nella Vulgata è detto figlio di Nun.
4 Gerobaal o Jerubaal, giudice d ’Israele, detto anche più comunemente
Gedeone (Giud 6, 32).
5 Cf. Cic., De off., I, 19, 62.
6 S. Ambrogio chiam a cosi i Filistei per la sta tu ra gigantesca di alcuni
dei loro guerrieri (2 Sam 21, 15-22).
7 Ritengo che con l’espressione ferocibus ... agminibus siano indicate le
file dei nemici, ed quali ben s’adatta l'aggettivo usato.
1 32 DE OFFICIIS I , 178-180

com itatu et legionibus, sed nuda u irtu te anim i singularem de per­


fidis rettu leru n t trium phum . Quam insuperabilis D aniele, qui circa
latera sua rugientes non expauit leones! Frem ebant bestiae, et ille
epulabatur.

Caput XXXVI

Fortitudinis officium aliud esse, u t iniuriam a debiliore depellamus; aliud,


u t non rectos animi m otus coerceamus; aliud demum, tum u t aspem em ur
humilia, tum u t honesta infracto animo prosequam ur. Quae ab uniuersis
quidem Christianis, sed potissim um ab ecclesiasticis uiris praestanda
dem onstrantur.

179. Non igitur in uiribus corporis et lacertis tantum m odo


fortitudinis gloria est, sed magis in u irtu te animi; neque in infe­
renda, sed in depellenda iniuria lex u irtutis est. Qui enim non
repellit a socio iniuriam , si potest, tam est in uitio quam ille qui
facit. Vnde sanctus Moyses hinc prius orsus est tem ptam enta bel­
licae fortitudinis. Nam, cum uidisset Hebraeum ab Aegyptio iniu­
riam accipientem, defendit ita, u t Aegyptium sterneret atque in
harena abscondereta. Salomon quoque ait: Eripe eum qui ducitur
ad m ortem b.
180. Vnde igitur hoc uel Tullius uel Panaetius aut ipse Aristo­
teles transtulerint, apertum est satis. Quamquam his duobus anti­
quior dixerit Iob: Satuum feci pauperem de manu potentis et
pupillum, cui adiutor non erat, adiuui. Benedictio perituri in me
u e n ia tc. Nonne hic fortissim us qui tam fo rtiter pertulit impetus
diaboli et uicit eum u irtu te m entis suae? Neque uero de eius du­
bitandum fortitudine, cui dicit dominus: Accinge sicut uir lumbos
tuos, suscipe altitudinem et uirtutem ; om nem autem iniuriosum
h u m iliatod. Apostolus quoque ait: H abetis fortissim am consola­
tionem e. E st ergo fortis qui se in dolore aliquo consolatur.

e Dan 14, 38.

» Ex 2, 11-12.
b Prou 24, 10.
c Iob 29, 12-13.
i Iob 40, 2; 5-6.
e H ebr 6, 18.
I DOVERI I, 178-180 133

attinsero forza dalla loro debolezzaB. Essi non riportarono, soste­


nuti da una scorta di legioni, una vittoria comune con molti, ma,
con la sola virtù dell’animo loro, ottennero un meraviglioso trionfo
sugli infedeli. Quanto fu invincibile Daniele che non ebbe paura
dei leoni ruggenti ai suoi fianchi! Le belve ruggivano, ed egli consu­
mava tranquillo il suo p a s to 9.

Capitolo 36

Altri doveri della fortezza sono: allontanare le offese dai più deboli;
frenare le passioni disoneste; disprezzare ciò che è abietto e cercare ciò
che è onesto senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà. Si dim ostra che
tali doveri devono bensì essere osservati da tu tti i cristiani, m a in modo
particolare dagli ecclesiastici.

179. La gloria della fortezza non consiste soltanto nelle forze


fisiche e nella m uscolatura, m a piuttosto nella virtù dell’animo *;
e la legge della virtù vuole non già che si rechi offesa, m a che la si
respinga. Chi, p u r potendo, non protegge un compagno dall'offesa,
è in colpa come chi offende. Il santo Mosè cominciò di qui a dare
prova del suo coraggio guerresco. Avendo visto un Ebreo percosso
da un Egiziano, lo difese fino ad abbattere lo stesso Egiziano e
a nasconderne il corpo nella sabbia. Anche Salomone dice: Salva
colui che è condotto a morte.
180. È ora abbastanza chiaro donde e Tullio e anche Panezio
e lo stesso Aristotele abbiano derivato questi insegnamenti. Ancor
prim a di questi due u ltim i2, anche Giobbe aveva detto: Ho salvato
il povero dalla mano del potente e ho aiutato il pupillo che non
aveva chi l’aiutasse. Scenda su di me la benedizione del morente.
Non fu veram ente forte costui che con tanto coraggio sopportò gli
assalti del diavolo e lo vinse con la virtù del suo animo? D'altra
parte non si deve dubitare della fortezza di colui al q u a le 3 il
Signore dice: Cingi come un valoroso i tuoi lombi; assumi maestà e
potenza; umilia ogni prepotente. Anche l'Apostolo dice: Avete una
fortissim a consolazione4. È forte dunque colui che, pur nel dolore,
trova conforto.
8 La Vulgata ha: conualuerunt de infirm itate, fortes facti sunt in bello
(E br 11, 34), che corrisponde al testo greco èSuvtttwiS-nffttv ànò àffd-svtCaq,
kyevfi&Tiffav Icx^poì. èv itoXéna). Il passo viene tradotto: « trassero forza dalla
loro debolezza, divennero forti in guerra » (CEI); « guarirono da inferm ità, ecc. »
(A. Penna). Se per il testo greco e per quello della Vulgata può sussistere
qualche incertezza sul significato di à c S iv e ia (infirm itas), nel caso di S. Am­
brogio la traduzione non può essere dubbia.
9 Si allude al pasto portatogli miracolosamente dal profeta Abacuc (Dan
14, 33-39).

1 Cf. Cic., De off., I, 23, 79.


2 L'his duobus si riferisce naturalm ente ad Aristotele e a Panezio, en­
tram bi più antichi di Cicerone e preferiti quindi quale riferim ento cronologico.
3 È sem pre Giobbe.
4 II testo della Vulgata (E br 6, 18) è un po’ diverso: ut... fortissim um
solatium habeam us (iva... Iff/upàv •rcapàxXr)<nv gx^E v).
134 DE OFFICIIS I, 181-184

181. E t re uera iure ea fortitudo uocatur, quando unusquis­


que se ipsum uincit, iram continet, nullis inlecebris em ollitur at­
que inflectitur, non aduersis perturbatur, non extollitur secundis
et, quasi uento quodam, uariarum rerum circum fertur m utatione.
Quid autem excelsius et magnificentius quam exercere mentem,
afficere carnem, in seruitutem redigere, u t oboediat imperio, con­
siliis obtem peret, u t in adeundis laboribus inpigre exsequatur pro­
positum animi ac uoluntatem ?
182. Haec igitur prim a uis fortitudinis, quoniam in duobus
generibus fortitudo spectatur animi. Primo, u t externa corporis
pro minimis habeat et quasi superflua despicienda magis quam
expetenda ducat; secundo, u t ea, quae sum m a sunt, omnesque res
in quibus honestas et illud npéitov cernitur, praeclara animi inten­
tione usque ad effectum persequatur. Quid enim tam praeclarum
quam u t ita anim um informes tuum , u t neque diuitias neque uo-
luptates neque honores in maximis constituas neque in his stu­
dium omne conteras? Quod cum ita affectus animo fueris, necesse
est u t illud honestum ac decorum praeponendum putes illique
m entem ita intendas tuam , ut, quidquid acciderit, quo frangi ani­
mi solent, u t patrim onii amissio aut honoris inm inutio aut obtrecta­
tio infidelium, quasi superior non sentias; deinde u t te salutis ipsius
pericula pro iustitia suscepta non moueant.

183. Haec uera fortitudo est, quam habet Christi athleta qui,
nisi legitime certauerit, non co ro n a tu r1. An mediocre tibi uidetur
praeceptum fortitudinis: Tribulatio patientiam operatur, patien­
tia probationem, probatio autem sp em ? g. Vide quot certam ina et
una corona! Quod praeceptum non dat nisi qui est confortatus in
Christo Iesu, cuius caro requiem non habebat. Afflictio undique:
foris pugnae, intus tim ores. E t quam uis in periculis, in laboribus
plurimis, in carceribus, in m ortibus positus, animo tam en non
frangebatur, sed proeliabatur, adeo u t potentior suis fieret infir­
m itatibus h.

184. Itaque considera quemadm odum eos qui ad officia ec­


clesiae accedunt, despicientiam rerum hum anarum habere debere
doceat: S i ergo m ortui estis cum Christo ab elementis huius m un­
di, quid adhuc uelut uiuentes de hoc mundo decernitis? Ne teti-

t 2 Tim 2, 5.
s Rom 5, 4.
h 2 Cor 11, 24 ss.
I DOVERI I , 181-184 135

181. A ragione si parla di fortezza, quando uno vince se stesso,


frena l’ira, non viene indebolito e piegato da nessuna lusinga, non
è turbato dalle avversità, non si esalta nella prosperità, non si
lascia trasportare qua e là, come da un vento, dai vari m utam enti
delle co se5. Che c’è di più eccelso e magnifico che esercitare la
mente, m ortificare la carne, soggiogarla perché obbedisca al
comando e si uniform i ai consigli, c o si6 da eseguire prontam ente,
di fronte alle difficoltà, la precisa volontà dell’animo?
182. Questo è il prim o significato di « fortezza », perché la
fortezza dell’animo si m anifesta sotto due a sp e tti7: primo, nel
considerare di nessun valore ciò che è fuori di n o i8 e nel ritenerlo,
appunto perché superfluo, disprezzabile piuttosto che desiderabile;
secondo, nel perseguire con nobile sforzo dell’animo, sino a raggiun­
gerli, i beni che sono più im portanti e tu tte le cose nelle quali si
scorge l’onestà e il conveniente ( npénov ) di cui s’è parlato. Nulla
c’è di così glorioso come l’educare l’animo a. non porre tra le cose
più im portanti né le ricchezze né i piaceri né gli onori e a non
sprecare nella loro ricerca ogni sforzo. Quando avrai così disposto
l ’animo tuo, necessariam ente riterrai preferibili l’onestà e il decoro
e ad essi rivolgerai la tu a mente. In tal caso, qualunque cosa
accada fra quelle che sogliono abbattere l'animo, come la perdita
del patrim onio, il pregiudizio dell’onore, la denigrazione da parte
degli infedeli, tu non l'avvertirai come chi è superiore a tu tto
ciò; inoltre non ti spaventeranno i pericoli per la tua stessa vita
affrontati in difesa della giustizia.
183. Questa è la vera fortezza posseduta dall'atleta di Cristo,
il quale, se non sostiene un regolare com battim ento, non riceve la
corona. Ti sem bra forse di poco conto questo precetto di fortezza:
La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata,
la virtù provata la speranza? Guarda quante lotte e una sola corona!
E tale precetto non dà se non colui che trovò conforto in Cristo
Gesù, colui la cui carne non conosceva rip o so 9. D appertutto affli­
zione: fuori lotte, dentro tim ori. E per quanto si trovasse nei
pericoli, fra moltissim e difficoltà, in carcere, esposto alla m orte,
tuttavia non si perdeva d'animo, m a combatteva fino a vincere le
sue debolezze.
184. Medita le ragioni con le quali l’Apostolo insegna che
chi accede agli uffici ecclesiastici deve nutrire disprezzo per le cose
umane: Se dunque siete m orti con Cristo ai principi di questo
mondo, perché ancora, come se foste vivi, giudicate di questo

5 Cf. Cic., De off., I, 20, 68.


8 R itengo che ut... exequatur n o n sia u n a rip re sa di ut oboediat, m a ab ­
b ia senso consecutivo, perch é esp rim e la conseguenza delVoboedire imperio,
consiliis obtemperare. Propositum animi ac uoluntatem è im o dei freq u en ti
esem pi d'abundantia stili.
7 Cf. Cic., De off., I, 20, 66.
8 Cf. O c ., Top. 23, 89: quae sunt aut anim i aut corporis aut extem a,
uel com m odo uel incommoda; cf. an ch e Ttisc., V, 9, 25: S i enim to t su n t in
corpore bona, to t extra corpus...
9 Cioè S. Paolo.
136 DE OFFICIIS I, 184-186

geritis, ne attaminaueritis, ne gustaueritis quae sunt omnia ad


corruptelam ipso usu \ E t infra: Si ergo consurrexistis cum Chris­
to, quae sursum sunt quaerite E t iterum : Mortificate ergo m em ­
bra uestra quae sunt super terram m. E t haec quidem adhuc om­
nibus fidelibus; tibi autem , fili, contem ptum diuitiarum , profa­
narum quoque et anilium fabularum suadet declinationem, nihil
perm ittens, nisi quod te exerceat ad pietatem , quia corporalis exer­
citatio nulli rei usui est, pietas autem ad omnia utilis n.

185. Exerceat ergo te pietas ad iustitiam , continentiam, m


suetudinem, u t fugias iuuenilia opera, confirm atus et radicatus in
gratia bonum fidei subeas certam en: non te inplices negotiis sae­
cularibus, quoniam deo m ilitas. Etenim, si is qui im peratori mili­
tat, a susceptionibus litium , actu negotiorum forensium , uendi-
tione m ercium prohibetur hum anis legibus, quanto magis qui fidei
exercet m ilitiam ab omni usu negotiationis abstinere debet, agellu­
li sui contentus fructibus, si habet; si non habet, stipendiorum
suorum fructu! Siquidem bonus testis est qui dicit: Iuuenis fui
et senui et non uidi iustum derelictum nec sem en eius quaerens
p a n em 0. Ea est enim tranquillitas anim i et tem perantia, quae
neque studio quaerendi afficitur neque egestatis m etu angitur.

Caput XXXVII

Seruandam, u t in prosperis, ita et in aduersis mentis aequalitatem ; m ala


tam en interdum declinanda.

186. Ea est etiam quae dicitur uacuitas animi ab angorib


u t neque in doloribus molliores simus neque in prosperis elatiores.
Quod si hi, qui ad capessendam rem publicam adhortantur ali­
quos, haec praecepta dant, quanto magis nos qui ad officium ec­
clesiae uocamur, talia debemus agere quae placeant deo, u t prae­
tendat in nobis uirtus Christi, et ita simus nostro probati impe­
ratori, u t m erita nostra arm a iustitiae sint, arm a non carnalia in
quibus peccatum regnet, sed arm a fortia deo quibus peccatum
destruatur, m oriatur caro nostra, u t in ea omnis culpa m oriatur
et quasi ex m ortuis uiuentes nouis resurgam us operibus ac mo­
ribus a.

i Coi 2, 20-22.
1 Coi 3, 1.
m Coi 3, 5.
« 1 Tim 4, 7-8.
» Ps 36, 25.

Rom 6, 12-13.
i doveri i , 184-186 137

m ondo?19. N on toccate, non prendete, non mangiate, tutte cose


destinate a corrompersi nel loro stesso uso. E più sotto: Se dunque
siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù. E ancora: Morti­
ficate dunque le vostre m em bra che sono sulla terra. E questo
dice, fin qui, per tu tti i fedeli; m a a te, figlio, raccom anda il
disprezzo delle ricchezze, suggerisce d'evitare anche le narrazioni
profane e le favole da vecchierelle u, non perm ettendoti se non ciò
che vale ad esercitarti alla pietà, perché l’esercizio del corpo non
serve a nulla, la pietà invece è utile a tutto.
185. La pietà dunque ti educhi alla giustizia, alla continen
alla m ansuetudine, cosi da fuggire le attività care ai giovani ed
affrontare, conferm ato e radicato nella grazia, la buona battaglia
per la fede, senza im pacciarti in faccende secolari, perché presti
servizio nell'esercito di Dio. Se a chi presta servizio nell'esercito
dell’im peratore è vietato dalle leggi um ane di difendere cause, di
tra tta re affari forensi, di vendere merci, quanto più colui che
m ilita sotto le insegne della fede deve astenersi da ogni traffico,
accontentandosi dei prodotti del suo campicello, se pur ne ha uno,
e se non ne ha, dell’am m ontare del proprio stipendio. Poiché è
buon testim one chi dice: Fui giovane ed invecchiai e non vidi
abbandonato il giusto né la sua discendenza cercar pane. Infatti
la vera tranquillità dell'animo e la vera tem peranza non sono
assillate dalla sete di guadagno né torm entate dal tim ore del­
l'indigenza.

Capitolo 37

Bisogna conservare sia nella prospera che neH 'aw ersa fortuna l’equilibrio
dell’animo. Tuttavia talvolta si debbono evitare i mali.

186. Anche la vera indifferenza alle preoccupazioni1 fa


modo che non siamo troppo deboli nei dolori né troppo sicuri di
noi nella p ro sp erità2. E se coloro che esortano alcuni a dedicarsi
all'attività politica danno questi p re c e tti3, quanto più noi, chiam ati
all'ufficio ecclesiastico, dobbiamo compiere ciò che piace a Dio.
Deve apparire in noi la virtù di Cristo, e dobbiamo essere cosi
accetti al nostro im peratore, che le nostre m em bra siano arm i di
giustizia, non arm i carnali in cui regni il peccato, m a arm i invinci­
bili al servizio di Dio, che distruggano il peccato, facciano m orire
la nostra carne perché in essa m uoia ogni colpa e, come rivivendo
da m orte, risorgiam o a nuove opere e a nuova vita.

10 II testo greco h a SoYiia-w^eff&e = « siete sottom essi alle decisioni »,


quindi « vi lasciate im porre decisioni o precetti ». Inoltre la Vulgata h a in
hoc m undo ( èv xioy.(p ) invece di de hoc m undo (Col 2, 20).
11 Anche Orazio (Sat., II, 6, 77-78) parla di aniles... fabéllas.

1 Cf. Cic., De off., I, 21, 73.


2 Cf. Cic., De off., I, 20, 69; 26, 90; cf. anche H or., Carm., II, 3, 14.
3 Cf. OC., De off., I, 21, 72.
138 DE OFFICIIS I , 187-191

187. Haec sunt plena honesti et decori officii stipendia


titudinis. Sed quia in om nibus quae agimus non solum quid ho­
nestum , sed etiam quid possibile sit quaerimus, ne forte adgre-
diam ur aliquid quod non possimus exsequi. Vnde nos tem ppre
persecutionis de ciuitate in ciuitatem concedere, immo u t uerbo
ipso utar, fugere uult dom inusb, ne tem ere aliquis, dum m artyrii
desiderat gloriam, offerat se periculis quae fortasse caro infirm ior
aut rem issior animus ferre ac tolerare non queat.

Caput XXXVIII
Aduersus futura incommoda m entem exercitatione roborandam nec non
confirm andam praeuidentia; et quae hic incurrant difficultates.

188. Nec rursus propter ignauiam cedere quis ac deserere


fidem debet m etu periculi. Qua gratia praeparandus est animus,
exercenda mens, stabilienda ad constantiam , u t nullis perturbari
anim us possit terroribus, nullis frangi molestiis, nullis suppliciis
cedere. Quae difficile quidem sustinentur; sed quia omnia suppli­
cia grauiorum suppliciorum uincuntur formidine, ideo, si consilio
firm es anim um tuum nec a ratione discedendum putes et proponas
diuini iudicii m etum , perpetui supplicii torm enta, potes animi su­
bire tolerantiam .

189. Hoc igitur diligentiae est, u t quis ita se conparet; illud


ingenii, si quis potest uigore m entis praeuidere quae futura sunt
et tam quam ante oculos locare quid possit accidere et quid agere
debeat, si ita acciderit, definire; interdum duo et tria simul uoluere
animo, quae coniciat aut singula aut coniuncta accidere posse et
aut singulis aut coniunctis disponere actus quos intellegat pro­
futuros.
190. Fortis ergo est uiri non dissimulare, cum aliquid immi­
neat, sed praetendere et tam quam explorare de specula quadam
m entis et obuiare cogitatione prouida rebus futuris, ne forte dicat
postea: Ideo ista incidi, quia non arbitrabar posse euenire. Deni­
que, nisi explorentur aduersa, cito occupant. Ut in bello inprouisus
hostis uix sustinetur et, si inparatos inueniat, facile opprim it, ita
anim um m ala inexplorata plus frangunt.

191. In his igitur duobus illa est anim i excellentia, u t


m um animus tuus bonis exercitus cogitationibus m undo corde
quod uerum et honestum est uideat {beati, enim, mundo corde, quia
ipsi etiam deum u id eb u n ta), atque id quod honestum est solum bo-

b Mt 10, 23.

Mt 5, 8.
I DOVERI I , 187-191 139

187. Questi sono i com piti4 della fortezza, pieni di obbli


onesti e decorosi. Ma siccome in tu tto ciò che facciamo non
cerchiamo solo che cosa sia onesto, m a anche che cosa sia possi­
bile, stiam o attenti a non affrontare per caso u n ’im presa che non
siamo in grado di condurre a term ine. Perciò, in tempo di perse­
cuzione, il Signore vuole che noi passiamo da una città all'altra,
anzi, per usare la parola esatta, « fuggiamo », perché non ci sia
chi in cerca della gloria del m artirio, si esponga tem erariam ente a
pericoli che forse la carne troppo debole o l'anim o troppo fiacco
non possano sopportare sino in fondo.

Capitolo 38
Contro i mali futuri l ’animo dev'essere rinvigorito con l'esercizio e forti­
ficato inoltre con la previdenza. Le difficoltà in questo campo.

188. D 'altra parte nessuno deve cedere per viltà e rinnegare


la fede per tim ore del pericolo. Con quale grazia l'animo dev’essere
preparato, la m ente esercitata, resa salda nella costanza, perché
l’animo stesso non sia turbato da nessun terrore, prostrato da
nessuna pena, vinto da nessun supplizio! A tutto ciò si resiste certa­
m ente con difficoltà; ma poiché tu tti i supplizi si vincono col
terrore di supplizi più gravi, se tu rinvigorisci l’animo tuo con la
riflessione e pensi che non bisogna scostarsi dalla ragione e ti
richiam i alla m ente il tim ore del giudizio divino e i torm enti del
supplizio eterno, puoi ottenere la forza necessaria per resistere.
189. Prepararsi cosi, dipende dalla diligenza; dipende invece
dall’ingegno poter prevedere il futuro con l’acutezza della m ente e
quasi m ettersi dinanzi agli occhi ciò che può accadere e stabilire
come com portarsi nel caso che questo si verifichi. Talvolta biso­
gnerà riflettere su due o tre situazioni che si suppone possano
verificarsi o separatam ente o insieme e, nell’uno o nell'altro caso,
predisporre gli atteggiam enti che si ritengono utili.
190. È proprio dell’uomo forte non nascondersi i pericoli che
lo minacciano, m a stare in guardia e, per cosi dire, spiare dall'osser­
vatorio della propria m ente e prevenire con previdente riflessione
le cose future, per non dire poi forse: « Sono caduto in queste
disgrazie perché non pensavo potessero accadere ». Insom m a le
disgrazie, se non si prevede il loro arrivo, ti piombano addosso
aU'improwiso. Come in guerra si resiste a fatica a un nemico
inatteso e, se ti coglie im preparato, facilmente ti annienta, così i
mali imprevisti abbattono maggiormente l'animo.
191. La superiorità dell’animo si fonda su due disposizioni:
anzitutto, il tuo animo, nutrito di buoni pensieri, deve vedere con
cuore puro ciò che è vero ed onesto (beati, infatti, i m ondi di cuore,
perché essi vedranno addirittura Dio) e giudicare buono solo ciò
ch’è onesto; in secondo luogo, non si deve lasciar turbare da

4 Cf. Sen., Ep., 93, 4: functum om nibus uitae humanae stipendiis.


140 DE OFFICIIS I , 191-194

num iudicet, deinde nullis pertu rb etu r occupationibus, nullis cu­


piditatibus fluctuet.
192. Neque uero id facile quisquam facit. Quid enim tam
ficile quam dispicere tam quam ex arce aliqua sapientiae opes alia-
que om nia quae plerisque uidentur magna et praecelsa? Deinde u t
iudicium tuum stabili ratione confirmes et quae iudicaueris leuia
tam quam nihil profutura contem nas? Deinde ut, si quid acciderit
aduersi idque graue et acerbum putetur, ita feras, u t nihil praeter
naturam accidisse putes, cum legeris: N udus sum natus, nudus
exibo. Quae dom inus dedit, dominus a b stu litb (utique et filios
am iserat et facultates), serues in omnibus personam sapientis et
iusti, sicut ille seruauit, qui ait: Sicut domino placuit, ita factum
est; sit nom en domini benedictum c; et infra: Sicut una insipien­
tium m ulierum locuta es. Si bona suscepimus de manu domini,
quae mala sunt non sustinebim us?d.

Caput XXXIX

Fortitudinem aduersus omnia uitia dimicare debere, praecipue aduersus


auaritiam , quod in sancto Iob docetur factum.

193. Non est igitur m ediocris nec discreta a ceteris animi


fortitudo, quae bellum cum uirtutibus gerat, sed quae sola defen­
dat ornam enta uirtutum om nium e t iudicia custodiat, et quae
inexpiabili proelio aduersus om nia uitia decernat, invicta ad labo­
res, fortis ad pericula, rigidior aduersus uoluptates, dura aduer­
sus inlecebras, quibus aures deferre nesciat nec, u t dicitur, « aue »
dicat, pecuniam neglegat, auaritiam fugiat tam quam labem quan-
dam quae uirtutem effeminet. Nihil enim tam contrarium forti­
tudini quam lucro uinci. Frequenter, pulsis hostibus, inclinata in
fugam aduersariorum acie, dum exuuiis caesorum capitur proelia­
tor, inter ipsos quos strauit m iserandus occubuit et trium phis
suis deiectae legiones, dum spoliis occupantur, hostem in se reuo-
carunt, qui fugerat.

194. Fortitudo igitur itam inm anem pestem repellat et pro­


tera t nec tem ptetur cupiditatibus nec frangatur m etu, quia uirtus
sibi constat, u t fortiter omnia persequatur uitia tam quam uirtutis
uenena; iracundiam uelut quibusdam propulset arm is, quae tollat
consilium, et tam quam aegritudinem uitet. Gloriae quoque caueat
appetentiam , quae frequenter nocuit inm oderatius expetita, sem-
per autem usurpata.

b Iob 1, 21.
= Iob 1, 21.
d Iob 2, 10.
I DOVERI I, 191-194 141

nessuna briga, non deve vacillare sotto l’impulso di nessuna


passione.
192. Ma ciò non si ottiene facilmente. Nulla è tanto diffi
quanto guardare indifferenti, come dall'alto d’ima rocca della
sapienza, le ricchezze e tu tte le altre cose che ai più sembrano
im portanti e sublimi; e conferm are poi il tuo giudizio con solide
ragioni e disprezzare come affatto inutili le cose che hai giudicato
senza importanza; inoltre, se ti capita qualche contrarietà giudi­
cata grave e dolorosa, sopportarla m ostrandoti convinto che non ti
è capitato nulla che non rientri nella condizione um ana (hai letto:
Sono nato nudo, nudo uscirò da questo mondo. Ciò che il Signore
ha dato, il Signore ha tolto — si noti che aveva perduto figli e
sostanze —); e com portarti in tu tte le circostanze da uomo saggio e
giusto, come si comportò Giobbe. Egli infatti disse: Come piacque
al Signore, cosi è accaduto: sia benedetto il nome del Signore; e
più sotto: Hai parlato come una donna stolta. Se abbiamo ricevuto
dalla mano del Signore i beni, non sopporteremo i m ali?

Capitolo 39

La fortezza deve lottare contro tu tti i vizi, come si insegna del santo
Giobbe.

193. La fortezza, dunque, non è virtù di poco conto né sepa­


rata dalle a ltr e *: com batte con le virtù, m a da sola difende l’onore
di tu tti e ne garantisce i criteri di giudizio; lotta implacabilmente
contro tu tti i vizi, invitta di fronte alle fatiche, coraggiosa davanti
ai pericoli, inflessibile contro i piaceri, insensibile alle lusinghe
cui non sa porgere orecchio né rivolgere, come suol dirsi, un
« ave »; disprezza il denaro, fugge l’avarizia come una peste che
fiacca la virtù. Nulla è tanto contrario alla fortezza quanto lasciarsi
vincere dall’avidità2. Spesso, dopo aver sconfitto i nemici e volto
in fuga lo schieram ento avversario, il soldato vincitore, sedotto
dalle spoglie degli uccisi, cadde m iseram ente fra coloro che aveva
abbattuto e gli eserciti, che pensavano al bottino, richiam arono
contro di sé il nemico che si era dato alla fuga, perdendo così il
frutto della vittoria.
194. La fortezza respinga ed annienti una così orribile peste,
non si lasci tentare dalla cupidigia, non si lasci abbattere dal
timore, perché la virtù, coerente con se stessa, deve com battere
tu tti i vizi, che per lei sono veleni. Respinga, per così dire con
le arm i in pugno, l’iracondia, perché toglie il lume della ragione, e
la eviti come ima m alattia. Si guardi anche dal desiderio di gloria
che, se cercata senz’alcun ritegno, di frequente suol nuocere, nuoce
sempre una volta rag g iu n ta3.

1 Vedi sopra, I, 35, 176.


2 Cf. Cic., De off., I, 20, 68.
3 Cf. Cic., De off., I, 19, 65.
142 DE OFFICIIS I, 195-197

195. Quid horum sancto Iob uel in u irtute defuit uel in u


obrepsit? Quomodo laborem aegritudinis, frigoris, famis pertulit?
Quomodo despexit salutis periculum ? Num quid rapinis diuitiae
coaceruatae, de quibus tanta inopibus affluebant? Num quid aua-
ritiam census aut uoluptatis studia cupiditatesque excitauit? Nùm-
quid trium regum iniuriosa contentio uel seruorum contumelia
in iram excussit? Num quid gloria sicut leuem extulit, qui inpre-
cabatur grauia sibi, si um quam uel non uoluntariam celauisset
culpam uel reueritus esset m ultitudinem plebis, quom inus adnun-
tiaret eam in conspectu omnium? Neque enim consentaneae sunt
uitiis uirtutes, sed sibi constant. Quis igitur tam fortis quam sanc­
tus Iob, cui secundus adiudicari potest, qui parem uix repperit?

Caput XL

V irtutem bellicam nostris etiam defuisse ueterum exemplis maxime-


que praeclaro Eleazari facto dem onstratur.

196. Sed fortasse aliquos bellica defixos gloria tenet, u t


tent solam esse proeliarem fortitudinem et ideo me ad haec de­
flexisse, quia illa nostris deforet. Quam fortis Iesus Naue, u t uno
proelio quinque reges captos sterneret cum populis suis a. Deinde,
cum aduersum Gabaonitas surgeret proelium et uereretur ne nox
inpediret uictoriam , m agnitudine m entis et fidei clamauit: Stet
sol; et s te titb, donec uictoria consum m aretur. Gedeon in trecentis
uiris de ingenti populo et acerbo hoste reuexit triu m p h u m 0. Iona-
tha adulescens uirtutem fecit in magno proelio d. Quid de Macca-
baeis loquar?

197. Sed prius de populo dicam patrum qui, cum essent


rati ad repugnandum pro templo dei et pro legitimis suis, dolo
hostium die lacessiti sabbati, m aluerunt uulneribus offerre nuda
corpora quam repugnare, ne uiolarent sab b atu m e. Itaque omnes
laeti se obtulerunt m orti. Sed Maccabaei considerantes quod hoc
exemplo gens omnis posset perire, sabbato etiam, cum ipsi in bel­
lum prouocarentur, ulti sunt innocentium necem fratrum suorum.
Vnde postea stim ulatus rex Antiochus, cum bellum accenderet
per duces suos Lysiam, Nicanorem, Gorgiam, ita cum orientalibus
suis et Assyriis attritu s est copiis, u t quadraginta et octo milia in
medio campi a tribus milibus prosternerentur.

* Ios 10, 5-27.


b Ios 10, 12-13.
c Iud 7.
d 1 Reg 14, 1-15.
« 1 Mach 2, 32-38.
i d overi i , 195-197 143

195. Che cosa mancò al santo Giobbe in fatto di virtù, o


insinuò in lui in fatto di vizio? Come sopportò le sofferenze della
m alattia, del freddo, della fame? Come disprezzo il pericolo per
la sua vita? Forse furono accum ulate con ruberie le sue ricchezze
in tanta parte distribuite ai poveri? Forse i beni in suo possesso lo
indussero all'avarizia o alla ricerca del piacere e ai desideri illeciti?
Forse la discussione offensiva con i tre signori o le ingiurie dei
servi lo spinsero all'ira? Forse la gloria fece insuperbire come un
fatuo un uomo come lui che invocava gravi castighi sopra di sé se
mai avesse celato una colpa, anche involontaria, o se, per vergogna
della m oltitudine del popolo, avesse esitato a confessarla davanti a
tutti? Le virtù non fanno concessioni ai vizi, m a sono coerenti con
sé stesse. Chi dunque fu cosi forte come il santo Giobbe? A chi
può egli essere considerato secondo, se a stento trova chi gli
sia pari?

Capitolo 40

Si dim ostra con gli esempi degli antichi e soprattutto con la gloriosa
im presa di Eleazaro che anche ai nostri non mancava il valore militare.

196. Ma taluni forse sono cosi attaccati alla gloria m ilitare


da pensare che la fortezza nei com battimenti sia l’unica e suppon­
gono che io mi sia rivolto a queste altre form e perché quella
m anca ai nostri. Quanto fu forte Giosuè che in una sola battaglia
catturò oinque re e li sterm inò con i loro popoli! Successivamente,
all’inizio della battaglia contro i Gabaoniti, temendo che la notte
impedisse la vittoria, con grandezza d’animo e di fede gridò: Si
ferm i il sole; e il sole si ferm ò, finché non fu raggiunta la completa
v itto ria 1. Gedeone con trecento uomini riportò il trionfo su un
popolo immenso, feroce nemico degli Isra e liti2. Gionata, ancora
in giovane età, m ostrò il suo valore in una grande battaglia. Che
dire dei Maccabei?
197. Ma prim a parlerò del popolo dei nostri padri i quali,
essendo pronti a lottare per il tempio di Dio e per le loro leggi,
sorpresi con un inganno dai nemici in giorno di sabato, preferirono
offrire ai colpi i corpi indifesi piuttosto che resistere violando il
sabato. Di conseguenza tu tti andarono incontro lietam ente alla
m orte. Ma i Maccabei, considerando che, se quest’esempio fosse
stato normale, tu tto il popolo sarebbe potuto perire, a loro volta
sfidati a com battere, pu r essendo di sabato vendicarono la strage
dei loro fratelli innocenti. Irrita to per questo fatto il re A ntioco3,
riaccesa la guerra sotto la guida dei suoi generali Lisia, Nicanore e
Gorgia, con i suoi orientali e gli Assiri subì una catastrofe: quaran-
tottom ila vennero uccisi sul campo da trem ila avversari.
1 Vedi II, 20, 99 e n. 3.
2 Si allude alla vittoria contro i M adianiti (Giud 7).
3 Antioco IV Epifane, sul trono dal 175 al 163 a.Cr. La spedizione di cui si
parla qui è della prim avera del 165 a.Cr. (1 Macc 3, 38 ss.).
144 DE OFFICIIS I, 198-200

198. Virtutem ducis Iudae Maccabaei de uno eius m ilite c


siderate. Namque E leazarusf, cum superem inentem ceteris ele­
phantum , lorica uestitum regia, aduerteret, arbitratus quod in eo
rex esset, cursu concito in m edium legionis se proripuit et abiec-
to clipeo utraque m anu interficiebat bestiam, atque intrauit et
subiecto gladio interem it eam. Itaque cadens bestia oppressit
Eleazarum, atque ita m ortuus est. Quanta igitur uirtus animi, pri­
mo, u t m ortem non tim eret; deinde, u t circumfusus legionibus ini­
m icorum in confertos raperetur hostes, medium penetraret agmen
et contem pta m orte ferocior, abiecto clipeo, utraque m anu uulne-
ratae molem bestiae subiret ac sustineret, post intra ipsam succe­
deret, quo pleniore feriret ictu! Cuius ruina inclusus magis quam
oppressus suo est sepultus trium pho.

199. Nec fefellit opinio uirum , quamuis regius fefellerit


bitus. Tanto enim uirtutis spectaculo defixi hostes inermem, occu­
patum incursare non ausi, post casum ruentis bestiae sic trepida-
uerunt, u t inpares se omnes unius uirtu ti arbitrarentur. Denique
rex Antiochus, Lysiae filius, qui cum centum uiginti milibus ho­
minum arm atus uenerat et cum triginta duobus elephantis, ita ut
ab ortu solis per singulas bestias uelut m ontes quidam arm orum
corusco, tam quam lam padibus ardentibus, refulgerent, unius ter­
ritus fortitudine pacem rogauit. Itaque Eleazarus heredem uir­
tutis suae pacem reliquit. Sed haec trium phorum sint.

Caput XLI

Laudata Iudae et Ionathae m agnitudine animi, m artyrum in tolerando


constantia, quae pars est non m inim a fortitudinis, ob oculos ponitur.

200. Verum quia fortitudo non solum secundis rebus,


etiam aduersis probatur, spectamus Iudae Maccabaei exitum. Is
enim, post uictum Nicanorem, regis Demetrii ducem, securior ad­
uersus uiginti milia exercitus regis cum nongentis uiris bellum

f 1 Mach 6, 43-47.
I doveri i , 198-200 145

198. Giudicate il valore del generale Giuda Maccabeo da quello


d’uno dei suoi soldati. Infatti Eleazaro, notato un elefante, supe­
riore per altezza a tu tti gli altri e ricoperto d’un’arm atura regale,
pensando che sopra vi fosse il re si lanciò di corsa in mezzo allo
schieram ento nemico e, gettato lo scudo, dopo aver tentato di
uccidere l’animale con entram be le m a n i4, si cacciò sotto di esso
e, puntata la spada contro il suo ventre, lo ammazzò. La bestia
cadendo schiacciò Eleazaro che in tal modo mori. Grande fu il
suo valore: in prim o luogo non tem ette la m orte; poi, circondato
dalle schiere avversarie, si lanciò contro i ranghi serrati dei nemici,
penetrò in mezzo al loro schieram ento e, più deciso per il disprezzo
della m o rte 5, gettato lo scudo, si fece sotto ed affrontò la mole
della bestia ferita con entram be le mani, quindi si cacciò sotto di
essa per trafiggerla con un colpo più decisivo! Im prigionato più
che sopraffatto dal rovinoso crollo dell'animale, fu sepolto dal
suo trio n fo 6.
199. La supposizione fatta non ingannò l’eroe, anche se l’aveva
ingannato la b ardatura regale. Infatti, i nemici, sbigottiti alla vista
di tanto coraggio, non avendo osato assalirlo sebbene indifeso e
alle prese con l’elefante, dopo il crollo della bestia furono colti da
tale terrore da ritenersi tu tti im pari al valore di quel solo. Il re
Antioco, figlio di L isia7, che era venuto in arm i con centoventimila
uomini e trentadue elefanti (dal levar del sole i singoli animali
risplendevano simili a m onti rilucenti per il bagliore delle arm i
come se ardessero delle fiaccole8), atterrito dal coraggio di un solo
uomo, chiese la pace. Cosi Eleazaro lasciò la pace quale eredità
del suo eroismo. Ma queste imprese siano m ateria per chi narra
trionfi.

C apitolo 41

Lodata la grandezza d’animo di Giuda e di Gionata, viene posta sotto gli


occhi la fermezza dei m artiri di fronte ai torm enti, la quale è parte
non trascurabile della fortezza.

200. Siccome la fortezza si dim ostra non solo nei successi


anche nelle avversità, consideriamo la m orte di Giuda Maccabeo.

4 I Settanta (1 Macc 6, 45-46) scrivono: x a i ÈS-avorrou S e |ià x a i EÙwvup-a


(e uccideva a destra e a sinistra), x a i è c x ^ o v to dm’ aùxoù Èv-9-a xa i 'évd-a xa i
EÌffÉSu ùnò t ò v ÈXécpavra. Come si vede, S. Ambrogio non riproduce esat­
tam ente il testo.
5 Che si tra tti di una reminiscenza oraziana? Cf. Hor., Carm., I, 37, 29:
deliberata m orte ferocior (riferito a Cleopatra).
6 Questo paragrafo costituisce un efficace squarcio oratorio, anche se ri­
sente, com’è naturale, dell’insegnamento retorico dell’epoca.
7 L’Antioco di cui si parla qui è Antioco V Eupatore (163-162 a.Cr.), figlio
di Antioco IV Epifane e non di Lisia, ch’era il suo tutore (1 Macc 6, 17).
Quando sali al trono, aveva solo nove anni ( R i c c i o t t i , op. cit., II, p. 63; sul­
l'episodio di Eleazaro, II, pp. 295-296).
8 Cf. 1 Macc 6, 39; E t refulsit sol in clypeos aureos et aereos, resplen­
duerunt m ontes ab eis et resnlenduerunt sicut lampades ignis.
146 DE OFFICIIS I , 200-203

adórsus, uolentibus his cedere, ne m ultitudine opprim erentur,


gloriosam magis m ortem quam turpem fugam suasit: Ne crimen,
inquit, nostrae relinquamus gloriaea. Itaque commisso proelio,
cum a prim o o rtu diei ad uesperam dim icaretur, dextrum cornu,
in quo ualidissimam m anum aduertit hostium , adgressus facile
auertit. Sed dum fugientes sequitur, a tergo uulneri locum prae­
b u it15; ita gloriosiorem trium phis locum m ortis inuenit.

201. Quid Ionathan, fratrem eius, attexam , qui, cum parua


m anu aduersus exercitus regios pugnans, desertus a suis e t cum
duobus tantum relictus reparauit bellum, avertit hostem , fugitan­
tes suos ad societatem reuocauit triu m p h i?'.

202. Habes fortitudinem bellicam, in qua non mediocris ho­


nesti ac decori form a est, quod m ortem seruituti praeferat ac
turpitudini. Quid autem de m artyrum dicam passionibus? E t ne
longius uagemur, num m inorem de superbo rege Antiocho Mac-
cabaei pueri reuexerunt trim phum quam parentes proprii? Siqui­
dem illi arm ati, isti sine arm is uicerunt. Stetit inuicta septem pue­
rorum cohors, regis cincta legionibus; defecerunt supplicia, ces-
sauerunt tortores, non defecerunt m artyres d. Alium corium capi­
tis exutus speciem m utauerat, uirtutem auxerat; alius linguam
iussus am putandam prom ere respondit: Non solos dominus audit
loquentes, qui audiebat Moysen tacen tem e. Plus audit tacitas co­
gitationes suorum quam uoces omnium. Linguae flagellimi times,
flagellum sanguinis non times? H abet et sanguis uocem suam qua
clam at ad deum, sicut clam auit in A belf.

203. Quid de m atre loquar, quae spectabat laeta filior


quot funera tot tropaea et m orientium uocibus tam quam psallen­
tium cantibus delectabatur, pulcherrim am uentris sui citharam in
filiis cernens et pietatis harm oniam omni lyrae num ero dul­
ciorem? E.

a 1 Mach 9, 10.
b 1 Mach 9, 1-18.
« 1 Mach 11, 67-74.
<» 2 Mach 7, 1-19.
« Ex 14, 15.
f Gen 4, 10.
« 2 Mach 7, 20-23.
I doveri i , 200-203 147

Egli, vinto Nicànore, generale del re Demetrio *, con troppo ardi­


m ento affrontò la guerra con novecento u om ini2 contro i venti­
mila dell’esercito regio. M entre i suoi volevano ritirarsi per non
essere sopraffatti dalla superiorità numerica, li convinse a prefe­
rire una m orte gloriosa ad una vergognosa fuga: Non lasciamo,
disse, questa macchia sulla nostra gloria. Attaccata battaglia, gli
scontri si protrassero dall’alba fino a sera. Giuda, assalita l’ala de­
stra, dove s’era accorto che stava il nerbo delle forze nemiche,
la mise facilm ente in rotta. Ma m entre inseguiva i fuggitivi, offri
il destro di colpirlo alle spalle: cosi trovò ima m orte più gloriosa
d’ogni trionfo.
201. Che dire di suo fratello Gionata? Abbandonato dai suoi
m entre con un piccolo drappello combatteva contro gli eserciti
del re e rim asto soltanto con due compagni, riprese la lotta e ri­
chiamò i suoi che stavano fuggendo perché condividessero il suo
trionfo 3.
202. C’è una fortezza guerresca nella quale appare una for­
m a non comune di onestà e di decoro perché preferisce la m orte
alla servitù e ali-infamia. Che dirò dei torm enti dei m artiri? Per
non allontanarci dall’argomento, forse che i giovani Maccabei ri­
portarono sul superbo re A ntioco4 un trionfo meno grande dei lo­
ro padri? Questi vinsero con le armi; quelli, senz’arm i. Resistette
invitta quella coorte di sette giovani, sebbene circondata dalle le­
gioni del r e 5; vennero meno i supplizi, desistettero stanchi i car­
nefici, non si piegarono i m artiri. Uno, dopo che gli era stato
strappato il cuoio capelluto, aveva m utato aspetto, m a aveva au­
m entato il coraggio; un altro, invitato a sporgere la lingua, che
doveva essergli mozzata, rispose: « Il Signore, che ascoltava Mosè
senza che avesse bisogno di parlare, non ascolta solo quelli che
parlano. Ascolta di più i taciti pensieri dei suoi che la voce di
tu tti gli altri. Tu tem i il flagello della lingua; non tem i il flagello
del sangue? Anche il sangue ha una sua voce, con la quale grida
a Dio come gridò per Abele » 6.
203. Che dire della m adre che contemplava lieta nei figli mor­
ti altrettanti trofei e godeva della voce dei m orenti come delle
melodie di cantori in preghiera? Vedeva in essi la cetra bellissi­
ma del suo grembo e nella loro fedeltà alla legge di Dio sentiva
u n ’arm onia più dolce d’ogni m usica di lira.

1 Demetrio I Soter (162-150 a.Cr.) era salito al trono con la protezione di


Roma, dopo aver fatto uccidere Antioco V e Lisia ( R i c c i o t t i , op. cit., II, p .
63). Nicanore fu vinto e ucciso da Giuda Maccabeo nel marzo del 160 a.Cr.
Lo stesso Giuda cadde a Elasa neU’aprile del 160 a.Cr. (II, pp. 302-304).
2 Sec. 1 Macc 9, 6, i soldati rim asti con Giuda erano ottocento.
3 Cf. 1 Macc 11, 67-74. L’episodio avvenne ad H asor (Casor), in Galilea
( R ic c io t t i , op. cit., II, p . 316).
4 Si tra tta di Antioco IV Epifane ( R i c c i o t t i , op. cit., II, pp. 272-273).
5 Si noti l’uso dei term ini m ilitari, che continua il confronto fra padri e
figli. La coorte era parte d ’una legione.
6 S. Ambrogio attribuisce liberam ente queste parole al terzo dei fratelli
Maccabei, anche se di fatto non si trovano nella S crittura (2 Macc 7, 10-12).
Cf. A m b r ., De lac. et uit. beat., II, 11, 53.
148 de o f f ic iis i , 204-206

204. Quid de bimulis h loquar, qui ante palm am uictoriae ac­


ceperunt quam sensum naturae? Quid de sancta Agne, quae in
duarum m axim arum posita periculo, castitatis et salutis, castita­
tem protexit, salutem cum inm ortalitate commutaUit?

205. Non praeteream us etiam sanctum Laurentium qui, cum


uideret Xystum episcopum suum ad m artyrium duci, flere coepit
non passionem illius, sed suam remansionem. Itaque his uerbis
appellare coepit: Quo progrederis sine filio, pater? Quo, sacerdos
sancte, sine diacono properas tuo? Num quam sacrificium sine
m inistro offerre consueueras. Quid in me ergo displicuit, pater?
Num degenerem probasti? Experire certe utru m idoneum mini­
strum elegeris. Cui commisisti dominici sanguinis consecrationem,
cui consumm andorum consortium sacram entorum , huic tui sangui­
nis consortium negas? Vide ne periclitetur iudicium tuum , dum for­
titudo laudatur. Abiectio discipuli detrim entum est m agistri. Quid
quod illustres et praestantes uiri discipulorum certam inibus quam
suis uincunt? Denique Abraham filium obtulit Petrus S tephanum 1
praem isit. Et tu, pater, ostende in filio uirtutem tuam ; offer
quem erudisti, u t securus iudicii tui com itatu nobili peruenias ad
coronam.

206. Tunc Xystus ait: Non ego te, fili, derelinquo ac dese
sed m aiora tibi debentur certam ina. Nos quasi senes leuioris pu­
gnae cursum recepimus, te quasi iuuenem m anet gloriosior de
tyranno trium phus. Mox uenies, flere desiste; post triduum me
sequeris. Sacerdotem et leuitam hic m edius num erus decet. Non
erat tuum sub m agistro uincere, quasi adiutorem quaereres. Quid
consortium passionis meae expetis? Totam tibi hereditatem eius
dimitto. Quid praesentiam m eam requiris? Infirm i discipuli ma­
gistrum praecedant, fortes sequantur, u t uincant sine magistro,
qui iam non indigent magisterio. Sic e t HeMas Helisaeum reliquit.
Tibi ergo mando nostrae uirtutis successionem.

h Mt 2, 16-18.
i Gen 22, 9.
i Act 7, 57.

205, 9. sanguinis tui Krabinger tui sanguinis codd.


I d overi i , 204-206 149

204. Che dire dei bimbi di due anni che ottennero la palma
della vittoria prim a di aver coscienza di ciò che li circondava?7.
Che dire di santa Agnese? Esposta al pericolo di perdere i due
beni più preziosi, la castità e la vita, difese la castità e scambiò
la vita con l’im m ortalità8.
205. Non trascuriam o san Lorenzo, che, vedendo il suo ve­
scovo Sisto condotto al m artirio, cominciò a piangere non perché
quello era condotto a m orire, ma perché egli doveva sopravviver­
gli 9. Cominciò dunque a dirgli a gran voce: « Dove vai, padre,
senza tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo
diacono? Non offrivi mai il sacrificio senza m inistro. Che ti è
spiaciuto dunque in me, o padre? Forse mi hai trovato indegno?
Verifica almeno se hai scelto un m inistro idoneo. Non vuoi che
versi il sangue insieme con te colui al quale hai affidato il sangue
del Signore10, colui che hai fatto partecipe della celebrazione dei
sacri m isteri? S ta’ attento che, m entre viene lodata la tua fortez­
za, il tuo discernim ento non vacilli. Il disprezzo per il discepolo
è danno per il m aestro. È necessario ricordare che gli uomini
grandi e famosi vincono con le prove vittoriose dei loro disce­
poli più che con le proprie? Infine Abramo offri suo figlio, Pie­
tro m andò innanzi Stefano Anche tu, o padre, m ostra in tuo
figlio la tua virtù; offri chi hai educato, per giungere al prem io
eterno in gloriosa compagnia, sicuro del tuo giudizio ».
206. Allora Sisto gli rispose: « Non ti lascio, non ti abban­
dono, o figlio; m a ti sono riservate prove più difficili. A noi, per­
ché vecchi, è stato assegnato il percorso d'una gara più facile; a
te, perché giovane, è destinato un più glorioso trionfo sul tiranno.
Presto verrai, cessa di piangere: fra tre giorni m i seguirai. Tra
un vescovo e un levita è conveniente ci sia questo intervallo12.
Non sarebbe stato degno di te vincere sotto la guida del m aestro,
come se cercassi un aiuto. Perché chiedi di condividere il mio
m artirio? Te ne lascio l’intera eredità. Perché esigi la m ia presen­
za? I discepoli ancor deboli precedano il m aestro, quelli già for­
ti, che non hanno più bisogno d’insegnamenti, lo seguano per
vincere senza di lui. Così anche Elia lasciò Eliseo. Ti affido la
successione della m ia virtù ».

7 I SS. Innocenti.
8 Su S. Agnese, vittim a della persecuzione probabilm ente nell’anno 303,
sotto Diocleziano, vedi in breve Enc. catt., I, 467468. S. Ambrogio parla di
lei anche nel De uirginibus (II, 7-9).
9 S. Lorenzo fu m artirizzato il 10 agosto 258, poco dopo S. Sisto II, pon­
tefice dal 257 al 258; cf. A m b r ., Ep., XXXVII, 36-37, dove si ricordano anche S.
Agnese e i fratelli Maccabei; inoltre De off., II, 28, 140.
10 Intendo consecratio in senso concreto, e cioè « sangue consacrato ».
Sulla scorta dei codici scrivo tui sanguinis, anche perché in tal modo si po­
ne in risalto il tui, stabilendo una chiara sim m etria con dominici.
11 Cioè S. Stefano protom artire (Atti 7, 54-60).
u L’intervallo di tre giorni corrisponde ai tre gradi nell’ordine del sacer­
dozio: diacono, presbitero, vescovo (Maurini). Sull’uso di sacerdos per desi­
gnare il vescovo, vedi D u d d e n , op. cit., I, p. 131, n. 8.
150 DE OFFICIIS I, 207-210

207. Talis erat contentio, digna sane de quo certarent sac


dos et m inister, quis prior pateretur pro Christi nomine. In fa­
bulis ferunt tragicis excitatos theatri magnos esse plausus, cum se
Pylades Orestem diceret, Orestes, u t erat, Orestem se esse adse-
ueraret: ille, u t pro Oreste necaretur, Orestes, ne Pyladem pro se
pateretur necari. Sed illis non licebat uiuere, quod uterque esset
parricidii reus: alter, qui fecisset, alter, qui adiuuisset. Hic Lau­
rentium sanctum ad hoc nullus urguebat, nisi am or deuotionis;
tam en et ipse post triduum , cum inluso tyranno inpositus super
craticulam exureretur: Assum est, inquit, uersa et manduca. Ita
uirtute animi uincebat ignis naturam .

Caput XLII

Potestates non inritandas neque adulationi praebendas aures.

208. Cauendum etiam reor ne, dum aliqui nim ia gloriae du­
cuntur cupiditate, insolentius abutantur potestatibus et plerum ­
que auersos a nobis animos gentilium in studia persecutionis ex­
citent atque inflam m ent ad iracundiam . Itaque, u t illi perseuerare
possint et supplicia uincere, quantos perire faciunt?

209. Prospiciendum etiam ne adulantibus aperiam us aurem;


emolliri enim adulatione non solum fortitudinis non esse, sed etiam
ignauiae uidetur.

Caput XLIII

De tem perantia et praecipuis eius partibus, nim irum animi tranquilli­


tate ac moderatione, honestatis cura et decoris consideratione.

210. Quoniam de tribus uirtutibus diximus, restat u t de qu


ta uirtute dicamus, quae tem perantia ac m odestia uocatur; in qua
I d overi i , 207-210 151

207. C 'era fra loro una gara, veram ente degna d’essere co
b attu ta da un vescovo e da un diacono: chi p er prim o dovesse
soffrire per Cristo. Dicono che nelle rappresentazioni tragiche gli
spettatori scoppiassero in grandi applausi, quando Pilade diceva
di essere Oreste e Oreste, com 'era di fatto, afferm ava di essere
Oreste, quello p er essere ucciso al posto di Oreste, Oreste per
im pedire che Pilade fosse ucciso al suo p o s to 13. Ma essi non avreb­
bero dovuto vivere, perché entram bi erano rei di parricidio: l'uno
perché l'aveva commesso, l'altro perché era stato suo complice.
Nel nostro caso nessun desiderio spingeva san Lorenzo se non
quello d'im m olarsi p er il Signore. E anch'egli, tre giorni dopo,
m entre, beffato il tira n n o 14, veniva bruciato su una graticola:
« Questa parte è c o tta 15, disse, volta e mangia ». Cosi con la sua
forza d'anim o vinceva l’ardore del fuoco.

Capitolo 42

Non bisogna irritare le au to rità né prestare orecchio alle adulazioni.

208. Bisogna evitare che alcuni, lasciandosi trascinare da uno


smodato desiderio di gloria, si com portino troppo insolentemen­
te con le autorità e spingano l'anim o dei pagani, che per lo più
ci è contrario, a volerci perseguitare e lo infiammino all'ira. Quan­
ti fanno perire costoro per potersi m ostrare perseveranti e più
forti dei supplizi?1.
209. Dobbiamo stare attenti anche a non prestare orecchio
a coloro che ci adulano2, perché lasciarsi lusingare dall'adula­
zione non solo non è segno di fortezza, m a è anzi indice di viltà.

Capitolo 43

La tem peranza e i suoi principali aspetti, cioè la tranquillità dell’ammo


e la moderazione, la cura dell’onestà e la considerazione per il decoro.

210. Illustrate tre virtù, ci resta da tra tta re la quarta, de


tem peranza o dominio di sé, nella quale si considerano e si ri-

13 Cf. Cic., De fin., V, 22, 63: Qui clamores uulgi atque imperitorum ex­
citantur in theatris, cum illa dicuntur: Ego sum Orestes, contraque ab altero:
Immo enimuero ego sum, inquam, Orestesì I versi citati da Cicerone appar­
tengono ad un a tragedia di Pacuvio (Cic., De amie., 7, 24), si crede il Dulo-
restes, nella quale, sul modello déU’Ifigenia in Aulide euripidea, Pilade cerca
di salvare l’amico Oreste che il re Toante voleva uccidere.
14 Penso si alluda stila distribuzione dei beni della Chiesa, fa tta in pre­
cedenza ai poveri.
15 Evidentemente assum est sottintende latus.

1 In rapporto al nimia gloriae ducuntur cupiditate , credo che Vut non


possa intro d u rre che una proposizione finale.
2 Cf. Cic., De off-, I, 26, 91.
152 DE OFFICIIS I , 210-214

maxima tranquillitas animi, studium m ansuetudinis, m oderationis


gratia, honesti cura, decoris consideratio spectatur et quaeritur.

211. Ordo igitur quidam uitae nobis tenendus est, u t a uere­


cundia prim a quaedam fundam enta ducantur, quae socia ac fa­
m iliaris est m entis placiditati, proteruiae fugitans, ab om ni aliena
luxu, sobrietatem diligit, honestatem fouet, decorum illud requirit.

212. Sequatur conuersationis electio, u t adiungamus proba­


tissimis quibusque senioribus. Namque, u t aequalium usus dul­
cior, ita senum tutior est, qui m agisterio quodam et ductu uitae
colorat mores adulescentium et uelut m urice probitatis inficit.
Namque, si hi, qui sunt ignari locorum, cum sollertibus uiarum
iter adoriri gestiunt, quando magis adulescentes cum senibus de­
bent nouum sibi iter uitae adgredi, quom inus errare possint et a
uero tram ite uirtutis deflectere! Nihil enim pulchrius quam eos­
dem et m agistros uitae et testes habere.

213. Quaerendum etiam in omni actu quid personis, tempo­


ribus conueniat atque aetatibus, quid etiam singulorum ingeniis
sit adcommodum. Saepe enim quod alterum decet, alterum non
decet. Aliud iuueni aptum , aliud seni; aliud in periculis, aliud in
rebus secundis.

214. Saltauit ante arcam domini Dauid a, non saltauit Samuel;


nec ideo ille reprehensus, sed magis iste laudatus. M utauit uultum
coram rege, cui nom en A nchusb; at hoc si rem ota fecisset for­
midine quominus cognosceretur, nequaquam leuitatis reprehensio­
ne carere potuisset. Saul quoque, uallatus choro prophetarum ,
etiam ipse prophetauit, et de solo quasi indigno m em oratum est:
E t Saul inter prophetas! °.

» 2 Reg 6, 14.
» 1 Reg 21, 13.
= 1 Reg 19, 24.

214, 3. contra regem Krabinger; sed uide p. 322.


I DOVERI I , 210-214 153

cercano soprattutto la tranquillità dell’animo 1, l'am ore alla m an­


suetudine, la grazia della moderazione, la cura dell'onestà, la sti­
m a per il decoro.
211. Dobbiamo praticare un metodo di vita, che derivi, per
cosi dire, i prim i fondam enti dalla modestia, la quale è compagna
ed amica della tranquillità dell'animo, evita la protervia, è aliena
da ogni mollezza, am a la sobrietà, favorisce l’onestà, cerca il de­
coro di cui s’è parlato.
212. Dopo di ciò si scelgano le nostre relazioni2 frequentan­
do gli anziani più stim ati. Come è più gradevole la compagnia dei
coetanei, cosi è più sicura quella degli anziani. Questa, offrendo un
insegnamento e un modello di vita, influisce sulla condotta dei
giovani e, per cosi dire, la tinge con la porpora dell’o n e stà 3. Se
coloro che non conoscono i luoghi desiderano m ettersi in viaggio
con chi conosce la strada, quanto più i giovani, per non commet­
tere errori e non deviare dall’autentico sentiero della virtù, devo­
no affrontare in compagnia dei vecchi il cammino della vita, che
compiono per la prim a volta. Non c'è niente di più bello che aver­
li ad un tem po per m aestri e testim oni della vita.
213. Si deve anche cercare in ogni azione che cosa sia con­
veniente alle persone, alle circostanze e all’età; inoltre che cosa
sia adatto all’indole di ciascuno. Spesso, infatti, ciò che conviene
ad uno, non conviene ad un altro. Una cosa è adatta ad un gio­
vane, un’altra ad un vecchio; una cosa nei pericoli, u n ’altra nella
prosperità.
214. Davide danzò davanti all’arca del Signore, non danzò
Samuele; né per questo il prim o fu rim proverato, m a piuttosto
fu lodato il secondo. Davide alterò il suo volto al cospetto del re
chiam ato A nchus4; m a se l’avesse fatto quando non c'era il ti­
m ore d'essere riconosciuto, non avrebbe potuto in alcun modo
evitare il rim provero d'essere poco serio. Anche Saul, circondato
da ima schiera di profeti, profetò anch'egli, e solo di lui, come di
chi ne era degno, si fece menzione: Anche Saul tra i p ro fe ti5.

1 Cf. Cic., De off., I, 27, 93.


2 Cf. Cic., De off., I, 34, 122; II, 13, 46.
3 Ho preferito conservare il paragone di S. Ambrogio. Si tenga presen­
te che il color porpora era, p. es., quello delle vesti imperiali.
4 Davide si finse pazzo per non essere riconosciuto e so ttrarsi quindi
alla persecuzione di Saul. Il nome del re che non lo riconobbe è riferito
da S. Ambrogio secondo la grafia dei Settanta; nella Vulgata appare nella
form a Achis: 1 Sam 21, 11-15.
5 Vedi 1 Sam 19, 18-24. Saul, investito dallo spirito di Dio, ha m anifesta­
zioni profetiche che gli impediscono di catturare Davide.
154 DE OFFICIIS I , 215-219

Caput XLIV

Officio sibi congruo quem que studere oportet; sed m ultos inpediri pa­
ternorum im itatione studiorum , contra quam ecclesiastici u iri faciunt.

215. Unusquisque igitur suum ingenium nouerit et ad id se


applicet, quod sibi aptum elegerit. Itaque, quid sequatur, prius
consideret. Nouerit bona sua, sed etiam uitia cognoscat aequalem-
que se iudicem sui praebeat, u t bonis intendat, uitia declinet.

216. Alius distinguendae lectioni aptior, alius psalmo gratior,


alius exorcizandis qui malo laborant spiritu sollicitior, alius sacra­
rio oportunior habetur. Haec omnia spectet sacerdos et quid cui­
que congruat, id officii deputet. Quo etenim unum quem que suum
ducit ingenium aut quod officium decet, id maiore inpletur gratia.

217. Sed id, cum in omni uita difficile, tum in nostro actu
difficillimum est. Amat unusquisque sequi uitam parentum . Deni­
que plerique ad m ilitiam feruntur, quorum m ilitauerunt parentes,
alii ad actiones diuersas.

218. In ecclesiastico uero officio nihil rarius inuenias quam


eum qui sequatur institutum patris, uel quia grauis deterret actus
uel quia in lubrica aetate difficilior abstinentia uel quia alacri
adulescentiae uidetur uita obscurior; et ideo ad ea conuertuntur
studia quae plausibiliora arbitrantur. Praesentia quippe plures
quam futura praeferunt. Illi autem praesentibus, nos futuris mi­
litam us. Vnde, quo praestantior causa, eo debet esse cura attentior.

Caput XLV

De pulchro et honesto; quid sit inter illa discriminis tam apud profanos
auctores quam sacros.

219. Teneamus igitur uerecundiam et eam, quae totius ui


ornatum attollit, modestiam. Non enim mediocre est rebus singulis
I doveri i , 215-219 155

Capitolo 44

Ciascuno deve dedicarsi ad un ufficio che gli sia adatto; m olti però ne
sono im pediti perché vogliono continuare l’attività dei padri, m entre gli
ecclesiastici si com portano diversamente.

215. Ognuno conosca la propria in d o le1 e si applichi a ciò


che ha scelto in rapporto alle proprie capacità. Perciò consideri
prim a a quale attività dedicarsi. Conosca le proprie doti, m a an­
che i propri difetti e sia giudice imparziale di se stesso per svilup­
pare le buone qualità ed evitare i difetti.
216. Uno è più adatto a leggere con efficacia, un altro ha
una voce più gradevole per il canto, un altro si preoccupa mag­
giormente di esorcizzare coloro che sono travagliati da uno spi­
rito maligno, un altro è giudicato di più utile impiego per il sa­
c ra rio 2. Il vescovo, esam inato tutto ciò, assegni l’ufficio che si
adatta a ciascuno. Riesce più gradita, infatti, l’attività alla quale
ciascuno è indirizzato dalla propria indole o che conviene al suo
ufficio.
217. Ma questa scelta, se è difficile in ogni genere di vita, è
difficilissima nel caso nostro perché ognuno am a seguire il genere
di vita dei genitori3. Quindi la maggior parte di quelli i cui padri
furono soldati sono portati alla vita m ilitare, altri ad attività
differenti.
218. Nel m inistero ecclesiastico, invece, è rarissimo il caso di
chi segua la vocazione p a te rn a 4 o perché lo spaventa la respon­
sabilità dell'ufficio o perché, in un'età m oralm ente critica, è più
difficile la continenza o perché a giovani pieni d’ardore la vita del
sacerdote sembra troppo ritirata; e quindi si danno a quelle at­
tività che giudicano di maggior successo. I più infatti, preferendo
il presente al futuro, servono m irando al presente; noi, al futuro.
Perciò, quanto più nobile è la causa, tanto più attenta dev’essere
la diligenza.

Capitolo 45

Il bello e l’onesto; loro differenza tanto negli scrittori profani che


negli scrittori sacri.

219. Conserviamo la verecondia e quel dominio di noi ste


che rende più bella tu tta la v ita 1. Non è infatti piccolo m erito
1 Cf. Cic., De off., 31, 114.
2 Probabilmente la parola sacrarium qui equivale a « sacrestia ».
3 Cf. Cic., De off., I, 32, 116.
4 La disciplina ecclesiastica vigente all’epoca di S. Ambrogio ammetteva
che fossero ordinati sacerdoti anche fedeli precedentem ente sposati e, quin­
di, con prole. Vedi De off., I, 50, 248.

1 Cf. Cic., De off., I, 27, 93: Sequitur ut de una reliqua parte honesta
dicendum sit, in qua uerecundia et quasi quidam ornatus uitae, temperantia
156 DE OFFICIIS I, 219-221

m odum seruare atque inpartire ordinem, in quo uere praelucet


illud quod decorum dicitur, quod ita cum honesto iungitur, ut
separari non queat. Differre enim ea inter se intellegi potest, ex­
plicari non potest.

220. E t u t conemur aliquid eruere distinctionis, honesta ue


bona ualitudo est et quaedam salubritas corporis, decus autem
tam quam uenustas et pulchritudo. Sicut ergo pulchritudo supra
salubritatem ac ualitudinem uidetur excellere et tam en sine his
esse non potest neque ullo reparari modo, quoniam, nisi bona
ualitudo sit, pulchritudo esse ac uenustas non potest; sic honestas
decorum illud in se continet, u t ab ea profectum uideatur et sine
ea esse non possit. Velut salubritas igitur totius operis actusque
nostri honestas est et sicut species est decorum, quod cum hone­
state confusum opinione distinguitur. Nam, etsi in aliquo uideatur
excellere, tam en in radice est honestatis, sed flore praecipuo, ut
sine ea decidat, in ea floreat. Quid est enim honestas nisi quae
turpitudinem quasi m ortem fugiat? Quid uero inhonestum, nisi
quod auiditatem et m ortem adferat? Virente igitur substantia uir­
tutis decorum illud tam quam flos emicat, quia radix salua est;
at uero propositi nostri radice uitiosa nihil germinat.

221. Habes hoc in nostris aliquanto expressius. Dicit en


Dauid: Dominus regnauit, decorem in d u ita. E t apostolus ait: Sicut
in die honeste am bulateb. Quod Graeci dicunt EÙcXTpóvoog, hoc
autem proprie significat bono habitu, bona specie. Deus ergo, pri­
m um hominem cum conderet, bona habitudine, bona m em brorum
conpositione form auit et optim am ei speciem dedit. Remissionem
non dederat peccatorum ; sed postea quam renouauit eum spiritu
et infudit ei gratiam , qui uenerat in serui form a et in hominis
specie, adsum psit decorem redem ptionis hum anae. E t ideo dixit
propheta: Dominus regnauit, decorem induit. Deinde alibi dicit:

* Ps 92, 1.
b Rom 13, 13.
I doveri i , 219-221 ' 157

conservare la m isura nelle singole cose e stabilire l’ordine nel


quale veram ente brilla ciò che si chiama « conveniente » {deco­
r u m )2, il quale è cosi unito all’onesto che non può esserne sepa­
rato, poiché ciò che è conveniente è onesto e ciò che è onesto è
conveniente, sicché è più facile distinguere a parole che operare
divisioni nella virtù stessa. Pur comprendendo la diversità dei
due concetti, non si può tuttavia esprim erla chiaram ente3.
220. Nel tentativo di ricavare una qualche distinzione, si po­
trebbe dire che l’onestà è come la buona salute ed un certo benes­
sere del corpo, il conveniente invece ne è come l’avvenente bel­
lezza. Come dunque la bellezza sem bra essere superiore al benes­
sere e alla buona salute e tuttavia non può sussistere senza di
essi né può esserne separata in alcun modo, perché, se non ci fos­
se la buona salute, non potrebbero esserci bellezza e avvenenza;
cosi l’onestà comprende in sé il conveniente, sicché sem bra che
questo ne derivi e senza di essa non possa sussistere4. Dunque
l’onestà è come il benessere di tu tto il nostro operare e di tu tti i
nostri atti e il conveniente, confuso con l’onestà e distinto solo
da una nostra valutazione, ne è come il bell’aspetto. Infatti, an­
che se in qualcuno il conveniente sem bra sovrastare, tuttavia ha
le sue radici nell’onestà, di cui è un fiore esclusivo: senza di essa
avvizzisce, in essa fiorisce. Che cos’è infatti l’onestà se non la
virtù che fugge il suo contrario come la m orte? Che cos’è la diso­
nestà se non ciò che reca aridità e m orte? Finché verdeggia la
sostanza della virtù, il conveniente risplende come un fiore, per­
ché la radice è viva; m a se la radice del nostro proposito è guasta,
non dà alcun germoglio.
221. Questo concetto nei nostri scrittori viene espresso con
maggiore efficacia. Dice infatti Davide: Il Signore regnò, si è ri­
vestito di splendore5. E l’Apostolo: Come di giorno, camminate
nell’onestà. Tale concetto i Greci rendono con EÙoxrpóviog che signi­
fica propriam ente « con bel portam ento », « con bell’aspetto ». Dio
dunque, creando il prim o uomo, lo form ò con un bel portam ento,
con un’arm onica disposizione delle m em bra e gli diede un bellis­
simo aspetto. Non gli aveva concesso la remissione dei peccati;
m a quando colui che era venuto in condizione di servò e in aspet­
to um ano l’ebbe rinnovato con lo spirito ed ebbe infuso in lui la
grazia, egli assunse la dignità dell’um ana redenzione. Perciò ha
detto il profeta: Il Signore regnò, si è rivestito di splendore. Ed
altrove: A te si conviene l’inno, o Signore, in Sion, che è come

et modestia omnisque sedatio perturbationum animi et rerum m odus cernitur.


Da questo passo si ricava l’esatto significato che, nel contesto nostro, assu­
me la parola m odestia (dominio di sé). Ho m antenuto in italiano, anche se
piuttosto raro nell’uso moderno, il term ine « verecondia », perché più com­
prensivo rispetto ad altri possibili.
2 Vedi sopra 10, 30, n. 1.
3 Cf. Cic., De off., I, 27, 93-94.
4 Cf. Cic., De off., I, 27, 95.
5 S ep t.: eOupéueia = « bella apparenza », « convenienza esteriore ».
158 de o f f ic i is i , 221-223

Te decet hymnus, deus, in S io n c, hoc est dicere: Honestum est


u t te timeamus, te diligamus, te precem ur, te honorificemus;
scriptum est enim: Omnia uestra honeste fia n td. Sed possumus
et hominem tim ere, diligere, rogare, honorare; hym nus specialiter
deo dicitur. Hoc tam quam excellentius ceteris credere est deco­
rum , quod deferim us deo. Mulierem quoque in habitu ornato orare
conuenit, sed specialiter eam decet orare uelatam et orare pro­
m ittentem castitatem cum bona conuersationee.

Caput XLVI

Proponitur bifida decori diuisio; tum , postquam ostensum est, quod se­
cundum naturam sit, honestum, quod secus, turpe censendum, exemplis
in lu stratu r haec ipsa diuisio.

222. Est igitur decorum quod praeem inet, cuius diuisio ge­
m ina est. Nam est decorum quasi generale quod per uniuersita-
tem funditur honestatis et quasi in toto spectatur corpore; et
etiam speciale quod in parte aliqua enitet. Illud generale ita est ac
si aequalem form am atque uniuersitatem honestatis in omni actu
suo habeat concinentem, cum omnis sibi eius uita consentit nec
in ulla aliqua re discrepat; hoc speciale, cum aliquem actum in
suis habet uirtutibus praeeminentem .

223. Simul illud aduerte, quod et decorum est secundum na­


turam uiuere, secundum naturam degere et turpe est quod sit
contra naturam . Ait enim apostolus quasi interrogans: Decet m u­
lierem non uelatam orare deum? Nec ipsa natura docet uos quod
uir quidem si comam habeat, ignominia est illi, quoniam contra
naturam est a. E t iterum dicit: Mulier uero si capillos habeat,
gloria est illib. Est enim secundum naturam , quoniam quidem
capilli pro uelamine sunt; hoc est enim naturale uelamen. Personam
igitur nobis et speciem natura dispensat, quam seruare debemus:
utinam et innocentiam eius custodire possemus nec acceptam
nostra m alitia m utaret!

c Ps 64, 2.
d 1 Cor 14, 40.
e 1 Tim 2, 9-10.

a 1 Cor 11, 13-14.


b 1 Cor 11, 15.
I doveri i , 221-223 159

dire: è giusto per noi tem erti, am arti, pregarti, onorarti; sta scrit­
to infatti: Tutte le vostre cose siano fatte decorosam ente6. Ma
possiamo anche temere, amare, pregare, onorare un uomo; l'inno
però è riservato specificamente a Dio. E ciò che offriamo a Dio
si può rite n e re 7 una cosa convenierite perché superiore a tutte
le altre. È opportuno che anche la donna preghi in un abito de­
coroso, m a in particolare è conveniente che preghi velata e preghi
prom ettendo la castità con una vita onesta.

Capitolo 46

Si propone una divisione del conveniente in due categorie; quindi, dopo


aver dim ostrato che ciò che è secondo n atu ra deve ritenersi onesto e
disonesto il suo contrario, si illustra con esempi questa divisione.

222. Il conveniente è ciò che eccelle, e si divide in due ca­


tegorie *. Vi è infatti un conveniente che chiameremo generale,
che è presente in ogni form a di onestà e si osserva, per cosi dire,
in tu tto il corpo, e ve n ’è uno particolare che splende in qualche
parte. Quello generale equivale ad una specie uniform e e totale
di onestà, coerente in ogni suo atto, quando tu tta la vita concorda
con sé sitessa senza nessuna contraddizione; quello particolare si
ha quando fra le sue virtù si distingue qualche atto che spicca
fra gli altri.
223. Nello stesso tempo bada che, come il conveniente con­
siste nel vivere secondo natura e nel com portarsi in conform ità
ad essa, cosi ciò che è contro natura è turpe. Dice infatti l’Apo-
stolo: Conviene che una donna non velata preghi Iddio? E non
vi insegna la stessa natura che è biasimevole per un uomo por­
tare i capelli lunghi perché è contro natura? E ancora dice: Per
la donna, invece, avere i capelli lunghi è un vanto. È infatti se­
condo natura, perché appunto i capelli sono per lei come un velo:
sono un velo fornitole da natura. La stessa natura ci assegna la
parte e l'aspetto che dobbiamo m antenere: e m agari potessimo
anche custodirne l'innocenza e, dopo averla ricevuta, non conta­
m inarla con la nostra malizia!

8 L’italiano non può m antenere il rapporto honestum... honeste, come


testo. Traduco il prim o con « giusto », il secondo con « decorosamente ».
7 Per credere est cf., p. es.. Ter., Adelphi, 828; Verg., Aera., .596.

1 Cf. Cic., De off., I, 27, 96: E st autem eitis descriptio duplex; nam
generale quoddam decorum intellegimus, quod in om ni honestate uersatur,
et aliud huic subiectum, quod pertinet ad singulas partes honestatis. Atque
illud superius sic fere definiri solet: decorum id esse quod consentaneum sit
hom inis excellentiae in eo in quo natura eius a reliquis animantibus differat.
Quae autem pars subiecta generi est, eam sic definiunt, ut in eo moderatio
et temperantia appareat cum specie quadam liberali. Bisogna riconoscere
che il testo ciceroniano risulta più chiaro di quello di S. Ambrogio.
160 de o f f ic iis i , 224-229

224. Habes hunc decorem generalem, quia fecit deus mun


istius pulchritudinem ; habes et per partes, quia, cum faceret deus
lucem et diem noctem que distingueret, cum conderet caelum, cum
terras et m aria separaret, cum solem et lunam et stellas consti­
tueret lucere super terram , probauit singula. Ergo decorum hoc,
quod in singulis m undi partibus elucebat, in uniuersitate resplen­
duit, sicut probat Sapientia dicens: Ego eram cui applaudebat...
cum laetaretur orbe p erfecto c. Sim iliter ergo et in fabrica hum ani
corporis grata est uniuscuiusque m em bri positio; sed plus in
commune conpositio m em brorum apta delectat, quod ita sibi qua­
drare et conuenire uideatur.

Caput XLVII
Vt in u ita nostra eluceat decorum illud, quid praestare nos oporteat
quosque appetitus refrenare.

225. Si quis igitur aequabilitatem uniuersae uitae et singula­


rum actionum modos seruet, ordinem quoque et constantiam dicto­
rum atque operum m oderationem que custodiat, in eius uita de­
corum illud excellit et quasi in quodam speculo elucet.
226. Accedat tam en suauis sermo, u t conciliet sibi affectum
audientium gratum que se uel fam iliaribus uel ciuibus uel, si fieri
potest, omnibus praebeat. Neque adulantem se neque adulandum
cuiquam exhibeat; alterum enim calliditatis est, uanitatis alterum .
227. Non despiciat quid de se unusquisque et maxime uir
optim us sentiat; hoc enim modo discit bonis deferre reuerentiam .
Nam neglegere bonorum iudicia uel arrogantiae uel dissolutionis
est, quorum alterum superbiae adscribitur, alterum neglegentiae.

228. Caueat etiam m otus anim i sui; ipse enim sibi et obse-
ruandus et circumspiciendus est et, u t aduersum se cauendus, ita
etiam de se tuendus. Sunt enim m otus, in quibus est appetitus
ille, qui quasi quodam prorum pit impetu; unde Graece óppiT] dici­
tur, quod ui quadam se repente proripiat. Non mediocris in his
uis quaedam anim i atque naturae est. Quae tam en uis gemina est,
una in appetitu, altera in ratione posita, quae appetitum refrenet
et sibi oboedientem praestet et ducat quo uelit et tam quam sedulo
magisterio edoceat quid fieri, quid euitari oporteat, u t bonae
dom itrici obtem peret.

229. Solliciti enim debemus esse ne quid tem ere aut incuriose
geramus aut quicquam omnino, cuius probabilem non possimus
rationem reddere. Actus enim nostri causa etsi non omnibus red-

= Prou 8, 30-31.
I doveri i , 224-229 161

224. Tu hai questo decoro generale perché Iddio ha creato


bellezza di questo mondo; ne hai anche uno particolare, perché,
quando Dio creava la luce distinguendo il giorno dalla notte, inar­
cava la volta celeste, separava terra e m ari, faceva risplendere
sopra la terra il sole, la luna e le stelle, trovò che ciascuna di
queste opere era ben fatta. Or dunque questa bellezza (decorum),
che risplendeva nelle singole parti del mondo, rifulse anche nella
totalità di esso, come dim ostra la Sapienza affermando: Ero io
quella cui applaudiva... rallegrandosi di aver com piuto il m o n d o 2.
Similmente anche nella costituzione del corpo um ano riesce gra­
dita la proporzione d'ogni membro; m a reca maggior piacere
l'arm oniosa disposizione delle m em bra nel complesso, perché cosi
appaiono sim m etricam ente in arm onia tra loro.

Capitolo 47
Ciò che si deve fare e gli istinti da frenare perché risplenda nella nostra
vita tale convenienza.

225. Se imo, in tu tta l'esistenza, conserva l’equilibrio e la mi­


sura nelle singole azioni e custodisce anche l’ordine e la costanza
e la moderazione nelle parole e nelle opere, il conveniente spicca
e rifulge nella sua vita come in uno specchio
226. Si aggiunga tuttavia un soave modo di parlare per con­
ciliarsi la sim patia degli uditori e rendersi gradito ai familiari, ai
cittadini e, possibilmente, a tutti. Non aduli né si lasci adulare
da nessuno: l'una cosa è segno di astuzia, l'altra di vanità.
227. Non disprezzi l'opinione che ciascuno e soprattutto i
migliori hanno sul suo conto; in tal modo im para a dim ostrare
deferenza ai buoni. Infatti, trascurare il giudizio dei buoni è in­
dizio di arroganza o di rilassatezza morale: il prim o difetto di­
pende dalla superbia, il secondo dalla negligenza.
228. Si guardi anche dai m oti dell'animo suo. Anch'egli deve
guardarsi ed esam inarsi da ogni parte e, come deve guardarsi da
se stesso, cosi da se stesso deve difendersi. Vi sono infatti moti
nei quali ha sede quell'appetito che prorom pe come d'assalto; in
greco si chiama appunto òpur) (assalto, impeto) perché si scatena
improvvisamente con una forza particolare. In questi m oti è in­
sita una forza dell’animo e della natura tu tt’altro che trascura­
bile. Tale forza è duplice: l’una risiede nell’appetito, l’altra nella
ragione che frena l’appetito, se lo rende soggetto, lo indirizza
dove vuole e gli m ostra con un sollecito insegnamento che cosa
fare e che cosa evitare per obbedire alla sua saggia guida.
229. Dobbiamo preoccuparci di non far nulla a caso o sven­
tatam ente o insom m a qualche cosa di cui non possiamo addurre
una ragione plausibile. Il motivo del nostro agire, anche se non
2 Questo testo non si trova nella Vulgata-, nei Settanta si legge:’E
(Prov 8 ,3 0 - 3 1 ) .
% r n v fi i t p o f f é x a i p e . . . ' i t i e ù c p p a iv E T O T f j v o ì x o u ^ v t q v a u v T E X É f f a s

1 Cf. Cic., De off., I, 28, 98.


162 de o f f ic iis i , 229-233

ditur, tam en ab omnibus examinatur. Nec uero habem us in quo


nos possimus excusare. Nam, etsi uis quaedam naturae in omni
appetitu sit, tam en idem appetitus rationi subiectus est lege
naturae ipsius et oboedit ei. Vnde boni speculatoris est ita praeten­
dere animo, u t appetitus neque praecurrat rationem neque deserat,
ne praecurrendo perturbet atque excludat eamque deserendo desti­
tuat. Perturbatio tollit constantiam , destitutio prodit ignauiam,
accusat pigritiam. Perturbata enim m ente latius se ac longius
fundit appetitus et tam quam efferato im petu frenos rationis non
suscipit nec ulla sentit aurigae m oderamina, quibus possit reflecti.
Vnde plerum que non solum anim us exagitatur, am ittitur ratio,
sed etiam inflam m atur uultus uel iracundia uel libidine, pallescit
timore, uoluptate se non capit et nimia gestit laetitia.

230. Haec cum fiunt, abicitur illa naturalis quaedam censura


grauitasque m orum nec teneri potest illa, quae in rebus gerendis
atque consiliis sola potest auctoritatem suam atque illud quod
deceat tenere, constantia.
231. Grauior autem appetitus ex indignatione nim ia nascitur,
quam acceptae plerum que accendit iniuriae dolor. De quo satis nos
psalmi, quem in praefatione posuimus, praecepta instruunt. Pul­
chre autem et hoc accidit, u t scripturi de officiis ea praefationis
nostrae adsertione uterem ur, quae et ipsa ad officii m agisterium
pertineret.

232. Sed quia supra, ut oportebat, perstrinxim us quemad­


m odum unusquisque cauere possit ne excitetur accepta iniuria,
uerentes ne praefatio prolixior fieret, nunc de eo uberius dispu­
tandum arbitror. Locus enim oportunus est, u t in partibus tempe­
rantiae dicamus quemadm odum reprim atur iracundia.

Caput XLVIII

Repetito compescendae iracundiae argum ento tres eorum, qui lacessun­


tu r iniuriis, ordines explicantur, ad quorum perfectissimum apostolus ac
Dauid dicuntur peruenisse; ubi ex occasione quaedam huius ac futurae
uitae trad u n tu r discrimina.

233. Tria itaque genera esse hom inum iniuriam accipienti


in scripturis diuinis dem onstrare uolumus, si possumus. Vnum est
I doveri i , 229-233 163

viene giustificato con tutti, da tu tti nondimeno viene esaminato.


D’altra parte non abbiamo i mezzi per poterci scusare. Sebbene
in ogni appetito ci sia un impulso naturale, tuttavia il medesimo
appetito è soggetto alla ragione per la legge della natura stessa
e a quella obbedisce. Perciò chi non vuol essere colto di sorpresa,
sta all’e rta neH'animo suo in modo che l’appetito non prevenga
la ragione né l’abbandoni, per evitare che, prevenendola, la turbi
e la m etta da parte e, abbandonandola, la lasci priva del suo ap­
p o rto 2. Il turbam ento toglie la fermezza, la mancanza di sitimoli
tradisce la fiacchezza e denuncia la pigrizia. Infatti, quando la
m ente è turbata, l’appetito si sfrena oltre ogni limite e, come
preso da furia, non sopporta il m orso della ragione e non sente
più i richiam i del cocchiere, che lo potrebbero ricondurre indie­
tro. Per lo più, non solo l’animo è scovolto e si perde la ragione,
m a anche il volto s’accende d’ira o di libidine, impallidisce per
il timore, non riesce a nascondere il piacere e m anifesta una gioia
sfrenata.
230. Quando accadono questi fatti, si perde la naturale seve­
rità e gravità di costumi di cui s’è detto e non si può conservare
quella fermezza che nelle attività e nelle decisioni sola può man­
tenere la propria autorevolezza e la giusta convenienza.
231. Ma più grave appetito nasce dall’eccessivo sdegno che
spesso s’accende per il risentim ento d ’u n ’offesa ricevuta. A que­
sto riguardo ci am m aestrano a sufficienza i precetti del salmo
citato nella prefazione3. Ben a proposito, d’altra parte, è acca­
duto anche che, accingendoci a scrivere sui doveri, nella nostra
prefazione ricorressim o a quella affermazione che, a sua volta,
si riferisce all’insegnamento del dovere.
232. Ma poiché sopra, tem endo che il pream bolo diventasse
troppo lungo, abbiamo esposto brevem ente, com’era opportuno,
in qual modo ciascuno possa stare attento a non adirarsi per ima
offesa ricevuta, ora penso che su tcile argom ento si debba discu­
tere con maggiore ampiezza. Parlando degli aspetti della tempe­
ranza, l’occasione è opportuna per dire in qual modo reprim ere
l’ira.

Capitolo 48

Ripreso l'argom ento del dovere di frenare l’ira, si esaminano tre cate­
gorie di coloro che sono provocati dalle offese e si dice che alla più
perfetta appartennero l’apostolo Paolo e Davide. A tale proposito si
coglie l’occasione per m ostrare alcune differenze tra la vita presente
e la futura.

233. Se ci riesce, vogliamo dim ostrare che nelle Sacre Sc


tu re ci sono tre categorie di persone che vengono offese. Una è

2 L’appetito, infatti, se dominato dalla ragione, è uno stimolo positi


ad agire. In questo, come nel precedente paragrafo, il contesto consente,
anzi esige, che si conservi « appetito » al singolare.
* I, 2, 6: Sai 38, 2.
164 de o f f ic iis i , 233-237

eorum quibus peccator insultat, conuiciatur, inequitat. His quia


deest iustitia, pudor crescit, augetur dolor. H orum similes plurim i
de meo ordine, de meo num ero. Nam mihi infirm o si quis iniuriam
faciat, forsitam , licet infirm us, donem iniuriam meam. Si crimen
obiciat, non sum tantus u t sim contentus conscientia mea, etiam
si me eius obiecti alienum nouerim; sed cupio abluere ingenui
pudoris notam tam quam infirm us. Ergo oculum pro oculo et
dentem pro dente exigo et conuicium conuicio rependo.

234. Si uero is sum qui proficiam, etsi nondum perfectus,


non retorqueo contumeliam; et si influat ille conuiciis et inundet
contumeliis, ego taceo et nihil respondeo.

235. Si uero perfectus sim (uerbi gratia loquor; nam ueritate


infirm us sum), si ergo perfectus sim, benedico maledicentem, sicut
benedicebat et Paulus qui ait: Maledicimur et benedicimus a. Audie­
rat enim dicentem: Diligite inimicos uestros, orate pro calumnian-
tibus et persequentibus uos b. Ideo ergo Paulus persecutionem patie­
batur et sustinebat, quia uincebat et m itigabat hum anum affectum
propositae mercedis gratia, u t filius dei fieret, si dilexisset ini­
micum.

236. Tamen et sanctum Dauid in hoc quoque genere uirtutis


inparem Paulo non fuisse edocere possumus. Qui prim o quidem,
cum m alediceret ei filius Semei et crim ina obiceretc, tacebat et
hum iliabatur et silebat a bonis s u is d, hoc est bonorum operum
conscientia; deinde expetebat maledici sibi, quia maledicto illo
diuinam adquirebat m isericordiam.
237. Vide autem quomodo et hum ilitatem et iustitiam et
prudentiam emerendae a domino gratiae reseruauerit. Primo dixit:
Ideo maledixit mihi, quia dominus dixit illi ut m aledicate. Habe
hum ilitatem , quia ea, quae diuinitus im perabantur, aequanim iter
quasi seruulus ferenda arbitrabatur. Iterum dixit: Ecce filius meus,
qui exiuit de uentre meo, quaerit animam m e a m f. Habes iustitiam ;
si enim a nostris grauiora patim ur, cur indigne ferimus quae infe­
ru n tu r ab alienis? Tertio ait: D im itte illum, ut maledicat, quoniam
dixit illi dominus ut uideat humiliationem meam, et retribuet mihi
dominus pro maledicto h o c B. Nec solum conuiciantem pertulit, sed
etiam lapidantem et sequentem illaesum reliquit, quin etiam post
uictoriam petenti ueniam libenter ignouith.

a 1 Cor 4, 12.
b Mt 5, 44.
c 2 Reg 16, 7 ss.
à Ps 38, 3.
e 2 Reg 16, 10.
* 2 Reg 16, 11.
s 2 Reg 16, 11-12.
h 2 Reg 19, 22.
I doveri i , 233-237 165

quella di coloro1 che sono scherniti, insultati, oltraggiati da un


peccatore. Siccome questi non sono giusti, cresce la loro vergo­
gna, aum enta il loro dolore. Moltissimi appartengono a questo
ordine e a questa categoria, e io sono tra loro. Infatti, se uno
offendesse me, forse, per quanto im perfetto, perdonerei l'ingiu­
ria subita. Se invece movesse un'accusa determ inata, non sarei
cosi virtuoso da accontentarm i della m ia buona coscienza anche
se sapessi d’essere innocente di ciò che mi viene rim proverato;
ma, nella mia debolezza, desidererei lavare la macchia che ha
offeso in me il naturale senso dell'onore. Cosi esigerei occhio per
occhio, dente per dente e ricam bierei oltraggio con oltraggio.
234. Ma se sto progredendo verso la perfezione, per quanto
non ancora perfetto, non ritorco l’offesa; anche se quello mi ri­
copre d ’ingiurie e m i riem pie gli orecchi d ’insolenze, taccio e non
rispondo.
235. Se invece sono perfetto (parlo a titolo d’esempio, per­
ché, in realtà, sono un debole), se dunque sono perfetto, benedico
chi m ’ingiuria, come faceva anche Paolo che dice: Siamo insul­
tati e benediciamo. Aveva ascoltato chi affermava: Amate i vostri
nemici, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano.
Paolo sopportava con fermezza la persecuzione perché riusciva a
vincere e a m itigare il risentim ento um ano in vista del premio
promesso: per diventare figlio di Dio, se avesse am ato il suo
nemico.
236. Possiamo tuttavia dim ostrare che il santo Davide non
fu inferiore a Paolo anche in tale genere di virtù. Dapprima, quan­
do il figlio di Sem ei2 lo insultava e gli lanciava accuse, taceva e si
umiliava e nascondeva i suoi m eriti, cioè la consapevolezza d’aver
agito bene; poi desiderava d’essere insultato, perché otteneva la
m isericordia divina.
237. Vedi poi come abbia conservato l’umiltà, la giustizia, la
prudenza, per m eritarsi la grazia del Signore. Disse dapprima:
Egli m i maledice, perché il Signore gli ha detto di maledirmi.
Puoi constatare la sua um iltà, perché riteneva di dover sopportare
pazientemente, come un umile schiavo, ciò che gli veniva imposto
dal Cielo3. Ancora disse: Ecco mio figlio, che è uscito dal mio
ventre, cerca la mia v ita 4. Puoi constatare la sua giustizia: se
infatti sappiamo sopportare da parte dei nostri offese più gravi,
perché non sappiamo sopportare quelle che ci provengono dagli
estranei? In terzo luogo dice: Lasciate che m i maledica, poiché
glielo ha detto il Signore, affinché il Signore veda la mia umilia­
zione, e per questa umiliazione m i ricompenserà. Non soltanto
sopportò i suoi insulti, m a non reagi contro di lui anche quando
lo seguiva lanciando sassi, anzi gli perdonò volentieri quando,
dopo la vittoria di Davide, chiese perd o n o 5.
1 Come si dice subito dopo, l’oltraggio sarebbe m eritato perché non sono
giusti.
2 Vedi nota a I, 6, 21.
3 Chi insultava Davide era il figlio di Semei. Vedi però nota a I, 6, 21.
4 Allusione al figlio Assalonne che si era ribellato al padre.
5 L’episodio è riferito da 2 Sam 16, 11-13 e 19, 17-24.
166 de o f f ic iis i , 238-239

238. Quod eo inserui, u t euangelico spiritu sanctum Dauid n


solum inoffensum, sed etiam gratum fuisse conuicianti docerem et
delectatum potius quam exasperatum iniuriis pro quibus mercedem
sibi reddendam arbitrabatur. Sed tam en, quam uis perfectus, adhuc
perfectiora quaerebat. Incalescebat iniuriae dolore quasi homo, sed
uincebat spiritu quasi bonus miles, tolerabat quasi athleta fortis.
Patientiae autem finis prom issorum exspectatio, et ideo dicebat:
N otum fac mihi, domine, finem m eum et num erum dierum meorum,
quis est, ut sciam quid desit m ihi Finem illum quaerit prom isso­
rum caelestium uel illum, quando unusquisque surgit in suo ordine:
Primitiae Christus, deinde hi qui sunt Christi, qui in aduentum
eius crediderunt, deinde finis *. Tradito enim regno deo et p atri et
euacuatis omnibus potestatibus, u t apostolus d ix itm, perfectio in­
cipit. Hic ergo inpedimentum, hic infirm itas etiam perfectorum ,
illic plena perfectio. Ideo et dies illos requirit uitae aeternae, qui
sunt, non qui praetereunt, u t cognoscat quid sibi desit, quae terra
sit repromissionis, perpetuos fructus ferens, quae prim a apud
patrem mansio, quae secunda, quae tertia, in quibus pro ratione
m eritorum unusquisque requiescit.

239. Illa igitur nobis expetenda, in quibus perfectio, in qui


ueritas est. Hic um bra, hic imago, illic ueritas. Vm bra in lege”,
imago in euangelio, ueritas in caelestibus. Ante agnus offerebatur,
offerebatur uitulus; nunc Christus offertur; sed offertur quasi
homo, quasi recipiens passionem; et offert se ipse quasi sacerdos,
u t peccata nostra dim ittat, hic in imagine, ibi in ueritate, ubi apud
patrem pro nobis quasi aduocatus interuenit. Hic ergo in imagine
ambulamus, in imagine uidem us; ibi facie ad faciem, ubi plena
perfectio, quia perfectio omnis in ueritate est.

i Ps 38, 5.
i 1 Cor 15, 23.
“ 1 Cor 15, 24.
“ H ebr 10, 1.
i doveri i , 238-239 167

238. Ho qui inserito quest’episodio per m ostrare che il san­


to Davide con spirito evangelico non solo non serbò rancore a
chi lo insultava, m a anzi gli fu grato, e fu compiaciuto piuttosto
che irritato per le ingiurie, in cambio delle quali pensava di do­
ver ricevere una ricompensa. Tuttavia, quantunque perfetto, aspi­
rava ad una perfezione ancora maggiore. Si accendeva, perché
uomo, per il risentim ento dell’offesa; m a da buon soldato vince­
va e da forte atleta sopportava. Il term in e6 della sopportazione
è l’attesa del prem io promesso, e perciò diceva: Fammi conoscere,
Signore, il termine della mia vita e qual sia il numero dei miei
giorni, perché io sappia che cosa m i m anca1. Egli cerca il term ine
delle promesse celesti o quello in cui ciascuno deve risorgere nel
proprio ordine: Primizia è Cristo, poi quelli che sono di Cristo, i
quali hanno creduto nella sua venuta, poi la fin e 3. Consegnato
infatti il regno a Dio Padre e abbattute tu tte le potestà, come dis­
se l’Apostolo, comincia la perfezione. Quaggiù l’impedimento, quag­
giù la debolezza anche dei perfetti; lassù la completa perfezione.
Perciò Davide desidera conoscere i giorni della vita eterna —
giorni che sono, non quelli che passano — per sapere che cosa
gli manca, quale sia la terra della prom essa che produce fru tti
che non avvizziscono, quale sia il prim o posto presso il Padre,
quale il secondo, quale il terzo, nei quali, conforme ai propri
meriti, ciascuno trova la pace.
239. Noi dobbiamo aspirare alle cose di lassù, dove sta la
perfezione, dove sta la verità. Quaggiù l’ombra, l’immagine, lassù
la verità. L’om bra si trova nella legge, l'immagine nel Vangelo,
la verità in cielo. Prim a si offriva un agnello o un vitello; ora si
offre Cristo. Ma si offre come uomo, come rinnovando la passio­
ne; e, come sacerdote, offre se stesso per rim ettere i nostri pec­
cati: qui in immagine, nella realtà in cielo dove, come nostro
avvocato, intercede per noi presso il P a d re 9. Qui dunque cammi­
niamo in immagine, vediamo in immagine; vedremo a faccia a fac­
cia lassù, dove c’è la completa perfezione perché nella verità
c’è ogni perfezione.

6 Traduco la parola finis con « term ine », perché tale espressione italiana
può essere impiegata anche le due volte successive.
7 A. Penna traduce: « che io sappia come sono fragile »; il testo della
CEI: « e saprò quanto è breve la m ia vita ». I Settanta hanno ùffTEpù. Anche
sulla scorta di Marco 10, 21 (k'v croi. ùff-cepEÌ = unum adhuc tibi deest), ho
trad o tto letteralm ente. Cosi, del resto, intende S. Ambrogio. Vedi sotto l'ul­
tim a frase.
8 In questo passo la parola finis (gr. téX o;) ha una sfum atura diversa
rispetto alle tre volte precedenti (gr. TOpaj ). Ho cercato di rendere tale dif­
ferenza nella traduzione.
9 Con le tre espressioni um bra in lege, imago in euangelio, ueritas in
caelestibus S. Ambrogio am a caratterizzare i diversi momenti della storia della
salvezza; vedi, per es., Expl. ps. X X X VI I I , 25-26. Nei riguardi del sacrificio eu­
caristico noi parlerem m o di « realtà sacram entale ».
168 de o f f ic iis i , 240-244

Caput XLIX

Hic seruandam in nobis u irtu tu m imaginem, diaboli uero et uitiorum


eradendam atque in prim is auaritiae quae libertatem nobis ad im it.u a-
riisque turbatos uanitatibus imagine dei spoliat.

240. Ergo, dum hic sumus, seruem us imaginem, u t ibi perue-


niam us ad ueritatem . Sit in nobis imago iustitiae, sit imago sa­
pientiae, quia uenietur ad illum diem et secundum imaginem
aestimabim ur.
241. Non inueniat in te aduersarius imaginem suam, non
rabiem, non furorem ; in his enim imago nequitiae est. Aduersarius
enim diabolus sicut leo rugiens quaerit quem occidat, quem deuo-
r e t a. Non inueniat auri cupiditatem , non argenti aceruos, non
uitiorum sim ulacra, ne auferat tibi uocem libertatis. Vox enim
libertatis illa est u t dicas: Veniet huius m undi princeps et in me
inueniet n ih ilh. Itaque, si securus es quod nihil in te inueniat,
cum uenerit perscrutari, dices illud quod dixit ad Laban Iacob
patriarcha: Cognosce si quid tuorum est apud m e c. M erito beatus
Iacob, apud quem nihil Laban suum poterat reperire. Absconderat
enim Rachel sim ulacra deorum eius aurea et argentea.

242. Itaque si sapientia, si fides, si contem ptus saeculi,


gratia tua abscondat omnem perfidiam, beatus eris, quia non
respicis in uanitates et insanias falsas d. An mediocre est tollere
uocem aduersario, u t arguendi te non possit habere auctoritatem ?
Itaque qui non respicit in uanitates, non conturbatur; qui enim
respicit, conturbatur, et uanissime quidem. Quid est enim congre­
gare opes nisi uanum, quia caduca quaerere uanum est satis? Cum
autem congregaueris, qui scias an possidere liceat tibi?

243. Nonne uanum est u t m ercator noctibus ac diebus confi­


ciat iter, quo aggregare possit thesauri aceruos, merces congreget,
conturbetur ad pretium , ne forte m inoris uendat quam emerit,
aucupetur locorum pretia et subito aut latrones in se inuidia
famosae negotiationis excitet aut non exspectatis serenioribus fla­
tibus, dum lucrum quaerit, naufragium inpatiens m orae incidat?

244. An non conturbatur etiam ille uane, qui summo labore


coaceruat quod nesciat cui heredi relinquat? Saepe quod ausurus
summa congesserit sollicitudine, praecipiti effusione dilacerat heres

a 1 P t 5, 8.
•> Io 14, 30.
>= Gen 31, 32
d Ps 39, 5.
I doveri i , 240-244 169

Capitolo 49

Quaggiù dobbiamo conservare in noi l’immagine della virtù, cancellare


invece quella del diavolo e dei vizi e, prim a di tutte, l’immagine dell’ava­
rizia che ci toglie la libertà e, dopo averci turbati con futilità di vario
genere, ci priva dell’immagme di Dio.

240. Fin che siamo quaggiù, conserviamo l’immagine, per


raggiungere in cielo la verità. Sia in noi l’immagine della giusti­
zia, sia in noi l'immagine della sapienza, perché arriverem o a quel
giorno e sarem o giudicati secondo l'immagine.
241. L'avversario non trovi in te la sua immagine, non la
rabbia, non il furore: in questi vizi c'è l ’immagine della malva­
gità. Infatti il diavolo nostro nemico, come un leone ruggente,
cerca chi uccidere, chi divorare. Non trovi in te la cupidigia del­
l'oro, non mucchi d'argento, non immagini di vizi, perché non ti
tolga la voce della libertà. La voce della libertà è quella che ti
fa dire: Verrà il principe di questo mondo e in me non troverà
nulla. Perciò, se sei sicuro che in te non trovi nulla, quando verrà
ad esam inarti, gli dirai ciò che disse a Labano il patriarca Gia­
cobbe: Vedi se qualcuna delle tue cose si trova presso di me.
Veramente beato Giacobbe presso il quale Labano non potè tro­
vare nulla di suo. Infatti Rachele aveva nascosto le statue d'oro e
d'argento delle sue divinità
242. Se la sapienza, se la fede, se il disprezzo del mondo, se
la grazia a te concessa nasconderanno ogni perfidia, sarai beato
perché non guardi alle vanità e alle follie menzognere. È cosa da
poco levare la voce contro il nemico perché non abbia il potere
di convincerti di peccato? Chi non bada alle vanità, non si turba;
chi si rivolge ad esse, ne è sconvolto e, per giunta, senza nessun
risultato. Essendo certam ente inutile cercare ciò ch'è destinato
a perire, che cos’è accum ulare ricchezze se non vanità? E quan­
do le avrai accumulate, in che modo potresti sapere se riuscirai
a goderle?
243. Non è vanità che il m ercante notte e giorno viaggi per
am m assare tesori, raccolga mercanzie, si preoccupi dei prezzi
per tim ore di vendere a meno di quanto ha comprato, tenga d'oc­
chio i prezzi dei te rre n i2 e, ad un tratto, si tiri addosso i briganti,
ingolositi dal provento d’un suo affare che ha fatto chiasso, op­
pure, per non aver atteso venti più favorevoli, impaziente d'indu­
gi nella sua caccia al guadagno sia vittim a d’un naufragio?3.
244. Non si preoccupa inutilm ente anche colui che con gran­
de fatica ammucchia ima ricchezza che non sa a chi lasciare?
Spesso l’erede disperde con rovinosa dissipazione ciò che un ava-

1 Com'è noto, le aveva nascoste nella sella del cammello e poi vi si era
seduta sopra, adducendo un pretesto per non alzarsi (Gen 31, 34-35).
2 Cf. Cic., Rep., II , 9, 16: ... tunc erat res in pecore et locorum possessio­
nibus ex quo pecuniosi et locupletes uocabantur.
3 La descrizione del m ercante avido di guadagno è un luogo retorico caro
agli stoici, che ricorda, p. es., Hor., Carm., I, 1, 15-18.
170 de o f f ic iis i , 244-246

luxuriosus et diu quaesita turpis helluo, praesentium caecus, futuri


inprouidus, quadam absorbet uoragine. Saepe etiam speratus suc­
cessor inuidiam partae adquirit hereditatis et celeri obitu extraneis
aditae successionis transcribit conpendia.

245. Quid ergo uane araneam texis, quae inanis et sine fruc
est, et tam quam casses suspendis inutiles diuitiarum copias? Quae,
etsi fluant, nihil prosunt, immo exuunt te imaginem dei et induunt
terreni imaginem. Si tyranni aliquis imaginem habeat, nonne
obnoxius est damnationi? Tu deponis imaginem aeterni im peratoris
et exigis in te imaginem m ortis. Eice magis de ciuitate animae tuae
imaginem diaboli et attolle imaginem Christi. Haec in te fulgeat,
in tua ciuitate, hoc est anima, resplendeat, quae oblitterat uitiorum
imagines. De quibus ait Dauid: Domine, in ciuitate tua ad nihilum
deduces imagines e o ru m e. Cum enim pinxerit illam Hierusalem
dominus ad imaginem suam, tunc aduersariorum omnis imago
deletur.

Caput L

Leuitas a terrenis cupiditatibus maxime alienos esse debere. Quae sint


illorum uirtutes ex apostolo quantaue in ipsis castimonia requiratur;
item quae dignitas eorum atque officium ad quod prim ariae uirtutes sunt
necessariae. Hasce ignotas non fuisse philosophis, sed in ordine illos
peccauisse; nonnulla esse natura secundum officium, quae ob adiuncta
fiant contra officium; unde colligitur quantas dotes postulet dignitas
leuitarum . Quae sequitur uerborum Moysis tribui leuiticae benedicentis
expositio.

246. Quod si euangelio domini etiam populus ipse ad despic


tiam opum inform atus atque institutus est, quanto magis uos
leuitas oportet terrenis non teneri cupiditatibus, quorum deus

e Ps 72, 20.
i doveri i , 244-246 171

ro ha am m assato a prezzo d'infiniti affanni e uno sconcio scialac­


quatore, che non sa vedere il presente né prevedere il futuro, in-
ghiotte come una voragine ricchezze acquistate con lunga fatica.
Spesso anche l’a tte so 4 erede si attira l’invidia per l'eredità otte­
nuta e con una rapida m orte lascia ad estranei il profitto della
sostanza appena ereditata.
245. Perché tessi invano un’inconsistente ragnatela senza p
fitto e appendi come inutili reti le tue grandi ricchezze? Queste,
anche se sovrabbondano, non giovano, anzi ti spogliano dell'im­
magine di Dio e ti rivestono di quella dell'uomo. Se uno ha l'im ­
magine d'un tiranno, non è forse soggetto a condanna? Tu deponi
l'immagine dell'eterno im peratore e innalzi in te l'immagine della
morte. Caccia piuttosto dalla città della tua anim a l'immagine
del diavolo e innalza l'immagine di C risto 5. Questa, che cancella
le immagini dei vizi, risplenda in te, nella tua città, cioè nella tua
anima. Dei vizi Davide dice: Signore, nella tua città distruggerai
le loro immagini. Quando infatti il Signore avrà dipinto Gerusa­
lemme secondo la propria immagine, allora ogni immagine dei
nemici sarà distrutta.

Capitolo 50

I leviti devono essere com pletamente distaccati dai desideri terreni.


Quali siano, secondo l’Apostolo, le loro virtù e quanta purezza di costumi
sia loro richiesta; similmente quale sia la loro dignità e il loro ufficio,
per il quale sono indispensabili im portantissim e virtù. Queste non furono
ignote ai filosofi, m a ne ignorarono il giusto ordine. Vi sono alcune
azioni per n atu ra conformi al dovere, che, per circostanze accessorie,
diventano ad esso contrarie; dal che si com prende quante qualità richieda
la dignità dei leviti. A tali considerazioni seguono le parole pronunciate
da Mosè per benedire la tribù di Levi.

246. Se l'insegnamento del Vangelo del Signore educa


stessi fedeli a disprezzare le ricchezze, quant'è più necessario che
voi leviti, che avete Dio come e re d ità l, non siate dom inati da avi-

4 Cf. P laut., Stichus, 583: Sperate Pamphilippe.


5 Cf. Expl. ps. X X X V I I I , 27: Vide ne eo deferas imaginem terrestris, ubi
lux caelestium est. Hic si quis tyranni imagines habeat, qui iam uictus in­
teriit, iure damnatur. Quomodo tu hostis et aduersarii imaginem in d u ita ­
tem ueri imperatoris inducis, nisi ut ipse te dam net? Le espressioni tyranni...
imaginem habeat, deponis imaginem aeterni imperatoris, exigis in te ima­
ginem m ortis del par. 245, chiarite anche dal passo sopra riportato, alludono
all’uso di innalzare statue all’im peratore nelle città e di abbattere quelle del
sovrano deposto quale damnatio memoriae. Nelle righe precedenti il linguag­
gio metaforico assume una form a diversa: exuunt... induunt imaginem. La
possibilità di conservare in italiano, in entram bi i casi, la parola « immagine »
facilita la traduzione.

1 L’espressione quorum Deus portio est, oltre al Salmo 15, 5 sottocita


richiama Le 10, 42: Maria optim am partem elegit. Cf. anche Deut 10, 9:
Non habuit Levi partem neque possessionem cum fratribus suis, quia ipse
Dominus possessio eius est.
172 de o f f ic i is i , 246-248

portio est. Nam, cum diuideretur a Moyse possessio terrena populo


patrum , excepit leuitas dominus a terrenae possessionis consortio a,
quod ipse illis esset funiculus hereditatis. Vnde ait Dauid: Dominus
pars hereditatis meae et calicis m e ib. Denique sic appellatur leuita,
ipse meus uel ipse pro me. Magnum ergo m unus eius, u t de eo
dominus dicat: Ipse meus, uel quem adm odum Petro dixit de statere
in ore piscis reperto: Dabis ei pro me et t e c. Vnde et apostolus,
cum episcopum dixisset debere esse sobrium, pudicum, ornatum ,
hospitalem, docibilem, non auarum , non litigiosum, domi suae bene
praepositum , addidit: Diaconos sim iliter oportet esse graues, non
bilingues, non m ulto uino deditos, non turpe lucrum sectantes,
habentes m ysterium fidei in conscientia pura. E t hi autem proben­
tur prim um et sic m inistrent nullum crimen habentes d.

247. Aduertimus quanta in nobis requirantur, u t abstinens


a uino m inister domini, u t testim onio bono fulciatur non solum
fidelium, sed etiam ab his qui foris sunt. Decet enim actuum
operum que nostrorum testem esse publicam existimationem, ne
derogetur muneri, u t qui uidet m inistrum altaris congruis ornatum
uirtutibus, auctorem praedicet et dom inum ueneretur, qui tales
seruulos habeat. Laus enim domini, ubi m unda possessio et inno­
cens familiae disciplina.

248. De castimonia autem quid loquar, quando una tant


nec repetita perm ittitur copula? Et in ipso ergo coniugio lex est
non iterare coniugium nec secundae coniugis sortiri coniunctionem.
Quod plerique m irum uidetur, cum etiam ante baptism um iterati
coniugii ad electionem m uneris et ordinationis praerogatiuam impe­
dim enta generentur, cum etiam delicta obesse non soleant, si
lauacri rem issa fuerint sacramento. Sed intellegere debemus quia
baptism o culpa dim itti potest, lex aboleri non potest. In coniugio
non culpa, sed lex est. Quod culpae est igitur in baptism ate

a Num 18, 23.


6 Ps 15, 5.
c Mt 17, 27.
d 1 Tim 3, 8-10.
I d overi i , 246-248 173

dità terrene! Infatti, quando Mosè divise tra il popolo dei padri
il possesso del suolo, il Signore escluse i leviti dall’averne parte
perché intendeva essere egli stesso la loro parte d’eredità. Per­
ciò dice Davide: Il Signore è parte della mia eredità e del mio
calice. Finalm ente « levita » significa « egli è mio » o « egli è
per me » 2. Grande è, dunque il suo compito, tanto che il Signore
dice di lui: Egli è mio, o, come disse a Pietro a proposito dello
s ta te re 3 trovato nella bocca del pesce: Darai a loro per me e per
te. Perciò anche l’Apostolo, dopo aver afferm ato che il vescovo
deve essere sobrio, pudico, dignitoso, ospitale, adatto all’insegna­
mento, non avaro, non litigioso, capace di reggere bene la propria
famiglia, aggiunse: Ugualmente conviene che i diaconi siano au­
torevoli, non doppi di lingua, non dediti al bere né avidi di un
guadagno disonesto e conservino il m istero della fede in una co­
scienza intemerata. Anche questi siano prim a messi alla prova e,
se esenti da qualsiasi biasimo, prestino il loro servizio.
247. Consideriamo le molte doti che ci sono richieste: il
m inistro del Signore deve astenersi dal vino cosi da poter con­
tare sulla buona testim onianza non solo dei fedeli, m a anche di
coloro che non appartengono alla Chiesa. È conveniente, infatti,
che dei nostri atti e delle nostre opere sia testim one la pubblica
stim a perché non ne scapiti la dignità dell'ufficio, in modo che
chi vede il m inistro dell’altare adorno delle necessarie virtù, lodi
il Creatore e adori il Signore che ha tali servi. Torna a gloria di
Dio, infatti, quando ciò che l’ecclesiastico possiede è senza mac­
chia e la disciplina della sua famiglia è irreprensibile.
248. Che devo dire della castità, dal momento che si con­
cede un unico e non rinnovato legame coniugale? Anche nello
stesso m atrim onio è legge di non ripeterlo e di non desiderare
l’unione con una seconda m oglie4. A molti sem bra strano che
costituisca un impedim ento a quest’ufficio e alla ordinazione il m a­
trim onio ripetuto anche prim a del battesim o, m entre persino i
delitti solitam ente non costituiscono un ostacolo, se sono stati
cancellati dal lavacro battesim ale. Ma dobbiamo capire che il bat­
tesimo può cancellare la colpa, non può abolire la legge. Nel ma­
trimonio, c’è una legge non una colpa. Dunque nel battesim o si
rim ette ciò che è colpa, m a non si annulla ciò che è legge nel ma­
trim onio5. Come, del resto, potrebbe esortare a conservare la

2 Cf. A m b ro s ., De Cain et Abel, II, 3, 11: Leuites significatur « suscep­


tus pro m e » uel « ipse m ihi leuis », e più sotto: Ipse est uerus leuites u t nos
leuitas faceret adhaerere deo. Vedi Gen 29, 34. Il nome Levi è di difficile eti­
mologia; pare legato con il sud-arabico lawi'ù, che significa « prete », « at­
taccato a Dio », « cliente suo » (Genesi a cura di E. Testa, M arietti, Torino
1974, p. 457).
3 Moneta greca d ’argento pari a quattro dramme, equivalente al siclo
ebraico. Secondo un calcolo puram ente convenzionale la dram m a doveva
corrispondere aU’incirca ad una lira-oro.
4 Vedi 1 Tim 3, 2: Oportet... episcopum... esse unius uxoris uirum ; Tit
1, 5-6: Reliqui te Cretae ut... constituas per d uitates presbyteros, sicut et ego
disposui tibi: si quis... unius uxoris uir...
5 Intendi: m ediante il battesim o. Ho cercato di conservare nella trad u ­
zione la sim m etria della frase latina.
174 de o f f ic iis i , 248-251

relaxatur, quod legis est in coniugio non soluitur. Quomodo autem


potest h ortator esse uiduitatis qui ipse coniugia frequentauerit?
249. Inoffensum autem exhibendum et inmacolatum mini
rium nec ullo coniugali coitu uiolandum cognoscitis, qui integri
corpore, incorrupto pudore, alieni etiam ab ipso consortio coniu­
gali, sacri m inisterii gratiam recepistis. Quod eo non praeterii, quia
in plerisque abditioribus locis cum m inisterium gererent, uel
etiam sacerdotium, filios susceperunt, et id tam quam usu ueteri
defendunt, quando per interualla dierum sacrificium deferebatur;
et tam en castificabatur etiam populus per biduum, u t ad sacrifi­
cium purus accederet, u t in ueteri testam ento legimus: E t lauabant
uestim enta s u a e. Si in figura tanta obseruantia, quanta in ueritate?
Disce, sacerdos atque leuita, quid sit lauare uestim enta tua, u t
m undum corpus exhibeas celebrandis sacramentis. Si populus
sine ablutione uestim entorum suorum prohibebatur accedere ad
hostiam suam, tu inlotus m ente pariter et corpore audes pro aliis
supplicare, audes aliis m inistrare?

250. Non mediocre officium leuitarum , de quibus dicit do­


minus: Ecce ego eligo leuitas de medio filiorum Israel pro omni
primogenito aperiente uuluam filiis Israel; redemptiones eorum
erunt isti et erunt mihi leuitae. Mihi enim sanctificaui primogeni­
tum in terra A egyptif. Cognouimus quia non inter ceteros leuitae
conputantur, sed omnibus praeferuntur, qui eliguntur ex omnibus
et sanctificantur, u t prim ogeniti fructuum atque prim itiae, quae
domino deputantur, in quibus est uotorum solutio et redem ptio
peccatorum. Non accipies, inquit, eos inter filios Israel, sed consti­
tues leuitas super tabernaculum testim onii et super omnia uasa
eius et super quaecumque sunt in ipso. Ipsi tollant tabernaculum
et omnia uasa eius et ipsi m inistrent in eo et in circuitu tabernaculi
castra ipsi constituant et promouendo tabernaculum ipsi deponant
leuitae et constituendo castra rursum ipsum tabernaculum ipsi
statuant. Alienigena quicumque accesserit, morte m oriature.

251. Tu ergo electus ex omni num ero filiorum Israel; inter


sacros fructus quasi prim ogenitus destinatus, praepositus taberna­
culo u t praetendas in castris sanctitatis et fidei, ad quae si alieni­
gena accesserit, m orte m orietur, positus u t operias arcana testa­
menti. Non enim omnes uident alta m ysteriorum , quia operiuntur a
leuitis, ne uideant qui uidere non debent et sum ant qui seruare
non possunt. Moyses denique circumcisionem uidit spiritalem, sed

e Ex 19, 10.
f Num 3, 12-13.
s Num 1, 49 ss.

250, 10-11. uasa eius adstare Krabinger; sed uide p. 332.


I doveri i , 248-251 175

vedovanza colui che per suo conto ha contratto più d’un ma­
trimonio?
249. Voi invece che, integri nel corpo, con castità irrepren­
sibile, rinunciando anche alla stessa unione del m atrim onio, ave­
te ricevuto la grazia del sacro m inistero, sapete di doverlo eser­
citare puro ed immacolato e di non doverlo violare con alcun
rapporto coniugale. E non ho tralasciato questo richiamo, perché
m o lti6, esercitando un m inistero e perfino il sacerdozio in loca­
lità fuori mano, ebbero figli, e se ne scusano adducendo un pre­
teso costume antico, quando il sacrificio si offriva ad in tervalli7;
e tuttavia si conservava casto anche il popolo per due o tre giorni,
per accostarsi, senza macchia, al sacrificio, come leggiamo nel
Vecchio Testamento; inoltre lavava le vesti. Se nell'immagine si
dim ostrava tanto scrupolo, quanto ve ne dovrebbe essere nella
realtà? Im para, sacerdote e levita, che cosa significhi lavare le
tue vesti per offrire un corpo puro alla celebrazione dei sacra­
menti. Se il popolo aveva la proibizione di accostarsi alla vittim a
da lui offerta senza aver lavato prim a le proprie vesti, tu, im­
mondo nell’anim a come nel corpo, osi pregare per gli altri, ser­
vire per gli altri all'altare?
250. Non ha scarsa im portanza l’ufficio dei leviti, dei quali
il Signore dice: Ecco io scelgo dei leviti tra i figli d’Israele, in
luogo d’ogni primogenito che apre il grembo materno ai figli di
Israele; costoro saranno il riscatto dei primogeniti, e i leviti sa­
ranno miei. In fa tti ho consacrato a me ogni primogenito nella terra
d’Egitto. Sappiamo che i leviti non sono contati fra gli altri, ma
sono preposti a tutti, essi che fra tu tti sono scelti e santificati,
come le primizie dei fru tti destinate al Signore, quale adempi­
m ento delle promesse e redenzione dei peccati. Non li comprende­
rai, dice, tra i figli d’Israele, ma- incaricherai i leviti di prendersi
cura del tabernacolo della testimonianza e di tutti i suoi vasi e di
tutto ciò che in esso è contenuto. Essi portino il tabernacolo e
tu tti i suoi vasi e prestino servizio in esso e si accampino attorno
al tabernacolo; partendo, gli stessi leviti sm ontino il tabernacolo
e, ponendo l’accampamento, nuovamente essi stessi lo erigano.
Qualunque straniero si avvicini, sia messo a morte.
251. Tu sei stato scelto fra tu tti i figli d’Israele, tra i sacri
frutti sei stato giudicato primizia; per essere di presidio nell’ac­
campamento della santità e della fede sei stato preposto al taber­
nacolo, cui qualunque straniero si accosti, dovrà m orire; hai avuto
l’incarico di coprire l’arca del Patto. Non tu tti possono vedere
infatti i sublimi m isteri, celati dai leviti affinché non li vedano
coloro che non li devono vedere e non ne prendano coloro che non

6 Ritengo esatto il testo in plerisque abditioribus locis (lect. diff.); però,


se l'abuso si verificò in m olti luoghi, di conseguenza furono m olti a com­
metterlo.
7 Sul turno settim anale dei sacerdoti e dei leviti, vedi R i c c io t t i , Vita di
Cristo, p. 70.
176 de o f f ic iis i , 251-253

operuit eam, u t in signo circumcisionem praescriberet. Vidit azyma


ueritatis et sinceritatis, uidit passionem domini; operuit azymis
corporalibus azyma ueritatis, operuit passionem domini agni uel
uituli immolatione. E t boni leuitae seruauerunt m ysterium fidei
suae tegmine; et tu m ediocre putas quod commissum est tibi?
Primum, ut alta dei uideas, quod est sapientiae; deinde, u t excubias
pro populo deferas, quod est iustitiae; castra defendas taberna-
culumque tuearis, quod est fortitudinis; te ipsum continentem ac
sobrium praestes, quod est tem perantiae.

252. Haec uirtutum genera principalia constituerunt etiam hi


qui foris sunt, sed com m unitatis superiorem ordinem quam sa­
pientiae iudicauerunt, cum sapientia fundam entum sit, iustitia opus
sit quod m anere non potest, nisi fundam entum habeat. Fundam en­
tum autem Christus e s th.
253. Prim a ergo fides, quae est sapientiae, u t Salomon dixit,
secutus patrem : Initium sapientiae tim or domini >. E t lex dicit:
Diliges dom inum deum tuum, diliges proxim um tuum '. Pulchrum
est igitur u t gratiam tuam atque officia in societatem hum ani
generis conferas. Sed prim um illud decorum, u t quod habes pretio­
sissimum, hoc est m entem tuam qua nihil habes praestantius, deo
deputes. Cum solueris auctori debitum, licet u t opera tua in bene­
ficentiam et adium enta hom inum conferas atque opem feras neces­
sitatibus aut pecunia aut officio aut etiam quocumque munere.

t 1 Cor 3, 11.
i Prou 9, 10; cf. Ps 110, 10.
1 Deut 6, 5.
I doveri i , 251-253 177

li possono conservare. Mosè infine vide la circoncisione spirituale,


ma la celò e ne prescrisse solo il simbolo. Vide gli azimi della
verità e della sincerità, vide la passione del Signore; celò sotto
gli azimi m ateriali gli azimi della verità, celò la passione del Si­
gnore nel sacrificio d’un agnello o di un vitello. I leviti fedeli con­
servarono il m istero sotto il velame della loro fede: e tu consi­
deri di scarso valore ciò che ti è stato affidato? In prim o luogo
sforzati di vedere le sublimi verità di Dio, come esige la sapienza;
vigila poi sul popolo da sentinella, come esige la giustizia; difendi
l'accampam ento e custodisci il tabernacolo, come esige la fortezza;
conservati continente e sobrio, come esige la temperanza.
252. Anche i pagani fissarono queste fondam entali v irtù 8,
m a giudicarono l’ordine sociale superiore a quello della sapienza9,
m entre la sapienza è il fondam ento e la giustizia è opera che non
può sussistere senza fondamento. Ma il fondamento è Cristo.

253. Prim a è la fede, che appartiene alla sapienza, come dice


Salomone seguendo suo padre: Inizio della sapienza è il timore
del Signore. E la legge dice: Amerai il Signore Dio tuo, amerai il
prossimo tuo. È bello che tu m etta a disposizione della comunità
del genere um ano le tue doti e le tue prestazioni10. Ma anzitutto è
conveniente che tu consacri a Dio ciò che hai di più prezioso,
cioè la tua mente, della quale non possiedi nulla che sia più ele­
vato n. Pagato il tuo debito al Creatore, solo allora potrai offrire
la tua attività per beneficare e aiutare gli uomini e recar soccor-

8 Cf. ClC., De off., I, 43, 152.


9 Cf. Cic., De off., I, 43, 153: Placet igitur aptiora esse naturae ea officia
quae ex com m unitate quam ea quae ex cognitione ducantur (cioè i doveri
che si ricavano dalla conoscenza, dalla ricerca teoretica), idque hoc argu­
m ento confirmari potest quod, si contigerit ea uita sapienti ut om nium rerum
affluentibus copiis quamuis omnia quae cognitione digna sint, sum m o otio
secum ipse consideret et contempletur, tamen, si solitudo tanta sit u t ho­
m inem uidere non possit, excedat e uita. Princepsque om nium uirtutum
illa sapientia quam ffocpiav Graeci uocant — prudentiam enim quam Graeci
cppóvirjcriv dicunt, aliam quandam intellegimus, quae est rerum expetendarum
fugiendarumque scientia. Illa autem sapientia quam principem dixi, rerum
est diuinarum humanarumque scientia in qua continetur deorum et homi­
num com m unitas et societas inter ipsos; ea, si m axima est, ut est certe, ne-
cesse est, quod a com m unitate ducatur officium , id esse m aximum. Come si
vede, Cicerone non ritiene com m unitatis superiorem ordinem quam sapien­
tiae, bensì i doveri derivati dalla com unità sociale superiori a quelli che si
ricavano ex cognitione. Ai prim i è data la precedenza appunto perché la
deorum et hom inum com m unitas et societas inter ipsos si fonda su quella
rerum diuinarum hum anarumque scientia che è precisam ente la sapientia,
cotpCtt. Che cosa Cicerone intenda per cognitio è precisato subito dopo (153,
fine): E tenim cognitio contemplatioque naturae manca quodam modo atque
inchoata sit, si nulla actio rerum consequatur. Ea autem actio in hominum
commodis tuendis m axim e cernitur; pertinet igitur ad societatem generis
humani; ergo haec cognitioni anteponenda est. Vedi anche l’edizione del Ca-
vasin, pp. 543-544.
10 Cf. ClC., De off., I, 44, 155-156.
11 Cf. ClC., De off., I, 45, 160: I n ipsa autem com m unitate sunt gradus
officiorum ex quibus, quid cuique praestet, intellegi possit, ut prim a diis im­
mortalibus, secunda patriae, tertia parentibus, deinceps gradatim reliquis
debeantur.
178 de o f f ic iis i , 253-257

quod late patet in uestro m inisterio: pecunia, u t subuenias, debito


u t obligatum liberes; officio, u t seruanda suscipias, quae m etuat
am ittere qui deponenda credidit.

254. Officium est igitur depositum seruare ac reddere. S


interdum comm utatio fit aut tem pore aut necessitate, u t non sit
officium reddere quod acceperis. Vt si quis contra patriam , opem
barbaris ferens, pecuniam apertus hostis reposcat; aut si cui red­
das, cum adsit qui extorqueat; si furenti restituas, cum seruare non
queat; si insanienti gladium depositum non neges, quo se ille
interim at, nonne soluisse contra officium est? Si furto quaesita
sciens suscipias, ut fraudetur qui am iserat, nonne contra offi­
cium est?

255. Est etiam contra officium nonnum quam soluere prom is­
sum, sacram entum custodire, u t Herodes qui iurauit quoniam,
quidquid petitus esset, daret filiae Herodiadis et necem Iohannis
praestitit, ne prom issum negaret™. Nam de Iephte quid dicam,
qui imm olauit filiam quae sibi uictori prim a occurrerat, quo uotum
inpleret, quod spoponderat, u t quidquid sibi prim um occurrisset
offerret deo? n. Melius fuerat nihil tale prom ittere quam prom issum
soluere parricidio.

256. Haec quanti sit consilii prospicere, non ignoratis. E t ideo


eligitur leuita qui sacrarium custodiat, ne fallatur consilio, ne
fidem deserat, ne m ortem tim eat, ne quid intem perantius gerat,
ut specie ipsa grauitatem praeferat, nec solum animum, sed etiam
oculos continentes habere quem deceat, ne uel ipse frontem sobrie­
tatis fortuitus uiolet occursus, quoniam: Qui uiderit mulierem ad
concupiscendam eam, adulterauit eam in corde suo°. Ita adulte­
rium non solum facti conluuione, sed etiam aspectus intentione
com m ittitur.

257. Magna haec uidentur ac nimis seuera, sed in magno


m unere non superflua, quando tan ta est leuitarum gratia, u t de his
Moyses in benedictionibus diceret: Date Leui uiros eius, date Leui
manifestos eius, date Leui sortem suffragii sui et ueritatem eius
uiro sancto, quem tem ptauerunt in temptationibus, maledixerunt
super aquam contradictionis. Qui dicit patri suo et matri: Non noui

m Mt 11, 6 ss.
° Iud 11, 30-39.
» Mt 5, 28.
I doveri i , 253-257 179

so alle loro necessità o col denaro o con la disponibilità o anche


con qualsiasi dono: attività che nel vostro m inistero ha larghis­
simo spazio. Col denaro puoi soccorrere chi versa nel bisogno e
puoi liberare dai debiti chi ne è invischiato12; con la disponibi­
lità puoi ricevere in custodia quei beni che teme di perdere chi
pensa di doverli m ettere al sicuro.
254. Dovere è custodire e rendere ciò che ci è stato affidato.
Ma talora, per le circostanze o la necessità, si verifica un m uta­
m ento per cui non è dovere rendere ciò che hai ricevuto1S. Per
esempio, se uno, dichiarato nemico della patria, chiedesse la re­
stituzione del suo denaro per aiutare i barbari, oppure, se tu
restituissi il denaro a uno, m entre è lì pronto un altro per sot­
trarglielo; se tu lo restituissi a chi è fuori di senno, e quindi non
in grado di custodirlo; se non rifiutassi ad un pazzo, per uccidersi,
la spada che ti aveva affidato; in tu tti questi casi m antenere l’im­
pegno non sarebbe contro il dovere? Se tu, sapendolo, accettassi
oggetti rubati per defraudarne il danneggiato, non sarebbe contro
il dovere?
255. È ugualm ente contro il dovere talvolta m antenere la
promessa, essere fedele al giuramento, come nel caso di Erode che,
avendo giurato di dare alla figlia di Erodiade qualunque cosa gli
avesse chiesto, le accordò la m orte di Giovanni per non m ancare
alla promessa. E che dire di Iefte che sacrificò la figlia, venutagli
incontro per prim a dopo la vittoria, per m antenere il voto fatto di
offrire a Dio qualunque creatura gli fosse venuta incontro per
prim a? Sarebbe stato meglio non fare una simile prom essa che
m antenerla con un parricid io !14.
256. Non ignorate quanto senno si richieda per esaminare
simili questioni. Bisogna che il levita, chiamato a custodire il sa­
crario, non si inganni nel consiglio, non venga meno nella fede,
non si com porti con poco equilibrio, m ostri dignità nello stesso
aspetto, dovendo avere non solo l’animo, m a anche gli occhi tem ­
peranti, perché neppure per un incontro casuale sia violata la ca­
stigatezza. Infatti colui che guarda una donna per desiderarla, ha
con lei commesso adulterio nel suo cuore. Si comm ette adulterio
non solo con la disonestà dell’atto, m a anche con l’intenzione del­
lo sguardo.
257. Questi precetti appaiono difficili e troppo severi, ma
non superflui in un ufficio cosi im portante, poiché tanta è la gra­
zia dei leviti, che di essi Mosè nella benedizione disse: Date a
Levi i suoi uomini, date a Levi quelli che sono manifestamente
suoi, date a Levi la parte spettante della sua eredità e la sua ve­
rità all’uomo santo che tentarono nelle tentazioni e insultarono
sopra l’acqua della contesa. Colui che dice al padre suo e alla ma-

n Ritengo errata la punteggiatura del Krabinger, perché debito sintatti­


camente non è sullo stesso piano di pecunia e di officio, come si ricava anche
dalla elencazione che precede immediatamente. Debito dipende, ad un tempo,
da obligatum e da liberes.
13 Cf. Cic., De off., I, 10, 31.
14 Vedi anche III, 12, 77 (Erode); III, 12, 78; 80-81 (Iefte).
180 de o f f ic iis i , 257-259

te; et fratres suos non cognouit et filios suos abdicauit: hic custodit
uerba tua et testam entum tuum obseruauitp.
258. Illi ergo uiri eius et m anifesti eius, qui nihil in corde d
habeant, nihil fraudis occultent, sed uerba eius custodiant et in
corde suo conferant, sicut conferebat et M aria q; qui suos parentes
officio suo non nouerint praeferendos, qui uiolatores oderint casti­
tatis, pudicitiae ulciscantur iniuriam , nouerint officiorum tempora,
quod maius, quod minus sit, quod cui aptum tem pori est et, u t id
solum sequantur, quod honestum est; sane ubi duo honesta, id
quod honestius est praeponendum putent: hi iure benedicti.

259. Si quis ergo m anifestet iustitias dei, incensum inponat:


Benedic, domine, uirtutem ipsius, opera m anuum eius susciper, ut
gratiam propheticae benedictionis inueniat [apud eum qui uiuit et
regnat in saecula saeculorum. Amen].

p Deut 33, 8.
i Lc 2, 19.
r Deut 33, 11.

259, 34. uerba apud eum qui uiuit et regnat in saecula saeculorum. Amen, ut
admonet Krabinger, complures codd. om ittunt.
I doveri i , 257-259 181

dre: « Non ti conosco »; e non conobbe i suoi -fratelli e ripudiò i


suoi figli: costui custodisce le tue parole e osservò il tuo p a tto 15.
258. Quelli dunque che sono uomini di Levi, e m anifestam en­
te suoi, che non hanno inganno in cuore, che non nascondono
frode, ma custodiscono le sue parole e le m editano in cuor loro
come le meditava Maria; quelli che non conoscono i loro genitori,
quando si tra tti di preferirli al dovere, che detestano chi viola
la castità, che vendicano l’offesa recata alla pudicizia, che cono­
scono i tem pi dei loro doveri — quale sia più im portante e quale
meno —, che sanno ciò che è adatto ad ogni circostanza e ciò che
è onesto per seguire soltanto questo; che, quando si presentano
loro due azioni oneste, danno la preferenza a quella più onesta:
costoro, a buon diritto, hanno la benedizione di Dio.
259. Se uno m anifesta in tu tti i suoi a s p e tti16 la giustizia
divina, ponga l’incenso 17: Benedici, Signore, la sua virtù, accetta
le opere delle sue mani, perch’egli ottenga la grazia della benedi­
zione profetica.

15 II passo, com’è citato da S. Ambrogio, non corrisponde alla Vulgata


e solo in p arte ai Settanta.
16 Cerco di rendere cosi il plurale iustitias.
17 Cf. Deut 33, 10: ponent thymiama in furore tuo et holocaustum super
altare tuum.
LIBER SECUNDUS

Caput I

Vitae beatitudinem adquiri honestate, quippe qua Christianus gloriam


et fauores hom inum spernens opera sua soli deo placere in uotis habet.

1. Superiore libro de officiis tractauim us, quae conuen


honestati arbitrarem ur, in qua uitam beatam positam esse nulli
dubitauerunt, quam scriptura appellat uitam aeternam . Tantus
enim splendor honestatis est, u t uitam beatam efficiant tranquillitas
conscientiae et securitas innocentiae. E t ideo, sicut exortus sol
limae globum et cetera stellarum abscondit lumina, ita fulgor
honestatis, ubi uero et incorrupto uibrat decore, cetera quae
p utantur bona secundum uoluptatem corporis aut secundum
saeculum clara et illustria, obum brat.

2. Beata plane, quae non alienis aestim atur iudiciis, sed do


sticis percipitur sensibus tam quam sui iudex. Neque enim popu­
lares opiniones pro m ercede aliqua requirit neque pro supplicio
pauet. Itaque, quo minus sequitur gloriam, eo magis super eam
eminet. Nam, qui gloriam requirunt, his ea merces praesentium
um bra futurorum est, quae inpediat uitam aeternam , quod in euan­
gelio scriptum est: Am en dico uobis, perceperunt mercedem
s u a m a; de his scilicet, qui uelut tuba canente uulgare liberalitatem
suam, quam faciunt circa pauperes, gestiunt. Similiter et de ieiunio,
quod ostentationis causa faciunt: Habent, inquit, mercedem suam.

a Mt 6, 2.
LIBRO SECONDO

Capitolo 1

La vita felice si acquista con l’onestà, perché per essa il cristiano, disprez­
zando la gloria e i favori degli uomini, desidera che le sue azioni piacciano
soltanto a Dio.

1. Nel libro precedente abbiamo tra tta to dei doveri che giu­
dicavamo attinenti all'o n està1, nella quale nessuno ha mai dubi­
tato sia posta la vita felice2 che la Scrittura chiama vita eterna.
Lo splendore dell’onestà è così grande che la tranquillità della
coscienza e la certezza d ’essere senza colpa, che ne conseguono,
rendono felice la vita. Come il sole, una volta sorto, nasconde il
globo lunare e la luce delle altre stelle, cosi il fulgore dell’onestà,
quando brilla di una bellezza autentica ed incorrotta, oscura tutte
le altre cose che, secondo il piacere dei sensi, sono ritenute buone
o, secondo il giudizio del mondo, sono stim ate motivo di onore
e di gloria.
2. Certam ente felice è tale vita che non si valuta secondo i
giudizi altrui, m a con autonomo giudizio si intuisce per mezzo del
proprio sentimento interiore. Non cercando giudizi popolari come
ricompensa né temendoli come pena, quanto meno segue la glo­
ria, tanto più si eleva sopra di essa. Coloro infatti che cercano la
gloria, ottengono, quale om bra dei beni futuri, una tale ricom­
pensa di beni presenti che è di ostacolo alla vita eterna, perché nel
Vangelo sta scritto: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ri­
compensa. Ciò si dice evidentemente di coloro che sono smaniosi
di divulgare, quasi a suon di trom ba, la loro generosità verso i
poveri. Similmente è detto di coloro che digiunano per ostenta­
zione: Hanno ricevuto la loro ricompensa.

1 Cf. Cic., De off., II, 1, 1.


2 Preferisco trad u rre « vita felice » anziché « vita beata », perché nell'uso
italiano questa seconda espressione si riferisce per lo più, anche se non esclu­
sivamente, alla vita dopo la m orte, m entre S. Ambrogio, che p u r afferm a
uitam beatam... Scriptura appellat uitam aeternam (v. anche par. 3), non
esclude subito dopo che uitam beatam efficiant tranquillitas conscientiae et
securitas innocentiae, cioè che questo avvenga già in questa vita (cf. p. es.,
anche II, 5, 18 ss.). Secondo il Testard (É tude sur la composition, ecc., p. 74,
n. 38), uita beata e uita aeterna sono sinonimi.
184 DE OFFICIIS II, 3 4

3. Honestatis igitur est uel m isericordiam facere uel ieiuni


deferre in abscondito, u t m ercedem uidearis a solo deo tuo quae­
rere, non etiam ab hominibus. Nam, qui ab hominibus quaerit,
habet mercedem suam; qui autem a deo, habet uitam aeternam ,
quam praestare non potest nisi auctor aeternitatis, sicut illud est:
Amen dico tibi, hodie m ecum eris in paradisob. Vnde expressius
scriptura uitam aeternam appellauit eam quae sit beata, u t non
hominum opinionibus aestim andum relinqueretur, sed diuino
iudicio com m itteretur.

Caput II

Varae philosophorum de beatitudine opiniones; eam in dei cognitione ac


bonorum operum studio consistere, prim um p robatur ex euangelio; tum ,
ne a philosophis uideatur hoc sum ptum , prophetarum testim oniis con­
firm atur.

4. Itaque philosophi uitam beatam alii in non dolendo pos


runt, u t Hieronymus, alii in rerum scientia, u t Herillus, qui audiens
ab Aristotele et Theophrasto m irabiliter laudatam esse rerum scien­
tiam, solam eam quasi sum m um bonum posuit, cum illi eam quasi
bonum, non quasi solum bonum laudauerunt. Alii uoluptatem
dixerunt, u t Epicurus; alii, u t Callipho et post eum Diodorus, ita

b Lc 23, 43.
I DOVERI II, 3-4 185

3. È proprio dell'onestà, dunque, o esercitare la m isericordia


o digiunare in segreto, perché appaia che si cerca la ricompensa
unicam ente da Dio, non anche dagli uomini. Chi la vuole dagli
uomini, ha già la sua ricompensa; chi la chiede a Dio, ha la vita
eterna che può esserci data unicam ente dal Creatore dell’eternità,
come afferm a il ben noto passo: In verità ti dico, oggi sarai con
me in paradiso. Con maggior chiarezza, la Scrittura chiamò vita
eterna la vita felice, per non lasciarne la valutazione ai giudizi
degli uomini, m a per affidarla invece al giudizio di Dio.

Capitolo 2

Sulla felicità varie sono le opinioni dei filosofi. Che essa consista nella
conoscenza di Dio e neH'impegno per le opere buone, si dim ostra anzitutto
con l’autorità del Vangelo; poi, affinché tale dottrina non sem bri derivata
dai filosofi, viene conferm ata con la testim onianza dei profeti.

4. I filosofi posero la felicità, alcuni nell’assenza del dolo


come Ieronimo \ altri nella scienza, come E rillo 2, il quale, sen­
tendola lodare m irabilm ente da Aristotele e da Teofrasto ®, la con­
siderò sommo bene, m entre essi la esaltarono come un bene, non
come l'unico bene. Altri la dissero piacere, come E picu ro 4; altri,
come C allifonte5 e, dopo di lui, D iodoro6, la intesero così da ag-

1 Ieronimo di Rodi, vissuto nel sec. I l i a.Cr., considerava sommo bene


e fine ultim o delle nostre azioni la mancanza di dolore (Cic., De fin., II, 3, 8),
m a la distingueva nettam ente dal piacere che, staccandosi da Aristotele, si
rifiutava di considerare un bene (Cic., De fin., II, 6, 19); vedi Z euler -M ondolfo ,
op. cit., p . II, voi. VI, pp. 521-522.
2 Erillo di Cartagine, discepolo del fondatore della scuola stoica, Zenone
di Cizio (333/2-262 a.Cr.), in contrasto col m aestro identificò il fine della vita
col sapere anziché coll’agire pratico (Cic., Acad., II, 42, 129); vedi P o h l e n z ,
op. cit., I, pp. 57-58; v. anche nota seg.
3 ClC„ De fin., V, 25, 73: Saepe ab Aristotele, a Theophrasto mirabiliter
est laudata per se ipsa rerum scientia; hoc uno captus Herillus scientiam
sum m um bonum esse defendit nec rem ullam aliam per se expetendam. Cf.
anche De fin., II, 13, 43. Teofrasto di Ereso (373/68-288/4 a.Cr.) fu il prim o
successore di Aristotele, di cui condivise la predilezione per la ricerca scien­
tifica (Cic., De fin., V, 4, 11); vedi Z e ll er -M ondolfo , op. cit., p . II, voi. VI,
pp. 335 ss.
4 Su tale dottrina d ’Epicuro (Atene, 341-271 a.Cr.) vedi, p. es., Cic., De
fin., I, 9, 29: Quaerimus igitur quid sit extrem um et ultim um bonorum... Hoc
Epicurus in uoluptate ponit, quod sum m um bonum esse uult, sum m um que
m alum dolorem.
5 Callifonte (più anziano forse o coetaneo di Cameade, 213-128 a. Cr.)
tenne una posizione interm edia tra le dottrine epicuree e quelle peripateti­
che. Non si sa a quale scuola appartenesse; vedi Z e ll er -M ondolfo , op. cit.,
p. 534. Cicerone ne parla più volte; vedi, p. es.. De fin., II, 6, 19: Callipho
adiunxit ad honestatem uoluptatem, Diodorus (v. sotto) ad eandem honesta­
tem addidit uacuitatem doloris.
6 Diodoro di Tiro fu successore di Critolao quale capo della scuola pe­
ripatetica (vivente forse ancora nel 110 a. Cr.); vedi Z eller -M ondolfo , op. cit.,
p. II, voi. VI, pp. 532-533. Cicerone lo ricorda più volte; vedi, p. es., De fin.,
V, 5, 14: Diodorus, eius (cioè di Critolao) auditor, adiungit ad honestatem
uacuitatem doloris; hic quoque suus est de sum m oque bono dissentiens dici
vere Peripateticus non potest.
186 DE OFFICIIS II, 4-7

interpretati sunt, u t alter ad uoluptatem , alter ad uacuitatem


doloris consortium honestatis adiungerent, quod sine ea non possit
esse beata uita. Zenon Stoicus solum et summ um bonum , quod
honestum est; Aristoteles autem uel Theophrastus et ceteri Peri­
patetici in uirtute quidem, hoc est honestate, uitam beatam esse,
sed conpleri eius beatitudinem etiam corporis atque externis bonis
adseruerunt.
5. Scriptura autem diuina uitam aeternam in cognitione posuit
diuinitatis et fructu bonae operationis. Denique utriusque adsertio-
nis éuangelicum suppetit testimonium. Nam et de scientia ita dixit
dominus Iesus: Haec est autem uita aeterna, ut cognoscant te
solum uerum deum et quem m isisti Iesum Christum a. E t de operi­
bus ita respondit: Omnis qui reliquerit dom um uel fratres aut
sorores aut patrem aut m atrem aut filios aut agros propter nomen
meum, centuplum accipiet et uitam aeternam possidebitb.
6. Sed, ne aestim etur hoc recens esse et prius tractatum a
philosophis quam in euangelio praedicatum (anteriores enim euan­
gelio philosophi, id est Aristoteles et Theophrastus uel Zeno atque
Hieronymus, sed posteriores prophetis), accipiant quam longe
antequam philosophorum nomen audiretur, per os sancti Dauid
utrum que aperte uideretur expressum. Scriptum est enim: Beatus
quem tu erudieris, domine; et de lege tua docueris eum c. Habemus
et alibi: Beatus uir qui tim et dominum, in mandatis eius cupit
nimis d. Docuimus de cognitione, cuius praem ium aeternitatis fruc­
tum esse m em orauit, adiciens propheta, quia in domo huius tim en­
tis dominum uel eruditi in lege et cupientis in m andatis diuinis:
Gloria et diuitiae in domo eius et iustitia eius manet in saeculum
saeculie. De operibus quoque in eodem psalmo subiunxit uitae
aeternae suppetere praem ium uiro iusto. Denique ait: Beatus uir
qui m iseretur et commodat, disponet sermones suos in iudicio, quia
in saeculum non commouebitur. In memoria aeterna erit iu stu s f.
E t infra: Dispersit, dedit pauperibus, iustitia eius manet in
aeternum *.

7. Habet ergo uitam aeternam fides, quia fundam entum est


bonum; habent et bona facta, quia uir iustus et dictis et rebus
probatur. Nam, si exercitatus sit in serm onibus et desidiosus in
operibus, prudentiam suam factis refellit, et grauius est scire quid
facias nec fecisse quod faciendum cognoueris. Contra quoque
strenuum esse in operibus, affectu infidum, ita est ac si uitioso
fundam ento pulchra culminum uelis eleuare fastigia: quo plus stru-

a Io 17, 3.
b Mt 19, 29.
<= Ps 93, 12.
d Ps 111, 1.
e Ps 111, 3.
* Ps 111, 5-6.
s Ps 111, 9.
I DOVERI I I , 4-7 187

giungere l’uno al piacere, l’altro all’assenza di dolore la parteci­


pazione dell’onestà, pensando che senza di questa non possa esi­
stere vita felice. Zenone S toico7 afferm ò che il solo e sommo
bene consiste nell’onestà; Aristotele, invece, e Teofrasto e gli altri
peripatetici sostennero che la felicità consiste bensì nella virtù,
cioè nell’onestà, m a che la felicità di questa è resa completa anche
dai beni del corpo e da quelli e ste rio ri8.
5. La S crittura divina invece pose la vita eterna nella cono­
scenza di Dio e nel prem io delle opere buone. Di entram be le af­
fermazioni abbiamo la testim onianza evangelica. Così disse il Si­
gnore della conoscenza di Dio: Questa è la vita eterna, che cono­
scano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo. E a
proposito delle opere così rispose: Ognuno che lascerà la casa
e i fratelli o le sorelle o il padre o la madre o i figli o i campi
per il mio nome, riceverà il centuplo e possiederà la vita eterna.
6. Ma perché non si creda che tale dottrina sia recente e sia
stata form ulata dai filosofi prim a che annunciata dal Vangelo (i
filosofi, infatti, sono anteriori al Vangelo, cioè Aristotele e Teo­
frasto o Zenone e Ieronimo, m a posteriori ai profeti), sappiamo
quanto tempo prim a che si sentisse parlare di filosofi l’uno e l’al­
tro insegnamento sia stato chiaram ente espresso dal santo Davide.
Sta scritto: Beato colui che tu hai educato, Signore, ed hai istruito
nella tua legge. Altrove abbiamo: Beato l’uomo che teme il Signo­
re, proverà gioia grande nei suoi comandi. Abbiamo tra tta to della
conoscenza, il cui prem io il profeta ricordò consistere nella feli­
cità eterna, aggiungendo che nella casa di chi teme il Signore ed
è istruito nella sua legge e si compiace degli ordini divini: Gloria
e ricchezze abbondano nella sua casa e la sua giustizia dura per
sempre. A proposito delle opere nello stesso salmo aggiunse che
all’uomo giusto tocca il prem io della vita eterna. Poi afferma:
Beato l’uomo che ha compassione e soccorre, amministrerà i suoi
affari con discernimento, perché non vacillerà in eterno. Il giusto
sarà ricordato eternamente. E più sotto: Ha dato generosamente ai
poveri, la sua giustizia rimane in eterno.
7. La fede ottiene la vita eterna perché saldo ne è il fonda­
mento; la ottengono anche le opere buone, perché l’uomo giusto
si riconosce dalle parole e dai fatti. Se uno è pronto nelle parole
e pigro nelle opere, con i fatti smentisce la sua prudenza; ed è
colpa più grave, conosciuto il da farsi, non compiere ciò che si
è conosciuto come dovere. Al contrario, essere pronto nelle opere
m a infido nei sentimenti, è come se si volesse innalzare su un
fondam ento traballante una bella corona di pinnacoli: quanto più

7 Zenone di Cizio ( P o h l e n z , op. cit., I , pp. 25-29) fu il fondatore della


scuola stoica. Sulla sua dottrina del sommo bene vedi, p. es., la conclusione
cui giunge Catone l’Uticense che nel De finibus espone le teorie stoiche (III,
8, 29): E x quo intellegitur idem illud, solum bonum esse quod honestum sit,
idque esse beate uiuere: honeste, id est cum uirtute uiuere.
8 Per Aristotele vedi, p. es., E th., 1099a, 31 ss.; 1153b, 21 ss. ( Z euler -M on -
dolfo , op. cit., p. II, voi. VI, pp. 13-23); per Teofrasto vedi, p. es., Cic., Tusc.,
V, 8, 24 ( Z e ll er -M ondolfo , op. cit., p. II, voi. VI, p. 402 e n. 206). Su entram bi
vedi Cic., De fin., V, 5, 12.
188 DE OFFICIIS I I , 7-9

xeris plus corruit, quia sine m unim ento fidei bona opera non pos­
sunt manere. Infida statio in portu nauem perforat et harenosum
solum cito cedit nec potest inpositae aedificationis sustinere onera.
Ibi ergo plenitudo praem ii, ubi uirtutum perfectio et quaedam in
factis atque dictis aequalitas sobrietatis.

Caput III

Petita e scripturis beatitudinis definitio expenditur dem onstraturque


nihil ipsi uel propter externa bona accedere uel decedere p ropter in­
commoda.

8. E t quoniam sola rerum scientia explosa est uel quasi inanis


secundum philosophiae disputationes superfluas uel quasi semi­
perfecta sententia, considerem us quam enodem de eo scriptura
diuina absoluat sententiam, de quo tam multiplices et inplicatas
atque confusas uidemus esse quaestiones philosophiae. Nihil enim
bonum scriptura nisi quod honestum adserit uirtutem que in omni
rerum statu beatam iudicat, quae neque augeatur bonis corporis uel
externis neque m inuatur aduersis; nihilque tam beatum nisi quod a
peccato alienum sit, plenum innocentiae, repletum gratia dei.
Scriptum est enim: Beatus uir qui non abiit in consilio impiorum
et in uia peccatorum non stetit et in cathedra pestilentiae non
sedit, sed in lege domini fu it uoluntas e iu sa. E t alibi: Beati inmacu­
lati in uia qui ambulant in lege d o m in ih.

9. Innocentia igitur et scientia beatum faciunt. Bonae quoque


operationis mercedem esse beatitudinem uitae aeternae superius
aduertim us. Restat igitur u t spreto patrocinio uoluptatis aut doloris
metu, quorum alterum quasi infractum et molliculum, alterum
quasi euiratum et infirm um despuitur, in ipsis doloribus uitam
beatam eminere dem onstretur. Quod facile doceri potest, cum
legerimus: Beati estis, cum uobis maledicent et persequentur et
dicent omne malum aduersum uos m entientes propter iustitiam.
Gaudete et exsultate, quoniam merces uestra copiosa est in caelo.
Sic enim persecuti sunt et prophetas qui erant ante u o s c. E t alibi:
Qui uult uenire post me, tollat crucem suam et sequatur me d.

* Ps 1, 1-2.
b Ps 118, 1.
c Mt 5, 11-12.
d Mt 16, 24.
I DOVERI II, 7-9 189

costruisci, più crolla, perché senza il sostegno della fede le buone


opere non possono sussistere. Un ancoraggio malsicuro nel porto
causa falle nella nave e un terreno sabbioso cede, incapace di
sostenere il peso dell’edificio costruito sopra. La pienezza del pre­
mio si avrà là dove esiste la perfezione delle virtù ed un saggio
equilibrio nelle parole e nelle azioni.

Capitolo 3

Si esamina la definizione di « felicità », ricavata dalle S critture e si


dim ostra che a questa nulla aggiungono i beni esterni e nulla tolgono
le avversità.

8. Respinta la sola scienza perché o ritenuta vana alla luce


delle discussioni eccessivamente m inute dei filosofi o giudicata con­
cezione im perfetta, consideriamo con quale facilità la Sacra Scrit­
tu ra trovi la soluzione di questo problem a sul quale si sono svolte
discussioni filosofiche così svariate, involute, confuse. La Scrittura,
afferm ato che non è bene se non ciò che è onesto, giudica felice la
virtù in ogni condizione, perché i beni del corpo o quelli esterni non
le aggiungono nulla e nulla le tolgono le avversità: nulla è così felice
come ciò che è alieno dal peccato, pieno d'innocenza, ricolmo
della grazia di Dio. Sta scritto: Beato l'uomo che non ha seguito
il disegno degli em pi e non si è seduto nel consesso dei malvagi,
ma ha posto la sua volontà nella legge del Signore. E in un altro
punto: Beati coloro che sono senza colpa nella loro via, che cam­
minano nella legge del Signore.
9. L'innocenza e la scienza rendono felici. Abbiamo rilevato
più sopra che la felicità della vita eterna è la ricom pensa anche
del ben operare. Trascurando la difesa del piacere o la paura del
dolore — cose estranee che si respingono, l'una perché indizio
di mollezza e di lascivia, l’altra perché priva di virilità e di for­
tezza — resta da dim ostrare che persino in mezzo ai dolori la fe­
licità ha il sopravvento. Ciò si può im parare facilm ente dopo aver
letto: Beati voi quando vi insulteranno e perseguiteranno e, m en­
tendo, diranno ogni male contro di voi per la giustizia. Godete ed
esultate, perché la vostra ricompensa è grande nel cielo. Cosi
infatti hanno perseguitato anche i profeti che erano prim a di voi.
E in un altro passo: Chi vuole venire dopo di me, prenda la sua
croce e m i segua.
190 DE OFFICIIS II , 10-14

Caput IV

Idem argum entum , scilicet rebus externis non minui neque augeri bea-
titudinem , ueterum exemplis inlustratur.

10. E st ergo beatitudo et in doloribus, quos plena suauita


uirtus conprim it et coercet, ipsa sibi domesticis opibus abundans
uel ad conscientiam uel ad gratiam . Neque enim parum beatus
Moyses, cum Aegyptiorum uallatus populis et m ari clausus per
fluctus sibi et populo patrum pedestrem uiam piis m eritis inuenis-
s e t a. Quando autem fortior quam tunc, cum extremis circum uentus
periculis non desperabat salutem, sed exigebat trium phum ?

11. Quid Aaron, quando se beatiorem credidit quam tunc,


quando medios stetit inter uiuos ac m ortuos e t obiectu sui statuit
mortem , ne ad uiuorum transiret agmina a cadaueribus m ortuo­
rum ? b. Quid de puero Daniele loquar, qui tam sapiens erat, u t inter
leones fame exasperatos nulla bestialis saeuitiae frangeretur form i­
dine, ita alienus a m etu, u t posset epulari nec uereretur ne ad
pastum exemplo sui feras prouocaret? c.

12. E st ergo in dolore uirtus, quae sibi bonae suauitatem


exhibeat conscientiae, et ideo indicio est quod non m inuat dolor
uirtutis uoluptatem . Sicut ergo nulla uirtu ti decessio beatitudinis
per dolorem, ita etiam nulla accessio per uoluptatem corporis aut
commodorum gratiam. De quibus pulchre apostolus ait: Quae mihi
lucra fuerunt, haec duxi propter Christum detrim enta e sse d. E t
addidit: Propter quem omnia damna duxi et aestimo stercora, ut
Christum lucrifaciam e.
13. Denique Moyses dam num suum credidit thesauros esse
Aegyptiorum* et opprobrium dominicae crucis praetulit nec tunc
diues, cum abundaret pecunia, nec postea pauper, cum egeret
alimento, nisi forte tunc alicui m inus beatus uideretur fuisse, cum
in deserto cottidiana alimonia sibi et populo suo deforet. Sed,
quod summi boni ac beatitudinis nemo negare audeat, m anna ei,
hoc est panis angelorum, m inistrabatur e caelo, carnes quoque cot­
tidiana pluuia totius plebis epulis redundabant *.

14. Heliae quoque sancto panis ad uictum deerat, si quaerere­


tur; sed non uidebatur deesse, quia non quaerebatur. Itaque diurno
coniorum obsequio m ane panis, caro ad uesperam d eferebatur11.

a Ex 14, 13.
b Num 16, 48.
c Dan 14.
d Phil 3, 7-8.
= Phil 3, 8.
f H ebr 11, 26.
s Ex 16, 13-18.
h 3 Reg 17, 6.
I DOVERI II , 10-14 191

Capitolo 4

Con esempi degli antichi s'illustra il medesimo argomento, cioè che la


felicità non aum enta né diminuisce per i beni esterni a noi.

10. La felicità può esistere anche in mezzo ai dolori: la virtù,


piena di dolcezza, li attenua e modera, perché abbonda di parti­
colari risorse sia per ciò che riguarda la propria coscienza sia
per ciò che riguarda la grazia. Non fu poca la felicità di Mosè
quando, circondato dalle arm ate egiziane e chiuso dal mare, per
i suoi m eriti verso Dio trovò per sé e per il popolo dei padri at­
traverso i flutti una via su cui camminare. Mai fu più forte di
quando, circondato da pericoli senza scampo, non disperava della
salvezza, m a otteneva il trionfo.
11. E Aronne in quale m omento si credette più felice di
quando si collocò tra i vivi e i m orti e, interponendo la propria
persona, impedì che la m orte dai corpi dei defunti raggiungesse le
schiere died vivi? \ Che dire del giovane Daniele, tanto sapiente
da non lasciarsi vincere dal terrore per la ferocia delle belve,
pu r in mezzo ai leoni irritati dalla fame, così libero dalla paura
da poter mangiare senza preoccuparsi di provocare col suo esem­
pio le fiere a divorarlo?
12. Esiste anche nel dolore una virtù che offre a se stessa
la dolcezza di una buona coscienza e dim ostra che il dolore non
diminuisce la gioia della virtù. Come il dolore non toglie nulla
alla felicità, così nulla vi aggiungono i piaceri sensibili o il godi­
m ento offerto dagli agi. A questo proposito disse bene l'Apostolo:
Quelli che per me furono guadagni, ho stim ato perdite per amore
di Cristo. E aggiunse: Per amore del quale io ho ritenuto tutte le
cose una perdita e le stim o sterco, per guadagnarmi Cristo.
13. Mosè credette che fossero di danno i tesori degli Egi­
ziani e preferì l’onta della croce del Signore: non ricco quando
abbondava di denaro né povero dopo, quando gli scarseggiava il
cibo; a meno che a qualcuno non sembri ch’egli fosse meno fe­
lice quando nel deserto a lui e al suo popolo mancava il vitto
quotidiano. Ma nessuno oserà negare che gli sia stato motivo di
sommo bene e di straordinaria felicità il dono celeste della m an­
na, cioè il pane degli angeli; ed anche la carne, m ediante una
pioggia quotidiana, sovrabbondava per il pasto di tu tto il popolo.
14. Anche al santo Elia sarebbe m ancato il pane per il suo
nutrim ento, se egli lo avesse cercato; m a non sembrava m ancare
perché non lo cercava. Ogni giorno, per mezzo dei corvi, al m at­
tino gli veniva portato il pane, e la sera la carne. Forse era meno
felice perché, per suo conto, era povero? Niente affatto. Anzi tanto
più felice, perché era ricco per Iddio. È meglio infatti essere ricco
per gli altri che per se stesso, come era costui che in tempo di
carestia chiedeva il cibo ad una vedova, concedendo in cambio

1 II fatto è raccontato da Num 16, 48 (17, 13). Si trattava di una delle mol­
te proteste del popolo, che avevano provocato i castighi divini.
192 DE OFFICIIS I I , 14-18

Numquid ideo m inus beatus, quia erat pauper sibi? Minime. Immo
eo magis beatus, quia erat deo diues. Aliis enim quam sibi diuitem
esse praestat, ut iste erat, qui tem pore famis cibum a uidua petebat,
largiturus ut hydria farinae per triennium et sex menses rion
deficeret et cottidianos usus olei uas uiduae inopi sufficeret ac
m in istrare t1. Merito ibi uolebat Petrus esse, ubi istos uidebat.
Merito in m onte cum Christo in gloria apparuerunt, quia et ipse
pauper factus est, cum diues e s s e t1.
15. Nullum ergo adminiculum praestant diuitiae ad uit
beatam , quod euidenter dominus dem onstrauit in euangelio dicens:
Beati pauperes, quoniam uestrum est regnum dei. Beati qui nunc
esuriunt et sitiunt, quia saturabuntur. Beati qui nunc fletis, quia
ridebitis m. Itaque paupertatem , dolorem, quae p utantur mala, non
solum inpedimento non esse ad uitam beatam , sed etiam adiumento
euidentissime pronuntiatum est.

Caput V

Quae p u tantur bona plerum que inpedimento esse ad beatam uitam et


quae m ala m ateriam esse uirtutum , quod beatitudinis atque aliis exem­
plis confirm atur.

16. Sed et illa quae uidentur bona, diuitias, satietatem , laeti­


tiam expertem doloris, detrim ento esse ad fructum beatitudinis
dominico declaratum iudicio liquet, cum dicitur: Vae uobis diuiti-
bus, quia habetis consolationem uestram! Vae uobis qui saturati
estis, quia esurietis a et illi qui rident, quia lugebunt! Sic ergo non
solum adminiculo non sunt ad uitam beatam corporis au t externa
bona, sed etiam dispendio sunt.
17. Inde enim beatus N abuthe etiam cum lapidaretur a diuite,
quia pauper et infirm us aduersus opes regias solo erat affectu et
religione diues, u t pecunia regali non com m utaret paternae uineae
hereditatem , eoque perfectus, quia sanguine proprio defenderet
iura m aiorum suorum. Inde quoque m iser Achab, etiam suo iudicio,
quia pauperem necari fecerat, u t eius possideret uineam b.

18. Certum est solum et summ um bonum esse uirtutem e


que abundare solam ad uitae fructum beatae nec externis aut
corporis bonis, sed u irtute sola uitam praestari beatam , per quam
uita aeterna adquiritur. Vita enim beata fructus praesentium , uita
autem aeterna spes futurorum est.

i 3 Reg 17, 14.


i Mt 17, 4.
m Lc 6, 20-21.

» Lc 6, 24-25.
» 3 Reg 21, 1-29.
I DOVERI I I , 14-18 193

che l'idria della farina per tre anni e sei mesi non rim anesse vuota
e il vaso dell'olio fornisse a sufficienza alla povera vedova la quan­
tità giornalmente necessaria. A buon diritto Pietro sarebbe voluto
restare là dove vedeva c o sto ro 2, giustam ente apparsi sul m onte
della gloria con Cristo, perché anch’egli da ricco si fece povero.

15. Nessun aiuto offrono le ricchezze alla felicità, come ch


ram ente afferm ò il Signore nel Vangelo: Beati voi poveri, perché
vostro è il regno di Dio. Beati coloro che ora hanno fam e e sete,
perché saranno saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete.
È stato perciò stabilito in modo evidentissimo che la povertà, la
fame, il dolore, che sono ritenuti mali, non solo non sono d’impe­
dimento ad una vita felice, m a anzi le sono d’aiuto.

Capitolo 5

Quelli che sono ritenuti beni, per lo più sono di ostacolo alla felicità;
quelli che sono ritenuti mali, sono occasione di virtù, come si dimostra
specialmente con esempi di felicità.

16. Che anche quelli che sembrano beni — le ricchezze, la


abbondanza, la letizia esente da dolore — ostacolino il godimento
della felicità, appare dichiarato dal giudizio del Signore: Guai a
voi ricchi, perché avete la vostra consolazione! Guai a voi che
siete sazi, perché soffrirete la fam e; e guai a quelli che ridono,
perché piangeranno! I beni del corpo o quelli esterni non soltanto
non sono d’aiuto ad una vita felice, m a anzi sono di ostacolo.
17. E ra felice Nabot, anche quando veniva lapidato dal ricco,
perché, povero e debole contro la potenza regale, era tanto ricco
dei suoi sentim enti e della sua religiosità da non accettare il
denaro del re in cambio della vigna ereditata dai padri, e perciò
stesso si dim ostrava perfetto: a costo della vita difendeva i diritti
dei suoi maggiori. Quindi, m isero Acab, anche a suo giudizio,
perché aveva fatto uccidere un povero per im padronirsi della sua
vigna1. *
18. È indubbio che il solo e sommo bene è la virtù, la sola che
disponga di mezzi sovrabbondanti per garantirci il godimento
d’una vita felice, e che questa è data non dai beni esterni o da
quelli del corpo, ma unicam ente dalla virtù, per mezzo della qua­
le si acquista la vita eterna. La vita felice, infatti, consiste nel
godimento dei beni presenti, m entre la vita eterna nella speranza
dei beni futuri.
2 Cioè sul m onte Tabor, dove, accanto a Gesù trasfigurato, erano appa
Mosè ed Elia.

1 Allo stesso argomento S. Ambrogio dedicò l’operetta De Nabuthae. Vedi


anche III, 9, 63-64.
194 DE OFFICIIS I I , 19-21

19. Et sunt tam en qui in hoc corpore tam infirmo, tam fragili
inpossibilem uitam beatam putant, in quo necesse est angi, dolere,
deplorare, aegrescere, quasi uero ego in corporis exsultatione dicam
uitam beatam consistere et non in altitudine sapientiae, suauitate
conscientiae, uirtutis sublim itate. Non enim in passione esse, sed
uictorem esse passionis beatum est nec frangi tem poralis m otu
doloris.

20. Pone accidere haec quae grauia ad uim doloris feruntur,


caecitatem, exsilium, famem, stuprum filiae, amissionem liberorum.
Quis neget beatum Isaac, qui non uidebat in senectute et beatitu-
dines suis benedictionibus conferebat?c. An non beatum lacob qui,
profugus patria domo, m ercennarius pastor exsilium sustinuit,
filiae pudicitiam ingem uit esse tem eratam , tam en pertulit? d. Non
ergo beati quorum fide deus accepit testim onium , cum dicitur:
Deus Abraham, Deus Isaac, Deus Iacob?e. Misera est seruitus, sed
non m iser loseph, immo plane beatus, cum dominae libidines in
seruitute positus co erceretf. Quid de sancto Dauid loquar, qui
trium filiorum deplorauit o b itu m g et, quod his durius, incestum
filiae?h. Quomodo non beatus de ouius successione beatitudinis
auctor exortus est, qui plurim os fecit beatos? Beati enim qui non
uiderunt et crediderunti. Fuerunt et ipsi in sensu infirm itatis, sed
eualuerunt de infirm itate fortes. Quid laboriosius autem sancto Iob
uel in domus incendio uel filiorum decem interitu momentario,
doloribus corporeis? '. Num quid minus beatus quam si illa non
pertulisset, in quibus magis probatus est?

21. Esto tam en fuisse in illis aliquid acerbitatis; quem uir


anim i non abscondit dolorem? Neque enim profundum m are ne-
gauerim, quia uadosa litora sunt; neque caelum lucidum, quia
interdum obtexitur nubibus; neque terram fecundam, quia aliqui­
bus locis ieiuna glarea est; aut laetas segetes, quia interm ixtam
solent habere sterilem auenam. Sim iliter puta beatae messem
conscientiae interpellari aliquo aceruo doloris. Nonne totius mani­
pulis uitae beatae, si quid forte accidit aduersi atque am aritudinis,

c Gen 27, 1.
d Gen 31, 1-2; 34, 1-2.
e Ex 3, 6; 4, 5: cf. Mc 12, 26; Lc 20, 37.
f Gen 39, 8-9.
e 2 Reg 13, 28-29; 18, 14 et 33.
h 2 Reg 13, 14.
i Io 20, 29.
1 Iob 1, 14 ss.; 2, 7 ss.

19, 2. putent Krabinger; sed uide p. 339.


20, 16. momentaneo Krabinger; sed uide p. 340.
21, 7. acerbo Krabinger aceruo non. codd.
I DOVERI I I , 19-21 195

19. Vi sono tuttavia taluni che ritengono impossibile una


vita felice in questo nostro corpo cosi debole e fragile, nel quale
inevitabilmente ci angustiamo, proviamo dolori, piangiamo, ci am­
maliamo, come se io afferm assi che la vita felice consiste nella
esuberanza del corpo e non nella profondità della sapienza, nella
serenità della coscienza, nella sublim ità della virtù. È felicità
non già essere nella sofferenza, m a esserne vittorioso senza lasciar­
si abbattere dal turbam ento causato da un dolore di breve durata.
20. Supponi che accadano fatti considerati motivo di grave
dolore, come la cecità, l’esilio, la fame, lo stupro d’una figlia, la
perdita dei figli. Chi non direbbe felice Isacco che nella sua vec­
chiaia, pur cieco, con le sue benedizioni rendeva felici i suoi? Non
era forse felice Giacobbe che, profugo dalla casa paterna, pasto­
re m ercenario, sopportò l’esilio, pianse l’offesa recata all’onore
della figlia2, soffri la fame? Non sono dunque felici quelli che con
la loro fede rendono testim onianza a Dio, come risulta quando
si dice: Il Dio d ’Àbramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe? 3. Mi­
sera è la schiavitù, m a non fu misero Giuseppe, anzi veramente
felice, perché, sebbene schiavo, rintuzzò la lussuria della sua pa­
drona. Che dire del santo Davide che pianse la m orte di tre fi­
gli 4 e, cosa ancor più dolorosa, l’incesto della figlia?5. Come po­
teva non essere felice colui dalla cui discendenza nacque l’Autore
della felicità, che m oltissim i rese felici? Beati, infatti, coloro che
non videro e credettero. Anch’essi provarono l’inferm ità, m a dal­
l’inferm ità trassero forza. Quale maggior pena di quella del santo
Giobbe o per l’incendio della sua casa o per la m orte improvvisa
dei dieci figli o per le sofferenze fisiche? Forse fu meno felice
che se non avesse sopportato quelle disgrazie che lo misero mag­
giormente alla prova?
21. Ammettiamo pure che in esse vi sia stato qualche tor­
mento: quale dolore non riesce a nascondere la forza dell’animo?
Non potrei infatti dire che il m are non è profondo perché presso
la spiaggia l’acqua è bassa; né che il cielo non è luminoso perché
talvolta è coperto di n u b i6; né che la terra non è fertile perché
in alcuni luoghi c’è sterile ghiaia7 o che le messi non sono rigo­
gliose perché solitam ente hanno fram m ista dell’avena selvatica8.
Convinciti ugualm ente che la messe d’una coscienza felice è di­
sturbata da qualche m ucchio9 di dolore. Se per caso capita qual­
che avversità ed amarezza, non è forse, come l’avena infeconda,

2 Vedi I, 25, 120 e n. 9.


3 Intendi: fu tale la fede di questi patriarchi che Dio si riferi a loro per
farsi riconoscere da Mosè.
4 Ammon (Sam 13, 28-29), Assalonne (2 Sam 18, 14) e il prim o figlio avu­
to da Betsabea (2 Sam 12, 8).
5 Tam ar fu oltraggiata dal fratellastro Ammon (2 Sam 13, 14).
6 Cf. Verg., Aen., XI, 611: caelumque obtexitur umbra.
7 Cf. Verg., Georg., II, 212: ...ieiuna... cliuosi glarea ruris.
8 Cf. Verg., Bue., V, 37: infelix lolium et steriles nascuntur auenae; Cic.,
De fin., V, 30, 91: Ne seges quidem igitur spicis uberibus et crebris, si auenam
uspiam uideris.
9 La lezione aceruo riprende l’immagine suggerita da messem. Su tale le­
zione vedi T est a r d , Observations, ecc., p. 240, n. 5.
196 DE OFFICIIS I I , 21-25

tam quam sterilis auena absconditur aut tam quam lolii am aritudo
frum enti suauitate obducitur? Sed iam ad proposita pergamus.

Caput VI

De utili non quaestuoso illo, sed iusto et honesto, quod etiam damnis
quaeritur; ac diuiditur in utile corporeum et pietatis.

22. Superiore libro ita diuisionem fecimus, u t prim o loco esset


honestum ac decorum, a quo officia ducerentur, secundo loco quid
utile. E t quemadm odum in prim o diximus quia inter honestum et
decorum est quaedam distinctio, quae magis intellegi quam expli­
cari possit, sic, et cum utile tractam us, considerandum uidetur quid
utilius.

23. Utilitatem autem non pecuniarii lucri aestim atione subdu­


cimus, sed adquisitione pietatis sicut apostolus ait: Pietas autem
ad omnia utilis est, promissionem habens uitae praesentis et
fu tu ra e a. Itaque, in scripturis diuinis si diligenter quaeramus,
saepe inuenimus quod honestum est utile uocari: Omnia mihi
licent, sed non omnia sunt utilia b. Supra de uitiis loquebatur. Hoc
ergo dicit: Licet peccare, sed non decet. In potestate sunt peccata,
sed non sunt honesta. Luxuriari prom ptum , sed non iustum . Non
enim deo esca, sed uentri colligitur.

24. Ergo, quia quod utile, id etiam iustum , iustum est ut


seruiamus Christo qui nos redem it; ideo iusti qui pro eius nom ine
se m orti obtulerunt; iniusti qui declinauerunt, de quibus dicit:
Quae utilitas in sanguine m eo?c, id est, qui iustitiae meae pro­
fectus? Vnde et illi: Alligemus iustum , quia inutilis est nobis d, id
est iniustus, qui nos arguit, condemnat, corripit. Licet hoc possit
etiam ad auaritiam hom inum derivari, quae perfidiae uicina est,
sicut in Iuda proditore legimus, qui auaritiae studio et pecuniae
cupiditate laqueum proditionis incurrit atque incidit.

25. De hac igitur tractandum est utilitate, quae sit plena


honestatis, sicut ipsis uerbis definiuit apostolus dicens: Hoc autem
ad utilitatem uestram dico, non u t laqueum iniciam uobis, sed ad

a 1 Tim 4, 8.
b 1 Cor 6, 12.
c Ps 29, 10.
d Is 3, 10.
I DOVERI I I , 21-25 197

nascosta dai manipoli d’un’intera vita felice o, come l’aspro sapore


della zizzania, soffocata dalla dolcezza del frum ento? Ma prose­
guiamo la nostra trattazione.

Capitolo 6

L’utile che non proviene dal guadagno, m a giusto ed onesto, che si ricava
anche dalle perdite. Si divide in utile materiale e in utile derivante
dalla pietà.

22. Nel libro precedente abbiamo fatto questa distinzione,


abbiamo cioè collocato al prim o posto l’onesto e il conveniente
e i doveri che ne conseguono; al secondo l’u tile 1. E come nel pri­
mo punto abbiamo detto che tra l'onesto e il conveniente c'è
una distinzione che si può intuire più che spiegare, cosi, anche
trattando dell'utile, sem bra si debba considerare che cosa sia
più u tile 2.
23. Noi stimiamo l’utilità non in base alla valutazione d’un
guadagno pecuniario, m a in rapporto all’acquisto della p ie tà 3,
come dice l’Apostolo: La pietà è utile a tutto, perché ha la pro­
messa della vita presente e della futura. Se cerchiamo diligente­
m ente nelle scritture divine, troviamo spesso che ciò che è onesto
è detto utile: Tutto m i è lecito, ma non tutto m i è utile. Prim a
stava parlando dei vizi. Intende dire questo: È possibile peccare,
m a non è conveniente. I peccati sono in mio potere, m a non sono
onesti. Gozzovigliare è facile, però non è giusto. Il cibo infatti si
accumula non per Iddio, m a per il ventre.
24. Siccome l’utile è anche giusto, è giusto che serviamo
Cristo che ci ha redenti. Furono giusti coloro che per il suo nome
affrontarono la m orte, ingiusti coloro che la evitarono, dei quali
dice: Quale utilità nel mio sangue, cioè, quale vantaggio della mia
giustizia?4. Perciò anche quelli: M ettiamo in ceppi il giusto, per­
ché ci è m o lesto 5, cioè è ingiusto, perché ci rim provera, ci con­
danna, ci biasima. Ciò potrebbe essere riferito all’avarizia degli
uomini malvagi, che è prossim a alla perfidia, come leggiamo del
traditore Giuda che per il vizio dell’avarizia e per l’avidità di de­
naro incappò nel laccio del tradim ento.
25. Bisogna dunque tra tta re dell’utilità che è integralmente
onesta, come la definì l’Apostolo con precise parole: Dico questo
per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi

1 I, 9, 27.
2 Cf. Cic., De off., II, 3.
3 Qui « pietà », come si ricava dal passo paolino citato subito dopo, si­
gnifica, in sostanza, « unione con Dio ».
4 Tale interpretazione non corrisponde al significato effettivo del ver­
setto nel contesto del salmo 29: « Quale vantaggio dalla m ia m orte, dalla mia
discesa nella tomba? Ti p o trà forse lodare la polvere e proclam are la tua
fedeltà? » (CEI).
5 II versetto è nei Settanta, non nella Vulgata.
198 DE OFFICIIS I I , 25-28

id quod honestum e s t e. Liquet igitur quod honestum est utile esse


et quod utile, honestum ; et quod utile, iustum et quod iustum,
utile. Neque enim mihi ad m ercatores lucri cupidine auaros, sed
ad filios sermo est, et sermo de officiis quae uobis, quos elegi in
m inisterium domini, inculcare gestio atque infundere, u t ea quae
m entibus ac m oribus uestris usu atque institutione inolita atque
inpressa sunt, etiam serm one ac disciplina aperiantur.

26. Itaque de utilitate dicturus u ta r illo uersiculo prophetic


Declina cor m eum in testim onia tua et non in auaritiam f, ne utili­
tatis sonus excitet pecuniae cupiditatem . Denique aliqui habent:
Declina cor m eum in testimonia tua et non ad utilitatem , hoc est
illam quaestuum nundinas aucupantem utilitatem , illam usu homi­
num ad pecuniae studium inflexam ac deriuatam . Vulgo enim hoc
solum dicunt utile quod quaestuosum; nos autem de ea tractam us
utilitate quae damnis quaeritur, u t Christum lucrem ur, cuius
quaestus est pietas cum sufficientia8. Magnus profecto quaestus
quo pietatem adquirim us, quae apud deum diues est, non caducis
facultatibus, sed m uneribus aeternis in quibus non tem ptatio
lubrica, sed constans et perpetua sit gratia.

27. Est ergo utilitas alia corporalis, alia pietatis, sicut diu
apostolus: Corporalis enim exercitatio ad modicum, inquit, utilis
est, pietas autem ad omnia est utilis h. Quid autem tam honestum
quam integritas? Quid tam decorum quam inm aculatum seruare
corpus et inuiolatum atque intam inatum pudorem ? Quid etiam
tam decorum quam u t uidua uxor defuncto coniugi fidem seruet?
Quid etiam hoc utilius, quo regnum celeste adquiritur? Sunt enim,
qui se castrauerunt propter regnum caelorum \

Caput VII

Utilitatem idem esse atque honestatem ; nihil autem utilius dilectione


quae mansuetudine, affabilitate, beneficentia, iustitia aliisque uirtutibus
conparatur, quem admodum ex Moysis atque Dauidis historia d atu r intel­
legi; postrem o et e dilectione fidem nasci et rursus e fide dilectionem.

28. E st igitur non solum fam iliare contubernium honesta


et utilitatis, sed eadem quoque utilitas quae honestas. Ideo et ille
qui regnum caelorum uolebat omnibus aperire, non quod sibi
utile quaerebat, sed quod omnibus. Vnde ordo quidem nobis et
gradus faciendus est etiam ab his usitatis et communibus ad ea

e 1 Cor 7, 35.
£ Ps 118, 36.
e Phil 3, 8.
h 1 Tim 4, 8.
i Mt 19, 12.
I doveri i i , 25-28 199

a ciò che è o n esto 6. È chiaro dunque che l’onesto è utile e l'utile


è onesto e che l’utile è giusto e il giusto è utile. Infatti io parlo
non a m ercanti avidi di guadagno, m a a figli, e parlo dei doveri
che desidero ardentem ente inculcare in voi che ho scelto per il
servizio del Signore, affinché i principi profondam ente radicati
nella vostra m ente e nei vostri costum i dalla pratica e dall’inse­
gnamento siano illustrati anche dalla vostra parola e dal vostro
modo di vivere.
26. Iniziando il discorso sull’utilità citerò quel versetto del
profeta: Piega il mio cuore ai tuoi insegnamenti e non all’avari­
zia.'1, perché l’uso della parola utilità non susciti l’avidità del de­
naro. Alcuni appunto hanno: Piega il mio cuore ai tuoi insegna-
m enti e non aU’utilità, cioè a quell’utilità che spia le occasioni
per far guadagni, a quell’utilità tu tta rivolta, secondo l’um ana con­
suetudine, alla ricerca del denaro. M entre comunemente gli uo­
mini chiamano utile solo ciò che procura guadagno, noi trattiam o
di quell’utilità che si cerca con le perdite per guadagnare Cristo,
il cui guadagno è la pietà e l’accontentarsi di ciò che b a s ta 8. È
certam ente un grande guadagno quello m ediante il quale acqui­
stiamo la pietà, ricca dinanzi a Dio, non di beni caduchi, m a di
doni eterni nei quali non c’è la pericolosa tentazione, m a la gra­
zia costante e perpetua.
27. Ci sono due utilità: una del corpo e u n ’altra della pietà,
come distinse l’Apostolo: L’esercizio del corpo è utile a poco, la
pietà è utile a tutto. Ma che c’è di cosi utile come l’integrità? Che
c’è di cosi conveniente come conservare il corpo senza macchia
e il pudore inviolato e incontam inato? Che c’è anche di cosi con­
veniente come la fedeltà d’una vedova al m arito defunto? Che c’è
di più utile di ciò che ci fa guadagnare il regno celeste? Vi sono,
infatti, di quelli che si evirano per il regno dei cieli.

Capitolo 7

L’utilità s’identifica con l’onestà; m a nulla è più utile dell’affetto che si


ottiene con la mansuetudine, l’affabilità, la beneficenza, la giustizia e le
altre virtù, come si può com prendere dalle vicende di Mosè e di Davide.
Infine dall’affetto nasce anche la fiducia e, d ’altra parte, dalla fiducia
l’affetto.

28. Non solo dunque v’è uno stretto rapporto fra onest
utilità, m a anche l’utilità s’identifica con l’onestà. Perciò, anche
Colui che voleva aprire a tu tti il regno dei cieli, cercava non ciò
che era utile a lui, m a a tutti. Quindi dobbiamo stabilire un certo
ordine ed una gerarchia partendo da ciò che è comune e consueto

6 Qui honestum traduce il gr. euffXTUlov = « decoroso », « conveniente ».


7 I Settanta hanno itXeovE^ia, la Vulgata, auaritia.
8 E st autem quaestus magnus pietas cum sufficientia (Fil 3, 8). Il testo
greco usa, rispettivam ente, eùcépeia e a ù x à p x E i a Sul significato di pietas,
v. sopra n. 3.
20 0 DE OFFICIIS I I , 28-32

quae sunt praecellentia, u t ex pluribus utilitatis colligamus pro­


fectum.
29. Ac prim um nouerim us nihil tam utile quam diligi; nihil
tam inutile quam non am ari; nam odio haberi exitiale ac nimis
capitale arbitror. Itaque id agamus, u t omni sedulitate commen­
demus existimationem opinionemque nostram ac prim um placi­
ditate mentis et animi benignitate influamus in affectum hominum.
Popularis enim et grata est omnibus bonitas nihilque quod tam
facile inlabatur hum anis sensibus. Ea si m ansuetudine m orum ac
facilitate, tum m oderatione praecepti et affabilitate sermonis, uer-
borum honore, patienti quoque serm onum uice modestiaeque
adiuuetur gratia, incredibile quantum procedit ad cumulum di­
lectionis.

30. Legimus enim non solum in priuatis, sed etiam in ipsis


regibus, quantum facilitas blandae affabilitatis profecerit aut su­
perbia uerborum que obfuerit tum or, u t regna ipsa labefactaret et
potestatem solueret. Iam si quis consilio, usu, m inisterio, officiis
popularem conprehendat gratiam , aut si quis periculum suum pro
uniuersa plebe offerat, non est dubium quod tantum caritatis a
plebe in eum refundatur, u t populus salutem eius et gratiam sibi
praeferat.

31. Quantas Moyses a populo inlatas absorbebat contumelias;


et cum dominus in insolentes uindicare uellet, se tam en pro populo
offerebat frequenter, u t indignationi diuinae plebem subduceret3.
Quam m iti sermone post iniurias appellabat populum, consolabatur
in laboribus, deliniebat oraculis; et cum deo constanter loqueretur,
homines tam en humili et grata appellatione affari solebatb. Merito
aestim atus est supra homines, u t et uultum eius non possent in­
tendere c et sepulturam eius non repertam cre d e ren td, quia sic
sibi totius plebis mentes deuinxerat, u t plus eum pro m ansuetudine
diligerent quam pro factis adm irarentur.

32. Quid eius im itator sanctus Dauid, electus ex omnibus


plebem regendam, quam m itis et blandus, hum ilis spiritu, sedulus
corde, facilis affectu! Ante regnum se pro om nibus offerebat; rex
cum omnibus aequabat suam m ilitiam et partiebatur laborem,
fortis in proelio, m ansuetus in imperio, patiens in conuicio, ferre
magis prom ptus quam referre iniurias. Ideo tam carus erat omni-

a Ex 32, 11-14; 32-33.


b Ex 33, 8ss.
c Ex 34, 29-35.
d Deut 34, 6.
I doveri i i , 28-32 201

fino a ciò ch’è più eccellente, per poter ricavare da più p arti una
utilità sempre m aggiore1.
29. Non dimentichiamo innanzitutto che nulla è tanto utile
quanto l’essere am ati e nulla tanto dannoso quanto il non essere
a m a ti2; infatti ritengo funesto e davvero esiziale l’essere odiati.
Preoccupiamoci allora di guadagnarci con ogni impegno la stim a
e la buona opinione altrui e di conquistarci3 con la serenità della
m ente e la benignità dell’animo l’affetto degli uomini. La bontà,
infatti, è accetta alla gente e gradita a tutti, e non c’è nulla che
più facilmente penetri nel cuore umano. Quando s’accompagna alla
dolcezza e alla mitezza del carattere, inoltre alla moderazione nel
comando e all’affabilità nel parlare, all’efficacia nell'esprim ersi ed
anche al paziente ascolto nella conversazione e al fascino della
modestia, riesce a guadagnarsi un affetto d’incredibile in te n sità 4.
30. Dalla storia sappiamo, non solo nel caso di privati cit­
tadini, m a anche a proposito degli stessi re, quale vantaggio abbia
loro recato la gentilezza d’una accattivante affabilità o, al con­
trario, quale danno la superbia e la tracotanza nel parlare, così
da m ettere in pericolo gli stessi regni e distruggerne la potenza5.
Inoltre, se uno con i consigli, le relazioni, i servizi, le prem ure si
conquista il favore popolare o m ette a repentaglio se stesso per
tutti, certam ente il popolo riverserà su di lui tanto amore da pre­
ferire a se stesso la salvezza e l’amicizia di chi lo serve.
31. Quante ingiurie doveva ingoiare Mosè! E tuttavia, quan­
do il Signore voleva punire gli insolenti, egli sovente si offriva
spesso al posto del popolo, per sottrarlo allo sdegno divino. Con
quali m iti parole si rivolgeva al popolo dopo le offese, lo conso­
lava nelle fatiche, lo placava con i suoi responsi, lo sosteneva con
le sue opere! E, p u r parlando francam ente con Dio, di solito si
rivolgeva agli uomini con espressioni umili ed amabili. A buon
diritto fu ritenuto più che uomo, così che non potevano fissare
il suo volto e credevano che non se ne fosse trovata la sepoltura.
Egli aveva così legati a sé gli uomini di tu tto il popolo, che lo
amavano più per la sua mitezza di quanto lo am m irassero per le
sue imprese.
32. E il suo im itatore, il santo Davide, scelto fra tu tti a
governare il popolo, come fu m ite e dolce, umile di spirito, solle­
cito di cuore, condiscendente nell'animo! Prim a di essere re, si
offriva per tutti; diventato re, voleva la sua vita di soldato uguale
a quella di tu tti gli altri e ne condivideva le fatiche, coraggioso
in battaglia, m ansueto nel comando, tollerante nei rim proveri,
pronto a sopportare più che a ricam biare le offese. E ra così caro

1 Se si stabilisce una gerarchia per gradi successivi di azioni oneste, e


quindi utili, seguendola si avrà via via (ex pluribus) un'utilità sem pre mag­
giore (profectus utilitatis = progresso nell'utilità).
2 Cf. Cic., De off., II, 7, 23.
3 Propriam ente « introdursi », « insinuarsi »; cf. Cic., De off., II, 9, 31:
ut in uniuersorum animos tam quam influere possimus.
* Cf. Cic., De off., II, 14, 48.
5 Cf. CIC., ibid.
202 DE OFFICIIS I I , 32-35

bus, u t iuuenis ad regnum etiam inuitus peteretur, resistens coge­


retur, senex, ne proelio interesset, a suis rogaretur, quod mallent
omnes pro ipso periclitari quam illum pro omnibus.

33. Ita sibi gratis officiis plebem obligauerat, prim um, ut


discordiis populi exsulare in H ebron m alle te quam regnare in Hie­
rusalem; deinde, u t etiam in hoste positam uirtutem diligeret;
iustitiam etiam his qui arm a contra se tulerant aeque ac suis
praestandam putaret. Denique fortissim um aduersae partis propu­
gnatorem Abenner ducem et inferentem proelia m iratus est et
orantem pacis gratiam non aspernatus honorauit conuiuio; inte­
rem ptum insidiis doluit et fleuit, prosecutus exequias honestauit,
m ortem ultus conscientiae fidem praestitit, quam filio inter here­
ditaria iura tr a n s c r ip s itm a g is sollicitus ne innocentis m ortem
inultam relinqueret, quam quo suam m ortem doleret.

34. Non mediocre istud, praesertim in rege, sic obire hum a­


nitatis munia, u t communem se exhiberet etiam infimis, alieno
periculo cibum non quaerere, potum rec u sa re e, peccatum fateri
seque ipsum pro populo offerre m orti, ut in se diuina indignatio
conuerteretur, cum ferienti angelo offerens diceret: Ecce sum, ego
peccaui et ego pastor m alum feci, et iste grex quid fecit? Fiat
manus tua in m e h.

35. Nam quid alia dicam, quod dolum m editantibus non ape­
riebat os suum et tam quam non audiens nullum sermonem refe­
rendum putabat; non respondebat conuiciis; cum sibi derogaretur,
orabat; cum m alediceretur, benedicebat? Ambulans in simplicitate,
superborum fugitans, sectator inm aculatorum , qui cinerem misce­
b at alimentis suis, cum peccata propria deploraret, et potum suum
tem perabat fletibus? Merito sic expetitus est ab uniuerso populo,
u t uenirent ad eum omnes tribus Israel dicentes: Ecce nos ossa
tua et caro tua sumus: heri et nudius tertius, cum esset Saul et
regnaret super nos, tu eras qui producebas et inducebas Israel. E t
dixit tibi dominus: Tu pasces populum m e u m 1. E t quid plura de
eo dicam, de quo eiusmodi dei processit sententia, u t de eo diceret:
Inueni Dauid secundum cor m eu m ? '. Quis enim in sanctitate cordis

« 2 Reg 2, 2-3.
f 2 Reg 3, 12-36.
e 2 Reg 23, 15-17.
h 2 Reg 24, 17.
i 2 Reg 5, 1-2.
1 Ps 88, 21.
i doveri i i , 32-35 20 3

a tutti, che in ancor giovane età, pur contro voglia, fu chiamato


al trono e, nonostante la sua riluttanza, fu costretto ad accettarlo.
Da vecchio era invitato dai suoi a non partecipare alle battaglie,
preferendo tu tti esporsi al pericolo per lui piuttosto che lui per
tutti.
33. Aveva obbligato a sé il popolo ponendosi al suo servizio
e acquistandosene la riconoscenza: preferì, dapprim a, in occasio­
ne delle discordie popolari, andare esule a Ebron che regnare in
Gerusalemme; stimò il valore anche nel nemico; ritenne di dover
rendere giustizia anche a coloro che avevano preso le arm i contro
di lui non meno che ai suoi. Ammirò infine il generale Abner, va­
lorosissimo comandante dell’esercito nemico, che gli moveva guer­
ra, non lo respinse quando chiese la pace, l’onorò chiamandolo
alla sua mensa. Quando fu ucciso a tradim ento, lo pianse; parte­
cipò alle sue esequie in segno d’onore; vendicandone la m orte, di­
m ostrò la lealtà della sua coscienza, lealtà che trasm ise al figlio
tra gli obblighi ereditari, preoccupandosi maggiormente di non
lasciare im punita la m orte di un innocente che di rattristarsi
per la sua.
34. Non è cosa da poco, specie nel caso di un re, esercitare
doveri cosi umili da rendersi pari anche agli infimi, non volere
il cibo al prezzo del pericolo altrui, rifiutare la bevanda6, confes­
sare la propria colpa, offrirsi alla m orte per la salvezza del po­
polo, perché contro di lui si rivolgesse lo sdegno divino, quando,
offrendosi all’angelo che colpiva il popolo, disse: Eccomi, ho pec­
cato, io che sono il pastore, ho commesso il male, e questo gregge
che ha fatto? Si levi la tua mano contro di m e 1.
35. E ancora, di fronte a coloro che cercavano d’ingannarlo,
non apriva la sua bocca e, come se non udisse, pensava di non
dover replicare in alcun modo; non rispondeva alle offese; quan­
do si cercava d’um iliarlo8, pregava; quando lo si malediceva, be­
nediceva. Camminando nella semplicità, evitando i superbi, se­
guendo coloro che erano senza macchia, egli mescolava la cenere
alle proprie vivande piangendo i propri peccati e allungava la
sua bevanda con le lacrime. Ben a ragione fu cosi richiesto da
tu tto il popolo che venivano a lui tu tte le tribù d’Israele dicendo:
Ecco noi siamo ossa tue e carne tua; già in passato9, quando Saul
viveva e regnava su noi, eri tu che conducevi e riconducevi Israe­
le. E il Signore ti ha detto: Tu pascerai il mio popolo. Perché
dovrei dire di più di colui sul conto del quale Iddio arrivò ad
esprimere un tale giudizio dicendo: Ho trovato Davide secondo

6 Si allude all'episodio narrato da 2 Sam 23, 13-17, quando Davide versò


per te rra l’acqua che tre valorosi gli avevano portato con grave rischio del­
la loro vita.
7 Una pestilenza aveva colpito Israele per un atto di presunzione di
David (2 Sam 24, 10-17).
8 Per il significato di derogo cf. Cic., Pro Sext. Rose., 32, 89: non enim
tantum m ihi derogo, tam etsi nihil arrogo, ut te copiosius quam m e putem
posse dicere. Più sotto, per superborum fugitans cf. Ter., Phorm., 623: fugi­
tans litium.
9 Lett.: « ieri e l'altro ieri ».
204 DE OFFICIIS II , 35-39

et iustitia sicut iste am bulauit u t inpleret uoluntatem dei, propter


quem et delinquentibus posteris eius uenia data et prerogatiua est
reseruata heredibus?™.

36. Quis igitur non diligeret eum quem uidebat ita carum
amicis, ut, quia ipse sincere amicos diligebat, aeque diligi se a suis
amicis arbitraretur? Denique parentes eum filiis suis, filii praefe­
rebant parentibus. Vnde grauiter indignatus Saul percutere Iona-
than filium suum uoluit hasta, quia pluris apud eum ualere Dauid
amicitiam iudicabat quam uel pietatem uel auctoritatem paternam 11.

37. Etenim ad incentiuum caritatis communis plurim um pro­


ficit si quis uicem am antibus reddat nec minus redam are se probet
quam ipse am atur, idque amicitiae fidelis pateat exemplis. Quid
enim tam populare quam gratia? Quid tam insitum naturae quam
u t diligentem diligas? Quid tam inolitum atque inpressum affecti­
bus hum anis quam u t eum am are inducas in animum, a quo te
am ari uelis? Merito sapiens dicit: Perde pecuniam propter fratrem
et a m icu m °. E t alibi: Am icum salutare non erubescam et a facie
illius non me abscondam p. Siquidem uitae et inm ortalitatis medi­
cam entum in amico esse ecclesiasticus sermo te s ta tu rq; et sum ­
mum in caritate praesidium nemo dubitauerit, cum apostolus dicat:
Omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet, caritas
num quam c a d itT.

38. Ideo Dauid non cecidit, quia carus fuit omnibus et diligi a
subiectis quam tim eri m aluit. Timor enim tem poralis tutam inis
seruat excubias, nescit diuturnitatis custodiam. Itaque, ubi tim or
decesserit, audacia obrepit, quoniam fidem non tim or cogit, sed
affectus exhibet.

39. Prim a ergo ad commendationem nostri est caritas. Bonum


est ergo testim onium habere de plurim orum dilectione. Hinc nasci­
tu r fides, u t com m ittere se tuo affectui non uereantur etiam alieni,
quem pluribus carum aduerterint. Sim iliter etiam per fidem ad
caritatem peruenitur, ut qui uni aut duobus praestiterit fidem,
tam quam influat in animos uniuersorum et omnium adquirat
gratiam .

™ 3 Reg 11, 12-13.


o 1 Reg 20, 30-31.
o Eccli 29, 13 (10).
p Eccli 22, 31 (25).
<} Eccli 6, 16.
«• 1 Cor 13, 7-8.

39, 4-5. per fidem ac caritatem Krabinger; sed uide p. 345.


I doveri i i , 35-39 2 05

il mio cuore? Chi infatti, compiendo la volontà di Dio, camminò


come lui nella santità del cuore e nella giustizia, ottenendo il
perdono ai suoi discendenti peccatori e conservando ai suoi eredi
i privilegi?10.
36. Chi non l’avrebbe amato, vedendolo cosi caro agli amici,
da pensare, siccome egli li amava sinceramente, d’esserne ricam ­
biato in uguale m isura? I genitori lo preferivano ai propri figli,
i figli ai propri genitori. Profondam ente irritato, Saul volle colpi­
re suo figlio Gionata con la lancia, perché riteneva che per lui
valesse di più l'amicizia di Davide che l’amore per il padre o la
sua autorità.
37. Per suscitare l’amore reciproco, giova moltissimo ricam ­
biarlo a coloro che ci amano e dim ostrare che, a nostra volta, non
amiamo meno di quanto siamo am ati e dim ostrarlo con esempi
di amicizia fedele. Che cosa, infatti, incontra tanto il favore del
popolo quanto la riconoscenza? Che cosa è cosi connaturale come
l’am are chi ti ama? Quale disposizione è cosi profondam ente ra­
dicata negli affetti um ani come l’essere incline ad am are colui
dal quale vuoi essere amato? Giustamente il Saggio dice: Perdi
pure denaro per il fratello e l’amico. E in un altro passo: Non
m i vergognerò di salutare l'amico e non m i nasconderò al suo
cospetto. L’Ecclesiastico attesta che nell’amico c’è la medicina
della vita e dell'im m ortalità; e nessuno potrebbe dubitare che
nell’am ore si trovi una difesa potentissim a, dal momento che
l’Apostolo asserisce: Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta: la carità non viene mai meno.
38. Davide non cadde, perché era caro a tu tti e preferiva
essere amato dai sudditi piuttosto che tem uto. Il tim ore infatti
assicura la vigilanza per una protezione tem poranea, m a è inca­
pace di difendere a lu n g o u. Perciò, quando il tim ore cessa, su­
bentra aH’im prow iso l’audacia, perché la fedeltà non è imposta
dal tim ore, m a garantita dall’affetto.
39. Il nostro prim o titolo di raccomandazione è la carità. È
bene avere la testim onianza dell'amore di un grandissimo num ero
di p e rso n e 12. Di qui nasce la fiducia, per la quale anche gli estra­
nei non temono di affidarsi al tuo affetto che hanno constatato
essere caro a molti. Ugualmente attraverso la fedeltà si giunge alla
carità: chi si è m ostrato leale con uno o due, penetra, per cosi
dire, neH’animo di tu tti e ne acquista l'am icizia13.

10 Anche se il riferim ento imm ediato riguarda Salomone e suo figlio Ro-
boamo, non si può escludere che S. Ambrogio pensi più genericamente alle
promesse fatte da Dio al popolo ebreo.
11 Cf. Cic., De off., II, 7, 23: malus enim est custos diuturnitatis metus.
“ Cf. Cic., De off., II, 8, 30.
13 Nei paragrafi 38 e 39 la parola fides assume sfum ature diverse che
l’italiano deve necessariam ente rendere con term ini distinti, anche se analo­
ghi, come « fedeltà », « fiducia », « lealtà », ecc. Cf. Cic., De off., I, 7, 23.
Il quem, che gram m aticalm ente si riferisce ad affectui, come senso potr
be riferirsi piuttosto a tuo. In tal caso la traduzione sarebbe: « perché hanno
constatato che sei caro a m olti ».
206 DE OFFICIIS I I , 4043

Caput V ili

Nihil ad conciliandam gratiam magis ualere quam consilia; sed eis con­
fidere posse neminem, nisi iustitia nitan tu r ac prudentia; quantum autem
hae duae uirtutes eluxerint in Salomone, ex ipsius celeberrimo iudicio
palam fieri.

40. Duo igitur haec ad comm endationem nostri plurimum


operantur, caritas et fides, et tertium hoc si habeas, quod in te
adm iratione dignum plerique existim ent et iure honorandum
putent.

41. E t quia consiliorum usus maxime conciliat homines, ideo


prudentia et iustitia in unoquoque desideratur et ea exspectatur a
pluribus, u t in quo ea sint, illi deferatur fides, quod possit utile
consilium ac fidele desideranti dare. Quis enim ei se comm ittat,
quem non putet plus sapere quam ipse sapiat qui quaerit consi­
lium? Necesse est igitur u t praestantior sit a quo consilium petitur
quam ille est qui petit. Quid enim consulas hominem quem non
arbitreris posse melius aliquid reperire quam ipse intellegis?

42. Quod si eum inueneris qui uiuacitate ingenii, mentis uigore


atque auctoritate praestet et accedat eo, u t exemplo et usu paratior
sit, praesentia soluat pericula, prospiciat futura, denuntiet immi­
nentia, argum entum expediat, rem edium ferat in tempore, paratus
sit non solum ad consulendum, sed etiam ad subueniendum; huic
ita fides habetur, u t dicat qui consilium petit: E tsi mala mihi
euenerint per illum, sustineo a.

43. Huiusmodi igitur uiro salutem nostram et existimationem


committimus, qui sit, ut supra diximus, iustus et prudens. Facit
enim iustitia u t nullus sit fraudis metus; facit etiam prudentia ut
nulla sit erroris suspicio. Prom ptius tam en nos iusto uiro quam
prudenti committimus, ut secundum usum uulgi loquar. Ceterum
sapientum definitione, in quo una uirtus est, concurrunt ceterae
nec potest sine iustitia esse prudentia. Quod etiam in nostris
inuenimus. Dicit enim Dauid: Iustus m iseretur et fen era tb. Quid
feneret iustus, alibi dicit: Iucundus uir qui m iseretur et fenerat,
disponet sermones suos in iudicioc.

a Eccli 22, 31 (26).


b Ps 36, 21.
» Ps 111, 5.
I DOVERI I I , 40-43 20 7

Capitolo 8

Per attirarsi la sim patia nulla vale di più del dare consigli; m a nessuno
può avere fiducia in essi, se non sono fondati sulla giustizia e la p ru ­
denza. Quanto tali virtù risplendessero in Salomone, è rivelato dal suo
famosissimo giudizio.

40. Le virtù della carità e della lealtà contribuiscono con


particolare efficacia a farci giudicare favorevolmente; aggiungi,
come terzo motivo, il possedere una qualità ritenuta general­
m ente degna d’ammirazione e meritevole a buon diritto d’essere
o n o ra ta x.
41. E perché il dare abitualm ente consigli a ttira in modo par­
ticolare la sim patia altrui, la prudenza e la giustizia si pretendono
in ciascuno e m olti le richiedono per poter riporre la propria fidu­
cia in chi le possiede, convinti che questi possa offrire a chi lo
desidera un consiglio utile e sicu ro 2. Chi chiede un consiglio si
affida solo a chi stim a più saggio di sé. È necessario dunque che
colui al quale si chiede consiglio sia più competente di chi lo
chiede. A che scopo dovresti consultare un uomo che non pensi
possa trovare una soluzione migliore della tua?
42. Se si trova una persona superiore per vivacità d’ingegno,
per vigore di m ente e autorevolezza, e che inoltre, ben preparata
per l’esempio e l’esperienza, sappia scongiurare i pericoli presenti,
prevedere i futuri, indicare quelli che ti sovrastano, risolvere la
questione proposta, trovare tem pestivam ente un rimedio®, dispo­
sto non solo a lasciarsi consultare, m a anche ad aiutare, le si con­
cede tanta fiducia che chi chiede consiglio dice: Anche se per
causa sua m i capitassero dei mali, sarei pronto a sopportarli.
43. Ad un simile uomo giusto e prudente noi affidiamo la
nostra salvezza e il nostro buon nome, perché la giustizia esclude
ogni tim ore d’inganno e la prudenza ogni sospetto di errore. Tut­
tavia noi ci affidiamo più facilmente ad un uomo giusto che ad
un uomo prudente, per dirla col volgo. In verità — ed è l’opinione
dei sapienti — nell’uomo in cui esiste una virtù si danno convegno
tu tte le altre e pertanto non può sussistere la prudenza senza la
giustizia4. Tale concetto troviamo anche nei nostri; dice infatti
Davide: Il giusto ha compassione e presta denaro. In un altro passo
è detto che cosa presti il giusto: Felice l’uomo che ha compassione
e presta denaro; disporrà i suoi affari con discernim ento5.

1 Cf. Cic., De off., II, 9, 31-32.


2 Cf. Cic., De off., II, 9 33. Il pensiero sarebbe forse esposto più chia­
ram ente cosi: Il dare consigli procura sim patia e prestigio; m a per poterli
dare, bisogna possedere le virtù della prudenza e della giustizia; infatti tali
virtù si pretendono in coloro che si prestano a dare consigli, perché solo di
chi le possiede si ha fiducia, nella convinzione che sia in grado di offrire un
suggerimento utile e sicuro.
3 O c., De off., II, 9, 33. Sul confronto con Yexpedire rem ciceroniano in­
tendo 1'argumentum expedire come « risolvere la questione proposta ».
4 Cf. O c., De off., II, 10, 35; vedi P o h l e n z , op. cit., I, pp. 257-259.
5 Sept.: oìxovo[xV)ffEi t o ù j Xbyovi? auToù èv xptffei. Sermones è un calco
208 DE OFFICIIS I I , 44-47

44. Ipsum illud nobile Salomonis iudicium nonne sapientiae


plenum ac iustitiae est? Itaque spectemus illud si ita est. Duae,
in q u itd, mulieres in conspectu regis Salomonis steterunt, et dixit
una ad eum: Audi me, domine. Ego et haec m ulier in uno habi­
tantes cubiculo, ante diem tertium p artu edito, singulos filiòs
suscepimus, et eram us una, arbiter nullus domi nec ulla alia
nobiscum femina, nisi nos solae; et m ortuus est filius eius hac
nocte, u t obdorm iuit super eum; et surrexit media nocte et accepit
filium meum de sinu meo et collocauit eum in sinu suo et filium
suum m ortuum posuit in sinu meo. E t surrexi mane, uti lactarem
paruulum , et inueni m ortuum . E t consideraui illum diluculo et
non erat filius meus. E t respondit altera: Non, sed filius meus est
hic, qui uiuit; filius autem tuus, qui m ortuus est.
45. E t haec erat contentio, cum utraque filium sibi uindicaret
superstitem , defunctum autem suum negaret. Tum rex iussit adferri
m achaeram et infantem diuidi ac singulas partes dari singulis,
dimidiam uni et dimidiam alteri. Exclam auit m ulier quae uero erat
affectu percita: Nequaquam, domine, infantem diuidas; detur
potius illi et uincat, et non interficias eum. At illa respondit
altera: Neque meus neque huius sit infans, diuidite eum. E t statuit
rex dari infantem ei m ulieri quae dixerat: Nolite interficere eum,
sed date eum illi mulieri, quia m ota sunt, inquit, uiscera eius in
filio suo.
46. Itaque non inm erito aestim atus est intellectus dei in eo
esse, quoniam quae occulta sunt deo? Quid autem occultius inte­
riorum uiscerum testim onio, in quae sapientis intellectus uelut
quidam pietatis descendit arbiter et uelut quandam genitalis alui
uocem eruit, quia m aternus patuit affectus qui elegerat filium
suum vel apud alienam uiuere quam in conspectu m atris necari?

47. Sapientiae igitur fuit latentes distinguere conscientias,


occultis eruere ueritatem et, uelut quadam m achaera, ita spiritus
gladio penetrare non solum uteri, sed etiam animi et mentis
uiscera; iustitiae quoque, u t quae suum necauerat, alienum non
tolleret, sed uera m ater reciperet suum. Denique etiam scriptura
hoc pronuntiauit: Audiuit, inquit, omnis Israel hoc iudicium quod
iudicauit rex, et tim uerunt a facie regis, eo quod intellectus dei
in eo esset, ut faceret iu stitia m e. Denique et ipse Salomon ita
poposcit sapientiam, u t daretur sibi cor prudens audire et iudicare
cum iu stitia f.

d 3 Reg 3, 16 ss.
e 3 Reg 3, 28.
f 3 Reg 3, 9.
i doveri i i , 44-47 209

44. Lo stesso famoso giudizio di Salomone non è tutto sapien­


za e giustizia? Vediamo. Due donne, n arra la Scrittura, si presen­
tarono a re Salomone ed una gli disse: « Ascoltami, Signore. Io
e questa donna, che abitiam o nella stessa stanza, avendo partorito
due giorni or sono, avemmo un figlio ciascuna; eravamo insieme;
non c'era in casa nessun testim one né con noi alcun'altra donna se
non noi due sole; il figlio di lei è m orto questa notte perché s'era
addorm entata sopra di lui. Ella si levò nel mezzo della notte e,
preso mio figlio dal mio seno, mise suo figlio m orto fra le mie
braccia. Stamane, alzatam i per allattare il bimbo, l'ho trovato
m orto. L’ho guardato bene alla prim a luce del giorno, e mi sono
accorta che non era mio figlio ». L’altra rispose: « No, questo che
è vivo è mio figlio, il tuo, invece, quello ch’è m orto ».
45. Entram be, rivendicando il figlio superstite, afferm arono
che il m orto non era il loro. Allora il re fece portare una spada e
ordinò di dividere il bimbo in due parti e di darne una a ciascuna
di esse, m età all’una e m età all'altra. La donna ch'era mossa da
autentico affetto gridò: « No, Signore, non dividere il bimbo; sia
dato piuttosto a lei purché viva: non ucciderlo ». Ma l'altra ri­
spose: « Questo neonato non sia mio né di costei: dividetelo ».
Allora il re decise che il bimbo fosse dato a colei che aveva detto:
« Non uccidetelo, m a datelo a quella donna », perché le sue viscere
si erano commosse per suo figlio.
46. Giustam ente si credette che in lui ci fosse il discerni­
m ento divino. Infatti, che cosa può rim anere occulto a Dio? Che
c'è di più occulto della testim onianza degli intim i precordi nei
quali il discernim ento di quel sapiente penetrò come giudice del­
l'affetto m aterno e, per dire così, fece scaturire la voce del grembo
che aveva generato? Si manifestò l'am ore m aterno, il quale pre­
feriva che il proprio figlio vivesse persino presso u n ’estranea piut­
tosto che fosse ucciso sotto gli occhi della m adre.
47. E ra compito della sapienza distinguere i segreti delle co­
scienze, ricavare la verità da ciò ch’era occulto e, come con una
spada, con la lam a dello spirito penetrare non solo nelle viscere
del grembo m aterno, m a anche dell’anim a e della mente. Era
anche compito della giustizia fare in modo che la colpevole non
prendesse il figlio di un’altra, m a la vera m adre riavesse il suo. La
scrittura proclama: Tutto Israele conobbe questa sentenza pronun­
ciata dal re ed ebbero per lui un timoroso rispetto, perché erano
convinti che il discernim ento di Dio era in lui per fare giustizia.
Lo stesso Salomone chiese la sapienza perché gli fosse concesso un
cuore saggio per ascoltare e giudicare con giustizia.

che tradisce il senso. Il passo è citato a II, 2, 6. Ho trado tto in iudicio


tenendo so p rattutto presente il testo greco. Diverso è il significato che si ricava
dall’ebraico: « secondo il diritto (divino) », ossia « secondo giustizia » (Il libro
dei Salm i a cura di D.G. C a s t e l l in o , Marietti, Torino 1965, pp. 744-45).
210 DE OFFICIIS II, 48-50

Caput IX

Quamuis indiuiduae sint iustitia atque prudentia, uulgi tam en cardinales


u irtutes distinguentis ingenio seruiendum esse.

48. Liquet igitur etiam secundum scripturam diuinam, q


antiquior est, sapientiam sine iustitia esse non posse, quia, ubi una
earum uirtutum , ibi utraque est. Daniel quoque quam sapienter
alta interrogatione fraudulentae accusationis deprehendit menda­
cium, u t calum niatorum sibi responsio non conuenireta. Prudentiae
igitur fuit uocis suae testim onio reos prodere; iustitiae quoque
nocentes supplicio dare, innocentem subducere.

49. Est ergo indiuiduum sapientiae atque iustitiae contub


nium, sed uulgi usu diuiditur una quaedam form a uirtutum , ut
tem perantia sit in despiciendis uoluptatibus, fortitudo spectetur
in laboribus et periculis, prudentia in delectu bonorum, sciens
commoda et aduersa distinguere, iustitia, quae sit bona custos
iuris alieni et uindex proprietatis, suum cuique conseruans. Sit
ergo nobis communis opinionis gratia quadripartita haec facta
diuisio, u t ab illa subtili disputatione philosophicae sapientiae,
quae lim andae ueritatis causa quasi ex adyto quodam eruitur,
retrahentes pedem forensem usum ac popularem sequamur. Hac
diuisione seruata reuertam ur ad propositum .

Caput X

Salutem iusti uiri quam prudentis consilio magis com mitti; eum autem qui
iustitiam ac prudentiam in se coniunxerit, ab omnibus expeti solere;
huius rei exemplum fuisse tum Salomonem, de quo uerba reginae Sabae
exponuntur, tum Iosephum et Danielem.

50. Prudentissim o cuique causam nostram comm ittim us


ab eo consilium prom ptius quam a ceteris poscimus. Praestat
tam en fidele iusti consilium uiri et sapientissim i ingenio frequen­
ter praeponderat. Vtilia enim uulnera amici quam aliorum osculaa.

a D an 13, 44 SS.

a P r o u 27, 6.
I DOVERI I I , 48-50 211

Capitolo 9

Sebbene giustizia e prudenza siano virtù inseparabili, tuttavia bisogna


uniform arsi al criterio comune che distingue fra loro le virtù cardinali.

48. Risulta dalla S crittura divina, più antica dei filosofi, che
la sapienza non può esistere senza la giustizia, perché dove si
trova una si trova anche l'altra. Con questa sapienza Daniele sma­
scherò le menzogne di una falsa accusa per mezzo d’un interro­
gatorio approfondito, sicché le risposte dei calunniatori si contrad­
dissero tra loro. Fu compito della prudenza sm ascherare i colpe­
voli con la testim onianza della loro stessa voce; m a fu anche com­
pito della giustizia m andare al supplizio i colpevoli e salvare l'in­
nocente *.
49. È inseparabile la coesistenza della sapienza e della giusti­
zia; ma comunemente la specie2 delle virtù, che in un certo senso
è unica, viene così distinta: la tem peranza consiste nel disprezzo
dei piaceri, la fortezza si m anifesta nelle fatiche e nei pericoli, la
prudenza si rivela nella scelta dei beni in quanto sa distinguere van­
taggi e svantaggi, la giustizia è la virtù che custodisce fedelmente
il diritto altrui ed è vindice della proprietà, garantendo a ciascuno
il suo. Anche noi conserviamo questa sua divisione q u a d rip a rtita 9
in omaggio aH'opimone comune, in modo da attenerci all’uso vol­
gare e al senso popolare, rifuggendo dalle sottili dispute filosofi-
che che, con la scusa di indagare accuratam ente la verità, la trag­
gono fuori ad d irittura da sacri inaccessibili recessi4. M antenuta
dunque questa divisione, ritorniam o all’argom ento5.

Capitolo 10

La nostra salvezza si affida al consiglio di u n uomo giusto piuttosto che


di u n uomo prudente; m a chi riunisce in sé giustizia e prudenza, suole
essere ricercato da tu tti. Di ciò furono esempi Salomone, di cui si
riferiscono le parole alla regina di Saba, Giuseppe e Daniele.

50. Noi affidiam o la nostra causa ad im a persona prude


quanto più è possibile e le chiediamo consiglio più facilm ente che
a tu tte le altre. Vale di più tuttavia il sicuro consiglio dell’uomo
giusto e frequentem ente prevale sull’ingegno di un uom o sapien­
tissim o 1. Le ferite degli amici, infatti, sono più utili dei baci degli

1 L’episodio della casta Susanna è troppo noto perché debba essere il­
lustrato.
2 Sul valore di form a vedi Q uint., V, 10, 62.
3 Cf. Cic., De off., II, 10, 35.
4 Cf. Lucr., I, 737: ex adyto tam quam cordis responsa dedere (« du fond
du sanctuaire de leur pensée » - E m out).
s Cf. Cic., De off., II, 10, 35.

i Cf. Cic., De off., II, 9, 34.


212 DE OFFICIIS I I , 50-54

Deinde, quia iusti iudicium est, sapientis autem argum entum ; in


illo censura disceptationis, in hoc calliditas inuentionis.

51. Quod si utrum que conectas, erit magna consiliorum sa­


lubritas, quae ab uniuersis spectatur adm iratione sapientiae et
am ore iustitiae, u t omnes quaerant audire sapientiam eius uiri in
quo utriusque uirtutis copula sit, sicut quaerebant omnes reges
terrae uidere faciem Salomonis et audire sapientiam eius, ita ut
et Saba regina ueniret et tem ptaret eum in quaestionibus. E t uenit
et omnia locuta est quae habebat in corde suo et audiuit omnem
sapientiam Salomonis nec ullum uerbum praeteriuit eam b.

52. Quae sit ista quam nihil praetereat, nec sit aliquid quod
ei non adnuntiauerit uerus Salomon, cognosce, o homo, ex his
quae audis loquentem: Verus est, inquit, sermo quem audiui in
terra mea de serm onibus tuis et de prudentia tua, et non credidi
his qui dicebant mihi, donec ueni et uiderunt oculi mei; et nunc
non est nec dimidia quidem pars secundum eam quae adnuntia-
bant mihi. Adposuisti bona super omnia quae audiui in terra mea.
Beatae mulieres tuae et beati pueri tui qui adsistunt tibi, qui
audiunt om nem prudentiam tu a m c. Intellege conuiuium ueri Sa­
lomonis et quae adponuntur in eo conuiuio, intellege sapienter et
considera in qua terra congregatio nationum audierit famam sa­
pientiae uerae atque iustitiae et quibus eum uiderit oculis, contem­
plantibus utique quae non uidentur. Quoniam quae uidentur tem ­
poralia sunt; quae autem non uidentur, aeterna d.

53. Quae sunt beatae m ulieres nisi illae de quibus dicitur,


quia m ultae uerbum dei audiunt et p a riu n t? e. E t alibi: Quicum­
que enim uerbum dei fecerit, ipse m eus frater et soror et mater
e s tf. Qui etiam pueri tui beati qui adsistunt, nisi Paulus qui dice­
bat: Vsque in hunc diem sto protestans minori ac maiori? E. Symeon
qui exspectabat in tem plo u t uideret consolationem Israel? h. Quo­
modo ergo dim itti posceret, nisi quia adsistens domino discedendi
habere facultatem non poterat, nisi uoluntatem domini adeptus
esset? Exempli causa propositus nobis Salomon est, a quo certa-
tim, u t audiretur eius sapientia, postulabatur.

54. Ioseph quoque nec in carcere feriatus erat, quominus


rebus incertis consuleretur'. Cuius consilium Aegypto uniuersae

b 3 Reg 10, 2-3.


c 3 Reg 10, 6-8.
d 2 Cor 4, 18.
e Lc 11, 28.
f Mt 12, 50.
b Act 26, 22.
h Lc 2, 25.
1 Gen 41, 10 ss.
I DOVERI I I , 50-54 213

altri. Inoltre spetta al giusto pronunciare la sentenza, m entre al


sapiente tocca fornire l’argomentazione; al prim o il giudizio sulla
controversia, al secondo l’abilità nel trovare le ragioni.
51. Se poi si riuniscono l’una e l’altra dote, si avranno consigli
veram ente utili, da tu tti am m irati per la loro sapienza e am ati per
la loro giustizia. Tutti cercheranno di ascoltare quell'uomo sag­
gio nel quale s’incontrano entram be le virtù, come tu tti i re della
terra desideravano vedere il volto di Salomone ed ascoltarne i
sapienti responsi, così che anche la regina S a b a 2 venne da lui e
10 mise alla prova proponendogli varie questioni. E venne e disse
tutto ciò che aveva in cuor suo e ascoltò tutta la sapienza di Saio-
mone né alcuna parola le sfuggi.
52. Chi sia costei alla quale nulla sfugge e non v’è cosa che
11 vero Salom one3 non abbia detto, apprendi, o uomo, da ciò che
ascolti dalla sua bocca: Sono vere, disse, le parole che ho sentito
nella mia terra sui tuoi discorsi e la tua saggezza, e non ho cre­
duto a coloro che m i parlavano, finché non sono venuta e i miei
occhi hanno visto; ed ora quel che m i dicevano non è nemm eno
la metà. Hai superato tutto ciò che ho sentito nel mio paese.
Felici le tue donne e felici i tuoi servi che stanno presso di te e
ascoltano tutta la tua saggezza. Comprendi quale sia il convito
del vero Salomone e ciò che in esso viene imbandito, comprendi
con avvedutezza e considera in quale paese la com unità delle na­
zioni abbia udito la fam a della vera sapienza e giustizia e con quali
occhi l’abbia visto, con gli occhi cioè che contemplano ciò che
non si vede. Poiché le cose che si vedono sono temporanee, quelle
invece che non si vedono, eterne.
53. Donne felici sono quelle di cui si afferm a che in gran
num ero ascoltano la parola di Dio e la danno alla lu c e 4. E altrove:
Chiunque m etterà in pratica la parola di Dio, questi è mio fratello,
mia sorella, mia madre. Quali sono anche i servi felici che sono al
tuo servizio, se non Paolo che diceva: Fino ad oggi resisto, rendendo
testimonianza al piccolo e al grande; e Simeone che aspettava nel
tempio per vedere la consolazione d’Israele? Come mai, infatti,
avrebbe chiesto d’essere lasciato m orire, se non perché, essendo
al servizio del Signore, non avrebbe potuto lasciare questa terra
se non ne avesse avuto il consenso? Salomone, cui si chiedeva a
gara di poter ascoltare la sua sapienza, è stato proposto a titolo
d’esempio.
54. Anche Giuseppe non aveva tregua nemmeno in carcere
nell’ascoltare chi gli sottoponeva i propri dubbi. Il suo consiglio
giovò all’intero Egitto, tanto che non senti la sterilità di sette

2 Sept.: fiaalXiffaa, la [3 à ; Vulg.: regina Saba. Di fatto, Saba è il paese


di provenienza, non il nome della regina.
3 S. Ambrogio interpreta allegoricamente il passo della Scrittura: il uerus
Salomon è Cristo (Lc 11, 31); vedi sotto par. 53: Exem pli causa proposi­
tus nobis Salomon est.
4 Cf. Exp. euang. Lue., II, 26: Sed et uos beati qui audistis et credidistis:
quaecumque enim crediderit anima, et concipit et generat dei uerbum et
opera eius agnoscit.
214 DE OFFICIIS I I , 54-59

profuit, u t non sentiret septem annorum sterilitatem aliosque po­


pulos m iserae famis leuaret ieiunio.
55. Daniel ex captiuis regalium consultorum arbiter fac
consiliis suis em endauit praesentia, adnuntiauit futura; ex his enim,
quae frequenter interpretatus ostenderat ueri se esse adnuntiùm ,
fides ei in omnibus deferebatur.

Caput XI

Tertia condicio, quae ad fidem alicui conciliandam ualet, in Moyse, Da­


niele ac Iosepho fulsisse ostenditur.

56. Sed etiam tertius locus de his, qui adm iratione di


aestim antur, Ioseph, Salomonis et Danielis exemplo decursus ui-
detur. Nam, quid de M oysea loquar, cuius omnis Israel cottidie
consilia praestolabatur, quorum uita fidem faciebat prudentiae
adm irationem que eius augebat? Quis se non com m itteret consilio
Moysi, cui seniores, si qua supra suum intellectum et uirtutem
esse arbitrarentur, diiudicanda seruabant?

57. Quis Danielis consilium refugeret, de quo deus ipse dixit:


Quis Daniele sapientior?b. Aut quomodo homines de eorum dubi­
tare m entibus possent, quibus deus tantam conferebat gratiam ?
Moysi consilio bella conficiebantur; Moysi m eritis de caelo adflue-
bat alimonia, potus e petra.

58. Quam purus Danielis anim us, u t m ulceret barbaros mo­


res, m itigaret leones! c. Quae in illo itemperantia! Quanta anim i et
corporis continentia! Nec inm erito m irabilis factus omnibus, quan­
do, quod uehem enter adm irantur homines, regalibus fultus ami­
citiis, aurum non quaerebat nec delatum sibi honorem pluris fa­
ciebat quam fidem. Quin etiam periclitari m alebat pro lege domini
quam pro gratia hominis inflecti.

59. Nam de sancti Ioseph, quem paene praeterieram , casti­


m onia e t iustitia quid dicam, quarum altera inlecebras heriles
respuit, refutauit praem ia, altera m ortem contem psit, m etum rep-
pulit, carcerem praeoptauit? Quis hunc priuatae causae ad con­
sulendum idoneum non iudicaret, cuius ferax anim us et mens fer­
tilis tem poris sterilitatem quodam consiliorum e t cordis ubere
fecundauit? d.

a Ex 18, 13 ss.
•» Ez 28, 3.
c Dan 14, 39.
d Gen 39, 8 ss.; 41, 25-57.
I doveri i i , 54-59 215

anni ed alleviò ad altri popoli gli stenti di quella torm entosa


carestia.
55. Daniele, da prigioniero fatto arbitro delle decisioni
vrane, con i suoi consigli trovò rim edio alle situazioni del momento
e preannuncio gli avvenimenti futuri. Sul fondam ento di tali avve­
nimenti, che aveva di frequente previsto dim ostrando di presagire
il vero, gli si accordava fede in tutto.

Capitolo 11

Si dim ostra che in Mosè, Daniele e Giuseppe brillò la terza qualità


indispensabile per m eritarsi la fiducia.

56. Ma anche il terzo punto 1, che riguarda coloro che erano


giudicati degni d'ammirazione, appare illustrato dagli esempi di
Giuseppe, di Salomone e di Daniele. Perché dovrei parlare di
Mosè, i cui consigli erano attesi ogni giorno dagli Israeliti che
con la loro stessa vita davano credito alla sua prudenza ed accre­
scevano l'ammirazione per lu i? 2. Chi non si sarebbe affidato al
consiglio di Mosè, al quale gli anziani riservavano la decisione
delle questioni che ritenevano superiori alla loro intelligenza e
capacità?
57. Chi avrebbe ricusato il consiglio di Daniele, del quale Dio
stesso disse: Chi più sapiente di Daniele? O come gli uomini
avrebbero potuto dubitare della saggezza di coloro ai quali Dio
conferiva tanta grazia? Per consiglio di Mosè si cessavano le guer­
re; per i suoi m eriti scendevano dal cielo copiosi gli alimenti e
scaturiva l'acqua dalla roccia.
58. Quant’era puro l’animo di Daniele per addolcire le bar­
bare usanze e rendere m ansueti i leoni! Quale tem peranza era in
lui! Quanta continenza d'animo e di corpo! Non a torto fu oggetto
d'ammirazione per tutti, perché, cosa che gli uomini ammirano
straordinariam ente, pu r sostenuto dall’amicizia del re non cercava
denaro né stimava più della fede il grado conferitogli. Anzi pre­
feriva correre pericoli per la legge del Signore che piegarsi per
ottenere il favore degli uomini.
59. Che dirò della castità e della giustizia di Giuseppe che
avevo quasi passato sotto silenzio? Con la prim a virtù respinse
le lusinghe della sua padrona * e ne rifiutò i doni; con la seconda
disprezzo la m orte, vinse il tim ore, preferì il carcere. Chi non
avrebbe giudicato capace di dare suggerimenti in un affare pri­
vato costui, il cui animo ricco d'ogni virtù e la cui m ente fertile
di risorse per cosi dire con l'abbondanza e le doti del suo cuore
resero feconda la sterilità delle stagioni?

1 Quello, cioè, relativo alla virtù della sapienza; vedi II, 8, 40; cf. Cic.,
De off., II, 10, 36.
2 La sopravvivenza degli Israeliti nel deserto era la prova di fatto della
sapienza di Mosè.
3 La moglie di Putifarre.
216 DE OFFICIIS I I , 60-63

Caput XII

Neminem ab homine uitiis contam inato consilium poscere nec rursus a


moroso et difficili; sed ab eo cuiusmodi exemplar habemus in scripturis.

60. Aduertimus igitur quod in adquirendis consiliis plurim um


adiungat uitae probitas, uirtutum praerogatiua, beniuolentiae usus,
facilitatis gratia. Quis enim in caeno fontem requirat? Quis e tu r­
bida aqua potum petat? Itaque, ubi luxuria est, ubi intem perantia,
ubi uitiorum confusio, quis inde sibi aliquid hauriendum existi­
m et? Quis non despiciat m orum conluuionem? Quis utilem causae
alienae iudicet, quem uidet inutilem suae uitae? Quis iterum in-
probum , maliuolum, contumeliosum non fugiat et ad nocendum
paratum ; quis non eum omni studio declinet?

61. Quis uero, quamuis instructum ad consilii opem, diffici­


lem tam en accessu, am biat, in quo sit illud, tam quam si qui aquae
fontem praecludat? Quid enim prodest habere sapientiam, si con­
silium neges? Si consulendi intercludas copiam, clausisti fontem,
u t nec aliis influat nec tibi prosit.

62. Pulchre autem et de illo conuenit, qui habens prudentiam


commaculat eam uitiorum sordibus, eo quod aquae exitum con­
taminet. Degeneres animos uita arguit. Quomodo enim eum potes
iudicare consilio superiorem , quem uideas inferiorem m oribus?
Supra me debet esse, cui me com m ittere paro. An uero idoneum
eum putabo, qui mihi det consilium quod non det sibi, et eum
mihi uacare credam, qui sibi non uacet, cuius anim um uoluptates
occupent, libido deuincat, auaritia subiuget, cupiditas perturbet,
quatiat m etus? Quomodo hic consilii locus, ubi nullus quieti?

63. Admirandus mihi et suscipiendus consiliarius quem pro­


pitius dominus patribus dedit, offensus a b stu lit3. Huius im itator
debet esse qui potest consilium dare et alienam a uitiis custodire
prudentiam , quoniam nihil inquinatum in illam incurrit.

Is 3, 3.
I DOVERI I I , 60-63 217

C apitolo 12

Nessuno chiede consiglio a un uomo contam inato dai vizi o, d 'altra parte,
ad una persona bisbetica e scontrosa, m a a colui del quale le S critture ci
offrono un modello.

60. Per chi cerca un consiglio, contano moltissimo la pro­


bità della vita, l'eccellenza della virtù, l'esercizio della benevo­
lenza, la prontezza nel darlo con affabilità. Chi infatti cercherebbe
una sorgente nel fango? Chi per bere attingerebbe da un'acqua
torbida? Perciò, dove ci sono lussuria, intemperanza, ogni specie
di vizi, chi penserebbe di ricavare qualcosa di utile? Chi non
disprezzerebbe la corruzione dei costumi? Chi potrebbe giudicare
utile alla causa altrui imo che vede dannoso alla propria vita?
Chi ancora non eviterebbe un individuo disonesto, maligno, inso­
lente e pronto a nuocere? Chi non lo eviterebbe con ogni prem ura? 1.
61. D 'altra parte, chi ricorrerebbe ad uno, preparatissim o,
si, al compito di consigliere, m a tuttavia difficile a lasciarsi avvi­
cinare, che agisca cio è2 come chi vieta l’accesso a una sorgente?
Che giova infatti possedere la sapienza, se si rifiuta il consiglio?
Se tu non dai la possibilità di consultarti, hai chiuso la sorgente,
in modo che non scorra per gli altri né giovi a te stesso.
62. Uguale giudizio si dà concordemente sul conto di chi
deturpa la saggezza con la sozzura dei vizi, perché contam ina la
scaturigine dell'acqua. La vita rivela gli animi degeneri3. Come
potresti ritenere superiore a te nel consiglio colui che vedi infe­
riore nella condotta? Dev'essermi superiore colui al quale intendo
affidarmi. R iterrò forse adatto a darm i un consiglio che non sa
dare a sé e crederò che possa attendere al mio bene chi non si
cura di se stesso? Chi ha l’animo invaso dai piaceri, vinto dalla
dissolutezza, soggiogato dall'avarizia, sconvolto dalla cupidigia, agi­
tato dalla paura? Come ci sarà possibilità di consiglio qui dove
non c'è posto per la tranquillità?
63. Dovrò guardare invece con profonda ammirazione il con­
sigliere che il Signore diede ai nostri padri, quando era loro
propizio e tolse loro quand'era a d ira to 4. Dev’essere suo im itatore
chi è in grado di dare consigli, custodendo immune da vizi la pru ­
denza, perché questa non am m ette contaminazione.

1 Cf., Cic., De off., II, 10, 36.


2 Intendo in quo sit illud = « nel quale ci sia l’atteggiamento »; quindi
illud è in funzione prolettica rispetto a tam quam si qui, ecc.
3 Cf. VERG., Aen., IV, 13: Degeneres animos tim or arguit.
4 Isaia (III, 1-5) presenta come castigo di Dio per i peccati del popolo
l’incapacità e la stoltezza della classe dirigente del regno di Giuda (seconda
m età sec. V ili a. Cr.).
218 DE OFFICIIS I I , 64-66

Caput XIII

Declarata diuinis testim onii sapientiae pulchritudine ad probandam eius


cum uirtutibus aliis societatem tran sit oratio.

64. Quis igitur tam quam uultu speciem praeferat pulchr


dinis et beluinis posterioribus ac ferinis unguibus form ae superio­
ris dehonestet gratiam , cum tam adm irabilis et praeclara forma
uirtutum sit et specialiter pulchritudo sapientiae, sicut series
scripturae indicat? Est enim haec speciosior sole et super omnem
stellarum dispositionem luci conparata inuenitur prior. Lucem
etenim hanc suscipit nox, sapientiam autem non uincit m alitia2.

65. Diximus de eius pulchritudine et scripturae testimo


conprobauimus; superest u t doceamus scripturae auctoritate nul­
lum ei contubernium cum uitiis esse, sed indiuiduam cum ceteris
uirtutibus coniunctionem, cuius spiritus est disertus, sine inqui­
namento, certus, sanctus, amans bonum, acutus, quem nihil uetat,
benefaciens, benignus, stabilis, securus, om nem habens uirtutem ,
omnia prospiciens b. Et infra: Sobrietatem enim docet et iustitiam
et u irtu te m c.

Caput XIV

Prudentiam cum omnibus uirtutibus coniunctam esse, maxime uero cum


opum despicientia.

66. Omnia igitur operatur prudentia, cum omnibus bonis


bet consortium. Nam, quomodo potest utile consilium dare, nisi
habeat iustitiam , u t induat constantiam , m ortem non reformidet,
nullo terrore, nullo reuocetur m etu, nulla adulatione a uero de-

• Sap 7, 29-30.
b Sap 7, 22-23.
c Sap 8, 7.

65, 5-6. qui nihil uetet benefacere Krabinger àxw)oiTov, EÙ epY ETtxév Sept. quem
nihil uetat, benefaciens Vulg.
I doveri l ì , 64-66 219

Capitolo 13

Illustrata con testim onianze divine la bellezza della sapienza, si passa a


dim ostrarne la stretta unione con le altre virtù.

64. Chi mai m ostrerebbe nel volto un aspetto attraente e,


con p arti posteriori di bestia e con artigli di fiera, sconcerebbe
la leggiadria della parte superiore? Ammirevole e splendido,
infatti, è l’aspetto della virtù, e specialmente la bellezza della
sapienza, come dim ostra la successione degli avvenimenti nar­
rati dalla Scrittura. La sapienza è più abbagliante del sole e,
paragonata alla luce delle costellazioni, le supera tutte. Infatti,
m entre la notte assorbe questa luce, la malvagità non riesce a
vincere la sapienza.
65. Abbiamo parlato della sua bellezza e l'abbiamo dim ostrata
con la testim onianza della Scrittura. Ci resta da provare con l'au­
torità della S crittura che essa non ha alcun rapporto con i vizi,
bensì un'indissolubile unione con tutte le altre virtù. Il suo spi­
rito è eloquente, non contaminato, sicuro, santo, amante del bene,
penetrante, libero da impedim enti, benefico1, benigno, stabile,
senza timore, ricco d'ogni virtù, provvido in tutto. E più sotto:
Insegna infatti la sobrietà, la giustizia, la virtù.

Capitolo 14

La prudenza è unita a tu tte le virtù, m a specialmente al disprezzo delle


ricchezze.

66. La prudenza tutto compie, ha rapporto con tutto ciò


che è bene. Come potrebbe offrire un utile consiglio se non avesse
la giustizia? 1. Con questa si riveste della costanza, non teme la
1 Sia i Maurini che il Krabinger danno qui nihil vetet benefacere, sen
accennare ad altre lezioni; dal che si deduce che questa è accolta da tu tti o
dalla maggior parte dei codici. Solo in uno mancano le parole da acutus a
securus. Se si accetta tale lezione, comunque si intenda gramm aticalmente
il valore di nihil (sogg. in acc. di benefacere o acc. avverbiale), la traduzione,
non senza un po’ di buona volontà, potrebbe essere; « che non è d’ostacolo
alle opere buone ». Verrebbe fatto di pensare ad un errore per quem nihil
vetet, ecc.; se non che i Settanta hanno àxtiiXuxov, eùepYETixóv, che la Vul­
gata rende con quem nihil uetat, benefaciens (libero, benefico - A. Penna;
CEI). È da tener presente inoltre che il passo rispecchia chiaram ente posi­
zioni stoiche, in particolare che l'aggettivo dbt&Xuxos si incontra sia nella
esposizione delle teorie stoiche sulla sovrana libertà del sapiente sia nelle
definizioni della natura universale o del destino ( P o h l e n z , op. cit., II, pp.
193-194 e nota 1; R a ic h e r , É tude sur le livre de la Sagesse, Paris, Gabalda,
1969, p. 372). Non è dunque probabile che S. Ambrogio, p u r citando a memo­
ria e alterando l’ordine delle parole, abbia modificato il senso in un punto
cosi caratteristico. Tutto considerato, non escluso il fatto che il testo originale
della Sapienza è in greco, ritengo che qui... benefacere non sia lectio difficilior,
ma corruzione, e, di conseguenza, accetto il testo latino corrispondente ai
Settanta.

1 Cf. Cic., D e off., II, 11, 38.


220 DE OFFICIIS I I , 66-68

flectendum putet; exsilium non refugiat, quae nouerit sapienti


patriam m undum esse; egestatem non tim eat, quae nihil deesse
sapienti sciat, cui totus m undus diuitiarum est? Quid enim prae­
celsius eo uiro qui auro m oueri nesciat, contem ptum habeat pe­
cuniarum et uelut ex arce quadam despiciat hom inum cupidita­
tes? Quod qui fecerit, hunc homines supra hominem esse arbitran­
tur: Quis est, inquit, hic, et laudabimus eum? Fecit enim mirabilia
in uita s u a 3. Quomodo enim non adm irandus qui diuitias spernit,
quas plerique saluti proprie praetulerunt?

67. Decet igitur omnes censura frugalitatis, continentiae a


toritas, et maxime eum qui honore praestet, ne praeem inentem
uirum thesauri possideant sui et pecuniis seruiat qui praeest li­
beris. Illud magis decet, u t supra thesaurum sit animo et infra
amicum obsequio. Hum ilitas enim gratiam auget. Haec plena laudis
et digna prim ario uiro, non communem cum Tyriis negotiatori­
bus et Galaaditis m ercatoribus habere turpis lucri cupidinem nec
omne bonum locare in pecunia et tam quam m ercennario m unere
cottidianos num erare quaestus, calculari conpendia.

Caput XV

De liberalitate. Quibusnam potissim um inpartienda et qua ratione illa


tenuioris census homines opera et consiliis exerceant.

68. Quod si ab his sobrium gerere anim um laudabile


quanto illud praestantius, si dilectionem m ultitudinis liberalitate
adquiras neque superflua circa inportunos neque restricta circa
indigentes!

a Eccli 31, 9.

66, 8. illo Krabinger eo codd.


I doveri i l , 66-68 221

m orte, non è distolta da alcuna paura, da alcun tim ore, convin­


ta com’è che nessuna adulazione deve far deflettere dalla ve­
rità. Non si sottrae all’esilio perché sa che per il sapiente è
patria il mondo; non teme la povertà perché sa che nulla m anca
al sapiente2 che possiede le ricchezze di tu tto il m ondo3. Che c’è
di più eccelso di un uomo che non si lascia commuovere dall’oro,
disdegna il denaro e, come dall’alto d’una rocca, disprezza le pas­
sioni um ane? Chi agirà cosi sarà giudicato dagli uom ini più che
uomo. Chi è, dice, costui, e lo loderemo? Ha fatto cose mirabili
nella sua vita. Come non dovrebbe essere am m irato chi disprezza
le ricchezze che m olti sogliono preferire alla propria salvezza?
67. Conviene dunque a tu tti l’austerità d’ima vita frugal
il prestigio della continenza, soprattutto a colui che è in vista per
qualche carica, affinché un uomo che sta sopra gli altri non sia
dom inato dai propri tesori e non sia schiavo del denaro chi
comanda a uom ini liberi. È ancor più conveniente che sia supe­
riore al suo denaro nell’animo ed inferiore all’amico nella condi­
scendenza. L’um iltà infatti aum enta la simpatia. M eritano la più
grande lode e sono degne di un uomo di prim o ordine queste
qualità: non avere in comune con i comm ercianti di Tiro e i
m ercanti di G alaad4 la cupidigia d’un turpe guadagno né porre
ogni bene nel denaro e, quasi si ricevesse una paga, contare i gua­
dagni quotidiani e calcolare i profitti.

Capitolo 15

La liberalità: le persone a cui specialmente deve essere rivolta e il modo


con cui la praticano con l’opera e i consigli uomini di m odesta condizione
economica.

68. Se è lodevole m antenere l’animo libero da questi d


deri, è certam ente più apprezzabile acquistarsi l’affetto del popolo
con la liberalità, che non concede il superfluo agli im portuni e
d’altra parte non si m ostra meschina verso chi ha veram ente bi­
sogno *.

2 L'influenza stoica è evidentissima; vedi P o h l e n z , op. cit., I, p. 276.


3 Prov 17, 6a (Rahlfs): to O to .c7t o ù 0X 0$ è x ó o 'i-io ^ t w v X P 'H P 'àT W v ,
t o O 6è àn icro u oùSè òPoXóg = « l’uomo leale possiede il mondo intero delle
ricchezze, l’infido nemmeno un obolo ». Cf. I, 25, 118.
4 Nel mondo antico i Fenici, e tra essi gli abitanti di Tiro, venivano con­
siderati i com mercianti per antonomasia. Vedi, p. es., H or., Carm., II, 29, 60:
Tyriae merces. La regione di Galaad, nella Transgiordania, produceva in ab­
bondanza varie resine e balsam i preziosi, celebri in tu tto il mondo. Tali pro­
dotti erano fonte di un commercio fiorente fin dalla più rem ota antichità
(Gen 37, 25); vedi Dict. de la Bible, III, 50; I, 1406-1409. Il Krabinger, forse
per errore, scrive Gaaladitis. Galaaditis è da considerare, in ogni caso, lectio
difficilior rispetto al Galatis di vari codici.

i Cf. Cic., D e off., II, 9, 32; 15, 54.


222 DE OFFICIIS I I , 69-71

69. Plurim a autem genera liberalitatis sunt, non solum co


diano sum ptu egentibus, quo uitam suam sustinere possint, dispo­
nere ac dispensare alimoniam; uerum etiam his, qui publice egere
uerecundantur, consulere ac subuenire, quatenus communis ege­
norum alimonia non exhauriatur. De eo loquor, qui praeest alicui
muneri, u t si officium sacerdotis gerat aut dispensatoris, u t de his
suggerat episcopo nec reprim at, si quem positum in necessitate
aliqua cognouerit au t deiectum opibus ad inopiae necessitatem
redactum , maxime si non effusione adulescentiae, sed direptione
alicuius et amissione patrim onii in eam reciderit iniuriam , u t
sum ptum exercere diurnum non queat.

70. Summa etiam liberalitas captos redim ere, eripere ex


stium manibus, subtrahere neci hom ines et maxime feminas tu r­
pitudini, reddere parentibus liberos, parentes liberis, ciues patriae
restituere. Nota sunt haec nim is Illyrici uastitate et Thraciae.
Quanti ubique uenales erant toto captiui orbe, quos si reuoces,
unius prouinciae num erum explere non possint! Fuerunt tam en
qui et quos ecclesiae redem erunt in seruitutem reuocare uellent,
ipsa grauiores captiuitate, qui inuiderent alienam misericordiam.
Ipsi si in captiuitatem uenissent, seruirent liberi; si uenditi fuis­
sent, seruitutis m inisterium non recusarent; et uolunt alienam
libertatem rescindere, qui suam seruitutem non possent rescin­
dere, nisi forte pretium recipere em ptori placeret; in quo tam en
non rescinditur seruitus, sed redim itur.

71. Praecipua est igitur liberalitas redim ere captiuos, et m


me ab hoste barbaro qui nihil deferat hum anitatis ad m isericor­
diam, nisi quod auaritia reseruauerit ad redem ptionem; aes alie­
num subire, si debitor soluendo non sit atque a rtetu r ad solutio-
I DOVERI I I , 69-71 223

69. Le form e di liberalità sono m oltissim e2. Essa non consi­


ste solamente nel provvedere alla distribuzione di cibi a coloro che
hanno bisogno quotidianam ente dei mezzi per sopravvivere; ma
anche nel provvedere a recar aiuto a coloro che si vergognano di
m ostrare pubblicam ente la loro povertà, purché in tal modo non
si consumino le provviste destinate a tu tti gli altri bisognosi.
Intendo parlare di chi è preposto a qualche incarico, per esempio
esercita l'ufficio di sacerdote o di tesoriere: egli deve richiam are
su di essi l’attenzione del vescovo e non respingere nessuno che
sappia bisognoso di qualcosa o ridotto in miseria, m entre un
tempo era ricco, specie se si trova in cosi triste condizione da
non poter sostenere le spese quotidiane non per le prodigalità
giovanili, m a perché derubato da qualcuno o per la perdita del
patrimonio.
70. È somma liberalità poi riscattare i prigionieri, strapparli
dalle m ani dei nemici, sottrarre gli uom ini alla m orte e soprat­
tu tto le donne al disonore, rendere i figli ai genitori, i genitori
ai figli, restituire i cittadini alla patria. In seguito alla devasta­
zione dell'illirico e della Tracia, queste necessità sono anche
troppo n o te 3. Quanti prigionieri erano in vendita in tu tto il mon­
do: se tu potessi farli ritornare, non raggiungerebbero il num ero
degli abitanti di una sola provincia!4. Vi furono tuttavia di quelli
che avrebbero voluto ridurre nuovamente in schiavitù anche coloro
che le Chiese avevano riscattato, più crudeli della stessa schia­
vitù, perché vedevano di mal occhio la m isericordia altrui. Que­
sti, se cadessero prigionieri, pu r liberi di nascita, si adatterebbero
a servire; se fossero venduti, non ricuserebbero i compiti servili:
e vogliono annullare la libertà altrui, essi che non potrebbero
annullare la loro schiavitù, a meno che al com pratore piacesse
riceverne il prezzo; nel qual caso, tuttavia, la schiavitù non si
annulla, ma si ris c a tta 5.
71. È dunque insigne liberalità riscattare i prigionieri, spe­
cialmente da un nemico barbaro che non m ostrerebbe alcun senso
di um anità nel lasciarsi indurre alla compassione se non quello
che la sua avidità conserva in vista del riscatto. È insigne libera­
lità anche accollarsi un debito altrui, se il debitore non è in grado

2 Cf. Cic., De off., II, 18, 61-62.


3 Si tra tta delle conseguenze della disfatta di Adrianopoli (9 agosto 378),
nella quale m ori lo stesso im peratore Valente; vedi P a r e d i , op. cit., p. 232.
Specie per i rapporti cronologici col De officiis, vedi P a l a n q u e , op. cit.,
p. 526; D u d d e n , op. cit., II, p. 694.
4 Perché moltissimi nel frattem po erano m orti per gli stenti o erano
stati uccisi.
5 II passo è piuttosto oscuro. Non si comprende, p. es., con pre­
cisione a chi si riferisca S. Ambrogio, quando accenna a coloro che avreb­
bero desiderato ridurre nuovamente in schiavitù quelli che la Chiesa aveva
liberato. Anche ciò che segue non è troppo perspicuo. Mi sem bra che si vo­
glia dire che costoro, i quali pretendevano di ridurre altri in schiavitù, ave­
vano un animo cosi intrinsecam ente servile che, indipendentemente dalla
loro condizione di fatto, erano e sarebbero rim asti in ogni caso dei servi.
Sono tra le parole più severe usate dal Santo nell’intera opera.
224 DE OFFICIIS I I , 71-75

nem quae sit iure debita et inopia destituta; enutrire paruulos,


pupillos tueri.

72. Sunt etiam qui uirgines orbatas parentibus tuendae pu


citiae gratia conubio locent, nec solum studio, sed etiam sum ptu
adiuuent. E st etiam genus illud liberalitatis quod apostolus docet:
Ut si quis fidelis habet uiduas, subm inistret illis, ut earum alimo­
niis ecclesia non grauetur, ut his, quae uere uiduae sunt, su fficia ta.

73. Utilis igitur huiusm odi liberalitas, sed non communis


omnibus. Sunt enim plerique etiam uiri boni qui tenues sunt censu,
contenti quidem exiguo ad sui usum , sed non idonei ad subsidium
leuandae paupertatis alienae; tam en suppetit aliud beneficentiae
genus, quo iuuare possint inferiorem . Est enim duplex liberali­
tas; una, quae subsidio rei adiuuat, id est usu pecuniae; altera,
quae operum conlatione inpenditur, m ulto frequenter splendidior
m ultoque clarior.
74. Quanto inlustrius Abraham captum arm is uictricibus re­
cepit nepotem quam si redemisset! b. Quanto utilius regem Pharao-
nem sanctus Ioseph consilio prouidentiae iuuit quam si contulis­
set pecuniam !c. Pecunia enim unius cduitatis non redem it uberta­
tem , prospicientia totius Aegypti per septennium famem reppulit.

75. Facile autem pecunia consum itur, consilia exhauriri ne­


sciunt. Haec usu augentur; pecunia m inuitur et cito deficit atque
ipsam destituit benignitatem, ut, quo pluribus largiri uolueris, eo
pauciores adiuues et saepe tibi desit quod aliis conferendum pu-
taueris. Consilii autem operisque conlatio, quo in plures diffun­
ditur, eo redundantior m anet et in suum fontem recurrit. In se
enim refluit ubertas prudentiae et, quo pluribus fluxerit, eo exer­
citius fit omne quod rem anet.

a 1 Tim 5, 16.
» Gen 14, 16.
c Gen 41, 33-34.

75, 5-6. diffiduntur Krabinger; sed uide p. 352.


I DOVERI I I , 71-75 225

di pagare ed è sollecitato al pagamento dovuto per legge, m a non


effettuato per mancanza di mezzi; e cosi pure nutrire i bambini,
proteggere gli orfani.
72. Ci sono di quelli che, per proteggerne l'onore, si preoc­
cupano di trovar m arito a giovani rim aste orfane e le aiutano
non solo con la loro assistenza, m a anche di tasca loro. C’è un'al­
tra form a di liberalità insegnata dall'Apostolo: Per esempio, se
qualche fedele ha delle vedove (nella sua parentela), le assista,
perché la Chiesa non sia gravata del loro mantenim ento, in modo
da essere in grado d’aiutare quelle che sono veramente vedove.
73. Tali forme di liberalità sono utili, m a non sono alla por­
tata di tutti. Moltissimi uom ini buoni di condizione modesta,
contenti del poco che loro serve, non sono in grado di contribuire
per alleviare la povertà altrui. Esiste però un’altra form a di bene­
ficenza con la quale possono aiutare chi sta peggio di loro. La
liberalità, infatti, è di due specie6: una aiuta col soccorso mate­
riale, cioè per mezzo del denaro; un'altra soccorre offrendo la
propria opera, ed è spesso molto più splendida e luminosa.
74. Quanto più gloriosamente Abramo liberò suo nipote pri­
gioniero con le arm i vittoriose che se l’avesse risc a ttato !7. Quanto
fu più utile il santo Giuseppe al re Faraone con il suo previden­
te consiglio che se gli avesse portato del denaro! Il denaro,
infatti, non riusci a com perare la fertilità d'una città sola, la
preveggenza scongiurò per sette anni la carestia nell'intero Egitto.
75. Il denaro facilmente si consuma, i consigli non possono
esaurirsi. Questi con la pratica diventano più numerosi, m entre
il denaro diminuisce e presto vien meno e lascia senza mezzi la
stessa bontà, sicché, quanto più sono quelli che tu avresti voluto
soccorrere, tanto meno ne riesci ad aiutare, e spesso m anca a te ciò
che pensavi di dover dare agli altri. Il contributo del consiglio e del­
l’opera, invece, quanto più si estende, tanto più abbondante ri­
mane e ritorna alla propria fonte. L'abbondanza della saggezza
rifluisce infatti in se stessa e a quanti più giunge con i suoi rivi,
tanto più esperim entato diventa tu tto ciò che di essa si conserva.

6 Cf. Cic., De off., II, 15, 52.


7 Si tra tta di Lot, figlio di suo fratello, catturato da Chedorlaomer, re
deirElam (Gen 14, 8-16).
226 DE OFFICIIS I I , 76-78

Caput XVI

Modum in liberalitate seruandum , ne profundatur in indignos quod di­


gnioribus debebatur; non tam en nimis parce ac tim ide m inistrandas ele-
mosynas, sed im itandum beatum Ioseph, cuius prudentia prolixioribus
uerbis commendatur.

76. Liquet igitur debere esse liberalitatis modum, ne fiat i


tilis largitas, cuius sobrietas tenenda est, maxime a sacerdotibus,
u t non pro iactantia, sed pro iustitia dispensent. Nusquam enim
m aior auiditas petitionis. Veniunt ualidi, ueniunt nullam causam
nisi uagandi habentes et uolunt subsidia euacuare pauperum , exi­
nanire sumptum , nec exiguo contenti, m aiora quaerunt, am bitu
uestium captantes petitionis suffragium et natalium simulatione
licitantes increm enta quaestuum . His si quis facile deferat fidem,
cito exhaurit pauperum alimoniis profutura conpendia. Modus lar­
giendi adsit, u t nec illi inanes recedant neque transcribatur uita
pauperum in spolia fraudolentorum . Ea ergo m ensura sit, ut ne­
que hum anitas deseratur nec destituatur necessitas.

77. Plerique sim ulant debita: sit ueri examen. Exutos


per latrocinia deplorant: aut iniuria fidem faciat aut cognitio per­
sonae, quo propensius iuuetur. Ab ecclesia relegatis sum ptus in-
partiendus, si desit eis alendi copia. Itaque, qui modum seruat,
auarus nulli, sed largus omnibus est; non enim solas aures prae­
bere debemus audiendis praecantium uocibus, sed etiam oculos
considerandis necessitatibus. Plus clam at operatori bono debilitas
quam uox pauperis. Neque uero fieri potest ut non extorqueat
amplius inportunitas uociferantium ; sed non semper inpudentiae
locus est. Videndus est ille qui te non uidet; requirendus est ille
qui erubescit uideri. Ille etiam clausus in carcere occurrat tibi,
ille affectus aegritudine m entem tuam personet, qui aures non
potest.

78. Quo plus te operari uiderit populus, magis diliget. S


plerosque sacerdotes, quo plus contulerunt, plus abundasse, quo­
niam, quicumque bonum operarium uidet, ipsi confert quod ille
suo officio dispenset, securus quod ad pauperem sua perueniat
misericordia: nemo enim uult nisi pauperi proficere suam conla-
tionem. Nam, si quem aut inm oderatum aut nimis tenacem dispen­
satorem uiderit, utrum que despiciet, si aut superfluis erogationi­
bus dissipet alieni fructus laboris aut recondat sacculis. Sicut igi­
tu r modus liberalitatis tenendus est, ita etiam calcar plerum que
adhibendum uidetur. Modus ideo, u t quod benefacis, id cottidie
I doveri l i , 76-78 227

Capitolo 16

Nella liberalità bisogna m antenere la misura, perché non si profonda per


gli indegni ciò ch'era dovuto ai più meritevoli. Tuttavia le elemosine non
devono essere distribuite con parsim onia e tim ori eccessivi, m a si deve
im itare il beato Giuseppe, di cui si loda con un diffuso discorso la
prudenza.

76. È chiaro dunque che la liberalità deve avere un lim ite 1


per evitare generosità inutili. A questo proposito specialmente i
sacerdoti devono usare criterio, in modo da distribuire non per
esibizione, m a con senso di giustizia, perché con nessun altro si
dim ostra maggiore avidità nel chiedere. Si presentano uomini
robusti, vagabondi di professione che vogliono carpire i sussidi
dei poveri e dare fondo ai mezzi disponibili; non contenti del
poco, esigono sem pre maggiori aiuti, cercano di ottenere soddi­
sfazione alle loro richieste ostentando abiti dim essi2 e, falsando
la loro condizione fam iliare, si sforzano di far salire il guadagno3.
Se si presta loro fede, si esauriscono in un b a tte r d’occhio le riserve
destinate al m antenim ento dei poveri. La distribuzione dell’ele­
mosina abbia un lim ite cosi che nessuno se ne vada a m ani vuote,
ma neppure diventi preda d’imbroglioni ciò che è riservato alla
sussistenza dei bisognosi. La m isura sia dunque tale che non
m anchi un senso d’um anità e la vera necessità non resti sen­
za aiuto.
77. Moltissimi fingono di avere debiti: si accerti la verità.
Altri si dicono vittim e di furti: ne facciano fede o la constatazione
del danno patito o la conoscenza della persona perché si aiutino
più volentieri. Devono essere forniti i mezzi di sussistenza agli
scomunicati, qualora non abbiano la possibilità di m antenersi.
Chi osserva la m isura non è avaro con nessuno, m a generoso con
tutti. Dobbiamo non solo aprire gli orecchi per ascoltare le parole
di chi ci prega, m a anche gli occhi per valutarne i bisogni,
perché chi benefica con discernim ento dà maggior peso al bisogno
che alla voce del povero. Pur essendo inevitabile, d’altra parte, che
l’insistenza di chi strilla ci estorca di più, non si ceda sempre alla
sfacciataggine. Devi vedere colui che non osa presentarsi; devi
andare in cerca di colui che si vergogna d’essere visto. Ti sia pre­
sente anche chi è rinchiuso in prigione; risuoni alla tu a m ente
la voce deH'ammalato che non può far giungere la sua voce ai
tuoi orecchi.
78. Quanto più il popolo ti vedrà beneficare, tanto più ti
amerà. So che m oltissim i sacerdoti, quanto più diedero, tanto
maggiore abbondanza ebbero, perché a chiunque sa dispensare
generosamente, c’è chi fornisce i mezzi da distribuire com’è ri­
chiesto dal suo ufficio, certo che la sua carità arriverà al povero.
Nessuno infatti vuole che la sua offerta giovi ad altri che al

1 Cf. Cic., De off., II, 15, 55.


2 Cf. Flor., I, 11 (16): gentem... aureis et argenteis armis et discolori ueste
usque ad am bitum ornatam.
3 L'uso del participio licitantes suscita l’idea del rilancio in un'asta.
2 28 DE OFFICIIS I I , 78-80

facere possis, ne subtrahas necessitati quod indulseris effusioni;


calcar propterea quia melius operatur pecunia in pauperis cibo
quam in diuitis sacculo. Caue ne intra loculos tuos includas salu­
tem inopum et tam quam in tum ulis sepelias uitam pauperum .

79. Potuit donare Ioseph totas opes Aegypti et effundere t


sauros regios; noluit tam en de alieno effusus uideri; m aluit fru­
m enta uendere quam donare esurientibus, quia, si paucis donasset,
plurim is defuisset. Eam liberalitatem probauit qua abundaret om­
nibus. Patefecit h o rre a 3, u t omnes em erent subsidium frum enta­
rium , ne gratis accipiendo cultus terrarum relinquerent, quoniam,
qui alieno utitur, suum neglegit.

80. Itaque prim um omnium coaceruauit pecuniasb, dei


instrum enta cetera, ad postrem um iura terrarum regi adquisiuit,
non u t omnes exueret suo, sed fulciret; publicum tributum consti­
tueret, quo sua tutius habere possent. Quod ita fuit gratum om­
nibus quibus terras adem erat, u t non uenditionem sui iuris, sed
redem ptionem salutis putarent. Denique dixerunt: Sanasti nos,
inuenimus gratiam in conspectu domini n o stric. Nam et de pro­
prietate nihil am iserant, qui ius receperant, et de utilitate nihil
perdiderant, qui adquisierant perpetuitatem .

a Gen 41, 56-57.


b Gen 47, 14-15.
c Gen 47, 25.

78, 12. propterea qui Krabinger, perperam.


79, 4. quo abundaret Krabinger; sed uide p. 353.
I DOVERI I I , 78-80 22 9

povero. Cosi, se vedrà uno fare elemosina senza m isura oppure con
taccagneria, condannerà l’uno e l’altro modo d'agire: lo scialacqua­
re con elargizioni superflue i fru tti del lavoro altrui o il tenerli in
serbo. Occorre ora m antenere la m isura nella liberalità, ora invece
stim olarla. Si deve usare discrezione per poter compiere quotidia­
nam ente le giuste elargizioni4 e per non sottrarre al necessario ciò
che si è concesso con troppa prodigalità; si deve ricorrere allo
stimolo, perché è meglio impiegare il denaro per il m antenim ento
dei poveri che tenerlo chiuso nella borsa dei ricchi. Bada a non
chiudere nel tuo scrigno la salvezza dei poveri e a non seppellire,
come in una tomba, la loro possibilità di sopravvivenza.
79. Giuseppe avrebbe potuto donare tutte le ricchezze del­
l’Egitto e distribuire i tesori del re; non volle tuttavia apparire
prodigo dell’altrui. Preferì vendere agli affam ati il frum ento anzi­
ché regalarlo, perché, se l’avesse donato a pochi, sarebbe m ancato
ai p iù 5. Preferì una tale liberalità per averne per tutti. Spalancò
i granai in modo che tu tti comperassero una riserva di frum ento,
per evitare che, ricevendolo gratuitam ente, trascurassero la colti­
vazione dei campi, ben sapendo che chi approfitta dell’altrui, tra ­
scura il proprio.
80. Anzitutto accumulò denaro, poi procurò in gran num ero
tu tti gli altri strum enti di lavoro, infine acquistò per il re i diritti
sui terreni, non per spogliare della loro proprietà tu tti i cittadini,
m a per sostenerli e per stabilire un tributo da versare allo stato per
effetto del quale tu tti potessero avere con maggiore sicurezza quan­
to loro com peteva6. La cosa fu assai gradita a quelli cui aveva
tolto le terre, giudicandola essi non una cessione del loro diritto,
m a il riscatto della loro salvezza. Perciò dissero: Ci hai salvati, ab­
biamo trovato grazia al cospetto del nostro signore. Infatti coloro
che ne avevano ricevuto il diritto, non avevano perduto nulla della
loro proprietà, e non avevano perduto nessuno dei loro vantaggi
coloro che ne avevano ottenuto la sta b ilità 7.

4 Cf. Cic., De off., II, 15, 54: Quid autem est stultius quam, quod liben­
ter facis, curare ut id diutius facere non possis?
5 Cf. Cic., De off., II, 15, 52: Ita benignitate benignitas tollitur; qua quo
in plures usus sis, eo m inus in m ultos uti possis.
8 Cf. Cic., De off., II, 21, 72, 74.
7 Per com prendere il significato esatto di questo paragrafo, bisogna
ferirsi a Gen 47, 14-26. Qui infatti si dice che Giuseppe raccolse tu tto il denaro
avuto dagli Egiziani e dai Cananei in cambio del frum ento e lo versò nel­
l’erario (v. 14). Successivamente si fece dare tu tto il bestiame (vv. 16-17).
Quindi, a richiesta degli abitanti affam ati, acquistò per il Faraone tu tte le
terre e ne asservi i proprietari (vv. 19-21) imponendo sui prodotti il tributo
d'una quinta p arte e lasciando loro il resto (vv. 23-24). La Vulgata conclude
cosi il racconto: Qui (gli abitanti) responderunt: « Salus nostra in manu tua
est; respiciat tantum dominus noster (cioè Giuseppe) et laeti seruiemus regi.
Ex eo tempore usque in praesentem diem, in uniuersa terra Aegypti regibus
quinta pars soluitur, et factum est quasi in legem, absque terra sacerdotali,
quae libera ab hac condicione fuit. Evidentemente, con l’espressione publicum
tributum S. Ambrogio allude alla cessione della quinta parte (v. par. 81),
cessione che, in compenso, garantiva il godimento del resto. Quanto all’ultim a
frase del par. 80, penso che si debba interpretare nel senso che gli antichi
proprietari avevano m antenuto, di fatto, una specie di proprietà subordinata
230 DE OFFICIIS II, 81-84

81. O uirum magnum qui non largitatis superfluae capta


tem poralem gloriam, sed perpetuam comm oditatem constituit pro-
uidentiae! Fecit enim u t tributis populi se iuuarent suis nec in tem­
pore necessitatis aliena subsidia desiderarent. Melius enim fuit
conferre aliquid de fructibus quam totum de iure am ittere. Quin­
tam portionem conlationis statuit et in prouidendo perspicacior
et in tributo liberalior. Denique num quam postea Aegyptus huius-
modi famem pertulit.

82. Quam praeclare autem collegit fu tu ra d. Primum, quam


argute regalis interpres somnii ueritatem expressit! Somnium re­
gis prim um hoc fuit. Septem iuuencae ascendebant de flumine,
uisu decorae et pingues corpore, et ad oram pascebantur fluminis.
Aliae quoque uitulae uisu deformes ac ieiunae corpore post illas
iuuencas ascendebant de flumine et iuxta eas in ipso riparum toro
pascebantur; et uisae sunt hae uitulae tenues atque exiles deuo-
rare illas quae praestabant et form a et gratia. E t somnium secun­
dum hoc fuit. Septem spicae pingues, electae et bonae de terra
surgebant et post eas septem spicae exiles et uento corruptae ac
m arcidae se subicere m oliebantur, et uisum est quod laetas et
uberes spicas steriles spicae et tenues deuorarent.
83. Hoc somnium ita aperuit sanctus Ioseph, eo quod sep­
tem iuuencae septem anni forent et septem spicae sim iliter sep­
tem anni forent, ex fetu et fructu interpretatus tem pora. Fetus
enim iuuencae annum exprim it et fructus segetis annum consum­
m at integrum. Quae ideo ascendebant de flumine, quod dies, anni
ac tem pora flum inum praetereunt modo et cursim labiintur. Annos
itaque septem priores uberis terrae fertiles ac fecundos declarat
futuros; posteriores autem alios septem annos steriles atque in­
fecundos, quorum sterilitas absum ptura foret ubertatem superio­
rem. Qua gratia prospiciendum adm onuit u t uberioribus annis
congregaretur subsidium frum entarium quod sustentare posset ino­
piam futurae infecunditatis.

84. Quid prim um m irer? Ingenium quo in ipsum descen


ueritatis cubile an consilium quo tam graui atque diuturnae pro­
spexit necessitati an uigilantiam atque iustitiam , quarum altera
inposito sibi tanto m unere congregauit tam multiplices commeatus
alteraque aequalitatem per omnes seruauit? Nam de magnanimi-

d Gen 41, 22 ss.


I DOVERI I I , 81-84 231

81. Fu un uomo grande davvero8, perché non cercò la gloria


passeggera d ’una generosità superflua, m a procurò un duraturo
vantaggio con la sua previdenza. Fece in modo che i popoli traes­
sero giovamento dai trib u ti che versavano e nel tem po della ne­
cessità non avessero bisogno degli aiuti altrui. Fu più vantag­
gioso infatti consegnare im a parte del prodotto che perdere ogni
diritto. Fissò ad un quinto la parte da consegnare, dando prova
di una grande perspicacia nel prevedere e di altrettanta generosità
nello stabilire il tributo. Insom m a, l'Egitto in seguito non dovette
più sopportare im a simile carestia.
82. Fu assolutam ente preciso nel prevedere ciò che sarebbe
accaduto. Anzitutto, con grande acutezza, interpretando il sogno
del re, seppe rivelare la verità. Il prim o sogno del re fu questo.
Sette giovenche salivano dal fiume, belle d’aspetto e ben pasciute,
e pascolavano lungo la riva. Anche altre giovenche, b ru tte a vedersi
e denutrite, salivano dal fiume dopo le prim e e pascolavano accanto
ad esse sulla riva erbosa; e parve che queste giovenche gracili e
scarne divorassero quelle grasse e di bell’aspetto. Il secondo sogno
fu questo. Sette spighe rigonfie, scelte e rigogliose sorgevano dalla
terra e dopo di esse spuntavano rapidam ente sette spighe sottili,
rovinate dal vento e avvizzite, e parve che le spighe vuote e sottili
divorassero quelle rigogliose e ricolme.
83. Il santo Giuseppe spiegò cosi questo sogno: le sette gio­
venche e similmente le sette spighe significavano sette anni, come
egli deduceva dal tempo necessario per la procreazione e per la
m aturazione del prodotto. Infatti la nascita di ima giovenca rap­
presenta un anno e il prodotto del frum ento richiede un anno
intero. Quelle salivano dal fiume perché i giorni, gli anni e le
stagioni passano a guisa di fiumi e trascorrono rapidam ente. Egli
pertanto annunciò che i prim i sette anni sarebbero stati fertili e
fecondi d ’abbondanti prodotti del suolo; i successivi sette, invece,
sterili e infecondi, e la loro sterilità avrebbe consumato l’abbon­
dante produzione dei sette anni precedenti. Per tale motivo am­
moni che si doveva provvedere ad accum ulare negli anni dell’ab­
bondanza una riserva di frum ento che potesse far fronte alla ca­
restia della futura sterilità.
84. Che dovrei am m irare anzitutto? L’intelligenza con la quale
egli scese al fondo stesso della verità o il senso con cui provvide
ad una necessità cosi grave e prolungata o la vigilanza e la giu­
stizia di cui dette prova? Con la prim a virtù, una volta affidatogli
un incarico tanto oneroso, raccolse una così enorm e quantità di
viveri e con l’altra ne garantì un’imparziale distribuzione fra tutti.
Che dire della sua magnanimità? Venduto schiavo dai fratelli, non
si vendicò del torto subito, m a li salvò dalla fame. Che dire della

a quella giuridica spettante al re, m entre tu tti avevano acquistato la sicu­


rezza del cibo in caso di carestia (nec in tempore necessitatis aliena subsidia
desiderarent). Tutto il passo, però, presenta una certa oscurità. Quanto al giu­
dizio morale sul modo di procedere di Giuseppe, bisogna riportarsi ai tempi.
8 Cf. Cic., De off., II, 23, 83.
232 DE OFFICIIS I I , 84-87

tate quid loquar, quod uenditus a fratribus in seruitutem non ret­


tulit iniuriam , sed famem depulit? Quid de suauitate qua dilecti
fratris praesentiam pia fraude quaesiuit, quem sim ulato per ele­
gantiam furto reum statuit rapinae, u t obsidem temeret gratiae?e.
85. Vnde m erito ei a patre dicitur: Filius ampliatus m
Ioseph, filius ampliatus meus zelotes, filius m eus adulescentior.
Adiuuit te deus meus et benedixit te benedictione caeli a sum m o et
benedictione terrae habentis omnia, propter benedictiones patris
tui et matris. Praeualuit super benedictiones m ontium manentium
et desideria collium aeternorum f. E t in Deuteronomio: Qui uisus
est, inquit, in rubo ueniat super caput Ioseph et super uerticem
ipsius. Honorificus inter fratres suos. Primitiuus tauri decus eius,
cornua unicornui cornua ipsius. In ipsis gentes uentilabit simul
usque ad extrem um terrae. Ipsi decem milia Ephraim et ipsi milia
M anas s es e.

Caput XVII

Quas uirtutes in eo quem consulamus inesse oporteat et qua ratione


iisdem Ioseph et Paulus ornati fuerint.

86. Talis itaque debet esse qui consilium alteri dat, u t se


ipsum form am aliis praebeat ad exemplum bonorum operum, in
doctrina, in integritate, in grauitate, u t sit eius sermo salubris
atque inreprehensibilis, consilium utile, uita honesta, sententia
decora.
87. Talis erat Paulus qui consilium dabat uirginibus, magiste­
rium sacerdotibus3, u t prim o se ipsum nobis form am praeberet
ad imitandum . Ideo hum iliari sciebat, sicut sciuit et Ioseph, qui
summo ortus patriarcharum genere, non dedignatus degenerem
seruitutem , exhibebat eam obsequiis, inlustrabat uirtutibus. Sciuit
hum iliari, qui et uenditores et em ptorem passus est et dominum
appellabat eum. Audi hum iliantem se: Si dominus meus propter
me nihil scit in domo sua et omnia, quaecumque habet, dedit in
manus meas, neque subtractum est a me quicquam praeter te,
quia uxor illius es: quomodo faciam uerbum malum hoc et pec-

e Gen 44, 2 ss.


f Gen 49, 22-23.
e Deut 33, 16-17.

a 1 Cor 7, 25 ss.; 1 Tim 4, 12; Tit 2, 7.


I doveri i i , 84-87 233

dolcezza con la quale, m ediante un affettuoso inganno, pretese la


presenza del fratello pred iletto ?9. Simulato abilmente un furto,
gliene attribuì la colpa per tenerlo in garanzia delle loro buone
disposizioni10.
85. Perciò giustamente il padre gli dice: Mio figlio Giusep
è divenuto potente, l’amato figlio mio è divenuto potente, il mio
figlio ancor giovane. Ti aiutò il mio Dio e ti benedisse con la bene­
dizione della terra che tutto produce, a causa delle benedizioni
di tuo padre e di tua madre. Ciò prevalse sulle benedizioni dei
m onti stabili e sulle attrattive dei colli e te rn iu.
E nel Deuteronomio: Colui che apparve nel roveto venga sulla
testa di Giuseppe e sopra il suo capo. Egli è glorificato fra i suoi
fratelli. La sua bellezza è come quella di un primogenito di toro,
le sue corna sono come le corna dell’unicorno. Con esse cozzerà
contro i popoli tu tti insieme fino ai confini della terra. A lui le
miriadi di Efraim e a lui le miriadi di Manasse n.

Capitolo 17

Le virtù che deve possedere chi vogliamo consultare e di cui furono


particolarm ente adorni Giuseppe e Paolo.

86. Chi dà consigli dev'essere tale da offrirsi agli altri quale


modello per essere esempio di opere buone nella dottrina, nell'in-
tegrità, nella serietà, in modo che il suo discorso sia salutare e
irreprensibile, utile il consiglio, onesta la vita, appropriato il parere.

87. Tale era Paolo che, consigliando le vergini e insegnando


ai sacerdoti, offriva anzitutto se stesso quale modello da imitare.
Sapeva um iliarsi, come Giuseppe che, nato dalla nobilissima stirpe
dei patriarchi, non sdegnando una servitù indegna della propria
origine, l’accettava con sottom issione e la nobilitava con le sue
virtù. Seppe accettare l'umiliazione, lui che sopportò d'essere ven­
duto e comprato, e il com pratore chiamava padrone. Ascolta le sue
parole di umiltà: Se il mio padrone per causa mia nulla conosce
nella sua casa e m i ha dato in mano tutto ciò che ha e non mi
ha sottratto nulla eccetto te, perché sei sua moglie, come com m et­
terò questa mala azione e peccherò dinanzi a Dio? 1. Parole piene

9 Beniamino.
10 Penso debba interpretarsi così l'espressione obsidem... gratiae, perché
Giuseppe, trattenendo Beniamino, potè rendersi conto che nei fratelli i sen­
tim enti d ’un tempo erano m utati.
11 II testo della Vulgata è parzialm ente diverso. Questo di S. Ambrogio
corrisponde sostanzialmente a quello dei Settanta.
12 Efraim e Manasse sono i due figli di Giuseppe adottati da Giacobbe
(Gen 48, 5).

1 Sono le parole che Giuseppe rivolge alla moglie di Putifarre.


23 4 DE OFFICIIS I I , 87-91

cabo coram deo?b. Plena uox hum ilitatis, plena castimoniae: hu­
m ilitatis, quia domino deferebat; honorificentiae, quia referebat
gratiam; plena quoque castimoniae, quia turpi flagitio contam inari
graue peccatum putabat.
88. Talis igitur debet esse consiliarius, qui nihil nebulos
habeat, nihil fallax, nihil fabulosum, nihil sim ulatum quod uitam
eius ac m ores refellat, nihil inprobum ac m aliuolum quod auertat
consulentes. Alia sunt enim quae fugiuntur, alia quae contem nun­
tur. Fugimus ea quae possunt nocere, quae malitiose possunt in
noxam serpere, u t si is qui consulitur dubia sit fide et pecuniae
auidus, u t possit pretio m utari; si iniuriosus, hic fugitur ac decli­
natur. Qui uero uoluptarius, intem perans, etsi alienus a fraude,
tam en auarus et cupidior lucri turpis, hic contem nitur. Quod enim
specimen industriae, quem fructum laboris edere potest, quam re­
cipere animo curam ac sollicitudinem, qui se torpori dederit atque
ignauiae?

89. Ideo boni uir consilii dicit: Ego autem didici, in quibus
sum, sufficiens e sse c. Sciebat enim omnium m alorum radicem esse
a u a ritia m d et ideo suo contentus erat, alienum non requirebat.
Satis mihi est, inquit, quod habeo; siue parum siue plurim um ha­
beam, mihi plurim um est. Expressius aliquid dicendum uidetur.
Signato- uerbo usus est: Sufficit mihi, inquit, in quo sum, id est:
nec deest nec superfluit. Non deest, quia nihil quaero amplius;
non superfluit, quia non solum mihi habeo, sed pluribus. Hoc de
pecunia.

90. Ceterum de omnibus dici potest quia sufficiebant illi


praesentia, hoc est non honorem maiorem, non obsequia uberiora
desiderabat, non gloriae inmodicae cupidus aut gratiam indebite
quaerebat; sed debiti finem certam inis, patiens laboris, securus
m eriti praestolabatur: Scio, inquit, et hum iliarie. Non ergo in­
docta humilitas, sed quae habeat sui m odestiam et scientiam, laudi
datur. Est enim hum ilitas form idinis, est inperitiae atque ignoran­
tiae; et ideo scriptura ait: E t humiles spiritu saluabitf. Praeclare
ergo dixit: Scio et humiliari, id est quo in loco, qua moderatione,
quo fine, in quo officio, in quo m unere. Nesciuit Pharisaeus hu­
m iliari, ideo deiectus est; sciuit publicanus, ideo iustificatus est*.

91. Sciebat et abundare Paulus, quia anim um habebat d


tem , etsi thesaurum diuitis non habebat. Sciebat abundare, qui

b Gen 39, 8-9.


c Phil 4, 11.
d 1 Tim 6, 10.
« Phil 4, 12.
f Ps 33, 19.
* Lc 18, 11-12.
I DOVERI I I , 87-91 235

di um iltà, piene di castità: di um iltà, perché m ostrava deferenza


verso il padrone; di o n o re 2, perché manifestava la propria ricono­
scenza verso di lui; piene anche di castità, perché considerava
grave colpa m acchiarsi di una turpe scelleratezza.
88. Il consigliere non deve avere nessuna nebulosità, nessun
inganno, nessuna fantasticheria, nessuna simulazione che smentisca
la sua vita e la sua condotta, nessuna disonestà e malevolenza che
allontanino coloro che lo vogliono consultare. Ci sono cose che
evitiamo, altre che disprezziam o3. Evitiamo le cose che possono
nuocere, che possono insidiarci con disonesta astuzia, come càpita,
per esempio, se chi viene consultato è di dubbia lealtà e avido di
denaro, pronto a m utar parere per una ricompensa. Cosi si fugge
e si evita chi è ingiusto. Chi am a i piaceri, è intem perante e,
sebbene alieno dall'inganno, è avaro e pieno di cupidigia per il
guadagno disonesto, viene invece disprezzato. Quale prova di ope­
rosità, quale frutto di attività potrebbe dare, quale cura e solle­
citudine potrebbe accogliere nell’animo suo chi si è abbandonato
al sonno e all’ignavia?
89. L’uomo dal saggio consiglio dice: Io ho imparato a ba­
stare a m e stesso nella situazione in cui m i trovo. Sapendo che
la radice di tu tti i mali è l’avarizia, si accontentava del suo, non
cercava l’altrui. « Mi basta », diceva, « ciò che ho: sia che io abbia
poco sia moltissimo, è sempre moltissimo per me ». Sem bra che si
debba dare qualche spiegazione. Egli usò una parola ben c h ia ra 4:
« Mi basta, disse, la mia condizione », cioè « non manco del neces­
sario né ho il superfluo. Non manco del necessario, perché non
cerco di più; non ho il superfluo, perché ne possiedo non solo per
me, m a per molti ». Basti questo sul denaro.
90. In ogni campo si può dire che gli bastava ciò che aveva,
cioè non desiderava né maggior onore né più ampio ossequio, non
era desideroso di una gloria eccessiva e neppure cercava indebi­
tam ente il favore; attendeva invece la fine della doverosa lotta,
tollerante della fatica, sicuro del premio. So, dice, anche essere
umile*. È motivo di lode non u n ’um iltà inconscia, m a m odesta
e consapevole. C’è infatti u n ’um iltà che dipende dal tim ore ed una
che dipende dall’inesperienza e dall’ignoranza; e perciò la S crittura
dice: E salverà gli umili in ispirito. Ha detto magnificamente: So
anche essere umile, so cioè in quale circostanza, con quali limiti,
con quale scopo, in quale ufficio, in quale affare io debba essere
umile. Il fariseo non seppe essere umile, fu respinto; seppe esserlo
il pubblicano, e fu giustificato.
91. Paolo, sebbene non possedesse il tesoro d’un ricco, sapeva
anche vivere nell’abbondanza, perché aveva ricco l'animo. Sapeva

2 Cioè, erano parole onorevoli per Giuseppe, perché la gratitudine onora.


3 Cf. Cic., De off., II, 10, 36.
4 Cf. Tert., Resurr. carri., 13: Quid expressius atque signatius in hanc
causam?
5 Sia il Rossano (UTET) che il testo della CEI traducono « essere povero »,
cui si contrappone « abundare » = « essere ricco ». I Settanta hanno T a r a i -
v o ù o ’S 'a i che esprim e un senso di umiliazione, di meschinità ( 't a u e i v ò g ) .
236 DE OFFICIIS II , 91-94

non quaerebat datum in pecunia, sed requirebat fructum in gra­


tia. Possumus et sic intellegere, quia sciebat abundare qui poterat
dicere: Os nostrum patet ad uos, o Corinthii, cor nostrum dila­
tatum e s th.
92. In omnibus e ra t inbutus, et saturari e t esurire. Bea
qui sciebat saturari in Christo. Non ergo illa corporalis, sed spi­
ritalis est satietas quam operatur scientia. E t m erito scientia opus
est, quia non in pane solo uiuit homo,, sed in om ni uerbo dei ».
Ergo qui sic sciebat saturari et sic esurire, sciebat, u t sem per
noua quaereret, esurire deum, sitire deum. Sciebat esurire qui
sciebat quia esurientes m anducabunt1; sciebat e t poterat abun­
dare qui nihil habebat et possidebat omnia™.

Caput XVIII

Quantum iniqui consiliarii dam num adferant, exemplo decem tribuum


a rege Roboam desciscentium sat intellegi.

93. Egregie itaque uiros alicui praesidentes m uneri commen­


dat iustitia, contra iniquitas destituit atque inpugnat. Exemplo
nobis est scriptura, quae dicit quia, cum populus Israel post
m ortem Salomonis rogasset filium eius Roboam u t releuaret cerui-
ces eorum a seruitute dura et paterni im perii tem peraret austeri­
tatem , illum spreto senili consilio de suggestione adulescentium
responsum dedisse eiusmodi, quia et onus adiceret super patrium
iugum et leuiora grauioribus suppliciis m u ta re ta.

94. Quo responso responderunt exasperati populi: Non et


nobis portio cum Dauid neque hereditas in filiis lesse. Reuertere
unusquisque in tabernacula sua, Isra elb, quoniam hic homo ne­
que in principem neque in ducem erit nobis. Itaque desertus a
populo ac destitutus uix duarum tribuum propter Dauid m eritum
habere potuit societatem c.

h 2 Cor 6, 11.
* Deut 8, 5.
i Mt 5, 6.
2 Cor 6, 10.

» 3 Reg 12, 3-14.


b 3 Reg 12, 16.
c 3 Reg 11, 13; 12, 20-21.
I DOVERI I I , 91-94 237

vivere nell'abbondanza, lui che non cercava il dono in denaro, ma


il frutto in grazia. Possiamo anche intendere che sapeva vivere nel­
l’abbondanza, lui che poteva dire: La nostra bocca è aperta per
voi, o Corinti, il nostro cuore si è dilatato.
92. Di tu tto aveva fatto esperienza, del saziarsi e dell’a
fame. Beato lui che sapeva saziarsi in Cristo! Non è dunque la
sazietà corporale, m a quella spirituale che la scienza produce. E a
buon diritto è necessaria la scienza perché non di solo pane vive
l’uomo, ma di ogni parola di Dio. Chi in tal modo sapeva saziarsi
ed aver fame, sapeva aver fame di Dio, aver sete di Dio, cosi da
cercare sempre cose nuove. Sapeva aver fame, lui che sapeva che
gli affam ati avrebbero mangiato; sapeva e poteva vivere nell'ab­
bondanza, lui che non aveva nulla e possedeva tutto.

Capitolo 18

Il grave danno recato da cattivi consiglieri è dim ostrato a sufficienza


dalla ribellione delle dieci tribù a re Roboamo.

93. La giustizia è u n ’ottim a raccomandazione per gli uomini


che ricoprono qualche carica, m entre l’ingiustizia li isola e procura
loro o stilità 1. La S crittura racconta come, quando il popolo di
Israele dopo la m orte di Salomone aveva pregato suo figlio Ro­
boamo di alleviare il giogo della gravosa servitù e di m itigare la
severità del dominio paterno, egli, disprezzato il consiglio degli an­
ziani, accogliendo il suggerimento dei giovani rispondesse che
avrebbe appesantito il giogo paterno e avrebbe sostituito le pene
troppo lievi con pene più gravi.
94. Esasperati da questa risposta, i cittadini ribatterono: Non
abbiamo parte alcuna con Davide né alcuna eredità con i figli di
lesse. Ritorni, Israele, ciascuno nella propria tenda, poiché que­
st’uomo non sarà per noi né sovrano né duce. Cosi, abbandona­
to completam ente dal popolo, per i m eriti di Davide potè a mala­
pena m antenersi fedeli due tribù.
238 DE OFFICIIS I I , 95-97

Caput XIX

Iustitia et beniuolentia et affabilitate plurim os conciliari, sed hanc sin­


ceram esse debere.

95. Claret ergo quoniam et aequitas im peria confirmet et


iniustitia dissoluat. Nam, quomodo potest m alitia regnum possi­
dere, quae ne unam quidem priuatam potest regere familiam?
Summa igitur benignitate opus est, u t non solum publica guberna-
oula, sed priuata iu ra tueam ur. Plurim um iuuat beniuolentia, quae
omnes studet beneficiis amplecti, deuincire officiis, oppignerare
gratia.

96. Affabilitatem quoque sermonis diximus ad conciliandam


gratiam ualere plurim um . Sed hanc uolumus esse sinceram ac
sobriam, sine ulla adulatione, ne sim plicitatem et puritatem allo­
quii dedeceat sermonis adulatio; form a enim esse debemus ceteris
non solum in opere, sed etiam in sermone, in castitate ac fide.
Quales haberi uolumus, tales simus, et qualem affectum habemus,
talem aperiamus. Neque dicamus in corde nostro uerbum iniquum
quod abscondi putem us silentio, quia audit in occulto dicta qui
occulta fecit et cognoscit secreta uiscerum qui sensum uisceribus
infudit. Ergo, tam quam sub oculis constituti iudicis, quidquid ege­
rim us in luce positum putem us, u t omnibus m anifestetur.

Caput XX

Omnibus m ultum prodesse bonorum fam iliaritatem , maxime uero adu­


lescentibus, hoc Iesu Naue ac Moysi aliisque exemplis probatur, quibus
subicitur qui aetate sint dispares uirtute interdum pares esse, u t Pe­
trus atque Iohannes patefaciunt.

97. Plurim um itaque prodest unicuique bonis iungi. Ad


scentibus quoque utile u t claros et sapientes uiros sequantur,
quoniam qui congreditur sapientibus sapiens est; qui autem cohae­
ret inprudentibus inprudens agnoscitur. E t ad instructionem ita­
que plurim um proficit et ad probitatis testim onium . Ostendunt
enim adulescentes eorum se im itatores esse, quibus adhaerent; et
ea conualescit opinio quod ab his uiuendi acceperint similitudi­
nem, cum quibus conuersandi hauserint cupiditatem.
i doveri i i , 95-97 239

Capitolo 19

La giustizia, la benevolenza, l'affabilità, purché sincera, ci conciliano la


sim patia di un gran num ero di persone.

95. È chiaro dunque che la giustizia rafforza gli Stati, m entre


l'ingiustizia li distrugge1. Infatti, come può la malvagità, se non
riesce a governare nemmeno una famiglia privata, reggere uno
Stato? C'è bisogno di una straordinaria benevolenza per curare
non solo gli affari dello Stato, ma anche i diritti privati. Giova mol­
tissimo la benevolenza che cerca di abbracciare tu tti con i bene­
fici, di legarli a sé con i favori, d ’im pegnarli2 con la riconoscenza.
96. L'affabilità del discorso vale moltissimo ad acquistare
sim p atia3. Ma la vogliamo sincera e m isurata, senza alcuna adu­
lazione che offenda la semplicità e la schiettezza del parlare, perché
dobbiamo essere di modello agli altri per castigatezza e lealtà non
solo nelle nostre azioni, m a anche nei nostri discorsi. Siamo quali
vogliamo essere stimati e riveliamo i nostri sentim enti come li
abbiamo in re a ltà 4. Non diciamo in cuor nostro una parola iniqua
credendo che rim anga celata dal silenzio, perché ascolta quanto si
dice in segreto Colui che ha creato ciò che in noi è segreto e
conosce i segreti del nostro cuore, Colui che nel cuore ci ha infuso
il sentimento. Come se ci trovassimo sotto gli occhi d'un giudice,
, consideriamo fatto alla luce del giorno, e quindi conosciuto da
tutti, ciò che facciamo.

Capitolo 20

Che a tutti, specie ai giovani, giovi molto l'amicizia dei buoni, dimo­
strano gli esempi di Giosuè, Mosè ed altri; inoltre persone diverse d’età
sono uguali talora per virtù, come m ostrano Pietro e Giovanni.
i

97. Giova ad ognuno l'amicizia con i buoni. Anche ai giova


è utile frequentare uom ini illustri e saggi, perché chi sta con i
saggi è saggio, chi invece si unisce ai dissennati si rivela per
tale. Ciò giova moltissimo sia quale mezzo d'istruzione sia quale
testim onianza d'onestà. Infatti i giovani m ostrano d'im itare coloro
che frequentano e, secondo l'opinione diffusa, prendono a modello
la vita di quelli con i quali amano avere rapporti.

1 Cf. Cic., De off., II, 8, 29; 11, 40.


2 Oppignerare propriam ente significa « dare in pegno »; qui però il con­
testo esige che s’intenda piuttosto « prendere in pegno » o simili.
3 Vedi II, 7, 30.
4 Cf. Cic., De off., II, 12, 43.

i Cf. O c., D e off., II, 13, 46.


24 0 DE OFFICIIS I I , 98-101

98. Inde tantus Iesus Naue, quod eum non solum erudiuit
ad legis scientiam Moysi copula, uerum etiam sanctificauit ad
gratiam. Denique, cum in eius tabernaculo diuina refulgere prae­
sentia uideretur m aiestas domini, solus erat in tabernaculo Iesus
N au ea. Moyses cum deo loquebatur, Iesus pariter sacra nube te­
gebatur. Presbyteri et populus deorsum stabant, Iesus cum Moyse
ad accipiendam legem ascendebatb. Omnis populus intra castra
erat, Iesus extra castra in tabernaculo testimonii. Cum columna
nubis descenderet et loqueretur cum Moyse, quasi fidus adstabat
m inister nec exibat de tabernaculo iuuenis, cum seniores longe
positi diuina trepidarent miracula.

99. Ubique igitur inter adm iranda opera et reuerenda secreta


sancto Moysi indiuiduus adhaerebat. Vnde factum est ut, qui fue­
rat socius conuersationis, fieret successor p o testa tisc. M erito uir
huiusm odi euasit u t sisteret flum inum cursus d, diceret: Stet sol,
et staret sol, quasi eius spectator uictoriae noctem differret, diem
pro d u cerete; quid? (quod Moysi negatum est) solus eligeretur u t
populum introduceret in terram reprom issionis. Magnus uir fidei
miraculis, magnus trium phis. Illius augustiora opera, huius prospe­
riora. Uterque igitur diuina subnixus gratia u ltra hum anam pro­
cessit condicionem: ille m a r if, hic caelo imperauit.

100. Pulchra itaque copula seniorum et adulescentium. Alii


testimonio, alii solacio sunt, alii magisterio, alii delectationi. Omit­
to quod Abrahae adhaesit Loth adulescentulus etiam proficiscentiB,
ne hoc propinquitatis magis fuisse existim etur et necessariae po­
tius quam uoluntariae adiunctionis. Quid Heliam atque Helisaeum
loquam ur?11. Licet non expresse Helisaeum iuuenem scriptura si-
gnificauerit, aduertim us tam en et colligimus iuniorem fuisse. In
Actibus apostolorum Barnabas M arcum adsum psit, Paulus Silam,
Paulus Timotheum, Paulus T itu m 1.

101. Sed illis superioribus uidem us diuisa officia, u t seniores


consilio praeualerent, iuniores ministerio. Plerum que etiam uirtuti­
bus pares, dispares aetatibus, sui delectantur copula, sicut delecta­
bantur Petrus et Iohannes. Nam adulescentem legimus in euange­
lio Iohannem et sua uoce, licet m eritis et sapientia nulli fuerit

a Ex 33, 8-11.
b Ex 24, 13-18.
c Deut 34, 9.
d Ios 3, 15-17.
e Ios 10, 12-14.
£ Ex 14, 21.
s Gen 12, 4.
h 3 Reg 19, 21.
* Act 16, passim; 2 Cor 2, 13.
I DOVERI I I , 98-101 241

98. Tanto grande divenne Giosuè, perché la compagnia di


Mosè non solo lo istruì nella conoscenza della legge, m a lo santificò
nella grazia. Quando nella sua tenda la m aestà del Signore m ani­
festam ente risplendeva con la sua divina presenza, nella tenda
stava il solo Giosuè. M entre Mosè parlava con Dio, Giosuè era
avvolto anch’egli dalla sacra nube. Sacerdoti e popolo stavano in
basso, Giosuè saliva insieme con Mosè per ricevere la legge. Tutto
il popolo era nell’interno dell'accampamento, Giosuè fuori, nella
tenda della testimonianza. Quando la colonna di nubi scendeva e
parlava con M osè2, gli stava accanto come fedele m inistro e, men­
tre i vecchi, stando lontano, erano atterriti di fronte ai prodigi
divini, egli, pu r giovane, non usciva dalla tenda.
99. In ogni occasione, fra le opere meravigliose e i sacri se­
greti era inseparabile dal santo Mosè. Perciò accadde che colui
che gli era stato compagno di vita, diventasse il suo successore
nel governo. A buon diritto un simile uomo giunse ad arrestare
il corso dei fiu m i3 e a dire: « Si ferm i il sole ». E il sole si fermò,
ritardò la notte quasi volesse assistere alla sua vittoria, prolungò
il giorno4. Che dire {cosa non concessa a Mosè) del fatto che solo
fu scelto ad introdurre il popolo nella terra promessa? Fu un uomo
grande per i miracoli della sua fede, grande per i suoi trionfi.
Le im prese dell'uno furono più degne di venerazione, più fortu­
nate quelle dell’altro. Entram bi, sostenuti dalla grazia divina, giun­
sero oltre l’um ana possibilità: quegli comandò al mare, questi
al cielo.
100. È bella dunque l’amicizia fra vecchi e giovani. Gli imi
sono di testimonianza, gli altri di conforto; gli uni insegnano, gli
altri rallegrano5. Tralascio di citare il giovanetto Lot che non si se­
parò da Abramo anche quando questi p a r tì6, perché non si creda
per caso che ciò fosse dovuto piuttosto alla parentela e ad un legame
necessario piuttosto che volontario. Perché parlare di Elia e di
Eliseo? Anche se la S crittura non dice chiaram ente che Eliseo era
in ancor giovane età, tuttavia ricaviamo e argomentiamo ch’egli
fosse più giovane. Negli A tti degli Apostoli si n arra che Barnaba
prese come compagno Marco; Paolo si associò Sila, Timoteo, T ito 7.
101. Fra essi i compiti erano distinti: gli anziani avevano la
prevalenza nella decisione, i giovani nell’esecuzione. Spesso anche
coloro che sono uguali nelle virtù, sebbene diversi nell’età, pro­
vano piacere a trovarsi insieme, come provavano piacere Pietro
e Giovanni. Leggiamo infatti nel Vangelo, e Giovanni stesso lo at­
testa, che egli era giovane8, anche se per m eriti e sapienza non

2 Cioè parlava Iddio entro la nube.


3 Al momento di passare il Giordano per entrare nella te rra promessa
(Gios 3, 15-17).
4 Alla battaglia di Gabaon contro i cinque re am orrei (Gios 10, 9-14).
5 Cf. Cic., De senect., 8, 26.
8 Da C arran alla volta del paese di Canaan (Gen 12, 1-6).
7 Vedi le citazioni relative sotto il testo latino. Si rileva che Tito non è
ricordato negli A tti, ma, p. es., nella seconda lettera ai Corinti (2, 13; 7, 13).
8 Veramente né il Vangelo di Giovanni né i Smottici ci dicono questo,
almeno esplicitamente. Sappiamo soltanto ch’erano ancora viventi ed attivi
242 DE OFFICIIS I I , 101-105

seniorum secundus; erat enim in eo senectus uenerabilis morum


et cana prudentia. Vita enim inm aculata bonae senectutis stipen­
dium est.

Caput XXI

Plurimum ualere ad commendationem, si defendas infirmos aut pere­


grinos suscipias similiaue officia exhibeas, et hoc maxime uiris probatis.
Vbi iniecta auaritiae uituperatione potissim um prodigalitas in sacerdo­
tibus inprobatur.

102. Adiuuat hoc quoque ad profectum bonae existimationis,


si de potentis m anibus eripias inopem, de m orte dam natum eruas,
quantum sine perturbatione fieri potest, ne uideam ur iactantiae
magis causa facere quam m isericordiae et grauiora inferre uulnera,
dum leuioribus m ederi desideramus. Iam si oppressum opibus
potentis et factione magis quam sceleris sui pretio grauatum li-
beraueris, egregiae conualescit opinionis testimonium.

103. Commendat plerosque etiam hospitalitas. Est enim pu­


blica species hum anitatis u t peregrinus hospitio non egeat, susci­
piatur officiose, pateat aduenienti ianua. Valde id decorum to­
tius est orbis existimatione, peregrinos cum honore suscipere, non
deesse mensae hospitalitatis gratiam , occurrere officiis liberalita­
tis, explorare aduentum hospitum .

104. Quod Abrahae laudi est d a tu m 3, qui ante ianuam suam


speculabatur, ne forte praeteriret peregrinus aliquis et diligenter
praetendebat excubias, u t occurreret, u t praeueniret, u t rogaret
ne transiret hospes, dicens: Domine, si inueni gratiam ante te, ne
praeterieris puerum tu u m b. E t ideo pro hospitalitatis mercede
fructum posteritatis recepit.

105. Loth quoque, nepos eius, non solum genere, sed eti
u irtute proximus, propter hospitalitatis affectum Sodom itana a
se suisque supplicia d e to rsit0.

3 Gen 18, 1-2.


* Gen 18, 5.
c Gen 19, 1 ss.
I DOVERI I I , 101-105 243

era secondo a nessuno. Egli possedeva una veneranda vecchiaia di


costum i e una saggezza da persona canuta. Infatti una vita senza
m acchia è il corrispettivo d'una virtuosa vecchiaia8.

Capitolo 21

P er farsi stim are, giova moltissim o difendere i deboli, ospitare i fore­


stieri, rendere analoghi favori, soprattutto ad uomini di specchiata onestà.
A tale proposito, criticata l’avarizia nei sacerdoti, se ne condanna in modo
particolare la prodigalità.

102. Ad acquistare sem pre maggiore stim a giova inoltre sot­


tra rre il povero dalle m ani di un potente, strappare alla m orte un
condannato, senza che avvengano disordini, affinché non sembria­
mo agire più per vanità che per compassione e provochiamo m ali
più gravi desiderando porre rim edio ad altri più lievi. Se libererai
l'oppresso dalla sopraffazione di un potente e il perseguitato più
per mene politiche che per una sua co lp a1, l'attestazione di stim a
nei tuoi riguardi sarà sem pre più lusinghiera.
103. Anche l'esercizio dell’ospitalità procura stim a a moltis­
sime p ersone2. È una pubblica manifestazione d'um anità dare al­
loggio al forestiero accogliendolo cortesem ente, aprirgli una porta
al suo arrivo. È cosa m olto bella a giudizio di tu tto il m ondo acco­
gliere onorevolmente i forestieri, non lasciar m ancare alla m ensa
le attenzioni dovute agli ospiti, m ostrare generosa disponibilità
nei loro riguardi, attendere il loro arrivo.
104. Ciò fu motivo di lode per Abramo che davanti alla sua
porta badava che per caso qualche forestiero non passasse oltre
e con diligenza disponeva dei servi che lo avvertissero in modo
ch'egli potesse farsi incontro all’ospite, prevenire la sua richiesta,
pregarlo di non proseguire, dicendogli: Signore, se ho trovato
grazia davanti a te, non passare oltre senza -fermarti dal tuo servo.
E perciò, come ricom pensa della sua ospitalità, ottenne il dono
di una discendenza3.
105. Anche Lot, suo nipote, prossim o a lui non solo per
stirpe, m a anche p er virtù, per il suo senso d’ospitalità allontanò
da sé e dai suoi il castigo riservato agli abitanti di Sodoma.

i suoi genitori, Zebedeo (Mt 4, 21) e Salome (Mt 20, 20); vedi anche R i c c i o t t i ,
Vita di Cristo, p. 163. È invece esplicito a questo proposito S. Girolamo (Adu.
Iouin., I, 26, PL 23, 259): Ut autem sciamus Iohannem tutte (quando era con
Gesù) fuisse puerum, manifestissime docent ecclesiasticae historiae, ecc.; vedi
Erte. Catt., VI, 497.
9 II concetto è qui espresso in form a eccessivamente sottile. S. Giova
p u r essendo giovanissimo, poteva dirsi vecchio per austerità di costum i e spe­
rim entata saggezza. In fatti aveva già conquistato quella santità che solita­
mente si raggiunge solo nella vecchiaia, come am bito coronamento di tu tta
una vita.

1 Cf. Cic., De off., II, 14, 51.


2 Cf. Cic., De off., II, 18, 64.
3 Vedi I, 24, 109.
24 4 DE OFFICIIS I I , 106-109

106. Decet igitur hospitalem esse, benignum, iustum , non


alieni cupidum, immo de suo iure cedentem potius aliqua, si fue­
rit lacessitus, quam aliena iura pulsantem , fugitantem litium , ab­
horrentem a iurgiis, redim entem concordiam et tranquillitatis gra­
tiam. Siquidem de suo iure uirum bonum aliquid relaxare, non
solum liberalitatis, sed plerum que etiam comm oditatis est. Pri­
m um dispendio litis carere non m ediocre est lucrum ; deinde acce­
dit ad fructum quod augetur amicitia, ex qua oriuntur plurim ae
commoditates, quae contem nenti aliqua in tem pore postea fruc­
tuosae erunt.

107. In officiis autem hospitalibus omnibus quidem hum ani­


tas inpartienda est, iustis autem uberior deferenda honorificentia;
quicumque enim iustum receperit in nomine iusti, mercedem iusti
accipietd, ut dominus pronuntiauit. Tanta est enim apud deum
hospitalitatis gratia, u t ne potus quidem aquae frigidae a praemiis
rem unerationis inmunis s i t e. Vides quia Abraham deum recepit
hospitio, dum hospites q u a e ritf. Vides quia Loth angelos suscepit g.
Vnde scis an et tu, cum suscipis hospitem, suscipias Christum, li­
cet in hospite sit Christus, quia Christus in paupere est, sicut ipse
ait: In carcere eram et uenistis ad me, nudus eram et operuistis
m e i h.
108. Suaue est igitur non pecuniae, sed gratiae studere. Ve­
rum hoc malum iam dudum hum anis influxit m entibus, u t pecunia
honori sit et animi hom inum diuitiarum adm iratione capiantur.
Inde se inm ersit auaritia, ueluti quaedam bonorum ariditas offi­
ciorum, u t homines damnum putent quidquid praeter morem
inpenditur. Sed etiam in hoc aduersus auaritiam , ne quod adferri
possit inpedimentum, prospexit scriptura uenerabilis dicens: Quia
melior est hospitalitas cum holeribus *. E t infra: Melior est panis
in suauitate cum pace Non enim prodigos nos docet esse scrip­
tura, sed liberales.
109. Largitatis enim duo sunt genera: unum liberalitatis, al­
terum prodigae effusionis. Liberale est hospitem suscipere, nu­
dum uestire, redim ere captiuos, non habentes sum ptu iuuare;
prodigum est sumptuosis effluere conuiuiis et uino plurimo; unde
legisti: Prodigum est uinum et contumeliosa ebrietas m. Prodigum
est popularis fauoris gratia exinanire proprias opes, quod faciunt
qui ludis circensibus uel etiam theatralibus et m uneribus gladia­
toriis uel etiam uenationibus patrim onium dilapidant suum, ut
uincant superiorum celebritates, cum totum illud sit inane quod
agunt, quandoquidem etiam bonorum operum sumptibus inmode-
ratum esse non deceat.

d Mt 10, 41.
e Mt 10, 42.
f Gen 18, 1 ss.
« Gen 19, 3.
h Mt 25, 36.
i Prou 15, 17.
1 Prou 17, 1.
m Prou 20, 1.
I DOVERI I I , 106-109 245

106. Conviene dunque essere ospitale, benevolo, giusto, non


avido dell’altrui, anzi disposto a cedere qualcosa dei propri di­
r i t t i 4, se sfidato, piuttosto che calpestare i diritti degli altri, ne­
mico delle liti, alieno dalle dispute, ricercatore della concordia e
della grazia della tranquillità. Che un uomo buono rinunci a qual­
che suo diritto, non solo è suggerito dalla liberalità, m a per lo più
consigliato anche dall'interesse. Anzitutto è guadagno non trascu­
rabile evitare le spese di un processo; altro vantaggio è poi quello
di accrescere l'amicizia, da cui derivano num erosissimi benefici i
quali, per chi sa tenere in poco conto certe cose, daranno in se­
guito, a tem po opportuno, i loro frutti.
107. Nell'esercizio dell'ospitalità certam ente bisogna usare cor­
tesia con tutti, m a ai giusti si deve tributare una più ampia mani­
festazione d 'o n o re6: Chiunque infatti accoglierà il giusto quale giu­
sto, riceverà la ricompensa del giusto, come ha dichiarato il Si­
gnore. Tanto favore gode l'ospitalità presso Dio che neppure un
bicchier d'acqua fresca rim ane senza ricompensa. Abramo accolse
come ospite Dio, m entre cercava ospiti. Lot ospitò degli angeli.
Come fai a sapere se anche tu, quando ricevi un ospite, non ricevi
Cristo? Del resto, nell'ospite c'è sempre Cristo, perché Cristo è
nel povero, come dice egli stesso: Ero in carcere e siete venuti
a visitarmi, ero nudo e mi avete vestito.
108. È bello tendere non al denaro m a alla benevolenza. Pur­
troppo è un antico male, penetrato nelle m enti um ane, tenere in
onore il denaro e lasciarsi abbagliare dalle ricchezze6. Si è intro­
dotta l'avarizia che inaridisce ogni senso di bontà e di cortesia,
sicché gli uom ini considerano una perdita tu tto ciò che si spende
oltre il solito. Ma anche a questo proposito, perché non sorga qual­
che ostacolo, contro l'avarizia ha provveduto la Sacra Scrittura di­
cendo: È migliore l’ospitalità con un piatto di verdure. E più sotto:
È meglio un pezzo di pane nella gioia e nella pace. La Scrittura-
infatti non ci insegna ad essere prodighi, m a generosi.
109. Vi sono infatti due form e di generosità: una consiste
nella liberalità, l'altra nella prodigalità eccessiva7. È liberalità ac­
cogliere l'ospite, vestire l'ignudo, riscattare i prigionieri, aiutare
chi non ha mezzi; è prodigalità spendere e spandere in sontuosi
banchetti e nel troppo vino; perciò si legge: Prodigo è il vino è|
rissosa l'ubriachezza. È prodigalità consum are le proprie sostanze
per conquistare il favore del popolo, come fanno coloro che dila­
pidano i loro beni nei giochi del circo o anche negli spettacoli
teatrali e gladiatorii o anche in cacce alle fiere, per superare la fam a
di chi li ha preceduti. Ma tu tto ciò che fanno non serve a nulla, dal
m omento che persino nelle spese per le opere buone è conveniente
conservare la m isura.

4 Cf. ClC., De off., II, 18, 64.


5 Cf. ClC., De off., II, 20, 69.
« Cf. ClC., De off., II, 20, 69 e 71.
7 Cf. ClC., De off., II, 16, 55.
246 DE OFFICIIS I I , 110-114

110. Pulchra liberalitas erga ipsos quoque pauperes mensu­


ram tenere, u t abundes pluribus; non conciliandi fauoris gratia
u ltra m odum fluere. Quidquid ex affectu puro ac sincero prom itur,
hoc est decorum; non superfluas aedificationes adgredi nec prae­
term ittere necessarias.

111. E t maxime sacerdoti hoc conuenit, ornare dei tem plum


decore congruo, u t etiam hoc cultu aula domini resplendeat; in-
pensas m isericordiae conuenientes frequentare; quantum oporteat
largiri peregrinis, non superflua, sed conpetentia; non redundantia,
sed congrua hum anitati, ne sum ptu pauperum alienam sibi quaerat
gratiam nec restrictiorem erga clericos aut indulgentiorem se
praebeat. Alterum enim inhumanum, alterum prodigum, si aut
sum ptus desit necessitati eorum quos a sordidis negotiationis au­
cupiis retrahere debeas, aut uoluptati superfluat.

Caput XXII

Modum inter nimiam remissionem ac seueritatem esse statuendum ; eos


enim, qui adfectata remissione in aliorum animos irrepere m oliuntur,
solidum ac duraturum nihil consequi, quod Abessalonis exemplum sa­
tis ostendit.

112. Quin etiam uerborum ipsorum et praeceptorum esse


m ensuram conuenit, ne aut nim ia rem issio uideatur aut nimia
seueritas. Plerique enim rem issiores m alunt esse, u t uideantur
boni esse; sed nihil sim ulatum et fictum uerae uirtutis esse cer­
tum est; quin etiam diuturnum esse non solet. In principio uer-
nat, in processu tam quam flosculus dissipatur et soluitur; quod
autem uerum ac sincerum, alta fundatur radice.

113. E t u t exemplis adsertiones nostras probem us, quoniam


quae sim ulata sunt diuturna esse non possunt, sed tam quam ad
tem pus uirentia cito decidunt, ex ea familia, ex qua nobis pluri­
m a ad uirtutis profectum exempla arcessiuimus, unum simulatio­
nis et fraudis proferam us testim onium .

114. Abessalon* erat Dauid regis filius, decore insignis, egre­


gius form a, praestans iuuenta, ita u t uir talis in Israel non repe-
riretur, a uestigio pedis usque ad uerticem inmaculatus. Is fecit
I DOVERI I I , 110-114 24 7

110. È lodevole liberalità m antenere la m isura anche con gli


stessi p o veri8 per essere generoso con un maggior num ero di essi
e non spendere sm oderatam ente per ambizione di popolarità. È
conveniente tu tto ciò che deriva da un sentimento puro e sincero,
non già por m ano a costruzioni superflue9, a scapito di quelle ne­
cessarie.
111. Ai sacerdoti conviene particolarm ente adom are il tempio
di Dio con giusto decoro, perché anche per tale ornam ento ri­
splenda la casa del Signore; largheggiare nelle spese richieste dalla
beneficenza; elargire ai forestieri quant'è opportuno, non il super­
fluo, m a ciò ch’è appropriato ad essi, fornendo non aiuti sovrab­
bondanti, m a conformi ai dettam i dell'um anità per non acquistare
il favore altru i col denaro dei poveri né m ostrarsi o troppo stretti
o troppo larghi con il clero. Sarebbe cosa disum ana lasciar m an­
care i mezzi necessari per i bisogni di coloro che dovresti disto­
gliere dalla sordida caccia all'affare; m a sarebbe prodigalità, se
ve ne fossero in abbondanza per spese voluttuarie.

Capitolo 22

Bisogna stabilire una giusta m isura tra l’indulgenza e la severità ecces­


siva. Coloro che m irano ad insinuarsi neH'animo altrui con una ostentata
remissività, non ottengono nulla di stabile e duraturo, come dim ostra a
sufficienza l'esempio d ’Assalonne.

112. Le parole stesse e i comandi siano equilibrati, perché


non appaia in essi un'eccessiva indulgenza o un’esagerata severità.
Molti preferiscono essere alquanto indulgenti per apparire buoni;
m a sicuram ente nessuna simulazione e finzione appartiene all’auten­
tica virtù; anzi ciò che è sim ulato e finto non resiste al tempo:
all'inizio germoglia rigoglioso, m a poi, come un fiore, perde i petali
e appassisce; ciò che è invece autentico e sincero si regge salda­
m ente su profonde ra d ic i1.
113. E per conferm are con un esempio le nostre affermazioni
che ciò che è simulato non può essere duraturo, ma, come una
pianta che fiorisce per un periodo lim itato, ha una breve vita,
adduciamo un unico esempio di simulazione e di frode da quella
famiglia dalla quale abbiamo attinto moltissimi esempi utili a
progredire nella virtù.
114. Assalonne, figlio di Davide, insigne per nobiltà d'aspetto,
dotato di singolare bellezza, fiorente di gioventù, non aveva in
Israele chi fosse pari a lui, perfetto da capo a piedi. Si procurò

« Cf. Cic., De off., II, 18, 64.


a Cf. Cic., De off., II, 17, 60.

1 Cf. Cic., De off., II, 12, 43. Vera gloria radices agit atque etiam pro
gatur, ficta omnia celeriter tam quam flosculi decidunt, nec sim ulatum po­
test quidquam esse diuturnum .
248 DE OFFICIIS I I , 114-118

sibi currus et equos et uiros quinquaginta qui praecurrerent ante


eum. Surgebat diluculo e t stabat ante portam in uia et, si quem
aduertisset regis iudicia quaerentem , accedebat ad eum dicens:
Ex qua ciuitate es tu? Respondebat ille: Ex una trib ù sum .de
tribubus Israel, seruus tuus. Referebat Abessalon: Verba tua bona
sunt et directa, et qui te audiat non est tibi datus a rege? Quis
constituet me iudicem? et quisquis ad me ueniet, cuicumque fue­
rit iudicium necessarium, iustificabo illum. Talibus deleniebat sin­
gulos sermonibus. E t cum accederent adorare eum, extendens
m anus suas adprehendebat atque osculabatur eos. Sic conuertit
in se corda omnium, dum blanditiae huiusm odi intim orum tan­
gunt uisceram sensum.
115. Sed delicati isti et am bitiosi elegerunt honorabilia
grata ad tem pus et iucunda. Vbi parua processit dilatio, quam
prudens om nium prophetae paulisper cedendo inteiponendam pu-
tauit, non potuerunt tolerare et sustinere. Denique non dubitans de
uictoria Dauid com m endabat filium dim icaturis, u t ei p a rc e ren tb.
Ideoque nec proelio interesse m aluit, ne uel referre arm a, parri­
cidae licet, uideretur, sed tam en filio.

116. Liquet igitur ea esse perpetua ac solida quae uera s


et quae sincere potius quam dolo congregantur; ea uero, quae
simulatione atque adsentatione parata sunt, non posse diu per-
seuerare.

Caput XXIII
Eorum , qui uel pecunia uel am bitu redem pti fuerint, fluxaim fidem esse.

117. Quis igitur uel illos, qui pecunia ad oboedientiam redi­


m untur, uel eos qui adsentatione inuitantur, fidos sibi arbitretur?
Nam et illi frequenter se uendere uolunt et isti im peria dura ferre
non possunt. Leui adsentatiuncula facile capiuntur; si perstrinxe­
ris uerbo, inm urm urant, deserunt, infesti abeunt, indignantes re­
linquunt; im perare m alunt quam oboedire, quasi obnoxios bene­
ficio, subiectos sibi debere esse existim ant, quos praepositos sibi
habere debeant.

118. Quis igitur sibi fideles putet quos uel pecunia uel adula­
tione sibi obligandos crediderit? Nam e t ille qui pecuniam acce-

b 2 Reg 18, 5.
I DOVERI I I , 114-118 24 9

cani, cavalli e cinquanta uom ini che corressero innanzi a lui. Si


levava all’alba e si poneva davanti alla porta sulla via e, se notava
qualcuno che attendeva il giudizio del re, gli si accostava e gli
diceva: « Di quale città sei? ». Quello rispondeva: « Sono di ima
delle tribù d'Israele e sono tuo servo ». Replicava Assalonne: « Le
tue parole sono giuste e rette: non ti è stato dato dal re chi ti
ascolti? Chi mi farà giudice? A chiunque si presenti a me biso­
gnoso d’un giudizio, io renderò giustizia ». Con tali discorsi lusin­
gava, ad uno ad uno, i cittadini. E quando si accostavano per pro­
strarsi davanti a lui, stendendo le m ani li attirava a sé e li baciava.
Cosi si conquistò le sim patie di tutti, perché simili lusinghe toccano
il profondo del cuore.
115. Ma questi uom ini viziosi ed ambiziosi per un certo pe­
riodo adottarono modi ossequiosi2 gradevoli e amabili. Quando
però fu trascorso un breve lasso di tempo, che il Profeta nella sua
profonda saggezza, m ostrandosi per un po’ arrendevole, ritenne
opportuno lasciar passare, non poterono più pazientare e resistere.
Infine, non dubitando della vittoria, Davide raccomandava il. figlio
a quelli che si preparavano a com battere contro di lui, perché gli
salvassero la vita. Preferì perciò non partecipare nemmeno alla
battaglia, perché non sem brasse ch’egli impugnava le arm i contro
chi, per quanto parricida, era tuttavia suo figlio.
116. Sono dunque durature e stabili le cose vere e quelle che
si compongono con la sincerità piuttosto che con l’inganno, m entre
quelle ottenute con la simulazione non possono durare a lungo.

Capitolo 23
È m alsicura la fed eltà di coloro che sono sta ti c o rro tti con il d en aro o
i favoritism i.

117. Chi potrebbe credere fidati coloro la cui obbedienza


è com perata con il denaro o sollecitata daH’adulazione? 1. Gli uni si
vogliono vendere spesso, gli altri non possono sopportare un gra­
voso dominio. Si lasciano conquistare facilmente da qualche superfi­
ciale parola d’adulazione; ma, se li rim proveri, m orm orano contro
di te, se ne vanno con piglio ostile, ti abbandonano irati. Preferi­
scono com andare che obbedire; credono che, vincolati dal beneficio
ricevuto, debbano essere a loro soggetti quelli che dovrebbero
ritenere come loro capi.
118. Chi potrebbe stim are fidati coloro che hanno cre­
duto di obbligare a sé con il denaro o con l’adulazione? Anche

2 Cf. Cic., De senect., 18, 63: Haec enim ipsa sunt honorabilia, quae
dentur leuia atque comm unia, salutari, appeti, decedi, assurgi, deduci, re­
duci, consuli.

i Cf. Cic., D e off., II, 6, 21; 15, 53.


250 DE OFFICIIS I I , 118-122

perit, uilem se et despectum iudicat, nisi saepe redim atur. Itaque


frequenter exspectat pretium suum, e t ille qui obsecratione am­
bitus uidetur, uult saepe rogari.

Caput XXIV

B onis a rtib u s a d honores n iten d u m , m axim e ecclesiasticos; ad e p tu m u ero


m u n u s m o d erate ac sap ien te r ad m in istran d u m . N ec in ferio res o rdines
sim ulatis u irtu tib u s episcopo d ero g are n ec ite m episcopum cleri in u id u m
esse debere, sed iu stu m in o m n ib u s a tq u e co n p rim is in iudicando.

119. Ergo bonis artibus et sincero proposito nitendum ad ho­


norem arb itro r et maxime ecclesiasticum, u t neque resupina ar­
rogantia uel rem issa neglegentia sit neque turpis adfectatio neque
indecora ambitio. Ad omnia abundat anim i directa simplicitas sa-
tisque se ipsa commendat.
120. In ipso uero m unere neque seueritatem esse duram con-
uenit nec nimiam remissionem, ne aut potestatem exercere aut
susceptum officium nequaquam inplere uideam ur.

121. Enitendum quoque u t beneficiis atque officiis oblige­


m us plurim os et conlatam reseruem us gratiam , ne iure beneficii
fiant inmemores qui se grauiter laesos dolent. Saepe enim usu
uenit u t quos gratia foueris uel aliquo superiore cumulaueris gra­
du auertas, si indigne aliquem ei praeponendum iudices. Sed et
sacerdotem beneficiis suis uel iudiciis fauere conuenit, u t aequi­
tatem custodiat, et presbytero uel m inistro deferre u t parenti.

122. Neque hos, quia semel probati sunt, arrogantes e


oportet, sed magis tam quam mem ores gratiae hum ilitatem tenere
neque offendi sacerdotem , si aut presbyter au t m inister aut quis­
quam de clero aut m isericordia au t ieiunio au t integritate aut doc­
trin a au t lectione existim ationem adcum ulet suam. Gratia enim
ecclesiae laus doctoris est. Bonum, opus alicuius praedicari; ita
tam en, si nullo studio fiat iactantiae. Laudent enim unum quem que
proxim orum labia e t non suum os et com m endent opera, non
studia sua.
I DOVERI I I , 118-122 251

chi ha ricevuto il denaro si stim a spregevole e disprezzato se non


viene ricom perato spesso. Perciò attende in continuità il proprio
prezzo, m entre chi viene scopertam ente circuito con le preghiere,
desidera essere spesso pregato.

Capitolo 24

Alle cariche, specie a quelle ecclesiastiche, biso g n a a sp ira re con m ezzi one­
sti. U na v o lta o tte n u to l'incarico , b iso g n a esercitarlo co n m oderazione e
saggezza. N é gli o rd in i in fe rio ri debbono, o ste n ta n d o v irtù sim ulate,, to ­
gliere p restig io al vescovo né, a su a v olta, il vescovo deve essere invidioso
del su o clero, m a giusto in ogni cam po e a n z itu tto n el giudicare.

119. Ritengo che si debba aspirare ad una carica, special-


m ente ecclesiastica, purché non vi sia né tronfia arroganza né tra ­
scurata negligenza né vergognoso arrivism o né indecorosi maneggi.
La re tta schiettezza dell’animo, più che sufficiente per qualsiasi
scopo, si raccom anda da sola.
120. Nell’adem pim ento dei nostri doveri non dobbiamo usare
né una severità troppo rig id a 1 né un'eccessiva indulgenza, perché
non sem bri che o facciamo pesare il nostro potere o non adem­
piamo affatto l’incarico ricevuto.
121. Bisogna anche che cerchiamo di renderci obbligate mol­
tissim e persone con benefici e fav o ri2 e di conservarci la sim patia
dim ostrataci, perché non abbiano im a giusta ragione per dimen­
ticare il beneficio coloro che si dolgono di essere stati gravemente
offesi. Spesso infatti ti capita di disgustare persone che hai soste­
nuto con il tuo appoggio o hai elevato a un grado superiore, se poi
ritieni di dover preferire a loro ingiustam ente qualche altro. Bi­
sogna però che anche il vescovo3 favorisca con i suoi benefici ed
i suoi giudizi osservando la giustizia e usi deferenza a sacerdoti e
a diaconi come a persone di fam iglia4.
122. Costoro, d’altra parte, perché una volta riconosciuti degni
del loro m inistero, non devono essere arroganti, ma, al contrario,
mem ori del dono ricevuto, devono m antenersi ancora più umili.
Da parte sua, il vescovo non deve sentirsi offeso se un sacerdote
o un diacono o uno del clero con la m isericordia, i digiuni, l’inte­
grità, la dottrina, l’insegnamento accresce la stim a di cui gode:
reca onore alla Chiesa la fam a di chi ne trasm ette gli insegnamen­
ti. È buona cosa lodare l’attività di una persona, purché ciò non
avvenga per desiderio di m ettersi in m ostra. Ciascuno sia lodato
dalle labbra del prossim o e non dalla propria bocca e venga racco­
m andato dalle proprie opere, non dalle proprie aspirazioni.

1 Cf. Cic., De off., I, 25, 88.


2 Cf. ClC., De off., II, 5, 17; 19, 67.
3 Vedi n o ta 12 a I, 41, 206.
4 Cf. H ie r o n ., In Ruf., II, 2: nisi forte parentes militari uulgarique ser­
mone cognatos et affines nominat.
252 DE OFFICIIS I I , 123-126

123. Ceterum, si quis non oboediat episcopo, extollere atque


exaltare sese desideret, obum brare m erita episcopi sim ulata adfec-
tatione doctrinae aut hum ilitatis au t m isericordiae, is a uero de-
uius superbit, quoniam ueritatis ea est regula, u t nihil facias com­
m endandi tui causa, quo m inor alius fiat, neque, si quid boni
habeas, id ad deform ationem alterius et uituperationem exerceas.

124. Non defendas inprobum et sancta indigno com m ittenda


arbitreris neque iterum urgueas et inpugnes, cuius crim en non
deprehenderis. Nam, cum in om nibus iniustitia cito offendat, tum
maxime in ecclesia, ubi aequitatem esse oportet, ubi aequalitatem
habere decet, u t nihil sibi potentior plus uindicet, nihil plus usur­
pet ditior. Siue enim pauper siue diues in Christo unum sunt.
Nihil sanctior plus sibi arroget; ipsum enim par est esse humi­
liorem.

125. Sed nec personam alterius accipiamus in iudicio; gratia


absit, causae m erita decernant. Nihil sic opinionem, immo fidem
grauat quam si in iudicando potentiori dones causam inferioris uel
pauperem innocentem arguas, diuitem excuses reum culpae. Pro­
num quippe est genus hom inum fauere honoratioribus, ne laesos
sese putent, ne uicti doleant. Sed prim um , si offensam uereris,
non recipias iudicium; si sacerdos es aut si quisquam alius, non
lacessas. Licet tibi silere in negotio dum taxat pecuniario, quam­
quam sit constantiae adesse aequitati. In causa autem dei, ubi
communionis periculum est, etiam dissim ulare peccatum est non
leue.

Caput XXV

B eneficia in p au p eres p o tiu s co n feren d a q u am in diuites: hos enim a u t


q u aesitam a se beneficii uicem p u ta re a u t in d ig n ari q u o d u id e a n tu r h inc
fac ti debitores; pau p eres u e ro e t d eb ito rem p ro se ae u m ip su m consti­
tu e re e t lib en ter accepta ben eficia con fiteri. Q uibus a d d itu r a d pecuniae
c o n tem p tu m ad h o rtatio .

126. Quid autem tibi prodest fauere diuiti? An quia ci


am antem rem uneratur? His enim fauem us frequentius, a quibus
referendae uicem speram us gratiae. Sed eo magis infirm o et inopi
nos studere conuenit, quia pro eo, qui non habet, renum erationem
speram us a domino Iesu qui sub specie conuiuii generalem uirtu­
tis edidit form am, u t his potius nostra conferamus beneficia, qui
nobis ea non possunt repraesentare, docens ad conuiuium atque
epulas non eos qui diuites sunt, sed pauperes inuitandos a. Diuites

a Lc 14, 12-14.
I doveri i i , 123-126 253

123. Chi non obbedisce al vescovo, desidera innalzare ed esal­


tare se stesso e cerca di oscurare i m eriti di lui fingendo u n ’ardente
bram a di sapere, d'um iltà, di misericordia, costui è un superbo
che abbandona la via del vero, perché è norm a della verità non
far nulla per m ettersi in m ostra a scapito di un altro e, se si
possiede qualche buona qualità, non usarla per porre in cattiva
luce e offendere gli altri.
124. Non difendere il disonesto5, non credere di poter affi­
dare le cose sante a un indegno e, d’altra parte, non m olestare
e perseguire uno di cui non è provata la colpa. Sebbene l’ingiu­
stizia offenda im m ediatam ente in tutti, offende particolarm ente
nella Chiesa, nella quale deve regnare la giustizia, dove tu tti devono
essere uguali, in modo che chi è più potente non esiga per sé
nulla di più né ottenga ingiustam ente di più chi è più ric c o 6. Sia
il povero sia il ricco sono una sola cosa in Cristo. Chi è più santo
non pretenda nulla di più: è bene anzi, ch’egli sia più umile.
125. Non sosteniamo, però, nemmeno la parte d’uno dei due
contendenti in tribunale: non vi siano favoritismi, ma siano le ragio­
ni a decidere. Nulla danneggia tanto là stima, anzi la buona fede,
quanto il fatto che in un giudizio si dia ragione al potente contro il
debole o che si persegua il povero innocente e si assolva il ricco col­
pevole. Gli uomini sono inclini a favorire le persone più ragguar­
devoli perché non si sentano offese e, se soccombenti, non sì
dolgano. Ma anzitutto, se tem i di offendere, rinuncia alla funzione
di giudice; se sei sacerdote o ricopri qualche altra carica, non diire
querela. Puoi non intervenire in una causa, per lo meno quand'è
questione di denaro, sebbene sia prova di coraggio stare dalla
parte della giustizia. Ma nella causa di Dio, dove è a repentaglio
l’unione dei fedeli7, anche dissim ulare è colpa non lieve.

Capitolo 25

Bisogna aiutare i poveri a preferenza dei ricchi. Questi, infatti, o pensano


che si esiga da loro il contraccam bio o si sdegnano perché sem bra che,
in seguito al beneficio ricevuto, siano divenuti debitori; i poveri, invece,
m ettono al loro posto quale debitore Dio stesso e riconoscono volentieri
i benefici ricevuti. A tali considerazioni si aggiunge u n ’esortazione a
disprezzare il denaro.

126. A che ti giova fare un favore ad un ricco? Forse per


costui ricom pensa più presto chi gli dim ostra amore? Infatti più
spesso facciamo dei favori a coloro dai quali speriamo il contrac­
cambio 1. Ma bisogna che tanto più noi ci preoccupiamo del debole

5 Cf. Cic., De off., II, 14, 51.


« Cf. Cic., De off., II, 20, 71.
7 Cf. S u lp . Sbv., Chron., II, 45 (CSEL p. 98): ... cum plerisque uidere
non ineundam cum his communionem.

i Cf. Cic., De off., II, 20, 69.


254 DE OFFICIIS II, 126-128

enim rogari uidentur u t ipsi quoque nobis reddant conuiuium; pau­


peres quia non habent quod restituant, cum acceperint, rem une­
ratorem nobis faciunt dominum, qui se pro paupere obligandum
obtulit.

127. Ad ipsum quoque saeculi usum conlatio beneficii facta


pauperes magis quam in locupletes plus iuuat, quia diues dedi­
gnatur beneficium et pudet eum debitorem esse gratiae. Quid
etiam id, quod conlatum est sibi, m eritis suis arrogat, quod uelut
debitum acceperit uel ideo datum sit eo quod is, qui dedit, redden­
dum sibi a diuite uberius existim auerit. Ita in accipiendo beneficio,
eo ipso quod acceperint diuites, dedisse se magis quam accepisse
existimant; pauper uero, etsi non habet unde reddat pecuniam,
refert gratiam . In quo certum est quod plus reddat quam acce­
perit: pecunia enim num m o soluitur, gratia num quam exinanitur.
Reddendo uacuatur pecunia, gratia autem et habendo soluitur et
soluendo retinetur. Deinde, quod diues refugit, pauper fatetur,
quod sit obligatus debito, sibique subuentum , non honori suo de­
latum putat: donatos sibi a rb itratu r filios, uitam redditam , ser-
uatam familiam. Quanto igitur melius apud bonos quam apud in­
gratos locare beneficium!

128. Vnde dominus ad discipulos ait: Nolite possidere


que aurum neque argentum neque pecuniam h; qua uelut falce
pullulantem in pectoribus hum anis succidit auaritiam . Petrus quo­
que claudo, qui ex utero m atris suae portabatur, ait: Argentum
et aurum non habeo, sed quod habeo do tibi. In nomine Iesu
Christi Nazareni surge et am bulac. Itaque pecuniam non dedit,
sanitatem dedit. Quanto melius est salutem habere sine pecunia
quam pecuniam sine salute! Surrexit claudus, quod non sperabat;
pecuniam non accepit, quam sperabat. Sed haec uix in sanctis
domini reperiuntur, u t diuitiae contem ptui sint.

b Mt 10, 9.
c Act 3, 6.
i doveri i i , 126-128 255

e dell’indigente perché speriamo la ricompensa, non da lui che


nulla possiede, m a dal Signore Gesù il quale con l’immagine del
convito ci ha dato una regola generale per l’esercizio della virtù,
quella cioè di rivolgere i nostri benefici a costoro che non possono
ricam biarli, insegnandoci che si devono invitare ai banchetti non
i ricchi, m a i poveri. I ricchi, infatti, sembrano invitati perché
anch’essi ci ricambino il banchetto; i poveri, siccome non hanno
di che ricam biare quando ricevono, lasciano che ci ricompensi il
Signore, il quale s’è offerto d’impegnarsi al posto del povero.
127. Riguardo alla stessa utilità tem porale, l’aiuto dato ai
poveri giova di più di quello dato ai ricchi. Il ricco infatti sdegna
l’aiuto e si vergogna di avere un debito di riconoscenza2; anzi,
attribuisce ai propri m eriti anche ciò che gli è stato dato, perché
pensa di aver ricevuto ciò che, per cosi dire, gli era dovuto, o che
gli sia stato dato, perché colui che glielo ha dato supponeva che
un ricco era tenuto a renderglielo in m isura più abbondante.
Così, quando ricevono un beneficio, i ricchi, per lo stesso f a tto 3
di averlo ricevuto, pensano d’aver dato più che d’aver ricevuto; il
povero invece, anche se non ha i mezzi per restituire il denaro
prestatogli, m ostra riconoscenza, restituendo più di quanto ha
ricevuto. Un debito in denaro si paga con le monete, la riconoscenza
non si esaurisce mai; un debito in denaro si annulla con la resti­
tuzione, un debito di riconoscenza, invece, si paga dimostrandola,
e con tale modo di pagamento la riconoscenza non cessa. Inoltre
il povero riconosce ciò che il ricco non vuole am m ettere, cioè di
essere debitore, e ritiene che gli sia stato dato un aiuto, non che
gli sia stato usato un riguardo per la sua posizione: pensa che gli
sono stati dati i figli, resa la vita, salvata la famiglia. Q uant’è
migliore investimento beneficare d buoni piuttosto che gli in g ra ti!4.
128. Perciò il Signore dice ai discepoli: Non vogliate posse­
dere né oro né argento né denaro, e con tale precetto, quasi fosse
una falce, taglia l’avarizia che germoglia nei cuori umani. Anche
Pietro allo storpio, che fin dalla nascita doveva farsi portare, dice:
N on ho argento e oro, ma ti do ciò che ho. Nel nome di Gesù
Cristo Nazareno, alzati e cammina. Non gli diede denaro, m a la
salute. Certo, vai meglio la salute senza il denaro che il denaro
senza la salute. Lo zoppo balzò in piedi, cosa che non sperava;
non ebbe invece il denaro che sperava. Ma tale disposizione a
disprezzare le ricchezze si riscontra a fatica anche nei santi del
Signore.

2 Cf. Cic., De off., II, 20, 69.


3 ideo... eo quod: evidentemente 1’eo è pleonastico rispetto a ideo.
4 Cf. Cic., De off., II, 20, 71: Quam ob rem melius apud bonos quam
apud fortunatos (i ricchi) beneficium collocari p uto; vedi anche II, 18, 63.
256 DE OFFICIIS I I , 129-131

Caput XXVI

Quam uetus m alum sit auaritia, m ultis ueteris testam énti exemplis cla­
rum esse hincque praeterea patere quam inanis sit pecuniarum possessio.

129. Ceterum ita incubuerunt m ores hominum adm iratio


diuitiarum , u t nemo, nisi diues, honore dignus putetur. Neque hic
recens usus, sed iam dudum, quod peius est, inoleuit hoc uitium
hum anis m entibus. Siquidem, cum Hiericho magna ciuitas tubarum
sacerdotalium sono corruisset et Iesus Naue potiretur u icto ria a,
cognouit infirm atam esse uirtutem populi per auaritiam atque auri
cupiditatem . Nam, cum de spoliis urbis incensae sustulisset Achar
uestem auream et ducenta argenti didrachm ata et linguam auream,
oblatus domino negare non potuit sed prodidit fu rtu m b.

130. Vetus igitur et antiqua auaritia est, quae cum ipsis


uinae legis coepit oraculis, immo propter ipsam reprim endam lex
delata e s t c. Propter auaritiam Balac putauit Balaam praem iis
posse tem ptari u t m alediceret populum patrum , e t uicisset aua­
ritia, nisi dominus a m aledicto eum abstinere iussissetd. Propter
auaritiam praecipitatus Achar in exitium deduxerat totam plebem
parentum . Itaque Iesus Naue, qui potuit solem staituere, ne proce­
deret e, auaritiam hom inum non potuit sistere, ne serperet. Ad uo-
cem eius sol stetit, auaritia non stetit! Sole itaque stante con­
fecit Iesus trium phum ; auaritia autem procedente paene am isit
uictoriam.

131. Quid? Fortissim um om nium Sam pson nonne Daldlae


lieris auaritia decepit? Itaque ille qui rugientem leonem m anibus di­
scerpsit suis, qui uinctus et alienigenis traditus sine ullo adiutore
solus dissolutis uinculis mille ex his perem it uiros, qui funes in­
textos neruis uelut mollia sparti fila disrupit; is super genua mu­
lieris inflexa ceruice truncatus inuicti crinis ornatum , praeroga-
tiuam suae uirtutis, amisit*. Influxit pecunia in gremium mulieris
et a uiro discessit gratia.

a Ios 10, 12-14.


b Ios 7.
= Ex 20, 17.
d Num 22.
<= Ios 10, 12-14.
f Iud 16, 4-21.
I DOVERI I I , 129-131 25 7

Capitolo 26

Da m olti esempi del Vecchio Testamento risulta chiaro quanto l’avarizia


sia un male d ’antica data; da essi inoltre appare m anifesto quanto sia
inutile possedere ricchezze.

129. Gli uomini si sono tanto piegati nell’ammirazione della


ricchezza1 che nessuno viene considerato degno d’onore se non
il ricco. Questa non è im a consuetudine recente, m a già da un
pezzo purtroppo questo vizio s'è sviluppato nei cuori umani. Quan­
do la grande città di Gerico crollò2 al suono delle trom be dei
sacerdoti e Giosuè ottenne la vittoria, questi s’accorse che il valore
del popolo era indebolito dall’avarizia e dalla cupidigia dell’oro.
Infatti, avendo Acar sottratto dal bottino della città in fiamme
una veste intessuta d’oro, duecento doppie dracme d’argento3 e
un lingotto d’oro, designato al Signore come responsabile, non
potè negare e confessò il furto.
130. Ha origini antiche l’avarizia, sorta insieme con i coman­
dam enti stessi della legge divina; anzi la legge fu prom ulgata per
reprim erla. Per causa dell’avarizia Balac suppose che Balaam po­
tesse essere indotto da una ricom pensa a m aledire il popolo dei
p a d ri4; e l’avarizia avrebbe avuto il sopravvento, se il Signore non
gli avesse ordinato di astenersi dalla maledizione. Per l’avarizia
Acar non solo perse se stesso, m a trascinò con sé nella rovina
l’intera sua fam iglia5. Giosuè, che potè ferm are il sole perché
non proseguisse il suo corso, non riuscì a trattenere l’avarizia
um ana dal diffondersi nel popolo. Al suo comando il sole si fermò,
non si ferm ò l’avarizia. Perciò, m entre il sole rim aneva immobile,
Giosuè trionfò sui nemici; invece, m entre l’avarizia procedeva,
poco mancò che gli sfuggisse la vittoria.
131. L’avarizia di una donna come Dalila non ingannò forse
Sansone che pur era il più forte del mondo? Egli che aveva squar­
ciato con le sue m ani un leone ruggente; che, legato e consegnato
a tradim ento agli stranieri, senz'aloim aiuto, da solo, sciolti i legami,
ne aveva ucciso mille; che aveva spezzato come deboli fili di sparto
funi intrecciate con nervi di bue; egli, dopo che gli fu raso il capo
che teneva reclinato sulle ginocchia della donna, perdette l'orna­
m ento della chiom a invincibile ch’era pegno della sua forza. Il de­
naro affluì in grembo alla donna e l’uomo ne perse l'amore.

1 Cf. Cic., De off., II, 20, 71: Sed co rru p ti m ores deprauatique sunt ad­
m iratione diuitiarum .
2 Veramente, come risulta da Gios 6, 20, crollarono le m ura, non la città.
3 La doppia dram m a d'argento corrispondeva propriam ente a mezzo siclo
ebreo. Nei S ettan ta, però, il gr. SiSpaxjJtov rende « siclo » (Gen 23, 15-16; Es
21, 32, ecc.; vedi D ict. de la B ible, II, 1428.
4 Come si legge in Num 22, 7 e 17, Balac, re di Moab, aveva offerto a
Balaam denaro e onori perché maledicesse il popolo ebreo che, sotto la
guida di Mosè, moveva verso la T erra promessa.
5 Vedi sopra par. 129.
258 DE OFFICIIS I I , 132-135

132. Feralis igitur auaritia, inlecebrosa pecunia, quae hab


tes contam inat, non habentes non iuuat. Esto tam en u t aliquando
adiuuet pecunia inferiorem , tam en e t ipsum desiderantem : quid
ad eum qui non desiderat, qui non requirit, qui auxilio eius non
indiget, studio non flectitur? Quid ad alios, si sit ille copiosior qui
habet? Num quid idcirco honestior, quia habet quo honestas ple­
rum que am ittitur, quia habet quod custodiat magis quam quod
possideat? Illud enim possidemus, quo utim ur; quod autem ultra
usum est non utique habet possessionis fructum , sed custodiae
periculum.

C aput X X V II

In pecuniae contem ptu inesse form am iustitiae, quam uirtutem nec non
alias nonnullas sectari debent tam clerici quam antistites; ubi potissimum
de non ferenda precipitanter excommunicatione.

133. Ad summ um nouimus quod pecuniae contem ptus iusti­


tiae form a sit; et ideo auaritiam declinare debemus e t om ni stu­
dio intendere ne quid faciamus um quam aduersus iustitiam , sed in
omnibus gestis et operibus custodiam us eam.
134. Si uolumus com m endare nos deo, caritatem habeamus,
unanim es simus, hum ilitatem sequam ur, alter alterum existiman­
tes superiorem sibi. Haec est enim hum ilitas, si nihil sibi quis
arroget e t inferiorem se esse existimet. Episcopus u t m em bris suis
u ta tu r clericis e t maxime m inistris, qui sunt uere filii; quem cui­
que uiderit aptum m uneri, ei deputet.
135. Cum dolore am putatur etiam quae p u tru it pars corpo­
ris et diu tractatu r, si potest sanari medicamentis; si non potest,
tunc a medico bono absciditur. Sic episcopi affectus boni est, u t
optet sanare infirm os, serpentia auferre ulcera, adurere aliqua,
non abscidere. Vnde pulcherrim um illud praeceptum magis emi­
net, u t cogitemus non quae nostra sunt, sed quae aliorum*. Hoc
enim modo nihil erit, quod uel irati nostro indulgeamus affectui
uel fauentes nostrae plus iusto tribuam us aliquid uoluntati.

a P h il 2, 4.
I do v eri i i , 132-135 25 9

132. L'avarizia è funesta ed è allettante il denaro che con


m ina chi lo possiede e non giova a chi non lo possiede®. Ammet­
tiam o pure che talvolta il denaro giovi a chi è di condizione infe­
riore e tuttavia lo desidera ugualmente: che im porta a colui che
non lo desidera, non lo cerca, non ha bisogno del suo aiuto, non
cede ai suoi allettam enti? Che im porta agli altri se colui che lo
possiede gode di maggiore abbondanza? È forse più onesto perché
possiede ciò che assai spesso fa perdere l'onestà, perché ha un bene
da custodire più che da possedere? Infatti noi possediamo ciò di
cui ci serviamo; ogni bene che esorbita dall’uso che possiamo
farne, non ci dà, in ogni caso, il vantaggio di possederlo, m a la
preoccupazione di custodirlo.

Capitolo 27

Il disprezzo del denaro è un aspetto della giustizia, virtù che, insieme a


varie altre, devono esercitare sia i vescovi, sia gli altri m em bri del clero.
In questo capitolo si insegna particolarm ente a non essere precipitosi nel­
l’uso della scomunica.

133. Il disprezzo del denaro è un aspetto della giustizia;


perciò dobbiamo evitare l’avarizia e sforzarci con ogni impegno
di non fare nulla contro la giustizia, che anzi è da osservare in ogni
nostro atto.
134. Se vogliamo piacere a Dio, pratichiam o la carità, siamo
concordi, esercitiamo l’um iltà, stim ando gli altri superiori a noi.
Questa è infatti l’um iltà: non attribuirsi alcun m erito e stim arsi
inferiore agli altri. Il vescovo si serva dei chierici come di sue
m em bra e specialmente dei diaconi1, che sono davvero i suoi figli,
ed assegni a ciascuno l’incarico per il quale lo ha visto adatto.
135. Si taglia con ram m arico anche una parte del corpo andata
in cancrena, e si cura a lungo nel tentativo di guarirla con le
medicine; se la cura non riesce, allora un medico esperto la taglia.
Tale è la disposizione d'anim o del buon vescovo: egli desidera
guarire gli amm alati, eliminare le piaghe che si diffondono, caute­
rizzare talune parti, non am putarle; infine si decide con dolore
ad am putare ciò che non può essere guarito. In tal modo si pone
in vista maggiormente il magnifico precetto di preoccuparci non
delle nostre cose, ma di quelle altrui. Còsi non ci accadrà di lasciarci
trascinare irati dal nostro risentim ento o, troppo compiacenti, di
assecondare la nostra volontà oltre i lim iti del giusto.

« Cf. Cic., De off., II, 20, 71: Illum fortasse adiuuat, qui habet. Ne id
quidem semper; sed fac iuuare; utentior sane sit, honestior uero quo modo?

1 Vedi B l a is e -C h ir a t , sub uoce.


260 DE OFFICIIS I I , 136-137

Caput XXVIII

Misericordiam etiam cum inuidia propria largius exercendam, ad quod


refertu r memorabilis uasorum sacrorum in captiuorum redemptionem ab
Ambrosio fractorum historia, et pulcherrim a de auri et argenti, quae ec­
clesia possidet, legitimo usu praecipiuntur. Hinc, postquam ex facto
sancti Laurentii quinam ueri sint ecclesiae thesauri ostensum est, re­
gulae in conflandis atque inpendendis uasis initiatis seruandae propo­
nuntur.

136. Hoc maximum incentiuum m isericordiae, u t conpatia-


m ur alienis calam itatibus, necessitate aliorum, quantum possumus,
iuuemus, et plus interdum quam possimus. Melius est enim pro
m isericordia causas praestare uel insidiam perpeti quam prae­
tendere inclementiam, u t nos aliquando in inuidiam incidimus,
quod confregimus uasa mystica, u t captiuos redim erem us, quod
Arrianis displicere poterat; nec tam factum displicere quam ut
esset quod in nobis reprehenderetur. Quis autem est tam durus,
inmitis, ferreus cui displiceat quod homo redim itur a m orte, fe­
m ina ab im puritatibus barbarorum , quae grauiores m orte sunt,
adulescentuli atque pueruli uel infantes ab idolorum contagiis,
quibus m ortis m etu inquinabantur?

137. Quam causam nos etsi non sine ratione aliqua gessimus,
tam en ita in populo prosecuti sumus, u t confiterem ur m ultoque
fuisse commodius adstruerem us u t anim as domino quam aurum
reseruarem us. Qui enim sine auro m isit apostolos® et ecclesias
sine auro congregauit. Aurum ecclesia habet non u t seruet, sed u t
eroget, u t subueniat in necessitatibus. Quid opus est custodire quod
nihil adiuuat? An ignoram us quantum auri atque argenti de templo
domini Assyri su stulerint?b. Nonne melius conflant sacerdotes
propter alimoniam pauperum , si alia subsidia desint, quam sacri­
legus contam inata asportet hostis? Nonne dicturus est dominus:
Cur passus es tot inopes fame emori? E t certe habebas aurum ,
m inistrasses alimoniam. Cur to t captiui deducti in commercio
sunt nec redem pti ab hoste occisi sunt? Melius fuerat u t uasa
uiuentium servares quam m etallorum .

a Mt 10, 9.
b 4 Reg 24, 13.
i doveri i i , 136-137 261

Capitolo 28

Con grande larghezza dev’essere esercitata la misericordia, anche a costo


d ’essere malvisti. A ciò si riferisce la memorabile vicenda dei vasi sacri
spezzati da Ambrogio per riscattare i prigionieri, e si danno opportuna­
m ente norm e sull’uso legittimo dell’oro e dell’argento posseduto dalla
Chiesa. Quindi, dopo aver dim ostrato con l'esempio di S. Lorenzo quali
sono i veri tesori della Chiesa, si suggeriscono regole da osservare
quando si fóndono i vasi consacrati e se ne spende il ricavato.

136. La m isericordia c'induce soprattutto ad aver compassione


delle sventure altrui, a porgere aiuto alle necessità degli altri per
quanto possiamo e, talvolta, più di quanto possiamo. È meglio
infatti per m isericordia farsi mallevadori in processi o sopportare
l’im popolarità che m ostrarsi insensibili. Per esempio, una volta noi
fummo aspram ente criticati, perché spezzammo i vasi sacri per
riscattare dei prigionieri, cosa che poteva spiacere agli A riani1. A
costoro non tanto dispiaceva il fatto, quanto im portava trovare un
motivo di biasimo per noi. Ma chi è cosi duro, crudele, insensibile
da dolersi che un uomo sia sottratto alla m orte, una donna alle
libidini barbariche, peggiori della m orte, giovani, fanciulli, bambini
dalla corruzione dell'idolatria, dalla quale, per tim ore della m orte,
si lasciavano contam inare?
137. Sebbene noi ci fossimo com portati cosi in tale vicenda
non senza giustificati motivi, tuttavia ne trattam m o con il popolo
in modo da rendere chiaro e dim o strare2 che era stato molto
meglio per il Signore salvare delle anim e che dell’oro. Egli infatti
m andò gli Apostoli senza oro e senza oro fondò le Chiese. La
Chiesa possiede l’oro non per custodirlo, m a p er distribuirlo, per
recare soccorso nelle necessità. Che bisogno c'è di custodire ciò
che non serve? Forse ignorano quanto oro ed argento gli Assiri
abbiano sottratto a l tempio del Signore?3. Non è meglio che i
vescovi facciano fondere vasi sacri per nutrire i poveri, se m ancano
altri mezzi, piuttosto che un nemico sacrilego li profani e li rubi?
Non dirà il Signore: « Perché hai perm esso che tanti poveri m oris­
sero di fame? E certam ente avevi dell’oro, avresti potuto sommi­
nistrare loro del cibo. Perché tanti prigionieri furono messi in
vendita e, non riscattati, vennero uccisi dai nemici? Sarebbe stato
meglio che tu avessi salvato corpi di viventi che vasi di m etallo ».

1 Vedi sopra II, 15, 70 e n. 3. S. Ambrogio, per disporre dei mezzi neces­
sari a riscattare coloro che erano caduti nella m ani dei barb ari dopo la
sconfitta di Adrianopoli, non esitò a spezzare i vasi sacri e a venderne il
metallo prezioso. Ciò gli fu rinfacciato dagli Ariani nella lo tta del 385-386
( P a r e d i , op. cit., pp. 242-243).
2 Cf. A ur. V i c t . , Caes., 20, 6: struentes (afferm ando) illuni iustum nasci
aut emori minime conuenisse.
3 Veram ente non si trattav a degli Assiri, la cui potenza era finita per
sem pre dal 609 a.Cr. ( R i c c i o t t i , Storia d’Israele, I, p. 24), m a dei Babilonesi
agli ordini di Nabucodonosor, il quale depredò il tempio una prim a volta,
parzialm ente, forse nel 601 (p. 482), u n a seconda volta nel 597, dopo la ca­
duta di Gerusalemme (p. 484), una terza volta, definitivamente, nel 586,
quando Gerusalemme fu d istru tta (p. 493). Il Garofalo (Il libro dei Re, a
cura di Mons. S. G a r o f a l o , M arietti, Torino 1956, pp. 286-287) fissa la prim a
caduta di Gerusalemme nel 606, l’ultim a nel 587.
262 DE OFFICIIS I I , 138-141

138. His non posset responsum referri. Quid enim dicer


Timui ne templo dei ornatus deesset? Responderet: Aurum sacra­
m enta non quaerunt, neque auro placent quae auro non em untur.
Ornatus sacram entorum redem ptio captivorum est. E t uere illa
sunt uasa pretiosa quae redim unt animas a m orte. Ille uerus est
thesaurus domini, qui operatur quod sanguis eius operatus est.
Tunc uas dominici sanguinis agnoscitur, cum in utroque uiderit
redem ptionem, u t calix ab hoste redim at quos sanguis a peccato
redem it. Quam pulchrum ut, cum agmina captiuorum ab ecclesia
redim untur, dicatur: Hos Christus redem it. Ecce aurum quod pro­
bari potest, ecce aurum utile, ecce aurum Christi, quod a m orte
liberat, ecce aurum quo redim itur pudicitia, seruatur castitas!

139. Hos ego malui uobis liberos tradere quam aurum re-
seruare. Hic num erus captiuorum , hic ordo praestantior est quam
species poculorum. Huic m uneri proficere debuit aurum redem p­
toris, u t redim eret periclitantes. Agnosco infusum auro sanguinem
Christi non solum inrutilasse, uerum etiam diuinae operationis
inpressisse uirtutem redem ptionis munere.
140. Tale aurum sanctus m artyr Laurentius domino reserua-
uit: a quo cum quaererentur thesauri ecclesiae, prom isit se de­
m onstraturum . Sequenti die pauperes duxit. Interrogatus ubi es­
sent thesauri quos prom iserat, ostendit pauperes dicens: H i sunt
thesauri ecclesiae. E t uere thesauri in quibus Christus est, in
quibus Christi fides est. Denique apostolus ait: Habemus thesau­
rum istum in uasis fictilibus c. Quos m eliores thesauros habet
Christus quam eos in quibus se esse dixit? Sic enim scriptum est:
Esuriui, et dedistis mihi manducare; sitiui, et dedistis mihi bibere;
hospes eram, et collegistis me d. E t infra: Quod enim uni horum
fecistis, mihi fecistis e. Quos meliores Iesus habet thesauros quam
eos in quibus am at uideri?
141. Hos thesauros dem onstrauit Laurentius e t uicit, quod eos
nec persecutor potuit auferre. Itaque Ioachim, qui aurum in ob­
sidione obseruabat nec dispensabat alimoniae conferendae, e t au­
rum uidit eripi et se in captiuitatem deduci*. Laurentius, qui au­
rum ecclesiae m aluit erogare pauperibus quam persecutori reser-
uare, pro singulari suae interpretationis uiuacitate sacram m arty­
rii accepit coronam. Num quid dictum est sancto Laurentio: Non
debuisti erogare thesauros ecclesiae, uasa sacram entorum uendere?

c 2 Cor 4, 7.
d Mt 25, 35.
« M t 25, 40.
f 4 Reg 24, 13.
I DOVERI I I , 138-141 263

138. A queste domande non si sarebbe potuto rispondere.


Potevi forse dire: « Mi sono preoccupato che al tempio di Dio
mancasse l’ornam ento »? Ti avrebbe risposto: « I sacram enti non
richiedono oro né vale per l'oro ciò che non si com pra con l’oro ».
Ornamento dei sacram enti è il riscatto dei prigionieri. E veram ente
vasi preziosi sono quelli che liberano le anime dalla m orte. Vero
tesoro del Signore è quello che compie ciò che ha compiuto il suo
sangue. Allora si riconosce il calice del sangue del Signore, quando
con l’uno e con l’a ltr o 4 egli p ro c u ra 5 il riscatto, cosi che il calice
riscatti dal nemico coloro che il sangue ha riscattato dal peccato.
Quant’è bello che si dica, quando la Chiesa riscatta folle di prigio­
nieri: « Li ha riscattati Cristo »! Ecco l’oro che è motivo di lode,
ecco l’oro che giova, ecco l’oro di Cristo che libera dalla m orte,
ecco l’oro per mezzo del quale si riscatta la pudicizia, si preserva
la castità!
139. Preferii dunque consegnarvi uomini liberi che conservare
dell’oro. Questa m oltitudine di prigionieri, questo schieram ento è
più bello della bellezza dei calici. A tale scopo l’oro del Redentore
doveva servire a riscattare coloro che erano in pericolo. Riconosco
che il sangue di Cristo versato nell’oro non solo rosseggiò, ma
anche col dono del riscatto vi impresse la virtù della carità divina.
140. Tale oro il santo m artire Lorenzo conservò per il Signore.
Infatti, a chi gli chiedeva i tesori della Chiesa promise di m ostrarli.
Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato dove fossero i
tesori promessi, indicò i poveri dicendo: « Questi sono i tesori della
Chiesa ». E sono veram ente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui
c’è la fede di Cristo. Infine l’Apostolo dice: Abbiamo codesto
tesoro in vasi di coccio. Quali tesori più preziosi ha Cristo di
quelli nei quali ha detto di trovarsi? Così infatti sta scritto: Ho
avuto fame, e m i avete dato da mangiare; ho avuto sete, e m i avete
dato da bere; ero pellegrino, e m i avete ospitato. E più sotto: Ciò
che avete fatto ad uno di questi, l’avete fatto a me. Quali tesori più
preziosi ha Gesù di quelli nei quali am a m ostrarsi?
141. Tali tesori m ostrò Lorenzo e vinse perché nemmeno il
persecutore potè sottrarglieli. Ioachin, che durante l’assedio custo­
diva l’oro invece di distribuirlo per procurare cibo, si vide spogliato
dell’oro e trascinato in schiavitù6. Lorenzo, che aveva preferito
distribuire ai poveri l’oro della Chiesa piuttosto che m etterlo da
parte per il persecutore, ottenne, per la singolare accortezza della
sua preveggenza la ricca corona del m artirio. Forse fu detto a
san Lorenzo: « Non avresti dovuto distribuire i tesori della Chiesa,
vendere i vasi dei sacram enti »?

4 Cioè col calice e col sangue.


5 Cosi traduco il fut. ant. uiderit, sul fondamento di Cic., Tusc., Ili, 19,
46: aliquid uideam us et cibi, e di Ad A tt., V, 1, 3: antecesserat S ta tiu s ut pran­
dium nobis uideret.
6 Ioachin, figlio di Ioachin, dopo tre mesi di regno, nel 597 fu fatto pri­
gioniero da Nabucodonosor, che depredò i tesori del tempio di Gerusalemme
( R i c c i o t t i , Storia d'Israele, I, p. 484). Vedi sopra n. 3.
264 DE OFFICIIS I I , 142-145

142. Opus est u t quis fide sincera et perspicaci prouidentia


m unus hoc inpleat. Sane, si in sua aliquis deriuat emolumenta,
crim en est; sin uero pauperibus erogat, captiuum redim it, m iseri­
cordia est. Nemo enim potest dicere: Cur pauper uiuit? Nemo
potest queri quia captiui redem pti sunt; nemo potest accusare
quia tem plum dei aedificatum est; nemo potest indignari quia
hum andis fidelium reliquiis spatia laxata sunt; nemo potest dolere
quia in sepulchris Christianorum requies defunctorum est. In his
tribus generibus uasa ecclesiae etiam initiata conflingere, conflare,
uendere licet.

143. Opus est u t de ecclesia mystici poculi form a non exeat,


ne ad usus nefarios sacri calicis m inisterium transferatur. Ideo
intra ecclesiam prim um quaesita sunt uasa quae initiata non es­
sent; deinde comminuta, postrem o conflata, per m inutias eroga­
tionis dispensata egentibus, captiuorum quoque pretiis profece­
runt. Quod si desunt noua et quae nequaquam initiata uideantur,
in huiusm odi usus, quos supra diximus, arb itro r omnia pie posse
conuerti.

Caput XXIX

Deposita uiduarum , immo om nium fidelium in ecclesia cum sui etiam


periculo defendi oportere. Quae res Oniae sacerdotis. Ambrosii ac Tici­
nensis episcopi exemplis inlustratur.

144. Illud sane diligenter tuendum est, u t deposita uiduarum


intem erata m aneant, sinè ulla seruentur offensione, non solum ui­
duarum , sed etiam omnium; fides enim exhibenda est omnibus,
sed m aior est uiduarum causa et pupillorum .

145. Denique hoc solo uiduarum nomine, sicut in libris Mac-


cabaeorum legim usa, comm endatum tem plo omne seruatum est.
Nam, cum indicium factum esset pecuniarum , quas in templo
Hierosolymis maximas reperiri posse Simon nefarius Antiocho
regi prodidit, missus in rem Heliodorus ad tem plum uenit et sum­
mo sacerdoti aperuit indicii inuidiam et aduentus sui causam.

a 2 Mach 3.
i do v eri i i , 142-145 265

142. Bisogna che quest’incarico sia compiuto con fede sincera


e saggia previdenza. Certam ente, se uno ne ricava vantaggio perso­
nale, comm ette un delitto; m a se distribuisce ai poveri il ricavato,
riscatta un prigioniero, compie opera di m isericordia. Nessuno
può dire: « Perché il povero vive »? Nessuno può lam entarsi perché
sono stati riscattati dei prigionieri; nessuno può lanciare accuse
perché sono stati allargati gli spazi per seppellire le spoglie dei
fedeli; nessuno può dolersi perché i cristiani defunti riposano in
una tomba. In questi tre c a si7 è lecito spezzare, fondere, vendere
i vasi della Chiesa, anche se già consacrati.
143. Bisogna che non esca di chiesa il vaso sacro nella sua
form a, perché la funzione del sacro calice non si trasform i in usi
empi. Perciò, prim a di tutto, si cercarono nell'am bito della chiesa
vasi non consacrati; poi ridotti in pezzi, infine fusi, furono distri­
buiti ai bisognosi in particelle e servirono anche al riscatto dei
prigionieri. Se poi m ancano vasi nuovi e sicuram ente non consa­
crati per gli usi sopra ricordati, penso che tu tti possano essere
trasform ati senza offesa di Dio.

Capitolo 29

I depositi delle vedove, anzi di tu tti i fedeli, nella Chiesa devono essere
difesi anche con pericolo personale. Questo dovere è illustrato con gli
esempi del sacerdote Onia, di Ambrogio e del Vescovo di Pavia.

144. Si deve provvedere con cura che i depositi delle vedove


rim angano intatti, siano conservati senza alcun danno, e non solo
quelli delle vedove, m a quelli di tutti. Infatti bisogna m antenere
lealmente l’impegno con tutti, m a il caso delle vedove e degli
orfani è più grave.
145. Appunto per questo solo titolo di appartenere a vedove,
come leggiamo nei libri dei Maccabei, tu tto ciò che era stato affi­
dato al tempio fu salvo. Essendo stata fatta una delazione sulle
somme di denaro che, come lo scellerato Sim one1 aveva rivelato
al re Antioco2, potevano essere trovate nel tempio in Gerusalemme,
Eliodoro, m andato a tale scopo, si recò al tem pio e comunicò
al sommo sacerdote l’odiosa delazione e il motivo della sua venuta.

7 Cioè per soccorrere i poveri e riscattare i prigionieri, p er costru


chiese, per dare una degna sepoltura ai fedeli defunti.

1 E ra il sovrintendente del tempio, favorevole ai Seleucidi e perciò in


contrasto con il sommo sacerdote Onia III (198-176 a.Cr.). Su tu tto l’episo­
dio e i suoi retroscena politici, vedi R icciom , Storia d'Israele, II, pp. 258-260.
2 In quest'epoca regnava in Antiochia non Antioco IV Epifane (175-163),
m a il suo predecessore, Seleuco IV Filopatore (187-175). Si tra tta evidente­
m ente di una svista di S. Ambrogio, perché il nome di Seleuco, rex Asiae,
figura anche in 2 Macc 3, 3.
26 6 DE OFFICIS I I , 146-149

146. Tum sacerdos deposita esse dixit uiduarum uictualia


pupillorum. Quae cum Heliodorus ereptum ire uellet et regiis uin-
dicare commodis, sacerdotes ante altare iactauerunt se, induti sa­
cerdotales stolas, et deum uiuum qui de depositis legem d e d e ra tb
flentes inuocabant custodem se praeceptorum praestare suorum.
Vultus uero et color summi sacerdotis inm utatus declarabat do­
lorem animi et m entis intentae sollicitudinem. Flebant omnes,
quod in contem ptum locus uenturus foret, si nec in dei templo
tu ta fidei seruaretur custodia, accinctaeque mulieres pectus et
clausae uirgines pulsabant ianuam: ad m uros alii currebant, per
fenestras alii prospectabantur, omnes ad caelum tendebant manus
orantes u t suis dominus adesset legibus.

147. Heliodorus autem nec his territus, quod intenderat


guebat et satellitibus suis aerarium saepserat, cum subito adpa-
ru it illi terribilis eques arm is praefulgens aureis; equus autem
eius e rat insigni ornatus opertorio. Alii quoque duo iuuenes ad-
paruerunt in uirtute inclita, decore grato, cum splendore gloriae,
speciosi amictu, qui circum steterunt eum et utraque ex parte fla­
gellabant sacrilegum sine ulla interm issione continuato uerbere.
Quid m ulta? Circumfusus caligine in terram concidit et euidenti
diuinae operationis indicio exanimatus iacebat, nec ulla spes in eo
residebat salutis. Oborta est laetitia m etuentibus, m etus superbis,
deiectique ex amicis Heliodori quidam rogabant Oniam u t uitam
posceret ei, quoniam suprem um gerebat spiritum .

148. Rogante itaque sacerdote summo idem iuuenes iterum


Heliodoro adparuerunt isdem am icti uestibus, et dixerunt ad eum:
Oniae summo sacerdotis gratias age, propter quem tibi uita est
reddita. Tu autem, expertus dei flagella, uade et nuntia tuis om­
nibus quantam cognoueris tem pli religionem et dei potestatem .
His dictis non conparuerunt. Heliodorus itaque recepto spiritu
hostiam domino obtulit, Oniae sacerdoti gratias egit et cum exer­
citu ad regem reu ertitu r dicens: Si quem habes hostem aut insi­
diatorem rerum tuarum , illuc eum dirige et flagellatum reci­
pies eum.
149. Seruanda est igitur, filii, depositis fides, adhibenda dili­
gentia. Egregie hinc uestrum enitescit m inisterium , si suscepta in-

b I s 22, 6-14.
I do v eri i i , 146-149 267

146. Allora il sacerdote disse che quelle somme erano depositi


per il m antenim ento delle vedove e degli orfani. E siccome Elio­
doro voleva portarle via rivendicandole nell'interesse del re, i
sacerdoti rivestiti degli abiti sacerdotali si gettarono davanti all’al­
tare e invocarono piangendo il Dio vivente, che aveva dato la legge
sui depositi, perché intervenisse in difesa dei suoi precetti. Il
volto e il colore alterato del sommo sacerdote m ostravano il
dolore dell’animo suo e la preoccupazione della sua m ente ango­
sciata. T utti piangevano perché quel luogo sarebbe caduto nel
disprezzo se nemmeno nel tempio di Dio ci fosse stata la sicurezza
di poter osservare fedelmente gli impegni assunti*. Le donne,
cinte d i cilicio il petto, e le giovani, solitam ente chiuse in casa,
battevano la p o r ta 4; altri correvano sulle m ura, altri guardavano
dalle finestre, tu tti tendevano le m ani al cielo, pregando che il
Signore difendesse le sue leggi.
147. Eliodoro però, senza lasciarsi spaventare da tu tto ciò,
non desisteva dal suo proposito ed aveva circondato con le sue
guardie l’erario, quando improvvisamente gli apparve un terribile
cavaliere, tu tto risplendente per le sue arm i d’oro; il suo cavallo
era adorno d’una magnifica gualdrappa. Apparvero anche due altri
giovani di straordinario valore, d’attraente e nobile aspetto, sfa­
villanti di gloria, splendidam ente vestiti, che si posero intorno fla­
gellando ininterrottam ente quel sacrilego con una grandine di
colpi. Perché dilungarsi? Avvolto dalle tenebre cadde a terra e vi
giaceva esanime a evidente prova deH'intervento divino, né v’era
in lui speranza di salvezza. Coloro che fino allora temevano, furono
presi dal giubilo, i superbi dalla paura; alcuni degli amici di
Eliodoro, sm arriti, pregavano Orna di ottenergli salva la vita, perché
era prossim o a spirare.
148. Pertanto, m entre il sommo sacerdote pregava, gli stessi
giovani apparvero nuovamente ad Eliodoro, indossando le mede­
sime vesti, e gli dissero: « Ringrazia il sommo sacerdote Onia per
m erito del quale ti è resa la vita. Ma tu, dopo aver sperim entato
i flagelli di Dio, va' e annuncia a tu tti i tuoi quant’è grande la
santità del tem pio e la potenza di Dio, che hai im parato a cono­
scere ». Detto ciò, disparvero. Eliodoro, riavutosi, offri una vittim a
al Signore, ringraziò il sacerdote Onia, ritornò con l'esercito dal re
e gli disse: « Se hai un nemico o uno che insidia il tuo regno,
m andalo là e lo riavrai flagellato ».
149. Bisogna dunque, o figli, m antenere le garanzie offerte
p er i depositi e custodirli diligentemente. Il vostro m inistero brilla

3 Lett.: « si m antenesse la fedele osservanza dell’impegno assunto ».


4 S. Ambrogio riassum e qui piuttosto confusamente il racconto biblico,
alterandone, almeno formalmente, i term ini. I Settanta (in questo caso il
testo greco è, com’è noto, quello originale) dicono, infatti, letteralm ente:
« Le donne, cinte di cilicio sotto il seno, riempivano le strade; le giovani,
solitam ente ritirate, le une correvano alle porte, le altre sulle m ura, alcune
si sporgevano dalle finestre. Tutte, protendendo le mani al cielo, innalza­
vano la supplica ». La Vulgata scrive dopo « ritirate »: procurrebant ad Onìam,
aliae autem ad m uros, ecc. Che S. Ambrogio al posto di IrcXVi&uov (riempivano)
leggesse ^uXtjt-cov (battevano)?
268 DE OFFICIIS I I , 149-151

pressio potentis, quam uel uidua uel orphani tolerare non queant,
ecclesiae subsidio cohibeatur; si ostendatis plus apud uos m anda­
tum domini quam diuitis ualere gratiam .

150. Meministis ipsi quotiens aduersus regales im petus


uiduarum , immo omnium depositis certam en subierimus. Com­
m une hoc uobiscum mihi. Recens exemplum ecclesiae Ticinensis
proferam , quae uiduae depositum quod susceperat am ittere peri­
clitabatur. Interpellante enim eo qui sibi illud im periali rescripto
uindicare cupiebat, clerici non tenebant auctoritatem : honorati
quoque et intercessores dati non posse praeceptis im peratoris
obuiari ferebant. Legebatur rescripti form a directior, m agistri of­
ficiorum statuta, agens in rebus imminebat. Quid plura? Tradi­
tum erat.

151. Tamen communicato m ecum consilio obsedit sanc


episcopus ea conclauia ad quae translatum illud depositum uiduae
cognouerat. Quod ubi non potuit auferri, receptum sub chirogra­
pho est. Postea iterum flagitabatur ex chirographo; praeceptum
im perator iterauerat, u t ipse per semet ipsum nos conueniret.
Negatum est, et exposita diuinae legis auctoritate et serie lectionis
et Heliodori periculo uix tandem rationem im perator accepit. Post
etiam tem ptata fuerat obreptio; sed praeuenit sanctus episcopus,
I DOVERI II, 149-151 269

in tu tto il suo splendore, se con l’aiuto della Chiesa viene rintuz­


zata la violenza di un potente, alla quale o una vedova o degli orfani
non sono in grado di resistere; se m ostrate che ai vostri occhi vale
di più il comandamento del Signore che il favore del ricco.
150. Voi stessi ricordate quante volte abbiamo lottato contro
gli attacchi imperiali in difesa dei depositi delle vedove, anzi di
tutti. A queste mie lotte partecipaste anche voi. Addurrò il recente
esempio della Chiesa di Pavia, che correva il rischio di perdere
il deposito di una vedova, affidato alla sua custodia. Di fronte alle
insistenze di colui che, sul fondam ento d’un rescritto imperiale,
lo rivendicava, gli ecclesiastici non riuscivano a far valere la
propria autorità. Anche altolocati personaggi e gli esecutori nomi­
nati 5 sostenevano che non era possibile opporsi agli ordini dell’im-
peratore. Si leggeva il testo del rescritto, che era categorico, si
leggevano le decisioni del m inistro della casa im periale6, l’agente
im periale7 stava per intervenire. In breve, il deposito era stato
consegnato.
151. Tuttavia, dopo essersi consultato con me, il santo ve­
scovo8 sbarrò gli accessi delle stanze dove sapeva ch’era stato
trasportato il deposito della vedova. E siccome non potè essere
tolto di li, fu recuperato dietro rilascio di una ricevuta. In seguito,
sulla scorta di tale ricevuta esso veniva nuovamente richiesto,
l’im p erato re9 aveva rinnovato l’ordine in modo da rivolgerci perso­
nalm ente l’ingiunzione 10. Si oppose un rifiuto e, dopoché gli furono
ricordati l’autorità della legge divina, i passi scritturali e il pericolo
corso da Eliodoro, a stento finalmente l’im peratore intese la
ragione. Successivamente si era anche cercato di sottrarre nasco­
stam ente il deposito, m a il santo vescovo prevenne il tentativo,
restituendo alla vedova ciò che aveva ricevuto. Intanto l’impegno

5 Cod. Iu st., 8, 16, 7: E xsecutores a indice d a ti ad exigenda d ebita ea


quae ciuiliter poscuntur; vedi TLL, intercessor.
6 II m agister officiorum è forse il più elevato dei quattro uffici impe­
riali e corrisponde al m inistro della casa imperiale (P. B o n f a n t e , Ut. del dir.
rom ., II, p. 12).
7 Gli agentes in rebus erano corrieri di gabinetto alle dipendenze del
m agister officiorum (E. C o s ta , S toria del d iritto rom ano p u bblico , Barbera,
Firenze 19202, p. 349). Vedi anche A m b r o s ., Ep. 20, 7: Palatina om nia officia,
hoc est m em oriales, agentes in rebus, apparitores diuersorum com itum tem ­
perare a processu iubentur, specie qua sedition i interesse prohibebantur:
honoratis m ulta m inabantur grauissim a, nisi basilicam traderent. Questo
passo, che si riferisce al contrasto per la cessione della basilica agli Ariani,
è un'utile illustrazione del nostro testo.
8 Si tra tta di S. Evenzio, m orto nel 397, poco prim a di S. Ambrogio;
vedi F. Savio, Gli antichi vescovi d ’Italia dalle origini al 1300, parte II, voi. II,
Bergamo 1932, p. 346, e inoltre pp. 335 e 337.
9 Valentiniano II, figlio di Giustina, la protettrice degli Ariani; così il
Dudden, che colloca gli avvenimenti narrati nel febbraio del 386, m entre la
corte risiedeva a Pavia (op. cit., I, pp. 119-120; II, p. 694). Però il Palanque
(op. cit., pp. 526-527) propone l'anno 388, durante il dominio di Massimo in
Italia, nei mesi precedenti la vittoria di Teodosio.
10 Cf. A m b r o s ., Ep. 20, 8: Convenior ipse a com itibus et tribunis, ut
basilicae fieret m atura traditio.
270 DE OFFICIIS I I , 151-154

u t redderet uiduae quod acceperat. Fides interim salua est; in-


pressio non est formidini, quia iam res, non fides periclitatur.

Caput XXX

Libri conclusio per exhortationem ad fugiendos inuidos atque ad pru­


dentiam, fidem aliasque uirtutes prosequendas.

152. Filii, fugite inprobos, cauete inuidos. In te r inprobum et


inuidum hoc interest: inprobus suo delectatur bono, inuidus tor­
quetur alieno; ille diligit mala, hic bona odit, u t prope tolerabilior
sit qui sibi uult bene quam qui male omnibus.

153. Filii, ante factum cogitate et, cum diutius cogitaueritis,


tunc facite quod probatis. Laudabilis m ortis cum occasio datur,
rapienda est ilico. Dilata gloria fugit nec facile conprehenditur.

154. Fidem diligite, quoniam per fidem et deuotionem Iosias


magnum sibi ab aduersariis am orem adquisiuit, quoniam celebra-
u it pascha domini, cum esset annorum decem et octo, quemad­
m odum nemo ante eum a. Zelo itaque uicit superiores; ita et uos,
filii, zelum dei sumite. Exquirat uos dei zelus et deuoret, u t unus­
quisque uestrum dicat: Exquisiuit me zelus domus tuae b. Aposto­
lus Christi zelotes d ic tu sc. Quid de apostolo dico? Ipse dominus
ait: Zelus domus tuae comedit me d. Sit ergo dei zelus, non iste
hum anus, quem inuidia generat.

a 4 Reg 23, 21-23.


b Ps 68, 10.
c Lc 6, 15.
d Io 2, 17.
I DOVERI I I , 151-154 271

assunto è salvo; la violenza non desta più timore, perché ormai


sono beni m ateriali a correre pericolo, non la parola d a ta 11.

Capitolo 30

Conclusione del libro con l’esortazione a fuggire gli invidiosi e ad eserci­


tare la prudenza, la fedeltà e le altre virtù.

152. Figliuoli, fuggite i disonesti, guardatevi dagli invidiosi.


Fra il disonesto e l'invidioso c’è questa differenza: il disonesto
gode del proprio bene, l’invidioso soffre del bene altrui; quello
ama il male, questo odia il bene, sicché è quasi più sopportabile
chi vuol bene a se stesso di chi vuol male a tutti.
153. Figliuoli, prim a di agire, riflettete e, dopo aver m editato
a lungo, allora fate ciò che vi sem bra giusto. Quando si presenta
l’occasione di im a m orte gloriosa, dev’essere colta immediatamente.
La gloria differita fugge e non si afferra facilmente.
154. Amate la fedeltà, perché per mezzo della fedeltà e della
devozione G iosia1 si acquistò un grande amore da parte degli
avversari2, perché celebrò la Pasqua del Signore, in età di diciotto
anni *, come nessuno l’aveva celebrata prim a di lui. Per zelo dunque
superò i suoi predecessori; così anche voi, o figli, abbiate zelo per
il Signore. Non vi dia tregua lo zelo di Dio, sicché ognuno di voi
possa dire: N on m i dette tregua lo zelo per la tua casa. L’Apostolo
di Cristo fu chiam ato Z elota4. Ma perché parlare dell’Apostolo?
Lo stesso Signore dice: Lo zelo per la tua casa m i divora. Vi sia
dunque zelo per il Signore, non lo zelo umano, provocato dal­
l’invidia 5.
11 A chiarim ento del testo, non del tu tto perspicuo, cerco di ricostru
la vicenda. A Pavia, sul fondamento d'un rescritto imperiale, un individuo
rivendica il capitale d’una vedova, affidato in deposito alla Chiesa locale.
Sotto la pressione degli strum enti giuridici non si sa resistere ( clerici non
tenebant auctoritatem)-, quindi si cede. Però il vescovo di Pavia si consulta
con S. Ambrogio e, evidentemente per suo consiglio, blocca ( o b se d it ) la stanza
dove sapeva che il denaro era stato trasportato ( tran slatu m ) da colui che ne
aveva rivendicato la proprietà. Non si dice come il blocco sia stato attuato.
In seguito a tale blocco il denaro non può essere asportato, e perciò viene
ripreso in consegna dal vescovo o da chi per lui, che ne rilascia ricevuta.
Tale ricevuta in mano della parte avversa consente u n ’azione successiva
(iteru m flagitabatur), nel corso della quale interviene personalm ente (ipse
per sem et ipsum ) l’im peratore. Il resto non presenta difficoltà.

1 Giosia (Iosia), figlio di Manasse, re di Giuda dal 6 0 3 , quando aveva


otto anni, s’impegnò in u n ’opera di riform a religiosa e nazionalistica, in con­
trapposizione alla linea seguita dal padre, fedele vassallo dell’Assiria. Mori
prem aturam ente nella battaglia di Megiddo l'anno 6 0 9 a.Cr. ( R i c c i o t t i , S toria
d'Israele, I, pp. 4 6 6 -4 7 7 ).
2 I M aurini suppongono che S. Ambrogio si riferisca a Parai 2, 35, 20-21,
dove si dice che il re d’Egitto non avrebbe voluto com battere contro Giosia.
3 S. Ambrogio qui prende un abbaglio, perché a 2 Reg 23, 23 si parla del
diciottesimo anno di regno (622-621), non d ’età.
4 Si tra tta dell’Apostolo Simone.
5 Si tenga presente che <£f)X,os in senso buono significa « zelo », « ardo­
re », in senso cattivo, « invidia », « gelosia ».
27 2 DE OFFICIIS I I , 155-156

155. Sit inter uos pax quae superat omnem sensum e. Amate
uos inuicem. Nihil caritate dulcius, nihil pace gratius. E t uos ipsi
scitis quod prae ceteris uos sem per dilexi et diligo; quasi unius
patris filii coaluistis in affectum germ anitatis.

156. Quae bona sunt te n e te f; et deus pacis et dilectionis*


erit uobiscum in domino Iesu cui est honor et g lo riah, magnifi­
centia, potestas, cimi spiritu sancto, in saecula saeculorum. Amen.

e Phil 4, 7.
f 1 Thess 5, 21.
* 2 Cor 13, 11.
h Rom 16, 27.
I doveri i i , 155-156 27 3

155. Regni fra voi la pace che supera ogni comprensione.


Amatevi scambievolmente. Nulla è più dolce della carità, più
gradito della pace. Anche voi sapete che vi ho sempre am ato e
che vi amo più di tu tti gli altri: come figli di un solo padre avete
costituito un’intim a unione nell’affetto fraterno.
156. Tenete ciò che è bene, e il Dio della pace e dell’amore
sarà con voi nel Signore Gesù, al quale è onore, gloria, magnifi­
cenza, potere, con lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.
LIBER TERTIUS

Caput I

A Dauide ac Salomone nobis praeceptum qua ratione cum corde nostro


conuersandum sit, proindeque Scipionem dicti, quod ei trib u itu r, pri­
mum auctorem non reputandum . Quam pulchra in otio suo perpetraue-
rin t sancti prophetae; horum atque aliorum otia conferuntur ostendi-
turque num quam solum au t in angusto iustum esse.

1. Dauid propheta docuit nos tam quam in am pla domo deam­


bulare in corde nostro e t conuersari cum eo tam quam cum bono
contubernali, u t ipse sibi diceret et loqueretur secum; u t est illud:
Dixi, custodiam uias meas*. Salomon quoque filius eius dicit:
Bibe aquam de tuis uasis et de puteorum tuorum fontibus b hoc
est: tuo consilio utere. Aqua enim alta consilium in corde uiric.
Nemo, inquit, alienus particeps sit tibi. Fons aquae tuae sit tibi
proprius; et iucundare cum uxore quae est ibi a iuuentute. Ceruus
amicitiae et pullus gratiarum confabulentur tecum A.

2. Non ergo prim us Scipio sciuit solus non esse cum solus
esset nec m inus otiosus, cum otiosus esset; sciuit ante ipsum Moy­
ses qui, cum taceret, clam abate, cum otiosus staret, proeliabatur;
nec solum proeliabatur, sed etiam de hostibus, quos non conti­
gerat, trium phabat; adeo otiosus u t m anus eius alii sustinerent,
nec minus quam ceteri negotiosus, qui otiosis m anibus expugnabat
hostem quem non poterant uincere qui dim icabantf. Ergo Moyses
et in silentio loquebatur et in otio operabatur. Cuius autem maiora
negotia quam huius otia, qui quadraginta diebus positus in monte
totam legem conplexus est? g. E t in illa solitudine qui cum eo lo-

» Ps 38, 2.
*> Prou 5, 15.
c Prou 20, 5.
d Prou 5, 17-19.
« Ex 14, 15.
f Ex 17, 11-33.
s Ex 24, 15-18.
LIBRO TERZO

Capitolo 1

Davide e Salomone ci hanno insegnato come parlare in cuor nostro, e


perciò Scipione non deve esser ritenuto il prim o autore del detto che gli
è attribuito. Le belle im prese compiute dai santi profeti nella loro
inattività. Si paragona la loro inoperosità con quella degli altri e si dimo­
stra che il giusto non è mai solo né in difficoltà.

1. Il profeta Davide ci ha insegnato a passeggiare nel nostro


cuore come in una casa spaziosa e a conversare con esso come un
buon compagno. Così egli diceva a se stesso e parlava con se
stesso, come, per esempio: Ho detto, custodirò le mie vie. Anche
suo figlio Salomone dice: Bevi l’acqua dai tuoi vasi e dalle fonti
dei tuoi pozzi; cioè usa della tua riflessione. La riflessione nel cuore
dell’uomo è infatti come acqua profonda. Nessun estraneo, dice,
ne partecipi con te. La fonte della tua acqua sia unicamente tua; e
rallegrati con la tua sposa alla quale sei unito dalla giovinezza. Si
intrattengano con te il cervo che ti è amico e il grazioso p u ledro1.
2. Scipione non fu il prim o a comprendere di non essere solo,
quando era solo, e di non essere mai meno inoperoso, come quando
era inoperoso2. Prim a di lui ne fu consapevole Mosè che, quando
taceva, gridava; quando era inattivo, combatteva; e non solo com­
batteva, m a anche riportava vittoria sui nemici con i quali non era
venuto a contatto; talm ente inattivo, che altri sostenevano le sue
mani, né meno occupato di tu tti gli altri, lui che con le sue mani
inoperose vinceva il nemico che non potevano vincere coloro che
combattevano. Mosè, dunque, nel silenzio parlava e nella sua inatti­
vità agiva. Ma chi compi affari più im portanti di costui che, rim asto
inattivo sul m onte quaranta giorni, abbracciò tu tta la legge? E in
quella solitudine non gli mancò certo un interlocutore! Anche

1 L'uso del plurale confabulentur altera il senso del passo che, nei Set­
tanta, ha èniXetow coi, e significa quindi: « (Come) cervo amoroso e grazioso
puledro s'intrattenga con te ».
2 Cf. Cic., De off., I li, 1, 1: P. Scipionem , Marce fili, eum qui prim u s
Africanus appellatus sit, dicere solitu m scrip sit Cato, qui fu it eius fere ae­
qualis, nunquam se m inus otiosum esse quam cum otiosus, nec m inus solum
quam cum solus esset. Si tra tta di P. Cornelio Scipione, 1’Africano Maggiore,
vincitore della II guerra punica. Il parallelo che S. Ambrogio istituisce con
Mosè è m anifestam ente forzato, perché il detto di Scipione si riferiva al-
1'otium come occasione per coltivare il proprio spirito e approfondire la
propria cultura. Anche il riferim ento a Davide è poco pertinente.
276 DE OFFICIIS I I I , 2-7

queretur non defuit. Vnde et Dauid ait: Audiam quid loquatur in


m e dominus deus h. E t quanto plus est, si cum aliquo deus loqua­
tu r quam ipse secum!
3. Transibant apostoli et um bra eorum curabat infirm os
Tangebantur uestim enta eorum e t sanitas deferebatur.
4. Sermone locutus est Helias, et pluuia stetit nec cecidit
super terram tribus annis et sex mensibus. Iterum locutus est, et
hydria farinae non defecit et uas olei toto fam is diurnae tem pore
non est exinanitum *.
5. E t quoniam plerosque delectant bellica, quid est praestan­
tius, magnis lacertis an solis m eritis confecisse proelium ? Sedebat
Helisaeus in uno loco, et rex Syriae m agnam belli molem inferebat
populo patrum diuersisque consiliorum aceruabat fraudibus et
circum uenire insidiis m oliebatur. Sed omnes eius apparatus prophe­
ta deprehendebat e t uigore m entis per gratiam dei ubique praesens
cogitationes hostium suis adnuntiabat et m onebat quibus cauerent
locis. Quod ubi regi Syriae m anifestatum est, misso exercitu clau­
sit prophetam . Orauit Helisaeus et omnes illos caecitate percuti
fecit et captiuos intrare in Sam ariam , qui uenerant occidere eum m.

6. Conferamus hoc otium cum aliorum otio. Alii enim requie­


scendi causa abducere anim um a negotiis solent et a conuentu
coetuque hom inum subtrahere sese e t aut ruris petere secretum,
captare agrorum solitudines aut intra urbem uacare animo, indul­
gere quieti et tranquillitati; Helisaeus autem aut in solitudine
Iordanem transitu suo diuidit, u t pars defluat posterior, superior
autem in fontem recurrat, aut in Carmelo resoluta difficultate
generandi inopina sterilem conceptione fecundat aut resuscitat
m ortuos aut ciborum tem perat am aritudines et facit farinae ad­
mixtione dulcescere aut decem panibus distributis reliquias col­
ligit plebe s a tu ra ta 11 aut ferrum securis excussum et in fluuii Ior­
danis m ersum profundum misso in aquas ligno facit superna­
ta r e 0 aut emundatione leprosum aut siccitatem im bribus aut fa­
mem m utat fecunditate p.

7. Quando ergo iustus solus est, qui cum deo semper est?
Quando solitarius est, qui num quam separatur a Christo? Quis
nos, inquit, separabit a dilectione Christi? Confido quia neque

t Ps 84, 9.
i Act 5, 16.
i 3 Reg 17, 1-16.
» 4 Reg 6, 8-23.
» 4 Reg 2, 8 et 4, 1644.
» 4 Reg 6, 1-7.
p 4 Reg 5, 8-14 et passim.
I DOVERI I I I , 2-7 27 7

Davide dice: Ascolterò che cosa il Signore dice nei miei riguardi.
Quant’è più im portante che Iddio parli con uno che costui con se
stesso!
3. Passavano gli Apostoli e la loro om bra risanava gli infermi.
Al tocco delle loro vesti veniva ridata la salute.
4. Elia disse una parola, e la pioggia cessò e non cadde sulla
terra per tre anni e sei mesi. Parlò di nuovo, e l’idria della farina
non si esaurì mai e il vaso dell’olio per tutto il tempo della lunga®
carestia non fu m ai vuoto.
5. E siccome a moltissim i piacciono le imprese m ilitari, che
cosa è più glorioso, vincere una battaglia con la superiorità delle
fo rze4 o con il solo valore? Eliseo risiedeva sempre nello stesso
luogo5, m entre il re di S iria 6 suscitava contro il popolo dei padri
un grande apparato di guerra e lo accresceva con vari disegni insi­
diosi e cercava di sorprendere gli avversari con imboscate. Ma il
profeta scopriva tu tte le sue macchinazioni e, presente per grazia
di Dio in ogni luogo col vigore deU'mtelligenza, m anifestava ai
suoi i propositi dei nemici e li avvisava da quali luoghi dovessero
guardarsi. Quando ciò fu rivelato al re di Siria, egli mandò un
esercito che circondò il profeta. Eliseo pregò e fece si che fossero
colpiti da cecità ed entrassero prigionieri in Sam aria tu tti quelli
che erano venuti ad assediarlo.
6. Paragoniamo questa inattività con quella degli a ltr i7. Gli
altri per riposarsi sono soliti distogliere l’animo dagli affari, sot­
trarsi agli incontri e ai convegni con i loro simili e recarsi in
campagne appartate per cercarvi la solitudine o starsene in città
a proprio agio, godendo la pace e la tranquillità. Eliseo invece o
nel deserto al suo passaggio divide il Giordano, in modo che la
parte inferiore scorra verso la foce e quella superiore risalga verso
la sorgente, o sul Carmelo, ottiene che una donna sterile, liberata
dalla difficoltà di procreare, con un concepimento inatteso diventi
m adre o risuscita m orti o attenua l’amarezza dei cibi e li addol­
cisce mescolandovi fa rin a 8 o, distribuiti dieci pani, ne raccoglie
gli avanzi dopo che il popolo s’era saziato o, gettando un legno
nell’acqua, fa galleggiare il ferro d’una scure, che s’era staccato ed
era caduto in fondo al fiume Giordano, o guarisce un lebbroso o
fa cessare la siccità con la pioggia o trasform a la carestia in fertilità.
7. Quando, dunque, il giusto è solo se è sempre con Dio?
Quando è solitario colui che non si separa mai da Cristo? Chi, dice,
ci separerà dall'amore di Cristo? Ho fiducia che non lo potranno

3 Qui diurnae (lect. diff.) = diuturnae-, vedi TLL.


4 Lacertus, dal significato concreto di « muscolo », passa a quello di « for­
za », qui « forza m ilitare »; vedi TLL. Magnis lacertis è lectio difficilior.
5 Pur risiedendo in un sol luogo, cioè nello stesso luogo, Eliseo conosceva
miracolosamente le mosse del nemico e ne preavvertiva i suoi connazionali
(vigore m entis per gratiam Dei ubique praesens).
6 Per l’esattezza, il re di Damasco (Aram); su Aram, vedi R ic c io tti, S to ­
ria d ’Israele, I, pp. 53-54.
7 Cf. Cic., De off., I li, 1, 2.
8 Si allude ad una m inestra fatta con zucche raccolte nei campi in tempo
di estrem a carestia (2 Reg 3841).
278 DE OFFICIIS I I I , 7-10

mors neque uita neque angelus «. Quando autem feriatur a nego­


tio qui num quam feriatur a m erito quo consum m atur negotium?
Quibus autem locis circum scribitur cui totus m undus diuitiarum
possessio est? Qua aestim atione definitur qui num quam opinione
conprehenditur? Etenim quasi ignoratur et cognoscitur, quasi mo­
ritu r et ecce uiuit, quasi tristis et sem per laetior, u t egenus et lar­
gus, u t qui nihil habeat et possideat om n iar. Nihil enim spectat
u ir iustus, nisi quod constans et honestum est. E t ideo, etiam si
alii uideatur pauper, sibi diues est qui non eorum quae caduca,
sed eorum quae aeterna sunt aestim atione censetur.

C aput II

Quod philosophi de honesti atque utilis conparatione disputant, hoc


apud Christianos locum non habere, quibus nihil utile nisi quod iustum.
Quae officia perfecta quaeue media. Easdem uoces diuersis diuerse con-
uenire; postrem o uirum iustum num quam alieno incommodo commodum
suum quaerere, sed contra sem per aliorum studere utilitati.

8. E t quoniam de duobus superioribus locis diximus, in qui­


bus honestum illud et utile tractauim us, requiritur u tru m honesta­
tem et utilitatem inter se conparare debeamus et quaerere quid
sit sequendum. Sicut enim supra tractauim us utru m honestum
illud an turpe esset et, secundo loco, u tru m utile an inutile; si­
m iliter hoc loco, utru m honestum sit an utile nonnulli requiren­
dum p u tan t.'
9. Nos autem m ouem ur ne haec inter se uelut conpugnantia
inducere uideam ur, quae iam supra unum esse ostendim us, nec
honestum esse posse nisi quod utile; nec utile nisi quod honestum ,
quia non sequim ur sapientiam carnis, apud quam utilitas pecunia­
riae istius comm oditatis pluris habetur, sed sapientiam quae ex
deo est, apud quam ea, quae in hoc saeculo m agna aestim antur,
pro detrim ento habentur.

10. Hoc etenim xaT0p9,w[xa, quod perfectum e t absolutum of­


ficium est, a uero u irtutis fonte proficiscitur. Cui secundum est
commune officium, quod ipso serm one significatur non esse ar­
duae uirtutis ac singularis, quod potest plurim is esse commune.

<i Rom 8, 35 et 38.


T 2 Cor 6, 8-10.
I DOVERI I I I , 7-10 27 9

né la m orte né la vita né un angelo. Quando si riposa dall'attività


colui che non si riposa m ai daH’acquistare m eriti, in vista dei quali
l’attività si compie? E da quali luoghi è circoscritto colui che pos­
siede le ricchezze di tu tto il m ondo?9. Quali lim iti ha la stim a per
colui che l’opinione degli uom ini non riesce m ai a giudicare inte­
gralm ente? In fatti è come ignorato eppure è conosciuto, come chi
sta m orendo eppure vive, come chi è triste eppure è sem pre pro­
fondam ente lieto, come chi versa nel bisogno eppure dona gene­
rosam ente, come chi nulla ha eppure tu tto possiede. Infatti l’uomo
giusto non bada a niente se non a ciò che è stabile ed onesto.
Anche se ad un altro sem bra povero, ai suoi occhi è ricco, lui che
è valutato secondo la stim a non di ciò che è caduco, m a di ciò
che è eterno.

Capitolo 2

Le discussioni dei filosofi sul confronto fra l’onesto e l’utile non hanno
luogo presso i cristiani, p er i quali non è utile se non ciò che è giusto.
Quali sono i doveri perfetti e quali i medi. Le medesime parole si
adattano in modo diverso a cose diverse. Infine l’uomo giusto non cerca
mai il proprio vantaggio con danno altrui, ma, al contrario, si cura
sempre dell'utilità degli altri.

8. Poiché abbiamo discusso dell’onesto e dell’u tile 1 nei due


punti precedenti, resta da vedere se dobbiamo o no m ettere a
confronto fra loro onestà e utilità e indagare quale si debba p re­
ferire. Infatti, come sopra abbiamo esam inato se questo sia l'onesto
o il disonesto e, successivamente, se l'utile o il non utile, così a
questo punto alcuni pensano che si debba cercare se sia l'onesto
o l'utile.
9. Noi però ci preoccupiamo che non sem bri che presentiam o
come contrastanti questi due concetti che già sopra abbiamo dimo­
strato essere una sola cosa. Non può infatti essere onesto se non
ciò che è utile né utile se non ciò che è o n esto 2, perché non
seguiamo la sapienza della carne, secondo la quale gode maggiore
stim a l'utilità del guadagno pecuniario, m a la sapienza che proviene
da Dio, secondo la quale sono considerati danno i beni che in
questo secolo sono stim ati di grande valore.
10. Infatti l'azione retta (xaTÓpfrwnoc), che è il dovere perfetto
e compiuto, deriva dall'autentica fonte della virtù. Ad essa segue
come secondo il dovere comune che, come risulta dalla parola
stessa, non esige una virtù difficile e straordinaria e può essere
alla p ortata di m oltissim i3. Infatti è cosa fam iliare a m olti cercare
» Vedi II, 14, 66.

1 Vedi II, 6, 22 - 27, 28.


2 Cf. Cic., De off., I l i , 3, 11: dubitandum non est quin nunquam possit
utilitas cum honestate contendere.
3 Cf. Cic., De off., III, 3, 13: In iis autem in quibus sapientia perfecta
non est, ipsum illud quidem perfectum honestum nullo modo, similitudines
honesti esse possunt.
280 DE OFFICIIS II I, 10-13

Nam pecuniae conpendia captare fam iliare m ultis, elegantiore con-


uiuio et suauioribus delectari epulis usitatum est; ieiunare autem
e t continentem esse paucorum est et alieni cupidum non esse,
rarum ; contra autem detrahere uelle alteri et non esse contentum
suo; nam in hoc cum plerisque consortium est. Alia igitur prima,
alia m edia officia. Prim a cum paucis, m edia cum pluribus.

11. Denique in isdem uerbis frequenter discretio est. Aliter


enim bonum deum dicimus, aliter hominem; aliter iustum deum
appellamus, aliter hominem. Sim iliter et sapientem deum aliter
dicimus, aliter hominem, quod et in euangelio docemur: Estote
ergo perfecti, sicut et pater uester, qui in caelis est, perfectus e s ta.
Ipsum Paulum lego perfectum et non perfectum . Nam cum dixis­
set: Non quod iam acceperim aut iam perfectus sim; sequor au­
tem, si conprehendam h, statim subiecit: Quicumque ergo perfecti
s u m u s c. Duplex enim form a perfectionis, alia medios, alia plenos
num eros habens; alia hic, alia ibi; alia secundum hominis possi­
bilitatem , alia secundum perfectionem futuri. Deus autem iustus
per omnia, sapiens super omnia, perfectus in omnibus.

12. In te r ipsos quoque hom ines distantia est. Aliter Daniel


sapiens, de quo dictum est: Quis Daniele sapientior? d. Aliter alii
sapientes, aliter Salomon, qui repletus est super omnem sapien­
tiam antiquorum et super omnes sapientes Aegyptie. Aliud est
enim com m uniter sapere, aliud sapere perfecte. Qui com m uniter
sapit, pro. tem poralibus sapit, pro se sapit, u t alteri detrahat ali­
quid et sibi adiimgat; qui perfecte sapit, nescit sua spectare com­
moda, sed ad illud quod aeternum est, quod decorum atque ho­
nestum toto affectu intendit, quaerens non quod sibi utile est, sed
quod omnibus.

13. Itaque haec sit form ula, u t inter duo illa, honestum at
utile, errare nequeamus: eo quod iustus nihil alteri detrahendum
putet nec alterius incommodo suum commodum augeri uelit. Hanc
form am praescribit tibi apostolus dicens: Omnia licent, sed non
omnia expediunt; omnia licent, sed non omnia aedificant. Nemo
quod suum est quaerat, sed quod a lterius(; hoc est, nemo com­
m odum suum quaerat, sed alterius; nemo honorem suum quaerat,

a Mt 5, 48.
b Phil 3, 12.
c Phil 3, 15.
d Ez 28, 3.
' 3 Reg 4, 30 (5, 10).
f 1 Cor 10, 23.

10, 8. alteri, non esse contentum Krabinger; sed uide pp. 375-376.
I DOVERI I I I , 10-13 281

di guadagnar denaro, è cosa consueta godere di un raffinato ban­


chetto e di vivande prelibate; invece digiunare ed essere tem pe­
rante è di pochi, ed è cosa rara non desiderare l ’altrui. È cosa
frequente, invece, voler togliere ad un altro e non accontentarsi di
ciò che si ha: riguardo a questo si è in num erosa compagnia. Altri
sono dunque i doveri perfetti, altri i medi. I prim i sono cornimi
con pochi, i medi con m oltissim i4.
11. Le medesime parole assumono frequentem ente un signi­
ficato diverso. In un senso diciamo buono Dio, in un altro l’uomo.
Ugualmente in un senso diciamo anche sapiente Dio, in un altro
l’u o m o 5, come ci insegna anche il Vangelo: Siate dunque anfihe voi
perfetti, com'è perfetto il Padre vostro che sta nei cieli. Leggo che
lo stesso Paolo era perfetto e non perfetto. Infatti, dopo aver detto:
Non perché io abbia già conseguito la m eta o già raggiunta la perfe­
zione; ma corro per raggiungerla, subito soggiunge: Quanti dunque
siamo perfetti. Duplice è la form a della perfezione: l’una ha qualità
medie, l’altra qualità p e rfe tte 6; l’una è di quaggiù, l’altra è di
lassù; l’una secondo la possibilità um ana, l’altra secondo la perfe­
zione del tem po che verrà. Dio invece è giusto sotto ogni rapporto,
sapiente oltre ogni limite, perfetto in tutto.
12. Anche fra gli stessi uomini c’è differenza. In un senso è
sapiente Daniele, del quale è stato detto: Chi più sapiente di Da­
niele?; in modo diverso sono sapienti altri, in un altro ancora
Salomone, ricolmo di una sapienza superiore ad ogni sapienza degli
antichi e a quella dei sapienti d’Egitto. Una cosa infatti è essere
saggi al livello comune, u n ’altra esserlo alla perfezione. Chi è
saggio al livello comune, è saggio riguardo alle cose tem porali e
nel proprio interesse, per togliere qualche cosa ad un altro e appro­
priarsela; chi è perfettam ente saggio non sa guardare ai propri
interessi, m a con tu tto l’animo m ira a ciò che è eterno, a ciò che
è conveniente ed onesto, cercando non ciò che è utile a lui, m a ciò
che è utile a tutti.
13. Per non sbagliare nella scelta fra l ’onesto e l’utile, ecco la
regola: il giusto ritenga che nulla si debba togliere ad u n altro né
voglia accrescere il proprio vantaggio con danno a ltru i7. Questa
regola ti prescrive l’Apostolo: Tutto è lecito, ma non tutto giova;
tutto è lecito, ma non tutto edifica. Nessuno cerchi ciò che spetta
a lui, ma ciò che spetta agli altri; cioè nessuno cerchi il proprio
vantaggio, m a quello altrui; nessuno cerchi l’onore proprio, ma

* Cf. Cic., De off.. I li, 3, 14.


s Cf. Cic., De off., III, 4, 16.
6 Cf. Cic., De off., I li, 3, 14: Illud autem officium quod rectum idem
appellant, perfectum atque absolutum est et, ut idem (gli stoici) dicunt,
« omnes numeros habet », nec praeter sapientem cadere in quemquam potest.
Vedi De officiis, ed. Les Belles Lettres, II, p. 162, n. 2.
7 Cf. Cic., De off., III, 4, 19; 5, 21: Itaque, ut sine ullo errore diiudicare
possimus si quando cum illo, quod honestum intellegimus, pugnare id ui-
debitur quod appellamus utile, form ula quaedam constituenda est... Detrahere
igitur alteri aliquid et hom inem hominis incommodo suum com m odum au­
gere magis est contra naturam quam mors, quam paupertas, quam dolor,
quam cetera quae possunt aut corpori accidere aut rebus externis.
28 2 DE OFFICIIS I I I , 13-17

sed alterius. Vnde et alibi dicit: Alter alterum existimantes supe­


riorem sibi, non quae sua sunt singuli cogitantes, sed quae
aliorum g.
14. Nemo etiam suam gratiam quaerat, nemo suam laud
sed alterius. Quod euidenter etiam in Prouerbiis declaratum esse
aduertim us dicente s cincto per Salomonem spiritu: Fili, si sapiens
;f ueris, tibi sapiens eris et proximis; si autem malus euaseris, solus
hauries m alah. Sapiens enim aliis consulit, sicut iustus, quando
quidem consors sui est utriusque form a uirtutis.

C ap u t I I I

Praemissum de non quaerendo proprio emolumento praeceptum urgue­


tu r prim um a Christi exemplo, tum ab interpretatione nominis, denique
ab ipsa m em brorum form a et usibus. Vnde ostendit quam flagitiosum
sit alienae utilitati detrahere, cum hoc scelere naturalis lex aeque ac
diuina uioletur atque insuper illud am ittatur, quo praestam us ceteris
animantibus, ad postrem um leges ciuiles cum sum m a infam ia concul­
centur.

15. Si quis igitur uult placere omnibus, per om nia quaerat non
quod sibi utile, sed quod m ultis, sicut quaerebat e t Paulus. Hoc
est enim conform ari Christo: alienum non quaerere, nihil alteri
detrahere, u t adquirat sibi. Christus enim dominus, cum esset in
dei forma, exinaniuit se, u t form am susciperet hominis», quam
operum suorum locupletaret uirtutibus. Tu ergo spolias quem
Christus induit? Tu exuis quem uestiuit Christus? Hoc enim agis,
quando alterius detrim ento tu a commoda augere expetis.

16. Considera, o homo, unde nom en sumpseris: ab humo


utique, quae nihil cuiquam eripit, sed om nia largitur omnibus et
diuersos in usum om nium anim antium fructus m inistrat. Inde
appellata hum anitas specialis e t domestica uirtus hominis, quae
consortem adiuuet.
17. Ipsa te doceat form a tui corporis m em brorum que usus.
N um quid m em brum tuum alterius m em bri officia sibi uindicat
aut oculus officium oris au t os oculi officium sibi uindicat aut ma­
nus pedum m inisterium aut pes m anuum ? Quin etiam ipsae manus
dextera ac sinistra dispartita habent officia pleraque, ut, si usum
comm utes utriusque, aduersum naturam sit; priusque totum homi-

« Phil 2, 3-4.
h Prou 9, 12.

^ P h il 2, 6-7.
I DOVERI I I I , 13-17 283

quello altrui. Perciò anche in un altro passo dice: Considerando


ciascuno l’altro superiore a sé, non preoccupandosi delle cose sue,
ma di quelle degli altri.
14. Nessuno cerchi anche la propria popolarità o nessuno
propria gloria, m a l’altrui. Tale principio è stato illustrato chiara­
m ente anche nei Proverbi, quando lo Spirito Santo dice per bocca
di Salomone: Figlio, se sarai sapiente, lo sarai per te e per il tuo
prossimo; ma se diventerai malvagio, tu solo ne sopporterai il
danno. Infatti il sapiente si dà pensiero degli altri, come il giusto,
poiché comune è la regola di entram be le virtù.

Capitolo 3

Il precetto riportato sopra di non cercare il proprio profitto è reso più


impegnativo dall’esempio di Cristo, dall’interpretazione del nome, infine
dalla stessa form a delle m em bra e dal loro uso. Su tale fondamento
dim ostra quale grave peccato sia recar danno agli altri, perché con tale
colpa si viola ugualmente la legge naturale e quella divina, inoltre si
perde ciò che ci rende superiori agli altri esseri viventi ed infine si calpe­
stano con somm a infam ia le leggi civili.

15. Chi vuole piacere a tutti, cerchi con ogni mezzo non ciò
che è utile a sé, m a a molti, come faceva anche Paolo. Questo è
conform arsi a Cristo: non cercare l’altrui, non togliere nulla ad un
altro per farlo proprio. Cristo Signore, p u r essendo di natura
divina, annientò se stesso cosi da prendere la natura um ana per
arricchirla con le virtù delle sue opere. Tu dunque spogli colui
che Cristo ha rivestito? Tu gli togli la veste che Cristo gli ha dato?
Fai questo quando con danno altrui desideri accrescere i tuoi
profitti.
16. Considera, uomo, donde hai preso il nome: certam ente da
hum us ( te r ra ) 1, la quale non toglie nulla a nessuno, m a elargisce
tu tto a tu tti e fornisce i diversi prodotti per l’uso di tu tti gli
esseri viventi. Perciò è stata chiam ata « um anità » la particolare
virtù propria dell’uomo, per effetto della quale si reca aiuto ai
propri sim ili2.
17. Te lo insegni anche la form a del tuo corpo e l’uso delle
tue m em b ra3. Forse un m em bro del tuo corpo rivendica a sé le
funzioni di un altro membro, l’occhio le funzioni della bocca, la
bocca quelle dell’occhio, la mano quelle dei piedi, il piede quelle
delle mani? Anzi le stesse m ani destra e sinistra hanno distinti
la maggior parte dei loro compiti, sicché lo scambio del loro uso,
sarebbe innaturale. Dovresti spogliarti dell’intera tua natura
d’uomo prim a di scam biare le funzioni delle tue m em bra, se cioè

1 Di tale etimologia fa cenno anche Quintiliano (I, 6, 34), che però la


respinge. Viceversa essa sem brerebbe fondata: vedi ERNOUT-M e il l e t , Dict.
étym., homo. Il W alde-H o f m a n n (homo, humus) tace.
2 Uno dei significati di hum anitas corrisponde al gr. cpiXav&pwitia.
s Cf. Cic., De off., I li, 5, 22.
284 DE OFFICIIS I I I , 17-20

nem exuas quam m em brorum tuorum m inisteria conuertas, si aut


de sinistra cibum suggeras au t de dextera fungaris m inisterio
sinistrae, u t reliquias ciborum abluas, nisi forte poscat necessitas.
18. Finge hanc et da ooulo uirtutem , u t possit detrahere
sensum capiti, auditum auribus, m enti cogitationes, odoratum
naribus, ori saporem et sibi conferat: nonne omnem statum dis-
soluet naturae? Vnde pulchre apostolus ait: Si totum corpus ocu­
lus, ubi auditus? Si totum auditus, ubi adoratus?b. Omnes ergo
unum corpus sumus et diuersa m em bra, sed omnia corpori neces­
saria; non enim potest m em brum de m em bro dicere: Non est
mihi necessarium. Quin etiam ipsa, quae uidentur infirm iora mem­
bra esse, m ulto magis necessaria sunt et m aiorem plerum que tuen­
di se requirunt sollicitudinem. E t si quid dolet m em brum unum,
conpatiuntur ei m em bra omnia.

19. Vnde quam graue est u t detraham us aliquid ei cui nos


conpati oportet, et cui debemus consortium m inisterii, ei fraudi
et noxae simus! Haec utique lex naturae est, quae nos ad omnem
stringit hum anitatem , u t alter alteri tam quam unius partes corpo­
ris inuicem deferamus. Nec detrahendum quicquam putem us, cum
contra naturae legem sit non iuuare. Sic enim nascim ur, u t con­
sentiant m em bra m em bris et alterum alteri adhaereat et obsequan­
tu r sibi m utuo ministerio. Quod si unum desit officio suo, inpen-
diantur cetera, u t si eruat oculum m anus, nonne sibi operis sui
usum negauit? Si pedem uulneret, quantorum sibi actuum profec­
tum inuiderit? E t quanto grauius est totum hom inem quam imum
m em brum detrahi! Iam si in uno m em bro totum corpus uiolatur,
utique in uno hom ine communio totius hum anitatis soluitur; uio­
latu r natura generis hum ani et sanctae ecclesiae congregatio, quae
in unum conexum corpus atque conpactum unitate fidei et cari­
tatis adsurgit. Christus quoque dominus qui pro uniuersis m ortuus
est, m ercedem sanguinis sui euacuatam dolebit.

20. Quid quod ipsa lex dom ini hanc form am tenendam e
cet, u t nihil alteri detrahas tui commodi seruandi gratia, cum di­
cit: Non transferas term inos quos statuerunt patres tu ic, cum ui-
tulum errantem fratris tui reducendum p rae c ip itd, cum furem
m ori iu b e te, cum uetat m ercennarium debita mercede fra u d a ri£,
cum pecuniam sine usuris reddendam censuiitg. Subuenire etiam
non habenti hum anitatis est, duritiae autem plus extorquere quam

b 1 Cor 12, 17.


c Prou 22, 28.
d Ex 23, 4.
■= Ex 22, 2.
f Leu 19, 13.
* Deut 23, 19.
I DOVERI I I I , 17-20 285

prendessi il cibo con la sinistra o con la destra facessi il servizio


della sinistra, cosi da ripulirti degli avanzi dei cibi, a m eno che
oiò non fosse richiesto dalla necessità.
18. Im m agina di dare all’occhio la facoltà di togliere il senti­
m ento alla testa, l’udito agli orecchi, i pensieri alla m ente, l ’odo­
rato alle narici, il gusto alla bocca, attribuendo a sé tu tte queste
funzioni: non distruggerà forse tu tto l’ordine della natura? Perciò
dice bene l’Apostolo: Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe
l’udito? Se tutto udito, dove l’odorato? T utti dunque siamo un
solo corpo e m em bra differenti, m a tu tte necessarie ed corpo. Non
può un m em bro dire di un altro: « Non m i è necessario » *. Anzi,
anche le m em bra stesse che sem brano più deboli delle altre, sono
m olto più necessarie e generalm ente richiedono maggior cura per
essere protette. E se un solo m em bro è sofferente per qualche
motivo, tu tte le m em bra soffrono con esso.
19. Di conseguenza, quant’è grave sottrarre qualcosa ad imo
con cui dobbiamo condividere la sofferenza, ed ingannare e danneg­
giare colui con il quale dobbiamo collaborare nel servizio! È certa­
m ente una legge di natura, che ci lega a tu tta l’u m an ità 5, il rispetto
dell’uno p er l’altro come p arti di un solo corpo. E non dobbiamo
pensare che si possa togliere qualcosa, dal m om ento che è contro
la legge di natura rifiutare l’aiuto. Noi infatti nasciamo costituiti
in modo che le m em bra vadano d ’accordo fra loro e ciascun
m em bro sia unito all’altro e tu tte le m em bra, servendosi recipro­
camente, si obbediscano a vicenda. E se un m em bro venisse meno
alla propria funzione, le altre m em bra ne sarebbero ostacolate;
cosi, per esempio, se la m ano cavasse un occhio, non si priverebbe
forse con ciò della possibilità di lavorare? Se ferisse un piede,
rinuncerebbe al vantaggio di m olti atti. E quant’è più grave sot­
tra rre tu tto un uomo che un solo membro! Ora, se in un solo
m em bro è offeso tu tto il corpo, certam ente in un solo uomo si
vulnera la solidarietà dell’um anità intera; viene offesa la natura
del genere um ano e la com unità della santa Chiesa, che è costi­
tuita di un unico corpo saldam ente congiunto dall'unità della fede
e dell’amore. Anche Cristo Signore, che è m orto per tutti, si dorrà
che sia andato perduto il frutto del suo sangue.
20. La stessa legge del Signore prescrive di osservare questa
n o rm a 8, cioè di non togliere nulla a nessuno per garantirsi un
vantaggio, quando dice: N on spostare i confini che i tuoi padri
hanno stabilito; quando prescrive che tu debba riportare il vitello
sm arrito proprietà di tuo fratello; quando ordina che il ladro sia
messo a m orte; quando vieta che l’operaio venga defraudato della
mercede dovuta; quando stabili che il denaro dovesse essere resti­
tuito senza interesse. È dovere d’um anità aiutare chi non ha nulla,
è crudeltà estorcergli più di quello che hai dato. Se ha avuto

4 Non si può non pensare all’apologo di Menenio Agrippa in Liv., II,


32, 8 ss.
5 Cf. Cic., De off., I li, 5, 23.
« Cf. Cic., De off., I li, 5, 23.
286 DE OFFICIIS I I I , 20-24

dederis. Etenim, si ideo auxilio tuo eguit, quia non habuit unde
de suo redderet, nonne im pium est u t sub hum anitatis simulatione
amplius ab eo poscas, qui non habebat unde m inus solueret?
Absoluis igitur alteri debitorem , u t condemnes tibi; et hanc huma­
nitatem uocas, ubi est iniquitatis auctio?
21. Hoc praestam us ceteris anim antibus, quod alia genera a
m antium conferre aliquid nesciunt, ferae autem eripiunt, homines
tribuunt. Vnde et psalm ista ait: Iu stu s m iseretur et trib u ith. Sunt
tam en quibus et ferae conferant. Siquidem conlatione sobolem
suam nutriunt et aues cibo suo pullos satiant suos; hom ini autem
soli tributum est u t omnes tam quam suos pascat. Debet istud ipso
naturae iure. Quod si non licet non dare, quomodo detrahere licet?
Nec ipsae leges nos docent? quae ea quae detracta sunt alicui cum
iniuria personae aut rei ipsius cumulo restitui iubent, quo furem
a detrahendo aut poenis deterreant au t m ulta reuocent.

22. Pone tam en quod aliquis possit aut poenam non timere
a u t m ultae inludere: num quid dignum est u t aliqui alteri detra­
hant? Seruile hoc uitium et fam iliare ultim ae condicioni; adeo
contra naturam , u t inopia magis hoc extorquere uideatur quam
natura suadere. Seruorum tam en occulta furta, diuitum rapinae
publicae.

23. Quid autem tam contra naturam quam uiolare alterum


tui commodi causa, cum pro om nibus excubandum, subeundas
molestias, suscipiendum laborem naturalis affectus persuadeat et
gloriosum unicuique ducatur, si periculis propriis quaerat uniuer-
sorum tranquillitatem , m ultum que sibi unusquisque arbitretur
gratius excidia patria reppulisse quam propria pericula praestan-
tiusque esse existim et quod operam suam patriae inpenderit, quam
si in otio positus tranquillam uitam uoluptatum copiis functus
egisset?

Caput IV

Vbi strictius ostensum est eum, qui commodi sui causa noceat alteri,
graues conscientiae suae poenas luiturum , colligitur uni utile nihil esse,
quod itidem non sit omnibus; atque adeo propositae a philosophis, de
naufragis duobus quaestioni locum non esse apud Christianos quibus
ubique caritas atque hum ilitas exercendae sunt.

24. Hinc ergo colligitur quod homo, qui secundum natu


form atus est directionem, u t oboediat ei, nocere non possit alteri;
quod si cui noceat, naturam uiolet; nec tantum esse commodi.

h P s 36, 21.
I DOVERI I I I , 20-24 287

bisogno del tuo aiuto, perché non aveva di che restituire con i suoi
mezzi, non è forse empio che, sotto apparenza di um anità, tu esiga
il di più da lui che non aveva di che pagare il meno? Tu liberi
chi è debitore verso un altro per condannarlo a versare un’am­
m enda a t e 7; e chiami um anità questa che è maggiore iniquità?
21. In questo siamo superiori agli altri esseri viventi, che le
altre specie non sanno dare; gli animali feroci anzi tolgono con la
violenza, gli uomini danno. Perciò anche il Salm ista dice: Il giusto
ha compassione e dona. Vi sono tuttavia esseri ai quali anche le
fiere danno. Con ciò che raccolgono nutrono la loro prole e gli
uccelli col loro cibo saziano i loro piccoli; solo all'uomo è stato
concesso di nutrire tu tti come se fossero suoi figli. A ciò è tenuto
per lo stesso diritto di natura. E se non è lecito non dare, come
può essere lecito togliere? Non ce lo insegnano le stesse leggi?8.
Queste dispongono che ciò che è stato sottratto ad uno con danno
della persona o della cosa stessa sia restituito con un aumento,
per trattenere il ladro dal rubare incutendogli il tim ore delle pene
o per dissuaderlo minacciandogli u n ’ammenda.
22. Supponi tuttavia che ci sia chi non tem a la pena o si
beffi dell’ammenda: forse è giusto che si rubi ad un altro? Questo
vizio, caratteristico degli schiavi e consueto alla feccia dei cittadini,
è talm ente contro natura che si vuole apparire costretti dalla
m iseria a rubare piuttosto che indotti dalla natura. Gli schiavi,
almeno, compiono fu rti di nascosto, i ricchi, invece, sotto gli
occhi di tutti.
23. Che cos’è tanto contrario alla natura quanto offendere un
altro per il proprio interesse?9. E ppure il sentim ento naturale ci
suggerisce di vegliare su tu tti, di affrontare noie e sopportare
fatiche per tutti; e si considera per ciascuno motivo di lode procu­
rare con proprio rischio la tranquillità di tutti; e ognuno ritiene
cosa di gran lunga preferibile aver scongiurato la rovina della
patria che l’aver trascorso, lontano dagli affari, una vita tranquilla
in mezzo ai piaceri.

Capitolo 4

Dopo aver dim ostrato con particolare rigore che chi nuoce ad un altro
p er il proprio tornaconto ne pagherà il fio con gravi torm enti della
sua coscienza, si conclude che non c'è niente che sia utile a uno senza
esserlo parim enti a tu tti. Per i cristiani, anzi, i quali devono in ogni
occasione esercitare la carità e l’um iltà, non si pone la questione proposta
dai filosofi sui due naufraghi.

24. Da quanto è stato esposto si conclude che l’uomo, form


secondo la legge di natura, a cui deve obbedire, non può nuocere

7 Cf. Cic., Verr., II, 2, 22: Hunc hom inem Veneri absoluit, sib i condemnat.
8 Cf. Cic., De off., I l i , 5, 23.
9 Cf. Cic., De off., I l i , 5, 25.
288 DE OFFICIIS I I I , 24-27

quod adipisci sese putet, quantum incommodi, quod ex eo sibi


accidat. Quae enim poena grauior quam interioris uulnus conscien­
tiae? Quod seuerius iudicium quam domesticum, quo unusquisque
sibi est reus seque ipse arguit quod iniuriam fra tri indigne fecerit?
Quod non m ediocriter scriptura condem nat dicens: E x ore stulto­
rum baculus contumeliae a. Stultitiae igitur condem natur qui con­
tum eliam facit. Nonne hoc magis fugiendum quam exsilium, quam
debilitatis dolor? Quis enim uitium corporis au t patrim onii dam­
num non leuius ducat uitio anim i et existimationis dispendio?

25. Liquet igitur id spectandum e t tenendum omnibus, quod


eadem singulorum sit utilitas, quae sit uniuersorum , nihilque iudi-
candum utile, nisi quod in commune prosit. Quomodo enim potest
uni prodesse quod inutile est omnibus? Mihi certe non uidetur,
qui inutilis est omnibus, sibi utilis esse posse. Etenim, si una lex
naturae omnibus, una utique utilitas uniuersorum , ad consulendum
utique om nibus naturae lege constringim ur. Non est ergo eius,
qui consultum uelit alteri secundum naturam , nocere ei aduersus
legem naturae.

26. Etenim, si hi qui in stadio currunt, ita feruntur praeceptis


inform ari atque instrui, u t unusquisque celeritate, non fraude con­
tendat cursuque, quantum potest, ad uictoriam properet; supplan­
tare autem alterum au t m anu deicere non ausit: quanto magis in
hoc cursu uitae istius sine fraude alterius et circumscriptione
quaerenda nobis uictoria est!

27. Quaerunt aliqui, si sapiens in naufragio positus insipienti


naufrago tabulam extorquere possit, utru m debeat. Mihi quidem,
etsi praestabilius com m uni uideatur usui sapientem de naufragio
quam insipientem euadere, tam en non uidetur quod u ir Christia­
nus et iustus et sapiens quaerere sibi uitam aliena m orte debeat,
utpote qui, etiam si latronem arm atum incidat, ferientem referire
non possit, ne, dum salutem defendit, pietatem contam inet. De
quo in euangelii libris aperta et euidens sententia est: Reconde

a P r o u 14, 3.
I doveri i n , 24-27 28 9

ad un a ltr o 1. Se nuocesse a qualcuno, violerebbe la natura; e il


vantaggio che egli penserebbe di ottenere non sarebbe tanto
grande quanto il danno che gliene deriverebbe2. Non c’è pena più
grave della ferita dell'intim a coscienza; non c'è giudizio più severo
di quello personale, per effetto del quale ciascuno riconoscendosi
colpevole, si accusa di aver offeso ingiustam ente il proprio fratello.
Tale colpa la S crittura condanna energicamente: Dalla bocca degli
stolti il bastone dell’o ffe sa 3. Chi reca offesa è condannato come
stolto. Tale colpa si deve fuggire più della m orte, del danno m ate­
riale, della miseria, dell'esilio, della sofferenza d ’un’in ferm ità4.
Chi non considererebbe un difetto fisico o una perdita patrim o­
niale meno grave di un vizio deH’animo e della perdita della
reputazione?
25. Dev’essere dunque convinzione generale che l'utilità dei
singoli è uguale a quella di tu tti gli uom ini messi insieme e che nulla
si deve giudicare utile se non ciò che giova a t u t t i 5. Come può
giovare ad uno ciò che non giova a tutti? A me certo non sem bra
che chi non è utile a tu tti possa essere utile a se stesso. Se la
legge di natu ra è una per tutti, una certam ente è l'utilità di tu tti
gli uom ini messi insieme e la legge di natura ci impone senz’altro
di provvedere a tutti. Di conseguenza non è ammissibile che chi
vuole si provveda ad un altro secondo natura, gli rechi danno
contro la legge di natura.
26. Se coloro che corrono nello stadio, a quanto sappiamo,
sono addestrati ed istruiti in modo che ciascuno gareggi con la
velocità, non con l'inganno, e cerchi di conquistare la vittoria cor­
rendo con tu tte le sue forze, senza dare lo sgambetto ad un altro o
ributtarlo indietro con una sp in ta 6; quanto più nel corso di questa
nostra vita dobbiamo aspirare alla vittoria senza frode od inganno
altrui!
27. Alcuni si chiedono se un sapiente, vittim a di un naufragio,
possa strappare una tavola a un naufrago s to lto 7. A mio parere,
benché sem bri preferibile per l'interesse comune che si salvi dal
naufragio il sapiente piuttosto che lo stolto, tuttavia non credo che
un cristiano giusto e sapiente debba salvare la propria vita a prezzo
della vita altrui. Anche se incontrasse un brigante arm ato, non
potrebbe colpire a sua volta chi lo colpisce, per non offendere la
pietà m entre difende la propria incolumità. A questo proposito

1 Cf. Cic., De off., I li, 5, 2 5 : E x quo efficitur hom inem naturae oboedien­
tem hom ini nocere non posse.
2 La costruzione è piuttosto irregolare perché la proposizione infinitiva
neque tantum esse com m odi m anca del verbo reggente, a meno che non si
pensi a colligitur, che però qui è costruito con quod.
3 II senso è chiarito subito dopo. I Setta n ta hanno paxxrjpia Oppewg
(prepotenza, sopraffazione).
4 Cf. Cic., De off.. I li, 5, 26.
5 Cf. Cic., De off., I li, 6, 26: Ergo unum d eb et esse om nibus proposi­
tum u t eadem sit u tilitas unius cuiusque et uniuersorum.
« Cf. Cic., De off., I li, 10, 42.
7 Cf. Cic., De off., I li, 23, 89. L’esempio è ricavato dal De officiis di B
tone di Rodi, filosofo stoico del II sec. a.Cr.; vedi De off., Les Belles Lettres.
I, pp. 46-47; III, p. 103, n. 2. Cf. anche L a c t ., Diu. iu stit., V, 16-17.
290 DE OFFICIIS I I I , 27-29

gladium tuum: omnis enim qui gladio percusserit, gladio ferietur b.


Quis latro detestabilior quam persecutor qui uenerat u t Christum
occideret? Sed noluit se Christus persecutorum defendere uulnere,
qui uoluit suo uulnere omnes sanare.

28. Cur enim te potiorem altero iudices, cum uiri sit Chris
ni praeferre sibi alterum , nihil sibi arrogare, nullum sibi honorem
adsumere, non uindicare m eriti sui pretium ? Deinde cur non tuum
tolerare potius incommodum quam alienum commodum diripere
adsuescas? Quid tam aduersus naturam quam non esse contentum
eo quod habeas, aliena quaerere, am bire turpiter? Nam, si hone­
stas secundum naturam (omnia enim deus fecit bona ualde), tur­
pitudo utique contraria est. Non potest ergo et honestati conuenire
et turpitudini, cum haec inter se discreta naturae lege sint.

Caput V

Iustum nihil agere quod sit contra officium, etiam si latendi spem habue­
rit. Ad hoc ipsum significandum fabulam de Gygis anulo excogitatam esse
a philosophis, qua explosa Dauidis ac Iohannis Baptistae certa et uera
exempla proferuntur.

29. Sed iam, u t etiam in hoc libro ponam us fastigium, in q


uelut in fine disputationis nostrae dirigamus sententiam u t nihil
expetendum sit nisi quod honestum : nihil agit sapiens nisi quod
cum sinceritate sine fraude sit neque quicquam facit, in quo se
crimine quoquam obliget, etiam si latere possit. Sibi enim est
reus, priusquam ceteris; nec tam pudenda apud eum publicatio
flagitii quam conscientia est. Quod non fictis fabulis, u t philosophi

b M t 26, 52.
I doveri i n , 27-29 291

nei libri del Vangelo si trova un’affermazione chiara ed evidente:


Riponi la tua spada; infatti chiunque ccApisca di spada, di spada
sarà colpito. Quale bandito più detestabile del persecutore venuto
per uccidere Cristo? Eppure Cristo vietò che lo difendessero fe­
rendo i persecutori, ma volle con le sue ferite dare a tu tti la
salvezza8.
28. Perché dovresti giudicarti superiore ad un altro, m entr
dovere del cristiano preferire a sé gli altri, non arrogarsi alcun
privilegio, non cercare alcuna carica, non rivendicare un ricono­
scimento del proprio m erito? Inoltre perché non dovresti abituarti
a sopportare il tuo danno piuttosto che rubare il profitto altrui?
Che c’è di tanto contrario alla natura quanto non accontentarsi
di ciò che si possiede, cercare le cose altrui, brigare vergognosa­
m ente per ottenerle? Se l'onestà è conforme a natura (Iddio infatti
ha creato tu tte le cose assolutam ente buone), la disonestà ne è
senz'altro l’opposto. Non può esserci accordo fra onestà e diso­
nestà, poiché esse sono contrastanti per legge di natura.

Capitolo 5

Il giusto non fa nulla contro il suo dovere, anche se avesse la speranza


di non essere scoperto. Per dim ostrare appunto quest'asserzione, è stata
escogitata dai filosofi la favola deU’anello di Gige. Mentre questa viene
rifiutata, si adducono sicuri e veridici esempi di Davide e di Giovanni
Battista.

29. Ma ormai, per porre il coronam ento anche a questo lib


nel quale, a conclusione della nostra disputa, sosteniamo il prin­
cipio che non si deve desiderare nulla che non sia onesto, affer­
miamo che il sapiente compie soltanto ciò che è sincero e senza
inganno e, quand’anche potesse passare inosservato, non compi­
rebbe alcuna azione che lo macchi di qualche colpa. Infatti egli
è reo ai propri occhi prim a che a quelli degli altri; per lui è
motivo di vergogna non tanto la divulgazione d’una sua colpa diso­
norevole quanto la sua coscienza. Lo possiamo dim ostrare non con

8 La posizione ciceroniana può essere docum entata dai seguenti pas


In sidiatori uero et latroni quae p o te st inferri iniusta nex? (Pro Mil., 4, 10);
si quid im portetu r nobis incom m odi, propulsem us ulciscam urque eos qui
nocere nobis conati sint, tantaque poena afficiam us quantam aequitas huma-
nitasque p a titu r (De off., II, 5, 18). S. Ambrogio invece, se si deve intendere
alla lettera, esclude addirittura la legittima difesa. Tale posizione è apparsa
così eccessiva che, p. es., il Thamin (op. cit., p. 272) esprim e l’opinione che
questo precetto non si applichi strettam ente che agli ecclesiastici; vedi an­
che Introduzione. S. Agostino, al contrario, in un classico passo (Ep. 153, 17,
PL 33, 661) am m ette la legittim a difesa euadendi uel subueniendi necessitate.
Quanto al com portam ento di Gesù nell'orto degli ulivi, vedi, p. es., le consi­
derazioni del Lagrange (L’Evangelo d i Gesù C risto, trad. ital., Morcelliana,
Brescia 19434, pp. 481482).

1 Cf. Cic., De off., I li, 7, 33: Sed quoniam operi inchoato, prope tam
absoluto, tam quam fastigium im ponim us...
292 DE OFFICIIS I I I , 29-32

disputant, sed uerissim is iustorum uirorum exemplis docere


possumus.
30. Non igitur ego sim ulabo terrae hiatum , quae magnis qui­
busdam dissiluerit soluta im bribus, in quem descendisse Gyges
atque ibi fabulosum illum equum aeneum offendisse a Platone in­
ducitur, qui in lateribus suis fores haberet; quas ubi aperuit, ani-
m aduertisse anulum aureum in digito m ortui hominis, cuius illic
exanimum corpus iaceret, aurique auarum sustulisse anulum. Sed,
cum se ad pastores recepisset regios de quorum ipse num ero foret,
casu quodam , quod palam eius anuli ad palm am conuerterat, ipse
omnes uidebat atque a nullo uidebatur; deinde, cum ad locum
suum reuocasset anulum, uidebatur ab omnibus. Cuius sollers fac­
tus miraculi, per anuli oportunitatem reginae stupro potitus, ne­
cem regi intulit ceterisque interem ptis quos necandos putauerat,
ne sibi inpedimento forent, Lydiae regnum adeptus est.

31. Da, inquit, hunc anulum sapienti, u t beneficio eius possit


latere, cum deliquerit. Non m inus fugiet peccatorum contagium
quam si non possit latere; non enim latebra sapienti spes inpuni-
tatis, sed innocentia est. Denique lex non iusto est posita, sed
in iu sto a, quia iustus legem habet m entis suae et aequitatis ac
iustitiae suae normam , ideoque non terrore poenae reuocatur a
culpa, sed honestatis regula.

32. Ergo, u t ad propositum redeam us, non fabulosa pro


ris, sed uera pro fabulosis exempla proferam us. Quid enim mihi
opus est fingere hiatum terrae, equum aeneum anulum que aureum
in digito defuncti repertum , cuius anuli tan ta sit uis, u t pro arbi­
trio suo qui eum sit indutus anulum adpareat, cum uelit; cum au­
tem nolit, conspectui se praesentium subtrahat, u t praesens non
possit uideri? Nempe eo tendit istud, utru m sapiens, etiam si isto
u ta tu r anulo, quo possit propria flagitia celare et regnum adsequi,
nolitne peccare et grauius ducat sceleris contagium poenarum do­
loribus an uero spe inpunitatis u ta tu r ad perpetrandum scelus.
Quid, inquam , m ihi opus est figmento anuli, cum possim docere
ex rebus gestis quod u ir sapiens, cum sibi in peccato non solum
latendum , sed etiam regnandum uideret, si peccatum adm itteret;
contra autem periculum salutis cerneret, si declinaret flagitium;

a 1 Tim 1, 9.
I doveri i n , 29-32 293

le favole, come i filosofi nelle loro discussioni, m a con esempi asso­


lutam ente autentici di uom ini giusti.
30. Quindi non immaginerò la voragine apertasi nella terra per
la disgregazione causata da violente piògge, nella quale P latone2
n arra che Gige sia disceso e vi abbia trovato quel leggendario
cavallo di bronzo che aveva nei fianchi delle p o rte s. Apertele, notò
un anello d'oro in dito ad un m orto, il cui corpo giaceva colà senza
vita, e, avido d ’oro, glielo tolse. Ma, recatosi dai pastori del re ai
quali egli apparteneva, per un caso fortuito, avendo girato verso
la palm a della m ano il castone di quell'anello, egli vedeva tu tti
senza essere visto da nessuno; poi, avendo rim esso l’anello nella
giusta posizione, era visto da tutti. Resosi conto di tale prodigio,
approfittando dell’opportunità offertagli dall'anello, divenne aman­
te della regina, uccise il re e, tolti di mezzo tu tti gli altri che
riteneva di dover ammazzare perché non lo ostacolassero, si im­
padronì del regno di Lidia.
31. Da’ quest’anello, d ice 4, al sapiente, perché per suo mezzo
possa com m ettere una colpa senza essere scoperto. Ebbene, egli
eviterà la contaminazione dei peccati non meno che se non potesse
passare inosservato, perché per il sapiente è riparo non la speranza
dell’impunità, m a l’innocenza. Infine, la legge è stata stabilita non
per il giusto, ma per l'ingiusto: il giusto ha la legge della sua mente
e la norm a della sua equità e della sua giustizia, e perciò non è
distolto dalla colpa per il terrore della pena, ma per il principio
dell’onestà.
32. Per ritornare al nostro argomento, non adduciamo dunque
esempi leggendari invece di quelli veri, m a esempi veri invece di
quelli leggendari. Non ho bisogno d’inventare una voragine della
terra, un cavallo di bronzo e un anello d’oro trovato in dito ad
un m orto, un anello cosi prodigioso che chi lo porta, a suo piacere
appare quando vuole e, quando non vuole, si sottrae alla vista dei
presenti, sicché, pur essendo sul posto, non può essere visto. Certa­
m ente tale favola m ira a porre in discussione se il sapiente, pur
disponendo di quest'anello col quale potrebbe nascondere le pro­
prie scelleratezze e im padronirsi di u n regno, non vorrebbe peccare
e considererebbe la contaminazione della colpa più grave d