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Scritti paolini

Jordi Sànchez Bosch


Scritti paolini
Jordi Sànchez Boseh
Edizione italiana
a cura di Antonio Zani

Paideia Editrice
ISBN 88.394.06Z5.5

Titolo originale dell’opera :


Jordi Sanchez Bosch
Escrìtos paulinos
Traduzione italiana di Paola Florioli
Revisione di Antonio Zani
© Editoria! Verbo Divino, Estella 199 8
© Paideia Editrice, Brescia 20 0 1
Sommario

9 Premessa
il Abbreviazioni e sigle
# 1
Parte prima
P A O L O E I SUOI SCRITTI

Capitolo 1
16 La vita di Paolo
Capitolo 11
42 Gli scritti paolini
Capitolo h i
60 Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti

Parte seconda
LA C O R R I S P O N D E N Z A TESSALONICESE

Capitolo iv
94 La prima lettera ai Tessalonicesi
Capitolo v
108 La catechesi primitiva
Capitolo vi
144 La seconda lettera ai Tessalonicesi

Parte terza
LE G R A N D I LETTERE

Capitolo vii
15 9 La prima lettera ai Corinti
Capitolo vili
185 La seconda lettera ai Corinti
Capitolo ix
209 La lettera ai Galati
Capitolo x
232 La lettera ai Romani
Capitolo xi
273 Teologia delle grandi lettere:
l’antropologia teologica
8 Sommario

Parte quarta
LE LETTERE D E L L A PRIGIONIA

Capitolo XII
303 Le lettere ai Filippesi e a Filemone
Capitolo xm
321 Le lettere ai Colossesi e agli Efesini

Parte quinta
A L T R E LETTERE PAOLINE

Capitolo xiv
3 59 Le lettere pastorali
Capitolo xv
391 La lettera agli Ebrei

427 Bibliografìa generale


431 Indice del volume
Premessa

Questo volume, settimo dell*Introduzione allo studio della Bibbia, si oc­


cupa degli scritti paolini. Era uno dei più attesi poiché, pur non mancan­
do diverse introduzioni d’insieme alla figura e agli scritti di Paolo, que­
sto vuole aggiungersi con un’attenzione particolare alla didattica nell’am­
bito degli studi biblico-teologici.
Prende a modello i volumi precedenti, pur mantenendo tratti specifi­
ci. La prima parte presenta la persona, l’opera e l’ambiente del grande
apostolo del primo cristianesimo. Le parti seconda e terza, riservate alla
corrispondenza tessalonicese e alle grandi lettere, illustrano le lettere pao-
line autentiche, senza dimenticare di inserire in ciascuna parte un capi­
tolo dedicato alla teologia paolina in questi scritti. La parte quarta trat­
ta delle lettere dette «della prigionia» e la quinta considera le pastorali e
la lettera agli Ebrei. Contraddistingue questo volume l’estesa lettura di
ogni singolo documento, nonché l’esposizione ampia e particolareggiata
dei grandi temi teologici paolini. Non mancano concrete indicazioni bi­
bliografiche per ogni argomento.
L ’autore è dottore in Sacra Scrittura e insegna alla Facoltà di Teolo­
gia di Cataluna. Autore di numerose opere su Paolo, dal febbraio 1996
è membro della Pontificia Commissione Biblica. Lo sforzo di adattamen­
to didattico e il vasto materiale ora a disposizione di studenti e studiosi
di Paolo saranno sicuramente molto apprezzati. Per tutto ciò il consi­
glio di redazione dell’opera intende esprimere la sua gratitudine, che si
estende alla Editorial Verbo Divino e, ovviamente, anche ai nostri letto­
ri, che attualmente non sono solo spagnoli ma anche italiani e brasilia­
ni, dato che il manuale viene tradotto in entrambi questi paesi.
7 .9 giugno 1 99 8, solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo.

José Manuel Sànchez Caro


Coordinatore del Consiglio di Redazione
Abbreviazioni e sigle

Abbreviazioni dei libri biblici

Ab. Abacuc. Abd. Abdia. Agg. Aggeo. Am. Amos. Apoc. Apocalisse.
Atti Atti degli Apostoli. Bar. Baruc. Cant. Cantico dei cantici. Col. Let­
tera ai Colossesi. i, z Cor. Prima, seconda lettera ai Corinti, i, z Cron. Pri­
mo, secondo libro delle Cronache. Dan. Daniele. Deut. Deuteronomio.
Ebr. Lettera agli Ebrei. Eccl. Ecclesiaste. Ef. Lettera agli Efesini. Es.
Esodo. Esd. Esdra. Est. Ester. Ez. Ezechiele. Fil. Lettera ai Filippesi.
Film. Lettera a Filemone. Gal. Lettera ai Galati. Gd. Lettera di Giuda.
Gdt. Giuditta. Gcn. Genesi. Ger. Geremia. Giac. Lettera di Giacomo.
Giob. Giobbe. Gion. Giona. Gios. Giosuè. Gìud. Giudici. Gl. Gioele.
Gv. Vangelo di Giovanni. i, z, 3 Gv. Prima, seconda, terza lettera di Gio­
vanni. Is. Isaia. Lam. Lamentazioni. Le. Vangelo di Luca. Lev. Levitico.
1, 2 Macc. Primo, secondo libro dei Maccabei. Mal. Malachia. Me. Van­
gelo di Marco. Mich. Michea. Mt. Vangelo di Matteo. Naum Naum.
Neem. Neemia. Num. Numeri. Os. Osea. 1, z Pt. Prima, seconda lettera
di Pietro. Prov. Proverbi. 1, 2 Re Primo, secondo libro dei Re. 1, 2, 3, 4
Regn. Primo, secondo, terzo, quarto libro dei Regni (LXX). Rom. Lettera ai
Romani. Rut Rut. Sai. Salmi. 1, 2 Sam. Primo, secondo libro di Samuele.
Sap. Sapienza di Salomone. Sir. Siracide (Ecclesiastico). Sof. Sofonia. 1,
2 Tess. Prima, seconda lettera ai Tessalonicesi. 1, 2 Tim. Prima, seconda lette­
ra a Timoteo. Tit. Tito. Tob. Tobia. Zacc. Zaccaria.

Altre abbreviazioni

A.T. Antico Testamento. Athen. Atenagora: Res. La risurrezione dei morti;


Suppl. Ambasceria per i cristiani. 1 Clem. Prima lettera di Clemente. Eus. Eu­
sebio di Cesarea: Hist. Eccl. Storia ecclesiastica. Ign. Ignazio di Antiochia: Eph.
Lettera agli Efesini; Rom. Lettera ai Romani^ Iren. Ireneo di Lione: Haer. Ad-
versus Haereses. Iust. Giustino Martire: Dial. Dialogo con Trifone giudeo. LXX
Septuaginta. Mart. Is. Martirio di Isaia. N.T. Nuovo Testamento. Tert. Ter­
tulliano: Adv. Marc. Adversus Marcionetn.

(segue)
Sigle

AAT P, Sacchi (ed.), Apocrifi dell’Antico Testamento. ABD Anchor Bible Dic-
tionary. ANRW Aufstieg und Niedergang der Ròmischen Welt. Aug Augusti-
manum. AUSS Andrews University Seminary Studies. BABC Butlleti de l’As-
sociació Biblica de Catalunya. BEvTh Beitràge zur Evangelischen Theologie.
BT Biblical Theology. BZ Biblische Zeitschrift. CBQ Catholic Biblical Quar-
terly. DENT Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento. EvTh Evangelische
Theologie. GLNT Grande Lessico del Nuovo Testamento. HThR The Harvard
Theological Review. JBL Journal of Biblical Literature. JETS Journal of thè
Evangelical Theological Society. LexTQ Lexington Theological Quarterly.
NRT Nouvelle Revue Théologique. NTS New Testament Studies. RB Revue
Biblique. RCT Revista Catalana de Teologia. RivBib Rivista Biblica. SBFLA
Studii Biblici Franciscani Liber Annuus. SHAW.PH Sitzungsberichte der Hei-
delberger Akademie der Wissenschaften, Philosophisch-Historische Klasse. SJT
Scottish Journal of Theology. SP Studia Patristica. StTh Studia Theologica.
Teol Teologia. VF Verkiindigung und Forschung. ZKTh Zeitschrift fiir Ka-
tholische Theologie. ZNW Zeitschrift fiir die Neutestamentliche Wissenschaft.
ZRGG Zeitschrift fiir Religions- und Geistesgeschichte. ZThK Zeitschrift fiir
Theologie und Kirche.
Parte prima

Paolo e i suoi scritti


Per l’esegesi critica di tutti i tempi, ossia degli ultimi duecent’anni, Pao­
lo ha sempre goduto di una posizione particolarmente privilegiata: la
critica, non meno della tradizione, crede di sapere chi era, dove nacque,
che carattere aveva, quali furono le tappe fondamentali della sua vita e
a quali date corrispondono, quali lettere scrisse e a chi, e persino qual
era il contenuto e l’intento di ogni singola lettera. Certo si continua a
discutere su certi punti della sua biografia, sull’autenticità di alcune sue
lettere, persino su determinati aspetti della sua dottrina. Tuttavia queste
discussioni si svolgono entro una cornice di consenso che molti altri
campi della scienza biblica, e persino della scienza storica, potrebbero
invidiare.
Chi abbia avuto un qualche contatto diretto con l’esegesi professiona­
le - praticata inizialmente nelle università tedesche e poi accettata gra­
dualmente da tutti1 - vedrà che gli studi di questo tipo, nella loro criti­
ca, tendono a peccare più per eccesso che per difetto: non danno per
scontato quanto afferma la tradizione, a meno che non vi siano argo­
mentazioni più che solide a suo favore. Non si può nemmeno affermare
che abbiano un orientamento specificamente confessionale, perlomeno
nei rappresentanti più di spicco: tutti partono dalla constatazione che
nel cristianesimo vi sono elementi particolarmente utili per il bene del­
l’umanità, pochi però dimostrano la volontà specifica di aderire ai dog­
mi della chiesa istituzionale, sia essa cattolica, ortodossa o evangelica.
Se ne ricava un ragionevole criterio di verità: può essere considerato
praticamente certo ciò che nella tradizione coincide con l’esegesi critica.
Le altre questioni debbono rimanere aperte a una libera discussione,
come solitamente lo sono anche dal punto di vista della fede: ad esem­
pio, nel nostro caso, i dubbi relativi all’autenticità di alcune lettere. In
presenza di un eventuale conflitto, lo studioso credente registrerà in tut­
ta onestà fino a che punto l’affermazione di fede risulti confermata da
un punto di vista storico, poiché non tutto ciò che è certo per la fede lo
è pure per la storia.
i, Può esserne prova il consenso che ha ottenuto, assai oltre le frontiere confessionali, il do­
cumento L Jinterpretazione della Bibbia nella Chiesa, pubblicato dalla Pontificia Commissione
Biblica il Z3 aprile 1993-
Paolo e i suoi scritti 15

L’Introduzione allo studio della Bibbia, il cui settimo volume è dedi­


cato agli scritti paolini, ha cercato di adottare una linea di coincidenza
con i punti generalmente accettati, nonché di pacifica discussione delle
questioni aperte. Comunque non sarebbe un’introduzione sufficiente­
mente razionale se non si fermasse a riflettere anche sui motivi che han­
no spinto a raggiungere una certa unanimità su molti punti riguardanti
la vita, gli scritti e la dottrina di Paolo.
La parte più consistente del nostro volume - dieci dei quindici capito­
li - è costituita dallo studio dettagliato delle singole lettere, raggruppate
secondo affinità interne; si è cercato di presentarle seguendo l’ordine in
cui furono scritte, senza dare valutazioni affrettate per quanto riguarda
le questioni controverse. All’interno di questi capitoli si è data la prefe­
renza alla cosiddetta dimensione letteraria - nel caso specifico, l’analisi
delle lettere - a dispetto della dimensione storica e di quella teologica. A
quest’ultima si sono dedicati due interi capitoli, il quinto e l’undicesimo,
riguardanti rispettivamente la catechesi (partendo dalla prima ai Tessa-
lonicesi) e la teologia dell’apostolo (prendendo spunto dalle quattro
grandi lettere: Romani, Calati e la prima e seconda ai Corinti). La pri­
ma parte dell’opera, invece, raduna una serie di nozioni che interessano
in egual misura tutte le lettere di Paolo: aspetti biografici e cronologici
(cap. 1), il genere letterario della lettera e una prima classificazione degli
scritti giunti sino a noi come paolini (cap. 11), testimonianze esterne che
li riguardano e linee generali dell’esegesi paolina (cap. ili).
Capitolo i

La vita di Paolo

Il nostro studio riguarda i cosiddetti scritti paolini e si prefigge di trarre


le proprie argomentazioni dalla loro osservazione diretta. Quantunque
con forza differente, tutti si rifanno a una figura storica concreta, Paolo
di Tarso, detto l’apostolo dei gentili. La critica è unanime nell'affermare
che sette di questi scritti (Romani, prima e seconda ai Corinti, Galati,
Filippesi, prima ai Tessalonicesi e Filemone) sono sua opera autentica.12
Altri sei (Efesini, Colossesi, seconda ai Tessalonicesi, prima e seconda a
Timoteo, Tito) sono attribuiti, nel peggiore dei casi, a profondi conosci­
tori dell’apostolo. Soltanto della lettera agli Ebrei resta controversa la
vicinanza all’area paolina.
In almeno tredici scritti, dunque, il riferimento a Paolo e alle circo­
stanze della sua vita può dare risposta a molti dei quesiti più teorici che
essi sollevano, anche perché la parola astratta non riesce mai a dare la
misura esatta di ciò che uno pensa: potendo giungere a una «traduzione
pratica» di quanto ha affermato l’apostolo, si potrà comprendere molto
meglio il senso delle sue frasi.
D’altra parte è noto che le lettere paoline sono giunte sino a noi se­
guendo un ordine assolutamente capriccioso, e che la loro disposizione
è in base alla lunghezza decrescente, con due sole eccezioni: a) quelle in­
dirizzate a persone (Timoteo, Tito e Filemone) sono collocate dopo quel­
le dirette a comunità; b) la lettera agli Ebrei è l’ultima della raccolta
perché non vi compare un saluto in cui figuri il nome di Paolo. Potendo
far riferimento a ima cornice biografica, risulterà più facile stabilire un
ordine nella redazione delle lettere e scoprire grazie a esso elementi di
evoluzione nel pensiero paolino. Persino le questioni sull’autenticità, ri­
guardanti sei delle lettere considerate, dipendono molto dalla possibilità
di «collocare» un certo scritto in un momento preciso della biografia e
dell’evoluzione dottrinale di colui che si presenta come l’autore.
Benché non sia questo il luogo per dilungarsi in una biografia1 circo-

1. Per citare un esempio, R. Bultmann, nella sua Teologia del N uovo Testamento , Brescia 1985,
184, senza tanti preamboli parla di «lettere paoline la cui autenticità è fuori discussione».
2. Il riassunto qui fornito può essere integrato - e a sua volta integra - dalla nostra opera Na-
cido a tiempoy Estella 1994 {traduzione di N ascili a temps 5 Barcelona 199z), d'ora in avanti
citata con il solo titolo seguito dal numero di paragrafo.
La vita di Paolo 17

stanziata dell’apostolo, tuttavia è opportuno ricordare i «punti fermi»


su cui essa può basarsi, nonché segnalare le questioni che rimangono
aperte alla discussione, annotando le ragioni che stanno alla base di cia­
scuna posizione.
Queste verranno illustrate in forma di enunciati accompagnati da com­
mento, disposti in ordine cronologico.

1. Scritti autentici

he sette lettere autentiche di Paolo rappresentano la fonte principale per


la sua biografia. Gli Atti degli Apostoli costituiscono una fonte subordi­
nata alla prima.
Come sopra si accennava, la totalità degli esegeti moderni considera
autentiche almeno sette delle lettere che portano la firma di Paolo. Pro­
prio come le lettere di Cicerone, anch’esse si difendono da sole. Vi si
scoprono una personalità ben definita, non certo tratta da qualche libro;
destinatari e avvenimenti che non hanno nulla di speciale (non sono sta­
ti scelti per il loro prestigio o la loro celebrità), nonché la volontà di
comunicare a quei destinatari proprio quanto è espresso nella lettera.
Anche in parecchie delle altre lettere si possono individuare elementi
similari ma, come si vedrà, esiste la possibilità che si tratti di imitazioni
di un modello preesistente. Il consenso va ancora oltre: vi è una fiducia
generale nella sincerità di Paolo. È un fatto che tra gli studiosi (come tra
i credenti e gli indifferenti) Paolo non susciti solo entusiasmo ma anche
antipatia,3 sentimento che può indurre a trovargli difetti (forse più di
■ quanti ne avesse realmente). Tuttavia ciò rafforza la convinzione, co­
mune anche ai più critici, che Paolo sia assolutamente sincero.
Questo non significa che non restino dei problemi, come ad esempio
la scarsità di dati (pochi frammenti nelle lettere possono essere conside­
rati autobiografici), la difficoltà d’interpretazione e di concordanza tra
dati diversi e, perché no, anche la constatazione che il momento in cui si
parla influisce sempre sul modo di parlare di avvenimenti passati.
Diventa dunque più che comprensibile la tentazione di colmare le la­
cune con i dati offerti dagli Atti degli Apostoli. I critici si domandano
tuttavia fino a che punto ciò sia possibile, e qui il consenso non va oltre
l’affermazione della priorità delle lettere rispetto agli Atti. In altre paro­
le, per l’esegesi critica non è sufficiente il principio di far «concordare» i
dati delle lettere con quelli degli Atti degli Apostoli né quello di «com­
pletare» gli uni con gli altri.4 La critica non resta insensibile di fronte al-
3. L ’accusa più classica era quella di «intolleranza», sviluppata da J. Klausner, Voti Jesus zu
Paulus, Jerusalem 19 5 0 , spec. 3 9 4 -4 0 3 : «Die Persònlichkeit des Paulus».
4. Dal punto di vista della critica attuale, opere assai meritevoli e in tanti punti molto ben in-
i8 Paolo e i suoi scritti

la possibile contraddizione tra le due fonti e in caso di dubbio solita­


mente è incline a far prevalere Paolo.
Vi sono però questioni di cui le lettere tacciono (ad esempio, non di­
cono che Paolo nacque a Tarso) e sulle quali si può discutere. Gli enun­
ciati che seguono conterranno alcuni punti basati esclusivamente sul li­
bro degli Atti, comunemente condivisi. A proposito di altri manca anco­
ra il consenso, ma in linea di principio si può affermare che non sono
pochi coloro che in pratica attribuiscono a Luca un valore storico mag­
giore che in teoria.5 Da dove deriva tale consenso? Semplicemente dal
fatto che i dati di Luca, in un buon numero di casi, resistono alla critica
più feroce: forniscono una gran quantità di particolari (nomi di persone,
di luoghi, avvenimenti, circostanze) impossibili da inventare, che com­
baciano perfettamente con i dati desumibili dalle lettere di Paolo. Que­
sta circostanza diventa ancora più notevole per chi ritenga che Luca non
ebbe l’onore di conoscere né Paolo né qualche suo discepolo diretto.
E allora, donde può sorgere la diffidenza? Forse dall*«abito» simboli­
co di cui Luca riveste la sua storia? In buona misura è proprio così: per
molti risulta difficile accettare che in una stessa pagina possano coesi­
stere elementi simbolici ed elementi reali. Tuttavia sembrerebbe ancora
più imperdonabile il fatto che Luca non presenta l’immagine di Paolo
che ci si aspetterebbe da un probabile compagno di viaggio dell’aposto­
lo, sia per quanto riguarda il suo contrasto con il giudeocristianesimo,
sia a proposito delle espressioni di un «paolinismo» avanzato.6 Quan­
tunque, oltre ai testi qui studiati, manchi nei primi due secoli un testo
che si avvicini tanto a Rom. 3,28 quanto Atti 13,38 s.7
La questione resta sempre aperta. Ci si può chiedere se sono state
prese nella giusta considerazione le molte affermazioni azzeccate di Lu­
ca, e se non bisognerebbe concedere loro perlomeno il beneficio del
dubbio. Si può persino sperare che uno studio più approfondito dei rap­
porti tra Paolo e le altre chiese e sul significato reale del «paolinismo»
potrebbe rendere più credibile la posizione di Luca, sino al punto di re­
stituirlo al gruppo dell’apostolo.8
formate, come quelle di J. Holzner, L ’A p o s t o lo P a o lo , Brescia 19 3 9 (*19 87), e di G. Ricciotti,
P a o lo A p o s t o lo , Roma 51 9 5 7 , hanno il difetto di preferire p r a t ic a m e n t e Luca rispetto a Paolo.
5. Negli ultimi decenni Luca ha ripreso terreno come storico anche nella teoria; cfr. M . Hen-
gel, L a s t o r io g r a fìa p r o t o c r is t ia n a , Brescia 1 9 8 5 ; C.J. Thornton, D e r Z e u g e d e s Z e u g e n . L u k a s
a ls H is t o r ik e r d e r P a u lu s r e is e n , Tubingen 1 9 9 1 .
6. Cfr. Ph. Vielhauer, Z u m « P a u lin is m u s » d e r A p o s t e lg e s c h ic h t e , in A u fs à t z e z u m N e u e n T e -
s ta m e n t, Miinchen 19 6 5 , 9-2.7­
7. Di Luca si tratterà al cap. ili, i l i ; i suoi scritti sono studiati più approfonditamente nel voi.
6 di questa I n t r o d u z io n e : R. Aguirre Monasterio - A. Rodrfguez Carmona, V a n g e li s in o t t ic i e
A t t i d e g li A p o s t o li , Brescia 1 9 9 5 , a partire da p. 2 3 7 (d’ora in avanti citato come voi. vi).
8. Cfr, la mia posizione al riguardo in N a c id o a t ie m p o n o . 1 1 4 . 12 0 . 13 6 . 2 3 1 - 2 3 3 . 242.
2 5 6 s. 2 6 1.
2. Cornice cronologica

L'apostolato di Paolo si svolse tra il 30 e il 50/60 d. C.


La cornice cronologica della vita di Paolo risulta mettendo in relazio­
ne dati storici generali e indicazioni tratte dalle lettere e dagli Atti.
Per quanto riguarda l’inizio dell’apostolato paolino, ecco i risultati:
a) se la morte di Cristo sotto Ponzio Pilato (procuratore tra il 2,6 e il
3 6 d.C.) deve collocarsi non prima dell’anno 27, la persecuzione contro
i cristiani di Damasco e la conversione di Paolo debbono essere avvenu­
te, come data minima, negli anni 30/31.
b) Il regno di Areta iv in Arabia giunge fino all’anno 40. Probabil­
mente Paolo si recò a Gerusalemme {Gal. 1,18) dopo l’incidente citato
in 2 Cor. 11,32., mentre tale re era ancora in vita. Scalando da qui i tre an­
ni menzionati in Gal. 1,18, si ha come data massima per la conversione
di Paolo gli anni 36/37. Tale quadro cronologico è sufficiente per fare di
Paolo, nella sua prima visita a Gerusalemme [Gal. 1,18), uno dei testi­
moni storicamente più qualificati per parlarci delle origini cristiane.
Per quanto riguarda il termine dell’apostolato paolino, ecco i punti di
riferimento:
c) Paolo si trovava a Corinto durante il proconsolato di Gallione in
Acaia (Atti 18,12), mandato che durò un anno e si colloca tra gli anni
50 e 52.
d) L’apostolo era prigioniero a Gerusalemme durante i mandati di Fe­
lice e Porcio Festo {Atti 24,27). Il passaggio di potere tra i due è stato di
recente collocato nell’anno 55; fino a pochi anni fa era opinione comu­
ne che fosse avvenuto nel 60.
Questi dati non sono sufficienti per situare i momenti culminanti del­
l’attività letteraria di Paolo negli anni cinquanta. Se si ritiene che il tra­
sferimento dell’apostolo da Gerusalemme a Roma sia avvenuto negli
anni 55/56, si potrà collocarne la morte prima dell’anno 60. Comunque
la tradizione, seguita da molti, la colloca dopo il 64, anno dell’incendio
di Roma, cui seguì la prima grande persecuzione dei cristiani ad opera
di Nerone.9

3. Le origini di Paolo
Paolo, giudeo della tribù di Beniamino e cittadino romano, nacque a Tar­
so di Cilicia, in una famiglia di credenti osservanti della legge.
La sua genealogia («della tribù di Beniamino») e l’immediata adesio-
9. Su questo quadro generale concordano opere assai divergenti come quelle di S.I. Docks,
C h r o n o lo g ie s n é o te s ta m e n ta ir e s et v ie d e l ’É g lìs e p r im it iv e , Gembloux 19 7 6 e G . Liidemann,
P a u lu s d e r H e id e n a p o s t e l, 1. S t u d ie n z u r C h r o n o lo g ie , Gòttlngen 1980.
IO Paolo e i suoi scritti

ne alla legge («circonciso l’ottavo giorno») risultano da FU. 3,5. Se a ciò


si aggiunge che, stando ad Atti 9,11.30; 11,25; ZI>39> 2,2,, 3, questo ac­
cadde a Tarso di Cilicia, tutti questi elementi implicano una forte ade­
sione alla legge da parte dei genitori di Paolo. Nella diaspora, infatti,
per motivi di ordine sociale molti giudei ritardavano la circoncisione dei
figli oppure vi rinunciavano; inoltre, persino in Palestina erano ben po­
chi quelli che potessero vantare una genealogia che li facesse risalire a
una delle dodici tribù.
Il nome di Saul, modificato in «Saulo», compare solo in Atti (Saul in
9,4.17; 22,7.13; 26,14; Saulo in 7,58; 8,1.3; 9,1-8.11.22.24; 11,25.30;
12,25; 13,1.2.7.9). Si attaglia perfettamente a un giudeo della tribù di Be­
niamino (alla quale apparteneva il re Saul), nato in una famiglia osser­
vante. Anche l’esistenza di questo secondo nome è solitamente ricono­
sciuta. Stando agli Atti degli Apostoli (cfr. le citazioni dei capp. 11-13)
si può supporre che con la conversione l’apostolo non perse tale nome,
ma lo conservò nelle relazioni con i giudei (circostanza che non si verifi­
ca nelle lettere).
Il nome Paolo è l’unico tramandato dalle lettere. Gli Atti (13,9) lo in­
troducono con la formula: «Saulo, detto anche Paolo», duplicità ricolle­
gabile ad altri nomi doppi sia nel Nuovo Testamento stesso (Atti 1,23:
«Giuseppe, detto il Giusto»; 12,12.25: «Giovanni, detto Marco»), sia in
testi a esso vicini (lo storico «Giuseppe, detto Flavio»).
Si tratta di un nome latino (Paulus, contrazione di paululus) che fa pen­
sare alla probabile cittadinanza romana dell’apostolo. Tale condizione,
più volte rivendicata in Atti (16,37; 22,25-29; 23,27; 25,10-12), è stata
per lo più accettata, sebbene sia stata recentemente messa in dubbio. A
mio avviso, la questione si risolve considerando il trasferimento di Pao­
lo da Gerusalemme a Roma, certo difficile da spiegare se l’apostolo non
avesse goduto di tale privilegio.4 *10

4. La giovinezza di Paolo

Si discute sugli eventuali studi di Paolo a Gerusalemme.


Gli Atti (22,3) parlano in termini tecnici (anatetbrammenos e pepai-
deumenos) di un’istruzione primaria e poi superiore di Paolo a Gerusa­
lemme, alla scuola del celebre rabbi Gamaliele. Tale indicazione è accet­
tata persino da autori estremamente critici su altri punti. Certuni hanno
addotto prove a testimonianza del profondo rapporto dell’apostolo con
il giudaismo palestinese, suffragato anche dal titolo di «fariseo» che Pao­
lo stesso si attribuisce in Fil. 3,5.
io. Appoggiano tale ipotesi S. Legasse, Paolo apostolo. Saggio di biografia critica , Roma
19 9 4 , 2,5-30 e J. Gnilka, Paolo di Tarso . Apostolo e testimone , Brescia 19 9 8 , 33 s.
Tuttavia le difficoltà si accumulano:
a) Paolo dimostra una profonda conoscenza della lingua e delle consue­
tudini greche, e persino una certa familiarità con le figure retoriche; i
paralleli con i metodi rabbinici paiono ben più difficili da dimostrare.
b) La sua Bibbia è, evidentemente, la traduzione greca dei Settanta.1112
c) Una lunga permanenza a Gerusalemme per seguire gli studi primari
e secondari (di rabbinismo) avrebbe significato conoscere Cristo duran­
te il suo ministero, o ancora ricavare un qualche impatto diretto dalla
sua passione (non capitava certo tutti i giorni di assistere alla crocifis­
sione di leader religiosi a Gerusalemme!). Ma Paolo si limita a ripetere
per tre volte: «Ho perseguitato la chiesa di Dio» (j Cor. 15,9; Gal. 1,
13; Fil. 3,6). Se avesse avuto qualsiasi tipo di rapporto personale con Ge­
sù, non avrebbe trascurato queste tre occasioni per affermarlo.
d) La lettera ai Galati (1,13 s.) presenta la giovinezza di Paolo come
quella di un tipico giudeo della diaspora. Lontano dalla patria, i «com­
patrioti» della stessa età (vale a dire i giovani) si riuniscono tra di loro e
vengono esortati a competere «in giudaismo» (nel senso di «mantenere
l’identità giudaica»), proprio perché lì dove vivono le «tradizioni dei pa­
dri» non sono sorrette da tutta la società e si dubita persino che lo siano
in seno alla famiglia.
e) La frase di Gal. 1,22: «Personalmente ero sconosciuto alle chiese
della Giudea» poco si concilia con la realtà di una persona che «entrava
nelle case, prendeva uomini e donne e li metteva in carcere» (Atti 8,3).
Tutte queste considerazioni hanno indotto molti a credere che in real­
tà l’apostolo non compì i suoi studi a Gerusalemme, pur non escluden­
do che possa aver visitato la città.11
Quanto Luca riferisce avrebbe carattere simbolico, come l’inizio e la
fine della storia di Gesù nella città santa {Le. 1,8 s.; 24,52 s.). Servireb­
be inoltre ad avvicinare fisicamente Paolo al destino di Stefano (Atti 7,
58). Tale vicinanza esiste, sia in negativo (Paolo perseguita coloro che la
pensano come Stefano) sia in positivo (Paolo si unisce a loro), ma do­
vette essere più indiretta.

1 1 . Cfr. E.E. Ellis, P a u V s U se o f th è O l d T e s ta m e n ti Grand Rapids, Mich. 1 9 9 1 . Alcuni esem­


pi sono studiati in J. Sànchez Bosch, C it a t io n s du. P e n t a t e u q u e d a n s la L e t t r e a u x R o m a in s :
Meta 3 2 (19 8 7) 2 1 - 2 5 ; Idem, T e x t o s d ’Isa ìe s en la ca rta a ls R o m a n s , in F. Raurell, T r a d ìc t ó i
tr a d u c c ió d e la P a ra tila (in on. di G. Camps), Montserrat 19 9 3 , 2 5 5 -2 6 7 . E non soltanto le ci­
tazioni bibliche, ma anche tutto il linguaggio e lo stile dell’apostolo sono più vicini ai Settanta
che a qualsiasi altro possibile modello (cfr. cap. Il, 5).
1 2 . M . Hengel, I l P a o lo p r e c r is t ia n o , Brescia 1 9 9 2 , 6 9 - 1 5 1 , ritiene che Paolo potrebbe avere
studiato in una scuola giudeo-ellenistica di Gerusalemme, ipotesi che salverebbe solo in parte
il racconto di Luca, perché Gamaliele non sembra aver insegnato in una scuola ellenistica.
5- Paolo persecutore

Paolo perseguitò la chiesa di Dio per zelo verso la legge di Mosè.


La frase ripetuta tre volte: «Ho perseguitato la chiesa di Dio» (i Cor.
15,9; Gal. 1,13; Pii. 3,6) in due casi è associata al concetto di «zelo». Sa­
rà opportuno spiegare tale zelo, in FU. 3,5 s., con la frase che precede
(«fariseo quanto alla legge») e con quella che segue («irreprensibile quan­
to alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge», v. 6). Secondo
Gal. 1,13 s. si tratta di zelo per le «tradizioni dei padri» inserito in una
condotta improntata al «giudaismo», ossia preoccupata di mantenere la
identità giudaica. Tale preoccupazione portava necessariamente Paolo a
insistere proprio sui dettagli della legge più difficili da rispettare in am­
biente pagano, poiché proprio qui era in gioco l’identità: nel momento
in cui (si diceva) i giudei iniziano a relativizzare le pratiche concrete del­
la legge (compreso il rispetto del sabato imposto dal decalogo), potran­
no anche essere «brava gente», ma cesseranno di essere «il popolo eletto».
Paolo dovette percepire il cristianesimo nascente come un’enorme «re­
lativizzazione» della legge, indotta da parole particolarmente forti di Ge­
sù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Me.
2,27), e «Lascia i morti seppellire i loro morti» (Mt. 8,22), parole che
infrangevano due comandamenti del decalogo.
Inoltre potrebbe esser giunta sino a lui anche la polemica del gruppo
di Stefano nei confronti della legge e del tempio: «Lo abbiamo udito di­
chiarare che Gesù di Nazaret distruggerà questo luogo e cambierà i co­
stumi che Mose ci ha tramandato» (Atti 6,14). Il fatto è che al momen­
to della conversione di Paolo una posizione analoga si era affermata an­
che a Damasco, ove aveva un seguito tale da «meritare» una violenta per­
secuzione.
Secondo gli Atti (9,1 s.14.21; 22,5; 26,10.12) Paolo dovette giungere
a Damasco con una spedizione fornita di lettere del sommo sacerdote,
con l’incarico di radunare tutti i cristiani per condurli prigionieri a Ge­
rusalemme. Una spedizione del genere avrebbe inevitabilmente finito per
incontrare grossi problemi di ordine logistico e politico. Secondo l’ipo­
tesi cui si accennava nel paragrafo precedente, Paolo potè perseguitare i
discepoli senza passare da Gerusalemme. Supponendo che, dopo la con­
versione e un soggiorno in Arabia, l’apostolo faccia ritorno a Damasco
(Gal. 1,17), si potrebbe pensare che inizialmente vi si fosse trasferito
per motivi personali (forse in relazione alla fabbricazione di tende, cfr.
Atti 18,3). Lì avrebbe saputo della nuova setta e avrebbe sentito il biso­
gno di perseguitarla, per zelo verso la legge di Dio.
6 . La conversione di Paolo

A Damasco (o sulla via per Damasco), in seguito alVesperienza straor­


dinaria di Gesù risorto, Paolo si convertì nelVapostolo dei gentili.
La scelta «a Damasco» o «sulla via per Damasco» dipende da quella
operata in precedenza. La seconda è fornita letteralmente dagli Atti (9,
3; 22,6; 26,12); la prima, che si ispira a Gal. 1,17 (se «fa ritorno» a Da­
masco significa che ne era anche partito), presuppone che Paolo non giun­
se a Damasco da Gerusalemme.
È risaputo che gli Atti narrano per tre volte la «conversione» di Paolo
(Atti 9,1-19; 22,3-21; 26,9-18). Non si pensa che le tre narrazioni pro­
vengano da fonti differenti: esse infatti si compendiano reciprocamente
malgrado i dettagli divergenti, tante volte osservati. Le divergenze rispet­
to a ciò che vedono e sentono gli accompagnatori di Paolo (si confronti
9,7 con 22,9) indicano che l’autore non attribuisce loro grande impor­
tanza; tuttavia, se narra per tre volte lo stesso episodio significa che in­
tende mettere in grande risalto il fatto straordinario della conversione.
Inoltre si osserva facilmente che nelle tre narrazioni vi sono elementi
simbolici: la luce sfolgorante che «all’improvviso» avvolge Paolo (9,3;
22,6; 26,13), cecità successiva all’incontro con Gesù (9,8; 22,11), il re­
cupero della vista dopo tre giorni di cecità (9,9.17 s.; 22,13-16).
Anche i dialoghi appartengono al genere letterario delle apparizioni.
La frase pronunciata da Gesù in Atti 9,5; 22,8 e 26,15 ne è un chiaro
esempio: «Io sono Gesù, che tu perseguiti». Poi Anania, proprio come
un profeta, contesta l’incarico affidatogli da Dio, in quanto di Paolo si
dice (lascia capire che l’informazione è sicurissima) che abbia compiuto
molte azioni malvagie contro i cristiani (9,13 s.).
Tutto ciò mette inevitabilmente in moto la macchina della smitizza-
zione. Il problema sta nel sapere a che punto tale macchina deve (o può)
fermarsi. Nessuno arriva al punto da affermare che Paolo ebbe una con­
versione «normale», in virtù della quale mantenne la collocazione che gli
competeva in base alla data (già tante persone avevano conosciuto Ge­
sù!) e al luogo (Damasco) della conversione.
Evidente è che, a seguito dell’episodio di Damasco, Paolo si sentirà in­
vestito di un’autorità tale da porlo sullo stesso livello dei massimi apo­
stoli (cfr. j Cor. 15,8-10; Gal. 1,18; 2,11.14), con potere assoluto sui
suoi fedeli (cfr. 1 Cor. 4,15.19.21; 2 Cor. 10,4-6.8; 13,10). In un modo
o nell’altro, gli autori riconosceranno che Paolo diventò apostolo «per
via carismatica». Ed è una caratteristica di questa via quella di avere vi­
sioni e udire voci. Ma in fondo tutto dipende da come si interpretano
certe parole dell’apostolo, che sembrerebbero abbastanza chiare.
Paolo afferma che vide «Gesù» e perciò è «apostolo» (1 Cor. 9,1 s.).
24 Paolo e i suoi scritti

Come dire che un’unica «esperienza» per lui valse quanto, per «gli altri
apostoli, i fratelli del Signore e lo stesso Pietro» (v. 5), vari anni di con­
vivenza con il Signore uniti alle apparizioni del Risorto. Quando elenca
queste ultime, menziona anche se stesso come un «feto abortito», P«in­
fimo degli apostoli» (15,8 s.), semplicemente perché la lista delle appari­
zioni, come pure quella degli apostoli, era considerata definitivamen­
te chiusa. Inoltre, Paolo visse come una specie di «violenza» (la ananke
della tragedia greca: 9,16) l’irruzione di Cristo nella sua vita, proprio co­
me se fosse stato «conquistato da Cristo» (Fil. 3,12,).
A tale contatto diretto corrisponde l’idea che è apostolo «non da par­
te di uomini, né per intervento umano» (Gal. 1,1), e che il vangelo «non
l’ha ricevuto da uomini, né qualcuno glieVha insegnato» (v. 12).13 È pro­
pria di ima comunicazione diretta, dunque inaspettata, l’idea che Dio gli
rivelasse «suo Figlio» chiedendogli di annunziarlo in mezzo ai gentili (vv.
15 s.). Si è usato il termine «inaspettata» perché difficilmente prima del­
la conversione Paolo poteva essere così esperto di cristologia, e inoltre
perché, per quanto riguarda i gentili, l’ultima cosa che poteva capitare a
un uomo ossessionato dall’identità giudaica era l’offerta immediata ai
gentili della «consolazione» tanto sospirata da Israele (cfr. Le. 2,25).
Certo, in assoluto i testi potrebbero anche esprimere cose diverse. Tut­
tavia, fra le ambiguità insite in ogni parola umana riteniamo sia possibi­
le cogliere a cosa puntino i testi qui raccolti: a una visione di Gesù glori­
ficato nella quale Cristo, presentandosi come Figlio di Dio, affidò a Pao­
lo l’incarico esplicito di annunziarlo in mezzo ai gentili.

7. Soggiorno in Arabia

La permanenza di Paolo in Arabia (Gal. 1,17) si concluse con una per­


secuzione (z Cor. z i,3 z).
Il libro degli Atti non parla di questo soggiorno di Paolo in Arabia,
forse per non dare l’impressione che l’apostolo fugga dal pericolo. Rife­
risce invece, in modo simile a 2 Cor. 11,32, che fuggì da Damasco fa­
cendosi calare dalle mura dentro una cesta (Atti 9,23-25).
La relazione tra il soggiorno in Arabia e la fuga da Damasco nasce
dalla circostanza che è un rappresentante (in greco ethnarches, «etnar-
ca») del re Areta d’Arabia a ordinare di sorvegliare le uscite della città.

13. Riteniamo che con questa frase si riferisca al modo in cui si svolse la sua conversione (cfr.
N acido a tiempo 37-41) e non alle peculiarità della sua teologia - come afferma ad es. O.
Pfleiderer, D er Paulinismus , Leipzig 1890, 2 -, perché è molto più evidente la sua coincidenza
con tutta la chiesa per quanto riguarda la catechesi, come si potrà cogliere sotto, nel cap. v. La
teologia in quanto tale - ripresa in buona parte nel cap. xi - giungerebbe solo successivamente
come riflessione sulla catechesi.
La vita di Paolo 25

Paolo, perseguitato da questo re, sarebbe fuggito a Damasco, da dove


l’etnarca avrebbe cercato di completare l’opera.
Da qui si deduce, contrariamente alle biografie più antiche dell’apo­
stolo, che egli non si recò in Arabia in cerca di solitudine ma di azione.
Difficilmente potrebbe trattarsi di un’azione solitaria, poiché al «perse­
guitai la chiesa di Dio» (i Cor. 15,9; Gal. 1,13; FU. 3,6) corrisponde un
«mi convertii alla chiesa di Dio». Se il cristianesimo aveva potuto giun­
gere a Damasco, poteva essere arrivato anche a Petra (la splendida capi­
tale del re Areta), che distava meno da Gerusalemme.
Ciò può aiutare a comprendere un’altra frase controversa: quando in
Gal. 1,16 afferma «non considerai carne e sangue», non deve riferirsi
tanto alla «carne e sangue» che certamente esiste dentro la chiesa,14
quanto a quella che c’è fuori (i persecutori) o più semplicemente a quel­
la che ciascuno di noi ha dentro di sé, ossia tutto ciò che entra in gioco
in una persona quando prende decisioni del genere.
In quanto alla chiesa, si sa che ne ricevette le tradizioni (1 Cor. 15,3)
e il battesimo (1 Cor. 12,13).

8. Prima visita a Gerusalemme

La prima visita a Pietro, a Gerusalemme (Gai. 1,18 s.)> fu amichevole e fe­


conda.
Secondo Gal. 1,18 l’apostolo aspettò tre anni prima di salire a Geru­
salemme. Ci si può chiedere perché attese così a lungo, ma anche il mo­
tivo per cui doveva recarvisi. Forse i due interrogativi hanno la stessa ri­
sposta: «salì» a Gerusalemme come apostolo, mostrando i risultati di
quanto aveva compiuto e le persecuzioni subite. In realtà Paolo portava
i frutti del suo lavoro e le visioni avute come «prova» del suo apostola­
to (cfr. 1 Cor. 9,1 s.; 15,9 s.; 2 Cor. 10 ,13 -16).
Paolo non poteva sapere che in quel momento a Gerusalemme non
avrebbe trovato altri apostoli che Pietro e Giacomo. Tuttavia già sapeva
che andava «a vedere Pietro». Il periodo di quindici giorni che poi tra­
scorse «con lui» (non dice: in seno a quella comunità) dovette essere una
iniziativa non di Paolo ma di Pietro, che gli concesse tutto quel tempo.
Se negli anni successivi le chiese della Giudea, che non lo conosceva­
no di persona, di lui continuavano a sentir dire che «colui che una volta
ci perseguitava, va ora annunziando la fede che prima voleva distrugge­
re» e perciò glorificavano Dio (w. 22 s.), ciò significa che le relazioni
tra l’apostolo e quelle chiese erano buone. Oltretutto è improbabile che

14 . Si noti bene che non dice «non considerai carne e sangue e perciò non salii a Gerusalem­
me», ma «e non salii nemmeno (onde , come nei vv. 1.12.) a Gerusalemme».
2 é> Paolo e i suoi scritti

continuassero a sentir dire che Paolo predicava e ignorassero chi ne fos­


sero i destinatari.
È dunque probabile che Paolo, parlando con Pietro, gli abbia detto
che Dio gli aveva rivelato suo Figlio affinché lo annunziasse ai gentili
(cfr. Gal. 1,16), e che Pietro abbia accettato tale decisione di Dio.15 Né
è difficile immaginare che Pietro abbia raccontato a Paolo una quantità
di ricordi del maestro. Certo era l’occasione giusta per non parlare solo
del tempo atmosferico...

9. Paolo e Barnaba ad Antiochia

Per un certo periodo Paolo e Barnaba furono legati alla comunità di An­
tiochia.
Secondo gli Atti, il rapporto tra Paolo e Barnaba cominciò a Gerusa­
lemme, dove quest’ultimo lo presentò agli apostoli (9,2.7); la relazione tra
Barnaba e Antiochia nacque quando una delegazione apostolica inaugu­
rò nella città l’evangelizzazione dei gentili (11,12-24); e i rapporti tra
Paolo e Antiochia ebbero inizio quando Barnaba si recò a Tarso per cer­
carlo e lo trattenne poi per un anno presso di sé (w. 25 s.), prima di in­
traprendere insieme il cosiddetto primo viaggio (capp. 13 s.).
Le lettere non confermano tutti questi punti, ma nemmeno li esclu­
dono completamente. Dichiarano che Paolo, dopo la visita a Pietro, si
recò «nelle regioni di Siria e Cilicia» {Gal. 1,21), le cui capitali erano ri­
spettivamente Antiochia e Tarso. Non è detto se, recandosi a Gerusalem­
me {Gal. 2,1.9), Paolo e Barnaba partirono da Antiochia, come suggeri­
sce il parallelo con gli Atti (14,26; 15,1 s.), tuttavia Gal. 2,13 presuppo­
ne che, in occasione della visita di Pietro ad Antiochia (v. 11), Barnaba
si trovasse nella città occupando ima certa carica (v. 13: «anche Barna­
ba...»), come pure Paolo.
Si può dunque affermare che il filo argomentativo di Gal. 1 s. ha in­
dotto i più a credere che, nel quadro della sua permanenza in Siria e Ci­
licia (1,21), l’apostolo risiedesse ad Antiochia collaborando con Barna­
ba, che da lì partissero entrambi per Gerusalemme (2,1-10) e sempre in
questa città ricevessero la visita di Pietro (vv. n -14 ).16

15 . JSkm vi è opposizione di fondo tra i critici all’idea che si trattò di un periodo di accordo
tra Pietro e Paolo- cfr. D. Liidemann, Pauìus der H eìdenapostely il. Antipaulinismus im friihen
ChrUtentum , Gòttingen 19 8 3 , 72.
16. Questa coerenza si perde se si colloca il cosiddetto «concilio» di Gerusalemme tra il se­
condo e il terzo viaggio di Paolo, e non tra il primo e il secondo (cfr. sotto, nr. 12).
io . Il «primo viaggio»

Il cosiddetto «primo viaggio» di Paolo e Barnaba ('Atti 13 s.) probabil­


mente ha una buona base storica.
Prima del cosiddetto «primo viaggio» {Atti 13 s.) l’apostolo aveva già
viaggiato parecchio (dopo la conversione: Arabia, Damasco, Gerusa­
lemme, Siria e Cilicia), e tornò a viaggiare dopo il terzo {Atti 19-21): a
Roma {Atti 27 s.) e poi, forse, verso altre destinazioni. Ma la designa­
zione dei tre viaggi è classica, né è totalmente priva di fondamento nel
libro degli Atti. 11 primo viene introdotto con grande solennità (13,1-3),
e anche la partenza per il secondo è ben evidenziata, dopo il «concilio»
di Gerusalemme (15,36-41). È invece piuttosto vago il passaggio dal se­
condo al terzo (19,1), mentre è ben delineata la decisione di recarsi a
Gerusalemme (19,21).17 Questo ci porterà a collegare strettamente tra
loro il secondo e il terzo viaggio anche se, per quel che possono valere,
manterremo queste designazioni (per esempio quando si tratterà di sta­
bilire se il «concilio» di Gerusalemme ebbe luogo tra il primo viaggio e
il secondo, oppure tra il secondo e il terzo).
Contrariamente al secondo e al terzo viaggio, il primo non ha un ri­
scontro diretto nelle lettere autentiche di Paolo. Lo si trova invece in 2
Tim. 3,11, ove vengono menzionate espressamente le tre località in cui
si concretizza la narrazione degli Atti (rispettivamente cap. 13; 14,1-6;
14,8-18): Antiochia (di Pisidia), Iconio e Listra. Chi preferisca non ac­
cettare nulla degli Atti che non sia avallato dalle lettere autentiche, ne­
gherà recisamente l’esistenza di questo viaggio.18 Tuttavia questa non pa­
re una scelta corretta. Tutti gli storiografi riportano avvenimenti che van­
no molto al di là di quanto la loro esperienza personale può offrire e,
ciononostante, vengono studiati con interesse. Quando riportano detta­
gli difficili da inventare, si tende ad accettarli come storici.
Nel nostro caso tali dettagli abbondano: l’itinerario stesso, con even­
tuali improvvisazioni dovute a condizioni geografiche (il dietro front di
14,21) o a circostanze non meglio precisate (sulla via del ritorno la pa­
rola di Dio è predicata solo a Perge: 14,25); nomi propri, come quello
di Sergio Paolo (13,7: perché un altro Paolo?) o Bar-Jesus (vv. 6.8.10:

1 7 . Per la struttura del libro v. voi. vi, 2 5 6 -2 6 1.


18 . Come J. Knox, Chronology and M ethodology, C olloquy on N .T . Studies 19 S 0 , Sheffield
1 9 9 1 , 3 3 9 -3 6 4 ; cfr< p. 34 7 : «Metterei in discussione qualsiasi passo di Atti riguardante Paolo
che non sia indicato esplicitamente o per chiara implicazione anche nelle lettere». Contro tale
scelta, tuttavia, si ergono M . Hengel e A .M . Schwemer, Between Damascus and A ntioch , Lon­
don T997: «Il vero pericolo nell’ interpretare gli Atti (e i vangeli) non è più rappresentato da una
acritica apologetica, bensì dall’ipercritica ignoranza e dall’arroganza che - spesso in combina­
zione con una fantasia sbrigliata - hanno perso ogni comprensione della realtà storica esisten­
te» (pp. 6 s.).
28 Paolo e i suoi scritti

un «figlio di Gesù» come «figlio del diavolo»?); la separazione da Gio­


vanni Marco, precisamente a Perge (v. 13), quando avrebbe potuto la­
sciarli a Cipro.
Ciò non toglie che vi siano elementi leggendari. Una cosa è che l’apo­
stolo possa compiere dei miracoli (cfr. 2 Cor. 12,12; Rom. 15,18 s.) e
persone totalmente estranee alla religione di Israele possano considerare
Paolo e Barnaba «dèi in forma umana» (Atti 14,11), un’altra è che i sa­
cerdoti siano già lì pronti con tori e ghirlande per offrir loro un sacrifi­
cio (v. 13).
Per tutti questi motivi, in linea generale e con le opportune riserve,
solitamente si accetta come storico anche questo viaggio.19

11. Altre località evangelizzate

Se si eccettua Rerea (Atti 17,10-15), tutte le grandi tappe del secondo e


del terzo viaggio (Atti 16-21) trovano conferma diretta nelle lettere au­
tentiche di Paolo.
Con «grandi tappe» si intendono quelle in cui, secondo la narrazione
degli Atti, venne predicata la parola di Dio: Filippi, Tessalonica, Atene,
Corinto ed Efeso. Di tali città si può affermare non solo che vennero
evangelizzate, ma anche che lo furono nell’ordine proposto dagli Atti (ri­
spettivamente 16,12-40; 17,1-9; 17,16-34; 18,1-18; 19).
Grazie alle lettere si può essere certi che:
Tessalonica viene dopo Filippi (1 Tess. 2,2);
Atene dopo Tessalonica (1 Tess. 3,1);
Efeso dopo Corinto (j Cor. 16,8).
L’unica cosa che le lettere non dicono esplicitamente è che Corinto
segue ad Atene. Tuttavia, a parte l’itinerario (che esige tale ordine di
successione), sappiamo che nel momento in cui decide di inviare Timo­
teo, Paolo si trova ad Atene (1 Tess. 3,1), mentre quando scrive la lette­
ra parla già di «Acaia» (1,7 s. ), comprendente con probabilità Atene e
Corinto.
L’evangelizzazione della Galazia (precedente quella di Corinto secon­
do j Cor. 16,1) non è riportata negli Atti, a meno che non si consideri­
no «Galazia» le città dell’Asia Minore evangelizzate durante il primo
viaggio.10 E assai più probabile che tale evangelizzazione coincida con

19. Per citare un critico, cfr. il commento ad Atti 13 s. di E. Haenchen, D ie Apostelgeschichte ,


Gòttingen 19 7 7 .
10 . Come propone la cosiddetta «teoria della Galazia del Sud», seguita principalmente dagli
autori di lingua inglese - cfr. S. Mitchell, Galazia , ÀBD II, 8 7 0 -8 7 2 - ma rifiutata da molti al­
tri - cfr. H. Kòster, Introducción al Nuevo Testamento , Salamanca 1988, 6 1 7 -6 x 9; N acido a
tiempo , 74.
La vita di Paolo 19

uno dei due passi in cui gli Atti nominano «la regione della Galazia»
{Atti 1 6,6; 18,2.3).
Parleremo di questa evangelizzazione, come di quella di Filippi, Tes-
salonica e Corinto, nel contesto delle rispettive lettere. Anche i problemi
inerenti alla possibilità di più prigionie di Paolo verranno affrontati nel
momento in cui si prenderanno in esame le lettere della prigionia. Con­
viene tuttavia fare qualche breve accenno all’evangelizzazione di Berea,
Atene ed Efeso.
Tra tutte le predicazioni descritte in Atti 16-19, quella situata a Berea
(Atti 17,10-15) è l’unica priva di riscontro nelle lettere di Paolo. Nel
quadro di una visione critica, tale predicazione presenta anche altri in­
convenienti. Quasi tutto l’episodio non fa che ripetere uno schema pre­
ciso: predicazione nella sinagoga (vv. ios.), discreto successo (v. 12.), per­
secuzione da parte di alcuni giudei venuti da fuori (v. 13), partenza (w.
14 s.). Solo un elemento è assolutamente originale. Timoteo e Sila resta­
no a Berea, lasciando che Paolo si rechi da solo ad Atene. Alcuni vi scor­
gono la mano di Luca, che prepara la scena di Paolo ad Atene. Berea gli
serve come «armadio» in cui riporre Timoteo e Sila.iX La scena di Paolo
nella capitale della cultura greca {Atti 17,16-3%) risulta molto più dram­
matica se Paolo entra nella capitale completamente solo.
In realtà, ad Atene Paolo potè contare almeno per un certo periodo
sulla compagnia di Timoteo (1 Tess. 3,1 s.). Ma è probabile che questo
sia l’unico dettaglio fittizio nella narrazione di Luca. Infatti non tutto
ciò che Luca racconta della gente di Berea è ripetizione di uno schema. I
giudei della città sono più ben disposti rispetto a quelli di Tessalonica,
accolgono la parola con maggior prontezza e consultano le Scritture per
verificare se le cose stanno davvero così (v. 11). Non si esclude dunque
che l’apostolo possa aver evangelizzato anche Berea e nemmeno che tale
evangelizzazione possa essere stata intrapresa un po’ più tardi da Tessa­
lonica o da Filippi (si ricordino gli «atleti» del vangelo e «gli altri colla­
boratori» di FU. 4,2 s.), e che al tempo di Luca vi fosse in quel luogo
una comunità «paolina».
Le lettere consentono invece di dedurre alcuni elementi riguardanti la
evangelizzazione di Atene. In 1 Tess. 2,17 Paolo parla come se per un
certo periodo di tempo fosse rimasto separato dai tessalonicesi. «Una
volta, anzi due volte» (v. 18) tenta di far ritorno a Tessalonica (ove al­
cune «tribolazioni» rischiano di far «barcollare» la fede dei suoi fedeli:
3,3), ma ne è evidentemente impedito dall’opera intrapresa ad Atene.
Finalmente, «non potendo resistere oltre» (1 Tess. 3,1 s.) invia a Tessalo­
nica Timoteo, perché il suo operato ad Atene stava cominciando a dare
2i« Cfr. Haenchen nel commento a questo passo; riguardo ad Atene cfr. W .E. Elliger, Paulus
in Griechenland: Philippi , T bessaloniki, Athens Korinthy Stuttgart 1 9 8 7 , 1 x 7 -19 9 .
30 Paolo e i suoi scritti

qualche risultato. Si può dunque immaginare che l’evangelizzazione di


Atene avvenisse in modo del tutto normale. Tuttavia la mancanza di una
lettera agli ateniesi, così come esistono le lettere ai galati, ai filippesi, ai
tessalonicesi e ai corinti, fa pensare che tutto sommato dovette trattarsi
di un fallimento, come emerge chiaramente dal racconto di Luca.
Né gli Atti affermano che Paolo si trattenne ad Atene una sola gior­
nata: al mattino nell’agorà, la sera sull’Areopago e il giorno dopo a Co­
rinto. Come se la cosa non li riguardasse, presuppongono un certo pe­
riodo che l’apostolo trascorse dialogando «nella sinagoga con i giudei e
i proseliti e ogni giorno nell’agorà con quelli che vi si recavano» {17,
17). Luca non afferma neppure che dopo il discorso dell’Areopago Pao­
lo si vide costretto ad andarsene. Parla invece di persone che si unirono
a lui e divennero credenti. Fornisce due nominativi (Dionigi Areopagita
e una donna di nome Damaris) e aggiunge: «e altri con loro» (v. 34).
Ad Atene Paolo non subisce persecuzioni (i giudei di Tessalonica sono
troppo lontani!). Alla fine, quasi non volendo ammettere un periodo
troppo lungo, Atti 18,1 annota semplicemente: «Dopo questi fatti...».
Ciò che comunque sembra generalmente chiaro è che l’alto tribunale
di Atene, 1’ «Areopago», non si riunì per ascoltare la difesa dell’aposto­
lo, come insinua invece Luca a un certo punto quando pare alludere a
una cattura in piena regola di Paolo, condotto poi davanti al tribunale
dove gli viene posta la classica domanda del giudice: «Possiamo dunque
sapere...?» (17,19). Tuttavia, nei w . 20 s. la situazione giudiziale risulta
molto attenuata (Luca lancia il sasso e poi nasconde la mano).
Quanto al discorso (vv. 22-31), forse per la bellezza stessa del conte­
nuto e della forma si è giunti a supporre che possa trattarsi di un discor­
so filosofico pagano, cristianizzato da Luca.11 È invece plausibile vedervi
una composizione di Luca, forse più vicina di quanto talora si possa sup­
porre a quella che fu realmente la predicazione di Paolo nelle piazze.13
Nelle lettere, Efeso appare come il luogo in cui Paolo «combattè con­
tro le belve» (1 Cor. 15,32) e da cui scrisse la prima ai Corinti (16,8).
Con il nome di «Asia» (cfr. 16,19) compare come il luogo in cui è colpi­
to da un’altra «tribolazione» (2 Cor. 1,8). Sembra logico che da qui par­
ta per Troade prima di recarsi in Macedonia (2,12 s.). Le lettere ripor­
tano ben poco a proposito dell’attività dell’apostolo a Efeso, tuttavia ne
forniscono un riassunto fondamentalmente positivo: «mi si è aperta una
porta grande e favorevole, anche se molti sono gli avversari» (1 Cor.

22. Come propone Dibelius, Aufsàtze zur Apostelgeschichte , Berlin 1 9 5 1 , 29-70: «Paulus auf
dem Areopag».
2 3 . Semplicemente perché le lettere, unica «pietra di paragone» disponibile, non riportano la
predicazione dell’apostolo a pagani ignoranti, bensì riflessioni riguardanti esclusivamente cre­
denti istruiti.
La vita di Paolo 3i
16,9). Il libro degli Atti, passando al genere aneddotico, dipinge a tinte
particolarmente vivaci i successi e le avversità di Paolo nella grande ca­
pitale pagana: i miracoli {Atti 19 ,11 s.), la testimonianza - accettata da
tutti (v. 17) - che gli rendono gli spiriti cattivi (v. 15), i libri di arti ma­
giche che vengono bruciati spontaneamente (v. 19) e la spettacolare ri­
volta degli argentieri, che valutano da un punto di vista economico il
crollo dei culti pagani.
Come diremo a suo tempo, oltre alla prima ai Corinti, Papostolo scris­
se probabilmente da Efeso anche le lettere ai Galati e ai Filippesi, come
pure una «lettera intermedia» ai Corinti detta «lettera delle lacrime» (2
Cor. 2,4.9; 7,12). Tutta questa attività lascia ipotizzare che l’apostolo
soggiornasse nella città per due o tre anni {Atti 19,8.10; 20,31).
Rivestono particolare interesse le indicazioni (desumibili con una cer­
ta difficoltà) riguardanti l’esistenza di cristiani a Efeso prima dell’arrivo
di Paolo nella città. Apollo, il maestro (predicatore eloquente, origina­
rio di Alessandria) che in seguito (probabilmente senza volere) farà «con­
correnza» a Paolo (1 Cor. 1,12 e 3,4-7), vi esercitava il suo ministero
{Atti 18,25). A un certo punto Apollo decise di andare a Corinto e i «fra­
telli» di Efeso scrissero ai «discepoli» di Corinto per raccomandarlo lo­
ro (v. 27). È sufficiente pensare al prestigio di cui Apollo godeva in tale
città (j Cor. 1,12 e 3,4-7) per affermare che i «discepoli» di Corinto so­
no la comunità cristiana. Lo stesso vale per i «fratelli» di Efeso (tra i qua­
li figurerà nuovamente Apollo, 16,12).
L’indicazione sarebbe chiara se il libro degli Atti, asserito che Apollo
«era stato ammaestrato nella via del Signore, era fervente nello Spirito,
proclamava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù», non ag­
giungesse che conosceva solo il battesimo di Giovanni (18,25), Per cui s'
rese necessario che Aquila e Priscilla lo istruissero «con maggiore accu­
ratezza» riguardo alla fede (v. 26). Deve trattarsi di una confusione (pro­
babilmente voluta) con il gruppo di discepoli di Giovanni di cui si parla
in 19,1-7, allo scopo di scoraggiare l’ipotesi che l’apostolo possa esser sta­
to preceduto da altri nell’evangelizzazione di Efeso.24
Se si propende per l’origine efesina della lettera ai Filippesi,25 si dispor­
rà di un dato ulteriore riguardante lo stato di quella comunità. Fil. 1,14 ­
18 riferisce che mentre Paolo era in carcere molti si fecero coraggio e
predicarono Cristo, chi con più affetto nei confronti dell’apostolo, chi
con meno. Questi ultimi potrebbero essere i rappresentanti della «vec­
chia guardia», che con l’arrivo di Paolo e del suo gruppo si erano sentiti
un po’ soppiantati.

24. Cfr. Haenchen nel commento al passo. 25. Cfr. sotto, cap. xil, lll.i.
1 2 . Cronologia del «concilio» di Gerusalemme

Il cosiddetto «concilio» di Gerusalemme probabilmente si svolse tra il pri­


mo e il secondo viaggio di Paolo.
Si è già detto che il filo argomentativo di Gal. i s. appoggia l’ipotesi
che l’apostolo si trovasse ad Antiochia (per operare anche in altre città
della Siria e della Cilicia) come collaboratore di Barnaba. Da Antiochia
sarebbe partito per Gerusalemme (per l’incontro narrato in 2,1-10) e sem­
pre qui avrebbe ricevuto la visita di Pietro (che avrebbe scatenato l’inci­
dente riportato nei w . n -14).
Anche il libro degli Atti orienta in questa direzione:
collegando strettamente il primo viaggio alla comunità di Antiochia
{Atti 13,1-3; i4>2-6);
collocando il «concilio» di Gerusalemme (cap. 15) prima della mis­
sione in Macedonia (introdotta solennemente in 16,9 s.) e in Acaia.
A detta di alcuni il «concilio» andrebbe piuttosto collocato tra il se­
condo e il terzo viaggio. Ciò aiuterebbe a «colmare» gli (almeno) quat­
tordici anni che intercorrono tra le due visite di Paolo a Gerusalemme
{Gal. 2,1). Per questo motivo tale tesi è sostenuta da chi si dedica in par-
ticolar modo alla cronologia.
A parte questa «comodità» cronologica, la ragione più frequentemen­
te addotta è che, secondo Gal. 2,10, l’apostolo compie «diligentemente»
{espoudasa) l’incarico di «ricordarsi dei poveri». Se il «concilio» si col­
loca tra il secondo e il terzo viaggio, tale diligenza si rifletterebbe in 1
Cor. 16,1. Se invece lo si colloca prima del secondo viaggio, tale dili­
genza viene a mancare, perché nella prima (e seconda) Tessalonicesi la
colletta non viene menzionata, mentre in 1 Cor. 16 se ne parla come di
un progetto nuovo.
Questo argomento non risulta convincente, dal momento che difficil­
mente Paolo si sarebbe impegnato a inviare denaro di comunità che non
aveva ancora evangelizzato. L’ipotesi che appoggiamo è che Paolo e Bar­
naba potevano impegnarsi a inviare denaro dalla Siria e dalla Cilicia,
nonché dalla vasta regione evangelizzata durante il primo viaggio/6
Quanto alle città del secondo, è opportuno ricordare che l’apostolo fu
oltremodo scrupoloso nel «predicare gratuitamente il vangelo» (1 Cor.
9,18; 2 Cor. 11,7), a costo di lavorare «notte e giorno» (j Tess. 2,9) per
non esser di peso ai suoi fedeli. Successivamente, tra il secondo e il terzo
viaggio, pare che l’apostolo faccia ritorno a Gerusalemme (cfr. Atti 18,
22 s.), ed è forse in quest’occasione che gli parlano di una colletta tra le
nuove comunità.
z6. Tali eventualità sono discusse più ampiamente in J. Sànchez Bosch, L a chronologie de la Pre­
mière aux Thess. et les relations de P a u la vec d ’autres églises: N T S 3 7 ( 19 9 1) 3 3 6 -3 4 7 .
La vita di Paolo 33

In realtà, per lo più si preferisce la collocazione tradizionale, che offre


un enorme vantaggio biografico: vi è infatti una vita di Paolo con Bar­
naba fino al «concilio» di Gerusalemme, e poi una vita di Paolo senza
Barnaba, successiva all’incidente tra Pietro e Paolo ad Antiochia (Gal.
2,11-14). È infatti evidente che Barnaba non prese parte al secondo viag­
gio, mentre sembrerebbe che gli avvenimenti di Gal. 2 («concilio» e in­
cidente) presuppongano che i due apostoli stiano vivendo ad Antiochia.
Dopo il secondo viaggio, l’epicentro della vita di Paolo (con le parole di
2 Cor. 11,28 la «cura di tutte le chiese») si sposta sulle due coste del
Mar Egeo. Gli veniva dunque a mancare quel «certo tempo» necessario
per organizzare da Antiochia la partenza per Gerusalemme e sviluppare
poi un incidente come quello narrato in Gal. 2.
La questione ha la sua importanza, anche teologica. Se ci si chiede
come restarono i rapporti tra Paolo e le altre chiese dopo i fatti narrati
in Gal. 2, si potrà trovare la risposta in un documento di prima mano:
la prima lettera ai Tessalonicesi.

13. Decisioni prese a Gerusalemme

Il cosiddetto «concilio» di Gerusalemme affrontò il problema delVinte-


grazione dei gentili nella chiesa ed è narrato, con alcune divergenze, da
Gal. 2,1-10 e Atti 15,6-29.
Tra Gal. 2 e Atti 15 vi sono differenze evidenti; tuttavia si conviene
nell’affermare che i due testi si riferiscono al medesimo avvenimento. In
linea generale, tali differenze sono imputabili sia al carattere più epico
della narrazione degli Atti sia, e non è da escludere, alla situazione po­
lemica in cui scriveva Paolo.
Solamente una di queste differenze non è spiegabile con la «flessibili­
tà» attribuibile all’apostolo: in Gal. 2,6 dichiara che non gli fu imposto
nulla, mentre stando ad Atti 15 si reputano «necessarie» (v. 28) determi­
nate prescrizioni nient’affatto semplici per un gentile: l’astensione dalle
«contaminazioni degli idoli» (v. 20; cioè la carne sacrificata agli dèi, v.
29), dalla «fornicazione» (forse i matrimoni tra parenti) e dalla «carne
di animali soffocati e dal sangue» (v. 20; con un ordine differente nel v.
29). Tali divergenze indussero vari esegeti del passato a ritenere che Gai
2 non si riferisse agli stessi avvenimenti narrati in Atti 15, bensì al viag­
gio di Paolo e Barnaba a Gerusalemme, riferito in Atti 11,30; 12,25.
Questa teoria sarà trattata più diffusamente a proposito della lettera ai
Galati (sotto, cap. ex, h i . 2), perché se corrispondesse a realtà ne farebbe
la prima lettera di Paolo.
È opinione comune che l’apostolo non mentì. Se dunque afferma che
non gli fu imposto nulla (eccetto di «ricordarsi dei poveri», Gal. 2,10),
34 Paolo e i suoi scritti

significa che non gli vennero prescritti i duri obblighi appena menziona­
ti. Di conseguenza le possibilità sono due: o Luca si è inventato ogni co­
sa (circostanza che lo renderebbe un singolare «pedante»), oppure a ciò
che accadde veramente aggiunse decisioni prese in un secondo tempo,
forse dallo stesso Giacomo (il promotore dell’iniziativa secondo Atti 15,
20-29 e che ricorda in 21,25).
Quanto a Paolo, si può aggiungere che l’incidente di Antiochia con
Pietro {Gal. 2,11-14 ; eh-- paragrafo seguente) non avrebbe avuto motivo
di verificarsi se il «concilio» di Gerusalemme avesse ratificato i «decre­
ti» di Atti 15,20-29.
Riguardo alle altre divergenze, come si è detto non è difficile giungere
a una «composizione»: si può prendere qualcosa da entrambe le «fonti»,
ma sempre propendendo per Galati piuttosto che per Atti. Ad esempio:
l’idea di una rivelazione particolare (Galati) può essere certa, ma non
esclude che nell’ambiente non si sentisse l’esigenza di una chiarificazio­
ne e non vi fosse un accordo della comunità (Atti);
forse Paolo esagera quando parla soltanto di un incontro in privato
(Galati) con le persone più ragguardevoli (Giacomo, Pietro e Giovanni),
quasi escludendo qualsiasi altro dialogo; tuttavia non si svolse certo un
concilio con la partecipazione di «apostoli, presbiteri e tutta la chiesa»
(Atti);
rientra nello stile di Atti «conciliare» il protagonismo attribuito a Pie­
tro e Giacomo, quando ad «esporre il vangelo» fu sicuramente Paolo;
affermare che gli avversari appartenevano alla «setta dei farisei» (At­
ti) è assai più blando che parlare di «falsi fratelli infiltrati» (Galati), ma
in entrambi i casi si presuppone che non facciano parte del gruppo fon­
datore della chiesa;
Galati e Atti concordano, poi, nell’affermare che la questione riguar­
dava la non circoncisione dei gentili (cfr. spec. Gal. 2,3; Atti 15,1.5) e il
motivo per accettarla furono i risultati indubbi prodotti dallo Spirito
{Gal. 2,7 s.; Atti 15,7 s.) nei gentili non circoncisi (nel caso di Galati,
Tito ne è la dimostrazione lampante).
Vorremmo aggiungere un dettaglio non secondario: la discussione ver­
te direttamente sulla necessità di «parlare» ai gentili. In quei tempi la
relazione tra credere ed essere battezzati era talmente indissolubile che,
se si parla apertamente con i gentili, è perché si è disposti ad accoglierli
anche senza circoncisione.

14. L ’incidente di Antiochia

Esistono varie letture dell’incidente antiocheno tra Paolo e Pietro ('Gal.


2,11-14), come Pure delle sue cause e conseguenze.
- La vita di Paolo 35

Come si è detto il testo presuppone che Paolo e Barnaba risiedessero


ad Antiochia, mentre Pietro vi si recò in visita senza causare, in un pri­
mo momento, alcun problema.
Per connessione grammaticale, la circostanza che lo rende «censura­
bile» (v. i i ; cfr. kataginosko in i Gv. 3,20 s.) è l’ «aver simulato» e l’ «es-
sersi tenuto in disparte» dai gentili dopo aver tranquillamente «preso ci­
bo insieme» a essi.
Sempre per connessione grammaticale (w. 13 s.), il motivo per cui si
afferma che «gli altri giudei» (cioè tutti quanti) «non camminavano ret­
tamente secondo la verità del vangelo» è l’aver «partecipato a quell’ipo­
crisia» (synypeknthesan). Quanto a Barnaba, la sua colpa è di «essersi
lasciato attirare dall’ipocrisia» (synapechtbe autori te hypokrisei) di quei
giudei. Il mutamento nell’atteggiamento di Pietro avvenne quando «giun­
sero alcuni da parte di Giacomo» (v. 12). La causa va ricercata nel «ti­
more di quelli della circoncisione».
L’intervento di Paolo consistè nell’ «opporsi a Pietro a viso aperto»
(kata prosopon auto antesten, v. 11) e nel «dirgli di fronte a tutti» che
lui, che «stava vivendo» (zes, al presente) come pagano, «stava costrin­
gendo» (anankazeis, pure al presente) i gentili a giudaizzarsi (v. 14).
Del risultato di tale intervento non si dice assolutamente nulla. Le di­
scussioni partono da un interrogativo sul fatto in sé (cosa fece esatta­
mente Pietro?), da una domanda riguardante le cause (di chi aveva timo­
re e perché?), e da un quesito concernente le conseguenze (come resta­
rono poi i rapporti dell’apostolo con Pietro e con le altre chiese?)/7
Vi è chi sostiene che davvero Pietro «stava costringendo» i gentili a
giudaizzarsi (v. 14). Ciò significherebbe che non prendeva in minima
considerazione gli accordi presi con tutti i personaggi che animano la
scena: Pietro e Giacomo da una parte, Paolo e Barnaba dall’altra (v. 9).
È ancora più strano che anche Barnaba rigetti tutto il suo operato pre­
cedente (cfr. ad esempio il racconto di Atti 13 s.), e che in tutta la co­
munità di Antiochia, proprio quella che inventò l’appellativo di «cristia­
ni» (11,26), non rimanga un solo uomo disposto a continuare a sostene­
re l’evangelizzazione dei gentili (v. 20), visto che a quanto pare tutti i
giudeocristiani (Gal. 2,13: boi loipoi Ioudaioi) presero parte a quell’ipo­
crisia.
Per questa ragione altri distinguono tra i fatti in sé, narrati in 2 ,1 1 ­
13, e l’interpretazione retorica che se ne dà al v. 14. Ciò che accettaro­
no sia gli uni che gli altri, ipocritamente (con riferimento a Pietro, agli «al­
tri» e a Barnaba), fu semplicemente la separazione delle mense. Questa
implicava certo anche una separazione nel culto, poiché si sa che la «nuo-
2.7. In J, Lambrecht, The Trutb o f thè G ospel (G al 1 ^ 1 - 4 ,11 ) , Roma 19 9 3 , si sostengono opi­
nioni differenti al riguardo e si fa cenno ad altre.
36 P a o lo e i su o i scritti

va alleanza» veniva celebrata intorno a una mensa (cfr. i Cor. 1 1 ,2 3 -2 6 ) .


Ecco ciò che Paolo non accetta, rinfacciandolo a Pietro e accusandolo
di «costringere» i gentili a giudaizzarsi (v. 14 ). Se infatti in tali occasio­
ni i pagani venivano separati dalla mensa dei vecchi discepoli, li si «co­
stringeva» moralmente a farsi giudei: sentendosi soli e abbandonati, essi
sarebbero corsi ciecamente, a qualsiasi prezzo, a unirsi alla mensa di co­
loro che avevano conosciuto Gesù e che per giunta potevano contare su
tutta la sapienza dell’Antico Testamento, sull’esperienza negli usi liturgi­
ci (salmi, letture, preghiere), per non parlare della pratica della virtù.
Di chi aveva paura Pietro? Qui prevale l’interpretazione per cui quelli
che giunsero «da parte di Giacomo» e «quelli della circoncisione» (v. 12 )
sono esattamente le stesse persone: la chiesa giudeocristiana di Gerusa­
lemme.
A ll’interno di tale identificazione possono esserci versioni più o meno
sfumate. Ad esempio si potrebbe tradurre con «in considerazione dei giu­
deocristiani», come in fondo chiedeva Giacomo stando ad Atti 1 5 , 2 1 .
La traduzione più forte sarebbe: «per timore di quelli di Giacomo», os­
sia perché Giacomo è in grado di organizzare una persecuzione contro
quanti non gii obbediscono. È nota anche la versione che dice: «per l’ob­
bedienza dovuta a Giacomo», che adesso è colui che comanda nella chie­
sa. In tal caso Pietro sarebbe l’unico, in tutto il N uovo Testamento, ad
aver avuto pbobos (alla lettera «paura» o «timor di Dio») di un (presun­
to) superiore gerarchico.28
Ad ogni modo, per quanto l’opzione non sia quella maggioritaria, ci
uniamo a coloro che non identificano quelli «da parte di Giacomo» con
«quelli della circoncisione», anche perché essendo nominati entrambi a
poca distanza gli uni dagli altri e nella stessa frase (v. 12 ), Paolo avreb­
be detto «per timore di essi» o «di lui».19 Riteniamo perciò che «quelli
della circoncisione» siano i giudei non credenti e il phobos la paura di
una persecuzione. «Da parte di Giacomo», dunque, potrebbe esser stato
trasmesso a Pietro il timore per i persecutori che avrebbero iniziato una
nuova campagna a causa di certe notizie pervenute da Antiochia.
Per quanto riguarda le conseguenze del fatto, c ’è il silenzio più asso­
luto. E si sa che l’argomento del silenzio è molto eloquente... a vantag­
gio di chi vi ricorre. Perciò tra l’argomento «del silenzio» e quello «del­
la parola» sarà preferibile il secondo. Per sapere come restarono i rap­
porti tra l’apostolo e le altre chiese converrà rivolgersi alle sue lettere,
tutte posteriori all’incidente. In particolare si farà ricorso alla prima ai
Tessalonicesi, redatta pochissimo tempo dopo. Secondo tale lettera (1,
28. La nota tesi di O. Culimann, San Pietro: discepolo-apostolo-m artire7 in Idem e a.5 II p ri­
mato di Pietro nel pensiero cristiano contem poraneo , Bologna *1968, 71.
29. Cfr. W. Schmithals, Paulus und }ak o b u sy Gòttingen 19 63* 53-60.
L a v ita di P a o lo 37

8) sembra che le comunità paoline fossero ben affermate «dappertutto».


Inoltre in essa si fa una netta distinzione tra giudei persecutori e «le
chiese di Dio che sono in Giudea in Cristo Gesù» ( 2 ,1 4 - 1 6 ) .30
A proposito di alcune lettere posteriori (concretamente Galati, secon­
da ai Corinti e Filippesi) bisognerà domandarsi se gli «avversari» qui
menzionati abbiano qualcosa a che vedere con la situazione creatasi a
causa dell’incidente. Questa resta una delle questioni aperte: nel peggio­
re dei casi si tenderà a identificarli non tanto con le «colonne» della
chiesa, che avevano porto la mano a Paolo e a Barnaba in segno di co­
munione (Gal. 2,9), quanto con i «falsi fratelli infiltrati» di Gal. 2,4.
Sul problema concreto della compresenza di giudei e gentili a una
stessa mensa si sa, ad esempio, che:
a Corinto vi era chi affermava: «Io sono di Cefa» ( i Cor. 1 , 1 2 ; cfr. 3,
22), pur continuando a sedersi a mensa con tutti ( 1 1 ,1 8 -2 0 ) ;
nella comunità di Roma, non fondata da Paolo, alcuni avevano dei
problemi di convivenza (R om . 1 4 ,2 s .1 5 .2 1 ) , ma non per questo se ne di­
staccavano;
i documenti cristiani più antichi, anche quelli dell’area siro-palestine-
se, sono quelli del Nuovo Testamento e dei Padri apostolici: in nessuno
di essi si propone la separazione delle mense.31
Tutto, dunque, induce a pensare che lo stesso Giacomo mutò la pro­
pria posizione. Invece della separazione delle mense avrebbe proposto
(in un momento successivo all’incidente antiocheno) quei precetti no­
ti come «decreto apostolico» (Atti 15 ,2 0 -2 9 ; cfr. 2 1 ,2 5 ) . In tal modo
avrebbe risolto il problema della convivenza, senza mancar di rispetto
in nulla alla legge di M osè.32,

1 5 . Ultimo viaggio di Paolo a Gerusalemme

Quando ritenne conclusa la sua missione sulle coste dell’Egeo, Paolo si re­
cò a Gerusalemme per consegnare delle offerte. Dalla Giudea, per ordi­
ne del procuratore Porcio Pesto, fu condotto prigioniero a Roma.
È un fatto che la colletta «in favore dei santi che sono a Gerusalem­
me» sottrasse a Paolo molto tempo e molte energie durante il suo terzo
viaggio (cfr. 1 Cor. 1 6 ,1 -4 ; 2 Cor. 8 e 9; Rom. 15 ,2 5 -2 8 ) , malgrado co­
incidesse nei tempi con determinate «offensive» sferrate in Galazia, a C o ­
rinto e, forse, a Filippi. Alcuni hanno fornito una lettura «rassegnata»
di tale colletta: «Se proprio non possiamo concordare sulla fede, con­
cordiamo almeno sull’aiuto fraterno». Una minima conoscenza del carat­

30. Cfr, J. Sanchez Bosch, Chronologie , 345-347.


31. Cfr. sotto, cap. n i , i l i e 2. 32.. Cfr. N acido a tiempo 83-90.
3 8 P a o lo e i suoi scritti

tere dell’apostolo ci induce piuttosto ad affermare che, se non avesse


contato su una certa koìnonia nel senso di Gal. 2,9, non gli sarebbe cerr
to venuto in mente di promuovere la koìnonia nel senso di 2 Cor. 8,4; 9,
1 3 ; Rom. 1 5 ,2 6 s.
In Rom. 1 5 ,3 0 s., tuttavia, l’apostolo non esita a esprimere certi cruc­
ci che lo tormentano al momento di consegnare la colletta. Certo il te­
sto distingue due fronti: dagli «infedeli» {giudei non cristiani) si aspetta
il peggio e dai «santi» teme solo che non accettino la colletta. Sicura­
mente sapeva, o temeva, che le polemiche degli ultimi anni avevano in­
fluito sulla comunità di Gerusalemme. M a come andò veramente? Alcu­
ni ritengono che la colletta non venne accettata.33 Ciò spiegherebbe, ad
esempio, il fatto che gli Atti, non potendo parlare della sua accettazio­
ne, non accennino direttamente alla colletta. Tale silenzio è comunque
interpretabile altrimenti. In primo luogo può essere che nel racconto di
Luca la colletta scompaia dal primo piano narrativo semplicemente per­
ché stonerebbe con il quadro di «cammino di passione» che l’autore sta
delineando. Tuttavia essa di tanto in tanto riaffiora: secondo 2 1 ,2 4 si
richiede a Paolo che «paghi» qualcosa al tempio; in 2 4 ,1 7 è detto che è
venuto a «portare elemosine» al suo popolo; nel v. 26 che Felice spera­
va di ricavarne del denaro. Tutto concorda più con l’ipotesi dell’accet­
tazione della colletta che del suo rifiuto.
Luca accenna pure a una certa «prova» imposta da Giacomo a Pao­
lo (2 1,2 2 -2 4 ). Alcuni critici34 affermano che né gli amici né i nemici
avrebbero attribuito a Paolo tanta capacità di sottomissione. Per parte
nostra aggiungiamo che se si ritiene che Paolo accettò tale prova si do­
vrebbe anche supporre che la colletta fu accettata (neppure l’apostolo
era persona da poco!).
Dal momento in cui Paolo giunge a Gerusalemme, negli Atti si molti­
plicano i paralleli tra la sua passione e quella di Cristo. A ciò è forse
dovuta la comparsa davanti al sinedrio [Atti 22 ,30 ), che vorrebbe con­
dannarlo a morte ma è costretto a consegnarlo all’autorità romana (23,
io). Come nel caso di Gesù, questa non trova in lui colpa alcuna (v. 29;
2 6 ,3 1 ; 2 8 ,1 8 ; cfr. Mt. 2 7 ,2 3 ; Gv. 18 ,3 8 ). M a non tutti sono paralleli­
smi: il trasferimento dell’apostolo a Cesarea [Atti 2 3 ,2 3 ), la prigionia per
due anni a regime mite (2 4 ,2 3 .2 7 ) e l’appello a Cesare ( 2 5 ,1 0 -1 2 ; 26,
32) non hanno nulla a che vedere con la vicenda di Gesù, per cui debbo­
no corrispondere a realtà storica.35 Soprattutto per quanto riguarda l’ul­
timo particolare, non pare concepibile che Luca abbia costruito gli ulti­
mi due capitoli delia sua opera attorno al trasferimento a Roma del pri-
33. Esplicito D. Ludemann, Antipaulinismus, 94-98: «Die Ablehnung der Kollekte».
34. Specialmente Haenchen, nel commento al passo.
35. Cfr. N acido a riempo 245 s. 250. 2*8-260.
L a v ita di P a o lo 39

gioniero Paolo se i suoi lettori avessero saputo che il viaggio si era svol­
to in modo differente. D ’altra parte in tutti i documenti antichi che met­
tono in relazione Paolo con Roma è presente l’idea di prigionia (2 Tim.
1 ,1 7 ) o di martirio (1 Clem. 5 ,3 ; cfr. Ign., Eph. 12,2).

16 . Fine della vita di Paolo

Vi sono opinioni differenti sul destino di Paolo dal suo arrivo a Roma
fino al martirio in quella città.
Son passati i tempi in cui si rifiutava la testimonianza di 1 Clem . 5 ri­
guardo a Paolo, perché «se la si accetta per Paolo bisogna accettarla an­
che per Pietro». Oggi non vi è alcun dubbio riguardo alla morte e sepol­
tura di entrambi gli apostoli nella città eterna. Inoltre è certo che Paolo
morì a Roma all’epoca di Nerone. Il problema è sapere se fu giudicato e
subito condannato a morte, oppure se dopo due anni di arresti domici­
liari (Atti 2 8 ,3 0 s.) fu liberato ed ebbe così occasione di realizzare il suo
piano di evangelizzazione della penisola iberica {Rom . 15 ,2 4 .2 8 ).
Torneremo su questo tema a proposito delle lettere pastorali.36 In bre­
ve diciamo che, a nostro parere, il problema nasce dalla congiunzione
«e» (kai) posta in 1 Clem. 5,7 tra le due frasi «avendo insegnato la giu­
stizia a tutto il mondo» e «essendo giunto al margine estremo dell’Occi­
dente». La prima si riferisce all’attività anteriore dell’ apostolo «in Orien­
te e in Occidente» (n. 6). La seconda, oltre a essere separata dalla con­
giunzione «e», ha un significato ovvio: visto da Roma, «il margine estre­
mo dell’Occidente» non può essere altro che quello che i romani chia­
mavano Hispania e Paolo chiama Spania. Il guaio è che, secondo i no­
stri calcoli, la missione ispanica dovette cominciare l’anno 6 3, per cui do­
vette essere di breve durata. La grande persecuzione dei cristiani ebbe
inizio l’anno successivo, il 64, in seguito all’incendio di Roma. Le noti­
zie circolavano, e qualche fedele servitore di Nerone poteva certo pen­
sare che se i cristiani erano perseguitati, tanto più doveva esserlo uno
che aveva portato il cristianesimo in tutto il mondo civilizzato. Perciò il
cittadino romano Paolo di Tarso dovette essere preso subito prigioniero
e inviato a Roma, verso una morte, date le circostanze, rapida e sicura.

17 . Bibliografia

Chi conosce gli altri volumi di questa Introduzione allo studio della Bibbia saprà
che per l’approfondimento è necessaria una gran quantità di strumenti e metodi,
e si sarà già allenato. Sono utilissimi soprattutto i primi due volumi di introduzio-3
36. Qualche dettaglio in più è fornito in J. Sanchez Bosch, U autor de les Cartes Pastorale.
RCT 12 (1987) 5 5 -9 5 -
40 P a o lo e i su o i scritti

ne generale, il sesto relativamente agli Atti degli Apostoli e gli ultimi due, che for­
niscono la cornice letteraria nella quale rispettivamente si inquadrarono o furono
recepiti gli scritti paolini.

a) Leggere Paolo

Continuiamo a credere nel valore di «lancio» di opere come J. Holzner, L ’Aposto­


lo Paolo, Brescia 1939 (^1987); è ben informato per quanto riguarda luoghi e abi­
tudini e aiuta a leggere in maniera più vivida molti passi delle lettere, delineando
fedelmente la figura dell’apostolo. Tuttavia, nel porre a confronto il libro degli At­
ti e le lettere di Paolo di fatto accorda la preferenza a Luca, contrariamente all’o­
rientamento della critica attuale. Un altro possibile approccio a Paolo è offerto da
opere incentrate meno sulla biografia e più sull’aspetto esegetico, anch’esse destina­
te a un pubblico ampio; tra queste vorremmo citare le seguenti: A. Brunot, Escri-
tos de San Pablo, Estella 1987; L. Cerfaux, L ’itinerario spirituale di Paolo, Torino
1976; M.-F. Baslez, Paolo di Tarso. L ’Apostolo delle genti, Torino 1993; E. Bi-
ser, Paolo apostolo e scrittore. Una sfida per i cristiani, Roma 1991; E.J. Com-
blin, Pablo, apóstol de Jesucristo, Madrid 1995; E. Cothenet, Saint Paul en son
temps (Cahiers Evangile n.s. 26), Paris 1978; J.M. Gonzàlez Ruiz, Il vangelo se­
condo Paolo, Assisi 1970; Idem, El ntensaje de Pablo, Madrid 1989; Idem, San
Pablo al dia, Barcelona 1956; S. Munoz Iglesias, Por las rutas de San Pablo, Ma­
drid 1987; R. Penna, Paolo di Tarso. Un cristianesimo possibile, Cinisello Bals.
32000; A. Salas Ferragut, Pablo de Tarso, Madrid 1994; K.H. Schelkle, Paolo.
Vita, lettere, teologia, Brescia 1990.
Ovviamente tale approccio deve condurre a una lettura sistematica delle lettere
di Paolo e degli Atti degli Apostoli, che non tralasci alcun versetto e tragga van­
taggio da\Pinformazione complementare {passi paralleli e note) offerta da qual­
siasi edizione della Bibbia.

b) Vite di Paolo e opere generali

Veniamo ora all’oggetto diretto di questo capitolo. Le opere che seguono vanno
dalla semplice biografia al «libro su Paolo», includendo introduzioni agli scritti e
alla teologia dell’apostolo.
L’opera maggiormente biografica è S. Légasse, Paolo apostolo. Saggio di bio­
grafia critica, Roma 1994; interamente in linea con le norme dell’esegesi e della
critica storica, è un valido correttivo al citato saggio di Holzner.
Inevitabilmente imparentato con questo volume è il mio Nacido a tiempo.
Una vida de Pablo el apóstol, Estella 1994; 2a ed. catalana, con indici, Barcelona
1998. Insiste in particolare nel presentare tutti i testi biblici su cui deve vertere
qualsiasi discussione seria sui temi trattati, cercando di «spremerli» al massimo.
La mancanza di note nell’opera precedente può essere supplita dalla presente e
da G. Barbaglio, Paolo di Tarso e le origini cristiane, Assisi *1990: entrambe
hanno attinto alle stesse fonti, per quanto in alcuni casi le abbiano assimilate in
modo diverso.
Un altro punto di riferimento importante è G. Bornkamm, Paolo apostolo di
L a vita di P a o lo 41

Gesù Cristo. Vita e pensiero alla luce della critica storica, Torino Li98z, opera
molto seria, nella tradizione del protestantesimo liberale tedesco. In linea con la
precedente e in fondo più moderata, ma di scrittura più difficile, J. Becker, Pao­
lo, l’apostolo dei popoli, Brescia 1 996.
Pubblicata in tedesco, è edita anche in italiano l’opera recente del cattolico J,
Gnilka, Paolo di Tarso. Apostolo e testimone, Brescia 1998; si tratta di un buon
distillato di parecchi anni di studio. Non meno significativo è lo studio, sempre
di un noto esegeta cattolico, dedicato alla biografia paolina: J. Murphy-O’Connor,
Paul. A Criticai Life, Oxford 1996. Un puntuale profilo storico, spirituale e teo­
logico di Paolo è delineato con ampiezza e precisione da R. Fabris, Paolo. L ’apo­
stolo delle genti, Milano 1997. Completa le biografie precedenti, e da un’angola­
zione interessante, B.J. Malina - J.H. Neyrey, Portraits of Paul. An Archaeology
of Ancient Personality, Louisville 1996.
Capitolo il

Gli scritti paolini

i. Paolo scrittore

Una delle maggiori intuizioni dell’autore degli Atti, che chiamiamo Luca
anche se potrebbe non essersi chiamato affatto così, è stata quella di re­
digere una sorta di vita di Paolo senza menzionare assolutamente il fat­
to che abbia scritto lettere. Per quanto, come si diceva, un uomo che ab­
bia raccolto una grande quantità di dati riguardanti la vita dell’apostolo
non poteva ignorare l’unico dato in possesso di tutti: che Paolo aveva
scritto lettere.
Probabilmente tale silenzio è dovuto allo schema di «vite parallele»
che l’autore impose all’opera: Paolo doveva essere sempre in cammino,
come - a quanto narrano i vangeli - era stato Cristo. N on volle mo­
strarlo seduto a tavolino, intento a scrivere lettere. Forse Luca fu spinto
anche da una certa volontà di «contrappeso», perché l’apostolo non ve­
nisse ricordato solo per le sue lettere, nelle quali non mancano i passag­
gi difficili e polemici, ma anche per la sua azione, davvero fondamentale
per tutte le chiese del Mediterraneo.
D ’altra parte è facile scoprire una gran sintonia tra ciò che gli Atti
scrivono su Filippi (16 ,12 -4 0 ) e la lettera ai Filippesi, tra ciò che narra­
no di Tessalonica (17 ,1-9 ) e le lettere ai Tessalonicesi, o tra ciò che ri­
guarda Corinto ( 1 8 ,1 - 1 7 ) e la prima ai Corinti.1 Persino l’episodio di
Atene con il discorso all’Areopago ( 1 7 ,1 6 -3 4 ) diventa una spiegazione
aneddotica di ciò che Paolo afferma in 1 Cor. 1 e 1 5 . Inoltre l’informa­
zione riguardante un soggiorno di tre mesi in Grecia (20,2 s.) dopo che
l’apostolo aveva concluso il suo operato sulle coste dell’ Egeo (cfr. Rom.
15 ,2 3 ) fornisce la cornice esatta per la composizione della lettera ai Ro­
mani. Poi il periodo di due anni a «regime mite» per le prigionie a Cesa­
rea prima e a Roma poi (rispettivamente 2 4 ,2 3 .2 7 e 28,30) offre un qua­
dro coerente in cui inserire la composizione delle lettere della prigionia
(Filippesi, Colossesi, Efesini e Filemone) e della seconda a Timoteo.
Ciò che Luca non è in grado di dirci è perché l’apostolo si decise a re­
digere delle lettere, cosa si riproponeva con esse, quali modelli scelse,

1. Cfr. A. Lindemann, Paulus im altesten Christentum, Tiibingen 1979.


G li scritti p a o lin i 43

come le compose, fino a che punto riflettono tutto ciò che Paolo diceva
nella sua predicazione.
Tali sono i temi su cui dovremo riflettere in questo capitolo, anche se
in forma appena abbozzata.

2. Tredici lettere più una

Si è più volte ricordato che attualmente la critica è unanime nell’affer-


mare che sette degli scritti studiati in questo volume sono lettere auten­
tiche di Paolo: Romani, i e 2 Corinti, Galati, Filippesi, 1 Tessalonicesi,
Filemone. Si continua a discutere sulPautenticità di altre sei che, nel peg­
giore dei casi, devono essere attribuite a profondi conoscitori dell’aposto­
lo: Efesini, Colossesi, 2 Tessalonicesi, 1 e 2 Timoteo, Tito. Si considera in­
vece conclusa la discussione sulla lettera agli Ebrei; attualmente nessun
esegeta la attribuisce direttamente all’apostolo. Resta comunque aperta
la questione sulla sua maggiore o minore vicinanza all’area paolina.
Dal punto di vista di questo paragrafo, solo la lettera agii Ebrei forma
un capitolo a sé stante. Le altre sei, considerate semplicemente «testi»,
vanno qui incluse perché la loro somiglianza con le lettere autentiche
non riguarda solo il contenuto e le espressioni, ma anche il genere lette­
rario. Ciò significa che, nel peggiore dei casi, sono imitazioni perfette
dello stile paolino nella sua stessa «epistolarità». Persino la differenza di
livello epistolare esistente tra Efesini e Colossesi è perfettamente paral­
lela a quella riscontrabile tra Romani e Galati. Bisogna infatti conside­
rare che neppure le lettere autentiche possono essere valutate in base a un
modello stilistico unico; occorre invece prestare attenzione a eventuali
variazioni stilistiche tra una lettera e l’altra.3

3. Lettere o epistoleì

Paolo impiega il termine greco epistole, il medesimo adottato dalla Vul­


gata, la quale ha un debole per i termini greci. Grazie a essa tale termine
ha finito per diventare una designazione specifica, una specie di termi-
nus technicus theologicus delle lettere del N .T . (si ricordi «l’epistola»
durante la messa).
Ad ogni modo, nella critica letteraria profana c’è una distinzione pre­
cisa tra «epistola» e «lettera». Quest’ultima indica un documento priva­
to, come le lettere di Cicerone; con un fine prettamente funzionale, essa
è priva di artificio retorico, si rivolge esclusivamente al destinatario
menzionato esplicitamente e presenta gli elementi della segretezza e del­
l’inviolabilità. «Epistola», al contrario, indica una composizione lettera­
ria che può essere in versi, come YEpistula ad Pisones di Orazio, ed è
44 P a o lo e i su o i scritti

destinata al pubblico in generale; anche in essa viene nominato un desti­


natario, ma nulla è rivolto esclusivamente a lui.2
Nel caso degli scritti paolini, ma anche di tutte le «epistole» del N u o ­
vo Testamento, bisognerebbe coniare un termine intermedio, qualcosa
come «epi-lettere», perché si collocano proprio a metà tra le due defini­
zioni. Tuttavia predomina l’idea di «lettera», poiché i destinatari e quan­
to Paolo intende comunicare a loro, qui e adesso sono in primo piano
nella mente dell’autore, tanto che se gli avessero detto che nessuno più
avrebbe letto le sue lettere le avrebbe scritte lo stesso. Rivolgersi diretta­
mente a dei destinatari contemporanei esige un certo grado di linguaggio
familiare, per quanto ci sia un rischio da calcolare: se una conversazio­
ne privata può diventare un discorso, tanto più una conversazione scrit­
ta, diretta a un vasto uditorio, in un’epoca in cui anche solo saper scri­
vere era considerato un lusso.
Analizzando concretamente i singoli scritti parleremo di «elementi epi­
stolari» - non riusciamo a trovare altra definizione - nel senso di «ca­
ratteristici di una lettera», insieme ad altri elementi che potrebbero ap­
partenere ad altri generi di discorso. È chiaro che anche questi ultimi ri­
sultano modificati a causa della loro inclusione in una lettera autentica.
Ad esempio, nella prima ai Tessalonicesi hanno carattere epistolare:
l’appellativo «fratelli», ripetuto più volte (1,4 ; 2 ,1 . 9 .1 4 . 1 7 ; 3 ,7 ; 4 ,1 .1 0 .
1 3 ; 5 ,1 .4 .1 2 .1 4 .2 5 ) ;
il riferimento a situazioni concrete del mittente o dei destinatari (cfr.
spec. 1 Tess. 1,4 -9 ; 2.,1-3; 3 ^ -7 )-
D ’altra parte, praticamente tutte le lettere presentano quelle che po­
trebbero essere definite «sezioni epistolari»:
un indirizzo epistolare in cui si sviluppa lo schema: Titius Caio salu-
tem (cfr. 1 Tess. 1 ,1 ) ;
un esordio epistolare (ne è un tipico esempio Rom. 1 ,8 - 1 3 ) , in ctù Sl *n"
elude una certa captatio benevolentiae, si esprimono voti e desideri, so­
prattutto quello di poter far seguire alla lettera un incontro personale, e
si elencano i motivi che hanno spinto a scrivere;
un epilogo epistolare (cfr. 1 Tess. 5 ,12 -2 8 ), in cui si affollano le ulti­
me raccomandazioni (w . 16 -2 2 : come se avesse fretta), i saluti propri e
quelli trasmessi da parte di qualcun altro, le benedizioni (o auguri) finali.4

4. Linguaggio parlato, linguaggio religioso e convenzioni retoriche

A causa del carattere epistolare si potè esprimere il giudizio che le lette­


re di Paolo hanno collocazione adeguata nella storia dell’epoca aposto-
z. A. Deissmann, Lìcbt vom Ostent Tiibingen 19Z3 (iaed. 1908), 193-198, è forse il primo a
suscitare la questione a proposito di Paolo.
G li scritti p a o lin i 45

fica, ma non hanno motivo di figurare in una storia delia letteratura cri­
stiana.3 La verità è che esse non sono un «capolavoro» dal punto di vi­
sta della letteratura «professionale» che si elaborava a quell’epoca, an­
che perché nelle scuole si insegnava una «purezza atticista» piuttosto
lontana dal linguaggio della strada.
Tuttavia oggi sappiamo che la lingua parlata è un linguaggio come un
altro, che può racchiudere qualità di forza espressiva e di bellezza asso­
lutamente paragonabili a quelle della letteratura più elevata. Se doves­
simo eliminare dalla storia della letteratura tutto ciò che è «linguaggio
familiare», metteremmo in difficoltà più di un premio Nobel. D ’altra
parte, la persona colta sa utilizzare le parole giuste, adeguate al contesto
della conversazione, anche quando parla «familiarmente».
M a Paolo era un uomo colto? N on lo si può affermare a priori, ma
considerando le parole che usa e il contesto in cui esse vengono impie­
gate, si può affermare che sapeva trovare la parola giusta al momento
giusto (cosa che non tutti quelli che utilizzano parole rare riescono a fa­
re). Tuttavia non era un erudito, non citava poeti e filosofi; il suo non è
un greco «tradotto», ma il greco di chi l’ ha «succhiato col latte» e capi­
sce le sfumature del proprio ambiente culturale.
Un certo grado di confronto dal punto di vista del linguaggio è offer­
to dalla Bibbia greca dei Settanta. Presenta più errori sintattici, proprio
perché è una traduzione (e non sempre osa tradurre ad sensum), però
riesce anche a sorprenderci spesso per la quantità di parole che usa e
per come le usa bene, all’interno di una cornice generale di linguaggio
familiare. Direttamente o indirettamente (grazie a quanti lo precedette­
ro nella fede), la Bibbia dei Settanta costituisce anche il modello del lin­
guaggio specificamente religioso dell’apostolo: linguaggio che non man­
cherà di urtare chi si accosta ai suoi scritti partendo da qualsiasi testo
greco profano.
Opere di migliaia di pagine, come il dizionario teologico di G. Kittei,4
vanno a misurare il «peso specifico» di ogni singola parola del N .T .,
mettendone a confronto l’uso profano e l’impiego che ne fanno i L X X e
altri scritti giudaici. Certo a volte capita che mettano troppa «carica»
teologica nel significato di ogni parola, confondendo ciò che, secondo la
terminologia di Saussure, è parole (contenuto della frase) con ciò che è
langue (contributo specifico di quel termine); per usare parole della stes­
sa scuola, confondono ciò che procede dal sintagma (il «composto» te­
stuale) con ciò che procede dal paradigma (cumulo comune di significa-

3. Recensione di W. Wrede a un’opera di A. Jiilicher, citata da G. Strecker3Literaturgeschich-


te des Neuen Testaments , Gòttingen1992, 22 s.
4< Grande Lessico del N uovo Testamento , Brescia 1965-1992.
46 P a o lo e i su o i scritti

ti).5 Ad ogni modo, pur procedendo con rigore si incontreranno decine


di esempi di «fenomeni linguistici» di formazione di un «linguaggio tec­
nico» cristiano sulla base di un «linguaggio tecnico» giudaico preesi­
stente.6 O almeno di alcune connotazioni («risonanze») giudaiche o cri­
stiane all’ interno di una denotazione («significato fondamentale») più
generale. In certi casi sarà l’apostolo a creare determinati cambi seman­
tici (ad esempio, probabilmente il significato di «carisma»); in altri egli
si limiterà a essere testimone di un’evoluzione semantica precedente.
E anche a questo riguardo, contro la «purezza atticista» si può affer­
mare che davvero l’uso di un linguaggio specifico non intacca l’eventua­
le bellezza letteraria di un testo. Prima di rivedere rapidamente i possi­
bili modelli greci e giudaici delle lettere di Paolo, occorre dare risposta a
un interrogativo più generale: l’apostolo ha qualità letteraria, in partico­
lare retorica? Cominciamo col vagliare una risposta negativa:
è fin troppo esplicita la sua scelta a favore del contenuto (ciò che bi­
sogna comunicare) a dispetto della forma (cfr. i Cor. 2,1). Si potrebbe
dire che parecchi paragrafi «starebbero meglio» in una versione prece­
dente (orale o scritta) che non conosciamo, ma che Paolo li ha «storpia­
ti» dal punto di vista della forma per averci voluto mettere troppe cose
contemporaneamente e all’ultimo momento;
spesso manca un piano precostituito, come pure la proportio mem-
brorum tra le varie parti. Più volte si ha l’impressione che siano stati
presi pezzi di vario spessore (alcuni più prosaici e altri più poetici, alcu­
ni più densi e altri di più ampio respiro) e che siano stati semplicemente
incollati insieme;
anche i segni di interpunzione sono scarsi. Ossia non sempre è ben
segnalato linguisticamente quando si passa da un tema all’ altro o se un
inciso debba unirsi a ciò che precede o a ciò che segue. Uno del mestiere
avrebbe segnato meglio le parti del discorso, ma è evidente che l’aposto­
lo era molto più abile nel parlare che nello scrivere.
Ciò renderà più interessante l’analisi del dettaglio, la quale mostrerà
come unire tutti gli elementi a disposizione (particelle, cambiamenti di
tono, ripetizioni, insistenza nell’uso di certi termini piuttosto che di al­
tri), cosicché il lettore non resterà totalmente abbandonato a se stesso
quando si tratterà di scoprire una certa struttura.
Tra le qualità annoteremmo:
un modo di parlare significativo. Soprattutto in autori antichi capita
spesso di dover sfogliare parecchie pagine prima di giungere all’idea sue- -

5. Osservazione costante in J. Barr* Semantica d el linguaggio biblico7 Bologna 1968,


6. C h . B, Rigaux, Vocabuìaire chrétien antérieur à la Première Ép'itre aux Tbessaloniciens : Sa­
cra Pagina z (1959) 380-389.
G li scritti p a o lin i 47

cessiva. Con Paolo non si ha l’impressione di sprofondare in terreno fan­


goso, ma di calpestare solida roccia;
una parola limpida, vivace e penetrante. Come si accennava prima, è
una qualità che emerge non tanto nel «periodo», nell’intera pericope,
quanto in singole frasi: vi si trovano passione e forza di convinzione. So­
no frasi che si sono «forgiate» a forza di ripeterle più e più volte misu­
rando l’effetto che producevano;
parecchi momenti di autentico lirismo e vera abilità (diciamolo pure)
retorica. Tra i passi più celebri vi sono Rom. 8 e x Cor. 1 3 6 1 5 , ma ve ne
sono tantissimi altri.
Tutto questo, riteniamo, in un uomo che sa leggere e scrivere pur sen­
za aver fatto alcuna scuola di grado superiore. Crediamo infatti che ab­
bia frequentato una scuola giudaica in lingua greca in cui, oltre alla lin­
gua, si insegnava cultura greca debitamente «purificata» da ogni ele­
mento di contaminazione pagana.7 D ’altro canto, a quei tempi esisteva
un’altra «scuola gratuita» per chi voleva approfittarne: i filosofi itine­
ranti, i giudizi pubblici, le feste civili, a cui Paolo poteva aggiungere la
produzione letteraria, esteticamente valida, del giudaismo ellenista.

5. Modelli greci e giudaici

In tutto l’Antico Testamento si trovano pochissime lettere, anche perché


una lettera esigeva un «corriere», una persona espressamente incaricata
di recapitarla. Perlopiù si tratta di lettere di re o di grandi dignitari, sen­
za particolari contenuti ideologici (come quella di Davide a Ioab a pro­
posito del «trasferimento» di Uria, 2 Sam. 1 1 , 1 4 s.). Solo due possono
essere considerate a buon titolo precedenti di quelle di Paolo: la lettera
inviata da Ezechia alle tribù del nord per invitarle a celebrare la pasqua
a Gerusalemme (2 Cron. 30 ,1.6 -9 ), e quella di Geremia ai deportati di
Babilonia per esortarli a «integrarsi» nella società in cui vivevano (G er.
2 9 ,1-2 3 ). Ispirandosi a quest’ultima, la «Lettera di Geremia», che costi­
tuisce il cap. 6 del libro deuterocanonico di Baruc, è semplicemente at­
tribuita al profeta e appartiene piuttosto al genere dell’ «epistola». N é
autentica è la cosiddetta Lettera di Aristea, che rientra nella letteratura
giudaica intertestamentaria. Fu composta in greco da un giudeo alessan­
drino intorno alla metà del n sec. a.C .8 Le ultime due opere evidenziano
almeno le potenzialità di questo genere, e potrebbero aver indotto l’apo­
stolo a scrivere lettere autentiche di contenuto elevato.

7- Una simile scuola non poteva mancare in una città colta e potente come Tarso, visto che ce
n’era una a Gerusalemme (cfr. cap- l, n. 13),
8- Edizione con tr. ir.i A. Pellettier, Lettre d'Aristée à Philocrate., SC 89, Paris 1962; tr. it. di
L. Troiani in AAT v, 175-217.
48 P a o lo e i su o i scritti

Nel mondo greco-romano non mancano né lettere né epistole (sono


celebri, rispettivamente, quelle di Cicerone e quella di Orazio ad Piso-
nes). Risulta più difficile trovare il genere intermedio in cui si collocò
Paolo.9 Quanto maggiormente si avvicina al genere paolino si riscontra
nelle lettere di Diogene e di altri filosofi a lui affini (i cosiddetti «cinici»),10
che attestano fino a tre elementi di parallelismo con quelle dell’ apostolo:
a) il contenuto «filosofico»; b) la destinazione collettiva («ai greci», «agli
ateniesi», «agli efesini», «agli studenti»); c) il ricorso frequente all’iro­
nia e al paradosso, per quanto in questo superino di gran lunga Paolo.
Nella lettera di Diogene ai greci si legge:
Diogene, il cane (in greco kyon, da cui deriva il termine «cinico»), ai cosiddetti
greci, disgrazia su di voi...
Poiché siete assetati di gloria, irragionevoli ed educati dall’ozio...
Nella lettera di Cratete ai tessali:
Non furono fatti gli uomini per i cavalli, ma i cavalli per gli uomini. Perciò pre­
occupatevi di aver cura di voi e non dei cavalli. Perché se considerate i cavalli
molto più preziosi, siete meno preziosi di essi.
Ancora lo stesso, ora agli ateniesi:
Se vi occorrono cavalli, votate perché gli asini siano cavalli. Perché così è vostra
abitudine in tutto: non sopperire alle necessità, ma realizzare ciò che si è votato.
Riassumendo, Paolo decise di mettersi a scrivere non avendo altri
modelli se non qualche re, qualche profeta e qualche filosofo. Tuttavia,
preoccupato per tutte le chiese (2 Cor. 1 1 ,2 8 ) e non potendo esser pre­
sente in tutte contemporaneamente, decise di comunicare per lettera ciò
che avrebbe detto a voce. Solo che lo scritto colpisce, soprattutto a quel
tempo. Perciò, affermando criticamente che «le sue lettere sono piutto­
sto forti» ( 1 0 ,9 - 1 1 ) , non si allude soltanto alla particolare durezza di
qualcuna di esse, bensì pure alla semplice circostanza, allora insolita, di
ricevere disposizioni e avvertenze per iscritto. M a si trattava dell’autori­
tà conferitagli «per edificare e non per distruggere» (v. 8; 13 ,10 ) .

9. Cfr. tuttavia I. Taatz, Frithjudische Briefe. D ie paulinischen Briefe im Rahm en der offiziel-
len religiósen Briefe des Friihjudentums, Gòttingen 1991.
10. A.J. Malherbe, Antisthenes and O dysseus and P a u la t War. HTR 76 (1983) 143-173; Idem,
Hellenistic M oralists and thè N e w Testamenti ANRW n, 45.1-4 (Berlin - New York 1977);
Idem, The C ynic Epistles, Missoula 1977; A. Mullach, Fragmenta Philosophorum Graecorum ,
Paris 1867; E.N, O’Neil, Tales, thè Cynic Teacher, Missoula 1977. Più in generale H. Probst,
Paulus und der Brief. D ie Rhetorik des antiken Briefes ais Form der paulinischen Korinther-
korrespondenz, Tiibingen 1991.
6. Opera di maestro e di pastore

Come si è visto, si può scrivere una lettera agli efesini per spiegare la
filosofia dei cinici o semplicemente per far pratica come «cinico». Per­
ciò, oltre a interrogarci intorno al genere letterario lettera basandoci su
elementi esterni dovremo interrogarci sul suo «genere interno»: fonda­
mentalmente cosa sono e che cosa si prefiggono le lettere di Paolo. La
risposta è fornita da due termini presenti in Ef. 4 , 1 1 per indicare due
ministeri esistenti nella chiesa: «maestro» e «pastore». Nello stesso ver­
setto troviamo anche il ministero di «apostolo», di «profeta» e di «evan­
gelista». Tralasciando il «profeta», che si presta a discussioni, vorrem­
mo far notare che nelle sue lettere Paolo non si atteggia ad «apostolo ed
evangelista», ma a «maestro e pastore». Per dirla con altre parole altret­
tanto conosciute, nelle lettere non troviamo propriamente il kerygma (=
«annuncio», rivolto ai non credenti) dell’apostolo, ma la sua didache (=
«dottrina», riservata ai credenti).11
Paolo fu apostolo dei gentili perché si rivolse a persone totalmente
estranee alla tradizione giudeocristiana per condurle alla fede (cfr. 1 Tess.
I , 9 s.). Tra i suoi ascoltatori, inoltre, vi erano «greci e barbari, dotti e
ignoranti» (R om . 1 ,1 4 ) . Il libro degli Atti (cfr. 1 4 , 1 5 - 1 7 e 1 7 ,2 2 - 3 1 ) of­
fre alcuni esempi di come potè aver parlato loro. Tali discorsi hanno
ben poco in comune con il tipo di argomentazione a noi noto dalle lette­
re, ma non è tutta colpa di Luca: in realtà i discorsi che l’apostolo rivol­
geva ai pagani non potevano ricalcare quelli delle lettere. Paolo non po­
teva adottare un linguaggio pieno di tecnicismi teologici, né poteva dare
per scontate nei pagani le conoscenze giudaiche e cristiane che le sue
lettere presuppongono.
Inoltre le lettere prevedono una comunità già formata, istruita nelle
verità di fede. Non si occupano di «catechismo» (cfr. Gal. 6,6; 1 Cor.
1 4 ,1 9 ; Le. 1,4 ) di primo livello, ma offrono un «insegnamento» (in gre­
co didache; cfr. Rom. 6 ,1 7 ; 1 6 ,1 7 ; 1 Cor. 14 ,6 .2 6 ) destinato a confer­
mare e ampliare quanto già ricevuto. Tuttavia non costituiscono neppu­
re un ammaestramento superiore in senso stretto, perché non posseggo­
no un piano didattico né uno stile accademico, né presuppongono un
gruppo di allievi particolarmente selezionato (cfr. 1 Cor. 2,6; 3 ,1 s.): so­
no scritti tipicamente occasionali, diretti a tutta la comunità.
Il motivo che indusse Paolo a comporle dovette dunque essere l’ur­
genza pastorale. Lui, che già lottava su quattro o cinque fronti (il lavoro
manuale, l’evangelizzazione di giudei e gentili, la catechesi dei converti-

II. In linea di principio avrebbe potuto rivolgersi a un uditorio di giudei, considerandoli «fra-
telli»5 ma non a un pubblico pagano. D’altra parte, basta leggere l’inizio di ogni lettera per
rendersi conto che un non cristiano vi avrebbe trovato ben poco.
50 P a o lo e i su o i scritti

ti, la formazione dei suoi collaboratori), volle aggiungervi l’impegno più


difficile per un uomo tanto occupato: scrivere lettere. E l’elemento de­
terminante nella lettera dovette essere, come è caratteristico di questo
genere letterario, trasmettere una parte di sé, per continuare a essere, an­
che in un momento di pericolo o di dubbio, «come una madre» o «co­
me un padre» (i Tess. 2 ,7 .1 1 ) .
Per questo motivo in 1 Tessalonicesi, la prima lettera che dovette scri­
vere, l’apostolo non è interessato tanto a comunicare grandi novità quan­
to a infondere coraggio e a rispondere alle questioni sollevate, alla luce
della dottrina precedentemente trasmessa. In fondo non doveva ritenerli
molto sapienti (erano appena usciti dall’idolatria!). Trascorse così tutto
il «secondo viaggio» di Paolo (come narrano Atti 16 -18 ) . Nemmeno a
Corinto affrontò i temi più scottanti (1 Cor. 3 ,1 s.; cfr. 2,6).
M a passò del tempo, e i cristiani maturarono. N el frattempo l’aposto­
lo si era recato a Cesarea, a Gerusalemme e ad Antiochia (Atti 18 ,2 2 ), e
aveva potuto accorgersi che nelle comunità più antiche stava prendendo
piede una certa sapienza cristiana (quella che si riflette in 1 Cor. 2 ,6 -16 ),
inizialmente coltivata solo da pochi.
Giunto a Efeso (Atti 1 9 ,1 ) cominciarono a giungergli notizie su C o ­
rinto. Tra le altre, che lo si accusava di poca «sapienza» (oggi si direbbe
profondità teologica). A questa accusa Paolo deve rispondere (cfr. 2 Cor.
1 1 ,6 : «Se anche sono un profano nell’arte del parlare, non lo sono però
nella conoscenza!») profondendo sapienza nei suoi scritti. Si direbbe che a
partire da questo momento le sue lettere mescolino risposta pastorale e
riflessione sapienziale: nasce per noi la teologia paolina,7*11*13in misura di­
versa, come vedremo, per ogni lettera. A un estremo potremmo colloca­
re 1 Corinti, in cui tutto nasce dalle notizie giuntegli o dalle questioni
sollevate, mentre all’altro estremo potrebbe situarsi Romani, nel cui cor­
pus quasi tutto è teologico e solo in certi momenti (spec. 1 4 , 1 - 1 5 , 1 3 ) si
«scende» nel pastorale.

7. Unità e integrità delle lettere

La «critica delle fonti», impropriamente chiamata Literarkritik13 - gra­


zie alla quale, ad esempio, Wellhausen individuò «quattro fonti» per il
Pentateuco e «due fonti» per i vangeli sinottici - non ha molto spazio
iz. M. Pesce, L e due fasi della predicazione d i Paolo. D a ll’evangelizzazione alla guida delle
comunità, Bologna 1994, segnala questa doppia fase nella predicazione paolina, che si riflette
nei suoi scritti.
13. Daremo qui notizia di alcuni dei «metodi» tipici dell’esegesi del Nuovo Testamento. A tale
riguardo si può consultare W. Egger, M etodologia del N u o v o Testamento. Introduzione allo
studio scientifico del N u o v o Testamento, Bologna 1989, Informazioni maggiori e bibliografìa
più ampia net voi. u, cap. xm: «Metodologia biblica esegetica».
G li scritti p a o lin i 51

nell’ambito degli scritti paolini. Alcuni di questi, e certamente Ebrei, pos­


sono essere di autori diversi, ma sia chiaro che né Paolo né altri autori
deuteropaolini poterono disporre di documenti interi paragonabili al
codice sacerdotale {Priesterkodex) o alla fonte Q. È comunque certo che
le lettere sono arrivate fino a noi sotto forma di raccolta, e chi ne alle­
stisce una può intervenire in essa aggiungendo documenti, inserendo
frammenti altrimenti destinati a perdersi, e persino riempiendo vuoti.14
Spesso sono stati segnalati frammenti cambiati di posto e si è «rico­
struito» l’ordine primitivo. Se ne vedrà qualche caso concreto a propo­
sito delle singole lettere. Il guaio di tali «ricostruzioni» è la necessità di
operare una scelta tra molte possibilità, per cui non si fa in tempo a
proporne una che subito bisogna affrontarne un’altra altrettanto (im-)
probabile.
Ciò accade soprattutto con le ricostruzioni di Filippesi e della corri­
spondenza tessalonicese. V i è tuttavia un caso in cui sembra evidente la
possibilità che esistano lettere diverse: la seconda ai Corinti. Come si
vedrà, si ipotizza spesso che né il cap. 9 né i capp. 1 0 - 1 3 appartengano
alla stessa lettera dei capp. 1-8 . Anche a proposito della pericope 6 ,1 4 ­
7 ,1 si suggeriscono varie ipotesi: a) che faccia parte della lettera cui si
allude in 1 C or. 5,9; b) che sia un semplice frammento disperso; c) che
sia solamente un’ interpolazione. M a non si può neppure escludere del
tutto che l’apostolo commettesse simili «errori» retorici nella composi­
zione di una lettera.
Riguardo a Rom. 16 , si dubita che Paolo potesse conoscere tante per­
sone a Roma: i suoi destinatari potrebbero essere gli efesini. A parte
qualche questione di ordine dei vari paragrafi, solo uno di essi potrebbe
essere interpolato (w . 2 5 -17 ).
Dal canto suo R. Bultmann segnala una serie di interpolazioni precise
in Romani ( 2 ,1 .1 6 ; 6 ,i7 b ; 7 , 2 5 ^ 8 ,1; 1 3 ,5 ) , ma in questo non ha avuto
molto seguito.15 H a trovato maggior successo l’eventualità di altre due
piccole interpolazioni: 1 Tess. 2 ,1 5 s . e i Cor. i4 ,3 3 b - 3 6 .16 Significa che
l’apostolo potrebbe non aver parlato così male dei giudei, e potrebbe
non aver affermato che le donne debbono tacere durante le assemblee.
Però vi è anche chi si rassegna al fatto che l’apostolo non sempre asseri­
sca quanto noi gli avremmo fatto dire.

14. S. Vidal, Las cartas originales de F a b io , Madrid 1996, insiste in particolar modo su questo
tema, ricostruendo - non senza un certo dogmatismo - l’ordine primitivo. Una visione com­
plessiva, completa di vasta bibliografia, è offerta da G. Strecker, Literaturgeschichte, 56-121.
15. Glossen im Ròm erbrief, in Exegetìca, Tiibingen 1967, 278-284.
16. Rispettivamente B.A. Pearson, 1 Thessalonians 2,13-16. A D eutero-Fauline Interpolation:
HTR 64 (1971) 79-94 e G, Fitzer, D as W eib scbweige in der Gem einde, Miinchen 1963. Si di­
rà qualcosa al riguardo trattando delle singole lettere (cap. iv, III.2 e cap. Vii, ili.x ).
8 . «Form e» e «tradizioni»

La cosiddetta «storia delle forme» ha reso un servizio insostituibile al­


l’esegesi dell’Antico Testamento e dei vangeli. Grazie a essa è possibile ri­
salire al «laboratorio» del redattore finale: una serie di caratteristiche
tecniche ci consentono di individuare brevi «composizioni» letterarie che
il redattore finale avrebbe inserito nei suo lavoro con piccoli ritocchi.
N el caso di Paolo nessuno ha visto nelle sue lettere una semplice rac­
colta di composizioni precedenti. M a oltre alle citazioni dell’Antico T e­
stamento, spesso introdotte da formule particolari («sta scritto», «dice la
Scrittura» ecc.), grazie a vari strumenti vi si scoprono anche confessioni
di fede, formule liturgiche, inni e brani catechetici.17
Tra le confessioni di fede, la più celebre è i Cor. 1 5 ,3 - 7 , introdotta
esplicitamente come una tradizione (vv. 1 s.). Come tali sono ricono­
sciute anche Rom. 1 ,3 s.; 3 , 2 5 - 2 ^ ; 4 ,2 5 ; 10 ,9 ; x Cor. 8,6; 1 Tess. 1,9 s.;
Ef. 4,5 s., come pure alcune di quelle che compaiono nelle lettere pasto­
rali come «parola sicura» (pistos ho logos-. 1 Tim. 1 , 1 5 ; 4,9 s.; Tit. 3 ,5 ­
8); anche 2 Tim. 2,8 è segnalato come tradizione.18
Come formule liturgiche si possono citare la tradizione di 1 Cor. 1 1 ,
2 3 -2 6 e l’acclamazione di Ef. 5 ,1 4 , introdotta quasi come un testo della
Scrittura (cfr. 4,8: «Per questo dice»). È indubbiamente di origine litur­
gica la formula amen, conservata in ebraico (Rom. 1 ,2 5 ; 9 ,5; 1 1 ,3 6 ; 1 5 ,
3 3 ; 16 ,2 7 ; 2 Cor. 1,2 0 ; Gal. 1 ,5 ; 6 ,18 ; Ef. 3 ,2 1 ; FU. 4 ,20 ; x Tim. 1 , 1 7 ;
6 ,16 ; Ebr. 1 3 ,2 1 ) . Buona parte delle dossologie (di cui la più tipica af­
ferma: «A lui la gloria nei secoli dei secoli») o delle formule di bene­
dizione che precedono l'amen possono esser state riprese direttamente
dalla liturgia o almeno elaborate in uno stile liturgico. La stessa questio­
ne si pone riguardo a certe proclamazioni di carattere battesimale come
x Cor. 6 ,1 1 . N é può essere negata l’origine liturgica di formule aramai-
che come abbà, Padre (.Rom. 8 ,1 5 ; Gal. 4,6), e maranatha (x Cor. 16 ,
22). Solitamente sono definiti «inni» alcuni brani non attribuibili a Pao­
lo, particolarmente elaborati dal punto di vista letterario (ritmo, paral­
lelismi, suddivisione in strofe) e concettuale.19 In particolare sono univer­
salmente riconosciuti come tali FU. 2 ,6 - 1 1 ; Col. 1 ,1 5 - 2 0 ; x Tim. 3 ,16 .
Tra i brani catechetici, infine, troviamo vari cataloghi di vizi e virtù
(Rom. 1 ,2 9 - 3 1 ; 1 3 , 1 3 ; x Cor. 5 ,10 s.; Gal. 5 ,1 9 -2 3 ; Col. 3 ,5 - 8 .1 2 - 1 4 ) ,zo

17. In breve, H. von Lips, Paulus und die Tradition. Zitierung von Schriftw orten , H errenw or-
ten und urchristlichen Traditionen: Verkùndigung und Forschung 3 6 (1991) 27-49.
18. Cfr. K. Wengst, Chrìstologische Formeln und Lieder des Urchristentums, Giitersloh 1973.
19. Cfr. R. Deichgràber, Gotteshymnus und Christushymnus in der fruhen Christenheity Gòt-
tingen 1967.
2.0. Cfr. G. Segalla, / cataloghi dì peccati in 5 , Paolo : Studia Patavina 15 (1968) 205-228.
G li scrìtti p a o lin i 53

come pure le cosiddette «tavole domestiche» di Col. 3 ,1 8 - 4 ,1 ed E f. 5,


z i -6,9. Ad ogni modo i paralleli tra i vari cataloghi appoggiano maggior­
mente l’ipotesi che sia esistito un testo catechetico, che non l’afferma­
zione che nel tal testo paolino si avrebbe la riproduzione letterale di un
testo precedente e non un’elaborazione paolina dentro una certa tradi­
zione catechetica.
Si giunge in tal modo a un altro tipo di approccio al testo: la cosid­
detta «storia delle tradizioni». Si tratta di un lavoro meno ambizioso,
perche non spezza interi «brani» letterari ma semplici «temi»; non per
questo è meno fecondo. Gli archeologi sanno bene che in uno scavo l’e­
lemento decisivo è fornito dai frammenti di ceramica e non dalle anfore
ancora intere che possono ritrovare. Il punto di partenza di questo me­
todo è l’uso di certi termini carichi di significato: quando una parola,
senz’ altra spiegazione, assume un significato propriamente cristiano non
attribuibile all’autore dello scritto, si può parlare di «tradizione anterio­
re» espressa in quel cambiamento semantico (ad esempio, l’uso del ter­
mine ekklesia, «chiesa»).11 Ovviamente la tradizione non riguarda solo
parole singole, ma anche associazioni di parole (come il trinomio fede-
speranza-carità che si incontra in 1 Tess. 1 ,3 ; 5,8; 1 Cor. 1 3 ,1 3 ) , formu­
le complete («nei secoli dei secoli. Amen»), schemi di discorso («prima
eravate..., ora siete...»).
Il confronto con altri scritti cristiani, in particolare del Nuovo Testa­
mento, è una buona pietra di paragone per scoprire le tradizioni. M a
l’uso ripetuto e spregiudicato, senz’altre spiegazioni, di determinate pa­
role può essere indizio sufficiente dell’esistenza di una tradizione. Nel
caso di Paolo risulta sempre più evidente che nei suoi scritti a stento si
troverà un versetto che non ne rifletta qualcuna.9

9. Il «laboratorio» di Paolo

Se le «fonti» e le «forme» evidenziano possibili «incrostazioni», ante­


riori o posteriori alla composizione dell’opera, se le «tradizioni», come
la tavolozza di un pittore, forniscono il punto di partenza concettuale
per la riflessione dell’apostolo, sembrerebbe che l’analisi critica possa
terminare qui: tutto il resto è frutto del lavoro personale di Paolo o co­
munque del rispettivo autore. M a l’occhio e l’udito avvezzi a questo ti­
po di critica saranno tentati di proseguire nell’analisi, e nelle lettere con­
tinueranno a scoprire «brani indipendenti», come ad esempio l’ «inno al­
la carità» di 1 Cor. 1 3 .
Ciò ha indotto talvolta a parlare di «scuola di Paolo», alla quale si
21. In un certo senso in ogni pagina del Grande Lessico del N u o v o Testamento si riflettono una
o più tradizioni.
54 P a o lo e i su o i scritti

sarebbero formati coloro che nelle lettere compaiono come coautori


(Silvano, Timoteo, Sostene) e dopo la morte dell’apostolo poterono con­
tinuarne la produzione.21 Tale attività scolastica si rifletterebbe proprio
nelle lettere autentiche. L ’apostolo, aiutato dai suoi discepoli, avrebbe
elaborato piccoli brani per condensare la sua predicazione e li avrebbe
quindi inseriti nel corpus delle sue lettere.
Personalmente non nego tale eventualità, ma più che a una «scuola»
penserei alla «cartelletta» dell’ apostolo: dovendo parlare a un pubblico
diverso a seconda dell’ occasione, a volte potrebbe aver inserito nelle let­
tere ciò che aveva preparato come traccia di predicazione.
Su questo terreno risulterà sempre difficile pervenire a soluzioni deci­
sive. L ’attenzione ai cambiamenti di tono e densità nel discorso può es­
sere di aiuto, tuttavia, nel comprendere meglio il carattere tipico di certi
frammenti. O almeno, se anche non riusciremo a identificare con sicu­
rezza brani preesistenti (come ne incontreremo sia in Galati sia in 2 C o ­
rinti), potremo sottolineare il contributo specifico di determinate «gior­
nate di lavoro».

io . L ’aspetto materiale delle lettere

Abbiamo parlato del «laboratorio» di Paolo come di un tavolo di reda­


zione. M a anche la lettera, quale oggetto che un mittente invia a un de­
stinatario deve passare da un certo «laboratorio». In questo «laborato­
rio» vi erano «operai». In Rom. 1 6 ,2 2 un certo Terzo, «colui che ha scrit­
to questa lettera», manda i suoi saluti. In altre lettere è talmente poco
ciò che l’apostolo scrive di suo pugno {Gal. 6 ,1 1 ; Col. 4 ,1 8 ; Film. 19),
che per forza dovette contare su un collaboratore per scrivere tutto il
resto. Il difficile è sapere in quali lettere e in che misura tale «collabora­
tore» ebbe modo di aggiungere qualcosa di proprio, diventando così an­
che coautore.
A giudicare dall’inizio delle rispettive lettere, potrebbero essere con­
siderati coautori Sostene per la prima ai Corinti; Timoteo per la secon­
da ai Corinti, Filippesi, Filemone e Colossesi; quest’ultimo insieme a Sil­
vano per la prima e seconda ai Tessalonicesi; e forse «tutti quelli che
stanno con me» per Galati. In tal senso è stato spesso interpretato l’uso
della prima persona plurale in alcuni testi (ad es. 1 Cor. 4 ,9 -1 3 ; 1 Tess.
2 ,1 - 1 2 ) , per quanto nel loro stesso contesto l’apostolo ci tenga a compa­
rire come persona singola (cfr. 1 Cor. 4 ,1 4 ; 1 Tess. 2 , 1 1 : «come un pa­
dre verso i propri figli»).13
22. Cfr. P. Miiller, Anfànge der Paulusschuìe. Dargesieìlt an 2 Tbess und K o l9 Ziirich 1988.
23. L’interpretazione indiscriminata di «noi» come «plurale autentico» può indurre, ad esem­
pio, a intendere «apostoli» in 1 Tess. 2,7 come titolo esteso anche ai compagni di Paolo; cfr.
i i . L ’ordine delle lettere

Un’esposizione coerente degli scritti paolini deve rinunciare a priori a il­


lustrare le lettere nell’ ordine proposto dal Nuovo Testamento che, come
si è detto, si basa principalmente sulla loro estensione. La cosa migliore
sarebbe presentarle nell’ordine in cui furono scritte, ma questo è tuttora
controverso, per cui non potrà essere stabilito se non dopo avere studia­
to le lettere. Perciò anche qui ci accontenteremo di fissare alcuni punti
fermi per elaborare uno schema generale che ci permetta di studiare ogni
singola lettera nel contesto più adatto a comprenderla. Tra questi punti
fermi i principali sono:
1. La prima ai Tessalonicesi è la prima lettera di Paolo. Rientra nella
prima grande missione dell’apostolo, nota come «secondo viaggio» apo­
stolico. L ’itinerario va da Tessalonica ad Atene e Corinto e la lettera si
colloca al più tardi in quest’ultima fase.
2. Qualora fosse autentica, la seconda ai Tessalonicesi sarebbe la se­
conda lettera di Paolo. L ’orizzonte concettuale in cui si colloca è esatta­
mente quello della prima. Molto materiale è comune a entrambe e, d’al­
tra parte, non vi sono accenni a spostamenti o avvenimenti nuovi. Se
non fosse autentica (ipotesi che prenderemo comunque in considerazio­
ne), si tratterebbe di una composizione che ricalca perfettamente il mo­
dello offerto dalla prima.
3. La (cosiddetta) prima ai Corinti è anteriore alla (cosiddetta) secon­
da. Viene scritta da Efeso (16,8) e l’unica visita precedente menzionata
(2,1-4 ) è quella dell’ evangelizzazione. Come si vedrà, la seconda presup­
pone invece in tutte le sue parti una seconda visita alla comunità costi­
tuita (cfr. 1 2 ,1 4 ; 1 3 ,1 ) nonché tutta una serie di avvenimenti.
4. La lettera ai Galati è probabilmente posteriore alla prima ai Corin­
ti e certamente anteriore a Romani. Il riferimento a una colletta richie­
sta «alle chiese della Galazia» (1 Cor. 1 6 ,1 ) si comprende meglio se si
ipotizza che non sia ancora scoppiata la crisi che indurrà Paolo a scrive­
re la lettera ai Galati. Pertanto, senza escludere del tutto altre ipotesi
consideriamo la prima ai Corinti anteriore. D ’altra parte si può ritenere
con certezza che sia anteriore a Romani, che sviluppa e amplia una serie
di temi solo abbozzati in Galati.
5. La lettera ai Romani è posteriore alla corrispondenza con i corinti.
In 2 Cor. 1 0 ,1 5 s- si lascia capire che a impedire all’apostolo di spinger­
si «molto più in là» nell’evangelizzazione è proprio la crisi di Corinto

E.E. Ellis, Paul and His Co-W orkers: NTS 17 (1971) 437-452; quadro sinottico p. 448. Più
dubbioso W. Schmithals, Das kìrchliche Apostelam t , Gòttingen 1961, 55 s. Tuttavia un po’
più avanti, in 1 Tess. 3,1, Paolo afferma: «abbiamo deciso di restare soli ad Atene», frase che
stando al contesto (cfr. i commenti) può essere applicata soltanto a Paolo.
5 6 P a o lo e i su o i scritti

(tra parentesi: non quella della Galazia), che lo induce a scrivere la let­
tera. Invece, in Rom. 1 5 ,2 3 afferma di non avere più campo d’azione in
quelle regioni, perciò considera risolto il problema di Corinto. Romani
è quindi posteriore.
6. Si discute sulla «prigionia» durante la quale furono composte le
lettere ai Filippesi e a Filemone. N on risulta che le due lettere siano con­
temporanee, dato che in Fil. 4 ,2 2 vengono inviati saluti solo da parte di
«quelli della casa di Cesare», mentre in Film. 2 3 s. c’è tutta una serie di
persone che mandano saluti. In comune hanno il tema delle «catene»,
che però, come vedremo, a Paolo potrebbero essere state imposte a Efe­
so, a Cesarea e a Roma. Se una delle due lettere fosse stata scritta da
Efeso, sarebbe anteriore a (parte della) seconda ai Corinti.
7. Se fosse autentica, la lettera ai C olossesi sarebbe contemporanea di
quella a Filemone. Tanto le persone menzionate quanto quelle che invia­
no saluti appaiono in gran parte (con dettagli, come si vedrà, interessan­
ti) sia nella lettera ai Colossesi sia in quella diretta a Filemone. Se questi
dettagli sono reali, le due lettere sono contemporanee; se in Colossesi so­
no fittizi, quest’ultima sarà ovviamente posteriore.
8. In ogni caso la lettera agli Efesini è posteriore alla lettera ai Colos­
sesi. La questione è chiara per chi accoglie l’autenticità di Colossesi e
non quella di Efesini. M a dev’esserlo anche sia per chi nega sia per chi
accoglie l’ autenticità di entrambe. La ragione è nel contenuto: Efesini svi­
luppa e amplia una serie di temi abbozzati in Colossesi, perciò dev’esse­
re posteriore.
9. Le lettere pastorali (prima e seconda a Timoteo e la lettera a Tito)
probabilmente sono posteriori agli altri scritti che portano il nome del-
Vapostolo. Il problema non si pone per chi ritiene che solo le lettere pa­
storali furono scritte dopo la morte dell’apostolo. Anche quanti optano
per le «sette lettere autentiche» di solito lasciano per ultime le pastorali.
Persino quanti ne sostengono l’autenticità solitamente le collocano in un
periodo di attività e di prigionia dell’apostolo posteriore alla prigionia
alla quale si allude in Atti 2 8 ,3 0 s., dunque in un’epoca in cui le altre
lettere erano già state composte.
10 . La lettera agli Ebrei può essere stata scritta prima di qualsiasi al­
tro scritto paolino, ma si distingue dalle altre lettere perché è evidente­
mente opera di un autore diverso. Spesso si ritiene che la lettera agli Ebrei
sia anteriore a quella di Clemente, privilegio che non viene accordato ad
altri scritti che portano il nome dell’apostolo. Tuttavia è altrettanto evi­
dente che è stata composta da un autore diverso da Paolo. Per questo
motivo si comprende perché in uno studio sugli scritti paolini essa sia
trattata per ultima.
E con questo siamo passati dai criteri di priorità storica a quelli di di-
G li scritti p a o lin i 57

sposizione pratica. Nella nostra introduzione ci lasceremo guidare da due


criteri:
a) non considerare chiuse le questioni aperte (come l’autenticità della
seconda ai Tessalonicesi, di Colossesi, Efesini, prima e seconda a Tim o­
teo, Tito);
b) studiare ogni scritto alla luce di quelli che maggiormente aiutano a
comprenderlo.
Tenendo conto di entrambi questi criteri, risulta l’ ordine che propo­
niamo di seguito.
La parte seconda dell’opera tratterà la corrispondenza tessalonicese
(prima e seconda ai Tessalonicesi), visti i molti elementi che le due lette­
re hanno in comune e perché la questione dell’autenticità si decide met­
tendole a confronto. Considerando che la prima ai Tessalonicesi è ricono­
sciuta come il primo scritto del Nuovo Testamento e visto il suo carat­
tere eminentemente catechetico, intendiamo ricostruire le tradizioni cate­
chetiche anteriori che essa pare presupporre e di cui è punto di arrivo.
Nella parte terza parleremo delle grandi lettere, ossia della corrispon­
denza corinzia (prima e seconda ai Corinti) e delle lettere ai Galati e ai
Romani. Cominceremo da i e 2 Corinti perché hanno in comune il de­
stinatario e sono entrambe anteriori a Romani. Seguirà la lettera ai G a ­
lati, che potrebbe anche essere anteriore a (qualche parte di) 2 Corinti.
M a rispettando quest’ordine essa si colloca vicino a Romani, con cui ha
più elementi in comune. E poiché le «teologie di Paolo» quando non
partono solo da Romani si basano su queste quattro grandi lettere, fare­
mo seguire un capitolo, più conciso di quanto vorremmo, sul contributo
più specifico della teologia paolina: l’antropologia teologica.
Nella parte quarta riuniamo le lettere della prigionia (Filippesi, File-
mone, Colossesi, Efesini), sia perché hanno molti elementi in comune sia
perché la questione dell’autenticità si decide ponendole a confronto. Ri­
spetteremo però due livelli differenti: studieremo prima Filippesi e File-
mone, universalmente accettate come autentiche, e poi Colossesi ed Efe­
sini, nell’ordine appena indicato.
Seguirà poi la parte quinta, relativa alle altre lettere paoline, ossia le
lettere pastorali (1 e 2 Timoteo e Tito) e la lettera agli Ebrei. Le prime
tre sono raggruppate in un unico capitolo, perché denotano vari elemen­
ti in comune e, nella maggioranza delle ipotesi, sono posteriori alle altre
lettere attribuite a Paolo. Il capitolo sulla lettera agli Ebrei è quello con­
clusivo, perché questa è di un autore diverso (dato ormai indiscusso). In
realtà l’unica lettera controversa che passerà davanti a molte di quelle
ritenute autentiche è la seconda ai Tessalonicesi. V i sarà poi una linea
che dividerà in due la parte quarta, separando Filippesi e Filemone, au­
tentiche, da Colossesi ed Efesini, controverse.
58 P a o lo e i su o i scritti

li principio di non considerare chiuse le questioni aperte seguirà an­


che un’altra strada. Rispettando il carattere di ogni scritto, l’analisi let­
teraria e teologica procederà per un buon tratto senza trattare diretta­
mente la questione dell’ autenticità. Ci riallacciamo così allo schema ge­
nerale di questa Introduzione allo studio della Bibbia, che usa esporre le
questioni aperte al termine di ogni capitolo.

Bibliografia

Questo capitolo, anche se non in tutti i suoi aspetti, funge da «introduzione gene­
rale» agli scritti paolini. Può essere confrontato, e integrato, da altre introduzio­
ni al N.T. che citiamo qui, per quanto interessino quasi tutti i capitoli seguenti.
Come introduzione più completa e moderata citeremmo A. George e P. Grelot,
Introduzione al Nuovo Testamento, ni. Le lettere apostoliche, Roma 19 8 1; co­
me eventuale sostituto F.J. Schierse, Introduzione al Nuovo Testamento, Brescia
1987. Con spirito di dialogo, tra posizioni «avanzate», E. Lohse, Introducción al
Nuevo Testamento, Madrid 1986. Opere più radicali, anche all’interno del pro­
testantesimo tedesco, W. Marxsen, Einleitung in das Neue Testament. Etne Ein-
fuhrung in ihre Probleme, Gùtersloh *1964; H. Koester, Introducción al Nuevo
Testamento, Salamanca 1988; Ph. Vielhauer, Geschichte der urchristlichen Lite-
ratur. Einleitung in das Neue Testament, die Apokryphen und die Apostohschen
Valer, Berlin 1975. Questi autori non accettano una tesi tradizionale se non quan­
do ritengono sia definitivamente dimostrata; ciò per noi costituisce una garanzia,
tuttavia rifiutano in quanto non dimostrate molte delle tesi che considereremmo
più probabili. Aggiungiamo il più recente e italiano R. Fabris e a., Introduzione ge­
nerale alla Bibbia, Logos 1, Leumann 1994.
Ampliando ulteriormente il campo diciamo che ogni introduzione si pone tre in­
terrogativi di fondo: uno di ordine storico, uno di ordine letterario e uno ineren­
te al significato. Riguardo al primo, si ricorrerà a tutto ciò che può parlarci del
mondo greco-romano, del mondo giudaico durante il 1 secolo, e della chiesa pri­
mitiva. Rinunciamo ad approfondirlo in questa sede, limitandoci ad alcune indica­
zioni essenziali.
Risulta semplicemente indispensabile l’opera in tre volumi di J. Leipoldt - W.
Grundmann, Umwelt des Urchristentums, 3 voli., Berlin 1965-1967, il secondo vo­
lume in particolare, ricco di testi e documenti. In lingua italiana, per altri aspetti
storici, sono da segnalare R. Penna, L'ambiente storico-culturale delle origini cri­
stiane, Bologna 3i9 9 i; H.G. Kippenberg - G.A. Wewers (ed.), Testi giudatei per
lo studio del Nuovo Testamento, Brescia 1987 ed E. Lohse, L’ambiente del Nuo­
vo Testamento, Brescia *1993; in lingua inglese, B.J. Malina, The New Testa­
ment World. insights from Cultural Anthropology, Louisville 19 81.
Per quanto riguarda le questioni di ordine letterario rimandiamo a J. Schreiner -
G. Dautzenberg, Introduzione letteraria al Nuovo Testamento, Roma 198Z; R.
Meynet, L'analisi retorica, Brescia 1992; D.E. Aune, The New Testament in its
Literary Environment, Philadelphia 1989; J.P. Tosaus Abadìa, La Bibita corno
literatura, Estella 1996.
G li scritti p a o lin i 59

Quanto all’interrogativo sul significato, risulta molto istruttivo il documento già


citato della Pontificia Commissione Biblica, Uinterpretazione della Bibbia nella
Chiesa; aggiungiamo M. Caballero Cuesta, tiermenéutica y Biblia, Estella 1994;
W. Egger, Metodologia del Nuovo Testamento. Introduzione allo studio scienti­
fico del Nuovo Testamento, Bologna 1989; l’ampia trattazione di J.M. Sànchez
Caro, «Ermeneutica biblica e metodologia esegetica», nel voi. 11 di questa introdu­
zione, 209-266.
Riservandoci di suggerire la bibliografia più appropriata per ognuna delle let­
tere di Paolo, ci limitiamo qui a un’opera che le comprende tutte: l’importante
lavoro dei biblisti cattolici nordamericani uscito nei primi anni '70 e ora riedito:
R.E. Brown - J.A. Fitzmyer - R.E. Murphy, Nuovo grande commentario biblico,
Brescia 1997.
Capitolo ih

Testimonianze esterne su Paolo


e i suoi scritti

I. C O N T R IB U T O D E I D O C U M EN T I PA G A N I

N on condividiamo certo la stravagante tradizione secondo la quale i fat­


ti riportati nella Bibbia possono essere considerati storici soltanto se aval­
lati da documenti esterni a essa e, nel caso del Nuovo Testamento, da
autori giudaici o pagani, visto che anche gli autori cristiani corrono il
rischio di esser stati «infettati» dalla fede biblica. Applicato a Paolo, ta­
le principio porterebbe facilmente ad affermare che l’apostolo non è mai
esistito, dato che soltanto dopo molti secoli ci fu qualche autore giudai­
co o pagano che lo nominò. Ad ogni modo, una volta stabilita la storia
dell’apostolo grazie alla sua personale testimonianza che, come già sot­
tolineato, riteniamo degna di fede, è possibile ritrovare qualche riflesso,
benché indiretto, dell’impatto che Paolo e i suoi scritti ebbero sul mon­
do che l’apostolo volle convertire.1
Una testimonianza quasi diretta su Paolo, la più antica pervenutaci, è
il trattato di Luciano di Samosata La morte di Peregrino, da cui si può
dedurre che l’autore era a conoscenza della vita e degli scritti di Paolo:
Non soltanto interpretava e spiegava i loro libri, ma addirittura ne compose mol­
ti, ed essi lo veneravano come un dio, se ne servivano come legislatore e lo ave­
vano elevato a loro protettore, certamente dopo quell’altro che ancora adorano,
l’uomo che fu crocifìsso in Palestina per aver introdotto fra gli uomini questa nuo­
va forma di iniziazione (n ).
Ancorché fragile, questa potrebbe essere una prova dell’accettazione di
Paolo e delle sue lettere in Asia Minore durante il u secolo. Altre testi­
monianze sono fornite dai noti documenti relativi all’esistenza di un cri­
stianesimo dei gentili, religione proveniente dalla Giudea ma diversa dal
giudaismo, tratti da Svetonio, Tacito e Plinio il Giovane. Non parlano
direttamente di Paolo, ma forniscono una splendida cornice per compren­
derne l’azione nella seconda metà del i sec. d.C. Se la parola Chrestus,
presente in un controverso testo di Svetonio, si riferisce all’esistenza di
cristiani a Roma negli anni 40, significa che Paolo non ebbe parte alla
1. La prima parte di questa sezione offre, in sostanza, il contenuto di J. Sànchez Bosch, U im -
pacte de Pan en els dos primers segles cristians, I. Escriptors eclesiastics anteriors a Ireneu :
RCT z i (1996) 57-7 9 *
T e s tim o n ia n z e esterne su P a o lo e i su o i scritti 61
evangelizzazione della città e inoltre che tali cristiani erano considera­
ti «giudei» continuamente in agitazione «sotto l’istigazione di Cresto».
Lasciando da parte dettagli e discussioni, avremmo qui la cornice stori­
ca della lettera ai Romani: una comunità non fondata dalPapostolo nel­
la quale il «problema giudaico» è lungi dall’esser risolto nel momento in
cui Paolo la scrive negli anni cinquanta.
I due testi che seguono si riferiscono alla persecuzione dei cristiani al
tempo di Nerone (a partire dal 64). Un secondo testo di Svetonio (Vita
di Nerone 16,2.) e un altro di Tacito (Annali 15 ,4 4 ) forniscono un chia­
ro quadro dello status del cristianesimo in un’epoca anteriore alla morte
di Paolo, il quale morì certamente al tempo di Nerone.
Svetonio afferma che Nerone torturò i cristiani, una genia di uomini
appartenenti a una setta superstiziosa nuova e malefica (afflicti supplici-
is Cbristiani, genus hominum superstitionis novae et maleficae). Tacito
sostiene che il «popolo» li odiava per le loro nefandezze (quos per flagi-
tia invisos vulgus Christianos appellabat), ma ritiene che tali flagitia non
abbiano nulla a che vedere con il giudaismo: stando all’accusa, si tratte­
rebbe di azioni che feriscono persino la sensibilità pagana. Se, per altre
vie, conosciamo l’esistenza della lettera di Paolo ai Romani, Svetonio e
Tacito ci confermano che a Roma, nell’anno 64, l’apostolo aveva vinto
la battaglia per la «gentilizzazione» o adattamento ai pagani del messag­
gio di Cristo.
N on solo. In quel medesimo testo Tacito afferma che la nuova religio­
ne ha avuto origine in Giudea da un condannato a morte per ordine di
Ponzio Pilato e da lì si era diffusa per tutto l’ impero. Anche qui ricono­
sciamo l’impronta dell’ apostolo dei gentili, che favorì il gran salto: da
sparuti gruppetti di persone che, specialmente nella poco dotta Galilea,
elaboravano interpretazioni originali della torà, i discepoli del Crocifis­
so erano diventati un pericolo per tutto l’impero.
A molti chilometri da Roma, la Bitinia - la regione di Nicea e C o­
stantinopoli - fu un grande centro cristiano all’inizio del 11 secolo. Da lì
giunge la lettera 10 ,5 6 di Plinio il Giovane a Traiano e il relativo pre­
scritto dell’imperatore.
La lettera conferma quanto sappiamo da fonti cristiane:
i cristiani si impegnavano solennemente a condurre una vita onesta,
rifiutando sia le pratiche giudaiche sia le pratiche immorali che, stando
a Svetonio e a Tacito, il popolo attribuiva loro;
cantavano un inno a Cristo come a un dio (carmen Cbristo quasi deo),
in accordo con le espressioni più forti della cristologia paolina (o giovan­
nea);
potevano essere giustiziati per il solo fatto di confessarsi cristiani, co­
sa che non capitava ai giudei che si riconoscevano tali;
f>2 P a o lo e i su o i scritti

se erano cittadini romani, dovevano essere condotti a Roma, come av­


venne per il processo (o «i processi») di Paolo.
Trova dunque conferma che i semi gettati da Paolo, o da altri che pen­
savano in modo analogo, continuarono a svilupparsi nelle regioni del­
l’Asia Minore. In tal senso ricordiamo che la Bitinia, menzionata in Atti
1 6 ,7 e 1 Pt. 1 , 1 , grosso modo si colloca tra due grandi centri dell’attivi­
tà paolina (Macedonia e Galazia) e a poca distanza da un terzo: Efeso.2

TT. T E S T IM O N IA N Z E C R IST IA N E D E I PR IM I D U E SEC O LI

1. Il N uovo Testamento

Per quanto l’apostolo abbia dichiarato solennemente il suo amore per


«quelli della mia stirpe», in Paolo il giudaismo storico ha visto colui che
pose termine al proselitismo della sinagoga tra i pagani, e quindi lo ha
considerato il grande nemico di Israele. La risposta dei più è stata il si­
lenzio, per quanto non manchino testi successivi alquanto tendenziosi,
in linea con il citato testo di Luciano, da cui possiamo prescindere.3
Quanto ai testi cristiani non paolini, preferiamo di gran lunga quelli
del Nuovo Testamento. Senza escludere a priori l’idea che qualche testo
neotestamentario potrebbe essere stato scritto dopo qualcuno degli altri
scritti cristiani, tuttavia oseremmo affermare che in questi ultimi è nor­
male trovare indizi di dipendenza dai testi neotestamentari, mentre il ca­
so inverso è tutto da verificare.
È frequente l’impressione che i vari libri del N uovo Testamento, com­
posti (presumibilmente) dopo le lettere paoline, le ignorino ampiamen­
te. Questo è evidente per quanto riguarda il nome di Paolo, che appare
soltanto negli Atti degli Apostoli e in 2 Pt. 3 ,1 5 . Quanto al pensiero, l’im­
pressione negativa è dovuta al fatto che quando si dice «Paolo» si pensa
al «paolinismo» e dicendo «paolinismo» si pensa a espressioni partico­
larmente significative delle lettere ai Romani e ai Galati. In realtà tale
«paolinismo» passò inosservato (o ampiamente «addomesticato») lungo
tutta la storia della chiesa greca e latina, fino al x v i sec. (cfr. sotto, 111.3).
In tal senso, rimandando a dopo i testi che menzionano esplicitamen­
te l’apostolo o la sua dottrina, pare proprio che i maggiori autori del
Nuovo Testamento non abbiano conosciuto (o compreso, o condiviso)
le formulazioni più audaci delle lettere ai Romani e ai Galati: il
«radicalismo» rispetto alla legge e rispetto alle opere. Sapevano invece
2. Riferimenti posteriori possono essere reperiti in G. Rinaldi, Biblia Gentium. Primo contri­
buto per un indice delle citazioni , dei riferimenti e delle allusioni alla B ibbia negli autori greci
e latini di età imperiale , Roma 1989.
3, Si può comunque consultare F.F. Bruce, Ausserbiblische Zeugnisse uber Jesus und das friìhe
Christentum , Giessen 1991; J. Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica
antica , Brescia 1994, 298-306: «Reazioni contro Paolo e la sua teologia».
T e s tim o n ia n z e esterne su P a o lo e i su o i scritti ' 63

lismo» rispetto alla legge e rispetto alle opere. Sapevano invece certamen­
te dell’atteggiamento di Paolo durante il cosiddetto «concilio» di Geru­
salemme (Gal. 2 ,1 -1 0 ) , perché si svolse sul loro stesso «terreno», e del­
l’incidente antiocheno tra Paolo e Pietro (vv. 1 1 - 1 4 ) .
Proviamo a domandarci se tali scritti testimoniano del trionfo o del
fallimento delle idee di Paolo in quelle due occasioni. In concreto: a) se
accettano l’ingresso dei gentili nella chiesa senz’ obbligo di circoncisione;
b) se accettano la compresenza di giudei e gentili a una stessa tavola, o non
sostengono piuttosto i pasti separati.4
In favore della risposta positiva si può citare un buon numero di testi
del Nuovo Testamento. Matteo { 8 ,1 1 ) parla direttamente di sedersi a
mensa con gli stessi patriarchi e, tanto lui (2 8 ,19 s.) quanto M arco ( 1 3 ,
io ; 1 6 ,1 5 ) , di predicazione ai gentili seguita subito dopo dal battesimo,
così da escludere la tappa intermedia della circoncisione. D ’altra parte,
se gli ostacoli che impedivano di sedersi alla stessa tavola erano, come
sembra, di origine alimentare, M arco (7 ,19 ) risolve il problema alla ra­
dice affermando che Gesù ha dichiarato puri tutti i cibi.
Il vangelo di Giovanni parlerà di «altre pecore» che non sono di que­
st'ovile (Gv. 10 ,16 ) e di alcuni «figli di Dio» che sono dispersi (G v . 1 1 ,
5 1 s.): si tratta dei «greci» ai quali si allude in 12 ,2 0 -2 3 . Dicendo che
sono «pecore» ( io ,16 ) e «figli di Dio» ( 1 1 ,5 2 ) Giovanni esclude il pas­
saggio della circoncisione; asserendo che formeranno «un solo gregge»
(10 ,16 ), esclude la separazione delle mense.
Nel resto del N uovo Testamento si riscontra che sia per la prima di
Pietro (2,9 s.) sia per l’Apocalisse (5,9 s.; 7,9 ; 1 3 s.) la maggioranza dei
credenti appartiene alle altre nazioni. Conferendo ai gentili categoria
sacerdotale (1 Pt. 2,9; Apoc. 5,10 ), essi vengono posti al di sopra della
comunità degli israeliti, ai quali non era concesso né dividere gli stessi
locali dei sacerdoti né mangiare il loro cibo. Da parte sua il testo della
prima di Giovanni (5 ,1) va fino in fondo alla questione, pur senza men­
zionarla esplicitamente: chiunque crede in Cristo dev’essere amato come
si ama il Padre, non vi è alcun motivo per considerarlo inferiore.
Il risultato è dunque che, di fronte all’eventuale proposta di circonci­
dere i gentili (cfr. Gal. 2 ,1-10 ) o di «separarsi» da essi durante una riu­
nione di cristiani (cfr. Gal. 2 ,1 1 - 1 4 ) , tutti i testi citati condividono la
posizione di Paolo.
Un capitolo a parte meritano due testi che paiono reagire di fronte ai
possibili pericoli del paolinismo. La lettera di Giacomo combatte l’idea,
indiscutibilmente paolina, che l’uomo «si giustifica per la fede senza le
opere della legge» (R om . 3 ,2 8 ; cfr. vv. 2 0 .24 .30 ; 4 ,2 .5 ; 5 ,1 ; Gal. 2 ,1 6
4, Cfr. sopra, cap. 1,13 e 14, e in N acido a riempo 62 s. 81. 83-85 l’interpretazione che propo­
niamo di questi due fatti nella storia dell’apostolo.
64 P a o lo e i su o i scritti

s.; 3 ,8 .1 1 .2 4 ; 5,4). In realtà l’intento della lettera è sottolineare che la


fede deve «collaborare» con le opere e «raggiungere la perfezione» at­
traverso di esse (2,22), condizioni che anche Paolo esige dalle sue comu­
nità: «la fede che opera per mezzo della carità» (Gal. 5 ,6; cfr. w . 1 3 ­
22). In altre parole, «Giacomo» (chiunque egli sia) teme che la formula
di Rom. 3,28 diventi troppo popolare, a prescindere dal significato at­
tribuitole da Paolo.
D ’altra parte il Giacomo autore della lettera, a differenza di quello
storico, non si preoccupa minimamente delle pratiche giudaiche: né del­
la circoncisione né del sabato né dei precetti alimentari. Tantomeno ri­
tiene che l’ uomo appartenga al popolo di Dio in virtù della stirpe da cui
discende, poiché afferma che Dio «ci ha generati con la parola di verità,
perché fossimo come una primizia delle sue creature» ( 1 ,1 8 ; cfr. v. 2 1).
Egli dunque si colloca in una prospettiva cosmica, nella quale l’elemen­
to decisivo è la parola del vangelo.5
Giungiamo infine a un riferimento esplicito a Paolo, presente nella se­
conda lettera di Pietro ( 3 ,1 5 s.):

Come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto. Ve ne ha parlato in tut­


te le sue lettere, nelle quali vi sono alcune cose difficili da comprendere, che gli igno­
ranti e gli instabili travisano per loro propria rovina, al pari delle altre Scritture.

L ’equiparazione tra lettere di Paolo e «le altre Scritture» è un evento


che non si ripeterà più fino a Marcione e alla lotta antimarcionita. Le
«cose difficili da comprendere» debbono essere quelle affrontate nella
lettera di Giacomo. Tuttavia risulta evidente che l’incomprensione non
va attribuita all’apostolo ma agli «ignoranti e instabili» che travisano
ciò che lui intende dire. D ’altra parte la lettera (come la sua «parente»,
la lettera di Giuda) è tutta imbevuta di tradizioni giudaiche, pur senza
curarsi di pratiche specificamente tali: la circoncisione, il sabato o le
norme alimentari.
Riassumendo si potrebbe dire che gli scritti non paolini del Nuovo
Testamento accettano interamente alcune idee di Paolo (la predicazione
ai gentili), ma provano una certa reticenza di fronte a determinate espres­
sioni del paolinismo. N on dicono però nulla a proposito di Paolo come
persona. Si è addossato tale compito l’autore del terzo vangelo che, sen­
za l’aiuto di alcuna tradizione nota, volle aggiungere una seconda parte
alla sua opera: gli Atti degli Apostoli.
Luca è estremamente audace nel voler presentare le vite di Gesù e Pao­
lo, malgrado si somiglino pochissimo, come due vite parallele. In en­
trambe si ha la preparazione di un viaggio, che culminerà nella passione

5. Cfr. J. Sànchez Bosch, L iei i Paraula de Déu en la Catta de Jaum e: RCT i (1976) 51-78-
T e s tim o n ia n z e esterne su P a o lo e i su o i scritti 65

a Gerusalemme, e la realizzazione di tale viaggio (preannunciata rispet­


tivamente in Le. 9 ,5 1 e Atti 1 9 ,2 1 ) . Via via che il termine del viaggio si
avvicina, il parallelo si fa più stretto: come Gesù, anche Paolo pronun­
cia, a Mileto, un discorso di addio {Atti 2 0 ,18 -3 5 ) parallelo a quello del
quarto vangelo (specialmente Gv. 17 ); a Tiro e a Cesarea sperimenta un
nuovo Getsemani, che culmina in un «Sia fatta la volontà di Dio» pro­
- nunciato da tutta la comunità ( 2 1 ,1 4 ; cfr- M f. 26,42); davanti al sine­
drio rende una testimonianza tale da meritargli l’incoraggiamento di Cri­
sto stesso {Atti 2 3 ,1 1 ) . Il sinedrio lo avrebbe condannato a morte, se non
avesse dovuto consegnarlo all’autorità romana (v. io ), la quale non tro­
verà in lui colpa alcuna (v. 29; 2 6 ,3 1 ; 2 8 ,1 8 ; cfr. Mt. 2 7 ,2 3 ; G v. 18 ,3 8 ).
Con questi e molti altri elementi simbolici il libro degli Atti fornisce
una grande quantità di particolari (nomi di persone, di luoghi, avveni­
menti, circostanze) impossibili da inventare e che, come si è visto, con­
fermano i dati che si possono trarre dalle lettere paoline. Un tale inte­
resse per la persona e l’operato di Paolo non ha paralleli in tutta la let­
teratura dei primi tre secoli. Perciò è ragionevole pensare che Luca (co­
me abitualmente viene chiamato l’autore del terzo vangelo e degli Atti)
non deve aver tratto i suoi dati da una tradizione simile a quella che esi­
steva riguardo alle parole e agli atti di Gesù (cfr. Le. 1 ,1 s.), ma deve ave­
re svolto una ricerca personale. 6
Tale ricerca gli risultò relativamente facile se, come molti ritengono,
in parecchie occasioni aveva egli stesso accompagnato l’apostolo.7 Se co­
sì non fosse, bisognerà supporre, riteniamo, che l’autore dovette riper­
correre di persona gli scenari dell’apostolato paolino raccogliendo dati
per la sua opera. In entrambi i casi risulta diffìcile immaginare che un
uomo, che aveva raccolto tante informazioni sull’apostolo, potesse igno­
rare l’unica cosa nota a tutti: che Paolo aveva scritto delle lettere. N on
resterà altro da fare che attribuire questo silenzio al genere letterario di
Luca: la sua concezione della storia come opus artis.
M a a sorprendere maggiormente gli esegeti è che un eventuale com­
pagno (o profondo studioso) dell’apostolo abbia potuto presentare un
Paolo così poco «paolino». E qui potrebbe esser risultato decisivo l’am­
biente in cui viveva Luca all’epoca della stesura della sua opera. Avreb­
be infatti dominato il principio (documentato dalla lettera di Giacomo e
da 2 Pietro) secondo il quale è opportuno non divulgare le espressioni

6. Se veramente esistevano le decine di tradizioni presupposte da G. Liidemann, Das friihe


Christentum nach den Traditionen der Apostelgeschichte , Gòttingen 1987, dovettero essere
assai circoscritte, in quanto non vi è alcun altro indizio della loro esistenza; più che di «tradi­
zioni» può essersi trattato di persone che raccontavano i propri ricordi.
7- Lo deducono dall’uso calcolatissimo della prima persona plurale (le sezioni col «noi») nel
libro degli Atti; cfr. C J, Thornton, Zeuge> cit.
66 P a o lo e i su o i scritti

più audaci del «paolinismo» perché suscettibili di fraintendimento. Lu­


ca, in ogni caso, è l’unico autore in tutto il N uovo Testamento che ardi­
sca riprodurre la sostanza di Rom. 3,2.8, pur cambiandone i termini:

Per opera di lui vi è annunziata la remissione dei peccati, di tutto ciò da cui non
vi fu possibile essere giustificati dalla legge di Mosè, perché per lui chiunque cre­
de è giustificato (Atti 13, 38 s.).

Per questo abbiamo asserito che Luca è un artista.

2 . 1 Padri apostolici

Al di fuori del Nuovo Testamento, i primi due secoli cristiani sono fon­
damentali perché precedono il momento in cui tanto gli scritti paolini
quanto gli Atti degli Apostoli sono recepiti dalla chiesa come scritti ca­
nonici. Fino all’arrivo di questa «canonizzazione» è probabile che Paolo
vinca più battaglie in forma anonima che in forma esplicita. Questo può
valere per quasi tutti coloro che si allineano sulle posizioni di Paolo ri­
guardo alla chiesa dei gentili e riprendono continuamente idee e frasi
dell’apostolo.
La Didachè non menziona Paolo né le sue lettere, però dipende in
larga misura dal vangelo di Matteo, di cui abbiamo già sottolineato l’a­
pertura ai gentili. Composta in un momento particolarmente felice, dà
prova di un universalismo totale, auspicando che la chiesa si riunisca da­
gli estremi confini della terra come i chicchi che formano uno stesso pa­
ne (9,4; cfr. 1 Cor. 1 0 ,1 6 s.).
Nella raccolta detta dei «Padri apostolici» (un po’ artificiosa, ma for­
mata da testi dei primi due secoli) troviamo altri quattro documenti che
non citano Paolo ma dimostrano di aver preso qualcosa da lui.
Così, ad esempio, il Pastore di Erma: la sua rappresentazione allego­
rica della chiesa (curiosamente raffigurata come una donna anziana) dif­
ficilmente avrebbe potuto essere elaborata senza il «precedente» della
lettera agli Efesini (si confrontino vis. 2 ,4 ,1 con Ef. 1 ,3 s.; 5 ,2 5 -2 7 ; inol­
tre vis. 3 ,3 ,5 con Ef. 2 ,2 1).
La cosiddetta Lettera di Barnaba, composta in pieno n secolo, ripro­
pone il tema giudaico con l’idea, se ci è consentita l’ espressione, che
l’Antico Testamento sia un treno che corre veloce verso Cristo... senza
fermarsi in nessuna stazione intermedia. Così facendo, si distacca al­
quanto dal «gentilismo moderato» di Rom. 1 1 (cfr. w . 1 s . n s. 1 5 - 1 8 .
2 3 -3 2 ), tuttavia le sue espressioni relative alla vera discendenza di Àbra­
mo (cfr. 1 3 ,1 - 3 ) possono basarsi su testi paolini come Gal. 3 ,1 6 .2 3 s.;
4 ,2 2 - 3 1 e Rom. 9 ,6 -1 3 . L ’autore della cosiddetta Seconda lettera di Cle­
mente approfondisce l’uso cristiano dell’Antico Testamento e cita, in for­
T e s tim o n ia n z e estern e su P a o lo e i su o i scritti 67

ma esplicita e come testo biblico, le parole di Gesù che sono giunte sino
a lui. N on cita espressamente Paolo, ma dimostra di averlo letto e medi­
tato. Tanto per segnalare un esempio:

Ci chiamò quando non eravamo e volle che dal nulla esistessimo (1,8; cfr. j Cor.
1,28.30; Rom. 4,17).

Infine la Lettera a Diogneto, normalmente inclusa nei «Padri apostoli­


ci», prende le distanze dalle pratiche giudaiche con una brutalità alla
quale Paolo non sarebbe mai giunto (cfr. 4,1). D ’altra parte fornisce
una descrizione della realtà cristiana piena di riferimenti paolini:

Sono «nella carne», ma non vivono «secondo la carne» (cfr. 2 Cor. 10,3). Passa­
no la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo (cfr. Fil. 3,20: politeuma). Ob­
bediscono alle leggi stabilite (cfr. Rom. 13 ,1), eppure con la loro vita superano le
leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati (cfr. 1 Tess. 3,12 ; Rom. 12,
14). Non sono conosciuti (agnooumai, come in 2 Cor. 6,9), eppure vengono con­
dannati. Sono messi a morte (thanatoumai, come in Rom. 8,3 6; cfr. 2 Cor. 6,9:
1 Pt. 3,18), eppure ricevono la vita. Sono poveri, e rendono ricchi molti (cfr. 2 Cor.
6,10: ploutizontes); sono privi di tutto, eppure di tutto abbondano (hysteroumai
e perisseuo, come in Fil. 4,12). Sono disprezzati, e nel disprezzo sono glorificati (2
Cor. 6,8). Sono calunniati, eppure sono giustificati. Insultati, benedicono (cfr. r
Cor. 4,12: loidoroumenoi eulogoumen); offesi, rendono onore. Fanno il bene, e
vengono castigati come malfattori; castigati, gioiscono come se ricevessero la vita
(5,8- 16).
La dipendenza è evidente, benché la lettera rimanga ben al di sotto
del livello teologico dell’apostolo.
Oltre a questi cinque scritti anonimi, nella raccolta figurano anche gli
scritti autentici di tre noti vescovi che coprono l’area del Mediterraneo:
Clemente di Roma, Ignazio di Antiochia e Policarpo di Smirne. Questi
menzionano esplicitamente l’apostolo, oltre ad alludere spesso ai suoi
scritti.
Limitandoci ai suoi testi espliciti, nella Lettera dì Clemente si legge:

Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Sette volte caricato
di catene, esiliato, lapidato, divenuto un araldo in Oriente e in Occidente, otten­
ne la fama che la sua fede meritava (5,5 s ).
Prendete in mano la lettera del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse pri­
ma di tutto all’inizio della sua evangelizzazione (en arche tou euangeliou, alluden­
do a Fil. 4,15)? In verità, mosso dallo Spirito, vi scrisse di sé, di Cefa e di Apollo
perché già allora avevate formato dei partiti (47,1 s.; cfr. 1 Cor. 1,10 -12).

Ignazio fa due riferimenti espliciti all’apostolo:

Voi siete la strada per coloro che furono innalzati a Dio, partecipate agli stessi
misteri di Paolo, che fu santificato, ricevette testimonianza ed è giustamente chia-
68 Paolo e i suoi scritti

mato beato, sulle cui orme vorrei trovarmi quando raggiungerò Dio; di Paolo,
che in ogni sua lettera si ricorda di voi in Cristo Gesù {Ign., Eph. 12,2).
Non vi do ordini (diatassomai, il verbo usato in 1 Cor. 7,17; 11,34; 16,1) co"
me Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi, io a
tuttora uno schiavo. Ma se soffro il martirio sarò un liberto di Gesù Cristo (ape-
leutheros, come in 1 Cor. 7,22) e risorgerò libero in lui (Ign., Rotn. 4,3; cfr. FU.
3,10 s.).
Policarpo fornisce tre riferimenti espliciti a Paolo e alle sue lettere:

Né io né altri simile a me può uguagliare la sapienza del beato Paolo che in mez­
zo a voi, di fronte agli uomini di allora, insegnò con esattezza e vigore la parola
di verità; pur assente, vi scrisse delle lettere (3,2).
Vi esorto tutti a ubbidire alla parola della giustizia e a perseverare con tutta la
pazienza che avete ammirato con i vostri occhi non solo nei beati Ignazio, Zosi-
mo e Rufo, ma anche in altri della vostra comunità e nello stesso Paolo e negli al­
tri apostoli (9,1).
Non sappiamo, come insegna Paolo, che i santi giudicheranno il mondo? Io non
ho sentito o percepito tra di voi, presso i quali operò il beato Paolo, nulla di si­
mile, voi che siete nominati all’inizio della sua lettera. Di voi egli si gloria in tutte
le chiese (11,2 s.).
Nel complesso si può dunque affermare che per nessuno dei cosiddetti
«Padri apostolici» la figura di Paolo è passata invano, anche se nessuno
si è sentito obbligato a citarlo e tutti hanno recepito da lui a seconda
delle proprie capacità. La densità teologica dei tre vescovi citati (Cle­
mente, Ignazio e Policarpo) è stata seguita da vicino dalle cosiddette
Lettera di Barnaba e Seconda lettera di Clemente; perseguita con minor
successo dalla Lettera a Diogneto, rimane estranea al Pastore di Erma.
Da parte sua, la Didachè recepisce da Paolo poco più di quanto recepì
Matteo, ma non vi si può attribuire un grande valore.

3 . 1 Padri apologisti

La raccolta dei Padri apologisti è prevalentemente costituita da scritti


indirizzati a pagani in quanto tali, che utilizzano gli argomenti a loro
comprensibili e forse con l’intento di non rivelare senza necessità i con­
tenuti della fede.
In fondo (di rado esplicitamente) traggono profitto dalla dottrina pao­
lina sulle vie di salvezza aperte da Dio ai gentili (cfr. Rom. 1 ,1 9 s.; j Cor.
1 ,2 1 ) , ma d’altra parte è evidente che difendono la nuova religione, det­
ta «cristianesimo», distinguendola senz’altro dal giudaismo. Certo non
c’è da aspettarsi che si addentrino nelle finezze teologiche del pensiero
paolino, né che citino l’apostolo come un’autorità riconosciuta. Sarà
dunque opportuno collocarli nella categoria dei «paolinisti anonimi».
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 69

Appartiene sicuramente alla prima metà del n secolo VApologia di


Aristide, inviata dal «filosofo» all’imperatore Adriano. Per lui la distin­
zione tra giudei (cap. 14 ) e cristiani (capp. 1 5 s.) è evidente. N é gli man­
cano frasi che fanno sospettare l’impronta di Paolo,8 fatto notevole trat­
tandosi di un’opera composta da diciassette brevi capitoli, dodici dei
quali non fanno che descrivere i culti pagani.
Nel Discorso ai G reci, che risale alla seconda metà del ri secolo, Ta­
ziano si preoccupa più di dimostrare la sua conoscenza della realtà pa­
gana che non di spiegare i temi della fede. N on ha molti punti di contat­
to con Paolo (vi è un possibile parallelismo tra il suo cap. 4 e Rom. 1,
20), ma neppure con la tradizione evangelica, benché egli stesso sia au­
tore di una concordia evangelica (il Diatessaron).
Dall 'Ambasceria per i cristiani, diretta all’imperatore M arco Aurelio
(morto nel 180 ), si deduce che Atenagora scrisse durante gli ultimi tre
decenni del 11 secolo. È curioso che non citi l’umanità di Cristo; dunque
non poteva nemmeno citare i suoi apostoli. È evidente, in ogni caso, che
il suo orizzonte è quello di un gentile e il testo si comprende meglio se si
suppone che abbia letto Paolo. Grazie a un’allusione alla fine dell’opera
(Suppl. 3 7 ,1) tutta la traduzione manoscritta attribuisce allo stesso Ate­
nagora il trattato La risurrezione dei morti, la cui autenticità è oggi
messa in discussione da qualcuno. Se fosse accolta (ipotesi per la quale
propendiamo) la vicinanza dell’autore a Paolo sarebbe fuor di dubbio:
Bisogna - secondo quello che dice Papostolo - che questo (corpo) corruttibile e di­
sperso si rivesta d’incorruttibilità (1 Cor. 15,53), affinché vivificati dalla risurrezio­
ne coloro che erano morti (cfr. v. 3 6) ..., ciascuno giustamente sia ricompensato
per quelle cose che ha compiuto mediante il corpo, buone o cattive che siano sta­
te (Res. 18,5; cfr. 2 Cor. 5,10).
Se non vi fosse nessun giudizio sui fatti compiuti dagli uomini, gli uomini non
avrebbero nulla in più rispetto agli esseri privi di ragione. Anzi, pur dominando
le passioni..., agirebbero in modo più miserabile di quelli (j Cor. 15,19). La vita
migliore sarebbe quella animalesca e ferina... «Mangiamo e beviamo, ché doma­
ni moriremo» (v. 32.: Res. 19,3).
Il solo fatto di aver parlato di Paolo come dell’ «apostolo» di per sé
vale come un intero trattato. Infatti, non solo la sua categoria di aposto­
lo non viene messa in discussione, ma anticipando la tradizione poste­
riore egli viene considerato «l’apostolo» per antonomasia. La differenza
di livello teologico rispetto alla Supplica si spiegherebbe, come diceva­
mo, con la diversità di destinatario.
La linea puramente apologetica ricompare con Teofilo, vescovo di
Antiochia tra il 16 3 e il 1 8 5 , nei suoi tre libri A d Autolico. Cercando di
8. Cfr. il parallelismo tra 1 3 , 1 e R om , 1,2.3; I 4 *z e R om . 10,2; 15,3 e R o m « z,i4; 1 5 , 1 0 e
R om . 14,5.
7o Paolo e i suoi scritti

convincere un amico pagano non gli parla né della storia terrena di Ge­
sù, né tantomeno di Paolo. La ragione è che l’amico attribuisce valore
solamente alle cose antiche (Ad Autolycum 3 ,1), mentre la storia cri­
stiana ha meno di duecento anni. M a anche senza citarli espressamente,
l’autore dimostra di conoscere e apprezzare Gesù e l’apostolo.
Anche se non gli dedicheremo qui molto spazio, merita particolare at­
tenzione l’opera del martire Giustino, risalente alla metà del 11 secolo;
essa si compone di un’Apologià, indirizzata al figlio di Adriano, Anto­
nino Pio, e di un Dialogo (probabilmente fittizio) con il giudeo Trifone.
Scende molto più nei dettagli delle dottrine cristiane e cita ampiamente
(cosa che altri non facevano) i vangeli cristiani. N on menziona esplici­
tamente l’apostolo, ma non tralascia di dimostrare la sua coincidenza
con i punti più personali del suo pensiero. Basti citare l’allusione, ripe­
tuta più volte, ad Abramo:

Abramo stesso, quando non era ancora circonciso, fu giustificato e benedetto per
la sua fede in Dio, come mostra la Scrittura; nondimeno ricevette la circoncisio­
ne come un segno, non come giustificazione (Diai. £3,4; cfr. Rom. 4,io-i2).9

N é l’imperatore Antonino Pio né il (presunto) giudeo Trifone avreb­


bero attribuito maggior valore alle parole di Giustino se avesse confes­
sato di ispirarsi a Paolo di Tarso. Tuttavia i paralleli esistono e questo
ci fa almeno capire che la visione pratica dell’ apostolo riguardo al giu­
daismo dei gentili era stata pienamente accolta nella chiesa del n secolo,
di cui Giustino è un rappresentante. D ’altra parte, affermare che Paolo
e Giustino assunsero tutte queste idee da una tradizione comune signifi­
cherebbe sostenere che l’apostolo non ebbe una sola idea sua.
Da ciò si possono trarre alcune conclusioni applicabili a quasi tutti gli
autori sin qui menzionati:
a) non si sentono «obbligati» a citare Paolo, però neanche a citare i
vangeli o il credo (persino articoli come l’umanità di Cristo o il suo mi­
stero pasquale);
b) specialmente gli apologisti, tendono a parlare del cristianesimo co­
me di una religione razionale, celando molto di ciò che sanno per via
del genere letterario prescelto;
c) non forniscono alcun segnale positivo di distanziamento rispetto a
Paolo, ma anzi danno prova di conoscerlo bene e di approfittare in larga
misura delle sue idee e delle sue espressioni;
d) sono unanimi nell’accettare un «paolinismo di primo grado» (la
chiesa dei gentili, non legata alle cerimonie giudaiche e libera da qual­
siasi relazione sociologica con Israele), ma hanno un’idea assai vaga del
9. Allo stesso capitolo di Rom . possono riferirsi anche Iust., Diai. 11,5; 9X,3; HSM s., a parte
altri paralleli raccolti in Sànchez Bosch, Im pacte , 73-79.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 7i

«paolinismo di secondo grado»: la polemica contro la legge di per sé o


contro le opere in sé.
Possiamo aggiungere che su quest’ultimo punto concordano con i Pa­
dri apostolici, col resto del Nuovo Testamento e - come si vedrà a suo
tempo - con alcuni scritti «deuteropaolini» studiati in questo volume.

4. Scritti eretici

Certamente il concetto di «eretico» è relativo: significa la non coinci­


denza con una norma di fede, spesso fissata in un momento successivo.
In qualche caso gli scritti eretici possono testimoniare il modo di sentire
proprio della chiesa in cui si formarono.
Quanto agli gnostici, prima dei ritrovamenti di N ag Hammadi si co­
noscevano più i nomi e le suddivisioni che i testi concreti. N on è possi­
bile qui approfondire la questione se lo gnosticismo proceda dall’inter­
no o dall’esterno della chiesa (da Simon Mago?). Il fatto è che è cono­
sciuto come dottrina segreta di alcuni gruppi cristiani. Questa li libera­
va dal «materialismo» che, dal punto di vista della sapienza greca, è rap­
presentato dalle idee di creazione (del mondo materiale!), di incarnazio­
ne o di risurrezione (della stessa carne!).10
Anche Paolo distingueva tra uomini «spirituali» e uomini «psichici»
(1 Cor. 2 ,1 3 - 1 5 ) e parlava di una sapienza occulta impartita solamente
ai «perfetti» (vv. 6 s.). Gli gnostici potevano appellarsi a passi come
questo per giustificare la loro posizione. Tuttavia ciò non significa che
nessuno, nella grande chiesa, mettesse direttamente in relazione l’aposto­
lo con le speculazioni gnostiche.
Per stabilire positivamente la relazione tra Paolo e gli gnostici non so­
no sufficienti concetti generici come «redenzione», «conoscenza», «luce
e tenebre», «carne e spirito», comuni anche ad altre tradizioni cristiane
(come quella giovannea) e non cristiane (Qumran). Bisognerebbe esami­
nare testi concreti per verificare, con il rigore riservato ad altri casi, qua­
li sono le dipendenze specifiche.11
In tal senso risulteranno particolarmente illuminanti i testi rinvenuti a
N ag Hammadi, che sono testi integri. Tra quelli solitamente attribuiti al
11 secolo o alla fine del 1 vi sono paralleli paolini nell 'Apocalisse di A da­
m o, di ispirazione veterotestamentaria, come pure in vari altri scritti di
io. «Indagavano a tal punto l’uomo interiore da sacrificare quello esteriore, e trascinavano a
un medesimo sacrificio da un lato la sublimità del loro creatore e plasmatore, dall’altro la sal­
vezza dell’individuo da lui configurato. Distrutti i due estremi - il Creatore e la risurrezione
della carne - che ne è della mediazione di Cristo?», A. Orbe, Cristologia gnósticay Madrid
1976, 63Z.
11. Cfr. E.H. Pagels, The Gnostic P a u l Gnostic Exegesis o f thè Pauline Letters, Philadelphia
I 975 -
72. Paolo e i suoi scritti

ispirazione evangelica, come il Vangelo di Tommaso, il cosiddetto Dia­


logo del Salvatore, il Vangelo della Verità e la Lettera a Regino sulla ri­
surrezione; inoltre in tre scritti ispirati alla figura di Giacomo: la Lettera
apocrifa e le due Apocalissi di Giacomo; in un altro più ispirato alla
figura di Pietro: gli Atti di Pietro e dei dodici apostoli; infine, come è lo­
gico, nei testi che maggiormente hanno a che vedere con Paolo: la Pre­
ghiera dell’apostolo Paolo, PApocalisse di Paolo, VEsegesi dell’anima e
ripostasi degli arconti. Sarebbe assai più difficile incontrare altri paral­
leli paolini nei documenti più antichi, in Eugnosto, il beato, o nel suo
testo parallelo, la Sofia di Gesù Cristo.™
Riteniamo comunque di poter affermare che in tutti l’influenza di Pao­
lo è alquanto ridotta: o si tratta di semplici testi solo citati, o di testi ri­
cercati, il cui parallelismo con l’apostolo non balza all’evidenza. Né gli
uni né gli altri sarebbero serviti agli gnostici per impadronirsi della figu­
ra di Paolo agli occhi della grande chiesa, tra l’altro anche perché Paolo
sottolinea con forza lo scandalo (della croce, della risurrezione, dell’in­
carnazione), mentre essi tendono a soffocarli tutti. Sopprimono persino
lo scandalo della creazione: per non attribuirla al Dio supremo (che non
può «sporcarsi le mani» creando) la affibbiano a un demiurgo di terza
categoria.
Riguardo agli scritti gnostici che conosciamo soltanto grazie a Ireneo,
l’impressione è che il ricorso a Paolo (o meglio, più ai vangeli che a lui)
sia un semplice espediente per attirare i cristiani incauti: una volta irre­
titi, si cominciano a rivelar loro dottrine ben poco riconducibili all’apo­
stolo (cfr. Iren., Haer. 3 ,15 ,2 ). Proprio questo tipo di atteggiamento di­
mostra l’accettazione dell’apostolo all’interno della grande chiesa.
N on ce n’è traccia in quanto Ireneo riferisce a proposito di Simon
M ago {Haer. 1 ,2 3 ,1 - 4 : rinunciamo a sapere su quali basi poggia le sue
affermazioni), mentre lo ritroviamo in ciò che racconta dei suoi imme­
diati successori, Menandro e Saturnino:

Saturnino, come Menandro, dichiara che c’è un solo Padre e a tutti sconosciuto,
che ha fatto Angeli Arcangeli Potenze Dominazioni... Ha affermato che il Salva­
tore è ingenerato e incorporeo e senza figura: e soltanto in apparenza è stato vi­
sto come uomo. E il Dio dei giudei è uno degli angeli. E poiché il Padre voleva
distruggere tutti i Prìncipi, è venuto Cristo per la distruzione del Dio dei giudei e
per la salvezza dei credenti {Haer. 1,2,4,1 s.).
Ci sembra evidente che qui sia passata l’idea per cui, proprio perché
Dio è inconoscibile, si abbia bisogno di Cristo, «immagine del Dio invi-12

12. Tutti i testi in J.M. Robinson, The N ag Hammadi Library in English , Leiden 1988. Per
una traduzione italiana v. L. MoraJdi (ed.), Testi gnostici, Torino 1982. È nostra intenzione de­
dicare prossimamente un articolo all'impatto di Paolo in essi.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 73

sibile, generato prima di ogni creatura» (Col. 1 ,1 5 ) . Anche l’elenco di


«angeli, arcangeli, potestà, dominazioni» si ottiene accostando testi pao-
lini (cfr. Rom. 8,38 s.; 1 Cor. 1 5 ,2 4 ; 1 Tess. 4 , 1 6; Col. 1 ,1 6 ) . Da FiL 2,
7 non è difficile dedurre l’idea, ancorché erronea, che Cristo fu uomo so­
lo in apparenza (in similitudinem bomìnum factus). Sulla scorta di Gal.
3 ,19 è possibile sostenere che colui che diede la legge a Mosè (dunque il
Dio dei giudei) fu un angelo: se così fosse, la lotta e la vittoria di Cristo
su «principati e potestà» (cfr. 1 Cor. 2,6.8; 1 5 ,2 4 ; Ef. 6 ,12 ; C o l 2 ,15 )
potrebbe includere anche questo dio dei giudei.
Non ci porremo la questione sulla legittimità o meno di tali argomen­
tazioni, tuttavia una cosa è evidente: esse presuppongono una lettura ri­
petuta dei testi paolini. Se poi questi sono utilizzati per attirare gli in­
cauti, significa che i cristiani delPepoca (inizi del 11 secolo) erano in sin­
tonia con i testi dell’apostolo.
Riguardo a Valentino, vissuto anch’egli ai tempi del papa Igino (Iren.,
tiaer. 3,4,3), si può soltanto dire che, a prescindere dai documenti di
Nag Hammadi a lui attribuibili, egli mescola una serie di termini di sa­
pore paolino («chiesa», «eoni-secoli», «pleroma-pienezza», cfr. Haer. 1 ,
1 1 ,1 ) con altri di stampo piuttosto giovanneo («logos-parola», «verità»,
«vita»), ma senza assumere il significato di tali termini nelle sue fonti.
Dovette certamente avere una maggior familiarità con l’apostolo un
discepolo di Valentino, Tolomeo, che Ireneo conosce e confuta più dif­
fusamente. Vediamo il suo modo di argomentare:
La rivelazione del Salvatore a lei che era fuori del Pleroma in condizione di abor­
to, Paolo l’ha indicata nélla lettera ai Corinzi (1 Cor. 15,8) scrivendo: «Ultimo di
tutti, come a un aborto, si rivelò a me». Ancora Paolo nella stessa lettera (11,10)
ha indicato la venuta del Salvatore con i compagni ad Achamoth (= la Sapienza),
dicendo: «Bisogna che la donna abbia un velo sulla testa a causa degli angeli». Che
Achamoth, venuto a lei il Salvatore, per reverenza si coprì il viso, è rivelato da
Mosè (Es. 34,34; cfr. 2 Cor. 3,13), che pose il velo sul suo volto (Haer. 1,8,2).
Aggiungiamo soltanto che l’apostolo condivide con un gran numero
di testi evangelici la (mala) sorte di esser stato letto intensamente, diven­
tando un semplice pretesto per una dottrina a lui completamente estra­
nea. M a se è vero che così facendo si volevano attirare cristiani verso
questa «fede», significa che uno scritto cristiano, per essere riconosciuto
come tale, doveva essere condito con testi del vangelo o dell’apostolo. E
questo fa capire che siamo ormai molto vicini al canone cristiano.
Oltre che degli gnostici e di una serie di gruppi minori, di cui po­
tremmo dire ben poco, Ireneo parla anche delle correnti che culminano
negli ebioniti e in Marcione.
I primi alludono direttamente a Paolo, ma in senso negativo. Di essi
Ireneo afferma:
74 Paolo e i suoi scritti

Quelli che si chiamano Ebioniti ammettono che il mondo è stato fatto da Dio, ma
su quello che concerne il Signore pensano come Cerinto e Carpocrate; usano so­
lo il vangelo di Matteo e rifiutano Papostolo Paolo dicendo che è apostata dalla
legge (Haer. 1,26,2).
È opportuno ricordare che tanto Cerinto, che insegnò in Asia Minore
{Haer. 1,2 6 ,1 ) , quanto Carpocrate {Haer. 1 ,2 5 ,1 - 4 ) erano greci, e che i
motivi che adducono per sostenere che Gesù Cristo era un semplice
uomo sono di tipo razionalista. Negano l’autorità di Paolo, la cui cristo­
logia non adozianista è palese, ma d’altra parte utilizzano il vangelo di
Matteo, che coincide con Paolo su punti fondamentali. Perciò si può
pensare che l’ebionismo possa essere non tanto una semplice derivazio­
ne del giudeocristianesimo primitivo quanto una costruzione abbastan­
za nuova del n secolo.13
Seguendo Ireneo si arriva a Cerdone e a Marcione, il sostenitore più
celebre di Paolo. Del primo, che insegnò all’epoca del papa Igino, è det­
to soltanto che distingueva il Dio dell’Antico Testamento dal «Padre di
nostro Signore Gesù Cristo», espressione che ricalca una formula paoli­
na {Rom. 1 5 ,6 ; 2 Cor. 1 ,3 ; 1 1 , 3 1 ) .
Quanto a Marcione, che giunse al culmine della sua fama al tempo
del papa Aniceto (Iren., Haer. 3 ,4 ,3 ),14 sembra che abbia voluto dare al­
la chiesa alcuni modelli unici su cui basare la sua predicazione e il suo
sviluppo teologico: un solo vangelo (quello di Luca) e le lettere di Paolo
(praticamente tutte meno le pastorali) come magna charta del cristiane­
simo dei gentili. Il fatto è che Marcione non avrebbe proposto la «cano­
nizzazione» delle lettere di Paolo se non fosse stato convinto che la chie­
sa di Roma era pronta a farlo.15 E, in realtà, il precedente stabilito dalle
lettere di Clemente, Ignazio e Policarpo gli preparavano la strada.
Si sa che la reazione non fu quella di rifiutare Paolo, ma di dimostrare
che l’apostolo sarebbe stato assolutamente contrario alla dottrina mar-
cionita sull’incompatibilità tra il Dio di Gesù Cristo e il Dio dell’A .T . 5

5. ha «canonizzazione» delle lettere di Paolo

Nella chiesa cristiana il «canone» che può fornire le basi per qualsiasi
altro canone è quello della Scrittura: il riconoscimento di alcuni libri co-
13. Cfr. A. Orbe, En torno a los ebionitas. Ireneo , Adv. Haer. TV,33 ,4 1 Aug 33 (1993) 315-337­
14. Secondo Tertulliano (De praescriptione haeretìcorum 30,2), inizialmente era in buoni rap
porti con la comunità di Roma, alla quale consegnò persino una somma di denaro dimostran­
do di confidare nel fatto che la sua dottrina sarebbe stata accettata ufficialmente da quella
chiesa. Accadde invece il contrario.
15. Su eventuali raccolte anteriori a Marcione cfr. D. Trobisch, D ie Entstehung der Paulus-
briefsammlung , Gòttingen 1989. Su Paolo e le sue lettere in Marcione cfr. E. Norelli, La fun­
zione di Paolo nel pensiero di M arcione : RivBib 34 (1986) 543-597.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 75

me sacri, ossia «normativi» (kanon, in greco, significa «norma») per il


credente. Curiosamente, però, tale «normatività» è stata più rispettata
nella pratica che formulata esplicitamente. Come i suoi contemporanei
giudei, anche Gesù e gli apostoli citano l’Antico Testamento come paro­
la definitiva; tuttavia non si conosce alcun documento scritto che decreti
tale considerazione.
Riguardo ai libri del N uovo Testamento, la situazione è simile. A par­
tire da un certo momento essi sono studiati e citati proprio come Gesù e
gli apostoli citavano l’Antico Testamento. La considerazione di Giusti­
no per i vangeli va in questa direzione; tuttavia questo autore, malgrado
abbia subito l’ influsso dell’apostolo, non attribuisce esplicitamente lo
stesso peso alle lettere di Paolo.
Come abbiamo già avuto modo di dire, tale riconoscimento sembra
essere scontato nella seconda lettera di Pietro (3,15), che mette sullo
stesso piano le lettere di Paolo e «le altre Scritture». Questo dato risulta
significativo, se si considera il probabile carattere giudeocristiano della
lettera e la sua prevenzione nei confronti dei dottori venuti da fuori (2,
20-22).
Un’affermazione così esplicita non si ripeterà più fino a M arcione,
che fornì non solo 1’ «elenco autentico» delle lettere ammesse, ma addi­
rittura il «testo autentico», in cui comparivano alcuni tagli del testo ori­
ginario (cfr. Iren., Haer. 1,2 7 ,2 .4 ). N ell’elenco di Marcione figuravano
tutte le lettere che portano il nome di Paolo eccetto le cosiddette lettere
pastorali (prima e seconda a Timoteo, Tito).
Benché non assuma la forma di un elenco, si può dire che la vera ca­
nonizzazione delle lettere paoline avviene nel contesto della lotta anti-
marcionita. In primo luogo va ricordato Ireneo, ancorché non fornisca
un elenco degli scritti paolini; presenta invece con grande enfasi quello
dei quattro vangeli {Haer. 3 ,1 1 ,7 - 9 ) . M a se si legge con molta attenzio­
ne, si può osservare che il valore dei vangeli nasce dalla loro ripresa del­
la «testimonianza» (parola chiave per l’autore) degli apostoli - e, quan­
to a testimonianza, quella di Paolo è importante quanto quella di Pietro
o di qualsiasi altro apostolo.
Il titolo di «Scrittura» viene attribuito alle lettere di Paolo quasi inci­
dentalmente. Così in Haer. 1,8 ,2 Ireneo, dopo avere detto «Ho qui gli
argomenti tratti dalle Scritture...», cita più testi di Paolo che dei vangeli.
Riguardo a Marcione, poiché ha mutilato il vangelo e le lettere dell’a­
postolo viene accusato di aver mutilato «le Scritture» {Haer. 1 ,2 7 ,3 s-)-
M a l’elemento più significativo è che Ireneo usa continuamente le lettere
paoline, attribuendo loro lo stesso valore del vangelo o dell’Antico Te­
stamento. Il suo «elenco» ci giunge in modo indiretto, perché utilizza tut­
te le lettere indifferentemente, senza escludere né le pastorali né le lette­
76 Paolo e i suoi scritti

re dalla prigionia.16 La lettera agli Ebrei non è menzionata esplicitamen­


te, forse perché non rientrava nella controversia con gli eretici. Tuttavia
si può ipotizzare che l’abbia letta, per via di certe frasi o per determinati
impieghi dell’Antico Testamento. Citiamo un unico esempio:
Immagine di questa Gerusalemme (celeste) è la Gerusalemme della prima terra,
nella quale i giusti si eserciteranno all’incorruttibilità e si preparano alla salvezza,
e di questa dimora Mosè ricevette il modello sulla montagna (Iren., Haer. 5,35,2.;
cfr. 4,14,3; 38,2, in relazione con Ebr. 5,14; 8,5).
In ogni caso, più che un divulgatore della «canonicità» degli scritti pao-
lini Ireneo è una «testimonianza» della normalità del loro uso.
Nella questione della «canonizzazione» rientra anche Tertulliano, so­
prattutto con la sua opera Adversus Marcionem. Neanche lui fornisce
un elenco degli scritti paolini con carattere di proclamazione ufficiale,
tuttavia, in margine alla polemica con il suo avversario, li enumera tutti
(includendo anche quelli della prigionia),17 dimostrando al contempo
l’autorità che meritano.
A proposito della lettera a Filemone cita le pastorali, che Marcione
rifiuta:
Questa sola epistola (Filemone) è stata avvantaggiata dalla sua brevità, sì che ha
potuto evitare le mani falsificatrici di Marcione. Mi domando, tuttavia, perché
abbia rifiutato le due lettere dirette a Timoteo e la lettera a Tito, scritte a propo­
sito della condizione ecclesiastica (Tert., Adv. Marc. 5,21,1).
Ecco infine un elenco noto, compilato non da un vescovo né da un si­
nodo, che però riflette la pratica - e le convinzioni - della chiesa di Ro­
ma. Si tratta del cosiddetto Canone di Muratori, redatto poco dopo il
pontificato di Pio 1 (al quale si riferisce come nuperrime, temporibus nos-
tris), ossia nell’ultimo trentennio del n secolo.18 Il Canone non risulta
conservato integralmente, inizia con il vangelo di Luca, ma afferma che
è il terzo. Fornisce un elenco preciso delle lettere di Paolo:
Ai Corinzi la prima, agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la
quarta, ai Galati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima. Ma ai
Corinzi e ai Tessalonicesi riscrisse per loro correzione... poi c’è una lettera a Fi­
lemone e una a Tito e due a Timoteo, [scritte] per affetto e amore, santificate pe­

16. Cfr. D,L. Balas, The Use and interpretation o f Paul m Irenaeus3s Pive Books «Adversus
Haereses»: The Second Century 9 (1992) 2,7-39.
17. Così, nel libro v, G a l . in 1,1-4,15; 1 Cor. in 5,1-10,16; 2 Cor. in 11,1-12,9; Rom. in 13,1­
14,11; x Tess. in 15,1-8; 2 Tess. in 16,1-7; Ef. in 17,1-18,14; Col. in 19,1-11; FU. in 20,1-7;
Film, in 21,1,
18. Riteniamo che la posizione polemica di G.M. Hahneman, The Muratorian Fragment and
thè Developm ent o f thè Canon , Oxford 1992, risulti sufficientemente confutata da P, Henne,
La datation du Canon de Muratori: RB 100 (1993) 54-75; Idem, L e Canon de Muratori. O r-
thographie et datation: Archivum Bobiense 12 (1990) 289-304.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 77

rò dall’onore della chiesa cattolica e dall’ordinamento della disciplina ecclesiasti­


ca (Can. 4).
In questo modo fornisce incidentalmente una certa definizione della loro
canonicità: sono state «riconosciute come sante» (sanctificatae sunt),
fatto che si è tradotto in un onore per la chiesa e in una certa integra­
zione nell’ordinamento ecclesiastico (lettura pubblica). Questa definizio­
ne è illustrata per contrasto dal trattamento riservato al Pastore di E r ­
ma (v. sopra), scritto da un fratello del papa:
... è conveniente leggerlo, ma non pubblicamente davanti al popolo nell’assem­
blea ecclesiale; né può [essere annoverato] nel numero già completo dei profeti,
né in quello degli apostoli, che scrivono alla fine dei tempi {Can. 7).
Spiccano dunque con chiarezza i tre grandi blocchi della Scrittura cri­
stiana: i profeti (ossia l’Antico Testamento), il vangelo (di cui si era già
parlato) e gli apostoli, che evidentemente includono anche Paolo. La let­
tura pubblica rimane prerogativa esclusiva dei libri canonici.

III. C O M M E N T I A L L E L E T T E R E D I P A O L O

Da allora, dal ni secolo ai giorni nostri, sarebbe lunghissimo enumerare


le citazioni dell’apostolo da parte degli autori cristiani. Basti dire che
l’unica opera nota a lui contraria sono le cosiddette Pseudo-Clementine
- in particolare un certo frammento antipaolino - che non possono es­
sere anteriori al iv secolo. Vengono attribuite a gruppi ebioniti, molto
posteriori al vangelo di Matteo nel quale l’ingresso dei gentili nella chie­
sa era ormai accettato.19
Ci limiteremo dunque, con pochissime eccezioni, a parlare di com­
menti a lettere intere, soffermandoci su quelli che trasmettono una co­
noscenza autentica dell’apostolo e/o costituiscono una pietra miliare nel­
la storia dell’interpretazione delle sue lettere.

1. Patrologia greca

La patrologia greca sarà rappresentata in questo caso dal commento di


Origene ai Romani, da quello di Giovanni Crisostomo a tutte le lettere
e dalle Catene dei Padri greci.
Di Origene è giunto sino a noi un unico commento intero, quello ai
Romani nella versione latina di Rufino, non sempre fedele. Frammenti
di questo commento come pure di altri, perduti, si ritrovano nelle cate­
ne, di cui parleremo tra breve. N ell’opera l’apostolo viene presentato co-
19. Cfr. J. Sanchez Bosch, Santiago, Pedro y Pablo en las Seudoclementinas, in M . Perroni (ed.),
Patrimonium fìdei (in on. di P.R. Tragan - M. Lòhrer), Roma 19 9 7, 547-573-
78 Paolo e i suoi scritti

me il grande «gnostico», nel senso di «indagatore» della parola di Dio.


Per quanto l’assenza del testo originario e le eventuali «correzioni» di
Rufino ci impediscano di apprezzare appieno il testo, tuttavia se ne per­
cepisce di continuo la sintonia con il mondo greco della filosofia e dei
misteri. Origene sa indubbiamente cogliere nei testi la sapienza che con­
tengono (e più d’uno, nel nostro secolo, gli ha dato ragione), anche se
talvolta, per mancanza di senso storico, vi trova più profondità mistica
di quanta ne abbiano in realtà.“
Il vasto commento di Giovanni Crisostomo a tutte le lettere costitui­
sce forse il regalo più grande che uno studioso dell’ apostolo possa farsi.
Risolve acutamente una serie di problemi filologici (con l’autorità di chi
parla la stessa lingua), ma soprattutto è in grandissima sintonia spiritua­
le con il dramma storico di Paolo, poiché visse nel suo medesimo scena­
rio.21 Da buon antiocheno sottolinea il senso letterale del testo, e non
esita a riscoprire nella vita di Paolo gli stessi problemi che assillarono
anche lui.
Le Catenae Graecorum Patrum22 sono spesso l’unica fonte disponibi­
le per conoscere alcuni commenti (come quelli di Cirillo Alessandrino,
Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro,23 Fozio) o, come nel caso di
Origene, per conoscere frammenti di essi in lingua originale. Il suo inte­
resse filologico è davvero decisivo in molte questioni, per quanto da esse
raramente emergano grandi visioni d’insieme.

2.. Commenti cattolici latini

Durante tutto il Medioevo e il Rinascimento, che produssero numerosi


commenti, si citavano i grandi nomi della patrologia latina - ad esem­
pio Ambrogio, Gerolamo e Agostino - quali commentaristi di Paolo.
Come fonte secondaria, in buona parte tributaria della prima, venivano
impiegate la Glossa ordinaria di Anseimo di Laon e le Sententiae di Pier
Lombardo.
In realtà né Ambrogio né Gerolamo avevano scritto le opere loro at­
tribuite. Il «sostituto» di Ambrogio rimane sino a oggi sconosciuto, e
viene citato come Ambrosiaster; quello di Gerolamo solitamente viene
identificato nello stesso Pelagio, l’uomo che sostenne dure lotte teologi-
2 0 , C fr . F . C o c c h in i, Il Paolo di Origene. Contributo alla storia della recezione delle epistole
paoline nel III secolo , R o m a 1 9 9 2 ; J . R . S à n c h e z -C id , Justicia, pecado y filiación. Sobre el
Contentarlo de Ortgenes a los Romanos, T o le d o 1 9 9 1 .
2 1 . C fr . S . Z in c o n e , Giovanni Crisostomo. Panegirici su san Paolo, R o m a 1 9 8 8 .

2 2 , P u b b lic a te d a J . A . C r a m e r , Catenae Graecorum Patrum in Novum Testamentum, 8 vo li-,


O x fo r d 1 8 4 4 ; g li scritti p a o lin i c o m p a io n o nei v o li. 4 - 7 e 8 .
2 3 . Su q u e s t’ u ltim o c fr. A . V ic ia n o , «El Autor de nuestra Salvación». E l Comentario de Teo­
doreto de Ciro a las Eptstolas Paulinas, P a m p lo n a 1 9 9 0 .
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 79

che con Agostino/4 Entrambi dimostrano grande interesse nell’appro­


fondimento dei minimi dettagli del testo, anche se all’interno di una vi­
sione molto «romana» dei testo paolino: pratica, giuridica e alquanto
razionalista, sebbene neppure i discepoli di Agostino trovino in essi trat­
ti eretici.
Agostino stesso non ci ha lasciato che due inizi di commento alla let­
tera ai Romani: la Incboata expositio e VExpositio quarundam proposi-
tìonum ex epistola ad Rom anos/ 5 Comunque, la gran quantità di rife­
rimenti all’apostolo sparsi tra i suoi numerosi trattati e sermoni gli as­
segnano un posto in prima fila tra quanti hanno maggiormente influito
sulla comprensione di Paolo nel mondo cristiano. Sua caratteristica prin­
cipale è l’audacia con cui affronta il paradosso, la tragedia e il mistero
racchiusi negli scritti paolini, laddove i commentatori greci si sforzava­
no di trovare soluzioni rassicuranti.
Tra gli autori medievali, sia come opera personale sia come finestra
aperta a tutta l’esegesi precedente, spicca Tommaso d ’Aquino con l’ ope­
ra In omnes Sancti Pauli Apostoli epistolas commentarla f '6 redatta con
l’intento di mettere in buona luce tutto ciò che è stato scritto in prece­
denza, per far meglio risplendere l’apostolo stesso. Molte questioni re­
stano aperte, ma non per mancanza di visione d’insieme. Tommaso si
impegna soprattutto nel suddividere il testo mostrando la concatenazio­
ne interna tra le diverse proposizioni che contiene. La visione d’insieme
è coerente e serena. Fornisce, ad esempio, una versione un po’ «addo­
mesticata» delle tesi agostiniane, ma non senza rispettare le ragioni di
fondo del dottore di Ippona.
Ricordiamo infine che tutta la tradizione greca e latina, con contribu­
ti presi dall’attualità e dalla conoscenza dell’antichità greco-romana, si
trova ricapitolata negli estesi commenti di Cornelio a Lapide (Cornelius
van den Steen), Commentaria in omnes D ivi Pauli Epistolas, rimasta
per secoli un’opera di consultazione imprescindibile per tutta la chiesa
cattolica.3

3. La riforma protestante

L ’opzione sola Scriptum, propria della riforma protestante, ebbe come


inevitabile conseguenza un profluvio di commenti agli scritti paolini. I
2 4 . C f r . T . S . D e B ru y n , Pelagius’s Commentary on St PauPs Epistle to thè Romans, T r a n s la -
tio n w ith In tro d u ctio n a n d N o te s , O x f o r d 1 9 9 3 .
2 5 . C f r . Obras de San Agustm, x v m . Exposición de las Epistolas a los Romanos y a (os Gàia-
tas, M a d r i d 1 9 5 9 ; M . G . M a r a , Agostino interprete di Paolo. Commento di alcune questioni
tratte dalla Lettera ai Romani. Commento incompiuto della Lettera ai Romani, M ila n o 1 9 9 3 .
2 6 . C f r . M . M . R o s s i, Teoria e metodo esegetici in S. Tommaso d’Aquino. Analisi del «Super
Epistolas Sancti Pauli lectura ad Romanos » , R o m a 1 9 9 1 {tesi d o tto r a le a ir A n g e lic u m ) .
8o Paolo e i suoi scritti

loro risultati, qualora non siano stati superati dallo scorrere del tempo,
sono stati assorbiti dall’esegesi recente, più alla nostra portata. Tutta­
via, persino per comprendere l’esegesi moderna continuano ad avere
grande valore le opere dei fondatori del protestantesimo.17
Le più importanti sono le due scritte da Lutero sulla lettera ai Roma­
ni: Die Glosse e Die Scholien.zS Risalgono al periodo in cui ancora era
dentro la chiesa cattolica, per questo le tesi classicamente protestanti
trovano un certo contrappeso dopo qualche pagina o qualche riga. È co­
munque chiaro che la preoccupazione dell’autore è palesemente teologi­
ca: più per ciò che il testo dice a me che non per ciò che ha detto ai cri­
stiani del I secolo.
Da parte sua, Calvino dimostra una maggiore preoccupazione di co­
gliere la realtà del passato. N e è prova il fatto che commenta tutte le
lettere dell’apostolo, vedendovi un «evento comunicativo» non estraneo
alle leggi della retorica. N on per questo, però, smette di perseguire le
sue personali tesi teologiche per una specie di ragionamento scolastico­
cartesiano. Qualcosa di simile si potrebbe affermare anche a proposito
di quanto scrive il grande umanista Melantone.
L ’elemento più peculiare dell’esegesi protestante, con qualche diversi­
tà tra i vari autori, è indubbiamente la dottrina della giustificazione. Il
principio basilare di tale dottrina è una considerazione particolarmente
pessimista della situazione di peccato in cui l’uomo nasce e persino della
capacità rigeneratrice della grazia del battesimo. Mentre l’uomo è su
questa terra, la «carne» ha sempre il sopravvento sullo «spirito» e qual­
siasi suo atto merita la condanna di Dio piuttosto che la sua approva­
zione (o «giustificazione»). Tale approvazione perviene all’uomo (ades­
so come nel giudizio finale) per pura grazia, mediante il cammino di fe­
de, in base alla quale l’uomo ottiene una «imputazione» dei meriti di
Gesù Cristo. N on si nega l’impegno dell’ uomo giustificato ad agire in
accordo con la grazia ricevuta né il potere dello Spirito santo di «santifi­
care» l’uomo; ma nell’azione dell’uomo giusto resta pur sempre qualco­
sa che lo rende meritevole di condanna, obbligandolo a confidare nella
sola fede e nella sola grazia.19
Il principio della «sola grazia» doveva spogliare l’uomo delle false si­
curezze fornite da determinate pratiche esteriori, prive di contenuti pro­
fondi, conferendogli inoltre una sensibilità particolare riguardo al pec-2789

2 7 . C fr . D .C . S te in m e tz , The Bible in thè Sixteenth Century, D u r h a m 1 9 9 0 .


2 8 . C f r ., risp e ttiv a m e n te , F . B u z z i, Martin Lutero, La lettera ai Romani ( 1 5 1 5 - 1 5 1 6 ) , M ila n o
1 9 9 1 , e G . P a n i, Martin Lutero, Lezioni sulla lettera ai Romani 11, G e n o v a 1 9 9 2 .

2 9 . S o n o i g ra n d i tem i d ell’ a n tr o p o lo g ia te o lo g ica ch e sa ra n n o tra ttati d a l p u n to di vista ese­


g e tico p iù a v a n ti, nel c a p . XI. Il p u n to d i vista lu te ra n o « co n fe ssio n a le » può essere a p p r o fo n ­
d ito in Die Bekenntnisschriften der evangelisch-lutherischen Kirche, G ò ttin g e n 1 9 6 3 .
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 81

cato che sussiste in lui, con tutta l’umiliazione che ciò comporta, e ri­
guardo al dramma di Cristo, reso maledizione perché noi potessimo ri­
cevere benedizione. Le lettere di Paolo, con la sua rivendicazione della
«follia» della croce, con la sua polemica contro la legge e la sua presen­
tazione drammatica dell’esistenza umana, entravano a pieno diritto nel
campo del paradosso. Il brutto è che i paradossi di un filosofo greco so­
no stati sempre interpretati come qualcosa che aiuta a pensare, condu­
cendo a una comprensione più profonda; nel caso di Paolo, invece, ac­
colto come Scrittura a dispetto di ogni ragione e di ogni tradizione, i
suoi paradossi si elevarono a categoria suprema, a rischio di ritorcersi
contro le intenzioni dell’autore.
Da parte sua il principio della «sola fede», se si eccettua l’eventuale
svalutazione dell’ operato umano (rischio che il calvinismo seppe evitare
meglio del cattolicesimo stesso), tende a sottolineare l’elemento indivi­
duale a scapito di quello sociale e l’elemento soggettivo a scapito di quel­
lo oggettivo. La sua grande ricchezza restano l’insistenza sulla scelta
personale in favore di Cristo (uno non «si trova» dentro, ma deve «en­
trare») e l’invito ai valori insostituibili della coscienza. Tale principio,
comunque, può contribuire all’ «atomizzazione» del pensiero cristiano
(ciascuno cammina con la propria fede) e al soggettivismo totale (l’im­
portante non è che Cristo mi abbia redento, ma che io creda così).
A questi due principi si aggiunge quello già ricordato della «sola
Scrittura». In associazione con l’umanesimo imperante (si pensi a Era­
smo),30 favorì l’investigazione filologica del testo greco e persino la ri­
cerca dei manoscritti più antichi, consentendo così di superare molte bar­
riere imposte dalla tradizione ecclesiastica precedente. Ad ogni modo i
risultati non potevano essere sempre buoni giacché, col tempo, si passò
dal «prescindere dalla» tradizione all’ «andar contro» di essa, qualora
non sia dimostrato il contrario.
Bisogna inoltre osservare che i fondatori del protestantesimo, nella
loro realtà concreta, si collocano molto più vicini alla tradizione secola­
re della chiesa (ad esempio nell’accettare i primi otto concili e nell’alta
considerazione dei Padri della chiesa) di quanto potrebbero farci sup­
porre i principi qui enunciati. Solamente l’elevazione di tali principi alla
categoria di verità filosofiche supreme fece sì che l’esegesi più recente (di
cui parleremo fra poco) giungesse a determinate conclusioni. Il risultato
è che oggigiorno un protestantesimo più confessionale (o evangelico)
può essere considerato tradizionale rispetto alle teologie più radicali de­
gli ultimi secoli.

3 0 . C fr . M G . M a r a , Erasmo da Rotterdam , Parafrasi della Lettera ai Romani, L ’ A q u ila


1 9 9 0 . T u tte le su e « a n n o ta z io n i» n ell’ ed izio n e c r itic a d i A . R e e v e , Erasmus’ Annotatìons on
thè N e w Testament, L e id e n 1 9 9 0 , v o li. 11 e n i.
4- L ’esegesi «attuale»

Consideriamo tale quella che potremmo anche definire «critica», «scien­


tifica» o «interdisciplinare», poiché cerca di sottoporre il testo biblico agli
stessi metodi di analisi applicati a qualsiasi altro testo antico. È stata de­
finita anche «liberale» o «razionalista», benché molti dei suoi rappre­
sentanti uniscano senza problemi il metodo scientifico alla confessione
di fede. N on può essere definita «recente», perché in realtà esiste da ben
due secoli, ma «attuale» sì, giacché le questioni poste allora continuano
a essere dibattute e il metodo applicato allora continua a essere ritenuto
valido anche oggi.31
Il lavoro fondamentale di ogni esegesi continua a essere il commento
a un intero scritto, perché nessuna teoria può stare in piedi se non è suf­
fragata dalla totalità del testo (e, se possibile, da tutti gli scritti di uno
stesso autore). Comunque l’esegesi «attuale» ha ricevuto impulsi decisi­
vi da un altro genere di opere: le «introduzioni» (in cui si studiano le
circostanze che diedero origine a uno scritto e le sue relazioni con altri
scritti noti) e le «monografie», che si ripropongono di sviluppare con me­
todo scientifico un tema proposto.
Nella ricerca paolina il primo modello di esegesi «attuale» è la mono­
grafia di F. Schleiermacher in cui si sostiene l’inautenticità della prima a
Timoteo, Ober den sogenannten ersten B rief des Paulus an den Titno-
tbeus, Berlin 18 0 7 ; applicando il metodo della Lìterarkritìk - in realtà
una comparazione di lessico e stile - si conclude che la lettera non fu
scritta dall’apostolo. Il metodo non era del tutto nuovo per il campo bi­
blico, poiché era già stato impiegato da Origene a proposito di Ebrei e
da Gerolamo per scoprire due «interpreti» nelle due lettere di Pietro,
tuttavia adesso viene applicato con grande meticolosità e aggressività.
N on passò molto tempo e analoga sorte toccò alle tre lettere pastorali
con G. Bòhl, Uber die Zeit der Abfassung und den paulinischen Charak-
ter der B rief e an Timotheus und Titus, Berlin 182.9. F.Ch. Baur ribadi­
sce la tesi con argomenti nuovi nella sua opera Die sogenannten Pasto-
ralbriefe des Apostels Paulus, Stuttgart 1 8 3 5 . Poco dopo pubblicò la sua
opera più significativa, Paulus, der Apostel Jesu Christi, Stuttgart 18 4 5 .
Si tratta di un’opera d’insieme sulla vita, gli scritti e la dottrina dell’a­
postolo, uno schema al quale negli anni successivi si ispireranno decine
di altre opere - compresa la nostra. La sua intuizione di fondo sta nel
non considerare gli scritti dell’apostolo principalmente dal punto di vista
teologico (in concreto, dalla prospettiva della controversia teologica su
determinate tesi), ma da quello storico: le lettere di Paolo sono prìnci­
p i. \ p rim i p assi di q u e sto tip o di esegesi, p e r q u a n to rig u a rd a P a o lo , p o s s o n o essere ritro v a ti
in A . S c h w e itz e r , Geschichte der paulinischen Forschung, T iib in g e n 1 9 1 1 .
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 83

palmente frutto di avvenimenti e situazioni precise, che si verificarono


mentre l’apostolo scriveva. La conclusione della seconda opera, Paulus,
è che l’apostolo scrisse solo quattro lettere (Romani, 1 e 2, Corinti, Ga-
lati) e in tutte compare il suo scontro con il «petrinismo», corrente che
si infiltra a Corinto, colpisce in Galazia, ma a Roma soffre sotto gli at­
tacchi di Paolo. Tutto sommato non si stacca molto dalla controversia
teologica, poiché Paolo è dipinto coi tratti della riforma, mentre Pietro
assume quelli - presunti - del papato.
Il suo metodo è la cosiddetta «critica letteraria», introdotta da Schleier-
macher; l’autore la estende alla prima e seconda ai Tessalonicesi, a Fi-
lippesi, Filemone, Colossesi ed Efesini. Un’altra sua arma è la cosiddetta
Tendenzkritik, secondo la quale è sospetto tutto ciò che corrisponde al­
le «tendenze» di un autore, proprio perché può essere frutto di tali ten­
denze. Con questo genere di critica si abbassa enormemente il valore
storico degli Atti degli Apostoli e viene messa in dubbio l’autenticità di
molte lettere, perché non sottolineano in misura adeguata il confronto
tra Paolo e il «petrinismo». È comunque vero che, applicando a Baur ta­
le metodo, qualcuno potrebbe dire: «Poiché corrisponde alla Tendenz di
Baur, è sospetto vedere confronti dappertutto».
Il successo di Baur non fu assoluto e, di fatto, 1 Tessalonicesi, Filip-
pesi e Filemone furono immediatamente «recuperate» da chi ne sostene­
va l’autenticità. Tuttavia l’impostazione di Baur continua a determinare
in larga misura tutta l’esegesi paolina come pure la ricostruzione storica
del cristianesimo primitivo. Da coloro che, al di là del dibattito confes­
sionale, vollero porre su un livello storico il confronto tra Paolo e il
«petrinismo», tale confronto fu inteso sempre più come un dibattito tra
ellenismo e giudaismo: Pietro diventò sempre più giudeo, e Paolo sem­
pre più greco.
A questa conclusione giunse la cosiddetta scuola di storia delle reli­
gioni. Concretamente, Paolo - e con lui tutto il cristianesimo «sacra­
mentale» - fu considerato strettamente legato alle religioni misteriche
ellenistiche. I primi rappresentanti della scuola (Wobbermin, 18 9 6 ; Heit-
mùller, 19 0 3) sono caduti nell’ oblio, però si continuano a leggere opere
come quelle di R. Reitzenstein, Die hellenistiscben Mysterienreligìonen,32
e di W . Bousset, Kyrios Christos , 33 La scuola parte dall’idea di Baur di
un primo gruppo di cristiani ellenisti, fondato da Stefano e trasferito poi
ad Antiochia,34 e aggiunge che in quella città, a contatto con il paganesi-31

3 1 . L e ip z ig 1 9 1 0 ; rist. D a r m s ta d t 1 9 5 6 .

3 3 . G ò ttin g e n 1 9 1 3 ; rist. 1 9 6 7 - C fr . s o tto , n. 3 5 , e c a p . v , n. 1 5 .


3 4 . C fr . H .W . N e u d o r fe r , Der Stephanuskreis in der Forschungsgeschichte seit F.Ch. Baur , G ie s -
sen 1 9 8 3 . Si h a u n ’ e sp o sizio n e m o d e ra ta del tem a in E . L a r s s o n , Die tìellenisten und die Ur-
gemeinde-. N T S 3 3 ( 1 9 8 7 ) 2 0 5 - 2 2 5 .
84 Paolo e i suoi scritti

mo, nacque l’idea di un «Cristo», che è il «Signore» e «lo Spirito» allo


stesso tempo,35 assolutamente estraneo al Gesù storico.
Comunque non soltanto il cristianesimo liberale si è servito di uno
sguardo sul mondo ellenistico, pure il grande A . Schweitzer, con la sua
opera sulla «mistica» di Paolo, Die Mystik des Apostels Paulus (Tubin-
gen 19 3 0 ), offrì all’esegesi protestante una nuova percezione dell’aspet­
to ontologico-sacramentale della salvezza, che non cessa di avere una
certa influenza sul mondo cattolico. Si ricordi infatti la Mystici corporis
Christi di Pio x i i e l’idea della «presenza dei misteri» secondo O. Casel.
Seguendo questo filone si potranno spiegare molte cose di Paolo, non
certo tutte. A un certo punto riemergerà sempre l’ex fariseo che insiste­
rà sino alla fine sulla sua ascendenza giudaica e persino sull’idea che
«Dio non ha ripudiato il suo popolo» (R om . 1 1 , 1 s.). Come accade per
un preparato farmaceutico, alcuni esegeti metteranno più ellenismo e al­
tri più giudaismo nella «composizione» di Paolo: nessuno però potrà
mai negare uno dei due estremi.
Da parte liberale l’ attenzione al giudaismo portò la cosiddetta scuola
escatologista a vedere l’apostolo tutto proteso nell’attesa di un’imminen­
te seconda venuta del Signore. Oltre alla prima ai Tessalonicesi, che qui
è un elemento fondamentale, questa scuola approfitta degli scontri tra
scritti segnalati da Baur per denunziare in molti di essi (negli Atti e le
«deuteropaoline») la «tendenza» a occultare il fallimento totale rappre­
sentato dalla mancata realizzazione della parusia.
N on è neppure il caso di dire che la considerazione dell’ambiente giu­
daico ha dato molti altri frutti negli scritti paolini: opere come il Kom-
mentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch di H .L. Strack
e P. Billerbeck36 sono state utilizzate da tutti i commentatori dell’apo­
stolo. Il patrimonio giudaico unito a tutto il possibile materiale del
mondo ellenistico è sfruttato e sviluppato dagli autori del Tbeologisches
Wórterbuch zum Neuen Testament di G. Kittei, in cui sono commentati
tutti i termini significativi del Nuovo Testamento. Inoltre non occorre
ricordare che i ritrovamenti di Qumran non hanno fatto che spronare a
un’indagine ancor più intensa in questa direzione.37
È tuttavia evidente che tanto la storia delle religioni nelle sue conce­
zioni più estremiste quanto l’escatologismo che ne consegue hanno la ca-
35 - N ell’opera di Bousset II capitolo su Paolo (pp. t 2.5-186) segue quello sulla comunità etni-
cocrisriana (pp. 9 1 - 1 2 5 ) , che si suppone fiorente nel momento in cui Paposcolo iniziò a opera­
re: «Il fiume in piena del nuovo movimento religioso universale scorreva già quando Paolo si
mise all’opera» (p. 93), Riguardo al pensiero di Paolo, lo vede riassunto nella frase «Il Signore
è lo Spirito» (2 Cor. 3 ,17 ) , interpretata nel modo più radicale.
36. 4 volumi in 5 tomi, oltre al voi. 5 e 6 a cura di J. Jerem ias, Mùnchen 19 2 6 -19 6 9 .
37. Riguardo a Paolo cfr. J. M urphy-O ’Connor, P a u l a n d Q um ran . Studies in N e w Testam ent
E x eg esis, London 19 6 8 .
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 85

ratteristica di ostacolare la fede. Pur riconoscendo al cristianesimo «va­


lori perenni», risulta loro difficile dare un’adesione piena ed esclusiva
(come esige la fede cristiana) a una religione così simile alle altre e che
oltretutto ha fallito nel suo primo annuncio (la parusia imminente). N a ­
sce da qui la proposta di offrire una soluzione «dialettica» (una sorta di
«armonia dei contrari») a questa «schizofrenia» tra scienza e fede. Il
concetto stesso di «teologia dialettica» è stato impiegato da due teologi
assai diversi tra loro, Barth e Bultmann, che attribuivano pesi specifici
molto diversi agli estremi da coniugare.
K. Barth voleva essere un uomo del suo tempo e credeva nei contri­
buti positivi dello studio scientifico della Bibbia. Tuttavia per lui era
scontato che in caso di conflitto avrebbe dato la preferenza alla fede.
Enuncia questo principio nella prefazione del commento alla lettera ai
Romani38 e lo mette in pratica lungo tutta l’opera. Bisogna riconoscere
che, da un punto di vista filologico ed esegetico, le sue soluzioni non so­
no sempre indovinate. Nondimeno raggiunse due grandi obiettivi: a) re­
stituire lo studio scientifico della Bibbia a quanti per salvare la loro fede
se ne erano allontanati e b) far emergere la consapevolezza della rile­
vanza vitale del messaggio di Paolo per i problemi del momento attuale
(si pensi a Bonhoeffer e a Niemóller davanti alla crisi nazista).
N on c’è bisogno di dire che questo difficile equilibrio era perseguito
anche dalla chiesa cattolica a partire dalla Providentissimus Deus di Leo­
ne xiii, benché le sue direttive non furono sempre applicate con la do­
vuta forza.39 Anche qui possiamo citare un commento a Romani, quello
di M .-J. Lagrange, scritto nel 1 9 1 4 .40 Leggendone la prefazione, non vi
si troverà un uomo pronto a recitare una lezione, ma un uomo schiac­
ciato dalla quantità di problemi esegetici che la lettera pone e consape­
vole della propria responsabilità nella risoluzione di tali problemi. Il ri­
sultato è davvero notevole. Oltre ad aver spezzato la barriera di silenzio
che di solito si opponeva agli studiosi cattolici, i suoi punti di vista sono
considerati ancora oggi degni di approfondimento.
Tornando in campo protestante, vorremmo ricordare altri due frutti
dell’esegesi un po’ più tradizionale.
Il primo è il Paulus und Luther di P. Althaus.41 Scritta con grande
simpatia nei confronti di entrambi questi personaggi, quest’ opera insiste
sulla diversità di situazione in cui ciascuno di essi scrive e sulle conce­
zioni differenti cui li porta tale diversità. Dà poi ragione a Paolo nella
38. D er Róm erbrief , Munchen '1919 (tr. it. L'E pistola ai Rom ani , Milano 1962,).
39. Cfr., cominciando da un’epoca successiva, R.B. Robinson, Rom an Catholic Exegesis since
D ivino Afflante Spirituy Atlanta 1988.
40. Cfr. un elogio protestante di questa figura in C. Kourie, Leading Lights in Tw entietb Cen -
tury Rom an Catholic Bibìical Scholarship: M arie-Josepb Lagrange (18 5 5 -19 3 8 ): Theoiogia
Evangelica 14 (1991) 37-43. 41. Gutersloh 1951.
86 Paolo e i suoi scritti

sua descrizione dell’uomo senza la fede e a Lutero quando descrive la


vita del cristiano (il sìmul iustus et peccator)42' In ogni caso il suo im­
patto è stato determinante, ha provocato la scomparsa tra gli esegeti del­
l’antico luteranesimo «teorico» (certamente molto più luterano di Lute­
ro stesso) per giungere a versioni compatibili con la dottrina cattolica del­
la giustificazione.
Ha avuto un impatto duraturo anche la tesi di W .G . Kummel, Rómer
7 und die Bekebrung des Paulus (Romani j e la conversione di P a o lo )45
Chiarisce che le contraddizioni di Rotn. 7,14-2,5 non sono quelle del cri­
stiano in quanto tale e nemmeno quelle che sperimentò l’apostolo prima
della sua conversione. In questo modo rende necessario rivedere molte
posizioni, sia del protestantesimo tradizionale sia di quello liberale.
Questi ultimi due contributi non fanno che accentuare l’eventuale
conflitto tra scienza e fede per un credente di tradizione luterana. Uni­
tamente alla storia delle religioni e all’ escatologismo spingono R. Bult-
mann a cercare la soluzione del conflitto in una dimensione assoluta­
mente nuova: quella dell’ «esistenziale».
Bultmann si sente perfettamente a suo agio tra le opinioni più ardite
(alcune alquanto discutibili) riguardanti le origini del cristianesimo;
giunge ad affermare, in generale, che tutto ciò che la scienza non riesce
a spiegare è semplicemente «mito». A suo parere, tuttavia, ciò non ha
niente a che vedere con la fede, perché questa non si colloca su un livel­
lo di affermazione intellettuale, ma è un’adesione esistenziale che non
termina in un «oggetto in sé» (ad esempio un Gesù realmente esistente)
bensì nell’oggetto così come espresso nel kerygma.^
Dopo averle espresse in vari articoli (tra l’altro, varie voci del G L N T ),
ricapitola le proprie idee riguardo a Paolo nella parte riservatagli della
sua Teologia del N uovo Testamento 45 In fondo la teologia di Paolo sa­
rebbe una teologia della fede: il peccato è la chiusura in se stessi caratte­
ristica di colui che non ha fede; la salvezza è la continua uscita da se
stessi, propria della fede; Cristo (e, come sua portatrice, la chiesa) è ne­
cessario semplicemente perché l’uomo deve trovare fuori da se stesso la
strada che lo porta alla salvezza; l’ escatologia si è già realizzata nella
morte stessa di Cristo, che il kerygma interpreta come risurrezione.
Molti anni dopo Bultmann scrisse un commento alla seconda ai Co-
42. La disgiuntiva («Paolo o Lutero») com pare rispettivamente alle pp. 56-67 e 9 1-9 5 . Il giu­
dizio dell’ autore è, da un lato, che «Paolo mette in evidenza che anche il peccatore resta crea­
tura di Dio» (p. 57), mentre, dall’altro, che «anche ciò che è involontario è peccato» (p. 92).
43. Leipzig 1929.
44. Cfr. J.M. Millàs, La concepción paulina de la fe y la existenda cristiana segun la intet'pre
tacìón de R u d o lf Bultm ann: Estudios Eclesiasticos 65 (1990) 1 9 3 - 2 14 ; inoltre G. Hasenhuttl,
D er Glaubensvollzug. Bine Begegnung mit R u d o lf Bultmann aus katholiscbem Glaubensver-
standnis, Essen 19 6 3 . 45. V. sopra, cap. I, n. 2.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 87

rinti46 che, essendo piuttosto valido, viene letto alla pari di altri. L ’im­
patto, provocato dagli scritti precedenti, è stato notevole su varie gene­
razioni di esegeti, benché molti discepoli di Bultmann abbiano continua­
to a studiare i temi e a correggere il maestro laddove era necessario. Nel
frattempo faceva la sua comparsa, soprattutto in paesi meno sviluppati,
una sorta di «bultmannesimo» dogmatico che gioiva per tutto ciò che
Bultmann aveva distrutto.
Sebbene situata su un altro livello, l’impronta di Bultmann ha avuto
conseguenze simili a quelle di Barth per chi era orientato in linea libera­
le. Egli concluse che: a) le lettere autentiche di Paolo sono (alcuni aggiun­
gono «almeno») sette: Romani, 1 e z Corinti, Galati, x Tessalonicesi, Fi-
lippesi e Filemone; b ) per quanto moderni si possa essere, bisogna conti­
nuare a parlare di «peccato», «fede», «salvezza», «escatologia»; c) la fe­
de in Cristo è qualcosa di unico che non si può scambiare con nessun’al-
tra religione al mondo. Senza negare che, per altri, Bultmann può signi­
ficare il passaggio da una fede «che si tocca con mano» a un’altra fede
compatibile con qualsiasi radicalismo storico, proprio perché si colloca
«in un’altra dimensione».
I nuovi impulsi ricevuti dall’esegesi paolina dopo Bultmann possono
esser fatti rientrare in due grandi discipline: la linguistica e la sociologia.
Nella linguistica, i contributi possono essere espressi nel linguaggio di
Saussure: non bisogna confondere la langue (codice di segni accettato
sia da chi parla sia dal suo interlocutore) con la parole (uso concreto
della lingua per comunicare qualcosa), né il paradigma (norma preesi­
stente) con il sintagma (risultato della composizione di più termini); oc­
corre ricercare la sincronìa (il significato attuale di una parola o di un
testo) prima della diacronia (etimologia o storia precedente di un testo).
I problemi della semantica della parola furono esposti con particolare
chiarezza da J. Barr in Semantìcs o f Biblical Language, Oxford 1 9 6 1 .
Egli afferma che da sempre gli esegeti hanno fatto osservazioni di altis­
simo valore teologico, ma la scienza linguistica tornerà loro utile per af­
finare i loro metodi. È importante, ad esempio, non attribuire valore di
affermazione teologica (= parole) ai semplici fenomeni linguistici (= lan­
gue), né considerare «significato biblico» (= langue) di una parola tutto
ciò che è stato detto per mezzo suo (= parole). Invece, tenendo conto di
tutto ciò, sarà possibile scoprire un autentico «significato biblico» (=
langue) in molte parole, ossia si potrà determinare il «cambio semanti­
co» attraverso il quale esse sono entrate a far parte di un «idioletto» dei
gruppi cristiani (o paolini). In questo modo diventa anche possibile ar­
ginare l’uso esegetico delle etimologie, perché queste non fanno parte di
una lingua (che è sincronia) bensì della sua storia (diacronia).
4 6 . D e r zw eite K o rin tberb rief, Gòttingen 19 7 6 .
88 Paolo e i suoi scritti

Anche la linguistica del testo ha avuto un ruolo importante in esegesi,


in particolar modo la sintassi nel senso di sintassi totale. A volte tra gli
esegeti vi era più preoccupazione per la preistoria di un testo (anche qui
si parla di diacronia) che per la sua realtà presente (sincronia). Questo
genere di considerazioni indusse - senza rinunciare ai risultati consegui­
ti - a insistere più sulla «storia della redazione» (Redaktionsgeschichte)
che sulla «critica delle fonti» (indicata con la definizione infelice di Lite-
rarkritik) o su quella delle «forme» letterarie (Formgescbichte). Tale ri­
schio era minore per gli studiosi di Paolo, che hanno davanti agli occhi
un autore in carne e ossa, anche se entro certi limiti è possibile investi­
gare sulla preistoria di certi testi.47 N on ha avuto molto seguito l’idea
(sostenuta da alcuni linguisti) che i testi debbano essere studiati in se
stessi, a prescindere dal fatto che qualcuno li abbia scritti. Nel caso del­
l’apostolo è fin troppo evidente che a scrivere è stata una persona ben
consapevole di chi li avrebbe letti.
Sempre per influsso dei linguisti è aumentata enormemente l’atten­
zione per la struttura di ogni singolo scritto, invece di limitarsi al com­
mento versetto per versetto. In tal senso si è rivelata esemplare l’opera
di A . Vanhoye sulla struttura letteraria della lettera agli Ebrei.48 Una cer­
ta specializzazione in questa direzione ha portato a scorgere la corri­
spondenza tra gli scritti di Paolo e gli schemi della retorica greco-latina.
Tale orientamento, iniziato nel commento a Galati di H .D . B e tz 49 ha da­
to buoni frutti pur non incontrando il consenso generale.
Il termine sociologia ha definito talvolta la preoccupazione per i pro­
blemi della società, che l’ apostolo non sempre pone in primo piano. T a ­
le interesse, certo presente in molte opere divulgative, ha rivestito gran­
de importanza per un esegeta eccellente, E. Kasemann,50 e affiora di con­
tinuo in altri scritti (ad esempio il commento di U. Wilckens alla lettera
ai Romani).51
La sociologia in senso stretto è però qualcosa di ben diverso. E una
scienza positiva che parte dallo studio di cento o mille casi (la cosiddet­
ta sociologia di campo) per scoprire le leggi non scritte del comporta­
mento umano nella società. Nel caso delle comunità paoline (e molto di
più in quello del cosiddetto «movimento di Gesù») è difficile giungere a
un qualche genere di certezza sociologica. Comunque l’esperienza socio­

47. Cfr. sopra, cap. 11, 8 . 4 8 . L a structure littéraire de l ’Épitre aux H ébreux , Paris 1 9 6 3 .
4 9 . Galatians, Philadelphia 1 9 7 9 ; ed. ted. Munchen 1 9 8 8 .

5 0 . Cfr. D er R u f der Freibeit , Tiibingen 1 9 8 1 (tr. it. A ppello alla libertà , Torino 1 9 7 2 ) ; artico­
li vari raccolti in Exegetische Versuche und Besinnungen, 2 voli., Gòttingen 1 9 6 4 (tr. it. par­
ziale Saggi esegetici, Casale Moni. 1 9 8 5 ) 5 Paulinische Perspektiven , Tiibingen 1 9 6 9 (tr. it.
Prospettive paoline, Brescia 1 9 7 2 ) .
51. D er B rief an die Ròm er, 3 volt., Neukirchen/Vluyn 1982.
Testimonianze esterne su Paolo e i suoi scritti 89

logica accumulata serve a porre un certo tipo di questioni, per vedere


con occhi diversi i dati raccolti qua e là e formulare ipotesi che si ispi­
rano ad altri casi. Sia da parte di G. Theissen52 che di W .A. M eeks53 e
di B.V . Holmberg , 52354 l’impostazione sociologica ha dato risultati vera­
mente illuminanti. N el caso, ad esempio, di F. Watson,55 che partendo
da un’ipotesi cerca di ridurre tutto il pensiero dell’apostolo a una sem­
plice «razionalizzazione» improvvisata del suo obiettivo politico, si dirà
piuttosto che la fiducia nel metodo è andata troppo oltre. L ’aspetto so­
ciologico è stato curato in forma diretta nella regione basca, producen­
do frutti come le opere di R. Aguirre,56 J.A . Ubieta57 e J. De Goitia.5®

Bibliografia

Il raffronto dei testi paolini con altri scritti simili (paralleli antichi o commenti po­
steriori) è un tema sul quale difficilmente si potrà parlare in modo dogmatico (so­
stenere se vi sia o meno dipendenza letteraria). Tuttavia aiuta a cogliere le diffe­
renti sfumature tra i vari scritti e le varie epoche.
La «scoperta di paralleli» solitamente parte da alcune concordanze, relativa­
mente reperibili per il Nuovo Testamento59 ma meno per altri testi.
Alle edizioni maggiori, come il Corpus Christianorum o la Patrologia Graeca
e la Patrologìa Latina di Migne, si aggiungano edizioni, sotto molti aspetti più
accessibili, che contengono anche il testo originale. È il caso delle Sources Chré-
tiennes (Paris) che contano ormai molti volumi e, tra questi, non pochi presenta­
no testi cristiani antichi in relazione a scritti biblici. Aggiungiamo il benemerito
D. Ruiz Bueno, Padres apostólicos, Madrid 1993; Idem, Padres apologistas grie-
gos, Madrid 1954. In lingua italiana non sono disponibili gli scritti patristici più
antichi con testo originale e traduzione. Tuttavia segnaliamo: A. Quacquarelli, Pa­
dri Apostolici, Roma 9i998; C. Burini, Gli apologeti greci, Roma 1986; F. Cec­
chini: Origene, Commento alla lettera ai Romani, 2 voli., Casale Monf. 19 8 5­
1986; S. Caruana - B. Fenati e a., Opere di Sant’Agostino. Alcune questioni sulla
lettera ai Romani. Esposizione della lettera ai Galati. Inizio dell’esposizione del­
la lettera ai Romani, Nuova Biblioteca Agostiniana 10/2, Roma 1997 (con testo

5 2 . C fr . G , T h e isse n , Sociologia del cristianesimo primitivo, G e n o v a 1 9 8 7 .


5 3 . C fr . W.A. M e e k s , I Cristiani dei primi secoli. Il mondo sociale dell’apostolo Paolo, B o lo ­
g n a 1 9 9 2 ; The Moral World ofthe First Christians, P h ila d e lp h ia 1 9 8 6 .

5 4 . Paul and Power, L u n d 1 9 7 8 ; Historia social del cristianismo primitivo, C o r d o b a 1 9 9 5 .


S e g n a lia m o la recente o p e ra co lle ttiv a di J.S . K lo p p e n b o r g , Voluntary Associations in thè
Graeco-Roman World, L o n d o n 1996, sp ec. W .O . M c C r e a d y , Ekklèsia and Voluntary Asso-
cìations, p p . 5 9 - 7 3 ; W . C o tte r, The Collegia and Roman La w , p p , 7 4 - 8 9 .
5 5 . Paul, Judaism and thè Gentiles. A Sociological Approach, C a m b r id g e 1 9 8 6 .
5 6 . D el movimiento de Jésus a la Iglesia cristiana, B ilb a o 1 9 8 7 ; La Iglesia de Antioquta de Si­
ria, B ilb a o 1 9 8 8 ; La Iglesia de Jerusalén, B ilb a o 1 9 8 9 .
5 7 . La Iglesia de Tesalónica, B ilb a o 1 9 8 8 . 5 8 . La Iglesia de Roma, B ilb a o 1 9 8 8 .
5 9 . W .F . M o u lt o n - A .S . G e d e n , A Concordance to thè Greek Testament, E d in b u r g h 1 9 8 0 ; K .
e B. A la n d , Computer Konkordanz zum Neuen Testament, B erlin 1 9 8 0 .
90 Paolo e i suoi scritti

latino). Si occupano dell’interpretazione scritturistica dei Padri E. Norelli (ed.),


La Bibbia nell’antichità cristiana, i. Da Gesù a Origene, Bologna 1993; M. Si-
monetti, Lettera ejo Allegoria. Un contributo all’esegesi patristica, Roma 1985;
B. de Margerie, Introduzione alla storia dell’esegesi, Roma 1983-198 6.
Segnaliamo due importanti testimonianze di commento alla maggiore lettera
di Paolo: L. de Santis - M.M. Rossi (ed.): Tommaso d’Aquino, Commento alla let­
tera ai Romani, z voli., Roma 1994; F. Buzzi (ed.): Martin Lutero, La lettera ai
Romani (15 15 -15 16 ), Cinisello Bals. 1991. Per un primo approfondimento del
percorso esegetico nella storia si può partire da G. Cremascoli - C. Leonardi (ed.),
La Bibbia nel Medioevo, Bologna 1996 e R. Fabris (ed.), La Bibbia nell’epoca mo­
derna e contemporanea, Bologna 1992.
Parte seconda

La corrispondenza tessalonicese
Come si accennava alla fine del cap. u, questa sezione dell’ opera com­
prenderà entrambe le lettere ai Tessalonicesi, sia per i molti elementi in
comune, sia perché la questione dell’autenticità della seconda va risolta
mediante un reciproco confronto. Applicheremo, comunque, il criterio
di non considerare chiuse le questioni ancora aperte e di studiare ogni
documento alla luce degli scritti che ne agevolano la comprensione.
Tra i due capitoli riguardanti le lettere ne viene inserito uno partico­
lare sulla catechesi primitiva, prendendo la prima ai Tessalonicesi come
punto di arrivo di una serie di tradizioni anteriori. Questa lettera si pre­
sta a tale scopo proprio perché è il primo scritto del Nuovo Testamento
che possediamo e anche perché, riteniamo, è stata scritta senza una par­
ticolare volontà di «far della teologia», ma semplicemente con l’intento
di trasmettere una catechesi, per cui diventa una finestra aperta sulla ca­
techesi dei primi decenni cristiani. Malgrado il rischio di ingiustizia non
attribuiamo identico valore alla seconda ai Tessalonicesi, semplicemente
perché la sua autenticità non è unanimemente riconosciuta; perciò, se
dovessimo mescolare i contributi delle due lettere, la nostra argomenta­
zione ne risulterebbe compromessa agli occhi di quanti nella seconda ai
Tessalonicesi vedono uno scritto non paolino.
I capitoli concernenti ciascuna lettera avranno la medesima struttura:
i . i d a t i d e l p r o b l e m a , sezione in cui saranno affrontati i temi pro­

pri dell’introduzione a uno scritto, non particolarmente soggetti a discus­


sione. Di norma comprenderà i seguenti paragrafi:
1. comunità destinataria (o destinatarie) e loro evangelizzazione da
parte dell’apostolo;
2. occasione della lettera: luogo e tempo della sua composizione;
3. stile e vocabolario;
4. suddivisioni maggiori.
l i . l e t t u r a d e l l a l e t t e r a . Qui ci dilungheremo più di quanto sia

usuale per un’introduzione, passando dalle grandi suddivisioni a quelle


minori, con un’attenzione particolare al filo conduttore dell’argomenta­
zione. Cercheremo dunque di situare ogni periodo del discorso (per in­
tenderci, ogni punto e a capo) all’interno della lettera. M a nel periodo
stesso considereremo più il significato che non i significanti, tralascian­
La corrispondenza tessalonicese 93
do qualche ripetizione o circostanza in eccesso, in modo da conferire
maggior risalto ai termini realmente significativi e alla connessione tra
ogni singola parte e tutto l’insieme.
n i . q u e s t i o n i a p e r t e . Per quanto riguarda le lettere sicuramente pao-

line, la tradizione esegetica di norma pone questioni sulPunità e inte­


grità di vari scritti (ad es. la seconda ai Corinti), sul momento in cui fu­
rono composti (ad es. Filippesi e Filemone), sugli avversari che si trova­
no a dover affrontare (ad es. Galati, prima e seconda ai Corinti), o sui
destinatari autentici (ad es. Galati). Per le lettere che non annoverate tra
le sette «autentiche», la grande «questione aperta» concerne l’autentici­
tà e/o la maggiore o minore «paolinità» dello scritto. Tratteremo tali
questioni solo dopo aver «letto» la lettera, non soltanto per non con­
fondere chi intende rinunciare a questo genere di discussioni, ma anche
perché molti problemi si risolvono alla luce di quanto la lettera afferma.
Gli aspetti dottrinali dal punto di vista della catechesi compariranno
soprattutto nel cap. v a proposito della prima ai Tessalonicesi. Alcuni
contributi più specifici della teologia dell’apostolo saranno invece illu­
strati nel cap. xi, dopo aver preso in esame le grandi lettere (prima e se­
conda ai Corinti, Galati, Romani e, per assimilazione, Filippesi e File-
mone). Il contributo peculiare delle restanti lettere emergerà sia dalla
«lettura del testo» sia dal paragrafo «questioni aperte» nei relativi capi­
toli delle parti quarta e quinta.
Capitolo iv

La prima lettera ai Tessalonicesi

I, I D A T I D E L P R O B L E M A

i . Comunità destinataria

Tessalonica è una città della Macedonia, capitale di uno dei quattro di­
stretti dell’omonima provincia romana, unita a Roma dalla via Egnazia
che arrivava sulla costa adriatica, di fronte a Brindisi, praticamente do­
ve finiva la via Appia.1 In greco moderno si è tornati ad adottare il no­
me antico di Tessalonica, mentre quello di «Salonicco» è considerato un
volgarismo. L ’importanza della città è dovuta alla sua posizione nella
valle dell’Axios (o Vardar), che traccia un percorso tra il Mediterraneo
e il Danubio. All’epoca di Paolo vi risiedeva il governatore romano, ma
la città cercava di mantenere il più possibile l’apparenza di polis libera
con i suoi «politarchi» {Atti 17 ,6 .8 ) autoctoni, i quali tuttavia dovevano
vegliare per garantire l’autorità dell’imperatore contro qualsiasi princi­
pio di vera indipendenza. Era quindi ovvio che si allarmassero sentendo
parlare di qualcuno che «agisce contro i decreti di Cesare, affermando
che c’è un altro re», v. 7.
In una polis normale esisteva a pieno diritto la sinagoga, «etnarchia»
dei giudei, con il suo culto, la scuola e il tribunale. Stando ad Atti 1 7 ,2
Paolo comincia ad annunciare il vangelo nella sinagoga, «come era soli­
to fare». Questa «consuetudine» di Paolo era necessaria nei luoghi dove
il vangelo non era stato ancora predicato, non soltanto per la convinzio­
ne teologica che ad Israele spettasse la priorità della salvezza (cfr. Rom .
1 ,1 6 ; 2,9 s.; Atti 3 ,2 6 ; 13 ,4 6 ), ma anche per la necessità pratica di pote­
re contare nelle comunità su elementi adulti, educati sin dall’ infanzia al
monoteismo, alla morale dei dieci comandamenti e alle tradizioni narra­
tive (piene di significato) dell’Antico Testamento.
Paolo vi giunse dopo aver evangelizzato Filippi, passando da Anfipoli
{Atti 1 7 ,1 - 1 0 ) . Due dei suoi futuri compagni, Aristarco e Secondo, pro­
venivano da Tessalonica (Atti 20,4). L ’evangelizzazione di Tessalonica è
segnata dalle torture e dalle umiliazioni subite da Paolo e dai suoi com­
pagni a Filippi per mano dei militari. Da esse traevano maggior forza (la

1 . C fr . W . E llig e r , Paulus 7 8 - 1 1 4 .
La prima lettera ai Tessalonicesi 95
croce di Cristo!) per continuare a predicare «tra frequenti lotte» ( i Tess.

Secondo Atti 1 7 ,2 Paolo predicò nella sinagoga per tre sabati di se­
guito. Ciò non significa che si trattenne a Tessalonica solo per tre setti­
mane, ma soltanto che poi scelse un altro luogo di riunione, sempre in­
dispensabile per celebrare battesimi ed eucarestia: probabilmente la casa
di Giasone, dove andranno a cercarlo i giudei per imprigionarlo (v. 5).
Pare che a Tessalonica Paolo non subì persecuzioni. Stando ad Atti 1 7 ,
6 i persecutori, non trovandolo, «presero Giasone e alcuni fratelli» e li
rilasciarono soltanto in cambio di una «cauzione» (v. 9). D ’altra parte,
quando parla delle persecuzioni subite dai tessalonicesi in 1 Tess. 2, 14 ,
Paolo non include anche se stesso. Per quanto riguarda l’attività dell’a­
postolo nella città, la prima ai Tessalonicesi ce la presenta come il lavo­
ro paziente dell’operaio che costruisce una cattedrale pietra dopo pietra.
Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre che cura con amore i pro­
pri figlioletti. Pieni di affetto, eravamo pronti non solo a darvi il vangelo di Dio,
ma anche la nostra stessa vita, tanto ci eravate diventati cari... Come un padre i
suoi figli, esortavamo e incoraggiavamo ciascuno di voi, scongiurandovi di vivere
in maniera degna di Dio... (1 Tess. 2,7 s . i i s ).
Riteniamo dunque che Paolo dovette restare almeno mezzo anno a Tes­
salonica, proprio perché un simile lavoro non si/realizza né in una setti­
mana né in un mese. Doveva annunciare il vangelo e doveva istruire i
convertiti sul nuovo genere di vita che comportava l’essere cristiani, con
la pazienza e l’affetto di una madre e con la precisione tecnica di un pa­
dre che vorrebbe trasmettere a ciascuno dei suoi figli tutto ciò che ha
appreso nel corso della vita. Ciò significa che Paolo non pensa soltanto
al «messaggio» (o al «regno» o alla «chiesa»), ma vede degli esseri uma­
ni concreti, ciascuno con problemi diversi, e questo non soltanto mentre
li ha davanti a sé, ma anche quando pensa a loro da lontano (cfr. 2 Cor.
1 1 ,2 8 s.).
Inoltre, in 1 Tess. 2,9 vi è un dettaglio che sottende una permanenza
non breve di Paolo a Tessalonica: vi si dice che l’apostolo lavorava. Lo ­
gicamente, se il suo soggiorno fosse stato di poche settimane non avreb­
be cercato, né trovato, lavoro. Da parte sua, la decisione di lavorare
non era dettata soltanto dalla delicatezza personale di «non essere di
peso»; lavorava per poter donare loro un «vangelo gratuito» (1 Cor. 9,
18 ; cfr. w . 1 - 1 8 ) , un «dono di Dio» che fosse tale fino alle conseguenze
estreme (2 Cor. 1 1 , 7 ; cfr. vv. 9 - 1 1 ) .
Secondo le categorie di allora, era certo umiliante non presentarsi co­
me un saggio che fa «onorare» (anche noi parliamo di «onorari») la pro-
2 . C fr . J . A . U b ie ta , La Iglesia de Tesalónica ; Nacido a tiempo 1 2 1 - 1 3 6 , sp ec. 1 3 1 - 1 3 4 , su lla
co m p o s iz io n e d ella co m u n ità .
96 L a corrispondenza tessalonicese

pria sapienza. M a Paolo voleva assolutamente distinguersi dai coevi filo­


sofi itineranti, che ricorrevano all’adulazione pur di avere più ascoltato­
ri e, se anche non diffondevano l’inganno, si lasciavano però tentare da
desideri malsani, quali la cupidigia e la vanagloria (cfr. i Tess. 2,3-6).
Bisogna ridimensionare l’immagine di colui che lavorava manualmen­
te «notte e giorno» (1 Tess. 2,9): tale espressione può significare «inten­
samente». Si può pensare che lavorasse di giorno, quando è possibile fab­
bricare tende all’aria aperta; le sere, dopo l’imbrunire, doveva trascor­
rerle istruendo la sua gente (vv. 7 s . i i s.) o parlando con le persone che
aveva convocato durante il giorno (perché anche lavorando riusciva
comunque a parlare). La predicazione all’aria aperta, nelle sinagoghe o
nelle piazze probabilmente era rimandata al sabato oppure alle feste ci­
vili della città in cui si trovava.

2. Occasione della lettera '

Poco dopo la partenza di Paolo i cristiani di Tessalonica furono oggetto


di una persecuzione provocata dai loro stessi connazionali, simile a quel­
la subita dai cristiani della Giudea (1 Tess. 2 ,14 ). Da Atene, Paolo man­
da loro la persona in cui ha più fiducia, Timoteo (3,2). Al ritorno di
quest’ultimo (v. 6) l’apostolo invia ai tessalonicesi la lettera, la prima di
quelle che possediamo.3
Oltre alle buone notizie ( j Tess. 3,6), Timoteo dovette anche portare
questioni riguardanti problemi sorti nella comunità. In 4 ,1 3 e 5 ,1 egli li
affronta esordendo: «Quanto a...», come se rispondesse a precise doman­
de che gli erano state poste. Tali questioni potrebbero essere: che sarà di
coloro che sono morti (4 ,13 -18 ) e quando avverrà la parusia ( 5 , 1 - 1 1 ) ? 4
Circa quelli che sono morti (v. 1 3 ) Paolo esorta a non affliggersi per
loro, poiché quanti sono ancora in vita non avranno alcun vantaggio su
coloro che sono già morti, che risusciteranno per primi (vv. 14 -16 ) . Nel
contesto di questa risposta Paolo, quasi senza accorgersene, colloca se
stesso e anche la comunità tra i «superstiti» (vv. 1 5 . 1 7 ) . Tuttavia tale
supposizione, che ha creato numerosi problemi, non rientra né della
domanda («circa quelli che sono morti») né della risposta («non reste­
ranno indietro»).

3. Tra i vari commenti alla lettera il più valido rimane B. R igaux, Les Épitres aux Thessatoni-
cienSj Paris 19 5 6 . Dopo di lui riteniamo che il più esperto sia R .F. Collins, The Birth o f thè
N ew Testamenti N ew Y ork 19 9 3 , importante per conoscere i contributi successivi. Seguono
poi i commenti di F.F. Bruce, 1 & 2 Thessalonians, W aco, T ex. 19 8 2 ; IJHL M arshall, 1 and 2
ThessalonianSi Grand Rapids, Mich. 19 8 3 ; F. Laub, 1 . und 2. Thessalonicherbrief\ Wiirzburg
19 8 5 ; R. Jewettj The Thessalonian Correspondencei Philadelphia 19 8 6 ; T . Holtz, Der erste
Brief an dìe Thessalontker, Neukirchen 19 8 6 ; P. levino, La prima lettera ai Tessalonicesi, Bo­
logna r9 9 2. 4. Su questo tema cfr. sotto, cap. v , 6.
La prima ietterà ai Tessalonicesi 97
La domanda diretta sulla venuta della parusia viene posta in 5 , 1 - 1 1 .
La risposta è: «Non possiamo saperlo» (5,2; cfr. Mt. 24 ,36 ). La comu­
nità conosceva già questa risposta (v. 1), ma era importante ribadirla
per quelli che erano turbati dalle morti. A prescindere da questo turba­
mento, che rappresenta un elemento nuovo, il tema della parusia ricorre
in tutta la lettera (2 ,19 ; 3 ,1 3 ; 5,2.3), con l’idea che dovremo presentarci
«davanti» al Signore (2,19 ) o davanti al Padre (1,3 ; 3 ,1 3 ) ; e la prospet­
tiva non è di terrore ma di speranza ( 1 ,3 ; 2 ,19 ; 5,8).
Nella vita di Paolo anche questa lettera dovette costituire una tappa
importante. Oltre al lavoro manuale, alla sinagoga, le piazze, la forma­
zione di nuovi compagni di viaggio, vari tipi di riunioni e conversazioni
individuali, da questo momento dovrà mettersi anche a scrivere, incom­
benza che fin da principio non dovette entusiasmarlo. In 4,9 e 5 ,1 affer­
ma: «Non avete bisogno che vi scriva». È possibile che, a lettera inizia­
ta, si sia detto: «M a ce n’è davvero bisogno?».
Sino a quel momento aveva scritto ben poco, però sapeva parlare e
possedeva un buon istinto retorico (come si è detto, gli mancava l’ « ar­
chitettura», perché voleva dire troppe cose in una volta): pensò che scri­
vendo avrebbe potuto essere presente in qualche modo tra quelli che era­
no lontani ( 2 ,1 7 ; 3 ,10 ), e si decise. Per nostra fortuna.
E non è tutto. Aveva sempre dato un’impronta personale a ciò che di­
ceva, ma tutti i grandi temi gli erano stati trasmessi, nella rivelazione di
Damasco o nelle catechesi successive. Qui, invece, compie un vero e pro­
prio esercizio di deduzione teologica («se..., allora...»), giungendo a con­
clusioni che, in questo caso, erano note a qualsiasi giudeo (la risurrezio­
ne della carne) ma partivano da Cristo, attraverso un percorso comple­
tamente nuovo. E questo era un ulteriore motivo per mettersi a scrivere.
Il momento della composizione della lettera può essere determinato
in base alla sequenza: partenza relativamente recente di Paolo da Tessa-
lonica ( 2 ,17 : pros kairon boras; alla lettera «per il tempo di un’ ora»),
intenzione di farvi ritorno (v. 18 : «una, anzi due volte»), invio di Tim o­
teo, «non potendo più resistere» (3 ,1 s.), e ritorno di quest’ultimo «po­
co tempo fa» (v. 6). Traducendo tutto ciò in giorni, la cronologia relati­
va dà almeno alcuni mesi; molto difficilmente un anno o più di un anno.
Si sa inoltre che quando mandò Timoteo l’apostolo risiedeva ad Ate­
ne (3 ,1), mentre si ritiene comunemente che il luogo d’ origine della let­
tera sia Corinto, ossia la tappa immediatamente successiva. E questo è
logico se si suppone che Timoteo non si fermò a Tessalonica per il tem­
po di una breve visita. Probabilmente per questo la prima ai Tessaloni­
cesi non parla semplicemente di Atene ma di «Acaia» ( 1 ,7 s.). L ’ipotesi
concorda con il dato di Atti 18 ,5 : «Quando Sila e Timoteo giunsero
dalla Macedonia...» a Corinto.
98 La corrispondenza tessalonicese

Malgrado tutto, resta aperta una questione: vi fu un soggiorno di Pao­


lo a Filippi, Tessalonica e Corinto proprio all’inizio del suo operato apo­
stolico, nei primi anni quaranta? Il problema verrà trattato alla fine del
capitolo, però anticipiamo già adesso che tale ipotesi, relativamente re­
cente, non trova molti seguaci. Nell’ipotesi «usuale» (quella suggerita da
Atti) la datazione risale all’epoca del proconsolato di Gallione in Acaia
o a un’epoca appena precedente, ossia tra gli anni 50 e 52.

3. Stile e vocabolario

Come si è già detto, tutte le lettere di Paolo sono scritte nel greco popolare koi­
nè. La prima ai Tessalonicesi in particolare si colloca stilisticamente al di sotto di
altre e tende a sottolineare un tipo di rapporto quasi familiare; si noti ad esem­
pio l’uso eccessivo (19 volte) della designazione «fratelli». Non per questo però
Paolo cessa di essere una persona che conosce il valore di ogni parola, capace di
trovare quella giusta per esprimere un determinato concetto. Si può affermare
che l’apostolo, quanto a sapienza e forma, si colloca all’altezza dei Settanta, os­
sia dei traduttori greci dell’Antico Testamento: non enfatici né ricercati, però ca­
paci di trovare il termine appropriato che il tema esige.
Anche rispetto ad altre lettere l’apostolo è particolarmente consapevole di rivol­
gersi direttamente a persone convertite dal paganesimo (1 Tess. 1,9). Per questo
motivo l’influenza semitica è limitatissima. Nella prima ai Tessalonicesi non com­
pare affatto il termine «nome», così denso di significato nella tradizione semiti­
ca. Non vi mancano tuttavia espressioni e strutture cariche del senso che attribuisce
loro la tradizione giudaica e cristiana.5 In complesso, però, si dovrà parlare più di
un linguaggio popolare che di un linguaggio specificamente semitico.
Il lessico della prima ai Tessalonicesi consta di 3 66 parole; vi figurano solo 4 no­
mi di persona (Paolo, Silvano, Timoteo e Gesù) e 4 nomi geografici (tessalonice­
si, Macedonia, Acaia e Filippi). Contiene zi hapax (parole presenti una sola vol­
ta) neotestamentari, e 36 che potremmo definire «hapax paolini», ossia termini
non più usati nelle sette lettere autentiche di Paolo. Con questo vocabolario l’au­
tore compone un’opera di 147x parole, con una media per parola - tenuto conto
della lunghezza - simile a quella delle altre lettere paoline (147X : 366 = 4,ox).
Gli hapax possono fornire un’idea delle coordinate lessicali dell’autore. Si con­
siderano tali, parole composte o derivate da altre parole ricorrenti nel N.T. Al­
cune compaiono nei LXX: amemptos {«irreprensibile»), anamenein («attendere»),
ataktos («irrequieto»), ekdìokein («perseguitare»), execheisthai («risuonare»), ke-
leusma («comando»), enorkizein («scongiurare»), oligopsychos («pusillanime»),
hosios («piamente»), perileipesthai («sopravvivere»), truphos («nutrice», «ma­
dre»), byperbainein («oltrepassare»); altri no: theodidaktos («istruito da Dio»),
kolakia («adulazione»), holoteles («perfetto»), symphyletes («connazionale»),hy-
perekperissou («sovrabbondantemente»). Tra le forme semplici ve n’è una sola

5. B. R igaux, V ocabulaìre chrétien antérieur à la prem ière É p ftre a u x Thessaloniciens: Sacra


Pagina 2. (1959) 380-389.
La prima lettera ai Tessalonicesi 99

(sainein, «turbarsi») in greco perfetto, che manca nei LXX e un’altra, sconosciu­
ta nel greco profano (omeiresthai, «desiderare»), che non manca nei LXX.
Riguardo alla presenza di semitismi propriamente detti, compare soltanto il ter­
mine satana, ricorrente in entrambe le lettere, e forse l’espressione tromba di Dio
(j Tess. 4,16) nel senso di «grande tromba» (cfr. Mt. 24,31). Ciò non significa
però che il linguaggio delle due lettere sia semplicemente greco. Vi sono tantissi­
me parole il cui significato, a volte anticipato da quello attribuito loro dai LXX,
risulta caratteristico del linguaggio cristiano. Tra queste possiamo citare agapan,
agape («amare», «amore»), angelos («angelo»), bagiazein, hagiasmos, hagios, ba-
giosyne («santificare», «santità», «santo»),adelphos («fratello»),akatharsia («im­
purità»), apostolos («apostolo», dikaios («giustamente»), diokein («perseguita­
re»), dokimazein («esaminare»), doxa («gloria»), douleuein («servire»), dynamis
(«potenza»), egeirein («risuscitare»), ethnos («popolo», «gentili»), ekklesia («chie­
sa»), ekloge («elezione»), euangelizein, euangelion («vangelo»), eucharistia («ren­
dimento di grazie»), hemera («giorno»), thelema («volontà»), thlipsis («tribola­
zione»), kairos («tempo»), kalein («chiamare»), kauchesis («vanto»), keryssein
(«annunciare»), kopian («affaticarsi»), kyrios («Signore»), lalein («proclama­
re»), logos («parola»), mellein («dovere»), orge («ira», «castigo»), ouranos («cie­
lo»), parakalein, paraklesis («esortare», «esortazione»), parousia («venuta»), pa­
ter («padre»), peripatein («camminare»), pisteuein, pistis, pistos («credere», «fe­
de», «credente»), propheteia, prophetes («profezia», «profeta»), skotos («tene­
bre»), synergos («collaboratore»), sozein, soteria («salvare», «salvezza»), teknon
(«figlio» [un discepolo]), typos («modello»), hyios («Figlio» [di Dio]), philadelphia
(«amore fraterno»), bypomone («perseveranza»), pbobos («timore» [di Dio]),
phos («luce»), charis («grazia»), christos («l’Unto», «Cristo»), bora («ora»).
Abbiamo così citato termini che ricorrono in varie lettere autentiche. Per com­
prendere la varietà di linguaggio dell’apostolo è opportuno anche prendere in con­
siderazione quelli che abbiamo definito «hapax paolini»: termini che non compa­
riranno nelle altre sei lettere autentiche (pur figurando in altri passi del Nuovo
Testamento, dando risalto alla sua unità). Alcuni di essi possiedono anche una
forte carica religiosa. Citiamone alcuni: aiphnidios («repentino»), alethinos, ale-
thos («vero», «veramente»), apantesis («incontro»), archangelos («arcangelo»),
diamartyrestbai («proclamare solennemente»), kateuthynein («dirigere», «indi­
rizzare»), parangelia («comando», «direttiva»), parresiazesthai («prendere corag­
gio»), peripoiesis («acquisto»), plerophoria («pienezza»).4

4. Suddivisioni maggiori

Non vi è dubbio che a un primo esame la 1 Tessalonicesi abbia caratte­


re epistolare. È diretta «alla chiesa dei Tessalonicesi», inizia con un sa­
luto («Tizio a Caio, salve») ampliato, termina con saluti di congedo (j
Tess. 5,2,6) incorniciati da formule di benedizione (5,23 s.28). Come è
caratteristico di ogni lettera, all’indirizzo fa seguito una certa captatio
benevolentiae che, nel caso di Paolo, assume la forma di un rendimento
di grazie a Dio per i progressi compiuti da quella comunità specifica.
io o La corrispondenza tessa lonicese

N el corpus della lettera, come è tipico di uno scritto pastorale e caratte­


ristico delle lettere di Paolo, ritroviamo sezioni narrative, dottrinali e
parenetiche. Proprio perché narrazione, istruzione ed esortazione seguo­
no solitamente tale ordine risulta agevole riconoscere nelle lettere paoli-
ne lo schema exordio, narratio, argumentatio e peroratio, peculiare del
discorso latino.
È un tratto particolare della prima ai Tessalonicesi che il rendimento
di grazie sia ripetuto due volte (i Tess. 1 ,2 e 2 ,13 ). Consideriamo come
narrativi, oltre ai rendimenti di grazie citati, i frammenti 2 , 1 - 1 2 e 2 , 1 7 ­
3 ,1 0 sullo stato della comunità; hanno carattere palesemente dottrinale
i vari annunci della venuta del Signore ( 4 ,1 3 - 5 ,1 1 ) , ma anche un fram­
mento precedente (4,9 -12); l’esortazione compare in particolar modo
nella sezione finale (5 ,12 -2 2 ), ma anche in una pericope precedente (4,
1-8). Oltre alla conclusione vera e propria (5,23-28 ), a nostro giudizio
riveste un certo carattere «conclusivo» anche la pericope 3 , 1 1 - 1 3 .
Su questa base possiamo elencare le varie sezioni che compongono la
prima ai Tessalonicesi, la quale risulterebbe così suddivisa:
1. Indirizzo (1,1)
2. Primo esordio (1,2-10)
3. Prima narrazione (2,1-12)
4. Secondo esordio (2,13-16)
5. Seconda narrazione (2,17-3,10)
6. Prima conclusione della lettera (3,11-13)
7. Prima esortazione (4,1-8)
8. Prima istruzione (4,9-12)
9. Seconda istruzione (4,13-18)
10. Terza istruzione (5,1-10)
11. Seconda esortazione {5,12-22)
12. Seconda conclusione della lettera (5,23-28).
Da tutto questo si può ricavare una certa struttura complessiva della
lettera, che risulta costituita da una prima parte, eminentemente narra­
tiva, che si conclude solennemente in 3 ,1 3 , e da una seconda parte, più
argomentativa, nella quale l’istruzione si mescola all’esortazione.

II. L E T T U R A D E L L A L E T T E R A

Le ulteriori suddivisioni emergeranno leggendo di seguito la lettera, con l’attenzio


ne a cogliere soprattutto la concatenazione tra le varie frasi più che a risolvere
problemi di contenuto.
I numeri si riferiranno evidentemente alle suddivisioni appena indicate.
1. Indirizzo (1,1)

Nel saluto iniziale Paolo non aggiunge nessun titolo proprio e associa i compa­
gni Silvano e Timoteo (cfr. 2 Cor. 1,19). Qualifica i destinatari come «chiesa in
Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo», modificando la formula «chiesa di Dio in
Cristo Gesù» (1,14). «Grazia e pace» è espressione che dà contenuto cristiano a
un saluto greco (charis per chairete) aggiungendovi il saluto ebraico {pace).

2. Primo esordio:
la realtà della comunità (1,2 -10 )

Dopo aver ricordato che «tutti» sono oggetto delle sue preghiere (v. 2.), Paolo sot­
tolinea che essi incarnano l’ideale cristiano: fede, carità e speranza (v. 3). Aggiun­
ge poi che l’evangelizzazione è frutto di un’elezione divina (v. 4), per opera dello
Spirito santo che agiva nell’annunciatore (v. 5) e in coloro che ascoltavano, con­
vertendoli in imitatori di Paolo e del Signore (v. 6). Per questo la fede dei tessalo-
nicesi è diventata «modello» per tutta la regione ed «eco» della parola del Signo­
re, affiancandosi all’attività stessa dell’apostolo (w. 7 s.). La sezione si conclude
con una definizione di conversione allora già tradizionale: conversione dagli idoli
al Dio vivo, dal castigo (detto «ira») alla speranza nel liberatore Gesù, il Figlio ri­
suscitato dal Padre (vv. 9 s.).

3. Prima narrazione:
Poperato di Paolo ( 2 ,1 -1 2 )

Ha qui inizio un ampliamento di 1,5: la «venuta» di Paolo non è stata vana (2,1)
e le sofferenze precedenti lo avevano allenato dandogli la certezza del contatto
con Dio (v. 2). In contrapposizione alle motivazioni dei sofisti (vv. 3.5 s.), la sua
evangelizzazione avveniva su mandato di Dio e alla sua presenza (v. 4). Non ha
fatto «pesare» ai tessalonicesì la sua dignità di apostolo ma, proprio come una
madre, dava tutto se stesso per amore (vv. 7 s.) lavorando manualmente giorno e
notte per sottolineare la gratuità del suo vangelo (v. 9). I suoi modelli erano
piuttosto il «giusto» dell’Antico Testamento (v. io) e il padre, che usando tutti i
toni (si osservino i tre participi) cerca di trasmettere i suoi segreti a ciascuno (già
nel v. 2 si diceva «tutti voi») dei suoi figli (vv. 1 1 s.).4

4. Secondo esordio:
sofferenza dei tessalonicesi ( 2 ,1 3 -1 6 )

In questa pericope Paolo riprende 1,2 con la preghiera di ringraziamento e 1,5 s.


sul potere che agì su di lui per predicare e su di loro perché credessero (2,13). Quin­
di spiega 1,6 dicendo che diventarono imitatori suoi e del Signore perché accol­
sero la parola in mezzo a tante tribolazioni, perseguitati dai propri connazionali
(2,14), come accadde alle chiese della Giudea (v. 14), al Signore (v. I5a) e a lui
stesso (v. 156: «hanno perseguitato anche noi»-, v. i£>a: «impediscono a noi di
predicare ai pagani»), perseguitati dai giudei sui quali incombe oramai il castigo.
5- Seconda narrazione: eventi precedenti la stesura della lettera
( 2 ,1 7 -3 ,1 0 )

Paolo sottolinea la sua profonda preoccupazione nei loro confronti. Esprime con
due frasi equivalenti il desiderio fortissimo di vederli (w. 17 s.) e con altre due
ciò che essi significano per lui (w. 19 s.). Seguono quindi altre due frasi sull’invio
di Timoteo (3,1 s.5), intercalate da una parentesi, anch’essa iterativa, sull’obiet­
tivo del viaggio: affinché non vacilliate, poiché sapete, e ve l’avevamo detto, e co­
sì avvenne, e lo sapete (vv. 3 s.).
Altre due frasi (w. 7 e 8) sottolineano il conforto arrecato dalle notizie porta­
te da Timoteo (v. 6). Negli ultimi due versetti Paolo riprende le due ultime peri-
copi: ringrazia per la loro perseveranza (v. 9) ed esprime il desiderio vivissimo di
vederli per confortarli (v. io).

6. Prima conclusione della lettera ( 3 , 1 1 - 1 3 )

Augurio rivolto a se stesso (perché possa recarsi a visitarli: v. 11) e alla comuni­
tà: che abbondi nell’amore (v. 12) e si confermi nella santità (v. 13).

7. Prima esortazione: D io vuole santità (4,1-8)

Questa pericope inizia con due frasi sulle fonti dell’esortazione: le tradizioni ri­
cevute (v. 1) e le norme date «da parte del Signore Gesù» (v. 2).
Incorniciati tra due frasi sullo scopo dell’esortazione, che è la santità (vv.
3a.7), stanno due esempi concreti di come raggiungerla: evitando la fornicazione
(per un sacro rispetto che ci fa superare la concupiscenza: vv. 3b-5) e l’inganno
nei rapporti, perché il Signore ristabilisce la giustizia (v. 6). Viene poi presentata
l’altra faccia della moneta: la disobbedienza equivale a un rifiuto di Dio e del suo
Spirito (v. 8).

8. Prima istruzione: sull'amore fraterno (4,9 -12)

Paolo inizia come chi intenda istruire («Riguardo all’amore fraterno...»: v. 9; cfr.
v. 13; 5,1), ma con artificio retorico si ritrae subito perché i tessalonicesi hanno
già un maestro più grande di lui; inoltre mettono già in pratica questo tipo di
amore. Tuttavia li esorta a fare ancora di più (v. io). A quanto pare, infatti, la
carità degli uni ha favorito l’oziosità di altri. Li invita inoltre a vivere in pace, sen­
za intromettersi dove non sono richiesti, e a lavorare per non essere di peso agli
altri, per non mettersi in cattiva luce davanti agli estranei (vv. 11 s.).

9. Seconda istruzione: sui defunti (4 ,13 -18 )

Paolo affronta il problema di quanti sono già morti fornendo una prima soluzio­
ne a priori: Dio non può lasciarci «senza speranza» (v. 13), come accadrebbe se
fossimo convinti che 1’ «incontro con Cristo» è riservato a «quelli che vivono».
La prima lettera ai Tessalonicesi 10 3

La soluzione positiva proviene dal kerygma stesso: se «Cristo è morto e risu­


scitato» per noi (cfr. 5,10; 1 Cor. 15,3), ciò significa che quelli che sono morti,
essendo morti con lui mediante il battesimo,6 «per mezzo di Cristo» seguiranno
la sua stessa sorte (v. 14). Più concretamente, esiste una «parola del Signore» se­
condo la quale quelli che sono in vita non passeranno davanti ai defunti (v. 15):
vi sarà un «ordine, con voce di angelo e tromba di Dio», e allora il Signore «scen­
derà dal cielo» (v. i6a);7 al sopraggiungere di questo «ordine» cosmico, pensa Pao­
lo, risusciteranno prima i morti (v. i6b), quindi noi, i vivi, ci uniremo al gruppo
(v. 17). Si può dunque contemplare serenamente l’eventualità della morte {v. 18).

10. Terza istruzione: sul giorno e Vora (5,1-10)

Si tratta di un’istruzione di per sé superflua (v. 1); forse grazie a una frase che sol­
tanto Mt. 24,36 e Me. 13,32 hanno osato riprendere, i tessalonicesi sanno esat­
tamente che il giorno del Signore giungerà come un ladro (v. 2).8 Possono anche
ripensare a quelli che mangiavano e bevevano tranquillamente e furono colti di
sorpresa dal diluvio (v. 3 ):9 il «ladro» non ci sorprenderà se non viviamo nelle
«tenebre» (v. 4), ossia «nella notte». Però potremmo «addormentarci» (v. 6), re­
stando così «nella notte» (v. 7). La vigilanza consiste nel «cingersi»di fede, spe­
ranza e carità (abilmente introdotte nel testo di Is. 59,17). Noi non siamo desti­
nati alle tenebre (v. 9) perché, secondo il kerygma, Cristo «è morto per noi»,
affinché viviamo (v. io). Vi sono dunque molte ragioni per confortarsi (come
4,18) ed edificarsi vicendevolmente (v. 11).

1 1 . Seconda esortazione (5,12,-22)

Dopo aver risposto alle questioni sollevate Paolo dà un rapido sguardo all’anda­
mento generale della chiesa. In primo luogo bisogna ascoltare e «considerare con
amore particolare, a motivo del loro lavoro», coloro che hanno la cura spirituale
della comunità (w. 12 .13 a). Non sembra meritare particolare enfasi l’esortazio­
ne perché «vi sia pace» tra tutti (v. 13 b), mentre si insiste di più sulla «pastorale
reciproca» che include quella ai «pusillanimi» (v. 14; cfr. 4,11). In tono evangeli­
co10 Paolo esorta a cercare il bene e a non rendere male per male. Trasmette co­
me «volontà di Dio» l’esortazione a essere lieti, pregare incessantemente e rende­
re grazie in ogni cosa (w. 16-18); invita a non disprezzare le manifestazioni dello
Spirito (w. 19 s.), anche se con la dovuta prudenza (v. 21) ed esorta, infine, a evi­
tare qualsiasi specie (più della semplice «parvenza») di male (v. 22).12

12. Seconda conclusione della lettera (5,23-28)

Tutto l’essere deve prepararsi alla venuta del Signore (v. 23), confidando nel fat­
to che egli stesso si è impegnato a tornare (v. 24). Congedandosi, Paolo chiede
che preghino per lui (v. 25) come lui non cessa di fare per loro (1,2). Riceveran-
6. Cfr. Rotti. 6,3-5. 7 - Cfr. Mt. 24,30 s. par.
8. Cfr. Mt. 24,42-44 par. 9. Cfr. Mt. 24,38-40 par. io . Cfr. Mt. 5,38-42.
10 4 La corrispondenza tessalonicese

no il suo saluto salutandosi tutti con il bacio santo (v. 2 6). Preoccupandosi per
quanti saranno assenti alle riunioni, si raccomanda perché tutti ricevano la sua
lettera (v. 27). Conclude con lo stesso augurio di grazie con cui aveva cominciato
(v. 28; cfr. i ,i ).

I I I. Q U ESTIO N I A PER TE

1. D ubbi sull’autenticità

Il dubbio sull’autenticità della prima ai Tessalonicesi, dando per certa


quella delle quattro grandi lettere (Romani, prima e seconda ai Corinti,
Galati), ha un nome preciso: F.Ch. Baur .111 motivi del dubbio sono evi­
denti nel quadro di comprensione dell’autore:
a) se a motivo della sua teologia particolare l’apostolo aveva appena
litigato con tutta la chiesa esistente, rappresentata da Pietro e Barnaba,
1 Tessalonicesi avrebbe dovuto riflettere quella teologia e quella pole­
mica, cosa che invece non avviene;
b) Paolo non si troverebbe accanto alle chiese della Giudea di fronte
ai giudei persecutori, come appare in 2 ,1 4 - 1 6 , ma semplicemente in con­
trapposizione alle chiese della Giudea.
La tesi dello scontro tra l’apostolo e le altre chiese si è conservata,
con molte varianti, fino ai giorni nostri, mentre quella della non autenti­
cità della prima ai Tessalonicesi non ha più trovato seguaci neanche tra
i discepoli diretti di Baur.12 L ’impronta che caratterizza Paolo, infatti,
non si limita a determinate tesi teologiche, ma comprende anche uno
stile, con i suoi pregi e i suoi difetti, difficilissimo da imitare.
Comunque le preoccupazioni di Baur sono sfociate, come vedremo
tra poco, in problemi di integrità e di cronologia.

2. Unità e integrità

Come si è detto, la prima ai Tessalonicesi non è un modello di composi­


zione letteraria, perlomeno in ciò che riguarda la suddivisione in sezio­
ni: vi sono un paio di esordi ( 1 ,2 - 1 0 e 2 ,1 3 - 1 6 ) , seguiti da narrazioni
( 2 ,1 - 1 2 e 2 ,1 7 - 3 ,1 0 ) , da due blocchi parenetici (4 ,1-8 e 5 ,1 2 -2 2 ) nel
primo dei quali rientra l’istruzione (4 ,9 -5,10 ) e, a seconda di come si
guardi, persino da due conclusioni ( 3 , 1 1 - 1 3 e 5,23-28 ).
Queste irregolarità haimo indotto a vari tentativi di ricomposizione,
in alcuni dei quali si è giunti a inglobare anche la seconda lettera ai Tes­
salonicesi.r} Nel caso di altre lettere (specialmente 2 Corinti) vi è la pos-

r i . Faulus 480-485; cfr. J. Sànchez Bosch, Chrotiologie 3 4 1 s.


12.. Ad esempio O. Pfleiderer, Der Paulinismus, Leipzig 1890, 38-40.
13. Il più famoso è quello di W. Schmithals, Die Thessalottikerbriefe als Briefkompositionen,
La prima lettera ai Tessalonicesi 10 5

sibilità di collegare i vari «pezzi» a particolari situazioni o a momenti di


determinate controversie. Mancando questo appoggio «storico», risulta
difficile che la composizione presentata da qualche studioso possa essere
più verosimile della possibilità che l’apostolo non ci abbia lasciato dei
capolavori dal punto di vista della compositio partium. Di fatto, ogni
singola ipotesi viene solitamente sostituita da un’altra (o anche da nes­
suna) quando lo studioso successivo affronta il medesimo tema.
Nel caso che qui interessa, è possibile che Paolo abbia scritto fino a
3 ,1 3 , convinto che bastasse, e poi, magari conversando con Timoteo, si
sia accorto che bisognava aggiungere ancora qualcosa. Un’altra possibi­
lità è che in una eventuale «segreteria» di Paolo vi fossero più minute
della lettera, tutte dettate dall’apostolo: non tutte vennero incluse nella
lettera effettivamente inviata, ma vi furono poi aggiunte dagli editori.
L ’esperienza comunque ci insegna che difficilmente si giungerà a una teo­
ria che possa spiegare tutti i perché; se anche vi si giungesse, quasi cer­
tamente non convincerebbe chi viene dopo di noi.
Una teoria ha avuto, in ogni caso, un certo successo, quella che ritie­
ne 2 ,1 4 - 1 6 una interpolazione.14 Se fosse vero si conseguirebbero due
obiettivi veramente notevoli:
a) non accostare Paolo alle chiese della Giudea (recuperando così la
tesi di Baur);
b) non fare di lui un acceso apocalittico con accenni di antisemitismo;
questo secondo punto avrebbe il vantaggio di liberare l’apostolo da gra­
vi critiche.
Riteniamo tuttavia che siano più validi i motivi per rifiutare la tesi
dell’interpolazione. La prima difficoltà è creata da 2 ,1 3 , versetto che ha
paralleli sia in 1,2 -8 sia in 2 ,1 4 -1 6 : non è facile affermare che sia frutto
di un’interpolazione, tanto è ben fatto. La seconda difficoltà è costituita
da 2 ,1 7 : sottolinea un cambio di soggetto spiegabile soltanto perché i
w . 1 4 - 1 6 parlano dei tessalonicesi («voi infatti...»), mentre a partire dal
v. 1 7 Paolo torna a parlare di sé («quanto a noi...»). La frase non avreb­
be senso né dopo il v. 1 2 né dopo il v. 1 3 . La ragione più profonda, tut­
tavia, è che i problemi che un testo può crearci non dovrebbero (quasi)
mai indurci a prendere in mano le forbici.

in Zeit und Geschicbte (in on. di R. Bultmann), Tubingen 1964, 2,95-315; fa risposta appare
in R. Jewett* The Thessalonian Correspondence, Philadelphia 1986, 33-36.
14 . B.À, Pearson* 1 Thessalonians; in favore dell’autenticità di questi versetti cfr. Jewett, Thes­
salonian, 36-42; I. Broer, Der ganze Zorn ist iiber sie gekommen, in R.F. Collins (ed.)? The
Thessalonian Correspondence, Leuven 1990, 13 7 - 15 9 ; K«P. Donfried, 1 Thessalonians 2 , 1 3 ­
1 6 as a Test Case\ Interpretation 38 (1984) 242-253.
3. Cronologia

Baur critica duramente gli Atti degli Apostoli perché celerebbero le gran­
di tensioni esistenti, a suo giudizio, nella chiesa primitiva. M a per quan­
to riguarda la cornice storica ha piena fiducia in Luca. N on ha dunque
dubbi (o, per meglio dire, è essenziale per la sua teoria) nel collocare
l’evangelizzazione di Filippi, Tessalonica e Galazia dopo i fatti narrati
in G a i z. Altri, invece, hanno collocato quei fatti («concilio» di Geru­
salemme e incidente di Antiochia) in un momento successivo, sia facen­
do coincidere Gal. z con Atti 18,22. - scelta che comunque non sconvol­
ge il quadro storico di Atti - sia ritenendo, sulla base di una critica sto­
rica più radicale di Atti, che la prima evangelizzazione realizzata dall’a­
postolo sia stata quella di Filippi (stando a Fil. 4 ,1 5 : «all’inizio della pre­
dicazione del vangelo...»).
La prima tesi, sostenuta da «cronografi» come Jewett e H yldahl15 più
che da commentatori di lettere paoline, interessa l’interpretazione della
prima ai Tessalonicesi, nel senso che non può essere presentata come
commento vivo di Gal. z. Interesserebbe anche la datazione del cosid­
detto «concilio» ma non quella di 1 Tessalonicesi, che si manterrebbe
intorno al proconsolato di Gallione in Acaia.
La seconda tesi, sostenuta da Knox e Ludemann ,lé
situa 1 Tessaloni­
cesi intorno all’anno 4 1 . Giustifica la «moderazione» della lettera affer­
mando che è stata scritta in un periodo in cui i rapporti tra Pietro e
Paolo erano buoni (cfr. Gal. 1 ,1 8 ) . Tuttavia deve accollarsi, tra le altre,
anche una grave difficoltà di ordine teologico, perché se l’apostolo si
imbarcò per Filippi nell’ anno 38, portando il «catechismo» di 1 Tessa­
lonicesi (che svilupperemo nel prossimo capitolo), a stento si potrà par­
lare di evoluzione nel linguaggio teologico della chiesa primitiva.17
Contro le due tesi, tuttavia, si può presentare il problema Barnaba.
Come già si è detto, l’ipotesi più coerente, anche dal punto di vista delle
lettere, è immaginare che Paolo si sia portato in Siria e in Cilicia {Gal.
1 ,2 1 ) dove si uni a Barnaba; insieme a lui si recò a Gerusalemme per
esporre la stessa causa (2 ,1-10 ) e, sempre con lui, fece ritorno ad Antio­
chia, dove ricevettero la visita di Pietro. N el caso contrario, la presenza
di entrambi sia al «concilio» di Gerusalemme sia durante l’incidente di
Antiochia sarebbe imputabile meramente al caso.
15 . R. Jewett, DatingPaul's L//e,Philadelphia 19 7 9 ,9 5 -10 4 ; N. Hyldahl, Die pauìinische Chro-
nologie, Leiden 1986, 12.1 s.
i6« Knox, Chronology 347, perché non ritiene necessario far coincidere il soggiorno di Paolo
a Corinto con il proconsolato di Gallione; Liidemann, invece, distingue due permanenze del­
l’apostolo nella città e considera 1 Tess. la prima lettera da lui scritta, Chronologie, 2,72 s.
17 . Basti vedere la quantità di tesi «avanzate» che, come illustrerà il capitolo seguente, ap­
paiono già in 1 Tess.
La prima lettera ai Tessalonicesi 10 7

Se abbiamo ragione, allora la prima ai Tessalonicesi ci fornisce la ca­


techesi di Paolo dopo l’incidente di Antiochia, che svilupperemo piu dif­
fusamente nel prossimo capitolo. Il fatto che questa catechesi coincida
con quelle dei vangeli e di qualche altro scritto del Nuovo Testamento
conferma la nostra convinzione che l’incidente di Antiochia non scon­
volse assolutamente il modo di pensare dell’ apostolo.

Bibliografìa

Tanto quelli definiti «dati del problema» quanto le «questioni aperte» appena
esposte sono i temi caratteristici dell’introduzione a un libro biblico - autore, de­
stinatari, data e luogo di composizione, tendenze ecc. - riscontrabili nelle opere
introduttive e all’inizio di qualsiasi commento abbastanza ampio. Per un appro­
fondimento ulteriore si può ricorrere a R.F. Collins, Studies on thè First Letter
to thè Thessalonians, Louvain 1984, come pure all’opera collettiva curata dal me­
desimo, The Thessalonian Correspondence, Leuven 1990.
Per una ricostruzione che illustra la natura composita della prima lettera ai
Tessalonicesi, si veda R. Pesch, La scoperta della più antica lettera di Paolo, Bre­
scia 1987.
Nel nostro volume la sezione centrale del capitolo dedicato a ogni singola let­
tera costituisce un tentativo di lettura attento a scoprire tutto ciò che ne mostra
l’unità, ma anche la correlazione con le altre lettere paoline. Le nostre «letture»
propongono suddivisioni, offrono interpretazioni e contengono omissioni non dif­
ficili da individuare. Impegnarsi in questa direzione significa chiedersi se vi era
motivo sufficiente per ritenere che si tratti di ripetizioni superflue o di un eccessi­
vo impegno concettuale che rallenta il filo conduttore.
Per l’approfondimento esegetico rimandiamo ai commenti di Rigaux, Collins,
Bruce, Marshall, Jewett, Holtz e Iovino, indicati alla n. 3 di questo capitolo. Pos­
siamo aggiungere H. Schiirmann, Prima lettera ai Tessalonicesi, Roma 1968; M.
Galizzi, Una chiesa giovane. Le due lettere di Paolo ai Tessalonicesi, Leumann
1973; H. Schlier, L’Apostolo e la sua comunità. Esegesi della prima lettera ai Tes­
salonicesi, Brescia 1976; A. Oepke, Le lettere ai Tessalonicesi, in H.W. Beyer e
a., Le Lettere minori di Paolo, Brescia 1980, 295-352; W. Marxsen, Prima lette­
ra ai Tessalonicesi. Guida allo studio del primo scritto del Nuovo Testamento,
Torino 1988; M. Adinolfi, La prima lettera ai Tessalonicesi nel mondo greco-ro­
mano, Roma 1990.
Pur meno connesso all’esegesi delle due lettere, offre un utile contributo il sag­
gio di A.J. Malherbe, Paul and thè Thessalonians, Philadelphia 3987.
Più oltre troveremo gli studi monografici solitamente citati nelle note; nc ag­
giungiamo ora due che rientrano nella tematica trattata nel capitolo seguente: H.
Jurgensen, Saint Paul et la Parole. 1 Thessaloniciens 4,13-5,11 dans Vexégèse mo­
derne et contemporaine, Strasbourg 1992; P. Hoffmann, Die Toten in Christus,
Mùnster 1978.
Capitolo v

La catechesi primitiva

Come avevamo annunciato all’inizio della parte seconda, questo capito­


lo si occupa della catechesi primitiva alla luce della prima lettera ai Tes-
salonicesi, assunta quale punto di arrivo di una serie di tradizioni ante­
riori. La lettera si presta in particolar modo a un lavoro di questo gene­
re perché è il primo scritto del Nuovo Testamento in nostro possesso,
redatto, riteniamo, senza una volontà specifica di «far della teologia»
ma col semplice intento di trasmettere una catechesi. Diventa così una
sorta di finestra aperta sulla catechesi dei primi decenni cristiani.
In tutte le lettere di Paolo, oltre alle riflessioni che l’apostolo elabora
sollecitato dai problemi che lo hanno costretto a prendere in mano la
penna, vi sono riferimenti alla catechesi impartita durante l’evangelizza­
zione. La prima ai Tessalonicesi è di poco posteriore alla prima visita
dell’apostolo - al massimo un paio d’anni - , e allude ripetutamente alle
tradizioni trasmesse all’inizio della predicazione.1
Ricordiamo le più evidenti:

Vi scongiuravamo perché viveste in maniera degna di Dio, che ci ha chiamati al


suo regno e alla sua gloria (2,12).
Che nessuno vacilli in queste tribolazioni. Sapete che a questo siamo stati de­
stinati. Già quando eravamo tra di voi, vi preannunziavamo che sarebbero giun­
te tribolazioni, cosa che è avvenuta come voi ben sapete (3,3 s.).
Vi preghiamo ed esortiamo nel Signore Gesù che, secondo la tradizione che
avete ricevuto da noi su come dovete comportarvi in modo da piacere a Dio,
(...). Sapete quali istruzioni vi abbiamo dato per mezzo del Signore Gesù: questa
è la volontà di Dio, la vostra santificazione (4,1-3; cfr. vv. 4-9).
Impegnatevi a vivere in pace, occupatevi delle cose vostre e lavorate con le vo­
stre mani, come vi abbiamo raccomandato (v. 11).
Riguardo al tempo e al momento, non è necessario che ve ne scriva: voi stessi
sapete con precisione che il giorno del Signore verrà come un ladro in piena not­
te (5,1 s.; cfr. w. 3-10).
L ’unica riflessione teologica che la lettera aggiunge è, in pratica, quel­
la concernente il tema escatologico e si fonda, a sua volta, sulla parola

1 . A b b ia m o g ià cita to H . v o n L ip s , Paulus-, a g g iu n g ia m o o ra R .P .C . H a n s o n , Tradition in thè


Early Cburch, L o n d o n 1 9 6 2 ; O . C u llm a n n , La tradition. Problème exégétique, historique et
théologique, N e u c h a te l 1 9 5 3 .
La catechesi prim itiva 10 9

del Signore (4 ,15 ) oltreché su cose che i tessalonicesi sanno con preci­
sione (5,2), poiché appartenevano a una catechesi ben strutturata.
Da un punto di vista critico, questa dipendenza dalla catechesi talvol­
ta non ha certo favorito l’accettazione della lettera come autentica. Scri­
ve F.Ch. Baur: «Non dice assolutamente nulla: non può essere di Pao­
lo».1 Tuttavia questo può anche giocare a favore del suo apprezzamento
come testimonianza della chiesa primitiva: proprio perché «non dice
nulla», perché non aggiunge riflessioni dell’ultim’ora, può essere un ri­
flesso fedele della catechesi che Paolo aveva svolto poco tempo prima ad
Antiochia insieme a Barnaba (cfr. Atti 1 1 ,2 4 - 2 6 ; 1 3 ,1 - 1 4 ,2 8 ) ,23 il quale a
sua volta proveniva dalla comunità di Gerusalemme (cfr. Atti 4 ,3 6 ; 9,
27; 1 1 ,2 2 ) .
In ogni caso si tratta di una catechesi per gentili, ma elaborata da
giudei per via del suo sfondo profondamente veterotestamentario. Con­
tiene vere e proprie composizioni «d’équipe» in cui, senza sminuire il la­
voro dell’apostolo, si può scorgere il contributo di altri «profeti e mae­
stri» (cfr. Atti 1 3 ,1 ) della comunità antiochena, donde partì l’evangeliz­
zazione dei non giudei ( 1 1 , 1 9 s.) e nella quale per la prima volta i di­
scepoli furono chiamati cristiani (v. 26).
La catechesi era così definita dal verbo kat-ecbeo, «far risuonare co­
me un’eco», citato in Rom. 2 ,1 8 a proposito della catechesi giudaica e
in 1 Cor. 1 4 ,1 9 ; Gal. 6,6 a proposito della catechesi cristiana. Tale no­
me implica la ripetizione di determinate nozioni fino alla loro memoriz­
zazione e si ricollega all’idea di un certo «modello di dottrina» {Rom. 6,
17 ) messo per iscritto e utilizzato da tutti i catechisti.
Sono risultati infruttuosi (o almeno, non hanno avuto molto succes­
so) i tentativi di ricostruire tale testo.4 Rinunciamo a un nuovo tentati­
vo, anche se riteniamo che uno studio di tutte le tradizioni del Nuovo
Testamento ci porterebbe molto vicini a questo manuale e la prima ai
Tessalonicesi rivestirebbe un ruolo di primo piano in simile studio, sia
per il modesto contributo teologico sia perché è il documento più antico
di tutto il Nuovo Testamento.
Senza aver troppe pretese, ma cercando la sostanza della dottrina più
che la letteralità dei presunto testo catechetico, riprenderemo i singoli
punti del cristianesimo elementare raccolti in 1 Tessalonicesi. N on rite­
niamo costituisca una violenza al testo interpellarlo in seguito circa le

2. «La mancanza di un particolare interesse e di una motivazione precisa è già di per sé un cri­
terio che non appoggia l’origine paolina», Paulus, 4 8 1.
3. Cfr. Aguirre, La Iglesìa de Antioquia; Hengel, Prom Damascus; Nacido a tiempo 59-63.
4. Il più criticato è quello di A. Seemann, Der Katecbismus der Urkhche, Miinchen 1966; tut­
tavia è evidente il sentimento di unità di fede delle prime generazioni cristiane; cfr. J. Sànchez
Bosch, La Iglesìa universal en las Cartas de Pablo: R CT 8 (1984) 35 -8 1, spec. 44-49.
ITO La corrispondenza tessalonicese

questioni che compariranno nei «credo» e nei catechismi dei secoli suc­
cessivi, se si ha cura di non fargli affermare cose che non dice. E ciò che
intendiamo fare affrontando una serie di punti che consideriamo fon­
damentali. Cominciamo a svilupparli.

i . Il D io unico

«Dio» (in greco ho theos, con articolo), come nome comunemente am­
messo dai giudei di lingua greca per designare Jahvé-Elohim e come es­
sere accettabilmente affermato da alcuni filosofi greci (cfr. Rom. 1 ,1 9
s.), dovette rappresentare un perfetto sconosciuto per la maggior parte
dei componenti la comunità tessalonicese, di origini semplicemente pa­
gane. Essi appartenevano, dice Paolo, ai «gentili che non conoscono Dio»
(r Tess. 4,5) o agii «altri che non hanno speranza» (v. 13 ).
In ogni caso, nella prima ai Tessalonicesi come nelle altre lettere del­
l’apostolo il tema di Dio non compare come in una prima lezione diret­
ta ai pagani, ma come in una lezione rivolta a cristiani: Dio è perfetta­
mente integrato nella soteriologia e nella cristologia. Solo attraverso in­
dizi (e la logica!) possiamo ricostruire la prima predicazione di Paolo e
di tutti quelli che come lui si dedicarono all’evangelizzazione dei gentili.
Dovette trattarsi di un annuncio ispirato all’Antico Testamento (il Dio
unico, sapiente e potente, giusto e misericordioso, creatore del mondo e
dell’uomo), con una critica specifica al politeismo imperante («vi siete
convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero», 1 Tess. 1,9 ),5
che però non rinunciava alle acquisizioni più interessanti della filosofia
greca: la sua invisibilità, il suo potere eterno e la sua trascendenza
(Rom. 1,2.0). Il nome di Dio compare per ben 3 6 volte in una lettera co­
sì breve: indizio sufficiente per accreditare l’importanza di questo tema
nell’insegnamento dell’apostolo. Dio è per definizione «il Dio vivo e ve­
ro», in contrapposizione agli idoli che, oltre a essere inanimati (cfr. 1
Cor. 12 ,2 ) , non esistono (8,4; 10 ,19 ).
Nella prima ai Tessalonicesi si parla di un Dio presente in ogni cosa
(«Dio è testimone»: 2 ,5 ; cfr. v. io) e vicino a tutti. H a un piano di sal­
vezza che consiste nel rendere gli uomini imitatori della sua «santità»
(cfr. «santo» in 5,2 6 s.; «santità» in 3 ,1 3 ; 4,3 s.7; «santificare» in 5,Z3),
piano che ha rivelato nel suo vangelo (z,z.8 s.; cfr. v. 1 3 : la sua parola)
con il quale «chiama» (2 ,12 ; 4,7) i suoi «amati ed eletti» (1,4) per costi­
tuire la sua chiesa ( 1 ,1 ; z ,i4 ). Perciò gli apostoli sono suoi ministri
(3,z): egli li conferma (2,4), dirige i loro passi ( 3 ,1 1 ) , infonde loro co­
raggio (2,2). Al momento della parusia sarà la sua tromba a convocarci
5. Questo versetto e il successivo figurano tra i frammenti considerati «prepaoimi»; cfr. Wengst,
Christologische, 29 s«
La catechesi primitiva 111

(4,16) e sarà Dio stesso a radunare quelli che sono morti (4,14) condu­
cendoli al suo regno e alla sua gloria (2 ,12 ). Egli infatti è il Dio della
pace (5,23), che non ci ha destinati al castigo {orge, alla lettera «ira»)
ma all’acquisto della salvezza (v. 9).
Per completare l’immagine bisogna aggiungere che per la prima ai
Tessalonicesi quest’ «ira» (o castigo) esiste davvero: Cristo ha liberato
da essa quanti hanno creduto in lui (1,10 ), ma ora essa incombe in mo­
do inappellabile su coloro che hanno colmato la misura dei loro peccati
( z , i 6). La domanda allora è come quest’ «ira» possa conciliarsi con l’at­
teggiamento disponibile che bisogna dimostrare verso tutti gli uomini e
che traspare in certi momenti { 3 ,1 2 ; 5 ,1 4 s.). È curioso che la minaccia
concreta di 2 ,16 si riferisca ai giudei, considerati «nemici di tutti gli
uomini» (v. 15). Dunque non si può presupporre in Dio una «cattiva di­
sposizione» di principio, anche se determinate circostanze possono in­
durlo a manifestare la sua ira.

2. Dio Padre e lo Spirito santo

La prima ai Tessalonicesi ignora la formula «Padre del Signore nostro


Gesù Cristo» (cfr. Rom. 1 5 ,6 ; 2 Cor. 1 ,3 ; 1 1 , 3 1 ) , traduzione paolina del­
la formula evangelica «Padre mio» (cfr. Mt. 7 ,2 1 ; 10 ,3 2 s.; 1 1 , 2 7 ; 1 2 ,
50). Ciononostante in 1 ,3 ; 3 , 1 1 . 1 3 ricorre a «Padre nostro», traduzione
di «Padre vostro» (cfr. Mt. 5 ,16 .4 5 .4 8 ecc.); l’aggettivo possessivo scom­
pare in 1 , 1 : «Dio Padre» (cfr. Gal. 1 , 1 ; FU. 2 ,1 1 ) , forse in relazione al
semplice «Padre» di Mt. 1 1 ,2 5 - 2 7 .
La semplice designazione «Dio», usata con una frequenza di nove
volte superiore (36 volte contro 4), fa capire che si trattava dell’appella­
tivo abituale cui faceva principalmente ricorso la catechesi. Quanto al
titolo «Padre», la relativa insistenza sul possessivo «nostro» (tre volte
su quattro)6 sottolinea che si tratta di un vissuto riservato esclusivamen­
te alla comunità, in cui si vive in modo quasi convulso («lo Spirito...
grida: Abbà, Padre»: Gal. 4,6; cfr. Rom. 8 ,15 ). N on vi è dunque alcuna
banalizzazione della paternità divina e tutto ciò che si afferma a propo­
sito di Dio coincide con il suo carattere paterno.
Anche il fatto che non si parli di Dio come Padre senza aggiungervi
Cristo come Signore è, a nostro avviso, frutto di un’intenzionalità cate­
chetica:
Paolo... alla chiesa dei Tessalonicesi in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo (1,1);
la speranza nel Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio e Padre nostro (1,3);
6. Come nel caso di «Signore nostro» (sotto, 5^), può essere anch’esso dovuto alla tendenza
semitica a usare il possessivo enclitico, per cui è molto più frequente trovare «padre mio», «ami­
co mio», «fratello mio» che non semplicemente «padre», «amico», «fratello».
1 12 La corrispondenza tessaionicese

Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù (3,11);


davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù
con tutti i suoi santi (3,13).
E ancora: le tre volte in cui si dice che Dio è nostro Padre si aggiunge
anche che Cristo è nostro Signore. Pure il significato di queste «coinci­
denze» può essere evidente: Dio è nostro Padre in quanto suo Figlio
(1,10 ) è nostro Signore e non per la semplice realtà delle cose.
Il riferimento allo Spirito santo in relazione al Padre e al Figlio, em­
blematica in Mt. 2.8,19, non è molto consolidato nell’area paolina (cfr.
tuttavia 1 Cor. 12 ,4 -6 ; 2 Cor. 1 3 , 1 3 ; Ef. 4,4-6). Si può comunque affer­
mare che si va in quella direzione: la menzione dello Spirito santo in 1,5
s. segue quella del Padre e del Signore nel v. 3 (citato sopra); quella di 4,
8 era preceduta al v. 6 da un’allusione al Signore ed è unita al nome di
Dio: «Dio, che ci dona il suo Spirito».
Quanto alle funzioni attribuite allo spirito, la lettera abbozza quelle
che la teologia successiva svilupperà:7
il suo potere e la sua «pienezza» (pleropboria) fanno sì che la parola
della predicazione non sia semplice parola umana, ma abbia efficacia
divina (1,5 ; cfr. j Cor. 2,4 s.);
a chi ascolta la parola infonderà gioia, anche se dovrà accoglierla nel­
la tribolazione (1,6 ; cfr. Rom. 5,3-5);
ci viene dato semplicemente lo Spirito di D io (4,8), con l’idea che es­
so «abita» in noi (1 Cor. 6 ,19 );
esso è un «fuoco» che possiamo mettere in relazione con il dono della
profezia (5 ,19 s.; cfr. 1 Cor. 1 2 ,7 - 1 1 ) .
Che l’uomo abbia la facoltà di «spegnere» questo fuoco come se si
trattasse di una candela pare attribuire allo Spirito una posizione subor­
dinata (non come in 1 Cor. 14 ,3 2 ) . Forse è perché talvolta anche i doni
dello Spirito vengono chiamati «spirito». In ogni caso questa «disponi­
bilità» (questo «lasciarsi spegnere») dello Spirito, che si affida alle mani
degli uomini, non è un segno di debolezza del donante, ma di condi­
scendenza da parte di chi si lascia utilizzare dalla sua stessa creatura.

3. Cristo sulla terra

Uno dei topoi più diffusi riguardo al pensiero paolino è la convinzione


che Paolo si dimentichi (o non voglia saper nulla) della vita terrena di

7. Si o sservi ch e , co n tra ria m e n te a c iò ch e su g g e riv a la scu o la di sto ria delle religion i (cfr. H .
G u n k e l, Die Wirkungen des hi. Geistes nach den populàren Anschauungen der apostolischen
Z eit und nach der Lehre des Apostels Paulus , G o ttin g e n 1 8 8 8 , rist. 1 9 8 7 ) , le fu n zio n i «in ti­
m e » d ello S p irito - n e lla p re d ic a z io n e , nella fed e, l’ « in a b ita z io n e » nel fo n d o dell’ essere - fin
/ d a l p rin c ip io h a n n o p iù p e so risp e tto ai co sid d e tti « c a ris m i» .
La catechesi prim itiva 113

Cristo.8 Nessuno potrà dire lo stesso della sua motte, come si evidenzie­
rà nel prossimo punto. Questo sarà sufficiente per mettere in guardia
quanti non vogliano attribuire all’apostolo l’idea di aver dato grande
importanza alla morte di una persona la cui vita non ne ebbe affatto.
Certo è che l’apostolo non poteva contare né su ricordi personali, né
su un testo «canonico» sulla vita e la parola di Cristo. Proprio per que-
— sto dovremo attribuire maggiore importanza ai testi da cui traspare l’in­
dubbio rilievo che Paolo diede alla vita terrena di Gesù. Ad esempio il
nome stesso di Gesù, che nella prima ai Tessalonicesi ricorre per ben 16
volte, generalmente accompagnato da altri titoli di cui parleremo più
avanti («Cristo Gesù» in 2 ,1 4 ; 5 ,1 8 ; «Signore Gesù» in 2 ,1 5 .1 9 ; 3 , 1 1 .
1 3 ; 4 ,1 s.; «Signore Gesù Cristo» in 1 , 1 . 3 ; 5,9 .23.28 ). Inoltre, in due te­
sti compare il solo nome come sintagma completo, come è costume del­
la tradizione evangelica:9
Attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci li­
bera dall’ira che viene (1,10);
se crediamo che Gesù è morto ed è risuscitato, Dio porterà con sé per mezzo
di Gesù anche quelli che sono morti {4,14).
Questi due testi parlano della risurrezione, ma dicendo che a risorgere è
Gesù fanno capire che si tratta di una persona precisa, che ha avuto una
vita concreta. Il secondo testo parla anche della morte, di quella di Gesù
e della nostra «per mezzo di G esù ». In entrambi i casi il nome mette in
risalto il vissuto concreto di una persona concreta. Si tratta dunque di
una morte che acquista significato in quanto riassume la vita di una per­
sona. N el primo testo, d’altra parte, come semplice possibilità vedrem­
mo tutta la scena del battesimo di Gesù. O almeno unisce due elementi
che compaiono in tale scena: la domanda di Giovanni («Chi vi insegne­
rà a sottrarvi all’ira imminente?», Mt. 3,7) e la risposta dal cielo del Pa­
dre («Questi è il mio Figlio...», v. 17).
Altri due testi partono dal ricordo storico di Gesù, anche se non usa­
no (o non usano soltanto) il nome «Gesù»:
Siete stati imitatori del Signore, ricevendo la parola con la gioia dello Spirito san­
to in mezzo a grande tribolazione (1,6);
i quali hanno messo a morte il Signore Gesù e i profeti... e non sono graditi a
Dio e sono nemici di tutti gli uomini (2,15).
Evidentemente il primo testo non sta facendo riferimento al Gesù cele-
8. R . B u ltm a n n è c o n v in to d i segu ire P a o lo q u a n d o a ffe rm a che il c ristia n e sim o ha in izio c o n
il k e r y g m a sulla m o rte e la risu rrezio n e di C r is to : tu tto c iò ch e p reced e co stitu ire b b e dei « p r e ­
ced en ti s to r ic i» ; c o s ì in II cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche, M ila n o
1 9 6 4 . Si n o ti ch e d ella p re d ica zio n e d i G e s ù si p a rla nel c a p ito lo d e d ic a to a l g iu d a is m o e n o n
in q u e llo ch e tra tta d el cristian esim o p r im itiv o , p p . 8 6 - 9 2 .

9 . A d e se m p io in Me. d elle 8 1 vo lte in cu i vien e n o m in a to G esù so lo in u n a si d ice « G e s ù C r i ­


sto » (M e . i , i ) , e s o lo tre a g g iu n g o n o «d i N a z a r e t » ( 1 , 2 4 ; 1 0 , 4 7 ; 1 6 , 6 ) .
il4 La corrispondenza tessalonicese

ste, libero da ogni tribolazione, ma al Gesù che patì a causa della parola
(.M t. 1 3 ,2 1 ) e fu perseguitato a causa della giustizia ( 5 ,1 1 s.). U secondo
testo parla direttamente della sua morte (cfr. 1 Cor. 1 1 ,2 6 : «la morte
del Signore»), che non fu naturale ma gli venne inflitta. Questa espres­
sione implica la sua vita, perché è detto che lo misero a morte quelli che
«non sono graditi a Dio e sono nemici di tutti gli uomini» e mettono a
morte anche «i profeti» a causa di un comportamento che essi non gra­
discono. Alla luce di queste frasi non sarebbe diffìcile ricostruire una
immagine abbastanza tradizionale della vita di Gesù.
Inoltre tutto l’insegnamento catechetico della lettera ha qualcosa a
che vedere con Gesù. La stessa espressione grammaticale permette di
presupporre una certa consapevolezza del fatto che quando il catechista
sta istruendo è Gesù a istruire:

Quali istruzioni vi abbiamo dato per mezzo del Signore Gesù {4,2);
vi abbiamo detto questo con parola del Signore (v. 13).
Benché non in modo vistoso, questa coscienza si riflette in numerose co­
incidenze con la tradizione sinottica.10 A d esempio nel tema escatologi­
co, con le tribolazioni che dovremo subire (3,3 s.; cfr. Mt. 20 ,22) e con
la venuta di Cristo (4 ,16 s.; cfr. Mt. 2 4 .3 0 s.; 26,64) insieme ai suoi an­
geli ( 3 ,1 3 ; cfr. Mt. 16 ,2 7 ), che ci condurrà al regno e alla gloria del Pa­
dre ( 1 ,1 2 ; cfr. Mt. 1 6 ,2 7 ; 26,29). L ’escatologia di 1 Tessalonicesi è im­
pregnata di espressioni nello stile inconfondibile di Gesù: nessun autore
giudeo o pagano avrebbe detto che «il giorno del Signore giunge come
un ladro in piena notte» (5,2; cfr. M t. 24,43).
N on mancano neppure paralleli (ad es. 1 Tess. 4 ,3-8 ; 5 ,14 -2 3 ) con la
tematica e lo stile del discorso della montagna (M t. 5-8), e vi sono addi­
rittura curiose somiglianze con la stessa tradizione giovannea:
Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi siete
stati istruiti da Dio ad amarvi gli uni gli altri (allelous: 4,9; cfr. Gv. 13,34 s.; 15,
12.17; 1 Cv. 3,11.23; 4,7.11 s.).

4. Morte e risurrezione dì Cristo

Sul mistero della morte e risurrezione di Cristo non solo possiamo affer­
mare che faceva parte del kerygma più primitivo, ma anche che l’annun­
cio che io riguarda ci è giunto addirittura nelle sue formulazioni più an­
tiche.11 Ciò vaie specialmente per 1 Cor. 1 5 ,3 s .:11

10. In opere recenti tali coincidenze vengono sottolineate, ad es. da S.J, Patterson, Paul and
thè Jesus Tradition: It is Time for another L o o k ; HTR 84 (1991) 2 3 -4 1; D. Wenham, Paul,
Follower o f Jesus or Founder o f Christianity, Grand Rapids, Mich. 1995.
1 1 . L'opera di P. Hoffmann, Z ur neutestamentlichen tìberlieferung von der Auferstehung Je -
La catechesi primitiva 115

Cristo morì per ì nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto e risuscitò il terzo
giorno secondo le Scritture.
Sempre partendo dalla prima ai Tessalonicesi diremo qualcosa a propo­
sito di questi due eventi, la morte e la risurrezione.

a) Morte redentrice

Rispetto al valore redentivo della morte di Cristo, oltre al kerygma già


citato possiamo attribuire antichità maggiore alla formulazione fornita
da M arco (Me. 14 ,2 2 .2 4 ) delle parole con cui Cristo istituì l’eucaristia:

Questo è il mio corpo. Questo è il sangue della mia alleanza, versato per i molti
(= tutti).
Lasciando da parte altre differenze, M t. 26 ,28 aggiunge «per il perdono
dei peccati» (eis aphesin hamartion) alle parole sul vino. Persino questa
frase può essere anteriore al kerygma di 1 Cor. 1 5 ,3 , che contiene una
espressione greca (hyper ton hamartion hemon) di per sé incoerente (non
può significare né «in favore» né «in sostituzione» dei nostri peccati),
che però può essere intesa come compendio della locuzione «in favore
nostro, per il perdono dei peccati».
Molte altre formulazioni sul valore soteriologico della morte e risurre­
zione di Cristo, riprese da Paolo, probabilmente facevano parte di pro­
fessioni di fede o formule sacramentali prepaoline. Le citeremo soltanto
qualora se ne trovi qualche riflesso nella lettera che stiamo esaminando.
Per quanto riguarda la morte, 1 Tessalonicesi non potrebbe essere più
scarna. In 4 ,14 Paolo afferma che Gesù è morto e i cristiani muoiono
per mezzo di Gesù; riteniamo voglia dire che, quando muore un cristia­
no, muore una persona già unita alla morte di Cristo. Pertanto la morte
naturale ha cambiato segno a causa della morte di Cristo e ciò presup­
pone che quest’ultima abbia valore salvifico-sacramentale.
In 5,9 s. aggiunge:

Perché Dio non ci ha destinati all’ira, ma all’acquisto della salvezza per mezzo
del Signore nostro Gesù Cristo, il quale morì per noi, affinché, sia che vegliamo
sia che dormiamo, viviamo insieme con lui.
Qui il parallelo è l’istituzione eucaristica: l’espressione «per i molti» di
Mt. 26,28 e Me. 14 ,2 4 si traduce in lingua corrente con «per noi» (cfr.
1 Cor. 1 1 ,2 4 ; Le. 2.2,19: «per voi»; Gal. 2,20: «per me»).
L ’idea di peccato (cfr. 1 Cor. 1 5 ,3 ; Rom. 4 ,2 5) è sempre presente. Il

suy Darmstadt 1988, apporta elementi decisivi per la ricostruzione di tale annuncio; cfr. anche
C.H. Dodd, La predicazione apostolica e il suo sviluppo, Brescia 2i978.
12 . In Nacido a tiempo 4 6 s. parliamo del «kerygma di Damasco... proveniente dalla Galilea».
il6 La corrispondenza tessalonicese

peccato è responsabile della prospettiva di collera (5,9; cfr. 1,10 } che la


morte di Cristo ha chiuso per aprire una prospettiva di salvezza. Il testo
aggiunge che ciò avvenne «perché, sia che vegliamo sia che dormiamo,
viviamo insieme con lui», espressione che può essere intesa in senso esca­
tologico (interpretando «dormiamo» come «moriamo fisicamente»), ma
anche concreto, intendendo una vita «insieme con lui» (hama syn auto)
qui sulla terra (interpretando «dormiamo» e «vegliamo» in senso lette­
rale).13 La seconda interpretazione implicherebbe una esperienza molto
realistica dei sacramenti delPeucaristia (cfr. 1 Cor. 1 1 ,2 6 ) e, probabil­
mente, anche del battesimo (cfr. Rom. 6 ,3-5; 1 Cor. 1 2 ,1 3 ) , nella quale
la morte redentrice di Cristo è realmente presente in noi. Grazie a una
esperienza di questo genere Paolo ha potuto affermare che morirono
«per mezzo di Gesù» (v. 14) quanti semplicemente «morirono» (4 ,13)
da cristiani.

b) Risurrezione

Nella prima ai Tessalonicesi il tema della risurrezione compare in modo


piuttosto fugace. Lo troviamo in 1 Tess. 1 , 1 0 in una formula probabil­
mente prepaolina:
attendere dal cielo il suo Figlio, che egli ha risuscitato (egeiren) dai morti.
Applicando ai cristiani il tema della risurrezione di Cristo 1 Tess. 4 ,14 .
1 6 dichiara:
Se dunque crediamo che Gesù morì e risuscitò (aneste), Dio condurrà con lui an­
che coloro che si addormentarono (koimethentas) per mezzo di Gesù.
Il Signore stesso a un ordine (keleusmati) ... discenderà dal cielo e i morti in
Cristo risusciteranno (anastesontaì).
Il collegamento tra tema e kerygma è espresso in 4 ,1 4 dalla formula «Se
dunque crediamo...»: il kerygma è annunciato per essere creduto (1 Cor.
1 5 , 2 . 1 1 ; Rom. 10 ,9 s.).14 4 ,1 4 passa dalla morte alla risurrezione con la
stessa rapidità di 1 Cor. 1 5 ,4 s.: una morte che avvenga «all’ombra» di
quella di Cristo diventa garanzia di risurrezione. La risurrezione nasce
dalla morte, come la vita nuova nasce dal seme interrato (cfr. 1 Cor. 1 5 ,
3 5 -3 8 ). D ’altra parte l’intransitivo anistemi con cui 1 Tess. esprime la
risurrezione è il termine impiegato dalla tradizione evangelica (cfr. Mt.

13 . A favore del senso letterale si può osservare: a) è certo che i Tess. 4 ,13 - 15 ha parlato di
«dormire» (con il verbo koimao) nel senso di «morire», ma il testo in esame impiega il verbo
katheudo^ che nel contesto immediato (vv. 6 s.), significa semplicemente «dormire»; b) non è
confermato da altri esempi che «vegliare» significhi «non essere morto»; il senso della frase è
dunque quello più diretto, equivalente a «sia di giorno sia di notte».
14 . Secondo Wengst, ChristologischeJ 27, Rom. 10,9 s. rientra fra i frammenti prepaolini.
La catechesi prim itiva 117

17,9.2,3 par.; 2 0 ,19 par.; Me. 1 2 ,2 3 .2 5 ; Le. 1 6 ,3 1 ; 2 4 ,7; Gv. 1 1 , 2 3 s->


20,9); nella tradizione paolina compare solo il sostantivo derivato ana-
stasis (Rom . 1,4 ; 6,5; 1 Cor. 1 5 , 1 2 s.2 1.4 2 ), ma non il verbo intransiti­
vo. D ’altro canto il testo di 1 ,1 0 , con il verbo egeiro, «sollevare», in
forma attiva e con Dio come soggetto, sottolinea (in linea con Rom. io ,
9; cfr. 2 Cor. 1,9 ; Rom. 4 ,17 ) il protagonismo divino in quella specifica
risurrezione, idea che 1 Cor. 1 5 ,4 e Rom. 4 ,2 5 (tanto per citare testi tra­
dizionali) esprimono con lo stesso verbo in forma passiva (passivum di-
vinum).
Quando Paolo afferma che Dio ha risuscitato suo Figlio (ton byion
autou: 1,10 ) lascia intuire che lo ha fatto proprio perché era tale.15 Quel­
li che sono uniti a lui possono aspettare in tutta serenità: egli li libererà
dall’ira proprio perché è il Figlio.

5. Gesù, «Cristo», «Figlio di D io» e «Signore»

Nella formula «il Figlio di Dio, Signore nostro Gesù Cristo», familiare a
qualsiasi «apprendista», si potrebbe veder concentrata tutta la cristolo­
gia della prima ai Tessalonicesi e, in un certo senso, di Paolo.16 Come si
è visto, il nome «Gesù» come sintagma completo, secondo la consuetu­
dine della tradizione evangelica, compare in 1 , 1 0 e 4 ,14 . Tuttavia in que­
st’ultimo passo il sintagma viene preceduto da un titolo ben preciso,
«suo Figlio», che lo qualifica. In tutti gli altri testi della lettera il nome è
accompagnato - o sostituito - da altri titoli. Si ha dunque:
solo «Cristo» in 2 ,7 ; 3,2; 4 ,1 6 ;
solo «Signore» in 1,6 .8 ; 3,8; 4 ,6 .1 5 .1 6 .1 7 ; 5 ,2 .1 2 .2 7 ;
«Cristo Gesù» in 2 ,1 4 ; 5 ,18 ;
«Signore Gesù» in 2 ,1 5 .1 9 ; 3 , 1 1 . 1 3 ; 4 ,1 s.;
«Signore Gesù Cristo» in 1 , 1 . 3 ; 5,9-2.3.28.
L ’aspetto più interessante per una ricostruzione della catechesi primi­
tiva è che nella prima ai Tessalonicesi nessuno di questi titoli si presenta
come affermazione, mà come presupposto: non si dice «Gesù è il C ri­
sto» (come in Me. 8,29; Gv. 7 ,4 1 ; Atti 1 7 ,3 ) o «è il Figlio di Dio» (co­
me in Mt. 1 6 ,1 6 ; 2 6 ,6 3; Me. 1 5 ,3 9 ; G v. 1 ,3 4 ; 2 0 ,3 1; Atti 9,20) o anco­
ra «è il Signore» (come in Rom. 10 ,9 ; 1 Cor. 1 2 ,3 ; FU. 2 ,1 1 ) . A ll’epoca
della stesura della lettera si riteneva che l’attribuzione di questi tre titoli
a Gesù fosse ormai perfettamente assimilata.
Inoltre, mentre gli appellativi «Figlio» e «Signore» sono ancora con­

1 5 . C f r . s o tto , 5 b.
1 6 . C f r . q u e sti tre a p p e lla tiv i in 0 . C u llm a n n , Cristologia del Nuovo Testamento, B o lo g n a
1 9 7 0 5 si v e d a n o p u re F . H a h n , C bristologische Hoheitstitel, G ò ttin g e n * 1 9 9 5 ; W . K ram er,
Christ, Lord, Son o f God, London 19 6 6 .
rj8 La corrispondenza tessalonicese

siderati titoli significativi, in perfetta analogia con i «figli» e i «signori»


che tutti conoscevano,17 risulta che l’appellativo «Cristo», per il quale
sarebbe necessaria una spiegazione più ampia (significa «unto», traduce
l’ebraico mastàb, rappresenta un’intera tradizione riguardante il «re di­
scendente di Davide» atteso dal popolo giudaico),18 è trattato come un
semplice nome (privo di contenuto semantico). Benché una volta su die­
ci (in 3,2,) compaia «il Cristo», preceduto dall’articolo, ciò non implica
affatto che si tratti di un titolo e non di un nome; infatti anche «Gesù»,
certamente usato come nome, appare una volta preceduto da articolo
(4 ,14 ). Ragione di più per affermare che la cristologia doveva già essere
piuttosto avanzata quando l’apostolo giunse a Tessalonica intorno al­
l’anno 50: il riferimento alle aspettative messianiche del popolo giudai­
co era stato «assorbito» dai titoli «Figlio di Dio» e «Signore», più com­
prensibili ai pagani.
V a inoltre osservato che 1 Tessalonicesi non applica i titoli di «Cri­
sto», «Figlio» e «Signore» come specifici del Risorto: Gesù è «Cristo», è
«il Signore» già durante la sua predicazione terrena, come pure quando
è messo a morte (cfr. rispettivamente 4 ,1 5 ; 2 ,1 5 e 5,9 s.). Che sia anche
«suo Figlio», secondo 1 ,1 0 è in relazione alla risurrezione, anche se pro­
babilmente non ne è tanto una conseguenza («è suo Figlio perché lo ha
risuscitato») quanto la causa («lo ha risuscitato perché è suo Figlio»).
Soffermiamoci brevemente su ciascun titolo e su un’ipotetica ricostru­
zione dell’evoluzione svoltasi antecedentemente a 1 Tessalonicesi.

a) Gesù, «Cristo»

Alle origini il titolo di «messia» o «Cristo» si riferisce chiaramente alla


funzione regale (nomen officii) che eserciterà a suo tempo il «discenden­
te di Davide» atteso dal popolo giudaico. In varie occasioni Gesù è de­
finito «colui che deve venire» (M t. 1 1 , 3 - 6 par.), il «messia» (cfr. Me. 8,
29 par.; cfr. 1 4 ,6 1 par.; 1 5 , 3 2 par.), «figlio di Davide» (Me. 10 ,4 7 $•; Z I >
io) e «re» (Me. 1 5 ,2 .9 .1 2 .2 6 .3 2 ) . Tuttavia ciò non significa che avrebbe
avuto accesso al trono nel momento in cui veniva riconosciuto come ta­
le: i testi suggeriscono, piuttosto, che avrebbe regnato a partire da un
dato momento (cfr. Mt. 2 0 ,2 1; Le. 2 3 ,4 2 ; Atti 1,6). Il «trono» (Le. 1,3 2 )
e il «regno» (Me. t t , t o ) spetterebbero a Gesù in quanto figlio di D a­
vide, ma gli furono accordati dopo la risurrezione. In tal senso si spiega­
no i due testi degli Atti degli Apostoli:
Sappia con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo
(Chrìston, «messia») quel Gesù che voi avete crocifisso {Atti 2,36);
1 7 . C fr . « suo F ig lio » in 1 Tess. 1 , 1 0 ; « S ig n o re « o s tr o » in 1 , 3 ; 2 , 1 9 ; 3 , 1 1 . 1 3 ; 5 , 9 . 1 3 . 2 8 .
1 8 . C fr . M . K a r r e r , Der Gesalbte. D ie Grundìagen des Christustitels, G ò ttin g e n 1 9 9 1 .
La catechesi primitiva 119

questa promessa Dio J’ha attuata per i loro figli, risuscitando per noi Gesù,
come anche sta scritto nel salmo secondo: «Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato»
{Atti 13,33).
Questi due testi non possono essere considerati citazioni letterali di una
confessione di fede primitiva (un credo non direbbe mai «che voi avete
crocifisso»!), per quanto sembrino avere la certezza circa la sostanza di
ciò che trasmettono:
a) che il ministero terreno di Gesù non potè essere considerato «re­
gno» messianico, in special modo dai suoi contemporanei;
b) che la risurrezione di Gesù fu vista come un atto di intronizzazione
messianica. A partire da quel momento a Gesù vennero applicati i salmi
che gli attribuiscono i titoli di «Cristo-messia» {Sai z,z), di «Figlio» (z,
7) e di «Signore» {Sai. 1 1 0 ,1 ) .
La lettura di questi e di altri testi messianici dell’Antico Testamento
alla luce della vita, morte e risurrezione di Gesù portò la cristologia cri­
stiana ad affermazioni stupefacenti per gli stessi apostoli nel giorno del
venerdì santo: Gesù è intronizzato in cielo e da lì esercita un potere pa­
ragonabile a quello di Dio stesso. In un certo senso si può dunque affer­
mare che il titolo di «Cristo» (messia) è alla radice di tutti i titoli cristo­
logici che prendono spunto dai salmi messianici e da altre profezie. C o ­
me si è detto, col tempo i titoli di «Figlio di Dio» e di «Signore» diven­
tarono gli unici significativi, semplicemente perché l’appellativo «Cri­
sto» (messia) non diceva assolutamente nulla ai gentili. Soltanto il po­
polo giudaico attendeva la redenzione in tale forma. Per questo motivo
1 Tessalonicesi, che fornisce un modello di catechismo per i gentili, non
sente la necessità di spiegare le tradizioni messianiche. In essa il termine
«Cristo» si è già trasformato in una specie di cognome di Gesù.19
La formula usuale in tutto il Nuovo Testamento è «Gesù Cristo» ( 1 ,
1 .3 ; 5,9- ì 3.2.8), ma ne esiste anche un’altra tipicamente paolina: «Cristo
Gesù» (z ,i4 ; 5 ,18 ). Può essere un indizio che nell’esperienza e forse nel­
la prima predicazione dell’apostolo tale titolo era significativo: «Cristo
Gesù» {Christos Iesous) era forse un’esclamazione parallela a kyrios Ie-
sous ( 1 Cor. i z ,3 ; Fil. z , i i ; cfr. Rom. 10,9), che significa «Gesù è Si­
gnore». Se così fosse, l’espressione significherebbe «Gesù è il messia».
Tuttavia la lettera non lo afferma esplicitamente. Nelle sue lettere Pao­
lo non allude mai chiaramente alle tradizioni messianiche. Solo Rom.
1 ,3 , in un testo probabilmente giudeocristiano, dichiara che Gesù è di­
scendente di Davide secondo la carne, ma senza aggiungere che Gesù ha
ereditato il regno promesso al suo antenato. A tale silenzio può avere

19 . La designazione di «cristiani», che ebbe origine ad Antiochia (Atti 11,2 6 ), nasce dall’uso
di «Cristo» come semplice nome. Lo testimoniano sia i testi citati di Svetonio e Tacito, sia i te­
sti pagani successivi.
12 0 La corrispondenza tessalonicese

contribuito l’intenzione di evitare l’interpretazione politica, ma anche


che per la tradizione cristiana ciò che conta è che Davide stesso lo chia­
ma «Signore» {Me. 1 2 ,3 5 - 3 7 ; cfr. sotto), titolo particolarmente signifi­
cativo per il mondo pagano.

b) Gesù, «Figlio di Dio»

Riguardo al titolo «Figlio», 1 Tess. 1 ,1 0 riprende una consuetudine per­


fettamente consolidata in Paolo e del tutto in sintonia con i suoi testi
successivi, nei quali Gesù è chiamato «il Figlio di Dio» {Gal. 2,20 ; 2 Cor.
1,19 ) , «suo (proprio) Figlio» {ho hyios autou: Rom. 1 ,3 .9 ; 1 Cor. 1,9 ;
Gal. 1 ,1 6 ; 4,4 ; ton heautou hyion in Rom. 8 ,3; tou idiou hyiou in Rom.
8,32). In quest’ultimo passo, con l’allusione al sacrificio di Abramo che
non risparmiò il suo stesso figlio (cfr. Gen. 2 2 ,16 : epheiso\ Rom. 8,32:
epheisato), Paolo si colloca in prossimità di Mt. 3 ,1 7 par.; 1 7 ,5 par.:
Questi è il Figlio mio amato (agapetos, come in Gen. 22,16) nel quale mi sono
compiaciuto.
Si è già detto che il parallelismo tra 1 Tess. i ,i o a e Mt. 3 , 1 7 («suo Fi­
glio»), insieme a quello tra 1 Tess. i , i o c e Mt. 3 ,7 («l’ira imminente»),
induceva a sospettare un qualche contatto tra il testo prepaolino e le tra­
dizioni sul battesimo di Gesù. Se il parallelismo regge, ci ritroviamo nel
pieno della vita di Gesù, circostanza che conferma l’idea per cui il Padre
risuscitò Gesù dai morti proprio perché era suo Figlio. Anche a prescin­
dere da questo parallelismo, stando alla lettura più ovvia la frase «suo
Figlio, che egli ha risuscitato dai morti» intende la risurrezione non tan­
to come causa, ma come conseguenza del fatto che era suo Figlio.
La stessa linea è seguita da tutte le narrazioni evangeliche. O afferma­
no, con Matteo e Luca, che Gesù è riconosciuto come Figlio di Dio fin
dalla nascita {Mt. 2 ,1 5 ; Le. 1,3 5 ) o sostengono, con M arco, che è tale
dal momento del battesimo fino alla morte in croce ( 1 , 1 1 ; 3 , r i ; 5,7; 9,
7; 12 ,6 ; 13,32.; 1 4 ,6 1 ; 15 ,3 9 ). Tuttavia riveste grande importanza il pas­
so di Me. 1 4 ,3 6 in cui Gesù chiama Dio con il rivoluzionario appellati­
vo di abbà ( «papà»).io È difficile ritenere che una comunità di lingua ara-
maica attribuisse a Gesù l’uso di tale appellativo e negasse al contempo
che fosse Figlio di Dio durante la sua vita mortale. M a l’apostolo pos­
siede anche un testo che sembra andare in altra direzione. Rom. 1,3 s.
afferma che Gesù «fu costituito Figlio di Dio... a partire dalla risurrezio-
20. Non vogliamo sostenere che ognuno dei testi citati corrisponde a fatti realmente accaduti
nella vita di Gesù; affermiamo soltanto che tali narrazioni si formarono in un ambiente in cui
Gesù era ritenuto Figlio di Dio durante la sua vita mortale, e questo ambiente era il giudeocri-
stianesimo palestinese. Cfr. ad es. J. Jeremias, Teologia del N uovo Testamento, I. La predica­
zione di Gesù, Brescia 21976; G. Theissen, Lokalkolorit und Zeitgeschichte in den Evangelien.
Ein Beitrag zur Geschichte der synoptiseben Tradìtion, Gòttingen 1989.
La catechesi primitiva iz i

ne dai morti», in linea con Atti 1 3 ,3 3 che applica la frase «oggi ti ho ge­
nerato» {Sai. 2,7) alla risurrezione, Il testo di Atti non ci porta molto
lontano, in quanto non si tratta di una trascrizione letterale di una con­
fessione di fede; potrebbe essere un semplice artificio letterario di Luca,
che metterebbe in relazione «risuscitare» con «generare». Invece non vi
è da dubitare nel riconoscere in Rom. 1 ,3 s. una formulazione della fede
giudeocristiana sull’intronizzazione di Gesù come «Figlio»-messia nella
sua risurrezione. In realtà, il testo di Romani non afferma che fu costi­
tuito «Figlio di Dio» tout court, ma «Figlio di Dio con potenza», frase
che rende compatibili le due «filiazioni»: Cristo fu costituito «Figlio-di-
Dio-con-potenza», con tutte le caratteristiche di salvatore e giudice del­
l’umanità, a partire dalla risurrezione, mentre era Figlio di Dio fin da
prima.
Buona parte della critica replicherà sostenendo che la frase «con po­
tenza» di Rom. 1,4 non fa parte della confessione di fede originaria, ma
potrebbe essere dovuta a un’aggiunta di Paolo.11 Personalmente, a parte
il peso delle tradizioni evangeliche, non ritengo «con potenza» una cor­
rezione introdotta da Paolo in una confessione di fede che inizialmente
non la conteneva, e questo da due punti di vista. Dal punto di vista del
contesto messianico, la consegna di determinati poteri è caratteristica
dell’intronizzazione :
Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato. Chiedimelo, e ti darò in eredità le genti,
possederai il mondo da un estremo all’altro. Le spezzerai con scettro di ferro, le
frantumerai come vasi di argilla {Sai. 2,7-9).
Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.
Che Jahvé stenda da Sion il potere {dynamis, come in Rom. 1,4) del tuo scettro.
Domina ir mezzo ai tuoi nemici {Sai. t t o , t s .).
Gli fu dato il potere, la gloria e il regno. Tutti i popoli, nazioni e lingue gli ren­
deranno omaggio; il suo potere è eterno, non passerà mai; il suo regno non sarà
mai distrutto {Dan. 7,14).
Dal punto di vista del contesto paolino, riteniamo che la conclusione pos­
sa essere identica. L ’apostolo colloca una confessione di fede della co­
munità giudeocristiana sul frontespizio della sua lettera come segno del­
la fede comune (cfr. Rom. 1 ,1 2 ) . Se infatti Paolo, aggiungendo «con po­
tenza», avesse cambiato sostanzialmente il senso di tale confessione,
non avrebbe forse ottenuto un effetto contrario a quello voluto? Se in-
2 ,1. In H . Z im m e r m a n n (- K . K lie s c h ), Neutestamentliche Methodenlebre. Darstellung der hi-
storisch-kritiscben Methode, S tu ttg a r t < ^ 9 8 2 , 1 9 9 - 2 0 4 , si p arla della p o ssib ile a ttrib u z io n e
delle v a r ie frasi di Rom. 1 , 3 s. a tra d iz io n i diverse: l’ e sp ressio n e « c o n p o te n za » sa re b b e a ttri­
b u ita alla re d azio n e p a o lin a ; cfr. tu tta v ia G . R u g g ie r i, Il figlio di Dio davidico. Studio sulla
storia delle tradizioni contenute in Rom 1,3-4, R o m a 1 9 6 8 , per il q u ale « l’e sp re ssio n e en
dynameì è p erfettam en te c o rrisp o n d e n te a lla co n n e ssio n e ch e tu tto il N u o v o T e s ta m e n to p o n e
tra la n o z io n e d i p o te n z a e la risu rre zio n e » (p. 9 5 ) .
1 22 La corrispondenza tessalonicese

vece la confessione conteneva già la frase «con potenza» {en dynamei),


il ragionamento di Paolo è evidente: «In base alla nostra fede comune vi
annuncio che il vangelo è potenza (dynamis: Rom. 1 ,1 6 ) di Dio per la
salvezza per mezzo di Gesù Cristo», tema che avrà un ruolo centrale in
tutta la lettera.
Tornando alla prima ai Tessalonicesi è opportuno ricordare che per
gli esegeti la frase di i Tess. 1 ,1 0 , con cui inizia questo paragrafo, non
sembrerebbe inventata da Paolo. Ciò significa dunque che la tradizione
di «il Figlio di Dio», preceduto da articolo determinativo (cfr.
spec. Mt. 3 , 1 7 par.; 1 7 ,5 par.}, si era già formata in comunità frequen­
tate dall’apostolo prima della sua partenza per Tessalonica. Sospettiamo
inoltre che a quell’epoca vi fosse un’altra definizione corrente per Gesù,
ossia «il Figlio», in assoluto, senza nemmeno aggiungere «di Dio», co­
me appare in due testi sinottici:

Nessuno conosce (epiginoskei) il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Pa­


dre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo (Mt. 11,27).
Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il
Figlio, ma solo il Padre (Mt. 24,36 par.).
La tradizione pare indipendente da Paolo, che conosce appena l’espres­
sione «il Figlio» senza ulteriore precisazione (cfr. tuttavia 1 Cor. 15 ,2 8 ),
e anteriore a lui, poiché 1 Tess. 5 ,1 s. sembra alludere a Mt. 2 4 ,3 6 par.
pur senza accogliere, perché troppo «primitiva», l’idea che neppure il
Figlio sa quando verrà la parusia.22 Questa eventualità potrebbe risulta­
re sempre più probabile man mano che incontreremo più tradizioni del­
l’apocalisse sinottica nei testi di 1 Tessalonicesi.

c) Gesù Cristo, «il Signore»

Una delle prime «lezioni» nella conoscenza esegetica di Paolo consiste


nell’osservare che nelle sue lettere, tranne che nelle citazioni dall’Antico
Testamento, l’espressione «il Signore» si riferisce a Cristo, malgrado
nell’Antico Testamento greco (i Settanta) «il Signore» sia la traduzione
usuale del nome ineffabile di Jahvé.
Lo studio della prima ai Tessalonicesi chiarisce che questo nuovo «co­
stume» teologico, che segna una distanza quasi invalicabile dal giudai­
smo ufficiale, era ben consolidato all’epoca di redazione della lettera.13
22, Chi certamente soppresse la frase fu Luca. Essa non compare dopo Le. 2 1,3 3 , àove an­
drebbe per parallelismo, ma appare trasformata in Atti 1,7 priva deiraccenno all’ignoranza
del Figlio. Paolo potrebbe aver avuto una reazione analoga scrivendo ai tessalonicesi, ormai
convertiti.
23. Kramer, Christ 15 8 , insiste nell’affermare che il forte significato di questo titolo appartie­
ne a un’ epoca successiva: «L’applicazione a Gesù di kyrios, appellativo proprio dei L X X , se-
La catechesi primitiva 1 23

Sul suo sfondo, inoltre, vi è tanta filigrana teologica24 da far supporre


che non tutto sia opera dell’apostolo e, men che meno, opera realizzata
a partire dal momento della sua separazione da Barnaba.
Cominciamo dai fatti.
In cinque passi (1 Tess. 1 ,1 .3 ; 5,9-2,3.28) il binomio «Gesù Cristo»
(Iesous Christos) appare subordinato, anche dal punto di vista gramma­
ticale, al titolo di Signore:

Alla chiesa dei tessalonicesi, in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo (en theo pa­
tri kai kyrio Iesou Christo: 1,1).
La speranza nel Signore nostro Gesù Cristo (tou kyriou hemon Iesou C hristou)
davanti a Dio, nostro Padre (1,3).
Per ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (tou kyriou
hemon Iesou Christou: 5,9).
Si conservi senza macchia per la parusia del Signore nostro Gesù Cristo (tou
kyriou hemon Iesou Christou: 5,23).
La grazia del Signore nostro Gesù Cristo (tou kyriou hemon Iesou Christou)
sia con voi (5,28).

In altri sei passi ( 2 ,1 5 .1 9 ; 3 , 1 1 . 1 3 ; 4 ,1 s.) il titolo accompagna il nome


di Gesù («Signore Gesù»):
I quali hanno messo a morte il Signore Gesù (ton kyrion... lesoun: 2,15).
Davanti al Signore nostro Gesù (tou kyriou hemon Iesou) nella sua parusia

Dio nostro Padre e il Signore nostro Gesù (tou kyriou hemon Iesou) diriga il
nostro cammino... (3,11).
Nella parusia del Signore nostro Gesù (tou kyriou hemon Iesou) con tutti i
suoi santi (3,13).
Vi esortiamo nel Signore Gesù (en kyrio Iesou: 4,1).
Le norme che vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù (dia tou kyriou Iesou:
4,2).
Si giunge infine ai tredici passi in cui il titolo di «Signore» viene impie­
gato da solo (1,6 .8 ; 3 ,8 .1 2 ; 4 ,1 5 - 1 7 ; 5 ,12 .2 7 ):

Siete stati imitatori nostri e del Signore (tou kyriou), avendo accolto la parola in
mezzo a grande tribolazione con la gioia dello Spirito santo (1,6).
A partire da voi la parola del Signore (ho logos tou kyriou) riecheggia... dap­
pertutto (1,8).
Ora sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore (stekete en kyrio: 3,8).
Che il Signore (ho kyrios) vi dia pienezza e vi faccia abbondare in amore (3,12).
Che nessuno inganni il proprio fratello negli affari, perché il Signore è vindice
(ekdikos kyrios: 4,6).
gna lo stadio ultimo, non il primo, nella storia dei titoli all’interno della chiesa cristiana». Se­
condo noi, invece, l’evoluzione dovette incominciare ben presto, perché in 1 Tessalonicesi ap­
pare come quasi conclusa. 24. Cfr. sotto, 6.
12 -4 La corrispondenza tessalonicese

Vi diciamo questo sulla parola del Signore (en logo kyriou: 4,15).
Nella parusia del Signore (eis ten parousian tou kyriou) non passeremo davan­
ti a quelli che sono morti (4,15).
Il Signore stesso (autos ho kyrios) a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al
suono della tromba di Dio... (4,1 6).
Saremo rapiti tra le nuvole per l’incontro con il Signore (eis apantesin kyriou)
e così saremo con il Signore (syn kyrio: 4,17).
Il giorno del Signore (hemera kyriou) verrà come un ladro di notte (5,2.).
Quelli che vi sono preposti nel Signore (en kyrio) e vi ammoniscono {5,12.).
Vi scongiuro per il Signore (enorkizo hymas ton kyrion) che questa lettera sia
letta a tutti i fratelli (5,2.7).

Specialmente i testi nei quali «il Signore» appare da solo hanno origina­
to dall’inizio del secolo una certa speculazione riguardo alle origini del­
la cristologia: «il Signore» sarebbe una nuova divinità dai contorni ete­
rei, capace di relegare in secondo piano persino il Dio di Israele, intro­
dotta dai cristiani gentili di Antiochia imbevuti di paganesimo e poi dif­
fusa dall’apostolo Paolo.M L ’idea comprende anche una distinzione ra­
dicale tra il «Gesù storico» e il «Cristo della fede». Se così fosse i ruoli
si capovolgerebbero. N on sarebbe più Paolo a essere apostolo dei genti­
li, ma i gentili a essere apostoli di Paolo. Per considerare le cose in altro
modo basta ricordare che quando Paolo dice «Gesù» si riferisce al Ge­
sù di Nazaret che visse e insegnò, morì e risuscitò (come abbiamo appe­
na detto) e tornerà nella parusia (come diremo tra poco). Quando, in­
fatti, dice «Cristo» e «Signore» si riferisce allo stesso Gesù: o unisce
questi titoli al nome di Gesù (come abbiamo visto nei testi esaminati) o
li pone in parallelo con altri in cui si parla esplicitamente di Gesù.
Per quanto riguarda l’identità tra «Gesù» e «Cristo», per limitarsi al­
la prima ai Tessalonicesi basterebbe mettere in relazione 2 ,7 e 3,2 (che
parlano rispettivamente di «apostoli di Cristo» e di «vangelo di Cristo»)
con 4 ,2 («le norme che vi abbiamo dato per mezzo del Signore Gesù»),
o ancora 4 ,1 6 («i morti in Cristo») con il v. 1 4 («quelli che si sono ‘ad­
dormentati’ per mezzo di Gesù»),
Riguardo all’identità tra «Gesù»-« Cristo» e il «Signore», appellativo
che compare per ben tredici volte, basti confrontare:
1,6 (sulle tribolazioni) con 4 ,1 4 («Gesù è morto e risuscitato»);
1,8 ; 4 ,1 5 e 5 ,1 2 (parola) con 4 ,1 s. (sopra);
3 ,8 .1 2 (azione salvifica) con v. n (sopra);
4 ,6 .1 5 - 1 7 ; 5 ,2 .2 7 (parusia e giudizio) con 2 ,19 ; 3 ,1 3 ; 5,2 3 (sopra).25

25, L ’autore è Bousset, Kyrios (cfr. sopra* cap. h i , nn. 33 e 35); sulla sua stessa linea I. Her­
mann, Kyrios und Pneuma, Miinchen 19 6 1, 13 2 -13 9 , ritiene di aver dimostrato l’identità tra
il kyrios e il pneuma - il «Signore» e Io «Spirito» - in tutti i testi paolini sul pneuma; dovreb­
be però dimostrarlo anche per tutti i testi sul kyrios, come quelli che citeremo tra poco.
La catechesi prim itiva 12 5

Se poi si prendono in esame le allusioni presenti nei vari usi di «Si­


gnore» si vedrà che rimandano tutte all’Antico Testamento e presup­
pongono la conoscenza dei complessi intrecci del testo biblico. E non
dovettero essere i giudei di lingua greca a ricercare per primi tali impli­
cazioni. E noto che laddove noi diciamo «Dio» e «Padre» i semiti ten­
dono a dire «nostro Dio» e «nostro Padre» (in ebraico, ’elobenù, ’àbi-
nù), e questo non solo per la loro coscienza di popolo eletto, ma anche
per la tendenza semitica al possessivo enclitico (per cui si usa più fre­
quentemente «padre mio», «amico mio», «fratello mio», che non sem­
plicemente «padre», «amico» e «fratello»).
In 1 Tessalonicesi, dunque, Gesù Cristo è spesso definito «Signore no­
stro» ( 1,3 ; 2 ,19 ; 3 , 1 1 . 1 3 ; 5,9 .2 3.2 8 ). Ed è lo stesso Paolo, in 1 Cor. 16 ,
2 2, a fornirci in aramaico la formula maranatha, che si traduce con «Si­
gnore nostro, vieni» (maranà’ to’; cfr. Apoc. 22,20 ), traduzione miglio­
re rispetto a «il Signore viene» (màran ,àta'>).
La «filigrana» fatta di testi dell’Antico Testamento, di cui diremo
qualcosa a proposito della parusia, non si è formata in un giorno solo.
Ebbe inizio con la proclamazione che Gesù è Signore perché «assiso al­
la destra» di Dio, secondo la lettura di Sai. 1 1 0 , 1 («Siedi alla mia de­
stra...»)i6 in Mt. 2 2 ,4 4 Par- (cfr- Atti 2 ,3 4 ; Ebr. 1 , 1 3 ) e nella dichiara­
zione solenne di Gesù davanti al sinedrio:

Vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra (kathemenon ek dexion, come nel
salmo) della potenza venire sulle nubi del cielo (Mt. 26,64 par.; cfr- Atti 7,55 s.:
hestota).
Paolo non dice che Cristo è «seduto», ma non rinuncia ad affermare che
sta «alla destra» di Dio (en dexia, Rom. 8,34) e che «verrà» (2 Tess.
1 ,1 0 ; 5,2; cfr. 1 Cor. 4,5; 1 1 ,2 6 ) «dal cielo» (1 Tess. 1 ,1 0 ; 4 ,1 6 ; cfr. 1
Cor. 1 5 ,4 7 ; 2 Cor. 5,2). Ciò rientra nell’idea di un titolo «conquistato»
(cfr. Atti 2 ,3 3 ; 5 ,3 1 ) o di un’ «esaltazione» meritata (Fil. 2,9) con la mor­
te e la risurrezione. Essendo alquanto insolito, al testo di Atti 2 ,3 6 viene
solitamente attribuita l’antichità maggiore:
Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso.
Nella gran quantità di materiale prepaolino rientrano anche, come si è
già detto, Rom. 10 ,9 :
Se confesserai con la bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che
Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo,
nonché F il 2 ,6 - 1 1,*7 di cui trascriviamo la seconda parte (w . 9 - 1 1 ) : 26

26. Cfr. M . Gourgues, A la droite de Dìeuy Paris 1978. 27. Cfr. sotto, cap. xii, 111,3.
rz 6 L a corrispondenza tessalonicese

Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha concesso il nome che è al di sopra di ogni
altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi - dei celesti, dei
terrestri e degli infernali - e ogni lingua confessi che Gesù è Signore a gloria di
Dio Padre.
Questa dovette essere la prima fase: Gesù Signore a partire dalla risur­
rezione. i Tessalonicesi va oltre, nel senso che nella lettera il titolo «Si­
gnore» è applicato a Gesù, come si è visto, persino durante la sua vita
pubblica e alla sua morte; inoltre, come si noterà a proposito della pa-
rusia, vengono «trasferiti» su Gesù alcuni testi che, nel loro significato
originale, si riferiscono a Jahvé.
L ’applicazione di questo titolo a Gesù durante la sua stessa vita terre­
na ha inizio, al più tardi, durante gli anni di convivenza pacifica tra cri­
stiani e giudei (intorno al 44, anno della morte di Giacomo figlio di Ze-
bedeo). In Me. 1 2 ,3 5 - 3 7 , dopo un ebraismo clamoroso (iniziare una nar­
razione con apokritheis, «rispondendo»),28 si legge:
Gesù diceva, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il messia è
Figlio di Davide? Davide stesso, ispirato dallo Spirito santo, afferma: ‘Disse il Si­
gnore al mio Signore...’. Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può es­
sere suo figlio?».
L ’attenzione non è puntata sull’ordine di «sedersi», ma sul fatto che è
Davide stesso a chiamarlo Signore. Ciò presuppone che il titolo di «Si­
gnore» non sia un semplice nomen officii, attribuito al messia a partire
da un certo momento, ma piuttosto qualcosa che interessa la stessa cre­
denza tradizionale che il messia sia il Figlio di Davide, e dunque la sua
stessa natura.
Da qui, il salto alla sfera divina viene facilitato dall’avvicinamento tra
il «Signore» che parla e il «Signore» che ascolta. Tale avvicinamento ri­
sulta un po’ più difficile nel testo ebraico scritto (chiamato qere), che
leggeremmo: nEium jhwh l e,ddòni; tuttavia non lo sarebbe nell’ebraico
letto (chiamato ketib), persino nella liturgia, in cui ’àdónàj sostituiva il
nome jhwh. Qui si leggerebbe: n e,um ’àdònàj l e’adóni, utilizzando en­
trambe le volte lo stesso nome, cosa che facilitava il «trasferimento» da
un «Signore» all’ altro.
In una terza fase, i cui riflessi saranno presi in considerazione tra po­
co, vennero utilizzati altri testi dell’Antico Testamento applicando a
Gesù ciò che tali testi dicevano del «Signore» (’àdònàj o ho kyrios). Si
giunse così all’estremo di riservare il termine «Signore» a Gesù, tranne
che in citazioni veterotestamentarie ed è ciò che avviene, come si è vi­
sto, nella prima ai Tessalonicesi.
28. R. Bultmann, Geschichte der synoptischen Tradition, Gòttìngen 1 9 2 1, 145 s., contempla
la possibilità che il frammento provenga da Gesù stesso 0 dalla comunità ebraica; J, Jeremias,
Teologìa del N.T.> 247, vi scopre un tipo di dialogo caratteristico dell’ ainbiente rabbinico.
6. La parusia
Uno dei motivi che spinsero l’apostolo a scrivere la prima lettera ai Tes-
salonicesi fu la richiesta portata da Timoteo (cfr. 3,6) di esprimersi a
proposito di problemi sorti nella comunità. In 4 ,1 3 e 5 ,1 li affronta di­
cendo: «Riguardo a...», come se rispondesse a questioni che gli erano sta­
te poste. Tali questioni riguarderebbero il destino di quelli che sono mor­
ti ( 4 ,13 -18 ) e l’arrivo della parusia ( 5 , 1 - 1 1 ) . 29
Riguardo a quelli cbe sono morti (v. 1 3 ) Paolo dichiara che non oc­
corre affliggersi, perché quanti saranno ancora in vita non godranno di
alcun privilegio rispetto ai già morti, che risusciteranno per primi (vv.
14 -16 ).
Riteniamo che, in fondo, il problema fosse questo: ci si aspettava che
Cristo avrebbe «bussato alla porta» come fa un amico (1,10 ) o che sa­
rebbe entrato come un ladro (5,2); quelli che «si erano addormentati»,
pertanto, non sarebbero stati lì ad accoglierlo (4,13).
La risposta di Paolo parte da due punti, che si ispirano alla confessio­
ne di fede di 1 ,1 0 : colui che verrà è colui che «è risuscitato» e inoltre
verrà «dal cielo». Perciò Gesù, scendendo dal cielo (4 ,16 ), potrà radu­
nare quelli che sono morti per mezzo di lui (v. 14 ), come dire che resta­
no segnati per mezzo del battesimo e dell’eucaristia per il suo mistero di
morte e risurrezione.30
Nella sua risposta, quasi senza accorgersene, Paolo include anche se
stesso e la comunità tra «coloro che saranno ancora in vita» (w . 1 5 .1 7 ) .
M a questa supposizione, che ha suscitato tanti problemi, non fa parte
né della domanda («riguardo a quelli che sono morti») né della risposta
(«non resteranno indietro»). La domanda diretta sul momento in cui
avverrà la parusia è posta in 5 , 1 - 1 1 . La risposta è: «Non Io possiamo
sapere» (5,2; cfr. Mf. 24,36). La comunità conosceva già questa risposta
(v. 1), ma era importante ripeterla a quanti erano turbati per le morti.
A parte questo turbamento, che costituisce un elemento nuovo, il te­
ma della parusia ritorna per tutta la lettera (2 ,19 ; 3 ,1 3 ; 5 ,2 3 ), con l’ idea
che dovremo presentarci «davanti» al Signore (2,19 ) o davanti al Padre
(r ,3; 3 ,1 3 ) ; tuttavia la prospettiva non è di terrore ma di speranza ( 1,3 ;
5 >8 ).
L ’attesa imminente della venuta del Signore è per molti il grande pro-9
1

1 9 . W . B a ird , Pauline Eschatology in Hermeneutical Perspective: N T S 1 7 { 1 9 7 1 ) 3 1 4 - 3 2 7 5


R .B . H a y s , «The rigbteous one» as eschatological deliverer: A case study in Paul’s apocalyptic
hermeneutics, in J . M a r c u s , Apocalyptic and thè N.T. (in o n . d i J .L , M a r t y n ) , Sh effield 1 9 8 9 ,
1 9 1 - 2 1 6 5 G . K e g e l, Auferstehung Jesu - Auferstehung der Toten, G iite rslo h 1 9 7 0 ,

La resurrezione dei morti nel cristianesimo primitivo,


3 0 . C fr . J . B e ck e r, B re scia 1 9 9 1 5 P. H o f f -
m ann, D ie Toten in Christus, M iin ste r 1 9 7 8 .
12.8 La corrispondenza tessa lonicese

blema della lettera. È vero, determinate aspettative sono state deluse,


però bisogna operare una certa distinzione tra ciò che una persona inse­
gna (il modo in cui risponde alla questione posta), e ciò che questa stes­
sa persona presuppone. Paolo non insegna l’imminenza della parusia; si
limita a usare due participi (boi zontes, boi perileipomenoi, in i Tess. 4,
1 5 .1 7 ) che, nel peggiore dei casi (perché potrebbero essere anche dei
congiuntivi!), significano: «quelli che viviamo, quelli che sopravvivere­
mo». Essi sembrano dunque presupporre tale imminenza.
Quest’attesa imminente compare anche nella tradizione evangelica
(Mt. 16 ,2 8 ; 24 ,34 ), probabilmente alimentata dall’interpretazione lette­
rale dell’idea che il Signore sarebbe giunto «come un ladro» (Mt. 2 4 ,4 3;
1 Tess. 5,2.4). Sfruttando le tradizioni ricevute, Paolo riesce a trarvi l’idea
di una risurrezione per coloro che erano morti prima del tempo (v. 1 5 ;
cfr. 1 Cor. 1 5 ,5 1 ) . Più avanti l’accento cadrà sull’incontro con Cristo al
momento della morte di ciascun individuo (cfr. 2 Cor. 5 ,1 - 5 ; FU. 1,2.3),
cosicché l’idea dell’imminenza della parusia passerà in secondo piano.
Questo non è però tutto ciò che i nostri testi affermano a propòsito
della parusia. Nel paragrafo sulla vita cristiana potremo parlare di «sco­
perta» della speranza, avvenuta nella comunità di Antiochia e riferita
alla parusia. M a a nostro avviso è ancora più importante il contributo
cristologico dei testi esaminati. Potremmo suddividere tale contributo in
quattro punti:
a) l’applicazione a Cristo di testi non veterotestamentari, nei quali ori­
ginariamente si parlerebbe di un mar («Signore» in aramaico), ma non
di un *adónàj (nome che sostituiva jbw h nella liturgia ebraica). Ciò av­
viene, ad esempio, in Mt. 2 4 ,4 2 (che compare, come si è detto, in 1
Tess. 5,2): «non sapete in quale giorno verrà il Signore vostro, perché se
il padrone di casa sapesse a che ora arriva il ladro...». Paolo renderà uni­
versale tale uso parlando di parusia del Signore (4 ,15 ; cfr. 2 ,1 9 e 3 ,1 3 :
«del Signore nostro Gesù»; 5 ,2 3 : «del Signore nostro Gesù Cristo») in­
vece che «del Figlio dell’uomo» (Mt. 2 4 ,3 .2 7 .3 7 .3 9 ) .31
b) Questa sostituzione del titolo di «Figlio dell’uomo» con «Signore»
(spiegabile se si pensa a un pubblico di pagani) può essere l’anello man­
cante nell’applicazione a Cristo del titolo di «Signore». Proprio perché
il Figlio dell’uomo «viene» (Mt. 10 ,2 3 ; I ò,2.7 s.; 2 4 ,2 7 .3 0 .3 7 .3 9 .4 4 ; 2 5 ,
3 1 ) nella «gloria» (cfr. Mt. 1 6 ,2 7 ; 2.4 >3° ; 2.5,31), e a lui - stando a Dan.
7 ,1 4 - sono dati il regno, il potere e la gloria.
c) L ’applicazione a Cristo di testi veterotestamentari chiaramente ri­

3 1 . Cfr. H. Gese, Wisdom, Son o f Man, and thè Origins o f Christology: BT 3 (19 8 1) 13 -5 7 ;
R. Kearns, Das Traditionsgefuge um den Menschensohn. Urspriinglicher Gehalt und àlteste Ver-
ànderung im Urchristentum, Tubingen 1986.
La catechesi primitiva 12 9

feriti a Jahvé.31 A questa tendenza si può attribuire anche lo stesso uso


di «parola del Signore» in 4 ,1 5 (cfr. 1,8), perché «parola del Signore» è
quella che venne rivolta ai profeti (cfr. Is. 1 ,1 0 ; 2 ,3; Ger. 1 ,4 . 1 3 ; 2,4.
3 1). Più specifico è il tema del «giorno del Signore» in 1 Tess. 5 ,1 , che
quasi senza passare per la tradizione sinottica (cfr. tuttavia Mt. 7 ,2 2 ; 24,
42.44.50 ) allude a Gl. 3,4: «prima che giunga il giorno del Signore»
(prin elthein hemeran kyriou), testo citato da Atti 2,20 e non sconosciu­
to a Paolo, visto che in Rom. 1 0 ,1 2 (cfr. w . 1 2 . 1 4 ; 1 Cor. 1,2) cita il ver­
setto seguente (v. 5). È ancora piu specifica la citazione di Zacc. 14 ,5 :
Verrà il Signore (hexei kyrios), mio Dio, e tutti i santi insieme a lui (pantes hoi ba-
gioi met’autou)
in 1 Tess. 3 ,1 3 :
nella parusia del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi (meta patitoti ton ha-
gion autou).
Invece di «santi» Mt. parla dei «suoi angeli» (Mt. 16 ,2 7 ; M ^ 1 )» allac­
ciandosi così a tutta la tradizione evangelica nella quale gli angeli sono
sempre al servizio di Gesù (Mf. 4 , 1 1 par.; 2 6 ,5 3 ; cfr- Mf. 1,2 0 .2 4 ; 2,
13.15); 28 ,2 .5 Par6 Le. 1,2 6 -3 8 ; 2 ,9 -13 ); tuttavia il maggior parallelismo
tra 1 Tessalonicesi e Zaccaria rende più voluto il riferimento.
d) Una «suddivisione delle funzioni» piuttosto fluida tra il Padre e il
Figlio, in cui certamente il Padre non risulta «spiazzato»:
Se crediamo che Gesù è morto ed è risorto, anche quelli che sono morti per mez­
zo di Gesù, Dio (o theos) li radunerà insieme con lui (syn auto) (1 Tess. 4,14).
Sembra che l’espressione «con lui» significhi «con Gesù», che è l’ultima
persona citata; si applicherebbero quindi a Gesù tanto il v. 1 7 : «saremo
sempre con il Signore» (syn kyrio esometha) quanto i versetti preceden­
ti: «il Signore stesso (autos ho kyrios) discenderà dal cielo» (v. 16 ), «in­
contro al Signore» (eis apantesin tou kyriou: v. 17 ). M a a radunare è
per due volte Dio: a ho theos del v. 1 4 corrisponde il passivum divinum
del v. 1 7 (harpagesometha, «saremo rapiti»). In fondo, dunque, abbia­
mo ancora un doppio soggetto come in 1 ,1 0 , ossia Dio, soggetto impli­
cito dell’ «ira», e Gesù, che ce ne libera: aspettiamo (anamenein) Gesù,
ma giunge (erchomenes) «l’ira». Nella stessa linea si parla di:
La speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro (1,3);
Davanti a Dio nostro Padre nella parusia del Signore nostro Gesù Cristo con
tutti i suoi santi (3,13).
Anche in 5,9 possiamo scorgere i due soggetti grazie al ruolo di media­
tore attribuito a Cristo:

32.. Cfr. D.B. Capes, Old Testament Yabweh Texts in Paul’s Christology, Tùbingen 19 9 1.
13 0 La corrispondenza tessalonicese

Per ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (tou kyriou
hemon Iesou Christou).
Non dimentichiamo che in 2 ,19 e 5,23 si parla solo di Gesù e che, a
quanto pare, 4,6 attribuisce allo stesso Gesù il ruolo di «vindice» (ekdi-
kos kyrios), a meno che non si voglia dare a «Signore» un significato
che non gii è mai stato dato in tutto il resto della lettera. Ciò equivar­
rebbe ad attribuire a Gesù il ruolo di giudice che 1,3 e 3 ,1 3 (e, in un
certo qual modo, anche 1 ,1 0 e 5,9) riservano al Padre.33 Come dire che
quando, in un contesto escatologico, il «Signore» (Gesù) compare da
solo, riveste il ruolo di giudice; quando invece è associato al Padre rive­
ste quello di avvocato (o di mediatore).

7. L ’ingresso nella fede

L ’autenticità della prima ai Tessalonicesi è certa perché ciascuna delle


sue frasi può trovare dei riflessi in altri scritti dell’ apostolo. Non sarà
d’accordo chi sostiene esclusivamente il punto di vista del «paolinismo»
stretto, con temi quali la teologia della giustificazione e della croce, la
polemica contro la legge e contro le opere, il significato estremo del pec­
cato, l’insistenza sul sola fide e sola grafia.
Il fatto è che, come si è ricordato, 1 Tessalonicesi non ci presenta la
teologia personale dell’apostolo, ma la catechesi che questi impartì ai
tessalonicesi dopo essersi separato da Barnaba e avere evangelizzato
«soltanto» la Galazia e Filippi. Ciò significa che Paolo passò più di quin­
dici anni a trasmettere una catechesi assai poco «paolinista», della qua­
le restano parecchie tracce in tutto il suo epistolario.
Scartata la soluzione di F.Ch. Baur, che rifiuta l’autenticità di 1 Tes­
salonicesi perché è fin troppo poco polemica, si fa strada l’idea che nel­
l’apostolo si sia prodotta un’evoluzione maggiore.34
N oi parleremmo piuttosto di evoluzione minore, perché consideriamo
questa lettera più «paolina» di quanto appaia, e le altre lettere più «ca­
techetiche» di quanto sembrino. Abbiamo illustrato la catechesi della
prima ai Tessalonicesi separata dal resto della teologia paolina, ma ov­
viamente con l’intento di scoprire una certa coerenza tra i due blocchi.
Il primo punto consisterà nell’osservare che l’apostolo dice di «Israe­
le», e non dei gentili, che ricercava una legge di giustizia attraverso le
opere (Rom . 9 ,30 -32 ) o voleva stabilire una «giustizia propria» non sot­
tomettendosi alla giustizia di Dio (10 ,3). Di conseguenza, la prima ai

33. Cfr. la preposizione emprosthen, «davanti», sia in 2 ,19 (Gesù) sia in 1,3 e 3 ,13 (il Padre).
34. Cfr. G. Strecker, Befreiung und Recbtfertigung, in Eschaton und Historie, Gòttingen
19 75, 229-259; abbiamo già osservato (cap. iv, n. 16) che Ludemann colloca 1 Tessalonicesi
nell’anno 4 1, allo scopo di anteporla ai «disordini successivi».
La catechesi primitiva 13 1

Tessalonicesi non affronterebbe un problema che si suppone i suoi fede­


li non abbiano.35
Nei gentili il peccato viene dato per scontato (cfr. G a l 2 ,1 5 ) , non c ’è
bisogno di rinfacciarglielo. Secondo 1 Tessalonicesi, essi sanno perfet­
tamente che erano «rivolti» agli idoli (1,9), erano gentili che «non co­
noscono Dio» (4,5) e «non hanno speranza» (v. 13 ), che erano «nelle
tenebre» (5,4). Perché umiliarli ulteriormente? La prima ai Tessalonice­
si non usa il verbo «peccare» né il sostantivo «peccatore»; in 2 ,1 6 parla
di «peccati», ma si tratta di quelli di altre persone. N el paragrafo suc­
cessivo vedremo come combatte con i resti dell’ «uomo vecchio», ma dal
versante positivo.
Paolo non sarebbe Paolo se non ritenesse di «essere» (valere, vivere,
salvarsi) solo per grazia di Dio (1 Cor. 15 ,1 0 ) . M a neppure il termine
«grazia» (charis) ha miglior fortuna in questa lettera, funge da saluto al­
l’inizio e alla fine ( 1 ,1 ; 5,28). L ’idea verrà espressa per altre vie (pur sen­
za disprezzare il contributo dei versetti citati).
La fede è - non ci stancheremo di ripeterlo - un elemento fondamen­
tale della vita cristiana, quello che la caratterizza; non per nulla i segua­
ci di Cristo si chiamano «i credenti» [hot pisteuontes: 1 Tess. 1 ,7 ; 2 ,10 .
13 ) , quanti credono che Gesù è morto e risorto (4,14). E l’ingresso nella
fede è visto come un momento importante di presenza viva di Dio:
La mia evangelizzazione non è stata per voi semplicemente parola, ma grande pie­
nezza della forza (dynamis) dello Spirito santo... avete accolto la parola in mezzo
a grande tribolazione, con la gioia dello Spirito santo (1,5 s.);
Avete accolto non una parola umana, ma ciò che essa è veramente: parola di
Dio che opera (energeitai) in voi (2,13).
In relazione a questo possiamo citare i differenti «agenti» salvifici ope­
ranti nei vari momenti della vita cristiana:
Il Signore vi ricolmi e vi faccia abbondare {pleonasai kai perisseusai) nell’amore
... fortifichi (sterixai) i vostri cuori... (3,12 s.);
Dio, che ci ha donato il suo Spirito santo (4,8);
Perché Dio non ci ha destinati all’ira ma all’acquisto della salvezza per mezzo del
Signore nostro Gesù Cristo (5,9);
Il Dio della pace vi santifichi completamente, affinché siate perfetti... (5,23).
L’elemento soprannaturale viene chiaramente presupposto nei noti com­
plementi preceduti dalla preposizione «in»:
Alla chiesa dei tessalonicesi in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo (1,1);
le chiese di Dio che sono nella Giudea in Cristo Gesù (2,14);
restate saldi (stekete) nel Signore (3,8);

35. Tuttavia Bultmann, Teologia, 2.17-256, tende a identificare ogni peccato con la ricerca
della giustizia propria; cfr. sotto, cap. x i3 n. 9.
i morti in Cristo (4,16);
quelli che hanno cura di voi nel Signore (5,12);
questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù (5,18).
Una presenza superiore è, più che espressa, insinuata in 5,4 s.8:
Voi non siete nelle tenebre... Tutti voi siete figli della luce e figli del giorno... es­
sendo della luce...
Ciò tuttavia non cancella Pelemento personale nella decisione di fede:
Vi siete convertiti {epestrepsate) dagli idoli per servire al Dio vivo e vero (1,9).
Nelle grandi lettere a questi verranno ad aggiungersi altri toni. Bisogne­
rà vedere fino a che punto questi implicheranno anche nuovi contenuti,
poiché 1 Tessalonicesi, pur senza menzionare affatto la giustificazione,
immerge tutta la vita del cristiano nella fede e nella grazia.

8. La vita cristiana

Un contributo probabilmente originale della catechesi antiochena può es­


sere la sistematizzazione dei tre atteggiamenti fondamentali del cristiano
nel trinomio fede, speranza, carità*6 che è alla base di due testi:
Memori dell’opera della vostra fede e dell’impegno della vostra carità e della co­
stanza della vostra speranza (1,3);
Vegliamo, rivestiti con la corazza della fede e della carità e con l’elmo che è la
speranza nella salvezza (5,8).
In 1 Cor. 1 3 ,1 3 la fede, la speranza e la carità sono definite «le tre cose
che rimangono». Questo trinomio pare essersi già formato quando Pao­
lo comincia a scrivere, poiché lo dà per scontato («memori...») all’inizio
della lettera e lo presenta «cucito» su un testo veterotestamentario (Is.
59,17), in una lettera che non include citazioni bibliche esplicite. La tra­
dizione evangelica, per quanto possiamo conoscerla, potè servire come
«liquido di coltura» per questa sistematizzazione, ma non la fornisce
già pronta. La fede è l’elemento più sottolineato (cfr. Mt. 8,10), proprio
perché senza di essa non si può accettare che Gesù sia o faccia più di ciò
che le apparenze mostrano. Tuttavia essa implica quasi sempre la fidu­
cia che qualcosa succederà (la cosiddetta «fede dei miracoli»). Nella pri­
ma ai Tessalonicesi, invece, essa implica (comunque in contrasto con la
tipica fede «paolina») gli impegni personali che la conversione compor­
ta («Yopera della vostra fede»: 1,3) e la fermezza con cui va mantenuta
di fronte alle difficoltà («la corazza della fede»: 5,8).37
36. Th. Sòding, Die Trias Glaubes Hoffnung, Liebe bei Pautus. Etne exegetische Studie, Stutt­
gart 19 9 1.
37. Cfr. A. Dobbeler, Glaube als Teilhabe. Historische und semantische Grundlagen der pau-
linischen Theologie und Ekklesìologie des Glaubens, Tubingen 1987.
La catechesi primitiva 13 3

È questo un aspetto particolarmente sottolineato in 1 Tess. 3:


Vi confermi {sterixai) e vi conforti nella vostra fede, affinché nessuno sia turbato
(sainestbai) in queste tribolazioni (w. 2. s.);
perché conosca la vostra fede, affinché non vi tenti il tentatore (v. 5);
ci ha portato il lieto annunzio della vostra fede e del vostro amore (v. 6);
potervi vedere e correggere gli errori (katartisai ta hysteremata) della vostra
fede (v. io).
Esattamente i temi di Le. 2 2 ,3 1 s.:
Satana ha cercato di vagliarvi (sintasai) come il grano; ma io ho pregato per te,
perché non venga meno (eklipe) la tua fede; tu, poi, volgiti (epistrepsas, come 1
Tess. 1,9) e conferma (sterison) i tuoi fratelli.

Questo elemento eroico fa sì che i tessalonicesi possano essere proposti


a modello (typos: 1,7) per tutta la regione. In tal senso si dirà che la lo­
ro fede in Dio (pros ton theon) si è diffusa dappertutto (v. 8).
Il tema della speranza è trattato meno diffusamente nei vangeli. Con­
ta poco la citazione di Is. 42,4 riscontrabile in Mt. 1 2 ,2 1 («i gentili spe­
reranno in lui»). La «perseveranza» (hypomone) che in 1 Tess. 1,3 e in
altri passi (Rom. 5,4; 15,4) accompagna la speranza, in Le. 2 1,19 viene
messa sulla bocca di Gesù:
Con la vostra «perseveranza» salverete le vostre «anime».
È veramente curioso che il termine «speranza», con una base (nota) così
ridotta nella tradizione evangelica, sia assurto a categoria di atteggia­
mento cristiano fondamentale in 1 Tess. 1,3 e 5,8,38 tanto da porsi sullo
stesso livello di fede e amore. Riteniamo che sia così perché la speranza
esprime l’atteggiamento di fiducia in Gesù rispetto alla parusia, in con­
trasto con la visione molto più «paurosa» del Battista (alla quale si al­
luderebbe in 1 Tess. 1,10). Tanto per cominciare, la relazione tra spe­
ranza e parusia è esplicita in 2,19:
Qual è la nostra speranza... davanti al Signore nostro Gesù, al momento della sua
venuta?
Ma è ancora alla parusia che si pensa quando si afferma:
perché non vi affliggiate come i gentili che non hanno speranza (4,13).
In 5,8 (già citato) si parla di «speranza della salvezza». D’altra parte, le
allusioni all’armatura (corazza ed elmo) lasciano intendere che i tre at­
teggiamenti mettono in condizione di vincere una certa difficoltà, con­
dizione che 1,3 esprime senza ricorrere a immagini. La coerenza di fon­
do tra questi due testi (uno dice in immagini quanto l’altro afferma sen­
za immagini), oltre al fatto che anche gli altri due (2,19 e 4,13) alludo­

3 8 . G . N e b e , Hoffnung bei Paulus, G òttin gen 1 9 8 3 .


13 4 La corrispondenza tessalonicese

no alia parusia, sono motivi sufficienti per ritenere che la «speranza del
Signore Gesù davanti a Dio Padre nostro» (1,3) è quella che ci dà la
perseveranza (bypomone) nell’attesa della parusia.
Questo atteggiamento di fiducia in Gesù, che contrasta con quello di
Giovanni, dà un senso alla parola «vangelo» (euangelion, «buona novel­
la»), quel vangelo che si esprime nelle beatitudini, nei miracoli, nell’in­
vito a tutti i derelitti:
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro... impa­
rate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt. i i , z 8 s.).
In forma aneddotica questa differenza di atteggiamento trova espressio­
ne in un antico apoftegma:
Gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Come mai noi e i farisei
digiuniamo molto, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù disse loro: «Gli
amici dello sposo non possono essere in lutto mentre lo sposo è con loro» {Mt.
9,14 s.).
Nel peggiore dei casi, questo atteggiamento fiducioso dovette caratteriz­
zare in modo particolare la vita nelle comunità di Palestina e della dia­
spora siriaca negli anni a cavallo tra il 30 e il 40, epoca di pace per la
chiesa. E le comunità ellenistiche dovettero dare un nome a tale atteg­
giamento: «speranza» (elpis).
Riguardo al tema dell’amore cristiano (agape, agapao),39 oltre al tri­
nomio di 1,3 e 5,8 disponiamo di altri quattro testi espliciti; uno di essi
torna a metterlo in relazione con la fede, ma di fatto si riferiscono tutti
e quattro a un sentimento tra esseri umani.
Poco fa è tornato presso di noi Timoteo da parte vostra, portandoci il lieto annun­
zio (euangelisamenou) della vostra fede e del vostro amore: che conservate sem­
pre un buon ricordo di noi e che siete desiderosi (epipothountes) di vederci, come
noi lo siamo di voi (3 ,6);
Abbondare nell’amore vicendevole {allelous) e verso tutti {3,12.);
Quanto all’ «amore fraterno» (peri... tesphiladelphias) ..., avete imparato da Dio
ad amarvi gli uni gli altri (allelous) (4,9);
Considerateli [quelli che si prendono cura di voi] con amore speciale (hyperek-
perissou en agape) a motivo del loro lavoro. E mantenete la pace tra di voi (5, 13).
A causa del termine «gli uni gli altri» (allelous: 3,12. e 4,9) che, stando a
4,9, costituisce il tema dell’ «amore fraterno», includiamo anche:
Confortatevi reciprocamente (parakaleite allelous) con queste parole (4,18);
Esortatevi a vicenda ed edificatevi gli uni gli altri (parakaleite allelous kai oi-
kodomeite eis ton hena: 5 ,ri);
Cercate il bene tra di voi (allelous) e con tutti (5,15).

39 . Cfr. C. Spicq, Agape dans le Nouveau Testamenti 3 voli., Paris 1 9 5 8 - 1 9 5 9 ; riguardo a Pao­
lo cfr. 11, 1 - 3 0 5 ; riguardo all’origine del trinomio cfr. 11, 3 6 5 -3 7 8 .
La catechesi primitiva 13 5

Secondo 1,3 questo amore è una «fatica» (k o p o s ), proprio come il lavo­


ro dell’apostolo e dei suoi collaboratori (cfr. 2,9; 3,5; 5,12 ; 1 C o r. 4 ,12 ;
15 ,10 ; 16 ,16 ; G al. 4 ,1 1 ; 2 Cor. 6,5; 10 ,15 ; 11,23.2 7). Ragione di più
per ritenere che non si tratti direttamente dell’amore per Dio, ma per il
prossimo, con particolare riguardo alla vita interna della comunità (cfr.
allelous in 3,12 ; 4,9.18; 5 ,11.15 ). Tale sfumatura dovette essere più ac­
centuata nella catechesi di Paolo, perché nelle due volte in cui aggiunge
«e verso tutti» (3,12; 5,15) la frase suona come aggiunta dell’ultim’ora.
I vangeli sinottici citano più volte il precetto di amare il prossimo
(cfr. M t. 5,43; 19 ,19 ; 22,39), ma lo collocano dopo quello di amare Dio
(cfr. M t. 22,37 s-) e definiscono «prossimo» gli stranieri (Le. 10,29-36)
e i nemici (Mt. 5,43-47). D ’altra parte impiegano molto poco il sostan­
tivo agape , e solo nel senso di amore per Dio (Mt. 2 4 ,12 ; Le. 11,42).
Non bisogna certo supporre che la catechesi trascurasse Dio (torneremo
su questo tema) o il resto dell’umanità, tuttavia essa enfatizzò alquanto
l’amore intracomunitario, fino ai punto di definirlo (per chiarezza peda­
gogica) agape.
Si è già detto che la frase «amarsi gli uni gli altri» (agapan allelous),
nel senso di amore intracom unitario , non compare nella tradizione sinot­
tica ma bensì in quella giovannea (G v . 13,34 s4 15 ,12 -17 ; 1 C v . 3 ,1 1 .
23; 4 ,7 .11 s.). Tuttavia mantiene lo stesso significato il titolo di «fratel­
li» che i sinottici davano alla comunità postpasquale: si tratta di coloro
ai quali apparve Gesù (1 Cor. 15,6; M t. 28,10; G v . 20,17; 2 i , 2 3) e
Pietro «confermò» (Le. 22,32, appena citato; cfr. Atti 1 ,1 5 s.).
Stranamente la prima ai Tessalonicesi è oltremodo generosa nell’im­
piego di tale termine (19 volte; si confronti con le 19 volte di Romani,
le 39 di 1 Corinti, le 1 2 di 2 Corinti, le n di Galati). Lo troviamo come
vocativo plurale in 1,4; 2 ,1.9 .14 .17 ; 3,7; 4 ,1.13 ; 5 ,1.4 .12 .14 .2 5 : po­
trebbe trattarsi di una consuetudine, ma la ripetizione stessa è alquanto
significativa. Tra gli altri testi è opportuno sottolineare 5,26, sul «bacio
santo» (philemati hagio) che va esteso a tutti i fratelli (adelphous pan-
tas). Dovette rivestire particolare significato a quell’epoca, vista la di­
versità di origine, di classe sociale e di sesso nella comunità.
Colpiscono anche le espressioni di affetto di Paolo verso i suoi fedeli;
si è già citato 3,6, in cui esprime i sentimenti suscitati dal ritorno di Ti­
moteo (il v. 8 conclude così: «perché noi viviamo se rimanete saldi nel
Signore»). Ricordiamo anche il cap. 2:
Siamo stati amorevoli con voi come una madre che scalda i propri figli. Per l’affet­
to che nutrivamo per voi (omeiromenoi), eravamo pronti a darvi non solo il van­
gelo ma anche la vita, tanto ci eravate diventati cari (w. 7 s.);
Come un padre i propri figli, vi abbiamo esortati e incoraggiati (vv. 1 1 s.);
E quando, anche per breve tempo, siamo rimasti orfani (aporphanisthentes) di
13 6 La corrispondenza tessalonicese

voi - della vostra presenza, non del vostro cuore (prosopo ou kardia) - , assai ab­
biamo fatto per rivedervi, con grande desiderio (epitbymia). E una e più volte ab­
biamo deciso di venire da voi... poiché voi siete la nostra gloria e la nostra gioia
(vv. 17 s.zo).
Né si tratta puramente di una formula quando asserisce: «Timoteo, n o ­
stro fratello» (3,2.: ton adelphon hem on) invece di «fratello» e basta. In
modo simile anche in 4,6 parla del «proprio» fratello; in 4 ,10 e 5,2 6 ri­
badisce «tutti i fratelli».
Che nessuno offenda c inganni il proprio fratello (ton adelphon autou) (4,6);
L’amore fraterno (philadelphia) ... lo praticate già con tutti i fratelli dell’intera
Macedonia; vi esortiamo... ad abbondare in esso (4,9 s.};
Vi scongiuro per il Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli (5,27).
Questo amore fraterno doveva avere effetti tangibili (dal punto di vista
economico), non solo nella comunità propria ma anche in quelle vicine
(4,10). Si tratterebbe della traduzione per i gentili di quella che è nota
come «vita dei primi cristiani»:
La moltitudine dei credenti aveva un cuore solo e un’anima sola, e nessuno con­
siderava di sua proprietà ciò che possedeva, ma ogni cosa era fra loro comune
{Atti 4 , 3 z; cfr. w . 33-37; 2 ,4 2 .-4 7 ) - .

Osserviamo en passant che l’esistenza stessa di un gruppo di «oziosi»


potrebbe esser dovuta a una interpretazione interessata dell’amore fra­
terno... degli altri.40 Si parla di loro in 4 ,1 1 s. come applicazione concre­
ta della legge (o insegnamento) dell’amore (la parusia viene dopo un bel
punto e a capo: vv. 13 ss.). Si tratterebbe di persone che, da una parte,
vivrebbero intensamente (e gonfierebbero) i problemi di altri membri
della comunità: per questo si raccomanda loro di restare tranquilli e di
occuparsi delle loro faccende (hesychazein kai prassein ta idia); dall’al­
tra sarebbero propensi a farsi oggetto dell’amore fraterno degli altri, per
cui vengono esortati a lavorare con le pro prie m ani (tais chersin hym on)
per non avere bisogno di nessuno. Paolo aggiunge che debbono vivere in
modo decoroso di fronte agli estranei (euschem onos pro s tous e x o ),
perché «quelli di fuori» si accorgono subito di certe cose.
Quanto alle esortazioni concrete che riguardano l’aspetto pratico del­
la vita cristiana, l’idea di «fratello» ha un ruolo fondamentale. In tal
senso si legge:
Che nessuno offenda e inganni il proprio fratello (ton adelphon autou) (4 ,6 ).

Con tale espressione Paolo si colloca sulla stessa linea della tradizione
sinottica, per la quale il concetto «È tuo fratello!» diventa motivazione
etica:

40. Cfr. Nacido a tientpo 1 3 3 .


La catechesi primitiva 13 7

Chiunque si adira con il proprio fratello... E chi dice al proprio fratello «stupi­
do», sarà colpevole davanti al sinedrio. E chi gli dice «pazzo», sarà sottoposto al
fuoco della Geenna. E quando presenti il tuo dono sull’altare (del tempio), se ti
viene in mente che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì l’offerta da­
vanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello (Mt. 5,22-24; cfr. v. 47).
Perché vedi la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave
nel tuo? Come puoi dire a tuo fratello'. «Lascia che ti tolga la pagliuzza dall’oc­
chio»? Nel tuo c’è una trave! Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio, e poi
ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello {Mt. 7,3-5).
Tuttavia l’idea di Dio è ancora più decisiva.41 Si è già fatto notare che
Dio viene menzionato ben 3 6 volte in una lettera così breve. Aggiun­
giamo che in molte di queste menzioni egli appare come motivo di fon­
do della nostra condotta. Specialmente dal punto di vista della «santità»
e della «volontà» di Dio:
Che fortifichi i vostri cuori {tas kardias) affinché si mantengano irreprensibili in
santità (amemptous en hagiosyne) davanti a Dio Padre nostro (3,13);
Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione {ho hagiasmos hymon): che
vi asteniate dalla fornicazione (porneia), che ciascuno mantenga il proprio corpo
(alla lettera «il proprio vaso»: to heautou skeuos) in santità e onore {en hagtas-
mo kai tinte) e non segua i propri desideri concupiscenti {en pathei epithymias)
come fanno i gentili che non conoscono Dio (4,3-5; cfr. 5,23; 1 Cor. 6,18-20; Rom.

Perché Dio non ci ha chiamati all’impurità ma alla santità ([ouch] epi aka-
tharsìa alVen hagiasmo) (4,7);
Il Dio della pace vi santifichi {kagiasai hymas) perché siate perfetti (holoteleis)
e si mantenga integro (holokleron) il vostro spirito e la vostra anima e il vostro
corpo (5,23).
La santità è intesa come qualcosa che riguarda l’individuo nella sua in­
timità personale {tas kardias) e in tutto il suo essere («lo spirito, l’anima
e il corpo»). Vivere «alla presenza di Dio» anche nei momenti più inti­
mi della vita è una delle esperienze che maggiormente conferiscono al­
l’uomo il senso della santità di Dio. Ma ciò non significa che le medesi­
me azioni non possano essere considerate anche dal punto di vista del­
l’amore per il prossimo.
Un altro modo di esprimere la condotta determinata da Dio è affer­
mare di servire {douleuein) il Dio vivo e vero (1,9), di piacere {areskein)
a Dio (2,4; cfr. v. 15; 4,1) o di vivere in maniera degna {,axios) di lui
(2,12). Non si tratta semplicemente di assecondare la volontà di Dio,
bensì di vivere, per mezzo della preghiera e dell’azione di grazie, in dia­
logo costante con lui:
4 1 , Per questo anche in esegesi si parla di «teo-logia morale» o di «etica teo-logica»; cfr. C.
Spicq, Théologìe morale du Nouveau Testamenti Paris 19 6 5 ; E. Lohse, Etica teologica del
Nuovo Testamento, Brescia 1 9 9 1 .
13 8 La corrispondenza tessa lonicese

Rendiamo grazie (eucharistoumen) sempre (pantote) a Dio per tutti voi, ricor­
dandovi nelle nostre preghiere incessantemente (adialeiptos) (1,2);
Per questo rendiamo grazie a Dio incessantemente (eucharistoumen adialeip­
tos) (2,13);
State sempre (pantote) lieti, pregate incessantemente (adialeiptos proseuches-
the), in ogni cosa rendete grazie (en pariti eucharisteite) (5,16-18).
Pregare e rendere grazie, sempre e incessantemente, sono temi piuttosto
ricorrenti nei quali si può scorgere una catechesi ormai consolidata, so­
prattutto quando in 5,18 si aggiunge che «questa è la volontà di Dio in
Cristo Gesù verso di voi». Non occorre cercare paralleli evangelici, che
sono evidenti. Si osservi soltanto che l’avverbio «sempre» (pantote : 1,2;
cfr. 5,16 ) è impiegato anche in Le. 18,1:
Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi (panto­
te proseuchesthai... kai me enkakein).
Di fatto, il vangelo di Luca è quello che maggiormente insiste nel pre­
sentare la figura di Gesù come uomo che prega ed esorta a pregare sem­
pre: si ricordi l’uso di proseuchesthai in 3 ,2 1; 5,16; 6,12; 9,18.28 s.; 18,
1.10 s.; 22,44 (<ektenesteron ). È addirittura possibile che la formula «pre­
gate incessantemente» (adialeiptos ), riscontrabile due volte in 1 Tessalò-
nicesi (1,2; 5,16; cfr. 2,13), sia la traduzione di un eventuale semitismo
«vegliate e pregate» (gregoreite kai proseuchesthe : M t. 26,41; cfr. w .
42.44).

9. L a chiesa

In un certo senso bisogna aspettare 1 C o r . 12,28 per trovare un’autenti­


ca «dichiarazione» riguardante la chiesa. Tuttavia riteniamo alquanto
probabile che la «designazione» dei gruppi cristiani come «chiesa di
Dio» sia prepaolina, addirittura nel senso di anteriore alla conversione
di Paolo. Infatti l’apostolo per tre volte designa così l’oggetto della sua
persecuzione («ho perseguitato la chiesa di Dio»: 1 Cor. 15,9; G al. 1,
13 ; Fil. 3,6). Di fatto, se i gruppi cristiani si definivano «chiesa di Dio»
(ekklesia theou) nel senso che i Settanta davano all’espressione, la perse­
cuzione era assicurata.42
Nella Bibbia greca figura un’unica volta la formula «chiesa di Dio»43
(ekklesia theou , N e e m . 13 ,1), ma sette volte la formula «chiesa del Si­
gnore» (ekklesia kyrio u , D e u t . 23,2.3.4.9; 1 C ron. 28,8; 29,20; M ich . 2,
5), e una volta «la tua chiesa», riferito a un «Signore» precedente (L a m .

4 2 . Cfr. Nacido a tiempo 3 1 - 3 3 .


43, Tutto il tema, completo di bibliografia, in J. Sànchez Bosch, lglesia e Iglesias en las Cartas
paulmas: R C T 8 (19 8 3 ) 1 - 4 3 ; Idem, lglesia universal, cit.
La catechesi primitiva 1 39

1,10 , cfr. v. 9). Un’unica volta compaiono anche «chiesa dell’Altissimo»


(ekklesia hypsistou , Sir. 24,2) e «chiesa del popolo di Dio» (ekklesia tou
laou tbeou , G iud. 20,2), sempre nel senso di «popolo di Dio» nella sua
totalità. Chi, dunque, si attribuisce il titolo di «chiesa di Dio» implicita­
mente sostiene l’idea che gli altri non vi appartengono più se non aderi­
scono al suo gruppo.
Nella prima ai Tessalonicesi il termine viene impiegato due volte: «la
chiesa dei tessalonicesi in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo» (1,1), e
«le chiese di Dio che sono nella Giudea in Cristo Gesù» (2,14). Entram­
be aiutano a riconoscere il significato originario del termine.
Il semplice uso di «chiese di Dio» invece di «chiese del Signore», mal­
grado quest’ultima sia la formula abituale nei Settanta, diventa indizio
ulteriore dell’origine prepaolina della formula. Vista la portata cristolo­
gica di tutta l’ecclesiologia, Paolo sarebbe passato spontaneamente dal
kyrios veterotestamentario (sostitutivo di jh w h ) al kyrìos neotestamen­
tario (Cristo), come fa in R o m . 10 ,13 (cfr- v- IO) citando G l. 3,5. Inve­
ce, in un ambiente giudaico (o in un ambiente cristiano in cui kyrios e
tbeos siano equivalenti) la traduzione di un sostitutivo del nome di Dio
poteva continuare a essere theos.
La prima ai Tessalonicesi, inoltre, testimonierebbe il passaggio da un
significato universale a un significato particolare del termine. Quando
Paolo afferma: «ho perseguitato la chiesa di Dio» (j C o r. 15,9; Gal.
1 ,1 3 ; FU. 3,6), non si va a pensare che abbia perseguitato la comunità
gerosolimitana, poiché se si considerano le lettere44 non risulta neppure
che Paolo abbia perseguitato i cristiani della città santa. Certamente per­
seguitò quelli di Damasco (stando a G al. 1,17 : «ritornai a Damasco»),
ma la frase non può riferirsi specificam ente a essi: deve includere anche
«le chiese della Giudea in Cristo» (v. 22). Paolo era sconosciuto perso­
nalmente a esse, ma quando dicono «ci perseguitava» intendono «la fe­
de che un tempo voleva distruggere» (v. 23).
Prepaolino sembrerebbe anche il plurale «le chiese della Giudea in
Cristo», che troviamo in G al. 1,2 2 e, in una formula ampliata, in 1 Tess.
2,14 : «le chiese di Dio che sono nella Giudea in Cristo Gesù». Grazie a
queste due espressioni si può affermare che il plurale, senza precedenti
nell’Antico Testamento, non è opera di Paolo il quale avrebbe voluto
sottolineare il suo sentimento di indipendenza chiamando «chiesa di
Dio» ciascuna delle comunità locali. Non risulta infatti che l’apostolo
abbia lottato per l’indipendenza delle chiese della G iudea.
In realtà conoscono il significato di chiesa locale sia Matteo (18 ,17)
sia gli Atti (cfr. spec. A tti 1 1 ,2 2 ; 14 ,2 3; 20,17), Giacomo (5,14), la ter­

44. Cfr. Nacido a tiempo 2.8, in contrasto con il nr. 29.


14 0 La corrispondenza tessalonicese

za di Giovarmi (vv. 6.9.io), l’Apocalisse (cfr. spec. 1,4 .11.20 ) e i Padri


apostolici. Quanto a Paolo, la frase citata («le chiese che sono nella Giu­
dea in Cristo») risulta troppo carica per essere designazione spontanea
di alcune comunità. La sua prima parte («le chiese di Dio che sono nella
Giudea») potrebbe provenire da una tradizione anteriore; «in Gesù» po­
trebbe costituire un’aggiunta paolina per chiarire bene che si trattava di
chiese cristiane - e in questo caso Paolo dimostrerebbe che non si tratta
di una creazione sua.
La formula «in Cristo (Gesù)», presente anch’essa in 1 ,1 , ricorda la
frase di Rom. 12 ,5: «Siamo un solo corpo in Cristo». Sottolinea la radi­
ce cristologico-sacramentale dell’ecclesiologia cristiana, cara soprattutto
ai gentili. Noi siamo chiesa di Dio in quanto siamo uniti a Cristo per
mezzo del battesimo e dell’eucaristia.
Al contrario, la formula «chiesa in Dio Padre» (sempre 1,1) risulta
molto più difficile da comprendere. In nessun altro testo, infatti, compa­
re en (to) theo {patri) come complemento riferito a un sostantivo; solo
in altri due casi {Rom. 2 ,17 ; 5 ,11) le lettere autentiche presentano en
(to) theo, ma come complemento voluto da un certo verbo. A mio pare­
re si tratta di una semplice variazione stilistica (per assimilazione al com­
plemento che segue) di quella che era una formulazione normale: «chie­
sa di Dio (cfr. anche 1 Cor. 1,2; 11,16 .2 2 ; 2 Cor. 1,1) in Cristo Gesù».
Sin qui i testi diretti. Nel resto della lettera ne incontriamo altri che
esprimono almeno una sfumatura ecclesiologica. Prendiamo, ad esem­
pio, il tema già citato della «santità» (cfr. «chiesa dei santi» in 1 Cor. 14,
33). Paolo desidera dare ai tessalonicesi ima particolare coscienza di es­
sere «popolo di Dio», insistendo su una nuova «santità» (cfr. «santo»
in 5,26; «santità» in 3 ,13 ; 4,3 s.y; «santificare» in 5,23) e differenzian­
doli rispetto ai «gentili» idolatri, che non conoscono Dio (4,5) e non
hanno speranza (4,13).
Sulla medesima linea si pone anche tutto ciò che abbiamo detto del­
l’amore all’interno della comunità (cfr. 4,9 s.). Anche la speranza di fron­
te alla parusia racchiude una componente non piccola di «coscienza di
gruppo»:

Voi invece, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno vi sorprenda co­
me un ladro. Tutti voi siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della
notte, né delle tenebre. Non addormentiamoci, dunque, come gli altri, ma veglia­
mo e siamo sobri (5,4-6; cfr. vv. 8-10).

Ci si può anche chiedere che cosa significa «edificarsi gli uni gli altri» in
1 Tess. 5 ,11: come si è passati dal significato «architettonico» a quello
«spirituale»? In altri testi l’apostolo parla di «edificare la chiesa» (1
Cor. 14 ,4 .5.12) o semplicemente di «edificare», di «edificazione», in un
La catechesi primitiva 14 1

contesto chiaramente ecclesiale (R o m . 15,20; 1 C o r. 3,9; 2 C o r. 10,8; 13 ,


io). Come spiegazione non credo si possa scartare la frase pronunciata
da Cristo stesso: «Su questa pietra edificherò la mia chiesa» (M t. 16,
18), tanto più che lo stesso Paolo parla di «chiesa di Cristo» {R om . 1 6 ,
16), e usa i nomi Pietro {G a l. 2,7 s.) e C efa (1 Cor. 1,1 2 ; 3,22; 9,5; 15 ,
5; Gal. 1,18 ; 2 ,9 .11.14 ).
In queste chiese (come già si è accennato) si amministrano i sacramen­
ti del battesimo e dell’eucaristia. Appare quantomeno impossibile che si
possa dare a un essere umano (e non solo anticamente!) la coscienza di
essere diventato di co lpo «qualcuno», senza un rito esterno di qualsiasi
tipo.45 Per quanto riguarda Peucaristia, sembra che il nome stesso di
«chiesa di Dio» e la «pluralizzazione» di tale nome (per cui si parla del­
le comunità locali come di «chiese di Dio») abbiano qualcosa a che ve­
dere con essa.46
Stando al libro del Deuteronomio, Vekklesia per antonomasia è l’as­
semblea del Sinai durante la quale si celebrò l’alleanza {diatheke). Per
intima connessione tra i due concetti (cfr. ekklesia in D eut. 4,10 ; 9,10;
18 , t 6; diatheke in 4 ,13 .2 3 ; 9 ,5.9 .11), la comunità che celebrava l’euca­
ristia come «nuova alleanza» (cfr. 1 C o r. 11 ,2 5 e 2,2,20: «Questo ca­
lice è la nuova alleanza suggellata con il mio sangue») era la «chiesa di
Dio». Inizialmente tale comunità si trovava a Gerusalemme. Successiva­
mente però, dato che tutti dovevano mangiare quel pane e bere da quel
calice, altre comunità cristiane della Giudea (e poi del mondo) celebra­
rono l’eucaristia pronunciando le stesse parole. Nell’istante in cui ciò
avveniva, si aveva quindi un’autentica hem era ekklesias , proprio come il
giorno del Sinai (cfr. D eut. 4,10; 9,10; 1 8 , 1 6 ). La comunità che cele­
brava l’eucaristia era dunque davvero ekklesia theou.
Tra le attività propriamente ecclesiali, quella maggiormente docu­
mentata nella prima ai Tessalonicesi è l’attività dell’apostolo nella città.
Viene illustrata come il lavoro paziente di chi, pietra dopo pietra, co­
struisce una cattedrale:
Pur potendo essere un peso in quanto apostoli di Cristo, ci siamo mostrati amo­
revoli con voi come una madre che cura con amore i propri figli. Pieni di affetto
eravamo decisi a darvi non solo il vangelo di Dio, ma anche la nostra stessa vita,
tanto ci eravate diventati cari... Come un padre i propri figli, abbiamo esortato e
animato ciascuno di voi, e vi abbiamo scongiurati perché viveste in maniera de­
gna di Dio... ( j Tess. 2,7 s . i i s.).

Paolo dovette annunciare il vangelo e istruire i convertiti sul nuovo tipo


di vita implicato dalla professione cristiana, con la pazienza e l’amore­

4 5. Cfr. E J . Christiansen, The Covenant in judaism and in Paul. A Study o f Ritual Bound-
aries as Identity Markers , Leiden 19 9 5 . 46. J. Sànchez Bosch, Iglesia e Iglesias, 1 3 - 1 9 .
14 2 La corrispondenza tessalonicese

volezza di una madre e con la precisione tecnica di un padre che intende


trasmettere a ciascuno dei suoi figli tutto ciò che egli ha appreso nel cor­
so della vita. Sono gli stessi concetti esposti anche in altri testi (cfr. 2
Cor. 11,2 8 s.; 1 Cor. 4 ,15 ; Gal. 4,19), ma in forma più concisa.
Il «peso» che lo caratterizza in quanto apostolo di Cristo ( j Tess. 2,
7) può essere T«onerosità» economica di cui si parla al v. 9, ma anche
il «peso» dell’autorità apostolica, che si contrappone all’atteggiamento
materno illustrato nel medesimo v. 7 e in linea con 1 Cor. 4,21. Nella
prima ai Tessalonicesi, dunque, Paolo non mette in primissimo piano il
suo titolo di «apostolo» (come farà invece in Romani, 1 e 2 Corinti, Ga-
lati), anche se giunge a dire quasi di più in questo testo. E nemmeno
parla dell’aspetto straordinario della sua vocazione, come farà in Gal.
1 , 1 . 1 1 s.15 s.; 1 Cor. 9 ,1; 15,8-10 . Afferma semplicemente:
Come fummo approvati (dedokimasmetha) da Dio perché ci affidasse il vangelo,
così lo proclamiamo... piacendo a Dio, che esamina (dokimazonti) ì nostri cuori
( v i) -
L ’evangelizzazione, dunque, gli fu affidata dopo che ebbe superato un
esame, come avviene quando si dà un incarico alla persona più indicata.
Oltre al mandato apostolico la lettera accenna ad altre funzioni esi­
stenti nella chiesa. Menziona ad esempio quelli che «si prendono cura»
della comunità in senso pastorale (0 la «presiedono», a seconda del si­
gnificato attribuito a proistamenous):47
Vi chiediamo, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi e che han­
no cura di voi nel Signore e vi ammoniscono. Trattateli con amore particolare, a
motivo del loro lavoro ( 5 , 1 2 s.; cfr. Gal. 6,6; FU. 1 , 1 ) .
Anche qui si tratta di un «lavoro» (ergon) conferito legittimamente, che
va rispettato e riconosciuto anche economicamente (cfr. Gal. 6,6; 1 Cor.
9,14). È un «lavoro duro» (kopiontas), al pari di quello dell’apostolo
(cfr. Gal. 4 ,11; Fil. 2 ,1 6; 1 Cor. 4 ,12; 15,10 ), e ne viene sottolineato uno
degli aspetti meno piacevoli: il compito di ammonire (cfr. j Cor. 4,14).
Tale compito è tanto più necessario in quanto il vangelo non è soltanto
una fede, un entusiasmo, ma, come si è visto, pure una «dottrina» per la
quale è richiesta una certa competenza. Tuttavia si presuppone anche
che tale competenza spetti in un modo o nell’altro a tutti, giacché tutti
sono esortati a collaborare al medesimo lavoro:
Ammonite gli inquieti, confortate i pusillanimi, sostenente i deboli, siate pazienti
con tutti (5,14).

4 7. Cfr. J. Sànchez Bosch, Le corps du Christ et les cbarismes dans l’Épìtre aux Romains, in L.
De Lorenzi, Dimensiorts de la vie chrétienne, Roma 1 9 7 9 , 5 1 - 8 3 , spec. 69 s.; tutto il suo cam­
po di attività in Idem, Le chansme des Pasteurs dans le corpus paulinìen, in L. De Lorenzi,
Saint Paul, apótre de notre temps, Roma 1 9 7 9 , 3 6 3 -3 9 7 .
La catechesi primitiva 14 3

Anche le manifestazioni dello spirito dovevano essere esperienza comu­


ne a tutti, come avviene a Corinto (cfr. 1 Cor. 14,26) e in Galazia (cfr.
Gal. 3,5). A Tessalonica, tuttavia, non sembrano essere eccessive e l’apo­
stolo più che arginarle deve incoraggiarle:
Pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie... Non spegnete lo spirito. Non
disprezzate le profezie. Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (5,17-21).
Osserviamo infine il senso ecumenico (di chiesa universale) cui erano edu­
cati i cristiani di Tessalonica:
Siete diventati un modello per tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Aca-
ia; uscendo da voi, la parola del Signore è riecheggiata non solo nella Macedonia
e nell’Acaia, ma la vostra fede in Dio è giunta in ogni parte (1,7 s.).
Siete diventati imitatori delle chiese di Dio che sono nella Giudea in Cristo Ge­
sù (2,14).
Paolo, dunque, non è solo né desidera che lo siano le sue comunità.

Bibliografia
Questo capitolo ha preso la prima ai Tessalonicesi come punto di arrivo di un’evo­
luzione dottrinale nel pensiero della chiesa. Per ripercorrere tale cammino e osser­
vare come si snoda successivamente lungo l’epistolario paolino e tutto il Nuovo
Testamento, l’aiuto migliore per il primo aspetto (l’evoluzione antecedente) viene
dalle due opere citate alla nota 1 6 : 0 . Cullmann, Cristologia, e Kramer, Cbrist, co­
me pure dai vari studi su frammenti prepaolini cui si alludeva nel cap. 11, note 18
e 19: Wengst, Christologische; Deichgràber, Gotteshymnus.
La seconda prospettiva (l’evoluzione posteriore) ha davanti a sé un campo d’a­
zione molto più vasto. Per ciò che si riferisce a Paolo ricordiamo che il cap. xi
svilupperà il paragrafo 7 di questo capitolo riguardo alle quattro grandi lettere
(Rom., r e 2 Cor., Gal.).
Le teologie di Paolo, citate nel cap. xi, possono aiutare in questa ricerca, ma è
possibile - e di per sé anche logico - che si concentrino più su ciò che è specifico
di Paolo che non su ciò che ha in comune con altri. Per quanto concerne l’apo­
stolo, il contributo maggiore è offerto da opere la cui prospettiva si apre sull’in­
tero Nuovo Testamento: senz’altro il Grande Lessico del Nuovo Testamento; poi
l’opera, in quattro volumi, più complessiva e centrata sul testo biblico, di K.H.
Schelkle, Teologia del Nuovo Testamento, Bologna 1965-1980; concetto per con­
cetto, l’opera di X. Léon-Dufour, Dizionario di teologia biblica, Torino 5i98o,
come pure il Dizionario Esegetico del Nuovo Testamento a cura di H. Balz - G.
Schneider, 2 voli., Brescia 1995. 1998.
Capitolo vi

La seconda lettera ai Tessalonicesi

I. I D A T I D E L P R O B L E M A

Delle tredici lettere ricondotte al nome di Paolo, la seconda ai Tessalo­


nicesi è indubbiamente la più «apocalittica», sia per la forza con cui
sottolinea i castighi divini sia per l’annuncio di una serie di avvenimenti
che qualche lettore finirà per attribuire a una fantasia esaltata.
Il suo contenuto «apocalittico» ha indotto molti a ritenere che la let­
tera non sia uscita dalla penna di Paolo, ma attualmente non si può dire
che la questione sia risolta. Nell’ultima parte del capitolo esporremo le
ragioni a favore e a sfavore della sua autenticità, senza celare le nostre
preferenze. Iniziamo presentando i dati del problema (quanto la lettera
afferma di vero e di falso sul suo autore e sulle circostanze che portaro­
no alla sua redazione); seguirà un’analisi dello stile, del linguaggio e del
contenuto, alla luce dei parallelismi incontestabili con i Tessalonicesi e
con altri documenti.1 In questo modo giungeremo adeguatamente pre­
parati ad affrontare la questione dell’autenticità, nonché altri problemi
a essa connessi.

i. Autore e destinatari

Non soltanto a motivo del nome, ma anche per un perfetto parallelismo


con i Tess. 1 ,1 la lettera si presenta come scritta dallo stesso Paolo (1,1
s.). Quasi non bastasse, il finale insiste sull’autenticità dello scritto (3,
17: «Questo saluto è di mia mano, di Paolo. È il contrassegno di ogni let­
tera: così scrivo»). Per il resto, come vedremo, nel corpo della lettera
l’autore si riferisce solo a insegnamenti dati a voce e alla lettera già
scritta. Non racconta aneddoti di alcun tipo, né aggiunge altri nomi a
quelli deìVindirizzo. Non dice che è apostolo (cfr. 1 Tess. 2,6) né se i de­
stinatari sono gentili (cfr. j Tess. 2,16; 4,5) o giudei (cfr. 1 Tess. 2,14).
Stando a 2 Tess. 1 ,1 i destinatari sono gli stessi «tessalonicesi» ai qua­

1. L ’ aiuto migliore per conoscere il contenuto delle due lettere, la loro relazione reciproca e il
loro rapporto con altri scritti paolini, è senza dubbio offerto da B. Rigaux, Les Épìtres 5 cit.
Sono assai apprezzabili pure i già citati commenti delle due lettere di Bruce, Marshall, Laub e
Jewett. Può essere utile consultare anche Nacido a tiempo 3 1 7 - 3 3 4 .
La seconda lettera ai Tessalonicesi 14 5

li era diretta la prima lettera. Forse viene loro attribuito un livello più
elevato di conoscenze bibliche, visto che si impiega con naturalezza il
termine onoma («nome»; 2 Tess. 1,12 ; 3,6), assente in 1 Tessalonicesi;
inoltre si parla di «tempio di Dio» (2 Tess. 2,4) senza ulteriori spiega­
zioni.
Quanto alla situazione della comunità, a parte il fermento apocalitti­
co di cui parleremo tra poco, Paolo indirizza agli «oziosi» (3,6-12) pa­
role molto più dure di quelle di z Tess. 4 ,1 1 s. Parliamo semplicemente
di «oziosi» perché il testo si presta meno ancora della prima ai Tessalo­
nicesi a un’interpretazione «mistica» di questo atteggiamento.

2. Occasione della lettera

Iniziamo con un’affermazione negativa: la lettera esplicitamente non di­


ce nulla contro 1 Tess., ne conferma anzi l’autorità (se, cioè, si ripropo­
ne di correggerne gli errori, lo fa in modo estremamente discreto). Non
soltanto perché una buona metà di essa è una «copia» della prima ai
Tessalonicesi, circostanza già significativa, ma anche perché vi accenna
in due passi: 2,15 e 3,14. Il secondo di essi fa riferimento agli oziosi di
cui, come abbiamo appena visto, si parla in 1 Tess. 4 ,1 1 s. Il primo, in­
vece, è la conclusione pratica del tema escatologico, assolutamente simi­
le a quella che trae anche z Tess. 5,9. Ciò significa che l’autore non ve­
de tanta differenza tra le sue affermazioni e quelle di 1 Tessalonicesi.
Pertanto, quando parla di una lettera «fatta passare per nostra» (2 Tess.
2,2), si riferisce a un’altra (cfr. v. 3: «che nessuno vi inganni in alcun
modo»), di cui viene trascritta un’unica frase: «il giorno del Signore è
imminente». E questa frase, almeno esplicitamente, non figura nella pri­
ma ai Tessalonicesi.
Questa presunta lettera e l’aspettativa per la venuta imminente di Cri­
sto che essa instilla appaiono come occasione della seconda ai Tessalo­
nicesi e in un certo qual modo spiegano come le due lettere, trattando del
medesimo tema (la parusia), dicano cose diverse. 1 Tessalonicesi affronta
il problema di quanti sono già morti (z Tess. 4 ,13-18 ) e ricorda la neces­
sità di essere pronti in ogni momento (5 ,1-11); 2 Tessalonicesi si occupa
di ciò che succederà prima della parusia: innanzitutto bisogna che avven­
ga una «apostasia» e sia rivelato un «empio» (2,3 s.8-12), il quale mo­
mentaneamente è trattenuto da «qualcosa» o da «qualcuno» (w. 6 s.).
Il problema è sapere come questi «capitoli» diversi si intreccino tra lo­
ro. Il tema passa alle questioni aperte che verranno affrontate a suo tem­
po. Per il momento diciamo soltanto che l’incompatibilità delle due esca­
tologie è evidente per i critici, ma non fu avvertita dagli scrittori cristia­
ni dell’antichità. La Didachè stessa, che risale alla fine del 1 secolo, prò-
14 6 La corrispondenza tessalonicese

babilmente mette insieme affermazioni tratte dall’ima e dall’altra lette­


ra: include la risurrezione dei morti (16,6), cosa che non fa la tradizione
sinottica, fuorché 1 Tess. 4,16; non parla di «falsi messia e falsi profeti»
come Mt. 24,2,4 par., ma di uno che si fa passare per qualcosa di più,
come in 2 Tess. 2,3 s.9-11:
Allora comparirà il seduttore del mondo come figlio di Dio e compirà segni e pro­
digi. La terra sarà consegnata nelle sue mani (16,4).

Da parte loro, nell’ultimo terzo del 11 secolo Ireneo e Tertulliano citano


esplicitamente sia la prima sia la seconda ai Tessalonicesi. Nell’Adver-
sus baereses (5,28,2; 29,1) Ireneo fa culminare una serie di citazioni del­
la seconda ai Tessalonicesi (2 Tess. 2,4.10-12) e dei suoi precursori, tra
cui Daniele (3,1.20, in 5,29,2; Dan. 9,27, in 5,30,2), in una citazione del­
la prima ai Tessalonicesi (x Tess. 5,3; cfr. 5,30,2):
... colui che verrà all’improvviso per usurpare il regno... è veramente l’abominio
della desolazione. Questo appunto dice l’apostolo: «Quando diranno: Pace e sicu­
rezza, allora improvvisa li sorprenderà la rovina».
Tertulliano dedica il cap. 5,15 del suo Adversus Marcionem alla prima
ai Tessalonicesi e il cap. 16 alla seconda, senza che vi sia tensione alcu­
na. Forse perché traduce così 1 Tess. 4 ,15: eos qui remaneant in adven-
tum Christi (5,15,4).
Tornando dunque alla nostra lettera rileviamo che l’autore sa dell’esi­
stenza della prima ai Tessalonicesi e di un’altra lettera falsa. Presuppone
inoltre che il tempio di Gerusalemme esista ancora, poiché l’uomo ini­
quo deve sedere in esso per «additarsi» come Dio (2 Tess. 2,4). Per il re­
sto, a parte gli effetti provocati dalla falsa lettera, non accenna a nessun
fatto nuovo nella vita dell’apostolo o della comunità. Si può pertanto
affermare che si colloca nei primi anni 50, durante la stessa permanenza
di Paolo a Corinto che fornì l’occasione per la prima ai Tessalonicesi.3

3. Linguaggio e stile

Il raffronto con 1 Tessalonicesi è inevitabile nell’intero capitolo, poiché in tutta la


letteratura universale (e certamente in quella paolina) non compaiono due do­
cumenti altrettanto simili. La seconda lettera presenta solo un accento di mag­
giore rigidità apocalittica nel cap. 1 e certe strane predizioni apocalittiche nel cap.
2. Per il resto, tono e stile sono esattamente identici in entrambe le lettere. I de­
stinatari sono chiamati per otto volte «fratelli», producendo una media piuttosto
alta in uno scritto di sole 820 parole (media quasi uguale alla prima lettera, in
cui il termine ricorre per 14 volte in un testo di 1470 parole). Si tratta dunque
anche qui di un testo alquanto affettuoso.
Il lessico di 2 Tessalonicesi consta di 250 parole e contiene solo 9 hapax neote-
La seconda lettera ai Tessalonicesi 14 7

stamentari. Con tale vocabolario, l’autore redige un’opera di 814 parole, con
una media di 3,29 (824: 250). Tenendo conto della lunghezza, si tratta all’incirca
della stessa media di 1 Tess. (1472 : 3 66 = 4,02) e di Filippesi (1624 :448 = 3,62).
1 9 hapax possono fornirci un’idea delle coordinate lessicali dell’autore. Nella se­
conda ai Tessalonicesi come nella prima troviamo parole composte o derivate da
altre parole riscontrabili nel N.T. Alcune compaiono come tali nei LXX: ataktos
(«disordinatamente»), enkauchasthai («gloriarsi in»), periergazesthai («affaticarsi
inutilmente»), semeiousthai («segnalare»; altre non derivano dai LXX: ataktein
(«vivere disordinatamente»), endeigma («indizio»), hyperauxanein («crescere ol­
tre misura»). Nessuno di questi termini giunge nuovo a chi conosce il linguaggio
paolino. Tra le forme semplici ne compare una sola (tinein), in greco perfetto, pre­
sente anche nei LXX.
Quanto alla presenza di semitismi propriamente detti, non ricorre che il termi­
ne Satanasyche figura anche in diverse lettere autentiche (Romani, prima e secon­
da ai Corinti, prima ai Tessalonicesi); invece, tra i semitismi di significato trovia­
mo le espressioni «l’uomo dell’iniquità» e «il figlio della perdizione» (entrambe
in 2 Tess. 2,3), oltre a un preciso uso di «nome» e all’espressione «tempio di Dio».
Come contropartita a quelli che vengono definiti «hapax paolini» nelle lettere
autentiche, troviamo le parole che invece nelle lettere autentiche sono del tutto
assenti: in 2Tessalonicesi sono 2 1,e costituiscono l’8,4o del lessico (gli «hapax pao­
lini» in 1 Tessalonicesi sono 3 6 e costituiscono il 9,84; in Filemone sono 14, per
una media del 9,93). Tra di esse, trascurando le semplici varianti di termini pao­
lini, spiccano quelle caratteristiche del linguaggio escatologico: apostasia («aposta­
sia»), dike («punizione»), episynagoge («assemblea»), epiphaneia («manifestazio­
ne»), throeisthai («turbarsi»), krisis («giudizio»), saleuesthaì («agitarsi»).
Tralasciando altri hapax (30 in tutto), il resto dei termini usati da 2 Tessaloni­
cesi è presente tale e quale nelle lettere autentiche. E si può supporre che ciò non
avvenga semplicemente sulla traccia di 1 Tessalonicesi, visto che le due lettere
hanno in comune solo 144 termini. Restano, dunque, 76 termini riscontrabili nel­
le lettere autentiche ma non nella prima ai Tessalonicesi. Tra questi, ne ricordia­
mo qualcuno particolarmente significativo: adikia («ingiustizia»), aionios («eter­
no»), aletheia («verità»), anomiay anomos («iniquità», «iniquo»), aparche («pri­
mizie»), apokalypteiriy apokalypsis («rivelare», «rivelazione»), apollynai, apoleia
(«perdere», «perdizione»), dikaios («giusto»), doxazein («glorificare»), exousia
(«autorità»), eudokia(«decisione» [divina]), katargein («annientare»), katartizein
(«perfezionare»), klesis («chiamata»), martyrion, martys («testimonianza», «testi­
mone»), mysterion («mistero»), onoma («nome»), paradosis («tradizione»), se-
meion («segno»), pseudos («menzogna»).
E certamente significativo che, quanto ad affinità, il linguaggio di 2 Tessaloni­
cesi sia risultato più paolino di quello delle sette lettere autentiche. Per alcuni, ta­
le è il suo difetto: imitare troppo/
z. Un’affinità letteraria tanto evidente, a fronte di una conoscenza piuttosto scarsa dell’apo­
stolo durante i primi due secoli, dovrebbe indurci perlomeno a prendere in considerazione l’idea
di una «scuola di Paolo», formata dai suoi discepoli diretti; cfr. H .M . Schenke, Das Weiter-
wirken des Paulus und die Pflege seines Erbes durch die Pautusschule: N T S 2 1 ( 19 7 5 ) 5 0 5­
5 1 8 ; P. Miiller, Anfànge der Pautusschule. Dargestellt an 2 Thess und Kol, Zurich 19 8 8 .
4. S u d d iv is io n e d e lla le t t e r a

Anche per la strutturazione della lettera vale lo stesso principio, nulla


assomiglia tanto alla seconda ai Tessalonicesi quanto la prima. Coinci­
dono perfino nell’avere un doppio esordio sotto forma di rendimento di
grazie (a partire da 1,3 e 2,13); inoltre, da un punto di vista formale an­
che 2 Tess. possiede una doppia conclusione (a partire da 2 ,16 e da 3,
16), parallela a 1 Tess. A tal riguardo osserviamo che a 2 Tess. manca una
sezione specificamente narrativa (parallela a 1 Tess. 2 ,1 3 - 1 6 e 2 ,17-3,
io), come pure una sezione dottrinale dichiaratamente tale, dato che le
due pericopi restanti (2,1 ss. e 3,6 ss.) assumono la forma, almeno ester­
namente, di esortazione.
Formalmente, quindi, la lettera può essere così articolata:
1. Indirizzo (1,1 s.)
2. Primo esordio (1,3-12)
3. Prima esortazione (2,1-12)
4. Secondo esordio (2,13-15)
5. Prima conclusione (2,16-3,5)
6. Seconda esortazione (3,6-15)
7. Seconda conclusione (3,16 s.).
Risulta meno spiegabile rispetto a 1 Tess. l’inserimento di un’intera
cornice epistolare (secondo esordio e prima conclusione) tra le due esor­
tazioni: potrebbe essere inquadrato in una struttura globale dicendo che
si tratta di una digressione (figura ben nota in retorica) collocata tra le
due esortazioni.
Se dagli aspetti formali si passa ai contenuti, si noterà che il tema de­
gli oziosi, presente in 1 Tess. 4 ,11 s. come prima istruzione, in 2 Tess.
3 ,6 -12 figura come seconda esortazione. In modo analogo, anche l’an­
nuncio della parusia, che in 1 Tess. 4 ,13 -5 ,10 costituiva la seconda e
terza istruzione, in 2 Tess. 2 ,1 - 1 2 compare come prima esortazione.
Tutto ciò dà adito a congetture infinite sulla redazione originaria del­
la corrispondenza tessalonicese.3 A prescindere dalle teorie possibili, ci
chiederemo soltanto fino a che punto la lettera mantiene una certa coe­
renza, anche a costo di trascurare teorie che l’autore della lettera (chiun­
que egli sia) potrebbe non avere studiato.

II. L E T T U R A D E L L A L E T T E R A

L’intento è di seguire il filo argomentativo della lettera, partendo dalle suddivisio­


ni appena illustrate.

3. Cfr. l’opera di Schmithals citata sopra, cap. iv, n. 13 .


1. Indirizzo (1,1 s.)
Coincide perfettamente con quello di i Tessalonicesi, con la sola aggiunta di: «da
Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo» (v. 2, come in Romani, 1 e 2 Corinti, Ga-
lati, Filippesi, che però hanno «Padre nostro»),

2. Primo esordio: la comunità perseguitata (1,3-12)


L’autore ringrazia Dio per la fede dei destinatari e per la loro carità vicendevole
(v. 3)/ fede di cui hanno dato prova nelle persecuzioni di cui Paolo si è gloriato
davanti alle chiese di Dio (v. 4).5 Le persecuzioni dimostrano che si sta avvici­
nando il giudizio di Dio, che farà dono del regno a quanti soffrono con lui (w.
5.7-8a.io) ma darà tribolazione a quanti furono causa di tribolazione (v. 6): sia
a quelli (i gentili) che non conoscono Dio (v. 8b)6 sia a quelli (i giudei) che non
accolgono il vangelo (w. 8C-9).
Collegandosi ai w . 3 s. prega perché diventino degni della chiamata e portino
a compimento l’opera della fede (v. n ),7 con la quale avrà inizio la glorificazio­
ne del Signore Gesù (v. 12), annunciata nei w . 7.10.

3. Prima esortazione (2,1-12)


Comincia ora un’istruzione (qualcosa che necessitano di conoscere) in forma di
esortazione, accompagnata da un’imprecazione: «per» (cioè: «non perdetevi...!»)
la venuta del Signore e la nostra riunione con lui (v. i).8
Conviene non perdere la testa né a causa di oracoli profetici, né per le parole
di un saggio, né per colpa di qualche lettera falsa in cui si afferma che «il giorno
del Signore è imminente» (v. 2); ci sarà una «rivelazione» dell’Uomo iniquo, co­
ronata da un relativo successo («apostasia»), che precederà quella del Signore (v.
3); l’Avversario si siederà al posto di Dio nel tempio (v. 4), proprio come - stan­
do al testo - l’apostolo aveva già detto (v. 5).
Nella situazione presente, il mistero dell’iniquità è già in atto (v. 7) ed è causa
di afflizione (1,4.6), tuttavia l’azione di un certo «elemento frenante» impersona­
le (v. 6) o personale (v. 7) impedisce che il male si manifesti prima del tempo.
Quando il tempo sarà venuto (il v. 7a dice semplicemente «quando smetterà di
interporsi»), si avrà la rivelazione dell’empio, che sarà subito annientato dalla pa-
rusia del Signore (v. 8).
Il potere satanico assisterà l’empio (v. 9), perché tutti quelli che non hanno
amato la verità si sono messi nella condizione di essere condannati (w. 10-12).4

4. Secondo esordio (2,13-15)


Elaborando i temi dell’esordio assicura che i destinatari non fanno parte del grup­
po dei condannati, perché la loro fede ne conferma l’elezione e l’essere destinati

4. Cfr. 1 T e s s . i , z s. 5. Cfr. x T e s s « 2 ,1 4 .1 9 .
6. Cfr. 1 T e ss . 4 ,5. 7. Cfr. 1 T e ss . 2 ,1 2 e 1 ,3 . 8. Cfr. 1 T e s s . 4 ,1 6 s.
15 0 La corrispondenza tessalonicese

alla gloria (vv. 13 s.). Bisogna però che si mantengano fedeli alla catechesi che
Paolo impartì loro di persona e poi tramite lettera (v. 15).

5. Prima conclusione (2,16-3,5)

Nello stile paolino caratteristico di una benedizione conclusiva, l’autore augura


consolazione e speranza (vv. 16 s.), così necessarie a coloro che si sono lasciati
turbare (2,2). È tipica di una conclusione epistolare anche la richiesta di contrac­
cambiare le preghiere (3,1; cfr. 1,11) affinché la parola continui la sua marcia
trionfale (v. ib) senza essere ostacolata né da quanti sono privi della fede (v. 2)
né dalle insidie del maligno (v. 3).
Per la seconda volta allude all’insegnamento impartito (v. 4) e conclude la pe-
ricope con un’altra benedizione «finale» (v. 5).

6. Seconda esortazione (3,6-15)

Esorta i destinatari come se emettesse una sentenza («nel nome del Signore Gesù
Cristo...», v. 6a), che fa seguito a due avvisi ben precisi: l’insegnamento già im­
partito e la lettera precedente.9
L’ordine è di tenersi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indi­
sciplinata (v. 6b) e l’indicazione è di imitare lui, Paolo (v. 7),10 che ha lavorato
giorno e notte per non esser di peso (v. 8),11 malgrado fosse suo diritto essere man­
tenuto (v. 9).12
Già in precedenza aveva ordinato che lavorassero (v. io),13 non si immischias­
sero in faccende che non li riguardavano (v. 11)14 e se ne stessero tranquilli (v.
12) .15
Si passa quindi all’esortazione più generale: non stancatevi di fare il bene (v.
1 3 ) l6 e attirate gli smarriti sul retto cammino (vv. 14 s.).I?

7. Seconda conclusione (3,16-18)

Come benedizione conclusiva augura la pace sempre e in ogni modo (v. i6a)18 e
la presenza (della grazia) del Signore (vv. i6b.i8).19
Sottolinea infine che il saluto è proprio di pugno di Paolo (v. 17).20

III. Q U E S T IO N I A P E R T E

La grande questione aperta di questa lettera riguarda indubbiamente la


sua autenticità.
L ’inautenticità è sostenuta da un gran numero di articoli monografici
9. Cfr. i T e s s . 4 , 1 1 . io . Cfr. 1 T e ss. 1,6 . 1 1 . Cfr. 1 T ess. 2,9. 1 2 . Cfr. 1 T e ss. 2,7.
1 3 . Cfr, 1 T e ss. 4 ,n e d . 14 . Cfr. 1 T ess, 4 , n b . 15 . Cfr. 1 T e s s . 4 , 1 1 a.
16 . Cfr. 1 T e ss . 5 ,1 5 . 17 . Cfr. 1 T e ss . 5 ,14 . 18 . Cfr. 1 T e ss. 5,2 3.
19 . Cfr. 1 T e ss. 5,2.8. 20. Cfr. 1 C o r . 1 6 ,2 1 ; F ilm . 19 ; G a l. 6 ,1 1 .
La seconda lettera ai Tessa lonicesi 151

e di introduzioni agli scritti paolini ed è accettata come dato certo da al­


tri tipi di lavoro, tanto che può essere considerata opinione maggiorita­
ria. Fino al 1980, tuttavia, un unico ampio commento alla lettera parti­
va da questo presupposto (cosa che non avviene con gli altri scritti con­
troversi), per cui si può dire che, almeno fino a un certo momento, era
maggiormente incline a sostenere la non autenticità della lettera chi la
prendeva in considerazione da lontano di chi la esaminava da vicino.21
Gli argomenti a favore della non autenticità potrebbero essere così
riassunti:
1. si tratta di un’imitazione troppo letterale di 1 Tessalonicesi;
2. espone un’escatologia eccessivamente dura (il castigo è maggiore del­
la grazia);
3. espone un’escatologia troppo legata al mito (l’Anticristo, colui che
trattiene...);
4. presenta un’escatologia a rate, incompatibile con l’attesa imminen­
te che si disvela in 1 Tessalonicesi;
5. si difende in modo sospetto dall’accusa di non autenticità (3,17).
Esaminiamo ora punto per punto queste obiezioni.

1. Lettera imitata

Tra le lettere certamente autentiche solo Romani può essere «accusata»


di copiare lettere precedenti (soprattutto Galati, ma anche 1 Tessaloni­
cesi, 1 e 2 Corinti). Tuttavia lo fa ricalcando i temi con indubbia mae­
stria. Soltanto tra la prima e la seconda ai Tessalonicesi (come tra Efe­
sini e Colossesi) vi sono momenti di vera «imitazione», come si può no­
tare verificando i parallelismi indicati nella presentazione della lettera.
Ciononostante, l’innegabile combinazione nella seconda ai Tessaloni­
cesi di testi tratti da 1 Tessalonicesi non potrebbe essere più «capriccio­
sa»: in ciascuno dei tre capitoli della seconda si riscontrano paralleli
con i cinque della prima. Compito assai arduo per qualsiasi autore, al-
l’infuori dello stesso Paolo. Ciò non rappresenta, tuttavia, che la metà
del contenuto della lettera. Quanto al resto, bisogna ammettere che
l’autore si è ispirato a tutte le altre per il linguaggio, senza peraltro la­
sciar trasparire né i contesti originari delle altre lettere paoline, né la
storia dalla quale ebbero origine.
2 1 . Ci riferiamo a W. Trilling, D e r z w e ìt e B r ì e f a n d ie T h e ssa ìo n tc h er> Neukirchen 19 8 0 , ope­
ra preceduta da un volume di studi del medesimo autore, U n te rs u c h u n g e n z u m z w e it e n T h e s -
s a lo n ic h e r b r ie fy Leipzig 19 7 2 . Sulla stessa linea si colloca l’importante opera di C .H . Giblin,
T h e T h r e a t to F a ith . A n E x e g e t ic a l a n d T h e o lo g ic a l R e - e x a m in a t io n o f z T h e s s a lo n ia n s y Ro­
ma 19 6 7 . Tuttavia il commento successivo di Marshall riserva le pp. 28-40 alla difesa dell’au­
tenticità; analogamente anche Jewett, T h e s s a lo n ia n , 1 - 1 8 . Tendenzialmente sono contrari i
paragrafi della quarta parte in Collins, T h e s s a ìo n ìa n y 3 7 3 - 5 1 5 .
15 2 La corrispondenza tessalonicese

In tal senso vorrei far notare alcuni paralleli paolini significativi assenti nella pri­
ma ai Tessalonicesi:
gli eventi finali sono definiti «apocalisse» solo in 2 Tess. 1,7 e in Rom. 2,5; 8,
19; 1 Cor. 1,7; 1 ?t. 1,7; 4,13; ,
il giudizio di Dio sarà giusto, nel senso di rigoroso, come afferma 2 Tess. 1,5
(cfr. v. 6) con due parole: dìkaia krisis\ Rom. 2,5 si esprime analogamente con un
composto di entrambe: dikaiokrisia. Oltre a questi tre passi, soltanto 2 Tim. 4,8
attribuisce questo significato all’aggettivo «giusto»;
«annientare» (katargeìn), presente in 2 Tess. 2 ,8 , è un termine tipicamente e qua­
si esclusivamente paolino (cfr. spec. 1 C or. 2,6 ; 1 5 ,2 4 .2 6 ) ;
«potenza di segni e prodigi» (2 Tess. 2,9) è espressione che compare identica
in Rom. 15,19 (cfr. 2 Cor. 12,12);
il binomio costituito da «ingiustizia» e «menzogna», che si contrappone alla
«verità» (2 Tess. 2,9), si ripresenterà con gli stessi termini in Rom. 1,18.25; z>8;
l’espressione «per quelli che vanno in rovina» appare identica in 2 Tess. 2,10
e 1 Cor. 1,18; 2 Cor. 2,15; 4,3;
il verbo «giudicare» (krino), applicato al giudizio finale, compare nei testi pao­
lini in 2 Tess. 2,12 e in Rom. 2,12.16; 3,6; 1 Cor. 2,13; 6,2 s.; 2 Tim. 4,1;
infine, se 2 Tess. 1,12 (cfr. 3,6) si augura che «il nome del Signore nostro sia
glorificato tra di voi», Rom. 2,24 (cfr. 9,17) lamenta che «il nome di Dio è be­
stemmiato per causa vostra tra i gentili».
La lista potrebbe continuare, anche solo limitandosi a parole della seconda ai
Tessalonicesi che, pur non comparendo nella prima, sono presenti in altre lettere
certamente autentiche.
Ipotizzando che l’autore non sia Paolo, i paralleli «extra-tessalonicesi»
ci costringono a immaginare che qualcuno, studiate accuratamente tutte
le lettere, si sia limitato a scrivere 2 Tessalonicesi disprezzando le idee e
le indicazioni che poteva trarre da tutte le altre. Siamo più propensi a
credere che sia stato l’apostolo stesso a scrivere 2 Tessalonicesi, pren­
dendo spunto da quanto aveva già scritto ma tralasciando semplicemen­
te certi temi che avrebbe sviluppato in lettere successive. Tanto più che
non dev’essere affatto facile adattarsi al linguaggio di qualcun altro:
coincidere per un 8 4 ,15 % con termini espliciti delle sette lettere auten­
tiche e per il resto adottare una terminologia assolutamente simile a
quella precedente.

2. Escatologia dura

È innegabile che, soprattutto in 1,5-9 e 2.,10-12, venga sviluppata un’e­


scatologia alquanto dura. Il problema è stabilire se ciò possa costituire
un argomento a sfavore dell’autenticità della lettera, perché proprio que­
sti versetti contengono la maggior parte dei paralleli appena segnalati.
Neppure la prima ai Tessalonicesi è «mite»: per tre volte impiega il
termine orge («ira»: 1,10 ; 2,16; 5,9), assente invece nella seconda. 1 Tes-
La seconda lettera ai Tessalonicesi 15 3

salonicesi guarda con gioia e speranza alla venuta del Signore, ma anche
la seconda: «la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e la nostra riunio­
ne con lui» (2,1). Alimentando questa speranza, le due lettere vedono il
gruppo cristiano come un punto luminoso circondato da tenebre. Leg­
giamo in 1 Tessalonicesi:
Non affliggetevi come gli altri che non hanno speranza (x Tess. 4,13).
Il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. Quando diranno: «Pace e
sicurezza!», allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna in­
cinta, e nessuno scamperà (5,2. s.).
Noi che siamo del giorno restiamo sobri, indossiamo la corazza della fede e
dell’amore e, come elmo, la speranza della salvezza. Poiché Dio non ci ha desti­
nati all'ira ma all’acquisto della salvezza (w. 8 s.).
Anche per 1 Tessalonicesi, dunque, siamo circondati da nemici al punto
da dover indossare «elmo e corazza» per difenderci. Ciò equivale all’e­
spressione usata da 2 Tessalonicesi quando afferma che «il mistero del­
l’iniquità è già in atto» (2,7).

3. Escatologia legata al mito

È innegabile che, misurata col metro dei «fenomeni comprovati», la se­


conda ai Tessalonicesi risulterà connotata da un certo numero di miti:
Gesù che «scende dal cielo con gli angeli della sua potenza» (1,7.10), «di­
strugge col soffio della sua bocca» (2,8) una presunta divinità, la quale
«opererà con la potenza di Satana, con segni e prodigi menzogneri» (v.
9), ma per adesso è «trattenuta» da qualcosa o da qualcuno (w . 6 s.).
Tutto ciò può derivare da tradizioni preesistenti. Ciò che non si nota
è un particolare «godimento» nel raccontarci più dettagli, ad esempio,
suU’elemento che trattiene. Dice soltanto che ne aveva già parlato (v. 5),
e va a cercare la sostanza: «il mistero dell’iniquità è già in atto» (v. 7).
D’altra parte neppure 1 Tessalonicesi è priva di elementi «mitici»:
«scende dal cielo» (1,10; 4 ,1 6) «con tutti i suoi santi» (3,13) a una «vo­
ce dell’arcangelo» e al suono di una «tromba di Dio» (4,16); i morti ri­
suscitano e sono «rapiti tra le nuvole» per andare «incontro al Signore
nell’aria» (v. 17).
Insomma, benché contenga aspetti «mitici», non per questo non va con­
siderata paolina. L ’unico problema è stabilire se appartengono a «mito­
logie» differenti.4

4. Escatologie incompatibili?

Si è già osservato che le due lettere ai Tessalonicesi trattano argomenti


diversi dell’escatologia: la prima approfondisce la questione di coloro
15 4 La corrispondenza tessalonicese

che sono già morti (i Tess. 4 ,13-18 ) e la necessità di tenersi sempre


pronti (5 ,1-11); la seconda parla di ciò che succederà prima della paru-
sia: dovranno esserci un’ «apostasia» e un «empio» (2,3 s.8-12), il quale
attualmente è trattenuto da «qualcosa» o da «qualcuno» (w . 6 s.).
Il problema è verificare se questi diversi argomenti combaciano tra di
loro. È evidente che 2 Tess. 2,2 smentisce l’idea dell’esistenza di una let­
tera «intermedia» secondo la quale «il giorno del Signore è imminente».
Tuttavia converrà chiedersi sino a che punto 1 Tessalonicesi affermi
l’imminenza della parusia. Certo non fino al punto da dichiarare che
non ci saranno più morti o che non li si vedrà più (cfr. 1 Tess. 4,13).
Paolo aveva semplicemente affermato che il Giorno giungerà «come
un ladro di notte» (5,4), e possono trascorrere parecchi anni senza che
un ladro penetri in una casa. È chiaro però che se uno sa in anticipo che
prima devono accadere determinate cose alla luce del giorno, potrà
dormire sonni tranquilli pensando che almeno per quella notte il ladro
non verrà.
In altre parole, a rigor di logica le due escatologie (per intenderci)
«del ladro» e dei «segni premonitori» non sono compatibili al cento per
cento. Ma è sufficiente questo per affermare che non fu l’apostolo a
scrivere 2 Tessalonicesi? Applicando un criterio analogo alle sette lettere
certamente autentiche, ne risulterebbe più di un «Paolo»: quello «prò
giudei» e quello «anti giudei», quello contrario alla legge e alle opere e
quello invece a favore di esse.
L ’apostolo potrebbe aver ricevuto entrambe le escatologie dalla mede­
sima tradizione (l’una da Mt. 24,6-26 e l’altra dai vv. 36-51), senza pre­
occuparsi di una loro perfetta coerenza logica. In 2 Tess. 2,4, benché con
dettagli differenti, si parla, come nei sinottici, di un’ «abominazione...
assisa nel luogo santo» {Mt. 24 ,15; cfr. Me. 13 ,14 ; Le. 21,20). Stessa
coincidenza, persino nella terminologia, si ha con i «segni e prodigi»
{Mt. 24,24; Me. 13,2 2 ; 2 Tess. 2,9); anche i sinottici trasmettono una
sensazione generale di «apostasia» (vv. 3.10 -12 ; Mt. 24,24; Me. 13,2 2 :
«inganneranno, se possibile, anche gli eletti»).
La tradizione evangelica, da cui la prima ai Tessalonicesi trasse tanto
materiale, può essere sufficiente per spiegare la comparsa di un’ «aposta­
sia» e di un «empio» in 2 Tess. 2,3 s.8-12, evento che potrebbe essere
definito un’anti-parusia (il v. 9 parla semplicemente di parousta) prece­
dente quella di Cristo. A questa tradizione 2 Tessalonicesi aggiunge un
elemento specifico: la «parusia» del male è trattenuta da «qualcosa» o
da «qualcuno» (vv. 6 s.). Tuttavia non dimostra particolare volontà di
trasmettere qualche elemento nuovo a proposito di questo «elemento ri­
tentivo»: dichiara che ne aveva già parlato a fondo (v. 5).22
22. Cfr. J.M . Bassler, T h e E n ig m a t ic S ig n : 2 T h e s s a lo n ia n s i : y CBQ 4 6 (1984) 4 9 6 -5 10 ; J.J.
La seconda lettera ai Tessalonicesi 15 5

Attenendosi alla filologia, si può aggiungere che tale elemento non


verrà tolto violentemente di mezzo (come potrebbe suggerire il latino:
donec de medio fìat). Neutrale al massimo, il testo dice solo: «finché
non si interporrà più». Allora, «ciò che trattiene» la manifestazione del
male (v. 6) dev’essere il decreto stesso di Dio; e «colui che trattiene», se
non è Dio stesso, dev’essere un suo rappresentante; vista la vicinanza ai
testi di Daniele in cui si parla dell’ «abominio della desolazione» (9,27;
1 1 ,3 1 ; 1 2 ,11 ) , potrebbe essere l’arcangelo Michele {Dan. 12 ,1).
È noto che «l’abominio della desolazione» si colloca nell’apocalissi si­
nottica (Mt. 2 4 ,15 ; cfr. Me. 13 ,14 ; Le. 21,20). Si aggiunga che, nel con­
testo del secondo dei testi di Daniele citati, si incontra qualcosa di mol­
to simile a 2 Tessalonicesi:
Il re farà la sua volontà, si innalzerà al di sopra di ogni dio e proferirà bestemmie
contro il Dio degli dèi, e avrà successo finché non sarà colma Vira. Poiché gli
giungerà la fine (11,36).
Ebbene, in forma imprevedibile per il semplice lettore della prima ai Tes­
salonicesi, questo testo ci restituisce il parallelismo con questa lettera
(2,15 s.):
Non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini; ci impediscono di parlare
ai gentili affinché si salvino. In tal modo essi colmeranno i loro peccati per sem­
pre. Finalmente Vira è giunta sopra di loro.
«Compiersi», «la fine» e «l’ira» sono termini ricorrenti nell’ultimo testo
citato {Dan. 11,36 ), che è anche il più vicino a 2 Tessalonicesi.
Da questo si deduce che anche 1 Tessalonicesi pensava che ci sarebbe
stata una manifestazione dell’ira prima della parusia del Signore. Tale
ira sarebbe ricaduta «sopra di loro» (in fondo, proprio come nei sinotti­
ci: cfr. Mt. 24,15-20): Tessalonica ne sarebbe stata abbastanza lontano.5

5. Sospettosamente autografa?

Non vi è alcun dubbio che 2 Tessalonicesi insista parecchio sulla pro­


pria autenticità (3,17): «Questo saluto è di mia mano, di Paolo. È il con­
trassegno di ogni lettera: così scrivo». È evidente che questi dettagli de­
stano sospetti. Ma è altrettanto plausibile che un autore autentico possa
scrivere così in caso di necessità.
Nel caso di Paolo, si osserva che questa frase: a) spiega una consue­
tudine dell’apostolo, visto che il resto della lettera veniva materialmen­
te scritto da un’altra persona (cfr. Rom. 16,22); b) la prima frase di 2
Tess. 3 ,1 7 figura esattamente identica anche in 1 Cor. 16 ,2 1; c) Film. 19
Scott, P a u l a n d L a t e - Je w is h E s c b a t o lo g y . A C a s e S t u d y , I T h e s s a lo m a n s 4 : 1 3 - 1 8 a n d I I T h e s -
s a lo n ia n s 2 : 1 - 1 2 : JE T S 15 (19 7 2) 1 3 3 - 1 4 3 .
15 6 La corrispondenza tessalonicese

ne presenta una variante e menziona anch’essa il nome: «Io, Paolo, l’ho


scritto di mio pugno; pagherò io stesso»; d) in Gal. 6 ,11 allude anche al
tipo di carattere impiegato: «Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, di
mia mano». Dunque la frase di z Tessalonicesi ha precedenti espliciti.
Aggiungiamo inoltre che poteva anche essere giustificata, soprattutto
se i suoi primi lettori avevano ricevuto davvero una lettera falsa (come
si afferma in 2 Tess. 2,2 s.). È probabile che l’avessero ricevuta o alme­
no che 2 Tessalonicesi si rivolgesse a persone che, oltre a 1 Tess., cono­
scevano una lettera falsa. In caso contrario indurrebbero sospetti senza
necessità alcuna.
La falsa lettera, inoltre, (come tante altre nella storia) doveva avver­
tirli che si stavano realizzando determinati segni premonitori. Se infatti
si nega persino la possibilità di tali segni, non si vede su cosa possa ba­
sarsi l’affermazione che «il giorno del Signore è imminente». A ciò 2
Tessalonicesi replica che non c’erano stati i segnali definitivi: l’apostasia
e l’uomo iniquo nel tempio di Dio (2,3 s.).
Si affaccia spontanea la domanda: che cosa avrebbe potuto comuni­
care questa lettera a lettori del 1 secolo (al massimo del 11), dopo la di­
struzione del tempio di Gerusalemme? Resi diffidenti da versetti come
2,2 e 3 ,17 , i lettori avrebbero dichiarato falsa la lettera perché le previ­
sioni di 2,3 s. non si erano realizzate (nessun «falso dio» si era insediato
nel tempio), né vi poteva essere speranza che si realizzassero in futuro,
visto che il tempio era stato distrutto per sempre. Pertanto, solo prima
della distruzione del tempio (nell’anno 70, poco dopo la morte dell’apo­
stolo) la seconda lettera ai Tessalonicesi poteva aspirare a essere consi­
derata autentica. Inoltre, se ancora non circolava alcuna edizione delle
lettere di Paolo, gli unici che potevano essere al corrente di una prima
lettera ai Tessalonicesi erano i tessalonicesi stessi.
A nostro avviso, dunque, l’unica ipotesi percorribile è che un buon
discepolo dell’apostolo (è evidente perché diciamo questo), a Tessaloni-
ca e prima dell’anno 70, abbia voluto correggere un’altra persona che,
con un certo successo, aveva scritto una falsa lettera di Paolo.
A parte l’ipotesi dell’autenticità, che è alquanto più semplice.

Bibliografìa
Per la bibliografia si rinvia a quella citata alla fine del cap. ir, con i commenti di
Rigaux, Bruce, Marshall, Laub e Jewett, comprensivi di entrambe le lettere; a que­
sti è da aggiungere il commento di W. Marxsen, Der zweite Thessalonicherbrief,
Ziìrich 1982, relativo alla seconda soltanto. Si veda inoltre H.-A. Egenolf, Secon­
da lettera ai Tessalonicesi, Roma *1968.
Come cornice per un confronto sereno e approfondito si possono consultare
da una parte il commento di Rigaux e dall’altra la citata tesi di Giblin, The Threat.
Parte terza

Le grandi lettere
Sebbene oggigiorno, oltre alle quattro grandi lettere (Romani, i e z Co­
rinti e Galati), altre tre siano considerate autentiche (i Tessalonicesi, Fi-
lippesi e Filemone), le quattro maggiori, scritte in uno stesso periodo
della vita dell’apostolo, ossia durante il cosiddetto «terzo viaggio», con­
tinuano a essere il paradigma del paolinismo. Le teologie di Paolo soli­
tamente illustrano la teologia di questi quattro testi, quando non espon­
gono soltanto quella del più importante tra di essi. Dedicheremo perciò
capitoli relativamente ampi alle quattro lettere maggiori (capp. vn-x),
oltre a un compendio degli elementi più specifici della teologia paolina
(cap. xi) alla fine di questa terza parte.
Capitolo v ii

La prima lettera ai Corinti

Se la lettera ai Romani è evidentemente la più importante per chi consi­


deri Paolo da un punto di vista teologico, la prima lettera ai Corinti lo
è, invece, per chi si occupa più di questioni storiche, in quanto offre la
possibilità di «toccare con mano», in tutti i suoi pregi e difetti, la realtà
concreta di una comunità cristiana del i secolo agli albori della sua esi­
stenza. Studieremo la lettera seguendo lo schema adottato per le due pre­
cedenti.

I. I D A T I D E L P R O B L E M A

i. Corinto e la sua evangelizzazione


La posizione di Corinto,1 situata sull’istmo omonimo, ha sempre attrat­
to gli antichi. Sull’acropoli, una vera e propria montagna fortificata,
sorgeva il tempio di Afrodite (Venere). La vocazione marittima del luo­
go si sviluppò a partire dall’vin sec. a.C. e Corinto si trasformò in un
agglomerato urbano formato da tre nuclei che occupavano un’estensio­
ne di 15 km: l’acropoli, il porto orientale di Cenere e quello occidentale
di Lecheo, ove si situa approssimativamente la città attuale. I quartieri
residenziali si trovavano nella città bassa, ove abbondavano le botteghe
di ceramica in stretto contatto con l’Oriente. Vi si ergeva anche un tem­
pio dedicato ad Apollo.
Mentre combatteva nell’Egeo, Corinto fondava colonie nell’Adriati­
co, come ad esempio Siracusa. La città sopravvisse al predominio di Ate­
ne, quindi a quello di Sparta, di Tebe e a quello dei macedoni. Coinvol­
ta nelle guerre contro Roma, nell’anno 146 a.C. fu infine saccheggiata e
rasa al suolo.
Cesare la riedificò nel 44 a.C. e vi stabilì una colonia di veterani, nel­
la quale confluì una grande quantità di schiavi, liberti e uomini liberi in
cerca di fortuna.
Impegnata nel commercio marittimo e nel lavoro industriale, Corinto
divenne allora un centro di turismo e di divertimento. Era la capitale
della provincia romana dell’Acaia e vi si trasferiva gente proveniente da
1. J. M urphy-O ’Connor, St. Paul’s Corinth. Texts and Archaeology, Wilmington 1 9 8 3 ; Elli-
ger, Paulus, 2 0 0 -2 5 1.
j 6o Le grandi lettere

ogni parte dell’impero romano. Costituiva un centro di governo, di com­


mercio e di attività sportive. Aveva fama di città popolosa e ricca, ma
era nota anche per la corruzione dei costumi: il verbo korinthiazesthai,
«vivere alla corinzia», significava dedicarsi al libertinaggio.
Paolo si reca a Corinto dopo la missione ad Atene, probabilmente al­
l’inizio degli anni 50.1 La data è nota con una certa esattezza perché il
proconsolato di Gallione, con il quale Paolo ebbe a che fare durante la
sua permanenza nella città, durò al massimo dal 51 al 52. Luca non di­
ce che l’apostolo giunse nella città particolarmente «scottato» dal ricor­
do del fallimento di Atene (Atti 17,32), bensì che, al contrario, «si dedi­
cò tutto alla parola, annunciando ai giudei che Gesù è il Cristo» (Atti
i8,5).
Certamente Paolo dichiara di non aver annunciato il mistero di Dio
«con sovrabbondanza di parola o di sapienza» (1 Cor. 2,1), ma ciò non
significa che abbia rinunciato alle «fioriture retoriche» (comunque di­
screte) del discorso dell’Areopago (Atti 17 ,2 2 -3 1): semplicemente per­
ché il discorso non è opera di Paolo, ma di Luca. E quando l’apostolo
afferma di non aver saputo altro se non Gesù, e «questi crocifisso» (1
Cor. 2,2), non riteniamo che, visto l’esito del discorso all’Areopago (At­
ti 17,32.), abbia rinunciato a parlare della risurrezione, poiché in 1 Cor.
15 ,1-4 , a tutte lettere e riferendosi allo stesso momento storico, afferma
chiaramente di aver parlato loro della risurrezione. Il fatto è che per un
greco alla ricerca della sapienza (1 Cor. 1,2 2 s.) la risurrezione stessa di
«quel crocifisso» continuava a essere uno scandalo assoluto.
Infine, quando Paolo dichiara di essere giunto in mezzo a loro «in de­
bolezza, e con molto timore e trepidazione» (1 Cor. 2,3), non bisogna
pensare all’avvilimento: la «debolezza» sociologica di Paolo era eviden­
te, poiché né la presentazione esterna, né la sua origine, né gli studi
compiuti, né il suo messaggio in quanto tale facevano di lui un invitato
ambito in una società sofisticata. Tuttavia si tratta di una debolezza non
detestata ma amata, che dà pieno risalto alla forza di Dio. Come affer­
ma il v. 5 e, ad esempio, pure 2 Cor. 4,7: «Noi abbiamo questo tesoro
in vasi di creta, perché la sovrabbondanza della potenza sia di Dio e
non nostra».
Quanto al «timore» e alla «trepidazione» (1 Cor. 2,3), diremmo che
si tratta dell’indescrivibile sensazione di essere uno strumento nelle ma­
ni di Dio; non ha nulla a che vedere con la paura. Per chi non trovi ab-

z. Alcuni dettagli in più sull’evangelizzazione di Corinto e la comunità ivi fondata sono forniti
in Nacido a tiempo 145-1 59 ; la problematica inerente a Corinto è ben impostata nelle già ci­
tate opere di Theissen, Sociologia-, Meeks, I Cristiani dei prim i secoli-, Holmberg, Paul, nonché
in R.W. Graham, Paul’s Pastorate in Corinth. A Keyhole View o f His M inistry: LexTQ 17
(198Z) 45-48.
La prima lettera ai Corinti 161

bastanza chiari altri testi di Paolo (2 Cor. 5 ,1 1 ; 7 ,1 .1 5 ; Fil. 2, 12), cite­


remo uno dei Salmi: «Servite il Signore con timore, esultate con tremore
{Sai. 2 ,1 1 LXX).
Lo schema di evangelizzazione a Corinto è, stando agli Atti, sempre
lo stesso: Paolo predica nella sinagoga ogni sabato (Atti 18,4) finché rom­
pe i rapporti con i giudei (piuttosto energicamente, secondo Atti 18,6);
va quindi a vivere a casa di un proselito, Tizio Giusto, che abitava vici­
nissimo alia sinagoga (v. 7). La conversione del capo della sinagoga, Cri-
spo, e di tutta la sua famiglia (v. 8) confermerebbe la vicinanza-lonta­
nanza dell’apostolo dall’istituzione giudaica; probabilmente Crispo fu
uno dei pochi che Paolo battezzò personalmente (1 Cor. 1,14).
Atti 18,9 s. conferma che Paolo non subì persecuzioni a Corinto, potè
infatti restarvi per un anno e mezzo, più tempo del solito. Il v. 12 , come
si è accennato, fornisce un dato prezioso per stabilire la cronologia di
Paolo, che deve comparire davanti al proconsole Gallione. Questi restò
in carica dal 5 1 al 52 (il proconsolato aveva durata annuale). Se ne rica­
va che Paolo dovette concludere il suo secondo viaggio verso l’anno 52.

2. Occasione della lettera

In j Cor. 16,8 s. l’apostolo dice chiaramente di trovarsi a Efeso perché


gli si è aperta una «grande porta» per l’evangelizzazione, anche se gli
avversari non mancano. Questi avversari (per intenderci, i non cristiani)
dovettero essere la causa del «combattimento con le belve» di cui parla
j Cor. 15,32. Potrebbe trattarsi di una rivolta come quella degli argen­
tieri, meno eclatante ma più pericolosa, visto che nella precedente Pao­
lo, stando ad Atti 19,30, non fu direttamente coinvolto. In ogni caso si
trattò di un episodio in più per ricordarsi dell’eventualità del martirio.
Questo incidente potrebbe aver fornito l’occasione per scrivere una
lettera ai corinti di cui si sa ben poco, tranne che in essa Paolo li esorta­
va a non mescolarsi con gli impudichi (1 Cor. 5,9), riferendosi a coloro
che, malgrado vivessero in modo immorale, volevano comunque restare
nella comunità, come l’individuo cui si allude al v. 1.
I corinti dovettero capire male e si impegnarono nell’impresa, prati­
camente impossibile, di separarsi da tutti gli impudichi di Corinto. La
replica di Paolo è nota (w. 10 -13). Si tratta di una risposta interessante
e assai conforme allo stile di Gesù: i cristiani formano un popolo santo
al loro interno, ma continuano a essere disponibili a convivere con quel­
li di fuori, per quanto peccatori essi siano. E un segno di grande maturi­
tà; in fondo, è lo stesso spirito della lettera di Geremia ai deportati di
Babilonia (Ger. 29; cfr. spec. v. 7).
Quella prima lettera, che non è giunta fino a noi, dovette indurre i
l 6z Le grandi lettere

corinti a tenersi in contatto con il loro apostolo; gli comunicavano i pro­


blemi sorti nella comunità (i , i i ; 5,1; 6,1) oppure gli ponevano doman­
de dirette (7,1.25; 8,1; 12,1). Ogni tanto, magari una volta alla settima­
na, Paolo si metteva a rispondere a tali questioni, riflettendo su di esse e
giungendo a comporre una lettera di lunghezza considerevole (tanto più
per quell’epoca!), che infine inviò loro.3
Si può affermare che in questa lettera, che chiamiamo prima ai Corin­
ti benché in realtà sia la seconda, Paolo elabora ampiamente la sua ri­
sposta ai singoli problemi. Considerando i capitoli (la divisione in capi­
toli è molto posteriore alla lettera, ma dà un’idea della lunghezza), si può
vedere che ne dedica quattro (capp. 1-4) al problema dei gruppi; uno
(cap. 5) a quello dell’incesto; uno (cap. 6 ) alla questione dei processi ci­
vili; uno (cap. 7) al parere su matrimonio e verginità; tre (capp. 8-10) al
problema della carne sacrificata agli idoli; quattro (capp. 1 1 -1 4 ) a varie
questioni riguardanti le assemblee comunitarie e uno (cap. 15) alla risur­
rezione, oltre al capitolo conclusivo (cap. 16).
Che Paolo si dilunghi su molti temi, aspettando di finire prima di in­
viare la lettera, significa che non ritiene vi siano questioni di vita o di
morte da risolvere urgentemente. Soprattutto si può osservare che l’apo­
stolo non ha dubbi sulla propria posizione all’interno della comunità,
malgrado alcuni dissidenti:
Non venendo io da voi, alcuni si sono imbaldanziti (alla lettera «gonfiati»). Ver­
rò presto, se il Signore lo vorrà, e prenderò conoscenza non delle parole di questi
«gonfiati», ma della loro forza... Che volete? Che venga da voi con il bastone o
con amore e con spirito di mansuetudine (4,18 s.21)?
Se l’apostolo scherza con l’idea del bastone, è perché ancora non ne ha
bisogno. Quanto poi al luogo e al tempo della composizione della lette­
ra, si è già detto che Paolo si trovava a Efeso, dove gli si era aperta una
«porta grande» per l’evangelizzazione, anche se con molti avversari ( 1 6,
9). Progetta di fermarvisi fino a Pentecoste (v. 8), quindi di recarsi con
calma in Macedonia (v. 5) per trascorrervi l’estate e, prima che cessi la
navigazione, giungere a Corinto per passarvi l’inverno (v. 6), affinché
siano i corinti a predisporre il necessario per la tappa successiva. Si sup­
pone che tale «preparazione» consista nella colletta per Gerusalemme e
questa sia la destinazione ultima del suo viaggio; tuttavia Io comunica
usando il condizionale (vv. 3 s.) e non desidera contraddirsi.
Non è facile trasformare questi dati in una cronologia, ma sono gli
unici disponibili. Gli Atti sono di aiuto quando affermano che l’aposto-

3. Cfr. J.C , Hurd, The Origin o f i Corìnthians , New Y ork 1 965; J. Sanchez Bosch, La Prima
di San Paolo ai Corinti come opera pastorale, in L. De Lorenzi, Freedom and Love , Roma
1 9 8 1 , 2 9 3 - 3 12 .
La prima lettera ai Corinti 16 3

10 si trattenne un anno e mezzo a Corinto (18,11) e tra i due e i tre anni


a Efeso (19,105 20,31). È evidente che il viaggio preannunciato in 1 Cor.
16,5 s. è di commiato e Paolo non intende abbandonare un lavoro frut­
tuoso senza avervi dedicato almeno un anno. D’altra parte i fatti che ri­
caveremo dalla seconda ai Corinti non si inseriscono molto bene in uno
schema tanto semplice. Ragione di più per affermare che vi fu un cam­
biamento di programma e che, se la permanenza a Efeso durò davvero
tre anni, siamo alla metà di questo periodo; tale ipotesi armonizza sia i
fatti narrati in 1 Corinti sia quelli riportati in 2 Corinti. Calcolando che
nell’anno 52 Paolo stava ancora predicando a Corinto, è più probabile
pensare al primo trimestre del 5 5 che agli anni immediatamente seguen­
ti. Se la data successiva fornita dalla cronologia assoluta (l’incarcerazio­
ne di Paolo a Gerusalemme) riguarda l’anno 58, si ha tempo sufficiente
per collocare tutti i fatti narrati, lasciando ampi intervalli per viaggi
come quelli di cui si è appena parlato. Tuttavia vi sono studi sulla cro­
nologia che collocano l’entrata di Festo a Gerusalemme nell’anno 55.4
Se questo dato venisse confermato, saremmo indotti a «comprimere»
tutta la storia anteriore e a datare la prima ai Corinti all’anno 53.

3. Stile e vocabolario

11 greco popolare koinè come lingua base, il livello linguistico e lo stile caratteristi­
co dei Settanta - non ricercato, ma assai preciso quando il tema lo richiede -, con­
tinuano a essere il modello generale in questa seconda fase delle lettere paoline:
stesse premesse di una costruzione del discorso molto più greca (perché non si sta
traducendo letteralmente un testo ebraico), pochissimi semitismi lessicali, un uso
frequente di parole e locuzioni prettamente greche, anche se caricate di significa­
to dalla tradizione giudaica e cristiana.
Il vocabolario di 1 Corinti si compone di 967 voci. Con esso l’autore elabora
un’opera di 6807 parole, con una media di utilizzo - tenuto conto della lunghez­
za della lettera - superiore al resto delle lettere paoline (6807 : 967 = 7,04). Ro­
mani, ad esempio, con un’estensione maggiore dà una proporzione minore (7094 :
1068 = 6,64). Questo è comprensibile in una lettera che affronta varie tematiche
e prende in considerazione situazioni molto concrete.
Abbondano anche gli hapax neotestamentari: sono 125 e si collocano entro le
stesse coordinate lessicali di 1 Tessalonicesi, Di essi, 96 compaiono come tali nei
LXX o in altre versioni greche. Ve ne sono poi 17 che ricorrono solo nel greco pro­
fano: agenes («insignificante»),adapanos («gratuito»),adelos («all’oscuro»), ame-
takinetos («immobile»), apeleutheros («liberto»), aperispastos («senza distrazio­
ni»), doulagogein («schiavizzare»), energema («intervento potente»), therioma-
chein («combattere con le belve»), hierothyton («sacrificato in un santuario» [car-

4. A . Subì, Paulus und seine Briefe. Ein Beitrag zur paulinischen Chronologie , Gutersloh 1 9 7 5 ,
3 3 3 - 3 3 8 ; concorda anche Liidemann, Chronologie, 1 9 7 s.; dissente Nacido a tiempo 2.60.
16 4 Le grandi lettere

ne]), katabarein («gravare»), kemoun («frenare»), komatt («portare capelli lun­


ghi»), nepiazein («agire come un fanciullo»), ospbresis («olfatto»), pykteuein («fa­
re a pugni»), rhipe («batter d’occhio»), synzetetes («ricercatore»). Gli hapax re­
stanti (12 in tutto), non conosciuti come tali, sono derivazioni di termini noti:
diermeneutes («interprete»), euparedros («presentabile»), logeia («colletta»), olo-
threutes («sterminatore»), peitbos («discorso persuasivo»),perpereuesthai («van­
tarsi»), typikos («come modello» [per i successori]), hyperakmos («ardente»),
choikos («fatto di fango»), chresteuesthai («essere benigno»). Spiccano infine un
palese latinismo (makellon, «mercato di generi alimentari» ) e una nota espressione
in aramaico: marana tha.
Tra i termini «religiosi» assenti nella prima ai Tessalonicesi ma non in altre
lettere paoline citiamo: adikeitt («commettere un’ingiustizia»), baima («sangue»),
hairesis («scuola», «fazione»), aion («secolo»), akathartos («impuro»), akrobys-
tia («incirconcisione»), hamartanein, hamartema («peccare», «peccato»), anathe-
ma («anatema» [esclusione dalla comunità]), anastasis («risurrezione»), apekde-
cbesthai («attendere» [la parusia]), apistos («infedele»), apodeixis («dimostrazio­
ne»), apolytrosis («redenzione»), apostellein («inviare»), astheneia, asthenein
(«debolezza», «essere debole»), auxanein («crescere»), aphtharsia, apbthartos
(«immortalità», «immortale»), apbron («stolto»), baptizein («battezzare»), basi-
leuein («regnare»), bebaioun («confermare»), blasphemein («bestemmiare»), gen-
nan («generare»), glossa («lingua»), graphe («scrittura»), diatbeke («patto», «te­
stamento»), diakortia, diakonos («ministero», «ministro»), diakrinein, diakrisis
(«discernere», «discernimento»), didaskalos, didacbe («maestro», «dottrina»), di-
kaiosyne, dikaioun («giustizia», «giustificare»), dokimos («provato»), doulos,
douloun («servo», «servire»), eikon («immagine»), eleein («avere compassione»),
elpizein («sperare»), energema, energes («azione potente», «potente»), entole («co­
mandamento»), epiginoskein («conoscere» [in profondità]), epikalein («invoca­
re»), epitage («direttiva»), hermeneia, hermeneutes («interpretazione», «interpre­
te»), hetoimazein («preparare»), eulogein, eulogia («benedire», «benedizione»),
zelos, zeloun, zelotes («zelo», «avere zelo», «zelante»), zoe, zoopoietn («vita»,
«vivificare»), thanatos («morte»), themelios («fondamento»), hikanos («capa­
ce»), kainos («nuovo»), karpos («frutto»), katangellein («annunziare»), kauche-
ma («motivo di vanto»), kephale («capo»), kerygma («proclamazione»), klero-
nornein («ereditare»), kletos («chiamato»), koinonia, koinonos («comunanza»,
«compartecipe»), kosmos («mondo»), ktizein («creare»), makarios («beato»),
martyrein («testimoniare»), mataios («vano»), melos («membro»),merizein («di­
videre»), metecbein («aver parte»), misthos («ricompensa»), moria («follia»),
nepios («bambino»), nomos («legge»), oikein, oikia, oikodome, oikonomia, oi-
konomos, oikos («abitare», «casa», «costruzione», «amministrazione», «ammi­
nistratore» ), paidagogos («sorvegliante dei bambini»), palaios («antico»), paradi-
domi («consegnare», «trasmettere una tradizione»), peritome («circoncisione»),
pleroma («pienezza»), pneumatikos («spirituale»), praytes (mansuetudine»),pro-
orizein («predestinare»), sarkikos, sarkinos, sarx («carnale», «carne»), skandali-
zein, skandalon («scandalo»), sophia («sapienza»), speirein («seminare»), stau-
ros, stauroun («croce», «crocifìggere»), synkoinonos («compartecipe»), sympas-
chein («soffrire con»), syneidesis («coscienza»), synergein («collaborare»), sphra-
La prima lettera ai Corinti 16 5

gis («sigillo»), teleios («perfetto»), trapeza («mensa»), hypotassein («sottomette­


re» ),phaneroun,phanerosis («manifestare», «manifestazione»),phthartos,phthei-
rein, phthora («corruttibile», «corrompere», «corruzione»), charizesthai, charis-
ma («concedere una grazia»; «dono», «carisma»), psalleìn («cantare» [salmi]).
Questa lettera, la più ricca quanto a vocaboli diversi, ospita anche una grande
varietà di termini significativi propri (assenti dalle altre sei lettere sicuramente
autentiche). Se ne contano 206, ossia più di un quinto del lessico totale. Ne pre­
sentiamo solo alcuni: azymos («azimo» [pane privo di lievito]), atbanasìa («im­
mortalità»), akarpos («senza frutto» [spirituale]), akolouthein («seguire»), ame­
rannos («senza preoccupazioni»), anakrtnetn («giudicare»), anamnesìs («ricor­
do»), anenkletos («irreprensibile»), anomos («iniquo»), apokryptein («nascon­
dere»), apolouein («lavare»), biotikos («mondano» [di questa vita]), gratnma-
teus («scriba»), daimonion («demonio»), deipnein, deipnon («banchettare», «ban­
chetto»), diairein, diairesis («distribuire», «distribuzione»), diermeneuein («inter­
pretare»), boi dodeka («i dodici» [apostoli]), hedraios («saldo»), eidolothyton
(«carne sacrificata»), ekkathairein («espellere» [ciò che è impuro]), eklegestbai
(«scegliere»), ekpeirazein («tentare»), elachistos («il più piccolo»), elenchein («ac­
cusare»), endoxos («glorioso»), ennomos («conforme alla legge»), enochos («col­
pevole»), entrepein («rimproverare»), epitrepein («permettere»), epoikodomein
(«costruire sopra»), eschatos («ultimo»), thyein («sacrificare»), hieron, hieros
(«santuario», «santo»), kìan («spezzare» [il pane]), kyriakos («del Signore»),
mataios («vano»), metechein («aver parte»), mimneskesthai («rammentare»),
molynein («contaminare» [lo spirito]), nouthesia («ammonimento»), oikonomia
(«amministrazione»), ophelos («utilità»), pascha («pasqua» [giudaica]), pente-
koste («Pentecoste» [festività giudaica]), pneumatikos («spiritualmente»), poi-
mainein, poimne («pascolare», «gregge»), poterion («calice»), prepein («conve­
nirsi»), proskynein («adorare»), propheteuein («profetizzare»), sabbaton («saba­
to»), synagein («radunarsi»), synanamignysthai («mescolarsi»), synbasileuein
(«regnare insieme»), synidein («aver coscienza»), synercbesthai («riunirsi»), sy-
nesisy synetos («comprensione», «intelligente»), schisma («divisione», «scisma»),
teresis («osservanza» [dei comandamenti]), hyperetes («servo» nella chiesa), phi-
lein («amare»), physioun («gonfiarsi» [inorgoglirsi]), photizein («illuminare»),
psalmos («cantico», «salmo»), psendomartys («falso testimone»), psycbikos
(«non spirituale»). Riguardo ai termini citati, osserviamo che presuppongono, nel­
la comunità prevalentemente pagana cui si rivolgono, una particolare competen­
za circa le istituzioni e concezioni dell’Antico Testamento, come pure - per certi
aspetti - quanto al mondo delle parabole di Gesù.4

4. Suddivisioni della lettera

Nonostante la maggior estensione, la prima ai Corinti non ha nulla da


invidiare alla prima (e alla seconda) Tessalonicesi quanto a carattere epi­
stolare e a linguaggio familiare. Si può dire infatti che, senza abbando­
nare un certo stile colloquiale, riesce ad affrontare temi più elevati e in
forma più personale, giungendo a esporre ragionamenti quasi filosofici
1 66 Le grandi lettere

presentati evidentemente in modo più retorico.5 Il carattere epistolare


dello scritto è evidente neWindirizzo (Tizio saluta Caio), più ampio ri­
spetto a i Tessalonicesi, e nelle raccomandazioni, saluti e benedizioni fi­
nali, che costituiscono l’intero cap. 1 6. In modo analogo a i Tessaloni­
cesi, anche qui all’indirizzo iniziale segue una captatio benevolentiae in
forma di rendimento di grazie a Dio per i progressi compiuti dalla co­
munità (1,4-9). Come lettera pastorale parte da realtà concrete, le illu­
mina con la dottrina e le orienta con l’esortazione, tuttavia si può dire
che non contiene tanto sezioni narrative, dottrinali o esortative, quanto
piuttosto sezioni tematiche (in forma di lettere indipendenti), nelle quali
questi tre aspetti si combinano insieme. Come si vedrà, i grandi temi ruo­
tano attorno alla realtà di alcuni gruppi (capp. 1-4), alla santità (capp.
5-7), alle riunioni ecclesiali (capp. 8-11), ai carismi (capp. 12-14) e alla
risurrezione (cap. 15).
Questi potrebbero essere i cinque grandi blocchi tematici (detti «di­
scorsi»)6 che compongono la lettera. Bisogna tuttavia tener conto anche
di qualche «corpo estraneo» all’interno di molte delle sezioni individua­
te: a) i processi civili (6,1-11), mentre il tema proposto era quello della
fornicazione; b) la libertà dell’apostolo (cap. 9), mentre si stava parlan­
do della carne sacrificata agli idoli; c) un lungo inno alla carità (cap.
13), quando di fatto si sta discutendo di profezia e dono delle lingue.
Questi «corpi estranei» saranno classificati nella categoria che la retori­
ca latina definiva digtessio: un tema apparentemente estraneo, che serve
all’oratore per giungere con maggior successo (o, come in questo caso,
con maggior profondità) alla conclusione desiderata.
Riteniamo importante anche una suddivisione del secondo e del terzo
blocco all’interno del corpus della lettera (rispettivamente capp. 5-7 e 8­
11). Nel primo blocco, i capp. 5 s. «elaborano» la denuncia presentata
riguardo a un caso di incesto, mentre il cap. 7 risponde esplicitamente a
una domanda scritta posta dai corinti. Nel secondo blocco, il tema an­
nunciato in 8,1 si svolge fino a 10,33 - non «cercare» (si legga «mangia­
re») ciò che piace -, forse fino a 1 1 ,1 («fatevi miei imitatori»), ma non
va oltre. D’altra parte, 11,2 è un buon inizio di capitolo per il tema del
velo delle donne, incentrato sulla tradizione; a questo si aggiunge, dopo
una pausa, il tema delle assemblee eucaristiche (vv. 17-34), anch’esso
imperniato sulla tradizione.

5. Cfr. Probst, Paulus-, M . Bunker, Briefformular und rhetorische Disposition im ersten Korin -
therbrief, Gòttingen 19 8 3 .
6. Bunker, Briefformular, 5 1 -5 9 , considera i capitoli 1-4 un discorso completo; lo stesso alle
pp. 59-72. riguardo al cap. 15. Da parte sua, B. Standaert, Analyse rhétonque des chapìtres 12
à 14 de 1 Cor, in L. De Lorenzi, C harisma und Agape, Roma 1 9 8 3 , 2.3-50, concepisce i capp.
1 2 - 1 4 come un discorso unitario.
La prima lettera ai Corinti 16 7

Se abbiamo ragione allora, cercando di non cadere nella speculazione,


osserveremo che sia i capp. 8-11 sia i capp. 12-14 Parlano delle riunioni
cristiane: nei capp. 8-11 ne verrebbe sottolineata la santità, nei capp.
12-14 l’unità. Questo creerebbe il collegamento con i capp. 1-4 e con i
capp. 5-7, nei quali si parlava rispettivamente di unità e di santità. Ri­
sulterebbe così il seguente schema:
a (capp. 1-4) unità
b (capp. 5-7) santità
b' (cap p . 8 - 1 1 ) san tità
c' (capp. 12-14) unità.
Prima di passare a una descrizione più minuziosa del contenuto della
lettera, che rimandiamo al paragrafo seguente, è opportuno riepilogare
le suddivisioni appena delineate. Nei casi in cui all’interno di una sezio­
ne si presenterà una digressione, provvisoriamente si parlerà prima di
«esposizione» e poi di «soluzione». Ne risulterà:
1. Prologo epistolare (1,1-9)
a) Indirizzo (1,1-3)
b) E s o r d io ( 1 ,4 -9 )
2. Primo discorso: i gruppi (capp. 1-4)
3. Secondo discorso: la santità (capp. 5-7)
a) Un caso di fornicazione (capp. 5 s.)
Esposizione (cap. 5)
Digressione sui processi civili (6,1-11)
Soluzione (6,12-20)
b) Matrimonio e verginità (cap. 7)
4. Terzo discorso: le riunioni (capp. 8-11)
a) La carne sacrificata agli idoli (capp. 8-10)
Esposizione (cap. 8)
Digressione sulla libertà dell’apostolo (cap. 8)
Soluzione (10,1-11,1)
b) Le riunioni cristiane (11,2-34)
Il velo delle donne (11,2-16)
Le assemblee eucaristiche (11,17-34)
5. Quarto discorso: i carismi (capp. 12-14)
a) Esposizione (cap. 12)
b) Digressione sulla carità (cap. 13)
c) Soluzione (cap. 14)
6. Quinto discorso: la risurrezione (cap. 15)
7. Conclusione della lettera (cap. 16).
Si sono così delineati solo i blocchi che hanno una certa identità loro
propria. Il lavoro di suddivisione proseguirà via via durante la lettura
della lettera. Risulterà evidente che una lettera di sedici capitoli non è
facile da inquadrare come una di cinque. Tantomeno se è di Paolo.
II. LETTURA D ELLA LETTERA

Nei limiti del possibile cercheremo di delineare il filo argomentativo di una lette­
ra assai più ampia di quelle presentate precedentemente, completando adeguata­
mente lo schema proposto.

1. Prologo epistolare (1,1-9)


a) Indirizzo (1,1-3): Paolo allarga il saluto iniziale (Titus Caio salntem) in misu­
ra maggiore rispetto a 1 Tessalonicesi, aggiungendovi persone o gruppi che si tro­
vano altrove (forse i «vicini» alla «parrocchia»: v. z ) 7
b) Esordio (1,4-9): anch’esso prende la forma di un rendimento di grazie,8 in­
centrato sui carismi (w. 4-7a, che preparano i capp. iz-14) e sull’attesa della pa-
rusia (w. 7b-8, che preparano il cap. 15). Dopo l’unico punto e a capo, il v. 99
esprime la sua fiducia nel futuro, poiché la chiamata viene da Dio.

2. Primo discorso: i gruppi (capp. 1-4)

Di questi quasi quattro capitoli si può dire che sono molto simili a una lettera
completa, con un finale tipicamente epistolare in cui Paolo dice di aver mandato
Timoteo ma che poi verrà egli stesso (4,17-21). Il resto forma un discorso abba­
stanza completo, che può essere Ietto in chiave di retorica latina.
Inizia con una proposizione chiarissima (1,10) in forma di esortazione: deside­
ro che non vi siano divisioni.
Segue un’esposizione sullo stato della questione (vv. 11-16): le divisioni (w.
11 s.) equivalgono a sostituire Cristo con un uomo (w. 13-16). Il v. 17 consente
il passaggio a un argomento più teorico: non bisogna svuotare di contenuto la
croce di Cristo.
L ’argomentazione ruota attorno a due tesi, volutamente paradossali: «La pa­
rola della croce è stoltezza» (1,18) e «Tra i perfetti parliamo di sapienza» (2,6);
entrambe si concludono con un riferimento esplicito (2,1 e 3,1: «E io, fratelli...»)
all’attività di Paolo. Il resto dell’argomentazione si svolge in modo più disinvolto
da un punto di vista sintattico. Vi compare una terza tesi (3,5-9), seguita an-
ch’essa da un rimando all’operato dell’apostolo (vv. 10-15) e da alcune conclu­
sioni (3,16-4,5).
La prima tesi presenta un ampliamento: la composizione della comunità (v.
26) fa capire che Dio ha ridotto a nulla tutto ciò che è del mondo (vv. 27-29),
anche se in Gesù Cristo ritorniamo a essere qualcosa (vv. 30 s.).
Il primo episodio che si riferisce all’attività di Paolo (2,1-5) descrive la sua ri­
nuncia alla sapienza umana quando giunse per la prima volta a predicare (vv. 1­
4), affinché a prevalere fosse la potenza dello Spirito (v. 5).
La seconda tesi (2,6-16) approfondisce ulteriormente il tema: la nostra sapien­
za non è quella del mondo né quella dei «principi» (invisibili) di questo mondo
7. In modo simile a z Tess. 1,3 .
8. Cfr. 1 Tess. 1,2 ; 2 ,1 3 . 9. Analogamente a 1 Tess. 5,24 ; z Tess. 3,3.
La prima lettera ai Corinti 16 9

(v. 6), i quali, non conoscendola, crocifissero il Signore della gloria (v. 8). È inve­
ce la sapienza nascosta di Dio (vv. 7.9), che ci è stata rivelata dallo Spirito (vv.
10-12) e può essere trasmessa solo a chi è in grado di intenderla (vv. 13-16).
Il secondo episodio, introdotto da un pronunciato «E io, fratelli...» {3,1, come
in 2,1), spiega che Paolo non comunicò ai corinti tale sapienza perché erano co­
me «neonati in Cristo» {vv. ib-2), e lo dimostrano le discordie esistenti tra loro
(vv. 3 s.).
Questa peiicope apre la strada a una specie di terza tesi (vv. 5-9), che si svolge
quasi in sordina (3,5: «Ma che cosa è mai Apollo?...»): in cinque frasi parallele
(rispettivamente w. jb.6.7.8.9) ripete che loro non sono niente, mentre Dio è
tutto.
Introducendo un terzo episodio con una formula diversa dalle precedenti, Pao­
lo torna a parlare della propria attività, stavolta in termini architettonici (3,10):
vi è un solo fondamento, ed è Cristo (v. 11), ma gli altri devono vedere che cosa
costruiscono sopra di esso (vv. 12 s. 14.15).
Senza cambiare tono (e quasi senza punteggiatura), da quanto detto si traggo­
no alcune conclusioni: voi siete il tempio di Dio (vv. 16 s.); la sapienza umana
non ha valore (w. 18-20); neanche gli uomini possono attribuirvi valore (vv. 2 1­
23), né tantomeno il giudizio degli uomini (4,1-5).
Paolo passa poi improvvisamente d a l l a teoria all’imprecazione, come è tipico
della perorazione: non bisogna parteggiare per l’uno o per l’altro (v. 6), perché
tutti abbiamo ricevuto lo stesso privilegio (v. 7) e i valori non si trovano dove
molti credono (v. 8). Dio «gratifica» i suoi apostoli con ogni sorta di umiliazioni
(w. 9-13).
Cambia poi nuovamente tono per assicurare che si tratta di un ammonimento
paterno (vv. 14-16). Si tratta già di una conclusione, ma vi si aggiunge uno dei
finali epistolari più evidenti all’interno di una lettera (vv. 17-21): Timoteo vi ri­
chiamerà alla memoria le mie vie (v. 17) ma, siccome c’è chi sta approfittando
della mia assenza (v. 18), sono disposto a tornare presso di voi (vv. 19-21).

3 .Secondo discorso: la santità (capp. 5-7)

Il resto della lettera si presenta come una serie di corpora indipendenti, che tut­
tavia mantengono, come già si è osservato, un certo senso della disposizione. Que­
sta sezione contiene, proprio all’inizio, due allusioni (quasi due parentesi) agli at­
teggiamenti appena denunciati: 5,2, «E voi siete tronfi» (cfr. 4,6.18 s.), e 5,6a,
«Non è una bella cosa il vostro vanto» (kauchema; cfr. 4,7).

a) Un caso di fornicazione (capp. 5 s.)

Esposizione (cap. 5). Per Paolo un caso di incesto non merita fioriture retoriche.
Riguardo al caso specifico, all’esposizione (v. 1) fa subito seguito la soluzione: in
forma di recriminazione (v. 2) e quindi di sentenza {vv. 3-5). Dopo la breve pa­
rentesi cui si accennava prima (v. 6a), compare una riflessione in tono conclusivo
sulla nostra condizione di «azimi» (qualcosa di puro e di santo) nella pasqua di
170 Le grandi lettere

Cristo (vv. 6-8). L’allusione a una lettera precedente (5,9) ci porta a un amplia­
mento (tecnica nota in retorica) del tema: precisare i limiti della nostra separa­
zione dal mondo e della nostra presenza in esso (vv. 9-13).
Digressione sui processi civili (6,1-11). Il caso dei processi civili aiuta a com­
prendere la stessa correlazione: poiché siamo santi (w. 1-3) e fratelli (vv. 5-8), non
possiamo sottometterci al giudizio del mondo: potrebbero farlo i più spregevo­
li della comunità (v. 4). Viene ampliato il tema del contrasto tra gli ingiusti (cfr.
w . 1.7 s.) e i santi (cfr. vv. 1 s.): gli ingiusti, con i loro dieci vizi, non erediteran­
no il regno (vv. 9 s.), mentre voi, lavati per mezzo del battesimo, non siete più
ingiusti ma siete diventati santi (v. n ).
Soluzione (6,12-20). Tra i vv. 11 e 12 vi è una pausa obbligata (impossibile
leggerli uno di seguito all’altro!). In una specie di perorazione (il tono si è alzato
fin dai versetti precedenti) Paolo conclude la trattazione senza ricorrere a episodi
desunti dalla propria esperienza: dal modo di pensare del mondo (vv. I2ac.i3ac)
passa direttamente alle basi stesse del pensiero cristiano, per il quale il nostro
corpo appartiene a Cristo (v. i3d) e Dio lo risusciterà (v. 14). Servendosi di in­
terrogativi e di esortazioni dirette, attacca specificamente la prostituzione, poiché
siamo membra di Cristo (vv. 15 s.) e tempio dello Spirito di Dio (v. I9a). Inoltre,
siamo stati comprati a caro prezzo (vv. i9b-2o).

b) Matrimonio e verginità (cap. 7)


Il cap. 7 è quasi un rescritto canonico, benché non sia privo di calore religioso e
retorico.
Dopo aver ricordato l’interrogativo che gli è stato posto (v. 1), Paolo esprime
il suo parere a proposito dello stato matrimoniale (vv. 2-5): la norma è che cia­
scuno abbia il proprio coniuge (v. 2) e faccia il proprio dovere nei suoi confron­
ti (v. 3), m quanto i coniugi appartengono l’uno all’altra (v. 4) e a Dio (come di­
mostrerà l’astinenza temporanea: v. 5).
Nei vv. 6-9 parla dell’astensione dal matrimonio: è un consiglio (v. 6) sulla
cosa migliore da farsi (v. 8), ma, trattandosi di un dono particolare di Dio (v.
7b), non è per tutti (v. 9). Il divorzio poi (vv. io s.) è proibito dal Signore (v.
ioa) sia alla donna (v. iob) sia all’uomo (v. nb). Esistono solo due sbocchi per
la separazione: o rimaner soli o riconciliarsi (v. uà). Il caso di matrimoni misti
(vv. 12-16) ha dato accesso a Paolo ai codici di diritto canonico (che parlano di
«privilegio paolino»: v. i2a). Se il coniuge non cristiano acconsente a mantenere
l’unione non è necessario separarsi (in parallelo, vv. I2b.i3), perché sia lui sia i
suoi figli saranno santificati (v. 14). Se invece il coniuge non cristiano non accet­
ta, allora è necessaria la separazione (v. i5a), perché non possiamo sentirci ob­
bligati nc possiamo costringere un altro a cambiare (vv. I5b.i6).
Il tema del matrimonio si chiude con un ampliamento (o digressione) nel qua­
le gli stessi principi di fondo vengono applicati ad altri casi (vv. 17-2,4). Il princi­
pio fondamentale, enunciato per tre volte (vv. 17.20.24), è che conviene rimane­
re nello stato in cui uno si trovava nel momento in cui è stato chiamato. Un esem­
pio chiarissimo è offerto dalla circoncisione (v. 18), perché ciò che conta è tut-
t’altro (v. 19). Vi è però una sfumatura (riteniamo) per quanto riguarda la con­
La prima lettera ai Corinti 171

dizione di schiavitù («se puoi ottenere la libertà, approfitta dell’occasione»: v.


21). Ne viene fornita una duplice giustificazione: tutti siamo liberi e schiavi a un
tempo (v. 22, in relazione a coloro che continueranno a essere schiavi), ma è me­
glio non essere schiavi degli uomini (v. 23, in relazione a coloro che otterranno
la libertà).
Il tema della verginità (vv. 25-40) è introdotto in modo simile a come era sta­
to fatto per il tema del matrimonio (cfr. peri nei w. 1 e 25). Paolo aggiunge un
caso particolare (vv. 36-38) e il tema delle vedove (vv. 39 s.), che vi è connesso
per l’ideale che sta sullo sfondo (la consacrazione a Dio). Riguardo alla verginità
(vv. 25-35) dà un consiglio (v. 25) per il loro bene (v. 35), giustificato dalla real­
tà del tempo presente e dalla bontà in sé della verginità (v. 26). La soluzione ide­
ale è quella di non mutare condizione (v. 27); l’alternativa non è peccato, però fa
correre il rischio di cadervi (v. 28). Nel versetto seguente sviluppa il v. 26a: il
tempo «stringe» (v. 293), la scena di questo mondo passa (v. 3ib), perciò non
conviene impegnarsi a fondo in qualcosa di passeggero (espresso in cinque frasi
parallele: «quelli che..., come se non...», vv. 29^31). Sviluppa poi il v. 26b: ve­
dete cosa succede a chi è sposato e a chi non lo è, a chi è sposata e a chi non lo è
(w. 32-34).
Parlando delle vergini affronta un caso concreto (vv. 36-38). Sebbene non sia
l’unica interpretazione possibile (alcuni ritengono che si stia parlando del padre,
altri del fidanzato), riteniamo che si tratti di alcune vergini che sono state accolte
nella domus di qualche cristiano integerrimo, il quale sente improvvisamente il
desiderio di sposarsi con la sua vergine. Se tale richiesta risulta essere urgente ma
anche ragionevole, può farlo (vv. 36.383), tuttavia esiste una soluzione migliore,
a patto che sia volontaria, non forzata, possibile ed equa (vv. 37.380).
Il caso della vedova (vv. 39 s.) è molto più semplice: è libera di sposarsi, pur­
ché ciò avvenga «nel Signore» (v. 39), ma la soluzione migliore sarebbe quella di
rinunciare (v. 40).4

4. Terzo discorso: le riunioni (capp. 8-11)


Come dicevamo sopra, i capp. 8-11 formano un corpo organico in cui si susse­
guono esposizione, digressione e soluzione. A tale corpo viene unito il cap. 11
che, per il tema trattato, è un conglomerato di due blocchi distinti (vv. 2-16, sul
velo delle donne, e vv. 17-34, sull’eucaristia); contemporaneamente tale capitolo
ricorda una lettera a sé (cfr. v. 2 come inizio e v. 34b come conclusione). Il pun­
to di unione dei tre blocchi è il riferimento comune al culto cristiano. La relazio­
ne con i capitoli che precedono, più che nelle parole stesse si intravede sullo sfon­
do (evitare la «contaminazione», 8,7, ciò che è «indecente», 11,6, e il comporta­
mento «indegno», v. 27); solo in modo assai riduttivo si può affermare che il te­
ma della sezione è la santità. D’altra parte, tanto i capp. 5 s. quanto i capp. 8-10
sfociano in una perorazione che ha inizio con le medesime parole: «Tutto [mi] è
lecito» (6,12 e 10,23).
a) La carne sacrificata agli idoli (capp. 8-io)

Esposizione (cap. 8). La «conoscenza» (gnosis) dice che gli idoli non esistono, tut­
tavia un uso sconsiderato di tale scienza può finire per scandalizzare il prossimo
(8,1-4).
Contro gli idoli noi confessiamo un unico Dio, il Padre, che è origine e destino
di ogni cosa, e un unico Signore, Gesù Cristo, che è mediatore dal principio della
creazione fino a quando giungeremo presso il Padre (w. 5 s.).
Col v. 7 inizia la vera e propria replica dell’apostolo, in stile epistolare: nono­
stante tutta la vostra scienza molti si perderanno (vv. 7-10), e a voi ne sarà ad­
dossata la colpa (w. 11-13).
Digressione sulla libertà dell'apostolo (cap. 9). Dopo aver difeso, in stile piut­
tosto retorico e con molta insistenza, la libertà dell’apostolo di ricevere sosten­
tamento (w. i-iza), Paolo ribadisce con forza di avere rinunciato a tale diritto
(v. izb: «Noi però...»; cfr. 8,7). Nel v. 18 vi è una specie di conclusione, prima
che il tema si allarghi fino a illustrare la linea di condotta generale dell’apostolo
(w. 19-27).
In particolare, inizia proclamando la sua condizione di apostolo: è tale perché
è stato chiamato («Ho visto il Signore!») e perché ha portato frutti («Siete voi la
mia opera»: vv. 1-3). Ha dunque pieno diritto a ricevere sostentamento come gli
altri ministri della chiesa (vv. 5 s.12), come chiunque lavori (w. 7-11), come co­
loro che servono il tempio (v. 13), secondo quanto ha disposto Cristo (v. 14).
La sua rinuncia a tale diritto (v. 12) è motivo di gloria (v. 15) e dimostra che
non lavora perché vi è costretto (vv. 16 s.) ma predica il vangelo gratuitamente
(v. 18).
Ampliando il discorso afferma che si è fatto servo di tutti per guadagnare tutti
(vv. 19-22), e lo ha fatto per il vangelo (v. 23), come si corre nello stadio (rinun­
ciando a tutto per vincere: vv. 24-27).
Soluzione (10,1-11,1). Ecco Vargomentazione', in linea di principio è opportu­
no astenersi dalla carne sacrificata agli idoli, come insegnano il paragone con il
popolo del deserto (vv. 1-14) e il paragone tra eucarestia e altri culti (vv. 15-22).
Le vicende dei «nostri padri» nel deserto sono viste alla luce del battesimo e
dell’eucarestia (vv. 1-4), per sottolineare nei versetti seguenti che la loro aposta­
sia attirò sul loro capo ogni sorta di castighi (vv. 5-10). Quella storia fu scritta
per avvisare noi (vv. 11 s.) che, pur senza perdere la fiducia nell’aiuto di Dio (v.
13), tuttavia corriamo sempre il rischio di cadere nell’idolatria (v. 14).
Essendo persone intelligenti (v. 15), capiranno che l’idea di «comunione» può
funzionare in due direzioni: il calice della benedizione e il pane che viene spezza­
to sono comunione con il sangue e il corpo di Cristo (v. 16), un unico pane fa di
noi un solo corpo (v. 17). Parallelamente, i sacrifici di Israele mettono in comu­
nione con l’altare (v. 18), mentre i sacrifici fatti a dèi pagani, per quanto essi non
siano niente (v. 19), vanno a finire ai demoni (v. 20). Tentare di conciliare i due
tipi di «comunione» (v. 21) significherebbe provocare Dio (v. 22).
Il capitolo si conclude con una perorazione alquanto sui generis (10,23-11,1).
Le prime tre frasi (vv. 23 s.) compendiano l’insegnamento appena esposto (cfr.
6,12; 8,1; 9,19-23). Segue quindi l’indicazione pratica: si può mangiare di tutto
La prima lettera ai Corinti 173

(w. 25 s.) ma senza indagare (w. 2,7-2,93), per non dare scandalo agli uomini (v.
290-32), facendosi imitatori dell’apostolo (v. 33) come lui lo è di Cristo (11,1).

b) Le riunioni cristiane (11,2-34)

In 11,2 è come se, con una captatio benevolentiae, iniziasse una nuova lettera:
«Vi lodo...». Viene poi affrontato il tema del velo delle donne in alcune riunioni
cristiane, che si conclude alla meno peggio nel v. 16. Col v. 17 ha chiaramente
inizio un nuovo tema («Nel raccomandarvi questo...»), che si riallaccia al v. 2
ma in negativo: «non vi lodo». Si riferisce alle riunioni eucaristiche e prosegue
con logica ferrea sino a un finale tipicamente epistolare: «Quanto alle altre cose,
le sistemerò alla mia venuta» (v. 34b; cfr. 4,19-21; 16,5).
Il velo delle donne (w. 2-16). Si tratta di un tema collegato all’idea di «tradi­
zione» (v. 2), di «consuetudine» (v. i6b) delle chiese di Dio: chi vuole continuare
a contestare ne ha tutto il diritto (v. i6a), benché l’apostolo, dando prova di gran­
de ottimismo, confidi che tutti si lasceranno convincere (v. 13).
Dalla «tradizione» giudeocristiana riprende l’idea che esista una gerarchia
precisa: Dio - Cristo - uomo - donna, nella quale ciascuno è il «capo» di chi se­
gue (v. 3); che l’uomo sia gloria di Dio e la donna sia gloria dell’uomo (v. 7), da­
to che secondo Gen. 2,7.18.22-24 la donna è stata tratta dall’uomo (v. 8) per es­
serne la compagna (v. 9). Sfuma poi tali affermazioni precisando che uomo e
donna si completano a vicenda (v. 11) perché, anche se la donna deriva dall’uo­
mo (cfr. v. 8), l’uomo deriva la propria vita dalla donna (v. 12).
Dalla «consuetudine» civile (che chiama «natura») prende l’idea che sia inde­
coroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli (v. 14), mentre non lo è per una don­
na, poiché velo e chioma lunga si equivalgono (v. 15). Per questo motivo una
donna non dovrebbe mai rasarsi il capo (come fanno gli uomini romani: v. 6),
ma anzi esibire questo segno della sua dignità (exousia non ebbe mai il significa­
to di «sottomissione»!), tanto più a motivo degli angeli che assistono al culto (v.
io). Importante, tuttavia, è notare che sia l’uomo sia la donna pregano e profe­
tizzano a voce alta (come potrebbero farlo sottovoce?),10 il primo però a capo
scoperto (v. 4) e la seconda con il velo sulla testa (v. 5).
Le assemblee eucaristiche (vv. 17-34). Nel frammento non è difficile scorgere
un’ulteriore suddivisione, soprattutto tra un’esposizione (vv. 17-22) - che termi­
na come ebbe inizio: «non vi lodo» - e una dimostrazione che si basa sulla tradi­
zione di Gesù (vv. 23-26). Da qui si passa a conclusioni pratiche (vv. 27-34) ine­
renti all’esposizione.
Le riunioni eucaristiche non si svolgono in modo appropriato (v. 17) perché
rispecchiano le divisioni presenti all’interno della comunità (schismata, v. 18).
Certo, alcune diversità (hairesis) debbono esserci (v. 19). Non mangiano la cena
del Signore (v. 20) perché alcuni consumano il proprio pasto e altri non mangia­
no nulla (v. 21), disprezzando la chiesa di Dio (v. 22).

io . Questo modo di pregare e profetizzare si svolgerebbe nell’ambito della cosiddetta «chiesa


domestica»: non si tratterebbe di una semplice riunione familiare, ma di un’assemblea ecclesia­
le vera e propria; cfr. J. Sànchez Bosch, Iglesia e Iglesias , 6 -13 .
174 Le grandi lettere

Paolo ricorda poi la tradizione del Signore trasmessa in ogni celebrazione (v.
2,3a). Riguardo al pane {w. 23^24) dice che venne spezzato, giungendo poi alle
parole «questo è...», «fate questo...». Per il calice (v. 25) non vi è descrizione del­
l’azione. A «fate questo» si aggiunge «ogni volta che ne bevete», perché prima
non era stato espresso l’invito a mangiare e a bere. Commento realistico: così fa­
cendo annunziate la sua morte (come Gesù: v. 2 6).
Nella pratica (w. 27-34), chi celebra in modo indegno si rende colpevole di
quella morte (come Giuda: v. 27). Occorre esaminare se stessi prima di mangiare
e di bere (v. 28), perché l’eucarestia è un giudizio (v. 25). La prova è fornita da
fatti concreti (v. 30), che potevano essere evitati (v. 31): si trattava di un avver­
timento del Signore al fine di evitare mali peggiori (v. 32). Tornando al punto di
partenza, Paolo invita i corinti ad accogliersi l’un l’altro (v. 33; cfr. w. 18 s.) in
una cena autenticamente comune (v. 34; cfr. vv. 20-22).

5. Quarto discorso: i carismi (capp. 12-14)


a) Esposizione (cap. 12)
Dopo Yexordiwn sul vero e il falso spirito (vv. 1-3) si ha la narratio, che corri­
sponde al tema affrontato (vv. 4-11). A partire dal v. 12 inizia un ampliamento
del tema proposto nella lettera, quindi si passa da alcuni doni concreti a una vi­
sione più globale della chiesa (vv. 12-31).
Il tema dei doni dello Spirito va trattato con molta cautela (v. 1), perché il lo­
ro «entusiasmo» potrebbe diventare troppo simile a quello dei culti pagani, forse
menzionati nella lettera in cui a Paolo venivano posti degli interrogativi (v. 2;
cfr. 7,1). Occorre sapere quali strade percorre lo Spirito di Dio per non lasciarsi
guidare da altri spiriti (v. 3).
I vv. 4-6, che iniziano con diaireseis, «diversità», preannunciano già l’allar­
gamento a tutto l’ordine salvifico: esistono i doni dello Spirito (v. 4), ma anche i
«ministeri» del Signore (v. 5) e le «operazioni» di Dio (= Dio Padre; v. 6).
I w . 7-ri formano un blocco compatto, con riferimento costante allo Spirito
(vv. 7.8ab.^.n) e alla dialettica della diversità-unità (vv. 8.9.ioabcd: «a un al­
tro»; w . 8b.9.n: «lo stesso»).
Preceduto da un titolo (v. 7) e terminante in una conclusione (v. 11) viene
fornito un vero e proprio elenco di carismi: linguaggio della sapienza e della co­
noscenza (v. 8), la fede e il dono di operare guarigioni (v. 9), il potere dei mira­
coli, il dono della profezia e quello di distinguere gli spiriti, la varietà delle lingue
e l’interpretazione delle lingue (v. io).
A partire dal v. 12 il protagonista non è più lo Spirito, ma il corpo di Cristo
(vv. 12.27; cfr- v- 5) e l’azione di Dio (vv. 18.24.28; cfr. v. 6) in esso. La chiesa è
un unico corpo, perché è «Cristo» (v. 12) e perché lo spinto la conduce all’unità
(v. 13). Presentando quattro esempi (vv. 15-17), Paolo spiega che il corpo non è
tutto un solo (tipo di) membro (vv. 14.19.20) e Dio ha attribuito una funzione
diversa a ciascun membro (v. 18). Le diverse membra hanno bisogno le une delle
altre (vv. 21-243), perché Dio le ha destinate all’unità (v. 24b), alla collabora­
zione (v. 25) e a condividere sia la sofferenza sia la gloria (v. 2 6).
La conclusione (vv. 27-31) è chiarissima: il corpo è la chiesa (v. 27; cfr. v. 12)
La prima lettera ai Corinti 175

e in essa Dio ha stabilito un ordine preciso (v. 28; cfr. v. 18). Vi sono infatti tre
funzioni che seguono un ordine preciso - gli apostoli, i profeti (nel v. iob si par­
lava di «profezia») e i maestri - e altri cinque doni, elencati secondo un ordine
casuale: operare miracoli (come al v. ioa), guarigioni (come al v. ^b), il dono di
assistenza, di governo e delle lingue (come nel v. ioc). A sei di queste funzioni (le
prime cinque e l’ultima), alle quali aggiunge I’ «interpretazione» delle lingue (cfr.
v. iod), l’apostolo applica, in forma interrogativa, Pesempio dei w . 15 s.

b) Digressione sulla carità (cap. 13)


Come parlando di una cosa diversa (i2,3ib: «una via migliore»), getta le basi
fondamentali per risolvere il problema posto.
In quattro frasi condizionali (w. 1-3) mette a confronto la carità con alcuni
carismi: il dono delle lingue, la profezia (alla quale è unita l’idea di «conoscenza
di tutti i misteri»), la scienza, la fede che smuove le montagne, la solidarietà (vv.
1-3). Chi avesse tutti questi carismi ma non la carità, non sarebbe nulla (ibid.).
Vengono poi elencati quindici modi di agire (definiti da un verbo) caratteristi­
ci della carità (w. 4-7). Al centro troviamo «non cerca il suo interesse» (v. 5b;
cfr. 10,24.33), che li riassume tutti.
Infine ecco la tesi: l’amore rimane (v. 8a), mentre i doni dello Spirito passe­
ranno (vv. 8b-i2). In questa vita, più dei doni ricordati rimangono la fede, la
speranza e l’amore; ma l’amore è il più importante (v. 13).

c) Soluzione (cap. 14)


Finalmente Paolo affronta concretamente il tema proposto. Lo fa svolgendo il
discorso senza interruzioni, con semplici pause per respirare: quelle segnalate dal
vocativo «fratelli» (vv. 6.20.26), più una frase che accredita ciò che sta scriven­
do (v. 37) e introduce il finale del discorso. I paragrafi che ne risultano potrebbe­
ro essere così definiti:
Proposizione riguardante la profezia e il dono delle lingue: Paolo preferisce la
profezia perché ha come scopo l’edificazione (vv. 1-5).
Il problema della comprensione (vv. 6-19): il dono delle lingue non edifica chi
non è in grado di comprendere (vv. 6-12); perciò chi lo possiede preghi per poter
essere interpretato (v. 13), in modo che ne traggano vantaggio tutti, lui compre­
so (vv. 14-19).
Il problema dell’«effetto negativo» (vv. 20-25): quelli che non capiscono il
dono delle lingue non ne trarrebbero edificazione, anzi. I non credenti direbbero
che siete dei pazzi (v. 23), mentre se profetaste proclamerebbero che Dio è fra
voi (vv. 24 s.).
Soluzioni pratiche (vv. 26-36): in ogni riunione siano due o tre a parlare, ma
solo se le lingue possono essere interpretate (vv. 27 s.; si vedano i vv. 4 e 2); an­
che dei profeti bisogna «distinguere» gli «spiriti» (v. 29; cfr. i2c); lo «spirito»
degli altri profeti li indurrà a tacere e a mantenere l’ordine (v. 32), se veramente
viene da Dio (v. 33a).
Un caso particolare (vv. 34^36): come in tutte le chiese di Dio (v. 33b), le
17 6 Le grandi lettere

donne debbono tacere durante le assemblee plenarie della chiesa (vv. 343.3 5b;
cfr. v. 2,3, in contrasto con 11,5 in cui anch’esse parlano),11 restando sottomesse
come dice anche la legge (v. 34b) e interrogando poi a casa i mariti (v. 35a). La
parola di Dio, infatti (e lo esprime con due interrogativi), non proviene da loro
né è giunta soltanto a loro (v. 3 6).
Conclusione epistolare (vv. 37-40): dopo due frasi di tipo condizionale piutto­
sto enigmatiche (vv. 37 s.), l’apostolo offre il nocciolo dell’insieme: ricercare, non
impedire (v. 39); decoro, ordine (v. 40).

6. Quinto discorso: la risurrezione (cap. 15 )


11 cap. 15 sulla risurrezione è anch’esso un discorso costruito abbastanza bene.
Potremmo suddividerlo nel modo seguente: a) il kerygma cristiano (vv. i-n ); b)
questioni relative alla risurrezione (vv. 12-19);c) affermazione cristologica (vv. 20­
28); d) posizioni illogiche (vv. 29-34); e) il corpo risuscitato (vv. 35-49); f) pero­
razione conclusiva (w. 50-58).

a) Il kerygma cristiano (w. 1-11)


Nei vv. j>3a Paolo propone una citazione letterale («con quale parola») del keryg­
ma primitivo, in termini di annuncio («vi ho annunziato», «avete creduto», «re­
state saldi», «vi salvate») e di tradizione («vi ho trasmesso ciò che avevo ricevu­
to», «voi avete ricevuto»).
Inizialmente ricorda il nucleo essenziale dell’annuncio (vv. 3 b-5a: separazione
operata da kai boti, «e che»), e cioè che Cristo morì (v. 3b), fu sepolto (v. 4a), è
risorto (v. 4b) ed è apparso a Cefa (v. 5a). In forma complementare (vv. 5^7:
separazione operata da (ep)eita, «e poi») aggiunge quindi che apparve ai dodici
(v. 5b), a più di cinquecento persone (v. 6, con l’aggiunta di dati relativi al tem­
po presente), a Giacomo (v. 7a) e a tutti gli apostoli (v. 7b). Il caso personale di
Paolo (v. 8) si colloca su un diverso livello di linguaggio: vi sono tre espressioni
piuttosto pronunciate («ultimo fra tutti», «come a un aborto», «anche a me»),
seguite da un forte contrasto: «io sono l’ultimo» (v. 9), ma per grazia di Dio «ho
faticato più di tutti loro» (v. ioa).
A conclusione del kerygma, il v. 11 descrive il cammino che percorre il vange­
lo: «noi predichiamo» (keryssomen, sostituisce «ho annunziato»; vv. ia.2b) e
«voi avete creduto» (come v. 2d), con particolare riferimento ai testimoni che si
sono aggiunti.

b) Questioni riguardanti la risurrezione (vv. 12-19)


La logica è ferrea: se non c’è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto (vv.
12 s.16). E se Cristo non è risuscitato, allora sono vani il kerygma e tutto il cam­
mino di salvezza basato su di esso (vv. 14 s. 17-19).
1 1 . Insistiamo nel sottolineare che la locuzione en ekklesia, assente in 1 1 , 5 , va intesa come
«l’assemblea plenaria della chiesa» di cui si parla al v. 2 3 , dunque come la riunione della chie­
sa locale; cfr. J. Sànchez Bosch, Iglesìa e Iglesias, 2 2 s.
c) Proclamazione cristologica (vv. 20-28)
Questa pericope ha carattere di digressione. La risurrezione di Cristo è parago­
nata al «primato» di Adamo nella morte {vv. 20-22). La risurrezione dei morti
avverrà nel momento della parusia (v. 23), dopo che Cristo avrà sottomesso tutti
i nemici (v. 25) inclusa la morte (vv. 26 s.). Poi sarà la fine, quando Cristo stesso
consegnerà il regno al Padre (vv. 24.27^28).

d) Posizioni illogiche (vv. 29-34)


Ignorando la digressione porta l’esempio di persone che dimostrano di credere
nella risurrezione: quelli che si fanno battezzare per i morti (v. 29; cfr. v. 18) e
quelli che danno la loro vita per qualcosa (vv. 30-32a; cfr. v. 15), rinunciando al
piacere (v. 32!); cfr. v. 19). Termina con un’esortazione, in cui inserisce anche
una citazione di Menandro (vv. 33 s.).

e) Il corpo risuscitato ( w . 3 5 -4 9 )

Pone due domande: come e con che corpo risusciteranno i morti (v. 35)? Ri­
spondendo alla seconda, porta due analogie naturali: come Dio dà a ogni seme il
corpo che gli spetta (vv. 36-38) e come nella natura stessa esistono classi diverse
di corpi (vv. 39-41), così sarà la risurrezione. Comporterà una trasformazione
che assommerà le tre qualità che a quel tempo venivano attribuite ai corpi celesti
(«immortalità»: v. 42b; «gloria»: v. 43a; cfr. vv. 40 s.; «potenza»; v. 43b), più
una quarta completamente nuova, il «corpo spirituale» (v. 44a), che richiede una
spiegazione. Il corpo spirituale esiste (v. 44b): se infatti Adamo divenne un’«ani-
ma vivente», Cristo divenne spirito datore di vita (vv. 45 s.; cfr. 22b: «riceveran­
no la vita»). Cristo scenderà dal cielo e noi diventeremo come lui (w. 47-49).

f) Perorazione finale (w. 50-58)


Questa pericope riassume l’argomentazione precedente (vv. 35-49) e risponde in
qualche modo al primo interrogativo che era stato posto: «Come risusciteranno i
morti?» (v. 35b). La «carne» (cfr. v. 39) non diventerà incorruttibile, ma morirà
e nascerà un corpo diverso (v. 50; cfr. v. 42). Tutti saranno trasformati: alcuni al
momento della risurrezione (vv. ji.jzb ; cfr. 1 Tess. 4,i6b); altri («noi», come in
1 Tess. 4,15.17) pur essendo ancora in vita (vv. 5ia.52c). La formula «essere rive­
stito» (v. 53) si applica sia agli uni sia agli altri. L’apice di tutto il discorso, pre­
parato dalla ripetizione di quanto già detto (il v. 54a sostituisce «è necessario che»
del v. 53 con «quando»), è l’imprecazione biblica (vv. 54^55) rivolta alP«ulti-
mo nemico» che sarà annientato (cfr. v. 26). La spiegazione sul pungiglione e
sulla forza della morte (v. 56) riassume mezza lettera ai Romani, però fa calare
vertiginosamente il tono letterario. Non resta poi che rendere grazie a Dio per la
vittoria (v. 57) ed esortare i «fratelli miei carissimi» ad approfittare della grande
occasione (v. 58).
7- Conclusione della lettera (cap. 1 6 )
In questo capitolo compare innanzitutto un’annotazione riguardante la colletta
(w. 1-4): è bene dedicarvi ogni domenica, per non ridurvisi a quando verrò io (v.
2); se sarà opportuno, andrò con i vostri incaricati a portare il denaro a Gerusa­
lemme (v. 4).
Seguono quindi notizie dettagliate su tre viaggi: quello di Paolo (v. 5), che de­
sidererebbe passare tutto un inverno tra i corinti (vv. 6 s.), anche se «una porta
grande e favorevole» lo sta trattenendo a Efeso (vv. 8 s.); quello di Timoteo, ca­
lorosamente raccomandato (vv. io s.) e quello eventuale di Apollo, che l’aposto­
lo ha caldeggiato vivamente (v. 12). Segue un’esortazione generale, estremamen­
te concisa (vv. 13 s.), a perseverare nella vigilanza, nella fermezza, nella fede e
nell’amore.
Molto più estesa è invece l’esortazione relativa alla famiglia di Stefana e ad al­
tri che «lavorano duramente» (vv. 15-18). Paolo raccomanda che la comunità
obbedisca a «quelli che sono come loro», cioè tutti quelli che «collaborano (con
il Signore) e si affaticano» (v. 16).
Manda poi molti saluti e invita (i membri di gruppi diversi!) a salutarsi vicen­
devolmente (w. 19 s.). Per concludere, di suo proprio pugno e scrivendo in ara-
maico esprime sentimenti assai forti (vv. 21-24).

III. Q U E S T I O N I A P E R T E

Nonostante la lunghezza della lettera e la quantità di temi affrontati, non


si può affermare che 1 Corinti sia oggetto di grandi discussioni di fondo
tra gli esegeti. La maggior parte delle questioni aperte si concentra sul
problema dell’unità e della composizione della lettera, e sulla questione
dei gruppi formatisi a Corinto, con il relativo problema della loro posi­
zione rispetto all’apostolo. In questa sezione verranno dunque affrontati
questi due temi.12

1. La composizione della prima lettera ai Corinti

La tendenza a dividere 1 Corinti in più lettere si basa su un principio a


priori e su un principio a posteriori. A priori si considera il semplice fat­
to che si tratta di una lettera piuttosto lunga, nella quale compaiono
numerosi temi e variazioni di tema; a posteriori, la certezza che 1 Co­
rinti non sia la prima lettera che Paolo inviò a Corinto, perché in 5,9 si
allude a una lettera precedente. Nasce da qui l’ipotesi di attribuire alla
«primissima» lettera una parte di 1 Corinti.13
12 . Vi si potrebbe aggiungere anche il tema del «gruppo redazionale» nella lettera; cfr. J. Mur-
phy-O ’Connor, Co-Autorshìp in thè Corìnthian Correspondence : RB io o (199 3) 56 2 -5 7 9 .
1 3 . Cfr. vari tentativi di ricostruzione in W. Schenk, Der erste Korintherbrief ats Briefsamm-
lung: Z N W 60 (1969) 2 19 -2 4 3 e in S. Vidal, Cartas, 1 1 9 - 2 1 9 . Secondo il secondo, la 1 Corin-
La prima lettera ai Corinti 175)

Ad ogni modo l’unico frammento che con una certa insistenza viene
attribuito alla presunta primissima è 2 Cor. 6,14-7,1: ne parleremo nel
prossimo capitolo. Ad essa sono state attribuite anche le pericopi 6,i l ­
io e 10 ,1-11,1, supponendo che rispondano ai temi proposti in prece­
denza. Parimenti le è stata assegnata anche 11,2-34, perché fornisce una
versione troppo «innocente» dei conflitti che covavano a Corinto.
Secondo lo schema da noi proposto, può essere che 11,2-34 costitui­
sca una specie di corpus separatimi. E verrebbe da attribuire tale defini­
zione anche al cap. 7, che però non apparterrebbe alla «primissima» let­
tera: sarebbe infatti assai singolare che la corrispondenza con i corinti
abbia avuto inizio con una lettera inviata dalla comunità (cfr. v. 1).
In genere oggi si tende piuttosto a sottolineare l’unità della lettera,14
tutt’al più accettando l’idea che possa contenere «cibi precotti» in for­
ma di discorso o di schema di discorso (tanto per citarne uno, 5,6b-8).
Ciò spiegherebbe la differente concentrazione concettuale, statura lette­
raria e «aggressività» oratoria dei singoli frammenti.

2 . 1 gruppi, elemento fondamentale della prima ai Corinti

È opportuno approfondire il tema dei gruppi, fondamentale in tutto que­


sto periodo della vita dell’apostolo. In realtà tale tema è soggiacente a
buona parte della lettera. Comincia con la denuncia che giunge dalla
gente di Cloe (un’altra donna imprenditrice!): vi sono divisioni tra loro
perché alcuni dicono «io sono di Paolo», altri «io sono di Apollo» o «io
di Pietro»; ed è probabile che vi fosse anche chi volesse porsi al di sopra
di tutti, proclamando «e io sono di Cristo!» (1,12). È come se la co­
scienza di gruppo li inducesse a considerare «estranei» quelli che appar­
tenevano a un gruppo diverso, al punto da trascinarli, se valeva la pena,
davanti a tribunali pagani (6,1). Certo non è concepibile che, durante le
assemblee eucaristiche, vi fosse chi non condivideva niente con nessunot
tuttavia era inevitabile che si formassero dei gruppi. Vi erano infatti cri­
stiani che venivano emarginati, sia per quanto riguarda il pasto (11,21)
sia per l’attenzione spirituale (5,1 s.: il caso dell’incestuoso). E quando
si trattava di mostrare i doni dello Spirito, tutti avrebbero voluto far pre­
valere quelli del proprio gruppo, senza lasciar parlare gli altri (14,30­
3 3 )-15
ti originale comprenderebbe 1 Cor, 6 , 1 - 1 1 ; 1 0 ,1 - 2 2 ; 1 1 , 1 - 3 4 ; 1 5 ,1 - 5 8 ; 1 6 ,1 3 - 1 8 ; il resto della
lettera costituirebbe 2 Corinti.
14 . In risposta alle divisioni operate già in quel tempo, K. Priimm, D ie p a s t o r a le E in h e t t d e s e r -
ste n K o r in t h e r b r ie fe s : Z K T h 64 (19 4 0 ) 2 0 2 -2 3 4 , sostiene che si tratta di un’ «unità pastorale».
1 5 . Cfr. J. Sànchez Bosch, I g le s ia e Ig le s ia s , 8 - 1 1 ; la tematica dei gruppi ha un peso particolare
in B. Witherington ili, C o n flic t a n d C o m m u n it y in C o r in t h . A S o c io - R h e t o r ic a l C o m m e n t a r y
o n 1 a n d 2 C o r in t h ia n s , Grand Rapids, Mich. 19 9 5 .
a) Origine dei gruppi

I gruppi potevano essere un prodotto sociologico quasi inevitabile, l’ini­


zio di una certa «massificazione» della chiesa. Per necessità pastorale si
erano venuti creando gruppi di preghiera e di studio ed era fatale che
col passare del tempo questi assumessero una fisionomia sempre più de­
finita. D’altra parte non è facile coltivare un’amicizia autentica con, po­
niamo, duecento persone.
Forse colpisce di più la volontà di mantenere un’unità tanto stretta
tra tutti i cristiani di Corinto. Paolo avrebbe potuto accettare che si cre­
asse una chiesa per ciascun gruppo: quella dei poveri e quella dei ricchi,
quella dei sapienti e quella degli ignoranti, quella dei giudei, quella dei
greci e quella dei barbari, quella dei «dotti» (che chiameremo «liberali»,
8,1-4) e quella dei «deboli» (che chiameremo «scrupolosi», v. 9) ... Ma
Paolo si oppone con tutte le forze a una soluzione di questo tipo: «Cri­
sto è stato forse diviso?» (1,133). E si scaglia contro il «proprio» grup­
po più che contro qualsiasi altro: «Forse Paolo è stato crocifisso per voi,
o siete stati forse battezzati nel nome di Paolo?» (v. i3bc). Egli ritiene
infatti che l’uomo nuovo debba formarsi nell’interazione profonda tra
tutte le tendenze (quelle dei poveri e dei ricchi, dei giudei e dei greci, dei
«deboli» e dei «forti»): solo così Cristo potrà diventare tutto in tutti.
E doveroso riportare qui altre versioni, meno «innocenti», sul tema.
F.Ch. Baurr6 parte dall’esistenza di gruppi a Corinto per sostenere che
la chiesa primitiva era formata da due blocchi assolutamente contrappo­
sti: il «petrinismo» e il «paolinismo». Se quelli di Apollo, il retore di Ales­
sandria (cfr. Atti 18,24), potevano rappresentare una versione «decaffei-
nata» del «paolinismo», adattata al gusto dei gentili, quelli «di Cristo»
rappresenterebbero la versione estrema del «petrinismo»: «Noi possedia­
mo la tradizione autentica di Cristo; noi possediamo la roccia sulla qua­
le va edificata la chiesa, da cui Paolo si è separato litigando con Pietro».
Nella prima ai Corinti, sempre secondo Baur, Paolo confesserebbe
quanto fosse aspra la lotta, persino ad Efeso, quando parla di «molti
avversari» (16,9). Riguardo a Corinto, sarebbe particolarmente polemi­
co con essi quando allude chiaramente a Pietro («Non si può porre un
fondamento diverso da quello già posto, che è Gesù Cristo»: 3,11), non­
ché nel rivendicare la propria vicinanza al maestro («Non sono un apo­
stolo? Non ho veduto Gesù, il Signore?... Se per altri non sono aposto­
lo, per voi almeno lo sono... Questa è la mia apologia contro quelli che
mi criticano»: 9,1-3).
Cercheremo ora di scoprire quanto più possibile su questi differenti
partiti.
16. Baur, Pautus, 2 5 9 -2 7 9 .
b) L ’eventuale gruppo di Cristo

Per quanto la grammatica inviti ad allineare questo partito accanto agli


altri, la maggior parte degli esegeti non ritiene probabile che ne esistesse
uno. Propone invece una lettura di questo tipo: «Io, invece, sono di Cri­
sto, perché nessuno potrà mai dire che Cristo è stato diviso o che Paolo
(o Apollo o Cefa) è morto per lui» (cfr. 1,12 s.). Si preferisce dunque
leggere il v. 13 come un commento all’idea che bisogna essere di Cristo
e non come espressione dell’idea che alcuni dicono di essere di Cristo.
Lo stesso concetto emerge anche in 3,22 s.: «Paolo, Apollo e Cefa... so­
no vostri; voi, invece, siete di Cristo». Vi è tuttavia chi ritiene che «quel­
li di Cristo» siano i carismatici puri, quanti negano alla chiesa qualsiasi
capacità di mediazione.17 Ad essi, però (come a tanti altri «carismatici
puri»), bisognerebbe poi chiedere a che scopo frequentassero le assem­
blee insieme a tutti gli altri. A mio parere la soluzione più difficile è
quella proposta da Baur, per il quale «quelli di Cristo» erano gli stessi
di Pietro e si poteva entrare in polemica con loro affermando che il fon­
damento da porre è Gesù Cristo (3,11, citato sopra). Ma se essi stessi lo
affermano, quando dicono che sono «di Cristo»!

c) Quelli di Apollo

L’alessandrino Apollo dovette recarsi a Corinto prima che Paolo giun­


gesse ad Efeso (Atti 19,1). Tuttavia l’apostolo non sembra aver nulla da
obiettare al suo operato:
Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non siete
forse troppo umani? Ma che cosa è mai Apollo? Che cos’è Paolo? Servitori, per
mezzo dei quali siete giunti a credere, ciascuno secondo il dono che Dio gli ha
concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato e Dio ha fatto crescere (3,4-6).
Per questo motivo in 4,6, con una frase sufficientemente chiara anche se
non proprio lampante, afferma di aver impostato tutto il discorso su
una specie di confronto tra se stesso e Apollo, allo scopo di non indurre
nessun (credente) a «gonfiarsi d’orgoglio a favore di uno (Paolo o Apol­
lo) contro un altro (un altro credente)». Insomma, nessuno deve appro­
priarsene per farsene bandiera contro l’unità della chiesa.
Apollo, infatti, mentre Paolo scriveva la prima ai Corinti era tornato
a Efeso. Paolo (16,12) aveva molto insistito perché facesse ritorno a
Corinto e promette ai corinti che prima o poi lo farà. Che Apollo risie­
desse a Efeso sia prima che dopo la permanenza a Corinto ci impedisce
1 7 . Qui trovano sostegno teorie diverse sulla «gnosi» a Corinto; cfr. W . Schmithals, D ie Gno-
sis in Korinth, Góttingen 3i 969.
1 8z Le grandi lettere

di vedere i gruppi come greggi perennemente al seguito del loro pastore


(che passa più tempo fuori che dentro casa). È comunque possibile che
si sia stabilito un vincolo del tipo gruppo-«figura» (Paolo, Cefa o Apol­
lo) per mezzo di catechisti battezzatori che parteggiavano per l’uno o
per l’altro.
Apollo che cosa portò a Corinto? Se si dà credito all’informazione di
Atti 18,24, la sapienza del giudaismo alessandrino. Ciò non contraste­
rebbe affatto con il contenuto della lettera. Durante la sua prima per­
manenza nella città, Paolo aveva rinunciato non solo alla sapienza mon­
dana (1 Cor. 2,1-4), ma anche a quella spirituale (3,1 s.), malgrado ne
fosse in possesso (2,2-16). Forse Apollo aveva trasmesso più sapienza di
lui (cfr. 4,10), per questo vi era chi parteggiava per lui. Ciò aveva
indotto Paolo ad alzare il tono dei suoi discorsi (basti confrontare 1 Co­
rinti con 1 Tessalonicesi), ma senza giungere a litigare con Apollo, visto
che entrambi avevano bevuto alla medesima fonte.
Non è difficile vedere quelli di Apollo tra quanti ritenevano di avere
sufficiente sapienza (in greco gnosis, 8,1.7) Per poter mangiare carni
immolate agli idoli; improbabile invece che fossero tra quanti sostene­
vano che «tutto mi è lecito» (6,12; 10,23) nel senso letterale del termi­
ne: l’apostolo avrebbe ripudiato un tale maestro. È invece assai probabi­
le che tra di loro vi fossero grandi carismatici (capp. 12-14), 0 comun­
que persone che si ponevano problemi intellettuali sulla risurrezione
(cap. 15).
Se fosse tutto vero, bisognerebbe convenire che non solo i capp. 1-4,
ma addirittura l’intera lettera è dedicata a loro.

d) Quelli di Pietro

Il gruppo di Pietro doveva essere formato da giudeocristiani che aveva­


no mantenuto dei contatti con le chiese della Giudea. Paolo, tuttavia,
pare considerarlo assai meno «preoccupante» del gruppo di Apollo. Di
fatto, Pietro non compare in 3,4-6 (tra coloro che avevano operato) né
in 4,6 («compendio» della strategia adottata), ma solo in 1,12 e in 3,22.
E più che probabile che si trattasse di persone «di Pietro» per interposta
persona (un qualche catechista giudeocristiano) più che per l’effettiva
presenza di Pietro a Corinto.
A dire il vero, la lettera non li identifica affatto con i «deboli» quando
affronta il tema delle carni immolate, perché parla di persone che ave­
vano «consuetudine» con gli idoli (8,7: te synetheia tou eidolou). Né è
probabile che si riferisca a Pietro in 3 ,11 (a proposito dell’unico fonda­
mento),18 perché sta parlando della storia della comunità e del ruolo che
18 . Quest’eventualità, classica della letteratura controversista, viene esclusa radicalmente da
La prima lettera ai Corinti 1 83

vi ebbero lui stesso e Apollo (vv. 4-6). D’altra parte, l’argomentazione


di 3 ,11 sembra evidente: il fondamento è chiaro a tutti, resta da vedere
che cosa ciascuno edifica sul fondamento comune (v. 12). Una circostan­
za sembrerebbe evidente: a Corinto, il gruppo di Pietro non esigeva quel­
la «separazione delle mense» che Pietro stesso una volta aveva preteso
ad Antiochia (Gal. 2,12; cfr. cap. I 14). Se così fosse stato, quelli del
gruppo di Pietro non avrebbero neanche coinciso con quelli di altri grup­
pi. In 1 Cor. 15,5 l’apostolo riconosce il primato spettante a Pietro in
quanto testimone della risurrezione. Non si può tuttavia escludere che
alcuni seguaci di Pietro abbiano sparso il seme di problemi destinati ad
acutizzarsi in determinati momenti.
I fatti sono i seguenti: in 9,1 s. e 15,8-10 Paolo rivendica la propria
condizione di apostolo con veemenza inusuale (cfr. 9,2: «Se per altri
non sono apostolo, per voi almeno lo sono»). Alcuni ritengono che la
qualifica di «aborto» (15,8) sia stata attribuita a Paolo dagli oppositori
giudaizzanti. In ogni caso, solitamente frasi come quelle citate non sono
frutto di pura retorica.
A priori, il problema della legittimità apostolica di Paolo è del tutto
spiegabile, tuttavia non sappiamo se per il momento è affiorato a Corin­
to, e con quali conseguenze. Anche supponendo (ed è una supposizione
azzardata) che 11,2-34 faccia parte di una lettera precedente, ritengo
che tutta la lettera possa essere meglio compresa se si immagina che
l’intera comunità sia a portata della voce (e, se necessario, del bastone:
cfr. 4,21) dell’apostolo.

Bibliografia
Rimane significativo il commento di un grande maestro di esegesi, E.-B. Allo, Saint
Paul. Première épitre aux Corinthiens, Paris *1956, che ci mostra lo sfondo dei
problemi cogliendone quasi sempre la soluzione pertinente; è bene tuttavia inte­
grarlo con il commento più recente di G. Barbaglio, Prima lettera ai Corinti, Bolo­
gna 1996, che merita di figurare tra i migliori. Sono da ritenersi dei classici C.K.
Barrett, La prima lettera ai Corinti, Bologna 1979; H. Lietzmann - W.G. Kum­
mel, An die Korinther 1/11, Tubingen 5i969; H.-D. Wendland, Le lettere ai Co­
rinti, Brescia 1976; H. Conzelmann, Der erste Brief an die Korinther, Gottingen
*1981. Eccellenti anche C. Senft, La première épitre de saint Paul aux Corin­
thiens, Genève *1990; F. Lang, Die Briefe an die Korinther, Gottingen 1986; E.
Fascher, Der erste Brief des Paulus an die Korinther, 1. Teil, Kap. 1-7, Berlin
1988; Ch. Wolff, Der erste Brief des Paulus an die Korinther, 2. Teil, Kap. 8-16,
Berlin 1984; G. Voigt, Gemeinsam glauben, hoffen, lieben. Paulus an die Korin-

Witherington ili nel commento a tale passo: «Tutto questo passo non può essere diretto sem­
plicemente contro Apollo o Pietro, neppure da parte di chi si trova a Corinto nel momento in
cui Paolo scrive».
18 4 Le grandi lettere

ther 1, Gòttingen 1989-1990; H.J. Klauck, 1. Korintherbrief, Wiirzburg 1994; A.


Lindemann, Der Erste Korintherbrief, Tiibingen 2000; B. Witherington ih (cit.).
I vari «Colloqui paolini», celebrati a San Paolo Fuori le Mura (Roma), costi­
tuiscono una sorta di commento «polifonico» grazie alla pubblicazione degli at­
ti, non solo perché le singole lettere vengono illustrate da autori di origini diffe­
renti, ma anche perché alla fine vengono raccolte le impressioni degli altri parte­
cipanti; per quanto si riferisce a 1 Corinti, cfr. L. De Lorenzi, Paolo a una Chie­
sa divisa (1 Cor 1-4), Roma 1980; Idem, Freedom and Love. The Guide for Chris­
tian Life (1 Cor 8-10; Rom 14-15), Roma 1981; Idem, Charisma und Agape (1
Kor iz-14), Roma 1983; Idem, Résurrection du Christ et des Chrétiens (1 Co i j ),
Roma 1985.
In parecchie note precedenti risalta la considerazione, retorica da un lato e so­
ciologica dall’altro, attribuita alla lettera. Entrambi gli aspetti sono stati ripresi
nel commento di B. Witherington hi, Conflictand Community in Corinth. A Socio-
Rhetorical Commentary on 1 and 2 Corinthians, Grand Rapids, Mich. 1994. Vi
si può aggiungere, per il secondo aspetto, G. Theissen, La stratificazione sociale
nella comunità di Corinto. Un contributo alla sociologia del cristianesimo primi­
tivo, in Idem, Sociologìa del cristianesimo primitivo, Genova 1987, 207-241.
Infine, poiché sono moltissimi i temi specifici che si prestano a un ulteriore ap­
profondimento, ci limitiamo a fornire uno spunto bibliografico generale: G. Lanf,
Bibliographie zum 1. und 2. Korintherbrief, Gòttingen 1990.
Capitolo vili

La seconda lettera ai Corinti

T. I D A T I D E L P R O B L E M A

La seconda ai Corinti ha gli stessi destinatari della prima e fu scritta,


grosso modo, nel medesimo periodo della vita dell’apostolo (il cosiddet­
to «terzo viaggio»). Non vi è dubbio che sia posteriore alla prima, an­
che se in realtà non è comunque la seconda lettera che Paolo scrisse, vi­
sto che i Corinti allude, come sappiamo, a una lettera ancora preceden­
te (i Cor. 5,9).
Sulla base di quanto esposto nel capitolo precedente a proposito della
comunità destinataria, si può affermare che i fatti successivi all’invio di
1 Corinti costituiscono la vera occasione della lettera. È bene tenere
sempre presente l’eventualità che la lettera, così com’è, possa includere
scritti diversi, ma la discussione specifica su questo punto verrà affron­
tata nella parte finale del capitolo.

1. Occasione della lettera


a) La crisi a Corinto
Attualmente è opinione pressoché unanime che la seconda ai Corinti ri­
sponda a una serie di problemi sorti dopo l’invio della prima.1 Le novità
e gli interrogativi che diedero origine alla lettera dovettero far vivere a
Paolo momenti di vera preoccupazione, ma non si trattava certo di una
tragedia: l’apostolo sapeva bene quale vita conducevano i corinti prima
di convertirsi (1 Cor. 6,9-11) e vedeva che la testimonianza di Cristo
era sempre più salda in mezzo a loro (1,5-8). Le divisioni in fazioni of­
fuscavano il senso di comunità come unica chiesa di Cristo (11,22), ma
senza spezzarlo: tutti infatti continuavano a riunirsi (11,17 s.20.33; 14,
23.26). Il caso d’incesto sarebbe stato inammissibile presso gli stessi pa­
gani (5,1), ma l’apostolo si dice certo che il «cattivo lievito» sarà elimi­
nato per consentire la continuazione della celebrazione pasquale (w. 7 s.).
In meno di due anni il panorama mutò radicalmente. L’apostolo fu
i. Tale posizione è esposta in tutta chiarezza da E.-B. Allo, Saint Paul Seconde Épìtre aux
Corinthiens , Paris * 1 9 5 6; si può aggiungere che, sotto ogni aspetto, le sue soluzioni sono più
che apprezzabili.
1 86 Le grandi lettere

fatto segno di tre offensive parallele (forse coordinate) a Corinto, in Ga-


lazia e a Filippi. Delle ultime due parleremo a proposito delle rispettive
lettere (Galati e Filippesi). Per il momento ci concentreremo sulla crisi
di Corinto, che è anche la meglio documentata.
Da Efeso, dopo aver inviato i Corinti, Paolo si era recato una secon­
da volta a Corinto, ma senza ricevervi una buona accoglienza. Non si sa
se Timoteo (cfr. i Cor. 16,10) avesse avuto tempo di tornare o se altri
avevano informato Paolo prima di intraprendere il viaggio. Da 2 Cor. 2,
1 si deduce piuttosto che Paolo era «triste» già al momento della partenza:
a Corinto incontrò poi una persona che lo rattristò (v. 5) e lo offese
(7,12). Sembra che Paolo non abbia voluto incontrare faccia a faccia gli
offensori, ma abbia successivamente scritto una lettera alla comunità «tra
molte lacrime» (2,3 s.9; 7,8.12: una lettera che chiameremo «interme­
dia», scritta tra la prima e la seconda ai Corinti).
Quest’ipotesi di una visita «intermedia» e di una lettera «intermedia»
induce a leggere 2 Corinti non come una sorta di spiegazione di 1 Co­
rinti, bensì come una risposta a fatti nuovi. Non pare possibile, come
facevano gli antichi commentaristi, ritrovare in 1 Corinti i fatti che so­
no appena stati descritti: ritenere che la visita di 2 Cor. 2,1 sia quella
dell’annuncio (giacché, stando a 1 Cor. 2,3, questa avvenne «in debo­
lezza e con molto timore e trepidazione»), o che la lettera alla quale si
allude in 2 Cor. 2,3 s.9; 7,8.12 sia 1 Corinti, soprattutto a motivo del
caso di incesto (5,1). Il colpevole veniva infatti identificato con la perso­
na che aveva rattristato (2 Cor. 2,5) e offeso (7,12) l’apostolo. Queste
identificazioni sono inammissibili, tanto più che l’evangelizzazione di Co­
rinto, ossia il momento in cui Paolo annunzia ai suoi abitanti la «buona
novella», non può essere visto come una visita «nella tristezza». Più dif­
ficile ancora risulta leggere 1 Corinti come una lettera scritta «tra molte
lacrime, in grande afflizione e col cuore angosciato». In particolare per­
ché, nei testi di 2 Corinti appena citati, vi è un coinvolgimento del pre­
stigio di Paolo e della sua posizione all’interno della comunità molto
maggiore di quanto dovesse richiedere il caso di incesto. La seconda let­
tera ai Corinti va dunque ietta alla luce di quanto riporta essa stessa.
«L’offensore» (2 Cor. 7,12) poteva essere un membro della comunità,
ma la crisi era stata provocata da un gruppo di giudeocristiani venuti da
fuori, pronti a prendere il comando. Invece di incontrare un netto rifiu­
to da parte dei corinti, risulta che furono da essi accettati o, almeno,
«sopportati» (2 Cor. 11,4.20). Com’era prevedibile, si tratta di «avver­
sari» che avrebbero fatto parlare molto di sé, addirittura fino ai giorni
nostri. Esporremo le varie opinioni, compresa la nostra, nel paragrafo
più adatto: le questioni aperte.
b) Occasione immediata della lettera

La crisi in quanto tale fornisce la ragione immediata per scrivere la let­


tera «tra molte lacrime», lettera in teoria smarrita che potrebbe forse
essere presente in 2 Cor. 10-13, ne discuteremo più avanti. La «seconda
lettera ai Corinti» che conosciamo corrisponde, almeno nei primi capi­
toli, a una soluzione più o meno globale di questa crisi e implica alcuni
eventi concreti successivi alla stesura della lettera scritta «tra molte la­
crime». Tra questi eventi si colloca un momento di riconciliazione, che
si esplica nel buon andamento della colletta in favore della chiesa di Ge­
rusalemme e che invoglia l’apostolo a recarsi a visitare i corinti (cfr. 2
Cor. 1,15: «perché riceveste una seconda grazia») prima e dopo la sosta
in Macedonia, per dirigersi poi in Giudea partendo da Corinto. Sia 1
Cor. 16,4 {«se converrà che anch’io vada, andrò con loro») sia 2 Cor.
9,2 («L’Acaia è pronta fin dallo scorso anno») attestano chiaramente
che la colletta proseguì celermente e perciò anche le relazioni tra Paolo
e la comunità attraversarono un buon periodo. Tuttavia vi è l’accenno a
un recentissimo pericolo mortale dal quale l’apostolo era stato liberato
da poco (2 Cor. 1,8-10). Tale pericolo poteva essere associato ad alcuni
mesi di prigionia.
È possibile che, una volta fatto uscire di prigione, Paolo fosse invitato
a lasciare la città (cfr. Atti 16,36-39). Di fatto, si era recato a Troade
per annunziare il vangelo di Cristo e lì gli si era aperta una porta nel Si­
gnore (2 Cor. 2,12). Ma l’inquietudine (e le cattive notizie) lo fecero
partire da Troade per recarsi in Macedonia (2,13). Qui lo raggiunsero
le buone notizie, illustrate dalla fine diplomazia di Tito: «Egli ci ha an­
nunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per
me, e la nostra gioia si è ancora accresciuta» (7,7).
Abbiamo così i dati necessari per stabilire luogo e data di composi­
zione della seconda lettera ai Corinti. Se si tratta di un’unica lettera, sa­
rà facile determinare luogo e cronologia relativa: fu inviata dalla Mace­
donia dopo l’arrivo di Tito, mentre la colletta era in pieno svolgimento
e poco prima dell’inverno trascorso dall’apostolo «in Grecia» (cfr. Atti
20,1-3) prima di recarsi a Gerusalemme (cfr. 19,21 s.). Nella cronologia
da noi ritenuta più probabile, ciò corrisponderebbe all’ «estate» del 57.
Ma, come più volte si è detto, il difficile è sapere se tutta la lettera nasce
dalla stessa situazione. In tal senso, 2 Corinti conterrebbe frammenti
scritti anteriormente, da Efeso e da Troade, o successivamente, dalla
Macedonia. Se ne parlerà nelle questioni aperte. Ad ogni modo nessuno
degli eventuali frammenti si collocherebbe cronologicamente distante,
poiché la crisi durò al massimo due anni.
2. Stile e vocabolario

Nello stile dell’apostolo, lungo tutto il suo epistolario, si incontreranno sempre i


medesimi parametri: alcuni momenti più colloquiali, caratteristici di una lettera,
e altri più retorici, propri di un trattato. Tali momenti verranno segnalati via via
che si proseguirà con l’esame del testo.
Il vocabolario della seconda ai Corinti consta di 792 parole, 94 delle quali so­
no hapax del N.T. e 127 «hapax paolini». Con tale vocabolario l’autore compo­
ne un’opera di 4.448 parole per una media di 5,62, che potremmo considerare
normale se si tiene conto dell’estensione della lettera: inferiore a 1 Corinti (7,04)
e a Romani (6,64), superiore al resto delle lettere paoline (Galati: 4,22; 1 Tessa-
lonicesi: 2,56; Filippesi: 3,62; Filemone: 2,33). Perfezionando la correlazione esten­
sione-media, si può dire che è un po’ bassa, certamente a causa dell’indubbia in­
sistenza su alcuni temi dottrinali e pratici.
Gli hapax ci riportano nelle stesse coordinate lessicali di 1 Tessalonicesi e 1 Co­
rinti: 44 di essi figurano nella Bibbia greca dei Settanta o in altre traduzioni gre­
che dell’Antico Testamento; degli altri, 27 sono noti da altri testi profani e 17
sarebbero del tutto nuovi, ma sono composti o derivati di altri termini presenti
nel Nuovo Testamento.
Tra le parole che non figurano altrove nelle sette lettere autentiche, le seguenti
hanno un certo peso: arrabon («caparra»), aphrosyne («stoltezza»), acheiropoie-
tos («non fatto da mani d’uomo»), exousiazein («esercitare autorità»), tharrein
(«confidare, essere ardito»), thriambeuein («portare in trionfo»), katbarìzein («pu­
rificare»), merimna («preoccupazione»), metamelesthai («pentirsi»), metanoein
(«cambiare mentalità»), pantokrator («onnipotente»), paraàeisos («paradiso»),
presbeuein («svolgere il ruolo di ambasciatore»), synapothneskein («morire insie­
me»), tapeinoun («umiliare»), typhloun («accecare»), hyperairesthai («insuper­
birsi»), hypsoun («innalzare»).
Tra i termini ricorrenti in parecchie lettere autentiche e non ancora menziona­
ti proponiamo: aionios («eterno»), alethes («veritiero»), ametameletos («irrevo­
cabile»), anangellein («annunciare»), anotnia («empietà»), anypokritos («schiet­
to»), archein («dominare»), aselgeia («dissolutezza»), aphorìzeìn («estrarre», «se­
parare»), aphorme («occasione»), bebaios («saldo»), gramma («lettera», contra­
ria allo Spirito), deesis («preghiera»), (eupros)dektos («gradito» [a Dio]), diako-
nein («servire» [nella chiesa]), dokime («valore dimostrato»), endeiknysthai, en-
deixis («mostrare», «dimostrazione»), enoikein («in-abitare»), epangelia («pro­
messa»), eulogetos («benedetto» [Dio]), thanatoun («uccidere»), thysia («sacrifi­
cio»), katallage («riconciliazione»), ktisis («creazione»), kyrieueìn («essere signo­
re»), leitourgia («servizio pubblico», «liturgia»), metamorphousthai («trasfor­
marsi»), metanoia («conversione»), pathema («sofferenza», «passione»), parap-
toma («caduta» [nel peccato]), parresia («coraggio»), pepoithests (fiducia»), pe-
risseia, perissos, perissoteros («abbondanza», «abbondante»), pleroun («riempi­
re», «dare pienezza»), ploutos («ricchezza»), proepangellesthai, proerein, pro-
noein («pro-mettere», «pre-dire», «pro-vedere»), rhema («parola»), splanchna
(«viscere» [di misericordia]), synistanein («raccomandare»), spbragizein («sigil­
lare»), tapeinos («umile», «misero»), telein («portare a perfezione»), teras («prò-
La seconda lettera ai Corinti 189

digio»), hypekoos, hypakoe, hypotage («obbediente», «obbedienza»), phobets-


tbai («temere» [Dio]).
Ovviamente ciascuno di questi termini sottende una tradizione giudaica e cri­
stiana, arricchita dal contributo personale dell’apostolo. Inoltre, chi conosce be­
ne il linguaggio di Galati e Romani si accorgerà che qui tale linguaggio affiora in
modo molto più accentuato rispetto alle lettere precedenti.

3. Suddivisioni maggiori
È parere unanime che la seconda lettera ai Corinti presenti una struttu­
ra intricata. Dal punto di vista della costruzione stilistica parleremo di
«lettere» differenti, senza per questo implicare (né escludere) che si trat­
ti realmente di scritti inviati inmomenti diversi.
Distinguerle risulterà facile solo fino a un certo punto. Tanto per co­
minciare, i capp. 8 e 9 presentano contenuti simili (esortazioni alla col­
letta); il cap. 9, tuttavia, sembra ignorare quanto è stato già detto al
cap. 8: «Riguardo alla colletta in favore dei santi...» (9,1), alludendo a
1 Cor. 16,1 ma trascurando di averne già parlato nei 24 versetti prece­
denti.
D’altra parte sembrerebbe logico concludere una lettera parlando del­
la colletta, come avviene in 1 Cor. 16,1-4 e Rom. 15,26-28. Risultereb­
be perciò stilisticamente accettabile collocare il cap. 8 nella stessa lette­
ra dei capp. 1-7. Non così invece per il cap. 9, per come esordisce e per
il contenuto ripetitivo. Ancor meno logico sarebbe, dopo aver dedicato
tanto spazio alla colletta, tornare ad affrontare temi polemici per altri
quattro capitoli. Pertanto, provvisoriamente parleremo dei capp. 10-13
come di un’altra lettera.
Si distingueranno dunque:
1. lettera A, lettera della riconciliazione (capp. 1-7);
2. lettera B, prima nota sulla colletta (cap. 8);
3. lettera C, seconda nota sulla colletta (cap. 9);
4. lettera D, apologia di Paolo (capp. 10-13).
D’altro canto le connessioni di linguaggio e di situazione all’interno di
quella che la tradizione ha ricevuto come 2 Corinti sono tali e tante, che
sarebbe illogico trattare separatamente queste singole «lettere» (tra l’al­
tro, anche per la mancanza di unanimità nel delimitarne i confini). Co­
minciamo dunque a studiare la lettera così come si presenta, prendendo
atto via via delle differenze di livello e rimandando alla fine del capitolo
gli interrogativi cruciali: vi sono realmente più lettere? È possibile rico­
struire l’ordine in cui furono inviate?
Le suddivisioni ulteriori nelle lettere B, C e D non creano alcun pro­
blema e consentono di passare direttamente alla lettura della lettera. Lo
19 0 Le grandi lettere

stesso non si può dire per la lettera A. Nei primi sette capitoli non è
difficile, dopo l’introduzione (1,1 s.) e l’esordio (vv. 3-7), distinguere
una «zona» eminentemente narrativa, all’inizio e alla fine (risp. 1,8-2,13
e 7,5-16), e una zona centrale molto più «argomentativa», tanto per ri­
farsi allo schema retorico. I confini delle singole «zone» sono stati prov­
visoriamente fissati alla fine di 2,13 e alPinizio di 7,5, perché il primo
testo si conclude con le parole «partii per la Macedonia», mentre il
secondo esordisce dicendo: «Quando giunsi in Macedonia». Tra i due
testi non vi è il racconto di ciò che avvenne durante il viaggio. Ritenia­
mo comunque che vi siano buone ragioni per ampliare le due «zone»
narrative a scapito di quella argomentativa. Pare infatti che la «marcia
trionfale» di 2,14 sia in relazione diretta con l’evangelizzazione di Troa-
de, dove gli si era aperta una porta (v. 12): ciò indurrebbe a prolungare
la prima sezione fino a 2,17.
In 3,1, inoltre, ha inizio un’autoraccomandazione dell’apostolo che,
come si vedrà, prosegue per altri quattro capitoli fino a 6,4-10, pericope
in cui l’affermazione «noi raccomandiamo noi stessi» viene precisata da
una serie di complementi circostanziali. Questa pericope formerebbe
una seconda sezione (o è una lettera indipendente?) riguardante le rac­
comandazioni dell’apostolo.
Ciò che segue sino alla fine del cap. 7 comporta un singolare inciso
(forse anch’esso una lettera indipendente?) in 6,14-7,1. Tuttavia, se lo
lasciamo tra parentesi vedremo che tanto ciò che si afferma in 6,11-13
quanto i versetti 7,2-4 risultano essere una buona descrizione di ciò che
accadde a Paolo al suo arrivo in Macedonia (7,5). Ci sarebbero dunque
buone ragioni per vedere il passo di 6 ,11-13 unito a quello di 7,2-24 per
formare una seconda sezione narrativa.
Pur senza trascurare di scoprire le possibili correlazioni tra i vari
frammenti, cominceremo a dividere la prima «lettera» in cinque sezioni
differenti:
a) inizio epistolare (1,1-7)
b) prima sezione narrativa (1,8-2,17)
c) «raccomandazioni» dell’apostolo (3,1-6,10)
d) seconda sezione narrativa (6,11-13; 7,2.-16)
è) «inciso» sulla separazione (6,14-7,1)
Per il momento attribuiamo un semplice valore espositivo alla conside­
razione dell’ «inciso» come un qualcosa di distinto. Non per questo tra­
scureremo di valutare i possibili nessi con i testi che gli stanno a fianco.
IL LETTURA D ELLA LETTERA

i. Lettera A, lettera della riconciliazione (capp. 1-7)


a) Inizio epistolare (1,1-7)
L ’indirizzo (1,1 s.), piuttosto ampio, è in tutto simile a quello di 1 Corinti; oltre
alla chiesa di Corinto è rivolto ai santi di «tutta l’Acaia» (almeno quelli di Atene!).
L ’esordio (1,3-7) S1 svolge anch’esso in forma di rendimento di grazie (o me­
glio, di benedizione) ma, più che sulle grazie che la comunità ha ricevuto, si in­
centra sulla tribolazione e la consolazione sperimentate dall’apostolo: esse sono
«di Cristo» (v. 5) e puntano al bene dei corinti (v. 6), a proposito dei quali confi­
da che resteranno al suo fianco (v. 7).

b) Prima sezione narrativa (1,8-2,17)


Inizia a) con la narrazione delle tribolazioni capitategli in Asia (1,8-11) e prose­
gue b) con una riflessione (v. 12: «Questo infatti è il nostro motivo di gloria...»),
che non è in relazione con quanto precede bensì con ciò che segue: siamo espliciti
davanti a voi (1,12-14). La narrazione riprende per riferire c) che il cambiamen­
to nei suoi progetti non fu dovuto a leggerezza (1,15-22) ma d) al ricordo di una
brutta esperienza (1,23-2,11). Continua poi raccontando e) del viaggio .a Troade
e in Macedonia (2,12 s.) e conclude f) con una seconda riflessione: Dio ci porta
in trionfo (vv. 14-17). Soffermiamoci un momento su ciascuno di questi punti:
Prim a narrazione: le tribolazioni in A sia (1,8-11). Ne parla affermando di ave­
re ricevuto su di sé la sentenza di morte per imparare a confidare non in se stes­
so, bensì in colui che risuscita i morti (v. 9).
Prim a riflessione {vv. 12-14). I11 risposta a chi lo aveva criticato, sottolinea la
sua trasparenza di fronte a loro (vv. 12 s.) ed esprime la speranza che essi lo
comprenderanno sino alla fine, in quanto avranno bisogno l’uno degli altri da­
vanti al tribunale di Cristo (vv. 13 s.).
Cam biam ento di piani (1,15-22). Le critiche erano dovute al cambiamento nei
suoi progetti, attribuito a leggerezza o a preferenze umane (vv. 15-17). Questo
non è vero: la sua parola è come il «sì» di Cristo alle promesse di Dio, che lo
conferma dandogli la caparra dello Spirito (vv. 18-22).
Il ricordo di una brutta esperienza (1,23-2,11). Il testo torna a un episodio del
passato: l’apostolo non si è recato a Corinto perché voleva risparmiarli (vv. 23
s.; 2,1 s.), o meglio, a causa di colui che, durante una recente visita, lo aveva rat­
tristato (v. 5) inducendolo poi a scrivere una lettera assai dura contro tutti (vv.
4.9; cfr. v. 3). Ora, però, tutti rimproverano l’offensore (v. 6 ) e Paolo lo perdona
(w. io s.) chiedendo a tutti di fare lo stesso (vv. 7 s ).
Il viaggio a T roade e in M acedonia (2,12 s.). A Troade ebbe un certo successo
apostolico (v. 12), ma l’apprensione per non avervi trovato Tito lo spinse a par­
tire per la Macedonia (v. 13).
Seconda riflessione , a proposito dei suoi successi (vv. 14-17). Dio ci porta in
trionfo (v. 14), noi siamo il profumo di Cristo (vv. 15 s.), parliamo in Cristo,
mossi da Dio e alla sua presenza (v. 17).
c) L e « r a c c o m a n d a z i o n i » d e l l ’ a p o s t o l o ( 3 , 1 - 6 , 1 0 )

In 3,1 («Cominciamo un’altra volta a raccomandare noi stessi?») viene affronta­


to un tema nuovo: l’idea di autoraccomandazione - suggerita dalle lettere di rac­
comandazione utilizzate dai «contendenti» (ibid.) - diventa, come vedremo, il fi­
lo conduttore del discorso (cfr. 4,2; 5 ,12 e 6,4). L ’espressione «un’altra volta» im­
plica qualcosa di precedente, che potrebbe essere 2,14 -17. Ciò permetterebbe di
accostare tali versetti al discorso che segue, come versetti di transizione.
Partendo da vari dettagli del testo siamo giunti a una possibile suddivisione:
Esordio: non abbiamo bisogno di raccomandazioni (3,1-3).
Proposizione: il nostro ministero proviene da Dio (3,4-6).
Argomento storico: raffronto con Mosè (3,7-18).
Due livelli di gloria (3,7-11).
Due diversi atteggiamenti (3,12-18).
Argomento teologico (4,1-5,10).
Un ministero di pura luce (4,2-6).
Conservato in lampade d’argilla (4,7-12).
Perciò siamo coraggiosi (4,13-15).
Fino alla fine dei nostri giorni (4,16-5,10).
Argomento cristologico (5,11-6,10).
Cristo ci impegna (5,11-15).
Cristo è presente in noi (5,16-21).
Perciò assomigliamo a lui (6,1-10).
Esaminiamo rapidamente questi punti.

Esordio: non abbiamo bisogno di raccomandazioni (3,1-3)


«Un’altra volta?» (3,1) allude probabilmente a 2 ,14 -17, però presuppone che
l’accusa sia ancora precedente. Paolo non necessita di raccomandazioni esterne
né le ricerca (v. ib), perché per il suo ministero lo Spirito ha scritto la lettera di
Cristo nel cuore dei suoi fedeli: è la legge nuova, scritta non su tavole di pietra
(w. 2 s.).

Proposizione: il nostro ministero proviene da Dio (3,4-6)


Per mezzo di Cristo siamo sicuri nei confronti di Dio (v. 4). Non per «capacità»
personale (cfr. 2,16) ma di Dio (v. 5) siamo ministri della nuova alleanza (v. 6a),
che non è lettera che uccide ma Spirito che dà vita (v. 6b).

Argomento storico: raffronto con Mosè (3,7-18)


Già Geremia (31,31.33) aveva proclamato che Dio avrebbe scritto la nuova alle­
anza nel cuore ed Ezechiele (11,19 ; 36,26) aveva profetizzato che uno «spirito
nuovo» avrebbe cambiato i loro cuori. In questo contesto Paolo aggiunge il raf­
fronto tra due ministri: Mosè e l’apostolo.
La seconda lettera ai Corinti 19 3

Due livelli di gloria (3,7-11). Se il ministero di Mosè, che condannava a morte


(cfr. v. 6b), era pieno della gloria di Dio (non potevano neanche fissarne il vol­
to!) anche se effimera (v. 7), tanto più quello dello Spirito (v. 8) che dà la giusti­
ficazione (v. 9) e resta per sempre (v. 11). Tra parentesi, una gloria che viene su­
perata da un’altra cessa di essere tale (v. io).
Due diversi atteggiamenti (3,12-18). La «speranza» di rimanere per sempre vie­
ne espressa ampiamente nella sezione centrale (4,16-5,10). Ciò che qui importa è
che tale speranza ci dà coraggio (v. 12): non come Mosè, che si velava il volto
perché non si vedesse che aveva perduto la gloria (v. 13: perché aveva smesso di
guardare il Signore; cfr. v. 16). Ma essi non lo comprendevano (v. I4a), né lo
comprendono oggi (v. i4a): quando leggono l’Antico Testamento (v. 14!); cfr. v.
i5a) su di loro è steso un velo che verrà rimosso da Cristo (v. 14C). Perciò, quan­
do Mosè (si osservi il verbo al singolare rispetto ai plurali dei w . 13-15) «si vol­
geva verso il Signore si toglieva il velo» (v. 16; cfr. Es. 34,34). Qui «il Signore» è
lo Spirito (il contrario della lettera) e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà (v.
I7b). Da parte nostra, noi ci affacciamo a volto scoperto allo specchio (che è
Cristo) e ci trasformiamo, di gloria in gloria, in quell’immagine (v. 18; cfr. 4,4).

Argomento teologico (4,1-5,10)


Paolo riassume in 4,1 e sviluppa nei paragrafi successivi la tesi enunciata in 3,4­
6: in forza del ministero (cfr. 3,6 e 4,2-6) «per la misericordia che ci è stata usa­
ta» (cfr. 3,5 - «da Dio» e «non da noi stessi» - e 4,7-12) «non ci perdiamo d’ani­
mo» (cfr. 3, e 4 ,13 -15 , ampliato in 4,16-5,10).
Un ministero di pura luce (4,2-6). Respingendo ogni «occultamento» della
parola (v. 2a) riveliamo la verità alle coscienze (cfr. 1,2; 5,11) davanti a Dio (v. 2b).
L’ «occultamento» viene da un altro «dio» che impedisce di vedere la gloria del
vangelo di Cristo, che è immagine di Dio (v. 4; cfr. Col. 1,15). Predichiamo Cri­
sto, il Signore, e siamo vostri servitori (v. 5; cfr. 1,24; 1 Cor. 3,5.21-23), perché
Dio, creatore della luce, ci ha illuminati nel volto di Cristo (v. 6).
Conservato in lampade d'argilla (4,7-12). Così è più che mai chiaro che il po­
tere viene da Dio e non da noi stessi (v. 7b; cfr. 3,5; 12,9 s.). Siamo pieni di tri­
bolazioni, ma non siamo vinti (vv. 8 s.); portiamo sempre e ovunque la morte di
Cristo (v. ioa; cfr. v. n a : «siamo consegnati alla morte a causa di Cristo») nel
nostro corpo (v. robd; cfr. v. n d : «nella nostra carne mortale»), affinché in esso
(come in ciò che era dentro il sepolcro) si manifesti la vita di Gesù (vv. i o c . i i c ).
Come nel caso di Cristo, se ne ricava che la morte agisce di più in noi e la vita di
più in voi (v. 12; cfr. 13,4).
Perciò siamo coraggiosi (4,13-15). L ’audacia traspare dalle parole del salmista:
«Credo, perciò proclamo» (v. 13), ossia non mi tiro indietro (cfr. v. ic) perché
colui che ha risuscitato Gesù risusciterà anche noi per il vostro bene (vv. 14 s.).
Fino alla fine dei nostri giorni (4,16-5,10). Tale audacia (v. i6a) nasce dalla
idea che dentro il vaso vi sia il tesoro (cfr. v. 7): l’uomo esteriore si va disfacendo,
ma quello interiore non cessa di rinnovarsi (v. i6b). Una tribolazione lieve pro­
cura una quantità smisurata di gloria (v. 17), poiché le cose visibili sono effime­
re, mentre quelle invisibili sono eterne (v. r8).
19 4 Le grandi lettere

Segue un ampliamento di cinque versetti (vv. 1-5): la dimora terrena è una


tenda da nomadi, non paragonabile alla dimora eterna non costruita da mani di
uomo (v. ib; cfr. Me. 14,58). Ma l’apostolo non vorrebbe trascorrere neanche
una notte esposto alle intemperie: vorrebbe essere rivestito della dimora celeste (vv.
i-4a), e non restare ignudo (v. 3), perché ciò che è mortale venga assorbito dalla
vita (v. 4b). A ciò viene spinto da Dio stesso, che gli ha dato la caparra dello Spi­
rito (v. 5; cfr. 1,2.2.; E f. 1,14).
Il v. 6 si riallaccia a quanto detto in precedenza avvalendosi di un’espressione
di audacia (cfr. 3,4.12; 4,1.16) che avrà un ruolo preciso nel proseguimento del­
la lettera (v. 8; 7,16; 10 ,1 s.) e qui introduce una piccola pausa senza che vi sia
cambiamento di tema: mentre abitiamo nel corpo viviamo lontano dal Signore
(v. 6b; cfr. Fil. 1,23), perché camminiamo nella fede e non nella visione (v. 7; cfr.
4,18; R om . 8,24 s.). Ci piacerebbe essere già con il Signore (v. 8), ma ci sforzia­
mo di essere a lui graditi (v. 9; cfr. Fil. 1,20-24), poiché compariremo tutti da­
vanti al tribunale di Cristo (v. io).

Argom ento cristologico (5,11-6,10)

Cristo ci impegna (5,11-15). Prima di parlare di Cristo come della sua ragione di
vita (spec. w . 14 s.) Paolo giustifica il suo atteggiamento di fronte agli avversari,
gente che sa argomentare ma non apre il proprio cuore (v. 1 2 C ; cfr. «cuore» in
1,22; 3,2 s.; 4,6). Paolo deve convincere quelli di fuori (v. u à ) e per far ciò for­
nisce argomenti a quelli di dentro (v. i2b) come se non si trattasse di qualcosa di
evidente davanti a loro (v. n b ; cfr. 1,12 ; 2,17; 4,2), come se raccomandasse se
stesso in quanto tale (v. i2a; cfr. 3,4; 4,5; 1 0 , 1 2 . 1 8 ; 12 ,11). Si è trattato di una
«follia» (cfr. 1 1 , 1 - 1 2 , 1 1 ) necessaria per difendere la causa di Dio, però si atte­
nuerà per non rendere le cose troppo difficili per loro (v. 13).
Poiché (e qui entra in campo la cristologia) l’amore che portò Cristo a morire
per tutti noi ci obbliga a fare molto di più (w . I4ab.i5a): noi siamo morti con
lui (cfr. 1,9 s.; 4 ,10 -11; 11,2 3 ) e non possiamo più vivere per noi stessi (vv.
I4 c .i5 b ).

Cristo è presente in noi (5,16-21). Senza interrompersi Paolo passa ora a par­
lare dell’opera di Cristo in sé e del ruolo che le compete: non tratta più nessuno
secondo criteri solamente umani (v. i6a; cfr. 1,17 ; 10,2 s.), perché così facendo
non si conosce Cristo (v. i6b) e Cristo rappresenta l’inizio di una creazione nuo­
va (v. 17).2'
Variando semplicemente modo di esprimersi, i vv. 18 e 19 affermano che Dio
«ci» (cioè tutti) ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e «ci» (ai ministri) ha
affidato il ministero della riconciliazione. Il v. 20 sottolinea il ruolo dei ministri:
in nome di Cristo vi esortiamo. Il v. 21 rivela qualcosa di più a proposito dell’o­
pera di Cristo («Io ha fatto peccato», nel senso di «sacrificio per il peccato») e
del ministero apostolico: «siamo giustizia di Dio».3
Perciò assom igliam o a lui (6,1-10). Il participio iniziale segna una pausa (co­
me in 3,12; 5,6.11), ma l’argomento prosegue. Il v. 1 è una riformulazione di
2. Cfr. Gal. 6, 1 5 ; Ef. 2 ,1 0 .1 5 ; 4,24.
3. Nel senso di «giustizia riconciliatrice»; cfr. Rom. 1 , 1 7 ; 3 .2 1 s.25 s.
La seconda lettera ai Corinti 195
5,20: «vi esortiamo». Il v. 2 fornisce un esempio di «parola» di riconciliazione: ci­
tazione biblica applicata al momento presente. Il discorso volge al termine ram­
mentando la preoccupazione di Paolo per quelli di fuori (v. 3; cfr. 5,13 b) e il si­
gnificato della sua «autoraccomandazione» (v. 4a; cfr. 3,1; 4,2; 5,12) come mini­
stro di Dio.
Alla luce del mistero di Cristo (cfr. 4,8-12) si vanta di varie avversità sopporta­
te (vv. 4b-5), delle virtù del suo ministero (v. 6), delle armi con cui combatte (v.
7) e della posizione paradossale che ha assunto di fronte al mondo (vv. 8-10).4

d) Seconda sezione narrativa (6,11-13; 7,2.-16)


Se sono corrette le ipotesi relative all’incorporazione postpaolina dell’ «inciso» sul­
la separazione (6,14-7,1) e all’esistenza indipendente di una lettera puramente nar­
rativa (che passi direttamente da 2,13 a 7,5), allora si può ipotizzare anche l’in­
corporazione di 6 ,11-13 e 7,2-4 (oppure di tutta la pericope 6,11-7,4) alle rifles­
sioni che precedono (come una sorta di peroratio).
Lasciando aperta quest’eventualità, propendiamo per l’idea che tanto 6 ,11-13
quanto 7,2-4 tematicamente si riallaccino benissimo alla narrazione che segue, for­
mando un testo unico coerente.
Il frammento che ne risulta potrebbe essere così suddiviso: a) prima riflessione
(6 ,11-13; 7,2-4); b) arrivo, con Tito, della riconciliazione (7,5-133); impressioni
di Tito (7 ,13 ^ 16 ).
Prima riflessione (6 ,11-13 ; 7,2.-4). Sono tutte frasi brevi e semplici: nella pri­
ma parte del passo si parla di una bocca che si apre e di un cuore che si allarga
(v. 11), nei vv. 12 s. ci si augura che anche il cuore dei corinti si allarghi altret­
tanto. Anche nella seconda parte si accenna a un «aprirsi» (v. 2) e a un cuore (v.
3). Anticipando la notizia del successo, Paolo afferma che i corinti gli danno
franchezza, occasione di vanto, consolazione e gioia (v. 4).
Arrivo, con Tito, della riconciliazione (7,5-133). Lo stile si fa più emotivo, ma
perde in limpidezza letteraria e densità teologica. L ’arrivo di Tito è stato una
consolazione per Paolo (vv. 5 s.i3a), perché ha avuto notizia dei sentimenti che
la comunità nutre nei suoi confronti (w. 7 .1 1 s.). Dal canto suo, l’apostolo non
si è pentito di averli rattristati con la sua lettera (vv. 8-10; cfr. 2,4).
Impressioni di Tito (7 ,13 b-r6). Apprezzando l’opera del suo collaboratore
Paolo prepara il capitolo seguente riguardante la colletta, nel quale parlerà anco­
ra di Tito (8,6.16.23) e del suo vanto per i corinti, che essi non dovranno delu­
dere (8,24). .

e) «Inciso» sulla separazione (6,14-7,1)


Conveniamo con molti nell’affermare che 6,14-7,1 costituisce un’interruzione nel­
l’argomentazione. Ma da qui a sapere che si trattò davvero di un inserimento suc­
cessivo ce ne corre; ne riparleremo più avanti, quando esporremo le varie opinio­
ni in proposito. La condizione per lasciare il frammento lì dov’è, è ritenere che si
tratti di un excursus con il quale, tirando all’estremo il commento, si esortano i
4. Cfr. 1 Cor. 4 ,9 -1 3 ; Gal. 6 ,1 4 .1 7 .
1 96 Le grandi lettere

credenti a rimanere in comunione (cfr. 6,14) con Cristo. Il testo invita a non con­
dividere il giogo con gli infedeli {v. i4a) a causa dell’incompatibilità tra la giusti­
zia, la luce, Cristo, il fedele e il tempio di Dio da una parte, e l’iniquità, le tene­
bre, Beliar, l’infedele e gli idoli dall’altra (w. I4b-i8); termina quindi con l’esor­
tazione a purificarci completamente (carne e spirito) da ogni macchia e a portare
a compimento la santificazione {7,1).

2,. Lettera B, prima lettera sulla colletta (cap. 8)

Come sopra si accemiava, la diversa origine dei due capitoli sulla colletta viene
solitamente ricondotta a due motivi: dicono essenzialmente le stesse cose e, inol­
tre, 9,1 esordisce come se i ventiquattro versetti precedenti non esistessero nean­
che. L’unica differenza che si può notare tra i due capitoli è che solo il cap. 8 ac­
cenna a Tito (vv. 6.16.23), mentre di «Acaià» si parla solo nel cap. 9 (v. 2). Ne
approfitteremo per distinguere i capitoli.
Nel primo capitolo (o piccolo discorso) sulla colletta (cap. 8) è facile indivi­
duare i passaggi dell’argomentazione, anche se non sempre i segnali sintattici so­
no collocati in modo corretto.
L’inizio (exordium e narratio a un tempo) prende spunto dall’esempio dei ma­
cedoni nella preparazione di quella che viene definita grazia-comunione-ministe­
ro (ovvero la colletta, vv. 1-5). Nei versetti seguenti (vv. 6-8) si propone qualco­
sa di analogo pure ai corinti, che si distinguono per fede, parola, conoscenza, ze­
lo e carità (v. 7). Il v. 9 fornisce l’argomentazione teologica: il Signore nostro Ge­
sù Cristo si è fatto povero per rendere ricchi noi con la sua povertà (v. 9; qui
«grazia» significa qualcosa più della colletta). I vv. 10-12 forniscono l’argomen­
tazione pratica: non vi conviene esitare (v. io) perché, se si può concretamente
fare qualcosa, allora le buone intenzioni non sono sufficienti per essere graditi a
Dio (vv. 11 s.).
Un’eventuale obiezione suggerisce all’autore nuove riflessioni che culminano in
un testo della Scrittura (vv. 13-15): non si tratta di impoverirsi, bensì di ristabili­
re l’eguaglianza (v. 13).
Prevenendo un’altra eventuale obiezione (sul suo impegno a portare la colletta
a Gerusalemme: vv. 190.20) elogia lo zelo dimostrato da Tito (vv. 16 s.) e da un
altro fratello, raccomandato e designato dalle chiese perché lo accompagni (vv.
18-193.22), poiché si preoccupa di comportarsi bene davanti a Dio e davanti agli
uomini (v. 21).
I w . 23 s. costituiscono chiaramente una raccomandazione finale: date questa
prova d’amore (e confermate così gli elogi da me fatti sul vostro conto) davanti a
tutte le chiese.3

3. Lettera C, seconda lettera sulla colletta (cap. 9)

Il secondo accenno alla colletta segue uno schema assai simile.


Inizia con un’introduzione all’argomento tipicamente epistolare («Riguardo
poi a questo servizio...»: v. 1), con un riferimento esplicito al fatto che sta scri­
vendo una lettera («scrivervene»).
La seconda lettera ai Corinti 19 7

Segue una concisa narratio (vv. 2-4) in cui parla dell’esempio che i macedoni
ricevettero dall’Acaia (cfr. 8,1-6) e della missione dei fratelli in quella regione (w. 3
s.; cfr. 8 ,i8 s.22).
Il v. 5 propone la colletta come una «benedizione» (in 8,4.6 s.19 era definita
«grazia») che non nasce da «cupidigia» (nel senso di «spilorceria»).
L’argomentazione teologica (vv. 6-11) può essere così riassunta: «colui che se­
mina benedizione raccoglierà benedizione» (v. 6). La colletta viene definita «ope­
ra di bene» (v. 8) e, alla luce del testo biblico (v. 9), «frutto della vostra giustizia»
(v. io).
I w . 12-14, sviluppando il v. 11, forniscono un argomento pratico: la colletta
sosterrà la legittimità dell’adesione dei gentili al vangelo (v. 13).
II breve discorso termina con un sentito rendimento di grazie (v. 15).

4. Lettera D, lettera apologetica di Paolo (capp. 1 0 - 1 3 )

Con 10,1 ha inizio un discorso (nel senso appena detto) che abbraccia quattro
capitoli, di cui Paolo è non solo autore ma anche soggetto (si veda il nominativo
ego, «io», in 10,1; 11,13.29; 12 ,11.13.15 s.; kago, «anch’io», in 11,16.18 .21 s.;
12,20; hemeis, «noi», in 10,7.13; 11,12 .2 1; 13,4.6.73.7^9).5
Non ci vuole molto per immaginare che, dopo un’introduzione andata perdu­
ta, si passi a un esordio dai toni elevati (lasciamo per il momento in sospeso se
sia andata realmente così): «Io stesso, Paolo...» (v. 1; cfr. Gal. 1,6). L’esordio si
conclude al v. 11 con un’espressione che mette a raffronto l’assenza con la pre­
senza (cfr. v. 1). Seguono cinque contrapposizioni («non..., ma...», rispettiva­
mente ai vv. 12.13.14.15.18) che sono un commento al detto biblico: «Chi si
vanta, si vanti nel Signore» (v. 17). Esse svolgono il ruolo della propositio.
Segue un brano dai contorni precisi: il «discorso del folle» (o Narrenrede), che
comprende i versetti da 11,1 a 12,13. Ad esso spetta il ruolo deil’argumentatio.
Si giunge quindi a due finali epistolari, che iniziano con la frase: «Vengo da voi
per la terza volta» (12,14 e I 3>1 )
Ne risulterebbe dunque questo schema:
a) esordio (10,1-11)
b) proposizione: raccomandato dal Signore (10,12-18)
c) argomentazione: «discorso del folle» (11,1-12,13)
d) prima conclusione epistolare (12,14-21)
e) seconda conclusione epistolare (13,1-13).
Di queste sezioni alcune richiederebbero un’ulteriore suddivisione, che però verrà
proposta a suo tempo.

5. Cfr. J. Sanchez Bosch, L ’apologie apostolique .- 2 Cor 1 0 - 1 1 camme réponse de Paul à ses
adversaires, in E. Lohse, Verteidigung und Begriindung des apostolischen Amtes, Roma 1993,
43-63, oltre alta bibliografia ivi citata, spec. H.D. Betz, Der Apostel Paulus und die sokrati-
sche Untersuchung zu seiner «Apologie» 2 Kor i o - 12, Tiibingen 1972.
a) Esordio ( 10 ,1-11)
11 discorso viene introdotto quasi si trattasse della sezione esortativa di una lette­
ra (v. ia; cfr. spec. Rom. i2,ia), per poi passare invece all’apologià. A proposito
della lettera «impetuosa» scritta dopo una visita poco esaltante (v. ib; cfr. v.
io), Paolo afferma che non si è trattato di pusillanimità «secondo la carne» (vv.
2 s.), ma che ad assisterlo è la potenza di Dio (vv. 4 s.). Come apostolo, egli ap­
partiene «a Cristo» più di qualsiasi altro (v. 7) e possiede,l’autorità per edificare,
non per distruggere (v. 8). Tuttavia, non ha intenzione di spaventarli con la sua
lettera (v. 9), ma di dimostrare che, per lettera o di persona, il suo atteggiamento
è sempre lo stesso (v. 11).

b) Proposizione : raccomandato dal Signore (10,12-18)


Sulla base di un’opzione criticamente possibile, riteniamo che a cavallo tra i vv.
12 e 13 vadano soppresse le seguenti parole: «sono sciocchi; noi invece». In que­
sto modo avremmo cinque frasi negative, seguite da altrettante avversative
(«non..., ma...»: vv. 12-15.18; cfr. v. 1 6). Nel primo gruppo si farebbe allusione
a ciò che fanno gli avversari ma che Paolo non fa-, vantarsi oltre misura... di ciò
che altri hanno operato, prendendosi il merito altrui. Nelle avversative, invece, vi
sarebbe la descrizione di ciò che fa Paolo: vantarsi, secondo la misura assegnata­
gli da Dio, di essere arrivato fino a loro (vv. i3b.i4b), con l’idea di crescere an­
cora davanti a loro, senza eccedere la sua misura, evangelizzando regioni ancora
più lontane (vv. I5b-i6a).6 Se la nostra lettura del testo è corretta, ciò equivale a
trovare in se stesso (e non nel paragone con altri) la misura della sua posizione
(v. i2b).7 In ogni caso per l’apostolo tutto ciò ha un significato preciso: «gloriar­
si nel Signore» (v. 17). È infatti convinto che niente sia opera sua,8 ma che può
vantarsi di ciò che Cristo ha operato per mezzo di lui,9 dunque di una sorta di
raccomandazione divina (v. i8b).

c) Argomentazione: «discorso del folle» ( 1 1 , 1 - 1 2 , 1 3 )


Questo frammento di quarantasei versetti merita di essere ulteriormente suddivi­
so. Termini chiave come «gloriarsi», «follia», «necessario», come pure la com­
parsa di temi specifici, suggeriscono la seguente strutturazione: a) cause della fol­
lia (11,1-6); b) indipendenza economica dell’apostolo (w. 7-12); c) emissari di Sa­
tana (vv. 13-15); d) seconda riflessione sulla follia (vv. 16-20); è) «catalogo delle
avventure» (w. 21-29); f) un’ «avventura» particolare (vv. 30-33); g) visioni e ri­
velazioni (12,1-10); h) riflessione conclusiva (vv. 11-13).
Cause della follia (11,1-6). Si tratta di una follia piuttosto lieve, perciò si au­
gura che riescano a sopportarla (v. 1). È come la gelosia di un padre impegnatosi
a concedere in matrimonio (a Cristo) la figlia vergine (vv. 2 s.). Tanto sa benis­
simo che i credenti sopportano tutto (v. 4; cfr. vv. 19 s.; evidentemente esagera
6. C fr. Rom. 1 5 , 2 0 , 2 3 s. 7 . C fr. Gal. 6,4.
8. C f r . 3 , 3 . 5 ; 6 , 7 ; 1 0 , 4 ; 1 Cor. 15 ,10 . 9, C f r . Rom. 1 5 , 1 7 s.
La seconda lettera ai Corinti 19 9

quando parla di «un Gesù diverso, un altro vangelo, uno spirito diverso»). Sa­
pranno ben sopportare anche lui, che non è in nulla inferiore ai grandi apostoli
(v. 5),10 anche se ritiene di eccellere in conoscenza ma non in parola (v. 6; in os­
sequio ai canoni retorici di allora).
Indipendenza economica deWapostolo (vv. 7 - 1 2 ) . L’apostolo si sente offeso
perché è stato frainteso un gesto che per lui rivestiva tanta importanza11 e oltre­
tutto lo rende simile a Cristo: ha abbassato se stesso per esaltare loro {vv. 7 s.).IZ
Pur avendo ceduto in Macedonia, qui non cederà per quanto voglia loro bene
(vv. 9 s.),I? per sventare i piani di quelli che vorrebbero che lui fosse come loro
(v. 12.).
Emissari di Satana (vv. 13-15). Con espressioni molto forti si scaglia con ira
contro quanti lo hanno diffamato, dicendo che sono falsi apostoli (v. 13), imita­
tori e servitori di Satana {vv. 14 s.). Riconosce che si presentano come ministri di
Cristo (v. 13; cfr. 10,7; 11,23), ma se è Paolo il vero ambasciatore di Cristo (cfr.
2,17; 5,20), quelli che si danno da fare per screditarlo in realtà lavorano per Sa­
tana.
Seconda riflessione sulla follia (vv. 1 6 - 2 0 ) . L’apostolo, proprio perché ritiene
di essere «rinsavito», torna ora sul tema della «follia», pur senza affermarla a
chiare lettere («come in un accesso di follia», v. 17 !?). Ammette di essersi vantato
«non secondo il Signore» (v. i7a), ossia senza quella mansuetudine e modera­
zione propria di Cristo (cfr. 1 0 , 1 ) , 14 tuttavia incolpa gli altri di aver creato una
situazione tale (cfr. 5 , 1 2 ; 1 1 , 1 2 ) da indurlo a rispondere vantandosi (v. 17 C ). In
ogni caso si nota una differenza tra il suo vanto e quello altrui: questi si vantano
secondo la carne (v. i8a),15 Paolo si vanta e basta (v. i8b).16 Conclude con una
nota sarcastica, affermando che i corinti sarebbero le persone più adatte ad ac­
cettare anche lui, visto l’entusiasmo con cui accolgono altri stolti (v. 1 9 ; cfr. v.
4), i quali li riducono in schiavitù e arrivano a colpirli in faccia (v. 2 0 ).
Catalogo delle avventure (w. 21-29). Dopo un esordio alquanto aggressivo
(v. 21), l’elenco prosegue ininterrottamente dal v. 22 fino al v. 29. A partire dal
v. 23b si limita a spiegare, in evidente connessione grammaticale, il v. 1 3 a: «So­
no ministri di Cristo? Io di più!». Il «catalogo» è in evidente parallelo con 6,4-10
e in linea con 4,7-12 e 1 Cor. 4,9-13.17
«Ministri di Cristo» (v. 233) è un’espressione che rientra nella serie in cui l’a­
postolo si definisce anche ebreo, israelita e figlio di Abramo (v. 22). Quando si
autoaccusa di star parlando «con vergogna, come per debolezza» (v. zia), e in
un accesso di «stoltezza» (v. 2ic), non può certo riferirsi solo al v. 22 (dove al­
lude alla sua condizione di giudeo),18 dato che l’espressione più forte («sto par­
lando da folle», v. 23b) Paolo la impiega a proposito di qualcosa che è essenziale
per la sua autocomprensione: l’essere ministro di Cristo. Quindi l’aspetto sgra­
devole per lui dev’essere proprio l’aggressività che caratterizza il confronto («Se
ardiscono gli altri, ardirò anch’io», v. 2ib).
i o . P r e fe rire m m o interpretare questa frase in linea c o n Gal. 1,17 ; 1 Cor. 1 5 , 9 s. p iu tto s to che
c o n s o tto , 1 1 , 1 3 - 1 5 . 1 1 . C f r . 1 Tess. 2.,9; 1 Cor. 9 ,15 -18 . i z . C fr . 8,9: Fit. 2,8.
1 3 . C fr. 1 Cor. 9 ,15 . 1 4 . C fr. anche Rom. 12 ,14 .17 ; 1 Tess. 5 ,15 .
1 5 . O ss ia senza verità e senza retta intenzione. 1 6 . C fr . 1 , 1 2 . 1 7 ; 1 0 , 2 s.
1 7 . C fr. anche 2 Cor. 3,6 -9 . 1 8 . C fr. Rom. 1 1 , 1 s., m a lg r a d o FU. 3 , 7 s.
2,00 Le grandi lettere

Riguardo alle «avventure» concrete, noteremo prima di tutto i molti paralleli­


smi: a) in 6,5 figurano, con le stesse parole, le prime tre («fatiche, prigionie, per­
cosse») e altre due del v. 27 («veglie, digiuni»); fi) in r Cor. 4,11, con i relativi
verbi derivati compare il resto del v. 27 («fatica, fame e sete, nudità»); c) strana­
mente le «molti morti» del v. 23 s. appaiono, al singolare, in 1,10; 4,12 e, in for­
ma simile, in 4,10 (ten nekrosin), come pure nella formula «come condannati a
morte» (epithanatious) in 1 Cor. 4,9.
Per il resto, il testo accumula alla rinfusa notizie autobiografiche varie: a) pu­
nizioni giudiziarie: cinque volte i trentanove colpi da parte dei giudei (v. 24), tre
volte la flagellazione, una volta la lapidazione (v. 25ab); fi) «avventure» acquati­
che: tre naufragi, uno dei quali durato quasi ventiquattr’ore (v. 25cd), pericoli su
fiumi (v. z6b), pericoli di assalti (v. 2óh); c) «avventure» sulla terraferma: viaggi
interminabili (v. 26a), pericoli di briganti (v. z6c), pericoli nella città e nel deser­
to (v. 2é>fg); d) attacchi inaspettati da parte di persone normali: pericoli da parte
dei connazionali (v. 26d; cfr. v. 24), dei gentili (v. 26e), dei falsi fratelli (v. 26Ì);
e) all’interno di questa serie rientra anche un’ «avventura» meno spettacolare, a
cui però l’apostolo dà molto rilievo perché è il suo assillo quotidiano (v. 283): la
preoccupazione per tutte le chiese (v. 28b), che gli fa sentire come propri i pro­
blemi di ciascun membro della comunità.
Una chiave di lettura per comprendere tutto l’insieme può essere data dalla
constatazione che qui non vengono citate virtù (come in 6,4c.6adf). Quindi il si­
gnificato potrebbe essere che non è il lavoro svolto l’oggetto dell’elogio, bensì la
protezione divina (che equivale a una raccomandazione: cfr. 10,18). D’altra par­
te, dai vv. 28 s. si capisce che li ama «con l’amore profondo di Gesù Cristo» (Fil.
1,8), che li ha generati come un vero padre (1 Cor. 4,15) e continua sempre a
generarli (Gal. 4,19).
Un3«avventura» particolare (vv. 30-33). Dopo un evidente «punto e a capo»
si giunge all’aneddoto conclusivo (vv. 32 s.), posto sotto il segno della debolezza
(v. 30) e confermato da un giuramento solenne (tutto il v. 31). Certo non si trat­
ta di debolezza morale, ma di una disgrazia da cui è stato liberato (v. 33); si trat­
ta, inoltre, di una debolezza che sfiora il ridicolo (fuggire... dentro una cesta!, v.
32), come se si mettesse a recitare un attore non professionista (cfr. 1 Cor. 4,9
s.). Il tema della debolezza «apostolica», che a nostro avviso ha qui il suo inizio,
verrà sviluppato in 12,5-10. Diciamo soltanto che se Dio lo porta in trionfo in
questo modo (cfr. 2,14), è perché Paolo porti in giro per il mondo la morte di
Cristo (cfr. 4,10): la sua debolezza, dunque, è di Cristo proprio come le sue tri­
bolazioni (cfr. 1,5), per cui diventa anch’essa una raccomandazione divina (cfr.
10,18).
Visioni e rivelazioni (12,1-10). Prima di passare al prossimo tema concreto, os­
sia le «visioni e rivelazioni» (iz,ib), inserisce una brevissima riflessione che tor­
na ancora una volta sulla necessità o meno di vantarsi: non conviene (v. ib; rite­
niamo «ai fini della salvezza», come in 10,8; 1 Cor. 6,12; 10,23; I2>7 )- Narra
poi solo il caso di «un cristiano» (vv. 2a_3a) che fu rapito fino al terzo cielo (v. 2e) e
udì parole indicibili, che non è lecito all’uomo pronunciare (v. 4bc). Aggiunge (v.
ja) che «di lui» sì si vanterà: come se non fosse lui, perché non era lui a produr­
re tutto ciò. Ma di se stesso (v. 5b; ossia in quanto tale: cfr. 3,4; 5,i2a; n ,i2a .
La seconda.lettera ai Corinti ZOI

i8a) non si vanterà se non delle debolezze (v. 50; cfr. 11,30). Il v. 6 ridimensiona
le ultime due affermazioni: a) se volesse vantarsi (di altre cose) non sarebbe in­
sensato, perché direbbe la verità (v. 6ab, a differenza di 11,1.17.21); b) non in­
tende essere giudicato per più di quello che di lui si vede o si sente (v. 6cd)/9 os­
sia non soltanto debolezza.
E propone subito un esempio di questa «debolezza»: con ogni probabilità si
tratta della stessa malattia a cui si accenna in Gal. 4,13. Paolo ne parla come di
una spina molesta che Satana gli ha conficcato nel corpo, proprio come a Giobbe
(v. 7). Il Signore non gliePha tolta, malgrado le preghiere dell’apostolo (v. 8),
perché la grazia20 c la potenza di Dio realizzano un’opera perfetta su un suppor­
to debole (v. 9).zr Di questa debolezza può vantarsi perché significa che in lui
dimora la potenza di Cristo (v. 9cd; iob). Sulla scia di 11,22^ 30 e paralleli, la
debolezza si amplia fino a includere l’oltraggio, la costrizione, la persecuzione, le
ristrettezze sofferte per Cristo (v. ioa).
Riflessione conclusiva (w. 11-13). La follia in quanto tale viene ora liquidata
in meno di un versetto (v. ria), per riequilibrare la negazione del v. 6ab e i dub­
bi di 11,1.17.21. Ne viene però ribadito il carattere costrittivo (v. n b )22 e la
parte di colpa che ha la comunità (v. n c; cfr. 6d; 5,12). Vengono poi ricapitolati
i temi dell’intero discorso: il confronto con i grandi apostoli (v. nd; cfr. 11,5 s.),
la pazienza (v. i2b),23 l’indipendenza economica (v. 13; cfr. 11,7.9.12). Invece di
«visioni e rivelazioni» (i2,i-4.éb), come «segni dell’apostolato» si hanno «segni,
miracoli e prodigi» (v. izac).

d) Prima conclusione epistolare ( 1 2 ,1 4 - 2 1 )

L’annuncio della visita imminente (v. 14) equivale ad annunciare la conclusione


della lettera. I temi di questo primo finale sono di nuovo quello della sua indi­
pendenza economica (vv. 14-18),24 della classificazione della lettera di cui viene
messa in discussione la categoria di (mera) apologia (v. 19) e della preparazione
della visita (vv. 20 s.). Riguardo alla visita esprime dei timori per come li troverà
e per quello che succederà: tutta la storia potrebbe ripetersi.

e) Seconda conclusione epistolare ( 1 3 ,1 - 1 3 )

Il secondo finale esordisce con un altro annuncio del viaggio imminente (v. ia),
comporta altre due allusioni alla visita ormai prossima (vv. 2.10), un’ultima di­
fesa della sua posizione (vv. 3 s., in forma espositiva; vv. 5-9, come apostrofe) e
si conclude con un’esortazione di carattere generale (v. 11), un saluto generale (v.
12) e una benedizione (v. 13).
Riguardo alla sua posizione, ci offre una perla teologica (vv. 3 s.): voi vi senti­
te forti in Cristo, mentre vedete me debole (v. 3b).Z5 II fatto è che ora io debbo19 *

1 9 . C fr. v. r i ; 5 , 1 2 ; 1 0 , 7 . 2 0 . C fr. 1 , 1 2 ; 4 , 1 5 ; 6 ,1 . 2 1 . C fr. 4 , 7 ; 6 ,7.


2 2 . C f r . v. i a ; 1 1 , 2 s . 1 7 . 3 0 . 2 3 . C f r . 1 1 , 2 2 ( 3 - 2 9 , a n c h e il term ine c o m p a r e so lo in 1 , 6 ; 6 ,4 .
2 4 . C o n allu sion e a 8 , 1 6 - 1 9 . 2 2 s.; 9 , 5 . 2 5 . C fr. 1 Cor. 4 ,10 .
zo z Le grandi lettere

partecipare della debolezza della croce (v. 4C)/6 ma quando vivrò con lui sarò
forte come voi (v. 4d).
Nell’apostrofe {w. 5-9) compaiono un tema nuovo («non posso fare nulla
contro la verità»: v. 8)26
27 e uno già noto, la debolezza (v. 9).28
Nell’esortazione generale (v. 11) ricorrono i temi propri di una vita comunita­
ria gioiosa. Alcuni sono nuovi per questa lettera: incoraggiatevi/9 abbiate gli
stessi sentimenti,30 vivete in pace.31
Il saluto vicendevole (v. iz), comprensivo anche del bacio,32- non poteva essere
più generico, mentre la benedizione finale (v. 13) è un’ultima perla: la grazia del Si­
gnore Gesù Cristo,33 l’amore di Dio Padre34 e la comunione dello Spirito santo.35

III. QUESTIONI APERTE

Come per le altre lettere autentiche, le questioni aperte più importanti


sono due, una letteraria e una storica: l’unità della lettera e la natura
dell’opposizione incontrata da Paolo.

1. La composizione della seconda ai Corinti

A differenza della prima lettera ai Corinti, la tendenza a vedere in 2 C o ­


rinti più lettere non diminuisce col passare del tempo: risulta infatti al­
trettanto difficile discutere la sua autenticità, anche dell’ultimo fram­
mento, e accettare l’unità di tutti e tredici i capitoli.
Entro i margini di variabilità propri dello stile dell’apostolo, diremmo
che i primi sette capitoli potrebbero formare un’unica lettera: partendo
dal saluto iniziale ( 1 ,1 s.) e dall’esordio (w . 3-7), informa di alcune tri­
bolazioni appena passate (vv. 8 -11), tesse un elogio per la mutua com­
penetrazione tra l’apostolo e la sua comunità (vv. 1 2 - 1 4 ) , aPre una se_
zione narrativa sulla soluzione soddisfacente della crisi ( 1 ,1 5 - 2 ,1 7 ) , se­
zione che, di fatto, prosegue in 7 ,5 -16 .
Tra queste due sezioni si può dire che si colloca un’argomentazione, e
tale singolare posizione nel bel mezzo della narrazione può essere attri­
buita all’originalità dell’apostolo. Tuttavia si può anche rimarcare l’ac­
cento polemico del discorso racchiuso tra 2 ,1 4 e 7,4 , affermando che ri­
guarda un altro momento difficile della crisi.36

2 6 . C fr , 4 , 1 0 - 1 2 . ; 1 1 , 3 0 ; 1 2 , 5 . 9 . 1 0 . 2 7 . C fr . 4 , 2 ; 6 , 7 ; 7 , 1 4 .
2 8 . C f r , v . 3 b ; 1 2 , 9 s. 29 . C fr. 1 Tess. 4 ,18 ; 5 ,1 1 . 3 0 , C fr. Rotti. 1 2 ,1 6 ; 15 ,5 .
3 1 . C fr. 1 Tess. 5 , 1 3 ; Rom. 1 2 , 1 8 . 3 2 . C fr . Rom. 16 ,16 ; 1 Cor. 16 ,2 0 ; 1 Tess. 5 ,26 .
3 3 . C fr. 8 , 9 ; Rom. 1 6 , 2 0 . 2 4 ; 1 Cor. 16 ,2 3 ; Cai. 1,6 ; 6 ,18 .
3 4 . C fr , v, 1 1 ; Rom. 5 ,5 .8 ; 8 ,39 .

3 5 . F o r m u la n u o v a , che c o m p e n d i a m o ltissim e co se: cfr. 1 , 2 2 ; 3 , 3 , 6 . 8 . 1 7 s.; 4 , 1 3 ; 5 , 5 ; 6 , 6 ;


11,4 ; 12 ,18 .

3 6 - In L . D e L o r e n z i, Paolo Ministro del Nuovo Testamento (2 Co 2,14-4,6 ), R o m a 1 9 8 7 , si


La seconda lettera ai Corinti 2.03

C ’è poi un altro problema. Come abbiamo fatto notare prima, il di­


scorso appare più coerente se si passa direttamente da 6 ,1 3 a 7,2 . I sei
versetti intermedi potrebbero provenire da una lettera precedente, ad
esempio dalla «primissima», della quale abbiamo già parlato e a cui al­
lude 1 Cor. 5,9.
Riguardo ai capp. 8 e 9, abbiamo già osservato che si equivalgono
quanto a funzione e contenuto; è difficile pensare che siano stati inviati
all’interno di uno stesso scritto. Certo, il cap. 8 sulla colletta potrebbe
fungere da conclusione dei capitoli precedenti, in quanto ben si inserisce
nel contesto. Il cap. 9 sembra invece provenire da una lettera diversa.
Dei capp. 1 0 - 1 3 si può affermare con sufficiente sicurezza che forma­
no un’unità, il cui titolo potrebbe essere «Paolo e i suoi avversari». Il
difficile è trovare l’incastro giusto, sia con il cap. 7 che con l’ 8 o con il
9. Si è spesso ritenuto che tali capitoli fossero la famosa «lettera tra
molte lacrime» cui si allude in 2,4. Tuttavia neanche questa è un’opi­
nione incontrastata, tra l’altro anche perché, nel contesto di 2,3-9 e 7>
1 2 (ove si fa cenno a tale lettera) l’accento è posto sull’offesa arrecatagli
da un membro della comunità, mentre nei capp. 1 0 - 1 3 si insiste sugli
avversari venuti da fuori (rammentiamo 1 1 , 4 . 1 3 - 1 5 . 2 2 s.). Bisognerà
dunque ritenere che si tratti di una «seconda lettera tra molte lacrime»,
oppure andare in cerca di un’altra soluzione.
In breve, l’unico elemento veramente sicuro è che l’apostolo, dalla
Macedonia, verso la fine del «terzo viaggio» (intorno all’anno 57), inviò
a Corinto la «sostanza» della seconda lettera ai Corinti, che compren­
deva almeno il brano di 1 , 1 - 2 , 1 3 e la pericope 7,5-16.
Seguendo l’ordine della lettera, la discussione allora ruota principal­
mente intorno al resto della prima parte ( 2 ,1 4 -6 ,1 3 , oltre a 7,2-4 ), al­
l’inciso di 6 ,1 4 - 7 ,1 , alle due lettere sulla colletta (capp. 8 s.) e ai capp.
10 -13.
N on è facile formarsi un’opinione sul modo in cui l’apostolo (e i suoi
successori) trattava i suoi documenti. M a ancora più arduo è trovare od
ottenere qualsiasi tipo di consenso. L ’analisi del testo da noi svolta ci ha
comunque portati a formarci un’opinione, che ci permettiamo di espor­
re qui di seguito.
L ’idea di fondo è che al centro dei capp. 1 -7 vi sia un discorso specu­
lativo sulla natura dell’apostolato, che abbraccia la sezione 3 ,1 -6 ,10 :
l’apostolato è un grande tesoro di gloria, racchiuso in vasi d’argilla. Noi
osiamo pensare che questo discorso non sia frutto diretto della crisi co­
a c c e n n a a va rie o p in io n i sul tem a e se ne a p p r o f o n d is c o n o a lcu n e ; cfr. a n c h e R . Bieringer - J.
Lam brech t, Studies on 2 Corìnthians, L e u v e n 1 9 9 4 . S e c o n d o S. V i d a l , Cartas, la terza lettera
ai C o r in t i o rig in ale c o m p r e n d e r e b b e 2 C o r . 2 , 4 - 7 ^ (pp. 2 2 1 - 2 5 1 ) ; la q u a r ta 1 0 , 1 - 1 3 , 1 {p p .
2 5 3 - 2 8 1 ) ; la q u in ta il resto di 2 C o r in t i: 1 , 1 - 2 , 1 3 ; 7 , 5 - 8 , 2 4 (pp. 3 2 7 - 3 4 9 ) ; 2 C o r . 9 , 1 - 1 5 s a ­
re b b e in vece una lettera in dirizzata alle c o m u n i t à d eli’ A c a i a .
204 Le grandi lettere

rinzia, ma potrebbe invece trattarsi di una serie di «meditazioni dalla


prigionia» (quella di cui si narra in 2 C or. 1 ,8 -10 , durante la quale, co­
me vedremo, potè avere origine Filippesi). N on ci pare coerente, infatti
- e qui sbaglierebbero le suddivisioni usuali - , saltare da 2 ,1 3 a 7 ,5 , sem­
plicemente perché 2 ,1 3 richiama i vv. 1 4 - 1 7 in cui si parla della «por­
ta aperta» a Troade (v. 12), mentre 7 ,5 segue coerentemente 6 , 1 1 - 1 3 e
7,2-4 , in cui si anticipa la gioia per l’incontro con Tito. D ’altra parte,
tanto 2 , 1 4 - 1 7 quanto 6 , 1 1 - 1 3 unito a 7 ,2 -4 hanno molto in comune con
il «discorso speculativo», anzi, ne sono la cornice ideale, posta da Paolo
come prezioso castone in cui alloggiare una perla stupenda. In altre pa­
role, a nostro avviso tutto è strettamente connesso all’interno dei capp.
1 - 7 (con l’unica eccezione di cui parleremo più avanti): riteniamo per­
tanto che questa sia la lettera inviata dalla Macedonia. Che inizialmente
fosse pensata come un «biglietto» e prima di inviarlo Paolo decise di in­
serirvi un discorso, creandone il «castone» adatto, sono ipotesi che non
si possono dimostrare, ma che aiutano a comprenderla. In tal senso ri­
sulta più diffìcile attribuire alla lettera originale i sei versetti della peri-
cope 6 ,1 4 - 7 ,1 ; essi infatti non sono collocati in mezzo al discorso (per
cui si potrebbe parlare di digressione), bensì in mezzo al castone. Sono
versetti autentici di Paolo e sono coerenti con certe allusioni al male
presenti nella lettera (2 ,15 s.; 4,3 s.), però è improbabile che questa sia
la loro collocazione originale. Quanto alla loro eventuale appartenenza
alla «primissima» lettera, resta il fatto che là il problema era la man­
canza di moralità (cfr. 1 Cor. 5,9), mentre qui è la mancanza di fede.
Senza negare che, nella tradizione profetica, l’idolatria è vista come
immoralità e l’immoralità come idolatria.
Relativamente al cap. 9, ribadiamo ancora una volta che ripete gli
stessi concetti del cap. 8, ma ricominciando da capo («Per quanto ri­
guarda il servizio in favore dei santi...», 9 ,1 ; cfr. r Cor. 1 6 ,1 ) , come se
non ne avesse appena parlato. Le connessioni di linguaggio e situazione
con i capp. 1 - 7 sono più evidenti nel cap. 8, nel quale Tito in particolare
viene nominato tre volte (vv. 6 .16 .2 3 ); dunque deve trattarsi del capito­
lo che faceva parte della lettera. Il cap. 9 potrebbe appartenere a una
lettera inviata in precedenza (anch’essa dalla Macedonia, v. 2), o po­
trebbe semplicemente trattarsi della bozza di una lettera, sostituita poi
da un’altra (una lettera può essere autentica anche senza essere mai sta­
ta inviata).
Il problema maggiore è costituito dalla lunga apologia (capp. 10 -13 ).
Come sopra si accennava, non può trattarsi della «lettera tra molte la­
crime», perché si scaglia contro quelli venuti da fuori (cfr. 1 1 , 4 . 1 3 ­
1 5 .2 2 s.) invece di porre l’accento sull’offesa vera e propria, come sug­
geriscono i capp. 2 e 7. Reputiamo che non si tratti di questa lettera,
La seconda lettera ai Corinti 205

anche se certamente è difficile misurare «le lacrime» che hanno bagnato


uno scritto. Riteniamo che per 2 C or. 1 0 - 1 3 non ne siano state versate
poi così tante: l’apostolo esordisce impiegando la terminologia di un ge­
nerale vittorioso (10 ,3-6 ) e ricorre più volte al termine «vantarsi» (io ,
8 . 1 3 . 1 5 - 1 7 ; 1 1 , 1 2 . 1 6 . 1 8 . 3 0 ; 1 2 ,1 .5 s.% cfr. 1 1 , 1 0 . 1 7 ) . Pensiamo inoltre
che 1 0 ,9 - 1 1 faccia riferimento alla «lettera tra molte lacrime»:
Non sembri che voglia spaventarvi solo per lettera. Si dice infatti: «Le sue lettere
sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la sua parola spregevole».
Sappia costui che, come siamo stati a parole per lettera, assenti, tali saremo an­
che con i fatti, quando saremo presenti.
Se davvero questi capitoli parlano della «lettera tra molte lacrime»,
non possono certo farne parte. D ’altra parte, 1 2 ,1 8 allude all’invio di
Tito insieme a un altro fratello in relazione alla conclusione della collet­
ta: proprio la situazione che presuppone 8 ,22 s. (cfr. vv. 6 .16), testo che
consideriamo unito ai primi sette capitoli perché sembra scritto apposta
per 7 ,6 .13 s. Bisognerà dunque ammettere che la riconciliazione po­
trebbe essere stata minacciata da nuovi rigurgiti di crisi e che i capp. 1 0 ­
1 3 potrebbero costituire una seconda «lettera tra molte lacrime». Si po­
trebbe immaginare che gli avversari, vedendo i nuovi successi dell’apo­
stolo (forse quando perse ogni speranza di portare a termine la colletta),
ingaggiarono un’ultima battaglia molto più dura, che indusse Paolo a
scrivere la sua apologia più intensa.
Bisogna comunque ricordare che la storia successiva (lo ribadiremo a
proposito di Romani) si dipana in linea con i capp. 1-8 : Paolo si recò a
Corinto, vi passò tre mesi, raccolse la colletta e partì alla volta di Geru­
salemme, convinto che quel capitolo della sua vita si era ormai felice­
mente concluso. La «seconda lettera tra molte lacrime» (tanto per dare
un nome a questi capitoli) aveva avuto non meno successo della prima.

2 . 1 promotori della crisi

Abbiamo già detto che «l’offensore» (2 Cor. 7 ,1 2 ; cfr. 2 ,5 -10 ) poteva


essere un membro della comunità, però la crisi era stata provocata da
un gruppo di giudeocristiani venuti da fuori, pronti a prendere il potere.
Invece di incontrare un netto rifiuto da parte dei corinti, pare venissero
ben accolti o, perlomeno, «sopportati»:
Se il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predica­
to noi o se ricevete un altro spirito che non avevate ricevuto o accettate un van­
gelo diverso che non vi avevamo predicato, ebbene voi lo sopportate splendida­
mente (2 Cor. 11,4);
Sopportate che qualcuno vi riduca in schiavitù, vi sfrutti, vi derubi, si insu­
perbisca, vi schiaffeggi... (v. 20).
206 Le grandi lettere

L ’ origine giudaica degli avversari è evidente ( 1 1 ,2 2 ) . Subito sembra che


si accetti la loro qualifica di «ministri di Cristo» (v. 2 3 a), ma poco pri­
ma tale qualifica era stata loro negata a chiare lettere: «falsi apostoli,
operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo» (vv. 1 3 - 1 5 ) .
Sono palesi il loro desiderio di innalzarsi alle altezze di Paolo (v. 12 ) e
la loro tendenza a vantarsi, che per Paolo è un «vantarsi secondo la car­
ne» (v. 18 ), un vanto puramente «di faccia, non nel cuore» (5 ,12 ). Si ri­
ferisce chiaramente a essi come ai «molti che mercanteggiano la parola
di Dio» (2 ,1 7 ; cfr. 4,2).
Poiché in 1 0 ,1 2 l’apostolo afferma di non avere l’ardire di giudicare o
paragonarsi a quelli che si raccomandano da sé, non si richiede molto
per capire che poco dopo si riferisce a essi come a coloro che «si pro­
tendono» verso i corinti «come chi non ci arriva» (cfr. v. 14 , nella stes­
sa linea di 3 ,1) e una volta arrivati «si vantano senza misura del lavoro
di altri» (cfr. v. 15 ) , come chi invade il campo altrui al momento di rac­
cogliere i frutti.
Qui la conclusione è indubbiamente corretta, tuttavia il procedimen­
to adottato per giungervi merita una considerazione. È definito mirror
reading («lettura allo specchio»): ciò che Paolo dice per propria difesa
viene inteso come riflesso delle accuse che gli sono state rivolte o della
«teologia» degli avversari, fino a estremi che sfiorano la mancanza di
senso comune.37 1 2 , 1 7 s., ad esempio, potrebbe essere semplice retorica
su fatti evidenti per tutti, più che riflesso di un’accusa reale.
Ovviamente non potevano vantarsi di un operato apostolico maggio­
re di quello di Paolo (cfr. 1 0 ,1 3 - 1 6 ) , o di «ferite di guerra» più numero­
se delle sue (cfr. 11 ,2 3 0 -2 9 ) , ma non per questo è scontato che avranno
un maggior numero di «visioni e rivelazioni» (cfr. 1 2 ,1 ) o più «segni,
prodigi e miracoli» (cfr. v. 12 ) di lui. Dunque non è dimostrato né che
siano «gnostici», né che fossero sostenitori del theios aner.3S
Neppure è detto che esigessero la circoncisione. Quando allude al
«vangelo diverso» ( 1 1 ,4 , che ricorderebbe G al. 1,6 s.) e avverte «se
qualcuno vi riduce in schiavitù» (2 Cor. 1 1 , 1 9 , che ricorderebbe Gal.
2,4 s.), Paolo non è categorico, ma usa il condizionale, in uno stile al­
quanto retorico. Per questa ragione in 2 Cor. 1 1 , 4 si può leggere che
parlano di un «Gesù diverso», di un «altro spirito», anche se si tratta
pur sempre di Gesù di Nazaret e dello Spirito di Dio. L ’unico elemento
chiaro è l’intento di screditare Paolo, dicendo persino delle sciocchezze:
37. J.L . Surnney, identifying PauVs Opponents. The Question o f M ethod in 2 Corinthians ,
Sheffield 1990; più in generale, K. Berger, D ie impliziten Gegner. Z u r M ethode des Erschlies-
sens von «Gegnem » in neutestamentlìchen Texten , in Kirche (in on. di G- Bornkamm), Tubin-
gen 1980, 373-400.
38. Secondo le note tesi di Schmithals, G nosis , e di D. Georgi, D ie Gegner des Paulus ìtn 2. Ko
rm therbrief, Neukirchen 1965.
La seconda lettera ai Corinti 20 7

Paolo invece di visitarli due volte si è recato da loro un’unica volta (1,
1 5 - 1 7 ) ; per lettera è più duro che non di persona (10 ,10 ); da loro non
vuole denaro come fanno invece altri ( 1 1 ,7 ) e se non percepisce denaro
da loro, ne riceve però da altri (vv. 9 . 1 1 ; 1 2 , 1 3 ).39
Tutto il resto è ancora meno chiaro. Ad esempio non è così evidente
che Paolo si riferisca agli avversari in due celebri frasi sui «superaposto-
li» (hyperlian apostoloi):
Ritengo di non essere inferiore in nulla ai superapostoli. E se d’altra parte (ei de
kuì) sono un inesperto (idiotes) nel parlare, non lo sono quanto a conoscenza (n ,
5 s-);
In nulla sono inferiore ai superapostoli, anche se sono un nulla (12,11).
Se il testo si riferisce agli avversari, non ci dirà granché. Paolo li pren­
de in giro chiamandoli «superapostoli» e li deride ancora quando affer­
ma di non essere loro inferiore, ma anzi di ritenersi molto superiore. Se
invece si riferisce ai grandi apostoli di Gerusalemme (hyperlian aposto­
loi non ha motivo di essere uno spregiativo), non dirà nulla di nuovo,
ma lo dirà in modo diverso: pur stimandoli, egli non si ritiene inferiore
a loro, anche se è un nulla (in linea con 1 Cor. 15 ,9 s.). Inoltre siamo
indotti a credere che il fascino esercitato dai grandi apostoli di Gerusa­
lemme avesse un ruolo non secondario nella controversia tra Paolo e i
suoi oppositori. Sappiamo che gli avversari avevano con sé lettere di rac­
comandazione (3 ,1). N on si sa chi ne fossero i firmatari né se si trattas­
se di lettere autentiche o false; tuttavia è probabile che, in un modo o nel­
l’altro, gli avversari di Paolo coinvolgessero nella loro campagna pure i
«grandi apostoli» di Gerusalemme, anche solo dicendo: «Non c ’è para­
gone tra questo vostro apostolo e i grandi apostoli di Gerusalemme, con
i quali noi abbiamo vissuto». A questi livelli, a un uomo come Paolo
che tanto aveva lavorato non si poteva contrapporre se non l’autorità di
coloro che erano diventati «apostoli prima di lui» (cfr. Gal. 1 , 1 7 s.).
Che i grandi apostoli fossero veramente implicati in questa campagna
mi sembra molto più difficile da un punto di vista storico. Dopo il suo
ultimo viaggio a Gerusalemme, Paolo si era dato da fare per oltre un
anno per organizzare la raccolta di una consistente colletta in favore di
quella comunità ed è difficile credere che i grandi apostoli gli abbiano
chiesto un aiuto e al tempo stesso dichiarato guerra. Ed è ancora più
impensabile che Paolo abbia organizzato la colletta se, nella sua ultima
visita, li avesse visti pronti a distruggere un’opera che essi stessi avevano
approvato (Gal. 2,6-9).
39. Sull’importanza sociale di tati inezie cfr. P. Marshall, Enmity in Corinth: Social Conven-
tions in Paul’s relations with thè Corinthians, Tiibingen 1987; J.A. Crafton, The Agency o f
thè Apostle. A Dramatistic Analysis o f Paul’s Response to Conflict in 2 Corinthians, Sheffield
1991.
zo8 Le grandi lettere

L ’intera «campagna» contro Paolo si comprende meglio come inizia­


tiva di alcuni «esaltati», e non escluderei neppure il tentativo da parte
loro di stornare la colletta a proprio vantaggio. Si trattò comunque di
persone abbastanza intelligenti da capire che la battaglia per la circonci­
sione sarebbe stata persa fin dall’inizio, per cui preferirono ingaggiare la
lotta per il «vero Gesù», il «vangelo autentico» (cfr. 4 ,1 1 ) e i «veri apo­
stoli» (cfr. 1 1 , 5 ; 1 2 , n ) . In quel momento, l’importante era sbarazzarsi
di Paolo. Il resto sarebbe venuto dopo.

Bibliografia

Sebbene la seconda lettera ai Corinti richieda di essere studiata a sé, e non come
appendice della prima, è logico che chi abbia commentato una delle due affronti
anche l’altra. Così, oltre ai commenti già citati di Allo, Lietzmann, Lang e With-
erington ih, disponiamo anche di quelli di C.K. Barrett, A Commentary on thè
Second Epistle to thè Corinthians, London 1973; Ch. Wolff, Der zweite Brief
des Paulus an die Korinther, Berlin 1989; G. Voigt, Die Kraft der Schwachen. Pau-
lus an die Korinther 11, Gòttingen 1990; H.J. Klauck, 2. Korintherhrief, Wiirz-
burg 1994. La Bibliographie di Lanf, citata in calce al capitolo precedente, inclu­
de anche la lettera che ci interessa.
Affrontano soltanto la 2 Corinti il già citato commento di Bultmann, oltre al­
l’opera estremamente documentata di M. Carrez, La Seconde Lettre de Paul aux
Corinthiens, Ginevra 1986 e all’opera, ora conclusa, di M.E. Thrall, A Criticai
and Exegetical Commentary on thè Second Epistle of Paul to thè Corinthians, 2
voli., Edinburgh 1994 e 2000, che promette d’essere la migliore. In lingua italia­
na merita ricordare K.H. Schelkle, Seconda lettera ai Corinti,31990; H.-D. Wend-
land, Le lettere ai Corinti, Brescia 1976; R. Fabris, Al servizio della comunità.
Seconda lettera di Paolo ai Corinti, Leumann 1984, e il recente B. Corsani, La
seconda lettera ai Corinzi. Guida alla lettura, Torino 2000.
Aggiungiamo il commento risultante dalla raccolta di vari colloqui paolini: L.
De Lorenzi, Paolo Ministro del Nuovo Testamento (2 Co 2,14-4,6), Roma 1987;
Id., The Diakonia of thè Spirit (2 Co 4:y-y:4), Roma 1989; E. Lohse, Verteidi-
gung und Begriindung des apostolischen Amtes, Roma 1993.
È singolare che alla seconda lettera ai Corinti, più che ad altre lettere, siano
state dedicate varie raccolte di studi. Ricordiamo i già citati Studies di Bieringer-
Lambrecht, ai quali vanno ad aggiungersi M. Rissi, Studien zum zweiten Korin-
therbrief, Zurich 1969, e U. Heckel, Kraft in Schwachheit. Untersuchungen zu
2 Kor 10-J3, Tùbingen 1993.
Quanto alla struttura e all’unità letteraria della seconda ai Corinti, ci si può
riferire a G. Segalla, Coerenza linguistica e unità letteraria della 2 Cor. Teol 13
(1988) 149-166; Idem, Struttura letteraria e unità della 2 Cor. Teol 13 (1988) 189­
218.
Per un’attenta ed esaustiva analisi della teologia paolina in questa lettera si
veda J. Murphy-O’Connor, La teologia della seconda lettera ai Corinti, Brescia
1993.
Capitolo ix

La lettera ai Galati

Indubbiamente si tratta della lettera più rivoluzionaria di Paolo, quella


che contiene i paradossi più audaci. È anche la più impetuosa, perché
esprime la reazione al dispiacere più grande che gli si poteva dare. Al
tempo stesso, però, si tratta di una lettera in cui, oltre a dati autobio­
grafici preziosissimi, si dipanano pensieri di immensa originalità e pro­
fondità, affiancati da una non minore franchezza e da una grande sere­
nità di fondo. La studieremo seguendo lo schema consueto.

I. I D A T I D E L P R O B L E M A

i. Comunità destinatarie

La Galazia è un altipiano situato al centro dell’Asia Minore, gravitante


attorno alla città di Ancyra, l’attuale Ankara. Nella stessa regione si
trovano anche le note città di Pessinunte e Tavium. I «galati» sono pro­
priamente i popoli celtici - se si pronunciano di seguito le consonanti
kit si avrà un suono abbastanza simile a «galati» - , originari della Gal-
lia e presenti poi in diverse Galiziet quella spagnola e quella polacca, nel
Galles, come pure in Scozia e in Irlanda con i Celtics. In Asia Minore
erano ricordati come popolo invasore, ridotto a un piccolo territorio
dopo aver tenuto in scacco, durante il iv e in sec. a.C ., sia la Grecia sia
Roma. Da qui la loro fama di gente «fiera», che a volte soggiace ad al­
cune interpretazioni della lettera che Paolo diresse loro.
A partire dal 64 a.C. si unirono gradualmente a Roma, finché dal 25
a.C. formarono una provincia romana insieme alle regioni di Pisidia, Isau-
ria, Frigia e Licaonia. Ciononostante non sarebbe stato usuale chiamare
«galati» (cfr. Gal. 3 ,1) i pisidi, i frigi o i licaoni, per cui, quando l’apo­
stolo si riferisce alle «chiese della Galazia» ( 1 ,2 e 1 Cor. 1 6 ,1 ) , ritenia­
mo che non si riferisca tanto ai territori di questi popoli, da lui evange­
lizzati insieme a Barnaba (cfr. Atti 1 3 - 1 4 ) , quanto alla Galazia propria­
mente detta, situata duecento chilometri a nord di quelle regioni. Nella
sezione dedicata alle questioni aperte prenderemo in considerazione an­
che questa possibilità con tutto ciò che essa comporta.
Il punto di riferimento più chiaro sull’epoca in cui l’apostolo evange­
lizzò quelle comunità è 1 Cor. 1 6 ,1 , dove afferma di aver «ordinato» al­
z io Le grandi lettere

le chiese della Galazia di fare una colletta «in favore dei santi» di Geru­
salemme. Ciò significa che furono evangelizzate prima di scrivere i C o ­
rinti. Se si aggiunge che Paolo nei primi contatti con una comunità soli­
tamente non chiedeva denaro (cfr. i Cor. 9 ,1 8 ; 2 Co#*. 1 1 ,7 ) , si può de­
durre che 1 Cor. 1 6 ,1 si riferisca a una seconda visita (durante la quale
raccoglie dei fondi), per cui l’evangelizzazione va collocata in un mo­
mento precedente. Ciò si accorda con Gal. 4 ,1 3 che, secondo il significa­
to classico della forma avverbiale to proteron, parla della «prima delle
due volte» in cui annunziò loro il vangelo; a sua volta, questo si intona
con il racconto degli Atti, secondo il quale Paolo «attraversa» la regione
per due volte (16 ,6 ; 18 ,2 3 ), benché Luca non dica che vi annunziò il
vangelo. La lettera che l’apostolo invia ai galati dice qualcosa sul modo
in cui li evangelizzò. Gal. 4 ,1 3 - 1 5 è un testo estremamente significativo:

Sapete che la prima volta vi annunziai il vangelo a causa di una malattia del cor­
po. E malgrado la tentazione che per voi rappresentava la mia condizione fisica
(alla lettera: «la vostra tentazione nella mia carne»), non mi avete disprezzato né
schernito, ma mi avete ricevuto come un angelo (o un «messaggero») di Dio,
come Cristo Gesù. Dove sono, dunque, le vostre felicitazioni di allora? Vi assicu­
ro che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati gli occhi per darmeli.

N on è usuale annunziare il vangelo «a causa di una malattia del corpo».


Riteniamo che si esprima così perché non era sua intenzione farlo: la
sua strategia doveva condurlo sulle coste del M ar Egeo, più popolate...
e anche più civilizzate! Tuttavia si trattenne in Galazia a causa della
malattia, perché riteneva di non avere un aspetto presentabile per an­
nunziare il vangelo a dei pagani superstiziosi. I galati non lo disprezza­
rono né provarono ribrezzo per lui, come se fosse portatore di un ma­
leficio, ma lo accolsero come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.
La malattia doveva avergli conferito un aspetto ripugnante, che però
non gli impedì di predicare.12In realtà, se giunsero a formarsi più comu­
nità complete - «le chiese della Galazia», cfr. Gal. 1 ,2 e 1 Cor. 1 6 ,1 -
significa che si trattò di un’evangelizzazione in piena regola. Paolo do­
vette trattenersi più tempo di quanto si pensi e lasciare qualcuno che ne
continuasse l’ opera, un responsabile per la diffusione del cristianesimo
nelle città limitrofe.1
H a una certa importanza per la comprensione della lettera la colloca­
zione di quell’esperienza di annuncio in un momento particolare della

1 . N o n d eve n ece ssa ria m e n te trattarsi di u n ’ in ferm ità degli o c c h i, sebbene il v. 1 5 a ffe rm i ch e i
g a lati e ra n o p ro n ti a c a v a r s i i lo ro p e r darli a lui; intende sem p licem en te dire ch e p er lui e r a n o
disp osti a fare q u als ia si sacrificio : cfr. U. H e c k e l , D er D o m itti Fleisch. D ie Krankheit des Pau-
lus in 2Kor 1 2 ,7 und G a l Z N W 84 ( 1 9 9 3 ) 65-92.
2. Q u a l c h e in fo r m a z io n e in più sulle c o m u n ità della G a l a z i a in N acido a tiempo 102-107.
La lettera ai Galati 2 11

vita di Paolo. Chiamato da Cristo stesso a essere «apostolo dei gentili»,


portatore del vangelo in territori pagani, sente che il suo carisma spe­
cifico consiste nell’annunziare il vangelo laddove Cristo non è mai stato
nominato (R om . 15,2 0 ). Solo dopo il cosiddetto «concilio» di Gerusa­
lemme e l’incidente di Antiochia (cfr. cap. 1 14) ha l’occasione di intra­
prendere la grande opera della sua vita in qualità di «capo di missione».
E che cosa succede? Proprio quando è il momento di buttarsi ad annun­
ziare il vangelo nel cuore stesso del mondo civilizzato - lascia infatti le
regioni già evangelizzate in compagnia di Barnaba - viene colpito da una
malattia che infrange tutti i suoi sogni. E allorché sta per convincersi
che è tutto finito, accade che i galati si convertono, e nel modo più in­
sperato.
Per Paolo si trattò di una grande rivelazione. Era una conferma della
chiamata divina, che però portava con sé un insegnamento nuovo. Dio
aveva unito la sua forza salvifica al mistero della croce e inoltre Paolo
più partecipava di quel mistero - e la malattia era un modo concreto
per parteciparvi - , più veniva rivestito dello stesso potere. Più avanti di­
rà loro: «Vi è stato presentato davanti agli occhi Cristo crocifisso!»
(Gal. 3 ,1). Ed era stato presentato loro nella figura «ripugnante» di Pao­
lo malato, nonché nell’evento della loro conversione, avvenuta senza al­
cun livello di preparazione morale né teologica e senza l’intervento di
alcuna lusinga umana.

2. Occasione della lettera

Dopo pochi anni, quattro o cinque al massimo, questi stessi galati gli
avrebbero però dato il dispiacere maggiore di tutta la sua vita.23 Speri­
mentata l’efficacia sovrumana della croce di Cristo, accompagnata per
di più da moltissimi prodigi e da carismi straordinari {Gal. 3,5), essi si
sono lasciati «ammaliare» (v. 1) da chi diceva loro che, se non si fossero
fatti circoncidere secondo la legge di Mosè, non avrebbero potuto sal­
varsi (5,2 s.; 6 ,1 2 s.). Dichiarare nulla, per mancanza di requisiti legali,
quell’esplosione di doni dello Spirito, era un assurdo assolutamente in­
concepibile; e che i galati fossero caduti in quella trappola era il dispia­
cere più grande che l’apostolo potesse provare.
I promotori della crisi (1,7), ai quali Paolo augura cose non tanto bel­
le (5 ,12 ), giunsero sicuramente da fuori, visto che vengono paragonati a
un angelo dal cielo (1,8 s.). V i è un testo assai chiaro sulle motivazioni
che li spinsero (6 ,12 s.), così come le vede Paolo; ma eventuali precisa­
zioni ulteriori saranno oggetto di discussione nella sezione relativa alle
questioni aperte.
3 . C f r . U. B o rse , Der Standort des Galaterbriefes, Bonn 1 9 7 2 .
2 12 Le grandi lettere

La lettera ai Galati espone la replica fulminante di Paolo a questa si­


tuazione, e si distingue da tutte le altre per la sua asprezza iniziale: dopo
un saluto non scevro di drammaticità (1,4 : «per strapparci dal mondo
presente, così perverso»), sostituisce l’elogio (che troviamo, ad esempio,
in Rotti. 1,8 ; 1 Cor. 1,4 -7 ; i 7#- 1,4 -6 ; 1 Tess. 1 ,2 s.; Film. 4-7) con il rim­
provero diretto: «M i meraviglio che così in fretta abbiate lasciato colui
che vi chiamò con la sua grazia per passare a un altro vangelo» {Gal. ir,
6). Nel seguito non mancano né le parole forti (giunge a definirli «stol­
ti», 3 ,1), né i caratteri grossi («Vedete con che grossi caratteri vi scrivo
di mio pugno», 6 ,1 1 ) , oltre naturalmente agli accenti accorati:

Figlioli miei, sto dandovi nuovamente alla luce finché Cristo non abbia preso
forma in voi! Vorrei essere presente ora in mezzo a voi e parlarvi con voce muta­
ta, perché provo grande angoscia a causa vostra (4,19 s.).

Si tratta, pertanto, di una lettera eminentemente occasionale: inizialmen­


te non ricerca la discussione di una teoria teologica, ma l’espressione di
un autentico dramma personale. Come l’apostolo, anche i galati aveva­
no vissuto la loro conversione come una vera e propria invasione dello
Spirito, che non aveva preso assolutamente in considerazione le opere
della legge (3,2; cfr. v. 5). Se ora affermano di voler essere giustificati per
le opere della legge, ciò equivale a dichiararsi peccatori (cfr. 2 ,1 7 s.) e
quindi è come se Cristo non avesse giovato a nulla (5,2); equivale a fug­
gire la grazia, a staccarsi da Cristo (v. 4).
D ’altra parte - e si tratterebbe del contributo specifico di Galati - vo­
ler essere giustificati dalle opere della legge significa scambiare una giu­
stificazione autentica con una falsa, perché la legge in quanto tale non è
in grado di giustificare nessuno; per questa ragione anche i cristiani giu­
dei devono farsi battezzare {Gal. 2 ,1 5 s.) e lo stesso Abramo fu giustifi­
cato per la sua fede (3,8), come dimostra il fatto che lo fu ben quattro-
centotrent’anni prima della venuta della legge (v. 17 ).
Ecco dunque che questa lettera, malgrado sia uno scritto eminente­
mente occasionale, impregnato di rabbia e di passione, disvela anche un
lato profondamente speculativo. Nel bel mezzo del dramma - e dando
prova di essere uomo di tempra eccezionale - l’apostolo è capace di por­
re i fondamenti di una sorta di «filosofia cristiana»: concepisce l’uomo
come essere essenzialmente bisognoso di Dio, al punto che né le «opere
della legge» né altre iniziative umane possono giustificarlo; riceve tutta­
via da Dio, come «frutti dello Spirito» che superano le «opere della car­
ne», la capacità di modellare liberamente la propria esistenza. È la stes­
sa «filosofia» di Gesù, solo filtrata dall’esperienza, dalla riflessione e dal
linguaggio di Paolo.
Riguardo a tempo e luogo della redazione di Galati, il minimo che si
La lettera ai Galati 2 13

può dire è che fu scritta almeno quattordici anni dopo la conversione di


Paolo, perché in 2 ,1 si accenna a un tale intervallo. Questo dato risulte­
rà vincolante per la teoria della Galazia del sud, come si vedrà tra le
questioni aperte. Per quanti optano per la Galazia «del nord» o più
semplicemente Galazia, l’ unico interrogativo resterà quello relativo al
tempo. La crisi e la relativa risposta dell’ apostolo si collocano poco do­
po (cfr. Gal. i,6 ) il «passaggio» dell’apostolo dalla Galazia narrato in
Atti 1 6,6 o dopo quello riferito in Atti 18 ,2 3 ? Bisogna vedere se la lette­
ra fu preceduta da una o da due visite dell’apostolo nella regione. In en­
trambi i casi risulta inevitabile collocare la composizione della lettera
nel periodo efesino, tra il 53 e il 57, o un po’ prima. Propenderemmo
per la seconda parte di questo periodo, poiché sembrerebbe che 1 Cor.
1 6 ,1 (sulla colletta) presupponga che la crisi non sia ancora scoppiata.

3 Stile e vocabolario
Sullo stile di Galati influisce soprattutto l’elemento dell’ «apostrofe», l’invettiva di­
retta e appassionata che distorce persino le abitudini stilistiche dell’apostolo: figura
infatti nell'introduzione (1,1-5), nell’esordio (1,6-10), nella conclusione epistola­
re (6,11-18), nonché in altri frammenti (3,1-6; 4,12-20; 5,2-12). Per il resto, ri­
troviamo il consueto stile didattico, tinto di retorica, caratteristico delle altre lette­
re. Di fatto questa lettera è stata variamente studiata come composizione retorica
completa.4
Il vocabolario di Galati si compone di 526 termini, dei quali 33 sono hapax
neotestamentari e 69 «hapax paolini». Con questo lessico l’autore compone una
opera di 2.220 parole, da cui risulta una media di 4,22, che possiamo considera­
re ordinaria tenuto conto dell’estensione della lettera: inferiore a 1 Corinti (7,04),
Romani (6,64) e 2 Corinti (5,62), ma superiore al resto delle lettere paoline au­
tentiche (1 Tessalonicesi: 2,56; Filippesi: 3,62; Filemone: 2,33).
Gli hapax ci pongono all’interno delle stesse coordinate lessicali di 1 Tessalo­
nicesi e di 1 e 2 Corinti: di essi, 17 figurano nei LXX o in altre traduzioni greche
dell’A.T.; dei rimanenti, io sono conosciuti da altri testi profani e 6 sarebbero
del tutto nuovi, tranne che si tratta di composti o derivati da altre parole ricor­
renti nel N.T. Stranamente nei LXX non compare il verbo allegorein («esprimer­
si per allegorie») né il sostantivo allegoria. Ciò significa che il reiterato impiego
del termine da parte di Filone deriva direttamente dall’uso profano. Tra gli ha­
pax assolutamente nuovi compare il composto pro-euangelizomai, di stampo in­
dubbiamente paolino.
Tra gli «hapax paolini» sono particolarmente importanti o significativi i se­
guenti termini: aletheuo («dire la verità»), biblion («libretto», «bibbia»), enkra-
4. Citiamo subito H.D. Betz, Galatians. A Commentary on Paul’s Letter to thè Churcbes in
Gaiatia, Philadelphia 1979; aggiungiamo V. Jeger-Bucher, Der Galaterbrief au f dem Hinter-
grund antiker Epistolographie und Rhetorik , Ziirich 1991; A. Pitta, Disposizione e messaggio
della Lettera ai Galati, Roma 1992; K.A. Morland, The Rhetoric o f Curse in Galatians, At­
lanta 1995.
2 14 Le grandi lettere

teia («continenza»), eneulogeisthai («benedire in»), exapostellein («inviare da»),


katara («maledizione»), kleronomia («eredità»), mesites («mediatore»), oikeios
(«della casa» [la chiesa]), stoicheia tou kosmou («elementi del mondo»), stylos
(«colonna» [della chiesa]), hypokrisis («ipocrisia»).
Tra i termini non ricordati finora che compaiono nelle lettere autentiche segna­
liamo: abba («padre» [in aramaico]), agathosyne («bontà»), hamartolos («pec­
catore»), dikaios («giusto»), douleia («schiavitù»), eleos («misericordia»), eleu-
theroo («liberare»), epangellesthai («promettere»), kleronomos («erede»), maka-
rismos («beatitudine»), parabasis, parabates («trasgressione», «trasgressore»),
prograpkein («scrivere prima»), sy(n)stauroo («crocifiggere insieme»), hyiothesia
(«filiazione divina »).
Anche solo da questi termini si intuisce che comparirà il tema di Abramo, il
quale ci condurrà alla dialettica libertà-schiavitù e alla filiazione divina, passan­
do per la croce di Cristo.

4. Suddivisioni della lettera

Sulla base dei soli segnali visibili, risulta assai difficile individuare una
struttura convincente della lettera ai Galati. E diventa arduo anche de­
terminarne i grandi blocchi, operazione che, invece, per 1 Corinti s’era
mostrata relativamente agevole. Tale lavoro va integrato, a nostro avvi­
so, con osservazioni riguardanti il tono e il contenuto: se è narrativo,
polemico, esortativo, se predomina un tema piuttosto che un altro.
In tal senso diremmo che spicca una serie di frammenti caratterizzati
dd\Yapostrofe (recriminazione) diretta e relativi alla situazione concreta
della Galazia. Il più appariscente è costituito dall’esordio stesso (1,6 -10 :
«M i meraviglio che...»), cui segue a ruota la conclusione epistolare (6,
n - 1 8 : «Vedete con che grossi caratteri...»). M a appaiono connotati
dall’apostrofe anche i frammenti 3 ,1 - 6 («O stolti galati!...»), 4 ,12 -2 0
(«Siate come me...») e 5 ,2 - 1 2 («Ecco, io Paolo...»). L ’unità non risulterà
del tutto perfetta, tuttavia non sarà difficile cogliere una certa linea di­
scorsiva tra i frammenti inseriti tra le varie apostrofi. A d esempio, è pa­
lese il carattere narrativo del frammento che ha inizio in 1 , 1 1 («Vi ren­
do noto, fratelli, il vangelo...») e prosegue con le tappe segnate dai vv.
1 8 .2 1 e 2 , 1 . 1 1 (cfr. sopra). In mancanza di segnali esteriori, bisognerà
convenire che la narrazione (il discorso di Paolo a Pietro) continua fino
al v. 2 1 , anche se al riguardo la discussione rimane aperta.
Dopo la seconda apostrofe (3,1-6 ) a dominare è la riflessione teologi­
ca (3,7-29 ): un discorso sulla fede e le opere della legge, molto legato al­
le figure di Abramo e Mosè. Una prima parte inizierebbe con le parole
«Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fe­
de» e terminerebbe con «Se dunque siete di Cristo, siete discendenza di
Abramo, eredi secondo le promesse». Da 4 ,1 fino all’apostrofe seguente
La lettela ai Galati z i5

(v. 12 ) il discorso si addentra piuttosto in questioni di diritto romano


(«finché l’erede è fanciullo...»), pur mantenendo un certo collegamento
con l’argomento che lo precedeva.
Tra la terza apostrofe (4 ,12 -2 0 ) e la quarta (5 ,2 -12 ) si inserisce sola­
mente l'allegoria di Agar e Sara (4 ,2 1-5 ,1). Come vedremo, si tratta di
un frammento particolarmente polemico, splendidamente idoneo alle due
apostrofi che lo circondano.
In 5 ,1 3 , invece, inizia un 'esortazione morale di carattere generale, non
particolarmente legata ai problemi della Galazia; a loro volta questi ul­
timi non ricompariranno fino alla conclusione epistolare ( 6 ,1 1 - 1 8 ) .
Riassumendo tutto ciò che è stato detto (e anticipando qualcosa di ciò
che risulterà poi) si ottiene una struttura di questo tipo:

I. Prologo della lettera (1,1-10)


a) Indirizzo (1,1-5)
b) Esordio (1,6-10)
z. Discorso narrativo (i ,i i -z ,z i )
a) Primi passi dell’apostolo (1,11-17)
b ) Prima visita a Gerusalemme (1,18-20)
c) Passaggio da Siria e Cilicia (1,21-24)
d) L’incontro con le «colonne» (2,1-10)
e) Incidente di Antiochia (2,11-14)
f) Transizione: la fede e le opere (2,15-21)
3. Discorso dottrinale (3,1-4,11)
a) Apostrofe: esperienza dei galati (3,1-6)
b ) Primo argomento: la benedizione di Abramo (3,7-14)

c) Secondo argomento: la funzione della legge (3,15-29)


d) Transizione: il figlio minorenne (4,1-11)
4. Discorso polemico (4,12-5,12)
a) Prima apostrofe: l’evangelizzazione della Galazia (4,12-20)
b ) Allegoria dei due figli (4,21-5,1)
c) Seconda apostrofe: la crisi in Galazia (5,2-12)
5. Discorso esortativo (5,13-6,10)
a) Primo argomento generale: carità e libertà (5,13-15)
b) Secondo argomento generale: spirito e libertà (5,16-26)
c) Esortazioni pratiche (6,1-10)
6. Conclusione della lettera (6,11-18).

II. LETTURA DELLA LETTERA

Con la stessa concisione adottata sino a questo momento, svilupperemo ora la


struttura appena illustrata.
i . P ro lo g o d ella lettera (i ,i -i o )

a) Indirizzo ( 1 ,1 -5 )

Compare il solito schema tripartito {«Tizio - a Caio - saluti»), ma vengono am­


pliati solamente il primo e il terzo elemento. È caratteristico di questa lettera che
Paolo si attribuisca il titolo di apostolo,5 non da parte di {apo: origine) né per mez­
zo di (dia: mediazione) uomini, ma di Gesù Cristo e di Dio Padre (v. 1); i suoi
accompagnatori stavolta restano anonimi {v. 2a).é II saluto invece, piuttosto co­
nosciuto {v. 3)/ viene arricchito di una sfumatura tragica: «per i nostri peccati,
per liberarci da questo mondo perverso» (v. 4). Vi si aggiunge inoltre una dosso­
logia, certo in una collocazione inconsueta (v. 5).®

b) Esordio (1,6 -10 )

Ha inizio con un’accusa in piena regola: avete abbandonato colui che vi ha chia­
mati (v. 6), poiché non vi è un altro vangelo, neanche se ad annunziarlo fosse un
angelo (vv. 7 s.). La sentenza è l’anatema (v. 9), da cui egli si esclude con forza:
io servo soltanto Cristo (v. io).

2. Discorso narrativo ( 1 , 1 1 - 2 ,2 1 )

Parliamo di «discorsi» differenti in senso molto lato, senza per questo trascurare
di considerarne (ovviamente!) la correlazione reciproca, nonché la loro connes­
sione con il tema della lettera.
L’idea di una narratio orientata a una probatio illumina in modo sufficiente
l’intento delle righe seguenti. La distinzione tra ciò che proviene «dagli uomini»
e ciò che proviene da Dio (vv. 1.10) può fornire la chiave di lettura per com­
prendere ciò che è narrato dopo, riguardante cinque fatti successivi accaduti ri­
spettivamente a Damasco, Gerusalemme, Siria e Cilicia, di nuovo a Gerusalem­
me e infine ad Antiochia.

a) Primi passi delVapostolo ( 1 , 1 1 - 1 7 )

L’affermazione di principio (vv. 11 s.) ricalca quella del v. 1: ho ricevuto il vangelo


da Cristo, senza l’intervento né della «tradizione» né dell’ «insegnamento» altrui.
Tanto i suoi precedenti di convinto persecutore (w. 13 s.) quanto l’evento stesso
della vocazione (vv. ij-ióab) escludono la sua iniziativa personale:9 fu Dio a ri­
velargli suo Figlio (v. i6a)IQaffinché egli lo annunziasse ai gentili (v. iéb).
Fu subito chiaro (vv. 16C-17) che il suo vangelo non era qualcosa di umano, e
nemmeno (onde avversativo, come nei vv. 1.12) lo aveva appreso da altri: non si
lasciò intimorire da «carne e sangue» (v. i6c; cfr. 1,10; 5,11) e neppure andò a
5. Cfr. Rom . 1,1; i Cor. 1,1; 2 Cor. 1,1.
6. Cfr. 1 Tess. 1,1; 2 Tess. 1,1; 1 Cor. 1,1; 2 Cor. 1,1.
7. Cfr. 1 Tess. 1,1; 2 Tess. 1,2; 1 Cor. 1,3; 2 Cor. 1,2; Rom . i,7b.
8. Cfr. Rom . 11,36. 9. Cfr, r Cor. 15,8-10; 2 Cor. 3,5; 4,7. io. Cfr. 2 Cor. 4,6.
La lettera ai Galati 2 17

rendere visita agli apostoli (v. i7a).“ Si recò invece (v. 17) nel regno di Arabia in
cerca di lavoro12 e di persecuzioni/3 per poter essere riconosciuto servo di Cristo/4

b) Prima visita a Gerusalemme (1,18-20)

«Non c’è un altro vangelo» (v. 7) significa, stando ai versetti seguenti, che Paolo
concorda con ciò che predicano gli altri/5 anche se lo ha ricevuto per tramite di­
retto. Lo dichiara con forza (v. 20) narrando della sua prima visita a Gerusalem­
me: Pietro gli dedicò quindici giorni del suo tempo, in un momento in cui nella
città vi erano pochissimi apostoli (w. 18 s.).

c) Passaggio da Siria e Cilicia ( 1,2 1-2 4 )

Paolo si trasferisce in Siria e in Cilicia (v. 21), ma sottolinea le sue relazioni con
le chiese cristiane della Giudea (w. 22-24): sapevano che annunziava il vangelo,
e glorificavano Dio per questo (vv. 23 s.).

d) Uincontro con le «colonne» (2 ,1-10 )

La narrazione è un po’ frammentata: tra l’esposizione (w. 1 s.) e la soluzione


(vv. 6-io) si inseriscono tre parentesi riguardanti Tito (v. 3), i falsi fratelli (vv. 4
s.) e i notabili (v. óbc).
Introduzione (w. 1 s.). Mi recai a presentare il vangelo che stavo predicando
ai gentili (v. 2b)/6 ma solo alle persone più ragguardevoli (v. 2c)/7 per non ri­
schiare di mettersi l’uno contro l’altro (v. 2d; cfr. vv. éd.^d).
Soluzione (vv. 6-10). Le persone che contano non imposero nulla (v. 6ad), per­
ché Dio ha agito sia tra i giudeocristiani sia tra i gentili (vv. 7 s.^a);18 l’incontro si
concluse perciò con la comunione piena (v. <?cd) e l’impegno alla solidarietà con i
poveri (v. io)/9
Tre parentesi (vv. 3-ja): 1. Tito non fu obbligato a farsi circoncidere (v. 3);20
2. noi non ci sottomettiamo a certi falsi fratelli infiltrati (vv. 4 s.; cfr. v. 7b; 5,12;
6,12); 3. e nemmeno ai notabili come persone (v. 6bc; cfr. 1,10).

e) Incidente di Antiochia ( 2 ,1 1 - 1 4 )

Nel testo si possono distinguere una narrazione dei fatti intercalata da giudizi di
valore (vv. n-i4a), e il rimprovero a Pietro da parte di Paolo (v. i4b).
Contrariamente al suo atteggiamento abituale, Pietro (v. I 2 b ; cfr. v. i4b: «vi­
vi come un gentile», al presente), su istigazione di alcuni rappresentanti di Gia­
como (v. i2a; cfr. v. <?b; 1,19) e per timore dei rappresentanti ufficiali della «cir-
11. Cfr. 1 Cor. 15,9. 12, Cfr. 1 Cor. 15,10. 13. Cfr. 2 Cor. 11,32 s.
14. Cfr. 1,10; 5,11. 15. Cfr. 1 Cor. 15,3.11. 16. Cfr. vv. 5.7.14; 1,6-9.11.16.23,
17. Cfr. vv. 6ad.9c; ossia escludendo altre persone: v. 4.
18. Cfr. 1 Cor. 15,10; 2 Cor. 2,14; Rom. 15,17.
19. Cfr. Rom . 15,26. 20. Cfr. 5,2 s.6; 6,11-13.15.
zi 8 Le grandi lettere

concisione» (v. i 2.d),ZI smise di prendere cibo insieme ai gentili (v. I2 c ), subito
imitato dagli altri giudei e persino da Barnaba (v. 13; cfr. vv. 1.9). Per questo mo­
tivo Pietro viene giudicato «meritevole di condanna» (v. i i c ) e «simulatore», in­
fatti agiva per timore (v. i2cd); gli altri vengono definiti «ipocriti» (v. i3a) e, poco
più avanti, di loro è detto che «non camminavano secondo la verità del vangelo»
(v. I4a: questa infatti esige la comunione della mensa).1* Barnaba viene accusato
di «lasciarsi attirare nell’ipocrisia» altrui (v. i3b).
Il rimprovero diretto di Paolo a Pietro consiste nel rinfacciargli: «In contrad­
dizione con la tua condotta, stai obbligando i gentili a giudaizzarsi» (ossia ab­
bandonandoli così alla loro sorte).

f) Transizione : la fede e le opere (2 ,15-2 1)

In un modo o nell’altro la figura di Pietro resta presente fino al v. 18. Poi, di col­
po (vv. 19 s.) Paolo resta solo con il suo Signore, per tornare quindi al tema in
forma generale (v. 21).
Rivolgendosi a Pietro, Paolo dichiarava (vv. 15-18): nella sostanza siamo d’ac­
cordo (vv. 15 s.; cfr. 2,1-10), tuttavia dobbiamo farci carico di tutte le conseguen­
ze di ciò (vv. 17 s.; cfr. 2,11-14). Come dire che anche Pietro, in quanto giudeo,
non era il classico «peccatore» (v. x5),“3 però aveva capito che Cristo era morto
per i suoi peccati e (dunque) necessitava di essere giustificato dalla sua fede in
Cristo/4 Secondo la logica di Paolo, ciò sta a significare «non per le opere della
legge» (v. 16).15
Se per agire coerentemente (come stava facendo lo stesso Pietro, secondo i vv.
I2a.i4c) vengo trovato peccatore, sarà colpa di Cristo (v. 17): non posso riedifi­
care ciò che ho demolito (v. 18). Dimenticandosi per un attimo del dialogo, Paolo
aggiunge (vv. 19 s.): per mezzo della legge (v. i^a)2,6io sono morto alla legge, sono
stato crocifisso con Cristo (v. i<?bd)17 per vivere esclusivamente della fede in lui,
che è morto per me (v. 2ocde)/8
Ritorna ora il tema (v. 2 1 ) : riedificare quanto è stato demolito (cfr. v. 18) equi­
vale a rifiutare la grazia di Dio (v. 2ia; cfr. 1,6.15; 5 >4), far sì c^e Cristo sia morto
invano (v. 2ib;cfr. v. 1 7 C ; 1 , 4 ; 5,2.4).

3. Discorso dottrinale ( 3 ,1 - 4 ,1 1 )

A partire dal momento in cui viene nominato Abramo (v. 6), il discorso diventa
speculativo. Potrebbe trattarsi di un brano già pronto di cui l’apostolo disponeva
per giustificare l’ingresso dei gentili nella chiesa.
Seguiamo la divisione stabilita inizialmente.21
21. Ossia per timore di essere perseguitato; cfr. 6,12; 1 Tess. 2,14. Riteniamo che non si riferi­
sca agli inviati di Giacomo, altrimenti avrebbe detto «di loro».
22. Cfr. 1 Cor. 10,17; 11,20-22. 23. Cfr. 1 Tess. 4,5; Rom . 9,30; Ef. 4,17.
24. Cfr. 1 Cor. 6,11. 25. Cfr. 1 Cor, 15,56; 2 Cor. 3,6 s.9.
26. Come Scrittura: cfr. 4,21; R om . 3,21; 1 Cor. 15,3 s.
27. Cfr. Rom . 7,1-4. 28. Cfr. 5,6; r Cor. 16,13; 2 Cor, 1,24; Rom . 11,20.
a) Apostrofe: esperienza dei galati (3,1-6 )

I primi cinque versetti sono interrogativi con una notevole carica drammatica, ac­
centuata da un epiteto piuttosto forte (vv. 1.3: «stolti»). L’accusa è d’essere stati
incoerenti con i doni ricevuti e che continuano a ricevere (si osservino i tempi al
presente del v. 5). Lo spettacolo di Cristo crocifisso (v. i),i5> lo Spirito ricevuto e
i suoi doni (vv. 2b.5ab),3° la persecuzione (v. 4),31 tutto è avvenuto per la fede,
non certo per le opere (vv. 2b.5c). Il v. 6 spiega l’importanza della fede (vv. 2.5;
cfr. 2,16.20), ma in modo tale (grazie alla menzione di Abramo) da introdurre
all’argomento successivo.

b) Primo argomento: la benedizione di Abram o (3 ,7 -14 )

Questo primo argomento offre una struttura interna abbastanza chiara: Abramo
porta benedizione (vv. 7-9); la legge porta maledizione (vv. 10-12); Cristo ci ri­
scatta dalla maledizione e ci restituisce la benedizione (vv. 13 s.).
Riguardo ad Abramo, se la fede (secondo il v. 6) porta benedizione e, secondo
la Scrittura, in lui saranno benedette tutte le nazioni (v. 8), ne deriva che per la
fede tutte le nazioni (v. 9) saranno benedette (ossia giustificate) e potranno chia­
marsi figli di Abramo (v. 7).
Della legge è detto che porta maledizione, perché bisogna adempierla tutta
quanta (v. io; cfr. 5,3; 6,13); perciò essa non ci offre il cammino della fede, pure
proposto dalla Scrittura (vv. n -i2a),}i ma quello delle opere, che ci abbandona
alle nostre sole forze (v. i2b).33
Cristo ci ha riscattati da questa maledizione assumendo su di sé una delle ma­
ledizioni pronunciate dalla legge (v. 13). La fede ci unirà a Cristo e riceveremo
così lo Spirito promesso da Dio ad Abramo (v. 14).

c) Secondo argomento: la funzione della legge (3 ,15 -2 9 )

II frammento segue la linea generale del confronto tra la promessa fatta ad Àbra­
mo e la legge data tramite Mosè. Tale linea ideale si interrompe al v. 16 con l’af­
fermazione che la promessa giunge attraverso Cristo, che è l’unica «discenden­
za» valida di Abramo. Prima e dopo (w. 15.17 s.) si ribadisce che ciò che conta
è la promessa: la legge, venuta 430 anni dopo, non è in grado di interferire con
la sua validità. Le due obiezioni (vv. i9a.2ia) si fondono in un unico interrogati­
vo: ma allora per che motivo è venuta la legge, per essere di impiccio? La rispo­
sta, ripetuta per ben tre volte (vv. 19^22.23-25), è sempre la stessa: a) per darci
una coscienza del peccato che ci conduca alla fede in Cristo (v. i^b);34 b) per
rinchiuderci nella prigione del peccato, in attesa della fede in Cristo (vv. 2.2.0..
23a);35 c) per essere come lo schiavo ignorante che accompagna i bambini a scuo­
la, che è Cristo (vv. 24a.25b; cfr. 4,1-5).
29. Si tratta forse del Cristo in carne e ossa che vive in lui, specialmente quando porta la croce
(cfr. 2,19 s.; 4,13 s.; 6,17)? 30. Cfr. v. 14; 4,6; 5,5.
31. Cfr. 1 Tess. 2,14; 2 Cor. 1,6 ; FU. 1,29. 32. Cfr. Rotti. 1,17; 10,6-8.
33. Cfr. Rom . 10,5. 34. Cfr. Rota. 4,15. 35. Cfr. Rota. 3,19; 5,20; 7,7-13.
zzo Le grandi lettere

Tra la prima risposta e la seconda sminuisce il peso della legge, promulgata


per mezzo degli angeli attraverso un mediatore tra loro e il popolo (vv. 19 C .2 0 );
tra la seconda risposta e la terza afferma che la legge non è in grado di dare la
vita e quindi non può essere fonte di giustificazione (v. 2,1 b).36
Nei vv. 26-29, infine, si mostra fino a che punto la nostra incorporazione in
Cristo, mediante il battesimo ci fa essere una sola persona (heis, al maschile) con
lui, che è la discendenza di Abramo, e, al tempo stesso, figli di Dio. Fino al punto
che non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna.

d) Transizione: il figlio minorenne ( 4 ,1 - 1 1 )

A partire da 4,1 viene affrontato un tema fondamentale che rivestirà grande im­
portanza sino alla fine della lettera: quello della schiavitù e della libertà. Se il
cap. 3 poteva essere l’esposizione del vangelo così come l’apostolo l’aveva fatta a
Gerusalemme (z,z), ciò che segue potrebbe essere piuttosto il sermone tenuto da
Paolo a Pietro ad Antiochia (v. 14): rispecchia la preoccupazione di chi non vuo­
le riedificare ciò che si è appena demolito (v. 18). L’idea di fondo è che il cristia­
no è «libero» perché è «figlio» ed «erede», come è stato dimostrato nel capitolo
precedente (vv. 7.26.29).
Come l’ «erede» ancora minorenne (4,1) è temporaneamente sottomesso a de­
gli schiavi (v. z), così lo eravamo anche noi agli «elementi del mondo» (v. 3), che
si concretizzano nella legge (v. 5). La maggiore età giunse quando il Figlio di Dio
si fece vero uomo (v. 4), sottomettendosi alla legge per riscattare noi dalla sua
condanna (v. 5). Ora dunque siamo figli e lo Spirito in noi grida «Abbà» (v.
6);37 siamo liberi eredi di Dio (v. 7).38
«Eredi» lo erano certo anche i giudei ma, grazie a una singolare acrobazia teo-
logico-letteraria, la lezione verrà applicata {vv. 8-11) ai gentili: gli «elementi del
mondo» (vv. 3-9)39 sono il comune denominatore (assai difficile da ricavare!) tra
gli idoli, a cui erano sottomessi prima (v. 8),40 e le pratiche giudaiche a cui sem­
brano essere «sottomessi» ora (v. 9) con l’osservanza di tutto il calendario giu­
daico (v. 10).41

4. Discorso polemico ( 4 ,1 2 -5 ,1 2 )

a) Prima apostrofe: Vevangelizzazione della Galazia (4 ,12-20 )

A dire il vero l’apostrofe iniziava già al v. 9b, ma non potevamo certo separare
quelle frasi dall’argomentazione in cui erano inserite. Oltretutto è consuetudine
che il finale di una sezione introduca il tema della sezione successiva.
Il fatto è che in tutta la lettera non vi sono altri brani così diretti e personali.
Qui, più che in altri passi, domina la logica della passione: si mescolano insieme
l’esortazione (vv. 12.18), il ricordo del passato (vv. 13 s.isb), il lamento {vv. I5a.
i6a), l’attacco (v. 17) e l’imprecazione (vv. 19 s.).
Paolo ricorda che era giunto in Galazia a causa di una malattia (v. 13), pro-
36. Cfr. Rom . 8,2-4. 37- Cfr. Rom . 8,15 s.2.6 s. 38. Cfr. R om . 8,17.
39. Cfr. Col. 2,8.20. 40. Cfr. 1 Tess. 1,9; 4,5; 1 Cor. 12,2. 41. Cfr. Col. 2,16.
La lettera ai Galati 221

babilmente senza sperare di «combinare» qualcosa. I galati però non avevano


reagito come i pagani, che sputano in terra per scacciare gli spiriti malvagi (v.
I4a), ma come persone trasformate da un dono soprannaturale, che ora è venuto
meno {vv. 14^15).
L’apostolo si era sempre paragonato a un padre e a una madre;41 ora dice che
sta soffrendo le doglie del parto (v. i^a), ma si corregge subito: è in essi che Cri­
sto deve prendere forma (v. i^b; cfr. 2,20; 3,28).

b) Allegoria dei due figli (4,21-5,1)

Ciò che meno ci si aspetterebbe dopo i versetti precedenti è una speculazione di


tipo alessandrino sui figli di Abramo. Una speculazione assai polemica, e Paolo av­
verte: «Si tratta di un’allegoria!» (v. 24). Se infatti l’Antico Testamento fosse tut­
to dalla parte dei figli della schiava (v. 25b),43 allora ben difficilmente il figlio di
Davide potrebbe essere Gesù (Rom. 1,3), morto e risorto secondo le Scritture (1
Cor. 15,3 s.), e difficilmente si potrebbe dire del popolo giudeo tutto ciò che af­
ferma Rom. 9,4 s.
Più che delle due «alleanze» che conosciamo (v. 24b) si tratta in realtà di due
comunità: quella di quanti hanno accolto la liberazione ad opera di Cristo (vv.
26-28.31), e quella di quanti l’hanno rifiutata per aggrapparsi alla semplice di­
scendenza carnale da Abramo e alla legge (v. 23). Oggi questa seconda comunità
perseguita i seguaci di Cristo (v. 29).44
L’aggancio della parabola-allegoria è costituito dal fatto che il monte Sinai si
trova in Arabia, ove fu scacciata la schiava Agar con suo figlio (vv. 24-253; cfr.
Gen. 25,12-18): essa corrisponde alla Gerusalemme di adesso {te nyn, termine im­
portantissimo) e a tutti i suoi figli (v. 25b).45
Ricordando che da Sara, inizialmente sterile (Gen. 11,30), venne la grande di­
scendenza (17,19; 21,12.), l’apostolo applica al momento presente la profezia se­
condo la quale adesso i figli della sterile (i gentili) sono più numerosi dei figli del­
la donna maritata (quelli che dominano nella Gerusalemme attuale, v. 27).
Come quando Ismaele perseguitava Isacco (v. 29; cfr. Gen. 21,9 s.), così ades­
so Dio deve scacciare i figli della schiava (v. 30). Noi, invece, dobbiamo preser­
vare la libertà che Cristo ci ha donato, evitando di lasciarci imporre nuovamente
il giogo (5,1).

c) Seconda apostrofe: la crisi in Galazia (5,2-12)

Paolo applica alla situazione presente la dottrina appena esposta, perché vi sono
alcuni che, volendo evitare la persecuzione da parte di coloro che meritano di es­
sere scacciati, si accordano con loro (6,12; cfr. 2,12) giungendo a proporre la
circoncisione per i cristiani gentili. Ciò significherebbe che Cristo non è stato ca­
pace di inserirli nella discendenza di Abramo (3,7-29): resterebbero privi della li-
42. Cfr. j Tess. 2 ,7 .11; 1 Cor. 4,15; Film. io.
43. Cfr. 2 Cor. 3,6.14. 44. Cfr. 1 Tess. 2,14-16; 2 Cor. 11,24 s-i Rom. 15 ,3 1.
45. Forse includendo anche i «falsi fratelli infiltrati» di 2,4.
222 Le grandi lettere

berta donata loro da Cristo (4,1-11), alla pari dei «figli della schiava» (4,21-31).
Ecco dunque questa seconda apostrofe (l’ultima è in 6,11-17), riguardante il
problema sorto in Galazia. Nel frammento non mancano espressioni molto forti
(cfr. w . rob.rz), ma al tempo stesso viene fornito un compendio piuttosto com­
pleto (e assai equilibrato) del pensiero paolino (w. 5 s.): ciò che ci viene richiesto
(la fede che opera attraverso la carità: v. 6; cfr. w . 13.22) e riceviamo in dono,
ossia lo Spirito (cfr. 3,2 s.5.14; 4,6.29), la giustizia (2,16 s.21; 3,6.8.11.21.24) e
la speranza (v. 5).46
In precedenza aveva loro spiegato che facendosi circoncidere avrebbero fatto un
magro affare: Cristo e la sua grazia sarebbero stati inutili (w. zb-4) e oltretutto
sarebbero stati obbligati a osservare tutta quanta la legge (v. 3; cfr. 3,10.13; 4,4 s.).
L’apostrofe ricomincia al v. 7 con espressioni di fiducia (vv. 7a.ioa), con at­
tacchi (vv. 7b.8 s.) e minacce rivolte all’avversario (v. iob.12), e persino con l’au­
todifesa: io non cedo alla circoncisione,47 ma persevero nello scandalo della croce
(v. nb; cfr. 2,19; 3,1; 6,12.14).

5. Discorso esortativo (5 ,13 -6 ,10 )

La situazione concreta della Galazia non ricomparirà più fino alla conclusione
della lettera (6,11-18), e nel frattempo, forse nel tentativo di smorzare i toni, si
inaugura un discorso di semplice esortazione, adatto a qualsiasi circostanza. Esso
si ricollega non tanto al discorso polemico (4,12-5,12) quanto alla tematica della
legge e all’idea di libertà, introdotte rispettivamente in 3,10-26 e 4,1-7.
Dopo la tesi generale (5,133) si afferma che la carità consente un certo grado
di adempimento della legge (w. 13 ^ 15 ) e che lo Spirito ci libera dalla legge, ma
solo a determinate condizioni (vv. 16-26). Paolo si addentra poi in una serie di
esortazioni concrete (6,1-10) che potrebbero figurare in qualsiasi lettera e hanno
una sola peculiarità: sono definite «legge di Cristo» (v. 2).48

a) Primo argomento generale: carità e libertà ( 5 ,1 3 - 1 5 )

La legge non si intende di fede (3,12) né di promesse (v. 18), però non va nem­
meno contro di esse (v. 21); certo non conduce a esse (vv. 23-25) e, mettendo in
riga il figlio immaturo, opera in nome del Padre (4,1-3). Ma una volta giunto al­
la maggiore età, questo figlio agirà liberamente; certo resterà comunque figlio, per
cui dovrà sempre agire in accordo con l’intento che aveva il Padre quando aveva
promulgato la legge.
Per questo l’apostolo, che tanto aveva insistito sull’inadeguatezza della legge
(z ,i6.21; 3,2.5.11.17.21), si compiace di lasciarci un a formula, derivata dalla
fede (5,6), attraverso la quale si compie tutta quanta la legge. Libertà non signifi­
ca lasciarsi andare alle passioni (v. i3b),49 ma rendersi schiavi per amore (v. 13 C ) .50
Adempiendo il precetto dell’amore, infatti, si compie tutta quanta la legge (v. 14).51
46. Cfr. Rom. 5,1 s.4 s.; 8,20.24; 12,12; 15,4.13. 47- Sarà per ciò che narra Atti 16,3?
48. Cfr. 1 Cor. 9,21. 49. Cfr. w. 16 s.19; 2,4; 4,31; 5,1.
50. Cfr. 1 Cor. 9,19. 51. Cfr. Rom. 13,10; 1 Tess. 4,9.
b) Secondo argomento generale: Spinto e libertà ( 5 ,1 6-2.6)

L’incapacità della legge di dare la vita (3,11) si rivela in tutta la sua evidenza da­
vanti a un’autentica forza capace di condurci dove non vogliamo (v. iyd). Que­
sta forza, tradotta alla lettera, viene definita «carne» (w. 16 s.; cfr. v. i3b), e in­
clude tutta la gamma di passioni umane senza distinzioni (w. 19-21).
L’unica forza in grado di tenerle testa è lo Spirito, più volte menzionato nella
lettera (3,2 s.5.14; 4,6.29; 5,5). A differenza della legge, dimora «nei nostri cuo­
ri» (4,6) e non ci impone «opere» (v. 19 );52 invece dà un «frutto» (v. 22),53 qual­
cosa che sgorga da dentro di noi. La legge non ha nulla contro questi frutti (v.
23b), ma chi li possiede non ha più bisogno della legge (v. r8b).
Per comprendere le due frasi precedenti esiste una chiave ben precisa: le quin­
dici opere della carne (vv. i9-2ia) in qualche modo sono tutte collegate a qual­
che precetto del decalogo. Il frutto (al singolare, perché nasce come un unico fu­
sto) dello Spirito, invece, che si esprime in dodici virtù tra cui la carità e la fede,
presuppone un superamento per eccesso dei comandamenti del decalogo (w. 22­
233). Proprio come nel commento che ne aveva fatto Cristo {Mt. 5,21-48),

c) Esortazioni pratiche (6 ,1-10 )

Le relazioni intracomunitarie, schematizzate nel termine allelon («gli uni degli al­
tri»), sono già state affrontate quattro volte nel discorso in questione (una volta
nei vv. 13 e 15, due volte nel v. 26). Nel cap. 6 tale idea viene condensata nel v.
2 con un’immagine molto plastica (lo era di più Mt. 5,41!). Possono essere con­
siderate applicazioni dello stesso principio le esortazioni a correggere il fratello
(v. 1), a portarne i pesi (v. 2), a moderare il proprio vanto (vv. 3-5) e a condivi­
dere ogni bene con il catechista (v. 6).
I vv. 7-9 invitano a prepararsi alla fine dei tempi ricorrendo alla contrapposi­
zione carne-Spirito (v. 8; cfr. vv. 16-24) e all’idea biologica del «frutto» (v. 7;
cfr. v. 2 z ).h
Dopo 5,14 e il suo sfondo evangelico {Mt. 22,36-40 par.), non meraviglia che
la legge sia recuperata come «legge di Cristo» (v. 2). Colpisce di più il recupero
dell’ «opera» (v. 4) e dell’ «operare» (v. io) dopo tutto ciò che è stato detto delle
«opere» (2,16; 3,2.5.10). Ma se anche le opere non possono essere origine (pre­
posizione ex) della giustificazione, tuttavia ne possono essere il «frutto» (5,22).
All’interno del brano è interessante il gioco tra due impieghi diversi della paro­
la «peso» (vv. 2.5) e tra due applicazioni del concetto di «ingannare» (vv. 3.7).
Pur sfiorando il paradosso, sono perfettamente spiegabili: una cosa è farsi carico
del fardello altrui (v. 2), un’altra «caricare» gli altri del proprio peso (v. 5); d’al­
tra parte, un rigoroso giudizio di sé (v. 4) ci prepara al giudizio di Dio (v. 7).6

6. Conclusione della lettera ( 6 ,1 1 - 1 8 )

Quasi trascurando il discorso parenetico (5,13-6,10), il finale si riaggancia al di­


scorso polemico (4,12-5,12) e alle altre apostrofi (1,6-10; 3,1-6), che costituisca­
s i Cfr. z,i6; 3,2.5.10, 53. Cfr. Rom. 6,2.2; 7,4 s.; FU. 1,11. 54. Cfr. 2 Cor. 9,6.
224 Le grandi lettere

no il motivo specifico della lettera. Dopo un’allusione estremamente espressiva


alla drammaticità del momento (v. n ) , l’apostolo passa ad attaccare gli avversa­
ri (w. 12 s.) e all’autodifesa (w. 14-17), per concludere con una scarna benedizio­
ne (v. 18).
È un finale davvero esplosivo: quelli che costringono gli altri a farsi circonci­
dere (w. I2b.i3b; cfr. 2,i4d) vogliono fare bella figura davanti alla Gerusalem­
me attuale (v. i2a)55 ed evitare così la persecuzione, ossia la croce (v. izc),56 ma
neanche loro sono capaci di osservare la legge (v. 1 3 a)!57
L’apostolo si colloca invece all’estremo opposto; non gli importa nulla del mon­
do (w. 140.173) e non si vanta se non nella croce (v. i4a), infatti la esibisce co­
me suo maggior trionfo (v. 17).58
Aggiungendo densità a ciò che ne possedeva già in abbondanza, la lettera si con­
clude con due nuove formulazioni che valgono da sole come un’intera lettera: la
«creazione nuova» (v. 15)59 e l’ «Israele di Dio» (v. i6c; cfr. 4,26-28).

III. QUESTIONI APERTE

Le importanti questioni aperte in Galati riguardano la sua interpreta­


zione più o meno «radicale»: fino a che punto Cristo è stato visceral­
mente maledetto da Dio (cfr. 3 ,1 3 ) , fino a che punto la discendenza sto­
rica di Abramo e l’Antico Testamento conservano il loro valore (cfr. v.
16 ; 4,24) e fino a che punto ogni opera, ogni legge e ogni culto si pon­
gono dalla parte del male (cfr. 2 ,16 ; 3 ,1 9 ; 4,9 s.)? Nessuno fornirà una
risposta assolutamente radicale se terrà conto di tutti i testi. Tuttavia è
evidente che qualcuno porrà la linea di demarcazione più in là di altri.
Torneremo su questo punto nel capitolo xi, dedicato alla teologia delle
quattro grandi lettere.
Avvertiamo fin d’ora che la considerazione letteraria (il paradosso e
l’ironia intesi come tali) e quella storica (che cosa voleva dire concreta­
mente l’apostolo con quelle frasi) avranno un ruolo fondamentale nella
comprensione dei testi. Purtroppo non sempre questo tipo di considera­
zioni ci fornirà la certezza, tuttavia non può certo essere trascurato.
Su questa linea, le questioni aperte «classiche» per quanto riguarda
Galati si possono ridurre a due: la sua collocazione storica nella vita del­
l’apostolo, e i suoi avversari o, se si preferisce, quale sfida intende rac­
cogliere la lettera. La sua unità e la sua integrità non vengono messe in
discussione ma, soprattutto in questi ultimi tempi, si dibatte sulla sua
disposizione più o meno perfetta dal punto di vista della retorica greco­
latina. Incominciamo da quest’ultimo punto.

55. Cfr. 4,25.29 s. e P«ipocrisia» di 2,i2C.i3ac.


56. Cfr. 4,29 e il «timore» di 2,i2d. 57. Cfr. 2,i2b.i4c; 3,10; 5,3.
58. Cfr. 2,190; 3,ib; 5,11. 59. Cfr. 1,15; 5,6; 2 Cor. 4,6; 5,17.
i . L a com posizione d i G a la ti

Con o senza l’aiuto dello schema retorico, i tentativi di strutturazione


della lettera, a parte inizio e conclusione, concordano più nella determi­
nazione di blocchi intermedi (per intenderci, di metà capitolo), che nella
suddivisione del corpo della lettera in rispettivamente due, tre o quattro
grandi blocchi.
N oi abbiamo optato per la divisione in quattro grandi blocchi, recen­
temente proposta da A . Pitta,60 ma sfumando diversamente la funzione
di ciascuno di essi.
Anche solo come semplice ipotesi di lettura, anticipiamo qualcosa di
più nella classificazione dei vari blocchi. Come per 2 Corinti, anche qui
distingueremmo tra: a) possibili discorsi anteriori (sulla scia di z Cor. 3,
1 - 6,10); b) discorso occasionale (in linea con 2 Cor. 1 , 1 2 - 2 , 1 3 ; 7 ,5 -16 ) ;
c) elementi di transizione tra i vari «corpi» (come 2 ,1 4 - 1 7 e 6 , 1 1 - 1 3 ; 7>
2- 4).
N el caso di Galati, il discorso occasionale risulterebbe sparso per tut­
ta la lettera: quelle che abbiamo definito «apostrofi», oltre 2W esordio
(1,6 -10 : «M i meraviglia che...») e alla conclusione ( 6 ,1 1 - 1 8 : «Vedete con
che grossi caratteri...»); 3 ,1 - 6 («O stolti galati!...»); 4 ,12 -2 0 («Fate co­
me me...»), e 5 ,2 - 1 2 («Ecco, io Paolo...»).
Si può anche immaginare che questa sia effettivamente la lettera scrit­
ta da Paolo durante una notte insonne, il quale poi capì il mattino dopo
di non poter inviarla così.
L ’eventuale discorso anteriore potrebbe essere individuato in 1 , 1 1 - 2 ,
14 ; 3 e 5 ,1 3 -6 ,1 0 . Sarebbe arduo dimostrare che si trattava di scritti
precedenti, tuttavia si può almeno osservare che non sono molto carichi
di ardore polemico.
Tra gli uni e gli altri si inseriscono due frammenti: 2 ,1 5 - 2 1 e 4 , 1 - 1 1 .
Il primo passa (inaspettatamente, per quelli che ne vorrebbero sapere di
più) dalla narrazione all’esposizione, ma mantenendo punti di contatto
con entrambi. Il secondo si unisce a un discorso piuttosto denso sulla
filiazione di Abramo, anticipando temi affrontati successivamente. Que­
sti due frammenti sono stati definiti di «transizione».
Resta però un altro frammento (4 ,2 1-5 ,1) che ora non fa da «trami­
te» a un altro discorso, ma si colloca tra due apostrofi. Prescindendo
dalla questione se sia stato anch’esso scritto durante la famosa notte in­
sonne, gli attribuiremmo la categoria di digressione occasionale, riba­
dendo che può essere compreso soltanto alla luce della polemica in que­
stione. Tenendo conto delle connessioni che mostra con vari punti della

60. Disposizione , diagramma a p. 150.


2 Z6 Le grandi lettere

lettera, immaginiamo che l’apostolo lo abbia inserito - come sorta di


chiave di volta - quando ormai la composizione di tutto l’insieme era
terminata. Citeremo nuovamente questo frammento allorché parleremo
direttamente della polemica all’origine alla lettera.

2. Collocazione di Galati nella cronologia di Paolo

L ’alternativa classica a questo punto è l’opzione tra la Galazia propria­


mente detta e la «Galazia del sud», ossia la scelta di collocare la lettera
al culmine del terzo viaggio di Paolo oppure tra il primo e il secondo.
Nella storia dell’esegesi quest’ultima teoria ha avuto un’importanza mag­
giore di quella attribuitale attualmente, tuttavia continua ad avere soste­
nitori tra gli studiosi anglofoni.61 L ’esegesi tedesca preferisce rifiutarla,
scorgendovi un’ «operazione» in favore del valore storico degli Atti degli
Apostoli.
In realtà la teoria salverebbe il senso letterale di Gal. 2 e di Atti 1 5 , e
sosterrebbe l’ipotesi di un viaggio di Paolo e Barnaba a Gerusalemme
che ha inizio in Atti 1 1 , 3 0 e si conclude (presumibilmente) in 1 2 , 2 5 .61
Questo viaggio intermedio, durante il quale gli apostoli non imporreb­
bero nulla, corrisponderebbe a Gal. 2 ,1 - 1 0 . La lettera ai Galati sarebbe
stata indirizzata alle comunità della Galazia meridionale (ossia Antio­
chia, Iconio, Derbe e Listra) alcune settimane prima del cosiddetto «con­
cilio» di Gerusalemme (Atti 15 ) , nel quale gli apostoli avrebbero impo­
sto i precetti dei w . 20.29. La teoria, inoltre, appoggia l’ipotesi che la
lettera sia stata inviata a comunità note agli Atti (si rammenti: Iconio,
Derbe e Listra, capp. 1 3 s.) che, nell’altra ricostruzione, resterebbero,
come si è detto, prive di lettera.
Si risolverebbe così senza intoppi anche il problema delle relazioni tra
l’apostolo e le chiese fondatrici: tanto l’incidente di Antiochia quanto
l’offensiva in «Galazia» all’insegna della circoncisione sarebbero avve­
nuti prima del «concilio», che con le sue prescrizioni avrebbe poi risolto
le questioni.
Tuttavia, gli inconvenienti legati a questa opzione sono alquanto gra­
vi. Ecco i più importanti:
come già si è detto, parlando normalmente non si può dare del «G a­
lati insensati» agli abitanti di Frigia, Pisidia e Licaonia (Gal. 3 ,1);
se la visita di Gal. 2 ,1 - 1 0 corrispondesse a quella di Atti 1 1 ,2 8 - 3 0 , si­
gnificherebbe che chi veniva a portare delle offerte veniva invitato a ri-

6t. Cfr. sopra, cap. I, n. zi.


6x. Se si presuppone che il testo dica ex o apo ierousalem, invece di eis Ierousaìem3 secondo
una lezione molto difficile da sostenere dal punto di vista della critica testuale; cfr. B.M. Metz-
ger, A Textual Commentary on thè Greek New Testamenti Stuttgart 1994, 350-3 5Z.
La lettera ai Galati 227

cordarsi dei poveri... cosa che stava appunto facendo (Gal. 2 ,10 )! Il
problema delle «prescrizioni», annunciate in Atti 15 ,2 0 .2 8 s. ed escluse
da Gal. 2,6, non verrebbe risolto ipotizzando che Galati sia successiva a
esse. Le grandi lettere, infatti, furono senz’altro scritte dopo il cosiddet­
to «concilio» di Gerusalemme e nemmeno in esse si allude a tali «pre­
scrizioni» (ad es. quando in 1 Cor. 8 e io e in Rom. 1 4 si parla della
carne immolata agli idoli);
gli Atti, tra l’andata e 1’ (eventuale) ritorno di Paolo e Barnaba a G e­
rusalemme (Atti 1 1 , 3 0 e 12 ,2 5 ), narrano la morte di Erode Agrippa 1
(12 ,2 0 -2 3 ), avvenuta nell’ anno 44. Se per far coincidere Atti 1 1 , 3 0 (e
1 2 ,2 5 ) con Gal. 2 anticipiamo la conversione di Paolo di quattordici
anni, corriamo il rischio di far convertire l’apostolo lo stesso anno della
morte di Cristo. Preferiamo dunque far coincidere l’evento narrato nelle
due versioni da Gal. 2 e Atti 1 5 , spiegandone le divergenze per mezzo
della critica storica. Quanto al viaggio di Atti 1 1 ,3 0 ; 1 2 ,2 5 , ipotizziamo
che si sia trattato di un viaggio di Barnaba senza Paolo.
Fin qui, come dicevamo, si trova d’accordo la stragrande maggioran­
za degli esegeti.63 Galati dovette quindi essere scritta da Efeso, durante
il terzo viaggio. In teoria potrebbe essere stata composta anche a Troa-
de (cfr. 2 Cor. 2 , 1 2 s.), più vicina alla Galazia. M a il testo citato non
permette di immaginare che l’apostolo si sia trattenuto a lungo nella cit­
tà. In linea di principio, pertanto, Galati andrà situata cronologicamen­
te prima della «sostanza epistolare» di 2 Corinti (in concreto, 1 , 1 - 2 , 1 3
più 7 ,5 -16 ), scritta al termine del viaggio dalla Macedonia.
Se il periodo efesino si concluse con la prigionia che si intuisce in 2
Cor. 1,8 -10 , diremo che Galati è anteriore, perché non è stata scritta
dalla prigionia. Sarebbe dunque anteriore a Filippesi, persino nel caso in
cui (cfr. sotto, cap. xn , m .i) Filippesi sia stata scritta da Efeso. Che sia
anteriore a Romani è ancora più evidente per motivi di contenuto.
A questo punto, sapere se la lettera sia anteriore o meno a 1 Corinti
rimane il solo interrogativo interessante. L ’unico dato disponibile è la
colletta in favore di Gerusalemme, «ordinata» alle chiese della Galazia
(1 Cor. 1 6 ,1 ) . N on è facile immaginare Paolo mentre «ordina» una col­
letta dopo la crisi in Galazia, per cui siamo più propensi a ritenere che
Galati sia anteriore anche a 1 Corinti. Ciò tuttavia non risolve la que­
stione, perché nulla vieta che l’apostolo abbia visitato la Galazia dopo
aver inviato la lettera alla comunità del posto, si sia reso conto che i
tempi erano maturi per organizzare la colletta, l’abbia realizzata e abbia
mandato il ricavato a Gerusalemme tramite emissari. Poi, vista la m a­
desta entità della somma raccolta, l’apostolo potrebbe aver deciso che a
63. Cfr., ad esempio, l’eccellente opera di M.-J. Lagrange, Saint Paul. Épitre aux Galates, Pa­
ris 3i9 2 6 (risL 1950).
228 L e g r a n d i le tte re

Corinto la colletta andava preparata con maggior anticipo, esortando i


corinti a versare di più con la promessa che, se ne fosse valsa la pena,
sarebbe andato insieme a loro a recapitarla.
In questo modo sapremmo com’era andata a finire la crisi in Galazia,
visto che non abbiamo notizie dirette a questo proposito. L ’unico passo
che possiamo citare riguardante una certa continuità nelle relazioni tra
Paolo e la Galazia fin (quasi) alla fine della sua vita è 2 Tim. 4 ,10 : «Cre­
scente è andato in Galazia». Notizie come questa, riportate così en pas­
sante solitamente rispondono a verità. Sebbene tra coloro che accompa­
gnano l’apostolo a Gerusalemme vi sia un certo «Gaio di Derbe» (Atti
20,4), della cosiddetta «Galazia meridionale»; non possiamo certo pre­
tendere che Luca ci mostri ora un autentico galata, quando ha trascura­
to persino di riferire della conversione della Galazia.

3 . 1 fautori della crisi

Abbiamo già detto che la crisi non è nata spontaneamente, ma è stata


provocata da alcune persone (1,7 ; 5,10 ), probabilmente venute da fuori
perché paragonate a un angelo dal cielo (1,8 s.). Citiamo anche 6, 1 2 s.,
ove si dice che, dal punto di vista di Paolo, erano spinte dal timore della
persecuzione.
Nella discussione esegetica, i tentativi di tratteggiare ulteriormente
l’identità di questi «avversari» sono andati in due direzioni. In linea ge­
nerale, o si tratta di giudaizzanti di stretta osservanza, implicati nelle di­
scussioni riportate nel cap. 2, oppure di un’eresia locale che, oltre a non
osservare la legge (cfr. 6 ,12 ), pratica le «opere della carne» (5 ,19 -2 1) e
il culto degli «elementi del mondo» (cfr. 4,3.9).
Iniziando da quest’ultimo, diremo che non vi sono precedenti pagani
di tale culto (esiste qualche culto astrale, ma non con questa denomina­
zione). Si ricorre allora all’eresia colossese, ove compare tale espressio­
ne (2,8.20) e, non distante da essa, un «culto degli angeli» (v. 18), unito
ad alcuni termini specifici delle religioni misteriche (embateuo, v. 18 , è
la caratteristica visione dell’iniziato). Su questa base si parla di «gnosti­
ci» in Galazia.64 Tutto ciò crea numerose difficoltà. A priori è difficile
immaginare che i galati, appena all’inizio del loro cammino cristiano, ab­
biano sviluppato un’eresia tanto complessa come quella di Colossi (di
cui parleremo sotto, cap. x m , 1.2). A posteriori sembra che in questa
lettera il ricorso agli «elementi del mondo» (cfr. 4,3.9) sia un semplice

6 4 . C f r . W . S c h m ith a ls , Neues Testament und Gnosis , D a r m s t a d t 1 9 8 4 5 sp ec. pp. 2 . 3 - 6 7 :


« C o r p u s P a u lin u m » . P u r senza attribu ire lo ro un peso eccessivo nella crisi in G a la z ia , è fre ­
q u ente interpretare gli «elem en ti del m o n d o » di 4 , 3 . 9 alla luce di C o i 2 , 8 . 2 0 ; cfr. H . D . Betz,
GalatianSy 2 0 4 - 2 0 5 : «sp irit-e le m e n ts».
L a le tte ra a i G a la ti 229

espediente per dire che stanno tornando alla schiavitù da cui erano sta­
ti liberati: prima servivano gli «elementi del mondo» nell’idolatria (v. 3),
adesso, adottando le pratiche giudaiche, si porranno al servizio degli «ele­
menti del mondo», perché soggetti a «realtà naturali» come lo sono gior­
ni, mesi, stagioni e anni (v. io).
La tentazione di attribuire agli oppositori le «opere della carne» (5,
1 9 -2 1 ) mi sembra un caso estremo di mirror reading: non tutto ciò che
Paolo condanna dev’essere per forza teologia avversaria.65
Atteniamoci dunque a ciò che risulta più palesemente dal testo. Si trat­
ta di giudaizzanti stretti che cercano di costringere alcuni gentili già bat­
tezzati a farsi circoncidere. Il testo che illustra nel modo più chiaro que­
sta situazione è G a i 6, 1 2 s.:
Quelli che vogliono fare bella figura nelle cose visibili (lett. «nella carne») vi co­
stringono a farvi circoncidere, al solo scopo di non essere perseguitati con la cro­
ce di Cristo. Perché neppure questi «circoncisi» osservano la legge, ma vogliono
la vostra circoncisione per potersi vantare nella vostra carne.
Se la descrizione dell’apostolo è corretta, non si tratta di osservanti stret­
tissimi della legge, bensì di persone intenzionate a servirsi della circon­
cisione degli altri per evitare la persecuzione. Non è improbabile che si
tratti di un progetto a livello locale o regionale, ma in una comunità a
maggioranza pagana la sola circoncisione non sarebbe certo bastata. Sa­
rebbe poi venuto l’obbligo di inserirsi nella vita quotidiana della sina­
goga, cosa nient’affatto semplice per un pagano convertito.
Per questi motivi, sebbene con sfumature diverse, gli esegeti spesso
mettono in relazione la crisi in Galazia con gli eventi narrati nel cap. 2,
non ultimo anche per analogia tra le situazioni: nella scarsa osservanza
della legge gli avversari coincidono con Pietro (2 ,14 : «vive come un pa­
gano, non come un giudeo»); nel timore delia persecuzione coincidono
con Giacomo (secondo la nostra interpretazione del v. 1 2 ; cfr. cap. 1, 14 ),
e intendono contrastare l’accusa lanciata dai persecutori per i quali, con
la predicazione del vangelo, si sta «liquidando il giudaismo». N on biso­
gna in ogni caso trascurare le differenze tra i promotori della crisi e gli
apostoli Pietro e Giacomo: né a Gerusalemme né ad Antiochia gli apo­
stoli avevano preteso la circoncisione dei gentili. A Gerusalemme aveva­
no proposto di dividersi il campo d’azione (v. 9), mentre ad Antiochia
avevano propugnato la separazione delle mense (v. 12 ). In Galazia, in­
vece, gli avversari vanno a predicare a pagani che vivono lontanissimo,
costringendoli inoltre a farsi circoncidere. Assomigliano molto a quei
«falsi fratelli infiltrati» che avrebbero voluto costringere Tito a farsi cir­
concidere (2 ,3-5 ; caP- L I 3 )> ben diversi dalle «colonne» (v. 9) alle
quali esclusivamente (v. 2) Paolo aveva illustrato il proprio vangelo.
65. Cfr. K. Berger, Im pliziten ,
2 3 0 L e g ra n d i le tte re

Talvolta non si esclude del tutto la partecipazione degli apostoli al


«complotto». Si sostiene, ad esempio, che all’incontro di Gerusalemme
Paolo e Barnaba non ottennero altro che una vittoria a metà (v. 9) e da
quel momento in poi Giacomo cominciò ad accostarsi sempre più ai
«falsi fratelli», trascinando con sé anche Pietro.66 Tuttavia non risulta
che Pietro e Giacomo siano mai andati oltre la separazione delle mense.
Pare piuttosto che, come già si è detto, abbiano fatto marcia indietro ri­
spetto al progetto iniziale, sostituendolo con alcune prescrizioni che,
senza venir meno alla legge, consentivano a giudei e gentili di vivere as­
sieme. Quanto a Paolo, ripetiamo che, a nostro giudizio, non avrebbe
dato prova di tanta tenacia nell’organizzare la colletta in favore di Ge­
rusalemme se avesse saputo che «i notabili» della città gli avevano di­
chiarato guerra (cfr. sopra, cap. vili, m .z).
Mancano pertanto argomenti convincenti per attribuire alla comunità
madre di Gerusalemme la responsabilità della crisi in Galazia, benché
sia possibile che i «promotori» della crisi (1,7 ; 5 ,1 0 .1 2 ) si appellassero,
seppure in mala fede, all’autorità della comunità fondatrice. Il paragone
con «un angelo dal cielo» (1,8) si adatta più a persone che vengono da
fuori e si attribuiscono un prestigio superiore a quello dello stesso Pao­
lo. E, all’infuori di Gerusalemme, quale autorità avrebbe potuto presen­
tarsi con credenziali superiori a Paolo? L ’evidente esclusione della «mas­
sa» all’interno della comunità di Gerusalemme, implicita in 1 ,1 8 s. e 2,
2, tende a confermare che la città è il luogo d’origine degli avversari di
Paolo.
Inoltre, malgrado le differenze in tema di circoncisione, esistono nu­
merosi parallelismi tra questi oppositori e quelli di Corinto: l’origine giu­
daica, lo stile autoritario, il presunto legame con la comunità di Gerusa­
lemme, la mancanza - agli occhi dell’apostolo - di rette intenzioni. Rite­
niamo che a Corinto non parlassero di circoncisione perché si erano ac­
corti che non era l’ambiente idoneo. Tuttavia non è dimostrato in alcun
modo che i due attacchi rientrassero in un medesimo progetto. L ’inter­
pretazione di un’allegoria corre il rischio di essere ancora più allegorica
ma, per quel che può valere, ci sia consentito utilizzare 4 , 2 1 - 3 1 in que­
sto contesto. Malgrado il v. 24, il testo non intende screditare l’Antico
Testamento, cui ricorre di continuo come fonte (cfr. v. 2 1) e che cita
per due volte come parola definitiva (v. 27: gegraptai gar; v. 30: legei he
graphe). La sua preoccupazione è volta alla Gerusalemme attuale (v. 25:
he nyn Ierousalem, nel senso, cosi abbiamo inteso, di «Gerusalemme uf­
ficiale»). Questa Gerusalemme, «insieme ai suoi figli» (v. 25), tende a ri­
durre in schiavitù e a perseguitare quanti non le si sottomettono (v. 29).
66. Cfr. Liidemann, Antipaulinism uss 59-63, suirincontro (detto «concilio») di Gerusalemme;
64-66, sull’incidente di Antiochia; 94-98 sul rifiuto della colletta.
L a le tte ra a i G a la ti 231

La soluzione, però, non è la sottomissione allo scopo di evitare la perse­


cuzione (6 ,12 ; cfr. 2 ,1 2 ) , bensì l’interruzione dei rapporti con essa, il suo
allontanamento (v. 30).
E ciò non per antigiudaismo, ma per fedeltà alla croce di Cristo (cfr. 6,
1 2 .1 4 ) — e Per realismo, visto che tutto ciò che Giacomo avrebbe potu­
to fare «per timore dei circoncisi» (2 ,12 ) non gli evitò poi il martirio.

Bibliografia

Le lettere ai Romani e ai Galati, strettamente imparentate tra di loro, saranno il­


lustrate in modo particolare nel cap. xi, in cui si parlerà di teologia paolina. Ri­
mandiamo dunque a questo capitolo la tematica più strettamente teologica.
Quanto alla questione letteraria relativa alla struttura richiamiamo le opere già
citate di H.D. Betz, Galatians-, V. Jeger-Bucher, Der Galaterbrìef, e A. Pitta, Dispo­
sizione.
Il commento di M.-J. Lagrange a Galati rimane eccellente ed esemplare quan­
to a onestà esegetica, anche se necessita di essere affiancato da uno più recente.
Eguale onestà, unita a una grande conoscenza dell’antichità classica, dimostra l’o­
pera già citata di H.D. Betz (1979/1988), senza che nessuno dei due autori rinne­
ghi la propria origine confessionale, rispettivamente cattolica e luterana.
Fra i commenti disponibili, propendiamo per tre cattolici: U. Borse, Der Brief
an die Galater, Regensburg 1984; W. Egger, Galaterbrìef, Philipperbrief, Phile-
monbrief, Wurzburg 1985; F. Mussner, La lettera ai Galati, Brescia 1987; due
luterani: D. Lùhrmann, Der Brief an die Galater, Zurich 1982; J. Rohde, Der
Brief des Paulus an die Galater, Berlin 1989; due un po’ più enciclopedici, all’in­
terno della tradizione protestante: F.F. Bruce, The Epistle to thè Galatians, Exe-
ter 1982; C.K. Barrett, Freedom and Obligation. A Study of thè Epistle to thè
Galatians, London 198 5. Da parte sua, il commento di J.D.G. Dumi, The Epistle to
thè Galatians, London 1993, tende a smorzare i toni più «luterani» della lettera
in modo forse eccessivo in quanto sminuisce l’importanza del tema dell’iniziativa
divina, ossia della grazia che si riceve per fede, come svilupperemo nel cap. xi.
Aggiungiamo due volumi tratti dai Colloqui Paolini: J. Lambrecht, The Truth,
già citato, e A. Vanhoye, La foi agissante par Vamour (Galates 4,12-6,16), Ro­
ma 1996. Segnaliamo, infine, H.W. Beyer - P. Althaus, La lettera ai Galati, in
H.W. Beyer e a., Le lettere minori di Paolo, Brescia 1980; J. Bligh, La lettera ai
Galati. Una discussione su un’epistola dì S. Paolo, Roma 1972; B. Corsani, Let­
tera ai Galati, Genova 1990; G. Ebeling, La verità dell’evangelo. Commento alla
lettera ai Galati, Genova 1989; R. Fabris, La libertà del Vangelo. Lettera di Pao­
lo ai Galati, Leumann 1979; H. Schlier, La lettera ai Galati, Brescia 1966; G.
Schneider, Lettera ai Galati, Roma 31990.
Capitolo x

La lettera ai Romani

Giungiamo infine aWopus maximum dell’apostolo Paolo. La lettera ai


Romani diede l’impulso principale al nuovo orientamento teologico di
sant’Agostino, successivamente a Lutero e alla riforma protestante, non­
ché alla nuova versione di quest’ ultima, nel nostro secolo, ad opera del­
la cosiddetta «teologia dialettica» di Barth e Bultmann. M a il sovracca­
rico teologico impostole da quanti l’hanno utilizzata (senza escludere san
Tommaso e i teologi della Controriforma) costituisce un pericolo per la
interpretazione della lettera.
Per questo merita particolare considerazione l’ intento di cogliere in
Romani solamente un fatto comunicativo tra un apostolo, che scriveva
a meno di trentanni dalla morte di Cristo, e una comunità non evange­
lizzata da lui personalmente.

I. I DATI DEL PROBLEMA

i. Comunità destinataria

Roma aveva già parecchi contatti con il mondo giudaico il giorno in cui
Gesù di Nazaret fu crocifisso, all’epoca di Tiberio, per ordine del procu­
ratore romano Ponzio Pilato. Gli interventi romani in Asia cominciaro­
no nell’anno 18 9 o 19 0 a.C. con la battaglia di Magnesia, nella quale
Antioco in il Grande fu sconfitto e costretto a versare un pesante tribu­
to di guerra {Dan. 1 1 ,1 8 ) . Poco tempo dopo Roma pone sotto la sua
protezione l’Egitto, impedendone la conquista da parte di Epifane (168
a.C.: Dan. 1 1 ,2 4 - 3 0 ) . I fratelli Maccabei cercano l’alleanza romana e
ottengono vari trattati, probabilmente nel 1 6 1 a.C. (1 Macc. 8 ,1 7 - 3 2 ; 12 ,
1-4 ; 14 ,1 6 -1 9 ) . L ’ultima alleanza, con Simone, estende la protezione
romana ai giudei residenti in numerose regioni dell’Asia Minore, nelle
isole, nella Grecia continentale e persino a Cirene (1 Macc. 1 5 ,1 5 - 2 4 ) .
Gli interventi romani in Siria si fanno ogni volta più energici. Nel 63
a.C. Pompeo divide tutto il paese in province. Fa da arbitro nelle con­
troversie tra gli asmonei Ircano 11 e Aristobulo e impone come governa­
tore l’idumeo Antipatro, padre di Erode. Questi ultimi manovrano abil­
mente tra i partiti che si affrontano nelle guerre civili romane: tra Pom­
peo e Cesare (49-48 a.C.), tra gli assassini di Cesare e suo nipote Otta­
L a le tte ra a i R o m a n i 233

viano (44-42 a.C.), tra Ottaviano e il suo ex alleato Antonio, manipola­


to dalla regina Cleopatra ( 3 2 -3 1 a.C.).
Una volta diventato Augusto, Ottaviano concede a Erode il Grande il
governo dell’intera Palestina. Contemporaneamente fissa o conferma i
diritti dei giudei a Roma e in tutto l’impero. Viene a essi concesso di
praticare la loro religione senza l’obbligo di partecipare ad atti di culto
pagani. La loro legge viene riconosciuta, le sinagoghe amministrano ed
esercitano la giustizia civile, sorvegliate da lontano dai magistrati ro­
mani (Gallione). D sinedrio può riscuotere dai giudei l’imposta del di­
dramma. Nella capitale, il numero dei giudei è stimato intorno alle die­
cimila unità; vi erano almeno tredici sinagoghe, nonché cimiteri situati
nelle antiche cave di pietra, le catacombe. I giudei romani avevano una
sinagoga a Gerusalemme, quella dei liberti, menzionata in Atti 6,9.
I giudei di Roma erano oggetto di critiche piuttosto accese da parte
delle persone colte, anche se in realtà non ne conosciamo i motivi. Furo­
no espulsi dalla città sotto Claudio, nel 49 d.C., con un decreto che non
dovette avere rilevanti conseguenze (cfr. Svetonio, Vita di Claudio 25 e
Atti 18,2); un’espulsione di massa e duratura di tutti i giudei della capi­
tale avrebbe costituito un fatto storico di prima grandezza, di cui do­
vremmo possedere oggi prove archeologiche oltre a un numero maggio­
re di testimonianze scritte di pagani, giudei e cristiani. Soltanto Luca
(Atti 18,2) afferma che furono espulsi «tutti i giudei». Dione Cassio di­
ce espressamente che non furono espulsi, ma fu loro proibito di tenere
riunioni. Quanto a Svetonio, la genericità della formulazione latina con­
sente un’ interpretazione in senso restrittivo di questa frase: Iudaeos...
assidue tumultuantes Roma expulit, che può significare sia «espulse da
Roma i giudei perché fomentavano continuamente tumulti», sia «espul­
se alcuni giudei che fomentavano continuamente tumulti». Fatto sta che
la maggioranza dei giudei non sarebbe partita solo perché lo imponeva
un decreto (i decreti erano molti e la repressione poliziesca non era poi
così efficiente); inoltre Claudio morì nell’ anno 54 e sotto il suo succes­
sore Nerone, grazie all’onnipotente Poppea, i giudei ebbero grande in­
fluenza.1
Come per osmosi, data la forte presenza romana in Palestina, la fede
cristiana potè giungere assai rapidamente alla capitale dell’impero, pro­
babilmente fin dai primissimi anni di formazione della chiesa (Atti 2,10 ).
Ricordiamo i centurioni ben disposti di cui narrano i vangeli (M t. 8 ,5­
1 3 par.; 2 7 ,5 4 par.). Pietro stesso aveva battezzato Cornelio, centurione
della coorte italica, a Cesarea (Atti 10 ,1-2 2 ) . Nella chiesa di Gerusalem-

1. Sebbene la comunità continuasse a essere composta in prevalenza da gentili - cfr, N acido a


tìempo Z2.3. 228 s, e sotto, 111,2, -, la lettera di Paolo risulterebbe inesplicabile se i giudei fosse­
ro scomparsi del tutto da Roma.
134 L e g ra n d i le tte re

me, parecchi membri portano nomi latini, che potrebbero implicare una
relazione con qualche famiglia romana: Rufo (Me. 1 5 ,2 1 ) , Giusto (Atti
1,2 3 ), Enea (Atti 9 ,3 3 ), M arco (Atti 1 2 , 1 2 ) . . . Riteniamo comunque inat­
tendibili le tradizioni secondo le quali Pietro si sarebbe recato a Roma
dopo essere uscito da Gerusalemme nell’ anno 44 d.C. (cfr. Atti 1 2 , 1 7 ) .2
Si può anche dare per certo che, nel momento in cui Paolo scrive R o­
mani, Pietro non aveva ancora messo piede a Roma: la lettera, infatti,
non allude affatto a una presenza apostolica nella capitale. Dice invece,
lodando grandemente i romani, che la fama della loro fede è giunta in
tutto il mondo (Rom. 1,8). Questo rafforza l’ idea che il cristianesimo in
quella città risalisse agli anni quaranta, tuttavia non esclude che si trat­
tasse del frutto quasi spontaneo della grande mobilità di persone e idee
che percorrevano il Mediterraneo in quegli anni e finivano praticamente
sempre per confluire nella capitale.3
N el capitolo ni (cfr. cap. in, 1 e 11) abbiamo raccolto una serie di testi
che illustrano i primi decenni del cristianesimo a Roma: le opere di Sve-
tonio e Tacito, la Prima lettera di Clemente, il Pastore di Erma, la Let­
tera di Ignazio ai cristiani di Roma, gli apologisti, Ireneo e il Canone di
Muratori. M a sono tutti testi posteriori a Romani. L ’unico dato ante­
riore possibile ci è fornito dalla lettura «cristiana» del testo di Svetonio
citato sopra (Vita di Claudio 25), quando scrive che vennero espulsi giudei
che fomentavano disordini «sotto l’istigazione di Cresto» (impulsore
Chresto assidue tumultuantes). Secondo questa interpretazione Sveto­
nio, raccogliendo dati su Claudio, potrebbe essere stato informato che i
fomentatori di alcuni tumulti nella comunità giudaica di Roma erano
stati i chrestiafii (nome di fatto attribuito ai seguaci di Cristo) e aver poi
trasformato di sua iniziativa questa notizia affermando che lo stesso
Cresto era stato l’istigatore dei tumulti. Il testo di Atti 18 ,2 , già citato,
appoggia questa lettura, anche per la tendenza di Luca a lasciare in pe­
nombra (cfr. persino Atti 2 8 ,1 7 - 2 2 , che si riferisce all’anno 6 1!) l’esi­
stenza di cristiani laddove l’apostolo non aveva evangelizzato. Di Aqui­
la e Priscilla, espulsi in seguito all’editto di Claudio, dice soltanto che
«si unirono» all’apostolo e «lavoravano» facendo lo stesso mestiere. In
questo caso, dunque, il silenzio di Luca gioca piuttosto a sfavore della
conversione degli sposi in quel momento: se fosse stato Paolo a conver­
tirli, gli Atti l’avrebbero certamente riferito. Il loro rapido coinvolgi­
mento nel ministero (18 ,2 6 ), quando vi sarebbero stati candidati di più
vecchia data, come pure la loro disponibilità a viaggiare in lungo e in

z. N a s c e da q u i la leggen d a p er cu i «gli an ni di s a n P ie tro » a R o m a fu r o n o Z 5 ; il p r im o a l a n ­


ciare q u e s t’ idea è il Liber Pontificatisi o p e ra n o n an terio re al i x se co lo ; cfr. l ’edizio n e di D u -
ch e sn e , Paris 1 8 8 6 . 3 . C f r , G o i t ia , lglesia de Roma.
L a le tte ra ai R o m a n i 2 .3 5

largo,4 favoriscono la tesi secondo la quale si trattava di cristiani con­


vertiti in precedenza (anche se, lavorando con Paolo come risulta da A t­
ti 1 8 ,3 , dovettero apprendere da lui molte cose). In ogni caso, Svetonio
e Atti costituirebbero due indizi indipendenti (benché modesti) sull’esi­
stenza di cristiani a Roma durante gli anni quaranta.
L ’apostolo scrisse ai romani quando ancora non li conosceva perso­
nalmente ( 1 ,1 0 s .1 3 ; 15 ,2 2 .2 4 .2 9 ) , tuttavia la sua lettera, per quanto di
carattere più «speculativo» che propriamente epistolare, può fornire al­
cune indicazioni su quella comunità. Paolo li tratta con tutto il rispetto
che merita il «terreno altrui» (cfr. Rom. 15 ,2 0 ; 2 Cor. 1 0 ,1 5 s.), ben­
ché, essendo dei gentili, può comunque considerarsi loro apostolo.5 Egli
non è del tutto sconosciuto ai cristiani di Roma. Perlomeno sembra che
ne conoscessero le idee, malgrado qualcuno le avesse riportate in modo
distorto:

Calunniandoci, alcuni dicono che io affermo: «Facciamo il male affinché venga il


bene» (3,8).

M a il semplice fatto che l’apostolo abbia loro inviato il cuore stesso del­
la sua teologia significa che li riteneva capaci di comprendere (cfr. 1 Cor.
3 ,1 s.). Probabilmente riesce a farsi sentire più vicino allorché dalle gran­
di costruzioni teoriche scende nella realtà. Quando, ad esempio, dicono:
«I rami sono stati tagliati perché vi fossi innestato io» ( 1 1 ,1 9 ) , espri­
mono la medesima esperienza vissuta dall’apostolo giorno dopo giorno:

La loro caduta è stata ricchezza per il mondo, la loro diminuzione ricchezza per
le nazioni (v. 12).

2. Occasione della lettera

La lettera ai Romani si situa nel punto d’incontro tra un passato ben


noto (l’evangelizzazione alle due estremità del M ar Egeo) e un futuro
incerto, che da Gerusalemme va fino agli «estremi confini della terra».6
Paolo aveva desiderato rafforzare a Corinto la propria posizione di
capo della comunità per poi lasciarla: «Abbiamo la speranza, col cresce­
re della vostra fede... di evangelizzare le regioni più lontane della vo­
stra» (2 Cor. 1 0 ,1 5 s.). Secondo Rom. 1 5 ,2 3 , questa speranza si realiz­
zò: «Ora però non ho più campo d’azione in queste regioni». Paolo il

4. Secondo 1 8 , 1 9 e 1 Cor. 1 6 , 1 9 risied o n o a E fe s o ; se co n d o Rom. 16,3 f a n n o rito r n o a R o m a ;


secondo 2 Tim. 4,19 d im o r a n o n u o v a m e n te a E fe so .
5. C f r . J . S à n c h e z B o s c h , Iglesia e Iglesias, 3 4 s.
6. C f r , A . SuhI, Der konkrete Anlass des Ròmerbriefes: K a i r o s 13 (197T) 1 0 9 -13 0 ; tratterem o
p iù a v a n t i, tra le «q u estio n i a p e rte » (sotto, 1 11 . 2 ) , quella che p o t r e m m o definire « o c c a s io n e i d e o ­
l o g i c a » : ch e c o s a intendeva c o m u n i c a r e l ’ a p o s t o l o scrive n d o la lettera,
2 ,3 6 L e g ra n d i le tte re

lottatole non avrebbe abbandonato la competizione se non avesse avuto


la vittoria in tasca.7
Paolo può considerare con soddisfazione il lavoro svolto durante que­
sti anni. Sommandolo all’operato di altri suoi compagni può affermare:
«Da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino aWllltria, ho dato compi­
mento al vangelo di Cristo» (Rom. 1 5 ,1 9 ) . La prova di questa vittoria è
costituita dalla colletta, concepita come «frutto» e «sigillo» di otto anni
di attività nei centri della cultura ecumenica (vv. 2 6 .18 ).
I vari rappresentanti delle comunità (1 Cor. 16 ,3 ) avrebbero recato le
offerte raccolte nelle collette di molte domeniche (v. 1). Anche Paolo sa­
rebbe andato con loro (v. 4) per concludere degnamente tutti quegli an­
ni di predicazione. Tuttavia l’apostolo sapeva bene che questo viaggio
avrebbe potuto costargli assai caro, a causa dell’odio di tutti coloro che
perseguitavano la chiesa come avevano perseguitato Gesù (Rom . 1 5 , 3 1 a;
cfr. 1 Tess. 2 , 1 4 - 1 6) e delle incomprensioni che questi «falsi fratelli», i
quali si opponevano a un cristianesimo dei gentili, avrebbero potuto
creare tra i «santi» di Gerusalemme (Rom. 1 5 ,3 rb; cfr. Gal. 2,4 s.).
In breve, l’apostolo era consapevole di aver portato a termine un’ope­
ra immane. Per il futuro aveva anche grandi progetti che riguardavano
addirittura la Spagna, però ignorava se Dio gli avrebbe concesso di attu­
arli. D ’altra parte, la sua «cartelletta» era ormai piena:8 sapeva di aver
dato un contributo importante all’elaborazione del pensiero cristiano.
Era giunto il momento di scrivere una sorta di testamento, un opus ma-
ius in cui riassumere questo suo contributo.9 Tale sintesi personale, rie­
pilogo del periodo più importante della sua vita e possibile testamento
se fosse giunta la sua ora, è appunto la lettera ai Romani. La indirizza a
Roma e non a una delle sue comunità dell’Egeo, probabilmente perché
guarda più al futuro che al passato: la fede dei romani era già «procla­
mata in tutto il mondo» (Rom. 1,8) e il peso ecclesiastico della capitale
dell’impero non avrebbe tardato a farsi sentire. Inoltre a Paolo erano
sempre piaciute le capitali. Da un punto di vista pratico, Roma avrebbe
dovuto aiutarlo a «preparare il viaggio» (informazioni geografiche, per­
sone note cui far riferimento, aiuto economico: 15 ,2 4 ) in vista delle nuo­
ve mete di evangelizzazione che si proponeva.
Quanto al luogo e all’epoca della sua redazione, vi è un punto di rife­
rimento chiarissimo: la seconda lettera ai Corinti. Paolo ha trascorso un
7. Se, come abbiamo osservato* 2 Cor. 10-13 rientra in un periodo successivo alla riconcilia­
zione espressa nei capp. 1-7, ovvero se la polemica si riaccese, potremmo ancora dubitare della
conclusione della controversia. Ritengo che, indipendentemente dalla «collocazione» degli ul­
timi capitoli di 2 Corinti, la lettura di Rom . 15,23 alla luce di 2 Cor. 10,15 s. ci consenta di
affermare che la riconciliazione fu totale. 8, Cfr. sopra, cap, li, 9.
9. G. Bornkamm, D er R òm erbrief ais Testament des Paulus , in Geschichte und Glaube II,
Miinchen 1971, 120-139.
L a le tte ra a i R o m a n i 23 7

certo periodo in Macedonia e in Acaia, ove ha terminato la preparazio­


ne della colletta e ha composto la lettera che conosciamo come 2 Corin­
ti. In seguito ha compiuto il viaggio a Corinto, tante volte annunciato (2
Cor. 1 , 1 5 s.2 3; 2 ,1 .3 ; 9,45 1 2 ,1 4 .2 0 s.; 1 3 , 1 s.). È logico che non vi si
sarebbe recato solo di passaggio, ma in quella capitale avrebbe trascor­
so l’inverno (cfr. 1 Cor. 1 6,6 s.). La conclusione, normalmente condivi­
sa, è che durante un tranquillo inverno nella città di Corinto, accarez­
zando la speranza di recarsi in futuro a predicare «fino agli estremi con­
fini della terra» (R om . 1 5 ,2 4 .2 8 : in «Spagna», in greco: Spania) eppur
nutrendo un certo timore per una possibile conclusione tragica a Geru­
salemme (il verbo rhyomai, al v. 3 1 , rammenta 2 Cor. 1,10 ) , Paolo de­
dicò il proprio testamento spirituale alla comunità di Roma,
Il libro degli Atti ci aiuta a delineare meglio questi momenti:
Dopo aver attraversato quelle regioni e averli esortati con grandi discorsi, arrivò
in Grecia, dove trascorse tre mesi... Lo accompagnavano Sopatro, figlio di Pirro,
di Berea, i tessalonicesi Aristarco e Secondo, Gaio di Derbe e anche Timoteo, gli
«asiatici» (= efesini) Tichico e Trofimo {Atti 20,2.4).
Si era già congedato da tutti. Altri due indizi confermano che da Corin­
to scrisse la lettera: la raccomandazione di Febe, diaconessa di Cenere
{Rom. 16 ,1) , porto di Corinto, e i saluti di Gaio, «che ospita me e tutta
la comunità» (v. 2 3); questo Gaio può essere una delle pochissime per­
sone che Paolo battezzò di persona a Corinto { 1 Cor. 1 ,1 4 ) .
La data che consideriamo più attendibile è l’inverno tra il 5 7 e il 58.3

3. Stile e vocabolario

Via via che studieremo la lettera nel dettaglio, lo stile di Romani spiccherà per su­
blimità, composizione e persino calcolo dei contrasti, superiore al resto dell’epi­
stolario. In realtà, si tratta della lettera meno «lettera» di tutte. È quasi un trac-
tatus, da quando termina 1’exordium {1,15) fino all’inizio della lunghissima con­
clusione epistolare (15,14-16,27). Diremmo che nella lettera ai Romani l’aposto­
lo si consacra scrittore professionista.
Ciò si riflette chiaramente nel linguaggio impiegato. Il vocabolario di Romani
comprende 1.068 parole, di cui 13 3 (12,55% del totale) sono hapax del N.T.,
mentre 2 1 1 (il 19,76% ) sono «hapax paolini». Con tale vocabolario l’autore com­
pone un’opera di 7.094 parole, che dà una proporzione media di 6,64: inferiore
a 1 Corinti (7,04) nonostante la maggiore lunghezza, ma evidentemente superio­
re al resto delle lettere paoline (2 Cor. 5,62; Gal. 4,22; 1 Tess. 2,56; Fil. 3, 62;
Film. 2,33). La minor varietà è dovuta all’insistenza sulle stesse tematiche, ma è
compensata dal maggior afflusso di termini nuovi in ambito paolino (344 rispet­
to ai 3 1 2 di 1 Corinti e ai 2 2 1 di 2 Corinti).
Gli hapax introducono all’interno del medesimo sistema di coordinate lessicali
delle altre lettere autentiche: 90 di essi figurano nei LX X o in altre traduzioni
greche dell’A.T.; degli altri, 26 sono conosciuti da altri testi profani e 7 sarebbe-
238 L e g ra n d i le tte re

ro del tutto nuovi, ma sono composti o derivati da termini riscontrabili nel N.T.
Stranamente, vari composti di syn («con»), sconosciuti ai LXX e riconosciuti
come tipicamente paolini, sono invece attestati nel greco profano: synmartyrein
(«rendere testimonianza insieme a»), synparakaleisthai («esortarsi - o consolarsi
-vicendevolmente»), synagonizesthai («lottare insieme con»), syndoxazein («glo- '
rificare insieme»), synedomaì («compiacersi»), synodinein («patire con»), synste-
nazein («essere angosciati con»). Tra quelli assolutamente nuovi figurano quat­
tro composti interessanti, di probabile conio paolino: ametanoetos («impeniten­
te»), dikaiokrisia («giusto giudizio»), proaitiasthai («argomentare in preceden­
za»), byperentynchatiein («intercedere»).
Tra i termini assenti nelle altre sette lettere autentiche, godono di una certa
importanza alcuni di quelli rinvenibili invece nelle altre cinque lettere che porta­
no il nome di Paolo (ossia Efesini, Colossesi e le pastorali): anakainosis («rinno­
vamento»), anakephalaiousthai («ricapitolare»), anexichniastos («irraggiungibi­
le»), aoratos («invisibile»), apeitheia, apeithes («ribellione», «ribelle»), apistein,
apistia («essere incredulo», «incredulità»), asebeia, asebes («empietà», «empio»),
baptisma («battesimo»), didaskalia («insegnamento»), eklektos («eletto»), epai-
schynesthai («vergognarsi»), karpophorein («portare frutto»), homologein («con­
fessare»), proetoimazein («preparare in anticipo»), prothesis («proposito»), pros-
agoge («accesso»), proskarterein («perseverare in»), prosphora («offerta»), pru-
sopolempsia («preferenza di persone»),prototokos («primogenito»), porosis («in­
durimento»), synkleronomos («coerede»), synthaptein («seppellire insieme»), hy-
perephanos («superbo»). Tutti questi termini hanno una qualche connotazione
religiosa; molti, inoltre, sono abbastanza rari, così da giustificare un contatto di­
retto.

4. Suddivisioni della lettera

Malgrado conti anch’essa sedici capitoli, con Romani non accade ciò
che era successo con 1 e 2 Corinti. A parte gli ultimi due capitoli (cfr.
sotto, ii i . i ), nessuno ha cercato di suddividerla in più lettere.10 Qui, in
ogni caso, si parlerà di «discorsi distinti» nel senso inteso fino a ora, ma
in misura maggiore rispetto alle due lettere ai Corinti, stabilirà che i va­
ri temi sono tanto legati e articolati tra loro da indurre a considerare
tutta la lettera come un’unità.
Più che in qualsiasi altra lettera, gli elementi epistolari (caratteristici
di una lettera) sono concentrati all’inizio e alla fine dello scritto.
L 'indirizzo presenta l’espressione ampliata del semplice «A saluta B»
sino alla fine del versetto 7 («Paolo»: w . 1 -6; «saluta»: v. yb\ «i roma­
ni»: v. 7a).
L ’esordio (1 ,8 -1 5 ) è inform a di benedizione per i progressi compiuti

i o . C fr . L . A . J e r v is , The Purpose o f Romans. A Comparative Letter Structure Investigation,


Sheffield 1 9 9 1 ; J . D u p o n t , Le problème de la structure littéraire de Pépitre aux Romains: R B
62. ( 1 9 6 5 ) 3 6 5 - 3 9 7 .
L a le tte ra ai R o m a n i 239

dalla comunità (w . 8 s.). Esprime poi con insistenza, come è proprio di


una lettera, il desiderio di vederli (vv. io -i3 a b c ), e lo fa riprendendo
Eindirizzo: come ha fatto anche nelle altre nazioni (v. i3 e ; cfr. vv. 5-6a),
così deve predicare il vangelo (v. 15!); cfr. ib) anche a Roma (v. 1 5 3 ;
cfr. v. 7).
L ’elemento epistolare ricomparirà in 1 5 , 1 4 , ove spiega il motivo per
cui ha scritto alla comunità (v. isa ). In questo epilogo, se si esclude
l’ampia sezione riservata ai saluti (Rom . 16 ), tornano i temi dell’esor­
dio: l’elogio dei credenti di Roma (v. 14 ; cfr. 1,8 s.), la missione dell’apo­
stolo (vv. i j b - z i ; cfr. i , i 3 d - i 5 ) e il progetto di recarsi a visitarli (vv.
2 2 -3 3 ; cfr. i,io -i3 a b c ).
N el corpus della lettera emergono ulteriori suddivisioni, alcune più
evidenti di altre. Per ragioni letterarie e tematiche, solitamente si indivi­
duano almeno tre grandi blocchi, i cui estremi si ritrovano nel passaggio
da 8,39 a 9 ,1 e da 1 1 , 3 6 a 1 2 , 1 . Il primo blocco, da 1 , 1 6 fino a 8,39,
consta di quasi otto capitoli e converrebbe riuscire a dividerlo in alme­
no due sezioni. Si è incerti nel collocare questa suddivisione alla fine del
cap. 4 oppure tra 5 , 1 1 e 5 ,1 2 . Personalmente propendiamo per la prima
ipotesi per una sorta di considerazione globale dei capp. 5-8, che emer­
ge soprattutto mettendo a confronto i concetti che compaiono in 5 , 1 - 1 1
con il complesso del cap. 8. Alla luce della lettura paolina del testo di
Abacuc («Il giusto-per-fede vivrà», invece di «Il giusto vivrà per fede»),
intitoliamo così le due sezioni che ne risultano: 1. la giustificazione per
fede; 11. la vita del cristiano. Otteniamo così questo schema generale:
1. Introduzione della lettera (1,1-17 )
a) Indirizzo (1,1-7)
b) F.sordio ( 1 , 8 - 1 5 )
c) Proposizione generale (1,16 s.)
2. Primo discorso dottrinale: la giustificazione (1,18-4,25)
3. Secondo discorso dottrinale: la vita cristiana (5,1-8,39)
4. Terzo discorso dottrinale: i giudei e il vangelo (9,1-11,36)
5. Discorso parenetico (12 ,1-15 ,13 )
6. Epilogo della lettera (15,14-16,27).
La parenesi di 1 2 ,^ - 1 5 , 1 3 funge da applicazione concreta dei capp. 5-8
(la vita del cristiano). L ’analisi ulteriore ci confermerà che i capp. 9 - 1 1
(la vita negativa dei giudei) diventano un caso specifico della teologia
esposta in 1 ,1 8 - 4 ,2 5 (la giustificazione per fede). Questo finisce per con­
ferire alla lettera una consistenza diversa e molto maggiore rispetto a
ciò che abbiamo esaminato sino a questo momento. Ad ogni modo, lo
stile quasi sempre concentratissimo dell’apostolo lascia prevedere che,
al momento di operare le suddivisioni, risulterà possibile parlare di «di­
scorsi» distinti, che affronteremo sulla base della struttura delineata.
II. LETTU RA D E L L A LETTERA

1. Introduzione della lettera ( 1 ,1 - 1 7 )


a) Indirizzo ( 1 ,1 -7 )
Come dicevamo, si tratta di una forma ampliata del semplice «A saluta B»: Pao­
lo (vv. i-6) saluta (v. 7b) i romani (v. 7a). Quanto ai contenuti, spicca in modo par­
ticolare, come una parentesi, una confessione di fede (probabilmente assai anti­
ca) su Cristo: messianica, in quanto rammenta che è figlio di Davide (v. 3b)IZ e nel­
la risurrezione vede la sua intronizzazione («in potenza») come Figlio di Dio (v.
4abc), secondo le Scritture (v. 2).12 Di questa potenza di Dio, manifestata nel van­
gelo (v. 16), Paolo farà il grande tema della lettera. Ma pervade tutta la lettera
anche l’idea dell’apostolato come azione per condurre i gentili a quell’obbedien­
za a Dio che chiamiamo fede (v. sb). Per il resto, Yindirizzo percorre un sentiero
battuto.13

b) Esordio (1,8-15)

Con un certo tono di captatio benevolentiae, Paolo rende grazie a Dio per i pro­
gressi della comunità (vv. 8 s.)M ed esprime il desiderio di recarsi a visitarla (vv.
10 -15).15 Dopo aver detto che si recherebbe a Roma per porgere ai romani un
dono (v. n ) lé quasi si corregge (v. 12): in realtà Roma (vv. I3d .i5; cfr. vv. ib.7)
rientrava nella sua definizione generale di apostolato («le nazioni»: v. 13; cfr. vv.
5,éa), però non era come le altre località in cui lui aveva annunziato Cristo per
la prima volta.17 Qualcuno probabilmente riteneva che fosse un apostolo di bar­
bari ignoranti e forse per questo motivo sottolinea di sentirsi in debito anche ver­
so i greci e i sapienti.

c) Proposizione generale ( 1 ,1 6 s.)

L ’idea di «potenza di Dio» per la salvezza (v. réab) si riaggancia al tema del
Messia intronizzato a cui si alludeva in 1,4. La stessa virtualità salvifica è attri­
buita al sintagma «giustizia di Dio» (v. i7a). Seguendo vari precedenti veterote­
stamentari, Dio è giustamente quello che è quando ci salva (cfr. 3,21-26). La fra­
se «il giusto-per-fede» (v. i7bc), che riassume il primo blocco dottrinale della
lettera, conferisce un’inflessione specificamente paolina al testo di Ab. 2,4.

2. Primo discorso dottrinale: la giustificazione (1,18 -4 ,2 5 )

Se in 1 ,1 7 si leggeva che nel vangelo in quanto forza salvifica si rivela (apoka-


lyptetai) la giustizia salvifica di Dio, 1,18 impiega il medesimo verbo per afferma­
l i . C f r . Mt, 1 , 1 ; 9 , 2 7 ; 1 2 , 2 3 ; 1 5 , 2 2 ; 2 0 , 3 0 s.; 2 1 , 9 .
1 2 . C f r . spec. Sai. 1 1 0 , 4 ; ^>an. 7 , 1 4 .

1 3 . C f r . 1 Tess. 1 , 1 ; 1 Cor. 1 , 1 - 3 ; 2 C o r . 1 , 1 s.; Fil. 1 , 1 s.; Film. 1 - 3 .


1 4 . C fr. 1 Cor. 1 , 4 ; Fil. 1 , 3 ; 1 Tess. 1 , 2 . 1 5 . C f r . 1 Tess. 2 , 1 7 ; 3 , 1 0 ; Fil. 2 ,26 .
16. C f r . 1 6 , 2 5 ; 1 Tess- 2-O-Ti 3 , 3 - 1 7 . C f r . 1 Cor. 4 , 1 5 ; 2 C o r . 1 0 , 1 4 .
L a le tte ra ai R o m a n i 241

re che si manifesta anche la sua ira castigatrice. In 3,2,1 s., invece, si introduce
una vera e propria spiegazione di quanto detto in 1,16 s. (si osservino «fede»,
«credere», «giustizia» in entrambi i contesti) con l’espressione «si rivela la giusti­
zia di Dio». La sezione 1,18-3,20 ha dunque carattere di preambolo rispetto a
ciò che segue. Inizia come narrazione (anche se non puramente come tale) sui
peccati dei gentili. In 2,1-5 passa alla recriminazione diretta dei giudei, che pro­
segue nei vv. 17-24. Le due accuse si mescolano a momenti di riflessione che ten­
dono a equiparare giudei e gentili davanti al giudizio di Dio (vv. 6-16 e 25-29),
giungendo all’estremo di attribuire a questi ultimi rilevanti possibilità di salvezza
(vv. 14 -16 c 26 s.29).
Segue una serie di interrogativi quasi senza risposta (3,1-8), provocati dalla
resistenza del «tu, giudeo» (2,17; cfr. 3,7: «la mia menzogna... io sono giudica­
to») ad accettare il proprio peccato. Quasi en passant si accenna che tale peccato
favorisce (cfr. 3,5.7) una manifestazione della giustizia salvifica di Dio.
3,9 riassume la parte rivolta ai giudei, dicendo di aver dimostrato in prece­
denza (proetiasametha) il peccato sia dei giudei sia dei gentili. Questo viene con­
fermato (vv. 10-18) da una serie di testi della Scrittura dai quali si deduce che
l’uomo non è in grado di giustificarsi attravèrso le opere della legge (vv. 19 s.).
Quanto alla parte positiva (3,21-4,25), considerazioni di tipo formale ci por­
tano ad affermare che 3,21-26 costituisce una vera e propria proposizione, che
accoglie e amplia quanto detto in 1,16 s. (ove mancava la parte negativa). Risul­
ta inoltre evidente che l’intero cap. 4 rappresenta uno sviluppo compatto riguar­
dante la figura di Abramo. Tra i due blocchi (3,27-31) si colloca una serie di do­
mande (vv. 27abc.29a.31a) quasi senza risposta, che definiremo obiezioni.
Ciò produrrebbe uno schema di questo genere:
a) Prime note preliminari: il peccato dei gentili (1,18-32)
b) Seconde note preliminari: il peccato dei giudei (2,1-3,20)
Prima accusa: tu abusi del dono di Dio (2,1-5)
Prima digressione: il giudizio di Dio (2,6-16)
Seconda accusa: tu predichi ciò che non pratichi (2,17-24)
Seconda digressione: la vera circoncisione (2,25-29)
Obiezioni (3,1-8)
Dimostrazione per mezzo della Scrittura (3,9-20)
c) Proposizione: la giustificazione per fede (3,21-26)
d) Obiezioni (3,27-31)
e) Dimostrazione per mezzo della Scrittura (4,1-25).

a) Prime note preliminari: il peccato dei gentili { 1 ,1 8 - 3 2 )

Per Gal. 2,15 il peccato dei gentili è qualcosa di scontato, come se facesse parte
della definizione di «gentile»: «Noi siamo giudei, non pagani peccatori». La no­
stra lettera vi dedica quindici versetti, ma non per ripetere ciò che tutti sanno,
bensì per descrivere una manifestazione apocalittica (apokalyptetai) dell’ira di Dio
(v. i8a), preparatoria (e pertanto relativamente recente) della rivelazione della
sua giustizia salvifica (v. 17; 3,21).
242. L e g ra n d i le tte re

La manifestazione della collera è espressa in tre frasi parallele che includono


la formula «Dio li ha abbandonati...» (vv. 24a.26a.28b). Significa che si tratta di
peccati cui si è giunti come punizione (questo è il senso del termine «ira») per al­
tri peccati. Tale manifestazione è rivolta contro quelli che si proclamarono sa­
pienti (v. 22), probabilmente i filosofi greci (cfr. v. 14; 1 Cor. 1,19-22).
Il peccato che la provoca è definito «inescusabile» (v. 2oe), come atto di vio­
lenza contro la verità (katecbo: v. i8c), come resistenza a un Dio che si era rive­
lato loro (v. i^b). Consiste nel non aver dato gloria né reso grazie a un Dio co­
nosciuto (v. 2ia). Crediamo che in fondo la questione verta sulla mancata co­
municazione alla società della conoscenza che avevano di Dio. Tale conoscenza
si ricava dalle cose visibili (v. 2oa), ma il testo non insisterà nel dire che si tratta
di una conoscenza naturale; sostiene piuttosto che Dio l’ha rivelata loro (v. 19).
Nel castigo emerge incontestabilmente il protagonismo di Dio («Dio li ha ab­
bandonati...»: w . 24a.26a.28b), tuttavia risulta che Dio li abbandona a desideri
malvagi (v. 24ab) contro la loro stessa natura (vv. 26b.27ab; cfr. 1 Cor. 11,14 ),
che comunque già albergavano nel cuore delPuomo. Si direbbe che Dio li abban­
dona a se stessi. Riteniamo che l’autore insista nel far coincidere questo genere di
vizi con la società più raffinata che, grazie ai suoi filosofi, possedeva una cono­
scenza maggiore di Dio.

b) Seconde note preliminari: il peccato dei giudei (2 ,1-3,2 0 )

Prima accusa: tu abusi del dono di Dio (2,1-5). H problema del giudeo, secondo
questa pericope, non è tanto il negare la verità di Dio quanto il credere che Dio
avrà tanta misericordia nei suoi confronti (v. 4) da lasciare senza effetto l’eviden­
za della sua colpa. Se poi «giudica» (ossia «condanna») coloro che cadono nel
suo stesso peccato (v. 1), ancora meno potrà sfuggire al giudizio di Dio (vv. 3.5).

Prima digressione: il giudizio di Dio (2,6-16). Questa digressione e la seguente


(vv. 25-29) segnalano che Paolo è passato all’attacco: non solo i giudei possono
essere condannati, ma i pagani possono essere salvati. Pare che nella «perseveran­
za» con cui si «cerca» qualcosa che molti pagani avevano cercato («gloria, onore
e immortalità»; v. 7) sia implicita una sottomissione alla giustizia di Dio (cfr. io,
3). Le opere saranno necessarie al pagano come lo sono al cristiano (v. 6):18 ope­
re che abbiano qualcosa a che vedere con il rispetto della legge, ma non necessa­
riamente quella di Mosè, poiché coloro che peccarono senza la legge, senza la
legge saranno condannati (v. 12 s.). La chiave per comprendere tutto ciò sta nel­
la «legge-scritta-nel-cuore» (v. i5a; cfr. 2 Cor. 3,3), alla quale i gentili giungono
«per istinto naturale» (v. 14 s.), cioè «senza ammaestramento», grazie alla testi­
monianza della loro coscienza (v. i5b).

Seconda accusa: tu predichi ciò che non pratichi (2,17-24). Torna la seconda
persona singolare. Questa pericope puntualizza che non si parla di ogni giudeo,
ma solo di quello che «giudica» (4 volte, nei vv. 1.3) credendosi un «maestro»

1 8 . C f r . Gal. 5 , 2 i b ; 6 , 4 . 7 - 9 .
L a le tte ra a i R o m a n i 243

(w. 18-21). La logica del frammento esige l’interdipendenza dei concetti di


«Dio» e di «legge», così come presupposta nella formula «la legge di Dio» (7,21.
25; 8,7) e nella prossimità dei concetti «vantarsi» in Dio e nella legge (vv. 17.233),
che l’apostolo non rifiuta. Dopo un’estesa - e generosa - descrizione del compor­
tamento di questo giudeo (w . 17-20), in quattro frasi (non si sa se interrogative
o esclamative) Paolo esprime il contrasto tra ciò che dice e ciò che fa (vv. 2 1 s.),
e termina esponendo le conseguenze che ciò comporta (vv. 23 s.): «Non com­
piendo ciò che predichi (la legge), offendi colui che rappresenti (Dio)».

Seconda digressione: la vera circoncisione (2,25-29). Riprendendo il tema del­


la prima digressione (vv. 6 -16), equipara la situazione salvifica di giudei e paga­
ni; tuttavia, riallacciandosi alle due accuse, continua a rivolgersi ai giudei con la
seconda persona singolare. Ciò che conta non è essere pubblicamente giudeo e fi­
sicamente circonciso (v. 28; cfr. vv. 17.233); per i giudei la circoncisione ha valo­
re se osservano la legge (v. 25), mentre ai pagani non circoncisi viene riservato
ciò che è proprio della nuova alleanza: la circoncisione del cuore (v. 29ab)19 e il
dono dello Spirito, contrapposto alla lettera (v. 290).10

Obiezioni (3,1-8). Questo «giudeo» (2,17), ripetutamente attaccato lungo tut­


to il secondo capitolo, avrà modo di difendersi in quello successivo (spec. vv.
I . 5.7.9.27.31). Vi compaiono interrogativi che potrebbero essere formulati dai
cristiani (v. 1: «il giudeo»; v. 3: «la loro infedeltà»), domande formulate dal giu­
deo (v. 5: «la nostra ingiustizia»; v. 7: «la mia menzogna... io sono giudicato») e
risposte di Paolo sotto forma di domanda (v. 6). Inoltre, non tutto è finzione let­
teraria: il v. 8 afferma che alcuni (probabilmente giudei) hanno veramente accu­
sato Paolo di dire: «Facciamo il male affinché venga il bene». Mette in guardia i
cristiani dal disprezzo dei giudei, per il fatto che alcuni di loro (non tutti: cfr.
I I , 1-5.25) sono stati infedeli. La loro infedeltà non altera la sostanza della fedel­
tà di Dio (v. 3; 9,6). In precedenza aveva sottolineato, quasi compendiando 9,4
s., che a essi era stata affidata la parola di Dio (v. 2; cfr. 9,4 s.).
Deve quindi difendersi dall’obiezione, brutalmente espressa nel v. 8, secondo
la quale l’ingiustizia dei giudei ha favorito la giustizia salvifica di Dio nei con­
fronti dei gentili (vv. 5.7; cfr. 9,14.19). E qui non dà una risposta vera e propria,
ma asserisce semplicemente che non si può tacciare di ingiustizia colui che giudi­
cherà il mondo (vv. 6.8; 2 ,2 .11; 9,20 s.).

Dimostrazione per mezzo della Scrittura (3,9-20). I capitoli precedenti costi­


tuivano un’argomentazione (questo è il significato di proetiasametha: v. 9 ) ri­
guardante il peccato universale di gentili e giudei, con il ricorso a due esempi in
carne e ossa (i filosofi greci e i rabbi) che danno la misura del peccato nel mon­
do. Segue ora, in favore della medesima tesi, una sfilza di testi biblici (vv. 10-18)
in cui si dice che «non c’è» (w. 10b.n ab .12bc.18) «nessuno» (vv. iob.i2c) che
si preoccupi di Dio (v. n b ) e si comporti bene (v. i2b).
Il commento (v. 19) è ancora più grave: quanto afferma la legge, lo dice per

1 9 . C f r . Deut. 3 0 , 6 ; FU. 3,3; Col. 2 , 1 1 . 2 0 . C f r . v. 2 7 ; 7 ,6; 2 Cor. 3 ,6 s.


244 Le grandi lettere

quelli che sono sotto di essa, affinché tutti tacciano e il mondo intero sia ricono­
sciuto colpevole davanti a Dio.
A quanto pare, Paolo non sta asserendo queste cose in riferimento a ciò che
l’uomo fa in realtà, ma a ciò che produce da solo, con le sole sue forze, senza
l’aiuto della grazia di Dio. Dice che «per le opere della legge nessuno sarà giu­
stificato davanti a Dio» (v. 20),21 convinto che di per sé la legge non può dare al­
tro se non la conoscenza del peccato (v. 2oc; cfr. 7,7-9).

c) Proposizione: la giustificazione per fede {3,21-2.6)

L’idea della giustificazione per fede22 domina palesemente tutta la sezione fino al
termine del cap. 4. I sei versetti formano in concreto un’unica frase, la cui con­
clusione al v. 26 si riallaccia all’inizio (da «si manifesta la giustizia di Dio», v.
21, si giunge a «per essere giusto e giustificare», v. 26). Una possibile chiave in­
terpretativa del testo è ipotizzare che riprenda una confessione di fede giudeocri­
stiana: Dio lo ha posto (Cristo) come propiziatorio, per manifestare la sua giu­
stizia con il perdono dei peccati passati di Israele (v. 25). In essa avrebbe una
certa importanza l’allusione allo jotn kippur, durante il quale il propiziatorio
(tavola d’oro che ricopriva l’arca: Es. 25,17-22) veniva asperso con del sangue
(Lev. 16,14-19). Paolo l’avrebbe arricchita con l’idea di un peccato universale (v.
23) e di un’offerta universale di salvezza per mezzo della fede (w. 22.26).

d) Obiezioni (3 ,2 7 -3 1)

I w . 26-31 non sono che un fuoco di fila di domande quasi senza risposta, sulla
scia di 3,1-8. In un certo senso esse danno il «colpo di grazia» (v. 27: «Dove sta
dunque...?») agli argomenti della controversia con i giudei: il vanto (kauchesis)
di 3,27 corrisponderebbe al «ti vanti» (kauchasai) di 2,17.23; quando chiede se
Dio è Dio solo dei giudei (3,29), ha in mente 2,17, dove il giudeo si vanta di Dio;
quando chiede se togliamo ogni valore alla legge (3,31) si riferisce ancora al giu­
deo che si vanta di essa (2,17). Crediamo che questa gloria dei giudei sia stata esclu­
sa (v. 27), nel senso che «non c’è distinzione» (v. 22d). Se, come abbiamo detto,
l’uomo viene giustificato per mezzo della fede, a prescindere dalle opere della leg­
ge (v. 28), i giudei restano privi del loro motivo principale di vanto. Non per que­
sto, tuttavia, Paolo accetterà l’accusa di «togliere valore» alla legge (v. 31), anzi
ne favorisce il compimento più profondo, come affermerà in 8,4 e 13,9 s.

e) Dimostrazione per mezzo della Scrittura (4 ,1-2 5 )

Tutto il cap. 4 ruota intorno alla storia di Abramo, nostro progenitore secondo
la carne (4,1), come direbbero gli interlocutori giudei. Solo alla fine (w. 23 s.) si
dirà esplicitamente che ciò non è stato scritto soltanto per lui; comunque, già
nella parte centrale del capitolo si diceva che egli è padre dei credenti, gentili e
2 1 . C f r . v. 2 8 ; 4 , 2 5 9 , 1 1 ; 1 1 , 6 ; cfr. Gal. 2 , 1 6 ; 3 , 1 1 .
2 2 . C f r . dikaioo nei vv. 2 4 . 2 6 . 2 8 . 3 0 ; 4 , 2 . 5 ; dikaiosyne, 3 , 2 1 s . 2 5 s.; 4 , 3 - 5 s . 9 . 1 1 . 1 3 . 2 2 .
L a le tte ra a i R o m a n i 245

giudei (vv. u b e 12.). Sebbene le linee di demarcazione non siano nitidissime, si


può osservare che la domanda del v. 9 introduce nuovamente il tema della cir­
concisione e a partire dal v. 13 si torna ad affrontare il tema della legge, per poi
passare rapidamente a quello della promessa sino al finale del v. 22.. Nel v. 23 ini­
zia un compendio di tutto il tema, applicato alla situazione presente.

Abramo e la fede (vv. 1-8 ). Abramo fu un uomo elogiato da Dio (cfr. 2,29); o al­
meno risulta (Gen. 18,3) che «incontrò grazia» ai suoi occhi. Tradizione alla ma­
no, non si può certo affermare che Abramo fosse un «empio», come i gentili di
1,18 -3 1. Vi sono dunque ragioni sufficienti, alla luce delPinvettiva di 3,9-20, per­
ché il giudeo chieda che cosa avvenne di lui.
Paolo osserva che se si tratta di «grazia», certo non è «per le opere» (w. 2.4;
cfr. t i ,6), e cita un testo in cui si dice che ciò avvenne per la fede (v. 3). Con ciò,
tuttavia, non si giunge alla «giustificazione» dell’empio, senza la quale non po­
trebbero essere giustificati tutti quelli che credono.13 Perciò il v. 5 aggiunge un
altro caso (ancora to de), che si risolve con il testo di un salmo in cui Dio giusti­
fica un empio (vv. 6-8).

Abramo e la circoncisione (vv. 9-12). L’interlocutore, ai quali erano stati ap­


plicati i testi «cattivi» dell’Antico Testamento (3,19), chiede ora perché i testi
«buoni» si applichino ai gentili: «È per la circoncisione o per l’incirconcisione?»
(4,9; cfr. 2,25-29). La risposta arriva ancora una volta dalla storia di Abramo
(vv. 10-12), riportata in accordo con la tradizione: il testo citato sulla fede che
«giustifica» {Gen. 15,6) è anteriore a 17,10 , che narra la sua circoncisione. Que­
sta è soltanto un segno (v. n a ; cfr. Gen. 1 7 ,1 1 ) della giustizia derivante dalla
fede, che Abramo aveva già ottenuto quando era ancora incirconciso (v. n b ).
Così egli è padre di tutti quelli che seguono le sue orme - la fede - prima della
sua circoncisione (v. i2b).24

Abramo e la promessa (vv. 13-22). Il tema della legge, risuonato più volte nei
capitoli precedenti,15 viene richiamato senza alcun preambolo pure qui (v. 13),
non per svilupparlo (gli è dedicato solo il v. 15) ma per introdurre il tema della
promessa, cui si accede mediante la fede (vv. 14 .16 ). La promessa consiste preci­
samente nel diventare erede del mondo (v. 13): si ispira ai testi {Gen. 12 ,7 ;
1 3 , x 5 ; 15 ,7 ; 24,7) nei quali ad Abramo viene promessa « questa terra», e al pas­
so in cui è detto che sarà «padre di molte genti» (vv. i6e-i7a.i8b; cfr. Gen.
17,5). Senza alcuna pausa grammaticale il testo passa a una splendida descrizio­
ne della fede di Abramo (vv. 17 -2 1), che gli venne accreditata da Dio come giu­
stizia (v. 22): consistè nello sperare contro ogni speranza (v. i8a),16 perché cre­
dette nel Dio che dà vita ai morti (v. i7b)1? e chiama all’esistenza ciò che non è
(v. 17C; cfr. Ebr. 11,3 ) . 23

2 3 . C fr. 1 , 1 6 ; 3 , 2 2 . 2 4 . C f r . 9 , 7 ; Gal. 4 , 2 2 - 2 7 ; Mt. 3 , 9 ; Le. 3 , 8 ; Gv. 8 , 3 9 .


2 5 . C fr. 2 , 1 2 - 1 5 . 1 7 s.2 0 . 2 3 . 2 5 - 2 7 ; 3 , 1 9 - 2 1 . 2 7 s . 3 1 .

2 6 . C f r . 5 , 2 . 4 s.; 8 , 1 9 s . 2 3 - 2 5 ; 1 5 , 1 3 ; Fil. 1 , 2 0 ; 1 Tess. 1 , 3 .


2 7 . C f r . Ebr. 1 1 , 1 7 - 1 9 , riferito a Gen. 2 2 , 1 - 1 0 .
2 4 6 L e g r a n d i le tte re

Abramo e noi (w. 23-25). In questa pericope si ha l’applicazione al nostro ca­


so concreto (vv. 23 s.), sostenuta dalle formule kerygmatiche nelle quali si af­
ferma che Dio ha risuscitato Gesù dai morti (v. 24bc).z8 II tema culmina con una
definizione che riecheggia anch’essa una tradizione anteriore: Gesù è morto per i
nostri peccati (v. 25a)Z9 ed è risorto per la nostra giustificazione (v. 25!»).28
30
29

3. Secondo discorso dottrinale: la vita cristiana (5,1-8,39)

Le differenze tra i quattro capitoli che seguono (capp. 5-8) e quelli che li prece­
dono sono molteplici. Potrebbe essere un caso che, a partire da 5,1, non si parli
di «opere» e quasi non si menzioni la «fede». Ma a ciò si aggiunge che mentre
nei primi quattro capitoli si parla ripetutamente di «giudei» (1,16; 2,9 s. 17.28 s.;
3,1.9.29), di «gentili» (1,5.13; 2,14.24; 3,29; 4,17 s.) e di «greci» (1,14.16 ; 2,9
s.; 3>9)j nei capitoli successivi non vengono nominati né gli uni né gli altri. La
tendenza paolina all’antitesi si sviluppa ampiamente, tuttavia non si tratta di una
antitesi tra «questi» e «quelli», ma tra «Adamo» e «Cristo», tra il «peccato» e la
«grazia», la «legge», la «carne» e lo «Spirito».
Non crea problemi la divisione a metà del cap. 5 (tanto che molti fanno rien­
trare 5 ,1-11 nella sezione precedente). Quanto al resto del capitolo, è evidente
che è tutto dommato dal confronto tra Adamo e Cristo. Il cap. 6 parte dalla ri­
surrezione per commentare la vittoria sul peccato e sulla morte, mentre i capp. 7
e 8 sono strettamente uniti tra loro: le dichiarazioni di 8,2 s. risolvono i proble­
mi posti in 7,14-25, riguardanti l’uomo reso schiavo dal peccato e dalla legge.
Inoltre, se 7,5 annunciava il resto del cap. 7, il v. 6 («serviate in novità di Spiri­
to») annuncia il cap. 8.
Ricomponendo tutto ciò che si è detto e attribuendo (alla luce di quanto si di­
rà tra breve) i relativi titoli, risulterebbe il seguente schema:
a) Una nuova relazione con il Padre (5,1-11)
b) Cristo di fronte al peccato e alla morte (5,12-6,23)
Adamo e Cristo (5,12-21)
Vittoria sul peccato e sulla morte (6,1-23)
c) Cristo di fronte al peccato e alla legge (7,1-8,39)
L’uomo di fronte al peccato e alla legge (7,1-25)
Lo Spirito, nuova legge del cristiano (8,1-39).

a) Una nuova relazione con il Padre (5,1-11)

Paolo, in Gal. 2 s. e Rom. 3 s. rivelatosi apostolo della giustificazione per fede,


qui torna all’antico schema: fede, speranza e carità.31 Giustificati per la fede (v. 1)
abbiamo una speranza che non delude (vv. 2b-4 s.), perché l’amore ci è stato da­
to dallo Spirito (v. 5b).

2 8 . C f r . v. 1 7 I 5 ; 1 , 4 ; 6 , 4 . 9 ; 7 , 4 ; 8 , 1 1 . 3 4 ; 1 0 , 9 ; 1 Tess. 1 , 1 0 .

2 9 . C f r . 3 , 2 5 ; 5 , 6 - 1 1 ; 6 , 2 S.5 s . 7 s . i o s .;8 ,3-34 ; 1 4 , 9 . 1 5 ; 1 Cor. 1 5 , 3 .


3 0 . C fr. 5 , 1 6 . 1 8 . 3 1 . C f r . 1 Tess. 1 , 3 ; 5 , 8 ; 1 Cor. 1 3 , 1 3 .
L a le tte ra a i R o m a n i 247

I versetti successivi commentano il v. 5, confermando che l’amore di Dio si è


già rivelato (vv. 6-8; pertanto ci è stato donato) e, a maggior ragione, si manife­
sterà (w. 9 -11; perciò la speranza non delude).
Tra la fede e la speranza vengono citati la pace, il libero accesso e la grazia (v.
1) come aspetti di una medesima situazione. Tra la speranza e la carità si allude
alle tribolazioni, alla perseveranza e alla virtù provata (vv. 3 s.), esplicitamente
messe in relazione l’una con l’altra, affinché ciò che possediamo (v. 1: ecbomen-,
v. 2a: eschekamen; v. 2b: bestekamen) non ci faccia dimenticare quanto ancora
ci manca. Ma poi si parla anche di «vantarsi» (kaucbaomai) nella speranza (v.
2) , nelle tribolazioni (v. 3) e in Dio (v. 11). E con ciò, a parte il parallelismo con
altre espressioni paoline,31 si rivendica per il cristiano quello che il giudeo riven­
dicava per sé (2,17.23): come dire che con la legge della fede si esclude un vanto
(3,27) per fondarne uno nuovo.

b) Cristo di fronte al peccato e alla morte (5 ,12 -6 ,2 3 )

Stando a 1 Cor. 15,22, Adamo portò nel mondo la morte e Cristo la risurrezio­
ne. I due temi (il primo tradizionalmente giudaico, il secondo cristiano) sono
compresi, rispettivamente, nelle sezioni che seguono (5,12-21 e 6,1-23). Ad essi
viene a sovrapporsi rispettivamente l’idea che Adamo portò anche il peccato e
Cristo rende possibile (ed esige) un nuovo stile di vita, in opposizione al peccato.

Adamo e Cristo (5,12-21). La contrapposizione tra le espressioni «un solo


uomo» (vv. I2a.i9a),3233 ossia Adamo (v. i4ab), e «un solo uomo» (v. i5b),34 os­
sia Gesù Cristo (vv. 15b.17b.21c), si ripete per cinque volte, secondo uno sche­
ma grammaticalmente corretto: nei vv. 15 (hos... pollo mallon), 16 (to men... to
de...), 17 (et gar... pollo mallon), 18, 19 e 21 (nei tre hos... houtos kai...). Nei vv.
12-14 stessa comparazione inizia bene («come per un solo uomo...»), ma si
conclude con una forma grammaticalmente forzata (v. 14C: «Adamo, che è figu­
ra di colui che deve venire»), perché amplia e commenta la prima parte della
comparazione.
Nessuno degli «uomini» è protagonista ultimo di ciò che è accaduto, ma lo ha
solo trasmesso. I protagonisti sono, da una parte, il peccato (hamartia, nei vv.
5,i2ab.2ob.2ia; hamartano, nei vv. 5,i2b.i4b; hamartolos, nel v. 19; parapto-
ma, nei w . r5ab.16c.17a.r8a.20a; parakoe, nel v. r^), la condanna (katakrima,
nei w . i6b.r8a) e la morte (thanatos, nei vv. 12bc.r4a.r7a; apotbnesko, nel v.
r5b); e, dall’altra, la grazia (charis, nei w . r5cd.r7b.20b; charisma, nei w .
r5a.r6c; dorea, nei w . r5d.r7c), la giustizia (dikaiosyne, nei w . r7C.zrb; di-
kaioma, nei vv. r6c.r8b) e la vita (zoe, nei vv. r7d.r8b.2rc).
Da parte sua, la morte non figura come protagonista attiva, bensì come segno
che il peccato (del cui potere si parlerà ampiamente in seguito) esisteva nel mon­
do (vv. rzd.r3 s.). Per riassumere, un solo uomo portò nel mondo il peccato e

3 2 . C f r . sp ec. 1 Cor. 1 , 3 1 ; 2 Cor. 1 0 , 1 7 ; Gal. 6 , 1 4 .


3 3 . C fr . « u n o s o lo » nei v v . 1 3 a . 1 6 a b . 1 7 a b . 1 8 .

3 4 . C fr . « u n o s o lo » nei v v . 1 7 d . 1 8 d . 1 9 b .
248 L e g ra n d i le tte re

la morte (v. izab) e, di conseguenza, tutti hanno peccato e tutti sono morti (v.
izcd).
All’eventuale obiezione di chi sostiene che, se non vi è legge, non si può impu­
tare il peccato (v. i3b; cfr. 4,15), si replica con una dichiarazione esplicita: mori­
rono anche coloro che non avevano trasgredito un precetto come Adamo (v.
i4ab). Si suppone, dunque, che avendo realmente peccato si fossero meritati la
condanna (come affermava z,i2a).
Su queste basi Paolo continua commentando l’idea che Adamo sia figura di
Cristo (v. 140): a causa di Adamo si ebbe la caduta (v. 15a.17a.20b), «i molti»
morirono (v. isbc), vi fu il giudizio di condanna (v. i6b) e regnò la morte (v.
iyb.2ib), «i molti» giunsero a essere peccatori (v. i?ab), il peccato abbondò e
regnò (vv. 2oc.2ia); a causa di Cristo «i molti» ricevettero la sovrabbondanza
della grazia e il dono di grazia (vv. 15de.16ac.17c) per la giustificazione (vv.
i6c.i8cd), il dono della giustizia per regnare nella vita (vv. i7cd.2ide), «i molti»
giungeranno a essere giusti (v. i9cd).
Nel v. 19, una traduzione errata del verbo greco (katestatbesan-katastathe-
sontai) sostenne la lezione «furono costituiti» - «saranno costituiti», come se si
trattasse di qualcosa di automatico, senza considerare l’idea dei propri peccati
personali e della fede come cammino per giungere alla giustificazione. La tradu­
zione corretta è «giunsero-giungcranno a essere», che implica le due cose e con­
ferisce maggiore espressività al versetto. La disobbedienza di Adamo ha prodot­
to qualcosa del genere: i peccati personali. Anche l’obbedienza di Cristo ha pro­
dotto qualcosa di simile: l’obbedienza della fede.35
Il v. 20 aggiunge il tema che verrà sviluppato nel cap. 7. La legge sopraggiun­
se per far abbondare la caduta. Il v. 2 1 riassume in un’unica frase il senso di tut­
te le comparazioni considerate: laddove è abbondato il peccato, la grazia ha so­
vrabbondato.

Vittoria sul peccato e sulla morte (6,1-23). Alla morte, portata da Adamo,
corrisponde la vita eterna, in senso forte, portata da Cristo. Questa prospettiva
dell’aldilà non è esplicita in ogni versetto della lettera, ma in un modo o nell’al­
tro emerge in ogni capitolo.36 In Rom. 6 - ne sarebbe la collocazione appropria­
ta - appare tre volte (o per meglio dire quattro): parteciperemo alla sua risurre­
zione (v. 5C), vivremo con lui (v. 8b), avete come destino la vita eterna (vv.
22d.23c). A quest’idea se ne aggiunge un’altra più originale: la forza della risur­
rezione, che traspare dalla nostra vita quotidiana. Una vita nuova (v. 4d), morti
al peccato ma viventi per Dio (v. n b ), come chi passò dalla morte alla vita (v.
i3d; lett. «come vivi tra i morti»). Il capitolo inizia con un’obiezione: se la grazia
abbonda laddove è abbondato il peccato (5,2ob), conviene aspettarla comoda­
m ente. Paolo solleva questa obiezione (v. 1 ; cfr. 3,5.7 s.) per darvi subito rispo­
sta: ciò vale per coloro che sono nel peccato, non per quelli che «sono morti» a
esso (v. 2).
La sua risposta si svolge in un ragionamento lungo i vv. 1 - 1 1 , con riferimenti

3 5 . C fr. 1 , 5 ; 6 , 1 6 . 1 8 ; 1 6 , 1 9 . 2 6 .

3 6 . C fr . sin o a q u e sto m o m e n t o 1 , 1 6 ; 2 , 7 . 1 6 ; 3 , 6 ; 4 , 1 7 ; 5 , 9 s . i 7 d . 2 i d .
La lettera ai R om ani 249

al mistero di Cristo morto e risorto, fattosi efficacemente presente in noi nel no­
stro battesimo. Il battesimo, infatti, ci unisce alla morte di Cristo (v. 3) e alla sua
sepoltura (v. 4), ci «com pianta» insieme con lui, come chicchi di grano (v. 5;
cfr. 1 Cor. 15,36.42-44), e crocifigge con lui il nostro uomo vecchio (v. 6). Inol­
tre (= Infatti...) Cristo è Ubero dal peccato (v. 7) ed è morto a esso una volta per
tutte (v. io). Noi siamo dunque morti al peccato e viventi per Dio (v. 11).
Abbiamo ritenuto che sia nel v. 7 sia nel v. io «colui che è morto» si riferisca
direttamente a Cristo, perché di un morto qualsiasi non si può dire che sia libero
dal peccato (v. 7: dedikaiotai); d’altra parte il v. io commenta il versetto prece­
dente, che parla chiaramente di Cristo.
Dalla nostra unione con il mistero di Cristo derivano conseguenze espresse
con l’imperativo: non dobbiamo permettere che il peccato regni in noi (v. 12) né
abbandonare a esso le nostre membra (v. 13). Ma c’è anche l’impiego dell’indi­
cativo: ciò non accadrà perché non siamo più sotto la legge (che è debolezza),37
ma sotto la grazia (che è potenza).38 L ’obiezione che segue (v. 15) deriva dall’in­
dicativo del v. 14 e aiuta a precisarne i limiti. La risposta è in forma metaforica:
un uomo Ubero può offrirsi a un altro come schiavo, e da quel momento diventa
tale (v. 16). Voi siete stati schiavi del peccato (v. 17), ne foste liberati (v. 18), ma
adesso siete tenuti a offrirvi a questa nuova situazione (v. 19). La libertà di pri­
ma era falsa (v. 20) e portava alla vergogna e alla morte (v. 21); la libertà nuova
porta alla santificazione e alla vita eterna (v. 22).
Il v. 23, infine, riassume non soltanto l’intero capitolo ma tutto quanto detto
a partire da 5 ,12 (cfr. spec. 5,2.1). Vengono così poste le basi per l’esortazione,
che non avrà inizio prima di 12 ,1 con l’invito a «offrire» (parastenai) i nostri
corpi come sacrificio, proprio come qui venivamo esortati a «offrire» le nostre
membra al servizio di Dio (w. 13.16.19).

c) Cristo di fronte al peccato e alla legge (7,1-8,39)

Nelle sezioni precedenti, da 5,12 a 6,23, il raffronto costante tra due situazioni
(Adamo e Cristo nel cap. 5; la giustizia - cfr. 6,13.16.18-20 - e il peccato nel cap. 6)
interessava quasi ogni versetto. A partire da questo momento, la contrapposizio­
ne si realizza tra due capitoli messi a confronto (il cap. 7 e il cap. 8), che corri­
spondono alle due situazioni: se il termine «legge» compare 22 volte nel cap. 7, il
termine «Spirito» figura 21 volte nel cap. 8.

L ’uomo di fronte al peccato e alla legge (7,1-25). In diversi testi precedenti


(3,2ob; 4 ,13 -15 ; 5,20; 6,14 s.) affioravano osservazioni poco favorevoli alla leg­
ge. Giunge ora il momento di precisarne meglio gli aspetti negativi, visto che essa
è stata messa in relazione con Dio (2,i3.23)39 e si sono dette anche cose buone a
suo riguardo (2,13-15.18-20 .25-27; 3,31).40
La chiave per comprendere la risposta è, a nostro avviso, il concetto che la
legge di per sé> in quanto «lettera» (v. 6),41 non è in grado di aiutare l’uomo con­

3 7 . C fr. 3 ,2 o b ; 4 , 1 5 ; 5 ,2 0 . 3 8 . C f r . gli in dicativi in 5 , i 5 c d . i 7 b . 2 o b .


3 9 . C fr. 7 , 2 2 , 2 5 ; 8 ,7. 40 . C fr. 7 , 1 2 . 1 4 , 1 6 ; 8 ,4 . 4 1 . C f r . 2 , 2 7 . 2 9 : 2 Cor. 3 , 6 s.
2,50 Le grandi lettere

tro la forza superiore del peccato. Proviamo a suddividere il capitolo in tre parti:
proposizione: la lettera e lo Spirito (w. 1-6); la legge non è il peccato (w. 7-12);
impotenza della legge (vv. 13-25).
Proposizione: la lettera e lo Spirito {vv. 1-6). La prima pericope inizia con un
paragone che prende spunto da due principi di diritto civile (quello conosciuto
dai romani: v. 1): la legge è vincolante per le persone vive (v. 1), e la legge sul
matrimonio «lega» solo due persone vive (vv. 2 s.). Il diritto romano non dice
che la persona morta possa sposarsi con un’altra, cosa che afferma invece Paolo
(v. 4). La spiegazione successiva chiarisce l’enigma: nella nostra vita precedente
(definita «nella carne») la legge ci «legava» alle passioni del peccato al fine di pro­
durre morte (v. 5; cfr. 6,20 s.), ma questa stessa legge non può legare chi è morto
con Cristo (v. 6a; cfr. vv. 1.4); al suo posto è subentrato lo Spirito (v. 6b), che ci
unirà a Cristo affinché portiamo frutti per Dio (v. 4b; cfr. 6,22 s.).
E espressa con particolare forza l’idea che siamo morti alla legge «mediante il
corpo di Cristo» (v. 4), ossia mediante l’unione con il corpo che morì, fu sepolto
e risorse (cfr. 6,3-5). Spiccano anche le definizioni «novità dello Spirito» e «regi­
me vecchio della lettera», le quali racchiudono in sé la contrapposizione tra i due
Testamenti già incontrata in 2 Cor. 3.
La legge non è il peccato (vv. 7-12). Le due pericopi che seguono hanno il
compito di chiarire le tesi esposte. Se fino al v. 4 si parlava di «voi», mentre i w .
5 s. passano al «noi» senza cambiare tema, qui si dirà ripetutamente «io» (vv. 9
s.14.17.24 s.) e in 8,2, secondo la lectio difficilior, «tu». Il tutto, riteniamo, sen­
za interrompere il filo argomentativo.
L’idea che la legge ci «lega» al peccato si riduce a sostenere che ce lo fa cono­
scere (v. 7b),4i dandogli così vita (v. 8).4
243 Prima esso era come morto, ma con la
legge è ritornato in vita (vv. 9-ioa). E qui ha inizio la discolpa della legge, para­
gonata al comandamento di Dio nel paradiso: il peccato ha approfittato di un
comando, dato per la vita, per ingannarmi (cfr. Gen. 3,13) e darmi la morte (vv.
io b-11).44* Ciò equivale a dire che di per sé la legge è santa, giusta e buona (v.
12); soltanto una malizia come quella del serpente è in grado di trarre il male da
essa.
Impotenza della legge (vv. 13-25). La capacità di provocare la morte attraver­
so qualcosa di buono dimostra la peculiare malignità del peccato (v. 13 b; cfr. vv.
8.11). Purtroppo però il peccato trova uno splendido alleato dentro di me: la
legge è «spirituale» (v. I4a),4> mentre «io» sono «di carne» (v. i4b),46 dominato
dal peccato (v. 14C).47 E qui si affaccia l’idea che l’ «io» sia d’accordo con la leg­
ge (v. i6b) e possa desiderare di compierla, ma non lo fa (vv. 15b.16a.18 s.) per­
ché ad agire non sono io ma il peccato (vv. i7-2ob).
A partire dal v. 21 il problema si presenta sotto forma di opposizione tra
«leggi» diverse: il mio «uomo intcriore», ovvero la «mia mente» (per il v. 23 b
«la legge della mia mente»), è dalla parte della legge di Dio (vv. 22.250), ma nel­

4 2 . C f r . 1 , 3 2 ; 3 , 2 o b ; 4 , 1 5 ^ 5 , 1 3 ; Gal. 3 , 1 9 .

4 3 . Cfr. v. 5 b ; 4 , T 5 a ; 5 , 2 0 ; Gal. 3 , 2 2 s.; 1 Cor. 1 5 , 5 6 . 4 4 . Cfr. v. 5 ; 2 Cor. 3 , 6 s.


4 5 . Cfr. pneumatikos in 1 , 1 1 ; 7 ,1 4 ; 1 5 , 2 7 ; Gal. 6 , 1 ; 1 Cor. 2 , 1 3 . 1 5 ; 3 , 1 ; 9 , 1 1 ; 1 0 , 3 s.; 1 2 , 1 ;
I 4, I <37; r 5, 44-46. 4 6 . Cfr. vv. 5 - 1 8 . 2 5 ; 8 , 3 - 9 ; i 3, I 4- 47- C f r . 3, 9; 5, 1 1 s . 2 0 s -
L a le tte ra a i R o m a n i 251

le mie membra abita un’altra «legge», quella del peccato (vv. 23.25C). Ovviamen­
te tutto questo è esposto con l’idea che ci sarà qualcuno in grado di risolvere il
problema (vv. 24.253) e così si prepara la strada alle grandi affermazioni del
cap. 8.

Lo Spirito, nuova legge del cristiano (8,1-39). La correlazione tra i capp. 7 e 8


è assicurata in quanto, come abbiamo detto, la prima pericope di quest’ultimo
(vv. 1-11) risolve i problemi posti nel capitolo precedente. Nel capitolo 8, inol­
tre, non mancano le allusioni a 5,12-20,48 mentre col gioco indicativo-imperati­
vo esso si colloca nella linea caratteristica del cap. 6, pur con una differente ter­
minologia. Non bisogna poi dimenticare le particolari connessioni che lo legano
a 5 ,1-11.
In linea di principio si tratta di un discorso fatto tutto d’un fiato, benché sia
possibile scorgere probabili suddivisioni nei vv. 12.18 e 2 6, per giungere quasi
inevitabilmente alla perorazione conclusiva dei w . 31-39. Ci permettiamo di da­
re un titolo a ciascuna pericope che ne risulta: lo Spirito come «legge» (vv. 1-11);
figli di Dio (vv. 12-17); salvati nella speranza (vv. 18-25); sostenuti dal Padre
(vv. 26-30); perorazione conclusiva (vv. 31-39). Illustriamole brevemente.
Lo Spirito come «legge» (vv. 1-11). «Legge» non significa soltanto «norma
scritta», ma anche «dominio»,49 «potere»,50 «regno» (5,14 .17.2 1; 6,12). Dando
allo Spirito stesso il nome di «legge», diventano quattro le leggi in conflitto. Le
altre tre sono la legge di Dio (7,22.25^ , che perde la partita (v. 3); la «legge del­
la mia mente» (7 ,2 3 ^ 2 5 ^ , anch’essa sconfìtta; quella del peccato, che dimora
nelle mie membra (vv. 2330.250) ed era vittoriosa fino all’arrivo della «legge»
dello Spirito e della vita, che l’ha spodestata (v. 2a).51
Dio stesso era coinvolto nella battaglia, per quanto la sua legge non fosse in
grado di far fronte alla debolezza della carne (v. 3ab).52 Per questo ha mandato
suo Figlio, in una carne simile a quella del peccato (v. 3cd)53 e come sacrificio
per il peccato (v. 3e),54 per «condannare» il peccato che dimora nella nostra car­
ne (v. 3e).55 Tale «condanna» deve essere molto più efficace di quella del v. 1,
che ci teneva «incatenati».56 A partire da questo momento sarà possibile adem­
piere l’intento buono della legge (v. 4a).57
Dopo aver delineato la battaglia (vv. i-4a), la pericope passa a descrivere la
nuova situazione dell’uomo, con i suoi imperativi e i suoi indicativi. La vittoria
sarà una realtà se «cammineremo» e «penseremo» secondo lo Spirito, e non se­
condo la «carne» (vv. 4 $.).58 È logico che allo Spirito si attribuisca un «pensie­
ro» che è vita e pace (v. 6b; cfr. 5,1), perché il testo attribuisce un «pensiero»
anche alla «carne»: inimicizia personale con Dio, oltre a frutti di morte e incapa­

4 8 . C£r. katakrima , « c o n d a n n a » , in 8 , 1 e 5 , 1 6 . 1 8 .
4 9 . C fr. 6 , 9 . 1 4 ; 7 , 1 . 5 0 . C f r . 1 , 4 . 1 6 ; 1 5 , 1 3 . 1 9 ; 1 Cor. 1 5 , 5 6 .
5 1 . C f r . vv. 6 . 1 0 . 3 8 ; 1 , 1 7 ; 6 , 1 0 s . 1 3 ; 2 , 7 ; 4 , 1 7 ; 5 , 1 0 . 1 7 s . 2 1 ; 6 , 4 . 2 2 s.; 7 , 1 0 .

5 2 . C f r . v v . 7 s.; 7 , 2 3 - 2 5 . 5 3 . C f r . v. 3 2 ; 2 Cor. 5 , 2 1 ; Gal. 3 , 1 3 ; 4 , 4 s.


5 4 . C fr. 3 , 2 5 ; 5,9 . 5 5 . C fr. 7 , 5 . 1 4 ^ 1 8 . 2 5 . 56 . C fr. 1 1 , 3 2 ; G al 3 , 2 2 .
5 7 . C f r . 2 , 1 3 . 1 8 . 2 0 . 2 5 - 2 7 ; 7 , 1 2 . 1 4 3 ; c fr . dikaioma tou theou in 1 , 3 2 .

5 8 . C f r . 1 3 , 1 4 ; G a i 5 , 1 6 s.
252, L e g ra n d i le tte re

cita di adempierne la legge e di essergli graditi (w. 6a..y s.; cfr. 7,14-25). Rove­
sciando temi già affrontati, Paolo afferma che loro non sono sotto il dominio
della carne,59 perché lo Spirito di Dio abita in loro (w. 9-ioa).60*Di questo Spiri­
to è detto che è «di Dio» (vv. 9b.ua) e di Cristo (v. 90); per mezzo suo Cristo
sarà in noi (v. ioa), il nostro corpo morirà al peccato (v. iob),él il nostro spirito
sarà «vita per la giustizia» (v. ioc)bl e Dio ci risusciterà (v. 11).63
Figli di Dio (vv. 12-17). Dopo una prima pausa viene nuovamente formulata
la quaestio iuris: «non dobbiamo nulla» alla carne (v. 12), perché siamo morti
(6,2.8; 7,4) e su di noi non incombe nessuna condanna (8,1). Segue una formu­
lazione estrema riguardante la rinuncia al male: «far morire» le opere del cor­
po64 per «vivere» (v. t 3; solo in 7 ,1 1 si era parlato di «dare la morte»). Riallac­
ciandosi poi ai grandi temi della lettera ai Galati, Paolo si stacca dal semplice
superamento del male: lasciandoci condurre dallo Spirito (v. I4a)65 saremo figli di
Dio (v. I4b)66 e non schiavi (v. T5ab).67 Grazie a questo Spirito gridiamo «Abbà,
Padre» (v. 15C),68 sostenuti dalla sua testimonianza (v. 16); saremo eredi di Dio
insieme a Cristo (v. i7ab),69 nella passione e nella gloria (v. 17C).70
Salvati dalla speranza (vv. 18-25). H tema delle «sofferenze», dopo un’altra
pausa (v. 18), corrisponde a quello della tribolazione in 5 , 3 - 5 . Qui non si dice
che ce ne vantiamo, tuttavia sono viste nel loro aspetto positivo e messe in rela­
zione con l’attesa della gloria futura (v. 18).71 Il paragone con le doglie del parto
di cui soffre l’universo intero (vv. 19-22) intende mostrare la «creazione nuova»
come frutto di un tremendo cataclisma:71 il dolore non fa altro che annunciare
l’arrivo del grande momento. Per noi, l’importante è non dubitare del possesso
delle primizie dello Spirito (v. 2^2),73 nell’attesa dell’adozione definitiva a figli (v.
23d).74 La perseveranza e la speranza in ciò che non si vede (vv. 24 s.)75 sono ele­
menti essenziali della salvezza.
Sostenuti dal Padre (w. 26-30). Secondo il v. 23C, stiamo ancora aspettando
l’adozione a figli, ossia procediamo alla cieca non solo attraverso le tribolazioni
esterne, ma anche per quanto riguarda il nostro essere intelligibile. Ciò rende più
che mai necessario che lo Spirito mantenga vivo il nostro legame con il Padre: lo
Spirito prega dentro di noi con una profondità («sospiri») e una competenza («ine­
sprimibili») di cui noi non saremmo mai capaci (vv. 26 s.).
La nostra sicurezza, tuttavia, va anche oltre ciò che lo Spirito ci consente di
percepire: è la certezza che Dio non abbandonerà il suo disegno di condurre ogni
cosa al bene (v. 28), rendendoci conformi all’immagine del suo Figlio (v. 29); ha
già compiuto molti passi (elezione, chiamata, giustificazione) e certamente farà
anche quelli che mancano per completarlo del tutto (v. 30).76

5 9 . C fr . 7 , 4 . 6 0 . C f r . oikein in 7 , 1 8 . 2 0 . 6 t. C f r . 6 , i o s.
6 2 . C fr . dikaiosyne in 6 , 1 3 . 1 6 - 1 8 . 2 0 . 6 3 . C fr. 6 ,5 .8 . 6 4 . C fr . 6 , 6 ; 7 , 2 4 .
6 5 . C fr . Gal. 5 , 1 8 . 6 6 . C f r . vv. 1 9 . 2 9 ; Gal. 3 , 2 6 ; 4 , 6 . 6 7 . C fr . Gal. 4 , 1 - 5 .
6 8 . C fr . Gal. 4 , 6 . 6 9 . C f r . Gal. 3 , 1 8 . 2 9 ; 4 , 1 . 7 .
7 0 . C fr . 6 , 4 - 6 . 8 ; Gal. 2 , 1 9 ; 2 C o r . 1 , 5 ; 4 , 1 0 - 1 2 . 7 1 . C f r . 5 , 2 ; 6 ,4 ; 2 C o r . 4 , 1 6 - 1 8 .
7 2 . C fr . 1 C o r . 1 5 , 2 5 - 2 7 ; 2 C o r . 5 , 1 7 . 1 9 ; Gal. 6 , 1 5 . 7 3 . C f r . 2 Cor. 1 , 2 2 ; 5 , 5 .
7 4 . C fr . 1 Cor. 1 5 , 4 4 .
7 5 . C fr . elpis al v. 2 0 e in 5 , 2 . 4 s.; hypomone in 2 , 7 ; 5 , 3 s.; 1 5 , 4 s. 7 6 . C fr. 5 , 9 - 1 1 .
L a .l e t t e r a a i .R o m a n i 253

Perorazione conclusiva (vv. 31-39). Elevando il tono retorico (vv. 31-39) Pao­
lo riassume i fondamenti della nostra speranza: l’amore del Padre (vv. 310-32),77
la giustificazione (vv. 3313-343),78 la morte di Cristo (v. 34I3);79 i sette agenti sto­
rici, primo tra tutti la tribolazione (w. 35 s.),8° saranno sconfìtti (v. 37); i dieci
agenti cosmici, a partire dalla morte {vv. 3 8-393),81 non potranno separarci dal­
l’amore di Dio (v. 39bc; cfr. 5,5).

4. Terzo discorso dottrinale: ì giudei e il vangelo ( 9 ,1 - 1 1 ,3 6 )

Tanto il cap. 6 quanto il cap. 8 erano ricchi di esortazioni, spianando così la


strada alla sezione esortativa della lettera che prende le mosse da 12 ,1. In tal sen­
so i capp. 9 -11, che formulano un problema speculativo riferito a persone che non
fanno parte della comunità, hanno carattere di digressione, in quanto affrontano
un tema diverso. Come la digressione classica, tuttavia, anch’essa ha molto in co­
mune con il tema e le intenzioni del discorso.
D’altra parte, la sua ampiezza e la quantità di temi affrontati inducono a trat­
tare questa digressione come un intero discorso, pur scorgendo le indubbie con­
nessioni con altre parti della lettera.
Per una divisione letteraria del testo abbiamo optato per il seguente schema:
a) Esordio (9,1-5)
b) Argomento preliminare (9,6-33)
La parola di Dio si compie (9,6-13)
Dio non è ingiusto (9,14-18)
Dio agisce con provvidenza (9,19-29)
È stato Israele a sbagliare (9,30-33)
c) Proposizione (10,1-4)
d) Argomentazione (10 ,5-11,12 )
Il cammino è la fede (10,6-13)
Aperto a tutto il mondo {10,14-21)
Solo un resto lo ha accettato (11,1-10 )
Ma gli altri possono tornare sui propri passi ( 1 1 ,1 1 s.)
è) Applicazione (11,13-24 )
f) Perorazione (11,25-36).

Possiamo ora passare a una descrizione più approfondita del filo argomentativo,

a) Esordio (9 ,1-5)

L ’esordio pone in risalto la sincerità di Paolo (v. t ) e la sua profonda tristezza (v.
2) per l’ «anatema» del popolo giudaico (v: 3), malgrado le sue nove prerogative
salvifiche (w. 4 s.): l’adozione a figli8z e la gloria (v. 4ab),8j i testamenti*4 e la le­

7 7 . C fr. 5 ,8 . 7 8 . C f r . v. 3 o b ; 5 , 1 . 9 . 7 9 . C fr. 5 , 6 . 8 b .i o .

8 0 . C f r . 5 , 3 ; 2 Cor. 4 , 8 - 1 0 ; 6 , 8 - 1 0 . 8 1 . C f r . vv. 1 8 - 1 2 ; 5 , 1 2 - 1 4 .

8 2 . C f r . v. 8; 8 , 1 5 . 2 3 ; Gal. 4 , 5 . 8 3 . C fr . v . 2 3 ; 2 , 7 . 1 0 ; 3 , 2 3 ; 8 , 1 8 . 2 1 .
254 Le grandi lettere

gislazione (v. 4cd),85 il culto86 e le promesse {v. 4de),87 i patriarchi (v. 5a)88 e, in
qualche modo, Cristo (v. 5 b).89 Delle prime otto è detto che appartengono «a lo­
ro» (hon); di Cristo si dice soltanto che «procede da essi» {ex hon) secondo la
carne. Una lettura sintattica ovvia applicherebbe a Cristo la frase «Dio benedet­
to nei secoli», ma non mancano le ipotesi per chi volesse cercare una soluzione
diversa.90

b) Argomento preliminare (9,6-33)

Paolo si colloca qui nella prospettiva delle decisioni divine, benché, quando nega­
tive, abbiano assai in comune con gli errori umani (w. 22.32). L ’espediente lette­
rario per proseguire con l’argomentazione è fornito dalle obiezioni sollevate dal
«tu» di un interlocutore giudaico (vv. 14.19.30),91 che ben difficilmente può rap­
presentare i destinatari reali della lettera.

La parola di Dio si compie (9,6-13). La parola di Dio non affermava certo


che tutti i figli di Abramo avrebbero costituito la discendenza promessa. Ciò è evi­
dente nel caso di Isacco rispetto a Ismaele (vv. 6b-9)/2 ma si è ripetuto anche con
discendenti legittimi, come nel caso di Esaù e Giacobbe (vv. 10-13). In Giacobbe
operò un’elezione93 decisa94 da Dio, che lo chiamava {vv. n c .i2 b )95 non in base
a qualcosa che aveva fatto, in quanto non era ancora nato (vv. n ab .i2a).96

Dio non è ingiusto (9,14-18). Alla prima obiezione relativa a un’eventuale in­
giustizia in Dio (9,14) Paolo ribatte che Dio può dispensare doni non dovuti,
come nel caso di Mosè verso il quale usò particolare misericordia (vv. 15 s.i8a.
23 ),97 ma può anche trarre profitto dagli errori umani, come nel caso del faraone
che Dio induri (vv. ry.i8b). Attraverso il suo indurimento Dio ha potuto mo­
strare la sua potenza e far conoscere il suo nome su tutta la terra. Tuttavia, se­
condo la visione di Paolo (cfr. v. 22) Dio non fece ciò prima di aver usato grande
pazienza con lui.

Dio agisce con provvidenza (9,19-29). Il «tu» dell’interlocutore giudaico sol­


leva la stessa obiezione, ma con durezza molto maggiore («Ma allora di che cosa
si lamenta?»: v. 19). Paolo replica con analoga forza («Non si può rispondere
così al Creatore»: w . 20 s.). Ribadisce poi la soluzione già offerta (i vv. 22 s.
fanno il verso ai w . 15-18) e applica il caso alla situazione presente, tanto rispet­
to ai gentili (vv. 24-26) quanto rispetto a Israele (vv. 27-29). Il paragone con un8 4

8 4 . C f r . 1 1 , 2 7 ; Gal. 3 , 1 5 . 1 7 ; 4 , 2 4 ; 2 C o r . 3 , 6 . 1 4 . 8 5 . C fr. 2 , 1 7 - 2 0 .
8 6 . C f r . 1 2 , 1 ; cfr. 1 Cor. 1 0 , 1 8 . 8 7 . C fr . vv . 8 s.; 4 , 1 3 s . 1 6 . 2 0 ; 1 5 , 8 .
88 . C fr. v. i o ; 4 , 1 . 1 1 s . 1 6 - 1 8 ; 1 5 , 8 . 8 9 . C fr . 1 , 3 ; Gal. 3 , 1 6 ; 4 , 4 ; 2 Tim. 2 , 8 ; Ebr. 2 , 1 6 .
9 0 . F a v o r e v o l e M . J . H a r r i s , Jesus as G o d , G r a n d R a p i d s , M i c h . 1 9 9 2 , 1 4 3 - 1 7 2 ; c o n tr a r io M e t z -
ger, Textual , 5 2 0 - 5 2 3 . 9 1 . C f r . 2 , 1 7 ; si veda a n c h e l ’ « io » in 3 , 7 e il « n o i» di 3 , 5 . 9 .
9 2 . C f r . Gal. 3 , 1 4 . 1 6 - 1 8 . 2 1 s . 2 9 ; 4 , 2 3 . 2 8 . 9 3 . C fr. 8 , 3 3 ; 1 1 , 5 . 7 . 2 8 .
9 4 . C fr. 8 ,2 8 . 9 5 . C f r . w . 2 4 - 2 6 ; 1 , 1 6 s.; 8 , 3 0 ; 1 1 , 2 9 .
9 6 . C f r . v . 3 2 ; 3 , 2 0 . 2 7 s.j 4 , 2 . 6 ; 1 1 , 6 . 9 7 . C fr. 1 1 , 3 1 ; 1 5 , 9 .
L a le tte ra ai R o m a n i 255

vasaio che fabbrica vari tipi di vasi (v. 2,1)98 ci prepara a vedere Dio mentre at­
tribuisce varie funzioni, senza andare in collera con la sua argilla e senza plasma­
re oggetti per il gusto di distruggerli. Nel nostro caso si afferma che in alcuni va­
si ha manifestato una collera ampiamente meritata, come nel faraone (v. 2.2.),"
mentre in altri ha rivelato la ricchezza della sua gloria, come in Mosè (v. 23).100
Nell’applicazione concreta non si conclude che i gentili sono Mosè e i giudei il
faraone, ma che tra coloro che hanno trovato grazia sono stati inclusi anche dei
gentili (v. 24),IO' i quali in adempimento della Scrittura costituiscono il popo­
lo102 amato103 dei figli di Dio (vv. 25 s.).104
Tuttavia ciò non comporta la condanna di Israele (v. 2ya: hyper significa «in
favore di»): la parola di Dio si compirà (vv. zjb -z8; con il verbo synteleo viene
annunziata la nuova alleanza in Ger. 3 1 ,3 1 ; cfr. Ebr. 8,8) e questa parola inclu­
de la salvezza di un resto (v. 25?).

E stato Israele a sbagliare (9,30-33). Dopo una breve pausa, che non è una
vera e propria obiezione (9,30), si spiega perché i gentili hanno conseguito ciò
che Israele voleva raggiungere: senza cercarla, hanno trovato la giustizia dalla fe­
de (v. 30).105 Israele invece, che ricercava la legge, non ha raggiunto nemmeno que-
st’ultima (v. 3 1),106 perché ha scelto di mettere come fondamento le opere e non
la fede (v. 32a).,c>7 Perciò Cristo è diventato per loro la pietra d’inciampo (vv. 32b.
33ab; 1 Cor. 3,10 s.; 10,4).

c) Proposizione (10 ,1-4 )

In un certo senso Paolo ha detto tutto quello che doveva dire, anche se pochi lo
avranno compreso. Perciò ricomincia da capo, esprimendo il proprio profondo
coinvolgimento (v. 1), riconoscendo i meriti dei suoi avversari giudei (v. 2) e pre­
sentando, sotto forma di proposizione, la sua tesi di fondo: il loro errore consiste
nel volersi costruire una giustizia propria (v. 3b; idian),loS negando che la giusti­
zia di Dio si apra a chiunque crede (vv. 3ac.4b)109 e Cristo sia il «punto d’arri­
vo» (telos) della legge (v. 4).110

d) Argomentazione ( 1 0 , 5 - 1 1 ,1 2 )

Il cammino è la fede (10,6-13). L ’argomentazione (10 ,5-11,12 ) ora si sviluppa


prendendo spunto dalla testimonianza della Scrittura, sebbene anche ['argomen­
to preliminare (9,6-33) partisse da qui. In primo luogo Paolo dimostrerà che an­
che la legge parla di giustizia della fede (vv. 5-10), senza fare distinzioni tra giu­
dei e gentili (vv. 11-13). La differenza è data dal fatto che la legge in quanto «co-
98. C f r . 1 Cor. 1 1 , 2 4 . 99- C f r . v. 1 7 ; 1 , 1 8 . 2 4 . 2 6 . 2 8 ; 3 , 5 s.
1 0 0 , C f r . v. 1 5 ; 2 , 4 ; 3 , 7 ; 1 0 , 1 2 ; 1 1 , 1 2 . 3 3 . 1 0 1 . C fr . 4 , 9 - 1 2 . 1 0 2 . C f r . 2 Cor. 6 , 1 6 .

1 0 3 . C fr , v . 1 3 ; 1 , 7 ; 5 , 5 . 8 ; 8 , 3 5 . 3 7 . 3 9 . 1 0 4 . C f r . v . 8; 8 , 1 4 . 1 6 s . 1 9 . 2 9 .
1 0 5 . C fr. 4 , 1 1 , 1 3 ; 5 , 1 7 . 1 1 . 1 0 6 . C f r . 7 , 1 4 - 2 5 ; 1 0 , 5 - 7 ; Gal. 3 , 1 0 . 1 9 . 2 2 s.
1 0 7 . C fr . 4 , 3 s . 1 6 . 1 0 8 . C f r . FU. 3 , 9 : emen. 1 0 9 . C f r . 1 , 1 6 s.; 3 , 5 . 2 1 - 2 6 .
n o . C o m e in 9 , 3 1 a v e v a d etto ch e n o n a v e v a n o ra g g iu n to la legge; cfr. 3 , 2 i b ; Gal. 3 , 2 2 . 2 4 .
z$6 L e g ra n d i le tte re

mandamento oggettivo» non risolve il problema dell’uomo (v. 5; cfr. 7,7-25),


però può essere sfruttata per ricercare una «giustizia dalle opere» (cfr. v. 3; 9,32,).
Ebbene, anche Mosè, che trovò grazia presso Dio (cfr. 9,14), parla di giustizia
dalla fede quando ci invita a non voler salire al cielo o discendere nell’abisso in
cerca della parola, perché per noi (e senza di noi) lo ha già fatto Cristo (vv. 6-8;
cfr. 8,3.32).
L’apostolo è così giunto alla parola della fede (v. 8) nel Dio che ha risuscitato
Cristo costituendolo Signore (vv. 9 s.).111 Presenta poi un’ulteriore dimostrazio­
ne: i testi parlano in modo indifferenziato di «chiunque» crede o invoca (vv. 11.
13); da ciò si deduce la non distinzione tra giudei e gentili (v. iz ).111

Aperto a tutto il mondo (10,14-21). All’obiezione che la salvezza non può di­
pendere da qualcosa che nessuno conosce (10,14), Paolo ribatte dichiarando che
la Scrittura parlava già di una predicazione splendida (v. 15 ) e alludeva anche al­
l’incredulità di molti (vv. 1 6 s.), malgrado l’universalità dell’annunzio (v. 18) che
certamente non aveva dimenticato Israele (vv. 19-21).
Nel caso di Israele, tuttavia, si è verificata una circostanza eccezionale: Dio ha
voluto suscitare la gelosia dei gelosi (v. i9b),113 facendosi trovare - come si az­
zarda a dire Isaia - proprio da coloro che non lo cercavano (v. 20; cfr. 9,30);
ciononostante non ha mai smesso di tendere la mano verso i ribelli (v. 21). -

Solo un resto lo ha accettato (11,1-10 ). Si tratta di un’obiezione di fondo: Dio


può rifiutare il suo popolo (v. 1)? L ’idea di un resto (vv. 5 s.), preannunziato dal­
la Scrittura (vv. 2b-4) ed esemplificato dallo stesso Paolo (vv. ib-2a), serve ad
affermare che l’elezione è avvenuta mentre gli altri sono stati induriti (vv. 7-10).
La dimostrazione che Dio non ha ripudiato il popolo che «ha conosciuto», nel
senso di «ha eletto» (vv. ib-2a),114 proviene innanzitutto da Paolo stesso: egli è
israelita,115 figlio di Abramo,116 della tribù di Beniamino (v. ibc).117 Ma per po­
ter parlare di un «resto» collettivo deve tornare al tempo di Elia, quando Dio si
riservo settemila credenti (w. 2b-4). Più precisamente quest’idea del «resto» (v.
5)118 gli servirà per mettere in risalto l’iniziativa divina: lo è per grazia, non per
le opere (v. 6).119 Non gli mancheranno poi i testi per dimostrare che, una volta
compiuto il suo disegno, Dio «indurisce» coloro che vuole umiliare (vv. 7-10).120

Ma gli altri possono tornare sui propri passi ( 1 1 ,1 1 s.). La risposta giusta al­
l’interrogativo posto al v. n a sarebbe affermare che non inciamparono per ca­
dere; tuttavia tale risposta, corredata da testi tratti dalla Scrittura, comparirà so­
lo nei w . 25-32. Prima Paolo vuole preparare l’uditorio con un esempio applica­
to alla comunità romana. Per il momento fornisce i principi generali: Dio saprà
trarre il bene dal bene, se è stato in grado di trarlo dal male (vv. n b -12 ), visto
che la «caduta» dei giudei è stata ricchezza per il mondo e salvezza per i gentili
(vv. n b -i2 a ).121
i n . C f r . 1 , 3 s.; 4 , 1 7 . 2 4 s. 1 1 2 . C f r . 3 , 2 2 . 2 9 s. 1 1 3 . C fr . v. z; 9 , 2 3 s.; 1 1 , 1 1 0 . 1 4 .
1 1 4 . C fr. 8 , 2 8 - 3 0 . 1 1 5 . C fr. 9 ,4. 1 1 6 . C fr. 4 , 1 6 ; 2 C or. 1 1 , 2 2 .
1 1 7 . C f r . FU. 3 , 5 . 1 1 8 . C fr. 9 , 2 7 - 2 9 . 1 1 9 . C f r . 3 , 2 4 ; 4 , 4 . 1 6 ; 5 , 2 . 1 5 . 1 7 . 2 0 s.

1 2 0 . C f r . 1 , 1 8 . 2 4 . 2 6 . 2 8 ; 9 ,2 2 ,; 1 0 , 1 9 . 1 2 1 . C f r . v v . 1 9 s . 2 5 . 3 1 s.; 3 j 5 a . 7 a . 8 b ; 5 , 2 0 ; 9 , 1 7 .
e) Applicazione ( 1 1 , 1 3 - 2 4 )

A partire da questo momento non si rivolge più né al «tu», il suo interlocutore


giudaico (come spec. in 2 ,17 ; 3,5-7-9', 4,1; 9,19), né al «figlio di Adamo» (come
nei capp. 5-8), bensì a «voi gentili», rappresentati nei versetti successivi da un
«tu» generico.
Come in 9,1-3; 10 ,1; 1 1 , 1 torna di nuovo alla propria esperienza personale;
egli stesso si è dedicato con entusiasmo alla missione di apostolo dei gentili (v.
13 b),122 ma con gli occhi puntati sul popolo giudaico (v. 14),123 consapevole del
bene che Dio sa trarre dal male (v. 15).124
La tesi di fondo è che tutto l’albero di Israele mantiene la sua santità (vv. 15
s.). Pertanto, se anche alcuni rami sono stati tagliati e altri rami spuri (i gentili)
sono stati innestati (v. 17),125 ciò non significa che i rami innestati possano di­
sprezzare quelli autentici (né tantomeno quelli strappati via!), perché sono loro
gli estranei (v. 18).
Paolo non nega che molti giudei furono «strappati via» affinché i gentili po­
tessero essere innestati (v. 19; si deduce dai vv. n b -i2 a ),lz6 però è intenzionato
a ricercare il motivo di tale «operazione»; essi sono stati «strappati via» per la
loro infedeltà, ma voi rimanete lì in ragione della fede (v. 2oab),127 ossia per la
grazia.12,8 E questo non deve essere motivo di orgoglio,12,9 bensì di timore (v. 2.0).
Concludendo, osserva che stanno cadendo nel medesimo orgoglio all’origine del­
la rovina dei giudei; potrebbe risultare fatale anche per loro, che hanno meno di­
ritti di questi ultimi (v. 21).
Segue una considerazione finale sulla severità e generosità di Dio (v. u à ).
Quasi avesse affermato che la severità nei confronti dei giudei (v. 2zb) era dovu­
ta alla sua mancanza di generosità (lo asserisce nel v. 3ia), fa presente che la ge­
nerosità di Dio nei confronti dei gentili esige che siano fedeli a essa (verso gli al­
tri: v. 22C); allo stesso modo Dio sarà generoso con i giudei, se abbandoneranno
l’incredulità (v. 23), dato che ne ha maggior motivo (v. 24).

f) Perorazione ( 1 1 ,2 5 - 3 6 )

Con tono di esaltazione, dalla stessa obiezione del v. 1 9 deduce un «mistero»


che lo entusiasma: ciò che è stato fatto perché entrassero i gentili cesserà quando
essi saranno entrati (v. 2jb); in questo modo si salverà tutto Israele (v. 26'a). Co­
me dice la Scrittura, da Sion uscirà un salvatore che toglierà l’empietà da Gia­
cobbe e suggellerà un patto con loro quando i loro peccati saranno cancellati (vv.
z6b-zy). Ciò significa che, per quanto gli abbiano dichiarato guerra (v. 28a),I3°
l’apostolo non è pervenuto a una lettura «degiudaizzata» della Scrittura (v. 28b )/31
perché ritiene che Dio non si riprenda indietro i doni elargiti (v. 2 9 ) 131 Non gli
resta che ricomporre quest’immenso ordito di idee in un’unica riflessione: con voi,
ribelli,133 è stata usata misericordia grazie alla loro disobbedienza (v. 30); adesso
1 2 2 .. C f r . 1 , 1 . 5 s . 1 3 - 1 5 ; Gal. 1 , 1 6 ; 2 , 7 - 9 . 1 2 3 . C fr. 1 0 , 1 9 ; 1 Cor. 9 , 1 9 .
1 2 4 . C f r . v. 1 2 ; 5 , 1 0 . 1 2 5 . C fr. 1 5 , 9 s .16 . 1 2 6 . C f r . 3 , 5 8 . 7 3 . 8b ; 5 , 2 0 ; 9 , 1 7 .
1 2 7 . C fr. 9 , 3 0 ; 1 0 , 3 . 1 2 8 . C fr. 4 , 1 6 . 1 2 9 . C f r . v. 6. 1 3 0 . C f r . 1 Tess. 2 , 1 5 0 - 1 6 .
1 3 1 . C fr. 9 , 3 - 5 ; 1 0 , 1 . 1 3 2 . C fr. 8 , 2 8 - 3 0 . 1 3 3 . C fr. 1 , 2 9 - 3 1 .
2 .5 8 L e g ra n d i le tte re

essi si sono ribellati134 a motivo della misericordia usata verso di voi (v. 3ia), ma
alla fine anch’essi otterranno misericordia (v. 3ib) e si chiuderà il cerchio che uni­
sce misteriosamente disobbedienza e misericordia (v. 32). Salvando i gentili, dun­
que, Dio ha operato in favore di Israele perché percepisse con maggior intensità
la sua misericordia (w . 25-32). Come in un gran finale, Paolo aggiunge una lun­
ga esclamazione in stile liturgico sulla sapienza imperscrutabile di Dio (w. 3 3 ­
35), per concludere con una dossologia generale (v. 36).

5. Discorso esortativo ( 1 2 , 1 - 1 5 , 1 3 )

L’ultima parte spiega come dev’essere in pratica la vita del cristiano. Vi sono col­
legamenti di fondo con i capp. 5-8, che spesso sfumavano nell’esortazione,135 ma
anche con gli elementi parenetici dei capp. p -n , come l’esortazione all’umiltà e
alla bontà verso gli altri (11,18.20.22). Senza precise linee di demarcazione, nei
capp. 12 s. vi è un cambio continuo di tematiche favorito dalla brevità delle frasi
(specialmente 12,7-21). Invece il tema che ha inizio in 14 ,1 sulla liceità o meno
di mangiare carne si estende almeno sino a 15 ,7 ,136 e non è difficile vederlo pro­
seguire fino a 15 ,12 .
Il carattere di conclusione agevolmente attribuibile a 1 3 ,1 1 - 1 4 sarà di aiuto
nel dividere ciò che precede e segue in due piccoli discorsi: il primo di carattere
generale, con l’intento di toccare parecchi temi (12 ,1-13,14 ), il secondo incentra­
to sul tema della carne che è lecito mangiare (14 ,1-15,13 ).
a) Esortazione generale (12 ,1-13,14 )
Esordio (12 ,1 s.)
Argomentazione: un nuovo mondo di relazioni (12,3-13,7)
La chiesa (12,3-8)
Diffusori del bene (12,9-21)
L ’autorità civile (13,1-7)
Ampliamento: la legge dell’amore (13,8-10)
Perorazione: prospettiva escatologica (13 ,11-14 )
b) Un problema a Roma (14 ,1-15,13 )
Accogliere il debole (14,1-12)
Non scandalizzarlo (14,13-23)
A imitazione di Cristo (15,1-6)
Per rispetto al popolo giudaico (15,7-13).

a) Esortazione generale ( 1 2 , 1 - 1 3 , 1 4 )

Ci sia consentito parlare di un certo recupero della legge nel resto della lettera. An­
che la lettera ai Galati, a partire da 5,13, esortava a compiere «tutta la legge»,
riepilogata nel precetto dell’amore per il prossimo (v. 14), e poi a compiere la
«legge di Cristo» che, tra l’altro, invita a portare gli uni i pesi degli altri (6,2). La

1 3 4 . C fr. 2 ,8 ; 1 0 , 2 1 ; 1 5 , 3 1 .

1 3 5 . C f r . 6 , 1 2 s . 1 9 ; 8 , 1 2 s. 1 3 6 . C fr . proslambanein in e n tr a m b i i testi.
L a le tte ra a i R o m a n i 259

lettera ai Romani non è meno critica nei confronti della legge, ma nel momento
della verità invita anch’essa a compiere quanto nella legge è irrinunciabile.

Esordio (12,1 s.). Sotto il profilo terminologico, questo esordio si ricollega (co­
me vedremo) al resto della lettera ma non ai suoi temi più celebri («giustificazio­
ne», «fede», «legge», «opere»). In fondo invita i cristiani, in quanto vero Israele,
a corrispondere alla grazia di Dio.137 Non sono dunque una novità le espressioni
«offrire i vostri corpi» (v. ic),138 «culto spirituale» (v. id),139 «volontà di Dio»
(v. 2C),140 «buono» (v. 2d),HI «gradito a Dio» (v. 2e),142 «perfetto» (v. zd).143 Co­
munque questa prospettiva è superata dall’idea di «rinnovamento» (dietro la quale
vi è l’idea di «creazione nuova» di 2 Cor. 5 ,17 e G ai 6,15) e di superamento del
«mondo presente» (v. 2ab).144

Argomentazione: un nuovo mondo di relazioni (12,3-13,7). I capp. 6-8 aveva­


no già fatto riferimento ad altri «frutti» dello Spirito [Gal. 5,22 s.) o, se si vuole, al
superamento di altre «opere della carne» (vv. 19-21). I capitoli che qui interessa­
no si concentrano sul complesso delle relazioni con altre persone.
La chiesa (12,3-8). La prima pericope (vv. 3-8) è in relazione soprattutto con
il carisma apostolico di Paolo («la grazia che mi è stata concessa»: v. 3a)145 e trat­
ta dei rapporti all’interno della chiesa, con particolare riferimento a coloro che
in essa ricoprono una carica: le differenti funzioni assimilabili a questo carisma
(v. 6a: «la grazia che vi è stata concessa»). Dal principio generale (v. 3) si passa
all’immagine del corpo (vv. 4 s.) e da qui alle funzioni concrete (vv. 6-8). Usando
espressioni parallele con sfumature diverse Paolo dice che siamo un solo corpo
«in Cristo» (vv. 4a.5a)I4<5 e, inoltre, «gli uni membra degli altri» (v. 5b), concet­
to che non si applica al corpo fisico. Le differenti funzioni (v. 4b) sono dette «ca­
rismi» (v. 6a) e sembrano già ben definite (secondo il v. 3b, posseggono una «mi­
sura» precisa; secondo 6b un’ «analogia» o «proporzione»). Per questo a molte
di esse è richiesto che siano proprio ciò che sono: ministero,147 insegnamento,
esortazione (vv. 7-8a), per quanto all’apostolo non manchino espressioni ade­
guate per altre opere pastorali e di misericordia (v. 8).148
Diffusori del bene (12,9-21). La seconda pericope (vv. 9-21) si sviluppa su due
assi distinti, la carità (v. 9a) e la lotta contro il male (v. 9b), che confluiscono in
uno unico quando il male è vinto dall’abbondanza del bene (v. 21).
Una prima parte è composta da dieci sostantivi seguiti quasi sempre da un par­
ticipio. In essa si esorta a condurre una vita appropriata in seno alla comunità
(vv. io -n a.i3ab ) e a mantenere atteggiamenti che nella lettera risultano fonda­
mentali: la docilità allo Spirito (v. n b ) 149 e il servizio al Signore (v. i i c ) , I 5° la
speranza (v. i2a),151 la perseveranza nella tribolazione (v. I 2 b ) 1 5 2 e la costanza
nella preghiera (v. i2c).1S3
T 3 7 . C fr. 9 ,6 .2 4 -2 .6 . 1 3 8 . C f r . paristano in 6 , 1 3 . 1 9 .
1 3 9 . C f r . latreuo in r , 9 ; latreia in 9 , 4 . 1 4 0 . C f r . dokimazein e thelema in 2 , 1 8 .
T 4 1 . C f r . 2 , 7 . 1 0 ; 7 , r i s. 1 4 2 . C fr. 8 ,8 ; 1 4 , 1 8 . 1 4 3 . C fr . 1 Cor. 2 , 6 ; 1 3 , 1 0 ; 1 4 , 2 0 .
1 4 4 . C fr. 1 C or. 1 , 2 0 ; 2 ,6 .8 . 1 4 5 . C f r . 1 5 , 1 5 ; r C o r . 3 , r o ; Gal. 2 , 9 .
1 4 6 - C f r . 7 , 4 ; 1 Cor. 1 2 , 1 2 s . 2 7 . 1 4 7 . C f r . diakonia in r i , 1 3 . 1 4 8 . C fr. 1 Cor. 1 2 , 2 8 .
1 4 9 . C f r . 8 , 1 4 s . 2 6 ; 1 Tess. 5 , 1 9 . 1 5 0 . C fr. 7 ,6 . 1 5 1 . C f r . 5 , 2 . 4 s.; 8 , 2 0 . 2 4 .
z 6o L e g ra n d i lettere

La seconda parte risulta formata, quanto a significato, da dodici imperativi di­


retti (non sempre all’imperativo). In essi si considerano destinatari diversi, all’in­
terno (vv. 15 s.) e airesterno della comunità (w. 14.17 s.). Si conclude con alcu­
ne riflessioni, rivolte specialmente agli esterni (vv. 19-21): non vendicatevi ma, co­
me dice la Scrittura (v. 19), vincete il male con l’abbondanza del bene (vv. 20 s.).
L'autorità civile (13,1-7). Sulla scia di tradizioni esistenti (come quelle riflesse
1 Pt. 2,17 e Mt. 22,21 par.), l’apostolo parla dell’autorità civile mettendone in
risalto solo il lato buono, forse perché quello cattivo (all’epoca di Nerone!) si dà
per scontato. L’autorità risponde a un ordinamento divino che ricerca il bene
(vv. i-4), per cui bisogna esserle sottomessi anche per ragioni di coscienza (v. 5)
e pagare le tasse dovute (w. 6 s.). Nella nostra interpretazione, il v. 7 esorta a
dare a Dio il timore, e a Cesare l’onore.154

Ampliamento: la legge dell'amore (13,8-10). I tre versetti della pericope seguen­


te (vv. 8-10), concernenti l’amore fraterno, sono come una continuazione di 12,
9a.155 I capitoli precedenti avevano accennato solo all’amore di Dio (riteniamo
quello che Dio prova nei nostri confronti), però come un qualcosa riversato den­
tro di noi (5,5), dal quale nulla ci può separare (8,35.39) e che porta all’imitazio­
ne (11,22). Riguardo all’amore per il prossimo, in linea con Gal. 5,14 e con la
tradizione evangelica1s* si afferma che è un debito impossibile da saldare (v. 8a;
cfr. v. 7a), compimento della legge (vv. 8b.iob)157 e ricapitolazione di ogni altro
comandamento (v. 9; cfr. 7,12).

Perorazione: prospettiva escatologica (13,11-14). La conclusione del primo


discorso si ispira a 1 Tess. 5,4-8: il «tempo preciso» (kairos: v. n a e i Tess. 5,
1),158 «svegliarsi» (v. n b e 1 Tess. 5,6), «la notte» (v. i2a e 1 Tess. 5,50.7), «il
giorno» (v. izb e j Tess. 5,2.3-5.8), spogliarsi delle «opere delle tenebre» (w.
I2c.i3b e j Tess. 5 ^ .7 ) , «le armi della luce» (vv. I2d.i3a e 1 Tess. 5,5.8). La
lettera si situa nel momento escatologico (v. nb: «è ormai tempo...!») al quale
in 8,18.38 si alludeva come al «futuro». Questo futuro imminente è il giorno
luminoso di Cristo, al quale dobbiamo prepararci (e qui si passa al linguaggio di
Galati) rivestendoci di Gesù Cristo (v. I4a)159 e non badando ai desideri della
carne (v. i4b).l6°
Riassumendo, diremmo dunque che l’intero paragrafo ha concluso uno dopo
l’altro i vari temi affrontati nei capp. 5-8, riguardanti la condotta del cristiano e
il suo essere proiettato verso il futuro; ma ha anche avuto presenti (si vedano le
citazioni), senza speculazioni e senza polemiche, i dialoghi con l’interlocutore
giudaico dei capp. 2 s., nonché la sezione parenetica del cap. 11 (vv. 13-25).1523

152. Cfr. tblipsis in 5,3; 8,35; bypom one in 2,7; 5,3 s.; 8,25.
153. Cfr. 8,26. 154. Cfr. j Pt. 2,17; Mt. 21,21 par. 155. Cfr. v. ioa.
156. Cfr. Mt. 5,43; 19,19; 22,39. 1 5 7 - Cfr. 8,4; Gal. 5,14.
158. Cfr. 1 Cor. 7,29; 2. Cor. 6, 2; Gal. 6,9. 159. Cfr. Gal. 3,27.
160. Cfr. epithymia in 1,24; 6,12; 7,7 s.; 1 Tess. 4,5; sarx spec. in 7,5.18.25; 8,3-9.12 s.; en­
trambi insieme in Gal. 5,16.24.
b) Un problema a Roma ( 14 ,1-15 ,13 )

Nella seconda parte (o secondo discorso) di questa esortazione (14,1-15,7) viene


sviluppato un tema che riguarda molto da vicino il dialogo tra giudei e gentili: i
problemi connessi al cibarsi di carne nel contesto concreto della comunità roma­
na. Il leitmotiv torna a essere il «farsi carico l’uno dei pesi dell’altro», che secon­
do Gal. 6,2 adempie la legge di Cristo.

Accogliere il debole (14,1-12). Il problema è esposto con sufficiente chiarezza


in 14,2 s.5. Alcuni mangiano di tutto, non fanno differenze di giorni e disprez­
zano gli altri (perché li considerano ignoranti: rispettivamente, w. 2a.5b.3a). Al­
tri non mangiano carne, distinguono giorno da giorno e condannano gli altri
(perché li considerano peccatori: rispettivamente, w . 2b.5a.3b).
La soluzione è espressa in forma descrittiva al v. 6: gli uni e gli altri si com­
portano così per il Signore. Se ne deduce che gli estranei non debbono interferire,
idea che spiega tanto gli imperativi - accogliere (v. 1), non disprezzare, non giu­
dicare (v. 3ab), ricercare la perfezione nella propria convinzione (v. 5C), - quanto
i rimproveri (vv. 4a.ioab) - farebbero le veci del Signore -, quanto le riflessioni
teoriche: Dio ha accolto (v. 3C), Dio sosterrà (v. 4bc), viviamo per il Signore (vv.
7-9), egli ci giudicherà (vv. ioc-12).

Non scandalizzarlo (14,13-23). Nella sezione successiva, dopo aver invitato a


non giudicare gli altri (v. i3a, riferito ai deboli), Paolo esorta a non dar loro scan­
dalo (v. i3b, riferito ai forti). Nel testo si intrecciano imperativi (vv. 13.15b.16.
19.20a.22) e riflessioni (vv. 14.15a.17 s 20bc.21.23). L’argomentazione, puntan­
do al contenuto, si svilupperebbe in tre passaggi: è male dar scandalo (vv. 14-16);
nel regno di Dio questo non è ammissibile (vv. 17-21); ma anche qui si lotta con­
tro il peccato degli altri (vv. 22 s.): beato te se nulla ti cruccia, però ricorda che
chi agisce contro coscienza commette peccato.

A imitazione di Cristo (15,1-6). Questa terza pericope si rivolge esclusivamen­


te a «noi che siamo i forti» (v. 1), invitandoli a imitare Cristo (vv. 1-3), che non
cercò di piacere a se stesso ma subì ogni tipo di insulto (v. 3). Dopo una parente­
si che precisa quanto ci offre la Scrittura (v. 4), in una prima benedizione «fina­
le» canta le lodi del buon accordo nella comunità (vv. 5 s ).

Per rispetto al popolo giudaico (15,7-13). La quarta pericope, come un finale


dopo un «finale» (vv. 5 s.), attacca riassumendo quanto detto (v. 7). Ma, pro­
prio perché i «forti» sono dei gentili, mette in relazione il tema con la dialettica
tra giudei e pagani, apparentemente lasciata da parte da 11,32. I giudei sono
ammessi per la fedeltà di Dio (v. 8), ma i gentili solamente per misericordia (v.
9), perché si uniscano al popolo di Dio (v. io), lodino soltanto Dio (v. 11: e non
se stessi!) e si sottomettano al discendente di lesse (e di Giuda: v. 12). La sezione
si conclude con una seconda benedizione finale (v. 13).
Il v. 8 è particolarmente interessante, poiché afferma non soltanto che Cristo
appartenne ai circoncisi, ma anche che divenne «ministro» della circoncisione (v.
2,6 2, L e g r a n d i lettere

8a; cfr. 11,13 s-)> e questo non per misericordia ma per la «verità» di Dio (v. 8b;
cfr. 3,7), non per compiere ma per «confermare» le promesse fatte ai padri (v.
8c; cfr. 9,4 s.).

6. Epilogo della lettera (15,14 -16 ,2 7)


L’epilogo è di un’estensione proporzionata a quella della lettera. Si divide chiara­
mente in due parti, separate tra loro da una terza benedizione finale (15,33; cfr.
vv. 5 s.13) nella quale non manca la parola «amen». La prima parte si distingue
per alcune riflessioni più teologiche (15,14-21), la seconda per una gran quantità
di raccomandazioni e saluti (16,1-16.21-23). Entrambe, tuttavia, contengono esor­
tazioni (15,30-32; 16,17-20) e benedizioni (15,33; 16,20.25 s.), al punto da dare
l’impressione che possa trattarsi di due corpi distinti. La prima sezione si divide
a sua volta in tre blocchi: a) alcune riflessioni sul ministero di Paolo, che si con­
cludono con una certa solennità al v. 21; b) una narrazione sui progetti di viag­
gio, che termina con il previsto arrivo a Roma (v. 29); c) un’esortazione, che ha
inizio con il termine parakalo («vi esorto») e si conclude con l’ «amen» del v. 33.
Anche la seconda parte può essere agevolmente suddivisa in sezioni distinte: a) una
raccomandazione (vv. 1 s.); b) saluti a determinati destinatari (vv. 3-16); c) un’e­
sortazione (vv. 17-20) conclusa da una quarta benedizione «finale» (v. 20; cfr. 15,
5 s.13.33); d) saluti da parte di persone vicine a Paolo (vv. 21-23); e) una dosso­
logia (davvero) finale (vv. 25-27).
Lo sviluppo di questo schema non presenta particolari difficoltà.

a) Primo commiato (15,14 -33)

Il ministero di Paolo (vv. 14-21). Le spiegazioni sui motivi che lo hanno spinto a
scrivere hanno chiare corrispondenze nel prologo della lettera: elogio dei credenti
di Roma (v. 14; cfr. 1,8.12), il suo dovere di giungere a essi (v. 15 a; cfr. 1,6 s.14
s.), la missione che gli è stata affidata (vv. i5b-2i; cfr. 1,1.5).
Si dilunga su quest’ultimo punto definendo la sua «grazia» (v. i5b; cfr. 12,
3.6) una funzione sacerdotale (in 1,9 aveva usato latreuo) che santifica anticipa­
tamente l’offerta dei gentili (v. 16 ; cfr. 12 ,1) , come un «vanto» (kauchesis; cfr.
5,2 s.n) il cui fondamento è in ciò che Cristo ha operato nella conversione dei
gentili (vv. 17 s.; cfr. 1,5) e si concretizza in segni, prodigi e potenza dello Spirito
(v. i9ab)lél lungo tutto il Mediterraneo (v. 19C; cfr. 1,14 ), laddove lui, Paolo, ha
gettato le fondamenta (vv. 20 s.).

Progetti di viaggio (w. 22-29). Nella parte narrativa Paolo passa continua­
mente dal passato al presente e al futuro; afferma che i «fondamenti» sono stati
posti nella regione dell’Egeo (v. 233; cfr. 2 Cor. 10,15 s.) e che può apporre al­
l’opera un degno «sigillo» recandosi in visita a Gerusalemme (v. 28b, sphragisa-
menos). Questa visita, accompagnata da una cospicua colletta, rappresenterà un
grande servizio per «i santi» (cfr. 12,13) e una specie di «paga» per ciò che han-
1 6 1 . Cfr. 1 , 4 . 1 6 ; 9 , 1 7 ; 1 5 , 1 3 -
L a lettera ai R o m a n i 2 .6 3

no ricevuto da essi (vv. 25-27). Immediatamente dopo potrà realizzare l’antico de­
siderio {cfr. 1,11.13) ^ passare da Roma (vv. 28b; cfr. v. 24), ove.giungerà cari­
co di benedizioni da Gerusalemme (v. 29; cfr. vv. 22.24.28 s.). Lì i romani lo aiu­
teranno a preparare il viaggio in Spagna (vv. 24.28).

Esortazione e benedizione (vv. 30-33). L’esortazione si tramuta in drammati­


ca richiesta di preghiere (v. 30), affinché sia liberato dai giudei non credenti (v.
3ia),l6i che potrebbero attentare alla sua vita (v. 32), e il suo servizio sia ben ac­
colto dai santi (v. 31 b; cfr. v. 25-283) i quali, in un certo senso, pagano le conse­
guenze del suo apostolato tra i gentili.163
Nella terza benedizione «finale» (v. 33) viene citato il Dio della pace, tema di
un certo rilievo a partire da 5,1.164

b) Secondo commiato ( 16 ,1- 2 7 )

In base a quanto diremo nel paragrafo successivo, 15,33 potrebbe costituire la


conclusione della lettera, giacché il cap. 16 potrebbe far parte di una lettera di­
versa. Per il momento scorriamolo così com’è.

Raccomandazione (vv. x s.). Sì riferisce a una donna, Febe, sorella e diacones­


sa, chiedendo che si comportino con lei come «fratelli» e «diaconi» (v. 2).

Saluti a determinati destinatari (vv. 3-16). Tra tutti i saluti, spiccano quelli ri­
volti a Prisca e Aquila (w. 3-53), nonché ad Andronico e Giunia (v. 7). I primi
hanno collaborato moltissimo con l’apostolo165 e continuano a riunire una chie­
sa nella loro casa (v. 5a). I secondi potrebbero far parte di quei «più di cinque­
cento» che videro Gesù molto tempo prima di Paolo {1 Cor. 15,6). Degli altri,
osserviamo che di molte donne (vv. 6.12) è detto che «hanno faticato» (ekopia-
san) nel Signore, espressione di solito applicata all’operato apostolico. Alcuni
gruppi sono semplicemente nominati (vv. 10b.11b.14 s.) o di essi si dice soltanto
che sono cristiani. Potrebbe trattarsi delle varie «chiese domestiche» che costi­
tuivano la comunità di Roma.
Alla fine dei saluti particolari giunge l’invito a salutarsi vicendevolmente (v.
i6a)166 e il saluto di tutte le chiese di Cristo (v. i6b).T6?

Esortazione e benedizione (vv. 17-20). L’esortazione è un serio ammonimento


a guardarsi da una minoranza in cerca di divisioni e scandali (v. 17), quando la
«dottrina» e 1’ «obbedienza» esigono tutt’altro (v. i^a).168 Qui Paolo si avvicina
molto a una parola di Cristo, ma tralascia i serpenti e le colombe: bisogna essere
saggi per il bene, e semplici per il male (v_ i^b).169
162. Cfr. 8,35; 12,1. 163. Cfr, j Tess. 2,14-16.
164. Cfr. 8,6; 14,17.19; 15,33. 165. Cfr. 1 Cor. 16,19; 2 Tim. 4,19.
166. Cfr. 1 Cor. i6,2ob; 2 Cor. i3,i2a; FU. 4,2ia; 1 Tess. 5,2.6.
167. Cfr. r Cor. i6,i6a; 2 Cor, 13,126; FU. 4,2ib.
168. Cfr. entrambe in 6,17; «obbedienza» in 1,5; 5,19; 6,16; 15,18.
169. Cfr. 11,25; 12.,16; Mt. 10,16.
264 Le grandi lettere

La quarta benedizione «finale» (v. 20; cfr. 15,5 s.13.33) torna per la nona vol­
ta sul tema della pace.170

Saluti da parte di altre persone (w. 21-23). Salutando a nome di altri che so­
no insieme a lui (vv. 21-23), Paolo ripete elogi fatti a persone citate prima. Invia­
no saluti Timoteo, il «collaboratore» (v. 2ia; cfr. w. 3.92), tre «della mia razza»
(v. 2ib; cfr. w. 7b.na), colui che scrisse la lettera {v. 22), Gaio, che ospita Pao­
lo e tutta la comunità (v. 23a; cfr. vv. 1 s.), Erasto, amministratore della città (v.
23b), e infine Quarto, il fratello (v. 23C; cfr. vv. 1.14). Con ciò la lettera si con­
cluderebbe nel modo più prosaico che si possa immaginare.

Dossologia finale (vv. 25-27). Nella sua attuale redazione, invece, la lettera ter­
mina menzionando una serie di temi già affrontati nel testo, benché non sempre
con lo stesso significato: a) fortificare (v. 25a; cfr. 1,11); b) il mio vangelo (v.
25b);I?I c) il kerygma di Gesù Cristo (v. z<yb);L71 d) la rivelazione (v. zjb);173 e) il
mistero (v. 25b);174 f) taciuto per tempi eterni (chronois aioniois sesigemenou: v.
25b);175 g) rivelato (v. 26'a);176 h) ora (v. 2é>a);177 i) per mezzo delle scritture profe­
tiche (v. 2éa; cfr. 1,2); /) secondo il comando del Dio eterno (v. zéb);178 ni) fat­
to conoscere (v. 26'c);179 n) a tutte le genti per l’obbedienza della fede (v. 2.6b);l8°
o) Dio, Punico sapiente (v. 27a;cfr. 11,33);^) per mezzo di Gesù Cristo (v. 27b);l8r
q) la gloria nei secoli (v. 270).182
Si tratta proprio di un ottimo lavoro, probabilmente opera di un discepolo as­
sai capace, soprattutto se si considera che Paolo non era solito comporre riepilo­
ghi tanto completi al termine delle sue lettere.

III. Q U ESTIO N I A P E R T E

Le importanti «questioni aperte» relative a Romani sono senza dubbio


di natura teologica: cosa significa concretamente «giustizia di Dio», in
che senso un empio può essere «giustificato», fino a che punto la corru­
zione «originale» dell’umanità è totale e permanente, in che senso la
predestinazione divina annulla o rispetta la nostra libertà, ecc. Nel pros­
simo capitolo diremo qualcosa a proposito di ciascuna di esse.
170. Cfr. 1,7; z,xo; 3,17; 5,1; 8,6; 14,17.19; 15,13.33.
171. Cfr. 2,16; euangelion in 1,1.9.16; 10,16; 11,28; 15,16.19.
172. Cfr. kerysso in 2,21; 10,8.14 s.
173. Cfr. apokalypsis in 2,5; 8,19; apokalypto in 1,17 s.; 8,18. 174. Cfr. 11,25.
175. Cfr. chronos in 7,1; apokekrym m enen... p rò ton aionon in 1 Cor. 2,7.
176. Cfr. 1,19; 3,21.
177. Cfr. nyn in 3,26; 5,9.11; 6,19.21; 8,1.18.22; 11,5.30 s.; 13,11; nyni in 3,21; 6,22;
7,6.17; 11,30; 15,23.25. 178. Cfr. aìonios - con zoe - in 2,7; 5,21; 6,22 s.
179. Cfr. 9,22 s. 180. Cfr. 1,5; 5,19; 6,16; 15,18; 16,19.
181. Cfr. dia, riferito a Gesù Cristo, in 1,5.8; 2,16; 3,22.24; 5,1 s.io s.17-19.21; 7,4.25;
10,17; 15,30.
182. Cfr. 11,36; eìs tous aionas in 1,25; 9,5; doxa riferito a Dio in 1,23; 3,7.23; 4,20; 5,2;
6,4; 9,2.3; 15,7-
L a lettera ai R o m a n i 265

Dal punto di vista storico e letterario, facendo un passo in più rispet­


to a quanto già detto, possiamo formulare due interrogativi, simili a
quelli posti a proposito di altre lettere: il primo sull’unità e l’integrità
della lettera, il secondo sugli «avversari» che essa affronta. Quest’ulti­
mo interrogativo può anche rimanere in sospeso, perché non risulta l’esi­
stenza di avversari. Ma anche senza oppositori, è evidente che la lettera
ai Romani polemizza costantemente. Allora la domanda può essere: che
senso ha tutta questa polemica?

1. Unità e integrità della lettera ai Romani

Benché il fatto che la lettera consti di uno oppure due nuclei rimanga
discutibile, tutti gli esperti convengono nello scoprirvi tra le parti un
piano e un coordinamento tali da non eguagliare nessun altro scritto
paolino. Ecco perché, almeno per quanto riguarda i primi tredici capito­
li, essi sono stati considerati come un blocco intoccabile da parte di pra­
ticamente tutti gli scrittori antichi e i critici moderni.183 La discussione
diventa più vivace a proposito della conclusione della lettera e le propo­
ste vanno dalla «soppressione» (o «attribuzione ad altro autore») dei tre
versetti conclusivi (16,25-27) a quella degli ultimi tre capitoli (14-16).
La seconda opzione è stata «avanzata» da F.Ch. Baur per ragioni di
contenuto.184 L ’autore era riuscito a interpretare la lettera come un at­
tacco in piena regola di Paolo contro la «roccaforte» dei «petrini» a
Roma,185 ma si accorge che gli ultimi tre capitoli non si prestano a que­
sta sua interpretazione: danno infatti l’impressione che i «forti» (o «pao-
lini») siano più numerosi dei «deboli» (0 «petrini») e vi si dicono cose
«scandalose» sulla posizione rispettivamente di giudei e gentili davanti a
Dio (spec. 15,8-10). I tre capitoli sarebbero un’aggiunta «protocattoli­
ca», un’opera redatta nel momento in cui si volle cercare una sintesi tra
«petrinismo» e «paolinismo» (sulla scia di Luca e di molte delle lettere
che portano il nome di Paolo).
Nella tradizione manoscritta, tuttavia, mancano le basi per quest’af­
fermazione e non sono molti coloro che su questo punto hanno seguito

183. Come caso veramente eccezionale citiamo W. Simonis, D er gefangene Paulus: Die Ent-
stehung des sogenannten Ròm erbriefs und anderer urcbristlicher Schriften in R om , Frankfurt
1990.
184. Baur, Paulus , 398. Affermata l’impossibilità di ipotizzare che la lettera sia stata indirizza­
ta ad amici - «sembra possa essere fuori discussione che l’apostolo abbia scritto ai romani
come a una comunità amica, ma piuttosto la fa scrivere loro in quanto suoi avversari» -, dà
ragione a quanti dubitano dell’autenticità del cap. 15; sulla lettera cfr. pp. 332-416.
185. Sebbene altrove neghi che Pietro sia mai stato a Roma (Sogenannten , 71), in Paulus7
223-225 rifiuta la testimonianza di Clemente (1 Clem. 5,6 s.) perché raffigura i due apostoli
troppo amici tra di loro: «non ostili l’uno all’altro, ma fraternamente insieme».
266 L e g ra n d i lettere

l’interpretazione di Baur. Seguendo un ragionamento analogo, Marcio-


ne aveva soppresso i passi successivi a 1 5 ,1 , non tanto perché lo distur­
basse la sovrabbondanza dei «forti», quanto ciò che si afferma in 15 ,8 ­
10 a proposito dei giudei. La tradizione manoscritta, da parte sua, ci
aiuta a porre determinati problemi relativi al cap. 16 non riguardanti
tanto la soppressione di testi quanto la collocazione ineguale di due
frammenti: il v. 2ob e i vv. 2 5 -2 7 .186 II primo, oltre alla collocazione tra­
dizionale potrebbe situarsi anche dopo il v. 23 (ripetuto o spostato). I
vv. 25-27 hanno una mobilità maggiore e raramente sono soppressi (so­
lo F e G, tra gli onciali) o duplicati (A e P li collocano dopo 14,23 e do­
po 16,23), Però vantano due collocazioni alternative: dopo 14,23 (L,
044, 0209, oltre ai citati A e P) e dopo 15 ,33 (solo il Papiro 43). La col­
locazione tradizionale è sostenuta probabilmente dal Papiro 61, estre­
mamente frammentario, e dagli onciali più significativi: 01, B, C e D.
Tanto il v. 2ob quanto i w . 25-27 hanno carattere di «finale». Ciò
potrebbe significare che quanto viene dopo è stato aggiunto. Ma un si­
mile argomento non risulta molto convincente in una lettera che di «fi­
nali» abbonda (cfr. 15 ,5 s.13.33, per citare solo gli ultimi). Inoltre, i w .
25-27 (e qui oltrepasseremmo i limiti della critica testuale) mostrano un
certo carattere di finale «artificiale»: una riunione quasi «sinfonica» dei
temi presenti in tutta la lettera, priva di precedenti evidenti nelle altre
lettere e che, d’altra parte, produce un «suono» ben preciso. Non è ra­
ro, pertanto, trovare chi consideri non autentico questo frammento (seb­
bene sia omesso solo da F e G). Il problema allora è sapere se possiamo
considerare non autentico, o almeno «fuori luogo», ciò che in alcuni
manoscritti segue il frammento. Ma anche qui i manoscritti sono di po­
co aiuto; come dicevamo, in alcuni esso figura due volte e altri lo collo­
cano rispettivamente dopo 14 ,23, 15 ,3 3 0 16,2,3.
Collocarlo dopo 14 ,2 3, sull’esempio di Marcione che sopprimeva i
capp. 15 e 16, risulta letterariamente impossibile: il tema del cap. 14 si
conclude in 1 5 ,1 3 . Collocarlo dopo 15 ,3 3 dà sostegno alla teoria se­
condo la quale il cap. 16 faceva parte di una «lettera agli Efesini» o di
una seconda versione della lettera omonima, inviata dallo stesso Paolo a
questa comunità. Questa teoria prende le mosse dall’idea che l’apostolo
non poteva conoscere tanta gente in una comunità in cui non aveva mai
posto piede, né poteva definire suoi «collaboratori» alcuni (vv. 3.93),
«compagni di prigionia» altri (v. yc), chiamare «caro» così tante perso­
ne (w. 5bc-8.9b.12b) e persino trovare una persona che per lui era co-

t86. Cfr. Metzger, Textual, 476 s.; K.P. Donfried, A Short N ote on Romans 16 : JBL 89
(1970) 441 449; J.I.H. McDonald, Was Rom ans X V I a Separate Letter?: NTS 16 (1970) 369­
372; anche Vidal ritiene che Rom . 16,1-27 costituisca una lettera indirizzata alla comunità di
Efeso, Cartas , 359-367.
L a lettera ai R o m a n i 2 .6 7

me una madre (v. 13). L ’argomento ha un certo valore, ma non costitui­


sce l’unica spiegazione possibile, a parte le difficoltà che comportano sia
l’idea che il cap. 16 sia l’unico frammento (proprio questo!) conservato
di una lettera andata perduta, sia l’idea che l’apostolo scrisse la lettera
in due versioni (non esistono precedenti di una circostanza simile).
Oltre al flusso normale di persone (e persone con un'idea) che si reca­
vano a Roma, tra le quali l’apostolo potrebbe aver conosciuto qualcuno
sin dagli anni 40 (si andava a Roma anche passando da Antiochia!), Pao­
lo stesso potrebbe aver inviato espressamente nella capitale delia gente
sua (i «cari collaboratori») che potrebbe avergli fatto conoscere deter­
minati nominativi. Grazie a tutto ciò, Romani non sarebbe stata un’av­
ventura alla cieca ma il coronamento di un lavoro precedente.
A parte l’eccesso di persone conosciute, il nostro unico dubbio ri­
guardo all’unità e integrità dello scritto resterebbero i tre versetti finali.
Davanti a una lettera così ben redatta, che terminava porgendo i saluti
di Erasto, amministratore della città, e di Quarto, il fratello (16,2,3), un
bravo discepolo - se non lo stesso Paolo - potrebbe aver sentito la ne­
cessità di comporre un degno finale.
Una breve nota riguardo alla presunta composizione della lettera. Se
per altre lettere ipotizzavamo un’eventuale incorporazione di frammenti
redatti precedentemente dall’apostolo, qui osserviamo che, da una par­
te, vi è una maggiore necessità di ricorrere alle lettere precedenti come
tali, mentre dall’altra, trattandosi di un’opera di maggior respiro lette­
rario, sarebbe più corretto definire il procedimento «rielaborazione» e
non «incorporazione». Nel corso dell’analisi svolta abbiamo inserito ci­
tazioni tratte dalle lettere precedenti: per alcune può trattarsi di sempli­
ci coincidenze, ma di altre ci sentiamo di dire che sono un ritorno con­
sapevole a temi già trattati. A nostro avviso è più che probabile che Pao­
lo conservasse una copia delle proprie lettere (inviate o meno) e durante
quell’inverno a Corinto dovette rileggerle. Dovette poi riprenderne non
tanto ciò che aveva scritto come predicatore, o come catechista, ma
piuttosto - utilizzando la terminologia attuale - come «teologo», come
uomo che, alla luce di Cristo, procede nella comprensione del pensiero
di Dio e della realtà dell’uomo. Come è scritto in 1 Cor. (2,6.9 s.16):
Tra i perfetti parliamo di sapienza, ma non della sapienza di questo mondo... co­
me è scritto: «L’occhio non ha visto e l’orecchio non ha udito», né mai venne in
mente all’uomo ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Dio lo ha ri­
velato a noi per mezzo del suo Spirito... perché conosciamo i doni che Dio ci ha
fatto... Noi abbiamo il pensiero di Cristo.
2. «Avversari» a Roma

Se l’occasione storica della lettera era sufficientemente chiara (sopra, i.


2), lo stesso non si può dire della sua «occasione ideologica»: nello scri­
verla, cosa si proponeva l’apostolo?187
L ’unica cosa che non si può dire è che in Romani non vi sia polemica.
Le prime due sezioni nel corpus della lettera (1,18-20 ; 2 ,1 s.) partono in
tono decisamente veemente. Dunque ci sono degli avversari, ma posso­
no essere presenti (i destinatari) o assenti (i destinatari vengono messi in
guardia da loro), reali (si mettono in discussione le loro posizioni auten­
tiche) o immaginari (semplici punti di riferimento retorici di un’esposi­
zione che procede per conto suo).
Nella storia dell’esegesi è stato determinante l’indubbio parallelismo
tra Romani e Galati. Quasi senza esaminare da vicino la questione, si è
dato per scontato che gli avversari fossero cristiani «giudaizzanti». Così
credettero gli stessi marcioniti, come emerge dai «prologhi» stampati
insieme ad alcune edizioni della Vulgata:
Romani sunt in partibus Italiae. Hi praeventi sunt a falsis apostolis, et sub nomi­
ne Domini nostri Iesu Christi in legem et prophetas erant inducti. Hos revocai
apostolus ad veram evangelicam fìdem, scribens eis a Corintho.
Se invece di «la legge e i profeti», contro i quali la lettera ai Romani non
ha nulla (cfr. 3,21), mettiamo le pratiche giudaiche, avremo un punto di
vista assai diffuso nel corso dei secoli. Ma non è certo l’unico. Già Ori­
gene indirizza la discussione non verso alcune pratiche in quanto tali,
ma verso la «dignità» di giudei e gentili:
In hac epistola Paulus velut arbiter quidam inter Iudaeos et Graecos, id est eos
qui ex gentibus credunt, utrosque ad fìdem Christi ita evocai et invitai, ut neque
Iudaeos offendat penitus destruendo ludaicos ritus, neque gentibus iniiciat despe-
rationem confirmando observantiam legis et litterae; et sive de repromissionibus
memoret, sive de poenis, ad utrumque populum dividit verbum.
Più chiaramente, in un altro argumentum della lettera:
Ecclesiam e duobus populis, id est de Iudaeis et gentilibus, congregatam exae-
quat meritis, ut causas ei auferat simultatis quae de voluntate praelationis mu­
tuae nascebantur.
Con ciò viene presentata un’altra alternativa: l’apostolo desidera mette­
re pace tra gli uni e gli altri, oppure lotta in favore degli uni contro gli
altri?
187. Cfr. G. Klein, D er Abfassungszweck des Ròm erbrìefes: BEvTh 50 (1968) 129-144; P.S.
Minear, The Obedience o f Faith: The Purposes o fP a u l in thè Epìstle to thè Rom ans , Naper-
ville 1971.
L a lettera ai R o m a n i 269

F.Ch. Baui, ad esempio, ammette che le pratiche giudaiche non costi­


tuiscono la preoccupazione primaria della lettera, però in essa vede una
sorta di assalto alla roccaforte «petrina» da parte dello stesso Paolo.188
Questa idea può essere in qualche modo dedotta dal cap. 16 (che co­
munque Baur rifiutava): Paolo avrebbe prima mandato i suoi «partigia­
ni» (i suoi «cari collaboratori») contro la fortezza «petrina», per poi
lanciare l’assalto definitivo con la sua lettera.
Volendo esprimere un’opinione, diremmo che è assai improbabile che
Roma fosse una «roccaforte petrina», nel senso di «giudaizzante». Tale
opinione è confortata persino dai pochi dati offerti dagli storiografi pa­
gani. Romani viene composta solo sette anni prima dell’incendio di Ro­
ma e della persecuzione ad opera di Nerone. A quell’epoca, stando a
Svetonio e a Tacito, dei cristiani si raccontavano cose assai poco grade­
voli: ricordiamo1®9 che parlavano di una «superstizione nuova e malefi­
ca» (Svetonio) e ai cristiani si imputavano pratiche depravatorie (flagì-
tia) che li rendevano odiosi (Tacito); tuttavia nessuno suggerisce che
fossero stretti osservanti della legge giudaica. Anzi, neppure si suppone
che siano giudei, come si apprenderebbe da un primo testo di Sveto­
nio.190 Benché da questo stesso testo risulti che il loro C hrestus fosse
causa più di tumulti che di pacifica convivenza sotto una stessa legge.
Più che di pagani «giudaizzati» doveva trattarsi di giudei «gentilizzati».
La stessa lettera ai Romani, poi, riporta dati diretti (i passi più «epi­
stolari», come 1,5 -7 .1 3 -1 5 e il cap. 14) che, come si è già osservato,
suggeriscono piuttosto che la comunità di Roma era formata prevalen­
temente da gentili, con la tendenza non tanto a esaltare quando a umi­
liare i convertiti giudei. Se le cose stanno davvero così, forse bisognerà
riconoscere che la lettera ai Romani non era lo scritto più appropriato
per la comunità di Roma com’era in realtà. A prima vista, Romani ri­
flette le lotte sostenute dall’apostolo negli ultimi anni (ad esempio in Gala-
zia e a Corinto) più che il pericolo di un «gentilismo» eccessivo.
La risposta dev’essere duplice: in primo luogo, la lettera ai Romani
intende certo riassumere quanto Paolo ha compreso più profondamente,
pensato e scritto in quegli anni devastati dalla polemica. In secondo luo­
go, tuttavia, deve rimanere un’opera originale che però non può ignora­
re del tutto il pubblico che ha di fronte. Ciò che i cristiani gentili di Ro­
ma avevano più bisogno di sentire in quei momenti era che avevano avu­
to origine da un «tumulto» tra giudei, e che si avviavano verso una «su­
perstizione nuova»191 (non proprio malefica!); tuttavia non potevano di­
menticare che, con meno diritti rispetto ai loro predecessori, stavano
188. Cfr. s o p r a , nn. 1 8 4 s. 1 8 9 . T e s ti cita ti s o p r a , c a p . 1 1 1 , 1 .
1 9 0 . Vita di Claudio 2 5 , g ià cita to (s o p r a , c a p . in , 1).

1 9 1 . S ta n d o ai due testi di S v e to n io .
270 L e g ra n d i lettere

occupando il posto lasciato libero dai giudei non credenti. A nostro av­
viso la lettera sa guidare la riflessione in modo tale da portare esatta­
mente a queste conclusioni.191
Tornando all’esposizione proposta alFinizio di questo capitolo, direm­
mo che l’apostolo esorta il lettore presente polemizzando con un avver­
sario assente: il «tu» delPinterlocutore giudaico di 2,17-24 . Fin dal prin­
cipio gli attacchi ai giudei (2 ,1-5 .17-2 3; 3,9-20) sono più violenti di quelli
contro i pagani (1,2 1-3 1), ma in fondo si afferma semplicemente che an-
cb’essi sono peccatori; la questione è verificare se lo sono nella stessa mi­
sura. In molti passi l’argomentazione di Paolo smonta (o sembra smon­
tare) i privilegi giudaici, provocando la replica indignata di un inter­
locutore giudaico immaginario (3,1.9 .2 7 .31; 4,r; 6 ,1.15 ; 7,7; 9,19; 1 1 ,1 .
11). Molte volte, però, questi interventi meritano risposte che riportano
l’equilibrio, proprio quelle che l’apostolo stava cercando. Unendo do­
mande e risposte e utilizzando i testi della lettera si potrebbe comporre
il dialogo seguente:
g iu d eo Qual è dunque il vantaggio di essere giudeo e quale l’utilità della circon­
cisione? (3,1).
pa o lo Molti, sotto tutti gli aspetti. Prima di tutto perché a loro sono state af­
fidate le parole di Dio (v. 2).
g iu d eo Che dunque? Noi abbiamo qualche superiorità? (v. 9).
pao lo Nient’affatto! Abbiamo già dimostrato, del resto, che sia i giudei sia i
greci, tutti sono sotto il peccato (ibid.).
g iu d eo Togliamo dunque valore alla legge per mezzo della fede? (v. 31).
pao lo Nient3affatto! Anzi, confermiamo la legge {ibid.).
g iu d eo Che diremo dunque? Che la legge è peccato? (7,7).
pao lo N o certamente! Però io non avrei conosciuto il peccato se non fosse
stato per la legge {ibid.).
g iu d eo Dio ha forse ripudiato il suo popolo? (11,1).
pa o lo Nient3affatto! Poiché anch’io sono israelita, della discendenza di Àbra­
mo, della tribù di Beniamino. Dio non ha ripudiato il popolo che aveva scelto
(w. 1 s.).
g iu d eo Hanno inciampato per cadere? (v. 11).
pao lo Nient3affatto! Ma la loro caduta è salvezza dei gentili per suscitare la
loro gelosia. Poiché se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro falli­
mento ricchezza delle nazioni, quanto più la loro pienezza (v. 11 s.).
Fin dall’inizio della lettera l’apostolo aveva sostenuto che il vangelo è
«forza di salvezza prima per il giudeo e anche per il gentile» (1,16), che
«Cristo è stato ministro della circoncisione per la fedeltà di Dio, per
confermare le promesse fatte ai padri; i gentili, invece, glorificano Dio
per misericordia» (15,8 s.). In altre parole, rammenta ai gentili che se,

192,. Cfr. S.K, Stowers, The Diatribae and PauVs Letter to thè Rotnans , Chico, Cai. 1986.
L a le tte ra a i R o m a n i ..... 2 7 1

convinti di essere loro adesso gli eletti, disprezzano i giudei {cfr. 11,19 ),
a maggior ragione saranno ripudiati (w. 22-24). Ed è proprio il mes­
saggio che la maggioranza gentile della comunità di Roma aveva biso­
gno di sentire.
Paolo aveva quindi imparato qualcosa dagli oratori greci e romani:
l’arte di guidare il pubblico ad accogliere, senza rendersene conto, le pre­
messe della posizione che, presentata direttamente, sarebbe stata rifiu­
tata.

Bibliografia
Nel xx secolo il numero di commenti piuttosto estesi alla lettera ai Romani è ve­
ramente elevato. In genere si tratta di opere della maturità, come se ogni singolo
autore si fosse preparato per tutta la vita a produrre un tale frutto. Continuiamo
a preferire quello di Lagrange (citato) come maestro di esegesi, benché in alcune
parti (assai poche in verità!) ne sia avvertibile la matrice cattolica. Accanto a que­
sto metteremmo il commento di U. Wilckens, Der Briefan die Ròmer, 3 voli., Zù-
rich-Neukirchen/Vluyn 1978-82. L’autore è un protestante, aperto e molto ben do- '
cumentato. Abbiamo citato il commento di K. Barth (ed. or. 1919) come riferimen­
to storico, ma è un’opera non particolarmente utile ai fini di un’esegesi analitica.
Sono letti universalmente con grande rispetto i commenti cattolici di O. Kuss,
La lettera ai Romani, Brescia 1962-1981, incompiuto; H. Schlier, La lettera ai
Romani, Brescia 1982; R. Pesch, Ròmerbrief, Wùrzburg 1985; D. Zeller, Der
Brief an die Ròmer, Regensburg 1985; J.A. Fitzmyer, Lettera ai Romani. Com­
mentario critico-teologico, Casale Monf. 1999. Tra i tedeschi protestanti O. Mi­
chel, Der Brief an die Ròmer, Gòttingen 5i978, rappresenta il partito moderato,
mentre E. Kàsemann, An die Ròmer, Tubingen 1973, e O. Haenchen, Der Brief
an die Ròmer, Gòttingen 1978, si collocano su una linea più «avanzata» (benché
possano considerarsi opere della maturità rispetto ad altre opere dei medesimi au­
tori). I lavori di C.K. Barrett, A Commentary on thè Epistle to thè Romans, London
- New York 2i99i; C.E.B. Cranfield, A Criticai and Exegetical Commentary on
thè Epistle to thè Romans, 2 voli., Edinburgh 1975. 1979 (commento assai com­
pleto) e J.D.G. Dunn, Romans, 2 voli., Dallas 1988 fanno onore alla tradiziona­
le perspicacia e moderazione anglosassone.
Tra i commenti disponibili anche in lingua italiana sono significativi P. Althaus,
La Lettera ai Romani, Brescia 1970; K. Kertelge, Lettera ai Romani, Roma
2i985; W. Schmithals, Paolo. Lettera ai Romani, Torino 1990. Recente è l’este­
so commento di A. Pitta, Lettera ai Romani, Cinisello Bals. 2001.
Come per le lettere già esaminate, i volumi del Colloquio Paolino presentano
una sorta di commento «polifonico» alla lettera. Vi troviamo Foi et salut selon
Saint Paul, Roma 1970; L. De Lorenzi, Battesimo e Giustizia in Rom 6 e 8, Ro­
ma 1974; Idem, The Law of thè Spirit in Rom 7 and 8, Roma 1976; Idem, Die
Israelfrage nach Rom 9-1 1, Roma 1977; Idem, Dtmensions de la vie chrétienne
(Rom 12-13), Roma 1979; Idem, Freedom and Love (1 Cor 8-10; Rom 14-15),
Roma 1981.
2.72. Le grandi lettere

Qualcosa di ciò che è stato scritto a proposito di punti specifici della lettera
sarà citato nel capitolo successivo. Proponiamo qui - come tema che può essere
ulteriormente approfondito - qualche lavoro sull’intento e/o la struttura della let­
tera: L.A. Jervis, The Purpose of Romans. A Comparative Letter Structure Invest­
igatane Sheffield 1991; P.S. Minear, The Obedience of Faith: The Purposes of
Paul in thè Epistle to thè Romans, Naperville 1971; B. Rossi, La struttura lette­
raria di Romani: SBFLA 38 {1988) 59-133.
Capitolo xi

Teologia delle grandi lettere:


l’antropologia teologica

Dacché le scienze hanno preso a modello la matematica, pare assai diffì­


cile considerare la teologia come una di esse. D’altronde si continua con
estrema naturalezza a unire la parola «teologia» a termini come «facol­
tà» e «dottorato». Ma, pur ammettendo che le «facoltà» e i «dottorati»
in teologia siano realtà effettive, c’è da chiedersi come si potrà applicare
lo stesso concetto alle espressioni di un certo fabbricante di tende del i
secolo che, senza aver frequentato nessuna università, d’un tratto seppe
combinare il suo lavoro con l’annuncio del vangelo in tutto il mondo.
Per questo motivo non sono mancate opere che ricercando definizioni
più modeste per la loro visione d’insieme del pensiero dell’apostolo Pao­
lo hanno parlato di «messaggio», di «vangelo», di «religione» o di «pen­
siero» paolini.12Ad ogni modo, il termine «teologia» applicato a Paolo è
ben lontano dall’essere abbandonato.1 Nel nostro caso, pur attribuendo
al termine un significato alquanto ridotto, vorremmo rivendicare un sen­
so specifico del termine «teologia» applicato al pensiero di Paolo nelle
sue grandi lettere. Se per «teologia» intendiamo un’elaborazione perso­
nale dei contenuti della fede, dovremmo dire che, prescindendo da quan­
to abbiamo detto sul tema della parusia, il contenuto esposto nel cap. v
non è teologia o, forse, non è teologia paolina. Per l’apostolo, se la no­

1 . A b b ia m o g ià c ita to J . M . G o n z à le z R u iz , E l mensaje e E l evangelio; a tito lo d i e se m p io a g ­


g iu n g ia m o E . B u o n a iu ti, Il messaggio di Paolo, C o s e n z a 1 9 8 8 ; P. S tu h lm a ch e r, Das paulinische
Evangetium, G ò ttin g e n 1 9 6 8 5 S . K im , The origin o fP a u l’s Gospel, T iib in g e n 1 9 8 1 ; F . A m io t ,
L ’enseignement de Saint Paul, Paris 1 9 6 8 ; Id e m , Les idées maitresses de Saint Paul, P a ris
1 9 5 9 ; A . T . L in c o ln , Paradiso ora e non ancora. Cielo e prospettiva escatologica nel pensiero di
Paolo, B rescia 1 9 8 5 ; H .W . B o e rs, The Foundation o fP a u l’s Thought. A Methodological Invest-
igation: S t T h 4 2 { 1 9 9 4 ) 5 5 - 6 8 ; J . G . M a c h e n , The Origin o f Paul’s Religion, G r a n d R a p id s ,
M ic h . 1 9 6 6 .

2 . C itia m o , tra le a ltre , le o p e re d i J . M . B o v e r , Teologia de San Pablo, M a d r id 1 9 6 7 ; G . E ic h -


h o lz, La teologia di Paolo. Le grandi linee, B re scia 1 9 7 7 (ed . or. J 9 7 z> 1"L977-> n u o v a ed. 1 9 8 5 ) ;
J . A . F itz m y e r, Paul and His l'heology. A tìrief Sketch, E n g le w o o d C liffs - L o n d o n 1 9 6 7 ,
2i 9 8 9 ; Id e m , According to Paul. Studies in thè Theology ofth e Apostle, N e w Y o r k - M a h w a h
1 9 9 3 ; K . K e rte lg e , Grundthemen paulinischer Theologie, F r e ib u r g 1 9 9 1 ; H .J . S c h o e p s , Paul.
D ie Theologie des Apostels im Lichte der jiidischen Religionsgeschichte, T iib in g e n 1 9 5 9 ; R .
D ie tz fe lb in g e r, Die Berufung des Paulus ah Ursprung seiner Theologie, N e u k ir c h e n 1 9 8 5 ;
T .W . M a n s o n , Cristo en la teologia de Pablo y Juan, M a d r id 1 9 7 5 oltre ai recen ti G . B a r b a ­
g lio , La teologia di Paolo. Abbozzi in forma epistolare, B o lo g n a 1 9 9 9 e J . D . G . D u n n , La teo­
logia dell’apostolo Paolo, B re scia 1 9 9 9 .
2 .7 4 L e g ra n d i lettere

stra ricostruzione è valida, tutto quanto lì veniva presentato proveniva


concretamente dalla massa di nozioni trasmessegli come «la fede», sen­
za togliere o aggiungere nulla. Ne deriva che su tali punti (noti come
«catechismo» e riassunti nel «credo») coincidono tutti gli autori del
Nuovo Testamento e tutte le confessioni cristiane (cfr. i Cor. 15 ,11).
Paolo, tuttavia, proseguì la sua riflessione sui contenuti della fede e
cominciò a esporre le sue considerazioni a partire dalla prima ai Corinti
(cfr. 1 Cor. 2,6; 3 ,1 s.).3 In quelle riflessioni personali l’apostolo arriva a
distinguersi da altri autori, persino del Nuovo Testamento, tanto che
molti l’hanno contrapposto a essi. Il brutto è che, per contrapporlo an­
cora di più, molti esegeti hanno finito per mutilarlo: lasciano in ombra
gli aspetti che accomunano Paolo agli altri, negano la paternità paolina
agli scritti che non coincidono con la loro idea dell’apostolo e interpre­
tano nel modo più radicale possibile quanto più coincide con essa.4
Un’esposizione completa della dottrina delle quattro grandi lettere
dimostrerebbe che, per l’apostolo, il catechismo permane fondamentale
(potremmo provarlo con testi di tutte le lettere) e tutta la sua teologia
nasce coerentemente dal suo catechismo e si comprende meglio alla luce
di esso. Inoltre, in tutti i capitoli di questa dottrina incontreremmo un
tipo di teologia originale e autentica, degna di essere studiata.5
Questo capitolo si concentrerà sui punti in cui più emerge l’originali­
tà di Paolo, quelli solitamente addotti per definire il cosiddetto «paoli-
nismo». Come abbiamo detto a proposito della lettera ai Romani, inte­
ressano l’ambito della «soteriologia» (= «trattato della salvezza», per chi
la considera soprattutto dal punto di vista di Dio) o «antropologia teo­
logica» (per chi la considera dal punto di vista dell’uomo).6 A detta di
alcuni l’intera teologia di Paolo si compendia sotto questa voce, e persi­
no con alcune limitazioni: non in tutte le lettere, ma quasi soltanto in Ro­
mani, e non in tutta la lettera ai Romani, ma unicamente in alcuni passi,
dei quali si dà un’interpretazione ben lungi dall’essere unanime persino
tra gli esegeti protestanti.7 E qui dovremo tributare i dovuti onori a tutti

3. Da vari versanti si nota un cambiamento in Paolo dopo la prima lettera ai Corinti; cfr. M.
Pesce, D ue fa s i ; G. Strecker, Befreìung, 229-259.
4. Il rifiuto di accettare che Luca p o ss a essere stato compagno di Paolo e Paolo p o ssa aver scrit­
to lettere come Efesini e Colossesi, ha molto a che vedere con la visione di un canone - il pao-
linismo stretto alla luce di un’interpretazione radicale di R o m . 1-4 - all’ interno del canone de­
gli scritti canonici. L ’ aspetto negativo è che, procedendo in questo modo, si salverebbero solo
alcuni frammenti, persino di quelle che vengono considerate lettere indubbiamente autentiche.
5. Confidiamo di potervi attendere in un prossimo lavoro.
6. Facendo un passo in più si è giunti a porre questo dilemma: «teologia 0 antropologia», cfr.
H. Conzelmann, D ie R e c h tfe rtig u n g des P a u iu s: T h e o lo g ie o d e r A n th ro p o lo g ie ? : EvTh 28
(1968) 389-404, col rischio di fermarsi al secondo termine.
7. Bultmann, T e o lo g ia , 1 8 1 - 3 3 6 , riduce la teologia dell’apostolo a una descrizione dell’ «uomo
prima della rivelazione della p is tis » (pp. 18 4 -2 5 7 ), e «l’uomo sotto la p istis» (pp. 2 57-336 );
T e o lo g ia delle g ra n d i lettere 17 5

questi testi e a tener conto delle loro diverse interpretazioni. Faremo pe­
rò in modo almeno di integrarli nel complesso delle quattro grandi let­
tere, mettendoli in relazione con il resto della teologia dell’apostolo.
La visione teo-antropologica di Paolo ha il suo punto d’avvio nel pec­
cato; segue un fallito tentativo di salvezza, la legge; inizia in senso pro­
prio con un’iniziativa divina che è la «grazia», ripetutamente definita
«giustificazione», la quale passa per una risposta umana che è la fede.

1. Il peccato dell’umanità
a) Le lettere ai Corinti

Al di fuori della lettera ai Romani, il peccato riveste un ruolo relativa­


mente modesto. Le due lettere ai Corinti in generale non trascendono il
significato «corrente» della parola; asseriscono che chi commette impu­
dicizia «pecca contro il proprio corpo» (1 Cor. 6,18: forse perché resta
«segnato» dal ricordo della sua colpa); che chi si sposa «non commette
peccato» (1 Cor. 7,28.36); che chi dà scandalo «pecca contro suo fratel­
lo» (2 Cor. 8,12); che certe teorie sulla risurrezione possono avere l’ef­
fetto di un «sonnifero» di fronte al peccato (1 Cor. 15,34 ). Nella se­
conda ai Corinti, l’apostolo chiede ironicamente se, per caso, «ha com­
messo peccato» rinunciando alla sua paga (2 Cor. 11,7 ). Tuttavia non si
va oltre una visione del peccato come fatto strettamente individuale.
La visione prettamente cristiana inizia con il kerygma, secondo il
quale Cristo è morto «per i nostri peccati» (hyper ton hamartion hemon:
1 Cor. 15 ,3 ; Gal. 1,4); non «aveva conosciuto peccato», ma Dio lo trat­
tò da «peccato-per-noi», ossia da sacrificio per il peccato (2 Cor. 5,21).
E qui Paolo comincia a riflettere sul fatto che la morte di Cristo non
può risultare inutile perché non necessaria: se la risurrezione risultasse
falsa, noi saremmo ancora «nei nostri peccati» (cfr. 1 Cor. 15 ,17 ).
Siamo così giunti all’idea di un peccato universale quale presupposto
della redenzione. Questo motivo sarebbe facilmente accettato dai genti-
fi, «che non conoscono Dio» (1 Tess. 4,5) e «non hanno speranza» (v.
13) perché sono «nelle tenebre» (5,4). Difficile sarebbe invece applicare
a certi giudei8 un simile significato di peccato. A loro potrebbe essere
destinata la frase in cui si afferma che il formidabile strumento per ri­
durre tutti sotto il potere del peccato è stata nientemeno che la legge di

ciò equivale a concentrarsi sui primi quattro capitoli di Rom ani, leggendo tutto il resto alla
luce di questi quattro capitoli.
8. Sappiamo che cosa avvenne di Giovanni Battista con i suoi inviti alla penitenza, ma è altresì
noto che da alcuni settori si sollevarono proteste. Anche Gesù si scontrò con quanti non vole­
vano la redenzione e perciò in M t. 9 ,13 par. afferma: «N on sono venuto a chiamare i giusti,
ma i peccatori».
iqG L e g ra n d i lettere

Mosè: «Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la


legge» (j Cor. 15,56).
Certo nei sedici capitoli di 1 Corinti niente lasciava presagire la sen­
tenza che abbiamo riportato, per cui è lecito domandarsi se il pensiero
di Paolo può essere ricostruito anche sulla base dei suoi testi «normali»
0 se deve basarsi solo sui paradossi (e, secondo alcuni, portando il pa­
radosso al massimo della sua radicalità).9 Cercando di cogliere il mes­
saggio di ciascun testo, non ritengo eccessivo gettare uno sguardo anche
all’ambiente culturale, in cui il paradosso era un artificio letterario co­
me qualsiasi altro.

b) La lettera ai Galati

1 Cor. 15 ,5 6 sarebbe rimasto per sempre un enigma colossale se non


fossero seguite più spiegazioni in Galati e Romani. La lettera ai Galati
indugia maggiormente sulla legge che sul peccato, anzi, almeno come
passaggio dialettico arriva a escludere i giudei dall’elenco dei «peccato­
ri» (Gal. 2,15). Comunque l’idea dì base è palesemente che Dio non po­
teva lasciare un resto di non peccatori, per i quali la redenzione portata
da Gesù sarebbe risultata superflua. Perciò si afferma che «la Scrittura
ha posto ogni cosa sotto il dominio del peccato, affinché la promessa
venisse data ai credenti per mezzo della fede in Gesù Cristo» (Gal. 3,22).
Da un punto di vista semantico è da osservare che tanto in 1 Cor. 15,56
come in Gal. 3,22, la parola «peccato» (hamartia) ha acquistato un si­
gnificato nuovo; non è più il peccato come esperienza individuale, ma è
«globalizzato», come una potenza che mi domina inducendomi a peccare.

c) La lettera ai Romani

Nella lettera ai Romani non ci si scosta dal significato «corrente» delle


parole quando Paolo impiega il verbo bamartano («peccare»), l’aggetti­
vo hamartolos («peccatore») o il sostantivo hamartia («peccato») al plu­
rale. Ne è un esempio la frase «quelli che hanno peccato senza la legge,
senza legge si perderanno; quanti hanno peccato sotto la legge, saranno
giudicati con la legge» (Rom. 2,12). Attribuiremmo il medesimo signifi­
cato all’espressione «tutti hanno peccato» di 3,23 e 5 ,12 , all’allusione
ad Adamo come «colui che peccò» (5,16), preceduta da «coloro che
non hanno peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo» (v.

9. Il paradosso assoluto consisterebbe nelTaffermare che l’unico peccato possibile è la volontà


di adempiere tutta la legge di M osè; su questa linea Bultmann, T e o lo g ia , 2.292 «M a, soprattut­
to, appartiene alla condotta kata sartia l'o sserv a n z a zelante d e lla leg g e , quando attraverso di
essa l’uomo pensa di conquistare la giustizia di Dio con le proprie forze».
T e o lo g ia d elle g ra n d i lettere 2 .7 7

14), come pure all’interrogativa «dobbiamo commettere peccati?» di


6 ,15. Nella stessa linea interpreteremmo l’aggettivo «peccatore» in 3,7
e 5,8.19. Anche il sostantivo al plurale («peccati») è un’espressione so­
stantivata tratta dal verbo; Io si incontra in un testo prettamente pao­
lino (7,5: «le passioni dei peccati»), in un altro testo probabilmente pre-
paolino (3,25: «per il perdono dei peccati passati»), e in due testi del­
l’Antico Testamento: «Beati quelli ai quali furono perdonate le iniquità
e ricoperti i peccati; beato l’uomo a cui Dio non mette in conto il pecca­
to» (4,7 s., che cita Sai. 3 2 ,1 s.); «quando perdonerò i loro peccati»
(11,2 7 , che cita Ger. 31,34 ). Nel primo di questi due testi figura anche
il sostantivo al singolare (v. 8), ma il significato è il medesimo. Rimane
infine un testo, sorprendente a una prima lettura, in cui «peccato» al
singolare conserva il suo significato normale. In 14 ,23 si legge infatti:
«tutto quello che non viene dalla fede è peccato». Nel contesto ci si
chiede se «è peccato» (nel senso più usuale del termine) mangiare carne.
Paolo risponde che è peccato per colui che «crede» che lo sia. La parola
«fede», dunque, al contrario della parola «peccato» qui ha un significa­
to preciso.
Resta ancora un certo numero di testi, nei capp. 3 e 5-8 di Romani,
che consentono di ricollegarsi a 1 Cor. 15 ,5 6 e a Gal. 3,22, non solo
per quanto riguarda il senso di peccato ma anche l’argomento trattato.
Quantitativamente rappresentano una piccola percentuale del testo pao-
lino,10 tuttavia si suppone che l’apostolo vi abbia riversato tutta la sua
anima, anche se ciò non gli avrebbe impedito di rivestirli di un «abito»
letterario che li avrebbe resi più appariscenti.
Nei testi ricordati, «peccato», al singolare e spesso accompagnato da
articolo, assume una sorta di personalità propria, ma non per intendere,
come nei passi precedenti, degli «atti cattivi», ma una specie di potere
malefico che ci induce a compierli. Essere «sotto il peccato» {Gal. 3,22;
Rom. 3,9; 7,14) significa essere sottomessi a questo potere; di conse­
guenza, si dice che «il peccato ha regnato» (5,21; 6,12) o che «non do­
minerà» (6,14), che non dobbiamo presentarci a esso per servirlo come
degli «schiavi» (vv. 6.16 s.20) che riceveranno un «salario» miserabile
(v. 23), benché il punto di partenza risieda nel fatto che siamo «vendu­
ti» a esso (7,14). Ancora, si afferma che il peccato «abita» in noi (w .
17.20), «lotta contro» di noi fino a «farci suoi prigionieri» imponendoci
la sua «legge» (v. 23). Questa «legge del peccato» (v. 25; 8,2), come ve­
dremo, non si identifica con la legge di Mosè (che è la legge di Dio), ma
nella pratica risulta più forte di essa, semplicemente perché il peccato è
più astuto. Quando venne dato il comandamento, il peccato «prese vi-
10 . Conviene tuttavia rammentate che né 1 T ess., né 2 C o r ., né FU ., né Film , parlano di «pec­
cato» in questo senso, eppure sono considerate lettere autentiche di Paolo.
278 L e g ra n d i lettere

ta» (7,9) e, «prendendo occasione» da esso, «mi ha ingannato» e «mi


ha dato la morte» (v. 1 1 ; cfr. v. 9). Il peccato dimostrò dunque di essere
«straordinariamente peccaminoso» (v. 13). In questo contesto vanno af­
frontati i singoli testi in cui si parla della situazione di peccato dell’uo­
mo a partire dal peccato di Adamo. In particolare vedremo tre fram­
menti: Rom. 5,12.-11, su Adamo e Cristo; 3,9-10, sul peccato dei giudei;
7 ,14 -15 , sulle lotte che deve sostenere l’ «io».
La contrapposizione tra Adamo e Cristo ( 5 ,1 1 - 1 1 ) è ripetuta per cin­
que volte (w . 15-19 ) in forma grammaticalmente corretta e una volta
(vv. 1 2 - 1 4 ) in forma grammaticalmente forzata: Pinizio va bene («Come
a causa di un solo uomo...»), però termina come un’aggiunta (v. 14C:
«Adamo, che è figura di colui che deve venire»). In Cristo vediamo
quell’ «un solo uomo» (vv. 1 5 .1 7 .1 8 .1 9 .1 1 ) che ci ha salvati; in Adamo,
quell’ «un solo uomo» (vv. n a .1 5 .1 6 .1 7 .18.19) che ci ha portati alla
perdizione. Adamo è il paradigma del peccato-potenza appena descritto.
Perciò Paolo afferma: «A causa di un solo uomo il peccato (= potenza) è
entrato nel mondo» (v. n a ) .1112Anche la morte è entrata (v. n b c), però
non figura come protagonista attiva bensì come indizio del fatto che il
peccato esisteva nel mondo: la conseguenza è che tutti hanno peccato e
tutti sono morti (v. ned). A chi gli potrebbe obiettare che prima di
Mosè, non essendoci legge, il peccato non era imputabile (v. i3b ; cfr.
4 ,15), Paolo risponde con un’affermazione categorica: sono morti tut­
ti,11 anche quelli che non avevano trasgredito un precetto come Adamo
(v. iqab). Si suppone dunque che commisero realmente peccato e meri­
tarono la condanna (come affermava 1 , 1 2a). Nel v. 19, una traduzio­
ne imprecisa del verbo greco (katestathesan-katastatbesontai) indusse a
scrivere «sono stati costituiti peccatori» - «saranno costituiti giusti»,
come se si trattasse di qualcosa di automatico, senza prendere in consi­
derazione l’idea dei peccati personali e della fede come cammino per
giungere alla giustificazione. La traduzione corretta è «giunsero a essere
- giungeranno a essere»,13 che implica entrambi i concetti e fa sì che il

1 1 . Detto con i termini delle teologia sistematica* non vediamo il «peccato originale» nel v.
iz d (in quo omnes peccaverunt), bensì nel v. iz a (peccatum intravit in mundum); cfr. E.
Brande nburger, Adam und Chrìstus, Neukirchen 19 6 2 ; C.E.B. Cranfìeld, On some o fth e Prob-
lems in thè Interpretation o f Rom j 3I 2 ; SJT 22 (1969) 3 2 4 - 3 4 1; F.W. Danker, Rom 5 , 1 2 : Sin
under Law\ N T S 14 (1967) 424-439; P. Grelot, Péché originai et rédem ption dans PÉp. aux
Rom ains : N R T 90 (1968) 449-478; J. Gross, Die paulinische Adam -Christus-Typologie und
die Erbsiindenlehre: Z R G G 19 (1967) 298-307; B. Harbert, Romans 5 , 1 2: O ld Latin and
Vulgate in thè Pelagian Controversy : SP x x n (Leuven 1989) 2 6 1-2 6 4 .
1 2 . Riteniamo che nel testo si parli formalmente di morte fisica, anche se tale morte non è un
elemento essenziale della dottrina ma una sorta di «controprova» dell'universalità del peccato;
cfr. J. Sanchez Bosch, Lìbertad y grada en la Carta a los Rom anos, Barcelona 19 7 3 , 1 7 - 2 1 .
1 3 . Cfr. secondo W. Bauer, Griechisch-Deutsch Wòrterbuch zum N euen Testamenti Berlin
19 8 8 , kathistemii 3. Cfr. E. Brandenburger, A dam , 2 3 3.
T e o lo g ia delle g ra n d i lettere 279

versetto diventi più espressivo: la disobbedienza di Adamo ha prodotto


qualcosa che le è simile, ossia i peccati individuali; l’obbedienza di Cri­
sto ha prodotto anch’essa qualcosa che le è simile, ossia l’obbedienza
della fede (cfr. 1,5; 6 ,16 .18 ; 16,19.26).
Il ricorso ad Adamo serve per sottolineare l’universalità del peccato:
anche i giudei, infatti, sono «figli di Adamo». Il ricorso alla morte serve
per attribuirle un certo carattere di infallibilità: nessuno può sfuggirle. Il
paragone con Cristo, in fondo, spiega l’insistenza stessa sul peccato: se,
infatti, il peccato non fosse stato universale, ci sarebbero persone che
non necessitano di redenzione. M a per giustificare la redenzione non
occorre dire che l’immagine di Dio è stata totalmente distrutta, basta af­
fermare che ha avuto «serie imperfezioni».14 Per alcuni, la prima posi­
zione è inseparabile da un certo «paolinismo» e per sostenere ciò si ba­
sano su testi come 3,9-20, sul peccato dei giudei, e su 7,14 -2 5 , sulle lot­
te che deve sostenere l’ «io».15
Il primo di questi testi costruisce la sua argomentazione prendendo
spunto da tutta una serie di testi biblici (vv. 10-18) in cui è detto che
«non c’è» (vv. 10 b .n a b .12b c.18) «nemmeno uno» (vv. iob.i2c) che si
preoccupi di Dio (v. n b ) e compia il bene (v. i2b). I dettagli sono piut­
tosto raccapriccianti: la loro gola è un sepolcro spalancato (v. 13), i lo­
ro piedi sono affilati (sono rapidi) per spargere sangue (v. 15), lasciano
distruzione e miseria al loro passaggio (v. 16). L ’apostolo vi aggiunge
poi un commento ancora più grave (v. 19): la legge dice questo (si tratta
infatti di testi biblici) per quelli che sono sotto la legge, perché tutto il
mondo (i giudei, perché i gentili sanno già di essere peccatori) taccia e
sia riconosciuto colpevole davanti a Dio.
Merita chiedersi se questo sia il ricordo che ha Paolo del suo passato
giudaico, lui che di se stesso aveva affermato: «secondo la giustizia della
legge giunsi a essere senza colpa». L ’apostolo direbbe tutto ciò anche di
Abramo o di Geremia? Non lasceremo senza risposta questo interroga­
tivo, però prima esaminiamo l’altro testo.
In 7,14 -25 non compaiono solo aspetti negativi, vi si dice infatti che
1’ «io» concorda con la legge di Dio (v. i6b), è in grado di volerla com­
piere ma non riesce farlo (vv. 15b .16 a.18 s.), perché ad agire non è lui
ma il peccato che abita in lui (vv. i7.2ob). A partire dal v. 2 1 il proble­
ma è presentato sotto forma di confronto tra «leggi»: il suo «uomo in­
teriore», ossia la sua «mente» (secondo 2 3 b «la legge della mia men­
te»), sta dalla parte della legge di Dio (vv. 22.25b), ma nelle sue mem­
bra abita un’altra «legge», quella del peccato (w. 23.25C). E con ciò, se
14. P. Althaus, Paulus und Luther, Gritersloh 1 9 5 1 , 5 ^ 6 7 , chiarisce come la corruzione totale
dell’umanità non redenta si deduca dai testi di Paolo.
15 . Cfr. J. Sanchez Bosch, Libertad, 2 1-3 0 .
zSo L e g ra n d i lettere

anche abbiamo guadagnato da una parte (qualcosa di sano resta: una


mente che vuole fare il bene), abbiamo perso dall’altra, perché l’ «io»,
seguito da verbi al presente, pare indicare lo stesso Paolo nella sua si­
tuazione attuale. Temporaneamente possiamo rispondere a quest’ultima
eventualità sostenendo che ogni cosa è detta con l’idea che qualcuno po­
trà risolvere il problema (w. 2 4 .2 ^ ). Si può così passare alle grandi af­
fermazioni del cap. 8: «la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù ti
ha liberato dalla legge del peccato e della morte» (8,2).lé
Tuttavia il testo non manca di problemi, anche come descrizione del­
la realtà umana prima di Cristo. Da un lato qui si attribuisce all’uomo
una volontà di compiere il bene che 3,9-20 gli aveva negato; dall’altro il
testo fornisce un «quadro» psicologicamente impossibile: una persona
che desideri costantemente fare il bene senza mai riuscirvi.16 17 Ritengo
che il contesto ci consenta di risolvere il dilemma: è possibile che Paolo
non stia dicendo né una cosa né l’altra riguardo a ciò che l’uomo in re­
altà fa, ma si riferisca a quanto l’uomo può dare di per sé, con le sue so­
le forze, senza l’aiuto della grazia di Dio. Per questo in 3,20 asserisce
che «in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato da­
vanti a Dio» (v. 20: ex ergon nomou), dando alla preposizione ek tutto
il suo valore di «origine» e considerando ciò che la legge può dare di
per sé, ossia nient’altro che la conoscenza del peccato (v. 2oc; cfr. 7 ,7 ­
9). Se è così, allora in 3,9-20 Paolo direbbe: «senza la grazia di Dio l’uo­
mo commetterà inesorabilmente peccato», ma in 7,14 -2 5 aggiungereb­
be: «commetterà peccato, anche se vorrà evitarlo». In entrambi i casi
parlerebbe esclusivamente di una sola delle parti in lotta, l’altra infatti,
la grazia di Dio, non era mai addormentata.

2. La legge, proposito di salvezza fallito

Non è concepibile una teologia di Paolo che non parli della legge. E a
buon motivo, perché sono molti i testi in cui l’apostolo la menziona. Il
problema è che non tutti tendono nella stessa direzione e noi non vor­
remmo che, in omaggio a un certo «paolinismo», (dis)interpretassimo
quelli favorevoli alla legge per farli concordare con quelli sfavorevoli.18

16 . P« Althaus, P a u lu s , 9 1-9 5 , riconosce che i testi di Paolo permettono di parlare di una «li­
berazione» assai profonda, anche se su questo punto Pantere è. incline a dare maggiormente
ragione a Lutero.
17 . Mi pare insufficiente una spiegazione del testo di Paolo con il solo aiuto della psicologia
del profondo, semplicemente perché anche Papostolo «gioca» con i concetti; cfr. G- Crespy,
E x é g è s e et p sy c h a n a ly se: R o m 7 ,7 - 2 5 {in on. di F J . Leenhardt), Genève 19 6 8 , 16 9 -17 9 .
18 . Cfr. J.M . Diaz Rodelas, F a b io y la L e y , Estella 19 9 4 , eccellente monografia sul tema della
legge che negli ultimi due decenni ha destato molto interesse. Concordiam o con lui sul punto
di arrivo, Romani, anche se so sta n zia lm en te scorgeremmo una dottrina analoga anche nei testi
a) Testi fa v o re v o li alla legge

L ’elemento più favorevole è la definizione di «legge di Dio», persino


quando se ne sottolinea l’impotenza (Rom. 7,2.2.25; 8,7). Lo è anche il
fatto che in 9,4 la «legislazione» (he nomothesia) figuri tra le prerogati­
ve di Israele, dopo «l’adozione a figli [di Dio], la gloria e le alleanze» e
prima di «il culto e le promesse». Quanto alla sua validità per il cristia­
no, è fondamentale che i nuovi valori dell’uomo redento siano, stando a
1 Cor. 7,19 , «l’osservanza dei comandamenti di Dio» e, secondo Gal.
5,6, «la fede che opera per mezzo dell’amore». I due concetti non sono
poi così dissimili, poiché il precetto dell’amore (formulato secondo Lev.
19 ,18) è «pienezza» e «ricapitolazione» della legge (5,14; Rom. 13 ,8 ­
10). La debolezza e, al tempo stesso, il valore permanente della legge si
deducono da 8,3 s.: davanti a questa debolezza Dio manda suo Figlio...
«perché il comandamento (dikaioma) della legge si compia in voi...». In
tal senso è comprensibile che Paolo possa rispondere così a quanti lo
accusano di voler togliere valore alla legge: «Nient’affatto! Piuttosto
confermiamo la legge» (3,31). E si comprendono anche gli elogi che alla
legge rivolge in 7 ,12 .14 , laddove afferma che è non soltanto «santa e giu­
sta e buona», ma anche «spirituale», ciò che ci porta a completare 8,4:
«si adempia in voi, che non camminate secondo la carne ma secondo lo
Spirito».
Non è del tutto estraneo al tema il fatto che anche la Scrittura sia
chiamata «la legge», contrapponendola così alla «cosa umana» (1 Cor.
9,8: kata anthropon) e facendola partecipare del carattere definitivo di
ciò che «è scritto» (v. 9; 14 ,2 1; cfr. v. 34) affinché dia «testimonianza»
dei fatti salvifici (Rom. 3,21).
Tutto ciò porta a dare pieno valore alle venti occorrenze di «la legge»
in Rom. 2, pur producendo un’indubbia tensione con i «testi sfavorevo­
li» che ci accingiamo a esaminare. Forse, però, la soluzione consiste nel
dare a quei testi un’interpretazione compatibile con questi.
Ciò vale, in particolare, per quei testi in cui si parla della «legge» co­
me del metro che Dio adotterà durante il giudizio finale (2 ,12 s.) 0 in
cui si afferma che il suo compimento è ciò che dà valore e utilità alla
circoncisione (vv. 25-27), avendo in mente il vero giudeo (infatti non vi
è alcuna barriera sintattica), «il cui vanto non viene dagli uomini ma da
Dio» (vv. 28 s.). Alla luce di altri testi dovremo sfumare ulteriormente
qualcosa, ma due circostanze ci sembrano palesi: a) il «giudizio» di Dio
è molto ben radicato nei testi paolini (cfr. v. 16; 3 ,6; 1 Cor. 5 ,13 ; 6,2
s.); b) i «cataloghi dei vizi» (Rom. 1,2 9 -31; 1 3 ,1 3 ; 1 Cor. 5,10 s.; 6,9 s.;
anteriori, Galati e Corinti. H. Raisànen, P a u l a n d thè L a w , Tiibingen 19 8 3 , illustra nel n o d o
più efficace le contraddizioni di Paolo, senza tuttavia impegnarsi ad «appianarle».
282. L e g ra n d i lettere

Gal. 5,20 s.) sembra debbano costituire «materia obbligatoria» in tale


giudizio. Ebbene, tali cataloghi hanno molto in comune con le proibi­
zioni del decalogo e con molti altri testi della «legge e dei profeti» (cfr.
Rom. 3 ,2 1).19
Su questa base possiamo comprendere l’elogio di Paolo nei confronti
dei pagani onesti (2,14 s.). Riguardo alla sua fonte d’informazioni dice
che è «per loro natura» e che «essi sono legge a se stessi»; quanto ai
contenuti, afferma che essi agiscono «secondo la legge» e portano «l’ope­
ra della legge (to ergon tou nomou) scritta nei loro cuori».
Nei vv. 17-2 4 non rivolge elogi ma solo critiche ai giudei. Tuttavia
sono critiche che si trasformano in elogio della legge. Al giudeo rinfac­
cia di gloriarsi di Dio (v. 17) e della legge (v. 23), ma di offendere Dio
trasgredendo la legge (v. 23). E qui Paolo accosta quanto più è possibile
l’una all’altra le due «glorie».10 La critica, infatti, riguarda gli inadem­
pimenti della legge, e non le sue pretese:
Ti consideri guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore de­
gli ignoranti, maestro di bambini, persona che nella legge possiede il modello del­
la conoscenza e della verità (vv. 19 s.).
Tutto ciò avrebbe potuto realizzarsi davvero se la sua condotta fosse
stata coerente con quanto andava predicando (cfr. vv. 21-24).

b) Testi sfavorevoli alla legge in Romani

L’unico capitolo suscettibile di confronto con Rom. 2, in cui nomos fi­


gura 20 volte, è Rom. 7, ove tale termine compare 23 volte ma in senso
piuttosto negativo. Vedremo innanzitutto questo capitolo, per esamina­
re poi i contributi degli altri testi, soprattutto di Galati.
Abbiamo appena accertato che, secondo 7 ,12 .14 , la legge è non solo
«santa e giusta e buona», ma anche «spirituale». Ma abbiamo anche vi­
sto come, stando a questo stesso capitolo, la legge fallisce di fronte alla
superiore forza del peccato, malgrado l’ «io» concordi con essa (v. i6b)
e desideri compierla: tuttavia l’ «io» non ci riesce (vv. 15b .16 a.18 s.)
perché ad agire non è lui stesso ma il peccato (vv. i7.2ob). Abbiamo poi
19. In un modo o nell’altro tutte le teologie paoline giungono alla conclusione che un cristia­
no d e v e osservare i grandi comandamenti del decalogo; E. Lohse, E tic a teo lo g ica d e l N .T .y
Brescia 1 9 9 1 , 1 3 6, esorta a «non mettere a repentaglio la salvezza» (cfr. pp. 1 1 3 - 1 3 7 ) ; cfr. W.
Schrage, D ie k o n k re te n E in z e lg e b o te in d e r p a u lin isc h e n F a rà n ese , Giitersloh 1 9 6 1 ; O. Merle,
H a n d e ln aus G la u b e n . D ie M o tiv ieru n g en d e r p a u lin isc h en E t h ik , M arburg 19 6 8 ; S, Wester-
holm, L a w a n d C h ristia n E th ic s, in P. Richardson (ed.), T h e D e b a te o v e r «T o ra h » a n d « N o -
m os» in p o s t -b ib lic a ! Ju d a is m a n d ea rly C h ristia m ty , W aterloo, Ontario 1 9 9 1 , 7 5 -9 1.
20. Cfr. J . Sanchez Bosch, G lo ria rse segu n San F a b io . S e n tid o y T e o lo g ia d e K A Y X A O M A I,
Roma-Barcelona 19 7 0 , 13 4 - 16 0 : la «gloria» del giudeo; si osservi che, stando a questa tesi,
anche in 3 ,2 7 si parla della «gloria» specifica del giudeo e alla luce di questa riceve definizione
la «gloria» del cristiano (pp. 18 4 -2 10 ) e quella dell’apostolo (pp. 2 1 1 - 2 5 1 ) .
T e o lo g ia d elle g ra n d i lettere 283

letto che l’ «uomo interiore», ossia la «mente» (secondo il v. 23b: «la


legge della mia mente»), si trova dalla parte della legge di Dio (vv. 2 2 .
2 5 b), ma nelle membra di quello stesso uomo abita un’altra «legge»,
quella del peccato (vv. 23.25C ), la quale, almeno per il momento, ripor­
ta la vittoria.
Anche così ci si pone un problema teologico: come è possibile che la
legge, provenendo «da Dio», fallisca e trionfi il peccato, che non viene
da Dio? Come si è potuto osservare, questo stesso capitolo consente di
avvicinarsi alla soluzione del problema. Vi si afferma che il peccato è
più astuto della legge. Senza di essa l’uomo viveva tranquillamente, ma
una volta arrivato il comandamento il peccato «ha preso vita» (7,9) e,
«prendendo occasione» da esso, lo «ha ingannato» e gli ha «dato la mor­
te» (v. 1 1 ; cfr. v. 9), dimostrando di essere «oltre misura peccaminoso»
(v. 13)-
La stessa cosa si diceva in modo non meno complicato nei vv. 5 s.:
«le passioni dei peccati agivano nelle nostre membra per mezzo della
legge al fine di portare frutti di morte, ma adesso siamo stati liberati
dalla legge perché siamo morti a ciò che ci teneva prigionieri». E chiaro
che a tenerci prigionieri era proprio il peccato, perché da lui derivano
frutti di morte (v. 5; cfr. 1 , 3 2 ; 5 , 1 2 . 1 7 . 2 1 ; 6 ,2 1.2 3 ) ed è a lui che dob­
biamo morire (cfr. 6 ,2 .6 .10 s.; 8 ,10 ). La legge, sicuramente, dava sol­
tanto ali alle passioni dei peccati perché agissero nelle nostre membra -
qualcosa di simile alla legge matrimoniale, in base alla quale la donna
sposata è unita a suo marito (v. 2). Ciò parrebbe rimandare a j Cor.
1 5 ,5 6 , in cui sta scritto che «il pungiglione della morte è il peccato e la
forza del peccato è la legge».
Ma cosa fa la legge per essere «forza del peccato»? Secondo il testo,
fornisce la conoscenza del peccato:
Io non ho conosciuto il peccato se non per mezzo della legge, e non avrei cono­
sciuto la concupiscenza se la legge non avesse detto: «Non desiderare» (7,7).
Nei capitoli precedenti stava scritto qualcosa di analogo:
Perché per mezzo della legge abbiamo la conoscenza del peccato (3,20);
Perché la legge provoca il castigo e, dove non c’è legge, non vi è trasgressione
(4,15; cfr. 5,i3b);
La legge è intervenuta perché abbondasse il peccato (5,20).
È ovvio che la legge ci trasmette una conoscenza falsa. Però libera le
passioni, come se a un ubriaco si mostrasse un’insegna con la scritta
«Osteria». Tutto sommato, l’intero capitolo con i suoi testi paralleli af­
ferma che la legge indica la direzione da prendere, però non trasmette la
forza necessaria per percorrere la strada. Ciò viene espresso, come si è
visto, attraverso una personificazione del peccato, ma anche in termini
284 L e g ra n d i lettere

più semplici: «volere il bene è nelle mie possibilità, ma farlo no» (v. 1 8 b;
cfr. v. 2 1 b). In 8,3 afferma: «ciò che era impossibile per la legge a causa
della debolezza della carne»; al v. 7 conferma: «il pensiero della carne è
inimicizia con Dio, poiché non si sottomette alla legge di Dio e neanche
può».
Andando ancora più a fondo, diremmo che qui l’apostolo ha operato
una dicotomia, proprio come aveva fatto con Adamo e Cristo. Da una
parte vi è ciò che Adamo (cioè l’uomo senza la grazia) è in grado di da­
re; dall’altra ciò che Cristo (cioè la grazia) può dare. Paolo, inoltre, ha
attribuito un nome a queste due visioni: «la lettera» e «lo Spirito»
(Rom. 2,27.29; 7,6). Nella sua realtà concreta, così come la vivevano gli
israeliti pii (cfr. Sai. 118 !), la legge rientrava in un piano di Dio nel qua­
le dominavano le promesse e la fede (cfr. Rom. 4 ,13 s.), ma qui l’inten­
to era di parlare di ciò che la legge può donare in quanto «lettera», cioè
prescindendo dalla provvidenza che sempre le si accompagna.

c) Nelle lettere ai Corinti

Proprio perché parla di «lettera» e «Spirito», non di «legge» ma di «al­


leanza», dobbiamo qui citare 2 Cor. 3 ,6 -11, ove compare la celebre fra­
se: «la lettera uccide e lo Spirito dà la vita» (v. 6). Se, come afferma 1
Cor. 15,56 , il peccato è il pungiglione della morte e la legge è la forza
del peccato, se ne dedurrà che la legge, in quanto lettera, uccide - per
quanto indirettamente. Di conseguenza il ministero di Mosè potrà esse­
re definito ministero di morte (v. 7) e di condanna (v. 9). Ciononostante
questo ministero era circonfuso di gloria (fulgore proveniente da Dio) al
punto che gli israeliti non potevano neppure fissare il volto di Mosè (v.
7). La sua gloria viene sminuita dal fatto che esiste una gloria superiore
(v. io), ma in fondo si tratta della medesima gloria contemplata da tut­
to ciò che si volge verso il Signore (v. 16), che noi contempliamo con il
volto scoperto (v. 18) ma altri non possono vedere perché un velo è ste­
so sul loro cuore (vv. 14 s.).
L’autore aveva iniziato 1 Cor. 15 ,5 6 affermando, senza preavviso,
che la legge è la forza del peccato; 2 Cor. 3,7 prosegue, senza nessun in­
tento dimostrativo, parlando del ministero di Mosè come di un «mini­
stero di morte». Questi due fatti inducono a pensare che il tema doveva
essere già presente nella mente di Paolo. Verrebbe persino da sospettare
che qui possa trasparire l’antica polemica del giudeocristianesimo elle­
nista contro la legge (cfr. Atti 6 ,11.1 3 s.).
d) N ella lettera ai G a la ti

La lettera ai Galati aderisce alla medesima tradizione quando afferma


che la legge porta la maledizione, perché è necessario compierla tutta
(Gal. 3 ,io; cfr. 5,3; 6,13); inoltre non ci apre il cammino della fede, pro­
posto anch’esso dalla Scrittura (3 ,11; cfr. Rom. 1 ,1 7 ; 10,6-8), ma quello
delle opere, che ci abbandona alle nostre sole forze (v. iz; cfr. Rom.
10,5). Astratto dal suo contesto, il v. i z potrebbe indurre a ritenere che
l’apostolo fosse contrario a ogni aspetto del «fare» (uno dei verbi più
universali!), contraddicendo non solo Rom. z ,i3 s. ma anche Gal. 6,9.iT
Chiaro è che la sola volontà di «fare delle cose» non ci salverà, sem­
plicemente perché non riusciremo a compierle tutte (Gal. 3,10); bisogna
invece partire dalla fede (v. 11), che certamente ci porterà ad «operare»
(cfr. 5,6.13 s.; 6,z -4.9 s . ) .
Nello stesso contesto ( 3 ,15 ^ 9 ) l’apostolo argomenta che ad aver va­
lore è la promessa, proprio perché la risposta a una promessa è la fede
(v. 14; cfr. Rom. 4 ,13 s.); la legge, giunta 430 anni dopo, non può inter­
ferire con la sua validità (w . 15 .17 ). Alla domanda se allora la legge è
venuta solo per ostacolare (w . i9a.zia) risponde per tre volte (w.
I9b.zz.z3-Z5), dicendo più o meno le stesse cose: a) è venuta per darci
una coscienza di peccato che ci conduca alla fede in Cristo (v. 1 9 b; cfr.
Rom. 4,15); b) per rinchiuderci nella prigione del peccato, sospirando
per la fede di Cristo (vv. zza.z3a; cfr. Rom. 3,19 ; 5,zo; 7,7-13); c) per
essere come lo schiavo ignorante che accompagna i bambini a scuola,
cioè a Cristo (w . z4a.Z5b; cfr. 4,1-5). Tra la prima e la seconda rispo­
sta si ha una diminuzione del peso della legge, assegnata per mezzo de­
gli angeli e di un mediatore tra loro e il popolo (vv. 19C.Z0); tra la se­
conda e la terza risposta si afferma che la legge è incapace di dare la vi­
ta, e dunque non può essere l’origine della giustificazione (v. zib ; cfr.
Rom. 8,z -4). Riteniamo che la menzione dei mediatori (vv. 19C.Z0) sia
pura retorica controversistica, in quanto non si mette affatto in dubbio
che la legge proceda da Dio. Il v. z i, invece, ci fa tornare all’esposizione
di Rom. 7 s. e dei testi citati di 1 e z Corinti: la legge, in quanto «lette­
ra», non è in grado di sconfiggere il peccato (menzionato qui nei w .
i9b.zza), perché il peccato è morte e da esso può salvare solo un’infu­
sione di vita che la «lettera» non può dare.21

2 1 . Per evitare un’interpretazione troppo letterale del testo è opportuno leggere il v. 1 2 alla
luce del v. io ; stando al contesto, a essere criticata è la giustificazione «per le opere» (ex er-
g o n : 2 , 1 6; 3 ,2 .5 .10 ), ossia ottenuta con le proprie forze, e non qualsiasi genere di «opera» -
neppure la circoncisione, in determinate circostanze (2,7 s.; cfr. R o m . 2,25).
3. L ’iniziativa divin a

Abbiamo visto il paradosso per cui qualcosa che proviene «da Dio»,
come la legge, possa essere sconfìtto da qualcosa di tanto umano come
il peccato. Tale paradosso, tuttavia, può essere concepito solo come an­
nunzio di un’iniziativa divina che vincerà il peccato su tutti i fronti. A
tale iniziativa vengono attribuiti, tra gli altri, anche i nomi di «grazia» e
«giustificazione» :
La legge è sopraggiunta perché abbondasse la caduta, ma laddove è abbondato il
peccato ha sovrabbondato la grazia. Perché come il peccato aveva regnato nella
morte, così regni la grazia per mezzo della giustizia per la vita eterna, mediante
Gesù Cristo nostro Signore (Rom. 5,2,0 s.).

a) Le lettere ai Corìnti

Prima di passare ai celebri testi di Galati e Romani, vediamo come 1 e 2


Corinti affrontano questo avvicendamento di regni.
La prima lettera ai Corinti sottolinea l’iniziativa divina parlando di
Dio «per mezzo del quale (di’hou) siete stati chiamati alla comunione
del Figlio suo Gesù Cristo nostro Signore» (1 Cor. 1,9). Si riferisce a es­
sa con le classiche preposizioni di «origine» (ek-ex, apo): «per lui (ex
autou) voi siete [qualcosa] in Cristo Gesù, il quale è stato per voi da
parte di Dio (apo theou) sapienza, giustizia, santificazione e redenzio­
ne» (v. 30). Una sola volta si parla di «giustificare» (dikaioumai) in re­
lazione a quell’avvicendamento:
Tutto questo eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, giustificati e santificati
nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (6 ,11).

L ’iniziativa «traslatrice» («eravate», ma adesso non siete più) si palesa


nei verbi che accompagnano «giustificare»: «lavare» e «santificare», con
chiara allusione al battesimo. Quanto al valore del sacramento «nel no­
me del Signore Gesù Cristo», vi accenna 1 ,1 3 paragonandolo alla morte
di Cristo: «Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo
che siete stati battezzati?».
Lo stesso verbo «giustificare» (dikaioumai) appare in 4,4 (e precisa­
mente in senso «forense») come risultato positivo di un giudizio ancora
incerto: neppure la buona coscienza garantisce all’apostolo l’approva­
zione finale (4,4; cfr. 3 ,13 -15 ).
La seconda lettera ai Corinti, come sappiamo, riguarda in particolare
il ministero apostolico, ma anche da questa prospettiva prende in consi­
derazione la lotta tra i due regni e, dunque, l’avvicendamento dell’uno
all’altro. L ’iniziativa divina è evidente, tanto più che si combatte con ar­
T e o lo g ia d elle g ra n d i lettere 287

mi «potenti per opera di Dio» (dynata to theo: 2 Cor. 10,4) e il trionfo


consiste nell’ «assoggettare» [aichmalotizontes) ogni intelligenza all’ob­
bedienza di Cristo (v. 5 ) / 1
La potenza di Dio viene messa in particolare risalto nella lettera:
Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come se provenisse
da noi (apk’heauton... hos ex heauton), ma la nostra capacità viene da Dio (ek
tou theou: 3,5).2J
Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché la sovrabbondanza del­
la potenza sia di Dio c non nostra (tou theou hai me ex hemon: 4,7).
Mi disse: «Ti basta la mia grazia», la potenza infatti opera perfettamente nella
debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori
in me la potenza di Cristo (12,9).
Egli fu crocifisso nella debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi
siamo deboli in lui, però vivremo con lui per la potenza di Dio nei nostri riguardi
(13,4: dynamìs, come in 4,7; 12,9 e in Rom. 1,4.16.20; 9,17).
Nella lettera non compare il verbo «giustificare», ma ricorre l’idea che il
ministero apostolico sia «ministero della giustizia», circonfuso di gloria
divina (3,9; cfr. 11,15 ) . Quando 5,21 afferma «affinché diventassimo
giustizia di Dio in lui», riteniamo si riferisca anch’esso al «ministero
della riconciliazione» (w . 18 s.), in virtù del quale l’apostolo invita i
suoi fratelli a riconciliarsi con Dio (v. 20) dicendo: «Vi esortiamo a non
accogliere invano la grazia di Dio» (6,1), quella grazia per la quale Cri­
sto si è fatto povero per renderci ricchi (8,9).
In quest’opera di riconciliazione, l’iniziativa del Padre è evidente:
«Dio stava riconciliando il mondo...». Aggiungiamo solo che qui, come
in Rom. 4,8, la riconciliazione significa «non computare» {me logizes-
thai) i peccati, espressione che ovunque verrà intesa come sinonimo di
«perdonare». Diciamo, infine, che parlare di «nuova creazione» in que­
sto contesto {2 Cor. 5 ,17 ; cfr. Gal. 6,15) significa sottolineare di nuovo
l’iniziativa e l’efficacia divine nel processo di riconciliazione.
Di una cosa non possiamo essere certi: forse per un giudice alquanto
severo 1 e 2 Corinti non meriterebbero di essere approvate per il loro
«paolinismo», ma il problema è che la stessa sorte toccherebbe a più di
un capitolo di Galati e Romani.23

22. In 2 Corinti trova ampio spazio lo scontro con gli avversari, ma non bisogna leggerne ogni
frase alla luce di questo scontro. Appropriatamente R . Bultmann {D e r z w e ite K o rìn th e r b rie f,
Gòttingen 19 7 6 , a d /oc.), afferma che «strateia di Paolo è... il suo operato apostolico».
23. Possiamo qui ricordare che, al di là del tema soteriologico, Dio è colui «dal quale proviene
ogni cosa» {e x h o u ta p a n ta : R o m . 1 1 , 3 6 ; r Cor. 8,6; 1 1 , 1 2 ) .
b) Iniziativa divina in Galati e Romani

Anche in queste due lettere prevale l’idea dell’iniziativa divina in ordine


alla salvezza.
Secondo Rom. 5,20 s., il «regno» che subentra a quello del peccato è
il regno della grazia. Per la lettera ai Galati la grazia - di Dio o di Cristo
- è elemento caratteristico della vocazione cristiana (Gal. 1,6 .15). È il
canale attraverso il quale ci giungono i frutti della morte di Cristo
(2,21) e al quale dobbiamo la sua presenza tra noi (5,4)- Se i beni salvi­
fici provengono dalla grazia (= iniziativa divina), non possono certo ve­
nire «dalla legge» (= merito dell’uomo): né dia nomou> né ek nomou, né
en nomo (risp. 2 ,2 1; 3,18 ; 5,4).
Secondo la lettera ai Romani, la grazia è pure implicata nell’elezione
(Rom. 11,5 ) e nella «chiamata» divine (v. 29). «E se è per grazia, allora
non è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia» (v. 6).
Poiché «a chi lavora, il salario non viene dato per grazia, ma come debi­
to» (4,4). Torna a proposito il caso dei due figli di Isacco (9,10-12), nati
durante lo stesso parto, dei quali è detto che, prima ancora di nascere o
di aver fatto qualcosa di bene o di male, il maggiore avrebbe servito il
minore, «affinché si compisse l’elezione voluta da Dio» (v. n b ), «non
in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama» (v. I2a).
La grazia, inoltre, è in relazione con le promesse fatte ad Abramo («è
stato per la fede, perché ciò sia per grazia e così la promessa sia sicura
per tutta la discendenza»: 4,16) e con l’opera di Cristo: «gratuitamente
per la sua grazia, in virtù della redenzione in Cristo Gesù» (3,24).
In tal senso possiamo osservare come, nel confronto tra Adamo e
Cristo (5 ,12 -2 1), la morte e la condanna provengono da Adamo in mo­
do pressoché automatico, mentre Cristo ci dona i beni opposti in quan­
to è portatore della grazia: «la grazia di Dio e il dono nella grazia in vir­
tù di ‘un solo uomo’, Gesù Cristo...» (v. 15); «quelli che ricevettero
l’abbondanza della grazia e il dono della giustizia...» (v. 17).
Come si è detto (cfr. Rom. 5,20 s.), il regno della grazia subentra al
regno del peccato. Perciò non dobbiamo perseverare nel peccato (il re­
gno sconfitto!) affinché abbondi la grazia (6,1); anzi, possiamo essere
certi che il peccato non ci dominerà perché non siamo più sotto la legge
(alleata, come si è visto, del peccato), ma sotto la grazia (vv. 14 s.).

c) «Giustificazione» nella lettera ai Galati

Ora abbiamo le idee un po’ più chiare per capire che cosa intende dire
Paolo in Gal. e Rom. quando parla di «giustificazione» (il verbo dikaioo
e suoi derivati), termine che, a nostro parere, ha più di un significato.
T e o lo g ia delle g ra n d i lettere 289

Si è già visto che «giustificazione» può significare l’esito positivo, co­


munque incerto, nel giudizio finale (j Cor. 4,4), però anche qualcosa
che ha a che fare con il «lavacro» e la «santificazione» caratteristici del
battesimo (6,11). Ci chiediamo se questi due significati sono sufficienti
per spiegare i relativi testi di Galati e Romani, oppure è necessario ri­
correre a un terzo testo.
Quanto a Galati, credo che il primo significato possa bastare per dire
che «per le opere della legge (ex ergon nomou) non sarà giustificata nes­
suna carne» (2 ,1 6 in fine). Supponendo che, come si è visto, l’uomo si
trovi sotto il dominio del peccato e la legge non risolva il suo problema,
è evidente che «per le opere della legge» l’uomo non può aspirare ad al­
cun tipo di approvazione da parte di Dio.
Il secondo significato può invece essere utile per spiegare almeno 2 ,17
e 3 ,1 1 :
Se, cercando di essere giustificati in Cristo, si è visto che eravamo lo stesso pecca­
tori, forse Cristo è stato ministro del peccato? Nient’affatto (2,17)!
La Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i gentili..., preannunziò
ad Abramo che «in te saranno benedette tutte le nazioni» (3,8).
Il primo testo presuppone la situazione di una persona che cerca Cristo
per ottenere la remissione dei peccati; se si dimostra che ciò non è avve­
nuto, significa che Cristo ha dato una falsa certezza a questa persona,
sprofondandola ancora di più nella sua condizione (cfr. 1 Cor. 15 ,17 ).
Il secondo testo accosta «giustificare» e «benedire», sulla linea di «lava­
re» e «santificare» del testo precedente, 1 Cor. 6 ,11.
Gli altri testi non dicono nulla contro quest’interpretazione. Se, come
abbiamo dedotto da 2 ,17, Cristo fa sì che noi non siamo peccatori, si­
gnifica che ogni «giustificazione» in cui interviene Cristo avrà il mede­
simo effetto (così il resto di 2,16, v. 2 1; 3,24; 5,4). Tanto più i testi in
cui si menziona la grazia (2,21; 5,4), poiché è noto che la grazia non è
un «sorriso di Dio» che lascia tutto com’è, ma un «sorriso» che tra­
sforma il mondo e, come già si è visto, è in grado di stabilire un regno
di Dio contrapposto al regno del peccato:
La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del pec­
cato e della morte (Rom. 8,2).
Con ciò abbiamo dato al verbo dikaioumai un senso effettivo, differente
dal significato puramente dichiarativo usuale nelFAntico Testamento/4
Comunque un senso che può essere anteriore a Paolo (infatti 1 Cor.
6 ,11 conserva una certa impronta prepaolina) e dispone almeno di un24

24. Sebbene le realtà annunciate dalla «giustificazione» cristiana abbiano invece dei precedenti
nell’Antico Testamento, cfr. H .G . Reventlow, R ec h tfertig u n g im H o riz o n t des A .T ., Munchen
19 7 1.
zy o L e g ra n d i lettere

precedente in Is. 5 3 ,1 1 : «il giusto giustificherà molti e riscatterà (lett.


«aprirà») i loro peccati». Proprio perché la morte di Gesù per i nostri
peccati compare nel kerygma più primitivo, non è poi così improbabile
che la tradizione cristiana abbia ripreso da qui la nuova terminologia.
In certi casi saremmo quindi inclini ad attribuire un significato nuovo
al termine «giustificare» {dikaioumai); per altri termini, invece, come ad
esempio «giusto», «giustizia», «computare» (risp. dikaiosydikaiosyne,lo-
gizomai), preferiremmo il significato antico. Così, quando in Gal. 3,6 si
dice che «questo gli fu computato come giustizia», significa che c’era
qualcosa degno di «essere accreditato» come vera «giustizia»/5 Quando
in 3 , 1 1 si parla del «giusto per fede», ci si riferisce a uno che non è arri­
vato a essere «giusto» per le sue opere, ma che è riuscito a diventare
davvero «giusto». Se in 3 ,2 1 si afferma che la legge non dà la giustizia
perché non è in grado di dare la vita (zoopoiesai), significa che Dio ha
«dato la vita» al peccatore e con essa anche una vera giustizia. E addi­
rittura, se in 5,5 è detto che attendiamo «la speranza della giustizia», si
intende che abbiamo la speranza che corrisponde alla vera giustizia da­
taci da D io/6

d) «Giustificazione» nella lettera ai Romani

Per quanto riguarda la lettera ai Romani, cominciamo col dire che oc­
corre attribuire un significato biblico poco frequente all’espressione «giu­
stizia di Dio» di Rom. 1 ,1 7 ; 3,5.2 1 s.25 s.; 10,3. Parleremo infatti di «giu­
stizia salvifica», distaccandoci dal senso solitamente attribuito a questa
espressione dai nostri catechismi quando interpretano la «giustizia divi­
na» come «severità», concetto che nella lettera ai Romani è reso con i
termini orge {lett. «ira»: 1,18 ; 2,5.8; 3,5; 4 ,15 ; 5,9; 9,22; 12,19 ) o di-
kaiokrisia («giusto giudizio»: Rom. 2 ,5 )/ 7
25. H.W. Heidland, D ie A n re c h n u n g des G la u b e n s zur G erec h tìg k eit. U n tersu ch u n gen zur
B e g rìffsg e sc h ic h te voti «h a sb a b » u n d « lo giz esth a i », Stuttgart 1 9 3 6, ammette che il significato
protestante di «imputazione» non ha fondamenti in testi noti: «Se dunque si vuole parlare del­
la sottomissione dell’ uomo all’ azione salvifica, anche sottolineandone esclusivamente il conte­
nuto, allora il significato greco di lo giz esth a i dovrebbe essere escluso» (p. 1 1 7 ) .
26. J. A. Ziessler, T h e M ea n in g o f R ig h teo u sn ess in P a u l, Cambridge 19 7 2 , concede ampio
margine a un significato «normale» di giustizia (= «vita onesta») nei testi di Paolo; cfr. A .J.
M attili Jr.> T ra n sla tìo n o f W o r d s w ith thè Stem « D ik » in R o m a n s : AUSS 9 (19 7 1) 89-109.
27. Se si confrontano tra loro 1 , 1 7 e 1 , 1 8 , come pure 3,5 e 3,8, si vedrà che «giustizia» e «ira»
vanno in direzioni opposte: se l5«ira» è la severità, la «giustizia» è piuttosto la bontà - come
I’ «uomo giusto» è l’ uomo buono - , comunque sempre di D io; in tal senso P. Stuhlmacher, G e -
re c b tìg k e it G o ttes b e i P a u lu s, Gòttingen 19 6 6 ; G. Herold, Z o r n u n d G e re c h tìg k e it G o ttes b e i
P au lu s. R in e U n tersu ch u n g zu R o m 1 ,1 6 - 1 8 , Bern 19 7 3 ; A. Pluta, G o tte s B u n d e stre u e . E in
S c h liis s e lb e g riff in R o m 3,25*2, Stuttgart 1969; Pluta-Messerschmidt, G e re c h tìg k e it G o ttes b ei
P a u lu s, Tiibingen 19 7 3 . L ’altra possibilità è intendere che n o i sia m o «giustizia di Dio» (come
letteralmente si afferma in 2 Cor. 5,2.1), nella cornice di un’ «interpretazione esistenziale»; cfr.
T e o lo g ia delle g ra n d i lettere 2 .9 1

Quanto al significato del verbo dikaioumai, vi sono alcune variazioni:


un significato semplicemente dichiarativo sarebbe sufficiente in 3,20
{del tutto parallelo a quello di Gal. 2 ,1 6 in fine) e in 2 ,13 («quelli che
mettono in pratica la legge saranno giustificati»: dikaiothesontai), ma,
per il suo parallelismo con l’aggettivo dikaioi nell’emistichio preceden­
te, bisognerà forse attribuirgli anche un significato nominale {«saranno
giusti»). Il significato nominale si adegua maggiormente pure a 4,2: «Se
Abramo ‘fu