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MATTEO CRIMELLA, nato nel 1969, dal 1994

è presbitero della Chiesa ambrosiana Dottore


in Scienze Bibliche, insegna Sacra Scrittura alla
Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale (Mila­
no) e al Seminario Teologico del PIME (Monza).
Vive presso una parrocchia di Milano e all'attività
scientifica affianca il ministero pastorale.

Copertina:
Progetto grafico di Angelo Zenzalari
Presentazione
'\lOVA \ EHSIOl\E DELLA BIBBI \DAl TESTI A"'oTICIII

L a Nuova versione della Bibbia diii testi antichi si pone


sulla scia di una Serie inaugurata dall'editore amar-
gine dei lavori conciliari (la Nuovissima versione della
Bibbia dai testi originali), il cui primo volwne fu pubblicato
nel 196 7. La nuova Serie ne riprende, almeno in parte, gli
obiettivi, arricchendoli alla luce della ricerca e della sensibilità
contemporanee.

I volumi vogliono offrire anzitutto la possibilità di leggere


le Scritture in una versione italiana che assicuri la fedeltà alla
lingua originale, senza tuttavia rinunciare a una buona qualità
letteraria. La compresenza di questi due aspetti dovrebbe da
un lato rendere conto dell'andamento del testo e, dall'altro,
soddisfare le esigenze del lettore contemporaneo.
L'aspetto più i.nllovativo, che balza subito agli occhi, è la
scelta di pubblicare non solo la versione italiana, ma anche il
testo ebraico, aramaico o greco a fronte. Tale scelta cerca di
venire incontro all'interesse, sempre più diffuso e ampio, per
una conoscenza approfondita delle Scritture che comporta,
necessariamente, anche la possibilità di accostarsi più diret•
tamente ad esse.
Il commento al testo si svolge su due livelli. Un primo li-
vello, dedicato alle note filologico-testuali-lessicografiche,
offre informazioni e spiegazioni che riguardano le varianti
presenti nei diversi manoscritti antichi, l'uso e il significato
dei termini, i casi in cui sono possibili diverse traduzioni, le
ragioni che spingono a preferirne una e altre questioni ana-
loghe. Un secondo livello, dedicato al commento esegetico-
teologico, presenta le unità letterarie nella loro articolazione,
evidenziandone gli aspetti teologici e mettendo in rilievo, là
dove pare opportuno, il nesso tra Antico e Nuovo Testamento,
rispettandone lo statuto dialogico.

Particolare cura è dedicata all'introduzione dei singoli libri,


dove vengono illustrati l'importanza e la posizione dell'opera
PRESENTAZIONE 4

nel canone, la stmttura e gli aspetti letterari, le linee teologiche


fondamentali, le questimù inerenti alla composizione e, infine,
la storia della sua trasmissione.
L'n approfondimento, posto in appendice, affronta la pre-
senza del libro biblico nel ciclo dell'anno liturgico e nella vita
del popolo di Dio; ciò permette di comprendere il testo non solo
nella sua collocazione "originaria", ma anche nella dinamica
interpretativa costituita dalla prassi ecclesiale, di cui la cele-
brazione liturgica costituisce l'ambito privilegiato.

I direttori della Serie


Massimo Grilli
Giacomo Perego
Filippo Serafini
Annotazioni di carattere tecnico
:\'LOVA VER!'IO'\E DEL L\ BIBRL\ DAl TESTI AYJ'ICHI

Il testo in lingua antica


n testo greco stampato in questo volume è quello della ven-
tottesima edizione del Novum Testamentum Graece curata da B.
Aland- K. Aland - J. Karavidopoulos - C.M. Martini - Bruce M.
Metzger (2012) aulla base del lavoro di E. Nestle (la cui prima
edizione è del1898). Le parentesi quadre indicano l'incertezza
sulla presenza o meno della/e parola/e nel testo.

La traduzione italiana
Quando l'autore ha ritenuto di doversi discostare in modo
significativo dal testo stampato a fronte, sono stati adottati i
seguenti accorgimenti:
- i segni r indicano che si adotta una lezione differente da

quella riportata in greco, ma presente in altri manoscritti o


versioni, o comunque ritenuta probabile;
- le parentesi tonde indicano l'aggiunta di vocaboli che appaiono
necessari in italiano per esplicitare il senso della frase greca.
Per i nomi propri si è cercato di avere una resa che non si
allontanasse troppo dall'originale ebraico o greco, tenendo però
conto dei casi in cui un certo uso italiano può considerarsi dif-
fuso e abbastanza affermato.

I testi paralleli
Se presenti, vengono indicati nelle note i paralleli al passo
commentato con il simbolo Il; i passi che invece hanno vici-
nanza di contenuto o di tema, ma non sono classificabili come
veri e propri paralleli, sono indicati come testi affini, con il
simbolo+.

La traslitterazione
La traslitterazione dei termini ebraici e greci è stata fatta con
criteri adottati in ambito accademico e quindi non con riferi-
mento alla pronuncia del vocabolo, ma all'equivalenza formale
fra caratteri ebraici o greci e caratteri latini.
ANNOTAZIONI 6

L'approfondimento liturgico
Redatto da Matteo Ferrari, rimanda ai testi biblici come pro-
posti nei Lezionari italiani, quindi nella versione CEI del 2008.
LUCA
Introduzione, traduzione e commento

a cura di
Matteo Crimella

~
SAN PAOLO
Nestle-Aland, Novum Testamentum Graece, 28th Revised Edition, edited by Barbara and
Kurt Aland, Johannes Karavidopoulos, Carlo M. Martini, and Bruce M. Metzger in coo-
peration with the Institute for New Testament Textual Research, MUnster!Westphalia. IO
2012 Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart. Used by pennission

IO EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 2015


Piazza Soncino, 5 • 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
www.edizionisanpaolo.it
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l.
Corso Regina Margherita, 2 • 10153 Torino

ISBN 978-88-215-9636-0
INTRODUZIONE

TITOLO E POSIZIONE NEL CANONE

Gli autori antichi sono concordi nell'attribuire la composizione


del terzo vangelo a un personaggio di nome Luca. Nel 170 Tazia-
no compose il Diatessaron (che significa «attraverso i quattro»)
nel tentativo di unificare in una sola opera i quattro vangeli: ne
consegue che a quella data l'autorevolezza dei testi evangelici era
già riconosciuta dalle Chiese. Inoltre, Marcione, Giustino, la Di-
dachè e il Vangelo di Pietro (un testo apocrifo) citano e/o alludono
al racconto di Luca, segno che il terzo vangelo già nel II secolo
era ben conosciuto. Il Canone muratoriano (databile, secondo la
maggioranza degli studiosi, attorno al 170-180) attribuisce a Lu-
ca la composizione di un vangelo, che colloca al terzo posto (il
documento è mutilo e non sappiamo che cosa c'era al primo e al
secondo posto). Anche Ireneo di Lione (circa nel 175-195) ascrive
a Luca la composizione di un vangelo, precisando che l'autore è
stato un compagno di Paolo (cfr. Contro le eresie 3,1,1 e 3,14,1):
egli pone Luca dopo Matteo e Marco, prima di Giovanni. Tale or-
dine è rispettato da molti codici antichi in nostro possesso. Anche
Eusebio di Cesarea insiste sul fatto che Luca fosse compagno di
Paolo e autore di due volumi: il vangelo e gli Atti (cfr. Storia della
Chiesa 3,4,6).
Gli studi critici degli ultimi novant'anni hanno dimostrato la
profonda unità fra il terzo vangelo e gli Atti: l'uno e l'altro sono
pensati insieme, come volumi unitari. Tuttavia nel momento in
cui si è costituito il canone del Nuovo Testamento (agli inizi del
INTRODUZIONE IO

II sec.), i quattro vangeli sono stati raggruppati e il libro degli Atti


è stato separato dal vangelo di Luca e posto appena prima delle
lettere paoline, di cui fornisce il contesto. L'inserzione del quarto
vangelo ha così scisso l'opera di Luca: in realtà era previsto che i
due tomi fossero letti uno di seguito all'altro.
A proposito del titolo dell'opera, nelle edizioni critiche del te-
sto greco del Nuovo Testamento si pone abitualmente come so-
prascritta KATA LOUKAN, ovverosia «secondo Luca>>. Un simile
titolo è certamente editoriale, posto cioè all'inizio del racconto da
qualcuno che ha ordinato i differenti scritti del Nuovo Testamento.
Tuttavia Hengel 1 ha dimostrato, analizzando attentamente papiri,
codici, scritti dei Padri e versioni antiche, che già nel II secolo era
largamente diffusa l'usanza di dare un titolo ai quattro volumetti.
Le inscriptiones (poste in testa all'opera) o le subscriptiones (poste
al termine) sono concordi: nel caso del terzo vangelo si usano le
parole euangélion katà Loukan, ovverosia «vangelo nella versio-
ne di Luca>>. Un simile titolo (comune anche a Matteo, Marco e
Giovanni) distingue i quattro testi dagli altri scritti antichi, solita-
mente contrassegnati dal nome dell'autore al genitivo e dal titolo
dell'opera (come avviene, per il NT, nelle lettere cattoliche). L'inu-
suale inscriptio indica che gli evangelisti non intendono apparire in
qualità di autori "biografici" come altri, ma attraverso la loro opera
vogliono offrire la testimonianza dell'annuncio di salvezza di Gesù.

ASPETTI LETTERARI

Genere letterario e accorgimenti stilistici


Genere letterario. Il genere letterario del racconto lucano è quel-
lo evangelico, del quale Luca non è però l 'inventore. Egli riprende
il genere letterario creato da Marco, ma accentua la dimensione
biografica, inserendo la narrazione dentro una cornice per mezzo
dei racconti dell'infanzia (cfr. l ,5-2,52) e delle apparizioni pasquali
(c. 24) e offrendo pure alcuni riferimenti cronologici alla storia
1 Cfr. M. Hengel, Die vier Evangelien und das eine Evangelium von Jesus Christus.

Studien zu ihrer Sammlung und Entstehung, Mohr Siebeck. TObingen 2008, 87-95.
Il INTRODUZIONE

dell'impero romano (cfr. 2,1-2; 3,1). Secondo Burridge2 i vangeli,


proprio perché concentrati sul ministero e sull'insegnamento di Ge-
sù, dal battesimo fino alla sua morte in croce, rientrano nei canoni
della biografia antica. La loro portata cristologica è interpretata
come un invito a seguire Gesù e a imitarlo. Le biografie antiche non
accumulano gli episodi della vita del protagonista, ma preferiscono
sceglieme alcuni che ritengono essere più rappresentativi, facendo
emergere la complessità di una personalità, al fine di porne in evi-
denza i vizi e/o le virtù. Così, la componente morale è prioritaria,
mentre gli altri aspetti sono ad essa subordinati secondo le neces-
sità. In una parola, le biografie dell'epoca più che al personaggio,
s'interessano di ciò che egli rappresenta. I vangeli, invece, hanno
un progetto diverso: loro scopo è convincere e confermare nella
fede, condurre il lettore a confessare Gesù. Questa finalità fa la
differenza e impedisce di definire i vangeli (e Luca in particolare)
una semplice vita di Gesù: essi sono un invito alla fede, posto
sotto la forma di un racconto storico-biografico. La genialità delle
narrazioni evangeliche è proprio quella di convincere a credere,
raccontando la vicenda di Gesù.
Fonti. L'autore del terzo vangelo nel suo proemio fa riferimento
ad alcuni precursori che si sono cimentati a narrare gli «avvenimen-
ti che si sono compiuti» (l, l). Chi sono questi «molti» di cui Luca
parla? Non è facile saper lo, ma il confronto con Marco e Matteo fa
emergere somiglianze e differenze. Gli studiosi hanno ipotizzato
che Luca abbia avuto sottocchio il racconto di Marco, abbia poi
utilizzato la fonte dei detti (chiamata anche Fonte Q) comune anche
a Matteo, infine abbia introdotto una serie di racconti propri che
non hanno alcun parallelo né nei Sinottici, né in Giovanni.
Circa il trentacinque per cento del racconto di Luca proviene
dal vangelo di Marco; il terzo evangelista segue sostanzialmente
l'ordine del secondo vangelo: ministero di Gesù in Galilea, cam-
mino verso Gerusalemme, passione, morte e risurrezione. Tuttavia
Luca compie alcune significative aggiunte: la «piccola inserzione»
(6,20-8,3) che di fatto corrisponde al discorso della pianura e agli
2 Cfr. R.A. Burridge, Che cosa sono i vangeli? Studio comparativo con la biografia

greco-romana, Paideia, Brescia 2008.


INTRODUZIONE 12

episodi del capitolo 7, mentre la «grande inserzione» (9,51-18, 14)


quasi coincide con il «grande viaggio» verso Gerusalemme. Luca
però tralascia del materiale di Marco (piccola omissione): quanto è
detto in Mc 9,41-10,12 viene soppresso nel terzo vangelo. Infine,
l'evangelista sposta il discorso sul servizio (che in Marco segue
immediatamente la terza predizione della morte [cfr. 10,42-45])
nel contesto della passione (cfr. 22,25-27). Non bisogna poi di-
menticare che, se da un lato Luca concede ampio spazio al «grande
viaggio», dall'altro omette tutti gli spostamenti di Gesù al confine
e al di fuori della terra d'Israele (cfr. in Marco e Matteo i viaggi a
Tiro, Sidone e Cesarea di Filippo, e i passaggi attraverso la Deca-
poli). La dipendenza da Marco non significa che Luca riproponga
tale e quale la sua fonte: egli ha operato un vero e proprio lavoro
di riscrittura. Anzitutto il greco del terzo vangelo è più raffinato
di quello di Marco: lo stile è più elegante, alla paratassi subentra
l 'i potassi, i termini aramaici vengono evitati. Inoltre Luca cancella
i riferimenti alle emozioni di Gesù che Marco registrava (cfr., p.
es., Mc 1,41 e Le 5,13; Mc 3,5 e Le 6,10).
Altro materiale narrativo del terzo vangelo proviene dalla fonte
dei detti (Q): quanto non c'è in Marco ma è condiviso da Matteo e
da Luca è stato attribuito dagli studiosi a un'ipotetica fonte scritta,
indicata con la sigla Q (dal tedesco Quelle, che significa «fonte»;
da cui la curiosa espressione ormai in uso di «fonte Q»). Questo
materiale è quasi interamente inserito nella piccola e nella grande
inserzione, dove spesso si mescola con testi propri di Luca. Essen-
zialmente (con qualche eccezione) questi testi sono raggruppati
in quattro sezioni (3,7--4,13; 6,20--7,35; 9,51-13,35 e 17,23-37).
Infine, una parte importante del racconto (quasi metà) appar-
tiene solo al terzo vangelo: è chiamato «materiale proprio» o, in
tedesco, Sondergut. L'elenco è ricco e più ampio di quello che
offriamo. Essenzialmente: il proemio (l, 1-4), il racconto dell'in-
fanzia (l ,5-2,52), la genealogia di Gesù (3,23-38), la predicazione
a Nazaret (4, 16-30), l'incontro con Marta e Maria (l 0,38-42), l'epi-
sodio di Zaccheo (19, 1-10), il lamento su Gerusalemme (19,41-
44); molte parabole: il buon samaritano (10,25-37), il ricco stolto
(12,16-21), il fico sterile (13,6-9), la dracma perduta (15,8-10), il
13 INTRODUZIONE

figlio prodigo (15, 11-32), l'amministratore scaltro (16, 1-8), Laz-


zaro e il ricco ( 16,19-31 ), il giudice iniquo e la vedova importuna
(18, 1-8), il fariseo e l'esattore (18,9-14); alcuni miracoli: la pesca
abbondante (5,1-11), la risurrezione del figlio della vedova di N ai n
(7, 11-17), la guarigione della donna curva ( 13, l 0-17), la guarigione
de li' idropico (14, 1-6), la purificazione dei dieci lebbrosi (17, 11-
19); alcuni episodi della passione: la ricompensa promessa agli apo-
stoli (22,28-32), il detto sulle due spade (22,35-38), Gesù inviato
a Erode (23,6-12), il buon )adrone (23,39-43); i racconti pasquali:
l'apparizione ai discepoli di Emmaus (24,13-35), l'apparizione agli
Undici (24,36-49), l'ascensione (24,50-53).
Lingua. Da sempre il greco di Luca (insieme a quello della let-
tera agli Ebrei) è considerato come il più accurato ed elegante del
Nuovo Testamento: il terzo evangelista pensa e scrive nella cosid-
detta lingua koinè, ovverosia il greco che si era diffuso nel mondo
antico con Alessandro Magno. Luca padroneggia stili diversi: nel
proemio (l, 1-4) imita a perfezione i grandi classici, nei racconti
dell'infanzia (1,5-2,52) si rifa alla Settanta (la traduzione greca
della Bibbia), in altri passi utilizza la lingua corrente. Tale varietà
è coerente col progetto narrativo e teologico di Luca: egli intende
raccontare la storia della salvezza, ben ancorata nella rivelazione
fatta a Israele (e attestata nella Bibbia che per Luca è di fatto la
Settanta) e insieme aperta a tutte le genti.
Stile. Luca racconta facendo uso di alcune modalità letterarie sue
proprie. Ne mettiamo in luce un paio: le scene-tipo e il triangolo
drammatico.
Luca presenta la relazione di Gesù con gli scribi e i farisei,
ricorrendo alle scene-tipo. Si tratta di situazioni che ricorrono più
volte nella narrazione: le caratteristiche degli episodi sono simi-
li, vi sono frasi-chiave, emergono però significative variazionP.
Le quattro scene-tipo nelle quali troviamo i capi giudei sono le
seguenti. l) Gesù mangia con gli esattori e i peccatori; scribi e
farisei mormorano e Gesù replica (cfr. 5,29-32; 15,1-3; 19,1-10).
2) Gesù guarisce in giorno di sabato alla presenza dei capi giudei
3 Cfr. R.C. Tannehill, The Narrative Unity of Luke-Acts: A Literary Interpretation. 1:

The Gospel According to Luke, Fortress, Philadelphia 1986, 170-171.


INTRODUZIONE 14

che si oppongono al suo comportamento. Ali' obiezione di Gesù,


che difende il proprio agire, i suoi avversari non sanno rispondere
(cfr. 6,6-11; 13, l 0-17; 14, 1-6). 3) Gesù mangia in casa di un fariseo
ma emerge un conflitto; esso offre l'occasione a Gesù di mettere
in discussione il comportamento e le idee farisaiche (cfr. 7,36-50;
11 ,3 7-54; 14, 1-24). Il banchetto diventa cifra della salvezza donata
da Gesù, offerta che chiede una risposta adeguata. 4) Infine, un
capo giudeo chiede a Gesù che cosa deve fare per ereditare la vita
eterna; si cita la Legge, ma poi sorge un problema per la sua inter-
pretazione, al punto che si superano le aspettative di colui che aveva
interrogato (cfr. 10,25-37; 18,18-23). Se sul piano della storia non
vi sono collegamenti fra questi episodi, sul piano della costruzione
del racconto si stabilisce una connessione che permette al lettore
di interpretare e confrontare, entrando così nella ricca prospettiva
della teologia di Luca.
Il terzo evangelista ama poi rappresentare gli incontri di Gesù
con persone che, invece di essere sole, sono in coppia4• Si pensi
al fariseo Simone e alla donna peccatrice e alla differenza del loro
comportamento nei confronti dell'ospite (7 ,36-50), oppure a Marta
e Maria, la cui accoglienza del Signore è così diversa (10,38-42),
o, ancora, ai due ladroni in croce che, per quanto accomunati dal
medesimo terribile supplizio, sanno dire parole l'uno d'insulto,
l'altro di supplice affidamento (23,39-43). Osservando poi le pa-
rabole, si nota che anche là appare un meccanismo molto simile:
il sacerdote, il levita e il samaritano incontrano un ferito (l 0,30-
35), il padre è in relazione col figlio prodigo e col figlio maggiore
(15, 11-32), Abraam è in contatto col povero Lazzaro e in dialogo
con il ricco ( 16, 19-31 ), Dio è invocato nel tempio dal fariseo e dal
pubblicano (18,9-14).
Il procedimento narrativo che vede la presenza di tre personaggi
in reciproca interazione è stato definito «triangolo drammatico».
Questi episodi si caratterizzano, a prima vista, per la contrapposi-
zione antitetica fra due personaggi il cui conflitto è risolto da un
terzo. Ogni volta si presenta una coppia: due viandanti, due figli,
4 Cfr. M. Crimella, Marta, Marta! Quattro esempi di «triangolo drammatico;; nel «gran-

de viaggio di Luca», Cittadella, Assisi 2009.


15 INTRODUZIONE

due morti, due donne, due ospiti, due oranti, due ladroni. Ma il
protagonista principale è la terza figura: il malcapitato assalito dai
briganti, il padre della parabola, Abraam, Gesù, Dio. La chiave
di volta di ogni racconto non sta tanto nella presentazione di due
personaggi antitetici, ma nella contrapposizione dei punti di vista.
Questi episodi combinano sottilmente suspense e sorpresa sul filo
dell'intreccio, disponendo dei tre personaggi del triangolo dram-
matico che interagiscono all'interno di ogni pericope in modo del
tutto originale. Il narratore suscita un'attesa che fa immaginare
una soluzione ma, in luogo del superamento prospettato e/o atteso,
Luca sorprende il suo lettore per mezzo di qualcosa d'inaspettato.
L'imprevedibilità smorza la previsione e ogni pretesa di facile com-
prensione della vicenda, offrendo più ampio respiro alla narrazione
e obbligando a riconoscere la novità introdotta dal racconto. La
sorpresa, poi, si pone non solo al livello del racconto ma pure a
livello rivelativo, cioè teologico. In altre parole, il lettore è guidato
a entrare nella logica del regno di Dio e della rivelazione di Gesù
e deve apprendere a valutare la differenza di reazioni, comporta-
menti, pensieri e parole dei personaggi che popolano i racconti. Il
lettore, cioè, deve riconoscere palesi o sottili resistenze al regno di
Dio e alla persona di Gesù. Il terzo evangelista educa cosi il suo
lettore a discernere, lo rende cioè un interprete delle stesse vicende
narrate. A sua volta il lettore, lasciandosi stupire dalle sorprese nar-
rative, conoscendo la caratterizzazione dei personaggi e afferrando
la logica delle parabole, scopre la novità rivelati va e teologica che
i vari episodi intendono trasmettergli. Così egli diviene un lettore
che, passo dopo passo, si allinea al punto di vista di Gesù e fa sua la
logica paradossale del regno di Dio. Le resistenze, le obiezioni, le
aperture, le trasformazioni dei personaggi sono un prisma per com-
prendere non solo come la rivelazione entri nelle pieghe dell'uma-
nità, ma pure come l'umanità le offra la possibilità di dispiegarsi.

Articolazione del racconto


Normalmente è nella cornice che il narratore comunica al letto-
re che cosa deve aspettarsi dal racconto e come lo deve intendere.
All'inizio (cfr. 1,1-4) Luca espone circostanze, metodo e scopo del
INTRODUZIONE 16

suo scritto, mostrando il legame fra l'autore e i destinatari della sua


opera. Il patto di lettura che il narratore propone al suo destinatario
abbraccia non solo il vangelo, ma si estende pure allibro degli Atti.
Non si parla né di Gesù né di Dio; neppure si fa riferimento all'Antico
Testamento: Luca dichiara solo l'intento della sua opera, destinata a
«far riconoscere» la fondatezza della fede cui Teofilo è stato iniziato
(cfr. l ,4). Non c'è il quid (il «che cosa») del racconto, di cui Luca dirà
poi, ma il quomodo (il «come»). In altre parole, il lettore è chiamato
a intraprendere un processo di verifica per constatare di persona
la fondatezza degli insegnamenti ricevuti nella prima catechesi di
base. Il destinatario (chiamato Teofilo) non è una persona digiuna di
cristianesimo, non uno che deve essere iniziato. Il racconto di Luca
intende cioè consolidare la fede dei suoi destinatari.
Andando all'ultimo capitolo del vangelo, all'episodio dei disce-
poli di Emmaus (cfr. 24, 13-35), troviamo l 'altra parte della cornice:
vi sono due discepoli, Cleopa e un anonimo compagno; Gesù cam-
mina con loro ma essi non lo riconoscono. Ascoltando però la sua
parola, i loro cuori sono «infiammati» (24,32) e, allo spezzare del
pane, finalmente i loro occhi si aprono e riconoscono il Risorto (cfr.
24,31 ). Questo è il passaggio richiesto a ogni lettore del vangelo:
dal mancato all'effettivo riconoscimento di Gesù. La cornice dice
che cosa è e come si deve intendere quel racconto. Se la cornice
iniziale insisteva sulla necessità di riconoscere la fondatezza de-
gli insegnamenti cui il destinatario era stato iniziato, quella finale
mostra che tale riconoscimento avviene per mezzo della fede e
riguarda Gesù, il Crocifisso risorto.
Oggi gli studiosi sono sempre più convinti che il vangelo e gli
Atti degli Apostoli siano da leggere insieme, come una sola ope-
ra pensata e scritta dall'evangelista come un'unità. La continuità
dell'opera lucana è narrativa ma pure teologica. Due sono gliele-
menti principali che unificano i tomi: il simbolo geografico e il tema
del viaggio. Al centro del racconto di Luca-Atti v'è Gerusalemme:
è la città della passione, della morte e della risurrezione di Gesù,
ma è pure al cuore della fede d'Israele. Il vangelo si apre proprio
a Gerusalemme (dopo il proemio, la prima scena è nel tempio, cfr.
l ,5-25) e si chiude ancora a Gerusalemme: gli Undici e gli altri,
17 INTRODUZIONE

dopo l'ascensione di Gesù, «ritornarono a Gerusalemme con gioia


grande e stavano sempre nel tempio, benedicendo Dio» (24,52-
53). Luca poi, sovrapponendo il finale del vangelo e l'inizio degli
Atti, comincia il secondo volume proprio a Gerusalemme, narrando
ancora una volta- ma non senza differenze -l'ascensione di Gesù
(At 1,1-11).
Ma v'è pure il tema del viaggio. Il vangelo è dominato dal tema
della salita verso la città santa: a partire da 9,51 Gesù «prese ferma-
mente la strada verso Gerusalemme». Entrato poi nel tempio (cfr.
19,45), vi rimane e la passione, come pure la risurrezione, sono a
Gerusalemme, senza andare in Galilea (come invece avviene nel
vangelo di Matteo). Ne consegue che il vangelo è un grande viag-
gio che parte da Nazaret (luogo iniziale del ministero di Gesù) e
giunge a Gerusalemme. Gli Atti, invece, partono da Gerusalemme
e sono il cammino del vangelo verso gli estremi confini della terra,
secondo l'ordine impartito dal Risorto agli Undici (cfr. At l ,8). Na-
turalmente c'è da chiedersi: come può Roma, il cuore dell'impero,
corrispondere all'«estremità della terra» (At 1,8)? Si tratta di una
contraddizione? Riteniamo che l'ordine del Risorto e il conseguente
compito dei discepoli non si esauriscano nel racconto degli Atti,
la cui narrazione giunge solo fino a Roma. La corsa del vangelo
procede anche oltre e arriva sino al lettore, oggi.
Si è visto come Luca adatti il racconto di Marco, sviluppando
alcuni aspetti biografici assenti nel vangelo più antico. Tenendo
dunque conto sia dell'elemento biografico, come di quello geogra-
fico e de li' importanza di Gerusalemme nell'opera lucana, possiamo
individuare quattro momenti fondamentali nella narrazione:
l, 1-4 Proemio
l ,5-4, 13 Giovanni Battista e Gesù
4, 14-9,50 Ministero di Gesù in Galilea
9,51-19,44 Il cammino verso Gerusalemme
19,45-24,53 Gesù a Gerusalemme
Si nota come Luca situi con molta precisione e coerenza l'attività
pubblica di Gesù in tre scenari ben definiti. L'indizio più chiaro
di quest'ordine geografico è la dichiarazione di 9,51. A partire da
qui inizia una sezione molto più estesa rispetto a Marco e caratte-
INTRODUZIONE 18

ristica del terzo vangelo, quella del cammino verso Gerusalemme


o «grande viaggio» (9 ,51-19,44). Nei capitoli precedenti l'attività
pubblica di Gesù è collocata in Galilea (4,14-9 ,50), con un segnale
d'inizio in 4, 14; dopo l'ingresso nel tempio (19,45), invece, Gesù
non si allontana più dalla città santa (19,45-24,53). L'elemento bio-
grafico appare soprattutto ali 'inizio della narrazione, allorché Luca
racconta l'origine, la nascita e il principio dell'attività di Gesù per
mezzo di un serrato confronto con l'origine, la nascita e l'attività
di Giovanni Battista.
Dopo il proemio (l, 1-4), la prima parte del racconto (l ,5-4, 13) è
tutta giocata su un confronto fra Giovanni il Battista e Gesù (genere
molto amato nel mondo ellenistico, la cosiddetta sjnkrisis o com-
paratio). Luca apre il suo racconto alternando la presentazione di
Giovanni il Battista e quella di Gesù. Sembra che Luca proceda con
un parallelo perfetto: prima l'uno poi l'altro; in realtà l'evangelista
mostra la sproporzione fra i due personaggi, anzitutto dedicando
alcuni episodi solo a Gesù (2,22-40.41-52), per mostrare che l 'uno
è solo il profeta dell'Altissimo, colui che prepara un popolo ben
disposto (cfr. 1,76), mentre l'altro è colui che porta la salvezza; il
bambino deposto nella mangiatoia in realtà è «un salvatore, che è
Messia Signore» (2, 11 ), la luce che porterà la rivelazione di Dio
a tutte le genti (cfr. 2,29-32). Anche gli inizi della loro attività
confermano questa differenza: Giovanni è semplicemente il pre-
cursore (cfr. 3, 1-20), Gesù invece è il Figlio di Dio, come rivelano
il battesimo (3,21-22), la genealogia (3,23-38) e l'episodio delle
tentazioni (4, 1-13).
Occorre sottolineare almeno ancora un aspetto. Il lettore, al
termine di questa parte, conosce tutto a proposito dell'identità di
Gesù: sa che è il Messia (il Cristo), il salvatore, il Signore, il Figlio
di Dio, la luce delle genti. A informare il lettore di tutto ciò sono
stati personaggi singolari: angeli (Gabriele e le schiere celesti),
persone ricolme di Spirito Santo (Elisabetta, Simeone, Anna), la
voce dal cielo e addirittura il diavolo. Il lettore, in certo senso, non
deve scoprire più nulla; ormai conosce tutto dell'essere segreto
di Gesù. La sua domanda dunque non sarà tanto chi è Gesù, ma
come riconoscerlo, unendo il suo essere (ormai dichiarato) e il suo
19 INTRODUZIONE

apparire, verificando la coerenza fra la sua identità e le sue azioni.


Dopo il solenne portale d'ingresso, Luca narra l'attività di Gesù
in Galilea (4, 14-9,50), ritenuta da quasi tutti i commentatori una se-
zione abbastanza omogenea e coerente con Marco, la fonte del terzo
vangelo. Luca fa iniziare il ministero di Gesù a Nazaret (4, 16-30):
l'episodio ha un forte ruolo prospettico. Il programma cristologico
è come sintetizzato nello svolgersi di questo racconto: la proclama-
zione messianica si fonda sulle Scritture, il lieto annuncio ai poveri
prefigura lo stile di Gesù, l'esempio delle azioni profetiche a favore
della vedova di Sarepta e di Naaman il Siro anticipano l'elezione
dei pagani, il rifiuto opposto a Gesù adombra la passione, il suo
congedo rivela che Gesù domina gli avvenimenti. Vi è poi una serie
di episodi molto vari: miracoli, istruzioni per i discepoli, prese di
posizione contro gli oppositori, parole rivolte a tutti. Gesù mostra di
avere autorità sui demoni, perdona i peccati, chiama a conversione,
guarisce i malati, ha potere sulla morte. Ogni episodio apre uno
scorcio sull'identità di Gesù che il lettore conosce bene dalla prima
parte, ma sulla quale s'interrogano il Battista (cfr. 7, 18-23), Erode
(cfr. 9,7-9), gli stessi discepoli (cfr. 9,45). Tutte le manifestazioni
di Gesù sono coerenti con la proclamazione di Nazaret. Gesù ha
dichiarato di essere colui che realizza quelle promesse ma, insieme,
le supera. Indubbiamente compie opere che evocano alla coscienza
d'Israele la presenza del Messia, ma ne fa altre (perdonare i peccati,
comandare alla natura), riservate unicamente a Dio. Insomma, Gesù
mostra di essere il Messia, ma la sua persona sorprende, interroga,
supera di gran lunga le attese.
In 9,51 c'è una forte cesura: inizia il «grande viaggio», la sezione
più singolare del racconto lucano. La notizia del cammino verso
Gerusalemme è ripetuta altre tre volte, scandendo la narrazione
(13,22; 17,11; 19,28). In realtà, nonostante questa insistenza, l'iti-
nerario geografico non è preciso. Pare insomma che Luca abbia
voluto insistere a dire che Gesù sta camminando verso la città
santa, anche se poi non pare muoversi molto; solo al termine (cfr.
18,35; 19,1) vi sono indicazioni che si stia avvicinando a Gerusa-
lemme. Se l'inizio del «grande viaggio» è quasi universalmente
riconosciuto dai commentatori, la chiusura della sezione è molto
INTRODUZIONE 20

discussa. Alcuni pongono la fine del viaggio in 19,44, ma vi sono


pure altre ipotesi interpretative che lasciano la discussione aperta
(si oscilla da 18,14 a 19,48)5• Utilizzando i criteri dell'analisi nar-
rativa, individuiamo una cesura in 19,44, alla fine del racconto del
pianto di Gesù alla vista della città santa. In 19,45, infatti, lo spazio
cambia: Gesù entra nel tempio e il suo cammino è ormai giunto
a destinazione; cambiano pure gli attori: della folla e dei farisei
non si farà più parola, mentre entrano in scena il popolo e i sommi
sacerdoti con gli scribi. Rispetto alla fase precedente, quella del
ministero in Galilea, questa è caratterizzata da una maggiore radi-
calità e complessità. Gesù sta camminando verso Gerusalemme, la
città della passione, della croce e della risurrezione. L'opposizione
alla sua persona cresce in modo esponenziale. Allorché Gesù vede
Gerusalemme, piange (19,41-44): mentre Zaccaria proclamava la
visita di Dio (cfr. l ,68) e la folla entusiasta acclamava: «Dio ha
visitato il suo popolo» (7, 16), la città santa non accoglie la visita
divina in Gesù. La prospettiva è più drammatica: si profilano non
solo l'accoglienza ma pure il rifiuto e la chiusura (cfr. 18, 18-23 ).
Inoltre l 'insegnamento di Gesù si fa più complesso. A prenderlo
alla lettera, senza un minimo d'intelligenza, pare addirittura con-
traddittorio. Come unire, per esempio, l 'immensa bontà del padre
della parabola (15,11-32) e il giudizio severo nei confronti del ricco
epulone ( 16,19-31 )? Il padre va incontro al prodigo, esce verso il
maggiore colmo d'ira, mostra di non avere la mentalità dei due
figli, unicamente legata al dare e all'avere, al denaro e ai meriti
da conteggiare: egli è ben diverso da loro e le sue ragioni, le sue
scelte, il suo modo di agire sono di tutt'altra natura. Fuor di meta-
fora: gli uni (che siano giusti e/o giudei) e gli altri (peccatori e/o
pagani) devono scoprire la novità di un Padre misericordioso ma,
soprattutto, devono abbandonare la loro logica economica (logica
che accomuna il minore e il maggiore), per accogliere quella del

5 Osserva G.C. Bottini, Introduzione all'opera di Luca. Aspetti teologici, Franciscan

Printing Press- Terra Santa, Jerusalem- Milano 2011, 27-28: La fine del "grande viaggio"
«è variamente delimitata a seconda del criterio adottato. Per alcuni si conclude in 18,14
perché in 18,15 Luca riprende a seguire Marco; per altri si conclude in 19,27 o 19,28 oppure
in 19,44 con l'arrivo di Gesù a Gerusalemme; per altri infine il viaggio culmina in 19,45-46
con l'ingresso nel tempio».
21 INTRODUZIONE

Padre, che è tutta improntata alla gratuità e al dono. Se poi però


si considera la parabola del ricco, il tono cambia: per lui è troppo
tardi. L'insensibilità che l'ha caratterizzato in vita non ha più la
possibilità di un riscatto. Ne viene allora il ritratto di un Dio che è
un Giano bifronte, contraddittorio? Certamente no! L'insegnamento
di Gesù è complesso e, solo tenendo insieme tutto, si è autentica-
mente suoi discepoli, lo si segue sulla strada verso Gerusalemme.
La scoperta dell'infinita misericordia di Dio non può che diventare
attenzione ai poveri; diversamente è pura e vuota retorica. Ancora
una volta Gesù è sorprendente e il suo insegnamento ancor di più.
Sorge una domanda: qual è la relazione fra il cammino verso
la città santa (ovverosia la forma, per quanto stereotipata, della
narrazione) e gli insegnamenti ai discepoli, le polemiche con gli
avversari, i dialoghi, le parabole (cioè il contenuto)? Le risposte
che gli esegeti hanno dato sono differenti. Secondo Conzelmann
la costruzione redazionale del viaggio è rivelativa della conce-
zione cristologica di Luca: «La consapevolezza di Gesù del suo
destino di sofferenza viene espressa come viaggio. Intanto, Gesù
è itinerante in luoghi non diversi dai precedenti. È il suo modo di
essere itinerante che è cambiato. Ora egli ha dinanzi a sé la me-
ta, per incamminarsi verso la quale di fatto, secondo 13,33, non
deve imboccare un'altra strada» 6 • Luca non deve rivelare l'iden-
tità messianica di Gesù; l'accento dunque non cade tanto su chi è
Gesù, ma su come si manifesta. Altri autori, invece, prediligono
l'interpretazione ecclesiologica: la presenza di detti e di parabole, i
numerosi insegnamenti e le controversie mostrano la tendenza pare-
netica e didattica, cioè ecclesiologica. Un terzo gruppo di studiosi,
d'altro canto, sottolinea la portata sia cristologica sia ecclesiolo-
gica del «grande viaggio»: «Se Gesù sale alla città del suo destino
secondo quanto è stabilito, prepara i suoi discepoli alla missione
di annunciare e di proclamare il suo messaggio di salvezza dopo
la sua morte e risurrezione sino ai confini della terra (At l ,8). Il
racconto di viaggio diventa pure una collezione di insegnamenti
per la giovane Chiesa missionaria dove l'istruzione dei discepoli
6 Cfr. H. Conzelmann, Il centro del tempo. La teologia di Luca, Piemme, Casale Mon-

ferrato 1996, 72.


INTRODUZIONE 22

segue al dibattito con gli oppositori» 7• Sicché al tema della salita di


Gesù verso Gerusalemme- in realtà salita al Padre- s'aggiunge il
tema della sequela sullo sfondo della salvezza escatologica dona-
ta a Israele e ai pagani. Nel «grande viaggio» le azioni potenti di
Gesù intendono «provocare la discussione e, in tal modo, svelare
le radici profonde del rifiuto, delle resistenze» 8 • In altre parole, la
narrazione del viaggio è la proclamazione del Regno che viene con
Gesù. Perciò il lettore è condotto a entrare nelle vie paradossali di
Gesù, cioè di Dio. Una tale ridda di interpretazioni mostra la grande
ricchezza ma pure la complessità del «grande viaggio». Come una
pietra preziosa dalle molte sfaccettature, così la narrazione lucana
rivela la sua poliedricità: ogni tentativo di definizione ne evidenzia
un aspetto senza esaurirne il significato.
Quando finalmente Gesù arriva a Gerusalemme, entra nel
tempio. Quest'ultima parte del racconto (19,45-24,53) è caratte-
rizzata dall'unità di luogo: tutto avviene nella città santa. Gesù
anzitutto insegna nel tempio (19,45-21,38): si difende dagli attac-
chi a lui rivolti, poi fa un discorso assai complesso, il cosiddetto
«discorso escatologico» (21 ,5-36), il cui tono di speranza è più
accentuato che nei paralleli di Marco e Matteo. Segue la passione
vera e propria (che prende gli interi cc. 22 e 23). Di essa vale la
pena sottolineare solo un aspetto: Gesù è rappresentato come un
profeta sofferente, come il «servo di YHWH» di cui parla Isaia (cfr.
Is 52,13-53,12). Il Messia, cioè, è annoverato fra i peccatori e
intercede a loro favore; è rifiutato dai suoi e diviene colui che li
salva; per coloro che lo uccidono invoca il perdono. V'è una vera
e propria ironia del capovolgimento, cioè una sorpresa narrativa
e teologica. Ne è prova il triplice «Salva te stesso!» rivolto al
Crocifisso: prima sulla bocca dei capi (23,35), poi sulle labbra
dei soldati (23,37), infine come urlo disperato delladrone (23,39).
Capi, soldati e ladrone intendono la salvezza come capacità di
scampare dalla morte onnai imminente: sarebbe la prova incon-

7 J.A. Fitzmyer, The Gospel According to Luke (1-JX): Introduction, Translation, and

Notes, Doubleday, Garden City 1981,826.


8 J.-N. Aletti, L 'arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di

Luca, Queriniana, Brescia 1991, 99.


23 INTRODUZIONE

futabile della messianicità. Gesù, invece, si dimostra il salvatore


proprio perché non salva se stesso dalla morte. Il buon ladrone
intuisce questo mistero nascosto del Crocifisso: egli riceve sal-
vezza proprio in forza della morte di Gesù.
Infine, l'ultimo capitolo del vangelo è dedicato ai racconti pa-
squali. Luca comprime i tre racconti (le donne al sepolcro, i disce-
poli di Emmaus, l'incontro degli Undici e degli altri col Risorto)
in un unico giorno e li colloca a Gerusalemme. Il vangelo tennina,
così, con Gesù che sale in cielo (cfr. 24,51 ): un modo per dire che
Gesù appartiene onnai al mondo di Dio.
Ma il racconto di Luca non è ancora tenninato perché continua
con gli Atti degli Apostoli. Del secondo tomo offriamo solo due ve-
loci annotazioni. Come già ricordato, anche il libro degli Atti ha un
filo rosso legato alla geografia (cfr. At l ,8): si va da Gerusalemme
a Roma. Dopo l'ascensione (At l, 1-11) la narrazione è ambientata
a Gerusalemme (At 1,12-8,1a), poi si va in Giudea e Samaria (At
8, 11r-11, 18), infine verso i confini della terra (At 11,19-28,31 ). In
questo modo la disposizione del secondo tomo di Luca è specula-
re al primo. L'altra annotazione: il libro degli Atti degli Apostoli
(proprio a partire dal suo nome) può essere inteso come il racconto
delle vicende degli apostoli (Pietro, Stefano, Filippo, Barnaba e,
infine, Paolo). Ciò in parte è vero; in realtà, il grande protagonista
del libro è il Signore risorto, che per mezzo del suo Spirito agisce
negli apostoli. È la corsa della parola del vangelo nel mondo inte-
ro. La parola cresce (cfr. At 6, 7; 12,24; 19,20), si diffonde (cfr. At
13,49). Paolo addirittura si dedica tutto «alla Parola» (At 18,5) e
alla fine del libro annuncia con franchezza e senza impedimento «il
vangelo del Regno» (At 28,31 ), esattamente come Gesù.

LINEE TEOLOGICHE FONDAMENTALI

La teologia di Luca è da leggere fra le righe del vangelo e degli


Atti, disseminata in ogni pagina. Fra le molte dinamiche teologiche
che emergono ne sottolineiamo solo alcune che rivestono una certa
importanza.
INTRODUZIONE 24

La storia della salvezza e l'escatologia


Un contributo fondamentale del XX secolo sull'opera lucana è
quello pubblicato nel 1954 da Conzelmann9• La tesi dell'esegeta
tedesco, a partire da Le 16, 16, è che Luca distinguerebbe tre fasi
nella storia della salvezza: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da
allora è annunciata la buona notizia del regno di Dio, e ciascuno si
sforza di entrarvi». Fino a Giovanni Battista compreso v'è il tempo
d'Israele, ovvero il tempo della promessa; il Battista, diversamente
da Mt 3,2, non annuncia il Regno ma è un predicatore di giudizio,
come i profeti. Poi, con Gesù, è inaugurato il periodo del Regno
annunciato e manifestato (cfr. Le 4,17-21; 18,31; 22,3 7; 24,25-27);
il tempo di Gesù è, nella visione di Conzelmann, «il centro del
tempo». Segue il tempo della Chiesa, inaugurato dalla venuta dello
Spirito nella Pentecoste (cfr. At 2, 1-13 ). Rifacendosi all'esortazione
del Risorto agli Undici («Non spetta a voi conoscere i tempi o i
momenti»: At 1,7), Conzelmann conclude che lo Spirito «rende
superflua la conoscenza di quando [le cose ultime] accadranno ...
Luca si richiama consapevolmente al fenomeno dello Spirito per
risolvere il problema della parusia» 10 • La soluzione è radicale: si
rinuncia all'imminenza del ritorno del Signore, sostituendola con
un'ampia storia della salvezza in cui lo Spirito è il protagonista. Il
tentativo di Conzelmann non può che essere apprezzato, non fosse
altro per la valorizzazione della redazione lucana e della categoria
della storia della salvezza. Dopo sessant'anni, tuttavia, emerge an-
che qualche limite. La triplice scansione della storia della salvezza
appare troppo rigida: il tempo della Chiesa non può essere separato
nettamente da quello di Gesù, in quanto il protagonista del libro
degli Atti è, ancora una volta, il Cristo risorto. Gli Atti affermano
ripetutamente la continuità fra i due tempi. Fra Gesù e la Chiesa,
l'ascensione- non a caso narrata due volte da Luca (Le 24,50-53;
At l ,6-11) con un effetto di sovrapposizione ma pure con non po-
che differenze- rappresenta un collegamento, non una spaccatura.
Anche la sostituzione dell'attesa escatologica con la Chiesa e la
sua opera missionaria - sostituzione che ha dato vita al concetto
9 Cfr. H. Conzelmann, Il centro del tempo.
IO /vi, )46.
25 INTRODUZIONE

di «protocattolicesimo» - appare essere il tributo che l'esegeta


ha dovuto pagare a una certa teologia protestante. Giocando sulle
parole è possibile dire: più che «il centro del tempo» Gesù è «il
centro dei tempi». Il tempo d'Israele e quello della Chiesa, nella
visione di Luca, non sono tutt'altra cosa rispetto al tempo di Gesù,
ma sono con quello profondamente connessi. Negli Atti Luca ha
inteso proseguire la sua opera, incentrata sulla storia della salvezza
che nel tempo di Gesù ha avuto il suo «oggi» (cfr. Le 2, 11; 4,21;
19,5.9; 23,43) definitivo e che ora, sotto l 'impulso dello Spirito
Santo (lo stesso Spirito del Risorto), si prolunga nella Chiesa e nel
mondo. In altre parole: la considerazione della storia della salvezza
rivela che al centro della teologia lucana sta la cristologia.
Luca indubbiamente è uno storico, ovverosia un narratore che
racconta una serie di vicende ancorate nella trama del suo tempo
(cfr. 2, 1-2; 3, 1-2; 13,31 ). Il suo interesse non è tuttavia solo storio-
grafico, ma pure teologico, in quanto racconta una storia nella quale
interviene Dio. Non è dunque il ritardo della parusia a far scattare
l'attenzione alla storia; egli nutre piuttosto la convinzione che non
esiste salvezza fuori dalla storia. In questo senso Luca è in linea
con la tradizione storiografica dell'Antico Testamento, che narra
una vicenda nella quale Dio stesso interviene a favore d'Israele.

La relazione Chiesa-Israele
Intrecciato col tema della storia della salvezza, v'è il rapporto
fra Israele, la Chiesa e i pagani''· Dietro questa relazione v'è il
problema di individuare un punto di vista che consenta di cogliere
lo scopo e l'unità dei due tomi lucani (vangelo e Atti), senza ca-
dere nella fatale alternativa fra storia e teologia, alternativa che ha
caratterizzato per lunghi anni la letteratura secondaria a proposito
dell'opera «a Teofilo». Il proemio del vangelo rivela sia il carat-
tere storiografico sia la finalità ecclesiale dell'intera opera lucana;
l'evangelista si è posto nel solco di Marco e ne ha condiviso il
presupposto, mostrando l'identità fra il Risorto e il Gesù terreno. La
narrazione di Atti, dal canto suo, non aggiunge molte integrazioni.
11 Cfr. V. Fusco, «Progetto storiografico e progetto teologico nell'opera lucana», in Id.,

Da Paolo a Luca. Studi su Luca-Atti, vol. l, Paideia, Brescia 2000, 15-56.


INTRODUZIONE 26

Dal punto di vista cristologico il racconto è pienamente concluso


con la risurrezione e l'ascensione (cfr. Le 24,50-53), nonostante
quest'ultima sia narrata di nuovo all'inizio del secondo volume
(cfr. A t l ,9-11 ). I discorsi (densissimi dal punto di vista cristologi-
co) non aggiungono nulla a quanto già si conosce a proposito del
kérygma (cioè del nocciolo dell'annuncio cristiano). Anche sotto il
profilo escatologico gli Atti non aggiungono nulla: Paolo annuncia
il Regno (At 28,30-31 ), la parusia è incompiuta come ali 'inizio
del racconto (cfr. At l, 9-11) e alla conclusione del vangelo (cfr.
21 ,25-27). E tuttavia il racconto non è sospeso, in quanto il dialo-
go iniziale (At l ,4-8) prende una chiara posizione circa il ritardo
della parusia.
Proprio il problema del rapporto fra Chiesa, Israele e i pagani ap-
pare essere promettente per interpretare la finalità dell'intera opera
lucana. Nel vangelo ci sono promesse che trovano compimento solo
nel libro degli Atti. Il secondo tomo si chiude con un discorso di
Paolo ai giudei di Roma (cfr. At 28,28). Queste parole sono un'eco
di quanto aveva detto Simeone (2,29-32). La salvezza di Cristo
ha raggiunto tutte le genti: nel momento in cui Paolo è giunto a
Roma, nel cuore dell'impero, il vangelo può diffondersi in tutta la
terra. In altre parole: l'intreccio narrativo non si risolve all'interno
del vangelo, ma solo al termine di Atti, nonostante il cambiamento
dei personaggi. Quanto si realizza è il piano di salvezza di Dio a
favore sia dei giudei sia dei gentili, piano di salvezza che le resi-
stenze umane non possono fermare. Il terzo evangelista, dunque,
non mette sullo stesso piano i suoi due volumi. Il vangelo non è
una pura ricostruzione storica ma la presentazione di un messaggio
ancora attuale, destinato a interpellare il lettore e a illustrargli il
cammino della sequela. Con il libro degli Atti invece Luca fron-
teggia l'accusa della rottura con Israele e quindi di introdurre una
discontinuità nella storia della salvezza.
Come i discepoli sono stati vinti nella loro cecità dal Risorto il
quale ha aperto loro gli occhi per mezzo delle Scritture (cfr. 24, 13-
35), così in Atti Luca non offre solo una cronaca degli avvenimenti
ma la loro interpretazione teologica alla luce delle Scritture. La
chiave ermeneutica che permette di leggere queste esperienze della
27 INTRODUZIONE

Chiesa, rimane sempre la risurrezione di Gesù. I due volumi sono


dunque simmetrici, convergenti verso il medesimo centro: il van-
gelo è proteso verso la Pasqua; negli Atti, invece, la Pasqua aiuta
a decifrare gli eventi successivi.
Ne consegue un importante corollario a proposito dell'identità
cristiana. Da una parte, il terzo evangelista cerca le radici del-
la Chiesa a Gerusalemme, cioè nella continuazione di una storia
della salvezza iniziata con Israele. Dall'altra, questa stessa storia
si apre a quell'universalità di cui Roma rappresenta il quadro di
espansione geografico e politico. V'è dunque continuità con Israele
e, allo stesso tempo, sviluppo verso le nazioni: un doppio binario
che rappresenta da una parte il compimento delle promesse delle
Scritture, dall'altra la risposta alla ricerca religiosa del mondo gre-
co-romano. Tale duplicità non è tuttavia da leggere come punto di
partenza (superato) e come punto di arrivo: una tale interpretazione
indurrebbe alla tesi del sostituzionismo (la Chiesa ha preso il posto
d'Israele nell'economia divina), tesi inaccettabile e non iscritta
nel testo. Luca non esclude, piuttosto ingloba per integrazione: il
cristianesimo unisce il meglio di quanto presenta il giudaismo e
il meglio del paganesimo ellenista. Paolo ripete che la speranza
d'Israele trova la sua legittima realizzazione nella fede in Gesù (cfr.
At 23,6; 26,6-8; 28,20). La promessa di salvezza è offerta a tutti i
popoli proprio nella grande società romana.

Il Gesù di Luca
In che modo Luca presenta il personaggio Gesù? Il racconto
evangelico accumula una serie di dati a proposito di Gesù nella
prima parte (l ,5--4, 13): al termine di quella narrazione il lettore sa
praticamente tutto circa il mistero del Nazareno; poi (4, 14-24,53)
però deve verificarlo 12 • Nella prima parte la presentazione di Gesù
è affidata a varie voci. Il narratore interviene solo quattro volte per
caratterizzare il personaggio. Anzitutto, lo chiama «Messia del Si-
gnore» (2,26): si tratta di una definizione messianica il cui linguag-
gio è intimamente legato ali' Antico Testamento (cfr. l Sam 26,9;
12 Cfr. D. Gerber, «Il vous est né un Sauveur>). La construction du sens sotério/ogique

de la venue de Jésus en Luc-Actes, Labor et Fides, Genève 2008.


INTRODUZIONE 28

2Sam l, 16); non a caso l'espressione è messa in relazione con la


«consolazione d 'Israele» (2,25) e con la salvezza per «tutti i po-
poli» (2,31 ). L'intervento salvifico del Dio d 'Israele per mezzo del
suo consacrato (il «Cristo») è a favore del suo popolo come pure
delle genti. Il narratore sottolinea poi, per mezzo della ripetizione,
la particolare «sapienza» di Gesù (2,40.52): il fanciullo mostrerà
una chiara comprensione della volontà del Padre suo, in vista del
ministero che lo attende. Infine, nella catena genealogica il narra-
tore risale fino a definire Gesù «figlio di Dio» (3,38). Oltre al nar-
ratore vi sono le voci celesti, in primis quella di Gabriele. L'angelo
rivela a Maria la speciale relazione del nascituro con Dio, definendo
Gesù «Figlio dell'Altissimo» (l ,32) e «Figlio di Dio» (l ,35), titoli
che toccano la singolarissima relazione con il divino; gli sarà an-
che dato «il trono di Davi d» (l ,32), segno della sua messianicità.
Ai pastori, poi, l'angelo manifesta la funzione di «salvatore» di
colui che è chiamato «Messia Signore» (2,11): l'accumulo dei tre
termini è davvero eccezionale, ma il lettore non ha elementi per
comprendere il tipo di salvezza che Gesù realizzerà. Infine la voce
dal cielo riconosce in colui che si è sottoposto al battesimo il «figlio,
l'amato» (3,22), colui sul quale discende lo Spirito Santo (3,22).
Nel racconto vi sono anche alcune voci umane. La prima è quella
di Elisabetta: l'espressione «mio Signore» (l ,43) per designare il
figlio nel grembo di Maria è ambigua (cfr. nota). È invece Zacca-
ria, «ricolmo di Spirito Santo» (l ,67) a caratterizzare colui che poi
sarà identificato con Gesù: per mezzo delle metafore del «como di
salvezza>> (l ,69, cfr. nota) e dell' «astro che sorge dall'alto» (l, 78)
si introduce il tema della manifestazione potente di Dio in favore
degli uomini, cioè la sua visita (cfr. l ,68. 78) a scopo salvifico. Si-
meone poi si riferisce esplicitamente alla «salvezza>> (2,30) offerta
da Dio nella persona di Gesù. Infine, il Battista parla di uno «più
forte di me» (3, 16), espressione del tutto aperta, ma che permette al
lettore di istituire un confronto fra Giovanni e Gesù; inoltre il rife-
rimento allo «Spirito Santo e fuoco» (3, 16) invita a vedere in colui
che deve venire un temibile Messia caratterizzato come giudice.
Anche se non è un personaggio umano, tuttavia bisogna ricordare
pure il diavolo, che durante le tentazioni insiste sull'identità di
29 INTRODUZIONE

Gesù come «Figlio di Dio» {4,3.9), L'ultima voce è quella dello


stesso Gesù che, in risposta alla domanda di Maria, rimanda a un
legame speciale con colui che chiama «Padre mio» (2,49) e alla cui
obbedienza («devo») si sottomette. Al termine della prima parte il
lettore ha accumulato una notevole serie di dati inerenti l'identità di
Gesù (è il Messia, è il Figlio di Dio, è il salvatore), ma dal seguito
del racconto attende di verificare ciò di cui è stato informato.
Per mezzo dello scarto fra la storia raccontata e la costruzione
del racconto il lettore può assolvere al suo compito. Nella seconda
parte {4,14-9,50) la questione dell'identità di Gesù è un motivo
dominante. Emerge anzitutto la tipologia profetica: Gesù è rappre-
sentato coi tratti di Elia {4,25): come il profeta aveva ridato vita
al figlio della vedova di Sarepta (cfr. IRe 17,17-24), così Gesù
restituisce redivivo alla madre il figlio unico che era morto (7, 11-
17). Il riconoscimento di Gesù come «grande profeta» (7, 16) è una
tappa importante nella scoperta progressiva della sua identità: per
essere accolto come Messia, Gesù deve apparire come colui tramite
il quale si sono compiute tutte le promesse di salvezza di Dio al
suo popolo. La domanda di Erode (9,7-9) funge da transizione:
ricapitola l'intera traiettoria seguita alle voci di Gesù «profeta» e
introduce l'iniziativa di interrogare i discepoli. A domanda {9,18)
i discepoli rispondono e la loro parola conferma l'identità profe-
tica di Gesù da tutti riconosciuta. L'effetto sorpresa è creato dalla
seconda domanda e dalla risposta di Pietro: «il Messia di Dio»
(9,20). L'una e l'altra hanno la funzione d'introdurre nel racconto
l'annuncio del destino del Messia {9,22). Mentre la figura del pro-
feta era iscritta nella tradizione, la figura del Messia sofferente si
rivela essere una radicale novità. Se i discepoli non dovranno dire
niente a nessuno (9,21 ), dovranno però ascoltare e credere a quanto
dice loro Gesù, come pure a quanto dirà la voce dalla nube durante
la trasfigurazione: «Questi è il mio Figlio, l'eletto, ascoltatelo»
(9,35). Con questi episodi termina la ricerca dell'identità di Gesù.
Riconosciuto da tutti come profeta e messia dagli apostoli, deve
ora iniziare il suo cammino verso la città santa. Il lettore, tuttavia,
non può non chiedersi come si articoleranno l'identità profetica e
quella messianica; non solo, ma pure come la componente regale
INTRODUZIONE 30

della messianicità, rivelata dal Gabriele a Maria (1,32-33), potrà


coesistere con la figura di un Messia sofferente.
Nella parte del «grande viaggio» (9,51-19,44) Gesù è anzi-
tutto presentato secondo la tipologia del profeta rifiutato. Per
raccontare che il crocifisso è esattamente il Messia promesso a
Israele, per iscrivere questo avvenimento tragico dentro la con-
tinuità della rivelazione attestata dalla Scrittura e riconosceme
così il senso, Luca è ricorso non solo alla tipologia del profeta
accolto e riconosciuto (4,22; 5,1-9,21), ma pure alla tipologia
del profeta rifiutato (4,28-29; 9,22-19,27), affidando a diverse
voci narrative (quella del narratore, ma pure quella del protago-
nista) la sua presentazione. Tracciando l'itinerario profetico di
Gesù il terzo evangelista può, passo dopo passo, dare contenuto
all'identità del Messia sofferente; per mezzo del dittico (profeta
accolto e poi rifiutato), giocato sulla tipologia, Luca fornisce al
lettore una chiave di lettura per comprendere la morte in croce.
A questa prima grande tipologia Luca ne affianca una seconda,
quella regale: il Messia sofferente è il discendente di David. Non a
caso mentre Gesù si avvicina a Gerusalemme, la figura del profeta
lascia spazio a quella del re.
Dopo tanta insistenza sulle due tipologie, si comprende la spe-
cificità del racconto della passione (cc. 22-23) dove, a differenza
di Marco e Matteo, tutti i personaggi riconoscono implicitamente
o esplicitamente l 'innocenza di Gesù e, contestualmente, la propria
colpevolezza: così è per le donne (23,27), per il «buon ladrone»
(23,41 ), per il centurione (23,4 7) e per gli astanti che si battono
il petto (23,48). La tipologia è a servizio del riconoscimento: il
Crocifisso è al contempo l 'innocente profeta perseguitato e il re
che accoglie il buon ladrone nel suo Regno.
Il capitolo finale insiste sul tema della necessità (dei, «bisogna-
va», «era necessario»). Prima in bocca agli angeli che citano le
parole di Gesù (24, 7), poi nelle parole stesse del viandante ai disce-
poli di Emmaus (24,26), infine nel discorso agli Undici (24,44): per
ben tre volte s'insiste sulla necessità della passione e della morte di
croce. Ecco la sorpresa: la morte di croce non è stata un incidente
brillantemente superato, ma è parte del piano salvifico di Dio. Nel
31 INTRODUZIONE

prisma della Pasqua i discepoli comprendono Gesù alla luce delle


Scritture, ma anche le Scritture alla luce di Gesù. La tipologia
profetica e regale li ha condotti alle soglie del riconoscimento che
il Risorto ormai dispiega all'interno del più ampio quadro della
storia della salvezza.

Ricchezza e povertà
L'evangelista Luca è attento alla dimensione etica della fede.
La sequela di Gesù chiede una radicale trasformazione dell'esi-
stenza: si comprendono dunque i frequenti appelli alla conver-
sione (3,3.8; 5,32; 15, 7.1 0). L'esigenza di una trasformazione
della mentalità è strettamente connessa alla relazione con Gesù
e al suo insegnamento. In particolare v'è un tema che attraversa
l'intero racconto in modo singolare: l'uso delle ricchezze. Sul filo
della narrazione il terzo evangelista fa molti riferimenti a povertà
e ricchezza. Si inizia con la dichiarazione del Magnificai: «Ha
ricolmato di beni gli affamati e gli arricchiti ha rimandato a mani
vuote» (l ,53), si continua con la citazione di Isaia fatta propria da
Gesù di «annunciare la buona notizia ai poveri» (4, 18), si passa
poi alle beatitudini e ai guai (6,20-26) e a un discorso interamente
dedicato al tema del possesso dei beni (12, 13-34); l'insegnamento
si precisa (16,9-13) anche per mezzo della parabola di Lazzaro
e del ricco (16,19-31); l'incontro con l'uomo ricco (18,18-30)
è sotto il segno dal fallimento, mentre l'incontro con Zaccheo
( 19,1-1 O) diventa paradigmatico; infine, la vedova che offre due
spiccioli è additata come esemplare (21, 1-4).
Da questi passi molto differenti (si passa dall'inno, all'insegna-
mento, alla parabola, ecc.) emergono alcune dinamiche. La prima
è la logica del capovolgimento nella sua forma bipolare: il poten-
te conoscerà l'abbassamento, mentre l'umile sarà innalzato. Tale
contrapposizione emerge nel Magnificai, ritorna nelle beatitudini e
nei guai, è ripresa nelle sentenze a proposito del perdere e salvare
la propria vita (9,24; 17,33), nell'antitesi fra «essere innalzato»
ed «essere umiliato» (14,11; 18,14), nella parabola di Lazzaro e
del ricco, nella contrapposizione fra «essere servito» e «servire»
(22,24-27). Tale logica attinge la sua ispirazione nella tradizione
INTRODUZIONE 32

apocalittica, interamente dominata dall'idea di un grande capovol-


gimento finale nel quale i potenti saranno annientati, gli empi puniti
e gli umili esaltati. Luca fa suo questo linguaggio che guarda la
storia a partire dal suo compimento, quando Dio pronuncerà una
sentenza inappellabile di giudizio e di verità sulla storia umana:
poveri e ricchi conosceranno dunque, per volontà di Dio, una sorte
contraria al loro destino umano. Ma v'è una seconda dinamica;
Luca illustra il potere negativo della ricchezza: essa non è intrin-
secamente malvagia; ad essere problematico è l'atteggiamento del
cuore umano nei suoi confronti, come mostrano efficacemente le
parabole (12,16-21; 16,19-31) e l'incontro con l'uomo ricco. In
positivo, come si realizza la salvezza del ricco? La risposta è data
attraverso l'episodio di Zaccheo. Il ricco si salva non tanto alienan-
do ciò che possiede, quanto più usando rettamente dei suoi beni e
assumendo un atteggiamento di condivisione.
V'è una figura reale e, al contempo simbolica e paradigmati-
ca, prediletta da Luca: il banchetto dove è presente Gesù. Il terzo
evangelista descrive il banchetto come il luogo dove Gesù insegna,
analogamente al simposio greco, il cui modello più alto è il Simpo-
sio di Platone. Luca racconta di banchetti in cui Gesù impartisce
il suo insegnamento (5,27-32; 14,1-24; 22,14-30) ma narra pure
parabole di banchetti: l'invito al grande banchetto (14,15-24), la
posizione dei servi e del padrone ( 17,7-8), la ricompensa ai servi
(12,37). Il simposio greco era un'occasione d'incontro di una élite
di intellettuali per discutere di argomenti filosofici. Il banchetto
lucano è differente: intervengono non solo gli intellettuali ma tutti,
soprattutto i poveri; l'insegnamento poi non si discosta dalle scelte
dello stesso Gesù che, per mezzo del suo esempio, opera un ve-
ro e proprio capovolgimento dei ruoli. Anche le regole farisaiche
legate alla purità vengono sovvertite da Gesù. Il banchetto, cioè,
rappresenta in miniatura la comunità cristiana dove tutti sono chia-
mati: giusti e peccatori, poveri e ricchi, ebrei e pagani. I ruoli sono
capovolti, i ricchi sono invitati a condividere, l'invitato deve porsi
ali 'ultimo posto. È la logica del regno di Dio annunciata da Gesù,
ribadita nell'ultima cena (22,24-27) e raccontata nei sommari degli
Atti (cfr. At 2,42-48; 4,32-35).
33 INTRODUZIONE

AUTORE, DATAZIONE E DESTINATARI

Autore
Per individuare il profilo dell'autore del terzo vangelo percor-
riamo due itinerari: il primo è il cosiddetto «autore implicito»,
ovverosia l'identikit che emerge dall'opera stessa; il secondo per-
corso è quello di porsi in ascolto di alcune testimonianze della
tradizione. Quali sono i tratti con cui l'autore si presenta nella sua
opera? L'autore del vangelo spunta solo nel proemio (cfr. l ,3) e il
suo nome è ignoto. Nel proemio si rifà alla tradizione dei «testi-
moni oculari» (l ,2) del ministero di Gesù, cui egli non appartiene;
è quindi un cristiano della seconda o della terza generazione. Si
tratta di un uomo colto, che conosce molto bene la Settanta, come
pure la letteratura greca, sia quella alta come quella popolare. Si
destreggia bene nell'utilizzo delle tecniche letterarie ellenistiche.
Non è di origine palestinese, anche se forse ha visitato il paese,
almeno Gerusalemme e le città della costa mediterranea. Pensa in
greco ma ha una certa abitudine a sentire termini e nomi stranieri,
sa destreggiarsi con le misure e le monete greche e romane. Ha una
limitata conoscenza sia della religione greco-romana sia di quella
giudaica, ha un'avversione per alcune pratiche pagane, mentre è
pratico delle regole dell'esegesi giudaica. Molto probabilmente
è un cristiano di origine pagana che però, prima di aderire alla
fede cristiana, era un timorato di Dio (ovverosia un simpatizzante
attratto dal giudaismo). Luca si destreggia bene anche nella selva
della burocrazia romana e conosce le figure pubbliche dell'epoca,
in particolare gli imperatori.
Quali sono i tratti che emergono dalla tradizione? Il nome Lou-
kds è un diminutivo greco di un nome latino (forse Lucius). Luca
è nominato tre volte nel Nuovo Testamento , come compagno di
Paolo. Nella lettera ai Colossesi si legge: «Vi salutano Luca, il
caro medico, eDema» (4,14). Luca appartiene al gruppo di quelli
che, insieme a Paolo, porgono il saluto anche nel breve scritto a
Filemone: «Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia per Cristo
Gesù, con Marco, Aristarco, Dema, Luca, miei collaboratori» (23-
24). Le lettere ai Colossesi e a Filemone sono in stretto rapporto
INTRODUZIONE 34

fra loro, perché inviate a Colosse e portate da Onesimo, schiavo di


Filemone. Infine, nel momento in cui Paolo lamenta di essere stato
abbandonato da tutti, Luca fa eccezione: «Dema mi ha abbando-
nato, essendosi innamorato del mondo presente, ed è partito per
Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo
Luca è con me» (2Tm 4, l 0-11 ). Luca è dunque presentato come
un medico 13 (cioè una persona colta), amato e fedele collaboratore
di Paolo. Inoltre, nonostante la cosa sia discussa, non pochi autori
ricordano le cosiddette «sezioni noi» degli Atti (16, 10-17; 20,5-
15; 21,1-18; 27,1-28,16), nelle quali i fatti sono narrati in prima
persona plurale: ne verrebbe che Luca ha accompagnato Paolo nel
secondo e nel terzo viaggio missionario.
Anche la tradizione ecclesiale antica ricorda Luca. Due docu-
menti spiccano per importanza. Il primo è la testimonianza del
Canone Muratoriano: «Terzo è il vangelo secondo Luca. Luca,
il ben noto medico, dopo l'ascensione di Cristo, quando Paolo lo
prese con sé come compagno del suo cammino, scrisse a suo nome
fondandosi su voci (ex opinione); tuttavia non vide il Signore nella
carne ma allo stesso modo, poiché era abile ad accertare i fatti, poté
narrare la storia dalla nascita di Giovanni» (linee 2-8). Il secondo è
il Prologo cosiddetto «antimarcionita», del II secolo, che afferma:
«Luca, siro di Antiochia, di arte medico, è divenuto discepolo degli
apostoli; alla fine, avendo seguito Paolo fino al suo martirio, avendo
servito il Signore senza distrazione, non sposato, senza figli, morì
in Beozia all'età di ottantaquattro [o settantaquattro] anni, pieno
di Spirito Santo».
L'origine antiochena è confermata anche da Eusebio di Cesa-
13 Nell882 Hobart pubblicava un'opera consacrata al linguaggio medico di Luca (cfr.

W.K. Hobart, The Medica/ Language ofSt. Luke. A Prooffrom Interna/ Evidence That «the
Gospel According to St. Luke>> and «the Acts of the Apostles» Were Written by the Some
Person, and That the Writer Was a Medica/ Man, Hodges Figgis - Longmans Green, Dub-
lin - London 1882). Lo studioso irlandese analizzava con acribia il vocabolario lucano e lo
poneva a confronto con le opere classiche della medicina antica (lppocrate, Areteo e Galeno),
concludendo che Luca era medico. La ricerca è stata radicalmente contestata da Cadbury;
egli ha mostrato che il supposto linguaggio medico di Luca è utilizzato pure dalla Settanta,
da Giuseppe Flavio, Luciano e Plutarco, autori che non sono certamente medici. Afferma:
«Lo stile di Luca non ha maggiori elementi che tradiscano una formazione e un interesse
per la medicina di quanto non abbiano altri scrittori non medici» (H.J. Cadbury, The Sty/e
and Literary Method of Luke, Harvard University, Cambridge 1920, 50).
35 INTRODUZIONE

rea (cfr. Storia della Chiesa 3,4,6) e da Girolamo (cfr. Gli uomini
illustri 7). A quanto si conosce dai passi neotestamentari, questi
documenti aggiungono che Luca era d'origine siriana e che scrisse
la sua opera in Grecia dove poi morì.
I dati tradizionali e quelli che emergono dall'opera lucana vedo-
no coerenze e contraddizioni. Che Luca fosse una persona colta è
evidente; che fosse stato un compagno storico (almeno saltuario)
di Paolo è più difficile da dimostrare 14; che sia siriano di Antiochia
e sia morto in Grecia non è possibile provarlo, ma ciò non è in
contraddizione con la sua opera.

Data e luogo di composizione


La tradizione ecclesiale ha indicato la Grecia come luogo
della composizione del vangelo. Gli studiosi hanno pensato ad
Antiochia, Efeso, Corinto e, addirittura, Roma (punto di arrivo
del racconto degli Atti); tuttavia non ci sono argomenti probanti
per confermare queste ipotesi: bisogna ammettere che fino a
oggi non abbiamo elementi per sapere dove il vangelo sia sta-
to scritto. È da escludere la Palestina, in quanto Luca ha una
conoscenza abbastanza sommaria della geografia locale (cfr.
4,44; 17,11; 24, 13). Di più non si può affermare. Intorno alla
data di composizione la discussione è ampia e coinvolge anche
la datazione .di Marco, se s' ipotizza che Luca conosca il più
antico vangelo e da lui dipenda. Alcuni autori vorrebbero porre
la composizione prima del 70, altri dopo. Crediamo che i riferi-
menti alla distruzione di Gerusalemme (cfr. 19,43-44; 21,20-24)
non possano essere sottovalutati, sicché è molto probabile che
il terzo evangelista abbia composto il primo volume della sua
opera intorno ali'S0-85.

14 A proposito delle «sezioni noi» affenna Marguerat: «[S]ostengo che l'identificazione

dell'!ÌilE1ç collettivo con l"'io" di Le l non è appropriato, per tre ragioni: l) l"'io" autoriale
non è equiparabile a un "noi" narrativo; 2) l"'io" di Le 1,1 è extradiegetico, mentre il "noi"
delle sezioni è attribuito a un personaggio (collettivo) del racconto, il gruppo dei compagni
di Paolo, dunque intradiegetico; 3) diversamente dal l'"io" del proemio, che domina dali' alto
la storia raccontata, il "noi" non si rivolge direttamente al lettore e rimane interno alla storia
raccontata» (D. Marguerat, La prima storia del cristianesimo. Gli Atti degli apostoli, San
Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2002, 36).
INTRODUZIONE 36

Destinatari
La critica è abbastanza unanime nell'identificare l'uditorio lu-
cano in un gruppo di cristiani provenienti dalla gentilità, ovverosia
in membri delle Chiese del Mediterraneo orientale. Ma Luca punta
anche a guadagnarsi un ampio uditorio nell'ambiente ellenistico.
A questo scopo il terzo evangelista, pur dipendendo da Marco,
sua fonte, ritocca alcuni dettagli che nel più antico vangelo sono
fortemente legati all'ambiente palestinese: il tetto verosimilmente
di frasche (cfr. Mc 2,4) diventa un tetto con le tegole (cfr. Le 5, 19);
i termini in ebraico o aramaico sono grecizzati: Rhabbi (Mc 9,5)
diventa epistata, ossia «Maestro» (Le 9,33); Talithà kum (Mc 5,41)
sparisce e lascia spazio a un semplice «Fanciulla, alzati» (Le 8,54).
Valorizzando il fatto che la duplice opera di Luca è indirizzata a
Teofilo (cfr. Le l ,3; At l, l) e che il movimento spaziale del vangelo
è una salita a Gerusalemme, mentre gli Atti si dirigono a Roma,
Kilgallen ha proposto di cogliere qui un segnale indicativo dei
destinatarP 5• In altre parole, l'evangelista offrirebbe una spiega-
zione di come la parola di salvezza di Dio ha raggiunto Teofilo, un
membro della comunità di Roma. Il destinatario dell'opera lucana
comprenderebbe così, nel luogo dove risiede, qual è stato il cam-
mino della Parola che l'ha raggiunto. Tale ipotesi è indubbiamente
suggestiva. D'altro canto occorre ricordare che l'ordine del Risorto
di giungere «fino ali 'estremità della terra» (At l ,8) non trova il suo
compimento nel racconto del secondo tomo di Luca: l'annuncio
della salvezza giunge a Roma, il centro dell'Impero. In altre parole,
il racconto di Luca-Atti è un solo segmento della più ampia corsa
della Parola che raggiunge il lettore.

TESTO E TRASMISSIONE DEL TESTO

Il testimone più antico del vangelo di Luca è un papiro (classifi-


cato con la sigla SJ)4), circa dell'anno 200, conservato a Parigi presso
la Biblioteca Nazionale (Supplementi Greci 1120) e contenente

15 Cfr. J.J. Kilgallen, «Luke Wrote to Rome: A Suggestion», Biblica 88 (2007) 251-255.
37 INTRODUZIONE

alcune pericopi dei primi sei capitoli. Della fine del II o dell'inizio
del III secolo è il papiro Bodmer XIV (IP' 5), prima conservato a
Ginevra, ma dal 2007 presso la Biblioteca Vaticana, contenente
quasi per intero i capitoli 3-24 del vangelo: è in ottime condizio-
ni e la calligrafia maiuscola dello scriba è leggibilissima. Del III
secolo vi sono anche altri due importanti papiri: il papiro Chester
Beatty I (IP45 ), conservato a Dublino presso la Biblioteca Chester
Beatty e contenente ampi frammenti dai capitoli 6-14; il papi-
ro di Oxyrhynchus XXIV (IP69), conservato a Oxford nel Museo
Ashmolean e contenente alcuni versetti del capitolo 22. Circa le
pergamene scritte con caratteri maiuscoli (o onciali), la più antica
(intorno al 300) è conservata a Firenze presso la Biblioteca Lau-
renziana e contiene alcuni versetti del capitolo 22; è catalogata tra
i Papiri della Società Italiana (2.124) e classificata tra i manoscritti
del N uovo Testamento con la sigla Ol 71.
L'intero vangelo è però attestato dai grandi codici onciali (ov-
verosia scritti con caratteri maiuscoli) del IV e del V secolo. Il più
prestigioso è indubbiamente il codice Vaticano (B), uno dei più
importanti manoscritti della Biblioteca Vaticana. Martin i, confron-
tando il papiro Bodmer XIV e il codice Vaticano, ha dimostrato
che «[i]l testo di Le del codice B è sostanzialmente quello esistente
all'inizio del secolo III in Bodmer XIV, e le diversità vanno attribui-
te a motivi casuali in entrambi o a qualche sporadico fatto editoriale
che non ha operato in maniera sistematica». Aggiunge poi: «[T]utto
fa pensare che l'ascendenza comune [del papiro e del codice] è da
riportare più indietro nel tempo, senza che sia possibile precisame
l'antichità. Si può tuttavia ritenere che essa ascenda almeno ad
alcuni decenni prima del tempo di IP' 5 , il che ci porta a collocare
l'archetipo IP'5-B non più tardi della fine del secolo 11» 16 • In altre
parole, il codice Vaticano (B), pur essendo del IV secolo, custodisce
un tipo testuale della fine del II secolo, non ancora influenzato dai
lavori critici di Origene, né dalle concezioni teologiche della Chiesa
del III-IV secolo e, dunque, non molto lontano dal testo originale.
Significativo è il codice Sinaitico (N), del IV secolo, conservato
16 C.M. Martini, Il problema della recensionalità del codice B alla luce del papiro

Bodmer XIV, Pontificio Istituto Biblico, Roma 1966, 149.


INTRODUZIONE 38

alla British Library di Londra, dove v'è pure il codice Alessan-


drino (A), del V secolo; degno di nota è anche il codice di Efrem
riscritto (C), del V secolo, conservato a Parigi presso la Biblioteca
Nazionale (in quest'ultimo il testo di Luca ha parecchie lacune).
Singolarissimo appare invece il codice di Beza (D), bilingue
greco-latino del V secolo, conservato alla Biblioteca universitaria
di Cambridge, uno dei più importanti testimoni del cosiddetto «te-
sto occidentale». Le varianti di questo codice sono numerose e il
testo degli Atti è di un nono più lungo degli altri onciali. Spesso i
manoscritti della cosiddetta Vetus Latina17 e il codice siriaco Cu-
retoniano (syc) 18 testimoniano il «testo occidentale».

17 Il tennine indica un insieme di traduzioni in latino della Bibbia sorte in epoca prece-

dente alla Vulgata di Girolamo.


18 Il codice, risalente al V secolo, prende il nome dal suo scopritore W. Cureton ed è

conservato alla British Library di Londra.


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KATAAOYKAN

Secondo Luca
LUCA 1,1 44

1nEpÌ -rwv
1 'EnEl~~m:pnoÀÀoÌ ÈnEXElPTJOCXV àva:-ra~a:cr8a:1 ~l~YTJOlV
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2 Ka:8wç na:pÉ~ocra:v ~~iv oi àn' àpxfjç a:ù-r6n-ra:1 Ka:Ì ÙnTJpÉ-ra:t

yEv6~Evot-roO Àoyou, 3 l~o~Ev Kà~oì na:pTJKOÀou8TJK6n


avw9EV néicrtv <ÌKpl~Wç KCX9E$fiç 001 ypa\f'a:l, Kpancr-rE
9E6c:ptÀE, 4 \va: Èmyvq>ç nEpì wv KCX't"TJX~9TJç Àoywv -r~v
àcrc:paÀElCXV.
1,1 Comporre (&.vat~cu)- Verbo molto re compiuto»: gli avvenimenti costituiscono
raro; suggerisce l'idea di <<allineare», «enu- qualcosa di compiuto e di realizzato, qualcosa
merare», «riprodurre»: si sottolinea che i da conoscere; non v'è alcun riferimento alla
componimenti precedenti erano semplici logica della promessa e del compimento.
raccolte. Fra noi (Èv tÌIJ.'Lv)- Luca stesso, Teofilo e il
Narrazione (lhtfrJ<nç) -Il termine non in- lettore del vangelo.
dica nessun genere letterario specifico; può 1,2 Testimoni oculari ... ministri (u&t6trtUL ...
rappresentare l'opera storiografica (cfr. Lu- ÙlTTlpÉtuL) - I testimoni oculari sono coloro
ciano, Come si deve scrivere la storia 55: che hanno visto Gesù (cfr. At l 0,36-41 ), i
«Il rimanente corpo dell'opera storica è una ministri invece coloro che hanno annuncia-
lunga narrazione»), il racconto (cfr. Elio Te- to Cristo dopo la Pasqua (cfr. At 10,42-43).
one, Esercizi preparatori 78: «Il racconto è Per Luca è importante non tanto che coloro
un discorso che espone fatti accaduti o come che hanno trasmesso gli eventi della storia di
se fossero accaduti»), la ricerca medica (cfr. Gesù ne siano stati testimoni oculari (anche
le opere di Ippocrate e Galeno). altri lo sono stati), ma che questi testimoni
Si sono compiuti (trf1TÀ1JPOij>Op11i.J.fVwv)- Il siano divenuti predicatori, cioè che si siano
verbo ha tre significati. A proposito di cose e posti al servizio dell'annuncio.
persone: «riempire completamente» (cfr. Qo Della Parola (tou À6you)- Il termine usato
8, Il; 2Tm 4,5); quando si tratta dell'animo, il in senso assoluto (con l'articolo) indica l'an-
verbo al passivo significa: <<essere pienamente nuncio cristiano nella sua interezza (cfr. At
convinto» (cfr. Rm 4,21 ); a proposito della 4,4.29; 8,4; 10,36; ecc.).
volontà: <<essere soddisfatto», «mostrarsi 1,3 È parso bene anche a me ("EOOI;Ev K&.i.J.o()-
compiaciuto». Qui va inteso nel primo signifi- Alcuni testimoni della Vetus Latina leggono:
cato e ha il senso di «essere riempito» o <<esse- <<È parso bene a me e allo Spirito Santo» (cfr.

PROEMIO (1,1-4)
Il terzo vangelo si apre con una proposizione nella quale Luca espone le circostan-
ze, il contenuto, le fonti, il metodo, la dedica e lo scopo del suo scritto, mostrando
pure il legame fra l'autore e i destinatari dell'opera. Stile e vocabolario sono unici
rispetto al racconto evangelico; evocano i proemi classici (cfr. Erodoto, Tucidide, Po-
li bio) ed ellenistici (cfr. Giuseppe Flavio, Guerra giudaica l ,6 § 17: «Poiché anche
molti giudei prima di me hanno narrato con accuratezza la storia degli antenati ... »).
Nel proemio v'è il patto di lettura fra autore e destinatario che si estende non solo
al vangelo ma abbraccia pure il libro degli Atti: l'opera di Luca è destinata a far rico-
noscere a Teofilo la fondatezza della fede cui è stato iniziato (cfr. 1,4). Come già nei
proemi dell'antichità, cosi anche Luca fa riferimento ad altri che hanno tentato una si-
mile impresa, senza però nominare nessuno. Che cosa Luca abbia conosciuto (Marco,
la cosiddetta fonte Q, altri documenti) è questione ancora ampiamente dibattuta (cfr.
Introduzione). L'affermazione di Luca non si ferma allivello storico; c'è una chiara
finalità teologica, tutta tesa a garantire l'affidabilità della sua opera per fortificare la
fede dei suoi lettori. Sullo sfondo sta probabilmente la difficile situazione dei cristiani
45 LUCA1,4

1 1Poiché
molti posero mano a comporre una narrazione degli
avvenimenti che si sono compiuti fra noi, 2come ce li hanno
trasmessi coloro che fin dal principio furono testimoni oculari
e divennero ministri della Parola, 3è parso bene anche a me,
avendo seguito tutto dall'inizio in modo accurato, di scrivere a te
con ordine, illustre Teofilo, 4perché tu riconosca la solidità delle
parole intorno alle quali sei stato istruito.

At 15,28). Si fa esplicita menzione all'ispi- rio di Luca (cfr. At l, l), né se fosse cristiano, pa-
razione, cioè al fatto che l'autore scrive un gano o <<timorato di Dio» (cioè un pagano molto
testo che è parola di Dio. È però una glossa vicino all'esperien2ll religiosa ebraica); nemme-
(cioè un'aggiunta) posteriore. no si può escludere che il nome sia simbolico
Avendo seguito (trapTJCoÀ.Ou6TJcon)- Normal- («l'amico di Dio»), cioè che sia l'immagine di
mente il verbo ha senso di «seguire»; meno ogni lettore desideroso di verificare e comple-
sicuro quello di <<ricercare», <<investigare»; tare le proprie infonnazioni su Gesù; è possibile
quando però è costnùto col dativo della cosa, pure che Teofilo sia il mecenate dell'opera.
non indica un'indagine supplementare ma è 1,4 Riconosca (hlyvC\)ç)- Cioè: «compren-
da intendere nel senso di <<appoggiarsi» (a da a fondm>; il verbo ha pure la sfumatura
una cosa o a una esposizione), «seguire at- della decisione e del giudizio.
tentamente», «seguire con la mente», «avere Solidità (ào4MXJ..n11v)- Posto in posizione en-
completa familiarità con una questione>>. fatica, il vocabolo ha la connotazione della
Con ordine (KilEit~f)c;)- L'avverbio (cfr. Le «sicurezza», dell'affidabilità: l'accento cade
8,l;At3,24; 11,4; 18,23)indical'ordinecro- sulla qualità letteraria e retorica de li' opera,
nologico. Vedervi piuttosto la progressione caratterizzata dali' assenza di contraddizioni
logica e di significati, come fanno alcuni e da un'argomentazione certa e sicura inte-
interpreti, è sovradeterminame il significato. ramente a vantaggio del lettore.
lllustre (KplinotE) - Titolo onorifico degli Sei stato istruito (KiltTJX~Elrlc;) - Il verbo si-
alti funzionari (termine usato solo da Luca: gnifica «disporre di informazioni» (cfr. At
cfr. At 23,26; 24,3; 26,2.5). 21,21.24) e «istruire», cioè «offiire un'istru-
Teofi/o (E>Eocj>~J..E) - Nome molto comune zione cristiana» (cfr. Rm 2,18; ICor 14,19;
all'epoca (può essere giudeo o pagano). Non Gal6,6). Qui pare prevalere il secondo senso.
conosciamo la condizione sociale del destinata- + 1,1-4 Testo affine: At 1,1
nel tardo periodo apostolico: essi non conoscono più nessuno di coloro che hanno
incontrato Gesù; per questo Luca fa riferimento alla tradizione che lo precede. Ma il
suo racconto, se è in continuità con quella tradizione (al punto che l'autore tace anche
il proprio nome, quasi a sottolineare che si pone all'interno di quel flusso), tuttavia se
ne distingue, cosicché da un lato è intrecciato con l'annuncio cristiano fondamentale (il
kérygma: Gesù è morto ed è risorto), dali' altro lo configura proprio come narrazione.
Luca, uomo di Chiesa, assicurando la trasmissione della tradizione per mezzo di un
racconto, compie un duplice cammino: uno all'indietro, per approfondire l'affidabilità
di ciò che ha ricevuto; l'altro in avanti, per rifondare la memoria di Gesù, rileggendo
la tradizione all'interno della propria contemporaneità. Luca poi non intende per
niente separare la storia e la sua interpretazione, quasi che le due cose siano distinte.
A questo proposito è singolare che l'evangelista parli di coloro che furono testimoni
oculari e sono diventati ministri della Parola, quasi a dire: molti sono stati i testimoni
di quegli eventi ma solo alcuni, aderendo alla fede comune, sono divenuti annunciatori
(è la medesima logica di At 1,21-22). La testimonianza è dunque un fatto teologico
profondamente intrecciato con gli stessi eventi storici.
LUCA 1,5 46

5'EyÉvero Èv rate; ~~patc; 'Hp<f>&>U ~amMwc; n;c; 'Iou&xiac; iEpeUc;


ne; òv6J.Lan zaxap\ac; €ç Èq>l'JJ.LEP\ac; ~~W, KCrl yuv~ aòr<f> ÈK rwv
9uyarépwv ~apwv KaÌ t'Ò OvO}la aòn;c; 'EÀlCJ(X~Et'. 6 ~crav oè: OtKaWl
<Ì}.lcport:pot Èvavnov t'OU 9t:o0, 7tOpEUOJ.lEVOl Èv mxcrmç raiç Èvt'OÀaiç
KaÌ Ot~}lamv roO Kupiou ~mot. 7 KaÌ oÙK ~v aòrotç rooov,

1,5 Nei giorni di Erode (fv taiç n~ÉpaLç 469) fino al4 a.C., sicché l'indicazione cro-
'Hp~u)- Erode ricevette l'incarico di re- nologica di Luca è assai vaga Egli estendeva
gnare da Marco Antonio e dal senato romano il suo dominio sull'intem regione e non solo
nel40 a C. ma iniziò a esercitare la sua autori- sulla Giudea (qui forse la parte sta per il tutto).
tà solo dal 37 (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Zaccaria (Zaxap(aç) - Il nome significa
giudaiche 14,14,4-S §§ 383-386; 14,16,1 § «Dio si ricorda>>, ma Luca non lo esplicita.

GIOVANNI IL BATTISTA E GESÙ (1,5-4,13)


Il terzo evangelista dedica la prima parte della sua narrazione a presentare il suo per-
sonaggio principale, di cui non ha fatto parola nel proemio. Egli, tuttavia. non si limita
a introdurre la persona del Nazareno, ma compie l'operazione istituendo un continuo
confronto fra Gesù e Giovanni il Battista, secondo il gusto del tempo che prediligeva la
comparazione (in greco sfnkrisis). Con una continua alternanza di spazi e di personaggi,
Luca mette in campo Giovanni e Gesù, prima bambini, poi adulti. D racconto presenta
tre paralleli: anzitutto, l'annuncio della nascita di Giovanni e di Gesù, cui fa seguito
l'incontro delle due madri (cfr. l ,5-56); la narrazione della nascita. della circoncisione
e della crescita di Giovanni e di Gesù (cfr. 1,57-2,52); le attività del Battista onnai
adulto cui segue il battesimo, la genealogia e le tentazioni di Gesù adulto (cfr. 3, 1-4, 13).
Il primo parallelo (cfr. 1,5-56) è interamente giocato sulla differenza fra l'identità
dei due bambini, ma pure sulla reazione umana alla rivelazione di Dio. Giovanni è
solo un precursore, colui che preparerà «al Signore un popolo ben disposto» (l, 17};
Gesù invece è il Messia ed è «il Figlio di Dio» (1,35}. Zaccaria. il sacerdote, cui l'an-
gelo Gabriele appare, non crede alla promessa divina. ricordando la situazione sua
e della moglie e chiedendo elementi concreti per riconoscere la verità della parola
proveniente dall'alto; invece Maria. la giovane ragazza di Nazaret, crede all'annun-
cio di Gabriele. L'intervento di Dio nella storia guida gli uomini a salvezza: è quanto
canta Maria nel Magnificai (cfr. 1,46-55) dopo l'incontro con Elisabetta. Visitata
dalla vergine, la madre di Giovanni riconosce sia la potente azione di Dio, sia la
fede di Maria: dimensione teologica e antropologica s'intrecciano armoniosamente.
Il secondo parallelo (cfr. l ,57-2,52) continua il confronto fra Giovanni e Gesù. La
nascita del precursore è una festa per tutti: l'anzianità della madre che lo ha generato, il
mutismo del padre, il suo stesso nome sono segni che Giovanni non sarà un bambino
qualsiasi. La nascita di Gesù è molto diversa: si tratta di un bambino come tutti, avvolto
in fasce e deposto in una mangiatoia; in realtà gli angeli si manifestano ai pastori e
annunciano che egli è il «salvatore, che è Cristo Signore» (2, Il), prima di intonare
il loro inno, il Gloria (cfr. 2, 14). Alla nascita e alla circoncisione del Battista segue il
cantico di Zaccaria. il Benedicoo (cfr. l ,68-79): esso rappresenta una pausa d'arresto
47 LUCA 1,7

'Nei giorni di Erode re della Giudea c'era un sacerdote di nome


Zaccaria della classe di Abia; la moglie era discendente di Aronne
e il suo nome era Elisabetta. 6Entrambi erano giusti davanti a Dio,
osservavano irreprensibili tutti i comandamenti e le prescrizioni
del Signore, 'ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile

Discendente di Aronne (ÉK twv 9uy!XtÉpwv ta all'osservanza scrupolosa di tutti i precetti


'A!Xp(Aiv)- Alla lettera: «tra le figlie di Aron- della Legge mosaica.
ne». Il nome Elisabetta significa «Dio ha giu- Osservavano (110pHlOj.IEVO~) - Alla lettera:
rato», oppure «il mio Dio è pienezza>>. Ancora «camminanti»; il cammino indica il compor-
una volta Luca non ne esplicita il significato. tamento secondo la Legge (cfr. Es 15,26; Dt
1,6 Giusti (cSLKU~o~) -La giustizia qui è lega- 4,40; Salll9,1), cioè l'obbedienza a Dio.

nella narrazione ma, insieme, fornisce la chiave interpretativa per scoprire il senso
degli avvenimenti. Intriso di riferimenti anticotestamentari, l'inno invita a situarsi in
una storia più ampia che, a partire da Abraam e passando per David, si apre al futuro:
nello sviluppo di questa vicenda si manifesta il piano salvifico di Dio. Come Zaccaria
è «ricolmo di Spirito Santo» ( 1,67), cosi anche Simeone è «mosso dallo Spirito» (2,27)
e pronuncia il suo inno, il Nunc dimittis (cfr. 2,29-32): non solo Gesù è il salvatore
del suo popolo Israele, ma è pure la luce che porterà la rivelazione di Dio a tutte le
genti, cioè ai pagani. L'apice narrativo e teologico è l'episodio di Gesù dodicenne al
tempio (cfr. 2,41-52): per la prima volta Gesù prende la parola e interpreta il proprio
comportamento (e se stesso) come segno del compimento della promessa di Dio. Egli
rivela così la coerenza fra chi egli è e che cosa egli fa.
Il terzo parallelo (3,1-4,13) vede il confronto fra Giovanni Battista e Gesù onnai
adulti. Alla presentazione dell'attività del Battista (cfr. 3,1-20), segue un trittico ri-
guardante Gesù: il battesimo (cfr. 3,21-22), la genealogia (cfr. 3,23-38) e, infine, le
tentazioni (cfr. 4, 1-13). Le promesse proclamate da Gabriele si sono compiute: il Bat-
tista dimostra di essere il «profeta dell'Altissimo» (l,76). Gesù invece si manifesta per
quello che è, il «Figlio di Dio» (l ,35). Intorno alla sua identità trova unità il trittico a lui
dedicato: la voce celeste al battesimo dichiara: «Tu sei mio figlio» (3,22), la genealogia
risale di figlio in figlio sino al «figlio di Dio» (3,38}, infine il tentatore apostrofa Gesù
chiamandolo «Figlio di Dio» (4,3.9}, eco della dichiarazione battesimale.
Nella narrazione degli inizi Luca differenzia sempre più le due figure, mo-
strando la superiorità di Gesù su Giovanni Battista. Tale superiorità va pure al di
là delle promesse evocate per mezzo del linguaggio lirico-orante degli inni: Gesù
infatti non è solo il Messia, ma pure il Figlio di Dio; la salvezza che egli porterà
raggiungerà non solo i figli d'Israele ma anche tutti i figli di Adamo (la genealogia
di Luca risale proprio sino ad Adamo e quindi a Dio).

1,5-25 L'annuncio a Zaccaria


La struttura del brano è concentrica: A. Situazione iniziale: Zaccaria ed Eli-
sabetta sono giusti, ma senza figli (vv. 5-7); B. Avvio del racconto: Zaccaria nel
LUCA 1,8 48

m96n ~v ~ 'EÀtcra~E-r o-cEipa, mì IÌJl<pO-rEpotnpo~E~YJKO-rEc; tv -raic;


~}Jépatc; <XÙ'tWV ~oav. 8 'EyÉvE'tO ÒÈ: ÈV 't<f> ÌEpa'tEVElV <XÙ'tÒV ÈV 'tfj -ra~El
'tfjc; ècpYJJ.!Eptac; aù'tou Évavn -rou 9Eou, 9 K<l'tà -rò f9oc; 'tfjc; iEpa-rdac;
fÀ<IXEV 'tOU 9u}ltcXa<ll EioEÀ9wv Eiç 'tÒV V<IÒV 'tOU KUptOU, 10 K<IÌ miv 'tÒ
JtÀfj9oc; ~V 'tOU Àaou npooEtJXOJlEVOV Ef,w 'tfj W~ 'tOU 9u}lta}la-roc;.
11 wcp9YJ ÒÈ: <XÙ't<f> ayyEÀoç Kup{ou É:o-cwc; èK Ò~tWV 'tOU 9uot<IO"'CYJptou

-rou 9uJltO:Jla-roc;. 12 K<IÌ hap<lxSYJ zaxap{ac; iòWv K<IÌ cpo~oc; tnÉm:oev


, ' , , 13 ,. ~J. ' , òv ' " "'l
E1t <lU'tOV. ElJtEV ue Jtpo<; <lU't O ayy~~·
l'V"

Jl~ cpo~ou, zaxap{a,


Òton EÌOYJKOUo9YJ ~ ÒÉYJot<; oou,
Kaì ~ yuv~ oou 'EÀtoa~E-r yevv~oEt uiov oot
Kaì KaÀÉoEtc; -rò ovoJla aù-rou 'IwavvYJv.

1,8 Svolgeva le sue funzioni (w tljì l.fpatfliE=w) Santuario- Luca distingue fra va6ç (il «san-
- Zaccaria è incaricato del servizio nel tem- tuario» al cui cuore c'era il Santo dei Santi) e
pio, una funzione che occupava ogni classe l.fp6v, tennine che indica l'intero edificio del
di sacerdoti (ce n'erano ventiquattro in tutto) «tempio» costituito dal santuario e da una
due volte, una settimana all'anno, da un sabato serie di cortili e di portici (cfr. 2,27.37.46;
all'altro, con una serie di compiti precisi asse- 24,53).
gnati estraendo a sorte. Il servizio che tocca 1,10 Tuna la moltitudine ('rriiv tò rrlf)lloç)- Ti-
a Zaccaria, l'offerta dell'incenso, em partico- pica espressione lucana(cfr. 8,37; 19,37; 23,1).
larmente prestigioso, in quanto pennetteva di Del fXJfXJio {toiì ÀaOU) -In Luca Àa6c; indica
avvicinarsi al luogo più sacro del tempio, il l'intero popolo d'Israele, destinatario delle
Santo dei Santi, nel quale poteva entrare solo promesse di Dio.
il sommo sacerdote. Nell'ora dell'offerta (tfl ~ tou ~~~toç)
1,9 Offrire l'incenso {toiì ~liùxu)- Secon- -I paralleli di Dn 9,21e At 3,1 indicano l'om
do Es 30,7-8 l'incenso doveva essere offerto nona, cioè le tre del pomeriggio.
mattina e sem (cfr. Mishnà, Tamid 5,2-6,3). 1,11 Gli apparve- La forma verbale Wcjle,

tempio e popolo fuori (vv. 8-1 O); C. Racconto centrale (vv. 11-20); B'. Conclu-
sione del racconto: popolo in attesa, Zaccaria a casa (vv. 21-23); A'. Situazione
finale: Elisabetta concepisce (vv. 24-25). Anche il racconto centrale (C) ha una
struttura concentrica: a) apparizione dell'angelo (v. 11), b) reazione di timore di
Zaccaria (v. 12), c) messaggio (vv. 13-17), b') reazione di Zaccaria (v. 18), a')
risposta finale dell'angelo (vv. 19-20). Una simile costruzione mostra che al cuore
della narrazione c'è il messaggio dell'angelo, nel quale viene descritta la figura e
la missione del Battista. Il genere letterario è quello dell'aMuncio di nascita (cfr.
Gen 15,1-4; Gdc 13,1-7). Tutto si svolge nel tempio di Gerusalemme, il simbolo
stesso del giudaismo; i protagonisti sono tipici rappresentanti della pietà ebraica.
L 'intervento di Dio. Se al centro della narrazione (elemento C) v'è la futura mis-
sione del nascituro, Luca abbonda nei particolari descrivendo Zaccaria ed Elisabetta
(elemento A): la loro appartenenza a famiglie sacerdotali, la loro irreprensibilità quanto
alla Legge e la loro età. Tutto intende porre in luce il paradosso fra la loro pietà giudaica
49 LUCAI,I3

ed entrambi erano avanti negli anni. 8Mentre egli svolgeva le sue


funzioni davanti a Dio nel turno della sua classe, 9secondo l'usanza
del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel santuario
del Signore per offiire l'incenso, 10mentre tutta la moltitudine del
popolo era fuori a pregare, nell'ora dell'offerta dell'incenso. 11 Gli
apparve un angelo del Signore, che stava alla destra dell'altare
dell'incenso; 12 al vederlo Zaccaria fu turbato e fu preso da timore.
13 Gli disse allora l'angelo:

«Non temere, Zaccaria,


la tua supplica è stata esaudita;
tua moglie Elisabetta partorirà un figlio
e lo chiamerai Giovanni.

(terza persona singolare dell'indicativo ao- airrov) - Alla lettera «una paura piombò su di
risto passivo di òpciw, «vedere») indica le lui» (allusioneaDn 10,7 eTb 12,16): tipica re-
apparizioni e le epifanie divine (cfr., p. es., azione umana di fronte a1l' epifania del mondo
Gen 12,7; 17,1; 18,1;26,24;Lc24,34;At2,3; celeste (cfr. Gdc 6,22; 13,6.22).
7,2.26.30.35; 9,17; 13,31; 16,9; 26,16). 1,13 È stataesaudita(Etm,Kofuan)- Dio ascol-
Un angelo del Signore (uyyEl~ Kup(ou)- ta le preghiere dei pii e dei giusti (cfr. 2Re 20,5;
Gli angeli erano pensati come annunciatori 2Cr 6,19-21; 2Mac 1,8; Sal 6,10; 27,6 LXX
e rappresentanti di Dio (cfr. Es 3,2; Gdc [1M 28,6]; 39,2 LXX [1M 40,2]; 65,19 LXX
6, 12; 13,3 ). Nel post-esilio si sviluppa [1M 66,19]).
un'angelologia che fa di loro esseri perso- Partorirà unfiglio (yewfpH ui.Ov)- La formu-
nali intermedi. I farisei accettavano questa la allude a Gen 17,19 LXX (llipplx ~ yuvt1 oou
credenza ma non i sadducei (cfr. At 23,8). t~Et!XL ooL uì.Ov, «Sara, tua moglie, ti partorirà
Qui l'angelo porta una parola che ha carat· un figlio»).
tere epifanico. Giovanni ('Iwavvnv) - Etimologicamente:
1,12 Fu preso da timore (cjl6!3oc; ~TifTIEOEV ~n· «Dio fa grazia»; Luca non lo esplicita.

e la mancanza di figli, cioè l'assenza del segno della benedizione di Dio, aggravato
pure dall'anzianità. L'apparizione e il messaggio dell'angelo colmano proprio tale
mancanza, annunciando l'intervento di Dio nella vita di Zaccaria ed Elisabetta, che si
concretizza con la nascita di Giovanni. Al tennine del racconto (elemento A'), dwtque,
l'anziana donna concepisce, cosi che la mancanza è scomparsa. Tuttavia l'intervento
di Dio, benché sia conosciuto solo da Zaccaria (che uscendo dal santuario è muto e
quindi non può parlare) e dal lettore (messo a parte dal narratore di tutto quanto acca-
de), è pure testimoniato da tutto il popolo (elementi B e B'), il quale prima sta fuori dal
santuario (v. IO), poi è in attesa ed è meravigliato per l'indugio del sacerdote (v. 21).
In altre parole, benché nesswto dei presenti sappia che cosa sia successo a Zaccaria,
tutti riconoscono che v'è stato un intervento di Dio, il quale avviene proprio nel luogo
più sacro per il giudaismo, cioè il tempio.
Una tessitura di allusioni. Il messaggero annuncia che Dio intende realizzare
qualcosa di straordinario: la nascita di un figlio per Elisabetta e Zaccaria si pre-
LUCA 1,14 50

14 KaÌ EO't'at xapa O'Ol KaÌ àyaÀÀiaot<;


KaÌ ltOÀÀOÌ ÈnÌ t'ft YEVÉO'El aÒt'OO xap~O'OVt'at.
15 Eot'at yàp }lÉyaç €vwmov [ ToO] Kupiou,
1" ' , , ' ,
t
Kal OlVOV Kal CJlKEpa OV f.l1'/ mn,
Kaì nvEU}laToç àyiou nÀlloe~oETat
En ÈK KolÀiaç }lllTPÒ<; avToO,
16 Kaì noÀÀoùç Twv uiwv 'Iopa~À €moTpÉlJ'Et

ÈnÌ KUptov t'ÒV eeòv aÒt'WV.


17 KaÌ aÒTÒ<; npoEÀEUO'Et'at ÈVwmov aVt'OO

ÈV ltVEU}lan KaÌ ~UVa}lEl 'HÀ{ou,


ÈmoTpÉlJ'at Kap~iaç naTÉpwv ÈnÌ TÉKva
KaÌ à:net9Eiç Èv cppov~oEt ~tKaiwv,
Ét'Ot}laoat Kupi<p Àaòv KaTEoKEuaO'}lÉvov.
18 KaÌ EÌltEV Zaxapiaç npòç t'ÒV lfyyEÀDV' Kat'à n VVWoO}lat t'Ofuo; Èyw

yap EÌ}ll1tpEo-J3~ç KaÌ ~ yuv~ }lOU npoj3e~11KUUx ÈV Taiç ~}lÉpatç aim;ç.

1,14 Gioia ed esultanza (x.upa ... Kat -I nazirei (consacrati al Signore) non pote-
aya.U.(runc;)- È annunziata la reazione wnana vano bere vino o bevande inebrianti, non si
per la nascita del bambino. La formula rioorda tagliavano i capelli e non potevano toccare
1b 13,15; Sal95,11-l2 LXX [fM 96,ll-12]. i cadaveri (cfr. Nm 6,2-8; Gdc 16,17; lSam
1,15 Davanti al Signore (~vwtTLov (toii) l, Il). Qui si esplicita solo la prima carat-
Kuplou) - L'articolo toii è attestato in teristica, comune pure ai sacerdoti allorché
manoscritti importanti (fra cui il codice entravano nel tempio (cfr. Lv 10,9).
Vaticano [B)) e omesso da altri (fra cui il Rico/mo di Spirito Santo (TTVE=U.Wtoc; èty(ou
codice Sinaitico [K]). Da qui l'incertezza TTÀTJ09~oEtu~)- Sono evocati personaggi
degli editori, segnalata dall'uso delle pa- dell' AT cosi caratterizzati: Giuseppe (cfr.
rentesi quadre. Gen 41,38), Mosè (cfr. Nm 11,17), i giu-
Non berrà ... inebriante (otvov ... oli 11~ TTL\1) dici (cfr. Gdc 3,10; 6,34; 11,29), Sansone

senta come promessa sorprendente. Ma l'angelo interpreta pure il senso di quella


nascita, affermando che il bambino sarà un precursore, prima che si manifesti la
salvezza escatologica di Dio. Il discorso deH'angelo, mentre tratteggia l'identità
e la missione del nascituro (superando di gran lunga l'attesa di Zaccaria), è una
tessitura di allusioni che fanno eco all'intera Scrittura. La sterilità di Elisabetta
ricorda quella di Sara (cfr. Gen 11,30; 16,1), di Rebecca (cfr. Gen 25,21), di Ra-
chele (cfr. Gen 29,31; 30, l), della moglie di Manoach (cfr. Gdc 13,2), di Anna
(cfr. l Sam l ,2). La nascita di un figlio da una donna sterile e anziana ricorda la
nascita di Isacco (cfr. Gen 17,19); l'imposizione del nome da parte di Dio (cfr. ls
7,14; IRe 13,2) segnala l'importanza del personaggio e ricorda ancora una volta
la vicenda di Isacco (cfr. Gen 16,11); l'astinenza da vino e da bevanda fermentata
(cfr. Nm 6,3) evoca il nazireato di Sansone (cfr. Gdc 13,4) e di Samuele (cfr. lSam
51 LUCA 1,18

14 Avrai gioia ed esultanza,


e molti si rallegreranno per la sua nascita.
15 lnfatti sarà grande davanti al Signore;

non berrà vino né bevanda inebriante,


sarà ricolmo di Spirito Santo
fin dal grembo di sua madre
16e ricondurrà molti figli d'Israele

al Signore loro Dio;


17egli camminerà al suo cospetto

con lo spirito e la potenza di Elia


per ricondurre i cuori dei padri verso i figli
e i ribelli alla saggezza dei giusti,
per preparare al Signore un popolo ben disposto».
18Zaccaria disse all'angelo: «In base a che cosa posso conoscere

questo? lo, infatti, sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni».

(cfr. Gdc 14,6.19; 15,14), Saul (cfr. lSarn passo sono possibili diverse interpretazioni:
10,6.10; ll,6), David (cfr. lSam 16,13), i a) i padri sono identificati coi giusti e i figli
profeti (cfr. Is 42,1; 61,1; Ez 11,5; 37,9; Os coi ribelli; b) i padri sono i ribelli e i figli
9,7; Gl3,1; Mi 3,8; Zc 1,6; 7,12). giusti. Forse, però, il riferimento non è tanto
Dal grembo (ÉK KOLÀI.a~)- Motivo che evoca alle relazioni familiari, quanto alla relazione
la vocazione profetica (cfr. ls 44,2.24; 49,1; con Dio: i ribelli indicano il rifiuto d'Israele
Ger 1,5). di obbedire a Dio, mentre i giusti il oontrario.
1,17 Con lo spirito e la potenza (tv TM~tL 1,18 In base a che cosa (K~ttò: t(}- Zacca-
KIÙ liuvliJ,IEL)- Tennini che Luca ama unire ria richiede qualcosa (d) in forza del quale
(cfr. Le 1,35; 4,14). (K~tta) poter avere la certezza (yvwaoiJ.IlL)
Per ricondurre ... alla saggezza dei giusti che un evento del tutto improbabile potrà
(ÉrrLatpÉijl~tL ... Év ljlpovi)CH liLK~t(wv)- Del effettivamente realizzarsi.

1,11); l'essere ricolmo di Spirito Santo richiama la vocazione profetica (cfr. Is


49, l; Ger l ,5 ); il compito di camminare davanti al Signore come nuovo Elia ricor-
da la profezia di Malachia (cfr. MI 3, l), mentre la missione della riconciliazione
allude ancora a Elia (cfr. Ml3,23 e Sir 48,10). Un simile mosaico di allusioni e
riferimenti alla Scrittura presenta la funzione profetica di Giovanni; insieme però
mostra che Dio continua ad agire come ha sempre agito nella storia.
La fede di Zaccaria e quella di Abraam. Zaccaria ed Elisabetta, anziani e
senza figli (cfr. vv. 5-7), ricordano Abraam e Sara (cfr. Gen 18,11). Allorché il
sacerdote risponde all'angelo (v. 18), egli intende ricercare gli elementi in base ai
quali potrà riconoscere con sicurezza la verità di quanto gli è stato annunciato. La
domanda non manca di fine ironia, in quanto, pur echeggiando le parole di Abra-
arn: «Signore mio, in base a che cosa posso conoscere che erediterò [la terra]?»
LUCA 1,19 52

19 KaÌ <ÌTtOKpt9fÌç Ò ayye.Àoç f.inf.V atrr<f}· ÈyW djJl fa~pl~À Ò


napEOt'TJKWç èvwmov t'OU 9e.o0 KaÌ ànEot'aÀT)V ÀaÀfjoatnpÒç
oÈ KaÌ €Ùayye:À{oao9a{ OOl t'aUt'a· 2°KaÌ ÌÒOÙ EOTl OlWTtWV KaÌ
J.l~ ÒUVaJJEVOç ÀaÀfjoat axpt ~ç ~J.lépaç yévT)t'al t'aUt'a, àv9' WV
OÙK È1tlOt'€UOaç t'Oiç Àoymç J.lOU, Olt'lVEç 1tÀTJpW9~00Vt'al f.Ìç t'ÒV
KatpÒv aÙt'WV. 21 KaÌ ~V Ò ÀaÒç npooÒOKWV t'ÒV Zaxap{av KaÌ
è9auJJa~ov èv t'q) xpovi~e.w èv t'q) va<f) aùt'6v. 22 è~e.À9wv ÒÈ oùK
èòuvat'o ÀaÀfjoat aùt'oiç, Kaì ènéyvwoav on
ònt'amav ÈwpaKEV
èv t'q) va<f)· Kaì aùt'òç ~v òtave.uwv aùt'oiç Kaì òtéJ.lEVEV Kwcp6ç.
23 KaÌ èyéVEt'O wç ÈnÀ~o9T)oav ai ~jJépal t'fjç À€lt'Oupy{aç aÙt'OU,

ànfjÀ9€V dç t'ÒV OtKOV aÙt'OU. 24 Me:t'à ÒÈ t'aUt'aç t'àç ~jJépaç


ouvéÀa~EV 'EÀtoa~Et' ~ yuv~ aùt'oO Kaì ne.ptéKpu~e.v Èau~v
J.lfjvaç névt'e: Myouoa 25 on
out'wç J.lOtne:noiTJKEV KUptoç èv
~J.lépatç alç ène:iòEV àcpe:Àf.iv ove.tò6ç JJOU èv àv9pwnmç.

1,19 Io sono Gabriele (fyw El~L rappLI}l..)- Annunciarti questa buona notizia
L'angelo è lo stesso che si era rivelato a Da- (eixxyyùtaaaElat aoL tafrra)- Luca predilige il
niele, anche se non nel tempio (cfr. Dn 8, 16; verbo (dieci occorrenze) mentre non usa mai
9,21). Con Michele (cfr. Dn 10,13; 12,1) e il sostantivo e\xxyyÉÀLov (il verbo è utilizzato
Rafael (cfr. Tb 3, 17) è uno dei tre angeli che per un annuncio di nascita da Giuseppe Flavio,
neli' AT hanno un nome (l Enok 20 parla di Antichità giudaiche 5,8,1 § 277; 5,8,3 § 282);
sette «arcangeli» o «angeli del trono»). 1,20 Si compiranno (n.l..npw9naovtaL)- Il

(Gen 15,8 LXX), ha un senso totalmente diverso; di Abraam, infatti, si diceva che
«credette al Signore» (Gen 15,6). Benché, dunque il sacerdote abbia in bocca le
parole del patriarca, tuttavia il suo punto di vista è ben differente. La promessa
ascoltata dall'angelo non gli basta: questa gli chiede di guardare al di là della
concreta situazione sua e della moglie. Zaccaria, cioè, pur conoscendo la Scrittura
(e sapendo che la promessa di Dio si compie), in realtà non crede. Nella replica
(vv. 19-20) il messaggero celeste ribadisce l'autorità dellocutore (che finalmente
si presenta essere l'angelo Gabriele) e l'origine divina del suo lieto annuncio. Per
questa ragione, nonostante e al di là del dubbio di Zaccaria, la promessa di Dio
si compirà. Gabriele poi ricorda al sacerdote la necessità della fede (quella che
Abraam aveva e Zaccaria non ha). Il silenzio che colpisce il sacerdote durerà fino
al compimento della promessa: a parlare non sarà Zaccaria, saranno i fatti stessi.
Inizia il compimento. Nel momento in cui il sacerdote esce dal santuario alla
presenza della moltitudine, colui che cercava un segno diventa ironicamente egli
stesso un segno. L'azione di Dio inizia a compiersi. Il lettore è in una posizione
53 LUCA 1,26

19 L'angelo gli rispose: «lo sono Gabriele che sto alla presenza
di Dio; sono stato inviato per parlarti e annunciarti questa
buona notizia. 20 Ed ecco: sarai muto e incapace di parlare fino
al giorno in cui avverranno queste cose, proprio perché non
hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo».
21 11 popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava

per il suo indugiare nel santuario; 22 quando poi uscì e non


poteva parlare loro, compresero che aveva avuto una visione
nel santuario. Faceva loro dei cenni ma rimaneva muto.
23 Terminati i giorni del suo servizio, ritornò a casa sua.
24 0opo quei giorni, Elisabetta sua moglie concepì e si tenne

nascosta per cinque mesi dicendo: 25 «Così ha operato per


me il Signore nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia
vergogna fra gli uomini!».

26 Nel sesto mese l'angelo Gabriele fu mandato

verbo esprime l'efficacia che le parole di ÈTTÀ.~o9T)Oav)- Letteralmente: <<e avvenne


Gabriele avranno (cfr. 4,21; 24,44), nono- che terminati i giorni». Luca spesso utilizza
stante la ritrosia di Zaccaria. la solenne formula Kal ~yt\vet'o che mutua
A loro tempo (etc; t'Òv Klnpòv aùn;iv) - Il dalla Settanta.
tennine KUlpOc; indica il <<tempo opportuno» 1,26 Nel sesto mese (~v OÈ t(\i llT}Vl t(\i EKtct~)
fissato da Dio. -Luca data l'annuncio a Maria riferendosi
1,23 Terminati i giorni (Kat ~yt\vEt'o wc; alla gravidanza di Elisabetta.

privilegiata rispetto al popolo: egli sa che il silenzio di Zaccaria è dovuto all'as-


senza di fede, mentre la gente - in mancanza di altri elementi -ritiene semplice-
mente che egli abbia avuto una visione. La gravidanza di Elisabetta è il secondo
segno del compimento della promessa. La donna non commenta il mutismo del
marito; interpreta l'attesa di un figlio come un segno dell'intervento di Dio che
ha cancellato la sua vergogna. Le sue parole ricordano quelle di un'altra donna
sterile, Rachele, che alla nascita di Giuseppe dichiarava: «Dio ha tolto il mio
disonore» (Gen 30,23). Pur tuttavia si nasconde per cinque mesi. La cosa è assai
singolare, ma ha una funzione narrativa e prepara il seguente episodio: nessuno
sa della sua attesa, cosicché all'anziana donna apparirà chiaro (cfr. 1,42-45) che
Maria ha appreso della sua gravidanza da una rivelazione celeste.

1,26-38 L'annuncio a Maria


Dopo un'introduzione nella quale si offrono le coordinate spazio-temporali
e dove sono presentati i personaggi (vv. 26-27), l'angelo giunge presso la
LUCA 1,27 54

ànò -rou eeou Eiç ltOÀlV -rfjç faÀlÀaiaç OVO}la Na~apÈ9 n


27 npòç nap9Évov È}lVl'JO''t"ElJ}lÉVl'JV àv~pì <f> OVO}la 'IwO'JÌcp È~

oiKov ~avì~ Kaì -rò ovo}la -rfjç nap9Évov Mapux}l. 28 Kaì EicreÀ9wv
' 'av't"l')v
npoç 'T -
emev· xatpe, 'r
Kexapt-rW}lEVl'J, '
o Kvptoç }lE-ra'crov.
-

Da Dio (à~rò toiì 9Eoiì)- Complemento circa un anno; in un secondo tempo era
di moto da luogo: l'angelo Gabriele è introdotta nella casa del marito e iniziava
inviato «da parte di Dio»; alcuni codici la convivenza (nissu 'in).
hanno imò toiì 9Eoiì cioè un complemento Della casa di David (E~ OLKOU ~auUi) -
d'agente. Espressione stereotipata (cfr. l Re 12, 19;
Nazaret (Na.(ap~G) - Luca definisce il vil- 2Cr 23,3), che ricorda l'appartenenza alla
laggio di Nazaret una «città>> (~rélu;), come discendenza davidica.
fa anche per altri luoghi (cfr. 7,11 ), riflet- Maria (Mapux11) - La ricerca del signifi-
tendo molto probabilmente una tradizione cato etimologico del nome ha conosciuto
cristiana. un'ampia fioritura. Nell'antichità erano
1,27 Vergine promessa sposa (upG~vo.; sostanzialmente tre i sensi ad esso attri-
fiLV'lCtEUIL€v'l) - Una ragazza che, pur buiti: «colei che illumina il mare» (da cui
essendo già ufficialmente fidanzata con poi il titolo stella maris), «mare amaro»,
un uomo, non ha ancora avuto alcuna re- «signora». L'interpretazione più plausibile
lazione sessuale con lui. Sullo sfondo vi rimane quella che spiega il nome come «al-
sono le usanze matrimoniali ebraiche che ta», «somma». Il nome era assai popolare in
prevedevano due fasi. Nel primo momento memoria della profetessa sorella di Aronne
v'era un atto solenne (fidanzamento uffi- (cfr. Es 15,20).
ciale detto 'arusin), previo accordo tra le 1,28 Gioisci, tu che sei stata trasforma-
famiglie: la ragazza era cosi legalmente ta dalla grazia - Avvicinando xai:pE e
sposata, ma viveva ancora coi genitori per KEX,apL tWIL~V'l. parole che hanno un suono

vergine (v. 28a) e inizia il dialogo fra i due in tre tempi: al saluto (v. 28b)
segue la reazione di stupore (v. 29); l'annuncio del concepimento di Gesù (vv.
30-33) provoca una domanda di chiarimento di Maria (v. 34); alla spiegazione
dell'angelo (vv. 35-37) corrisponde la risposta della vergine (v. 38a). Infine,
l'angelo parte (v. 38b). Molto complessa, invece, è la definizione del genere
letterario. Il parallelismo con la scena precedente (cfr. vv. 5-25) evoca il genere
annuncio di nascita, mentre la notevole corrispondenza con Gdc 6,11-24 fa
pensare piuttosto a un racconto di vocazione. La presenza di un essere celeste
che porta con sé una rivelazione allude forse a un'investitura messianica di
stampo apocalittico. Infine, vi sono le tracce di una struttura d'alleanza: il
messaggero espone le esigenze di Dio e Maria esprime il proprio assenso di
fede. Riteniamo che le diverse prospettive non siano da escludere, a motivo
della straordinarietà della pericope che resta un unicum difficilmente inqua-
drabile in schemi precostituiti.
Un saluto singolare. Prima di presentare i personaggi umani, Luca introduce
l'angelo Gabriele, sottolineando il suo ruolo di messaggero divino. L'impor-
LUCA 1,28

da Dio in una città della Galilea di nome Nazaret 27a una vergine
promessa sposa di un uomo della casa di David di nome Giuseppe;
il nome della vergine era Maria. 28Entrando da lei disse: «Gioisci,
tu che sei stata trasformata dalla grazi~ il Signore è con te!».

simile ma semanticamente sono differenti, sull'agire di Dio. Maria, dunque, è stata


si suggerisce un'affinità di senso, creando oggetto di una benefica e gratuita azione di
una paronomasia. Luca conosce il saluto Dio, la quale ha prodotto in lei effetti stra-
ebraico «pace» (cfr. l 0,5; 24,36); xex Lpe ordinari, che continuano fino al momento
può indicare il saluto ordinario (cfr. l 'ita- della parola dell'angelo. La traduzione «tu
liano: «salve!))) e cosi è utilizzato anche che sei stata trasformata dalla grazia» (de
in Mt 26,49, ma qui ha un significato pre- La Potterie) rende, meglio di altre versioni,
gnante («gioisci!»). Sullo sfondo vi sono la ricchezza dell'originale.
passi profetici (cfr. Gl 2,21; Sof 3,14; Zc Il Signore è con te (ò KupLoc; IJ.Et"Ù ooii)- Da
9,9) nei quali la figlia di Zion è invitata a intendere non come un auspicio («il Signo-
rallegrarsi. L'appellativo KEXCXPL t~VTl è un re sia con te»), ma come un 'asserzione (cfr.
participio perfetto passivo del verbo cau- Gdc 6, 12; Rt 2,4 ). Alcuni manoscritti (codi-
sativo xcxpL tow («faccio grazia», «mi mo· ce Alessandrino [A], di Efrem riscritto [C],
stro benevolm) ). La radice è la stessa del di Beza [DJ e altri) inseriscono le parole:
sostantivo xcipLc;, che significa «favore», «Benedetta tu fra le donne» (cfr. v. 42 do-
«benevolenza», «grazia». Il verbo esprime ve l'attestazione è sicura), traccia forse di
dunque la duplice idea della benevolenza di un'antica tradizione liturgica. Se la clausola
Dio e della sua efficace manifestazione che fosse originale, sarebbe difficile spiegare la
tocca la persona. Il perfetto indica poi una sua assenza nei codici più importanti (fra cui
realtà passata i cui effetti continuano nel il Vaticano [B) e il Sinaitico [KJ) e in mol-
presente, mentre il passivo pone l'accento tissime versioni.

tanza dell'angelo (già conosciuto dal lettore) è in contrasto con l'insignificanza


di Nazaret (cfr. Gv 1,46), villaggio mai citato nell'Antico Testamento, localiz-
zato in Galilea, una regione ai confini, ben differente dal santuario nel cuore
del tempio di Gerusalemme. Gabriele è inviato a una vergine di cui non si
conosce né la famiglia d'appartenenza, né la pietà (a differenza di Zaccaria ed
Elisabetta). L'angelo non appare a Maria, ma si avvicina a lei: si tratta dunque
di un incontro, non di una visione; l'accento va sul legame interpersonale e
sulle parole del messaggero alla vergine. Il singolare saluto è composto da tre
elementi. Il primo è un forte invito alla gioia (v. 28), segno che sono giunti i
tempi ultimi annunciati dai profeti, tempi nei quali Dio opera nella persona del
suo Messia. L'appellativo «tu che sei stata trasformata dalla grazia» appare co-
me un nuovo nome: esso riconduce al passato e all'effetto continuo del favore
di Dio sulla persona di Maria. Infine, v'è un detto di benedizione («il Signore
è con te))), che ha valore di promessa d'aiuto: allorché Dio chiama una per-
sona a un'importante missione, le assicura la sua protezione (cfr. Gen 28,15;
Es 3,11-12; Gs 1,5; Gdc 6,12).
LUCA 1,29 56

29 ~ 5€ trrì rw Àoy<Jì 5u::rapaxell Kaì 5tEÀoyi~Eto rrorarròç dYJ ò


' \ ouroç.
acmao}Joç + 30 K<Xl\ EmEv
T
o ayyEÀoç aurn·
' - r "

}l~ cpo~ou, Mapta}J, EÒpEç yà:p xaptv rrapà: t<f} 9E<f}.


31 Kaì i8où auÀÀ~llll'n tv yaarpì Kaì ré~n uiòv
Kaì KaÀÉaEtç rò ovo}Ja aùrou 'lrJaouv.
32 oòroç larat }JÉyaç KaÌ uiòç ùq,iarou KÀYJ9~0'Et<X1

Kaì 5waEt aùr<f> Kuptoç ò 9eòç ròv 9p6vov flauì8 rou rrarpòç aùrou,
33 K<XÌ ~<XO'lÀEUO'El Ém tÒV o{KOV 'laKW~ EÌç toÙç aiwvaç

Kaì r~ç ~aalÀEiaç aùrou oùK €arat tÉÀoç.


34 drrEV 5€ Maptà:}J rrpòç tÒV ayyEÀov· rrwç EO't<Xl tOUtO, ÉrrEÌ

av8pa OÙ ytvWO'KW; 35 K<XÌ IÌ1t0Kpt9EÌç Ò ayyEÀoç E{ltEV aÙtfi·


1tVEU}J<X &ytov ÉrrEÀEUO'Et<Xl ÉrrÌ o€

1,29 Si domandava (OLE'À.OyL(no)- Il verbo todi <<Dio aiuta» oppure ((Dio è salvezza>>.
sottolinea la riflessione, l'attenta pondera- 1,32 Egli sarà grande (outoç ~atctL l.l~ycxc;)
zione e insieme l'interrogazione interiore; -L'aggettivo <<grande» (che qui ricorre con
l'imperfetto ha valore durativo. valore assoluto, a differenza di 1,15) non ri-
Saluto (&arrcta116ç) - Non si riferisce solo entra nel vocabolario messianico; solo YHWH
alla prima parola del saluto (<<gioisci!») ma è <<grande» (cfr. Dt 10,17; Sal86,10; 96,4).
all'intera formula utilizzata da Gabriele. L'espressione allude alla realtà trascendente
1,30 Hai trovato grazia (E'Ùj>E'c; yàp xlipLv)- del nascituro.
Allusione alla vicenda di Noè (cfr. Gen 6,8) Figlio del/ 'Altissimo (utòc; ùljl(atou)- Il tito-
e di Mosè sul monte Sinai (cfr. Es 33, 13.16). lo può essere ricondotto al contesto del mes-
1,31 Gesù ('l11aouv)- Nome teoforico (lo sianismo davidico (cfr. Sal 2,7; 89,27-30),
stesso nome di Giosuè), che ha il significa- ma posto dopo l'aggettivo <<grande» assume

Non è immediatamente ovvio comprendere che cosa significhi il saluto. L'an-


gelo ha fatto riferimento a un'opera divina ma non ha specificato come Dio ha già
agito nei confronti della vergine. La reazione di Maria (v. 29} evoca il turbamento
di Zaccaria (cfr. v. 12}, ma la ragione è differente: il sacerdote era preso dalla
paura per l'apparizione angelica, la vergine per le parole di Gabriele. A conferma
di ciò il narratore precisa il carattere riflessivo del dibattito interiore di Maria a
proposito del saluto: il registro, ancora una volta, è quello auditivo e non visivo.
Un Messia singolare. Il secondo dialogo inizia con una parola dell'angelo che
rassicura la vergine (v. 30}. Gabriele la chiama per nome e la invita a superare la
paura (cfr. Geo 15,1; Dn 10,12.19}; poi dichiara il motivo di tutto ciò: Maria è
oggetto di una grazia speciale da parte di Dio. La gratuità del favore divino diviene
ragione di sicurezza che scaccia la paura. La grazia di cui si parla sta nella mater-
nità, descritta qui con le stesse espressioni dell'angelo ad Agar (cfr. Geo 16,11} e
dell'oracolo di Is 7,14: concepire nel grembo, generare, dare il nome. Dio stesso,
per mezzo dell'angelo, conferisce un nome che la madre imporrà al bambino. È
poi precisata l'identità del nascituro (vv. 32-33}, presentato come il Messia della
casa di David, per mezzo di allusioni a 2Sam 7,12-16 (l'oracolo di Natan} e a ls
9,5-6. Tuttavia, il nascituro è chiamato pure «grande» e «figlio dell'Altissimo»,
termini che iniziano a fame percepire la trascendenza; infine l'angelo lo definisce
57 LUCA 1,35

29 A queste parole ella fu turbata e si domandava che cosa potesse


essere un tale saluto. 30Le disse l'angelo:
«Non temere, Maria: hai trovato grazia presso Dio.
31 Ecco, concepirai, partorirai un figlio

e lo chiamerai Gesù.
32 Egli sarà grande, sarà chiamato Figlio dell'Altissimo;

il Signore Dio gli darà il trono di David, suo padre,


33 regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre

e il suo regno non avrà fine».


34 Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, se non conosco

uomo?». 35 L'angelo le rispose:


«Lo Spirito Santo scenderà su di te

una sfumatura trascendente: la messianicità usato in senso eufemistico a proposito della


di Gesù prende senso a partire dalla singo- relazione ooniugale (cfr. Gen 19,8; Gdc 11,39).
larità della sua persona. l ,3~ Lo Spirito Santo ... la potenza del/ 'Altis-
1,33 Casa di Giacobbe (rov otKov 'luKWp) simo (1Mii!J.a &y~ov ... OUVIXIL~I; uljl(otou)- Il
- Si usa un'espressione che equivale a «Isra- parallelismo mostra che le due espressioni si
ele)) (cfr. Es 19,3). equivalgono.
Il suo regno non avrà .fine (tflç ~uo~J..Eluç Scenderà su di te ... coprirà- La triplice oc-
IXÙtoiì OÙK rota~ tUoç)- V'è un duplice ri- correnza della particella h( (come prever-
ferimento: alla profezia di Natan (cfr. 2Sam bio [bilioonu~ e ~n~oKLiioEL] e come pre-
7,13.16), quindi al regno davidico, e alle posizione [~nt o4\]) sottolinea il movimento
concezioni escatologiche (cfr. Dn 7, 14.27). dall'alto al basso: la potenza che proviene da
1,34 Non conosco (ou yu,!.loKw)- Il verbo è Dio discende su Maria.

«Figlio di Dio» (v. 35). Mentre l'identità di Giovanni era definita in riferimento
alle sue azioni (cfr. vv. 13-17), Gesù è presentato per quello che è.
Di fronte a un annuncio cosi pregnante, la domanda di Maria (v. 34) fa emergere
la tensione fra quanto ha detto l'angelo e la propria concreta situazione. Già dall'an-
tichità queste parole hanno avuto differenti spiegazioni (Maria avrebbe fatto un voto
di verginità, Maria non avrebbe ancora raggiunto la pubertà, Maria avrebbe compreso
il riferimento al concepimento verginale sulla base di ls 7,14), che però non trovano
fondamento nel testo. La concreta situazione di Maria, ancora nella prima fase del
matrimonio (cfr. v. 27). spiega il motivo della sua domanda. La sua difficoltà sorge dal
fatto che non «conosce» un uomo, cioè non vive ancora con Giuseppe. Maria cioè, in
forza dell'efficacia della parola divina, considera quanto annunciato dali' angelo imme-
diatamente realizzabile e per questa ragione pone l'interrogativo riguardante la propria
attuale verginità. Se Zaccaria chiedeva un segno concreto in base al quale avrebbe potuto
conoscere la verità delle parole dell'angelo (cfr. v. 18), Maria domanda un chiarimento
a partire dalla propria concreta situazione che pare essere un ostacolo alla maternità.
Una generazione singolare. La risposta dell'angelo (v. 35) riguarda la singolare
modalità della generazione e l'identità del nascituro. In forza di un intervento dello
Spirito di Dio (cfr. Gen l ,2; 2,7) sarà resa possibile la maternità verginale di Maria.
L'immagine dello Spirito che scende su Maria coprendola con la sua ombra allude
LUCA 1,36 58

K<XÌ ~UV<X}..ll<; Ùl!Jtot'OU ÈntOKUXOfl oot·


~lÒ K<XÌ t'Ò YEVVW~EVOV ClylOV l<Àf19~0ft'<Xl UtÒ<; 9eou.
36 K<XÌ Ì~OÙ 'EÀtoa~ft' ~ ouyyev{ç OOU K<XÌ <XÒt'lÌ OUVEiÀflcpEV UÌÒV

ÈV y~pet aòt'~c; xaì oÒt'oc; ~~v EKt'oc; Èonv aòt'ft t'ft xaÀou~tvn
Ot'elP'il' 37 Ot'l OÙK à~uva~Ofl1t<Xpà t'OU eeou 1tiÌV p~~a. 38 ei1tEV
~è: Mapta~· Ì~oÙ ~ ~OUÀflKUpiou· yÉVOlt'O ~Ol K<Xt'à t'Ò p~~a oou.
xaì à7t~À9ev à1t' aù~c; 6 ayyeÀoc;.

39 ~vaot'éioa ~è: Maptà~ Èv t'aie; ~~Épatc; t'<Xut'atc; È1topeue11


fie; t'lÌV ÒpEtv~V ~Et'à 01tOU~~c; fie; 1tOÀlV 'lou~a, 4°K<XÌ
fio~À9ev fie; t'Òv oixov zaxapiou xaì ~OTtaoat'o ritv 'EÀtoa~Et'.

Perciò colui che nascerà santo (oLÒ Kal tò 1,36 Parente (auyyEOv(c;) - Una parente
YE'VVW~oLEVOV ayLov)- La frase è difficile: in generale. Inutile speculare sul grado di
l'aggettivo «santo)) può essere considerato parentela o sul fatto che Maria fosse della
soggetto (la nostra interpretazione) o predi- discendenza di Aronne.
cato (da cui: «colui che nascerà sarà san- 1,37 Poiché nulla sarà impossibile a Dio
to))). Il participio yevvwllevov (alla lettera, (<ln OÙK douvan1au napà toO 9eo0 miv
«generato» o «nato») ha valore di futuro. Pfilla)- Alla lettera: «Poiché non sarà im-
Vi sono manoscritti e versioni che leggono possibile da parte di Dio ogni parola>> (cfr.
yevvwllevov EK aou («nato da te»), creando Gen 41,32).
una perfetta simmetria coi verbi precedenti 1,38 Serva (OOUÀ11)- Al maschile è un titolo
sempre seguiti da complemento. onorifico dato ai grandi d'Israele: Abraam

alla nube che si dispiegava sulla tenda dell'incontro e alla gloria del Signore
che riempiva la dimora (cfr. Es 40,34-35; Nm 9,18). Del bambino è detta
chiaramente la trascendenza per mezzo delle espressioni «santo» e «Figlio di
Dio». Come lo Spirito creatore è santo, così anche il nascituro avrà le sue ra-
dici nel mistero stesso di Dio. Senza che vi sia una richiesta da parte di Maria,
l'angelo le offre un segno. A colei che ha dichiarato all'angelo il limite della
propria condizione di verginità, viene dato un segno concreto della potenza
divina: la gravidanza dell'anziana e sterile parente Elisabetta. Il narratore si
riallaccia all'episodio precedente e prepara il terreno per quello seguente.
Tuttavia, se la gravidanza di una donna sterile e anziana ha precedenti illustri
nella Scrittura (evidente il riferimento a Sara), la concezione verginale è del
tutto inedita. 11 carattere straordinario del primo concepimento prepara il se-
condo, ancor più straordinario. L'ultima affermazione dell'angelo sottolinea
l'efficacia della parola divina in Maria: per quanto la dichiarazione alluda
alla promessa fatta ad Abraam (cfr. Gen 18,14 ), il verbo al futuro indica la
concreta situazione della vergine; ogni parola che viene da Dio non rimarrà
senza attuazione. La risposta di Maria (v. 38) comprende un 'autodefinizione e un
59 LUCA 1,40

e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra;


perciò colui che nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio.
36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente: anch'ella ha concepito un

figlio nella sua vecchiaia e questo è il sesto mese per lei che era
chiamata sterile. 37Poiché nulla sarà impossibile a Dio». 38Allora
Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo
la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

391n quei giorni Maria, alzatasi, si incamminò in fretta


verso la regione montuosa, diretta a una città di Giuda;
40 entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta.

(cfr. Sal 105,42), Mosè (cfr. Es 14,31; Dt 15,20), ridondante nella sintassi greca, imi-
34,5; Gs 1,1), David (cfr. 2Sam 7,5.8), il ta la Settanta, indicando l'inizio dell'azione
servo di YHWH (cfr. Is 42,1; 49,3.6). (cfr. Gen 13,17; 22,3).
Avvenga per me (yÉvom:\ !WL)- L'ottativo In fretta (f.Lftà anooof)ç) - La precisazione
(raro nel NT) esprime il carattere possibile non ha un carattere psicologico, ma sugge-
e desiderabile di un'azione. risce l'adeguata reazione di Maria al segno
~ 1,26-38 Testo affine: Mt 1,18-25 che Gabriele le aveva dato.
1,39 In quei giorni (Èv to:tç fli,Lépo:Lç to:uto:LC;) Una città di Giuda (dç no.hv 'Iouoo:) -
-Luca spesso utilizza questa o simili forum- L'identificazione con il villaggio di Ain
le (cfr. 6,12; 9,36; 23,7; 24,18). Karem (a circa otto chilometri da Gerusa-
Alzatasi (dvo:atiiao:) - Il verbo (cfr. 6,8; lemme) inizia solo nel VI sec.

assenso. Maria, definendosi «serva del Signore», affenna la propria sottomissione


a Dio e l'accoglienza della sua volontà. L'assenso ha poi un carattere gioioso ed
esprime il desiderio di vedere realizzato il disegno divino: Maria collabora atti-
vamente e con tutto il cuore al progetto che si realizzerà proprio per mezzo di lei.

1,39-56 L'incontro delle madri


Dopo gli annunci a Zaccaria e a Maria, differenti ma paralleli, la visita di
Maria a Elisabetta sembra essere un semplice epilogo dove i fili narrativi degli
episodi precedenti s'intrecciano. Molto più profondamente, qui si uniscono
i motivi conduttori dei due annunci, ovverosia la fede nella promessa di Dio
e l'interpretazione dei segni: l'una e l'altra si fondono insieme. La cornice è
dominata da elementi spaziali (la regione montuosa, la città di Giuda, la casa
[vv. 39-40]), da verbi di movimento (alzarsi, mettersi in cammino, entrare nella
casa [vv. 39-40], rimanere, ritornare [v. 56]) e da un motivo temporale (tre mesi
[v. 56]) che collega la scena con l'annunciazione (cfr. vv. 26.36); al cuore del
racconto v'è l'incontro fra le due donne, le parole di Elisabetta (vv. 42b-45) e
quelle di Maria (cfr. vv. 46b-55).
LUCAI,41 60

41 K<XÌ ÈyÉVEtO wç ~KOUO'€V tÒV Ò:0'1t<XO'}.lÒV nìç Mapiaç ~ 'EÀtoa~Et,


ÈOKtptJ10'€V tÒ ~pÉcpoç Èv tfj KOlÀl~ aùn;ç, K<XÌ Èn:À~o8J11tVEU}l<Xtoç
ayiou ~ 'EÀtoa~Et, 42 KaÌ Ò:VE<pWVJ10'€V Kpauyft }lfY<iÀTI KaÌ Ein:EV·
EÙÀOYJ1}lÉVJ1 où Èv yuvat~ìv
K<XÌ EÙÀOYJ1}lÉVoç Ò Kapn:Òç nìç KOlÀtaç O'OU.
43 Kaì n:69Ev }lOl rooro !va eÀ9n ~ }l~tJ1p roo Kupiou }lOU n:pòç

~É; 44 ÌÒOÙ yècp wç ÈyÉVEtO ~ cpwv~ tOO Ò:cm<XO'}.lOV oou EÌç tèc
Wta }lOU, ÈO'KlptJ10€V Èv à:yaÀÀtaO'El tÒ ~pÉcpoç Èv tfj KOlÀl~
}lOU. 45 Kaì }lctKapia ~ motEuoaoa on
eorat tEÀEiwotç roiç
ÀEÀ<XÀJ1}lÉVOlç aùtft n:apèc Kupiou.

1,41 Fu ricolma di Spirito Santo (É1TA.ip9T] Benedetta (fÒÀoy~VTJ)- L'aoristo passivo


~tac; &ylou)- L'aoristo passivo segnala che ricorda che quanto Elisabetta dice non è un
ildonoprovienedaDio(cfr.l,67;At2,4;4,8.31). augurio ma una constatazione.
1,42 Esclamò (ètVf4x.>VTJOfv)- Il verbo è uti- Fra le donne (Év yuv!u~(v)- L'introduzio-
lizzato nella Settanta per le acclamazioni del ne di questo termine di paragone indica che
popolo e dei sacerdoti di fronte all'arca del Maria è «la più benedetta» (cfr. Gdc 5,24;
Signore (cfr. ICr 15,28; 16,4.5.42; 2Cr 5,13). Gdt 13, 18; Ct 1,8).

Il saluto e la danza. La narrazione insiste sul saluto di Maria a Elisabetta,


rivelandone l'importanza: due volte nella penna del narratore (cfr. vv. 40.41) e
una volta in bocca a Elisabetta (cfr. v. 44). Tuttavia nulla è detto a proposito del
contenuto di quelle parole, a sottolineare che al centro sta la persona di Maria più
che quanto ha proferito; l'accento va sull'effetto che esse provocano, effetto segna-
lato nel testo greco da un doppio egéneto (vv. 41.44). L'avvenimento è riportato
due volte, anzitutto dal narratore, poi da Elisabetta: il primo racconto (vv. 41-42a)
sottolinea il sussulto di Giovanni, lo Spirito Santo che ricolma Elisabetta, la pro-
clamazione a voce alta dell'anziana donna; Elisabetta (v. 44 ), invece, afferma che
è stato l'ascolto della voce di Maria a fare sussultare Giovanni e che la danza del
figlio nel grembo era un segno di gioia; non si è trattato dunque solo del naturale
movimento del bambino nel grembo materno (cfr. Gen 25,22), ma di una vera e
propria esultanza, motivata dalla presenza del Messia (cfr. Ml3,20; Sap 19,9).
Allusioni anticotestamentarie. Il racconto della visitazione evoca alcuni episodi
dell'Antico Testamento: in primo luogo il solenne trasporto dell'arca dell'alleanza
da parte di David (cfr. 2Sam 6,2-11; l Cr 15,25-29). Benché vi siano non poche dif-
ferenze, sono da rilevare anche alcune analogie. In particolare è da notare il clima di
gioia che caratterizza il trasferimento dell'arca, l'esultanza di tutto il popolo al suo
passaggio e il grido di festa ad alta voce (cfr. lCr 15,28). L'arca poi resta tre mesi
presso Obed-Edom e il Signore benedice tutta la sua casa (cfr. 2Sam 6, Il). Le allu-
sioni, invece, obbligano il lettore a fare memoria di quell'episodio, per comprendere
la continuità della rivelazione: i segni della presenza del Signore provocano gioia e
sono fonte di benedizione. Inoltre le parole di Elisabetta a Maria (Le l ,42) ricalcano
61 LUCAI,45

41 Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino


sussultò nel suo grembo; Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo
42 ed esclamò a gran voce:

«Benedetta tu fra le donne


e benedetto il frutto del tuo grembo.
43 A che cosa debbo che la madre del mio Signore venga da

me? 44 Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta alle mie
orecchie, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
45 E beata colei che ha creduto nel compimento di ciò che le è

stato detto dal Signore».

1,43 A che cosa debbo (KaÌ. tréel:v 110~ toiito) - ll titolo <<Signore>> sulle labbra di Elisabetta
- La domanda allude a quanto aveva detto riflette la fede pasquale della comunità cristia-
David: «Come potrà venire da me l'arca del na oppure è Wl titolo messianico (come nel Sal
Signore?>> (2Sam 6,9). Tuttavia il re si scher- Il O, l: «Oracolo del Signore al mio signore»).
misce, perché ha paura della presenza dell'ar- 1,44 Ha sussultato (liyaHuiau) - Eco
ca, Elisabetta invece è colma di meraviglia. dell'annuncio fatto da Gabriele (cfr. v. 14).
Madre del mio Signore (l, lltlnP to\urupiou j.LOI!) + 1,3945Testiaffini:2Sam6,2-ll;Gdt 13,18
le parole di Ozia a Giuditta: «Benedetta sei tu. o figlia, da parte dell'altissimo Dio,
sopra tutte le donne che sono sulla terra e benedetto il Signore Dio, che creò il cielo
e la terra» (Gdt 13,18). Nell'uno come nell'altro caso (con le debite differenze) Dio
ha agito nell'esistenza delle due donne donando la sua benedizione. Qui la singolare
novità è l'identità del bambino che Maria porta nel grembo.
Lo Spirito Santo. Il narratore affenna che Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo
(v. 41 ). A partire da questo dono quanto Elisabetta dice non è un semplice saluto in
risposta a quello di Maria: la sua proclamazione echeggia la parola ispirata dei profeti,
una parola capace di riconoscere l'azione di Dio e, dunque, di cogliere la profondità
della realtà. Inoltre, benché i personaggi siano tutti esseri umani, il cielo continua ad
avere un ruolo importante. Se nelle scene degli annunci Zaccaria e Maria reagivano
all'intervento di Gabriele, qui al saluto di Maria consegue l'azione dello Spirito. Lo
Spirito rende Elisabetta capace di interpretare correttamente quei segni che altrimen-
ti resterebbero impenetrabili. Mentre Zaccaria cercava un elemento per conoscere
la verità di quanto gli era stato annunciato dall'angelo, sua moglie, per dono dello
Spirito, gode di una conoscenza speciale. Le parole di Elisabetta, in effetti, hanno un
singolare carattere rivelativo. Non nomina Maria ma la definisce in rapporto al piano
di Dio per mezzo di tre titoli. Anzitutto «benedetta» (v. 42): non un augurio ma una
constatazione di quanto Dio ha già operato in Maria Poi <<madre del mio Signore»
(v. 43), riconoscendo al contempo l'identità di Maria(madre) e di Gesù (il Signore) e
facendo risuonare per la prima volta nel racconto il titolo kfrios (Signore) applicato a
Gesù. Infine, con l'espressione «beata colei che ha creduto» (v. 45), Elisabetta utiliz-
za un macarismo che s'indirizza certamente a Maria ma interpella pure il lettore; la
LUCA 1,46 62

46 Ka:Ì ElltfV Ma:pt.<lJ.l'


Meya:Àuvet ~ 'lfJux~ JJOU ròv Kuptov,
47 Ka:Ì ~ya:ÀÀia:oev rò TtVeOJ.la J.lOU èrrì r<f> 9e<f> r<f> owrijpi J.lOU,

48 on ÈTtÉ~Àf\fJeV ÈTtÌ 't~V ra:ltftVWO'lV rijç ÒOUÀTJ<; a:ÙroO.

iòoò yàp à:rrò roO vOv J.La:Ka:ptoOoiv J.lf mioa:t ai yevea:i,


49 O'tt È1tOtTJO'ÉV J.lOl J.leyaÀa: OÒuva:roç.

Ka:Ì aytov rò OVOJ.la: a:ùroO,


5°Ka:Ì rò EÀfoç a:ùroO dç yeveàç Ka:Ì yevEàç

roiç cpo~OUJJÉvotç a:ùr6v.


51 'Erroi11oev Kparoç èv ~pa:xiovt a:ùrou,

ÒteOK6pmoev ùrrepTJcpavouç òta:voi~ Ka:pòia:ç a:ùrwv·


//1,46-55 Testo parallelo: !Sam 2,1-10 La mia anima(~ ljlux~ !WU)- Espressione
1,46 Maria disse (KIÙ ~ttr~v Mllp~)-Alcuni della Settanta per esprime !'(<io» dell'orante.
manoscritti della Vetus Latina leggono: «Eli- 1,47 Il mio spirito (tò 1M:\ìj.l& !WU)- Altra
sabetta disse». Se le prove interne non sono forma per ribadire il soggetto, (<io».
decisive (c'è coerenza fra il linguaggio del Esulta (Tria.U[aa~v)- Il verbo ha la stessa ra-
Magnificate quello dell'annunciazione, ma dice di àya.U[aa~c; con cui si esprimeva l'esul-
pure fra la situazione di Elisabetta e l'inno; tanza di Giovanni (v. 44); l'aoristo ha valore
inoltre il v. 56 nomina Maria, mentre si riman- gnomico (esprime cioè un'azione valida in
da a Elisabetta per meuo di un pronome, cosi ogni tempo) e, in forza anche del parallelo con
che il nome di Maria nel v. 46 appare essere il v. 46b, può essere tradotto con un presente.
/ectio diffici/ior [cioè una lettura più difficile + 1,46b-47 Testi affini: Sal 34,9; l Sam 2, l;
da spiegare]), quelle esterne (la testimonianza Ab 3,18
della maggioranza dei codici e delle tradu- 1,48 Umiltà (turr~tv<.xnc;)- Non indica tanto
zioni antiche) fanno propendere per Maria. una virtù morale ma uno stato di povertà, di

definizione più generale fa sì che Maria sia presentata come un modello di fede nella
divina promessa (cfr. Il ).7). Benché si passi dalla considerazione di quanto Dio ha
fatto in Maria («benedetta>>) a quanto ella ha fatto («ha creduto»), l'accento, ancora
una volta, va su Dio e sulla sua promessa, cui Maria ha dato il suo assenso di fede.
Il Magnificai. Ben raccordato per meu.o di richiami lessicali all'annunciazione
e alla visitazione, il Magnificai (forse un antico inno giudeo-cristiano rielaborato
da Luca e inserito nella trama della sua narrazione) è il primo cantico del racconto
dell'infanzia. La prima parte (vv. 46b-50) è dominata dalla personale azione di
grazie di Maria, mentre la seconda parte (vv. 51-55) si apre su un ampio oriz-
zonte, evocando pure la vicenda d'Israele. Si passa cioè dalla biografia singolare
di Maria all'intera storia della salvezza. La coerenza interna è assicurata dalla
ripetizione dei termini megalynei («magnifica») e megtila («grandi»; vv. 46.49),
tapeinosin («umiltà») e tapeinoW; («umili»; vv. 48.52), geneai («generazioni») e
geneas («di generazione»; vv. 48.50), epoiésen («ha fatto», vv. 49.51), dynatos
(«potente») e dynastas («potenti»; vv. 49.52), éleos («misericordia») ed eléous
(«della misericordia»; vv. 50.54).
Il cantico non si limita a una visione retrospettiva degli avvenimenti: da un lato
63 LUCA 1,51

46 Maria disse:
«La mia anima magnifica il Signore
47 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48poiché ha volto lo sguardo all'umiltà della sua serva.

Ecco, d'ora in poi mi diranno beata tutte le generazioni


49poiché ha fatto in me cose grandi il Potente.

Il suo nome è santo


30 e la sua misericordia, di generazione in generazione,

è per quelli che lo temono.


31 Ha dispiegato con forza il suo braccio,

ha disperso gli intimi propositi degli arroganti.

umiliazione, di oppressione da cui Dio libera presenta la persona: qui evoca Dio stesso.
(cfr. Gen 29,32; Dt 26,7). + 1,49b Testi affini: Sal 1ll,9
+ 1,48a Testi affini: ISam l,ll; Sal31,8; 1,50 Quelli che lo temono (toi' cjKlpo\JILÉvoL<;
Gen 29,32 aòt6v)- Non è una limitazione ai «timorati
+ 1,48b Testi affini: Gen 30,13 di Dio» (pagani interessati all'ebraismo).
1,49 Cose grandi (IJ.Ey&ì..a.)- Con l'uso dita- + 1,50 Testi affini: Sal103,17
le aggettivo, quanto Dio ha fatto in Maria è 1,51 //suo braccio (Év ppax(ovL aòtoii)-
posto in relazione con la liberazione d'Israele Immagine frequente per indicare la potente
dall'Egitto (cfr. Dt 10,21; 11,7; 2Sam 7,23). azione di Dio a favore d'Israele durante il
Il Potente (ò cSwatéc;) -Il singolare titolo divi- cammino nel deserto (cfr. Es 6,1.6 LXX).
no (presente solo in Sof3,17; Sal24,8; 89,9) Gli arroganti (ùnepTJC!xivouç)- Cioè gli orgo-
evoca l'affermazione di Gabriele (cfr. v. 37). gliosi: coloro che si oppongono a Dio (cfr.
+ 1,49a Testi affini: Dt 10,21 Is 2,12; 13,11; Sall39,6 LXX [fM 140,6]).
Il suo nome (tò livo!J4 aòtoii) -Il nome rap- + 1,51 Testi affini: Sal89,11; ll8,15
canta, nella fonna lirica dell'inno, la straordinaria e inaudita esperienza dell'incontro
con Dio che attraversa i tempi e tocca persone diverse; dall'altro, testimonia la fedeltà
di Dio al suo piano di salvezza. È dunque un inno fortemente teologico. Maria non
separa se stessa dagli altri perché la grazia proviene da Dio. Ella continua a pensare
se stessa in solidarietà coi poveri. Ciò che Dio ha fatto per lei è un segno di ciò che
Dio ha fatto e farà per loro. Dupont ha notato che l'inno, a differenza di molti Salmi,
«non s'indirizza a Dio, parlandogli alla seconda persona; parla di Dio, alla terza
persona». Per mezzo di un'immagine rara, Dio è detto il «Potente>> (v. 49a; cfr. nota).
La potenza si manifesta nella salvezza che Dio stesso realizza nella storia di Maria:
egli è il «salvatore» (v. 47) che «ha fatto[ ... ] cose grandi)) (v. 49a). Al v. 49b appare
un'altra caratteristica di Dio: la sua santità. Essa si precisa come misericordia che
attraversa i tempi: raggiunge tutte le generazioni (v. 50) e soccorre Israele (v. 54). In
questa luce prendono senso le opposizioni dei vv. 52-53: la sconfitta dei forti inquadra
l'azione salvifica di Dio che innalza gli umili e ricolma di beni gli affamati. Coloro
che sono oggetto dell'intervento divino sono caratterizzati secondo tre differenti
campi semantici. Anzitutto quello religioso: l'antitesi fra «quelli che lo temono»
(v. 50) e «gli arroganti» (v. 51) ripropone la classica contrapposizione fra giusti ed
empi; poi quello socio-politico: i potenti e gli arricchiti sono all'opposto degli umili
LUCA 1,52 64

52 Ka9fiÀfV Ouvacr-raç ànÒ 9povwv


KaÌ ihJ1WO'EV t'llnEtVOU<;,
53 nEtvwvraç èvÉnÀ'lcrEV àya9wv

Kaì nÀou-rouvraç è~anécrrEtÀfv KEVouç.


54 àvrEÀa~Ero 'Icrpa~À natòòç aù-rou,

}JV'lcr9fivat ÈÀÉouç,
55 Ka9wç ÈÀaÀ'lcrEV npòç roùç narépaç ~}JWV,

r<f> ì\~paÒ:}l KllÌ r<f> crnÉp}lllt'l llUt'OU EÌ<; t'ÒV aÌwva.


56 "E}JElVEV OÈ Maptà:}l crùv aurfj wç }lfjvaç -rpdç, KaÌ ÙnÉcrrpElJ'EV
' ' T , -
El<; 'tOV OlKOV llUt"l<;•

1,52 I potenti (cSuvciotcu) - I signorotti, i 10,14; Gb 12,19; Ez 21,31; Sal107,9


dominatori, coloro che esercitano il potere. 1,54 Ha soccorso (àvtEÀ.IipEto)- Alla lettera
Gli umili (ta'lfHvét;)- Persone che non con- il verbo significa: «afferrare per sostenere»
tano nulla nella società. (cfr. Is 41 ,8-9).
1,53 Gli arricchiti ('lfÀOutoùvtaç) - Il par- Suo servo ('lfiXLOÒç aùtoù)- L'espressione,
ticipio non indica tanto «i ricchi» (in greco riferita a Israele, evoca alcuni importanti
'lfÀOtxHOL) ma coloro che si sono «arricchiti» passi del Secondo Isaia (cfr. Is 42,1; 44,1;
per aver accumulato beni. 45,4; 52, 13).
+ 1,52-53 Testi affini: 1Sam 2,7-8; Sir 1,55 Aveva annunciato (ÈÀI1À110EV) -Il ver-

e degli affamati; infine quello etnico: il popolo d'Israele, discendenza di Abraam, è il


luogo dell'intervento di Dio. Proprio la menzione di Abraam (per la prima volta nel
testo evangelico) mostra il concatenamento degli episodi. Zaccaria citava le parole di
Abraam (cfr. l, 18) ma non aveva la fede del patriarca. Maria invece, pur senza citarlo,
condivide la fede di Abraam nel potere illimitato di Dio e nella sua misericordia Dio
realizza una promessa che pare impossibile agli occhi deli 'uomo e la sua misericordia
si estende oltre i tempi e le persone. La salvezza che toccò Abraam è sempre valida
per coloro che come Maria condividono la fede del patriarca.
Per la prima volta nel racoonto è affermata la logica del capovolgimento, che ritornerà
a più riprese: nelle beatitudini e nei guai (cfr. 6,20-26), nelle sentenze a proposito del per-
dere e salvare la propria vita (cfr. 9,24; 17,33), nell'antitesi fra l'essere esaltato e l'essere
umiliato(cfr. 14,11; 18,14),nella parabola del povero Lazzaro e del ricco (cfr. 16,19-31),
nella contrapposizione fra l'essere servito e il servire (cfr. 22,24-27). Tale logica attinge la
sua ispirazione nella tradizione apocalittica, interamente dominata dall'idea di un grande
capovolgimento finale nel quale i potenti saranno annientati, gli empi puniti e gli umili
esaltati. Il Magnificai riflette questo linguaggio che guarda la storia a partire dal suo
compimento, quando Dio pronuncerà una sentenza inappellabile di giudizio e di verità
sulla vicenda umana Tuuavia, mentre il linguaggio apocalittico annuncia un futuro che
ancora deve realizzarsi, Maria parla al passato e il suo canto rimanda a qualcosa che si
è già compiuto. C'è da chiedersi a quale passato rimandino tali affennazioni. Forse che
Maria intenda ricordare la costante azione di Dio nella storia? Oppure voglia affermare
65 LUCA 1,57

52 Ha rovesciato i potenti dai troni


e ha innalzato gli umili,
53 ha ricolmato di beni gli affamati

e gli arricchiti ha rimandato a mani vuote.


54 Ha soccorso Israele suo servo,
ricordandosi della (sua) misericordia
55 come aveva annunciato ai nostri padri,

in favore di Abraam e della sua discendenza per sempre».


56 Maria rimase con lei circa tre mesi poi ritornò

a casa sua.

57Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio.

bo ha un senso pregnante e, seguito dalla + 1,55a Testi affini: Is 41,8-9; Sal98,3;


preposizione npoç, può assumere anche la + 1,55b Testi affini: Mi 7,20; 2Sam 22,51
sfumatura profetica di «promettere)) (cfr. Es 1,56 Tre mesi (lli;vaç tpfiç)- Sono da ag-
12,25; Dt 1,11). giungere ai sei mesi (cfr. vv. 26.36): Maria
In favore di Abraam (t~ 'A~)- Meglio lascia Elisabetta alla vigilia del parto.
interpretare la fonnula come un dativo di 1,57 Si compi il tempo (b}.rpat, ò xpovoç)-
vantaggio piuttosto che come un'apposizio- L'espressione ricorda Gen 25,24 LXX (riferi-
ne («adAbramo)); cosila versione CEI 1974) to a Rebecca) anche se l'uso di xp6voç le dà un
dell'espressione «ai nostri padri)). sapore ellenistico (la Settanta usa o:t ~L).

quanto avverrà al termine dei giorni? Maria canta l'azione di Dio nella propria vicenda
personale dove l'impossibile è divenuto possibile proprio nella generazione di quel
figlio che è pure il Figlio dell'Altissimo: <<Nulla sarà impossibile aDio» (1,37). Quanto
è avvenuto nel suo grembo è il segno di quel rovesciamento che ella canta: la miseria
del mondo è riabilitata dalJa potenza del Dio d'Israele, fedele alla sua promessa.

1,57-80 Nascita di Giovanni


Nell'episodio c'è la paradossale combinazione di rivelazione e nascondimento:
l'azione di Dio si manifesta, ma non pochi aspetti rimangono nascosti e misteriosi.
Vi sono poi alcune transizioni: Zaccaria passa dal muto silenzio alla lode, i pre-
senti dalla gioia allo stupore e alla domanda, la manifestazione di Dio dall'ambito
privato a quello pubblico; si passa poi dalla promessa al compimento, dalla fede
all'interpretazione dei segni. Giovanni infine (v. 80) va a vivere nel deserto; il
narratore prepara cosi la transizione dal Battista a Gesù.
Un gioco di punti di vista. Allorché la parola detta da Gabriele a Zaccaria si
compie, il centro di gravità del racconto si sposta dalla fede nella promessa all'inter-
pretazione dei segni del compimento. Tuttavia i punti di vista divergono: il lettore,
insieme a Zaccaria ed Elisabetta, conosce già il significato del segno; le comparse
del racconto (v. 58: «i vicini e i parenti»; v. 66: <<tutti coloro che ascoltavano»), in-
vece, lo ignorano. Ma proprio qui sta l'interesse della narrazione: mentre, infatti, la
nascita di Giovanni è ridoua a una frase stereotipata (v. 57), la reazione della gente
LUCA 1,58 66

UÌOv. 58 KaÌ ~KOUOCXV OÌ 1tEpl01.K01. KaÌ OÌ OlJ)'YEVEiç almi<; On


È}Jfyamvev K6pwc; -rò fuoc; a&too 1Je-r' almi<; KaÌ ouvÉXmpov a&rfj.
59 Kaì ÈyÉvETO Èv 'tfi ~lJÉN 'tfi òyoon ~ÀBov rrEpt-rqJEiV TÒ mnòiov

Kaì Èl<Mouv a&tò È1tÌ -r<f> òv6}l'Xn -roO mxtpÒ<; aù-roO Zaxapiav. 60 KaÌ
ànoKpt9Eioa ~ ~~'tllP aù-roO EtltEV' oùxi, èiM' KÀfl~OETat 'Iw<Xvv.,c;.
61 KaÌ EtltCXV 1tpÒ<; C:XÙTIÌV on OÙÒEi<; ÈcmV ÈK 'dj<; OlJ)'YEVEiaç OOU &;

KaÀEi'tat -r<f> ÒVO~ TOVr(f>. 62 ÈvÉvEUOV ÒÈ -r<f> mx-rpÌ alrtOU TÒ lÌV n


eéÀot KaÀEio9at aù-r6. 63 KaÌ ai.~oac; mvaKiòwv Éypm!JEV M.ywv
'Iw<Xvv.,<; Èorlv OvO}la C:XÙ-roO. KaÌ È9atJ}laoCXV mWrE<;. 64 àvE<f>xful ÒÈ
-rò OTO}la a&toO mxpaxpfi}la Kaì ~ y'J..Wooa a&toO, KaÌ ÈM:ÀE1. EÙÀOywv
TÒV 9E6v. 65 Kaì ÈyÉvETO ÈltÌ ltCXvCa<; cpO~O<; TOÙ<; 1tEp1.0U<OWTa<; alrtOU<;,
Kaì Èv oÀn Tfi òpavft 'tfj<; 'Iouòaia<; Ò~TO 7UMa -rà: P~}laTa -rafua,
66 Kaì E9EVTO ltCXVTE<; oi àKouoavTE<; Èv Tfi KapÒ~ aùt"wv 'AiyOVTE<;' n
apa TÒ mnòiov TOUTO Ecrrat; KaÌ yà:p XEÌp KUpiou ~V }JeT' CXÙToO.

1,58 Aveva esaltato (È!LfyliÀuvw)- È lo stes- giudaiche 14,1,3 §IO; 20,9,1 § 197; Guer-
so verbo che apre il Magnificai (cfr. v. 46), ra giudaica 4,3,9 § 160; 5,13,2 § 534); più
qui però usato con una sfumatura differente: usuale era imporre il nome del nonno (cfr.
<<fare grande», cioè «accordare una grande Giuseppe Flavio, Vita l § 5).
misericordia». 1,62 Facevano cenni (Év~~uov)- Zaccaria,
1,59A//'ottavo giorno (Q, tfl~ tfl6y60n)- oltre che muto, sembra essere pure sordo.
SecondoGen l7,12eLv l2,3ilmaschiodeve Come voleva (tò tL lìv 9UoL)- La sostanti-
essere circonciso dopo otto giorni dalla nascita. vazione, mediante l'uso dell'articolo neutro,
Volevano chiamarlo (EK(XA.OIJV)- L'imposi- dell'interrogativa indiretta è tipica dello stile
zione del nome e la circoncisione sono stret- di Luca (cfr. 9,46; 19,48; 22,2.4.23.24; At
tamente unite già in testi antichi (cfr. Gen 4,21; 22,30).
17,5.10; 21,3.4). 1,63 Si meravigliarono (e9a4utoav)- Il mo-
Col nome di suo padre (Éut tQ 6va.wn tou tivo della meraviglia è tipico di Luca (cfr.
uatpòc; aùtoii)- L'usanza di dare al bambino 2,18.33; 4,22), che in questo si differenzia
il nome del padre è inconsueta ma possibile da Matteo e Marco.
(cfr. Giuseppe Flavio, Vita l § 4; Antichità 1,64AII'istante si aprì la sua bocca, si scio/-

occupa l'intero racconto. In prima battuta i presenti riconoscono che Dio opera e la
sua azione è una manifestazione di misericordia (v. 58). Quando poi Zaccaria scrive su
una tavoletta il nome del bambino (v. 63), gli astanti ignorano (ma non il lettore) che il
sacerdote conferma unicamente la decisione celeste. Infine, fra la notizia che Zaccaria
benedice Dio (v. 64) e l'inizio del cantico al v. 68, il JUIJT8tore informa a proposito dello
stupore generalizzato dei presenti (essi cioè percepiscono la presenza misteriosa di Dio
all'opera) ed esplicita il loro interrogativo (vv. 65-66a). Anche l'attesa generalizzata
degli abitanti della regione aumenta la tensione nanativa. L'ulteriore notizia deli' azione
di Dio nei confronti di Giovanni (v. 66b), se da una parte esplicita l'intervento divino nei
confronti del bambino, dall'altra non dichiara la modalità di quest'azione, col risultato
che la tensione narrativa e l'attesa del lettore crescono ulteriormente.
67 LUCA 1,66

581 vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei


la sua misericordia e gioivano insieme a lei. 59Ali' ottavo giorno
vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col
nome di suo padre, Zaccaria. 60Sua madre intervenne: «No! Si
chiamerà Giovanni». 61 Le dissero: «Non c'è nessuno della tua
parentela che si chiami con questo nome». 62 Allora facevano
cenni a suo padre (per sapere) come voleva che si chiamasse.
63 Chiesta una tavoletta scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti

si meravigliarono. 64All'istante si aprì la sua bocca, (si sciolse)


la sua lingua e parlava benedicendo Dio. 65 Un timore prese tutti i
vicini e per l'intera regione montuosa della Giudea si discorreva
di tutti questi avvenimenti. 66Tutti coloro che ascoltavano li
custodirono nel loro cuore dicendo: «Che sarà mai questo
bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

se la sua lingua (ch~t.;x9T! OÈ tò até~ aùtoil ne greca), piuttosto si riferisce all'interiorità


napaxpfl~ tcat ~ yÀWaaa aùtoil) -Alla lette- della persona, alla sede dell'intelletto, della
ra: «si aprila sua bocca all'improvviso e la conoscenza e della volontà (cfr. l Sam 21, l3;
sua lingua»; uno zeugma: da un unico verbo Ml2,2; Dn 1,8; Sir S0,28).
dipendono più tennini, creando un'incon- La mano del Signore (xd.p tcup(ou)- Antro-
gruenza semantica; il codice di Beza (D) e pomorfismo biblico (cfr. Es 9,3; ISam S,6;
altri manoscritti hanno una lezione più lunga Rt l, 13) usato da Luca per esprimere la po-
e meno aspra: «E all'improvviso fu sciolta tenza di Dio (cfr. At 11,21; 13,11).
(UOOT]) la sua lingua, e tutti si meravigliaro- Era con lui (~v IJ.E't' aòtou)- Il codice di Be-
no; si apri poi la sua bocca» (cfr. Mc 7,3S). za (D) e alcuni testimoni della Yetus Latina
1,65 Questi avvenimenti (tà pl}Lata)- Il ter- non hanno il verbo, cosi che la frase diventa
mine pfl~ è ambivalente e indica sia «paro- parte della domanda: «Che cosa sarà mai
la>) che «fatto». questo bambino, dal momento che la mano
1,66 Ne/loro cuore (Èv ttì tcapli(q. aùtwv)- del Signore è con lui»? Una simile lettura
Nella Bibbia il termine tcapli(a non indica la elimina l'osservazione che il narratore riser-
sede della vita psichica e spirituale (accezio- va unicamente al lettore.

Il nome. Il racconto accorda grande importanza non alla circoncisione ma


all'imposizione del nome. Il nome esprime la personalità del bambino e indica
il disegno di Dio su di lui. L'accento, poi, non va sul significato etimologico
del nome (che non viene precisato), ma sul fatto che l'imposizione di un simile
nome obbedisce al piano rivelato da Dio a Zaccaria per mezzo dell'angelo. Il
lettore era stato già messo a parte di tutto ciò (cfr. l, 13 ); se, dunque, il suo vo-
lume di conoscenza non cresce, la narrazione gli fa cogliere il compimento della
promessa. Tuttavia né Zaccaria né Elisabetta hanno spiegato perché il bambino
si chiami Giovanni; nemmeno sappiamo come la donna abbia conosciuto la
volontà divina. Le domande aperte si accumulano: il processo di rivelazione è
solo ali 'inizio.
LUCA 1,67 68

67 Kaì zaxap{a(; ò mmìP aìrcoO ÈnÀ~oel'J rrvru}l<noç àyioo Kaì


Èrcpo<p~t"EUOEV ÀÉyWV"
68 EÙÀoyl')-rÒç Kuptoç ò Seòç -roO 'Icrpa~À,

on ÈTtECJKé~a-ro KaÌ È1t0ll'JOEV Àu-rpwcrtv -r<f> Àa<f> aÙ-roO,


69 KaÌ ~YElj)EV KÉpaç OW't"l')ptaç ~}liV

tv otK<p l!aoì~ nat~òç aù-roO,


7°Ka8wç tÀaÀl')crEV ~tà cr-r6}la-roç -rwv àyiwv
' ' atwvoç
an ,_ - ,
npocpl')-rwv ao-roo, -
71 crw-rl')piav E:~ txepwv ~}lwv

Kat' 'EK xe:tpoç


'
nav-rwv
'
-rwv
-
}ltcroov-rwv
,
l')}laç,
r-

1,68 Benedetto (Eùloy'ltéc;) - L'aggetti- indica l'iniziativa salvifica e misericor-


vo verbale nel NT è riferito unicamente diosa di Dio (cfr. Es 4,31; Sal 79 ,l 5;
a Dio (o a Cristo); per l'uomo si utilizza Zc 10,3; Rt 1,6).
il participio perfetto fÙÀO'Y'l~Évoc; (cfr. Riscattato (trro( "'IEV lutpwow) -Alla lette-
1,42). La benedizione è formulata come m: «ha fatto riscatto»; il sostantivo richiama
in molti passi dell' AT (cfr. l Sam 25,32; l'esodo, quindi la dimensione storico-salvi-
IRe 1,48; 8,15; Sal4l,l4; 72,18; 106,48; fica dell'intervento di Dio.
ecc.). Il suo popolo (t<\ì A.a4ì uòtoiì)- Un dativo di
Ha visitato (ÉTTEOKfljluto) - Il verbo vantaggio: «in favore del suo popolo».
ÉTTLOKÉTTto~uL («visitare», <<esaminare») 1,69 Una salvezza potente (K~puc; owt'lP(uc;)

Il Benedictus. Il cantico- che è caratterizzato da una sintassi molto com-


plessa, essendo composto da due sole proposizioni (vv. 68-75.76-79)- si apre
con la lode per la visita che Dio ha già realizzato (v. 68) e si chiude sospeso sul
futuro: Dio visiterà nuovamente il suo popolo (v. 78). L'effetto di tale visita
è la liberazione (ovverosia la redenzione) realizzata dal Messia davidico, che
rivela la sua potenza di salvezza (v. 69). Il cuore dell'inno è rappresentato dai
vv. 72-73, dove l'alleanza di Dio col suo popolo è richiamata dal giuramento
ad Abraam (cfr. Gen 17,4; 22,16-17; Sal 89,4.35-36; 105,8-9; Sap 12,21;
18,22). La fedeltà di Dio si distende nella storia fino alla venuta del Messia,
per mezzo del quale Dio manifesta la sua misericordia e libera il suo popolo
dalla schiavitù del peccato. L'inno, dunque, a differenza del Magnificai, è
esplicitamente cristologico ed è focalizzato sul Messia più che su Giovanni
Battista. La discussione sulla sua origine (inno giudaico, giudeo-cristiano,
battesimale) giunge a conclusioni che restano puramente ipotetiche. Tre sono
le unità che lo compongono, corrispondenti ai tre soggetti dei verbi principali:
quanto ha fatto Dio (vv. 68-75), il futuro compito del bambino (vv. 76-78a) e
quello che farà la stella e/o il germoglio (vv. 78b-79). Zaccaria ha un duplice
ruolo: è il padre del Battista e il rappresentante della speranza escatologica
d'Israele. Lo sguardo profetico intreccia i differenti momenti della storia della
69 LUCA 1,71

67 Zaccaria, suo padre, fu ricolmo di Spirito Santo e profetò


dicendo:
68 «Benedetto il Signore, Dio d'Israele,

poiché ha visitato e riscattato il suo popolo,


69e ha fatto sorgere per noi una salvezza potente

nella casa di David suo servo,


70 come aveva annunciato da lungo tempo per bocca dei suoi santi

profeti,
71 salvezza dai nostri nemici

e dalle mani di tutti coloro che ci odiano.

-Alla lettera: «un como di salvezza»; il cor- re: «dai tempi antichi» (cfr. Gen 6,4); tipica
no è metafora di forza e potenza (cfr. l Sam espressione lucana (cfr. At 3,21; 15, 18).
2,10; lCr 25,5) oppure segno di Dio stesso 1,71 Dai nostri nemici(~~ ~xOpc;ìv 1\Lwv)-
(cfr. 2Sam 22,3; Sall8,3): qui indica il Mes- Cfr. Sal 106, l O. l «nemici» nell' AT sono gli
sia (cfr. Sal 132, 17; Ez 29,21 ). avversari di Dio (cfr. Nm 10,34; Dt 32,41),
Casa di David (oiK~ L\auili) - Il nesso fra del suo popolo (cfr. Lv 26,17; Dt 30,7),
quanto cantato da Zaccaria e Gesù è stabilito dei singoli individui (cfr. 2Sam 22,18; Sal
dal lettore, che conosce l'annuncio a Maria 18,18.41 ). Non è da escludere un riferimen·
(cfr. 1,27.32). to politico, che però non preclude una più
1,70 Da lungo tempo (cin' ai.wvat;)- Oppu- profonda dimensione teologica.

salvezza: l'opera di Giovanni in riferimento alla promessa di Dio e l'opera


di salvezza di Gesù.
Una serie di convergenze. Nella dinamica del racconto dell'infanzia il
Benedictus è un vero e proprio punto di convergenza. Posto sulla bocca
di Zaccaria, l'inno rappresenta la risposta umana alla rivelazione divina.
In primo luogo s'intrecciano le modalità per mezzo delle quali Dio finora
si è manifestato: come Maria, anche Zaccaria è stato destinatario di una
rivelazione angelica e, come Elisabetta (cfr. v. 41 ), è ricolmato di Spiri-
to Santo (v. 67). Nell'episodio della visitazione Elisabetta profetizzava,
ovverosia parlava ispirata a proposito del ruolo di Maria ali' interno del
piano divino; Maria, invece, lodava Dio con le parole del Magnificai. Ora
lode e profezia si fondono insieme: il sacerdote benedice Dio (vv. 68-75)
e parla del ruolo di Giovanni all'interno del piano di salvezza (vv. 76-79).
Il cantico è pure una prima risposta alla domanda posta dagli astanti a
proposito dell'identità di Giovanni (cfr. v. 66). L'inno ritorna sul passato
per comprendere come Dio agisce nel presente e come agirà in futuro. Il
linguaggio è militare: il Messia è associato all'immagine del «corno di
salvezza» (traduzione letterale del v. 69), la manifestazione della miseri-
cordia è compresa come «salvezza dai... nemici» (v. 71 ), gli stessi nemici
LUCA 1,72 70

72 not~oat eÀfoç }lETà t'WV nat'épwv ~}lWV


KaÌ }lVfl0'8~vat Sta8~Kll<; àyiaç aùt"ou,
73 opKOV 8v W}lOO'EV npòç 'A~paà}l t'ÒV nat'épa ~}lWV,

t'oli Souvat ~}liv 74 à:cp6~wç ÈK XEtpòç txepwv puo8évt"a<;


Àat'pEuEtv aùt'<f> 75 èv òm6t'fln Kaì StKatocruvn
,, ,_, _,,t-
EVWntOV aUt'OU naoat<; t'al<; fl}lEpat<; fl}lWV.
76 Kaì où Sé, natSiov, npocp~t'fl<; òljJiot'ou KÀflS~on·

nponopEuon yàp èvwmov Kupiou hot}laoat òSoùç aùt"ou,


77 t"ou Souvat yvwmv owt'flp{aç t'<f> Àa<f> aùt"ou

èv à:cpéoEt <Ì}lapnwv aùt'wv,


78 Stà onÀayxva èMouç 8Eoli ~llwv,

Èv OÌ<; ÈntO'KÉ\jJEt'at ~}léi<; Ò:Vat'OÀ~ È~ U\jJOU<;,


79 Èmcpéivat roiç Èv O'KOt'El KaÌ O'Kl~ 8avarou Ka8ll}lfvot<;,

t'OU Kat'Eu8uvat t'OÙ<; n6Saç ~}lWV EÌ<; òSòv EÌp~Vfl<;.

1,72-73 Ha avuto misericordia ... si è ricor- in quanto è attratto dal pronome relativo.
dato ... giuramento fatto (troLila«L H.roç ... 1,74 Dalla mano dei nemici (ÉK xupòç
ov
jJ.VTJC19flVUL ... opKOV WtJ.ooev)- Secondo èxepc;>v) - Alcuni codici leggono: «dei no-
una suggestiva ipotesi le tre azioni divine al stri nemici», ma si tratta di un'assimilazione
centro dell'inno in ebraico hanno la stessa al v. 71.
radice dei nomi dei tre personaggi: Giovanni Di servir/o (ÀatpeUE:w uòtC\))- Il verbo ha un
(Dio fa misericordia), Zaccaria (Dio si ricor- senso cultuale (il servizio d'Israele in quanto
da), Elisabetta (Dio ha giurato). Questi indizi popolo sacerdotale [cfr. Es 19,6; Gs 24,14]),
rimanderebbero a un'antica forma ebraica ma non può essere ridotto al servizio al tem-
dell'inno. pio (cfr. 2,37) ed esprime la conseguenza
1,72 Ha avuto misericordia (troLf)a«L Uroç) della liberazione (cfr. Es 3,2; At 7,7).
- Espressione tipica della Settanta (cfr. Gdc 1,75 Santità e giustizia (l:v òauh11n KuÌ.
1,24; 8,35; IRe 20,8; Rt 1,8): l'azione mi- liLKULOOUV(l)- Coppia di sostantivi che com-
sericordiosa di Dio si manifesta come libe- pare in Sap 9,3 per determinare le modalità
razione e salvezza. attraverso le quali Dio governa il mondo.
1,73 Giuramento fatto (opKov Bv WtJ.OOEV) 1,76 Profeta dell'Altissimo (trpocjl~t'llc;
- Alla lettera: «giuramento che giurò». ùljl~atou)- Espressione assente daii'AT ma
Benché il sostantivo opKOV sia apposizione analoga a «profeta di YHWID> (cfr. l Re 18,22;
del precedente liLu9~K11<; è all'accusativo, 22, 7). Giovanni è posto in relazione con il

sono descritti come coloro che agiscono contro Israele impedendogli di


servire il Signore (v. 74).
La remissione dei peccati. Come i profeti hanno interpretato e trasmesso la
promessa fatta ad Abraam (v. 70}, cosi Zaccaria profetizza (cfr. v. 67} a proposito
di Giovanni, il «profeta dell'Altissimo» (v. 76), colui che annuncerà la visita di
Dio al suo popolo. La novità sostanziale di quanto Zaccaria dice riguarda non
71 LUCA 1,79

72 Ha avuto misericordia per i nostri padri


e si è ricordato della sua alleanza santa,
73 (cioè il) giuramento fatto ad Abraam nostro padre

di donarci, 74 liberati dalla mano dei nemici,


di servirlo senza timore 75 in santità e giustizia
al suo cospetto per tutti i nostri giorni.
76 E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo,

infatti camminerai al cospetto del Signore preparandogli le strade,


77per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza

nel perdono dei loro peccati,


78 grazie alla profonda misericordia del nostro Dio

ci visiterà un astro che sorge dall'alto


79per risplendere su quelli che si trovano in oscurità e ombra di morte,

per guidare i nostri passi su una strada di pace».

Messia, chiamato «Figlio dell'Altissimo» scelta seguita anche da diverse versioni, che
(1,32). però sembra essere un'assimilazione al v. 68.
Al cospetto del Signore (~vwmov Kup(ou)- Il Un astro che sorge dall'alto (tivatoÀ.~ ~~
termine KUpLoç nella Settanta indica YHWH; IJIJiouç)- Se la seconda parte dell'espressio-
qui, però, il «Signore>> è il Messia e il Batti- ne (<<dall'alto») rimanda a Dio (cfr. 24,49},
sta ne sarà il precursore. è difficile capire il senso di tivatol~ (alla
1,78 Profonda misericordia (otrlciyxva lettera: «il sorgere»). Può indicare «l'alba»
lliouç)- Alla lettera: «viscere di misericor- o «un astro luminoso» (coerente col conte-
dia». In senso fisico tà anlcinva sono gli sto, in particolare il v. 79), oppure, tenendo
organi interni dell'uomo; in senso traslato conto dell'uso del termine in Ger 23,5; Zc
sono la sede dei sentimenti, in particolare 3,8; 6, 12 alludere al «virgulto» davidico (cfr.
la compassione, la pietà, la misericordia; anche Nm 24, 17).
cfr. il Testamento di Zabu/on: «Negli ulti- 1,79 Per risplendere ... di pace (ÉTrLcjlavaL ...
mi giorni Dio manderà la sua compassione dp~vnç) - Allusione combinata a Is 9, 1-2;
(orrì.linvov) sulla terra e là dove troverà vi- 42,7; Sal106,10 LXX (TM 107,10); indica
scere di misericordia (anlciyxva U.éouç), là la strada aperta dal Battista che per mezzo
abiterà» (8,2). della predicazione della penitenza, della con-
Ci visiterà (ÉtrLOKÉljl~taL) - Molti manoscritti versione e del perdono introduce nel tempo
hanno l'aoristo (ÉtrwKÉljlato, «ci ha visitati»), salvifico del Messia.

tanto la salvezza e la misericordia (temi già annunciati nel Magnificai) quanto la


remissione dei peccati (cfr. v. 77), manifestazione della profonda misericordia di
Dio (cfr. v. 78). Narrativamente l'inno conduce il lettore alla soglia della nascita
del Messia, )'«astro che sorge dall'alto» (v. 78).
Giovanni nel deserto. Mentre Zaccaria ed Elisabetta spariscono, il pia-
no divino rimane al centro della narrazione. Tuttavia, un tale piano ha un
LUCA 1,80 72

80Tò 5f: mn5iov 11u~avev KaÌ ÈKpa-ra\00-co JtVEu~an, KaÌ ~v Èv


-raiç Èp~~otç Ewç ~~Épaç àva5Ei~Ewç aò-rou npòç -ròv 'Iopa~À.

2 1 'EyÉve-ro 5f: ÈV -raiç ~~patç ÈKEivatç È~fjÀ9ev &Swa napà


Kaioapoc; Aòyofutou ànoypacpeo9at rnioav nìv oiKou}JÉVrlv.
2 aU"Cll ànoypacp~ JtPW"Cll ÈyÉvE-ro ~YE~ove6ovroc; "Cfjç I:upiaç

KUP11VlOU. 3 KaÌ ÈTt:OpaJOV"CO nav-reç ànoypacpeo9at, EKaO"Coc; Eiç nìv


Èavrou n6Àw. 4 ~vÉ~115È KaÌ 'Iw~cp ànò "Cfjç faÀlÀaiaç ÈK n6kwç
Na~apÈ9 Eiç nìv 'Iou&rlav Eiç n6Àw ~auì5 ~nç Kaki-rat B118ÀÉE}l.
5t.à -cò EÌvm aò-ròv ~ oiKou KaÌ nmptfu; ~aui5, 5 ànoyp<lqJaoSat oùv
MapuÌ}.l 'tfj È~VllO"CEUlJÉVTl aò-cq>, OUOfl Èyl<t)(f>. 6 'EyÉVE-ro 5È ÈV -rq) EÌvat
aò-coùç È1<d hl~o91loav ai ~~pat -rou 'tEKEiv ~v. 7 KaÌ E"CEKEV -ròv
uìòv aò"Cfjç -ròv rcpw-r6-coKOv, KaÌ Èoltapyavwoev aò-còv KaÌ àvhltvev
aò-ròv Èv cpa-cvn, 5t6n oòK ~v aòroiç -r6noç Èv -rql KaraÀu~an.

1,80 Cresceva (!lil~a.vev) - AJiusione aJia apostoli (cfr. At 16,4). Dal punto di vista giu-
crescita di Isacco (cfr. Gen 21,8) e Sansone ridico romano un OOyj.Ul implica una consul-
(cfr. Ode 13,24). tazione del Senato cui segue un decreto. Più
Nello spirito (TTVE'Uj.L«tL)- L'espressione è che su simili dettagli l'accento di Luca va
ambigua: può indicare la crescita interiore suJI'esercizio deJI'autorità.
di Giovanni, oppure (meno probabilmente) L 'intero mondo abitato (oLKOU~V11) -Equi-
riferirsi allo Spirito Santo (cfr. 1,1 5.41). vale al latino orbis terrarum, cioè l'impero
Regioni deserte (tv ta.ic; {pl\lOLc;)- Il plurale romano (cfr. Polibio, Storie 6,50,6: «l Roma-
(che non ha paralleli) offre un'ambientazio- ni ... in poco tempo assoggettarono l'intero
ne che sarà poi ripresa in 3,2. mondo abitato))).
Manifestazione (Uva&~Lc;)- Termine raro, che 2,2 Questo primo censimento (a. '11 v
indica la cerinlonia d'investitura di un re (il àrroypa.cji'Ì) rrpwt11 ÉyÉvno) - Alla lettera:
suo insediamento) oppure la presentazione al «questo fu il primo censimento, avvenne
popolo di una statua di una divinità provenien- quando Quirinio ... )). Anche dando a rrpc.)n, il
te da un tempio; si tratta dunque dell'insedia- senso di rrp<o}tepoc; (precedente, anteriore, cfr.
mento ufficiale per svolgere una funzione ben At l, l) non si elimina la difficoltà storica;
precisa (cfr. il Verbo cXVa.liEl.KV\+LL in l 0, l). la traduzione: «Questo censimento avvenne
2,1 Decreto (liOyj.L«) -Termine tecnico per prima che Quirinio fosse governatore)) fa
indicare un editto reale (cfr. Dn 3,10; 4,3; violenza al testo ed è dunque da scartare.
6,9.10) o un'ordinanza da parte dell'autori- Era governatore (TrYE'IJ.OVEUovtoc;)- Il verbo,
tà imperiale (cfr. At 17, 7) come pure degli pur richiamando il titolo irf~v («governato-

percorso del tutto singolare, ancora fra manifestazione e nascondimento.


Come Elisabetta restava nascosta cinque mesi, così Giovanni rimane nel
deserto (cfr. v. 80). Ma il narratore mette a parte il lettore della sua futura
manifestazione a Israele. A questo punto il racconto transita dal Battista
a Gesù.
73 LUCA2,7

8011 bambino cresceva e si fortificava nello spirito, e stava in


regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

2 In quei giorni uscì un decreto di Cesare Augusto per


1

censire l'intero mondo abitato. 2Questo primo censimento


fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti
andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche
Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea,
nella città di David chiamata Betlemme, perché era della
casa e della famiglia di David, 5per farsi censire con Maria,
che gli era stata data in sposa ed era incinta. 6Mentre erano
là, si compirono per lei i giorni del parto 7e partorl il suo
figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò in una
mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'alloggio.

re»), ha un senso generico, in quanto in Siria 2,5 Gli era stata data in sposa (tl1
c'era un /egatus Augusti pro pra!tore, cioè un É~VT)OtE1J1.4ÉvtiiXÒtQ)- Come in 1,27. Alcuni
governatore della provincia imperiale. manoscritti e alcune versioni hanno introdot-
2,3 Ciascuno nella propria città (ÉK(Wtoc; Ele; to una glossa (yuva~KL, «donna», «moglie»)
tÌ)v Éautou noÀ~v)- La pratica di recarsi nella per attenuare il verbo che rimanda al sem-
città avita è attestata da un solo papiro egizia- plice fidanzamento. L'osservazione, unita
no (dell04 circa d.C.): «Essendo imminente alla seguente («ed era incinta»), sottolinea
il censimento familiare, è necessario notifica- la concezione verginale.
re a tutti coloro che per qualsiasi ragione sono 2,7 Suo figlio primogenito (npwtétot<:oc;) - La
assenti dai loro distretti di tornare alle proprie precisazione non comporta l'esistenza di altri
case, per compiere le consuete pratiche del figli (<<primo di molti»); sottolinea piuttosto
censimento». Estendere questa regola anche che Gesù aveva i privilegi del maschio primo-
alla provincia della Siria è abbastanza arduo. genito all'interno di una famiglia (cfr. 2,22-40).
2,4 Città di David (noÀ~v l11Xui~)- Nell' AT Per loro (1Xbroic;)- Un dativo d'interesse: «essi
la cittadella di Zion (e per estensione Geru- non disponevano per le loro cure del neonato
salemme) è detta «la città di David» (2Sam nemmeno di uno spazio nella camera» (Benoit).
S,7.9; 6,10.12.16; 2Re 9,28; 12,22; 2Cr S,2). La tradizione che Gesù sia nato in una grotta ini-
A Betlemme David è nato ed è stato unto re zia con Giustino (cfr. Dialogo con Trifone 78).
da Samuele (cfr. l Sam 16,1-13 ). Luca opera Alloggio (Ka't&À.qaa)- Non un «albergo» o un
dunque uno slittamento in quanto la città di «caravanserraglio» (navooxEi.ov, cfr. 10,35),
David è solitamente Gerusalemme. bensi una «stanza», un «locale» (come in 22,11 ).

2,1-20 La nascita di Gesù


L'episodio è suddiviso in tre momenti narrativi, distinti sia per il muta-
mento della composizione di luogo, sia per il cambiamento dei personaggi:
il primo (vv. 1-7) narra il fatto, la nascita di Gesù, nel suo contesto storico
e geografico, mettendo in scena Giuseppe, Maria e il bambino; il secondo
LUCA2,8 74

8KaÌ ltOl}lÉVe:ç ~oav Èv Tfi XWP(jl Tfj aòrfj à:ypauÀoOvre:ç


K<XÌ <pUÀaOOOVt'€<; <pUÀaKàç Tfjç VUKTÒ<; È1tÌ t'~V ltOl}lV'lV
aÙt'WV. 9 KaÌ ayye:Àoç KUplOU ÈltÉOt''l <XÒt'Oiç KaÌ ~6ça KUp{ou
ne:ptÉÀa}l\jJe:v aòrouç, xaì È<po~~e11oav cp6~ov }lÉyav. 10 xaì
eiTtfV aÙToiç Oayye:Àoç· }l~ <pO~e:io9e:, Ì~OÙ yàp EÙayye:Àt~O}l<Xl
ÒJ.liv xapàv }leyaÀ'lv ~nç loratnavt'Ì rq> Àaql, 11 on Èt'ÉX9'1
U}liV O~}le:pov OWt'~p oç Èonv XPlOt'Òç KUptoç ÈV TtOÀfl ~au{~.

2,8 Vegliando nella notte (cjlulaooovnç lo la congiunzione «e» (Ka(), che pare essere
cjmÀaKètc; tiiç vUKtoç) -Alla lettera: «veglian· originale in quanto meno solenne.
do le veglie della notte», una figura etimolo- La gloria del Signore- Nella Settanta, il gre·
gica (cfr. Nm 3,7.8.28; 8,26) dove la radice co&)QIKup(ou traduce l'ebraico k'bOdyhwh
del verbo è la stessa dell'oggetto. (((Splendore [o "gloria"] di YHWH»): indica
2,9 All'inizio del versetto, alcuni manoscritti la potenza che manifesta la presenza di Dio
e alcune versioni leggono: «Ed ecco» (Kat (cfr. Es 16,7.10; 24,17; Ez 1,28).
i6ou). I manoscritti più prestigiosi hanno so- Essijùrono presi da grande timore(~

(vv. 8-14) racconta l'apparizione angelica ai pastori, cioè l'annuncio e l' interpre-
tazione di quel fatto; nel terzo momento (vv. 15-20), infine, i due gruppi umani
s'incontrano. Al culmine del racconto si trova non tanto il solenne annuncio an-
gelico che proclama l'identità di Gesù (v. 11), quanto l'incontro fra i pastori e il
bambino avvolto in fasce e adagiato nella mangiatoia. La visione di quel segno
(v. 17) provoca la reazione dei presenti (v. 18) e di Maria (v. 19). V'è qui una
duplice sottolineatura: l'oggetto di tutte queste reazioni umane è non solo il nudo
messaggio, ma soprattutto il messaggio considerato unitamente al segno.
Il censimento di Quirinio solleva una serie di problemi dal punto di vista storico.
Ottaviano Augusto, infatti, regnò dal 43/42 a.C. sino al 14 d.C. e, per quanto ne
sappiamo, fece un paio di censimenti (29 e 8 a.C.) ma dei soli cittadini romani.
Erode il grande (cfr. 1,5) regnò dal 37 al4 a.C., ma non ci risulta che abbia preso
simili iniziative. Quirinio, invece, divenne governatore della Siria nel6 d.C. (cosi
attesta Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 18,1,1 §§ 1-3) e in quell'occasione
fece il censimento della sola Giudea (cfr. At 5,37). I dati a proposito del re e quelli
circa il governatore romano sono in chiaro contrasto: com'è possibile che Gesù sia
nato al tempo di Erode (verosimilmente nel6 a.C.) e in occasione del censimento
di Quirinio? Non si conosce poi l'usanza di recarsi nella città degli antenati per
farsi registrare, in quanto il censimento era collegato alla tassazione e, dunque, al
luogo di residenza. I dati storici, cioè, non coincidono con le notizie offerte da Luca.
Perché allora simili informazioni? Luca, inquadrando gli avvenimenti dentro la più
ampia vicenda storica, stabilisce un nesso e fornisce una chiave interpretativa. L'im-
peratore, ordinando il censimento, è posto dall'evangelista al servizio del piano di
Dio: proprio allora nasce il Messia. Ma v'è pure una nota sottilmente ironica: Luca
mostra che il salvatore non è l'imperatore romano (che proprio cosi era acclamato) e
la pace sulla terra (cfr. 2,14) è legata non alla sua persona, ma a colui che è apparso
nel mondo, ovverosia Gesù. Per mezzo poi del viaggio a Betlemme, Luca offre la
ragione per la quale Gesù è nato nella patria del re David e non a Nazaret, luogo
dove poi crescerà (cfr. 2,51; 4,16). C'è qui un'allusione alla profezia di Michea (cfr.
75 LUCA2,11

8C'erano in quella regione pastori che pernottavano all'aperto


e facevano la guardia alloro gregge, vegliando nella notte. 9Un
angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li
avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l'angelo
disse loro: «Non temete. Ecco, vi annuncio una buona notizia
che sarà una grande gioia per tutto il popolo: 11oggi nella città di
David è nato per voi un salvatore, che è Messia Signore.

cjifDIIIJÉ'(av)-Allalettera: «s'impaurironodigran- Cesare «manifestazione divina e com ~me sal-


depaura», Wl'altrafiguraetimologica(cfr. v. 8). vatore della vita wnana»; un'iscrizione egi-
2,11 Oggi (a~pov)- Cfr. nota a 4,21. ziana (l sec. d.C.) chiama Nerone «salvatore
Salvatore (owtivJ)- In 1,47 era riferito a Dio; e benefattore della terra intera».
ora è utilizzato per Gesù, già definito «forza Messia Signore (xpLotòc; KUpLo<;)- La formu-
di salvezza» (l ,69). Il titolo era regolannente la compare solo qui in tutto il NT. Un paio
usato in Oriente per l'imperatore. Un'iscrizio- di testimoni della Vetus Latina normalizzano
ne del48 d.C. trovata a Efeso definisce Giulio leggendo: ((il Messia del Signore».

Mi 5,1) a proposito di Betlemme e ci si riallaccia alla promessa fatta a David (cfr.


2Sam 7,13-14) evocata da Gabriele a Maria (cfr. 1,32-33).
L 'annuncio ai pastori. L'interpretazione che definisce i pastori gente umile,
povera e disprezzata, addirittura il simbolo dei peccatori che Gesù è venuto a
salvare, appare problematica, in quanto troppo dipendente da testi tardi della tra-
dizione ebraica. Se il riferimento all'umiltà quadra (soprattutto nella dinamica del
racconto, che inizia con Cesare Augusto e ora passa ai pastori), la composizione di
luogo spinge fortemente a cogliere un riferimento a David, il pastore di Betlemme
(cfr. ISam 16,11; 17,15; Sal 78,70) scelto da Dio. L'apparizione dell'angelo del
Signore segue il modello dell'annunciazione a carattere epifanico: comparsa del
messaggero celeste che parla in nome di Dio, timore dei destinatari, messaggio
dell'inviato (con un invito a non avere paura e la proclamazione della salvezza
che si rivela), segno. Il v. Il fornisce il contenuto della proclamazione e la ragione
della gioia. Ai pastori sono offerte notizie già conosciute dal lettore: il che cosa
(«è nato»), il quando («oggi»), il chi («salvatore, Cristo [cioè Messia], Signore»),
il dove («nella città di David»). Ogni elemento è fortemente pregnante. Il termine
«oggi» oltrepassa il valore cronologico: il tempo sembra quasi fermarsi e fa entrare
nella storia il mondo escatologico di Dio. I titoli, poi, definiscono il ruolo di Gesù:
egli è colui che porta la salvezza («salvatore» era stato chiamato Dio in 1,47). Se
un simile titolo evoca l'idea del liberatore tipica dell'Antico Testamento (cfr. Gdc
3,9.15), v'è pure la traccia di una sottile polemica contro l'ideologia imperiale.
Gesù è anche definito «Messia Signore» (caso unico nel NT). Se il titolo «Cristo»
è legato alla messianicità ed è in consonanza con la città di David e la promessa
fatta da Dio al re d'Israele, il titolo «Signore» ha un forte senso trascendente che
supera la dimensione messianica per raggiungere quella divina. Luca, tuttavia,
unisce entrambi i titoli, cosicché l'uno determina l'altro: «Cristo» suggerisce quale
e che tipo di «Signore» Gesù sia; «Signore», invece, rivela la profondità della sua
identità messianica. Si avverte un'anticipazione e una prefigurazione della fede
pasquale della Chiesa in colui che è stato risuscitato dai morti.
LUCA2,12 76

12 Ka:Ì TOi}ro Ù}liV TÒ Oll}lEiOV, EÙprlOETE ~pÉ<poç


È:ona:pya:VW}lÉVOV Ka:Ì KEl}lEVOV È:V <pa-rvn. 13 Ka:Ì È(a:t<pVTt<;
EyÉvETO OÙV Tcfl ~ nÀfj9oç o-rpa:nfu; OÙp<XVtOU a:ÌVOUvTWV TÒV
9Eòv Ka:Ì kyév-rwv·
14 OO(a: È:V ÙlJJtOT01<; 9E<f>
\' \ - , ,
Ka:l Em Yll<; Elprtvrt
è:v àv8pwn01ç EÙOoKia:ç.
15 Ka:Ì È:yÉVETO wç ànfjÀ9ov àn' a:ù-rwv Eiç -ròv oùpa:vòv oi

ayyEÀ01, oi 1tOl1JÉvEç È:ÀaÀouv npòç àMr1Àouç· OléÀ9W1JEV o~


ewç B119ÀÉE}l Ka:Ì iOW]JEV TÒ pfj}la: TOUTO TÒ yeyovòç 8 ò KUploç
È:yvwplOEV ~}liV. 16 Ka:Ì ~À9a:v OltEUOQVTE<; Ka:Ì CÌVEupa:v TrlV TE
Ma:plà}l Ka:Ì TÒV 'IWoTt<p Ka:Ì TÒ ~pÉ<poç KEl}lEVOV È:v Tfj <pa-rvn·
17 ioév-rEç OÈ è:yvwploa:v nEpì -roO pr11Ja:-roç -rou Àa:Àrt9Év-roç

a:ù-roiç 1tEpÌ TOU na:lOiou TOUTOU. 18 Ka:Ì nav-rEç oi àKouoa:v-rEç


è:9a:U1Ja:oa:v nEpì -rwv Àa:Àrt9Év-rwv ùnò -rwv nol}lÉvwv npòç a:ù-rouç·

2,12 Questo per voi il segno (toùto u~iv tò Agli uomini della sua benevolenza (Èv
OTJI.Lfiov)- Fonnula classica nell'AI (cfr. Es &vepc.)noLc; ~:ifu<Lac;)- Nei manoscritti più pre-
3,12; ISam 2,34; 10,1; ls 7,14; 37,30; 38,7; stigiosi (codici Sinaitico [K], Vaticano [B] e al-
2Cr 32,34), che introduce i segni divini che tri, comprese molte versioni) si legge ~:ifu<l.ac;
accompagnano una rivelazione. (alla lettera: «e in terra pace agli uomini della
2,14 Gloria (Oé(a)- Benché il tennine sia lo benevolenza»), mentre in altri manoscritti e
stesso del v. 9, qui ha una sfumatura diffe- versioni si legge ~:ifu<l.a (cioè: «e in terra pa-
rente: si tratta dell'onore che gli angeli e gli ce, benevolenza verso gli uomini»). La prima
uomini rendono a Dio; cfr. Salmi di Salomo- possibilità è la più difficile (forse per questa
ne 18, l 0: «Grande è il nostro Dio e glorioso ragione è stata presto corretta) e rimanda a una
(Ev~oç), colui che abita nell'alto dei cieli». costruzione semitica, attestata pure a Qwnran

Il segno. Il contrasto fra il bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia,


e la gloria cantata dagli angeli è forte, con un effetto di straniamento (o defamilia-
rizzazione). Ma in che senso questa indicazione è definita un «segno» (v. 12), ricor-
rendo a una fonnula della Settanta? L'accento cade non tanto sulla paradossalità,
quanto sull'intervento divino che confenna il messaggio. Il fatto che il bambino
sia avvolto in fasce ricorda un'usanza nonnale e pone l'accento sull'attenta cura
per il neonato (la loro mancanza indica trascuratezza; cfr. Ez 16,4). Non è però da
escludere un'allusione a Salomone che fu «allevato in fasce e circondato di cure»
(Sap 7,4), con una sfumatura simbolica regale. Della mangiatoia, invece, parla Isaia
in una requisitoria contro Israele: «Un bue riconosce il proprietario e un asino la
mangiatoia del suo signore (kjrios), ma Israele non mi conosce, il mio popolo non mi
comprende» (Is l ,3 LXX). Il bue e l'asino sono animali preziosi per il proprietario,
al punto che fra loro e l'uomo si stabilisce un legame. Ma qui sta il paradosso: alla
77 LUCA2,18

12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in


fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E all'improvviso con
l'angelo ci fu una moltitudine dell'esercito celeste che lodava
Dio e diceva:
14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace


agli uomini della (sua) benevolenza».
15 Quando gli angeli si furono allontanati da loro verso il

cielo, i pastori si dicevano l'un l'altro: «Andiamo fino a


Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci
ha fatto conoscere». 16Andarono in fretta e trovarono Maria,
Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia. 17 Quando
lo videro, fecero conoscere ciò che era stato detto loro
riguardo a questo bambino. 18 Tutti quelli che ascoltavano si
meravigliarono delle cose dette loro dai pastori.

(«figli della sua benevolenza>>, Inni [IQH] decisione di Dio, che sceglie alcune persone e
12,32; «per tutti i figli della tua benevolenza» fa loro grazia manifestando la sua predilezione
Inni [IQH] 19,9), sicché è del tutto probabi- (cfr. 10,21 ). Forse qui si gioca sull'anfibologia,
le che sia l'originale. fl termine Eù'ìotcia, che indicando con I.Dl solo termine il duplice movi-
significa «compiacimento)), «volontà)>, «fa- mento dal cielo alla terra e dalla terra al cielo.
vore», «piacere)), <<decisione)), <<oonsiglio)), è 2,15 Questo avvenimento (tò pfllux tofito tò
riferito a Dio o agli uomini? LaPeshitta (<<buo- yEyov6~;) -Alla lettera: «questa parola che è
na speranza per i figli degli uomini))) e la Vul- accaduta» (cfr. il bel calco della Vulgata: hoc
gata (<<pace fra gli uomini di buona volontà)>) verbum quodfactum est). Il tennine pfllux ha
l'hanno interpretato in relazione agli uomini; valore anfibologico, indicando sia la «paro-
ma non è da escludere il riferimento alla libera la», sia l' «avvenimento)) (cfr. anche v. 19).

cura di Dio per il suo popolo, cura che dovrebbe suscitare una risposta d'amore e
di fiducia, corrispondono la ribellione e il peccato. La mangiatoia diviene cosi il
simbolo dell'azione provvidente di Dio che, invece di una risposta positiva, suscita
una forte opposizione, addirittura un rifiuto. Il passo illumina il «segno»: il bambino
adagiato nella mangiatoia evoca la profezia ed è il simbolo dell'amore di Dio nei
confronti del suo popolo. Il capovolgimento è radicale: l'ira di Dio non pesa più sul
popolo peccatore; i pastori, ormai, riconoscono nel bambino, la cui nascita portatrice
di pace era cantata dagli angeli, il Messia, il Signore, il salvatore.
Le reazioni. Lo stupore degli astanti per le parole dei pastori non è da leggere
come incapacità a comprendere; esso, invece, sottolinea la reazione umana di
fronte alla rivelazione di Dio che si rende visibile e tangibile, pur nel paradosso
di una nascita così umile. Maria, invece, è descritta come colei che custodisce
tutte queste «parole avvenute» (cfr. nota a 2,15) e insieme le soppesa nel suo
LUCA2,19 78

19 ~ 0€ Maptà}.t mivm cruvEn1pa t'eX p~lJ'lt'a mOta auJ.113aMouoa Èv tfi


Kap~~ aùtilç. 20 KaÌ ùnfot'JEPav olnot}JÉVEç ~a~ovtEç KaÌ aivoOvrEç
t'ÒV 8EÒV È:7tÌ rnXcnv o«; ~KOuoav KaÌ d&lv Ka8Wç ÈÀaÀ~St, npòç a&ro6ç.

21 Kaì Ot'E ÈnÀ~cr8rtcrav ~}.lÉpat ÒKt'W t'OU 1tEp1t'E}.lEiV aut'ÒV KaÌ


ÈKÀ~STJ t'Ò OVO}.la aut'OU 'Irtcrouç, t'Ò KÀTJ8Èv unò t'OU àyyÉÀou npò
t'OU OUÀÀTJ}.l<p8fjvat aut'ÒV ÈV t'fi K01Àl~.

Kaì Ot'E ÈnÀ~cr8rtcrav al ~}.lÉpat t'OU Ka8aptO}lOU aut'WV


22

Kat'à t'ÒV VO}.lOV MwiicrÉwç, àv~yayov aut'ÒV Eiç 'IEpocroÀU}.la

2,19 Custodiva tutte queste cose (navta di un segno, cioè di stabilirne la retta inter-
(JUIJf;tTpH tà tn\uxtiX mflta)- Il verbo au~ pretazione. Circa il «cuore» cfr. nota a 1,66.
(«conservare», «proteggere») caratterizza 2,20 Ritornarono (ÙnÉatpEijiiXv)- Tipico ri-
l'atteggiamento riflessivo di coloro che hanno tornello che chiude gli episodi nei cc. 1-2
avuto una visione rivelativa da custodire at- (cfr. 1,23.56; 2,40).
tentamente nella memoria, in attesa della sua Glorificando e lodando Dio (.So~açovteç
realizzazione (cfr. Giuseppe il sognatore [Gen tciXl IX l voùvtE'c; tòv 9rov) - La reazione dei
37,11], Daniele [Dn 7,28 testo di Teodozione] pastori echeggia quella delle schiere celesti
e altri personaggi della letteratura apocrifa). (cfr. 2,13-14) e ricorda l'inno dei tre fanciulli
Meditando/e nel suo cuore (aul'l3ciUoooa E:v nella fornace (cfr. Dn 3,26.55 LXX).
tt'JtciXp.S(~ IXÒ'tf)ç) - Il verbo alllli3«Àì..w (alla 2,21 Quando (tciXl ISte) -Alla lettera, «e
lettera: <<mettere insieme», <<avvicinare le quando», tipico dello stile lucano cfr.
parti») allude a un confronto che cerca di 2,22.42; 6, 13; 22, 14; 23,33. La proposizio-
afferrare il significato esatto di una parola o ne temporale introduce frequentemente il

cuore (v. 19). La sua fede (cfr. 1,38) non solo non esclude un lento processo
di comprensione; anzi, lo richiede. Da una parte, infatti, Maria ha ascoltato la
proclamazione della straordinaria identità del bambino (cfr. l'annuncio diGa-
briele); dall'altra, constata la sorprendente modalità della realizzazione della
promessa. Infine, il motivo della lode dei pastori è quanto hanno ascoltato e
.visto, secondo quello che era stato loro annunciato dall'angelo. Il nesso fra
ascolto e lode, visione e glorificazione è tipico dell'opera lucana (cfr. Le 7,16;
13,13; 17, 15; 18,43; 23,47; At 2,47; 11, 18) e segnala la grande gioia per la ma-
nifestazione di Dio. Cosi, cielo e terra sono uniti nello stesso canto di lode, e i
pastori rappresentano tutti coloro che, avendo creduto, hanno visto la salvezza.

2,21 La circoncisione di Gesù


In obbedienza alla Legge (cfr. Lv 12,3), Gesù è circonciso l'ottavo gior-
no (cfr. Gen 17,11-12), entrando cosi a fare parte del popolo dell'alleanza.
I genitori non sono nemmeno menzionati e tutti i verbi (con eccezione di
«circoncidere») sono al passivo. Maria stessa, cui l'angelo ha comandato di
imporre il nome al figlio (cfr. 1,31), non compare. Ne consegue che l'accento
79 LUCA2,22

Maria, invece, custodiva tutte queste cose, meditando le nel suo


19

cuore. 201 pastori ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto


quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro.
21 Quando furono compiuti gli otto giorni per circonciderlo, gli
fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima
che fosse concepito nel grembo.
22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione, secondo
la Legge di Mosè, lo condussero a Gerusalemme per presentarlo

tema del compimento (cfr. 1,23.57; 2,6.22). 31,48). L'usodellacongilmzione KCXL, che in ita-
fiii'Ono compiuti (€1TJ..Tpeypxv)- Lo stesso verbo liano non si traduce, per introdurre l'apodosi è
è usato per descrivere l'opera dello Spirito (cfr. lucano (cfr. 2,28; 7,12; 11,34; 13,25).
1,15.41.67). Il verbo nitLnÀ.TJI.L è usato ventidue 2,22 Loro purijìcazione (-roO Kcx9cxpLOIWiì
volte in Luca e Atti e tre volte nel resto del NT. afrrwv) -Il codice di Beza (D) e alcune tra-
Per circonciderlo ('roii !!~L'tEIJ.E'i.V cxùnSv) -Al- duzioni leggono: «la sua purificazione» forse
cuni manosaitti (p. es., il codice di Beza [D]) per venire incontro alla difficoltà del plurale;
e versioni leggono: «cirooncidere il bambino». il comandamento di Lv 12,2-8 riguardava uni-
La costruzione con articolo al genitivo (wii) + camente la puerpera, ritualmente impura per
infinito esprime finalità ed è anch'essa tipica di quaranta giorni a motivo del sangue del parto.
Luca(cfr. 1,74.77.79;2,24; 4,10; 5,7; 8,5; ecc.). Gerusalemme ('!EpoaoÀ.lJIUX)- Fonna greca
Glifu messo nome Gesù- La frase_si ispira in (cfr. 13,22; 19,28; 23,7), meno frequente di
modo inconfondibile alla Settanta (ÉI<:J..{J!h, 'tÒ quella ebraica ('!EpouaCXÀ.1\J,, ventisei occor-
~cxbroii+nome,cfr.Gen 11,9;25,30;27,36; renze nel vangelo).

cade non sui personaggi ma sul fatto stesso, adempimento dell'ordine dato
da Dio: l'iniziativa resta unicamente nelle sue mani. I genitori sono rappre-
sentati sottoposti alla Legge di Mosè e al comando di Dio. Grande enfasi è
data all'imposizione del nome: Luca ricorda al lettore un dato che egli già
conosce, cioè il nome proprio del bambino, Gesù, imposto non da Giuseppe
ma dall'angelo. Il futuro ruolo del bambino è quello di essere il «salvatore»
(cfr. nota a l ,31) di tutte le genti.

1,22-40 Presentazione al tempio


Episodio suddiviso in tre parti, contraddistinte dalla presenza di differenti per-
sonaggi: nella prima parte, cioè l'episodio della purificazione (vv. 22-24), vi sono
i genitori (nemmeno citati) e Gesù; nella seconda parte (vv. 25-35) sopraggiunge
Simeone, che benedice Dio e i genitori di Gesù, pronunciando il Nunc dimittis
(vv. 29-32); nella terza parte v'è la benedizione della profetessaAnna (vv. 36-38).
Il ritorno in terra di Galilea, a Nazaret, conclude la narrazione (vv. 39-40).
Molti sono i motivi che percorrono la pericope: l'obbedienza alla Legge
(cfr. vv. 22-24.27.39), la centralità di Gerusalemme (vv. 22.25.38) e del tempio
LUCA2,23 80

napaonioat -c4> KUp~, 23 Ka9Wç yÉyparrrm Èv V0~4) KUptoU on miv


&pocv &avoiyov prjrpav ayzov rljj KVpf(fJ KÀlJBrjOEraz, 24 KaÌ -coO &,tivm
Buofav Ka"Cà -cò EÌpTJJJÉVOV Èv -c4> v6~ KUpiou, (EOyoç rpvy6vwv fj 56o
voqcovç rrEpz~v. 25 Kaì i&,ù &vepwrroç ~v tv 'IepouoaÀ~~ 4> évo~
I:u}Jfwv KllÌ ò &vepwmx; o&oç 51Klll0<; KlXÌ eùft.a~~ç npooòex6}J€Voç
nap<iKÀT)cnv -coO 'IofXlllÀ, KaÌ nvru~ ~v &ytov f.n' a&r6v 26 KaÌ ~ a&r4>
KfXPT)~o}JÉVov Ò7tÒ "COU nvru~-coç "COU àyiou ~~ iòeiv 9ava-cov npìv
[~] èÌv wn "CÒV :xplOTÒV KUptoU. 27 KllÌ Meev Èv "C4l nveU~an
€Ìç "CÒ iep6v KllÌ Èv -c4> eioayayeiv "COÙ<; yovrl(; "CÒ natÒlov 'IT)OOW
-coO nmfjom a&roùç Ka"Cà -cò eiEho}Jivov -coO v6~ou nepì a&roO

Presentar/o al Signore (mxpaoti'paL t<ji Kuplct>) (nel Testo Massoretico come nella Settanta
-n primogenito di ogni fàmiglia era oonsacrato il versetto suona in modo diverso).
a Dio (cfr. Es 13, 11-16) e doveva essere riscat- 2,24 Una coppia di tortore ((Eilyoc;
tato pagando cinque sicli d'argento (cfr. Nm tpuy6vwv)- Si tratta dell'offerta dei poveri
18, 16). Si evoca qui l'episodio di Samuele oon- (cfr. Lv 12,6.8) che sostituisce quella di un
dotto al tempio (cfr. l Sam 1,24-28; 2,20-22). agnello, più onerosa.
2,23 Come è scritto (KallW.; y€ypamaL)- For- 2,25 Un uomo giusto (ò &v9pwTroc; oùtoc;
mula introduttoria di una citazione (già in t'iLKaLoc;)- Il narratore caratterizza Simeone
2Re 14,6 e come in At 7,42; 1.5, 1.5), in realtà come Zaccaria ed Elisabetta (cfr. nota a l ,6).
quella che segue è una parafrasi di Es 13,2 Pio (Eù~tlç)- Termine esclusivo di Luca

(vv. 27.37), la presenza efficace dello Spirito (vv. 25-27), il compimento della
promessa salvifica di Dio (vv. 25.30.38) sia per Israele (vv. 25.32.34.38) come
per i gentili (vv. 31-32). Tuttavia, il cuore dell'episodio sono le parole di Simeone
e Anna a proposito di Gesù.
Simeone e Anna. L'evangelista ama rappresentare dei dittici che affianchino
un uomo e una donna (cfr. Zaccaria ed Elisabetta in 1,5-25, Giuseppe e Maria
in 1,26-38, Naaman e la vedova di Sarepta in 4,25-27, il centurione e la vedova
in 7,1-10.11-17, il pastore e la donna in 15,4-7.8-10). Simeone e Anna sono ca-
ratterizzati in modo differente: del primo si dà una descrizione interiore (giusto,
pio, mosso dallo Spirito che è su di lui, destinatario del dono di una rivelazione)
mostrando quello che fa e che dice; della profetessa, invece, viene offerta una
descrizione puramente esteriore (gli anni, la tribù d'appartenenza, la sua perma-
nenza nel tempio) spiegando e definendo. Simeone pronuncia due benedizioni:
una indirizzata a Dio, l'altra ai genitori di Gesù; le sue parole riguardano gli
effetti della venuta del Messia a proposito di se stesso, di tutti i popoli, d'Israele
e di Maria. Il discorso di Anna, invece, non è riportato, ma v'è un riferimento
pregnante alla liberazione di Gerusalemme. Entrambi sono pii israeliti, attendono
il compimento della promessa divina (cfr. vv. 25.3 8), parlano ispirati, benedicono
il Signore, sono condotti a riconoscere nel segno del bambino Gesù la visita di
Dio. Se Elisabetta e Zaccaria profetavano nella loro casa, qui tutto avviene nel
81 LUCA2,27

al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio


primogenito sarà sacro al Signore, 24e per offrire in sacrificio
una coppia di tortore o due giovani colombi, secondo quanto è
detto nella Legge del Signore. 25Ed ecco, a Gerusalemme c'era un
uomo di nome Simeone, un uomo giusto e pio che attendeva la
consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Gli era stato
rivelato dallo Spirito Santo che non avrebbe visto (la) morte prima
di aver veduto il Messia del Signore. 27Mosso dallo Spirito,
venne al tempio e, mentre i genitori portavano il bambino Gesù
per fare quello che prescriveva la Legge a suo riguardo,

(cfr. At 2,5; 8,2; 22,12), che indica la piena la nazione (cfr. ls 40,1; 49,13; 52,9; 61,2).
osservanza della Torà. Platone caratterizza Lo Spirito Santo era (n~ii!J.Il ~v llyLov)-
con i due aggettivi «giusto e pio» l'uomo di Lo Spirito profetico di Dio è su Simeone
stato (Repubblica 311 B). (l'imperfetto sottolinea la continuità): Luca
Che attendeva la consolazione insiste sulla sua azione (cfr. vv. 26.27).
(npoo&xo~voc; nuprucl.TJOLV)- L'attesa qui 2,26 Il Messia del Signore (tòv XPLOtòv
menzionata caratterizza Simeone, Anna Kup(ou)- Espressione tipica dell'AI, che
(2,38) e Giuseppe d' Arimatea (23,5 l); la rimanda alla scelta divina di un Messia,
«consolazione» (nupaKÀ.TJOLt;) richiama la cioè l'unto, il consacrato (cfr. p. es. 1Sam
speranza postesilica per la liberazione del- 24,7.11).

tempio di Gerusalemme, cuore religioso d'Israele. Tuttavia, la profezia di Anna


rimane opaca: infatti, non è chiaro il senso delle sue parole e nemmeno la modalità
della loro realizzazione né per il lettore né per i personaggi (cfr. v. 33); solo lo
sviluppo successivo lo mostrerà.
Due intrecci. Spesso gli episodi sono una combinazione di due tipi di in-
treccio, quello di risoluzione (dove accade qualcosa) e quello di rivelazione
(dove si conosce qualcosa di nuovo). La prima scena (vv. 22-24) dà inizio
a un intreccio di risoluzione (la purificazione di Maria), che però non si
conclude. La seconda scena (vv. 25-35) mette in campo un altro intreccio di
risoluzione: Simeone attende la venuta del Messia e la sua consolazione; da
una parte egli ha ricevuto una rivelazione dallo Spirito, dall'altra è vicino
alla morte: ciò fa aumentare la tensione narrativa e fa sorgere la domanda
se egli riuscirà a vedere il Messia. L'incontro con Gesù risolve la tensione;
le attese di Simeone sono esaudite per mezzo dell'obbedienza allo Spirito.
Ma con l'ingresso nel tempio e l'obbedienza alla Legge si risolve anche il
primo intreccio di risoluzione riguardante Maria. A questo punto, però, si
apre un nuovo intreccio, riguardante proprio la persona di Gesù e realizzato
dalle azioni e dalle parole di Simeone e Anna. Il racconto, cosi, più che la
presentazione di Gesù al tempio, sembra essere la presentazione sintetica al
lettore dell'intera vicenda di Gesù.
LUCA2,28 82

28 KaÌ<IÙtÒçÈ~arocxòròEU;-ràçàyKQ:ÀaçKaÌEÙÀ6)'rlOEV-ròv&:òvJ<aidnE:v-
29 vuv àrroÀuEtç -ròv Oo0À6v oou, OÉ01to-ra,
' 't'- , , , l
Ka-ra -ro prn.1a oou ev Etpllvn·
30 on EÌOov oi. òcp9aÀJ.10l }JOU t'Ò own1pt6v oou,
31 o ~t'Ot}.laoaç Ka-rà rrp6owrrov miv-rwv -rwv Àawv,
32 cpwç eiç àrroKaÀUlpw tevwv

KaÌ Ooçav Àaou O'OU 'lopa~À.


33 KaÌ ~v ò rornìp cxòrou KaÌ ~ }.l~t'llP ~OVtEç brl miç ÀaÀou}JÉvmç

1tEpÌ cxòrou. 34 Kai EÙÀ6)'rlOEV cxòroùç lli}JEWv KaÌ EÌ7tEV rrpòç Maptà}.l -riJv
}.lllt'Épa cxòroo- iòoù oùmç KEi-rat Eiç mwmv KaÌ àvaOt"amv rroMWv Èv
-r<f> 'Iopa~À KaÌ EÌç Oll}JEiOV àvnÀfyO}JEVOV- 35 KaÌ oou [0€] aùniç ~V
lJ'lJXlÌV OtEÀEUO'Et'at po}.lcpa{a - oowç liv àrroKaÀucpewotv ÉK ltOÀÀWV

2,28 Benedisse (~òlOyT)O~V)- Verbo con wta Servo (lioiiì..oç) - Termine che definisce
forte impronta anticotestamentaria che indi- l'uomo fedele e giusto (Sal 27,9; At 4,29)
ca la recita di wta b•rakd («benedizione»), e i grandi personaggi dell'AT (cfr. nota a
cioè wta dichiarazione che riconosce in Dio 1,38).
l'autore di ogni bene. 2,31 Davanti a tutti i popoli (Ka.tci
2,29 Lasci (cboì..&Lç) - Un indicativo non 1rpoow1Tov 1r&vtwv twv ì..awv)- Allusio-
Wl imperativo (come nella CEI 1974: «ora ne a Is 52,10 («Il Signore ha snudato il
lascia>>); ci1Toì..lx.J è spesso usato nella Settan- suo santo braccio davanti a tutte le na-
ta in contesti nei quali si allude alla morte zioni; tutti i confini della terra vedranno
(cfr. Gen 15,2; Nm 20,29; 1b 3,6; 2Mac 7,9). la salvezza del nostro Dio») nel contesto
Signore (li~o1TOt11ç)- Alla lettera: «padro- della rivelazione di Dio a tutte le nazio-
ne» (cfr. At 4,24); nella Settanta traduce ni. Il termine ì..cxoç al singolare indica
talvolta l'ebraico 'iidon (cfr. Gen 15,2; Is Israele (v. 32); al plurale (v. 31) invece
1,24; 3, l), talvolta il tetragramma YHWH indica Israele e le altre nazioni. L'ordine
(cfr. Gen 4,3; Pr 29,25). di specificazione (((popoli», «Israele»)

Nunc dimittis. Il cantico di Simeone (vv. 29-32) rappresenta una sintesi


lirico-orante della teologia di Luca e anticipa temi che troveranno sviluppo
nel vangelo e negli Atti: basti pensare alla posizione enfatica di nyn («ora»,
v. 29) che si riferisce alla presenza di Cristo (cfr. 4,21 ), alla connotazione
cristologica della pace (cfr. 1,79; 2,14; 10,5-6; 19,42; 24,36), alla salvezza
universale. Si coglie un duplice sviluppo: da una parte si passa dalla vicenda
personale di Simeone (vv. 29-30) a una prospettiva universale (vv. 31-22); la
salvezza annunciata dai profeti (cfr.ls 40,5; 52,10) ora raggiunge tutti i popoli
proprio per mezzo del Messia (cfr. At 26, 16-18; 28,28), il bambino Gesù che
Simeone stringe fra le braccia. Inoltre, quella stessa salvezza è rappresentata
come una luce (cfr. ls 42,6; 49,6) che si offre come rivelazione alle genti e,
nel contempo, è gloria d'Israele, a sottolineare il ruolo permanente del popolo
83 LUCA2,35

28 egli stesso lo prese fra le bracci~ benedisse Dio e disse:


29 «0ra lasci, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza
31 che hai preparato davanti a tutti i popoli,
32 luce per una rivelazione alle genti

e gloria al tuo popolo Israele>>.


33 Suo padre e la madre erano meravigliati di quanto si diceva di

lui. 34Simeone li benedisse e disse a Mari~ sua madre: «Ecco:


egli si trova qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele
e come un segno di contraddizione, 35- anche a te una spada
trapasserà l'anima- perché siano svelati i pensieri di molti cuori».

è contrario alle attese (cfr. At 26,17.23; 2,33 Suo padre e la madre (o rra.t~p a.ùtoil
28,27.28) ma sottolinea ancor più l'uni- K!XL ti ll~t'lP)- Alcuni manoscritti per sal-
versalismo. vaguardare la dottrina della nascita vergi-
2,32 Luce ... gloria - l termini cjx3ç e oo~v nale di Gesù, hanno rimpiazzato l'espres-
sono da intendere come apposizioni di sione «suo padre» con «Giuseppe».
awn\pLov («salvezza», v. 30)? Oppure ~av 2,34 Di contraddizione - Il participio pre-
va considerato in parallelo a ò:rroKuÀuljiLv sente à.vnl.Eyoj.LEvov esprime l'azione conti-
(«rivelazione»)? Nella prima opzione la nua (e forse anche quella futura), indicando
«salvezza» è «luce» per i pagani e «gloria» il rifiuto della missione di Gesù (e forse an-
per Israele; nella seconda opzione la «salvez- che di quella dei discepoli).
ZIIl> diventa «luce» sia per la «rivelazione» ai 2,35 Una spada <Poi-UI>a.w) -Il termine greco
pagani, sia per la «gloria» d'Israele. La dif- indica una spada larga a doppio taglio.
ferenza delle due interpretazioni è piccola Perché (orrwç av)- La congiunzione può
La prima ci sembra sintatticamente meglio avere valore sia finale sia consecutivo. Qui
fondata. prevale la seconda accezione.

ebraico. Il libro degli Atti si chiude con un discorso di Paolo ai giudei di Roma
(cfr. At 28,28): le sue parole sono un'eco di quanto aveva detto Simeone (Le
2,29-32). La salvezza di Cristo ha raggiunto tutte le genti: nel momento in
cui Paolo è giunto a Roma, nel cuore dell'impero, il vangelo può diffondersi
in tutta la terra.
Una spada. La parentetica del v. 35 ha generato una ridda di interpretazioni.
Origene vedeva nella spada la metafora del dubbio di Maria, Epifanio il marti-
rio, Ambrogio la profonda comprensione della parola di Dio. L'interpretazione
più diffusa rilegge la sentenza di Simeone alla luce di Gv 19,25-27, facendo di
Maria la mater dolorosa. Tuttavia, leggere Luca per mezzo di Giovanni è pro-
blematico. Rimanendo, invece, all'interno del racconto, l'immagine della spada
è da collegare con il «segno di contraddizione» (v. 34): si tratta dell'opposizione
LUCA2,36 84

KapÒlWV ÒtaÀO)'lCJ)JOi. 36 KaÌ ~V ''Avva rtpocpfjnç, 6uyat11p


«<>avou~À, È:K cpuÀfjç ~orlP" aOTflrtpo~E~T]KUia Èv ~}JÉpatç rtoÀÀaiç,
~~cracra }JE"Cà à:vòpòç Etll Ért-cà à:rtò "Cfjç rtap6EV{aç aù"Cfjç 37 KaÌ
aùnì X~pa EWç f-cwv òyòo~KOV"Ca "CEcrcrapwv, ~ OÙK à:cptcr"Ca"CO "COV
iEpou VT]CJ"CEtatç Kaì òe:~cre:mv Àa-cpe:uoucra vuK-ca Kaì ~lJÉpav. 38 Kaì
aù"Cfj "Cfi wp':l È:mcr"Cacra à:vew}loÀoyEi-co -c<f> 6e:<f> Kaì È:À<XÀEtTtEpì
aù-coO 1t1XCJ1V -coiç rtpocrÒEXO}JÉVOtç Àu-cpwmv 'Ie:poucraÀ~}J. 39 KaÌ wç
È"CÉÀEcrav rtav-ca -cà Ka-cà -còv v6}lov Kup{ou, ÈTtÉcrTpe:wav Eiç nìv
faÀ\Àa{av Eiç rt6Àtv Éau-cwv Na~apée. 40 Tò òè: rtatò{ov 11uçavEV
KaÌ ÈKpa-catOV"CO TtÀT]pOU}JEVOV cro<pt':l, KaÌ xaptç 6e:o0 ~V è:rt' aù-c6.

41 Kaì Èrtope:uov-co oì yove:iç aù-coO Ka-c' l-coç Eiç 'It:poucraÀ~}l


-cft Éop-cft -coO rtacrxa. 42 Kaì o-ce: è:yéve:-co €-cwv òwòe:Ka,
à:va~aw6v-cwv aù-cwv Ka-cà -cò leoç Tfjç Éop-cfjç

2,36 Profetessa (1Tpocjlt;nc;) -Come Miryam presentazione d'Israele (sette volte dodici).
(cfr. Es 15,20), Debom (cfr. Gdc 4,4), Hul- Servendo O.«tpEoooou)- An com una volta si
da (cfr. 2Re 22,14; 2Cr 34,22) e la moglie ricalca il modello di Giuditta (cfr. Gdt 11, 17;
d'Isaia (cfr. Is 8,3). si veda anche At 26, 7).
Giovinezza (1Tup9Ev(a) - Letteralmente: 2,38 La liberazione di Gerusalemme
«verginità». È il primo dei tre periodi della (ÀlJtpwoLv 'lEpououÀ.~IJ.) - Gerusalemme è
vita di Anna: la verginità, il matrimonio e una sineddoche (cioè la parte per il tutto)
la vedovanza. per parlare d'Israele.
2,37 Vedova (x~pu)- Non è chiaro se Anna 2,40 Sapienza ... grazia di Dio (oo4llu ...
sia vedova da ottantaquattro anni (avrebbe xapLc; 9Eoiì) - La «Sapienza» descrive la
cosi circa centocinque anni, l'età di Giudit- crescita di Gesù (cfr. anche 2,52) e prepa-
ta [cfr. Gdt 16,23] che la sua figum evoca m la presenza dello Spirito che animerà la
[cfr. Gdt 8,4-8]), oppure abbia ottanta- sua missione (cfr. 3,22; 4, l). La «grazia di
quattro anni. Il numero (dodici volte sette) Dio» rimanda ali' assistenza divina. Sapienza
rappresenterebbe l'abbondanza e la perfe- e grazia sono gli attributi tradizionali degli
zione; oppure Anna sarebbe la perfetta mp- uomini di Dio (cfr. At 7,10).

e del rifiuto cui andranno incontro Gesù e l'annuncio del Vangelo (negli Atti).
Anche Maria non è esente dalla sfida della retta interpretazione del segno di
suo figlio. L'accento cade sulla difficoltà a obbedire alla parola di Dio (in linea
con 8,21; 11,27-28).
La crescita di Gesù. Ancora un versetto di transizione, o sommario (2,40).
La descrizione allude alle notizie di crescita dell'Antico Testamento: Isacco
(cfr. Gen 21,8), Sansone (cfr. Gdc 13,24), Samuele (cfr. l Sam 2,21.26; 3,19).
Il confronto con il Battista mostra la differenza fra i due: se Giovanni cresce
e si fortifica nello spirito (cfr. 1,80), la notizia circa Gesù è più complessa.
85 LUCA2,42

36C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuel, della tribù di


Asher. Era avanti negli anni, avendo vissuto sette anni col marito
dal (tempo) della sua giovinezza; 37poi era rimasta vedova e ora
aveva ottantaquattro anni; non si allontanava dal tempio, servendo
(Dio) con digiuni e suppliche notte e giorno. 38 Sopraggiunta
in quel momento lodava Dio e parlava di lui a tutti coloro che
attendevano la liberazione di Gerusalemme. 39Quando ebbero
compiuto tutto, secondo la legge del Signore, ritornarono in
Galilea, nella loro città di Nazaret. 4011 bambino cresceva e si
fortificava, colmo di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

41 1 suoigenitori si recavano ogni anno a Gerusalemme


per la festa di Pasqua. 42 Quando ebbe dodici anni,
vi andarono secondo l'usanza della festa.

2,41/ suoi genitori (ot yoVEic; uùtoil)- Per alla presenza del Signore. La celebrazione
salvaguardare la dottrina della nascita ver- includeva, con tutta probabilità, l 'uccisione
ginale alcuni copisti sostituiscono l'espres- dell'agnello nell'area del tempio, un pasto
sione coi nomi propri, «Giuseppe e Maria» festoso e la conswnazione dell'intero ani-
(cfr. v. 43). male (cfr. 22, l. 7).
Si recavano (bopEoovro)-Alla lettera: «cam- 2,42 Dodici anni (étGv &.Xie<:a)- Nella letteratu-
minavano», verbo con forte valore teologico ra antica l'eroe dimostra di essere straordinario
soprattutto quando la meta è la città santa (cfr. già da piccolo (cfr. Erodoto, Storie 1,108-144
9,51; 17,11; 19,28); esso esprime la consa- a proposito di Ciro; Filone, Vita di Mosè l ,21
pevolezza del destino di sofferenza di Gesù. circa Mosè; Giuseppe Flavio, Vita 2 §§ 8-9 a
La fèsta di Pasqua (tU roptn toil miaxa) - proposito di se stesso). Vedere qui il bar-mi$wfl
Il greco miaxa indica la festa (cfr. 22,1) e (ovverosia la cerimonia con la quale il ragazzo
l'agnello (cfr. 22,7.11). Si tratta di una delle di tredici anni entra a far parte della comunità
tre feste di pellegrinaggio (insieme a Setti- degli adulti) di Gesù appare perlomeno azzar-
mane e Capanne, cfr. Es23,14-17; 34,23; Dt dato: le testimonianze sono molto tarde, e tale
16,16) che obbliga gli uomini a comparire riferimento quadra poco con il contesto.

Il riferimento alla «sapienza» prepara il lettore all'episodio seguente e al


futuro ministero.

2,41-52 Gesù dodicenne al tempio


Ritenuto da non pochi esegeti un'aggiunta secondaria (Brown) o un'unità indi-
pendente (Fitzrnyer), l'episodio è narrativamente il culmine (o climax) dei racconti
dell'infanzia: Gesù, infatti, per la prima volta si presenta come l'interprete di se stesso.
La ricerca. L'evangelista evoca la festa di Pasqua e il costume del pellegrinag-
gio, così che l'inizio della narrazione sembra introdurre dentro una serie di usanze
LUCA2,43 86

43 KO:Ì t"OOWOtlvt"WV -ràç ~jJÉpaç, tv -rc.f> Òltocr-rpÉcpEl.V alrrOÙ<;


~VEV 'l11000<; ÒTtai<; tv 'IEpoUcraÀ~fl, KO:Ì OÙK EyvWO<XV OÌ yovEiç
a1Ìt"OU. 44 VO~lOCIVt"E<; 5È a1Ìt"ÒV EÌV<n tv 'tfj cruvo5~ ~.ÀBOV ~J.lÉpaç
ò5òv KO:Ì àv~~-rouv aù-ròv tv -roiç cruyyevEOmv KO:Ì -roiç yvwcr-roiç,
45 K<XÌ ~~ EÒpOVt"E<; ÒltÉcr-rpElJ'<XV EÌ<; 'IEpoUcra:À~~ àva:<llt"OUvrE<; alrrOV.

46 KO:Ì f:yÉvE-ro ~-rà ~jJÉpaç -rpEiç EÒpov a&ròv tv -re:;> iEpc.f> KO:E)~6~ov

tv JJÉO<f> -rwv 5t&tcooXÀwv KO:ì àKovov-ra: aù-rwv KO:Ì ÈTtEpw-rwv-ra:


aù-rovç· 47 è~icr-r<XV-ro 5è Ttav-rs:ç oi àKovov-rs:ç a&roo èm -rfi cruvÉou KO:Ì
t"cxiç Ò:TtOKplOE<nV alrrOU. 48 KO:Ì ÌOOVt"E<; aÙ'rÒV È~E1Ùuiyr)OC1V, KO:Ì ElTtEV
n
1tpÒ<; <XÙt"Òv ~ ~~t"llP aù-ro& -rÉl<Vov, ÈTtotTJO<Xç ~~iv oiJ-rwç; i&>ù Ò
1ta~p crou Kàyw ò5uvw~m ~llt"oOJ.lÉV OE. 49 KO:Ì EÌTtEV Ttpòç a&roVç·
non ~llt"Eit"É ~; OÙK fl5Ett"E ontv t"Oiç t"OU 1Ult"p6ç l!OU 5Ei EÌvm ~;
2,44 Cercavano (&.vE'(~touv)- Il verbo sot- Interrogava (hE'pwtwvta)- La sapienza è in
tolinea una ricerca comportante sfono. V'è relazione con la capacità di porre domande
uno stretto rapporto tra il tema della ricerca (cfr. Pr 17,28; Qo 7,10) e di rispondere (cfr.
del dodicenne e la ricerca della sapienza e Gb 33,3.5; Sir 5,10-12; 8,9).
dell'intelligenza (cfr. Gb 28,12.20; Pr 2,3-6; 2,47 Si stupivano (~lotcxvtO)- Uverbo ~LatTJU
Sap 6,12; Sir 4,11; 51,13). indica lDl8 situazione di agitazione interiore, lo
2,46 Tre giomi (ti!J,~pac; tpftç)- È accentua- sbigottimento per lo stupore o il timore, l'essere
to il riferimento pasquale (cfr. 9,22; 13,33; fuori di sé (cfr. 8,56; 24,22; At 8,9.11).
18,33; 24,7.21.46;At 10,40). 2,48 Erano sbalorditi (€~ed4yTJOcxv)- Alla
Seduto (Ka9E=(éjlevov)- La posizione assisa è lettera: «essere sopraffatto)), «essere quasi
tipica del maestro (cfr. 5,3; At 6,15) ma qui, scioccato)), «essere fuori di sé)) (cfr. 4,32;
ironicamente, v'è un dodicenne. Gesù è un 9,43; At 13,12).
saggio in mezzo ai saggi. Figlio (t~vov)- Esplicita la dipendenza vi-

consolidate e cicliche. Ma il comportamento di Gesù fa saltare le convenzioni:


rimanendo a Gerusalemme, viene a crearsi una forte suspense che dà avvio alla
ricerca dei genitori. Il lettore sa che il ragazzo è rimasto a Gerusalemme ma ignora
il luogo preciso e la ragione di un tale comportamento; i genitori, invece, ignorano
anche il luogo. La prima ipotesi (sbagliata) è che Gesù sia nella comitiva (v. 44):
essa ha lo scopo di far crescere la tensione narrativa. Allorché i genitori giungono
a Gerusalemme (v. 45), il loro punto di vista coincide con quello del lettore. La
suspense cresce ulteriormente a motivo del prolungarsi della ricerca per tre giorni,
senza che si sappia che cosa sia capitato a Gesù. Allorché Gesù è ritrovato, lettore
e personaggi risolvono la prima domanda, quella circa il dove. Resta tuttavia aperta
un'altra domanda: perché proprio nel tempio? Maria, inoltre, esplicita l'interro-
gativo circa il perché del comportamento di Gesù, oltre a rivelare i sentimenti
suoi e di Giuseppe («tuo padre»), colmi di sgomento e angoscia (v. 48). Il lettore
condivide con i genitori l'umanissima domanda a proposito dell'iniziativa presa
da Gesù e attende la sua risposta.
Una parola enigmatica. La risposta di Gesù (la sua prima parola nel vangelo)
87 LUCA2,49

43 Trascorsi i giorni, mentre essi ritornavano, il ragazzo Gesù


rimase a Gerusalemme senza che i suoi genitori lo sapessero.
44 Ritendendo che egli fosse nella comitiva, fecero il cammino

di una giornata e lo cercavano fra i parenti e i conoscenti


4sma, non avendolo trovato, ritornarono a Gerusalemme per

cercarlo. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in


mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47Tutti
quelli che lo ascoltavano si stupivano per la sua intelligenza
e le sue risposte. 48 Al veder lo erano sbalorditi e sua madre gli
disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io,
angosciati, ti cercavamo». 49Disse loro: «Perché mi cercavate?
Non sapevate che io devo stare nelle cose del Padre mio?».
scerale e affettiva da colei che lo ha generato dicato alle cose del Padre mio» o «occupato
(il tennine viene dal verbo ttKtw, «generare»). nelle cose (attività) del Padre mio»; l'artico-
Angosciati (ÒISWW!LfVOL)- Vocabolo esclu- lo neutro plurale seguito da genitivo rende
sivamente lucano (Le 16,24-25; At 20,38). logica l'aggiunta di un nome di attività (cfr.
2,49 lo devo stare nelle cose del Padre mio Le 20,25; ICor 2,11). Una terza proposta vi
(fv to'Lç toii natp6ç IJ.OU &'L ~Iva( J.L~) -Tre vede un senso associativo: «tra coloro che
le soluzioni proposte per interpretare la dif- appartengono al Padre mio» (cfr. Rm 16,1 O-
ficile espressione greca. La prima la inten- Il). L'ultima interpretazione, filologicamen-
de in senso spaziale: «nella casa del Padre te possibile, non quadra con il contesto, sic-
mio)) oppure «presso il Padre mio»; il senso ché sono possibili il senso spaziale e quello
è confonne alla Settanta (cfr. Gen 41,5 l; Gb funzionale, con una voluta ambiguità; è un
18,19; Tb 6,11 nel codice Sinaitico [M]). La caso di anfibologia, ovverosia di espressione
seconda, invece, in senso funzionale: «de- a doppio senso.

è una vera e propria sorpresa, in forma di duplice domanda. In primo luogo, con
quel «perché» (greco, ti; v. 49) Gesù punta a svuotare la necessità della ricerca
dei suoi genitori: pare quasi che contesti la loro ignoranza a proposito della sua
situazione. Poi, in seconda battuta, avanza la motivazione che verte sulla rela-
zione che lo lega al Padre celeste. Infine, richiamandosi alla necessità (cfr. al v.
49 il greco dei; «è necessario», «devo», termine ripreso nel terzo vangelo per
dire l'obbedienza di Gesù fino alla croce: cfr. 4,43; 9,22; 11,42; 13,33; 17,25;
22,37; 24,7.26.44) inizia a togliere il velo sulla modalità della rivelazione mes-
sianica. In altre parole, il problema non è tanto chi è Gesù (cosa ben conosciuta
sia da Maria come dal lettore), ma come si manifesta. Ironicamente, però, quella
parola-avvenimento (rhima, v. 50; cfr. nota a 2,15) resta incompresa ai genitori
(come nel corpo del vangelo resterà incompreso l'annuncio della necessità
della passione). Una tale incomprensione, tuttavia, non appare un difetto, in
quanto il narratore dispone dell'intero racconto per spiegare il senso di quella
enigmatica risposta. A personaggi e lettore risulta chiara l'obbedienza di Gesù
alla volontà di quel Dio che egli chiama «Padre mio» (v. 49). In altre parole,
LUCA2,50 88

5°Kaì aù-roì où cruvf\Kav -rò pf\}la oÈÀaÀTJOEV aù-roiç. 51 Kaì


Ka-rÉ~TJ }lt:-r' aù-rwv Kaì ~ÀSt:v EÌç Na~apÈS KaÌ ~v Ù7to-raoo6}lEVoç
aù-roiç. Kaì ~ }l~'tl'JP aù-roO ~lé-r~pEt 1tav-ra -rà: p~}la-ra €v -rft
Kap~içt aù'tfjç. 52 KaÌ 'ITJ000ç 1tpOÉK01t'tEV (€v -rft) oocpiçtKaÌ
~Àl.KlçtKaÌ xaptn 1tapà: St:<f> KaÌ àvSpt~motç.

3 1 'Ev e-rt:t ~È 1tEV'tEKat~t:K6:-r<t> 'tfjç ~YE}loviaç Tt~t:piou


Ka{oapoç, ~YE}lOVEVOV'toç llovriou lll.Àa-rou 'tfjç 'Iou~aiaç, KaÌ
-rt:-rpaapxouv-roç 'tfjç faÀl.Àaiaç 'Hp<f>~ou, <l>l.Ài1t1tou ~È -roO à:~EÀcpoO
aÙ-roO 'tE'tpaapxoOv-roç 'tfjç '1-roupaiaç KaÌ Tpaxwvin~oç xwpaç,
KaÌ Auoaviou 'tfjç i\~l.ÀTJvfiç -rt:-rpaaPXoOv-roç, 2 €m à:pX\épÉwç ''Awa
Kaì Kauxcpa, ÈyÉvt:-ro pf\}la St:oO È1tÌ 'IwawTJV -ròv zaxapiou uìòv
Èv 'tft ÈP~ll<t>· 3 Kaì ~ÀSEV EÌç 1[(Xoav [nìv] 1tEpixwpov -roO 'Iop~avou
KTJpuoowv ~aRnO}la }lE-ravoiaç EÌç èicpt:mv à:}lapnwv,

Il 3,1-20 Testi paralleli: Mt 3,1-12; Mc 1,2-8; cipio TrYEI.IOVEoovta<; rimanda al termine ge-
Gv 1,19-28 nerico fryE~v, che indica colui che governa
3,1 Nell'anno quindicesimo (~v hu 5f una certa regione (cfr. 2,2).
1TEVt€f<(U5EKcXt<y) -Non sappiamo quale Erode ('Hp~Bou) - Erode Antipa, pur es-
calendario di riferimento Luca utilizzi sendo asservito ai Romani, fu tetrarca della
(giuliano, ebraico, siro-macedone o egi- Galilea e della Perea dalla morte di Erode il
ziano), né da quale evento inizi a calcolare grande (4 a.C.) fino al39 d.C. (cfr. Giuseppe
gli anni dell'impero di Tiberio: egli fu co- Flavio, Antichità giudaiche 17,11,4 § 318;
reggente con Augusto (la cui morte fu nel Guerra giudaica 1,33,8 §§ 668-669).
14 d.C.) a partire dall'Il o dall2 d.C. Se Filippo (II>Lll1T1Tou)- Erode Filippo fu tetrar-
si parte dalla morte di Augusto, si arriva ca dei territori a est del Giordano (lturea e
al 28/29 d.C. Traconitide) dalla morte di Erode il grande
Ponzio Pilato (Ilovt(ou II~llitou)- Fu pre- fino al 34 d.C.
fetto della Giudea dal26 al 36 d.C. Il parti- Lisania (Aoocxv(ou)- Personaggio difficil-

l'intreccio è non tanto di risoluzione (i genitori avevano perso Gesù e l'hanno


ritrovato) quanto di rivelazione: l'obbedienza alla volontà del Padre è il criterio
che guida le scelte di Gesù. Alla finale narrativa (riguardante il ritorno a Nazaret
e la sottomissione del dodicenne ai genitori) segue una nota sull'interiorità di
Maria, il cui atteggiamento, custodendo quelle parole e quegli avvenimenti
(anche al v. 51 si usa il greco rhima) nel cuore- pur ribadendo la sostanziale
incomprensione di quanto è accaduto- appare del tutto adeguato e invita anche
il lettore a una più profonda intelligenza di quel mistero che le parole di Gesù
hanno appena fatto intravedere.
Una serie di convergenze. Il racconto è un vero e proprio punto di arrivo, in quan-
to Gesù interpreta se stesso. Le traiettorie degli episodi precedenti trovano qui il loro
punto di convergenza: la visita di Dio e il riconoscimento umano convergono. La
cristologia radicata nell'Antico Testamento prende una sua originalità nelle parole
89 LUCA3,3

Ma essi non compresero la parola che aveva detto loro.


50

Partì con loro e ridiscese a Nazaret e rimaneva loro


51

sottomesso. Sua madre conservava tutti questi fatti nel suo


cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a
Dio e agli uomini.

3 Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare,


1

mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea,


Erode tetrarca della Galilea, Filippo suo fratello tetrarca
della regione dell'lturea e della Traconitide e Lisania tetrarca
dell' Abilene, 2 sotto il sommo sacerdote Hanna e Kaifa, la
parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel
deserto. 3Percorse tutta [la] regione del Giordano proclamando
un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,

mente identificabile. L' Abilene è il territorio Ebioniti e altri gruppi,gnostici. Non bisogna
a nord-ovest di Damasco, intorno alla città interpretare il battesimo di Giovanni in modo
diA bila, all'estremità sud dell'Anti-Libano. anacronistico, associandolo agli effetti del
3,2 Hanna e Kaifa (" Avva K«l Kai:ucjla) - battesimo cristiano.
Hanna (o Ananeo) fu sommo sacerdote dal Conversione (!-LftUVOL«) -Alla lettera, «un
6 al 15 d.C., mentre suo genero Giuseppe, cambiamento della mente»; il termine ha
chiamato Kaifa, dal 18 al 37 d.C. (cfr. Gv sempre un senso religioso, come allontana-
11,49; 18,13; At 4,6). mento dal peccato.
3,3 Battesimo @cintLCJII.IX)- Un bagno rituale Perdono dei peccati (cicjlf<nc; UIUlpnwv)- In
con una connotazione religiosa. Dal l SO a.C. greco acjiEoLc; indica l'estinzione dei debiti
al250 d.C. emergono molti gruppi che prati- (cfr. 11,4), la fine della punizione o la li-
cano varie fonne di bagni rituali: gli esseni, berazione dalla prigionia (cfr. 4, 18); qui il
Giovanni e i suoi discepoli (cfr. At 18,25), concetto è riferito alla remissione delle colpe
Gesù e i suoi discepoli (cfr. Gv 3,22), gli operata da Dio.

di Gesù che interpreta se stesso. La risposta, tuttavia, è cosi enigmatica che pone
più domande che risposte: sarà l'intero racconto del vangelo a esplicitare il senso di
quanto qui è preannunciato. Personaggi e lettore sono cosi condotti allo stesso punto.
D'ora in poi si deve ascoltare Gesù. Il ritornello di chiusura riprende 1,80 (Giovan-
ni) e 2,40 (Gesù) e ribadisce (dopo un episodio che ammicca al tema della ricerca
della sapienza) la sapienza di Gesù che conosce e obbedisce al progetto del Padre.

3,1-20 L'attività di Giovanni Battista


Luca concentra qui le attività di Giovanni Battista. Il racconto è inquadrato
da due notizie storiche: all'inizio (vv. l-2) Luca offre le coordinate del ministero
di Giovanni, mentre al termine (vv. 19-20) traccia la sorte tragica del profeta per
mano di Erode. Dentro questa cornice il terzo evangelista sintetizza il ministero del
Battista (v. 3) e ne offre un 'interpretazione scritturistica per mezzo della citazione
LUCA3,4 90

4 wç yéypan-rat ÈV ~{~~ J...éywv 'Hoaioo -roO npocp~-rov


qJwvl] f3owvroç tv rfi éprfJJCf.J'
Érot}JaaarE rl]v 65ov Kvp{ov,
EV8Efaç TrOIElTE raç rp{{3ovçaò-ro0·
5 rraaa qJapay( rrÀqpwBrfaEraz

Kai Trav opoç Kai {3ovvoç raTrElVW8rJC1ETal,


Kai {C!Tal ra O'KOÀlcl Eiç Ev8dav
Kai al rpaxEfaz Eiç 65ouç Adaç-
6 Kai orjJEraz rraaa aap( ro awrrfpzov rou BEOV.

3,4 Come è scritto (wc; yÉypantaL)- L'espii- Giovanni è confonne all'oracolo profeti co.
cita citazione di Isaia è introdotta da una 3,4-6 Voce di uno che grida ... salvezza di
fonnula che si ritrova nella Settanta (cfr. Dio (cjlwvti p0<3vtoç ... tò owt~pLov tou
2Cr 35, 12) e a Qumran: il battesimo di 9E=ou) - La citazione di Is 40,3-5 segue la

di Is 40,3-5 (vv. 4-6). Vi sono poi gli insegnamenti di Giovanni e la presentazione


di un'attitudine negativa (vv. 7-9), immediatamente seguiti da altri insegnamenti
e da un'attitudine positiva (vv. 10-14). Infine il Battista annuncia il «più forte»
(vv. 15-17). Il v. 18 ha la funzione di sommario.
Fra storiogrqfia greco-romana e chiamata profetica. La presentazione del ministero
di Giovanni si rifà a due modelli: quello della storiografia greco-romana (per quanto
riguarda il modo di stabilire la cronologia) e quello profetico (a proposito della chiamata
del Battista). Luca, seguendo le convenzioni classiche, ricorda una serie di personaggi
politici, stabilendo una sincronia fra l'epoca imperiale romana e quella palestinese, al
fine di fissare l'inizio del ministero del Battista; in realtà le difficoltà a ricostruire con
esattezza quel momento storico non pennettono una precisa datazione dell'attività di
Giovanni e, quind~ di Gesù. Per quanto, invece, riguarda la chiamata di Giovanni, essa
è una chiara eco della vocazione profetica(cfr. Ger 1,1-5; Is 6,1; Ez 1,1-3; Os 1,1), di cui
si ripercoiTOno le tappe: «la Parola di Dio venne ... » (v. 2), il nome del profeta, il nome
del padre, la localizzazione, l'ambientazione storica (ricordando il nome almeno di un
re). La citazione di Isaia (vv. 4b-6) precisa che il ministero di Giovanni fu conforme alla
profezia e, al contempo, preparazione del ministero di Gesù il cui carattere di universalità
è già preannunciato dalla stessa parola anticotestamentaria (cfr. v. 6). Da ciò si evince che
Giovanni è un profeta e che il suo ministero è profondamente wtito con quello di Gesù.
Conversione e perdono. La predicazione del Battista include l'appello al bat-
tesimo. I bagni rituali erano conosciuti nel sistema religioso ebraico, come pure a
Qumran. Ma qui Luca connette il battesimo di Giovanni con il perdono dei peccati:
si tratta di una notevole novità, in quanto nel quadro della religione ebraica la
remissione delle colpe avviene solo per mezzo di un complesso sistema sacrifica-
le, praticato nel tempio di Gerusalemme. Lo stesso Giuseppe Flavio, essendo di
origine sacerdotale, relativizza molto il riferimento alla «remissione dei peccati»,
difendendo cosi la visione tradizionale ebraica; afferma: i giudei «non dovevano
91 LUCA3,6

4come è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:


«Voce di uno che grida nel deserto;
preparate la strada del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri;
5ogni burrone sarà riempito,

ogni monte e ogni colle sarà abbassato,


le strade tortuose diventeranno diritte
e quelle impervie piane.
60gni carne vedrà la salvezza di Dio!».

Settanta con pochi ma significativi cam- Dio» (ls 40,3) diventa «fate dritti i suoi sen- .
biamenti (diamo qui una resa più lettera- tieri»; inoltre, Luca omette la frase «allora
le dei testi, per evidenziare le modifiche): si rivelerà la gloria del Signore» (ls 40,5;
l'espressione «fate dritti i sentieri del nostro cfr. Le 2,9).

servirsi (del battesimo di Giovanni) per guadagnare il perdono di qualsiasi pec-


cato commesso, ma come di una consacrazione del corpo insinuando che l'anima
fosse già purificata da una condotta corretta» (Antichità giudaiche 18,5,2 § 117).
L'annuncio di Giovanni si concentra sulla «conversione», termine dalle molte
risonanze bibliche (cfr. Is 6, l O; Ez 3, 19), che indica anzitutto il ritorno a Dio e di
conseguenza l'allontanamento dagli idoli e dai peccati. Il battesimo ha dunque
il senso di una purificazione in vista del perdono dei peccati realizzato da Dio.
La citazione di Is 40,3-5 è più ampia degli altri Sinottici (cfr. Mt 3,3b; Mc 1,3)
che si limitano a citare Is 40,3: essa tratteggia il ritorno del Signore in Zion, il quale
domanda una radicale trasformazione del paesaggio per mezzo di un triplice pa-
rallelismo («preparare» e «raddrizzare», «riempire» e «abbassare», «far diventare
diritto» e «far diventare piano»). Nel contesto evangelico i mutamenti evocati dal
testo profetico illustrano la conversione per accogliere la visita non tanto di YHWH
(come era nel testo di Isaia) quanto del Messia Signore (cfr. 2,11). La citazione (un
po' arrangiata rispetto alla Settanta) spinge in una direzione fortemente cristologica,
evocando le precedenti parole di Simeone, dove Gesù era visto come «salvezza» per
«tutti i popoli» (cfr. 2,30-32), Israele e le genti. La citazione della Scrittura dà alla
predicazione di Giovanni un tono speciale: essa comincia com'è scritto nel profeta
Isaia, sotto il cui patronato è posta l'attività del Battista. L'annuncio di Giovanni si
inserisce dentro una Parola che Io precede e che nessuno può dominare, una Parola
che echeggia il cammino dell'esodo guidato da Dio. La sottolineatura dell'univer-
salità della salvezza (v. 6) è un dato tipico lucano: la predicazione di Giovanni è
dentro il più ampio progetto di Dio che ha il suo culmine in Gesù (cfr. 24,47; At
1,8). Infine la citazione ha un duplice carattere: riprende alcuni termini del Nunc di-
mittis (2,29-32) introducendo cosi non solo il mistero di Giovanni ma anche l'intera
narrazione lucana; anticipa temi del secondo tomo di Luca (dove «la via>> [greco,
hodOs] designa l'intero movimento cristiano [cfr. At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22]).
LUCA3,7 92

7 ''EÀE)'EV OÒV "COiç ÉKTtOpEUO~ÉVOtç OXÀOtç ~anno6~vat ùn'


ati'toi} YEVV~~a"Ca ÉXtSvwv, nç ÙnÉSe:t~EV ù~tv cpuye:iv ànò
"C~ç ~ÀÀOUOT')ç opy~ç; 8 TtOt~OO:"CE OÒV Kapnoùç à#ouç "C~ç
~E"CO:Voiaç KaÌ ~~ ap~T')09E ÀÉyEtV ÉV é:au"Coiç· Tta"CÉpa EXO~EV
TÒv 1\~paa~. ÀÉyw yàp ù~iv an SuvaTat 6 9e:òç ÉK Twv Ài9wv
"COV"CWV ÉyEipat TÉKVa Tq> 1\~paa~. 9 ~Sll Sè: Kaì ~ à~ivl')npòç ~v
p{~av "CWV SÉvSpwv Ke:i"Cat·nav oòv SÉvSpov ~~ notouv Kapnòv
KaÀÒv ÉKKOTt"CE'tat KaÌ Eiç nOp ~aÀÀE"Cat. 1°Kaì É1t11PW"CWV
ati'tòv oi oxÀot ÀÉyovn:ç· "Ci oòv not~crw~e:v; 11 ànoKpt9dç Sè:
EÀE)'e:v ati'toiç· ò exwv Suo XtTwvaç JlETaS6Tw Tq> ~~ exovn,
Kaì ò exwv ~pw~a"Ca ò~oiwç note:hw. 12 ~À9ov Sè: Kaì "CEÀwvat
~anncre~vat KaÌ dnav npòç aÙ"COV' StSaOKaÀE, n TtOt~crw~e:v; 13 ò
Sè: dne:v npòç aù"Couç· ~T')SÈv TtÀÉov napà "CÒ Sta"Ce:Tay~Évov ù~iv
npacrcre:Te:. 14 ÉnT')pwTwv Sè: aùTòv Kaì cr"Cpa"Ce:u6~e:vot MyovTe:ç·

3,7 Ira imminente (tftç IJ.Ellooo11ç òpyflç)- base per la consolazione di Zion. La lettera-
Espressione che ricorre solo qui e in 21,23 tura rabbini ca in vari modi ricorda che essere
per indicare la futura manifestazione della discendenza di Abraam protegge dali' ira di
collera divina: nell' AT rimanda al giudizio di Dio a motivo dei meriti del patriarca.
Dio che annienta il male; spesso questa im- Suscitare figli ad Abraam (ÈyEipaL tÉKva t~
magine è associata al <<giorno del Signore)) 'A~Il)- Dio non intende essere infedele
(cfr.ls 13,9; Ez 7,19; Sof 1,14-16). alla promessa fatta ad Abraam, ma ha pure
3,8 Frutti (Kap1rouç) - Espressione che ap- altre strade per estendere la sua benedizione
partiene alla parenesi cristiana e al linguag- al genere umano. Non v'è qui alcuna idea
gio missionario (cfr. At 26,20). Forse Luca sostituzionista (che veicoli cioè il rifiuto di
attualizza per i suoi lettori quanto ha ricevuto Israele da parte di Dio e la sua sostituzione
dalla tradizione. con la Chiesa).
AbbiamoAbraam CEXOilEV tòv 'A~pwi!L)- La 3,9 La scure è ormai ... gettata ne/fuoco (illl'll
benedizione di Abraam (cfr. Gen 12,1-3) è Bhal ~~(v, ... t:lç 1rup j31illnaL)- L'im-
l'orgoglio e il vanto d'Israele. In Is 51,2-3 magine non è interamente chiara, ma pro-
la benedizione al patriarca e alla moglie è la babilmente è un avvertimento escatologico.

La predicazione di Giovanni. Luca combina detti provenienti dalla cosiddetta


fonte dei logia (cioè dei detti di Gesù, chiamata anche Q) e dalla sua fonte propria. Il
racconto è organizzato intorno a tre unità: avvertimenti circa il giudizio imminente (vv.
7-9), l'appello a un mutamento etico (vv. 10-14),l'annuncio del Messia (vv. 15-17).
Nel primo brano (vv. 7-9) Luca segue Q (cfr. Mt 3, 7-1 0), ma con differenze: in
Matteo il Battista si rivolge ai farisei e ai sadducei, qui invece alle folle. Il tono è
quello della minaccia: Giovanni con forti invettive predice la prossimità dell'ira
di Dio (v. 7); in questo senso il Battista s'inscrive nella tradizione dei profeti
d'Israele (Amos, Osea, Geremia), che parlano del «giorno del Signore» come
manifestazione dell'ira divina contro gli empi. Giovanni non concede nessuna
93 LUCA3,14

'Diceva alle folle che andavano a farsi battezzare da lui:


«Razza di vipere, chi vi insegnò a fuggire dali' ira imminente?
8Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate

a dire fra voi: "Abbiamo Abraam per padre". Vi dico, infatti,


che Dio può suscitare figli ad Abraam da queste pietre. 9La
scure è ormai posta alla radice degli alberi: ogni albero che
non porta un buon frutto sarà tagliato e gettato nel fuoco».
10 Le folle lo interrogavano: «Che cosa, dunque, dobbiamo

fare?». 11 Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche condivida con


chi non ne ha, e chi ha viveri faccia ugualmente». 12 Vennero
anche degli esattori a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro,
che cosa dobbiamo fare?». 13 Ed egli disse loro: «Non esigete
nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14 Lo interrogavano
anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?».

Forse c'è un'allusione a Is 10,33-34 dove degli esattori era improntata sulla disonestà,
YHWH è rappresentato come un boscaiolo che in quanto essi aggiungevano al tributo e alla
pota i rami della potente Assiria. legittima commissione ulteriori balzelli che
3,11 Due tuniche (ooo x~ twvw;) - La tunica poi intascavano.
è il capo di vestiario a contatto con la pelle, 3,14 Soldati (atpatEt4E'vo~}- Si tratta o di
sicché un indumento che si cambia spesso. soldati di Erode Antipa, oppure di ebrei che co-
3,12 Esattori (tùWva~}- Giudei responsabili me mercenari servivano nell'esercito romano.
di raccogliere le tasse e le imposte per conto La risposta del Battista assomiglia ai consigli
dei Romani in varie aree della Palestina. Il dati da Giuseppe Flavio ai suoi soldati: «Disse
tennine tElWVT)I;, tradotto tradizionalmente, poi che avrebbe considerato prova della loro
ma erroneamente, con «pubblicano>> (a rigore disciplina in guerra, anche prima di attaccar
essi erano solo i grandi funzionari del fisco battaglia, l'astenersi dalle abituali malefatte,
romano, non i loro agenti ebrei) è da rendere dal furto, dal ladrocinio, dalla rapina, dall'in-
con «collettore di imposte» o «esattore». gannare il connazionale, dal considerare un
3,13 Nulla di più (J.LTJOÈV nÀÉov}- Le parole proprio vantaggio il danno dei più intimi»
di Giovanni sottintendono che la professione (Gue"a giudaica 2;20,7 § 581 ).

immunità agli lsraeliti di fronte al giudizio di Dio e, insieme, propone un battesimo


di conversione. L'appello all'ascendenza abramitica, quindi all'appartenenza al
popolo eletto, non pone al riparo dal castigo; si tratta di convertirsi e di «portare
frutti», cioè comportarsi compiendo la volontà di Dio. L'immagine dell'albero che
non dà frutto (v. 9) indica che il giorno imminente è considerato da Giovanni sotto
l'aspetto del castigo più che della misericordia; la scure drammatizza l'imminenza
dell'avvenimento, ponendo l'accento sull'urgenza a fronte dell'ira di Dio.
Nel secondo brano (vv. 10-14, materiale proprio di Luca) sono indicati i frutti
richiesti. Alla triplice domanda che gli è posta dalle folle (v. 10), dagli esattori
(v. 12) e dai soldati (v. 14) Giovanni risponde. La prospettiva del Battista è un'etica
LUCA3,15 94

d TtOl~CJW}JfV K<XÌ ~}JEt<;; KaÌ ElTtEV aÙ-roiç· }.lf'JÒÉva Òl<lCJElCJf'J't'€


}.lf'JÒÈ OUKOq><lV't'~CJf'J't'€ K<XÌ ècpKftaeE -roiç ÒlJ'WVlOl<; Ù}JWV.
15 npoaÒOKWV't'O<; OÈ -roO ÀaoO K<XÌ ÒlaÀoyl~O}.lÉVWV Tt<XV't'WV Èv

-raiç Kapò{alç aù-rwv nEpi -roO 'Iwavvou, }.l~no-r€ aù-ròç Eif'J 6


Xplo-r6ç, 16 ècTt€Kp{va-ro ÀÉyWV TtCXCJlV 6 'IWclVVf'J'i; ÈyW }JÈV uOan
~an-r{~w Ù}.léiç· EPXE-ral OÈ 6 iaxup6-r€p6ç lJOU, ou oùK EÌ}JÌ ÌKavòç
ÀOaa1 -ròv ÌlJav-ra -rwv ùnoOfJlJ'hwv aù-roO· aù-ròç Ù}.léiç ~anr{aEl
tv TtV€U}.l<Xn ayt(f> KaÌ nup{· 17 oò rò TtWOV tv -rft XElpÌ aù-roO
OtaKa8éipal -r~v aÀwva aùroO KaÌ ouvayay€iv ròv CJlTOV Eiç r~v
ècno8~K11V aù-roO, -rò OÈ axupov K<l't'<lK<lUCJElTtUpÌ èca~ÉCJ't'(f>.
18 noÀÀà: lJÈV oùv Kaì Er€pa napaKaÀwv €Ùf'JYY€Àt~€-ro -ròv Àa6v.
19 'O OÈ 'Hp4>0rJ<; 6 rE-rpaapxrJ<;, ÈÀfVX6}.l€voç ùn' aùroO nEpi

'Hp(f>ÒlaOoç -rfjç yuvalKÒ<; roO ècOEÀcpoO aùroO K<XÌ 1t€pÌ navrwv


WV ÈTtOlf'JCJ€V TtOVfJpWv 6 'Hp4>0rJ<;, 20 npoaÉ8f'JKEV KaÌ roO-ro ÈTtÌ
TtCXOlV (KaÌ] K<ltÉKÀElCJEV tÒV 'IWclVVf'JV tv cpuÀaKft.
Paghe (oljlwvwv)- Il tennine greco origi- «l'Unto»), nel senso di un personaggio fu-
nariamente indicava la razione di cibo per turo unto dal Signore fra i discendenti di Da-
i soldati, ma assunse presto il senso di «de- vide, è in Dn 9,25 (Teodozione ). Anche agli
naro necessario per acquistare una razione altri scritti del l sec. d.C. attestano l'attesa
di cibo». di uno o più Messia.
3,15 Messia- La promessa messianica af- 3,16 Spirito Santo e.fuoco (Èv rrvet!t.wn UyL~
fonda le sue radici nell'oracolo di Natan Kal TrupL) -Il nesso fra Spirito e fuoco cono-
(2Sam 7,14-17) e ritorna negli scritti tardi sce una ridda di interpretazioni: a) il fuoco
dell'Antico Testamento in riferimento a un descrive l'opera purificatrice dello Spirito;
personaggio futuro la cui identità è legata a b) colui che si converte riceve lo Spirito,
David (cfr. Ger 30,9; Ez 37,23-24). La prima mentre colui che non si converte speri-
chiara menzione del titolo xp~at6c; (versio- menterà il giudizio del fuoco; c) i due doni
ne greca dell'ebraico miisiab, alla lettera: anticipano la Pentecoste cristiana. La forza

dell'equità e della solidarietà, punta a una rifonna dei comportamenti, non lancia
un messaggio di rottura sociale. La presenza di categorie sociali cosi disparate
testimonia la considerazione di cui godeva il profeta e la risonanza profonda della
sua predicazione.
Il terzo brano (vv. 15-17, dove Luca dipende da Marco e da Q, pur con note-
voli peculiarità) per mezzo della domanda del popolo mostra la vivida attesa del
Messia in un'epoca segnata dali' oppressione dei Romani. La smentita del Battista
rivela l'impronta cristiana del racconto. Giovanni oppone il proprio battesimo con
l'acqua al battesimo «in Spirito Santo e fuoco» (v. 16). Il fuoco è un'immagine
ambigua: è metafora del giudizio di Dio, ma pure segno della forza dello Spirito a
Pentecoste (cfr. At 2,1-4 ). La dichiarazione dell'indegnità a sciogliere il laccio può
essere intesa come professione di umiltà da parte del Battista, ma può essere pure
ricondotta al rito giuridico dello scalzamento, nel quadro della legge dellevirato
(cfr. Dt 25,5-10; Rt 4,7-8). Cosi Giovanni riconosce di non essere il Messia, nel
senso di non poter vantare alcun diritto di acquisizione «sponsale» nei confronti
9S LUCA3,20

Disse loro: «Non derubate e non estorcete niente


a nessuno ma accontentatevi delle vostre paghe».
15 Poiché il popolo attendeva e tutti si domandavano in se

stessi, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Messia,


16Giovanni rispose dicendo a tutti: «lo vi battezzo con acqua,

ma viene colui che è più forte di me, al quale non sono degno
di sciogliere il laccio dei suoi sandali. Egli vi battezzerà
in Spirito Santo e fuoco. 1'Nella sua mano ha il ventilabro
per ripulire la sua aia e raccogliere il frumento nel suo
granaio; la pula invece la brucerà con fuoco inestinguibile».
18 Esortandolo con molte altre (parole) annunciava al popolo

la buona notizia. 19Ma il tetrarca Erode, rimproverato da


lui a causa di Erodiade, moglie di suo fratello e per tutte le
malvagità che aveva fatto, 20a tutte aggiunse anche questa:
fece rinchiudere Giovanni in prigione.
dell'immagine sta nella sua ambiguità che, fratellastro di Erode Antipa, a sua volta sposa-
mentre evoca il giudizio, si apre all'immer- to con la figlia del re nabateo Areta IV. Erode
sione nello Spirito di Gesù che il racconto Antipa propose a Erodiade di sposarlo ed ella
poi espliciterà. gli pose come condizione di ripudiare la sua
3,17 Ventilabro (tò ntoov)- Speciale stru- prima moglie. Tale unione andava contro il
mento utilizzato dai contadini per ventilare precetto levitico che proibisce di sposare la
il frumento e separare il chicco dalla pula. moglie del fratello (cfr. Lv 18,16; 20,21}.
3,19 Erodiade ('HP<!JO~aooç)- La donna, fi- 3,20 Giovanni in prigione (tòv '!wavvrw l=v
glia di Aristobulo e Berenice, si sposò con cjluÀIXKt'J} - Giuseppe Flavio racconta che il
un figlio di Erode il grande, Filippo (cfr. Mc Battista fu condotto in una fortezza di Erode:
6,17), chiamato da Giuseppe Flavio «Erode)) «(Giovanni) fu portato in catene aMache-
(cfr. Antichità giudaiche 18,5,1 § 109); dal ronte ... e qui fu messo a morte» (Antichità
loro matrimonio nacque Salomè. Filippo era giudaiche 18,5,2 § 119):

del popolo, nonostante il proprio carisma profetico universalmente riconosciuto.


Nel sommario del v. 18 l'attività del Battista è caratterizzata per mezzo della
consolazione (in greco: parakaléo) e dell'annuncio della buona notizia (in greco:
euangelizo), tennini che annodano la predicazione di Giovanni con l'attesa della
consolazione da parte di Simeone (cfr. 2,25), e con l'annuncio della buona notizia a
Zaccaria da parte di Gabriele (cfr. l, 19). Così il Battista prefigura e prepara quella
proclamazione araldica che caratterizzerà Gesù (cfr. 4,18; 6,24).
L'arresto di Giovanni. È sorprendente che il racconto sia posto qui, prima del
battesimo di Gesù. Luca conclude il suo racconto sul ministero di Giovanni per poi
riprendere la sua narrazione su Gesù. A differenza di Marco, Luca non racconta il
martirio del Battista. Il destino di Gesù, profeta perseguitato (cfr. 4,24; 13,33-34)
è adombrato dali 'arresto di Giovanni. È probabile che la presentazione della rela-
zione fra Erode e Giovanni ricordi la classica opposizione fra il tiranno e il filosofo
nella letteratura ellenistica, e fra il re malvagio e il profeta nella letteratura biblica
(come, p. es., Elia contro Acab e Gezabele in IRe 18,16-17; 19,1-2).
LUCA3,21 96

21 'Eyéve-ro ÒÈ ÈV -r<f) ~anna9f\vat anav-ra -ròv ÀaÒv KaÌ 'IT]<:rOU


~anna9€v-roç KaÌ.npoaeuxo}lÉvou àve<px9f\vat -ròv oùpavòv
22 KaÌ Ka-ra~f\Val -rÒ 1tVEU}la -rÒ éiytOV <rW}lanK<f) ei'Òt:l wç
1tt:pta-rt:pàv È1t' aÒ-rOV, KaÌ <pWV~V f.E; OÙpavou yevfa9at· a"Ò d 6
uioç }lOU 6 àyaJtT]-rOç, Èv aoÌ t:ÙÒOKT]<ra.

23 KaÌ aù-ròç ~v 'I T]<rOU<; <ÌpXO}lEVO<; wad È-rwv


//3,11-11 Testi paralleli: Mt 3,13-17; Mc termine El&oç si riferisce ali' apparizione
1,9-11 esternamente visibile, all'aspetto (cfr. 9,29);
3,11 Spirito Santo (tò 1TVEUJ.Ut tò &yLov) - invece l'aggettivo awiJ4tLK6c; può voler sot-
Luca è l'unico evangelista a precisare che tolineare la realtà della visione: non si trattò
lo Spirito che scende su Gesù è «Santo»; di una visione puramente soggettiva. Non si
benché egli ami unire uyLov con nvEUIJ4 an- dice che lo Spirito Santo scese <mella forma
che altrove, qui l'aggiunta pone chiaramente di una colomba» ma, utilizzando un termine
l'evento in rapporto con la promessa di colui di paragone, «come» (wc;) una colomba; egli
«che battezzerà in Spirito Santo», di cui ha scese in una forma visibile che fece pensare
parlato Giovanni (cfr. 3, 16; si vedano anche a una colomba.
At 1,5; 11,16). Tu sei mio figlio (aù Et b ut6c; IJ.OU)- Il codice
Forma corporea come di colomba (aWj.UXtLKc{l di Beza (D) e la Vetus Latina leggono: «Tu
EiliH wc; lTEpLOnpciv)- L'evangelista insi- sei il figlio mio, io oggi ti ho generato» (cfr.
ste sull'aspetto corporeo della colomba. Il Sal2, 7). Luca cita lo stesso versetto del Sal-

3,21-22 Battesimo di Gesù


Il battesimo di Gesù è riportato da un'unica lunga proposizione. A differenza
di Marco (cfr. Mc 1,9-11), Luca non precisa che Gesù fu immerso nel Giordano
da Giovanni, né introduce (come fa Mt 3, 13-17) un dialogo fra i due. Il precursore
è già stato arrestato (cfr. Le 3,20) e, benché Luca menzioni «tutto il popolo» (v.
21 ), la scena riguarda solo Dio e Gesù: la voce dal cielo si rivolge unicamente a
quest'ultimo, senza che gli astanti la intendano. Luca sottolinea quanto avviene
dopo il battesimo: Gesù è in preghiera, tratto che spesso lo caratterizza nel terzo
vangelo (cfr. 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41.44.45; 23,34.46), e proprio in
quel momento lo Spirito discende e la voce parla. L'apertura del cielo mette in
comunicazione il mondo divino e quello degli uomini; l'immagine allude alla
visione iniziale di Ezechiele: «Nel trentesimo anno, il cinque del quarto mese,
mentre mi trovavo tra gli esuli presso il canale Chebar, si aprirono i cieli e vidi
una visione divina» (Ez 1,1 ). Lo Spirito Santo scende su Gesù: si tratta di un
dono che permane (a differenza degli altri personaggi presentati in precedenza:
Elisabetta, Zaccaria e Simeone ). Benché Gesù sia stato concepito per opera dello
Spirito Santo e sia nato «santo» (1,35), questo speciale dono è necessario perché
inizi il suo ministero (cfr. 4,1.14.18; At 10,38).
97 LUCA3,23

21Mentre tutto il popolo veniva battezzato e mentre Gesù


battezzato pregava, il cielo si aprì 22e discese su di lui lo Spirito
Santo in forma corporea come di colomba; vi fu una voce dal
cielo: «Tu sei mio figlio, l'amato, in te mi sono compiaciuto».

23Lo stesso Gesù, quando cominciava (il suo ministero}, aveva circa
trent'anni, ed era- come era riconosciuto di diritto- figlio di Giuseppe,

mo in At 13,33 (dove l'attestazione è certa) l, l). Giuseppe Flavio indica in quell'età


in riferimento alla risurrezione. Pare dunque la maturità (cfr. Vita 15 § 80: «Avevo al-
che questa lettura sia secondaria. lora circa trent'anni, un'età nella quale,
+ 3,21-22 Testo affine: Gv 1.29-34 anche se uno si tiene lontano dalle pas-
Il 3,23-38 Testo parallelo: Mt l,l-17 sioni illecite, gli è difficile sfuggire alle
3,23 Trent'anni (hwv tpLiilc:ovt!X)- Questo calunnie dell'invidia, specialmente se si
riferimento non è da intendere cronologi- trova in una posizione di grande respon-
camente, cioè come un elemento per datare sabilità»).
con esattezza l'inizio del ministero di Gesù; Circa (ooE()- Tale avverbio accanto a nu-
esso, invece, è da leggere alla luce di alcuni merali è tipico di Luca (cfr. 9,14.28; 22,59;
testi dell' AT nei quali grandi figure proprio 23,44;At 1,15; 2,41; 4,4; 10,3; 19,7).
a quell'età iniziano a compiere qualcosa Come era riconosciuto di diritto (Évo~o~((eto)
d'importante: Giuseppe (cfr. Gen 41,46), - Si ascrive a Giuseppe la paternità secondo
David (cfr. 2Sam 5,4), Ezechiele (cfr. Ez la legge (vOjloç).

La promessa dell'angelo a Maria (cfr. 1,31-32.35) ora si realizza: Gesù è ri-


conosciuto Figlio di Dio e riceve la promessa legata al trono di David. Le parole
provenienti dal cielo alludono all'oracolo di Isaia (cfr. Is 42, l), nel quale Dio si
rivolge al servo, «luce delle nazioni» (42,6), e pure al dialogo fra Dio e Abraam
(chiamato «l'amato» [greco, agapetos, cfr. Gen 22,2 LXX]). Da parte di Dio
v'è l'affermazione di una singolarissima relazione con Gesù: questi è il Figlio;
con l'identità di Gesù il lettore intende pure l'identità di Dio, il Padre di Gesù.
Luca pone in parallelo il battesimo di Gesù e la Pentecoste cristiana: Gesù è il
solo ad avere ricevuto il dono permanente dello Spirito ma, dopo la sua morte ed
esaltazione in cielo, è in grado di donare ai credenti lo Spirito (cfr. At 2,33) che
sarà effuso nel giorno di Pentecoste. L'evento ecclesiologico ha il suo modello e
fondamento in quello cristologico.

3,23-38 Genealogia di Gesù


La genealogia conferma la voce celeste (cfr. 3,22) riguardo la filiazione divina
di Gesù. Il testo si rifa a un genere letterario diffuso neli' Antico Testamento, le co-
siddette tolédot, cioè genealogie (cfr. Gen 5,1-32; 11,10-26; Es 6,14-20; Rt 4,18-22;
lCr 1,1-54; 2,1-17; 3,11-24), la cui funzione è triplice: esse inseriscono l'individuo
LUCA3,24 98

TpUXKOVTa, WV uì6ç, wç ÈVO}.ll~ETO, 'lwcr~<p TOU 'HÀÌ


24 Tou Ma99<h Tou Aeuì Tou MEÀXÌ Tou 'Iavvaì Tou 'Iwcr~cp

25 Tou Manaeiou Tou ì\}.lwç Tou Naoù}.l Tou 'EcrÀÌ Tou

Nayyaì 26 Tou Maae Tou Manaeiou Tou I:E}.lEiv Tou 'Iwcr~x


Tou 'Iwoà 27 Tou 'Iwavàv Tou 'P11crà Tou Zopo~a~ÈÀ Tou
I:aÀa9t~À TOU N11pì 28 TOU MEÀXÌ TOU ì\OOÌ TOU Kwcrà}l
TOU 'EÀ}.laO<Ì}.l TOU "Hp 29 TOU 'I11crou TOU 'EÀtÉ~Ep TOU 'IwpÌ}.l
Tou Ma99àT Tou Aeuì 30 TOU I:U}.lEWV Tou 'Iouoa Tou 'Iwcr~cp
Tou 'Iwvà}.l TOU 'EÀlaKÌ}.l 31 TOU MEÀE<Ì TOU MEvvà TOU
Manaeà Tou Na9à}.l Tou L\auìo 32 Tou 'Iecrcraì Tou 'Iw~~o
Tou B6oç Tou I:aÀà Tou Naacrcrwv 33 Tou ì\}.ltvaoà~ TOU
ì\O}.lÌV TOU ì\pvÌ TOU 'EcrpW}.l TOU Cl>apEç TOU 'IouOa
34 TOU 'laKW~ TOU 'Icra<ÌK TOU ì\~paà}l TOU 9apa TOU

Naxwp 35 Tou I:epoùx Tou 'Payaù Tou Cl>aÀEK Tou "E~ep Tou
I:aÀà 36 TOU KatV<Ì}.l TOU ì\pcpa~àO TOU I:~}.l TOU
Nwe Tou Aa}.lEX 37 Tou MaeoucraÀà. Tou 'Evwx Tou 'IapeT
TOU MaÀEÀE~À TOU KatV<Ì}.l 38 TOU 'Evwç TOU I:~9 TOU ì\O<Ì}.l
TOU eeou.

4 l'lllCJOUç OÈ TtÀ~pllç ltVEU}.lQTOç ayiou ÌmÉcrTpE$EV à:Ttò


TOU 'lopOavou KaÌ ~YETO ÈV T<f> 1tVEU}.lQT1 ÈV Tfj Èp~}.l(f>

Eli (toii 'ID.t)- Il nome del nonno di Gesù è riporta trentasei nomi di persone sconosciute
differente dalla versione di Matteo (che parla (di cui non si ha alcuna notizia neii'AT). Co-
di Giacobbe). I nomi ricordati da Luca in parte me Matteo, anche il terzo evangelista ricorda
corrispondooo a quelli citati da Matteo, in parte l'ascendenza davidica e abramitica di Gesù.
invece non corrispondono. L'elenco di Luca 3,38 Adamo (toii 'A~) -Il riferimento ad

in una memoria famigliare o cianica; legittimano l'autorità di un individuo per via


di successione; attestano la fedeltà di Dio lungo le generazioni. La genealogia non
intende ricostruire con esattezza la filiera storica, ma dimostrare l'appartenenza di
Gesù al popolo eletto. Luca poi dà fonna a una genealogia del tutto originale: se,
infatti, esse (anche quella di Mt 1,1-11) sono sempre discendenti (secondo lo schema
X generò Y), la sua è ascendente ( Yfiglio di X): al terzo evangelista interessa più lo
statuto del figlio che non quello del padre, per ribadire cosi la doppia origine, umana
e divina, di Gesù. Luca enumera settantasette generazioni, trentasei delle quali sono
assenti neli' Antico Testamento e, a differenza di Matteo, non nomina nessuna donna
(nemmeno Maria). Egli risale sino ad Adamo, «il padre del mondo» (Sap 10,1) e
poi, sorprendentemente, sino a Dio. Ne consegue che Luca inserisce l'origine di
99 LUCA4,1

figlio di Eli, 24figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di


Iannai, figlio di Giuseppe, 25figlio di Mattatia, figlio di Amos, figlio di
Naum, figlio di Esli, figlio di Naggai, 26figlio di Maat, figlio di Mattatia,
figlio di Semein, figlio di Iosec, figlio di loda, 27figlio di Ioanan, figlio
di Resa, figlio di Zorobabel, figlio di Salatiel, figlio di Neri, 28figlio di
Melchi, figlio di Addi, figlio di Kosam, figlio di Elmadam, figlio di Er,
29figlio di Gesù, figlio di Eliezer, figlio di Iorim, figlio di Mattat, figlio
di Levi, 30figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio
di Ionam, figlio di Eliakim, 31 figlio di Melea, figlio di Menna, figlio di
Mattata, figlio di Natan, figlio di David, 32figlio di lesse, figlio di lobed,
figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naasson, 33figlio di Aminadab,
figlio di Admin, figlio di Ami, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di
Giuda, 34figlio di Giacobbe, figlio di !sacco, figlio di Abraam, figlio di
Tara, figlio di Nacor, 35figlio di Seruc, figlio di Ragau, figlio di Falel,,
figlio di Eber, figlio di Sala, 36figlio di Kainam, figlio di Arfacsad,
figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamec, 37figlio di Matusala, figlio
di Enok, figlio di Iaret, figlio di Maleleel, figlio di Kainam, 38figlio di
Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.

4 Poi Gesù, colmo di Spirito Santo, si allontanò dal


1

Giordano ed era condotto dallo Spirito nel deserto

Adamo è stato interpretato in vari modi. l'episodio seguente delle tentazioni); per al-
Alcuni ritengono che Gesù sia considerato tri, invece, l'evangelista colloca il ministero
come il nuovo Adamo: Adamo era figlio di di Gesù nel contesto della storia umana uni-
Dio ma perse quest'onore per mezzo della versale, di cui Adamo è il capostipite.
disobbedienza, cosa che Gesù non fece (cfr. Il 4,1-13 Testi paralleli: Mt4,1-ll;Mc 1,12-13

Gesù ali' interno della creazione: Dio è il creatore di Adamo e di ogni uomo (cfr. At
17,29); Gesù dunque è «vero uomo», appartenente all'umanità Su questo sfondo,
in cui la relazione fra Dio e Adamo è esplicitamente evocata, è da comprendere la
speciale relazione di figliolanza divina di Gesù, di cui hanno già detto sia Gabriele
(cfr. 1,35), sia la voce dall'alto (cfr. 3,22).

4,1-13 Le tentazioni
Lo Spirito. L'episodio delle tentazioni è aperto da una duplice menzione dello
Spirito Santo: Gesù è ricolmato dello Spirito (cfr. 3,22) ed è condotto dallo stesso
Spirito nel deserto (v. l). La prova cui Gesù è sottomesso è dunque voluta da Dio
e da lui stesso sostenuta. Il tema di una grande prova che precede la vita pubblica
LUCA4,2 100

2~}JÉpaç TEOOEpaKOVt<X 1tElp<X~O}JEVOç Ù1tÒ TOÙ Òl<X~OÀOU. KaÌ


oÙK E<payEV oùMv tv -raiç ~}lépatç ÉKEtvatç Kaì ouv-rEÀEo9Etowv
<XÙTWV ÉrtElV<XOEV. 3 EtrtEV ÒÈ <XÙT4} Ò Òta~oÀoç· EÌ uÌÒç Et TOU eEoU,
EÌnÈ -rq> Àte(fl TOUT(fl iva yÉVflT<Xl ap-roç. 4 K<XÌ Ò:1tEKplef1rtpòç aù-ròv
ò 'lf1000ç· yÉypetrtT<Xl onOVK br' aprtp J.lOVlfJ (rfaEraz av8pwrroç. o
5 Kaì àvayaywv aù-ròv EÒElçEV aù-rq> naoaç -ràç ~aOlÀE{aç n;ç

OÌKOU}JÉvfl<; tv CJnY}Jfj XPOVOU 6 K<XÌ EtrtEV <XÙT4} Ò Òta~oÀoç· OOÌ


Òwow nìv Éçouoiav T<XUtT]V anaoav K<XÌ nìv òoçav aù-rwv, on
É}JOÌ rt<Xp<XÒÉÒOT<Xl K<XÌ 4> Éàv eÉÀW ÒtÒW}Jl <XÙnlV' 7 CJÙ OÙV Éàv
npoOKuv~onç tvwmov É}JoO, €o-rat ooù mxoa. 8 Kaì ànoKptedç ò
'lf1oouç EÌnEV aù-rq>· yéypan-rat· Kvpzov rov 8E6v aov rrpocn<uvrfaEzç
Kai ®rlj) p6vtp ÀarproaEzç. 9 "HyayEV òè: aù-ròv Eiç 'IEpouoaÀ~}J
'-'t\ T
K<Xl' " '''
EOtT]OEV EID ,
TO 1tTEpuylOV TOU_ ,lEpOU- K<Xl\ T
El1tEV <XUT(fl' El UlO<; El

4,2 Il diavolo (toiì cSL111X)lou) - Si tratta deserto dallo Spirito e tentato dal diavolo.
dell'avversario per eccellenza, «il sata- 4,3 Se sei Figlio di Dio (E'l ulòç fl toiì 9E'oiì)
na» (cfr. Gb 1,6-8.12; 2, l-7), l'accusatore, - Periodo ipotetico della realtà. Lo si può
il calunniatore. Che il potere del male sia comprendere in questo senso: «Poiché sei
personificato nel diavolo non è inusuale nel Figlio di Dio ... ».
NT; inusuale è che il diavolo abbia un ruolo 4,4 Sta scritto (yÉyp«utcxL)- Formula stereo-
drammatico, come in questo episodio. tipata abbreviata (altrove si trova ~<:cxSWç [o
Tentato (nHpcx(éiJ.E'Voç) -Il verbo uupa(w wç) yÉyp«1TtCXL «COme è scritto», cfr. 2,23;
può significare al contempo «tentare» 3,4) per introdurre una citazione scritturi-
(cfr. At 9,26; 16,7; 24,6) e «mettere alla stica.
prova» con intenzione cattiva (cfr. At 5,9; L 'uomo (61iv9pw1TO(,;) -l manoscritti migliori
15, 10). Qui prevale il secondo significato, (codici Vaticano [B) e Sinaitico [l(]) e alcune
ma senza perdere le sfumature del primo. versioni non aggiungono: aU' ht ucxvtt
Il tempo presente indica la simultaneità pfu.uxn «ma di ogni parola di Dio», riportato
delle due esperienze: Gesù è condotto nel invece da molti manoscritti (tra cui il codice

di famosi personaggi è un motivo ricorrente della letteratura antica. L'esperienza


di Gesù si svolge nel deserto, luogo di solitudine e di tentazione, luogo dove Isra-
ele ha vissuto l'esperienza fondante dell'esodo. Tale prova dura quaranta giorni
(v. 2); nella Bibbia questo tempo rappresenta un periodo decisivo vissuto con
Dio: il diluvio (cfr. Gen 7,12), Mosè sul monte Sinai (cfr. Es 24,18; 34,28), Elia
nel deserto (cfr. IRe 19,8).
Due punti di vista a confronto. Il diavolo personifica la radicalità del male. La
sua triplice domanda non manifesta alcun dubbio a proposito dell'identità del suo
interlocutore, ma suggerisce a Gesù d'interpretare la propria condizione filiale co-
me un potere. Si tratta, cioè, dello scontro di due punti di vista: quello del diavolo
e quello di Gesù. Al triplice tentativo Gesù oppone un rifiuto. Tuttavia, invece di
dimostrare la sua forza o la sua bravura (come gli eroi antichi), Gesù ricorda una
IO! LUCA4,9

2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò


nulla in quei giorni ma, quando furono terminati, ebbe
fame. 311 diavolo gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di' a questa
pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose:
«Sta scritto: "Non soltanto di pane vivrà l 'uomo"».
511 diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante

tutti i regni del mondo abitato 6e gli disse: «Ti darò tutta
quanta questa potenza e la loro gloria, poiché è stata
consegnata a me e la do a chi voglio; 7perciò, se ti
prostrerai davanti a me, tutto sarà tuo». 8Gli rispose Gesù:
«Sta scritto: "Ti prostrerai al Signore Dio tuo e a lui solo
renderai culto"». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose
sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio,

Alessandrino [A] e quelli del testo bizantino) me lo chieda, poiTÒ le genti quale tua eredità,
e versioni (tra cui la Vulgata) per un processo tua porzione saranno i confini della terra» (il
di assimilazione a Mt 4,4 (e Dt 8,3). Sal 2 è citato in At 4,2.5-26; 13,33).
4,5-12 Alcuni manoscritti della Vetus Latina 4,6 Questa potenza (ÈQ>oow)- L'autorità è qui
e Ambrogio nel suo commento invertono le intesa in sensopolitico(cfr. 12,11; 20,20; 23,7).
due ultime tentazioni, trasportando i vv. .5-8 Lo loro gloria (ey ~v aùtwv)- II pronome
dopo i vv. 9-12, armonizzando cosi la versio- si riferisce probabilmente a «i regni» (v. .5).
ne di Luca con quella di Mt 4,.5-11. È stata consegnata a me (ÉILOL nap~cSotat)
4,5 In un istante (Év any11~ xp6vou)- Alla - Luca non precisa chi abbia dato al diavolo
lettera: «in un punto del tempo». L'esperien- l'autorità; forse si tratta di un passivo divino
za sembra avere il carattere di una visione che, dunque, rimanda a Dio (l'idea proviene
istantanea. probabilmente da Gb 1,2).
I regni (tàç [Xxatleiaç) - Il Figlio di Dio 4,9 Pinnacolo del tempio (tò nupuywv
possiede autorità anche sui regni del mondo tof> lepou)- Il termine ntepuytov indica
abitato, come attesta il Sal 2,8: «Solo che tu uno spazio all'estremità di un edificio,

parola che non è sua, ma di Dio. Le sue risposte sono unicamente citazioni del
Deuteronomio. Egli cioè non oppone al diavolo la propria parola, ma la volontà
divina, che la precede e ne fonda l'esistenza. A chi lo spinge a considerare la sua
condizione di Figlio come un potere, Gesù oppone la propria fedeltà alla volontà
di Dio. Il Figlio non esonera se stesso dall'obbedienza all'unico Dio richiesta a
tutto Israele; al contrario, adempie la propria missione perché sa che Dio solo
deve essere adorato.
Un dialogo rivelativo. A tre riprese Satana suggerisce a Gesù di utilizzare il
suo statuto di Figlio per sfuggire ai limiti della condizione umana. Ogni tentazione
è collegata a un particolare ambiente: il deserto dove non c'è nutrimento, i regni
del mondo, il tempio. Rispetto al racconto di Matteo, Luca inverte la seconda e
la terza tentazione: il culmine è a Gerusalemme. Ciò è coerente con la struttura
LUCA4,10 102

TOU 9EOU, ~a.Àf crEaUTÒV Èvt'EU9EV Kat'W' 10 yÉ)'panTa1 yà:p on


rofç ayyÉÀozç auro{j ÉvTEÀEfTallrEpi (JOU
rov 5za<pvÀa(az (JE
11 KaÌ
, l
on - , - ,
Em XEzpwv apOV(JlV (JE,
}JrjJrOTE 1rpOC1K6rpnç 7rpÒç À{8ov TÒV Jr65a (JOV.
12 KaÌ <Ì1tOKp19EÌç El7tEV a{mf> Ò '11100U<; on
ElP11Tat· OÒK
ÈK1tE1pacrEtç KUp10V TÒV 9e6v crou. Kaì cnJVTEÀÉcraç navTa
13

1tE1pacr}lÒV ò Ota~oÀoç ànécrt'l1 àn' aÒTOU axpt Katpou.

14 KaÌùrrfcr'rf'E\PEV Ò'I1100i}ç ÈV Tfj Ow<i}Ja t'OU nvaJ}lat'oç EÌç 't1ÌV


faÀWxiav. 1«<Ì cp~lJ11 ~ftÀSEV Ka(}' oÀr]<; tiiç nEptxwpou nEpi aòt'ou. 15 1«<Ì
aòt'òç ÈOi&xcrKEV tv TaU; cruvaywyaU; aòt'wv ~a(6}lEVoç lntò mivtwv.

come una torretta, il culmine di un tetto portico, che se qualcuno avesse guardato
o di un merlo. Forse ci si riferisce all'an- giù dalla cima ... avrebbe sofferto di ver-
golo a sud-est della spianata del tempio, a tigini, e il suo sguardo sarebbe stato inca-
strapiombo sulla valle del Kedron, oppure pace di raggiungere il termine di quella
al pinnacolo del portico regale nella parte profondità senza misura» (Antichità giu-
meridionale del piazzale. Giuseppe Flavio daiche 15,11,5 § 412).
afferma: «Tanto era grande l'altezza del //4,14-15Testiparalleli:Mt4,12-17;Mc 1,14-15

geografica e teologica del terzo vangelo (il racconto è un cammino verso la città
santa e Gerusalemme è il luogo dell'esodo/innalzamento [cfr. 9,31.51]) ma, in-
sieme, preannuncia l'ultima tentazione, quella della croce (cfr. v. 13).
Per evitare la fame, il diavolo suggerisce di trasformare la pietra in pane; Gesù inter-
preta quel bisogno vitale, ricordando che l'uomo non vive solo di pane (cfr. Dt 8,3). Per
saziare il bisogno di potere, il diavolo invita Gesù a sottomettersi a lui; Gesù, invece, riser-
va l'adorazione unicamente a Dio (cfr. Dt 6, 13). Alla tentazione del prodigio religioso e al
sogno di scappare dalla morte, appoggiate sulla citazione del Sal91, 11-12, Gesù oppone
Dt 6, 16. Quest'ultima tentazione è molto sottile, perché il diavolo utilizza una parola della
Scrittura. ntriplice rifiuto di Gesù riduce a nulla sia l'immagine del Dio onnipotente bran-
dita dal diavolo, sia l'immagine della fede, ridotta a stnunento di manipolazione religiosa.
Il contrasto fra il compito messianico secondo lo Spirito (cfr. 4,18-19) e le tentazioni del
diavolo suggerisce che v'è un uso demoniaco del potere di compiere miracoli se esso è
utilimùo solo a proprio beneficio e non a favore dei poveri e dei bisognosi.
Il demonio. Luca riserva una grande attenzione al demonio in questa narrazione:
Satana sarà il principale attore del dramma della passione e qui è introdotto come
personaggio. Il racconto, al termine, fa riferimento al «tempo fissato» (v. 13), nel
quale riapparirà il tentatore: è un rimando alla passione (cfr. 22,3.31.35), dove
per tre volte sarà detto al Crocifisso di interpretare la sua messianicità in modo
differente, salvando se stesso e scendendo dalla croce (cfr. 23,35-39).
103 LUCA4,15

gettati giù da qui; 10 sta scritto infatti:


"Ai suoi angeli comanderà per te
di custodirti"
Ile:
"Sulle loro mani ti porteranno,
perché non inciampi il tuo piede in un sasso "».
12 Gesù gli rispose: «È stato detto: ''Non metterai alla prova

il Signore Dio tuo"». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di


tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al tempo fissato.

14 AlloraGesù con la potenza dello Spirito ritornò in Galilea e


la sua fama si diffuse per tutta la regione. 15 Egli insegnava nelle
loro sinagoghe, glorificato da tutti.

4,15 Insegnava (fliCiiaaJ<ev) - L'imper· 5,3.17; 6,6; 13,10.22.26; 19,47; 20,1.21;


fetto dà all'azione la sfumatura della 21,37; 23,5).
continuità, sicché si riferisce a un 'attivi- Tutti (mlvtwv) - Luca spesso enfatizza la
tà duratura. Il verbo, poi, è utilizzato in reazione di tutto il popolo a frante dell'at·
forma assoluta (senza oggetto) e non si tività di Gesù (cfr. 5,26; 7,16; 9,43; 18,43;
precisa che cosa Gesù insegni. Si tratta di 19,37).
una caratteristica tipica di Luca (cfr. 4,31; + 4,14-15 Testo affine: Gv 4,43-46a
MINISTERO DI GESÙ IN GALILEA (4,14--9,50)
Dopo il proemio (l, 1-4) e il grande portico d'ingresso nel racconto, interamente ba-
sato sul parallelismo fra Giovanni il Battista e Gesù (l ,5-4,13 ), la narrazione si distende
sull'attività di Gesù in Galilea. Una prima caratteristica di questa parte è proprio la sua
ambientazione: con la sola eccezione di un approdo nel territorio dei Geraseni (cfr.
8,26), il resto dell'attività è geograficamente localizzata in Galilea, a differenza di Marco
e Matteo, che ricordano alcuni sconfinamenti nella regione di YJTO e Sidone (cfr. Mc
7,24.31; Mt 15,21 ), nella Decapoli (cfr. Mc 7,31) e nel territorio di Cesarea di Filippo
(cfr. Mc 8,27; Mt 16,13). La chiave di lettura dell'intera sezione è l'episodio di Nazaret
(4,16-30), nel quale Gesù rivela di essere l'unto di Dio inviato dall'alto, ma insieme
porta alla luce le caratteristiche sorprendenti della sua messianicità. Anticipando al prin-
cipio del ministero quello che Marco nana solo in wt secondo momento (cfr. Mc 6,1-6),
non senza qualche forzatura (cfr. Le 4,23), Luca offre al suo lettore le prospettive più
essenziali dell'attività di Gesù, nel duplice segno del compimento e del superamento.
Da una parte, infatti, Gesù porta a compimento quanto hanno solennemente annwtciato
i personaggi celesti (gli angeli) e quelli ispirati (Simeone e Anna); tale compimento è
coerente anche con gli annwtci profetici (cfr. in 4,16-30 la citazione di ls 61,1-2 LXX;
58,6 LXX e il riferimento alle vicende di Elia ed Eliseo), ma, nello stesso tempo, Gesù
supera le attese, con wt effetto di notevole sorpresa ruurativa e teologica Gesù, dwtque,
compie le opere del Messia e al contempo sorprende, in quanto vi sono azioni che non
LUCA4,16 104

16Kaì JÌ}&v EÙ; N~ap<i, oÒ ~ tE9~}JÉVoç, KaÌ EÌof\À9EV Katà TÒ


rlweèx; a&t'f> Èv tft ~J.IÉP':l TWv cra~!3<hwv EÙ; nìv cruvayw)'lÌv KaÌ àvÉcm1
Il 4,16-30 Testi paralleli: Mt 13,53-58; Mc per indicare il nome del villaggio di Gesù.
6,1-6a Il suo solito (Katà tò Elwaéç) - Luca precisa
4,16 Nazarà -I manoscritti migliori (codici l'abitudine di Gesù a frequentare la sinago-
Vaticano [B], Sinaitico [N] e altri) leggo- ga. Ciò è confonne al costume ebraico come
no Na(apa, un calco della fonna aramaica è descritto anche da Giuseppe Flavio: «Ogni

sono messianiche ma, più propriamente, possono essere definite divine (perdonare i
peccati [5,17-26] e dominare la natura [8,22-25]). A questa dinamica se ne aggiunge
un'altra, sempre duplice: a Nazaret Gesù è accolto e rifiutato, in perfetta linea con il
destino dei profeti. Il racconto lucano mostrerà che Gesù è un profeta riconosciuto dai
suoi contemporanei ma pure un profeta rifiutato e messo a morte.
Non è semplice capire quale sia l'organizzazione interna di questa parte. Luca ha
scelto di non fornire troppi elementi fonnali perché si possa precisamente articolare la
parte nel suo interno. Vi sono tuttavia alcuni spostamenti geografici e alcune focalizza-
zioni sui personaggi che possono essere presi come segnali strutturanti: le sezioni sono
sei. Nella prima sezione (4, 14-44) Gesù visita prima Nazaret, poi Cafamao; in entrambi
i luoghi si rivela, rispettivamente a parole e con le azioni; da entrambi i paesi alla fine se
ne va: è cacciato da cittadini di Nazaret e poi lascia Cafamao, non senza il rimpianto dei
suoi abitanti. Nella seconda sezione (5, 1--6, 19) Gesù percorre i villaggi e le città della
Galilea: compie ogni sorta di miracolo e una folla numerosa cresce intorno a lui; chiama
i discepoli che lasciano tutto e lo seguono. La folla è entusiasta per quanto egli compie,
ma a fronte dei suoi comportamenti emergono anche alcuni oppositori nella cerchia
dei farisei. Dopo i segni miracolosi Gesù si dedica all'insegnamento: è la terza sezione
(6,20-49), coincidente con il discorso della pianura, indirizzato ai discepoli. Tenninato
il discorso Gesù entra di nuovo a Cafamao e poi passa per Nain: è la quarta sezione
(7, 1-50) che lo vede ancora in movimento. Cresce la domanda sulla sua identità: Gesù è
riconosciuto come profeta da coloro che assistono al miracolo della risurrezione del figlio
della vedova (7, 16), ma il fariseo che lo ha invitato in casa sua non è proprio convinto che
egli sia un profeta (7,39). Una nuova notizia di spostamenti fra città e villaggi dà inizio
alla quinta sezione (8,1-56) dominata ancora una volta dalla parola e dali 'azione: Gesù
racconta la parabola del seminatore e ne offie la spiegazione, insistendo sulla necessità
di ascoltare la parola di Dio e di metterla in pratica; poi compie quattro miracoli che
manifestano la sua potenza sempre più grande: dapprima domina il vento e l'acqua, poi
la realtà demoniaca, guarisce una donna afflitta da perdite di sangue (segno della vita)
e addirittura riporta in vita una ragazza morta. La sesta sezione (9, 1-50) è riservata alla
relazione coi discepoli: Gesù li manda in missione, è da loro riconosciuto come il Cristo
di Dio, si trasfigura davanti a loro e per ben due volte preannuncia la passione, la morte
e la risurrezione. Il lettore raccoglie pazientemente i dati e al tennine di questa parte
dispone di molti elementi, ma non tutti riesce a ordinarli: il mistero di Gesù è più grande
delle sue attese. Sarà necessaria una nuova tappa per avanzare nella comprensione.
105 LUCA4,16

16 Venne a Nazarà, dove era cresciuto, ed entrò, secondo il suo


solito, in giorno di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.

settimo giorno lo dedichiamo allo studio del- babihnente strutturato cosi: canto di alcuni
le nostre usanze e della nostra Legge, perché Sahni, recita dello «~ma' YìSrii 'el» (Dt 6,4-
stimiamo necessario occuparci di noi stessi 6; 11,13-21; Nm 15,37-41) e della preghiera
e di ogni altro studio» (Antichità giudaiche (forse le cosiddette «Diciotto benedizioni>)),
16,2,4 § 43 ). Il culto sabbatico era molto pro- lettura di un brano dalla Torà e di un brano

4,14-44 Nazaret e Cafarnao


Il discorso di Pietro in casa del centurione Cornelio (cfr. At l 0,37) sintetizza l'attivi-
tà di Gesù, ricordando che essa era iniziata in Galilea. Luca non intende dare l' impres-
sione che Gesù si sia fennato solo in Galilea. La sezione è incorniciata da due notazioni
geografiche (vv. 14-15 e vv. 42-44) che menzionano «Galilea» e «Giudea»; in realtà
gli avvenimenti si svolgono in due luoghi: Nazaret (vv. 16-30) e Cafamao (vv. 31-41 ).
Una simile tecnica di localizmzione in due siti era già stata utilizzata in precedenza (cfr.
Betlemme e Gerusalemme in 3,4-21.22-39) e tornerà poi (cfr. Cafamao e Nain in 7,1-
10.11-50). La doppia localizzazione geografica ha pure implicazioni contenutistiche,
che danno a tutta la sezione un carattere paradigrnatico: Luca rappresenta qui in nuce
il giudizio che i discepoli di Emmaus daranno a proposito dell'intera attività di Gesù,
che è stato «profeta potente in opere e in parole» (24,19). L'accostamento delle due
città ne rivela la complementarità: Luca presenta Gesù a Nazaret come un predicatore
e a Cafamao come un operatore di miracoli, senza rinunciare a dire che insegnava
con «autorità» (v. 32). In entrambe le città Gesù entra in sinagoga in giorno di sabato;
tuttavia, a Nazaret Gesù è rifiutato, mentre a Cafamao il consenso degli abitanti cresce
sempre più. Luca descrive tutto con molta semplicità: Gesù scaccia il demonio per
mezzo della sua parola e guarisce ogni malattia col tocco della sua mano. A Cafamao
Gesù mostra la vicinanza del regno di Dio, mentre a Nazaret chiede un mutamento
di punto di vista per accoglierlo: egli non è solo un guaritore a buon mercato, ma il
Messia Dopo un sommario introduttivo (vv. 14-15), due sono le pericopi: la prima
(vv. 16-30) è ambientata a Nazaret dove Gesù inaugura la sua predicazione, la seconda
a Cafamao dove egli annuncia e opera esorcismi e guarigioni (vv. 31-44).
4,14-lS Sommario
Il racconto riporta in pochi tennini un periodo relativamente lungo della storia rac-
contata: si tratta di un sommario. Gesù inizia la sua attività insegnando nelle sinagoghe
della Galilea. L'accento è triplice: anzitutto gioca un ruolo detenninante lo Spirito, in
continuità con la scena del battesimo (cfr. 3,22) e delle tentazioni (cfr. 4,1 ); inoltre, si
insiste sul fatto che egli continua a insegnare: sarà una caratteristica tipica del Gesù di
Luca; infine, il terzo evangelista accentua l'universalità dell'insegnamento per mezzo
del massimo allargamento possibile dei soggetti: Gesù è «glorificato da tutti» (4,15).
4,16-30 Predicazione inaugwale a Nazaret
Nella sinagoga di Nazaret Gesù legge un testo del profeta Isaia. Il racconto
cerca di mostrare indirettamente che Gesù è il profeta di cui parla quel testo:
LUCA4,17 106

àvayvwvm. 17 KaÌ ÈrtE~ a&r4> ~1(3Mov rop npocprrrou 'Hoaiou KaÌ


àvamUE;ru; 'tÒ ~1(3Mov EÒpev 'tÒV -r6Jrov oò 1ÌV )'E)'paJ.lfJÉVOV'
18 rrveupa KVplOV br' ÉpÈ
,, ., ,
ov ElVEKEV EXPICJEV /lE
evayyeÀ{CJaa6at rrrwxofç,
arrÉCJf'aÀKÉv pE,
Kl'Jpu(az aixpaAwrozç acpeCJlv
Kai W(/JÀOfç ava{3ÀErplV,
alrOCJf'EfÀal re8paVCJ}JÉvOVt; ÉV aqJÉCJEl,
19 Kl'Jpu(az Évzavròv Kvp{ov 5eKr6v.

2°Kaì Ttru~aç -rò ~l~Àiov à:Tto~oùç -rtf> ÙTtflPÉ't!l Èxa9toEV· Kaì

Ttav-rwv oi òcp9aÀ}lOÌ Év -rft ouvaywyft ~oav à:-rEVi~ovn:ç aù-rtf>.


21 ~p~a'tO ~È ÀÉyElV 1tpÒç aÙ'tOÙ<; O'tl cnl}lEpOV TtETtÀ~pw-ra1 ~

dai Profeti (cfr. At 13,15); dopo il sennone, sione della Settanta (lievemente differente
il culto si concludeva con la benedizione del dal Testo Massoretico): Is 6l,la.b.c.e; 58,6d;
presidente dell'assemblea (cfr. Nm 6,24-26). 61,2a. Del testo profetico sono omesse due
4,17 Svolse - La fonna àvantu~ac;, da espressioni: «fasciare quelli dal cuore spez-
&va1Ttooow, «srotolare>> (attestata dal codice zato» (ls 61, l d) e «un giorno di vendetta da
Sinaitico [K] e da pochi altri) pare essere più parte del nostro Dio» (Is 61 ,2b ).
appropriata di àvol~c;. da &vol yw, «aprire» Mi ha consacrato (exp~oÉv ,.u:) - Il verbo
(attestato dal codice Alessandrino [A], Vatica- XPlw è collegato al titolo XP~otéc; («Messia»,
no [B] e da altri), in quanto le copie sinagogali cfr. At 4,26-27 dove le due parole sono uti-
del testo biblico avevano la fonna di rotoli. lizzate insieme).
4,18 Lo spirito del Signore (nv~fli.La Kup(ou)- Annunciare la buona notizia ai poveri
La citazione unisce passi differenti (tecnica- (E=ùayyEA.(oaoecn nrwxotc;) - Luca usa fre-
mente si tratta di una conftazione) della ver- quentemente il verbo per riferire la predi-

è colui sul quale riposa lo Spirito del Signore, è stato inviato ad annunciare la
buona notizia. Il lettore sa che Gesù ha ricevuto lo Spirito nel battesimo (3,22),
mentre gli astanti lo ignorano, sicché l'uno e gli altri sono su posizioni differenti.
Il riferimento a Elia ed Eliseo mostra che Gesù, come già gli antichi profeti, è
accolto e rifiutato: proprio per questa duplice e necessaria caratteristica egli è
davvero un profeta. Il suo ministero è, dunque, sotto il segno della continuità con
quello profetico: i segni che compirà saranno analoghi a quelli da loro compiuti.
Il passo di Isaia. La narrazione dà molto risalto alla lettura del brano profeti-
co, rallentando il tempo del racconto. La struttura concentrica - Gesù si alza in
piedi (v. 16b) e poi si siede (v. 20), gli viene dato il rotolo (v. 17) e al tennine lo
riconsegna (v. 20), apre il rotolo (v. 17) e alla fine lo riavvolge (v. 20)- enfatizza
la proclamazione deli' oracolo di Isaia (vv. 18-19), al cuore della pericope. Il testo
profeti co citato da Gesù (cfr. Is 61, 1-2) non è identico a quello anticotestamentario
107 LUCA4,21

17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; svolse il rotolo (e) trovò il
passo dove era scritto:
18«Lo spirito del Signore è sopra di me:

per questo mi ha consacrato con l 'unzione;


mi ha mandato
ad annunciare la buona notizia ai poveri,
a proclamare ai prigionieri la libertà
e ai ciechi la vista,
a rimandare in libertà gli oppressi
19aproclamare un anno di grazia del Signore».

20 Poi riavvolse il rotolo, lo restituì all'inserviente e sedette.

Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui.


21 Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa

cazione di Gesù (cfr. 4,43; 7,22; 8,1; 9,6; accolto», «accettato», «gradito»; ma pure
16,16; 20,1). Che questa buona notizia sia qualcosa che è «attivo», «propizio», «che fa
spesso rivolta ai poveri è un altro tratto ca- del bene» (cfr. anche il v. 24).
ratteristico di Luca. In greco 11-rwxoç indica 4,21 Oggi (at).!Epov)- L'avverbio non indica
«l'indigente, colui che non solo manca del semplicemente lo spazio cronologico di un
necessario ma è pure incapace di procurarse- giorno. La sua posizione enfatica segnala un
lo attraverso il proprio lavoro; la sua miseria elemento importante per la teologia di Luca.
lo riduce alla mendicità» (Dupont). L'avverbio è usato anche altrove (cfr. 2,11;
4,19 Proclamare un anno di grazia del Si- .5,26; 12,28; '13,32.33; 19,.5.9; 22,34.61;
gnore (KtlP~L evuxu-ròv Kup(ou o5e<:t6v)- Al- 23,43), sempre in senso pregnante, segna-
la lettera: «proclamare un anno ben accetto lando la manifestazione escatologica della
(o "propizio") del Signore». L'aggettivo salvezza nel tempo, compimento delle Scrit-
~Ktoç può significare: «qualcosa che viene ture e superamento delle attese umane.

(nella versione della Settanta). Anzitutto Luca accorcia un oracolo di consolazione


più ampio (cfr. Is 61,1-9) e si limita alle dichiarazioni iniziali, il cui tenore è più
generico, evitando attentamente ogni riferimento all'ira divina; inoltre, inserisce
una frase proveniente da un altro contesto (precisamente Is 58,6): «rimandare in
libertà gli oppressi». La citazione di Is 61 insisteva sulle parole di consolazione, la
citazione di Is 58 indica un'azione. Gesù non è solo un messaggero di una buona
notizia, ma è pure colui che realizza l'annuncio di salvezza. Una simile azione
salvifica pone in atto l'ideale dell'anno giubilare (cfr. Lv 25,8-54).
Oggi si è compiuta. Gesù commenta il passo profeti co, dichiarando il com-
pimento di quella Scrittura (v. 21 ). Egli non rinvia esplicitamente alla propria
persona, ma rende i suoi ascoltatori attenti ai segni che si possono percepire
e che annunciano la novità ormai presente. Il lettore è in posizione di supe-
riorità rispetto ai personaggi: sa che Gesù ha ricevuto l'unzione dello Spirito
LUCA4,22 108

ypacp~ aU'tT] Èv roic:; wcrl.v Ù~wv. 22 KaÌ navrEç È}lapropouv aùrq>


KaÌ È8aU~a~OV È1tÌ t'Oic:; À6y01ç rfjç xapttoç toiç ÈKJtOpEUO~Ol<; È1<
roO crr6~aroç aùroO KaÌ f.M:yov· oùxì ui6ç ÈO'!lv 'IwCJJÌcp oòroç; 23 KaÌ
EÌm npòç aùrovç· mivrwç ÈpEirÉ ~o1 ~v napa~oÀ~v rcxVn,v iarpÉ,
8Epa1tEUCJOV CJEautOV" ooa ~KOOOa}JEV YEVO}lé\'a Eiç ~v Kacpapvaoù~
1t0ll1CJOV KaÌ WÒE tv tft narp{òt CJOU. 24 EÌ1tEV ÒÉ' IÌ}l~V ÀÉyw ù~iv on
où&ìç npocp~'tT]ç &:xr6ç ÈO'!lv Èv tft narpiòt aùroO. 25 fu' <1Àt18Eiaç òè:
ÀÉyw ù~iv, noÀÀaÌ xfipat ~crav Èv raic:; ~~patç 'HÀ{ou tv rq> 'Icrpa~À,
orE bcM:\oell ò oùpavòç è:nì EtTI rp\a Kaì ~f\vaç E~, ~ ÈyÉvEro Àt}lòç
~aç Èm nCicrav ~v yfjv, 26 KaÌ npòç oùòqJiav aùrwv È~cp8'1
'HÀ\aç EÌ ~~ EÌ(; llipEnra rfjç l:tÒWV\aç npÒç yuvaiKa X~pav.
27 xaì noÀÀoÌ ÀEnpoì ~crav ÈV rq> 'Icrpa~À ÈnÌ 'EÀtcraiou roO

npocp~rou, xaì oùòEÌç aùrwv Èxa8apicr811 EÌ ~~ Nat~àv ò l:vpoç.

Si è compiuta ( 1TE1TÀ~pwtlu) - Il verbo sendo medico, non vuole guarire il proprio


1TÀ1lPOw significa «riempire)), «portare a pie- corpo (tò ~autou a~ llEpanEliELv ~~ a€loL}
nezza)): la logica è quella della corrispon- ma tratta premurosamente gli altri)) (Discor-
denza fra attesa e pienezza, pur ammettendo si 49,13).
una sovrabbondanza rispetto alle aspettative. Accadde a Cafarnao (ywé~wa ELç tT}V
4,23 Medico, guarisci te stesso! (llEpanEooov Kacjlapvaou~)- Nel racconto di Luca Gesù
aeautév)- Un testo di Dione Crisostomo scenderà a Cafarnao solo in seguito (cfr. 4,31 ).
pennette di comprendere il proverbio: «Chi, L' incongruenza mostra che Luca dipende da
quando la sua città lo chiama e lo esorta ad Marco, dove l'episodio di Nazaret è posteriore
assumere una responsabilità, esita e affenna alla predicazione sul lago (cfr. Mc 6,1-6a).
di non appartenere a essa, è simile a chi, es- 4,24 Amen (a~~v)- L'enfatica fonnula in-

(cfr. 3,22) e che è guidato dallo Spirito (cfr. 4,14). I prodigi proclamati dal
profeta si concretizzeranno nelle guarigioni e negli esorcismi che Luca poi
descriverà nel seguito della narrazione (cfr. 4,31-5,26). Nella proclamazione
del compimento del passo profetico Gesù offre una chiave di lettura importante:
il Messia non sarà un guerriero o un essere celeste, ma colui che libera dalla
schiavitù, recando una notizia di gioia e di grazia.
La prima reazione dei compaesani. La reazione dei Nazaretani è duplice: da una
parte essi «rendono testimonianza», cioè garantiscono quanto è stato affermato;
dall'altra, aggiungono una domanda retorica («Non è costui il figlio di Giusep-
pe?», v. 22), che suona un po' strana. Essi non negano che Gesù sia il Messia,
non sono scandalizzati dalla sua vicenda umana ben nota (come avviene nei passi
paralleli di Mc 6,2-3 e Mt 13,55-57), ma intrecciano due differenti dimensioni: da
una parte il riconoscimento della messianicità, dall'altra l'appartenenza di Gesù
alla loro comunità (si potrebbe parafrasare: «È il Messia ed è uno dei nostri!»).
109 LUCA4,27

Scrittura che udite». 22 Tutti gli rendevano testimonianza e si


meravigliavano per le parole di grazia che uscivano dalla sua
bocca; dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23 Disse
loro: «Certamente mi citerete questo proverbio: "Medico,
guarisci te stesso!". Quanto abbiamo udito che accadde a
Cafamao, fallo anche qui nella tua patria». 24 Poi aggiunse:
«Amen, vi dico: nessun profeta è gradito nella sua patria.
25 0ra in verità vi dico: c'erano molte vedove nei giorni di Elia

in Israele, quando fu chiuso il cielo per tre anni e sei mesi e ci


fu una grande carestia su tutta la terra; 26a nessuna di loro fu
mandato Elia se non a una donna vedova in Sarepta di Sidone.
27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo;

eppure nessuno di loro fu guarito se non Naaman il Siro».

troduttoria impegna Gesù a proposito della e della benedizione ciascuno tornerà «nella
propria parola, proposta come parola effi- sua proprietà e nella sua patriiD> (dç tTIV
cace e veritiera, parola che obbedisce alla KtTpLV lllrtOU Kllt... Elç ti)v Tllltp(lill; l'ebrai-
volontà del Padre, quindi oggetto di massima CO ha invece: «nella sua proprietà e nella sua
attenzione e di fede da parte dell'uditorio (e famigliiD> ). Il riferimento alla «patriiD> evoca
del lettore). quindi l'anno giubilare cui allude Is 61.
Gradito (&:Ktoç)- Cfr. nota al v. 19. 4,25 Fu chiuso (ÈI<:ì..E(a9TJ)- Un aoristo passi-
Nella sua patria (iv tij Tllltp(lh llÙtoO) - vo che ha valore di passivo divino, sottoline-
Nella versione della Settanta Lv 25,10 sta- ando che il protagonista delle vicende raccon-
bilisce un legame fra l'anno giubilare e la tate è Dio; cfr. anche «fu mandato)) (h~.
terra natale: durante l'anno della remissione v. 26) e «fu guarito)) (ÈK119!1p(o9T), v. 27).

Gesù stesso interpreta la loro affennazione per mezzo di un proverbio («Medico,


guarisci te stesso!», v. 23): esso rappresenta la mentalità corrente, secondo cui un
cittadino ricco o dotato o famoso che non riversi sulla sua città natale i benefici
di cui gode è come un medico che non cura se stesso. Se Gesù è il Messia, allora
elargirà i beni messianici ai suoi compaesani!
Il riferimento a Elia ed Eliseo. Senza citare testi della Scrittura Gesù si riferisce
a due episodi dell'Antico Testamento, aventi come protagonisti Elia (cfr. l Re
17,9-24) ed Eliseo (cfr. 2Re 5,1-19), i quali avevano compiuto miracoli in favore
di persone straniere. In linea con la tradizione, Gesù non ha timore di deludere
le attese dei compaesani: oltre agli esempi profetici Gesù cita un altro proverbio
(«Nessun profeta è gradito nella sua patria>>, v. 24), che precisa la modalità di
essere il Messia. Tale presa di posizione provoca un netto rifiuto da parte di tutti i
Nazaretani, che si separano anche fisicamente da Gesù. Egli delude le loro attese,
ma insieme le supera, chiedendo di liberarsi dai propri pregiudizi.
LUCA4,28 IlO

211KaÌ hl~o9rloav mwcEç 9u}lo0 Èv tfi owaywYfj àKou<MEç -raO-ca:


29 KaÌ àva:crcavrEç ~é~cxÀov m'rròv EE,w n;ç n6M:wç KaÌ fiyayov
m'rròv ewç Ò<ppuoç TOU opouç èqi où ~ TtOÀlç <i>KOOO}lflTO m'rrwv WcrrE
KaTCXKpfl}lvloO:t m'rr6v 30 m'rrèx; Si: ~1EÀ9Wv ~uì }léoou m'rrwv ÈTtoproETo.
31 Ka:Ì KarijÀSEV EÙ; Ka:cpa:pva:oÙ}lTtOÀtv rijç f~. KaÌ ~v ~lOOOKWV

m'rroùç Èv -roiç oa~~a:mv· 32 KaÌ ~~ooovco È1tÌ tfi ~t&xxft m'rroO,


5n Èv ~ou~ ~v ò Myoç a:ù-roO. 33 Ka:Ì Èv tfi owaywYfj ~v &vepwnoç
fxwv nvEO}la: ~t}loviou <ÌKa:9<ip'tou KaÌ ~EV cpwvfi ~<iÀn
34 €a:, n~}liV KaÌ 00~ 'lfiOOU Na:~a:pflvé; M.ea; àoo.Mom ~}!fu;; oÌoo

Il 4,31-44 Testi paralleli: Mt 7,28; 8,14-17; potere quasi magico, ma di un'autorevolez-


4,23; Mc 1,21-39 za radicata in quella ((potenza dello Spirito»
4,31 Cafamao (Kmjlapvao{J!.L)- Luca precisa (4,14) con cui Gesù è stato consacrato (4,18).
che si tratta di una «città della Galilea», men- Al v. 361 '<(autoritlb> è associata alla capacità
tre Giuseppe Flavio lo chiama «villaggim> di compiere esorcismi.
(K~TJ; cfr. Guerra giudaica 3, l 0,8 § 519; Vi- 4,33 Spirito impuro (rrvEUj..LU 5aLj.LOviou
ta 72 § 403). Il sito è stato identificato dagli lil<:aedptou) -Alla lettera: «spirito di demo-
archeologi con le rovine di un villaggio sulla nio impuro»; forse si tratta di un genitivo
sponda nordoccidentale del lago di Galilea. epesegetico (((uno spirito, cioè un demonio
4,32 Autorità (tçooo(a)- Non si tratta di un impuro»). I demoni e gli spiriti impuri sono

La seconda reazione dei compaesani. Allo stupore segue la collera. L'evoca-


zione dei benefici accordati a dei non-ebrei suscita l'ira degli astanti (v. 28), che
scacciano Gesù con una chiara intenzione omicida. Tale reazione evoca le pre-
scrizioni della Torà a proposito dei falsi profeti e dei visionari che spingevano il
popolo ad adorare altri dèi (cfr. Dt 13,2-12; 17,2-7): essi erano espulsi e condannati
a morte. Il motivo tornerà a proposito dell'uccisione di Stefano, espulso dalla città
(cfr. At 7,59) e nella lapidazione di Paolo a Listra (cfr. At 14,19). Ma il tempo
della passione non è ancora arrivato: Gesù se ne va (v. 30). Dietro questa reazione
enigmatica si può forse intravedere un 'allusione alla vittoria pasquale sulla morte.
4,31-44 Predicazione e guarigioni a Cafarnao
Se nel racconto precedente (cfr. 4,16-30) dominava la proclamazione, qui si passa
all'azione, alla pratica della guarigione. Na.zaret e Cafarnao sono in netto contrasto: nella
sua patria Gesù è rifiutato (cfr. v. 29), a Cafamao invece tutti sono presi da stupore e vor-
rebbero trattenerlo (cfr. v. 42). Ma in un luogo come nell'altro Gesù si sottrae al tentativo
di appropriarsi della sua persona, ribadendo che è stato mandato da Dio (cfr. w. 18.43) a
proclamare (cfr. w. 18.44) e ad annunciare la buona notizia (cfr. w. 18.43). A Cafamao
Gesù compie quei miracoli che i Nazaretani reclamavano (cfr. v. 23) e insegna(vv. 31-
32), anche se Luca non precisa il contenuto dell'insegnamento. Nelle prime tre scene
(insegnamento e guarigioni in sinagoga: w. 31-3 7; guarigione della suocera di Simone:
w. 38-39; sommario delle guarigioni: w. 40-41)v'è unità di tempo e di spazio: tutto si
svolge a Cafamao in giorno di sabato; nella quarta scena (l'allontanamento di Gesù: w.
42-44) spazio e tempo cambiano, ma i personaggi sono gli stessi delle scene precedenti.
Una parola efficace. Come a Nazaret, Gesù ammaestra le folle in giorno di
III LUCA4,34

28 All'udire queste cose tutti nella sinagoga furono colmi d'ira, 29si
alzarono e lo scacciarono fuori della città e lo condussero fin sul
ciglio del monte su cui la loro città era stata costruita per gettarlo
giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, continuava il cammino.
31 Discese a Cafarnao, città della Galilea, e di sabato insegnava a loro.
32 Erano sbalorditi per il suo insegnamento, poiché la sua parola aveva

autorità. 33Nella sinagoga c'era un uomo posseduto da uno spirito


impuro che cominciò a gridare a gran voce: 34«Basta! Che cosa vuoi
da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto per mandarci in rovina? So chi

associati a Satana; l'impurità del demonio demoniaco degli esseri umani sarebbe giunto
non è di ordine morale, ma è cifra di una alla fine prima del tempo escatologico o del
radicale opposizione alla santità di Dio. giorno del Signore, nel momento in cui si
4,34 Che cosa vuoi da noi? (t( t11tv ~ecù ao() sarebbe stabilita la totale signoria di Dio.
-La locuzione alla lettera suona: «che cosa 11 santo di Dio (ò &y1.0ç tou Brou)- ntitolo riCOlTe
[c'è] fra noi e te?>>. È un modo per esprimere qui e in Mc 1,24; Gv 6,69; non è mai utilizza-
distanza e separazione. to altrove nel NT. Forse si ispira al Sal 105,16
Sei venuto per mandarci in rovina? (~9Eç LXX (1M 106,16) dove Aronne è chiamato
lino.l..io!X~ l]uiç;)- La domanda del demonio «il santo del Signore».ll demonio riconosce la
riflette la concezione secondo cui il controllo prossimità di Gesù alla santità di Dio (cfr. 3,22).

sabato, e il suo insegnamento colpisce per la sua autorità. Luca, rispetto a Marco,
lascia cadere il confronto con gli scribi (cfr. Mc 1,22), ma presenta Gesù in qualità
di profeta che parla. Come nell'Antico Testamento la parola pronunciata da Dio
era efficace (cfr. Gen 1,3; ls 55,10-11), cosi in Luca la parola di Gesù realizza
quanto dice e ha il potere di guarire. L'autorità di questa parola è prima annunciata
dal narratore (v. 32), poi confermata dalla folla a fronte dell'esorcismo (v. 36). La
forza della parola di Gesù si manifesta nei confronti di un uomo «posseduto da uno
spirito impurm> (v. 33) e nei confronti della «forte febbre» della suocera di Simone
(v. 38). Gesù minaccia lo spirito impuro (v. 33) e intima alla febbre (il verbo è lo
stesso, epitimao, v. 39): la parola, senza che vi sia alcun gesto, realizza la liberazio-
ne dell'uomo e la guarigione della donna. Lo scontro con lo spirito impuro non è
rappresentato: a Gesù basta pronunciare una parola e il nemico è annientato.
L 'esorcismo. Nella sinagoga Gesù opera il primo miracolo che corrisponde a un
esorcismo: egli scaccia un demonio (vv. 31-37). Bisogna tenere conto del retroterra
religioso e culturale del giudaismo: alcune manifestazioni oggi considerate patologiche
erano imputate alla potenza demoniaca ed erano curate per mezzo di esorcismi. Il rac-
conto è strutturato come molte narrazioni del genere: presentazione dell'uomo domi-
nato dal demonio, confronto fra l'esorcista e il demonio che culmina con l'espulsione
di quest'ultimo, reazione degli astanti. Il forte urlo dell'uomo proviene da colui che lo
possiede, il quale sente minacciata la propria potenza e cerca di opporsi ali' esorcismo
di Gesù. La domanda critica (v. 34) intende negare ogni relazione, se non addirittura
esprimere ostilità (cfr. Gdc 11,12; IRe 17,18; 2Cr 35,21). Minacciato, il demonio
manifesta il timore di essere rovinato (v. 34): l'avvento del regno di Dio segna la fine
LUCA4,35 112

OE riç cl, Òaywç roi} 9Eou. 35 KaÌ Èrr.€ri}lTJOEV atrr<f} Ò'ITJOOi}ç M.ywv
cpt}lWfhtn KaÌ &p& àn:' a&rou. KaÌ ptllm' a&ròv -rò &n}lOvlov Eh; -rò
}lfuov ~fiÀSEV àn:' a&rou llrtòfv ~Mlpav a&r6v. 36 KaÌ ÈyÉVf:co ~
ÈrrÌ rnhrrru; KaÌ ~w rrpòç <ÌÀÀT\ÀOuç Myovcec; riç ò ÀDyoc, oÒt'oc,
èSntv ~o~ KaÌ &N~ ÈmnXaoa -roU; àxae<lp-rou; ~ KaÌ
~ÉpXovrm; 37 KaÌ ~pa}ero ~oc, nepì a&rou Eh; rnhrra -r6n:ov riiç
nq>tXwpou. 38 'Avaatàç òè: àn:ò riiç ouvaywyfjç ~Eh; 't1ÌV obaav
I:t}lWVOC,. TtEV6Epà òè: 'tOU I:t}lWVOC, qv OUVEXO}JÉvrlltUpE't<f} J.JeV<i:Ày> KaÌ
~pW'tTJOOV alrrÒV nq>Ì aòrilç. 39 KaÌ É:mo'r~ ÈrnivW aòrilç Èrr.€ri}lTJOEV 't<f}
rruper<f) KaÌ àcpfjKEV alrtftv rnxpaxpfjJla òè: àvacrraoo l)lllKOva a&roU;.
40 Awovroc, òè: rou i]Mou arravtEç oom àxov àoeevoiivmç v6oou;

rrotKWxu; flyayov a&roùç npòç a&r6v- ò òè: M oorot(f> a&rwv -r~ xdpaç
bnneàç ~ a&roUc;. 41 ~~PXft'O òè: KaÌ &n}lOvla àn:ò rro'}..)..Wv
Kp[auy]~ovm KaÌ'M.yovm èSn où dò uiòç -rou &:ou. KaÌ Èmn}lWv oÙK
da a&rà Ju:ù..Eiv, éSn fl&wav -ròv XPl.O'tÒV a&ròv dvw. 42 fEVo}JÉVT'Jç òè:
~}Jépw; ~v È1tOpEt)9TJ Eh; EpTJJ.IOV -r6rrov KaÌ oi QxÀol trrd;~-row
atrrÒV KaÌ 1Ì}&v Ewç a&rou KaÌ KaiDXOV atrrÒV 'tOU }l~ rropa}Eoem
àn:' a&rG:'>v. 43 ò òè: EÌ1tEV rrpòç a&roòç 0n KaÌ -ratç Ét'Épau; rr6Àanv
EÙayyEÀioacJ9a{ }lf &i 't1ÌV j3acnÀriav 'tOU 9Eo0, On ÈrrÌ 'tOii'tO IÌTtEO'tciÀTJV.
44 Kaì ~v KllPUOOWV EÙ; 't~ ouvaywy~ tii<; 'Ioul)a{aç.

4,35 Lo rimproverò (hrEd~oLTJOE'V)- Il verbo fronte a una teofania (cfr. At 3,10-11): esso
É1TL n~o~&w («rimproverare», «intimare») è assume i tratti di una emozione riverente.
usato nella Settanta come, termine tecnico per 4,38 Simone (I:~voc;)- Per la prima volta nel
indicare gli esorcismi (cfr. Zc 3,2; Sal67,31 terzo vangelo fa la sua comparsa Simone. Solo
LXX [fM 68,31 ]; l 05,9 LXX [fM l 06,9]). in 6,14 v'è il mutamento del nome in Pietro
Taci (cjn~n)- Il verbo cjJL~, tipico del (anche se Luca continuerà a utilizzare pure il
linguaggio esorcistico, originariamente signi- nome«Simone», cfr. 5,3.4.5.10; 22,31; 24,34).
fica «mettere la museruola» a un animale (cfr. Era in preda (OUVEXOIJ.ÉVll)- Alla lettera: «es-
Dt 25,4 LXX; ITm 5,18). In senso traslato sere prigioniera», «essere serrata» (cfr. 8,45;
indica il «far tacere», lo «zittire» qualcuno. 22,63 ); l'insistenza sulla gravità della malattia
4,36 Stupore (9&~)- Si tratta di uno sbi- mette in luce la potenza dell'azione di Gesù.
gottimento, addirittura di uno spavento, di 4,39 Li serviva (cSLili<OVH autoic;) - L'im-

del potere di Satana (cfr. 11,20). Come anche altrove, i demoni conoscono l'identità
di Gesù, qui chiamato «santo di Dio», titolo che ricorda al lettore le parole dell'angelo
all'annunciazione (cfr. 1,35). Gesù non interviene con gesti ma solo per mezzo della
sua parola potente. La djnamis dello Spirito (cfr. 4.14) agisce a salvezza dell'uomo.
Il miracolo della guarigione della suocera di Simone (vv. 38-39) è assimilato a un
esorcismo: il rimprovero di Gesù (vv. 33.39) vince la forza demoniaca della febbre. La
libertà dei prigionieri, annunciata da Isaia e reinterpretata da Gesù (4,18), si realizza.
Il sommario (vv. 40-41) ricorda una serie di guarigioni di cui Luca precisa le
113 LUCA4,44

sei: il santo di Dio». 35Gesù lo rimproverò dicendo: «Taci ed esci


da lui!». Il demonio lo gettò nel mezzo, poi uscì da lui, senza
fargli alcun male. 36Tutti furono presi da stupore e si dicevano
l'un l'altro: «Che parola è questa che comanda con autorità e
potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». 37E la sua fama
si diffondeva in ogni luogo della regione circostante. 38Uscito poi
dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone
era in preda a una forte febbre e lo pregarono per lei. 39Chinatosi
su di lei, rimproverò la febbre ed (essa) la lasciò. All'istante,
alzatasi, li serviva. 40Al calar del sole tutti quelli che avevano
infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli,
imponendo le mani su ciascuno, li guariva. 41 Da molti uscivano
anche demoni, che gridavano: «Tu sei il figlio di Dio!». Ma egli
li rimproverava e non li lasciava parlare, poiché sapevano che
egli era il Messia. 42 Fattosi giorno, uscito, s'incamminò verso
un luogo deserto. Le folle lo cercavano: lo raggiunsero e lo
trattenevano perché non andasse via da loro. 43 Egli, però, disse
loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di
Dio anche nelle altre città, poiché per questo sono stato mandato».
44 E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

perfetto indica la continuità dell'azione. La volte (e v'è un'unica occorrenza in Matteo).


suocera ormai ristabilita serve a tavola: è il 4,43 Sono stato mandato (ùnroT&ÀTJV) -Il passi-
segno della sua accoglienza degli ospiti. vo rimanda alla volontà divina cui Gesù si sot-
4,40 Imponendo le mani (tà.<; l(E'i:paç topone e richiama l'oracolo di lsaia(cfr. 4,18).
ErrmeE'i<;) - Il gesto è sconosciuto nell' AT 4,44 Della Giudea - Alcuni copisti hanno
e nella letteratura rabbinica, ma è noto a corretto ti')<; 'IoucSaia<; («della Giudea») con
Qumran (pur non essendo una pratica tipica- ti\<; faÀLÀaiaç («della Galilea>>; cfr. i pa-
mente essena) come preghiera di esorcismo. ralleli di Mt 4,23 e Mc l ,39). Luca spesso
Su ciascuno (€vll:k&.at~ aòtwv)- Il carattere intende per «Giudea» l'intero territorio del
personale dell'imposizione delle mani è tipico Paese, comprendente anche la Galilea (cfr.
di Luca. L'espressionedç'éciW'tO<;, alla lettera: 1,5; 6,17; 7,17; 23,5; At 10,37): era il lin-
«proprio ciascuno», è usata in Luca e Atti otto guaggio giuridico dell'impero romano.

modalità: imporre le mani è trasmettere ai malati l'energia vitale che viene da


Dio. Gesù non permette ai demoni di rivelare la sua identità. Evidentemente non
è ancora tempo di affermare il suo ruolo messianico.
Il regno di Dio. Gesù è oggetto della ricerca prolungata da parte delle folle il
cui obiettivo è trattenerlo (vv. 42-44). Si tratta di un intento fortemente captativo,
in forma di richiesta aperta ed esplicita. La risposta di Gesù rimanda al senso della
propria missione che non può restringersi in un solo luogo. Appare qui per la prima
volta il contenuto di quell' «annuncio della buona notizia>> (4,18), cioè il «regno di
LUCA5,1 114

S 1 'EyÉvETO òè ÈV 't~ 'tÒV QxÀDV ÈmK.Eioecn alrr~ KCXÌ OOroUUV 'tÒV


~ov -roO &oO KCXÌ a&ròç ~v Éo't<lx; n:apà n'tv Àt}lVf1V fEVVrJouph
2 KCXÌ aOEV ouo nÀOia Écrrw-ra n:apà nìv Àt}lVllV" oi òè <XÀtEiç àn' a&rwv

ànoj3avceç EnÀuvov -rà O{Kroa. 3 È}l~àç òè eù; Ev -rwv nÀOtwv, 8 ~


!:{~voç, ~pW'tflOEV a&ròv ànò 'tf\<; yiiç Èltavayaydv ÒÀ{yov- Kaeicraç
òè ÈK -roO nÀOiou ÈOt&xcrKEV -roùç Ox.Jwuç. 4 'O<; òè ÈltcxUc1a!o ÀiiÀiiJv,
fÌTtEV 1tpÒ<; 'tÒV !:t}lWVIl' ÈrraVayayE EÙ; 'tÒ ~<iecx; KCXÌ XaÀ6:ootE 'tà
OtK'tU(l Ù}lWV EÙ; aypav. 5 KCXÌ cXnoKpteeù; !:t}lWV EÌltEV' Èlno'tlit'a, Ot' OÀJl<;
VUK'tÒ<; K01tUioavreç OÒòèv ÉM~O}JEV' ÈTtÌ òè 't~ p~}lllri OOU XaÀ6:oW 'tà

Il 5,1-11 Testi paralleli: Mt 4,18-22; Mc 8,11.21; 11,28; At 4,31; 6,2.7; 8,14; 11,1;
l, 16-20; Gv 21, l-Il 13,5.7.46; 17,13; 18,1).
5,1 Mentre (ÈyfVEto cSÈ f:v tl\ì)- La solenne Lago di Ghennesaret (t~v H11v11v
fonnula d'introduzione (alla lettera: «avvenne r E'VVT)OilpÉt) - A questo lago gli altri evan-
poi, mentre ... ») ricalca lo stile della Settanta. gelisti danno regolarmente il nome «mare»
La parola di Dio (tòv ì..éyov toii 6E'où) - Il (G&ì..~tooll); con maggiore proprietà Luca
genitivo è soggettivo, non oggettivo e non lo chiama H11vTl (<<lago»). Lo stesso lago
indica dunque la parola che ha come og- è chiamato anche <<mare di Galilea» (Mt
getto Dio, bensl la parola che proviene da 4,18; 15,29; Mc 1,16; 7,31), ovvero «ma-
Dio. L'espressione è frequente in Luca (cfr. re di Galilea, (cioè) di Tiberiade)) (Gv 6,1),

Dio)), la manifestazione escatologica della signoria potente di Dio, che porta giusti-
zia e salve:ua agli uomini. Le guarigioni sono il segno di quella signoria potente (cfr.
10,9; 11,20). Gesù si allontana dalle folle che lo cercano in obbedienza al mandato
divino di predicatore universale del vangelo del Regno: esso è una necessità intrin-
seca della missione ricevuta da Dio. Il disegno di Dio, cui Gesù si sottomette, è il
disegno universale di salve:ua: ancora una volta (come già in 2,49) Gesù risponde
a chi lo cerca opponendo e invocando la superiorità della «necessità)) (greco, dei)
divina che si concreti:ua nell'ampliamento dell'orizzonte missionario.

5,1-6,19 Discepoli, folle e avversari


Chiudendo la sezione precedente (4,44) Luca ricordava il ministero itinerante di
Gesù: esso è documentato dalla presente sezione dove sono narrati una serie di episo-
di molto differenti. Il primo è la pesca abbondante (5,1-11) il cui esito è la chiamata
dei primi discepoli. Oltre ad alcune guarigioni, la sezione è caratterizzata per alcuni
conflitti (o controversie) coi maestri della Legge e i farisei (cfr. 5,21.30; 6,2.7). Qui
(5,17-6, 19) il terzo evangelista si riallaccia all'ordine narrativo di Marco (cfr. Mc
2,1-3,19). In questa sezione non vi sono elementi organizzativi formali (come, p. es.,
i due riferimenti topografici a Nazaret e Cafamao in 4,14-44): il narratore racconta
alcuni miracoli, precisa che una folla sempre più numerosa andava dietro a Gesù,
ma pure ricorda la crescente ostilità nei suoi confronti da parte dei farisei e degli
scribi. A coloro che si possono definire i suoi avversari, Gesù chiarifica il senso del
proprio agire, mentre nei confronti della folla mostra disponibilità; nel contempo dà
forma intorno a sé a un gruppo di discepoli (i Dodici), che lo seguono più da vicino.
LUCA5,5

5 1Mentre la folla gli faceva ressa (intorno) e ascoltava la


parola di Dio, egli stava lungo il lago di Ghennesaret. 2Vide
due barche che stavano lungo il lago. I pescatori erano scesi e
lavavano le reti. 3Salito in una delle barche, che era di Simone,
lo pregò di scostarsi un poco da terra; sedutosi, dalla barca
insegnava alle folle. 4Quando ebbe finito di parlare, disse a
Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca!».
5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato l'intera notte e

non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti».

o semplicemente «mare di Tiberiade)) (Gv sempre (con eccezione di 17, 13) in bocca
21,1). La stessa dicitura di Luca ricorre ai discepoli. Il senso letterale del sostantivo
in Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche è <<uno che sta sopra gli altri)) (un guardia-
18,2,1.3 § 28.36; Guerra giudaica 3,10,7 § no del gregge, un guidatore di elefanti, un
506; VIta 6S § 349). sorvegliante dei lavori, ecc.), sicché il titolo
5,3 Pregò (~pWtTJOEV)- Il verbo Èpwtaw nel designa Gesù nella sua posizione di autori-
greco classico significa «interrogare)), men- tà e di responsabilità all'interno del gruppo
tre in quello ellenistico «pregare)). dei suoi discepoli. La Vulgata lo rende con
5,5 Maestro - Il titolo ÈmatU'fl'IC; ricorre so- pra!ceptor e la resa letterale in italiano sa-
lo in Luca (S,S; 8,24.45; 9,33.49; 17, 13) e rebbe <<preposto)), molto desueta.

5,1-11 La pesca abbondante


Il racconto combina due episodi tradizionali: la pesca miracolosa (cfr. Gv 21, l-
li) e la chiamata dei primi discepoli (cfr. Mc l, 16-20; Mt 4, 18-22). Come negli altri
due racconti sinottici, anche qui i discepoli sono pescatori di professione, la parola
di Gesù muta radicalmente il loro ruolo, ed essi abbandonano ogni cosa per seguire
colui che li ha chiamati. Tuttavia, nella narrazione di Luca l'episodio della vocazione
è intrecciato con la pesca miracolosa, che simboleggia la missione alla quale sono
chiamati i discepoli. Gesù mostra di possedere una grande autorità: la sua parola, che
annunciava «il regno di Dio» (4,43), realizza quanto dice. Il racconto è una storia di
pronunciamento, nella quale l'elemento culminante è la parola conclusiva di Gesù
(v. lO). Luca articola la narrazione in tre parti ben concatenate: l'insegnamento imparti-
to alle folle lungo il lago (vv. 1-3), la pesca miracolosa (vv. 4-7), il dialogo con Simone
(vv. 8-11 ). La costruzione del racconto è concentrica: all'inizio Gesù è impegnato nella
sua missione e al termine coinvolge i discepoli in quella stessa missione; al centro v'è
il miracolo che offie una chiave di lettura del compito dei discepoli.
La pesca. Desiderosa di ascoltare «la parola di Dio» (v. 1), la folla si accalca per
intendere l'insegnamento di Gesù. V'è qui un tema caro a Luca: l'annuncio della buona
notizia proclamata da Gesù è la stessa Parola che gli apostoli diffonderanno dappertutto
e che ha in Dio la sua origine. Luca intreccia non poche notizie: i pescatori che lavano le
reti sono al termine della loro attività (il particolare prepara dunque la scena successiva),
Gesù ammaestra le folle da una barca, che è come una cattedra, la gente dalla spiaggia
del lago ascolta l'insegnamento di Gesù (di cui l'evangelista non rivela il contenuto).
In realtà qui Luca non insiste sulla relazione con la folla: il racconto ha una svolta (v. 4)
LUCA5,6 116

òiKroa. 6 Kaì -rou-ro not~mxv-rEc; cruvÉKÀEtoav 1tÀfj9oc; ix9uwv no.À:u,


OlEpp~ooE-ro OÈ -rà OiKroa aù-rwv. 7 Kaì Ka-rÉvruoav mie; JJE-r6xotc; Èv
-rcf> É-rÉp<p TtÀoi<p -rou ÈÀ96v-rac; ouÀÀa~Éo9at aù-rotc;· Ka:Ì ~À9ov Ka:Ì
EltÀfJoav à}lcp6-rEpa -rà TtÀota wo-rE ~u9~Eo9at aù-ra. a iowv OÈ I:i}lwv
llÉ-rpoc; npooÉTtEoEV -roic; y6vamv 'lfJoou ÀÉywv- E~EÀ9E àn' È:}!OO,
on àv~p à}lap-rwM<; EÌ}ll, KUplE. 9 96:}!~<><; yàp 1tEflÉOXEV aù-ròv Ka:Ì
nav-rac; -roùc; OÙV aù-rcf> È:1tÌ 'tfi ayp~ -rwv ix9uwv WV cruvÉÀa~ov,
10 Ò}loiwc; OÈ Kaì 'IO:Kw~ov Ka:Ì 'IwawfJv uioùc; ZE~EOa{ou, o'ì ~oav

KOlVWVOÌ -rcf'> I:t}!WVl. KO:Ì dTtEV npÒç t"ÒV I:t}lWVO: Ò'lfJOOUç·}l~


cpo~oi> ànò -rou vOv àv9pwnouc; fon ~wypwv. 11 Kaì Ka-rayay6v-rEc;
-rà TtÀoia È:TtÌ ~V yfjv Ò:<pÉv-rEç nav-ra ~KOÀou91'Joav aù-rcf'>.
12 Kaì È:yÉvE-ro Èv -rcf> dvm aù-ròv È:V }!l~ -rwv n6M:wv Ka:Ì iòoù àv~p

5,7 Aiutarli (au.lJ..al3éa9a~ aùtoiç)- Alla let- Signore (Kup~E) -Il titolo normalmente è ri-
tera: «a raccogliere i (pesci) con loro». servato al Cristo risorto. La posizione finale
5,8 Simon Pietro (EL~&WV Ilhpoç) -Il doppio nella frase gli dà enfasi.
nome ricorre solo qui, mentre l' espressio- 5,10 Pescatore di uomini (&v9pw1Touç Éa1J
ne «Simone, soprannominato Pietro» è più Cwypwv)- Alla lettera: «prenderai esse-
usuale, soprattutto negli Atti (1 0,5.18.32; ri umani vivi». Il verbo Cwyp€w significa
11,13; cfr. anche Le 6,14). «catturare vivo», <<far grazia della vita».

e si concentra sul rapporto fra Gesù, Simone e quelli con lui. La reazione dell'apostolo
alla domanda di Gesù è realista: ricorda il fallimento della pesca notturna, ben sapendo
che le ore delle tenebre sono più propizie di quelle della luce per catturare pesci, ma
insieme afferma la sua fiducia nella parola di Gesù. La dimensione miracolosa della
pesca è segnalata doppiamente: le reti si rompono e le due barche sono sommerse dalla
grande quantità di pesci (vv. 6-7). L'efficacia della parola di Gesù supera qualsiasi
attesa e previsione, il risultato è un miracolo eccezionale, impressionante.
Seguire Gesù. Alla vista di una pesca miracolosa e inattesa, Simone- cui l'evangelista
accosta il secondo nome, Pietro (cfr. 6, 14)- reagisce con un gesto religiosamente con-
notato. Un'efficacia cosi prodigiosa, al di là dei calcoli umani, non può che provenire da
Dio. La reazione di Pietro fa pensare alla reazione del profeta (cfr. ls 6,5-6): l'uomo non
può resistere di fronte alla potenza divina La dichiarazione di Pietro è molto singolare:
egli non dice: <<ho peccato», ma «sono un uomo peccatore» (v. 8); essa si pone a livello
non morale (quasi che Pietro intenda riconoscere i peccati della vita passata) ma teolo-
gico. Può essere interpretata come ammissione di un dubbio di fronte all'ordine di Gesù,
oppure, più fondamentalmente, tale dichiarazione mette in luce l'indegnitàdell'uomo di
fronte alla manifestazione del mistero di Dio. Non a caso in questo episodio, per la prima
volta, un uomo chiama Gesù «Signore», titolo che nell'Antico Testamento si applica a
Dio, ma che nel racconto dell'infanzia era unito a «Cristo» (2, 11 ). Il narratore ricorda
pure che Simon Pietro non è solo, ma è membro di un gruppo costituito da persone
ll7 LUCA5,12

6Fecero così, catturarono una grande quantità di pesci tanto che


le loro reti si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni
nell'altra barca di venire ad aiutarli. Vennero e riempirono
entrambe le barche fino a sommergerle. 8Al vedere questo,
Simon Pietro cadde alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Allontanati
da me, poiché sono un uomo peccatore, Signore!». 9Lo stupore,
infatti, aveva preso lui e tutti quelli (che erano) con lui, a causa
dei pesci che avevano catturato. 10Ugualmente anche Giacomo
e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù
disse a Simone: «Non temere: da ora sarai pescatore di uomini!».
11 Tirate le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.
12 Mentre egli era in una città, ecco un uomo coperto di

«Essere catturato vivo non significa sol- Forse v'è anche un'allusione al giudizio
tanto sfuggire al massacro immediato ed escatologico (cfr. Ger 16,16; Am 4,2; Ab
essere risparmiato, ma anche nutrire la l' 14-15).
speranza di una liberazione» (Spicq). Lu- //5,1l-16Testi paralleli: Mt8,l-4; Mc 1,40-45
ca utilizza il verbo in senso traslato: come 5,11/n una città (Èv llL~ twv noÀ.Ewv)- La
il pescatore cattura i pesci, cosi Simone localizzazione si Ti aggancia alla notizia data
radunerà esseri umani per il regno di Dio. precedentemente (cfr. 4,43).

che saranno vicine a Gesù nei momenti decisivi (cfr. 8,5 l; 9,28). La chiamata di Pietro
è giocata sul simbolo della pesca: il pescatore diventerà un «pescatore di uomini» (v.
IO). La cattura cambierà oggetto: l'apostolo dovrà, secondo il senso del verbo greco
usato (cfr. nota), catturare l'uomo vivo. La missione cristiana è quindi definita come
un portare gli uomini alla vita. Come sempre nei racconti di vocazione dei discepoli
(cfr. 5,28; 9,57-62; 12,33; 14,26-33), anche qui Simon Pietro e i suoi soci abbandonano
tutto per seguire Gesù. Il grande miracolo ha un effetto che supera il miracolo stesso,
mutando la vita di Pietro e dei suoi compagni. L'urgenza della proclamazione del Regno
non ammette dilazioni.
5,12-16 Guarigione di un lebbroso
La narrazione di Luca dipende da quella di Marco (cfr. Mc 1,40-45); Luca però
le dà un tocco tutto suo: omette le annotazioni di carattere emotivo, rende più ele-
ganti alcuni passaggi e tace la trasgressione del comando da parte dell'uomo che
era lebbroso. Il racconto è il tipico miracolo: incontro fra il malato e Gesù, supplica,
gesto e parola di Gesù, guarigione immediata. La notorietà di quanto è avvenuto
prende il posto del coro finale che solitamente accompagna i racconti di miracolo.
Un gesto. Gesù opera alcuni segni che manifestano la compassione divina
verso i malati e gli esclusi (cfr. 4, 18-19). Il lebbroso, secondo la legislazione
!evitica (cfr. Lv 13,45-46), è un escluso, ritualmente è impuro, non può par-
tecipare alla vita sociale, è considerato quasi un morto per la comunità. L'in-
LUCA5,13 118

nÀ~Pll<; ÀÉnpaç· ÌÒWV òf t"ÒV 'lllOOUv, ltfOWV È1tÌ np6awnov ÈÒ€~911


aùt"oO Mywv KUplE, Èàv eiÀnç ò6vaaa{ J.1E Ka9ap{am. 13 KaÌ ÈKn:{vru;
nìv xe:tpa ~lPa·ro aùmO Mywv 9oo, Ka9ap1ofutn- KaÌ e:ùeÉwç ~
ÀÉnpa ànfjÀ9e:v àn' a&roo. 14 KaÌ a&ròc; nap~yye:lÀEV aùt"<f> }lllÒEVÌ
àltftv, ill' àm:À9wv òe:~ov ae:avròv 't<f> iepEi KaÌ npooÉVEVJ<E ltfPÌ
'tOO Ka9apta}lo0 aou Ka9Wç npoaÉ'ta~e:v MwOOfjç, àç }lapWplOV
aùt"oiç. 15 Òt~PXE'tO ÒÈ }liiÀÀOV Ò À6yoç ltfpÌ cW'tOU, KaÌ cwvtlPXOV'tO
QxÀotnoÀÀoÌ <ÌKOUE1V KaÌ 9e:paltf6ro9m Ò:nÒ 'tWV àoee:ve:tWv alrrWV'
16 a&tòç ÒÈ ~v &rtoxwpwv Èv 'taiç Èp~}lOt<; KaÌ npooe:ux6}lEVoç.

17 KaÌ ÈyÉVE'tO ÈV }l l~ t" WV ~}lEpWV KaÌ aÙ'tÒ<; ~V ÒtÒaaKWV,

Kaì ~aav Ka9~}lEV01 Cl>aptaaiot KaÌ VO}lOÒtÒaaKaÀot o'ì ~aav


ÈÀ11ÀU90'tE<; ÈK naall<; KW}lll<; tfjç raÀ1Àa{aç KaÌ 'Iouòa{aç KaÌ

Lebbra- Non è facile definire precisamente Purifìcarmi (IJ.E Ka9ap(oaL) - L'utilizzo del
a quale malattia l'evangelista si riferisca: con verbo Ka9ap((w precisa che la narrazione
il termine ÀÉ!Tpa erano infatti designate varie non è un semplice miracolo di guarigione,
malattie cutanee (cfr. Lv 13-14). ma una purifìcazione di un uomo considerato
Prostrandosi con la faccia a te"a (11eowv ~11l. impuro dalla Torà.
!TpOow!Tov)- Alla lettera: <<cadendo sulla fac- 5,15 Si parlava di lui sempre più (&L~PXEto
cia» (cfr. 17,16): il gesto sottolinea la dignità &: IJ.{iU.Ov o.\Oyoç m: pl. autoù)- Alla lettera:
di Gesù. chiamato dallebbroso <<Signore», un <<circolava sempre più la parola su di lui».
titolo che supera la formula di cortesia (cfr. Rimane l'ambiguità dell'espressione 11ept
notaa5,9). auroù: il pronome si riferisce a Gesù oppure
Se vuoi (~cXV 9ÉA1Jç)- La congiunzione mv allebbroso guarito?
con il congiuntivo non esprime dubbio ma 5,16 Si ritirava ... pregava (nv il!Toxw()Wv ...
riguarda semplicemente un evento futuro. Kat !TpooeuxOjJ.Evoç) - La costruzione peri-

contro fra un uomo coperto di lebbra e Gesù è contrassegnato da un atto da par-


te del malato: egli si prostema e lo supplica, indirizzandogli una preghiera. La sua
dichiarazione, insistendo sul potere che Gesù ha di guarire e interpellando il suo
volere, manifesta la sua fede nella potenza salvifica di colui che chiama «Signore»
(v. 12). Contro ogni convenzione religiosa e sociale, che proibiva il contatto fisico coi
lebbrosi (cfr. Lv 13,45), Gesù lo tocca, quasi contraendo la sua impurità, ma confennan-
do il suo volere di purificarlo (v. 13). La guarigione istantanea prova la potenza della
sua parola e della sua azione sanatrice. Il miracolo che pareva impossibile si realizza.
Un ordine. Il duplice ordine allebbroso stupisce e appare essere contraddittorio:
come, infatti, eseguire ciò che è prescritto dalla Legge e tacere? Gesù si sottopone
alla Legge e interpreta la guarigione come una testimonianza di fronte ali' autorità
religiosa. Infatti, secondo il rituale previsto dalla Legge, illebbroso non è ricono-
sciuto guarito prima che il sacerdote lo dichiari tale (cfr. Lv 14,1-32). Gesù, cosi,
rifugge da qualsiasi concezione magica che identifichi in lui il semplice taumaturgo.
L'uomo che era lebbroso sparisce dal racconto, senza che il lettore sappia come
119 LUCA5,17

lebbra; visto Gesù, prostrandosi con la faccia a terra, lo


pregò: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 13 Stesa la mano, lo
toccò, dicendo: «Lo voglio, sii purificato». E subito la lebbra lo
lasciò. 14 Poi gli comandò di non dirlo a nessuno: «Va', mostrati
al sacerdote e presenta l'offerta per la tua purificazione, come
prescrisse Mosè, a testimonianza per loro». 15 Si parlava di
lui sempre più (tanto che) folle numerose convenivano per
ascoltare e per farsi guarire dalle loro malattie; 16ma egli si
ritirava in luoghi deserti e pregava.
17 Un giorno egli stava insegnando; erano seduti farisei e

maestri della Legge che erano venuti da ogni villaggio


della Galilea e della Giudea e da Gerusalemme.

frastica (verbo ~v+ participio) sottolinea la Maestri della Legge (voi100LoaoKaÀ.oL)


continuità dell'azione (cfr. S,l7). - Il termine ricorre solo qui nei vangeli
//5,17-26 Testi paralleli: Mt 9,1-8; Mc 2,1-12 (e in At 5,34 a proposito di Gamaliele).
5,17 Farisei (~pLaa'LoL)- Il gruppo dei fa- Essi sono forse da indentificare come un
risei era forse il più importante movimento gruppo interno dei farisei, corrispondente
religioso ai tempi di Gesù. Giuseppe Flavio agli scribi (cfr. v. 21 ): erano esperti della
ricorda anche gli esseni e i sadducei (cfr. Legge e quindi anche di tutte le questioni
Antichità giudaiche 18, 1,2 § Il). I farisei si religiose.
distinguevano a motivo di una stretta osser- La potenza (ouvlli1Lc;) - Il termine è stretta-
vanza della Legge anche nei minimi dettagli; mente legato allo Spirito (cfr. 1,3S; 4,14; At
essi alla Torà scritta affiancavano anche la 10,38); qui, però, è da intendere in senso più
Torà orale, ovverosia l'interpretazione tra- generico, come forza posseduta da Gesù (cfr.
dizionale. 4,36; 6,19; 8,46).

la vicenda si è conclusa. Tuttavia, la notizia della guarigione si diffonde, e Gesù


attira folle numerose (come già in 4,42-44). Ancora una volta (cfr. 4,42) Gesù
si ritira in luoghi deserti per sottrarsi alla pressione delle folle. Luca chiude la
narrazione rivelando il privilegiato rapporto di Gesù con Dio, che si concretizza
nella preghiera: nel deserto, luogo dell'intimità con Dio già per il popolo d'Israele
(cfr. Os 2,16), dove Gesù ha superato la tentazione del demonio (cfr. 4,1).
5,17-26 Perdono dei peccati e guarigione
La pericope unisce due generi letterari differenti: da una parte il racconto
di miracolo, dall'altra la controversia. Al cuore del racconto v'è la questione
dell'identità di Gesù e della sua missione.
Una singolare introduzione. Il narratore introduce il racconto (v. 17) lasciando
totalmente nel vago le coordinate spazio-temporali dell'episodio: non dice né dove
né quando tutto ciò accade (a differenza di Mc 2,1 che situa l'avvenimento a Ca-
farnao). Insiste invece sull'attività di insegnamento di Gesù e sul suo uditorio. Per
la prima volta si registra la presenza di farisei e maestri della Legge, di cui l'evan-
LUCA5,18 120

'IEpouoaÀ~Jl· mi 5w<IJ.1u; KUpiou ~v rlç -rò iaoeru cn'rt6v. 18 Kai i5où


av5pEç cpÉpovrEç È1ti KÀivrtç livepWltOV 8ç ~V mlpaÀEÀUJlÉVOç mi
€~~-rouv cn'rtòv EÌOEVE)'KEiv Kai Mvru [cn'rtòv] èvwmov cn'rtou. 19 mi
Jl~ EÒpOV'tEç ltOiaç EÌoEVÉyJ<WotV cn'rtòv 5tà 'tÒV OxÀov, àva~avrEç
Èni -rò &i>Jla 5tà -rwv KEp<iJ.lwv m9flmv aù-ròv oùv -r<f> KÀtvt5iw Eiç
'tÒ }lioov EJlltpooSEV 'tOU 'IY)OOU. 20 Kai i&l>v ~v monv cn'rtwv dltEV"
av9pw1tE, Ò:cpÉWV'tal 001 ai cÌJ.lapnal OOU. 21 mi ~p~aV'tO 5~Eoeat
oì ypaJlJla'tEiç Kai oì <l>aptoaiot ÀÉ:yovrEr::; riç èonv o&roç &; ÀaÀEi
~ÀaocpY)Jllaç; riç 5wa-rru cÌJlapriaç Ò:cpEiVat EÌ Jl~ JlOVoç Ò9E6ç;
22 Èmyvoùç 5€ ò 'IY)ooUç -roùç 5uxÀoyl.OJ.1oÙç cn'rtwv àltoKptSrlç dltEV

' l
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1tpòç cn'rtour::; 5uxÀo~eoeE fv -raiç mp5iau; ÒJlWV; 23 eonv
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"'-,
EUKOltW'tEpoV, ElltElV' acpEWV'tat 001 al aJ.lapnat OOU, Y) ElltElV' fYElpE
KaÌ ltEptmhEt.; 24 iva 5È: EÌOfl'tE On Ò uìòç 'tOU àv9pW1tOU ~ouoiav fxEl
Èni 'tt;ç yfjç àcptévru à:Jlapriaç - dltEV -r<f> ltapaÀEÀUJlÉv<p· ooi ÀÉyw,
fyElpE Kai apaç 'tÒ KÀ1Vl010V OOU ltOpEUOU EÌç 'tÒV OlKOV OOU.

Gli faceva operare guarigioni (~v ELç tò Luca usa il participio perfetto p5ivo (anche al v.
làa8aL aÙtov)- Invece del pronome singolare 24), chee5Jlime meglio la condizione deU'UOOlo.
in accusativo aòt6v (da intendere riferito a 5,19 Attraverso le tegole (ouì twv KEPUIJ.WV)
Gesù e come soggetto dell'azione indicata - Mentre Mc 2,4 ricorda che il tetto è stato
dall'infinito làa8aL), alcuni manoscritti han- scoperchiato, Luca precisa che i portatori ca-
no il plurale aòtollç. da intendere come com- lano il paralitico «attraverso le tegole»: ciò
plemento oggetto: «li faceva guarire» (codice corrisponde al tipo di costruzione delle case
Alessandrino [A], codice di Efrem riscritto ellenistiche nell'area mediterranea.
[C] e altri). Si tratta di una lettura sintattica- 5,10 n sono perdonati (~vtaL)- La for-
mente più facile e quindi meno probabile. ma passiva del verbo è da intendere come
5,18 Paralizzato(~)- Mentre Mc un passivo divino: è Dio stesso che opera il
2, l utilizza il termine rrapaÀurucb; (<<paralitico»), perdono proclamato da Gesù.

gelista non precisa l'identità né spiega le caratteristiche, dando per scontato che il
lettore conosca queste categorie di persone. A essere precisata è la loro provenienza:
praticamente da tutto Israele, visto che sono citate la regione del Nord (Galilea),
quella del Sud (Giudea) e la capitale (Gerusalemme). ll narratore però offre ai lettori
(e solo a loro) una seconda notizia a proposito de li' azione taumaturgica di Gesù:
precisa che la pratica di guarire era resa efficace dalla «potenza del Signore». Si
profila velatamente la posta in gioco: come reagiranno i farisei e gli scribi di fronte
all'azione di Gesù, azione che il lettore sa provenire direttamente da Dio?
Peccato e malattia. L'incontro fra Gesù e l'uomo paralizzato non è immediato ma
si realizza grazie all'ingegno di coloro che lo accompagnano: l'ostacolo della folla
è superato calando il malato dal tetto («attraverso le tegole», precisa Luca al v. 19).
Questi uomini non dicono nemmeno una parola, ma il loro gesto ricorda quanto tutti
facevano a Cafarnao (cfr. 4,40): essi «chiedono», sia pur siienti, di guarire il malato. Di
fronte alla fede di questi uomini Gesù reagisce dichiarando il perdono dei peccati (v.
121 LUCA5,24

La potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.


18Ed ecco: alcuni uomini, che trasportavano su una lettiga un

uomo che era paralizzato, cercavano di portarlo dentro per


metter[lo] davanti a lui. 1 ~on trovando da quale parte farlo
entrare, a causa della folla, saliti sul tetto, attraverso le tegole
lo calarono con la lettiga nel mezzo, davanti a Gesù. 20 Avendo
visto la loro fede disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati».
21 Gii scribi e i farisei cominciarono a interrogarsi fra sé: «Chi

è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati se


non Dio solo?». 22 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, rispose
loro: «Perché vi interrogate interiormente? 23 Che cosa è più
facile, dire: "Ti sono perdonati i tuoi peccati", o dire: "Alzati e
cammina"? 24 0ra, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha
autorità sulla terra di perdonare i peccati - disse al paralizzato - :
"Ti ordino: Alzati, prendi la tua lettiga e torna a casa tua"».

5,21 Bestemmie @ì..aocjnp(aç)- Nella Bibbia -A partire dal libro di Daniele (cfr. Dn 7, l 3)
la bestemmia non consiste nell'attribuire a e sullo sfondo della letteratura apocalittica
Dio il titolo di un animale (come si inten- giudaica (cfr. l Enok 46,2-4; 62,5-7.13-14;
de solitamente oggi), bensl nell'abuso del 69,27-29) il titolo «Figlio dell'uomo» siri-
nome divino (cfr. Lv 24,10-1 1.14-16.23) o ferisce a una figura messianica. Questo titolo
neII' attribuirsi una prerogativa di Dio, quella nei vangeli è sempre in bocca a Gesù (anche
appunto di perdonare i peccati. se egli lo usa sempre alla terza persona, sen-
5,22 Pensieri (ouxì..oyLajWL} - Si tratta di za mai dire: «lo sono il Figlio dell'uomo») e
una riflessione valutativa che ha pure una rimanda alla sua missione salvifica che, para-
sfumatura negativa (nel v. 2 l è utilizzato il dossalmente, suscita il rifiuto del suo popolo.
verbo OL(X).oy(CE09uL, che ha la stessa radice). Esso sottolinea pure la determinazione di Ge-
5,24 Figlio del/ 'uomo (ò u~ toù &.vep<a)nou) sù per Dio e il suo estremo attaccamento a lui.

20). Non è chiaro di quale peccato si tratti, ma il passivo indica che è Dio l'autore di
questo atto di misericordia. La reazione di scribi e farisei prima è segreta, ma poi viene
smascherata da Gesù. Essi si chiedono: «Chi è costui?» (v. 21 ), ma subito aggiungono
che bestemmia, perdonando i peccati al posto di Dio. La tradizione ebraica imponeva
un rituale per ottenere il perdono: fare penitenza e sacrificare al tempio. Gesù, invece,
«pretende» che Dio agisca attraverso di lui. La contro-domanda che pone non sottin-
tende che il perdono sia più facile della guarigione; al contrario, il miracolo, percepibile
e visibile, concretizza una realtà più profonda e incontrollabile, come il perdono dei
peccati. Non va dimenticato che nel contesto culturale e religioso dell'epoca, la ma-
lattia era spesso considerata una conseguenza del peccato (cfr. Sal38,2-6; Gv 5,14;
9,2). Gesù spezza questa associazione: perdonando i peccati del paralitico, ribadisce
che la sua situazione non è dovuta, a una colpa; l'uomo, infatti, resta immobile sul suo
letto dopo la solenne dichiarazione di Gesù. Tuttavia, il <<Figlio dell'uomo» (v. 24; è la
prima volta che nel vangelo Gesù si autodesigna cosi) manifesta la sua potenza: egli,
LUCA5,25 122

25 Kaì napaxpf\}la àvacrràç €vwmov aùrwv, èipaç €cp' oKarÉKfno,


ànf\À8Ev Eiç ròv oÌKov aùrou So~a~wv ròv 8E6v. 26 Kaì ÉKcrracnç
EÀa~EV anavraç KaÌ €S6~a~ov ròv 8EÒV KaÌ È1tÀ~cr8TJcrav cp6~ou
ÀÉ.yovrEç on EtSO}lEV napaSo~a cnl}lEpov.
v Kaì }lErà rafua ~fiÀSEV Kaì €&lcrato "CEÀWVTJV òv6}lan AEuìv
Ka8JllJEVOV Èm rÒ rEÀWvtov, Kaì EÌnEV amqt <ÌKo.Ào6ea }.101. 28 Kaì
KataÀ11tWV navra àvacrràç ~KOÀo6ea amql. 29 Kaì ÈnOll'JcrEV &,xlìv
JJfY<lÀrlV AEu~ aùrq> €v rfi oi~ aùrou, Kaì 1ÌV OxÀoç noÀÙç riAwvwv
Kaì ill.wv o'ì TJcrav }JEt"' aùrwv Kat<XKEi}lEVot. 30 Kaì f;y6yyu~ov oi
<l>apwaiot Kaì oi ypa}l}lat"Eiç aùrwv npòç roùç ~ aùrou Myovreç·
Stà n}lEt"à rwv roovwv KaÌ <Ì}lapt'WÀWV fuelErE Kaì mvere;
5,25 Glorificando Dio (&Jç&.Cwv tòv lltov)- ha una forte enfasi. Sul valore teologico
Questa reazione è poi estesa a tutti i presenti dell'avverbio cfr. nota a 4,21.
(cfr. v. 26): \Ula simile chiusura del racconto Il 5,27-39 Testi paralleli: Mt 9,9-17; Mc
di Wl miracolo è tipicamente lucana (cfr. 2,13-22
7,16; 13,13; 17,15; 18,43; 23,47). 5,27 Esattore (tEÀWVTJV)- Le tasse dirette (p.
5,26 Cose straordinarie (na:p&.&Jça:)- Il ter- es., quelle sui possedimenti fondiari) erano
mine greco è usato solo qui nel NT; indica raccolte da agenti assWiti dai Romani, mentre
le «cose contrarie a ciò che si pensa e ci si i tributi, le tariffe e i dazi erano raccolti da altri
aspetta», quindi suggerisce il carattere sor- agenti, identificati nei vangeli come «esatto-
prendente di quanto opera Gesù. ri». Essi pagavano in anticipo per accaparrarsi
Oggi (o~I-LEPOV)- Il termine posto alla fine i diritti di raccolta, cosi che il sistema cono-

cioè, è mediatore del perdono che Dio accorda in cielo. Gesù non si arroga nessun
potere divino: la sua parola, invece, è specchio della potenza divina.
Lo stupore e la fede. Di fionte alla guarigione del paralitico la reazione dei presenti
è lo stupore (v. 26). L'emozione s'accompagna con la glorificazione di Dio: il mondo
umano è toccato dalla potenza del Regno e reagisce riconoscendo l'intervento di Dio
in Gesù. Tale stupore generalizzato contrasta con la fede che, invece, solo Gesù vede;
proprio la fede fa scattare le sue prime parole: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati»
(v. 20). L'evangelista non afferma che gli uomini e/o il paralitico erano spinti dalla fede.
Essa, al contrario, è riconosciuta da Gesù, una volta che essi hanno scoperchiato il tetto
e hanno calato il malato davanti a lui. Tale fede non si esprime con una precisa domanda
né con un riconoscimento formale dell'identità di Gesù; essa semplicemente spinge a
confidare che Dio interviene per mezzo di Gesù. Non c'è nulla che possa far comprendere
il contenuto di questa fede; v'è solo la loro azione decisa, la maniera un po' rocambolesca
attraverso cui questi uomini hanno superato l'ostacolo frapposto fra Gesù e il paralitico.
La loro fede non si identifica, dunque, con il desiderio del paralitico. Essa corrisponde a
uno sforzo che non s'arresta di fionte alle difficoltà, ma supera il limite dell'impossibilità
dell'incontro con Gesù. Se lo stupore è la reazione emozionale dei presenti di fionte a
una guarigione spettacolare, solo Gesù riconosce la fede nella ricerca di un contatto con
lui. Lo stupore è la reazione del mondo umano per la manifestazione del mondo di Dio.
La fede, invece, conduce al di là dell'umano: l'«altrove» è qui, fra gli uomini, è presente.
123 LUCA5,30

25 All'istante, alzatosi davanti a loro, prendendo ciò su cui era


sdraiato, tornò a casa sua, glorificando Dio. 26 Tutti furono
presi da stupore e glorificavano Dio; pieni di timore dicevano:
«Abbiamo visto cose straordinarie oggi».
27 Dopo questo uscì e vide un esattore di nome Levi seduto

al banco delle imposte e gli disse: «Seguimi!». 28Ed (egli),


lasciando tutto, alzatosi, lo seguiva. 29Poi Levi gli preparò un
grande banchetto nella sua casa; c'era una folla numerosa di
esattori e altri che erano a tavola con loro. 301 farisei e i loro
scribi mormoravano contro i suoi discepoli, dicendo: «Perché
mangiate e bevete con gli esattori e i peccatori?».
sceva varie fonne di abusi e di corruzione. tolinea l'azione continuata e progressiva, che
Levi (AEu(v)-ln Mc 2,14l'esattore è identi- potrebbe essere resa «continuava a seguirlo».
ficato come «Levi, figlio di Alfeo», mentre in 5,29 Grande banchetto (ooxnv I-IEYMTJV)- I
Mt 9,9 ha il nome «Matteo». Matteo si trova banchetti sono tipici di Luca: Gesù spesso è a
nella lista dei Dodici (cfr. Mc 3, 16-19; Mt tavola con persone ai margini della comunità
10,2-3; Le 6,14-16; At 1,13), ma solo in Mt ebraica (cfr. 7,29.31-34; 14,1-24; 15,1-2).
10,3 è identificato come un «esattore». Se 5,30 Peccatori (~twU>v)- Il tennine può
si tratti della stessa persona con un doppio riferirsi sia ai giudei che non osservavano i
nome (uno ebraico e l'altro greco) è impos- precetti mosaici, sia ai pagani, considerati
sibile dire, a motivo della mancanza di fonti. senza Legge e senza Dio. La coppia ((esatto-
5,28 Lo seguiva (fj<oÀOOOEL)- L'imperfetto sot- ri» e ((peccatori» ritorna anche in 7,34; 1S,l.

5,27-39 Banchetto coi peccatori e discussione sul digiuno


Alla chiamata di Levi segue il banchetto organizzato in casa dell'esattore
(vv. 27-29) che fa sorgere un conflitto con i farisei e gli scribi (vv. 30-35): Gesù
risponde alle obiezioni che i suoi avversari gli pongono a proposito del perché egli
e i suoi discepoli mangino e bevano in compagnia di simili persone. Nei paralleli
(cfr. Mt 9,9-13; Mc 2,13-17), le due storie di pronunciamento (la prima riguardante
la condivisione della mensa, vv. 29-32; la seconda circa il digiuno, vv. 33-35) sono
separate, mentre Luca le unisce dentro un dialogo senza soluzione di continuità.
Infine, Gesù conclude con una parabola sul nuovo e sul vecchio (vv. 36-39).
La chiamata. Che Gesù chiami qualcuno a seguirlo non è un fatto eccezionale
(cfr. 5,10-11; 9,59-62; 12,33; 14,26-33). La sorpresa qui è legata alla professione
del chiamato, un esattore. Il Battista aveva chiesto agli esattori di essere onesti,
non di lasciare il loro lavoro (cfr. 3, 12-13). Levi, al contrario, lascia la sua attività
per seguire Gesù, come avevano fatto i pescatori (cfr. 5,11). Ancora una volta a
essere sottolineata è l'efficacia della parola di Gesù: in un racconto molto stilizzato
v'è piena corrispondenza fra chiamata e risposta.
Esattori e peccatori. Farisei e scribi criticano Gesù a motivo delle sue frequenta-
zioni di esattori e peccatori, coi quali Gesù condivide la mensa, cioè entra in comu-
nione, contraddicendo le usanze di ogni buon ebreo dell'epoca(cfr. Sall,l-3). Gesù
non nega il fatto ma cambia interamente il punto di vista, invitando a condividere
LUCA5,31 124

31 KaÌ ànoKpl9EÌc; ò 'IrJooOç ÒnEV npèx; a&rouc;- où XPEiav €xoucnv oi


ùytaivovtE<; ùnpou à)J..' oi 1<aKWc; €xovtE<;· 32 oùK ÈÀ~Àu9a KaMocn
Su<aiouc; à)J..' ~wÀoùc; ric; }Jft'avouxv. 33 Oi òè clnav npèx; a&rév- oi
llaEhtraì 'Iwavvou VfJotaJoucnv nuKVà KaÌ &tlcrac; nOloOvtcn Ò}loiwc;
KaÌ oi -rwv <l>aplcraiwv, oi 5È croì ècreioucnv KaÌ nivoucnv. 34 ò 5È 'lrJcrouc;
ÒnEV npòc; a&roUc;- }l~ owao9E -roùc; uioùc; -rou W}lcpwvoc; Èv 4> ò
W}lcpioc; }JET, a&rwv ècmv nOlf}cm VrJcrtEOcrcn; 35 èkUoov-rcn st ~}lépcn,
KaÌ o-rav ànapeft àn' a&rwv ò W}lcpioc;, TOTE VfJO'TEUO'OUcnv Èv ÈKEivau;
-rate; ~}lépau;. 36 "FkyEV st KaÌ mxpa~À~ npòc; a&roùc; én où&ù;
~Àl'J)l(X ànò i}l(X'tiou Kawou ox(crac; bn(3illa Èm i}l(inov naÀa1.6v·
EÌ st }l~ YE. KaÌ TÒ KcnVÒV oxicra KaÌ Tcf> 1UXÀauf> où OU)lcpw~O'El TÒ
Èni~Àl'J)l(X TÒ ànò TOU KalVOU. 37 KaÌ oÙOEÌç ~<iÀÀa oÌvov VÉOV EÌ<; àOKOÙ<;
naÀoooUç- EÌ st }l~ yE, p~~El ò oìvoc; ò véoc; -roùc; àOKoùc; KaÌ a&ròc;
ÈJ<XU~OETal KaÌ oi àcn<Oì ànoÀoOvtcn· 38 à)J..' oìvov véov ric; àcn<Oùc;
KcnVOÙ<; ~Àl'JTÉOV. 39 (KaÌ] où&ù; mWV naÀalÒV e€ÀEl VÉOV' ÀÉyEl ya:p- Ò
ltaÀmÒ<; XPl'JOTéc; ÈOTlV.

5,31 Non sono i sani ... i malati (aù XPE(av .•. Kal 'll'LvaooLv) -Alcuni manoscritti (il co-
al KUKwç fxavtEç)- Il proverbio è conosciu- dice Alessandrino [A], il codice di Beza [D]
to anche nella tradizione filosofica greca: il e altri) trasformano l'affermazione in una
medico è il sapiente, la malattia è il vizio o domanda, forse sulla base di Mc 2,18.
il peccato. l discepoli di Giovanni (al 11U91'ltal 'IW!ivvau)
5,32 Non sono venuto (aÙK ÈÀ~lu9a)- La -Conosciamo questo gruppo da 7,18-19 e
missione di Gesù è descritta in termini che Il, l. Essi avevano accettato il battesimo di
fanno eco a quella di Giovanni Battista (cfr. Giovanni, conoscevano una forma di pre-
3,3). ghiera e digiunavano regolarmente.
5,33/ discepoli di Giovanni ... mangiano e Fanno preghiere {liE~ELç 'll'aLauvtaL)- Luca
bevono (al j.LU911tal 'IW!ivvau ... la9(aoow usa qui una costruzione greca tipicamente

il suo: non si pone nella veste del giudice ma in quella del medico, che si avvicina
ai malati per curarli e guarirli. Rispetto a Marco, sua fonte, Luca precisa che la sua
comunanza con esattori e peccatori ha di mira la loro conversione (v. 32). Una tale
precisazione non pare accondiscendere alla prospettiva dei farisei e degli scribi: essi,
infatti, ritengono del tutto inappropriato un banchetto festoso, in quanto legano la
conversione a una serie di opere penitenziali (preghiere e digiuni). Da qui la loro
ulteriore domanda a proposito del mangiare e del digiunare.
Mangiare e digiunare. Luca unisce la scena del banchetto e la domanda a
proposito della condivisione della tavola dei peccatori (v. 30) con la questione
riguardante il digiuno (v. 33). Stante la tradizione che collega digiuno e preghiera
per l'espiazione dei peccati (cfr. Dn 9,3), perché i discepoli banchettano invece di
digiunare, visto che Gesù chiama i peccatori? Gesù difende il comportamento dei
125 LUCA5,39

31 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del
medico ma i malati. 32Non sono venuto a chiamare giusti ma
peccatori a conversione». 33Allora quelli gli dissero: «l discepoli
di Giovanni digiunano frequentemente e fanno preghiere,
ugualmente anche i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano
e bevono!». 34Gesù disse loro: «Potete forse far digiunare gli
inviatati a nozze mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno
giorni quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni
digiuneranno». 36Diceva loro anche una parabola: «Nessuno
strappa una toppa da un mantello nuovo per metterla su un
mantello vecchio: altrimenti il nuovo si strappa e al vecchio non
si adatta la toppa del nuovo. 37 E nessuno versa vino nuovo in otri
vecchi; altrimenti il vino nuovo romperà gli otri e si spargerà
fuori e gli otri andranno perduti. 3811 vino nuovo è da versare
in otri nuovi. 3 ~essuno [poi] che beve il vino vecchio vuole il
nuovo, perché dice: "Il vecchio è migliore"».

classica: la forma media del verbo 1TOLÉw ze è utilizzata dali' AT, e in particolare dai
con un nome astratto (cfr. Giuseppe Flavio, profeti, per indicare la relazione fra YHWH e
Guerra Giudaica 7,5,2 § 107). Israele (cfr. Is 54,4-8; Ez 16; Os 1-3).
5,34/nvitati a nozze (toùc; ui.oùc; toii v\JiiCIIWvoc;) 5,35 Sarà loro tolto (a nap9ij) - Il verbo
- L'espressione, alla lettera suona: «i figli chiaramente si riferisce alla partenza, cioè
della stanza nuziale»; si tratta di un semiti- al termine della presenza di Gesù fra i suoi
smo che indica gli amici dello sposo, inca- discepoli; più difficile vedervi un'allusione
ricati d'accompagnare ritualmente il corteo alla morte violenta.
nuziale; da qui poi per estensione si è passati 5,36 Parabola (napajkl}.~) -Come già in
all'invitato al banchetto di nozze. 4,23, anche qui il termine corrisponde a una
Sposo (ò vlljjljl(oc;)- La metafora delle noz- forma proverbiale.

discepoli, definendo la presente situazione come una festa nuziale dove nessuno
può digiunare. L'immagine si trasforma in allegoria: lo sposo diventa metafora di
Cristo stesso (v. 34), sicché finché Gesù è coi discepoli non ha senso che digiunino.
La sua presenza è davvero discriminante: i discepoli non si attengono a regole che
altri gruppi religiosi seguivano.
La parabola finale (vv. 36-39) chiarisce ancor meglio: essa mette a tema l'incom-
patibilità fra vecchio e nuovo, senza che il parabolista offia qualche applicazione,
segno che il racconto fittizio chiede la cooperazione del lettore. Due esempi illustrano
l'incompatibilità fra l'uno e l'altro: la toppa nuova sul vestito vecchio e il vino nuovo
negli otri vecchi; nei due casi il nuovo deve essere preservato dal compromesso col
vecchio. L'applicazione alla novità del messaggio di Gesù, a fronte delle critiche dei
suoi avversari, pare evidente. Meno evidente, invece, è il v. 39, che sembra contraddire
LUCA6,1 126

6 1'EyÉvero & tv oa~~a-r4> òuxnopruEOSm a&ròv òuì onopt}lWV, KaÌ


EnMov oì llaerrraì a&roo Kaì ~oewv -roùç o-rO:xuru; t~Jwxov-rEç
n
-raiç XEpolV. 2 nvà; & t'WV cl>aplO'atwv EÌrnw notrl-rE OUK ~Eonv o
-roiç oa~~aow; 3 KaÌ à:noKpt.9EÌç npòç aò-roùç rlnev Ò 'llloouç· ouÒÈ
t'OUt'O Ò:VÉyVWt'E OÈnOlllOEV L\auÌÒ OrE ÈnElVaOEV aVrÒ<; KaÌ OÌ }lEt''
a&roo [ovu:ç], 4 [wç] Eiot;ÀSEV Eiç -ròv oÌKOV -rou 9Eou Ka1. -roùç &pt-ouç
tfjç npoeéOEwç Àa~wv EcpayEV KaÌ EÒWKEV -roiç }lEt'' a&rou, ouç OUK
~Eonv qxxyEiv Ei }l~ }l6vouç -roùç ~;
5 KaÌ ÉAEyEV aÙ'toiç· J<6p1.6ç ÈonV t'OU O~~OU Ò UÌÒ<; t'OU à:vepWnOU.

Il 6,1-11 Testi paralleli: Mt 12,1-14; Mc copisti. Dal punto di vista teologico, in Es


2,23-3,6 20,8-11 il comandamento trova la sua giu-
6,1 Un sabato - La lezione fV aapp&.tt:.} è stificazione nell'atto creativo di Dio: come il
attestata da importanti manoscritti (fra cui Signore si è riposato nel settimo giorno (cfr.
il codice Sinaitico [N] e il Vaticano [B]); Gen 2,2-3 ), cosi l'uomo, fatto a immagine e
tuttavia altri manoscritti autorevoli (p. es., somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27), in quel
il codice Alessandrino (A] e il codice di giorno si riposa, onorando la propria dignità.
Beza [D]) hanno una strana variante: Èv Nel testo parallelo di Dt 5,12-15, invece, la
aapp&.tt:.} c5eunpo1Tpwtt:.} quasi intraducibile. ragione è ben differente: l'osservanza del sa-
Già Tischendorf (1815-1874) proponeva di bato è legata alla memoria della liberazione
interpretarla «al (sabato) secondo, al primo dalla schiavitù dell'Egitto e, dunque, fonda
(mese)»: sarebbe un termine tecnico del ca- la coscienza della libertà. Il rigore di alcuni
lendario esseno. Forse però, molto più sem- testi a proposito dell'osservanza sabbatica
plicemente, si tratta di una serie di errori dei (Nm 15,32-36 commina la pena di morte a

quanto Gesù ha affennato sinora. Il proverbio ricorda una realtà ben nota: la bontà del
vino vecchio rispetto al nuovo è conosciuta. Lo stile di Gesù è incompatibile con il
modo di vivere dei farisei, ma si differenzia pure da Giovanni il Battista: la novità ini-
ziata con Gesù non è facile da accettare, ma è incompatibile con tutte le altre modalità.
6,1-11 Gesù signore del sabato
L'evangelista segue ancora il racconto di Marco (cfr. Mc 2,23-3,6; cfr. anche Mt
12,1-14); alle controversie precedenti con scribi e farisei (cfr. 5,17-39) seguono altre
due controversie che hanno al centro l'osservanza del sabato (6, 1-5.6-11 ). Le promesse
profetiche proclamate a Nazaret trovano compimento: dopo il perdono dei peccati e la
guarigione delle malattie, Gesù proclama di avere un'autorità addirittura superiore alla
Legge. Come nella sua patria Gesù era rifiutato, e i presenti dopo averlo approvato alla
fine erano «colmi d'ira» (4,28), cosi scribi e farisei sono «colmi di sconsideratezza»
(6,11) per quanto Gesù compie e dice. La guarigione in giorno di sabato in presenza
dei capi giudei è una scena-tipo che si ripeterà nel racconto (cfr. 13,10-17; 14,1-6).
Il sabato. L'osservanza del precetto sabbatico è uno dei fondamenti del giu-
daismo. Raccogliere alcune spighe e sfregarle con le mani durante un viaggio era
consentito dalla Legge (cfr. Dt 23,26); tuttavia l'azione è interpretata dai farisei
127 LUCA6,5

6 1Un sabato egli passava attraverso campi seminati e i suoi


discepoli coglievano e mangiavano le spighe fregandole con
le mani. 2Alcuni farisei dissero: «Perché fate di sabato
ciò che non è lecito?». 3Gesù rispose loro: «Non avete letto ciò
che fece David quando ebbe fame, lui e quelli [che erano] con
lui? 4 [Come] entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne
mangiò e ne diede a quelli che erano con lui, sebbene solo per i
sacerdoti fosse lecito mangiarne?».
sE diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è signore del sabato».

chi lo trasgredisce) è mitigato da altri testi 1Tpo9Éoewç) - I cosiddetti «pani della pro-
che contemplano il caso della inosservanza posizione» o <<dell'offerta>> o <<del volto»
non intenzionale (cfr. Lv 4,27-31). (lebem panim) erano dodici focacce dispo-
6,2 Ciò che non è lecito (o oÒK e~wnv)- Es ste su due file all'interno del tempio, su un
34,21 impone il riposo sabbatico anche du- tavolato davanti al Santo dei Santi: erano
rante l'aratura e la mietitura. Per assicurare rinnovati ogni sabato e solo i sacerdoti po-
la sua osservanza, la tradizione ebraica ha tevano mangiame (cfr. Lv 24,5-9).
elaborato la cosiddetta «siepe>> (una serie di Il codice di Beza (D) alla fine del v. 4 intro-
norme per non violare il comandamento), duce questa frase: «Lo stesso giorno, guar-
equiparando la spigolatura con la mietitura. dando qualcuno che lavorava di sabato, gli
6,4 Casa di Dio (tòv oiKov toO E!EoO)- Luca disse: "Uomo, se sai che cosa fai, sei felice;
(come Mt 12,4) non accenna al sacerdote ma se non lo sai, sei maledetto e trasgressore
Abiatar (cfr. Mc 2,26). della Legge"». In quel codice sono dunque
l pani dell'offerta (toùç aptouç tfiç tre le controversie riguardanti il sabato.

come la preparazione di un pasto, cosa proibita in giorno di sabato. l discepoli


hanno dunque agito per saziare la fame (cosa possibile secondo la Legge) oppure
hanno violato la Torà, preparandosi il pranzo del giorno di sabato?
L 'autorità di Gesù. Gesù risponde alla domanda posta dai farisei riferendosi
alla Scrittura e, quindi, appellandosi alla sua autorità (vv. 3-4). L'episodio evocato
è quello di David che, rimasto senza provviste di cibo, coi suoi compagni mangiò
i pani dell'offerta nel santuario di Nob (cfr. l Sam 21 ,2-7), pani che solo i sacerdoti
potevano consumare (cfr. Lv 24,5-9). Benché in quell'episodio non si faccia men-
zione del sabato, David, la cui autorità di ermeneuta della Torà era riconosciuta nella
tradizione biblica (cfr. lSam 30,21-25) come pure nel giudaismo, ha interpretato
la Legge con flessibilità di fronte all'urgenza della fame. Come, dunque, David è
passato oltre la Legge a proposito dei pani sacri, così Gesù la oltrepassa a proposito
del tempo sacro del sabato. Il <<Figlio dell'uomo», che ha l'autorità di perdonare i
peccati (cfr. 5,17-26), può disporre anche del sabato, rivelando la propria dignità
messianica e rivendicando una relazione singolarissima con Dio. Se il legame con
David era sottolineato già nel racconto dell'infanzia (cfr. l ,27 .32), il titolo «Figlio
dell'uomo» assume qui un senso pregnante, in quanto rimanda alla sua autorità
LUCA6,6 128

6 'Eyévero ~ tv ÈTÉ~Xf> cra~~<h<p EÌOEÀ9Eiv aòtòv eù; nìv cruvayw)'IÌv


KaÌ Ot&icrKEtv. KaÌ ~ av9pwncx; ÈKrl KaÌ ~ XEÌP aòtou ~ ~uì ~
~YJpa. 7 TtapETilpoiivt'o ~ aòtòv oi Yp<ll.l].un'Eiç KaÌ oi cl>apwatm rl Èv
T'f) cra~~aT<p 9EpanE6a, iva ropwmv KaTilYOPElV oohou. 8 aùTòç OÈ
fl&t Toùç ò~oùç aòtwv, EÌTtEV ~T'f) àvòpì T'f) ~YJpàv fxovn
TJÌV XElpa· EyElpE KaÌ crrfjEh EÌ<; TÒ }JÉo'ov· KaÌ àvacrt"àç lcrrrt. 9 EÌTtEV
~ ò 'IYJcrouç npòç ooiTouç· ÈTtEpwTw Ù].lfu; rl ~ecrnv T'f) cra~~<h<p
àya9onmfjcrat ~ KaKOTtOtfjcrat, t!Juxrìv crWcrat ~ anoÀÉcrru; 10 KaÌ
1tEp~ÀEtjJ~cx; n<ivt"aç aòtoùç EÌTtEV aòtq>- EKTftVOV nìv xap<i oou.
6 OÈ moiYJcrEV KaÌ &ltEKaTEOTa9f) ~ xeìp aòtou. 11 aòtoì ~ hl~cr9f)crav
àvolaç KaÌ Ote.M:Àouv npòç &ÀÀ~Àouç nciv TtOt~cratEV T'f) 'IYJOOU.
12 'EyÉvETO OÈ tv Taiç ~}JÉpatç TaUTat.ç È~EÀ9EiV ooJTÒV Eiç TÒ opoç

6,6 La mano destra rattrappita(~ XE:lp aùtoii fiutare di operare il bene significhi fare il male.
~ &~uì ~v ~TJpa) - Solo Luca precisa che si Vita (ljsuxti) - Alla lettera: «anima». Nel
tratta della mano destra, per molti la mano contesto semitico quasi certamente il ter-
atta al lavoro. Alla lettera la mano è detta mine non denota l' «anima» in opposizione
«secca», «bloccata». al «corpo», secondo la classica dicotomia
6,7 Sorvegliavano- nverbo 1Tafllltrp{w significa greca, né si insiste sulla vita futura in con-
«osseJVare attentamente», «spiare», «sorveglia- trasto con quella presente. L'accento cade
re», e ha Wl'accezione ostile (cfr. 14,1; 20,20). invece sulla vita nella sua concretezza (cfr.
6,9 Fare del bene (aya9otro~fpcXL)- La doman- laSettanta:Gen 19,17; IRe l9,ll;Ger31,6).
da riflette le discussioni rabbiniche del tempo. 6,10 Gli disse (dnE:v aùt~)- Alcuni mano-
Nella domanda pare implicita l'accusa che ri- scritti (fra cui il codice di Beza [D]) precisano

Una domanda agli scribi e ai farisei. Il contesto del miracolo (vv. 6-8a) ripercorre
uno scenario ormai noto al lettore di Luca: Gesù entra in sinagoga nel giorno di sabato
(cfr. 4,16.31) per insegnare (cfr. 4,15.31; 5.3.17), è presente un malato (in 4,33 c'era
un indemoniato), vi sono pure i suoi avversari, scribi e farisei (cfr. 5,21.30; 6,2), ormai
maldisposti nei suoi confronti e di cui Gesù conosce i pensieri (cfr. 5,22). Un simile
contesto spinge il lettore a interpretare la scena da varie e differenti prospettive. Dal
punto di vista dell'uomo malato, Gesù è un potenziale guaritore (benché egli non
invochi alcun aiuto), mentre gli scribi e i farisei pongono un ostacolo o una minaccia
alla possibilità che Gesù lo possa sanare. Gesù, invece, ha di fronte a sé due priorità
in competizione: o guarire l'uomo malato, o osservare il sabato secondo l'interpreta-
zione farisaica. Infine, dal punto di vista degli scribi e dei farisei, l'uomo dalla mano
rattrappita offre l'opportunità di mettere Gesù, che ha violato il sabato nel passato, in
una situazione senza via d 'uscita. Gesù non interviene direttamente sull'uomo malato
per mezzo di una formula taumaturgica, ma pone a scribi e farisei una domanda (come
già aveva fatto in precedenza, cfr. 5,17-26) facendo crescere la tensione narrativa. La
questione reinterpreta la situazione in due modi. Anzitutto egli pone una doppia anti-
tesi: «fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla» (v. 9), formulata in
modo che la seconda opposizione interpreti la prima. Se fare del bene significa salvare
129 LUCA6,12

6Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e insegnava. C'era


là un uomo che aveva la mano destra rattrappita. 7Gli scribi e i
farisei lo sorvegliavano (per vedere) se avesse guarito di sabato,
per trovare di che accusarlo. 8Egli però conosceva i loro pensieri;
disse all'uomo che aveva la mano rattrappita: «Alzati e mettiti
al centro». (Quegli), alzatosi, si mise al centro. 9Gesù disse loro:
«Vi domando: è lecito di sabato fare del bene o fare del male,
salvare una vita o sopprimerla?». 10E guardando tutti loro gli
disse: «Stendi la tua mano!». Egli (lo) fece, e la sua mano fu
ristabilita. 11 Ma essi, colmi di sconsideratezza, discutevano fra
loro su che cosa avrebbero potuto fare a Gesù.
12 ln quei giorni egli andò verso il monte a pregare; passò

che Gesù parlò w6pyfj («con inD>): si tratta di 6,12 Il monte (tò iSpoç)- Il monte è menzio-
wt'assimilazione al racconto di Mc 3,5. nato anche in Mc 3,13; per Luca esso assu-
6,11 Sconsideratezza (&vola) - Alla lettera: me, però, un significato speciale come luogo
«stolte2ZII)>, «insensatezza>>; gli saibi e i farisei. della preghiera (cfr. 9,28).
amotivo della guarigione operata da Gesù, si la- A pregare Dio (w tfl 1Tpoot'UXtì tou Elrou)- Alla
sciano prendere da wta «ooUera insensata», rive- lettera: <<nella preghiera di Dio». Che il riferi-
lando la loro stoltezza; non si tratta di «furore>> mento della preglùera sia Dio è una particola-
(qualcosa che riguarda la sfera affettiva), bensi rità solo di Luca e sottolinea che la scelta dei
di wta dimensione che tocca quella cognitiva. Dodici è secondo la volontà divina Negli Atti
Il 6,12-19 Testi paralleli: Mt 10,1-4; 4,24-25; degli Apostoli, si preciserà che essi erano stati
Mc 3,13-19.7-12 scelti «per mezzo dello Spirito Santo» (At l ,2).

la vita, allora egli dovrà guarire l'uomo. Ma in questo modo l'osservanza del sabato è
interpretata non nei termini di ciò che si può e non si può fare, bensi nei termini di ciò
che bisogna fare. Da parte degli avversari non c'è alcuna risposta; a parlare, ancora
una volta, è Gesù, che senza compiere nessun gesto di guarigione (quindi attenendosi
rigorosamente alla Legge che proibiva di farsi curare nel giorno di sabato), sana il
malato per mezzo della sua parola efficace (v. 10).
6,12-19 Le folle, i discepoli, i dodici
Il racconto precedente si era concluso in maniera un po' enigmatica su una di-
scussione degli scribi e dei farisei che, mentre manifestava la loro sconsideratezza,
presentava pure un gruppo ben compatto e deciso contro Gesù. Luca (a differenza
di Marco) non chiarisce qual è il risultato della discussione, ma sottolinea la forte
opposizione alla sua persona. Per contro Gesù convoca alcuni fra i suoi discepoli,
dando forma al gruppo dei Dodici.
La scelta dei Dodici. Prima del discorso della pianura (vv. 20-49) Luca riporta
l'elezione dei dodici apostoli (vv. 12-16): Gesù impartirà il suo insegnamento at-
torniato da coloro che associa a sé e che continueranno la sua azione al di là della
sua morte e della sua ascesa al Padre. Le circostanze di questo avvenimento fon-
datore sottolineano la sua dimensione teologica: avviene su una montagna (luogo
LUCA6,13 130

npooru~aoeat, Kaì ~v OtavuKrEpruwv Èv 'tft npooro:xft rou 9Eo0.


13 KaÌ orE ÈyÉvEro ~~Épa, npooE<pWVT'JOEV roùç ~a811r<h; aùrou, KaÌ
ÈKÀE~a~oç èm' aùrwv OWÒEKa, ouç KaÌ ànoor6Àouç wv6~aoEV·
14 I:{~wva OV KaÌ WVO~CXOEV OÉ'tpOV, KaÌ ~vOpÉav 'tÒV à&À<pÒV <IÙ'tOU,

Kaì 'IaKw~ov Kaì 'Iwaw11v Kaì clliÀtnnov Ktxì Bap9oÀo~aiov 15 Kaì


Ma99aiov KaÌ 6w~liv KaÌ 'laKW~OV 'AÀcpa{ou KaÌ I:{pwva 'tÒV
KaÀou~ov ~11>w>nìv 16 KaÌ 'Iou&xv 'IaKW~ou KaÌ 'Iou&xv 'IOKaptWa,
8ç ÈyÉVE'to npo&sn,ç. 17 KaÌ Ka-ra~<h; }lE't' aùrwv ~ ÈnÌ r6nou nEOtvoO,
KaÌ OxÀoc, noMx; }l(lEhrrwv aùrou, KaÌ rrÀfjSoç noÀÙ rou Àaou ànò miartç
'tfjç 'Iouoaiaç KaÌ 'IEpouoaÀ~}l KaÌ 'tfjç napaÀ{ou Tupou Kaì I:tòG>voç,
18 o'ì ~À9ov àKouoat aùrou Kaì ia9fjvat ànò rwv v6owv aùrwv·

KCXÌ oÌ ÈVOXÀOU}lEVOt ànò nvEU}la'tWV àKa9aprwv È9EpanEUOV'tO,

6,13 Discepoli - Nonostante il termine il senso del nome «Pietro» (cfr. invece Mt
j.UX&rJ-nlç spesso si riferisca a uno stretto grup- 16, 16-19).
po intorno a Gesù, qui indica una schiera Andrea ('Av6pÉav)- Il fratello di Simone
numerosa, distinta dalla folla e dai Dodici. è nominato solo qui e in At l, 13. Benché il
Apostoli (à.nootoÀOuç)- Il tennine, etimolo- nome sia greco ha molte attestazioni anche
gicamente, significa «inviato»: in Giuseppe nel mondo giudaico.
Flavio indica la delegazione degli ebrei man- Giacomo, Giovanni ('IOO<w(X>v Kal 'JwavVT)v)
dati a Roma(cfr. Antichità giudaiche 17,11,1 - I due fratelli, figli di Zebedeo erano già
§ 300). Luca riserva il termine ai Dodici (con stati nominati da Luca durante il racconto
eccezione di At 14,4.14).lnAt 1,21-22 è in- della pesca miracolosa (cfr. 5, 10).
dicato il requisito essenziale dell'apostolo: Filippo, Bartolomeo (121{ À~ nnov Kat
deve essere stato con Gesù dal battesimo di Bap9oÀOj.UXiov)- Anch'essi sono nominati
Giovanni fino all'ascensione. qui e in At 1,13. Filippo è un nome greco,
6,14 Simone (l:(j.Lwva) - Il primo nome diffusosi largamente al tempo dei Seleucidi;
della lista è colui che il lettore già conosce, Bartolomeo è una forma grecizzata dali 'ara-
in quanto Luca ha narrato la sua chiamata maico; non ha nulla a che fare con Natanaele
(cfr. 5,1-11). Era stato già nominato «Simon (cfr. Gv l ,45-46), nonostante la tradizione li
Pietro» (5,8), tuttavia Luca non precisa mai abbia identificati.

tradizionale della rivelazione divina), ali' alba (il tempo de li' inizio), dopo una lunga
preghiera notturna che àncora la decisione nel segreto di Dio. Luca rappresenta
spesso Gesù in preghiera, durante alcune svolte determinanti o nei momenti di crisi
(cfr. 3,21; 5,16; 9, 18.28-29; 10,21; 22,40-46). Il numero dodici corrisponde alle tribù
d'Israele e anticipa simbolicamente il raduno escatologico del popolo: Gesù è venuto
per tutto Israele ma la sua missione si allarga oltre i confini del popolo eletto; non
v'è tuttavia nessuna sostituzione. In profonda continuità con la storia della salvezza,
Gesù dà a quei dodici discepoli «il nome di apostoli» (v. 13). Questo titolo avrà una
notevole importanza dopo la Pasqua, quando i Dodici saranno i primi portatori del
Vangelo dopo la Pentecoste (cfr. At 1,8; 2,1-13).
La lista dei Dodici riproduce quella di Mc 3,16-19, sostituendo Taddeo con
131 LUCA6,18

la notte a pregare Dio. 13 Quando fu giorno, convocò i suoi


discepoli e ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di
apostoli. 14 Simone, al quale diede anche il nome di Pietro,
Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo,
Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo,
Simone detto lo zelante, 16Giuda di Giacomo e Giuda
lscariota che divenne traditore. 17Disceso con loro, si fermò
in un luogo pianeggiante; c'era una folla numerosa di suoi
discepoli e una grande moltitudine di popolo da tutta la
Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e Sidone, 18che
erano venuti per ascoltarlo ed essere risanati dalle loro malattie.
Anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri erano guariti.
6,15 Matteo (Ma9Eiaiov)- Cfr. nota a 5,27. Giuda /scariota ('IovO«v 'laKapu.ie) - Le
Tommaso (9wjWv)- Il nome greco pare esse- ipotesi per spiegare il senso del tennine
re una trasposizione dell'aramaico per indica- «<scariota» sono molte: per alcuni indiche-
re il «gemello». In Gv 11,16; 20,24 Tommaso rebbe la sua provenienza (alla lettera: «un
è soprannominato «Didimo», cioè «gemello». uomo di Qeriyot», cfr. Gs 15,25); per altri
Simone detto lo zelante (l:(j.Lwva tòv nel soprannome si nasconde il latino sicarius
KllÀOUIJ.E:Vov CllÀWt~v) -Alla vigilia della («assassinm), «banditm) ); l'ipotesi filologi-
prima rivolta ebraica contro i Romani (66- camente più fondata lo spiega come un adat-
70 d.C.) si fonnarono gruppi nazionalistici tamento greco di un originale aramaico per
di resistenza, chiamati «zeloti». Tuttavia significare il «mentitore», il «falso».
considerare Simone un membro del grup- 6,17 Folla ... popolo- Quando i tennini
po armato (e dunque definirlo «zelota») è ISx~ e Aa6c; ricorrono nella stessa frase, non
anacronistico. Il tennine greco è dunque da indicano realtà differenti: si tratta solo di una
intendere come <<zelante» per Dio. variazione stilistica.
6,16 Giuda di Giacomo ('IoU6av 'Iruc:Wj3ou) Giudea (tfl<; 'Iou&x(aç) - Il riferimento al-
-Il patronimico lo distingue da Giuda Isca- la Giudea è onnicomprensivo di Galilea,
nota. Non è da identificare con il «Giuda, Giudea, Idumea e l'intera regione intorno
fratello di Giacomo», di cui parla Gd l. al Giordano.

Giuda (come anche in At 1,13). Emergono il primo e l'ultimo nome: Simone,


chiamato Pietro, che sarà il portaparola degli apostoli nel racconto evangelico e
Giuda, designato come «lscarioùt», il cui tradimento è predetto. Luca però non
precisa qual è la specificità degli apostoli rispetto ai discepoli, né precisa quali sono
i loro compiti; gli interessa solo affermare che c'è un folto gruppo di discepoli e
fra loro una cerchia più stretta di dodici uomini.
Sommario. Luca, invertendo l'ordine di Marco, pone dopo l'elezione dei Dodici
(vv. 12-16; cfr. Mc 3,13-19) il sommario delle guarigioni (vv. 17-19; cfr. Mc 3,7-
12). Ancora una volùtla parola di Gesù si rivela essere una parola efficace: Luca
parla addirittura di un vero e proprio successo di Gesù, il cui potere carismatico è
descritto come una forza divina che s'irradia (v. 18). Il popolo, che converge nello
LUCA6,19 132

19KUÌ rtiiç Ò OXÀoç È(~TOUV artrECJ8at cWTOU, on ~VVU~nç rtap' CXÙTOU


È~~PXETO KUÌ Ìiiro mivraç.

°Kaì aùròç Èmxpaç roùç òcp9aÀ}Joùç aùrou Eiç roùç }JU9TJràç


2

aùrou eÀEyEv· MaKaptot oi rtrwxoi,


on Ù}JETÉpa Èonv ~ ~ao\ÀE{a TOU 9EOU.
21 }lUKaptO\ OÌ TtE\VWVTEç VUV,

on XOprao9~oECJ8E.
}JUKaptot oi KÀaiovrEç vuv,
on YEÀaOETE.
Il 6,20-26 Testo parallelo: Mt 5,1-12 è benedetto da Dio. In bocca a Gesù la
6,20 Beati (IJ.aKap~o~) - L'aggettivo beatitudine esprime un paradosso: al ma-
greco denota l'interiore felicità di una carismo segue la descrizione di una pe-
persona. Nella Settanta traduce la forma nosa condizione concreta e una promessa
'alre («felicità di», cfr. Sal 1,1), usata escatologica spesso formulata per mezzo
soprattutto nei testi sapienziali per indi- di un passivo divino.
care colui che osserva la Torà e perciò Poveri (oi mwxo()- Cfr. nota 4,18.

stesso luogo e si aggiunge ai discepoli, proviene da tutto il territorio d'Israele e dal


litorale pagano (Tiro e Sidone). L'attività salvifica di Gesù non ha confini, visto
che i destinatari sono Israeliti e pagani. In questo modo Luca offre le·coordinate
spaziali per il discorso della pianura. La discesa dalla montagna ricorda al lettore
l'Esodo, allorché Mosè, dopo il dialogo con Dio sul monte Sinai, era sceso verso
il popolo per comunicare la rivelazione ricevuta (cfr. Es 32,7-15; 34,29).

6,20-49 Il discorso della pianura


Nel racconto di Luca il primo discorso di una certa consistenza è il cosiddetto
discorso della pianura: anche se l'evangelista ha segnalato a più riprese che Gesù in-
segnava (cfr. 4,15.31; 5,3.17; 6,6), non ha ancora riportato esempi consistenti del suo
insegnamento, ma solo alcune sentenze all'interno del dialogo con i suoi avversari. Nei
versetti precedenti (cfr. vv. 13-19) Luca ha costruito il quadro del discorso. Il luogo è
una pianura nella quale si raduna una folla composta da tre cerchi di uditori: la folla di
giudei e di non-giudei provenienti dai dintorni e dalla costa mediterranea, i numerosi
discepoli e i Dodici. Il discorso ha una portata universale, non ha il carattere della
confidenza a un solo gruppo di iniziati, benché sia rivolto ai discepoli.
Il materiale dei vv. 20-49 ha paralleli nel cosiddetto discorso della montagna di
Matteo (cfr. Mt 5,1-8,1); tuttavia, il discorso matteano è molto più lungo, e non
mancano significative differenze fra i due: v'è parallelismo fra la parte iniziale (Le
6,20-23 e Mt 5,1-12) e quella conclusiva (Le 6,44-49 e Mt 7,16-21.24-27) e vi sono
contatti anche nella parte mediana (Le 6,27-35 e Mt 5,39-40.42.44; 7,12; 5,45.46;
poi Le 6,37-38 e Mt 7,1-2), mentre i vv. 24-26 e 39-40 di Luca non hanno paralleli
133 LUCA6,21

19'futta
la folla cercava di toccarlo, poiché da lui usciva una
potenza che risanava tutti.

20 Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:


«Beati (voi) poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21 Beati (voi) che ora avete fame,

perché sarete saziati.


Beati (voi) che ora piangete,
perché riderete.

6,21 Ora (vùv)- Le beatitudini lucane (come al motivo anticotestamentario del banchet-
anche i guai) sono caratterizzati dalla pre- to escatologico che toglie ogni fame (cfr. Is
senza di questo avverbio che pone l'accento 25,6-8; 49,10-13; Sall07,3-9).
sull'attualità e sull'immediatezza delle con- Piangete (ot KÀa(ovrEç) - Il pianto sembra
dizioni proclamate dal macarismo (o dalla riferirsi a qualsiasi sorta di oppressione.
minaccia). Riderete - Il verbo yEÀiiw appare solo qui
Sarete saziati (XopTaa~) -Allusione e al v. 25.

in Matteo. Lo stile del discorso lucano è sapienziale; dopo le beatitudini (vv. 20-23)
e i guai (vv. 24-26) vi è una serie di detti di tipo sap.ienziaie (vv. 27-42): brevi para-
bole, altre più consistenti, esortazioni generali ed esempi concreti; tra essi il primo
plesso è concentrato sull'amore verso il nemico (vv. 27-35), il secondo sul comando
di non giudicare (vv. 36-42). Il discorso si conclude con due parabole (vv. 43-49)
sull'importanza dell'agire secondo quanto si è ascoltato.
Le beatitudini. Sia il discorso della pianura, che il discorso della montagna
iniziano con le beatitudini, ma la composizione dei due testi è differente. In primo
luogo, Luca riporta quattro beatitudini bilanciate da quattro guai, mentre Matteo
elenca nove beatitudini (cfr. Mt 5,3-12). Inoltre, le beatitudini di Matteo sono in
terza persona plurale, mentre quelle di Luca sono in seconda persona e, nonostante
la comunanza del linguaggio, ogni evangelista sottolinea alcuni aspetti molto par-
ticolari: laddove Luca parla di «poveri» (v. 20), Matteo parla di «poveri di spirito»
(Mt 5,3), laddove Luca si riferisce a quelli che hanno fame «ora» (v. 21 ), Matteo
parla di quelli che «hanno fame e sete della giustizia>> (Mt 5,6). Le beatitudini di
Luca sono più complesse di quelle di Matteo, meno precise, più sfuggenti, ma
per questo pure più evocative.
Che cosa è una beatitudine? La beatitudine è un felice connubio fra due fat-
tori del linguaggio, quello dell'asserto e quello dell'ammonizione; si uniscono
due funzioni differenti dell'atto linguistico: l'aspetto informativo ed espressivo
e quello conativo (riservato cioè al comando, immediatamente percepibile nella
sua tendenza a indicare ali 'uomo una determinata condotta da seguire). Ma il ma-
carisma ricorre pure a un altro aspetto del linguaggio, ovverosia quello emotivo,
LUCA6,22 134

22 }.lllKllplOt ÈcrtE OtlXV f.llmlOWOlV Ò}.lfu; oì av9pwnot KaÌ o-rav


àcpop{awmv Òf.lfu; mì ÒVEtSiawmv mì È~clÀwmv -rò OVO}.lll Òf.1WV wç
nQVflpòV EvEKa 'tOU UÌOU 'tOU àv9pwnou- 23 xapfl'tE Èv Èl<et"ll "Cfi ~}.lf~
mì Ol<lpnlOil-rE, iSoù yà:p ò }.ltaeòc; ò}.lWv noÀÙ<; Èv -r<f> oùpav<f>· Ka-rCÌ
-ca aura yap motouv -rmç npocpf1-rau; otr na-rEpE<; au-rwv.
' ' ' ' ' ' - 1 1 ,_

24 llÀ~v oùaì Òf.liV -roi<; nÀoumotç,

on ànÉXE'tE ~V napal<ÀT)OlV Òf.lWV.


25 OÙIXÌ Ò}.liV, OÌ Èf.11tE1tÀT)Of.1ÉVOl VUV,

On ltElVaOE'tE.
oùai, oi yEÀwv-rE<; v uv,
on ltEV9~0E'tE l<llÌ l<ÀilUOE'tE.
26 oùaì o-rav Ò}.lcX<; l<llÀW<; Einwatv nav-rE<; oì av9pwnot·

xa-rà: -rà: aù-rà: yà:p Èno{ouv -roi<; llJwSonpocp~-rat<; oi na-rÉpE<; aù-rwv.

6,22 Il vostro nome (tò 5vo1J.a ÙIJ.WV) - che caratterizzava l'esultanza di Giovanni il
L'ostracismo segue quattro tappe che cul- Battista quando percepiva nel grembo della
minano nella menzione diffamatoria del madre la presenza di Gesù (cfr. I ,41.44 ).
nome, una specie di rimprovero ufficiale e Nella versione di Simmaco dell' AT OKLptaw
pubblico. Forse qui il «nome» non si riferi- esprime la danza colma di esultanza del re
sce all'identificativo personale dei discepoli David davanti all'arca (cfr. 2Sam 6,16).
ma al titolo di «cristiani>) (cfr. At 11,26). /loro padri (ot TT!ltfpEç aòtwv)- Il riferi-
6,23 Esultate (OKLptf,oatE)- Il verbo è uti- mento è alle persecuzioni subite dai profeti
lizzato solo da Luca nel NT ed è lo stesso dell' AT (cfr. At 7,52): Elia (cfr. IRe I 9,10)

sollecitando l'uditorio ad accendersi dello spontaneo desiderio per una situazione


davvero invidiabile. Infine, bisogna aggiungere che la beatitudine biblica possiede
sempre un carattere spiccatamente religioso, pur rimanendo strettamente legata
alla sfera antropologica: essa riesce infatti a introdurre orizzonti alti, anche nel
caso di proclamazioni di felicità più terrene.
Beatitudini e guai. Le beatitudini (vv. 20-23) sono raddoppiate dai guai
(vv. 24-26). Rivolgendosi direttamente agli interlocutori, le beatitudini li de-
scrivono come persone povere, in contrasto con coloro che sono ricchi, come
gente che ha fame, in opposizione a coloro che sono sazi, come persone che
piangono, mentre altri ridono, come gente che è oggetto di persecuzione, con-
trariamente a coloro che sono lusingati. Si tratta non di condizioni spirituali,
ma di situazioni concrete, economicamente e socialmente molto penose. Le
prime tre beatitudini, in particolare, non indicano tre categorie distinte, ma
un unico gruppo visto sotto tre angolature diverse: i poveri sono coloro che
soffrono la fame e che, a motivo di questa indigenza, piangono. La quarta
beatitudine, più estesa delle prime tre, si riferisce chiaramente a coloro che
seguono Gesù e sono perseguitati. A tutti costoro è promesso un bene futuro,
«nel cielo» (v. 23 ), la cui garanzia è offerta già al presente: «vostro è il regno
LUCA6,26

22 Beatiquando gli uomini vi odieranno, quando vi escluderanno,


vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come infame a
causa del Figlio dell'uomo. 23 Gioite in quel giorno ed esultate;
perché, ecco: la vostra ricompensa è grande nel cielo. In questo
modo infatti agivano i loro padri coi profeti.
24 Ma guai a voi ricchi,

perché avete la vostra consolazione.


25 Guai a voi che ora siete sazi,

perché avrete fame.


Guai (a voi) che ora ridete,
perché sarete nel lutto e piangerete.
26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.

In questo modo agivano i loro padri verso i falsi profeti».

e Geremia (cfr. Ger 26,20-24; 38,6-13). zatodaLucasoloquieneiMagn#Jcat(cfr.l,53).


6,24 Guai (oint)- Si tratta di Wl semitismo nel Ridete (ol yfl.Wvnc;) -Nella lettemtura sa-
quale risuona l'esclamazione anticotestamenta- pienziale il riso è spesso il segno distintivo
ria 'oy («ab!»), Wl grido di dolore, Wl8lamem. dello stolto (cfr. Sir 21,20; 27,13; Qo 7,6).
zione fì.mebre usata oome minaccia soprattutto 6,26 Falsi profeti (ljiEuoonpocjl~taLc;) - I
dai profeti (cfr. Is 1,4; Ger 23,1; Os 7, 13). profeti che cercano l'approvazione dei lo-
6,25 Siete sazi (4tnEnÀT'p!lÉvoL) - Il participio ro contemporanei finiscono per essere gli
perfetto ~vo esprime l'effetto dell'azione e, ingannatori d'Israele (cfr. Is 30,10-11; Ger
quindi, la condizione di sazietà Il verbo è utiliz- 5,31; Mi 2,11).

di Dio» (v. 20). Benché i discepoli cui Gesù si rivolge siano privi di beni
materiali, fragili, emarginati e perseguitati, tuttavia le condizioni attuali di
vita saranno capovolte quando Dio li riabiliterà nel Regno: il capovolgimento
escatologico dei destini dà concretezza alla promessa di Isaia proclamata da
Gesù a Nazaret (cfr. 4,18). Ne consegue che, se le beatitudini di Matteo sono
sapienziali, quelle di Luca sono apocalittiche in quanto oppongono al presente
il paradosso del futuro escatologico.
Il secondo gruppo (vv. 24-26) non è maledetto, ma avvisato a proposito del
futuro. Le beatitudini capovolte, introdotte da efficaci «guai!», richiamano il ge-
nere profeti co della «lamentazione funebre», predicendo la morte se non si opera
un cambiamento. In altre parole, Gesù non maledice i ricchi, ma ironicamente
intona su di loro un canto funebre, affinché gli uditori comprendano e agiscano di
conseguenza. Si tratta, dunque, di severi ammonimenti che urgono la conversione
dei ricchi, dei sazi, di coloro che ridono e che il mondo rispetta. Essi hanno già
«ora» la loro «consolazione» (v. 24), sicché non ne riceveranno alcuna da parte di
Dio. Tale capovolgimento esprime di nuovo la logica del Magnificai (cfr. l ,51-53)
e anticipa quanto sarà detto nella parabola di Lazzaro e del ricco (cfr. 16,19-31 ):
la situazione attuale in cui ci si trova a vivere non esaurisce l'esistenza.
LUCA6,27 136

27 'AM' ÒJ.Liv Myw -roiç àKououcnv· àycméi-rE -roùç txepoùç


ÒJ.LWV, KaÀWç TtOlEi'tE -roiç J.LlO'OUcnV Òj.Léiç, 28 EÙÀoyEi'tE 'tOÙç
Ka-rapWJ.LÉvOU<; Òj.Léiç, 1tpOO'EtJxEa9E 1tEpÌ 'tWV È1t11PEa~OV'tWV ÒJ.1éiç.
29 't'f> Wlt'tOV'tt O'E Èm nìv cnay6va mxpEXE KaÌ nìv èiÀÀl'JV' KaÌ àTtò

'tOU a:\pov-r6ç crou 'tÒ ÌJ.Lanov KaÌ 'tÒV Xl'tWVa J.L~ KWÀUO'flç.
30 Ttavrl ai-rouvri crE òiòou, Kaì à1tò -rou a\povmç -rà aà J.L~ àTtai-rEt.

31 Kaì Ka9wç 9ÉÀE-rE iva Ttotwcnv ÒJ.Liv oi &vepw7t01TtotEi'tE aù-roiç

Oj.LOtwç. 32 KaÌ EÌ àyaTtéi'tE -roùç àyaTtwv-raç Ùj.Léiç, ltOta ÙJ.1iV xaptç


è:crriv; Kaì yàp oi àJ.Lap-rwÀoÌ -roùç àya1twv-raç aù-roùç àyaTtwcnv.
33 Kaì [yàp] è:àv àya9oTtotij-rE -roùç àya9oTt01ouv-raç ÒJ.Léiç, Ttoia

ÒJ.LiV xaptç Èanv; KaÌ OÌ àj.Lap-rwÀoÌ 'tÒ aÙ'tÒ 1t010UcnV. 34 KaÌ Èàv
ÒavlO'l'J'tE Ttap' WV ÈÀTtt~E'tE Àa~EiV, ltOla ÒJ.LiV xaptç (Èanv]; KaÌ
àJ.Lap-rwÀoÌ àJ.Lap-rwÀoiç òavi~oucnv iva àTtoÀa~wcnv -rà icra.

Il 6,27-35 Testo parallelo: Mt 5,38-48 siddetta «regola d'oro» è presente anche in


6,29 Mantello ... tunica- Il greco l~nov Mt 7, 12; essa però risale già ai testi dell' AT
indica l' «abito», la «sopravveste», il «man- (cfr. Lv 19,18; Tb 4,15) e la si ritrova pure
tello» che si porta sopra la «tunica» (X Ltwv ), nella letteratura giudaica e negli scrittori
che invece indica la veste che sta sotto, a greci. Secondo la versione di Matteo questa
contatto con la pelle. La Torà, per difendere massima compendia «la Legge e i Profeti»,
il povero, obbligava a restituirgli il mantello cioè l'intero corpo delle Scritture. In Luca
al tramonto, in quanto esso spesso rappre- invece la vicinanza al comando di «amare i
sentava la sua casa (cfr. Es 22,25-26; Dt nemici» ne offre un'interpretazione.
24, 10-17). 6,32 Contraccambio - Nelle tre domande
6,31 Come volete (Ku9Wc; 9ÉÀEn) - La co- retoriche (vv. 32.33.34) si usa il termine

Amare il nemico. La parte centrale del discorso svolge il tema dell'amore


verso il prossimo e in particolare verso il nemico; a questo proposito l'insegna-
mento di Gesù si distingue sia dalla tradizione ebraica (incentrata sull'amore al
compatriota o al correligionario) sia dalla filosofia greco-romana (dominata dal
principio della reciprocità). Dopo quattro imperativi (vv. 27-28), vi sono tre esempi
di non-resistenza (vv. 29-30), che culminano nella regola d'oro (v. 31); infine,
tre obiezioni (vv. 32-34) culminano con la ripetizione dell'imperativo iniziale
(v. 35), dando luogo a un'inclusione.
Il forte uso delle ripetizioni (imperativi, negazioni, condizionali) dà molta
enfasi al discorso: gli stessi esempi fanno immaginare al lettore altre situazioni si-
mili. Gli imperativi iniziali sono rivolti a quel «voi» destinatario delle beatitudini:
l'amore (la radice del verbo è il termine agape) si manifesta come un'attitudine
che si declina nel «fare del bene», nel «benedire», nel «pregare)) (cfr. vv. 27-28).
Alle quattro beatitudini e ai quattro guai seguono quattro imperativi che decli-
137 LUCA6,34

27 Ma a voi che ascoltate dico: «Amate i vostri nemici, fate


del bene a quelli che vi odiano, 28 benedite quelli che vi
maledicono, pregate per quelli che vi calunniano. 29 A chi ti
percuote sulla guancia porgi anche l'altra e a chi prende il tuo
mantello non negare anche la tunica. 30A chiunque ti chiede
da' e a chi prende le tue cose non richiederle indietro. 31 Come
volete che gli uomini facciano a voi, ugualmente fate a loro.
32 Se amate quelli che vi amano, quale contraccambio ne avete?

Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33 E se fate del bene


a quelli che vi fanno del bene, quale contraccambio ne avete?
Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a quelli da
cui sperate di ricevere, quale contraccambio ne avete? Anche i
peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto.

xlipu; a indicare non tanto la «grazia divina», invece si rivolge a un uditorio etnicamente
bensi il «contraccambio»; cfr. Sir 12,1: «Se meno caratterizzato.
fai il bene, sappi a chi lo fai, e avrai ricono- 6,34 Prestate (oavlo11tE) - L'immagine è
scenza (OSSia "contraccambio", XUPLt;) per ambigua: si intende il ritorno del denaro
la tua bontà>>. Naturalmente la risposta che prestato, degli interessi, oppure si tratta di
si presuppone a queste domande è: «nessun ricevere a propria volta un prestito? Inter-
contraccambiO>>! pretare il passo come un divieto a prestare a
Peccatori (IÌtJ.aptwA.o() - Matteo, rivolgen- usura (cfr. Lv 25,34-37) è perlomeno ridut-
dosi a un uditorio di ebrei, parla di «esattori» tivo. Forse l'imprecisione dell'espressione
(oi tEÀWVIXL, 5,46) e «pagani» (OL É9vLKOL, quanto al prestito è voluta, per meglio evo-
5,47), categorie ad essi contrapposti; Luca care la reciprocità.

nano l'idea dell'amore al nemico. I quattro comandi («amate», «fate del bene»,
«benedite», «pregate») richiamano e insieme si contrappongono alle quattro ma-
nifestazioni di odio della quarta beatitudine («vi odieranno», «vi escluderanno, vi
insulteranno e respingeranno»: v. 22) nelle quali si palesa l'inimicizia nei confronti
dei cristiani. Gesù chiama a opporre all'ostilità altrui il contrario, spezzando il
principio di reciprocità. I tre esempi di non-resistenza, poi, arricchiscono oltremo-
do il discorso: porgere l'altra guancia significa reagire al di là dell'altrui pretesa
nei propri confronti. Se fosse pura passività, non ci sarebbe reazione; invece, una
simile risposta ha qualcosa di provocatorio. L'attitudine non-violenta, cioè, è un
gesto di tipo profetico, che ha valore di denuncia, rifiutando la violenza mimetica.
Le tre obiezioni sono domande retoriche, che contestano una stretta applica-
zione del principio della reciprocità nelle. relazioni umane: agire alla ricerca di un
ritorno caratterizza i «peccatori» (vv. 32.33.34). I discepoli, invece, sono invitati
a elevare le relazioni al di sopra del sistema di gratificazione, in quanto la loro
LUCA6,35 138

35 1tÀ~v àyanéi-rE -roùç txepoùç ÒJlWV KaÌ àya8onolfiTE KaÌ òavil;ETE


JlT'JÒÈv ànclnil;ov-rEç· KaÌ Écrtal ò }lloeèx; ÒJlWV noÀuç, KaÌ ÉoEoeE uioì
ulJJ{crtou, on a&ròç XPT'Jot'O<; Èonv È1tÌ TOÙ<; àxap{crtouç KaÌ 1tOVT')pouç.
36 rivEoSE oiKnpJlovEç KaSwç [Kaì] ò na~p ò}lwv oiKr{pJlwv

Èonv. 37 Kaì Il~ KptVETE, Kaì oò Il~ Kplefj-rE· KaÌ Il~ Ka-raòl1«i~ETE,
KaÌ OÙ }l~ KaTaÒlKaoefi-rE. ànOÀUEt'E, KaÌ àno~~E· 38 ÒtÒOTE,
KaÌ &>etloE-rat ÒJliV' }lé-rpov 1«XÀÒv 1tE1tlfo}lévov oEo<XÀEU}lfvov
ÒTtEpEKXtJVVOJlEVOV &>ooumv Eiç -ròv KOÀnov ÙJlWV' 4> yàp Jlérfl<f>
}lETpEi-rE àvn}lETPT'J8TlOE-rat U}liV. 39 EinEV BE KaÌ napa~oÀ~v
aù-roiç· Jl~n Swa-rm rocpÀÒç rocpÀÒV ÒÒT')yEiv; oùxì à}lcp6-rEpot ciç
~6euvov ÈJlnEOOUvTal; 40 OÙK ronv }la~ç ùnÈ:p TÒV Òl&ioKaÀov-
KaTT')pno}lfvoç BE néiç Écrtal wç ò Òt&lcooxÀoç amou. 41 Ti òè: ~ÀÉnEl<;
-rò J«ipcpoç -rò è:v -r<f> òcp8aÀJl<f> rou à&Mpou oou, ~v BE ÒOKÒv ~v è:v
-r<f> iòitp òcp8aÀJl<f> où KaTavoEiç; 42 7tWç Swaoal Myav -r<f> àòEÀCp<f>
CJOU' IÌÒEÀcpÉ, acpEç È1<{3<%Àw TÒ J«ipcpoç t'Ò Èv T<f> Ò<p8aÀJl<f} CJOU, amòç
~V Èv t'<f} Ò<p8aÀJl<f'> CJOU ÒOKÒV OÙ ~ÀÉnWV; ÙltOKplTii, É1<{3aÀE 1tpWTOV
~v ÒOKÒv ÈK -rou òcp8aÀ}loO oou, KaÌ TOTE Sw~MlJJaç -rò J«ipcpoç -rò
Èv T<f> Ò<p8aÀ}l<f} TOU IÌ&Àq>OU CJOU È~aÀEiV.

6,35 Senza nulla sperare (11,&1; &:nùnl{ovnc;) diventi figlio di Dio in virtù del suo amore verso
-Il verbo &:TTEÀ1TL(w solitamente significa «di- il prossimo. Come Dio non agisce secondo il
sperare». Qui però indica la rinuncia a sperare principio di reciprocità, cosi il discepolo è invi-
che sia restituito quanto è stato prestato. tato a comportarsi nello stesso modo.
Figli del/ 'Altissimo (ui.oì. iAjli.orou)- L'eco è du- //6,36-42 Testi paralleli: Mt 7,1-5; Mc 4,24-25
plice: all'interno del racconto richiama il titolo 6,36 Siate misericordiosi (ytvea6E ol.tc:ti.woVE=c;)
dato a Gesù dall'angelo Gabriele (cfr. 1,32), -n detto del v. 35 è qui rifonnulato sulla fal-
nel contesto delle Scritture v'è un'allusione a sariga di Lv 19,2: (<Siate santi, perché santo
Sal 82,6 e Sir 4, l O; è da escludere che l'uomo sono io, il Signore Dio vostro>>. Luca usa (caso

vocazione è quella di essere «figli dell'Altissimo» (v. 35). Figli di Dio a immagine
di Gesù, i discepoli riflettono l'amore illimitato del Padre, che «è benevolo verso
gli ingrati e i cattivi» (v. 35). Un simile insegnamento apre una finestra su una
comunità nella quale le differenze erano marcate (fra giudei e gentili e/o fra ricchi
e poveri), ma in cui avveniva il miracolo dell'amore reciproco.
Non giudicare. Immediatamente dopo l'appello a essere «figli» del Padre
(v. 35), quindi suoi imitatori, Gesù esorta a non giudicare. L'esortazione è
ripetuta con enfasi in quattro sentenze: due negative (v. 37ab) e due positive
(vv. 37c-38). Porsi a giudice di un altro equivale a volersi sostituire a Dio e
pretendere di conoscere la verità di una persona. Una simile pretesa è ripagata
severamente: chi condanna al posto di Dio sarà condannato nel momento del
giudizio escatologico. Al contrario, la generosità sarà ricompensata dalla be-
139 LUCA6,42

35Amate, invece, i vostri nemici, fate del bene e prestate senza


nulla sperare: la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli
dell'Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i
cattivi. 36 Siate misericordiosi come [anche] il Padre vostro
è misericordioso. 3'Non giudicate e non sarete giudicati.
Non condannate e non sarete condannati. Perdonate e sarete
perdonati. 38Date e vi sarà dato: una bella misura, pigiata,
scossa, traboccante vi sarà data in grembo, perché con la misura
con cui misurate sarà rimisurato a voi». 39Disse loro anche una
parabola: «Può forse un cieco guidare un cieco? Non cadranno
entrambi in una fossa? 40 11 discepolo non è al di sopra del
maestro; chiunque, ben preparato, sarà come il suo maestro.
41 0ra, perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello,

mentre non consideri la trave che è nel tuo occhio? 42 Come


potrai dire al tuo fratello: "Fratello, lascia, estraggo la pagliuzza
dal tuo occhio", se tu stesso non vedi la trave nel tuo occhio?
Ipocrita, estrai prima la trave dal tuo occhio e allora osserverai
la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello per estrarla.

wtico nei vangeli) l'aggettivo olKttpiJ.Wv;..esso cioè rimanda a un'azione il cui autore è Dio.
ha Wl notevole retroterra anticotestamentario, 6,42/pocrita (u1!oKp~tli)- Per quanto nella
in quanto indica wto degli attributi di Dio (cfr. Settanta (cfr. Gb 34,30; 36, 13) il termine
Es 34,6; Dt 4,31; Gl2, 13; Gio 4,2). indichi l' «apostata», il <<malvagio», il «per-
6,37 Non giudicate (JJ.~ Kpivfn) -Non si verso», in bocca a Gesù (sempre e solo nei
pensa qui all'esercizio della funzione giudi- Sinottici) caratterizza l'atteggiamento falso
ziaria, bensi alla critica che condanna. di chi agisce con furbizia, astuzia e simula-
Non sarete giudicati (KpLin'J'rE)- Verbo in for- zione, cioè come un attore che recita la sua
ma passiva che ha valore di passivo divino, parte.

nevolenza divina, illustrata da un'immagine commerciale (v. 38): il mercante


riempie una misura, la pressa, la scuote e aggiunge grano finché essa non
debordi prima di versarla nel grembiule del cliente.
La parabola che segue (v. 39) contiene un messaggio chiaro: un cieco mal
accompagnato cadrà nella fossa come la sua guida. Si tratta di un forte richiamo
ai membri della comunità, che pensano di essere illuminati e, quindi, in dovere
di offrire consigli a coloro che ritengono meno dotati. La sentenza del v. 40 com-
menta: essere «ben preparato» come il Maestro è rinunciare come lui a ergersi a
giudice degli altri. Diversamente, si cade nel paradosso rappresentato dall'immagi-
ne iperbolica della pagliuzza e della trave nell'occhio (vv. 41-42). Il detto esorta a
non fidarsi troppo del proprio giudizio, in quanto chi lo fa si espone al rimprovero
di essere senza discernimento o, più esattamente, di essere un «ipocrita» (v. 42),
LUCA6,43 140

43 Où y<ip Ècmv &vòpov KaÀÒv nmow Kap1tÒV oonp6v, oÙÒÈ miÀlv


&v~pov cra:npòv noww KapJtÒV Ka:Àév. 44 EKao-rov yàp &vòpov b< -cou
i~iou Ka:p1tOU ytVclxn<rnn- où yàp è:~ OO<aveG>v cru}JJ;youmv crOKa: oÙÒÈ
f1< ~arou O"Ca:cpuÀJÌV -cpvyGxnv. 45 Òàya:eòç av9pwnoç f1< "COU àya:9ou
Sr]cra:upou n;c; Ka:p~laç ltpCXpipa -cò àya:e6v, Ka:Ì ò nOVTlpòc; b< -cou
novrJpou npocpÉpa "CÒ OOVt'JpOv f1< yàp neptaCJ'E6}J(X'toç ~{aç Àa:Àéi "CÒ
O"CO}la: a:Ù"COU. 46 Ti ~É }lf Ka:Àel"CE' KUpte KUpte, Ka:Ì où notei"CE aÀÉyw;
47 lléiç ÒÈPXO}lfVoçnp6c;}lf Ka:Ì<ÌKOUWV }lOU "CWV Mywv Ka:Ì notG>v a:ù"Couc;,

lntO~W U}llV nVl è:O"Cìv O}lOtoc;' 48 O}lOt6c; Ècmv àvepWmp OÌKO~}lOUvn


oiKia:v oc; EOKa:\jJEV Ka:Ì È~a9wEV Ka:Ì EeYJKEV 9E}lÉÀtOV ÈnÌ nìv nÉ-cpa:v·
nÀt'J}l}lUpTJc; ~È yEVo}lÉVt'Jc; npooÉpYJ~EV ò no-ca:}lòc; "Cfi oiK~ è:KEivn, Ka:Ì
oùK ioxucrEV cra:ÀEucra:t a:ùnìv ~tà -cò Ka:Àwc; oiKo~o}lfjcr9a:t a:ùn1v.
49 ò ÒÈ àKoucra:c; Ka:Ì ll~ not~cra:c; O}lot6c; Ècrnv àv9f)Wmp oiKO~}l~cra:vn

OÌKl<XV ÈnÌ "C~V yfjv XWpÌç 9E}lEÀlOU, Tl npocrÉpTJ~EV ÒnO"C<X}lOç, Ka:Ì


EÙ9Ùç OUVÉnEOEV Ka:Ì ÈyÉvE"CO "CÒ pfjy}la: "Cfjç OÌK{a:ç ÈKElVTJc; }lÉya:.

//6,43-49 Testi paralleli: Mt 7,15-27; 12,33-35 6,45 Cuore (Kapo(ac;)- Cfr. nota a 1,66.
6,43 Frutto (K«prrév)- Spesso nell' AT si utiliz- 6,47 Ascolta (aKollwv)- Il participio presen-
zano i frutti per simboleggiare le azioni wnane, te indica durata e ha forse il senso pregnante
buone o cattive (cfr.ls 3,10; Ger 17,10; 21,14; di «obbedire»: si tratta dunque di un ascolto
Os l o, 13). nriferimento nel nostro p$50 fooe è efficace e durevole. Al v. 49, invece, il par-
ai falsi maestri o ai falsi profeti di una commùtà. ticipio del verbo &tcollw è aoristo (ùt<oooac;) e

cioè un attore che recita un ruolo, ovverosia uno che pretende di possedere la virtù
del discernimento, senza in realtà disporne. Ancora una volta dietro queste parole
si intravede una comunità cristiana dove non mancano i conflitti: l'uso del termine
«fratello» (l'appellativo che si usava solitamente fra i membri della Chiesa) è una
spia che denuncia il desiderio di alcuni credenti di controllare e correggere altri.
!frutti. La parabola agricola (vv. 43-44) e la sua applicazione (v. 45) riprendono
il linguaggio sapienziale dell'Antico Testamento. Da una parte si apprende una
lezione a partire dali 'esperienza: che un albero sia sano lo si misura dai suoi frutti
(v. 43); inoltre, è noto che ogni pianta ha un suo frutto proprio, e non si può imma-
ginare di cogliere frutti squisiti (fichi e uva in Israele) dallo spino (v. 44). D'altra
parte il «frutto» è una metafora classica nell'Antico Testamento per designare le
scelte dell'uomo (cfr. Pr 1,31; Ger 17, IO; Os 10, 13). Così il buon frutto significa
agire come è indicato nei vv. 27-42. Gesù, dunque, applica l'esempio alle perso-
ne: quanto una persona opera rivela la sua interiorità; il bene viene da un cuore
buono, il male da un cuore cattivo. Il principio che regge l'argomentazione è la
concezione ebraica della persona: l'umano è tutto nelle sue opere; parole e gesti
svelano la sua identità. Per questa ragione la tradizione biblica enuncia l'idea di un
giudizio divino sulle opere dell'uomo: esse indicano la profondità del suo essere.
141 LUCA6,49

43Non c'è, infatti, albero buono che faccia un frutto cattivo, né


un albero cattivo che faccia un frutto buono. 44 0gni albero è
riconosciuto dal proprio frutto; non si raccolgono infatti fichi dagli
spini né dal rovo si vendemmia uva. 45L'uomo buono dal buon
tesoro del cuore tira fuori ciò che è buono, ma l'(uomo) cattivo dal
cattivo tira fuori ciò che è cattivo. Dalla sovrabbondanza del cuore
parla la sua bocca. 46Perché mi chiamate: "Signore, Signore" e non
fate quanto dico? 47Chiunque viene a me, ascolta le mie parole e le
mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile. 48È simile a un uomo
che, costruendo una casa, scavò e andò in profondo e pose le
fondamenta sulla roccia. Venuta una piena, il fiume irruppe contro
quella casa ma non ebbe forza di smuoverla perché era costruita
bene. 49lnvece, chiunque ascolta e non mette in pratica è simile a un
uomo che costruì una casa sulla terra, senza fondamenta, contro cui
irruppe il fiume e subito crollò e la rovina di quella casa fu grande».

indica un ascolto momentaneo e inefficace. 6,49 Chiunque ascolta (b ... cbcoooo:ç)- Cfr.
6,48/n profondo (Epci9uVEv) - Luca, a diffe- nota a 6,47.
renza di Matteo, insiste sul fatto di scavare in Subito (EUO\\ç)- L'avverbio, frequentissimo
profondità: il contrasto è fra lo sforzo richie- in Marco, compare solo qui in Luca L'enfasi
sto per edificare una casa sicura e la pigrizia è tutta sull'immediatezza della rovina, conse-
di chi edifica una dimora instabile. guenza di un ascolto cui non segue l'azione.

Il v. 46 continua il motivo, opponendo il «dire» e il «fare» (il verbo poiéo, «fare»,


ritorna cinque volte nei vv. 46-49). Gesù critica coloro che si limitano a dire «Signo-
re, Signore» e non praticano quanto dicono: si tratta di una pietà che si ferma alle
parole e non trova concretezza. La parabola dei due costruttori (vv. 47-49) chiarisce
l'idea espressa dal detto del v. 46. Ciò che fa la differenza fra le due costruzioni è
la fondazione (una è sulla pietra, l'altra è sulla sabbia) e, dunque, la resistenza nel
tempo dell'inondazione (la prima costruzione resiste, l'altra rovina). Una simile
immagine (che richiama il diluvio) è una metafora del giudizio divino alla fine
dei tempi. Ciò che fa la differenza fra stabilità e crollo è dichiarato: sopravvivrà al
giudizio di Dio l'opera di chi «ascolta le mie parole e le mette in pratica>> (v. 47).
Qui l'opposizione non è tra fede e incredulità, ma è fra due tipi di credenti: coloro a
cui la parola di Gesù trasforma la vita e coloro, invece, il cui ascolto rimane sterile.
Come il libro del Deuteronomio termina l'elencazione dei comandamenti ricor-
dando la scelta del bene e del male, della vita e della morte, della benedizione e
della maledizione (cfr. Dt 30,15-20), cosi il discorso lucano della pianura termina
mettendo in campo l'alternativa fra la vita e la morte. Tuttavia, questo appello alla
responsabilità umana si rifà non alla Legge di Mosè ma all'autorità della parola
di Gesù, proclamata ai discepoli e alle folle.
LUCA 7,1 142

7,-rou Àaoo, EÌCJilÀ9EV Eiçmxvra


'Em:tO~ ÈnÀ~pwcrEV -rà:
Kacpapvaou}l.
P~}l(l't'(l aù-rou dç -rà:ç à:Koà:ç
'EKa-rov-rapxou OÉ nvoç
2

OooÀoç KaKG>ç f:xwv ~}lEÀÀEV 't'EÀEu't'éÌV, oç ~v aù-rq> EvTI}lO<;.


3 àKoocraç OÈ m:pÌ 't'OU 'ITJOOU àltÉcr-rElÀEV npòç aÙ-rÒV 1tpEcr~u-rÉpouç

't'WV 'IouOa{wv Èpw-rwv aù-ròv onwç ÈÀ9wv Otacrwcrn -ròv OooÀov


aù-roo. 4 oi OÈ TtapayEVO}lEVOlTtpÒç 't'ÒV 'ITJOOW TtapEK<i:ÀoUV aÙ't'ÒV
crTtOUOa{wç ÀÉyOV't'E<; on a~t6ç Ècrnv 4) TtapÉ~n 't'OU't'O' 5 àyaTt~ yà:p
't'Ò É9voç ~}lWV KaÌ ~v cruvaywy~v aù-ròç 4>Ko00}lTJOEV ~}liV. 6 Ò OÈ
'lfJOOU<; ÈnopEUE't'O CJÙv aù-roiç. ~OTJ OÈ aÙ't'oo OÙ }laKpàv àJtÉXov-roç
ànò rijç oiKiaç Ém:}l$EV cpiÀouç ò ÉKa-rov-raPXTJ<; Mywv aù-rq>· KuplE,
}l~ OKUÀÀou, où yà:p iKav6ç EÌ}lt \va ìntò ~v cr-rÉyTJv }lOU EÌcrÉÀ9nç·

/17,1-10Testi paralleli: Mt 8,5-13; Gv 4,46-53 un ufficiale che è a capo di una compagnia


7,1 Quando (bELli~)- La congiunzione so- romana di cento uomini. Forse a Cafamao
litamente ha valore causale («poiché»), ma non c'erano truppe romane ma mercenarie,
qui ha valore temporale (unico caso in tutto il al servizio di Erode Antipa
NT). Alcuni manoscritti (fra cui il codice Si- Caro (~vn11oç) - L'aggettivo alla lettera
naitico [N]) leggono f:tTE:lliÉ («quando», «dopo significa «prezioso», «di valore» e, quindi,
che») ma si tratta di una correzione scribale. «caro», «importante» o «ragguardevole».
7,2 Centurione (I:Katovtcipxllç)- Si tratta di 7,3 Anziani -Il termine TTPf~UtE'poL non in-

7,1-50 Il profeta acclamato e contestato


Il cambiamento di spazio, tempo e personaggi (v. l) indica una nuova sezione.
Luca fa tornare Gesù a Cafarnao (vv. 1-10); poi il teatro dell'azione si sposta a
Nain (v. 11 ): qui la scena è ambientata in città (vv. 11.37) sino al tennine del
capitolo. La coerenza della narrazione è legata all'identità di Gesù, riconosciuto
come «grande profeta» dalla folla (v. 16), sospettato di non esserlo da parte del
fariseo Simone (v. 39); anche Giovanni il Battista invia due suoi discepoli per
sapere della sua identità (v. 19). Vi sono, inoltre, una serie d'indizi che rivelano il
legame fra l'episodio della guarigione del servo del centurione pagano (vv. l-l O)
e la risurrezione del figlio della vedova di Nain (vv. 11-17): i protagonisti sono
prima un uomo e poi una donna, secondo una tipica alternanza amata da Luca; il
motivo de li' ammirazione e della diffusione della notizia è posto al tennine dei due
racconti (vv. 16-17); l'accostamento di un capo pagano e di una vedova rimanda
ai due esempi citati a Nazaret (cfr. 4,25-27). Tuttavia, di fronte all'attività di Gesù
(il v. 22 elenca sommariamente i miracoli), le reazioni si differenziano: alcuni
accolgono la sua rivelazione, altri la rifiutano.
7,1-10 Il centurione romano e il suo servo
Il racconto del miracolo della guarigione del servo del centurione romano
è assai singolare: Gesù non incontra colui che lo prega di compiere un'azione
potente, e lo stesso miracolo non è descritto ma solo notificato dall'evangelista
143 LUCA 7,6

7 Quando ebbe terminato (di rivolgere) tutte le sue parole


1

al popolo che lo ascoltava, entrò in Cafarnao. 20ra, un


centurione aveva un servo malato che stava per morire e gli
era molto caro. 3Avendo udito parlare di Gesù, gli inviò alcuni
anziani dei giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo.
4Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza,

dicendo: «(Egli) merita che (tu) gli conceda questo; 5infatti ama
la nostra nazione ed egli stesso ha costruito la sinagoga per
noi». 6 Gesù si incamminò con loro. Quando non era lontano
dalla casa, il centurione inviò amici a dirgli: «Signore, non
disturbarti! Infatti non sono degno che entri sotto il mio tetto;

dica solo gli «uomini anziani», ma i leader (tKavéç) ad accogliere Gesù (cfr. v. 6).
della comunità di Cafamao. Essi sono inviati 7,5 Ama la nostra nazione (&.ycxmj ycìp tò
a Gesù da un pagano per rispettare le usanze i9voç ~!-LWv) - Il centurione appartiene ai
ebraiche. cosiddetti ((timorati di Dio» (cfr. At 10,2).
7,4 Merita (ci~u)ç tanv)- Alla lettera: «è Con termini molto simili Giuseppe Flavio
degno», «è meritevole»; forte è il contrasto descrive Alessandro Magno: ((Stimava la
con quanto dirà di sé il centurione, ricono- nostra nazione (tò E'9voç)» (Contro Apione
scendo di non essere «capace», «idoneo» 2,4 § 43).

al termine della narrazione. Anche le circostanze nelle quali tutto si svolge non
sono abituali: colui che domanda un intervento taumaturgico è un centurione,
ovverosia un ufficiale delle truppe romane di occupazione, cioè un pagano, per
nulla partecipe della comunità ebraica.
Attesa e sorpresa. Quest'uomo, sapendo che gli ebrei devono evitare i contatti
coi non-circoncisi, pena la contrazione deli 'impurità (cfr. At l 0,28), non si reca da
Gesù ma invia un'ambasceria qualificata per esporgli il caso che gli sta a cuore:
la disperata situazione del servo malato. La delegazione (vv. 3-5) espone la sua
richiesta a Gesù e ricorda la generosità del centurione nei confronti della nazione
ebraica; il notevole elogio che gli anziani tessono dell'ufficiale romano fa sor-
gere il sospetto che l'uomo sia un timorato di Dio, ovverosia un pagano attratto
dal giudaismo e forse in cammino verso una conversione piena al Dio d'Israele.
Egli è definito dagli stessi anziani d'Israele «degno» (v. 4b, alla lettera) di essere
oggetto dell'azione potente di Gesù. Nel momento in cui Gesù si avvia verso la
casa del centurione, il lettore immagina che là Gesù compirà il miracolo. Invece,
sorprendentemente, giunge una seconda delegazione (vv. 6-8), formata da alcuni
amici dell'ufficiale non meglio specificati (si tratta di ebrei o di pagani?). Questi
uomini riferiscono le parole dell'uomo, capovolgendo la precedente valutazione
offerta dagli anziani e bloccando il cammino di Gesù: il centurione non si sente
«degno» (v. 6) di accoglierlo nella sua casa.
LUCA 7,7 144

7 Otò ouo€ È}lau-ròv ~~{woa 1tpÒç o€ ÈÀ9Eiv· àM' €Ì1tÈ ÀOy(f>, KaÌ
iae~-rw ò Jtaiç }lOU. 8 Kaì yàp Èyw &vepw7t6ç EÌ}lt {mò È~ouoiav
-raooO}lEVO<; éxwv {m' È}lau-ròv o-rpanw-raç, Kaì Myw -rou-r4>·
1tOpEU9f'ln, KaÌ 1tOpEUE1'at, KaÌ aÀÀ(f>' ÉpXOU, KaÌ ÉpXE-rat, KaÌ
1'4) ÒOUÀCf> }lOU· 1t0lf'IOOV 1'0U1'0, KaÌ ltOtEi. 9 CxKOUoaç OÈ -rau-ra Ò
'lf'IOOU<; È9aU}laOEV aÒ-rÒv KaÌ o-rpacpEÌç 1'4) CxKOÀOU9ouvn au-r4)
OXÀCf> EÌJtEv· Myw Ù}liV, ouò€ Èv 1'4) 'Iopa~À 'tOOaU1'f'IV lttonv
EÒpov. 1°Kaì ÙJtoo-rpÉ\jJav-rEç EÌ<; -ròv oÌKov oi 1tE}lcp9Év-rEç EÒpov
-ròv OouÀov ùytaivov-ra.
11 KaÌ ÈyÉVE1'0 ÈV 1'4) É~fjç È1tOpEU9f'l EÌ<; 1tOÀtV KaÀOV}lÉvf'IV Naiv

KaÌ OUVE1tOpEUOV1'0 au-r<f> oi }la9f'l'taÌ au-rou KaÌ OXÀO<; 1tOÀuç.

7,7 Sia guarito (ia9r\tw)- L'imperativo Tl'ionv eupov)- La costruzione greca (alla
aoristo passivo (come nel codice Vaticano lettera: «Nemmeno in Israele una simile fede
[B] e altri) è da preferire all'indicativo futu- ho trovato») enfatizza il complemento («Wla
ro passivo (la9r\onaL), molto più attestato simile fede») e l'indicazione spaziale («in
(dai codici Sinaitico [K], Alessandrino [A] Israele»), che solitamente seguono il verbo.
e altri). L'imperativo è più audace, mentre L'accento va sulla fede.
il futuro («sarà guarito») ne attenua la fona. 7,10// servo guarito (tòv ooiiÀDv ùyLa(vovta)
7,9 Nemmeno ... una fede simile (oùOL. -Alcuni manoscritti (il codice Alessandrino

Nodi e soluzioni. Il nodo da sciogliere è duplice: il primo è la grave malattia del


servo del centurione che abita nella casa del romano; la cosa, però, si complica a
motivo del costume giudaico di non contaminarsi coi pagani. L'ufficiale romano,
certo di avere a disposizione la soluzione del primo problema nella persona di
Gesù, la cui fama di guaritore a Cafamao era ben nota(cfr. 5,17-26; 6,17-19), invia
messaggeri. In questo modo il servo guarirà. ma non sarà rispettata la tradizione
giudaica. Se, tuttavia, dalle parole della prima delegazione si può dedurre una
richiesta che intende convocare Gesù in casa, le parole della seconda delegazione
escogitano una soluzione nuova, che risolverà sia il primo sia il secondo problema.
Con la richiesta di non varcare la soglia della sua casa, il centurione trasferisce su
Gesù la sua esperienza militare: la sua parola è efficace e i suoi ordini vengono
eseguiti puntualmente dai servi; si tratta del ragionamento a minore ad maius: se
qualcosa vale per il piccolo, quanto più per il grande. Se la parola del centurione
realizza quanto dice, tanto più la parola di Gesù! Se, dunque, egli si fa obbedire
dai soldati, a maggior ragione la parola di Gesù sarà efficace nei confronti del
servo malato. Il centurione suggerisce a Gesù come agire senza contaminarsi
entrando nella sua casa.
La fede. La conclusione di Gesù (v. 9) è colma di ammirazione per la fede
del centurione. Solitamente avviene il contrario: è la gente a meravigliarsi per
qualche azione miracolosa compiuta da Gesù; qui invece - caso unico in tutto
145 LUCA 7,11

7per questo non mi sono nemmeno ritenuto degno di venire


da te, ma di' una parola e sia guarito il mio servo. 8Anch'io,
infatti, sono un uomo sottoposto ad autorità e, avendo soldati
sotto di me, dico a uno: "Va'!" ed egli va; e a un altro:
"Vieni!" ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo" ed egli lo
fa». 9 Ascoltando queste cose, Gesù lo ammirò e, volgendosi,
disse alla folla che lo seguiva: «Dico a voi che nemmeno in
Israele ho trovato una fede simile». 10 E, tornati a casa, gli
inviati trovarono il servo guarito.
11 1n seguito si incamminò verso una città chiamata Nain;

insieme a lui camminavano i suoi discepoli e molta folla.

[A], il codice di Beza [D] e altri) leggono: «il sottintende forse il tennine xpov~ («tem-
servo malato, guarito»; altri codici (fra cui il po>> ); Luca, infatti, utilizza È~iìc; riferendo-
Sinaitico [N] e il Vaticano [B)) preferiscono si al «giorno seguente)) (cfr. 9,37; At 21, l;
la lezione più breve, che pare più probabile. 25, 17; 27, 18).
7,11 In seguito s'incamminò (K«L ÉyÉvE=-ro Nain (Natv)- Si tratta molto probabilmente
~v 't~ i:~iìc; i:nop~=OO,) - L'inizio è solenne; della moderna Nein, fra Ghilboa e il monte
alla lettera: <<E avvenne nel camminare nel Tabor. Già Eusebio di Cesarea la identificava
(tempo) seguente». L'espressione fV 't~ Èçftç ai piedi del Tabor (cfr. Onomastilwn 140,3-5).

il terzo vangelo - è Gesù che si meraviglia per le parole del centurione. Nella
sinagoga di Nazaret Gesù ricordava già l'esempio di alcuni non-ebrei al tempo di
Elia ed Eliseo (cfr. 4,25-27). Nella fede del centurione Luca vede la prefigurazione
dell'apertura universale della salvezza, il cui inizio avverrà nella casa di un altro
centurione romano, Cornelio (cfr. At 10,1-48). Fra i due v'è indubbiamente una
relazione non a livello della storia ma a livello del racconto; Luca, tuttavia, non
brucia le tappe: Gesù, a differenza di Pietro (cfr. At l 0,25), si mantiene a distanza
dal centurione pagano. Per mezzo della propria fede l'uomo ha ottenuto quanto
chiedeva a Gesù per bocca degli anziani ma, insieme, ha rispettato la consuetudine
giudaica di non entrare nella casa dei pagani.
7,11-17 La risurrezione de/figlio della vedova di Nain
Questo miracolo fa parte del materiale proprio del terzo vangelo, sicché non
ha paralleli negli altri racconti. Luca ama abbinare a un personaggio maschile un
personaggio femminile (cfr. 1,5-25.26-38; 2,25-35.36-38; 7,36-50; 15,3-7.8-10):
dopo il centurione romano, racconta di una donna. Fra i due miracoli v'è una
certa unità e pure una gradazione: da una parte un uomo in pena per il suo servo,
dall'altra una donna che ha perso il suo unico figlio; il servitore sta molto male,
il ragazzo è già morto; il primo è guarito per mezzo di una parola, il secondo è
fatto risorgere con un comando. I due segni toccano un servitore e un figlio, ma
sono compiuti in favore di terzi: il centurione e la vedova.
LUCA 7,12 146

12 wç ÒÈ ~Y)'lO'EV tft mJÀn tfjç ltOÀtWç, KaÌ ÌÒOÙ É:~eKO,fl~E"tO


-rE9vTJKWç }lOVOYEV~ç uÌÒç :rf'i }lTJ"tpÌ aÙ-roO KaÌ aÙ~ TJV X~pa, KaÌ
oxÀoç tfjç n6Àewç ÌKavòç ~v oùv aùtft. 13 KaÌ iòwv aù~v ò KUptoç
É:crrrÀayxvioeTJ é:n' aù-rfi Kaì elltEV aùtft·ll~ KÀaTE. 14 Kaì npoofÀ9wv
~ljJa-ro tfjç oopoO, oi ÒÈ ~aonx~ov-rEç Éo-rTJoav, Kaì eiltEV· vEaviOKE,
ooì M:yw, é:yép9TJn. 15 Kaì àvEKa9toEV ò vEKpòç KaÌ ~p~a-ro ÀaÀEiv,
KaÌ EÒWKEV aù-ròv tft }lTJ"tpÌ aù-roO. 16 EÀa~EV ÒÈ cp6~oç nav-raç KaÌ
É:ÒO~a~OV "tÒV 9eÒV ÀÉ:yOV"teç OTI npocp~"tl'Jç }JÉyaç ~yép9TJ É:V ~}liV
KaÌ on É:ltEOKÉ\jJa-ro Ò 9EÒç -rÒV Àaòv·aù-roO. 17 KaÌ É:~~À9€V Ò Àoyoç
où-roç é:v oÀn tft 'Iouòai~ ltepÌ aù-roO KaÌ naon tft 1tEptXWP(f)·

7,12 Stavano portando via - Il verbo il Signore vittorioso sulla morte, Gesù è qui
€KKCJI'L'w è utilizzato da Giuseppe Flavio nel mppresentato come il Messia che compie
senso di «condurre a sepoltura» (cfr. Guerra segni stmordinari (cfr. vv. 19.22).
giudaica 5,13,7 § 567). Si commosse profondamente (€atrÀaYJ(vLalh])
Unico {I.LovoyEV1lc;)- Termine usato tre volte - Laddove Marco caratterizza proprio con
da Luca (cfr. 8,42; 9,38) per indicare il figlio questo verbo la viscerale compassione di
Wlico. Gesù (cfr. Mc 1,41; 6,34; 8,2; 9,22), Luca
7,13 Il Signore (ò KUpLOc;) - Si tratta della evita regolarmente l'utilizzo dell'espressio-
prima occorrenza del titolo in bocca al nar- ne (cfr. 5,12-16; 9,10-17.37-43). Il termine
mtore dopo il mcconto dell'infanzia. Più che ritorna ancom in due pambole proprie del

Allusioni. Il racconto lucano allude a un altro racconto di risurrezione, quello del


figlio della vedova di Sarepta, compiuto da Elia (cfr. l Re 17, 10.17-24). Le somiglianze
appaiono a diversi livelli: le due narrazioni appartengono allo stesso genere letterario (il
miracolo); inoltre, la struttura, le sequenze e il vocabolario sono molto simili: il luogo è
la porta della città e protagonista è una vedova (l Re 17,10; Le 7,12), il cui figlio muore
(l Re 17,17-18; Le 7, 12); mentre Elia grida (nel Testo Massoretico; nella Settanta invoca)
verso il Signore (l Re 17,20-21 ), Gesù prova compassione (Le 7, 13); Elia si stende sul
bambino (nel Testo Massoretico; nella Settanta il profeta insuffia) e così quegli rivive
(IRe 17,21-22), mentre Gesù dà un ordine al morto che risorge (Le 7,14-15); come il
profeta, cosi anche Gesù lo dà alla madre (IRe 17,23; Le 7,15). Entrando più nei det-
tagli, è possibile precisare le tecniche attraverso cui Luca ha operato una vera e propria
riscrittura. L'evangelista ha adattato le espressioni di cornice e ha composto il racconto
per il nuovo contesto geografico, sociale e cristologico: sono i processi di rie/aborazione
e di adattamento. Luca, inoltre, riduce all'essenziale la descrizione della condizione
del ragazzo («un morto, figlio unico»: v. 12), senza nessun'altra precisazione: v'è una
compressione. A proposito di Gesù, invece, offie un'esplicitazione dei suoi sentimenti
interiori («il Signore si commosse profondamente»: v. 13): si tratta della drammatizzazio-
ne. L'evangelista elimina poi qualsiasi fonnadi contrasto; se la vedova di Sarepta urlava
contro Elia (cfr. l Re 17, 18), la vedova di Nain è silente, puro oggetto di compassione e
di attenzione. Infine, il riferimento alla notizia che si diffonde (v. 17) mostra una vem e
propria universalizzazione del messaggio, caratterizzato da una forte valenza cristologica
(v. 13). Il lettore, istruito a proposito della tipologia di Elia (cfr. 1,17), ha sentito dalla
147 LUCA 7,17

12 Quando si avvicinò alla porta della città, ecco stavano


portando via un morto, figlio unico di madre vedova, e una folla
considerevole della città era con lei. 13 Vedendola il Signore si
commosse profondamente per lei e le disse: «Non piangere!».
14 Avvicinatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono,

e disse: «Giovanetto,- dico a te, alzati!». 15 11 morto si sedette e


cominciò a parlare ed egli lo diede a sua madre. 16Tutti furono
presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta
è sorto fra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 17 Questa sua fama
si diffuse nell'intera Giudea e per tutta la regione circostante.

terzo vangelo: il samaritano (cfr. 10,33) e il come «profeta)), già implicito nel discorso
padre misericordioso (cfr. 15,20). programrnatico a Nazaret (cfr. 4,24.27), ri·
7,14 Alzati (Èyfpe,n)- L'imperativo della tornerà in 24,19. L'aggettivo «grande» allu·
voce media ha lo stesso significato di quello de forse a Mosè (cfr. Dt 18,15-18).
della voce attiva (cfr. 5,23.24; 6,8; 8,54). Ha visitato (hfOKÉijlltto)- Il verbo com·
7,16 7ìmore (<jK)poç)- È la reazione tipica per pariva nel Benedictus (cfr. 1,68.78), sia in
l'intervento celeste o per la manifestazione riferimento alla storia salvifica compiu·
della potenza di Dio (cfr. 1,65; 5,26; 8,25.37; ta da Dio, sia all'attesa del compimento
At 2,43; 5,5.11; 19, 17). futuro.
Profota (1Tpoljlntr)ç)- Il riferimento a Gesù 7,17 Giudea ('Iou&t(~)- Cfr. nota a 4,44.

stessa bocca di Gesù il riferimento all'invio del profeta alla vedova di Sarepta (cfr. 4,26-
27). Grazie a questi segnali può ora riconoscere che l'operato di Gesù è in linea con le
azioni del profeta ma, insieme, è portatore di una novità che rivela il piano salvifico di Dio.
Diversi punti di vista. Il narratore nel suo racconto varia il suo punto di vista. La sua
onniscienza gli pennette di disporre di una serie di notizie sconosciute ai personaggi (è
la <<focalizzazione zero»): la donna è vedova, il ragazzo che stanno portando a sepoltura
è il suo unico figlio (v. 12). Altrove il narratore vede quello che vedono i personaggi (è
la <<focalizzazione esterna»): Gesù si accosta alla bara e dà un ordine al ragazzo (v. 14).
Ma Luca ci dà pure accesso ali 'interiorità di Gesù (è la «focalizzazione interna»), affer·
mando che «si commosse profondamente» (v. 13 ); soggetto di questo verbo non è Gesù
ma «il Signore» (v. 13). La risurrezione del ragazzo è presentata come una delle opere
messianiche che autenticano la missione di Gesù. Inoltre, il titolo «Signore» è in bocca al
narratore: ciò appare essere una presa di distanza dalla voce di tutti gli astanti (discepoli
e folle), che acclamavano Gesù come «grande profeta» (v. 16). Luca, cioè, da una parte
mantiene l'opinione generale che riteneva Gesù un profeta, ma insieme introduce una
nuova e più adeguata comprensione cristologica dell'episodio e della persona di Gesù.
A essere evocato è il cantico di Zaccaria (cfr. 1,68.78): nel segno della risurrezione del
ragazzo si manifesta la misericordia e la salvezza di Dio per il suo popolo.
Tre storie una nel/ 'altra. Il narratore racconta una vicenda unitaria ma, per mezzo
dei personaggi che si muovono sulla scena, incastona ad arte, l'una nell'altra, tre
vicende. L'orizzonte più ampio è dato dalla vicenda del «profeta» (v. 16) Gesù- chia·
mato però «Signore» (v. 13) dal narratore- inviato da Dio a visitare il suo popolo.
LUCA 7,18 148

18 KaÌ à:n~yyElÀav 'Iwavvn oÌ }l<X9rrraÌ cnrrou nepi mnrrwv -rotJ-rwv.


Kaì npom<akaa}leVoç Mo nvà<; -rwv }l<X811-rwv aù-rou ò 'Iwavv11c;
19 fnE}l$EV npòc; -ròv Kuptov Mywv· aù d ò èpx6}leVoç ~ illov

npooÒOKW}leV; 20 napayEVO}leVOl ÒÈ npòc; aù-ròv oÌ avÒpEc; dnav·


'IwawT\c; ò ~annanìc; à:néCJTElÀEv ~}lac; npòc; aÈ Mywv· aù dò
ÈpXO}leVO<; ~ Cx.ÀÀov npooÒOKW}leV; 21 Èv ÈKEtvn tfi wp~ È9EpanEUCJEV
noÀÀoùc; à:nò v6owv K<XÌ }l<Xariywv Kaì nvEu}l<i-rwv nov11pwv K<XÌ
ro<pÀoic; noÀÀoic; èxapiaa-ro ~ÀÉnetv. 22 K<XÌ à:noKpt9dc; EtnEV aù-roic;·
nopru9ÉvTE<; à:nayyEiÀ<XTE 'lwavvn éX ElÒETE K ~KOUCJ<XTE'
rocpÀoÌ à:va~ÀÉnoumv, xwÀoÌ nEpma-rouatv,
ÀEnpoÌ Ka9ap{~OV't<ll K<XÌ KW<pOÌ Ò:KOUOUCJlV,
VEKpoì èyEipov-rat, n-rwxoì EÙayyEÀi~ov-ral'
23 Kaì }l<XKapt6c; Èanv 8c; èàv }l~ aKavòaÀto9fi Èv È}loi.

//7,18-3!5 Testo parallelo: Mt 11,2-19 Cristo, ecc.) erano abbreviati, e questo spes-
7,18 Queste cose (n&vtwv toutwv)- Nel so ingenera non poche fatiche di lettura degli
contesto di Luca indicano la predicazione di antichi codici, oltre che confusioni quando le
Gesù, il suo insegnamento e i suoi miracoli. scritte sono state ripassate in età medievale.
7,19 Signore (Kupwv)-Alcuni codici leggo- Colui che deve venire (o Éflx4Levoc;)- L'espres-
no «Gesù». I nomi sacri (Dio, Signore, Gesù, sione è ambigua: può riferirsi al messaggero del

Di questo vasto programma la sosta a Nain è solo un segmento, nel quale ha preso
corpo tale visita nel segno della compassione viscerale per la vedova. La risurrezione
dell'unico figlio defunto ha poi reso possibile la consolazione della donna. In altre
parole: il miracolo della risurrezione del giovinetto è subordinato alla consolazione
della donna, consolazione che manifesta più ampiamente la visita di salvezza di Dio.
7,18-35 Gesù e Giovanni Battista
Il lungo passo è centrato su Giovanni Battista, il cui nome è citato ben nove
volte, a riprova dell'importanza di questo personaggio nella costruzione lucana
della storia della salvezza. Giovanni è il precursore del Messia (cfr. 3, 1-18) e la sua
attività si pone a cerniera fra la Legge e il Regno inaugurato da Gesù (cfr. 16, 16).
In realtà l'episodio ritorna su quanto compie Gesù, senza che il lettore venga
a sapere qualcosa di nuovo. A essere sottolineato è un atteggiamento di fondo:
come Giovanni è stato accolto e rifiutato, così ora bisogna decidersi per Gesù, la
cui rivelazione e le cui azioni sorprendono. Tre sono i quadri che si succedono:
anzitutto Gesù risponde alle domande a proposito di Giovanni (vv. 18-23); poi
Gesù rende testimonianza a proposito del Battista (vv. 24-28); infine lo stesso
Gesù stabilisce un parallelo fra Giovanni e se stesso (vv. 29-35).
Sei tu colui che deve venire? Giovanni è stato imprigionato da Erode Antipa, figlio
di Erode il Grande (cfr. 3,20). Nel dialogo con Gesù per mezzo dei suoi inviati, il
149 LUCA 7,23

18 1 discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. Chiamati


a sé due dei suoi discepoli, Giovanni 19(li) inviò a dire al Signore:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?».
20 Giunti presso di lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il

Battista ci ha inviati da te per dire: "Sei tu colui che deve venire


o dobbiamo attendere un altro?"». 21 In quello stesso momento
guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la .
vista a molti ciechi. 22 Rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni
ciò che avete visto e ascoltato:
i ciechi vedono di nuovo, gli zoppi camminano,
i lebbrosi sono purificati, i sordi sentono,
i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia;
23 e beato chi non trova in me occasione d'inciampo».

Signore (cfr. Ml3,1-2.23), identificatoeventual- 7,21 In quello stesso momento (Èv ÈKe[vn tti
mente con Elia; oppure si allude all'attesa esca- wpq) - Alla lettera: «in quella stessa Ora>>.
tologica, senza nessun particolare riferimento L'espressione ricorre solo qui negli scritti di
messianico. In bocca a Giovamù il titolo evoca Luca. La puntualizzazione rende i due disce-
l'annunciocheegliavevaproclamato(cfr.3,16) poli di Giovanni testimoni diretti di quanto
e l'attesa messianicada lui suscitata (cfr. 3,1.5). Gesù compie (cfr. v. 22).

Battista cerca di verificare le infonnazioni di cui dispone. La domanda di Giovanni


prende senso a fronte del ministero di Gesù, che non corrisponde al ritratto del Messia
da lui tratteggiato. Dov'è il ventilabro? Quando l'azione di Gesù ha evocato il fuoco
del giudizio (cfr. 3,16-17)? L'attesa del Battista si è trasfonnata in sorpresa. Prima
che Gesù risponda, il narratore elenca in un piccolo sommario (v. 21) una serie di
azioni potenti a favore di alcune categorie di poveri. Quando poi Gesù prende la
parola rimanda i discepoli di Giovanni a quanto hanno visto e ascoltato: tuttavia
l'elenco allude a una serie di passi messianici del profeta Isaia: la guarigione di sordi
e ciechi, il soccorso ai poveri (cfr. Is 29, 18-19), la guarigione di paralitici e muti (cfr.
ls 35,5-6), la risurrezione dei morti (cfr. ls 26,19), l'annuncio della buona notizia ai
poveri (cfr. ls 61,1). Si tratta, dunque, di una risposta indiretta: i sei atti ricordati (v.
22) corrispondono a quell' «anno di grazia» di cui si annunciava il compimento nella
predicazione iniziale a Nazaret (cfr. 4, 19). Il lettore ha constatato che quel programma
messianico è stato realizzato per mezzo di azioni potenti e miracolose (cfr. 4,31-5,26;
6, 18; 7, 1-17). Insieme, però, non è rivelato nulla di nuovo al Battista: non è dunque
questione di sapere, ma di disponibilità ad accogliere la novità della rivelazione di
Gesù. Per questo chi riconosce i segni compiuti da Gesù è beato (v. 23 ), in quanto non
inciampa nel rifiuto di Dio, un rifiuto provocato da un'immagine del Messia differente
da quella che si manifesta, passando accanto alla salvezza offerta da Gesù.
LUCA 7,24 150

24 ~1tfÀ96vrwv ÒÈ -rwv àyyéÀwv 'Iwavvou ~p~a-ro 'Myttv npòç


-roòç OXÀouç rrfpÌ 'Iwavvou· n È~~À9a-rE EÌç "Ù)v ÉPll}!OV 9Eaoaoeat;
K<iÀa}!OV ÙTtÒ <ÌvÉ}!OU oaÀEUO}!EVOV; 25 ili' n È~~À9a't€ ÌÒEiv;
av9pW1tOV Èv }!aÀaKoiç Ì}lanotç ~}!<plEO}!ÉvOV; ÌÒOÒ OÌ Èv
Ì}!an0}!4> èvò6~(f>Kaì -rpucpft im:apxov-rtç Èv -roiç ~aal.ÀEiotç
EÌotV, 26 àÀÀ' n È~~À9a-rE ÌÒEiv; npo<p~'tllV; vaÌ ÀÉyW Ù}!iV, KaÌ
1tfptoo6-rEpov npocp~-rou. 27 oò-r6ç Èonv rtfPÌ oò yÉypan-ral'
i5ou 'broOTÉÀÀw ròv ayyeÀ6v pov rrpò rrpoCJwrrov CJov,
oç Kara(ji(EVciCJEl riJV o56v CJOV fprrpoCJ8Év CJOV.
28 ÀÉyw Ù}!iV, }!Et~ w v Èv yEVVll-roiç yuvatxwv 'Iwavvou oùòdç

Èonv· 6 ÒÈ }ltKpo-rEpoç Èv -rft ~aotÀEi~ -rou 9Eou }!Ei~wv aù-rou


Èonv. 29 Kaì mxç 6 Àaòç àxouoaç KaÌ oi 'tEÀwvat ÈÒtKaiwoav
-ròv 9Eòv ~anno9Év-rEç -rò ~annO}!a 'Iwavvou· 30 oi ÒÈ
~aptoaiot KaÌ OÌ VO}!lKOÌ 't~V ~OUÀ~V 'tOU 9EOU ~9É'tllOaV EÌç
(au-roòç l!~ ~anno9Év-rEç ùn' aù-rou. 31 Tivt oòv 6}!otwow -roùç
àv9pwnouç -rfjç yEvEéiç -rau-r11ç Kaì dvt.doìv O}!Otot;

7,24 Che cosa (t O- Cosi come sono poste, mista unisce Es 23,20 e Ml3,1: il messaggero
le tre domande (vv. 24.25.26) sono ambigue, (liyyùoç), che Dio manda davanti al suo po-
un bell'esempio di anfibologia (le domande polo perché lo custodisca nel suo cammino
hanno cioè un doppio senso): l'interrogativo verso il paese di Canaan (cfr. Es 23,20), in
ti può significare sia «che cosa>> sia «per- Malachia è diventato il messaggero dell'alle-
ché». Le domande, dunque, possono essere anza, identificato poi con Elia (cfr. MI 3,23),
rifonnulate cosi: «Perché siete andati a os- che prepara il giorno del Signore.
servare?», «Perché siete andati a vedere?». 7,28 J nati da donna (yEVVTJTOLc; yuvaLKWV)
7,25 Allora (&W) -Alla lettera: «ma>>; la - Tipica espressione biblica (cfr. Gb 14,1;
congiunzione avversativa in questo contesto 25,4) per indicare un membro dell'umanità.
implica l'introduzione di un'altra opinione Più piccolo (j1LKp6npoc;) -Alcuni commen-
in una serie di domande retoriche che atten- tatori lo intendono come un comparativo in
dono una risposta negativa. riferimento a Gesù stesso; ma questa inter-
7,'27 Ecco invio ... dinanzi a te (looù pretazione non quadra col contesto. Se invece
&nootÉUw ... E!J.npoo9Év oou)- La citazione IJ.LKpOtEpoc; ha senso superlativo (cosa possi-

Più di un profeta. Gesù prende come testimoni del ruolo di Giovanni le folle, ripe-
tendo loro per tre volte una domanda: «che cosa siete andati a vedere?» (vv. 25.26). La
triplice questione precisa l'identità del Battista. Gesù pone le domande e articola pure
le risposte: le prime sono da rigettare, in quanto Giovanni non era un opportunista,
una banderuola che cambiava direzione con il vento, tanto meno un uomo che viveva
nel lusso. La terza risposta chiede di essere superata, in quanto Giovanni è più di un
profeta. Si tratta dell'ultimo profeta, il precursore del Messia, la cui funzione è chia-
rita da una citazione esplicita della Scrittura (v. 27; cfr. nota): egli sta sulla soglia del
151 LUCA 7,31

24 Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, cominciò a dire alle


folle a proposito di Giovanni: «Che cosa siete andati a osservare
nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 25 Allora, che cosa siete
andati a vedere? Un uomo vestito con abiti lussuosi? Ecco: quelli
che indossano abiti sontuosi e vivono nel lusso sono nelle regge.
26Ma che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, molto

più che un profeta. 27Questi è colui del quale è scritto:


"Ecco invio davanti a te il mio messaggero,
che preparerà la tua strada dinanzi a te".
28 Vi dico: nessuno è più grande di Giovanni fra i nati da donna,

ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. 29Avendolo


ascoltato, tutto il popolo e anche gli esattori hanno riconosciuto la
giustizia di Dio, essendo stati battezzati nel battesimo di Giovanni.
30Ma i farisei e i dottori della Legge hanno annullato il disegno di

Dio su di loro, non essendo stati battezzati da lui. 31 A chi dunque


paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili?

bile nel greco del NT) sarebbe da rendere in lettera: il «consiglio», il «decreto» di Dio, con-
riferimento a «chiunque è messo in relazione forme alla sua volontà di salvezza, disprezzata
col Regno>>, escludendo il riferimento a Gesù. e dunque resa inefficace da farisei e dottori.
7,29-30 - Questi versetti sono di difficile in- 7,31 Paragonerò (oiJ.ou.Sow)- Domanda
terpretazione: non si capisce infatti se rappre. introduttoria (cfr. 13,18.20), che si ritrova
sentano un commento del narratore o fanno anche come apertura delle parabole rabbi-
parte del discorso di Gesù. Visto che non ci niche, e neli'AT (cfr. Is 40,18.25; 46,5; Ez
sono particolari segnali sintattici di interruzia. 31,2; Lam 2,13).
ne li consideriamo parte del discorso di Gesù. Questa generazione (tijc; Y~'VHiç tttt!tnc;) -
7,30 l dottori della Legge (voiJ.~KoL)- Si trat- Benché Luca utilizzi il termine y~:vai anche
ta di esperti della Torà, la Legge mosaica. in senso neutro (cfr. 1,48.50; 21,32), altrove
Nel terzo vangelo essi compaiono in episodi esso assume un senso peggiorativo (cfr. 9,41;
dove Luca non dipende da Marco (precisa- l1,29-32.50-51; 17,25).Anche nell'AT spes-
mente 10,25; l1,45.46.52; 14,3). so il termine ha una connotazione negativa
Il disegno di Dio (ti,v l3ouJ..T,v toii Elroii)- Alla (cfr. Dt 32,5; Ger 2,31; 7,29).

Regno inaugurato da Gesù. Questa posizione fra due mondi spiega perché Giovanni è
al contempo il più grande fra gli uomini (essendo l'ultimo dei profeti) e il più piccolo
nel Regno (essendo all'alba del nuovo mondo).
Israele diviso. La divisione d'Israele era stata annunciata da Simeone (cfr. 2,34) e
si manifesta già con la predicazione del Battista: da una parte, infatti, v'è un popolo
(compresi gli esattori) che chiede il battesimo di Giovanni, riconoscendo dunque la
rivelazione di Dio; dali' altra, invece, i farisei e i dottori della Legge hanno rifiutato quella
predicazione (vv. 29-30). La breve parabola (vv. 31-32) mette in scena due gruppi di
LUCA 7,32 152

32 O}lOto{ eiow natò{ou; 'toiç Év à:yop~ Ka9rtJ.1ÉV01ç KaÌ


npocrq>WVOU0'1V Ò:ÀÀ~Àotç (i ÀÉyEt·
T')ÙÀ~Oa}lEV Ù}liV KaÌ OÙK WPX~Oacr9E,
É9pT')V~O'a}lEV KaÌ OÙK ÉKÀaucra'tE.
33 ÉÀ~ÀU9EV yàp 'lwaVVT')ç O~anncrc~ç }l~ Éo9{wv ap'tOV }l~'tE

n{vwv oìvov, Kaì ÀÉyE'tE' òat}lOVtov EXEt. 34 ÉÀ~Àu9EV ò uiòç 'toO


à:v9pW1tOU Éo9{wv KaÌ ltlVWV, KaÌ ÀÉYE'tE' ÌÒOÙ av9pwnoç q>ayoç
KaÌ OÌVOltO'tT')ç, q>lÀoç 'tEÀWVWV KaÌ CÌJlap'tWÀWV. 35 KaÌ ÉÒ1KatW9T')
~ O'Oq>ta Ò:1tÒ nav'tWV 'tWV 'tÉKVWV aÙtijç.
36 'HpW'ta òé nç aù'tòv 'tWV <Paptoa1wv iva q>O:yn JlE't' aù'toO, KaÌ

cioEÀBwv ciç 'tÒV oÌKOv 'toO <Paptoa1ou Ka-rEKÀlert. 37 KaÌ iòoù yuv~
~nç ~v tv 'tfi n6ÀE1 CÌ}lap'twÀéç, KaÌ ÉmyvoOcra on
Ka'tOO<el'tat tv 'tfi
OÌK~ 'tOU <Papwa1ou, KO}lloacra à:M~acrcpov J.1Upou 38 KaÌ crraoa ÒnloW
napà 'toùç n6òaç aù'toO KÀa{oucra 'tOiç &iKpumv ~pça'to ~PÉXEtV
'tOÙç ltOÒaç a\Ì'toO KaÌ 'taiç 9p~v tijç KEq>aÀfiç aù'tfiç f:çÉJ.lacrOEV KaÌ
Ka'tEq>lÀEl 'tOÙç n6òaç alJ'tOU KaÌ ~ÀEtq>EV 'tql }lUp~.

7,33 Non mangia pane (ILi! Éo9(wv aptov) è coerente con la sua predicazione escatolo-
- Che il Battista non bevesse vino (essendo gica e penitenziale.
un nazireo) Luca lo aveva già dichiarato (cfr. 7,34 Uomo ingordo («v9pwooç cpayoç) - C'è
1,15); il «pane» qui indica il «cibo» in ge- forse un'eco di Dt 21,20 (anche se nella Set·
nerale: ne consegue che lo stile di Giovanni tanta la forma è differente). La paradossale ac-

bambini che, rifiutando ogni proposta dei loro compagni, dimostrano di non avere voglia
di giocare; in realtà le ragione addotte- troppo allegro, troppo triste- sono scuse: gli uni
non seguono la musica di festa danzando, gli altri non intonano una lamentazione fimebre.
La parabola riprende motivi deuteronomistici (cfr. Dt 32,5) e sapienziali (cfr. Sal 78,8;
95,10), sottolineando il rifiuto che la generazione presente ha opposto sia alla manife-
stazione del Battista, si_a alla rivelazione di Gesù. L'applicazione (vv. 33-34) collega al
pianto il Battista e il suo ascetismo (cfr. l, 15), mentre alla festa Gesù, che si autodesigna
come «Figlio dell'uomo». Nonostante i due stili del tutto differenti, la risposta dei due
gruppi è stata negativa nei due casi. n rimprovero di essere un goloso e addirittura un
ubriacone riproduce un'accusa dei contemporanei di Gesù, anzitutto dei farisei (come
confennerà l'episodio seguente: 7,36-50; cfr. anche 5,29-30; 15,1-2). La sentenza finale
(v. 35) fa un esplicito riferimento alla sapienza. La sapienza di Dio è personificata in alcuni
testi dell'Antico Testamento (cfr. Pr 8,1-9,6; Sap 7,22-30; Sir 24); nel contesto lucano
la «sapienza>> è probabilmente un sinonimo del «disegno di Dio» (7,30). Nonostante
l'opposizione di «questa generazione», il piano sapiente di Dio avrà il suo compimento.
7,36-50 La donna, Simone e Gesù
L'episodio appartiene al materiale proprio di Luca, anche se ha analogie con la
cosiddetta unzione di Betania (cfr. Mt 26,6-13; Mc 14,3-9; Gv 12,1-8). Il conte-
153 LUCA 7,38

32 Sono simili ai bambini che siedono in piazza e gridano gli uni


agli altri:
"Vi abbiamo suonato il flauto e non avete danzato;
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto".
33 È venuto, infatti, Giovanni il Battista che non mangia pane

né beve vino e dite: "Ha un demonio". 34È venuto il Figlio


dell'uomo che mangia e beve e dite: "Ecco un uomo ingordo e
ubriacone, amico di esattori e peccatori". 35 Ma la sapienza è stata
riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui e, entrato nella

casa del fariseo, si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, che


era una peccatrice in quella città, saputo che era a tavola
in casa del fariseo, prese un vaso di profumo 38poi, stando
dietro, presso i suoi piedi, piangendo, cominciò a bagnargli
i piedi con le lacrime, li asciugava coi suoi capelli,
gli baciava i piedi e li ungeva col profumo.

cusa introduce il tema del banchetto e dell' ac- sdraiati, mentre il cibo era posto su tavolini
coglienza dei peccatori (cfr. 7,36-50; 15,1-2). molto bassi. Essendo i commensali sdraiati,
7,36 Si mise a tavola (Ko:tEKÀL911) - Alla si comprende che la donna può inondare di
lettera: «si sdraiò»: la cena era un banchet- lacrime, asciugare e baciare i piedi di Gesù
to festoso nel quale i commensali erano (cfr. v. 38).

sto è segnato dalla presenza delle donne (cfr. Le 7,11-17 e 8,2) e dalla questione
dell'identità di Gesù (cfr. 7, 19): ne li' episodio della risurrezione del figlio della
vedova di Nain era identificato come un profeta (7,16); Simone invece nega che
lo sia (v. 39).
Un invito e un gesto straniante. L'inizio della narrazione è chiaro ma indeter-
minato: Luca descrive la situazione, le circostanze, i personaggi e pure le loro
azioni. Tuttavia, è come se mancasse qualcosa: Luca elimina i nomi propri; l'uomo
che ha invitato Gesù è semplicemente un fariseo (dato rimarcato tre volte, vv. 36-
37). Della donna si sa solo che è una peccatrice: Luca non precisa qual era il suo
peccato e, benché la tradizione l'abbia definita una prostituta, l'evangelista non
fa parola di tutto ciò. Anche il motivo dell'invito è ignorato: perché il fariseo fa
sedere Gesù alla sua tavola? A tale domanda non c'è risposta. L'evangelista mette
in scena non tanto personaggi ma categorie, per mezzo di un'estrema semplifica-
zione. La donna compie una serie di azioni (v. 38) che è difficile interpretare: sono
gesti di pentimento o manifestazioni d'amore? V'è pure una forte componente
erotica nel pianto a dirotto, nel baciare e nel versare profumo. Il lettore, tuttavia,
è lasciato nell'ambiguità: non sa perché la donna si comporti cosi. Il testo resta
indeterminato. Sorprendentemente, Gesù non si scompone; a reagire, invece, è
LUCA 7,39 154

39 ìòwv oè ò ~apwaioç ò l«XÀéoaç ru'rròv EÌnEV Èv Érurr<f> Mywv· oò-roç


7T
a flV npocpf1Tfl<;, E)'lVWCJKfV a:v nç KOO. no-raltflll VUVlllln<; an-rE-rat
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aù-roO, on à~p-rwÀOç Éonv. 40 KaÌ <Ì1tOKpt9eìç Ò'lf1oo0ç EÌTteV npòç


aù-r6v- :Ef~1wv, fxw ooi n rlneiv. ò Sé òtoo<n<aÀf, riTti, cpfloiv. 41 Suo
XPEOq>ElÀÉ-rat ~oa:v Oavt<rrft nvl' ò eù; W<pElkv Òflvapw TteVTaK6ma,
Ò ÒÈ ÉTEpoç TtEVnlKOVTa. 42 }l~ ÉXOVt'WV alrcWV ànoÒOOvru à}.lcpo-rÉpotç
ÉXapioa-ro. riç oòv aircwv TtÀEiov àyam1oa a&c6v; 43 ànoKpt9Eìç
:Et}.lWV EÌTtEV· tmOÀaJl~clvW on <f} TÒ rc.ÀEiOV ÉXap{oa-ro. Ò ÒÈ EÌTtEV
aù-rq>· òp9Wç ÉKplVaç. 44 KaÌ o-rpacpeìç npòç ~v yuvaiKa -r<f> :Ei}.lWVl
Écpfl· ~ÀÉTtEtç -ra&n,v ~v yuvaiKa; cicn;À96v oou rlç ~v oìKia:v,
uòwp }.101 Ém n6òaç OÙK ÉÒWKaç· aUn, OÈ TOiç OOKpOOlV É~pe~Év
JlOU TOÙ<; TtOòaç KaÌ Taiç 9ptQV aùn;ç ~ÉJ.l~EV. 45 cpiÀflJlcl }.101 OÙK
ÉÒWKaç· aUTfl ÒÈ àcp' ~<; eìoflÀ9ov OÙ ÒlÉÀlltEV KaTacplÀoOoa JlOU
-roùç n6òaç. 46 ÉÀai<p ~v KEcpaÀ~v JlOU oÙK ~ÀEllJJaç· aiSt'f1 OÈ JlUP<t>
~ÀEl'IJEV TOÙ<; TtOOa<; JlOU. 47 OÒ XclplV }J;yw 001, àcpÉWVTal ai <Ì}lapnat
aùrijç ai noÀÀa{, 0n ~YclltflOEV nom <f) OÈ ÒÀ{yov àcpie-rat, ÒÀ{yov
7,39 Profeta (TT~)- Pochi manosaitti (fta di un giorno per un operaio o per un servitore
rui il oodia: Vaticano [B]) leggoooò rr~ «il (cfr. Mt 20,2). Ne consegue che il primo debitore
p-ofeta>>. npensiero del fariseo riflette la coovin- ha un debito che ammonta circa a un anno e mez-
zione comune che un p-ofeta cooosca le persooe. ro di lavoro, mentre il secondo a circa due mesi.
7,40 Maestro (liLc'lcicKaJ.E)- ntitolo, usato già per 7,42 Condonò(i=x_apl.oato)- Il verbo ha un du-
Giovanni Battista, è qui riferito per la prima volta plice significato: anzitutto <<donare», «cedere»
n
a Gesù. lettore sa già che Gesù insegna (cfr. quando è riferito a cose materiali (come nel
4,15.31; 5,3.17; 6,6), ma questo titolo in bocca al nostro caso); ma già nella Settanta (cfr. 2Mac
fariseo è lUla semplia: fonnula di cortesia 3,33) indica «perdonare le colpe», «rimettere
7,41 Denari (liTy&pLa)- ndenaro è lo stipendio i peccati». Quest'uso è attestato anche da Giu-

il fariseo (v. 39): egli definisce le cinque azioni della donna (piangere, bagnare di
lacrime, asciugare, baciare, cospargere di profumo) in riferimento unicamente al
<<toccare»; gli fa problema che il suo ospite si lasci toccare da una peccatrice. Quello,
però, che lo impensierisce è il comportamento di Gesù, la sua immobilità da cui tira
una conseguenza: se Gesù si lascia toccare da una peccatrice, allora non è un profeta.
La parabola e la sua applicazione. Senza che l'evangelista dica una parola a propo-
sito di Gesù (ha capito quello che pensava il fariseo? l'ha indovinato? l'ha sospettato?),
è introdotto un suo discorso, una piccola parabola (vv. 41-42) ridotta davvero ali' osso:
è la vicenda di un creditore e di due debitori. Tutto si gioca sulla sproporzione fra i
due debiti: cinquecento e cinquanta denari. La domanda di Gesù introduce una novità,
in quanto si pone a livello dell'amore: Gesù obbliga l'interlocutore a spostarsi dal
piano semplicemente economico a quello più propriamente affettivo. Alla domanda
il fariseo risponde correttamente (v. 43): più grande è il debito condonato, più grande
è l'amore; stando alla logica, il fariseo non può che offrire la risposta che ha dato. Il
ISS LUCA7,47

39 Vedendo (ciò) il fariseo che l'aveva invitato, disse fra sé: «Se costui
fosse un profeta, saprebbe chi e di che genere è la donna che lo tocca:
è una peccatrice». 40Gesù gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti».
E quegli rispose: «Maestro, di' pure!». 41 «Un creditore aveva due
debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro invece cinquanta.
42 Poiché questi non avevano di che restituire, condonò (il debito) a

entrambi. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43Rispose Simone:


«Suppongo colui al quale condonò di più». Gli disse: «Hai giudicato
rettamente». 44Voltandosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi
questa donna? Quando sono entrato nella tua casa, non mi hai dato
acqua per i piedi; lei invece ha bagnato i miei piedi con le lacrime e
li ha asciugati coi suoi capelli. 45 Un bacio non me l'hai dato; questa,
invece, da che sono entrato, non ha smesso di baciare i miei piedi. 4611
capo non me l'hai unto con olio; questa, invece, ha unto i miei piedi
di profumo. 47J>er questo ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati,
perché ha amato molto. Invece, colui al quale si perdona poco ama
seppe Flavio: «non giudicando equo perdonare L'espressione è ambigua: on infatti può in-
i peccati (xapi{roO!n) per l'intercessione di Wl dicare la causa reale del perdono (ciò che lo
altro)) (Antichità Giudaiche 6,7,4 §144). produce), oppure la causa conoscitiva (non lo
7,47 Sono perdonati (cicjl~wvtaL)- L'uso del produce ma ne manifesta il già avvenuto con-
passivo può indicare che il perdono le è stato ferimento). Nel primo caso l'amore è causa del
concesso da Dio (e quindi sarebbe un passi- perdono (quindi lo precede), nel secondo caso
vo teologico), ma non lo implica necessaria- ne è l'effetto (quindi lo segue). La grammati-
mente; è possibile che il verbo indichi come ca non permette di scegliere. Resta dWlque la
agente Gesù (cfr. anche v. 48). logica del racconto, che nella parabola ha mo-
Perché ha amato molto (on tiychrna~v) - strato come l'amore sia l'effetto del perdono.

passaggio dalla parabola alla realtà è compiuto da Gesù stesso, che interpreta quanto
è accaduto alla luce di quel racconto: per mezzo di tre parallelismi antitetici (dove si
ripete quanto la donna ha compiuto: bagnare, baciare, ungere), Gesù fa emergere le
omissioni di Simone. L'uomo ha omesso qualcosa di importante nei confronti del p~
prio ospite, a differenza della donna. Il discorso contrappone tre mancanze del fariseo
ai tre gesti della donna («bagnare», «baciare», «ungere»). Non v'è corrispondenza
esatta tra le azioni non fatte da Simone e quelle compiute dalla donna. Quantitativa-
mente, la descrizione è sbilanciata su quello che compie la donna: Luca usa più del
doppio delle parole utilizzate per narrare le omissioni di Simone. Qualitativamente,
al semplice lavare corrisponde una pioggia di lacrime, a un bacio si oppongono una
serie interminabile di baci, ali' olio si contrappone il profumo. La differenza è che lui
ha omesso, lei ha fatto. Un particolare: finora il narratore ha parlato del «fariseo» e
della «peccatrice», ora Gesù cambia strategia e si rivolge all'uomo chiamandolo per
nome («Simone»: v. 40) e parla della «donna». Alla fine del parallelismo si arriva
LUCA 7,48 156

àya:n~. 48 dlt€V ~ aùtft· à:cpéwvra:i oou ai <Ì}.la:pnat. 49 Ka:Ì ~p~a:v-ro oi


ouva:va:Kft}JEVOl 'Myav ÈV Éa:u-ro«;· riç oò-r6ç Èonv &; Ka:Ì <Ì}.la:pnaç
Ò:cplTJO'lV; 50 E{lt€V ~ 7tpÒç t"JÌV yuva:iKa:· ~ monç
O'OU O'ÉOWKÉv O'E'
nopruou Eiç Eip~VTJV.

8 1Ka:Ì iyÉvETO Èv -rql Ka:9E~fjç Ka:Ì a:Ù-rÒç ÒlWÒEUEV KO:TÒ: 1tOÀlV


Ka:Ì KWJ.lTJV KTJpvoowv Ka:Ì EÙayyEÀt~OJ.lEVOç nìv ~a:mÀEia:v
-rou 9Eo0 Ka:Ì oi ÒwÒEKa: oùv a:ù-rq>, 2 Ka:Ì yuva:iKÉç nvEç a:'ì ~oa:v
TE9Ep0:1tEUJ.1ÉvO:l Ò:nÒ 1tVEU}.lllTWV 1tOVTJpWV Ka:Ì Ò:o9EVElWV, Ma:p{a:
~ Ka:ÀOUJ.lÉvTJ Ma:yÒa:ÀTJV~, à:cp' ~ç ÒO:lJ.lOVlO: Én-rÒ: È~EÀTJÀV9El, 3 Ka:Ì
'Iwavva: yuv~ Xou~éi Èm-rp6nou 'Hp<f>òou Ka:ì I:ouoavva: Ka:Ì E-rEpa:t
noÀÀa:i, a:i'nvEç ÒlTJKOVOUV a:ù-roiç ÈK TWV una:px6v-rwv a:ù-ra:iç.
7,49 Perdona (&ljl(TJO~v)-11 presente ascrive 8,1 In seguito (K!Ù ~ÉvEto wt!\i Ka.~iic;)- Al-
a Gesù il potere di perdonare i peccati, cosa la lettera: «e avvenne nel tempo seguente» (è
che desta sorpresa. sottinteso il tennine ~(<tempo», cfr. 7, Il).
7,50 In pace (Elc; ElpJiv'lv)- Si tratta della Viaggiava- Il verbo <'iw&uw nel NT è usa-
classica fonnula di congedo che conclude un to solo qui e in At 17, l: Gesù è in cammi-
incontro (cfr. 8,48; At 16,36 e inoltre ISam no, muovendosi nella regione della Galilea
l' 17; 20,42; 29, 7). (cfr. 4,44; 5,12).
+ 7,36-SOTesti affini: Mt 26,6-13; Mc 14,3- Per città (Ka.tò: rroÀ.~v) - La preposizione
9; Gv 12,1-8 Kata ha, in questo caso, valore distributivo:

alla definizione del v. 47, una definizione complessa, fonte di molte discussioni. Per
interpretarla nel contesto del racconto occorre capirla cosi: «l'amore della donna è
effetto del perdono che ha ricevuto (se fosse il contrario, tutto il discorso di Gesù dal
v. 40 fin qui sarebbe sballato). Dunque vedendo il suo amore si può dedurre che è
stata perdonata» (Broccardo).
Il perdono e la fede. Gesù, accusato di nascosto da Simone di non essere un
profeta, in realtà dimostra di esserlo proprio perché conosce in profondità quella
donna bollata unicamente come «peccatrice». I gesti sorprendenti che la donna ha
compiuto sono manifestazione d'amore, il suo atteggiarsi nei confronti di Gesù
fa addirittura emergere un amore straordinario, molto più grande dell'ospitalità
di Simone. Il racconto che sembrava contrapporre semplicemente il fariseo e
la peccatrice, evolve a rivelare chi è Gesù: un profeta, in realtà molto più di un
profeta, visto che perdona i peccati, azione riservata unicamente a Dio. Al di fuori
da ogni verifica legale, Gesù manifesta la sua autorità e la sua libertà parlando in
nome di Dio. Alla fine (v. 50) Gesù congeda la donna introducendo due categorie
finora assenti: la fede e la salvezza. L'affidamento a Dio dà accesso alla salvezza.
Tuttavia Luca introduce il tema della fede senza precisarne il contenuto: dalla
dinamica del racconto emerge una sequenza di causa ed effetto nella quale la fede
porta al perdono, il perdono provoca l'amore. La precisazione finale mostra che
anche la fede entra nella dinamica che conduce al perdono.
157 LUCA8,3

poco». 48Poi le disse: «Sono perdonati i tuoi peccati». 49Allora i


commensali cominciarono a dire fra sé: «Chi è costui che perdona
anche i peccati?». 50Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha
salvata; va' in pace!».

8 11n
seguito egli viaggiava per città e villaggi,
proclamando e annunciando la buona notizia del regno
di Dio; erano con lui i Dodici 2e alcune donne, che erano
state guarite da spiriti cattivi e malattie: Maria, chiamata
Maddalena, da cui erano usciti sette demoni, 3Giovanna,
moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte
altre che li servivano con le loro sostanze.

«di città in città e di villaggio in villaggio». può essere compreso come equivalente del
8,2 Che erano state guarite (a'L naav latino pra!fectus o procurator, ma piuttosto
ue~pan~u11Évcn) - Nel racconto l'unica come <<amministratore» (cfr. Giuseppe Fla-
donna curata da Gesù è stata la suocera di vio, Antichità giudaiche 18,6,6 § 194: «Rese
Simone (cfr. 4,38-39). [faumasto] libero e lo costitul amministrato-
Maddalena (MayOilÀ.TJvfl) - La donna pro- re di tutti i suoi beni»).
viene da Magdala. luogo mai citato nel NT Erode ('H~u) - Si tratta di Erode Antipa
e nelle fonti antiche. (cfr. 3,1).
8,3 Amministratore- Il titolo h( tponoç non + 8.1-3 Testi affini: Mt27,55-56; Mc 15,40-41
8,1-56 Parola e azione
Con il sommario di 8,1 si apre una sezione che giunge sino a 8,56. Il capitolo 8
si articola intorno al duplice tema della parola di Dio e dell'azione potente: Gesù
racconta alcune parabole (vv. 4-21), poi manifesta la sua forza compiendo alcuni
miracoli (vv. 22-56). Tuttavia un terzo tema percorre la narrazione: v'è un invito
ripetuto e pressante alla fede in Gesù. La parabola del seminatore (vv. 4-8) insiste
sull'ascolto della parola, precisando che c'è ascolto e ascolto (v. 18). Se manca la
fede, la parola ascoltata non porta frutto: è il caso dei discepoli sulla barca duran-
te la tempesta (vv. 22-25) che si sentono dire da Gesù: «Dov'è la vostra fede?»
(v. 25). Anche i Gheraseni sono un esempio negativo: essi invitano Gesù a lasciare
il loro territorio (vv. 26-39). Invece la donna emorroissa e poi Jairo (vv. 40-56)
credono in Gesù e conoscono la salvezza.
8,1-3 Alcune donne intorno a Gesù
Il sommario narrativo ritorna su !l" vocabolario ben noto al lettore (cfr. 4,18-
19.43-44), per indicare la missione di Gesù. Inoltre, esso è focalizzato su coloro
che condividono l'itinerario missionario di Gesù: accanto ai Dodici (la cui presenza
prepara la loro missione, cfr. 9,1-6), vi sono alcune donne, chiamate per nome.
L'evangelista ricorda che esse hanno beneficiato di un intervento guaritore da parte
di Gesù. Oltre a Maria, proveniente da Magdala, un villaggio sul lago di Ghenne-
saret, Luca ricorda Giovanna, una donna deli' alta società, legata alla corte reale. Le
LUCA8,4 158

4.Euvt6vwç òè: QxÀou noÀÀoO KaÌ -rwv Ka-rà n6Àlv Èmnoproo}.ivwv


npòç a&tòv Elnev òtà napa~oÀijç· 5 È~ijÀBEv ò cmdpwv -rou ondpm -ròv
onopov alrtOU. l«lÌ tv -r4> ondpElV OOÌt'ÒV O}JÈv EneOEV napà U,v ÒÒÒV
l«lÌ KaTE1tan19r], l«lÌ -rà ltETEtVà TOU oupavoO Ka'tÉ<payEV a&t6. 6 l«<Ì
ETEpov Ka'tÉltEOEV È1tÌ U,v n:É-rpav, l«lÌ cpuè:v È~TJpav9rt òtà -rò ~~ fxav
iK~aòa. 7 l«<Ì e-rEpov fnE.crEV tv }lÉO'(f> -rwv àl«lvewv, l«lÌ cru~cpuEicm aì
OO<aveat àrtÉnv~av aò-r6. 8 KaÌ nEpov EneOEV ci<; U,v yfjv U,v àya~v
KaÌ cpuè:v ÈnotTJOEV Kapnòv ÈKa-rov-ranÀacr{ova. -raO'ta Mywv ÈcpwvEt
ÒExWV WTa <ÌKOUElV <ÌKOUÉTW. 9 'E1tTJpWTWV ÒÈ: aUTÒV OÌ ~a9TJ-raì
aò-rou ri<; aVr., Ei11 ~ napa~oÀ~. 10 ò òè: dnEV" u~iv ocòo-rm yvwvm -rà
~u~pta Tijç ~amÀE{aç -roO 9Eo0, -roi<; òè: Àomoi<; tv napa~o.Àaiç, tva
~ÀÉ1tOVTE<; ~~ ~ÀÉ1tWC1lV
Kal' aKOUOVTE<;
, ,
~TJ OUVlWOlV.
\ -
//8,4-8 Testi paralleli: Mt 13,1-9; Mc 4,1-9 tura del terreno» (Jeremias): il contadino si
8,4 Conveniva (ouvL<Svtoç) - Il participio muove su un terreno ancora non sarchiato,
presente esprime l'idea della continuità e getta abbondantemente il seme, che cade
della progressione: la folla aumenta sempre dappertutto.
più per ascoltare Gesù. Fu calpestata (KcxtEtratT19tl)- Particolare ti-
E (Kat)- La congiunzione può avere valore picamente lucano (assente in Mc 4,4), che
copulativo (nostra traduzione) oppure epe- pone l'accento su un altro ostacolo della
segetico («cioè»). crescita del seme; il dettaglio non è ripreso
Da ogni città (Katà néJ..Lv)- La preposizione nell'interpretazione (cfr. vv. 11-15).
Kcxta ha valore distributivo (cfr. nota a 8, l). Uccelli del cielo (trEtHVIÌ toii oupcxvou)-
8,5 Seminare il suo seme (toii an~iptu tòv Espressione tipicamente lucana (cfr. 9,58;
anépov cxutoii)- Non bisogna dimenticare 13,19; At 10,12; 11,6), che imita la Settanta
che «in Palestina la semina precedeva l'ara- (cfr. Ez 31,6; Dn 4,12.21).

donne qui nominate si ritroveranno in altri importanti momenti: alla crocifissione


(cfr. 23,49.55), alla risurrezione (cfr. 24, l O) e con gli apostoli prima della Pentecoste
(cfr. At l, 14 ). Luca è molto attento al ruolo delle donne: la loro presenza alla sequela
di un rabbi è sorprendente, soprattutto all'interno della società palestinese. La novità
dell'annuncio del Regno si traduce in una fonna nuova di vita comune, di cui gli
Atti degli Apostoli descriveranno la fecondità (cfr. At 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16).
8,4-21 Ascoltare la Parola
I vv. 4-21 sono un insieme di insegnamenti raggruppati intorno a un tema:
ascoltare la parola di Dio e rispondere a essa. Luca, a questo punto, riprende l'or-
dine di Marco, dopo l'inserzione del materiale comune anche a Matteo (6,20-8,3 ).
Il terzo evangelista rifonnula il discorso in parabole di Mc 4,1-25, semplificando
la scena. La parabola del seme (vv. 4-8) è seguita dalla sua spiegazione allegorica
(vv. 9-15); la parabola della lampada (vv. 16-18) precede la presentazione della
vera famiglia di Gesù (vv. 19-21 ).
159 LUCA8,10

4Poiché molta folla conveniva e accorreva a lui da ogni città, disse


con una parabola: 5«11 seminatore uscì a seminare il suo seme.
Mentre seminava, parte cadde lungo la strada, fu calpestata e gli
uccelli del cielo la divorarono. 6Un'altra parte cadde sulla roccia e,
germinata, si seccò per mancanza di umidità. 7Un'altra parte cadde
in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme, la soffocarono.
8Un 'altra parte cadde nella terra buona e, germinata, fece frutto

cento volte tanto». Dicendo queste cose esclamava: «Chi ha orecchi


per ascoltare ascolti!». 91 suoi discepoli lo interrogavano su che cosa
significasse la parabola. 10Egli disse: «A voi è stato dato di conoscere
i misteri del regno di Dio, ma per gli altri sono in parabole, così che
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.

8,7 Cresciute insieme (aUIJ4!UE"Lacu)- Parti- 8,10 A voi è stato dato (ÒI'LV OÉéotaL)- Il
colare lucano: Mc 4, 7 non descrive il grano passivo ha qui valore teologico: le parole di
che cresce insieme alle spine. Gesù rimandano all'elezione dei discepoli
8,8 Fece frutto (ÉT!o( rpEV Kapn6v)- L' espres- da parte del Padre.
sione (Luca muta Mc 4,8) richiama il raccon- Misteri (l'oon]pLa)- Nel linguaggio apoca-
to della creazione (cfr. Gen 1,11-12). littico i «misteri» sono realtà nascoste, inac-
Cento volte tanto (È:KatovtalTÀaOLova)- Luca cessibili alla mente umana: in particolare,
semplifica la moltiplicazione graduale di Mc esse riguardano il piano di Dio e la salvezza
4,8 («trenta, sessanta e cento volte tanto»). del suo popolo (cfr. Dn 2, 18.19.2 7).
La grande abbondanza del frutto è il segno Vedendo ... non comprendano @ÀÉnovtEç ...
di una benedizione (cfr. Gen 26,12). l'fl ouvLw<nv)- L'allusione a Is 6,9 (il passo
Il 8,9-15 Testi paralleli: Mt 13,10-23; Mc è citato esplicitamente in At 28,26-27) in-
4,10-20 terpreta l'incredulità del popolo d'Israele.

La parabola del seme (8,4-8). Luca ha trasformato la parabola del seminatore


di Marco nella parabola del seme. Il racconto fittizio oppone ai tre fallimenti della
crescita del seme il suo straordinario successo. La descrizione della seminagione
riflette i costumi locali. Nei primi due terreni (la strada e la roccia) il grano non
può penetrare e germinare; fra le spine, invece, è soffocato. A questa serie reiterata
di fallimenti si contrappone l'eccezionale rendimento nella terra buona: la mol-
tiplicazione del seme cento volte è una resa pressoché impossibile nell'antichità.
L'appello finale di Gesù (v. 8) è un segnale offerto al lettore.
Spiegazione della parabola (8,9-15). Ai discepoli, che lo interrogano sul signifi-
cato della parabola (e non a proposito delle parabole in generale come in Mc 4, 10),
Gesù risponde opponendo due gruppi di uditori (vv. 9-10). Da una parte ci sono i
discepoli (fra cui i Dodici e le donne, cfr. 8,1-3), a cui Dio ha «dato di conoscere i
misteri»: si tratta della presenza operante del Regno nell'attività e nella parola di
Gesù, malgrado i suoi fallimenti. Dall'altra parte vi sono alcuni che sono imper-
LUCA8,!1 160

11 "Ecrnv ÒÈ: au'ITI ~ napa~oÀ~· Ò crn6poç Ècrnv Ò Àoyoç "COU 9Eo0.


12 oi òè: napà -c~v òò6v EÌcrtv oi àKoucrav-cEç, EÌ'ra epxE-cat ò
Òt<x~oÀoç Kaì atpEt ròv Àoyov ànò n;ç Kapò{aç aùrwv, iva Jl~
Ttlcr"CEUOav'tEç crwewmv. 13 oi ÒÈ: ÈnÌ n;ç nÉrpaç o'i O"Cav Ò:Koucrwcrtv
JlE-cà xapaç òÉxov-cat -còv Àoyov, Kaì oo-cot p{~av oùK fxoumv, o\
' \ l ,, - _,l
npoç Katpov Tttcr"CEuoumv Kat EV Katp~ nEtpaOJlOU acptcrrav-cat.
14 -cò òè: Eiç -càç àKav9aç nEcr6v, oo-co{ Eimv oi àKoucravrEç, Kaì

Ù1tÒ JlEplJlVWV KaÌ TtÀOUt'OU KaÌ ~ÒOVWV "COU ~{ou nopEUOJlEVOt


OUJlnv{yov-cat KaÌ où rEÀEcrcpopoumv. 15 -cò ÒÈ: Èv rfi KaÀft yft, oo-co{
EÌcrtv oinvEç Èv Kapò{~ KaÀft Kaì àya9ft àKoucrav-cEç -còv Àoyov
Ka'tÉXOUcrtV KaÌ Kapnocpopoucrtv Èv Ù1tOJlOVft. 16 OÙÒEÌç ÒÈ ÀUXVOV
alJJaç KaÀU1t'tEt aùròv cn<EUEt ~ Ù1tOK<XTW KÀtvrtç ri9rtcrtV, àAA' È1tÌ
Àuxviaç ri9rtcrtv, iva oi EicrnopEU6JlEVOt ~ÀÉnwmv rò cpwç.

8,11 Il seme è la parola di Dio (o OlT()poç ficati in essa per sempre>> (4 Esdra 9,31).
€o·rlv 6 Àoyoç tou 9Eou)- L'identificazio- 8,12 Diavolo (ò liu$oÀo<;)- Luca sostituisce
ne di Luca è molto più esplicita di quella di il nome semitico «Satana» (cfr. Mc 4,15) con
Marco. Il nesso fra seme e <<parola di Dio» il tennine greco «diavolm>, cui è attribuito
ricorda la fecondità della Legge presente un potere sui cuori degli uomini.
in alcuni testi giudaici: «Ecco, infatti, io 8,1!§ Cuore integro e buono (Kapli~ KIXÀfl Kat
semino in voi la mia Legge, ed essa pro- àya9fl)- Il cuore nell' AT è la sede della deci·
durrà in voi un frutto, e voi sarete glori- sione e quindi della risposta a Dio (cfr. nota

meabili alla promessa divina che si dispiega nella parola e nell'azione di Gesù.
Con un'allusione a ls 6,9-10, si ribadisce che dono di Dio e responsabilità umana
s'intrecciano.
Oggetto della parabola è proprio la parola di Dio (cfr. 5,1). Luca muta l'espres-
sione marciana «il seminatore semina la parola» (Mc 4,14) con «il seme è la parola
di Dio» (v. 11). Il seminatore non ha più importanza; l'interesse è concentrato sulla
parola di Dio. Poi non si precisa che cosa essa sia, ma si mostra come è ricevuta dagli
uomini, mettendo in luce le disposizioni che permettono o impediscono di trame
profitto. Luca, quindi, sottolinea come bisogna accogliere la Parola: è necessaria
la fede, poi la perseveranza. La necessità della fede è messa in luce a proposito
delle prime due categorie di uditori: se non c'è risposta di fede, la parola di Dio
va incontro all'insuccesso. La fede è esplicitata al v. 13: laddove Marco parlava di
coloro che «sono momentanei (cioè "incostanti")» (greco, proskairoi eisin, cfr. Mc
4,17), Luca precisa: «credono per un momento» (greco, pròs kairòn pisteuousin),
ma poi «s'allontanano», cioè abbandonano la fede. Il terzo evangelista, poi, specifica
le circostanze della defezione, dicendo che essa avviene «nel tempo della prova».
Si tratta non della tribolazione e della persecuzione straordinaria di cui parlava
Marco, bensì delle prove ordinarie della vita. L'atteggiamento suggerito sarà quel-
161 LUCA 8,16

11Questo è il significato della parabola: il seme è la parola di Dio.


121(semi) lungo la strada sono coloro che hanno ascoltato; in seguito
viene il diavolo e toglie la parola dal loro cuore perché non credano
e non siano salvati. 13Quelli sulla roccia sono coloro che, quando
ascoltano, accolgono con gioia la parola ma non hanno radice;
credono per un momento, ma nel tempo della prova s'allontanano.
14Quello caduto nelle spine sono coloro che hanno ascoltato ma, strada

facendo, sono soffocati da preoccupazioni, ricchezza, piaceri della


vita e non giungono a maturazione. 15Quello nella terra buona sono
coloro che, avendo ascoltato la parola con cuore integro e buono, (la)
custodiscono e portano flutto con perseveranza. 16Nessuno, accesa una
lucerna, la nasconde con un vaso o (la) pone sotto il letto, ma (la) pone
sopra un lucerniere, perché quanti entrano vedano la luce.

a 1,66). Luca lo caratteri:zza con un'espres- generico che indica un «vaso», un «oggetto»,
sione tipicamente greca: la coppia di agget- un «recipiente». Coprire una lampada con
tivi KaMSç Kat à:ya96ç esprime prima l'idea un simile oggetto è un modo per spegnerla.
politico-sociale e poi quella etico-spirituale Lucerniere (J..uxvlac;)- Pare che l'adattamento
della giustizia e dell'educazione. Una simile di Luca(Mc4,21 usa il tennine J..uxvoc;, «lam-
combinazione si trova solo qui in tutto il NT. pada») presupponga una casa greco-romana
//8,16-18 Testo parallelo: Mc 4,21-25 dotata di vestibolo all'ingresso, ben diversa
8,16 Vaso (aKEooc;)- Luca utilizza un tennine dalle case palestinesi, molto più semplici.

lo di prendere ogni giorno la croce (cfr. 9,23): una fede che non resista alla prova
quotidiana sparirà presto. La qualità essenziale che si richiede perché la fede porti
frutto è la «perseveranza» (v. 15), la forza d'animo, ossia la capacità «di rimanere
sotto» la prova (secondo l'etimologia del termine greco hypomoni). A proposito
della terza categoria di uditori, la redazione di Luca è singolare (v. 14): gli ostacoli
sono «le preoccupazioni» (al posto de «le preoccupazioni del tempo» di Mc 4, 19), la
«ricchezza» (al posto de «l'inganno della ricchezza>>) e i «piaceri della vita» (invece
de «le bramosie»). Il linguaggio di Luca anticipa le parabole dello stolto insipiente
(cfr. 12,16-21) e del ricco epulone (cfr. 16,19-31).
Il quarto gruppo, infine, porta frutto abbondantissimo, perché accoglie la Parola
con cuore «integro e buono» (v. 15), non diviso. L'attitudine esemplare è dunque
la perseveranza nell'avversità che assicura la fedeltà nella durata.
La lucerna (8, 16-18). Le tre sentenze a proposito della lucerna sono tipiche dell'in-
segnamento sapienziale; tutte hanno un doppione in Luca (cfr. 11,33; 12,2; 19,26).
Qui svolgono la funzione di commentario della parabola del seme, illustrando il tema
della parola di Dio che porta frutto. La sentenza della lucerna accesa (v. 16) si applica
all'irradiamento della Parola: essa deve essere diffusa per rischiarare le tenebre del
mondo (nel parallelo di Mt 5,14-16 l'applicazione riguarda gli atti visibili dei ere-
LUCA8,17 162

17 où yap Ècmv KptntrÒV ooù cp<XVEpòv vrn1cnm oùoc àn6Kpucpov ooù


~~ yvwoeti KaÌ Eiç cpavEpòv EÀ9fl. 18 BÀÉ1tE'tE oÌJv nWç <ÌKoUEt'E' 0ç av
o
yàp fxn, &JetloETm a&r~· KaÌ &; lXv ~~ fxn, KaÌ &>Kfi ÉX.f.1V àpetlcnm
àn' a&rou. 19 llcxpEyÉvETo oc npèx; a&ròv ~ ~~t'TlP KaÌ oi à&Npoì a&rou
KaÌ OÙK ~~UvavtO OUVTUXEiV atrr~ ~UÌ TÒV OxÀov. 20 <ÌltrJYYÉÀYJ 0C atrr'f>'
~ ~~t'TlP oou KaÌ oi à&Àcpo{ oou àrrftKamv &,w i~v eD.ovréç CJE. 21 ò
oc ànoKpt9rlç EÌ7tEV npòç a&rouç- ~~t'TlP ~ou KaÌ à&Npo{ ~u oÒt'o{
rlmv oì TÒV À6yov Tou 9Eou <ÌKoOOvrEç KaÌ nowWm;.
22 'EyÉvEt'O ~È Èv ~l~ t'WV ~~pWV KaÌ aÙTòç ÈVÉ~YJ EÌç TtÀOiov KaÌ

oì ~a9Y]Taì atJt'OU KaÌ EiTtEV npòç atJt'Ooç· ~lÉÀ9W~ rlç t'Ò TtÉpav
niç Àt~VY]ç, KaÌ <Ìv~X9Tloav. 23 1tÀEOV'tWV ~È atJt'WV àcpUnvWOEV.
KaÌ Kat'É~YJ ÀaiÀa\fJ <Ìv~OU Eiç ~V Àt~VYJV KaÌ OUVETtÀYJpoUv'tO KaÌ
ÈKlV~UVEUOV. 24 1tpOOEÀ90vt'Eç ~È ~l~YElpav atJt'ÒV ÀiyOVTEç· ÈmOTat'a
ÈmOTaTa, ànoÀÀu~ea. ò ~È ~lé)'Ep9rlç ÈnEn~YJoEV T~ àvé~cp Kaì T<f>
KÀU~WVl t'OU U~a-roç· KIXÌ ÈTtaUOavt'O KaÌ ÈyÉvEt'O yaÀ~VYJ.

8,18 Come ascoltate (11wç à~<:oliftE)- Singo- mai di altri «figli di Maria», dall'altra non si
lare è il tocco redazionale. Mentre Marco è totalmente certi che il termine à&.MjK)c; non
dice: «Fate attenzione a che cosa ascolta- significhi anche «cugino». Già nell'antichità
te» (4,24), Luca precisa: «Fate attenzione, le posizioni fondamentali erano tre: fratelli
dunque, come ascoltate». L'accento non va (Eividio), cugini (Gerolamo), figli di primo
sul contenuto di quanto si ascolta, ma sulla letto di Giuseppe (Epifanio).
modalità interiore con la quale si ascolta. 8,21 Ascoltano ... la parola dì Dio (tòv ì.J:Jyov
-> 8,16-18 Testi affini: Mt 5,15; 10,26; 13,12 rou Elrouàl<ooovt'Eç)- Luca rielabora la fonnula
Il 8,19-21 Testi paralleli: Mt 12,46-50; Mc di Marco che definiva vero parente di Gesù
3,31-35 «chi compie la volontà di Dio» (3,35). ll pro-
8,19 Fratelli (à&Mpo()- Luca omette il rife- blema è capire qual è il soggetto logico della
rimento alle sorelle (cfr. Mc 3,35). La que- proposizione. Due sono le letture proposte: la
stione dei <<fratelli» è discussa. Dal punto prima interpreta l!frnlP !!OU Kat ~( !!OU
di vista filologico non si possono ricavare come un nominativo assoluto (cioè un casus
elementi decisivi: da una parte non si parla pendens) riassunto poi da oùro( e offi'e questa

denti). La sentenza del v. 17 ha un tenore escatologico: ciò che è nascosto, ovverosia


il mistero svelato solo ai discepoli (cfr. v. 10), deve essere rivelato e sarà chiaro nel
giorno della definitiva manifestazione universale del Regno. Il v. 18, infine, parte da
un detto popolare secondo cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più
poveri. Il detto si applica all'ascolto della Parola: più la si ascolta più è feconda, meno
la si ascolta meno può essere fennento di vita. Tuttavia non si tratta solo di ascoltare
la Parola, bisogna valutare «come» la si ascolta.
lA famiglia di Gesù (8,19-21 ). Senza un cambiamento di spazio e di tempo, Lu-
ca introduce la madre e i fratelli di Gesù, per precisare ulterionnente il riferimento
all'ascolto della parola di Dio. La causa del mancato incontro fra Gesù e i parenti è
163 LUCA8,24

17Infatti,non c,è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla


di nascosto che non sia conosciuto e divenga manifesto. 18Fate
attenzione, dunque, come ascoltate: poiché a chi ha sarà dato e a
chi non ha sarà tolto anche quanto gli pare di avere». 19Si avvicinò a
lui la madre con i suoi fratelli, ma non potevano incontrarlo a causa
della folla. 20Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori
e vogliono vederti». 21 Rispose loro: «Questi che ascoltano e attuano
la parola di Dio sono mia madre e miei fratelli».
22 Uno di quei giorni, egli salì su una barca coi suoi

discepoli e disse loro: «Traversiamo al di là del lago».


E presero il largo. 23 Mentre navigavano si addormentò.
Una burrasca di vento si abbatté sul lago; erano sommersi
e correvano pericolo. 24 Avvicinatisi, lo destarono dicendo:
«Maestro, Maestro, periamo!». Egli, destatosi,
rimproverò il vento e i flutti: cessarono e ci fu bonaccia.

traduzione: «Mia madre e i miei fratelli so- ra prima il sonno di Gesù e poi lo scatenarsi
no queiJi che ascoltano la parola di Dio e la della tempesta (a differenza di Mc 4,37-38).
attuano»; la seconda, invece, insiste sull'as- 8,24 Maestro, Maestro (hLatut« Èt!Latut«)
senza degli articoli e interpreta 1-LTJt'lP j.LOU K«Ì. - La ripetizione dello stesso termine è tipica
&6E}.cjlo( j.LOU come predicati. La grammatica di Luca: è la figura retorica della geminatio
ci fa propendere per la seconda possibilità. (o epizeusi), che dà molta enfasi all'invoca-
Il 8,22-25 Testi paralleli: Mt 8,23-27; Mc zione. Ci sono differenti esempi, come nomi
4,35-41 propri al vocativo (Marta, 10,41; Gerusalem-
8,22 De/lago (tf)t; À.(j.Lvt')ç)- Luca precisa che me, 13,34; Simone, 22,31; Saulo, At 9,4;
si tratta di un «lago)), aggiungendo un detta- 22,7; 26,14), titoli (Signore, 6,46; maestro,
glio che manca nella sua fonte (cfr. Mc 4,35). 8,24) e verbi (crocifiggere, 23,21).
Presero il/argo (&:vfJX9T]a«v)- Il verbo civayw Rimproverò (f'llt=tLj.LTJOE=V)- È lo stesso ver-
è un termine tecnico nautico per «salpare)), bo utilizzato altrove da Luca per indicare
«spiegare le vele» (cfr. At 27,2.4.12.21). la potente ed efficace minaccia di Gesù nei
8,23 Si addormentò (&cllu1TVWCJE=v)- Luca nar- confronti dei demoni (cfr. 4,35.39.41).

la nwnerosa folla; infonnato, Gesù riplasma i criteri della sua famiglia spirituale. Il
modo giusto d'intendere la parola di Dio non è solo ascoltarla, ma metterla in pratica,
cioè farla fruttificare. Anche i legami di sangue sono sottoposti alla fedeltà alla Parola
8,21-15 La tempesta sedata
L'episodio è il primo di quattro azioni prodigiose: Luca segue Marco, sua fonte, an-
che se rielabora a suo modo i racconti. La scena è un miracolo di liberazione ma pure
un racconto epifanico. I discepoli sono liberati dalla minaccia dei flutti dell'acqua dal
potente intervento di Gesù (cfr. altri miracoli di liberazione in At 12, 1-11; 27, 1-44); la
vicenda è epifanica in qtJanto rivela come Gesù sia portatore di un misterioso potere che
include pure il dominio sulle acque, appannaggio esclusivo di Dio nell'Antico Testa-
LUCA8,25 164

25 e:inEV ÒÈ cn,.roiç nou ~ monc;


Ù}lWV; cpo~f19Év-re:ç ÒÈ È9aU}laO<XV
ÀÉyOVt"Eç npÒç àÀÀ~Àouç· -rlç apa OOt"6ç ÈcmV on KaÌ t"Oiç àvÉ}lOtç
.
Èm-racrcre:t KaÌ 't'W u~ KaÌ ÙJtaKOUOootV aù-rw; .
26 KaÌ Kat"ÉrcÀEuO<XV EÙ; nìv xwpav
t"WV fe:pacrf1VWV, flnç Ècrnv
àvnnépa n;ç nxÀWxiaç. È~EÀe6vn ÒÈ aù-rq> È1tÌ nìv yf1v ~Vt"flcrEV
27

àv~p nç ÈK rijç TtOÀEwç ExWV òat}lOVta KaÌ XjXSv(f) ÌKaV<f> OÒK


f:ve:òucra-ro Ì}lanov KaÌ ÈV obd~ oòK E}JEVEV ili' ÈV -roiç }l~}lamv.
28 iòwv ÒÈ -ròv 'I f1crow àvaKpa~aç npooÉTtEcre:v aù-rq> KaÌ <pwvft

n
lJEYO:Àn Òne:v· È}JOÌ KaÌ ooL 'lflcrOU uÌÈ t"OU 9e:ou t"OU Ùl~Jicrt'ou; ÒÉO}la{
crou, }l~ }lE ~acravicrnç. 29 nap~yye:t.ÀEV yàp -r<f> nve:U}lan -r<f> àKaeap-r<p
~EÀ9Eiv ànò t"OU àveJ)Wnou. noÀÀoiç yàp XpOVotç OUVflpn<lKe:t aù-ròv

8,25/mpauriti... meravigliati (cj>opT)~vnç iSf e altri), rMapT)VWV, «dei Gadareni» (codi-


1:9aUt.uzoav)- È l'unicaoccasione in cui Luca ce Alessandrino [A) e altri), rEpyEoT)vwv,
combina la paura, cioè il religioso timore che «dei Ghergheseni» (codice Sinaitico [ac) e
prende l'uomo quando viene a contatto con altri). Gherasa, una città della Decapoli in
il divino (cfr. 1,13.65; 2,9), e la meraviglia Transgiordania, è molto lontana dal lago di
suscitata dal prodigio (cfr. 1,63: 5,9). Galilea. Gadara è un'altra città della Deca-
//8,2~9 Testi paralleli: Mt 8,28-34; Mc 5, l-20 poli: Origene (cfr. Commento a Giovanni
8,26 Gheraseni (rEpiXOTJI!Wv)- L'identifica- 6,41,208-2ll) afferma che là non c'è né il
zione del luogo è molto complessa, anche a lago né il dirupo, mentre afferma che Gher-
causa dell'incertezza testuale. Tre sono le ghesa (identificata oggi con Kursi) è sul lago
varianti: rEpiXOT)VWV, «dei Gheraseni» (pa- e c'è un notevole dirupo. All'attuale stato
piro Bodmer XIV [!p 75), codice Vaticano [B) dei documenti la critica testuale spinge a

mento. Il racconto termina con una domanda a proposito dell'identità di Gesù (v. 25).
Lafede. Svegliato dai discepoli in pericolo, Gesù minaccia il vento e i flutti
per calmarli: nel giudaismo la massa dell'acqua rappresenta le forze caotiche
del male. Il sonno di Dio è sinonimo di apparente inattività (cfr. Sal 44,24).
L'interrogativo di Gesù ai discepoli è focalizzato sul tema della fede: essi non
sono rimproverati per la loro mancanza di fede, ma richiesti di esplicitare «dove»
essa sia; assomigliano molto al terreno roccioso della parabola del seme (cfr. Le
8,13 ). La meraviglia dei discepoli rivela la loro inadeguata comprensione di Ge-
sù; la loro domanda circa l'identità (v. 25) s'inserisce all'interno di un più ampio
interrogativo che si è fatto strada fin dagli inizi del ministero di Gesù (cfr. 4,22;
5,21 }, che continuerà poi (cfr. 9,9) e avrà una risposta nella confessione di fede di
Pietro (cfr. 9,20) e nella voce del Padre sul monte della trasfigurazione (cfr. 9,35).
La barca. I primi cristiani hanno interpretato la traversata come il simbolo della
Chiesa assalita dall'ostilità del mondo. La paura dei discepoli di essere abbandonati
nella tempesta da Gesù che dorme evoca la situazione della Chiesa dopo la Pasqua: il
sonno del Maestro simboleggia la sua assenza fisica. Dopo la risurrezione, i credenti
165 LUCA8,29

25 Allora disse loro: «Dov'è la vostra fede?». Essi, impauriti,


si dicevano l'un l'altro meravigliati: «Chi è, dunque, costui
che ordina anche ai venti e ali' acqua e gli obbediscono?».
26 Approdarono nella regione dei Gheraseni, che sta di fronte

alla Galilea. 27 Sceso a terra gli venne incontro dalla città un


uomo posseduto dai demoni; da molto tempo non indossava
vestiti e non dimorava in casa ma nei sepolcri. 28 Visto Gesù,
lanciato un grido, cadde davanti a lui e a voce alta disse: «Che
vuoi da me, Gesù Figlio del Dio Altissimo? Ti prego, non mi
tormentare!». 29Comandava, infatti, allo spirito impuro di uscire
dali 'uomo. Molte volte si era impossessato di lui, che veniva

scegliere la prima variante, proprio perché teralmente: «Che cosa [c'è] fra me e te»?
difficile. Forse la soluzione del problema Cfr. nota a 4,34.
sta nel tennine xwpa. che non indica solo la Figlio del Dio Altissimo (uiè toO 9E=o0 toO
«regione», ma anche un «appezzamento di ùljl(atou)- Benché Luca erediti questo titolo
terreno» in possesso di una città. da Mc 5, 7, nel suo racconto assume un diffe-
8,27 Sepolcri (IJ.V~IJAOLV)- Il contatto coi rente significato, perché Gesù era stato chia-
sepolcri rende impuri (cfr. Nm 19,11; Ez mato in questo modo dall'angelo Gabriele
39,11-15). Forse qui c'è un'allusione a Is (cfr. 1,32): il lettore capisce che il demonio
65,1-7, dove si ricordano le varie fonne di dimostra di conoscere bene chi è Gesù.
impurità (abitazione nelle tombe e consuma- 8,29 Luoghi deserti (Èp~IJ.ouc;) - Il deserto
zione di carne suina). era ritenuto essere l'abitazione del demonio
8,28 Che vuoi da me (t( Éj.&ot Kcxt aoL)- Let- (cfr. Lv 16,10).

sperimentano la presenza dell'assente. La questione decisiva è allora quella della fede


(cfr. v. 25), che qui assume il senso di «fiducia)). Immersa nelle difficoltà, la Chiesa
è tentata di scambiare l'assenza di Gesù per indifferenza a spese dei suoi membri,
quando invece il sonno testimonia l'assoluto abbandono nelle mani di Dio. Il suo modo
sovrano di riportare la calma mostra che Gesù è più forte della paura dei discepoli. Per
mezzo di Gesù si è manifestata la forza di Dio che domina i venti e le acque (cfr. Sal
89, l O; l 04,6-8; l 07.23-32). Il Signore della Chiesa domina pure l'universo.
8,26-39 Liberazione di un indemoniato
L'esorcismo a Cafamao (cfr. 4,31-37) era la prima guarigione operata da Gesù
all'inizio del suo ministero; un altro esorcismo caratterizza l'incursione in territorio
pagano. Sull'altra riva del lago, di fronte alla Galilea, c'è la Decapoli, un territorio
abitato in maggioranza da non-ebrei: il segno è l'allevamento dei maiali, animali
proibiti in Israele (cfr. Lv Il,7-8). Il terzo evangelista rielabora il vivace racconto
di Mc 5,1-20 riadattandolo. Conformemente al genere letterario di questi racconti,
l'esorcista affronta il male nella sua radicalità. Il brano è organizzato in quattro
momenti: la presentazione dell'uomo posseduto (vv. 26-29), l'incontro con Gesù
LUCA8,30 166

K<IÌ È~E<1J.!fUE'tO àÀUOEcrtV K<IÌ Jté~au; <pUÀaOOO}JEVO<; K<IÌ ~tapp~OOWV


-rà ~E~à ~À<IUVETO ÙrtÒ'tOO ~<lt)JOVlOU Eiç-ràç Èp~J.!OU<;. 30 ÈTtT) PW'tTJOEV
~È <IÙTÒV 6 'I T)000ç· d OOt OVO)Ja Èonv; 6 ~È EÌTtEV· ÀEyl.WV, on EÌofjÀ9EV
~<lt)JOvl<l TtOÀÀà EÌ<; roJTOV. 31 K<IÌ naeEKaMUV roJTÒV lV<l )l~ ÈmTa~n
aù-roiç EÌ<; ~V a~uooov Ò:TtEÀ9Eiv. 32 T)V & Èl<Ei <ÌyÉÀT) XOlpWV ÌK<IVWV
~OOKOJ.!ÉVT) ÈV T~ OpEt· K<IÌ napEKliÀEO<IV <llÌTÒV lV<l Èm-rpél~Jn <XÙTOi<;
Eiç ÈKE{vouç EÌoEÀ9Eiv· KaÌ ÈnÉ-rpEllJEV aù-roiç. 33 È~EÀ96v-ra ~È -rà
~J.!OVta à:nò TOU àv9pWrtOU EÌofjÀ9ov rlç 'tOÙ<; xoipouç, K<lÌ WPJ.!TJOEV
~ <ÌyÉÀTJ Ka-rà -roO KPTJJ.!VOO Eiç ~v Àt)JVTJV K<IÌ à:mnv{YTJ. 34 'I~6v-rE<;
~È oi ~OOKOV'tE<; -rò yE'{ovòç E<puyov KaÌ à:n~yyElÀ<lv EÌ' ~v n6Àtv
Kaì EÌ<; -roùç àypouç. 35 È~flÀ9ov ~È i~Eiv -rò yeyovòç Kaì TJÀ9ov npòç
'tÒV 'IT)OOUV K<IÌEVpov K<I9~J.!EVOV 'tÒV av9pwnov à:cp' OV -rà ~<ll)JOVl<l
È~flÀ9EV ÌJJan~ÉVov KaÌ ow<ppovoOv-ra napà -roùç n6~aç -roO 'I TJOOO,
Kaì È<po~~9T)oav. 36 à:n~yyElÀav ~È aù-roiç oi i~6v-rE<; nwç Èow9TJ6
~<ll)JOVto9Efç. 37 K<IÌ ~pW'tT)OEV <IÙ'tÒV anav TÒ TtÀfl9oç 'tfl<; 1tEptxwpou
TWV fEp<IOT)VWV à:TtEÀ9EiV à:n' roJ'tWV, on <pO~<p )JE'{<iÀy> OUVEtXOVTO'
<IÙTÒ<; ~È È)l~àç EÌ<; TtÀoiOV ùJtéO'tpEllJEV. 38 f:&i-ro ~È roJ'tOU Ò àv~p à:cp'
OV ~T)À69El -rà ~)JOVta EÌvat OÒV aù'tqr Ò:rrÉ.ÀuOEV & <IÙTÒV ÀÉyWV'
8,30 Nome (ovOj.lcx)- La conoscenza del no- me, qui è il narratore che ne precisa il signi-
me del demonio, secondo le concezioni del ficato: nell'ossesso c'erano molti demoni. A
tempo, pare essere una condizione necessa- qualche antico lettore del vangelo quest'im-
ria per avere potere su di lui e dominarlo. magine evocava forse la principale legione
Legione (Àeyu.Jv)- Invece del nome, il de- romana di stanza in Palestina, la Legio X
monio indica un numero; la legione romana Fretensis: essa partecipò alla conquista di
era composta di seimila fanti e di centoventi Gerusalemme nel 70 d.C. e il suo emblema
cavalieri. A differenza di Mc 5,9, dove lo era proprio un maiale.
stesso demonio offre il senso di questo no- 8,31 Abisso (lij3oooov)- Nella Settanta questo

(vv. 30-31), l'annegamento dei porci (vv. 32-33), gli effetti del miracolo (vv. 34-39).
Un 'identità complessa. Luca presenta i sintomi della possessione demoniaca:
l'uomo vive nudo, senza né abiti né dimora; il suo soggiorno nei cimiteri lo rende
impuro e lo avvicina ali' ombra della morte. Spinto verso luoghi deserti, ha reciso
ogni legame sociale e ha pure spezzato le catene che gli erano state imposte per
bloccarlo. Lo spirito che lo possiede avverte il pericolo e identifica immediata-
mente l'inviato divino: il demonio comprende che Gesù è più forte di lui (cfr.
4,33-34) e lo riconosce come il «Figlio del Dio Altissimo» (v. 28). Interrogato a
proposito della propria identità, l'indemoniato si sottrae alla domanda, proprio
perché ne è privo. Al suo posto esprime un nome («Legione», v. 30) che rivela il
suo dramma: non un solo demonio, ma una folla intera di spiriti impuri abita in
lui. Il paragone con la legione romana rende l'idea della grande forza demoniaca
che possiede l'uomo. Gli spiriti, parlando per mezzo del posseduto, intendono
negoziare con Gesù la loro resa e lo supplicano di non discendere negli abissi,
167 LUCA8,38

legato con catene e custodito in ceppi ma, rompendo i legami, era


spinto dal demonio in luoghi deserti. 30Gesù gli domandò: «Qual
è il tuo nome?». Egli disse: «Legione», poiché molti demoni
erano entrati in lui. 31 E lo scongiuravano che non ordinasse
loro di sprofondare nell'abisso. 32 0ra v'era là una grande
mandria di porci che pascolava sul monte; lo scongiurarono che
permettesse loro di entrare in quelli. Glielo permise. 331 demoni,
usciti dali 'uomo, entrarono nei porci e la mandria si gettò per
il precipizio nel lago e affogò. 341 mandriani, visto l'accaduto,
fuggirono e lo riferirono in città e nelle campagne. 35 Uscirono a
vedere l'accaduto, giunsero presso Gesù e trovarono l'uomo dal
quale erano usciti i demoni seduto, vestito e sano di mente ai piedi
di Gesù ed ebbero timore. 36Quelli che avevano visto riferirono
loro come fu salvato quello che era indemoniato. 37Allora
l'intera moltitudine della regione dei Gheraseni gli domandò di
allontanarsi da loro, poiché erano presi da grande timore. Egli,
risalito nella barca, tornò indietro. 38L'uomo dal quale erano usciti
i demoni lo supplicava di restare con lui. Lo congedò dicendo:

tennine traduce spesso l'ebraico rhòm, che demoniato, sia la sua «salvezza». L'azione di
designa l'acqua profonda del mare, l'abisso Gesù non realizza solo la guarigione fisica.
primordiale, simbolo del caos e del disordine. ma pure il ristabilimento della persona nella
8,35 Seduto (Ka9tllevov)- La tipica posizio· sua pienezza. secondo il disegno salvifico
ne del discepolo ai piedi del maestro: cosi di Dio.
Maria in ascolto di Gesù (cfr. l 0,39) e Saulo 8,37 Grande timore(~ 1-LE'Y~)- Nota
educato da Gamaliele (cfr. At 22,3). tipicamente lucana (cfr. 7, 16), che segnala la
8,36 Fu salvato (€aW9T))- Il tennine è anfi- reazione umana di fronte alla manifestazione
bologico: indica sia il «risanamento» dell'in· della potenza divina.

luogo di punizione e di prigionia delle potenze malefiche (cfr. Ap 20,1-3). Di-


versamente dagli altri racconti di esorcismo (cfr. Le 4,35), Gesù acconsente alla
richiesta dei demoni: l'annegamento collettivo di tutti gli animali impuri elimina
dalla regione sia i maiali sia i demoni. Il mare, spazio che evoca il male, diventa
la tomba degli spiriti impuri e degli animali.
Un uomo ristabilito. L'effetto del miracolo qui è particolarmente sviluppato.
L'annegamento spettacolare ha provocato la fuga dei mandriani che riferiscono
l'accaduto (v. 34). La folla accorsa constata che il posseduto ha ritrovato la sua
piena umanità: è vestito, ragiona, è seduto ai piedi di Gesù. L'intervento salvifico
di Gesù restituisce l'uomo sia alla sanità mentale, sia alla vita sociale da cui era ta-
gliato fuori. La reazione dell'intera folla pagana (dato sottolineato da Luca) unisce
il timore e un esplicito rifiuto di Gesù; a tale rifiuto Gesù non si sottrae, tornando
immediatamente in territorio giudaico. A non essere esaudito, invece, è il desiderio
dell'uomo guarito: colui che non viveva in una casa (v. 27) è rimandato a casa
LUCA8,39 168

39 lmOcrtpEq>E EÌç 'tÒV oiKOV OOU KaÌ ÒlllYOU ooa OOl ÈltOlT)OEV Ò9Eoç.
KaÌ à:rcfjÀ9EV Ka9' OÀrlV nìv ltOÀlV KTJPUOOWV ooa EltOlYJOEV mmf> ò
'IYJOOU<;.
40 'Ev ÒÈ -r4> lmOO'tpÉcpav 'tÒV 'IYJOOUV <ÌnEÒÉ~a'tO <XÙ'tÒV Ò OXÀoç' ~oav

yàp miv-reç npooòol<Wv-reç aù-r6v. 41 KaÌ iòoù ~À9EV à:v~p cf> ovoJJa
'Iai:poç Kaì oò-roç èiPXwv n;ç ouvaywyfjç òm;PXEV, Kaì TtEo~w napà
-roùç n6òaç [roO] 'IT)ooO napEK<lÀEl aò-ròv EioEÀ9dv Eiç -ròv olKov
<XÙ'tOU, 42 on 9uya'tYjp JJOVOYEV~ç ~V aù-r4> wç È'tWV ÒWÒEKa KaÌ
aùnì à:né9vnOKEV. 'Ev ÒÈ -r4> ùnayew aò-ròv oi oxÀot ouvÉnvtyov
aò-r6v. 43 Kaì yuv~ oùoa è:v puoa mJJa-roç à:nò è:-rwv OWÒEKa, ~nç
[ta-rpoiç npooavaÀWoaoa OÀoV 'tÒV ~lOV] OÒK iCJXUOEV à:n' OÒÒEVÒ<;
9epanEU9f\Val, 44 npooEÀ9o0oa omo9EV ~\j)a-ro 'tOU KpaonÉÒOu 'tOU
r 1 ' - \ v
- r t 1 - t'l t -
lJJanou au-rou Km napaxpYJJ.la EO'tYJ YJ pumç -rou atJJa-roç au'tYjç.

8,39 Torna a casa tua ... aveva fatto per clamando quanto aveva fatto per lui Gesù».
lui (Ùl!ootpfrjlf ELI; tòv olKov oou ... Boa Il 8,40-!§6 Testi paralleli: Mt 9, 18-26; Mc
ÈlTOL!lOfV autt\) ò 'lllOOÙf;)- La costruzione 5,21-43
della frase è studiata: i due soggetti (Dio e 8,41 Jairo ('la"Lpoç)- Nome grecizzato il cui
Gesù) sono al tennine in perfetto paralleli- senso, in ebraico, potrebbe indicare «colui
smo. Alla lettera il versetto è da tradurre: che risplende» o «colui che fa risorgere». Più
«"Torna a casa tua e racconta quanto per te che intravedere nel significato etimologico
ha fatto Dio". E parti per l'intera città pro- un'anticipazione del miracolo (Luca scrive

(v. 39), segno della sua umanità pienamente ristabilita. L'ora dell'evangelizzazione
dei pagani non è ancora giunta: Luca riserva questo momento per il suo secondo
tomo, gli Atti degli Apostoli (cfr. At 10). Tuttavia. l'uomo già posseduto dalla
legione è incaricato di essere un testimone e con questo statuto è reintegrato nel
corpo sociale da cui si era staccato. Mentre Gesù gli ordinava di raccontare quello
che Dio aveva fatto per lui, egli proclama quello che Gesù gli ha fatto (v. 39): non
si tratta di disobbedienza ma proclamazione dell'opera di Dio compiuta da Gesù.
8,40-56 Guarigione dell'emorroissa e risurrezione del/a.figlia di Jairo
Luca ancora una volta rielabora un racconto di Marco (cfr. Mc 5,21-43) che
Matteo riduce ai minimi termini (cfr. Mt 9,18-26). Dopo la tempesta sedata (cfr.
vv. 22-25), in cui Gesù mostra di avere potere sulle forze della natura, e l'esor-
cismo (vv. 26-39), nel quale Gesù domina le potenze demoniache, questi due
miracoli mostrano la potenza sulla vita (rappresentata dal sangue dell'emorroissa)
e sulla morte. Il racconto intreccia per mezzo della tecnica dell 'intercalazione (vv.
40-42.43-48.49-56) due destini di donne: una ragazza di dodici anni che muore
(v. 42) e un'adulta che da dodici anni soffre per la perdita di sangue (v. 43). In
questo modo il lettore è reso attento agli echi che si tessono fra le due vicende:
per mezzo di una serie di peripezie si manifesta la potenza guaritrice di Gesù.
169 LUCA8,44

39 «Toma a casa tua e racconta quanto Dio ha fatto per te». E


partì, proclamando per l'intera città quello che Gesù aveva fatto
per lui.
40 Mentre Gesù ritornava, la folla lo accolse, perché tutti lo

attendevano. 41 Ed ecco venne un uomo di nome Jairo, che era


capo della sinagoga; gettatosi ai piedi di Gesù, lo supplicava
di entrare nella sua casa, 42 poiché egli aveva un 'unica figlia
di circa dodici anni che stava per morire. Mentre si recava
là, le folle gli si accalcavano intorno. 43 Una donna, che aveva
perdite di sangue da dodici anni e che, [pur avendo speso
tutti i suoi beni per i medici,] non aveva potuto essere guarita
da nessuno, 44 sopraggiunta da dietro toccò l'estremità del
suo mantello e all'istante si arrestò il flusso del suo sangue.

per un uditorio greco che ignora l'ebraico), permettono di concludere con sicurezza se la
meglio attenersi al fatto che il nome è ben frase sia davvero di mano lucana A motivo di
attestato nei documenti dell'epoca (cfr. Gi u- tale incertez2a viene posta tra parentesi quadre.
seppe Flavio, Guerra giudaica 2,17,9 § 44 7). 8,44 Estremità- Il termine Kpaa1!1::6ov indica
8,43 Pur avendo speso tutti i suoi beni per l' «estremità» del mantello ma pure le «fran-
i medici (L1Xtpoi.t; npooavcW.laaaiX oÀOv tòv ge» pendenti agli angoli dei vestiti secondo
~tov)- I fattori esterni (attestazione nei vari la tradizione ebraica (cfr. Nm 15,38-39; Dt
manoscritti) e interni (stile e vocabolario) non 22,12).

La domanda di Jairo. Senza assolutamente qualificare il luogo dove Gesù


si trova, Luca sottolinea che la folla attendeva e accoglie Gesù: perché questo
avvenga l'evangelista non lo precisa, come nemmeno ricorda i discepoli. Emerge
un uomo, di cui Luca ricorda anche il nome (Jairo ), che si rivolge a Gesù: è un
rappresentante del giudaismo ufficiale, un capo della sinagoga. Nonostante il
suo importante ruolo sociale, quest'uomo si prostra di fronte a Gesù a motivo
dell'unica figlia dodicenne ormai vicina alla morte. Luca aveva presentato una
madre con un unico figlio (cfr. 7,11-17); qui v'è un padre e una sola figlia. Alla
richiesta Gesù accondiscende, ma è fermato mentre è in cammino.
La fede che salva Tra la folla che si accalca intorno a Gesù c'è una donna
con una grave malattia. Le perdite continue di sangue da dodici anni la rendo-
no permanentemente impura (cfr. L v 15,19-31 ): Luca in realtà non sottolinea
quest'aspetto ma ricorda l'inguaribilità della donna. Oltre al fastidio corporeo,
ella si è rovinata spendendo ogni bene senza alcun vantaggio. Tutta questa serie
di notizie, il narratore le fornisce al lettore senza che i personaggi del racconto
lo sappiano. A differenza degli altri due Sinottici (cfr. Mc 5,28; Mt 9,21), Luca
non dice il motivo per cui la donna tocchi Gesù, né dà a questo contatto un valore
morale. La guarigione è immediata, capovolgendo una situazione che pareva
LUCA8,45 170

45 KaÌ EÌnEV Ò 'l ll000ç· riç Ò à$cX}lEVO<; JlOU; à:pVOUJlÉVWV ~È


navrwv e:Ìne:v ò TIÉrpoç· Èmorara, oi OXÀOt ouvéxouoiv oe: KaÌ
à:no8Ài~oumv. 46 ò ~È: 'I11ooOç dne:v· ~$ar6 JlOU ttç, f:yw yàp
Ey\lwv ~uva}ltV è~e:ÀllÀu8uiav à:n' ÈJloO. 47 ì~ouoa ~È: ~ yuv~
ott oÙK EÀa8e:v, rpÉJlouoa ~À8ev Kaì npoone:oouoa aùr«f) ~t'
~v aìriav ~$aro aùroO à:n~yye:tÀEV èvwmov navròç roO ÀaoO
KaÌ W<; Ìa811 napaxpfiJla. 48 Ò ~È EÌnEV aÙrf\· 8uya'tllp, ~ ntottç
oou oÉowKÉv oe:· nope:uou e:ìç e:ìp~v11v. 49 "Ett aùroO ÀaÀouvroç
Epxe:rai nç napà roO à:pxtouvaywyou Mywv ott rÉ8VllKEV ~
Suy<i'tllP oou· JlllKÉtt OKuÀÀe: ròv ~t~aoKaÀov. 50 ò ~È: 'I11oouç
IÌKOUoaç à:ne:Kpt8ll aÙt«f'>· Jl~ <pO~OU, JlOVOV nlOtEUOOV, KaÌ
ow8~oe:rat. 51 ÈÀ8WV ~È: e:ìç t~V OÌKtaV OÙK à:cpijKEV EÌoe:À8e:iv
nva oùv aùr«f) e:ì Jl~ TIÉrpov Kaì 'Iw<ivv11v KaÌ 'IaKw~ov KaÌ ròv
narÉpa rijç nat~Òç KaÌ r~v Jlll!Épa. 52 EKÀatov ~È: navre:ç KaÌ
ÈKonrovro aù~v. ò ~È: e:Ìne:v· Jl~ KÀaie:re:, où yàp à:nÉ8avev à:ÀÀ'
Ka8e:u~e:t. 53 Kaì Kare:yÉÀwv aùroO e:ì~6re:ç on à:né8ave:v. 54 aùròç
~È: Kpar~oaç rijç xe:tpòç aùrijç Ècpwvlloe:v Mywv· ~ naiç, eye:tpe:.
55 Kaì È:nÉorpe:l~Jev rò nve:OJla aùrijç KaÌ IÌVÉO'tll napaxpfiJla KaÌ

~tÉra~e:v aùrft ~o8ijvat cpaye:iv. 56 KaÌ È~ÉO'tlloav oi yove:iç aùrijç·


ò ~È: nap~yye:tÀEV aùroiç Jlll~EVÌ e:ìne:iv rò ye:yov6ç.

8,48 Salvata (a€aWICI'V)- Cfr. nota a 8,36. sto contesto, è un eufemismo per indicare
8,52 Dorme (Kct9HicSu)- Il sonno, in que- la fine della vita: dato questo presupposto

senza scampo. Alla domanda di Gesù su chi l'abbia toccato Pietro dà una risposta
pragmatica, che conduce Gesù a precisare di essere portatore di una forza (v. 46;
cfr. 5, 17). Avvenuto il miracolo, il narratore dà accesso ai sentimenti interiori della
donna che, sentendosi scoperta, si fa avanti; poi Luca la rappresenta tremante,
cioè colma di paura nei confronti di Gesù che cerca chi l'ha toccato, oppure di
timore per il miracolo che è avvenuto. Prostrata, la donna spiega ai presenti il
motivo che l'ha condotta da Gesù e il fatto della guarigione: il lettore, tuttavia,
non è messo a parte della spiegazione della donna. Il racconto volge veloce alla
sua conclusione per mezzo della sentenza di Gesù: egli dice alla donna quanto
già conosce, ovverosia che è stata sanata; poi, però, aggiunge che la causa della
guarigione è la fede (cfr. 7,50).
Nella casa di Jairo. La guarigione in strada ha avuto un effetto ritardante nel
cammino verso la casa di Jairo. Tale ritardo è fatale, perché la figlia muore. La
replica di Gesù riprende i termini rivolti alla donna: v'è ancora una possibilità le-
171 LUCA8,56

45 Gesù disse: «Chi mi ha toccato?». Poiché tutti negavano,


Pietro disse: «Maestro, le folle ti circondano e ti schiacciano».
46 Ma Gesù riprese: «Qualcuno mi ha toccato; io infatti ho

avvertito una potenza uscita da me». 47 La donna, visto che


non era passata inosservata venne tremante e, caduta davanti
a lui, riferì davanti a tutto il popolo per quale motivo lo aveva
toccato e come era stata guarita all'istante. 48 Le disse: «Figlia,
la tua fede ti ha salvata; va' in pace!». 49 Mentre egli ancora
parlava, arrivò un tale dalla casa del capo della sinagoga
dicendo: «Tua figlia è morta; non disturbare più il Maestro!».
50 Avendo Gesù udito gli rispose: «Non temere, solo credi e

sarà salvata!». 51 Giunto nella casa, non permise che entrasse


nessuno insieme a lui se non Pietro, Giovanni e Giacomo, il
padre della bambina e la madre. 52Tutti piangevano e facevano
il lamento su di lei. Disse: «Non piangete, perché non è morta
ma dorme!». 53 Lo deridevano, sapendo che era morta. 54 Ma
egli, presa la sua mano, gridò forte: «FanCiulla, alzati!».
55 11 suo respiro ritornò in lei, che si levò ali' istante ed (egli)

ordinò di darle da mangiare. 561 suoi genitori furono sbalorditi.


Egli comandò loro di non raccontare a nessuno il fatto.

non ha senso parlare di morte apparen- sua morte, come il sonno, è limitata nel
te. La ragazza è davvero deceduta, ma la tempo.

gata alla fede che conduce alla salvezza. La fede chiesta a Jairo è quella dimostrata
dalla donna, anche se Gesù non la cita. Il contenuto della fede de li' emorroissa non
era stato precisato, mentre era esplicito il suo ruolo determinante per raggiungere
la salvezza, come qui è promesso. Ora, però, la situazione è molto differente e
più grave: non si tratta solo di una malattia, ma della morte. L'isolamento con tre
discepoli (cfr. 9,28) e con i genitori precede la discussione con coloro che avevano
già intonato il lamento funebre. Fra Gesù e gli astanti avviene un qui pro quo: egli
non mette in dubbio il decesso della ragazza, ma contesta che la morte sia defini-
tiva; per lui è solo un sonno. Al gesto di prendere la mano, che corrisponde a un
soccorso, segue l'ordine alla ragazza, che è rivivificata. Come a Nain (cfr. 7,15),
anche qui il ritorno alla vita è essenzialmente descritto come un ristabilimento
delle relazioni spezzate dalla morte: la ragazza si alza, può mangiare e comunicare.
La richiesta di silenzio preserva il mistero dell'avvenimento: la salvezza che Gesù
opera non è solo guarigione dal male ma è pure vittoria sulla morte.
LUCA9,1 172

9 1 l::U)'I«tÀEo~cx; OÈ roùç OW&:Ka €òwKEV aùroic; òwcqnv KaÌ


È~ouoiav ÈTrÌ roivra rà OatJJOVta KaÌ vooouç 9t:paTtE6av 2 KaÌ
èméorEtÀEV cn'rroùç KrJpuoot:w nìv ~amÀriaV rou 9t:o0 KaÌ iao9m
[roùç àoeEVEiç], 3 Kaì dnev npèx; cn'rrouç· JJ110Èv cxipt:rE rlç nìv òoov,
J.l~"tE pa~ÒOV J.l~"tE ~pav J.l~"tE aprov J.l~"tE <ÌpyUplOV J.l~"tE [àvà]
OUO Xtr<A'>vaç fxElV. 4 KaÌ EÌç ~V èìv OlKUxv EÌoéÀ~E, ÈKd J.lévt:rE KaÌ
ÈKEi9EV È~épxt:o9t:. s KaÌ ooot èìv J.l~ òqwvrat ÒJJ(iç, ~EPXOJ.lfVOt
ànò n;ç n6kwç ÈKElVTJ<; ròv KOVtopròv ànò rwv noowv UJJWV
ànonvaoot:rt: rlç JJaproptov tn' aùrouç. 6 È~EPXOJ.lfVOl ÒÈ òt~pxovro
Karà ràç KWJ.la<; EÙayyEÀ~OJ.lfVOt KaÌ 9t:pane6ovrt:ç navraxou.

Il 9,1-6 Testi paralleli: Mt 10,1.7-11; Mc nalità e quindi la superiorità sui demoni e su-
6,6b-13 gli scribi (cfr. 4,32.36; 5,24). Il trasferimento
9,1 Potenza e autorità- I termini OUVIXILLC: e delle prerogative di Gesù ai suoi apostoli era
~çooo(a sono stati usati da Luca per indicare di vitale importanza per la Chiesa (cfr. At
lo status proprio di Gesù. Essi sono quasi 2,43; 3,6; 4,7; 5,12; 9,34).
sinonimi: il primo sottolinea il suo potere di 9,3 Non prendete nulla (ILTlOÈv a'Lpne) -
compiere miracoli (cfr. 4,14.36; 5,17; 6,19; L'ingiunzione ricorda l'usanza degli esse-
8,46); il secondo, invece, rimarca la decisio- ni descritta da Giuseppe Flavio: «Quando

9,1-SO Il Messia di Dio


Il racconto del ministero di Gesù in Galilea si avvia alla sua conclusione.
L'interrogativo che è serpeggiato durante la narrazione trova la sua risposta per
bocca di Pietro che confessa Gesù come «il Messia di Dio» (v. 20). Il riconosci-
mento profetico delle folle (cfr. 7,16) si fonde con quello messianico del gruppo
dei Dodici. Durante la trasfigurazione (vv. 28-36) la voce rivela unicamente a tre
discepoli l'identità di Gesù, ma al centro del racconto v'è l'affermazione del nar-
ratore a proposito del dialogo di Mosè ed Elia con Gesù: essi «parlavano del suo
esodo che stava per compiersi a Gerusalemme» (v. 31 ). La centralità del mistero
pasquale era stata preannunciata da Gesù (v. 22) e sarà poi ribadita (vv. 43b-44).
In quest'ultima fase del ministero galilaico spicca il gruppo dei Dodici: sono
istruiti riguardo alla missione (vv. 1-6), poi essi stessi, durante la moltiplicazione,
distribuiscono i pani alla folla (vv. 12-17); tuttavia, nonostante siano accanto a
Gesù, non capiscono il senso del preannuncio della passione (v. 45).
9,1-17 I Dodici
I tre episodi sono legati insieme per mezzo della tecnica dell'intercalazione,
similmente alla sezione precedente (cfr. 8,40-56). All'invio in missione dei Dodici
(vv. 1-6) corrisponde il ritorno degli stessi (v. 10), cui segue immediatamente il
miracolo della moltiplicazione dei pani, nel quale sono coinvolti proprio i Dodici
(vv. 12-17). Al centro v'è la ricerca di Erode (vv. 7-9).
L 'invio dei Dodici (9, 1-6). Dopo la pesca miracolosa Pietro, Giacomo e Giovanni
avevano iniziato a seguire Gesù (cfr. 5,11 ), il quale poi aveva eletto fra i discepoli
un gruppo di Dodici (cfr. 6,12-16); ora Gesù conferisce loro un incarico partico-
173 LUCA9,6

9 1Convocati i Dodici, diede loro potenza e autorità su tutti


i demoni per guarire le malattie 2e li inviò a proclamare
il regno di Dio e a sanare [gli infermi]. 3Disse loro:
«Non prendete nulla per la strada: né bastone, né bisaccia,
né pane, né denaro e non abbiate due tuniche. 4ln qualunque
casa entriate, là rimanete e di là poi ripartite. 5 Quanto
a coloro che non vi accolgono, uscendo da quella città,
scuotete la polvere dai vostri piedi a testimonianza contro di
loro». 6Partiti, attraversavano i villaggi, annunciando
la buona notizia e operando guarigioni in ogni luogo.

viaggiano non portano con sé assolutamente un'idea distributiva: «due tuniche ciascuno».
nulla, salvo le anni contro i briganti. In ogni 9,5 Scuotete la polvere (tòv KOVLOptòv ...
città viene eletto dall'ordine un curatore dei unonvaaaen)- Il gesto simbolico di rot-
forestieri, che provvede alle vesti e al man· tura trova un esempio nel comportamento
tenimento» (Gue"a giudaica 2,8,4 § 125). di Paolo e Barnaba ad Antiochia di Pisidia
Due tuniche ((àvà)ow XL fU,w;)- L'espressione (cfr. At 13,51). Lo stesso facevano i pii giu-
con la preposizione civci (incerta perché manca dei quando tornavano in terra d'Israele dai
nei migliori manosaitti) è problematica e offre territori pagani.

!are, associandoli alla sua stessa opera. Come Gesù annunciava la buona notizia
del regno di Dio (cfr. 4,18.43-44; 8,1), cosi anche i Dodici (vv. 2.6). Tale procla-
mazione è accompagnata dalle guarigioni: la predicazione non è mai solamente
annuncio verbale; la prossimità divina annunciata si concretizza nella cancellazione
delle sofferenze umane. Le istruzioni date da Gesù agli evangelizzatori sono severe
(v. 3): la privazione riguarda quanto è necessario per sopravvivere e difendersi. Il
bastone è quasi un prolungamento del corpo, indispensabile per affrontare un viag-
gio in sicurezza: per descrivere una condizione di assoluta povertà, come quella di
Giacobbe fuggitivo, ci si riferiva al possesso del solo bastone (cfr. Gen 32,11). La
bisaccia indica una sacca da portare sulle spalle, usata soprattutto per le vettovaglie:
chi non ne dispone è in condizione peggiore dei mendicanti, che usano mettere
da parte un po' di cibo per i tempi di magra. Il pane è l'alimento base per tutti e
soprattutto per i viaggiatori. La proibizione del denaro forse si allarga anche al suo
possesso per mezzo del lavoro. La doppia tunica indica la disponibilità di un vestito
di ricambio. I Dodici dovranno entrare nelle case nelle quali saranno accolti (v. 4),
ma senza mettere radici, né passando di casa in casa come ospiti parassitari che
cercano una migliore sistemazione o elemosinano di porta in porta. D'altro canto,
la responsabilità della non-accoglienza incombe su coloro che li rifiuteranno (v. 5):
il gesto orientale di scuotere la polvere dai calzari è un segno di rottura, che dichiara
la totale estraneità fra gli inviati e quelli che non li riceveranno. L'estrema povertà,
addirittura esagerata, pone in luce l'urgenza della testimonianza che essi portano
prima che Dio irrompa nella storia: il Regno è atteso come imminente. La povertà è
immagine della grazia proclamata: forte ma fragile, esposta al rifiuto degli uomini.
LUCA9,7 174

7 "HKOUOEV ~ 'Hp<f>ÒT]<; Òt'Erpa<ipxr]ç t'à: ytv6~a navm KaÌ ÒtT]ltOp€1


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ÒÈ on 'HÀ\aç fqxlvT], Cx.J.J\.wv ÒÈ 0n npo<p~t'T]ç ru; t'WV àpxaiwv àvÉcml·
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ùnExwpT]OEV Kat'' iòiav ciç n6Àtv KaÀou~ BT]9oat00:. 11 oi òè OxÀOt
yv6vrec, ~KOÀOU9T]oav a&tqt KaÌ àno~~cx; a&toùç VuXÀEl a&totç
nepi tfjç ~acnÀE\aç t'OU 9EOU, KaÌ t'OÙ<; XjJriav qovraç 9e:panriaç Ùlt'O.
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àn6Àuoov t'ÒV OxÀov, iva nopru9Évt'Eç ciç t'à:ç l<UKMt> KW~ KaÌ aypoùç
Kat'aÀUCJWOlV KaÌ rupwmv €mmt'\CJ}l6v, On w&
€v fp~Jl<p t'6n<p €oJ.1év.
13 dnev ÒÈ npòç aùt'ouç- ò&e aùt'otç Ù}JEU; cpayeiv. oì ÒÈ dlUIV' oÙK rloìv

~JliV 1tÀEiov ~ èipt'OlnME KaÌ ixetJeç òuo, à Jl~n nopeuSévm; ~}JEU;


ayop<Xow~ ciç rnXvt'a t'Òv ÀaÒV t'Ofuov ~pWJ.lat'a.

//9,7-9 Testi paralleli: Mt 14,1-2; Mc 6,14-16 profeti»), né parla de «il profeta» (cfr. Gv
9,7 Erode ('Hp~liTlç)- Cfr. nota a 3, l. Viene 1,21; 6,14; 7,40). La credenza del ritorno
qui introdotto come tetrarca di Galilea (Mc di un profeta, non precisato e diversamente
6,14 parla più correttamente di «re Erode»), identificato, era basata su Dt 18,15.
poiché la sua autorità si estendeva sui luoghi //9,10-17 Testi paralleli: Mt 14,13-21; Mc
evangelizzati da Gesù. 6,30-44; Gv 6,1-15
9,8 Uno degli antichi profèti {11pcxjl~tnc; nç 9,10 Città (116lw)- I codici migliori (fra cui
twv &pxa.(wv)- Luca non utilizza l'espres- il Vaticano [B)) leggono «città». Il codice di
sione di Mc 6, 15 («un profeta, come uno dei Beza [DJ legge KWj.LTlV, «un villaggio» e il

La ricerca di Erode (9, 7-9). A differenza degli altri due Sinottici (cfr. Mt 14, 1-2;
Mc 6, 14-16) Luca non introduce il racconto dell'uccisione di Giovanni Battista, ma
lo accenna indirettamente (v. 9): il lettore che aveva appreso del suo arresto (cfr.
3,20) ora sa della sua esecuzione. L'accento di Luca va sull'interrogativo di Erode
Antipa a proposito di Gesù. La domanda sulla sua identità è già risuonata in bocca
agli oppositori (cfr. 5,21; 7,49), ma pure ai discepoli (8,25). Le tre opinioni che
pervengono al tetrarca si focalizzano intorno alla statura profetica di Gesù: non è
il Battista risuscitato; in certo modo è un nuovo Elia (cfr. 7, 11-17); non è un antico
profeta ritornato dal mondo dei morti. Il lettore conosce già l'identità di Gesù, Mes-
sia e Figlio di Dio (cfr. 1,32.35); tuttavia, il tentativo della folla d'identificare Gesù
con Giovanni, Elia o uno dei profeti ha la forza di intrigare ancora di più il racconto
e la domanda cristologica. In effetti, a partire dali 'insegnamento e dalle guarigioni, le
folle possono concludere che egli è un profeta (cfr. 7,16), mentre lo stesso Gesù ha
descritto se stesso in questo modo (cfr. 4,24). I tre pareri saranno ripetuti prima della
confessione di Pietro (cfr. 9, 19). La perplessità del tetrarca di Galilea lo conduce a
voler vedere Gesù: sarà esaudito durante la passione (cfr. 23,8) ma invano, perché
17S LUCA9,13

711 tetrarca Erode sentì (parlare) di tutti questi awenimenti ed era


perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti»; 8altri:
«È apparso Elia»; altri ancora: «Uno degli antichi profeti è risorto».
'Ma Erode disse: «Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque
costui del quale sento queste cose?». E cercava di vederlo. 10Una
volta tornati, gli apostoli gli raccontavano quanto avevano fatto. Li
prese con sé e si ritirò in disparte in una città chiamata Betsaida.
11 Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono; dopo averle accolte,

parlava loro del regno di Dio e sanava quanti avevano bisogno di


cure. 12 11 giorno cominciava a declinare. Gli si avvicinarono i
Dodici e gli dissero: «Congeda la folla perché vada nei dintorni,
per i villaggi e i campi, a trovare cibo e alloggio; qui siamo
in un luogo deserto». 13Disse loro: «Voi stessi date loro da
mangiare!». Ma quelli risposero: «Noi non abbiamo che cinque
pani e due pesci, a meno che non andiamo a comprare viveri

codice siriaco Curetoniano (sy") «un luogo è la patria di Pietro, Andrea e Filippo; Erode Fi-
deserto» (lezione che si trova anche in alcuni lippo la ingrandi e le cambiò il nome in «lulia»,
manoscritti greci). Se Mc 6,31 e Mt 14,13 pre- in onore della figlia di Cesare (cfr. Giuseppe
sentano Gesù che si ritira in un luogo deserto, Flavio, Antichità giudaiche 18,2,1 § 28).
Luca dice che entra in città. Tale lezione è 9,12 Cibo (É1Twm0j.i6v)- n tennine oompare
pure in conflitto col v. 12 dove si parla di un solo qui nel Nf, mentre si ritrova nel Sal 77,2S
<<luogo deserto». Tuttavia la lezione «città») LXX (TM 78,2S), un passo che fa da sfondo
va mantenuta proprio perché lectio difficilior. all'intera vicenda Tutto concorre a esaltare la
Bets-aida(B,SSOi&X)-SecondoGv 1,44e 12,21 divina provvigiooe contro l'umana mancanza

Gesù tacerà di fronte alla sua curiosità. A questo punto, tuttavia, il ritratto di Erode
rimane sospeso: il narratore evita di intromettersi e di qualificare la sua ricerca con
aggettivi e avverbi; come altri, anche il re s'interroga a proposito di Gesù.
Il pane in abbondanza (9,1 0-17). Il racconto della moltiplicazione dei pani nel
deserto conosce ben sei versioni (cfr. Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,32-44; 8,1-
1O; Gv 6,1-15). Il secondo racconto di Marco e Matteo non è riportato da Luca:
appartiene alla cosiddetta «grande omissione» del materiale di Mc 6,45-8,26. I
racconti di moltiplicazione sono conosciuti già nell'Antico Testamento: la manna
nel deserto (cfr. Es 16) e i miracoli di Elia ed Eliseo (cfr. IRe 17,7-16; 2Re 4,42-
44 ). Il miracolo di Eliseo, che nutre cento persone con venti pani, assomiglia molto
alla narrazione evangelica, ma per la stesura di quest'ultima gioca un notevole
ruolo pure la storia della manna nel deserto. I Dodici hanno un ruolo importante
nel racconto di miracolo (Mt 14,15 e Mc 6,35 parlano di «discepoli», a differenza
di Le 9,12): la loro opera non termina con il ritorno dalla missione (v. Il); la folla
radunata da quell'annuncio ora deve essere presa in cura. I Dodici riconoscono il
bisogno della folla di essere nutrita, ma sono presi in contropiede da Gesù (v. 13).
LUCA9,14 176

14 ~crav yàp WOEÌ avÒpEç lteV't"O:KlCJ)(iÀlOl. EtlteV ÒÈ npÒç t"OÙç l!0:9YJ-r<Ìç


O:Ùro0· K<Xt"<XKÀlV<Xt"E O:Ù-roÙç KÀtcriaç (wcrEÌ) àvà 1tevnlKOV't<X. 15 K<XÌ
È1tOlTJOav OU'!Wç K<XÌ K<Xt"ÉKÀlVav anav-raç. 16 Àa:~WV ÒÈ t"OÙç TtÉvt"E
apmuç K<XÌ t"OÙç ÒUO ix9uaç àva~ÀÉtiJaç EÌç t"ÒV oÙpavÒV EÙÀ6YTJOEV
aùroùc; K<XÌ mrÉKÀa:crEV K<XÌ Èbiòou rotc; l!<X9TJ-ratc; napa9Eivat
rq> OXÀ<f>· 17 K<XÌ Ecpayov K<XÌ èxop-racr9rJcrav navrEç, K<XÌ ~peTJ rò
1tEptcrcrEOcrav aù-rotc; KÀa:CJllarwv KOcplVOl òwÒEK<X.
18 Kaì ÈyÉvE-ro ÈV -rq> EÌvm aùròv npocrrux6llfVov K<X't<Ì ll6vac; cruvfjcrav

O:Ù'tql OÌ l!<X9TJ-rai, K<XÌ ÈnTJpW'tTJOEV O:Ù'tOÙç ÀÉywv· nva llf ÀÉyOUOlV


oì oxÀot Etvm; 19 oì O€ cinoKpt9ÉvrEç EÌnav 'lwawrJV -ròv ~anncm1v,
liÀÀo1 ÒÈ 'ffiiav, liÀÀo1 ÒÈ On npocp~'!TJ<:; nç rwv apxa:iwv IÌYÉO'!TJ.

di risorse. che Gesù benedisse i pani e i pesci. Nella


9,14 Gruppi di [circa] cinquanta (Kì..~o(a<; tradizione ebraica solitamente si benedice
[ooel.) aviÌ 1TfVnlKOVtU)- IJ temine KÀ~OLU Dio prima di prendere cibo, qui invece sono
indica il «gruppo di commensali», la <<ta- benedetti gli stessi cibi.
volata». Il numero «cinquanta» allude alla Dava (eo(oou)- Stupisce che dopo due aoristi
suddivisione del popolo durante il cammino vi sia un imperfetto. Esso può avere senso ite-
dell'esodo (cfr. Es 18,25). Forse v'è qui un rativo («continuava a dare»), sottolineando la
riferimento al banchetto escatologico prepa- generosità del dono. Destinataria non è diret·
rato per il popolo di Dio alla fine dei tempi. tamente la folla affamata, ma i discepoli che
9,16 Li benedisse (eù~v aùtoUc;)- Luca, poi dispensano il pane che hanno ricevuto.
a differenza di Mt 14,19 e Mc 6,41, ricorda 9,17 Furono saziati (exopt&a&r,oav)- Il ver-

Il compito per loro è impossibile, ma come Gesù ha reso possibile la pesca mi-
racolosa (cfr. 5,1-11 ), così ora saprà nutrire la folla che si è radunata. I Dodici
hanno il compito di organizzare la folla in gruppi e di distribuire il cibo che Gesù
provvede, col risultato che tutti «furono saziati» (v. 17). Le dodici ceste avanzate
corrispondono al numero dei discepoli, segno del nutrimento per coloro che si
raduneranno per mezzo della loro missione.
Luca offre una dettagliata descrizione delle azioni di Gesù (v. 16), che assu-
mono una forte valenza se le si compara con i gesti molto simili dell'ultima cena
(cfr. 22, 19) e del pasto di Emmaus (cfr. 24,30). Le similitudini legano insieme i
tre pasti e li uniscono alla celebrazione chiamata «spezzare del pane)) (A t 2,42).
Probabilmente queste azioni erano familiari all'uditorio di Luca che vedeva qui
un'anticipazione della celebrazione eucaristica. Il segno ha pure un carattere
escatologico: il tempo del compimento è contrassegnato dall'abbondanza di cui il
banchetto è simbolo (cfr. Is 25,6-12). Non bisogna poi dimenticare che il racconto
è incastonato fra il racconto della ricerca di Erode (cfr. vv. 7-9) e la confessione
di Pietro (cfr. vv. 18-20): a tema c'è la ricerca dell'identità di Gesù e il suo rico-
noscimento come Messia. Benché Luca non precisi in che modo Pietro sia giunto
alla professione di fede in Gesù, la cornice della moltiplicazione suggerisce che
essa ha un ruolo importante nello sviluppo del macro-racconto. La moltiplicazione
non corrisponde solo alla soluzione di un problema contingente; compresa nel
177 LUCA9,19

per tutta questa gente». 14 C'erano infatti circa cinquemila


uomini. Disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di
[circa] cinquanta». !SCo sì li fecero sedere tutti. 16 Presi i
cinque pani e i due pesci, guardando in cielo li benedisse, (li)
spezzò e (li) dava ai discepoli da distribuire alla folla. 17 Tutti
mangiarono e furono saziati, e si raccolse ciò che avanzò:
dodici ceste di pezzi.
18Mentre egli stava pregando tutto solo, i suoi discepoli

erano con lui e iniziò a interrogarli dicendo: «Le folle chi


dicono che io sia?». 19Quelli risposero: «Giovanni il Battista,
altri poi Elia, altri uno degli antichi profeti che è risorto».

bo xopt!l<'w ricorda la beatitudine di 6,21; glia di Israele nel deserto miracolosamente


nella Settanta esprime l'abbondanza di beni corrispondeva al numero dei suoi membri).
con cui Dio ha promesso di saziare il suo Il 9,18-11 Testi paralleli: Mt 16,13-23; Mc
popolo (cfr. Sal36,19 [TM 37,19]; 80,17 8,27-33
[TM 81,17]; 131,15 [TM 132,15]). 9,18 Stava pregando (Év t<.\1 dvaL autÒV
Dodici ceste di pezzi (KÀaOIJ.Ihwv KO<j!LVOL 11pooaJX~v)- La costruzione perifrastica in-
cSW6E'Ka) - Esse probabilmente simboleg- dica la durata prolmgata della preghiera di Gesù.
giano la completezza del divino sostegno Tutto solo (Katà IJ.O~)- L'espressione ha una
offerto a Israele (cfr. una leggenda del Tal- fimzione avverbiale ed esprime solitudine, cre-
mud, Yoma 75a, secondo la quale il numero ando qualche problema con il contesto, che si
degli omer di manna raccolti da ogni fami- può risolvere considerando che essa, in realtà.

suo senso escatologico, porta a riconoscere che Gesù è il Messia, l'atteso che
conduce il tempo al suo compimento (cfr. 22,29-30 dove emerge la relazione fra
banchetto e regno di Dio).
9,18-27 Corifessione di Pietro e istruzioni sulla sequela
Il Messia. A differenza di Mc 8,27, che offre al lettore le coordinate spaziali
della professione di fede di Pietro (a Cesarea di Filippo), Luca non qualifica questo
momento in senso geografico, ma precisa che Gesù pregava. Il terzo evangelista
ritrae Gesù in orazione prima del battesimo (cfr. 3,21), poi annota che era sua
abitudine ritirarsi in luoghi solitari (cfr. 5,16), ricorda che lo aveva fatto prima di
scegliere i Dodici (cfr. 6,12) e lo rifarà prima della trasfigurazione (cfr. 9,28). La
preghiera sottolinea la grande importanza dei momenti: qui la risposta di Pietro
permette a Gesù di descrivere brevemente ma chiaramente il suo itinerario di
rifiuto, sofferenza, morte e risurrezione. Il racconto che seguirà (v. 22) è intera-
mente impostato su questo tema. Sicché la confessione di fede di Pietro diviene
un episodio cerniera dell'intero racconto.
La questione dell'identità di Gesù finora era tutta orientata verso la tipologia
profeti ca (cfr. 4,24-27); con la risposta alla domanda del Battista è stata introdotta
la tipologia messianica (cfr. 7,24-27). Da una parte, la domanda di Gesù obbliga i
discepoli a dire che cosa pensano di lui: essi lo avevano fatto solo in due occasioni
(cfr. 5,8: 8,25); dall'altra, l'esplicitazione delle voci sulla sua identità profetica
LUCA9,20 178

20 elnev 0€ a&roU;· ù~ 0€ riva: }lE ÀÉyE"CE dvoo; ntrpoç 0€ àrtoKpterlç


dnE;\1" -ròv XPl.C'tÒV -rou 9e:ou. 21 ò 0€ È:mn}l~oa:ç a&ro'ù; rnxpfryyElÀEv
}lfj&vì ÀÉyElV -roma 22 EÌnWV on &\ 'tÒV UÌÒV 'tOU àvepWrcOU rroÀÀà
rra:Mv Ka:Ì àrcoòoxtJ.UX09flvm ànò -rwv 1t()E0(3u-répwv Ka:Ì àpxlepéwv Ka:Ì
ypa:Jl}ltttÉwv Ka:Ì àrto~m KaÌ tft -rp{'tfl ~~ È)'Ep9fjVm. 23 "FkyEv
~f: npòç navra:c;· d ne; 9fut òmow JlOU EPXEo9a:t, àpvfJcr<io9w Éa:u-ròv
Ka:Ì àp<hw ròv ora:upòv a:ùrou xa:e' ~}lépa:v xa:ì àxoÀou9drw JlOt.
24 Be; yàp lÌV 9ÉÀn nìv lJ'ux~v a:ùrou oG>om àno.Moa a:ù~v· Be; 8 lÌV

OOtOÀÉOfl nìv lVUX~V a:ùtou EvEKEV È}lou ootoç owoa a:ù~v.


vuole sottolineare l'intensità della preghiera. poi invitato a condividere il punto di vista di
9,20// Messia di Dio (tòv XPLOtÒv toO 9Eo0) Gesù allorché è ricercato dalla folla dei Ca-
-L'espressione non è nuova per il lettore, farnaiti in un luogo deserto (cfr. 4,42). Invece
in quanto Luca ha già parlato di Gesù come di trattenersi, accondiscendendo al desiderio
<<Messia del Signore» (2,26). Il lettore col- della folla, Gesù enuncia il programma del
lega pure questa dichiarazione con quella in suo operato, intimamente legato alla necessità
3,22 (battesimo) e con la citazione di Is 61, l (&:i) di annunciare la buona notizia (cfr. 4,43).
in 4,18 (durante la predica di Nazaret). Il L'affermazione rimanda a quanto Gesù ave-
genitivo può essere inteso sia come genitivo va detto nella sinagoga di Nazaret (cfr. 4,16-
soggettivo (il Messia, cioè colui che Dio ha 21 ), in stretta relazione con l'incarico divino.
unto), sia come genitivo di appartenenza (il L'effetto straniante dell'uso del termine nei
Messia che appartiene a Dio). racconti dell'infanzia si risolve positivamen-
9,21 Intimò loro severamente, ordinando te, individuando nell'annuncio del Regno
(ÈTrL 'tL~tlo!Xt; !XÒtoiç li!XpTrfYELÀEV) - Il verbo l'adempimento della missione voluta da Dio.
Ém n~, <dntimare», <<rimproverare» (cfr. In 9,22 il verbo prende una nuova piega, in
4,35.39.41; 8,24) è rinforzato dall'addizio- quanto Gesù lo riferisce alla sua Pasqua pre-
ne del verbo lT!Xp!XyyÉ.l...l..w, «ordinare» (cfr. annunciata ai discepoli: qui, per la prima volta
5, 14; 8,56). all'interno del racconto, compare il riferimen-
9,22 Bisogna -In 2,49 v'è la prima attestazio- to a passione, morte e resurrezione. La neces-
ne del verbo &:t nel contesto del ritrovamento sità, sinora inerente all'annuncio del Regno,
di Gesù nel tempio. La sibillina risposta di è riferita al mistero pasquale. Essa non è da
Gesù, che insiste sulla necessità, interroga il intendere come fatalità decisa da sempre nei
lettore sul suo significato. Lo stesso lettore è cieli e contro cui l'uomo non può fare nulla

stabilisce una nuova tappa: Gesù non è solo un profeta ma è anche il Cristo, anzi
«il Messia di Dio» (v. 20). Se la tipologia profetica allineava Gesù con gli altri
profeti, la figura messianica è unica, al di fuori di ogni classificazione.
A tale professione di fede segue immediatamente l'annuncio del rifiuto e delle
sofferenze, senza che vi sia da parte di Pietro un rifiuto di tale prospettiva (come
in Mc 8,32-33 e Mt 16,22-23). I discepoli non dovranno dire niente, in quanto
nessuno attendeva, né poteva concepire, un Messia rifiutato e messo a morte.
Anche l'insistenza sulla necessità (greco, dei, v. 22) è difficile da intendere. Sarà
necessaria l'esegesi del Risorto (cfr. Le 24) per entrare neli' intelligenza del-mistero
della passione; per ora l'accento cade unicamente sull'annuncio stesso e sulla sua
179 LUCA9,24

20Allora domandò loro: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro
rispose: «Il Messia di Dio». 21 Egli intimò loro severamente,
ordinando di non dire niente a nessuno: 22 «Bisogna che il
Figlio dell'uomo soffra molto e sia rifiutato dagli anziani, dai
capi dei sacerdoti e dagli scribi, sia ucciso e risorga il terzo
giorno». 23 Poi diceva a tutti: «Se qualcuno vuole venire dietro
a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi
segua. 24 Chi, infatti, vorrà salvare la propria vita la perderà;
ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà.
(secondo il concetto greco della uvayKTJ), ma moniare a proprio favore e s'incammina per
come volontà salvifica di Dio, che si realizza subire una condanna.
proprio nel mistero pasquale. Segua (uKoÀOu9e(tw)- I primi due impe-
Il 9,23-27 Testi paralleli: Mt 16,24-28; Mc rativi (cipVTJalioew, <<rinneghi», e cipatw,
8,34-9,1 <<prenda>>) sono all'aoristo, mentre questo è
9,23 Tutti (mivt«c;) - Difficile capire a chi al presente: vi sono cioè due azioni iniziali
si riferisca Luca: i «tutti» sono i discepoli e puntuali e un'azione continua.
(come parrebbe dal contesto dei vv. 18-22) 9,24 Chi, infatti... la salverà (òç yàp lìv .. .
oppure anche le folle (come è esplicito nel oWoH «l'mlv)- L'esortazione ha significati·
parallelo di Mc 8,34)? L'imprecisione si vi antecedenti già nell'antichità classica; per
chiarifica a partire dalle parole di Gesù, che esempio Omero dice: «0 cari, siate uomini,
pongono le condizioni per seguirlo. Il mas- saldo cuore prendete, abbiate pudore uno
simo allargamento dei destinatari include dell'altro nella mischia violenta. Se i combat-
anche i lettori. tenti han pudore, i salvi son più degli uccisi;
Rinneghi (upvT'jCJaa9w)- Il verbo upvÉOIJ.Il~ ma, quando fuggono, allora non nasce gloria
e il gesto di sollevare la croce vengono dal né forza» (Iliade S,S29-532; cfr. 15,564).
linguaggio dei tribunali e alludono a un'au- Vorrà salvare... la perderà - I due futuri
tocondanna del discepolo: il primo indica il (cinoÀ.ÉoH e aooH) dicono che la salvezza
rifiuto di dare testimonianza a vantaggio di avviene in un tempo posteriore a quello in
un accusato (ma qui il verbo ha come ogget- cui si può perdere la vita. La causa concreta
to «se stesso»), mentre il secondo segnala della perdita della vita è la relazione del di-
la conseguenza immediata di una condanna scepolo con Gesù.
capitale. Il discepolo cioè rinuncia a testi- Vita (1Jruxli)- Cfr. nota a 6,9.

necessità, senza che il narratore infonni il lettore a proposito della comprensione


dei discepoli.
Cinque sentenze. La logica che presiede la vita di Gesù deve riguardare anche i
discepoli che lo seguono (cfr. 5,11): signoria e sequela sono profondamente unite.
Definendo che cosa significhi seguire Gesù, si definisce anche la natura della sua
signoria. La prima sentenza è incentrata sull'immagine della croce (v. 23). Il tocco
redazionale di Luca, cioè l'aggiunta dell'espressione «ogni giorno», enfatizza la
prontezza a seguire Gesù non solo nell'ora della persecuzione, ma anche nella
quotidianità. La seconda sentenza (v. 24) riprende il motivo della perdita della vita
in conseguenza della croce. Il detto, opponendo le due polarità («salvare» e «perde-
LUCA9,25 180

25 ri yàp W<pEki-cat <ivepwnoç Kep~~oaç "CÒV KO~OV oÀDv Éau-còv òf


àno.Moaç ~ ~TJ}Jtw8Elç; 26 &; yàp lXv btmoxuvSft llf KaÌ -coùç È}.loùç
Myouç, "COU"COV ò uiòç "COU àvS()Wnou btatoxuv9~0€"Cat, o-cav EAen
ÈV "Cft ~6~n aù-coO KaÌ -coO na-cpòç KaÌ -cwv àyiwv àyyEAwv. 27 Myw ~È
Ò}.liv à:ÀTJ9wç, Eimv nveç -cwv aù-cou ÉO"CT'JK6-cwv o'ì où ll~ yruowv-cat
Sava-cou Ewç lXv i&ùmv ~v ~aolÀ€iav -cou SeoO.
28 'EyÉve"CO ~È }JE'tà -coùç Myouç -cou-couç Wo€Ì ~}Jfpat ÒK"CW [KaÌ]

napaÀa~wv ntrpov KaÌ 'Iw<ivvT')v KaÌ 'I<iKw~ov àvÉ~T') Ei.ç "CÒ opoç

9,26 Gloria sua (oo~u aòtou)- Luca rifor- 9,28 Dopo questi discorsi ij.Letà toùç Miyouç
mula l'espressione di Mc 8,38 («nella gloria toutouç)- L'espressione è unica nel NT: può
del Padre»): qui la gloria non appartiene solo forse significare «dopo questi fatth> (A.ayOL ha
al Padre, ma pure al Figlio e agli angeli. La questo significato nella Settanta, cfr. 2Cr 32, l;
«gloria» denota lo status del Cristo risorto lMac 9,37), oppure indicare il nesso fra la
(cfr. 24,26): in questo contesto il riferimento Trasfigurazione e le parole precedenti (cfr. vv.
al Regno anticipa l'esaltazione del Risorto. 21-27), oppure essere anfibologica (intende
//9,28-36 Testi paralleli: Mt 17,1-9; Mc 9,2-10 cioè un doppio senso: «parole» e «fatti»).

re»), afferma il contrario di quanto solitamente si sostiene: una sfida per coloro che
ritengono già di sapere che cosa devono fare per la loro salvezza. La terza sentenza
(v. 25) rappresenta il caso estremo: guadagnare il mondo è il massimo della ricchezza
ma, se si perde la vita, tutto è vano. La quarta sentenza (v. 26) è incentrata sul verbo
«vergognarsi»: esso non è da intendere in senso psicologico; indica piuttosto il rifiuto
a onorare Gesù confessando la sua signoria pur in mezzo alle pressioni sociali o
giudiziarie. Il riutilizzo dello stesso verbo a proposito dell'azione escatologica del
Figlio dell'uomo mostra che la vergogna esprime due sistemi alternativi: il primo
si manifesta rifiutando Gesù, il secondo invece accogliendolo. L'ultima sentenza
(v. 27) riguarda il Figlio dell'uomo e il suo ritorno glorioso.
Considerate insieme, le cinque sentenze sono una risposta indiretta alla do-
manda di Erode (cfr. 9,7-9). Gesù è il Figlio dell'uomo che verrà nella gloria alla
fine del tempo. Di conseguenza, ai discepoli di Gesù è richiesto un totale impegno
della vita, prendendo la croce e offrendo la vita in obbedienza a lui.
9,28-36 La trasfigurazione
Il racconto lucano della trasfigurazione è una delle scene più allusive ed evo-
cative del vangelo. La narrazione di Luca dipende da Mc 9,2-1 O, anche se il terzo
evangelista si è preso una certa libertà nel racconto, collegando l'evento con altre
scene del ministero di Gesù. Nel contesto in cui è posto, l'episodio non intende
correggere il titolo messianico pronunciato da Pietro, ma confermare il proposito
di Gesù circa la propria sorte drammatica: esso chiarifica che la glorificazione
avverrà dopo il rifiuto e la sofferenza, precisando che l'identità di Gesù è legata
alla sua figliolanza divina; tutto prefigura la sua morte ed esaltazione, continuando
la formazione dei discepoli.
Una scena teofanica. Come al battesimo una voce proveniva dali' alto per ricono-
181 LUCA9,28

25 Quale vantaggio ha un uomo che ha guadagnato il mondo


intero ma perde o rovina se stesso? 26 Chi si vergognerà di
me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di
lui quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli
santi. 27 ln verità vi dico: ci sono alcuni qui presenti che non
sperimenteranno la morte prima di vedere il regno di Dio».
28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, avendo preso (con sé)

Pietro, Giovanni e Giacomo, sali sul monte a pregare.

Monte (tò Opoç) -Il monte è Wl luogo elevato Ger 46,18; Os 5,1; Sal89,13). Il pellegrino di
al cielo, più vicino a Dio e, dWlque. tradiziona- Bordeaux, nel resoconto del suo viaggio (333
le per le teofanie (cfr. Es 24,16). I sinottici non d.C.), pone la memoria della trasfigurazione
offiono aiCWla indicazione topografica. È stata sul monte degli Ulivi. Eusebio di Cesarea (t
la tradizione cristiana a localizzare l'evento sul 340 d.C.), autore della prima opera di geogra-
Tabor, una collina che si erge maestosa nella fia biblica, l'Onomastikon, oscilla fra Tabor e
pianura di YIZre'el, non lontano da Nazaret, ri- Hermon. Fu Cirillo di Gerusalemme (nel 348
cordatanell'AT (cfr. Gs 19,22; Gdc 4,6.12.14; d.C.) a fissare sul Taborla memoria

scere l'identità filiale di Gesù (cfr. 3,21-22), quella stessa figliolanza è ora riaffennata
nel momento in cui Gesù entra in un nuovo stadio del suo itinerario. Tuttavia, in questa
occasione la voce si rivolge non solo a Gesù, ma anche ai tre apostoli, con l'ordine
di ascoltarlo. Mosè ed Elia, ormai parte del mondo celeste, appaiono nella gloria e,
per un breve momento, Gesù condivide questa gloria celeste. Il senso della presenza
di Mosè ed Elia è discusso. Molti interpreti vedono il segno della Legge e dei Profeti
(cfr. 24,27.44). Altri lo intendono in modo più complesso e in senso tipologico. Alcuni
aspetti della vicenda di Mosè hanno probabilmente un'importanza speciale: egli è
interpretato da Luca non solo come il legislatore ma come un leader profetico e un
liberatore (cfr. At 7,35). Al lettore non sfugge che Mosè è salito sulla montagna per
ascoltare la voce di Dio dalla nube (cfr. Es 24, 15-16; 34,5) e il suo volto era radioso
per l'incontro con Dio (cfr. Es 34,29). Anche l'ingiunzione ad ascoltare Gesù allude
alle istruzioni concernenti un profeta come Mosè (cfr. Dt 18, 15). Elia, il profeta tau-
maturgo, fornisce un modello per il ministero di Gesù (cfr. 4,25-26; 7, 11-17).
Il motivo teofanico domina la scena: il bianco (richiamo della luce e dunque
del divino [cfr. Dn 7,9.13 LXX]), la nube (modalità con cui Dio fa percepire la
sua presenza), la voce, il timore dei discepoli per la manifestazione celeste. Gesù,
dopo averla annunciata (cfr. 9,22), anticipa per un momento la sua risurrezione.
Nel contesto della rivelazione dell'identità di Gesù, la prospettiva della croce è
sempre più presente (cfr. poi 9,51), ma il lettore non deve dimenticare che colui
che dovrà attraversare !'«esodo» della morte è il Figlio di Dio.
Particolarità /ucane. Laddove Luca differisce da Marco vi sono interessanti par-
ticolarità redazionali e dunque teologiche. Il terzo evangelista cambia l'intervallo
di sei giorni dalla confessione di Pietro (cfr. Mc 9,2) in «otto giorni» (v. 28), un
modo per indicare una settimana piena, o forse per alludere alla festa delle Capanne
LUCA9,29 182

7tpooro~a:oecn. 29 Ka:Ì tyéve·ro èv r<f> 1tpooeUxEo9cn a:&ròv rò eìòoç rou


7tpoo<.~mou a:ùroO E'repov KllÌ ò ÌJ.!CCTIOJ.lÒ<; a:&rou ÀEuKÒç ~a:orpamwv.
30 Ka:Ì ÌOoÙ avòpeç òUo ouvEMÀOuv a:&r<f>, oinveç ~oa:v MwOofjç

KllÌ 'HÀia:ç, 31 o'ì òcp9évreç èv ò~n EAE:yov nìv ff,oòov a:&rou, ~v


~JlEÀÀEV ltÀflpow ÈV 'Iepouoa:À~fl· 32 ò ÒÈ llÉ-rpoç KllÌ oi oùv a:ùr<f>
~oa:v ~E~O:pflflÉvOt tmvy>· ÒuxypflYOp~oa:vreç ÒÈ EÌÒOV nìv oo~a:v
a:ùrou KllÌ roùç Òuo avòpa:ç roùç ouveorwra:ç a:&r<f>. 33 1«XÌ ÈyÉvE-ro ÈV
r<f> Òta:Xwp~eo9a:t a:ùroùç à1t' a:&rou EÌREV ò nérpoç 1tpòç ròv 'I f1oow·
Èmcrrara:, KCXÀ6v Éonv ~fl<lç ti>òe EÌvcn, Ka:Ì ltot~OWJJEV 0101Vàç rpeiç,
fllO:V ooì Ka:Ì fllO:V MwOoEi KO:Ì }.lia:v 'HÀ~ }l~ clòWç ÀÉyEl. o
34 ra:Ora: ÒÈ a:ùroO Myovroç tyévero vecpÉÀfl 1«XÌ ÉltEOKia:<ev a:&rouç·

Écpo~~a.,oa:v ÒÈ èv r<f> EÌoEÀSEiv a:&roùç eiç nìv vecpÉÀflV.


35Ka:Ì cpwv~ ÈyÉvero ÉK rijç vecpÉÀflç Myouoa:· o&6ç Éonv ò ui6ç flOU
ò ÉKÀfÀEy}lÉvoç, a:ùmO àKouerE. 36 Ka:Ì ÈV r<f> yevéoecn nìv cpwv~v
EÙpÉSfl 'lflOOOç }.lOVoç. KllÌ a:ùroì ÉolVI100:V Ka:Ì où&vì à~yyElÀa:v ÈV
ÉKEivcnç ra:iç ~}lÉpatç oÙÒÈv ti>v ÉwpaKa:v.

9,29 Aspetto (dooç)- Luca evita accurata· apocalittica è un colore escatologico, cor·
mente (forse per il suo uditorio greco che rispondente al cielo (cfr. gli angeli con abiti
aveva in mente una serie di opere mitolo- bianchi in l Enok 71,1 ).
giche e per il riferimento al rinnovamento 9,31 Gloria (~) - Qui si tratta della luce
escatologico di cui parla la letteratura apo- sfolgorante, normalmente insostenibile allo
calittica giudaica) il verbo IJ.(;T~ («tra· sguardo umano, che segnala la presenza di Dio.
sformare», cfr. Mt 17,2; Mc 9,2; dal termine Del suo esodo ( ri)v ~ollov aùrou)- Gli eventi
greco deriva l'italiano «metamorfosi»). di cui parlano Gesù. Mosè ed Elia sono parte
Bianco (}.(;uK6ç) - Il bianco nella letteratura del piano salvifico di Dio; la missione di Gesù

(cfr. Lv 23,36). Luca, poi, elenca i nomi dei discepoli in un ordine diverso: Pietro,
Giovanni e Giacomo. In Marco questi tre hanno un ruolo speciale come testimoni
delle epifanie segrete di Gesù, essendo presenti alla risurrezione della figlia di Jairo
(cfr. Mc 5,37), alla trasfigurazione (cfr. Mc 9,2) e al Getsemani (cfr. Mc 14,33).
Luca non menziona i tre al Getsemani e, nominando Giovanni prima di Giacomo
(come in 8,51 ), sottolinea che Pietro e Giovanni sono insieme, prefigurando il loro
ruolo futuro (cfr. 22,8; At 3,1·1 O; 4, 1-22; 8,14-25). Inoltre, Luca precisa che Gesù
è salito sul monte per pregare e, rinunciando alla suggestione di Marco che parla
di una «metamorfosi>> (cfr. 9,2), afferma che proprio durante la preghiera l'aspetto
del suo volto «(divenne) un altro» (v. 29); in questo modo Luca sottolinea il potere
della preghiera di mediare la presenza di Dio. Un'altra particolarità riguarda la vi·
sione della gloria (vv. 31-32), anticipazione della pienezza escatologica che compie
quanto Gesù ha detto (cfr. v. 26): alla fine del vangelo risurrezione e ascensione
saranno caratterizzate come ingresso «nella gloria» (cfr. 24,26).
183 LUCA9,36

29 Mentre pregava, l'aspetto del suo volto (divenne) un altro e


il suo vestito (divenne) bianco sfolgorante. 30 Ed ecco
due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia
31 che, apparsi nella gloria, parlavano del suo esodo

che stava per compiersi a Gerusalemme. 32 Pietro e quelli con


lui erano oppressi dal sonno; quando si svegliarono,
videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
33 Mentre quelli si separavano da lui, Pietro disse a Gesù:

«Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una
per te, una per Mosè e una per Elia»; non sapeva ciò che
diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li coprì
con la sua ombra. Entrando nella nube, ebbero timore.
35 Dalla nube venne una voce che diceva: «Questi è il mio

Figlio, l'eletto, ascoltatelo!». 36Cessata la voce, Gesù restò


solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono nulla
delle cose che videro.

lo condurrà sino alla croce e all'ascensione. lo che manifesta la presenza di Dio (cfr. Es
Compiersi (11À.Tlpoiiv)- Cfr. nota a 4,21. 19,9; 33,9; 2Mac 2,8).
9,33 Tre tende (aKTlvèu; tpEt<;)- Le tende ri- 9,35 Eletto - ll termine ~ ha Wl si-
mandano alla festa omonima (cfr. Dt 16, 13 ), gnificato quasi tecnico e ricorre solo in Luca:
che commemora l'abitare del popolo d'Isra- rimanda all'unicità di Gesù e lo caratterizza ri-
ele sotto le capanne, cioè sotto la protezione spetto a tutti coloro che, scelti da Dio, erano po-
di Dio. sti fra Dio e il suo popolo, come Mosè (cfr. Sal
9,34 Nube (ve41ÉÀ.Tl) - Elemento teofanico: 106,23}, Aronne (cfr. Sal 105,26), David (cfr.
essa scende, risale o si posa sul tabemaco- Sal89,20-21), il servo del Signore(cfr. Is43,10).

Mosè ed Elia parlano con Gesù circa il suo «esodo» (v. 31); le interpretazioni
differiscono: per alcuni il tenni ne alluderebbe solo alla morte (cfr. Sap 3,2; 7,6; 2Pt
1,15), per altri anche alla risurrezione, per altri ancora a tutto il plesso della morte, ri-
surrezione, ascensione verso il Padre. Quest'ultima lettura sembra dare meglio ragione
del racconto di Luca, visto l'uso di eìSodos in At 13,24 per indicare l'ingresso di Gesù
nell'esperienza umana L'utilizzo di un tennine cosi connotato pennette di interpretare
gli eventi della vita di Gesù alla luce della vicenda del popolo d'Israele. Il sonno dei
tre durante la preghiera indica l'ipnosi in cui cadono i discepoli in occasione della
teofania; tuttavia, essi vedono la gloria di Gesù. Il proposito di costruire le tende sug-
gerisce che Pietro vede nell'evento il compimento della celebrazione della festa delle
Capanne (cfr. Dt 16, 13 ). In realtà, il significato dell'evento è solo colto parzialmente:
egli vorrebbe congelare un momento preciso, ma la fede gli domanda di seguire Gesù
fino alla croce. Infine, il silenzio dei discepoli suggerisce che la trasfigurazione è un
evento prolettico: esso adombra l'esodo di Gesù, la sua ascensione.
LUCA9,37 184

37 'EyÉVEtO 5È -rfj É~flç ~}.lÉp~ KatEÀ96VtWV aÙtWV ànò tOU opouç


cruv~vtTJcrEV aùt'f> QxÀoç noÀvç. 38 Kaì i5où àv~p ànò tou oxÀou
È~OYJOEV ÀÉywv· 5t5aOKaÀE, 5Éo}lat oou Èm~ÀÉ\jJat ÈnÌ tòv ui6v
}lOU, on }lOVOy~ç }.lOt Èonv, 39 KaÌ i5où ltVEU}la Àa}.l~cXvEt aùtÒV
Kaì È~a{cpvYJç Kpa~Et mì onapaooEt aùtòv }lEtà àcppou Kaì }l6ytç
ànoxwpEi àn' aùtou ouvtpt~ov aùt6v- 40 mì è5E~9YJV twv }.la9rJtwv
oou \va ÈK~O:Àwotv aùt6, mì oÙK ~5uv~9rJcrav. 41 ànoKpt9EÌç 5È ò
'IYJOOUç EinEV· wyEVEà amotoc; KaÌ 5tEotpa}.l}lÉVf1, ewc; notE EOO}.lat
npòc; Ù}léic; KaÌ àv~O}lat Ù}.lWV; npooayayE W5E tÒV uiov OOU.
42 En 5È 1tpOOEpXOJlÉVOU alÌtOU Eppf1~EV aùtÒV tÒ 5at}l0VtOV KaÌ

cruvEonapa~EV· ÈnEnJlf10EV 5è ò 'lf1oouc; t'f> nvru}lan t'f> àm9apt<p


Kaì iaoato tòv nat&x Kaì àné5wKEV aùtòv t'f> natpì aùtou.
43 È~EnÀ~OOOVtO 5È ltcXvtEc; È1tÌ tfi JlEYaÀEtOtTJn tOU 9EOU.

•:. 9,28-36 Testo affine: 2Pt 1,16-18 gioranza dei codici, come pure quella della
Il 9,37-43a Testi paralleli: Mt 17,14-21; Mc minoranza sono troppo generiche per trarre
9,14-29 quella conclusione.
9,37 Il giorno seguente (tfl l:çijc; iJI,Lép~)- Il 9,41 Generazione incredula e perversa (w
codice di Be~a (D) e altri leggono t'iuì tiic; yEvEà linLotoc; Kat OLEotpaiJ.IlÉVTJ)- La forte
l]iépac; (<<durante il giorno»): da qui l'idea esclamazione deriva da Mc 9,19 («gene-
che Luca ambienti la trasfigurazione di razione incredula»), cui Luca aggiunge
notte; tuttavia sia l'indicazione della mag- il participio t'iLEotpUf.Lf.LÉ VTJ (<<perversa»,

9,37-43a Guarigione di un ragazzo


Una descrizione attenta. La guarigione del ragazzo epilettico si collega
con la manifestazione sul monte (v. 37); si tratta di un miracolo d'esorcismo,
non certo il primo che il narratore racconta. Luca offre una dettagliata e lunga
descrizione del ragazzo malato, posta in bocca a suo padre: grida, convulsioni,
schiuma alla bocca, stato di spossatezza. La tensione cresce per il fatto che
si tratta di un figlio unico (particolare solo di Luca, cfr. anche 7, 12; 8,42).
L'epilessia è il male sacro, attribuito nell'antichità o alla potenza malefica
della luna o alla forza dei demoni. Il narratore prima mette in bocca al padre
l'affermazione che il ragazzo è posseduto da uno «spirito» (v. 39), poi egli
stesso lo chiama «demonio» (v. 42): si tratta di una forza personale contraria
a Dio e al suo progetto di vita. Sorprende il fatto che i discepoli non riescano
a guarire il ragazzo, nonostante sia stata data loro autorità sugli spiriti malvagi
(cfr. 9,1.10; 10,17).
La reazione di Gesù. Il fallimento dei discepoli trova in Mc 9,29 una giu-
stificazione: Gesù rimanda alla preghiera; Luca, invece, non offre nessuna
giustificazione, semplicemente riporta la reazione di Gesù contro la «gene-
185 LUCA9,43

37 11 giorno seguente, quando furono scesi dal monte, gli


venne incontro molta folla. 38 Ed ecco, un uomo dalla folla
gridò: «Maestro, ti prego, volgi lo sguardo su mio figlio,
perché è l'unico che ho; 39ed ecco, uno spirito lo afferra e
improvvisamente urla, lo fa cadere in convulsioni con bava
(alla·bocca) e se ne allontana a stento, lasciandolo sfinito.
40 Ho pregato i tuoi discepoli perché lo scacciassero, ma non sono

riusciti. 41 Gesù rispose: «0 generazione incredula e perversa,


fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Porta qui tuo figlio!».
42 Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò a terra,

scuotendo lo con convulsioni. Gesù rimproverò lo spirito impuro,


guarì il ragazzo e lo restituì a suo padre. 43 Tutti erano sbalorditi
per la grandezza di Dio.

come presente in Mt 17,17). Quando una («generazione perversa e tortuosa»).


pericope è attestata nei tre Sinottici e v'è 9,42 Lo gettò a terra (lppJt~:v)- La forma
una coincidenza fra Matteo e Luca contro può essere l'aoristo di p~V\JILL (cioè «strap-
Marco si parla di «accordi minori». Tutta- pare a pezzi») oppure di pt)oow (cioè «get-
via è possibile che in questo caso le ver- tare a tell'll)> ): dal contesto si evince che qui
sioni di Matteo e Luca siano influenzate si utilizza il secondo verbo.
da un'allusione alle parole di Mosè in Dt //9,43-50 Testi paralleli: Mt 17,22-23; 18,1-
32,5 LXX: y~:vro aKoÀLCÌ Kul oLroTp~f.LÉVTJ 5; Mc 9,30-40

razione incredula e perversa» (v. 41 ). L'espressione allude sia alla situazione


del popolo d'Israele dopo l'uscita dall'Egitto (cfr. Dt 32,5.20), sia all'arringa
della Sapienza divina contro gli sprovveduti (cfr. Pr l ,20-33). Denunciando
questa generazione (che include sia i discepoli sia la folla), Gesù, di fronte
alla forza del male, chiede di fidarsi della potenza che sta dimostrando di
possedere. Nel momento in cui il padre conduce suo figlio, un'ultima con-
vulsione getta il ragazzo a terra, quasi per esibire un potere cui l'epilettico
è sottoposto. L'azione di Gesù è riportata in termini concisi (v. 42b): egli
minaccia lo spirito impuro. Il malato, prima posseduto, è ora restituito a se
stesso ed è guarito.
Il padre e Dio. Come già per la vedova di N ai n (cfr. 7, 15), Gesù restituisce
il ragazzo guarito al padre, che rischiava di perdere il suo unico figlio. Anche
la reazione della folla assomiglia moltissimo alla reazione dei presenti dopo
la risurrezione a Nain (cfr. 7,16): i presenti celebrano la grandezza di Dio
(9,43a). Tale reazione interpreta quanto è avvenuto: Gesù solo è riuscito a
contrastare la potenza demoniaca, fatto che testimonia il suo stretto legame
con la potenza divina.
LUCA9,44 186

nav-rwv òf eaul!a~6v-rwv ÈrtÌ néicnv oic; mola EÌnEV npòç -roùç


l!aeryràç a&roo- 44 eéoee ÙllEiç rlç -rà: w-ra Ùl!WV -roùç Myouç 'tOO'tOUç·
ò yà:p uiòç -rou àvepwnou }lÉÀÀEtnapa~{&>oem rlç xapaç àvef)Wnwv.
45 oi ~È ~yv6ouv -rò Pfil!a -rou-ro KaÌ ~v napal<OOXÀUl!~ov èm' aù-rwv

\va l!~ a\oewv-rat aù-r6, KaÌ Ècpo~oOV'to Èpw'tftaat aù-ròv 1tEpÌ -rou
P~l!a-roç -roo-rou. 46 EiafjÀ9EV ~È ~taÀoytOJ.lÒ<; ÈV a&roiç, -rò riç &v UTJ
~wv aù-rwv. 47 ò òf 'IT)oouç rl&l>ç -ròv ~taÀoytOJ.lÒV 'tftç Kap~{aç
aù-rwv, È7ttÀa~6llEVcx; nat~{ov ÉO'tl')OEV a&rò mp' Éau-r'f> 48 KaÌ EÌJtEV
aù-roiç· oç Èà:v ~É~T)'tat 'tOU'tO t"Ò 7tal~loV È1tÌ 't'f> ÒVOl!anl!OU, ÈllÈ
~E-rat· KaÌ Be; &v ÈllÈ ~É~ryrat, ~ÉXE-rm -ròv ànooreiÀav-ra llE' ò yà:p
l!tKp6-repoç ÈV Jtéicnv Ùl!iv Ùltaj)Xwv oÙt6ç Èonv ~aç. 49 ~noKpt9EÌç
òf 'IwavvT)ç EÌJtEV· È1tlo-r&-ra, EWo~ nva ÈV -r'f> òv6l!an oou
ÈK~illov-ra ~atl!OVta KaÌ ÈKWÀOOllEV atrr6v, on OÒK àKoÀou9Ei llE9'
~l!WV. 50 eiJtEV òf 7tpÒ<; cW'tÒV Ò 'IT)OOiX;·l!~ KWÀOE'tE' 0ç yà:p OÒK Éonv
Ka9' Ùl!WV, ÙltÈp Ùl!WV Èonv.
9,44 Mettetevi in mente (9€o9E Ò!J.fLc; dc; tà essere anche interpretato come passivo teo-
wt« ù~J,Wv) - Alla lettera: «mettetevi nelle logico e, dunque, rimandare al piano di Dio.
vostre orecchie». V'è qui un'allusione a Es 9,45 Perché ((va)- Un altro esempio di an-
17,14 LXX, dove Dio comanda a Mosè di fibologia (un tennine che ha due significati):
scrivere e di dichiarare quanto scritto dc; tà lo '(va può avere valore finale («affinché non
wt« 'IT)OoL («alle orecchie di Giosuè»). le capissero») oppure può avere valore con-
Essere consegnato (1TapiXO(Iioo9aL)- Il verbo secutivo («in modo che non le capissero»).
al passivo indica la consegna di un uomo Nella traduzione abbiamo preferito la prima
nelle mani dei suoi nemici; tale verbo può accezione, ma è possibile anche la seconda.

9,43b-50 Essere discepoli


La predicazione di Gesù in Galilea si fenna qui; poi egli inizierà il cammino verso
Gerusalemme (cfr. v. 51). Queste ultime parole anticipano quello che sarà uno degli
insegnamenti più importanti del viaggio verso la città santa: la condizione dei credenti
alla sequela di Gesù. Il narratore giustappone i discorsi dei discepoli a proposito della
grandezza e la loro incapacità a comprendere l'annuncio della passione. La dimen-
sione cristologica (vv. 43b-45) e quella ecclesiologica (vv. 46-50) si sovrappongono.
L 'ulteriore annuncio della passione si concentra sulla fragilità del Figlio dell'uo-
mo che sarà consegnato in potere degli uomini (9,43b-45). Il severo avvertimento
intende inculcare nella memoria l'insegnamento che sarà evocato dal Risorto (cfr.
24,6). Dietro la portata indecifrabile di questi fatti si nasconde da un lato Dio, che
dispone il mistero (se il senso di hina al v. 45 è finale; cfr. nota); dall'altro, l'essere
umano nel suo accecamento davanti alla storia della salvezza (se lo stesso hina è
consecutivo). Anche la sottolineatura della paura a porre domande esprime con
forza il blocco comunicativo dei discepoli a fronte di quanto Gesù ha detto e, ancor
più, l'assoluta distanza fra la prospettiva del maestro e la loro. La risurrezione non
è menzionata, sicché l'incomprensione dei discepoli riguarda esclusivamente la ne-
187 LUCA 9,50

Mentre tutti si meravigliavano per tutto quanto faceva, disse


ai suoi discepoli: 44 «Mettetevi in mente queste parole: il Figlio
dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
45 Essi, però, non comprendevano queste parole: così per loro

restavano nascoste, perché non le capissero; e avevano paura


di interrogarlo. 46 Ci fu poi fra loro un pensiero: chi tra loro
fosse il più grande. 47 Gesù, conosciuto il pensiero del loro
cuore, prese un bambino, lo pose vicino a sé 48e disse loro:
«Chi accoglie questo bambino nel mio nome accoglie me. E
chi accoglie me accoglie chi mi ha inviato. Chi, infatti, è il
più piccolo fra tutti voi, questi è grande». 49Giovanni disse:
«Maestro abbiamo visto uno che nel tuo nome scacciava
demoni e glielo abbiamo impedito, poiché non (ti) segue
insieme con noi». 50 Ma Gesù gli rispose: «Non (glielo)
impedite; perché chi non è contro di voi è per voi».
9,46 Pensiero (cSuxÀO'yL~) - Il tennine ha gruppo. Ma è più probabile che qui il com-
un senso peggiorativo: indica i pensieri o i parativo abbia un senso superlativo e, quindi,
ragionamenti inclinati al male (cfr. 2,35; 5,22; indichi un membro dello stesso gruppo.
6,8; 24,38). Qui (e nel v. 47) non si tratta di 9,48 Nel mio nome (hl t<\i 6v6j.LatL ~tou)- Il
una discussione ad alta voce fra i discepoli, nome, segno della presenza e della potenza.
ma di un ragionamento interiore. si confonde con la persona stessa (cfr. 1,49).
Il più grande (IJ.t<((wv ailrwv)- Il comparativo È grande (ronv l'~yaç) - Il detto ricorda le
seguito dal genitivo potrebbe indicare qual- parole dell'angelo Gabriele (cfr. 1,32): colui
cuno ((più grande di loro)), quindi esterno al che è grande fra i discepoli è sempre Gesù.

cessità della passione, che rimane per loro «nascosta» (v. 45). Essa sarà interpretata
dal Risorto, che farà appello alle Scritture (cfr. 24,25-26.44-45).
L 'insegnamento di Gesù. La radicale incomprensione della prospettiva di Gesù
da parte dei discepoli è espressa dalla discussione sul più grande. Il gesto simbo-
lico di Gesù (v. 47) tiene conto dello statuto del bambino nell'antichità: egli era
socialmente senza alcun valore, in tutto dipendente dall'adulto, insignificante. Gesù
invita a capovolgere la scala dei valori: accogliere colui che in società non ha alcuna
rilevanza è accogliere lui stesso e il Padre che lo invia. Questo capovolgimento era
annunciato nel Magnificai (cfr. 1,52-53) e si verifica nel destino del Figlio dell'uo-
mo, consegnato alla sofferenza Il più piccolo merita di essere accolto come il più
grande. Ciò che fa la differenza non è quello che ciascuno è, ma il «nome di Gesù»:
si tratta dell'ultimo argomento in risposta all'osservazione di Giovanni (v. 49). Come
Mosè aveva rimproverato Giosuè, geloso di due uomini che profetizzavano (cfr. Nm
11,26-30), allo stesso modo Gesù proibisce ai discepoli di opporsi agli esorcisti che
non sono nel novero dei discepoli. Non senza ironia, Luca racconta che un estraneo
è riuscito a scacciare i demoni, cosa che ai discepoli non riusciva (cfr. v. 40). La
potenza del regno di Dio è all'opera al di là della cerchia dei discepoli.
LUCA9,51 188

'EytvETo ò€ tv 't<f> OV}J1tÀ.rlpouoem Tàç ~}!fpaç n;ç àvaÀ~l!$Ewç a&rou


51

KaÌ a&ròç TÒ np6owlWV ~pu:rev Tou nopet)Eoem eù; 'IEpoooaÀ~l!·

9,51 Mentre stavano per compiersi (e v t<\i dell'epocamailsuocompimentoancoraincorso.


<J4.1.1TÀT"fl0tclkn)- Il verbo è solo lucano e sem- Assunzione - Il tennine avM!lL\jn.ç non si trova
pre passivo. In senso proprio indica il riempi- altrove nell'intera Settanta, se non nei Salmi di
mento di una barca (cfr. 8,23). Qui e in At 2, l Salomone per indicare la mme: «Nella solitudi-
l'espressione è simile, pur essendoci nel passo ne, senza figli sia la sua vecchiaia, sino alla morte
evangelico il tennine TlJÉpa al plmale: i «giorni» (EI.c;&va.l.'ll.\jiW}» (4,18). Col verbocooisponden-
designano tutta un'epoca in tutta la sua durata te(~)l'evangelistaindical'll'ìCellSione
(come confenna il tempo presente dell'infinito). di Gesù (cfr. At 1,2.1122); lo stesso tennine è
Il verbo, tuttavia, non indica il punto di anivo utilizzato nella Bibbia greca per indicare il rapi-

IL CAMMINO VERSO GERUSALEMME (9,51-19,44)


Con 9,51 inizia il cosiddetto «grande viaggio» verso Gerusalemme (9,51-19,44),
in realtà «assunzione» di Gesù, cioè cammino verso la morte e ascesa al Padre. Se
sull'inizio di questa parte quasi tutti i commentatori sono d'accordo, a proposito della
conclusione v'è ancora un'ampia discussione aperta(si oscilla da 18,14 a 19,48). Un
possibile confine può essere posto in 19,44, alla fine del racconto del pianto di Gesù
alla vista della città santa. In 19,45, infatti, lo spazio cambia: Gesù entra nel tempio e
il suo cammino è onnai giunto a destinazione. Il viaggio di Gesù verso Gerusalem-
me, di cui si fa menzione anche negli altri Sinottici (cfr. Mc l 0,32.46; 11, l; Mt 19, l;
20,17-18.29; 21,1), assume in Luca un notevole sviluppo, sino a occupare un'intera
sezione, pari al quaranta per cento di tutto il vangelo. È assai difficile individuare una
struttura del «grande viaggio». Molti studiosi si sono cimentati, trovando tracce per
stabilire le più disparate architetture, ma senza giungere a risultati davvero convincenti.
Si possono però individuare alcuni brevi sommari, che funzionano come cesure, e
segnalare una certa organizzazione interna: uno apre solennemente la sezione (9,51 ),
scandita poi da altri sommari sempre in bocca al narratore (cfr. 13,22; 17,11; 19,28). Si
possono così individuare tre sezioni (9,51-13,21; 13,22-17,10; 17,11-19,27) cui segue
l'ampia descrizione dell'ingresso nella città e nel tempio (19,28-44). In realtà, al di là
di queste indicazioni che ricordano al lettore il cammino verso la città santa, mancano
altri elementi che pennettano di cogliere il preciso itinerario di Gesù. Al contrario, si
ha quasi l'impressione che Gesù si muova- cfr. le occorrenze del verbo poreuomai
(«incamminarsi», «camminare»), in 9,52.53.56.57; 10,38; 13,33- ma non avanzi,
se non quando giunge a Gerico (18,35): a quel punto l'itinerario si precisa un poco.
L'evangelista procede a ondate successive, mettendo in campo Gesù a con-
fronto con i discepoli, le folle e gli avversari. Mentre, però, i vari personaggi
compaiono e scompaiono, il lettore può unire i differenti elementi e accumulare i
dati che il testo gli fornisce. Intrecciando quanto la narrazione gli comunica, egli
è condotto a verificare sempre più la solidità (cfr. l ,4) di quello che gli è stato
insegnato. Gesù continua a svolgere la medesima missione già narrata nella parte
precedente (4,14-9,50), ovverosia annunciare il regno di Dio: alle folle ne parla
in parabole (cfr. 13,18-19.20-21; 14,15-24), nei confronti dei discepoli, invece, il
189 LUCA 9,51

51 Mentrestavano per compiersi i giorni della sua assunzione, egli


prese fermamente la strada verso Gerusalemme

mento di Elia (cfr. 4Re 2,9-11 [1M 2Re 2,9-11 ]). implica uno stato, oppure un atto definitivo
Prese ... la strada (trO!)E'~aecn)- Alla lettera: e immutabile. È detto di un abisso che sarà
«camminare». Il verbo spesso ripetuto (vv. impossibile attraversare (cfr. 16,26), dei fra-
51.52.53.56) ha un forte valore teologico nel telli da confermare consolidandoli (cfr. 22,32).
terzo vangelo, in quanto connota il racconto Con tò trpOOwtrov per complemento si evoca
stesso come un itinerario ven~o Gerusalem- un'espressione frequente nell'AI (cfr. Ez 6,2;
me e più ancora come ascesa al Padre. 13,17; 14,8; si veda anche Ger 3,12): «fissare
Fermamente (tò trpOOwTIOV ÉatTpLaev) -Alla il volto verso o contro», che indica la realizza-
lettera: «induri il suo volto». Il verbo anp{Cw zione di uno scopo con decisione inflessibile.

discorso è più diretto (cfr. 11 ,2; 12,31 ); inoltre, invia i «settantadue» a portare lo
stesso annuncio (cfr. 10,9.11 ). La novità della sezione è l'insistenza sulla vicinanza
del Regno. Se negli altri Sinottici Gesù proclamava fin dall'inizio la vicinanza
del regno di Dio (cfr. Mc 1,15; Mt 4,17), Luca concentra quest'aspetto proprio
durante il «grande viaggio» (10,9.11; 11,20; 17,20; 19,11 ).

9,51-13,21 Diventare discepoli


La prima sezione mette a tema l'esistenza credente: che cosa significa diventare
discepoli? Come vivere la sequela? L'inizio della narrazione, concentrandosi sulla
decisione di intraprendere il cammino (9,51) rimanda sia alla volontà divina (cfr. il
passivo) cui il Messia si sottopone, sia alla detenninazione di Gesù (cfr. l'immagine
del volto indurito). Vi sono poi quattro parti, corrispondenti a quattro grandi temi.
Anzitutto la missione dei discepoli (9,51-1 0,42), incorniciata dal motivo del ricevere
o del non-ricevere l'inviato: Gesù non è accolto dai samaritani (9,53) ma è ospitato
da Marta (10,38); le severe richieste della sequela (9,57-62) rivelano le esigenze del
Regno; poi l'istruzione dei settantadue (10,1-12) sottolinea un più ampio coinvol-
gimento per annunciare in ogni città e villaggio quel Regno che si sta avvicinando
proprio per mezzo della persona di Gesù (10,9.11). Il secondo tema è la preghiera
(11,1-13}, argomento frequente nel vangelo (cfr. 3,21; 5,16; 6, 12; 9,18) e che qui trova
un più ampio sviluppo. La terza parte (11,14-12,59) è inquadrata dal motivo della
valutazione dei segni (11,14-16; 12,54-59): al suo interno v'è uno scontro polemico
coi farisei e i dottori della Legge (11,37-54), un'istruzione circa la gestione del dena-
ro (12,13-34) e un discorso che insiste sulla vigilanza (12,35-48); beneficiario delle
istruzioni di Gesù è sempre il lettore che accumula una serie di elementi a proposito
della figura dell'autentico discepolo (11,28), capace di confessare apertamente il Fi-
glio dell'uomo (12,4-12). Ultimo tema è la crescita del Regno (13,1-21): i suoi inizi
sono umili e nascosti, come il granello di senapa ( 13, 18-19) e il lievito ( 13,20), ma si
manifesta come potenza che libera la donna curva dalla potenza di Satana ( 13, l 0-17).
9,51 Il viaggio verso Gerusalemme
Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme è presentato dal narratore come il risul-
tato di una forte decisione personale e, nello stesso tempo, come il compimento del
LUCA9,52 190

52 Kaì à::nicrre:wv à::yyiÀouç npò npoownou airrou. Kaì


nope:uetv-re:c; e:ÌofjÀ9ov eic; KW~TJV I:a~aptTWV wc; Érot~aoat
aÙr<f'>· 53 KaÌ OÙK È8É~aVTO aÙTOV, OTl TÒ npOO'WltOV aÙTOU ~V
nope:u6~e:vov e:ic; 'Ie:pouoaÀ~~· 54 i86vre:c; 8È oi ~a9TJraì 'IaKw~oc;
KaÌ 'IwawTJc; e:Inav· KUp1e:, 9ÉÀe:1ç e:inw~e:v nup Kara~fjvat à::nò
-rou oùpavou Kaì à::vaÀwoa1 aùrouc;; 55 o-rpacpe:ìc; 8È tne:n~TJOEV
aùroic;. 56 KaÌ Ènope:U9TJoav e:ic; ÉTÉpav KW~TJV.
57 Kaì nope:uo~wv aù-rwv tv Tfj 6&t> e:Intv ne; npòc; aù-r6V' à::KoÀouEhlow

0'01 OnOU Èèxv Ò::nÉPXf1. 58 Kaì e:ine:v am<f> Ò'ITJO'Oli<;' ai à::ÀW1te:KEç cpwkoòç
fxOUO'lV KaÌ TÙ: 1tfTE1VÙ: TOU oÙpavou KaTOOKTJVWO'Etç, Ò 8È uiòç TOU
à::vepwnou oùK fx:e:tnou nìv KEcpaÀ~v KÀivn. 59 Eine:v 8È npòç e-re:poV'
à::KoÀou9u ~ot. ò 8È e:Ine:v· [Kuplé,] tmrpE\j16v ~o1 à::ltfÀ96vn npGl-rov
9,52 Samaritani (lli!J.«p~ twv)- Prima men- costruzione del tempio di Gerusalemme do-
zione dei samaritani nel racconto lucano. po l'esilio babilonese (cfr. Esd 4,2-24; Ne
Che ci fosse separazione fra giudei e sama- 2,19; 4,2-9) è stata la causa della divisione.
ritani lo sappiamo da Gv 4, 9. L'origine della I samaritani ritenevano Scrittura ispirata solo
divisione fra i due gruppi è molto discussa: la Torà e, nell'epoca ellenistica, avevano co-
forse l'opposizione di alcuni gruppi alla ri- struito un tempio sul monte Garizim.

piano di Dio. Questo duplice carattere è segnalato da due espressioni: da una parte
la menzione del compimento dei giorni dell'«assunzione», dall'altra il riferimento
al «volto indurito» (cfr. nota). Volontà di Dio e ferma risoluzione di Gesù sono
profondamente unite; anzi, pare che coincidano interamente. Il fine della volontà
divina è l' «assunzione» di Gesù e lo scopo del cammino è la salita a Gerusalemme.
Luca sceglie il termine anQ/empsis, poliedrico, ambivalente: da una parte esso indica
l'ascensione di Gesù, cioè la sua salita al Padre, dall'altra la sua morte; ma v'è un
terzo ambito, legato all'intertestualità: il termine ricorda il rapimento di Elia (cfr.
2Re l , 1-1 O), annodando la notizia a quanto il medesimo narratore aveva detto circa il
dialogo fra Gesù, Mosè ed Elia durante la trasfigurazione, allorché si parlava del suo
«esodo» (9,31). Ne consegue che Gesù è presentato secondo la tipologia profetica.
Al lettore è aperta dunque una prospettiva che non riguarda solo il viaggio verso
Gerusalemme ma anche la passione e la morte, fino all'ascensione.
La seconda espressione, resa icasticamente in latino con l'espressionejìrmavitfaciem
suam, rafforza la tipologia profetica, evocando la figura di Ezechiele (cfr. Ez 21,7-8).
Luca ha attinto da Marco la notizia del cammino verso Gerusalemme (cfr. Mc l 0,32-33),
ma ha poi reinterpretato la sua fonte alla luce della tradizione profeticadell' Antico Testa-
mento; Gesù inizia il viaggio verso la città santa come un profeta e un profeta rifiutato.
Gerusalemme diviene il luogo geografico e teologico dell' «assunzione» di Gesù, punto
di arrivo del suo itinerario terrestre e punto di partenza del suo viaggio verso il cielo.
9,52-56 Rifiuto dei samaritani
Per andare dalla Galilea a Gerusalemme bisogna attraversare la Samaria. Il sospetto
191 LUCA9,59

52 einviò messaggeri davanti a sé. Questi s'incamminarono ed


entrarono in un villaggio di samaritani a preparare per lui, 53ma
[quelli] non vollero riceverlo, poiché era chiaramente incamminato
verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e
Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda
dal cielo e li faccia perire?». 55 Si voltò e li rimproverò. 56E si
misero in cammino verso un altro villaggio.
57 Mentre camminavano per strada, un tale gli disse: «Ti seguirò

ovunque tu vada». 58 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno tane e


gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove
posare il capo». 59Poi disse a un altro: «Seguimi!». Quegli
rispose: «[Signore,] permettimi prima di andare a seppellire

9,53 Era chiaramente incamminato (tò -Molti manoscritti (fra cui il codice Ales-
1Tp6aw1TOV autoO ~v lTOpfU6!-LfVOV) -Alla sandrino [A] e il codice di Efrem riscritto
lettera: «il suo volto stava camminando». [C]) aggiungono: wç KUL H1..~uç ho(T)OfV
Cfr. nota al v. 51; qui np6awnov si riferisce («come anche fece Elia»). Si tratta tuttavia
al personaggio Gesù. di una glossa esplicativa.
9,54 E li faccia perire (KUL àvaUiaa~ auto~) Il 9,57-62 Testo parallelo: Mt 8,18-22

dei giudei nei confronti dei samaritani è forte e ricambiato alla pari: essi si considerano
a vicenda come religiosamente devianti. I messaggeri di Gesù si trovano di fronte a
un rifiuto a causa dello scopo del viaggio, Gerusalemme. Il viaggio inizia dunque con
un rifiuto, come a Nazaret (cfr. 4,16-30). La forte reazione di Giacomo e di Giovanni
(v. 54) ricorda il gesto compiuto da Elia(cfr. 2Re 1,9-14). Ma Gesù non è Elia e, no-
nostante spesso vi sia continuità fra le azioni del profeta e quelle del Messia, qui v'è
discontinuità: egli infatti non acconsente alla richiesta dei discepoli.
9,57-62 Le severe richieste della sequela
Nelle tre brevi storie di pronunciamento Gesù parla con alcuni possibili disce-
poli a proposito delle condizioni per coloro che lo seguiranno nel suo ministero
itinerante. Ogni vicenda termina con la parola di Gesù, senza che il lettore sappia
la decisione dei tre uomini. I primi due detti hanno un parallelo in Mt 8,19-22,
mentre il terzo appartiene al materiale proprio del terzo vangelo.
n seguirò. Mentre Gesù è in cammino, un anonimo personaggio afferma di
volerlo seguire dappertutto: egli non è uno dei Dodici, non è un membro del
cerchio più largo dei simpatizzanti, nemmeno uno scriba (come in Mt 8,19).
L'indeterminatezza di Luca sposta l'accento sulla risposta di Gesù (v. 58). L'im-
magine delle tane delle volpi e del nido degli uccelli, per quanto precari luoghi
di rifugio, contrasta con la spogliazione totale del Figlio dell'uomo. Ne consegue
che colui che si pone alla sua sequela deve mettersi nella medesima prospettiva.
Seppellire il padre. Il secondo anonimo personaggio è interpellato da Gesù e
risponde rimandando alla sepoltura del padre. Si trattava di uno dei doveri sociali
LUCA9,60 192

800pm t'Òv mxripa lJOU. 60 rlnEV òè: a&r<f>' acpa; -roùç VEKpOÙ<; Mtpm -roùç
Éau'rWv VEKpO\}ç, aù òè: IÌTtfÀ9Wv ~uiyyE)k nìv ~acnkiav -roO 9Eo0.
61 Etnev òè: KlXÌ fu:poç- àKoÀou9tlow 001, K6pte npG>-rov òè: È:Jt(-rpajJ6v }JOt

~aoem -rotç Ek; -ròv otl<Ov lJOU. 62 rlnEV òè: [npòç a&ròv] ò 'IrtooiX;'
où&ù; Èm(3aÀWv nìv xEipa bt' liparpov KlXÌ ~Àbtwv ru; Ò7t(ow EOOeté<; m
Èanv -rfi ~-reo eroo.
10 ME-rà: òè: -rairra àvé&~EV ò K6pwç È-rÉpouç È~~o~~KOVra [~uo]
1

Kaì ànéO"tEIÀEv a&roùç àvà: ~uo [~uo] npò npooWnou a&roo ru;
nacrav n6Àtv KaÌ -r6nov oò ~}JEÀÀEV a&ròç EPXEmht. 2 fkyEV 5è npèx;
aù-rouç· ò }Jfv 9Ep~òç no.Mç, oì òè: è:py<hm ÒÀiyor ~Brrre ow -rou
KUpiou -rou 9ept~0 onwç Èpya-raç Èl<f36:Àn EÌç -rÒv 9fp~ÒV aù-rou.
9,60 l morti (roùç vacpoUç)-Qualche autore pen- 10,1 Settanta[due](~:f'J(.ovta [oin])-Latra-
sa a Wl errore di traduzione di wt ipotetico testo dizione manoscritta (qui come al v. 17) è divisa
originale aramaico: i «tiepid») (nftinin)sarebbero in due: il papiro Bodmer XIV @75], il codice Va-
diventati i «morti)) (mitin). Crediamo che con- ticano (B), altri codici e alewte versioni antiche
venga inteqm:tare: «Lascia che i morti (spiritual- leggono i:pliqJ.{pcovta oin, «settantadue)); ma i
mente) seppelliscano i loro morti (fisicamente))). codici Sinaitico (N) e Alessandrino (A), altri ma-
Il 10,1-16 Testi paralleli: Mt 9,37-38; 10,7- noscritti e alcune versioni leggono i:pliqJ.T,covtcx,
16; 11,20-24 «settanta». In questo nwnero si vedono lena-

di primaria importanza; era parte del compimento del comandamento di onorare


il padre e la madre (cfr. Es 20,12; Tb 4,3; 6,15). Qui forse l'obiezione non sorge
a fronte del padre defunto, ma intende rimandare la decisione della sequela fino
alla sepoltura del padre, sicché sine die. La risposta di Gesù dichiara che le obbli-
gazioni sociali, familiari e religiose devono essere accantonate per proclamare il
regno di Dio. Il detto del v. 60 rimane enigmatico (e praticamente senza paralleli
nella letteratura antica): molto probabilmente la prima occorrenza di «morti)) va
interpretata metaforicamente, in riferimento a coloro che non appartengono al
Regno. Ne consegue che quelli che lo proclamano hanno doveri differenti.
Il congedo. Il terzo anonimo personaggio, come il primo, dichiara di voler
seguire Gesù, ma intende prima assolvere a un dovere familiare. La risposta di
Gesù è metaforica e guarda al congedo in un modo nuovo, insistendo sul fatto
che arare voltandosi indietro provoca certamente un solco storto. Il detto evoca
la chiamata di Eliseo da parte di Elia; il discepolo rispose: «Bacerò mio padre
e ti seguirò)) (3Re 19,20 LXX [ 1Re 19,20 TM]). Benché la vicenda profeti ca
non sia chiarissima né nel testo ebraico né nella versione della Settanta, tutta-
via il capovolgimento della prospettiva appare chiaro: quanto era permesso a
Eliseo è negato all'anonimo aspirante discepolo. Ancora una volta si registra
una discontinuità fra il comportamento di Elia e quello di Gesù. Sulla strada
verso Gerusalemme non c'è spazio per promesse avventate o incomprensioni:
il prezzo della sequela è alto.
193 LUCA 10,2

mio padre». 60 Gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i


loro morti; tu invece va', annuncia il regno di Dio». 61 Anche un
altro (gli) disse: «Ti seguirò, Signore; prima, però, permettimi
di salutare quelli di casa mia». 62 [Gii] rispose Gesù: «Nessuno
che ha messo mano all'aratro e guarda indietro è adatto per il
regno di Dio».
1O 1Dopo questo, il Signore designò altri settanta[due]

e li inviò a due [a due] davanti a sé in ogni città e luogo


dove egli stesso stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe
è molta, ma sono pochi gli operai. Pregate, dunque, il
Signore della messe perché mandi operai nella sua messe.

zioni della terra (secondo Geo IO) e, dunque, anziani scelti da Mosè i quali iniziano a profe-
la proclamazione wtiversale del vangelo. Ma il tizzare; ma a loro s'aggilmgono altri due uonùni
riferimento a Geo l Onon risolve la questione, in (quindi settantadue). Inoltre il numero «settanta»
quanto le nazioni sono settanta nel testo ebraico nella Bibbia ha altri riferimenti (gli anziani, cfr.
mentre nella versione greca sono settantadue Es 24,9; i re, cfr. Gdc 1,7; ecc.), a differenza del
(quest'ultimaèdapreferireinquantoè la Bibbia numero «settantadue>>. Si può allora ipotizzare
usata da Luca). V'è poi un probabile riferimen- che la lezione originaria («settantadue») abbia
to a Nm 11,24-30: lo Spirito si posa su settanta subito un tentativo di nonnalizzazione.

10,1-16 Invio dei settantadue


Il secondo invio in missione è molto più lungo del primo (cfr. 9,1-6). Mentre al
ritorno dei Dodici il narratore offriva uno stringato commento (cfr. 9,l O), il ritorno
di questi settantadue discepoli è accompagnato da solenni affermazioni di successo
e di gioia (cfr. l 0,17-24 ). Fra le due missioni c'è un parallelismo, ma la seconda
rappresenta l'apice: nonostante i Dodici avranno un ruolo importante negli Atti,
tuttavia l'invio dei «settantadue» allude all'importanza anche di altri missionari.
Il discorso pone non pochi problemi, in quanto vi sono esigenze che paiono essere
impraticabili, come l'interdizione di salutare le persone sul cammino (v. 4), piut-
tosto che la dura condanna di coloro che non accolgono l'annuncio (vv. 10-15).
Il principale protagonista del racconto è Gesù: egli invia settantadue discepoli di
cui si ignora l'identità, il momento della partenza, la durata della loro assenza.
Il numero settantadue. Nella tradizione anticotestamentaria evoca l'idea
dell'intera umanità. L'invio dei settantadue discepoli riveste dunque una dimen-
sione universale. Essi sono inviati due a due, probabilmente per rispettare la
tradizione giudaica dei due testimoni indispensabili per risolvere un conflitto,
come precursori di Gesù (v. 1). Il discorso si apre con la metafora della messe
che rimanda all'ultimo giudizio (cfr. Is 17,9; Ger 13,24); essa tuttavia ha un senso
positivo, nonostante la gioia sia temperata dalla scarsità degli operai. È la ragione
per la quale Gesù invita alla preghiera (v. 2). I messaggeri che annunciano il regno
di Dio possono essere intesi a un duplice livello: a livello della storia raccontata
LUCA 10,3 194

3 ÙmX)'Et'E' ÌÒOÙ ànocrtÉMw Ù}lfu; wç apvaç ÈV }Jio(f> ÀUKWV. 4 }.1~


~acrt~E'tE ~aÀMvnov, Il~ m1pav, Il~ ùnoÒ~Jlat'a, KaÌ JlTJÒÉva Kat'à
$ òoov àona011a8E. 5 dç ~v 8 èìv EÌCJÉÀ9fTrE oiKiav, npG>rov ÀÉyErE·
EÌp~VT] r<f> OlK(f> 'tOU't(f>. 6 KaÌ Èàv Èl<Ei lÌ uìòç EÌp~VT]ç, Ènavan~OE'tat
m' aùròv ~ EÌp~VT] ÙJlWV' EÌ ÒÈ }l~ )'E, Ècp' Ù}lfu; àva~l~Ja 7 ÈV alrrft
ÒÈ 'tfi OÌK~ lJÉVE'tE Èaelovreç KaÌ mvovu:ç rà nap' aiÌt'W\1' açtoç yàp
ÒÈpya'tT]ç 'tOU }lta90U aiÌt'OU.Jl~ }lE'tal3aiVE'tE ~ OÌK\aç EÌç OÌKtav.
8 KaÌ rlç ~v èìv n6Àtv EÌOÉPxrJa9E KaÌ bqwVt'at ÙJlfu;, ÈaeletE rà

napan9ÉJlEVa ÙJliV 9 KaÌ 9EpanWEU: roùç tv a&rft àa9Evdç KaÌ ÀÉ)'Eu:


aùt'oiç' ~yytKEV Ècp' ù}lfu; ~ ~amÀEia rou 9Eou. 10 rlç ~v 8 èìv n6Àtv
EÌoÉÀ9rfrE KaÌ Il~ òqwvrm ÙJlllç, ÈçEÀ96vt'Eç rlç ràç nÀa'taaç a&ri;ç
Etna-rE· 11 KaÌ ròv KOVtepròv ròv KOÀÀT]9ÉVt'a ~}liV ÈK tijç n6Àfwç
ÙJlWV rlç roùç n6òaç àno}laoo6}.1E9a ÙJliV' nÀ~v rofuo ytvWOKE't'E éSn

lO,JAgnelli ... lupi (&pvaç ..• Àixwv)- L'oppo- (cfr. 1,79; 2,14.29) come segno di salvezza per
sizione fra agnelli e lupi è utilizzata da l Enok Israele. Il tema ritorna qui ali 'inizio del viço
89,13-27 per indicare la vita degli Israeliti in e durante il pianto di Gesù su Gerusalemme (cfr.
Egitto. L'immagine rimanda alla missione dei 19,38.42), allorché Gesù lamenterà il rifiuto ad
discepoli, considerati senza alcuna difesa. accettare la visita di Dio. In Atti si sintetizza la
10,5 Pace (E'ip{pn,)- È la presenza della sal- parola di Dio a Israele cosi: «evangelizzando
vezza messianica offerta a tutti. La pace ha un la pace per mezzo di Gesù Cristo>> (At l 0,36).
posto significativo nei racconti dell'infanzia l0,6Abiterà in lui (Éncxvanaf)onaL Én' cxùtév)

è presupposto che Gesù viaggerà laddove le coppie di missionari hanno lavorato;


a livello invece della comunità lucana essi sono interpretati come coloro che
preparano il suo ritorno glorioso (cfr. 12,35-48). Ancora più radicalmente che
nel capitolo 9, la missione non è semplice: i discepoli sono inviati «come agnelli
in mezzo a lupi» (v. 3). La loro spogliazione è estrema: è loro proibito anche il
minimo necessario di cui aveva bisogno un viaggiatore nell'antichità (v. 4). Nono-
stante l'elenco delle cose proibite differisca da 9,4 (con eccezione della bisaccia),
l'effetto è il medesimo. La strana interdizione (soprattutto in Oriente) di scambiare
saluti durante il cammino deve essere intesa a fronte delle priorità che la missione
esige: bisogna anzitutto giungere nelle città da evangelizzare prima di salutare le
persone. L'urgenza del Regno è più forte delle usanze sociali: la missione chiede
un contatto con le persone, mentre un breve saluto in strada è insufficiente.
La pace. Il saluto di cui parla Gesù (v. 5) è molto di più che una semplice forma
di gentilezza: esso annuncia la pace di Dio offerta per mezzo della mediazione
degli inviati. La pace indica le buone relazioni, la serenità che si esprime in gesti
concreti (mangiare e bere), il segno della gioia del Regno. Giunti a destinazione
i discepoli devono anzitutto incontrare un uomo di pace e abitare presso di lui
(vv. 6-7). Il contatto personale primeggia dunque sulla comunicazione pubblica:
195 LUCA 10,11

3Andate: ecco vi invio come agnelli in mezzo a lupi. 4Non


prendete né sacca, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno
per la via. 5ln qualunque casa entriate, per prima cosa dite: "Pace
a questa casa". 6Se là ci sarà un uomo di pace, la vostra pace
abiterà in lui, altrimenti farà ritorno su di voi. 7Restate in quella
casa mangiando e bevendo di quanto hanno, infatti l'operaio
è degno del suo salario. Non passate di casa in casa. 8Quando
entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quanto vi sarà
offerto, 9curate i malati là presenti e dite a loro: "Si è avvicinato
a voi il regno di Dio". 10 Ma quando entrerete in una città e non
vi accoglieranno, uscendo nelle sue piazze, dite: 11 "Anche la
polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi la
scuotiamo via contro di voi; tuttavia questo sappiate: si

-Nella Settanta il verbo indica l'effusione presente designa una persona o un momen-
e quindi il dimorare dello Spirito su alcuni to che si sta avvicinando (cfr. 12,33; 15,1;
anziani (cfr. Nm 11,25) e su Eliseo (cfr. 4Re 18,35), mentre al perfetto (cfr. 10,9.11) un
2,15 [fM 2Re 2,15]). avvicinamento già avvenuto (cfr. 21,20).
10,9 Si è avvicinato (iiYYLKfv)- L'afferma- A voi (fcjl' ~)-La preposizione ÈTrL espri-
zione è simile a Mc l, 15, che Luca ha omes- me il movimento dall'alto in basso e segnala
so nel suo passo parallelo (cfr. 4,14-15 ). Il il contatto: il Regno è venuto a contatto coi
verbofyy('w (oggetto di grande dibattito) al discepoli per mezzo della presenza di Gesù.

solo in un secondo momento la missione potrà continuare verso l'intera città


(vv. 8-9). La pace del Regno messianico penetra dunque nelle case e nelle città,
laddove gli uomini vivono, non discende dall'alto. Nel passaggio dalle case alla
città il saluto di pace è rimpiazzato dall'affermazione che «si è avvicinato a voi il
regno di Dio» (v. 9): il significato non è molto differente, in quanto il regno di Dio
include la pace messianica. L'ordine di mangiare quanto verrà offerto (v. 8) può
forse indicare che il cibo non può essere rifiutato per ragioni di purità. L'annuncio
è accompagnato dalle guarigioni, come nell'invio in missione dei Dodici (cfr. 9,2).
In altre parole la predicazione del Vangelo non è puro discorso intellettuale alla
maniera dei filosofi greci itineranti: si traduce in azioni concrete verso i malati (v. 9)
attraverso cui la gente sperimenta la vicinanza del Regno.
La mancanza di accoglienza. L'accoglienza dell'annuncio non è automatica,
né dipende dalla buona volontà dei discepoli e nemmeno dal loro carisma. Alcune
città rifiuteranno tale annuncio. Di quelle città non si dovrà custodire nulla, nem-
meno la polvere delle strade sotto i piedi: il gesto pubblico avviene nel luogo della
massima visibilità (la piazza) e indica un atto formale di separazione. Tuttavia, la
proclamazione della vicinanza del Regno lascia aperta la possibilità di un futuro
riconoscimento di quella visita (v. Il).
LUCA 10,12 196

~yytKEV ~ ~acnÀEia t'OU 9t:ou. 12 ÀÉ.yw Ù}.liV on


I:o~O}.IOl<; f.v t'fj
~l.IÉP~ f.Kt:ivn àvt:Kt'Ot't:pov ifot'at ~ t'fj n6Àt:t f.Kt:ivn. 13 Oùai
OOl, Xopa~iv, oùai OOl, B118oa1~a· on€Ì ÈV Tup~ Ka:Ì I:t~WVl
Èyt:v~91loav a:Ì ~OVa}.lt:l<; a:Ì yt:VO}.It:VQ:l ÈV Ù}.liV, naÀatlìv
Ev oaKK~ Ka:Ì 01tO~'f> Ka9~}.1€VOl }.l€t'€V01lOQ:V. 14 1tÀ~V TU p~
Ka:Ì I:t~wvt àvt:Kt'6n:pov EO'tat f.v t'ft Kpicrt:t ~ Ù}.liV. 15 Ka:Ì
o6, Kacpapvaou}J, }.1~ Ewç oùpavou ù'ljJw9~on; Ewç t'Ou ~~oo
Kat'a~~crn. 16 'O àKouwv Ù}.lwv È}.lou àKout:t, Kaì ò à9t:t'wv Ù}.léi<;
È}.IÈ à9t:t't:i· ò ~è: È}.IÈ à9t:t'wv à9t:t't:i t'Òv ànoot't:iÀavt'a }Jt:.
17 'YnéOt'pt:\jJav ~ oì t~~}.I~KOVt'a [~oo] }.lt:t'(Ì xapéiç ÀÉ.yOVt't:e; K\Jptt:,

KaÌ t'(Ì ~t}.l6vta ùncmiooEt'at ~}.liv €v 't'f) òv6}ltlri ooo. 18 d1t€V ~ aùt'otç-
f.et:wpouv t'ÒV oat'avéiv Wç àot'pa~v €K t'ou oùpavou nEOOvta. 19 i~ù
~~Ka Ù}.liV ~V ~Ooolav t'OU rnxmv f.n&:vw &pt:wv KaÌ aKOpnlWV, KaÌ
f.nì naoav ~v ~uva}.ltv t'ou f.xepou, Kaì où~è:v Ù}.léi<; où l.l~ à~tK~an.

10,13 Guai- Cfr. nota a 6,24. 10,1~ Fino agli iriferi («.lç roii llfuu)- Letteral-
Corazin (Xopa((v)- Eusebio di Cesarea lo- mente: «fino all'Ade»; chiara l'allusione all'ora-
calizza la città a circa tre chilometri da Ca- colo contro il re di Babilonia: viV & ~:lç ~u
famao (cfr. Onomastikon 174,23-25). Oggi Kat~ («ora nell'Ade sarai precipitato», ls
la città è identificata con Khirbet Keraze, 14,15 LXX). Il termine~ nella Settanta tra-
sempre a tre chilometri da Cafamao e circa duce l'ebraico I' 'o/ e indica un «luogo» d'inat-
cento metri sopra il livello del lago, dove è tività dove tutti i defunti hanno un'esistenza
stata ritrovata una bella sinagoga. ombratile (cfr. Is 14,9); non mancano testi che
Betsaida (B1')9ocx'ioo)- Cfr. nota a 9, l O. alludono invece a un luogo di punizione (cfr. Sal
Sul sacco e sulla cenere (l:v olfKK~ Kal 15,10 [1M 16,10];48,10-16 [fM49,10-16]]; Pr
01To6Q) - Espressione usuale neli' AT per 15,24): l'Ade diviene cosi qualcosa di più che la
indicare la penitenza (cfr. ls 58,5; Gio 3,6; semplice dimora comune dei morti, giusti o em-
Gb 2,8; Dn 9,3). Spesso «sacco e cenere» pi che siano. Fra i testi peritestamentari il Libro
sono nominati nel contesto del pianto, della dei vigilanti (i cc. 6-36 di l Enok) rappresenta
lamentazione e del digiuno, ma non del lutto.. l'Ade come un luogo di punizione dei malvagi.

Segue un lungo lamento sulle città che rifiutano d'accogliere la buona notizia.
Si tratta non di una maledizione, ma di un lamento funebre: il «guai» (v. 13)
constata un male più che esprimere una condanna. Esso assume cioè la forma
di un avvertimento profetico (non a caso sono evocati gli oracoli contro Tiro e
Sidone di Is 23, 1-18; Ez 28,2-23). L'errore delle città qui nominate è non avere
compreso che era possibile una conversione. Stupisce che pure Cafarnao sia
inclusa nelle città denunciate. Rifiutato a Nazaret, Gesù si era recato a Cafarnao
(cfr. 4,31-41) e le folle di quella città lo cercavano allorché si era allontanato
(cfr. 4,42). Egli, tuttavia, non s'accontenta dello stupore ma desidera conversio-
ne: quanto Giovanni aveva richiesto (cfr. 3,3-14) è ora fortemente voluto anche
da Gesù. Il finale del discorso ai settantadue manifesta una solidarietà di destino
fra il maestro e i discepoli: essi saranno accolti o rifiutati ma attraverso di loro
è Dio stesso che sarà accolto o rifiutato (v. 16).
197 LUCA 10,19

è avvicinato il regno di Dio". 12 Dico a voi che quel giorno sarà più
tollerabile per Sodoma che per quella città. 13 Guai a te Corazin,
guai a te Betsaida; poiché se a Tiro e Sidone fossero avvenuti
i prodigi che avvennero fra voi, da tempo, sedute sul sacco e
sulla cenere, si sarebbero convertite. 14Ebbene Tiro e Sidone nel
giudizio saranno trattate meno duramente di voi. 15E tu, Cafamao,
forse fino al cielo sarai innalzata? Fino agli inferi scenderai. 16Chi
ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me; chi mi
disprezza, disprezza colui che mi ha inviato».
171 settanta[due] ritornarono con gioia, dicendo: «Signore, anche

i demoni sono sottomessi a noi nel tuo nome». 18Disse loro:


«Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco:
vi ho dato l'autorità di camminare sopra serpenti, scorpioni,
sopra ogni potenza del nemico e non vi danneggerà per nulla.

Il tradizionale immaginario biblico sta mu- satore» (cfr. Gb 1,6-12; 2,1-7). Nel giudaismo
tando: si fa strada l'idea che vi siano <<am- Satana diviene la personificazione dell'avver-
bienti» distinti, alcuni riservati al tonnento sario di Dio, principe di tutti gli spiriti malvagi.
e alla punizione dei peccatori, altri invece al 10,19 Serpenti, scorpioni (ocjlEwv Kat
premio dei giusti (cfr. l Enok 22,2-4.8-11). aKopn(wv)- Nell' AT i due animali sono se-
Il 10,17-24 Testi paralleli: Mt 11,25-27; gno di ogni tipo di male. Il serpente seduce
13,16-17 la donna nel racconto delle origini (cfr. Gen
10,17 Demoni (tèt oa~~v~a)- Si tratta di 3, 1-14 ), mentre gli scorpioni sono animali in-
spiriti o esseri considerati causa del male sidiosi (cfr. Dt 8,15), spesso segni di castighi
(cfr. 4,33). (cfr. IRe 12,11-14; 2Cr 10,11-14; Sir 39,30).
Nome (6v6~o~~Xn)- Cfr. nota a 9,48. Per nulla (ouoÈv ... oli 11~) - Intendiamo
10,18 Satana (tòv ootavav)- Luca ha utilizza- oi>Ofv come un accusativo avverbiale posto
to finora il termine <<diavolo» (cfr. 4,2-13; 8,12) enfaticamente all'inizio. È possibile anche
e qui per la prima volta usa il nome ootav&.ç, un'altra traduzione: <<e nulla certamente vi
fonna grecizzata dell'ebraico Siiliin. l'<<accu- danneggerà».

10,17-24 Ritorno dei settanJadue


Il ritorno dei settantadue discepoli è rappresentato come un tempo di gioia:
essi esultano e Gesù interpreta la loro esultanza, rende grazie a Dio per indirizzare
infine una beatitudine agli stessi discepoli.
Il nome e i nomi. L'esultanza degli inviati è legata alla sottomissione dei demoni
nel nome di Gesù (v. 17). Il nome rappresenta il potere e l'autorità di Gesù come
Messia, salvatore di tutti (cfr.At 2,21; 3, 16; 4,7); la salvezza include la guarigione
e l'espulsione dei demoni (cfr. 9,49). Qui la vittoria sul demonio è posta in un
contesto apocalittico, associato alla caduta di Satana dal cielo (cfr. ls 14,12): se-
condo molti testi apocrifi, la battaglia fra Dio e il Maligno si svolge in cielo e ha
come esito finale la sconfitta di Satana, precipitato a terra o incatenato negli inferi.
L'autorità trasmessa da Gesù ai messaggeri è espressa per mezzo di un'immagine:
«camminare sopra serpenti, scorpioni» (v. 19). Benché Gesù e i suoi discepoli
LUCA 10,20 198

20 tv roth<p }l~ xaipErE on rà 1tVEV}lara Ù}liV ÙnoraooErat,


1tÀ~V
xaipErE ÒÈ on rà ÒVO}lara ÙJlWV ÉyyÉypanra1 tv roiç oùpavoiç.
21 'Ev aùrft rft wp~ ~yaÀÀlaoaro [Èv] r<f> 1tV€V}lan r<f> àyi<p KaÌ

e:ine:v· È~O}lOÀoyoD}lai 0'01, nare:p, KVpl€ rou oùpavou xaì rfjç y~ç.
on ànéxpu\jJaç raura ànò oocpwv xaì ouve:rwv xaì IÌ7tEKaÀu\jJaç
aùrà Vll1tl01<;' vaì ò nar~p. on ourwç e:ùòoxia Èyive:ro E}l1tpoo6Év
oou. 22 navra Jl017tapEò68rt ùnò rou narp6ç JlOU, xaì oùòe:ìç
y1VWO'Ke:l nç Eonv o u1oç El }.111 oc narrtp, xa1 nç e:onv or narrtp
1 1 ' ' '' ' \ 1 '\
El'
1 '

Il~ ò uiòç xaì <f> Èàv ~ovÀrtral ò uiòç ànoxaÀv\jJal.


23 Kaì orpacpe:ìç npòç roùç }la8rtràç xar' iòiav e:ine:v· }laxap101 oi

a
Òcp8aÀ}lOÌ oi ~ÀÉ1tOV'tE<; ~ÀÉ1tE'tE. 24 ÀÉyw yàp Ù}llV Ort 1tOÀÀOÌ
a
1tp0cp~ra1 KaÌ ~aolÀe:i<; ~8ÉÀrtOav ÌÒElV Ù}le:iç ~ÀÉ1tE't€ KaÌ OÙK
a
dòav, KaÌ àKOUO'al IÌKOVE'tE KaÌ OÙK ~KOUO'aV.

10,20 I vostri nomi {t!Ì 6v~ta Òjl.Wv)- Si da i racconti deli' infanzia (cfr. l ,47), mentre il
allude qui alla tradizione anticotestamentaria nesso fra preghiera e Spirito evoca il battesimo
dei libri celesti con i nomi di coloro che ap- (cfr. 3,21-22) e le tentazioni (cfr. 4, l).
partengono a Dio (cfr. Es 32,32-33; Is 34, 16; Padre, Signore del cielo e della terra (nanp,
Dn 12,1). KUp~E tOU oùpavou KIXÌ. n;ç yflç)- n primo ti-
10,21 Esultò [ne]llo Spirito (!ÌYa.lluxaato [w] tolo esprime la coscienza filiale di Gesù (cfr.
t<li 1TVE4uln)- L'espressione è unica e tipica- 11,2; 22,42), il secondo sottolinea il sovrano
mente lucana: l' «esultanza» (nella gioia) ricor- dominio di Dio sul mondo (cfr. Tb 7,17).

siano esposti a pericoli e persecuzioni, tuttavia Satana non avrà potere sopra di
loro. La gioia dei discepoli è temperata da Gesù: il vero motivo dell'esultanza
non deve essere la capacità di compiere esorcismi, ma di sapere che i loro nomi
«sono scritti nei cieli» (v. 20). Benché l'espressione non sia chiarissima, forse
intende indicare la salvezza che essi condividono con tutti gli altri: se nel nome
(cioè nella persona) di Gesù c'è salvezza, tale salvezza raggiunge ora ogni uomo
che accoglie il suo annuncio.
L 'esultanza di Gesù. Gesù risponde ai discepoli lodando Dio con un ringrazia-
mento colmo d'esultanza, che ricorda la versione greca dei Salmi (cfr. Sal 9,2-3;
32,1-2 [TM 33,1-2]; 66,4-5 [TM 67,4-5]; 70,22-23 [TM 71,22-23]). L'azione di
grazie è per la rivelazione di Dio offerta ai piccoli. Come nel Magnifìcat (cfr. 1,5 l-
53), anche qui Dio è lodato perché frustra le attese umane e abbatte le distinzioni
sociali. A persone umili sono rivelate «queste cose» (v. 21 ): a partire dal contesto,
l'espressione si riferisce alla manifestazione del potere di Dio nelle opere di Gesù
e dei suoi discepoli. La rivelazione e l'indirizzo al Padre connettono il v. 21 e il v.
22. Dali' attenzione a coloro che accoglievano la rivelazione, si passa alla speciale
relazione fra Dio Padre e il Figlio Gesù che rende possibile la rivelazione celeste.
«Padre» e «Figlio» sono termini che rimandano a una profonda intimità e a una
199 LUCA 10,24

2llNon gioite, però, perché gli spiriti sono sottomessi a voi;


gioite piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
21 ln quello stesso momento (Gesù) esultò [ne]llo Spirito Santo

e disse: «Ti rendo grazie, Padre, Signore del cielo e della terra,
poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e
le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, poiché così è piaciuto a te.
22 0gni cosa mi è stata data dal Padre mio e nessuno conosce

chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio


e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». 23 Voltandosi verso i
discepoli, in disparte disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che
vedete. 24Poiché vi dico che molti profeti e re avrebbero voluto
vedere ciò che voi guardate e non (lo) videro e ascoltare ciò che
ascoltate e non (lo) ascoltarono».

Piccoli (V111TLO~~) - Sono gli umili, gli igno- compiacimento in tua presenza>>; sul tennine
ranti (in senso etimologico), i semplici, i eMotc[a cfr. nota a 2,14.
poveri (cfr. Sal 18,8 LXX [TM 19,8]; Pr lO,ll Ogni cosa ... rivelar/o (n&vta ...
1,32); costoro non hanno alcuna competen- ànOKaÀ.uljla~) - Il linguaggio è molto vicino
za accademica, a differenza di coloro che al quarto vangelo: la relazione fra Padre e
conoscono la Legge. Figlio (cfr. Gv 6,46; 10,15; 17,25), la cono-
Cosi è piaciuto a te (outW<; eò&ltda ~yfvno scenza reciproca (cfr. Gv 5,19-27), la rive-
Ej.lnpoa9iv aou) -Alla lettera: «cosi ci fu lazione (cfr. Gv 1,18; 17,6.26).

straordinaria conoscenza fra l'uno e l'altro. Per questo il Figlio può rivelare il
Padre in un modo tutto speciale. La relazione qui descritta rimanda alla piena
conoscenza che di Dio aveva Gesù.
La beatitudine. Il nesso fra l'esultanza nello Spirito e la beatitudine riguar-
dante i discepoli (vv. 23-24) è molto forte, ponendo bene in luce la novità portata
da Gesù: esclusi sapienti e intelligenti, ed eletti i piccoli come destinatari della
rivelazione, i discepoli sono beati proprio perché raggiunti da quella medesima
rivelazione, a scapito di profeti e re. A prevalere qui è l'asserto più che l'ammo-
nizione, cui si unisce la sollecitazione del desiderio per una situazione invidiabile.
Che cosa vedono i discepolì, direttamente interpellati? Il lettore ricorda la risposta
di Gesù ai discepoli di Giovanni Battista (cfr. 7,22a), cui seguiva un elenco di
guarigioni (cfr. 7,22b) che echeggiavano le grandi promesse profetiche (cfr. Is
29, 18; 35,5-6; 42, 18; 26, 19). In altre parole, Gesù valorizza l'esperienza dei suoi
discepoli, che godono del privilegio riservato a chi vive in prima persona il tempo
messianico, ormai inaugurato con le sue opere (da cui il «vedere») e le sue parole
(da cui il «sentire»). Gesù è il Messia che porta a compimento le promesse: da
una parte v'è stato un desiderio prolungato, dall'altra un compimento gratuito e
inatteso, regalato ai testimoni oculari.
LUCA 10,25 200

25 KaÌ ì&Jù VO}ltKé<; nç <ÌvÉcmJ ÈKnEtpa~wv aùròv ÀÉywv· ~t5a:<n<ak,


n 1t01~craç ~W~V aMVlOV KÀYJpoVO}l~OW; 26 Ò ~È fÌnEV Ttpèx; aVt0\1' ÈV
n
t<f> VO}J4> yÉypamoo; nwç àvaytvWcrKétç; 27 ò ~È Ò:1t0Kp19Eìç €ÌltEV'
ayamjCJEzç KVplOV rÒV 8e6v CTOV É( OÀqç {rfiç} Kap5{aç CTOV Kal tv oÀn
rfli/JVXfi CTOV Kal tv oÀn rfl ioxVi' CTOV Kal tv oÀn rfl5lavOltf CTOV, Kal
ròv T!Àqmov crov Wç CJEavr6v. 28 fÌnEV ~È a&tq>· òp9wç à:JtEKpi9YJc;·
routo noia KaÌ ~~cm. 29 ò ~ 9ÉÀwv ~1Ka1Wcra1 Èavròv €ÌnEV n~
tÒV 'IYJOOW KaÌ riç Écrnv }lOU rcÀYJcrlOV; 30 'Y1t0Àa~WV Ò 'IYJOOU<; ElnEV'
av9pwnéç nç KatÉj3a1VEV à:nò 'ls:poucraÀ~}l EÌ<; 'IEplXW KaÌ Àncrtaiç
nEplÉTtEcrs:v, o'ì KaÌ ÈK~ucravts:ç aùròv KaÌ rrÀYJyàç Ém9Évts:ç à:rcfjÀ9ov
à:cpévts:ç ~llt9avfl. 31 Karà cruyKUpiav ~È is:ps:Uç nç KatÉ~mvs:v tv tfi
Mq> oovn Kaì ì&>v aùtòv à:vnnapfjÀ9EV' 32 ò}loiwc; ~È KaÌ ArutrYJ<;
[ys:v6}lEVoç] Katà tòv t6nov ÈÀSWv KaÌ ì&>v à:vnnapfjÀSEV.
33 lli}.lapirYJ<; ~É nç ò&Uwv ~À9s:v Kat' a&tòv KaÌ ì~wv ÉcmÀayXVicrSY},

10,25 Dottore della Legge- In greco classico coscienza della persona, la «f017Jl>> l'iniziativa,
VOI!LKOç è un aggettivo (cfr. Tt 3,9), mentre la «mente» le qualità razionali e pianificatrici.
nell'unica occorrenza della Settanta è un so- Prossimo (tòv TTÀ.TJO(ov aou) -A proposito
stantivo e si riferisce al «perito della Torà)), dell'identità del prossimo, le posizioni nel
Eleazaro (4 Maccabei 5,4). Tipico termine giudaismo del tempo erano differenti: alcuni
di Luca (cfr. 7,30; 10,25; 11,45.46.52; 14,3) restringevano il concetto ali' israelita, chiamato
rimanda a una categoria di persone specializ- «fratello)), oppure a colui che appartiene allo
zate nella conoscenza della Legge d 'Israele. stesso gruppo religioso; pare che i farisei con-
10,27 [Il] tuo cuore ... la tua anima ... la tuafo,.... siderassero loro prossimo solo gli appartenenti
za ... la tua mente ([ 'ril;] KapOiaç aou ... tfi ljruxfl allo stesso movimento farisaico. A Qumran la
aou ... tfl i.axlil aou ... tflliuwo~ aou)-11 «cuo- divisione fra i figli della luce e i figli delle tene-
re)) denota le reazioni più sensibili ed emozio- bre è portata alle estreme conseguenze al punto
nali dell'essere umano, l' «anima» la vitalità e la che si legge: «Bisogna amare tutti i figli della

10,25-37 Parabola del buon samaritano


Un dialogo. La parabola (vv. 30-35) è racchiusa nel dialogo fra un dottore
della Legge e Gesù (vv. 25-29.36-37). V'è anzitutto un'ostilità nascosta da parte
del dottore della Legge. Gesù lo ignora, ma non i lettori, infonnati dal narratore
a proposito delle intenzioni dell'uomo: il dottore della Legge si reca da Gesù per
metterlo alla prova e, benché ponga una domanda colma di profondità e di intel-
ligenza, non è mosso da intenzioni sincere. Coerentemente con lo stile rabbinico,
che risponde a una domanda con un'altra domanda, Gesù provoca il dottore della
Legge esattamente sul terreno di sua competenza e all'uomo non sembra vero di
poter rispondere prontamente per mezzo di un singolare accostamento: da una
parte ricorda l'amore di Dio (citando Dt 6,5), dall'altra pone l'accento sull'amore
per il prossimo (citando Lv 19, 18). Non esiste fino a oggi un documento ebraico
sicuro che unisca in modo così stretto i due comandamenti. Se lo scopo era mettere
alla prova l'interrogato, il lettore osserva che Gesù ha operato un'inversione dei
ruoli: a essere messo alla prova è colui che ha posto la domanda, con un evidente
201 LUCA 10,33

25Un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova dicendo:
«Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?>>. 26Quegli,
allora, gli disse: «Nella Legge che cosa è scritto? Come leggi?».
27Rispondendo egli disse: <<Amerai il Signore Dio tuo con tutto {il} tuo

cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza, con tutta la tua
mente; e il prossimo tuo come te stesso». 28Gli disse allora: «Hai risposto
correttamente. Fa' questo e vivrai!».~ quegli, volendo giustificare
se stesso, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?>>. 30Gesù rispose: «Un
uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti i quali,
dopo averlo spogliato e caricato di percosse, se ne andarono, lasciandolo
mezw morto. 31 Per caso un sacerdote scendeva per quella strada e,
avendolo visto, passò oltre. 32Allo stesso modo anche un levita, [giunto]
in quel luogo, avendolo visto, passò oltre. 33 Un samaritano, invece,
che era in viaggio, arrivò presso di lui e, quando (lo) vide, fu preso

luce, ciascuno secondo la sua sorte nel pro- corpo alla scelta del ministro di culto: dal
getto di Dio e odiare tutti i figli della tenebra, punto di vista fraseologico, infatti, il prever-
ciascwto secondo il suo peccato nella vendetta bio civt( sottolinea la distanza fra il sacerdote
di Dio» (Regola della Comwrità [l QS] 1,9-11). e l'anonimo passante (cfr. anche il v. 32).
10,30 Da Gerusalemme a Gerico (chrò 10,33 Fu preso da compassione (amÀa'fxvtoerù
'It:pououÀ.lÌIJ. dç 'IEptxw) - Circa il collega- -n verbo ha una radice che richiama le interio-
mento fra le due città Giuseppe Flavio affer- ra (tà Ol!Àii"fXVU), cioè i sentimenti più profon-
ma: «Il tratto che va da essa [Gerico] fino a di. In Luca caratterizza l'intensa emozione di
Gerusalemme è deserto e roccioso» (Gue"a Gesù di fronte alla donna vedova che ha perso
giudaica 4,8,3 § 474). il suo unico figlio (7, 13); inoltre l'evangelista
10,31 Passò oltre -Alla lettera: «fece un utilizza lo stesso verbo per esprimere lo slancio
giro intorno a lui e passò oltre». Luca, per del padre allorché vede il figlio prodigo che si
mezzo del verbo civn 1Tup4\PXOIJUL, dà quasi sta avvicinando a casa (15,20).

effetto ironico. A fronte dell'accostamento fra Dio e il prossimo, Gesù tira le


conseguenze: «Fa' questo e vivrai!» (v. 28). La nuova domanda dell' interlocutore
obbliga Gesù a cambiare strategia: non può offrire una definizione; racconta invece
una parabola, cioè una storia fittizia che per sua natura coinvolge l'ascoltatore e
lo obbliga a tirare le conclusioni secondo la logica espressa dalla parabola stessa.
l personaggi. D primo personaggio è un uomo qualunque, senza nome, assalito
e spogliato delle sue vesti, cioè privato di qualsiasi segno identitario. Nel momento
in cui giunge il sacerdote, si attende qualcosa: ora, finalmente, avverrà, quanto deve
avvenire! Frustrando l'attesa del lettore, il narratore trasforma la suspense in sorpresa:
il sacerdote passa accanto al ferito e lo supera, senza prendersi cura di lui. Illevita poi
fa esattamente la stessa cosa a spese del ferito, il quale vede sfumare per due volte la
possibilità di un soccorso. V'è un 'ulteriore sorpresa: l'arrivo di un samaritano, perso-
naggio certamente inviso ai giudei (cfr. Gv 4,9). Gesù caratterizza la sua reazione: egli
«è preso da compassione» (v. 33). L'olio e il vino sono i medicamenti dell'epoca; i
due denari sborsati erano sufficienti per alloggiare nell'albergo almeno due settimane.
LUCA 10,34 202

34 KaÌ npocrEÀ9wv Ka-rÉOTJcrEV -rà -rpau}la-ra aòrou èmxÉwv €ft.atov


KaÌ oìvov, Èm~t~acrac; OÈ aù-ròv Ènì -rò \òtov Ktijvoc; ~yayEV aòròv
EÌ<; navÒOXEiOV KaÌ ÈnE}lEÀ~9TJ aù-rou. 35 KaÌ Ènì 'tlÌV auptOV
ÈK~aÀWv €òwKEV òuo OTJvapta -r<T> navòoxEi Kaì EÌnEV· Èm}lEÀ~9TJn
aù-rou, Kaì on liv npocr&xnav~crnc; èyw ÈV -r<T> ÈnavÉpXEcr9ai }lE
ne;
ànoowcrw CJ01. 36 'tOU'tWV 'tWV 'tptwv nÀTJcrlOV OoKEi CJO\ YEYOVÉva\
-rou È}lnEcrév-roc; Eic; -roùc; ÀnCJTac;; 37 6 oè: EÌnEV· 6 not~crac; -rò ÉÀ.Eoc;
JlET' aù-rou. EÌnEV oè: aù-r<T> 6 'ITJcrouc;· nopruou Kaì crù noiEt 6}loiwc;.
38 'Ev ÒÈ -r<T> nopet)Ecr9m aù-roùc; aòròc; ricn;ASEV rlc; KW}lTJV nva· )'UVlÌ 0€

ne; òvé}la'tl Map9a ÒnE~aro aòrév. 39 KaÌ 'tfj& JÌv à&Np~ KaÀou}lÉvTJ
Map~ [fU KaÌ napaKa9ECJ9Eicra npòc; 'tO'Òç né&xç 'tOU KUploU ~KOUEV
-ròv 'Myov aòrou. 40 ~ Oè: M<ip9a nEptromiro nEpì noÀÀ~ oUXKOViav

10,34 Olio e vino (Ucnov Kcxt olvov)- I me- giunta E:tç -ròv olKov cxòriic; «nella sua casa))
dicamenti dell'epoca per lenire e disinfetta- (che si trova, p. es., nel codice Alessandrino
re. Scrive lppocrate: «Dopo aver immerso le [A]), anche a motivo delle plurime e differenti
foglie di aro nel vino e nell'olio, si applicano attestazioni, è una glossa non necessaria.
sulla ferita tenendo le strette con una benda)) 10,39 Postasi a sedere ai piedi (mxpaKCX9EoeEiocx
(Lejèrite 22,3). npòc; -roùc; n6&xc;) - La postura di un disce-
+ 10,25-37 Testi affini: Mt 22,34-40; polo, come Paolo è stato istruito <<ai piedi di
Mc 12,28-34 Gamaliele)) (At 22,3). La posizione indica la
10,38 Lo accolse (iJTTE:~~cx-ro cxò-r6v)- L'ag- devozione nei confronti del maestro.

Il punto di vista. Da quale punto di vista Gesù ha raccontato la parabola? Non dal
punto di vista del samaritano, ma da quello del ferito: tutto avviene secondo i suoi
occhi. La parabola non punta all'esemplarità del sarnaritano, ma cerca di fare entrare
l'ascoltatore (e il lettore) nella pelle del ferito. L'uomo aggredito dai briganti non
ha identità. è senza un nome e senza una qualifica, è cioè un membro dell'umanità;
un'identità cosi aperta non può che facilitare il lettore a identificarsi in lui. Inoltre
sacerdote e !evita vedono il ferito e passano oltre senza fennarsi, e il narratore non ne
dice la ragione. Perché questo silenzio? Perché il punto di vista adottato dal narratore
è quello del ferito e il racconto rivela solo ciò che questi può sapere. Il ferito constata
solo che il sacerdote e il levita (riconoscibili dal loro abito) non si prendono cura di
lui. La parabola abbonda poi di particolari solo nel momento in cui il viandante ne
può disporre: quell'uomo sa bene che cosa gli ha fatto il samaritano! Così i dettagli
sono precisi: olio e vino sulle ferite, giumento, locanda, denaro. Infine, la domanda
posta da Gesù al dottore della Legge (v. 36) è la chiave per capire da che punto di
vista la parabola è narrata. Essa, infatti, interroga sull'identità del prossimo non più
a partire dal donatore (questa era la prospettiva del dottore della Legge, cfr. v. 29),
ma a partire dal beneficiario: è dalla misera situazione di una vittima che si decide
lo statuto del prossimo, non da una definizione teorica. Il racconto fittizio pennette
al lettore di entrare nella pelle di un essere umano in quella condizione disperata. È
203 LUCA 10,40

da compassione; 34avvicinatosi, gli fasciò le ferite, versando olio


e vino, poi lo caricò sul suo giumento, lo portò in un albergo e si
prese cura di lui. 35 11 giorno seguente, tirando fuori due denari,
(li) diede all'albergatore e disse: "Abbi cura di lui e quanto
spenderai in più io stesso te lo rifonderò al mio ritorno". 36 Chi di
questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è incappato
nei briganti?». 37 Quegli disse: «Colui che ha usato misericordia
con lui». Gli disse Gesù: «Va', fa' anche tu allo stesso modo!».
38 Mentre camminavano, egli entrò in un villaggio. Una donna

di nome Marta lo accolse. 39Ella aveva una sorella chiamata


Maria [che], postasi a sedere ai piedi del Signore, ascoltava la
sua parola. 40 Marta, invece, era occupata nei molteplici servizi.

10,40 Era occupata (nfpLfO'ITiito)- Il verbo bivalenza, creando un effetto di polisemia.


TTEpLoncio~L è un hapax legomenon (cioè Servizi (outKov(a)- Alcuni interpreti vor-
l'unica occorrenza) nel NT, usato all'imper- rebbero interpretare il vocabolo nel senso di
fetto con evidente senso di durata. Esso ha «ministero» (cfr. At 6,1.2.4). In realtà qui
un duplice valore: da una parte significa «es- significa solo «servizio a tavola». L' intro-
sere completamente occupato», «essere for- duzione di un nuovo campo semantico n-
temente sovraccaricato», dall'altra «essere guardante il ministero obbligherebbe a una
distolto, distratto». La differenza è fine: qui lettura allegorica dell'episodio, che pone più
Luca, volutamente, gioca sulla sottile am- problemi di quelli che vorrebbe risolvere.

il punto di vista adottato dal parabolista che provoca nel lettore il capovolgimento
di prospettiva; alla fine egli non può che rispondere, come il dottore della Legge,
ciò che è evidente: quando sono posto in una condizione di indigenza, qualunque
sia la mia identità, aspetto che un altro si riconosca prossimo per me.
10,38-42 Marta e Maria
Il cammino di Gesù e dei suoi discepoli e l'ospitalità offerta da una donna dà
luogo alla famosa disputa fra due sorelle. Marta e Maria fanno pensare alle due
sorelle di Betania di cui narra il quarto vangelo (cfr. Gv 11,1-12,8).
Due sorelle. Marta ospita Gesù (v. 38), ma Luca non concede nulla alla curiosità
a proposito dei suoi sentimenti o a proposito delle relazioni fra Gesù e questa donna
Maria, invece (v. 39), è presentata come la <<Sorella» (è sottolineato il legame fra le
due donne e il medesimo status) che si siede ai piedi dell'ospite, prendendo la postura
di un discepolo. Mai un maestro ebreo dell'epoca avrebbe accettato che una donna
assumesse nei suoi confronti l'atteggiamento di un discepolo. Il comportamento di
Maria è straniante e contravviene alle regole imposte dalla cultura del tempo. Luca
torna ancora una volta su Marta (v. 40a), caratterizzandola con un tennine sibillino,
che oscilla fra la distrazione e l'occupazione: il narratore cioè affenna che Marta «è
molto occupata», ma intende pure suggerire che tale occupazione sta prendendo la
piega della distrazione. Nel momento in cui Marta interviene (v. 40b) pone una do-
LUCA 10,41 204

Èmo-r<ioa ÒÈ EÌ1tEV' KUpl€, où }JÉÀEt oot on


~ àÒEÀ<p~ }JOU }JOVflV
}lE Ka-rÉÀmEV ÒtaKove:iv; EÌnÈ oòv aù-rfj \va }Jot ouvavnÀa~flt"<Xt.
41 ànoKptSdc; òè: EÌnEV aù-rfi ò Kop10c;· Mapea Mapea, llEPt}Jv~c;

Kaì Sopu~a~n ne:pì noÀÀa, 42 €vòc; òé Èonv xpEia· Maptà}J yàp nìv
àya9~v }JEp{òa È~EÀÉ~a-ro ~ne; oùK àcpatpe:S~oe:-rat aùn;c;.

10,41-42 Ti preoccupi e sei agitata per molte KaL 8op4l&(n TIEpL noua, 6.Hywv OÉ tanv
cose, ma una sola cosa è necessaria UtEplll* XPfta ii Èvéç («Marta, Marta, ti preoccupi e
KaL 8op~n TIEpL noUcX, Wòç OÉ wnv XPfUx) sei agitata per molte cose, ma di poche c'è ne-
- La tradizione manoscritta ha tramandato cessità, anzi di una sola)). Infine, il più antico
quattro forme della battuta di Gesù. La prima papiro attestante Luca (Bodmer XIV [1})75]) e
omette l'intera frase e legge: Mlipaa Mlipaa, altri codici leggono la forma scelta nell'edizio-
Maplcij.L (Vetus Latina, un manoscritto siria- ne critica qui riprodotta ILEpl!l* Kcù 8op43&(n
co). La seconda invece legge: llfPlllV~ Kat TIEpL noUcX, ÉvÒç OÉ wnv XPfEUx: questa quar-
9op4l&(n TIEPL TIOUcX, 6.Hywv OÉ wnv XPfUx ta forma gode della più antica attestazione e
(«Marta. Marta. ti preoccupi e sei agitata per spiega tutte le altre varianti, che risultano cosi
molte cose, ma di poche c'è necessitlb); Orige- essere tentativi di chiarire lD18 formula difficile.
ne e altri). La terza, attestata da grandi codici 10,41 Marta, Marta (Mup9a Mup9a) -
(Sinaitico [te], Vaticano [B]) legge: llfPlllV~ Nell'AI vi sono solo quattro occasioni nelle

manda retorica, fa un apprezzamento e avanza una richiesta. Ella, cioè, presuppone


l'approvazione dell'ospite e, senza nemmeno attendere la risposta di Gesù, gli dà un
ordine, ricorrendo a uno stratagemma: non parla direttamente a Maria, ma si rivolge
a Gesù. La scelta di parlare a Gesù e non a Maria esprime plasticarnente sia la presa
di distanza dalla sorella, sia il giudizio su di lei. Il lettore non fatica a cogliere l'ironia:
essa si fonda sullo scarto esistente fra la forma e il contenuto di quanto ella dice. Circa
il contenuto, prevale la sottolineatura della difficoltà: Marta afferma di essere sola, di
essere stata abbandonata da Maria, di avere bisogno di collaborazione; pare che non
ce la faccia a portare il peso della degna accoglienza dell'ospite e che necessiti dell'in-
tervento della sorella, di cui reclama la presenza in forza del legame di sangue. Ma dal
punto di vista della forma l'interrogativa retorica inchioda l' interlocutore e lo obbliga
a riconoscere la bontà delle ragioni portate, senza possibilità d'appello. L'imperativo,
poi, non lascia dubbi: Marta sta ordinando a Gesù di parlare a Maria in un certo modo.
Marta, Marta! A rispondere non è Gesù, ma «il Signore» (vv. 41-42) che interpella
Marta due volte: «Marta. Marta!». Si tratta di una chiamata, di una vocazione, più
che di un rimprovero (cfr. 13,34; 22,31 ). Gesù descrive il comportamento di Marta
per mezzo di due verbi: ella è «preoccupata» e «agitata». Marta è come risucchiata
nella spirale delle molte cose. Il contrappunto si fa forte: Marta era stata descritta da
Luca come donna occupata e/o distratta dalla dia/conia. La definizione di Gesù la
smaschera: quel servizio si è trasformato in preoccupazione e agitazione, senza che la
donna si rendesse conto del cambiamento intercorso. A prevalere non è il servizio ma
l'atteggiamento di dispersione, inquietudine e preoccupazione. Le «preoccupazioni))
(cfr. 8,14) erano le spine che, nel! 'interpretazione della parabola del seme, impedivano
alla parola di Dio di crescere. Evidente è l'ironia: colei che aveva tentato di piegare
l'ospite al proprio punto di vista, chiedendo un intervento autoritario nei confronti
della sorella, non solo non ottiene ciò che desidera, ma scopre di essere lei stessa
20.5 LUCA 10,42

Avvicinatasi, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha


lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti!». 41 11 Signore le
rispose: «Marta, Marta, ti preoccupi e sei agitata per molte cose,
42 ma una sola cosa è necessaria; Maria, infatti, ha scelto la parte

buona che non le sarà tolta».

quali quaiCWlo è chiamato due volte per nome: si pensiero, all'attesa ansiosa per qualcosa
Abraam (cfr. Gen 22,11), Giacobbe (cfr. Gen che incombe, al tormento interiore. n verbo
46,2), Mosè (cfr. Es 3,4), Samuele (cfr. lSam 9op~w, hapax legomenon nel NT, richia-
3,10). Si tratta, dunque, di una chiamata, di ma l'idea della confusione, del tumulto, della
una vocazione, più che di un rimprovero (cfr. sommossa, e quindi, al passivo, dell'essere
anche 13,34: «Gerusalemme, Gerusalemme!» inquieto, agitato, preoccupato. I due verbi
e 22,31: <<Simone, Simone» ). sono da considerare come un'endiadi.
Tì preoccupi e sei agitata (IJ.Epq.Lvqç Kat 10,42 Parte buona (ey ayaeìy IJ.EPLM) - La
eopu~aClJ) - n verbo IJ.EPLIJ.vaw nella sua Vulgata e alcuni manoscritti della Vetus Lati-
radice sottolinea ciò che è esistenzialmente na rendono optimam, che sottolinea l'eccelsa
importante e occupa il cuore. Il campo se- bontà ma non introduce la comparazione (cosa
mantico comprende un ampio ventaglio che che invece fa la traduzione «parte migliore»).
passa dalla cura alla preoccupazione, al dar- + 10,38-42 Testi affini: Gv 11,1; 12,1-3
oggetto di un giudizio che ne caratterizza l'operato secondo un criterio ben differente.
In netta contrapposizione, Gesù enuncia il criterio fondamentale. Il contrasto è molto
marcato: da una parte la preoccupazione e l'affanno, dall'altra «un'unica necessità>>,
che Gesù tuttavia non definisce precisamente, se non ritornando sul comportamento
di Maria e obbligando Marta (e il lettore) a un esercizio di intelligenza e di interpre-
tazione. Gesù configura il comportamento di Maria caratterizzandolo come la scelta
della «parte buona» (v. 42). L'aggettivo «buona» ricorda la terra che dava frutto nella
parabola del seme. Come la parola di Gesù sulle preoccupazioni evocava il terreno
infestato da spine (cfr. 8,14), incapace di condurre il seme a completa maturazione,
cosi il riferimento alla <<parte buona>> richiama la terra fertile, ovverosia il cuore buono
e perfetto di chi ascolta, custodisce e produce frutto (cfr. 8, 15).
Ascoltare la Parola L'identificazione con le due donne appare essere l'effetto sol-
lecitato dal testo. Essa è tradizionalmente avvenuta per mezzo della tipizzazione su
base allegorizzante (azione contro contemplazione, vita monastica contro vita attiva
nel mondo). Ben più rilevante appare, invece, la differenza fra un ascolto attento, se-
gno di un atteggiamento discepolare, e tutta una serie di distrazioni che impediscono
una vera accoglienza. Occorre salvaguardare pure una notevole differenza fra lettore
e personaggi. Il lettore non può più accogliere Gesù sotto il tetto della propria casa.
Ma proprio per questa ragione il narratore annota che Maria «ascoltava la sua parola»
(v. 39) invece di dire, con maggiore naturalezza, che «Maria lo ascoltava>>. Tale sottile
ma sostanziale differenza invita il lettore a riconoscere che la medesima esperienza di
Maria è possibile a lui, molti anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù, nella vicenda di
fede cui è stato iniziato. Se, infatti, l'ascolto diretto di Gesù è negato al lettore, in quanto
esperienza legata alla presenza storica del Nazareno, non gli è invece sottratto l'ascolto
della sua parola, accessibile per mezzo della mediazione del testo composto sulla base
della trasmissione dei testimoni divenuti ministri di quella medesima parola (cfr. l ,2).
LUCA 11,1 206

11wç 1Kaì ÈyÉvETo tv r4) dvat aùròv tv r6mf) nvì 1tpocrrux6J.1EVOV,


f:mrucraro, drrév nç TWV J.!<XBJ1TWV aùroO 1tpÒç aùr6v· J<Up~.
5(5a~ov ~J.Laç 1tpocreuxeo9at, K<XBwç Kaì 'Iwcivv11ç t5(5a~ev roùç
}1CXBJ1ràç aùroO. 2 eÌltfV 5È aùroiç· orav 1tpOCJeUXJ1o9e Àéyere·
mhep,
ayta:cre~rw rò ovoJ.La crou·
è:ÀBÉtw ~ ~acrtÀE:(a crou·
3 tÒV aptOV ~J.LWV rÒv Èmoumov 5{5ou ~}liV rÒ KaB' ~J.!Épav·

4 Ka:Ì acpeç ~J.LiV ràç aJ.Lapr{a:ç ~}lWV,

Ka:Ì yàp aùroì àcp(oJ.LE:V 1tavrl ÒcpelÀovn ~J.Liv·


' \ t , (-, ,
KCll Jlll flCJE:VfYKn<; 1'JJ.L<X<; et<; ltelp<XCJJ.LOV.
Il 11,1-4 Testo parallelo: Mt 6,9-13 vranità», ((potere regale»). Gesù lo usa nei
11,2 Padre (1TtttEp)- Rimanda all'aramaico due sensi. Qui prevale il secondo significato.
'abbii '(cfr. Mc 14,36; Rm 8,15; Gal4,6): era 11,3 Per domani (fmoiJOLov)- Già Origene
il tennine tipico per rivolgersi al genitore sia scriveva: di tennine E1T~oixnoç non viene ci-
da parte del bambino piccolo sia da parte del tato da nessuno scrittore greco né da alcun fi-
figlio adulto nei confronti del padre anziano. losofo e non è nemmeno usato nella lingua
Sia santificato (liyuwef)tw)- Si tratta di un parlata dal popolo, ma sembra essere stato co-
imperativo aoristo passivo: il verbo passivo niato dagli evangelisti» (La preghiera 27, 7).
introduce Dio come soggetto senza nominar- Filologicamente è possibile spiegare il parti-
lo (il cosiddetto passivo divino o teologico). cipio a partire dal verbo bnfvlt~. ((Venire a>>
Regno (lxw~À.f(a)- Il tennine può essere in- (con sottinteso 1\Jpa): ((per il giorno seguen-
teso staticamente, cioè in senso geografico te», quindi «pane per il giorno che viene, per
come luogo (il «regno»), e dinamicamente, domani» (cfr. At 7,26; 20,15; 21,18 dove si
cioè in senso funzionale come azione (((So- usa il participio di É1TEL11 ~ ). Si tratta della stessa
11,1-13 La preghiera di Gesù
L 'orazione. Gesù è spesso ritratto in preghiera nel terzo vangelo: allorché lo Spi-
rito scende su di lui (cfr. 3,21-22), in luoghi deserti (cfr. 4,42; 5,16), nei momenti di
svolta del suo ministero- quando chiama i discepoli (cfr. 6,12-13 ), al momento della
confessione di Pietro (cfr. 9,18), alla trasfigurazione (cfr. 9,28)- e poi Luca riporta
la preghiera di Gesù al monte degli Ulivi (cfr. 22,40-42) e sulla croce (cfr. 23,34.46).
La sua preghiera diventa occasione per una domanda dei discepoli, che chiedono di
disporre di una preghiera per il loro gruppo, evocando l'insegnamento del Battista.
Non si conosce quale fosse la preghiera propria dei discepoli di Giovanni (cfr. 5,33),
disponiamo invece dell'insegnamento di Gesù. La versione lucana della preghiera è
simile a quella di Mt 6,9-13 ma più corta (in greco hanno ventisei termini in comune
su un totale di cinquantasette per Matteo e di trentotto per Luca). La struttura è simile:
ambedue iniziano con un'invocazione al Padre, cui seguono due serie di domande;
la prima serie (tre in Matteo, due in Luca) è relativa a Dio (il tu), la seconda serie (tre
petizioni) è relativa agli oranti (il nm); l'ordine delle domande è lo stesso. Matteo ha
sei (o, secondo altri interpreti, sette) petizioni, mentre Luca ne ha solo cinque.
La preghiera inizia con la semplice invocazione <<Padre», termine che ritornerà
durante la passione (cfr. 22,42; 23,34.46); esso esprime una relazione nell'ordine della
prossimità: anche «re», «Signore» e «padrone» (cosi spesso iniziavano alcune preghie-
re nella tradizione d'Israele) sono termini relazionali ma sottolineano la trascendenza e
207 LUCA 11,4

11 1Eglistava pregando in un certo luogo; quando ebbe finito,


uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a
pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
2Disse loro: «Quando pregate dite:

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo Regno;
3il pane nostro, per domani, continua a darci ogni giorno;
4e perdonaci i nostri peccati,

anche noi infatti li perdoniamo a ogni nostro debitore;


e non farci entrare nella tentazione».
lettura ricordata da Girolamo: «Nel vangelo nel mondo greco per esprimere l'errore e
detto secondo gli Ebrei in luogo di ''pane su- lo sbaglio, ma indicante anche l'offesa alla
persostanziale" ho trovato mahar, che signifi- divinità. Forse all'origine c'era lo stesso vo-
ca "di domani", di modo che il significato è "il cabolo aramaico /;I{Jbli ' («debito» e «pecca-
nostro pane di domani", cioè "futuro", daccelo to») reso da Mt 6,12 con ~L~.TJ.Lil («debito»,
oggi» (Commento a Matteo 6,11 ). radice mantenuta da Luca nell'espressione
Continua a darci (B(Iiou)- L'imperativo pre- no:vtÌ. ~(A.ovn tii.Liv).
sente esprime l'idea di un'azione prolungata Non farci entrare (EOlat;:viyl<u;)- D verbo può
e ripetitiva, reiterata. Questa richiesta si ~ essere inteso in prima battuta cosi: «non por-
sa benissimo con la seguente precisazione tarci», «non condurci dentro»; l'espressione
temporale (Ka9' ~v) di senso distributivo indica non solo l'ingresso dentro la tentazione,
(<<giorno per giorno», <<ogni giorno di nuovo»). ma il rimanetVi per soccombervi. In seconda
11,4 I nostri peccati (t~ ÙfW.ptLaç l}~Wv)­ battuta il verbo può essere inteso come un cau-
Luca utilizza il tennine Ùj.W.ptta, conosciuto sativo: «fa' che non entriamo in tentazione».
un rapporto di dipendenza. <<Padre», invece, rappresenta la prossimità e la familiarità
in seno alla relazione più universale offerta all'esperienza umana. La preghiera, cioè,
comincia con una sorta di promessa di salvezza: è la preghiera dei figli di Dio. La prima
richiesta («sia santificato ... ») rimanda a testi dove Dio stesso deve santificare il suo
nome (cfr. Lv 22,31-33; ls 29,23; Ez36,22-26). Il «nome» indica i caratteri e le qualità
di chi lo porta, cioè l'identità. Quindi, la santificazione del nome è che Dio si mostri
per quello che è nella sua presenza sovrana e compassionevole. La seconda richiesta
(<<Venga... ») ha a tema il Regno: Gesù ne ha proclamato la vicinanza e la presenza
proprio nella sua persona e nell'esercizio della sua missione (cfr. 17,20; 22,18); nella
preghiera il discepolo affida a Dio la venuta del Regno, gli chiede di intervenire nella
storia e nella sua vita: quel Regno presente e nascosto in Cristo (cfr. 8,10) diventi
vicino e visibile. La terza richiesta («il pane ... ») domanda a Dio per domani un do-
no che egli stesso dovrà rinnovare ogni giorno. La quarta richiesta («perdonaci...»)
introduce il linguaggio del peccato: l'orante chiede il perdono a Dio, motivando la
propria richiesta con la disponibilità a perdonare. Tuttavia la motivazione («perché
noi») non significa che il perdono accordato dall'arante ai suoi debitori sia la causa
del perdono di Dio (cfr. Sir 28,2-4 ): «il perdono fraterno non è la ragione del perdono
di Dio, però è il momento della sua verità» (Maggioni). L'ultima richiesta (<<non farci
entrare ... ») è la sola formulata negativamente: la tentazione è la prova eccessiva che
conduce a perdersi e a rinnegare Dio; l' orante supplica che Dio non ve lo conduca.
LUCA 11,5 208

5 Kaì EÌ1t€V rrpòç mrrouç· riç È~ Ù}.lWV E~El <piÀOV KaÌ ltOpEUO'Et"alTtpÒç
aùtÒV }.lEO'OVUKTIOU KaÌ Elltfl aùt4)· <piÀE, XPflO'OV }.lOl tpEiç ap-couç,
6 ÈTtElÒ~ <piÀoç }.lOU TtapE)'ÉvEtO È~ 6ÒOU Ttpoç }lE KaÌ OÙK ExW O

rrapae~ow aù-r4)· 7 KàKEivoç Eow9EV àrroKpt9dç Etltfl'll~ }.lOl K6Ttouç


mipEXE' ~Òll ~ 9upa KÉKÀelotal KaÌ -cà Ttatò{a }.lOU }.lEt' È}.lOU EÌç ~V
KOtt"llV Eimv· où òwa}.lat àvaotàç òouva{ oot. 8 'Myw Ù}.liv, Ei Kaì où
ÒWO'El aùt4) àvaotàc; òtà -rò dvat <piÀov aùrou, òui yE ~v àva{ÒEtav
aù-rou Èycpedç òWoa aùr4> oowv XPtl~Et. 9 Kàyw Ù}.liv 'Myw, airEitE
KaÌ Òo9~0'Etal Ù}.liV, ~llt"Elt"E KaÌ EÙp~O'Et"f:, KpOUETE KaÌ <ÌvOl~O'Et"al
Ù}.liv· 10 mxc; yàp 6 ai-rwv Àa}.l~<ivEt KaÌ 6 ~11-rwv Eùp{OKEt Kaì r4)
Kpouovn àvmy[~o]E-rat. 11 riva ÒÈ È~ Ù}.lWV ròv rra-rÉpa ai~oEt6
uiòc; ixeuv, Kaì àvrl ixeuoc; ocptv aù-r4> ÈmòwoEt.; 12 ~ Kaì ai~oEt
<f>ov, ÈmÒWO'El aù-c4) O'KOpiDOV; 13 EÌ oÒv Ù}.lEiç ltOVllPOÌ ÙltcXPXOVTEç
OtbatE ÒO}.lat"a àya9à ÒtÒovat miç TÉKVmç Ù}.lWV, 1t00'4> }.l<ÌÀÀoV 6
rra~p [6] È~ oùpavou òwoEtTtVEO}.la aytov roiç ai-roumv aù-r6v.
14 Kaì ~V ÈK{3illwv &n}.l0v10V [KaÌ aù-cò ~V] KW<pOV' ÈyÉvETO ÒÈ tOU

òat}.lovtou È~EÀe6v-roç ÈMÀllO'EV 6 KW<pÒç KaÌ È9av}.laoav oi QxÀoL

//11,5-13 Testo parallelo: Mt 7,7-11 legomenon nel NT) non indica la «perseve-
11,5 Se uno fra voi (tLt; E:~ ÙIJ.Wv)- La frase ranza>>, quanto più l' <dnsolenza», la sfronta-
interrogativa è un anacoluto; il verbo prin- tezza di chi viola le regole sociali costituite.
cipale è solo al v. 8 (Àfyw Ù!J.iv). 11,13 Dal cielo ([o] É~ oup~tvoii)- Il testo
11,8/nsolenza (av~tL&ut)- Il termine (hapax non è certo. La presenza dell'articolo 6 (p.

Insegnamento sulla preghiera. L'orazione di Gesù è seguita da un insegnamento sulla


preghiera composto di due similitudini nei vv. 5-8 (propri di Luca) e 11-13 (che trovano
un parallelo in Matteo), separate da un'esortazione (vv. 9-10). La prima similitudine
è ambientata in una casa povera dell'epoca, fonnata da una sola stanza dove adulti e
bambini donnivano stesi per terra. Per parlare della preghiera, Gesù narra un racconto
fittizio dove un uomo disturba oltre ogni limite un altro uomo, interpellato a sua volta dal
bisogno di un terzo. La domanda retorica («Chi di voi~>) attende una risposta: nessuno!
Tuttavia, l'inopportuna richiesta di pane nel cuore della notte non trova sorprendentemente
un diniego. La similitudine non è un'allegoria: il lettore non confonderà Dio con l'amico
svegliato improvvisamente, ma noterà come l'uomo verrà incontro alla richiesta inoppor-
tuna non in virtù dell'amicizia ma proprio per l'insolenza sfrontata di colui che chiede.
L'applicazione della parabola (vv. 9-1 O) inizia con una regola proveniente dalla saggez-
za popolare: tre verbi di richiesta(«chiedere», «cercare», «bussare») trovano pronta risposta
(«riceve», <<trovare», «aprire»); tuttavia per mezzo di due bei passivi teologici («sarà dato»
e «sarà aperto») si transita dall'agire umano a quello divino: ciò che solitamente è vero
nelle relazioni fra le persone è ancor più vero a proposito della preghiera indirizzata a Dio.
L'idea è ribadita dagli esempi finali (vv. 11-13) che ritornano sulla figura del padre
209 LUCA 11,14

5Poi disse loro: «Se uno fra voi ha un amico, va da lui a


mezzanotte e gli dice: "Amico prestami tre pani, 6poiché è giunto
da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli" 7e
quegli dall'interno gli risponde: "Non m'infastidire, la porta è già
chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi
a darteli", &vi dico che anche se non si alzerà a darglieli perché
è suo amico, almeno per la sua insolenza si alzerà a dargliene
quanti ne ha bisogno. 9E io vi dico: chiedete e vi sarà dato,
cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque
chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11 Quale
padre fra voi a cui il figlio chiederà un pesce, al posto del
pesce gli darà una serpe? 120, se chiederà un uovo, gli darà uno
scorpione? 13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare ai vostri
figli doni buoni, molto più il Padre dal cielo darà lo Spirito Santo
a quanti glielo chiedono».
14 Stava scacciando un demonio [e questo era] muto. Uscito

il demonio, il muto iniziò a parlare e le folle si stupirono.

es., nei codici Vaticano [B) e Alessandri- dell'articolo (p. es., nel papiro Bodmer XIV
no [A]), spingerebbe a intendere: <<il padre (!p75 ]) porta invece a tradurre: «il padre darà
quello dal cielo)), oppure, riconoscendo la dal cielm>.
pregnanza della costruzione ò t~: «il padre //11,14-23 Testi paralleli: Mt 12,22-30; Mc
che è nel cielo darà dal cielo)); l'assenza 3,22-27

(qui certamente umano), con evidente allusione alla preghiera del Padre (cfr. v. 2): la
richiesta di un figlio verso un genitore si fonda sulla certezza dell'esaudimento e non sulla
perversione della domanda S'impone così un ragionamento afortiori: se gli uomini, pur
nella loro cattiveria, sanno compiere il bene, quanto più farà Dio, il Padre, verso tutti i
suoi figli. Infine, Luca ricorda che Dio offrirà il dono per eccellenza, ovverosia lo Spirito
Santo (il pamllelo di Mt 7,11 parla di «doni buoni»). Anche se i discepoli riceveranno
il dono dello Spirito solo a Pentecoste (cfr. At 2,1-4 ), qui se ne indica l'importanza (e
Luca insisterà sul carattere di «dono»: At 2,38; 8,20; l 0,45; Il, 17).
11,14-36// regno di Satana
La controversia domina questa pericope dove Gesù è attaccato frontalmente. Non si
tratta di una contestazione del potere taumatwgico di Gesù, ma di una discussione sull'ori-
gine di questo potere. Da dove viene la forza liberatrice? In un mondo alla ricerca quasi
ossessiva di guaritori di ogni genere, la pratica di Gesù si situa agli antipodi dell'azione
magica. Il suo potere di guarire non viene da una forza occulta o demoniaca, ma da Dio.
Emerge che una parte della folla è contro Gesù: egli risponde come un profeta, esprimendo
un giudizio indirizzato verso coloro che dimostrano di essere ciechi e sordi.
Gesù e BeelzebuJ. La breve notizia di un esorcismo (v. 14) introduce la controversia
LUCA 11,15 210

15 nvÈç ~ ~ a&rwv EÌnov Èv ~E~oÙÀ r4) èipxovn rwv &nlJoviwV


EK{3cXÀÀEl rà &n1J6vta· 16 ETEpOl ~ rrap<Xl;ovra; art~~ oòpavoO
~~rovv mxp' a&roo. 17 a&ròç ~ rl&x; a&rwv rà ~uxvo~1-1ara àTCEV
a&roiç rnXoo ~acnÀEia f.cp' éaunìv ~~ptoMoo fpfllJOO"Cm KCXÌ oÌKOç
f.nì OtKOV mma 18 EÌ ~ KCXÌ Òoarav(iç f.cp' émrròv ~lf:llEPloefl, 1tGx;
OTaOrlOE"Cat ~ ~crtÀEia aìrroO; On ÀÉyETE Èv ~~OÙÀ f.KI3cXÀÀElv lJE
rà Ò<n}lévux. 19 ri ~ f.yw Èv B~~oÙÀ f.KI3ciÀÀw rà Ò<n}lévux, oì uÌOÌ
Ù}lWV Èv nVl f.KI3illoucnv; ~là roO"Co a&roì ÙlJG'>v Kptraì Écrovrcn.
2l) ri ~ Èv &xKro~ Se:oO [f.yw] f.KI3ciÀÀw rà &n1J6wx, èipa lcp9aaf:v f.cp'

Ù}lfu; ~ ~acnÀE{a roO 9Eo0. 21 orav ÒÌOXUpÒ<; Ka9w1tÀlcrjJéVoç cpuM:oon


nìv éauroO aòÀ~v, Èv rlp~n f.O'tìv rà ùmlpxovra a&rov 22 Enàv ~
icrxup6rEpoç a&roo btE:À9Wv VlKTlcrn a&r6v, nìv navonMav a&roo
a\'pEt f.cp' lÌ f.nEno{9a KCXÌ rà OKOÀa a&roO ~ux~{Owcnv. 23 'O }l~ wv llf:"C'
f.}loO Kar' f.}loO f.O'ttv, KCXÌ ò ll~ crvvaywv lJEr' f.}loO cnro~a 24 "Orav rò
àKaeaprov nvf:OlJa f.~D.en ànò roO àv9pWm>u, ~tipxerm ~t' àW~pwv
"COnWV <fl"COW àvarnXUOlV KCXÌ }l~ rop{cnrov [r6"CE] ÀÉya· ÙTcoot'pÉlpW EÌç
"CÒV OtKOv }lOU 09EV ~ij.ÀBoV 25 KCXÌ ÈÀBÒV ropicn<Et crEcr<Ipw}JfvOV KaÌ

11,15 Beelzebu/ (.BW.{$>llÀ} - D vocabolo ri- 11,19/ vostri seguaci- Il tennine ulo( indica
oorre solo qui (e nei vv. 18-19) nell'opera lucana i membri di un gruppo o di una classe sociale
(cfr. Mc 3,22; Mt 10,25; 12,24.27). È il nome di che operavano esorcismi. Giuseppe Flavio
un antico dio cananaico (il cui significato è «si- racconta di un tale Eleazaro che in presenza
gnore [o "principe'1 del luogo elevato»), rioorda- di Vespasiano liberò un indemoniato (cfr.
to dalla versione di Sinunaoo (cfr. 4Re 1,2 [1M Antichità giudaiche 8,2,5 §§ 46-48).
2Re 1,2]) come dio di Ekron. Nel NT è sempre 11,20 Il dito di Dio (ÈV liaKtuÀ!V 9Eou)- L'im-
menzionato come un demonio (cfr. v. 18). magine allude a Es 8, 15, secondo la versione
11,16 Metter/o alla prova (nHp&çovtEç)- Il della Settanta, dove i maghi d'Egitto, inca-
participio presente ha un leggero valore di paci di contrastare Mosè e Aronne durante
futuro ed esprime la volontà o l'intenzione. la piaga delle zanzare, riconoscono l'inter-

a proposito degli esorcismi di Gesù (vv. 15-20). L'accusa rivoltagli è estremamente


forte, in quanto egli è posto dalla parte di Beelzebul, cioè dalla parte del principe
delle forze del male, dunque contro Dio. La risposta di Gesù non è diretta, ma fa uso
di alcune immagini che obbligano gli interlocutori a pensare e a trarre alcune con-
seguenze. Il primo argomento (vv. 17-18) è logico: se il potere di Satana è utilizzato
contro i demoni, nel suo regno è in atto una guerra civile; è dunque assurdo ritenere
che Satana stia distruggendo il suo stesso regno. Al contrario, l'azione di Gesù è se-
gno del tempo escatologico nel quale il potere di Satana viene meno (cfr. 10,18). Ne
consegue che Gesù non può essere posseduto da Satana, proprio perché ha liberato
un altro posseduto. Il secondo argomento (v. 19) coinvolge altri anonimi personaggi
capaci di compiere liberazioni: se gli interlocutori di Gesù denigrano l'origine divina
di questi esorcismi si troveranno in contraddizione con loro stessi e saranno obbligati
a ritrattare. Scardinata ogni accusa, Gesù offi'e un'interpretazione alternativa della sua
211 LUCA 11,25

15Ma alcuni fra loro dissero: «È per mezzo di Beelzebul, principe


dei demoni, che scaccia i demoni». 16Altri, per metterlo alla prova,
gli chiedevano un segno dal cielo. 17Egli, conoscendo i loro pensieri,
disse: «Ogni regno diviso in se stesso è devastato e una casa cade
sull'altra. 18Se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare
in piedi il suo regno? Dite che io scaccio i demoni per mezzo di
Beelzebul. '~a se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebul,
i vostri seguaci per mezzo di chi (li) scacciano? Per questo essi
saranno vostri giudici. 20 Se, invece, [io] scaccio i demoni con il dito
di Dio, allora è arrivato fra voi il regno di Dio. 21 Quando un (uomo)
forte, ben armato, custodisce il suo palazzo, i suoi beni sono in pace.
22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, prende la sua armatura,

nella quale confidava, e distribuisce il bottino. 23 Chi non è con me


è contro di me e chi non raccoglie con me disperde. 24Quando lo
spirito impuro esce dall'uomo, vaga per luoghi aridi, cercando
riposo e, non trovandone, dice: "Ritornerò nella mia casa da cui
sono uscito". 25 Giunto, la trova ripulita e ordinata.

vento di Dio. Il Targum (versione aramaica di «avvicinarsi», «essere sul punto di entrare
della Bibbia) rende l'espressione <da forza in contatto»). Tuttavia, le parole di Gesù insi·
di Dio»: il dito, infatti, indica antropomorfi- stono sull'arrivo del Regno «fra voi» o anche
camente la forza che agisce. «dentro di voi»: gli esorcismi sono tutt'altro
È arrivato ("ECj>ecwfv)- Il verbo significa «ar· che segni di magia, essi dimostrano la pre·
rivare prima», «precedere» e quindi «essere senza della signoria operante di Dio qui e ora.
appena giunto»: è stato al centro della discus- Il Regno appartiene a Dio ed è presente per
sione fra coloro che vi vedevano un segno mezzo di Cristo, della sua Parola e del suo
dell'escatologia realizzata e coloro che inve- Spirito, è accolto dalla comunità in una fonna
ce sostenevano l'escatologia realizzantesi (i che la manifestazione finale renderà gloriosa.
quali invece davano al tennine l'accezione Il 11,24-28 Testo parallelo: Mt 12,43-45

opera (v. 20): l'origine del suo potere contro la forza satanica è in Dio. Se compie gli
esorcismi per la potenza efficace di Dio, allora la vittoria sul male inaugura il tempo
nuovo del Regno. Gesù agisce secondo le istruzioni date ai settantadue discepoli (cfr.
l 0,9): guarigioni ed esorcismi sono il segno del tempo della promessa e della salvezza
Il più forte. La lotta fra Dio e il male è rappresentata per mezzo di una similitu-
dine: da una parte v'è un uomo forte e ben armato, dall'altra un uomo più forte che
lo vince. Nell'uomo forte s'intravede Satana, che custodisce militannente il suo
palazzo (cioè coloro che sono posseduti dai demoni); nel «più forte», invece, Gesù
che soppianta Satana e gli sottrae coloro che erano a lui asserviti. La venuta del «più
forte» era già stata annunciata dal Battista (cfr. 3,16). L'appello ad aderire a Gesù
(v. 23) si comprende nel contesto della lotta contro il male: tale contesto permette di
intendere la differenza fra questa dichiarazione e quella pressoché contraria di 9,50.
L'esempio degli spiriti impuri (vv. 24-25) mette in guardia dal pericolo che
LUCA 11,26 212

KE1<00}lJ1}lÉYOV. 26 -r6-re nopa}e-ra:tK<XÌ na:pa:Àa}lj3<Xvu Et-epa: TtVEU).UlT<X


1tOVJ1pOTEpa: É<WTOU rnà: K<XÌ EÌcrEÀSOVT<X Ka:TOtKEi ÈKei· K<XÌ ytVET<Xt -rà:
loxa:-ra: TOU àvap<{>nou ÈKElVOU xdpova: TWV 1tpWTWV. 27 'EyÉvETO ÒÈ tv
T<f'> ÀÉyEtv <XÙTÒV TaVr<X ÈrnXpa:cra nç <pWV~V yu~ ÈK TOU OxÀoU EÌnEV
a:ù-rq>·lla:K<Xpia: ~ xoWa: ~ ~a:a-racra:cra ere K<XÌ lla:a-roì oiX; è:allM:cra:ç.
28 a:ùTòç ÒÈ EÌltfV"llEVOUv ll<XMptOt oì à:KOUOVTEç TÒV Myov TOU aeoO

K<XÌ <puMcrcrOVTEç. 29 Twv ÒÈ oxft.wv ÈJta:Spo~OllÉYWV ~p~a:TO ÀÉyEtV'


~ YEVEÒ: aUTJ1 YEVE<Ì 1tOVJ1pa Èanv· C1J1}lEiOV ~f1TEi, Ka:Ì C1J1llélOV OÙ
òo9tlae-ra:t a:ùTfi Ei l!~ -rò C111l!Eiov 'Iwva. 30 K<XSwç yà:p è:yéve-ro 'Iwvaç
TOiç NtVEUlTa:tç C1J1}JEioV, OUTWç faTa:t Ka:Ì Òuìòç TOU àv9pW1tOU Tfi
yevefj. -ra:Vrn. 31 ~cM.wcra: v6-rou è:yepStlae-ra:t Èv Tfi KplCJEtl!ETà: -rwv
àvòpG>v n;ç yeveaç -ra:6TJ1ç Ka:ì K<XT<XKptvei a:ù-rouç, éSn ~Mev è:K -rwv
nEpa-rwv Tfjç yfjç à:Kooom ~v cre<pla:v lliÀol!wvoç, K<XÌ iòoù nkiov

11,26 Sette spiriti (~tepa tTVHJ~ta)- Pro- ne di Giacobbe su Giuseppe (cfr. Gen 49,25).
babilmente simboleggiano la totalità degli 11,28 Ascoltano... custodiscono (oi
spiriti impuri. Qualche interprete li conside- ciKouovnç ... cjluÀaooovnç) - Il verbo
ra come la controparte dei sette angeli della <jluÀaaow è frequente nel Deuteronomio,
presenza divina (cfr. Tb 12,15). dove Dio ordina di custodire e osservare i
11,27 Il grembo ... il seno (lÌ KOLÀ.La ••• comandamenti. I due verbi in coppia ritor-
~ato() - La menzione degli organi è una nano in Es 23,22 e Dt 7,12.
sineddoche per indicare la donna al centro Il 11,29-32 Testi paralleli: Mt 12,38-42; Mc
della lode: si sente l'allusione alla benedizio- 8,11-12

un'adesione tiepida a Gesù rischia di provocare. Benché l'immagine preceden-


te abbia insistito sulla venuta del Regno e sul potere dell'uomo forte, il secondo
esempio rappresenta un freno: infatti, la vittoria sullo spirito impuro non conduce
a un miglioramento, piuttosto a un peggioramento. Il passo non è per nulla chiaro,
in quanto Gesù non indica la causa della recrudescenza. Una luce può venire dal
contesto: la rivincita di Satana è legata a coloro che, dopo essere stati liberati dagli
spiriti impuri, rifiutano di impegnarsi con Gesù (cfr. v. 23) o di ascoltare la Parola
(cfr. v. 28). Chi ha accolto l'annuncio di Gesù non è al riparo da una nuova caduta: il
lettore è messo in guardia e così è invitato a vigilare di fronte alla potenza del male.
Beati. Se l'esorcismo aveva provocato lo stupore delle folle (cfr. 11,14),le parole
di Gesù suscitano l'approvazione entusiasta di una donna Proclamare la beatitudine di
una madre per esprimere l'ammirazione nei confronti di un figlio è usanza corrente del
giudaismo. Ma ali' elogio nei confronti della madre Gesù contrappone un'altra beatitu-
dine. L'inversione dei ruoli è evidente: alla donna che voleva onorario proclamandolo
«beato», Gesù risponde proclamando la beatitudine dei credenti che nell'ascolto e
nella custodia della parola di Dio potranno lottare contro il ritorno delle forze del male.
L'affermazione dell'anonima donna, infatti, richiama alla memoria quanto Elisabetta
diceva di Maria, proclamandola «beata» (cfr. 1,45), mentre la risposta di Gesù ribadi-
213 LUCA 11,31

26 Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, entra e abita là. E
la condizione ultima di quell'uomo diventa peggiore della prima».
27Mentre diceva questo, una donna dalla folla, alzata la voce, gli

disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che hai succhiato».


28 Ma egli disse: «Beati, piuttosto, coloro che ascoltano la parola di

Dio e (la) custodiscono». 29Poiché le folle si accalcavano, cominciò


a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; cerca un
segno ma non le sarà dato se non il segno di Giona. 3°Come, infatti,
Giona divenne un segno per i Niniviti, così anche il Figlio de li 'uomo
Io sarà per questa generazione. 31 Nel giudizio la regina del Sud si
alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà,
poiché (ella) giunse dalle estremità della terra per ascoltare la
sapienza di Salomone, ed ecco, qui (c'è) molto più di Salomone!

11,29 Segno (01}1fiov)- Inteso come wt por- -Riferendosi all'episodio di IRe 10 il narra-
tento visibile e percepibile con i sensi per tore condensa in una sola espressione le carat-
riconoscere l'autorità di Gesù. teristiche di Salomone; Giuseppe Flavio parla
11,31 Estremità del/a terra(ÈK Thiv l!fpcttwvtil; di ((Sapienza (oojlla) e intelligenza (cjlp6vrp~ç)))
yil;) - Espressione che allude alla versione dei (Antichità giudaiche 8,6,S § 171 ).
Salmi nella Settanta (cfr. 2,8; 21,28 [1M 22,28]; Molto più (l1Àf1ov)- Dcomparativo neutro (qui
4S, l O[1M 46, l O]; 58, 14 [1M 59,14]; 64,6 [TM e al v. 32) rimanda a qualcosa di misterioso e
65,6]) e disegna un orizzonte universalista. di non defirubile nella sua qualità, che è stato
LasapienzadiSalomone(riyoojliav~) ~e dwtque perso dall'uditorio di Gesù.

sce la logica di quanto egli stesso aveva già detto a proposito dell'ascolto della parola
(cfr. 6,47; 8,15.21 ); il riferimento alla custodia stabilisce un terzo nesso: chi custodisce
il suo palazzo, infatti, vince la potenza dell'uomo forte (cfr. 11,21 ).
Il segno di Giona. La domanda di un segno dal cielo (cfr. 11,16) trova ora risposta.
Il narratore informava i lettori (e solo loro, come in 10,25) che la ricerca di un segno
era accompagnata dal desiderio di sottoporre Gesù a una prova. La replica utilizza
dure parole di condanna, definendo quella folla «generazione malvagia» e rifiutando
di dare seguito alla loro richiesta, se non per mezzo del «segno di Giona»: non si tratta
propriamente del segno sperato. Diversamente da Mt 12,40, che stabilisce una relazione
fra i tre giorni trascorsi da Giona nel ventre del pesce e i tre giorni del Figlio dell'uomo
nel grembo della terra, Luca evoca il profeta come un segno per i Nin iviti: il riferimento
è la proclamazione da parte del profeta di un avvertimento severo alla città (cfr. Gio
3,4: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!»). Lo stesso Gesù assume il ruolo
di esplicitare il giudizio sulla presente generazione. E, come già in precedenza (cfr.
l 0,12-15) il giudizio evocava episodi anticotestamentari, cosi ora. Mentre secondo la
tradizione ebraica sarà compito d'Israele giudicare le nazioni alla fine dei tempi, Gesù
ribalta i ruoli. Una straniera, la regina del Sud, condannerà questa generazione: il riferi-
mento è alla visita compiuta dalla regina di Saba a Salomone (cfr. IRe l 0,1-12), in cui
LUCA 11,32 214

I:oÀo~wvoç WÒE. 32 avÒpEc; NtVEUltat àvru:mloovtat tv "Cft KplOEl }JE"Cà


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rlc; KpUrtUJV ri911otV [oùòè: ùnò TÒV ~éòtov] ID' È1tÌ nìv Jwxviav, \va
oi Eicmoprué~m TÒ cpWc; ~.Mrtwmv. 34 'O MxvO$ TOU ow~Téc; Èonv
ò òcp9aÀ~éc; oou. Ot'av ò òcp9~éc; oou <ÌTtÀouc; n, KllÌ oÀov TÒ ow~a
OOU cpWt'EtVév ÈonV' Ènàv ÒÈ: 1t0Vl1PÒ<; fi, KllÌ TÒ OW~ OOU OKOt'EtVéV.
35 OKéltEt OW ~~ TÒ cpwc; TÒ tv OOÌ CJKét'oç ÈCJriV. 36 EÌ OW TÒ OW~ OOU

OÀov cpWt'ElVéV, ~~ Ex_ov }!Époç n OKOt'EtVév, Écrrat cpU>TElVÒV OÀoV wc;


oTav ò Àt'Jxvoc; Tfi àOTparrft cpw~n OE.
37 'Ev ÒÈ: Tql ÀaÀ~om ÈpWT(i aùtÒV ~aptoaioç oowç àp~Ofl 7tap'

aùT<f>· EÌOEÀSWv ÒÈ: àvÉltEOEV. 38 6 ÒÈ: ~aptoatoç iòWv È9aU~aoEV on OÒ


7tpWTOV È~anrio9117tpò t'OU <ÌplOTOU. 39 fl7tEV ÒÈ: Ò KUpte>ç 1tpòç aùtév·
Wv u}ldc; oi ~aptoaim TÒ E~w9Ev tOU 7tOUJp{ou KllÌ t'OU mvaKoç
KCC9ap~EtE, TÒ ÒÈ: EOW9EV u~wv yÉ}lft àpmxyiic; KllÌ 7tOV11Ptac;.

Il 11,33-36 Testi paralleli: Mt 5,15; 6,22-23; Moggio ij!OO~oç) - Il termine viene dal latino
Mc 4,21 modius e, propriamente, indica una misura per il
11,33 Luogo nascosto (Kpu1Tt11)- Il tennine grano: è un oggetto cilindrico nel quale si pone il
è un hapax /egomenon dell'intera Bibbia e, cereale necessario per la famiglia; all'OCCOJTell·
dunque, non è di facile interpretazione. For- za può anche servire da tavola o da vassoio per
se indica una «cripta sotterranea», un «am· il cibo. Al suo interno il fuoco della lucerna si
biente nascosto», una «cantina»; può anche spegnerebbe subito. L'espressione oi& imò tàl
indicare un «angolo nascosto», una «nicchia ~wv («né sotto il moggio») manca in presti-
nel muro» dove riporre gli oggetti. giosi manoscritti (p. es., il papiro Bodmer XIV

la sovrana riconobbe che Salomone eccelleva in sapienza. A lei si aggiungeranno gli


abitanti di Ninive, che si erano convertiti alla predicazione di Giona (cfr. Gio 3,5-1 0). Il
giudizio di Gesù è un severo avvertimento, come lo era stato la minaccia di Giona alla
città peccatrice; e, come la conversione di Ninive aveva mutato il verdetto del Signore,
cosi la conversione per l'annuncio di Gesù aprirà orizzonti nuovi. Emerge qui un tema
che sarà sviluppato soprattutto negli Atti, ovverosia l'universalismo della salvezza
(cfr. già 2,32): le genti accoglieranno l'annuncio che Israele ha rifiutato (cfr. At 28,28).
La lucerna e l'occhio. Due detti contigui sono legati all'immagine della lucerna Il
primo detto (v. 33) è molto simile a quello di 8,16, ma il differente contesto offre un
nuovo significato: la lucerna che brilla, e di cui si apprezza la lwninosità, rappresenta
qui la proclamazione del Regno. Il secondo detto (vv. 34-36) precisa come percepire il
fulgore di questa luce. L'immagine ha il suo retroterra culturale nella concezione anato-
mica antica secondo cui il corpo è come una casa rischiarata dalla luce dell'occhio. Se
Dio non offre altro segno che la predicazione di Gesù, gli uditori devono interrogarsi
sulla qualità del loro sguardo: per quanto nessuno possa vantare di possedere una fede
incapace di vacillare o di spegnersi, tuttavia chi è abitato dalla luce della predicazione
di Gesù sarà lwninoso, perché da lui illwninato. Dv. 36 è complesso (sembra addirittura
215 LUCA 11,39

31Nel giudizio gli uomini di Ninive si leveranno contro questa


generazione e la condanneranno, poiché (essi) si convertirono alla
proclamazione di Giona, ed ecco, qui (c'è) molto più di Giona.
33 Nessuno, accendendo una lucerna, (la) pone in luogo nascosto [né

sotto il moggio], ma sopra il candelabro, perché quelli che entrano


vedano la luce. 34La lucerna del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo
occhio è senza malizia, anche tutto il tuo corpo è luminoso. 35 Fa'
attenzione, dunque, che la luce che è in te non sia tenebra. 36Se,
dunque, tutto il tuo corpo è luminoso, senza alcuna parte tenebrosa,
sarà tutto luminoso come quando la lucerna col fulgore ti illumina».
37 Mentre parlava, un fariseo lo invitò a pranzare da lui.

Entrato, si mise a tavola. 38Guardando, il fariseo si stupì che


non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Gli disse
il Signore: «Voi farisei purificate l'esterno del bicchiere e del
piatto, ma il vostro interno è colmo di rapina e cattiveria.

[!p75)) ma c'è in altri (p. es., il codice Vaticano 26.23.6-7.27-28.4.29-32.34-36.13; Mc 7,1-9


[B)): da qui l'incertezza degli editori. 11,38 Le abluzioni (~ntto9T) npò tou &platou)
11,34 Senza malizia (ànlouc;) - Il termine - Alla lettera: «non si fosse lavato prima del
significa «semplice», in contrapposizione pranzo)). Si tratta del lavaggio rituale delle ma-
con novT)p6c; («cattivO>>, cfr. Testamento dì ni (cfr. Mc 7,1-5 e Giuseppe Flavio, Guerra
lssakar 3,3-4). La semplicità è un'esistenza giudaica 2,8,5 § 129 a proposito degli esseni).
(il greco oWjla indica la corporeità) intera- 11,39 Rapina (àpnayfl) - Non è solo la cu-
mente focalizzata su Dio. pidigia ma la rapacità di chi si impossessa
//11,37-54 Testi paralleli: Mt 15, 1-9; 23,25- delle cose per rapinarle.

tautologico) e ha suscitato una ridda di interpretazioni: posto al tennine può essere un


detto sintetico che ribadisce l'idea dell'illuminazione; insieme, però, mostra come la luce
si diffonda al di là della singola persona e si dilati nel tempo verso l'avvenire.
11,37-54 Contro farisei e dottori della Legge
Gesù è invitato alla tavola di un fariseo, ma immediatamente qualcosa si guasta.
Se il suo ospite è sotpreso per la mancanza delle abluzioni rituali, Gesù reagisce con
una serie di invettive contro il fariseo e gli altri invitati. Improntata sul simposio greco,
un pasto solenne dove gli invitati, mangiando e bevendo, dibattevano di questioni
filosofiche, la scena del banchetto è l'occasione per Luca di mostrare come Gesù si
differenzia rispetto ai suoi convitati. Egli denuncia la gerarchia dei valori che struttura
la teologia farisaica (vv. 39-44; cfr. 7,36-50; 14,1-24) e attacca pure i dottori della Leg-
ge (vv. 45-52). La conclusione mostrerà il pericolo in cui Gesù si è posto (vv. 53-54).
Farisei. Lavare le mani per togliere qualsiasi impurità rituale era molto importante
prima di prendere cibo, soprattutto nei giorni di festa (non è invece sicuro che questa
fosse la regola per ogni pasto). La trasgressione di Gesù e lo stupore del suo ospite fariseo
causano una presa di posizione radicale a proposito della questione. ADa preservazione
della purità esteriore, cui i farisei tendono ali' eccesso, Gesù oppone la purità interiore,
LUCA 11,40 216

40 acppoveç, OÙX Òn01~0<Xç 'tÒ f~W6€V KaÌ 'tÒ EOw6€V È1tOlfiO€V; 41 nÀ~V
-rà Èvov-ra OO't€ ÈkrlJlooUvrJV' KaÌ iòoù mxv-ra Ka6apà Ù}liV Èonv.
42 CiJ\A' oùaì Ù}liV mi(; <l>a:p100:l01<;, on <ÌnOÒfKa'tOVr€ 'tÒ ~ÒUOO}lOV

Kaì -rò ~ya:vov KaÌ miv ,Mxa:vov Ka:Ì napÉPXeo6e ~v Kpimv KaÌ ~v
à:yanrJV 'tOU eeoi} 'taU'tO: ÒÈ EÒ€1 no1~0a1 K<ÌKeiva: }l~ napava:L 43 oùaì
Ù}liV -roiç <1>0:p1oa:iou;, OTI <Ìy<Xnll't€ ~V npw'tOKa6t:Òpia:v Èv 'tO:i(;
cruvaywyaiç KaÌ 'tOÙç à:mta:O}lOÙç Èv -raiç à:yopai(;. 44 oùaì Ù}liV, OTI
ÈOLÈ wç 'tà }lVfJ~ -rà aÒrJÀa, KaÌ Ol av6pwn01 (o{] nt:pma'tOUv't€<;
Ènavw OÙK 0Wa01V. 45 i\nOKp16t:ìç ÒÉ 't1ç 'tWV VO}l1KWV Àiy€1 <XÙ't<f}·
ò1òclcoo:W:, -ra:O-ra 'Aiywv KaÌ ~}lfu; ù~pil;eu;. 46 ò ÒÈ elnev· KaÌ Ù}liV -roiç
VO}l1KOiç oÙa:i, OTI cpop'til;eL€ 'tOÙç à:v6pWnouç cpopna ÒUO~cXO'tO:K'ta,
KaÌ a:ù-roì évì -rwv òaKroÀwv ÙJlWV où npocnJJa:Ve-re -roU; cpopn01ç.
47 Oùaì Ù}liV, on OÌKOÒO}lfi't€ -rà }lVfl~ 'tWV npocpfiLWV, oi ÒÈ n<XLÉpeç

Ù}lWV <ÌnÉK't€1VO:V <XÙ'touç. 48 apa }lcXpropÉç ÈOL€ KaÌ cruvruÒOKei't€


- v - '
-r01ç epyou; -rwv na:-repwv U}lWV,
r -
on
"'
a:u-ro1
' \
Jl€V
\
ant:K-ruva:v
' 1
a:u-rouç, , 1

11,40 Stolti (a4»pow:c;) - Il termine è tipico del verbo ÉVHIU c'è discussione fin dall'an-
di Luca e rimanda al linguaggio sapienziale, tichità: alcuni testimoni della Vetus Latina
dove lo stolto è colui che si rifiuta di ricono- rendono qua sunt («che sono») altri ex his
scere l'ordine del mondo secondo la visione qua habetis («dalle quali avete») la Vulgata
della sapienza, cioè dipendente da Dio. Nella quod superest (<<ciò che è superfluo»). I pa-
discussione sapienziale l'avversario è spesso ralleli (cfr. Giuseppe Flavio, Guerra giudai-
rimproverato e apostrofato con questo agget- ca 6,3,1 § 183) spingono a interpretare <<ciò
tivo (cfr. Pr 6,12 LXX; 9,16 LXX). che sta dentro», il <<contenuto».
11,41 È dentro (tèt E:v6vta)- Sul significato 11,42 Guai (ooo()- Cfr. nota a 6,24.

che è di natura morale. Purificare ciò che è visibile agli sguardi umani non serve a nulla,
se non si purifica l'interiorità, cioè il cuore: Dio, infatti, ha creato sia il corpo sia il cuore.
Alla bramosia di possedere e alla cattiveria che Gesù imputa ai farisei, egli stesso oppone
la logica della gratuità.: per coloro che aiutano i bisognosi tutto è puro. Emerge qui un
tratto costante del Gesù di Luca: il distacco dal denaro è una prova indiscutibile della
fedeltà a Dio (cfr. 16, 1-31).
I tre «guai» (vv. 42-44) fanno risuonare l'indignazione profetica in nome di
Dio da parte di Gesù contro i farisei, il cui comportamento dimostra di essere una
falsa interpretazione della Legge, nonostante la loro vocazione a essere guide
del popolo. Il primo «guai» prende di mira lo zelo farisaico, stigmatizzando la
preoccupazione di pagare la decima addirittura su ogni più piccola erba, pur non
essendo contemplata dalla Legge (Dt 14,22-29 prescriveva la decima sui prodotti
della terra, cioè il frumento, il vino, l'olio e i primi parti del bestiame; l'obbligo
de li' offerta era stato esteso a ogni alimento [cfr. Mishnà, Ma 'asrot l, l]), per poi
trasgredire alcune esigenze morali fondamentali: emerge il ritratto di persone che
non sanno ponderare la diversità degli imperativi della Legge. Il secondo «guai»
217 LUCA 11,48

40 Stolti!Colui che ha fatto l'esterno non ha fatto anche l'interno?


41 Date piuttosto in elemosina quanto è dentro ed ecco tutto per
voi sarà puro. 42 Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima
della menta, della ruta e di ogni ortaggio e trasgredite ciò che
Dio condanna e ciò che Dio ama. Queste cose bisognava fare
senza omettere quelle. 43 Guai a voi, farisei, che amate il primo
posto nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze. 44 Guai a voi, perché
siete come quei sepolcri invisibili su cui gli uomini camminano
senza saperlo». 45 Replicando, uno dei dottori della Legge
gli dice: «Maestro, dicendo queste cose offendi anche noi».
46 Disse: «Guai anche a voi, dottori della Legge, perché caricate

gli uomini di pesi insopportabili e quei pesi voi non li toccate


nemmeno con un dito. 47Guai a voi, che costruite i sepolcri
dei profeti, mentre i vostri padri li hanno uccisi. 48Così siete
testimoni e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero,

Ciò che Dio condanna e ciò che Dio ama ciy&1111 è un hapax /egomenon in Luca.
( tT,v KpLOLV K!Xl tT,v ciy&1111V toii 9eoii) - 11,44 Sepo/criinvisibili (!-4VTJI!EL!X tù clOTJÀIX)-
Alla lettera: ((il giudizio e l'amore di Dio» I sepolcri scavati nella roccia e colmi di ossa
(la CEI 2008 rende: ((la giustizia e l'amore di morti sono causa d'impurità rituale (cfr.
di Dio»); nella traduzione esplicitiamo il Nm 19,11-22; Lv 21,1-4.11). L'invisibilità
senso del genitivo soggettivo. I due termi- non permette di constatare il contatto, ma
ni astratti (tradotti con due verbi) si com- l'impurità è contratta.
pletano per opposizione: KploLc; si riferisce 11,45 Dottori della Legge (V0!-4LKwv)- Cfr.
al ((giudizio» (cfr. 10,40; 11,31), invece notaa7,30.

interpreta il primo: all'amore di Dio i farisei hanno sostituito la ricerca della


pubblica ammirazione degli uomini. Il terzo «guai» fa emergere l'atteggiamento
più profondo, cioè l'ipocrisia: i farisei sono paragonati a tombe che calpestate
da uomini ignari trasmettono loro l'impurità; l'accusa è forte, in quanto Gesù
affermerebbe che i farisei, contrariamente alla loro apparenza inappuntabile, in
realtà contaminano coloro che li avvicinano.
Dottori della Legge. Nel racconto i dottori della Legge (o scribi) sono associati ai
farisei (cfr. 5,17.21.30; 6,7; 7,30): le accuse di Gesù ai farisei provocano la reazione dei
dottori della Legge, destinatari di altri tre «guai» (vv. 46.47.52). Il primo e il terzo «guai»
riflettono la loro tradizionale posizione di interpreti stimati della Torà. Gesù li accusa di
venire meno alla loro responsabilità di guide del popolo: imponendo fardelli che non sfio-
rano, hanno impedito una vera conoscenza delle dinamiche fondamentali della Legge.
Ma il «guai» più grave(vv.47-5l)è l'accusadi avere perseguitato i profeti. Il tema della
persecuzione e dell'uccisione dei profeti è tipicamente lucano (cfr. 6,22-23; At 7,52):
Gesù stesso identifica se stesso come un profeta (cfr. 4,24; 13,33-34). Nell'accusa di
costruire le tombe dei profeti c'è una provocazione e una chiara inversione ironica. Essa
LUCA 11,49 218

ùJ.lfiç OÈ oÌKoOo}!ElrE. 49 5tà: -rou-ro Kaì ~ oocpia -rou 9EoD EÌnEV·


ànoo-rEÀW dc; aù-roùc; npocp~-rac; KaÌ ànoo-r6Àouc;, Kaì È( aù-rwv
ànOKt"€VOUCJ1V KaÌ 0tW(OUCJ1V, 50 tVa ÈK~flt1')9ft t"Ò a{}la mXVt"WV
-rwv npocprJ-rWv -rò ÈKKEXU}!Évov ànò Ka-ra~oÀfjc; KOCJ}lOU ànò
t"fjc; yEvEéic; -rau-rrJc;, 51 ànò at}la-roc; "A~EÀ Ewc; at}la-roc; Zaxapiou
t"OU ànoÀO}!EvOU }!Et"a(Ù t"OU 9umaOt"YJptOU KaÌ t"OU OtKOU' vaÌ
}J;yw Ù}liv, ÈK~YJ-rrJ9~oE-rat ànò t"fjc; yEvEéic; -rautT)c;. 52 Oùaì Ù}liv
-roiç VO}l1KOiç, on ~parE t"~V KÀEiOa t"fjç yvwoEwç· aÙ-roÌ OÙK
Eio~À9a-rE Kaì -roùc; EÌoEpXO}!Évouc; ÈKwÀuoa-rE. 53 KàKEi9EV
È(EÀ96v-roc; aù-rou ~p(av-ro oi ypa}l}la-rEic; Kaì oi <l>aptoaiot
0€1VWç ÈVÉXE1V KaÌ ànOCJt"O}lan~E1V aÙt"ÒV nEpÌ W10VWV,
54 ÈVEÒpEUOVt"Eç aù-ròv 9flpEuoai n ÈK t"OU CJt"O}lat"oç aù-rou.

12 1 'Ev oic; Èmouvax9Etowv -rwv }!Upui5wv -rou oxÀou, wo-rE

Ka-rana-rEiv àÀÀ~Àouc;, ~p(a-ro ÀÉyEtV npòc; -roùc; }la9rJ-rà:c;


aù-rou npw-rov· npooÉXEt"E €au-roic; ànò -rfjc; ~U}lflc;, ~ne; Èo-rìv
ùn6Kptotc;, -rwv <l>aptoaiwv. 2 OÙOÈv OÈ ouyKEKaÀU}l}!ÉVov
o
Èo-rìv oÙK ànoKaÀucpe~oE-rat KaÌ Kpun-ròv où yvwoe~oE-rat. o
11,49 La sapienza di Dio(~ crocjl(a tou 9Eou) il riferimento a Zaccaria (nonostante la sua
- Luca introduce una citazione attribuendo- identità non sia del tutto perspicua) rimanda ai
la alla «sapienza di Dio»; tuttavia la fonte figlio di Yoyada, ucciso nel cortile del tempio
di questo detto non si trova né nell' AT né (cfr. 2Cr 24,20-22). Per mezzo del riferimento
negli scritti peritestamentari. Forse si fa qui al primo e all'ultimo libro della Bibbia ebraica
riferimento a una sapienza personificata che si intende forse indicare tutte le vicende di per-
chiede la cooperazione del lettore per essere secuzione e di uccisione della storia, pur non
identificata con lo stesso Gesù. essendo né Abele né Zaccaria profeti. V'è una
11,51 Sangue di Abele («Lj.Ultoç "AI}EÀ)- Il continuità fra la vicenda d'Israele che rifiuta
riferimento ad Abele evoca il primo omicidio gli inviati di Dio (cfr. l Re 19,10.14; Ger 2,30;
raccontato nella Bibbia (cfr. Gen 4,8), mentre Ne 9,26; 2Cr 36, l 5-16) e la vicenda di Gesù.

si chiarifica a fronte dell'osservazione (vv. 49-50) che l'attuale generazione continua a


perseguitare e uccidere profeti e inviati. Proprio a motivo di questa continuità fra passato
e presente l'edificazione delle tombe, invece di essere un modo per onorare i profeti,
diviene una modalità per celebrare la loro morte violenta e, quindi, per approvarla.
Ostilità. La reazione degli scribi e dei farisei (vv. 53-54) rappresenta un nuovo
e più alto livello di ostilità (che supera quello ricordato in 6,11) ed è un grave
pericolo per Gesù. Gli avversari iniziano con attacchi verbali e finiranno, durante
la passione, coi gesti di violenza.
12,1-12 Confessare il Figlio dell'uomo
Molto legata al contesto precedente, contrassegnato dall'intensa ostilità nei
confronti di Gesù (cfr. 11,53-54}, la pericope raccoglie differenti istruzioni. Il filo
219 LUCA 12,2

voi invece costruite. 49Per questo anche la sapienza di Dio


disse: "Invierò loro profeti e apostoli, ed essi (li) uccideranno
e perseguiteranno", 50affinché sia chiesto conto a questa
generazione del sangue di tutti i profeti, versato dalla fondazione
del mondo: 51 dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria,
ucciso fra l'altare e il santuario. Sì, dico a voi, sarà chiesto conto
a questa generazione. 52 Guai a voi, dottori della Legge, che avete
tolto la chiave della conoscenza: voi stessi non siete entrati e
l'avete impedito a quelli che volevano entrare». 53 Quando uscì di
là, gli scribi e i farisei cominciarono ad accanirsi ferocemente e a
interrogarlo su molte cose, 54tendendogli insidie per coglierlo in
fallo in qualcosa (uscito) dalla sua bocca.
12 1Intanto, essendosi radunata una folla enorme,

al punto che si calpestavano a vicenda, per prima cosa


cominciò a dire ai suoi discepoli: «Guardatevi dal lievito
dei farisei che è l'ipocrisia. 2Non c'è nulla di nascosto
che non sarà rivelato, né di segreto che non sarà conosciuto.

11,52 La chiave della conoscenza ('tiJv KMiéu Lievito ({llj.LT)ç)- Si tratta di un pezzetto di
riiç yv<.laa..>ç) - Si tratta della chiave che dà vecchia pasta già fennentata che, incoll'Orata
accesso alla conoscenza: si allude non tanto al alla nuova, la fa crescere. Esso era consi-
Regno quanto alla «casa della sapienza» (cfr. derato impuro (cfr. il comandamento di far
Pr 9, l), ovverosia il piano salvifico di Dio. sparire tutto il lievito per la Pasqua, cfr. Es
Il 12,1-12 Testo parallelo: Mt 10,26-33 13,3-7): da qui l'invito di Gesù a guardarse-
12,1 Enorme (twv 1-LupL&&..lv)- Alla lettera: ne per non essere contaminati.
«le miriadi di folla>>. Il tennine 1-Lupuic; indica Dei farisei (twv <llcxpLaa.lwv) - Genitivo
il munero diecimila, ma qui non c'è un conteg- soggettivo («illievito che possiedono i fari-
gio preciso delle persone, quanto piuttosto la sei») e non epesegetico («il lievito che sono
segnalazione di un' enonne quantità di gente. i farisei»).

rosso che le unifica è il tema della testimonianza da rendere a Gesù in un mondo


ostile. Alla denuncia dei farisei (vv. 1-3) succedono un'esortazione a non temere
(vv. 4-7), poi una riguardante la confessione di fede (vv. 8-10); infine v'è una
promessa dell'assistenza dello Spirito (vv. 11-12).
L 'ipocrisia. In contrasto con le insidie tese a Gesù dai farisei v'è la sua grande
popolarità, che attira una folla numerosa (v. l); tuttavia, l'insegnamento è anzitutto
diretto ai discepoli. L'immagine del lievito è presa qui in senso peggiorativo: si tratta
di qualcosa di negativo che può crescere all'interno del gruppo dei discepoli, se gli
si lascia spazio d'azione. Il riferimento all'ipocrisia a questo punto non è del tutto
evidente. Esso si chiarifica per mezzo degli esempi portati da Gesù: il tentativo di
nascondere qualcosa è votato al fallimento (v. 2), anche all'interno del piccolo circolo
LUCA 12,3 220

3 àv9' <l'>v ooa ÈV t'fj OKOt'l~ eirtat'E ÈV t'<f> <pWt'Ì <ÌKOU09~0Et'al,


KaÌ OnpÒ<; t'Ò oÙç ÈÀaÀ~Oat'E ÈV t'Oi<; t'a}JElOl<; K11PUX9~0Et'al
ènì t'wv òwJJat'wv. 4 AÉyw òè: ÙJJiv t'oiç cpiÀot<; JJOU, J.l~
cpo~118fjt'E ànò t'WV ànoKt'ElVOVt'WV t'Ò OWJ.la KaÌ J.!Et'à t'aut'a
J.l~ ÈXOVt'WV rtEplOOOt'Epov t'lrtOlfjoat. 5 Ùnoòeiçw ÒÈ ÙJJiV
t'iva cpo~119fit'e· cpo~~911t'E t'Òv J.!Et'à t'Ò ànoKt'Eivat exovt'a
tçouoiav ÈJJ~aÀeiv EÌ<; t'~ V yÉevvav. vaì ÀÉyw ÙJJiV, t'OUt'OV
cpo~~911t'E. 6 oùxì nÉvt'E ot'pou9ia nwÀouvt'at àooapiwv òuo;
KaÌ €v è:ç aÙt'WV OÙK EOt'lV È1t1ÀEÀllOJ.1ÉVOV ÈVW1tlOV t'OU eeou.
7 <ÌÀÀà Kaì ai t'pixeç t'fj<; KEcpaÀfjç ÙJJG>v naoat ~pi9J.111Vt'at.

J.l~ cpo~eio9e· noUwv ot'pou9iwv òtacpÉpEt'E. 8 AÉyw ÒÈ ÙJ.liV,


naç 8ç av ÒJ.lOÀoy~on è:v ÈJ.!OÌ EJ.1rtpoo9ev t'W V àv9pwnwv'
KaÌ ò uiòç t'Ou àv9pwnou ÒJJoÀoy~oet è:v aùt'<f> EJ.1npoo9ev
t'WV àyyÉÀWV t'OU 9Eou· 9 Ò ÒÈ <ÌPVllOaJJEVO<; JJE ÈVW1tlOV t'WV
àv9pwnwv ànapv118~oEt'al ÈVW1tlOV t'WV àyyÉÀWV t'OU 9EOU.

12,3 Stanze più interne (Èv totc; t!XIlE(o~c;)- Il orrore e panico. La negazione trasforma il
greco tct~iov indica un ambiente appartato, tremore in fiducia, poiché è la potenza salvi-
interno e chiuso, solitamente senza finestre fica di Dio che si rivela nelle azioni di Gesù.
(cfr. Gen 43,30 LXX). 12,5 Gheenna (yÉwvctv)- Unica occorren-
Sui tetti (ènt twv &.lj.uitwv) - I tetti erano za del termine in Luca: deriva dall'ebraico
vere e proprie terrazze a cielo aperto, che gè-hinnom («valle di Hinnom)), cfr. Gs 15,8)
diventavano luoghi di conversazione. e indica una valle posta a sud di Gerusalem-
12,4 Non temete (Il~ cjloj3119iìn) - Il verbo me. Dalla letteratura apocalittica giudaica
cjloi3Éo!J.Cl~ ritorna con insistenza (vv. 4.5.7): viene l'idea che Dio purificherà il mondo
esso indica la concreta reazione di spavento, contaminato gettando gli empi nel fuoco pu-

dei discepoli (v. 3). Che cosa siano le cose dette in segreto e poi rivelate non è
semplice capire, ma il contesto seguente forse suggerisce che esse si riferiscano
al doppio atteggiamento dei credenti che confessano la loro fede privatamente
e non in pubblico a motivo della paura. Questa forma di doppiezza ipocrita può
infettare la comunità e si tratta della finzione per non essere diversi dagli altri, che
non potrà durare a lungo: vi sarà il momento dello svelamento della verità. Per
converso, l'esempio si applica pure alla testimonianza coraggiosa dei discepoli
in tempo di persecuzione: quanto è stato dichiarato clandestinamente diventerà
evidenza universale per tutti.
C 'è timore e timore. Il contesto persecutorio evocato ricordava la morte dei
profeti (cfr. 11,47-51 ): Gesù si rivolge ai discepoli mettendo a fuoco il tema del
timore (per ben cinque volte si usa il verbo phobéomai, «temere», «avere paura»).
Il primo «timore» stigrnatizzato è quello di coloro che uccidono (v. 4); Gesù limita
221 LUCA 12,9

3Pertanto, ciò che avete detto neli' oscurità sarà ascoltato


in (piena) luce e ciò che avete bisbigliato all'orecchio
nelle stanze più interne sarà proclamato sui tetti. 4Dico
a voi, miei amici: non temete coloro che uccidono il
corpo e dopo questo non possono fare più nulla. 5lnvece,
vi mostrerò chi dovete temere: temete colui che, dopo
avere ucciso, ha l'autorità di gettarvi nella Gheenna.
Sì, vi dico, temete costui! 6Cinque passeri non si vendono
forse per due assi? Eppure nemmeno uno di loro è
dimenticato davanti a Dio. 7Anche i capelli del vostro
capo sono tutti contati. Non temete: valete più di molti
passeri. 8Vi dico: chiunque mi confesserà davanti agli
uomini, anche il Figlio dell'uomo lo confesserà davanti
agli angeli di Dio. 9Chi, invece, mi rinnega davanti
agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.

rificatore: con un aggancio a Is 31,9 e 66,24 Oj.LOÀ.OyÉwnella Settanta presuppone una re-
si identificava il fuoco infernale con questa lazione di obbedienza e di fedeltà verso il Si-
valle dove bruciavano senza sosta le immon- gnore (cfr. Gb 40, 9) e implica la disponibilità
dizie della città (cfr. Ger 19, 1-4; Ne 2,13 ). Ai ad aderire a Dio. Nel NT diventa un termine
tempi di Gesù il nome evocava un luogo di tecnico della professione di fede in Cristo,
tormenti di tutti i peccatori dopo il giudizio. dove si uniscono sia il riconoscimento sia la
12,6 Assi (àaaa.ptwv)- Il termine àaaapLov dichiarazione pubblica che impegna chi la
è un prestito latino (assarius) e indica una pronuncia. Il senso originale è giudiziario:
piccola moneta di rame di scarso valore. «testimoniare pubblicamente».
12,8 Confesserà (oj.Lo.\.oy~a1J) - Il verbo 12,9 Rinnega(&pvro~)-Cfr. nota a 9,23.

il potere degli uccisori all'eliminazione della vita biologica. Poi la presentazione


di qualcuno che ha un potere molto più grande (v. 5), cioè di infliggere la morte
eterna, è volutamente reticente, chiedendo la cooperazione sia degli ascoltatori
come del lettore. Tuttavia Gesù non precisa chi sia quel misterioso personaggio;
l'accento cade solo sulla necessità di temere: al primo «timore» occorre sostituime
un secondo. La svolta avviene con la nuova affermazione che offre un'esplicita
descrizione di Dio, enfatizzando la cura che egli ha nei confronti dei pa5seri (v. 6)
e quindi nei confronti dei discepoli (v. 7). I due esempi rivelano che Dio si prende
cura delle sue creature; il timore dei persecutori è superato.
La confessione di fede. Le parole ai discepoli a proposito della confessione
di fede e del rinnegamento sono molto ben bilanciate. Il Figlio dell'uomo nella
corte celeste dell'ultimo giudizio confesserà o rinnegherà i suoi seguaci a seconda
del loro comportamento in terra. Il linguaggio anticipa l'annuncio e il racconto
LUCA 12,10 222

1°Ka:Ì miç oç èpe:i Àoyov dç ròv uiòv TOU àvSpwrrou,


àcpe:e~oe:ra:l aùr<f>· T<f> OÈ e:ìç TÒ aylOv ltV€U}J<X ~Àa:ocpTJ}J~Oa:vn
oùK àcpe:e~oe:ra:t. 11 "0-ra:v OÈ e:ìocpépwcnv Ù}Jaç èrrì rà:ç
ouva:ywyà:ç Ka:Ì rà:ç àpxà:ç Ka:Ì rà:ç è~ouo{a:ç, }J~ }J€P1JlV~OTJT€
rrwç ~ r{ àrroÀoy~OTJOSe: ~ T{ e:iltTJT€' 12 TÒ yà:p aytov 1tV€U}J<X
w
òtòa~e:t ÙJlaç €v a:ùrft rft p~ a òe:i e:ìrre:iv.
13 EiTte:V òé nç èK roO oxÀou a:ùr<f>· òtOaOKa:Àe:, e:ìTtè r<f> àòe:Àcp<f'>

}JOU J.1€p{oa:o6a:t }JET' È}JOU ~V KÀTJpOVO}Jtav. 14 Ò ÒÈ €llt€V aùr<f}·


àvSpwlt€, nç }l€ K<XTÉO'TTJO'€V Kpl~V ~ Jl€pl~V f.cp' Ù}Jaç; 15 €Ìlt€V
oè rrpòç aùrouç· òpare: K<Xì cpuMooe:oee: àrrò rraO'TJç wove:~{a:ç, on
OÙK Èv r<f> 1t€plooe:6e:1V nvÌ ~ ~W~ aùroO f.onv ÈK TWV Ùlta:PXOVTWV
aùr<f>. 16 EÌTte:v OÈ rra:pa~oÀ~v rrpòç aùroùç ÀÉ:ywv· àvepwrrou nvòç
ltÀOuoiou e:ùcp6pTJO€V ~ xwpa:. 17 K<XÌ Ole:Àoy{~e:ro €v Èaur<f> ÀÉ:ywv n
ltOl~O'W, on OÙK fxW ltOU O'UVQ~W TOÙ<; K<XpltOU<; }JOU;

12,10 Avrà bestemmiato @A.aocjlTJI!iJaavn)- e offendendo la sua santità: le bestemmia,


La bestemmia non è attribuire a Dio il titolo cioè, implica una violazione della potenza e
di un animale (come nel linguaggio corrente) della maestà di Dio.
ma parlare e agire ledendo l'onore di Dio Il 12,13-34 Testi paralleli: Mt 6,24-34.19-21

del rinnegamento di Pietro (cfr. 22,34.57.61): e come Pietro sarà perdonato, cosi
anche qui il perdono raggiunge colui la cui parola si erge contro Gesù (v. 10a).
Ma si contempla pure il caso di qualcuno che non sarà perdonato, in quanto ha
«bestemmiato contro lo Spirito Santo» (v. 10b). Forse questa possibilità sorge a
fronte della persecuzione (come suggerisce il contesto). Tuttavia, non è chiaro
chi sia costui: forse è il discepolo infedele che rifiuta la guida dello Spirito nel
momento del processo e rinnega la sua relazione con Gesù. Bestemmiare è molto
più che negare di conoscere Gesù: si tratta di un pubblico vilipendio di Gesù e dello
Spirito, come prova che non si è suoi discepoli. I persecutori tentavano di forzare
i discepoli di Gesù a compiere questo (cfr. At 26,1). In ogni caso l'espressione
rimane molto misteriosa.
Lo Spirito ammaestra. L'esperienza della persecuzione durante la missione e
del rifiuto dei discepoli di Gesù di fronte al popolo d'Israele si riflette in queste
parole nelle quali il mondo ebraico e quello pagano si oppongono all'annuncio
cristiano. La promessa dell'ammaestramento dello Spirito non precisa che cosa
si dovrà dire: nel prosieguo del racconto (cfr. 21,12-15) e nella narrazione degli
Atti il lettore avrà modo di constatare la speciale opportunità donata ai discepoli
di testimoniare pubblicamente sotto l'azione dello Spirito. L'audizione di Pietro
e Giovanni davanti al sinedrio (cfr. At 4,5-31) mostra come i due apostoli parlino
colmi di Spirito (cfr. At 4,8) e a causa sua possano proclamare «la parola di Dio
con coraggio» (At 4,31 ).
223 LUCA 12,17

10A chiunque dirà una parola contro il Figlio deli 'uomo sarà
perdonato. Ma a chi avrà bestemmiato contro lo Spirito
Santo non sarà perdonato. 11 Quando vi condurranno davanti alle
sinagoghe, ai capi e alle autorità non preoccupatevi di come o da
che cosa difendervi o che cosa dire. 12Lo Spirito Santo, infatti, vi
insegnerà in quell'ora quanto bisogna dire».
13 Uno dalla folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello di

dividere con me l'eredità». 14Gii rispose: «Uomo, chi mi ha


stabilito giudice o arbitro sopra di voi?». 15 Poi disse loro:
«Guardatevi attentamente da ogni cupidigia, perché anche
se uno ha in abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi
beni». 16 Poi disse loro una parabola: «La campagna di un
uomo ricco aveva reso bene 17 e si domandava: "Che cosa
farò, poiché non ho dove raccogliere le mie messi?"

12,15 Cupidigia (nÀE'OVE'~LIX) - Secondo il senso di un'ambizione divorante, di una


l'etimologia (nÀÉ:ov EXHV, «avere di più»), brama disordinata. È il desiderio smodato
il sostantivo può indicare il «profitto» (in di possedere, l'atteggiamento di chi non ha
senso positivo). Tuttavia, spesso assume mai abbastanza, di chi vuole sempre di più.

11,13-34/l possesso dei beni


L'insegnamento sui beni materiali, cui è consacrata l'intera pericope, prende le
mosse da una domanda relativa a un conflitto di eredità (v. 13). L'insegnamento sul
possesso dei beni materiali e sulle necessità fisiche del vivere è rivolto anzitutto
alle folle, e poi ai discepoli.
Il ruolo di giudice. Le leggi che regolavano l'eredità erano già nella Torà (cfr.
Nm 27,1-11; 36, 1-9; Dt 21, 15-17), sicché il rabbi era interrogato sulla modalità
della loro interpretazione. Gesù, tuttavia, rifiuta il ruolo di giudice solitamente
riservato ai maestri; la risposta che offre pare essere straniante rispetto alla do-
manda, in quanto a tema non sta la soluzione del conflitto ereditario, ma l'am-
monimento a guardarsi dalla cupidigia. In realtà, Gesù va dritto alla radièe del
problema, mettendo in luce che la vita dell'uomo non ha la sua origine nei beni e
che, dunque, non può trovare nelle cose materiali il principio della sua sicurezza.
L'affermazione generale è poi spiegata per mezzo di una parabola (vv. 16-21).
La parabola del ricco stolto. Il racconto fittizio è introdotto da un'afferma-
zione del narratore circa l'abbondante raccolto (v. 16). Subito, però, il narratore
lascia spazio al personaggio, che per mezzo di un lungo monologo interiore (vv.
17b-19), informa a proposito dei suoi progetti: questa tecnica del dialogo con se
stesso permette di entrare nei sentimenti di un personaggio per quanto fittizio e
di comprendere il suo dilemma interiore. I fatti raccontati sono ridotti all'osso (la
resa della campagna e la morte dell'uomo), mentre abbondano i discorsi circa il
LUCA 12,18 224

18 Kaì dTtEV· rouro 1to1~ow, Ka9e:Àw }lOU ràç à:no9~Kaç Kaì }le:i~ovaç
OÌK050}l~OW KaÌ ouva~W ÈKEl navra t'ÒV ciit'OV KaÌ t'à à:ya9a }lOU
19 Kaì Èpw t'fi \fJuxft llou· l~Jux~. (xe:tç noÀÀà à:ya9à KEt}!EVa Eiç ÉUJ

noÀÀa· à:vanauou, cpciye:, nle:, e:ùcppa{vou. 20 EÌTtEV 5È aùr(i) ò 9e:6ç·


acppwv, t'aUt'Jl t'li VUKTI nìv lJ'ux~v CJOU à:nalt'OUCJlV à:nò oou· a5È
~t'Ol}laoaç, TIVl ÉCJt'at; 21 ourwç ò 9f1oaup~wv Éaur(i) KaÌ ll~ Eiç
9e:òv nÀourwv. 22 ElTtEV 5È npòç roùç }la9f1ràç [aùrou} 5tà rouro
M:yw Ù}liv·ll~ llE:Pl}lV<ire: t'li lJ'uxft ri cp6:yflre:, ll'15È r(i) ow}lan ri
èv5u0f1oee:. 23 ~ yàp \fJux~ Me:t6v Èonv n;ç rpocpfiç Kaì rò ow}la rou
èv56}lat'oç. 24 Kat'avO~CJat'E roùç KOpaKaç on où one:{poumv où5È
9e:p{~oumv, oiç oÙK Éonv ra}!Eiov où5È à:no9~Kfl, KaÌ ò 9e:òç
t'pÉq>El aùrouç· noo~ }l<iÀÀOV Ù}!Eiç 5tacpÉpEt'E t'WV nEt'ElVWV.

12,19 Me stesso (tiì ljsuxfi IJ.OU, ljsuxfù -Alla (cfr. Qo 8,15). In Grecia questa concezione
lettera: «Alla mia anima: anima... ». ntennine della vita era proverbiale (compare in molte
ljrux~ è usato in due sensi: in un'accezione se- iscrizioni funerarie). Si cita spesso l'iscrizio-
mitica, come sostituivo del pronome riflessivo ne di Sardanapalo: «Egli aveva inciso sulla
<<se stesso»; inoltre come sineddoche (cioè la sua tomba: Sardanapalo, figlio di Anacin-
parte per il tutto) per indicare l'intera persona. darasse, ha costruito Tarso e Anchialo in un
Riposati, mangia (livcuruoou, cjlciyE')- La for- solo giorno: mangia, bevi e fa' l'amore, per-
mula edonista è conosciuta pure da Paolo ché il resto non vale nulla». Nelle iscrizioni
(cfr. ICor 15,32) e allude a passi dell'AT greche i primi due imperativi sono costanti

futuro. Il progetto dell'uomo di costruire nuovi depositi (v. 18) appare essere una
decisione prudente e intelligente in ordine alla conservazione delle ricchezze per
il futuro: nulla è detto dell'utilizzo che il proprietario intende fare di quei beni.
La seconda affermazione (v. 19), invece, utilizzando una nota formula edonista,
anticipa la modalità con cui l'uomo intenderà utilizzare i suoi beni: l'attenzione
è interamente concentrata su di sé, nell'esclusione programmatica degli altri. Il
lettore non tarda a scorgere, per mezzo di una serie di allusioni anticotestamentarie
soprattutto sapienziali (cfr. Is 22,13 LXX; Sal48,7-11.17-20 [TM 49,7-11.17-20];
Sir Il, 18-19), che il progetto del ricco non è né accorto né intelligente: l' inevita-
bilità della morte e la sua imprevedibilità sono patrimonio dell'umana esperienza.
Il lettore può dunque identificarsi col personaggio della parabola e con le sue false
certezze circa il futuro, fondate sul possesso di molti beni; nel contempo l'esercizio
dell'identificazione mostra l'insensatezza di un simile progetto. L'intervento di
Dio non deve essere considerato come un castigo del ricco: esso semplicemente
dà voce alla consapevolezza avvertita da ogni uomo dell'insufficienza del puro
orizzonte materiale.
L'appellativo con cui Dio definisce il ricco («stolto») richiama un altro
22.5 LUCA 12,24

18E disse: "Questo farò: demolirò i miei depositi e ne costruirò


di più grandi e raccoglierò là tutto il grano e i miei beni. 19Poi
dirò a me stesso: hai molti beni per molti anni: riposati, mangia,
bevi e festeggia!". 20Ma Dio gli disse: "Stolto, questa stessa
notte ti sarà richiesta la vita. Quanto dunque hai preparato di chi
sarà?". 21 Così è di colui che accumula ricchezze per sé invece di
arricchire verso Dio». 22 Disse ai [suoi] discepoli: «Per questo vi
dico: non preoccupatevi di che cosa mangerete per vivere,
né di che cosa indosserete per (coprire) il corpo. 23 Perché la
vita è più del cibo e il corpo più del vestito. 24Considerate
i corvi: non seminano né mietono, non hanno né dispensa
né granaio, ma Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi!

mentre il terzo cambia (godere, abbracciare, sione significhi precisamente, né in che


festeggiare). modo si opponga alla prima parte deli' af-
12,20 Sarà richiesta (àmu toùo~v) - Alla fermazione. Forse è l'equivalente del v. 33.
lettera: «richiedono)); l'impersonale di ter- n
12,22 Non preoccupatevi (Il llEP~IlvcitE tù
za persona plurale sostituisce il passivo (cfr. ljruxti)- Cfr. nota a l 0,41
6,38; 16,9; 23,31); qui sostituisce il passivo 12,24 Corvi (K6paKac;) - Secondo la Torà i
teologico. corvi sono animali impuri (cfr. Lv 11,1.5; Dt
12,21 Arricchire verso Dio (elc; 9Eòv 14,14), ma Dio li soccorre quando gridano
TTÀ.Outwv)- Non è chiaro che cosa l'espres- a lui (cfr. Sall47,9; Gb 38,41).

tema sapienziale, ovverosia l'utilizzo dei propri beni. Il Siracide (31 ,5-11)
pone in contrasto lo «stolto», infatuato e dunque prigioniero del posses-
so dell'oro, e il ricco, che coi suoi beni compie «prodigi nel suo popolo»
(31,9). Il finale della parabola (v. 21) insinua una nuova categoria alla luce
della quale valutare il comportamento del ricco: arricchire verso Dio. Ta-
le criterio rimane sospeso: saranno altre affermazioni di Gesù a chiarirlo
(vv. 33-34).
Preoccupazioni. Rivolgendosi ai discepoli (v. 22) e non più alle folle, Gesù
approfondisce il tema della sicurezza che gli uomini cercano nei beni ma-
teriali, cosa che ne svela la radice profonda, ovverosia la preoccupazione
(il verbo merimnao, «preoccuparsi», «affannarsi», ritorna ai vv. 22.25.26).
Indirizza al gruppo più ristretto una solenne esortazione a non preoccuparsi
delle necessità elementari dell'esistenza. A fondamento di questa ingiunzione
v'è l'affermazione del valore più grande della persona e della vita (v. 23):
l'esistenza personale è un dono sul quale l'essere umano non può mettere le
mani. La riflessione prende le mosse dal funzionamento della realtà naturale
e dall'esperienza quotidiana del vivere. Gli esempi dei corvi (vv. 24-26) e dei
LUCA 12,25 226

25 rt<; ~È È~ Ù}lWV }lEpl}lVWV ~UVaTal È1tÌ T~V ~ÀlKtav aÙTOU


7tpocr9etvat 7tfixuv; 26 Ei oòv où~È ÈÀaxtcrTov ~uvacr9E, ri 7tEpì
-rwv Àomwv }lEpt}lva-re; 27 K<navo~craTE -rà Kpiva 1tw<; aù~avn
OÙ KOltl~ OÙ~È V~9El' ÀÉyw ~È Ù}llV, OÙ~È I:OÀO}lWV ÈV ltclcrn Tfj
~6~n aÙTOU 1tEplE~cXÀETO w<; EV TOUTWV. 28 EÌ ~È ÈV àyp<f> TÒV
x6p-rov OVTa CJ~}lEpov KaÌ auptov EÌ<; KÀ{~avov ~aÀÀO}lEVOV ò
9eòç ou-rwç à}lcptÉ~Et, 1t6cr4> }laÀÀov Ù}la<;, ÒÀty6mcr-rot. 29 Kaì
Ù}lEl<; }l~ ~11TElTE rl <pcXYllTE KaÌ Tl 1tll1TE KaÌ }l~ }lETEWpt~ECJ9E·
30 -rau-ra yàp 1tav-ra -rà €8v11 -rou KOCJ}lou Èm~11Toucrw, Ù}lwv

~È ò ltaT~P oÌ~EV on XPTl~ETE TOUTWV. 31 1tÀ~V ~11TElTE T~V


~acrtÀEiav aù-rou, Kaì -rau-ra 7tpocr-re9~crETat Ù}liv. 32 M~ cpo~ov,
TÒ }llKpÒv ltOl}lVlOV, on EÙ~OK11CJEV Ò ltaT~p Ù}lWV ~ouvat Ù}llV
T~V ~acnÀE{av. 33 llWÀ~CJaTE Tà Ù7tclpXOVTa Ù}lWV KaÌ ~OTE
ÈÀEll}locruv.,v· 7tOt~cra-re éau-rotç ~aÀÀavna ll~ TtaÀatOU}lEVa,

12,25 Un poco la sua vita (f}ÀLKL~ ... m;xuv) bianco (lilium candidum), il cui splendore
- Alla lettera: «un cubito la sua età», op· e profumo sono celebri già nell'AT (cfr. ls
pure «un cubito la sua statura». Il tennine 35,2; Sir 39, 14; 50,8).
m;xuç indica l' «avambraccio» e, dunque, la 12,28 L 'erba (-rW x6prov)- Dopo aver cantato
sua misura di lunghezza, cioè il cubito (46,2 la bellezza del giglio, si p$58 all'erba del cam-
centimetri); poi assume anche il senso della po, con un prooedùnento a maiore ad minus.
misura del tempo, «un breve lasso». Il ter· L'immagine cosi assume un nuovo carattere, ac-
mine f}ÀLKL~ nel NT indica sia l'«età» (Gv centuando la provvidenza di Dio per ogni cosa
9,21.23), sia la «statura» (cfr. 19,3); in alcuni Gente di poca fede (o.hyonLatOL) -In Luca
passi (fra cui il nostro) v'è una sottile anfibo- è l'unica occorrenza dell'aggettivo, tipico
logia (cfr. anche 2,52), anche se il contesto di Matteo (cfr. Mt 6,30; 8,26; 14,31; 16,8):
spinge a intendere il primo significato. nonostante le preoccupazioni per cose ma-
12,27 Gigli (tà Kptv~)- Si tratta del giglio teriali che sviliscono la fede dei discepoli,

gigli (vv. 27-28) mettono in campo la dualità fra l'uomo e la donna: l'attività che
i corvi non praticano è tipicamente maschile (seminare, mietere, ammassare nei
granai), mentre quanto i gigli non fanno è tipicamente femminile (filare). Ciò che
è in gioco non è l'agire in quanto tale, ma la preoccupazione per il domani. Gesù,
poi, ribadisce l'assoluta inefficacia della preoccupazione per modificare il proprio
destino: nessuno può prolungare i suoi giorni (v. 25). Il ragionamento è afortiori:
considerato che la preoccupazione per il domani non allunga la vita dell'uomo, e
che Dio si prende cura anche delle sue creature più piccole, ne consegue che Dio
stesso custodirà la vita dei suoi figli. Il rimprovero di avere una fede insufficiente
(v. 28) non giustifica l'inattività o la rassegnazione di fronte al proprio destino,
ma invita a porre ogni fiducia nella bontà provvidente di Dio. A partire da questa
fiducia è la ricerca esistenziale dei discepoli che riceve un nuovo orientamento:
227 LUCA 12,33

25 0ra, chi tra voi, per quanto si preoccupi, può prolungare un


poco la sua vita? 26 Se, dunque, non potete (fare) nemmeno la
più piccola cosa, perché vi preoccupate delle altre? 27 0sservate
i gigli come crescono: non si affaticano né filano, ma io vi dico
che nemmeno Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno
di loro. 28 Se l'erba del campo, che oggi c'è e domani è gettata
nel forno, Dio la veste così, quanto più voi, gente di poca fede!
29N'on state a cercare che cosa mangerete e che cosa berrete e

non state in ansia: 30 infatti di tutte queste cose vanno in cerca i


pagani del mondo, ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno.
31 Cercate piuttosto il suo Regno e queste cose vi saranno date in

aggiunta. 32Non temere, piccolo gregge, poiché il Padre vostro


si è compiaciuto di darvi il Regno. 33 Vendete i vostri beni e
dateli in elemosina. Fatevi sacche che non invecchiano, un

Dio non smette di prendersi cura di loro. 12,31 Il suo Regno (t~v ~ao~.ì.f{av
12,29 Non state in ansia {I.IE:ta.>piCroS€)- Ha- aùtoiì)- Alcuni codici leggono: i<ÌI regno
pax legomenon in Luca. Nella Settanta signi- di Dio», assimilando il testo al parallelo
fica «insuperbirsi», «levarsi in alto» (cfr. Sal di Mt 6,33.
130,1 [fM 131,1]; 2Mac 5,17; 7,34); appog- 12,32 Piccolo gregge (J.UKpòv no(J.Lv~ov)- La
giandosi all'aggettivo IJ.E'fÉwfJO', che dall'ac- metafora del ((gregge» è comune nell' AT per
cezione di «essere in alto» è giunto a signi- qualificare il popolo d'Israele (cfr. Is 40,11;
ficare ((essere sulle spine», ((essere ansioso», Ger 13,17; Ez 34,12-31): essa include pure
Lagrange trova che in questo senso il verbo è l'immagine di Dio come pastore.
ben attestato (cfr. una lezione variante di Giu- 12,33 Dateli in elemosina (cSOtf lliTJ!OOÙVTlv)
seppe Flavio, Antichità giudaiche 16,4,6 § 135: -Allusione a un tipico tema sapienziale (cfr.
Erode nel designare i suoi successori iiera assai il consiglio di Tobi al figlio in Tb 4,7-11; si
inquieto» a motivo della loro rivalità). veda anche Sir 35,2).

è da abbandonare la preoccupazione per il minimo vitale (il cibo e il vestito) che


qualifica la ricerca dei pagani e dunque la loro esistenza. Ciò che differenzia i
discepoli dagli increduli è che questi non dispongono di una fede nel Dio prov-
vidente; al contrario, afferma Gesù, il Padre sa che gli uomini hanno bisogno di
quelle cose per vivere (v. 30). Il lettore, cioè, constata che i bisogni vitali non sono
negati, ma che la loro soddisfazione è affidata alla benevolenza divina: liberato
dall'inquietudine per il domani, il credente è invitato a mobilizzare le sue energie
e il suo desiderio nella ricerca del Regno (v. 31 ). Esso e non altro è pienezza di
vita, ma al contempo dono gratuito di Dio (v. 32).
Il tesoro. L'invito finale ai discepoli (vv. 33-34) aggiunge un'ulteriore pre-
cisazione: non basta non preoccuparsi per le cose di ogni giorno, ma occorre
pure distaccarsi completamente dai beni e darli in elemosina. L'idea che il
LUCA 12,34 228

9rtoaupòv avÉKÀ€nrrov f.v -roiç oùpavoiç, OltOU KÀÉ1t'tTJ<; OÙK


Èyyi~Et où~È o~ç ~tacp9EipEt· 34 onou yap f.onv ò 9rtoaupòç
Ù}lWV, ÈKEÌ KaÌ ~ Kap~{a Ù}lWV Éo'tat.
35 "Ecrrwoav upwv ai thpvEç rrEplE(wq.tivaz KaÌ oì ÀlJXVot KmOJ.l(VOt·

36 KaÌ ù}lEiç O}lOtot àvepWnmç npoo&xoJ.lÉVot.ç -ròv K6pwv Éau-rwv

rnSrE &vaMon ÈK -rwv y&}lwv, iva ÈÀ96vroç KaÌ Kpoooav-roç eù9éwç


avo~wmv am<i). 37 }lOO«ipwt oÌ ~UÀOl. ÈKEiVOl., ouç ÈÀ9wv Ò K6ptoç
EÙp~OEl. YPTJYOpoOvrw;· &}l~V Myw Ù}liV on 1tEp~WOE'tat KaÌ avaKÀtVEi
m'rroùç KaÌ napEÀSWv ~taKOV~oa aù'toiç. 38 KlXv f.v t'fi &vrép~ KlXv f.v
t'fj t'pltfl cpuÀaKfj EÀ9J1 KaÌ rupn OU'tW<;, }laK<iptOl EÌO\V ÈKEiVOL 39 'tOfuO
~ YtVWOKE'tE on ci n~ ò OÌKO&OltO'tTJ<; ltO~ w~ ò KÀbrrl'J<; ÉPXE'tat.,
OÙK CXv acpfjKEV ~wpuxefivat 'tÒV otKOV amou. 40 KaÌ Ù}Jeiç yivE0eE
n
Et'0\}.101., on w~ où ~Kfin: ò uìòç t'OU àvepWltOU ÉPXEt'aL 41 EiltEV
~ ò IlÉt'poç· K6ptE, npòç ~~ç ~v napa~oÀ~v ra&rf'Jv ÀÉyEtç ~ KaÌ

12,34Dov'è ... làsarà(6nou ... amv ... 9<:e1 ... Alla lettera: «le reni cinte». L'espressione al-
éotaL)- Una tipica «sentenza o1ToU-EKEi» lude a Es 12, Il ma pure ad altri testi de li' AT
che contrappone due luoghi per stabilire dove si raccomanda la prontezza nel servizio
una radicale alternativa (cfr. Filone, Le al- (cfr. IRe 18,46; 2Re 4,29; 9,1).
legorie delle leggi 3, 115): qui da una parte 12,37 Amen (~~v)- Cfr. nota a 4,24.
sta la terra, dali' altra il cielo. 12,38 Nel mezzo della notte (iv 'tTJ
Il 12,35-48 Testo parallelo: Mt 24,42-51 6fut~pq K&v èv •n tpi -rn cjluÀaKTI) - Alla
12,3~ Fianchi cinti (òocjiOO; 1TEpLf(wa~vaL)- lettera: «nella seconda o nella terza veglia

tesoro sia costituito dalle ricchezze della salvezza è di origine sapienziale (cfr.
Pr 2,4; 8,21; 21,20). Qui, invece, si stabilisce un collegamento fra l'elemosi-
na data al prossimo e il tesoro accumulato presso Dio. Quest'ultima battuta
diventa la chiave per comprendere la parabola del ricco stolto (vv. 16-21):
quell'uomo nel suo ragionamento aveva valutato tutto, senza per nulla pensare
agli altri; la sua fortuna era solo per sé. Cosi si è trovato con un grande tesoro
sulla terra e a mani vuote in cielo.
12,35-48 Parabole della vigilanza
Formalmente non ci sono interruzioni fra il precedente discorso indirizzato
ai discepoli (iniziato al v. 22) e quanto segue. La separazione è solo tematica, in
quanto il discorso assume una piega differente, passando dal tema del bisogno
a quello della vigilanza escatologica. In cammino verso Gerusalemme, Gesù
prepara i suoi discepoli a vivere l'assenza del loro Signore in attesa del suo
ritorno. L'insegnamento tratteggia la condizione dei credenti nell'orizzonte del
Regno: la vigilanza e la fedeltà responsabile sono necessarie nella prospettiva
della venuta del Figlio dell'uomo. Vi sono alcuni segnali (cfr. vv. 38.45) del
229 LUCA 12,41

tesoro inesauribile nei cieli, dove né un ladro si avvicina né un


tarlo corrode. 34 Perché dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il
vostro cuore».
35«Restino i vostri.fianchi cinti e le vostre lucerne accese. 36 E voi

siate simili a quelli che attendono il loro signore quando ritorna


dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa. 37Beati quei
servi che il signore alla sua venuta troverà vigilanti: amen, vi dico
che si cingerà (le vesti), li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà

così, quelli saranno beati! 39Questo sappiate: se il padrone di casa


sapesse a che ora viene il ladro, non permetterebbe che la sua casa
fosse scassinata. 40Anche voi siate pronti, perché nell'ora che non
pensate viene il Figlio dell'uomo». 41 Allora Pietro disse: «Signore,
è per noi che dici questa parabola o anche per tutti?».

(della notte)». Il riferimento è all'usanza 12,39 Se il padrone di casa sapesse (E~


di dividere la notte (dalle 18.00 alle 6.00) ~liH ò o~Kolieonotll<;) - La costruzione
in quattro tempi uguali, detti «veglie» greca non permette di capire se ci si rife-
(cjluA.aKai): al cambio di veglia corrispon- risce a un presente (nostra traduzione) o a
deva il cambio delle sentinelle. V'era un passato («se il padrone di casa avesse
pure un altro sistema di computo in tre saputo ... »). Il presente si adatta meglio a
veglie. Pare che Luca utilizzi il primo una sentenza gnomica (cioè di tipo pro-
sistema (cfr. At 12,4). verbiale).

ritardo della parusia; in ogni caso il ritorno del Signore è una forte motivazione
per l'assunzione della propria responsabilità. Il materiale qui raccolto è di vario
genere (sentenze, immagini, parabole). Tre brevi parabole si susseguono: quella
dei servi vigilanti (vv. 35-38), quella del padrone di casa (vv. 39-40) e quella
dell'economo (vv. 42-46); infine, un insegnamento prolunga l'ultima parabola
(vv. 47-48).
Tre parabole. La prima situazione evocata (vv. 35-37) è abbastanza realista: a
essere protagonista è il personale di casa, obbligato a vegliare in attesa del padrone.
Nel momento della soluzione del problema, allorché l'uomo rientra, c'è una vem e
propria inversione dei ruoli: il padrone indossa le vesti del servo nei confronti dei
propri domestici; la cosa è sorprendente e assai irreale ma anticipa il gesto di Gesù
durante la cena d'addio (22,27). La seconda parabola (v. 39) introduce un ladro: a
differenza del padrone che si aspetta pazientemente, l'arrivo del ladro è improvviso
e inatteso; ciò permette di approfondire il tema della vigilanza, insistendo sulla pron-
tezza. La terza pambola (vv. 42-46) riprende la prima, ma l'accento è differente: il
personaggio è un economo; non si tmtta dunque di attendere il ritorno del padrone,
LUCA 12,42 230

1tpÒç rniv-raç; 42 KaÌ é{m;v Ò K6ptoç· nç apa è:onv ÒmOTÒ<; OÌI<OVO}lo<;


ò cppévl}loç, ov Ka-racm1oa ò K6ptoç è:nì ti;ç 9Epanriaç a&rou -rou
~t&Svat è:v Kmp<f> [-rò] m-ro}lf-rpwv; 43 }loociptoç ò ~uÀoç È:l<Eivoç, 8v
È:À9wv ò K6ptoç a&rou rup~oa1towW'ta oirrwç. 44 àÀT19W<; M:yw ù}liv
on È:1tÌ micnv -roiç ùruiPXOOOlV CXÙ'tou Ka'tacmlO'El a&r6v. 45 è:à:v ~ Elltfl
ò ~ouÀoç è:Krlvoç è:v 'tft Kap~{~ a&rou- :xp~a ò K6pt6ç }lOU ÉPXEo9at.
KaÌ ap~rytru WltmV 'tOÙç rnxi&xç KaÌ -r00; run~loKaç, Èo9lElV TE KaÌ
mvav KaÌ }lE9UO'Kfo9al, 46 ~~l Ò K6ptoç -rou ~uÀou È:Ke{vou è:v ~}li~
tl OU 1tp00~~ KaÌ È:v W~ tl OU ytVWcrKel, KaÌ ~lXO'tO}l~O'El aÙ'tÒV KaÌ
TÒ }lfpoç aò-rou }lE'tà -rwv à7tl0Twv ~C'El. 47 'EKrlvoç ~ Ò ~uÀoç Ò
yvoùç -rò 9ÉÀ11}la -rou Kup{ou a&rou KaÌ ll~ É-rm}l(ioaç ~ 1t01~oaç 1tpÒ<;
-rò 9ÉÀ11}-la a&rou ~p~OE-rru 1toMm;· 48 ò ~ ll~ yvouç, 1t01~oaç ~ ~ta
1tÀ11YWV ~p~OE'tat ÒÀ{yaç.TtaVTÌ ~€ 4) È~ 1t0ÀU, 1t0ÀÙ (ll't'l~O'E'tat
nap' a&rou, KaÌ 4> napéeEVTo TtOÀu, neplO'OOrEpOV ai.~ooumv a&r6v.
12,42 L 'economo degno di fede e prudente (ò tera: «la misura di granm), tennine tecnico
matb; o1Kov4w<; ò p~IJQI;) - Espressione ~ non attestato nel greco letterario; si trova,
vraccarica per caratterizmre l' «economo», defi- invece, nei papiri egiziani (quindi appartiene
nito qui «fedele», o <<degno di fede)) (il padrone alla lingua popolare).
infatti lo ha reso amministratore di tutti i suoi be- 12,46 Lo punirà (lhxotoiJ.~OEL)- Alla let-
ni) e «prudente), cioè intelligente, capace di agire tera: «lo taglierà in due». Esso si riferisce
oon razionalità (cfr. Pr 3,7 LXX; ll,l2 LXX). solitamente al metodo di compimento di un
La razione di grano (aLt<J!!ÉtpLov)-Alla Jet- sacrificio (cfr. Es 29,17 LXX a proposito di

ma di amministrare i beni durante la sua assenza, cioè di esercitare una responsa-


bilità fedele e intelligente. L'ultimo personaggio evocato (vv. 47-48) è un servo
che, invece, agisce in maniera ben differente dall'eoonomo fedele: esercita la sua
autorità per maltrattare altri servi, venendo dunque meno alla propria responsabilità.
Le parabole, nelle loro somiglianze e differenze, rappresentano due atteggiamenti
differenti: da una parte la vigilanza, pronta e aperta alle novità e alla sorprese del
Regno; dall'altra la fedeltà e la responsabilità che caratterizzano il tempo dell'attesa
Il Signore e i servi. Nonostante l'intreccio di tradizioni diverse, la sezione è
ben unificata da alcune parole-chiave che creano una profonda unità: i sostanti-
vi «servo» (greco, doulos, vv. 37.43.45.46.47]), «padrone» e «signore» (greco,
kfrios, vv. 36.37.41.42.43.45.46.47) e il verbo «venire» (greco [par]érchomai, vv.
36.37.38.39.40.43.45; cfr. il sinonimo hichO al v. 46). Il passaggio dalla narrazione di
Gesù a quella di Luca permette di intendere la differenza degli accenti: il kfrios della
parabola è il proprietario di casa, mentre quando Pietro si rivolge a Gesù chiamando-
lo kfrie (v. 41 ), ciò assume un ben diverso significato a motivo dell'importanza del
titolo cristologico. Per mezzo di questo accorgimento narrativo, dietro la relazione
fra padrone e servo traspare il rapporto del Signore coi suoi discepoli. La ripetizione
dei tre termini in contesti differenti permette di cogliere l'unità dell'intera sezione e
fornisce una chiave ermeneutica per comprendere le parabole: il cuore del discorso,
231 LUCA 12,48

42 11 Signore rispose: «Chi è, dunque, l'economo degno di fede


e prudente, che il signore porrà al di sopra della sua servitù per
dare a tempo opportuno [la] razione di grano? 43 Beato quel servo
che il suo signore, arrivando, troverà ad agire così. 44 ln verità vi
dico che lo porrà al di sopra di tutti i suoi beni. 45 Ma se quel servo
dicesse in cuor suo: "Il mio signore tarda a venire" e cominciasse
a picchiare i servi e le serve, a mangiare, bere e ubriacarsi, 46verrà
il signore di quel servo nel giorno in cui non Io attende e nell'ora
che non conosce e lo punirà e gli infliggerà la sorte tra gli increduli.
47 11 servo che, conoscendo la volontà del suo signore, non avrà

preparato o agito secondo la sua volontà, sarà percosso molto;


48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose degne di

percosse, sarà percosso poco. A chiunque è stato dato molto molto


sarà richiesto, e a chi fu affidato molto sarà domandato molto di più».

un ariete) o di un'esecuzione (cfr. Flavio 12,48 È stato dato ... sarà richiesto .. .
Giuseppe, Antichità giudaiche 8,2,2 § 31 a fu affidato ... sarà domandato (éliée.., .. .
proposito dell'ordine di Salomone di tagliare '~litllL ... 1Til~~vto ... uitfpooow)-1
il bambino in due parti, cfr. IRe 3,25). quattro verbi sono un bell'esempio di passi-
Tra gli increduli- L'aggettivo ii1TLOtm in- vo teologico dove il soggetto non espresso
dica qui gli «increduli» condannati nel giu- è proprio Dio.
dizio, non gli «infedeli» (in opposizione al + 12,35-48 Testi affini: Mt 25,1-13; Mc
precedente 1TLat6ç, v. 42). 13,33-37

infatti, è cristologico, ben incentrato sul ritorno del Signore glorioso; ciò, tuttavia, è
inscindibile da considerazioni di tipo parenetico che riguardano sì i discepoli, ma pure
i lettori del vangelo (v. 41 ). Stupisce poi l'inversione dei ruoli dove il Signore diventa
servo: colui che tornerà è lo stesso Signore che sta camminando davanti ai discepoli
verso Gerusalemme per donare la vita. Che il Signore veniente nella gloria assuma il
ruolo di servitore suggerisce che questa è una sua caratteristica precipua
Vigilanza efedeltà. L'insistenza sulla vigilanza fa uso di una serie di immagini. La
prima ricorda i <<fianchi cinti» (v. 35): i lavoratori sollevavano e anotolavano le lunghe
vesti, fermandole con una cintura, per essere più agili nello svolgimento delle attività;
anche i viandanti facevano lo stesso per camminare più spediti. L'immagine, tuttavia,
allude all'abbigliamento degli lsraeliti la notte di Pasqua: «Così lo mangerete: con i
vostri fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano» (Es 12, 11 ). È l'atteggiamento
del popolo di Dio pellegrinante e vigile, aperto alla speranza e fiducioso nella promes-
sa, pronto a compiere il cammino. La formula escatologica finale (v. 48) sottolinea
invece la responsabilità dei credenti di fronte al giudizio. L'accoglienza incondizionata
della grazia di Dio, su cui Gesù insiste tanto, è inseparabile dali' ora della verità nella
quale Dio stesso domanderà conto ai credenti di tale grazia. L'appello alla vigilanza,
intrinsecamente legata alla dimensione escatologica della vita cristiana, sfocia nella
parenesi. La vigilanza, cioè, pone i cristiani di fronte alle loro responsabilità quotidiane.
LUCA 12,49 232

49 nop ~À8ov ~aM:iv è:nì t~V yfjv7 KIXÌ r{ SÉÀW EÌ ~Òll àv~cp8f1.
50 ~anncr~a ÒÈ EXW ~anncr8fjvat7 KIXÌ nwç cruvéxo~at EWç OtOU
tE.Àecr8ft. 51 ÒoKEitE on EÌp~VllV napeyev6~11v òoOvat è:v tft yft;
oùxi 7Myw ò~iv 7ili' ~ òta~Eptcr~6v. 52 ecrovrat yàp ànò roO vOv
nÉvtE è:v ÈvÌ o1K<t> Òta~E~Ept~Évot 7 tpeiç ÉnÌ Sucrìv KaÌ òuo ÉnÌ
tptmV 753 Ota~Eptcr8~crovrat nat~p è:nì uì<f> Kaì vioçè:nì rrarp{,
~~tllP è:nì t~V euyatÉpa KIXÌ Bvyamp trrì rr}v /Jllt'Épa7 1tEV8Epà
è:nì ~v vu~cp11v aòtfjç Kaì VV!JfP'I bri rr}v rrevBepav. 54 "EÀeyev
Sè: KaÌ toiç OXÀotç· orav tÒfltE [t~v] vecpÉÀflV àvatÉÀÀoucrav è:nì
Su~wv 7EÒ8Éwç ÀiyEtE Otl o~~poç EPXEtllt7 KIXÌ y{vetat outwç·
55 KaÌ orav v6rov nvÉovra, ÀiyEtE Otl KIXUOWV EOtllt7 KIXÌ y{vEtlll.

Il 12,49-59 Testi paralleli: Mt 10,34-36; sacramentale (come poi nella tradizione cri-
16,2-3; 5,25-26 stiana) ma in senso etimologico («immergere
12,50 Devo essere immerso in un battesimo profondamente», «far scendere in basso»).
{JXXntLOIUX 6(: EXW !Xxmo9i'JvaL)- Il sostantivo Sia compiuto (te>..ea9fl) - Il verbo teÀÉw si-
J3Wrn"'UX deriva da un passivo verbale che non gnifica <<condurre a termine», «coronare»
si trova nella letteratura greca prima del NT. (cfr. 2,39; 18,31; 22,37).
U verbo ~Xxmtçw è da intendere non in senso 12,51 Divisione (OL!XjlEpLa~oc;) - Hapax le-

12,49-59 Divisioni e crisi


L'istruzione ai discepoli (vv. 49-53) si chiude con una serie di detti il cui
contenuto è molto diverso. Ancora una volta non ci sono segnali notevoli d'in-
terruzione del discorso. A mutare è il tema: Gesù compie un'appassionata af-
fermazione a proposito della propria missione. V'è poi un appello molto deciso
alle folle (vv. 54-59) perché prendano una decisione: il tono è urgente e severo,
quasi per evitare il peggio. Il tempo si è fatto breve, è necessario scegliere,
convertirsi e portare frutto.
Fuoco e battesimo. Improvvisamente, senza alcuna premessa, Gesù intro-
duce un'affermazione misteriosa che lo riguarda (vv. 49-50): l'enfasi cade
sui termini «fuoco» e «battesimo» posti in prima posizione di due sentenze
parallele. Il «fuoco» probabilmente è un'immagine minacciosa del giudizio
(cfr. Gen 19,24), non necessariamente del giudizio finale (come in 3,9.16-
17), né della distruzione di ogni cosa; piuttosto è un fuoco che purifica e
consuma tutte le impurità (cfr. ls 66,15-16; MI 3,2-3). Il «battesimo» è da
intendere come immersione profonda: in Mc 10,38 (da presupporre?) riman-
da alla morte di Gesù. In questo senso Gesù interpreterebbe il suo invio in
relazione con il giudizio divino e si porrebbe in attesa di quell'evento. Nel
contesto del viaggio verso Gerusalemme, il fuoco che ancora non è acceso e
il battesimo non ancora ricevuto alludono al rifiuto e alla morte che attende
Gesù nella città santa.
233 LUCA 12,55

49 «Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e come vorrei


che fosse già acceso! 50Devo essere immerso in un battesimo e
come sono angustiato finché non sia compiuto! 51 Pensate che sia
apparso a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione.
52 Da ora, infatti, in una casa di cinque persone, saranno divisi

tre contro due e due contro tre; 53 si divideranno padre contro


figlio e .figlio contro padre, madre contro figlia e .figlia contro
madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera>>. 54Diceva
ancora alle folle: «Quando vedete [la] nube salire da ponente,
subito dite che viene (la) pioggia, e così accade. 55E quando
soffia lo scirocco, dite che sarà soffocante, e così accade.

gomenon del NT. Il parallelo di Mt 10,34 da mezzogiorno porta con sé una calura in-
ha «spadiD>: Luca precisa la conseguenza, sopportabile.
mentre Matteo la causa. Soffocante - Il tennine Kauowv è usato
12,53 Figlio contro padre ... nuora contro suo- dalla Settanta (cfr. Os 12,2; Gio 4,8; Gb
cera (ul.ò; érr\ mtpt ... v4uFl m tÌJ' l!EV9Ep0v) 27,21) per indicare il vento proveniente
-Allusione al testo profetico di Mi 7,6. dall'est, chiamato in arabo hamsin e fo-
12,55 Scirocco (v6toç) - ll vento che soffia riero di sabbia.

La divisione. Come l'affermazione precedente, anche quella dei vv. 51-53


concerne quello che Gesù sta per compiere. La risposta sembra contraddire
quanto il lettore ha inteso finora dalla voce ispirata di Zaccaria (cfr. l, 79), da
quella degli angeli (cfr. 2,14) e dallo stesso Gesù (cfr. l 0,5-6 ). Qui, al contrario,
la pace è sostituita dalla divisione; essa è descritta per mezzo di un linguaggio
ritmato che investe tutte le relazioni all'interno della famiglia. Tali conflitti
sembrano essere la necessaria conseguenza della missione di Gesù: la decisione
per lui o contro di lui può dissolvere i legami più intimi, creando opposizione
fra i membri della stessa famiglia. Diventare discepoli è una decisione che
sorpassa anche i legami sociali più forti, se essi rappresentano una barriera alla
vocazione cristiana. Per il lettore questa non è una novità: di ostilità sociale e di
relazioni spezzate a causa di Gesù ha già sentito parlare (cfr. 6,22). Naturalmente
la divisione non è l'obiettivo della missione, ma la conseguenza dell'adesione
all'annuncio di Gesù.
Il tempo. Rivolgendosi nuovamente alle folle, Gesù esprime un rimprovero
severo per l'incapacità di comprendere il tempo unico e straordinario che stanno
vivendo. Il discorso prende le mosse dall'esperienza concreta degli uditori, ca-
paci di osservare il cielo e, dunque, di prevedere il tempo meteorologico: le nubi
provenienti dal mare Mediterraneo (a ovest) portano pioggia sulla terra d'Israele;
il vento che soffia dal deserto (a sud) dà al cielo il colore della sabbia e il caldo è
insopportabile. L'abilità a leggere i segni del cielo è inversamente proporzionale
LUCA 12,56 234

56 ùnoKprrai, TÒ npoownov Tfjç yfiç KaÌ Tou oùpavou oiòaTE


ÒOKl}.l<I~ElV, 'tÒV KatpÒv ÒÈ 'tOU'tOV nwç OÙK oiÒa'tE ÒOKl~a~ElV;
57 T{ ÒÈ KaÌ àcp' ÈaU'tWV OÙ KplVETE TÒ ÒtKatov; 58 wç yàp Ùmxye:tç

JlETà TOU cXV'tlÒlKOU oou Èn' apxovTa, ÈV Tft òò<f> òòç Èpyaoiav
àn11ÀÀax8a1 àn' aÙTOU, Jl~nOTE Ka'taoopn OE npÒ<; TÒV Kpl~V,
KaÌ ÒKpl~<; OE napaÒWOEl 't<f> npaK'tOpl, KaÌ ÒnpaK'tWp OE ~aÀfi
Eiç cpuÀaK~v. 59 ÀÉ.yw oo1, où Il~ È~ÉÀ9nç ÈKEi9e:v, Ewç Kaì -rò
ECJXa'tOV Àfn'tÒV ànoÒ<i)ç.
13 1 napfioav ÒÉ nve:ç Èv aù-r<f> T<f> Katp<f> ànayyÉÀÀov-re:ç

aÙT<f> ne:pì -rwv raÀlÀa{wv wv -rò at~a OlÀéi-roç EJ.ll~Ev


JlETà TWV 9uotwv aù-rwv. 2 KaÌ ànoKpt9EÌç e:lne:v aù-roiç·
ÒOKEiTE O'tl oi raÀtÀaiol OÙ'tOl cXJ.lap'tWÀOÌ napà navTaç 'tOÙç
raÀtÀa{ouç ÈyÉvov-ro, on -raOTa ne:n6v9amv; 3 oùx{, ÀÉyw ÙJ.liv,
!ÌÀÀ' Èàv Jl~ JlE'taVOfj'tE naVTE<; ÒJ.lOlWç ànoÀEio9E.

12~ Tempo (KcxLp6ç)- Il «tempo opportuno» 12,59 Spicciolo- L'aggettivo Mméç significa
fissato da Dio, caratterizzato dalla visita di Ge- (<leggero», ((SOttile». Il sostantivo indica una
sù (cfr. 19,44); tale presenza opera Wllldivisio- moneta di poco valore, la più piccola in uso
ne e chiede dunque una lotta e una decisione. allora. Secondo Mc 12,42 due .t~:trtli fanno
12~ Magistrato ... giudice ... 14fficiale giudizia- un quadrante, un quarto di un asse romano.
rio - Luca usa molto precisamente il linguag- + 12,49-59 Testo affine: Mc l 0,38
gio giuridico: distingue attentamente tra &pxwv Il 13,1-9 Testi paralleli: Mt 21,18-19; Mc
(«magistrato») ovverosia l'autorità suprema; 11,12-14
KpL nl; («giudice») cioè il pubblico ministero; 13,1 Galilei (fcxÀLÀIXLwv)- Gli abitanti della
np&.ctwp («ufficiale giudiziario» o «esattore»), Galilea, epiteto usato per Pietro (cfr. 22,S9)
che esegue l'ordine del giudice. In qualche oc- e per Gesù stesso (cfr. 23,6).
casione giudice e magistrato corrispondevano. Pilato (TI LÀ.àtoc;)- Cfr. nota a 3, l. Nonostan-

alla capacità di discernere il tempo presente. La provocazione e l'ironia sono molto


forti: Gesù suggerisce che c'è qualcosa di veramente significativo nel momento
attuale, ma non esplicita di che cosa si tratti. Il messaggio è tutto per gli ascolta-
tori: v'è un «tempo opportuno» (è questa la sfumatura del greco kair6s, usato al
v. 56) nel quale essi sono messi a confronto con il messaggio di Gesù e nel quale
è chiesta a loro una risposta. Ma è possibile anche lasciar cadere l'opportunità e
non rispondere. Per questo gli uditori sono accusati di ipocrisia: non si tratta di
ignoranza ma di cattiva volontà colpevole.
ll giudizio. L'immagine del giudizio (già applicata agli ascoltatori capaci di in-
terpretare il cielo) ritorna come una forte esigenza: bisogna saper giudicare che cosa
sia giusto nella presente situazione. Tale necessità è sottolineata chiamando in causa
l'uditorio cui Gesù si rivolge direttamente. La breve parabola (vv. 58-59) prende
spunto da una convocazione in tribunale per un debito finanziario. L'opportunità di
un accordo fra il debitore e il creditore prima dell'apertura del processo è l'unica
23S LUCA 13,3

56lpocriti! Sapete discernere l'aspetto della terra e del cielo, ma


questo tempo, come mai non lo sapete discernere? 57 Perché non
giudicate ciò che è giusto da voi stessi? 58Quando, infatti, stai
andando col tuo avversario davanti a un magistrato, lungo la
strada datti da fare per accordarti con lui, perché non ti trascini
davanti al giudice, il giudice ti consegni ali 'ufficiale giudiziario
e l'ufficiale giudiziario ti getti in prigione. 59Ti dico: certamente
non uscirai di là finché non abbia reso anche l'ultimo spicciolo)).
13 1In quello stesso momento sopraggiunsero alcuni che

gli riferirono circa quei Galilei il cui sangue Pilato


aveva mescolato a quello dei loro sacrifici. 2Rispose loro:
«Ritenete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i
Galilei, poiché hanno sofferto queste cose? 3No, vi dico,
ma, se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

te l'episodio non sia attestato dagli scrittori la deduzione che il massacro sia avvenuto
dell'epoca, Giuseppe Flavio presenta Pilato nel luogo santo.
come un governatore spietato; egli intro- 13,2 Più peccatori di tutti (d:!wPtw.ì.ol mtpèt
dusse nel tempio di Gerusalemme i simboli navtw;)- Luca utilizza un'espressione semi-
dell'imperatore di Roma, causando una ri- tica, rendendo la comparazione per mezzo
volta (cfr. Guerra giudaica 2,9,2-3 §§ 169- della preposizione ncxpci seguita dal genitivo
174; Antichità giudaiche 18,3, l §§ SS-S9). (cfr. 13,4; 18,14).
Il ritratto lucano del governatore non con- 13,3 Convertite ~"tiXVOi'Jte) -Il verbo ~.~Et«VVÉw
traddice l'immagine brutale che lo storico indica il mutamento della mentalità, del pensie-
ci ha consegnato. ro. Come il Battista, anche Gesù chiede a tutti
Sacrifici (9oo(cu)- Solo nel tempio di Geru- senza eccezione un nuovo modo di pensare,
salemme si potevano offiire sacrifici: da qui aderendo alla sua parola (cfr. l 0,13 ).

possibilità di sottrarsi alla prigionia per estinguere la pendenza finanziaria. In primo


piano sta la necessità di agire per evitare il disastro: quando la rivelazione di Dio
s'avvicina, c'è urgenza di convertirsi prima che sia troppo tardi.
13,1-9 Se non vi convertite
La memoria di un efferato massacro da parte di Pilato (vv. 1-3) e la menzione,
da parte di Gesù, di un grave incidente mortale (vv. 4-5), sono occasioni per un
impellente invito alla conversione: egli chiede una decisione indifferibile. La
parabola del fico sterile (vv. 6-9), invece, illustra la pazienza di Dio. Pare che fra
il duplice esempio tratto dalla cronaca e la parabola vi sia antinomia: in realtà si
intravede una precisa strategia narrativa e teologica che urge la decisione per la
conversione verso un Dio misericordioso.
Episodi di sangue. Il dramma dei Galilei massacrati dai legionari romani deve
avere fatto notizia (per quanto non vi siano testimonianze extrabibliche). Esso
poneva un duplice problema: da una parte, la morte violenta era ritenuta un castigo
LUCA 13,4 236

4 ~ ÈKEiVOl oi ÒEKaOK'tW ècp' ouç ErtECJEV ò nupyoç Èv nf> LlÀWÒ:}l


KaÌ anéKtElVEV ai,.rouç, OoKdtE on at)"tOÌ ocpElÀÉ'tal ÈyÉVOVtO
napà: mxvraç tOÙ<; àv8pwnouç tOÙ<; KatOlKOUVtaç 'IEpoucraÀ~}l;
5 OÙXl, ÀÉyW Ù}liV, ili' ÈÒ:V }l~ }lEtaVOfltE rtCXVtE<; WCJaUtW<;

anoÀEicr9E. 6 "EÀEyEV OÈ: taUtT'JV t~V napa~oÀ~v· CJUKflV EÌXÉV nç


rtEcpUtEU}lÉVT'JV Èv t<f'> a}lrtEÀWVl aÙtOU, KaÌ ~À9EV ~T'JtWV KapnÒV
Èv aùrft KaÌ oùx EÒpev. 7 EÌnEv OÈ npòç ròv <i}lrtEÀoupy6v· iòoù
tpia Etyt acp' oò EPXO}lal ~T'J!WV Kapnòv Èv tft CJUKft raurn KaÌ oùx
EÙptcrKW' EKKOlVOV [oÒv) aÙt~V, Ìvan KaÌ ~V yflv Ka'tapyEi;
8 ò OÈ anoKpl8EÌç ÀÉyEl aùr<f>· KUplE, acpEç aùt~V KaÌ tOUtO tÒ

Etoç, €wç OtOU crKalPw rtEpÌ aur~v KaÌ ~aÀw K01tpla, 9 KlÌV }lÈ:v
no1~crn Kapnòv EÌç TÒ }lÉÀÀov· EÌ OÈ ll~ yE, ÈKKOlVEl<; aùr~v.
10 THv OÈ ÒlÒacrKWV Èv }l l~ tWV cruvaywywv Èv roiç cra~~acrlV.

11 KaÌ iòoù yuv~ rtVEU}la exoucra acreevEiaç ETT'J ÒEKaOKtW Kaì.

~V cruyKUrttOUCJa KaÌ }l~ ÒUVa}lÉVT'J avaKUlVal EÌç tÒ navtEÀÉç.

13,4 Torre in Shiloah (o tnipyoç Év te.} 5,4,2 § 145). Forse la torre faceva parte di
I:L.l.wci~)-Giuseppe Flavio parla del pri- questa fortificazione.
mo dei tre muri che circondavano la città 13,7 Vigna io/o (~11WJ\if1Y6c.)- Hapax legame-
di Gerusalemme, il quale includeva anche non di Luca, il sostantivo indica il «lavoratore
la fonte di Shiloah (cfr. Guerra giudaica nella vigna» (cfr. nella Settanta 4Re 25,12 [fM

divino contro i peccatori; dall'altra, v'era stato un sacrilegio nel tempio, il luogo
più santo. Il secondo episodio, invece, riguarda un incidente di cantiere: il crollo
della torre di Shiloah. Le notizie di due episodi drammatici sono seguite da un
doppio commento: prima una domanda che interpella l'uditorio, poi un invito.
L'interrogativo presuppone che gli interlocutori di Gesù ricerchino un nesso fra
il grado di peccato di coloro che sono periti e la loro sofferenza: ciò è coerente
con la teoria della retribuzione (se fai il bene Dio ti premia, se fai il male Dio
ti castiga). Gesù rifiuta di stabilire qualsiasi nesso fra peccato e sofferenza, e
ammonisce i suoi interlocutori perché si convertano. La conversione implica un
nuovo orientamento, un cambiamento di mentalità a proposito di Dio e della vita
dell'uomo. Tale mutamento radicale riguarda Dio, non più considerato come colui
che castiga i peccatori: senza conversione l 'uomo morirebbe nel terrore di un Dio
cosi; se, al contrario, si converte, scopre un volto totalmente differente di Dio.
La parabola delfico sterile. La minaccia che una pianta senza frutti debba essere
tagliata era già parte essenziale della predicazione di Giovanni Battista (cfr. 3,9). La
breve parabola offre la chiave di lettura del duplice pressante invito alla conversione
(cfr. w. 3.5). Il racconto fittizio presenta tratti di normalità e tratti stravaganti. È nonna-
le decidere di tagliare una pianta, se essa non dà frutti per tre anni di seguito, come pure
è normale giudicare inutile che una pianta sterile occupi il terreno. È invece stravagante
237 LUCA 13,11

40 quei diciotto sui quali cadde la torre in Shiloah e li


uccise, ritenete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti
di Gerusalemme? sNo, vi dico, ma se non vi convertite
perirete tutti nella stessa maniera». 6Diceva poi questa
parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna e
andò per cercare un frutto, ma non ne trovò. 7 Allora disse
al vignaiolo: "Ecco sono tre anni dacché vengo a cercare
un frutto su questo fico e non ne trovo. Taglialo! Perché
[dunque] ingombra la terra?". 8Ma questi gli rispose:
"Signore, lascialo anche quest'anno, finché gli avrò zappato
intorno e avrò messo il concime. 9 Forse farà frutto in futuro,
se no certamente lo taglierai"».
10 Stava insegnando in una delle sinagoghe in giorno di sabato.
11 Ed ecco (c'era) una donna, che aveva da diciotto anni uno spirito

di infermità, era tutta curva e non poteva assolutamente stare dritta.

2Re 25,12]; Is 61,5; Ger 52,16; 2Cr 26,10). manifestazione di qualche realtà superiore
13,11 Spirito di infermità (llvfii~a... (cfr. lo «spirito impuro» negli indemoniati):
àa9EvE(aç) - La àa9EVEL« può riferirsi a l'infennitàdelladonna è dunque attribuita a
vari tipi di malattie e disturbi. NelJ'anti- uno «spirito» che si è diffuso nel suo corpo
chità si riconosceva in ogni debolezza la per curvarla e bloccarla.

un intervento cosi accorato del vignaiolo, che oppone alla decisione del padrone la
proposta di attendere, come pure è stravagante rassodare il terreno intorno a un albero
di fichi e, addirittura, mettere del concime. Di fatto, l'appello del vignaiolo provoca
un cambio di direzione nella trama. Non bisogna però dimenticare che al tennine del
racconto vignaiolo e padrone concordano: se nel futuro non ci saranno frutti, l'unica
soluzione possibile sarà il taglio del fico. Tuttavia, il finale è aperto, conservando il
silenzio sia riguardo all'accordo del tempo supplementare postulato, che all'effettivo
cambiamento del regime produttivo del fico: si tratta di un forte appello ai destinatari e
al lettore, chiamati a prendere una decisione. Ma proprio qui sta l'insegnamento della
parabola: essa più che un invito a contemplare la pazienza di Dio è un appello a fare
presto. C'è ancora del tempo, ma non è infinito! La conversione al Dio che non castiga
non dispensa l'uomo dalla responsabilità di decidere e di farlo presto. Il lettore, inoltre,
può stabilire una relazione: l'«anno» concesso al fico ricorda l'«anno di grazia» del
profeta Isaia (cfr. la citazione in Le 4, 19). Tale «annO)) è in pieno svolgimento proprio
nella missione di Gesù: per questo occorre fare presto.
13,10-17 Guarigione della donna curva
Il miracolo della guarigione della donna curva è ben articolato in due pannelli.
Nel primo (vv. 11-13) sono in gioco due personaggi: Gesù e la donna curva, da lui
dichiarata liberata; l'effetto è duplice: la donna si raddrizza e loda Dio. Nel secon-
LUCA 13,12 238

12 i &lv ~è: cxùnìv ò 'IllOouç npooecpwv11oEV J«XÌ EinEV cxùTfj· y6vat,


ànoÀtÀUOal rijç àCJ9EVdaç OOU, 13 J«XÌ ÈnÉSJ,KEV alÌTfj Tàç Xfipaç· KaÌ
napaxpfj}la àvwp8w811 Kaì È~a~EV -ròv 9e6v. 14 ànoKpt9rlç ~è: ò
àpxtouvaywyoç, àyavaK'tWV on
-rq'> oa~~a't(f> È9epanwOEV Ò 'lllOOUç,
ÉkyEV 't4) OxÀ(f> On ~ ~}lÉpal Mv Èv aìç &i Èpy~· Èv aÒ'raiç OÒV
È{JXo}lEVot 9epanroeo9E J«XÌ ll~ Tfi ~~ -rou oa~~<hou. 15 àrteKpiSJ,Sè:
exù'tq> ò J<Upwç KaÌ eÌnEV" Ò7roKpltai, fKao-roç ù}.!Wv -rq> oa~~4> oò Ma
-ròv j3ow a&roo ~ -ròv 5vov ànò n;ç ~ç KaÌ ànayaywv ~
16 -rau'tllv ~è: 9uya-rÉpa i\~paà:}l oòoav, ~v E~11oev ò oa-ravaç i~où

~ÉKa KaÌ ÒK-rw E'tll, oÒK E~El Àu9fjvat ànò -rou ~EO}lOU -rou-rou Tfi

13,12 Sei sciolta (&1ToÀaooa~)- Questo ver- Dio». L'espressione è tipica di Luca (cfr.
bo, come il successivo ((fu raddrizzata» (v. 2,20; 5,25.26; 7,16; 17,15; 18,43; 23,47).
13), è un passivo teologico (o divino), che 13,14 Il capo della sinagoga (o
rimanda a Dio come autore di un'azione. &px~auvciywyoç)- È il responsabile dell'edi-
13,13 Impose le mani (àréer,cev .. . tàç xetpaç) ficio di culto che presiedeva le assemblee
-Cfr. nota a 4,40. religiose (cfr. 8,49); anche nelle catacombe
Glorificava Dio (~cSOça,ev tòv 9e6v)- L'im- ebraiche di Roma è attestato questo titolo.
perfetto è il tempo della continuità ed espri- Sei giorni (È~ t\J.~pa~)- Allusione al coman-
me un'azione che dura nel tempo; si potreb- damento che vieta di lavorare in giorno di
be anche tradurre ((continuava a glorificare sabato (cfr. Es 20,9-10; Dt 5,13-14).

do (vv. 14-17) sulla scena si muovono Gesù e il capo della sinagoga, che accusa
la folla; anche qui con un duplice effetto: gli avversari di Gesù sono svergognati,
mentre la folla gioisce. Il racconto ritorna su temi cari a Luca: anzitutto quello della
liberazione e della salvezza, cui alcuni oppongono un netto rifiuto (il rimando alla
predica di Nazaret, cfr. 4,18, è evidente); inoltre, la guarigione avviene di sabato
(cfr. 6,6-11 ), ed è un'occasione per ridefinire il senso di quel giorno.
Il miracolo è di Dio. Il racconto è fortemente caratterizzato dalla presenza del di-
vino. In primo luogo Gesù non compie il miracolo, lo notifica (v. 12) come opera già
realizzata da Dio; il passivo teologico (cioè un verbo il cui soggetto è Dio) «sei sciolta»
è un segnale in tal senso: ciò indica che Gesù e il narratore vedono nella guarigione
l'opera di Dio. La donna reagisce glorificando Dio (v. 13) e non Gesù, mostrando di
interpretare anch'ella l'avvenimento nello stesso modo. Inoltre, allorché Gesù risponde
agli avversari, opponendo il legame di Satana e lo scioglimento che è avvenuto (v. 16),
utilizza ancora una volta un verbo passivo («fosse slegata»), che rimanda ali' azione di
Dio. Infine il verbo «bisognava» (greco, édei, v. 16) indica proprio la volontà salvifica
di Dio che si manifesta per mezzo di Gesù. Non è un caso che subito dopo il miracolo vi
siano le uniche parabole lucane che hanno a tema il regno di Dio (cfr. vv. 18-21 ). Il Regno
si fa riconoscere in atti e in parole che mostrano la signoria di Dio in mezzo agli uomini.
La fisiognomica. Nel mondo greco-romano (familiare a Luca e al suo uditorio)
v'era una grande attenzione alla fisiognomica, ovverosia al valore interiore e morale
239 LUCA 13,16

12 Avendola vista, Gesù (la) chiamò e le disse: «Donna, sei


sciolta dalla tua infermità» 13 e le impose le mani; e all'istante
fu raddrizzata e glorificava Dio. 1411 capo della sinagoga,
sdegnato che Gesù avesse guarito di sabato, diceva alla folla:
«Ci sono sei giorni nei quali bisogna lavorare, venite dunque
quei giorni a farvi guarire e non nel giorno di sabato». 15 Gli
replicò il Signore: «Ipocriti, ciascuno di voi di sabato non slega
il suo bue o l'asino dalla mangiatoia per portar li a bere? 16E
questa figlia di Abraam, che Satana ha legato, ecco sono ormai
diciotto anni, non bisognava che fosse slegata da questa catena

13,l5S/ega il suo bue (H~ L tòvj3ofv aùrou)- La differenza dei vv. 4.11 (dove il numero è un
discussione ebraica (come la possiamo dedurre solo vocabolo,lifKIXOKtw) qui si compongono
dalla Mishnà, una raccolta redatta circa nel ID il numero «dieci» (OiKa) e «otto» (ÒKtw). In
sec. d.C. ma con materiale anteriore) presuppo- alcuni manoscritti (come il papiro Bodmer
ne che il bue possa uscire in giorno di sabato, XIV [IJ)75 ] e il Codice di Beza [D]) il numero
ma precisa che non bisogna imporgli pesi; era è scritto abbreviato iTJ, esattamente come il
com\Dlque possibile condurre il bue ad abbeve- nome Gesù; da qui la speculazione (cfr. Let-
1"8Bi al pozzo, senza però trasgredire i limiti dei tera di Barnaba 9, 7-9) che negli anni della
passi da compiere in giorno di sabato. sua malattia fosse iscritto il nome del suo
13,16 Diciotto anni (OiKa Kal ÒKtW hTJ)- A salvatore.

dell'aspetto fisico. Luca precisa che la donna era «curva», «non poteva assoluta-
mente stare dritta» e aveva «uno spirito di infennità» (v. Il). Nei trattati antichi
di fisiognomica (quello, p. es., dello Pseudo-Aristotele) si precisa che una schiena
sottile e fragile è segno di debolezza, mentre una schiena forte e dritta è segno di
forza; inoltre, la schiena curva indica una cattiva disposizione, testimoniata dal fatto
che il volto non si può vedere. Sicché il problema della donna curva non è fisico ma
morale. La presenza poi di «uno spirito di infennità» può essere inteso come segno
di debolezza sociale ed economica (cfr. At 20,35). L'attribuzione della malattia alla
forza di Satana (v. 16), invece, è la spiegazione giudaica dell'infennità della donna. Il
metodo zoologico della fisiognomica aggiunge qualcosa: il paragone con gli animali
pennette di individuare altre caratteristiche. Luca cita il bue e l'asino (v. 15), che nei
trattati sono il simbolo rispettivamente della pigrizia e della codardia. Si comprende
allora il capovolgimento: gli avversari di Gesù in giorno di sabato slegano animali
che sono il simbolo stesso della stupidità, senza rendersi conto che Gesù ha liberato
una donna che nell'apparenza della fragilità era una <<figlia di Abraam» (v. 16).
Figlia di Abraam. Solo in risposta alla critica del capo della sinagoga Gesù
parla della donna come di una «figlia di Abraam». Si tratta di una definizione
molto singolare (cfr. 19,9), che dice la verità della donna. Ella ha ripreso tutti i
suoi diritti come membro del popolo dell'alleanza, mentre la sua condizione fisica
era interpretata come un segnale della possessione demoniaca. La promessa ad
LUCA \3,17 240

~lJÉP~ -roO oa~~a-rou; Kaì -raO-ra Myov-roç aù-roO Ka'tlloxuvov-ro


17

navn:ç OÌ <ÌV'tlKfl)lEVOl aÙ't'f>, KCXÌ miç ÒOXÀOç ÉXCXlpEV ÈnÌ ndOlV


miç €vòé~01ç -roiç ytVO}JEVOlç ùn' aù-roO.
18 "FkyEV ow· TIVl ÒlJOla ronv ~ ~ao~Ària 'tOU 9Eo0 KCXÌ TIVl ÒlJOtWoW

aùnlv; 19 ÒlJOla Èonv KéKl«f> 01VcX1tEwç, Ov Àa~WV av9pwnoç É~aÀEV


EÌç K~1tOV ÉamoO, KaÌ TJU~TJOEV KaÌ EyEvE'tO EÌç ÒÉvÒpov, KaÌ 't<Ì 1tE'tE1Và
'tOU oùpavoO Kat'EmalVWOEV Èv -roiç l<Mòotç CXÙ'toO. 20 Kaì MÀlV d1tEV'
riv1 ÒlJol.Wow nìv ~amklav -roO 9Eo0; 21 ÒlJoia €orlv ~ulJn, ~v Àa~oOoa:
yuv~ [€v]€Kpu\f'EV Eiç àkUpou oa-ra -rpia Éwç où €~u}Jw9T) oÀov.
22 Kaì Ò1EnopruE-ro m-rà néktç Kaì KW}Jaç òtòaOKwv Kaì nopEiav

13,17 Tutti i suoi avversari