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Alessandro Belano

Il Vangelo secondo Marco


Traduzione e analisi filologica
Copyright © MMIX
ARACNE editrice S.r.l.

www.aracneeditrice.it
info@aracneeditrice.it

via Raffaele Garofalo, 133 A/B


00173 Roma
(06) 93781065

ISBN 978–88–548–1839–2

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,


di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.

Non sono assolutamente consentite le fotocopie


senza il permesso scritto dell’Editore.

I edizione: luglio 2008


I ristampa: febbraio 2009
II ristampa: maggio 2010
INDICE

Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

Capitolo 1 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . . 11


Capitolo 2 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 151
Capitolo 3 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 211
Capitolo 4 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 277
Capitolo 5 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 341
Capitolo 6 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 403
Capitolo 7 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 489
Capitolo 8 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 545
Capitolo 9 . . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 603
Capitolo 10 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 677
Capitolo 11 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 757
Capitolo 12 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 803
Capitolo 13 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 871
Capitolo 14 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . . 921
Capitolo 15 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . 1031
Capitolo 16 . .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... . ... . ... . ... . ... . . . . . . . . . . . 1101

Sigle e abbreviazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1133

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1159

5
INTRODUZIONE

La primitiva tradizione ecclesiale è unanime nell’attribuire a Marco, discepolo di Pietro, il


secondo vangelo canonico. L’affermazione più antica è quella di Papia di Gerapoli, il quale,
scrivendo agli inizi del II secolo, riferisce una testimonianza ancora più remota:

i"Â J@Øhz Ò BDgF$bJgD@H §8g(g<· 9VDi@H :¥< ©D:0<gLJ¬H AXJD@L (g<`:g<@Hs ÓF"
¦:<0:`<gLFg<s •iD4$äH §(D"Rg<s @Û :X<J@4 JV>g4 J ßBÎ J@Ø iLD\@L ´ 8gPhX<J" ´
BD"PhX<J". @ÜJg (D ³i@LFg< J@Ø iLD\@L @ÜJg B"D0i@8@bh0Fg< "ÛJès àFJgD@< *¥s
ñH §N0<s AXJDå· ÔH BDÎH JH PDg\"H ¦B@4gÃJ@ JH *4*"Fi"8\"Hs •88z @ÛP òFBgD
Fb<J">4< Jä< iLD4"iä< B@4@b:g<@H 8@(\T<s òFJg @Û*¥< »:"DJg< 9VDi@H @àJTH §<4"
(DVR"H ñH •Bg:<0:`<gLFg<. ©<ÎH (D ¦B@4ZF"J@ BD`<@4"<s J@Ø :0*¥< ô< ³i@LFg<
B"D"84BgÃ< ´ RgbF"Fh"\ J4 ¦< "ÛJ@ÃH.
«Il Presbitero era solito dire che Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse accuratamente, anche
se senza ordine, tutto ciò che si ricordava dei detti e dei fatti del Signore. Egli non aveva udito e
seguito il Signore, ma Pietro e ciò soltanto più tardi, come ho riferito. Pietro usava adattare il suo
insegnamento alle necessità, ma senza dare un ordine ai detti del Signore. Perciò Marco non ha
commesso errori scrivendo alcune cose così come le ricordava. Egli aveva una sola preoccupazio-
ne: non tralasciare nulla di ciò che aveva udito e non riferire cose menzognere» (riportato da
Eusebio, Historia ecclesiastica, 3,39,15).

Nonostante l’importanza di tale autorevole attestazione, nella successiva tradizione patristica


il secondo vangelo venne considerato come un’opera di seconda mano, poiché si condivideva
l’opinione che Marco fosse posteriore a Matteo e dipendente da esso, al punto che più tardi
sant’Agostino, trattando del problema sinottico e discutendo del rapporto tra i vangeli, giunge a
dare questa definizione: «Marcus eum [sott. Matthaeum] subsecutus, tamquam pedisequus et
breviator eius videtur», «Marco seguì Matteo, al punto da sembrare un suo valletto e abbreviato-
re» (Id., De consensu evangelistarum, 1,2,4).

Tale giudizio si mantenne praticamente inalterato nei secoli successivi: il secondo vangelo
continuò a essere ritenuto il più povero dal punto di vista dottrinale e letterario, parere, questo,
condiviso ancora oggi da qualche commentatore. Ma è proprio vero che il vangelo di Marco,
rispetto agli altri vangeli, è il più dimesso, il più scarso di vocaboli, il più monotono, quello
letterariamente inferiore? A un attento esame dei vangeli tale ingeneroso giudizio non
corrisponde alla piena verità, anzi, da un punto di vista semplicemente letterario e in termini
percentuali, è vero il contrario: il secondo vangelo è il più breve, ma non il più povero. Il lessico
di Marco è formato da 1312 vocaboli, su un totale di 11.216 parole, corrispondente, cioè,
all’11,69% del totale. Si tratta del più alto rapporto percentuale rispetto agli altri evangelisti. In
questa speciale classifica troviamo, dopo Marco, il «grecista» Luca, il quale nel suo vangelo

7
8 Introduzione

utilizza 2055 vocaboli su 19.490 parole, pari al 10,54%. In terza posizione è Matteo, il quale
impiega 1691 vocaboli su 18.346 parole, pari al 9,21%. Il lessico più monotono e ripetitivo è
quello dell’evangelista Giovanni: 1011 vocaboli su 15.641 parole, pari al 6,46%.

Per la corretta interpretazione dei dati statistici e lessicali che vengono di volta in volta offerti
nel presente lavoro si tenga debitamente conto di quanto segue:

a) la traduzione e l’analisi filologica dei singoli vocaboli si basano sul testo greco del
vangelo di Marco nella 27a edizione del Novum Testamentum graece curato da Eberhard Nestle
e Kurt Aland e riprodotto anche in The Greek New Testament, a cura di Kurt Aland – Matthew
Black – Carlo Maria Martini – Bruce M. Metzger – Allen Wikgren.

b) Nell’esame statistico dei singoli vocaboli non sono state conteggiate quelle lezioni che
l’Autore del presente lavoro ritiene non appartenenti al testo originale. Per la discussione critica
vedi commento ai singoli passi. In pratica, ai fini statistici, non sono prese in considerazione le
seguenti parole:

Mc 1,1 [LÊ@Ø hg@Ø]


Mc 1,4 [Ò]
Mc 3,7 [²i@8@bh0Fg<]
Mc 3,14 [@áH i" •B@FJ`8@LH é<`:"Fg<]
Mc 3,16 [i"Â ¦B@\0Fg< J@×H *f*gi"]
Mc 3,20 [Ò]
Mc 3,32 [i" "Ê •*g8N"\ F@L]
Mc 5,21 [¦< Jè B8@\å]
Mc 6,23 [B@88V]
Mc 6,51 [¦i BgD4FF@Ø]
Mc 7,4 [i"Â i84<ä<]
Mc 7,35 [gÛhXTH]
Mc 9,42 [gÆH ¦:X]
Mc 10,7 [i"Â BD@Fi@880hZFgJ"4 BDÎH J¬< (L<"Ãi" "ÛJ@Ø]
Mc 10,25 [J­H]… [J­H]
Mc 12,23 [ÓJ"< •<"FJäF4<]
Mc 12,34 ["ÛJ`<]
Mc 14,47 [J4H]
Mc 14,68 [i" •8XiJTD ¦Nf<0Fg<]
Mc 15,12 [hX8gJg]… [Ô< 8X(gJg]
Mc 16,18 [i"Â ¦< J"ÃH PgDF\<]
Introduzione 9

c) Sono regolarmente conteggiate le parole che costituiscono la cosiddetta «finale lunga»,


ossia Mc 16,9–20, la quale, pur non facendo parte del testo originale (vedi commento a Mc
16,9), è stata accolta e considerata dalla Chiesa come canonica.

d) Le otto crasi che compaiono nel vangelo (i•igÃ: Mc 1,35; i–<: Mc 5,28; 6,56; 16,18;
i•igÃ<@<: Mc 12,4.5; i•igÃ<@4: Mc 16,11.13) sono conteggiate come singole ricorrenze (=
8 parole).

Il presente lavoro si propone di esaminare questo singolare vocabolario marciano mediante


una dettagliata analisi filologica, ideata come utile sussidio a quanti — studenti e lettori eruditi,
ma anche docenti ed esegeti — intendono affrontare lo studio scientifico del secondo vangelo.

Le principali caratteristiche di questo commento possono essere così sintetizzate:

1 – Nuova traduzione letterale (non letteralista) del testo originale, nella quale è stata
privilegiata sia la fedeltà formale sia la corrispondenza semantica delle singole parole in base al
loro contesto, condividendo il principio secondo il quale ciò che è importante, nella traduzione,
non è il morfologicamente esatto, la materialità formale, ma la letteralità semantica, l’equivalenza
funzionale del senso.

2 – Minuziosa e completa analisi grammaticale di ogni singola parola di cui si offre, in


successione: a) la categoria grammaticale di appartenenza (articolo, sostantivo, aggettivo,
pronome, verbo, avverbio, congiunzione, interiezione), a cui seguono, all’occorrenza, gli altri
indicatori (il caso, il numero, il genere) o, per i verbi, la persona, il tempo, il modo, la diatesi; b)
la forma greca del vocabolo allo stato assoluto; c) la traduzione italiana, con particolare
riferimento al senso neotestamentario del termine; d) l’indicazione della funzione sintattica
espletata dal vocabolo all’interno della proposizione.

3 – Completa critica testuale per le lezioni più importanti, esaminando il pro e contro delle
varianti e motivando, all’occorrenza, la scelta operata.

4 – Di ogni parola che compare per la prima volta sono indicati: a) il numero totale di
ricorrenze nel Nuovo Testamento; b) le singole e distinte ricorrenze del termine nei quattro
vangeli e spesso, per le parole più importanti, anche negli altri libri neotestamentari; c) i
corrispondenti valori percentuali; d) l’elenco di tutte le ricorrenze marciane, con l’indicazione dei
versetti; e) il commento filologico, sintattico ed esegetico del vocabolo, con abbondanti citazioni
e riferimenti tratti dal greco classico ed ellenistico e gli eventuali paralleli e raffronti con il greco
biblico dei LXX, con l’ebraico del testo masoretico, con il greco degli altri sinottici, con i testi
della letteratura qumranica, rabbinica (Mishnah e Talmud) e latina. All’occorrenza viene offerta
la descrizione e il riferimento statistico di particolari fenomeni sintattici e lessicali, quali la
costruzione perifrastica, l’uso degli anacoluti, il cosiddetto “presente storico”, la costruzione a
senso, le figure etimologiche, il genitivo di appartenenza, le figure retoriche (paronomasia,
metafora, sineddoche, iperbole, pleonasmo, ecc.), il genitivo assoluto e quello cosiddetto
“ebraico”, i semitismi lessicali e fraseologici, i latinismi, ecc. Non si trascura di segnalare né gli
10 Introduzione

hapax legomena (617, di cui 70 neotestamentari) né le voci e le frasi tecniche, di cui si specifica
la ricorrenza anche in rapporto agli altri evangelisti.

5 – La bibliografia è strutturata nelle seguenti divisioni: I – Testo biblico; II – Critica testuale;


III – Analisi filologica; IV – Concordanze; V – Sinossi; VI – Vocabolari, dizionari, lessici; VII
– Grammatiche; VIII – Altri sussidi; IX – Sussidi elettronici.

Il commento è diretto sia agli studenti e al cultore ordinario — i quali potranno rendersi
personalmente conto del significato di ogni singola parola — sia agli studiosi del Nuovo
Testamento che troveranno nelle note filologiche le ragioni scientifiche della nuova traduzione.

Ringrazio quanti mi sono stati concretamente vicini con i loro preziosi consigli, suggerimenti
e all’occorrenza critiche e incoraggiamenti. Possa la Parola di Dio, che è Parola di vita, essere
sempre più conosciuta e amata per abitare nei credenti con tutta la sua ricchezza.

Roma, 23 giugno 2010


[5!I! 9!C5?;]

1,1 z!DP¬ J@Ø gÛ"((g8\@L z30F@Ø OD4FJ@Ø [LÊ@Ø hg@Ø].


1,1 Compendio del vangelo di Gesù Cristo.

[5!I! 9!C5?;]: [«Secondo Marco»]. La titolatura o epigrafe del libretto che conosciamo
come «Vangelo di Marco», sebbene presente nei codici antichi (nel codice Vaticano, ad
esempio, compare all’inizio e alla fine del vangelo), certamente non faceva parte del testo
originale. Analogamente a quella degli altri tre libretti (Matteo, Luca, Giovanni) fu aggiunta
in un secondo tempo, probabilmente per iniziativa dei vescovi, allo scopo di indicare quali
vangeli dovevano essere riconosciuti come apostolici e degni di essere letti in pubblico. Nella
seconda metà del II secolo d.C. il titolo 5!I! 9!C5?; era già in uso, poiché è
conosciuto da Ireneo di Lione (cf. Id., Adv. haer., 3,11,35), Clemente di Alessandria (J"ØJ"
:¥< ¦< Jè i"J 9Di@< gÛ"((g8\T (X(D"BJ"4, «tutte queste cose sono scritte nel
vangelo secondo Marco», Id., Quis dives, 5,1,1) e Origene (cf. Id., Contra Cels., 1,62,18).
Il significato di questa e delle altre titolature è anzitutto apologetico e letterario: segnalare il
nome dei redattori e specificare che esistevano varie forme o edizioni di tali libretti. Sebbene
alcune antiche versioni rendono la preposizione i"JV mediante un genitivo (vangelo di
Matteo, vangelo di Marco, ecc.), il contenuto non appartiene allo scrittore: non si tratta, cioè,
del vangelo di Marco, ma del vangelo di Gesù redatto da (= i"JV) Marco, ossia secondo
la presentazione fatta da Marco. I titoli moderni che compaiono sui vari commentari
(Vangelo di Marco o, peggio, semplicemente Marco) non corrispondono in pieno alle
antiche titolature. C’è una sola buona novella, quella vissuta e predicata da Gesù Cristo. Gli
autori letterari, pur essendo veri autori ispirati (cf. Dei Verbum, 11), sono soltanto dei
compilatori o redattori dell’unico “vangelo” di Gesù.
z!DPZ: sost., nom. sing. f. da •DPZ, –­H, principio, inizio, origine, riassunto, compendio;
soggetto. Il vocabolo ricorre 56 volte nel NT: 17 volte in forma assoluta singolare nel
significato temporale di «inizio», «principio», «origine» (cf. Mt 24,8; Mc 1,1; 13,8; Lc 20,20;
Gv 2,11; 8,25; 1Cor 15,24; Ef 1,21; Col 1,18; 2,10; Eb 2,3; 3,14; 7,3; Gd 1,6; Ap 3,14; 21,6;
22,13); 8 volte in forma assoluta plurale, nel significato di «potenze», «magistrati», «capi»,
«principati» (cf. Lc 12,11; Rm 8,38; Ef 3,10; 6,12; Col 1,16; 2,15; Tt 3,1; Eb 1,10); 2 volte
al plurale, nel significato spaziale di «capi», «estremità» (cf. At 10,11; 11,5); 2 volte nel
significato plurale di «fondamenta», «primi elementi» (cf. Eb 5,12; 6,1); 21 volte preceduto
dalla preposizione •B` nel significato avverbiale «da principio», «dall’inizio» (cf. Mt 19,4.8;
24,21; Mc 10,6; 13,19; Lc 1,2; Gv 8,44; 15,27; At 26,4; 2Ts 2,13; 2Pt 3,4; 1Gv 1,1;
2,7.13.14. 24[x2]; 3,8.11; 2Gv 1,5.6); 4 volte preceduto da ¦< nel significato avverbiale
«all’inizio», «nel principio» (cf. Gv 1,1.2; At 11,15; Fil 4,15); 2 volte preceduto da ¦> nel
significato avverbiale «da principio», «dall’inizio» (cf. Gv 6,64; 16,4).

Qual è il significato di •DPZ nel nostro versetto? Nel commentare l’inizio del prologo
di Giovanni, Origene elenca sei significati fondamentali di •DPZ. Al quinto posto egli pone
questa definizione: §FJ4< •DP¬ i" ñH :"hZFgTH i"hz Ô J FJ@4PgÃ" nV:g< •DP¬<

11
12 Mc 1,1

gÉ<"4 (D"::"J4i­H, «Per “principio” si può intendere anche una cosa che si apprende, per
cui chiamiamo “principio” della grammatica le lettere dell’alfabeto» (Id., Comm. in Ioann.,
1,18,106). Secondo Origene il vocabolo •DPZ può assumere anche il significato di
«rudimenti», «primi elementi», «elementi essenziali», «compendio», «riassunto», «sintesi».
Questo significato si ritrova nella versione greca dell’AT (cf. Sal 111,10; 119,160; Prv 1,7;
9,10; Sir 1,14; 10,12.13; 29,21; 39,26) e nella lettera agli Ebrei (cf. Eb 5,12; 6,1). Qualche
attestazione è presente anche nella grecità extra–biblica (cf. Isocrate, Or., 4,38; Epitteto, Diss.,
1,17,12; 1,26,15). Nel nostro passo il significato di •DPZ, inteso come «primi elementi»,
«sintesi», «compendio», «riassunto», è da preferire rispetto a quello comune di «origine»,
«inizio»: con tale vocabolo, infatti, lo scrittore sacro vuole indicare l’intestazione del libro
intero che ha per oggetto il lieto annuncio riguardo Gesù. L’Autore non vuole esporre una
trattazione completa di queste vicende, ma soltanto limitarsi a offrire un riassunto, un
compendio, un libretto contenente gli elementi essenziali. Per tali motivi il v. 1 (privo della
lezione LÊ@Ø hg@Ø, non originale, cf. sotto), pur risalendo probabilmente, ma non
necessariamente a Marco, deve essere isolato e considerato a sé stante, come un vero e
proprio titolo “da copertina” dell’intera opera e dunque sintatticamente staccato dal v. 2 che
costituisce il vero inizio letterario e temporale delle vicende narrate. Una conferma indiretta,
anche se tardiva, troviamo nell’Evangelarium Hierosolymitanum, un lezionario siropalestine-
se completato attorno al 1030, dove il testo del vangelo di Marco inizia soltanto con il v. 2
(«Come è scritto…»).
J@Ø: art. determ., gen. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J@Ø ricorre 2517 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
294 volte in Matteo (corrispondente all’1,603% rispetto alle 18.346 parole che formano
l’opera); 132 volte in Marco (corrispondente all’1,168% su un totale di 11.216 parole); 380
volte in Luca (corrispondente all’1,951% su un totale di 19.490 parole); 243 volte in
Giovanni (corrispondente all’1,554% su un totale di 15.641 parole).
gÛ"((g8\@L: sost., gen. sing. n. da gÛ"((X84@<, –@L, lieto annuncio, buona novella,
«vangelo»; compl. di specificazione. Il vocabolo ricorre 76 volte nel NT: 4 volte in Matteo
(cf. Mt 4,23; 9,35; 24,14; 26,13, corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 8 volte
in Marco (cf. Mc 1,1.14.15; 8,35; 10,29; 13,10; 14,9; 16,15 = 0,071%); 2 volte in Atti degli
Apostoli (cf. At 15,7; 20,24); 9 volte in Romani (cf. Rm 1,1.9.16; 2,16; 10,16; 11,28;
15,16.19; 16,25); 8 volte in 1Corinzi (cf. 1Cor 4,15; 9,12.14[x2].18[x2].23; 15,1); 8 volte in
2Corinzi (cf. 2Cor 2,12; 4,3.4; 8,18; 9,13; 10,14; 11,4.7); 7 volte in Galati (cf. Gal 1,6.7.11;
2,2.5.7.14); 4 volte in Efesini (cf. Ef 1,13; 3,6; 6,15.19); 9 volte in Filippesi (cf. Fil
1,5.7.12.16. 27[x2]; 2,22; 4,3.15); 2 volte in Colossesi (cf. Col 1,5.23); 6 volte in 1Tessaloni-
cesi (cf. 1Ts 1,5; 2,2.4.8.9; 3,2); 2 volte in 2Tessalonicesi (cf. 2Ts 1,8; 2,14); 1 volta in
1Timoteo (cf. 1Tm 1,11); 3 volte in 2Timoteo (cf. 2Tm 1,8.10; 2,8); 1 volta in Filemone (cf.
Fm 1,13); 1 volta in 1Pietro (cf. 1Pt 4,17); 1 volta in Apocalisse (cf. Ap 14,6).

Nella grecità la forma singolare gÛ"((X84@<, a partire da Omero, indica una «buona
notizia», un «annuncio festoso» o la «ricompensa» per l’annuncio stesso (cf. Omero, Od.,
14,152.166; Plutarco, Demetr., 17,6,7; Pomp., 41,3,6; Eliodoro, Aeth., 1,14,4). Nei secoli
seguenti stesso significato assume la forma plurale J gÛ"((X84", utilizzata per indicare i
Mc 1,1 13

sacrifici fatti agli dèi per le «buone e salutari notizie» (cf. Isocrate, Or., 7,10; Senofonte, Hell.,
1,6,37; Aristofane, Eq., 654). La forma plurale, nel generico significato di «buone notizie»,
è attestata anche da Cicerone che la impiega, in greco, in alcune lettere inviate ad Attico:
«Cicero Attico sal. Primum, ut opinor, gÛ"((X84". Valerius absolutus est», «Cicerone saluta
Attico. Per prima cosa, come ritengo, le buone notizie: Valerio è stato assolto» (Cicerone, Ad
Att., 2,3,1); «Cicero Attico sal. Itane nuntiat Brutus illum ad bonos viros? gÛ"((X84"»,
«Cicerone saluta Attico. Davvero Bruto afferma che è entrato tra le persone oneste? Ottime
notizie!» (Cicerone, Ad Att., 13,40,1). Anche in epoca ellenistica il termine gÛ"((X84@< è
usato con lo stesso significato di «buona notizia» in contesto profano (cf. Giuseppe Flavio,
Bellum, 2,420; 4,618; 4,656; Luciano, Asin., 26,14; Appiano, Bellum civ., 3,13,93; 4,4,20;
4,15,113). In tutti questi testi la parola gÛ"((X84@<, nella forma sia singolare che plurale,
significa «buona notizia» portata o ricevuta. Ciò è confermato in epoca neotestamentaria
dalla iscrizione di Priene (9 d.C.), dove l’espressione J gÛ"((X84" designa le «buone
notizie» che hanno avuto inizio con l’operato dell’imperatore Augusto (cf. OGIS, II,458).

Nonostante questa evidente attestazione extra–biblica, limitata per altro a poche


ricorrenze, la matrice lessicale e culturale del termine marciano non è quella pagana, ma la
traduzione greca dell’AT. Qui troviamo 5 volte il sostantivo nella forma femminile singolare
gÛ"((g8\" (cf. 2Sam 18,20.22.25.27; 2Re 7,9; eb. %9I”vA, be'so) ra) h) e 1 volta il sostantivo
neutro plurale gÛ"((X84" (cf. 2Sam 4,10; eb. %9I”vA) per indicare un lieto annuncio di
carattere profano. Si deve osservare tuttavia che già a partire dall’uso anticotestamentario
questa radice verbale si è caricata progressivamente di significati sempre più teologici. In Sal
68,12 si parla di «messaggi» o «notizie di vittoria» non tanto a livello profano, quanto
religioso: si tratta di una annunzio gioioso riferito alla grandezza di Dio, espresso in forma
di professione di fede. Questo sviluppo si farà via via più insistente: i LXX traducono la
radice 9”", bs'r di Is 61,1 con il verbo gÛ"((g8\.@:"4, riservato dagli autori del NT per
qualificare la missione di Gesù e le sue azioni: si viene a formare l’idea di un gÛ"((X84@<,
una «buona notizia», in riferimento a una salvezza spirituale. Con il NT si giunge alla
conclusione di tale evoluzione semantica e teologica del termine, poiché il vocabolo gÛ"((X-
84@< viene impiegato per designare esclusivamente la “notizia” che riguarda la persona e il
messaggio di Cristo. L’impiego del vocabolo in Mc 1,1 deve essere letto, pertanto, in questa
chiave: il termine neotestamentario gÛ"((X84@<, quantunque simile sul piano meramente
lessicale alla «buona notizia» di carattere profano della grecità, esprime un lieto annuncio
essenzialmente diverso, quello eminentemente salvifico, ossia religioso, di cui Gesù,
riconosciuto messia, è l’annunciatore e insieme l’oggetto. In tal senso il vocabolo gÛ"((X-
84@< — impiegato dallo stesso Gesù come predicatore del regno di Dio (cf. Mc
1,1–3.14–15) — indica non una qualunque «buona notizia», ma esclusivamente il felice
annuncio che riguarda Gesù Cristo, riconosciuto dalla comunità di fede Figlio di Dio (cf. Rm
1,1–4; 1Cor 15,1–5; 1Ts 2,2.8.9). La presenza dell’articolo J@Ø nel nostro passo (J@Ø
gÛ"((g8\@L) indica che tale «buona notizia» è già conosciuta dall’Autore e dai lettori. Non
si dimentichi, infatti, che non è stato Marco a coniare il termine gÛ"((X84@<: non è stato
lui a usare per primo il vocabolo in senso specificatamente religioso per designare il
messaggio che narra la storia di Gesù Cristo e a introdurre l’uso della parola nella comunità
cristiana, poiché prima di lui è stato Paolo a impiegare il vocabolo gÛ"((X84@< per indicare
14 Mc 1,1

il messaggio salvifico di Gesù e su Gesù (cf. 1Cor 15,1–5; 11,23–25) e prima di Paolo la più
antica tradizione cristiana che si rifaceva al Gesù della storia. Possiamo soltanto affermare
che Marco, in qualità di autore e redattore, è stato il primo ad aver utilizzato il termine
gÛ"((X84@< in un testo narrativo, per significare sia il messaggio annunciato da Gesù Cristo
(cf. Mc 1,14–15), sia il libretto da egli ha redatto per narrare tale annuncio (cf. Mc 1,1).
z30F@Ø: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; compl. di
specificazione; genitivo oggettivo (= epesegetico o esplicativo): si tratta anzitutto del lieto
annuncio (qui del «compendio») che ha come oggetto Gesù. Nel NT il nome z30F@ØH,
riferito a Gesù di Nazaret, ricorre 911 volte (in 6 casi si riferisce ad altri personaggi: Mt
27,16.17; Lc 3,29; At 7,45; Col 4,11; Eb 4,8). Le ricorrenze nei vangeli sono le seguenti: 150
volte in Matteo (corrispondente allo 0,829% del totale delle parole); 81 volte in Marco (cf.
Mc 1,1.9.14.17.24. 25; 2,5.8.15.17.19; 3,7; 5,6.7.15.20.21.27.30.36; 6,4.30; 8,27; 9,2.4.5.
8.23.25.27.39; 10,5.14.18.21.23.24.27.29.32.38.39.42.47[x2].49.50.51.52; 11,6.7.22.29.
33[x2]; 12,17.24.29.34.35; 13,2.5; 14,6.18.27.30.48.53.55.60.62.67.72; 15,1.5.15.34.37.43;
16,6.19 = 0,725%); 87 volte in Luca (0,452%); 244 volte in Giovanni (1,561%). In Marco
il nome z30F@ØH è quasi sempre accompagnato dall’articolo anaforico (74 volte): soltanto
in 7 casi è privo di articolo: nel titolo del libro (cf. Mc 1,1); in Mc 1,9, dove il nome compare
per la prima volta; in tre esclamazioni, al caso vocativo (cf. Mc 1,24; 5,7; 10,47b); in altre
due ricorrenze, quando è seguito dall’apposizione Ò ;"."D0<`H (cf. Mc 10,47b; 16,6). Il
termine z30F@ØH è la traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine
ebraica {–*F, Ye) šû, «Yah[weh] [è] salvezza», forma abbreviata di 3H{–*F, Ye) šûa‘, a sua volta
forma contratta del più antico e corretto 3H{–|*A, Yehôšua‘, Giosuè. La forma più breve e
ordinaria, Ye) šû, deriva dalla caduta della lettera finale 3 (‘ayin) nella pronuncia popolare.
Molto probabilmente Gesù di Nazaret veniva chiamato con questa pronuncia dai suoi
familiari e dagli altri compaesani galilei. Soltanto in situazioni più formali e forse in Giudea,
si preferiva la forma intermedia Ye) šûa‘ (defective scriptum) o quella completa Yehôšua‘
(plene scriptum). Di questa pronuncia galilea al tempo di Gesù siamo informati non soltanto
dalla letteratura rabbinica che deplora l’uso di pronunciare i nomi con perdita della
consonante finale ‘ayin, come se fosse una aleph (cf. b.Ber., 32a; b.Er., 53a; b.Megh., 24b),
ma dallo stesso vangelo di Matteo il quale, in Mt 26,73, fa esplicito riferimento al dialetto
parlato da Pietro, il cui «accento» o tonalità tradisce la sua origine galilea. Dal punto di vista
storico Yehôšua‘ era la forma predominante prima del 500 a.C., a partire dal quale divenne
più usuale la dizione abbreviata Ye) šûa‘. Il nome Gesù rimase popolare e comunissimo tra i
Giudei fino al II secolo d.C. quando, a seguito del diffondersi della venerazione cristiana per
Gesù Cristo, l’impiego di Ye) šûa‘ / Yehôšua‘ per i nomi di persona divenne sempre più raro,
mentre si continuò a utilizzare l’antico Giosuè, testimoniato da un buon numero di famosi
rabbini. La lingua greca, adottando la forma più breve Ye) šû, la traslitterò sostituendo il suono
della consonante ebraica – (š, shin), inesistente in greco, con il semplice sigma (F) e
aggiungendo un altro sigma finale per rendere il nome declinabile: z30F@ØH. Da questa
forma greca derivano quella latina Iesus (o Jesus, nella grafia medievale) e quelle neolatine.
OD4FJ@Ø: agg. qualificativo, gen. sing. m. da PD4FJ`H, –Z, –`<, unto, messia, «Cristo»;
apposizione di z30F@Ø. Il vocabolo ricorre 529 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli
è la seguente: 16 volte in Matteo (corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 7 volte
Mc 1,1 15

in Marco (cf. Mc 1,1; 8,29; 9,41; 12,35; 13,21; 14,61; 15,32 = 0,062%); 12 volte in Luca
(0,062%); 19 volte in Giovanni (0,122%). Il termine PD4FJ`H traduce nell’uso neotestamen-
tario l’ebraico (H *–
E/I , ma) šîahE, «unto» (sott. da Dio), ossia «consacrato», «messia». Gli autori
del NT unendo l’aggettivo PD4FJ`H senza articolo al nome Gesù ne fanno una specie di
cognomen e tale accezione (= Gesù Cristo) resterà nella tradizione cristiana successiva. In
Marco i due termini ritornano accoppiati soltanto in questa occasione, forte indizio che si
tratta di un titolo (cf. sotto). Grammaticalmente il vocabolo PD4FJ`H è qui impiegato come
una apposizione o più esattamente un aggettivo sostantivato come parte nominale. Come
sopra accennato, nel suo significato letterale proprio PD4FJ`H corrisponde a «unto» (da
PD\T, «ungere»), impiegato fin da Omero (cf. Id., Od., 3,466). Questo aggettivo verbale è
usato sporadicamente nel greco classico nel significato profano di «spalmabile», «spalmato»,
«unto», in riferimento a unguenti, mai a persone (cf. Euripide, Hip., 516). Al contrario, nella
corrispondente forma ebraica ( H *–
E/I , ma) šîahE, l’aggettivo sostantivato è impiegato nell’AT
anzitutto nei riguardi di re, come Saul (cf. 1Sam 12,3), David (cf. 2Sam 22,51) e Ciro (cf.
Is 45,1), ma anche sacerdoti (cf. Lv 4,5), profeti (cf. Sal 105,15), lo stesso popolo (cf. Ab
3,13). In forma assoluta è impiegato per designare l’unto di Dio, il «messia», ossia il futuro
capo o salvatore che Dio avrebbe mandato per liberare il popolo dal dominio straniero (cf.
1Sam 2,10.35; Sal 2,2). L’impiego del termine nei LXX corrisponde a quello del TM: il
vocabolo PD4FJ`H è presente 43 volte, con o senza articolo, spesso unito a un genitivo
teologico (iLD\@L, hg@Ø, :@L, F@L, "ÛJ@Ø). In tutte le ricorrenza il termine è riferito
sempre a persone: a re, come Saul (cf. 1Sam 24,7.11; 26,9.11.16.23; 2Sam 1,14.16; 2,5),
David (cf. 2Sam 19,22; 22,51; 23,1), un re davidico (cf. Sal 2,2; 20,7; 28,8; 84,10; 89,52),
Ciro (cf. Is 45,1), Ieu (cf. 2Cr 22,7); al sommo sacerdote (cf. Lv 21,10.12); al sacerdote (cf.
Lv 4,5.16; 6,15; 2Mac 1,10); ai profeti (cf. Sal 105,15); a un generico eletto di Dio (cf. 1Sam
2,10.35; 12,3.5; 16,6; Sir 46,19; Ab 3,13; Lam 4,20; Dn 9,26). Nell’uso assoluto il contesto
di PD4FJ`H è sempre quello religioso e cultuale per designare il rappresentante di Dio che
nell’era escatologica inaugura il regno di Dio sulla terra e salva definitivamente Israele.

Marco, a parte i due casi in cui usa il titolo come formula cristiana (cf. Mc 1,1; 9,41),
conserva il senso tradizionale del termine, ossia quello di «messia» (cf. Mc 8,29; 12,35;
13,21; 14,61; 15,32). Questo significato si può desumere in particolare dall’ultima ricorrenza
di PD4FJ`H (cf. Mc 15,32) dove i capi dei sacerdoti, deridendo Gesù crocifisso, dicono di
lui: «Ha salvato gli altri, non può salvare sé stesso! Il messia (PD4FJ`H), il re di Israele
($"F48gbH), scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo!». In questo caso il nesso
apposizionale «il messia, il re di Israele», ha valore di interpretazione: usando il termine
PD4FJ`H essi seguono il modo di parlare dell’AT che, come sopra riferito, impiegava questo
vocabolo in forma assoluta per designare il futuro messia. Dal punto di vista linguistico, qui
e in Mc 9,41, la traduzione più appropriata di OD4FJ`H è quella di «Cristo», poiché il
termine è utilizzato redazionalmente per indicare il messia già venuto, figlio di Maria e
Figlio di Dio, salvatore dell’umanità, mentre nelle altre ricorrenze (cf. Mc 12,35; 13,21;
14,61; 15,32) è preferibile tradurre il vocabolo con «messia», poiché esso viene impiegato
per indicare il figlio di David, atteso come salvatore del suo popolo.
16 Mc 1,1

[LÊ@Ø: sost., gen. sing. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; apposizione di z30F@Ø. Il vocabolo ricorre 377
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 89 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,485% del totale delle parole); 35 volte in Marco (cf. Mc 1,[1].11; 2,10.19.28;
3,11.17.28; 5,7; 6,3; 8,31.38; 9,7.9.12.17.31; 10,33.35.45.46.47.48; 12,6[x2].35.37;
13,26.32; 14,21[x2].41.61.62; 15,39 = 0,310%); 77 volte in Luca (0,395%); 55 volte in
Giovanni (0,352%). Già a partire da Omero il sostantivo LÊ`H, uno dei più frequenti nella
letteratura greca, indica in senso letterale proprio il figlio maschio (lat. filius), contrapposto
a hL(VJ0D, la figlia femmina (cf. Omero, Il., 1,9). Nell’accezione traslata il vocabolo viene
usato per indicare una stretta relazione di dipendenza, una comunanza, un rapporto materiale,
spirituale o astratto tra due soggetti. In tal senso i fiumi sono «i figli» di Oceano (cf. Esiodo,
Theog., 368), Koros («la Voracità») è «figlia» di Hybris, ossia «l’Arroganza» (cf. Erodoto,
Hist., 8,77,1), Dioniso è «figlio» del boccale (cf. Aristofane, Ranae, 22), Cnemone è «figlio»
del dolore (cf. Menandro, Dysc., 88). Questo tipico uso del termine LÊ`H per esprimere la
figliolanza carnale del figlio maschio, un rapporto di parentela più esteso o una dipendenza
astratta si ritrova anche nella letteratura semitica e nella Bibbia ebraica, dove il sostantivo 0vF,
be) n, «figlio», compare circa 4850 volte (per ;v H , ba5t , «figlia» si hanno 585 attestazioni) per
indicare nella maggior parte delle ricorrenze un rapporto di parentela, quale il figlio carnale
(cf. Gn 4,17), il fratello (cf. Gn 49,8), il discendente consanguineo (cf. Gn 6,18; Es 10,9), il
nipote (cf. Es 34,7; Prv 13,22) e in senso più esteso il discendente etnico (cf. Gn 36,20; Sal
17,14; 45,17; Esd 9,12). Con significato figurato LÊ`H compare all’interno di particolari
locuzioni, dove esprime una relazione materiale o astratta di causa ed effetto: la freccia è
definita «la figlia dell’arco» (Gb 41,20) o «la figlia della faretra» (Lam 3,13); la scintilla è «la
figlia della fiamma», «la figlia dell’incendio», «la figlia del lampo» (Gb 5,7); la paglia è «la
figlia dell’aia» (Is 21,10); i popoli pagani che vivono a est di Israele sono «i figli dell’Oriente»
(Gdc 6,3.33; Ger 49,28; Ez 25,4.10; Gb 1,3); il discepolo è «il figlio di profeta» (1Re 20,35;
2Re 2,3; 5,22; 6,1; Am 7,14); i membri del popolo di Israele, gli Israeliti, sono «i figli di
Israele» (Es 1,1; Dt 28,32; Ger 2,30; Ez 2,4; Os 4,6; Am 2,11); gli abitanti di Gerusalemme
sono «i figli di Gerusalemme» (Gl 4,6); un sedizioso è «il figlio del tumulto» (Ger 48,15);
un valoroso è «il figlio della forza» (Dt 3,18; Gdc 18,2). Anche il NT usa LÊ`H con questa
tipica accezione semitica; abbiamo così «i figli della sala del banchetto», ossia gli invitati alle
nozze (cf. Mc 2,19), «i figli del tuono» (Mc 3,17), «i figli del regno» (Mt 8,12; 13,37), della
pace (cf. Lc 10,6), della luce (cf. Lc 16,8; Gv 12,36; 1Ts 5,5), della risurrezione (cf. Lc
20,36), di questo eone (cf. Lc 16,8; 20,34), del maligno (cf. Mt 13,38), del diavolo (cf. At
13,10), della gheenna (cf. Mt 23,15), della disobbedienza (cf. Ef 2,2; 5,6), della perdizione
(cf. Gv 17,12; 2Ts 2,3).

Per quanto riguarda l’utilizzo di LÊ`H nella Bibbia come designazione del rapporto con
Dio si osservi: in senso traslato «figlio di Dio» si dice degli esseri semidivini subordinati al
vero Dio, come gli esseri celesti (cf. Gn 6,2; Sal 29,1; 89,7; Gb 1,6; 2,1; 38,7). L’immagine
della figliolanza di Dio viene riferita anche al popolo di Israele, in quanto eletto da Dio per
appartenergli in tutto (cf. Es 4,22; Ger 31,9). Anche per il re viene usata la metafora della
figliolanza di Dio, poiché il sovrano è considerato come il suo rappresentante, investito
dell’autorità di regnare in suo nome sul suo popolo (cf. 2Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27–28). Nel
NT «figli di Dio» sono chiamati gli stessi credenti (cf. Mt 5,9; Lc 20,36; Rm 8,14; 2Cor 6,18;
Mc 1,1 17

Gal 3,26; 4,5; 1Gv 3,2). Per quanto riguarda l’utilizzo del titolo «Figlio di Dio» applicato a
Gesù vedi commento a Mc 1,25; 14,61; 15,39. Per quanto riguarda l’espressione LÊ@Ø hg@Ø,
«figlio di Dio», dal punto di vista della critica testuale cf. sotto.].
[hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; compl. di specificazione. Il vocabolo ricorre
1317 volte nel NT: 51 volte in Matteo (corrispondente allo 0,278% del totale delle parole);
49 volte in Marco (cf. Mc 1,[1].14.15.24; 2,7.12.26; 3,11.35; 4,11.26.30; 5,7[x2]; 7,8.9.13;
8,33; 9,1.47; 10,9.14.15.18.23.24.25.27[x2]; 11.22; 12,14.17[x2].24.26[x4].27.29.30.34;
13,19; 14,25; 15,34[x2].39.43; 16,19 = 0,433%); 122 volte in Luca (0,626%); 83 volte in
Giovanni (0,531%); 167 volte in Atti degli Apostoli (0,905%); 153 volte in Romani
(2,152%); 106 volte in 1Corinzi (1,552%); 79 volte in 2Corinzi (1,765%); 31 volte in Galati
(1,390%); 31 volte in Efesini (1,280%); 23 volte in Filippesi (1,412%); 21 volte in Colossesi
(1,327%); 36 volte in 1Tessalonicesi (2,431%); 18 volte in 2Tessalonicesi (2,187%); 22
volte in 1Timoteo (1,383%); 13 volte in 2Timoteo (1,050%); 13 volte in Tito (1,973%); 2
volte in Filemone (0,597%); 68 volte in Ebrei (1,373%); 16 volte in Giacomo (0,918%); 39
volte in 1Pietro (2,316%); 7 volte in 2Pietro (0,637%); 62 volte in 1Giovanni (2,896%); 2
volte in 2Giovanni (0,816%); 3 volte in 3Giovanni (1,370%); 4 volte in Giuda (0,868%); 96
volte in Apocalisse (0,975%). Nel NT hg`H (Ò hg`H) è la designazione corrente della
divinità, identificata nel TM con la grafia %&%*, Yhwh (vocalizzata artificialmente come
%|I%*A), il cui nome, secondo la concezione profondamente religiosa degli Ebrei, non viene
mai riferito né trascritto nel greco biblico. I LXX traducono prevalentemente con hg`H i
termini ebraici -! F, ~
H |-!
B (~
HJ-!B ), .*%EJ-!
B , mentre il nome proprio %&%*, Yhwh (compresa
la forma abbreviata %*, Yh), viene reso di regola con ibD4@H (solo 330 volte con hg`H, su
un totale di circa 5766 ricorrenze).

Dal punto di vista di critica testuale si osservi: l’espressione LÊ@Ø hg@Ø, «figlio di Dio»,
è presente nei codici !1, B, D, L, W, 2427. È assente, invece, in !*, 1, 28c e nelle traduzioni
siriaca palestinese (syrpal), copta sahidica (copsa), armena (arm) e georgiana (geo1). È difficile
ritenere che l’espressione LÊ@Ø hg@Ø sia originale, anche se la testimonianza a favore della
lezione è suffragata da validi codici. Le argomentazioni di critica interna a sostegno della sua
autenticità (parallelo con LÊÎH hg@Ø µ< di Mc 15,39) non sono perentorie. Da un punto di
vista di critica testuale coloro che sono favorevoli alla sua originalità ritengono che
l’omissione delle parole in oggetto nel codice Sinaitico (prima mano) sia dovuta a un errore
di trascrizione, occasionato dalla scriptio continua e dalla somiglianza delle lettere
compendiate dei nomina sacra. Le parole in oggetto, dunque, sarebbero originali, ma cadute
in alcuni codici per homoioteleuton: l’amanuense, dopo aver scritto le lettere compendiate
63 &
KO
&K& (= z30F@Ø OD4FJ@Ø), ha creduto di aver scritto le successive lettere compendiate
1
&K & (= hg@Ø) e ha proseguito omettendo i vocaboli K3?K1 &K
& (= LÊ@Ø hg@Ø). Effettivamente
anche per un esperto copista di madrelingua greca non sempre era facile leggere e scrivere
con attenzione la concatenazione delle parole negli antichi manoscritti onciali nei quali, come
è noto, il testo veniva scritto con lettere maiuscole, senza punteggiatura e senza l’inserimento
di spazi significativi tra una parola e l’altra, diversamente dai codici corsivi (più recenti) in
cui le parole si trovano separate tra loro e sono munite di segni di ortografia e di punteggiatu-
ra. Ecco, ad esempio, come si presentano le prime sedici righe del vangelo di Marco (Mc
18 Mc 1,1

1,1–4) nel codice Vaticano (che riporta la lezione, vedi immagine di copertina), rispettando
la loro disposizione in colonna, la successione delle parole e la loro grafia in scriptio plena
e continua (per facilità di lettura si riportano nella seconda colonna le lettere in minuscolo):

!CO/I?K+K!''+73?K ["DP0J@LgL"((g84@L
63 &
KO
&K
&K3?K1
&K
&5!1SE'+ G4GLP
GL
GL4@Lh
GL
Gi"hTc(g
'C!AI!3+;IS/E!3!IS (g(D"BJ"4g<JT0c"4"JT
AC?M/I/3)?K!A?EI+7 BD@N0J04*@L"B@cJg8
7SI?;!''+7?;9?K 8TJ@<"((g8@<:@L
AC?AC?ESA?KE?K?E BD@BD@cTB@Lc@L@c
5!I!E5+K!E+3I/;?)?[;] i"J"cigL"cg4J0<@*@[<]
E?KMS;/#?S;I?E c@LNT<0$@T<J@c
+;I/+C/9S+I?39!E! g<J0gD0:TgJ@4:"c"
I+I/;?)?;5 &K
&+K1+3!E JgJ0<@*@<i GL
GgLhg4"c
A?3+3I+I!EIC3#?KE!K B@4g4JgJ"cJD4$@Lc"L
I?K +'+;+I?3S!;;/E J@L g(g<gJ@4T"<<0c
?#!AI3-S;+;I/+C/ @$"BJ4.T<g<J0gD0
9S5/CKEES;#!AI3E9! :Ti0DLccT<$"BJ4c:"
9+I!;?3!E+3E!M+E3[;] :gJ"<@4"cg4c"Ngc4[<]
!9!CI3S;5!3+=+A? ":"DJ4T<i"4g>gB@]

Siamo abbastanza informati su come avveniva la copiatura dei libri e la loro produzione
in serie nell’antichità. Generalmente il copista eseguiva il suo lavoro nello scriptorium: un
lettore stava davanti a un gruppo di scribi e leggeva lentamente e ad alta voce il testo da
copiare. Gli scribi ascoltavano attentamente e trascrivevano a mano ciò che avevano udito.
Questo sistema — rimasto in vigore praticamente fino alla scoperta della stampa avvenuta
nel 1454 — sebbene abbastanza produttivo e veloce poteva dare origine a ogni sorta di
errori, causati sia dal lettore (distrazione, stanchezza, difficoltà visive, ecc.) sia dallo scriba
(sonnolenza, difficoltà di udito, rumori occasionali). È altresì probabile, tuttavia, che le prime
copie dei codici biblici greci siano state prodotte da singoli scribi, i quali, senza la mediazione
del lettore, avevano davanti a loro il manoscritto da copiare. In tal caso si potevano originare
altri tipi di errori (tra i più comuni il salto di riga, la dittografia, l’omissione di una o più
parole, ecc.).

Al di là di questa oggettiva difficoltà sarebbe assai singolare, tuttavia, che un copista,


quasi certamente cristiano, dopo aver predisposto con cura il materiale necessario al suo
lavoro ed essersi preparato spiritualmente e mentalmente, inizi a trascrivere il vangelo di
Marco facendo un errore così grossolano e grave dopo aver scritto appena quattro parole! Si
deve ritenere, pertanto, che l’espressione LÊ@Ø hg@Ø sia una aggiunta, facilmente comprensi-
bile sul piano teologico e non una omissione, difficilmente ammissibile sul piano formale.
Si deve altresì ricordare che, da un punto di vista di critica interna, l’espressione [Ò] LÊÎH
[J@Ø] hg@Ø in Mc 3,11; 5,7; 15,39 (e Ò LÊÎH J@Ø gÛ8@(0J@Ø in Mc 14,61) non è mai
redazionale (lo sarebbe soltanto nel nostro passo) e male si accorda con l’espressione
Mc 1,2 19

stereotipa e post–pasquale z30F@Ø OD4FJ@Ø, nella quale l’apposizione PD4FJ`H è già


considerata come nome proprio. Dunque, come sopra riferito, il primo versetto del vangelo
di Marco, privo della glossa successiva LÊ@Ø hg@Ø, è totalmente redazionale (probabilmente
neppure marciano) e costituisce il titolo dell’intero libretto: «Compendio del vangelo di Gesù
Cristo», da considerarsi sintatticamente staccato rispetto al v. 2, inizio della narrazione.

1,2 5"hãH (X(D"BJ"4 ¦< Jè z/F"đ Jè BD@nZJ®s z3*@× •B@FJX88T JÎ<


–((g8`< :@L BDÎ BD@FfB@L F@Ls ÔH i"J"FigLVFg4 J¬< Ò*`< F@L·
1,2 Come è scritto nel profeta Isaia: «Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te: egli
preparerà la tua strada.

5"hfH: cong. comparativa, indecl., come. Questa congiunzione ricorre 182 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 3 volte in Matteo (corrispondente allo 0,016% del
totale delle parole); 8 volte in Marco, nel significato sia comparativo che modale (cf. Mc 1,2;
4,33; 9,13; 11,6; 14,16.21; 15,8; 16,7 = 0,071%); 17 volte in Luca (0,087%); 31 volte in
Giovanni (0,198%). Coloro che non ammettono la possibilità che il v. 1 possa rappresentare
il titolo a sé stante dell’opera marciana — come, invece, noi riteniamo — portano a sostegno
della loro tesi l’affermazione che la congiunzione i"hfH non si trova mai all’inizio di frase
o per lo meno andrebbe associata con ciò che precede. Questa obiezione è facilmente
confutabile nel constatare che nel greco biblico vi sono molti altri esempi in cui un nuovo
periodo inizia con i"hfH: si tratta di ricorrenze in cui la proposizione con il correlativo
precede la principale, come avviene nel nostro caso (cf. Lc 11,30; 17,26; Gv 3,14; 12,14;
1Cor 2,9; LXX: Nm 8,22; Gdc 1,7; 5,27; 1Re 1,37; 21,4; 22,4; Est 6,10; 2Mac 1,31; 2,10;
Gb 6,17; Sal 103,13; Qo 5,3.14; 8,4; Sir 14,11; 27,19; Ger 27,40; 49,18; Ez 22,20; 47,3; Dn
1,13; 9,13; Os 7,12[x2]; 10,5; 11,2; Zc 1,6). In sintesi: Mc 1,1 costituisce il titolo dell’intera
opera; Mc 1,2 costituisce l’inizio della prima sezione narrativa del libro; la congiunzione
i"hfH rimanda a ¦(X<gJ@ di Mc 1,4.
(X(D"BJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. perf. pass. da (DVnT, scrivere. Questo verbo ricorre 191
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 10 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,055% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 1,2; 7,6; 9,12.13; 10,4.5;
11,17; 12,19; 14,21.27 = 0,088%); 20 volte in Luca (0,103%); 22 volte in Giovanni
(0,141%). Il tempo perfetto indica una azione passata i cui effetti durano ancora al presente,
rispetto a chi parla o scrive. La forma verbale (X(D"BJ"4 ricorre 67 volte nel NT: nella
stragrande maggioranza delle ricorrenze (56 volte) è usata come espressione tecnica per
introdurre una citazione anticotestamentaria (cf. Mt 2,5; 4,4.6.7.10; 11,10; 21,13; 26,31; Mc
1,2; 7,6; 11,17; 14,27; Lc 2,23; 3,4; 4,4.8.10; 7,27; 10,26; 19,46; At 1,20; 7,42; 13,33; 15,15;
23,5; Rm 1,17; 2,24; 3,4.10; 4,17; 8,36; 9,13.33; 10,15; 11,8.26; 12,19; 14,11; 15,3.9.21;
1Cor 1,19.31; 2,9; 3,19; 9,9; 10,7; 14,21; 15,45; 2Cor 8,15; 9,9; Gal 3,10.13; 4,27; Eb 10,7;
1Pt 1,16) oppure, più in generale, per indicare quanto nell’AT venne scritto sotto ispirazione
divina (cf. Mt 26,24; Mc 9,12.13; 14,21.[49]; Lc 24,46; Gv 8,17; 1Cor 4,6; Gal 4,22).
Altrove la forma verbale si riferisce ai «segni» compiuti da Gesù e messi per iscritto in un
libro (cf. Gv 20,31) oppure agli abitanti della terra, adoratori della bestia, il nome dei quali
non è scritto nel libro della vita (cf. Ap 13,8; 17,8). Nel NT, normalmente, la formula i"hãH
20 Mc 1,2

(X(D"BJ"4 viene impiegata non all’inizio, ma alla fine di una citazione anticotestamentaria
(cf. At 7,42; 15,15; Rm 1,17; 3,4.10; 4,17; 9,13.33; 11,8.26; 15,3.9.21; 1Cor 1,31; 2Cor 8,15;
9,9); precede la citazione soltanto in 3 casi: Rm 8,36; 10,15; 1Cor 2,9. Tuttavia, motivi di
costruzione sintattica, come la titolatura dell’intero libro posta nel v. 1 e l’iniziale aoristo del
v. 4 senza la congiunzione *X o i"\, suggeriscono di legare la citazione direttamente con la
comparsa di Giovanni: la frase i"hãH (X(D"BJ"4 ¦< Jè z/F"đ… (v. 2a) costituisce la
protasi che ha nella forma …¦(X<gJ@ z3TV<<0H (v. 4) la corrispettiva apodosi: «come si
trova scritto in Isaia… [così] apparve Giovanni…». I vv. 2b–3 formano un lungo inciso
costituito da alcune citazioni anticotestamentarie che Marco riformula in modo originale (cf.
sotto).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra. Questa
preposizione ricorre 2752 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 293 volte
in Matteo (corrispondente all’1,597% del totale delle parole); 135 volte in Marco (1,194%);
361 volte in Luca (1,853%); 226 volte in Giovanni (1,445%). Si tratta della preposizione più
usata nel NT, distribuita in modo omogeneo in tutti gli scritti, senza particolari concentrazio-
ni. Nel NT l’impiego di ¦< corrisponde generalmente a quello del greco classico, potendo
assumere un significato locale, di valore statico o dinamico, reale o figurato («in», «a»,
«presso», «entro», «su», «in mezzo», «tra», «in presenza di»), temporale («in», «durante»,
«entro»), di unione e compagnia («con», «insieme a»), strumentale («con», «per mezzo di»),
di agente e causa efficiente («per», «in forza di»), causale («per», «a causa di»), modale (per
indicare una condizione, una circostanza), stato o condizione (per indicare uno stato sia fisico
che spirituale). Nel vangelo di Marco prevale di gran lunga l’uso locale, reale o figurato (83
ricorrenze su 135). Altrove ¦< compare con significato temporale (cf. Mc 1,9; 2,19.20.23;
4,4.35; 6,48; 10,30[x2]; 12,23; 13,11.17.24; 14,2; 15,7.29), modale (cf. Mc 1,23; 5,2; 8,38;
9,1; 11,9; 12,38; 14,1; 16,12), di relazione (cf. Mc 1,11; 14,6), causale (cf. Mc 6,3; 9,41),
stato o condizione (cf. Mc 5,25; 13,17) o semplicemente pleonastico, per influsso semitico
(cf. Mc 4,24; 11,28; 14,1.6). Nel greco biblico si riscontra un uso particolare della
preposizione ¦< quasi totalmente sconosciuto nel greco classico: quello strumentale, dovuto
a influsso semitico. In questi casi la preposizione ¦< corrisponde a quella ebraica vA, be, usata
per esprimere non un complemento di luogo, ma di mezzo o strumento. Ritroviamo questo
uso particolare in Mc 1,8; 3,22.23; 4,2.11.24.30; 6,14; 9,29.38.50; 11,28.29.33; 12,1.36.38;
16,17.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma Jè ricorre 1239 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
149 volte in Matteo (corrispondente allo 0,812% del totale delle parole); 77 volte in Marco
(0,681%); 177 volte in Luca (0,909%); 114 volte in Giovanni (0,729%).
z/F"đ: sost., nome proprio di persona, dat. sing. m. da z/F"Ä"H, –@L, Isaia; compl. di stato
in luogo. Il vocabolo ricorre 22 volte nel NT: 6 volte in Matteo (cf. Mt 3,3; 4,14; 8,17; 12,17;
13,14; 15,7); 2 volte in Marco (cf. Mc 1,2; 7,6); 2 volte in Luca (cf. Lc 3,4; 4,17); 4 volte in
Giovanni (cf. Gv 1,23; 12,38.39.41); 3 volte in Atti degli Apostoli (cf. At 8,28.30; 28,25);
5 volte in Romani (cf. Rm 9,27.29; 10,16.20; 15,12). Traslitterazione grecizzata del nome
proprio maschile di origine ebraica {%I*3A– H *A, Yeša‘ya) hû, «Mia salvezza [è] Yah[weh]». Qui
sta a indicare non il personaggio storico, il celebre profeta vissuto a Gerusalemme nella
Mc 1,2 21

seconda metà del secolo VIII a.C., ma l’opera scritta a lui attribuita, come del resto rinviano
al testo scritto di Isaia tutti i 22 passi neotestamentari che citano il suo nome. Nel v. 2 Marco
attribuisce a Isaia una citazione composita tratta, in realtà, da Es 23,20 e Ml 3,1 (LXX). Tale
combinazione di testi dell’AT è piuttosto comune in Marco (cf. Mc 1,11; 12,36; 14,24.27.
62). In Es 23,20 Dio aveva promesso l’invio di un angelo per proteggere Israele lungo il
cammino verso la terra promessa (i" Æ*@× ¦(㠕B@FJX88T JÎ< –((g8`< :@L BDÎ
BD@FfB@L F@L Ë<" nL8V>® Fg ¦< J± Ò*è ÓBTH gÆF"(V(® Fg gÆH J¬< (­< ¼<
ºJ@\:"FV F@4, «ecco, io mando il mio angelo davanti a te per custodirti sulla strada che
stai percorrendo verso la terra che ti ho preparato»). In Ml 3,1 Dio aveva predetto la venuta
del suo angelo che poi, in Ml 3,23, viene identificato con Elia (Æ*@× ¦(ã ¦>"B@FJX88T
JÎ< –((g8`< :@L i" ¦B4$8XRgJ"4 Ò*Î< BDÎ BD@FfB@L :@L, «ecco, io invio il mio
angelo a preparare una strada davanti a me»). Questa citazione composita, premessa da
Marco al testo isaiano, svolge una funzione interpretativa: la voce di colui che grida nel
deserto non è la voce di un anonimo messaggero, né proviene da umana iniziativa: è, invece,
la voce di colui che Dio stesso ha inviato per preparare l’avvento del Signore. Probabilmente
i due oracoli del v. 2 sono attribuiti da Marco al profeta più noto e rappresentativo (Isaia)
«per modum unius», come scrive Origene (Id., Comm. in Ioann., 6,24,129), poiché nel
successivo v. 3 viene riportata la citazione tratta da Is 40,3. Secondo altri la giustapposizione
dei due testi (Es 23,20 [+ Ml 3,1] e Is 40,3) sotto un unico riferimento segue l’uso giudaico
del tempo di non citare mai un passo profetico senza appoggiarlo a un testo della Legge, di
cui era ritenuto un commento.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
BD@nZJ®: sost., dat. sing. m. da BD@nZJ0H, –@L, porta–voce, profeta; apposizione di z/F"đ.
Il vocabolo ricorre 144 volte nel NT; la distribuzione nei vangeli è la seguente: 37 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,202% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 1,2;
6,4.15[x2]; 8,28; 11,32, corrispondente allo 0,053%); 29 volte in Luca (0,149%); 14 volte
in Giovanni (0,163%). Coerentemente con l’etimologia del termine greco (dal prefisso BD@–,
«prima», tema n0– n"– di n0:\, «dire» e suffisso nominale –J0H a indicare la persona che
compie l’azione), il NT considera gli antichi profeti di Israele come porta–parola, ossia come
personaggi carismatici per mezzo dei quali Dio ha parlato al suo popolo. Questo significato
originale è quello che ritroviamo anche nel greco classico dove, a partire dal VI secolo a.C.,
il termine BD@nZJ0H (BD@nVJ0H, forma dorica) indica colui che parla a nome di dio,
l’interprete del volere divino e, quindi, il suo «porta–voce» o «profeta» (cf. Eschilo, Eum., 19;
Pindaro, Olym., 8,16; Nem., 1,60; Erodoto, Hist., 8,36,2; Euripide, Rh., 972; Platone, Resp.,
366b). Si tratta, propriamente, non di uno che predice il futuro, ma di un proclamatore, un
araldo, un annunciatore, anche in ambito profano (cf. Aristofane, Av., 972). Stesso significato
ritroviamo nei LXX dove BD@nZJ0H traduce il corrispondente termine ebraico !*"E1I, na) b5î’,
riconducibile alla radice semitica nord–occidentale !"1, nb5’, «annunciare» e, dunque, il na) b5î’
è colui che viene incaricato di riferire qualcosa a nome di un altro che può essere Dio stesso
(cf. Nm 11,29; 12,6) o un semplice uomo (cf. Es 7,1).
z3*@b: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. medio da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare.
Nel NT questa forma (Æ*@b) ricorre 199 volte. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 61
volte in Matteo (corrispondente allo 0,338% del totale delle parole); 7 volte in Marco (cf. Mc
22 Mc 1,2

1,2; 3,32; 4,3; 10,28.33; 14,41.42 = 0,062%); 57 volte in Luca (= 0,293%); 4 volte in
Giovanni (= 0,026%). Il vocabolo Æ*@b, un segnale discorsivo stereotipo, nella maggior parte
delle ricorrenze neotestamentarie assume il valore avverbiale ed esclamativo corrispondente
alle interiezioni «ecco!», «vedi!», «guarda!», «guardate!». Il termine rimane morfologicamente
invariabile pur conservando il valore semantico dell’azione («vedere») e la forza della forma
originaria espressa all’imperativo («Vedi!»). Pertanto Æ*@b può riferirsi a un soggetto anche
plurale. Non c’è sostanziale diversità con l’equivalente Ç*g (cf. Mc 2,24). Entrambe le
particelle sono forme vivaci e dinamiche, modellate sul corrispondente ebraico %F% E , hinne)h
(1057 volte nell’AT) e in quanto tali possono sottolineare il discorso o la narrazione che esse
introducono con una energia particolare, esprimente, di volta in volta, sorpresa, importanza,
novità, reazione.
•B@FJX88T: verbo, 1a pers. sing. ind. pres. da •B@FJX88T (•B` e FJX88T), inviare,
mandare. Questo verbo ricorre 132 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
22 volte in Matteo (cf. Mt 2,16; 8,31; 10,5.16.40; 11,10; 13,41; 14,35; 15,24; 20,2;
21,1.3.34.36.37; 22,3.4.16; 23,34.37; 24,31; 27,19, corrispondente allo 0,120% del totale
delle parole); 20 volte in Marco (cf. Mc 1,2; 3,15.31; 4,29; 5,10; 6,7.17.27; 8,26; 9,37;
11,1.3; 12,2.3.4.5.6.13; 13,27; 14,13 = 0,177%); 26 volte in Luca (cf. Lc 1,19.26;
4,18[x2].43; 7,3.20.27; 9,2.48.52; 10,1.3.16; 11,49; 13,34; 14,17.32; 19,14.29.32; 20,10.20;
22,8.35; 24,49 = 0,133%); 28 volte in Giovanni (cf. Gv 1,6.19.24; 3,17.28.34; 4,38;
5,33.36.38; 6,29.57; 7,29.32; 8,42; 9,7; 10,36; 11,3.42; 17,3.8.18[x2].21.23.25; 18,24; 20,21
= 0,179%). L’indicativo presente, usato nelle profezie con valore di futuro, attesta che la
promessa comincia a realizzarsi mentre Dio o il suo profeta stanno ancora parlando:
«prometto che manderò…», «di sicuro manderò…». Nel greco ellenistico (ma anche in
quello classico) il verbo •B@FJX88T non corrisponde al semplice e neutro «inviare» (=
BX:BT): esso connota un invio effettuato con uno scopo ben preciso, come se fosse una
specie di incarico, soprattutto in ambito legale, religioso e morale. Questo uso tecnico del
verbo si riscontra nei LXX, dove •B@FJX88T (e la variante ¦>"B@FJX88T) ricorre più di
700 volte per tradurre il verbo ebraico (-H– I , ša) lahE, il quale nel TM è usato in prevalenza per
l’invio di un messaggero con un incarico speciale, una ambasceria o un compito, affidatogli
da un uomo (cf. Gn 32,4; Nm 20,14; ecc.) o da Dio (cf. 2Cr 36,15; Ml 3,1; ecc.). A questo
concetto di invio da parte dell’inviante si collega l’idea della consapevolezza e dell’autorità
che assume l’inviato, il quale rappresenta in tutto e per tutto colui che lo manda per una
missione. I sinottici, parlando di Dio, non usano mai BX:BT, ma soltanto •B@FJX88T (cf.
Mt 10,40; 15,24; Mc 9,37; Lc 9,48). In altri passi del NT il verbo comincia ad assumere una
coloritura teologica, nel significato di «inviare» (= «incaricare») qualcuno con pieni poteri al
servizio del regno di Dio (cf. Mt 10,5.16; 15,24; Mc 1,2; 6,7; Lc 9,2.52; 10,1.3; 22,35; Rm
10,15; 1Cor 1,17).
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J`< ricorre 1581 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
221 volte in Matteo (corrispondente all’1,205% del totale delle parole); 149 volte in Marco
(1,327%); 216 volte in Luca (1,109%); 241 volte in Giovanni (1,541%).
–((g8`<: sost., acc. sing. m. da –((g8@H, –@L, messaggero, inviato, nunzio, legato, «angelo»;
compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 175 volte nel NT. Nei vangeli la distribuzione è la
Mc 1,2 23

seguente: 20 volte in Matteo (cf. Mt 1,20.24; 2,13.19; 4,6.11; 11,10; 13,39.41.49; 16,27;
18,10; 22,30; 24,31.36; 25,41; 26,53; 28,2.5, corrispondente allo 0,109% del totale delle
parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 1,2.13; 8,38; 12,25; 13,27.32 = 0,053%); 25 volte in Luca
(cf. Lc 1,11.13.18.19. 26.30.34.35.38; 2,9.10.13.15.21; 4,10; 7,24.27; 9,26.52; 12,8.9; 15,10;
16,22; 22,43; 24,23 = 0,128%); 3 volte in Giovanni (cf. Gv 1,51; 12,29; 20,12 = 0,019%).
La presenza dell’articolo indica che non si tratta di un messaggero qualunque, ma di uno
famoso e ben conosciuto. Nel NT l’accezione di –((g8@H come colui che reca un
messaggio, ossia «messaggero» umano, significato prevalente nel greco classico (cf. Omero,
Il., 5,804; 10,286.652, ecc.), è scarsamente attestata: nella maggior parte dei casi il vocabolo
ricalca l’ebraico …!I -A/
H , mal’a) k, nel significato di «angelo», inteso come nunzio celeste
inviato da Dio, intermediario tra il mondo ultraterreno e quello terreno, significato
ugualmente attestato nel greco profano (cf. Omero, Il., 1,334; 2,26.63.94.786, ecc.). Nel NT
il messaggero umano è indicato con semplici parafrasi, come Bg:nhg\H (cf. Lc 7,10),
•BgFJ"8:X<@H (cf. Lc 19,32) oppure mediante i sostantivi •B`FJ@8@H e :"h0JZH (cf.
Mt 10,5.6; 11,2, ecc.). In alcuni casi, tuttavia, come il nostro (cf. anche Mt 11,10; Lc 7,24;
9,52; Gc 2,25), il vocabolo è usato per indicare un messaggero umano inviato con un
incarico.
:@L: pron. personale di 1a pers. gen. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø / :@L, dat. ¦:@\ / :@4, acc. ¦:X
/ :g), io, me; compl. di specificazione. La forma enclitica :@b ricorre 564 volte nel NT
rispetto alle 2583 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 84 volte in Matteo (corrispondente allo 0,458% del totale delle parole); 40 volte
in Marco (cf. Mc 1,2.7[x2].11.17; 3,33[x2].34[x2].35; 5,23.30.31; 6,23; 7,14; 8,33.34;
9,7.17.24.37.39; 10,20.40; 11,17; 12,6.36[x2]; 13,6.13.31; 14,8.14[x2].22. 24. 34; 15,34[x2];
16,17 = 0,354%); 88 volte in Luca (0,452%); 102 volte in Giovanni (0,652%). Nel NT
questa forma, detta genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di
1a persona singolare («di me» = «mio»).
BD`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., davanti a. Questa preposizione
ricorre 47 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 5 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,027% del totale delle parole); 1 volta in Marco (cf. Mc 1,2, hapax
marciano); 7 volte in Luca (0,036%); 9 volte in Giovanni (0,058%). La preposizione BD`
è poco attestata nel NT, dove nella maggior parte delle ricorrenze assume il significato
temporale di «prima» e secondariamente quello locale («davanti a»). Questa uso relativamen-
te scarso trova conferma nei LXX (circa 260 ricorrenze) e nei Padri apostolici (da quanto
risulta si conoscono soltanto 21 ricorrenze): ciò dipende dal fatto che nel greco ellenistico
alcune preposizioni improprie, come §:BD@Fhg<, §<"<J4, ¦<fB4@<, ecc., sono utilizzate
al posto della preposizione BD`, fino a sostituirla del tutto.
BD@FfB@L: sost., gen. sing. n. da BD`FTB@<, –@L, faccia, viso, volto, fronte; compl. di moto
a luogo. Il vocabolo ricorre 76 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 10
volte in Matteo (cf. Mt 6,16.17; 11,10; 16,3; 17,2.6; 18,10; 22,16; 26,39.67, corrispondente
allo 0,055% del totale delle parole); 3 volte in Marco (cf. Mc 1,2; 12,14; 14,65 = 0,027%);
13 volte in Luca (cf. Lc 2,31; 5,12; 7,27; 9,29.51.52.53; 10,1; 12,56; 17,16; 20,21; 21,35;
24,5 = 0,067%). L’espressione «davanti a te» è resa alla maniera semitica: BDÎ BD@FfB@L
F@L, «davanti alla tua faccia» (= ‰*1G5I-A: Es 23,20; 32,34; Nm 14,42; Dt 3,18, ecc.). Si tratta
24 Mc 1,2

di una perifrasi ebraizzante al posto della semplice preposizione BD` (cf. Mt 11,10; Mc 1,2;
Lc 7,27; 9,52; 10,1; At 13,24).
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø / F@L, dat. F@\ / F@4, acc. FX / Fg),
tu, te; compl. di specificazione. La forma F@Ø / F@L ricorre 481 volte nel NT rispetto alle
2905 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 115
volte in Matteo (corrispondente allo 0,627% del totale delle parole); 40 volte in Marco (cf.
Mc 1,2[x2].44; 2,5.9[x2].11[x2]; 3,32[x3]; 5,19.34[x2].35; 6,18; 7,5.10[x2].29; 9,18.38.43.
45.47; 10,19.37[x2].52; 11,14; 12,30[x5].31.36[x2]; 14,60; 15,4 = 0,354%); 114 volte in
Luca (0,585%); 36 volte in Giovanni (0,230%). Nel NT questa forma, detta genitivo di
appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» =
«tuo»). Come sopra accennato, la prima parte della profezia («Ecco, io mando il mio
messaggero davanti a te») è tratta non da Isaia, ma da Es 23,20 e Ml 3,1, come già notavano
gli antichi commentatori:

«Quantum in memoria est, et in mea mente pertracto, tam Septuaginta interpretes quam
hebraeorum volumina diligentissime ventilans, numquam hoc in Esaia propheta scriptum esse
reperire potui, quod ponitur, “Ecce mitto angelum meum ante faciem tua”: sed in Malachia
prophetae fine scriptum est».

«Per quanto mi ricordi e mi arrovelli la mente, anche dopo aver ripassato scrupolosamente
le pagine dei Settanta interpreti e i rotoli degli Ebrei, la frase “Ecco, io mando il mio
messagero davanti a te” non sono riuscito a trovarla nel profeta Isaia: essa si trova alla fine
del profeta Malachia» (Girolamo, In Marc., Sermo 1).

ÓH: pron. relativo, nom. sing. m. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; soggetto. La forma ÓH ricorre 223
volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 34 volte in Matteo (corrispondente allo 0,185% del totale delle
parole); 28 volte in Marco (cf. Mc 1,2; 3,19.29.35; 4,9.25[x2].31; 5,3; 6,11; 8,35[x2].38;
9,37[x2].39.40.41.42; 10,11.15.29.43.44; 11,23; 13,2; 15,23.43 = 0,248%); 32 volte in Luca
(0,164%); 10 volte in Giovanni (0,064%).
i"J"FigLVFg4: verbo, 3a pers. sing. ind. fut. da i"J"FigLV.T (i"JV e una parola derivata
da FigØ@H): preparare, rendere pronto, costruire. Questo verbo ricorre 11 volte nel NT: Mt
11,10; Mc 1,2 (hapax marciano); Lc 1,17; 7,27; Eb 3,3.4[x2]; 9,2.6; 11,7; 1Pt 3,20. Nel
greco classico il verbo i"J"FigLV.T esprime la preparazione meticolosa e ordinata di
qualche avvenimento o attività ed equivale a «equipaggiare», «allestire», «predisporre con
cura», come, ad esempio, un tempio di tesori (cf. Erodoto, Hist., 8,33,1), la nave
dell’equipaggio (cf. Demostene, Or., 18,194), la casa di mobili (cf. Diogene Laerzio, Vitae,
5,14), un simposio (cf. Platone, Resp., 363c). Nelle ricorrenze sinottiche il verbo è riferito
sempre a Giovanni il Battista.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma JZ< ricorre 1528 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
203 volte in Matteo (corrispondente all’1,107% del totale delle parole); 126 volte in Marco
(1,115%); 172 volte in Luca (0,883%); 142 volte in Giovanni (0,908%).
Mc 1,3 25

Ò*`<: sost., acc. sing. f. da Ò*`H, –@Ø, strada, via; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 101 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 22 volte in Matteo (cf. Mt 2,12; 3,3; 4,15;
5,25; 7,13.14; 8,28; 10,5.10; 11,10; 13,4.19; 15,32; 20,17.30; 21,8[x2].19.32; 22,9.10.16,
corrispondente allo 0,120% del totale delle parole); 16 volte in Marco (cf. Mc 1,2.3; 2,23;
4,4.15; 6,8; 8,3.27; 9,33.34; 10,17.32.46.52; 11,8; 12,4 = 0,142%); 20 volte in Luca (cf. Lc
1,76.79; 2,44; 3,4.5; 7,27; 8,5.12; 9,3.57; 10,4.31; 11,6; 12,58; 14,23; 18,35; 19,36; 20,21;
24,32.35 = 0,103%); 4 volte in Giovanni (cf. Gv 1,23; 14,4.5.6 = 0,026%). Come avviene
nel greco classico Ò*`H può indicare nel NT sia la «strada» fisica, il «sentiero» sia, in senso
letterale improprio, il «cammino», ossia il viaggio inteso come spostamento spaziale. Talvolta
i due concetti sono contemporaneamente presenti e stabilire quale sia l’esatta corrispondenza
può essere difficile. In senso traslato il vocabolo Ò*`H è usato all’interno del contesto della
sequela per indicare, secondo l’uso anticotestamentario, ma conosciuto anche nel greco
classico, la condotta di vita, il comportamento etico, il modo di vivere più o meno
corrispondente alla legge di Dio (cf. Mc 8,27; 9,33.34; 10,32.52; 11,8; 12,14). Per quanto
riguarda l’espressione «via di Dio», «via del Signore», vedi commento a Mc 1,3.
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø / F@L, dat. F@\ / F@4, acc. FX / Fg),
tu, te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di
appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» =
«tuo»).

1,3 nT<¬ $@ä<J@H ¦< J± ¦DZ:å· {+J@4:VF"Jg J¬< Ò*Î< iLD\@Ls gÛhg\"H B@4gÃJg
JH JD\$@LH "ÛJ@Øs
1,3 Voce di chi grida nel deserto: “Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi
sentieri”»,

nT<Z: sost., nom. sing. f. da nT<Z, –­H, voce, suono, discorso; soggetto. Il vocabolo ricorre
139 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 7 volte in Matteo (cf. Mt 2,18;
3,3.17; 12,19; 17,5; 27,46.50, corrispondente allo 0,038 del totale delle parole); 7 volte in
Marco (cf. Mc 1,3.11.26; 5,7; 9,7; 15,34.37 = 0,062%); 14 volte in Luca (cf. Lc 1,44; 3,4.22;
4,33; 8,28; 9,35.36; 11,27; 17,13.15; 19,37; 23,23[x2].46 = 0,072%); 15 volte in Giovanni
(cf. Gv 1,23; 3,8.29; 5,25.28.37; 10,3.4.5.16.27; 11,43; 12,28; 18,37 = 0,096%). La
mancanza dell’articolo non ha qui particolari significati, ma è un segnale linguistico del modo
di esprimere il genitivo in ebraico, detto stato costrutto, in cui il sostantivo che regge il
genitivo è sempre senza articolo. Nel greco classico il sostantivo nT<Z indica il «suono» o
la «voce» riprodotta da esseri animati, siano essi uomini o animali (cf. Omero, Il., 13,45;
18,219.221; Od., 10,239). Limitatamente all’ambito umano il termine designa anche
l’articolazione della voce, ossia la capacità di parlare (cf. Sofocle, Oed. Col., 1283). Una
singola parola, un detto, un aforisma, ecc., possono essere definiti nT<Z (Platone, Prot.,
341b; Sesto Empirico, Pyrrh., 1,14,2), come pure un messaggio, una comunicazione (papiri
del II secolo d.C.). Nel nostro passo il termine nT<Z fa implicito riferimento non soltanto
alla «voce» dell’anonimo araldo descritto dal profeta Isaia, ma anche alla «voce» di Giovanni
il Battista, ossia alla sua predicazione escatologica. «Iohannes Baptista vox dicitur, et
Dominus noster Iesus sermo: servus praecedit Domino», «Giovanni Battista viene chiamato
26 Mc 1,3

voce, mentre nostro Signore Gesù parola. È come un servo che precede il padrone»
(Girolamo, In Marc., Sermo 1).
$@ä<J@H: verbo, gen. sing. m. part. pres., di valore sostantivato, da $@VT, gridare, chiamare
ad alta voce; compl. di specificazione. Questo verbo ricorre 12 volte nel NT: Mt 3,3; Mc
1,3; 15,34; Lc 3,4; 9,38; 18,7.38; Gv 1,23; At 8,7; 17,6; 25,24; Gal 4,27. L’assenza
dell’articolo, dovuta a influsso dello stato costrutto ebraico, sottolinea che la voce che grida
è quella di un personaggio anonimo, come desiderò essere considerato Giovanni Battista.
Attestato a partire da Omero il verbo $@VT è frequentemente utilizzato nella letteratura,
nelle iscrizioni e nei papiri per esprimere il grido scomposto e violento emesso da uomini in
contesti generalmente di sofferenza, spavento o richiesta di aiuto (cf. Omero, Il., 2,224;
17,89). Nei LXX il verbo è spesso impiegato a proposito del grido di dolore e soccorso che
l’oppresso e il perseguitato innalzano a Dio (cf. Gn 4,10; Nm 20,16; Gdc 10,10). Costruito
sull’uso classico il verbo è utilizzato nel NT per descrivere il grido tumultuoso della folla (cf.
At 17,6; 25,24), quello festante della donna sterile che avrà figli (cf. Gal 4,27), quello
supplice e accorato dei deboli e dei malati (cf. Lc 9,38; 18,7.38), quello scomposto degli
spiriti cattivi (cf. At 8,7) o quello di apparente disperazione pronunciato dal Crocifisso, poco
prima di morire (cf. Mc 15,34).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J± ricorre 878 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 103 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,561% del totale delle parole); 59 volte in Marco (0,522%);
136 volte in Luca (0,698%); 72 volte in Giovanni (0,461%).
¦DZ:å: sost., dat. sing. f. da §D0:@H, –@L, regione desertica, luogo solitario, landa desolata;
compl. di stato in luogo. Il vocabolo ricorre 48 volte nel NT: 8 volte in Matteo (cf. Mt 3,1.3;
4,1; 11,7; 14,13.15; 23,38; 24,26); 4 volte in Marco (cf. Mc 1,3.4.12.13; è usato come
aggettivo in Mc 1,35.45; 6,31.32.35); 10 volte in Luca (cf. Lc 1,80; 3,2.4; 4,1.42; 5,16; 7,24;
8,29; 9,12; 15,4); 5 volte in Giovanni (cf. Gv 1,23; 3,14; 6,31.49; 11,54); 9 volte in Atti degli
Apostoli (cf. At 1,20; 7,30.36.38.42.44; 8,26; 13,18; 21,38); 1 volta in 1Corinzi (cf. 1Cor
10,5); 1 volta in Galati (cf. Gal 4,27); 2 volte in Ebrei (cf. Eb 3,8.17); 3 volte in Apocalisse
(cf. Ap 12,6.14; 17,3). Seguendo uno sviluppo che si manifesta già nel greco classico alcuni
aggettivi di uso frequente, come §D0:@H, sono diventati sostantivi, sottintendendo facilmente
il vocabolo PfD", «regione», (­, «terra» o J`B@H, «luogo». Nel NT all’uso aggettivale di
§D0:@H prevale quello sostantivale, il quale, anche con l’ellissi di (­, PfD" o J`B@H, indica
sempre un luogo solitario non abitato, non necessariamente il «deserto» nella sua accezione
strettamente fisica. Quando è usato come indicazione geografica, §D0:@H può riferirsi al
deserto di Giuda (cf. Mt 3,1), alla steppa desertica della depressione giordanica (cf. Mc 1,4)
o al deserto arabico (cf. At 7,30). Pur riportando integralmente la prima parte dell’oracolo di
Isaia (nT<¬ $@ä<J@H ¦< J± ¦DZ:å ©J@4:VF"Jg J¬< Ò*Î< iLD\@L, Is 40,3), Marco
opera una diversa divisione, con conseguente modifica del significato. Nel TM di Is 40,3
(ripreso dai LXX) è presente uno zaqef qaton con valore disgiuntivo, per separare
l’espressione «una voce grida» da quella successiva («nel deserto»). Ciò significa che
Mc 1,3 27

secondo il TM si deve tradurre il passo ebraico nel modo seguente: «Voce di uno che grida:
“Nel deserto preparate la strada del Signore, raddrizzate nella steppa la strada del nostro
Dio”». Al contrario Marco scrive: «Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la strada
del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”». Mediante tale modifica redazionale la figura e
l’attività di Giovanni il Battista vengono contestualizzati in un luogo geografico e teologico
ben preciso.
{+J@4:VF"Jg: verbo, 2a pers. plur. imperat. aor. da ©J@4:V.T, preparare, apparecchiare,
rendere pronto. Questo verbo ricorre 40 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 7 volte in Matteo (cf. Mt 3,3; 20,23; 22,4; 25,34.41; 26,17.19, corrispondente allo
0,038% del totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc 1,3; 10,40; 14,12.15.16 = 0,044%);
14 volte in Luca (cf. Lc 1,17.76; 2,31; 3,4; 9,52; 12,20.47; 14,2.3 = 0,072%); 2 volte in
Giovanni (cf. Gv 14,2.3 = 0,013%). Nella maggior parte delle ricorrenze neotestamentarie
il verbo ©J@4:V.T, comunissimo nel greco classico a partire da Omero (cf. Id., Il., 1,118),
è usato nel senso letterale proprio («preparare», «predisporre») in riferimento a cose o
particolari attività. Qui il comando (che nel passo di Isaia si riferisce alla preparazione fisica
di una strada che permetta il ritorno di Israele dall’esilio) assume il significato metaforico di
una preparazione interiore, per essere pronti ad accogliere il messia con le dovute disposizioni
dello spirito. Anche i rabbini interpretavano in senso messianico il testo di Is 40,3 (cf.
Strack–Bill., I,96ss.); analogamente fece la comunità di Qumran che applicò l’oracolo di Isaia
in senso escatologico alla propria esistenza di separati nel deserto (cf. 1QS, 8,13–14).
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
Ò*`<: sost., acc. sing. f. da Ò*`H, –@Ø, strada, via; cf. Mc 1,2; compl. oggetto. L’immagine
della strada che viene preparata è presa dal costume orientale: si era soliti, infatti, incaricare
alcuni araldi e operai affinché provvedessero a livellare le strade e renderle praticabili in
occasione dei viaggi dei sovrani. Qui, metaforicamente, si tratta di preparare le menti e i
cuori degli ascoltatori, affinché ricevano il messia nel modo appropriato. Dal punto di vista
formale l’espressione º Ò*`H iLD\@L, «la via del Signore», è presente nell’AT con due
significati tra loro in rapporto: a) può indicare, anzitutto, il comportamento sovrano e libero
di Dio, ossia il suo particolarissimo modo di agire, molto spesso incomprensibile all’uomo
(cf. Es 33,13; Gb 36,26; 37,23; Sal 67,3; Is 55,8). b) Può indicare il comportamento
dell’uomo che deve essere attuato secondo «la via del Signore», ossia in sintonia con la sua
legge divina. Nel nostro passo l’immagine della «via» indica, fuori metafora, l’impegno che
l’uomo deve mettere in atto per vivere secondo i dettami della legge (cf. Dt 8,6; 10,12; Sal
119,3; Gb 23,11; Mc 12,14, ecc.).
iLD\@L: sost., gen. sing. m. da ibD4@H, –@L, signore, padrone, capo, Signore (riferito a Dio e
Gesù); compl. di specificazione. Senza articolo perché il vocabolo è considerato alla stregua
di un nome proprio di persona. Il vocabolo ricorre 717 volte nel NT: 80 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,436% delle parole totali); 18 volte in Marco (cf. Mc 1,3; 2,28; 5,19;
7,28; 11,3.9; 12,9.11.29[x2].30.36[x2].37; 13,20.35; 16,19.20 = 0,159%); 104 volte in Luca
(0,534%); 52 volte in Giovanni (0,333%); 107 volte in Atti degli Apostoli (0,580%); 43 volte
in Romani (0,605%); 66 volte in 1Corinzi (0,966%); 29 volte in 2Corinzi (0,648%); 6 volte
in Galati (0,269%); 26 volte in Efesini (1,073%); 15 volte in Filippesi (0,921%); 16 volte in
28 Mc 1,3

Colossesi (1,011%); 24 volte in 1Tessalonicesi (1,621%); 22 volte in 2Tessalonicesi


(2,673%); 6 volte in 1Timoteo (0,377%); 16 volte in 2Timoteo (1,292%); 5 volte in
Filemone (1,493%); 16 volte in Ebrei (0,323%); 14 volte in Giacomo (0,804%); 8 volte in
1Pietro (0,475%); 14 volte in 2Pietro (1,274%); 7 volte in Giuda (1,518%); 23 volte in
Apocalisse (0,233%).

Limitatamente agli scritti neotestamentari il termine ibD4@H è usato con quattro


accezioni diverse: a) esiste anzitutto un uso profano corrispondente al senso letterale proprio
di «padrone», «proprietario» (eb. -3Hv H , ba‘al): abbiamo, così, il padrone di una casa (cf. Mc
13,35), di una vigna (cf. Mc 12,9), della servitù (cf. At 16,16), ecc.; b) da questo significato
proprio deriva l’impiego del vocativo ibD4g, «signore», come titolo di cortesia e rispetto
rivolto a una persona che si considera una autorità. Con tale titolo si rivolge un figlio al padre
(cf. Mt 21,29), le fanciulle allo sposo (cf. Mt 25,11), i sommi sacerdoti e i farisei a Pilato (cf.
Mt 27,63), i Greci a Filippo (cf. Gv 12,21), alcuni miracolati e seguaci a Gesù (cf. Mt 8,21;
Mc 7,28; ecc.); c) in altri contesti, secondo la consuetudine profana dell’epoca, il vocabolo
ibD4@H è un titolo attribuito a sovrani terreni, senza alcun connotato religioso (cf. At 25,26;
1Cor 8,5; Mc 12,36b; ecc.). Questo uso, ampiamente attestato nella letteratura, è confermato
anche dall’archeologia: sotto una statua dedicata al re Erode il Grande, posta davanti al
tempio di Baal Shamin a Yebel el–Arab, l’antica Seeia di Auranitide, compare questa
iscrizione: [%"]F48gà {/Df*g4 iLD\å z?$"\F"J@H E"`*@L §h0i" JÎ< •<*D4V<J"
J"ÃH ¦:"ÃH *"BV<"4[H], «Al re Erode, signore, io Obaisatos figlio di Saodos, posi la statua
a mie spese» (cf. OGIS, nr. 415); d) vi sono, infine, altri passi in cui il vocabolo ibD4@H è
riferito a Dio e a Gesù in senso religioso; in particolare, usato all’assoluto e senza attributo,
[Ò] ibD4@H indica Dio, definito «Il Signore» per antonomasia (cf. Mt 1,20.22; 3,3; 4,7.10,
ecc.). Riferito a Gesù ricorre come titolo cristologico post–pasquale, per indicare il Cristo
Signore nella sua condizione di gloria (cf. Mc 11,3; Lc 7,13; At 1,21; Rm 10,9; ecc.).
Tuttavia non sempre è facile distinguere quando il titolo, dato a Gesù, ha un significato
profano e quando, invece, esprime una indicazione di sovranità. Nelle 18 ricorrenze marciane
il vocabolo ibD4@H è sempre riferito a Dio (cf. Mc 1,3; 11,9; 12,9 [padrone = Dio];
12,11.29[x2].30.36[x2]; 13,20.35 [padrone = Dio]) o a Gesù (cf. Mc 2,28; 5,19; 7,28; 11,3;
12,37; 16,19.20).
gÛhg\"H: agg. qualificativo, acc. plur. f. da gÛhbH, –gÃ", –b, diritto, retto, vero, sincero; compl.
predicativo dell’oggetto JD\$@LH. Il vocabolo ricorre 8 volte nel NT: Mt 3,3; Mc 1,3 (hapax
marciano); Lc 3,4.5; At 8,21; 9,11; 13,10; 2Pt 2,15. In senso letterale proprio l’aggettivo
gÛhbH esprime nel greco classico ciò che è «dritto», «diretto», detto, ad esempio, di una
strada (cf. Tucidide, Hist., 2,100,2; Senofonte, Cyr., 1,3,4).
B@4gÃJg: verbo, 2a pers. plur. imperat. pres. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere. Questo verbo ricorre 568 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
86 volte in Matteo (corrispondente allo 0,469% del totale delle parole); 47 volte in Marco
(cf. Mc 1,3.17; 2,23.24.25; 3,4.8.12.14.16. 35; 4,32; 5,19.20.32; 6,5.21.30; 7,12.13.37[x2];
9,5.13.39; 10,6.17.35.36.51; 11,3.5.17.28[x2].29.33; 12,9; 14,7.8.9; 15,1.7.8.12.14.15 =
0,416%); 88 volte in Luca (0,452%), 110 volte in Giovanni (0,704%). Analogamente a
quanto avviene per l’italiano «fare», il greco B@4XT abbraccia una amplissima gamma
Mc 1,3 29

semantica: è verbo di significato generico usato per esprimere qualsiasi azione positiva,
materiale o no, che soltanto il contesto può precisare. Limitatamente all’uso marciano
possiamo evidenziare quanto segue: a) In 15 ricorrenze il verbo B@4XT ha come soggetto il
Gesù della storia e viene impiegato per descrivere ciò che egli positivamente fa o non riesce
a fare, in riferimento alle sue azioni miracolose (cf. Mc 3,8.[16]; 5,20; 6,5; 7,37[x2]; 10,51),
all’insieme della sua attività salvifica (cf. Mc 11,28[x2].29.33; 15,14), al suo agire in contesto
di sequela (cf. Mc 1,17; 3,14; 10,35.36). A questo uso nobile di B@4XT si devono aggiungere
i passi in cui il verbo ha come soggetto il Signore (cf. Mc 5,19), Dio (cf. Mc 10,6), il padrone
della vigna (cf. Mc 12,9). b) In 6 ricorrenze il verbo B@4XT ha come soggetto i discepoli di
Gesù, in senso sia circoscritto (i Dodici, alcuni di essi) sia generico (cf. Mc 2,23.24; 6,30;
9,5; 11,3.5). c) In 2 ricorrenze B@4XT ha come soggetto il gruppo degli avversari di Gesù,
costituito da farisei, scribi, capi dei sacerdoti e anziani (cf. Mc 7,13; 15,1). d) Altrove il verbo
è impiegato per descrivere il «fare» degli spiriti cattivi (cf. Mc 3,4), quello generico degli
uomini (cf. Mc 1,3; 3,35; 5,32; 7,12; 9,13.39; 10,17; 14,7.8.9; 15,7), di David (cf. Mc 2,25),
di Erode (cf. Mc 6,21), di Pilato (cf. Mc 15,8.12.15). e) Infine in una ricorrenza B@4XT ha
come soggetto personificato il chicco di senape (cf. Mc 4,32) oppure è impiegato in senso
assoluto nella locuzione «fare il bene» (Mc 3,4).
JVH: art. determ., acc. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma JVH ricorre 340 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
40 volte in Matteo (corrispondente allo 0,218% del totale delle parole); 31 volte in Marco
(0,274%); 46 volte in Luca (0,236%); 21 volte in Giovanni (0,134%).
JD\$@LH: sost., acc. plur. f. da JD\$@H, –@L, sentiero, strada battuta; compl. oggetto. Il
vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 3,3; Mc 1,3 (hapax marciano); Lc 3,4. Diversamente da
Ò*`H che indica nel greco classico la strada ampia, larga, percorsa dalla folla, il sostantivo
JD\$@H equivale a «sentiero battuto», «strada carrabile» (cf. Erodoto, Hist., 8,140,$3;
Euripide, Or., 1251; Senofonte, Cyr., 4,5,13). Qui, tuttavia, il termine è in parallelo
sinonimico con Ò*`H, secondo il classico stile semitico.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di specificazione. La forma "ÛJ@Ø ricorre 1425 volte nel
NT rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 266 volte in Matteo (corrispondente all’1,450% del totale delle parole); 172 volte
in Marco (1,530%); 255 volte in Luca (1,309%); 173 volte in Giovanni (1,106%). Nel NT
questa forma, detta genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di
3a persona singolare («di lui» = «suo»). Pur riportando parte dell’oracolo di Isaia, come sopra
si è riferito, Marco opera una significativa modifica: la frase gÛhg\"H B@4gÃJg JH JD\$@LH
J@Ø hg@Ø º:ä<, «raddrizzate i sentieri del mio Dio» (Is 40,3, LXX) diventa gÛhg\"H
B@4gÃJg JH JD\$@LH "ÛJ@Ø, «raddrizzate i suoi sentieri», in riferimento al precedente
termine «Signore». Il risultato di queste modifiche redazionali è notevole: ponendo sulla
bocca del messaggero l’invito a preparare la via, il narratore attribuisce sia il pronome "ÛJ@Ø
del v. 3 sia il titolo di ibD4@H sia la «via» di cui parlano Dio e il messaggero al destinatario
delle parole di Dio che il lettore identifica nel protagonista Gesù. Ecco, di seguito, un
prospetto con il confronto sinottico delle citazioni:
30 Mc 1,4

Is 40,3 – TM Is 40,3 – LXX Mc 1,3

!9F|8 -|8 nT<¬ $@ä<J@H ¦< J± ¦DZ- nT<¬ $@ä<J@H ¦< J± ¦DZ-
%&I%*A …9GyG {H 9vI$AŒ
E vH :å· :å·
%"I9I3CvI {9—AH* {+J@4:VF"Jg J¬< Ò*Î< iL- {+J@4:VF"Jg J¬< Ò*Î< iL-
D\@Ls gÛhg\"H B@4gÃJg JH D\@Ls gÛhg\"H B@4gÃJg JH
{1*%
FJ-!-F %‹I2 E /A
JD\$@LH J@Ø hg@Ø º:ä< JD\$@LH "ÛJ@Ø

Voce di chi grida: Voce di chi grida nel deserto: Voce di chi grida nel deserto:

«Nel deserto preparate «Preparate la via del Signore, «Preparate la via del Signore,
la via del Signore, ap- raddrizzate i sentieri del nostro raddrizzate i suoi sentieri».
pianate nella steppa il Dio».
sentiero per il nostro
Dio».

1,4 ¦(X<gJ@ z3TV<<0H [Ò] $"BJ\.T< ¦< J± ¦DZ:å i"Â i0DbFFT< $VBJ4F:"
:gJ"<@\"H gÆH –ngF4< :"DJ4ä<.
1,4 si presentò Giovanni a battezzare nel deserto e a predicare un battesimo di conversione
per il perdono dei peccati.

¦(X<gJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere, nascere,
essere, accadere, apparire. Questo verbo deponente ricorre 669 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 75 volte in Matteo (corrispondente allo 0,409% del
totale delle parole); 55 volte in Marco (cf. Mc 1,4.9.11.17.32; 2,15.21.23.27; 4,4.10.11.17.
19.22.32.35.37.39; 5,14.16.33; 6,2[x2].14.21.26.35.47; 9,3.6.7[x2].21.26.33.50; 10,43;
11,19.23; 12,10.11; 13,7.18.19[x2].28.29.30; 14,4.17; 15,33[x2].42; 16,10 = 0,487%); 131
volte in Luca (0,672%); 51 volte in Giovanni (0,326%). Attestato nel NT soltanto nella forma
ionica ed ellenistica (\<@:"4, invece di (\(<@:"4, questo verbo è uno dei più frequenti tra
quelli presenti nel greco biblico. In senso proprio (\<@:"4 significa «iniziare a esistere»,
«divenire», «sorgere», ma molto spesso è impiegato nel senso narrativo di «accadere»,
«avvenire». I vangeli sinottici e gli Atti degli Apostoli usano varie volte questo verbo
nell’espressione stereotipa i"Â ¦(X<gJ@…, «e avvenne…» (anche senza i"\), modellata
sull’analoga formula che nei LXX traduce l’ebraico …*% E *AC&, wa7 yehEî, «e avvenne che…», con
successivo wav consecutivo: si tratta di una tipica e usatissima costruzione ebraica, aliena
nella lingua greca, posta all’inizio di una proposizione come indicazione temporale (cf. Gn
4,3; 6,1; 7,10; 8,6; ecc.). Nel vangelo di Marco ritroviamo questa costruzione in Mc 1,9;
2,15.23; 4,4.10.
z3TV<<0H: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni;
soggetto. Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine ebraica 01I( I |*,
YôhEa) na) n, «Yah[weh] [è] misericordioso». Nel NT il nome Giovanni è riferito a 6 personaggi
Mc 1,4 31

diversi, per un totale di 135 ricorrenze. In riferimento al Battista ricorre 92 volte: 23 volte in
Matteo (cf. Mt 3,1.4.13.14; 4,12; 9,14; 11,2.4.7.11.12.13.18; 14,2.3.4.8.10; 16,14; 17,13;
21,25.26.32); 16 volte in Marco (cf. Mc 1,4.6.9.14; 2,18[x2]; 6,14.16.17.18.20.24.25; 8,28;
11,30.32); 24 volte in Luca (cf. Lc 1,13.60.63; 3,2.15.16.20; 5,33; 7,18[x2].20.22.
24[x2].28.29.33; 9,7.9.19; 11,1; 16,16; 20,4.6); 19 volte in Giovanni (cf. Gv 1,6.15.19.26.28.
32.35.40; 3,23.24.25.26.27; 4,1; 5,33.36; 10,40.41[x2]); 10 volte in Atti degli Apostoli (cf.
At 1,5.22; 10,37; 11,16; 12,2; 13,24.25; 18,25; 19,3.4).
[Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma Ò ricorre 2938 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 523 volte
in Matteo (corrispondente al 2,851% del totale delle parole); 266 volte in Marco (2,353%);
425 volte in Luca (2,182%); 604 volte in Giovanni (3,863%). L’articolo è presente nei codici
!, B, L, ), 33, 205, 892, 1342, 2427; è assente, invece, in A, W, f1, f13. Quasi certamente
l’articolo non è originale: le successive forme verbali $"BJ\.T< e i0DbFFT< devono
essere considerate come due participi uniti dalla congiunzione i"\, testualmente sicura: è
probabile che l’articolo Ò sia stato aggiunto per influsso di altri passi, dove Giovanni «il
Battista» è esplicitamente ricordato con il titolo Ò $"BJ4FJZH (in Mc 6,25; 8,28) e Ò
$"BJ\.T< (in Mc 6,14.24.25).].
$"BJ\.T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da $"BJ\.T, immergere, sommergere, lavare,
«battezzare». Questo verbo ricorre 77 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 7 volte in Matteo (cf. Mt 3,6.11[x2].13.14.16; 28,19, corrispondente allo 0,038%
del totale delle parole); 13 volte in Marco (cf. Mc 1,4.5.8[x2].9; 6,14.24; 7,4; 10,38[x2].
39[x2]; 16,16 = 0,115%); 10 volte in Luca (cf. Lc 3,7.12.16[x2].21[x2]; 7,29.30; 11,38;
12,50 = 0,051%); 13 volte in Giovanni (cf. Gv 1,25.26.28.31.32[x2]; 3,22.23[x2].26; 4,1.2;
10,40 = 0,083%). Altrove: 21 volte in Atti degli Apostoli, 2 volte in Romani, 10 in 1Corinzi,
1 volta in Galati. Participio predicativo del soggetto z3TV<<0H: può essere reso anche
mediante un infinito di valore finale: «si presentò… per battezzare». Come sopra accennato,
le due forme $"BJ\.T<… i0DbFFT< debbono essere intese come due participi predicativi
riferiti al soggetto z3TV<<0H e ciò per la presenza della congiunzione i"\ (testualmente
sicura) che collega i due verbi. Così ha inteso la Vulgata che traduce: «Fuit Iohannes in
deserto baptizans et praedicans baptismum poenitentiae». Coloro che intendono la forma
$"BJ\.T< come un sostantivo (= $"BJ\FJ0H), riferito a Giovanni (= «Giovanni il
Battista»), sono costretti a omettere la successiva congiunzione i"\, facendo violenza al
testo. Il verbo $"BJ\.T, come forma intensiva, deriva da $VBJT, «bagnare» (assente in
Marco), ma non deve essere confuso con questo. L’esempio più chiaro che mostra il
significato diverso dei due verbi è un testo del poeta e medico greco Nicandro (200 a.C.
circa), il quale scrive che per ottenere dei sottaceti il vegetale deve essere prima «bagnato»
(•B@$VBJT) in acqua bollente e poi «immerso» (¦:$"BJ\.T) nell’aceto (cf. Nicandro,
Frag., 70,11–12). Entrambi i verbi hanno a che fare con l’immersione di un corpo in un
liquido, ma il primo indica un bagno provvisorio, momentaneo, il secondo indica una azione
prolungata che produce un cambiamento permanente. Se si eccettua Mc 7,4, dove il verbo
è usato nel significato generico di «lavare», in riferimento alle abluzioni giudaiche, $"BJ\.T
è utilizzato nel NT in senso esclusivamente cultuale e in quello tecnico di «battezzare».
32 Mc 1,4

Questa semplice constatazione lessicale dimostra che il rito di immersione di Giovanni era
sentito come qualcosa di nuovo rispetto a tutte le altre abluzioni giudaiche o pagane.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
¦DZ:å: sost., dat. sing. f. da §D0:@H, –@L, regione desertica, luogo solitario, landa desolata;
cf. Mc 1,3; compl. di stato in luogo.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed. Questa congiunzione ricorre 9018
volte nel NT. È il primo i"\ marciano: nel corso dell’opera ritornerà spesso, per un totale
di 1088 ricorrenze, contro le 1178 di Matteo, 1469 di Luca, 828 di Giovanni. In termini
percentuali, rispetto al totale delle parole usate nei singoli vangeli (18.346 in Matteo; 11.216
in Marco; 19.490 in Luca; 15.641 in Giovanni), Marco usa la congiunzione i"\ (fenomeno
della paratassi) più degli altri evangelisti, come dimostrano i seguenti dati statistici: Marco,
9,651%; Luca, 7,540%; Matteo, 6,421%; Giovanni, 5,296%. Si deve osservare, inoltre, che
su circa 583 proposizioni che formano il vangelo di Marco, 376 iniziano con la congiunzione
i"\ (= il 64,5%). Nel NT il libro con la più alta percentuale di i"\ è l’Apocalisse
(11,400%), a cui segue il vangelo di Marco. Limitatamente all’uso marciano la congiunzione
i"\ è impiegata nella stragrande maggioranza come: a) congiunzione coordinante copulativa
«e» (969 volte su 1087). Altrove ricorre nei seguenti significati: b) congiunzione coordinante
narrativa per introdurre, con il significato avverbiale di «allora», «poi», «in seguito» (ma a
volte non si traduce), una nuova scena all’interno della stessa pericope o un’altra unità
narrativa (cf. Mc 3,6.9.21; 4,38b; 5,13b; 6,6b.32.39; 7,1a.29.35a; 8,6a.11a.23a.27a.31a.32b;
9,5a.7a.21.26a.35a; 10,1a.2.13.17a.23a.42a.49a; 11,6.14a; 12,12a.16a.28a. 43a; 14,10.13a.
27a.48a.50.53a.65a.72b; 15,2); c) congiunzione coordinante aggiuntiva («anche», «perfino»,
«inoltre», «altresì»: Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b; 6,43b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c;
9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a); d) congiunzione coordinante
avversativa (= i"\ adversativum, «ma», «tuttavia», «però»: Mc 1,13c; 3,7b.12.33a;
4,17a.19a.27d; 5,19a; 6,19b.20d.33a; 7,24b.28b; 8,12.16.29.30; 9,12a.30.31c.42a; 10,34;
12,12b.17a; 16,8c); e) congiunzione coordinante consecutiva (= i"\ consecutivum, «sicché»,
«cosicché», «che»: Mc 1,17b.27c; 5,4d; 9,5b; 10,21c; 14,62a); f) congiunzione coordinante
temporale («mentre», «quando»: Mc 1,19c; 10,10; 14,62b; 15,25a); g) congiunzione
coordinante pronominale ([«che», «il quale»]: Mc 2,15e; 8,1; 9,4b.31b); h) congiunzione
coordinante conclusiva («dunque», «quindi», «pertanto», «allora»: Mc 4,13b; 10,26); i)
congiunzione coordinante correlativa («e… e…»; «sia… sia…», «non solo… ma anche…»:
Mc 4,27ab.41cd; 7,37bc; 9,13ab.22bc; 11,9ab); l) congiunzione coordinante esplicativa (=
i"\ epexegeticum, «infatti», «cioè», «ossia»: Mc 10,45a).
i0DbFFT<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da i0DbFFT, proclamare apertamente,
annunciare solennemente, predicare. Questo verbo ricorre 61 volte nel NT: 9 volte in
Matteo (cf. Mt 3,1; 4,17.23; 9,35; 10,7.27; 11,1; 24,14; 26,13, corrispondente allo 0,049%
del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc 1,4.7.14.38.39.45; 3,14; 5,20; 6,12; 7,36;
13,10; 14,9; 16,15.20 = 0,124%); 9 volte in Luca (cf. Lc 3,3; 4,18.19.44; 8,1.39; 9,2; 12,3;
24,47 = 0,046%); 8 volte in Atti degli Apostoli (cf. At 8,5; 9,20; 10,37.42; 15,21; 19,13;
Mc 1,4 33

20,25; 28,31 = 0,043%); 4 volte in Romani (cf. Rm 2,21; 10,8.14.15 = 0,056%); 4 volte in
1Corinzi (cf. 1Cor 1,23; 9,27; 15,11.12 = 0,059%); 4 volte in 2Corinzi (cf. 2Cor 1,19; 4,5;
11,4[x2] = 0,089%); 2 volte in Galati (cf. Gal 2,2; 5,11 = 0,090%); 1 volta in Filippesi (cf.
Fil 1,15 = 0,061%); 1 volta in Colossesi (cf. Col 1,23 = 0,063%); 1 volta in 1Tessalonicesi
(cf. 1Ts 2,9 = 0,068%); 1 volta in 1Timoteo (cf. 1Tm 3,16 = 0,063%); 1 volta in 1Pietro (cf.
1Pt 3,19 = 0,059%); 1 volta in Apocalisse (cf. Ap 5,2 = 0,010%). Participio predicativo del
soggetto z3TV<<0H: può essere reso anche mediante un infinito di valore finale: «si
presentò… per predicare». Si tratta di proclamare non un messaggio o una dottrina personale,
ma quella di un altro, proprio come faceva un araldo. Il verbo denominativo i0DbFFT (da
i­DL>, «araldo») indica nel greco classico l’attività dell’araldo il quale, dotato di buona
voce, annunciava il messaggio da parte di un altro (cf. Omero, Il., 2,444; Od., 2,8). Il
significato fondamentale di i0DbFFT è, quindi, quello di «gridare con voce forte»,
«proclamare ad alta voce», «bandire»: iZDLFFg, i­DL>, «Annuncia, o araldo!» (Eschilo,
Eum., 566). Si tratta di una proclamazione che riveste sempre un carattere di ufficialità: ciò
che si annuncia entra subito in vigore, senza possibilità di trattare o di rimandare. I LXX
usano il termine i0DbFFT 32 volte per tradurre vari verbi ebraici che indicano un generico
gridare ad alta voce, equivalente ad «annunciare», «proclamare» e simili (cf. Gn 41,43; Es
32,5; 36,6; 2Re 10,20; 2Cr 20,3; 24,9; 36,22; 1Esd., 2,1; Est 6,9.11; 1Mac 5,49; 10,63.64;
Is 61,1; Os 5,8; Mic 3,5; Gl 1,14; 2,1.15; 4,9; Gio 1,2; 3,2.4.5.7; Sof 3,14; Zc 9,9; Dn 3,4;
5,29; Prv 1,21; 8,1; Ps. Salom., 11,1). In Marco il verbo è usato: a) per la predicazione di
Giovanni il Battista (cf. Mc 1,4.7); b) per quella di Gesù (cf. Mc 1,14.38.39); c) per quella
dei discepoli missionari (cf. Mc 3,14; 6,12; 13,10; 14,9; 16,15.20); per le proclamazioni dei
miracolati (cf. Mc 1,45; 5,20; 7,36).
$VBJ4F:": sost., acc. sing. n. da $VBJ4F:", –"J@H, immersione, il sommergere, «battesimo»;
compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 19 volte nel NT: Mt 3,7; 21,25; Mc 1,4; 10,38.39; 11,30;
Lc 3,3; 7,29; 12,50; 20,4; At 1,22; 10,37; 13,24; 18,25; 19,3.4; Rm 6,4; Ef 4,5; 1Pt 3,21. La
mancanza dell’articolo non ha qui particolari significati, ma è un segnale linguistico del modo
di esprimere il genitivo in ebraico, detto stato costrutto, in cui il sostantivo che regge il
genitivo è sempre senza articolo. Sconosciuto nella grecità classica il termine $VBJ4F:" è
presente soltanto nella letteratura cristiana per indicare, inizialmente, l’atto dell’«immersione»
nelle acque del Giordano da parte di Giovanni Battista. Negli scritti successivi il vocabolo
ha assunto un significato più tecnico e circoscritto, corrispondente a quello di «battesimo»
come azione liturgica sacramentale.
:gJ"<@\"H: sost., gen. sing. f. da :gJV<@4", –"H, cambiamento di mentalità, cambiamento di
modo di pensare, pentimento, «conversione»; compl. di specificazione. Il vocabolo ricorre
22 volte nel NT: Mt 3,8.11; Mc 1,4 (hapax marciano); Lc 3,3.8; 5,32; 15,7; 24,47; At 5,31;
11,18; 13,24; 19,4; 20,21; 26,20; Rm 2,4; 2Cor 7,9.10; 1Tm 2,25; Eb 6,1.6; 12,17; 2Pt 3,9.
Quando il nome reggente è privo di articolo (come qui) anche il genitivo dipendente ne è
solitamente sprovvisto. Si tratta di un genitivo descrittivo: un battesimo caratterizzato da
conversione. Analogamente al verbo :gJ"<@XT, da cui deriva (cf. Mc 1,15) e coerentemente
con il significato etimologico, il vocabolo :gJV<@4" indica un «cambiamento di mentalità»,
un cambiare parere (livello razionale) e non tanto il «rincrescimento», il «pentimento» per un
male commesso (livello etico e psicologico), anche se questi aspetti non sono esclusi (cf.
34 Mc 1,4

Tucidide, Hist., 3,36,4; Polibio, Hist., 4,66,7). Tale «battesimo di pentimento» consisteva in
una immersione nelle acque del Giordano come segno concreto del pentimento interiore che
implicava un mutamento di condotta, ossia, quella che noi chiamiamo una «conversione».
Ciò significa che la “conversione” richiesta da Giovanni (e dal vangelo) è anzitutto
“teologica” e successivamente etica. Non è il rito dell’acqua che ottiene il perdono, ma la
:gJV<@4", ossia la deliberazione di non commettere più il male e di fare ritorno a Dio.
gÆH: prep. propria di valore finale, seguita dall’accusativo, indecl., per, in vista di, allo scopo di.
Questa preposizione ricorre 1766 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
218 volte in Matteo (corrispondente all’1,188% del totale delle parole); 168 volte in Marco
(1,486%); 225 volte in Luca (1,155%); 187 volte in Giovanni (1,196%). L’uso di questa
preposizione nel NT corrisponde generalmente a quello classico: in origine gÆH esprime un
movimento verso una direzione che può essere spaziale, temporale o metaforico. In Marco
la preposizione gÆH è usata nella stragrande maggioranza nel significato spaziale («a»,
«verso», «in») o, meno spesso, in quello temporale («in», «fino a», «circa»). Soltanto in pochi
casi è impiegata con valore finale («per», «in vista di», «allo scopo di»: Mc 1,4.38.44; 6,11;
13,9.12; 14,4.8.9.55; 15,34), di relazione o termine («verso», «riguardo a», «nei confronti di»:
Mc 8,19.20; 9,42; 13,10), avversativo («contro»: Mc 3,29). Un uso particolare di gÆH è quello
chiamato “predicativo”, in unione a un sostantivo che funge da predicato nominale o da
complemento predicativo del soggetto: si tratta di un semitismo dove gÆH corrisponde alla
preposizione ebraica -A, le, con valore modale (cf. Mc 10,8; 12,10).
–ngF4<: sost., acc. sing. f. da –ngF4H, –gTH, (da •n\0:4, «lasciare andare»), rilascio,
licenziamento, liberazione, remissione, perdono (di peccati); compl. di fine. Il vocabolo
ricorre 17 volte nel NT: Mt 26,28; Mc 1,4; 3,29; Lc 1,77; 3,3; 4,18[x2]; 24,47; At 2,38;
5,31; 10,43; 13,38; 26,18; Ef 1,7; Col 1,14; Eb 9,22; 10,18. Nella grecità classica il
vocabolo non ha mai un senso religioso, ma soltanto quello profano di: a) «liberazione» di
persone e cose (cf. Demostene, Or., 18,77); b) «licenziamento» di truppe, soldati e simili (cf.
Plutarco, Ages., 24,2,5); c) «remissione», «assoluzione», condono di un reato (cf. Platone,
Leg., 869d) o un debito (cf. Isocrate, Or., 17,29); d) «ripudio», «divorzio» (cf. Plutarco,
Pomp., 42,7,6). Nel NT, al contrario, il vocabolo significa quasi sempre «perdono» (da parte
di Dio), per lo più specificato dal genitivo :"DJ4ä<, «dei peccati», genitivo oggettivo.
Anche nei due passi di Lc 4,18[x2], dove viene citato Is 58,6; 61,1, il vocabolo, pur usato in
senso di «liberazione», è collegato al concetto di perdono. Nel NT il sostantivo –ngF4H
assume, dunque, un valore prevalentemente teologico, poiché indica il perdono dei peccati
da parte di Dio, non mediante una concezione giuridica (semplice condono della pena), ma
in virtù della redenzione operata da Cristo. La preposizione greca gÆH che regge il sostantivo
–ngF4H ha sicuramente qui un valore finale: il battesimo di Giovanni veniva amministrato
«allo scopo di ottenere il perdono dei peccati». Si discute, tuttavia, sul valore di questo
“battesimo” e sulla conseguente remissione dei peccati: per alcuni l’immersione nelle acque
del Giordano aveva soltanto un carattere penitenziale, senza una reale remissione dei peccati.
Difficilmente, però, questa affermazione sul perdono dei peccati può essere intesa come
interpretatio christiana e pertanto attenuata. A quel che sembra la prima cristianità si è
preoccupata di svalutare il battesimo di Giovanni di fronte al battesimo cristiano piuttosto che
rivalutarlo, dandogli una patina cristiana. Bisogna inoltre ricordare che nell’attività profetica
Mc 1,5 35

non ci sono azioni simboliche che non abbiano una qualche efficacia. L’immersione che
seguiva l’invito alla conversione, pertanto, non deve intendersi come una sterile azione
simbolica, né come un gesto che desse ai penitenti la consapevolezza soggettiva di aver
ricevuto il perdono: tale azione era il rituale esteriore che garantiva il perdono concesso da
Dio attraverso la :gJV<@4" del penitente, ossia a seguito del riconoscimento sincero dei
propri peccati.
:"DJ4ä<: sost., gen. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; compl. di
specificazione. Il vocabolo ricorre 173 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 7 volte in Matteo (cf. Mt 1,21; 3,6; 9,2.5.6; 12,31; 26,28, corrispondente allo
0,038% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 1,4.5; 2,5.7.9.10 = 0,053%); 11
volte in Luca (cf. Lc 1,77; 3,3; 5,20.21.23.24; 7,47.48.49; 11,4; 25,47 = 0,056%); 17 volte
in Giovanni (cf. Gv 1,29; 8,21.24[x2].34[x2].46; 9,34.41[x2]; 15,22[x2].24; 16,8.9; 19,11;
20,23 = 0,109%). Il significato originale di :"DJ\", dal tema :"DJ– di :"DJV<T,
«sbagliare» e suffisso nominale –\" a indicare l’effetto dell’azione, è quello di «sbaglio»
nell’aver fallito un bersaglio per inavvertenza, errore o colpa (cf. Eschilo, Ag., 1197; Sofocle,
Phil., 1248). Questo significato fondamentalmente profano è stato ripreso con valore etico
e teologico dai LXX e dal NT per indicare lo “sbaglio”, l’“errore”, la “deviazione” in ambito
religioso, ossia ciò che noi definiamo «peccato», inteso come azione contraria alla legge di
Dio. Conformemente al senso della radice, il concetto biblico di peccato è, quindi, una
deviazione da una norma stabilita da Dio, sostanzialmente una trasgressione alla Torah.
Infatti, poiché la legge è manifestazione di un volere divino, tutte le sue disposizioni, anche
quelle strettamente di diritto civile, costituiscono lo ius divinum. Per questo motivo ogni
defezione o trasgressione ha un carattere religioso, è ribellione contro Dio, dunque peccato.
La confessione o, meglio, il riconoscimento dei propri peccati a Dio, era una pratica
ampiamente diffusa nel giudaismo (cf. Lv 5,5; Sal 32,5; 38,19; 51,3–6; Bar 2,12; Dn 9,4–19).
Utilizzando un linguaggio simile a quello marciano, Giuseppe Flavio afferma che JÎ hgÃ@<
gÛ*4V88"iJ@< ¦>@:@8@(@L:X<@4H i"Â :gJ"<@@ØF4<, «Dio è ben disposto a riconciliarsi
con coloro che confessano le colpe e si pentono» (Id., Bellum, 5,415).

1,5 i" ¦>gB@DgbgJ@ BDÎH "ÛJÎ< BF" º z3@L*"\" PfD" i" @Ê {3gD@F@8L:ÃJ"4
BV<JgHs i"Â ¦$"BJ\.@<J@ ßBz "ÛJ@Ø ¦< Jè z3@D*V<® B@J":è ¦>@:@-
8@(@b:g<@4 JH :"DJ\"H "ÛJä<.
1,5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. Ed
erano battezzati da lui nel fiume Giordano, mentre confessavano i loro peccati.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦>gB@DgbgJ@: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da ¦iB@DgbT (da ¦i e B@DgbT), uscire, venire
fuori, andare, recarsi, accorrere. Questo verbo semideponente ricorre 33 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 5 volte in Matteo (cf. Mt 3,5; 4,4; 15,11.18; 20,29,
corrispondente allo 0,027% del totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 1,5; 6,11;
7,15.19.20.21.23; 10,17.46; 11,19; 13,1 = 0,097%); 3 volte in Luca (cf. Lc 3,7; 4,22.37 =
0,015%); 2 volte in Giovanni (cf. Gv 5,29; 15,26 = 0,013%). Qui l’imperfetto ha valore
36 Mc 1,5

descrittivo, per sottolineare il flusso ininterrotto di persone. Nel greco neotestamentario, come
in quello classico, il tempo imperfetto è generalmente usato per esprimere una azione passata
che viene considerata come ancora non terminata, ossia i cui effetti perdurano fino al presente
di chi parla o scrive. Sebbene il significato primo di ¦iB@Dgb@:"4 nella diatesi media sia
quello di «uscire», «allontanarsi», «partire» (cf. Senofonte, Anab., 5,1,8; Polibio, Hist., 6,58,4;
cf. Mc 6,11; 7,15.19.20.21.23), qui corrisponde ad «accorrere», «venire» (come in Gdc 9,33;
Mc 10,17), probabilmente per influsso dell’ebraico !7 II*, ya) sEa) ’. Alcuni, rilevando che il verbo
¦iB@DgbT è usato nei LXX per indicare l’esodo (cf. Dt 1,19.23), parlano di uso intenzionale
da parte di Marco, il quale intenderebbe descrivere un nuovo esodo rispetto a quello
dell’antico popolo d’Israele: le folle, dalla Giudea e da Gerusalemme, centro delle istituzioni
giudaiche ormai superate, si dirigono adesso al deserto, luogo del nuovo cambiamento
iniziato con Giovanni il Battista. L’ipotesi è suggestiva, ma è difficilmente sostenibile.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra. Questa preposizione ricorre 700 volte nel NT. La distribuzione
nei vangeli è la seguente: 42 volte in Matteo (corrispondente allo 0,229% del totale delle
parole); 65 volte in Marco (0,575%); 166 volte in Luca (0,852%); 102 volte in Giovanni
(0,652%). Modellata sull’uso del greco classico, la preposizione BD`H è una delle più
ricorrenti nel NT, dove nella stragrande maggioranza (692 volte su 700) compare in unione
all’accusativo; con il dativo è presente 7 volte, con significato locale (cf. Mc 5,11; Lc 19,37;
Gv 18,16; 20,11.12[x2]; Ap 1,13); con il genitivo si trova soltanto in At 27,34, con
significato di vantaggio. In associazione all’accusativo, BD`H assume il significato prevalente
di vicinanza e moto a luogo, sia esso fisico che figurato («verso», «a», «in direzione di»,
«vicino a», «alla presenza di»). In alcuni casi la preposizione è presente con significato
temporale («verso», «intorno a»), in riferimento a una durata o approssimazione temporale
non meglio precisata. In unione all’infinito, BD`H indica la meta, lo scopo dell’azione
espressa dal verbo (cf. Mt 5,28; 6,1; 13,30; 23,5; 26,12; Mc 13,22; Lc 18,1[x2]; Ef 6,1[x2];
1Ts 2,9; 2Ts 3,8). Lo scopo dell’azione intenzionalmente intrapresa può essere espresso
anche mediante un semplice sostantivo (cf. At 3,10: «sedeva per [BD`H] l’elemosina», ossia:
«sedeva per chiedere l’elemosina»). Altrove la preposizione può assumere significato di
relazione («per», «in rapporto a», «nei confronti di», «verso»: Mc 9,16; 1Ts 5,14), avversativo
(«contro», Mc 9,16; Ef 6,12), modale («secondo», «conforme a», 2Cor 5,10), comparativo
(«in confronto a», Rm 8,18) oppure essere presente in locuzioni idiomatiche e avverbiali.
Nelle ricorrenze marciane prevale il significato locale (cf. Mc 1,5.27.32.33.40.45; 2,2.3.13;
3,7.8.13.31; 4,1[x2].41; 5,15.19.22; 6,3.25.30.45.48.51; 7,1.25; 8,16; 9,10.14[x2].17.
19[x2].20.34; 10,1.7.14.26.50; 11,1.4.7.27.31; 12,2.4.6.7.13. 18; 14,4.10.49.53.54; 15,31.43;
16,3). In poche ricorrenze la preposizione assume un significato di relazione (cf. Mc 9,16),
causale (cf. Mc 10,5), avversativo (cf. Mc 12,12), finale (cf. Mc 13,22).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di moto a luogo. La forma "ÛJ`< ricorre nel NT 961
volte, rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è
la seguente: 125 volte in Matteo (corrispondente allo 0,681% del totale delle parole); 178
volte in Marco (1,575%); 211 volte in Luca (1,083%); 176 volte in Giovanni (1,126%).
Mc 1,5 37

BF": agg. indefinito, nom. sing. f. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; attributo
di PfD", qui senza articolo perché in posizione predicativa. Il vocabolo ricorre 1243 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 129 volte in Matteo (corrispondente allo
0,703% del totale delle parole); 67 volte in Marco (cf. Mc 1,5[x2].32. 37; 2,12[x2].13; 3,28;
4,1.11.13.31.32.34; 5,5.20.26.33.40; 6,30.33.39.41.42.50; 7,3.14.18.19.23.37; 9,12.15.23.35
[x2]. 49; 10,20.27.28.44; 11,11.17.18.24; 12,22.28.33.43. 44[x2]; 13,4.10.13.20.23.30.37;
14,23.27.29.31.36.50.53.64; 16,15 = 0,602%); 158 volte in Luca (0,811%); 65 volte in
Giovanni (0,416%). Analogamente a quanto avviene nel greco classico, negli scritti
neotestamentari il pronome e aggettivo indefinito BH, BF", B< (e in parte la forma
rafforzata žB"H) modifica il proprio significato in base alla forma singolare o plurale: a) al
singolare, indipendentemente dalla sua posizione attributiva o predicativa, indica una totalità
inclusiva, ossia il «tutto» o l’interezza riferita a un sostantivo (cf. Mc 2,13; Mc 16,15).
Quando però, senza articolo, precede un sostantivo anch’esso privo di articolo (posizione
attributiva) assume il valore distintivo e distributivo di «ogni», «ciascuno» (cf. Mc 13,20):
questa distinzione, tuttavia, non sempre è percepibile nella traduzione. b) Al plurale,
indipendentemente dalla sua posizione (attributiva o predicativa), ha senso collettivo (=
«tutti»): esprime, cioè, la totalità considerata nel suo insieme (cf. Mc 7,3.23). Quando precede
un participio, con o senza articolo, BH, BF", B< equivale al pronome indefinito
«ognuno», «chiunque», «ciascuno» (cf. Mt 7,26).
º: art. determ., nom. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma º ricorre 978 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 121 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,660% del totale delle parole); 60 volte in Marco (0,531%);
102 volte in Luca (0,524%); 122 volte in Giovanni (0,780%).
z3@L*"\": agg. determinativo, nom. sing. f. da z3@L*"Ã@H, –", –@<, giudeo, Giudeo; attributo
di PfD". Il vocabolo ricorre 195 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
5 volte in Matteo (corrispondente allo 0,027% del totale delle parole); 7 volte in Marco (cf.
Mc 1,5; 7,3; 15,2.9.12.18.26 = 0,062%); 5 volte in Luca (0,026%); 71 volte in Giovanni
(0,454). La regione (ma anche (­, «terra») giudea (cf. Gv 3,22) o semplicemente «la
Giudea» (º z3@L*"\"), indica la porzione meridionale della Palestina tra il fiume Giordano
e il Mar Morto, distinta dalla Samaria, dalla Galilea, dalla Perea e dall’Idumea. In senso lato
si riferisce a tutta la Palestina (cf. l’espressione di At 26,20 BF" º PfD" J­H z3@L*"\"H,
riferita alla nazione giudaica). In forma autonoma la parola z3@L*"\" per indicare il territorio
in oggetto è attestata sin dall’inizio del periodo ellenistico: la usa Manetone nel II secolo a.C.
(come riferisce Giuseppe Flavio, Contra Ap., 1,90), Clearco, verso il 300 a.C. (riferito da
Giuseppe Flavio, Contra Ap., 1,179) e Ecateo di Abdera (citato da Diodoro Siculo, Bibl.,
40,3,3). Per l’etimologia del vocabolo z3@L*"\", «Giudea» e la descrizione storica e
geografica vedi commento a Mc 3,7.
PfD": sost., nom. sing. f. da PfD", –"H, regione, area, territorio, paese; soggetto. Il vocabolo
ricorre 28 volte nel NT: Mt 2,12; 4,16; 8,28; Mc 1,5; 5,1.10; 6,55; Lc 2,8; 3,1; 8,26; 12,16;
15,13.14.15; 19,12; 21,21; Gv 4,35; 11,54.55; At 8,1; 10,39; 12,20; 13,49; 16,6; 18,23;
26,20; 27,27; Gc 5,4. Nel greco classico il sostantivo PfD" è impiegato già da Omero in
due accezioni fondamentali: a) lo «spazio», il tratto di terreno, in senso esclusivamente fisico
(cf. Omero, Il., 16,68; 23,521); b) la «terra», la «regione», il «paese», in senso politico e
38 Mc 1,5

geografico (cf. Omero, Od., 8,573; º PfD" º z!JJ4iZ, «L’Attica»: Erodoto, Hist., 9,13,3).
Anche nel nostro caso PfD" assume il significato di regione geografica, ossia «territorio»
come delimitazione geopolitica. La determinazione di tale area viene completata dalla
menzione del nome geografico e politico (º z3@L*"\" PfD", «la regione Giudea», ossia «la
Giudea»: Mc 1,5) oppure degli abitanti (PfD" Jä< 'gD"F0<ä<: Mc 5,1). Questa è l’unica
volta che Marco usa l’espressione «la regione giudaica» come designazione geografica:
altrove userà il semplice termine z3@L*"\" senza ulteriori specificazioni (cf. Mc 7,3;
15,2.9.12.18.26).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma @Ê ricorre 1112 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
224 volte in Matteo (corrispondente all’1,221% del totale delle parole); 123 volte in Marco
(1,088%); 185 volte in Luca (0,950%); 144 volte in Giovanni (0,921%).
{3gD@F@8L:ÃJ"4: sost., nome proprio di etnia, nom. plur. m. da {3gD@F@8L:\J0H, –@L,
gerosolimitano, abitante di Gerusalemme; soggetto. Il vocabolo ricorre 2 volte nel NT: Mc
1,5 (hapax marciano) e Gv 7,25. Per quanto riguarda la derivazione dal toponimo
Gerusalemme cf. Mc 3,8.
BV<JgH: agg. indefinito, nom. plur. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf.
Mc 1,5; attributo di {3gD@F@8L:ÃJ"4, qui senza articolo perché in posizione predicativa.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦$"BJ\.@<J@: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. medio da $"BJ\.T, immergere, sommergere,
lavare, «battezzare»; cf. Mc 1,4.
ßBz: (= ßB`), prep. propria con valore d’agente, seguita dal genitivo, indecl., da, da parte di.
Questa preposizione, nelle forme ßB` e in quella elisa ßBz davanti a vocale con spirito
dolce, ricorre 220 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 28 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,153% del totale delle parole); 12 volte in Marco (cf. Mc
1,5.9.13; 2,3; 4,21[x2].32; 5,4.26; 8,31; 13,13; 16,11 = 0,106%); 31 volte in Luca (0,159%);
2 volte in Giovanni (0,013%). Nel NT la preposizione ßB` si trova soltanto con il genitivo
e l’accusativo, diversamente dal greco classico dove, seppure meno spesso, compare anche
con il dativo. Il significato prevalente è quello di agente, con il genitivo della persona («da»,
«per opera di», «per mano di», «da parte di»; cf. Mc 1,5.9.13; 2,3; 5,4.26; 8,31; 13,13; 16,11)
oppure quello di causa strumentale, con il genitivo della cosa («da», «a causa di», «a motivo
di», «per»; cf. Mt 8,24; Lc 7,24, ecc.). Meno spesso ßB` è usata con l’accusativo, per
esprimere un complemento di luogo, reale o figurato («sotto», «presso», «nell’ambito di», «in
potere di»; cf. Mc 4,21[x2].32). Soltanto in At 5,21 è presente con significato temporale
(«durante», «circa»).
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di agente. La forma media ¦$"BJ\.@<J@ («si
facevano battezzare da lui») o addirittura passiva («erano battezzati da lui») lascia intendere
che era il Battista in persona a compiere tale gesto; egli non era semplicemente il testimone,
né tanto meno il neofita si battezzava da solo. Dal testo non si può dedurre con certezza se
Mc 1,5 39

tale rito avveniva mediante una parziale immersione, un passaggio nell’acqua o una
infusione. Nessun passo neotestamentario ci informa su questo particolare. Il ruolo attivo del
Battista, il significato lessicale dei termini $VBJ4F:" / $"BJ\.T e l’iconografia dei
battesimi protogiudaici fanno pensare che si trattasse di una immersione completa.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
z3@D*V<®: sost., nome proprio di fiume, dat. sing. m. da z3@D*V<0H, –@L, Giordano; compl.
di stato in luogo. Il vocabolo ricorre 15 volte nel NT: Mt 3,5.6.13; 4,15.25; 19,1; Mc 1,5.9;
3,8; 10,1; Lc 3,3; 4,1; Gv 1,28; 3,26; 10,40. Traslitterazione grecizzata del toponimo di
origine ebraica 0yF9AH*, Yarde) n, «Quello che discende», dal verbo $9HI*, ya) rad5 , «discendere»,
come interpretano gli antichi. Scrive Filone di Alessandria: z3@D*V<0H *¥ i"JV$"F4H
©D:0<gbJ"4, «Giordano si interpreta “discesa”» (Id., Leg. all., 2,89). Il fiume, lungo circa
300 chilometri, nasce dalle sorgenti del monte Hermon, in Libano e dopo aver attraversato
la Palestina verso sud, scorrendo faticosamente nella profonda fossa geologica che la divide
con la Giordania, si getta nel Mar Morto, a –400 metri sotto il livello del mare. Dal punto di
vista idrografico si tratta di un fenomeno unico sulla superfice terrestre.
B@J":è: sost., dat. sing. m. da B@J":`H, –@Ø, fiume, torrente, ruscello; apposizione di
z3@D*V<®. Il vocabolo ricorre 17 volte nel NT: Mt 3,6; 7,25.27; Mc 1,5 (hapax marciano);
Lc 6,48.49; Gv 7,38; At 16,13; 2Cor 11,26; Ap 8,10; 9,4; 12,15.16; 16,4.12; 22,1.22.
Etimologicamente connesso al verbo BXJ@:"4, «muoversi con rapidità», il termine B@J":`H
indica in origine ogni corso d’acqua che precipita velocemente (cf. Omero, Il., 5,87; Od.,
5,441), definizione che poco si adatta al fiume Giordano, il quale per la particolarissima
conformazione geologica scende verso il Mar Morto con un lento e ondulato fluire,
formando grandi anse nel terreno. Qualche commentatore ritiene che l’apposizione «fiume»
sia una sottolineatura intenzionale e teologicamente rilevante, poiché per indicare il fiume
Giordano sarebbe stato sufficiente riportarne semplicemente il nome. In realtà sia Marco che
Matteo (cf. Mt 3,6) seguono l’uso ellenistico, il quale indica i fiumi prevalentemente in modo
assoluto, mediante il nome proprio (Ò z3@D*V<0H: Gn 13,10.11; 32,11, ecc., LXX; Giuseppe
Flavio, Antiq., 1,177, ecc.; Mt 3,5), ma anche in unione all’apposizione B@J":`H (Ò
z3@D*V<0H B@J":`H: Nm 13,29; Gs 4,7; 5,1; Giuseppe Flavio, Bellum, 1,380; 3,51; Antiq.,
1,170; 5,82.83; 6,68; 8,37; 12,335; 13,338[x2]; 14,417; 15,147.364; 17,254.277; 20,97; Vita,
399).
¦>@:@8@(@b:g<@4: verbo, nom. plur. m. part. pres. medio da ¦>@:@8@(XT (da ¦i e
Ò:@8@(XT), riconoscere, riconoscere apertamente, confessare, professare. Questo verbo
ricorre 10 volte nel NT: Mt 3,6; 11,25; Mc 1,5 (hapax marciano); Lc 10,21; 22,6; Gv 19,18;
Rm 14,11; 15,9; Fil 2,11; Gc 5,16. Participio predicativo del soggetto º z3@L*"\" PfD"
i"Â @Ê {3gD@F@8L:ÃJ"4 BV<JgH. Usato raramente nel greco classico, dove ¦>@:@8@(XT
assume il generico significato di «riconoscere», «ammettere» (cf. Plutarco, Eum., 17,7,2), nei
LXX il verbo è generalmente impiegato per ringraziare o lodare Dio (come in Mt 11,25; Lc
10,21). Soltanto in Dn 9,20 ¦>@:@8@(XT viene usato nel significato di «confessare» i
peccati. Questo significato ristretto ritroviamo anche in Giuseppe Flavio (cf. Id., Antiq.,
40 Mc 1,6

8,129). Nel NT l’uso di ¦>@:@8@(XT in senso tecnico, per indicare il riconoscimento dei
propri peccati, ossia nel significato di «confessare» le colpe, si ritrova in Mt 3,6; Mc 1,5; Gc
5,16 (ma cf. anche Gv 19,18). Il tempo presente esprime la contemporaneità delle due azioni:
mentre Giovanni effettua il rito del battesimo, il battezzato riconosce o «confessa» i suoi
peccati.
JVH: art. determ., acc. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
:"DJ\"H: sost., acc. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; cf. Mc 1,4;
compl. oggetto. Pur vivendo nel contesto religioso, cultuale e sociale dell’Israele del suo
tempo, Giovanni il Battista porta un contributo innovativo rispetto alle tradizioni mosaiche
e all’ortodossia giudaica del Tempio. Il sistema espiatorio giudaico prevedeva una grande
varietà di sacrifici, nessuno dei quali, tuttavia, poteva cancellare i peccati volontari più gravi.
Soltanto in occasione del grande rito dello .*9ELƒE% H .|*, Yôm hakkippurîm, il cui scopo
primario era il perdono generale dei peccati gravi, l’aspersione sul popolo con il sangue delle
vittime cancellava le trasgressioni dei figli di Israele, cioè i peccati personali. Il battesimo di
Giovanni si proponeva lo stesso scopo dello Yôm hakkippurîm. Con ogni probabilità esso
prevedeva i seguenti passaggi: riconoscimento personale dei propri peccati, confessione
pubblica, immersione nelle acque del Giordano. La confessione pubblica dei peccati,
mediante la recita di una formula, era praticata anche a Qumran, al momento in cui il
candidato veniva ammesso nella comunità (cf. 1QS, 1,24–26).
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di specificazione. La forma "ÛJä< ricorre 567 volte nel
NT rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 100 volte in Matteo (corrispondente allo 0,545% del totale delle parole); 41 volte
in Marco (0,372%); 98 volte in Luca (0,503%); 34 volte in Giovanni (0,217%). Nel NT
questa forma, detta genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di
3a persona plurale («di essi» = «loro»).

1,6 i"Â µ< Ò z3TV<<0H ¦<*g*L:X<@H JD\P"H i":Z8@L i"Â .f<0< *gD:"J\<0<
BgD J¬< ÏFn×< "ÛJ@Ø i" ¦Fh\T< •iD\*"H i" :X84 –(D4@<.
1,6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai suoi
fianchi. Mangiava cavallette e miele selvatico

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente. Questo
verbo ricorre 2462 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 289 volte in
Matteo (corrispondente all’1,575% del totale delle parole); 192 volte in Marco (1,699%); 361
volte in Luca (1,853%); 445 volte in Giovanni (2,846%). La forma µ< è presente 38 volte
in Marco: Mc 1,6.13[x2].22.23.33.45; 2,4; 3,1; 4,36[x2].38; 5,5.11.21.40.42; 6,47.48.52;
7,26; 10,22.32; 11,13.30.32; 14,1.54.59; 15,7.25.26.39.41.42.43.46; 16,4. Usato come
predicato autonomo, per lo più all’imperfetto e in contesti narrativi, il verbo gÆ:\ significa
«esistere», «vivere», «trovarsi». Come copula gÆ:\ pone in relazione tra loro un soggetto e
un predicato. Spesso, come qui, il verbo gÆ:\ è usato in modo perifrastico per porre in
Mc 1,6 41

particolare rilievo l’enunciato o il valore nominale del verbo indicato con il successivo
participio.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z3TV<<0H: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,4; soggetto.
¦<*g*L:X<@H: verbo, nom. sing. m. part. perf. medio da ¦<*bT, mettersi addosso, indossare,
vestire, vestirsi. Questo verbo ricorre 14 volte nel NT: Mt 6,25; 22,11; 27,31; Mc 1,6; 6,9;
15,20; Lc 8,27; 12,22; 15,22; 24,49; At 12,21; Rm 13,12.14; 1Cor 15,53[x2].54[x2]; Gal
3,27; Ef 4,24; 6,11.14; Col 3,10.12; 1Ts 5,8; Ap 1,13; 15,6; 19,14. Participio predicativo del
soggetto z3TV<<0H. Il participio è retto da µ< in costruzione perifrastica («era indossante»),
al posto dell’usuale imperfetto «indossava». La costruzione perifrastica (verbo essere +
participio), tipica della Koiné e molto frequente nel NT, corrisponde generalmente al tempo
finito imperfetto; viene usata per caratterizzare, in forma enfatica o durativa, l’azione espressa
dal participio. In Mc questa tipica costruzione ricorre 18 volte (cf. Mc 1,6[x2].22.33; 2,18;
4,38; 9,4; 10,22.32[x2]; 13,25; 14,4.49.54[x2]; 15,22.40.43). Nel suo significato letterale il
verbo ¦<*bT, costruito con l’accusativo, equivale a «mettersi addosso», «indossare» (cf.
Omero, Il., 2,42; Erodoto, Hist., 3,98,4): J¬< 8g@<J¬< ¦<*X*Li", «mi sono messo addosso
una pelle di leone» (Platone, Crat., 411a).
JD\P"H: sost., acc. plur. f. da hD\>, JD4P`H, capello, crine, pelo; compl. oggetto. Il vocabolo
ricorre 15 volte nel NT: Mt 3,4; 5,36; 10,30; Mc 1,6 (hapax marciano); Lc 7,38.44; 12,7;
21,18; Gv 11,2; 12,3; At 27,34; 1Pt 3,3; Ap 1,14; 9,8[x2]. Il sostantivo hD\>, usato a partire
da Omero, può designare sia i peli o i capelli umani (cf. Omero, Il., 24,359; Od., 13,431) sia
i peli animali, quali quelli degli ovini (cf. Omero, Il., 3,273), dei suini (cf. Omero, Il., 19,254;
Od., 10,239), dei cavalli (cf. Omero, Il., 23,519), dei cani (cf. Senofonte, Cyn., 4,8).
i":Z8@L: sost., gen. sing. m. da iV:08@H, –@L, cammello; compl. di materia. Il vocabolo
ricorre 6 volte nel NT: Mt 3,4; 19,24; 23,24; Mc 1,6; 10,25; Lc 18,25. Dal punto di vista
etimologico il sostantivo iV:08@H (cf. Eschilo, Suppl., 285; Erodoto, Hist., 3,105,2;
Plutarco, Alex., 31,7,1) è la grecizzazione del corrispondente ebraico -/ I xI, ga) ma) l,
«cammello», il quale in epoca neotestamentaria era largamente diffuso nell’area mediorienta-
le. Il cammello qui ricordato, ossia quello palestinese, è il dromedario a una gobba (camelus
dromedarius), diverso dal cammello vero e proprio originario dell’area persiana, a due gobbe
(camelus bactrianus). L’espressione ellittica ¦<*g*L:X<@H JD\P"H i":Z8@L, «vestito di
peli di cammello», intende indicare senza dubbio una mantellina, un mantello o un abito
tessuto di peli di cammello, anche se il termine greco per «mantello» o «vestito» non ricorre
nel testo greco. Questa specie di tunica rozza e ruvida, molto adatta a simboleggiare la
penitenza, era usata anche da altri profeti (cf. Is 20,2; Zc 13,4).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
.f<0<: sost., acc. sing. fa da .f<0, –0H, fascia, benda; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 8
volte nel NT: Mt 3,4; 10,9; Mc 1,6; 6,8; At 21,11[x2]; Ap 1,13; 15,6. Nel greco classico il
sostantivo .f<0 indica di preferenza la cintura femminile (cf. Omero, Il., 14,181; Od.,
10,544), ma può indicare anche quella maschile, specie la cintura della divisa militare (cf.
Senofonte, Anab., 1,6,10). Nei LXX il vocabolo ricorre 19 volte per indicare: a) la cintura
42 Mc 1,6

sacerdotale o cultuale (cf. Es 28,4.39.40; 29,9; 36,36; Lv 8,7.13; 16,4); b) la cintura generica
(cf. Dt 23,14; 2Re 3,21; Sal 109,19; Gb 12,18); c) la cintura di un messaggero celeste (cf. Ez
9,2.3.11); d) la cintura militare (cf. 1Re 2,5; Is 5,27); e) la cintura femminile (cf. Is 3,24); f)
la cintura del profeta (cf. 2Re 1,8). Nel nostro caso non si tratta probabilmente di una stretta
cintura di cuoio, ma, secondo il costume mediorientale, di una fascia più larga da portare
attorno ai fianchi, sia per cingere la tunica sia per riporvi denaro o armi.
*gD:"J\<0<: agg. qualificativo, acc. sing. f. da *gD:VJ4<@H, –0, –@<, fatta di pelle (da *XD:",
«pelle»); attributo di .f<0<. Il vocabolo ricorre 2 volte nel NT: Mt 3,4; Mc 1,6 (hapax
marciano). L’informazione biografica secondo la quale Giovanni il Battista indossava «una
cintura di pelle» acquista particolare importanza per quanto riguarda la presunta — e
infondata — convinzione che ritiene Giovanni un ex membro della comunità essena di
Qumran, poiché presso questo gruppo religioso era proibito l’impiego di manufatti di pelle:
«[Nessuno introduca] alcuna pelle, né vestito né utensile […] che contamina l’anima
dell’[uomo] […]. [E questa è la regola] della congregazione nell’epoca dell’empietà» (4Q268,
Frag. 1, col. 2). È assai probabile che i particolari circa l’abbigliamento del Battista siano
stati accentuati a livello di redazione: il mantello di peli intende qualificare Giovanni come
profeta penitente (cf. Zc 13,4) e la cintura di pelle attorno ai fianchi lo rende simile a Elia,
del quale si riferisce che .f<0< *gD:"J\<0< BgD4g.TF:X<@H J¬< ÏFn×< "ÛJ@Ø, «una
cintura di pelle gli cingeva i fianchi» (2Re 1,8). Quasi certamente si tratta di un accostamento
intenzionale: per l’evangelista, Giovanni il Battista svolge il ruolo di Elia come precursore
del giorno del Signore (cf. Ml 3,23), precisando così il significato della precedente citazione
di Ml 3,1 («egli preparerà la tua strada», cf. Mc 1,2b).
BgD\: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., intorno a, attorno, in
prossimità di, vicino. Questa preposizione ricorre 333 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 28 volte in Matteo (corrispondente allo 0,153% del totale delle
parole); 22 volte in Marco (cf. Mc 1,6.30.44; 3,8.32.34; 4,10.19; 5,16.27; 6,48; 7,6.25; 8,30;
9,14.42; 10,10.41; 12,14.26; 13,32; 14,21 = 0,203%); 45 volte in Luca (0,231%); 67 volte
in Giovanni (0,429%). Negli scritti neotestamentari la preposizione BgD\ è costruita con il
genitivo o l’accusativo (manca l’uso con il dativo). L’impiego con il genitivo è di gran lunga
prevalente, con i seguenti significati: a) argomento («riguardo a», «a proposito di», «quanto
a», «su»); b) causale («a causa di», «per»); c) relazione («riguardo a», «nei confronti di»); d)
vantaggio («per», «a vantaggio di»). In associazione con l’accusativo BgD\ assume un
significato: a) locale («intorno a», «presso di»); b) perifrasi inclusiva («attorno a», «al seguito
di», ossia, a seconda del contesto, i parenti, gli amici, i conoscenti, i discepoli, ecc.); c)
temporale («circa», «verso»); d) argomento («per», «riguardo a»); e) approssimazione
numerica («circa»). Nel vangelo di Marco la preposizione BgD\ è usata in senso prevalente-
mente di argomento (cf. Mc 1,30; 4,19; 5,16.27; 7,6.25; 8,30; 10,10; 12,14.26; 13,32; 14,21)
o locale (cf. Mc 1,6; 3,8.32.34; 4,10; 9,14.42). Altrove ha significato di vantaggio (cf. Mc
1,44), temporale (cf. Mc 6,48), relazione (cf. Mc 10,41).
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
Mc 1,6 43

ÏFnb<: sost., acc. sing. f. da ÏFnØH, –b@H, anca, fianco, lombo; compl. di stato in luogo. Il
vocabolo ricorre 8 volte nel NT: Mt 3,4; Mc 1,6 (hapax marciano); Lc 12,35; At 2,30; Ef
6,14; Eb 7,5.10; 1Pt 1,13.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦Fh\T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da ¦Fh\T, mangiare, prendere cibo, consumare,
divorare. Questo verbo ricorre 157 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
24 volte in Matteo (corrispondente allo 0,131% del totale delle parole); 27 volte in Marco
(cf. Mc 1,6; 2,16[x2].26[x2]; 3,20; 5,43; 6,31.36.37[x2].42.44; 7,2.3.4.5.28; 8,1.2.8; 11,14;
14,12.14.18[x2]. 22 = 0,239%); 32 volte in Luca (0,164%); 15 volte in Giovanni (0,096%).
Participio predicativo del soggetto z3TV<<0H. Il participio è retto da µ<, in costruzione
perifrastica («era mangiante»), al posto dell’usuale imperfetto «mangiava». Il significato
linguistico di ¦Fh\T nel NT corrisponde a quello del greco profano (cf. Omero, Il., 23,182;
Od., 10,460): nell’uso letterale proprio il verbo indica l’atto di assumere cibo (= «mangiare»,
«nutrirsi») o, in senso esteso, «pranzare», «banchettare».
•iD\*"H: sost., acc. plur. f. da •iD\H, –\*@H, locusta, cavalletta; compl. oggetto. Il vocabolo
ricorre 4 volte nel NT: Mt 3,4; Mc 1,6 (hapax marciano); Ap 9,3.7. Questi temibili insetti
sono ricordati a partire da Omero (cf. Id., Il., 21,12; Aristofane, Achar., 1116). Si tratta di
una specie di acridi di grosse dimensioni che infesta soprattutto i paesi orientali, spogliando
la vegetazione a causa della loro voracità: º •iDÂH ¦:BgF@ØF" i"JXnhg4Dg< BV<J",
«l’invasione delle cavallette distruggeva tutto» (P.Tebt., 772,2, II sec. d.C.). Trasportati dal
vento meridionale, sciami innumerevoli sono portati quasi ogni primavera dall’Arabia nella
Palestina e dopo aver devastato la regione emigrano verso settentrione. Gli abitanti beduini
di questi paesi erano soliti nel passato mangiare queste locuste, arrostendole o conservandole
con sale e spezie. Anche la legislazione mosaica permette di mangiarle in tutte le loro specie
(cf. Lv 11,22). Stessa prescrizione ritroviamo nella legislazione mishnaica: «A chi fa il voto
di non mangiare carne è lecito mangiare pesce e locuste» (m.Hul., 8,1). Sappiamo che anche
gli esseni consumavano locuste come cibo (cf. CD–A, 12,14–15). Nella Mishnah è
addirittura prevista una particolare benedizione prima dell’assunzione di questo e di altri
alimenti: «Sull’aceto, sulla frutta immatura caduta dall’albero, sulle locuste si recita [la
formula]: “Che tutto abbia esistenza per la sua parola”» (m.Ber., 6,3). In un altro trattato viene
menzionata una specie di salsa a base di cavallette (cf. m.Eduy., 7,2).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
:X84: sost., acc. sing. n. da :X84, –J@H, miele; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 4 volte nel
NT: Mt 3,4; Mc 1,6 (hapax marciano); Ap 10,9.10.
–(D4@<: agg. qualificativo, acc. sing. n. da –(D4@H, –", –@<, agreste, selvatico, selvaggio;
attributo di :X84. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 3,4; Mc 1,6 (hapax marciano); Gd
1,13. L’alimento che qui è ricordato con l’espressione :X84 –(D4@< è quasi certamente il
miele prodotto dalle api selvatiche della Palestina nei tronchi degli alberi o negli anfratti delle
44 Mc 1,7

cavità rocciose: difficilmente l’espressione indica il miele vegetale, ossia un succo o sostanza
resinosa essudata da alcune piante, come le palme e le tamerice (cf. Erodoto, Hist., 1,193,4;
Aristotele, De mir. ausc., 831b 23–24). L’uso di :X84 –(D4@< per designare il miele
prodotto da alberi è poco attestato nell’antichità; si conosce soltanto la citazione di Diodoro
Siculo, nbgJ"4 […] •BÎ Jä< *X<*DT< :X84 B@8× JÎ i"8@b:g<@< –(D4@<, «fuoriesce
[…] dagli alberi miele in abbondanza, detto agreste» (Id., Bibl., 19,94,10) e, inoltre,
difficilmente esistevano alberi nella piana del Giordano in grado di produrre questo tipo di
alimento. In base a queste analogie alimentari e ad altri più importanti paralleli, alcuni
commentatori hanno cercato di dimostrare la dipendenza di Giovanni il Battista dalla
comunità essenica di Qumran, ipotizzando perfino un suo soggiorno come membro effettivo.
I principali indizi a sostegno di questa tesi sono i seguenti: a) sia gli esseni che il Battista
condividono la stessa area geografica (il deserto vicino l’estuario del Giordano); b) gli esseni,
come il Battista, accentuano la penitenza e giustificano il loro ritiro nel deserto basandosi
sullo stesso passo della scrittura (cf. Is 40,3) che gli evangelisti applicano al Battista. Tale
scelta di isolamento è così giustificata nella Regola della Comunità di Qumran: «In base a
queste norme [gli adepti] si separeranno dall’interno della residenza degli uomini malvagi per
andare nel deserto a prepararvi la via di lui [= di Dio], come è scritto: Nel deserto preparate
la strada di **** [= Yhwh, il nome divino impronunciabile, sostituito nel manoscritto da 4
punti, n.d.a.], nella steppa costruite una strada diritta per il nostro Dio» (1QS, 8,13–14); c)
gli esseni, analogamente a Giovanni Battista, praticano abitualmente le abluzioni come gesto
cultuale; d) alcune abitudini alimentari sono identiche, come il mangiare cavallette e miele.
Fin qui le analogie. Se però si procede a un raffronto serrato emergono più le differenze che
i punti in comune. La comunità di Qumran è una vera e propria setta di adepti maschi che
si separano da un mondo che ritengono malvagio e destinato alla perdizione; Giovanni, pur
fisicamente collocato in un luogo geografico deserto, attua un ministero pubblico, popolare,
aperto a tutti, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale. I riti di immersione
qumranici sono atti di purificazione cultuale e perciò devono essere ripetuti periodicamente,
mentre per il Battista il rito di immersione ha un carattere escatologico, è unico, definitivo,
non ripetibile. Anche le informazioni relative allo stile di vita sottolineano queste differenze
radicali rispetto alla comunità qumranica: Giovanni veste con indumenti fatti di peli di
cammello e si nutre di locuste e miele selvatico; gli esseni, al contrario, vestivano soltanto
fibre vegetali perché ritenevano il cammello animale impuro per eccellenza e consideravano
il miele selvatico e le locuste al limite del lecito. Alla luce di queste considerazioni le poche
analogie esistenti devono essere considerate semplicemente come elementi provenienti da un
comune ambiente socioculturale.

1,7 i"Â ¦iZDLFFg< 8X(T<s }+DPgJ"4 Ò ÆFPLD`JgD`H :@L ÏB\FT :@Ls @â @Ûi
gÆ:Â Êi"<ÎH ibR"H 8ØF"4 JÎ< Ê:V<J" Jä< ßB@*0:VJT< "ÛJ@Ø.
1,7 e predicava dicendo: «Dopo di me viene colui che è più forte di me, al quale io non
sono degno, chinatomi, di sciogliere il legaccio dei suoi sandali.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


Mc 1,7 45

¦iZDLFFg<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da i0DbFFT, proclamare apertamente,


annunciare solennemente, predicare; cf. Mc 1,4. Il tempo imperfetto, qui di valore
continuativo, indica il protrarsi di questa predicazione.
8X(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare.
Participio predicativo di valore espletivo del soggetto sottinteso z3TV<<0H. Il verbo 8X(T,
nel significato post–omerico di «parlare», «dire» (cf. Esiodo, Theog., 27; Erodoto, Hist.,
9,11,1; Platone, Phil., 12b), è uno dei più usati nella letteratura greca. Nel NT ricorre 2353
volte: è il verbo che ricorre più spesso, se si prescinde dall’ausiliare gÆ:\. La distribuzione
nei vangeli è la seguente: 505 volte in Matteo (corrispondente al 2,753% del totale delle
parole); 290 volte in Marco (2,565%); 533 volte in Luca (2,736%); 480 volte in Giovanni
(3,070%). La forma 8X(T< è presente 18 volte in Marco (cf. Mc 1,7.15.24.25.40; 5,23;
8,15.26.27; 9,25; 12,6.26; 14,44.60.68; 15,4.9.36). L’uso di 8X(T dopo i verbi cosiddetti
dicendi («dire», «proclamare», «annunciare», «interrogare», «rispondere», «deliberare», ecc.),
frequentissimo nel NT, è un ebraismo dovuto alla traduzione servile della forma verbale
9J/!-F, le)’mo) r, equivalente al gerundio «dicendo» e impiegata per introdurre il discorso
diretto, in sostituzione del segno grafico dei due punti (:), inesistente in ebraico come in
greco. Nelle traduzioni questa tipica forma può essere omessa.
}+DPgJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere. Questo verbo deponente ricorre 632 volte nel NT.
La distribuzione nei vangeli è la seguente: 114 volte in Matteo (corrispondente allo 0,621%
del totale delle parole); 85 volte in Marco (cf. Mc 1,7.9.14.24.29.39.40.45; 2,3.13.17.18. 20;
3,8.20.31; 4,4.15.21.22; 5,1.14.15.22.23.26.27.33.35.38; 6,1.29.31.48.53; 7,1.25.31; 8,10.
22.38; 9,1.11.12.13.14.33; 10,1.14.30.45.46.50; 11,9.10.13[x2].15.27[x2]; 12,9.14.18.42;
13,6.26.35.36; 14,3.16.17.32.37.38.40.41[x2].45.62.66; 15,21.36.43; 16,1.2 = 0,752%); 101
volte in Luca (0,518%); 157 volte in Giovanni (1,004%). L’uso linguistico di §DP@:"4 nel
NT corrisponde a quello del greco profano: nella stragrande maggioranza delle ricorrenze il
verbo indica in senso letterale un generico movimento o spostamento fisico da un punto a
un altro, traducibile sia con «venire» (cf. Omero, Od., 10,267) sia con «andare» (cf. Sofocle,
Antig., 99) sia con «arrivare» (cf. Platone, Resp., 445b), rispetto a colui che parla o scrive.
Con significato metaforico esso viene riferito al sopraggiungere di un tempo, una realtà o un
avvenimento di natura spirituale (il regno di Dio, la Legge, la pienezza del tempo, il giorno
del Signore, ecc.). In Mc 5,26 il verbo è usato in senso traslato nell’espressione idiomatica
§DP@:"4 gÆH JÎ PgÃD@<, «andare verso il peggio», corrispondente alla locuzione italiana
«andare di male in peggio».
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
ÆFPLD`JgD`H: agg. qualificativo, di grado comparativo, con valore sostantivato, nom. sing. m.
da ÆFPLD`H, –V, –`<, forte, potente; soggetto. Il vocabolo ricorre 29 volte nel NT: Mt 3,11;
12,29[x2]; 14,30; Mc 1,7; 3,27[x2]; Lc 3,16; 11,21.22; 15,14; 1Cor 1,25.27; 4,10; 10,22;
2Cor 10,10; Eb 5,7; 6,18; 11,34; 1Gv 2,14; Ap 5,2; 6,15; 10,1; 18,2.8.10.21; 19,6.18.
Determinato dall’articolo (Ò) il vocabolo viene quasi personificato per indicare la venuta
imminente del “forte” per eccellenza. Nel greco classico il termine ÆFPLD`H, detto di
persone, di cose o realtà astratte, significa «forte», «potente», in senso sia fisico che morale
46 Mc 1,7

(cf. Erodoto, Hist., 1,76,1; Eschilo, Suppl., 302; Platone, Resp., 388e). Nei LXX è il vocabolo
più usato per esprimere il concetto di forza e traduce vari equivalenti ebraici, soprattutto la
radice (ƒ, khE. La forza è attribuita spesso a Dio (cf. Dt 10,17; Es 9,16; Sal 111,6), definito
in alcuni testi profetici «il forte» per eccellenza (cf. Is 49,26; 60,16; Ger 32,16; Dn 9,4). Nel
nostro passo chi è questo «più forte» che sta per venire? Dalle parole del Battista non risulta
esplicitamente che l’ÆFPLD`JgD@H sia Gesù Cristo, ma il lettore che ormai vive l’esperienza
di fede post–pasquale sa bene che si tratta del messia Gesù.
:@L: pron. personale di 1a pers. gen. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø / :@L, dat. ¦:@\ / :@4, acc. ¦:X
/ :g), io, me; cf. Mc 1,2. Il Battista professa a chiare lettere la superiorità del personaggio
(ancora anonimo) che sta per venire. Questi è definito più forte del predicatore, ma non nel
senso che si opporrà a lui: nella tradizione evangelica Gesù è definito il «più forte» in
riferimento a Satana, qualificato il «forte» (cf. Mc 4,27; Mt 12,28). Colui che verrà, grazie
al suo potere, potrà contrapporsi e debellare l’azione del demonio.
ÏB\FT: prep. impropria di valore temporale, seguita dal genitivo, indecl., dopo, dopo di. Questa
preposizione ricorre 35 volte nel NT, in senso sia locale (21 volte) sia temporale (5 volte);
nel significato avverbiale è presente 9 volte. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 6
volte in Matteo (corrispondente allo 0,033% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc
1,7.17.20; 8,33.34; 13,16 = 0,053%); 7 volte in Luca (0,036%); 7 volte in Giovanni
(0,045%). L’uso preposizionale di ÏB\FT è estraneo al greco classico, ma corrente nei LXX
dove il vocabolo traduce l’ebraico *9F( C!
H , ’aha
. 7 rê, «dietro a», «dietro di», «dopo di». Sebbene
dal punto di vista linguistico la preposizione ÏB\FT abbia generalmente un senso spaziale
qui l’espressione ÏB\FT :@L deve essere intesa in senso cronologico («dopo di me», non
«dietro di me»); nessun cristiano, infatti, ha ritenuto Gesù un seguace di Giovanni il Battista.
Il termine conosce un uso temporale non soltanto nel greco classico (cf. Omero, Il., 3,160;
Od., 11,483), ma anche in quello biblico (cf. 1Sam 14,12; 24,22; 1Re 1,6.24; Qo 10,14; Mt
3,11; Gv 1,15.27.30).
:@L: pron. personale di 1a pers. gen. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø / :@L, dat. ¦:@\ / :@4, acc. ¦:X
/ :g), io, me; cf. Mc 1,2.
@â: pron. relativo, gen. sing. m. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; compl. di specificazione. La
forma @â ricorre 114 volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 15 volte in Matteo (corrispondente allo 0,082% del
totale delle parole); 4 volte in Marco (cf. Mc 1,7; 13,30; 14,21.32 = 0,035%); 24 volte in
Luca (0,123%); 10 volte in Giovanni (0,064%).
@Ûi: (@Û davanti a consonante; @Ûi davanti a vocale o dittongo con spirito dolce; @ÛP davanti
a vocale o dittongo con spirito aspro; @Ü in fine di frase, come semplice risposta negativa;
@ÛP\ forma enfatica, assente in Marco), cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non.
Generalmente la congiunzione negativa è usata con verbi al modo indicativo per negare un
fatto reale. Il vocabolo ricorre 1623 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
202 volte in Matteo (corrispondente all’1,101% del totale delle parole); 118 volte in Marco
(cf. Mc 1,7.22.34; 2,17[x2].18.19.24.26.27; 3,24.25.26.27.29; 4,5.7.13.17.21.22.25.27.34.38;
5,19.37.39; 6,3[x2].4.5.18.19.26.52; 7,3.4.5.18[x2].19.24.27; 8,2.14.16.17.18[x3].33;
9,1.3.6.18.28.30.37.38.40.41.48[x2]; 10,15.27.38.40.43.45; 11,13.16.17.31.33; 12,14[x3].20.
Mc 1,7 47

22.24.26.27.31.32.34; 13,2[x2].11.14.19[x2].20.24.30.31.33.35; 14,7.21.25.29.31.36.37.40.


49.55.56.60.61.71; 15,4.23.31; 16,6.14.18 = 1,044%); 174 volte in Luca (0,893); 282 volte
in Giovanni (1,804%). In greco vi sono due negazioni: @Û e :Z. La negazione @Û (lat. non)
è diretta, categorica, determinata: costituisce la negazione oggettiva, poiché nega un fatto
reale e quindi si usa nelle proposizioni enunciative, dichiarative, interrogative indirette,
temporali, causali, comparative, concessive, infinitive. Si accompagna con l’indicativo, modo
tipico della realtà. La negazione :Z (lat. ne) è indiretta, dubitativa, indeterminata: esprime la
negazione soggettiva, ossia nega il pensiero; è usata quindi in riferimento a un comando, un
desiderio, una riserva mentale da parte di chi scrive o di chi parla. Si usa :Z nelle
proposizioni volitive, finali, ipotetiche, concessive, completive (introdotte dai verba timendi
o curandi). È seguita dall’imperativo, dal congiuntivo o dall’ottativo. Si deve osservare,
tuttavia, che questa distinzione non sempre è rigidamente rispettata, anche nel greco classico.
La più ampia oscillazione nell’uso delle due negazioni avviene con i sostantivi, gli aggettivi
e gli avverbi. In particolare nella Koiné la scala delle possibilità d’uso delle negazioni @Û e
:Z è così ampia al punto che molto spesso vengono scambiate l’una con l’altra.
gÆ:\: verbo, 1a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6.
Êi"<`H: agg. qualificativo, nom. sing. m. da Êi"<`H, –Z, –`<, sufficiente, adatto, capace,
idoneo, degno, gradito, considerevole; predicato nominale. Il vocabolo ricorre 39 volte nel
NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: Mt 3,11; 8,8; 28,12; Mc 1,7; 10,46; 15,15;
Lc 3,16; 7,6.12; 18,27.32; 20,9; 22,38; 23,8.9. Nel greco classico Êi"<`H è utilizzato
generalmente con una doppia valenza: a) in riferimento a cose, realtà astratte o persone può
essere impiegato nel senso quantitativo e qualitativo di «sufficiente», «bastevole» (cf.
Tucidide, Hist., 1,2,6; Senofonte, Cyr., 1,6,15; Platone, Symp., 179b); b) in riferimento a
persone può esprimere anche un significato qualitativo, corrispondente agli aggettivi italiani
«idoneo», «adatto», «capace» (= –>4@H; cf. Platone, Resp., 467d). Qui, unito alla negazione
@Ûi, deve essere inteso nel senso giuridico di «incapace», «non adatto».
ibR"H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da ibBJT, chinarsi, piegarsi, inchinarsi, curvarsi,
abbassarsi (probabilmente dalla radice iØ:"). Questo verbo ricorre 2 volte nel NT: Mc 1,7
(hapax marciano) e Lc 8,6. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto sottinteso
¦(f. Nel greco biblico il verbo ibBJT, oltre ad assumere il significato generico di
«piegarsi», «chinarsi», conforme all’uso classico (cf. Omero, Il., 4,468; Aristofane, Ves., 279),
viene spesso usato per indicare un atto di prostrazione e venerazione nei confronti del re o
di qualche personaggio importante e anche come atto di adorazione nei confronti di Dio nel
contesto di una teofania e di una rivelazione (cf. Es 4,31; 12,27; 34,8; Nm 22,31; Is 46,6).
Nel nostro caso si tratta, propriamente, di un participio cosiddetto “grafico” (participium
graphicum), il quale caratterizza o descrive in forma accessoria, talvolta pleonastica, l’azione
del verbo finito mediante un verbo ridondante o di significato analogo. In questi casi il
participio espletivo, di sapore semitico, viene usato per conferire all’azione del verbo
principale maggiore enfasi e pienezza. L’azione espressa dal participio espletivo si riferisce
in genere ad atteggiamenti o azioni del corpo e può essere precedente o concomitante
rispetto a quella del verbo finito. Il participio espletivo è sempre sprovvisto di articolo e può
essere collocato prima o dopo il verbo principale. Nel vangelo di Marco compaiono i
48 Mc 1,7

seguenti participi espletivi: •i@bT (Mc 15,35), •<"$"\<T (Mc 15,8), •<"$8XBT (Mc
8,24; 16,4), •<":4:<¯FiT (Mc 11,21), •<"B0*VT (Mc 10,50), •<"FJg<V.T (Mc
8,12), •<\FJ0:4 (Mc 1,35; 2,14; 7,24; 10,1; 14,57.60), •n\0:4 (Mc 4,36; 8,13; 12,12;
14,50; 15,37), •BXDP@:"4 (Mc 6,27.37; 14,39; 16,13), •B@iD\<@:"4 (Mc 3,33; 6,37;
9,5.19; 10,3.24.51; 11,14.22.33; 12,35; 14,48; 15,2.12), (@<LBgJXT (Mc 1,40),
*4"DDZ(<L:4 (Mc 14,63), *4g(g\DT (Mc 4,39), gÆFB@Dgb@:"4 (Mc 11,2), ¦iJg\<T (Mc
1,41), ¦:$"\<T (Mc 8,13), ¦:$8XBT (Mc 10,21.27; 14,67), ¦>XDP@:"4 (Mc 1,45;
6,12.24; 16,8), ¦B4FJDXnT (Mc 8,33), §DP@:"4 (Mc 5,23; 7,25; 12,14.42; 14,40.45; 16,2),
ËFJ0:4 (Mc 14,49), i"h\.T (Mc 9,35), i4<XT (Mc 15,29), iDV.T (Mc 9,24), iD"JXT
(Mc 1,32; 5,41), ibBJT (Mc 1,7), 8":$V<T (Mc 12,3.8), 8X(T (Mc 1,7.24.25.40; 3,11;
5,12.23; 6,25; 8,15.27.28; 9,11.25; 11,31; 12,18.26; 14,44.61.68; 15,4.9), ÒDVT (Mc 12,34;
14,69), B"DV(T (Mc 2,14), B"D"B@Dgb@:"4 (Mc 11,20), BgD4$8XB@:"4 (Mc 3,34),
B8XiT (Mc 15,17), BD@XDP@:"4 (Mc 14,35), BD@FXDP@:"4 (Mc 1,31; 14,45),
BD@Fi"8X@:"4 (Mc 10,42), BJbT (Mc 7,33), J\h0:4 (Mc 15,19), JDXPT (Mc 15,36),
nD"(g88`T (Mc 15,15).
8ØF"4: verbo, inf. aor. da 8bT, sciogliere, slegare, liberare, rilasciare, dissolvere, abolire.
Questo verbo ricorre 42 volte nel NT: Mt 5,19; 16,19[x2]; 18,18[x2]; 21,2; Mc 1,7; 7,35;
11,2.4.5; Lc 3,16; 13,15.16; 19,30.31.33[x2]; Gv 1,27; 2,19; 5,18; 7,23; 10,35; 11,44; At
2,24; 7,33; 13,25.43; 22,30; 27,41; 1Cor 7,27; Ef 2,14; 2Pt 3,10.11.12; 1Gv 3,8; Ap 1,5; 5,2;
9,14.15; 20,3.7. Il modo infinito greco (corrispondente generalmente all’infinito o al
gerundio del verbo italiano) è da considerarsi essenzialmente un sostantivo verbale, qui con
valore finale. Nel greco classico si può «sciogliere» la fune (cf. Omero, Od., 2,418), le vele
(cf. Omero, Od., 15,496), il nodo (cf. Erodoto, Hist., 4,98,2), i sandali (cf. Eschilo, Ag., 944),
le catene (cf. Euripide, Herc., 1123), i capelli (cf. Teocrito, Idyl., 15,134), ma anche
figuratamente la bocca, nel senso di «porre fine al silenzio» (cf. Euripide, Hip., 1060). Nelle
cinque ricorrenze marciane 8bT è usato 4 volte nel significato letterale proprio (cf. Mc 1,7;
11,2.4.5), mentre in Mc 7,35 compare in senso traslato, per indicare lo «scioglimento» del
nodo della lingua, ossia della capacità di poter parlare con scioltezza, senza impedimenti.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
Ê:V<J": sost., acc. sing. m. da Ê:VH, Ê:V<J@H, cinghia, legaccio; compl. oggetto. Il vocabolo
ricorre 4 volte nel NT: Mc 1,7 (hapax marciano); Lc 3,16; Gv 1,27; At 22,25. Nel greco
classico il sostantivo Ê:VH indica una cinghia di cuoio utilizzata per svariati usi, come, ad
esempio, le corregge o redini dei cavalli (cf. Omero, Il., 23,324), la cintura ai fianchi (cf.
Omero, Il., 14,214), la cinghia della porta (cf. Omero, Od., 1,442), il legaccio dei sandali
militari (cf. Senofonte, Anab., 4,5,14).
Jä<: art. determ., gen. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma Jä< ricorre 1210 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
206 volte in Matteo (corrispondente all’1,123% del totale delle parole); 108 volte in Marco
(0,955%); 131 volte in Luca (0,672%); 109 volte in Giovanni (0,697%).
ßB@*0:VJT<: sost., gen. plur. n. da ßB`*0:", –"J@H, calzare, sandalo; compl. di specificazio-
ne. Il vocabolo ricorre 10 volte nel NT: Mt 3,11; 10,10; Mc 1,7 (hapax marciano); Lc 3,16;
10,4; 15,22; 22,35; Gv 1,27; At 7,33; 13,25. Il termine, derivato da ßB@*X@:"4, indica
Mc 1,7 49

«quello che è legato sotto» e si riferisce alla suola che veniva assicurata alla caviglia con
cinghie solitamente di cuoio per formare il «sandalo» o la «calzatura» (cf. Omero, Od.,
15,369; 18,361; Erodoto, Hist., 1,195,1; Aristofane, Thesm., 262).
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»). L’espressione @â… "ÛJ@Ø…, «di cui… di lui…», con il raddoppiamento
enfatico del pronome dimostrativo / personale, è di stile semitico, corrispondente al relativo
aramaico: analoghe costruzioni in Mc 1,7; 4,25[x2]; 7,25; 13,19. L’immagine dello sciogliere
(8bT, Mc 1,7; Lc 3,16; Gv 1,27; At 13,25) o portare ($"FJV.T, Mt 3,11) i sandali vuole
sottolineare in modo plastico la distanza che separa il Battista dal «più forte». Nell’antichità
l’ufficio di sciogliere e portare i sandali era uno dei più umili (cf. Epitteto, Diss., 3,26,21) e,
come riportano alcuni testi rabbinici, un padrone che avesse avuto uno schiavo ebreo non
poteva pretendere tale servizio: «Tutti i servizi che uno schiavo fa al suo padrone l’allievo
deve farli al suo maestro, a eccezione di slegargli i sandali» (b.Ket., 96a). Quando il re David
chiede in sposa Abigail, la donna si getta con la faccia a terra e risponde: «Ecco, la tua serva
sarà come una schiava per lavare i piedi dei servi del mio signore» (1Sam 25,41). Riferendosi
al medesimo racconto Giuseppe Flavio rafforza ancor più il simbolismo di questo gesto,
esprimente servizio, sottomissione e subordinazione: º *¥ •<">\" :¥< gÉ<"4 i" B@*ä<
žR"Fh"4 Jä< ¦ig\<@L BDÎH J@×H B"D`<J"H §8g(g<…, «ma essa rispose agli inviati
che non era degna neanche di toccare i piedi di lui [i.e. di David]…» (Giuseppe Flavio,
Antiq., 6,308). Lo storico Plutarco, riferendosi a Pompeo, scrive: … i"Â [M"f<4@H]
hgD"BgbT< ÓF" *gFB`J"H *@Ø8@4 :XPD4 <\RgTH B@*ä< i"Â *g\B<@L B"D"FigL­H,
*4gJX8gFg<, «…da allora [Favonio] continuò a prestargli tutti i servizi che gli schiavi
rendono ai padroni, sino a lavargli i piedi e preparare il pasto» (Plutarco, Pomp., 73,7,2–4).
Il detto di Mc 1,17, dunque, non soltanto riconosce il Battista come “servo” di Gesù, ma
afferma anche che egli è totalmente subordinato rispetto a «colui che viene».

Qualche altro commentatore interpreta l’immagine dello sciogliere i legacci del sandalo
in modo totalmente diverso, non sulla linea del servizio e della subordinazione, ma su quella
della simbologia sponsale, con accenno al matrimonio per levirato. Secondo la legge del
levirato, sancita in Dt 25,5–10, una donna rimasta vedova e senza figli doveva sposare il
fratello del defunto marito per generare una discendenza e assicurare la stabilità del
patrimonio familiare. Se il cognato rifiutava il matrimonio, perché già sposato o per altri
motivi legittimi, si eseguiva il rito detto %7 I*-E(
C , hEa7 lîsEa) h, «scalzamento»: la donna, in
presenza di testimoni qualificati, toglieva un sandalo al cognato e gli sputava in faccia, in
segno di disprezzo. Ecco come la legislazione mishnaica (redatta attorno al 200 d.C.)
codifica questo rito:

«La cerimonia dello scalzamento deve avvenire in presenza di giudici, anche se questi sono
tutti e tre laici. Se la donna compie lo scalzamento con una scarpa ordinaria esso è legale, se
lo compie con la scarpa di feltro non è legale; con un sandalo munito di suola è legale, senza
suola non è legale. Dal ginocchio in giù lo scalzamento è legale, mentre dal ginocchio verso
l’alto è illegale. Se lo scalzamento è compiuto con una scarpa che non è sua o con una scarpa
50 Mc 1,8

di legno o con una scarpa del piede sinistro calzata nel piede destro la cerimonia è legale. Se
fu compiuto con una scarpa troppo grande, con la quale, tuttavia, l’individuo riesce a
camminare oppure troppo piccola, ma che copre la maggior parte del piede, la cerimonia è
legale. Se la cerimonia è compiuta di notte è legale […]. Se lo scalzamento è compiuto con
il piede sinistro non è valido […]. Se la donna ha compiuto lo scalzamento e ha sputato, ma
non ha pronunciato la formula, lo scalzamento è valido; invece se essa ha pronunciato la
formula e ha sputato, ma non ha compiuto lo scalzamento, la cerimonia è invalida» (m.Yeb.,
12,1–3).

Se questo è il vero collegamento inteso da Marco, allora il Battista, quando afferma che
non può sciogliere i sandali di Gesù, unico sposo escatologico, intenderebbe dire che non ha
il diritto di sostituirsi a lui come secondo avente diritto, nell’ipotesi che il primo avente diritto
(Gesù) per qualche ragione dovesse rinunciare alla propria funzione di sposo. Già gli antichi
commentatori avevano fatto riferimento a questa interpretazione:

«Videtur quidem esse humilitatis indicium; quasi dicat, Non sum dignus servus eius esse. Sed
in istis verbis simplicibus demonstratur aliud sacramentum. Legimus in Exodo, legimus
quoque in Deuteronomio, legimus et in libro Ruth, quoniam si quis cognatus erat, et eam
quae de genere eius veniebat accipere nolebat uxorem, veniebat alius qui secundus erat in
genere, praesentibus iudicibus et maioribus natu, et dicebat: Tibi conpetit matrimonium, tu
debes eam accipere. Si nolebat, veniebat illa quam nolebat accipere, et tollebat, inquit,
calciamentum eius, et percuotiebat in faciem eius, conspuebat eum, et sic alteri nubebat. Hoc
fiebat propter ignominiam (interim secundum litteram), ut si forte pauperiorem contempisset,
hac ignominia terretur. Ergo hic sacerdotium demonstrat. Dicit ipse Iohannes: “Qui habet
sponsam, sponsus est”. Ille habet sponsam ecclesiam, ego autem amicus sponsi sum: non
possum solvere corrigiam calciamenti eius in lege, quoniam ipse ecclesiam duxit uxorem».

«A prima vista questa espressione è un segno di umiltà, quasi dicesse: “Non sono degno di
essere suo servo”. Ma da queste semplici parole affiora un altro mistero. Sappiamo
dall’Esodo, ma lo troviamo anche nel Deuteronomio e nel libro di Rut, che se il cognato di
una donna vedova non voleva accettarla per moglie, si faceva avanti l’altro parente più
prossimo e alla presenza dei giudici e degli anziani diceva: “Questo matrimonio spetta a te,
tu devi prendertela”. Se questi non ne voleva sapere, si presentava la donna rifiutata, gli
toglieva un sandalo e con questo lo colpiva in faccia e gli sputava addosso e così sposava il
secondo parente. Questo uso, storicamente, serviva a gettare su di lui la vergogna, perché nel
caso avesse disprezzato la donna ritenuta più povera di lui, ne fosse trattenuto per la paura
di questa vergogna. Qui, dunque, viene messo in evidenza il servizio sacerdotale. Lo stesso
Giovanni dice: “Lo sposo è colui che ha la sposa”. Lui, Gesù, ha per sposa la Chiesa, mentre
io, Giovanni, sono soltanto amico dello sposo: la Legge non mi rende idoneo di slacciargli
i sandali, poiché lui ha preso per sposa la Chiesa» (Girolamo, In Marc., Sermo 1).

La tesi è suggestiva, ma non è chiaramente deducibile dal testo; inoltre sembra che
all’epoca di Gesù la legge del levirato non venisse più applicata in modo rigido.

1,8 ¦(ã ¦$VBJ4F" ß:H à*"J4s "ÛJÎH *¥ $"BJ\Fg4 ß:H ¦< B<gb:"J4 (\å.
1,8 Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà con Spirito santo».
Mc 1,8 51

¦(f: pron. personale di 1a pers. nom. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø/:@L, dat. ¦:@\/:@4, acc.
¦:X/:g), io, me; soggetto. La forma ¦(f ricorre 347 volte nel NT rispetto alle 2583
ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 28 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,153% del totale delle parole); 16 volte in Marco (cf. Mc 1,8;
6,16.50; 9,25; 10,38[x2]. 39[x2]; 11,33; 12,26; 13,6; 14,19.29.36.58.62 = 0,142%); 21 volte
in Luca (0,108%); 132 volte in Giovanni (0,844%). Poiché in greco le forme verbali
dell’indicativo, del congiuntivo, dell’ottativo e dell’imperativo sono coniugate in modo tale
da indicare persona e numero del soggetto, l’uso esplicito del pronome personale ¦(f indica
enfasi o accentuazione di un contrasto, come in questo caso (¦(f/io… "ÛJ`H/lui…) oppure
speciale risalto del soggetto (cf. Mt 21,27; Lc 22,32; Gal 2,20). In altri contesti si impiega
¦(f nel caso di affermazioni solenni (cf. Gv 8,12) o in particolari formule costruite alla
maniera semitica senza copula (cf. Ap 22,13).
¦$VBJ4F": verbo, 1a pers. sing. ind. aor. da $"BJ\.T, immergere, sommergere, lavare,
«battezzare»; cf. Mc 1,4.
ß:H: pron. personale di 2a pers. acc. plur. da ß:gÃH (gen. ß:ä<, dat. ß:Ã<, acc. ß:H), voi;
compl. oggetto. La forma ß:H ricorre 435 volte nel NT rispetto alle 2905 ricorrenze totali
di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 34 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,185% del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc 1,8[x2].17;
6,11; 9,19.41; 11,29; 13,9.11.36 = 0,124%); 38 volte in Luca (0,195%); 37 volte in
Giovanni (0,237%).
à*"J4: sost., dat. sing. n. da à*TD, à*"J@H, acqua; compl. di mezzo. Il vocabolo ricorre 76
volte nel NT: 7 volte in Matteo (cf. Mt 3,11.16; 8,32; 14,28.29; 17,15; 27,24, corrispondente
allo 0,038% del totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc 1,8.10; 9,22.41; 14,13 =
0,044%); 6 volte in Luca (cf. Lc 3,16; 7,44; 8,24.25; 16,24; 22,10 = 0,031%); 21 volte in
Giovanni (cf. Gv 1,26.31.33; 2,7.9[x2]; 3,5.23; 4,7.10.11.13.14[x3].15.46; 5,7; 7,38; 13,5;
19,34 = 0,134%); At 1,5; 8,36[x2].38.39; 10,47; 11,16; Ef 5,26; Eb 9,19; 10,22; Gc 3,12; 1Pt
3,20; 2Pt 3,5[x2].6; 1Gv 5,6[x3].8; Ap 1,15; 7,17; 8,10.11[x2]; 11,6; 12,15; 14,2.7; 16,4.5.12;
17,1.15; 19,6; 21,6; 22,1.17. A partire da Omero il sostantivo à*TD indica l’«acqua»
naturale, usata anche per bere o lavarsi (cf. Omero, Il., 2,307.755; 16,161.385; Od., 3,300).
Sebbene il complemento di luogo possa essere espresso, raramente, anche con il semplice
dativo (cf. Mt 5,8), qui è preferibile considerare à*"J4 come un dativo non locale, ma
strumentale (= «con acqua», «per mezzo di acqua»), in parallelo con il successivo ¦<
B<gb:"J4, esempio di ¦< strumentale dovuto a influsso semitico (cf. Mc 1,2).
"ÛJ`H: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., nom. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; soggetto. La forma "ÛJ`H ricorre 168 volte nel NT rispetto alle
5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 12 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,065% del totale delle parole); 15 volte in Marco (cf. Mc 1,8;
2,25; 3,13; 4,27.38; 5,40; 6,17.45.47; 8,29; 12,36.37; 14,15.44; 15,43 = 0,142%); 46 volte
in Luca (0,236%); 18 volte in Giovanni (0,115%). In antitesi con ¦(f (che indica Giovanni)
il pronome ha un forte valore enfatico: propriamente viene definito "ÛJ`H cristologico, come
in Mc 6,14; 14,44.
52 Mc 1,8

*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario. Questa
congiunzione pospositiva (non si incontra mai all’inizio di una proposizione) ricorre 2790
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 494 volte in Matteo (corrispondente
al 2,693% del totale delle parole); 161 volte in Marco (1,442%); 542 volte in Luca (2,782%);
213 volte in Giovanni (1,362%). La congiunzione può assume varie sfumature di significato.
Quando è impiegata da sola ha sostanzialmente un debole valore avversativo («ma», «però»,
«tuttavia», «invece», «al contrario»: Mc 1,8.45; 2,6.18.20; 3,4.29; 4,11.34; 5,36.40;
6,15[x2].16.37.38.49.50; 7,6[x2].11.28.36; 8,28.29.33.35; 9,12.27.32.34.39.50; 10,6.13.22.
40.43.48; 11,8.17; 12,5.15.44; 13,31.32; 14,7.21.31.52.61.68.70.71; 15,11.23.37; 16,6.16).
Spesso ha valore narrativo («ora», «allora», «poi»). In altre occasioni esprime un valore
esplicativo («infatti», «dunque», «quindi») o copulativo («e», «poi»); in correlazione con :X<
enfatizza il confronto o il parallelo in oggetto: «da una parte… dall’altra»; «ora… invece»;
«così… tuttavia»; unita con i"\ ha valore rafforzativo («certo», «perfino», «precisamente»);
in qualche caso è ridondante (*X pleonastica) e può essere omessa.
$"BJ\Fg4: verbo, 3a pers. sing. ind. fut. da $"BJ\.T, immergere, sommergere, lavare,
«battezzare»; cf. Mc 1,4.
ß:H: pron. personale di 2a pers. acc. plur. da ß:gÃH (gen. ß:ä<, dat. ß:Ã<, acc. ß:H), voi;
compl. oggetto; cf. Mc 1,8a.
¦<: prep. propria di valore strumentale, seguita dal dativo, indecl., con, per mezzo di; cf. Mc 1,2.
B<gb:"J4: sost., dat. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; compl. di
mezzo. Il vocabolo ricorre 379 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 19
volte in Matteo (cf. Mt 1,18.20; 3,11.16; 4,1; 5,3; 8,16; 10,1.20; 12,18.28.31.32.43.45;
22,43; 26,41; 27,50; 28,19, corrispondente allo 0,104% del totale delle parole); 23 volte in
Marco (cf. Mc 1,8.10.12.23.26.27; 2,8; 3,11.29.30; 5,2.8.13; 6,7; 7,25; 8,12; 9,17.20.25[x2];
12,36; 13,11; 14,38 = 0,203%); 36 volte in Luca (cf. Lc 1,15.17.35.41.47.67.80; 2,25.26.27;
3,16.22; 4,1[x2].14.18.33.36; 6,18; 7,21; 8,2.29.55; 9,39.42; 10,20.21; 11,13.24.26; 12,10.12;
13,11; 23,46; 24,37.39 = 0,185%); 24 volte in Giovanni (cf. Gv 1,32.33[x2]; 3,5.6[x2].8[x2].
34; 4,23.24[x2]; 6,63[x2]; 7,39[x2]; 11,33; 13,21; 14,17.26; 15,26; 16,13; 19,30; 20,22 =
0,154%). L’espressione ¦< B<gb:"J4 (\å è un esempio di ¦< strumentale dovuto a
influsso semitico: la preposizione greca traduce quella corrispondente ebraica (vA, be),
impiegata per esprimere non un complemento di luogo, ma di mezzo o strumento.
Ritroviamo questo uso particolare in Mc 1,8; 3,22.23; 4,2.11.24.30; 6,14; 9,29.38.50;
11,28.29.33; 12,1.36.38; 16,17. Il concetto di B<gØ:" è uno dei più complessi della lingua
greca, sia per la gamma semantica che il vocabolo racchiude sia per lo sviluppo storico e
filosofico a cui è stato sottoposto nel corso dei secoli. Originariamente il sostantivo deverbale
B<gØ:" (da B<XT) designa il «soffio», il «vento», come forza elementare della natura (cf.
Eschilo, Prom., 1086; Aristofane, Eq., 441; Tucidide, Hist., 2,97,1) e, in riferimento agli
esseri viventi, il «fiato», il «respiro», la «vita» (cf. Eschilo, Eum., 568; Platone, Tim., 91c). Il
vocabolo viene usato, quindi, in senso traslato con il significato precipuo di «elemento
spirituale», «spirito», opposto a Fä:", «corpo» e distinto da RLPZ, «anima». Quando questo
concetto è riferito alla divinità, B<gØ:" indica lo «spirito divino» (cf. Menandro, Frag.,
417,3) e in forma personificata diventa termine tecnico per designare un «essere sovrumano»,
Mc 1,8 53

uno «spirito», ossia un essere intermediario tra la divinità e il mondo degli umani. Negli scritti
neotestamentari il significato di B<gØ:" assume caratteristiche e sfumature proprie che, in
parte, si discostano dall’uso classico, sia per il sottofondo linguistico anticotestamentario
mutuato dai LXX sia per l’esperienza e la presenza viva dello Spirito Santo negli stessi
avvenimenti che vengono narrati. Nell’uso marciano, su 23 passi in cui compare B<gØ:",
11 contengono l’espressione [J`] B<gØ:" [J`] •iVh"DJ@<, lo «spirito malvagio»,
prevalentemente al plurale (cf. Mc 1,23.26.27; 3,11.30; 5,2.8.13; 6,7; 7,25; 9,25). In due
ricorrenze B<gØ:" assume un valore puramente antropologico, per indicare lo «spirito»,
inteso come la sede delle percezioni o la coscienza umana di Gesù (cf. Mc 2,8; 8,12). Nelle
altre ricorrenze il termine B<gØ:" indica la generica potenza divina, talvolta qualificato con
l’aggettivo ž(4@H (cf. Mc 1,8.10.12) oppure, determinato dall’articolo, indica «lo Spirito
Santo» (cf. Mc 3,29; 12,36; 13,11), inteso come un essere personale capace di agire e di
subire una particolare azione. Un connotato speciale B<gØ:" assume in Mc 14,38, dove
viene contrapposto a FVD>, non secondo la dualità tipicamente platonica (anima/corpo), ma
come «spirito», ossia forza interiore che viene contrastata dalla debolezza umana.
(\å: agg. qualificativo, dat. sing. m. da ž(4@H, –", –@<, separato, riservato [per Dio],
consacrato, santo; attributo di B<gb:"J4. Il vocabolo ricorre 233 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 10 volte in Matteo (cf. Mt 1,18.20; 3,11; 4,5; 7,6;
12,32; 24,15; 27,53; 28,19, corrispondente allo 0,055% del totale delle parole); 7 volte in
Marco (cf. Mc 1,8.24; 3,29; 6,20; 8,38; 12,36; 13,11 = 0,062%); 20 volte in Luca (cf. Lc
1,15.35[x2].41.49.67.70.72; 2,23.25.26; 3,16.22; 4,1.34; 9,26; 10,21; 11,13; 12,10.12 =
0,103%); 5 volte in Giovanni (cf. Gv 1,33; 6,69; 14,26; 17,11; 20,22 = 0,032%). Questo
vocabolo ha essenzialmente un significato cultuale e sacrale. L’antica parola greca ž(@H,
esprimente il sacro timore davanti all’oggetto che suscita venerazione o scongiuro, veniva
usata inizialmente nel significato di «interdetto», «scongiuro», «sacrilegio» (cf. Eschilo, Ch.,
155; Sofocle, Oed. tyr., 1426; Tucidide, Hist., 1,126,2). Successivamente ž(4@H venne
impiegato nel significato di «consacrato», «sacro», per indicare la sacralità dei luoghi di culto
(templi, santuari, statue, oggetti, cerimonie) e in epoca ellenistica anche come epiteto degli
dèi (Iside, Serapide, Baal). In complesso l’aggettivo ž(4@H è piuttosto raro nel mondo greco;
esso, inoltre, non viene impiegato per indicare una qualità etica o personale dell’uomo o della
divinità (= la santità), ma soltanto la reazione di rispetto, venerazione, timore e paura che essa
suscita. In contrasto con la letteratura ellenistica extra–biblica, nei LXX il vocabolo traduce
la radice ebraica –$8, qdš, la quale, oltre a esprimere la caratteristica fondamentale di tutto
ciò che ha attinenza al culto (uomo, cose, spazio), viene impiegata per esprimere la santità
di Dio, come sua qualità etica e personale (“ontologica”, si direbbe con linguaggio filosofico).
Riferito a Dio l’aggettivo –|$8 I , qa) dôš / ž(4@H assume, pertanto, il significato di divino e
diventa un attributo costante di Yahweh (cf. Is 5,16; 6,3; Os 11,9): in tal modo il concetto di
santità si confonde con quello di divinità. Il significato neotestamentario di ž(4@H si basa
completamente su quello semitico ed ebraico che ritroviamo nei LXX. Nell’AT l’espressione
–$GJ8 ( H {9, rûahE qo) deš, «spirito santo», in riferimento a Dio, è molto rara (solo in Is 63,10.11
e Sal 51,13). Al contrario nel NT, in 90 casi su 230, ž(4@H è unito a B<gØ:" nell’espressio-
ne fissa B<gØ:" ž(4@< (varianti: [J`] B<gØ:" [J`] ž(4@<, JÎ ž(4@< B<gØ:").
L’espressione viene usata, specie da Luca, per indicare anzitutto lo Spirito Santo, il Paraclito
54 Mc 1,9

che si rivela nel battesimo di Gesù (cf. Lc 3,22), che esulta di giubilo in lui (cf. Lc 10,21),
che viene comunicato alla Chiesa con la Pentecoste (cf. At 4,31). Usata in senso indetermina-
to (come nel nostro passo), l’espressione B<gØ:" ž(4@< non indica una specifica Persona
divina, come avverrà nella successiva teologia trinitaria, ma piuttosto l’energia creatrice (cf.
Lc 1,35; 4,1) e profetica (cf. Lc 1,15.41.67) della potenza di Dio.

1,9 5" ¦(X<gJ@ ¦< ¦ig\<"4H J"ÃH º:XD"4H µ8hg< z30F@ØH •BÎ ;"."D¥J J­H
'"848"\"H i"Â ¦$"BJ\Fh0 gÆH JÎ< z3@D*V<0< ßBÎ z3TV<<@L.
1,9 E avvenne in quei giorni: Gesù arrivò da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel
Giordano da Giovanni.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦(X<gJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere,
nascere, essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4. L’iniziale i"Â ¦(X<gJ@, di valore
ebraizzante, è il modo in cui i LXX traducono l’ebraico *% E *AC&, wa7 yehEî, «e avvenne che…»,
posto all’inizio di una proposizione come riferimento temporale per introdurre una
circostanza che precede l’azione espressa dal verbo principale (cf. Gn 4,3; 6,1; 7,10; 8,6;
ecc.). Questa costruzione è presente in Mc 1,9; 2,15.23; 4,4.10. L’aoristo è il tempo della
narrazione storica: costituisce il principale aspetto della comunicazione nel genere narrativo.
Nel greco biblico, per influsso dell’ebraico, l’aoristo tende a occupare il primo posto della
frase, preceduto soltanto dalla congiunzione i"\ (come qui) e dalla negazione. Tende anche
a comparire in serie: in tal caso ogni aoristo presente nella concatenazione indica una
informazione di livello principale, coordinata e normalmente successiva rispetto a quella
precedente. Il nostro versetto ne è un buon esempio.
¦<: prep. propria di valore temporale, seguita dal dativo, indecl., in, durante, entro; cf. Mc 1,2.
¦ig\<"4H: agg. dimostrativo, dat. plur. f. da ¦igÃ<@H, –0, –@, quello, quegli, colui, esso;
attributo di º:XD"4H, qui senza articolo perché in posizione predicativa. Il vocabolo ricorre
243 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 54 volte in Matteo (corrispon-
dente allo 0,294% del totale delle parole); 27 volte in Marco (cf. Mc 1,9; 2,20; 3,24.25;
4,11.20.35; 6,55; 7,20; 8,1; 12,4.5.7; 13,11.17.19.24[x2].32; 14,21[x2].25; 16,10.11.
13[x2].20 = 0,205%); 33 volte in Luca (0,169%); 70 volte in Giovanni (0,448%). Il pronome
dimostrativo ¦igÃ<@H (lat. ille, illa, illud) viene usato per indicare qualcosa o qualcuno
lontano nello spazio o nel tempo rispetto a chi scrive o legge, parla o ascolta, distinguendosi
da @âJ@H, usato per indicare persona o cosa presente.
J"ÃH: art. determ., dat. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J"ÃH ricorre 203 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
26 volte in Matteo (corrispondente allo 0,142% del totale delle parole); 12 volte in Marco
(cf. Mc 1,9; 2,6.8; 6,56; 8,1; 12,38.39; 13,17[x3].24; 16,18 = 0,106%); 38 volte in Luca
(0,195%); 5 volte in Giovanni (0,032%).
º:XD"4H: sost., dat. plur. f. da º:XD", –"H, giorno; compl. di tempo determinato. Il vocabolo
ricorre 389 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 45 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,245% del totale delle parole); 27 volte in Marco (cf. Mc 1,9.13;
Mc 1,9 55

2,1.20[x2]; 4,27.35; 5,5; 6,21; 8,1.2.31; 9,2.31; 10,34; 13,17.19.20[x2].24.32; 14,1.12.25.


49.58; 15,29 = 0,239%); 83 volte in Luca (0,426%); 31 volte in Giovanni (0,198%). La frase
«in quei giorni» o al singolare «in quel giorno», si ritrova nel secondo vangelo come
generica e indeterminata indicazione temporale (cf. Mc 1,9; 2,20; 4,35; 8,1; 13,17; [13,19];
13,24; [13,32]; [14,25]). Qui indica storicamente i «giorni» della predicazione del Battista.
L’espressione, tuttavia, è tipica del linguaggio escatologico (cf. Ps. Salom., 18,6) ed è spesso
usata dai profeti per indicare «gli ultimi tempi», ossia l’epoca in cui si realizzerà l’intervento
definitivo di Dio nella storia umana, caratterizzato dall’abbondanza dei beni messianici (cf.
Is 2,11.17.20; 3,18; 4,2; 5,30; 7,18.21; 10,20.27; 11,10; 12,1.4; 14,3.4; 17,7; 19,19.21.23.24;
25,9; 26,1; 29,18; 30,23.25; Ger 3,17; 5,18; 25,33; 30,8; 31,29; Ez 29,21; Os 2,18.20.23; Gl
3,2; 4,1.18; Am 8,9; 9,11.13; Abd 1,8; Mic 4,1.6; 5,9; Sof 3,11.16.20; Ag 2,23; Zc 2,15;
3,10; 8,23; 9,16; 13,1.2; 14,6.8.9).
µ8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Il verbo §DP@:"4 appartiene al linguaggio di
manifestazione di Gesù (vedi commento a Mc 1,38; 2,17; 10,45) e possiede una implicita
risonanza epifanica.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto. Nel vangelo di Marco il nome proprio Gesù è sempre determinato da un articolo,
eccetto in questa occasione e prescindendo da Mc 1,1 che, come è stato detto sopra,
costituisce la titolatura redazionale dell’opera, staccata dal resto del vangelo. Questa
omissione propria di Marco (nel parallelo di Mt 3,13 il nome è munito di articolo) rivela una
intenzione teologica: non presuppone la conoscenza dell’identità di Gesù, ma alla prima
occorrenza lo presenta come un uomo indeterminato venuto da Nazaret. Si dovrebbe quasi
tradurre: «Un certo Gesù venne da Nazaret di Galilea…».
•B`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da. Questa
preposizione, nelle forme •B` e in quella elisa •Bz davanti a vocale con spirito dolce, •nz
davanti a vocale con spirito aspro, ricorre 646 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è
la seguente: 115 volte in Matteo (corrispondente allo 0,627% del totale delle parole); 47 volte
in Marco (cf. Mc 1,9.42; 2,20.21; 3,7[x2].8[x2].22; 4,25; 5,6.17.29.34.35; 6,33.43;
7,1.4.6.17.28.33; 8,3.11.15; 10,6.46; 11,12.13; 12,2.34.38; 13,19.27.28; 14,35.36.54;
15,21.30.32.38.40.43.45; 16,8 = 0,427%); 125 volte in Luca (0,642%); 42 volte in Giovanni
(0,269%). Questa preposizione esprime originariamente la separazione o l’allontanamento
da un luogo, una persona, un oggetto animato o inanimato. Con i verbi che indicano un
movimento, una provenienza, come qui, assume il significato spaziale e locale corrispondente
alla preposizione italiana «da». In Marco è impiegata con il genitivo nel significato locale,
partitivo, temporale, di separazione, di origine o d’agente.
;"."DXJ: sost., nome proprio di città, gen. sing. f., indecl., Nazaret; compl. di moto da luogo.
Il vocabolo ricorre 12 volte nel NT: Mt 2,23; 4,13; 21,11; Mc 1,9 (hapax marciano); Lc 1,26;
2,4.39.51; 4,16; Gv 1,45.46; At 10,38. Traslitterazione grecizzata del toponimo di origine
ebraica ;9H7A1I, Na) sEra5t , «Vedetta», «Guardia», forse in riferimento alla posizione esposta e
strategica del luogo. Nel NT compare anche con la grafia ;"."DXh (cf. Mt 21,11; Lc 1,26;
24.39.51; At 10,38) e ;"."DV (cf. Mt 4,13; Lc 4,16). La patria di Gesù, Nazaret, era una
56 Mc 1,9

località pressoché sconosciuta nell’antichità: non è mai menzionata nell’AT, in Giuseppe


Flavio, in Filone di Alessandria o nell’antica letteratura rabbinica. Oltre l’attestazione
evangelica Nazaret ricorre soltanto a partire dal II secolo d.C. nelle testimonianze di alcuni
autori cristiani, quali Origene, Egesippo, Giulio Africano. Si trattava di un insignificante
villaggio posto sulle colline della bassa Galilea, a una altezza di 390 m. sul livello del mare,
a circa 25 km dal lago di Tiberiade (a est) e a circa 35 km dal Mar Mediterraneo (a ovest).
Dal punto di vista storico e archeologico è stato dimostrato che il villaggio era abitato fin dal
secolo VII a.C. Al tempo di Gesù il villaggio occupava circa 40.000 metri quadrati e la
popolazione doveva oscillare tra 500 e 1000 abitanti. La maggior parte delle abitazioni era
costituita probabilmente da piccoli edifici edificati intorno a un cortile centrale, benché
alcune case sembra avessero due piani. Nonostante l’oscurità delle origini e delle fonti,
Nazaret non era un villaggio totalmente isolato, poiché si trovava vicino alla città di Sefforis,
capitale del distretto galileo.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J­H ricorre 1301 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
121 volte in Matteo (corrispondente allo 0,660% del totale delle parole); 79 volte in Marco
(0,707%); 119 volte in Luca (0,611%); 82 volte in Giovanni (0,524%).
'"848"\"H: sost., nome proprio di regione, gen. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; compl. di
denominazione. Il vocabolo ricorre 61 volte nel NT: 16 volte in Matteo (cf. Mt 2,22; 3,13;
4,12.15.18.23.25; 15,29; 17,22; 19,1; 21,11; 26,32; 27,55; 28,7.10.16, corrispondente allo
0,087% del totale delle parole); 12 volte in Marco (cf. Mc 1,9.14.16.28.39; 3,7; 6,21; 7,31;
9,30; 14,28; 15,41; 16,7 = 0,106%); 13 volte in Luca (cf. Lc 1,26; 2,4.39; 3,1; 4,14.31; 5,17;
8,26; 17,11; 23,5.49.55; 24,6 = 0,067%); 17 volte in Giovanni 1,43; 2,1.11; 4,3.43.45.46.47.
54; 6,1; 7,1.9.41.52[x2]; 12,21; 21,2 = 0,109%); 3 volte in Atti degli Apostoli (cf. At 9,31;
10,37; 13,31). Traslitterazione grecizzata del toponimo di origine ebraica che compare nel
TM 6 volte con la grafia -*-ExI, Ga) lîl (cf. Gs 20,7; 21,32; 1Re 9,11; 1Cr 6,61; Is 9,1) e 5 volte
con %-I*-ExI, Ga) lîla) h (cf. Gs 20,7; 2Re 15,29; 1Cr 6,61; Is 8,23), reso dai LXX sempre con
la forma '"848"\". Il nome greco compare per la prima volta in un papiro di Zenone datato
attorno al 259 a.C. (cf. P.Col.Zen., 3,2). La radice ebraica significa «girare», «disporre in
cerchio» e, dunque, il vocabolo sta a indicare un «circondario», ossia un territorio circolare,
una regione a forma di cerchio della Palestina settentrionale, confinante a nord con la Siria,
a ovest con Sidone, Tiro, Tolemaide e il promontorio di Carmelo, a sud con la Samaria, a
est con il fiume Giordano. In origine la regione era abitata dalle tribù di Asher, Zabulon,
Issacar, Neftali e Dan. In seguito alle conquiste assire la Galilea venne abitata da popolazioni
miste e di religioni differenti (cf. 2Re 15,29–30; 17,5–6). In epoca ellenistica, per impulso
della politica espansionistica degli Asmonei, la regione conobbe una forte presenza di
israeliti. Nel 50–48 a.C. il giovane Erode il Grande venne inviato in Galilea come
amministratore dell’etnarca di Gerusalemme, Ircano II (cf. Giuseppe Flavio, Bellum, 1,203).
Poco dopo la Galilea entrò a far parte integrante del regno di Erode il Grande (37–4 a.C.).
Al tempo di Gesù, verso l’anno 30 d.C., la Galilea costituiva assieme alla Perea la parte
principale della tetrarchia assegnata a Erode Antipa (cf. Giuseppe Flavio, Bellum, 2,94–95).
Giuseppe Flavio conosceva bene questa terra, essendo stato comandante della ribellione in
questa regione nella guerra giudaica contro Roma (66–70 d.C.). Lo storico la descrive come
Mc 1,9 57

una terra appartenente alla Palestina, ma con un passato e una organizzazione politica, sociale
ed economica propri, completamente autonoma e indipendente dalla Giudea. Per questo
spirito di orgogliosa e talvolta violenta autonomia, i Galilei non erano ben visti dai Giudei
di Gerusalemme che li ritenevano contadini rozzi e ignoranti. Perfino alcuni grandi rabbini
galilei come Haninà ben Dossà e Yosè il galileo vengono denigrati dagli Ebrei ortodossi per
la loro provenienza galilea che li rendeva poco attenti al rituale e alla scrupolosa osservanza
della legge (cf. m.Ned., 2,4; b.Erub., 53b; b.Pesah., 49b). Il termine «galileo» nelle citazioni
rabbiniche è spesso sinonimo di volgo maledetto e senza legge (cf. anche Gv 7,52) e
Yohanan ben Zakkai, prima del 50 d.C., apostrofa quella terra in cui aveva soggiornato con
l’espressione «Galilea, Galilea, tu odi la legge!» (b.Shab., 15d). Gesù non vantava una buona
provenienza quale Rabbi! Alla luce di ciò si capiscono meglio alcune esclamazioni
denigratorie indirizzate nei suoi confronti: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» (Gv
1,46) e «Viene forse il messia dalla Galilea?» (Gv 7,41). Ma è proprio questa terra
disprezzata posta ai margini dell’Israele antico a essere la patria di Gesù, il luogo iniziale
della sua missione, lo spazio della sua prima predicazione, come chiaramente riferisce Marco
per il quale la Galilea è un termine significativo, con una portata che va al di là del semplice
riferimento geografico. Gesù di Nazaret viene dalla Galilea (cf. Mc 1,9), compare in Galilea
(cf. Mc 1,14; 16,39), in Galilea svolge la maggior parte del suo ministero (cf. Mc 1,28; 3,7),
attraversando i villaggi sparsi nella Galilea (cf. Mc 1,38). I suoi discepoli sono galilei (cf. Mc
14,70); a lui si aggregano anche alcune donne galilee (cf. Mc 15,41) e in questa terra il
Risorto appare dopo la sua risurrezione (cf. Mc 14,28; 16,7).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦$"BJ\Fh0: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. pass. da $"BJ\.T, immergere, sommergere, lavare,
«battezzare»; cf. Mc 1,4.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4. Nel greco neotestamentario questa preposizione tende ad assorbire e a
scambiarsi con l’affine ¦< nel significato di stato in luogo. In questi casi lo stato in luogo
viene rappresentato come il risultato di un movimento verso quel luogo. L’impiego di gÆH
con questo valore si ritrova sia con nomi di luogo e di paese (cf. Mc 1,9; 13,3; Mt 2,23;
4,13; Lc 4,23; At 7,12; 8,40; 19,22; 20,14; 23,11) sia con semplici sostantivi (cf. Mc 1,39;
5,14; 6,8; 13,9.16; 14,9). Sebbene la frequenza di ¦< risulti quasi doppia rispetto a gÆH (2752
ricorrenze contro 1766), la confusione tra le due preposizioni è abbastanza frequente, anche
se attestata soltanto in Marco, Luca, Giovanni e Atti. Tenendo presente questa caratteristica
linguistica non si deve ritenere che gÆH JÎ< z3@D*V<0< di Mc 1,9 sia diverso da ¦< Jè
z3@D*V<® di Mc 1,5: in entrambe le ricorrenze il significato è identico (essere battezzati
«nel» Giordano).
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
z3@D*V<0<: sost., nome proprio di fiume, acc. sing. m. da z3@D*V<0H, –@L, Giordano; cf. Mc
1,5; compl. di stato in luogo.
ßB`: prep. propria con valore d’agente, seguita dal genitivo, indecl., da, da parte di; cf. Mc 1,5.
z3TV<<@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,4; compl. di agente. La missione del Battista finisce qui: nell’orizzonte evangelico è ormai
58 Mc 1,10

entrato Gesù di Nazaret e il precursore è felice di farsi da parte. Nella cripta della basilica
dell’Annunciazione, a Nazaret, si conserva un graffito che riproduce san Giovanni Battista:
è forse la più antica testimonianza iconografica che possediamo su di lui. Il volto è senza
barba e l’espressione giovanile; indossa una lunga tunica e un cilizio, segno di penitenza e
conversione; sul capo ha un berretto, in conformità alla tradizione ebraica che vuole la testa
sempre coperta per rispetto del Signore. La posa è da araldo: la mano destra, sollevata, regge
la croce cosmica che si estende ai quattro punti cardinali e che intende significare l’universali-
tà del messaggio di Cristo; la sinistra si confonde con il lungo pallio che, dalla spalla, scende
verso terra. L’immagine, pur rudimentale, imprecisa e maldestra nel tratto, rivela magnifica-
mente l’intento di fissare il Battista nella sua funzione peculiare di precursore. Nella
concezione della cristianità primitiva Giovanni il Battista fu appunto questo: l’ultimo dei
profeti che guidò il popolo di Dio incontro a colui che viene e il primo annunciatore e
testimone dell’Agnello di Dio, ben disposto a eclissarsi davanti al più forte.

1,10 i" gÛh×H •<"$"\<T< ¦i J@Ø à*"J@H gÉ*g< FP4.@:X<@LH J@×H @ÛD"<@×H i"Â
JÎ B<gØ:" ñH BgD4FJgD< i"J"$"Ã<@< gÆH "ÛJ`<·
1,10 E subito, salendo dall’acqua, vide i cieli che si aprivano e lo Spirito che, come
colomba, scendeva dentro di lui.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente. Il vocabolo ricorre 54 volte nel NT: 6
volte in Matteo (corrispondente allo 0,033% del totale delle parole); 41 volte in Marco (cf.
Mc 1,10.12.18.20.21.23.28.29.30.42.43; 2,8.12; 3,6; 4,5.15.16.17.29; 5,2.29.30.42[x2];
6,25.27.45.50.54; 7,25; 8,10; 9,15.20.24; 10,52; 11,2.3; 14,43.45.72; 15,1 = 0,372%); 3 volte
in Luca (0,015%); 3 volte in Giovanni (0,019%); At 10,16. Questo avverbio, da collegare
al verbo principale «vide», è caratteristico del vangelo di Marco: esso non è impiegato
soltanto con un significato temporale oppure connettivo (i"Â gÛhbH, corrispondente al waw
consecutivo ebraico) o come semplice formula di transizione. Spesso l’elemento gÛhbH può
assumere una valenza teologica per sottolineare l’urgenza della predicazione di Gesù, la
pienezza della sua missione, l’irrompere del tempo della salvezza (cf. Mc 1,18.20.21.23.
28.29.30.42.43; 2,8.12; 4,5; 5,29.30.42; 6,50; 7,35; 8,10; 9,15.20; 10,52).
•<"$"\<T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da •<"$"\<T (da •<V e la radice di $VF4H),
risalire, ascendere, andare su, sorgere, crescere. Participio predicativo del soggetto
sottinteso z30F@ØH. Questo verbo ricorre 82 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 9 volte in Matteo (cf. Mt 3,16; 5,1; 13,7; 14,23.32; 15,29; 17,27; 20,17.18,
corrispondente allo 0,049% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 1,10; 3,13;
4,7.8.32; 6,51; 10,32.33; 15,8 = 0,080%); 9 volte in Luca (cf. Lc 2,4.42; 5,19; 9,28;
18,10.31; 19,4.28; 24,38 = 0,046%); 16 volte in Giovanni (cf. Gv 1,51; 2,13; 3,13; 5,1; 6,62;
7,8[x2].10[x2].14; 10,1; 11,55; 12,20; 20,17[x2]; 21,11 = 0,102%). Nel significato letterale
proprio il verbo •<"$"\<T indica nel greco classico un generico «salire», detto di persone
(cf. Omero, Il., 1,497; Od., 18,302) o di cose (cf. Erodoto, Hist., 2,13,1). Nel NT il verbo
esprime quasi sempre un salire fisico (dall’acqua, dagli inferi oppure su/verso Gerusalemme,
Mc 1,10 59

il tempio, il monte, la barca, il tetto, ecc.). Usato in senso assoluto si riferisce al movimento
ascensionale delle piante, del fumo, del pesce. Altrove il verbo ha un significato teologico
quando è impiegato per descrivere il “salire” di Gesù al cielo (cf. Gv 3,13; Ef 4,8.9.10). Qui
il modo participio indica la simultaneità della risalita e della visione di Gesù: quando la sua
“anabasi” dall’acqua sta per finire, comincia la “catabasi” dello Spirito su di lui.
¦i: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da. Questa preposizione, nelle
forme ¦i e ¦> davanti a vocale, ricorre 914 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 82 volte in Matteo (corrispondente allo 0,447% del totale delle parole); 67 volte
in Marco (cf. Mc 1,10.11.25.26.29; 5,2[x2].8.30; 6,14.51.54; 7,11.15.20.21.26.29.31;
9,7.9[x2].10.17.21.25; 10,20.37[x2]. 40[x2]; 11,8.14.20.30[x2].31.32; 12,25.30[x4].33[x2].
36.44[x2]; 13,1.15.25.27; 14,18.23.25.62.69.70.72; 15,27[x2].39.46; 16,3.12.19 = 0,593%);
87 volte in Luca (0,447%); 165 volte in Giovanni (1,055%). La preposizione ¦i conserva
nel NT gli stessi significati che si riscontrano nel greco classico. Fondamentalmente è
impiegata in senso spaziale per indicare l’uscita dall’interno di un luogo, anche in contesto
figurato («da»). In Marco è utilizzata con questo significato nella stragrande maggioranza
delle ricorrenze. In alcuni casi può assumere anche valore temporale («da», «fino da»: Mc
10,20), determinativo («per»: Mc 14,72), di agente («da», «da parte di»: Mc 7,11), modale
(«secondo», «conformemente a»: Mc 12,30[x4].33[x3]), partitivo («tra», «di»: Mc 14,18.69.
70; 16,2).
J@Ø: art. determ., gen. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
à*"J@H: sost., gen. sing. n. da à*TD, à*"J@H, acqua; cf. Mc 1,8; compl. di moto da luogo.
gÉ*g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare. Questo verbo
ricorre 455 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 72 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,392% del totale delle parole); 51 volte in Marco (cf. Mc 1,10.16.19.44;
2,5.12.14.16; 4,12; 5,6.14.16.22.32.33.34.38.48.49.50; 7,2; 8,15.24.33; 9,1.4.8.9.14.15.
20.25.38; 10,14; 11,13.20; 12,15.28.34; 13,14.26.29; 14,62.67.69; 15,4.32.36.39; 16,5.7,
0451%); 81 volte in Luca (0,416%); 67 volte in Giovanni (0,429%). Chi «vede» questa
teofania è soltanto Gesù, soggetto implicito del verbo principale. Nel greco classico il verbo
ÒDVT può indicare: a) il generico «vedere», come percezione degli occhi (cf. Omero, Il.,
24,704; Od., 21,122); b) il «provare», lo «sperimentare» (cf. Omero, Il., 11,243; Od., 6,126);
c) in senso figurato, «capire», «rendersi conto», «intendere» (cf. Eschilo, Ag., 1623; Platone,
Resp., 511a); d) «considerare», «fare attenzione», come percezione interiore (cf. Omero, Il.,
10,239; Platone, Phaed., 118a). Nel vangelo di Marco il verbo ÒDVT presenta due
costruzioni principali: a) con l’accusativo e il participio, come qui, per indicare la percezione
visiva di un oggetto preciso (cf. Mc 1,10.16.19; 2,14; 6,33.48.49; 8,24; 9,1.38; 11,13.20;
13,14.26.29; 14,62.67; 16,5); b) con ÓJ4 e l’indicativo per indicare la percezione di una
situazione, un comportamento, un fatto generico considerato nel suo insieme (cf. Mc 2,16;
7,2; 9,25; 12,28.34; 15,39). Semanticamente sono otto i verbi che qualificano il “vedere” in
Marco: •<"$8XBT, $8XBT, *4"$8XBT, ¦:$8XBT, hgV@:"4, hgTDXT, ÒDVT,
BgD4$8XB@:"4.
FP4.@:X<@LH: verbo, acc. plur. m. part. pres. pass., con valore aggettivale, da FP\.T, dividere,
fendere, lacerare, squarciare; attributo di @ÛD"<@bH in posizione predicativa. Questo verbo
60 Mc 1,10

ricorre 11 volte nel NT: Mt 27,51[x2]; Mc 1,10; 15,38; Lc 5,36[x2]; 23,45; Gv 19,24; 21,11;
At 14,4; 23,7. Già in Omero il verbo FP\.T è impiegato nell’accezione di «separare»
qualcosa con violenza, ossia «fendere», «spaccare», «lacerare» (cf. Omero, Od., 4,507; cf.
anche Sofocle, Elect., 99; Polibio, Hist., 2,16,11; Senofonte, Cyr., 5,3,49; Pindaro, Nem.,
9,24). In senso attenuato il verbo equivale al più generico «dividere», «separare» (cf. Erodoto,
Hist., 2,17,3; Platone, Tim., 21e). Nei vangeli FP\.T assume il significato letterale di un
«dividere» più o meno violento, in riferimento a termini concreti: il velo del Tempio (cf. Mt
27,51a; Mc 15,38; Lc 23,45), le rocce (cf. Mt 27,51b), il cielo (cf. Mc 1,10), un pezzo di
stoffa (cf. Lc 5,36[x2]), la tunica (cf. Gv 19,24), la rete (cf. Gv 21,11); nelle due ricorrenze
degli Atti il verbo è usato in senso traslato. Nel passo marciano in oggetto si potrebbe
intendere il participio come un passivo divino, implicante l’azione diretta di Dio, analoga-
mente a Mc 15,38. Il cielo che «si squarcia» è un motivo ricorrente nelle rivelazioni
escatologiche; in questi passi, tuttavia, il verbo usato è il più comune e generico •<@\(T,
«aprire» (cf. Ez 1,1; 3Mac., 6,18; At 10,11; Ap 4,1; 19,11; *4"<@\(T in At 7,56), come
avviene nei passi paralleli dei sinottici (cf. Mt 3,16; Lc 3,21). Al contrario il verbo FP\.T,
impiegato esclusivamente da Marco, implica una certa violenza (cf. Is 63,19): se si tiene
conto che si tratta dello stesso verbo utilizzato in Mc 15,38 a proposito della scissione del
velo del Tempio (seconda e ultima ricorrenza del verbo), questo particolare uso marciano non
può essere che intenzionale. Al battesimo di Gesù i cieli si «squarciano» per indicare l’inizio
della nuova economia; alla morte di Gesù le tende del velo del Tempio si «squarciano» per
indicare la fine dell’antica economia.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J@bH ricorre 730 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
108 volte in Matteo (corrispondente allo 0,589% del totale delle parole); 63 volte in Marco
(cf. Mc 1,10.32[x2]; 2,22.23.26[x2]; 3,16.34; 5,12.13.14.19.22.49; 6,7.26[x2].36.41[x4].
44.45.55.56; 7,2.25.33.37[x2]; 8,1.6.19[x2].20[x2].24.25.27.33.38; 9,14.18.26.31.35.45;
10,32; 11,15[x2]; 12,2.9.36.43; 13,20.22.27[x2]; 14,7.10.63 = 0,557%); 118 volte in Luca
(0,606%); 55 volte in Giovanni (0,352%).
@ÛD"<@bH: sost., acc. plur. m. da @ÛD"<`H, –@Ø, cielo, volta celeste; compl. oggetto. Il
vocabolo ricorre 273 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 82 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,447% del totale delle parole); 18 volte in Marco (cf. Mc
1,10.11; 4,32; 6,41; 7,34; 8,11; 10,21; 11,25.30.31; 12,25; 13,25[x2].27.31.32; 14,62; 16,19
= 0,159%); 35 volte in Luca (0,1805); 18 volte in Giovanni (0,115%). La parola «cielo»
compare nella inusitata forma plurale «i cieli»: si tratta di un semitismo ricalcato sull’ebraico
.*E/H–I , ša) mayim. Tuttavia notiamo: il vocabolo @ÛD"<`H si trova in Marco 13 volte al
singolare e 5 al plurale. Nelle ricorrenze che presentano la forma plurale munita di articolo
(cf. Mc 1,10.11; 11,25; 12,25; 13,25b) il termine indica non il cielo cosmico, ma la
residenza divina, la sede delle potenze soprannaturali. Nel nostro passo il senso di questa
apertura dei cieli non è di tipo apocalittico: contemplare le visioni che accadono nei cieli
(movimento ascendente). Al contrario, il cielo divino si apre per lasciare scendere lo spirito
e permettere una comunicazione dichiarativa (movimento discendente). L’unico parallelo
biblico di questa apertura dei cieli è quello di Is 63,19 (LXX: «Ah!, se tu aprissi i cieli e
Mc 1,10 61

discendessi!»), dove, tuttavia, il verbo utilizzato non dice «squarciare» (FP\.T), come in
Marco, ma semplicemente «aprire» (•<@\(T), come in Matteo e Luca.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J` ricorre 1694 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 227 volte
in Matteo (corrispondente all’1,237% del totale delle parole); 130 volte in Marco (1,159%);
222 volte in Luca (1,140%); 150 volte in Giovanni (0,959%).
B<gØ:": sost., acc. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
compl. oggetto.
ñH: avv. con valore di modo e paragone, indecl., come, simile a, alla maniera di, nel modo che,
nella condizione di, in qualità di. Il vocabolo ricorre 504 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 40 volte in Matteo (corrispondente allo 0,218 % del totale delle
parole); 22 volte in Marco (cf. Mc 1,10.22[x2]; 4,26.27.31.36; 5,13; 6,15.34; 7,6; 8,9.24;
9,21; 10,1.15; 12,25.31.33; 13,34; 14,48.72 = 0,195%); 51 volte in Luca (0,262%); 31 volte
in Giovanni (0,198%). Il significato di questa particella, assai variegato e complesso,
corrisponde generalmente a quello del greco classico. Nel NT ñH viene usata come: a)
avverbio di modo e paragone (da non confondersi con l’avverbio di modo òH, non attestato
nel NT): indica in che modo si attua un avvenimento (cf. Mc 1,10.22[x2]; 4,26.31; 6,15.34;
8,24; 10,15; 12,25; 13,34); b) congiunzione incidentale, davanti a un verbo: introduce una
espressione incidentale in forma di osservazione o aggiunta esplicativa (cf. Mc 4,27.36; 7,6;
10,1; 14,48.72); c) congiunzione comparativa: introduce, in forma correlata esplicita o
implicita, uno dei termini di paragone (cf. Mc 12,31.33); d) congiunzione temporale
(«quando», «mentre», «finché»): indica un momento indeterminato, in relazione all’attuarsi
di qualche avvenimento (cf. Mc 9,21). Negli altri casi ñH assume i seguenti significati: e)
avverbio di indeterminazione o approssimazione numerica («circa»; cf. Mc 5,13; 8,9); f)
congiunzione dichiarativa («che»), per introdurre una proposizione oggettiva o soggettiva (cf.
At 10,28); g) congiunzione finale («affinché», «per…» + infinito; cf. Lc 9,52); h)
congiunzione consecutiva («cosicché», «così da…» + infinito; cf. Eb 3,11); i) congiunzione
delle interrogative indirette («come»; cf. Rm 11,2); l) congiunzione esclamativa («come!»;
cf. Rm 10,15).
BgD4FJgDV<: sost., acc. sing. f. da BgD4FJgDV, –H, colomba; compl. predicativo dell’oggetto
B<gØ:". Il vocabolo ricorre 10 volte nel NT: Mt 3,16; 10,16; 21,12; Mc 1,10; 11,15; Lc
2,24; 3,22; Gv 1,32; 2,14.16. In senso letterale proprio il sostantivo BgD4FJgDV indica nel
greco classico la «colomba», il «piccione» (cf. Erodoto, Hist., 1,138,2; Aristofane, Av., 302;
Senofonte, Anab., 1,4,9). Tuttavia l’avverbio ñH, con senso comparativo, esclude che si tratti
qui di una colomba fisica: ñH è la specifica particella di paragone apocalittica con la quale,
in forma di confronto, viene presentato come visibile ciò che per sua natura è invisibile; si
tratta soltanto di una rappresentazione metaforica, una immagine usata dall’Autore per
esprimere l’effetto particolare della discesa dello spirito su Gesù. Scrive al riguardo san
Tommaso d’Aquino: «Columba fuit ad repraesentandam influentiam Spiritus sancti», «La
colomba sta a rappresentare l’influsso dello Spirito santo» (Id., In Matth., 3,2). Ci si può
chiedere, tuttavia, come mai l’Autore sacro abbia scelto una colomba e non altri simboli
62 Mc 1,10

teriomorfi. Non è facile rispondere. Nel primo secolo d.C. negli ambienti giudaici la
colomba era un simbolo per indicare il popolo di Israele nella sua situazione escatologica, in
attesa, cioè, di un cambiamento, una trasformazione positiva: «Signore e padrone […], fra
tutte le città edificate tu hai santificato per Te stesso Sion; tra tutti gli uccelli che hai creato
ne hai chiamato per Te uno, la colomba; tra tutte le pecore che hai plasmato hai provveduto
per Te una sola pecora; tra tutte le moltitudini dei popoli ne hai scelto per Te uno solo e a
questo popolo che Tu hai amato hai dato una legge che più di tutte le altre hai approvato»
(4Esd., 5,25–27). Si deve aggiungere, inoltre, che la colomba è emblema frequente di Israele
nella letteratura rabbinica successiva. Può darsi che Marco abbia tenuto presente questo
sfondo escatologico. In ogni caso il dibattito sull’esatta interpretazione della colomba come
simbolo dello Spirito continua a restare senza soluzione.
i"J"$"Ã<@<: verbo, acc. sing. n. part. pres. da i"J"$"\<T (da i"JV e la radice di $VF4H),
discendere, venire giù, scendere. Participio predicativo del complemento oggetto B<gØ:".
Questo verbo ricorre 81 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 11 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,060% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 1,10;
3,22; 9,9; 13,15; 15,30.32 = 0,053%); 13 volte in Luca (0,067%); 17 volte in Giovanni
(0,109%). Nel greco classico il verbo i"J"$"\<T è usato per indicare in senso letterale
proprio il generico e profano «andare giù», «scendere», detto generalmente di persone (cf.
Omero, Il., 5,109; 11,184; 13,17). Nell’uso neotestamentario si possono distinguere due
campi semantici di i"J"$"\<T: nei vangeli sinottici e negli Atti prevale il significato
letterale proprio, in riferimento a un movimento spaziale e geografico, senza connotazioni
religiose. Negli altri scritti il verbo ricorre con un significato prevalentemente simbolico e
religioso, per indicare il «discendere» di particolari doni divini (cf. Gc 1,17), degli angeli (cf.
Mt 28,2), del Figlio dell’uomo (cf. Gv 3,13) o addirittura dello stesso Dio (cf. At 7,34). Nelle
ricorrenze marciane prevale il primo significato (cf. Mc 3,22; 9,9; 13,15; 15,30.32): qui è
impiegato per descrivere il movimento di “discesa” dello Spirito (non della colomba) su
Gesù.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo. Grammaticalmente la
formula gÆH "ÛJ`< potrebbe essere tradotta «su di lui» o «verso di lui»: così, infatti,
riportano quasi tutte le traduzioni. In tal modo si esprimerebbe l’azione dinamica dello
Spirito che scende in direzione di Gesù (compl. di moto a luogo). Tuttavia non è questo il
senso esatto corrispondente: la preposizione gÆH seguita dall’accusativo ricorre nel vangelo
di Marco 162 volte con il valore fondamentale di direzione (verso o su un oggetto). Quando,
però, essa è seguita da un pronome dimostrativo, come nel nostro caso, acquista sempre il
significato di termine o penetrazione (dentro/in) e non di semplice direzione (verso/su):

Mc 4,15 «…subito viene Satana e porta via la parola seminata in loro (gÆH "Û-
J@bH)».
Mc 5,12 «…mandaci da quei porci, affinché entriamo in essi (gÆH "ÛJ@bH)».
Mc 1,11 63

Mc 7,15 «…non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui (gÆH "ÛJ`<), possa
contaminarlo…».
Mc 9,25 «Spirito muto e sordo, io te lo ordino: esci da lui e non rientrare più in lui
(gÆH "ÛJ`<)».
Mc 10,15 «…chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non entrerà in esso
(gÆH "ÛJZ<)».
Mc 11,2 «Andate nel villaggio che vi sta di fronte e subito, entrando in esso (gÆH
"ÛJZ<), troverete un asinello legato…».
Dobbiamo conservare questo significato di penetrazione anche nel nostro passo: lo
Spirito non scende semplicemente verso Gesù, con un movimento o un influsso esterno, ma
scende ed entra dentro di lui, per rimanerci, con un movimento terminativo, di solenne
investitura, di presa di possesso. «In Christo Spiritus Sanctus descendit, et permansit; ceterum
in hominibus descendit quidem, sed non permanet», «In Cristo lo Spirito Santo scese e restò;
sugli uomini invece, è vero che scende, ma non resta» (Girolamo, In Marc., Sermo 1).

1,11 i" nT<¬ ¦(X<gJ@ ¦i Jä< @ÛD"<ä<s E× gÉ Ò LÊ`H :@L Ò •("B0J`Hs ¦< F@Â
gÛ*`i0F".
1,11 E dai cieli venne una voce: «Tu sei il mio Figlio prediletto; in te mi sono compiaciuto».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


nT<Z: sost., nom. sing. f. da nT<Z, –­H, voce, suono, discorso; cf. Mc 1,3; soggetto. L’idea
che Dio possa parlare dal cielo è attestata già nell’AT (cf. Dt 4,10–12). A volte, per
accentuare il dato che la voce di Dio proviene dall’alto, questa voce è accompagnata dal
tuono (cf. Es 19,19; Sal 18,14; Is 30,30–31). Nel NT tale voce divina può venire «dal cielo»
(cf. Mc 1,11), «dalla nube» (cf. Mc 9,7), «dal tempio» (cf. Ap 16,1). Per indicare una
particolare rivelazione divina la letteratura rabbinica usa abbastanza sovente l’espressione
-|8 ;vH, ba5t qôl, «la figlia della voce» o «la figlia di una voce», con la quale si vuole
sottolineare che non si percepisce direttamente la voce di Dio (troppo sacra per poterla
ascoltare con gli orecchi umani), ma la sua eco, ossia la «figlia» della voce, (cf. b.Ber., 3a;
b.Erub., 13b; b.Sanh., 11a; b.Sot., 33a; t.Sot., 12,2). In parallelo con gÉ*g<… J@×H
@ÛD"<@bH…, «vide… i cieli…» (Mc 1,10), ci saremmo aspettati «e udì una voce…», ma
il verbo impiegato ((\<@:"4) indica il generico «accadere», «esistere»; inoltre la frase non
termina con il consueto participio 8X(@LF"…, «che diceva…», impiegato normalmente da
Marco per introdurre l’oggetto della comunicazione verbale: tutto ciò lascia intendere che la
«voce» divina indica lo stesso contenuto della comunicazione. In sostanza, parafrasando: «E
da Dio venne questa attestazione…».
¦(X<gJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere, nascere,
essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4.
¦i: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da; cf. Mc 1,10.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
64 Mc 1,11

@ÛD"<ä<: sost., gen. plur. m. da @ÛD"<`H, –@Ø, cielo, volta celeste; cf. Mc 1,10; compl. di
moto da luogo.
Eb: pron. personale di 2a pers. nom. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; soggetto. La forma Fb ricorre 174 volte nel NT rispetto alle 2905 ricorrenze totali di
questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 18 volte in Matteo (corrisponden-
te allo 0,098% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 1,11; 3,11; 8,29;
14,30.36.61.67.68; 15,2[x2] = 0,088%); 26 volte in Luca (0,133%); 61 volte in Giovanni
(0,390%).
gÉ: verbo, 2a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc 1,6.
In Marco l’espressione F× gÉ, «tu sei», è una affermazione riferita soltanto a Gesù (cf. Mc
1,11; 3,11; 8,29; 14,61; 15,2): essa pone in evidenza la sua identità, in stretto parallelismo con
la dichiarazione ¦(f gÆ:4, «io sono» (cf. Mc 6,50) che Gesù pronuncia per definire sé stesso.
Il predicato con articolo posto dopo il verbo «essere» (E× gÉ Ò LÊ`H :@L) indica identificazio-
ne ed esclusività e non elezione o nomina a messia. La nomina avrebbe richiesto un ordine
grammaticale diverso, come in Sal 2,7 (LÊ`H :@L gÉ Fb, «mio figlio sei tu»). La costruzione
marciana indica che il titolo di “figliolanza” è anteriore alla scena del battesimo: la voce
divina dichiara o conferma una realtà già esistente. Questa constatazione è rafforzata dalla
considerazione cha al soggetto Fb, «tu», vengono attribuiti non uno, ma tre predicati: «figlio»
(LÊ`H), «prediletto» (•("B0J`H), «oggetto dell’amore» (¦< F@ gÛ*`i0F": qui l’espressio-
ne include il pronome «tu» al caso obliquo).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
LÊ`H: sost., nom. sing. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; cf. Mc 1,1; predicato nominale. Su un totale di
34 ricorrenze (35 per chi considera originale anche Mc 1,1) il termine LÊ`H è usato 29 volte
in riferimento al protagonista Gesù: 10 volte indica il Figlio Gesù, con varie specificazioni,
quali «mio», «dell’Altissimo», «del Benedetto» oppure in modo assoluto (cf. Mc 1,11; 3,11;
5,7; 8,38; 9,7; 12,6[x2]; 13,32; 14,36.61; 15,39). In 14 casi il vocabolo ricorre nel sintagma
«Figlio dell’uomo» (cf. Mc 2,10.28; 8,31.38; 9,9.12.31; 10,33.45; 13,26; 14,21[x2].41.62).
Si trovano 4 ricorrenze con «figlio di David» (cf. Mc 10,47.48; 12,35.37). In una occasione
LÊ`H è usato per designare Gesù quale «figlio» di Maria (cf. Mc 6,3). Mai si indicano gli
uomini come «figli» di Dio, pur trovandosi una descrizione di Dio come «padre» degli
uomini (cf. Mc 11,25). In tre ricorrenze LÊ`H designa il figlio naturale, rispetto al genitore
paterno: Mc 9,17 (il «figlio» indemoniato dell’anonimo padre); Mc 10,35 (i «figli» di
Zebedeo); Mc 10,46 (il «figlio» di Timeo). Altrove LÊ`H compare in locuzioni di stampo
semitico: Mc 2,19 («i figli delle nozze»); Mc 3,17 («i figli del tuono»); Mc 3,28 («i figli degli
uomini»).
:@L: pron. personale di 1a pers. gen. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø/:@L, dat. ¦:@\/:@4, acc. ¦:X/:g),
io, me; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di
appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 1a persona singolare («di me»
= «mio»).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
•("B0J`H: agg. qualificativo, nom. sing. m. da •("B0J`H, –Z, –`<, amato, caro, adorato,
prediletto; attributo di LÊ`H. Il vocabolo ricorre 61 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli
Mc 1,11 65

è la seguente: 3 volte in Matteo (cf. Mt 3,17; 12,18; 17,5); 3 volte in Marco (cf. Mc 1,11;
9,7; 12,6); 2 volte in Luca (cf. Lc 3,22; 20,13). Grammaticalmente si può intendere
l’aggettivo •("B0J`H in due modi: a) come attributo di «figlio» (= «tu sei il mio prediletto
Figlio»), ma anche b) come predicato indipendente (= «tu sei mio Figlio, il prediletto»).
L’aggettivo verbale •("B0J`H già nel greco classico indica l’amore esclusivo, la
predilezione nei riguardi di qualche persona, specie il figlio unico (cf. Omero, Od., 2,365;
Polluce, Onom., 3,19,6). In Marco il vocabolo è rivolto sempre da Dio («la voce celeste», «il
padrone») nei riguardi di Gesù: direttamente nell’episodio del battesimo (cf. Mc 1,11) e della
trasfigurazione (cf. Mc 9,7); indirettamente all’interno della parabola dei vignaioli omicidi
(cf. Mc 12,6). Nella versione greca dei LXX il termine traduce l’ebraico $*( E I*, ya) hEîd5,
«unigenito», «unico» (cf. Gn 22,2.12.16; Gdc 11,34; Ger 6,26; Am 8,10; Zc 12,10). Il senso
del termine ebraico corrisponde all’aggettivo «solo», «unico», ma in un contesto di parentela
familiare, qualora applicato, ad esempio, a un figlio, può significare «il solo amato», «il solo
prediletto», «l’unicamente amato». Questo sembra essere il senso del termine nel qualificare
Isacco (cf. Gn 22,2.16), poiché il padre Abramo aveva altri figli. Si deve osservare, inoltre,
che nei LXX, ogni volta in cui l’ebraico $*( E I*, ya) hEîd5, viene tradotto con •("B0J`H, il
vocabolo è usato per indicare un figlio unico che è morto o che è destinato a morire: Isacco
(cf. Gn 22,2.12.16); la figlia di Iefte (cf. Gdc 11,34); il figlio unico, come immagine di lutto
(cf. Am 8,10; Ger 6,26). In Zc 12,10 il misterioso “trafitto” viene pianto come si piange per
un figlio unico. La traduzione italiana «prediletto» sembra essere quella più appropriata,
poiché conserva entrambe le valenze semantiche, rimandando sia all’idea di unicità, sia a
quella di benevolenza e preferenza.
¦<: prep. propria con valore di relazione, seguita dal dativo, indecl., in, in riguardo a, in
relazione di, rispetto a; cf. Mc 1,2.
F@\: pron. personale di 2a pers. dat. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu, te;
compl. di relazione. La forma F@\/F@4 ricorre 213 volte nel NT rispetto alle 2905 ricorrenze
totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 47 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,256% del totale delle parole); 20 volte in Marco (cf. Mc 1,11.24; 2,11;
4,38; 5,7.9.19.41; 6,18.22.23; 9,5.25; 10,28.51; 11,28; 12,14; 14,30.31.36 = 0,186%); 48
volte in Luca (0,252%); 27 volte in Giovanni (0,185%). La costruzione «in te» è collocata,
in forma parallela, nella stessa posizione enfatica di «tu sei» (F× gÉ… ¦< F@\…).
gÛ*`i0F": verbo, 1a pers. sing. ind. aor. da gÛ*@iXT (da gÞ e *@iXT), compiacere, essere
favorevole. Questo verbo ricorre 21 volte nel NT: Mt 3,17; 12,18; 17,5; Mc 1,11 (hapax
marciano); Lc 3,22; 12,32; Rm 15,26.27; 1Cor 1,21; 10,5; 2Cor 5,8; 12,10; Gal 1,15; Col
1,19; 1Ts 2,8; 3,1; 2Ts 2,12; Eb 10,6.8.38; 2Pt 1,17. Il verbo gÛ*@iXT è un termine
popolare ellenistico: indica l’intima soddisfazione, la volontà affettuosa, benigna, compiaciu-
ta, nei riguardi di qualcuno o qualcosa (cf. Polibio, Hist., 2,49,2; Diodoro Siculo, Bibl.,
17,47,2). Nei LXX il verbo è usato 60 volte e traduce quasi sempre l’ebraico %7 I9I, ra) sEa) h che
significa «compiacere», «decidersi in favore di», «scegliere». Dio si compiace del suo popolo
(cf. Sal 44,4; 149,4), di quelli che lo temono (cf. Sal 147,11), di quelli che sperano nella sua
misericordia. Tra tutti i verbi che esprimono l’atto della scelta, gÛ*@iXT è quello che, oltre
l’aspetto volitivo, rende più intensamente il sentimento di amore di chi elegge. Nel NT il
verbo è usato 7 volte in riferimento agli uomini, per esprimere una preferenza, una
66 Mc 1,12

compiacenza umana (cf. Rm 15,26.27; 2Cor 5,8; 12,10; 1Ts 2,8; 3,1; 2Ts 2,12), mentre negli
altri casi si riferisce all’azione di Dio, per esprimere un decreto, una decisione, una scelta
divina. La compiacenza del Padre nei riguardi di Gesù è indicata qui da un aoristo prolettico
o atemporale, con valore di presente (= «in te mi compiaccio»; il perfetto statico ebraico di
Is 42,1 è tradotto nei LXX con l’aoristo): ciò significa che la voce celeste non dichiara che
Gesù comincia a questo punto a essere oggetto di compiacenza, ma afferma la permanenza
o continuità del compiacimento celeste che risale a un tempo anteriore al battesimo.

1,12 5"Â gÛh×H JÎ B<gØ:" "ÛJÎ< ¦i$V88g4 gÆH J¬< §D0:@<.


1,12 Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
J`: art. determ., nom. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
B<gØ:": sost., nom. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
soggetto.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto. Il pronome "ÛJ`< rimanda al
soggetto «Gesù» del v. 9: Marco è solito usare i pronomi con antecedenti spesso assai
distanti.
¦i$V88g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da ¦i$V88T (da ¦i e $V88T), scacciare, mandare
via, fare uscire, espellere. Questo verbo ricorre 81 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli
è la seguente: 28 volte in Matteo (corrispondente allo 0,153% del totale delle parole); 18
volte in Marco (cf. Mc 1,12.34.39.43; 3,15.22.23; 5,40; 6,13; 7,26; 9,18.28.38.47; 11,15;
12,8; 16,9.17 = 0,159%); 20 volte in Luca (0,103%); 6 volte in Giovanni (0,038%). Come
avviene nel greco classico (cf. Omero, Od., 2,396) nelle ricorrenze neotestamentarie il verbo
¦i$V88T indica generalmente un «gettare fuori» o un «mandare via» con una certa
violenza (= «cacciare»): il soggetto è sempre un essere vivente, mentre come oggetto si
possono avere cose, persone o spiriti cattivi. Nei sinottici è il verbo preferito per indicare
l’espulsione dei demoni dagli ossessi mediante esorcismo (cf. Mc 1,34). Sorprende che, nel
nostro passo, il verbo venga impiegato per descrivere la potente azione dello Spirito che
spinge con forza Gesù nel deserto. Notiamo, tuttavia, che ¦i$V88T non implica
necessariamente una azione violenta e negativa, potendo esprimere un generico «inviare»,
«far uscire» (cf. Mt 9,38; Lc 10,2; Gv 10,4; At 16,37; Gc 2,25). Abbiamo qui il primo
esempio di presente storico, tipico del linguaggio popolare, ma dovuto anche a influsso
semitico. Marco ne fa un uso massiccio per un totale di 152 ricorrenze. La distribuzione è
la seguente: 71 volte con 8X(T (cf. Mc 1,38.41.44; 2,5.8.10.14.17.18.25; 3,3.4.5.32.33.34;
4,13.35.38; 5,7.9.19.36.39.41; 6,31.37.38[x2].50; 7,18.28.34; 8,1.12.17.19.20.29.33;
9,5.19.35; 10,11.23.24.27.42; 11,2.4.21.22.33[x2]; 12,14.16; 13,1; 14,12.13.27.30.32.34.
37.41.45.61.63.67; 15,2; 16,6); 24 volte con §DP@:"4 (cf. Mc 1,40; 2,3.18; 3,20.31;
5,15.22.35.38; 6,1.48; 8,22; 10,1.46; 11,15.27[x2]; 12,18; 14,17.32.37.41.66; 16,2); 4 volte
con B"D"8":$V<T (cf. Mc 4,36; 5,40; 9,2; 14,33), nXDT (cf. Mc 7,32; 8,22; 11,7; 15,22);
Mc 1,13 67

3 volte con •B@FJX88T (cf. Mc 11,1; 12,13; 14,13), hgTDXT (cf. Mc 5,15.38; 16,4),
B"D"i"8XT (cf. Mc 5,23; 7,32; 8,22), FL<V(T (cf. Mc 4,1; 6,30; 7,1); 2 volte con $V88T
(cf. Mc 1,12; 12,41), (\<@:"4 (cf. Mc 2,15; 4,37), gÆFB@Dgb@:"4 (cf. Mc 1,21; 5,40),
BD@Fi"8X@:"4 (cf. Mc 3,13; 6,7), FJ"LD`T (cf. Mc 15,24.27), FL<XDP@:"4 (cf. Mc
3,20; 14,53); 1 volta con •(("DgbT (cf. Mc 15,21), •i@8@LhXT (cf. Mc 6,1), •<"$"\<T
(cf. Mc 3,13), •<"nXDT (cf. Mc 9,2), *4"8@(\.@:"4 (cf. Mc 2,8), *4":gD\.T (cf. Mc
15,24), ¦((\.T (cf. Mc 11,1), ¦(g\DT (cf. Mc 4,38), gÆ:\ (cf. Mc 2,1), ¦<*4*bFiT (cf. Mc
15,17), ¦>V(T (cf. Mc 15,20), ¦BgDTJVT (cf. Mc 7,5), ¦B4$V88T (cf. Mc 11,7),
¦B4FL<JDXPT (cf. Mc 9,25), gÛD\FiT (cf. Mc 14,37), iD"JXT (cf. Mc 14,51), 8bT (cf.
Mc 11,4), B"D"((X88T (cf. Mc 8,6), B"D"(\<@:"4 (cf. Mc 14,43), BgD4J\h0:4 (cf. Mc
15,17), B\BJT (cf. Mc 5,22), BD@FB@Dgb@:"4 (cf. Mc 10,35), FL(i"8XT (cf. Mc 15,16)
FL:B@Dgb:"4 (cf. Mc 10,1), nT<XT (cf. Mc 10,49). Si deve notare, tuttavia, che l’uso del
presente storico da parte di Marco non è semplicemente dovuto al linguaggio popolare
(elemento vernacolare): esso funziona sintatticamente e semanticamente come un tempo
passato o più specificatamente come un tempo zero, in accordo con l’antica lingua greca.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
§D0:@<: sost., acc. sing. f. da §D0:@H, –@L, regione desertica, luogo solitario, landa desolata;
cf. Mc 1,3; compl. di moto a luogo.

1,13 i" µ< ¦< J± ¦DZ:å JgFFgDVi@<J" º:XD"H Bg4D".`:g<@H ßBÎ J@Ø E"J"<s
i" µ< :gJ Jä< h0D\T<s i" @Ê –((g8@4 *40i`<@L< "ÛJè.
1,13 ed egli rimase nel deserto quaranta giorni, messo alla prova da Satana. Stava tra gli
animali selvatici, ma gli angeli lo assistevano.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale. Imperfetto di valore durativo o iterativo per sottolineare l’idea di
continuità di questo protrarsi nel deserto. Il verbo deve essere qui inteso nel valore finito di
«dimorare», «stare», come in Mc 1,13b.45; 5,21, senza associazione perifrastica con il
participio Bg4D".`:g<@H (cf. sotto).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
¦DZ:å: sost., dat. sing. f. da §D0:@H, –@L, regione desertica, luogo solitario, landa desolata;
cf. Mc 1,3; compl. di stato in luogo.
JgFFgDVi@<J": agg. numerale, cardinale, acc. plur. f., indecl., quaranta; attributo di º:XD"H.
Il vocabolo ricorre 22 volte nel NT: Mt 4,2[x2]; Mc 1,13 (hapax marciano); Lc 4,2; Gv 2,20;
At 1,3; 4,22; 7,30.36.42; 13,21; 23,13.21; 2Cor 11,24; Eb 3,10.17; Ap 7,4; 11,2; 13,5; 14,1.3;
21,17. Il tema dei «quaranta giorni» o «quaranta anni» ricorre sovente nella Bibbia per
68 Mc 1,13

indicare la compiutezza del tempo stabilito da Dio in riferimento a un periodo nel quale
permane una situazione omogenea, come la durata dell’esodo (cf. Es 16,35; Nm 13,25;
14,33.34; 32,13; Dt 2,7; 8,2.4; 29,4; Gs 5,6; Ne 9,21; Sal 95,10; Am 2,10; 5,25; At 7,36.43;
13,18; Eb 3,9.17), la durata di una generazione (cf. Gdc 3,11; 5,31; 8,28; 13,1), la durata di
un regno (cf. 2Sam 5,4; 1Re 2,11; 11,42; 2Re 12,2), la durata di un altro avvenimento
considerato nella sua globalità, come il diluvio (cf. Gn 7,4.12.17; 8,6), l’esplorazione del
paese di Canaan (cf. Nm 13,25), la giudicatura di Eli (cf. 1Sam 4,18), il cammino di Elia nel
deserto (cf. 1Re 19,8), la desolazione del paese d’Egitto (cf. Ez 29,11.12.13), la predicazione
di Giona (cf. Gio 3,4). Si tratta pertanto di un elemento redazionale, non necessariamente di
carattere storico. Il riferimento letterario e tipologico più vicino al nostro passo è quello di Es
34,28, nel quel viene descritto Mosè che «rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta
notti senza mangiar pane e senza bere acqua» (cf. anche Es 24,18; Dt 9,9.11.18.25; 10,10).
º:XD"H: sost., acc. plur. f. da º:XD", –"H, giorno; cf. Mc 1,9; compl. di tempo. Il caso
accusativo può essere usato in greco anche per esprimere una indicazione di tempo, in
particolare quando, come qui, si tratta di indicare una durata precisa, un tempo continuato e
determinato. Marco impiega il caso accusativo con valore temporale 7 volte: Mc 1,13; 2,19;
4,27[x2]; 5,25; 13,35; 14,37. Altrove l’accusativo temporale è retto dalle preposizioni gÆH (cf.
Mc 3,29; 11,14; 13,13), BgD\ (cf. Mc 6,48), :gJV (cf. Mc 8,31; 9,2.31; 13,24; 14,1; 16,12),
i"JV (cf. Mc 14,49; 15,6).
Bg4D".`:g<@H: verbo, nom. sing. m. part. pres. da Bg4DV.T, provare, esaminare, saggiare,
tentare, mettere alla prova. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Questo
verbo ricorre 38 volte nel NT: Mt 4,1.3; 16,1; 19,3; 22,18.35; Mc 1,13; 8,11; 10,2; 12,15;
Lc 4,2; 11,16; Gv 6,6; 8,6; At 5,9; 9,26; 15,10; 16,7; 24,6; 1Cor 7,5; 10,9.13; 2Cor 13,5; Gal
6,1; 1Ts 3,5[x2]; Eb 2,18[x2]; 3,9; 4,15; 11,17; Gc 1,13[x3].14; Ap 2,2.10; 3,10. Il
participio Bg4D".`:g<@H non deve essere messo in relazione con il precedente verbo
«essere», nella tipica costruzione dell’imperfetto perifrastico: «era tentato» (½<…
Bg4D".`:g<@H). Il parallelismo con il successivo verbo finito (½< :gJ Jä< h0D\T<)
suggerisce che il participio è qui usato in forma indipendente (participio predicativo): in tal
caso il primo ½< regge il sostantivo «deserto» e assume il significato di «stare», «dimorare».
Nel greco classico il verbo Bg4DV.T (usato raramente rispetto al più comune Bg4DVT) non
ha alcun connotato morale: corrisponde a «provare», «saggiare», «mettere alla prova»,
«verificare», in riferimento sia a cose che a persone (cf. Omero, Od., 9,281; 16,319;
Apollonio di Rodi, Arg., 1,495; Epitteto, Diss., 1,9,29). Questo significato è quello che
ritroviamo nel greco biblico: nei LXX Bg4DV.T, avente come soggetto Dio, indica la
“prova” (non la “tentazione” in senso morale) subita da Abramo (cf. Gn 22,1), dal popolo
dell’esodo (cf. Es 16,4; 20,20; Dt 8,2; 13,4), dal giusto sofferente (cf. Sap 2,17; 3,5). In Gv
6,6 è addirittura lo stesso Gesù che «mette alla prova» Filippo (non: «tenta al peccato»
Filippo!). Stessa osservazione per quanto riguarda il vocabolo derivato Bg4D"F:`H (vedi
commento a Mc 14,38): nel NT ricorre 21 volte e in 20 casi significa «prova», «esame»,
«verifica», «tribolazione». Soltanto in una occorrenza il termine acquista il significato più
circoscritto di «tentazione» al peccato (cf. 1Tm 6,9). È importante, pertanto, non insistere in
modo esclusivo sul significato etico della tentazione di Gesù, come se egli avesse
sperimentato un influsso diabolico a peccare. Qui, al contrario, egli è sottoposto a una prova,
Mc 1,13 69

mediante la quale, come esplicitano Matteo e Luca, gli si chiede di scegliere tra un
messianismo sofferente, ma in obbedienza al piano di Dio e uno glorioso e autonomo,
realizzato nella disobbedienza a Dio.
ßB`: prep. propria con valore d’agente, seguita dal genitivo, indecl., da, da parte di; cf. Mc 1,5.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
E"J"<: sost. personificato, gen. sing. m. da E"J"<H, –, [avversario, accusatore], Satana;
compl. di agente. Il vocabolo ricorre 36 volte nel NT: Mt 4,10; 12,26[x2]; 16,23; Mc 1,13;
3,23[x2].26; 4,15; 8,33; Lc 10,18; 11,18; 13,16; 22,3.31; Gv 13,27; At 5,3; 26,18; Rm 16,20;
1Cor 5,5; 7,5; 2Cor 2,11; 11,14; 12,7; 1Ts 2,18; 2Ts 2,9; 1Tm 1,20; 5,15; Ap 2,9.13[x2].24;
3,9; 12,9; 20,2.7. Traslitterazione grecizzata della parola di origine ebraica 0) I”I , 'sa) Et a) n,
«avversario», «accusatore», «oppositore», senza particolari connotati religiosi (cf. 1Sam 29,4;
2Sam 19,23; 1Re 5,18; 11,14.23.25; Sal 109,6; Sir 21,27; cf. anche Gn 26,21; Nm 22,22.32;
Esd 4,6; Sal 38,21; 71,13; 109,4.20). In altri testi biblici il termine assume il significato di un
nome proprio per indicare un essere personificato, nemico dell’uomo (cf. 1Cr 21,1 e Zc
3,1–2). Nella successiva letteratura giudaica il vocabolo subisce un ulteriore processo di
personificazione e 0) I” I / E"J"<H diventa per antonomasia il nemico di Dio e dell’uomo
(cf. Test. Dan, 3,6; 5,6; 6,1; Test. Gad, 4,7).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale. Il tempo imperfetto sottolinea la continuità di questa condizione.
:gJV: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., tra, in mezzo a. Questa
preposizione, nelle forme :gJV e in quelle elise :gJz davanti a vocale con spirito dolce,
:ghz davanti a vocale con spirito aspro, ricorre 469 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 71 volte in Matteo (corrispondente allo 0,387% del totale delle
parole); 55 volte in Marco (cf. sotto le singole ricorrenze = 0,495%); 63 volte in Luca
(0,323%); 55 volte in Giovanni (0,352%). Usata con il genitivo o l’accusativo (nessuna
ricorrenza con il dativo) la preposizione :gJV assume negli scritti neotestamentari varie
sfumature di significato, non sempre corrispondenti al significato fondamentale di «insieme
a», «con». Nelle ricorrenze marciane prevale nella stragrande maggioranza il significato di
unione o compagnia (cf. Mc 1,20.29.36; 2,16[x2].19[x2]. 25; 3,6.7.14; 4,36; 5,18.24.37.40;
6,50; 8,10.14.38; 9,8; 10,30; 11,11; 14,7.14.17.18.20.33.43[x2].48.54. 67; 15,1.7.31; 16,10).
Altrove la preposizione è impiegata con significato temporale (cf. Mc 1,14; 8,31; 9,2.31;
10,34; 13,24; 14,1.28.70; 16,12.19) o modale (cf. Mc 3,5; 4,16; 6,25; 13,26); in due
occasioni prevale il significato originale di valore locale «tra», «in mezzo a» (cf. Mc 1,13;
14,62; cf. Omero, Il., 1,525; 2,143; 11,416; 13,200; 23,367; Od., 10,320; 16,140; Euripide,
Ph., 1006).
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
h0D\T<: sost., gen. plur. n. da h0D\@<, –@L, bestia, fiera, animale selvatico; compl. di luogo.
Il vocabolo ricorre 46 volte nel NT: nei vangeli soltanto in Mc 1,13 (hapax marciano). Nel
greco classico il sostantivo h0D\@< indica l’animale di genere selvaggio, equivalente a
«fiera», «bestia» (cf. Omero, Od., 10,171; Luciano, Asin., 52,18; Erodoto, Hist., 1,119,6). A
70 Mc 1,13

partire dai Padri della Chiesa la presenza di questi animali selvatici è stata interpretata non
come un dato storico, ma teologico. Marco intenderebbe proporre un collegamento in forma
antitetica con la situazione di Adamo nel giardino terrestre: Gesù, come Adamo, è tentato da
Satana, ma diversamente dal primo uomo (Adamo), il nuovo uomo (Gesù) supera la prova.
Come Adamo nell’Eden viveva in piena armonia con gli animali (cf. Apoc. Mos., 15), così
Gesù, dopo aver vittoriosamente superato la prova, vive in armonia con le bestie selvagge,
immagine positiva dell’era messianica in cui regnerà la pace tra l’uomo e l’animale (cf. Is
11,6–8; 65,25). Come gli angeli nell’Eden assistevano e proteggevano Adamo (cf. Vit. Ad.,
33), così essi recano adesso il loro servizio all’uomo nuovo. Questo suggestivo accostamento
tipologico, utilizzato in chiave positiva dalla maggior parte dei commentatori, è difficilmente
sostenibile per Marco e non può essere accolto per il seguente motivo: nella Bibbia il termine
h0D\@< è generalmente impiegato in contesti negativi (cf. Gn 3,1.14; 9,2; 37,20.33; Es
23,29; Lv 26,6.22; Dt 7,22; 28,26; 32,24; 1Sam 17,46; 2Sam 21,10; Gb 5,22; Sal 74,19;
79,2; Sap 16,5; Is 18,6; 35,9; Ger 7,33; 15,3; 16,4; 19,7; Ez 5,17; 14,15.21; 29,5; 33,27;
34,5.8.25.28; 39,4; Os 2,14; 13,8; Sof 2,14–15). Gli animali selvaggi (h0D\") sono associati
all’azione dei demoni (*"4:`<4") particolarmente nei luoghi deserti (cf. Is 13,21–22;
34,13–14, LXX): sono segno di opposizione e pericolo per l’uomo e non di docilità,
cooperazione e armonia, diversamente dagli angeli che, invece, espletano un ruolo positivo,
di protezione e assistenza (cf. Sal 91,11–12; Tb 5,17.22). Nella nostra scena la funzione delle
bestie selvatiche e quella degli angeli è, dunque, contrastante e in antitesi. Per Marco il
termine h0D\" è una specie di complemento di «Satana»: indica le creature ostili che hanno
una qualche dipendenza da Satana. Gesù vive in mezzo alle fiere («tra», senso primario di
:gJV, cf. sopra), ossia in un contesto di opposizione e di lotta, ma è «servito» dagli angeli
(i"\ avversativo, non copulativo). Dal punto di vista formale la proposizione potrebbe essere
resa anche mediante una concessiva: «nonostante vivesse tra gli animali selvatici, gli angeli
lo assistevano». L’accostamento tipologico più convincente è quello di Israele, «messo alla
prova» durante l’esodo: in Dt 8,15 viene ricordata l’azione protettiva di Dio che ha guidato
il suo popolo «per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di
scorpioni».
i"\: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, però; cf. Mc 1,4. Il
significato avversativo che talvolta può assumere la congiunzione i"\ (= i"\ adversativum)
si riscontra in Mc 1,13c; 3,7b.12.33a; 4,17a.19a.27d; 5,19a; 6,19b.20d.33a; 7,24b.28b;
8,12.16.29.30; 9,12a.30.31c. 42a; 10,34; 12,12b.17a; 16,8c.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
–((g8@4: sost., nom. plur. m. da –((g8@H, –@L, messaggero, inviato, nunzio, legato, «angelo»;
cf. Mc 1,2; soggetto.
*40i`<@L<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da *4"i@<XT, servire, amministrare, provvedere.
Questo verbo ricorre 37 volte nel NT: Mt 4,11; 8,15; 20,28[x2]; 25,44; 27,55; Mc 1,13.31;
10,45[x2]; 15,41; Lc 4,39; 8,3; 10,40; 12,37; 17,8; 22,26.27[x2]; Gv 12,2.26[x2]; At 6,2;
19,22; Rm 15,25; 2Cor 3,3; 8,19.20; 1Tm 3,10.13; 2Tm 1,18; Fm 1,13; Eb 6,10[x2]; 1Pt
1,12; 4,10.11. Nella maggior parte delle ricorrenze neotestamentarie il verbo *4"i@<XT è
utilizzato nel senso classico per esprimere una assistenza o un servizio generico (cf.
Mc 1,14 71

Aristofane, Av., 1323; Platone, Resp., 371d; Aristotele, Polit., 1333a 8). Soltanto in qualche
caso il verbo indica il servizio prestato alla mensa (cf. Lc 12,37; 17,8; 22,27; Gv 12,2; At
6,2). Il tempo imperfetto, con valore durativo o iterativo, evidenzia che tale servizio prestato
dagli angeli si protrasse per tutto il periodo trascorso da Gesù nel deserto. Nonostante lo
sforzo degli esegeti nessuno ha saputo dimostrare con chiarezza in che cosa consista
esattamente questo «servizio» o «assistenza» degli angeli reso a Gesù. Si deve necessariamen-
te restare sul generico, ritenendo che si alluda a un periodo (occasionato dal B<gØ:" di Mc
1,12) di solitaria e mistica unione con Dio che il tentatore/oppositore cerca invano di turbare.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di termine. La forma "ÛJè ricorre 858 volte nel NT
rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 170 volte in Matteo (corrispondente allo 0,927% del totale delle parole); 121 volte
in Marco (1,070%); 153 volte in Luca (0,785%); 173 volte in Giovanni (1,106%).

1,14 9gJ *¥ JÎ B"D"*@h­<"4 JÎ< z3TV<<0< µ8hg< Ò z30F@ØH gÆH J¬< '"84-
8"\"< i0DbFFT< JÎ gÛ"((X84@< J@Ø hg@Ø
1,14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea per predicare il vangelo
in nome di Dio.

9gJV: prep. propria di valore temporale, seguita dall’accusativo, indecl., dopo, dopo di; cf. Mc
1,13. Questa preposizione, come sopra ricordato, ricorre 11 volte con significato di posterità
temporale: 6 volte si tratta di una datazione imprecisa, mancando qualsiasi riferimento
cronologico (cf. Mc 1,14; 13,24; 14,28.70; 16,12.19); nelle altre 5 ricorrenze, stabilisce una
datazione precisa, calcolata in giorni (cf. Mc 8,31; 9,2.31; 10,34; 14,1).
*X: cong. coordinativa di valore narrativo, indecl., ora, allora, poi; cf. Mc 1,8. Sebbene la
particella *X «fere semper dicit aliqualem oppositionem» (Zerwick Max, Graec., § 467) nel
vangelo di Marco è spesso usata in senso narrativo, chiaro indizio di una sottostante
tradizione orale e popolare che usa intercalare la narrazione mediante semplici particelle
congiuntive e coordinative. Ritroviamo la congiunzione *X con valore narrativo in: Mc
1,14.30.32; 5,11.33.34; 6,24; 7,24.26; 8,5.28; 9,19.21.23.25; 10,3.4.5.14.18.20.21.24[x2]. 26.
32.36.37.38.39[x2].50.51; 11,6.29; 12,7.16[x2].17; 13,5; 14,1.4.6.11.20.29.46.47.55.62.63.
64; 15,2.4.6.7.9.12.13.14[x2].15.16.36.39.44.47; 16,12.14.20.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
B"D"*@h­<"4: verbo, inf. aor. pass. da B"D"*\*T:4 (da B"DV e *\*T:4), consegnare,
rimettere, dare (qualcuno) nelle mani (di un altro), consegnare (qualcuno) al potere (di un
altro), tradire; compl. di tempo. Questo verbo ricorre 119 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 31 volte in Matteo (corrispondente allo 0,169% del totale delle parole);
20 volte in Marco (cf. Mc 1,14; 3,19; 4,29; 7,13; 9,31; 10,33[x2]; 13,9.11.12; 14,10.11.18.21.
41.42.44; 15,1.10.15 = 0,177%); 17 volte in Luca (0,087%); 15 volte in Giovanni (0,096%).
Infinito sostantivato dall’articolo neutro J` e retto dalla preposizione :gJV che serve come
determinazione temporale: in italiano può essere reso con una proposizione temporale finita:
«dopo che Giovanni fu arrestato». La formula :gJ J` + infinito con valore temporale
72 Mc 1,14

ritorna in Mc 14,28; 16,19. Nel greco classico il verbo B"D"*\*T:4 esprime, anzitutto, un
generico «dare», «consegnare», detto di qualcosa a qualcuno (cf. Tucidide, Hist., 4,135,1;
Erodoto, Hist., 1,117,2; Euripide, Bacc., 495). In altri contesti assume il significato di
«trasmettere» (cf. Platone, Leg., 776b), «permettere» (cf. Erodoto, Hist., 5,67,2). In senso
ristretto il verbo può indicare l’azione di «consegnare» qualcuno alla giustizia, «consegnare»
in mano a giudici, ecc.: B"D"*\*T<"4 $"F"<\.g4< JÎ< B"Ã*", «consegnare lo schiavo
per essere torturato» (Isocrate, Or., 17,15; cf. Demostene, Or., 51,8). Nel greco biblico, a
parte lo sporadico uso generico di «permettere» (come in Mc 4,29) e «trasmettere» (come in
Mc 7,13), il verbo B"D"*\*T:4 è tecnico: oltre a essere termine specifico del linguaggio
poliziesco e penale (= «arrestare») è utilizzato con valore testimoniale e sacrificale per
indicare la consegna e il destino dei profeti (= «consegnare», lat. tradere). Marco usa il verbo
B"D"*\*T:4 con questo significato a proposito sia di Giovanni Battista (cf. Mc 1,14) sia
dei discepoli di Gesù (cf. Mc 13,9.11.12), ma soprattutto di Gesù nel contesto della sua
passione (cf. Mc 3,19; 9,31; 10,33[x2]; 14,10.11.18.21.41.42.44; 15,1.10.15). Mediante l’uso
passivo non viene riferito apertamente l’autore della consegna di Giovanni, ma viene
implicitamente affermato che si tratta di Dio stesso (= passivo divino).
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
z3TV<<0<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,4; soggetto della proposizione oggettiva costruita con il verbo infinito B"D"*@h­<"4.
µ8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
'"848"\"<: sost., nome proprio di regione, acc. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; cf. Mc
1,9; compl. di moto a luogo. Questa regione costituiva la parte più settentrionale dei tre
territori in cui era allora divisa la Palestina (vedi commento a Mc 1,9). Marco dichiara
esplicitamente che Gesù iniziò la sua missione in Galilea e «Galileo» era il titolo con il quale
egli veniva chiamato (cf. Mt 26,69).
i0DbFFT<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da i0DbFFT, proclamare apertamente,
annunciare solennemente, predicare; cf. Mc 1,4. Participio predicativo del soggetto
z30F@ØH: può essere reso anche mediante un infinito di valore finale: «si recò… per
predicare».
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
gÛ"((X84@<: sost., acc. sing. n. da gÛ"((X84@<, –@L, lieto annuncio, buona novella,
«vangelo»; cf. Mc 1,1; compl. oggetto.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
Mc 1,15 73

hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. di specificazione. Non si
tratta di un genitivo soggettivo (vangelo che appartiene a Dio), neppure di un genitivo
oggettivo (vangelo che ha per oggetto Dio), quanto di un genitivo di agente (vangelo
predicato in nome di Dio). L’espressione JÎ gÛ"((X84@< J@Ø hg@Ø, «il vangelo di Dio»,
è unica nei vangeli, ma piuttosto comune in Paolo (cf. Rm 1,1; 15,16; 2Cor 11,7; 1Ts
2,2.8.9; cf. anche 1Pt 4,17).

1,15 i"Â 8X(T< ÓJ4 AgB8ZDTJ"4 Ò i"4DÎH i"Â ³((4ig< º $"F48g\" J@Ø hg@Ø·
:gJ"<@gÃJg i"Â B4FJgbgJg ¦< Jè gÛ"((g8\å.
1,15 Diceva: «Il tempo è compiuto ed è vicino il regno di Dio; convertitevi e credete nel
vangelo».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo del soggetto z30F@ØH. L’uso di 8X(T dopo i verbi
cosiddetti dicendi («dire», «proclamare», «annunciare», «interrogare», «rispondere»,
«deliberare», ecc.), frequentissimo nel NT, è un ebraismo dovuto alla traduzione servile della
forma verbale 9J/!-F, le) ’mo) r, equivalente al gerundio «dicendo» e impiegata per introdurre
il discorso diretto, in sostituzione del segno grafico dei due punti (:), inesistente in ebraico
come in greco. Nelle traduzioni questa tipica forma può essere omessa.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che. Dopo i verbi dicendi e simili
introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in tal caso
può essere omessa. Questa congiunzione ricorre 1296 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 140 volte in Matteo (corrispondente allo 0,140% del totale delle
parole); 102 volte in Marco (0,902%); 174 volte in Luca (0,893%); 271 volte in Giovanni
(1,733%). La congiunzione ÓJ4 è presente nel vangelo di Marco con i seguenti quattro
significati: a) 52 volte come congiunzione dichiarativa, per introdurre il discorso diretto (cf.
Mc 1,1.37.40; 2,12.17; 3,11.21.22[x2]; 5,23.28.35; 6,4.14.15[x2].18.35; 7,6.20; 8,4.28[x2].
31; 9,1.13.26.31.41b; 10,33; 11,17.23a; 12,6.7.19.29.32.35.43; 13,6.30; 14,14.18.25.
27a.30.58[x2].69.71.72; 16,7); b) 29 volte come congiunzione dichiarativa «che», per
introdurre l’oggetto dopo i verbi di percezione spirituale o sensoriale (cf. Mc 1,34;
2,1.8.10.16a; 3,28; 5,29; 6,49.55; 7,2.18; 8,17; 9,11b.25; 10,42.47; 11,23b.24.32; 12,12.14.28.
34; 13,28.29; 15,10.39; 16,4.11); c) 19 volte come congiunzione causale «perché», «poiché»
(cf. Mc 3,30; 4,29.38.41; 5,9; 6,17.34; 7,19; 8,2.16.24.33; 9,38.41a; 12,26; 14,21.27b; 16,14);
d) 3 volte come pronome interrogativo (cf. Mc 2,16b; 9,11a.28).
AgB8ZDTJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. perf. pass da B80D`T, rendere pieno, riempire,
colmare, completare. Questo verbo ricorre 86 volte nel NT: 16 volte in Matteo (cf. Mt 1,22;
2,15.17.23; 3,15; 4,14; 5,17; 8,17; 12,17; 13,35.48; 21,4; 23,32; 26,54.56; 27,9, corrisponden-
te allo 0,087% del totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 1,15; 14,49 = 0,018%); 9
volte in Luca (cf. Lc 1,20; 2,40; 3,5; 4,21; 7,1; 9,31; 21,24; 22,16; 24,44 = 0,046%); 15 volte
in Giovanni (cf. Gv 3,29; 7,8; 12,3.38; 13,18; 15,11.25; 16,6.24; 17,12.13; 18,9.32; 19,24.36
= 0,096%); At 1,16; 2,2.28; 3,18; 5,3.28; 7,23.30; 9,23; 12,25; 13,25.27.52; 14,26; 19,21;
74 Mc 1,15

24,27; Rm 1,29; 8,4; 13,8; 15,13.14.19; 2Cor 7,4; 10,6; Gal 5,14; Ef 1,23; 3,19; 4,10; 5,18;
Fil 1,11; 2,2; 4,18.19; Col 1,9.25; 2,10; 4,17; 2Ts 1,11; 2Tm 1,4; Gc 2,23; 1Gv 1,4; 2Gv
1,12; Ap 3,2; 6,11. Nella sua accezione letterale propria B80D`T ha il senso spaziale e
materiale di «riempire», «colmare» (cf. Euripide, Ion, 1192; Erodoto, Hist., 3,123,2), ad
esempio un otre di acqua (cf. Filone di Alessandria, Poster., 130), la terra di uomini (cf. Ger
28,14, LXX). Metaforicamente il verbo può assumere il senso di «riempire», con accezione
astratta: $@DH RLP¬< ¦B8ZD@L<, «saziavano l’anima di cibo» (cf. Euripide, Ion, 1170)
oppure quello di «compiere», «portare a compimento» una determinata azione, attività, ecc.
(cf. Euripide, Iph. Taur., 954; Plutarco, Cic., 17,5,6). Negli scritti neotestamentari il verbo
B80D`T compare raramente nella sua accezione letterale (cf. Mt 13,48; Lc 3,5; Gv 12,3; At
2,2), mentre prevale quella di «compiere», «realizzare», «portare a compimento» in contesto
religioso, con particolare riferimento alla realizzazione di alcune realtà morali, religiose o
teologiche, quali la Sacra Scrittura, la legge, la parola di Dio, ecc. Nel nostro passo il verbo
è usato in senso sia cronologico che qualitativo: il perfetto indica una azione compiuta nel
passato i cui effetti permangono nel presente; non si tratta di un i"4D`H ormai «compiuto»
e, dunque, relegato nel passato: il verbo indica pienezza e totalità nel presente, ossia di un
i"4D`H portato a compimento, un i"4D`H che ha ora la pienezza dell’esistere.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
i"4D`H: sost., nom. sing. m. da i"4D`H, –@Ø, circostanza favorevole, tempo propizio,
occasione opportuna, giusta misura; soggetto. Il vocabolo ricorre 85 volte nel NT: Mt 8,29;
11,25; 12,1; 13,30; 14,1; 16,3; 21,34.41; 24,45; 26,18; Mc 1,15; 10,30; 11,13; 12,2; 13,33;
Lc 1,20; 4,13; 8,13[x2]; 12,42.56; 13,1; 18,30; 19,44; 20,10; 21,8.24.36; Gv 7,6[x2].8; At
1,7; 3,20; 7,20; 12,1; 13,11; 14,17; 17,26; 19,23; 24,25; Rm 3,26; 5,6; 8,18; 9,9; 11,5; 13,11;
1Cor 4,5; 7,5.29; 2Cor 6,2[x2]; 8,14; Gal 4,10; 6,9.10; Ef 1,10; 2,12; 5,16; 6,18; Col 4,5; 1Ts
2,17; 5,1; 2Ts 2,6; 1Tm 2,6; 4,1; 6,15; 2Tm 3,1; 4,3.6; Tt 1,3; Eb 9,9.10; 11,11.15; 1Pt
1,5.11; 4,17; 5,16; Ap 1,3; 11,18; 12,12.14[x3]; 22,10. Nel greco classico, rispetto al concetto
di PD`<@H, ossia il tempo indeterminato, oggettivo e misurabile (cf. Pindaro, Isth., 5,28;
Sofocle, Ai., 646), i"4D`H esprime piuttosto il momento decisivo, l’occasione propizia, intesa
in senso esistenziale e non convenzionale, che può svilupparsi positivamente o negativamente
(cf. Ippocrate, Aph., 1,1; Sofocle, Ai., 38; 1316; Euripide, Hec., 593). In tal senso piuttosto
comuni sono le locuzioni i"4DÎ< 8":$V<g4<, «cogliere l’opportunità» (cf. Tucidide, Hist.,
2,34,8), i"4DÎ< DBV.g4<, «afferrare l’occasione» (cf. Plutarco, Phil., 15,4,2). Questo
significato trova addirittura un riscontro figurativo nella statua del dio 5"4D`H,
«L’Opportunità» (cf. Pausania, Perieg., 5,14,9), posta all’ingresso dello stadio di Olimpia:
il dio vi era rappresentato come un giovane efebo nudo, con ali ai piedi poggianti sulla punta
e con una vistosa capigliatura e barba. Tali contrassegni confermano la convinzione che
Kairos esprimesse le caratteristiche dell’occasione propizia: le ali ai piedi e il ciuffo
suggeriscono simbolicamente che l’atleta, per poter vincere, doveva «acciuffare» il momento
propizio. Nell’uso neotestamentario a questa caratteristica temporale ed esistenziale si
aggiunge quella etica e religiosa e i"4D`H viene impiegato per indicare un tempo
escatologicamente pieno, il tempo (o il momento) della decisione in tema di salvezza.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
Mc 1,15 75

³((4ig<: verbo, 3a pers. sing. ind. perf. da ¦((\.T, avvicinare, accostare, attirare, congiunge-
re. Questo verbo ricorre 42 volte nel NT: Mt 3,2; 4,17; 10,7; 21,1.34; 26,45.46; Mc 1,15;
11,1; 14,42; Lc 7,12; 10,9.11; 12,33; 15,1.25; 18,35.40; 19,29.37.41; 21,8.20.28; 22,1.47;
24,15.28; At 7,17; 9,3; 10,9; 21,33; 22,6; 23,15; Rm 13,12; Fil 2,30; Eb 7,19; 10,25; Gc
4,8[x2]; 5,8; 1Pt 4,7. Usato nel NT soltanto nella forma intransitiva, ¦((\.T conserva il
significato classico del generico «avvicinarsi» (cf. Aristotele, De mir. ausc., 845a 20; Polibio,
Hist., 18,4,1) in senso sia spaziale (cf. Mc 11,1; 14,42) che temporale (cf. Mc 1,15). Nella
maggior parte dei casi questo «avvicinarsi» è detto di persone o realtà che hanno una
relazione con Dio o Gesù: si tratta, dunque, di un verbo pregnante sul piano teologico. Ad
avvicinarsi a Gesù possono essere alcune persone che con tale azione determinano eventi di
importanza vitale: il traditore (cf. Mc 14,42), i pubblicani e i peccatori (cf. Lc 15,1), i malati
(cf. Lc 18,40), i discepoli (cf. Lc 24,15). Nella forma assoluta e in senso traslato possono
anche avvicinarsi realtà esplicitamente teologiche, come il regno di Dio (cf. Mc 1,15; Mt 3,2;
10,7; Lc 10,9.11), la liberazione (cf. Lc 21,28), il tempo della promessa (cf. At 7,17), Dio (cf.
Gc 4,8), il ritorno del Signore (cf. Gc 5,8), la fine delle realtà create (cf. 1Pt 4,7). Nel nostro
caso il verbo, in riferimento al regno di Dio, è usato al tempo perfetto per indicare una azione
compiuta nel passato i cui effetti permangono nel presente. È, dunque, una azione iniziata nel
passato, ma anche una vicinanza che si sta realizzando al presente e il cui effetto è destinato
a perdurare nel futuro: il regno di Dio, pur essendosi avvicinato, non è completamente
realizzato. Questa tensione tra il cosiddetto “già” (cf. Mc 4,11; 10,15) e il “non ancora” (cf.
Mc 4,26.30; 9,1.47; 10,14.23.24.25; 12,34; 14,25; 15,43) è insita nel perfetto ³((4ig< come
chiave interpretativa. È necessario sottolineare questa sfumatura tenendo presente che in
Marco il regno è descritto come una realtà dinamica, aperta la futuro, nella quale si «entra»,
ma in cui si può anche non entrare (cf. Mc 9,47; 10,23.24.25).
º: art. determ., sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
$"F48g\": sost., nom. sing. f. da $"F48g\", –"H, signoria, potere reale, dominio sovrano,
regno; soggetto. Il vocabolo ricorre 162 volte nel NT: 55 volte in Matteo (cf. Mt 3,2;
4,8.17.23; 5,3.10.19[x2]. 20; 6,10.33; 7,21; 8,11.12; 9,35; 10,7; 11,11.12; 12,25.26.28;
13,11.19.24.31.33.38.41.43.44.45.47.52; 16,19.28; 18,1.3.4.23; 19,12.14.23.24; 20,1.21.31;
21,43; 22,2; 23,13; 24,7[x2].14; 25,1.34; 26,28, corrispondente allo 0,300% del totale delle
parole); 20 volte in Marco (cf. Mc 1,15; 3,24[x2]; 4,11.26.30; 6,23; 9,1.47; 10,14.15.23.24.
25; 11,10; 12,34; 13,8[x2]; 14,25; 15,43 = 0,177%); 46 volte in Luca (cf. Lc 1,33; 4,5.43;
6,20; 7,28; 8,1.10; 9,2.11.27.60.62; 10,9.11; 11,2.17.18.20; 12,31.32; 13,18.20.28.29; 14,15;
16,16; 17,20[x2].21; 18,16.17.24.25.29; 19,11.12.15; 21,10[x2].31; 22,16.18.29.30; 23,42.51
= 0,236%); 5 volte in Giovanni (cf. Gv 3,3.5; 18,36[x3] = 0,032%); At 1,3.6; 8,12; 14,22;
19,8; 20,25; 28,23.31; Rm 14,17; 1Cor 4,20; 6,9.10; 15,24.50; Gal 5,21; Ef 5,5; Col 1,13;
4,11; 1Ts 2,12; 2Ts 1,15; 2Tm 4,1.18; Eb 1,8; 11,33; 12,28; Gc 2,5; 2Pt 1,11; Ap 1,6.9;
5,10; 11,15; 12,10; 16,10; 17,12.17.18. Nella grecità classica il vocabolo $"F48g\" assume
sostanzialmente un doppio significato, potendo indicare: a) il «regno», il «reame», come
realtà spaziale e geografica (cf. Erodoto, Hist., 4,5,4); b) la «regalità», il «potere regale» che
possiede il re (cf. Erodoto, Hist., 2,120,4). Entrambi i significati ricorrono nel NT: a volte si
parla di regno come entità materiale, territoriale (cf. Mt 4,8; Mc 6,23; 13,8; Ap 16,10), altre
volte di potere o sovranità regale (cf. Lc 19,12.15; Ap 1,6; 17,12). Nella stragrande
76 Mc 1,15

maggioranza delle ricorrenze, tuttavia, il vocabolo è presente nell’espressione º $"F48g\"


J@Ø hg@Ø, «il regno di Dio» (68 volte: Mt 6,33; 12,28; 19,24; 21,31.43; Mc 1,15; 4,11.26.30;
9,1.47; 10,14.15.23.24. 25; 12,34; 14,25; 15,43; Lc 4,43; 6,20; 7,28; 8,1.10; 9,2.11.27.60.62;
10,9.11.20; 13,18.20.28.29; 14,15; 16,16; 17,20[x2].21; 18,16.17.24.25. 29; 19,11; 21,31;
22,16.18; 23,51; Gv 3,3.5; At 1,3; 8,12; 14,22; 19,8; 28,23.31; Rm 14,17; 1Cor 4,20; 6,10;
15,24.50; Gal 5,21; Col 4,11; 2Ts 1,5; Ap 12,10) oppure º $"F48g\" Jä< @ÛD"<ä<, «il
regno dei cieli», formula esclusivamente matteana (32 volte: Mt 3,2; 4,17; 5,3.10.19[x2]. 20;
7,21; 8,11; 10,7; 11,11.12; 13,11.24.31.33.44.45.47.52; 16,19; 18,1.3.4.23; 19,12.14.23;
20,1; 22,2; 23,13; 25,1) o anche con minore frequenza, º $"F48g\" J@Ø B"JD`H, «il regno
del Padre» (Mt 13,43; 26,29; Mc 11,10), º $"F48g\" J@Ø PD4FJ@Ø i"Â hg@Ø, «il regno
di Cristo e di Dio» (Ef 5,5), º $"F48g\" J@Ø iLD\@L, «il regno del Signore» (2Pt 1,11). Per
il commento a tale formula vedi sotto.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. di specificazione.
L’espressione º $"F48g\" J@Ø hg@Ø, «il regno di Dio», è tipicamente neotestamentaria (cf.
sopra l’elenco delle ricorrenze). Sebbene il tema dell’annuncio della “buona novella” si
riallacci alla predicazione dei profeti, la formula «regno di Dio» non si trova nell’AT
ebraico. L’unica ricorrenza di Sap 10,10 si riferisce al sogno di Giacobbe e alla scala che
sale dalla terra al cielo, verso «il regno di Dio» inteso come realtà celeste. Si noti la
differenza rispetto all’uso nel NT: in Sap 10,10 il regno di Dio è il regno collocato nei cieli
che viene rivelato agli eletti per mezzo di una visione. Negli altri testi anticotestamentari si
dice che Dio è «re» o lo si descrive come un sovrano (cf. Es 15,18; Sal 47,3.8; 95,3; 98,6;
99,4; Ger 10,10; Mic 2,13; 4,7; Is 44,6; Sof 3,15; Dn 2,44), si parla di un «lieto annuncio»
(cf. Is 52,7), di «vittoria e salvezza prossima» (cf. Is 51,5), ma non compare mai l’espressione
«regno di Dio». Questa formula, dunque, è una tipica locuzione del linguaggio di Gesù,
ripresa dalla comunità primitiva:

«Quantum in meo corde est, legens Legem, legens Prophetas, legens Psalterium, numquam
“regnum caelorum” audivi nisi in evangelio. Postquam enim venit ille de quo dictum est “Et
regnum Dei intra vos est”, apertum est regnum Dei».

«Io ho letto la Legge, ho letto i Profeti, ho letto il Salterio, ma per quanto mi ricordi non vi
ho mai trovato l’espressione “regno dei cieli” se non nel vangelo. Il regno di Dio, infatti, è
stato spalancato dopo la venuta di colui del quale sta scritto “il regno di Dio è in mezzo a
voi”» (Girolamo, In Marc., Sermo 1).

Anche le altre espressioni º $"F48g\" Jä< @ÛD"<ä<, «il regno dei cieli», º
$"F48g\" J@Ø B"JD`H, «il regno del Padre», º $"F48g\" J@Ø iLD\@L, «il regno del
Signore» (cf. sopra la lista delle ricorrenze) corrispondono a «il regno di Dio», poiché i
termini «cieli», «Padre», «Signore» sono tutti una forma di perifrasi per indicare Dio. Si tratta
di una modifica redazionale. Poiché nell’ebraismo era vietato l’uso del santo nome di Dio,
Gesù (e gli autori sacri dopo di lui) si attengono all’usanza rabbinica di adoperare delle
perifrasi per indicare Dio: nella Mishnah, ad esempio, ricorre abbastanza frequentemente
l’espressione «regno dei cieli» (m.Ber., 2,2.5, ecc.). Dunque l’espressione neotestamentaria
Mc 1,15 77

«regno di Dio» (unitamente a «regno dei cieli», impiegata soprattutto da Matteo), non
significa un regno che è o sarà in cielo e neppure un regno mondano inteso nell’accezione
spaziale e territoriale. Si tratta, invece, della «signoria» o sovranità regale di colui che è nei
cieli, ossia della sovranità di Dio su questa terra. Tale regno è ultraterreno per la sua origine
(è voluto e condotto da Dio), non per l’ambito in cui viene costituito (un regno di Dio in
mezzo agli uomini, sulla terra). Nella sua affermazione «il regno di Dio è vicino», Gesù rivela
che Dio si è definitivamente e immutabilmente deciso a istituire il suo regno, anche se non
lo ha ancora pienamente realizzato. Perciò Gesù insegna a pregare: «Venga il tuo regno!»
(Mt 6,10).
:gJ"<@gÃJg: verbo, 2a pers. plur. imperat. pres. da :gJ"<@XT (da :gJV e <@XT), cambiare
mentalità, pensare diversamente, cambiare vita, fare penitenza, «convertirsi». Questo verbo
ricorre 34 volte nel NT: Mt 3,2; 4,17; 11,20.21; 12,41; Mc 1,15; 6,12; Lc 10,13; 11,32;
13,3.5; 15,7.10; 16,30; 17,3.4; At 2,38; 3,19; 8,22; 17,30; 26,20; 2Cor 12,21; Ap 2,5[x2].16.
21[x2].22; 3,3.19; 9,20.21; 16,9.11. Nella grecità classica ed ellenistica la caratteristica
semantica decisiva di :gJ"<@XT è il cambiamento di mentalità, nel male come nel bene: in
tal senso il verbo può assumere i significati di «cambiare parere» (cf. Senofonte, Cyr., 1,1,3),
«pentirsi», «ravvedersi», in senso psicologico, non etico e morale: :gJg<`g4 (g<`:g<@H
}+880<, «si pentiva di essere nato greco» (Luciano, Amor., 36,4; cf. anche Antifonte, De
caede, 91,9; Plutarco, Agis, 19,7,4), «rimpiangere» (cf. Giuseppe Flavio, Bellum, 4,284).
Coerentemente a questo significato etimologico si dovrebbe intendere :gJ"<@XT di Mc 1,15
nel senso di «cambiare mentalità», per indicare una mutazione interna e profonda della
persona, diversamente dal «convertirsi» in senso etico (¦B4FJDXnT, Mc 4,12) che indica
piuttosto un cambiamento esteriore di comportamenti. Ciò significa che il vangelo esige una
conversione “teologica” e non semplicemente etico e morale. È vero che questo cambiamen-
to interiore a livello religioso corrisponde sostanzialmente all’ebraico "{–, šûb5, nel senso di
un «ritornare» a Dio, ma i LXX traducono "{– quasi sempre con ¦B4– (•B@–)FJDXnT,
mentre usano :gJ"<@XT per «pentirsi», «dispiacersi di qualcosa» (livello interiore), al punto
che il verbo :gJ"<@XT viene applicato perfino a Dio (il quale, almeno lui, non ha certo
bisogno di «convertirsi»!) per indicare un cambiamento di decisione (cf. Gio 3,9; Gl 2,13;
Zc 8,14; Ger 18,8.10). Il comando di Gesù, inoltre, è formulato mediante un imperativo
presente il quale molto spesso denota un comando o una esortazione che vale continuamente
anche per il tempo futuro: «potest significare actionem continuandam vel generalem regulam
iteratas in futuro actiones spectantem» (Zerwick Max, Graec., § 243). Esso, cioè, non indica
necessariamente una azione puntiforme al presente (l’esecuzione di un atto), ma può indicare
un atto con carattere di continuità e ripetitività rivolto al futuro: «d’ora in poi cambiate
mentalità… credete…». Analogo esempio in Mc 2,14. Sembrerebbe che Marco, collocando
il cambiamento di mentalità al primo posto, voglia dare a :gJ"<@XT un tono specifico di
preparazione al secondo («credete al vangelo»). Tuttavia il parallelismo sintetico che unisce
questi due illocutivi direttivi potrebbe essere inteso come una endiadi: «credete, cambiando
mentalità».
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
B4FJgbgJg: verbo, 2a pers. plur. imperat. pres. da B4FJgbT, credere, fidarsi di, dare fiducia a.
Questo verbo ricorre 241 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 11 volte
78 Mc 1,16

in Matteo (corrispondente allo 0,060% del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc
1,15; 5,36; 9,23.24.42; 11,23.24.31; 13,21; 15,32; 16,13.14.16.17 = 0,124%); 9 volte in Luca
(0,046%); 98 volte in Giovanni (0,627%). Tra gli evangelisti Marco è il solo che usa
B4FJgbT all’imperativo (cf. Mc 1,15; 5,36; 13,21). Nel greco classico i vocaboli formati con
B4FJ– descrivono originariamente un atteggiamento mentale che presuppone spesso un
corrispondente atteggiamento esteriore. In tal senso il verbo B4FJgbT si riferisce a un atto
della volontà che impegna la fedeltà ed equivale a «avere fiducia di», «confidare in»,
«credere» in una persona o cosa (cf. Erodoto, Hist., 1,24,2; Tucidide, Hist., 3,5,2; Senofonte,
Anab., 1,9,8; B4FJg×g4< J"ÃH •80hg\"H, «credere alla verità», Demostene, Or., 44,3).
Soltanto in tarda epoca ellenistica il verbo B4FJgbT comincia a essere impiegato nel
significato religioso di «credere», in riferimento a esseri divini (cf. Filone di Alessandria,
Mos., 1,225). I LXX traducono quasi sempre con B4FJgbT il verbo ebraico 0/ H! I , ’a) man,
che può significare sia «confidare» (in persone, 1Sam 27,12; Mi 7,5) sia «prestare fede»,
«credere» fermamente alle parole, al messaggio di qualcuno (cf. Gn 45,26; 1Re 10,7; Pr
14,15). Nel NT, quando l’oggetto di B4FJgbT sono le persone, il verbo può contenere l’idea
di ubbidire; quando, invece, sono le parole o altre realtà (come nel nostro passo) assume il
significato di «credere», «prestare fede». Il verbo è costruito prevalentemente con il dativo
della persona o della cosa e meno spesso con l’accusativo della cosa. Marco impiega il
verbo B4FJgbT sia allo stato assoluto (cf. Mc 5,36; 9,23.24.42; 13,21; 15,32; 16,16.17) sia
con ¦< e dativo della cosa, per influsso semitico (cf. Mc 1,15) sia con il semplice dativo
della persona (cf. Mc 11,31; 16,13.14) sia con la congiunzione ÓJ4 con valore dichiarativo
(cf. Mc 11,23.24).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2. Uso pleonastico o hypertrophicus della preposizione.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
gÛ"((g8\å: sost., dat. sing. n. da gÛ"((X84@<, –@L, lieto annuncio, buona novella, «vangelo»;
cf. Mc 1,1; compl. di limitazione. Si tratta di credere non a una generica «buona novella»,
ma «nella buona novella» proclamata da Gesù: grammaticalmente la costruzione B4FJgbT
+ ¦< + dativo è di chiara ascendenza semitizzante e corrisponde all’ebraico vA 0/ H! I , ’a) man
be, «credere in…», «aver fede in…» (cf. 1Sam 27,12; Sal 78,22; 106,12; Ger 12,6; Mic 7,5,
LXX). Lo sfondo del comando è quello semitico: non si tratta di credere a qualcosa, ma
credere fondandosi su qualcuno, su un messaggero credibile. Nel NT oggetto della fede è
sempre una persona, mai il «vangelo» come entità astratta. Di conseguenza, credere alla
Buona Novella significa credere, anzitutto, a colui che proclama tale annuncio, aver fiducia
in lui e fidarsi di lui. L’espressione B4FJgbgJg ¦< Jè gÛ"((g8\å è unica in tutto il NT:
può sorprendere che al di fuori di questo passo non si sia tramandato nessun altro detto di
Gesù che richieda di credere nel suo annuncio.

1,16 5" B"DV(T< B"D J¬< hV8"FF"< J­H '"848"\"H gÉ*g< E\:T<" i"Â
z!<*DX"< JÎ< •*g8nÎ< E\:T<@H •:n4$V88@<J"H ¦< J± h"8VFF®· µF"<
(D 84gÃH.
1,16 Passando lungo il mare della Galilea vide Simone e Andrea, fratello di Simone,
mentre gettavano le reti in mare; erano, infatti, pescatori.
Mc 1,16 79

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


B"DV(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da B"DV(T (da B"DV e –(T), passare oltre,
andare oltre, camminare lungo, andare via. Participio predicativo del soggetto sottinteso
z30F@ØH. Questo verbo ricorre 10 volte nel NT: Mt 9,9.27; 20,30; Mc 1,16; 2,14; 15,21; Gv
9,1; 1Cor 7,31; 1Gv 2,8.17. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo
composto viene ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo
fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56;
7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
In senso letterale proprio il verbo B"DV(T nella diatesi attiva intransitiva assume il
significato di «passare accanto», «camminare presso» (cf. Senofonte, Cyr., 5,4,44; Erodoto,
Hist., 4,158,2). Qui il verbo di moto espleta non soltanto una funzione descrittiva, ma anche
teologica: il «passare» di Gesù segnala il contatto concreto con la storia dell’uomo ed evoca
il passare di Dio negli interventi di salvezza o di giudizio (cf. Es 12,12.13.23). Si potrebbe
dire che, riferito a Gesù, il «passare» sia un verbo d’incarnazione.
B"DV: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., presso, lungo, nei dintorni
di, vicino a. Questa preposizione ricorre 194 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 18 volte in Matteo (corrispondente allo 0,098% del totale delle parole); 17 volte
in Marco (cf. Mc 1,16; 2,13; 3,21; 4,1.4.15; 5,21.26; 8,11; 10,27[x3].46; 12,2.11; 14,43; 16,9
= 0,150%); 29 volte in Luca (0,149%); 35 volte in Giovanni (0,224%). Nel NT il significato
della preposizione B"DV (usata con il genitivo, il dativo e l’accusativo) corrisponde
generalmente a quello del greco classico. Fondamentalmente B"DV indica la vicinanza,
intesa sia in senso fisico (locale) sia figurato (di relazione). La preposizione assume vari
significati, a seconda del caso che introduce. Con il genitivo: a) locale («da», «presso»,
«vicino a»); b) provenienza («da», «da parte di»); c) agente e causa efficiente («da», «da parte
di»). Con il dativo: a) locale («presso», «vicino a»); b) provenienza («da», «da parte di»). Con
l’accusativo: a) locale («presso», «lungo», «nei dintorni di», «vicino a»); b) comparativo
(«rispetto a», «a paragone di»); c) avversativo («in contrasto con», «contro»); d) sostitutivo
(«al posto di», «in vece di», «in cambio di»); e) eccettuativo («all’infuori di», «tranne»); f)
temporale («durante», «nel corso di»); g) causale («in base a», «a causa di»). Nelle ricorrenze
marciane B"DV è presente con un significato prevalentemente locale (cf. Mc 1,16; 2,13;
4,1.4.15; 5,21; 10,27[x3].46). Negli altri passi prevale il significato di agente (cf. Mc 3,21;
8,11; 12,11; 14,43) o di provenienza (cf. Mc 5,26; 12,2; 16,9).
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hV8"FF"<: sost., acc. sing. f. da hV8"FF", –0H, mare; compl. di moto per luogo. Il vocabolo
ricorre 91 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 16 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 19 volte in Marco (cf. Mc 1,16[x2];
2,13; 3,7; 4,1[x3].39.41; 5,1.13[x2].21; 6,47.48.49; 7,31; 9,42; 11,23 = 0,168%); 3 volte in
Luca (0,015%); 9 volte in Giovanni (0,058%). Il «mare» qui ricordato è in realtà il «lago»
di Genezaret (conosciuto anche con altre designazioni, cf. sotto). L’uso del vocabolo
hV8"FF" per indicare il lago di Genezaret è un semitismo influenzato dall’ebraico .I*, ya) m,
il quale è impiegato nel TM nel significato prevalente di «mare», ma anche di «lago»,
«specchio d’acqua» (cf. la corretta dizione di 8\:<0<, «lago», in Lc 5,1.2; 8,22.23.33). La
80 Mc 1,16

vocazione dei primi discepoli non avviene in una cornice sacra come quella del tempio (cf.
1Sam 3,1–4; Is 6,1–13), ma nello scenario profano e quotidiano del lago di Tiberiade. Si
deve ancora osservare che l’espressione B"D J¬< hV8"FF"< è una formula utilizzata da
Marco per introdurre avvenimenti di una certa importanza: Mc 1,16 (chiamata dei primi
discepoli); Mc 2,13 (chiamata di Levi); Mc 4,1 (discorso in parabole); Mc 5,21 (richiesta da
parte di Giairo).
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
'"848"\"H: sost., nome proprio di regione, gen. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; cf. Mc
1,9; compl. di denominazione. Per quanto riguarda il nome del lago in oggetto abbiamo
diverse denominazioni. Nel NT è conosciuto come hV8"FF" J­H '"848"\"H, «mare di
Galilea» (Mt 4,18; 15,29; Mc 1,16; 7,31; Gv 6,1) e occasionalmente come hV8"FF" J­H
I4$gD4V*@H, «mare di Tiberiade» (Gv 6,1). Nella stragrande maggioranza delle ricorrenze
è indicato semplicemente come º hV8"FF", «il mare» (= «il lago»). Nell’AT è chiamato
;9GGƒE<< .I*, ya) m kinne7re75t , da 9|ƒE, kinnôr, «arpa», «lira» e, dunque, «il mare a forma di arpa»
(cf. Nm 34,11). Strabone lo chiama 'g<<0F"DÃJ4H (cf. Id., Geogr., 16,2,16); Plinio il
Vecchio lo chiama «Genesarem» (cf. Id., Nat. hist., 5,71); Giuseppe Flavio lo indica con
8\:<0 'g<<0FVD, «lago di Gennesar» (cf. Id., Bellum, 3,506) oppure 8\:<0 I4$gD4VH,
«lago di Tiberiade» (cf. Id., Bellum, 3,57; cf. anche Pausania, Perieg., 5,7,4). Stessa
definizione in latino (= «lacus Tiberiadis») riportano Solino (cf. Id., Collect., 35,3) e Giulio
Onorio (cf. Id., Cosm., 2,6). Circa le dimensioni del lago Plinio il Vecchio offre informazioni
accurate: «XVI passuum longitudinis, VI latitudinis» (Id., Nat. hist., 5,71). Solino si ferma
alla lunghezza: «extensus passuum sedecim millibus» (Id., Collect., 35,3). Il lago, dunque,
sarebbe lungo sedicimila passi (= 16 miglia) e largo seimila (= 6 miglia). Attualmente esso
misura 21 km da nord a sud e 12 km nella sua massima larghezza. Lo storico Giuseppe
Flavio ne fa una entusiastica descrizione:

«Il lago di Genezaret che prende il nome dal vicino territorio ha una larghezza di quaranta
stadi e una lunghezza di centoquaranta e, tuttavia, la sua acqua è dolce e ottima da bere; essa
infatti è più leggera della pesante acqua di palude ed è limpida perché le rive costiere sono
formate di ghiaia e di sabbia; inoltre, quando si attinge, ha una temperatura gradevole: è
meno fredda di quella di fiume o di sorgente, ma resta sempre più fresca di quanto si
aspetterebbe data l’estensione del lago. Quest’acqua, poi, diventa ghiacciata come la neve
quando viene esposta all’aria, come appunto sogliono fare i paesani nelle notti d’estate. Nel
lago vivono molte specie di pesci, diversi per quanto riguarda la forma e il gusto da quelli
di ogni altro luogo […]. Lungo il lago di Genezaret si distende una regione che ha lo stesso
nome, formata da ricchezze naturali e di una bellezza meravigliosa. La sua fertilità permette
ogni cultura e chi la lavora vi fa crescere di tutto; il clima è così temperato che si adatta anche
alle piante più svariate. I noci, alberi particolarmente idonei alle regioni fredde, vi crescono
innumerevoli accanto alle palme che richiedono il caldo, inoltre vi sono fichi e ulivi, cui si
addice un’aria più mite […]. Il territorio si estende lungo la riva del lago omonimo, per una
lunghezza di trenta stadi e una larghezza di venti. Tale è, dunque, la sua natura» (Giuseppe
Flavio, Bellum, 3,506–521).

In questo suggestivo contesto geografico e ambientale si svolse buona parte del


ministero galileo di Gesù.
Mc 1,16 81

gÉ*g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc 1,10.
L’informazione secondo la quale Gesù «vede» qualcuno prima di chiamarlo alla sequela è
una costante dei racconti di vocazione (cf. Mt 4,18.21; 9,9; Mc 1,16.19; 2,14; 8,33;
10,21.23.27; 19,26; Lc 18,24; 19,5; Gv 9,1). Non si tratta di una annotazione cronachistica:
Gesù «vede» come vede Dio che secondo l’AT vede per intervenire, liberare, eleggere,
provvedere, destinare a un compito (cf. Es 3,7–8; Gn 22,8; Os 9,10; 1Sam 16,7). Lo sguardo
di elezione di Gesù ha la forza della «conoscenza» con cui Dio coinvolge il profeta (cf. Ger
1,5; Is 49,1.5), l’apostolo (cf. Gal 1,15) e ogni credente (cf. Gal 4,9).
E\:T<": sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da E\:T<, –T<@H, Simone, Simeone;
compl. oggetto. Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine ebraica
0|3/A– E , Šim‘ôn. La traduzione dei LXX rende abitualmente il nome semitico con la forma
greca EL:gf<, Simeone, benché in alcuni libri recenti (Siracide, 1–2 Maccabei) viene usata
l’originaria forma greca E\:T<. La tendenza è esattamente opposta nel NT: regolarmente
ricorre la forma greca E\:T<, mentre l’uso di EL:gf< compare soltanto in riferimenti
all’AT o in passi dal tono solenne e semitizzante (cf. Lc 2,25.34; 3,30; At 13,1; 15,14; 2Pt
1,1; Ap 7,7). Per convenzione, nelle traduzioni moderne l’ebraico 0|3/ A–E , Šim‘ôn e la sua
traslitterazione greca EL:gf< sono resi con «Simeone», mentre il greco E\:T< è reso con
«Simone» (regola non da tutti rispettata). Il vocabolo E\:T< ricorre 75 volte nel NT. In 48
ricorrenze si riferisce all’apostolo Simone/Pietro, uno dei Dodici: Mt 4,18; 10,2; 16,16.17;
17,25; Mc 1,16[x2].29.30.36; 3,16; 14,37; Lc 4,38[x2]; 5,3.4.5.8.10[x2]; 6,14; 22,31[x2];
24,34; Gv 1,40.41.42; 6,8.68; 13,6.9.24.36; 18,10.15.25; 20,2.6; 21,2.3.7.11.15[x2].16.17;
At 10,32; 11,13. In At 15,14 e 2Pt 1,1 l’apostolo Pietro è indicato con la grafia EL:gf<.
Nelle altre occorrenze il vocabolo è impiegato per designare: b) l’apostolo Simone il
Cananeo/Zelota, uno dei Dodici (cf. Mt 10,4; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13); c) Simone,
“fratello” di Gesù (cf. Mt 13,55; Mc 6,3); d) Simone il lebbroso (cf. Mt 26,6; Mc 14,3; Lc
7,40.43.44); e) Simone Iscariota, padre di Giuda (cf. Gv 6,71; 13,2.36); f) Simone di Cirene
(cf. Mt 27,32; Mc 15,21; Lc 23,26); g) Simone il mago (cf. At 8,9.13.18.24); h) Simone il
conciatore (cf. At 9,43; 10,6.17.32); i) Simone, discepolo di Giaffa (cf. At 10,5.18). A livello
storico Simone rimase il nome abituale e familiare di Pietro durante il periodo evangelico.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
z!<*DX"<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da z!<*DX"H, –@L, Andrea; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 13 volte nel NT, sempre in riferimento all’apostolo Andrea: Mt
4,18; 10,2; Mc 1,16.29; 3,18; 13,3; Lc 6,14; Gv 1,40.44; 6,8; 12,22[x2]; At 1,13. Nome
proprio di origine greca (dal tema •<*D– di •<ZD, «uomo», «virile», «coraggioso»), usato
sia nella grecità classica sia in epoca ellenistica (cf. Erodoto, Hist., 6,126,1; Diodoro Siculo,
Bibl., 8,24,1; Giuseppe Flavio, Antiq., 12,50). Andrea e Filippo sono gli unici due membri
del gruppo dei Dodici che portano nomi greci. Sorprendentemente nella tradizione sinottica
Andrea è raramente associato a suo fratello Pietro: rispetto agli altri evangelisti è Marco che
più frequentemente congiunge Andrea a Pietro.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
•*g8n`<: sost., acc. sing. m. da •*g8n`H, –@Ø, fratello; apposizione di z!<*DX"<. Il
vocabolo ricorre 343 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 39 volte in
82 Mc 1,16

Matteo (corrispondente allo 0,213% del totale delle parole); 20 volte in Marco (cf. Mc
1,16.19; 3,17.31.32.33.34.35; 5,37; 6,3.17.18; 10,29.30; 12,19[x3].20; 13,12[x2] = 0,177%);
24 volte in Luca (0,123%); 14 volte in Giovanni (0,090%). Per il commento lessicale a
questo vocabolo cf. Mc 3,31.
E\:T<@H: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da E\:T<, –T<@H, Simone, Simeone;
cf. Mc 1,16; compl. di specificazione.
•:n4$V88@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres. da •:n4$V88T (da •:n\ e $V88T), gettare
intorno, gettare attorno [la rete]. Hapax neotestamentario. Participio predicativo del
complemento oggetto E\:T<" i"Â z!<*DX"<. La forma verbale può essere resa non
soltanto mediante una proposizione temporale («vide Simone e Andrea… mentre gettavano
le reti»), ma anche con una proposizione relativa («vide Simone e Andrea… che gettavano
le reti») o anche, meno bene, con il semplice infinito: «vide Simone e Andrea… gettare le
reti». Nel greco classico il verbo •:n4$V88T è costruito quasi sempre con un complemento
(accusativo o dativo) per indicare il generico «gettare attorno», «avvolgere» (cf. Omero, Il.,
18,204, tmesi; Od., 10,365, tmesi; Pindaro, Pyth., 5,31). In senso ristretto il verbo assume il
significato di «cingere» ostilmente qualcuno o qualcosa: nØ8@< ÏD<\hT< •:n4$"8f<,
«avendo preso nella rete la razza degli uccelli» (cf. Sofocle, Antig., 343). Qui è impiegato in
modo assoluto per indicare l’atto di «gettare attorno» con gesto semicircolare la rete da pesca.
Probabilmente si tratta di una specie di giacchio, ossia una rete conica da pesca ad apertura
circolare (detta in italiano anche rezzaglio o sparviero), già nota agli antichi Egiziani: viene
lanciata in acqua da un pescatore e, mentre affonda, la bocca appesantita da piombi si chiude
lentamente e imprigiona i pesci che incontra nella discesa.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
h"8VFF®: sost., dat. sing. f. da hV8"FF", –0H, mare; cf. Mc 1,16; compl. di stato in luogo.
µF"<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf.
Mc 1,6. Predicato verbale. Il tempo imperfetto sottolinea che si tratta di una condizione
abituale di vita. La formula µF"< (VD / µ< (VD, analogamente a i"Â µF"< / i"Â µ< e a
µF"< *X / µ< *X, è usata da Marco per introdurre un inciso di valore causale o esplicativo
(cf. Mc 1,16.33; 2,15; 5,42; 6,31.44.48; 7,26; 8,9; 10,22; 11,13; 14,40; 15,25; 16,14).
(VD: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti. Questa congiunzione ricorre 1041
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 124 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,676% del totale delle parole); 66 volte in Marco (cf. sotto le singole ricorrenze =
0,584%); 97 volte in Luca (0,498%); 64 volte in Giovanni (0,409%). La congiunzione è
pospositiva poiché non si incontra mai all’inizio di una proposizione. Analogamente a quanto
avviene nel greco classico, nel NT (VD esprime generalmente un senso esplicativo
confermativo (o epesegetico), corrispondente alle congiunzioni italiane «infatti», «cioè», «in
realtà». Nella stragrande maggioranza delle ricorrenze marciane (VD è presente con tale
significato (cf. Mc 1,16.22.38; 2,15; 3,10.21.35; 4,22.25; 5,8.28.42; 6,14.17.18.20.31.50.52;
7,3.10.21.27; 8,35.36.37.38; 9,6[x2].31.34.39.40.41.49; 10,27.45; 11,13.18a.32; 12,12.14.23.
25.44; 13,8.11.19.22.35; 14,2.5.7.40.56.70; 15,10; 16,8b). Talvolta la congiunzione viene
Mc 1,17 83

impiegata per esprimere un più stretto rapporto causale tra due espressioni, nel senso che la
seconda spiega, offrendone la motivazione, quella che precede: in tal caso (VD corrisponde
all’italiano «poiché», «perché», «giacché» (cf. Mc 6,48; 10,14.22; 11,18b; 13,33; 16,8a).
Tuttavia non sempre è facile distinguere esattamente tra un significato esplicativo e uno
causale, poiché la congiunzione coordinante confermativa ha sintatticamente lo stesso valore
delle congiunzioni subordinanti causali. Altrove la congiunzione può avere altre sfumature,
potendo assumere un valore rafforzativo («appunto», «veramente», «proprio»: Mc 16,4) o
affermativo, dopo domande retoriche («sì», «certo», «davvero»: Gv 9,30; At 16,37; 1Cor
9,10). In qualche caso la congiunzione (VD è pleonastica e nella traduzione può essere
omessa (cf. Mc 15,14).
84gÃH: sost., nom. plur. m. da 84gbH, 84XTH, pescatore; predicato nominale. Il vocabolo
ricorre 5 volte nel NT: Mt 4,18.19; Mc 1,16.17; Lc 5,2. Il sostantivo a partire da Omero è
usato nella letteratura greca per indicare il generico «pescatore» (cf. Omero, Od., 12,251;
Erodoto, Hist., 3,42,3; Platone, Ion, 539e; Gb 40,31, LXX). Gesù va incontro all’uomo nel
quotidiano, per mutarne il destino, come già era accaduto a profeti, capi carismatici e re
d’Israele, chiamati da Dio mentre esercitavano il mestiere abituale di pastori o agricoltori (cf.
Es 3,1–2; Gdc 6,11; 1Sam 16,11–12; Sal 78,71; Am 7,14).

1,17 i" gÉBg< "ÛJ@ÃH Ò z30F@ØHs )gØJg ÏB\FT :@Ls i" B@4ZFT ß:H (g<XFh"4
84gÃH •<hDfBT<.
1,17 Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÉBg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf. Mc
1,7.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di termine. La forma "ÛJ@ÃH ricorre 558 volte nel NT
rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 103 volte in Matteo (corrispondente allo 0,561% del totale delle parole); 120 volte
in Marco (1,062%); 91 volte in Luca (0,467%); 100 volte in Giovanni (0,640%).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
)gØJg: interiez. impropria con valore esortativo (da *gØD@ e ÇJg, 2a pers. plur. imperat. pres. di
gÉ:4), indecl., via!, su!, suvvia!, orsù!, venite! La forma *gØJg ricorre 12 volte nel NT: Mt
4,19; 11,28; 21,38; 22,4; 25,34; 28,6; Mc 1,17; 6,31; 12,7; Gv 4,29; 21,12; Ap 19,17. Nella
maggior parte delle ricorrenze questa interiezione esortativa è seguita da un imperativo o un
congiuntivo aoristo. In alcuni casi, come qui, si trova all’uso assoluto, per esprimere un
invito, una esortazione, un comando rivolto agli interlocutori. Morfologicamente è una
formula avverbiale utilizzata in contesti dinamici e nel quadro della nostra scena costituisce,
insieme alla locuzione ÏB\FT :@L, una formula molto pregnante che indica immediatezza
84 Mc 1,17

e calore umano. L’espressione *gØJg ÏB\FT traduce l’ebraico *9F( C! H , ’ahEa7 rê: una formula
che nell’AT, in dipendenza da verbi di movimento, quali «andare», «correre», ecc., presenta
svariate tonalità di concetto che vanno dalla sequela fisica all’obbedienza personale: seguire
il capo (cf. Gdc 9,4), il marito (cf. Ger 2,2), il maestro (cf. 1Re 19,20), altri dèi (cf. Gdc
2,12; 1Re 21,26; Ger 11,10; Os 2,7.15), lo stesso Yhwh (cf. Es 13,21; Dt 1,36; 13,5; 1Re
14,8; 18,21; 2Re 23,3; 2Cr 34,31). Pronunciato da Gesù, il comando richiede una inversione
di marcia: lasciare tutto ed entrare alla sua sequela (cf. Mc 1,7.9.14.16.19). Con il comando
*gØJg ÏB\FT :@L Gesù ricorda ai chiamati che egli sarà il continuo punto di riferimento del
loro nuovo cammino, in contrapposizione alle tradizioni del rabbinato, secondo le quali erano
gli allievi a scegliersi il maestro fino al giorno in cui si staccavano da lui e fondavano la
propria scuola. Nel nostro caso non si tratta di accompagnarsi a Gesù per un determinato
tempo, ma di seguirlo per tutta la vita. Dal punto di vista comunicativo (formale e
sostanziale) si deve osservare che i discepoli sono gli interlocutori preferiti di Gesù: su 170
imperativi pronunciati da Gesù, 107 sono rivolti direttamente ai discepoli sotto forma di
comandi (85 volte: Mc 1,15.17.20; 2,14; 3,9.13.14.34; 4,3.9.23.24; 6,7.9.10.11.31.37.38.39.
41.45.50; 7,14; 8,1.5.6.7.15.33.34; 9,35.43.45.47.50; 10,14.42.43.44; 11,2.3.22.24.25;
13,5.9.11.13.18.23.28.29.33.34.35.37; 14,13.14.15.22.32.34.38.42), di proibizioni (12 volte:
Mc 5,43; 6,8.9.50; 8,3; 9,9.39; 10,14.43; 13,7.11.21), di rimproveri (10 volte: Mc 4,40; 7,18;
8,17.18.21), di esortazioni (3 volte: Mc 1,38; 4,35; 14,42). I comandi costituiscono il più
abbondante materiale letterario di cui si serve Marco nei racconti in tema di sequela.
ÏB\FT: prep. impropria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., dietro, dietro di; cf. Mc
1,7.
:@L: pron. personale di 1a pers. gen. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø/:@L, dat. ¦:@\/:@4, acc. ¦:X/:g),
io, me; cf. Mc 1,2.
i"\: cong. coordinativa di valore consecutivo, indecl., sicché, cosicché, che; cf. Mc 1,4. La
congiunzione assume qui una sfumatura consecutiva che introduce il futuro del verbo
B@4XT: «venite… cosicché possa fare di voi pescatori di uomini». Il significato consecutivo
che può assumere la congiunzione i"\ (= i"\ consecutivum) si ritrova in Mc 1,17b.27c;
5,4d; 9,5b; 10,21c; 14,62a.
B@4ZFT: verbo, 1a pers. sing. ind. fut. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere, compiere;
cf. Mc 1,3. Il verbo transitivo B@4XT in questo caso ha come oggetto una proposizione
infinitiva con il soggetto all’accusativo (ß:H). Grammaticalmente la traduzione esatta non
è «vi farò diventare pescatori di uomini», ma «farò che voi possiate diventare pescatori di
uomini». Si tratta di una sfumatura che non cambia il significato dell’espressione; in tal senso
è accettabile anche la traduzione «farò di voi pescatori di uomini». Il futuro gnomico
B@4ZFT descrive in forma globale l’azione formatrice di Gesù sui chiamati: il verbo B@4XT
usato qui da Marco è l’equivalente consueto dell’ebraico %” I 3I, ‘a) 'sa) h, utilizzato nel TM
anche per l’attività creatrice di Dio. Si deve infine osservare che nel linguaggio giuridico
dell’AT il futuro che segue un imperativo viene usato per esprimere disposizioni e leggi e
sostituisce l’imperativo, conservando tutto il suo significato. La successione formata da
imperativo + i"\ + futuro compare anche in Mc 6,22; 10,21; 11,24.29.
Mc 1,18 85

ß:H: pron. personale di 2a pers. acc. plur. da ß:gÃH (gen. ß:ä<, dat. ß:Ã<, acc. ß:H), voi; cf.
Mc 1,8; soggetto della proposizione oggettiva costruita con il verbo infinito (g<XFh"4.
(g<XFh"4: verbo, inf. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere, nascere, essere,
accadere, apparire; cf. Mc 1,4. Il verbo (\<@:"4 assolve qui la funzione copulativa,
analoga a quella espletata dal verbo «essere» (gÆ:\).
84gÃH: sost., acc. plur. m. da 84gbH, 84XTH, pescatore; cf. Mc 1,16; compl. predicativo del
soggetto ß:H.
•<hDfBT<: sost., gen. plur. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; compl. di
specificazione. Il vocabolo ricorre 550 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 115 volte in Matteo (corrispondente allo 0,627% del totale delle parole); 56 volte
in Marco (cf. Mc 1,17.23; 2,10.27[x2].28; 3,1.3.5.28; 4,26; 5,2.8; 7,7.8.11.15[x3].
18.20[x2].21.23; 8,24.27.31.33.36.37.38; 9,9.12.31[x2]; 10,7.9.27.33.45; 11,2.30.32;
12,1.14; 13,26.34; 14,13.21[x4].41.62.71; 15,39 = 0,495%); 95 volte in Luca (0,488%); 59
volte in Giovanni (0,377%). Nel greco sia classico che ellenistico il termine –<hDTB@H
indica la specie umana, l’essere umano, in senso sia generico che individuale, in opposizione
agli animali o anche alla divinità (cf. Omero, Il., 1,339; 5,442; Platone, Prot., 321c: JÎ
•<hDfBT< (X<@H, «la stirpe degli uomini», «la razza umana»). I LXX traducono con
–<hDTB@H il corrispettivo ebraico .$I! I , ’a) d5a) m, il quale ricorre nell’AT 562 volte, quasi
sempre per indicare l’«uomo» con significato collettivo («specie umana», «umanità») o
individuale (cf. Gn 6,3.5; 8,21; Nm 16,29, ecc.). Analogamente a quanto avviene nel greco
classico e in quello dei LXX, nei vangeli sinottici il vocabolo indica sia l’uomo come essere
vivente, l’uomo in senso generale, sia l’uomo come singolo individuo senza particolari
significati teologici (diversamente da quanto avviene nel vangelo di Giovanni e negli scritti
di Paolo). L’esatta espressione «pescatori di uomini» non ricorre mai nell’AT e la metafora
della pesca applicata a esseri umani (o l’uso dell’amo per catturarli) è relativamente rara (cf.
Ger 16,16; Ez 12,13). Quando ricorre, inoltre, l’immagine ha sempre un significato ostile di
catturare o uccidere esseri umani. Altre immagini anticotestamentarie che riguardano la pesca
presentano una connotazione negativa (cf. Gb 40,25; Ez 29,4–5; Am 4,2; Ab 1,14–15). Qui,
al contrario, la metafora viene usata da Gesù in senso positivo, con valore salvifico. La
promessa da parte di Gesù di rendere i discepoli «pescatori di uomini» equivale, pertanto, al
conferimento di una missione: la congiunzione i"\, di valore consecutivo e/o finale, seguita
dal futuro, accentua questa intenzione. «Pescare uomini» diviene la consegna di una sequela
militante: i discepoli dovranno conquistare gli uomini, il bottino del «forte» (cf. Mc 3,27) e
liberare i prigionieri da un dominio avverso (cf. Mc 3,24). Il primo e vero “pescatore” resta
Gesù, il quale trasmette questa consegna ad altri: «Felix piscationis mutatio: piscatur eos
Iesus, ut ipsi piscentur alios piscatores. Ipsi primum pisces efficiuntur, ut piscentur a Cristo,
postea ipsi alios piscaturi», «Che felice cambiamento in questa pesca: è Gesù che li pesca
perché essi a loro volta peschino altri pescatori. Prima essi sono come dei pesci che vengono
pescati da Cristo, poi saranno essi stessi a pescarne altri» (Girolamo, In Marc., Sermo 1).

1,18 i" gÛh×H •nX<JgH J *\iJL" ²i@8@bh0F"< "ÛJè.


1,18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono.
86 Mc 1,18

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10. All’urgenza escatologica
dell’appello deve corrispondere l’obbedienza pronta.
•nX<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, mandare via,
abbandonare, rimettere, perdonare [il peccato]. Participio predicativo del soggetto
sottinteso E\:T< i"Â z!<*DX"H. Questo verbo ricorre 143 volte nel NT. La distribuzione
nei vangeli è la seguente: 47 volte in Matteo (corrispondente allo 0,256% del totale delle
parole); 34 volte in Marco (cf. Mc 1,18.20.31.34; 2,5.7.9.10; 3,28; 4,12.36; 5,19.37;
7,8.12.27; 8,13; 10,14.28.29; 11,6.16.25[x2]; 12,12.19.20.22; 13,2.34; 14,6.50; 15,36.37 =
0,301%); 31 volte in Luca (0,159%); 15 volte in Giovanni (0,096%). Nel NT l’uso
linguistico di questo verbo, ricalcato su quello del greco profano, presenta un’ampia gamma
di sfumature: dal significato base di «lasciare» (cf. Mc 1,18) derivano quelli di «abbandonare»
(cf. Mc 1,20); «lasciare in pace», «lasciare fare» (cf. Mc 11,6); «permettere», «concedere» (cf.
Mc 1,34); in senso traslato «discolpare», «perdonare», «rimettere» [il peccato] (cf. Mc
2,5.7.9.10; 3,28). Usato in forma ellittica o assoluta, nel senso di «perdonare», si trova in Mc
4,12; 11,25a. Il verbo si trova anche come formula ellenistica di richiesta e di supplica
nell’espressione –ngH (–ngJg), «permetti(mi)», «permettete(mi)» (cf. Mc 7,27; 15,36).
JV: art. determ., acc. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma JV ricorre 836 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 110 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,600% del totale delle parole); 51 volte in Marco (0,460%);
104 volte in Luca (0,534%); 81 volte in Giovanni (0,518%).
*\iJL": sost., acc. plur. n. da *\iJL@<, –@L, rete [da pesca]; compl. oggetto. Il vocabolo
ricorre 12 volte nel NT: Mt 4,20.21; Mc 1,18.19; Lc 5,2.4.5.6; Gv 21,6.8.11[x2]. Nella
letteratura greca il sostantivo *\iJL@< indica la generica «rete» utilizzata per la caccia (cf.
Erodoto, Hist., 1,123,4; Aristofane, Av., 1083), ma più spesso per la pesca (cf. Omero, Od.,
22,386; Eschilo, Ch., 506). A questa gamma semantica appartiene anche il *4iJLgbH, ossia
il «pescatore» con la rete (cf. Strabone, Geogr., 8,7,2; Eliano, Nat. anim., 1,12).
²i@8@bh0F"<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da •i@8@LhXT, seguire, accompagnare, mettersi
dietro. Questo verbo ricorre 90 volte nel NT: 25 volte in Matteo (cf. Mt 4,20.22.25;
8,1.10.19.22.23; 9,9[x2].19.27; 10,38; 12,15; 14,13; 16,24; 19,2.21.27.28; 20,29.34; 21,9;
26,58; 27,55, corrispondente allo 0,136% del totale delle parole); 17 [18] volte in Marco (cf.
Mc 1,18; 2,14[x2].15; [3,7]; 5,24; 6,1; 8,34[x2]; 9,38; 10,21.28.32.52; 11,9; 14,13.54; 15,41
= 0,159%); 17 volte in Luca (cf. Lc 5,11.27.28; 7,9; 9,11.23.49.57.59.61; 18,22.28.43;
22,10.39.54; 23,27 = 0,087%); 19 volte in Giovanni (cf. Gv 1,37.38.40.43; 6,2; 8,12;
10,4.5.27; 11,31; 12,26; 13,36[x2].37; 18,15; 20,6; 21,19.20.22 = 0,122); At 12,8.9; 13,43;
21,36; 1Cor 10,4; Ap 6,8; 14,4.8.9.13; 19,14. Nel greco profano il verbo •i@8@LhXT
esprime, oltre al significato letterale fisico di «seguire», «andare dietro a», «accompagnare»
(cf. Aristofane, Eccl., 1077; Platone, Resp., 474c), anche quello di «aderire», «obbedire» a
qualcuno o a qualcosa in senso figurato, morale o religioso (cf. Tucidide, Hist., 3,38,6;
Ippocrate, Septim., 2,74.79.83). Nell’AT e nella letteratura rabbinica il generico verbo
«seguire» (…-H% I , ha) lak) è usato in contesti di sequela senza alcun connotato religioso o
teologico: il guerriero segue il comandante (cf. Gdc 9,4.49), la sposa segue il suo sposo (cf.
Mc 1,19 87

Ger 2,2), il discepolo segue il proprio maestro (cf. 1Re 19,20). Anche nella sequela del
discepolo rispetto al maestro il verbo esprime soltanto un andare dietro in senso fisico, onde
poter espletare i vari servizi che il discepolo era chiamato a eseguire. Nell’istituzione
rabbinica questo rapporto viene descritto in forma stereotipa: il maestro (rabbino) avanza a
piedi o sopra un asino, il discepolo gli viene dietro, a piedi e a debita distanza: «Accadde che
Rabbi Yohanan ben Zakkai cavalcava un asino e i suoi discepoli lo seguivano a piedi…»
(b.Ket., 66b). La formula è sempre la stessa: in nessun passo essa esprime una valenza
teologica di questo seguire fisico. Diversamente da questo sfondo linguistico profano e
giudaico, in cui •i@8@LhXT / …-H% I esprime un generico seguire, nel NT il verbo diventa
tecnico poiché è quasi sempre usato in riferimento alla sequela di Gesù, in senso sia fisico
che metaforico (= «aderire», «credere»). In Marco su un totale di 18 ricorrenze, 17 sono
connesse a questo tema. Gesù è complemento di •i@8@LhXT (eccetto Mc 9,38; 14,13) in
entrambi i significati, sia quando il verbo esprime una sequela fisica sia quando è implicato
un seguire religioso e teologico. Gesù è seguito dalla folla o da persone generiche (cf. Mc
2,15; 3,7; 5,24; 11,9), da gruppi o personaggi specifici (cf. Mc 10,52; 14,54; 15,41), dai
discepoli (cf. Mc 6,1; 10,28.32), da alcuni che ricevono tale ordine da Gesù stesso (cf. Mc
1,18; 2,14[x2]; 8,34[x2]; 10,21). Nasce così l’idea che vi è un unico rapporto che lega il
maestro (Gesù) al discepolo e che soltanto questo rapporto può essere espresso con il verbo
«seguire»: si segue Gesù, il Maestro, per vivere in intimità con lui (cf. Mt 19,27), per ottenere
da lui la salvezza (cf. Lc 9,61; Gv 8,12), per imitarlo («Quid est enim sequi nisi imitari?»,
Agostino, De virg., 27), per prendere parte al suo stesso destino (cf. Mt 8,19). Sebbene
questa sequela sia aperta a tutti, soltanto a proposito dei discepoli si può parlare di sequela
vera e propria: la folla segue Gesù occasionalmente, sulla strada, senza instaurare con lui una
comunanza di vita intima e stabile come fanno, invece, i discepoli. Non deve pertanto
sorprendere che nella stragrande maggioranza delle ricorrenze neotestamentarie il verbo
•i@8@LhXT viene usato soltanto nei vangeli e soltanto per indicare il rapporto tra il Gesù
della storia e i discepoli.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.

1,19 5" BD@$H Ï8\(@< gÉ*g< z3ViT$@< JÎ< J@Ø -g$g*"\@L i" z3TV<<0< JÎ<
•*g8nÎ< "ÛJ@Ø i" "ÛJ@×H ¦< Jè B8@\å i"J"DJ\.@<J"H J *\iJL"s
1,19 Andando un poco oltre vide Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, mentre
erano sulla barca e riassettavano le reti.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


BD@$VH: verbo, nom. sing. m. part. aor. da BD@$"\<T (da BD` e la radice di $VF4H), andare
avanti, proseguire, continuare. Questo verbo ricorre 5 volte nel NT: Mt 4,21; Mc 1,19
(hapax marciano); Lc 1,7.18; 2,36. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH.
Nella letteratura greca BD@$"\<T è usato in senso letterale proprio nel significato di
«procedere», «andare avanti», «trascorrere», detto di uomini, animali o cose (cf. Omero, Il.,
13,18; Euripide, Ph., 1412; Erodoto, Hist., 3,53,1).
88 Mc 1,19

Ï8\(@<: pron. indefinito (qui con valore di avverbio di quantità), acc. sing. n. da Ï8\(@H, –0,
–@<, poco, un po’, per un po’. Il vocabolo ricorre 40 volte nel NT: Mt 7,14; 9,37; 15,34;
22,14; 25,21.23; Mc 1,19; 6,5.31; 8,7; Lc 5,3; 7,47[x2]; 10,2; 12,48; 13,23; At 12,18; 14,28;
15,2; 17,4.12; 19,23; 26,28.29; 27,20; 2Cor 8,15; Ef 3,3; 1Tm 4,8; 5,23; Eb 12,10; 4,14; 1Pt
1,6; 3,20; 5,10.12; Ap 2,14; 3,4; 12,12; 17,10. Da Omero in poi è molto comune l’uso
avverbiale del neutro Ï8\(@< (anche nella forma ¦< Ï8\(å) nel significato sia spaziale che
temporale corrispondente a «un po’», «poco», «per poco» (cf. Omero, Il., 19,217; Od.,
15,365; Euripide, Cycl., 163).
gÉ*g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc 1,10.
z3ViT$@<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da z3ViT$@H, –@L, Giacomo; compl.
oggetto. Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine amorrea ed ebraica
"J83CH*, Ya‘a7 qo) b5, «Dio protegga», reso in greco anche con z3"if$, tradotto in italiano con
«Giacobbe» (cf. Mc 12,26). Per l’etimologia cf. Mc 12,26. Il vocabolo ricorre 42 volte nel
NT. Riferito all’apostolo Giacomo, il figlio di Zebedeo e il fratello di Giovanni, ricorre 21
volte: Mt 4,21; 10,2; 17,1; Mc 1,19.29; 3,17[x2]; 5,37[x2]; 9,2; 10,35.41; 13,3; 14,33; Lc
5,10; 6,14; 8,51; 9,28.54; At 1,13; 12,2. Nelle altre ricorrenze neotestamentarie il nome
z3ViT$@H è impiegato per indicare: a) l’apostolo Giacomo, figlio di Alfeo (cf. Mt 10,3; Mc
3,18; Lc 6,15; At 1,13); b) un altro Giacomo, indicato talvolta come «fratello di Gesù»,
«fratello del Signore», «servo del Signore Gesù Cristo» (cf. Mt 13,55; Mc 6,3; At 12,17;
15,13; 21,18; 1Cor 15,7; Gal 1,19; 2,9.12; Gc 1,1); c) un altro Giacomo definito «fratello di
Giuda» (Gd 1,1); d) un altro Giacomo, definito Ò :4iD`H, probabilmente da identificare con
Giacomo di Alfeo (cf. Mt 27,56; Mc 15,40; 16,1; Lc 24,10); e) Giacomo, padre di Giuda (cf.
Lc 6,16; At 1,13); f) nella grafia z3"if$ il patriarca Giacobbe (cf. Mt 1,2[x2].15; 8,11;
22,32; Mc 12,26; Lc 1,33; 3,34; 13,38; 20,37; Gv 4,5.6.12; At 3,13; 7,8[x2].12.14.15.32.46;
Rm 9,13; 11,26; Eb 11,9.20.21); g) nella grafia z3"if$ Giacobbe, padre di Giuseppe, lo
sposo di Maria (cf. Mt 1,15.16).
J`<: art. determ., con valore pronominale, acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2; compl.
oggetto. «Quello di Zebedeo», ossia «il figlio di Zebedeo». Uso pronominale dell’articolo,
corrispondente al pronome dimostrativo/personale "ÛJ`H, [quello], egli, lui, esso, senza
enfasi speciale. La designazione di una persona secondo il padre è classica, tuttavia presso
i semiti si preferisce esplicitarla mediante il sostantivo LÊ`H: z3TV<<0< JÎ< -"P"D\@L
LÊ`<, «Giovanni, figlio di Zaccaria» (Lc 3,2). Se LÊ`H viene omesso il legame di parentela
è formulato senza alcun articolo: z3ViT$@< {!8n"\@L, «Giacomo di Alfeo» (Lc 6,15)
oppure compare l’articolo che diversamente dall’uso classico è seguito dall’altro articolo: è
il nostro caso. Stesso fenomeno in Mc 2,14; 3,17.18.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
-g$g*"\@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da -g$g*"Ã@H, –@L, Zebedeo; compl.
di specificazione. Il vocabolo ricorre 12 volte nel NT: Mt 4,21[x2]; 10,2; 20,20; 26,37; 27,56;
Mc 1,19.20; 3,17; 10,35; Lc 5,10; Gv 21,2. Traslitterazione grecizzata del nome proprio
maschile di origine ebraica *yE"A'H, Zab5dî (o %IyE"A'H, Zab5diyya) h), «Yah[weh] ha donato». La
forma -g$g*"Ã@H non è attestata nei LXX che traducono il nome ebraico con -"$*4, Zabdi
(1Cr 8,19), -"$*4"H, Zabdia (1Cr 27,7.21; 2Cr 17,8; 19,11), -"$*"4@H, Zabdaio (1Esd.,
Mc 1,19 89

9,21). Giuseppe Flavio riporta il nome ebraico nella grafia greca -g$g*"Ã@H (cf. Id., Antiq.,
5,33). Sappiamo che alcuni rabbini portavano questo nome (cf. Strack–Bill., I,188).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
z3TV<<0<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 54 volte nel NT. Nei vangeli il nome z3TV<<0H, riferito
all’apostolo Giovanni, il figlio di Zebedeo e il fratello di Giacomo, ricorre 20 volte: Mt 4,21;
10,2; 17,1; Mc 1,19.29; 3,17; 5,37; 9,2.38; 10,35.41; 13,3; 14,22; Lc 5,10; 6,14; 8,51;
9,28.49.54; 22,8. Per quanto riguarda l’etimologia vedi commento a Mc 1,4.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
•*g8n`<: sost., acc. sing. m. da •*g8n`H, –@Ø, fratello; cf. Mc 1,16; apposizione di
z3TV<<0<. Per il commento lessicale a questo vocabolo vedi Mc 3,31.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
i"\: cong. coordinativa di valore temporale, indecl., mentre, quando; cf. Mc 1,4. Il significato
temporale che può assumere la congiunzione i"\ si ritrova in Mc 1,19c; 10,10; 14,62b;
15,25a.
"ÛJ@bH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. oggetto. La forma "ÛJ@bH ricorre 358 volte nel NT
rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 48 volte in Matteo (corrispondente allo 0,262% del totale delle parole); 46 volte
in Marco (0,407%); 87 volte in Luca (0,447%); 19 volte in Giovanni (0,122%). La frase alla
lettera suona: «…vide Giacomo… e Giovanni… e quelli stavano riparando…»; si tratta di
una costruzione paratattica di stile semitico, corrispondente a una proposizione subordinata
circostanziale, temporale o relativa: «…vide Giacomo… e Giovanni… mentre riparava-
no…»; «…vide Giacomo… e Giovanni… che riparavano…». Stesso fenomeno in Mc 4,27.
L’espressione risente dell’episodio della vocazione di Eliseo dove si legge due volte i"Â
"ÛJ@bH, con i"\ epesegetico (cf. 1Re 19,19, LXX).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
Jè: art. determ., dat. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2. L’articolo è qui usato come
indicazione di proprietà: erano sulla «loro» barca, quella appartenente a Giacomo e
Giovanni.
B8@\å: sost., dat. sing. n. da B8@Ã@<, –@L, barca; compl. di stato in luogo. Il vocabolo ricorre
67 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 13 volte in Matteo (corrisponden-
te allo 0,071% del totale delle parole); 17 volte in Marco (cf. Mc 1,19.20; 4,1.36[x2]. 37[x2];
5,2.18.21; 6,32.45.47.51.54; 8,10.14 = 0,150%); 8 volte in Luca (0,041%); 7 volte in
Giovanni (0,046%). Nel greco classico il termine B8@Ã@< è equivoco: può riferirsi sia alle
piccole imbarcazioni usate per la pesca, ossia la «barca» (cf. Senofonte, Anab., 7,1,20) sia
agli scafi impiegati per brevi spostamenti su laghi o tragitti costieri, come il «battello» (cf.
90 Mc 1,20

Erodoto, Hist., 7,36,2; Tucidide, Hist., 2,83,5) oppure alle grandi imbarcazioni per la
navigazione in mare aperto (= «nave»), usate per il commercio o il trasporto di truppe militari
(cf. Erodoto, Hist., 5,30,4; Tucidide, Hist., 1,14,1). In base al contesto storico e geografico
dei sinottici, B8@Ã@< indica la barca o il barcone da pesca. Una testimonianza archeologica
di simile imbarcazione è quella rinvenuta nel 1986 presso la riva del lago di Tiberiade, a circa
2 km a nord di Magdala, sulla sponda occidentale (vedi commento a Mc 4,38).
i"J"DJ\.@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres. da i"J"DJ\.T (da i"JV e una parola
derivata da –DJ4@H), riassettare, sistemare, aggiustare, riparare. Questo verbo ricorre 13
volte nel NT: Mt 4,21; 21,16; Mc 1,19 (hapax marciano); Lc 6,40; Rm 9,22; 1Cor 1,10;
2Cor 13,11; Gal 6,1; 1Ts 3,10; Eb 10,5; 11,3; 13,21; 1Pt 5,10. Participio predicativo del
complemento oggetto z3ViT$@<… i"Â z3TV<<0<. Nella letteratura greca il verbo
i"J"DJ\.T è usato con diverse sfumature di significato: può indicare il generico «predispor-
re», «preparare» oppure, in senso ristretto, equivale a «allestire», equipaggiare», detto di
strumenti, navi, spedizioni, ecc. (cf. Polibio, Hist., 1,47,6; Diodoro Siculo, Bibl., 13,70,2). In
alcuni casi assume il significato di «riparare», «restaurare», «rimettere a posto», in senso
proprio o figurato (cf. Erodoto, Hist., 5,30,1; Plutarco, Marc., 10,2,4). Nel NT il verbo
assume il significato letterale proprio di «aggiustare», «sistemare» soltanto in questo passo
marciano: nelle altre ricorrenze è impiegato figuratamente con una sfumatura morale.
Quanto all’esatto significato è difficile precisare ulteriormente: i"J"DJ\.T può riferirsi sia
all’atto di «sistemare» le reti (= «riporre» ordinatamente) sia all’azione di «riparare» le reti
rotte.
JV: art. determ., acc. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18.
*\iJL": sost., acc. plur. n. da *\iJL@<, –@L, rete [da pesca]; compl. oggetto; cf. Mc 1,18.

1,20 i" gÛh×H ¦iV8gFg< "ÛJ@bH. i" •nX<JgH JÎ< B"JXD" "ÛJä< -g$g*"Ã@< ¦<
Jè B8@\å :gJ Jä< :4FhTJä< •B­8h@< ÏB\FT "ÛJ@Ø.
1,20 E subito li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni,
lo seguirono.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
¦iV8gFg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da i"8XT, chiamare, invitare, nominare. Questo
verbo ricorre 148 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 26 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,142% del totale delle parole); 4 volte in Marco (cf. Mc 1,20;
2,17; 3,31; 11,17 = 0,035%); 43 volte in Luca (0,221%); 2 volte in Giovanni (0,013%).
Questo secondo illocutivo (¦iV8gFg< "ÛJ@bH) costituisce un imperativo implicito con lo
stesso significato di Mc 1,17b. Nel suo significato generico il verbo i"8XT corrisponde a
«chiamare», «convocare», «invitare» (cf. Omero, Il., 1,402; Od., 1,90; Platone, Phaed., 115a).
Anche nel NT i"8XT è impiegato per indicare il generico «chiamare» o «invitare» qualcuno.
In altri contesti, tuttavia (es. Mc 1,20; 2,17), assume una caratteristica vocazionale e acquista
il senso pregnante, di ascendenza paolina, equivalente a invitare o chiamare a una missione
in contesto di salvezza (cf. Rm 8,30; 9,24; 1Cor 1,9; Gal 1,6.15; 1Ts 2,12; 4,7; 5,24; 2Ts
Mc 1,20 91

2,14). L’uso tecnico di i"8XT nel senso di «nominare», «soprannominare» (cf. Omero, Il.,
1,403; 5,306; Od., 8,550; Euripide, Ion, 259) non compare in Marco che, invece, impiega la
locuzione stereotipa ¦B4J\h0:4 Ð<@:" (cf. Mc 3,16).
"ÛJ@bH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•nX<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, abbandonare,
rimettere, perdonare; cf. Mc 1,18. Participio predicativo del soggetto sottinteso z3ViT$@H…
i"Â z3TV<<0H.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B"JXD": sost., acc. sing. m. da B"JZD, B"JD`H, padre; apposizione di -g$g*"Ã@<. Il
vocabolo ricorre 413 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 63 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,343% del totale delle parole); 18 volte in Marco (cf. Mc 1,20;
5,40; 7,10[x2].11.12; 8,38; 9,21.24; 10,7.19.29; 11,10.25; 13,12.32; 14,36; 15,21 = 0,159%);
56 volte in Luca (0,287%); 136 volte in Giovanni 0,870%). Nel greco classico ed ellenistico
B"JZD è il «padre» carnale (cf. Omero, Il., 1,98; Od., 6,67) e in senso figurato l’«antenato»
(cf. Omero, Il., 6,209; Od., 8,245) oppure per analogia l’«inventore», il «creatore» di
qualcosa (cf. Platone, Tim., 28c). Nella maggior parte delle ricorrenze marciane come del
resto nei vangeli sinottici, B"JZD indica il padre carnale, il padre naturale. Soltanto in pochi
casi il vocabolo è riferito metaforicamente a David (cf. Mc 11,10) e soprattutto a Dio (cf. Mc
8,38; 11,25; 13,32; 14,36).
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale
(«di essi» = «loro»).
-g$g*"Ã@<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da -g$g*"Ã@H, –@L, Zebedeo; cf. Mc
1,19; compl. oggetto.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
Jè: art. determ., dat. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B8@\å: sost., dat. sing. n. da B8@Ã@<, –@L, barca; cf. Mc 1,19; compl. di stato in luogo.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
:4FhTJä<: sost., gen. plur. m. da :4FhTJ`H, –@Ø, salariato, dipendente, mercenario, operaio;
compl. di compagnia. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mc 1,20 (hapax marciano); Gv
10,12.13. Nel greco classico :4FhTJ`H (aggettivo e sostantivo) indica chi è assunto a salario,
il bracciante giornaliero (cf. Platone, Pol., 290a). La presenza di questi garzoni che lavorano
alle dipendenze di Zebedeo ha fatto ipotizzare una piccola impresa a gestione familiare e,
quindi, un certo benessere economico di Giacomo e Giovanni.
92 Mc 1,21

•B­8h@<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da •BXDP@:"4 (da •B` e §DP@:"4), andare via,
partire. Questo verbo deponente ricorre 117 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 35 volte in Matteo (corrispondente allo 0,191% del totale delle parole); 23 volte
in Marco (cf. Mc 1,20.35.42; 3,13; 5,17.20.24; 6,27.32.36.37.46; 7,24.30; 8,13; 9,43; 10,22;
11,4; 12,12; 14,10.12.39; 16,13 = 0,203%); 20 volte in Luca (0,103%); 21 volte in Giovanni
(0,134%). Nell’uso classico il verbo •BXDP@:"4 esprime in senso letterale proprio un
movimento che può essere sia da un luogo («andarsene», «allontanarsi», «partire»: Omero,
Il., 24,766; Od., 2,136; Tucidide, Hist., 8,92,2) sia verso un luogo («recarsi»: Tucidide, Hist.,
1,92,1; Aristofane, Achar., 84; Luciano, Tim., 11,7). Questa caratteristica si ritrova anche nel
NT dove il verbo in unione a determinate preposizioni assume significati particolari: con gÆH
indica un moto a luogo, verso una meta («andare in», «andare verso»: Mc 1,35; 6,32.36.46;
7,24.30; 8,13; 9,43); stesso significato ritroviamo in unione con BD`H (cf. Mc 3,13; 14,10);
con ÏB\FT indica un seguire da vicino, particolarmente in tema di sequela («andare dietro»,
«seguire»: Mc 1,20). In senso traslato •BXDP@:"4 equivale a «andarsene», «sparire», detto
soprattutto a proposito di malattie (J"PgÃz •BXDPgJ"4, «[il male] se ne va presto», Sofocle,
Phil., 808; cf. Mc 1,42).
ÏB\FT: prep. impropria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., dietro, dietro di; cf. Mc
1,7.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. moto a luogo. La formula «dietro di lui»
riprende in forma di inclusione lo stesso invito posto sulle labbra di Gesù («dietro di me»)
del v. 17: alla chiamata segue la pronta risposta; l’evento è compiuto. Le formule ÏB\FT
:@L, «dietro di me» e ÏB\FT "ÛJ@Ø, «dietro di lui» sono presenti in Mc 1,17.20; 8,34: si
tratta di una caratteristica letteraria del lessico di sequela.

1,21 5"Â gÆFB@Dgb@<J"4 gÆH 5"n"D<"@b:· i"Â gÛh×H J@ÃH FV$$"F4< gÆFg8hã<
gÆH J¬< FL<"(T(¬< ¦*\*"Fig<.
1,21 Si recarono a Cafarnao. Appena giunse il sabato entrò nella sinagoga e si mise a
insegnare.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÆFB@Dgb@<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da gÆFB@Dgb@:"4 (da gÆH e B@Dgb@-
:"4), andare dentro, entrare, giungere. Questo verbo deponente ricorre 18 volte nel NT: Mt
15,17; Mc 1,21; 4,19; 5,40; 6,56; 7,15.18.19; 11,2; Lc 8,16; 11,33; 18,24; 19,30; 22,10; At
3,2; 8,3; 9,28; 28,30. Presente storico, tipico del linguaggio popolare. Spesso la preposizione
posta come prefisso a un verbo composto viene ripetuta davanti al successivo complemento
indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26;
3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15;
11,2.11.15.16; 15,32; 16,5. Analogamente a gÆFXDP@:"4 il verbo gÆFB@Dgb@:"4 (non
presente nel NT nella diatesi attiva) indica nella grecità un moto a luogo con idea di
penetrazione, equivalente a «introdursi», «entrare» (cf. Senofonte, Cyr., 2,3,21). Il verbo è
usato da Marco in senso prevalentemente locale per indicare un movimento fisico. Può essere
Mc 1,21 93

utilizzato, tuttavia, con un significato figurato, per indicare l’«entrare» dei desideri cattivi nel
cuore dell’uomo (cf. Mc 4,19).
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
5"n"D<"@b:: sost., nome proprio di città, acc. sing. f., indecl., Cafarnao; compl. di moto a
luogo. Il vocabolo ricorre 16 volte nel NT: Mt 4,13; 8,5; 11,23; 17,24; Mc 1,21; 2,1; 9,33;
Lc 4,23.31; 7,1; 10,15; Gv 2,12; 4,46; 6,17.24.59. Traslitterazione grecizzata del toponimo
di origine ebraica .{(1H 95 H ƒA, Kep) ar NahEûm, «Villaggio di Nahum» o «Villaggio della
consolazione». Cafarnao non è menzionata nell’AT, ma oltre alle ricorrenze neotestamentarie
la città è ricordata da Giuseppe Flavio, il quale la descrive come una contrada che si estende
lungo la riva del lago omonimo, famosa per una qualità di pesce locale (cf. Giuseppe Flavio,
Bellum, 3,519). Gli scavi archeologici hanno confermato l’identificazione delle rovine
dell’odierna Tell Hum con l’antica Cafarnao. Le monete più antiche e un discreto lotto di
ceramica ellenistica pongono l’origine di Cafarnao nel tardo periodo ellenistico (200–263
a.C.). Stando agli scavi archeologici, in epoca neotestamentaria Cafarnao era una fiorente
cittadina della Galilea posta sulla riva nord occidentale del lago di Genezaret, a circa 4 km
dal luogo dove il fiume Giordano si immette nel lago. Il rapido declino della città iniziò
soltanto con il secolo VIII, più per lento spopolamento che per distruzione.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma J@ÃH ricorre 624 volte nel NT
rispetto alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
108 volte in Matteo (corrispondente allo 0,589% del totale delle parole); 55 volte in Marco
(0,495%); 74 volte in Luca (0,380%); 37 volte in Giovanni (0,237%).
FV$$"F4<: sost., dat. plur. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); compl. di tempo determinato. Il vocabolo ricorre 68 volte nel NT: 11 volte in
Matteo (cf. Mt 12,1.2.5[x2].8.10.11.12; 24,20; 28,1[x2], corrispondente allo 0,060% del
totale delle parole); 12 volte in Marco (cf. Mc 1,21; 2,23.24.27[x2].28; 3,2.4; 6,2; 16,1.2.9
= 0,106%); 20 volte in Luca (cf. Lc 4,16.31; 6,1.2.5.6.7.9; 13,10.14[x2].15.16; 14,1.3.5;
18,12; 23,54.56; 24,1 = 0,103%); 13 volte in Giovanni (cf. Gv 5,9.10.16.18; 7,22.23[x2];
9,14.16; 19,31[x2]; 20,1.19 = 0,083%); At 1,12; 13,14.27.42.44; 15,21; 16,13; 17,2; 18,4;
20,7; 1Cor 16,2; Col 2,16. Traslitterazione grecizzata della parola di origine ebraica ;v I–H,
šabba) 5t , «sabato» (plur. ;|;v
I– H ), il giorno festivo di riposo presso i Giudei. La forma plurale
J FV$$"J" (usata 24 volte nel NT su 68 ricorrenze totali) è dovuta a influsso semitico,
come avviene per altri termini al plurale, in conformità all’uso linguistico giudaico (J
(g<XF4": Mc 6,21; J –.L:": Mc 14,1; J ¦(i"\<4": Gv 10,22). Nell’uso plurale il
vocabolo ha sempre il significato cronologico di «sabato», ossia il settimo giorno della
settimana secondo il calendario ebraico, mentre nell’uso singolare (FV$$"J@<) può
esprimere, talvolta, il sabato come istituzione religiosa e civile (cf. Mc 2,27[x2].28). Il caso
dativo (FV$$"F4<) può essere usato in greco anche in senso temporale per indicare, come
qui, la definizione del tempo preso in considerazione. Marco impiega il caso dativo con
valore temporale 12 volte: Mc 1,21; 2,24; 3,2.4; 6,21; 11,12; 12,2; 14,12.30; 15,34; 16,2.9.
94 Mc 1,21

Altrove il dativo temporale è retto dalla preposizione ¦< (cf. Mc 1,9; 2,19.20.23; 4,35; 8,1;
10,30[x2]; 12,23; 13,11.17.24; 14,2; 15,7.29).
gÆFg8hf<: verbo, nom. sing. m. part. aor. da gÆFXDP@:"4 (da gÆH e §DP@:"4), entrare, venire
dentro, recarsi, andare. Questo verbo deponente ricorre 194 volte nel NT. La distribuzione
nei vangeli è la seguente: 36 volte in Matteo (corrispondente allo 0,196% del totale delle
parole); 30 volte in Marco (cf. Mc 1,21.45; 2,1.26; 3,1.27; 5,12.13.39; 6,10.22.25; 7,17.24;
8,26; 9,25.28.43.45. 47; 10,15.23.24.25; 11,11.15; 13,15; 14,14; 15,43; 16,5 = 0,265%); 50
volte in Luca (0,257%); 15 volte in Giovanni (0,096%). Participio predicativo del soggetto
sottinteso «Gesù e i discepoli». In senso letterale proprio gÆFXDP@:"4 assume nel greco
classico il significato di un moto a luogo con idea di penetrazione, corrispondente a «andare
dentro», «entrare», spesso seguito da preposizioni (cf. Omero, Od., 17,275; Sofocle, Trach.,
1167; Euripide, Alc., 563). Può essere usato anche in senso traslato nel generico significato
di «entrare», riferito anche a realtà astratte: ¦H :¥< Ag8@B`<<0F@< @Ûi ¦F­8hg<,
«[l’epidemia] non entrò nel Peloponneso» (Tucidide, Hist., 2,54,5). Il verbo è usato da Marco
in senso prevalentemente locale per indicare un movimento fisico. In altri casi gÆFXDP@:"4
è utilizzato con un significato figurato, per indicare particolari moti dell’essere, come
l’«entrare» degli spiriti cattivi in persone e animali (cf. Mc 5,12.13; 9,25), l’«entrare» del
discepolo nel Regno di Dio (cf. Mc 10,15.23.24.25) o l’«entrare» nella vita eterna (cf. Mc
9,43.45.47).
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo composto viene
ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova
in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.
24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
FL<"(T(Z<: sost., acc. sing. f. da FL<"(T(Z, –­H, raccolta, adunanza, assemblea, riunione,
congregazione, sinagoga (forma raddoppiata di FL<V(T); compl. di moto a luogo. Il
vocabolo ricorre 56 volte nel NT: 9 volte in Matteo (cf. Mt 4,23; 6,2.5; 9,35; 10,17; 12,9;
13,54; 23,6.34, corrispondente allo 0,049% del totale delle parole); 8 volte in Marco (cf. Mc
1,21.23.29.39; 3,1; 6,2; 12,39; 13,9 = 0,071%); 15 volte in Luca (cf. Lc 4,15.16.20.28.33.
38.44; 6,6; 7,5; 8,41; 11,43; 12,11; 13,10; 20,46; 21,12 = 0,077%); 2 volte in Giovanni (cf.
Gv 6,59; 18,20 = 0,013%); At 6,9; 9,2.20; 13,5.14.43; 14,1; 15,21; 17,1.10.17; 18,4.7.19.26;
19,8; 22,19; 24,12; 26,11; Gc 2,2; Ap 2,9; 3,9. Nel greco profano il termine deverbale
FL<"(T(Z è documentato a partire da Tucidide (nella forma attica >L<"(T(Z) nel
significato di «raccolta», «adunata», «riunione», riferito a persone (cf. Tucidide, Hist., 2,18,3;
Polibio, Hist., 4,7,6; Diogene Laerzio, Vitae, 2,129) o a cose (cf. Polibio, Hist., 27,13,2). Da
un punto di vista semplicemente linguistico il vocabolo viene ampiamente impiegato nei
LXX (più di 200 volte) con questo significato di «radunata» per tradurre i corrispettivi termini
ebraici %$I 3F, ‘e)da) h, «riunione» (circa 130 volte) e -%
I8I , qa) ha) l, «assemblea» (circa 35 volte).
A partire dal I secolo d.C. nel giudaismo di lingua greca il termine viene impiegato per
indicare anche il luogo dove avviene tale incontro, equivalente alla nostra «sinagoga» (cf.
Filone di Alessandria, Prob., 81; Giuseppe Flavio, Bellum, 2,285.289; 7,44; Antiq., 19,300).
Mc 1,21 95

Non sappiamo esattamente dove e quando sia sorta questa derivazione linguistica: certamente
non in Palestina, ma nella diaspora. La parola FL<"(T(Z, dunque, in epoca neotestamenta-
ria ha un doppio significato: l’uno astratto (il raduno della comunità, l’assemblea), l’altro
materiale (l’edificio dove avviene tale raduno, significato prevalente).

Le testimonianze letterarie e archeologiche evidenziano che le prime sinagoghe


giudaiche furono costruite in Egitto nel III secolo a.C. L’edificio sinagogale più antico finora
ritrovato è quello di Delos (isola dell’Egeo) che risale al I secolo a.C. Nonostante questa
evidente attestazione archeologica alcuni commentatori ritengono che l’informazione secondo
la quale Gesù percorreva la Palestina «predicando nelle sinagoghe» presenta qualche
difficoltà sul piano strettamente storico e archeologico. Le sinagoghe più antiche scoperte in
Palestina sono quattro: Gamla, Magdala, Herodion e Masada. Risalgono tutte al I secolo d.C.
e furono distrutte nella prima rivolta contro Roma (70–73 d.C.). A queste si devono
aggiungere le sinagoghe ricordate nelle fonti letterarie profane (Giuseppe Flavio, Filone di
Alessandria) di cui, però, non abbiamo un sicuro riscontro archeologico. Ad esempio, la
datazione della sinagoga di Cafarnao è ancora un punto di profondo disaccordo tra gli
archeologi, poiché esiste una grande discrepanza tra le prime ipotesi di datazione (I secolo
d.C.) e le più recenti (IV secolo d.C.). D’altra parte la testimonianza letteraria neotestamenta-
ria circa la presenza di sinagoghe palestinesi nel I secolo dell’era cristiana è piuttosto
consistente e precisa e non può essere ritenuta un elemento redazionale coreografico legato
a certi accadimenti. Limitandoci al vangelo di Marco troviamo la seguente attestazione: Mc
1,21 (Gesù entra nella sinagoga per insegnare); Mc 1,23 (nella sinagoga Gesù scaccia un
demonio); Mc 1,29 (Gesù esce dalla sinagoga per recarsi in casa di Simone e Andrea); Mc
1,39 (Gesù attraversa la Galilea predicando nelle sinagoghe); Mc 3,1 (Gesù entra nella
sinagoga dove guarisce un uomo dal braccio paralizzato); Mc 6,2 (Gesù si mette a insegnare
nella sinagoga di Nazaret). A questa testimonianza letteraria si devono aggiungere altri
riferimenti: Mc 5,22.35.36.38 (si menziona un •DP4FL<V(T(@H, «capo della sinagoga», di
nome Giairo); Mc 12,39 (Gesù stigmatizza gli scribi che amano avere i primi seggi nelle
sinagoghe); Mc 13,9 (Gesù preannuncia ai discepoli che saranno percossi nelle sinagoghe).
Alla luce di tale attestazione è difficile sostenere che non esistessero sinagoghe in territorio
palestinese all’epoca di Gesù.
¦*\*"Fig<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da *4*VFiT, insegnare, istruire, ammaestrare.
Questo verbo ricorre 97 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 14 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,076% del totale delle parole); 17 volte in Marco (cf. Mc
1,21.22; 2,13; 4,1.2; 6,2.6.30.34; 7,7; 8,31; 9,31; 10,1; 11,17; 12,14.35; 14,49 = 0,150%); 17
volte in Luca (0,087%); 10 volte in Giovanni (0,064%). Imperfetto descrittivo o incoativo:
nella traduzione italiana la migliore equivalenza con questo tipo di imperfetto si ottiene
mediante la parafrasi con verbi ausiliari come «incominciare», «mettersi», ecc. Analogo
fenomeno in Mc 1,31.35. Nel greco classico il verbo *4*VFiT, usato nella forma attiva
causativa, equivale a «far imparare» e, dunque, «insegnare», «istruire» (cf. Omero, Il., 9,442;
Od., 8,481; Aristofane, Nub., 382). In senso esteso *4*VFiT assume il significato di
«spiegare», «dimostrare» (cf. Eschilo, Eum., 431; Tucidide, Hist., 2,60,6). Nell’uso marciano
il verbo ha sempre Gesù come soggetto esplicito o implicito ed esprime non un semplice
96 Mc 1,22

parlare, ma una istruzione nuova e autoritaria impartita in veste di Maestro. Si deve notare,
inoltre, che il verbo *4*VFiT viene usato da Marco soltanto per un uditorio esclusivamente
giudaico: non è mai riferito a pagani o a personaggi occasionali. Il modo di comportarsi di
Gesù è, quindi, quello di uno scriba giudeo: il suo insegnamento (*4*"PZ) è più volte
sottolineato (cf. Mc 1,22.27; 4,2; 11,18; 12,38). A ciò corrisponde il titolo *4*VFi"8@H con
cui a lui ci si rivolge (cf. Mc 4,38; 5,35; 9,17.38; 10,17.20.35; 12,14.19.32; 13,1; 14,14).

1,22 i" ¦>gB8ZFF@<J@ ¦B J± *4*"P± "ÛJ@Ø· µ< (D *4*VFiT< "ÛJ@×H ñH
¦>@LF\"< §PT< i"Â @ÛP ñH @Ê (D"::"JgÃH.
1,22 Ed erano stupiti per il suo insegnamento: egli, infatti, insegnava loro come uno che ha
autorità e non come gli scribi.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦>gB8ZFF@<J@: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. pass. da ¦iB8ZFF@:"4 (da ¦i e B8ZFFT),
essere colpito, essere scosso, essere stupefatto. Questo verbo ricorre 13 volte nel NT: Mt
7,28; 13,54; 19,25; 22,33; Mc 1,22; 6,2; 7,37; 10,26; 11,18; Lc 2,48; 4,32; 9,43; At 13,12.
Imperfetto durativo di valore impersonale: alcuni dei presenti, non si specifica chi, restano
a lungo meravigliati dell’insegnamento impartito da Gesù. Il verbo ¦iB8ZFF@:"4 (nel NT
compare soltanto la diatesi passiva) deriva da B80(Z, «colpo», «percossa» e denota
sbalordimento, ammirazione e stupore dovuto all’impatto di qualche forte esperienza (cf. Mc
6,2; 7,37; 10,26; 11,18). Nella diatesi passiva il verbo equivale a «essere colpito da stupore»
o da timore e, dunque, «essere sorpreso», «essere sbalordito», «essere spaventato» (cf. Omero,
Il., 18,225; Erodoto, Hist., 3,148,1; Sofocle, Oed. tyr., 922). Nel nostro passo la forma
mediopassiva e il tempo all’imperfetto sottolineano molto bene il protrarsi dell’emozione
degli ascoltatori di fronte alla parola di Gesù.
¦B\: prep. propria di valore causale, seguita dal dativo, indecl., per, a causa di. Questa
preposizione, nella forme ¦B\ e in quelle elise ¦Bz davanti a vocale con spirito dolce e ¦nz
davanti a vocale con spirito aspro, ricorre 890 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è
la seguente: 122 volte in Matteo (corrispondente allo 0,665% del totale delle parole); 72 volte
in Marco (0,637%); 161 volte in Luca (0,826%); 36 volte in Giovanni (0,230%). Nel NT il
significato della preposizione ¦B\ corrisponde generalmente a quello del greco classico. La
preposizione, distribuita in maniera abbastanza equilibrata in tutti gli scritti, è costruita con
il genitivo, dativo o accusativo con i seguenti significati: locale («su», «sopra», «in», «presso»,
«davanti a», «a», «verso»), temporale («in», «durante», «al tempo di», «alla fine»), argomento
(«circa», «riguardo a»), modale («secondo», «conforme a»), finale («per», «allo scopo di», «in
vista di»), causale («per», «a causa di»), relazione («per», «riguardo a»), avversativo
(«contro»). In Marco prevale di gran lunga l’uso locale, sia statico che dinamico, proprio o
figurato (47 ricorrenze su 72). Altrove la preposizione è impiegata con un significato di
relazione (cf. Mc 6,34; 8,2; 9,12.13.22; 10,11), avversativo (cf. Mc 3,26; 13,8[x2].12; 14,48;
15,46), causale (cf. Mc 1,22; 3,5; 10,22.24; 11,18), di argomento (cf. Mc 6,52; 12,17.26),
modale (cf. Mc 9,37; 12,14.32), temporale (cf. Mc 2,26), strumentale (cf. Mc 9,39).
Mc 1,22 97

J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
*4*"P±: sost., dat. sing. f. da *4*"PZ, –­H (da *4*VFiT), insegnamento, dottrina, istruzione;
compl. di argomento. Il vocabolo ricorre 30 volte nel NT: Mt 7,28; 16,12; 22,33; Mc
1,22.27; 4,2; 11,18; 12,38; Lc 4,32 Gv 7,16.17; 18,19; At 2,42; 5,28; 13,17; 17,19; Rm 6,17;
16,17; 1Cor 14,6.26; 2Tm 4,2; Tt 1,19; Eb 6,2; 13,9; 2Gv 1,9[x2].10; Ap 2,14.15.24. Nel
greco classico il sostantivo *4*"PZ è usato sostanzialmente con significato profano,
corrispondente a «istruzione», «insegnamento», «dottrina» (cf. Erodoto, Hist., 3,134,4;
Tucidide, Hist., 1,120,2; Platone, Resp., 536d). Nei vangeli il vocabolo designa piuttosto un
insegnamento religioso, quale, ad esempio, quello giudaico impartito dai farisei e dai
sadducei (cf. Mt 16,12) o quello impartito da Gesù (cf. Mc 1,22.27; 4,2; 11,18; 12,38).
L’insegnamento offerto da Gesù, tuttavia, diversamente dal primo e anzi in contrasto con
esso, è qualificato «nuovo» e presentato «con autorità» (cf. Mc 1,27.22), al punto da
suscitare la meraviglia nel popolo (cf. Mc 1,22; Mt 7,28; 22,33; Lc 4,32; 11,18). In epoca
apostolica il vocabolo *4*"PZ acquista il significato tecnico per designare la dottrina sana
e retta che si riallaccia all’insegnamento di Cristo, in contrapposizione all’eresia.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6.
(VD: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti; cf. Mc 1,16.
*4*VFiT<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da *4*VFiT, insegnare, istruire, ammaestrare; cf.
Mc 1,21. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Il participio è retto da µ<,
in costruzione perifrastica («stava insegnando»), al posto dell’usuale imperfetto «insegnava».
"ÛJ@bH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto.
ñH: avv. con valore di modo e paragone, indecl., come, simile a, alla maniera di, nel modo che,
nella condizione di, in qualità di; cf. Mc 1,10.
¦>@LF\"<: sost., acc. sing. f. da ¦>@LF\", –"H (da §>g4:4), potere, autorità, abilità, forza;
compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 102 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 10 volte in Matteo (cf. Mt 7,29; 8,9; 9,6.8; 10,1; 21,23[x2].24.27; 28,18,
corrispondente allo 0,055% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 1,22.27; 2,10;
3,15; 6,7; 11,28[x2].29.33; 13,34 = 0,088%); 16 volte in Luca (cf. Lc 4,6.32.36; 5,24; 7,8;
9,1; 10,19; 12,5.11; 19,17; 20,2[x2].8.20; 22,53; 23,7 = 0,082%); 8 volte in Giovanni (cf. Gv
1,12; 5,27; 10,18[x2]; 17,2; 19,10[x2].11 = 0,051%). Nel greco classico il sostantivo
deverbale ¦>@LF\" assume il significato base di «facoltà», «permesso», «possibilità»,
«potere» (cf. Platone, Crito, 51d; Senofonte, Mem., 2,6,24). Questo significato ritroviamo nel
greco biblico dove ¦>@LF\" può indicare sia la potenza o l’onnipotenza di Dio, sia l’autorità
o il potere degli uomini. In particolare nel NT soggetto di ¦>@LF\" possono essere Dio (cf.
Lc 12,5), Gesù (cf. Mt 28,18), il Figlio dell’uomo (cf. Mt 9,6), i discepoli (cf. Mc 3,15),
98 Mc 1,22

singoli uomini (cf. Lc 7,8), Satana (cf. Lc 4,6). In alcuni casi il vocabolo è usato anche come
plurale sostantivato, per indicare le «autorità» istituzionali (cf. Lc 12,11) oppure le «potenze»
terrene e celesti (cf. Ef 1,21). Nel nostro passo con ¦>@LF\" si intende un tipo di autorità non
in riferimento a uno stato civile di Gesù, ma al suo insegnamento. L’assenza dell’articolo
sembra sottolineare che si tratta ancora di un potere generico, indistinto. Tuttavia l’indicazio-
ne che Gesù insegna ¦>@LF\"< §PT<, «avendo autorità» (Mc 1,22), i"Jz ¦>@LF\"<, «con
autorità» (Mc 1,27), ¦< ¦>@LF\‘, «con autorità» (Mc 11,28.29.33) può essere messa in
relazione all’ebraico ;{–9I, ra) šû5t , che negli scritti rabbinici compare nell’accezione di
«permesso», «autorizzazione», «potere celeste»: «Io, il Signore, l’ho ordinato e tu non hai il
permesso (= ;{–9I) di riflettere su ciò» (b.Yom., 67b). Dal punto di vista lessicale si deve
notare che ¦>@LF\" è costituito dal participio femminile del verbo impersonale §>gFJ4<, «è
permesso», «è legittimo». In tal caso il vocabolo ¦>@LF\" non indicherebbe una licenza
autonoma, ma corrisponde al concetto giudaico di ra) šû5t nell’indicare una potenza morale
derivante da una autorizzazione celeste. Un insegnamento con ¦>@LF\" va inteso nel senso
di «una dottrina autorizzata» e, quindi, «autorevole», perché non è l’autorità che emana
soltanto dalla persona, ma quella che procede da una istanza superiore.
§PT<: verbo, nom. sing. m. part. pres., di valore sostantivato, da §PT, avere, possedere, tenere
(trans.); essere nella condizione di, essere all’intorno (intr.). Questo verbo ricorre 708 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 74 volte in Matteo (corrispondente allo
0,403% del totale delle parole); 70 volte in Marco (cf. sotto le singole ricorrenze = 0,619%);
77 volte in Luca (0,395%); 87 volte in Giovanni (0,556%). Nella grecità sia classica che
biblica il verbo §PT ricopre una gamma semantica vastissima, analogamente a quanto
avviene nelle lingue moderne con il verbo «avere». Nella maggior parte delle ricorrenze
marciane il verbo nell’uso transitivo esprime un fondamentale rapporto di appartenenza, una
condizione di possesso in riferimento a realtà materiali o immateriali (cf. Mc 2,17a.19.25;
3,1.3.10.22.29.30; 4,5[x2].6.9.17.23.40; 5,3.15; 6,18.34.38.55; 7,25; 8,1.2.5.7.14.16.
17[x2].18[x2]; 9,17.43.45.47.50; 10,21b.22.23; 11,3.13.22.25; 12,6.23; 14,3.7[x2].63;
16,8.18). Spesso §PT è impiegato per esprimere uno stato, una condizione dell’anima o del
corpo oppure specifiche qualità, virtù, doti spirituali, disposizioni interiori (cf. Mc 1,22.32.34;
2,10.17b; 3,15). Altrove §PT è usato allo stato assoluto, senza complemento, nel significato
di «possedere» (cf. Mc 4,25[x3]; 10,21a; 12,44). Altri usi particolari: in Mc 1,38 §PT è usato
nel significato intransitivo di «stare attorno»; in Mc 3,26 compare nella locuzione idiomatica
§Pg4< JX8@H, equivalente a «terminare», «giungere alla fine» (cf. Omero, Il., 18,378); in Mc
5,23 la formula ¦FPVJTH §Pg4, corrisponde alle espressioni «è alla fine», «sta morendo»; in
Mc 11,32 il verbo è usato nel senso di «ritenere», come locuzione pertinente alla sfera della
mente; in Mc 13,17 l’espressione ¦< ("FJDÂ §Pg4<, modellata sull’uso semitico, equivale
a «essere incinta», «essere in stato di gravidanza»; in Mc 14,8 il verbo è presente nel
significato intransitivo di «essere in grado di», «potere».
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@ÛP: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
Mc 1,22 99

ñH: avv. con valore di modo e paragone, indecl., come, simile a, alla maniera di, nel modo che,
nella condizione di, in qualità di; cf. Mc 1,10. La causa dello stupore che colpisce gli
ascoltatori è precisata mediante due frasi in antitesi: «insegnava come… / non come…».
Evidentemente Gesù insegnava in un modo del tutto originale, senza seguire il metodo
tradizionale dei rabbini.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
(D"::"JgÃH: sost., nom. plur. m. da (D"::"JgbH, –XTH (da (DV::"), scriba, esperto della
Legge, insegnante religioso; secondo termine di paragone. Il vocabolo ricorre 63 volte nel
NT: 22 volte in Matteo (cf. Mt 2,4; 5,20; 7,29; 8,19; 9,3; 12,38; 13,52; 15,1; 16,21; 17,10;
20,18; 21,15; 23,2.13.15.23.25.27.29.34; 26,57; 27,41, corrispondente allo 0,120% del totale
delle parole); 21 volte in Marco (cf. Mc 1,22; 2,6.16; 3,22; 7,1.5; 8,31; 9,11.14; 10,33;
11,18.27; 12,28.32.35.38; 14,1.43.53; 15,1.31 = 0,186%); 14 volte in Luca (cf. Lc 5,21.30;
6,7; 9,22; 11,53; 15,2; 19,47; 20,1.19.39.46; 22,2.66; 23,10 = 0,072%); 1 volta in Giovanni
(cf. Gv 8,3 = 0,006%); At 4,5; 6,12; 19,35; 23,9; 1Cor 1,20. Sebbene linguisticamente il
sostantivo (D"::"JgbH si rifà al greco classico, dove il termine è usato nel senso di
«segretario» per designare il pubblico officiale incaricato di redigere e leggere atti o
documenti (cf. Tucidide, Hist., 7,10,1; Demostene, Or., 18,127), lo sfondo culturale
soggiacente è quello del mondo giudaico. Il vocabolo è concentrato nei vangeli sinottici (57
ricorrenze su 63) per indicare i «grammatici» o scribi giudei, a eccezione di Mt 13,52 (dove
indica scribi cristiani), At 19,35 (dove indica il cancelliere segretario, secondo il significato
classico), 1Cor 1,20 (il sapiente, in senso generale). Tecnicamente il termine greco
(D"::"JgbH è la traduzione del corrispondente ebraico 95F|2, sôp) e)r, «scriba», che nel TM
indica l’«esperto della Legge», ossia il rabbino, il teologo ufficiale. Oltre a questa
designazione generica gli scribi erano indicati anche con i vocaboli <@:4i@\, «giuristi»,
«dottori della legge» (cf. Mt 22,35; Lc 7,30; 10,25; 11,45.46.52; 14,3) oppure
<@:@*4*VFi"8@4, «maestri della legge» (cf. Lc 5,17; At 5,34), poiché non soltanto
conoscevano la legge, ma la insegnavano. Può darsi che nel nostro passo il vocabolo sia
utilizzato per indicare non gli scribi di professione, quanto i maestri o gli scrivani di scuola
dei villaggi di Galilea, identificabili con i iT:ä< (D"::"JgÃH, «gli scrivani di villaggio»,
ricordati da Giuseppe Flavio (cf. Id., Bellum, 1,479; Antiq., 16,203). Storicamente l’istituzione
degli scribi è fatta risalire a Esdra (450 a.C. circa), il quale nell’omonimo libro biblico è
definito «uno scriba esperto nella legge di Mosè» (Esd 7,6). A partire da lui si ebbe una
nutrita serie di questi esperti che assunsero ufficialmente il compito di interpretare e applicare
la legge. Al tempo di Salome Alessandra (76–67 a.C.) gli scribi entrarono a far parte della
gerusia, forma preliminare del futuro sinedrio. Il ruolo principale degli scribi era quello di
scrivere o copiare documenti (testi biblici, atti notarili, testamenti, libelli di divorzio, lettere,
ecc.). Per questa loro capacità di saper leggere e scrivere erano considerati come gli studiosi
ufficiali della Torah e gli interpreti della Sacra Scrittura (ossia rabbini o sofisti). Contempora-
neamente essi assolvevano la funzione di giuristi e in qualità di giudici applicavano la legge
nei processi. Molti di essi svolgevano, inoltre, una intensa attività didattica nelle sinagoghe
e più tardi nelle scuole, circondandosi di discepoli desiderosi di diventare a loro volta scribi.
I vangeli sinottici nel racconto della passione presentano gli scribi sempre in unione ai «capi
dei sacerdoti» e/o agli «anziani», riconoscendoli implicitamente come membri del sinedrio
100 Mc 1,23

(cf. anche At 4,5; 6,12). Marco situa gli scribi soprattutto a Gerusalemme o afferma che
provengono da lì. Soltanto in due occasioni li pone in Galilea (cf. Mc 2,6; 9,14), dove la loro
presenza può essere spiegata in riferimento a funzionari amministrativi di livello inferiore,
incaricati di redigere contratti o altri documenti. Rispetto agli altri gruppi che entrano in scena
nel vangelo, Marco dimostra un maggior interesse per gli scribi. Ne sono prova le seguenti
constatazioni lessicali: nel secondo vangelo soltanto due altre parole ricorrono più
frequentemente di (D"::"JgbH per designare i gruppi di persone: :"h0JZH (46 volte) e
ÐP8@H (38 volte); la frequenza di •DP4gDgbH è uguale (21 volte). In paragone con le altre
parole dello stesso campo semantico, il sostantivo (D"::"JgbH, con le sue 21 ricorrenze,
è più frequente di n"D4F"Ã@H (12 volte), di *f*gi" (11 volte), di BDgF$bJgD@H (5 volte),
di •DP4FL<V(T(@H (4 volte), di {/Då*4"<@\ (2 volte), di F"**@Li"Ã@H (1 volta). Lo
stesso risultato otteniamo prendendo in considerazione le parti variabili del discorso che
sostituiscono o sottintendono i nomi, ossia i pronomi personali, possessivi, dimostrativi,
indefiniti e relativi: (D"::"JgbH è rimpiazzato dai rispettivi pronomi 35 volte; n"D4F"Ã@H
25 volte; •DP4gDgbH 18 volte. Il giudizio negativo nei confronti dell’insegnamento degli
scribi sarà ribadito anche da Gesù, il quale definisce «precetti umani» (Mc 7,7) e «tradizione
degli uomini» (Mc 7,8) la «tradizione degli anziani» (Mc 7,5) insegnata dagli scribi.

1,23 i" gÛh×H µ< ¦< J± FL<"(T(± "ÛJä< –<hDTB@H ¦< B<gb:"J4 •i"hVDJå
i" •<XiD">g<
1,23 All’improvviso un tale che era nella loro sinagoga, posseduto da uno spirito cattivo,
si mise a gridare:

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
FL<"(T(±: sost., dat. sing. f. da FL<"(T(Z, –­H, raccolta, adunanza, assemblea, riunione,
congregazione, sinagoga (forma raddoppiata di FL<V(T); cf. Mc 1,21; compl. di stato in
luogo.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale
(«di essi» = «loro»). L’uso di questo pronome in riferimento ai Giudei presenti nella scena
è apparentemente inutile, poiché il contesto locale è stato già precisato in Mc 1,21.
Dobbiamo, dunque, considerare la precisazione «nella “loro” sinagoga» come una
annotazione critica di chi scrive: il pronome è senza antecedenti ed è usato con una
sfumatura di separazione e ostilità rispetto al gruppo dei Giudei dai quali l’Autore prende le
Mc 1,23 101

distanze. Si tratta di un segnale linguistico che denota una separazione ormai consumata e
che l’evangelista, forse addirittura inconsapevolmente, riferisce nel suo racconto. Ritroviamo
questa impronta anche in Mc 1,39 e, con l’uso antitetico del termine «giudeo», in Mc 7,3.
Matteo accentua ulteriormente questa eco quando scrive «le loro sinagoghe» (Mt 4,23; 9,35;
10,17; 12,9), «le vostre sinagoghe» (Mt 23,34), «i loro scribi» (Mt 7,29).
–<hDTB@H: sost., nom. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17;
soggetto. Senza articolo, perché ancora sconosciuto e anonimo. È probabile che il vocabolo
sia qui usato alla maniera semitica, al posto del pronome indefinito J\H, «uno», «qualcuno»,
«un certo». Questo fenomeno si riscontra in Mc 1,23; 3,1; 4,26; 5,2; 7,11; 8,27.36.37; 10,7.9;
11,2; 12,1.14; 13,34.
¦<: prep. propria di valore modale, seguita dal dativo, indecl., in; cf. Mc 1,2. Questa preposizione
è qui usata nel significato semitico corrispondente alla preposizione ebraica vA, be, di valore
assai generico.
B<gb:"J4: sost., dat. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
compl. di modo. L’espressione –<hDTB@H ¦< B<gb:"J4 •i"hVDJå è alla lettera quasi
intraducibile: «un uomo in spirito impuro». Si tratta di un semitismo, dove la preposizione
¦<, corrispondente alla preposizione ebraica vA, be, indica che l’uomo si trova sottomesso e
quasi «dentro» lo spirito malvagio (cf. l’analoga espressione in Rm 8,9: ß:gÃH @Ûi ¦FJ¥ ¦<
F"Di •88 ¦< B<gb:"J4, «voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello spirito»).
Questo uso particolare della preposizione ¦< (cf. anche Mc 5,2) può essere esplicitato in
italiano mediante una proposizione relativa con il verbo essere, per indicare lo stato di
passività («un uomo che era sotto il dominio di uno spirito cattivo») oppure con il verbo
avere («un uomo che aveva uno spirito cattivo») o più semplicemente e direttamente «un
uomo posseduto da uno spirito cattivo».
•i"hVDJå: agg. qualificativo, dat. sing. n. da •iVh"DJ@H, –@< (da –8n" privativa e
i"h"\DT), non pulito, sporco, immondo, impuro; attributo di B<gb:"J4. Il vocabolo
ricorre 32 volte nel NT: Mt 10,1; 12,43; Mc 1,23.26.27; 3,11.30; 5,2.8.13; 6,7; 7,25; 9,25;
Lc 4,33.36; 6,18; 8,29; 9,42; 11,24; At 5,16; 8,7; 10,14.28; 11,8; 1Cor 7,14; 2Cor 6,17; Ef
5,5; Ap 16,13; 17,4; 18,2[x3]. L’espressione ¦< B<gb:"J4 •i"hVDJå è costruita con un
dativus modi impiegato per indicare le circostanze concomitanti, il modo o la maniera nella
quale si manifesta un soggetto. Nel greco classico l’aggettivo •iVh"DJ@H è usato nel senso
profano di «impuro», «sporco», riferito a persone o cose (cf. Sofocle, Oed. tyr., 256; Platone,
Leg., 866a; Aristotele, Probl., 883b 27). Diverso è l’uso del termine nel greco neotestamenta-
rio: qui l’aggettivo «immondo» o «impuro» non deve essere inteso in senso letterale proprio,
come se denotasse una sporcizia materiale o una immoralità sessuale e neppure in senso
legale, con riferimento alle leggi di purità presenti nell’AT, ma come designazione ontologica
che indica la volontà malvagia che posseggono tali spiriti, i quali si contrappongono a tutto
ciò che è «santo». Nel mondo giudaico è abbondantemente attestata la credenza di questi
«spiriti impuri» i quali possono essere anche chiamati senza differenza di senso B@<0D
B<gb:"J", «spiriti cattivi» (Test. Levi, 18,12; cf. anche Lib. Iub., 10,3.13; 11,4; 12,20).
Sebbene nel NT prevalga la prima espressione non mancano casi in cui si parla di «spiriti
cattivi» (B<gb:"J" B@<0DV, Lc 7,21; At 19,12). Questa oscillazione linguistica è altresì
102 Mc 1,24

documentata nella letteratura di Qumran e nei testi apocrifi. Ciò si spiega per il fatto che il
rapporto tra impurità e male era ritenuto strettissimo. Secondo questa mentalità i demoni sono
la manifestazione del male, il quale si presenta come una “impurità” che intacca la sacralità
delle persone e delle cose. Nella nostra traduzione italiana alla astrusa espressione letteralista
«spiriti impuri», solitamente riportata nei vari commentari, abbiamo preferito quella
semanticamente corrispondente, più facilmente comprensibile e diretta: «spiriti cattivi».
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•<XiD">g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •<"iDV.T (da •<V e iDV.T), gridare, alzare
la voce. Questo verbo ricorre 5 volte nel NT: Mc 1,23; 6,49; Lc 4,33; 8,28; 23,18. Si tratta
di un aoristo incoativo da legare alla successiva forma 8X(T<: «disse gridando» oppure, se
si preferisce accentuare l’aspetto incoativo, «si mise a gridare». Il verbo, forma intensiva di
iDV.T, è attestato già da Omero nel senso di «alzare la voce», «gridare», detto a proposito
sia di uomini che di animali (cf. Omero, Od., 14,467; Senofonte, Anab., 4,4,20; Menandro,
Frag., 620,11).

1,24 8X(T<s I\ º:Ã< i" F@\s z30F@Ø ;"."D0<Xp µ8hgH •B@8XF"4 º:Hp @É*V Fg
J\H gÉs Ò ž(4@H J@Ø hg@Ø.
1,24 «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a distruggerci? Io so chi tu sei: il santo
di Dio!».

8X(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto –<hDTB@H. L’uso di 8X(T
dopo i verbi cosiddetti dicendi («dire», «proclamare», «annunciare», «interrogare»,
«rispondere», «deliberare», ecc.), frequentissimo nel NT, è un ebraismo dovuto alla
traduzione servile della forma verbale 9J/!-F, le) ’mo) r, equivalente al gerundio «dicendo» e
impiegata per introdurre il discorso diretto in sostituzione del segno grafico dei due punti (:),
inesistente in ebraico come in greco. Nelle traduzioni questa tipica forma può essere omessa.
I\: pron. interrogativo, nom. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?,
che?, quale?, che cosa?, perché? Il vocabolo ricorre 555 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 91 volte in Matteo (corrispondente allo 0,496% del totale delle
parole); 72 volte in Marco (cf. Mc 1,24[x2].27; 2,7[x2].8.9.18.24.25; 3,33; 4,24.30.40.41;
5,7.9.14.30.31.35.39; 6,2.24.36; 7,5; 8,1.2.12.17.27.29.36.37; 9,6.10.16.33.34.50; 10,3.17.
18.26.36.38.51; 11,3.5.28.31; 12,9.15.16.23; 13,4.11; 14,4.6.36[x2].40.60.63.64.68;
15,12.14.24[x2].34; 16,3 = 0,637%); 114 volte in Luca (0,585%); 80 volte in Giovanni
(0,512%). Il pronome interrogativo J\H (lat. quis?, quid?), munito sempre di accento acuto,
nel NT è attestato prevalentemente in funzione pronominale; nei restanti casi può essere
usato: a) come aggettivo, in preposizioni interrogative dirette o indirette (cf. Mc 4,30; 5,9;
6,2); b) al posto di un pronome relativo (cf. Mc 2,25; 14,36[x2]); c) come avverbio
interrogativo «perché?» (cf. Mc 2,7.8.24; 4,40; 5,35.39; 8,12.17; 9,16.33; 10,18; 11,3; 12,15;
14,6); d) come avverbio interrogativo, soprattutto nella forma intensiva preposizionale *4
J\, «perché?» (cf. Mc 2,18; 7,5; 11,31).
Mc 1,24 103

º:Ã<: pron. personale di 1a pers. dat. plur. da º:gÃH (gen. º:ä<, dat. º:Ã<, acc. º:H), noi;
compl. di termine. La forma º:Ã< ricorre 169 volte nel NT rispetto alle 2583 ricorrenze
totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 18 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,098% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 1,24; 9,22.38;
10,35.37; 12,19; 13,4; 14,15; 16,3 = 0,080%); 26 volte in Luca (0,133%); 15 volte in
Giovanni (0,096%). Seguendo l’uso classico il pronome º:gÃH è impiegato soltanto come
elemento di contrapposizione o di rilievo all’interno della frase.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
F@\: pron. personale di 2a pers. dat. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu, te;
cf. Mc 1,11; compl. di termine. Il pronome, benché enclitico, è accentato perché posto in
rilievo. L’espressione interrogativa J\ º:Ã< i"Â F@\ (lett. «che cosa a noi e a te?»), presente
anche nella forma singolare J\ ¦:@Â i"Â F@\ (Mc 5,7), è tipicamente semitica e corrisponde
all’ebraico …-I&I *‹E<< %Œ
H , mah–lî wa) la) k, «che cosa [c’è] tra me e te?». Si tratta di una formula
equivoca: a) in alcuni contesti essa corrisponde a una interrogazione retorica il cui significato
è «niente [esiste] tra me e te», ossia: «fra me e te non c’è nulla che ci divida», non c’è ragione
alcuna di dissenso, regna l’armonia più completa. In Gdc 11,12 Iefte si rivolge con questa
espressione al re ammonita che vuole fargli guerra, per convincerlo che non c’è nessuna
ragione di inimicizia tra loro. In Gn 23,15 Efron dice ad Abramo: «Un terreno del valore di
400 sicli d’argento che cos’è tra me e te?». La risposta è implicita: poca cosa, nulla, saremo
sempre amici (cf. anche 2Sam 16,10; 19,23; 1Re 17,18; 2Cr 35,21). b) In altri passi la
locuzione ha significato dissociativo di rifiuto e corrisponde alle espressioni «perché ti
immischi nelle nostre cose?», «che cosa abbiamo in comune?» (cf. Gs 22,24; 2Re 3,13; cf.
anche Gv 2,4). In questa seconda accezione l’espressione sta a indicare in termini perentori
che non c’è o non ci può essere nessuna relazione tra due interlocutori. Questo secondo
significato è quello che ritroviamo nel nostro passo e in Mc 5,7.
z30F@Ø: sost., nome proprio di persona, voc. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
compl. di vocazione.
;"."D0<X: agg. determinativo, voc. sing. m. da ;"."D0<`H, –@Ø, Nazareno, Nazaretano;
attributo di z30F@Ø. Il vocabolo ricorre 6 volte nel NT: Mc 1,24; 10,47; 14,67; 16,6; Lc
4,34; 24,19. Nel NT vengono applicate a Gesù due differenti forme aggettivali: ;"."D0<`H,
«Nazareno», «Nazaretano» (cf. Mc 1,24; 10,47; 14,67; 16,6; Lc 4,34; 24,19) e ;".TD"Ã@H,
«Nazoreo» (cf. Mt 2,23; 26,71; Lc 18,37; Gv 18,5.7; 19,19; At 2,22; 3,6; 4,10; 6,14; 22,8;
24,5; 26,9). Dal punto di vista filologico entrambi gli appellativi sono considerati forme
greche derivante da ;9H7A1I, Na) sEra5t (Nazaret) e, dunque, sia l’espressione «Gesù Nazareno»,
come pure «Gesù Nazoreo», equivale a «Gesù di/da Nazaret» (= Ò •BÎ ;"."DXJ, «quello
da Nazaret»: Mt 21,11; Gv 1,45; At 10,38), secondo l’uso comune nell’antichità di definire
qualcuno mediante l’indicazione del luogo di origine. È certo, inoltre, che tali appellativi non
sono originariamente una autodesignazione di Gesù, ma vennero impiegati dagli ambienti
giudaici del suo tempo.
µ8hgH: verbo, 2a pers. sing. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
104 Mc 1,24

•B@8XF"4: verbo, inf. aor. da •B`88L:4 (da •B` e la radice di Ð8ghD@H), perdere, rovinare,
distruggere, togliere di mezzo, sopprimere, uccidere. Questo verbo ricorre 90 volte nel NT.
La distribuzione nei vangeli è la seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104%
del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 1,24; 2,22; 3,6; 4,38; 8,35[x2]; 9,22.41;
11,18; 12,9 = 0,088%); 27 volte in Luca (0,139%); 10 volte in Giovanni (0,064%). L’infinito
ha qui il valore finale, come spesso avviene nella grecità a partire da Omero. Nel greco sia
classico che biblico il verbo •B`88L:4 indica in senso letterale proprio l’azione di
annientare, distruggere, uccidere uomini o cose (cf. Omero, Il., 5,648.758; Sofocle, Elect.,
1360; 4Mac., 8,9; Mc 3,6). Usato nella diatesi media (e al perfetto attivo) assume il
significato intransitivo di «rimetterci la vita», «morire» (cf. Omero, Il., 1,117; Platone, Resp.,
608d; Erodoto, Hist., 2,120,3). Da questo significato negativo di perdita, distruzione, morte,
derivano quelli figurati prettamente neotestamentari di «perdere la vita» (= «dannarsi»,
ottenere la perdizione eterna, cf. Gv 3,16) e in senso positivo «sacrificare la vita» (per Cristo
e il vangelo, cf. Mc 8,35). Poiché i manoscritti antichi sono privi di punteggiatura il
significato della frase marciana può oscillare tra una interrogazione («sei venuto a rovinar-
ci?») o una affermazione esclamativa («sei venuto per rovinarci!»). In entrambi i casi il senso
fondamentale resta il medesimo.
º:H: pron. personale di 1a pers. acc. plur. da º:gÃH (gen. º:ä<, dat. º:Ã<, acc. º:H), noi;
compl. oggetto. La forma º:H ricorre 166 volte nel NT rispetto alle 2583 ricorrenze totali
di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 13 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,071% del totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc 1,24; 5,12; 6,3;
9,5.22 = 0,044%); 19 volte in Luca (0,098%); 3 volte in Giovanni (0,019%).
@É*V: verbo, 1a pers. sing. ind. perf. da @É*" (una radice con valore di presente connessa a
gÉ*@<, aor. attivo di ÒDVT), vedere, percepire, discernere, conoscere, sapere. Questo verbo
ricorre 318 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 24 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,131% del totale delle parole); 21 volte in Marco (cf. Mc 1,24.34; 2,10;
4,13.27; 5,33; 6,20; 9,6; 10,19.38.42; 11,33; 12,14.15.24; 13,32.33.35; 14,40.68.71 =
0,186%); 25 volte in Luca (0,128%); 84 volte in Giovanni (0,537%). Nel greco classico la
forma verbale @É*" (originariamente equivalente ad «aver visto») indica il possesso teoretico
di un sapere, una conoscenza puramente intellettuale che prescinde dall’esperienza,
diversamente dal verbo (4<fFiT, il quale indica, invece, un sapere acquisito in base a una
ricerca, una applicazione, una esperienza. Questa distinzione è generalmente mantenuta nel
NT dove @É*" esprime un sapere sicuro, intuitivo. Costruito con l’accusativo di persona,
come nel nostro caso, il verbo @É*" acquista il significato di «sapere chi è uno», ossia,
conoscere la sua identità (cf. Mc 1,34).
Fg: pron. personale di 2a pers. acc. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu, te;
compl. oggetto. La forma FX/Fg ricorre 197 volte nel NT rispetto alle 2905 ricorrenze totali
di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 29 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,158% del totale delle parole); 19 volte in Marco (cf. Mc 1,24.37; 3,32;
5,7.19.31.34; 9,17.43[x2].45[x2].47[x2]; 10,21.35.49.52; 14,31 = 0,168%); 37 volte in Luca
(0,190%); 29 volte in Giovanni (0,185%). Qui il pronome, sintatticamente soggetto del verbo
essere gÉ, è stato attratto dalla proposizione reggente diventando oggetto di @É*V: «conosco
te chi sei». La costruzione, propriamente una prolessi, non è elegante, ma comprensibile:
Mc 1,25 105

l’interrogazione indiretta («chi sei»), oggetto di @É*V, è una specie di apposizione del
pronome Fg.
J\H: pron. interrogativo, nom. sing. m. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?,
che?, quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24.
gÉ: verbo, 2a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc 1,6.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
ž(4@H: agg. qualificativo, di valore sostantivato, nom. sing. m. da ž(4@H, –", –@<, separato,
riservato [per Dio], consacrato, santo; cf. Mc 1,8; predicato nominale. La definizione di
Gesù come «il santo» è rara (cf. Mc 1,24; Lc 1,35; 4,34; Gv 6,69; At 3,14; 4,27.30; 1Gv
2,20; Ap 3,7). Nell’AT è detto di Aronne (cf. Sal 106,16) e di Eliseo (cf. 2Re 4,9). Il
«Santo» per eccellenza è Dio, definito «il Santo di Israele» (cf. Is 1,4; 5,16.19,24; 6,3; 8,13;
10,20; 12,6; 17,7; 29,19.23; 30,11.12.15; 31,1; 37,23; 40,25; 41,14.16.20; 43,3.14.15; 45,11;
47,4; 48,17; 49,7; 54,5; 55,5; 60,9.14). L’espressione «il santo di Dio» applicata a Gesù deve
essere considerata probabilmente come una definizione messianica, poiché traduce una delle
formule ebraiche%|I%*A ( H *–
E /A / .*%EJ-!
B( H *–
E /A, rese dai LXX con le espressioni Ò PD4FJÎH
J@Ø hg@Ø, Ò PD4FJÎH J@Ø iLD\@L, «il consacrato di Dio», «il consacrato del Signore» e
applicate al sommo sacerdote (Lv 21,12), al re (1Sam 12,3.5; 16,6; 24,7.11; 26,9.11.16.23;
2Sam 1,14.16; 2,5; 19,22; 22,51; 23,1; 2Cr 6,42; 22,7; Sal 18,51; 20,7; 28,8; 84,10; 89,39.52;
Is 45,1; Lam 4,20), ai profeti (1Cr 16,22; Sal 105,15; 132,10), ma soprattutto al futuro messia
e liberatore (1Sam 2,10.35; Sal 2,2; 132,17; Sir 46,19; Ab 3,13). Come «santo di Dio» Gesù
è l’iniziatore di un’epoca pneumatica che segna la fine del regno dei demoni. Allo «spirito
cattivo» (–<hDTB@H ¦< B<gb:"J4 •i"hVDJå) si contrappone Gesù, portatore di «Spirito
santo» (B<gØ:" ž(4@<, cf. Mc 1,8): tra lo «Spirito santo» e lo «spirito malvagio» vi è un
contrasto insanabile.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. di specificazione.

1,25 i"Â ¦BgJ\:0Fg< "ÛJè Ò z30F@ØH 8X(T<s M4:fh0J4 i"Â §>g8hg ¦> "ÛJ@Ø.
1,25 Ma Gesù gli intimò: «Taci! Esci da lui!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦BgJ\:0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦B4J4:VT (da ¦B\ e J4:VT), intimare,
ammonire, sgridare, rimproverare, proibire, ordinare severamente. Questo verbo ricorre 29
volte nel NT: Mt 8,26; 12,16; 16,22; 17,18; 19,13; 20,31; Mc 1,25; 3,12; 4,39; 8,30.32.33;
9,25; 10,13.48; Lc 4,35.39.41; 8,24; 9,21.42.55; 17,3; 18,15.39; 19,39; 23,40; 2Tm 4,2; Gd
1,9. Nella grecità il verbo ¦B4J4:VT può essere usato sia nel significato di «rendere onore»,
«onorare» qualcuno (cf. Erodoto, Hist., 6,39,2) sia in quello di «condannare», «punire»
qualcuno (cf. Demostene, Or., 18,74) sia in quello di «rimproverare», «intimare» qualcosa
a qualcuno (cf. Demostene, Or., 20,148; Lisia, Or., 24,18; Polibio, Hist., 8,9,1). Nel greco
biblico il verbo è impiegato soltanto nel terzo significato, per esprimere un rimprovero, una
ammonizione o un severo ordine, generalmente rivolto agli spiriti o alle forze del male. Nei
106 Mc 1,25

LXX ¦B4J4:VT traduce l’ebraico 93 H #I, g) a) ‘ar, utilizzato nel senso di «sgridare», «rimprovera-
re», spesso detto di Dio al fine di far desistere i nemici dal compiere il male (cf. Zc 3,2)
oppure nel senso di «minacciare» allo scopo di sottomettere le forze ostili della natura (cf. Sal
68,31; 106,9). Nel NT il verbo è usato prevalentemente nel contesto degli esorcismi (cf. Mc
1,25; 3,12; 9,25), dove acquista il significato di dare un ordine formale mediante un tono
severo di minaccia: tecnicamente, in riferimento ai demoni, equivale a «esorcizzare».
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
8X(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto z30F@ØH. L’uso di 8X(T
dopo i verbi cosiddetti dicendi («dire», «proclamare», «annunciare», «interrogare»,
«rispondere», «deliberare», ecc.), frequentissimo nel NT, è un ebraismo dovuto alla
traduzione servile della forma verbale 9J/!-F, le) ’mo) r, equivalente al gerundio «dicendo» e
impiegata per introdurre il discorso diretto in sostituzione del segno grafico dei due punti (:),
inesistente in ebraico come in greco. Nelle traduzioni questa tipica forma può essere omessa.
M4:fh0J4: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. pass. da n4:`T, chiudere la bocca, ammutolire,
tacere. Questo verbo ricorre 7 volte nel NT: Mt 22,12.34; Mc 1,25; 4,39; Lc 4,35; 1Tm 5,18;
1Pt 2,15. Diversamente dal greco classico, dove il raro verbo n4:`T ha il significato forte
di «imbavagliare» (da n4:`H, «museruola»), nella Koiné assume un senso più attenuato,
corrispondente al generico «stare zitto», «fare silenzio» (cf. Giuseppe Flavio, Bellum, 1,438).
Questo passo marciano costituito dal severo divieto che Gesù rivolge allo spirito cattivo,
assieme ad altri dislocati nell’opera, è alla base del cosiddetto «segreto messianico». Nel
vangelo di Marco il segreto messianico, inteso come volontario nascondimento da parte di
Gesù della sua identità messianica, rappresenta l’ossatura drammatica del libro. La verità di
Cristo come messia risulta chiara soltanto alla fine del vangelo, sotto la croce, ma fino a quel
momento resta segreta, volutamente nascosta dallo stesso protagonista. Nel battesimo Gesù
è proclamato «figlio di Dio» dalla voce celeste, ma soltanto lui sente questa voce (cf. Mc
1,11) e, dunque, questa sua qualità resta segreta per i testimoni. Subito dopo, all’inizio del
suo ministero, Gesù impone il silenzio ai demoni che con la loro scienza sovrumana possono
riconoscerlo come «il Santo di Dio» (Mc 1,24–25) e «il Figlio di Dio» (Mc 3,11–12).
Quando potrebbe nascere un esagerato entusiasmo tra la folla a causa dei miracoli compiuti,
egli ordina con severità di tacere e non rivelare il fatto. Chiede al lebbroso guarito di non dire
nulla a nessuno della sua guarigione (cf. Mc 1,43–45), raccomanda di non divulgare il
miracolo della risurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,43), non vuole che qualcuno sappia
della guarigione del sordomuto avvenuta in disparte (cf. Mc 7,36–37) o del recupero della
vista da parte del cieco di Betsaida (cf. Mc 8,26). Ordina ai Dodici, dopo la confessione di
Pietro, di non dire ad alcuno che egli è il messia (cf. Mc 8,30). Comanda a tre testimoni
privilegiati, Pietro, Giacomo e Giovanni, di non riferire di averlo visto nella gloria della
trasfigurazione: in questo caso, tuttavia, fissa un limite significativo: «Se non dopo che il
Mc 1,25 107

Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti» (Mc 9,9). Anche il suo insegnamento in
parabole nasconde un segreto affinché quelli di fuori «pur guardando non vedano e pur
ascoltando non comprendano» (Mc 4,12). A partire dalla cosiddetta «confessione di Pietro»
(cf. Mc 8,27), pericope che rappresenta lo spartiacque letterario e teologico del vangelo,
questo segreto messianico si affievolisce per poi scomparire verso la fine del ministero
pubblico, quando Gesù accetta di essere acclamato quale figlio di David dal cieco di Gerico
(cf. Mc 10,46–52) e dalla folla osannante di Gerusalemme (cf. Mc 11,10). Finalmente, alla
vigilia della passione egli stesso si proclama messia e Figlio di Dio rispondendo con un
chiaro «Io sono» alla domanda del sommo sacerdote (cf. Mc 14,62). Ma tale svelamento del
segreto messianico e dell’identità divina di fronte all’Israele ufficiale diventa la causa della
sua condanna a morte («Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la
bestemmia; che ve ne pare?», Mc 14,63). La conseguenza di questo svelamento del segreto
messianico è, dunque, la croce. E proprio sulla croce, quando Gesù muore, un pagano può
finalmente esclamare/testimoniare la sua professione di fede: «Davvero quest’uomo era figlio
di Dio!» (Mc 15,39). La ragione storica del segreto messianico sta, dunque, nella necessità
della passione, in quella necessità divina indicata da Gesù con le espressioni «È necessa-
rio…» (*gÃ…), «come è scritto…» (i"hãH (X(D"BJ"4…). Gesù prende liberamente la
decisone di andare verso la passione perché questa è divinamente necessaria. Se Gesù avesse
lasciato che la sua gloria apparisse, se avesse permesso l’entusiasmo esaltato delle folle, se
avesse accettato le acclamazioni dei demoni, se avesse lasciato ai discepoli di divulgare la sua
identità, avrebbe potuto vanificare l’intero suo ministero e la stessa missione salvifica. A
questa motivazione storica se ne deve aggiungere un’altra più importante di ordine teologico:
l’evangelista sa che l’identità di Gesù, la sua essenza ontologica, per dirla in termini filosofici,
è così profonda da non poter mai essere totalmente afferrata dagli uomini: se ne può soltanto
cogliere un parziale aspetto, attraverso uno svelamento graduale, offerto dallo stesso
protagonista.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
§>g8hg: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori,
uscire. Questo verbo deponente ricorre 218 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 43 volte in Matteo (corrispondente allo 0,234% del totale delle parole); 39 volte
in Marco (cf. Mc 1,25.26.28.29.35.38.45; 2,12.13; 3,6.21; 4,3; 5,2.8.13.30; 6,1.10.12.24.34.
54; 7,29.30.31; 8,11.27; 9,25.26.29.30; 11,11.12; 14,16.26.48.68; 16,8.20 = 0,345%); 44
volte in Luca (0,226%); 30 volte in Giovanni (0,192%). In senso letterale proprio il verbo
¦>XDP@:"4 indica nella grecità il generico «uscire», inteso come moto da luogo (cf. Omero,
Il., 22,237; Od., 4,283; Sofocle, Elect., 778). In Marco il verbo ¦>XDP@:"4 è usato
prevalentemente in contesti narrativi per introdurre nuove pericopi o diversi passaggi
all’interno dello stesso racconto. Il soggetto più frequente è Gesù, da solo (cf. Mc 1,35.38;
2,13; 5,2; 6,1.34; 7,31; 8,7) o in compagnia (cf. Mc 1,29; 6,54; 9,30; 11,12; 14,26). In 9 casi
il verbo è impiegato all’interno delle cacciate di demoni per esprimere, al modo imperativo,
il comando di Gesù oppure l’uscita dei demoni dagli ossessi (cf. Mc 1,25; 5,8.13; 7,29;
9,25.29). L’impiego di due imperativi in successione paratattica (n4:fh0J4 i"Â §>g8hg)
rivela lo stile duale tipico di Marco (cf. Mc 1,25; 4,24; 6,31.38; 7,14; 8,15; 10,14.21; 11,2;
108 Mc 1,26

13,33; 14,34.38.42; 16,7). In questi casi l’accento è posto sul secondo verbo rispetto al primo,
il quale svolge soltanto una funzione espletiva.
¦>: (= ¦i), prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da; cf. Mc 1,10. Spesso
la preposizione posta come prefisso a un verbo composto viene ripetuta davanti al
successivo complemento indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].
25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33;
9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di moto da luogo.

1,26 i" FB"DV>"< "ÛJÎ< JÎ B<gØ:" JÎ •iVh"DJ@< i" nT<­F"< nT<± :g(V8®
¦>­8hg< ¦> "ÛJ@Ø.
1,26 E lo spirito cattivo, scuotendolo e gridando forte, uscì da lui.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


FB"DV>"<: verbo, nom. sing. n. part. aor. da FB"DVFFT (prolungamento di FB"\DT,
«afferrare» o di FBV@:"4, «lacerare», tramite l’idea di contrazione spasmodica), spaccare,
squarciare, lacerare. Questo verbo ricorre 3 volte nel NT: Mc 1,26; 9,26; Lc 9,39. Participio
predicativo del soggetto B<gØ:". Nel greco classico il verbo FB"DVFFT esprime l’idea di
una violenta lacerazione, corrispondente a «spaccare», «squarciare», «fare a pezzi» (cf.
Eschilo, Prom., 1018; Euripide, Med., 1217; Aristofane, Ranae, 424). Nel nostro passo il
verbo acquista il senso di «scuotere con convulsioni», per indicare la violenta ed estrema
reazione dello spirito cattivo ai danni del ragazzo.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
J`: art. determ., nom. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
B<gØ:": sost., nom. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
soggetto.
J`: art. determ., nom. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
•iVh"DJ@<: agg. qualificativo, nom. sing. n. da •iVh"DJ@H, –@< (da –8n" privativa e
i"h"\DT), non pulito, sporco, immondo, impuro; cf. Mc 1,23; attributo di B<gØ:".
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
nT<­F"<: verbo, nom. sing. n. part. aor. da nT<XT, chiamare, gridare. Questo verbo ricorre
43 volte nel NT: Mt 20,32; 26,34.74.75; 27,47; Mc 1,26; 9,35; 10,49[x3]; 14,30.68.72[x2];
15,35; Lc 8,8.54; 14,12; 16,2.24; 19,15; 22,34.60.61; 23,46; Gv 1,48; 2,9; 4,6; 9,18.24; 10,3;
11,28[x2]; 12,17; 13,13.38; 18,27.33; At 9,41; 10,7.18; 16,28; Ap 14,18. Participio
predicativo del soggetto B<gØ:". Nella grecità il verbo nT<XT indica la generica emissione
di un suono o una voce da parte sia di esseri umani (cf. Omero, Il., 2,182) sia di animali (cf.
Aristofane, Achar., 777; Esopo, Fab., 230,1; 296,1; cf. Mc 14,30) sia di strumenti musicali
(cf. Euripide, Or., 146) o di fenomeni fisici, quali un tuono (cf. Senofonte, Apol., 12). Riferito
Mc 1,27 109

all’uomo, soggetto principale nella maggior parte delle ricorrenze, il verbo assume il
significato assoluto di «alzare la voce», «dire», «parlare» (cf. Omero, Il., 6,116; 11,531)
oppure, con accusativo di persona, «chiamare» (cf. Sofocle, Ai., 73). Nel NT nT<XT viene
usato sia in forma assoluta, per esprimere il generico «parlare ad alta voce», «gridare» (cf. Mc
1,26) sia nella forma transitiva, con conseguente complemento («chiamare» qualcuno; cf. Mc
9,35). Il verbo è riferito indifferentemente ad animali (cf. Mc 14,30), a persone (cf. At 9,41),
agli spiriti cattivi (cf. Mc 1,26), agli spiriti celesti (cf. Ap 14,18), a Gesù (cf. Mc 10,49).
nT<±: sost., dat. sing. f. da nT<Z, –­H, voce, suono, discorso; cf. Mc 1,3; compl. di modo.
Dativo di modo o maniera, costruito con la figura etimologica (paronomasia) dell’oggetto
interno (nT<­F"< nT<±), dovuta probabilmente a influsso semitico (infinito assoluto
ebraico). Analogo fenomeno in Mc 3,28; 4,24.41; 5,42; 7,7.13; 10,38; 13,19; 14,6; 15,26.
:g(V8®: agg. qualificativo, dat. sing. f. da :X("H, :g(V80, :X(", grande; attributo di nT<±.
Il vocabolo ricorre 243 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 30 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,164% del totale delle parole); 18 volte in Marco (cf. Mc 1,26;
4,32[x2].37.39.41; 5,7.11.42; 9,34; 10,42.43; 12,31; 13,2; 14,15; 15,34.37; 16,4 = 0,159%);
33 volte in Luca (0,169%); 18 volte in Giovanni (0,115%). Nel greco classico il significato
base di :X("H è «grande», in riferimento alla dimensione esteriore di una realtà animata o
inanimata (cf. Omero, Il., 1,530; 2,839; 16,776; Od., 9,513). Tuttavia, come avviene in tutte
le lingue, l’aggettivo «grande» è suscettibile di svariate applicazioni e ricopre una vastissima
gamma di ulteriori significati anche traslati, come, ad esempio, «alto», «profondo»,
«eccelso», «ampio», «magnifico», «nobile», «valido», «importante», ecc. In riferimento alla
voce qui indicata, il termine ricorre nel senso di «forte», «veemente» (cf. Gn 27,34).
¦>­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo composto viene ripetuta
davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova in Mc
1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.
24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
¦>: (= ¦i), prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da; cf. Mc 1,10.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di moto da luogo.

1,27 i" ¦h":$Zh0F"< žB"<JgH òFJg FL.0JgÃ< BDÎH ©"LJ@×H 8X(@<J"Hs I\


¦FJ4< J@ØJ@p *4*"P¬ i"4<¬ i"Jz ¦>@LF\"<· i"Â J@ÃH B<gb:"F4 J@ÃH
•i"hVDJ@4H ¦B4JVFFg4s i" ßB"i@b@LF4< "ÛJè.
1,27 Tutti furono presi da timore tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo?
Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti cattivi e gli
obbediscono!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦h":$Zh0F"<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. pass. da h":$XT, stupire, spaventare, atterrire
(att.); essere stupito, essere spaventato, essere terrorizzato (pass.). Questo verbo, attestato
110 Mc 1,27

soltanto da Marco in tutto il NT, ricorre 3 volte sempre nella diatesi passiva intransitiva (cf.
Mc 1,27; 10,24.32). Il significato basilare della famiglia di vocaboli alla quale, oltre a
h":$XT, appartengono hV:$@H (cf. Lc 4,36; 5,9; At 3,10), §ih":$@H (cf. At 3,11) e
¦ih":$XT (cf. Mc 9,15; 14,33; 16,5.6), è quello di una violenta commozione dell’animo
prodotta dalla vista di qualcosa. In tal senso il verbo h":$XT corrisponde a «sbalordirsi»,
«stupirsi grandemente» (cf. Omero, Il., 8,77; Od., 10,63; Sofocle, Antig., 1246). Da questo
significato originario si è sviluppato quello attivo transitivo causativo di «spaventare» (cf.
2Sam 22,5) e quello passivo di «essere spaventato» (cf. Plutarco, Brut., 20,9,3).
žB"<JgH: pron. indefinito, nom. plur. m. da žB"H, žB"F", žB"<, tutto, tutto intero; pl. tutti,
tutti quanti; soggetto. Il vocabolo ricorre 34 volte nel NT: Mt 6,32; 24,39; 28,11; Mc 1,27;
8,25; 11,32; 16,15; Lc 3,21; 4,6.40; 5,26; 8,37; 9,15; 19,37.48; 20,6; 21,15; 23,1; Gv 4,25;
At 2,7.44; 4,31.32; 5,12.16; 10,8; 11,10; 16,3.28; 25,24; 27,33; Ef 6,13; 1Tm 1,16; Gc 3,2.
Per quanto riguarda l’uso di questo pronome indefinito nel NT vedi quanto viene riferito a
proposito del pronome e aggettivo indefinito BH, BF", B< in Mc 1,5.
òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che. Questa congiunzione ricorre 83 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 15 volte in Matteo (corrispondente allo 0,082% del totale delle parole); 13 volte
in Marco (cf. Mc 1,27.45; 2,2.12.28; 3,10.20; 4,1.32.37; 9,26; 10,8; 15,5 = 0,115%); 4 volte
in Luca (0,021%); 1 volta in Giovanni (0,006%). Come congiunzione consecutiva òFJg
introduce proposizioni indipendenti o dipendenti; nella maggior parte dei casi è seguita dal
semplice infinito, a volte con una sfumatura finale (cf. Mt 10,1) oppure dall’accusativo con
l’infinito (cf. Mt 8,24). Altrove è costruita con l’indicativo (cf. Mc 10,8), l’imperativo (cf.
1Cor 3,21), il congiuntivo (soltanto in 1Cor 5,8). Raramente ha il valore conclusivo di
«perciò», «dunque» (cf. Mc 2,28).
FL.0JgÃ<: verbo, inf. pres. da FL.0JXT (da Fb< e .0JXT), discutere, disputare, domandare.
Questo verbo ricorre 10 volte nel NT: Mc 1,27; 8,11; 9,10.14.16; 12,28; Lc 22,23; 24,15; At
6,9; 9,29. Nel greco profano il verbo FL.0JXT è usato con due diverse accezioni
fondamentali: a) «ricercare», «investigare» (cf. Platone, Crat., 384c); b) «discutere»,
«disputare» (papiri). Questa doppia valenza ritroviamo anche in Marco dove il verbo
FL.0JXT, diversamente dall’omologo .0JXT presente in Giovanni, è usato: a) in senso
positivo, per indicare il «discutere» della folla o dei discepoli di fronte al parlare e all’agire
di Gesù; si tratta di una riflessione attenta che suscita interesse e coinvolgimento (cf. Mc 1,27;
9,10); b) in senso negativo, per indicare il «discutere» critico e a volte ostile dei farisei, scribi
e sadducei che non sanno o non vogliono capire il messaggio e le azioni di Gesù (cf. Mc
8,11; 9,14.16; 12,28).
BD`H: prep. propria con valore locale (di persone), seguita dall’accusativo, indecl., dinanzi a,
alla presenza di, tra; cf. Mc 1,5.
©"LJ@bH: pron. riflessivo, acc. plur. m. da ©"LJ@Ø, –­H, –@Ø (non usato al nominativo), lui, lui
stesso, esso; compl. di stato in luogo. Questo pronome ricorre 319 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 32 volte in Matteo (corrispondente allo 0,174% del
totale delle parole); 24 volte in Marco (cf. Mc 1,27; 2,8; 3,24.25.26; 4,17; 5,5.30; 6,36.51;
8,14.34; 9,8.10.50; 10,26; 11,31; 12,7.33; 13,9; 14,4.7; 15,31; 16,3 = 0,212%); 57 volte in
Mc 1,27 111

Luca (0,293%); 27 volte in Giovanni (0,173%). Poiché questo pronome riflessivo si riferisce
al soggetto della proposizione non può mai comparire al caso nominativo. All’interno della
frase svolge la funzione di complemento diretto del verbo riferito al soggetto. Il riflessivo
della terza persona viene usato per stabilire l’identità con le persone che parlano o agiscono.
Talvolta, come nel nostro caso, sostituisce il pronome reciproco •88Z8T< («l’un l’altro»,
«a vicenda»). Analogo fenomeno in Mc 10,26; 11,31; 12,7; 14,4; 16,3.
8X(@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo del soggetto sottinteso žB"<JgH.
I\: pron. interrogativo, nom. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?,
che?, quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24.
¦FJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6.
J@ØJ@: pron. dimostrativo, nom. sing. n. da @âJ@H, "àJ0, J@ØJ@, questo, ciò. La forma J@ØJ@
/ J@ØJz ricorre 336 volte nel NT rispetto alle 1387 ricorrenze totali di questo pronome. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 32 volte in Matteo (corrispondente allo 0,170% del
totale delle parole); 16 volte in Marco (cf. Mc 1,27.38; 5,32.43; 6,14; 7,2; 9,21.29; 11,3.24;
12,24; 13,11; 14,5.22.24.36 = 0,134%); 38 volte in Luca (0,195%); 53 volte in Giovanni
(0,339%). Nel greco ellenistico il pronome dimostrativo @âJ@H tende lentamente a sostituire
Ó*g: questo fenomeno è ulteriormente accentuato negli scritti neotestamentari per influsso
semitico, al punto che, rispetto alle 1391 presenze di @âJ@H, il pronome Ó*g ricorre soltanto
10 volte (assente in Marco). Il significato rispecchia generalmente quello classico: @âJ@H
(lat. iste, ista, istud) si riferisce a cosa o persona che è vicino a chi ascolta o parla oppure
complessivamente a ciò che precede nel discorso (funziona anaforica), in quanto riprende ciò
che è stato detto.
*4*"PZ: sost., nom. sing. f. da *4*"PZ, –­H (da *4*VFiT), insegnamento, dottrina, istruzione;
cf. Mc 1,22; soggetto. La frase «una dottrina nuova insegnata con autorità» è ellittica, ma
sufficientemente chiara. Tuttavia dal punto di vista grammaticale sono possibili due
traduzioni, in base alla diversa disposizione della punteggiatura (ricordiamo che i segni di
interpunzione rappresentano una scelta editoriale, poiché i codici più antichi non riportano
alcun segno di punteggiatura): a) alcuni uniscono *4*"P¬ i"4<Z con i"Jz ¦>@LF\"< e
considerano la successiva frase come una proposizione indipendente, traducendo: «Che è mai
questo? Una dottrina nuova [insegnata] con autorità. Comanda perfino agli spiriti cattivi e gli
obbediscono!». b) Altri inseriscono il punto dopo *4*"P¬ i"4<Z e uniscono i"Jz
¦>@LF\"< a ciò che segue (i" J@ÃH B<gb:"F4 J@ÃH •i"hVDJ@4H ¦B4JVFFg4…), dando
alla congiunzione i"\ il significato aggiuntivo («anche», «perfino») e traducono: «Che è mai
questo? Una nuova dottrina! Comanda con autorità perfino agli spiriti cattivi e gli obbedisco-
no!». Dal punto di vista grammaticale entrambe le traduzioni sono possibili. Tuttavia dal
punto di vista di critica interna osserviamo: se si accetta la seconda tesi l’insegnamento di
Gesù sarebbe qualificato soltanto come «nuovo», senza la caratteristica di essere impartito
«con autorità», diversamente da quanto altrove viene espressamente riferito (¦>@LF\"<
§PT<, «avendo autorità»: Mc 1,22; ¦< ¦>@LF\‘, «con autorità»: Mc 11,28.29.33).
112 Mc 1,27

L’insegnamento di Gesù non è soltanto «nuovo», ma anche «autorevole», ossia diverso dagli
scribi e accreditato da una potenza superiore. È preferibile, dunque, la prima traduzione.
i"4<Z: agg. qualificativo, nom. sing. f. da i"4<`H, –Z, –`<, nuovo, recente, diverso; attributo
di *4*"PZ. Il vocabolo ricorre 42 volte nel NT: Mt 9,17; 13,52; 26,29; 27,60; Mc 1,27;
2,21.22; 14,25; 16,17; Lc 5,36[x3].38; 22,20; Gv 13,34; 19,41; At 17,19.21; 1Cor 11,25;
2Cor 3,6; 5,17[x2]; Gal 6,15; Ef 2,15; 4,24; Eb 8,8.13; 9,15; 2Pt 3,13[x2]; 1Gv 2,7.8; 2Gv
1,5; Ap 2,17; 3,12[x2]; 5,9; 14,3; 21,1[x2].2.5. La classica distinzione tra i"4<`H (=
«nuovo»: Sofocle, Oed. tyr., 916) e <X@H (= «giovane»: Omero, Il., 14,108; Od., 1,395) si è
quasi del tutto dissolta nel greco ellenistico e nel NT. Negli scrittori classici i"4<`H indica
propriamente ciò che è nuovo, caratteristico o diverso in confronto ad altro (= senso
qualitativo), mentre <X@H è riservato per indicare ciò che è recente, ciò che è apparso da poco
(= senso cronologico).
i"Jz: (= i"JV), prep. propria di valore modale, seguita dall’accusativo, indecl., secondo, in
conformità a. Questa preposizione, nelle forme i"JV e in quelle elise i"Jz davanti a vocale
con spirito dolce, i"hz davanti a vocale con spirito aspro, ricorre 473 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 37 volte in Matteo (corrispondente allo 0,202% del
totale delle parole); 23 volte in Marco (cf. Mc 1,27; 3,6; 4,10.34; 5,13; 6,31.32.40[x2];
7,5.33; 9,2.28.40; 11,25; 13,3.8; 14,19.49.55.56.57; 15,6 = 0,203%); 43 volte in Luca
(0,221%); 10 volte in Giovanni (0,064%). Nel NT la preposizione i"JV è costruita con il
genitivo o accusativo: usata con il genitivo indica originariamente il punto di partenza (reale
o figurato) di una azione, mentre con l’accusativo (uso di gran lunga prevalente) indica lo
spazio su cui si estende un movimento: in entrambi i casi è presente il significato
fondamentale «in giù». Nel vangelo di Marco la preposizione assume i seguenti significati:
a) avversativo (cf. Mc 3,6; 9,40; 11,25; 14,55.56.57); b) locale (cf. Mc 5,13; 13,8); temporale
(cf. Mc 14,49; 15,6); modale (cf. Mc 1,27; 7,5); approssimazione (cf. Mc 6,40[x2]). In 7
ricorrenze compare nella formula i"Jz Æ*\"<, corrispondente all’avverbio di modo «in
disparte», «in privato», «a parte» (cf. Mc 4,34; 6,31.32; 7,33; 9,2.28; 13,3); in Mc 4,10 è
presente nella locuzione avverbiale di valore modale i"J :`<"H («da solo»), mentre in Mc
14,19 nella locuzione avverbiale di valore distributivo gÍH i"J gÍH («uno a uno», «uno dopo
l’altro»).
¦>@LF\"<: sost., acc. sing. f. da ¦>@LF\", –"H (da §>g4:4), potere, autorità, abilità, forza; cf.
Mc 1,22; compl. di modo.
i"\: cong. coordinativa di valore aggiuntivo, indecl., anche, perfino, inoltre, altresì; cf. Mc 1,4.
Il significato aggiuntivo di i"\ è presente in Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b;
6,34b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c; 9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
B<gb:"F4: sost., dat. plur. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
compl. di termine.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
•i"hVDJ@4H: agg. qualificativo, dat. plur. n. da •iVh"DJ@H, –@< (da –8n" privativa e
i"h"\DT), non pulito, sporco, immondo, impuro; cf. Mc 1,23; attributo di B<gb:"F4.
Mc 1,28 113

¦B4JVFFg4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da ¦B4JVFFT (da ¦B\ e JVFFT), comandare,
ordinare, imporre, incaricare. Questo verbo ricorre 10 volte nel NT: Mc 1,27; 6,27.39; 9,25;
Lc 4,36; 8,25.31; 14,22; At 23,2; Fm 1,8. Il significato generico di ¦B4JVFFT è quello
profano di «impartire un ordine» da parte di qualche autorità (il re Erode Antipa in Mc 6,27;
il sommo sacerdote Anania in At 23,2; il padrone di casa in Lc 14,22; ecc.). Talvolta, come
qui, il verbo è utilizzato a proposito degli «spiriti cattivi», come ordine perentorio e coercitivo
che Gesù dà ai demoni affinché fuggano via o alle forze della natura presentate come potenze
demoniache (cf. Lc 8,25). In tal caso ¦B4JVFFT diventa sinonimo di ¦B4J4:VT che in
Marco è il verbo privilegiato per gli esorcismi di Gesù (cf. Mc 1,25).
i"\: cong. coordinativa di valore consecutivo, indecl., sicché, cosicché, che; cf. Mc 1,4. La
congiunzione assume qui una sfumatura consecutiva: «…al punto che gli obbediscono». Il
significato consecutivo che può assumere la congiunzione i"\ (= i"\ consecutivum) si
ritrova in Mc 1,17b.27c; 5,4d; 9,5b; 10,21c; 14,62a.
ßB"i@b@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da ßB"i@bT (da ßB` e •i@bT), prestare
ascolto, ascoltare un comando, obbedire, sottomettersi. Questo verbo ricorre 21 volte nel
NT: Mt 8,27; Mc 1,27; 4,41; Lc 8,25; 17,6; At 6,7; 12,13; Rm 6,12.16.17; 10,16; Ef 6,1.5;
Fil 2,12; Col 3,20.22; 2Ts 1,8; 3,14; Eb 5,9; 11,8; 1Pt 3,6. Il significato primitivo di questo
verbo è quello di «ascoltare» (cf. Omero, Il., 8,4, tmesi; Od., 14,485), da cui derivano quello
susseguente di «ubbidire», detto a proposito di coloro che sono in condizione di subordina-
zione rispetto a un superiore, come i figli, gli schiavi, la moglie, i soldati, ecc. (cf. Erodoto,
Hist., 3,148,2; Tucidide, Hist., 1,141,1; Platone, Prot., 325a) e quello di «essere sottoposto»,
«essere sotto il dominio» (cf. Erodoto, Hist., 3,101,2; Tucidide, Hist., 4,56,2). In Marco
questa obbedienza/sottomissione è riferita esclusivamente ai demoni di fronte all’onnipotenza
di Gesù.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.

1,28 i" ¦>­8hg< º •i@¬ "ÛJ@Ø gÛh×H B"<J"P@Ø gÆH Ó80< J¬< BgD\PTD@< J­H
'"848"\"H.
1,28 E immediatamente la sua fama si diffuse dappertutto in tutta la regione della Galilea.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦>­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25.
º: art. determ., sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
•i@Z: sost., nom. sing. f. da •i@Z, –­H (da •i@bT), udito, orecchio, cosa sentita, diceria,
clamore, fama; soggetto. Il vocabolo ricorre 24 volte nel NT: Mt 4,24; 13,14; 14,1; 24,6; Mc
1,28; 7,35; 13,7; Lc 7,1; Gv 12,38; At 17,20; 28,26; Rm 10,16.17[x2]; 1Cor 12,17[x2]; Gal
3,2.5; 1Ts 2,13; 2Tm 4,3.4; Eb 4,2; 5,11; 2Pt 2,8. Nel significato attivo il vocabolo indica
nella grecità sia profana che biblica l’udito come senso, come capacità uditiva (cf. Platone,
Phaed., 65b; Mc 7,35; Lc 7,1; At 17,20), mentre per indicare l’organo corrispondente, ossia
114 Mc 1,29

l’orecchio fisico, si usa preferibilmente @âH. Nel significato passivo esprime ciò che si ode
in varie forme: notizia, diceria, clamore, fama, la stessa predicazione evangelica (cf. Rm
10,17; Gal 3,2.5; 1Ts 2,13; Eb 4,2).
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
B"<J"P@Ø: avv. di luogo, indecl., ovunque, dovunque, dappertutto, in ogni luogo. Il vocabolo
ricorre 7 volte nel NT: Mc 1,28; 16,20; Lc 9,6; At 17,30; 24,3; 28,22; 1Cor 4,17.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
Ó80<: agg. indefinito, acc. sing. f. da Ó8@H, –0, –@<, tutto, ogni; attributo di BgD\PTD@<, qui
senza articolo perché in posizione predicativa. Il vocabolo ricorre 109 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 22 volte in Matteo (corrispondente allo 0,120% del
totale delle parole); 18 volte in Marco (cf. Mc 1,28.33.39; 6,55; 8,36; 12,3[x4].33[x3].44;
14,9.55; 15,1.16.33 = 0,159%); 17 volte in Luca (0,087%); 6 volte in Giovanni (0,038%).
Diversamente da quanto avviene per il sinonimo BH (cf. Mc 1,5), il quale assume significato
diverso se usato con o senza articolo, l’aggettivo Ó8@H conserva sempre il significato di
«tutto», «intero», indipendentemente dalla posizione, dalla presenza o dall’assenza
dell’articolo.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
BgD\PTD@<: sost., acc. sing. f. da BgD\PTD@H, –@L (da BgD\ e PfD"), che è intorno,
circondario, regione vicina; compl. di moto a luogo. Il vocabolo ricorre 9 volte nel NT: Mt
3,5; 14,35; Mc 1,28 (hapax marciano); Lc 3,3; 4,14.37; 7,17; 8,37; At 14,6. Seguendo uno
sviluppo che si manifesta già nel greco classico alcuni aggettivi di uso frequente, come
BgD\PTD@H, sono diventati sostantivi in quello ellenistico. Qui il termine è unito al
toponimo '"848"\" per indicare il «territorio circostante la Galilea», ossia tutta la regione
della Galilea.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
'"848"\"H: sost., nome proprio di regione, gen. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; cf. Mc
1,9; compl. di denominazione.

1,29 5"Â gÛh×H ¦i J­H FL<"(T(­H ¦>g8h`<JgH µ8h@< gÆH J¬< @Æi\"< E\:T<@H
i" z!<*DX@L :gJ z3"if$@L i" z3TV<<@L.
1,29 E subito, usciti dalla sinagoga, si recarono in casa di Simone e di Andrea, in
compagnia di Giacomo e di Giovanni.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
Mc 1,29 115

¦i: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da; cf. Mc 1,10.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
FL<"(T(­H: sost., gen. sing. f. da FL<"(T(Z, –­H, raccolta, adunanza, assemblea, riunione,
congregazione, sinagoga (forma raddoppiata di FL<V(T); cf. Mc 1,21; compl. di moto da
luogo.
¦>g8h`<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori,
uscire; cf. Mc 1,25. Participio predicativo del soggetto sottinteso «Gesù e i discepoli».
µ8h@<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
@Æi\"<: sost., acc. sing. f. da @Æi\", –"H, casa, abitazione, dimora; compl. di moto a luogo. Il
vocabolo ricorre 93 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 25 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,136% del totale delle parole); 18 volte in Marco (0,159%); 24
volte in Luca (0,123%); 5 volte in Giovanni (0,032%). Marco impiega due vocaboli simili
per indicare la casa: @Æi\" e @Éi@H. Il primo termine è presente in Mc 1,29; 2,15;
3,25[x2].27[x2]; 6,4.10; 7,24; 9,33; 10,10.29.30; 12,40; 13,15.34.35; 14,3. Il secondo
termine ricorre 13 volte (cf. Mc 2,1.11.26; 3,20; 5,13.38; 7,17.30; 8,3.26; 9,28; 11,17[x2]).
Sebbene sostanzialmente sinonimi, i vocaboli in oggetto non sembrano essere scambiabili:
il vocabolo @Éi@H (115 volte nel NT) è più concreto, riferendosi anzitutto alla costruzione
fisica, alla dimora intesa come edificio. Il vocabolo @Æi\" (93 volte nel NT), pur conservan-
do questo significato base, è impiegato anche per definire l’abitazione generica e in senso
metaforico la casa intesa come la famiglia, il clan, il casato oppure il complesso dei beni, la
proprietà, gli averi. Marco ricorda 11 volte l’ingresso di Gesù nella “casa” (@Æi\" e @Éi@H)
di qualcuno; 4 volte vengono nominati i rispettivi padroni: Simone e Andrea, a Cafarnao (cf.
Mc 1,29), Levi (cf. Mc 2,25), il capo della sinagoga (cf. Mc 5,38), Simone il lebbroso, a
Betania (cf. Mc 14,3). Nelle altre ricorrenze la casa resta indeterminata: Mc 2,1 (probabil-
mente di Simone e Andrea), Mc 3,20 (anonima), Mc 7,17 (anonima, forse a Cafarnao), Mc
7,24 (anonima, nel territorio di Tiro), Mc 9,28 (anonima), Mc 9,33 (anonima, a Cafarnao),
Mc 10,10 (anonima). La casa di Pietro qui ricordata ha trovato un riscontro archeologico e
letterario e viene oggi identificata con l’ambiente n. 1 dell’insula sacra, a Cafarnao. Dalle
fonti letterarie si ricavano i seguenti dati: a) al tempo di Gesù esisteva a Cafarnao una casa
di Pietro (cf. Mc 1,29–31); b) nei primi secoli dell’era cristiana, prima ancora della pace
costantiniana, fiorì a Cafarnao una comunità cristiana di ceppo giudaico (cf. Midrash
Rabbah, Ecclesiastes I,8,4); c) verso la fine del VI secolo il pellegrino Anonimo di Piacenza
riferisce che a Cafarnao, nel luogo tradizionale della casa di Pietro, è sorta una “basilica”:
«Deinde venimus in Capharnaum in domum beati Petri, quae est in basilica», «Giungemmo
a Cafarnao, nella casa del beato Pietro che attualmente è una basilica» (Anonimo di Piacenza,
Itin., 7); d) finalmente nel XII secolo il monaco benedettino Pietro diacono (Petrus Diaconus),
riprendendo notizie più antiche descrive una domus–ecclesia e afferma che nonostante le
trasformazioni della medesima in luogo di culto i muri sono quelli originari della casa di
116 Mc 1,30

Pietro: «In Capharnaum autem ex domo apostolorum principis ecclesia facta est, qui parietes
usque hodie ita stant sicut fuerunt», «A Cafarnao, della casa del principe degli apostoli è stata
fatta una chiesa e quelle pareti rimangono ancora oggi come erano» (Pietro Diacono, Liber,
5,8). I dati archeologici dell’insula sacra hanno confermato in pieno le fonti letterarie: a)
l’ambiente n. 1 va datato con certezza tra la fine del periodo ellenistico e gli inizi del periodo
romano; b) a partire dalla seconda metà del I secolo d.C. questo ambiente comincia a
differenziarsi da tutte le altre abitazioni per la presenza di pavimenti ripetutamente intonacati
e frammenti di lucerne; c) nel periodo romano anche le rozze pareti cominciano a ricevere
un intonaco, sui quali i pellegrini cristiani incidono alcune iscrizioni; d) verso la metà del IV
secolo la casa venerata viene ampliata e separata con un muro di cinta. Nonostante queste
vistose trasformazioni i muri originari rimangono al loro posto; e) nella metà del V secolo
tutta l’area dell’insula sacra viene sacrificata per la costruzione di una chiesa ottagonale: è
la basilica ricordata dall’anonimo Piacentino. In base alle convergenze delle fonti letterarie
e dei resti archeologici si può affermare che l’identificazione della casa di Pietro a Cafarnao
è pressoché certa.
E\:T<@H: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da E\:T<, –T<@H, Simone, Simeone;
cf. Mc 1,16; compl. di specificazione.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
z!<*DX@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z!<*DX"H, –@L, Andrea; cf. Mc
1,16; compl. di specificazione. La coppia «Pietro e Andrea» (assieme a «Giacomo e
Giovanni») riveste grande importanza nella tradizione evangelica: a prescindere dalle liste dei
Dodici, i primi due personaggi si trovano menzionati insieme in Mt 4,18; 10,2; Mc 1,16.29;
13,3; Gv 1,40.44; 6,8.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
z3"if$@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z3ViT$@H, –@L, Giacomo; cf. Mc
1,19; compl. di compagnia.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
z3TV<<@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,19; compl. di compagnia. La coppia dei fratelli z3"if$@L i"Â z3TV<<@L sembra essere
uno stereotipo: sono nominati in questo ordine in Mc 1,19.29; 3,17; 5,37; 9,2; 10,35; con la
precisazione «figli di Zebedeo» in Mc 1,19; 3,17; 10,35; compaiono tra gli intimi di Gesù (cf.
Mc 5,37; 9,2; 13,3; 14,33).

1,30 º *¥ Bg<hgD E\:T<@H i"JXig4J@ BLDXFF@LF"s i" gÛh×H 8X(@LF4< "ÛJè


BgDÂ "ÛJ­H.
1,30 La suocera di Simone era a letto febbricitante e subito gli parlarono di lei.

º: art. determ., nom. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
*X: cong. coordinativa di valore narrativo, indecl., ora, allora, poi; cf. Mc 1,8.
Mc 1,30 117

Bg<hgDV: sost., nom. sing. f. da Bg<hgDV, –H, suocera; soggetto. Il vocabolo ricorre 6 volte
nel NT: Mt 8,14; 10,35; Mc 1,30 (hapax marciano); Lc 4,38; 12,53[x2]. Il termine Bg<hgDV
indica nella grecità la «suocera», ossia la madre del marito o della moglie rispetto all’altro
coniuge (cf. Demostene, Or., 45,70; Plutarco, Tib. Gracch., 8,7,3): nel nostro caso si tratta
della madre della moglie di Pietro. Si apprende qui di sfuggita che tra i Dodici almeno Pietro
era sposato. Questa notizia sembra confermata da 1Cor 9,5.
E\:T<@H: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da E\:T<, –T<@H, Simone, Simeone;
cf. Mc 1,16; compl. di specificazione.
i"JXig4J@: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da i"JVig4:"4 (da i"JV e igÃ:"4), essersi
sdraiato, giacere prostrato. Imperfetto durativo o iterativo, per indicare continuità. Questo
verbo ricorre 12 volte nel NT: Mc 1,30; 2,4.15; 14,3; Lc 5,25.29; 7,37; Gv 5,3.6; At 9,33;
28,8; 1Cor 8,10. Nel greco classico il verbo i"JVig4:"4 assume varie sfumature di
significato: spesso indica il generico «giacere», riferito a persone, animali o cose (cf. Omero,
Il., 24,10; Aristofane, Achar., 70). In altri contesti equivale a «giacere a tavola» (cf. Platone,
Symp., 185d), «giacere a letto» (cf. Aristofane, Eccl., 313), «giacere malato» (cf. Erodoto,
Hist., 7,229,1). Negli scritti neotestamentari il verbo può significare sia l’essere sdraiato su
un letto, a causa di qualche malattia (cf. Mc 1,30; 2,4; Lc 5,25; Gv 5,3.6; At 9,33; 28,8)
oppure l’adagiarsi a mensa su tappeti o divani preferibilmente sul fianco sinistro, alla moda
ellenistica e romana (cf. Mc 2,15; 14,3; Lc 5,29; 7,37).
BLDXFF@LF": verbo, nom. sing. f. part. pres. da BLDXFFT, avere la febbre, essere febbricitante.
Participio predicativo del soggetto Bg<hgDV. Questo verbo ricorre 2 volte nel NT: Mt 8,14;
Mc 1,30 (hapax marciano). Sia la forma verbale BLDXFFT, «ardente di febbre» sia quella
nominale successiva (Ò BLDgJ`H, «ardore febbrile», Mc 1,31) derivano dalla radice BLD–,
«fuoco». Il verbo BLDXFFT, assente nei papiri e nei LXX, è raro anche nel greco classico
(cf. Ippocrate, Aph., 2,28; Euripide, Cycl., 228; Aristofane, Ves., 284), a differenza del
sostantivo BLDgJ`H.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
8X(@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Presente storico, di valore impersonale. Alcuni dei presenti, non si specifica chi,
avvisano Gesù: si tratta di un riferire generico, a titolo informativo, come è solito fare
qualcuno che ha un malato in casa mentre introduce un ospite.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
BgD\: prep. propria con valore di argomento, seguita dal genitivo, indecl., intorno a, riguardo
a, nei confronti di, circa; cf. Mc 1,6.
"ÛJ­H: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. f. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; compl. di argomento. La forma "ÛJ­H ricorre 169 volte nel NT
rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 23 volte in Matteo (corrispondente allo 0,125% del totale delle parole); 15 volte
118 Mc 1,31

in Marco (cf. Mc 1,30; 5,26.29; 6,24.28; 7,25.26.30; 10,12; 12,44[x2]; 13,24.28; 14,9; 16,11
= 0,133%); 29 volte in Luca (0,149%); 10 volte in Giovanni (0,064%).

1,31 i" BD@Fg8hã< ³(g4Dg< "ÛJ¬< iD"JZF"H J­H Pg4D`H· i" •n­ig< "ÛJ¬< Ò
BLDgJ`Hs i"Â *40i`<g4 "ÛJ@ÃH.
1,31 Allora egli, avvicinatosi, la fece alzare prendendola per mano. La febbre la lasciò ed
essa si mise a servirli.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


BD@Fg8hf<: verbo, nom. sing. m. part. aor. da BD@FXDP@:"4 (da BD`H e §DP@:"4), venire,
avvicinarsi, precedere, accostarsi. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto
sottinteso z30F@ØH. Questo verbo deponente ricorre 86 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 51 volte in Matteo (corrispondente allo 0,278% del totale delle parole);
5 volte in Marco (cf. Mc 1,31; 6,35; 10,2; 12,28; 14,45 = 0,044%); 10 volte in Luca
(0,051%); 1 volta in Giovanni (0,006%). Il verbo BD@FXDP@:"4, sebbene nel greco classico
e in quello neotestamentario indichi genericamente un movimento spaziale, un avvicinarsi
fisico (cf. Eschilo, Eum., 474; Euripide, Hel., 1539; Erodoto, Hist., 1,86,4), quando è riferito
a Gesù sembra assumere un significato più profondo a livello redazionale (cf. Mc 1,31; 6,35;
10,2; 12,28; 14,35.45): si tratta di un avvicinarsi teologico, un accostarsi a qualcuno o un
farsi avanti per indicare che l’iniziativa in tema di salvezza parte dal Cristo; è lui che si
muove per primo incontro all’umanità bisognosa di salute e salvezza.
³(g4Dg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦(g\DT, svegliare, alzare, sollevare, risorgere [i
morti] (trans.); svegliarsi, alzarsi, sollevarsi, risorgere [dai morti] (intr.). Questo verbo
ricorre 144 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 36 volte in Matteo (cf.
Mt 1,24; 2,13.14.20.21; 3,9; 8,15.25.26; 9,5.6.7.19.25; 10,8; 11,5.11; 12,11.42; 14,2; 16,21;
17,7.9.23; 20,19; 24,7.11.24; 25,7; 26,32.46; 27,52.63.64; 28,6.7, corrispondente allo 0,196%
del totale delle parole); 19 volte in Marco (cf. Mc 1,31; 2,9.11.12; 3,3; 4,27.38; 5,41; 6,14.16;
9,27; 10,49; 12,26; 13,8.22; 14,28; 16,6.14 = 0,168%); 18 volte in Luca (cf. Lc 1,69; 3,8;
5,23.24; 6,8; 7,14.16.22; 8,54; 9,7.22; 11,8.31; 13,25; 20,37; 21,10; 24,6.34 = 0,092%); 13
volte in Giovanni (cf. Gv 2,19.20.22; 5,8.21; 7,52; 11,29; 12,1.9.17; 13,4; 14,31; 21,14 =
0,070%). Il significato fondamentale specifico di ¦(g\DT è quello transitivo di «svegliare»
qualcuno dal sonno (cf. Omero, Il., 5,413; Od., 5,48; Mc 4,38) o intransitivamente «stare
sveglio» (cf. Omero, Il., 10,67). Nella diatesi mediopassiva equivale a «svegliarsi» dal sonno
(cf. Omero, Il., 2,41; Od., 20,100; Mc 4,27) e più genericamente «alzarsi», «sollevare»,
«sollevarsi». Per quanto riguarda l’uso traslato di questo verbo nel significato transitivo di «far
risorgere» qualcuno dai morti o in quello intransitivo di «risorgere» dai morti cf. Mc 6,14;
16,6.
"ÛJZ<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. f. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,31; compl. oggetto. La forma "ÛJZ< ricorre 138 volte
nel NT rispetto alle 5600 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli
è la seguente: 26 volte in Matteo (corrispondente allo 0,142% del totale delle parole); 17
Mc 1,31 119

volte in Marco (cf. Mc 1,31[x2]; 4,30; 6,17.26.28[x2]; 8,35[x2]; 9,43; 10,11.15; 11,2.13;
12,21.23; 14,6 = 0,150%); 29 volte in Luca (0,149%); 14 volte in Giovanni (0,090%).
iD"JZF"H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da iD"JXT, tenere, prendere, afferrare, catturare.
Participio predicativo di valore espletivo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Può essere
esplicitato mediante una formulazione che esprima anteriorità rispetto al verbo principale (=
«la sollevò dopo averle preso la mano») oppure, meglio, con significato concomitante: «la
sollevò prendendole la mano». Questo verbo ricorre 47 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 12 volte in Matteo (corrispondente allo 0,065% del totale delle parole);
15 volte in Marco (cf. Mc 1,31; 3,21; 5,41; 6,17; 7,3.4.8; 9,10.27; 12,12; 14,1.44.46.49.51
= 0,133%); 2 volte in Luca (0,010%); 2 volte in Giovanni (0,013%). Il significato originario
del verbo iD"JXT è quello di «essere forte» (cf. Omero, Il., 16,172), da cui derivano per
estensione quello di «dominare», «prevalere», «afferrare» (cf. Omero, Il., 1,288; Od., 13,275;
Platone, Phaedr., 272b) e quello di «prendere» in senso generico e traslato (cf. Senofonte,
Anab., 5,6,7). Nel NT il verbo compare soltanto nel significato di «prendere», costruito con
il genitivo o l’accusativo: nel primo caso esprime sempre una azione non violenta, un
prendere quasi delicato (cf. Mc 1,31; 5,41; 9,27), mentre, al contrario, la presenza
dell’accusativo esprime un afferrare più o meno violento, il tenere stretto o l’aggrapparsi a
qualcosa o a qualcuno (cf. Mc 3,21; 6,17; 9,10; 12,12; 14,1.44.46.49.51).
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
Pg4D`H: sost., gen. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 177 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 24 volte in Matteo (corrispondente allo
0,131% del totale delle parole); 26 volte in Marco (cf. Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,23.41;
6,2.5; 7,2.3.5.32; 8,23[x2].25; 9,27.31.43[x2]; 10,16; 14,41.46; 16,18[x2] = 0,230%); 26 volte
in Luca (0,133%); 15 volte in Giovanni (0,096%). La forma genitiva è retta dal verbo. In
senso letterale proprio e strettamente parlando nel greco classico il sostantivo Pg\D indica la
«mano», definita ÐD("<@< ÏD(V<T<, «strumento degli strumenti» (Aristotele, De an., 432a
2). Poiché la mano agisce attraverso la forza del braccio, il termine può indicare per
estensione anche il «braccio», fino alla spalla (cf. Omero, Il., 6,81; Erodoto, Hist., 2,121,g4),
significato, questo, che ritroviamo in Mc 3,1.3.5[x2]. Qui probabilmente l’articolo sta a
indicare «la mano» per eccellenza, ossia quella destra, come avviene altrove (cf. Mc 1,31.41;
3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•n­ig<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, abbandonare,
rimettere, perdonare; cf. Mc 1,18. Nonostante l’elevata frequenza del verbo •n\0:4 nel NT
(143 ricorrenze), soltanto nel passo di Mc 1,31 (cf. anche Mt 8,15; Lc 4,39) e di Gv 4,52 il
soggetto di •n\0:4 è un essere inanimato.
"ÛJZ<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. f. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,31; compl. oggetto.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
BLDgJ`H: sost., nom. sing. m. da BLDgJ`H, –@Ø, calore ardente, febbre; soggetto. Il vocabolo
ricorre 6 volte nel NT: Mt 8,15; Mc 1,31 (hapax marciano); Lc 4,38.39; Gv 4,52; At 28,8.
120 Mc 1,32

Nel greco classico il sostantivo BLDgJ`H indica il generico calore ardente (cf. Omero, Il.,
22,31) oppure la «febbre» (cf. Aristofane, Ves., 1038; Platone, Tim., 86a). Nel nostro passo
la febbre è rappresentata come un agente quasi personificato, secondo la comune mentalità
degli antichi. Analoga descrizione ritroviamo in Mc 1,42 a proposito della lebbra (i"\…
•B­8hg< •Bz "ÛJ@Ø º 8XBD", «la lebbra se ne andò da lui»). Nella letteratura pagana si
parla sovente del demone della febbre; anche nella letteratura cristiana dei primi secoli l’idea
era piuttosto diffusa. Nella letteratura rabbinica la febbre, descritta come «il fuoco che beve
l’energia delle persone», è considerata di origine demoniaca, ma anche come castigo di Dio:
questa seconda idea è quella che ricorre nell’AT (cf. Lv 26,16; Dt 28,22; 32,24; Ab 3,5). Il
Talmud riporta varie e astruse prescrizioni terapeutiche per combattere la febbre, alcune delle
quali davvero singolari:

«Per una febbre quotidiana occorre prendere uno zuz bianco, andare al deposito di sale,
procurarsi il suo peso in sale e legarselo al collo della camicia con una corda bianca
intrecciata. Se ciò non è possibile occorre sedersi a un crocicchio e quando si vede una
grossa formica che trasporta un carico bisogna prenderla, metterla in un tubo di rame,
chiuderlo con piombo e sigillarlo con sessanta sigilli. Poi lo si scuota qua e là gridando: “Il
tuo carico venga su di me e il mio carico [cioè la febbre, n.d.a.] sia su di te”» (b.Shab., 66b).

«Per una febbre terzana occorre prendere sette spine di sette palme, sette schegge di sette
travi, sette chiodi di sette ponti, sette ceneri da sette forni, sette polveri da sette cardini, sette
pezzi di pece da sette navi, sette manciate di comino, sette peli di barba di un cane vecchio
e quindi legarseli al collo della camicia con una corda bianca intrecciata» (b.Shab., 67 a).

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


*40i`<g4: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da *4"i@<XT, servire, amministrare, provvedere;
cf. Mc 1,13. Imperfetto descrittivo o incoativo: per questo tipo di imperfetto cf. Mc 1,21.
Probabilmente il verbo assume qui il significato di «servire a tavola», «preparare da
mangiare», come altrove nel NT (cf. Lc 12,37; 17,8; 22,27; Gv 12,2; At 6,2).
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. Il pronome "ÛJ`H si riferisce
abitualmente, eccetto l’uso prolettico, a ciò che precede (valore anaforico): qui il riferimento
è Gesù con i presenti (cf. v. 29).

1,32 z?R\"H *¥ (g<@:X<0Hs ÓJg §*L Ò »84@Hs §ngD@< BDÎH "ÛJÎ< BV<J"H J@×H
i"iäH §P@<J"H i"Â J@×H *"4:@<4.@:X<@LH·
1,32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati.

z?R\"H: sost., gen. sing. f. da ÏR\", –"H (da ÏRX), sera, vespero, serata; compl. di tempo
determinato. Il vocabolo ricorre 15 volte nel NT: Mt 8,16; 14,15.23; 16,2; 20,8; 26,20;
27,57; Mc 1,32; 4,35; 6,47; 11,11; 14,17; 15,42; Gv 6,16; 20,19. Nella grecità il sostantivo
ÏR\" indica la parte più tarda del giorno, ossia la «sera» (cf. Erodoto, Hist., 7,167,1;
Tucidide, Hist., 8,26,1).
Mc 1,32 121

*X: cong. coordinativa di valore narrativo, indecl., ora, allora, poi; cf. Mc 1,8.
(g<@:X<0H: verbo, gen. sing. f. part. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere,
nascere, essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4. Participio al genitivo assoluto. La frase
ÏR\"H (g<@:X<0H appare nella forma detta “genitivo assoluto”, qui con valore temporale.
Questa costruzione, assai frequente nel NT, è formata da una proposizione subordinata
composta da un nome o un pronome al caso genitivo e da un participio che concorda in
genere, numero e caso con il nome/pronome a cui si riferisce. Tale proposizione subordinata
è considerata come sintatticamente separata dalla proposizione principale (da qui il termine
genitivo “assoluto”, ossia sciolto, senza legami) in rapporto alla quale assume vari significati,
deducibili dal contesto: temporale, causale, relativa, condizionale, concessiva, circostanziale,
oppositiva. Nel vangelo di Marco ritroviamo questa tipica costruzione 38 volte: Mc 1,32;
4,17.35; 5,2.18.21.35; 6,2.21.22[x2].35.47.54; 8,1; 9,9.28; 10,17.46; 11,11.12.27; 13,1.3;
14,3[x2].17.18.22.43.58.66; 15,33.42; 16,1.2.20[x2].
ÓJg: cong. subordinativa di valore temporale, indecl., quando, allorché, ogni volta che, mentre.
Questa congiunzione ricorre 103 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 12
volte in Matteo (corrispondente allo 0,065% del totale delle parole); 12 volte in Marco (cf.
Mc 1,32; 2,25; 4,6.10; 6,21; 7,17; 8,19.20; 11,1; 14,2; 15,20.41 = 0,106%); 12 volte in Luca
(0,062%); 21 volte in Giovanni (0,134%).
§*L: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da *b<T, andare sotto, declinare, tramontare. Questo verbo
ricorre 2 volte nel NT, a proposito del tramonto del sole: Mc 1,32 (hapax marciano); Lc 4,40.
Il verbo *b<T (o *bT) nella grecità equivale al generico «discendere», «penetrare» (cf.
Omero, Il., 3,36; Od., 5,352); detto del sole corrisponde a «tramontare»: ²X84@H §*L, «il sole
tramontò» (Omero, Il., 18,241; cf. Od., 3,487; Erodoto, Hist., 4,181,3). Questa tipica
espressione dipende dalla comune concezione cosmologica degli antichi per i quali era il sole
a girare attorno alla terra e a “scomparire” sotto di essa al termine della giornata.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
»84@H: sost., nom. sing. m. da »84@H, –@L, sole; soggetto. Il vocabolo ricorre 32 volte nel NT:
Mt 5,45; 13,6.43; 17,2; 24,29; Mc 1,32; 4,6; 13,24; 16,2; Lc 4,40; 21,25; 23,45; At 2,20;
13,11; 26,13; 27,20; 1Cor 15,41; Ef 4,26; Gc 1,11; Ap 1,16; 6,12; 7,2.16; 8,12; 9,2; 10,1;
12,1; 16,8.12; 19,17; 21,23; 22,5. Questa seconda e doppia precisazione temporale («dopo
il tramonto del sole») non è enfatica: la frase è tecnica per indicare che è terminato
ufficialmente il riposo sabatico (cf. Mc 1,21) e soltanto a partire da questo momento si
possono riprendere le normali attività lavorative. La giornata “festiva” di Gesù era iniziata al
mattino del sabato con l’intervento nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,21ss.). Adesso, dopo
il tramonto del sole, ossia con l’inizio di un nuovo giorno, secondo il modo di computare il
tempo presso gli Ebrei, Gesù può riprendere le sua attività “lavorativa” e tutti ne approfittano
per presentargli i loro malati.
§ngD@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da nXDT, portare. Imperfetto durativo o iterativo, di
valore impersonale; la 3a pers. plurale, senza un preciso soggetto, dà l’idea della moltitudine
degli accorsi; nella traduzione italiana è preferibile esplicitare la forma verbale mediante un
passato remoto. Questo verbo ricorre 66 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 4 volte in Matteo (corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 15 volte in
122 Mc 1,32

Marco (cf. Mc 1,32; 2,3; 4,8; 6,27.28; 7,32; 8,22; 9,17.19.20 = 0,133%); 4 volte in Luca
(0,021%); 17 volte in Giovanni (0,109%). Analogamente a quanto avviene nel greco classico,
dove nXDT assume il significato fondamentale di «portare» «condurre», detto di persone,
animali o cose (cf. Omero, Il., 2,838; Od., 21,362), anche negli scritti neotestamentari il verbo
compare nel generico significato di «portare», suscettibile di ulteriori sfumature, a seconda
del contesto: «condurre», «presentare», «trasportare», «mettere», ecc. Nelle ricorrenze
marciane prevale il significato letterale proprio di «portare», «condurre»: soltanto in Mc 4,8
il verbo è usato in modo assoluto, nel senso traslato di «portare frutto», ossia «produrre»,
«rendere», significato ugualmente attestato nel greco classico (cf. Omero, Od., 9,10;
Senofonte, Oecon., 20,4).
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
BV<J"H: agg. indefinito, acc. plur. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf.
Mc 1,5; compl. oggetto.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
i"iäH: avv. di modo, indecl., male, malamente. Il vocabolo ricorre 16 volte nel NT: Mt 4,24;
8,16; 9,12; 14,35; 15,22; 17,15; 21,41; Mc 1,32.34; 2,17; 6,55; Lc 5,31; 7,2; Gv 18,23; At
23,5; Gc 4,3.
§P@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da §PT, avere, possedere,
tenere (trans.); essere nella condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Participio
sostantivato, modificato da un avverbio. La costruzione J@×H i"iäH §P@<J"H (lett. «gli
aventi male»), determinata dall’articolo, può essere tradotta con una forma pronominale
(«coloro che erano malati») oppure direttamente con un sostantivo («gli ammalati»). Nel
greco classico l’usatissimo verbo §PT è normalmente transitivo e assume una serie di
significati particolari che dipendono da quello fondamentale di «avere». Tuttavia in certe
espressioni, come qui, ha valore intransitivo e forma con gli avverbi delle strutture che
denotano una situazione, uno stato, un essere: i"iäH §Pg4<, «stare male» (cf. Mc 1,32.34;
2,17; 6,55); i"8äH §Pg4<, «stare bene» (cf. Mc 16,18).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
*"4:@<4.@:X<@LH: verbo, acc. plur. m. part. pres. pass., di valore sostantivato, da *"4:@<\.@-
:"4, essere indemoniato, avere un demonio, essere posseduto da un demonio. Questo verbo
deponente ricorre 13 volte nel NT: Mt 4,24; 8,16.28.33; 9,32; 12,22; 15,22; Mc 1,32;
5,15.16.18; Lc 8,36; Gv 10,21. Il verbo *"4:@<\.@:"4, riferito all’azione di un demone, è
termine del greco ellenistico (cf. Plutarco, Quaest. conv., 706,e,1). Nel NT compare
esclusivamente nei vangeli, dove designa uno stato morboso che viene identificato dagli
autori sacri con l’ossessione o la possessione diabolica. In tale significato esso corrisponde
all’espressione *"4:`<4@< §Pg4<, «avere un demonio» (cf. Gv 10,20). Usato al participio,
con valore sostantivato, indica «quelli posseduti da un demonio», ossia gli ossessi o gli
Mc 1,33 123

indemoniati. La presenza di questi «indemoniati» caratterizza molti racconti evangelici:


secondo la mentalità di allora, largamente condivisa nell’antichità, erano considerati posseduti
da spiriti malvagi persone afflitte da varie malattie fisiche e mentali difficilmente diagnostica-
bili e dagli effetti singolari, come la paralisi, la sordità, la perdita della parola, l’epilessia, i
disturbi mentali. In taluni racconti di esorcismo da parte di Gesù si discute a volte se
effettivamente si trattasse di un indemoniato o più verosimilmente di un semplice malato
fisico o psichico. Ciò è irrilevante: come tutti i suoi contemporanei anche Gesù attribuisce
ai demoni la causa delle malattie del corpo e dello spirito (cf. Mc 9,17.25; Mt 12,43–45; Lc
11,14) e agisce di conseguenza come vero esorcista. Se non lo crediamo noi lo credeva lui
e questo ci basta. Non si deve dimenticare infatti che presso gli antichi guarigioni e cacciate
di demoni sono la stessa cosa. Per quanto concerne la demonologia presente nei vangeli vedi
commento a Mc 1,34.

1,33 i"Â µ< Ó80 º B`84H ¦B4FL<0(:X<0 BDÎH J¬< hbD"<.


1,33 Tutta la città si era riunita davanti alla porta.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. La formula i"Â µF"< / i"Â µ<, analogamente a µF"< (VD / µ< (VD e a µF"< *X /
µ< *X, è usata da Marco per introdurre un inciso di valore causale o esplicativo (cf. Mc
1,16.33; 2,15; 5,42; 6,31.44.48; 7,26; 8,9; 10,22; 11,13; 14,40; 15,25; 16,14).
Ó80: agg. indefinito, nom. sing. f. da Ó8@H, –0, –@<, tutto, ogni; cf. Mc 1,28; attributo di B`84H,
qui senza articolo perché in posizione predicativa.
º: art. determ., nom. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
B`84H: sost., nom. sing. f. da B`84H, –gTH, città, villaggio; soggetto. Il vocabolo ricorre 163
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 27 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,147% del totale delle parole); 8 volte in Marco (cf. Mc 1,33.45; 5,14; 6,33.56; 11,19;
14,13.16 = 0,071%); 39 volte in Luca (0,200%); 8 volte in Giovanni (0,051%). Nell’uso
neotestamentario il termine B`84H non ha più la coloritura politica di città–stato come nel
greco classico (cf. Sofocle, Antig., 738; Senofonte, Cyr., 8,2,28; Aristotele, Polit., 1276a 8):
B`84H indica semplicemente la singola e generica «città» o un grosso insediamento, in ogni
caso più esteso rispetto al più piccolo «villaggio», tradotto abitualmente con if:0 (cf. Mc
6,6) o iT:`B@84H (cf. Mc 1,38). L’espressione «tutta la città» è una efficace iperbole per
indicare che una grande massa di persone si presentò da Gesù.
¦B4FL<0(:X<0: verbo, nom. sing. f. part. perf. pass. da ¦B4FL<V(T (da ¦B\ e FL<V(T),
raggruppare insieme, raccogliere, radunare. Questo verbo ricorre 8 volte nel NT: Mt
23,37[x2]; 24,31; Mc 1,33; 13,27; Lc 12,1; 13,34; 17,37. Participio predicativo di B`84H. Il
participio è retto da µ< in costruzione perifrastica («era radunantesi»), al posto dell’usuale
imperfetto «si radunava». Nel greco classico ¦B4FL<V(T indica un generico «mettere
insieme» che può essere riferito sia a persone che a cose (cf. Polibio, Hist., 5,97,3). Da notare
la sottolineatura della concentrazione degli abitanti, resa dall’Autore sia con l’impiego di
¦B4FL<V(T, forma rafforzativa di FL<V(T, «radunarsi», con l’uso del prefisso ¦B4–, per
124 Mc 1,34

indicare direzione sia con la presenza della successiva preposizione BD`H di valore
direzionale che accentua ulteriormente il movimento della folla verso la scena descritta.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hbD"<: sost., acc. sing. f. da hbD", –"H, porta [di casa], ingresso, vestibolo; compl. di stato in
luogo. Il vocabolo ricorre 39 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 1,33;
2,2; 11,4; 13,29; 15,46; 16,3 = 0,053%); 4 volte in Luca (0,021%); 7 volte in Giovanni
(0,045%). La «porta», al singolare, è quella della casa in cui si trova Gesù: nel NT scompare
la differenza, più o meno rispettata nel greco classico, tra hbD" (porta di casa) e Bb8"4
(porta della città, a due battenti).

1,34 i"Â ¦hgDVBgLFg< B@88@×H i"iäH §P@<J"H B@4i\8"4H <`F@4H i"Â *"4:`<4"
B@88 ¦>X$"8g< i" @Ûi ³n4g< 8"8gÃ< J *"4:`<4"s ÓJ4 ·*g4F"< "ÛJ`<.
1,34 Ed egli guarì tutti i malati che erano colpiti da varie malattie e scacciò tutti i demoni;
ma non permetteva che i demoni rivelassero di sapere chi egli fosse.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦hgDVBgLFg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da hgD"BgbT, riparare, guarire, curare, ridare
salute. Questo verbo ricorre 43 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 16
volte in Matteo (corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc
1,34; 3,2.10; 6,5.13 = 0,044%); 14 volte in Luca (0,072%); 1 volta in Giovanni (0,006%).
Diversamente dal greco classico, dove hgD"BgbT significa in primo luogo il generico
«servire», «avere cura di» (cf. Omero, Od., 13,265; Platone, Euth., 13d; Erodoto, Hist.,
2,37,2), nel NT esso è sempre impiegato nel senso di «sanare» o «rendere sano» (=
«guarire») un malato, a eccezione di At 17,25 dove il verbo compare nel significato religioso
e cultuale di «servire la divinità». Nell’uso marciano il verbo è utilizzato all’interno di
sommari o in formule redazionali; soggetto della guarigione è sempre Gesù, eccetto Mc 6,13
(i Dodici, per comando di Gesù).
B@88@bH: agg. indefinito, acc. plur. m. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 416 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 60
volte in Matteo (corrispondente allo 0,327% del totale delle parole); 61 volte in Marco (cf.
Mc 1,34[x2].45; 2,2.15[x2]; 3,7.8.10.12; 4,1.2.5.33; 5,9.10.21.23.24.26[x2].38.43; 6,2.
13[x2].20.23.31.33.34[x2].35[x2]; 7,4.13; 8,1.31; 9,12.14.26[x2]; 10,22.31.45.48[x2]; 11,8;
12,5.27.37.41[x2].43; 13,6[x2].26; 14,24.56; 15,3.41 = 0,540%); 60 volte in Luca (0,308%);
41 volte in Giovanni (0,262%). L’aggettivo «molti» non vuole affermare che alcuni dei
malati non furono guariti (senso restrittivo): l’Autore, alla maniera semitica, vuol dire che
Gesù li guarì tutti, che in quella occasione erano molti (senso inclusivo). Si tratta di un
particolare modo semitico di intendere la realtà e di esprimerlo linguisticamente, come
avviene in Mc 1,34[x2]; 3,10; 6,2; 9,26; 10,31.45; 14,24 (vedi il commento ad l.). Da notare
Mc 1,34 125

l’inclusione tematica e letteraria tra ¦hgDVBgLFg< B@88@bH (cf. Mc 1,34) e B@88@×H


¦hgDVBgLFg< (cf. Mc 3,10).
i"iäH: avv. di modo, indecl., male, malamente; cf. Mc 1,32.
§P@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da §PT, avere, possedere,
tenere (trans.); essere nella condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Participio
sostantivato, modificato da un avverbio. La costruzione [J@bH] i"iäH §P@<J"H (lett. «gli
aventi male»), può essere tradotta con una forma pronominale («coloro che erano malati»)
oppure direttamente con un sostantivo («gli ammalati»). Il verbo §PT normalmente è
transitivo e ha una serie di significati che dipendono da quello fondamentale di avere.
Tuttavia in certe espressioni, come qui, ha valore intransitivo e forma con gli avverbi delle
strutture che denotano una situazione, uno stato, un essere: i"iäH §Pg4<, «stare male» (cf.
Mc 1,32.34; 2,17; 6,55); i"8äH §Pg4<, «stare bene» (cf. Mc 16,18).
B@4i\8"4H: agg. qualificativo, dat. plur. f. da B@4i\8@H, –0, –@<, vario, diverso; attributo di
<`F@4H. Il vocabolo ricorre 10 volte nel NT: Mt 4,24; Mc 1,34 (hapax marciano); Lc 4,40;
2Tm 3,6; Tt 3,3; Eb 2,4; 13,9; Gc 1,2; 1Pt 1,6; 4,10. Questo aggettivo ha subito una
notevole evoluzione semantica: originariamente stava per «variopinto», «di vari colori» (cf.
Omero, Il., 10,30.75), detto di animali e cose. Più tardi ha assunto il significato derivato di
«vario», «molteplice», «multiforme» (cf. Eschilo, Prom., 495; Platone, Resp., 426a): è il
significato che ritroviamo nel NT.
<`F@4H: sost., dat. plur. f. da <`F@H, –@L, malattia, infermità, debolezza; compl. di causa
efficiente. Il vocabolo ricorre 11 volte nel NT: Mt 4,23.24; 8,17; 9,35; 10,1; Mc 1,34 (hapax
marciano); Lc 4,40; 6,18; 7,21; 9,1; At 19,12. Di etimologia incerta, <`F@H è usato da
Omero in poi nel senso generico di «malattia», «infermità» (cf. Omero, Il., 1,10; Od., 9,411),
senza una specificazione tipologica. Nel NT il termine è usato sempre nel significato proprio.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
*"4:`<4": sost., acc. plur. n. da *"4:`<4@<, –@L, demonio, spirito cattivo; compl. oggetto. Il
vocabolo ricorre 63 volte nel NT: 11 volte in Matteo (cf. Mt 7,22; 9,33.34[x2]; 10,8; 11,18;
12,24[x2].27.28; 17,18, corrispondente allo 0,060% del totale delle parole); 13 volte in Marco
(cf. Mc 1,34[x2].39; 3,15.22[x2]; 6,13; 7,26.29.30; 9,38; 16,9.17 = 0,115%); 23 volte in Luca
(cf. Lc 4,33.35.41; 7,33; 8,2.27.29.30.33.35.38; 9,1.42.49; 10,17; 11,14[x2].15[x2].
18.19.20; 13,32 = 0,118%); 6 volte in Giovanni (cf. Gv 7,20; 8,48.49.52; 10,20,21 =
0,038%); At 17,18; 1Cor 10,20[x2].21[x2]; 1Tm 4,1; Gc 2,19; Ap 9,20; 16,14; 18,2. Nella
sua accezione originaria il sostantivo *"4:`<4@< designa il potere divino o il detentore di
tale potere, ossia la divinità, il demone come forza positiva (cf. Erodoto, Hist., 5,87,2;
Platone, Resp., 382e). Soltanto in epoca ellenistica e particolarmente nei successivi scritti
cristiani, al concetto di demone inteso come essere soprannaturale (ªJgD" *¥ *"4:`<4"
i"4<V, «nuove e diverse divinità»: Platone, Apol., 24c) si sostituisce quello di demone
considerato come spirito maligno, demonio malvagio, oppositore dell’uomo. Sebbene dal
punto di vista linguistico il vocabolo presente nel NT si riallacci a questo secondo significato,
dal punto di vista antropologico, culturale e religioso lo sfondo è quello del mondo giudaico.
L’Israele antico e il giudaismo successivo credono che oltre agli spiriti buoni esistono quelli
malvagi, come Satana e i suoi demoni (cf. Gb 1,6; 2,1; 1QM, 13,10–11): questi ultimi si
126 Mc 1,34

oppongono con tutte le loro forze all’uomo per danneggiarlo, in contrasto con le potenze del
bene: «A causa dell’Angelo delle tenebre deviano tutti i figli della giustizia e tutti i loro
peccati, le loro trasgressioni, i loro errori e le loro azioni ribelli, sono sotto il suo dominio,
secondo i misteri di Dio, fino al suo tempo» (cf. 1QS, 3,21–23). Nella pietà popolare e nella
stessa demonologia presente negli scritti biblici e giudaici, i demoni sono causa di malattie
del corpo e dello spirito (cf. Sal 91,5; 1Hen., 15,11), della stessa morte (cf. Lib. Iub., 10,1;
49,2; Sap 1,14). Non deve destare meraviglia se ancora in epoca tannaitica (ca. 200 d.C.) la
causa della malattia veniva attribuita a determinati spiriti malvagi. Una barayta, ossia un
insegnamento tannaitico non incluso nella Mishnah, ma inserito in seguito nel Talmud, parla
di Shabriré (*9F*9E"A–
I ) come demone che provoca la cecità (cf. b.Ber., 3a; b.Ghit., 69a).
Nell’uso neotestamentario il vocabolo *"4:`<4@< è particolarmente concentrato nei vangeli
(53 presenze su 63) all’interno dei racconti di guarigioni operate da Gesù. Nei vangeli questi
spiriti malvagi o «impuri» sono rappresentati come esseri del tutto personali, dotati di capacità
eccezionali: conoscono segreti come l’identità di Gesù (cf. Mc 1,24; 3,11) e dialogano con
l’esorcista (cf. Mc 1,24–25; 5,8–9). Le grida degli indemoniati sono considerate come se
fossero le stesse dei demoni (cf. Mc 1,23; 3,11; 5,5.7; 9,26; Lc 4,41). Le convulsioni, i gesti,
gli spasimi di dolore dei malati sono attribuiti all’azione diretta dei demoni (cf. Mc 1,26;
9,18.20; Lc 8,29), i quali a volte si riuniscono in gruppi (cf. Mt 12,45; Mc 16,9; Lc 8,2) o
addirittura in numero maggiore, quasi come una legione di soldati (cf. Mc 5,9.15; Lc 8,30).
Sovrano indiscusso dei demoni è considerato Beelzebul (cf. Mc 3,22), il quale cerca di
instaurare sulla terra una $"F48g\" di Satana che si contrappone a quella di Dio (cf. Mt
12,26). La demonologia presupposta da Gesù e dai sinottici è sostanzialmente quella del
giudaismo antico. Come tutti i suoi contemporanei anche Gesù attribuisce ai demoni le
malattie del corpo e dello spirito (cf. Mt 12,43–45; Mc 9,17.25; Lc 11,14.24–26; 13,11): per
guarire il malato/indemoniato l’esorcista deve, quindi, «cacciare» lo spirito cattivo, poiché
secondo gli antichi, non soltanto israeliti, cacciate di demoni e guarigioni sono la stessa cosa
(cf. Mc 1,32–34; 3,10–12).
B@88V: agg. indefinito, acc. plur. n. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34; attributo di *"4:`<4".
¦>X$"8g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦i$V88T (da ¦i e $V88T), scacciare, mandare
via, fare uscire, espellere; cf. Mc 1,12.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ûi: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
³n4g<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, abbandonare,
rimettere, perdonare; cf. Mc 1,18. Rispetto al greco classico la Koiné presenta alcune
varianti nella coniugazione dei composti di Ë0:4: qui la forma ³n4g< corrisponde a ²n\0<.
8"8gÃ<: verbo, inf. pres. da 8"8XT, parlare, dire. Questo verbo ricorre 296 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 26 volte in Matteo (corrispondente allo 0,142% del
totale delle parole); 21 volte in Marco (cf. Mc 1,34; 2,2.7; 4,33.34; 5,35.36; 6,50; 7,35.37;
8,32; 11,23; 12,1; 13,11[x3]; 14,9.31.43; 16,17.19 = 0,186%); 31 volte in Luca (0,159%);
59 volte in Giovanni (0,377%). Nel suo significato etimologico 8"8XT è un verbo
Mc 1,35 127

onomatopeico (8"–8g), usato per il «balbettare» dei bambini piccoli (cf. lat. lallo) e
applicato agli adulti per «chiacchierare» (cf. Aristofane, Eccl., 1058). Fuori da questo uso
circoscritto il verbo indica il generico «parlare» (cf. Senofonte, Cyr., 1,4,12; Teofrasto, Char.,
4,5), solitamente contrapposto al parlare “razionale” indicato con 8X(T. Nel greco
neotestamentario il verbo 8"8XT assume il generico significato di «parlare», «dire»,
«rivelare», senza sfumature teologiche.
JV: art. determ., acc. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18.
*"4:`<4": sost., acc. plur. n. da *"4:`<4@<, –@L, demonio, spirito cattivo; cf. Mc 1,34;
soggetto della proposizione oggettiva costruita con il verbo infinito 8"8gÃ<.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Molti erroneamente
intendono la congiunzione nel significato causale («perché») e traducono: «…e non
permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano»). Al contrario la congiunzione ÓJ4
non è qui causale, ma dichiarativa e introduce il contenuto di ciò che tentano di dire i
demoni, ai quali Gesù impone il divieto.
·*g4F"<: verbo, 3a pers. plur. ind. piucch. da @É*" (una radice con valore di presente connessa
a gÉ*@<, aor. attivo di ÒDVT), vedere, percepire, discernere, conoscere, sapere; cf. Mc 1,24.
Costruito con l’accusativo di persona, come nel nostro caso, il verbo @É*" acquista il
significato di «sapere chi è uno», ossia, conoscere la sua identità (cf. Mc 1,24).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.

1,35 5" BDTÅ §<<LP" 8\"< •<"FJH ¦>­8hg< i" •B­8hg< gÆH §D0:@< J`B@<
i•igà BD@F0bPgJ@.
1,35 Al mattino presto, quando era ancora buio, si alzò, uscì e si ritirò in un luogo
appartato e là rimase a pregare.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


BDTÄ: avv. di tempo, indecl., al mattino, di mattina, di buon mattino (= la quarta veglia della
notte, che va all’incirca dalle 3 alle 6 del mattino). Il vocabolo ricorre 12 volte nel NT: Mt
16,3; 20,1; 21,18; Mc 1,35; 11,20; 13,35; 15,1; 16,2.9; Gv 18,28; 20,1; At 28,23.
§<<LP": (acc. plur. n. da §<<LP@H), avv. di tempo, indecl., di notte, al buio. Hapax neotesta-
mentario. Questa seconda determinazione temporale non contrasta con la precedente:
quando nei vangeli ci sono due determinazioni di tempo in successione, di cui una sembra
pleonastica, la seconda determina più esattamente la prima (cf. Mc 16,2).
8\"<: avv. di modo, indecl., grandemente, molto, oltre misura, estremamente. Il vocabolo
ricorre 12 volte nel NT: Mt 2,16; 4,8; 8,28; 27,14; Mc 1,35; 6,51; 9,3; 16,2; Lc 23,8; 2Tm
4,15; 2Gv 1,4; 3Gv 1,3.
•<"FJVH: verbo, nom. sing. m. part. aor. da •<\FJ0:4 (da •<V e ËFJ0:4), sorgere, alzarsi,
sollevarsi, risorgere, risuscitare. Questo verbo ricorre 108 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 4 volte in Matteo (cf. Mt 9,9; 12,41; 22,24; 26,62, corrispondente allo
0,022% del totale delle parole); 17 volte in Marco (cf. Mc 1,35; 2,14; 3,26; 5,42; 7,24; 8,31;
128 Mc 1,35

9,9.10.27.31; 10,1.34; 12,23.25; 15,57.60; 16,9 = 0,150%); 27 volte in Luca (cf. Lc 1,39;
4,16.29.38.39; 5,25.28; 6,8; 8,55; 9,8.19; 10,25; 11,7.8.32; 15,18.20; 16,31; 17,19; 18,33;
22,45.46; 23,1; 24,7.12.33.46 = 0,139%); 8 volte in Giovanni (cf. Gv 6,39.40.44.54;
11,23.24.31; 20,9 = 0,051%); 45 volte in Atti degli Apostoli (cf. At 1,15; 2,24.32; 3,22.26;
5,6.17.34.36.37; 6,9; 7,18.37; 8,26.27; 9,6.11.18.34[x2].39.40.41; 10,13.20.23.26.41;
11,7.28; 12,7; 13,16.33.34; 14,10.20; 15,7; 17,3.31; 20,30; 22,10.16; 23,9; 26,16.30; Rm
15,12; 1Cor 10,7; Ef 5,14; 1Ts 4,14.16; Eb 7,11.15. Participio predicativo di valore espletivo
del soggetto sottinteso z30F@ØH. La costruzione formata dal participio •<"FJVH + un verbo
di movimento (cf. Mc 1,35; 2,14; 7,24; 10,1) è comunemente utilizzata nella lingua ebraica
e aramaica per segnalare uno stacco narrativo o un cambio di scena; sebbene si conosca un
uso anche nel greco classico la formula che ritroviamo in Marco è dovuta a un semitismo.
La presenza semantica del verbo •<\FJ0:4 nella letteratura giudaica e nel NT corrisponde
genericamente a quella della grecità classica. Nell’uso transitivo si riferisce sia a persone
(«sollevare», «innalzare», «svegliare», «insediare») sia a cose («sollevare», «erigere»,
«ordinare»). Nell’uso intransitivo, come qui, oltre a esprimere il generico «levarsi in piedi»
il verbo acquista altri significati più circoscritti, deducibili dal contesto: «svegliarsi»,
«riscuotersi dal sonno» (cf. At 12,7); «levarsi», «alzarsi dal letto» (cf. Lc 11,7); «presentarsi»,
«farsi avanti» per parlare o per testimoniare in tribunale (cf. Mc 14,60; Lc 10,25; At 5,34),
«sollevarsi» con intenzione ostile (cf. Mc 3,26; At 5,17). Nel NT l’accezione più importante
di •<\FJ0:4 è, tuttavia, quella teologica (35 ricorrenze), nel significato transitivo di
«risuscitare [i morti]» e in quello intransitivo di «risuscitare [dai morti]», detto sia di un
singolo sia di tutti i morti sia di Gesù.
¦>­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25. Marco parla sovente dell’«entrare e uscire» di Gesù (con ¦iB@Dgb@:"4: Mc
10,17.46; 11,19; con ¦>XDP@:"4: Mc 1,35; 2,13; 5,2; 6,1.34; 7,31; 8,27; 11,11).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•B­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •BXDP@:"4 (da •B` e §DP@:"4), andare via,
partire; cf. Mc 1,20.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
§D0:@<: agg. qualificativo, acc. sing. m. da §D0:@H, –@<, solitario, deserto, desolato, inabitato;
cf. Mc 1,3; attributo di J`B@<.
J`B@<: sost., acc. sing. m. da J`B@H, –@L, luogo, spazio, area; compl. di moto a luogo. Il
vocabolo ricorre 94 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 10 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,055% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc
1,35.45; 6,11.31.32.35; 13,8; 15,22[x2]; 16,6 = 0,088%); 19 volte in Luca (0,098%); 16
volte in Giovanni (0,102%). Il sostantivo J`B@H, usatissimo in tutta la letteratura greca,
compare per la prima volta in Eschilo nel significato fisico di «spazio aperto» (non
illimitato), «territorio» circoscritto, «regione» (cf. Eschilo, Prom., 348; Euripide, Ph., 1027;
Senofonte, Anab., 4,4,4). Nella accezione generica letterale il vocabolo può designare ogni
luogo e ogni posto indeterminato la cui esatta conformazione viene precisata di volta in volta
in base al contesto. Nel nostro passo l’espressione «luogo deserto» non si riferisce al deserto
Mc 1,36 129

propriamente detto (indicato dal semplice sostantivo º §D0:@H, come in Mc 1,3.4.12.13),


ma semplicemente a un luogo solitario, appartato, lontano dal chiasso dei villaggi, come
avviene in Mc 1,45; 6,31.32.35.
i•igÃ: (= i" ¦igÃ, per crasi), cong. coordinativa di valore copulativo unita all’avv. di luogo,
indecl., e lì, e là. Il vocabolo ricorre 10 volte nel NT: Mt 5,23; 10,11; 28,10; Mc 1,35 (hapax
marciano); Gv 11,54; 14,7; 17,13; 22,10; 25,20; 27,6. Per i"\ cf. Mc 1,4; per ¦igà cf. Mc
1,38.
BD@F0bPgJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da BD@FgbP@:"4 (da BD`H e gÜP@:"4), offrire
preghiere, pregare. Questo verbo deponente ricorre 85 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 15 volte in Matteo (cf. Mt 5,44; 6,5[x2].6[x2].7.9; 14,23; 19,13; 24,20;
26,36.39.41.42.44, corrispondente allo 0, 082% del totale delle parole); 10 volte in Marco
(cf. Mc 1,35; 6,46; 11,24.25; 12,40; 13,18; 14,32.35.38.39 = 0,088%); 19 volte in Luca (cf.
Lc 1,10; 3,21; 5,16; 6,12.28; 9,18.28.29; 11,1[x2].2; 18,1.10.11; 20,47; 22,40.41.44.46 =
0,098%). Imperfetto durativo o iterativo, per sottolineare la durata di tale preghiera. Nel greco
classico il verbo BD@FgbP@:"4 è impiegato nel significato generico di «pregare», detto a
proposito di divinità, autorità o semplici personaggi (cf. Erodoto, Hist., 1,48,1; Eschilo,
Prom., 937; Sofocle, Antig., 1337; Platone, Symp., 220d). Nell’uso neotestamentario
BD@FgbP@:"4 è verbo tecnico utilizzato quasi esclusivamente nel significato religioso di
«pregare», «recitare preghiere», per lo più nella forma assoluta. Questa caratteristica è
modellata sui LXX, dove il verbo si riferisce sempre alla preghiera elevata a Dio. È la prima
volta che Marco accenna alla preghiera di Gesù (ripresa in Mc 6,46; 14,22.32.35).

1,36 i"Â i"Jg*\T>g< "ÛJÎ< E\:T< i"Â @Ê :gJz "ÛJ@Øs


1,36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero a cercarlo

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


i"Jg*\T>g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da i"J"*4fiT (da i"JV e *4fiT), seguire,
ricercare. Hapax neotestamentario. Modellato sull’uso classico (cf. Tucidide, Hist., 1,49,5)
questo verbo ricorre frequentemente nel LXX per lo più nel significato ostile di «inseguire»,
«dare la caccia» (cf. Gn 14,14; 31,36; 35,5; Dt 1,44; Gs 7,5, ecc.); meno spesso in quello
positivo di «cercare», «ricercare» (cf. Sal 24,6; 38,21). Qui descrive un cercare con una certa
insistenza.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
E\:T<: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da E\:T<, –T<@H, Simone, Simeone; cf.
Mc 1,16; soggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., con valore pronominale, nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5;
soggetto. Uso pronominale dell’articolo corrispondente al pronome dimostrativo e personale
"ÛJ`H, [quello], egli, lui, esso; senza enfasi speciale. Questo fenomeno ricorre 70 volte in
Marco: Mc 1,36.45; 2,14.25; 3,4.20; 4,10.16; 5,40; 6,11.24.37.38.49.50; 7,6.28; 8,5.28.
130 Mc 1,37

33[x2]; 9,12.19.21.32.34; 10,3.4.20.22.26.36.37.39.48.50; 11,2.6.25.30; 12,15.16[x2].


17[x2]; 13,14.15.16.17.25; 14,11.20.24.31.46.52.61.68.70.71; 15,2.7.13.14.40.41.43.47;
16,1.6.
:gJz: (= :gJV), prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con,
insieme a, in compagnia di; cf. Mc 1,13.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di compagnia. L’espressione @Ê :gJz "ÛJ@Ø,
con ellissi del verbo essere (lett. «quelli con lui»; cf. anche Mc 3,14) equivale sostanzialmente
a @Ê B"Dz "ÛJ@Ø (lett. «quelli presso di lui», cf. Mc 3,21). Nella Koiné entrambe le
espressioni acquistano il senso, definito di volta in volta dal contesto, di «compagni»,
«amici», «seguaci», «discepoli», «commilitoni», «parenti», ecc. Qui la frase è equivoca
potendo formalmente indicare sia i «compagni» (= i «familiari») di Pietro, soggetto logico,
sia i «discepoli» di Gesù, soggetto implicito.

1,37 i"Â gâD@< "ÛJÎ< i"Â 8X(@LF4< "ÛJè ÓJ4 AV<JgH .0J@ØF\< Fg.
1,37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gâD@<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da gßD\FiT, trovare, incontrare. Questo verbo ricorre 176
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 27 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,147% del totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 1,37; 7,30; 11,2.4.13[x2];
13,36; 14,16.37.40.55 = 0,097%); 45 volte in Luca (0,231%); 19 volte in Giovanni (0,122%).
Nella grecità il verbo gßD\FiT spesso è unito, come qui, a .0JXT, «cercare», per esprimere
un rapporto di reciproca correlazione (cf. Aristofane, Pl., 104; Omero, Il., 5,355; Erodoto,
Hist., 1,56,2; Sofocle, Phil., 452; Aristofane, Pax, 430). Nell’uso neotestamentario il verbo
non indica quasi mai un «trovare» generico privo di senso: predomina il significato di una
scoperta sorprendente, relativa a persone o realtà che hanno una qualche attinenza con il
mondo del soprannaturale o sono in rapporto con il regno di Dio.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
8X(@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Dopo i verbi dicendi
e simili introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in
tal caso può essere omessa.
AV<JgH: pron. indefinito, nom. plur. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf.
Mc 1,5; soggetto.
Mc 1,38 131

.0J@ØF\<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da .0JXT, cercare (per trovare od ottenere), provare
a, tentare di. Questo verbo ricorre 117 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 14 volte in Matteo (corrispondente allo 0,076% del totale delle parole); 10 volte
in Marco (cf. Mc 1,37; 3,32; 8,11.12; 11,18; 12,12; 14,1.11.55; 16,6 = 0,088%); 25 volte in
Luca (0,128%); 34 volte in Giovanni (0,217%). Nella grecità il verbo .0JXT ha il significato
generico di «cercare», ulteriormente precisato a seconda degli ambiti (cf. Omero, Il., 14,258;
Eschilo, Prom., 262). Nell’uso tecnico indica la ricerca o l’indagine (= «ricercare»,
«indagare») effettuata in ambito filosofico o giudiziario (cf. Senofonte, Mem., 1,1,15). I LXX
traducono normalmente con .0JXT (319 volte) la forma piel dell’ebraico –“ F vE, biqqe)š,
«cercare», «adoperarsi», «desiderare», «chiedere». Oltre che per la ricerca profana (cf. Gn
37,16; 1Sam 10,2.14) il verbo è usato anche per la ricerca nell’ambito religioso: l’uomo
cerca/ricerca Dio (cf. Dt 4,29; Sal 24,6; 27,8) e Dio a sua volta cerca/ricerca l’uomo (cf. Ez
34,11–16). Per quanto riguarda la semantica il verbo assume in Marco una ampia gamma
di significati, potendo esprimere in senso sia profano che religioso: a) sintonia (cf. Mc 16,6);
b) interesse (cf. Mc 1,37; 3,32); c) ostilità (cf. Mc 8,11ss.; 11,18; 12,12; 14,1.11.55).
Fg: pron. personale di 2a pers. acc. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu, te;
cf. Mc 1,24; compl. oggetto.

1,38 i" 8X(g4 "ÛJ@ÃHs }!(T:g< •88"P@Ø gÆH JH ¦P@:X<"H iT:@B`8g4Hs Ë<"
i" ¦igà i0Db>T· gÆH J@ØJ@ (D ¦>­8h@<.
1,38 Ma egli disse loro: «Andiamo altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là;
per questo, infatti, sono venuto!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. La formula redazionale 8X(g4
"ÛJ@ÃH ricorre 25 volte, esclusivamente riservata a Gesù (cf. Mc 1,38; 2,8.17.25; 3,4;
4,13.35; 5,39; 6,31.38.50; 7,18; 8,17; 9,35; 10,11.24.42; 11,2.22.33; 12,16; 14,13.27.34.41).
Per quanto riguarda la formula singolare 8X(g4 "ÛJè, avente come soggetto Gesù, cf. Mc
1,41.44; 2,14; 5,9.19; 7,34; per 8X(g4 "ÛJ±, cf. Mc 5,41.
}!(T:g<: verbo, 1a pers. plur. congiunt. pres. da –(T, andare, partire, condurre, guidare,
muovere. Questo verbo ricorre 69 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
4 volte in Matteo (corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 3 volte in Marco (cf.
Mc 1,38; 13,11; 14,42 = 0,027%); 13 volte in Luca (0,067%); 13 volte in Giovanni
(0,083%). Questa forma verbale costituisce ciò che viene definito un “congiuntivo
esortativo”: il verbo, al modo congiuntivo all’interno di una proposizione principale, è sempre
in prima persona ed è usato per esprimere una esortazione, un incitamento, un incoraggia-
mento, come se si trattasse della prima persona del modo imperativo. Per altri esempi di
congiuntivo esortativo cf. Mc 1,38; 4,35; 9,5; 11,32; 12,7; 14,42; 15,36. L’esortativo presente
–(T:g< •88"P@Ø, con senso durativo, dà all’invito di Gesù un valore di continuità nel suo
132 Mc 1,38

stile di vita itinerante che annuncia la «Buona Novella» (cf. Mc 1,14.16.19.21.29.35).


L’invito sarà ripreso in Mc 14,42, con cui forma una importante inclusione. Nel linguaggio
della sequela le relazioni Gesù–discepoli si esprimono a volte con il verbo –(T (cf. Mc 1,38;
14,42) che implica accompagnamento, altre volte con i composti FL<V(T (cf. Mc 6,30),
ßBV(T (cf. Mc 8,33), BD@V(T (cf. Mc 10,32; 14,28; 16,7).
•88"P@Ø: avv. di luogo, indecl., altrove, in altro luogo. Hapax neotestamentario. Nel greco
classico prevale il significato di stato in luogo (= «in altro luogo»); nella Koiné l’avverbio
esprime un moto a luogo (= «verso un altro luogo»).
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JVH: art. determ., acc. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
¦P@:X<"H: verbo, acc. plur. f. part. pres. medio da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere
nella condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Participio attributivo del
complemento di moto a luogo iT:`B@84H. Derivato dalla voce media di §PT questo
participio è usato in funzione aggettivale nel significato di «aggrappato», «attaccato»,
«aderito»; detto di località assume il senso di «limitrofo», «accanto», «vicino» (cf. Lc 13,33;
At 20,15; 21,26).
iT:@B`8g4H: sost., acc. plur. f. da iT:`B@84H, –gTH (da if:0 e B`84H), villaggio, piccola
città; compl. di moto a luogo. Hapax neotestamentario. Il vocabolo, reso dalla Vulgata con
«vicos et civitates», esprime in greco un’idea ben definita: «oppidum quod pagi tantum iura
ac dignitatem habet» (Franciscus Zorell). Si tratta di nuclei urbani che, pur non arrivando al
rango di città (= B`84H), sono più grandi delle borgate di campagna (= if:0) e corrispon-
dono a ciò che in italiano indichiamo con i sostantivi «villaggio», «paese» (cf. Strabone,
Geogr., 12,2,6).
Ë<": cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, perché, allo scopo di, per. Questa
congiunzione ricorre 663 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 39 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,213% del totale delle parole); 64 volte in Marco (cf. Mc
1,38; 2,10; 3,2.9[x2].10.12.14[x2]; 4,12.21[x2].22[x2]; 5,10.12.18.23[x2].43; 6,8.12.25.36.
41.56; 7,9.26.32.36; 8,6.22.30; 9,9.12.18.22.30; 10,13.17.35.37.48.51; 11,16.25.28;
12,2.13.15.19; 13,18.34; 14,10.12.35.38.49; 15,11.15.20.21.32; 16,1 = 0,566%); 46 volte in
Luca (0,236%); 145 volte in Giovanni (0,927%). L’uso di Ë<" nel NT corrisponde
generalmente a quello classico, anche se per influsso della Koiné la congiunzione assume
altre sfumature di significato. Nella maggior parte delle ricorrenze Ë<" è impiegato con: a)
significato finale, corrispondente alla congiunzione italiana «affinché». Si conoscono, tuttavia,
altre possibilità: b) valore completivo, soprattutto in dipendenza da verbi di comando,
esortazione, volontà e simili: in questi casi Ë<" corrisponde a ÓJ4 o ÓBTH e introduce un
infinito con valore completivo (es. Mc 3,9); c) valore esplicativo (o epesegetico): è simile
all’uso completivo; in questi casi Ë<" introduce una proposizione infinitiva che chiarisce o
esplicita la proposizione principale (es. Gv 6,29); d) valore imperativo: si tratta di un
particolare uso conativo di Ë<" per esprimere un comando o una preghiera, quasi sempre con
un verbo sottinteso che deve essere esplicitato nella traduzione (es. Mc 5,23); e) valore
ellittico, presente nella locuzione •88z Ë<": è un particolare costrutto che deve essere
Mc 1,39 133

integrato con espressioni quali «ciò accade», «ciò è accaduto» e simili (es. Mc 14,49). In
Marco prevale il significato finale (cf. Mc 1,38; 2,10; 3,2.9b.10.14; 4,12.21[x2]; 5,12.23;
6,36.41; 7,9; 8,6; 9,22; 10,13.17.48; 11,25.28; 12,12.13.15; 13,18; 14,10.12.35.38;
15,11.15.20.32; 16,1). Altrove Ë<" compare con significato completivo (cf. Mc 3,9a.12;
4,22a; 5,10.18.43; 6,8.12.25.56; 7,26.32.36; 8,22.30; 9,9.12.18.30; 10,35.37; 11,16; 13,34;
15,21). Il significato ellittico imperativo è presente in Mc 5,23a; 10,51; 12,19, mentre la
locuzione ellittica •88z Ë<" compare in Mc 4,22b; 14,49.
i"\: cong. coordinativa di valore aggiuntivo, indecl., anche, perfino, inoltre, altresì; cf. Mc 1,4.
Il significato aggiuntivo di i"\ è presente in Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b;
6,34b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c; 9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a.
¦igÃ: avv. di luogo, indecl., là, lì, in quel posto. Il vocabolo ricorre 95 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 28 volte in Matteo (corrispondente allo 0,153% del
totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 1,38; 2,6; 3,1; 5,11; 6,5.10.33; 11,5; 13,21;
14,15; 16,7 = 0,097%); 16 volte in Luca (0,082%); 22 volte in Giovanni (0,141%).
i0Db>T: verbo, 1a pers. sing. congiunt. aor. da i0DbFFT, proclamare apertamente, annunciare
solennemente, predicare; cf. Mc 1,4. Congiuntivo di valore finale.
gÆH: prep. propria di valore finale, seguita dall’accusativo, indecl., per, in vista di, allo scopo di;
cf. Mc 1,4. La preposizione è qui impiegata con valore finale, analogamente a Mc 1,4.44;
6,11; 13,9.12; 14,4.8.9.55; 15,34.
J@ØJ@: pron. dimostrativo, acc. sing. n. da @âJ@H, "àJ0, J@ØJ@, questo, ciò; cf. Mc 1,27;
compl. di fine.
(VD: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti; cf. Mc 1,16.
¦>­8h@<: verbo, 1a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25. Non sembra accettabile la lettura storica e cronachistica che intende il verbo
«uscire» nel senso fisico e spaziale, in riferimento all’allontanamento di Gesù dalla casa:
«…per questo sono uscito» (sott. da Cafarnao). La forma verbale sembra qui avere piuttosto
un significato “teologico”, tipicamente giovanneo: «per questo sono venuto» [sott. dal cielo
o da Dio], in riferimento alla missione che il Padre ha affidato al Figlio. In tal modo la frase
corrisponde alla analoga espressione che si ritrova in Mc 2,17; 9,7; 10,45 (cf. anche Gv 8,42;
13,3; 16,27; 17,8). Del resto Marco usa altrove il verbo §DP@:"4 non in senso meramente
fisico e spaziale, ma in riferimento alla missione di Gesù, il quale dice di sé stesso di «essere
venuto» a chiamare i peccatori (cf. Mc 2,17) e di «essere venuto» a servire (cf. Mc 10,45).

1,39 i" µ8hg< i0DbFFT< gÆH JH FL<"(T(H "ÛJä< gÆH Ó80< J¬< '"848"\"<
i" J *"4:`<4" ¦i$V88T<.
1,39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


µ8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
134 Mc 1,39

i0DbFFT<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da i0DbFFT, proclamare apertamente,


annunciare solennemente, predicare; cf. Mc 1,4. Participio predicativo del soggetto
sottinteso z30F@ØH. Il verbo i0DbFFT, «proclamare», deve essere distinto da *4*VFiT,
«insegnare», non soltanto dal punto di vista filologico, ma anche teologico. L’attività di
«insegnare» (*4*VFiT) è riferita da Marco sia a Gesù sia agli scribi e deve essere messa in
relazione con lo sfondo anticotestamentario, al quale entrambi i soggetti si rifanno, anche se
con una diversa prospettiva: gli scribi utilizzano l’AT per interpretarlo legalisticamente,
secondo le loro categorie, Gesù, invece, lo reinterpreta alla luce dell’annuncio sul regno di
Dio. Nonostante questa diversa utilizzazione si può dire che Marco assegna al verbo
*4*VFiT una coloritura giudaica: ogni volta che Gesù «insegna» (*4*VFiT) lo fa di fronte
a un uditorio giudaico, in Galilea (cf. Mc 1,21.22; 2,13; 4,1.2; 6,2.6.34; 8,31; 9,31) o a
Gerusalemme (cf. Mc 11,17; 12,14.35; 14,49). Il verbo «predicare» (i0DbFFT), al contrario,
è di chiara impronta neotestamentaria ed è sempre messo in relazione con la «buona
novella». In Marco questo verbo è usato: a) per la predicazione di Giovanni il Battista (cf.
Mc 1,4.7); b) per quella di Gesù (cf. Mc 1,14.38.39); c) per quella dei discepoli missionari
(cf. Mc 3,14; 6,12; 13,10; 14,9; 16,15.20); d) per le proclamazioni dei miracolati (cf. Mc
1,45; 5,20; 7,36). Quando è Gesù a «predicare» la sua proclamazione non avviene mai a
Gerusalemme, ma in Galilea e nel mondo intero (cf. Mc 1,14.38.39; cf. anche Mc 13,10;
14,9).
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JVH: art. determ., acc. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
FL<"(T(VH: sost., acc. plur. f. da FL<"(T(Z, –­H, raccolta, adunanza, assemblea, riunione,
congregazione, sinagoga (forma raddoppiata di FL<V(T); cf. Mc 1,21; compl. di luogo.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale
(«di essi» = «loro»). Dal punto di vista grammaticale il pronome si presenta nella costruzione
ad sensum, essendo privo di un preciso riferimento. Tuttavia, analogamente a Mc 1,23, il
pronome sta qui a indicare le sinagoghe «dei Giudei»: si tratta di un segnale linguistico che
denota una separazione e opposizione, forse anche a livello inconscio, tra l’Autore e i suoi
lettori da una parte e il gruppo dei Giudei dall’altra. Ritroviamo questa sfumatura critica
anche in Mc 7,3, in cui il termine «Giudei» viene usato come categoria antitetica rispetto a
chi scrive.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
Ó80<: agg. indefinito, acc. sing. f. da Ó8@H, –0, –@<, tutto, ogni; cf. Mc 1,28; attributo di
'"848"\"<, qui senza articolo perché in posizione predicativa.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
'"848"\"<: sost., nome proprio di regione, acc. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; cf. Mc
1,9; compl. di moto per luogo. Per quello che sappiamo dai testi neotestamentari il breve
Mc 1,40 135

ministero di Gesù si svolse quasi esclusivamente nei villaggi e nelle cittadine della Galilea:
Nazaret, Cafarnao, Cana, Nain, Corazin, ecc. In questo quadro storico e geografico spicca
sorprendentemente l’assenza delle due città galilee più importanti: Sefforis e Tiberiade,
fortemente ellenizzate. La prima non è mai menzionata nel NT, pur trovandosi a circa 6 km
da Nazaret; la seconda è menzionata di passaggio soltanto in Gv 6,23 (l’espressione «lago
di Tiberiade», presente in Gv 6,1; 21,1, è soltanto una designazione stereotipa alternativa per
il più usuale «Mare di Galilea», indicato anche nelle fonti profane come «lago di Genezaret»,
vedi commento a Mc 1,16). Qualcuno ritiene questa omissione intenzionale, poiché sia
Sefforis che Tiberiade erano considerate come città semipagane, per via delle loro cultura
marcatamente cosmopolita ed ellenizzata.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
JV: art. determ., acc. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18.
*"4:`<4": sost., acc. plur. n. da *"4:`<4@<, –@L, demonio, spirito cattivo; cf. Mc 1,34; compl.
oggetto.
¦i$V88T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da ¦i$V88T (da ¦i e $V88T), scacciare,
mandare via, fare uscire, espellere; cf. Mc 1,12. Participio predicativo del soggetto
sottinteso z30F@ØH. I due participi i0DbFFT<… i"Â ¦i$V88T< esprimono continuità e
contemporaneità dell’azione di Gesù nel predicare e nel cacciare i demoni.

1,40 5"Â §DPgJ"4 BDÎH "ÛJÎ< 8gBDÎH B"D"i"8ä< "ÛJÎ< [i"Â (@<LBgJä<] i"Â
8X(T< "ÛJè ÓJ4 z+< hX8®H *b<"F"\ :g i"h"D\F"4.
1,40 Venne da lui un lebbroso; lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi
guarirmi!».

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


§DPgJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Presente storico. La formula i"Â
§DPgJ"4, i"Â §DP@<J"4, con la quale Marco inizia molte pericopi, è un chiaro elemento
redazionale: si ritrova in Mc 1,40; 2,3.18; 3,20.31; 5,15.22.38; 6,1; 8,22; 10,46; 11,15.27;
12,18; 14,32.37.41.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’espressione §DP@:"4 BD`H, detta in riferimento
a Gesù, non è rara in Marco: è impiegata per descrivere l’andare verso Gesù da parte di
qualche miracolato (cf. Mc 1,40; 2,3; 10,50), della folla (cf. Mc 1,45; 2,13; 3,8; 5,15) o di
gruppi specifici (cf. Mc 11,27; 12,18). Lo stesso Gesù comanda ai discepoli di lasciar «venire
a sé» i bambini (cf. Mc 10,14).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
8gBD`H: sost., nom. sing. m. da 8gBD`H, –@Ø, lebbroso; soggetto. Senza articolo, perché
anonimo e non ancora conosciuto. Il vocabolo ricorre 9 volte nel NT: Mt 8,2; 10,8; 11,5;
26,6; Mc 1,40; 14,3; Lc 4,27; 7,22; 17,12. Nella accezione originaria l’aggettivo 8gBD`H
136 Mc 1,40

indica ciò che è «squamoso», «rugoso», «tignoso», detto soprattutto di cose (cf. Teofrasto,
De caus. plant., 2,6,4; Giuseppe Flavio, Contra Ap., 1,229; Galeno, Simpl. medic., 11,849).
Nel greco biblico il termine viene sostantivato e usato nel significato di «lebbroso», ma non
indica necessariamente una persona colpita da lebbra, la malattia conosciuta scientificamente
come morbo di Hansen. Il vocabolo greco 8XBD" e il corrispondente ebraico ;3 H 9H7I, sEa) ra‘a5t ,
è impiegato nella Bibbia per indicare qualunque malattia della pelle. Il contesto successivo,
tuttavia, lascia capire che qui si sta parlando di un vero lebbroso. La severissima legislazione
anticotestamentaria in materia di lebbra è contenuta nei cc. 13–14 del Levitico. Colui che era
stato dichiarato lebbroso rimaneva in stato di impurità rituale e per tale motivo doveva
abitare da solo fuori dell’accampamento o dell’abitato. Analoga severità troviamo nella
legislazione mishnaica: «Se un lebbroso entra in una casa tutti gli oggetti che vi si trovano
sono impuri, anche quelli che sono vicini al soffitto» (m.Neg., 13,10). Questa segregazione
trova conferma anche in Giuseppe Flavio: J@ÃH 8gBDäF4< •Bg\D0ig :ZJg :X<g4< ¦<
B`8g4 :ZJz ¦< if:® i"J@4igÃ<, «ai lebbrosi non era consentito risiedere né nelle città
né nei villaggi» (Giuseppe Flavio, Contra Ap., 1,281). Uguale severità e segregazione
riferiscono gli autori pagani: ÔH —< *¥ Jä< •FJä< 8XBD0< ´ 8gbi0< §P®, ¦H B`84<
@âJ@H @Û i"JXDPgJ"4 @Û*¥ FL::\F(gJ"4 J@ÃF4 –88@4F4 AXDF®F4· n"F *X :4< ¦H
JÎ< »84@< :"DJ`<J" J4 J"ØJ" §Pg4<, «se qualche cittadino è affetto dalla lebbra o dal
morbo bianco non può entrare in città né frequentare gli altri Persiani; essi ritengono che
soffre di queste malattie per aver commesso una colpa nei confronti del sole» (cf. Erodoto,
Hist., 1,138,1). Sotto l’aspetto religioso la lebbra era spesso considerata come una punizione
della giustizia divina in conseguenza di qualche grave peccato (cf. Nm 12,10–12; 2Re 15,5;
2Cr 26,19); tale convinzione era diffusa anche nel giudaismo rabbinico (cf. Strack–Bill.,
IV,747–749). Da questo punto di vista la consideravano i profeti quando, per i tempi
messianici, prevedevano l’eliminazione anche di questa malattia (cf. Is 35,8).
B"D"i"8ä<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da B"D"i"8XT (da B"DV e i"8XT), chiamare
accanto, invocare, implorare, supplicare. Questo verbo ricorre 109 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 9 volte in Matteo (cf. Mt 2,18; 5,4; 8,5.31.34; 14,36;
18,29.32; 26,53, corrispondente allo 0,049% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc
1,40; 5,10.12.17.18.23; 6,56; 7,32; 8,22 = 0,080%); 7 volte in Luca (cf. Lc 3,18; 7,4;
8,31.32.41; 15,28; 16,25 = 0,036%). Participio predicativo del soggetto 8gBD`H. Sul piano
lessicale B"D"i"8XT significa «chiamare vicino a sé» (cf. Senofonte, Anab., 3,1,32;
Aristofane, Ves., 215): questo significato fondamentale, tuttavia, non è presente nei vangeli
sinottici, dove il verbo compare nell’accezione dedotta di «esortare», «invocare», «supplica-
re», spesso in modo personale ed enfatico. Il verbo acquista una coloritura teologica poiché
è sovente riferito a Gesù in contesti di annunci, richieste di guarigioni o avvenimenti di
salvezza. In Marco B"D"i"8XT è sempre riferito a Gesù, come richiesta di supplica
pronunciata da miracolati o parenti di miracolati (cf. Mc 1,40; 5,23; 6,56; 7,32; 8,22), ossessi
o spiriti cattivi (cf. Mc 5,10.18), persone indistinte (cf. Mc 5,17).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
[i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.].
Mc 1,40 137

[(@<LBgJä<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da (@<LBgJXT (da (`<L e B\BJT), cadere sulle
ginocchia, inginocchiarsi. Questo verbo ricorre 4 volte nel NT: Mt 17,40; 27,29; Mc 1,40;
10,17. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto 8gBD`H. La frase i"Â
(@<LBgJä< è presente nei codici !, L, 1, f1, 205, 565, 579, 892, 1241, 1243, 1424. È
assente, invece, in B, D, G, W, 2427. Coloro che ritengono le due parole non originali
parlano di aggiunta: ma perché aggiungere proprio questa espressione la quale è supposta da
Mt 8,2 (BD@Fgib<g4) e da Lc 5,12 (BgFã< ¦BÂ BD`F@B@<)? È più probabile ritenere la
lezione come originale e spiegare l’omissione in alcuni codici dovuta a homoioteleuton: il
lettore o il copista sarebbe passato da B"D"i"8ä< "ÛJ`< a i"Â 8X(T<, saltando la frase
i"Â (@<LBgJä<, con la stessa desinenza. Per il significato semantico vedi commento a Mc
10,17].
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
8X(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto 8gBD`H. L’uso di 8X(T
dopo i verbi cosiddetti dicendi («dire», «proclamare», «annunciare», «interrogare»,
«rispondere», «deliberare», ecc.), frequentissimo nel NT, è un ebraismo dovuto alla
traduzione servile della forma verbale 9J/!-F, le) ’mo) r, equivalente al gerundio «dicendo» e
impiegata per introdurre il discorso diretto in sostituzione del segno grafico dei due punti (:),
inesistente in ebraico come in greco. Nelle traduzioni questa tipica forma può essere omessa.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Dopo i verbi dicendi
e simili introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in
tal caso può essere omessa.
z+V<: (da gÆ e –<), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, qualora, purché, nel
caso che. Questa congiunzione ricorre 333 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 62 volte in Matteo (corrispondente allo 0,338% del totale delle parole); 33 volte
in Marco (cf. Mc 1,40; 3,24.25.27.28; 4,22; 5,28; 6,10.22.23; 7,3.4.11[x2]; 8,3.35.38;
9,18.43.45.47.50; 10,12.30.35; 11,3.31; 12,19; 13,11.21; 14,9.14.31 = 0,292%); 28 volte in
Luca (0,144%); 59 volte in Giovanni (0,377%). Questa congiunzione, seguita di norma dal
congiuntivo aoristo o presente, viene impiegata per esprimere l’eventualità o la probabilità
in una proposizione ipotetica; indica una possibilità reale.
hX8®H: verbo, 2a pers. sing. cong. pres. da hX8T, volere, avere il proposito di. Questo verbo
ricorre 208 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 42 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,229% del totale delle parole); 25 volte in Marco (cf. Mc 1,40.41; 3,13;
6,19.22.25.26.48; 7,24; 8,34.35; 9,13.30.35; 10,35.36.43.44.51; 12,38; 14,7.12.36; 15,9.12
= 0,221%); 28 volte in Luca (0,144%); 23 volte in Giovanni (0,147%). Nel greco classico
la gamma semantica di questo verbo (nella doppia forma hX8T / ¦hX8T) è molto ampia e
variegata, potendo significare, a seconda dei contesti, «volere», «acconsentire», «desiderare»,
«avere voglia di», «osare», «preferire», «pretendere», ecc. Unito al soggetto Gesù, hX8T
compare in Mc 1,40.41; 3,13; 6,48; 7,24; 9,30; 14,12.36.
138 Mc 1,41

*b<"F"\: verbo, 2a pers. sing. ind. pres. da *b<":"4, potere, essere capace di, essere in grado
di. Questo verbo deponente ricorre 210 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 27 volte in Matteo (corrispondente allo 0,147% del totale delle parole); 33 volte
in Marco (cf. Mc 1,40.45; 2,4.7.19[x2]; 3,20.23.24.25.26.27; 4,32.33; 5,3; 6,5.19; 7,15.18.24;
8,4; 9,3.22.23.28.29.39; 10,26.38.39; 14,5.7; 15,31 = 0,292%); 26 volte in Luca (0,133%);
37 volte in Giovanni (0,237%). Come avviene nella grecità classica, questo verbo è usato per
lo più in unione a un infinito espresso o sottinteso, quest’ultimo facilmente deducibile dal
contesto (•B@iJg\<T in Mc 6,19; B\<T in Mc 10,39). Il conflitto tra «volere» e «potere»
ritorna altrove in Marco: Erodiade vuole uccidere Giovanni, ma non può, a causa di Erode
che teme il Battista (cf. Mc 6,19); Gesù vuole restare nascosto, ma non ci riesce (cf. Mc
7,24); i commensali potrebbero fare del bene ai poveri se soltanto lo volessero (cf. Mc 14,7).
:g: pron. personale di 1a pers. acc. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø/:@L, dat. ¦:@\/:@4, acc. ¦:X/:g),
io, me; compl. oggetto. La forma enclitica :X ricorre 291 volte nel NT rispetto alle 2583
ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 37 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,202% del totale delle parole); 27 volte in Marco (cf. Mc 1,40;
5,7; 6,22.23; 7,6.7; 8,27.29.38; 9,19.37.39; 10,14.18.36.47.48; 12,15; 14,18.28.30.31.
42.48.49.72; 15,34 = 0,239%); 42 volte in Luca (0,216%); 100 volte in Giovanni (0,640%).
i"h"D\F"4: verbo, inf. aor. da i"h"D\.T, rendere pulito, mondare, purificare, guarire.
Questo verbo ricorre 31 volte nel NT: 7 volte in Matteo (cf. Mt 8,2.3[x2]; 10,8; 11,5;
23,25.26, corrispondente allo 0,038% del totale delle parole); 4 volte in Marco (cf. Mc
1,40.41.42; 7,19 = 0,035%); 7 volte in Luca (cf. Lc 4,27; 5,12.13.17.22; 11,39; 17,14.17 =
0,036%); 3 volte in Atti degli Apostoli (cf. At 10,15; 11,9; 15,9); 2Cor 7,1; Ef 5,26; Tt 2,14;
Eb 9,14.22.23; 10,2; Gc 4,8; 1Gv 1,7.9. Il verbo i"h"D\.T, forma ellenistica dell’attico
i"h"\DT (in senso proprio «pulire» dallo sporco: Omero, Od., 20,152), è usato nel greco
biblico in senso traslato, sia nel significato tecnico di «dichiarare puro», per descrivere la
purificazione rituale (cf. Lv 15,13.28; 2Re 5,10.12) sia per indicare la sanazione fisica, nel
significato di «guarire» da qualche malattia. In particolare, per descrivere la guarigione dalla
lebbra viene sempre preferito il verbo i"h"D\.T, come nell’episodio anticotestamentario
di Naaman (cf. 2Re 5,10.12.13.14, LXX) o nella tradizione evangelica (cf. Mt 10,8; 11,5; Lc
4,27; 7,22; 17,14). Lo stesso verbo, negli altri scritti neotestamentari, è usato in senso traslato
per indicare la purificazione dal peccato, di cui la lebbra è figura (cf. At 15,9; 2Cor 7,1; Ef
5,26; 1Gv 1,7.9). Secondo la concezione giudaica soltanto Dio può guarire dalla lebbra: in
Gb 18,13 la lebbra è definita «il figlio primogenito della morte», poiché il lebbroso era
equiparato cultualmente e civilmente a un morto. Stesso giudizio ritroviamo negli scritti
rabbinici, dove la guarigione di un lebbroso è ritenuta altrettanto difficile quanto la
risurrezione di un morto (cf. Strack–Bill., IV,745).

1,41 i"Â FB8"(P<4FhgÂH ¦iJg\<"H J¬< PgÃD" "ÛJ@Ø »R"J@ i"Â 8X(g4 "ÛJès
1X8Ts i"h"D\Fh0J4·
1,41 Ed egli, mosso a compassione, stese la sua mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio,
guarisci!».
Mc 1,41 139

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


FB8"(P<4Fhg\H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da FB8"(P<\.@:"4, essere commosso nelle
viscere, avere compassione. Questo verbo deponente ricorre 12 volte nel NT: Mt 9,36; 14,14;
15,32; 18,27; 20,34; Mc 1,41; 6,34; 8,2; 9,22; Lc 7,13; 10,33; 15,20. Participio predicativo
del soggetto sottinteso z30F@ØH. Dal punto di vista lessicale il verbo FB8"(P<\.@:"4 è di
chiara formazione giudaica e cristiana (nel greco classico ricorre, a quanto sembra, soltanto
una volta, in una iscrizione di Cos risalente al IV secolo a.C.). Il verbo è modellato sull’uso
semitico, poiché indica propriamente un movimento delle viscere, considerate come la sede
dell’amore e della pietà (cf. l’italiano «amore sviscerato»). Corrisponde all’ebraico .( G 9G,
rehEem, che in forma aggettivale è spesso riferito a Dio per qualificare il suo comportamento
come «compassionevole», «misericordioso» (cf. Es 34,6; Dt 4,31; Ne 9,17.31; Sal 78,38;
86,15; 103,8; 111,4; 112,4; 145,8; Gl 2,13; Gio 4,2). Nel NT, in 11 ricorrenze su 12, questo
verbo ha come soggetto Gesù o in due occasioni Dio, all’interno di parabole (il padrone in
Mt 18,27; il Padre misericordioso in Lc 15,20). Soltanto in Lc 10,33 soggetto del verbo è il
Samaritano che si prende cura del viaggiatore malmenato dai briganti. Il verbo è sostanzial-
mente legato alla benevolenza divina: non designa un semplice sentimento umano di
compassione e commiserazione, ma deve essere messo in relazione alla •(VB0 divina, ossia
alla «benevolenza» (eb. $2 G (G, hEesed5) del Dio dell’AT, incarnata nella «compassione» di
Gesù. Si tratta di una caratterizzazione teologica di Gesù quale messia in cui è presente la
misericordia divina.
¦iJg\<"H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da ¦iJg\<T (da ¦i e Jg\<T), tendere avanti,
stendere, allungare. Questo verbo ricorre 16 volte nel NT: Mt 8,3; 12,13[x2].49; 14,31;
26,51; Mc 1,41; 3,5[x2]; Lc 5,13; 6,10; 22,53; Gv 21,18; At 4,30; 26,1; 27,30. Participio
predicativo di valore espletivo del soggetto sottinteso z30F@ØH. L’uso del duplice participio
(FB8"(P<4FhgÂH… ¦iJg\<"H) senza coordinazione, applicato al soggetto, è un fenomeno
molto raro nel greco classico: in Marco si ritrova in Mc 5,27.33; 7,25; 14,45.67. Fatta
eccezione per At 27,30, nelle altre ricorrenze neotestamentarie il verbo ¦iJg\<T indica lo
(s)tendere la mano in senso fisico, come avviene nel greco classico (cf. Eschilo, Ch., 9;
Aristofane, Eccl., 782). Non si tratta di un particolare semplicemente coreografico: il gesto
di distendere il braccio e la mano in avanti, espressione di volontà, è il gesto che compiono
Mosè e Aronne in occasione di prodigi (cf. Es 4,4; 7,19; 8,1; 9,22; 10,12; 14,16.21.26, ecc.)
e lo stesso Dio, come segno del suo intervento potente in funzione salvifica (cf. Es 3,20; 6,8;
15,12; Dt 5,15; 2Re 17,36; Sal 138,7).
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
PgÃD": sost., acc. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; cf. Mc 1,31; compl. oggetto. Qui come
altrove (cf. Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43) l’articolo, forse, sta a indicare
la mano (o il braccio: cf. Mc 3,1) per eccellenza, ossia quella destra.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
140 Mc 1,42

»R"J@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da žBJ@:"4, toccare, tenere. Questo verbo
deponente ricorre 39 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 9 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,049% del totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 1,41;
3,10; 5,27.28.30.31; 6,56[x2]; 7,33; 8,22; 10,13 = 0,097%); 13 volte in Luca (0,067%); 1
volta in Giovanni (0,006%). Nel NT questo verbo compare alla diatesi attiva con il
significato di «accendere» soltanto in 4 ricorrenze (cf. Lc 8,16; 11,33; 15,8; At 28,2). Altrove
è usato quasi sempre nel senso letterale proprio di «toccare» o, talvolta, in quello traslato per
indicare il rapporto sessuale (cf. 1Cor 7,1). Nei racconti di guarigione, come qui, il verbo
ritorna frequentemente (30 volte nei sinottici; per Marco cf. Mc 3,10; 5,27.28.30.31; 6,56[x2];
7,33; 8,22). La forza del gesto del “toccare” da parte di Gesù deriva dalla considerazione che,
secondo la Legge giudaica, un lebbroso non poteva avvicinarsi troppo a una persona sana né,
tanto meno, toccare qualcuno o essere toccato, per non correre il rischio di infettarlo (cf. Lv
13,45–46; Strack–Bill., IV,751–757). Qui è lo stesso Gesù che contravviene le norme di
segregazione. In tutte le religioni l’atto di «toccare» è uno dei simboli più ricorrenti e
significativi, specie nell’ambito cultuale e taumaturgico. Nel vangelo di Marco sono
soprattutto i malati che toccano o cercano di toccare Gesù (cf. Mc 3,10; 5,27.28.30.31;
6,56); in altre occasioni è Gesù stesso che li tocca (cf. Mc 1,41; 7,33; 8,22; cf. anche Mc
10,13).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
1X8T: verbo, 1a pers. sing. ind. pres. da hX8T, volere, avere il proposito di; cf. Mc 1,40.
i"h"D\Fh0J4: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. pass. da i"h"D\.T, rendere pulito,
mondare, purificare, guarire; cf. Mc 1,40. Non è possibile considerare la forma i"h"D\F-
h0J4 come un passivo divino, a causa del precedente ordine hX8T: qui è Gesù che
guarisce.

1,42 i" gÛh×H •B­8hg< •Bz "ÛJ@Ø º 8XBD"s i" ¦i"h"D\Fh0.


1,42 Subito la lebbra scomparve da lui ed egli guarì.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
•B­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •BXDP@:"4 (da •B` e §DP@:"4), andare via,
partire; cf. Mc 1,20. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo composto viene
ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova
in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.
24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5. L’effetto della
guarigione viene descritto come se la lebbra fosse un soggetto agente, una entità personificata
Mc 1,43 141

(lett. «la lebbra se ne andò da lui»). Analoga descrizione ritroviamo in Mc 1,31 a proposito
della febbre: i" •n­ig< "ÛJ¬< Ò BLDgJ`H, «la febbre la lasciò».
•Bz: (= •B`), prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da;
cf. Mc 1,9.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di moto da luogo.
º: art. determ., nom. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
8XBD": sost., nom. sing. f. da 8XBD", –"H, lebbra; soggetto. Il vocabolo ricorre 4 volte nel NT:
Mt 8,3; Mc 1,42 (hapax marciano); Lc 5,12.13. Il sostantivo 8XBD" viene impiegato nel
greco biblico in senso ampio, in riferimento a varie malattie della pelle e ad altre escrescenze
ulcerose che potevano facilmente essere scambiate per lebbra (piaghe, tigna, rogna, ecc.),
come avviene nel greco classico, dove il termine indica la generica «scabbia», ossia una
malattia della pelle non altrimenti identificata (cf. Teofrasto, Hist. plant., 9,12,2; Galeno,
Simpl. med., 12,31). Venendo a mancare la certezza dell’identificazione clinica non sempre
è possibile sapere se il termine 8XBD" che ritroviamo negli scritti sacri designi la lebbra vera
e propria oppure altre simili malattie. Per quanto riguarda la legislazione anticotestamentaria
sulla lebbra vedi commento a Mc 1,40.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦i"h"D\Fh0: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. pass. da i"h"D\.T, rendere pulito, mondare,
purificare, guarire; cf. Mc 1,40. Il gesto di Gesù produce un risultato opposto a quello
“legalizzato” dalle prescrizioni cultuali: secondo la Legge giudaica Gesù sarebbe diventato
impuro per aver toccato il lebbroso. Avviene invece il contrario: è il lebbroso a diventare
“puro”, ossia a guarire, per essere stato toccato da Gesù.

1,43 i"Â ¦:$D4:0FV:g<@H "ÛJè gÛh×H ¦>X$"8g< "ÛJ`<


1,43 E ammonendolo severamente lo mandò subito via

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦:$D4:0FV:g<@H: verbo, nom. sing. m. part. aor. medio da ¦:$D4:V@:"4, (da ¦< e
$D4:V@:"4), minacciare, ammonire. Questo verbo deponente ricorre 5 volte nel NT: Mt
9,30; Mc 1,43; 14,5; Lc 11,33.38. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Il
verbo ¦:$D4:V@:"4, dall’originario significato di «sbuffare», «fremere», detto in particolare
dei cavalli (cf. Eschilo, Sept., 462), è passato a esprimere reazioni umane di sdegno e
contrarietà, assumendo il significato metaforico di «minacciare», «ammonire», «rimproverare»
(cf. Mc 14,5), «trattare duramente» (cf. Dn 11,30, LXX), «avvampare d’ira» (cf. Lam 2,6,
LXX).
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine. La forma dativa è retta dal verbo
¦:$D4:V@:"4.
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
142 Mc 1,44

¦>X$"8g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦i$V88T (da ¦i e $V88T), scacciare, mandare
via, fare uscire, espellere; cf. Mc 1,12.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.

1,44 i" 8X(g4 "ÛJès ~?D" :0*g< :0*¥< gÇB®Hs •88 àB"(g Fg"LJÎ< *gÃ>@< Jè
ÊgDgà i" BD@FX<g(ig BgD J@Ø i"h"D4F:@Ø F@L Ÿ BD@FXJ">g< 9TdF­Hs
gÆH :"DJbD4@< "ÛJ@ÃH.
1,44 e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote e
offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, come testimonianza per
loro».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
~?D": verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc
1,10. Nel secondo vangelo la forma asindetica è piuttosto frequente con gli imperativi dei
verbi ÒDVT (cf. Mc 1,44; 6,38; 8,15), ßBV(T (cf. Mc 1,44; 5,34; 6,38; 7,29; 10,21.52; 16,7),
¦(g\DT (cf. Mc 2,9; 3,3; 5,41; 10,49; 14,42), F4TBVT (cf. Mc 4,39), n4:`T (cf. Mc 4,39),
h"DFXT (cf. Mc 6,50; 10,49), $8XBT (cf. Mc 13,5.23.33).
:0*g<\: (da :Z e gÍH), pron. indefinito negativo, dat. sing. m. da :0*g\H, :0*g:\", :0*X<,
nessuno, alcuno, niente; compl. di termine. Il vocabolo ricorre 89 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 5 volte in Matteo (corrispondente allo 0,027% del
totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 1,44[x2]; 5,26.43; 6,8; 7,36; 8,30; 9,9; 11,14
= 0,080%); 9 volte in Luca (0,046%).
:0*X<: (da :Z e gÍH), pron. indefinito negativo, con valore di sostantivo, acc. sing. n. da
:0*g\H, :0*g:\", :0*X<, niente, nulla, alcuna cosa; cf. Mc 1,44; compl. oggetto. La
frequenza della doppia negazione è una caratteristica stilistica di Marco: cf. Mc 1,44; 2,2;
3,20.27; 5,37; 6,5; 7,12; 9,1.41; 10,15; 13,2[x2].19.30.31; 14,25.31; 16,8.18. Analogamente
a quanto avviene nel greco classico, la doppia negazione viene usata da Marco per dare
maggiore enfasi alla negazione, senza escludere la possibilità che essa derivi dall’indole
popolare della lingua dei vangeli.
gÇB®H: verbo, 2a pers. sing. congiunt. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7.
•88V: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, anzi, però, piuttosto,
nondimeno. Questa congiunzione ricorre 638 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 37 volte in Matteo (corrispondente allo 0,202% del totale delle parole); 45 volte
in Marco (cf. Mc 1,44.45; 2,17[x2].22; 3,26.27.29; 4,17.22; 5,19.26.39; 6,9.52; 7,5.15.19.25;
8,33; 9,8.13.22.37; 10,8.27.40.43.45; 11,23.32; 12,14.25.27; 13,7.11[x2].20.24; 14,28.29.
Mc 1,44 143

36[x2].49; 16,7 = 0,398%); 35 volte in Luca (0,180%); 102 volte in Giovanni (0,652%).
Etimologicamente la congiunzione •88V è fatta derivare da –88@H per indicare «l’altro»,
ossia l’opposto, il diverso, la separazione, l’opposizione rispetto al precedente. In tal senso
nella maggior parte delle ricorrenze •88V equivale alle congiunzioni avversative italiane
«ma», «tuttavia», «però», esprimente esplicita contrapposizione all’elemento che precede.
Anche in Marco questo significato è quello prevalente. In alcuni casi assume significati
particolari, riscontrabili altrove nel NT: in correlazione con @Û (VD acquista una sfumatura
causale («poiché», «dal momento che»: Mc 6,52); in correlazione con un precedente
pronome indefinito (@Û*g\H) corrisponde alle forme «tranne», «se non», «eccetto», «a meno
che» (cf. Mc 9,8); dopo una interrogativa retorica equivale alla negazione «non», «certamente
non» (cf. Mc 14,29); nella costruzione •88z Ë<", di valore ellittico, significa: «piuttosto [si
deve / si debba / si doveva]», «ma [ciò avviene] affinché» (cf. Mc 4,22; 14,49); all’inizio di
una proposizione può corrispondere alle congiunzioni esclamative «orsù!», «suvvia!», specie
quando •88V è seguito da comandi o esortazioni espressi con l’imperativo o il congiuntivo
(cf. Mc 16,7).
àB"(g: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ßBV(T (da ßB` e –(T), andare giù, ritirarsi,
andare via, partire. Questo verbo ricorre 79 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104% del totale delle parole); 15 volte
in Marco (cf. Mc 1,44; 2,11; 5,19.34; 6,31.33.38; 7,29; 8,33; 10,21.52; 11,2; 14,13.21; 16,7
= 0,133%); 5 volte in Luca (0,026%); 32 volte in Giovanni (0,205%). In senso intransitivo
il verbo ßBV(T è impiegato nel greco classico con il significato di «andare via», «ritirarsi»
(cf. Erodoto, Hist., 4,120,2), in particolare nelle forme all’imperativo singolare «va’», «vattene
via» o plurale «avanti voi!», «andate via!» (cf. Menandro, Dysc., 378; Euripide, Cycl., 52;
Aristofane, Ves., 290; Rane, 174). Nel NT, dove il verbo ßBV(T è usato sempre in senso
intransitivo, questo tipico uso al modo imperativo ricorre soprattutto nei sinottici: in Matteo
è attestato 17 volte su 19 ricorrenze; in Marco 12 volte su 15; in Luca 2 volte su 5. La forma
asindetica è piuttosto frequente con gli imperativi di alcuni verbi: in Marco, oltre a ßBV(T
(cf. Mc 1,44; 5,34; 6,38; 7,29; 10,21.52; 16,7), si riscontra con ¦(g\DT (cf. Mc 2,9; 3,3;
5,41; 10,49; 14,42), ÒDVT (cf. Mc 1,44; 6,38; 8,15), F4TBVT (cf. Mc 4,39), n4:`T (cf. Mc
4,39), h"DFXT (cf. Mc 6,50; 10,49), $8XBT (cf. Mc 13,5.23.33). Spesso Marco usa
l’imperativo di ßBV(T facendolo seguire da altri imperativi uniti paratatticamente (cf. Mc
1,44; 6,38; 10,21; 16,7). In Marco questo imperativo asindetico è pronunciato sempre da
Gesù (eccetto Mc 16,7) in contesto di guarigione (cf. Mc 1,44; 2,11; 5,19.34; 7,29), di
sequela (cf. Mc 8,33; 10,21) oppure è rivolto ai discepoli (cf. Mc 6,38; 11,2; 14,13). Ha
sempre un significato positivo di coinvolgimento: è una comando che esorta gli interlocutori
a fare scelte decisive per la loro esistenza.
Fg"LJ`<: (da Fb e "ÛJ`H), pron. riflessivo, acc. sing. m. da Fg"LJ@Ø, –­H, di te stesso; compl.
oggetto. Il pronome riflessivo della seconda persona singolare ricorre 43 volte nel NT. La
forma all’accusativo singolare (Fg"LJ`<, «te stesso») ricorre 33 volte: Mt 4,6; 8,4; 19,19;
22,39; 27,40; Mc 1,44; 12,31; 15,30; Lc 4,9.23; 5,14; 10,27; 23,37.39; Gv 7,4; 8,53; 10,33;
14,22; 21,18; Rm 2,1.19.21; 13,9; 14,22; Gal 5,14; 6,1; 1Tm 4,7.16; 5,22; 2Tm 2,15; Tt 2,7;
Fm 1,19; Gc 2,8). Nel vangelo di Marco il pronome riflessivo di seconda persona è presente
soltanto nella forma accusativo singolare.
144 Mc 1,44

*gÃ>@<: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da *g\i<L:4, mostrare, far vedere, indicare, provare.
Questo verbo ricorre 33 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 3 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,016% del totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 1,44;
14,15 = 0,018%); 5 volte in Luca (0,026%); 7 volte in Giovanni (0,045%). Unitamente ai
suoi composti presenti nel NT (•<"*g\i<L:4, •B@*g\i<L:4, ¦B4*g\i<L:4, ßB@*g\i<L-
:4) il verbo assume il significato prevalente di «mostrare», «far vedere», in senso letterale
proprio, come avviene nel greco classico (cf. Omero, Il., 6,170; Od., 3,174; Euripide, Tr.,
802). Qui il contesto è quello legale e cultuale del controllo medico da parte del sacerdote
per verificare e testificare l’avvenuta guarigione (cf. Strack–Bill., IV,758ss.).
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
ÊgDgÃ: sost., dat. sing. m. da ÊgDgbH, –XTH, sacerdote; compl. di termine. Il vocabolo ricorre 31
volte nel NT: 3 volte in Matteo (cf. Mt 8,4; 12,4.5, corrispondente allo 0,016% del totale
delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 1,44; 2,26 = 0,018%); 5 volte in Luca (cf. Lc 1,5;
5,14; 6,4; 10,31; 17,14 = 0,026%); 1 volta in Giovanni (cf. Gv 1,19 = 0,006%); 3 volte in
Atti degli Apostoli (cf. At 4,1; 6,7; 14,13); 14 volte in Ebrei (cf. Eb 5,6; 7,1.3.11.14.15.
17.20.21.23; 8,4; 9,6; 10,11.21); 3 volte in Apocalisse (cf. Ap 1,6; 5,10; 20,6). Il sostantivo
ÊgDgbH è usato nel greco classico con il significato tecnico di «sacerdote», sacrificatore di
vittime agli dèi (cf. Omero, Il., 1,62). Nella stragrande maggioranza delle ricorrenze
neotestamentarie ÊgDgbH è impiegato per designare i sacerdoti giudaici e soltanto occasional-
mente quelli pagani, come «il sacerdote di Zeus» (At 14,13). La norma cui fa riferimento
Gesù è quella contenuta in Lv 13–14. Il sacerdote, al singolare, indica il sacerdote di turno
deputato a tale ufficio, non necessariamente un sacerdote del Tempio centrale di Gerusalem-
me. Questa verifica era l’attestazione tangibile e ufficiale della avvenuta guarigione. Senza
un attestato rilasciato dal sacerdote nessun guarito poteva essere riammesso nella società. La
legislazione rabbinica contenuta nella Mishnah prescrive quanto segue: «Tutti diventano
impuri per piaghe lebbrose, a eccezione dei pagani e dei forestieri stabiliti in Palestina. Tutti
possono esaminare le piaghe di lebbra, ma la sentenza di impurità o di purità spetta al
sacerdote» (m.Neg., 3,1). Al tempo di Gesù l’istituzione del sacerdozio era ripartita in 24
classi, chiamate da Giuseppe Flavio ¦n0:gD\H o B"JD\" (cf. Id., Vita, 2; Antiq., 12,265),
mentre in Lc 1,5.8 sono definite ¦n0:gD\". Il nome greco può indurre in errore, poiché ogni
classe svolgeva il proprio servizio al tempio per una settimana consecutiva e non per un solo
giorno. Le singole classi erano a loro volta divise in «case paterne», le quali svolgevano il
servizio sacerdotale per una giornata. I sacerdoti vivevano nella propria città, svolgendo
attività profane. Le loro funzioni erano limitate a due settimane l’anno e alle tre feste di
pellegrinaggio. Per quanto riguarda l’istituto del sommo sacerdozio in epoca neotestamentaria
vedi commento a Mc 2,26; 8,31; 14,53.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
BD@FX<g(ig: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da BD@FnXDT (da BD`H e nXDT), portare,
offrire. Questo verbo ricorre 47 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 15
volte in Matteo (corrispondente allo 0,082% del totale delle parole); 3 volte in Marco (cf. Mc
1,44; 2,4; 10,13 = 0,027%); 4 volte in Luca (0,021%); 2 volte in Giovanni (0,013%).
Nell’uso classico il significato generico del verbo BD@FnXDT è quello di «portare davanti»,
Mc 1,44 145

«presentare» (cf. Sofocle, Phil., 775; Sofocle, Oed. Col., 781), da cui derivano quelli
circoscritti di «offrire in dono» (cf. Pindaro, Olym., 9,108), «offrire in sacrificio» (cf. Sofocle,
Elect., 434).
BgD\: prep. propria con valore di vantaggio, seguita dal genitivo, indecl., a favore di, per; cf. Mc
1,6.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
i"h"D4F:@Ø: sost., gen. sing. m. da i"h"D4F:`H, –@Ø, purificazione, lavaggio rituale,
guarigione; compl. di argomento. Il vocabolo ricorre 7 volte nel NT: Mc 1,44 (hapax
marciano); Lc 2,22; 5,14; Gv 2,6; 13,25; Eb 1,3; 2Pt 1,9. Appartenente alla vasta gamma
semantica del «puro e impuro» (cf. i"h"D\.T in Mc 1,40), questo termine, proprio del
greco biblico, è impiegato per indicare la purificazione cultuale, come quella di un lebbroso
(cf. Mc 1,44) e di una puerpera (cf. Lc 2,22) oppure per descrivere la semplice purificazione
delle mani ottenuta mediante il lavaggio, prima di iniziare il pasto (cf. Gv 2,6).
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).
ž: pron. relativo, acc. plur. n. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; compl. oggetto. La forma ž ricorre
118 volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 6 volte in Matteo (corrispondente allo 0,033% del totale delle parole);
3 volte in Marco (cf. Mc 1,44; 7,4; 9,9 = 0,027%); 10 volte in Luca (0,051%); 30 volte in
Giovanni (0,192%).
BD@FXJ">g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da BD@FJVFFT (da BD`H e JVFFT), assegnare,
prescrivere, comandare, ordinare. Questo verbo ricorre 7 volte nel NT: Mt 1,24; 8,4; Mc
1,44 (hapax marciano); Lc 5,14; At 10,33.48; 17,26. Nell’uso classico il verbo BD@FJVFFT,
oltre a indicare il generico «collocare», «disporre» (cf. Erodoto, Hist., 3,89,1), è impiegato nel
senso di «dare ordini», «prescrivere» (cf. Aristotele, Polit., 1299b 8; Erodoto, Hist., 1,114,2;
Euripide, Ion, 1176; Senofonte, Cyr., 4,5,25): questo secondo significato è quello che
ritroviamo nel NT. Nel nostro passo il riferimento circa ciò che «ha comandato» Mosè è
soltanto improprio: in realtà nella Torah è Dio che in questo caso comanda (cf. Lv 13,1;
14,1). Ritroviamo la stessa attribuzione dei comandamenti a Mosè e non a Dio in Mc 7,10;
10,3–4; 12,19.26.
9TdF­H: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da 9TdF­H, –XTH, Mosè; soggetto.
Il vocabolo ricorre 80 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 7 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,038% del totale delle parole); 8 volte in Marco (cf. Mc 1,44;
7,10; 9,4.5; 10,3.4; 12,19.26 = 0,071%); 10 volte in Luca (0,051%); 13 volte in Giovanni
(0,083%). La grafia di questo nome presenta una notevole diversità: l’unico codice onciale
antico che conserva costantemente la stessa grafia 9TLF0H (17 volte) è il Papiro I
Chester–Beatty (P45), risalente all’inizio del III secolo. Tutti gli altri codici hanno una grafia
non uniforme che oscilla tra 9TLF0H, 9TF0H, 9@LF0H, 9TFgTH. Stesso fenomeno si
riscontra nei LXX, in Giuseppe Flavio e in quasi tutte le altre fonti antiche. Il nome è la
traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile ebraico %– G /, Mo) šeh. L’etimologia è
incerta: la derivazione dalla radice verbale ebraica %– I/ I , ma) ša) h, «trarre fuori» e, dunque,
146 Mc 1,44

«Tratto fuori [dall’acqua]», presente in Es 2,10, è un intenzionale adattamento al noto


episodio del ritrovamento del fanciullo. Più credibile a livello scientifico è la derivazione del
nome dalla radice egiziana msw, «Fanciullo». Nel NT, come del resto negli scritti giudaici,
Mosè appare come la figura più importante rispetto ai personaggi dell’Israele antico.
Statisticamente è nominato 80 volte, contro le 59 di David e 40 di Elia.
gÆH: prep. propria di valore finale, seguita dall’accusativo, indecl., per, in vista di, allo scopo di;
cf. Mc 1,4. La preposizione è qui impiegata con valore finale, analogamente a Mc 1,4.38;
6,11; 13,9.12; 14,4.8.9.55; 15,34.
:"DJbD4@<: sost., acc. sing. n. da :"DJbD4@<, –@L, testimonianza; compl. di fine. Il vocabolo
ricorre 19 volte nel NT: Mt 8,4; 10,18; 24,14; Mc 1,44; 6,11; 13,9; Lc 5,14; 9,5; 21,13; At
4,33; 7,44; 1Cor 1,6; 2Cor 1,12; 2Ts 1,10; 1Tm 2,6; 2Tm 1,8; Eb 3,5; Gc 5,3; Ap 15,5.
Nell’uso del greco classico l’accezione originaria di :"DJbD4@< è quella profana di «prova»
obiettiva, in riferimento a qualcosa di già accaduto o sperimentato (cf. Eschilo, Ag., 1095;
Tucidide, Hist., 1,33,1; Erodoto, Hist., 2,22,2); in ambito processuale corrisponde a
«testimonianza» (cf. Demostene, Or., 54,31). Come tale il sostantivo :"DJbD4@< non
equivale esattamente a :"DJLD\", il quale indica la «testimonianza» generica, ancora da
produrre (cf. Mc 14,55). Nel nostro caso il miracolato viene inviato al sacerdote non solo per
la verifica prescritta dalla legge, ma anche, come afferma Gesù, gÆH :"DJbD4@< "ÛJ@ÃH:
come tradurre correttamente questa frase? La locuzione ricorre nel NT in contesti missionari
e sembra avere spesso un carattere polemico e negativo, esprimente l’idea di giudizio:
qualora la predicazione venga respinta, diventa una prova a carico degli increduli nel giudizio
finale (cf. Mc 6,11 // Lc 9,5; Mc 13,9 // Mt 10,18). Per altri gesti implicanti responsabilità
da parte di chi rifiuta la testimonianza cf. Mt 10,14; 11,20–24; 12,41ss.; Lc 10,10; At 18,6;
20,26; Gc 5,3. Anche nell’AT l’espressione gÆH :"DJbD4@< "ÛJ@ÃH, tipica della teologia
deuteronomista, è una formula di accusa contro l’infedeltà di Israele agli obblighi dell’allean-
za (cf. Dt 31,26; Gs 24,27). Si deve precisare che tale formula non presuppone una
colpevolezza in atto, una colpevolezza definitiva, ma una possibilità reale. Nel nostro caso
la frase, se riferita ai sacerdoti — ipotesi più probabile dal punto di vista grammaticale —
deve essere interpretata come negli altri testi evangelici: il miracolato, mostrando sé stesso
ormai guarito per opera di Gesù, mette le autorità giudaiche di fronte alle loro responsabilità
in caso di incredulità. Alcuni commentatori, tuttavia, ritengono che l’espressione «a
testimonianza per loro» non è rivolta ai sacerdoti, ma al popolo in genere, al quale
l’interessato doveva presentare l’attestato della avvenuta guarigione per essere reintrodotto
nello stato sociale. In tal caso si tratterebbe non di una formula di condanna indirizzata da
Gesù nei confronti dei sacerdoti, ma di una generica formula legale. Optiamo per la prima
ipotesi.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. Dativo di vantaggio o di
interesse (dativus commodi) per indicare la persona (o la cosa) nell’interesse del quale (o a
vantaggio del quale) si svolge l’azione. La differenza tra il singolare Jè ÊgDgà (il sacerdote
di turno) e il plurale "ÛJ@ÃH (sott. gli altri sacerdoti) si spiega con la costruzione ad sensum:
il pronome personale plurale rappresenta tutto il ceto sacerdotale, ma con una sfumatura di
critica e contrapposizione (come avviene in Mc 1,23.39) può estendersi anche a tutte le
Mc 1,45 147

autorità religiose, in particolare ai rappresentanti del Giudaismo ufficiale che ancora restano
increduli nei confronti di Gesù.

1,45 Ò *¥ ¦>g8hã< ³D>"J@ i0DbFFg4< B@88 i" *4"n0:\.g4< JÎ< 8`(@<s òFJg
:0iXJ4 "ÛJÎ< *b<"Fh"4 n"<gDäH gÆH B`84< gÆFg8hgÃ<s •88z §>T ¦Bz
¦DZ:@4H J`B@4H µ<· i"Â ³DP@<J@ BDÎH "ÛJÎ< BV<J@hg<.
1,45 Ma quello, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare apertamente il fatto, al
punto che egli non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori,
in luoghi deserti e venivano a lui da ogni parte.

Ò: art. determ., con valore pronominale, nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; soggetto. Uso
pronominale dell’articolo, corrispondente al pronome dimostrativo/personale "ÛJ`H, [quello],
egli, lui, esso; cf. Mc 1,36; senza enfasi speciale. Il «quello» indica il lebbroso guarito e non
Gesù, soggetto implicito di Mc 1,45b.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
¦>g8hf<: verbo, nom. sing. m. part. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori,
uscire; cf. Mc 1,25. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto sottinteso 8gBD`H.
³D>"J@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da –DPT, dare inizio, cominciare. Questo verbo
semideponente ricorre 86 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 13 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,071% del totale delle parole); 27 volte in Marco (cf. Mc
1,45; 2,23; 4,1; 5,17.20; 6,2.7.34.55; 8,11.31.32; 10,28.32.41.42.47; 11,15; 12,1; 13,5;
14,19.33.65.69.71; 15,8.18 = 0,239%); 31 volte in Luca (0,159%); 2 volte in Giovanni
(0,013%). Nel NT questo verbo si trova nella diatesi sia attiva (con il significato di
«governare», «dominare», «regnare») sia prevalentemente in quella media, con il significato
di «dare inizio», «cominciare» (sempre seguito da un infinito presente). In quest’ultimo caso,
quando il verbo nella forma media non esprime l’inizio di una azione di contrasto, di
proseguimento, di compimento o di interruzione, ha un valore tipicamente pleonastico,
ridondante. L’impiego di ³D>"J@ / ³D>"<J@ seguito da un infinito come complemento è
una caratteristica marciana (26 volte: Mc 1,45; 2,23; 4,1; 5,17.20; 6,2.7.34.55; 8,11.31.32;
10,28.32.41.47; 11,15; 12,1; 13,5; 14,19.33.65.69.71; 15,8.18). La frequenza di questa
formula è dovuta probabilmente a influsso semitico: quasi sempre equivale a una perifrasi
nella quale il verbo –DPT di valore pleonastico può essere omesso, mentre l’infinito
dipendente viene reso con la 3a persona dell’indicativo aoristo o imperfetto corrispondente.
Questo fenomeno è altresì attestato nei sinottici e negli Atti.
i0DbFFg4<: verbo, inf. pres. da i0DbFFT, proclamare apertamente, annunciare solennemente,
predicare; cf. Mc 1,4. In questo verbo si può riconoscere una certa risonanza missionaria:
non si tratta, tuttavia, di una predicazione evangelica (senso tecnico del verbo), ma
semplicemente di raccontare un intervento salvifico e, dunque, un evocare allusivamente
l’esperienza cristiana.
B@88V: agg. indefinito, acc. plur. n. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34. La forma B@88V è qui usata in modo avverbiale («molto», «con insistenza», «senza
148 Mc 1,45

sosta») e non quantitativo («molte cose»). Si tratta di una caratteristica di Marco (cf. Mc
1,45; 3,12; 5,10.23.26.38.43; 6,20.23; 8,31; 9,12.26; 15,3).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
*4"n0:\.g4<: verbo, inf. pres. da *4"n0:\.T (da *4V e una parola derivata da nZ:0),
rendere noto, divulgare. Questo verbo ricorre 3 volte nel NT: Mt 9,31; 28,15; Mc 1,45
(hapax marciano). Diversamente da i0DbFFT il verbo non appartiene alla terminologia
cristiana della predicazione: assume il significato neutro di «rendere noto», «diffondere»
(sott. una notizia), senza connotati teologici (cf. Dionigi di Alicarnasso, Antiq., 11,46,3). Nel
nostro caso si tratta semplicemente di proibire di divulgare la cosa, l’accaduto, ossia la
sopravvenuta guarigione.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
8`(@<: sost., acc. sing. m. da 8`(@H, –@L, parola; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 330 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 33 volte in Matteo (corrispondente allo
0,180% del totale delle parole); 24 volte in Marco (cf. Mc 1,45; 2,2; 4,14.15[x2].16.
17.18.19.20.33; 5,36; 7,13.29; 8,32.38; 9,10.22.24; 11,29; 12,13; 13,31; 14,39; 16,20 =
0,212%); 32 volte in Luca (0,164%); 40 volte in Giovanni (0,256%). Il termine 8`(@H,
derivato dalla radice 8X(– («raccogliere», «contare», «enumerare», «narrare», «dire»,
«parlare»), a causa dell’ampiezza della sua portata semantica è stato assunto da varie scienze
(come la filosofia, la grammatica, la logica, la retorica, la religione) che nel corso del tempo
lo hanno caratterizzato con significati precipui. Per i primi pensatori greci il 8`(@H è
l’immanente norma razionale del divenire, la ragione cosmica che mette in movimento, dirige
e misura il divenire del reale (cf. Eraclito, Frag., 1; 2; 31; 50). A partire da questo concetto
filosofico il 8`(@H viene concepito dai successivi autori come l’attività mentale, la
rappresentazione del pensiero che si esprime nella parola e si esplica nel discorso. Nel nostro
passo il vocabolo deve essere inteso non nel significato base di «parola», «detto», «coman-
do», ma in quello semitico di «fatto», «cosa», corrispondente all’ebraico 9" I yI, da) b5a) r. Si tratta
di un fenomeno che si riscontra anche per il vocabolo Õ­:" (cf. Mc 9,32). Il miracolato
divulga non la proibizione orale ricevuta da Gesù (il «comando»), ma la «cosa», il «fatto»,
ossia quanto gli è avvenuto.
òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che; cf. Mc 1,27.
:0iXJ4: (da :Z e §J4), avv. di negazione, indecl., non più, mai più, non oltre, neanche. Il
vocabolo ricorre 22 volte nel NT: Mt 21,19; Mc 1,45; 2,2; 9,25; 11,14; Lc 8,49; Gv 5,14;
8,11; At 4,17; 13,34; 25,24; Rm 6,6; 14,13; 15,23; 2Cor 5,15; Ef 4,14.17.28; 1Ts 3,1.5; 1Tm
5,23; 1Pt 4,2.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; soggetto della proposizione oggettiva/consecutiva
costruita con il verbo infinito *b<"Fh"4. Dal punto di vista strettamente grammaticale questo
pronome si riferisce al miracolato, soggetto logico. Conseguentemente alcuni ritengono che
anche tutto il resto si riferisce a lui e traducono: «Ma quello [= il miracolato], allontanatosi,
cominciò a proclamare e a divulgare apertamente il fatto, al punto che egli [= il miracolato]
non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti e
Mc 1,45 149

venivano a lui da ogni parte». Per motivi di critica interna è preferibile, tuttavia, riferire il
pronome "ÛJ`H a Gesù, sia perché questi è sempre il soggetto principale implicito della
narrazione sia perché il particolare del “nascondimento” è un elemento che ritorna ancora a
proposito di Gesù (cf. Mc 1,35; 3,7; 6,31.46; 9,2).
*b<"Fh"4: verbo, inf. pres. medio da *b<":"4, potere, essere capace di, essere in grado di;
cf. Mc 1,40.
n"<gDäH: avv. di modo, indecl., manifestamente, chiaramente, apertamente, liberamente. Il
vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mc 1,45 (hapax marciano); Gv 7,10; At 10,3. In
corrispondenza alla sua etimologia l’avverbio n"<gDäH (da n"\<T, cf. Mc 14,64) indica
ciò che viene reso «ben visibile», «chiaro», «evidente», in senso letterale proprio o figurato
(cf. Erodoto, Hist., 9,71,3; Sofocle, Elect., 833; Senofonte, Anab., 1,9,19). La gamma
lessicale del termine è tipica del linguaggio marciano: l’aggettivo n"<gD`H ricorre 3 volte
in Marco, sempre in riferimento al problema del nascondimento e manifestazione di Gesù
(cf. Mc 3,12; 4,22; 6,14), soltanto 1 volta in Matteo (cf. Mt 12,16) e 2 volte in Luca (cf. Lc
8,17[x2]). Il verbo n"<gD`T ricorre 1 volta in Marco (cf. Mc 4,22), mai negli altri due
sinottici. L’avverbio n"<gDäH ricorre 1 volta in Marco (cf. Mc 1,45), mai negli altri sinottici.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
B`84<: sost., acc. sing. f. da B`84H, –gTH, città, villaggio; cf. Mc 1,33; compl. di moto a luogo.
gÆFg8hgÃ<: verbo, inf. aor. da gÆFXDP@:"4 (da gÆH e §DP@:"4), entrare, venire dentro, recarsi,
andare; cf. Mc 1,21.
•88z: (= •88V), cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, anzi, però,
piuttosto, nondimeno; cf. Mc 1,44.
§>T: avv. di luogo, indecl., fuori, di fuori, esternamente, all’esterno. Il vocabolo ricorre 63 volte
nel NT, sia come avverbio di luogo (con valore statico o dinamico) sia come preposizione
impropria. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 9 volte in Matteo (corrispondente allo
0,049% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 1,45; 3,31.32; 4,11; 5,10; 8,23;
11,4.19; 12,8; 14,68 = 0,038%); 10 volte in Luca (0,051%); 13 volte in Giovanni (0,083%).
¦Bz: (= ¦B\), prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, su, verso, a, sopra,
presso; cf. Mc 1,22.
¦DZ:@4H: agg. qualificativo, dat. plur. m. da §D0:@H, –@<, solitario, deserto, desolato, inabitato;
cf. Mc 1,3; attributo di J`B@4H.
J`B@4H: sost., dat. plur. m. da J`B@H, –@L, luogo, spazio, area; cf. Mc 1,35; compl. di stato in
luogo. In conseguenza della trasgressione del miracolato (òFJg con valore consecutivo,
analogamente a Mc 2,2; 3,10.20; 4,1), Gesù è costretto a sottrarsi alla folla ritirandosi in
luoghi solitari. In tal modo viene inequivocabilmente ribadita la contrarietà di Gesù alla
divulgazione del miracolo compiuto: elemento, questo, tipico del cosiddetto «segreto
messianico» (cf. sopra, commento a Mc 1,25).
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
150 Mc 1,45

³DP@<J@: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Imperfetto durativo o iterativo, di valore
impersonale, per indicare il susseguirsi incessante della gente.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’espressione §DP@:"4 BD`H, detta nei riguardi di
Gesù, è tipica di Marco: è impiegata per descrivere l’andare verso Gesù da parte di qualche
miracolato (cf. Mc 1,40; 2,3; 10,50), della folla (cf. Mc 1,45; 2,13; 3,8; 5,15) o di gruppi
specifici (cf. Mc 11,27; 12,18). Lo stesso Gesù comanda ai discepoli di lasciar «venire a sé»
i bambini (cf. Mc 10,14).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
BV<J@hg<: (da BH e il suffisso avverbiale –hg<, esprimente moto da luogo), avv. di luogo,
indecl., da ogni lato, da ogni parte. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mc 1,45 (hapax
marciano); Lc 19,43; Eb 9,4. L’afflusso di grandi folle verso Gesù è un tratto ricorrente in
Marco (cf. Mc 2,4.13; 3,7.8.9.20.32; 4,1.36; 5,21.24.27.30.31; 6,31.34.45; 7,14.17.33;
8,1.2.6.34; 9,14.15.17.25; 10,1.46; 11,32; 12,12.37). Qui si sottolinea il contrasto tra il suo
voler restare nascosto e il non poter restare nascosto.
Mc 2,1

2,1 5"Â gÆFg8hã< BV84< gÆH 5"n"D<"@×: *4z º:gDä< ²i@bFh0 ÓJ4 ¦< @Çiå
¦FJ\<.
2,1 Entrò di nuovo a Cafarnao e dopo alcuni giorni si seppe che era in casa.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÆFg8hf<: verbo, nom. sing. m. part. aor. da gÆFXDP@:"4 (da gÆH e §DP@:"4), entrare, venire
dentro, recarsi, andare; cf. Mc 1,21. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH.
Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo composto viene ripetuta davanti al
successivo complemento indiretto, come qui; questo fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].
25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56; 7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33;
9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
BV84<: avv. di tempo, indecl., nuovamente, di nuovo, un’altra volta, ancora. Il vocabolo ricorre
141 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 17 volte in Matteo (corrispon-
dente allo 0,093% del totale delle parole); 28 volte in Marco (cf. Mc 2,1.13; 3,1.20; 4,1; 5,21;
7,14.31; 8,1.13.25; 10,1[x2].10.24.32; 11,3.27; 12,4; 14,39.40.61.69.70[x2]; 15,4.12.13 =
0,248%); 3 volte in Luca (0,015%); 45 volte in Giovanni (0,288%). Nella stragrande
maggioranza delle ricorrenze questo avverbio, tipicamente marciano rispetto agli altri due
sinottici, ha sempre valore iterativo (= «di nuovo»), come avviene nel greco ellenistico e
soprattutto nel linguaggio popolare.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
5"n"D<"@b:: sost., nome proprio di città, acc. sing. f., indecl., Cafarnao; cf. Mc 1,21; compl.
di moto a luogo.
*4z: (= *4V), prep. propria di valore temporale, seguita dal genitivo, indecl., durante, per, dopo,
al termine di. Questa preposizione, nelle forme *4V e in quella elisa *4z davanti a vocale,
ricorre 667 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 59 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,322% del totale delle parole); 33 volte in Marco (cf. Mc 2,1.4.18.23.
27[x2]; 3,9; 4,5.6.17; 5,4.5; 6,2.6.14.17.26; 7,5.29.31; 9,30; 10,25; 11,16.24.31; 12,24;
13,13.20; 14,21.58; 15,10; 16,8.20 = 0,292%); 39 volte in Luca (0,200%); 59 volte in
Giovanni (0,377%). Questa preposizione esprime originariamente l’ambito o il contesto
attraverso il quale si compie un processo. In Marco è impiegata con il genitivo nel significato
strumentale, locale o temporale; con l’accusativo nel significato causale o finale.
º:gDä<: sost., gen. plur. f. da º:XD", –"H, giorno; cf. Mc 1,9; compl. di tempo determinato.
L’assenza dell’articolo nelle espressioni formate da preposizioni è piuttosto frequente nel
greco ellenistico. La formula *4z º:gDä< (cf. anche At 1,3) corrisponde al classico *4
PD`<@L: si tratta di una indicazione temporale assai vaga, analoga a *4z ¦Jä< B8g4`<T<,
«dopo molti anni» (At 24,17), da mettere in relazione non con il precedente participio
gÆFg8hf<, ma con il successivo verbo principale ²i@bFh0.
²i@bFh0: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. pass. da •i@bT, sentire, ascoltare, percepire, capire,
scoprire, imparare, sapere. Questo verbo ricorre 428 volte nel NT. La distribuzione nei

151
152 Mc 2,2

vangeli è la seguente: 63 volte in Matteo (corrispondente allo 0,343% del totale delle parole);
44 volte in Marco (cf. Mc 2,1.17; 3,8.21; 4,3.9[x2].12[x2].15.16.18.20.23[x2].24.33; 5,27;
6,2.11.14.16.20[x2].29.55; 7,14.25.37; 8,18; 9,7; 10,41.47; 11,14.18; 12,28.29.37; 13,7;
14,11.58.64; 15,35; 16,11 = 0,389%); 65 volte in Luca (0,334%); 59 volte in Giovanni
(0,377%). In senso letterale proprio il verbo •i@bT è usato già da Omero nel significato di
«ascoltare», «udire», come percezione sensoriale dell’orecchio (cf. Omero, Il., 22,447; Od.,
1,370). Da questo senso originario deriva quello di «conoscere per sentito dire», ossia
«sapere» (cf. Omero, Il., 7,129; Platone, Gorg., 503c; Senofonte, Anab., 2,5,13), come
avviene nel nostro passo. Il passivo greco può essere reso in italiano con la forma
impersonale «si seppe», dove a sapere è la gente dei dintorni, soggetto implicito. In Marco
questo verbo è usato sia con il complemento sia in forma assoluta (cf. Mc 2,1; 4,3.9.12.23.
33; 6,16.55; 7,37; 8,18; 10,47; 11,18; 12,29; 14,11; 16,11). In genere soggetto dell’ascolto
sono le persone, rispetto al dire e al fare di Gesù; molto raramente è Gesù colui che ascolta
(cf. Mc 2,17).
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
@Çiå: sost., dat. sing. m. da @Éi@H, –@L, casa, abitazione; compl. di stato in luogo. Il vocabolo
ricorre 114 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 10 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,055% del totale delle parole); 13 volte in Marco (cf. Mc 2,1.11.26;
3,20; 5,19.38; 7,17.30; 8,3.26; 9,28; 11,17[x2] = 0,115%); 33 volte in Luca (0,169%); 5 volte
in Giovanni (0,032%). Di quale casa si sta parlando? Probabilmente ancora quella di Simone
e Andrea ricordata in Mc 1,29. Se questo riferimento è corretto l’assenza dell’articolo (¦<
@Çiå) non rende l’espressione indeterminata (= «in una casa»): si tratta di una forma
stereotipa, corrispondente al locativo @Çi@4 (lat. domi; italiano «a casa»), in riferimento alla
casa precedentemente menzionata. Per quanto riguarda l’uso dei sostantivi @Éi@H e @Æi\"
per indicare la «casa» vedi commento a Mc 1,29.
¦FJ\<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale. Presente storico. L’azione dichiarativa ¦FJ\<, al presente, è in
relazione con un tempo passato (²i@bFh0): non si tratta di una incongruenza di tempi
poiché il presente, in dipendenza dal passato, indica contemporaneità al passato e perciò va
tradotto con «era».

2,2 i" FL<ZPh0F"< B@88@ òFJg :0iXJ4 PTDgÃ< :0*¥ J BDÎH J¬< hbD"<s i"Â
¦8V8g4 "ÛJ@ÃH JÎ< 8`(@<.
2,2 Si radunarono in molti, tanto che non c’era più posto neppure davanti alla porta ed
egli cominciò a spiegare la buona novella.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


FL<ZPh0F"<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. pass. da FL<V(T (da Fb< e –(T), raggruppare,
raccogliere, radunare. Questo verbo ricorre 59 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è
la seguente: 24 volte in Matteo (corrispondente allo 0,131% del totale delle parole); 5 volte
Mc 2,2 153

in Marco (cf. Mc 2,2; 4,1; 5,21; 6,30; 7,1 = 0,044%); 6 volte in Luca (0,031%); 7 volte in
Giovanni (0,045%). Nell’uso classico il verbo FL<V(T equivale a «radunare», detto di
persone e animali (cf. Omero, Il., 6,87; Erodoto, Hist., 1,196,1; Aristofane, Lys., 585), come
pure di cose (cf. Omero, Il., 3,269; Od., 14,296, tmesi).
B@88@\: pron. indefinito, di valore sostantivato, nom. plur. m. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto,
tanto, grande; cf. Mc 1,34; soggetto.
òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che; cf. Mc 1,27.
:0iXJ4: (da :Z e §J4), avv. di negazione, indecl., non più, mai più, non oltre, neanche; cf. Mc
1,45.
PTDgÃ<: verbo, inf. pres. da PTDXT, fare spazio, ritirarsi. Questo verbo ricorre 10 volte nel NT:
Mt 15,17; 19,11.12[x2]; Mc 2,2 (hapax marciano); Gv 2,6; 8,37; 21,25; 2Cor 7,2; 2Pt 3,9.
Nella sua accezione letterale il verbo PTDXT è usato nel greco classico con il significato di
«fare spazio» muovendosi, «ritirarsi» (cf. Omero, Il., 4,505; 16,592; 17,533), come avviene
nel nostro passo.
:0*X: (da :Z e *X), avv. di negazione, indecl., neppure, nemmeno, neanche, non. Il vocabolo
ricorre 56 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 11 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,060% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 2,2; 3,20; 6,11;
8,26; 12,24; 13,15 = 0,053%); 7 volte in Luca (0,036%); 2 volte in Giovanni (0,013%). Da
notare l’uso della doppia negazione (:0iXJ4… :0*X) per sottolineare enfaticamente la
mancanza di spazio, dovuta all’imponente calca della gente stipata in ogni parte della casa.
La frequenza della doppia negazione è una caratteristica stilistica di Marco per dare maggiore
enfasi alla negazione (cf. Mc 1,44; 2,2; 3,20.27; 5,37; 6,5; 7,12; 9,1.41; 10,15; 13,2[x2].19.
30.31; 14,25.31; 16,8.18), senza escludere la possibilità che essa derivi dall’indole popolare
della lingua dei vangeli.
JV: art. determ., acc. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18. L’articolo neutro sostantiva il
successivo complemento di stato in luogo: l’intera espressione è da ritenere un accusativo
che fa da soggetto all’infinito consecutivo PTDgÃ<.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hbD"<: sost., acc. sing. f. da hbD", –"H, porta [di casa], ingresso, vestibolo; cf. Mc 1,33;
compl. di stato in luogo.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦8V8g4: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da 8"8XT, parlare, dire; cf. Mc 1,34. Imperfetto
durativo o iterativo per indicare il protrarsi di questa predicazione.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
154 Mc 2,3

8`(@<: sost., acc. sing. m. da 8`(@H, –@L, parola; cf. Mc 1,45; compl. oggetto. L’espressione
8"8gÃ< JÎ< 8`(@<, «parlare la parola» (cf. anche Mc 4,33; 8,32) è frequente negli Atti degli
Apostoli e nel resto del NT come formula tecnica, per indicare la predicazione cristiana a
opera dei missionari (cf. At 4,29.31; 8,25; 11,19; 13,46; 14,25; 16,6.32; Fil 1,14; Eb 13,7).
Qui il sostantivo 8`(@H non significa «parola», «detto», ma corrisponde a «messaggio»,
«buona novella», in riferimento al contenuto della predicazione evangelica, come avviene in
At 4,4; 6,4; 8,4; 1Ts 1,6; Gal 6,6; Col 4,3; 2Tm 4,2; Gc 1,21, ecc.

2,3 i"Â §DP@<J"4 nXD@<JgH BDÎH "ÛJÎ< B"D"8LJ4iÎ< "ÆD`:g<@< ßBÎ JgFFVDT<.
2,3 Si recarono da lui portando un paralitico trasportato da quattro persone.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


§DP@<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Presente storico. Il soggetto sottinteso è
indeterminato: «alcuni».
nXD@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da nXDT, portare; cf. Mc
1,32. Participio predicativo del soggetto sottinteso «alcuni». Il participio predicativo dei verbi
§PT, 8":$V<T, nXDT, ecc. ha talvolta valore pleonastico, soprattutto quando, come qui,
equivale alla preposizione «con» di valore strumentale o esprimente il complemento di
unione. In tali casi si può omettere e tradurre direttamente: «vennero da lui con un paralitico».
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’espressione §DP@:"4 BD`H, detta in riferimento
a Gesù, non è rara in Marco: è impiegata per descrivere l’andare verso Gesù da parte di
qualche miracolato (cf. Mc 1,40; 2,3; 10,50), della folla (cf. Mc 1,45; 2,13; 3,8; 5,15) o di
gruppi specifici (cf. Mc 11,27; 12,18). Lo stesso Gesù comanda ai discepoli di lasciar «venire
a sé» i bambini (cf. Mc 10,14).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
B"D"8LJ4i`<: sost., acc. sing. m. da B"D"8LJ4i`H, –@Ø, paralitico, storpio; compl. oggetto.
Il vocabolo ricorre 10 volte nel NT: Mt 4,24; 8,6; 9,2[x2].6; Mc 2,3.4.5.9.10. Senza articolo
perché anonimo e non ancora presentato. Vocabolo raro, sconosciuto nel greco classico e nei
LXX. Si tratta di un aggettivo verbale (da B"D"8bT), analogo al più comune B"DV8LJ@H,
usato nel senso di «indebolito», «sfinito», «immobilizzato».
"ÆD`:g<@<: verbo, acc. sing. m. part. pres. pass. da "ÇDT, alzare, sollevare, sostenere,
sorreggere, portare, prendere. Questo verbo ricorre 101 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104% del totale delle
parole); 20 volte in Marco (cf. Mc 2,3.9.11.12.21; 4,15.25; 6,8.29.43; 8,8.19.20.34; 11,23;
13,15.16; 15,21.24; 16,18 = 0,177%); 20 volte in Luca (0,103%); 26 volte in Giovanni
(0,166%). Participio predicativo del complemento oggetto B"D"8LJ4i`<. Nella grecità il
verbo "ÇDT (da non confondersi con "ÊDXT, contratto "ÊDä, «afferrare») esprime il
generico «sollevare» (cf. Omero, Il., 17,718; Od., 1,141). Anche nel nostro passo il verbo
Mc 2,4 155

deve essere inteso nella sua accezione fondamentale di «sollevare» (in senso fisico), come
avviene nella maggior parte delle altre ricorrenze marciane. Per quanto riguarda l’uso di
"ÇDT in senso letterale figurato cf. Mc 4,15.25; 8,34. In Marco questo verbo non compare
mai nel significato religioso di «portare [= espiare] il peccato», come avviene in Gv 1,29;
1Gv 3,5.
ßB`: prep. propria con valore d’agente, seguita dal genitivo, indecl., da, da parte di; cf. Mc 1,5.
JgFFVDT<: agg. numerale, cardinale, gen. plur. m. da JXFF"DgH, –VDT<, quattro; compl. di
agente; attributo del sostantivo sottinteso •<hDfBT<, «uomini». Il vocabolo ricorre 41 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: Mt 24,31; Mc 2,3; 13,27; Lc 2,37; Gv
11,17; 19,23. L’espressione ellittica «portato da quattro [persone]», nonostante la durezza
dell’anacoluto è facilmente comprensibile.

2,4 i" :¬ *L<V:g<@4 BD@Fg<X(i"4 "ÛJè *4 JÎ< ÐP8@< •BgFJX("F"< J¬<
FJX(0< ÓB@L µ<s i"Â ¦>@Db>"<JgH P"8äF4 JÎ< iDV$"JJ@< ÓB@L Ò B"D"8LJ4-
iÎH i"JXig4J@.
2,4 Non potendo però portarlo davanti a lui, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel
punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il
paralitico.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non. Il vocabolo ricorre 1042 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 128 volte in Matteo (corrispondente allo 0,698% del
totale delle parole); 77 volte in Marco (cf. Mc 2,4.7.19.21.22. 26; 3,9.12.20.27; 4,5.6.12[x2].
22; 5,7.10.36.37; 6,4.5.8[x4].9.11.34.50; 7,3.4; 8,1.14; 9,1.9.29.39.41; 10,9.14.15[x2].
18.19[x5].30; 11,13.23; 12,14.18.19.21.24; 13,2[x2].5.7.11.15.16.18.19.20.21.30.31.32.36;
14,2.25.31.38; 16,6.18 = 0,681%); 140 volte in Luca (0,719%); 117 volte in Giovanni
(0,748%). In greco vi sono due negazioni: @Û e :Z. La negazione @Û (cf. Mc 1,7) è diretta,
categorica, determinata (lat. non): costituisce la negazione oggettiva, poiché nega un fatto
reale e, quindi, si usa nelle proposizioni enunciative, dichiarative, interrogative indirette,
temporali, causali, comparative, concessive, infinitive. Si accompagna con l’indicativo, modo
tipico della realtà. La negazione :Z (lat. ne) è indiretta, dubitativa, indeterminata; esprime la
negazione soggettiva, ossia nega il pensiero; è usata, quindi, in riferimento a un comando, un
desiderio, una riserva mentale da parte di chi scrive o di chi parla. Si usa :Z nelle
proposizioni volitive, finali, ipotetiche, concessive, completive (introdotte dai verbi timendi
o curandi transitivi). È seguita dall’imperativo, dal congiuntivo o dall’ottativo. Si deve
osservare, tuttavia, che questa distinzione non sempre è rigidamente rispettata, anche nel
greco classico. La più ampia oscillazione nell’uso delle due negazioni avviene con i
sostantivi, gli aggettivi e gli avverbi. In particolare nella Koiné la scala delle possibilità d’uso
delle negazioni @Û e :Z è così ampia al punto che molto spesso vengono scambiate l’una
con l’altra.
156 Mc 2,4

*L<V:g<@4: verbo, nom. plur. m. part. pres. medio da *b<":"4, potere, essere capace di,
essere in grado di; cf. Mc 1,40. Participio predicativo del soggetto sottinteso «alcuni».
BD@Fg<X(i"4: verbo, inf. aor. da BD@FnXDT (da BD`H e nXDT), portare, offrire; cf. Mc 1,44.
La forma verbale transitiva deve essere integrata con l’acc. sing. m. del pronome dimostrati-
vo/personale (= "ÛJ`<), in funzione di complemento oggetto, analogamente a quanto
avviene in Mc 6,13.41; 8,6[x2]; 14,22[x2]. È probabile che questo anacoluto sia dovuto a
influsso semitico.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
*4V: prep. propria di valore causale, seguita dall’accusativo, indecl., a causa di, a motivo di, per;
cf. Mc 2,1.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
ÐP8@<: sost., acc. sing. m. da ÐP8@H, –@L, folla, moltitudine; compl. di causa. Il vocabolo
ricorre 175 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 50 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,273% del totale delle parole); 38 volte in Marco (cf. Mc 2,4.13;
3,9.20.32; 4,1[x2].36; 5,21.24.27.30. 31; 6,34.45; 7,14.17.33; 8,1.2.6[x2].34; 9,14.15.17.25;
10,1.46; 11,18.32; 12,12.37.41; 14,43; 15,8.11.15 = 0,336%); 41 volte in Luca (0,210%); 20
volte in Giovanni (0,128%). In Marco ÐP8@H è sempre senza articolo quando designa una
folla anonima menzionata la prima volta (cf. Mc 3,20.32; 4,1a; 5,21.24; 6,34; 8,1; 9,14.25;
10,1.46; 14,43), con l’articolo quando designa una folla o un gruppo di persone già
menzionate precedentemente (cf. Mc 2,4.13; 3,9; 4,1b.36; 5,27.30.31; 6,45; 7,14.17.33;
8,2.6[x2].34; 9,15.17; 11,18.32; 12,12.37.41; 15,8.11.15). Nelle ricorrenze marciane il
vocabolo è sempre nella forma singolare, a eccezione di Mc 10,1. Per indicare gruppi
indeterminati di persone nel NT sono impiegati vari termini: 1) ÐP8@H: indica la folla che si
muove disordinatamente o si raduna in qualche luogo, costituita da gente comune ed
eterogenea, in opposizione al ceto superiore; 2) *­:@H (assente in Marco): indica il popolo,
la popolazione civile che abita in qualche città; 3) B8­h@H (cf. Mc 3,7.8): indica la
moltitudine in senso quantitativo, il gran numero o la parte maggiore rispetto a una massa;
4) 8"`H (cf. Mc 7,6; 14,2): indica il popolo istituzionalizzato e, da un punto di vista
teologico, il popolo di Dio, la comunità cristiana. Si deve notare, tuttavia, che queste
distinzioni non sempre sono rispettate e un autore può impiegare uno stesso vocabolo con
vari significati.
•BgFJX("F"<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da •B@FJg(V.T (da •B` e una parola derivata
da FJX(0), scoprire, scoperchiare. Hapax neotestamentario. Verbo raro nel greco sia
classico che ellenistico (cf. Strabone, Geogr., 8,3,30), sconosciuto nei LXX. Secondo
l’etimologia indica l’azione di rimuovere il tetto, operazione, questa, possibile se si tiene
presente la conformazione delle abitazioni nell’antico Vicino Oriente (cf. sotto).
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
FJX(0<: sost., acc. sing. n. da FJX(0, –0H, tetto, copertura (di una casa); compl. oggetto. Il
vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 8,8; Mc 2,4 (hapax marciano); Lc 7,6. Il curioso
particolare di «scoperchiare» un tetto potrebbe sembrare inverosimile al giorno d’oggi se non
Mc 2,4 157

si conoscono le tecniche edilizie dell’antichità e le usanze di vita domestica. Al tempo di


Gesù, nella Palestina, la casa dei poveri era generalmente costituita da un unico vano, a piano
terra, il quale spesso era condiviso con i pochi animali domestici. In questo tipo di
abitazione tutto lo spazio veniva accuratamente sfruttato: il vano principale serviva da cucina,
da sala da pranzo e da camera da letto. Alla sera, infatti, si stendevano le stuoie direttamente
sul pavimento di terra battuta dove grandi e piccoli si adagiavano per dormire. Il tetto era a
terrazza e veniva usato per essiccare granaglie, legumi e altri prodotti dei campi, ma anche
per passare la notte nell’afosa stagione estiva. Vi si accedeva dall’esterno, per mezzo di scale
a pioli o a gradini. Come materiale per costruzione si usavano mattoni di paglia o canne
miste ad argilla per le pareti, mentre i tetti erano formati da travi di legno incrociati e
rafforzati con rami, tenuti insieme da fango essiccato. Ciò spiega la facilità di accedervi e di
«scoperchiarli», come descritto nel nostro passo. Giuseppe Flavio riferisce che il re Erode
fece aprire i tetti delle case di Gerico per sopraffare i soldati che si erano rinserrati all’interno
(cf. Id., Antiq., 14,459).
ÓB@L: (da ÓH e B@Ø), avv. di luogo, indecl., dove, nel luogo in cui. Il vocabolo ricorre 82 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 13 volte in Matteo (corrispondente allo
0,071% del totale delle parole); 15 volte in Marco (cf. Mc 4,5.15; 5,40; 6,10.55.56; 9,18.48;
13,14; 14,9.14[x2]; 16,6 = 0,133%); 5 volte in Luca (0,026%); 30 volte in Giovanni
(0,192%). Sinonimo di @â, l’avverbio ÓB@L è usato nel NT prevalentemente per esprimere
uno stato in luogo.
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦>@Db>"<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da ¦>@DbFFT (da ¦i e ÏDbFFT), scavare,
traforare. Questo verbo ricorre 2 volte nel NT: Mc 2,4 (hapax marciano) e Gal 4,15.
Participio predicativo del soggetto sottinteso «alcuni». Nel greco classico questo verbo è
utilizzato nel significato di «togliere scavando», «sradicare», detto a proposito di piante che
vengono estirpate (cf. Aristofane, Achar., 763; Lisia, Or., 7,26) o di particolari costruzioni,
come le trincee, che vengono scavate nel terreno (cf. Dionigi di Alicarnasso, Antiq., 9,55,4).
P"8äF4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da P"8VT, abbassare, calare. Questo verbo ricorre 8
volte nel NT: Mc 2,4 (hapax marciano); Lc 5,4.5; At 9,25; 27,17.30; 2Cor 11,33. In senso
letterale proprio P"8VT è impiegato nel greco classico nel significato sia di «allentare» (cf.
Euripide, Or., 707; Aristofane, Thesm., 1003) sia in quello di «abbassare», «far cadere» (cf.
Pindaro, Pyth., 1,6; Aristofane, Ves., 654).
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
iDV$"JJ@<: sost., acc. sing. m. da iDV$"JJ@H, –@L, lettiga, portantina, pagliericcio, branda;
compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 11 volte nel NT: Mc 2,4.9.11.12; 6,55; Gv 5,8.9.10.11.
15; At 5,15; 9,33. Il sostantivo, da cui deriva il latino grabatus, è di origine macedone; nelle
iscrizioni del Bosforo ricorre anche nella forma iD"$VJg4@H (lat. cubicularius): ciò
comprova che il termine doveva essere piuttosto ordinario.
ÓB@L: (da ÓH e B@Ø), avv. di luogo, indecl., dove, nel luogo in cui; cf. Mc 2,4.
158 Mc 2,5

Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
B"D"8LJ4i`H: sost., nom. sing. m. da B"D"8LJ4i`H, –@Ø, paralitico, storpio; cf. Mc 2,3;
soggetto.
i"JXig4J@: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. pass. da i"JVig4:"4 (da i"JV e igÃ:"4), essersi
sdraiato, giacere prostrato; cf. Mc 1,30.

2,5 i"Â Æ*ã< Ò z30F@ØH J¬< B\FJ4< "ÛJä< 8X(g4 Jè B"D"8LJ4iès IXi<@<s
•n\g<J"\ F@L "Ê :"DJ\"4.
2,5 Gesù, nel vedere la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, i tuoi peccati sono perdona-
ti».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


Æ*f<: verbo, nom. sing. m. part. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc 1,10.
Participio predicativo del soggetto z30F@ØH. Marco usa spesso il participio con un
significato temporale (cf. Mc 2,5.16; 5,6.22; 6,48.49; 7,2; 8,33; 9,20.25; 10,14; 12,34;
14,67.69; 15,39). Gesù, ovviamente, non «vede» la fede, ma i suoi effetti: il verbo ÒDVT
assume spesso il senso cognitivo di «constatare», come in Mc 12,28; 13,14.29; At 8,23; Eb
2,8; Gc 2,24, ecc.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B\FJ4<: sost., acc. sing. f. da B\FJ4H, –gTH, fede, fiducia; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre
243 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 8 volte in Matteo (cf. Mt 8,10;
9,2.22.29; 15,28; 17,20; 21,21; 23,23, corrispondente allo 0,044% del totale delle parole); 5
volte in Marco (cf. Mc 2,5; 4,40; 5,34; 10,52; 11,22 = 0,044%); 11 volte in Luca (cf. Lc
5,20; 7,9.50; 8,25.48; 17,5.6.19; 18,8.42; 22,32 = 0,056%). Il significato dinamico di questo
termine (dal tema B4h– di Bg\hT, «persuadere», «avere fiducia», «fidarsi»), analogamente
a quanto avviene per il corrispettivo verbo B4FJXLT (cf. Mc 1,15), si può constatare
dall’impiego che ne viene fatto nella letteratura greca. Fondamentalmente B\FJ4H è la
«fiducia» (oggettiva) che si accorda a qualcuno (cf. Esiodo, Op. 372; Sofocle, Oed. Col., 950;
Demostene, Or., 32,16). Conseguentemente può esprimere la personale «convinzione» o
«credenza» (soggettiva) che si ha verso qualcuno o qualcosa (cf. Aristotele, Eth. Nic., 1154a
23; Sofocle, Oed. tyr., 1445). Per estensione può indicare la «prova», la «garanzia» o la
«conferma», come espressione di una fiducia accordata (cf. Platone, Resp., 505e). In ambito
religioso B\FJ4H esprime la credenza, la convinzione o la “fede” che si prova nei confronti
di qualcuno o qualcosa, al punto da indicare come sostituto personificato la A\FJ4H, ossia
la dea Fiducia (lat. Fides). Nelle prime quattro ricorrenze marciane non viene specificata la
persona o l’oggetto della fede, ma dal contesto si deduce che sia Gesù o la sua potenza di
compiere miracoli. In Mc 11,22, molto probabilmente, si sta parlando della fede nei confronti
di Dio (genitivo oggettivo). La guarigione è attribuita da Gesù non tanto alla potenza di cui
Mc 2,5 159

egli dispone, ma alla fede che il cieco ha manifestato. Come avviene altrove, la fede è
elemento essenziale che Gesù esige dai discepoli (cf. Mc 4,40; 11,22), da chi implora una
guarigione (cf. Mc 9,24), dagli stessi parenti o amici del bisognoso (cf. Mc 2,4–5; 5,24.34;
7,27–30; 9,18.23).
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale
(«di essi» = «loro»).
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B"D"8LJ4iè: sost., dat. sing. m. da B"D"8LJ4i`H, –@Ø, paralitico, storpio; cf. Mc 2,3;
compl. di termine.
IXi<@<: sost., voc. sing. n. da JXi<@<, –@L, figlio, bambino; compl. di vocazione. Il vocabolo
ricorre 99 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 14 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,076% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 2,5; 7,27[x2];
10,24.29.30; 12,19; 13,12[x2] = 0,080%); 14 volte in Luca (0,072%); 3 volte in Giovanni
(0,019%). Fondamentalmente il sostantivo JXi<@< indica nell’uso classico il figlio naturale
(cf. Omero, Il., 2,136; Od., 12,42) e in senso derivato il «piccolo», il «cucciolo», detto di
animali (cf. Omero, Il., 2,311; Erodoto, Hist., 2,66,2; Senofonte, Cyn., 5,24). Nel NT il
vocabolo JXi<@<, oltre a essere presente con questo significato letterale proprio, può essere
usato in modo traslato, per esprimere al vocativo una specie di figliolanza spirituale o
elettiva, come avviene nella nostra ricorrenza marciana dove la forma esclamativa compare
sulla bocca di Gesù, il quale si rivolge a un adulto con questo titolo, analogamente a Mc
10,24 (cf. anche il femminile hL(VJ0D, «figlia», in Mc 5,34).
•n\g<J"\: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. pass. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare,
abbandonare, rimettere, perdonare; cf. Mc 1,18. Non si tratta di un passivo divino: cf. sotto,
a proposito di :"DJ\"4. Uso circoscritto del verbo •n\0:4 il quale in relazione a debiti,
offese, colpe o peccati acquista il senso di «cancellare», «annullare», «rimettere».
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).
"Ê: art. determ., nom. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo. La forma "Ê ricorre 148 volte nel NT rispetto
alle 19.862 ricorrenze totali dell’articolo. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 34 volte
in Matteo (corrispondente allo 0,185% del totale delle parole); 17 volte in Marco (cf. Mc
2,5.9; 3,28.32; 4,7.19[x2]; 6,2.3.14; 7,35; 13,19.25[x2]; 14,49.56; 15,41 = 0,150%); 25 volte
in Luca (0,138%); 2 volte in Giovanni (0,013%).
:"DJ\"4: sost., nom. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; cf. Mc 1,4;
soggetto. Da chi sono rimessi questi peccati? La formula assertiva usata da Gesù non indica
qual è il soggetto. Per alcuni la forma passiva •n\g<J"4 è un espediente per evitare il nome
di Dio (= passivo divino), come avviene altrove nel vangelo: in tal caso il soggetto implicito
160 Mc 2,6

sarebbe Dio. Tuttavia è preferibile ritenere che la frase «i tuoi peccati sono perdonati»
corrisponda a una dichiarazione autoritativa e solenne da parte di chi sta parlando, ossia lo
stesso Gesù: nella formulazione attiva e diretta corrisponderebbe a «Io ti rimetto i peccati»,
come del resto verrà affermato esplicitamente in Mc 2,10.

2,6 µF"< *X J4<gH Jä< (D"::"JXT< ¦igà i"hZ:g<@4 i" *4"8@(4.`:g<@4 ¦< J"ÃH
i"D*\"4H "ÛJä<s
2,6 C’erano, però, là seduti alcuni scribi che ragionavano nei loro cuori:

µF"<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf.
Mc 1,6. Predicato verbale.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
La congiunzione avversativa introduce significativamente il passaggio, in forma di
contrapposizione, rispetto alla precedente scena.
J4<gH: pron. indefinito (enclitico), nom. plur. m. da J\H, J\ (gen. J4<`H, dat. J4<\, acc. J4<V, J\),
un certo, un tale, uno, qualcuno; soggetto. Il vocabolo ricorre 534 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 21 volte in Matteo (corrispondente allo 0,114% del
totale delle parole); 34 volte in Marco (cf. Mc 2,6; 4,23; 6,23; 7,1.2; 8,3.4.23.34; 9,1.22.30.
35.38; 11,3.5.13.16.25[x2]; 12,13.19; 13,5.15.21; 14,4.47.51.57.65; 15,21.35.36; 16,18 =
0,301%); 81 volte in Luca (0,416%); 56 volte in Giovanni (0,358%). Questo pronome è
enclitico: presenta l’accento acuto soltanto se è seguito da un’altra parola enclitica. Attestato
già in Omero, il pronome indefinito J\H (lat. quis, quid, aliquis, aliquid) indica qualcosa di
generico e indeterminato in riferimento sia alle persone sia alle cose e corrisponde ai
pronomi/aggettivi italiani «uno», «qualcuno», «qualcosa», «qualche». Nella maggior parte
delle ricorrenze espleta una funzione pronominale; altrove compare con i seguenti significati:
a) aggettivo indefinito (cf. Mc 15,21); b) uso sostantivato (sing. «un tale»; plur. «alcuni»: Lc
13,1); c) uso impersonale, corrispondente all’italiano «si…» (cf. Mc 8,4).
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
(D"::"JXT<: sost., gen. plur. m. da (D"::"JgbH, –XTH (da (DV::"), scriba, esperto della
Legge, insegnante religioso; cf. Mc 1,22; compl. partitivo.
¦igÃ: avv. di luogo, indecl., là, lì, in quel posto; cf. Mc 1,38.
i"hZ:g<@4: verbo, nom. plur. m. part. pres. medio da iVh0:"4 (da i"JV e ½:"4), sedere,
sedersi. Questo verbo deponente ricorre 91 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104% del totale delle parole); 11 volte
in Marco (cf. Mc 2,6.14; 3,32.34; 4,1; 5,15; 10,46; 12,36; 13,3; 14,62; 16,5 = 0,097%); 13
volte in Luca (0,067%); 4 volte in Giovanni (0,026%). Participio predicativo del soggetto
J4<gH Jä< (D"::"JXT<. Analogamente all’uso neotestamentario i verbi iVh0:"4 e
i"h\.T, sebbene di diversa etimologia, sono impiegati da Marco come sinonimi per
esprimere due significati fondamentali: a) il più delle volte sono usati in senso letterale
proprio per descrivere la posizione fisica dello stare seduti, per terra o su un supporto; b) in
Mc 2,7 161

senso traslato esprimono l’essere seduto come segno di potere, dignità e autorità (cf. Mc
10,37.40; 12,36; 14,62; 16,19).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
*4"8@(4.`:g<@4: verbo, nom. plur. m. part. pres. medio da *4"8@(\.@:"4 (da *4V e
8@(\.@:"4), ragionare, esaminare, confrontare, deliberare, discutere. Questo verbo
deponente ricorre 16 volte nel NT: Mt 16,7.8; 21,25; Mc 2,6.8[x2]; 8,16.17; 9,33; 11,31; Lc
1,29; 3,15; 5,21.22; 12,17; 20,14. Participio predicativo del soggetto J4<gH Jä< (D"::"-
JXT<. L’uso dei participi i"hZ:g<@4… *4"8@(4.`:g<@4 come verbi personali è raro nel
greco classico ed ellenistico, mentre è assai frequente nell’aramaico: probabilmente si tratta
di un semitismo. Il significato originario del verbo *4"8@(\.@:"4 è quello di «fare i conti»,
«calcolare» (cf. Demostene, Or., 52,3), da cui deriva quello di «ragionare» discutendo (cf.
Senofonte, Mem., 3,5,1). Nel NT *4"8@(\.@:"4 indica sempre una deliberazione o
interrogazione interna, il cui oggetto è deprecabile e condannabile, sia che si tratti di
avversari, come qui oppure degli stessi discepoli (cf. Mc 8,16.17; 9,33).
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J"ÃH: art. determ., dat. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
i"D*\"4H: sost., dat. plur. f. da i"D*\", –"H, cuore; compl. di stato in luogo. Il vocabolo
ricorre 156 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 16 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 2,6.8; 3,5;
6,52; 7,6.19.21; 8,17; 11,23; 12,30.33 = 0,097%); 22 volte in Luca (0,113%); 7 volte in
Giovanni (0,045%). La frase «ragionare nel cuore» è di stampo semitico ed equivale a
«ragionare nella mente» o più semplicemente «pensare» (cf. anche Mc 2,8). Nell’uso
neotestamentario i"D*\" non corrisponde all’accezione greca di organo in senso fisiologico
(cf. Omero, Il., 10,94) o sede delle emozioni e della vita psichica e spirituale (cf. Omero, Il.,
9,646), ma è l’equivalente dell’ebraico "-F, le) b5, il quale nel mondo semitico indica
l’interiorità della persona umana, la sede dell’intelletto, della conoscenza e della volontà,
perfino la coscienza. Detto in termini diretti, la locuzione semitica ¦< J"ÃH i"D*\"4H "ÛJä<
equivale a «dentro di sé», come avviene in Mc 2,8 (¦< ©"LJ@ÃH, «in sé stessi»).
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale
(«di essi» = «loro»).

2,7 I\ @âJ@H @àJTH 8"8gÃp $8"Fn0:g÷ J\H *b<"J"4 •n4X<"4 :"DJ\"H gÆ :¬ gÍH
Ò hg`Hp
2,7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati se non Dio
solo?».

I\: pron. interrogativo, acc. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24. L’uso di J\ con il valore interrogativo avverbiale
162 Mc 2,7

di «perché?» (lat. quid, cur?), comune anche nel greco classico, viene spiegato come una
specie di accusativo di specificazione o di relazione («di che cosa?», «in relazione a che?»);
cf. Mc 2,7.8.24; 4,40; 5,35.39; 8,12.17; 9,16.33; 10,18; 11,3; 12,15; 14,6. È possibile,
tuttavia, intendere J\ come una esclamativa (semitismo), per esprimere sorpresa e
indignazione da parte dei presenti: «Come! Costui parla in questo modo?…».
@âJ@H: pron. dimostrativo, nom. sing. m. da @âJ@H, "àJ0, J@ØJ@, questo, ciò; soggetto. La
forma @âJ@H ricorre 187 volte nel NT rispetto alle 1387 ricorrenze totali di questo pronome.
La distribuzione nei vangeli è la seguente: 32 volte in Matteo (corrispondente allo 0,174%
del totale delle parole); 12 volte in Marco (cf. Mc 2,7; 3,35; 4,41; 6,3.16; 7,6; 9,7; 12,7.10;
13,13; 14,69; 15,39 = 0,106%); 39 volte in Luca (0,200%); 49 volte in Giovanni (0,313%).
In base al contesto @âJ@H può assumere senso ostile o spregiativo (come qui), corrispondente
all’italiano «costui», «questo tale». Stesso fenomeno in Mc 8,12; 14,69.
@àJTH: avv. di modo, indecl., così, in tal modo, in questa maniera. Il vocabolo ricorre 208 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 32 volte in Matteo (corrispondente allo
0,174% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 2,7.8.12; 4,26; 7,18; 9,3; 10,43;
13,29; 14,59; 15,39 = 0,088%); 21 volte in Luca (0,108%); 14 volte in Giovanni (0,090%).
Da notare la figura etimologica (paronomasia) @âJ@H @àJTH da rendere, letteralmente,
«perché questo in questo modo parla?».
8"8gÃ: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8"8XT, parlare, dire; cf. Mc 1,34. La formula di
domanda retorica, implicante rimprovero o contestazione da parte del soggetto che la emette,
è spesso utilizzata da Marco (cf. Mc 2,8b.16b.18b.24; 3,4; 4,40; 5,39b; 7,5; 8,12b.17; 9,12b;
10,18; 11,3.28; 12,10.11.15.24. 35b; 14,6a).
$8"Fn0:gÃ: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da $8"Fn0:XT, bestemmiare, ingiuriare,
oltraggiare. Questo verbo ricorre 34 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: Mt 9,3; 26,65; 27,39; Mc 2,7; 3,28.29; 15,29; Lc 12,10; 22,65; 23,39; Gv 10,36.
In corrispondenza all’etimologia (da $8"Fn0:–, «che dice parole offensive» e suffisso
verbale –XT) e all’uso classico (cf. Platone, Resp., 381e; Eschine, Or., 1,180; Isocrate, Or.,
12,65), il verbo può avere nel NT il significato di «insultare», «oltraggiare» qualcuno a livello
umano (cf. 1Cor 4,13; 10,30; Tt 3,2). Tuttavia prevale l’uso religioso nel significato di
«bestemmiare» Dio (cf. Ap 13,6; 16,11.21) o un’altra realtà soprannaturale: «lo Spirito
Santo» (cf. Mc 3,29; Lc 12,10), «il nome di Dio» (cf. Rm 2,24; 1Tm 6,1; Ap 16,9), «il
Signore» (cf. 2Pt 2,10), «il Nome» (cf. Gc 2,7), gli «esseri gloriosi» (cf. Gd 1,8), Gesù in
croce (cf. Mt 27,39; Mc 15,29; Lc 23,39), «la parola di Dio» (cf. Tt 2,5). Normalmente
$8"Fn0:XT è costruito con l’oggetto all’accusativo; quando è usato in modo assoluto
(come qui) ha sempre come oggetto sottinteso Dio (cf. Mt 9,2; 26,65; Mc 2,7; Lc 22,65; Gv
10,36; At 18,6; 13,45; 26,11; 1Tm 1,20; Gd 1,10). In quattro ricorrenze soggetto del verbo
è Gesù, accusato di bestemmiare [Dio] (cf. Mt 9,3; 26,65; Mc 2,7; Gv 10,36). Secondo la
Legge giudaica la bestemmia vera e propria consisteva nella maledizione del nome di Dio
(cf. 2Re 19,22) ed era punita con la lapidazione (cf. Lv 24,15; 1Re 21,13; Gv 10,33; At
7,58). Qui, però, si tratta di una “bestemmia” indiretta, ossia dell’attribuzione da parte di una
creatura di una prerogativa propria di Dio (cf. Strack–Bill., I,1009). Il giudaismo, infatti, non
attribuiva neppure al messia il potere di perdonare i peccati (cf. Strack–Bill., II,495–496).
Mc 2,8 163

J\H: pron. interrogativo, nom. sing. m. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?,
che?, quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24; soggetto.
*b<"J"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da *b<":"4, potere, essere capace di, essere
in grado di; cf. Mc 1,40.
•n4X<"4: verbo, inf. pres. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, abbandonare, rimettere,
perdonare; cf. Mc 1,18.
:"DJ\"H: sost., acc. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; cf. Mc 1,4;
compl. oggetto.
gÆ: (= gÇ davanti a enclitica), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, purché,
qualora. Questa congiunzione, nella forma gÆ e in quella gÇ davanti a enclitica, ricorre 502
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 55 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,300% del totale delle parole); 35 volte in Marco (cf. Mc 2,7.21.22.26; 3,2.26; 4,23;
5,37; 6,4.5.8; 8,12.14.23.34; 9,9.22.23.29.35.42; 10,2.18; 11,13[x2].25; 13,20.22.32;
14,21.29.35; 15,36.44[x2] = 0,310%); 53 volte in Luca (0,272%); 49 volte in Giovanni
(0,313%). La particella gÆ è qui strettamente unita alla negazione per formare la locuzione
congiuntiva gÆ :Z, «tranne», «all’infuori di», «eccetto», che introduce una proposizione
eccettuativa. La formula, generalmente usata senza un verbo seguente, si ritrova in Mc
2,7.26; 5,37; 6,4.5.8; 8,14; 9,9.29; 10,18; 11,13; 13,32.
:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4.
gÍH: agg. numerale, cardinale, nom. sing. m. da gÍH, :\", ª<, uno. Il vocabolo ricorre 345 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 66 volte in Matteo (corrispondente allo
0,360% del totale delle parole); 44 volte in Marco (cf. Mc 2,7; 4,8[x3].20[x3]; 5,22; 6,15;
8,14.28; 9,5[x3].17.37.42; 10,8[x2].17.18.21.37[x2]; 11,29; 12,6.28.29.32.42; 13,1;
14,10.18.19[x2].20.37.43.47.66; 15,6.27[x2]; 16,2 = 0,389%); 43 volte in Luca (0,221%);
40 volte in Giovanni (0,256%). Nel NT gÍH è usato raramente come numerale: nella maggior
parte delle ricorrenze espleta la funzione di un pronome indefinito (per quanto riguarda
Marco, cf. Mc 5,22; 6,15; 8,28; 9,17.37.42; 10,17.37[x2]; 12,28; 13,1; 14,10.18.20.43.
47.66) oppure, se usato in forma aggettivale, significa «unico», «incomparabile», analoga-
mente a quanto avviene per l’ebraico. Anche nel nostro passo l’espressione «Chi può
rimettere i peccati se non l’Uno/Unico?» potrebbe essere un semitismo: il successivo Ò hg`H
sarebbe in tal caso una esplicitazione redazionale (cf. anche Mc 10,18; 12,29.32). È possibile,
tuttavia, assegnare a gÍH un valore aggettivale (come in Mc 8,14; 9,5[x3]; 10,8[x2].18; 11,29;
12,6.29.32; 14,37; 15,6.27[x2]) e tradurre: «Chi può rimettere i peccati se non l’unico Dio?».
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
hg`H: sost., nom. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; soggetto.

2,8 i"Â gÛh×H ¦B4(<@×H Ò z30F@ØH Jè B<gb:"J4 "ÛJ@Ø ÓJ4 @àJTH *4"8@(\.@<J"4
¦< ©"LJ@ÃH 8X(g4 "ÛJ@ÃHs I\ J"ØJ" *4"8@(\.gFhg ¦< J"ÃH i"D*\"4H ß:ä<p
2,8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano in sé stessi,
disse loro: «Perché pensate queste cose nei vostri cuori?
164 Mc 2,8

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
¦B4(<@bH: verbo, nom. sing. m. part. aor. da ¦B4(4<fFiT (da ¦B\ e (4<fFiT), conoscere,
sapere, scoprire. Questo verbo ricorre 44 volte nel NT: Mt 7,6.20; 11,27[x2]; 14,35; 17,12;
Mc 2,8; 5,30; 6,33.54; Lc 1,4.22; 5,22; 7,37; 23,7; 24,16.31. Participio predicativo del
soggetto z30F@ØH. Sebbene nel NT ¦B4(4<fFiT abbia a volte un valore teologico, nelle
ricorrenze marciane esso è usato nell’accezione comune e profana di «conoscere»,
«riconoscere», «venire a conoscenza», come nell’uso classico (cf. Pindaro, Pyth., 4,279;
Eschilo, Ag., 1598; Polibio, Hist., 2,11,3). Gesù nei vangeli viene sovente rappresentato in
forma analoga all’ellenistico hgÃ@H •<ZD che è in grado di «conoscere» dentro di sé ciò che
gli altri pensano (cf. Mc 2,8), dicono (cf. Mc 8,17), si propongono (cf. Gv 6,15) o sono (cf.
Gv 5,6) ed è cosciente delle forze prodigiose che escono da lui (cf. Mc 5,30). Tale
accostamento, tuttavia, è soltanto apparente: non si deve dimenticare che nella Bibbia questa
capacità di penetrare conoscitivamente nel cuore umano è prerogativa specifica di Dio, il solo
capace di «scrutare i cuori» (cf. 1Re 8,39; 1Cr 28,9; Sal 44,22; Ger 17,10).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B<gb:"J4: sost., dat. sing. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc 1,8;
compl. di stato in luogo. Dativo di circoscrizione, equivalente all’uso pronominale ¦< ©"LJè,
«in sé stesso» o «da sé stesso», come avviene in Mc 5,30: ¦B4(<@×H ¦< ©"LJè, «avendo
conosciuto in sé stesso». Lo «spirito» qui menzionato è quello dell’animo di Gesù, sede dei
suoi sentimenti, dei suoi atti di conoscenza e volontà.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15.
@àJTH: avv. di modo, indecl., così, in tal modo, in questa maniera; cf. Mc 2,7.
*4"8@(\.@<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da *4"8@(\.@:"4 (da *4V e 8@(\.@-
:"4), ragionare, esaminare, confrontare, deliberare, discutere; cf. Mc 2,6. Presente storico.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
©"LJ@ÃH: pron. riflessivo, dat. plur. m. da ©"LJ@Ø, –­H, –@Ø (non usato al nominativo), lui, lui
stesso, esso; cf. Mc 1,27; compl. di stato in luogo.
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. La formula redazionale 8X(g4
Mc 2,9 165

"ÛJ@ÃH ricorre 25 volte, esclusivamente riservata a Gesù (cf. Mc 1,38; 2,8.17.25; 3,4;
4,13.35; 5,39; 6,31.38.50; 7,18; 8,17; 9,35; 10,11.24.42; 11,2.22.33; 12,16; 14,13.27.34.41).
Per quanto riguarda la formula singolare 8X(g4 "ÛJè, avente come soggetto Gesù, cf. Mc
1,41.44; 2,14; 5,9.19; 7,34; per 8X(g4 "ÛJ± cf. Mc 5,41.
I\: pron. interrogativo, acc. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24. L’uso di J\ con il valore di «perché?» viene
spiegato come una specie di accusativo di specificazione o di relazione («di che cosa?», «in
relazione a che?»); cf. Mc 2,7.8.24; 4,40; 5,35.39; 8,12.17; 9,16.33; 10,18; 11,3; 12,15; 14,6.
J"ØJ": pron. dimostrativo, acc. plur. n. da @âJ@H, "àJ0, J@ØJ@, questo, ciò; compl. oggetto.
La forma J"ØJ" ricorre 239 volte nel NT rispetto alle 1387 ricorrenze totali di questo
pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 20 volte in Matteo (corrispondente allo
0,109% del totale delle parole); 16 volte in Marco (cf. Mc 2,8; 6,2; 7,23; 8,7; 10,20;
11,28[x2].29.33; 13,4[x2].8.29.30; 16,12.17 = 0,149%); 47 volte in Luca (0,241%); 61 volte
in Giovanni (0,390%). L’oggetto J"ØJ" è anteposto al verbo in posizione enfatica.
*4"8@(\.gFhg: verbo, 2a pers. plur. ind. pres. medio da *4"8@(\.@:"4 (da *4V e 8@(\.@:"4),
ragionare, esaminare, confrontare, deliberare, discutere; cf. Mc 2,6.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
J"ÃH: art. determ., dat. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
i"D*\"4H: sost., dat. plur. f. da i"D*\", –"H, cuore; cf. Mc 2,6; compl. di stato in luogo. La
frase «ragionare nel cuore» è di stampo semitico ed equivale a «ragionare nella mente»; cf.
Mc 2,6.
ß:ä<: pron. personale di 2a pers. gen. plur. da ß:gÃH (gen. ß:ä<, dat. ß:Ã<, acc. ß:H), voi;
compl. di specificazione. La forma ß:ä< ricorre 561 volte nel NT rispetto alle 2905
ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 76 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,414% del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc 2,8;
6,11[x2]; 7,6.9.13; 8,17; 9,19; 10,5.43; 11,2.25[x2]; 14,18 = 0,124%); 67 volte in Luca
(0,344%); 48 volte in Giovanni (0,307%). Nel NT questa forma, detta genitivo di
appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona plurale («di voi» =
«vostro»).

2,9 J\ ¦FJ4< gÛi@BfJgD@<s gÆBgÃ< Jè B"D"8LJ4iès z!n\g<J"\ F@L "Ê :"DJ\"4s


´ gÆBgÃ<s }+(g4Dg i" ˜D@< JÎ< iDV$"JJ`< F@L i" BgD4BVJg4p
2,9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: “Ti sono perdonati i peccati” oppure dire:
“Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”?

J\: pron. interrogativo, nom. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24.
¦FJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6.
166 Mc 2,9

gÛi@BfJgD@<: agg. qualificativo, di grado comparativo, nom. sing. m. da gÜi@B@H, –@<, facile;
predicato nominale. Il vocabolo ricorre 7 volte nel NT: Mt 9,5; 19,24; Mc 2,9; 10,25; Lc
5,23; 16,17; 18,25. L’aggettivo gÜi@B@H che nel greco classico esprime l’idea di «agevole»,
«comodo», «facile», in senso proprio o figurato (cf. Polibio, Hist., 18,18,2), nelle ricorrenze
neotestamentarie è usato sempre al comparativo e unito al nesso J\ ¦FJ4<, all’interno di
proposizioni interrogative.
gÆBgÃ<: verbo, inf. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf. Mc 1,7.
Soggetto del predicato nominale.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
B"D"8LJ4iè: sost., dat. sing. m. da B"D"8LJ4i`H, –@Ø, paralitico, storpio; cf. Mc 2,3;
compl. di termine.
z!n\g<J"\: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. pass. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare,
abbandonare, rimettere, perdonare; cf. Mc 1,18.
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).
"Ê: art. determ., nom. plur. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 2,5.
:"DJ\"4: sost., nom. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; cf. Mc 1,4;
soggetto della proposizione dichiarativa.
³: cong. coordinativa di valore disgiuntivo, indecl., o, oppure, ovvero. Questa congiunzione
ricorre 337 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 65 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,354% del totale delle parole); 33 volte in Marco (cf. Mc 2,9; 3,4[x2];
4,17.21.30; 6,56[x2]; 7,10.11.12; 9,43.45.47; 10,25.29[x6].38.40; 11,28.30; 12,14[x2];
13,32.35[x4]; 14,30 = 0,292%); 43 volte in Luca (0,221%); 12 volte in Giovanni (0,071%).
Nell’uso marciano la particella ³ è generalmente usata come una particella disgiuntiva con
significato non escludente, per coordinare elementi affini, contigui e complementari, elencati
come possibili scelte (cf. Mc 4,17.21.30; 6,56[x2]; 7,10.11.12; 10,29[x6]; 11,28; 13,32). In
altri casi può avere un significato disgiuntivo escludente, per coordinare due o più concetti
che si escludono a vicenda (cf. Mc 2,9; 3,4[x2]; 10,40; 11,30; 12,14[x2]; 13,35[x4]). Altrove
è usata come generica particella comparativa «…che», per introdurre il secondo termine di
paragone (cf. Mc 9,43.45.47; 10,25). In Mc 14,30, unita alla congiunzione temporale BD\<,
corrisponde alla locuzione avverbiale «prima che».
gÆBgÃ<: verbo, inf. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf. Mc 1,7.
Soggetto del predicato nominale.
}+(g4Dg: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ¦(g\DT, svegliare, alzare, sollevare, risorgere
[i morti] (trans.); svegliarsi, alzarsi, sollevarsi, risorgere [dai morti] (intr.); cf. Mc 1,31.
L’imperativo di questo verbo è sempre pronunciato da Gesù nel contesto di una guarigione
(cf. Mc 2,9.11; 3,3; 5,41). La forma asindetica è piuttosto frequente con gli imperativi dei
verbi ¦(g\DT (cf. Mc 2,9; 3,3; 5,41; 10,49; 14,42), ßBV(T (cf. Mc 1,44; 5,34; 6,38; 7,29;
10,21.52; 16,7), ÒDVT (cf. Mc 1,44; 6,38; 8,15), F4TBVT (cf. Mc 4,39), n4:`T (cf. Mc
4,39), h"DFXT (cf. Mc 6,50; 10,49), $8XBT (cf. Mc 13,5.23.33).
Mc 2,10 167

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


˜D@<: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da "ÇDT, alzare, sollevare, sostenere, sorreggere,
portare, prendere; cf. Mc 2,3.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
iDV$"JJ`<: sost., acc. sing. m. da iDV$"JJ@H, –@L, lettiga, portantina, pagliericcio, branda;
cf. Mc 2,4; compl. oggetto.
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
BgD4BVJg4: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da BgD4B"JXT (da BgD\ e B"JXT), camminare,
passeggiare, deambulare. Questo verbo ricorre 95 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli
è la seguente: 7 volte in Matteo (corrispondente allo 0,038% del totale delle parole); 9 volte
in Marco (cf. Mc 2,9; 5,42; 6,48.49; 7,5; 8,24; 11,27; 12,38; 16,12 = 0,080%); 5 volte in
Luca (0,026%); 17 volte in Giovanni (0,109%). Nel greco classico questo verbo è usato nel
significato letterale di «andare in giro», «passeggiare», «camminare» (cf. Aristofane, Eq., 744;
Senofonte, Mem., 3,13,5; Platone, Euthyd., 273a). Anche nelle ricorrenze marciane prevale
il significato letterale proprio di «camminare»: quello traslato di «comportarsi», «vivere
secondo...», è presente soltanto in Mc 7,5.

2,10 Ë<" *¥ gÆ*­Jg ÓJ4 ¦>@LF\"< §Pg4 Ò LÊÎH J@Ø •<hDfB@L •n4X<"4 :"DJ\"H ¦BÂ
J­H (­H 8X(g4 Jè B"D"8LJ4iès
2,10 Ora, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla
terra,

Ë<": cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, perché, allo scopo di, per; cf. Mc
1,38.
*X: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti, dunque, quindi; cf. Mc 1,8. Sebbene
la particella *X «fere semper dicit aliqualem oppositionem» (Zerwick Max, Graec., § 467),
nel vangelo di Marco è talvolta usata in senso esplicativo (cf. Mc 2,10; 4,15.29; 6,19; 7,7.20;
8,9; 10,31.32; 12,26; 13,7.9.14.17.18.23.28.37; 14,9.44; 15,25; 16,9.17).
gÆ*­Jg: verbo, 2a pers. plur. congiunt. perf. da @É*" (una radice con valore di presente connessa
a gÉ*@<, aor. attivo di ÒDVT), vedere, percepire, discernere, conoscere, sapere; cf. Mc 1,24.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15.
¦>@LF\"<: sost., acc. sing. f. da ¦>@LF\", –"H (da §>g4:4), potere, autorità, abilità, forza; cf.
Mc 1,22; compl. oggetto.
§Pg4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
LÊ`H: sost., nom. sing. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; cf. Mc 1,1; soggetto.
168 Mc 2,10

J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
•<hDfB@L: sost., gen. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17; compl.
di specificazione. Per la prima volta compare la misteriosa espressione «il Figlio dell’uomo»:
essa ritorna nel NT 82 volte: Mt 8,20; 9,6; 10,23; 11,19; 12,8.32.40; 13,37.41; 16,13.27.28;
17,9.12.22; 19,28; 20,18.28; 24,27.30[x2].37.39.44; 25,31; 26,2.24[x2].45.64; Mc 2,10.28;
8,31.38; 9,9.12.31; 10,33.45; 13,26; 14,21[x2].41.62; Lc 5,24; 6,5.22; 7,34; 9,22.26.44.58;
11,30; 12,8.10.40; 17,22.24.26.30; 18,8.31; 19,10.21.27.36; 22,22.48.69; 24,7; Gv 1,51;
3,13.14; [5,27 nella forma priva di articoli LÊÎH •<hDfB@L]; 6,27.53.62; 8,28; 9,35;
12,23.34[x2]; 13,31; At 7,56.

Nella stragrande maggioranza delle ricorrenze l’espressione è sempre sulla bocca di


Gesù, come autodefinizione: le uniche volte in cui questa locuzione non è sulle labbra di
Gesù sono: Lc 24,7 (detta dagli angeli alle donne recatesi al sepolcro, ma si tratta di una
citazione); Gv 12,34[x2] (detta dalla folla, come domanda a Gesù); At 7,56 (detta da
Stefano, durante la lapidazione); Ap 1,13; 14,14 (come forma redazionale LÊÎH •<hDfB@L).
Appare evidente che pur usato in terza persona con tale titolo Gesù intendesse indicare non
un’altra persona, ma sé stesso. Nonostante la difficoltà della formulazione letterale,
apparentemente priva di senso e quasi assurda nella traduzione, è preferibile lasciare
l’espressione come si trova: non può essere accolta, infatti, la spiegazione di coloro che
intendono il sintagma «Figlio dell’uomo» come la traduzione di una circonlocuzione
aramaica (–1I! B 9"H, b5 ar ’e7 noš) per indicare il soggetto che parla (= «questo uomo», «io»).
Sono da respingere ugualmente altre spiegazioni che danno alla frase il significato generico
corrispondente a «ogni essere umano», «l’uomo per eccellenza», «l’umanità» o quello
corrispondente a un pronome indefinito (= «un uomo», «qualcuno»). Al riguardo non sono
stati addotti paralleli testuali aramaici per l’uso circonlocutorio. Del resto, il senso generico
e indefinito di queste traduzioni se applicato alle ricorrenze evangeliche produce spesso
risultati implausibili, al limite del ridicolo (cf., ad esempio, Mc 9,9; 13,26). Si deve
aggiungere che nella traduzione dei LXX non esiste alcuna attestazione del preteso uso
indefinito o generico con la nostra espressione, formata da due sostantivi singolari muniti di
articolo (Ò LÊÎH J@Ø •<hDfB@L): nei LXX si trova sempre la forma plurale (@Ê LÊ@ Jä<
•<hDfBT<) o singolare inarticolata (LÊÎH •<hDfB@L).
È legittimo, tuttavia, chiedersi in che senso Gesù applicava a sé questa enigmatica
espressione che neppure i suoi ascoltatori riuscivano a comprendere, tanto da domandargli
esplicitamente: «In che modo tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato? Chi è
questo “Figlio dell’uomo”?» (Gv 12,34). Il problema, pertanto, non è quello di sapere se la
frase sia da attribuire a Gesù (l’espressione è certamente storica), ma come debba essere
interpretata. Oggi appare abbastanza certo che il titolo debba essere compreso a partire da
Daniele (cf. Dn 7,13), dove si parla di un personaggio «simile a figlio d’uomo» che viene
sulle nubi del cielo e a cui viene conferito da Dio «potere, gloria e regno» (cf. Dn 7,14).
Questo passo testimonierebbe in epoca intertestamentaria l’attesa di una figura di origine
divina accanto a Dio, a cui si volgono le speranze messianiche di una parte del giudaismo,
la cui attesa di un salvatore non era caratterizzata da un messianismo terreno, bensì da una
Mc 2,10 169

figura dai tratti celesti, trascendentali o almeno superumani. Analoghe idee ritroviamo nel
libro apocrifo di Enoch etiopico (= 1Henoch), scritto poco prima del NT, in cui il Figlio
dell’uomo è inteso in senso individuale: è colui che viene scelto da Dio prima della creazione
del mondo (cf. 1Hen., 48,3) e rivelato soltanto ad alcuni eletti. Ma Dio lo farà uscire
dall’oscurità alla fine dei tempi, quando, seduto alla destra di Dio, giudicherà gli angeli e gli
uomini, annienterà le forze del male (cf. 1Hen., 46,3–6) e salverà i suoi (cf. 1Hen., 51,3.5;
52,9; 69,29). Questo messianismo individuale ritroviamo anche in 4Esdra, un’opera giudaica
risalente al I sec. d.C., dove il Messia, indicato con i titoli di «messia» (4Esd., 12,32), «il mio
[sott. di Dio] servo» (4Esd., 13,32.37.52), «il mio [sott. di Dio] servo e messia» (4Esd.,
7,28.29), «uomo» (4Esd., 13,3), «qualcosa di simile a un uomo» (4Esd., 5,12.25.32), è
descritto nel modo seguente: «Egli è colui che l’Altissimo riserva da lungo tempo, per mezzo
del quale egli darà la liberazione a ciò che ha creato» (4Esd., 13,26). Nell’uso neotestamenta-
rio dell’espressione, tuttavia, ai tratti gloriosi ed escatologici si affiancano anche quelli legati
all’umanità sofferente di Gesù, alla sua passione e morte (cf. Mc 8,31; 9,9.12.31; 10,33.45;
14,21.41), in modo tale che il titolo diventa quasi l’emblema dello stesso mistero di Cristo:
vela e rivela l’identità messianica di Gesù, sofferente da una parte, gloriosa dall’altra. Si deve
osservare, infine, che nello sviluppo post–pasquale della cristologia neotestamentaria
all’arcaico titolo «Figlio dell’uomo» sono state preferite altre formulazioni, quali «Signore»
(5bD4@H), «Cristo» (OD4FJ`H), «Figlio di Dio» (KÊÎH J@Ø 1g@Ø), considerate più efficaci
per esprimere compiutamente la confessione di fede comunitaria. Il titolo «Figlio dell’uomo»
è rimasto cristallizzato al Gesù della storia, come una specie di marchio personale,
inutilizzabile per la confessione di fede, ma ugualmente sacro e immodificabile.
•n4X<"4: verbo, inf. pres. da •n\0:4 (da •B` e Ë0:4), lasciare, abbandonare, rimettere,
perdonare; cf. Mc 1,18.
:"DJ\"H: sost., acc. plur. f. da :"DJ\", –"H, sbaglio, errore, colpa, peccato; cf. Mc 1,4;
compl. oggetto.
¦B\: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., in, su, a, davanti a, verso, sopra,
presso; cf. Mc 1,22.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
(­H: sost., gen. sing. f. da (­, (­H, terra; compl. di stato in luogo. Il vocabolo ricorre 250 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 43 volte in Matteo (corrispondente allo
0,234% del totale delle parole); 19 volte in Marco (cf. Mc 2,10; 4,1.5[x2].8.20.26.28.31[x2];
6,47.53; 8,6; 9,3.20; 13,27.31; 14,35; 15,33 = 0,168%); 25 volte in Luca (0,128%); 13 volte
in Giovanni (0,083%). Analogamente a quanto avviene nel greco classico, nell’uso
neotestamentario il termine (­ non si riferisce soltanto alla terra intesa come «terreno»
coltivabile, con significato agricolo (cf. Mc 4,5), potendo significare molto spesso il territorio
geografico e politico (= «paese», «regione»: Mt 2,6), il «mondo» intero come luogo abitato
nella sua estensione universalistica (cf. Mc 2,10; Mt 6,10; Lc 12,49) oppure in senso traslato
la «condizione terrestre», contrapposta a quella celeste spirituale (cf. Gv 3,31).
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
170 Mc 2,11

B"D"8LJ4iè: sost., dat. sing. m. da B"D"8LJ4i`H, –@Ø, paralitico, storpio; cf. Mc 2,3;
compl. di termine.

2,11 E@ 8X(Ts §(g4Dg ˜D@< JÎ< iDV$"JJ`< F@L i" àB"(g gÆH JÎ< @Éi`< F@L.
2,11 “Ti ordino — disse al paralitico — alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”».

E@\: pron. personale di 2a pers. dat. sing. m. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg),
tu, te; cf. Mc 1,11; compl. di termine. All’inizio di proposizione ha valore enfatico.
8X(T: verbo, 1a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. La forma verbale 8X(T ricorre in Mc 20 volte (cf. Mc 2,11; 3,28; 5,41; 8,12;
9,1.13.41; 10,15.29; 11,23.24.33; 12,43; 13,30.37[x2]; 14,9.18.25.30): essa è usata soltanto
da Gesù, ossia è esclusivamente Gesù che parla del proprio parlare e ne sottolinea la forza,
l’insistenza e la validità.
§(g4Dg: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ¦(g\DT, svegliare, alzare, sollevare, risorgere [i
morti] (trans.); svegliarsi, alzarsi, sollevarsi, risorgere [dai morti] (intr.); cf. Mc 1,31. In
Marco la forma asindetica è piuttosto frequente con gli imperativi dei verbi ¦(g\DT (cf. Mc
2,9.11; 5,41; 10,49; 14,42), ßBV(T (cf. Mc 1,44; 5,34; 6,38; 7,29; 10,21.52; 16,7), ÒDVT
(cf. Mc 1,44; 6,38; 8,15), F4TBVT (cf. Mc 4,39), n4:`T (cf. Mc 4,39), h"DFXT (cf. Mc
6,50; 10,49), $8XBT (cf. Mc 13,5.23.33).
˜D@<: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da "ÇDT, alzare, sollevare, sostenere, sorreggere,
portare, prendere; cf. Mc 2,3.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
iDV$"JJ`<: sost., acc. sing. m. da iDV$"JJ@H, –@L, lettiga, portantina, pagliericcio, branda;
cf. Mc 2,4; compl. oggetto.
F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
àB"(g: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ßBV(T (da ßB` e –(T), andare giù, ritirarsi,
andare via, partire; cf. Mc 1,44. I tre imperativi usati da Gesù («alzati… prendi… va’…»)
hanno valenze diverse: quelli al presente («alzati… va’…») collocano il comando diretto
nella continuità temporale, mentre quello all’aoristo («prendi…») ha connotato puntuale di
minore intensità.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
@Éi`<: sost., acc. sing. m. da @Éi@H, –@L, casa, abitazione; cf. Mc 2,1; compl. di moto a luogo.
Mc 2,12 171

F@L: pron. personale di 2a pers. gen. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,2; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta genitivo di appartenenza,
è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 2a persona singolare («di te» = «tuo»).

2,12 i" ²(XDh0 i" gÛh×H –D"H JÎ< iDV$"JJ@< ¦>­8hg< §:BD@Fhg< BV<JT<s
òFJg ¦>\FJ"Fh"4 BV<J"H i"Â *@>V.g4< JÎ< hgÎ< 8X(@<J"H ÓJ4 ?àJTH
@Û*XB@Jg gÇ*@:g<.
2,12 Quello si alzò, prese il lettuccio e subito se ne andò in presenza di tutti, al punto che
tutti rimasero meravigliati e davano gloria a Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto
nulla di simile!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


²(XDh0: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. pass. da ¦(g\DT, svegliare, alzare, sollevare, risorgere
[i morti] (trans.); svegliarsi, alzarsi, sollevarsi, risorgere [dai morti] (intr.); cf. Mc 1,31.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
–D"H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da "ÇDT, alzare, sollevare, sostenere, sorreggere, portare,
prendere; cf. Mc 2,3. Participio predicativo del soggetto sottinteso B"D"8LJ4i`H.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
iDV$"JJ@<: sost., acc. sing. m. da iDV$"JJ@H, –@L, lettiga, portantina, pagliericcio, branda;
cf. Mc 2,4; compl. oggetto.
¦>­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25.
§:BD@Fhg<: prep. impropria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., davanti a, alla
presenza di, in faccia a, alla vista di. Questa preposizione ricorre 48 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 18 volte in Matteo (corrispondente allo 0,098% del
totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 2,12; 9,2 = 0,018%); 10 volte in Luca
(0,051%); 5 volte in Giovanni (0,032%). Conformemente al suo significato etimologico (¦<–,
«in», BD@–, «davanti a», F eufonica e suffisso avverbiale –hg<, indicante direzione), questa
preposizione comporta un aspetto locale (davanti a) e temporale (prima di). Nelle ricorrenze
marciane viene impiegata in senso esclusivamente spaziale.
BV<JT<: pron. indefinito, gen. plur. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf.
Mc 1,5; compl. di specificazione.
òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che; cf. Mc 1,27.
¦>\FJ"Fh"4: verbo, inf. pres. medio da ¦>\FJ0:4 (da ¦i e ËFJ0:4), stupire, meravigliare,
sbalordire (trans.); essere meravigliato, essere fuori della propria mente, essere fuori di sé
(intr.). Questo verbo ricorre 17 volte nel NT: Mt 12,23; Mc 2,12; 3,21; 5,42; 6,51; Lc 2,47;
8,56; 24,22; At 2,7.12; 8,9.11.13; 9,21; 10,45; 12,16; 2Cor 5,13. Nel significato transitivo
causativo il verbo ¦>\FJ0:4 corrisponde a «sconvolgere», «alterare», «confondere» (cf.
172 Mc 2,12

Aristotele, Eth. Nic., 1119a 23; Plutarco, Cic., 10,5,8; Euripide, Bacc., 850). Usato
principalmente come intransitivo, nel senso di «stupirsi», «essere fuori di senno», «essere
sconvolto», ¦>\FJ0:4 esprime lo stato psichico di chi è o si sente fuori di sé per lo
sbigottimento, il timore o per altre esperienze fuori dal comune, specie quelle di carattere
prodigioso (cf. Aristotele, Hist. anim., 577a 13).
BV<J"H: pron. indefinito, acc. plur. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf.
Mc 1,5; soggetto della proposizione oggettiva costruita con il verbo infinito ¦>\FJ"Fh"4 e
*@>V.g4<.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
*@>V.g4<: verbo, inf. pres. da *@>V.T, lodare, celebrare, magnificare, glorificare. Questo
verbo ricorre 61 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte in Matteo
(cf. Mt 5,16; 6,2; 9,8; 15,31, corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 1 volta in
Marco (cf. Mc 2,12, hapax marciano); 9 volte in Luca (cf. Lc 2,20; 4,15; 5,25.26; 7,16;
13,13; 17,15; 18,43; 23,47 = 0,046%); 23 volte in Giovanni (cf. Gv 7,39; 8,54[x2]; 11,4;
12,16.23.28[x3]; 13,31[x2].32[x3]; 14,13; 15,8; 16,14; 17,1[x2].4.5.10; 21,19 = 0,147%); At
3,13; 4,21; 11,18; 13,48; 21,20; Rm 1,21; 8,30; 11,13; 15,6.9; 1Cor 6,20; 12,26; 2Cor
3,10[x2]; 9,13; Gal 1,24; 2Ts 3,1; Eb 5,5; 1Pt 1,8; 2,12; 4,11.16; Ap 15,4; 18,7. Diversamen-
te da quanto avviene nel greco classico, dove *@>V.T corrisponde a «pensare», «ritenere»,
«supporre», «opinare» (cf. Euripide, Suppl., 1043; Eschilo, Ag., 673; Platone, Phil., 48e), in
epoca intertestamentaria il verbo assume una nuova accezione semantica, tanto da venir usato
nel greco biblico nel senso di «glorificare», «magnificare», «esaltare» (cf. Es 15,1; 1Sam
2,29). Nel NT il verbo, analogamente a quanto avviene per il vocabolo *`>" (cf. Mc 8,38),
viene utilizzato nella maggior parte dei casi per indicare l’onore reso a Dio come atto di
esaltazione, adorazione e ringraziamento, in conseguenza di qualche azione salvifica o
prodigio.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hg`<: sost., acc. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. oggetto.
8X(@<J"H: verbo, acc. plur. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo del soggetto BV<J"H.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Dopo i verbi dicendi
e simili introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in
tal caso può essere omessa.
?àJTH: avv. di modo, indecl., così, in tal modo, in questa maniera; cf. Mc 2,7; compl. oggetto.
L’avverbio acquista qui un valore sostantivale, corrispondente a «qualcosa di simile», «cose
di questo genere», «simili azioni».
@Û*XB@Jg: (da @Û*X e B@JX), avv. di tempo, indecl., mai, giammai, non mai. Il vocabolo ricorre
16 volte nel NT: Mt 7,23; 9,33; 21,16.42; 26,33; Mc 2,12.25; Lc 15,29[x2]; Gv 7,46; At
10,14; 11,8; 14,8; 1Cor 13,8; Eb 10,1.11.
gÇ*@:g<: verbo, 1a pers. plur. ind. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc
1,10.
Mc 2,13 173

2,13 5" ¦>­8hg< BV84< B"D J¬< hV8"FF"<· i" BH Ò ÐP8@H ³DPgJ@ BDÎH
"ÛJ`<s i"Â ¦*\*"Fig< "ÛJ@bH.
2,13 In altra occasione uscì lungo il mare. Tutta la folla si recava da lui ed egli insegnava
loro.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦>­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori, uscire;
cf. Mc 1,25.
BV84<: avv. di tempo, indecl., nuovamente, di nuovo, un’altra volta, ancora; cf. Mc 2,1.
L’avverbio non ha qui il consueto valore temporale (= «di nuovo»), perché non esiste un
preciso riferimento a una precedente situazione (in Mc 1,16 Gesù non «esce» sulla riva del
mare, ma la attraversa). In questo caso, quando non c’è identità di azione e di circostanza,
è preferibile esplicitare l’avverbio mediante la locuzione temporale «in altra occasione»,
«un’altra volta», ecc.
B"DV: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., presso, lungo, nei dintorni
di, vicino a; cf. Mc 1,16.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hV8"FF"<: sost., acc. sing. f. da hV8"FF", –0H, mare; cf. Mc 1,16; compl. di moto a luogo.
L’espressione B"D J¬< hV8"FF"< è una formula utilizzata da Marco per introdurre
avvenimenti di una certa importanza: Mc 1,16 (chiamata dei primi discepoli); Mc 2,13
(chiamata di Levi); Mc 4,1 (discorso in parabole); Mc 5,21 (richiesta da parte di Giairo).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
BH: agg. indefinito, nom. sing. m. da BH, BF", B<, tutto, ogni, ciascuno, ognuno; cf. Mc
1,5; attributo di ÐP8@H, qui senza articolo perché in posizione predicativa.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
ÐP8@H: sost., nom. sing. m. da ÐP8@H, –@L, folla, moltitudine; cf. Mc 2,4; soggetto.
³DPgJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Imperfetto descrittivo.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’espressione §DP@:"4 BD`H, detta in riferimento
a Gesù, non è rara in Marco: è impiegata per descrivere l’andare verso Gesù da parte di
qualche miracolato (cf. Mc 1,40; 2,3; 10,50), della folla (cf. Mc 1,45; 2,13; 3,8; 5,15) o di
gruppi specifici (cf. Mc 11,27; 12,18). Lo stesso Gesù comanda ai discepoli di lasciar «venire
a sé» i bambini (cf. Mc 10,14).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦*\*"Fig<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da *4*VFiT, insegnare, istruire, ammaestrare;
cf. Mc 1,21. Imperfetto durativo o iterativo per indicare il protrarsi di questa predicazione.
Questo insegnamento impartito «lungo il mare» o comunque all’aria aperta (cf. Mc 4,1; 8,27;
174 Mc 2,14

9,32) è una novità rispetto ai rabbini i quali in genere preferivano lo spazio chiuso delle
sinagoghe.
"ÛJ@bH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto. I destinatari di questo insegnamento
sono indicati con un generico pronome plurale: costruzione ad sensum che presuppone la
presenza di una determinata folla.

2,14 i"Â B"DV(T< gÉ*g< 7gLÂ< JÎ< J@Ø {!8n"\@L i"hZ:g<@< ¦BÂ JÎ Jg8f<4@<s
i" 8X(g4 "ÛJès z!i@8@bhg4 :@4. i" •<"FJH ²i@8@bh0Fg< "ÛJè.
2,14 E, passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte e gli disse:
«Seguimi!». Egli si alzò e lo seguì.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


B"DV(T<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da B"DV(T (da B"DV e –(T), passare oltre,
andare oltre, camminare lungo, andare via; cf. Mc 1,16. Participio predicativo di valore
espletivo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Molto probabilmente questo participio, utilizzato
per introdurre un verbo di movimento, senza nulla aggiungere al senso generale della
proposizione, è un ebraismo, analogamente a quanto avviene in Mc 8,13.
gÉ*g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc 1,10.
7gL\<: sost., nome proprio di persona, acc. sing. m. da 7gL\, –\H, Levi; compl. oggetto.
Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine ebraica *&E-F, Le) wî, «Unito».
Il vocabolo, riferito al personaggio qui menzionato, ricorre 5 volte nel NT: Mc 2,14 (hapax
marciano); Lc 3,24.29; 5,27.29. Nelle altre 3 ricorrenze il termine è impiegato per designare
il sacerdote Levi vissuto in epoca anticotestamentaria (cf. Eb 7,5.9; Ap 7,7).
J`<: art. determ., con valore pronominale, acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2; compl.
oggetto. «Quello di Alfeo», ossia «il figlio di Alfeo». Uso pronominale dell’articolo,
corrispondente al pronome dimostrativo/personale "ÛJ`H, [quello], egli, lui, esso, senza
enfasi speciale. La designazione di una persona secondo il padre è classica, tuttavia presso
i semiti si preferisce esplicitarla mediante il sostantivo LÊ`H: z3TV<<0< JÎ< -"P"D\@L
LÊ`<, «Giovanni, figlio di Zaccaria» (Lc 3,2). Se LÊ`H viene omesso il legame di parentela
è formulato senza alcun articolo: z3ViT$@< {!8n"\@L, «Giacomo di Alfeo» (Lc 6,15)
oppure compare l’articolo che diversamente dall’uso classico è seguito dall’altro articolo: è
il nostro caso. Stesso fenomeno in Mc 1,19; 3,17.18.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
{!8n"\@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da {!8n"Ã@H, –@L, Alfeo; compl. di
specificazione. Il vocabolo ricorre 5 volte nel NT: Mt 10,3; Mc 2,14; 3,18; Lc 6,15; At 1,13.
Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine ebraica *E-A( H , HE alpî,
«Yah[weh] sostituisca», «Yah[weh] compensi» (assente nell’AT). Soltanto in questo passo
il nome indica il padre di Levi, esattore delle tasse: nelle altre ricorrenze designa il padre
dell’apostolo Giacomo. In Marco non è possibile identificare «Levi, figlio di Alfeo» con
Mc 2,14 175

l’apostolo Giacomo, anch’egli «figlio di Alfeo» (cf. Mc 3,18): si può soltanto ipotizzare,
senza dimostrare, una loro parentela.
i"hZ:g<@<: verbo, acc. sing. m. part. pres. medio da iVh0:"4 (da i"JV e ½:"4), sedere,
sedersi; cf. Mc 2,6. Participio predicativo del complemento oggetto 7gL\<.
¦B\: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., in, su, a, sopra; cf. Mc 1,22.
La preposizione ¦B\, unita all’accusativo, esprime nel greco classico l’idea di movimento
(moto a luogo), in quello ellenistico può essere impiegata anche per lo stato in luogo, come
avviene nel nostro caso.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
Jg8f<4@<: sost., acc. sing. n. da Jg8f<4@<, –@L, banco delle imposte, dogana, ufficio delle
tasse; compl. di stato in luogo. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 9,9; Mc 2,14 (hapax
marciano); Lc 5,27. Il raro sostantivo Jg8f<4@< designa nella grecità il «banco» dell’esattore
(cf. Posidippo, Frag., 13,1) mentre nei territori di confine indica la «dogana» (cf. Strabone,
Geogr., 16,1,27; 17,1,16). Per quanto riguarda l’attività dei «pubblicani», ossia gli esattori
delle imposte, cf. sotto, v. 15.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
z!i@8@bhg4: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da •i@8@LhXT, seguire, accompagnare,
mettersi dietro; cf. Mc 1,18. L’imperativo presente denota un comando o una esortazione
permanente che si protrae anche nel tempo futuro: «d’ora in poi seguimi…». Analogo
esempio in Mc 1,15. Rispetto alla chiamata dei primi discepoli (cf. Mc 1,16–20) quella di
Levi presenta alcune differenze che la rendono non una vera e propria chiamata alla
missione (istituzione apostolica), ma soltanto alla sequela. Tra queste differenze ricordiamo:
a) i primi quattro discepoli sono chiamati a coppie (cf. Mc 1,16.19), mentre Levi è chiamato
da solo (cf. Mc 2,14); b) ai primi discepoli è prospettata una determinata missione (cf. Mc
1,17c), mentre a Levi non viene fatta alcuna promessa (cf. Mc 2,14); c) i nomi dei primi
chiamati sono inseriti da Marco nella lista dei Dodici (cf. Mc 3,15–19), mentre Levi non vi
compare.
:@4: pron. personale di 1a pers. dat. sing. da ¦(f (gen. ¦:@Ø/:@L, dat. ¦:@\/:@4, acc. ¦:X/:g),
io, me; compl. di termine. La forma enclitica :@\ ricorre 225 volte nel NT rispetto alle 2583
ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 29 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,158% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 2,14;
5,9; 6,25; 8,2.34; 10,21; 11,29.30; 12,15 = 0,080%); 28 volte in Luca (0,144%); 39 volte in
Giovanni (0,249%).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•<"FJVH: verbo, nom. sing. m. part. aor. da •<\FJ0:4 (da •<V e ËFJ0:4), sorgere, alzarsi,
sollevarsi, risorgere, risuscitare; cf. Mc 1,35. Participio predicativo di valore espletivo del
soggetto sottinteso 7gL\. La costruzione formata dal participio •<"FJVH + un verbo di
176 Mc 2,15

movimento (cf. Mc 1,35; 2,14; 7,24; 10,1) è comunemente utilizzata nella corrispettiva
forma ebraica e aramaica per segnalare uno stacco narrativo o un cambio di scena: sebbene
si conosca un uso anche nel greco classico, la formula che ritroviamo in Marco è dovuta a
un semitismo.
²i@8@bh0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •i@8@LhXT, seguire, accompagnare, mettersi
dietro; cf. Mc 1,18.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.

2,15 5" (\<gJ"4 i"J"igÃFh"4 "ÛJÎ< ¦< J± @Æi\‘ "ÛJ@Øs i" B@88@ Jg8ä<"4 i"Â
:"DJT8@ FL<"<Xig4<J@ Jè z30F@Ø i" J@ÃH :"h0J"ÃH "ÛJ@Ø· µF"< (D
B@88@Â i"Â ²i@8@bh@L< "ÛJè.
2,15 Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti esattori delle tasse e peccatori si
trovavano a tavola con Gesù e i suoi discepoli: erano molti, infatti, quelli che lo
seguivano.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


(\<gJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere,
nascere, essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4. Presente storico. L’iniziale i"Â (\<gJ"4 (=
i"Â ¦(X<gJ@), di stampo semitico, è il modo in cui i LXX traducono l’ebraico *%E*AC&, wa7 yehî
(«e avvenne che…»), posto all’inizio di una proposizione come riferimento temporale (cf.
Gn 4,3; 6,1; 7,10; 8,6; ecc.). Questa costruzione è presente in Mc 1,9; 2,15.23; 4,4.10.
Quando il significato temporale è già implicito nel successivo genitivo assoluto o in altre
costruzioni temporali la formula può essere omessa.
i"J"igÃFh"4: verbo, inf. pres. pass. da i"JVig4:"4 (da i"JV e igÃ:"4), essersi sdraiato,
giacere prostrato; cf. Mc 1,30. Il verbo, usato anche per indicare la posizione sdraiata dei
malati (cf. Mc 1,30), è qui impiegato nel significato di «giacere [a mensa]», poiché esprime
l’adagiarsi su divani o tappeti dalla parte del fianco sinistro, per consumare i pasti in
occasione di banchetti solenni. Tale usanza, indicata in Marco con i verbi i"JVig4:"4 (cf.
Mc 2,15), FL<"<Vig4:"4 (cf. Mc 2,15; 6,22), •<Vig4:"4 (cf. Mc 6,26; 14,18; 16,14),
•<"i8Ã<"4 (cf. Mc 6,39), •<"B\BJT (cf. Mc 6,40; 8,6), venne introdotta in Palestina a
seguito dell’influsso ellenistico, anche se essa era originaria non della Grecia, ma dell’Orien-
te. Si deve tener presente, tuttavia, che la consuetudine di mangiare distesi sul fianco, alla
moda ellenistica, veniva praticata soltanto in occasione di pranzi solenni; nell’uso ordinario
e quotidiano i Giudei ai tempi di Gesù assumevano i pasti stando seduti su sedie, sgabelli o
direttamente per terra, accovacciati su stuoie, cuscini o tappeti.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; soggetto della proposizione oggettiva costruita con
il verbo infinito i"J"igÃFh"4.
¦<: prep. propria di valore locale, seguita dal dativo, indecl., in, a, presso, entro, su, fra; cf. Mc
1,2.
Mc 2,15 177

J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
@Æi\‘: sost., dat. sing. f. da @Æi\", –"H, casa, abitazione, dimora; cf. Mc 1,29; compl. di stato
in luogo.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»). Analogamente a quanto avviene in Mc 6,56; 7,33[x3] il pronome
dimostrativo/personale "ÛJ`H ha qui un valore equivoco: sintatticamente può riferirsi sia alla
casa di Levi (= «di lui») oppure di Gesù (= «propria»): dal riferimento precedente (v. 14) si
deduce che si sta trattando della casa di Levi, come espressamente afferma Lc 5,29 nel passo
parallelo.
i"\: cong. coordinativa di valore aggiuntivo, indecl., anche, perfino, inoltre, altresì; cf. Mc 1,4.
Il significato aggiuntivo di i"\ è presente in Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b;
6,34b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c; 9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a.
B@88@\: agg. indefinito, nom. plur. m. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34; attributo di Jg8ä<"4 e :"DJT8@\.
Jg8ä<"4: sost., nom. plur. m. da Jg8f<0H, –@L (da JX8@H e é<X@:"4), gabelliere, esattore,
raccoglitore delle tasse; soggetto. Il vocabolo ricorre 21 volte nel NT: Mt 5,46; 9,10.11; 10,3;
11,19; 18,17; 21,31.32; Mc 2,15.16[x2]; Lc 3,12; 5,27.29.30; 7,29.34; 15,1; 18,10.11.13. Dal
punto di vista linguistico il sostantivo Jg8f<0H è composto da JX8@H, nel significato di
«dazio», «imposta» e dal verbo é<X@:"4, «comprare»: come tale esso designa una persona
che acquista dallo Stato, mediante appalto, l’esercizio di riscuotere le imposte dei debitori (cf.
Aristofane, Eq., 248; Eschine, Or., 1,119; Polibio, Hist., 12,13,9). La parola latina
publicanus, utilizzata dalla Vetus Latina e dalla Vulgata per tradurre Jg8f<0H e, peggio,
quella traslitterata italiana «pubblicano», non esprimono compiutamente il senso del termine
greco. Nel sistema fiscale amministrativo imposto dal governo di Roma il publicanus era
l’appaltatore delle imposte pubbliche (= le tasse) che egli prendeva in appalto (ossia a
contratto) dal governo romano. I Jg8ä<"4 nominati nei vangeli, invece, erano agenti di
grado inferiore, corrispondenti ai portitores del sistema fiscale latino, i quali raccoglievano
in sub–appalto le tasse indirette, quali il pedaggio, il dazio, le tariffe doganali, le imposte
locali, ecc. Levi, in Mc 2,14, apparteneva alla categoria di questi esattori locali. Zaccheo, in
Lc 19,2, è qualificato come un •DP4Jg8f<0H, «capo dei Jg8ä<"4». Poiché la Galilea (a
differenza della Giudea) non ricadeva direttamente sotto l’amministrazione romana, le
imposte riscosse da Levi andavano a Erode Antipa. Questi esattori delle tasse di rango
inferiore operanti in Palestina erano detestati dai propri connazionali ebrei, sia a motivo della
loro occupazione vessatoria sia per la durezza, l’avidità e la falsità con cui esercitavano il
loro mestiere, poiché cercavano di trarre il possibile profitto dalla loro posizione passando
senza scrupolo sopra tutte le prescrizioni della legge. Famoso il giudizio di Senone sui
pubblicani: BV<JgH Jg8ä<"4, BV<JgH gÆFÂ< žDB"(gH, «gli esattori, tutti ladri» (Id., Frag.,
1,1). Secondo gli scritti rabbinici i Jg8ä<"4 non potevano diventare né giudici né testimoni,
tanto erano disprezzati moralmente, poiché si riteneva «che essi riscuotevano più del lecito»
(b.Sanh., 25b). Erano scomunicati a causa della loro professione e per essere riammessi nella
178 Mc 2,15

sinagoga dovevano cambiare mestiere. In pratica erano privati di quei diritti religiosi, civili
e politici di cui tutti gli Israeliti liberi potevano godere, compresi quelli, come il bastardo, che
avevano una origine gravemente irregolare (cf. Strack–Bill., I,337–338; I,866; II,248.250).
Nell’elenco dei mestieri disprezzati riportato nel Talmud babilonese (cf. b.Sanh., 25b), i
collettori di imposte e gli esattori sono, rispettivamente, al penultimo e all’ultimo posto, dopo
i giocatori di dadi, gli usurai, gli organizzatori di gare di piccioni, i mercanti di prodotti
agricoli durante l’anno sabatico, i pastori. Si discuteva perfino se e fino a che punto diventava
impura una casa in cui fosse entrato un esattore di imposte: «Se gli esattori delle tasse entrano
in una casa questa casa è impura» (m.Toh., 7,4; cf. m.Hagh., 3,6). Analoghi giudizi negativi
ritroviamo nella letteratura latina, dove gli esattori sono accomunati agli accattoni, ai ladri e
ai rapinatori (cf. Cicerone, De off., 1,20–21; Dione Crisostomo, Or., 14,14). Il comportamen-
to di Gesù che frequenta simili persone, entra nella loro abitazione, mangia con essi e
addirittura chiama alla sequela uno di loro (cf. Mt 9,9), sovverte in modo significativo questo
generalizzato giudizio di condanna.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
:"DJT8@\: agg. qualificativo, di valore sostantivato, nom. plur. m. da :"DJT8`H, –`<,
erroneo, che sbaglia, colpevole, peccatore; soggetto. Il vocabolo ricorre 47 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 5 volte in Matteo (corrispondente allo 0,027% del
totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 2,15.16[x2].17; 8,38; 14,41 = 0,053%); 18 volte
in Luca (0,092%); 4 volte in Giovanni (0,026%). Il vocabolo, un aggettivo usato prevalente-
mente come sostantivo, appartiene al gruppo lessicale neotestamentario formato da
:"DJV<T (assente in Marco), :"DJ\" e :VDJ0:". Nel significato originale
:"DJT8`H è colui che fallisce un bersaglio (cf. Aristotele, Eth. Nic., 1109a 35; Plutarco,
Quom. adol., 25c), per diventare nell’ambito religioso del linguaggio biblico il «colpevole»,
il «malfattore», il «peccatore», ossia chi viene meno alla legge di Dio. Si deve notare, tuttavia,
che già nei LXX il vocabolo traduce quasi sempre il corrispettivo ebraico 3– I 9I, ra) ša) ‘,
«empio», un epiteto usato nel mondo giudaico per indicare chi è alieno dalla legge mosaica
(= il pagano) oppure chi, pur essendo Giudeo, non pratica la legge o vive in compromesso
con gli infedeli (= l’uomo «senza legge»). Rientra in questo ambito la formula Jg8ä<"4 i"Â
:"DJT8@\, nella quale il primo vocabolo indica i Giudei che esercitano un’attività
disonesta (gli esattori delle tasse per conto di Roma, cf. sopra), mentre il secondo vocabolo
indica i Giudei «fuorilegge», ossia coloro che trasgrediscono la legge divina (assassini,
briganti, ladri, adulteri, bestemmiatori, ecc.). Per capire l’esatta portata dell’intervento di Gesù
è fondamentale tenere presente che, come sopra si è accennato, la conversione degli esattori
fiscali e degli «empi» (assassini, ladri, ecc.), era considerata difficile, se non impossibile, a
motivo della loro condotta pertinace, in aperto contrasto con la legge di Dio.
FL<"<Xig4<J@: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. medio da FL<"<Vig4:"4 (da Fb< e
•<Vig4:"4), sedere insieme a mensa, mangiare insieme. Questo verbo ricorre 7 volte nel
NT: Mt 9,10; 11,9; Mc 2,15; 6,22; Lc 7,49; 14,10.15. Il verbo è sconosciuto nel greco
classico, in quello ellenistico e nei LXX. Qualche commentatore ritiene che sia stato coniato
dallo stesso evangelista Marco per essere ripreso successivamente dagli altri sinottici.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
Mc 2,15 179

z30F@Ø: sost., nome proprio di persona, dat. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
compl. di compagnia.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
:"h0J"ÃH: sost., dat. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; compl. di
compagnia. Il vocabolo ricorre 261 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
72 volte in Matteo (corrispondente allo 0,392% del totale delle parole); 46 volte in Marco
(cf. sotto le singole ricorrenze = 0,407%); 37 volte in Luca (0,190%); 78 volte in Giovanni
(0,499%). Nel concetto base dell’uso classico :"h0JZH è l’«apprendista», ossia colui che
impara un mestiere o una attività sotto la guida di un maestro (cf. Erodoto, Hist., 4,77,1;
P.Oxy., IV,725,15), perciò non esiste :"h0JZH senza un *4*VFi"8@H. Nell’ambito più
circoscritto e tecnico, quale quello dell’insegnamento, :"h0JZH equivale a «discepolo»,
«allievo», «alunno» (cf. Aristofane, Nub., 502) e, perciò, si chiamano :"h0J"\ anche gli
«scolari» di un retore (cf. Plutarco, Cons. ad Apoll., 105,d,7; 120,e,7), i discepoli dei sofisti
(cf. Platone, Prot., 315a), gli stessi appartenenti a una “scuola” di pensiero (cf. Diogene
Laerzio, Vitae, 6,95).

Nel NT il termine è riferito nella quasi totalità delle ricorrenze ai discepoli di Gesù e
compare esclusivamente nei vangeli e negli Atti degli Apostoli: non ricorre mai in Paolo e
negli altri scritti. Nel vangelo di Marco il termine :"h0JZH è presente 46 volte: in 42 casi
è usato per designare i discepoli di Gesù, molto spesso mediante il pronome personale: 31
volte con "ÛJ@Ø (cf. Mc 2,15.16.23; 3,7.9; 5,31; 6,1.35.41.45; 7,2.17; 8,4.6.10.27[x2].
33.34; 9,28.31; 10,23.46; 11,1.14; 12,43; 13,1; 14,12.13.32; 16,7); 3 volte con F@Ø/F@\ (cf.
Mc 2,18; 7,5; 9,18); 1 volta con :@Ø (cf. Mc 14,14); 1 volta con l’aggettivo possessivo
Æ*\@4H (cf. Mc 4,34); negli altri 6 casi il termine :"h0JZH è usato in modo assoluto (cf. Mc
8,1; 9,14; 10,10.13.24; 14,16). Si tratta del più antico vocabolo per indicare i seguaci di Gesù:
la denominazione @Ê *f*gi", «I Dodici», è tecnica e successiva (vedi commento a Mc
3,14). Dalla chiamata dei primi quattro discepoli (cf. Mc 1,16–20) fino all’arresto (cf. Mc
14,43–52), Gesù è sempre accompagnato da qualcuno dei discepoli o dal gruppo intero,
tranne nei momenti di solitudine per la preghiera (cf. Mc 1,35; 6,46.47; 14,35–41). Nelle
altre 4 ricorrenze marciane il termine :"h0JZH è impiegato per designare i discepoli di
Giovanni e quelli dei farisei (cf. Mc 2,18[x3]; 6,29). Si deve osservare, infine, che in Marco
«i discepoli» e «i Dodici» non coincidono: parlando dei primi spesso Marco intende includere
anche i Dodici, ma non necessariamente.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
µF"<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf.
Mc 1,6. Predicato verbale.
(VD: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti; cf. Mc 1,16. La formula µF"< (VD
/ µ< (VD, analogamente a i"Â µF"< / i"Â µ< e a µF"< *X / µ< *X, è usata da Marco per
180 Mc 2,16

introdurre un inciso di valore causale o esplicativo (cf. Mc 1,16.33; 2,15; 5,42; 6,31.44.48;
7,26; 8,9; 10,22; 11,13; 14,40; 15,25; 16,14).
B@88@\: pron. indefinito, nom. plur. m. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34; soggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore pronominale, indecl., [che, il quale]; cf. Mc 1,4. Il significato
pronominale che può assumere la congiunzione i"\ (qui corrispondente al pronome relativo
@Ë, «quelli che»), si ritrova in Mc 2,15e; 8,1; 9,4b.31b.
²i@8@bh@L<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da •i@8@LhXT, seguire, accompagnare,
mettersi dietro; cf. Mc 1,18. Imperfetto durativo.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.

2,16 i" @Ê (D"::"JgÃH Jä< M"D4F"\T< Æ*`<JgH ÓJ4 ¦Fh\g4 :gJ Jä< :"D-
JT8ä< i" Jg8T<ä< §8g(@< J@ÃH :"h0J"ÃH "ÛJ@Øs ~?J4 :gJ Jä< Jg8T<ä<
i" :"DJT8ä< ¦Fh\g4p
2,16 Gli scribi dei farisei, nel vedere che mangiava con i peccatori e gli esattori delle tasse,
dissero ai suoi discepoli: «Perché mangia insieme agli esattori delle tasse e ai
peccatori?».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
(D"::"JgÃH: sost., nom. plur. m. da (D"::"JgbH, –XTH (da (DV::"), scriba, esperto della
Legge, insegnante religioso; cf. Mc 1,22; soggetto. L’espressione «gli scribi dei farisei» non
è inusuale: indica che non tutti gli scribi erano farisei e, viceversa, non tutti i farisei erano
necessariamente degli scribi (cf. anche Lc 5,30: «I farisei e i loro scribi»; At 23,9: «Alcuni
scribi del partito dei farisei»). Storicamente l’informazione è registrata da altre fonti, le quali
attestano la differenza tra scribi e farisei e l’esistenza di scribi non farisei. Giuseppe Flavio
parla di scribi sadducei (cf. Id., Antiq., 18,16), mentre in 1QS, 3,13 è menzionata l’attività di
impartire una istruzione a scribi esseni. L’informazione marciana, dunque, è storicamente
provata.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
M"D4F"\T<: sost., nome proprio di gruppo religioso, gen. plur. m. da M"D4F"Ã@H, –@L, fariseo;
compl. di specificazione. Il vocabolo ricorre 98 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è
la seguente: 29 volte in Matteo (corrispondente allo 0,158% del totale delle parole); 12 volte
in Marco (cf. Mc 2,16.18[x2].24; 3,6; 7,1.3.5; 8,11.15; 10,2; 12,3 = 0,106%); 27 volte in
Luca (0,139%); 20 volte in Giovanni (0,128%). Dal punto di vista etimologico il vocabolo
è la traslitterazione grecizzata della parola di origine aramaica –{9I, pa) rûš, una forma fatta
derivare dalla radice ebraica o aramaica –95, p) rš, che significa sia «separare» sia «interpreta-
re». La spiegazione più credibile intende i .*– E {9A, perûšîm, «farisei», come «i separati»
rispetto alla massa dei Giudei appartenenti al cosiddetto 69G! I%
I .3H, ‘am ha) ’a) resE, «popolo
della terra», per indicare coloro che non conoscevano o non praticavano la legge mosaica con
Mc 2,16 181

l’esattezza prescritta dalle autorità rabbiniche ed erano ritenuti, per tale motivo, ignoranti,
rozzi e impuri (cf. m.Dem., 2,3; m.Ghit., 5,9; m.Hagh., 2,7; m.Toh., 7,2). L’epiteto, pertanto,
designerebbe quelle persone che si separavano dalla società giudaica e pagana per rispettare
in modo rigoroso la legge giudaica, soprattutto in riferimento alla purità, alle decime e
all’osservanza del riposo sabatico. Nell’altro possibile significato etimologico i farisei
sarebbe «gli interpreti» autentici della Torah, nel senso che propugnavano una interpretazione
propria e rigorosa della legge giudaica e ne erano considerati come i maestri fedeli, in
contrasto con l’interpretazione sacerdotale sadducea. Nessuna attestazione o argomentazione
decisiva ha finora risolto la questione, anche se la prima ipotesi, sul piano storico e
linguistico, è da preferire.

Non è facile avere una conoscenza precisa (e conseguentemente un giudizio equilibrato)


circa i farisei. Il problema è principalmente di ordine storiografico; le fonti che ne parlano
sono soltanto tre: NT (Paolo, Vangeli e Atti; dal 50 al 100 d.C. circa), Giuseppe Flavio (dal
70 al 100 d.C. circa), letteratura rabbinica (Mishnah, attorno al 200–220 d.C.). Tali fonti,
inoltre, differiscono tra loro in modo considerevole al punto che risulta molto difficile, per
non dire impossibile, delineare un quadro attendibile del mondo dei farisei. Marco situa i
farisei sempre in Galilea (cf. Mc 2,16.18.24; 3,2; 7,1.3.5; 8,11.15; 10,2), con l’unica
eccezione di quando vengono inviati insieme agli erodiani a Gerusalemme, per mettere in
difficoltà Gesù (cf. Mc 12,13). Nel secondo vangelo lo sfondo geografico e culturale dei
farisei è, dunque, il contesto rurale delle cittadine galilee e dei luoghi aperti, a differenza di
Giuseppe Flavio il quale descrive i farisei strettamente legati alla gerarchia di Gerusalemme.
Da quanto possiamo sapere le comunità farisaiche erano composte principalmente da persone
del popolo, prive della preparazione Scritturistica e teologica degli scribi di professione: tra
i due gruppi esisteva una netta distinzione. Occorre respingere, pertanto, la generalizzata idea
secondo la quale i farisei, in quanto tali, fossero tutti degli scribi. Soltanto i capi e i membri
influenti delle comunità farisaiche erano anche scribi. Quando Gesù discute con i farisei di
questioni dottrinali ha davanti a sé «gli scribi dei farisei» (come in Mc 2,16), ossia i capi dei
farisei. L’espressione riportata da Marco («gli scribi dei farisei») è, dunque, coerente con il
dato storico: indica quegli uomini all’interno del più ampio gruppo dei farisei che avevano
ufficialmente studiato la Torah, erano diventati maestri e potevano assumere il ruolo di guide
per gli altri membri del gruppo. Come accennato, abbiamo notizie dei farisei sia in Giuseppe
Flavio che nei Vangeli. Il primo ne parla con un giudizio sostanzialmente positivo, mettendo
in evidenza la loro austerità e amabilità, l’attaccamento alla tradizione, l’osservanza delle
leggi riguardanti il sabato, la purezza legale, le decime. Li definisce Fb<J"(:V J4
z3@L*"\T< *@i@Ø< gÛFg$XFJgD@< gÉ<"4 Jä< –88T< i" J@×H <`:@LH •iD4$XFJgD
@< •n0(gÃFh"4, «un gruppo di Giudei in grado di superare tutti gli altri nel rispetto della
religione e nell’esatta interpretazione delle leggi» (Giuseppe Flavio, Bellum, 1,110). Altrove
lo stesso storico ci offre le seguenti informazioni:

… @Ê :gJ •iD4$g\"H *@i@Ø<JgH ¦>0(gÃFh"4 J <`:4:" i" J¬< BDfJ0< •BV(@<JgH


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182 Mc 2,16

ªJgD@< Fä:" J¬< Jä< •("hä< :`<0<, JH *¥ Jä< n"b8T< •4*\å J4:TD\‘
i@8V.gFh"4.
«…i quali [farisei] hanno fama di interpretare esattamente le leggi; costituiscono la setta più
importante e attribuiscono ogni evento al destino e a Dio. Sono convinti che l’agire bene o
male dipenda soprattutto dagli uomini, ma che in ogni avvenimento ha parte anche il destino.
Ritengono, inoltre, che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro
corpo, mentre quella dei malvagi viene punita con un castigo eterno» (Id., Bellum,
2,162–163; cf. anche Antiq., 13,171–172; 13,288; 13,294; 13,297–298. 401–402; 17,41;
18,11–15; Vita, 10.12.21.191.197).

In altre parole, i farisei erano persone che cercavano di mettere in pratica l’ideale di una
vita vissuta in piena conformità con la legge scritta e orale, in tutta la complessità conferitale
dagli studiosi. Spesso, tuttavia, questa esasperata osservanza legale giungeva a eccessi
inaccettabili: l’insegnamento rabbinico aveva enormemente moltiplicato la casuistica fino ad
arrivare a un complesso di 613 precetti, dei quali 365 negativi e 248 positivi (cf. Strack–Bill.,
I,814ss.; 900; IV,4.7.9). Un numero tanto grande di precetti uccideva la vita spirituale e
trasferiva l’attenzione dalla sfera etica e religiosa a quella rituale. Questo eccessivo
formalismo, spesso condannato apertamente da Gesù, è quello che troviamo nei Vangeli.
Qualunque possa essere il moderno giudizio sui farisei, di aperta condanna o di riabilitazione,
è certo che nel NT esiste un contrasto insanabile tra Gesù e Paolo, da una parte, e i farisei
dall’altra.
Æ*`<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare; cf. Mc
1,10. Participio predicativo del soggetto @Ê (D"::"JgÃH Jä< M"D4F"\T<. Marco usa
spesso il participio con un significato temporale (cf. Mc 2,5.16; 5,6.22; 6,48.49; 7,2; 8,33;
9,20.25; 10,14; 12,34; 14,67.69; 15,39).
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. La congiunzione ÓJ4
ha qui valore interrogativo, corrispondente all’ordinario J\ (neutro avverbiale), ma può anche
intendersi come una abbreviazione di J\ ÓJ4 o *4 J\ (= «perché?»). Stesso fenomeno è
presente in Mc 9,11.28 (cf. 1Cr 17,6).
¦Fh\g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da ¦Fh\T, mangiare, prendere cibo, consumare,
divorare; cf. Mc 1,6.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
:"DJT8ä<: agg. qualificativo, di valore sostantivato, gen. plur. m. da :"DJT8`H, –`<,
erroneo, che sbaglia, colpevole, peccatore; cf. Mc 2,15; compl. di compagnia.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
Jg8T<ä<: sost., gen. plur. m. da Jg8f<0H, –@L (da JX8@H e é<X@:"4), gabelliere, esattore,
raccoglitore delle tasse; cf. Mc 2,15; compl. di compagnia.
§8g(@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. L’imperfetto non ha qui il consueto valore iterativo («dicevano», «continuavano
Mc 2,17 183

a dire»), ma puntuale, corrispondente a un aoristo («dissero»): nel greco classico, come in


quello ellenistico, i cosiddetti verba dicendi, rogandi, exhortandi, iubendi, tra i quali 8X(T,
¦BgDTJVT, ¦DTJVT, ecc., preferiscono la forma dell’azione incompiuta (ossia il tempo
imperfetto), poiché l’azione che esprimono attende sempre di essere completata da quella
indicata dal verbo successivo. Questo fenomeno è particolarmente ricorrente nella prosa
storica classica, dove le espressioni §8g(g< J"ØJ", §8g(g< J@4V*g, §8g(g< J@4"ØJ"
devono essere tradotte con «disse queste cose» e non «diceva queste cose». Per altri esempi
di questo imperfetto puntuale con il verbo 8X(T cf. Mc 2,16.24.27; 3,23; 4,2.9.11.21.24. 26.
30.41; 5,30.31a; 6,4.10.35; 7,9.14.20.27; 8,21.24; 9,1a.24; 11,5.28; 12,35.38; 14,70;
15,12a.14; per quanto riguarda l’imperfetto puntuale con ¦BgDTJVT cf. Mc 5,9; 8,23.27.29;
9,11.28.33; 10,2.10.17; 12,18; 13,3; 14,61; 15,4; con ¦DTJVT cf. Mc 4,10; 8,5.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
:"h0J"ÃH: sost., dat. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; compl. di termine.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
~?J4: cong. subordinativa di valore interrogativo, indecl., perché?; cf. Mc 1,15. La congiunzione
ÓJ4 ha qui valore interrogativo, corrispondente all’ordinario J\ (neutro avverbiale), ma può
anche intendersi come una abbreviazione di J\ ÓJ4 o *4 J\ (= «perché?»). Stesso fenomeno
è presente in Mc 9,11.28.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
Jg8T<ä<: sost., gen. plur. m. da Jg8f<0H, –@L (da JX8@H e é<X@:"4), gabelliere, esattore,
raccoglitore delle tasse; cf. Mc 2,15; compl. di compagnia.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
:"DJT8ä<: agg. qualificativo, di valore sostantivato, gen. plur. m. da :"DJT8`H, –`<,
erroneo, che sbaglia, colpevole, peccatore; cf. Mc 2,15; compl. di compagnia.
¦Fh\g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da ¦Fh\T, mangiare, prendere cibo, consumare,
divorare; cf. Mc 1,6.

2,17 i" •i@bF"H Ò z30F@ØH 8X(g4 "ÛJ@ÃH [ÓJ4] ?Û PDg\"< §P@LF4< @Ê ÆFPb@<JgH
Æ"JD@Ø •88z @Ê i"iäH §P@<JgH· @Ûi µ8h@< i"8XF"4 *4i"\@LH •88
:"DJT8@bH.
2,17 Sentendo ciò, Gesù disse loro: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati.
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


184 Mc 2,17

•i@bF"H: verbo, nom. sing. m. part. aor. da •i@bT, sentire, ascoltare, percepire, capire,
scoprire, imparare, sapere; cf. Mc 2,1. Participio predicativo del soggetto z30F@ØH.
Solitamente il verbo •i@bT è costruito con il genitivo della persona che si ode e l’accusativo
di ciò che si sente parlare: qui è senza complemento, come spesso avviene in Marco (cf. Mc
2,17; 3,21; 4,15.33; 6,2.14.16.29; 10,41; 11,14.18; 14,11; 15,35).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. La formula redazionale 8X(g4
"ÛJ@ÃH ricorre 25 volte, esclusivamente riservata a Gesù (cf. Mc 1,38; 2,8.17.25; 3,4;
4,13.35; 5,39; 6,31.38.50; 7,18; 8,17; 9,35; 10,11.24.42; 11,2.22.33; 12,16; 14,13.27.34.41).
Per quanto riguarda la formula singolare 8X(g4 "ÛJè, avente come soggetto Gesù, cf. Mc
1,41.44; 2,14; 5,9.19; 7,34; per 8X(g4 "ÛJ± cf. Mc 5,41.
[ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Dopo i verbi dicendi
e simili introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in
tal caso può essere omessa. Il vocabolo è assente nei codici !, A, C, D, L, W e nei
manoscritti della famiglia 1 e 13 (f1, f13): l’eventuale aggiunta o omissione della congiunzione
è in questo caso assolutamente ininfluente per la retta comprensione del testo.].
?Û: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
PDg\"<: sost., acc. sing. f. da PDg\", –"H (dalla radice di PDV@:"4 o PDZ), bisogno, necessità;
compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 49 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 6 volte in Matteo (corrispondente allo 0,033% del totale delle parole); 4 volte in
Marco (cf. Mc 2,17.25; 11,3; 14,63 = 0,035%); 7 volte in Luca (0,036%); 4 volte in
Giovanni (0,026%). Nella maggior parte delle ricorrenze sinottiche il termine PDg\" è usato
in unione al verbo §PT nell’espressione «avere bisogno di…». Il nesso PDg\"< §PT, già
attestato nel greco classico (cf. Eschilo, Prom., 169; Euripide, Andr., 368; Sofocle, Phil.,
646), è usato dai LXX 12 volte (cf. Tb 5,7B; 5,12B; 2Mac 2,15; 8,9; Gb 31,16; Sal 16,2; Prv
18,2; Sap 13,16; Sir 13,6; 15,12; Is 13,17; Dn 3,16).
§P@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
ÆFPb@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da ÆFPbT, essere forte,
essere robusto, essere in buona salute, stare bene, avere forza; soggetto. Questo verbo
ricorre 28 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 4 volte in Marco (cf. Mc 2,17; 5,4; 9,18;
14,37 = 0,035%); 8 volte in Luca (0,041%); 1 volta in Giovanni (0,006%). Nell’uso classico
ÆFPbT indica generalmente la forza fisica (cf. Sofocle, Trach., 234; Aristofane, Ves., 357):
Mc 2,17 185

in questa accezione rientra anche il significato derivato di «essere robusto», «essere in buona
salute», «essere sano».
Æ"JD@Ø: sost., gen. sing. m. da Æ"JD`H, –@Ø, medico; compl. di specificazione. Il vocabolo
ricorre 7 volte nel NT: Mt 9,12; Mc 2,17; 5,26; Lc 4,23; 5,31; 8,43; Col 4,14. Con questo
sostantivo si indica nella grecità il «medico», inteso nel significato di «guaritore», «curatore»
(cf. Omero, Il., 11,514; Aristofane, Av., 584).
•88z: (= •88V), cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, anzi, però,
piuttosto, nondimeno; cf. Mc 1,44.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
i"iäH: avv. di modo, indecl., male, malamente; cf. Mc 1,32.
§P@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da §PT, avere, possedere,
tenere (trans.); essere nella condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22; soggetto.
Participio sostantivato, modificato da un avverbio. La costruzione @Ê i"iäH §P@<JgH (lett.
«gli aventi male»), determinata dall’articolo, può essere tradotta con una forma pronominale
(«coloro che sono malati») oppure direttamente con un sostantivo («gli ammalati»). Il verbo
§PT normalmente è transitivo e ha una serie di significati che dipendono da quello
fondamentale di «avere». Tuttavia in certe espressioni, come qui, ha valore intransitivo e
forma con gli avverbi delle strutture che denotano una situazione, uno stato, un essere:
i"iäH §Pg4<, «stare male» (cf. Mc 1,32.34; 2,17; 6,55); i"8äH §Pg4<, «stare bene» (cf.
Mc 16,18). Il proverbio ricordato da Gesù doveva essere piuttosto comune nell’antichità
poiché si ritrova anche tra i filosofi della scuola cinica: @Û*z @Ê Æ"JD@\ B"D J@ÃH
ß(4"\<@LF4<, ÓB@L *¥ @Ê <@F@Ø<JgH, *4"JD\$g4< gÆfh"F4<, «i medici non hanno
l’abitudine di stare presso i sani, ma dove ci sono i malati» (detto attribuito a Pausania, in
Plutarco, Apopht. Lac., 230,f,7–8).
@Ûi: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
µ8h@<: verbo, 1a pers. sing. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Abbiamo qui un chiaro esempio di µ8h@< cristologico
formulato in prima persona, pronunciato da Gesù, il quale dichiara di essere «venuto» sulla
terra per compiere la sua missione divina (cf. Mt 5,17[x2]; 9,13; 10,34[x2].35; Mc 2,17; Lc
12,49; Gv 9,39; 10,10; 12,27.47; 15,22). Come tale l’espressione «non sono venuto per…»,
analogamente a Mc 10,45 («il Figlio dell’uomo è venuto per…»; cf. anche Mc 1,38) è
fondamentale dal punto di vista cristologico e soteriologico perché soltanto in questi due detti
marciani lo stesso Gesù esplicita lo scopo della sua incarnazione.
i"8XF"4: verbo, inf. aor. da i"8XT, chiamare, invitare, nominare; cf. Mc 1,20. Infinito con
valore finale retto da µ8h@<. Questa “chiamata” di Gesù rivolta ai pubblicani e ai peccatori
può essere intesa in due modi: se si prende il verbo nel senso letterale di «chiamare» si deve
presupporre come complemento il regno di Dio e più in generale il contesto salvifico (=
chiamare alla salvezza). Il verbo, tuttavia, è impiegato talvolta nel senso di «invitare» a un
banchetto (cf. Mt 22,3.4.8.9; Lc 7,39; 14,7.8[x2].9.10.12.13.16.17.24): in tal caso il contesto
186 Mc 2,18

sarebbe quello escatologico del banchetto (= invitare al banchetto escatologico). La prima


ipotesi è da preferire.
*4i"\@LH: agg. qualificativo, di valore sostantivato, acc. plur. m. da *\i"4@H, –", –@<, retto,
giusto; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 79 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 17 volte in Matteo (corrispondente allo 0,093% del totale delle parole); 2 volte in
Marco (cf. Mc 2,17; 6,20 = 0,018%); 11 volte in Luca (0,056%); 3 volte in Giovanni
(0,019%). L’omissione dell’articolo in alcuni nomi concreti intende richiamare l’attenzione
sulla natura o sulla qualità della cosa (l’essere giusti; l’essere peccatori) anziché sulla sua
singolarità o individualità. Dal punto di vista linguistico il termine neotestamentario *\i"4@H
si rifà all’uso classico di «giusto», ossia conforme alla norma, non necessariamente in ambito
etico (cf. Omero, Il., 11,832; Od., 6,120; Eschilo, Sept., 598). Diverso, tuttavia, è il significato
che troviamo nel greco biblico. Qui, conformemente al concetto biblico di giustizia, intesa
non tanto come una categoria sociale quanto religiosa, il vocabolo sostantivato *\i"4@H
indica una persona che in obbedienza alla legge di Dio agisce in conformità con essa,
attuando le esigenze sia morali che sociali. In particolare nei sinottici il “giusto” è colui che
osserva in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i precetti del Signore (cf. Lc 1,6).
Diversi personaggi e lo stesso Gesù sono chiamati “giusti” (cf. Mt 1,19; 23,35; 27,19; Mc
6,20; Lc 1,6; 2,25; 23,47.50; At 3,14; 7,52; 10,22; 22,14). L’espressione di Gesù non deve
essere intesa, quindi, in senso esclusivo negativo, come se dicesse: «non sono venuto a
salvare coloro che si ritengono giusti (e non lo sono), ma soltanto i peccatori». Gesù afferma,
positivamente, che l’oggetto della sua cura e della sua ricerca sono principalmente i
peccatori, senza escludere i giusti. Nel linguaggio biblico e più in generale in quello semitico
una frase espressa in opposizione a un’altra non indica necessariamente l’esclusione di una
delle due frasi: si tratta di una negazione dialettica il cui scopo è quello di esprimere una
preferenza (cf. Mc 3,26.29; 4,17.22; 5,39; 7,19; 9,37b; 10,8; 13,11c). Si deve osservare,
infatti, che nella mentalità e nella lingua ebraica a volte si contrappongono due enunciati dei
quali l’uno viene negato e l’altro affermato soltanto per conferire particolare rilievo
all’elemento affermato. Nel nostro caso la contrapposizione tra «giusti» e «peccatori» (@Ûi…
•88V…) deve essere interpretata non in termini esclusivi, ma inclusivi, alla maniera
semitica: Gesù dichiara di essere venuto in primo luogo per i peccatori che hanno più urgente
bisogno e poi per i giusti che ne hanno meno.
•88V: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, anzi, però, piuttosto,
nondimeno; cf. Mc 1,44.
:"DJT8@bH: agg. qualificativo, di valore sostantivato, acc. plur. m. da :"DJT8`H, –`<,
erroneo, che sbaglia, colpevole, peccatore; cf. Mc 2,15; compl. oggetto.

2,18 5"Â µF"< @Ê :"h0J"Â z3TV<<@L i"Â @Ê M"D4F"Ã@4 <0FJgb@<JgH. i"Â


§DP@<J"4 i" 8X(@LF4< "ÛJès )4 J\ @Ê :"h0J" z3TV<<@L i" @Ê :"h0J"Â
Jä< M"D4F"\T< <0FJgb@LF4<s @Ê *¥ F@Â :"h0J"Â @Û <0FJgb@LF4<p
2,18 I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da
lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano,
mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
Mc 2,18 187

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


µF"<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf.
Mc 1,6. Questa pericope inizia ex abrupto con un «ed erano» che sembra tradire la sua
origine a sé stante, in ogni caso non collegata con quanto precede.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
:"h0J"\: sost., nom. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; soggetto.
z3TV<<@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,4; compl. di specificazione.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
M"D4F"Ã@4: sost., nome proprio di gruppo religioso, nom. plur. m. da M"D4F"Ã@H, –@L, fariseo;
cf. Mc 2,16; soggetto.
<0FJgb@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres. da <0FJgbT, digiunare. Questo verbo ricorre 20
volte nel NT: Mt 4,2; 6,16[x2].17.18; 9,14[x2].15; Mc 2,18[x3].19[x2].20; Lc 5,33.34.35;
18,12; At 13,2.3. Participio predicativo del soggetto @Ê :"h0J"Â z3TV<<@L i"Â @Ê
M"D4F"Ã@4. Il participio è retto da µF"< in costruzione perifrastica («erano digiunanti»), al
posto dell’usuale imperfetto «digiunavano». Sebbene il verbo <0FJgbT assuma anzitutto il
significato di «essere senza nutrimento», «essere affamato» (cf. Aristotele, Probl., 908b 11),
nel greco classico come in quello biblico viene spesso usato per il digiuno rituale e religioso
(cf. Aristofane, Av., 1519; Giuseppe Flavio, Antiq., 20,89; Gdc 20,26; 2Cr 10,12; Zc 7,5). Il
digiuno era uno dei pilastri della pietà giudaica. Il digiuno obbligatorio più importante si
svolgeva nel Giorno dell’espiazione (.*9ELƒE% H .|*, Yôm hakkippurîm) che cadeva il 10 del
mese di Tishri, corrispondente ai mesi di settembre e ottobre (cf. Lv 23,23–32; Nm 29,7). Vi
erano, inoltre, digiuni pubblici imposti per circostanze particolari (cf. Gdc 20,26; 1Sam
14,24; 1Re 21,9; Esd 8,21; Ger 14,12; 36,6; Gio 3,5, ecc.). Altri tipi di digiuno erano attuati
come pratiche individuali: in segno di lutto (cf. 1Re 21,27), per ottenere grazie (cf. 1Sam
31,13; 2Sam 1,12; 3,35; 12,16; Zc 7,3), come forma di penitenza (cf. Ne 9,1) o per prepararsi
all’incontro con Dio (cf. Es 34,28; Dt 9,9.18). In epoca postesilica la pratica del digiuno si
andò sempre più diffondendo come forma di pietà e ascesi. In tutta la storia ebraica il digiuno
era praticato usualmente come segno di dolore e accompagnava le preghiere nei momenti
delle catastrofi nazionali. Il trattato Taanit della Mishnah è interamente dedicato alla pratica
del digiuno: in esso sono stabilite le regole e i motivi dei digiuni, sia pubblici che privati, fissi
e occasionali. Il digiuno ricordato nel nostro passo non è quello obbligatorio prescritto dalla
Legge, ma quello devozionale che i pii si sforzavano di praticare come mezzo di perfeziona-
mento.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
§DP@<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7. Presente storico.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
188 Mc 2,18

8X(@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
)4V: prep. propria di valore causale, seguita dall’accusativo, indecl., a causa di, a motivo di, per;
cf. Mc 2,1.
J\: pron. interrogativo, acc. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24. L’espressione *4 J\ è una forma enfatica al posto
dell’usuale avverbio interrogativo «perché?»: la formula si trova in Mc 2,18; 7,5; 11,31.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
:"h0J"\: sost., nom. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; soggetto.
z3TV<<@L: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m. da z3TV<<0H, –@L, Giovanni; cf. Mc
1,4; compl. di specificazione. L’annotazione di Marco relativa a questo gruppo di discepoli
di Giovanni è in sintonia con altri dati storici che ritroviamo nel NT. Questa cerchia di
discepoli si presenta compatta e piuttosto stabile: sembra che avessero una regola, poiché
rispettano i tempi del digiuno (cf. Mt 9,14; Mc 2,18), usano recitare preghiere insegnate dal
Battista (cf. Lc 11,1), disputano con i Giudei in tema di purificazione (cf. Gv 3,25). Il loro
numero, da quanto si può dedurre da Gv 4,1, era consistente. Questi discepoli di Giovanni
hanno una notevole importanza nel NT per il fatto che, secondo il quarto evangelista, i primi
discepoli di Gesù provenivano dalle loro fila (cf. Gv 1,35ss.). In altre occasioni fanno da
intermediari tra il loro maestro, messo in carcere, e Gesù (cf. Mt 11,2) e dopo l’uccisione del
Battista si preoccupano di prelevare il cadavere e seppellirlo (cf. Mt 14,12).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
:"h0J"\: sost., nom. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; soggetto.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
M"D4F"\T<: sost., nome proprio di gruppo religioso, gen. plur. m. da M"D4F"Ã@H, –@L, farisei;
cf. Mc 2,16; compl. di specificazione. Chi siano questi «discepoli dei farisei» non è facile
definire, poiché l’istituto del discepolato nel tardo giudaismo era appannaggio dei (D"::"-
JgÃH, ossia gli «scribi», i rabbini, mentre i farisei erano piuttosto i praticanti della legge e non
i maestri. L’informazione, tuttavia, corrisponde al dato storico: sappiamo che almeno i capi
farisei erano anche scribi, ossia avevano ufficialmente studiato la Torah ed erano diventati
maestri; come tali potevano, quindi, avere il ruolo di guide per altri membri del gruppo
considerati «discepoli» (cf. sopra, commento a Mc 2,16).
<0FJgb@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da <0FJgbT, digiunare; cf. Mc 2,18.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
Mc 2,19 189

F@\: agg. possessivo, nom. plur. m. da F`H, FZ, F`<, tuo; attributo di :"h0J"\. Questo
aggettivo possessivo della seconda persona singolare ricorre 27 volte nel NT. La distribuzione
nei vangeli è la seguente: Mt 7,3.22[x3]; 13,27; 20,14; 24,3; 25,25; Mc 2,18; 5,19; Lc 5,33;
6,30; 15,31; 22,42; Gv 4,42; 17,6.9.10[x2].17; 18,35. La formula @Ê F@Â :"h0J"\ è poco
frequente rispetto a quella più consueta che impiega il genitivo del pronome personale di 2a
persona: @Ê :"h0J"\ F@L.
:"h0J"\: sost., nom. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; soggetto.
@Û: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
<0FJgb@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da <0FJgbT, digiunare; cf. Mc 2,18.

2,19 i"Â gÉBg< "ÛJ@ÃH Ò z30F@ØHs 9¬ *b<"<J"4 @Ê LÊ@Â J@Ø <L:nä<@H ¦< ø Ò
<L:n\@H :gJz "ÛJä< ¦FJ4< <0FJgbg4<p ÓF@< PD`<@< §P@LF4< JÎ< <L:n\@<
:gJz "ÛJä< @Û *b<"<J"4 <0FJgbg4<.
2,19 E Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli amici delle nozze mentre lo Sposo è
con loro? Finché hanno lo Sposo con loro non possono digiunare.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÉBg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf. Mc
1,7.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
9Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4. La congiunzione negativa :Z
che introduce una proposizione interrogativa retorica equivale a «forse che…», indicante
l’attesa di una risposta negativa (lat. num, numquid).
*b<"<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da *b<":"4, potere, essere capace di, essere
in grado di; cf. Mc 1,40.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
LÊ@\: sost., nom. plur. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; cf. Mc 1,1; soggetto.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
<L:nä<@H: sost., gen. sing. m. da <L:nf<, –ä<@H, sala del banchetto [nuziale], camera
nuziale; compl. di specificazione. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 9,15; Mc 2,19
(hapax marciano); Lc 5,34. L’espressione @Ê LÊ@Â J@Ø <L:nä<@H, letteralmente «i figli
della sala del banchetto [di nozze]», è un ebraismo (= %I( L%H *1FvA, benê hahEuppa) h), costruito
mediante la locuzione «figlio di…» per indicare una stretta connessione tra due concetti o per
esprimere una qualità del sostantivo (analogo fenomeno in Mc 3,17.28; cf. anche Mt 23,15;
190 Mc 2,19

Lc 10,6; 16,8; 20,34.36; Gv 17,12). Nel nostro contesto il sintagma può indicare sia gli
«invitati» in genere (cf. t.Ber., 2,10; b.Suk., 25b) sia tecnicamente gli «amici» dello sposo,
ossia il gruppo dei giovani, più o meno coetanei dello sposo, che tradizionalmente lo
accompagnavano con un festoso corteo e gli facevano compagnia per tutta la durata delle
nozze (solitamente sette giorni), allestendo e adornando il talamo o camera nuziale. Questa
seconda possibilità è da preferire per dare maggior risalto al simbolismo sponsale
soggiacente: Gesù pensa a sé come lo Sposo e qualifica i suoi discepoli come gli amici dello
sposo, i quali, dunque, in presenza dello Sposo devono far festa, ossia, nel caso concreto,
possono continuare a mangiare. Dal punto di vista cristologico ed ecclesiologico
l’autodefinizione di «sposo» che Gesù dà a sé stesso è rilevantissima: l’immagine dello sposo
applicato al messia è sconosciuta al di fuori del NT. Essa si rifà alle parole di Gesù e prende
corpo nel cristianesimo primitivo (cf. Mt 22,1–14; 25,1–12; Gv 3,29; 2Cor 11,2; Ef 5,22–27;
Ap 19,7). Dentro tale immagine c’è la coscienza escatologica di Gesù e quella, in fieri, della
Chiesa–sposa.
¦<: prep. propria di valore temporale, seguita dal dativo, indecl., in, durante, entro; cf. Mc 1,2.
ø: pron. relativo, dat. sing. m. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; compl. di tempo determinato. La
forma ø ricorre 119 volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 8 volte in Matteo (corrispondente allo 0,044% del
totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 2,19; 4,24 = 0,018%); 13 volte in Luca
(0,067%); 9 volte in Giovanni (0,058%). Costruzione ellittica, da integrare con il sostantivo
sottinteso PD`<å per indicare una circostanza di tempo determinato (= «nel tempo in cui»,
«fin tanto che»).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
<L:n\@H: sost., nom. sing. m. da <L:n\@H, –@L, sposo; soggetto. Il vocabolo ricorre 16 volte
nel NT: Mt 9,15[x2]; 25,1.5.6.10; Mc 2,19[x2].20; Lc 5,34.35; Gv 2,9; 3,29[x3]; Ap 18,23.
Nel greco classico il sostantivo <L:n\@H indica tecnicamente lo «sposo» giovane (cf.
Omero, Il., 23,223; Od., 7,65). Come sopra riferito l’autodesignazione di «sposo» che Gesù
fa di sé stesso è molto forte e importante se si considera che la metafora dello sposo per
indicare il messia non è usata né nell’AT né nel giudaismo successivo.
:gJz: (= :gJV), prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con,
insieme a, in compagnia di; cf. Mc 1,13.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di compagnia.
¦FJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale.
<0FJgbg4<: verbo, inf. pres. da <0FJgbT, digiunare; cf. Mc 2,18. L’infinito è retto dal verbo
servile *b<"<J"4.
ÓF@<: pron. relativo con valore di quantità e misura, acc. sing. m. da ÓF@H, –0, –@<, quanto,
quanto grande, ciò che, quello che; attributo di PD`<@<. Il vocabolo ricorre 110 volte nel
NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 15 volte in Matteo (corrispondente allo
0,082% del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc 2,19; 3,8.10.28; 5,19.20;
Mc 2,20 191

6,30[x2].56; 7,36; 9,13; 10,21; 11,24; 12,44 = 0,124%); 10 volte in Luca (0,051%); 10 volte
in Giovanni (0,064%). Il pronome ÓF@H si trova nel NT quasi esclusivamente al nominativo
o accusativo in funzione di pronome relativo. Talvolta è impiegato come aggettivo di quantità
per indicare una estensione sia spaziale che temporale (come qui) oppure è usato in
correlazione con altri vocaboli, nelle formule «quanto più… tanto più…», «tanto…
quanto…» (cf. Mc 7,36).
PD`<@<: sost., acc. sing. m. da PD`<@H, –@L, tempo; compl. di tempo continuato. Il vocabolo
ricorre 54 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 3 volte in Matteo (cf. Mt
2,7.16; 25,19, corrispondente allo 0,016% del totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc
2,19; 9,21 = 0,018%); 7 volte in Luca (cf. Lc 1,57; 4,5; 8,27.29; 18,4; 20,9; 23,8 = 0,036%);
4 volte in Giovanni (cf. Gv 5,6; 7,33; 12,35; 14,9 = 0,026%). Marco impiega il caso
accusativo con valore temporale 7 volte: Mc 1,13; 2,19; 4,27[x2]; 5,25; 13,35; 14,37. Altrove
l’accusativo temporale è retto dalle preposizioni gÆH (cf. Mc 3,29; 11,14; 13,13), BgD\ (cf.
Mc 6,48), :gJV (cf. Mc 8,31; 9,2.31; 13,24; 14,1; 16,12), i"JV (cf. Mc 14,49; 15,6). Per
quanto riguarda la differenza tra PD`<@H («tempo indeterminato») e i"4D`H («momento
opportuno») vedi commento a Mc 1,15. Il tempo delle nozze potrebbe essere tutta l’epoca
messianica, poiché le nozze sono spesso simbolo della salvezza (cf. Ap 19,7.9; 21,2.9;
22,17). Tuttavia il riferimento successivo fatto da Gesù (v. 20) lascia chiaramente intendere
che la visuale è quella storica, limitata alla sua breve fase terrena.
§P@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. L’espressione ÓF@< PD`<@< §P@LF4<,
alla lettera «per quanto tempo hanno…» può essere resa con «per tutto il tempo in cui
hanno…».
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
<L:n\@<: sost., acc. sing. m. da <L:n\@H, –@L, sposo; cf. Mc 2,19; compl. oggetto.
:gJz: (= :gJV), prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con,
insieme a, in compagnia di; cf. Mc 1,13.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di compagnia.
@Û: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
*b<"<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. medio da *b<":"4, potere, essere capace di, essere
in grado di; cf. Mc 1,40.
<0FJgbg4<: verbo, inf. pres. da <0FJgbT, digiunare; cf. Mc 2,18.

2,20 ¦8gbF@<J"4 *¥ º:XD"4 ÓJ"< •B"Dh± •Bz "ÛJä< Ò <L:n\@Hs i" J`Jg
<0FJgbF@LF4< ¦< ¦ig\<® J± º:XD‘.
2,20 Ma verranno giorni, quando lo Sposo sarà tolto via da loro: allora, in quel giorno,
digiuneranno.
192 Mc 2,20

¦8gbF@<J"4: verbo, 3a pers. plur. ind. fut. medio da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare,
giungere, farsi avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
º:XD"4: sost., nom. plur. f. da º:XD", –"H, giorno; cf. Mc 1,9; soggetto. L’espressione
«verranno giorni» è frequente nell’AT (cf. 1Sam 2,31; 2Re 20,17; Is 39,6; Ger 7,32; 9,24;
16,14; 19,6; 31,31, ecc.; Am 4,2; 8,11, ecc.) dove indica un intervento particolare di Dio sia
per punire che per salvare.
ÓJ"<: (= ÓJg e –<), cong. subordinativa di valore temporale, indecl., quando, ogni qualvolta,
allorché, appena. Questa congiunzione ricorre 123 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104% del totale delle
parole); 21 volte in Marco (cf. Mc 2,20; 3,11; 4,15.16.29.31.32; 8,38; 9,9; 11,19.25;
12,23.25; 13,4.7.11.14.28.29; 14,7.25 = 0,186%); 29 volte in Luca (0,149%); 17 volte in
Giovanni (0,109%). Nelle ricorrenze marciane la congiunzione è sempre seguita dal
congiuntivo, a eccezione di Mc 3,11 (imperfetto), Mc 11,19 (indicativo aoristo) e Mc 11,25
(indicativo presente).
•B"Dh±: verbo, 3a pers. sing. congiunt. aor. pass. da •B"\DT (da •B` e "ÇDT), sollevare,
prendere, portare via, togliere. Questo verbo ricorre 3 volte nel NT, sempre al passivo: Mt
9,15; Mc 2,20 (hapax marciano); Lc 5,35. Spesso la preposizione posta come prefisso a un
verbo composto viene ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo
fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56;
7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
L’idea di una soppressione violenta (= senso teologico), come molti commentatori
vorrebbero, non sembra essere sostenuta dal verbo il quale anche nel greco classico indica
un generico «allontanare» o «portare via» (cf. Erodoto, Hist., 1,186,3; Euripide, Iph. Taur.,
967; Hel., 1520). Anche nella traduzione dei LXX il verbo •B"\DT ha il generico significato
di «spostare» da un luogo all’altro. Il significato di soppressione violenta («strappare via»,
«eliminare») si ritrova nella forma semplice del verbo ("ÇDT) e soltanto in poche ricorrenze
(cf. Is 53,8; 57,1.2; 1Mac 5,2, LXX; Lc 23,18; Gv 19,15; At 22,22). In ogni caso la forma
passiva di questo verbo potrebbe far pensare a un passivo divino, per indicare che questo
allontanamento dello Sposo dai suoi amici rientra in un disegno di Dio.
•Bz: (= •B`), prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da;
cf. Mc 1,9.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto da luogo.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
<L:n\@H: sost., nom. sing. m. da <L:n\@H, –@L, sposo; cf. Mc 2,19; soggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
J`Jg: avv. di tempo, indecl., allora, in quel tempo. Il vocabolo ricorre 160 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 90 volte in Matteo (corrispondente allo 0,491% del
totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 2,20; 3,27; 13,14.21.26.27 = 0,053%); 15 volte
in Luca (0,077%); 10 volte in Giovanni (0,064%). Nel NT l’«allora» indicato da questo
Mc 2,21 193

avverbio può riferirsi sia a un tempo passato rispetto a chi parla o scrive (cf. Mt 2,17) sia a
un tempo futuro che ancora deve attuarsi (cf. Mt 13,14.21.26.27) sia a una situazione
atemporale qualsiasi, idealmente rappresentata, in cui si attua una specifica condizione (cf.
Mc 3,27).
<0FJgbF@LF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. fut. da <0FJgbT, digiunare; cf. Mc 2,18.
¦<: prep. propria di valore temporale, seguita dal dativo, indecl., in, durante, entro; cf. Mc 1,2.
¦ig\<®: agg. dimostrativo, dat. sing. f. da ¦igÃ<@H, –0, –@, quello, quegli, colui, esso; cf. Mc
1,9; attributo di º:XD‘, qui senza articolo perché in posizione predicativa.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
º:XD‘: sost., dat. sing. f. da º:XD", –"H, giorno; cf. Mc 1,9; compl. di tempo determinato. La
frase «in quei giorni», «in quel giorno», si ritrova nel secondo vangelo come generica e
indeterminata indicazione temporale (cf. Mc 1,9; 2,20; 4,35; 8,1; 13,17; [13,19]; 13,24;
[13,32]; [14,25]). L’espressione, tuttavia, è tipica del linguaggio escatologico (cf. Ps. Salom.,
18,6) ed è spesso usata dai profeti per indicare «gli ultimi tempi», ossia l’epoca in cui si
realizzerà l’intervento definitivo di Dio nella storia umana, caratterizzato dall’abbondanza dei
beni messianici (cf. Is 2,11.17.20; 3,18; 4,2; 5,30; 7,18.21; 10,20.27; 11,10; 12,1.4; 14,3.4;
17,7; 19,19.21.23.24; 25,9; 26,1; 29,18; 30,23.25; Ger 3,17; 5,18; 25,33; 30,8; 31,29; Ez
29,21; Os 2,18.20.23; Gl 3,2; 4,1.18; Am 8,9; 9,11.13; Abd 1,8; Mic 4,1.6; 5,9; Sof
3,11.16.20; Ag 2,23; Zc 2,15; 3,10; 8,23; 9,16; 13,1.2; 14,6.8.9).

2,21 @Û*gÂH ¦B\$80:" ÕVi@LH •(<Vn@L ¦B4DVBJg4 ¦B Ê:VJ4@< B"8"4`<· gÆ


*¥ :Zs "ÇDg4 JÎ B8ZDT:" •Bz "ÛJ@Ø JÎ i"4<Î< J@Ø B"8"4@Ø i" PgÃD@<
FP\F:" (\<gJ"4.
2,21 Nessuno cuce una pezza di stoffa nuova su un mantello vecchio, altrimenti l’aggiunta
strappa via da esso il nuovo dal vecchio e lo squarcio diventa peggiore.

@Û*g\H: (da @Û*X e gÍH), pron. indefinito negativo, nom. sing. m. da @Û*g\H, @Û*g:\", @Û*X<,
nessuno, niente; soggetto. Il vocabolo ricorre 234 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli
è la seguente: 19 volte in Matteo (corrispondente allo 0,104% del totale delle parole); 26
volte in Marco (cf. Mc 2,21.22; 3,27; 5,3.4.37; 6,5; 7,12.15.24; 9,8.29.39; 10,18.29; 11,2.13;
12,14.34; 13,32; 14,60.61; 15,4.5; 16,8[x2] = 0,230%); 35 volte in Luca (0,180%); 53 volte
in Giovanni (0,339%).
¦B\$80:": sost., acc. sing. n. da ¦B\$80:", –"J@H, aggiunta, pezza, rattoppo; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 9,16; Mc 2,21 (hapax marciano); Lc
5,36[x2]. Nel greco classico il raro sostantivo ¦B\$80:" indica la «coperta» (cf. Galeno, De
praen., 14,638) o il «tappeto» (cf. Plutarco, Cato M., 4,5,1; Arriano, Alex. anab., 6,29,5).
ÕVi@LH: sost., gen. sing. n. da ÕVi@H, –@LH, panno, stoffa; compl. di specificazione. Il
vocabolo ricorre 2 volte nel NT: Mt 9,16; Mc 2,21 (hapax marciano). Nel greco classico il
termine, specie al plurale, indica il «cencio» (cf. Omero, Od., 6,178; Aristofane, Pl., 540), la
«fascia di stoffa» (cf. Erodoto, Hist., 7,76,1). Nei LXX (cf. Ger 45,11) e nei papiri il
significato prevalente è quello di «cencio», «brandello».
194 Mc 2,21

•(<Vn@L: agg. qualificativo, gen. sing. n. da •(<Vn@H, –@<, non lavorato, grezzo, non
cardato; attributo di ÕVi@LH. Il vocabolo ricorre 2 volte nel NT: Mt 9,16; Mc 2,21 (hapax
marciano). Sconosciuto alla letteratura classica, questo vocabolo indica nei vangeli e in
alcuni papiri successivi il pezzo di stoffa non sottoposto al processo di rassodamento in
bagno alcalino (= follatura) che si pratica per impedire al panno nuovo di restringersi quando
viene bagnato e, quindi, asciugato. Nella lavorazione dei tessuti, così come era effettuata
presso gli antichi, il panno grezzo (“nuovo”) era rigido e aveva bisogno di essere lavato e
pestato nell’acqua. Dopo questo trattamento risultava più morbido e poteva essere utilizzato
come pezza per rammendare abiti già usati.
¦B4DVBJg4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da ¦B4DVBJT (da ¦B\ e la radice di Õ"n\H), cucire,
ricucire. Hapax neotestamentario. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo
composto viene ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo
fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26. 42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56;
7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
Sconosciuto nella grecità classica, il verbo ¦B4DVBJT (registrato nei dizionari anche sotto
la forma ¦B4DDVBJT) sembra di origine marciana. Compare raramente in autori successivi,
come Nonno di Panopoli, vissuto nel V secolo d.C. (cf. Id., Dionys., 9,3).
¦B\: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., in, su, a, sopra; cf. Mc 1,22.
Ê:VJ4@<: sost., acc. sing. n. da Ê:VJ4@<, –@L, sopravveste, indumento, mantello; compl. di stato
in luogo. Il vocabolo ricorre 60 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 13
volte in Matteo (corrispondente allo 0,071% del totale delle parole); 12 volte in Marco (cf.
Mc 2,21; 5,27.28.30; 6,56; 9,3; 10,50; 11,7.8; 13,16; 15,20.24 = 0,106%); 10 volte in Luca
(0,051%); 6 volte in Giovanni (0,038%). Questo vocabolo, diverso dal P4Jf< («sottoveste»,
cf. Mc 6,9), costituiva la «sopravveste» nell’abbigliamento dell’antichità poiché veniva
indossato sopra la tunica o il chitone (cf. Erodoto, Hist., 1,9,2; Aristofane, Pl., 983). In senso
più generale può indicare le vesti, specie se nella forma plurale (cf. Mc 5,30; 9,3; 15,20.24)
oppure il mantello (cf. Mc 2,21; 5,27.28; 6,56; 10,50; 11,7.8; 13,16).
B"8"4`<: agg. qualificativo, acc. sing. n. da B"8"4`H, –V, –`<, vecchio, antico, logorato;
attributo di Ê:VJ4@<. Il vocabolo ricorre 19 volte nel NT: Mt 9,16.17; 13,52; Mc 2,21[x2].22;
Lc 5,36[x2].37.39[x2]; Rm 6,6; 1Cor 5,7.8; 2Cor 3,14; Ef 4,22; Col 3,9; 1Gv 2,7[x2]. Già
a partire da Omero il sostantivo B"8"4`H, quando esprime una qualità o una caratteristica,
assume il significato corrispondente all’italiano «vecchio» (cf. Omero, Il., 14,136; Od.,
1,395); quando esprime una temporalità, quello corrispondente ad «antico» (cf. Omero, Il.,
11,166; Od., 2,118).
gÆ: (= gÇ davanti a enclitica), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, purché,
qualora; cf. Mc 2,7.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4. La formula gÆ *¥ :Z, «se no»,
«altrimenti» (lat. si minus), con protasi ellittica del predicato, è una locuzione congiuntiva che
può essere tradotta con «altrimenti», «in caso contrario».
Mc 2,21 195

"ÇDg4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da "ÇDT, alzare, sollevare, sostenere, sorreggere, portare,
prendere; cf. Mc 2,3.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
B8ZDT:": sost., acc. sing. n. da B8ZDT:", –J@H, riempimento, completezza, pienezza; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 17 volte nel NT: Mt 9,16; Mc 2,21; 6,43; 8,20; Gv 1,16; Rm
11,12.25; 13,10; 15,29; 1Cor 10,26; Gal 4,4; Ef 1,10.23; 3,19; 4,13; Fil 1,19; 2,9. Nella sua
accezione etimologica (cf. B8ZD0H, B80D`T) il termine B8ZDT:" esprime l’idea della
misura piena, della compattezza, della pienezza che può essere, ad esempio, di una cesta (cf.
Euripide, Cycl., 209; Ion, 1412), di un calice (cf. Euripide, Ion, 1052; Tr., 823), del carico
di una nave (cf. Polluce, Onom., 1,121,1) oppure in senso traslato la «pienezza» della vita di
un uomo (cf. Erodoto, Hist., 3,22,4) o di una situazione felice (cf. Filone di Alessandria,
Legat., 11). Nel nostro passo, tuttavia, il vocabolo greco è probabilmente la traduzione
dell’aramaico %! I -F/A, mele)’a) h, termine tecnico del vocabolario dei sarti palestinesi per
indicare la «pezza», il «rattoppo», inteso come «riempimento» del tessuto strappato. Il
significato eminentemente cristologico e teologico di B8ZDT:" usato da Paolo nelle lettere
agli Efesini e Colossesi è totalmente assente nei vangeli.
•Bz: (= •B`), prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da;
cf. Mc 1,9.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di moto da luogo. Il riferimento è al
precedente Ê:VJ4@< B"8"4`<, «mantello vecchio».
J`: art. determ., nom. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
i"4<`<: agg. qualificativo, di valore sostantivato, nom. sing. n. da i"4<`H, –Z, –`<, nuovo,
recente, diverso; cf. Mc 1,27; soggetto.
J@Ø: art. determ., gen. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
B"8"4@Ø: agg. qualificativo, di valore sostantivato, gen. sing. n. da B"8"4`H, –V, –`<, vecchio,
antico, logorato; cf. Mc 2,21; compl. di moto da luogo. La forma genitiva è retta dalla
precedente preposizione •B`, qui sottintesa.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
PgÃD@<: agg. qualificativo, di grado comparativo, nom. sing. n. da Pg\DT<, –@< (irregolare
comparativo di i"i`H, –Z, –`<), più cattivo, peggiore; compl. predicativo. Il vocabolo
ricorre 61 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 6 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,033% del totale delle parole); 4 volte in Marco (Mc 2,21; 5,26; 7,21;
15,14 = 0,035%); 3 volte in Luca (0,015%); 3 volte in Giovanni (0,019%). Nella sua
accezione originaria l’aggettivo i"i`H indica anzitutto ciò che è «brutto» come qualità
esteriore (cf. Omero, Il., 10,316; Od., 11,191). Da questo significato estetico derivano quello
qualitativo di «incapace», «inetto» (cf. Omero, Il., 17,487; Euripide, Andr., 457; Eschilo,
Prom., 473) e quello morale di «cattivo», «malvagio» (cf. Omero, Il., 9,251; Od., 11,384).
FP\F:": sost., nom. sing. n. da FP\F:", –J@H, divisione, scissura, strappo; soggetto. Il
vocabolo ricorre 8 volte nel NT: Mt 9,16; Mc 2,21 (hapax marciano); Gv 7,43; 9,16; 10,19;
1Cor 1,10; 11,18; 12,25. Nel significato letterale proprio FP\F:" indica la «fenditura», quale,
196 Mc 2,22

ad esempio, quella di uno zoccolo (cf. Aristotele, Hist. anim., 499a 27), di una pianta (cf.
Teofrasto, Hist. plant., 3,11,1), di una roccia (cf. Is 2,19.21, LXX).
(\<gJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere, nascere,
essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4. Grammaticalmente è possibile intendere (\<gJ"4
anche come una forma impersonale, nel senso di «formarsi», «accadere», «nascere». In tal
caso la traduzione è la seguente: «…e si forma uno strappo peggiore».

2,22 i" @Û*gÂH $V88g4 @É<@< <X@< gÆH •Fi@×H B"8"4@bH· gÆ *¥ :Zs ÕZ>g4 Ò @É<@H
J@×H •Fi@bH i"Â Ò @É<@H •B`88LJ"4 i" @Ê •Fi@\· •88 @É<@< <X@< gÆH
•Fi@×H i"4<@bH.
2,22 E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spacca gli otri e si
perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


@Û*g\H: (da @Û*X e gÍH), pron. indefinito negativo, nom. sing. m. da @Û*g\H, @Û*g:\", @Û*X<,
nessuno, niente; cf. Mc 2,21; soggetto.
$V88g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da $V88T, gettare, buttare, mettere. Questo verbo
ricorre 122 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 34 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,185% del totale delle parole); 18 volte in Marco (cf. Mc 2,22; 4,26;
7,27.30.33; 9,22.42.45.47; 11,23; 12,41[x2].42.43[x2].44[x2]; 15,24 = 0,159%); 18 volte in
Luca (0,092%); 17 volte in Giovanni (0,109%). Modellato sull’uso classico questo verbo
assume nel NT diverse sfumature di significato: fondamentalmente esso equivale a «gettare»,
«gettare via», quasi sempre con l’idea di un certo impeto o perfino violenza (cf. Mc 4,26;
7,27; 9,22.42). Talvolta, come qui, il verbo assume il significato più circoscritto di «mettere»
(cf. Mc 2,22; 7,33; 12,41).
@É<@<: sost., acc. sing. m. da @É<@H, –@L, vino; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 34 volte nel
NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte in Matteo (cf. Mt 9,17[x3].27.34,
corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc 2,22[x4]; 15,23
= 0,044%); 6 volte in Luca (cf. Lc 1,15; 5,37[x2].38; 7,33; 10,34 = 0,031%); 6 volte in
Giovanni (cf. Gv 2,3[x2].9.10[x2]; 4,46 = 0,038%). Il sostantivo @É<@H indica fin da Omero
il «vino» ottenuto con la lavorazione dell’uva (cf. Omero, Il., 5,341; Od., 3,391).
<X@<: agg. qualificativo, acc. sing. m. da <X@H, –", –@<, nuovo, giovane; attributo di @É<@<. Il
vocabolo ricorre 24 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 2 volte in
Matteo (cf. Mt 9,17[x2], corrispondente allo 0,011% del totale delle parole); 2 volte in
Marco (cf. Mc 2,22[x2] = 0,018%); 7 volte in Luca (cf. Lc 5,37[x2].38.39; 15,12.13; 22,26
= 0,036%); 1 volta in Giovanni (cf. Gv 21,18 = 0,006%). Nel greco classico l’aggettivo <X@H
indica originariamente una “giovinezza” nell’ambito temporale e in riferimento alle persone
equivale a «giovane» (cf. Omero, Il., 14,108; Od., 1,395). Il significato di «nuovo», applicato
alle cose o agli avvenimenti in senso qualitativo, rispetto a un’altra realtà o caratteristica
considerata «vecchia», è derivato (cf. Omero, Il., 17,36; Eschilo, Pers., 665; Euripide, Hip.,
794; Ò »84@H <X@H ¦nz º:XD® ¦FJ\<, «il sole è nuovo ogni giorno»: Eraclito, Frag., 6,1,
Mc 2,22 197

citato in Aristotele, Meteor., 355a 13–14). Come tale l’espressione @É<@H <X@H è il «vino
nuovo» (cf. Aristofane, Pax, 916).
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
•Fi@bH: sost., acc. plur. m. da •Fi`H, –@Ø, otre; compl. di stato in luogo. Il vocabolo ricorre
12 volte nel NT: Mt 9,17[x4]; Mc 2,22[x4]; Lc 5,37[x3].38. Si tratta degli otri ottenuti con
pelle di pecora, bue o cammello, usati nell’antichità per la conservazione di liquidi (cf.
Omero, Il., 3,247; Od., 6,78; Erodoto, Hist., 3,9,1).
B"8"4@bH: agg. qualificativo, acc. plur. m. da B"8"4`H, –V, –`<, vecchio, antico, logorato; cf.
Mc 2,21; attributo di •Fi@bH.
gÆ: (= gÇ davanti a enclitica), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, purché,
qualora; cf. Mc 2,7.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4. La formula gÆ *¥ :Z, «se no»,
«altrimenti» (lat. si minus), con protasi ellittica del predicato, è una locuzione congiuntiva che
può essere tradotta con «altrimenti», «in caso contrario».
ÕZ>g4: verbo, 3a pers. sing. ind. fut. da ÕZ(<L:4, lacerare, strappare, fare a pezzi, rompere.
Questo verbo ricorre 7 volte nel NT: Mt 7,6; 9,17; Mc 2,22; 9,18; Lc 5,37; 9,42; Gal 4,27.
Nella sua accezione propria il verbo ÕZ(<L:4 è usato nella grecità classica nel significato
di «rompere», «infrangere», «lacerare» (cf. Omero, Il., 2,544; Eschilo, Pers., 199).
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
@É<@H: sost., nom. sing. m. da @É<@H, –@L, vino; cf. Mc 2,22; soggetto.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
•Fi@bH: sost., acc. plur. m. da •Fi`H, –@Ø, otre; cf. Mc 2,22; compl. oggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
@É<@H: sost., nom. sing. m. da @É<@H, –@L, vino; cf. Mc 2,22; soggetto.
•B`88LJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. pass. da •B`88L:4 (da •B` e la radice di
Ð8ghD@H), perdere, rovinare, distruggere, togliere di mezzo, sopprimere, uccidere; cf. Mc
1,24.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
•Fi@\: sost., nom. plur. m. da •Fi`H, –@Ø, otre; cf. Mc 2,22; soggetto.
•88V: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, anzi, però, piuttosto,
nondimeno; cf. Mc 1,44.
@É<@<: sost., acc. sing. m. da @É<@H, –@L, vino; cf. Mc 2,22; compl. oggetto.
<X@<: agg. qualificativo, acc. sing. m. da <X@H, –", –@<, nuovo, giovane; cf. Mc 2,22; attributo
di @É<@<.
198 Mc 2,23

gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
•Fi@bH: sost., acc. plur. m. da •Fi`H, –@Ø, otre; cf. Mc 2,22; compl. di stato in luogo.
i"4<@bH: agg. qualificativo, acc. plur. m. da i"4<`H, –Z, –`<, nuovo, recente, diverso; cf. Mc
1,27; attributo di •Fi@bH. Nonostante qualche difficoltà sintattica e lessicale il significato di
questo doppio detto di Gesù sembra chiaro: il nuovo (di Gesù), indicato con l’immagine della
pezza e del vino, non si accorda con il vecchio (il mantello, l’otre); i beni messianici portati
dallo Sposo Gesù rompono gli schemi antichi, ridotti ormai a rango di tessuto logoro e otri
screpolati. È palese nel detto di Gesù un chiaro riferimento alla contrapposizione tra antica
e nuova economia: il regime della Legge è irrimediabilmente destinato alla scomparsa e ogni
tentativo di mescolare il nuovo con l’antico non solo è impossibile, ma deleterio: se il nuovo
tentasse una combinazione o un compromesso con l’antico non sarebbe più i"4<`H, ma
vecchio anch’esso e rischierebbe di essere distrutto (•B`88L:4). Lo scontro non oppone
Gesù all’AT, ma al giudaismo come sistema cultuale e istituzionale. Gesù non offre una
“mescolanza”, una “aggiunta”, una sintesi, ma una alternativa sostitutiva. La vecchia
economia (= giudaismo) e la nuova economia (= cristianesimo) sono due realtà inconciliabili
e qualsiasi tentativo di compromesso ha conseguenze devastanti per entrambe.

2,23 5" ¦(X<gJ@ "ÛJÎ< ¦< J@ÃH FV$$"F4< B"D"B@DgbgFh"4 *4 Jä< FB@D\:T<s
i"Â @Ê :"h0J"Â "ÛJ@Ø ³D>"<J@ Ò*Î< B@4gÃ< J\88@<JgH J@×H FJVPL"H.
2,23 In giorno di sabato egli passava per i campi coltivati e i suoi discepoli cominciarono
a camminare cogliendo le spighe.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


¦(X<gJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere,
nascere, essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4. L’iniziale i"Â ¦(X<gJ@, di stampo
semitico, è il modo in cui i LXX traducono l’ebraico *%
E *AC&, wa7 yehî, «e avvenne che…», posto
all’inizio di una proposizione come riferimento temporale (cf. Gn 4,3; 6,1; 7,10; 8,6; ecc.).
Questa costruzione è presente in Mc 1,9; 2,15.23; 4,4.10. Quando il significato temporale è
già implicito nel successivo genitivo assoluto o in altre costruzioni temporali la formula può
essere omessa.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; soggetto della proposizione oggettiva costruita con
il verbo infinito B"D"B@DgbgFh"4.
¦<: prep. propria di valore temporale, seguita dal dativo, indecl., in, durante, entro; cf. Mc 1,2.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
FV$$"F4<: sost., dat. plur. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di tempo determinato. Semitismo.
B"D"B@DgbgFh"4: verbo, inf. pres. medio da B"D"B@Dgb@:"4 (da B"DV e B@Dgb@:"4),
procedere, andare oltre, attraversare, passare. Questo verbo deponente ricorre 5 volte nel
NT: Mt 27,39; Mc 2,23; 9,30; 11,20; 15,29. Conforme alla sua etimologia il verbo
Mc 2,23 199

B"D"B@Dgb@:"4 indica un moto per luogo ed è usato nella grecità nel significato di
«camminare vicino», «procedere presso» (cf. Aristotele, Hist. anim., 577b 34; Polibio, Hist.,
6,40,7).
*4V: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., per, attraverso, tra, lungo; cf.
Mc 2,1.
Jä<: art. determ., gen. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
FB@D\:T<: agg. qualificativo, gen. plur. n., di valore sostantivato, da FB`D4:@H, –@<, adatto
alla semina, coltivabile; al plur. FB`D4:", –T<, seminagione, messi, campi seminati; compl.
di moto per luogo. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT, sempre nella forma plurale di valore
sostantivato: Mt 12,1; Mc 2,23 (hapax marciano); Lc 6,1. Genericamente questo aggettivo
(e il sostantivo derivato) nella letteratura greca corrisponde a «seminato», «coltivato» oppure
«adatto alla semente», senza specificare di quale prodotto si parli (cf. Senofonte, Hell., 3,2,10;
Teofrasto, Hist. plant., 6,5,4). In base al successivo riferimento (J\88g4< J@×H FJVPL"H,
«strappare le spighe») il termine indica qui i campi di grano.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
:"h0J"\: sost., nom. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; soggetto.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
³D>"<J@: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. medio da –DPT, dare inizio, cominciare; cf. Mc 1,45.
La frase ³D>"J@ / ³D>"<J@, seguita da un infinito come complemento, è usata da Mc 26
volte (cf. Mc 1,45; 2,23; 4,1; 5,17.20; 6,2.7.34.55; 8,11.31.32; 10,28.32.41.47; 11,15; 12,1;
13,5; 14,19.33.65.69.71; 15,8.18). La frequenza di questa formula è dovuta probabilmente
a influsso semitico: quasi sempre equivale a una perifrasi nella quale il verbo –DPT, di
valore pleonastico, può essere omesso, mentre l’infinito dipendente viene reso con la 3a
persona dell’indicativo aoristo o imperfetto corrispondente.
Ò*`<: sost., acc. sing. f. da Ò*`H, –@Ø, strada, via; cf. Mc 1,2; compl. oggetto.
B@4gÃ<: verbo, inf. pres. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere, compiere; cf. Mc 1,3.
L’espressione Ò*Î< B@4gÃ< è un latinismo (= iter facere), ossia «camminare».
J\88@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres. da J\88T, strappare, strappare via, svellere.
Questo verbo ricorre 3 volte nel NT: Mt 12,1; Mc 2,23 (hapax marciano); Lc 6,1. Participio
predicativo del soggetto :"h0J"\. In senso letterale proprio il verbo J\88T è utilizzato nella
grecità nel significato di «strappare», «estirpare», detto, ad esempio, di capelli o di erbacce
(cf. Omero, Il., 22,406; Plutarco, De aud., 48,b,8). Nella traduzione del nostro passo il verbo
finito B@4XT e il participio J\88@<JgH possono essere scambiati con la stessa efficacia
espressiva: «i suoi discepoli, mentre camminavano, cominciarono a strappare le spighe» (=
@Ê :"h0J"Â ³D>"<J@ Ò*Î< B@4@Ø<JgH J\88g4< J@×H FJVPL"H).
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
200 Mc 2,24

FJVPL"H: sost., acc. plur. m. da FJVPLH, –L@H, spiga; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 6 volte
nel NT: Mt 12,1; Mc 2,23; 4,28[x2]; Lc 6,1; Rm 16,9. Nel greco classico il sostantivo
FJVPLH indica come primo significato la spiga di grano (cf. Omero, Il., 23,598; Eschilo,
Suppl., 761).

2,24 i"Â @Ê M"D4F"Ã@4 §8g(@< "ÛJès }3*g J\ B@4@ØF4< J@ÃH FV$$"F4< Ô @Ûi
§>gFJ4<p
2,24 I farisei gli dissero: «Guarda! Perché essi fanno di sabato quello che non è permes-
so?».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
M"D4F"Ã@4: sost., nome proprio di gruppo religioso, nom. plur. m. da M"D4F"Ã@H, –@L, farisei;
cf. Mc 2,16; soggetto.
§8g(@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. L’imperfetto non ha qui il consueto valore iterativo («dicevano», «continuavano
a dire»), ma puntuale, corrispondente a un aoristo («dissero»): nel greco classico come in
quello ellenistico i cosiddetti verba dicendi, rogandi, exhortandi, iubendi, tra i quali 8X(T,
¦BgDTJVT, ¦DTJVT, ecc., preferiscono la forma dell’azione incompiuta (ossia il tempo
imperfetto) poiché l’azione che esprimono attende sempre di essere completata da quella
indicata dal verbo successivo. Per altri esempi di questo imperfetto puntuale con il verbo
8X(T cf. Mc 2,16.24.27; 3,23; 4,2.9.11.21.24.26.30.41; 5,30.31a; 6,4.10.35; 7,9.14.20.27;
8,21.24; 9,1a.24; 11,5.28; 12,35.38; 14,70; 15,12a.14; per quanto riguarda l’imperfetto
puntuale con ¦BgDTJVT cf. Mc 5,9; 8,23.27.29; 9,11.28.33; 10,2.10.17; 12,18; 13,3; 14,61;
15,4; con ¦DTJVT cf. Mc 4,10; 8,5.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
}3*g: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da ÒDVT, vedere, guardare, scorgere, fissare. La forma
Ç*g ricorre 34 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte in Matteo (cf.
Mt 25,20.22.25; 26,65, corrispondente allo 0,022 del totale delle parole); 9 volte in Marco
(cf. Mc 2,24; 3,34; 11,21; 13,1.21[x2]; 15,4.35; 16,6 = 0,080); 19 volte in Giovanni (cf. Gv
1,29.36.46.47; 3,26; 5,14; 7,26.52; 11,3.34.36; 12,19; 16,29; 18,21; 19,4.14.26.27; 20,27 =
0,122); Gal 5,2. Il vocabolo Ç*g, un segnale discorsivo stereotipo, nella maggior parte delle
ricorrenze neotestamentarie assume il valore avverbiale ed esclamativo corrispondente alle
interiezioni «ecco!», «vedi!», «guarda!», «guardate!». Il termine rimane morfologicamente
invariabile, pur conservando il valore semantico dell’azione (vedere) e la forza della forma
originaria espressa all’imperativo («Vedi!»). Pertanto Ç*g può riferirsi a un soggetto anche
plurale. La forma conserva il significato verbale letterale di «vedere» soltanto in Gv 1,46;
7,52; 11,34; 20,27. Non c’è sostanziale diversità con l’equivalente Æ*@b (cf. Mc 1,2).
Entrambe le particelle sono forme vivaci e dinamiche modellate sul corrispondente ebraico
%F%E, hinne)h (1057 volte nell’AT) e in quanto tali possono sottolineare il discorso o la
Mc 2,24 201

narrazione che esse introducono con una energia particolare, esprimente di volta in volta
sorpresa, importanza, novità, reazione.
J\: pron. interrogativo, acc. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24. L’uso di J\ con il valore di «perché?» viene
spiegato come una specie di accusativo di specificazione o di relazione («di che cosa?», «in
relazione a che?»); cf. Mc 2,7.8.24; 4,40; 5,35.39; 8,12.17; 9,16.33; 10,18; 11,3; 12,15; 14,6.
B@4@ØF4<: verbo, 3a pers. plur. ind. pres. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere; cf. Mc 1,3.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
FV$$"F4<: sost., dat. plur. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di tempo determinato. Marco impiega il caso dativo con valore
temporale 12 volte: Mc 1,21; 2,24; 3,2.4; 6,21; 11,12; 12,2; 14,12.30; 15,34; 16,2.9. Altrove,
il dativo temporale è retto dalla preposizione ¦< (cf. Mc 1,9; 2,19.20.23; 4,35; 8,1; 10,30[x2];
12,23; 13,11.17.24; 14,2; 15,7.29).
Ó: pron. relativo, nom. sing. n. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; compl. oggetto. La forma Ó ricorre
251 volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 30 volte in Matteo (corrispondente allo 0,154% del totale delle parole);
29 volte in Marco (cf. Mc 2,24; 3,17; 4,4.25; 5,33.41; 6,22.23; 7,11[x2].15.34; 10,9.35.38
[x2].39[x2]; 11,23; 12,42; 13,11.37; 14,8.9; 15,16.22.34.42.46 = 0,178%); 26 volte in Luca
(0,124%); 39 volte in Giovanni (0,218%). Questa forma fa da complemento oggetto a
B@4@ØF4< e da soggetto a @Ûi §>gFJ4<.
@Ûi: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
§>gFJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da §>g4:4 (da ¦i e gÆ:\), è legale, è lecito, è permesso,
è possibile. Analogamente all’uso classico ed ellenistico la forma fissa §>gFJ4< deve essere
considerata come una forma impersonale a sé stante per indicare, soprattutto nel linguaggio
giuridico, la possibilità di compiere una azione in quanto non vi sono ostacoli di sorta (cf.
Eschilo, Prom., 648; Senofonte, Anab., 2,3,26; 5,4,6; Erodoto, Hist., 1,183,2). La formula
ricorre nel NT 28 volte, per indicare ciò che secondo il diritto umano o quello divino è
permesso o, in unione a una negazione, proibito (cf. Mt 12,2.10.12; 14,4; 19,3; 20,15; 22,17;
27,6; Mc 2,24.26; 3,4; 6,18; 10,2; 12,14; Lc 6,2.4.9; 14,3; 20,22; Gv 5,10; 18,31; At 16,21;
21,37; 22,25; 1Cor 6,12[x2]; 10,23[x2]. La questione del riposo sabatico è sollevata più volte
dagli avversari di Gesù (cf. Mc 3,1–6). Nel nostro caso oggetto dell’accusa non è il fatto che
Gesù e i suoi discepoli stanno camminando attraverso i campi: il riposo sabatico permetteva
di fare piccoli viaggi, purché non si superassero 6 stadi (circa 1392 metri: cf. At 1,12) e
neppure che i discepoli raccolgono spighe di proprietà altrui, poiché la legge mosaica lo
permetteva in caso di necessità: «Se passi tra la messe del tuo prossimo potrai coglierne
spighe con la mano, ma non mettere la falce nella messe del tuo prossimo» (Dt 23,26). Ciò
che «non è lecito», a giudizio dei farisei, è il fatto che tale gesto, considerato una piccola
«mietitura», è compiuto in giorno di sabato e tale azione era proibita dalla legge giudaica. La
succinta proibizione di lavorare di sabato contenuta nel Pentateuco (cf. Es 16,23–30;
20,8–11; 23,12; 31,12–17; 34,21; 35,1–3; Lv 23,3; Nm 15,32–36; Dt 5,12–15) nel corso del
202 Mc 2,25

tempo crebbe per opera degli studiosi della Torah fino a trasformarsi in un lungo trattato
della Mishnah. I rabbini, infatti, preoccupati di essere il più possibile precisi nell’osservanza
del sabato, specificarono come proibite le seguenti 39 attività: «seminare, arare, mietere,
legare covoni, trebbiare, spulare, mondare il raccolto, macinare, setacciare, impastare,
cucinare, tosare la lana, lavarla, cardarla, tingerla, filare, ordire, fare due maglie, tessere due
fili, separare due fili, fare un nodo, sciogliere un nodo, dare due punti, strappare per dare due
punti, cacciare un capriolo, ucciderlo, scuoiarlo, salarlo, lavorarne la pelle, raschiarne i peli,
smembrarlo, scrivere due lettere, cancellare per scrivere due lettere, fabbricare, demolire,
spegnere il fuoco, accendere il fuoco, battere con un martello, trasportare oggetti» (m.Shab.,
7,2). Ciascuno di queste norme principali richiedeva un ulteriore dibattito sulla estensione:
è qui che inizia la casuistica vera e propria. Secondo Es 34,21 era proibito arare e mietere in
giorno di sabato, ma al tempo di Gesù e della Mishnah persino raccogliere poche spighe di
grano era considerato una mietitura e, dunque, proibito.

2,25 i" 8X(g4 "ÛJ@ÃHs ?Û*XB@Jg •<X(<TJg J\ ¦B@\0Fg< )"L\* ÓJg PDg\"< §FPg<
i"Â ¦Bg\<"Fg< "ÛJÎH i"Â @Ê :gJz "ÛJ@Øs
2,25 Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel
bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni?

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico. Rispondere a una domanda con un’altra domanda è una
caratteristica della tecnica rabbinica nelle discussioni: ritroviamo questo fenomeno in Mc
10,3; 11,30; 12,16.24.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. La formula redazionale 8X(g4
"ÛJ@ÃH ricorre 25 volte, esclusivamente riservata a Gesù (cf. Mc 1,38; 2,8.17.25; 3,4;
4,13.35; 5,39; 6,31.38.50; 7,18; 8,17; 9,35; 10,11.24.42; 11,2.22.33; 12,16; 14,13.27.34.41).
Per quanto riguarda la formula singolare 8X(g4 "ÛJè, avente come soggetto Gesù, cf. Mc
1,41.44; 2,14; 5,9.19; 7,34; per 8X(g4 "ÛJ± cf. Mc 5,41.
?Û*XB@Jg: (da @Û*X e B@JX), avv. di tempo, indecl., mai, giammai, non mai; cf. Mc 2,12.
L’avverbio di tempo ha qui un valore interrogativo.
•<X(<TJg: verbo, 2a pers. plur. ind. aor. da •<"(4<fFiT (da •<V e (4<fFiT), riconoscere,
conoscere, leggere. Questo verbo ricorre 32 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 7 volte in Matteo (corrispondente allo 0,038% del totale delle parole); 4 volte in
Marco (cf. Mc 2,25; 12,10.26; 13,14 = 0,035%); 3 volte in Luca (0,015%); 1 volta in
Giovanni (0,006%). Nel suo significato originale il verbo •<"(4<fFiT equivale a
«conoscere bene», «riconoscere» (cf. Omero, Il., 13,734; Od., 1,216). Successivamente il
verbo acquista il significato tecnico e circoscritto di «riconoscere uno scritto», ossia «leggere»
(cf. Pindaro, Olym., 10,1; Tucidide, Hist., 3,49,4). Nel NT il verbo è usato per indicare sia
la lettura di una lettera (cf. At 15,31; 23,34; 2Cor 1,13; 3,2; Ef 3,4, ecc.), ma soprattutto la
lettura di brani tratti dall’AT (cf. Mt 12,5; 19,4; 21,16.42; 22,31; Mc 2,25; 13,14; Lc 10,26;
Mc 2,25 203

At 8,28.30.32; Gal 4,21, ecc.). Il significato prevalente del verbo è, dunque, quello tecnico
di leggere ad alta voce, in contesto liturgico o comunitario (cf. Lc 4,16; At 13,27; 15,21;
2Cor 3,15). In Marco il verbo è utilizzato sempre in forma interrogativa retorica («non avete
mai letto?»), come domanda di rimprovero che Gesù rivolge ai suoi oppositori in occasione
di dispute. La presenza della forma assoluta in Mc 13,14 è una aggiunta redazionale dovuta
probabilmente a qualche copista.
J\: pron. interrogativo, acc. sing. n. da J\H, J\ (gen. J\<@H, dat. J\<4, acc. J\<", J\), chi?, che?,
quale?, che cosa?, perché?; cf. Mc 1,24. Questo pronome interrogativo sta al posto del
relativo Ó J4 / òFJ4H («ciò che»), come avviene nei papiri e nelle iscrizioni; si tratta di un uso
piuttosto frequente nella Koiné: «Propositio relativa et interrogatio indirecta post verba
dicendi, cognoscendi etc. valde affines sunt. Hinc fit, ut hellenistice interrogativum J\ loco
pronominis relativi stare possit» (Zerwick Max, Graec., § 221). Analogo fenomeno in Mc
2,25; 4,24; 5,14; 6,36; 8,1.2; 9,6.10; 10,38; 13,11; 14,36[x2].40.68; 15,24.
¦B@\0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere; cf. Mc 1,3.
)"L\*: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m., indecl., Davide; soggetto. Il vocabolo
ricorre 59 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 17 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,093% del totale delle parole); 7 volte in Marco (cf. Mc 2,25;
10,47.48; 11,10; 12,35.36.37 = 0,062%); 13 volte in Luca (0,067%); 2 volte in Giovanni
(0,013%). Traslitterazione grecizzata del nome proprio maschile di origine ebraica $&Ey I,
Da) wid5, forse «Diletto». L’episodio a cui si sta facendo riferimento e che vede il futuro re
David come protagonista è quello narrato in 1Sam 21,1–10: il sacerdote Achimelek di Nob
(non il Sommo sacerdote Abiatar come scrive Marco) permette a David e ai suo affamati
compagni di mangiare i pani dell’offerta che soltanto i sacerdoti potevano mangiare.
All’interno della disputa con i farisei, a proposito dei discepoli di Gesù che hanno raccolto
spighe in giorno di sabato, si intravvede un modo di pensare tipologico: se David, come typos
del messia, ha potuto annullare la legge cultuale per una necessità di sopravvivenza, tanto più
potrà farlo il Figlio dell’uomo, «padrone del sabato» (Mc 2,28).
ÓJg: cong. subordinativa di valore temporale, indecl., quando, allorché, ogni volta che, mentre;
cf. Mc 1,32.
PDg\"<: sost., acc. sing. f. da PDg\", –"H (dalla radice di PDV@:"4 o PDZ), bisogno, necessità;
cf. Mc 2,17; compl. oggetto.
§FPg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦Bg\<"Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da Bg4<VT, avere fame, essere nel bisogno. Questo
verbo ricorre 23 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 9 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,049% del totale delle parole); 2 volte in Marco (cf. Mc 2,25; 11,12 =
0,018%); 5 volte in Luca (0,026%); 1 volta in Giovanni (0,006%). Nelle ricorrenze marciane
Bg4<VT ha sempre il significato letterale proprio corrispondente ad «aver fame» (cf. Omero,
Il., 3,25; Aristofane, Eq., 1271; Senofonte, Cyr., 1,2,11).
204 Mc 2,26

"ÛJ`H: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., nom. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,8; soggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@Ê: art. determ., con valore pronominale, nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5;
soggetto. Uso pronominale dell’articolo, corrispondente al pronome dimostrativo e personale
"ÛJ`H, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,36; senza enfasi speciale.
:gJz: (= :gJV), prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con,
insieme a, in compagnia di; cf. Mc 1,13.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di compagnia.

2,26 BäH gÆF­8hg< gÆH JÎ< @Éi@< J@Ø hg@Ø ¦B z!$4"hD •DP4gDXTH i" J@×H
–DJ@LH J­H BD@hXFgTH §n"(g<s @áH @Ûi §>gFJ4< n"(gÃ< gÆ :¬ J@×H ÊgDgÃHs
i"Â §*Tig< i"Â J@ÃH F×< "ÛJè @ÞF4<p
2,26 Entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatar e mangiò i pani dell’offerta
che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare e ne diede anche ai suoi compagni».

BäH: avv. interrogativo di modo, indecl., come?, in quale modo?, in che senso?, perché? Il
vocabolo (da distinguere rispetto alla particella enclitica BfH, assente nei vangeli) ricorre 103
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 14 volte in Matteo (corrispondente
allo 0,076% del totale delle parole); 14 volte in Marco (cf. Mc 2,26; 3,23; 4,13.30; 5,16;
9,12; 10,23.24; 11,18; 12,26.35.41; 14,1.11 = 0,124%); 16 volte in Luca (0,082%); 20 volte
in Giovanni (0,128%). Nel greco ellenistico l’avverbio interrogativo BäH tende ad assumere
nel tempo il significato di ÓJ4.
gÆF­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da gÆFXDP@:"4 (da gÆH e §DP@:"4), entrare, venire
dentro, recarsi, andare; cf. Mc 1,21. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo
composto viene ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo
fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56;
7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
@Éi@<: sost., acc. sing. m. da @Éi@H, –@L, casa, abitazione; cf. Mc 2,1; compl. di moto a luogo.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. di specificazione. La «casa
di Dio» non è il Tempio di Gerusalemme, non ancora edificato all’epoca dei fatti riferiti, ma
la tenda o santuario in cui era custodita l’arca dell’alleanza (cf. Gdc 18,31; 1Sam 1,24).
¦B\: prep. propria di valore temporale, seguita dal genitivo, indecl., durante, al tempo di, per il
tempo di; cf. Mc 1,22.
Mc 2,26 205

z!$4"hVD: sost., nome proprio di persona, gen. sing. m., indecl., Abiatar; compl. di
specificazione. Hapax neotestamentario. Traslitterazione grecizzata del nome proprio
maschile di origine ebraica 9; I I*"A!
G , ’Eb5ya) 5t a) r, «Il padre [Dio] dà abbondanza». Nel TM con
questo nome viene indicato il sacerdote Abiatar, figlio di Achimelek e amico di David (cf.
1Sam 22,20.21.22; 23,6.9; 30,7[x2]; 2Sam 8,17; 15,24.27.29.35[x2].36; 17,15; 19,12; 20,25;
1Re 1,7.19.25.42; 2,22.26.27.35; 4,4; 1Cr 15,11; 18,16; 24,6; 27,34). Abiatar è l’unico che
sfuggì al massacro della sua casa compiuto da Saul per eliminare i sacerdoti di Nob. Munito
di efod (il “pettorale”, presumibilmente una parte del paramento sacro del sommo sacerdote),
Abiatar si rifugiò da David chiedendone protezione. Insieme a Sadoc, dopo l’ascesa al trono
di Davide, venne insignito della carica di sommo sacerdote. Durante la ribellione di
Assalonne, Abiatar restò fedele al re David, ma più tardi insieme a Ioab sostenne Adonia
come successore al trono, al posto di Salomone. Questi, diventato re, lo risparmiò per i meriti
da lui acquisiti, ma lo mandò in esilio ad Anatot. Da allora la gerarchia dei sommi sacerdoti
si fonda su Sadoc. Rievocando il sacerdote di Nob che nutrì Davide con «i pani dell’offerta»,
Marco fa uno scambio di persona: stando al TM il sommo sacerdote del santuario non era
Abiatar, ma suo padre, il sacerdote Achimelek (cf. 1Sam 21,2): forse è per questo motivo che
nei passi paralleli di Matteo (cf. Mt 12,4) e di Luca (cf. Lc 6,4) il riferimento onomastico è
del tutto omesso, per evitare il ripetersi di tale imprecisione.
•DP4gDXTH: sost., gen. sing. m. da •DP4gDgbH, –XTH (da •DPZ e ÊgDgbH), sommo sacerdote,
capo dei sacerdoti; apposizione di z!$4"hVD. Il vocabolo ricorre 122 volte nel NT. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 25 volte in Matteo (corrispondente allo 0,136% del
totale delle parole); 22 volte in Marco (cf. Mc 2,26; 8,31; 10,33; 11,18.27; 14,1.10.43.47.
53[x2].54.55.60.61.63.66; 15,1.3.10.11.31 = 0,195%); 15 volte in Luca (0,077%); 21 volte
in Giovanni (0,131%). Sebbene dal punto di vista linguistico il sostantivo •DP4gDgbH è
conosciuto anche nella grecità (cf. Polibio, Hist., 22,3,2; Plutarco, Num., 9,1,1), lo sfondo
religioso, culturale e istituzionale del termine usato nel greco biblico è quello giudaico, dove
•DP4gDgbH traduce il corrispettivo vocabolo ebraico -J$xI% H 0%FJƒ%
H , hakko) he)n hagga) d5o) l (cf.
Nm 35,25). Il sommo sacerdote era il supremo dignitario in campo religioso e politico della
nazione giudica, il presidente del sinedrio, il solo che avesse il diritto di espletare determinati
atti cultuali, come l’offerta del sacrificio nel solenne giorno dell’Espiazione (.*9ELƒE% H .|*,
Yôm hakkippurîm). Nel NT il vocabolo •DP4gDgbH è usato prevalentemente con significato
storico, in relazione al processo di Gesù (Vangeli) e alla persecuzione della prima comunità
(Atti). Nella lettera agli Ebrei il termine compare con significato cristologico, mentre in Mc
2,26 è usato come rinvio letterario al passo di 1Sam 21,7. Il plurale (•DP4gDgÃH, Mt 26,14;
27,6; 28,11; Mc 14,10; 15,3.10; Gv 12,10; 19,6.15.21; At 9,14.21; 26,10.12) indica di regola
il gruppo del sinedrio, costituito dal sommo sacerdote in carica, dai suoi predecessori, dai
membri dell’aristocrazia sacerdotale (cf. At 4,6), dagli scribi, dagli anziani e da alcuni
notabili (cf. Mt 26,59; Mc 14,53.55; At 22,30). Per quanto riguarda la natura e la funzione
degli •DP4gDgÃH nel processo di Gesù vedi commento a Mc 8,31; 14,53.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
206 Mc 2,26

–DJ@LH: sost., acc. plur. m. da –DJ@H, –@L, pane; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 97 volte
nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 21 volte in Matteo (corrispondente allo
0,114% del totale delle parole); 21 volte in Marco (cf. Mc 2,26; 3,20; 6,8.37.38.41[x2].
44.52; 7,2.5.27; 8,4.5.6.14[x2].16.17.19; 14,22 = 0,186%); 15 volte in Luca (0,077%); 24
volte in Giovanni (0,154%). Sebbene il vocabolo –DJ@H designi nella grecità il «pane»,
generalmente di frumento (cf. Omero, Od., 17,343), il pane qui menzionato non è quello
comune ottenuto mescolando farina d’orzo o di frumento (più costoso): si tratta del pane
azzimo, ossia senza lievito, prescritto per il culto (cf. sotto).
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
BD@hXFgTH: sost., gen. sing. f. da BD`hgF4H, –gTH (da BD@J\hg:"4), offerta; compl. di
specificazione. Il vocabolo ricorre 12 volte nel NT: Mt 12,4; Mc 2,26 (hapax marciano); Lc
6,4; At 11,23; 27,13; 8,28; 9,11; Ef 1,11; 3,11; 2Tm 1,9; 3,10; Eb 9,2. L’espressione J@×H
–DJ@LH J­H BD@hXFgTH, «i pani dell’offerta», è un semitismo di traduzione ricalcato
sull’ebraico .*1EI%
H .(G-G, lehEem happa) nîm: esprime una specificazione che in greco classico
verrebbe indicata da un semplice aggettivo («pani sacri»; «pani consacrati»: cf. –DJ@4 ž(4@4,
1Sam 21,5, LXX). Nell’AT questo pane per uso cultuale viene anche definito «pane della
presenza» (1Sam 21,7), «pane sacro» (1Sam 21,4.6), «pane perpetuo» (Nm 4,7). Le dodici
pagnotte o focacce di pane azzimo corrispondevano al numero delle tribù di Israele ed erano
«presentate», ossia offerte a Dio, alla vigilia di ogni sabato (ecco perché venivano chiamate
«pani della presentazione»): separate in due file giacevano per sette giorni su una tavola d’oro
all’interno del santuario. Passati i sette giorni venivano sostituite con altre; poiché erano state
consacrate a Dio potevano essere consumate soltanto dai sacerdoti (cf. Lv 24,9; Es 25,30).
§n"(g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦Fh\T, mangiare, prendere cibo, consumare,
divorare; cf. Mc 1,6.
@àH: pron. relativo, acc. plur. m. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; compl. oggetto. La forma @àH
ricorre 53 volte nel NT rispetto alle 1407 ricorrenze totali di questo pronome. La distribuzio-
ne nei vangeli è la seguente: 1 volta in Matteo (corrispondente allo 0,005% del totale delle
parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 2,26; 3,13.14; 12,5[x2]; 13,20 = 0,053%); 7 volte in Luca
(0,036%); 4 volte in Giovanni (0,026%).
@Ûi: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale. La formula @Ûi… gÆ :Z…
(gÆ :Z… @Ûi…), «non… se non…» (cf. Mc 2,26; 5,37; 6,4.5; 8,14; 13,20; cf. anche Mc
6,8; 9,9.29; 10,18; 11,13; 13,32) non è un vero semitismo, poiché è attestata anche nel greco
classico (cf. Erodoto, Hist., 2,73,1; Senofonte, Anab., 1,5,6).
§>gFJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da §>g4:4 (da ¦i e gÆ:\), è legale, è lecito, è permesso,
è possibile; cf. Mc 2,24.
n"(gÃ<: verbo, inf. aor. da ¦Fh\T, mangiare, prendere cibo, consumare, divorare; cf. Mc 1,6.
gÆ: (= gÇ davanti a enclitica), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, purché,
qualora; cf. Mc 2,7. La particella gÆ è qui strettamente unita alla negazione per formare la
locuzione congiuntiva gÆ :Z, «tranne», «all’infuori», «eccetto», che introduce una
Mc 2,27 207

proposizione eccettuativa. La formula, generalmente usata senza un verbo seguente, si


ritrova in Mc 2,7.26; 5,37; 6,4.5.8; 8,14; 9,9.29; 10,18; 11,13; 13,32.
:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4.
J@bH: art. determ., acc. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
ÊgDgÃH: sost., acc. plur. m. da ÊgDgbH, –XTH, sacerdote; cf. Mc 1,44; compl. oggetto.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
§*Tig<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da *\*T:4, dare. Questo verbo ricorre 415 volte nel NT.
La distribuzione nei vangeli è la seguente: 56 volte in Matteo (corrispondente allo 0,305%
del totale delle parole); 39 volte in Marco (cf. Mc 2,26; 3,6; 4,7.8.11.25; 5,43; 6,2.7.22.23.25.
28[x2].37[x2].41; 8,6.12.37; 10,21.37.40.45; 11,28; 12,9.14[x3]; 13,11.22.24.34; 14,5.11.
22.23. 44; 15,23 = 0,345%); 60 volte in Luca (0,308%); 75 volte in Giovanni (0,480%). Il
verbo, al 9/ posto tra quelli più usati nel NT, ha il significato del generico «dare» (cf. Omero,
Il., 1,96; Od., 24,274) che di volta in volta può assumere significati lessicali più circoscritti:
«concedere», «offrire», «rendere», «donare», «presentare», ecc. L’uso linguistico di Marco
non presenta aspetti singolari: nelle 39 ricorrenze il verbo ha sempre il significato base di
«dare». Fa eccezione il loghion di Mc 10,45 (cf. ad l.) in cui *\*T:4 acquista un forte
significato teologico («donare», «sacrificare»), in riferimento all’offerta espiativa di Gesù.
i"\: cong. coordinativa di valore aggiuntivo, indecl., anche, perfino, inoltre, altresì; cf. Mc 1,4.
Il significato aggiuntivo di i"\ è presente in Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b;
6,34b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c; 9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
Fb<: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal dativo, indecl., con, insieme a. Questa
preposizione ricorre 128 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 4 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,022% del totale delle parole); 6 volte in Marco (cf. Mc 2,26;
4,10; 8,34; 9,4; 15,27.32 = 0,053%); 23 volte in Luca (0,118%); 3 volte in Giovanni
(0,019%). Come avviene nell’uso classico, dove Fb< designa la compagnia solitamente di
persone (¦(ã F×< J@ÃF*g, «io solo con costoro», Omero, Od., 9,286) o la generica unione
associativa (F×< ËBB@4F4< i"Â ÐPgFn4<, «con cavalli e carri», Omero, Il., 4,297; F×<
:g(V80 •DgJ±, «con grande virtù», Omero, Od., 24,193), questa preposizione, costruita
soltanto con il dativo, viene usata nel NT con i seguenti significati: a) compagnia e unione
(«con», «insieme a»); b) strumentale («con», «tramite», «per mezzo di»). In tutte le ricorrenze
marciane Fb< è impiegata per introdurre un complemento di compagnia.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di compagnia.
@ÞF4<: verbo, dat. plur. m. part. pres., di valore sostantivato, da gÆ:\, essere, esistere, accadere,
essere presente; cf. Mc 1,6; compl. di termine.

2,27 i" §8g(g< "ÛJ@ÃHs IÎ FV$$"J@< *4 JÎ< –<hDTB@< ¦(X<gJ@ i" @ÛP Ò
–<hDTB@H *4 JÎ FV$$"J@<·
2,27 E disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!
208 Mc 2,27

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


§8g(g<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. L’espressione [i"Â] §8g(g< "ÛJ@ÃH…, «[e] diceva loro…»; i"Â §8g(g<…, «e
diceva…», posta all’inizio di una proposizione, è usata da Marco come formula abituale di
raccordo per unire sentenze staccate o una serie di sentenze (cf. Mc 2,27; 4,11.21.24.26.30;
6,4.10; 7,9.20; 8,21; 9,1; 11,17; 14,36). L’imperfetto non ha qui il consueto valore iterativo
(«diceva», «continuava a dire»), ma quello puntuale corrispondente a un aoristo («disse»): nel
greco classico come in quello ellenistico i cosiddetti verba dicendi, rogandi, exhortandi,
iubendi, tra i quali 8X(T, ¦BgDTJVT, ¦DTJVT, ecc., preferiscono la forma dell’azione
incompiuta (ossia il tempo imperfetto), poiché l’azione che esprimono attende sempre di
essere completata da quella indicata dal verbo successivo. Per altri esempi di questo
imperfetto puntuale con il verbo 8X(T cf. Mc 2,16.24.27; 3,23; 4,2.9.11.21.24.26.30.41;
5,30.31a; 6,4.10.35; 7,9.14.20.27; 8,21.24; 9,1a.24; 11,5.28; 12,35.38; 14,70; 15,12a.14; per
quanto riguarda l’imperfetto puntuale con ¦BgDTJVT cf. Mc 5,9; 8,23.27.29; 9,11.28.33;
10,2.10.17; 12,18; 13,3; 14,61; 15,4; con ¦DTJVT cf. Mc 4,10; 8,5.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine.
I`: art. determ., nom. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
FV$$"J@<: sost., nom. sing. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; soggetto. La forma singolare designa qui il sabato come istituzione
religiosa e civile e non come indicazione cronologica («il giorno di sabato»), espressa
mediante la forma plurale ¦< J@ÃH FV$$"F4< (Mc 2,23).
*4V: prep. propria di valore finale, seguita dall’accusativo, indecl., per, allo scopo di, a favore
di; cf. Mc 2,1.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
–<hDTB@<: sost., acc. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17; compl.
di fine.
¦(X<gJ@: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. medio da (\<@:"4, divenire, iniziare a esistere,
nascere, essere, accadere, apparire; cf. Mc 1,4.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
@ÛP: cong. negativa di valore oggettivo, indecl., non; cf. Mc 1,7; generalmente la congiunzione
è usata con verbi al modo indicativo per negare un fatto reale.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
–<hDTB@H: sost., nom. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17;
soggetto.
*4V: prep. propria di valore finale, seguita dall’accusativo, indecl., per, allo scopo di, a favore
di; cf. Mc 2,1.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
FV$$"J@<: sost., acc. sing. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di fine.
Mc 2,28 209

2,28 òFJg ibD4`H ¦FJ4< Ò LÊÎH J@Ø •<hDfB@L i" J@Ø F"$$VJ@L.
2,28 Perciò il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato».

òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che; cf. Mc 1,27. Questa congiunzione ha qui una sfumatura più conclusiva che consecutiva:
«perciò», «di conseguenza», in riferimento al paragone formulato da Gesù: se David, costretto
dalla fame, poté comportarsi in quel modo (vv. 25–26), estendendo anche ai suoi compagni
la facoltà di cibarsi, tanto più può fare il Figlio dell’uomo permettendo ai suoi discepoli di
sfamarsi. L’uso di òFJg con valore conclusivo («e così», «dunque») è conosciuto anche nel
greco classico (cf. Sofocle, Oed. tyr., 65; 857; Aristotele, Metaph., 1004a 22).
ibD4`H: sost., nom. sing. m. da ibD4@H, –@L, signore, padrone, capo, Signore (riferito a Dio e
Gesù); cf. Mc 1,3; predicato nominale. In posizione enfatica rispetto al soggetto. Analoga-
mente a quanto avviene altrove (cf. Mc 11,3; 12,9; 13,35) il termine assume qui il
significato letterale proprio di «padrone», «proprietario» (eb. -3Hv H , ba‘al), senza alcuna
designazione teologica (titolo cristologico).
¦FJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
LÊ`H: sost., nom. sing. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; cf. Mc 1,1; soggetto.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
•<hDfB@L: sost., gen. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17; compl.
di specificazione.
i"\: cong. coordinativa di valore aggiuntivo, indecl., anche, perfino, inoltre, altresì; cf. Mc 1,4.
Il significato aggiuntivo di i"\ è presente in Mc 1,27b.38b; 2,15b.26c.28; 3,19b; 4,24b;
6,34b; 7,18b; 8,3b.7ac.38c; 9,22a; 11,25b; 12,22b; 13,29; 14,9.29.31; 15,31.40ab.43a.
J@Ø: art. determ., gen. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
F"$$VJ@L: sost., gen. sing. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di specificazione. Nella successiva letteratura giudaica il detto
di Gesù viene attribuito anche ad altri rabbini, come Yonatan ben Yoseph (140 d.C.) e
Simeone ben Menasya (180 d.C.): «Il sabato è stato dato a voi, non voi al sabato» (cf.
Strack–Bill., II,5). Sullo sfondo letterario e simbolico si staglia il comando presente in Es
16,29: «Vedete che il Signore vi ha dato il sabato!». Il modo di interpretare e vivere la legge
da parte di Gesù è radicalmente antitetico a quello dei farisei. Perché il sabato sia santo deve
rivelare la misericordia di Dio e deve essere segno di libertà per l’uomo, come lo fu la
liberazione dall’Egitto di cui il sabato fa memoria (cf. Dt 5,15). La norma dettata da Gesù
è, dunque, quella che meglio rivela la bontà di Dio. E Gesù la segue e la impone con autorità:
«Il Figlio dell’uomo è padrone anche del sabato». Non si tratta di un aforisma che
presuppone una specie di anarchia cultuale e religiosa: Gesù legge la piccola norma del
riposo non in sé stessa, ma nel contesto di tutta la Legge. Le norme sono soltanto una piccola
parte della Legge e hanno senso se viste nel contesto di quel dialogo amoroso che Dio ha
sempre avuto con il suo popolo. Nella risposta di Gesù si rivela qualcosa del suo «insegnare
210 Mc 2,28

con autorità» (cf. Mc 1,22) e del suo atteggiamento libero e sovrano. Secondo la testimonian-
za dei vangeli Gesù spesso è passato sopra alle prescrizioni del sabato, a cui i Giudei a lui
contemporanei davano un’importanza eccezionale e che osservavano con estremo rigore. Con
queste prese di posizioni a volte temerarie e addirittura pericolose per la sua stessa
incolumità, Gesù esprime la propria indipendenza dal giudizio degli uomini e mette in
evidenza una «sovranità» che si manifesta, sotto un’altra forma, anche nell’espellere i demoni
e nel risanare gli ammalati. In questa sua libertà di coscienza che, tuttavia, è adesione alla
volontà di Dio, si nasconde un annuncio di salvezza altrettanto beatificante quale è contenuto
nelle altre sue parole in cui afferma che «il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i
peccati sulla terra» (Mc 2,10). È perciò molto significativo il fatto che i due richiami al
«Figlio dell’uomo» in questo capitolo si trovino a breve distanza l’uno dall’altro: infatti il
perdono dei peccati (cf. Mc 2,10) e la liberazione dalla grettezza umana esprimono
ugualmente bene la medesima potestà salvifica di Gesù.
Mc 3,1

3,1 5" gÆF­8hg< BV84< gÆH J¬< FL<"(T(Z<. i" µ< ¦igà –<hDTB@H ¦>0D"::X-
<0< §PT< J¬< PgÃD".
3,1 Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era là un tale che aveva un braccio paralizzato.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


gÆF­8hg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da gÆFXDP@:"4 (da gÆH e §DP@:"4), entrare, venire
dentro, recarsi, andare; cf. Mc 1,21. Spesso la preposizione posta come prefisso a un verbo
composto viene ripetuta davanti al successivo complemento indiretto, come qui; questo
fenomeno si ritrova in Mc 1,16.21[x2].25.26.42; 2,1.20.21.26; 3,1.34; 5,2.13.17; 6,10.54.56;
7,6.15.17.18.19.24.25.26.31.33; 9,25[x2].28.43.45.47; 10,7.15; 11,2.11.15.16; 15,32; 16,5.
BV84<: avv. di tempo, indecl., nuovamente, di nuovo, un’altra volta, ancora; cf. Mc 2,1.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
FL<"(T(Z<: sost., acc. sing. f. da FL<"(T(Z, –­H, raccolta, adunanza, assemblea, riunione,
congregazione, sinagoga (forma raddoppiata di FL<V(T); cf. Mc 1,21; compl. di moto a
luogo.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
µ<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc
1,6. Predicato verbale.
¦igÃ: avv. di luogo, indecl., là, lì, in quel posto; cf. Mc 1,38.
–<hDTB@H: sost., nom. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17;
soggetto. Senza articolo perché anonimo e non ancora presentato. È probabile che qui il
vocabolo –<hDTB@H sia impiegato alla maniera semitica, al posto del pronome indefinito
J\H, «uno», «qualcuno», «un tale». Questo fenomeno si riscontra in Mc 1,23; 3,1; 4,26; 5,2;
7,11; 8,27.36.37; 10,7.9; 11,2; 12,1.14; 13,34.
¦>0D"::X<0<: verbo, acc. sing. f. part. perf. pass., con valore aggettivale, da >0D"\<T,
seccare, appassire, disseccare (att.); diventare secco, diventare rigido (pass.); attributo di
PgÃD" in posizione predicativa. Questo verbo ricorre 15 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 3 volte in Matteo (corrispondente allo 0,016% del totale delle parole);
6 volte in Marco (cf. Mc 3,1; 4,6; 5,29; 9,18; 11,20.21 = 0,053%); 1 volta in Luca (0,005%);
1 volta in Giovanni (0,006%). Nella diatesi attiva transitiva il verbo >0D"\<T è usato nella
grecità nel significato di «asciugare», «seccare», «inaridire» (cf. Tucidide, Hist., 1,109,4;
Senofonte, Mem., 4,3,8); nella diatesi passiva corrisponde a «seccarsi», «essere asciugato»
(cf. Omero, Il., 21,345; Platone, Tim., 88d). Qui, riferito al «braccio» (cf. sotto), corrisponde
all’aggettivo >0D`H del v. 3 e sta per «paralizzato».
§PT<: verbo, nom. sing. m. part. pres. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Participio predicativo del soggetto
–<hDTB@H.

211
212 Mc 3,2

JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
PgÃD": sost., acc. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; cf. Mc 1,31; compl. oggetto. Poiché la mano
agisce attraverso la forza del braccio, nel greco classico il termine può indicare per
estensione anche il «braccio», fino alla spalla (cf. Omero, Il., 6,81; Erodoto, Hist., 2,121,g4).
Questo significato si riscontra anche nel linguaggio biblico, dove il vocabolo Pg\D può
riferirsi all’intero braccio, come avviene nei LXX che talvolta traducono l’ebraico $H*, yad5,
«mano», con $D"P\T<, «braccio». In 1Re 13,4, si riferisce che «il re stese il braccio (eb. $H*;
greco $D"P\T<) che gli rimase paralizzato (>0D"\<T) e non poté avvicinarlo al corpo». Qui
come altrove (cf. Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43) l’articolo, forse, sta a
indicare il braccio per eccellenza, ossia quello destro, come esplicitamente viene riferito nel
passo parallelo di Lc 6,6 (º PgÂD "ÛJ@Ø º *g>4V).

3,2 i"Â B"DgJZD@L< "ÛJÎ< gÆ J@ÃH FV$$"F4< hgD"BgbFg4 "ÛJ`<s Ë<" i"J0(@DZ-
FTF4< "ÛJ@Ø.
3,2 Lo osservavano con attenzione per vedere se lo avesse guarito in giorno di sabato, per
poi accusarlo.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


B"DgJZD@L<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da B"D"J0DXT (da B"DV e J0DXT), guardare
assiduamente, osservare attentamente, sorvegliare, spiare. Questo verbo ricorre 6 volte nel
NT: Mc 3,2 (hapax marciano); Lc 6,7; 14,1; 20,20; At 9,24; Gal 4,10. Imperfetto durativo
o iterativo per indicare il protrarsi di questa osservazione. Conforme alla sua etimologia il
verbo B"D"J0DXT è usato nella grecità — nella diatesi sia attiva che media — nel
significato di «guardare con attenzione», «sorvegliare» (cf. Polibio, Hist., 1,29,4; Aristotele,
Hist. anim., 620a 8; Esopo, Fab., 156,1; 165,1; 219,2; 211,1). Il verbo è particolarmente
pregnante poiché nei papiri è usato per indicare la vigilanza attenta su delinquenti e
condannati. Nel nostro passo il soggetto esplicito è assente: dal contesto siamo informati che
si tratta ancora dei farisei, menzionati in Mc 2,24 e alla fine dell’episodio (cf. Mc 3,6).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
gÆ: (= gÇ davanti a enclitica), cong. subordinativa di valore condizionale, indecl., se, purché,
qualora; cf. Mc 2,7. La particella è qui usata per introdurre una proposizione interrogativa
indiretta, analogamente a Mc 8,23; 10,2; 15,44.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
FV$$"F4<: sost., dat. plur. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di tempo determinato. Marco impiega il caso dativo con valore
temporale 12 volte: Mc 1,21; 2,24; 3,2.4; 6,21; 11,12; 12,2; 14,12.30; 15,34; 16,2.9. Altrove
il dativo temporale è retto dalla preposizione ¦< (cf. Mc 1,9; 2,19.20.23; 4,35; 8,1; 10,30[x2];
12,23; 13,11.17.24; 14,2; 15,7.29).
Mc 3,3 213

hgD"BgbFg4: verbo, 3a pers. sing. ind. fut. da hgD"BgbT, riparare, guarire, curare, ridare
salute; cf. Mc 1,34. L’uso di un tempo futuro in una proposizione condizionale è corretto,
anche se raro.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
Ë<": cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, perché, allo scopo di, per; cf. Mc
1,38.
i"J0(@DZFTF4<: verbo, 3a pers. plur. congiunt. aor. da i"J0(@DXT, parlare contro,
accusare. Questo verbo ricorre 23 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
2 volte in Matteo (corrispondente allo 0,011% del totale delle parole); 3 volte in Marco (cf.
Mc 3,2; 15,3.4 = 0,027%); 4 volte in Luca (0,021%); 3 volte in Giovanni (0,019%). Esempio
di congiuntivo volitivo, di valore finale (cf. anche Mc 3,14). Nell’uso classico il verbo
i"J0(@DXT esprime un generico «parlare contro» (cf. Platone, Min., 320e); più spesso
assume il significato tecnico di «accusare» in ambito forense (cf. Erodoto, Hist., 8,60,1;
Aristofane, Pl., 1073; Platone, Menex., 244e; Demostene, Or., 21,5). In tutte le ricorrenze
neotestamentarie (a eccezione di Rm 2,15) il verbo è usato in tale senso giuridico e nei
sinottici sempre in riferimento a Gesù.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto. La forma genitiva è retta dal verbo
i"J0(@DXT.

3,3 i" 8X(g4 Jè •<hDfBå Jè J¬< >0D< PgÃD" §P@<J4s }+(g4Dg gÆH JÎ :XF@<.
3,3 Egli disse all’uomo che aveva il braccio paralizzato: «Alzati, mettiti in mezzo!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
•<hDfBå: sost., dat. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17; compl.
di termine.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
>0DV<: agg. qualificativo, acc. sing. f. da >0D`H, –Z, –`<, asciutto, secco, arido; attributo di
PgÃD". Il vocabolo ricorre 8 volte nel NT: Mt 12,10; 23,15; Mc 3,3 (hapax marciano); Lc
6,6.8; 23,31; Gv 5,3; Eb 11,29. Nella grecità l’aggettivo >0D`H sta per «secco», «asciutto»,
detto di occhi, sudore, cibi, fiumi, ecc. (cf. Eschilo, Sept., 696; Euripide, Or., 389; Aristofane,
Nub., 404; Platone, Phaedr., 239c; Erodoto, Hist., 5,45,1). Riferito al «braccio» equivale a
«inaridito», ossia, nel linguaggio medico, «paralizzato».
214 Mc 3,4

PgÃD": sost., acc. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; cf. Mc 1,31; compl. oggetto. Qui come
altrove (cf. Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43) l’articolo sta a indicare, forse,
il braccio (o la mano) per eccellenza, ossia quello destro.
§P@<J4: verbo, dat. sing. m. part. pres. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Participio attributivo del complemento
di termine •<hDfBå, in posizione enfatica.
}+(g4Dg: verbo, 2a pers. sing. imperat. pres. da ¦(g\DT, svegliare, alzare, sollevare, risorgere
[i morti] (trans.); svegliarsi, alzarsi, sollevarsi, risorgere [dai morti] (intr.); cf. Mc 1,31.
L’espressione }+(g4Dg gÆH JÎ :XF@<, lett. «alzati nel mezzo», è ellittica, ma facilmente
comprensibile; deve essere integrata con la forma verbale imperativa «mettiti», implicitamen-
te presente nella preposizione gÆH che esprime un movimento verso il centro della scena.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
:XF@<: sost., acc. sing. n. da :XF@H, –@L, medio, mezzo; compl. di moto a luogo. Il vocabolo
ricorre 58 volte nel NT come sostantivo, aggettivo, avverbio o preposizione impropria. La
distribuzione nei vangeli è la seguente: 7 volte in Matteo (corrispondente allo 0,038% del
totale delle parole); 5 volte in Marco (cf. Mc 3,3; 6,47; 7,31; 9,36; 14,60 = 0,044%); 14 volte
in Luca (0,072%); 6 volte in Giovanni (0,038%). Nella grecità il sostantivo :XF@H (lat.
medius) esprime il concetto di «centro» come riferimento sia spaziale (cf. Omero, Il., 1,481;
Od., 5,326) sia temporale (cf. Omero, Il., 21,111; Erodoto, Hist., 4,181,4) sia modale, per
indicare ciò che è «medio» per condizione sociale, politica, economica, ecc. (cf. Erodoto,
Hist., 1,107,2; Tucidide, Hist., 6,54,2). La locuzione avverbiale gÆH JÎ :XF@<, «in mezzo»
(= classico :XFF@<: Omero, Il., 12,167; Od., 14,300) corrisponde alla analoghe formule gÆH
:XF@< (cf. Mc 14,60) e ¦< :XFå (cf. Mc 6,47; 9,36).

3,4 i" 8X(g4 "ÛJ@ÃHs }+>gFJ4< J@ÃH FV$$"F4< •("hÎ< B@4­F"4 ´ i"i@B@4­F"4s
RLP¬< FäF"4 ´ •B@iJgÃ<"4p @Ê *¥ ¦F4fBT<.
3,4 Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare
una vita o distruggerla?». Ma essi tacevano.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine. La formula redazionale 8X(g4
"ÛJ@ÃH ricorre 25 volte, esclusivamente riservata a Gesù (cf. Mc 1,38; 2,8.17.25; 3,4;
4,13.35; 5,39; 6,31.38.50; 7,18; 8,17; 9,35; 10,11.24.42; 11,2.22.33; 12,16; 14,13.27.34.41).
Per quanto riguarda la formula singolare 8X(g4 "ÛJè, avente come soggetto Gesù, cf. Mc
1,41.44; 2,14; 5,9.19; 7,34; per 8X(g4 "ÛJ± cf. Mc 5,41.
Mc 3,4 215

}+>gFJ4<: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da §>g4:4 (da ¦i e gÆ:\), è legale, è lecito, è
permesso, è possibile; cf. Mc 2,24.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
FV$$"F4<: sost., dat. plur. n. da FV$$"J@<, –@L, sabato (= il settimo giorno della settimana
ebraica); cf. Mc 1,21; compl. di tempo determinato. Marco impiega il caso dativo con valore
temporale 12 volte: Mc 1,21; 2,24; 3,2.4; 6,21; 11,12; 12,2; 14,12.30; 15,34; 16,2.9. Altrove
il dativo temporale è retto dalla preposizione ¦< (cf. Mc 1,9; 2,19.20.23; 4,35; 8,1; 10,30[x2];
12,23; 13,11.17.24; 14,2; 15,7.29).
•("h`<: agg. qualificativo, di valore sostantivato, acc. sing. n. da •("h`H, –Z, –`<, buono,
utile; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 125 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 16 volte in Matteo (corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 4 volte in
Marco (cf. Mc 3,4; 10,17.18[x2] = 0,035%); 16 volte in Luca (0,082%); 3 volte in Giovanni
(0,019%). Nell’uso classico l’aggettivo sostantivato •("h`H significa «il bene», «il buono»
in senso generico, ossia tutto ciò che è connesso con il benessere dell’uomo (cf. Senofonte,
Mem., 2,4,2; Tucidide, Hist., 5,27,2; Aristofane, Ranae, 1487): l’aspetto specifico di questo
bene cambia a seconda delle concrete situazioni della vita e dell’essere. Nel greco ellenistico
l’aggettivo sostantivato •("h`H assume un significato specificamente religioso, equivalente
a salvezza ottenuta mediante la divinizzazione o il Nous (scritti ermetici). Nei LXX il
vocabolo traduce quasi sempre il corrispettivo ebraico "|), Et ôb5. Diversamente dall’idea del
Bene nel mondo greco, inteso come concetto estetico, nella Bibbia il bene è legato alla
concezione morale e religiosa di un Dio personale e misericordioso che guida la storia del
suo popolo con azioni concrete.
B@4­F"4: verbo, inf. aor. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere, compiere; cf. Mc 1,3;
soggetto.
³: cong. coordinativa di valore disgiuntivo, indecl., o, oppure, ovvero; cf. Mc 2,9.
i"i@B@4­F"4: verbo, inf. aor. da i"i@B@4XT, fare male, danneggiare; soggetto. Questo
verbo ricorre 4 volte nel NT: Mc 3,4 (hapax marciano); Lc 6,9; 1Pt 3,17; 3Gv 1,11. Nella
grecità i"i@B@4XT viene usato nel significato di «fare del male», «nuocere», «danneggiare»,
non necessariamente limitato all’ambito etico (cf. Aristofane, Pax, 731; Senofonte, Mem.,
3,5,26; Polibio, Hist., 13,4,1).
RLPZ<: sost., acc. sing. f. da RLPZ, –­H, anima, vita, uomo; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre
103 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 16 volte in Matteo (corrispon-
dente allo 0,087% del totale delle parole); 8 volte in Marco (cf. Mc 3,4; 8,35[x2].36.37;
10,45; 12,30; 14,34 = 0,071%); 14 volte in Luca (0,072%); 10 volte in Giovanni (0,064%).
Senza articolo perché si tratta di vita indeterminata: la vita in genere, sia quella umana che
animale. Sebbene nel NT i vocaboli Fä:" e RLPZ possono essere tra loro distinti e
contrapposti (cf. il binomio corpo/anima in Mt 10,28), qui il termine RLPZ non indica la
parte spirituale dell’uomo (= l’anima immortale e immateriale), come avviene nel greco
classico a partire dal VI secolo d.C. (cf. Platone, Apol., 29e), ma secondo la concezione
antropologica anticotestamentaria l’uomo intero. Nei LXX, infatti, RLPZ è termine
privilegiato per tradurre l’ebraico –5G1G, nep) eš, «gola», «respiro», usato più di 750 volte per
indicare l’uomo come essere che respira, l’essere vivente (cf. Gn 2,7). Nel concetto biblico
216 Mc 3,4

RLPZ indica la forza vitale dell’uomo, l’uomo stesso, capace di sensazioni, sentimenti e atti
di volontà: non è una entità più nobile ed elevata rispetto al «corpo» (come ritiene la
concezione dualistica ellenistica fondata sulla speculazione platonica), ma caratterizza
l’uomo nella sua completa vitalità. Nel nostro loghion RLPZ ha un significato metonimico
poiché designa la vita umana in generale, l’uomo come tale. È molto probabile, tuttavia, che
qui il termine RLPZ sia utilizzato alla maniera semitica, per indicare l’uomo come individuo
circoscritto, ossia nel significato di «persona», «uno», «qualcuno», come avviene per il
corrispettivo ebraico –5G1G, nep) eš, usato spesso nel TM in questo senso (cf. Es 12,15; 16,19;
31,14; Lv 2,1; 4,2; 5,1.2.4.15.17.21; 7,18.20.21.25.27; 17,12.15; 18,29; 19,8; 20,6; 22,3.4.6;
23,29.30; Nm 5,6; 9,13; 15,27.28.30.31; 19,13.20.22; 30,3.13; Ez 18,4.20).
FäF"4: verbo, inf. aor. da Fæ.T, guarire, sanare, salvare; soggetto. Questo verbo ricorre 106
volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 15 volte in Matteo (cf. Mt 1,21;
8,25; 9,21.22[x2]; 10,22; 14,30; 16,25; 19,25; 24,13.22; 27,40.42[x2].49, corrispondente allo
0,082% del totale delle parole); 15 volte in Marco (cf. Mc 3,4; 5,23.28.34; 6,56; 8,35[x2];
10,26.52; 13,13.20; 15,30.31[x2]; 16,16 = 0,133%); 17 volte in Luca (cf. Lc 6,9; 7,50;
8,12.36.48.50; 9,24[x2]; 13,23; 17,19; 18,26.42; 19,10; 23,35[x2].37.39 = 0,087%); 6 volte
in Giovanni (cf. Gv 3,17; 5,34; 10,9; 11,12; 12,27.47 = 0,038%). Nel greco classico
l’accezione fondamentale del verbo causativo denominativo Fæ.T è quella di «salvare»
qualcuno da un pericolo incombente, spesso mortale (cf. Omero, Il., 15,290; Od., 5,130;
Platone, Symp., 220c). Limitatamente all’ambito della salute il verbo viene raramente
impiegato nel senso di «salvare» dalla malattia, ossia «guarire», «sanare» (cf. Plutarco, Quom.
adul., 55,c,11). Nel greco biblico Fæ.T è particolarmente pregnante. Nei LXX, in quasi tre
quinti delle ricorrenze il verbo viene usato come corrispondente di 3– I I*, ya) ša) ‘ («salvare»,
«liberare», «aiutare»), per indicare la salvezza offerta da Dio. L’uso di Fæ.T nel NT è
positivamente ambiguo: può significare sia la “salvazione” fisica, ossia la guarigione da
qualche malattia sia la liberazione dalla morte sia, infine, la salvezza teologica dal peccato
e dalla morte eterna. L’uso ristretto di Fæ.T in Mc 15,30–31, in particolare l’affermazione
–88@LH §FTFg<, «ha salvato altri», detta dagli avversari nei riguardi del Crocifisso,
riconosce che Gesù ha compiuto questa opera di salvezza nei confronti di altri. Questo
«sanare/salvare» di Gesù non riguarda soltanto alcune parti del corpo, ma la totalità della
persona (cf. Mc 5,34; 8,35; 10,26.52; 13,13.20; 16,16). In particolare l’espressione º B\FJ4H
F@L FXFTiX< Fg, «la tua fede ti ha salvato» (cf. Mc 5,34; 10,52), lascia intendere che il
potere di sanazione di Gesù non si limita alla guarigione fisica o settoriale, ma investe
l’interezza della persona. In tal senso la «sanazione» offerta da Gesù assume una dimensione
soteriologica globale. Anche la legislazione rabbinica prevedeva delle deroghe alla severa
prassi circa il riposo sabatico, in particolare quando si trattava di salvare una vita umana: «Per
qualsiasi dubbio di pericolo di vita si può profanare il sabato. Se, pertanto, un muro crolla
addosso a qualcuno e non si sa bene se egli si trovi o non si trovi sotto le macerie, se sia vivo
o morto, se sia un pagano o un israelita, si possono rimuovere le macerie sopra di lui. Se egli
è ancora in vita si continua a scavare, se è morto si sospende il lavoro» (m.Yom., 8,6–7).
³: cong. coordinativa di valore disgiuntivo, indecl., o, oppure, ovvero; cf. Mc 2,9.
•B@iJgÃ<"4: verbo, inf. aor. da •B@iJg\<T (da •B` e iJg\<T), uccidere, distruggere, far
perire; soggetto. Questo verbo ricorre 74 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
Mc 3,5 217

seguente: 13 volte in Matteo (corrispondente allo 0,071% del totale delle parole); 11 volte
in Marco (cf. Mc 3,4; 6,19; 8,31; 9,31[x2]; 10,34; 12,5[x2].7.8; 14,1 = 0,097%); 12 volte in
Luca (0,062%); 12 volte in Giovanni (0,077%). Nell’uso classico a partire da Omero il
verbo •B@iJg\<T è impiegato prevalentemente nel senso letterale proprio di «uccidere»,
«far morire» (cf. Omero, Il., 6,414; Od., 23,121). Nel NT il verbo è usato nella maggior parte
delle ricorrenze per descrive la fine violenta della vita umana a opera di altri uomini o per
altre cause naturali.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5; soggetto. Uso pronominale
dell’articolo, corrispondente al pronome dimostrativo/personale "ÛJ`H, [quello], egli, lui,
esso; cf. Mc 1,36; senza enfasi speciale.
*X: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, invece, però, al contrario; cf. Mc 1,8.
¦F4fBT<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da F4TBVT, stare zitto, rimanere in silenzio, tacere.
Questo verbo ricorre 10 volte nel NT: Mt 20,31; 26,63; Mc 3,4; 4,39; 9,34; 10,48; 14,61; Lc
1,20; 19,40; At 18,9. Imperfetto durativo o iterativo per indicare il protrarsi di questo silenzio.
Analogamente a quanto avviene nel greco classico (cf. Omero, Il., 2,280; 23,568; Aristofane,
Lys., 529) il verbo F4TBVT simile quanto a significato a F4(VT (non presente in Marco)
ricorre negli scritti neotestamentari nella forma intransitiva per indicare uno stato di completo
silenzio che può essere di Gesù (cf. Mc 14,16), dei suoi discepoli (cf. Mc 9,34), dei suoi
avversari (cf. Mc 3,4) o anche metaforicamente delle forze della natura (cf. Mc 4,39).

3,5 i"Â BgD4$8gRV:g<@H "ÛJ@×H :gJz ÏD(­Hs FL88LB@b:g<@H ¦BÂ J± BTDfFg4


J­H i"D*\"H "ÛJä< 8X(g4 Jè •<hDfBås }+iJg4<@< J¬< PgÃD". i" ¦>XJg4<g<
i" •Bgi"JgFJVh0 º PgÂD "ÛJ@Ø.
3,5 E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore,
disse a quell’uomo: «Stendi il braccio!». Egli lo stese e il suo braccio fu guarito.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


BgD4$8gRV:g<@H: verbo, nom. sing. m. part. aor. medio da BgD4$8XBT (da BgD\ e $8XBT),
guardare intorno. Questo verbo semideponente ricorre 7 volte nel NT: Mc 3,5.34; 5,32; 9,8;
10,23; 11,11; Lc 6,10. Participio predicativo del soggetto sottinteso z30F@ØH. Nella grecità
il verbo BgD4$8XBT nella diatesi sia attiva che media assume il significato base di
«guardare attorno», «osservare con attenzione» (cf. Aristofane, Eccl., 403; Diodoro Siculo,
Bibl., 16,32,2; Polibio, Hist., 9,17,6). In Marco un simile «sguardo circolare» è riferito quasi
esclusivamente a Gesù (cf. Mc 3,5.34; 5,32; 10,23; 11,11). È uno sguardo che lascia
trasparire intima padronanza di sé e spirito di osservazione, ma che intende anche attrarre
l’attenzione su un determinato ordine di idee. In pratica si tratta di uno sguardo che esprime
ed esige un forte coinvolgimento.
"ÛJ@bH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto.
:gJz: (= :gJV), prep. propria di valore modale, seguita dal genitivo, indecl., con; cf. Mc 1,13.
218 Mc 3,5

ÏD(­H: sost., gen. sing. f. da ÏD(Z, –­H, rabbia, ira, indignazione; compl. di modo. Il vocabolo
ricorre 36 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: Mt 3,7; Mc 3,5 (hapax
marciano); Lc 3,7; 21,23. Nel greco classico il sostantivo ÏD(Z, oltre a essere usato
nell’accezione generica di «impulso», «sentimento», «disposizione interiore» (cf. Eschilo,
Prom., 378; Tucidide, Hist., 8,83,3), viene impiegato per descrivere uno stato d’animo che
corrisponde ai vocaboli «ira», «collera» (cf. Eschilo, Prom., 190; Erodoto, Hist., 6,85,2;
Tucidide, Hist., 1,92; Aristofane, Pax, 659). Nella maggior parte delle ricorrenze neotesta-
mentarie ÏD(Z è usato per esprimere l’«ira di Dio», ossia come formula escatologica di
giudizio che può tramutarsi in punizione o salvezza. Anche nel nostro passo il vocabolo deve
essere inteso in questa accezione: il sentimento provato da Gesù non è l’ira umana (passione
sempre condannata nel NT: Gal 5,20; Col 3,8; Ef 4,31), ma la «collera» divina, lo zelo, il
sacro sdegno della misericordia che nasce dall’amore ferito, l’indignazione per ogni volontà
contraria al bene (cf. Dt 9,7.8.22; Is 60,10; Sal 6,2; 38,2). L’ira di Dio (e di Gesù) nasce dalla
fedeltà misericordiosa all’alleanza: se questa misericordia divina incontra l’avversa e infedele
volontà dell’uomo l’amore si trasforma in condanna e reazione, in vista del recupero.
FL88LB@b:g<@H: verbo, nom. sing. m. part. pres. pass. da FL88LBX@:"4 (da Fb< e 8LBXT),
rattristarsi, commuoversi, addolorarsi. Hapax neotestamentario. Participio predicativo del
soggetto sottinteso z30F@ØH. La particolare forma verbale formata dal prefisso Fb<– per
indicare coinvolgimento e intensità è rara nel greco biblico (cf. Is 51,19; Sal 69,21), anche
se attestata in quello classico (cf. Erodoto, Hist., 6,39,2; Antifonte, Tetral. II, 8,7).
¦B\: prep. propria di valore causale, seguita dal dativo, indecl., per, a causa di; cf. Mc 1,22.
J±: art. determ., dat. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,3.
BTDfFg4: sost., dat. sing. f. da BfDTF4H, –gTH, indurimento, durezza, ottusità, caparbietà,
testardaggine; compl. di causa. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mc 3,5 (hapax
marciano); Rm 11,25; Ef 4,18. Marco è il solo degli evangelisti a usare il sostantivo
BfDTF4H e condivide con Gv 12,40 l’uso del corrispondente verbo BTD`T (cf. Mc 6,52;
8,17). Questi termini, derivati da BäDTH, «tufo», «pietra porosa», nel greco biblico sono
usati metaforicamente per indicare l’impenetrabile indurimento e ostinazione del popolo, dei
farisei e dei discepoli, i quali involontariamente, ma più spesso deliberatamente, rifiutano il
messaggio divino. Il tema del cuore indurito, tipico del linguaggio anticotestamentario, indica
un atteggiamento di incomprensione e incredulità e spesso perfino di aperta ostilità
dell’uomo nei riguardi di Dio (cf. Es 4,21; 7,3.13; 14,17; Dt 15,7; 29,18; Gs 11,20; Sal
81,13; 95,8; Pr 28,14; Is 63,17; Ger 3,17; 7,24; 9,13; 13,10; 16,12; 23,17; Ez 3,7). Come tale
è ritenuto peccaminoso. L’espressione BfDTF4H J­H i"D*\"H, «durezza di cuore» (da
integrare con Mc 6,52; 8,17) corrisponde sul piano concettuale alla Fi80D@i"D*\",
«durezza di cuore» di Mc 10,5; 16,14 e al «cuore incirconciso» (i"D*\" •BgD\J:0J@H),
più volte lamentato nella Bibbia per indicare la volontà recalcitrante del popolo nei riguardi
di Dio (cf. Lv 26,41; Ger 9,25; Ez 44,7; At 7,51).
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
i"D*\"H: sost., gen. sing. f. da i"D*\", –"H, cuore; cf. Mc 2,6; compl. di specificazione.
"ÛJä<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
Mc 3,5 219

genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona plurale


(«di essi» = «loro»).
8X(g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf.
Mc 1,7. Presente storico.
Jè: art. determ., dat. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2. L’articolo individuante, specie
anaforico, definito da Girolamo «singularitatis significator», «indicatore di un solo
individuo» (Girolamo, Transl. hom., 35,7, traduzione dell’originale greco di Origene,
Homiliae in Lucam), talvolta ha in sé tanta forza da richiedere nella traduzione un pronome
dimostrativo, come nel nostro caso. Analogo fenomeno in Mc 5,8; 7,5.
•<hDfBå: sost., dat. sing. m. da –<hDTB@H, –@L, uomo, essere umano; cf. Mc 1,17; compl.
di termine.
}+iJg4<@<: verbo, 2a pers. sing. imperat. aor. da ¦iJg\<T (da ¦i e Jg\<T), tendere avanti,
stendere, allungare; cf. Mc 1,41.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
PgÃD": sost., acc. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; cf. Mc 1,31; compl. oggetto. Qui come
altrove (cf. Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43) l’articolo sta a indicare, forse,
il braccio (o la mano) per eccellenza, ossia quello destro.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
¦>XJg4<g<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da ¦iJg\<T (da ¦i e Jg\<T), tendere avanti, stendere,
allungare; cf. Mc 1,41.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•Bgi"JgFJVh0: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. pass. da •B@i"h\FJ0:4 (da •B` e i"h\FJ0-
:4), ripristinare allo stato precedente, ristabilire, ricostituire, risanare. Questo verbo ricorre
8 volte nel NT: Mt 12,13; 17,11; Mc 3,5; 8,25; 9,12; Lc 6,10; At 1,6; Eb 13,19. Nella grecità
profana come in quella biblica il verbo •B@i"h\FJ0:4 è usato non soltanto nel senso
letterale proprio di «restituire» una proprietà, «riparare» una costruzione, «guarire» una
malattia, ecc. (cf. Plutarco, Alex., 7,3,3; Polibio, Hist., 3,98,7; Gb 5,18, LXX), ma anche in
quello figurato di «rinnovare» il mondo, «ripristinare» il potere, ecc. (cf. Polibio, Hist.,
23,17,1). Nei LXX, ad esempio, •B@i"h\FJ0:4 ricorre con il significato specifico della
reintegrazione o ristabilimento di Israele alla fine dei tempi, dopo la dispersione dell’esilio
(cf. Sal 14,7; 85,2; Ger 16,15; 23,8; 24,6; Os 11,11). Qui, tuttavia, non è possibile scorgere
tale impronta teologica (allusione alla •B@i"JVFJ"F4H messianica): il verbo deve essere
inteso nel significato letterale di «risanare» in senso fisico (= «guarire»).
º: art. determ., nom. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
Pg\D: sost., nom. sing. f. da Pg\D, Pg4D`H, mano; cf. Mc 1,31; soggetto. Qui come altrove (cf.
Mc 1,31.41; 3,1.3.5[x2]; 5,41; 7,32; 8,23; 9,27.43) l’articolo sta a indicare, forse, il braccio
(o la mano) per eccellenza, ossia quello destro.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
220 Mc 3,6

genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare


(«di lui» = «suo»).

3,6 i" ¦>g8h`<JgH @Ê M"D4F"Ã@4 gÛh×H :gJ Jä< {/Då*4"<ä< FL:$@b84@<


¦*\*@L< i"Jz "ÛJ@Ø ÓBTH "ÛJÎ< •B@8XFTF4<.
3,6 Allora i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui sul
modo di eliminarlo.

i"\: cong. coordinativa di valore narrativo, indecl., allora, poi, in seguito; cf. Mc 1,4. Il
significato narrativo che talvolta può assumere la congiunzione i"\ si riscontra in Mc
3,6.9.21; 4,38b; 5,13b; 6,6b.32.39; 7,1a.29.35a; 8,6a.11a.23a.27a.29.31a.32b; 9,5a.7a.
21.26a.35a; 10,1a.2.13.17a.23a.42a.49a; 11,6.14a; 12,12a.16a.28a.43a; 14,10.13a.27a.
48a.50.53a.65a.72b; 15,2. In questi casi la congiunzione i"\, di influsso semitico, acquista
il significato avverbiale di «allora», «poi» (ma talvolta è pleonastica), per introdurre come
formula paratattica di passaggio una nuova scena all’interno della stessa pericope o un’altra
unità narrativa.
¦>g8h`<JgH: verbo, nom. plur. m. part. aor. da ¦>XDP@:"4 (da ¦i e §DP@:"4), venire fuori,
uscire; cf. Mc 1,25. Participio predicativo del soggetto M"D4F"Ã@4.
@Ê: art. determ., nom. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,5.
M"D4F"Ã@4: sost., nome proprio di gruppo religioso, nom. plur. m. da M"D4F"Ã@H, –@L, farisei;
cf. Mc 2,16; soggetto.
gÛhbH: avv. di tempo, indecl., subito, immediatamente; cf. Mc 1,10.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
{/Då*4"<ä<: sost., nome proprio di setta, gen. plur. m. da {/Då*4"<@\, –ä< (plurale di una
parola derivata da {/Dæ*0H), Erodiani (= membri del partito di Erode); compl. di
compagnia. Il vocabolo ricorre 3 volte nel NT: Mt 22,16; Mc 3,6; 12,13. Non sappiamo
quasi nulla di questo presunto gruppo o partito, a partire dalla stessa terminologia. La forma
neotestamentaria {/Då*4"<@\ (con la desinenza in –ianoi) non è la forma greca utilizzata
ordinariamente per i nomi collettivi: ci si aspetterebbe {/Då*gÃ@4 (che ricorre una sola volta
in Giuseppe Flavio per designare «i fautori di Erode»: Id., Bellum, 1,319) oppure {/Då*4-
FJ"\ (forma non attestata nella letteratura). La forma neotestamentaria {/Då*4"<@\ sembra
basata su una teorica forma latina Herodiani (essendo –iani una desinenza latina regolare),
analogamente a quanto avviene per il sostantivo greco con desinenza latina OD4FJ4"<@\,
«cristiani» (cf. At 11,26; 26,28; 1Pt 4,16), utilizzato per designare, forse all’origine in senso
dispregiativo, i servi o i seguaci del Cristo crocifisso. Alla luce di questo parallelo
neotestamentario non sembra che gli Erodiani costituissero una setta religiosa: erano
probabilmente i domestici della casa di Erode, i suoi funzionari o uomini di corte e più in
generale i Giudei che parteggiavano per la politica filoromana di Erode Antipa. Se questa
designazione è vera, gli Erodiani corrisponderebbero a coloro che Giuseppe Flavio definisce
Mc 3,7 221

anche mediante la circonlocuzione @Ê J {/Df*@L nD@<@Ø<JgH, «quelli che sostenevano


la parte [o partito] di Erode» (cf. Id., Antiq., 14,450) o più genericamente @Ê J@Ø {/Df*@L,
«quelli di Erode» (cf. Id., Antiq., 17,41).
FL:$@b84@<: sost., acc. sing. n. da FL:$@b84@<, –@L, consiglio, consulta, deliberazione,
riunione; compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 8 volte nel NT: Mt 12,14; 22,15; 27,1.7; 28,12;
Mc 3,6; 15,1; At 25,12. Il termine FL:$@b84@< è di stampo ellenistico (cf. Plutarco, Romul.,
14,3,4), usato in particolar modo negli scritti neotestamentari e in quelli cristiani.
¦*\*@L<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da *\*T:4, dare; cf. Mc 2,26. Imperfetto durativo o
iterativo per indicare il protrarsi di questa riunione. L’espressione FL:$@b84@< *@Ø<"4, lett.
«dare consiglio», è piuttosto insolita nella lingua greca, diversamente dalle più comuni
FL:$@b84@< B@4gÃ<, «fare consiglio» (latinismo per consilium facere, cf. Mc 15,1) e
FL:$@b84@< 8"$gÃ<, «tenere consiglio» (Mt 12,14).
i"Jz: (= i"JV), prep. propria di valore avversativo, seguita dal genitivo, indecl., contro; cf. Mc
1,27.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione.
ÓBTH: (da ÓH e BäH), cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, per, perché. Questa
congiunzione ricorre 53 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 17 volte in
Matteo (corrispondente allo 0,093% del totale delle parole); 1 volta in Marco (cf. Mc 3,6,
hapax marciano); 7 volte in Luca (0,036%); 1 volta in Giovanni (0,006%). Dopo i verbi di
preghiera (cf. Mt 9,38; Lc 10,2) e di decisione (cf. Mt 12,14; 22,15; Mc 3,6) la congiunzione
ÓBTH, pur conservando il suo fondamentale valore finale, è usata in luogo dell’infinito.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
•B@8XFTF4<: verbo, 3a pers. plur. congiunt. aor. da •B`88L:4 (da •B` e la radice di
Ð8ghD@H), perdere, rovinare, distruggere, togliere di mezzo, sopprimere, uccidere; cf. Mc
1,24.

3,7 5"Â Ò z30F@ØH :gJ Jä< :"h0Jä< "ÛJ@Ø •<gPfD0Fg< BDÎH J¬< hV8"FF"<s
i" B@8× B8­h@H •BÎ J­H '"848"\"H [²i@8@bh0Fg<]s i" •BÎ J­H z3@L*"\"H
3,7 Gesù, intanto, si ritirò presso il mare con i suoi discepoli. Ma una grande folla
proveniente dalla Galilea, dalla Giudea,

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
z30F@ØH: sost., nome proprio di persona, nom. sing. m. da z30F@ØH, –@Ø, Gesù; cf. Mc 1,1;
soggetto.
:gJV: prep. propria con valore di compagnia, seguita dal genitivo, indecl., con, insieme a, in
compagnia di; cf. Mc 1,13.
Jä<: art. determ., gen. plur. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,7.
222 Mc 3,7

:"h0Jä<: sost., gen. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; compl. di compagnia.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
•<gPfD0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •<"PTDXT (da •<V e PTDXT), andare
indietro, ritornare, ritirarsi. Questo verbo ricorre 14 volte nel NT: Mt 2,12.13.14.22; 4,12;
9,24; 12,15; 14,13; 15,21; 27,5; Mc 3,7 (hapax marciano); Gv 6,15; At 23,19; 26,31. Il verbo
indica nel greco classico un generico movimento fisico, spesso ulteriormente specificato
dall’uso delle preposizioni (cf. Omero, Il., 4,305; 10,210; Tucidide, Hist., 1,30,2).
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5.
JZ<: art. determ., acc. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
hV8"FF"<: sost., acc. sing. f. da hV8"FF", –0H, mare; cf. Mc 1,16; compl. di moto a luogo.
Nei versetti 7–8 è presente un problema di punteggiatura e conseguentemente di diversa
interpretazione. Si danno sostanzialmente tre possibilità: a) la maggior parte dei commentatori
pone il punto dopo '"848"\"H, ritiene autentica la lezione ²i@8@bh0Fg<, assegna al
secondo i"\ del v. 7 un valore copulativo e traduce: «Gesù, intanto, si ritirò presso il mare
con i suoi discepoli e lo seguiva molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea… una folla
enorme… si recò da lui»; b) altri, pur assegnando un valore copulativo al secondo i"\ e
accettando la lezione ²i@8@bh0Fg<, pongono il punto alla fine del versetto 8, poiché
considerano i versetti 7–8 una sola unità e traducono: «Gesù, intanto, si ritirò presso il mare
con i suoi discepoli e lo seguiva molta folla dalla Galilea, dalla Giudea…, una folla
enorme…, si recò da lui». Queste traduzioni, seppure grammaticalmente possibili, sono da
respingere per le seguenti ragioni: a) la lezione ²i@8@bh0Fg< non può essere ritenuta
autentica (cf. sotto le motivazioni) e deve essere pertanto espunta dal testo; b) esiste una
inclusione chiastica tra B@8× B8­h@H (v. 7b) e B8­h@H B@8b (v. 8); ciò suggerisce di
dividere il versetto 7 in due parti: la prima parte (7a) si conclude con il punto dopo BDÎH J¬<
hV8"FF"<; la seconda parte (7b) va unita con il versetto 8 per formare una sola proposizio-
ne; c) il secondo i"\ del v. 7 non ha valore copulativo, ma avversativo (= i"\ adversati-
vum). In tal modo il versetto 7, come già detto, viene diviso in due parti: 7a è una
proposizione autonoma che rappresenta la conclusione della pericope sulla guarigione
dell’uomo dal braccio atrofizzato, iniziata in Mc 3,1. Al contrario 7b è l’inizio di una nuova
proposizione che si conclude al v. 8; d) il verbo principale è collocato alla fine del v. 8 e si
riferisce all’insieme delle folle che accorrono da Gesù da diversi territori: si tratta di un’unica
massa di persone che ha un verbo comune (µ8h@< BDÎH "ÛJ`<). È improbabile (come
vogliono le prime due ipotesi) che in uno stesso versetto si faccia una doppia menzione di
«una grande folla» che si reca da Gesù: la prima folla proveniente soltanto dalla Galilea, la
seconda folla proveniente dalle altre regioni citate. In sostanza: si tratta di un’unica, grande
folla. In base a queste considerazioni, ecco la nostra traduzione:
Mc 3,7 223

Mc 3,7a «Gesù, intanto, si ritirò presso il mare con i suoi discepoli.


Mc 3,7b–8 Ma una grande folla proveniente dalla Galilea, dalla Giudea, da Gerusa-
lemme, dall’Idumea, da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone,
una folla enorme, sentendo quanto faceva, si recò da lui».

i"\: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, però; cf. Mc 1,4. Il
significato avversativo che talvolta può assumere la congiunzione i"\ (= i"\ adversativum)
si riscontra in Mc 1,13c; 3,7b.12.33a; 4,17a.19a.27d; 5,19a; 6,19b.20d.33a; 7,24b.28b;
8,12.16.29.30; 9,12a.30.31c.42a; 10,34; 12,12b.17a; 16,8c.
B@8b: agg. indefinito, nom. sing. n. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34; attributo di B8­h@H.
B8­h@H: sost., nom. sing. n. da B8­h@H, –@LH, moltitudine, folla; soggetto. Il vocabolo ricorre
31 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 2 volte in Marco (cf. Mc 3,7.8,
corrispondente allo 0,018% del totale delle parole); 8 volte in Luca (cf. Lc 1,10; 2,13; 5,6;
6,17; 8,37; 19,37; 23,1.27 = 0,041%); 2 volte in Giovanni (cf. Gv 5,3; 21,6 = 0,013%). Per
indicare gruppi indeterminati di persone nel NT sono impiegati vari termini: 1) ÐP8@H (cf.
Mc 2,4; ecc.): indica la moltitudine, la massa di gente comune ed eterogenea, in opposizione
al ceto superiore; 2) *­:@H (assente in Marco): indica il popolo, la popolazione civile che
abita in qualche città; 3) B8­h@H (cf. Mc 3,7.8): indica, secondo l’etimologia, la «pienezza»,
ossia la moltitudine in senso quantitativo, il gran numero o la parte maggiore rispetto a una
massa; 4) 8"`H (cf. Mc 7,6; 14,2): indica il popolo istituzionalizzato e, da un punto di vista
teologico, il popolo di Dio, la comunità cristiana. Si deve notare che queste distinzioni non
sempre sono rispettate e un autore può impiegare uno stesso vocabolo con vari significati.
•B`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da; cf. Mc
1,9.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
'"848"\"H: sost., nome proprio di regione, gen. sing. f. da '"848"\", –"H, Galilea; cf. Mc
1,9; compl. di moto da luogo.
[²i@8@bh0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da •i@8@LhXT, seguire, accompagnare,
mettersi dietro; cf. Mc 1,18. La forma verbale è presente nella maggior parte dei manoscritti;
è assente nei codici D, W e nei manoscritti della famiglia 13 (f13). I codici che riportano la
variante presentano una confusa attestazione: alcuni hanno la forma assoluta ²i@8@bh0Fg<
(B, L, 1, 565, 2427 e altri); altri ²i@8@bh0F"< (!, C, 728, 1071 e altri). Diversi codici
aggiungono il pronome "ÛJè, rispettivamente nella lezione ²i@8@bh0Fg< "ÛJè (A, P, E,
f1, 579, 700, 892 e altri) o ²i@8@bh0F"< "ÛJè (0133, 22, 33, 1009, 1241, 1342, 1424 e
altri). Tutte queste oscillazioni non depongono a favore della lezione. Probabilmente si tratta
del desiderio di qualche copista di armonizzare Marco con Mt 4,25 oppure di ordinare con
più chiarezza la divisione delle pericopi, preferendo Mc 3,1–6; 3,7–12 invece che Mc 3,1–7a;
3,7b–12. Si deve rilevare, inoltre, che il verbo •i@8@LhXT è costruito in Marco sempre con
la forma pronominale "ÛJè o con altri pronomi personali, mai allo stato assoluto
(prescindiamo dall’uso sostantivato @Ê •i@8@Lh@Ø<JgH in Mc 10,32; 11,9): ciò significa
che almeno le varianti che presentano il verbo allo stato assoluto non sono originali.].
224 Mc 3,8

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


•B`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da; cf. Mc
1,9.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
z3@L*"\"H: sost., nome proprio di località, gen. sing. f. da z3@L*"\", –"H, Giudea; compl. di
moto da luogo. Il vocabolo ricorre 43 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la
seguente: 8 volte in Matteo (corrispondente allo 0,044% del totale delle parole); 3 volte in
Marco (cf. Mc 3,7; 10,1; 13,14 = 0,027%); 10 volte in Luca (0,051%); 6 volte in Giovanni
(0,038%). Traslitterazione grecizzata del toponimo di origine ebraica derivato forse dal
patronimico %$ I {%*A, Yehûd5a) h (cf. sotto) oppure dall’aramaico *$H{%*A, Yehûd5ay. Come nome
geografico z3@L*"\" è usato talvolta in funzione di aggettivo (cf. º z3@L*"\" PfD", «la
regione giudaica», per indicare la Giudea, Mc 1,5), ma per lo più ricorre come nome a sé
stante, di valore sostantivato: la sua origine aggettivale è ricordata dalla presenza dell’articolo
che non manca mai. In epoca ellenistica e romana il nome indica la porzione meridionale
della Palestina tra il fiume Giordano e il Mar Morto, distinta dalla Samaria, dalla Galilea,
dalla Perea e dall’Idumea; in senso lato si riferisce a tutta la Palestina. Lo storico Strabone
la definisce così: º *z ßB¥D J"bJ0H [sott. M@4<\i0H] :gF`("4" :XPD4 Jä< z!DV$T<
º :gJ">× 'V.0H i"Â z!<J484$V<@L z3@L*"\" 8X(gJ"4, «La terra che si estende tra la
Fenicia e l’Arabia e tra Gaza e l’Antilibano si chiama Giudea» (Id., Geogr., 16,2,21). Il
termine z3@L*"\", tuttavia, può avere significati molteplici, a seconda del periodo storico
e della fonte che ne fa uso. La Giudea che Erode il Grande governava nel 40/39 a.C. era un
territorio molto più piccolo rispetto all’originale territorio della tribù di Giuda (cf. Gs 15) o
del regno di Giuda da David a Sedecia. Giuseppe Flavio descrive con molti particolari la
Giudea del tempo di Agrippa II, riferendosi in pratica alla stessa realtà geopolitica di Erode
il Grande (cf. Id., Bellum, 3,51–58). A nord il confine con la Samaria era posto a Anuato
Borkeo, identificato con Khirbet Berqit, 15 km a sud di Sichem. A sud il confine viene
indicato con il villaggio di Iardan, posto al confine con l’Arabia, da identificare forse con
Arad del Neghev. L’estensione da ovest a est è compresa tra Ioppe e il Giordano. A partire
dal 6 d.C. la Giudea divenne una provincia amministrata da Roma per mezzo del prefetto con
sede a Cesarea Marittima. Nell’uso neotestamentario il termine z3@L*"\" può indicare sia
la regione della montagna di Giuda del periodo pre–esilico, ossia la parte centrale della
Giudea definita nei particolari da Gs 15,48–60 sia il Regno di Giuda stabilito da David e
soppresso dai babilonesi nel 586 a.C. Per quanto riguarda l’espressione º z3@L*"\" PfD",
«la regione giudaica», per indicare la Giudea, vedi commento a Mc 1,5.

3,8 i" •BÎ {3gD@F@8b:T< i" •BÎ J­H z3*@L:"\"H i" BXD"< J@Ø z3@D*V<@L
i" BgD IbD@< i" E4*ä<"s B8­h@H B@8b •i@b@<JgH ÓF" ¦B@\g4 µ8h@<
BDÎH "ÛJ`<.
3,8 da Gerusalemme, dall’Idumea, da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una
folla enorme, sentendo quanto faceva, si recò da lui.

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


Mc 3,8 225

•B`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da; cf. Mc
1,9.
{3gD@F@8b:T<: sost., nome proprio di città, gen. plur. n. da {3gD@F`8L:", –T<, Gerusalem-
me; compl. di moto da luogo. Il vocabolo ricorre 62 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 11 volte in Matteo (corrispondente allo 0,060% del totale delle
parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 3,8.22; 7,1; 10,32.33; 11,1.11.15.27.41 = 0,088%); 4 volte
in Luca (0,021%); 12 volte in Giovanni (0,077%). Traslitterazione grecizzata del toponimo
di origine ebraica .-F– I {9*A, Yerûša) le)m. Il nome della città viene ricordato per la prima volta
in caratteri cuneiformi nelle lettere di Tell el–Amarnah (risalenti al XIV secolo a.C.) con la
grafia U–ru–sa–lim (Uru–sa–lim). Stessa pronuncia ritroviamo nella forma assira
Ur–sa–li–im–mu, presente nel prisma di Sennacherib (inizio dell’VIII secolo a.C.). Nel TM
il nome della città ricorre 660 volte nella forma .-F– I {9*A che corrisponde al qere perpetuum
.*E-H– I {9*A, Yerûša) layim. Con ogni probabilità si tratta di una desinenza duale artefatta,
impiegata per esprimere la duplicità della città alta e quella bassa che caratterizzano
l’orografia dell’abitato di Gerusalemme. La pronuncia più antica e corretta è certamente
quella vocalizzata in .-F– I {9*A, YerûšaGlGe m, in conformità alla più antica pronuncia semitica
e confermata dalla traslitterazione {3gD@LF"8Z: che ritroviamo sia in Filone di Alessandria
(cf. Id., Somn., 2,250) sia in Giuseppe Flavio che traslittera il nome della città citando il
filosofo Clearco di Soli, vissuto attorno al IV–III secolo a.C. (cf. Giuseppe Flavio, Contra
Ap., 1,179). Una ulteriore conferma ritroviamo nelle sezioni aramaiche della Bibbia dove la
città è vocalizzata .-F– A {9*A, Yerûšele)m (cf. Esd 4,8.12.20.23.24; 5,1.2.14.15.16.17;
6,3.5[x2].9.12.18; 7,13.14.15.16.17.19; Dn 5,2.3; 6,11). Il nome, forse di derivazione
semitico occidentale, è composto da due elementi: il primo è formato dal vocabolo &9*, yrw
(radice yrh) e racchiude l’idea di «fondazione», «insediamento»; il secondo è costituito dal
nome semitico del dio Ša) le) m; il significato del nome sarebbe, quindi, «Fondazione del [dio]
Ša) le) m», «Città del [dio] Ša) le) m». La traduzione dei LXX riporta il toponimo quasi sempre
nella forma z3gD@LF"8Z: (867 ricorrenze, contro le 23 ricorrenze di {3gD@F`8L:").
Analogo fenomeno ritroviamo nel NT, dove il nome della città è scritto 77 volte con la grafia
z3gD@LF"8Z: e 62 volte con {3gD@F`8L:". Nel vangelo di Marco il toponimo compare
sempre nella grafia {3gD@F`8L:". La forma semitica z3gD@LF"8Z: (indeclinabile) è quella
“sacrale” usata dai LXX e dagli autori giudaici; la forma {3gD@F`8L:" (declinabile) è il
nome profano che usano gli autori non giudaici, ma anche quelli giudaici quando si rivolgono
a lettori pagani.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•B`: prep. propria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., da, via da, lontano da; cf. Mc
1,9.
J­H: art. determ., gen. sing. f. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,9.
z3*@L:"\"H: sost., nome proprio di regione, gen. sing. f. da z3*@L:"\", –"H, Idumea; compl.
di moto da luogo. Hapax neotestamentario. Traslitterazione grecizzata del toponimo di
origine ebraica derivato dal nome proprio maschile .|$! B , ’Ed5ôm, equivalente a «[Terra di]
Edom». Tradizionalmente indica il territorio montuoso della Palestina meridionale, tra la
Giudea e l’Arabia, abitata dagli Idumei, discendenti di Edom. Al tempo di Gesù era
226 Mc 3,8

governata assieme alla Galilea da Erode Antipa. Il territorio idumeo apparteneva politicamen-
te alla Giudea fin dai tempi di Giovanni Ircano I (135–104 a.C.; cf. Giuseppe Flavio, Antiq.,
13,257) il quale aveva costretto gli abitanti alla circoncisione per poterli incorporare alla
comunità di Gerusalemme e alla religione giudaica. Nonostante ciò gli Idumei non erano ben
visti dagli Israeliti che li consideravano al pari di stranieri. Anche Erode il Grande, padre di
Antipa, era un Idumeo.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
BXD"<: prep. impropria di valore locale, seguita dal genitivo, indecl., oltre, di là, al di là,
dall’altra parte, sull’altra riva. Il vocabolo ricorre 23 volte nel NT. La distribuzione nei
vangeli è la seguente: 7 volte in Matteo (corrispondente allo 0,038% del totale delle parole);
7 volte in Marco (come preposizione impropria: Mc 3,8; 10,1; come avverbio di luogo: Mc
4,35; 5,1.21; 6,45; 8,13 = 0,062%); 1 volta in Luca (0,005%); 8 volte in Giovanni (0,051%).
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
z3@D*V<@L: sost., nome proprio di fiume, gen. sing. m. da z3@D*V<0H, –@L, Giordano; cf. Mc
1,5; compl. di specificazione. L’espressione BXD"< J@Ø z3@D*V<@L (qui e in Mc 10,1)
deriva dalla stessa espressione anticotestamentaria 0yF9AH% H 9"G3FvA, be‘e)b5er hayyarde)n, «al di
là del Giordano» (cf. Gs 1,14–15; 9,1; 12,1; 13,8) che i LXX traducono con BXD"< J@Ø
z3@D*V<@L. Con tale espressione si indica quella che altrove è chiamata AgD"\", Perea (cf.
Giuseppe Flavio, Bellum, 1,586.590; Antiq., 5,255; 15,294) oppure, più estesamente, º ßB¥D
z3@D*V<0< AgD"\", «la Perea al di là del Giordano» (Giuseppe Flavio, Bellum, 2,43).
Stando a questo storico tale regione si estendeva, in latitudine, da Macheronte fino a Pella
della Decapoli. A ovest la Perea era delimitata dal Giordano (da cui la caratteristica
espressione); a est si trovavano i territori di Madaba, Hesbon, Filadelfia e Gerasa; a sud
confinava con il territorio di Moab (cf. Giuseppe Flavio, Bellum, 3,46–47). Dopo la
destituzione di Erode Antipa nel 39 d.C. la Perea fece parte per un certo periodo della
Provincia Iudaea, ma dopo la morte di Agrippa II fu assegnata alla provincia di Siria (dal
100 d.C.).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
BgD\: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., intorno a, attorno, in
prossimità di, vicino; cf. Mc 1,6.
IbD@<: sost., nome proprio di città, acc. sing. f. da IbD@H, –@L, Tiro; compl. di moto da luogo.
Il vocabolo ricorre 11 volte nel NT: Mt 11,21.22; 15,21; Mc 3,8; 7,24.31; Lc 6,17;
10,13.14; At 21,3.7. Traslitterazione grecizzata del toponimo di origine ebraica 9J7 (9|7), SEo) r
(SEôr), «Roccia» (cf. 2Sam 5,11; 1Re 5,15, ecc.), a sua volta derivato da una radice fenicia.
Nei testi rabbinici prevale la grafia 9|7, SEôr (cf. m.Bek., 8,7). La città portuale fenicia era
situata anticamente su un’isola (oggi unita al continente). La data di fondazione della città è
sconosciuta, ma certamente anteriore al secolo XIV a.C., poiché Tiro è citata nelle lettere di
Tell el–Amarnah e nella letteratura ugaritica.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
E4*ä<": sost., nome proprio di città, acc. sing. f. da E4*f<, –ä<@H, Sidone; compl. di moto
da luogo. Il vocabolo ricorre 9 volte nel NT: Mt 11,21.22; 15,21; Mc 3,8; 7,31; Lc 6,17;
Mc 3,9 227

10,13.14; At 27,3. Traslitterazione grecizzata del toponimo di origine ebraica 0J$*7E (0|$7E),
SEîd5o) n, «Rifornimento», a sua volta derivato da una radice fenicia. Nei testi rabbinici prevale
la grafia 0|$*7E, SEîd5ôn (cf. m.Ghit., 7,5). Si tratta di una antica e ricca città della Fenicia, posta
sulla costa occidentale del mare Mediterraneo, a circa 30 chilometri a nord di Tiro.
Menzionata già in Omero (cf. Id., Od., 15,425) Sidone compare varie volte nell’AT (cf. Gn
10,15.19; 49,13; Dt 3,9; Gs 11,8; 13,4.6; 19,28; Gdc 1,31; 3,3; 10,6.12; 18,7[x2].28; 1Re
5,20; 11,1.5.33; 16,31; 17,9; 2Re 23,13; 2Sam 24,6; 1Cr 1,13; 22,4; Esd 3,7; Gdt 2,28; 1Mac
5,15; Is 23,2.4.12; Ger 25,22; 27,3; 47,4; Ez 27,8; 28,21.22; 32,30), talvolta in modo
convenzionale, assieme a Tiro, nella formula stereotipa IbD@H i"Â E4*f< (o E4*f< i"Â
IbD@H), «Tiro e Sidone» (cf. 1Cr 22,4; Esd 3,7; Gdt 2,28; 1Mac 5,15; Is 23,1–2; Ger 47,4;
Gl 4,4; Zc 9,2–3; cf. Mt 11,21.22; 15,21; Mc 3,8; 7,31; Lc 6,17; 10,13.14).
B8­h@H: sost., nom. sing. n. da B8­h@H, –@LH, moltitudine, folla; cf. Mc 3,7; soggetto.
B@8b: agg. indefinito, nom. sing. n. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34; attributo di B8­h@H.
•i@b@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres. da •i@bT, sentire, ascoltare, percepire, capire,
scoprire, imparare, sapere; cf. Mc 2,1. Participio predicativo del soggetto B8­h@H.
Costruzione ad sensum: il participio plurale maschile si riferisce a B8­h@H, singolare neutro,
il cui significato collettivo di «moltitudine» giustifica l’anacoluto grammaticale.
ÓF": pron. relativo con valore di quantità e misura, acc. plur. n. da ÓF@H, –0, –@<, quanto,
quanto grande, ciò che, quello che; cf. Mc 2,19; compl. oggetto.
¦B@\g4: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere; cf. Mc 1,3. Imperfetto durativo o iterativo per indicare il protrarsi di questa azione
di bene.
µ8h@<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da §DP@:"4, venire, apparire, arrivare, giungere, farsi
avanti, recarsi, sorgere; cf. Mc 1,7.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’espressione §DP@:"4 BD`H, detta in riferimento
a Gesù, non è rara in Marco: è impiegata per descrivere l’andare verso Gesù da parte di
qualche miracolato (cf. Mc 1,40; 2,3; 10,50), della folla (cf. Mc 1,45; 2,13; 3,8; 5,15) o di
gruppi specifici (cf. Mc 11,27; 12,18). Lo stesso Gesù comanda ai discepoli di lasciar «venire
a sé» i bambini (cf. Mc 10,14).
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.

3,9 i" gÉBg< J@ÃH :"h0J"ÃH "ÛJ@Ø Ë<" B8@4VD4@< BD@Fi"DJgD± "ÛJè *4 JÎ<
ÐP8@< Ë<" :¬ h8\$TF4< "ÛJ`<·
3,9 Allora egli disse ai suoi discepoli di mettergli a disposizione una barca, a causa della
folla, perché non lo schiacciassero.

i"\: cong. coordinativa di valore narrativo, indecl., allora, poi, in seguito; cf. Mc 1,4. Il
significato narrativo che talvolta può assumere la congiunzione i"\ si riscontra in Mc
228 Mc 3,9

3,6.9.21; 4,38b; 5,13b; 6,6b.32.39; 7,1a.29.35a; 8,6a.11a.23a.27a.29.31a.32b; 9,5a.7a.


21.26a.35a; 10,1a.2.13.17a.23a.42a.49a; 11,6.14a; 12,12a.16a.28a.43a; 14,10.3a.27a.48a.50.
53a.65a.72b; 15,2. In questi casi la congiunzione i"\, di influsso semitico, acquista il
significato avverbiale di «allora», «poi» (ma talvolta è pleonastica), per introdurre come
formula paratattica di passaggio una nuova scena all’interno della stessa pericope o un’altra
unità narrativa.
gÉBg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare; cf. Mc
1,7.
J@ÃH: art. determ., dat. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,21.
:"h0J"ÃH: sost., dat. plur. m. da :"h0JZH, –@Ø (da :"<hV<T), discepolo, alunno; cf. Mc
2,15; compl. di termine.
"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. di specificazione. Nel NT questa forma, detta
genitivo di appartenenza, è usata per esprimere l’aggettivo possessivo di 3a persona singolare
(«di lui» = «suo»).
Ë<": cong. subordinativa di valore completivo, indecl., di, che; cf. Mc 1,38. La congiunzione Ë<"
non ha qui il consueto valore finale, ma quello completivo (equivalente a ÓJ4 o ÓBTH): in
pratica introduce una proposizione infinitiva (cf. Mc 3,9a.12; 4,22a; 5,10.18.43; 6,8.12.25.56;
7,26.32.36; 8,22.30; 9,9.12.18.30; 10,35.37; 11,16; 13,34; 15,21).
B8@4VD4@<: sost., nom. sing. n. da B8@4VD4@<, –@L, navicella, barca; soggetto. Il vocabolo
ricorre 5 volte nel NT: Mc 3,9 (hapax marciano); Gv 6,22.23.24; 21,8. Per indicare la barca
usata dai discepoli e all’occorrenza da Gesù, solitamente Marco impiega il termine B8@Ã@<
(cf. Mc 1,19.20; 4,1.36[x2].37[x2]; 5,2.18.21; 6,32.45.47.51.54; 8,10.14), di cui B8@4VD4@<
rappresenta la forma diminutiva, secondo l’uso ellenistico (cf. Senofonte, Hell., 4,5,17). L’uso
dei diminutivi è una delle caratteristiche dello stile marciano (cf. Mc 3,9; 5,23.39.41; 6,9;
7,25.27.28.30; 8,7; 9,24.36.37; 10,13–14; 14,47) e più in generale del greco ellenistico.
BD@Fi"DJgD±: verbo, 3a pers. sing. congiunt. pres. da BD@Fi"DJgDXT (da BD`H e
i"DJgDXT), stare pronto, essere a disposizione, avere cura. Questo verbo ricorre 10 volte
nel NT: Mc 3,9 (hapax marciano); At 1,14; 2,42.46; 6,4; 8,13; 10,7; Rm 12,12; 13,6; Col
4,2. Nella diatesi passiva BD@Fi"DJgDXT assume il significato di «essere dedicato»,
«mettere a disposizione» (cf. Diodoro Siculo, Bibl., 2,29,5; cf. At 10,7).
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
*4V: prep. propria di valore causale, seguita dall’accusativo, indecl., a causa di, a motivo di, per;
cf. Mc 2,1.
J`<: art. determ., acc. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,2.
ÐP8@<: sost., acc. sing. m. da ÐP8@H, –@L, folla, moltitudine; cf. Mc 2,4; compl. di causa.
Ë<": cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, perché, allo scopo di, per; cf. Mc
1,38.
:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4.
Mc 3,10 229

h8\$TF4<: verbo, 3a pers. plur. congiunt. pres. da h8\$T, pigiare, premere, schiacciare.
Questo verbo ricorre 10 volte nel NT: Mt 7,14; Mc 3,9 (hapax marciano); 2Cor 1,6; 4,8; 7,5;
1Ts 3,4; 2Ts 1,6.7; 1Tm 5,10; Eb 11,37. Nel significato letterale proprio di «premere»,
«schiacciare», «spingere», h8\$T è presente già in Omero (cf. Id., Od., 17,221), dove il
verbo indica una pressione in senso fisico. All’infuori delle due ricorrenze sinottiche il verbo
è usato nel NT sempre in senso traslato.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.

3,10 B@88@×H (D ¦hgDVBgLFg<s òFJg ¦B4B\BJg4< "ÛJè Ë<" "ÛJ@Ø žRT<J"4 ÓF@4
gÉP@< :VFJ4("H.
3,10 Infatti aveva guarito tutti, al punto che quanti avevano qualche male gli si gettavano
addosso per toccarlo.

B@88@bH: agg. indefinito, di valore sostantivato, acc. plur. m. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto,
tanto, grande; cf. Mc 1,34; compl. oggetto. L’aggettivo «molti», qui sostantivato, deve essere
inteso non in senso esclusivo o restrittivo, come se l’Autore stesse affermando che alcuni dei
malati non furono guariti, ma alla maniera semitica, corrispondente a «tutti» (senso inclusivo):
Gesù li guarì tutti che in quella occasione erano molti; cf. il passo parallelo di Lc 6,19
(*b<":4H B"Dz "ÛJ@Ø ¦>ZDPgJ@ i" ƐJ@ BV<J"H, «una forza usciva da lui e guariva
tutti») e anche Mt 12,15 (i"Â ¦hgDVBgLFg< "ÛJ@×H BV<J"H, «e li guarì tutti»). Si tratta
di un particolare modo semitico di intendere la realtà e di esprimerlo linguisticamente, come
avviene in Mc 1,34[x2]; 3,10; 6,2; 9,26; 10,31.45; 14,24 (vedi commento ad l.).
(VD: cong. coordinativa di valore esplicativo, indecl., infatti; cf. Mc 1,16.
¦hgDVBgLFg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da hgD"BgbT, riparare, guarire, curare, ridare
salute; cf. Mc 1,34. L’aoristo ha qui valore di piuccheperfetto, come avviene altrove (cf. Mc
3,10; 8,14; 9,34; 12,12[x2]). Da notare l’inclusione tematica e letteraria tra ¦hgDVBgLFg<
B@88@bH (cf. Mc 1,34) e B@88@×H ¦hgDVBgLFg< (cf. Mc 3,10).
òFJg: cong. subordinativa di valore consecutivo, indecl., così che, cosicché, tanto che, al punto
che; cf. Mc 1,27.
¦B4B\BJg4<: verbo, inf. pres. da ¦B4B\BJT (da ¦B\ e B\BJT), cadere su, gettare su, attaccare.
Questo verbo ricorre 11 volte nel NT: Mc 3,10 (hapax marciano); Lc 1,12; 15,20; At 8,16;
10,44; 11,15; 19,17; 20,10.37; Rm 15,3; Ap 11,11. Nel greco classico il verbo ¦B4B\BJT
esprime in senso letterale proprio l’idea di un «cadere addosso» con una certa insistenza e
decisione (cf. Tucidide, Hist., 7,84,3; Senofonte, Oecon., 18,7; Erodoto, Hist., 4,105,1).
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di moto a luogo. Il caso dativo è retto dal
verbo ¦B4B\BJT.
Ë<": cong. subordinativa di valore finale, indecl., affinché, perché, allo scopo di, per; cf. Mc
1,38.
230 Mc 3,11

"ÛJ@Ø: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., gen. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,3; compl. oggetto.
žRT<J"4: verbo, 3a pers. plur. congiunt. aor. medio da žBJ@:"4, toccare, tenere; cf. Mc 1,41.
ÓF@4: pron. relativo con valore di quantità e misura, nom. plur. m. da ÓF@H, –0, –@<, quanto,
quanto grande, ciò che, quello che; cf. Mc 2,19; soggetto.
gÉP@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da §PT, avere, possedere, tenere (trans.); essere nella
condizione di, essere all’intorno (intr.); cf. Mc 1,22. Imperfetto durativo.
:VFJ4("H: sost., acc. plur. f. da :VFJ4>, –4(@H, flagello, piaga, calamità, punizione; compl.
oggetto. Il vocabolo ricorre 6 volte nel NT: Mc 3,10; 5,29.34; Lc 7,21; At 22,24; Eb 11,36.
A partire già da Omero :VFJ4> indica in senso letterale proprio la «sferza», la «frusta» usata
per gli animali (cf. Omero, Il., 5,748) e in senso traslato la tribolazione (cf. Omero, Il., 12,37).
Successivamente il termine passò a designare il generico «dolore», la «piaga», la «malattia»
(cf. Eschilo, Prom., 682; Sal 73,14; Ger 5,3, LXX). Nel NT il significato letterale proprio è
presente soltanto in At 22,24 e Eb 11,36, mentre nei sinottici ricorre quello figurato di
«infermità».

3,11 i" J B<gb:"J" J •iVh"DJ"s ÓJ"< "ÛJÎ< ¦hgfD@L<s BD@FXB4BJ@< "ÛJè


i"Â §iD".@< 8X(@<JgH ÓJ4 E× gÉ Ò LÊÎH J@Ø hg@Ø.
3,11 Gli spiriti cattivi quando lo vedevano si prostravano davanti a lui e gridavano: «Tu sei
il Figlio di Dio!».

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


JV: art. determ., nom. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18.
B<gb:"J": sost., nom. plur. n. da B<gØ:", –"J@H, alito, soffio, vento, spirito, Spirito; cf. Mc
1,8; soggetto.
JV: art. determ., nom. plur. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,18.
•iVh"DJ": agg. qualificativo, nom. plur. n. da •iVh"DJ@H, –@< (da –8n" privativa e
i"h"\DT), non pulito, sporco, immondo, impuro; cf. Mc 1,23; attributo di B<gb:"J".
ÓJ"<: (= ÓJg e –<), cong. subordinativa di valore temporale, indecl., quando, ogni qualvolta,
allorché, appena; cf. Mc 2,20.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
¦hgfD@L<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da hgTDXT, guardare, vedere. Imperfetto
durativo. Questo verbo ricorre 58 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente:
2 volte in Matteo (corrispondente allo 0,011% del totale delle parole); 7 volte in Marco (cf.
Mc 3,11; 5,15.38; 12,41; 15,40.47; 16,4 = 0,062%); 7 volte in Luca (0,036%); 24 volte in
Giovanni (0,154%). Il verbo hgTDXT appartiene alla numerosa gamma semantica dei verba
videndi: generalmente nel greco sia classico che biblico indica non soltanto il «vedere»
sensoriale, l’«osservare» come spettatore (cf. Erodoto, Hist., 1,59,1), ma anche la comprensio-
ne mentale di un fatto percepito con i sensi: in tal caso equivale a «considerare», «valutare»
Mc 3,11 231

(cf. Platone, Gorg., 523e; Aristotele, Metaph., 1003b 13) e perfino «contemplare» (= vedere
in visione), come avviene nei Padri della Chiesa. Nell’uso marciano prevale il primo
significato, quello di un «osservare» esteriore che ha come oggetto singole persone (cf. Mc
3,11; 5,15; 15,47), cose (cf. Mc 16,4) o particolari situazioni (cf. Mc 5,38; 12,41; 15,40).
BD@FXB4BJ@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da BD@FB\BJT (da BD`H e B\BJT), cadere
in avanti, cadere giù, prostrarsi. Questo verbo ricorre 8 volte nel NT: Mt 7,25; Mc 3,11;
5,33; 7,25; Lc 5,8; 8,28.47; At 16,29. Imperfetto durativo o iterativo per indicare il ripetersi
di questa azione. Oltre ad avere il generico significato di «cadere in avanti», «cadere addosso»
(cf. Senofonte, De re eq., 7,6), questo verbo è usato nel greco classico anche nel significato
circoscritto di «gettarsi a terra», «prostrarsi», come segno di omaggio, supplica, timore o
venerazione:

z+<JL(PV<@<JgH *t •88Z8@4F4 ¦< J±F4 Ò*@ÃF4, Jè*g –< J4H *4"(<@\0 gÆ Ó:@4@\ gÆFÂ
@Ê FL<JL(PV<@<JgH· •<J (D J@Ø BD@F"(@Dgbg4< •88Z8@LH n48X@LF4 J@ÃF4
FJ`:"F4: ´< *¥ ¹ @àJgD@H ßB@*gXFJgD@H Ï8\(å, JH B"Dg4H n48X@<J"4· ´< *¥
B@88è ¹ @àJgD@H •(g<<XFJgD@H, BD@FB\BJT< BD@FiL<Xg4 JÎ< ªJgD@<.
«Quando [i Persiani] si incontrano per strada è facile capire se coloro che si incontrano sono
della stessa condizione: invece di salutarsi, infatti, si baciano sulla bocca; se però uno dei due
è di condizione inferiore si baciano sulle guance; se, infine, uno è di nascita molto meno
nobile si inginocchia e si prostra davanti all’altro» (Erodoto, Hist., 1,134,1; cf. anche Sofocle,
Ai., 1181; Senofonte, Cyr., 4,6,2; Euripide, Or., 1332).

Nelle tre ricorrenze marciane il verbo è usato con tale accezione, diversamente da
quanto avviene per BD@FiL<XT (cf. Mc 5,6), usato per esprimere positivamente l’atto della
preghiera e dell’adorazione.
"ÛJè: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,13; compl. di termine.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
§iD".@<: verbo, 3a pers. plur. ind. imperf. da iDV.T, gridare, strillare, schiamazzare. Questo
verbo ricorre 55 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 12 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,065% del totale delle parole); 10 volte in Marco (cf. Mc 3,11; 5,5.7;
9,24.26; 10,47.48; 11,9; 15,13.14 = 0,088%); 3 volte in Luca (0,015%); 4 volte in Giovanni
(0,026%). Imperfetto durativo o iterativo per indicare il ripetersi di questa azione. Nell’uso
classico il verbo iDV.T è riferito in particolare al “grido” di animali ed equivale a
«gracchiare», «gracidare», «schiamazzare» (cf. Aristofane, Ranae, 258). Detto degli uomini
corrisponde al generico «gridare» (cf. Eschilo, Prom., 743; Aristofane, Ranae, 265;
Senofonte, Cyr., 1,3,10). Nell’uso neotestamentario il verbo iDV.T quando è privo di un
enunciato esplicativo indica un gridare inarticolato, vuoto (come in Mc 5,5; 9,26). Negli altri
casi introduce una formula esclamativa, quasi sempre indirizzata a Gesù e riferita da ossessi
(cf. Mc 5,7), miracolati (cf. Mc 9,24; 10,47.48), gruppi di persone (cf. Mc 11,9; 15,3.14).
8X(@<JgH: verbo, nom. plur. m. part. pres. da 8X(T, dire, parlare, affermare, ritenere, esortare;
cf. Mc 1,7. Participio predicativo di valore espletivo del soggetto J B<gb:"J" J
232 Mc 3,12

•iVh"DJ". L’uso di 8X(T dopo i verbi cosiddetti dicendi («dire», «proclamare»,


«annunciare», «interrogare», «rispondere», «deliberare», ecc.), frequentissimo nel NT, è un
ebraismo dovuto alla traduzione servile della forma verbale 9J/!-F, le) ’mo) r, equivalente al
gerundio «dicendo» e impiegata per introdurre il discorso diretto, in sostituzione del segno
grafico dei due punti (:), inesistente in ebraico come in greco. Nelle traduzioni questa tipica
forma può essere omessa.
ÓJ4: cong. subordinativa di valore dichiarativo, indecl., che; cf. Mc 1,15. Dopo i verbi dicendi
e simili introduce il discorso diretto e svolge la funzione dei due punti (= ÓJ4 recitativo); in
tal caso può essere omessa.
Eb: pron. personale di 2a pers. nom. sing. da Fb (gen. F@Ø/F@L, dat. F@\/F@4, acc. FX/Fg), tu,
te; cf. Mc 1,11; soggetto.
gÉ: verbo, 2a pers. sing. ind. pres. da gÆ:\, essere, esistere, accadere, essere presente; cf. Mc 1,6.
In Marco l’espressione F× gÉ è una affermazione riferita soltanto a Gesù (cf. Mc 1,11; 3,11;
8,29; 14,61; 15,2): essa pone in evidenza la sua identità, in stretto parallelismo con la
dichiarazione ¦(f gÆ:4 (Mc 6,50) che Gesù pronuncia per definire sé stesso.
Ò: art. determ., nom. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,4.
LÊ`H: sost., nom. sing. m. da LÊ`H, –@Ø, figlio; cf. Mc 1,1; predicato nominale.
J@Ø: art. determ., gen. sing. m. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,1.
hg@Ø: sost., gen. sing. m. da hg`H, –@Ø, dio, Dio; cf. Mc 1,1; compl. di specificazione.

3,12 i" B@88 ¦BgJ\:" "ÛJ@ÃH Ë<" :¬ "ÛJÎ< n"<gDÎ< B@4ZFTF4<.


3,12 Ma egli intimava loro severamente di non divulgare chi egli fosse.

i"\: cong. coordinativa di valore avversativo, indecl., ma, tuttavia, però; cf. Mc 1,4. Il
significato avversativo che talvolta può assumere la congiunzione i"\ (= i"\ adversativum)
si riscontra in Mc 1,13c; 3,7b.12.33a; 4,17a.19a.27d; 5,19a; 6,19b.20d.33a; 7,24b.28b;
8,12.16.29.30; 9,12a.30.31c.42a; 10,34; 12,12b.17a; 16,8c.
B@88V: agg. indefinito, acc. plur. n. da B@8bH, B@88Z, B@8b, molto, tanto, grande; cf. Mc
1,34. La forma B@88V è qui usata in modo avverbiale («molto», «con insistenza»,
«intensamente») e non quantitativo («molte cose»). Si tratta di una caratteristica di Marco (cf.
Mc 1,45; 3,12; 5,10.23.26.38.43; 6,20.23; 8,31; 9,12.26; 15,3).
¦BgJ\:": verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da ¦B4J4:VT (da ¦B\ e J4:VT), intimare,
ammonire, sgridare, rimproverare, proibire, ordinare severamente; cf. Mc 1,25. Imperfetto
durativo o iterativo per indicare l’insistenza di questo ordine.
"ÛJ@ÃH: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., dat. plur. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,17; compl. di termine.
Ë<": cong. subordinativa di valore completivo, indecl., di, che; cf. Mc 1,38. La congiunzione Ë<"
non ha qui il consueto valore finale, ma quello completivo (equivalente a ÓJ4 o ÓBTH): in
pratica introduce una proposizione infinitiva (cf. Mc 3,9a.12; 4,22a; 5,10.18.43; 6,8.12.25.56;
7,26.32.36; 8,22.30; 9,9.12.18.30; 10,35.37; 11,16; 13,34; 15,21).
Mc 3,13 233

:Z: cong. negativa di valore soggettivo, indecl., non; cf. Mc 2,4.


"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. oggetto.
n"<gD`<: agg. qualificativo, acc. sing. m. da n"<gD`H, –V, –`<, apparente, manifesto,
evidente, noto; compl. predicativo dell’oggetto "ÛJ`<. Il vocabolo ricorre 18 volte nel NT.
La distribuzione nei vangeli è la seguente: Mt 12,16; Mc 3,12; 4,22; 6,14; Lc 8,17[x2]. In
corrispondenza alla sua etimologia l’aggettivo deverbale n"<gD`H (da n"\<T, cf. Mc 14,64)
indica ciò che è «ben visibile», «chiaro», «evidente», in senso sia letterale proprio che figurato
(cf. Pindaro, Olym., 7,56; Erodoto, Hist., 2,146,1; Tucidide, Hist., 1,42,2). La locuzione
n"<gDÎ< B4­F"4, «rendere chiaro», assume il significato di «manifestare», «rendere noto»,
riferita a ciò che ancora non è stato visto, sentito o conosciuto (cf. Platone, Leg., 630c;
Menandro, Epit., 495) ed equivale a n"<gDÎ< J4hX<"4 (cf. Pindaro, Olym., 13,98).
B@4ZFTF4<: verbo, 3a pers. plur. congiunt. aor. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere; cf. Mc 1,3.

3,13 5" •<"$"\<g4 gÆH JÎ ÐD@H i" BD@Fi"8gÃJ"4 @áH ³hg8g< "ÛJ`Hs i"Â
•B­8h@< BDÎH "ÛJ`<.
3,13 Salì, quindi, sul monte, chiamò a sé quelli che aveva in cuore ed essi andarono da lui.

5"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.


•<"$"\<g4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. da •<"$"\<T (da •<V e la radice di $VF4H),
risalire, ascendere, andare su, sorgere, crescere; cf. Mc 1,10. Presente storico.
gÆH: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., a, in, su, verso, dentro, fino
a; cf. Mc 1,4.
J`: art. determ., acc. sing. n. da Ò, º, J`, il, la, lo; cf. Mc 1,10.
ÐD@H: sost., acc. sing. n. da ÐD@H, –@LH, montagna, monte; compl. di moto a luogo. Il vocabolo
ricorre 63 volte nel NT. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 16 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,087% del totale delle parole); 11 volte in Marco (cf. Mc 3,13; 5,5.11;
6,46; 9,2.9; 11,1.23; 13,3.14; 14,26 = 0,097%); 12 volte in Luca (0,062%); 5 volte in
Giovanni (0,032%). Il sostantivo ÐD@H (da non confondersi con ÓD@H, munito di spirito
aspro) corrisponde nell’uso classico al «monte» più o meno elevato, il quale in base ai
singoli contesti può trattarsi di un «colle», una «montagna», una «altura», ecc. (cf. Omero,
Il., 3,34; Od., 2,147). Per il nostro Autore questo monte, munito di articolo («il monte»), è
determinato e conosciuto: a noi resta ignoto, poiché nelle immediate vicinanze del lago (cf.
v. 7) non vi sono rilievi così alti da meritare l’appellativo di «monte». Tuttavia si deve
osservare che nell’uso di Marco il termine «monte» quando è riferito a Gesù ha un
significato più teologico che orografico: è un luogo sottratto alla vista del popolo dove si
rivela la presenza e la vicinanza di Dio; abbiamo così il monte della scelta dei Dodici (cf. Mc
3,13), il monte della preghiera solitaria (cf. Mc 6,46), il monte della Trasfigurazione (cf. Mc
9,2.9), il monte del discorso apocalittico (cf. Mc 13,3), il Monte degli Ulivi (cf. Mc 14,26).
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
234 Mc 3,13

BD@Fi"8gÃJ"4: verbo, 3a pers. sing. ind. pres. medio da BD@Fi"8XT (da BD`H e i"8XT),
chiamare a sé, convocare, eleggere. Questo verbo semideponente ricorre 29 volte nel NT,
sempre nella diatesi media. La distribuzione nei vangeli è la seguente: 6 volte in Matteo
(corrispondente allo 0,033% del totale delle parole); 9 volte in Marco (cf. Mc 3,13.23; 6,7;
7,14; 8,1.34; 10,42; 12,43; 15,44 = 0,080%); 4 volte in Luca (0,021%). Presente storico. Nel
greco classico il significato fondamentale del verbo BD@Fi"8XT, costruito con il prefisso
BD`H di valore direzionale, è quello di «chiamare a sé», «convocare», «eleggere», sia nella
diatesi attiva (non presente nel NT) che in quella media, con valore di interesse (cf. Sofocle,
Ai., 89; Platone, Meno, 82a; Senofonte, Anab., 7,7,2). Nei LXX il verbo traduce per lo più
il corrispondente ebraico !9I8 I , qa) ra) ’ (cf. Gn 28,1; Es 3,18; 5,3; 1Sam 26,14). Si deve
distinguere dal semplice i"8XT, «chiamare», utilizzato per invitare qualcuno alla sequela (cf.
Mc 1,20; 2,17; 3,31; 11,17).
@àH: pron. relativo, acc. plur. m. da ÓH, », Ó, che, il quale, chi; cf. Mc 2,26; compl. oggetto.
³hg8g<: verbo, 3a pers. sing. ind. imperf. da hX8T, volere, avere il proposito di; cf. Mc 1,40.
Imperfetto durativo o iterativo per indicare la continuità di tale deliberazione. Si suggerisce
l’idea che la scelta non venne fatta in modo repentino, immediato (aoristo), ma fu il frutto di
una lunga meditazione: «elesse quelli che portava in cuore». Il verbo hX8T (seguito
dall’accusativo di persona) deve essere qui inteso non nel significato classico di «volere»,
«deliberare», «desiderare», ma in quello semitico di «avere in cuore», «amare», «prediligere»
(cf. Sal 18,20; 22,9; 41,12). Il miglior paragone si trova in Mt 27,43 (che cita un passo
dell’AT: Sal 22,9); lanciando invettive contro Gesù in croce, la folla gli grida contro: «Ha
confidato in Dio: lo salvi lui ora, se gli vuol bene» (gÆ hX8g4 "ÛJ`<). In ogni caso, nella
nostra scena Marco pone l’accento sull’autorità del gesto di Gesù. I discepoli si avvicinano
a lui ed egli “estrae” da questa cerchia più ampia il gruppo dei Dodici: c’è chiaramente l’idea
di elezione.
"ÛJ`H: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., nom. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,8; soggetto. Il pronome ha qui valore enfatico: chiamò
quelli che lui (e nessun altro) volle.
i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4.
•B­8h@<: verbo, 3a pers. plur. ind. aor. da •BXDP@:"4 (da •B` e §DP@:"4), andare via,
partire; cf. Mc 1,20. Questo terzo verbo compare nella forma aoristo: il gesto di risposta fu,
dunque, definitivo e immediato; segnò la separazione dei chiamati dalla loro precedente vita
e implicitamente dalla patria e dalla famiglia. Siamo già in contesto di sequela.
BD`H: prep. propria di valore locale, seguita dall’accusativo, indecl., verso, a, in direzione di,
lungo, vicino a, presso, tra; cf. Mc 1,5. L’uso della preposizione BD`H per indicare un
movimento verso qualche persona è piuttosto raro (di solito viene usata la preposizione gÆH
per descrivere l’andare a un luogo): si sottolinea il legame di intimità che si viene a creare
tra Gesù e gli eletti.
"ÛJ`<: pron. dimostrativo che funge da pron. personale di 3a pers., acc. sing. m. da "ÛJ`H, –Z,
–`, [quello], egli, lui, esso; cf. Mc 1,5; compl. di moto a luogo.
Mc 3,14 235

3,14 i" ¦B@\0Fg< *f*gi" [@áH i" •B@FJ`8@LH é<`:"Fg<] Ë<" ìF4< :gJz "ÛJ@Ø
i" Ë<" •B@FJX88® "ÛJ@×H i0DbFFg4<
3,14 Costituì i Dodici perché stessero con lui, per mandarli a predicare

i"\: cong. coordinativa di valore copulativo, indecl., e, ed; cf. Mc 1,4. La congiunzione
presenta qui una sfumatura anche temporale e consecutiva: «e allora», «e dunque».
¦B@\0Fg<: verbo, 3a pers. sing. ind. aor. da B@4XT, fare, costruire, preparare, rendere,
compiere; cf. Mc 1,3. La scelta dei Dodici è fatta tra il più ampio cerchio dei discepoli.
Letteralmente: «ne fece Dodici». Il verbo B@4XT non è una allusione alla creazione, come
sostengono molti commentatori, fondandosi sul fatto che i LXX impiegano lo stesso verbo
in Gn 1,1 nel significato di «creare»: B@4XT è qui l’equivalente dell’ebraico %” I 3I, ‘a) 'sa) h,
tradotto sovente dai LXX con B@4XT nel senso di «istituire», «stabilire» qualcuno per
espletare qualche incarico. L’espressione riecheggia la frase semitica usata nei LXX per
indicare la scelta di sacerdoti (cf. 1Re 12,31), di Mosè e di Aronne (cf. 1Sam 12,6). Nel NT
il verbo è riferito allo stesso Gesù che Dio ¦B@\0Fg<, «ha fatto», ossia «ha costituito» (non
«ha creato»!) Signore e messia (cf. At 2,36; Eb 3,2).
*f*gi": agg. numerale, cardinale, di valore sostantivato, acc. plur. m., indecl., dodici, Dodici
(apostoli); compl. oggetto. Il vocabolo ricorre 75 volte nel NT; in 33 occorrenze si riferisce
al gruppo dei Dodici discepoli scelti da Gesù: 8 volte in Matteo (cf. Mt 10,1.2.5; 11,1; 20,17;
26,14.20.47); 11 volte in Marco (cf. Mc 3,14.16; 4,10; 6,7; 9,35; 10,32; 11,11; 14,10.17.20.
43); 7 volte in Luca (cf. Lc 6,13; 8,2; 9,1.9,12; 18,31; 22,3.47); 4 volte in Giovanni (cf. Gv
6,67.70.71; 20,24); At 6,2; 1Cor 15,5; Ap 21,14. Il vocabolo, come indicazione numerica
riferita ad altre realtà, compare in Mt 9,20; 14,20; 19,28[x2]; 26,53; Mc 5,25.42; 6,43; 8,19;
Lc 2,42; 8,42.43; 9,17; 22,30; Gv 6,13; 11,9; At 7,8; 19,7; 24,11; Gc 1,1; Ap 7,5[x3].6[x3].7
[x3]. 8[x3]; 12,1; 21,12[x3].14[x2].16.21[x2]; 22,2. Per la prima volta viene menzionato il
gruppo dei “Dodici” formato dai discepoli scelti direttamente da Gesù. L’espressione
¦B@\0Fg< *f*gi", senza articolo, si riferisce al fatto iniziale della costituzione dei Dodici.
Negli altri testi Marco fa precedere il termine *f*gi" dall’articolo, lasciando così intendere
che nel nostro versetto ha inizio l’esistenza storica di un gruppo specifico, distinto dai
discepoli. La cifra dodici non è casuale: ha una portata simbolica ed è in relazione alle 12
tribù di Israele (cf. Mt 19,28; Lc 22,30). Esprime la volontà di Gesù di formare e istituire un
nuovo popolo di Dio, una nuova comunità, una nuova -% I8 I , qa) ha) l / ¦ii80F\". I Dodici
rappresentano proletticamente il rinnovato popolo di Dio. Si deve osservare che Gesù non
fu l’unico del suo tempo a strutturare un gruppo di 12 persone che richiamava il numero
degli antichi patriarchi e delle tribù: questo numero svolgeva lo stesso ruolo a Qumran, dove
il consiglio della comunità era costituito da dodici uomini e tre sacerdoti: «Nel consiglio della
comunità (ci siano) dodici uomini e tre sacerdoti, perfetti in tutto ciò che è stato rivelato
dell’intera legge…» (1QS, 8,1). Inoltre dodici capi sacerdoti e