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«PICCOLA COLLANA MODERNA»

Serie biblica

n. 83
Ultimi volumi pubblicati disponibili nella collana:

52. J. MOLTMANN, Diaconia. Il servizio cristiano nella prospet-


tiva del Regno di Dio
53. L. SCHOITROFF, W. STEGEMANN, Gesù speranza dei poveri
55. V. SUBILIA, Il problema del male
56. A. JACQUES, Lo straniero in mezzo a noi. Gli sradicati nel
mondo d'oggi
57. E. BEIN RICCO, G. PONS, Conoscenza scientifica e fede.
Incontri e scontri fra saperi del nostro tempo
58. G. BOUCHARD, l Valdesi e l'Italia. Prospettive di una vocazio­
ne
59. M.L. STRANIERO, Don Bosco e i Valdesi
61. A. BERLENDIS,Lacicogna del2000. Le nuove tecniche ripro-
duttive extracorporee
62. AA.VV., Dio e la storia
63. D. BONHOEFFER, Una pastorale evangelica
64. M. BARTH, Riscopriamo la Cena del Signore
65. R. BERTALOT, Patti Tillich: esistenza e cultura
66. E. SCHWEIZER, Il discorso della montagna (Matteo, capp. 5-7)
68. R. GRIMM, Senso di colpa e perdono
69. E. SCHWEIZER, Gesù Cristo: l 'uomo di Nazareth e il Signore
glorificato
70. W.
MARXSEN, Il terzo giorno risuscitò ... La risurrezione di
Gesù: unfatto storico?
71. H. CLARK KEE, Che cosa possiamo sapere di Gesù?
72. V. BENECCHI, I dieci comandamenti avventura di libertà
73. D. BONHOEFFER, La Parola predicata. Corso di omiletica a
Finkenwalde
74. K. STENDAHL, Paolo tra ebrei e pagani
75. CH. DEMUR- D. MDLLER, L'omosessualità. Un dialogo teolo­
gico
76. E. BETHGE, Dietrich Bonhoeffer, amicizia e resistenza
77. JOHN POLKINGHORNE, Quark, caos e cristianesimo. Doman-
de a scienza e fede •

78. P. RICCA G. TOURN, Le 95 Tesi di Lutero e la cristianità


-

del nostro tempo


79. E. STRETTI, Il Movimento pentecostale. Le Assemblee di Dio
in Italia
80. L_KAENNEL, Lutero era antisemita?
81. S. AMS�R. Il segreto delle nostre origini. La singolare attua­
lità di Genesi 1-11
82. C. BIRCH L. VISCHER, Vivere con gli animali
-
Bruno Corsani

La seconda
lettera ai
Corinzi
Guida alla lettura

Claudiana - Torino
Bruno Corsani,

noto biblista evangelico, è stato docente di Esegesi del


Nuovo Testamento presso la Facoltà valdese di Teologia di
Roma. Membro dell'Associazione biblica italiana, è autore
di numerose pubblicazioni, fra cui ricordiamo: Introduzione
a/Nuovo Testamento, l0vol.: Vangeli eAtti, 1972,19912,2°
vol.: Epistole e Apocalisse, 1975, 19982; Atti degli Apostoli
e Lettere, 1978; Matteo, Marco, Luca, 1982; Esegesi. Come
interpretare un testo biblico, 1985; L'Apocalisse. Guida al­
la lettura, 1987, tutti editi dalla Claudiana; I miracoli di
Gesù nel quarto Vangelo, Paideia, Brescia, 1984; Guida al­
lo studio del greco del Nuovo Testamento, A.B.V., Roma,
19942; La lettera ai Galati, Marietti, Genova, 1990;
L'Apocalisse e l'apocalittica del Nuovo Testamento,
Dehoniane, Bologna, 1997.

I S B N 88-70 1 6-328-8

© Claudiana Editrice, 2000


Via Principe Tommaso l- 10125 Torino
Tel. 011.668.98.04- Fax 011.650.43.94
E-mail: claudiana.editrice@alpcom.it
S ito web: www.claudiana.it
Tutti i diritti riservati - Printed in Italy

Ristampe:

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Copertina di Umberto Stagnaro

Stampa: Stampatre, Torino


LISTA DELLE ABBREVIAZIONI

A) COMMENTARI

Barrett = C.K. BARRETT, A Commentary on


the Second Epistle to the Corinthians,
London, A. & C. Black, 1973.
Bosio = E. B O S IO , Commentario esegetico-
pratico del N. T. Le Epistole di San
Paolo ai Corinti, Firenze, Claudiana,
1 900.
Bultmann = R. BULTMANN, Der zweite Brief an
die Korinther, GOttingen, Vandenhoeck
& Ruprecht, 1976.
Carrez = M. CARREZ, La deu.xième épftre de
S. Paul aux Corinthiens, (CNT) ,
Genève, Labor et Fides, 1986.
Collange = J.F. COLLANGE, Enigmes de la deu.xiè-
me épftre aux Corinthiens, SNTS 18,
Cambridge, CUP, 1972.
Crisostomo = Trenta omelie sulla II epistola ai
Corinzi, in MIGNE, Patrologia Graeca,
vol. 61, colonne 381-618.
Fumish = V.P. FuRNISH, II Corinthians, 2 voll. ,
Anchor Bible, New York, Doubleday,
1 984.
Héring = J. HÉRING , La seconde épitre de Saint
Paul au.x Corinthiens, (CNT), Neu-
chatel, Delachaux et Niestlé, 1958.
Ktimmel = W.G. KDMMEL, aggiornamento del
commento di Hans Lietzmann, An
die Korinther l/II (HNT), Ttibingen,
Mohr, 19795 .

5
Lang = F. LANG, Die Briefe an die Korinther
(NTD), Gottingen, Vandenhoeck &
Ruprecht, 1986.
NTA = G. ToURN, Secondaepistolaai Corinzi
(Nuovo Testamento annotato), vol.
III, Torino, Claudiana, 1 974, pp. 133-
1 72.
Oliveira = A. DE OLIVEIRA, Die Diakonie der
Gerechtigkeit und der Versohnung
in derApologie des 2. Korintherbriefes,
Miinster, Aschendorff Verlag, 1 990.
Plummer = A. PLUMMER , A CriticalandExegetical
Commentary on the Second Epistle
ofSt. Paul to the Corinthians (ICC),
Edinburgh, T. & T. Clark, 1 9 1 5 .
Thrall = M. THRALL, A Criticai and Exegetical
Commentary on the Second Epistle
to the Corinthians (ICC), Vol I (chs.
I - VII), Edinburgh, T. & T. Clark,
1 994.

B) ALTRE SIGLE

A. T. = Antico Testamento
CEI = traduzione cattolica della Bibbia a
cura della Conferenza Episcopale
Italiana (CEI), Roma, 1 97 1 .
Devoto-Oli = G. DEVOTOe G.C. OLI, Vocabolario
della lingua italiana, Firenze, Le
Monnier, 1 979.
Di odati = traduzione evangelica della Bib­
bia, di Giov. Diodati, l a ed. 1 607,
28 ed. 1 64 1 . Numerose edizioni
posteriori .
EU = Einheitsiibersetzung, traduzione
tedesca interconfessionale cattolico­
luterana, Stuttgart, 1 979.

6
GLNT = Grande Lessico de/Nuovo Testamento,
tr. ital. del Theologisches Worterbuch
zum N. T., diretto da G. Kittel e (poi)
da G. Friedrich, 1 5 volumi, Brescia,
Paideia, 1 965 ss.
Jiingel = E. JDNGEL, Paolo e Gesù, Brescia,
Paideia, 1 978.
Kasemann = E. KASEMANN, Die Legitimitiit des
Apostels, ZNW 4 1 ( 1 942), pp. 33-
71.
Kuss = O. Kuss,Paolo. lil.fùnzionedeU 'Apostolo
nello sviluppo teologico della Chiesa
primitiva, Roma, Ed. Paoline, 1 974,
cap. V,5 .
LXX = «Settanta»: traduzione greca dell'A. T.
Marguerat = D. MARGUERAT, 2 Cor. 10-13. Pau[
et l ' expérience de Dieu, ETR 5 5
( 1 988), pp. 497-5 19.
NEB = New EnglishBible(N.T.), Oxford!Cam-
bridge, 1 970 2•
PAOL. = La Bibbia. Nuovissima Versione dai
testi originali, edizioni Paoline, Roma,
1983.
Petit Robert = Dictionnaire alphabétique et analo-
gique de la languefrançaise, Editions
Le Robert, Parigi, 1 984.
Quesnell = M . QUESNELL, Circomstances et
composition de la seconde épftre aux
Corinthiens, NTS 43 ( 1 997), pp. 256-
267 .
REB = R e v ised Eng l i s h Bible, ( N . T. )
Oxford/Cambridge, 1 990.
RIV = La Sacra Bibbia, edizione riveduta
sui testi originali, Roma, Società
Biblica Britannica e Forestiera, 1 924.
RIV, Nuova = Revisione della Versione Riveduta,
a cura della Casa della Bibbia, Ge-
nova/Ginevra, 1 982.

7
TILC = Parola del Signore. Traduzione inter­
confessionale in lingua corrente, Ro­
ma SBBF e Leumann LDC, 1 976.
TOB = Traduction Oecuméniqu e de la Bible,
Nouveau Testament, Paris, Cerf, 1 972.
Vouga = F. VOUGA, Dopo la morte .. ? l cristia­
.

ni e l'aldilà, Torino, Claudiana, 1 995 .


WA = WeimarAu sga be, Edizione diWeimar
di tutti gli scritti di M. Lutero, Weimar,
Bohlau, 1 883 ss. (più di 1 00volumi).

8
PREFAZIONE

Questo non è tanto un commentario, quanto una guida


alla lettura di un libro biblico difficile. Si propone di
accompagnare i lettori e, meglio ancora, i gruppi di studio
biblico nelle comunità, attraverso le difficoltà di linguag­
gio, gli artifizi retorici, le allusioni - e anche attraverso le
complicazioni causate da una travagliata trasmissione del
testo nei primi decenni della sua esistenza.
Dopo lunghe riflessioni mie e di autorevoli colleghi,
si è deciso di iniziare ciascuno dei 49 paragrafi con la
riproduzione del testo biblico in italiano tratto della cosid­
detta «Nuova Riveduta» (vedi elenco abbreviazioni). Se
chi farà uso di questo mio lavoro potrà avere sott' occhio
anche altre traduzioni bibliche, in italiano o in altre lingue,
ne trarrà un indubbio giovamento. Ogni tanto sono state
riportate da quelle traduzioni parole o frasi che non coinci­
dono con quelle della «Nuova Riveduta».
Dato il carattere della pubblicazione, d 'accordo con
l ' Editore ho rinunziato a note e altri apparati scientifici,
!imitandomi a indicare ogni tanto, tra parentesi, il nome
di autori ai quali ero debitore per questa o quella ipotesi
o soluzione di problemi esegetici. I loro scritti sono ripor­
tati nella lista delle abbreviazioni. Sono debitore in modo
particolare agli autori dei commentari sulla II Corinzi
elencati in quella lista. Mi sono stati per molti tempo
eccellenti compagni di viaggio attraverso i 13 capitoli del
testo. Se vi è del buono in questo lavoro, lo devo a loro.
Ma ogni difetto dev ' essere assolutamente imputato a mio
carico.
Auguro a questo mio lavoro di aiutare fratelli e sorel­
le a leggere la II Corinzi e a trarre giovamento da quanto

9
essa ci permette di intravedere delle esperienze di Paolo
l ' apostolo e di una comunità come quella di Corinto, ricca
di pregi e difetti come tante comunità cristiane del nostro
tempo.

Pinerolo, estate 1 999 Bruno Corsani

10
INTRODUZIONE ALLA II CORINZI

TAPPE DELLA VITA DI UNA LETTERA APOSTOLICA

Nella vita di una lettera ci sono diversi momenti forti,


ciascuno con la sua specificità e con le sue emozioni : c'è
il momento in cui la lettera è scritta o dettata. Poi c'è il
momento in cui la lettera è ricevuta e letta. Nel caso di
una lettera apostolica indirizzata a una comunità di fedeli,
si potrebbe aggiungere il momento della sua lettura pubbli­
ca, forse nel culto. Altri momenti sono più incerti, cioè
non vissuti da tutte le lettere: Ìl momento in cui la lette­
ra è citata (o ne sono citate alcune frasi) e quello in cui
può essere stata riletta da qualcuno - ma questo presup­
pone che sia stata conservata (oggi si dice: archiviata). E
infine - ma questo è un passo che non tocca a qualsiasi
lettera ! - c'è il momento in cui la lettera è pubblicata o
riprodotta, quindi fatta circolare non solo nell' àmbito dei
primi destinatari ma anche in una cerchia molto più vasta
di lettori.
Alcuni di questi momenti forti si possono ricostruire
o immaginare per raccolte di lettere del passato (per es.
le lettere di Cicerone) o del XX secolo (Le Lettere dal
carcere di D. Bonhoeffer, o le Lettere di condannati a
morte della Resistenza, o quelle di Willy Jervis a sua
moglie Lucilla Rochat, prima che fosse ucciso dai nazisti
a Villar Pellice).
Qualche volta accanto ai momenti forti ci saranno
anche stati dei momenti oscuri : lettere perdute, lettere
nascoste, lettere distrutte . . . In I Tessalonicesi 5 ,27 Paolo
scrive: «lo vi scongiuro per il Signore che si legga questa

11
lettera a tutti i fratelli»: forse temeva che chi l' avrebbe
ricevuta la facesse conoscere solo ad alcuni, forse ai suoi
amici, e non a tutta la comunità? Il sospetto non è infon­
dato, specialmente se pensiamo che alcune comunità
paoline, come quella di Corinto, erano divise in partiti o
correnti . Quando le lettere erano particolarmente dure,
come qualche sezione della II Corinzi, potrebbe addirit­
tura esserci stato qualcuno che aveva interesse a farle
sparire, o a distruggerne alcune parti. . .
Alla fine della lettera ai Colossesi (4 , 1 6) troviamo una
raccomandazione interessante: «Quando questa lettera
sarà stata letta da voi, fate che sia letta anche nella chiesa
dei laodicesi» - dunque in un' altra comunità, che poteva
trarre qualche beneficio spirituale da quella lettura, anche
se gli argomenti trattati toccavano forse più da vicino i
colossesi che i laodicesi.
Le lettere di Paolo ci appaiono dunque come qualco­
sa di vivo, che ha una storia, che non si ferma ai primi
destinatari ma che può avere avuto delle tappe successi­
ve di servizio o di utilità per un numero più grande di
persone, al di là di quelle che l ' apostolo aveva in mente
al momento della dettatura. Sì, perché Paolo general­
mente dettava le sue lettere, non le redigeva di sua mano.
Lo sappiamo da due particolari apparentemente insigni­
ficanti. In Romani 1 6,22 leggiamo: «lo, Terzio, che ho
scritto la lettera, vi saluto nel Signore». Tra le righe della
lettera di Paolo si affaccia dunque il suo scrivano, che si
associa ai saluti di Paolo e ci fa conoscere il suo nome.
Nella I ai Corinzi (1 6,2 1 ) l'apostolo scrive: «Il saluto è
di mia propria mano: di me, Paolo» . Questo vuoi dire che
i capitoli precedenti erano stati dettati a uno scrivano.
Se altre persone hanno collaborato con Paolo per scrive­
re materialmente le sue lettere, forse molte persone, a noi
sconosciute, hanno collaborato per conservarle. Ma dove?
Certamente le piccole comunità del periodo apostolico
non avevano degli «uffici parrocchiali» dove custodire
la corrispondenza dopo averla protocollata . . . specialmente

12
se erano delle comunità domestiche, che si riunivano in
casa di qualcuno. Forse la padrona di casa le riponeva in
un cassetto di cucina o nell' armadio della biancheria. . .
I n queste circostanze, è u n miracolo che non siano andate
perdute le lettere che ora fanno parte del Nuovo Testamento.
Queste precarie circostanze in cui si è realizzata la
sopravvivenza delle epistole del N.T. possono giustifi­
care le conclusioni (o i sospetti) di alcuni studiosi, che
ritengono che ci siano delle lettere andate perdute, e che
alcune lettere siano state ritrovate in condizioni frammen­
tarie (soprattutto prive del primo e dell' ultimo foglio), e
possano perciò essere state attaccate ad altri frammenti
che ora compaiono nel N. T. sotto forma di lettere di grandi
dimensioni . Questo forse non è accaduto per epistolari di
autori classici dell' antichità, ma i loro scritti non hanno
avuto vicende precarie come quelli del N. T. : penso special­
mente che le persecuzioni possono aver contribuito allo
smarrimento o al lo sfaldamento di scritti apostol ici
malamente custoditi da qualche membro delle comunità
cristiane primitive.
Se non sappiamo dove e da chi le lettere di Paolo sono
state custodite, possiamo però fare delle ipotesi su chi è
andato a cercarle e le ha ricuperate, passando di città in
città e visitando le persone che avevano ospitato «la chiesa»
in casa loro (cfr. I Cor. 1 6, 1 9 ; Rom. 16, 5 .23), o che aveva­
no avuto una parte importante nella vita della comunità.
In non pochi casi, la ricerca sarà stata resa più difficile
perché quelle persone, che erano in vita ali' epoca di Paolo,
potevano essere già morte, e si trattava di ritrovare le carte
che avevano lasciato e delle quali i loro eredi forse non
erano al corrente. Ma chi sarà stato questo ricercatore
attento e paziente? Potrebbe essere stato uno dei perso­
naggi nominati nelle epistole - si è ipotizzato Onesimo.
Oppure qualcuno del tutto ignoto, stimolato forse dalla
lettura degli Atti degli apostoli.
Si sa che gli Atti non parlano mai delle lettere di Paolo:
non le citano, non dicono che le abbia scritte. Il nostro

13
ricercatore potrebbe dunque aver letto gli Atti degli aposto­
li e, mosso da ammirazione per le vicende di Paolo, aver
iniziato un viaggio della memoria per visitare i luoghi
della testimonianza, dei conflitti e delle sofferenze dell ' a­
postolo, nella speranza di trovare ancora qualcuno che lo
avesse conosciuto. Così potrebbe essersi imbattuto nelle
lettere o nei frammenti di lettere conservati di proposito
o sopravvissuti per caso alle vicende della vita di quelli
che se li erano trovati in casa.
A proposito delle lettere di Paolo, c'è ancora un momen­
to forte da ricordare: è quando furono unite ai vangeli
per formare (anche con le lettere di altri autori, i Vangeli,
gli Atti degli apostoli e l ' Apocalisse) la raccolta delle
Scritture cristiane che prese il nome di Nuovo Testamento.
È il momento della formazione del cànone. Il gran numero
di lettere paoline riflette il predominio della loro conce­
zione dell' evangelo e della chiesa. Con la caduta di
Gerusalemme nel 70 d.C., e poi ancora dopo il fallimento
della rivolta di Bar Kocheba ( 132-135 d.C.), la corren­
te giudeo-cristiana, alternativa alla corrente paolina, non
potrà più affermarsi .
Su tutti questi momenti ci sarebbero molte cose da
dire e molte riflessioni da fare. Certamente Dio ha veglia­
to sulla parola del suo apostolo e ha fatto in modo che
non andasse perduta, ma potesse essere utile anche a molte
altre generazioni di credenti oltre alle persone per le quali
Paolo scrisse le sue lettere. Ma una «guida alla lettura»
non può occuparsi di tutto: dobbiamo solo considerare
quello che può essere utile per leggere e capire il testo
paolino. A questo scopo, i momenti più significativi sono
quello della dettatura delle lettere e quello della loro ricer­
ca, pubblicazione e canonizzazione. Perché sono i soli
momenti certi nella vita delle epistole. Degli altri momen­
ti, che riguardano l' uso fatto delle epistole dai loro desti­
natari, non sappiamo nulla e le nostre ipotesi sarebbero
del tutto aleatorie.

14
RAPPORTI DI PAOLO CON I CREDENTI DI CORINTO

Gli Atti degli apostoli ci dicono pochissimo sulla


presenza di Paolo a Corinto e soprattutto su quella comunità.
L' autore degli Atti si propone soprattutto di dimostrare
la continuità della «storia della salvezza» dall' antico
Israele alla chiesa di Gesù Cristo, e di far vedere come
l' evangelo giunse rapidamente a Roma. Perciò sorvola
sui particolari, e soprattutto lascia da parte i momenti
difficili del cammino del cristianesimo, come la crisi in
Galazia e i conflitti a Corinto e a Filippi (cose che conoscia­
mo soltanto dalle lettere di Paolo a quelle comunità).
Delle difficoltà di Paolo menziona quasi solo i processi
o le comparizioni davanti alle autorità - forse perché
Paolo ne esce quasi sempre indenne. Perciò le brevi notizie
degli Atti degli apostoli vanno completate e corrette con
la testimonianza più antica e personale di Paolo stesso
nelle sue lettere.
Al cap. 1 8 degli Atti leggiamo che Paolo arrivò a
Corinto da Atene e andò ad abitare insieme ad Aquila e
Priscilla, che erano come lui fabbricanti di tende. Dopo
qualche tempo arrivarono anche Sila e Timoteo, che lo
avevano accompagnato nella prima parte del suo viaggio
da Antiochia ali' Asia minore e poi in Macedonia. Forse
anche loro si misero a lavorare nel laboratorio di Aquila,
e così Paolo poté dedicare tutto il suo tempo alla predi­
cazione e ali ' insegnamento, rivolgendosi prima agli ebrei
e poi ai pagani. Fra i primi credette in Cristo Crispo, che
era il capo della sinagoga.
Paolo, incoraggiato da una visione del Signore, rimase
a Corinto diciotto mesi. Alla fine però fu trascinato dagli
ebrei davanti al proconsole Gallione con l ' accusa di aver
insegnato ad adorare Dio in modo contrario alla legge.
Non è chiaro se si trattava della legge di Mosè o della
legge romana. Quasi certamente si trattava della legge
ebraica, perché Gallione rifiutò di immischiarsi in questio-

15
ni relative a parole, a nomi, a abitudini «della vostra
legge» , e rimandò tutti a casa. Ma Paolo, dopo qualche
giorno, partì da Corinto in direzione dell' Asia minore
(Efeso) e di Antiochia, da dove era partito quasi due anni
prima.
A Corinto allude probabilmente anche Atti 20,2 senza
menzionare la città, ma parlando soltanto di Grecia. Né
il cap. 1 8 né il cap. 20 danno informazioni sulla comunità,
la sua vita o suoi problemi, e quasi tutto quello che si sa
sui rapporti di Paolo con i corinzi viene ricavato dalle sue
lettere: è lì, ad esse, che si rivolgono gli studiosi della
vita di Paolo per ricostruire in qualche modo lo sfondo
umano sul quale si inserisce ciò che Paolo scrive ai membri
della comunità. Se leggiamo la I Corinzi - come dovreb­
be fare chi vuole capire bene la II Corinzi - l' impressio­
ne che si ricava è che i rapporti di Paolo con la comunità
non fossero molto facili .
I motivi sono accennati qua e là nella prima epistola:
in 5,6 risulta che i corinzi hanno l ' abitudine di vantarsi.
Gi à in 4,6 e 7 Paolo aveva menzionato l' orgoglio e l ' abi­
tudine di vantarsi: di che cosa? Lo dice ironicamente il
v. 10: di essere sapienti, di essere forti ... C'è chi ha voluto
vedere un' allusione e un velato rimprovero a queste carat­
teristiche dei corinzi n eli ' inno ali ' amore (cap. 1 3 ). Chissà
se Paolo non scrive che l ' amore è paziente e benevolo,
perché i corinzi non erano né pazienti né benevoli? Che
l ' amore non si vanta, non si gonfia, perché i corinzi invece
amavano vantarsi e gonfiarsi d' orgoglio? Che l' amore
non si inasprisce e non sospetta il male, perché i corinzi
si comportavano così con lui ?
Oltre a queste allusioni indirette ci sono anche delle
esortazioni esplicite. In 1 6, 1 4 Paolo scrive: «Tra voi si
faccia ogni cosa con amore», e al v. 16 dello stesso capito­
lo esorta i credenti a sottomettersi alla famiglia di Stefana
(«che si è dedicata al servizio dei fratelli», v. 1 5 ) e a chiun­
que lavora e fatica nell 'opera comune. È chiaro che i
corinzi avevano difficoltà a collaborare, forse perché

16
ciascuno avrebbe voluto fare a modo suo. Accettavano
difficilmente la leadership di altri.
Il rimprovero dell 'orgoglio ritorna in 4, 1 8- 1 9:

O r alcuni di voi si sono gonfiati d'orgoglio, come s e io


non dovessi più venire da voi; ma, se il Signore vorrà,
mi recherò presto da voi, e conoscerò non il parlare ma
la potenza di coloro che si sono gonfiati.

C ' è persino una velata minaccia: «Che volete? Che


venga da voi con la verga o con amore e con spirito di
mansuetudine?» (4,2 1 ).
È interessante la statistica dei termini usati da Paolo
per i difetti dei corinzi : il verbo «gonfiarsi» è usato 6 volte
nella I Corinzi (su un totale di 7 nel N. T.); il verbo «vantar­
si» 6 volte; la parola «saggezza» o «sapienza» (greco
sophia) 1 7 volte (seguono, a distanza, Luca e Colossesi
con 6 volte ciascuno); l ' aggettivo «sapiente» 1 1 volte su
un totale di 20 nel N.T. (4 in Romani, 2 in Matteo, l in
Luca, Efesini, Giacomo).
Possiamo domandarci se le irrequietezze della comunità
e i contrasti con Paolo si erano già manifestati durante
l ' anno e mezzo della sua permanenza a Corinto, o erano
nati soltanto dopo la sua partenza. Che i problemi fosse­
ro nati dopo ce lo fanno pensare alcuni accenni della I
epistola: in 1 , 1 1 Paolo scrive:

Mi è stato riferito da quelli di casa Cloe che tra voi ci


sono contese.

Dunque le «contese» sono sorte dopo, e alcuni hanno


cominciato a dire «lo sono di Paolo» o «lo sono di Apollo»,
o «lo sono di Cefa» (cioè di Pietro), cfr. il v. 12. Il cap.
5, che discute il problema dello «scandalo», presenta il
problema come qualcosa che Paolo ha udito (v. 1), non
ha constatato di persona. Possiamo domandarci se anche
i rimproveri del cap. 6 sui processi fra fratelli si fondino
su notizie giunte a Paolo.

17
Ho già ricordato, come informatori di Paolo, «quelli
di casa Cloe» (1 ,11 ). Verso la fine della lettera appren­
diamo che anche altri erano andati da Corinto a Efeso a
trovare l ' apostolo. Si tratta di Stefana, di Fortunato e di
Acaico (16, 1 7 ) . Anche Aquila e Priscilla avevano lascia­
to Corinto e si erano stabiliti a Efeso, ospitando in casa
loro una «chiesa» (1 6, 1 9) . Infine, i corinzi stessi aveva­
no scritto a Paolo: lo sappiamo da 7, 1 . Purtroppo non
abbiamo il testo di quella lettera. Possiamo immagina­
re che ponesse a Paolo delle domande, alle quali egli
risponde nel cap. 7, nel cap. 8 e forse anche nel cap. 1 2.
Ma non sappiamo se quella lettera non conteneva anche
delle proteste o delle accuse, e se Paolo si riferisce ad
essa quando dice che alcuni lo sottopongono a inchiesta
(9,3).
In 4, 1 4- 1 5 Paolo si esprime così :

Vi scrivo queste cose non per farvi vergognare, ma per


ammonirvi come miei cari figli. Perché anche se aveste
diecimila precettori in Cristo, non avete però molti padri;
perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, median­
te il vangelo.

Qui l' apostolo rivendica di essersi comportato come


un padre verso i suoi figli - ma se deve farlo vuoi dire
che almeno qualcuno a Corinto lo accusava di non essere
stato molto paterno.
La stessa impressione si ricava da 9, 1 -3 :

Non sono libero? Non sono apostolo? Non ho veduto


Gesù, il nostro Signore? Se per altri non sono aposto­
lo, lo sono almeno per voi, perché il sigillo del mio
apostolato siete voi, nel Signore. Questa è la mia difesa
di fronte a quelli che mi sottopongono a inchiesta.

È chiaro che Paolo deve difendersi da attacchi od


obiezioni .
Sono le prime avvisaglie di contrasti che emergeran­
no fortissimamente dietro le righe della II Corinzi.

18
GLI AMBASCIATORI DI PAOLO A CORINTO

Nell'impossibilità di lasciare su due piedi il lavoro


apostolico impostato a Efeso (Atti 19,1-12 ce lo presen­
ta come un lavoro molto impegnativo), Paolo manda a
Corinto dei collaboratori che si rendano conto di quello
che succede, un po' per informarlo e un po' per cercare
di ricondurre la comunità sul retto sentiero.
Il primo di questi ambasciatori è Timoteo. Paolo parla
del suo invio proprio a metà del brano che rimprovera i
corinzi del loro orgoglio (4,14-21 ) , subito dopo averli esorta­
ti a diventare suoi «imitatori» (v. 1 6). E prosegue nel v. 1 7 :

Appunto per questo v i h o mandato Timoteo, che è mio


caro e fedele figlio nel Signore; egli vi ricorderà come
io mi comporto in Cristo Gesù, e come insegno dapper­
tutto, in ogni chiesa.

Il verbo al passato (vi ho mandato Timoteo) non deve


ingannarci : il passato vuoi dire che Timoteo sarà già stato
mandato quando i corinzi leggeranno la lettera. Ma mentre
Paolo scrive, è ancora con lui o è appena partito. Questo
uso del passato in una lettera, pensando al momento in
cui i destinatari la leggeranno, era comune in greco e in
latino (passato epistolare), per menzionare qualcosa che
era già accaduto al momento della lettura della lettera,
ma non al momento della sua composizione. Infatti la
lettera doveva arrivare a Corinto prima di Timoteo se
Paolo scrive in 16, 10:

Ora se viene Timoteo, guardate che stia fra voi senza


timore, perché lavora neli'opera del Signore come faccio
anch'io. Nessuno dunque lo disprezzi; ma fatelo prose­
guire in pace, perché venga da me; poiché io l'aspetto
con i fratelli.

Timoteo doveva dunque trattenersi molto poco a


Corinto, per poi tornare da Paolo: evidentemente si tratta-

19
va di una missione esplorativa, non di una missione a
lungo termine. Inoltre la cosa aveva una certa solennità:
non era solo Paolo a desiderare d' essere informato in via
privata sulla situazione di Corinto, perché Timoteo era
aspettato, oltre che da Paolo, anche dai fratelli della chiesa
di Efeso.
Né gli Atti né le epistole parlano del lavoro compiu­
to a Corinto da Timoteo per incarico di Paolo. Ma il suo
nome è associato a quello di Paolo in II Corinzi l, l. Questo
significa dunque che era persona nota alla comunità di
Corinto, e che dopo qualche tempo in quella città era
tornato a Efeso.
Dopo Timoteo, il secondo ambasciatore di Paolo presso
i corinzi è Tito. Se Timoteo era di origine ebraica, almeno
per parte di madre, Tito era di origine pagana (cfr. Gal.
2, 1 .3). Forse questo lo rendeva più gradito agli occhi dei
cristiani di Corinto.
Con quale incarico Tito fu mandato per la prima volta
a Corinto? Forse con una missione esplorativa? O anche
con il compito di organizzare l' adesione della chiesa di
Corinto alla colletta che Paolo s' era impegnato a fare
nelle sue comunità a favore delle chiese della Giudea (cfr.
Gal. 2, 10)? Non lo sappiamo.
In I Corinzi 1 6, 1 -2 Paolo scrive:

... come ho ordinato alle chiese di Galazi a, così fate


anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno
di voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo
la prosperità concessagli, affinché quando verrò, non ci
siano più collette da fare.

Paolo continua dicendo che i corinzi dovranno elegge­


re delle persone di loro fiducia per portare a Gerusalemme
il denaro collettato, e che se sarà necessario le accompa­
gnerà egli stesso ( 1 6,3-4).
Tito deve avere avuto da Paolo l' incarico di ispirare e
incoraggiare la generosità dei corinzi per quell' iniziativa
di solidarietà fraterna verso le chiese della Giudea che erano

20
in stato di indigenza. La filosofia di quella colletta, neli' in­
tenzione di Paolo, era che chi più ha dia qualcosa per chi
meno ha, affinché il poco che ha non sia troppo poco (cfr.
II Cor. 8, 1 3 - 1 5). Ma sembra che i corinzi, ad ogni modo,
avessero già cominciato, per conto loro, a collettare, e
questo fin dali' anno precedente (cfr. II Cor. 8, l Ob ), forse
dando attuazione ai consigli ricevuti da Paolo (cfr. I Cor.
1 6, 1 -4). Sembra dunque che ci fosse in loro molta buona
volontà, addirittura entusiasmo per quell' iniziativa.
Tito aveva riportato un ' ottima impressione della
comunità di Corinto; ci risulta che riferì a Paolo «la conso­
lazione da lui ricevuta mezzo a voi» (Il Cor. 7, 7). E questo,
ovviamente, riempì di gioia anche Paolo:

Perciò siamo stati consolati; e oltre a questa consolazione,


ci siamo più che mai rallegrati per la gioia di Tito, perché
il suo spirito è stato rinfrancato da voi tutti. Anche se mi
ero un po' vantato di voi con lui(...) anche il nostro vantar­
ci di voi con Tito è risultato verità (Il Cor. 7,13-14).

QUANTI FURONO I VIAGGI DI TITO DA EFES O A


CORINTO?

In II Corinzi 7,6 Paolo racconta l ' arrivo di Tito in


Macedonia. Tito arri va da Corinto, perché riferisce a Paolo
la consolazione che egli ha ricevuto in mezzo ai fratelli
di quella città.
In II Corinzi 8,6 leggiamo che Paolo incarica Tito di
portare a termine, fra i corinzi , la raccolta delle offerte,
come l ' ha iniziata. E al v. 1 7 apprendiamo che non solo
Tito ha accettato la richiesta di Paolo, ma si è anche
messo in cammino spontaneamente per recarsi a Corinto.
Questo potrebbe dunque essere un secondo viaggio,
finalizzato al completamento della colletta.
In 1 2, 1 8 Paolo parla ancora una volta di Tito:

21
Ho pregato Tito di venire da voi[ ... ]. Tito ha forse appro­
fittato di voi? Non abbiamo noi camminato col medesi­
mo spirito e seguito le medesime orme?

È difficile dire se qui si parla di un terzo viaggio di


Tito a Corinto, oppure se si tratta di uno dei due viaggi
di cui abbiamo già trovato traccia. A noi non sembra
impossibile che Tito abbia fatto due o anche tre viaggi
da Efeso a Corinto, abituati come siamo alla facilità con
cui oggi si vola da un continente all ' altro. Ma nel I
secolo dopo Cristo, le cose erano diverse : basta ricor­
dare il tempo impiegato da Paolo per passare dalla prigio­
ne di Cesarea agli arresti domiciliari di Roma (leggere
il racconto in Atti cap. 27 e cap. 28, 1 - 1 6). Da Efeso a
Corinto, dali' autunno fino alla primavera avanzata non
ci si poteva avventurare per mare, e la strada per via di
terra era lunga e pericolosa (comprendeva anche la breve
traversata marina dell' Ellesponto). Ci volevano parec­
chie settimane. Fare tre viaggi significava affrontare sei
volte il percorso. Non per nulla Paolo era tanto preoc­
cupato che Tito non arrivasse mai da Corinto (Il Cor.
7 ,5-6).
I viaggi di Tito fra Efeso e Corinto ci interessano soprat­
tutto per il fatto che potrebbe essere stato lui a portare ai
corinzi non solo delle comunicazioni orali, ma anche delle
lettere di Paolo.

l RAPPORTI DI PAOLO CON CORINTO DOPO LA l CORINZI

Abbiamo già ricordato le vicende del primo soggior­


no di Paolo a Corinto, quello narrato al cap. 1 8 degli Atti
degli apostoli. Quali altri rapporti diretti ci furono in segui­
to, o- in altre parole - Paolo visitò di nuovo la comunità
di Corinto?

22
Per comodità, possiamo fare uno specchietto dei viaggi:

l. Il viaggio raccontato (Atti 1 8)


2. Il viaggio nascosto (Il Corinzi 2)
3. Il viaggio promesso e non fatto (Il Corinzi l)
4. Il viaggio minacciato (Il Corinzi 1 3)
5. L'ultimo incontro? (Atti 20,2-3)

Sul primo viaggio non c'è bisogno di ritornare. Il


secondo, che chiameremo «il viaggio nascosto», è una
visita di Paolo a Corinto di cui non sappiamo quasi nulla.
Tacciono su di essa gli Atti degli apostoli, e tace in parte
anche la corrispondenza di Paolo coi corinzi. Solo in parte,
perché è proprio dalla corrispondenza che sappiamo che
questa visita c'è stata. E lo sappiamo se confrontiamo
due passi della II Corinzi. Il primo è 2, l: «avevo infatti
deciso in me stesso di non venire a rattristarvi una secon­
da volta». L' altro passo è 1 3 , 1 -2: «Questa è la terza volta
che io vengo da voi . Ogni parola sarà confermata dalla
bocca di due o tre testimoni . Ho avvertito quando ero
presente tra voi la seconda volta e avverto ora, che sono
assente [ . . . ] , che se tornerò da voi, non userò indulgen­
za». Dunque, c'è stato un incontro a Corinto, nel quale
Paolo ha rattristato i Corinzi, e Paolo non vuole ripetere
quella penosa esperienza (2, 1 ). Tuttavia, in 1 3 ,2 minac­
cia di farlo. Quando, come, con chi andò a Corinto l' apo­
stolo a sgridare la comunità? Non lo sappiamo. Forse
andò per mare, perché non risulta che sia passato attra­
verso la Macedonia (Tessalonica, Filippi ). Qualche rifles­
so dello scontro che ci fu in quell' occasione lo troviamo
nel cap. 2. Ne riparleremo commentando quel capitolo.
Il terzo è «il viaggio non fatto» di cui Paolo parla in
II Corinzi 1 , 1 5 e 1 6. Nei versetti seguenti egli spiega
perché ha modificato i suoi piani di viaggio, modifica che
i corinzi sembrano aver preso come una grave offesa. In
realtà, Paolo si limita a mettere in pratica il piano di
viaggio che aveva delineato in I Corinzi 1 6,5-6. Non

23
potrebbe essere stato Timoteo a complicare la situazio­
ne, assicurando i corinzi che Paolo, viaggiando per mare,
sarebbe passato due volte da Corinto, ali' andata e al ritor­
no? Senza dubbio, Paolo stesso dà per certa questa possi­
bilità in II Corinzi l, 1 6 mentre forse era soltanto un' ipo­
tesi alternativa rispetto al progetti di viaggio di I Corinzi
1 6,5-6.
Al numero 4 abbiamo un viaggio minacciato da Paolo
in 1 3 ,1-2, che dev ' essere considerato il terzo, come dice
l' apostolo («Questa è la terza volta che vengo da voi»),
proprio perché la visita segnata al numero 3 non è stata
effettuata. Siccome questo viaggio è preannunziato in II
Corinzi 1 3 , è chiaro che ha avuto luogo dopo. In Atti 20,2-
3 si riferisce che dopo essere passato in Macedonia Paolo
«giunse in Grecia. Qui si trattenne tre mesi». Generalmente
si pensa che in quei tre mesi Paolo abbia scritto (o meglio,
dettato) l ' epistola ai Romani. Ma perché gli Atti non
fanno, in questi due versetti, il nome di Corinto? Mistero !
Del resto, non fanno neppure il nome di Filippi al v. l,
ma parlano genericamente della Macedonia. Forse l' auto­
re degli Atti era ormai completamente preso dal pensie­
ro del passaggio di Paolo dall'Est all' Ovest, cioè del suo
cammino verso Roma. Per questo avrebbe trascurato di
menzionare città delle quali si era già occupato in capito­
li precedenti.

ELEMENTI POLEMICI NELLA Il AI CORINZI

I rapporti difficili che Paolo ebbe con la comunità di


Corinto ci permettono di capire perché l 'elemento polemi­
co sia tanto presente in questa epistola. Ci sono passi nei
quali Paolo si difende chiaramente da accuse che gli erano
state rivolte, altri nei quali si dovrebbe piuttosto dire che
si difende da semplici sospetti, altri ancora dove trovia­
mo soltanto delle allusioni a possibili accuse.

24
Sono anche polemici i passi in cui Paolo accusa altri
(che chiameremo «gli avversari») di comportamenti sleali
o interessati. Alcune volte lo fa in maniera diretta e con
parole chiare. Altre volte si può intuire che Paolo sotto­
linei aspetti positivi del suo apostolato perché gli «avver­
sari» si comportano in modo opposto.
Cerchiamo di addentrarci in quest'elemento polemi­
co vedendo le varie tematiche toccate da Paolo.
a) Abbondano le dichiarazioni dell' investitura e dell' as­
sistenza divina concesse a Paolo per il ministero di aposto­
lo. Oltre a 1 , 1 (apostolo per volontà di Dio) ne trovia­
mo in 2, 1 7 (parliamo . . . da parte di Dio), in 4, 1 (avendo
un tal servizio in virtù della misericordia che ci è stata
fatta [ovviamente: da Dio] ), in 4,6 (Dio è quel che
. ..

risplendé nei nostri cuori), in 4, 7 (la potenza nella debolez­


za dev ' essere attribuita a Dio e non a noi), 1 3 ,3 (Cristo
parla in me) .
b) Il rapporto con Cristo. Oltre a 1 3 ,3, appena citato,
possiamo indicare 2, 1 7 (parliamo . . . in Cristo), 1 0,7 (di
Cristo . . . lo siamo anche noi), 1 2, 1 9 (È davanti a Dio, in
Cristo, che noi parliamo).
c) Paolo respinge ripetutamente l ' ipotesi di aver usato
intrighi e falsificazioni, di aver fatto mercato del messag­
gio evangelico: ciò avviene specialmente in 2, 1 7 , ma
anche in 4,2 (abbiamo rinunziato agli intrighi vergognosi,
... né falsifichiamo la parola di Dio). Invece, in 1 1 , 1 3 - 1 5
accusa esplicitamente gli «avversari» di essere operai
fraudolenti, di travestirsi da servi tori di giustizia, insom­
ma di essere servitori di Satana.
d) Un tema polemico frequente è quelle delle «racco­
mandazioni» : Paolo dichiara di non averne bisogno, i suoi
«avversari» invece fanno uso di lettere di quel genere:
3 , 1 (domanda retorica, che significa: Noi non abbiamo
bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione).
Non solo, ma Paolo evita anche di raccomandarsi da sé
(5, 1 2) e critica quelli che si raccomandano da sé ( 1 0, 1 2).
e) I comportamenti descritti alle lettere c) e d) posso-

25
no essere considerati tipici comportamenti «carnali», cioè
conformi alla peggiore natura umana, impastata di egoismo,
interesse personale, volontà di sopraffazione, uso dei mezzi
più adatti, anche se fraudolenti, per arrivarci. Paolo prende
le distanze in 1 0,2 da quelli che lo accusano di cammina­
re secondo la carne, e precisa che sebbene viviamo nella
carne, non combattiamo secondo la carne.
f) Un altro tema sul quale si contrappongono Paolo e
i suoi «avversari» è quello dell' autoritarismo, spesso
accompagnato dallo sfruttamento economico. Paolo dichia­
ra: Non vogliamo signoreggiare sulla vostrafede ( 1 ,24),
intimidirvi con le mie lettere ( 1 0,9). Altrove si vanta di
aver annunziato l' evangelo gratuitamente ( 1 1 ,7): non è
stato e non sarà di peso a nessuno ( 1 1 ,9 e 1 2, 1 3). Non ha
sfruttato i fratelli ( 1 2 , 1 7) perché cercava loro, e non i loro
beni ( 1 2, 14). Invece i corinzi sono pronti a subire queste
cose da altri : Se uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora,
se uno vi prende il vostro, se uno si innalza sopra di voi,
se uno vi percuote in faccia, voi lo sopportate ( 1 1 ,20).
g) Alla volontà di dominio sulla comunità, Paolo contrap­
pone il suo apostolato fatto con spirito di servizio (4,5 ;
1 1 ,23 ), con timore di Dio (5, 1 1 ) , esercitato non con dimostra­
zioni di forza esteriore, ma piuttosto di debolezza ( 1 1 ,30:
Se bisogna vantarsi, mi vanterò piuttosto della mia debolez­
za, cfr. 1 2,5 e 9; 12. 1 0: mi compiaccio in debolezze, in
ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie ... perché
quando sono debole, allora sonoforte). È con questo spiri­
to che in due punti dell' epistola Paolo elenca ampiamen­
te i suoi tormenti ( 6,3- 1 0 e 1 1 ,23-33), non per amore asceti­
co di sofferenza, ma per un impegno di servizio spinto al
di là di ogni immaginazione, fidando sempre nel soccor­
so di Dio che lo sosteneva.
h) Menzionerò per ultimo un tema che affiora più volte
nell'epistola, quello del vanto. Vantarsi, gloriarsi, essere
fiero di. . . può essere legittimo quando l' oggetto del vanto
è il Signore, o la sua croce, ma è da condannare quando ci
si vanta di ciò che è apparenza (5, 12b ), o delle fatiche altrui

26
(10, 1 5-16), o quando il vanto è secondo la carne (1 1 , 1 8).
In questa epistola Paolo batte più volte sul tasto del vanto
delle sue debolezze (Il ,30; 1 2,9) perché sa che nella debolez­
za dell' uomo è esaltata la potenza del Signore (1 2,9).
Quasi tutti questi temi di polemica possono essere visti
come autodifesa di Paolo, che si difende da accuse o da
sospetti , ma spesso ci sono anche allusioni critiche a colpe
o difetti dell' attività dei suoi «avversari», che tenevano
un comportamento diversi dal suo. Ne riparleremo nel
paragrafo seguente.

LE CROCI DI PAOLO: INCOMPRENSIONI ALL' INTERNO


E RIVALITÀ DALL' ESTERNO

Abbiamo visto in un paragrafo precedente che i rappor­


ti di Paolo con la comunità di Corinto erano piuttosto tesi,
già ali ' epoca della I Corinzi. Tuttavia, nella I Corinzi gli
avversari di Paolo sono soprattutto persone o gruppi ai
quali Paolo si oppone per motivi teologici o di compor­
tamento (anche se c'erano già, come abbiamo visto, perso­
ne che lo criticavano). Nella I Corinzi si rispecchia un
entusiasmo carismatico e spiritualistico che porta a dare
dimensioni eccessive al concetto di libertà - al punto che
Paolo deve combattere l ' idea che tutto è lecito (cfr. 6, 1 2;
1 0,23). La comunità è divisa in partiti o correnti, e questa
disunione si manifesta anche nelle liti fra fratelli portate
in tribunale, nel disprezzo dei più poveri in occasione di
agapi fraterne e della Santa Cena, nel rifiuto dell' idea di
risurrezione, nel lassismo morale. Manca dunque l'amo­
re, l'agape; invece si attribuisce un grandissimo valore
alla sapienza (sophfa) .
Paolo critica la pretesa «sapienza» dei corinzi in I
Corinzi 1 , 1 7-3 1 e 2, 1 -1 3 , e ritorna poi anche altre volte
sull' argomento (per esempio, nel cap. 1 3); nel cap. 14, 1 -

27
25 dà una valutazione molto riduttiva del dono delle
lingue. Ma questi due problemi non bastano a spiegare
la passione con cui nella II epistola Paolo difende la sua
missione apostolica e la violenza con cui attacca i suoi
avversari. È chiaro che con il passare del tempo i contra­
sti, invece di appianarsi, si sono accentuati, e la grande
questione è ora quella dell' apostolato di Paolo: la sua
autenticità (si pretendevano da lui segni e miracoli), la
sua legittimità (gli si rimproverava di non essere un aposto­
lo autentico), la sua credibilità (i corinzi lo accusavano
di incoerenze e contraddizioni nei suoi rapporti con loro),
la sua efficienza (non era abile nel parlare [ 1 1 ,6] e la sua
presenza fisica era debole [ 1 0, 1 0]). Da dove veniva questa
crescente ostilità?
Uno dei fattori che hanno determinato quella situa­
zione incresciosa dev' essere stato il rifiuto di Paolo di
lasciare che la comunità di Corinto gli provvedesse il
denaro necessario per la sua sopravvivenza. Nel cap. 9
della I Corinzi, ai vv. 4 e 5 , Paolo sostiene che gli aposto­
li hanno il diritto di mangiare, di bere, e anche di avere
una famiglia (o per lo meno una moglie), e nei vv. 6-7 li
paragona, in questo, al soldato, al contadino e al pecoraio,
che vivono dei frutti del loro lavoro. Al v. 1 3 viene poi
anche l ' esempio di quelli che fanno il servizio sacro nel
tempio di Gerusalemme. Gli esempi sono accompagna­
ti al v. 9 dalla citazione di Deuteronomio 25 ,4: Non mette­
re la museruola al bue che trebbia, e al v. 14 dal rinvio
a una disposizione del Signore: quelli che annunziano il
vangelo vivano del vangelo (cfr. Le. 1 0,7). Ma al v. 1 2
dello stesso capitolo Paolo dichiara che noi non abbia­
mo fatto uso di questo diritto (cfr. anche i vv. 1 5 e 18).
La condotta prudente di Paolo può essere stata deter­
minata dali' esistenza dei cosiddetti «partiti» nella chiesa
di Corinto. Anche se si trattava non di «partiti» ma solo
di correnti, oppure di· un legame di particolare attacca­
mento a un predicatore (forse quello che li aveva porta­
ti a conoscere Cristo, o li aveva battezzati), Paolo può

28
aver temuto che ricevere del denaro gli creasse un vinco­
lo di dipendenza da una parte della comunità. Perciò prefe­
risce para�onarsi a un ambasciatore (Il C or. 5,20): I' amba­
sciatore dipende solo da chi Io manda, non da quelli che
Io ricevono. Ma il suo rifiuto deve aver suscitato dei risen­
timenti nella comunità, e più che questo, dei sospetti
malevoli e ingiusti: per esempio, che Paolo li avesse tratta­
ti meno bene di altre chiese (Il Cor. 12,13), che Ii avesse
presi con inganno (12,16) e sfruttati (12,17) attraverso la
colletta raccolta dai suoi collaboratori (12,17-18). Come
si vede, la situazione si era aggravata rispetto al cap. 9
della I Corinzi. Tutto sommato, nella I Corinzi si ha
l' impressione che gli «avversari» di Paolo fossero fratel­
li che Paolo combatteva per certe loro idee teologiche o
per i loro comportamenti pratici. Invece, nella II Corinzi
sembra proprio che fossero gli «avversari» a combattere
Paolo, e che egli si difenda da attacchi ritenuti ingiusti.
È probabile che la situazione si sia aggravata per l'arri­
vo di predicatori rivali. Non è facile ricostruire chi fosse­
ro, perché Paolo non fa un' esposizione delle loro dottrine,
ma parla di loro scrivendo ai lettori di Corinto che li conosce­
vano bene. I termini usati da Paolo («apostoli» - sia pure
falsi; gente che «viene», cfr. 11,4) fanno pensare che si
trattasse di persone venute da fuori (come lui), che si faceva­
no mantenere dalla comunità diversamente da lui, ma secon­
do la prassi del predicatori itineranti del giudaismo. È una
situazione che ricorda quella descritta in Galati 2,12 (cfr.
anche Gal. 2,4). Questi sono i veri e propri rivali di Paolo.
È possibile che dietro a loro ci fossero degli strateghi che
dirigevano le operazioni anti-paoline (Giacomo? Pietro?
Altri capi della cristianità palestinese?).
Quegli «apostoli» venuti da fuori erano di origine
ebraica (cfr. 11,22: Sono Ebrei?... Sono /sraeliti?... Sono
discendenti di Abramo ?), e probabilmente se ne vanta­
vano. Ma erano anche cristiani (11,23 : Sono servitori di
Cristo ? lo [... ] lo sono più di loro). Ma su quali punti si
scontravano con Paolo?

29
Nella II Corinzi, diversamente da Galati, non si parla
di tentativi di imporre la circoncisione o le osservanze
rituali relative ai cibi (puri o impuri) prescritte dalla legge
di Mosè. Questo fa pensare che non fossero dello stesso
tipo di quelli arrivati ad Antiochia (Gal. 2, 1 2- 14) e in
Galazia (Gal. 1 ,7-9; 5 , 1 -4; 6, 1 3 . 1 5). Si ispiravano a un
giudaismo più liberale, come quello praticato in certe
colonie giudaiche della diaspora. Però sembrano consi­
derare la comunità di Gerusalemme come la chiesa-madre
alla quale tutte le altre comunità d ' oltremare devono
uniformarsi. Paolo critica la loro abitudine di presentar­
si portando delle lettere di raccomandazione (3, 1 ) che li
accreditavano come legittimi apostoli. Questo può far
pensare che venissero da Gerusalemme e fossero manda­
ti dai capi della comunità cristiana di Palestina. Ci sono
esegeti, come Kasemann e Barrett, che identificano in
Giacomo, Pietro e i loro collaboratori i «sommi aposto­
li» menzionati in 1 1 ,5 e 1 2, 1 1 . Paolo prende le distanze
da loro, ma non li accusa di essere falsi apostoli o servi­
tori di Satana, come fa invece con i predicatori giunti a
Corinto. Questi potevano anche essere cristiani di origi­
ne giudaica nati ed educati nella diaspora, e avere una
cultura che li rendeva più affini ai convertiti di Corinto.
Di Mosè preferivano ricordare la gloria (cap. 3) più che
i comandamenti rituali. Tuttavia Paolo si dichiara ministro
di un nuovo patto, non di lettera ma di Spirito (3,6).
Esprimendosi in questo modo, sembra prendere le distan­
ze dall ' insegnamento dei suoi avversari.
Oltre all' uso di lettere di presentazione, all' attacca­
mento alla tradizione giudaica e all ' autorità di Mosè,
c' erano altri punti di dissenso rispetto a Paolo: i predi­
catori rivali accettavano di essere mantenuti dalla comunità,
e su questo i corinzi non avevano nulla da ridire (cfr.
1 1 ,20). Poi c ' era il loro apparente rifiuto di osservare la
suddivisione del campo di lavoro (cfr. la ripartizione
decisa da Paolo e Barnaba con Giacomo, Pietro e Giovanni
in Gal. 2, 7 e 9): forse Paolo in l O, 1 3- 1 6 insiste tanto nel

30
dichiarare che non entra nel campo altrui, perché quella
era appunto la prassi messa in atto dai suoi rivali.
Altri accenni di Paolo sui suoi avversari riguardano
più il loro carattere che le loro dottrine. Per esempio, le
ripetute menzioni del loro vantarsi (5, 1 2 : . . . quelli che si
vantano di ciò che è apparenza; 1 1 , 1 8 : . . . molti si vanta­
no secondo la carne). Quando Paolo scrive: Non ci vantia­
mo oltre misura di fatiche altrui ( 1 0, 1 5) lo fa probabil­
mente perché i suoi rivali avevano l' abitudine di racco­
gliere i frutti della sua semina, cioè della sua opera di
evangelizzazione.
Altrove Paolo li descrive come persone che mercan­
teggiano la Parola di Dio (2, 17), come corruttori ( 1 1 ,3 :
Come il serpente sedusse Eva, temo che le vostre menti
vengano corrotte e sviate ), servitori di Satana (greco:
. . .

diaconi di Satana, 1 1 , 1 5), profittatori ( 1 1 ,2 1 : Se uno si


divora, se uno vi prende il vostro . . . voi lo sopportate),
come persone che predicano ai fratelli di Corinto un altro
Gesù, uno Spirito diverso, un vangelo diverso da quello
che avete accettato ( 1 1 ,4 ) Quando Paolo si esprime in
.

questi termini, è molto vicino al Paolo che dettò Galati


l , 7-9 anche se i rivali non sono gli stessi.
-

Se Paolo non risparmia accuse e sarcasmi all ' indiriz­


zo dei suoi rivali, anche quelli non erano da meno nel
criticare Paolo ! Lo accusavano di essere rozzo nel parla­
re ( 1 1 ,6), di essere ardito quando era lontano e umile
quando era presente ( l O, l ) , di seri vere delle lettere en ergi­
che, ma di avere una presenza fisica debole e una parola
di poco conto ( l O, l 0). Forse anche le accuse di sfrutta­
mento delle chiese attraverso la persona dei suoi colla­
boratori con la scusa della colletta (ne abbiamo già parla­
to) venivano dai suoi rivali.
Spesso, quando Paolo parla di sé e del suo modo di
svolgere la sua missione apostolica a Corinto, replica a
critiche e insinuazioni malevole dei suoi rivali. E descri­
vendo come lui intende e pratica l ' apostolato, colpisce
una concezione diametralmente opposta: quella dei suoi

31
rivali. L' autenticità e la fedeltà del ministero apostolico
di Paolo sta al centro delle polemiche della II ai Corinzi.
Egli vuole che i credenti di Corinto non si lascino abbaglia­
re dalle vanterie o dalle credenziali dei «falsi apostoli»
( 1 1 , 1 3), perciò critica chi si raccomanda da sé ( 10, 1 2) o
si vanta oltre misura ( 1 0, 1 3), perché non colui che si
raccomanda da sé è approvato, ma colui che il Signore
raccomanda ( 1 0, 1 8) .
Dobbiamo tuttavia badare bene a non confondere le
cose: Paolo difende il suo lavoro apostolico non perché
le critiche dei rivali o il loro modo (diverso) di svolgere
il ministero itinerante offendano la sua persona o il suo
prestigio personale, ma perché configurano un modo
diverso di rapportarsi alla persona di Gesù. Paolo vuole
che la sua presenza e il suo lavoro apostolico siano in
qualche misura modellati sull' esempio di Cristo. Lo mette
bene in luce il Carrez, che accosta 1 1 ,7 (dove Paolo dice
che ha abbassato se stesso perché i fratelli di Corinto
fossero innalzati) a 8,9 (dove è Cristo che si è fatto povero
per amor loro, affinché potessero diventare ricchi): come
Cristo abbassò se stesso e si fece umile (Fil. 2, 7 -8), così
Paolo non adotta una strategia della vanagloria e della
prepotenza, ma si presenta in atteggiamento umile ( l O, l )
e fa appello alla mansuetudine e alla mitezza di Cristo
(ivi). Cristo ha capovolto i valori umani: la potenza di
Dio non si manifesta nella forza, ma nella debolezza
( 1 2,9a). Così l ' unica cosa di cui Paolo osa vantarsi è
appunto la sua debolezza ( 1 2,9 s.).
Il rapporto fra la debolezza di Paolo e quella di Cristo
è presentato chiarissimamente in 1 3,4: « . . . noi siamo deboli
in lui, ma vivremo con lui mediante la potenza di Cristo» .
Nella condizione umile e sofferente del loro apostolo i
corinzi non devono vedere una sconfitta (come forse
insinuavano i predicatori rivali), ma il riflesso della mitez­
za di Cristo ( 1 0, 1 ).
È in questo senso che Paolo può accusare i suoi rivali
di predicare un altro Gesù ( 1 1 ,4), diverso da quello che

32
lui serve e testimonia in mezzo a loro. La posta iD giQco
non è solo una diversa concezione dell' apostolato, �
una diversa cristologia.

QUALE FU L' ESITO DEL CONFLITIO FRA PAOLO E I


CRISTIANI DI CORINTO?

Questa è una domanda legittima, ma molto difficile


rispondervi in base ai testi : infatti si tratta di cose accadu­
te dopo che i tredici capitoli della II Corinzi furono scrit­
ti. Dunque, possiamo fare solo delle deduzioni o delle
ipotesi.
Una delle ipotesi possibili è la più ottimistica: che alla
fine tutto sia finito con una bella riconciliazione fraterna
tra Paolo e la sua comunità. Ma questa ipotesi difficilmente
può essere dedotta dal testo così come si presenta. Infatti,
passando dalla I Corinzi ai primi sette capitoli della II
Corinzi, e poi ai capp. l 0- 1 3 dobbiamo registrare un progres­
si vo inasprimento dei rapporti: non si vede bene come dopo
la rottura profonda riflessa nei capp. 1 0- 1 3 ci possa ancora
essere stato spazio per una riconciliazione. Specialmente
se la riconciliazione precedente, quella riflessa nei capp.
l a 2, 1 3 e 7,5- 1 6 aveva fatto naufragio.
Una nuova pace potrebbe però essere implicita nella
visita di Paolo in Grecia (a Corinto?) di cui parlano gli
Atti degli apostoli in 20,2-3 .
Forse la miglior maniera di recuperare una conclu­
sione ottimistica è quella di supporre che i capp. 1 0- 1 3
non siano la parte finale della corrispondenza (e dei rappor­
ti) fra Paolo e i corinzi, ma siano la lettera (o parte della
lettera) scritta da Paolo «con molte lacrime» (cfr. 2,4). È
un ' ipotesi che molti hanno sostenuto, a partire dal 1 870.
I corinzi non avrebbero avuto interesse a conservare una
lettera che li accusava così pesantemente di misconoscere

33
l' apostolato di Paolo e lasciarsi sedurre da altri predica­
tori. Chi ha messo insieme la raccolta delle lettere di Paolo
ne avrebbe trovato, miracolosamente, solo una parte (che
corrisponde agli attuali capp. 1 0- 1 3).
Si fa osservare, da parte dei sostenitori di questa ipote­
si, che alcuni passi nei primi sette capitoli sembrano
presupporre parole contenute nei capp. 10- 1 3 . Per esempio,
in 1 0, 1 3 Paolo dice: «Vi scrivo queste cose . . . affinché . . .
non abbia a procedere con rigore» . E i n 2,3 sembra far
riferimento a quello scritto quando dice, al passato: «Vi
ho scritto a quel modo, affinché, al mio arrivo, non abbia
tristezza . . . ». Si ha l ' impressione che Paolo qui spieghi
perché prima ha scritto con severità ciò che ora si legge
nei capp. 1 0- 1 3 . La lettera scritta con severità e con molte
lacrime avrebbe avuto successo e Tito avrebbe riferito a
Paolo che la situazione a Corinto era veramente cambia­
ta (cfr. 7,6- 1 1 ) .
L' altra ipotesi invece è pessimistica: come abbiamo
visto, il solco si fa sempre più profondo, l ' insofferenza
reciproca diventa sempre più grande: i rapporti tra Paolo
e la chiesa di Corinto finiscono con l' esasperazione dei
capp. 1 0- 1 3 . I capp. 1 0- 1 3 potrebbero essere stati scritti
e spediti dopo la visita di tre mesi (quella di Atti 20,2-3),
visita cominciata bene ma finita male per l' arrivo di predì­
catori rivali (Quesnell). Luca, come al solito, non fa parola,
negli Atti degli apostoli, di queste difficoltà (come non
aveva fatto parola, al cap. 1 8 , dei problemi a cui Paolo
accenna nella I Corinzi : l' eccessivo amore dei corinzi per
la «sapienza», i partiti, l'incestuoso, i disordini nelle agapi,
gli eccessi carismatici ecc.).
Senza dubbio, l ' ipotesi più probabile è quella che
abbiamo chiamato «pessimistica». Quarant' anni dopo, la
comunità cristiana di Roma, scrivendo ai corinzi per mano
di Clemente Romano, fa loro questo rimprovero: « È turpe,
carissimi, e indegno della vita in Cristo, sentire che la
chiesa di Corinto, molto salda e antica, per una o due
persone si è ribellata ai presbiteri» (l di Clemente ai cori n-

34
ti, 47,6). Si ripeteva, dopo quarant' anni, quel che era
accaduto con Paolo?

QUAL È IL VOLTO DELLA COMUNITÀ DI CORINTO CHE


SI RIFLETTE NELLA SECONDA EPISTOLA?

Anzitutto dobbiamo ricordare che quando un aposto­


lo scriveva un' epistola, non lo faceva a scopo descritti­
vo. Il suo scopo era piuttosto quello di esortare o confor­
tare o istruire su qualche punto preciso la comunità desti­
nataria, mostrando in che modo il rapporto con il Cristo
risorto poteva incidere sulla sua esistenza cristiana.
Inoltre, non va dimenticato che Paolo era parte in causa,
quindi quel poco che scrive (o accenna) della vita della
comunità di Corinto è influenzato dalla qualità dei suoi
rapporti con quei credenti.
E infatti, si rimane un po' perplessi vedendo come le
espressioni positive sulla comunità di Corinto si alterni­
no a critiche e rimproveri spesso pesanti . Queste diver­
se valutazioni corrispondono probabilmente allo stato
d' animo con cui Paolo ha scritto le varie parti di questa
lettera: ciò che ha da dire alla comunità può variare a
seconda che appartenga ai capitoli dove predomina un'at­
mosfera di riconciliazione, oppure a quelli di acerba
polemica contro i predicatori rivali e contro l ' accoglien­
za che i corinzi fanno alle loro idee.
Ma ascoltiamo anzitutto le note positive ! Paolo scrive
che «dove è lo Spirito del Signore, i vi è libertà» (3, 1 7),
e secondo l ' azione dello Spirito del Signore, siamo trasfor­
mati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria (3, 1 8).
Penso che con questo «noi» Paolo non si riferisca a se
stesso, ma a tutta la comunità dei credenti. Infatti, altro­
ve egli è altrettanto positivo a loro riguardo. Per esempio,
quando scrive: «Nella fede voi state saldi» ( 1 ,24), «Voi

35
abbondate in ogni cosa» (8,7), oppure quando dice di
considerare la loro comunità come la sua «lettera» di
presentazione (3,2). Naturalmente il merito ultimo non è
dei corinzi, ma del Signore, perché «Cristo è potente in
voi» ( 1 3,3), quindi Paolo può dire di essere stato conso­
lato (7, 1 3) e di avere fiducia in loro (7, 1 6).
Sono anche positivi molti dei passi in cui Paolo affer­
ma che ha molto da gloriarsi di loro (7 ,4 e 8,24) e vuoi
dare loro l' occasione di gloriarsi di lui (5, 1 2) in modo
che il vanto sia reciproco ( 1 , 1 4) - anche se il traguardo
della perfezione cristiana è sempre al di là delle realiz­
zazioni quotidiane di questa vita ( 1 3, 1 1 : ricercate laperfe­
zione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento,
vivete in pace). Però la ricchezza della grazia portata di
Cristo è già un' esperienza nel presente: «Cristo si è fatto
povero per amor vostro, affinché mediante la sua povertà
voi poteste diventare ricchi» (8,9).
Ma accanto alle note positive, non mancano quelle
critiche - forse appartengono ad altre circostanze? Così
in 1 2,20 Paolo teme che ci siano fra loro contese, gelosie,
ire, rivalità, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordi­
ni. Altrove accusa i corinzi di guardare ali' apparenza delle
cose ( l O, 17), e quindi forse per questo di non averlo racco­
mandato ( 1 2, 1 1 ) ; di sopportare i pazzi ( 1 1 , 1 9), i predica­
tori di un evangelo diverso ( 1 1 ,4), di sopportare di essere
esposti alla seduzione dei falsi apostoli come Eva era
esposta alle astuzie del serpente ( 1 1 ,3). E anche quando
Paolo scrive: «Ricercate la perfezione . . . vivete in pace»
( 1 3, 1 1 ) si può supporre che a suo giudizio la pace e la
perfezione non fossero presenti nella vita della comunità !
Più che questi accenni un po' statici al bene e al male
nella chiesa di Corinto, sono importanti i passi che accen­
nano all ' interscambio apostolo-comunità. Il lavoro di
Paolo è per la loro edificazione ( 1 2, 1 9 e 1 3 , 1 0), quello
che pianifica è per procurare «beneficio» ai fratelli ( l , 1 5),
e anche quando modifica i suoi piani è per «risparmiar­
li» ( 1 ,23). Egli ha compiuto in mezzo a loro «i segni

36
dell' apostolo» (pazienza, miracoli, opere potenti, 1 2, 1 2).
Le sue prove e sofferenze avvengono per loro ( l ,6 e 4, 1 5),
al punto che la morte opera in lui, ma la vita in loro (4, 1 2).
Perciò considera se stesso non come il padrone della
chiesa («non vogliamo signoreggiare sulla vostra fede»,
1 .24) ma come «collaboratore della [loro] gioia» (ivi).
Per questo, ha evitato di essere di peso alla comunità
( 1 1 ,9). La sua massima aspirazione è che i rapporti siano
come quelli tra genitori e figli ( 1 2, 1 4) cioè i spirati a
generosità verso i «figli» anche se questi non sempre sono
riconoscenti. Però Paolo è pronto a rallegrarsi quando da
parte dei corinzi c ' è premura, sdegno, giustificazione,
timore, zelo . (7, 1 1 ), bramosia (7, 7): tutto questo dovreb­
. .

be tradursi in un' apertura dei loro cuori per lui (6, 1 3), in
modo che da loro egli abbia «allegrezza, non tristezza»
(2,3).
Vorrei ripetere quello che ho detto all ' inizio: questa
non è una fotografia obiettiva della comunità di Corinto.
È la visione che ne ha Paolo attraverso gli occhiali delle
sue esperienze ora positive, ora negative. Può darsi che
abbia peccato per eccesso sia nel parlar bene sia nel criti­
care. Perciò, più che gli elogi e le critiche dobbiamo far
nostre le intenzioni che Paolo aveva rtell ' esprimersi a
quel modo: edificare una comunità che fosse una testi­
mone gioiosa della potenza dell' evangelo, ripararla della
insidie dei seduttori, per presentarla a Cristo come una
casta sposa ( 1 1 ,2). E questo doveva avere come contro­
partita, da parte dei credenti di Corinto, la disponibilità
a rimanere fedeli ali ' evangelo respingendo le seduzioni
di chi predicava un altro Gesù, uno Spirito diverso, un
Vangelo diverso ( 1 1 ,4). Non sappiamo se le appassiona­
te arringhe contenute nella II ai corinzi abbiano finito per
avere questo risultato.

37
QUESTO LIBRO

In questa guida il testo biblico è suddiviso in 49 paragra­


fi, che sono altrettante unità di senso. Queste unità sono
più brevi (e quindi più numerose) nei capitoli teologica­
mente più densi. Sono più lunghe (e quindi meno numero­
se) nei capitoli meno fitti di pensieri, nei quali gli argomen­
ti sono sviluppati più ampiamente.
Dopo la formula di intestazione della lettera, i paragra­
fi dal 2 al 1 2 presentano il pensiero di Paolo sui suoi
rapporti con la chiesa di Corinto, anche alla luce degli
impegni e delle difficoltà che lo hanno trattenuto altro­
ve. Per mantenere i contatti con la comunità e appianare
i contrasti si è servito di Tito, e i paragrafi 9- 1 2 si riferi­
scono appunto al ritorno di Tito da Corinto e alle buone
notizie che ha potuto recare a Paolo.
I paragrafi dal 1 3 al 1 8 descrivono il ministero aposto­
lico, i suoi compiti e i suoi problemi come li vede Paolo.
Dal paragrafo 19 al 29 egli affronta l' apparente contrad­
dizione tra la gloria del ministero e la debolezza umana
di chi lo esercita («tesoro in vasi di terra . . . » ) . Ma questo
non impedisce a Paolo di far risuonare con insistenza
l' appello alla riconciliazione.
I paragrafi dal 30 al 36 si occupano della colletta
organizzata da Paolo nelle sue comunità, a favore dei
poveri delle chiese di Giudea.
Dal paragrafo 37 al 48 abbiamo la parte più polemi­
ca della lettera, nella quale l' apostolo reagisce alle criti­
che e ai sospetti di una parte della comunità di Corinto
(o di tutta la comunità ?). L' asprezza di questa autodife­
sa è così forte da far dire a Paolo stesso che è diventato
pazzo, e che parla da pazzo. Egli teme evidentemente di
esaltare se stesso e peccare d' orgoglio, invece di dipen­
dere totalmente dalla grazia di Dio.
L'epistola termina con le tradizionali formule conclu­
sive di ogni lettera antica (paragrafo 49).

38
Questa traccia sommaria può consentire al lettore di
m ettersi allo studio della II Corinzi avendo un' idea del
percorso in cui questo libro lo guiderà. Nelle pagine che
seguono, troverà - spero - le spiegazioni necessarie per
capire le parole non sempre facili di Paolo. Ricordi però
una cosa: che le parole dell' apostolo sono più importan­
ti e autorevoli delle parole di questa «guida».

SOMMARIO DELL' OPERA

Intestazione della lettera


paragrafo l

Parte prima:
i rapporti tra Paolo e la comunità corinzia
paragrafi 2- 1 2

Parte seconda:
esaltazione del ministero apostolico
Prima sezione:
l'apostolo fa conoscere Dio in Cristo
paragrafi 1 3 - 1 8
Seconda sezione:
il messaggio della riconciliazione in Cristo porta­
to attraverso le contraddizioni dell'esistenza aposto­
lica
Primo ragionamento: la potenza vivificante dell ' e­
vangelo, antidoto al prevalere della debolezza
paragrafi 1 9-23
Secondo ragionamento: il messaggio dell' evange­
lo e il suo apostolo
paragrafi 24-29

39
Parte terza:
due capitoli di raccomandazione della colletta
Primo appello: 8, 1 -24
paragrafi 30-33
Secondo appello: 9, 1 - 1 5
parr. 34-36

Parte quarta:
difesa della legittimità apostolica di Paolo
paragrafi 37-48

Esortazioni finali, saluti e benedizione


paragrafo 49

40
Commento
l. INTESTAZIONE DELLA LETTERA ( 1 , 1 -2)

1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio,


e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto,
con tutti i santi che sono in tutta l' Acaia, 2grazia a voi
e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

L' intestazione (o soprascritta) della lettera conteneva,


nell' antichità, il nome del mittente, quello del destinata­
rio e un saluto. Paolo segue il modello tradizionale appor­
tandogli alcune modifiche.
a) Al suo nome non aggiunge titoli onorifici o accade­
mici, e neppure legami eventuali di parentela con i desti­
natari (che si usavano nelle lettere private scritte a familia­
ri). Il titolo che Paolo aggiunge più spesso è quello di
apostolo: soltanto in tre lettere non lo usa (l Tessalonicesi,
Filippesi e Filemone ), forse perché i loro lettori non conte­
stavano la sua autorità apostolica. È comprensibile che
Paolo si presenti come «apostolo» specialmente nelle
lettere dirette a lettori che mettevano in discussione la
sua autorità, oppure che non lo conoscevano personal­
mente (come i romani). Però nella nostra lettera ha cura
di precisare che la sua funzione non gli è stata attribuita
dalla chiesa, ma dalla volontà di Dio. La traduzione preci­
sa, etimologica, del greco apostolos sarebbe «mandato»,
dal verbo mandare usato in Giovanni 20,2 1 e in molti
altri passi che parlano della testimonianza dei discepoli .
b) Spesso Paolo aggiunge al suo nome quello di altri
co-mittenti. Nel nostro caso si tratta di Timoteo. «Co­
mittenti» e non «Co-autori»: il contenuto e lo stile dimostra­
no che la lettera è opera di Paolo. Ma Timoteo o altri
collaboratori possono essere associati a lui nella volontà
di inviare la lettera, o nel saluto che la soprascritta porge
nel v. 2. Ma perché due titoli diversi (apostolo per Paolo,

43
e fratello per Timoteo)? Probabilmente perché Timoteo
non aveva ricevuto una vocazione apostolica dal Signore
(come Paolo, cfr. Rom. l ,5), o da una comunità (come
nel caso di Atti 1 3 ,2-3), ma era un collaboratore scelto
da Paolo stesso per aiutarlo.
c) I destinatari sono indicati quasi sempre usando la
parola chiesa (greco ekklesia) che si può tradurre anche
- e forse meglio - con assemblea o comunità (come, per
esempio, Galati è diretta alle chiese, cioè alle comunità
cristiane della Galazia). È dalla realtà delle chiese locali
che nasce il concetto di «chiesa» in senso universale. Le
epistole che non hanno nell' intestazione la parola ekkle­
sia, come Romani e Filippesi, hanno al suo posto «i santi»,
cioè le persone che in quella località appartengono al
Signore, e quindi costituiscono la chiesa o comunità locale.
Qui al v. l c ' è chiesa per Corinto, e tutti i santi per altre
località dell ' Acaia (Grecia centrale) che non ci sono note
(salvo Cencrea, che Paolo menziona in Romani 1 6, 1 con
il titolo di chiesa).
d) il saluto è anche tipico: greci e latini riducevano in
genere il saluto a una parola sola: Salve ! (greco: chairein ).

Gli ebrei usavano la parola Shalom (pace, in senso positi­


vo: benessere, abbondanza, benedizioni divine). Paolo
traduce in greco la parola shalom e alla pace aggiunge la
grazia (greco: charis), cioè la benevolenza, il perdono, i
doni spirituali del Signore. Il suono della parola charis è
molto simile a quello del saluto greco chairein. Forse
Paolo si ispira a questo, ma gli dà uno spessore biblico e
teologico. Questo è reso chiaro dalle precisazione: da Dio
nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Non è dal mondo,
o dalle capacità e attività dell' uomo che possono venire
veramente grazia e pace, ma unicamente da Dio e dal
Salvatore.

44
PARTE PRIMA

RAPPORTI TRA PAOLO E LA


COMUNITÀ CORINZIA
2. LE SOFfERENZE E LE CONSOLAZIONI VISSUTE DA
PAOLO SI RIPERCUOTONO SULLA COMUNITÀ
( 1 ,3-7)

3Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore


Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni
consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra affii­
zione, affinché, mediante la consolazione con la quale
siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare
quelli che si trovano in qualunque affiizione; 5perché,
come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così,
per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra conso­
lazione. 6Perciò se siamo amitti, è per la vostra conso­
lazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra
consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi
capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi
sopportiamo. 7La nostra speranza nei vostri riguar­
di è salda, sapendo che, come siete partecipi delle soffe­
renze, siete anche partecipi della consolazione.

Di solito, dopo il saluto le lettere di Paolo hanno una


preghiera di ringraziamento per la fede, la carità, i doni
che si manifestano nei destinatari. Qui, invece del ringra­
ziamento, troviamo una benedizione. La Bibbia conosce
due tipi di benedizione: una benedizione discendente, che
scende da Dio sul suo popolo o su singoli fedeli (e che
può anche essere invocata su di loro, come la invocano
Abramo, !sacco, Giacobbe, Mosè ecc.), e una benedi­
zione ascendente, che sale dai credenti verso Dio per
lodarlo. La benedizione di II Corinzi l ,3-7 è di questo
secondo tipo (come quelle di Efesini 1 ,3 ss. e I Pietro 1 ,3
ss. ). La benedizione ascendente è frequentissima nell' Antico
Testamento: cfr. Genesi 24,48 ; Deuteronomio 8, 1 0; Gio-

47
suè 22,33 ; Giudici 5,2.9; Salmi 66,8; 68,27; 1 03 , 1 -2 e
20-22; 1 04, 1 .35 ecc.
È possibile che qui Paolo sostituisca il solito ringra­
ziamento con una benedizione perché non si sente di
ringraziare Dio per il modo in cui i corinzi vivono la loro
esistenza cristiana e il loro rapporto con lui.
Paolo dichiara di vivere nella sua persona le soffe­
renze di Cristo: quando la comunione col Signore è così
reale da poter dire «Non sono più io che vivo, ma è Cristo
che vive in me» (Gal. 2,20), anche le prove che vengo­
no dal servizio del Signore possono essere interpretate
come partecipazione alle sue sofferenze (cfr. Fil. 3 , 1 0).
Ma a queste afflizioni e sofferenze fanno riscontro incorag­
giamenti e benedizioni divine: Dio conforta (vv. 3 e 4)
per mezzo di Cristo (v. 5).
Dev' essere ben chiaro che per l' apostolo le consola­
zioni divine non sono solo un piccolo incoraggiamento
a tirare avanti : no, sono qualcosa che ha un effetto anche
sulla comunità (v. 6), perché i corinzi possano sopporta­
re le stesse sofferenze che anche Paolo sta sopportando.
Un pastore non può incoraggiare gli altri se non ha fatto
lui stesso, nelle sue tribolazioni, l' esperienza del confor­
to di Dio. E Paolo è sicuro («la nostra speranza nei vostri
riguardi è salda») che così, grazie alle certezze di fede
che ricevono da lui, essi saranno capaci di sopportare le
stesse prove che egli deve sopportare. Ma per conoscere
le consolazioni divine bisogna non cercarne altre altro­
ve. Gesù dice in Le. 6,24: «Guai a voi, ricchi, perché avete
già la vostra consolazione ! » .

3. PROVE E LIBERAZIONI D I PAOLO I N ASIA (l ,8- 1 1 )

8Fratelli, non vogliamo che ignoriate riguardo all'af­


flizione che ci colse in Asia, che siamo stati molto prova­
ti, oltre le nostre forze, tanto da farci disperare perfi-

48
no della vita. 9Anzi, avevamo già noi stessi pronun­
ciato la nostra sentenza di morte, affinché non mettes­
simo la nostra fiducia in noi stessi, ma in Dio che
risuscita i morti. 1 0Egli ci ha liberati e ci libererà da
un così gran pericolo di morte [e abbiamo la speran­
za che ci libererà da un così gran pericolo di morte] e
abbiamo la speranza che ci libererà ancora. 11 Cooperate
anche voi con la preghiera, affinché .per il beneficio
che noi otterremo per mezzo della preghiera di molte
persone, siano rese grazie da molti per noi.

Il discorso sulle difficoltà e sugli incoraggiamenti


divini (vv. 3-7) porta Paolo a citare una concreta esperien­
za, la prova che lo ha colpito in Asia: «siamo stati molto
provati, al di là delle nostre forze, tanto da farci dispera­
re perfino della vita» (v. 8). Non sappiamo a che cosa
allude Paolo: forse al tentativo di linci aggio subito a Efeso
(Atti 19,23-4 1 ) , dopo il quale dovette andarsene (Atti
20, 1 ) senza neppure poter ripassare da quella città per
salutare i suoi collaboratori (Atti 20, 17)? Oppure all' o­
scuro episodio menzionato in I Corinzi 1 5 ,32 («Se soltan­
to per fini umani ho lottato con le belve a Efeso . . . » -
sempre che non sia un modo figurato per alludere al tumul­
to di Atti 19)? Oppure a un ' esperienza di arresto e deten­
zione in carcere, di cui c'è traccia nella lettera ai Filippesi
se, come è probabile, questa fu scritta proprio da Efeso?
Fatto sta che anche in Asia (cioè nella parte occidentale
dell' Asia minore dove appunto c' era Efeso) Paolo ha
conosciuto prove sovrumane (v. 8), tanto da dare per
scontata la fine della sua vita (v. 9). A questa prospettiva
accenna appunto in Filippesi 1 ,20-26. Ma l ' interpreta­
zione che egli dà di questi fatti è teologica: questo è
accaduto perché imparasse sempre più a mettere la sua
fiducia in Dio e non in se stesso. Come Dio risuscita i
morti , così può anche trarre i suoi servi tori fuori dal perico­
lo estremo (vv. 9b e 1 0). E non solo questo, ma l'espe­
rienza delle liberazioni già accadute alimenta la speran­
za «che [Dio] ci libererà ancora» (v. 1 0).

49
La speranza di Paolo è così forte, che egli dà per sconta­
to il risultato delle molte preghiere menzionate al v. 1 1
( « per il favore ottenuto »). Forse avrebbe fatto meglio
. . . . . .

a dire: Per il favore che con assoluta certezza spero di


ottenere. A questo proposito ci sono due cose interessanti
da osservare:
a) nonostante i rapporti difficiH tra Paolo e i cristiani
di Corinto, egli chiede a loro con naturalezza e a cuore
aperto di pregare per lui, per la sua liberazione dalla prova:
i contrasti non impediscono la fraternità e soprattutto la
solidarietà nella preghiera.
b) L'esaudimento delle tante preghiere, tra le quali
anche quelle dei corinzi, avrà per risultato finale, dopo il
loro esaudimento, un ringraziamento da parte di molti.
E così, alla fine di questi undici versetti, ricompare il
ringraziamento del quale avevamo notato l ' assenza. Ma
il motivo del ringraziamento non sono, in questo caso, i
valori religiosi della comunità di Corinto, bensì il favore
fatto da Dio. La parola favore in greco è charisma, molto
vicina a charis (grazia): le liberazioni di Dio non sono
una gentilezza (favore), ma un dono di grazia frutto del
suo amore e della sua potenza.

4. COME PAOLO GIUDICA I SUOI RAPPORTI CON LA


CHIESA DI CORINTO NEL RECENTE PASSATO
( l , 1 2- 1 4)

1 2 Questo, infatti, è il nostro vanto: la testimonian­


za della nostra coscienza di esserci comportati nel
mondo, e specialmente verso di voi, con la semplicità
e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale ma con
la grazia di Dio. 13Poiché non vi scriviamo altro se non
quello che potete leggere e comprendere; e spero che
sino alla fine capirete, 14 come in parte avete già capito,

50
che noi siamo il vostro vanto, come anche voi sarete
il nostro nel giorno del nostro Signore Gesù.

L'appello alle preghiere di intercessione fatto ai suoi


lettori porta Paolo a dedicare alcune frasi ai suoi rapporti
con i corinzi, perché l' appello alla preghiera sia giustifi­
cato: Paolo può chiedere loro di pregare per lui perché egli
si è comportato con loro non secondo i criteri di questo
mondo (cioè con arroganza, con orgoglio, con secondi fini
- tutto questo può essere contenuto nelle parole «non con
sapienza carnale» ), ma con santità e sincerità (alcuni
manoscritti invece di santità hanno semplicità, cioè cando­
re, integrità). Glielo assicura la sua coscienza.
Qualcuno potrebbe obiettare che Paolo si fida troppo
della sua coscienza : saremmo di fronte a un circolo vizio­
so. La sua coscienza è sempre lui, Paolo, che giudica se
stesso. Ma in I Corinzi 4,4 egli dichiara di attribuire solo
un valore limitato alla sua coscienza. Infatti scrive: «lo
non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però
sono giustificato, ma colui che mi giudica è il Signore» .
C ' è un giudizio superiore e più obiettivo, quello di Dio.
E nel nostro v. 1 2, alla fine, Paolo finisce per attribuire
alla grazia di Dio il tipo di rapporto che ha avuto con i
corinzi.
È per questo motivo che il suo comportamento con la
chiesa di Corinto è per Paolo motivo di vanto. Vantarsi,
gloriarsi, essere fieri di ... , sono tutte espressioni sinoni­
me che possono alternarsi nelle traduzioni del N. T. Certo,
c ' è un tipo di vanto che non è buono (l Cor. 5,6) - quando
ci si vanta di ciò che è apparenza (Il Cor. 5 , 1 2), o degli
uomini (I Cor. 3,2 1 ), o della carne (Gal. 6, 1 3); ma della
croce è lecito gloriarsi (Gal. 6, 14), come pure gloriarsi
nel Signore (I Cor. l ,3 1 ), o gloriarsi di voi in Cristo Gesù
(l Cor. 1 5,3 1 ) . Paolo afferma pi ù volte di gloriarsi del suo
lavoro apostolico perché l ' efficacia della sua opera non
dipende da lui, ma solo dalla grazia di Dio (l Cor. 1 5 , 1 0
ecc.). E anche quando s i gloria delle sue prove (Rom. 5,3;
II Cor. 1 1 ,30), lo fa perché anche lì vede ali ' opera la grazia

51
e la potenza di Dio: cfr. II Cor. 1 2,9; 1 1 ,30 e gli elenchi
di difficoltà che lo hanno afflitto nel suo lavoro (Il Cor.
6,4- 1 0 e 1 1 ,22-29).
Ma il vero vanto sarà manifesto nel giorno del nostro
Signore Gesù (v. 14): si tratta del giorno del giudizio
finale, o del ritorno di Cristo. In quel giorno conoscere­
mo pienamente, come anche siamo stati pienamente
conosciuti (cfr. I Cor. 1 3 , 1 2) . Anche i corinzi alla fine
capiranno pienamente, e non più solo in parte, che posso­
no vantarsi di aver avuto Paolo come portatore del vange­
lo e come pastore.

5. PAOLO SPIEGA PERCHÉ H A RINUNZIATO A FARE


UNA SECONDA VISITA BURRASCOSA ( 1 , 1 5 - 2,2)

15 Con questa fiducia, per procurarvi un duplice


beneficio, volevo venire prima da voi 1 6e, passando da
voi, volevo andare in Macedonia; poi dalla Macedonia
ritornare in mezzo a voi e voi mi avreste fatto prose­
guire per la Giudea. 17Prendendo dunque questa decisio­
ne ho forse agito con leggerezza? Oppure le mie decisio­
ni sono dettate dalla carne, in modo che in me ci sia
allo stesso tempo il «sì, sì» e il «no, no»? 18 0r come è
vero che Dio è fedele, la parola che vi abbiamo rivol­
ta non è «SÌ» e «DO». 1 9Perché il Figlio di Dio, Cristo
Gesù, che è stato da noi predicato fra voi, cioè da me,
da Silvano e da Timoteo, non è stato «SÌ» e «Do»; ma
è sempre stato «SÌ» in lui. 20Infatti tutte le promesse
di Dio hanno il loro «SÌ» in lui; perciò pure per mezzo
di lui noi pronunciamo l'Amen alla gloria di Dio. 210r
colui che con voi ci fortifica in Cristo e che ci ha unti,
è Dio; 22egli ci ha pure segnati con il proprio sigillo e
ha messo la caparra dello Spirito nei nostri cuori.
23 0ra io chiamo Dio come testimone sulla mia vita che
è per risparmiarvi che non sono più venuto a Corinto.

52
24Noi non signoreggiamo sulla vostra fede, ma siamo
collaboratori della vostra gioia, perché nella fede già
state saldi.
1 Avevo infatti deciso in me stesso di non venire a
rattristarvi una seconda volta. 2Perché, se io vi rattri­
sto, chi mi rallegrerà, se non colui che sarà stato da
me rattristato?

Convinto della reciprocità dell' affetto fraterno esisten­


te in lui e nei corinzi , Paolo aveva deciso di andare in
Macedonia e poi tornare a Efeso e da lì a Gerusalemme
passando due volte da Corinto, all ' andata e al ritorno.
Come dirà al v. 23, Paolo non portò ad effetto questo
piano, e subito a Corinto lo accusarono di essere volubi­
le nelle sue decisioni : il v. 1 7 , nelle sue due parti, sembra
rispecchiare appunto le accuse della comunità. Una è di
leggerezza, l' altra è di contraddittorietà (dir� o far crede­
re, contemporaneamente il sì e il no). Questo sarebbe un
tipico comportamento carnale, dettato dalla carne, centra­
to sull' «io» egoistico e non sulla ricerca della volontà di
Dio e sull' amore per i fratelli .
Paolo respinge queste accuse, ma non lo fa come
potremmo fare anche noi, dicendo che spesso i piani di
viaggio sono una cosa, e la possibilità di realizzarli sono
un' altra (esempi nella vita di Paolo: Rom. 1 , 1 3 e Atti
1 6,6-8). Invece, tira in ballo la fedeltà di Dio. Se Dio è
fedele, l ' apostolo che incarna il suo messaggio non può
essere una banderuola che un momento dice bianco e un
altro momento dice nero (sì e no). La coerenza dell' apo­
stolo è radicata nella coerenza stessa di Cristo, il Figlio
di Dio: Cristo non oscillava tra il sì e il no, non ritratta­
va le sue promesse. C'è dunque una trafila di fedeltà e di
coerenza: Dio è fedele (v. 1 8), Cristo è fedele (v. 1 9-20a)
nel realizzare le promesse di Dio; la predicazione aposto­
lica è fedele in quanto pronunzia l' amen, il «così sia» alla
gloria di Dio. Questi versetti mettono in luce l ' impor­
tanza della coerenza nella vita del predicatore, non solo

53
nella sua predicazione. Secondo Crisostomo (citato da
Thrall), i corinzi devono aver pensato: Poveri noi, se non
possiamo essere sicuri di quello che dice anche nella sua
predicazione !
La coerenza e la fedeltà del predicatore vengono dal
fatto che Dio stesso (v. 2 1 ) è colui che ci ha dato un solido
fondamento [quando fummo battezzati] in Cristo (le parole
tra parentesi quadre sono una possibile spiegazione dell' eis
Christon che viene dopo: non il solito «in Cristo» come
stato, ma «in, cioè verso Cristo», cfr. Rom. 6,3 ; Gal. 3,27).
L' allusione al battesimo è confermata dal i ' immagine
dell'unzione (tutti i credenti sono unti per essere profeti
e sacerdoti dell' Altissimo) e da quella del suggello (v. 22).
Doveva dunque esserci stata una seria ragione perché
Paolo cambiasse i suoi piani e non passasse da Corinto
all' andata. La ragione la rivela al v. 23 (è per rispar­
miarvi, che non sono più venuto a Corinto) e in 2, l (decisi
in me stesso di non venire a rattristarvi una seconda
volta). Da quest' ultimo versetto si deduce che Paolo,
come abbiamo visto nell' Introduzione (p. 23), doveva
essersi recato a Corinto per quella che potremmo chiama­
re «visita intermedia» o «visita burrascosa» che non è
menzionata negli Atti degli apostoli (troveremo qualche
accenno di Paolo stesso a questa visita in 2,5- 1 1 ). Per non
rinnovare quella sgradevole esperienza, Paolo preferisce
rinviare il previsto viaggio a Corinto.
Ai vv. 24 e 2,2 sono indicati due moti vi ulteriori che
rafforzano la decisione del rinvio della visita:
l) Paolo, che li ha portati alla fede, non è diventato
per questo il padrone e il guardiano della loro fede. Anche
in greco il verbo che corrisponde a signoreggiare è deriva­
to da signore. Paolo non è signore ma è «aiutatore» (come
diceva la vecchia RIV) della loro gioia o allegrezza cristia­
na. Come dice I Pietro 5,3, gli anziani devono vigilare
sul gregge non come dominatori . . . ma come esempi. Tutto
sommato, il fondamento è buono: essi stanno saldi quanto
alla fede.
2) Se Paolo tornasse a fare una reprimenda alla comunità

54
di Corinto, si interromperebbe quella circolarità di esperien­
ze che uniscono un apostolo alle comunità da lui fonda­
te. È una circolarità simile a quella di prove e incorag­
giamenti che abbiamo già incontrato ai vv. 5-7. L' incontro
non sarebbe un incontro gioioso (chi mi rallegrerà ?):
venendo sotto le vesti di controllore, Paolo rischierebbe
di trovare non un' atmosfera di cordialità, ma musi lunghi
o addirittura contestazione della sua autorità apostolica . . .

6. L A VISITA PROMESSA È SOSTITUITA DALL' INVIO DI


UNA LETTERA SCRITTA FRA LE LACRIME {2,3-4)

3Vi ho scritto a quel modo affinché, al mio arrivo,


io non abbia tristezza da coloro dai quali dovrei avere
gioia; avendo fiducia, riguardo a voi tutti, che la mia
gioia è la gioia di tutti voi. 4Poiché vi ho scritto in
grande amizione e in angoscia di cuore con molte lacri­
me, non già per rattristarvi, ma per farvi conoscere
l'amore grandissimo che ho per voi.

Il v. 3 inizia con un riferimento che solo i corinzi


potevano capire: Vi ho scritto appunto questo [così · il
greco. Cioè a quel modo] . Paolo si riferisce a quello che
sta per dire al v. 4: Vi ho scritto in grande afflizione e
angoscia... con molte lacrime, cioè a una lettera che, nello
scriverla, gli ha causato molto dolore (e secondo 7,8- 1 0
n e h a causato anche ai corinzi). Per lui, sarebbe stato
penoso dire quelle cose a voce, faccia a faccia (v. 3).
Adesso, guardando in retrospettiva, Paolo non può negare
le reazioni negative che provava rispetto alla chiesa di
Corinto, però le circonda di espressioni e di sentimenti
di segno opposto: se ha mandato i suoi rimproveri per
lettera, è stato perfar conoscere l 'amore grandissimo che
aveva per i fratelli (v. 4, alla fine), e per la speranza che,
riflettendo sulla sua lettera, quando sarebbe finalmente

55
arrivato (al mio arrivo, v. 3) lo accogliessero con gioia.
In questo modo si sarebbe manifestata in mezzo a loro la
premura o sollecitudine che essi avevano per il loro aposto­
lo (7, 1 2b). Anche qui nel cap. 2 c'è la solita circolarità:
la gioia è sua, come apostolo, ma la sua gioia è anche
loro, e da loro essa deve tornare a lui. L' opposto della
gioia apostolica è la tristezza (v. 3), quella tristezza che
apostoli e predicatori provano quando vedono che l' evan­
gelo non porta i frutti che dovrebbe portare. Più che di
tristezza, si dovrebbe parlare di dolore.
Possiamo fare qualche tentativo per identificare o
ricostruire quella lettera? Qualcuno ha avanzato l ' ipote­
si che la lettera scritta con molte lacrime sia conservata,
almeno in parte, nei capp. 10- 1 3 della ll Corinzi. L' argomento
principale è che le riconciliazioni (come quelle di cui si
tratta nei capp. 1 -7) sono sempre successive ai conflitti
(descritti o menzionati sommariamente nei capp. 1 0- 1 3).
Però, i capp. l 0- 1 3 non hanno la caratteristica di una lette­
ra scritta «fra le lacrime». È piuttosto una lettera scritta
con molta rabbia. E i capp. 1 -7 , pur parlando di riconci­
liazione, non danno mai per risolti i contrasti citati nei
capp. 1 0- 1 3 . Perciò i capp. 1 0- 1 3 vanno considerati come
una lettera conflittuale (o parte di essa) diversa da quella
«lacrimosa» o penosa ricordata in 2,3-4. Restiamo quindi
con la curiosità di sapere che cosa poteva avere scritto
Paolo in quella lettera, e dove sia andata a finire. Forse
il suo contenuto non era tale da indurre i corinzi a conser­
varla con cura . . . Se non è costituita dai capp. 1 0- 1 3 allora
essa fa il paio con un ' altra lettera di Paolo: quella da lui
menzionata in I Corinzi 5 ,9- 1 1 . Neppure di quest' ultima
è rimasto il testo.

56
7. QUALCHE ACCENNO ALLA VISITA BURRASCOSA
O INTERMEDIA E Al SUOI RIFLESSI NELLA VITA
DELLA COMUNITÀ (2,5- 1 1 )

5 0r se qualcuno è stato causa di tristezza, egli ba


rattristato non tanto me quanto, in qualche misura,
per non esagerare, tutti voi. 6Basta a quel tale la punizio­
ne inflittagli dalla maggioranza; 7 quindi ora, al contra­
rio, dovreste piuttosto perdonarlo e confortarlo, perché
non abbia a rimanere oppresso da troppa tristezza.
8Perciò vi esorto a confermargli il vostro amore; 9poicbé
anche per questo vi bo scritto: per vedere alla prova
se siete ubbidienti in ogni cosa. 1 0A chi voi perdonate
qualcosa, perdono anch'io; perché anch'io quello che
bo perdonato, se bo perdonato qualcosa, l'bo fatto per
amor vostro, davanti a Cristo, 1 1 affinché non siamo
raggirati da Satana ; infatti non ignoriamo le sue
maccbinazioni.

L' apostolo passa ora a ricordare un caso specifico, in


cui una vicenda dolorosa, che aveva turbato la comunità
e ferito Paolo, si risolse in un approfondimento della stima
reciproca e della gioia nella fede. Paolo accenna a queste
cose molto brevemente, perché si tratta di cose note ai
corinzi. Ma a noi, che non. siamo al corrente dei fatti,
rimane un senso di insufficienza delle nostre informa­
zioni.
In passato si pensava spesso che il caso dell' offenso­
re e dell'offeso (come è chiamato in 7, 1 2) fosse quello
già trattato nel cap. 5 della I Corinzi (Bosio). Ma quel
problema è lontano nel tempo, la sentenza è già stata
pronunziata. Inoltre qui sembra che l' apostolo sia stato
colpito personalmente. Infine la parola resa con «offen­
sore» (greco ho adikésas) è un participio con valore
puntuale, istantaneo e difficilmente applicabile alla «situa­
zione» di uno che è accusato di vivere in stato di incesto.

57
Forse nel corso della visita intermedia di Paolo qualche
facinoroso di idee contrarie alle sue aveva contestato la
sua autorità apostolica, o lo aveva accusato di averla
esercitata male o con fini interessati (imporre la sua autorità
personale, o addirittura ricavame un profitto economico,
cfr. 1 1 ,9 e 1 2, 1 6- 1 8) ?
Recentemente si è anche pensato (Thrall) che qualcu­
no avesse rubato una parte del ricavato della colletta,
accusando poi Paolo di averla intascata: questi sospetti
avrebbero trovato, purtroppo, l ' appoggio di una parte della
comunità. La situazione si sarebbe poi schiarita quando
il colpevole finì per confessare, e l ' offeso, cioè l' ingiu­
stamente accusato, ritrovò la serenità e la credibilità.
Tutte queste ipotesi hanno un ' importanza relativa:
Paolo accenna a queste situazioni dolorose non con interes­
se di storico, ma di pastore: quello che gli interessa mette­
re in luce è il risvolto positivo che la riconciliazione ha
portato alla comunità e a lui stesso dopo la tensione prece­
dente. Osserviamo come ne parla con distacco ! Qualcuno
è stato causa di tristezza (non fa il suo nome, per delica­
tezza): ha rattristato, dice, invece di usare un verbo più
forte, come: ha offeso, o ha rovinato la reputazione altrui ;
ai vv. 7 e 8 esorta i lettori non solo a perdonare quel fratel­
lo, ma anche a confortarlo, e a mostrargli il loro amore
perché non rimanga oppresso da troppa tristezza e possa
essere tentato di allontanarsi dalla comunità o addirittu­
ra di suicidarsi (Crisostomo).
La risposta dei fratelli di Corinto a queste esortazio­
ni dell' apostolo sarà la dimostrazione del rispetto (ubbidien­
za) che i corinzi hanno per lui e per i suoi consigli (v.9).
Comunque, Paolo unisce il suo perdono (anzi , già lo ha
fatto) a quello della comunità; e - sempre per delicatez­
za - non afferma neppure categoricamente di essere stato
offeso (v. 5 : se qualcuno è stato causa di tristezza) e
quindi di aver perdonato (v. 1 0, al c entro: se ho perdo­
nato qualcosa - un tocco d i gentilezza, equivalente a: se
pure ho avuto qualcosa da perdonare). La TOB interpre­
ta da vanti a Cristo traducendo (in francese): sotto lo sguar-

58
do di Cristo. È lui il vero garante della sincerità del perdo­
no, di quello dell' apostolo ma anche di quello della
comunità intera. Rifiutare il perdono, o concederlo non
sinceramente, sarebbe stato un perpetuare la divisione, i
contrasti e il malanimo nella chiesa e quindi dare spazio
ai raggiri di Satana e ai suoi disegni (v. 1 1 ). Quando le
comunità si dividono, o quando qualcuno si allontana (per
contrasti e sospetti più che per questioni di fede) è un
successo di Satana (che va sempre attorno come un leone
ruggente, cercando chi possa divorare, I Pietro 5,8).

8. UNA ULTERIORE PROVA DELLE PREOCCUPAZIONI


DI PAOLO PER I FRATELLI DI CORINTO : IL SUO
STATO D' ANIMO A TROAS (2, 1 2- 1 3)

1 2Giunto a 'Iroas per il vangelo di Cristo, una porta


mi fu aperta dal Signore, 13ma non ero tranquillo nel
mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; così,
congedatomi da loro, partii per la Macedonia.

Questi vv. aggiungono un altro tassello al mosaico dei


sentimenti amichevoli di Paolo per i fratelli di Corinto.
L' espressione «una porta mi fu aperta dal Signore» signi­
fica che gli fu data un' occasione opportuna per evange­
lizzare in quella città. Troviamo una formula simile in I
Corinzi 1 6,9 e in Colossesi 4,3 . Un po' diverso è l ' uso
dell ' immagine «porta» in Atti 14,27 (porta della fede) .
Qui dobbiamo collegare «porta» a «per l ' evangelo», cioè
(come traduce la CEI) «per annunziare il vangelo di
Cristo». .
Da Atti 20,6- 1 2 risulta che a Troas c' era una comunità
cristiana: forse frutto de li' evangelizzazione svolta duran­
te il soggiorno menzionato dai nostri vv. 1 2- 1 3? Oppure
già in Atti 1 6,8 c' era stato un inizio di attività evangeli·
stica? La cosa ha solo un ' importanza relativa, perché

59
Paolo, anche qui, non seri ve per fare la storia o per ricostrui­
re la cronologia dei suoi spostamenti: scrive per mostra­
re la continua sollecitudine che aveva per la comunità di
Corinto.
L' apice di questi due vv. , infatti, si trova nel secondo:
nella preoccupazione di Paolo per non aver trovato Tito
a Troas, e nella sua decisione di andargli incontro in
Macedonia (v. 1 3). Il v. 12 serve solo a dare la situazio­
ne in cui matura la decisione del v. 1 3 . Ma perché Paolo
era inquieto a proposito di Tito? (Osserviamo, fra paren­
tesi, che Tito è chiamato «fratello» come già Timoteo in
1 , 1 ). Un' ipotesi possibile è che Paolo fosse inquieto per
timore che Tito portasse con sé molto denaro: la parte già
raccolta a Corinto della colletta per i poveri della Giudea.
I briganti non erano rari a quei tempi . Ma è più probabi­
le, come vedremo, che la preoccupazione di Paolo si
riferisse all ' esito della visita di Tito alla comunità: come
era stato accolto (essendo amico e collaboratore di Paolo)
e che atteggiamento avevano adesso i corinzi verso il loro
apostolo.
[Il racconto delle ansiose preoccupazioni di Paolo per
Tito, e della sopravvenuta soluzione del problema, ripren­
de in 7,5 ss. Per amore di chiarezza noi seguiremo adesso
quel racconto. Alla fine della nostra lettura del cap. 7
ritorneremo a 2, 1 4] .

9. L' INCESSANTE PREOCCUPAZIONE D I PAOLO È


ATTENUATA DALL' ARRNO DI TITo E DALLE NOTIZIE
CHE PORTA DA CORINTO (7 ,5-7)

5Da quando siamo giunti in Macedonia, infatti, la


nostra carne non ha avuto nessun sollievo, anzi, siamo
stati tribolati in ogni maniera; combattimenti di fuori,
timori di dentro. 6Ma Dio, che consola gli amitti, ci

60
consolò con l'arrivo di Tito; 7e non soltanto con il suo
arrivo, ma anche con la consolazione da lui ricevuta
in mezzo a voi. Egli ci ha raccontato il vostro vivo
desiderio di vedermi, il vostro pianto, la vostra premu­
ra per me; così mi sono più che mai rallegrato.

L' arrivo in Macedonia non recò sollievo a Paolo, perché


non ci trovò il suo collaboratore. Continuava la preoc­
cupazione: come mai Tito tardava tanto a tornare? O per
caso aveva preso una nave invece di viaggiare per via di
terra, e così i due non si erano incontrati? A queste preoc­
cupazioni di dentro di aggiungevano conflitti (combatti­
menti) di fuori, probabilmente con avversari del cristia­
nesimo (cfr. il racconto del primo viaggio di Paolo in
Macedonia, Atti 16 e 1 7). Ma perché Paolo dice: la nostra
carne non ha avuto nessun sollievo, invece di dire «io»?
È difficile che qui «carne» alluda, come in genere nelle
lettere paoline, ali' aspetto mondano, egoistico, pecca­
minoso della personalità. Piuttosto, quel termine potreb­
be contenere un' allusione alla debolezza e alla vulnera­
bilità dell 'essere umano di fronte a conflitti e preoccu­
pazioni.
Il sollievo (consolazione) poteva venire soltanto da Dio
(v. 6). Paolo non dice: «l'arrivo di Tito ci consolò» , bensì :
«Dio ci consolò con l' arrivo di Tito». Tutto è nelle mani
di Dio e dipende da lui. Dio è chiamato «colui che conso­
la gli oppressi». Diodati diceva «gli umiliati», la CEI «gli
afflitti», la TILC «gli sfiduciati» . La stessa parola è usata
dalla Bibbiagreca (la Settanta) in lsaia 49, 1 3 : « . . . il Signore
consola il suo popolo e ha pietà dei suoi afflitti».
Più che dall' arrivo di Tito (e dunque dalla sicurezza
che non gli era capitato nulla di male), Paolo è sollevato
dalla notizia del risultato positivo-che la missione di Tito
ha ottenuto (v. 7). Come in 1 ,6 la consolazione di Paolo
giova a quella dei suoi lettori, così quella riportata da Tito
si ripercuote sullo stato d' animo di Paolo, liberandolo
dall' ansietà su quello che la comunità di Corinto pensa-

61
va riguardo a lui. Perché di questo si tratta: infatti Tito
gli ha raccontato che ora desiderano veder(lo) - dunque
prima desideravano che se ne stesse ben lontano, se pure
non lo avevano scacciato -, che hanno pianto, probabil­
mente un pianto di pentimento, e che il rancore ha ceduto
il passo all ' affetto (premura). È questo capovolgimento
di sentimenti che ha sollevato prima Tito e poi Paolo:
perciò può direi : così mi sono più che mai rallegrato.

1 0. EFFETII DELLA LETIERA PENOSA (7 ,8- 1 3)

8Anche se vi ho rattristati con la mia lettera, non


me ne rincresce; e se pure ne ho provato rincresci­
mento (poiché vedo che quella lettera, quantunque
per breve tempo, vi ha rattristati), 9ora mi rallegro,
non perché siete stati rattristati, ma perché questa
tristezza vi ha portati al ravvedimento; poiché siete
stati rattristati secondo Dio, in modo che non aveste
a ricevere alcun danno da noi. 1 0Perché la tristezza
secondo Dio produce un ravvedimento che porta alla
salvezza, del quale non c'è mai da pentirsi; ma la
tristezza del mondo produce la morte. 1 1 Infatti, ecco
quanta premura ha prodotto in voi questa vostra
tristezza secondo Dio, anzi, quante scuse, quanto
sdegno, quanto timore, quanto desiderio, quanto zelo,
quale punizione! In ogni maniera avete dimostrato di
essere puri in questo affare.
1 2 Se dunque vi ho scritto, non fu a motivo dell'of­
fensore né d eli' offeso, ma perché la premura che avete
er noi si manifestasse in mezzo a voi, davanti a Dio.
E3 Perciò siamo stati consolati; e oltre a questa nostra
consolazione ci siamo più che mai rallegrati per la
gioia di Tito, perché il suo spirito è stato rinfrancato
da voi tutti.

62
Nel v. 8 si accenna esplicitamente a una lettera: Anche
se vi ho rattristati con la [mia] lettera . . . quella lettera,
quantunque per breve tempo, vi ha rattristati, e ancora
al v. 1 2 se dunque vi ho scritto . . . Di preciso, Paofo sa che
la sua lettera li ha rattristati (ripetuto due volte al v. 8,
inizio e fine, e due volte al v. 9), ma subito aggiunge: per
breve tempo. Infatti la loro tristezza ha prodotto un ravve­
dimento, dunque è stata una tristezza secondo Dio. In
questi vv. la CEI traduce il greco metanoia con «penti­
mento» in vece di ravvedimento. È tutto questione di inten­
dersi : generalmente, «pentimento» vuoi dire riconosci­
mento di una propria colpa (Devoto-Oli) mentre «ravve­
dimento» è definito mutamento di vita conseguente al
riconoscimento di errori o di colpe (ivi). Dunque è più
vicino ali' etimologia della parola greca, che si potrebbe
indicare in : «cambiamento della mente» (nous) . Non solo
nel senso di cambiamento di idea, ma anche di mutamen­
to d eli ' atteggiamento d' insieme, della posizione dell' uo­
mo verso Dio (GLNT).
Il risultato del loro cambiamento, a giudizio di Paolo,
è che così essi non riceveranno alcun danno da lui (cioè,
da parte sua). Vuoi dire che non avranno altri rimprove­
ri ? Forse più che questo: potrebbe significare che non ci
sarà una rottura totale dei reciproci rapporti di fraternità.
In tutto questo paragrafo Paolo non dice chiaramente
di che lettera si tratta. Può darsi che Tito avesse avuto
l ' i ncarico di portare quella lettera a Corinto, e questo
spiegherebbe perché Paolo aspettava con tanta ansia il
ritorno di Tito, per sapere com' era andata a finire, e soprat­
tutto perché, nel rallegrarsi delle notizie portate da Tito,
torni a parlare della lettera che aveva scritta e dell' effet­
to positivo che ha riportato (si rilegga il commento a 2,4 ).
Il v. 1 0 è una digressione teorica sui due tipi di tristez­
za: la tristezza secondo Dio, che produce ravvedimento
e porta a salvezza, e la tristezza del mondo, che invece
produce la morte : il mondo, qui, è usato nel sen so di
àmbito in cui si vive senza e contro Dio. Una tristezza

63
che prescinde dal rapporto con Dio, e si limita all ' aspet­
to sociale e psicologico dell ' amarezza nei rapporti umani,
può solo produrre un inasprimento di questi rapporti e
condurre dal rifiuto del predicatore al rifiuto dell' evan­
gelo predicato, quindi alla perdita della salvezza (cfr.
Rom. 6,23).
Tornando ai rapporti dei corinzi con lui, Paolo elenca
una serie di effetti della loro tristezza secondo Dio. Questi
effetti riguardano in parte il colpevole (o i colpevoli), cioè
chi è chiamato l 'offensore al v. 12, e in parte l 'offeso (v.
1 2), cioè lui. Verso l ' offensore si sono sviluppati fra i
corinzi un grande sdegno (meglio: indignazione), e la
volontà di punirlo (punizione, v. 1 1 ). Verso Paolo invece
si sono accresciuti o moltiplicati le scuse, il timore (cioè
il reverente rispetto), il desiderio (chiaramente, di riveder­
lo, di rinnovare la loro amicizia) e lo zelo forse l' affet­
-

tuosa premura già menzionata al v. 7 (la parola greca è la


stessa: zélos). La TILC unisce zelo a punizione (che viene
subito dopo) e riferisce l'insieme non all' apostolo ma
all' offensore: «zelo nel punire il male». In questo modo,
tre tennini si riferiscono a Paolo e tre all' offensore.
Dal loro comportamento, Paolo deduce (v. 1 1 ) che i
corinzi erano puri, cioè avevano scisso le loro responsa­
bilità da quelle dell' offensore, dimostrando di non essere
corresponsabili delle sue posizioni. Ossia, come abbia­
mo visto commentando 2,5- 1 1 , della sua contestazione
della fedeltà apostolica di Paolo (cfr. II Cor. l O, l 0. 1 1 . 1 8),
o di un comportamento non fraterno nei riguardi del resto
della comunità (cfr. 1 1 ,4. 20) o di un suo membro. Dunque,
il ravvedimento dei corinzi forse non era per delle colpe
commesse da loro, ma per non essersi opposti con più
decisione ali' offensore (Barrett pensa che l'offensore non
appartenesse alla chiesa di Corinto, bensì fosse un conte­
statore itinerante, uno di quei tali che si spostavano di
chiesa in chiesa parlando male di Paolo. Cfr. , per esempio,
Gal. 1 ,7).
Scrivendo la lettera penosa (2,3-4) Paolo non lo ha
fatto tanto per difendere l'offeso (se stesso) o per accusa-

64
re l 'offensore, quanto per costringere i corinzi a uscire
allo scoperto con schiettezza. Se andava male, la «lette­
ra penosa» avrebbe potuto portare a una rottura definiti­
va fra Paolo e la comunità. Se andava bene (come sembra
sia andata), i corinzi avrebbero permesso ai loro buoni
sentimenti per Paolo (la premura che avete per noi) di
venire alla luce pubblicamente, di manifestarsi fra loro
senza contraddizioni, davanti a Dio. È questa risoluzio­
ne del conflitto che ha sollevato, confortato Paolo (v. 1 3a).

1 1 . l BUONI RAPPORTI DI TITO CON I CORINZI


(7, 1 4- 1 5)

1 4Anche se mi ero un po' vantato da voi con lui, non


ne sono stato deluso; ma come tutto ciò che a voi abbia­
mo detto era verità, così anche il nostro vanto con Tito
è risultato verità. 15Ed egli vi ama più che mai inten­
samente, perché ricorda l'ubbidienza di voi tutti, e
come l'avete accolto con timore e tremore.

L' accoglienza che i corinzi hanno riservato a Tito lo


ha rinfrancato e gli ha dato gioia (v. 1 3). Constatando la
loro ubbidienza, e la trepidazione con cui lo hanno accol­
to (con timore e tremore), Tito è stato indotto a voler bene
sempre più intensamente a quei fratelli (v. 1 5).
Da questi fatti, conosciuti incontrando Tito in Macedonia,
Paolo deduce una conclusione che lo riguarda personal­
mente: non si era sbagliato parlando bene dei corinzi al
suo collaboratore (mi ero un po ' vantato di voi con lui).
Sull' uso della parola «vanto» da parte di Paolo cfr. sopra,
il commento a 1 , 1 2 - 1 4 (pp. 5 1 s.). Questa valutazione
fiduciosa della fede e della carità dei corinzi fatta da Paolo
parlando con Tito è altrettanto vera, realistica, quanto le
cose che Paolo aveva detto ai corinzi stessi. Cioè, erano
veri e corrispondevano a verità i rimproveri mossi dali' a-

65
postolo alla chiesa, ma corrispondeva anche a verità la
valutazione sostanzialmente positiva della comunità di
Corinto, nonostante tutte le sue limitazioni.

1 2 . CONCLUSIONE: LA FIDUCIA DI PAOLO NEI CORIN­


ZI (7, 1 6)

1 6Mi raUegro perché in ogni cosa posso aver fiducia


in voi.

La vicenda- piuttosto complicata - che abbiamo segui­


to passo passo nella parte dell' epistola commentata finora
- i contrasti di Paolo coi corinzi, la visita penosa fatta
alla comunità, la promessa di un' altra visita (in realtà poi
cancellata), la sua sostituzione con la lettera scritta con
molte lacrime, l ' invio di Tito, l' attesa del suo ritorno
prima a Troas poi in Macedonia, la sua soddisfazione per
la missione svolta e la relazione positiva fatta a Paolo
sullo stato d' animo dei corinzi - tutto ciò tro�a qui il suo
punto finale, almeno provvisoriamente : Paolo può di
nuovo avere fiducia nei fratelli di Corinto. Non lo dice,
ma la causa è il fatto che ora i corinzi hanno di nuovo
fiducia in lui e sono tornati a prendere sul serio il suo
apostolato, non dando più ascolto a chi tentava in qualche
modo di screditarlo.
Possiamo dunque chiudere questa sezione del nostro
commento per passare ai capitoli che abbiamo saltato,
cioè al lungo brano che va da 2, 1 4 a 7 ,4.

66
PARTE SECONDA

ESALTAZIONE DEL MINISTERO


APOSTOLICO
Al v. 1 3 del cap. 2 avevamo lasciato il filo della numera­
zione dei · versetti per seguire invece il filo logico del
racconto di Paolo che cercava in ogni modo di riprende­
re contatto con Tito. Questo filo logico l' avevamo ritro­
vato al cap. 7, dal v. 5 alla fine. E ora dobbiamo ritorna­
re ai capitoli lasciati in disparte: da 2, 14 a 7,4. In questi
capitoli, come si vede dal titolo, abbiamo un' esaltazione
del ministero apostolico. Naturalmente, non si tratta di
un' esaltazione distaccata e impersonale: Paolo c'è dentro
tutto intero. Tuttavia non fa riferimento a se stesso con
quella carica polemica che ispira i capp. 1 0- 1 3 . In 2 , 1 4 -
7,4 egli è partecipe di quello che dice, ma il fine è positi­
vo. Non attacca i corinzi per la loro incomprensione e le
loro critiche.
Pri ma di procedere all ' esame particolareggiato di
questa parte dell' epistola è normale che ci domandiamo:
in che relazione sta con quello che abbiamo esaminato
fino adesso ( 1 , 1 - 2, 1 3 più 7,5- 1 6)?
Una risposta molto elementare potrebbe essere questa:
che si tratti di pensieri che Paolo è andato formulando
mentre era a Troas o in Macedonia in attesa di Tito. Una
specie di ampia digressione, dopo la quale l ' apostolo in
7,5 torna al tema che aveva lasciato in 2, 1 3 . Però da 2, 1 4
a 7,4 non c'è nulla delle preoccupazioni che i n quelle
settimane occupavano l' animo di Paolo.
Un' altra risposta potrebbe essere: si tratta di pensieri
che Paolo ha concepito (e dettato) dopo l ' arrivo di Tito
con le buone notizie che abbiamo trovate in 7,6 e seguen­
ti . Ma ormai Paolo era tranquillo: dopo aver parlato con
Tito, sapeva che tutto era sereno e che egli poteva avere
piena fiducia nei fratelli di Corinto (7, 1 6).
C ' è un' altra possibilità: che siano pensieri che Paolo
ha fatto conoscere ai corinzi prima della «visita burra­
scosa» e della «lettera scritta fra le lacrime», visita e lette-

69
ra che sono diventate necessarie quando la descrizione
del ministero apostolico che stiamo per esaminare è risul­
tata senza effetto sul piano dei rapporti dei corinzi con
Paolo. Il raccoglitore degli scritti di Paolo, del quale abbia­
mo parlato nell' Introduzione (pp. 1 3 s.), potrebbe avere
trovato queste riflessioni sul ministero apostolico insie­
me ai fogli di altre lettere di Paolo custodite da qualche
fratello o sorella di Corinto. Forse esse erano già conser­
vate tra il principio e la fine del racconto delle preoccu­
pazioni di Paolo per la missione di Tito, o forse ce le ha
intercalate lui. Non lo sapremo mai. Il fatto significativo
è che quanto Paolo dice fra 2 , 1 4 e 7,4 acquista un rilie­
vo specialissimo proprio dal racconto nel quale lo si trova
adesso.
Non è indispensabile scegliere una di queste soluzio­
ni prima di passare alla lettura dell' apologia del ministe­
ro apostolico (2, 1 4 - 7,4) Divideremo questa apologia in
.

due sezioni.

70
PRIMA SEZIONE (2, 1 4 - 4,6)
L' APOSTOLO FA CONOSCERE DIO IN CRISTO

1 3 . CARATTERE ESCATOLOGICO DEL MINISTERO


APOSTOLICO (2, 1 4- 1 7)

14Ma grazie siano rese a Dio che sempre ci fa trion­


fare in Cristo e che per mezzo nostro spande dapper­
tutto il profumo della sua conoscenza. 15Noi siamo
infatti davanti a Dio il profumo di Cristo fra quelli
che sono sulla via della salvezza e fra quelli che sono
sulla via della perdizione; 16per questi, un odore di
morte, che conduce a morte; per quelli, un odore di
vita, che conduce a vita. E chi è sufficiente a queste
cose? 17Noi non siamo infatti come quei molti che falsi­
ficano la parola di Dio; ma parliamo mossi da since­
rità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo.

In questi tre vv. Paolo mostra come il ministero aposto­


lico sia inserito nell' azione escatologica di Dio in Cristo.
Ciò è particolarmente evidente nella prima immagine (v.
1 4) che menziona il trionfo di Dio in Cristo. Il trionfato­
re, simile a un condottiero romano di ritorno a Roma dopo
una guerra vittoriosa, associa al suo trionfo i suoi colla­
boratori. Oppure: trascina, legati al suo cocchio, i re e i
capitani che ha vinto e soggiogato con la sua impresa vitto­
riosa (cfr. l' uso di questa immagine in Col. 2, 1 5). È diffi­
cile dire con certezza quali di questi due significati Paolo
intendeva proporre usando l'immaginedel trionfo. Certamente
è da escludere la scelta della RIV («ci fa trionfare»): in
greco c'è un participio attivo che concorda (al dativo) col
nome di Dio dell' inizio del versetto: è Dio che trionfa.

71
L'apostolo può solo essere associato al suo trionfo (cfr. la
CEI), ma forse è meglio «ci conduce come prigionieri nel
suo trionfo» (con la NEB e il GLNT): corrisponde alla
visione non-trionfalistica dell ' apostolato (Paolo si consi­
derava «schiavo» di Cristo, greco doulos, che la RIV tradu­
ce di solito con servo). Cfr. anche I Cor. 4,9.
La seconda immagine del ministero è quella dell 'o­
dore o profumo di Cristo (vv. 1 5 e 1 6). Paolo è portato­
re di questo «profumo» che emana dalla conoscenza di
Cristo (v. 1 4). Forse l' apostolo applica al suo ministero
quello che la Sapienza di ce nel fare l ' elogio di se stessa
in Ecclesiastico 24, 1 5 : «Come cinnamomo e balsamo ho
diffuso profumo; come mirra scelta ho sparso buon odore».
Nel caso di Paolo, quello che egli diffonde è l' evangelo
(in Fil. 4, 1 8 invece, l ' immagine del profumo è usata per
alludere alla solidarietà dei fratelli che hanno mandato
dei soccorsi a Paolo). L' effetto della predicazione dell ' e­
vangelo è ambivalente: per quelli che sono sulla via della
salvezza (cioè per quelli che fanno la scoperta del signi­
ficato e della potenza della morte di Cristo) è profumo di
vita [che conduce] a vita, per quelli che sono sulla via
dellaperdizione (cioè per quelli che non conoscono ancora
o che rifiutano Cristo) è odore di morte [che conduce] a
morte. Il testo non entra in un tentativo di spiegazione
del perché. Rimane il fatto che la predicazione dell' e­
vangelo è profumo di Cristo per gli uni e per gli altri. Può
darsi che operi a salvezza al di là di quel che possiamo
constatare noi stessi nell' immediato.
Due parole di spiegazione delle due lunghe perifrasi:
«quelli che sono sulla via della salvezza» e «della perdi­
zione». Questo concetto si esprime in greco con due parti­
cipi che sarebbe errato tradurre «i salvati» e «i perduti»,
perché non sono participi passati ma presenti. La CEI cerca
di rendere il tempo presente dicendo «quelli che si salva­
no» e «quelli che si perdono». La stessa coppia di partici­
pi si trova in I Cor. 1 , 1 8, il tempo presente implica che il
processo è ancora in corso, che l ' ultima parola non è ancora
stata detta: da ciò deriva la traduzione della RIV.

72
Il v. 1 6 finisce con una domanda retorica: Chi è suffi­
ciente a queste cose ? La TILC la interpreta così : «Chi è
all' altezza di questo compito?» .
La risposta a questa domanda non è data né al v. 1 6
né al v. 1 7 . Possiamo immaginare che Paolo sottintenda:
lo no di certo ! - nel senso di dichiarare che il compito
apostolico è molto più grande delle sue capacità. Ma
potrebbe anche sottintendere una risposta più generale,
per esempio: Nessuno ! È un compito al di sopra delle
capacità di qualsiasi persona. Forse né l ' una né l' altra di
queste due ipotesi è aderente al testo. Ne vedremo una
terza dopo l' esame del v. 1 7 .
Dobbiamo partire dal v . 1 7 e dalla distinzione che fa
tra due categorie di predicatori o apostoli : la prima è costi­
tuita da traffichini o rivenduglioli della parola di Dio.
Qui la RIV, dicendo che falsificano la Parola di Dio,
segue la Vulgata (adulterantes Verbum Dei), in realtà, in
greco il kapelos era l'oste di bassissimo livello, il picco­
lo rivenditore di vino, che spesso non esitava a aggiun­
gerci acqua o altri intrugli; ma il primo significato era
quello di commerciante o rivenditore. La falsificazione
del prodotto era solo una caratteristica secondaria, di una
piccola impresa commerciale che doveva ricorrere a quei
trucchi per sopra v vi vere.
Paolo rifiuta di essere paragonato a quella categoria
di persone, e definisce se stesso con quattro caratteristi­
che:
l ) [parliamo] mossi da sincerità (stessa parola usata
in 1 , 1 2) ;
2) d a parte d i Dio, cioè senza ingerenze che adulte­
rano la Parola;
3) in presenza di Dio, cioè sotto il suo costante
controllo;
4) in Cristo, cioè nella comunione col Signore.
Torniamo ora alla domanda del v. 16: Chi è sufficien­
te a queste cose ? Terza risposta possibile: Noi, nella misura
in cui parliamo con le quattro caratteristiche del v. 1 7b
- ma non quegli altri che fanno un discutibile commer-

73
cio della Parola di Dio. Tuttavia mi sembra più confor­
me alla mentalità di Paolo che la risposta: «Nessuno»
includa anche lui . Paolo è sempre consapevole della sua
indegnità rispetto all' incarico apostolico, e sa che tutto
quanto riesce a fare non dipende da lui, ma dalla grazia
di Dio che lo sostiene e fortifica (l Cor. 1 5 , 1 0). Se poi
ogni tanto finisce anche lui per «vantarsi>> del suo lavoro,
è il primo a riconoscere che, quando lo fa, parla come
uno che è fuor di senno (capp. 1 0- 1 3).
Prima di passare oltre, dobbiamo ancora renderei conto
che i vv. 1 4- 1 7 non sono una descrizione storico-biogra­
fica del ministero di Paolo e dei suoi effetti, ma sono un
rendimento di grazie (v. 14). Paolo rende grazie a Dio
per tutto quanto sta per scrivere in questi quattro verset­
ti. Lo stato d' animo non è quello, distaccato, di uno stori­
co dell'apostolato primi ti vo, né quello del vanto, ma quello
della riconoscenza. Paolo vive il suo ministero apostoli­
co con questo sentimento: che tutto viene da Dio ed è
dono suo (cfr. 3 ,6) .

1 4. l CORINZI, «LEITERA DI CRISTO» (3 , 1 -3)

1Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi


stessi? O abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di
raccomandazione presso di voi o da voi? 2La nostra
lettera, scritta nei nostri cuori, siete voi, lettera conosciu­
ta e letta da tutti gli uomini; 3è noto che voi siete una
lettera di Cristo, scritta mediante il nostro servizio,
scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio
vivente; non su tavole di pietra, ma su tavole che sono
cuori di carne.

I primi tre vv. del cap. 3 fanno riferimento a una prassi


molto diffusa nell' antichità: fornire a parenti o amici delle
lettere dalle quali risultasse che erano persone oneste, che

74
erano care allo scrivente. Insieme a queste attestazioni
c' era spesso anche la richiesta che il destinatario desse
una mano al raccomandato per ri solvere i suoi problemi
(ricerca di lavoro, difficoltà legali o altro) . Anche propa­
gandisti religiosi o filosofici sembra facessero uso di
questo tipo di presentazione. Ne accenna il v. lb senza
nominarli: (alcuni) arrivando a Corinto esibivano lette­
re di raccomandazione, e partendo per un ' altra città ne
chiedevano una (o più di una) ai loro adepti o ascoltato­
ri di Corinto. Da Atti 1 8,27 risulta che i cristiani di Efeso
scrissero a quelli dell' Acaia una lettera di questo genere
per raccomandare Apollo che si trasferì va da quelle parti
(probabilmente a Corinto). Anche Paolo, nelle sue lette­
re, raccomanda occasionalmente alcuni dei suoi colla­
boratori (Rom. 1 6, 1 -2; I Cor. 1 6,9- 10; II Cor. 8,22-23 ;
Col. 4, 7 ss. ), non chiedendo per loro dei favori, ma presen­
tandoli come persone degne che godono della sua fiducia.
Quanto a se stesso, Paolo sapeva che non c ' è racco­
mandazione o presentazione più valida che quella forni­
ta dal Signore ( 1 0, 1 8).
Perciò non ha bisogno di raccomandarsi da sé (3, l a ­
scritto forse per paura che il v. precedente fosse inter­
pretato come auto-raccomandazione) e neppure di lette­
re scritte da altri. Tra parentesi, chi avrebbe potuto scriver­
le? La chiesa di Gerusalemme non lo aveva mandato in
missione apostolica, né Paolo riconosceva una sua autorità
(cfr. Gal. 1 ). Forse avrebbe potuto dargliela la chiesa di
Antiochia (cfr. Atti 1 3 , 1 -3), ma il passo ora citato non ne
parla. Oppure, potevano occuparsi di questo le chiese che
Paolo andava man mano fondando. Ma qui nei vv. 2 e 3
Paolo dichiara che la migliore presentazione sono i risul­
tati del suo lavoro: La nostra lettera siete voi. «Nostra»
non nel senso: scritta da noi (come in I Cor. 5,9 o II Cor.
7 ,8), bensì nel senso «che parla di noi», o «che ci presen­
ta» . Nella I Corinzi Paolo aveva già definito la comunità
di Corinto come «il sigillo del mio apostolato» (9, 1 -3).
Di questa sua lettera di presentazione, costituita dalla
comunità di Corinto, Paolo elenca sei caratteristiche:

75
a) scritta nei nostri [o vostri] cuori;
b) conosciuta e letta da tutti gli uomini;
c) lettera di Cristo;
d) scritta mediante il nostro servizio;
e) non con inchiostro ma con lo Spirito
del Dio vivente;
f) non su tavole di pietra, ma su cuori di carne.

Di queste caratteristiche, le meno problematiche sono


quelle indicate con le lettere c) ed e). Cristo è indicato
come il vero autore della lettera, perché è lui che chiama
alla fede e dà alla comunità il fondamento (se stesso) su
cui edificarsi (l Cor. 3, 1 1 ) . Lo Spirito del Dio vivente
ricorda che lo strumento della nascita della chiesa è lo
Spirito Santo.
Ma allora, qual è il contributo di Paolo in tutto questo?
Lo troviamo alla lettera d) : Paolo è stato il «servitore» ,
il «diacono» di quest'operazione partita da Cristo e compiu­
ta grazie allo Spirito santo. Poiché la RIV traduce spesso
il greco dùikonos con «ministro», potremmo azzardarci
a tradurre il participio usato da Paolo con un orribile
«ministrata» : la lettera di Cristo, che è la comunità di
Corinto, è stata «ministrata» dali' apostolo, che ne è stato,
se vogliamo, lo scrivano. O il corriere. Ha esercitato una
funzione umile, che non si metteva in contrasto con quella
di Cristo e dello Spirito. Ma il ri sultato può servirgli da
lettera di raccomandazione.
Rimangono ancora tre caratteristiche della comunità
di Corinto come lettera, quelle segnate a), b), f). La più
facile da esaminare è la b): non si tratta di un' esagerazio­
ne retorica, come se volesse dire che tutti gli abitanti della
terra ne hanno preso visione. Il tutti indica semplicemen­
te tutti quelli che hanno avuto la possibilità di conoscere
la chiesa di Corinto, la sua fede, la sua testimonianza. Da
tutti gli uomini andrebbe tradotto, più esattamente: «Da
tutti gli umani» (o anche solo «da tutti»). La parola greca
tinthropos significa «essere umano», non «maschio» .
Un po' più difficile è la prima caratteristica: scritta nei

76
nostri/vostri cuori: e la difficoltà viene proprio dall' in­
certezza dei manoscritti greci per l' aggettivo possessivo.
Dove è scritta questa lettera? Nel cuore dei corinzi o nel
cuore di Paolo (ed eventualmente dei suoi collaboratori)?
Se scegliamo il <<nostri», bisogna pensare che la lette­
ra sia l ' evangelo, inciso nel cuore di Paolo e visibile a
tutti. Questo evangelo predicato da Paolo è poi stato scrit­
to da Cristo e dallo Spirito nel cuore dei corinzi. L' evangelo,
scritto nel cuore dell' apostolo, quando è stato accolto dai
corinzi e messo in pratica nella loro vita di comunità, è
di ventato la miglior lettera di raccomandazione per Paolo.
Il «nostri» ha l 'appoggio del maggior numero di manoscrit­
ti greci; il «vostri» ne ha pochi, ma antichi. A suo favore
sta la dichiarazione del v. 3 : VOI siete una lettera di Cristo,
e il sospetto che l' uso di «nostri cuori» sia stato influen­
zato da 7,3 (voi siete nei nostri cuori) e che gli scrivani,
avendo quel «nostri» nella mente, lo abbiano anche scrit­
to in 3,2. La pronunzia dei due possessivi, in greco, ali ' e­
poca dei manoscritti , era molto simile, quasi uguale.
La preferenza per «nei vostri cuori» riceve un certo
appoggio dali' ultima caratteristica: (scritta) non su tavole
di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne (v. 3, alla
fine). I cuori di carne sono più probabilmente i cuori dei
fedeli di Corinto. Ma perché a Paolo viene in mente di
dire che la lettera di Cristo non è scritta su tavole di
pietra ? Dopo che ha parlato di inchiostro sarebbe stato
più naturale se avesse detto: scritta sui vostri cuori e non
su fogli di papiro.
La risposta più ovvia è che questi vv. sono pieni di
reminiscenze dell' A.T. ; una è da Geremia 3 1 ,3 3 : «<o
metterò la mia legge nell ' intimo loro, la scriverò sul loro
cuore». Un' altra e da Ezechiele 36,26 e 1 1 , 1 9: «Metterò
in voi un cuore nuovo e uno Spirito nuovo» . «Toglierò
dalla loro carne il cuore di pietra, e ci metterò un cuore
di carne» . Infine, una da Esodo 3 1 , 1 8 : « . tavole di pietra,
. .

scritte col dito di Dio» . Come scriveva Enrico Bosio,


«Paolo ha già nella mente il contrasto che svolgerà nei
vv. seguenti tra l' Antico e il Nuovo Patto» . Ma potrebbe

77
anche essere accaduto il contrario: che il pensiero delle
tavole di pietra del Decalogo sia stato suggerito a Paolo
dai suoi avversari, che contestavano la sua predicazione
della salvezza per grazia e non per le opere della legge.
Forse Paolo allude a queste persone con il molti di 2, 1 7
e l' alcuni di 3, l . Se è così, Paolo farebbe riferimento alle
tavole di pietra per mettere bene in luce quanto sia diver­
sa la loro predicazione dalla sua. Questo contrasto prepa­
ra la via a ciò che segue. Ma prima di entrare in argomen­
to, Paolo torna per un momento alla domanda del v. 1 6
(Chi è all ' altezza d i questo compito?)

1 5 . LA FIDUCIA E LA CAPACITÀ DI PAOLO COME


APOSTOLO (3 ,4-6a)

4Una simile fiducia noi l'abbiamo per mezzo di


Cristo presso Dio. 5Non già che siamo da noi stessi
capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma
la nostra capacità viene da Dio. 6Egli ci ha anche resi
idonei a essere ministri di un nuovo patto .••

La fiduciosa convinzione che la comunità possa costi­


tuire una lettera di presentazione proveniente da Cristo e
scritta per mezzo dello Spirito santo è data a Paolo dal
Cristo stesso, davanti a Dio (v. 4 ) Dio è precisamente colui
.

che ha dato a Paolo la capacità apostolica, cioè l' idoneità


ad essere servi tori (o ministri : greco diakonoi) di un nuovo
patto (v. 6). Paolo sa benissimo che né la sua predicazio­
ne né l'impostazione del suo servizio apostolico proven­
gono da lui stesso, dalle sue personali qualità e successi
(v. 5). Paolo fa riferimento al momento della sua vocazio­
ne da parte del Signore: ci ha resi idonei è detto con un
verbo al tempo dell' azione puntuale (aoristo), non dell' a­
zione durativa o continuata. Tutto è cominciato da lì.
Il v. 5 adopera il famoso verbo (loghfzesthai) usato da

78
Paolo in Romani 4 per parlare della fede che fu calcolata,
o imputata, o accreditata (messa in conto) ad Abramo come
giustizia (cfr. Rom. 4,3 .5.9.22). Nella nostra epistola, lo usa
in 5, 19 per i peccati («non imputando agli uomini le loro
colpe»). Sicché qui si potrebbe anche tradurre: «Non già
che siamo capaci, da noi stessi, di accreditare qualcosa sul
nostro conto, ma la nostra capacità viene da Dio» (Carrez,
TOB , NTA).

1 6. PAOLO MINISTRO DEL NUOVO PATTO. (3,6b- 1 6)

... non di lettera ma di Spirito; perché la lettera


uccide, ma lo Spirito vivifica.
70r se il ministero della morte, scolpito in lettere
su pietre, fu glorioso, al punto che i figli d'Israele non
potevano fissare lo sguardo sul volto di Mosè a motivo
della gloria, che pur svaniva, del volto di lui, 8quanto
più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9Se, infat­
ti, il ministero della condanna fu glorioso, molto più
abbonda in gloria il ministero della giustizia. 10Anzi,
quello che nel primo fu reso . glorioso, non fu reso
vanamente glorioso, quando lo si confronti con la gloria
tanto superiore del secondo; 11infatti, se ciò che era
transitorio fu circondato di gloria, molto più grande
è la gloria di ciò che è duraturo. 1 2Avendo dunque una
tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza,
1 3e non facciamo come Mosè, che si metteva un velo
sul volto, perché i figli d'Israele non fissassero lo sguar­
do sulla fine di ciò che era transitorio. 1 4Ma le loro
menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d'oggi,
quando leggono l'antico patto, lo stesso velo rimane,
senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è
abolito. 15Ma fino a oggi, quando si legge Mosè, un
velo rimane steso sul loro cuore ; 1 6però quando si
saranno convertiti al Signore, il velo sarà rimosso.

79
Nei vv. da 6b a 1 1 ci troviamo davanti a una serie di
contrapposizioni fra l' antico e il nuovo patto. Prima di
esaminarle, le riassumiamo nelle tabella seguente:

6b patto di lettera - patto di Spirito


6c la lettera uccide - lo Spirito vivifica
7 ministero della morte
8 ministero dello Spirito
9a ministero della condanna
9b ministero della giustizia
lOa non fu reso veramente glorioso
lOb gloria tanto superiore
lla transitorio
llb duraturo
lla fu circondato di gloria
llb molto più grande è la gloria

La lettura superficiale dei vv. 6b- 1 6 può dare l' impres­


sione che Paolo giudichi l' antico patto come patto di lette­
ra, di condanna, di morte ecc. Questo vorrebbe dire mette­
re Paolo in contraddizione con se stesso. In Romani 7, 1 2
dichiara infatti che la legge è santa; i n Romani 4 presen­
ta Abramo come nostro padre, in quasi tutte le sue lette­
re cita le Scritture d' Israele come testi probanti. L' antico
patto non può essere squalificato come se esprimesse una
religione rituale, esteriore, di fronte al nuovo che sareb­
be una religione spirituale, interiore. Non si tratta di
contrapporre la legge alla grazia, le opere alla fede. Il
primo patto è un dono di grazia esattamente come il secon­
do. Il Decalogo è preceduto da un ' introduzione che dice:
«Io sono il Signore Iddio tuo, che ti ho tratto dal paese
d' Egitto, dalla casa di schiavitù» (Es. 20,2 ; Deut. 5 ,6). Il
resto del Decalogo mostra come l ' appartenenza al Dio
liberatore e la riconoscenza per lui si manifestino nell ' ub­
bidienza del popolo di Dio. Essa può solo comparire come
conseguenza gioiosa dell' animnzio di elezione e di libera­
zione da parte di Dio.
Troppo spesso l' incapacità umana di capire questo

80
carattere «evangelico» della legge divina porta a rovescia­
re i due momenti del Decalogo, e a fare dell' ubbidienza
alle prescrizioni e ai divieti la condizione preliminare
dell' appartenenza al Signore e della salvezza che egli
offre per sola grazia. A questo ha contribuito anche la
traduzione della Bibbia in lingua greca. La parola ebrai­
ca Torlìh, che vuoi dire insegnamento, direttiva, è diven­
tata, in greco, n6mos, cioè appunto «legge», imposizio­
ne di doveri e di opere. E così, «il comandamento che
avrebbe dovuto darmi vita, risultò che mi dava morte»
(Rom. 7, l 0). Perdendo la prospettiva biblica della salvez­
za per sola grazia, si finisce per mettere al centro l' esse­
re umano che costruisce (o crede, o tenta di costruire) la
sua salvezza con le sue opere, con la sua giustizia, con la
sua pietà religiosa. La Torlìh del Dio liberatore diventa
«lettera», codice, prescrizione e cessa di essere Spirito,
cioè potenza vivificante che fa nascere un popolo nuovo
e una creazione nuova.
Paolo si considera ministro o servitore (diacono) del
nuovo patto perché con la forza dello Spirito chiama tutti
(anche i pagani) a credere nel Dio liberatore e a vivere
della sua sola grazia, portando frutti di giustizia e di carità
e aspettando i nuovi cieli e la nuova terra che hanno avuto
la loro primizia in Cristo.
Fatto questo chiarimento, possiamo passare alla lettu-
ra di 3,6b- 1 6 in cui distinguiamo due tappe:
6b - 1 1 : Superiorità del nuovo patto
1 2 - 1 6 : Dalla diaconia la franchezza
La reminiscenza della profezia di Geremia 3 1 ,3 1 -33
porta Paolo a definirsi (v. 6) come servitore (diacono,
ministro) di un nuovo patto fondato non su precetti (lette­
ra) ma sulla potenza escatologica dello Spirito liberato­
re e rinnovatore (cfr. i v v. 1 7 - 1 8). Non sono formule inven­
tate da Paolo: «nuovo patto» viene da Geremia 3 1 ,3 1 e
dalla tradizioni primitiva (istituzione della S. cena citata
da I Cor. 1 1 ,25 ; cfr. anche Le. 22,20). Proprio questo
precedente ci ricorda che al centro del nuovo patto non

81
c ' è un impegno di opere umane, ma l ' intervento unilate­
rale di Dio nel dono del suo figlio Gesù. Il nuovo patto
è dunque, praticamente, sinonimo di evangelo (cfr. Rom.
8,3 dove la legge è detta «impotente a salvare»). La lette­
ra, cioè i precetti della legge separati dal contesto del
patto di grazia stabilito da Dio col suo popolo, è qualco­
sa che uccide - perché l ' umanità, con le sue sole forze,
è schiacciata dal peso dei comandamenti, e perché, cercan­
do di salvarsi per opere, non rende a Dio la gloria che gli
è dovuta come salvatore e liberatore dei suoi (Lang). Lo
Spirito, invece, vivifica: negativamente, liberando il
credente dal dominio della lettera (Rom. 8,2) e positiva­
mente operando in lui come operò nella risurrezione di
Gesù (Rom. 8 , 1 1 ).
La fiducia nello Spirito che vivifica è radicata nel cap.
37 del profeta Ezechiele (vv. 9 e 1 0), e Paolo ne parla
anche in Romani 8, 1 1 («Colui che ha risuscitato Cristo
Gesù dai morti, vivificherà anche i vostri corpi mortali
per mezzo del suo Spirito . . . » ). Perciò in Romani 8,2 lo
chiama senz' altro «Spirito della vita».
La superiorità del nuovo patto, del quale Paolo è servi­
tore, viene proposta nei vv. 7- 1 1 con quattro successive
bordate,
La prima è contenuta nei vv. 7a e 8 : Se il ministero
della mortefu glorioso, quanto più sarà glorioso il ministe­
ro dello Spirito ? La domanda del v. 8 è solo apparente­
mente tale: si tratta di una domanda retorica, che vuol
dire: «Il ministero dello Spirito sarà molto più glorioso».
Il futuro si riferisce non a un tempo dopo Paolo, ma a un
tempo dopo Mosè, dopo il primo patto, cioè appunto ali ' è­
ra cristiana e al ministero degli apostoli . «Ministero della
morte» riprende il pensiero del v. 6c (vedi il commento).
Sul ministero dello Spirito cfr. il commento all' inizio del
brano 3,6b- 1 6 (p. 8 1 ).
La seconda bordata si trova nel v. 9 : se giàfu glorio­
so il ministero della condanna, cioè il ministero di Mosè,
la Legge, che aveva anche la funzione di far conoscere
agli israeliti i loro peccati (cfr. Rom. 3, 1 9), molto più

82
abbonda in gloria il ministero della giustizia. Queste
ultime due parole sono tradotte dalla REB «che porta
ali ' assoluzione» e dalla EO «che conduce alla giustizia» .
La parola «giustizia» qui è usata nel senso di «giustifi­
cazione», come è ovvio visto che il servizio apostolico è
contrapposto al ministero della condanna (v. 9a).
La terza bordata, al v. 1 0, ripete e rafforza la secon­
da. Mentre il v. 9 diceva che il ministero della condanna
fu glorioso, il v. 10 limita la valutazione dicendo che non
fu reso veramente glorioso, rispetto alla gloria del ministe­
ro apostolico che annunzia la giustificazione in Cristo per
tutti gli umani (cfr. Rom. 1 , 1 6).
La quarta bordata è al v. 1 1 : Se dunque ciò che era
transitorio (o effimero) [fu circondatol di gloria, molto
più [ha da essere] in gloria ciò che è duraturo (letteral­
mente: «ciò che permane»). «Ciò che era transitorio»
potrebbe anche essere tradotto: ciò che è stato abolito,
«l' invalidato». Oppure: ciò che è in corso di abolizione
(il verbo è lo stesso usato in I Cor. 1 3,8 per le profezie e
per la conoscenza) .
Da questo quadruplice confronto dei due ministeri,
della legge e dell' evangelo, risulta chiara la certezza di
Paolo che il secondo è superiore al primo, non tanto per
i suoi contenuti quanto per i suoi effetti , per il modo in
cui è recepito dalle persone. Paolo non nega la gloria del
primo patto o ministero: abbiamo già visto sopra quel che
Paolo dice in Romani 7, 1 2 e 7, 1 0a. Quel ministero era in
gloria, anche se era transitorio. Queste due caratteristi­
che Paolo le vede riflesse (v. 7) parabolicamente nella
gloria, che pur svaniva, del volto di Mosè. Il volto di
Mosè risplendeva, alpunto che i.figli d'Israele non poteva­
no fissare lo sguardo sul suo volto, ma quella luce era
passeggera. Il passo biblico che parla della gloria splen­
dente dal volto di Mosè è Esodo 34,29-30.35 (i raggi di
luce che emanavano dal volto di Mosè sono stati raffi­
gurati , tentativamente, da Michelangelo nella famosa
statua della chiesa di S. Pietro in vincoli a Roma con due
corni che gli escono dalla fronte) . Che la gloria (e la luce)

83
svanisse non risulta da Esodo 34 né da alcun passo dell'A. T.;
si può solo desumere dal fatto che dopo Esodo 34 non se
ne parla più. In base ad altri passi paolini che usano il
verbo katarghéo (RIV: «svanire, esser transitorio») lo si
può anche tradurre «annullare, neutralizzare» . Lo splen­
dore del volto di Mosè era neutralizzato o annullato dal
velo con cui si copriva (Cfr. Rom. 3,3.3 1 ; 7,6; I Cor. 1 ,28;
2,6; 6, 1 3 ; 1 3, 1 1 ; 1 5 ,24.26; Gal. 3 , 1 7). I riferimenti al
passo di Esodo 34 saranno ripresi ai vv. 1 3 ss. (il velo sul
volto di Mosè).
Passiamo ora ad esaminare i vv. 1 2- 1 6 (dalla diaconia
la franchezza). La sintesi che abbiamo messo qui tra paren­
tesi corrisponde al contenuto del v. 1 2 . Il ministero aposto­
lico è stato definito nei vv. 6b- 1 1 dello Spirito, della giusti­
zia, e duraturo. Paolo, che è stato chiamato a esercitarlo,
si aspetta legittimamente che queste caratteristiche si
manifestino nella sua opera. Perciò parla in 1 2a di speran­
za. L' aggettivo «tale» indica che si tratta appunto della
speranza di quanto è stato detto nei vv. precedenti, special­
mente alla fine del v. 1 1 : che l' annunzio dell' evangelo
duri, letteralmente «rimanga», non svanisca.
Il risultato di questa speranza è che Paolo fa uso di (o
si comporta con) grandefranchezza. La parola «franchez­
za» è difficile da interpretare, perché può avere diversi
significati: il parlare in maniera diretta, senza parabole o
i mmagini (Giov. 1 6,25 .29), il parlare pubblicamente,
senza precauzioni (Giov. 7,26), il parlare senza imbaraz­
zo o paura degli uomini (Filem. 8) o di Dio (Ef. 3, 1 2).
Quest'ultimo è il significato che si adatta meglio a 3 , 1 2.
Questa libertà o franchezza è il contrario del nasconder­
si la faccia con un velo come faceva Mosè (ma Mosè non
lo faceva per paura, bensì perché gli israeliti non rimanes­
sero abbagliati dallo splendore glorioso del suo volto.
Così almeno sembra da Esodo 34,30-35 . Paolo segue
un' altra tradizione rabbini ca: che Mosè si coprisse la
faccia perché il popolo non vedesse la fine della gloria
che era sul suo volto. Però al v. 1 1 usa il neutro, non il

84
femminile che sarebbe necessa rio se la fine si riferisse
alla gloria. Forse intende riferirsi a tutto l 'insieme del
ministero di Mosè, superato da quello di Gesù Cristo, cfr.
Rom. 1 0,4).
Il v. 14a (ma le loro mentifurono rese ottuse) si contrap­
pone a qualcosa che è stato detto prima. Qual è il senso
del «ma» ? Possiamo pensare: Ma [nonostante la gloria
che rifulgeva sul volto di Mosè] le loro menti furono rese
ottuse, ed essi non riuscirono a capire il senso dell ' anti­
co patto. Oppure: Ma [nonostante la luce sul volto di
Mosè fosse transitoria e se ne vedesse quasi la fine] essi
non capirono che il ministero della Legge era transitorio.
Perciò le loro menti furono rese ottuse.
Il verbo è quello usato da Isaia in 6,9 s. Paolo lo usa
anche in Romani 1 1 ,7, mentre in II Corinzi 4,4 rende
un' idea simile dicendo: le loro menti furono accecate.
Ma quel che interessa a Paolo non è tanto la durezza
o la cecità delle menti degli israeliti del tempo di Mosè:
gli preme molto di più quella dei suoi avversari che lo
combattono facendosi passare per paladini del patto di
Mosè. Anche su loro, alla lettura dell 'antico patto, rimane
lo stesso velo (sarebbe più esatto dire: un velo analogo),
senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è aboli­
to. Queste ultime due frasi del v. 1 4 potrebbero anche
essere tradotte così : «e non si rende manifesto che Cristo
lo ha abolito» (PAOL.), oppure: «E non è loro svelato
che (questa alleanza) è stata abolita in Cristo» (TOB).
L' idea che Cristo abolisca il velo (RIV e PAOL.) impli­
ca che Cristo è il criterio per una giusta comprensione
dell' antico patto. L' idea che Cristo abolisca l ' antico patto
(TOB) è molto più radicale, e forse, nonostante Romani
1 0,4 non corrisponde esattamente al pensiero di Paolo.
Meglio tradurre: «Fino al giorno d' oggi lo stesso velo è
rimasto, non rimosso, perché [soltanto] in Cristo esso è
eliminato» (GLNT). In Cristo e per mezzo di Cristo si
può capire pienamente il valore dell' antico patto come
patto di grazia, cioè come evangelo.

85
Il v. 1 5 precisa che al tempo di Paolo, quando Mosè
viene letto (da chi? Da tutti i giudei o più precisamente
dagli avversari di Paolo che si credevano autentici conti­
nuatori di Mosè e depositari di un ministero glorioso?)
un velo rimane steso sul loro cuore. Se si tratta degli
avversarti di Paolo, il loro ministero si accreditava coi
loro successi e col trionfalismo dell' apparenza - ma quello
che conta è il cuore. E loro, sul cuore, hanno il velo.
Ma Paolo ha la speranza che il velo sarà rimosso
«quando si saranno convertiti al Signore» (v. 1 6) Le
parole tra virgolette sono prese dalla RIV, ma non sono
del tutto esatte, perché in greco il verbo è al singolare.
Dovrebbe riferirsi al cuore menzionato alla fine del v. 1 5 ,
oppure essere impersonale: «Ma quando ci sarà la conver­
sione al Signore» (CEI, PAOL. , TOB). Cioè, solo con la
conversione al Signore il velo sarà tolto.

1 7 . LA GLORIA DEL SIGNORE E LA GLORIA DEI REDEN­


TI (3, 1 7- 1 8)

170ra, il Signore è lo Spirito; e dove c'è lo Spirito


del Signore, n c'è libertà. 18E noi tutti, a viso scoper­
to, contemplando come in uno specchio la gloria del
Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagi­
ne, di gloria in gloria, secondo l'azione del Signore,
che è lo Spirito.

L' ultimo versetto del cap. 3 parla della gloria dei reden­
ti, e chiude così il discorso di questo capitolo che era
cominciato parlando della comunità di Corinto come lette­
ra di presentazione dell ' apostolo e della sua attività. Il
verbo siamo trasformati è quello usato per Gesù nel
racconto della trasfiguraziorie (M t. 17,2 e parall. ); Paolo
lo usa anche in Romani 1 2,2 per la vita cristiana dell' uo­
mo giustificato. Sia in Romani 1 2 sia nel nostro v. 1 8 la

86
forma passiva indica che la trasformazione non è opera
umana, ma dono di Dio. Questo è dichiarato esplicita­
mente nelle ultime parole del versetto: secondo l 'azione
dello Spirito del Signore, che si potrebbe anche tradurre:
«Secondo l ' azione del Signore [che opera come] Spirito» .
La trasformazione avviene contemplando la gloria
del Signore. È da preferire il «contemplando» del Diodati ,
piuttosto che il «rispecchiando» della RIV. Poi, siccome
nel verbo greco è compreso un riferimento allo specchio,
si può arri vare a dire «contemplando come in uno specchio»
la gloria del Signore Iddio che, come preciserà 4,6, riful­
ge nel volto di Gesù Cristo. È lui che rispecchia la gloria
di Dio, non è il nostro volto. È in lui che i credenti incon­
trano il Signore e la sua gloria. Infatti, l ' essere umano
non può vedere direttamente Iddio e vivere (Es. 33 ,20).
Ma in Cristo questo è diventato possibile a volto scoper­
to, senza velo (cfr. v. 14). E proprio grazie all ' incontro
con Cristo e alla contemplazione della gloria di Dio che
rifulge nella sua persona, anche i credenti che sono in
comunione con lui crescono di gloria in gloria, cioè passa­
no a una gloria sempre più grande nella misura in cui
aumenta la loro comunione con lui, il suo vivere in loro
(cfr. Gal. 2,20) . Perciò Paolo può anche parlare di un
sempre più grande avvicinamento alla [sua] stessa immagi­
ne. Perché l ' immagine di Dio che ci è donata è la perso­
na di Gesù Cristo. Il giudaismo diceva che la Sapienza è
«specchio tersissimo della luce eterna» (Sap. 7,24) . Per
noi, lo specchio della luce di Dio è Gesù Cristo.
Torniamo ora indietro al v. 1 7 : Ora il Signore è lo
Spirito. Paolo aveva definito il suo ministero apostolico
come «ministero dello Spirito» (vv. 6 e 8). Ora sente il
bisogno di precisare ancora una volta (ma l ' aveva già
detto al v. 6) che questo può venire solo dal Signore,
perché lo Spirito non è lo spirito dell'essere umano o della
religiosità naturale: lo Spirito che trasforma un uomo in
apostolo è un intervento del Signore stesso, è Dio che
agisce sotto forma di Spirito santo. A sua volta, lo Spirito
santo permette di avvicinarsi a Dio, di accedere a lui, di

87
diventare suo «ministro» (cioè diacono, servitore) in piena
libertà: lo Spirito ci ha liberati dalla legge del peccato e
della morte (Rom. 8 ,2).

1 8 . RIEPILOGO DELL' INSEGNAMENTO SULL' APOSTO­


LATO (4, 1 -6)

1 Perciò, avendo noi tale ministero in virtù della


misericordia che ci è stata fatta, non ci perdiamo d'ani­
mo; 2al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergo­
gnosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifi­
chiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la
verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni
uomo davanti a Dio. 3Se il nostro vangelo è ancora
velato, è velato per quelli che sono sulla via della perdi­
zione, 4per gli increduli, ai quali il dio di questo mondo
ha accecato le menti, affinché non risplenda loro la
luce del vangelo della gloria di Cristo, che è l'imma­
gine di Dio. 5Noi infatti non predichiamo noi stessi,
ma Cristo Gesù quale Signore, e quanto a noi ci dichia­
riamo vostri servi per amore di Gesù ; 6perché il Dio
che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello
che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce
della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel
volto di Gesù Cristo.

In questi sei v v. che concludono la sezione, Paolo parla


prima di se stesso («noi», vv. 1 -2), poi dell'evangelo e
degli increduli (vv. 3-4), infine torna a parlare di sé e del
suo servizio di testimonianza (vv. 5-6). Il brano è dunque
una breve apologia del ministero apostolico.
È molto importante il perciò con cui inizia il v. l . Vuoi
dire : poiché abbiamo, per la misericordia di Dio, un
ministero (diaconia, servizio) ricco di gloria sovrabbon-

88
dante {3,7- 1 1 ) e poiché condividiamo con tutti i fratelli
e le sorelle la speranza di un progresso di gloria in gloria
fino ad essere trasformati nella stessa immagine del Signore
- per queste ragioni,
a) non ci perdiamo d 'animo (cioè procediamo con
franchezza [cfr. 3 , 1 2] ;
b ) rifiutiamo gli intrighi sottobanco, che sono vergo­
gnosi (qui forse Paolo polemizza coi falsi apostoli . . . ).
Paolo commenta e spiega queste due affermazioni
nelle frasi che seguono, e ci fa sapere come realizza questo
programma:
a) non comportandoci con astuzia (questa parola è tradot­
ta in 1 2, 1 6 con «inganno» e in Le. 20,23 con «tranello»);
b) non falsificando la parola di Dio (questa è forse
una replica a accuse calunniose dei suoi nemici): la «parola
di Dio» può essere l' Antico Testamento, o forse è l' evan­
gelo, il kérygma cristiano primitivo;
c) raccomandando noi stessi davanti alla coscienza
di ogni uomo, alla presenza di Dio, rendendo pubblica la
verità.
Comportarci con astuzia, falsificare la parola di Dio,
raccomandare noi stessi, sono in greco altrettanti parti­
cipi, che per essere precisi vanno tradotti col gerundio
come qui sopra. Lo faccio notare, perché in questo modo
risulta evidente che queste frasi sono il modo in cui Paolo
pensa di realizzare il suo programma.
È curiosa la terza: «raccomandando noi stessi». A tutta
prima, sembra contraddire 3 , 1 e 1 0, 1 8 . Ma l' auto-racco­
mandazione di Paolo è non ha nulla a che fare con quelle
dei rivenduglioli di proposte religiose che magnificano
se stessi e la loro mercanzia per trame profitto. Paolo
invece si fonda soprattutto sul giudizio di Dio (davanti a
Dio), cfr. I Corinzi 4,4c. E sulla diffusione pubblica della
verità: il ministero di Paolo è autenticato dall' evangelo
che predica, e non il contrario (Barrett). L' evangelo che
predica è la prova della sua sincerità e onestà intellettuale
(cfr. 1 , 1 2 e 2, 1 7).
Certo, anche la predicazione di Paolo registra degli

89
insuccessi : ci sono casi nei quali l' annunzio dell' evan­
gelo «non passa», come si dice in gergo televisivo, rimane
oscuro. La responsabilità può essere del predicatore, non
del contenuto del messaggio. Paolo lo sa, e per questo
parla del nostro vangelo (come altrove scrive «il mio
vangelo» : Rom. 2, 1 6; 1 6,25). Questo equivale a «la nostra
predicazione» . Quando vuole indicare chiaramente il
contenuto, scrive «il vangelo di Cristo», per esempio, II
Corinzi 2, 1 2. Forse erano gli avversari di Paolo a sparge­
re la voce che il suo annunzio dell' evangelo fosse velato:
cfr. il giudizio negativo che la II Pietro 2, 1 6 dà di Paolo
(nelle sue lettere «ci sono alcune cose difficili a capirsi,
che gli uomini ignoranti e instabili travisano a loro perdi­
zione»).
Paolo si difende dalle critiche sostenendo che il suo
evangelo è velato per quelli che sono sulla via della perdi­
zione (v. 3 : stessa espressione usata in 2, 1 5), cioè per gli
increduli. A loro le menti sono state accecate. Da chi?
Dal dio di questo mondo (v. 4). Espressione stranissima,
anzi unica. Nel quarto Vangelo si menziona più volte «il
principe di questo mondo» ; Paolo in I Corinzi 2,6.8 parla
dei «dominatori di questo mondo». Sembra certo che qui
egli si riferisca a Satana, ma è l' unico passo in cui si usa
per il diavolo il termine «Dio» (usato però anche in Fil.
3 , 1 9 per qualcosa che non è «Dio» in senso biblico).
L' intervento di Satana ha l' effetto di impedire di scorge­
re in Gesù Cristo la gloria di Dio, cioè di riconoscere che
egli è l 'immagine di Dio (v. 4, alla fine).
Dopo il v. 4 Paolo abbandona il tema degli increduli
e del vangelo oscuro (velato) per tornare al tema dei vv.
1 -2 cioè al suo ministero apostolico. Di questo ministe­
ro dà una doppia definizione:
a) noi predichiamo Cristo Gesù [quale] Signore;
b) [ci dichiariamo] vostri servitori.
L' unico contenuto della predicazione cristiana è Gesù
Cristo, e lui come Signore. Chi predicasse se stesso, una
sua dottrina o filosofia personale, sarebbe fuori strada.
Forse qui c ' è una stoccata ai predicatori rivali : anche se

90
non predicavano se stessi, forse cercavano il loro interes­
se, o davano quell ' impressione (cfr. Fil. 2,2 1 che proba­
bilmente si riferisce alle persone menzionate in Fil. l , 1 7).
Paolo era molto attento a evitare qualsiasi sospetto di
questo genere (cfr. 1 1 ,7 - l O e I Cor. 9, 1 2), anche se in linea
di principio sosteneva la tesi che chi lavora è meritevo­
le della sua ricompensa (cfr. I Cor. 9,4- 14).
La seconda caratteristica di un apostolo è di essere al
servizio delle chiese. Il greco è molto stringato: manca
addirittura il verbo. Bisogna sottintendere: «ci dichiaria­
mo» oppure «ci presentiamo come» vostri servitori. Oppure
(con Diodati) farlo dipendere da noi predichiamo e conti­
nuare: «e [che noi siamo] vostri servitori». È chiaro che
questo non vuoi dire prendere gli ordini dalla comunità
invece che da Dio o dal Cristo ! Gli ordini, Paolo li prende
solo dal Signore (cfr. 1 , 1 e Gal . 2, 1 5 - 1 6). La fine del v.
5 è invece la prova che Paolo non vuole dominare nella
chiesa, ma edificarla con il suo insegnamento: cfr. I Corinzi
9, 1 9 : «pur essendo libero, mi sono fatto servo di tutti».
Il servizio reciproco è la regola nella comunità (Gal.
5 , 1 3c), seguendo la traccia posta da Gesù che non venne
per essere servito ma per servire (Mc. 1 0,45a).
Il versetto conclusivo (6) spiega perché Paolo predi­
ca Gesù qual Signore (v. 5): perché nella persona di Gesù
Dio ha rivelato la sua gloria, e ha chiamato lui, Paolo, a
farla brillare intorno a sé. Qui c'è un riferimento al raccon­
to della creazione (Gen. 1 ,3-4) : Splenda la luce fra le
tenebre, e un altro alla vocazione di Saulo in cammino
verso Damasco (Gal. l , 1 5 s. «Dio si compiacque di rivela­
re in me il suo figliuolo»). Qui nel nostro passo c'è nei
nostri cuori, e si può discutere se Paolo usa il noi per
parlare di se stesso, oppure si riferisce alla rivelazione
data a tutti i credenti mediante l ' evangelo. In questo secon­
do caso, lo scopo (diffondere la conoscenza della gloria
di Dio, cioè della sua potente attività redentrice in Cristo)
non riguarderebbe solo l ' apostolo, ma tutti i componen­
ti della comunità cri stiana.

91
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE SULLA PRIMA SEZIONE
(2, 1 4 - 4,6)

Avevamo visto all ' inizio che qui Paolo tratta del ministe­
ro apostolico come un servizio che consiste nel far conosce­
re Dio in Cristo a quelli che ancora non lo conoscono.
Questa parte dell' epistola ha una struttura simile a quella
di un sermone: inizia con un esordio o introduzione (2, 14
o 2, 14- 1 6), è seguita da un esposto dei fatti, da una dimostra­
zione della tesi e da una conclusione che riprende e ribadi­
sce la funzione del ministero di testimonianza.
Paolo adopera spesso degli schemi di questo tipo, forse
perché era abituato a servirsene nella predicazione (uno
degli esempi migliori è la lettera ai Galati). Questo dovreb­
be incoraggiarci a cercare sempre di capire il senso e
l ' intenzione dell' apostolo leggendo e studiando ampi
brani delle sue lettere, come questo che va da 2, 14 a 4,6.
Troppo spesso isoliamo uno o due versetti dal loro conte­
sto. Facendo così si perde il filo del ragionamento che
l ' apostolo svolge in sezioni di una certa ampiezza. Certo,
in ogni versetto ci sono insegnamenti importanti. Ma è
anche importante conoscere il suo pensiero sull ' aposto­
lato come strumento della predicazione dell' evangelo, e
il concetto elevato che Paolo ne aveva.
Se guardiamo al brano che va da 2, 1 4 fino a 4,6 possia­
mo considerare come introduzione i primi tre versetti
(aggiogati al carro trionfale di Gesù Cristo, gli apostoli
portano dappertutto il profumo dell' evangelo, cioè della
salvezza in Cristo).
All' introduzione segue l'esposizione dell' antefatto o
della situazione: Nel suo ministero apostolico a Corinto,
Paolo non ha fatto sfoggio di grandi qualità mondane
(3,5-6a) e non ha portato né chiesto attestati («lettere»,
3 , 1 ) delle sue capacità oratorie o organizzative. Il suo
attestato sono i risultati del suo lavoro (3,2), cioè la nasci­
ta della chiesa di Corinto («lettera di Cristo»). Attraverso
il suo ministero era lo Spirito che agiva (3,3.6.8), e contra-

92
riamente a quello di Mosè, era ed è un ministero della
salvezza, che conduce alla gloria (3, 1 8).
Segue una parte dimostrativa, in chiave polemica: il
ministero della salvezza in Cristo è messo in contrasto
col ministero di Mosè, definito ministero di condanna e
di morte. È a Mosè che fanno riferimento, sembra, i molti
[2, 17 ] e gli alcuni [3, 1 ] che svolgono un' attività aposto­
lica in concorrenza con quella di Paolo. Ma leggono la
Scrittura con un velo che può essere rimosso solo in Cristo.
Paolo invece svolge il suo ministero con riconoscenza
(2, 14), fiducia (3 ,4), speranza (3, 1 2), franchezza (3, 1 2),
libertà (3, 17).
Nella conclusione o perorazione, Paolo ribadisce che
il suo scopo è di predicare Cristo e non se stesso ( 4,5), e
che il suo ministero è un dono della grazia di Dio (4, 1 ),
svolto senza falsità né intrighi (4,2), sostenuto dalla poten­
za del Dio creatore ( 4,6) e avente come traguardo la gloria
escatologica della salvezza finale anticipata nella perso­
na di Gesù Cristo (4,6).
Questa è la sintesi dalla lettura che abbiamo fatto di
II Corinzi 2, 14 - 4,6. Passeremo ora alla seconda sezio­
ne (4,7 - 7,4).

93
SECONDA SEZIONE (4,7 - 7 ,4)
IL MESSAGGIO DELLA RICONCILIAZIONE
IN CRISTO PORTATO ATTRAVERSO LE
CONTRADDIZIONI DELL'ESISTENZA
APOSTOLICA

Primo ragionamento
La potenza vivificante dell 'evangelo, antidoto al
prevalere della debolezza (4,7 � 5,10)

1 9. L A FORZA NELLA DEBOLEZZA (4,7- 1 2)

7Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra,


affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e
non a noi. 8Noi siamo tribolati in ogni maniera, ma
non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati;
9perseguitati, ma non abbandonati; atterrati ma non
uccisi; 10portiamo sempre nel nostro corpo la morte
di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel
nostro corpo; 11infatti, noi che viviamo siamo sempre
esposti alla morte per amor di Gesù, affinché anche
la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne morta­
le. 1 2Di modo che la morte opera in noi, ma la vita in
voi.

Questi versetti contrappongono i fattori di debolezza


(che potrebbero portare allo scoraggiamento e alla rinun­
zia) e la certezza della potenza dell' evangelo che li control­
la e li supera.

94
Nel v. 7 la potenza smisurata dell' evangelo è parago­
nata a un tesoro. L' apostolo che l ' ha ricevuto in affida­
mento invece è definito un vaso di terra, di coccio: non
solo fatto di materiale povero, ma anche fragile. Il contra­
sto fra la povertà e debolezza dell ' essere umano e la
preziosità dell'evangelo ha uno scopo preciso: in questo
modo l ' efficacia dell' evangelo non potrà essere attribui­
ta al predicatore, dovrà essere attribuita a Dio che ne è
l ' origine e il garante.
I vv. 8 e 9 continuano sulla stessa linea, accentuando
ancora di più la debolezza e le traversìe che rendono
in sicura l ' esistenza dell' apostolo - ma nessuna delle prove
elencate arriva fino al punto del suo annientamento fisico,
perché questo significherebbe la fine della sua missione.
Non è a questo che mirano le difficoltà dell' esistenza
apostolica, e il seguito le spiega così : da un lato esse
accomunano l' apostolo al suo Signore, sono un riper­
correre con lui la via della sofferenza (che nel caso di
Gesù arrivò fino alla morte sulla croce), perché nonostan­
te le sofferenze e sotto il segno della morte sempre incom­
bente, la potenza di vita che è in Gesù e che si manifestò
soprattutto nella sua risurrezione possa manifestarsi anche
nella sua persona (corpo, v. 1 0, carne mortale, v. 1 1 );
dall' altro, questa potenza d i vita che emerge dalla sua
predicazione dell' evangelo e che si manifesta nonostan­
te la sua debolezza diventa operante a vantaggio dei fratel­
li di Corinto : l ' apostolato uccide (per così dire) Paolo,
ma fa vi vere quelli che conduce alla fede (v. 1 2) ! Il parados­
so ricorda l ' immagine giovannea del granello di frumen­
to che deve morire, per portare molto frutto (Giov. 1 2,24 ) .

Ma qui il pensiero è diverso: non si tratta della morte del


salvatore, ma della debolezza del testimone perché la
gloria vada a Dio e non agli strumenti umani della predi­
cazione.

95
20. LA SPERANZA CHE SOSTIENE L' APOSTOLO NELLE
SUE PROVE (4, 1 3- 1 5)

13Siccome abbiamo lo stesso spirito di fede, che è


espresso in questa parola della Scrittura: «<Io credu­
to, perciò hoparlato», anche noi crediamo, perciò parlia­
mo, 14sapendo che colui che risuscitò il Signore Gesù,
risusciterà anche noi con Gesù, e ci farà comparire
con voi alla sua presenza. 15Tutto ciò infatti avviene
per voi, affinché la grazia che abbonda per mezzo di
un numero maggiore di persone, moltipliche il ringra­
ziamento alla gloria di Dio.

Il pensiero che attraverso la parola apostolica la vita


di Gesù diventa operante nella comunità dei credenti (v.
1 2) diventa ora la forza che sostiene l' apostolo nel suo
sofferto apostolato.
Il suo coraggio gli viene da uno sguardo al passato e
uno sguardo al futuro: dal passato (v. 1 3 ) Paolo ricava
una citazione del Salmo 1 1 6, l O (LXX: 1 1 5, l ) «ho credu­
to, perciò ho parlato». Il senso di questo riferimento alla
Bibbia è che la fede deve risultare nella testimonianza,
nella predicazione («parlare» è usato spesso nel N. T. per
la predicazione: Mc. 2,2; 8,22; Mt. 1 3 ,3; At. 2, 1 1 ).
La sua fede lo porta a questo, perché è la stessa fede
che animava il salmista antico.
L' altro sguardo, rivolto al futuro (v. 1 4) è uno sguar­
do di speranza, anzi di certezza («sapendo») : Paolo sa
che né le debolezze sue, né le tribolazioni create dagli
altri possono distruggere la speranza di risurrezione per
lui e per i suoi fratelli in fede: questa certa speranza, infat­
ti, è radicata nell' opera di Dio che risuscitò dai morti il
Signore Gesù.
Il frutto di questa predicazione, radicata nella fede e
sostenuta dalla speranza, è che la grazia abbonda sempre
più, cioè si estende a un sempre maggior numero di perso­
ne. E questo ha una conseguenza logica: che anche l ' inno

96
di lode e ringraziamento si innalzi a Dio e alla sua gloria
in misura sempre più grande.

2 1 . COSE CHE PASSANO E COSE CHE DURANO


(4, 1 6 - 5 , 1 )

1 6Perciò non ci scoraggiamo; ma anche se il nostro


uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interio­
re si rinnova di giorno in giorno. 17Perché la nostra
momentanea, leggera amizione ci produce un sempre
più grande, smisurato peso eterno di gloria, 18mentre
abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono,
ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si
vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono
sono eterne.
1Sappiamo infatti che se questa tenda che è la nostra
dimora terrena viene disfatta, abbiamo da Dio un edifi­
cio, una casa non fatta da mano d'uomo, eterna, nei
cieli.

A questo punto, Paolo riprende da 4, l il tema della


sua fiducia incrollabile nonostante i pericoli e le preoc­
cupazioni quotidiane che arrivano fino alla prospettiva
di morte (vv. 10 e 1 1 ). Egli non si scoraggia perché il suo
uomo interiore si rinnova giorno per giorno.
Il contrasto fra I' uomo esteriore e I' uomo interiore
non si riferisce a corpo e anima, o ali' aspetto fisico contrap­
posto alla spiritualità capace di dialogare con Dio. Tutta
questa sezione si muove in una prospettiva escatologica,
che ha in vista il traguardo della risurrezione degli ultimi
giorni. Paolo identifica l ' uomo esterno con la persona che
appartiene ancora a questo modo passeggero (perciò si
va disfacendo, come in I Cor. 7,3 1 «la scena di questo
mondo passa»). Invece l ' uomo interno è l ' uomo nuovo,
l ' uomo del mondo nuovo di Dio. Paolo è ancora parte-

97
cipe di questo mondo e sottoposto alle sue limitazioni,
ma appartiene già al futuro di Dio che porterà «Un cuor
nuovo e uno spirito nuovo» (cfr. Ez. 36,26).
Alla luce di questo rinnovamento escatologico, del
quale abbiamo già le primizie in Cristo, Paolo ridimen­
siona la gravità delle sue tribolazioni : come dirà poi anche
in Romani 8, 1 8, le sofferenze del tempo presente non
sono punto da paragonare alla gloria futura (v. 17).
Paolo deve aver riflettuto spesso su questo tema delle
prove e afflizioni, cfr. Filippesi 1 ,29 s., e specialmente
Romani 5,3 s. dove afferma che la tribolazione produce
pazienza, e la pazienza speranza; forse anche in Romani
8,28 dove scrive che «tutte le cose cooperano al bene di
quelli che amano Dio» (affermazione modificata in alcuni
manoscritti che dicono: «Dio fa cooperare tutte le cose
al bene ecc.»). Sarebbe lontanissimo dal pensiero di Paolo
ricercare prove e mortificazioni della carne pensando che
se ne possa ricavare speranza o gloria. Ciò che gli interes­
se, nel v. 1 7 , è il contrasto fra la sofferenza presente e la
gloria futura, sempre nella prospettiva escatologica che
abbiamo notato anche nel v. 1 6. L' accettazione della soffe­
renza non deve trasformarsi né in una ricerca ascetica in
vista di un premio, né in un atteggiamento di consenso
passivo alle storture di questo mondo. La sofferenza può
essere accettata solo come segno di comunione spiritua­
le col Cristo sofferente, e segno della condanna gravan­
te su questo mondo a causa del peccato. Il credente però
è chiamato alla lotta contro ogni forma di male e di soffe­
renza nella fiducia che il Cristo risuscitato ha già vinto il
peccato, la sofferenza e la morte e che perciò nel mondo
nuovo di Dio non vi sarà più né grido, né morte né dolore
(Apoc. 2 1 ,4).
Da che cosa vengono questa valutazione sobria delle
sofferenze e questa certezza fiduciosa nella gloria futura?
Ce lo dicono i vv. 1 8 e 5, l : Dalla concentrazione del
nostro sguardo sulle cose che non si vedono, cioè sulle
realtà escatologiche: la risurrezione, il mondo nuovo di
Dio, la sua sovranità universale, senza che siamo distrat-

98
ti e assorbiti dalle cose che si vedono. Queste non sono
solo le realtà negative (tribolazioni ecc.): sono anche le
apparenti sicurezze nelle quali si cerca un sostegno per
la vita (cfr. la polemica di Paolo in Fil. 3 , 1 9 contro la
«gente che ha l ' animo alle cose della terra», e in Rom.
8,5 contro «quelli che pensano alle cose della carne»).
Il mentre all ' inizio del v. 1 8 è una interpretazione in
senso temporale del participio greco (letteralmente :
fissando lo sguardo non su . . . ma . . . ). Lo si può intende­
re anche in senso causale: Perché noi fissiamo lo sguar­
do non su . . . ma . . .
La seconda motivazione (5, 1 ) della fiducia d i Paolo è
la certezza che Dio provvede un' alternativa incorruttibi­
le alla presente esistenza vissuta fra sofferenze, pericoli
e polemiche: un' esistenza celeste, destinata a prendere il
posto dell ' esistenza terrena. Si tratta di una realtà futura,
facente parte delle «cose che non si vedono» (v. 1 8).
Sorprende che Paolo dica abbiamo e non «avremo».
Forse la scelta del verbo al presente vuole esprimere
l ' assoluta certezza di fede nella risurrezione eterna. Può
darsi che ci fossero a Corinto dei cristiani che pensava­
no di possedere già su questa terra un corpo di risurre­
zione e perciò davano la massima importanza a «le cose
che si vedono», dimenticando che sono effimere (v. 1 8b),
perché la nostra dimora (cioè la nostra esistenza) terre­
na viene disfatta (v. 5 , 1 ) . Cfr. il cap. 1 5 della I ai Corinzi
dove Paolo polemizza contro alcuni che dicono che non
c ' è risurrezione . . .

22. I L GEMITO TERRENO E L A DEFINITIVA COMUNIO­


NE COL SIGNORE (5 ,2-8)

2Perciò in questa tenda gemiamo, desiderando inten­


samente di essere rivestiti della nostra abitazione
celeste, 3se pure saremo trovati vestiti e non nudi.

99
4Poiché noi che siamo in questa tenda, gemiamo, oppres­
si; e perciò desideriamo non già di essere spogliati, ma
di essere rivestiti, affinché ciò che è mortale sia assor­
bito dalla vita. 50r colui che ci ha formati per questo
è Dio, il quale ci ha dato la caparra dello Spirito. 6Siamo
dunque sempre pieni di fiducia, e sappiamo che mentre
abitiamo nel corpo siamo assenti dal Signore 7 (poiché
camminiamo per fede e non per visione) ; Sma siamo
pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abita­
re con il Signore.

Da 4, 1 6 a 5 , 1 Paolo ha sostenuto che le prove e la


debolezza fisica non distruggono la fiducia in Dio e il
coraggio con cui egli esercita il suo ministero. Ora aggiun­
ge un pensiero ulteriore (vv. 2-5): mentre siamo in questa
tenda (la parola tenda nel testo greco non c ' è, ma è proba­
bile che il pronome questa si riferisca appunto alla tenda
del v. l , cioè al corpo o all' esistenza terrena) gemiamo
(all' unisono con tutta la creazione che «geme ed è in
travaglio», Rom. 8,23) per l ' ansia di indossare la «casa
celeste» descritta al v. l .
Come mai Paolo, che finora ha parlato di «casa» terre­
na e celeste, usa ora il verbo indossare? Anzi, «indossa­
re sopra» (cfr. Diodati : sopravvestiti), come un cappotto
che si mette sopra un vestito, o come (cosa più rara)
quattro mura e un tetto che vanno a ricoprire un prefab­
bricato senza distruggerlo né sostituirlo? Forse questo
verbo viene dal ricordo di Galati 3,27 («Vi siete rivestiti
di Cristo»)? Se è così , bisogna essere chiari : il ricordo è
solo del verbo. Infatti tutto il bisticcio dei vv. 3 e 4 (vesti­
ti/nudi; spogliati/rivestiti ; mortale/assorbito dalla vita)
riprende l' insegnamento di I Corinzi 1 5,53-54 dove intor­
no al verbo «rivestire» ruotano le parole mortale/immor­
talità; corruttibile/incorruttibile. Nei due passi si tratta
dell' escatologia individuale e non del rapporto con Cristo.
Paolo geme aspettando il momento in cui la sua esisten­
za terrena e il suo corpo terreno saranno sostituiti da

1 00
un' esistenza e forse un corpo (abitazione) celesti (v. 2 e
v. 4) perché al presente la sua esistenza terrena è tormen­
tata da mille difficoltà. Ma si augura che il passaggio alla
vita eterna avvenga, se possibile, mentre è ancora in
possesso del corpo terreno. Questo impedirà che il corpo
gli sia tolto dalla morte, e gli eviterà anche di farsi trova­
re svestito (v. 3). Se il ritorno (parusia) del Signore e la
risurrezione escatologica non tardano, egli non sarà spoglia­
to, ma sopravvestito (v. 4b) e il passaggio dalla mortalità
alla vita (eterna) avverrà senza discontinuità (v. 4c).
È possibile che in questo passo (specialmente nei vv.
2-5), Paolo parli col «noi» per alludere non solo a se stesso
(come nei capp. 3 e 4) ma a tutti i credenti : la speranza
della vita futura vale anche per loro. Che Paolo polemiz­
zi contro concezioni dell' escatologia individuale soste­
nute da alcuni a Corinto è l ' opinione di F. Vouga in Dopo
la morte . ? (Torino, Claudiana, 1 995, pp. 1 60- 1 62). In
. .

realtà, Paolo vuole soltanto mettere ordine nei suoi pensie­


ri, scossi dalle continue tribolazioni.
V. 5 : chi ci ha formati (o plasmati, o preparati) per
questo trionfo delle vita di risurrezione è Dio; e come
garanzia o anticipo (caparra) della gloria futura ci ha
dato lo Spirito, che è uno dei segni del nuovo patto (cfr.
3,3- 1 8). Perciò Paolo, nonostante i gemiti e l ' oppressio­
ne (v. 4) può dichiararsi (v. 6) pieno di fiducia (cfr. sopra,
commento ai vv. 4, 1 6 ; 4, 1b; 3 , 1 2; 3,4-6). Questa insisten­
za sulla sua fiducia (o «confidanza», Diodati) fa risalta­
re la gravità delle prove che lo tormentano.
Dal v. 6 al v. 8 Paolo abbandona l ' immagine dello
spogliarsi e del sopravvestirsi, per passare al cammina­
re dell' esule. Paolo usa nel v. 6 due verbi (ekdemefn e
endemefn) coniugati al presente, tempo che suggerisce
l' idea di permanenza, di durata: abitiamo nel corpo; siamo
assenti (o: esuli) dal Signore. Può sorprendere che Paolo
dica che quaggiù siamo assenti dal Signore (v. 6) : tanti
passi delle sue lettere dicono che i credenti sono «in
Cristo» (cfr. 5 , 1 7 ; 1 ,2 1 ; Gal . 3,27 s . ; I Tess. 4, 1 6). Perciò
spiega (v. 7) che la vita cristiana non è uno stato, ma un

101
«camminare», guidati da ciò che è creduto (o: credendo
nel Cristo invisibile) e non dalle cose che si vedono (cfr.
4, 1 8). Questo «camminare» non è un andare qua e là solo
per non star fermi ! Il v. 8 indica una precisa direzione di
marcia: quella degli esuli che «si rimpatriano» verso il
Signore risorto, in cerca di una piena comunione con lui,
maggiore di quella vissuta nella loro esistenza terrena
(cfr. Fil. l ,23). Bene Diodati «andare ad abitare» (meglio
del semplice abitare della RIV).

23. IMPEGNO E RETRIBUZIONE (5,9- 1 0)

9Per questo ci sforziamo di essergli graditi, sia che


abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. 10Noi tutti
infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di
Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò
che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in
male.

Questi due versetti introducono un tema nuovo: il


giudizio, e dunque la necessità di essere graditi al Signore
durante il cammino terreno. La nostalgia della «casa»
celeste e della definitiva comunione con il Cristo risorto
non deve far dimenticare l' impegno di compiacergli in
vita e in morte, tenendo presente che il giudizio valuterà
la condotta di ciascuno durante il cammino terreno per
decidere se nell' azione ha fatto buona prova la libertà del
cristiano (JUngel, p. 87).

1 02
Secondo ragionamento
Il messaggio dell 'evangelo e il suo apostolo
(5,11 - 7,4)

Da 4,7 a 5 , 1 0 Paolo ha descritto soprattutto la fragi­


lità in cui si svolge il suo ministero - sia pure con accen­
ti di speranza che gli danno la forza di tener duro nelle
sofferenze e di fronte alle contestazioni. Da 5 , 1 1 invece
propone l ' aspetto positivo dell' evangelo - pur dedican­
do ancora spazio alle situazioni paradossali del suo ministe­
ro apostolico ( 6,4- 1 O e altrove). Alla fine della sezione,
rivolgerà appelli commossi ai fratelli di Corinto perché
tornino ad aprirgli il loro cuore.

24. «L' AMORE DI CRISTO CI COSTRINGE» (5, 1 1 - 1 5)


(LA MOTIVAZIONE DELL' APOSTOLO)

11Consapevoli dunque del timore che si deve avere


del Signore, cerchiamo di convincere gli uomini ; e Dio
ci conosce a fondo, e spero che nelle vostre coscienze
anche voi ci conosciate. 1 2Non ci raccomandiamo di
nuovo a voi, ma vi diamo l'occasione di essere fieri di
noi, affinché abbiate di che rispondere a quelli che si
vantano di ciò che è apparenza e non di ciò che è nel
cuore. 13Perché se siamo fuor di senno, è per Dio, e se
siamo di buon senno, è per voi ; 14infatti l'amore di
Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclu­
sione: che uno solo mori per tutti, quindi tutti moriro­
no; 15e eh' egli mori per tutti, affinché quelli che vivono
non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto
e risuscitato per loro.

In questi versetti Paolo spiega qual è la fonte del suo

1 03
zelo apostolico. Il punto di partenza è l 'amore di Cristo
(v. 1 4a): si tratta dell' amore che Cristo ha avuto e ha per
noi, non del nostro amore per Cristo. Quest' ultima frase
non esiste proprio nelle lettere di Paolo, che invece parla­
no spesso del nostro amore per Dio: Romani 8,28; I Corinzi
2,9; 8,3. È l' amore di Cristo per noi, che si è manifesta­
to nella sua morte per tutti (v. 1 4c).
Paolo insegna spesso che Cristo è morto per (cioè a
favore, a vantaggio di) qualcuno: per noi (Rom. 5 ,8), per
gli empi (Rom. 5 ,6). È possibile che la frase Cristo morì
per tutti sia una confessione di fede della comunità primi­
tiva (come lo è quella di I Cor. 1 5,3-4).
Dalla morte di Cristo Paolo ricava due conseguenze.
La prima è che tutti morirono ( 14d): come, secondo Paolo,
in Adamo tutti peccarono (Rom. 5 , 1 2), così egli dichia­
ra che tutti in Cristo hanno avuto parte alla sua morte,
che è l' evento fondamentale per la vittoria sul peccato.
La seconda conseguenza che Paolo ricava dalla morte
di Cristo e dali ' associazione di tutti alla sua morte, è che
non si vive più per se stessi ( 1 5b), cioè che è finito il
tempo dell' egoismo e dell' egocentrismo (Lutero diceva:
«Non siamo più incurvati su noi stessi»), ma si vive per
colui che è morto e risuscitato per tutti ( 1 5c ).

Da questa ferma convinzione ( 14b) Paolo deduce il


suo impegno di testimonianza (v. 1 1 ) Cerchiamo di convin­
.

cere le persone, e lo facciamo con sincerità e trasparen­


za. Forse vuoi dire che non fa uso di pressioni indebite
né di argomenti sensazionalistici. Ben lo sa Dio, e dovreb­
bero saperlo anche i corinzi nella loro coscienza - almeno,
Paolo lo spera (e questa volta, il verbo spero è al singo­
lare: si tratta proprio di lui !).
Perciò non ha bisogno di raccomandarsi da sé (v. 1 2a),
ma offre ai corinzi l ' occasione di vantarsi di lui (v. 1 2b),
in polemica con quelli che si vantano di ciò che è apparen­
za (Bella presenza? Capacità oratorie? Lettere di presen­
tazione? Esperienze estatiche? Dipendenza da Mosè, cfr.
il cap. 3 ? Visioni? Miracoli?) e non di ciò che è nel cuore.
È chiaro che Paolo non ha l ' abitudine di vantarsi (cfr.

1 04
3 , 1 e I Cor. 1 ,29). Quando lo fa, lo fa ironicamente (satira
del «vantarsi» dei suoi avversari). Comunque lo fa contro­
voglia perché vi è costretto ( 1 1 , 1 6; 1 2, 1 . 1 1 ). Ma riven­
dica il diritto che i suoi fratelli (i lettori) siano fieri di lui,
si vantino della sua lealtà e perseveranza nel convincer­
li alla fede. Vantandosi di lui, i corinzi sconfesserebbero
automaticamente i predicatori che fanno affidamento sulle
loro grandi capacità (cfr. la polemica di I Cor. 1 , 1 7-3 1 )
e si schiererebbero dalla sua parte, accettando la sua predi­
cazione dell' evangelo centrata sulla croce di Cristo.
Paolo ha l ' impressione di pretendere troppo, e quasi
si scusa (v. 1 3) : «Se ho esagerato (siamo stati fuor di
senno) è per fedeltà a Dio e al solo scopo della sua gloria;
maper voi, parlo sobriamente e mi comporto con modestia
(siamo di buon senno)». Ma si potrebbe anche interpre­
tare così : «Se ho delle esperienze estatiche, esse appar­
tengono al mio rapporto privato con Dio [cfr. I Cor. 14, 1 8] .
Con voi invece ho un rapporto sobrio, razionale [cfr. I
Cor. 14, 1 9]».

25. LA MORTE DI CRISTO FA OGNI COSA NUOVA E


OPERA LA RICONCILIAZIONE (5, 1 6 - 6,2)

1 6Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più


nessuno da un punto di vista umano; e se anche abbia­
mo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora
però non lo conosciamo più così. 17Se dunque uno è
in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie
sono passate: ecco, sono diventate nuove. 18E tutto
questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per
mezzo di Cristo e ci ha affidato il ministero della ricon­
ciliazione. 19Infatti Dio era in Cristo nel riconciliare
con sé il mondo, non imputando agli uomini le loro
col �e, e ha messo in noi la parola della riconciliazio­
ne. 0Noi dunque facciamo da ambasciatori per Cristo,

1 05
come se Dio esortasse per mezzo nostro; vi suppli­
chiamo nel nome di Cristo: siate riconciliati con Dio.
2 1Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto
diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo
giustizia di Dio in lui.
1Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non
ricevere la grazia di Dio invano; 2poiché egli dice: «Ti
ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel
giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevo­
le; eccolo ora il giorno della salvezza!

Ora Paolo ricava altre conseguenze da quello che ha


scritto nel v. 14: come la morte di Cristo ha portato un
nuovo modo di vivere (v. 1 5), così (v. 1 6) ha portato anche
(da ora in poi, cioè da quando ciascuno è morto e ha
cominciato a vivere «non più per se stesso, ma per colui
che è morto e risuscitato» per lui, v. 1 5 ) un nuovo modo
di conoscere: non conosciamo più secondo i criteri e le
prospettive della carne, cioè valutando le persone e i fatti
da un punto di vista esclusivamente terreno, che prescin­
de da Dio, dalla sua volontà e dalla dimensione eterna,
escatologica.
La frase da un punto di vista umano (greco «secondo
la carne») deve essere collegata a non conosciamo (cioè,
secondo la carne equivale a «carnalmente»): dunque non
va con il complemento del verbo conoscere (nessuno).
La stessa cosa vale per il v. 1 6b: da un punto di vista
umano (greco secondo la carne) non va collegato a Cristo,
ma a abbiamo conosciuto.
C ' erano, fra i convertiti dal paganesimo, tanti modi di
conoscere secondo la carne il Cristo, cioè di conoscerlo
secondo pensieri e schemi umani, secondo categorie filoso­
fiche, gnosticizzanti e altre, e non secondo il pensiero
biblico. Comunque, una tale conoscenza «carnale» puramen­
te «umana») di Cristo non è più concepibile dal momen­
to che uno è morto al peccato (vv. 14- 1 5 ) ed è diventato
una nuova creatura (v. 1 7) .
A questo punto Paolo avrebbe potuto aggiungere: sicco-

1 06
me in Cristo voi ed io siamo stati ri-creati da Dio, siamo
diventati nuova creatura, anche io ho il diritto di essere
conosciuto da voi non secondo la carne o secondo le
apparenze, ma secondo ciò che è nel cuore (vv. 1 1 - 1 2 e
cfr. I Sam. 1 6,7). Ma non lo fa. Forse è implicito?
Nuova creatura: il significato esatto di queste parole
del v. 1 7 è difficile da stabilire. La parola greca ktisis,
come anche l' equivalente italiano «creazione» può signi­
ficare tanto l' atto del creare quanto l ' oggetto creato (o la
totalità delle cose create). Dunque l' «essere in Cristo» ,
cioè l ' appartenenza a Cristo, la comunione con lui, potreb­
be essere stato definito da Paolo «un atto o intervento
creativo di Dio» - come dire: «essere in Cristo» non dipen­
de tanto dalla scelta o decisione dell' essere umano, quanto
da Dio che crea questo rapporto dal nulla (come dal nulla
creò i cieli e la terra).
Inoltre, va detto che nel testo greco manca tutte e due
le volte il verbo «è» . Esso è sottinteso due volte, oppure
una volta sola: in questo caso, sarebbe anche possibile
tradurre: «Se uno è una nuova creatura in Cristo, le cose
vecchie sono passate». Risuona in queste parole la promes­
sa di Isaia 43, 1 8 s.: «Non pensate più alle cose antiche !
Ecco, faccio una cosa nuova» . Cfr. anche Apocalisse 2 1 ,5 .
Nella lettera ai Galati ( 1 ,4) Paolo dice l a stessa cosa
in forma negativa: « [Cristo] ha dato se stesso per i nostri
peccati per strapparci al presente secolo malvagio» . Come
nel nostro passo, la morte di Cristo ci introduce nella
nuova creazione, ci fa passare al mondo nuovo di Dio,
del quale abbiamo un anticipo in Cristo e nello Spirito.
Dunque, l ' amore e la morte di Cristo (v. 14) hanno
completamente rovesciato l ' orientamento di coloro che
ne vengono a conoscenza con fede: non vivono più per
se stessi, ma per lui che li ha amati fino alla morte (v. 15),
tanto che si può parlare di «nuova creazione» (v. 1 7). Ora
con il v. 1 8 ne viene indicata l 'origine ultima: Tutto questo
viene da Dio.
Tutto questo si riferisce anzitutto al contenuto dei vv.
14- 1 7. Però guarda già in avanti, ai vv. 1 8b-2 1 nei quali

1 07
il tema della riconciliazione torna ben cinque volte: 1 8b,
1 8c, 1 9a, 1 9c, 20d. Chi legge il greco può osservare che
in tutte queste proposizioni subordinate il verbo è al parti­
cipio (che in alcune frasi possiamo rendere in italiano
anche con il gerundio):
18b Tutto questo viene da Dio, il riconciliante . . .

18c .. . il dante a noi la diakonfa . . .


19a Dio era riconciliante a s é i l mondo,
19b non imputando loro le loro colpe,
19c e mettendo in noi la parola della riconciliazione.
Questa strana sintassi dei vv. 1 8-20 mette nel massi-
mo rilievo che tutto questo viene da Dio ( 1 8a) e ne fa un
insieme compatto, inscindibile. Spesso l ' umanità, special­
mente nei riti di alcune religioni primitive, tende a ricon­
ciliare la divinità con sé. Qui invece è Dio che ha ricon­
ciliati con sè gli umani ( 1 8b).
Questo è ribadito al v. 19 con l ' aggiunta che Dio ha
operato la riconciliazione non imputando agli uomini le
loro colpe. Poiché è il peccato che ha spezzato la comunio­
ne con Dio, egli realizza la riconciliazione abbattendo
quella barriera.
Inoltre ha affidato a noi (cioè a Paolo. Oppure a Paolo
e agli altri predicatori) il servizio (diakonfa) della ricon­
ciliazione ( 1 8c ). Il v. 1 9b metterà in chiaro che lo strumen­
to di questo servizio è la parola, cioè la testimonianza,
l ' annunzio (predicazione). Altrove (l Cor. 1 , 1 8) Paolo
aveva definito il suo messaggio «parola della croce» (così
Diodati e RIV. Nella Nuova RIV tradotto con «la predi­
cazione della croce» ; TILC: «predicare la morte di Cristo»).
La somiglianza delle due formule non è casuale: la croce
è lo strumento della riconciliazione, e proclamarla signi­
fica esercitare il servizio della riconciliazione ( 1 8c).
Poiché l ' iniziativa della riconciliazione viene da Dio,
e lo strumento per realizzarla è l' opera di Gesù Cristo,
Paolo è portavoce e testimo ne sia dell' uno (come se Dio
esortasse per mezzo nostro) sia dell' altro (facciamo da
ambasciatori per Cristo). Le distanze sono mantenute:

1 08
Paolo non si identifica né con Dio né con Cristo, è solo
un loro strumento (v. 20) . Il fatto che Paolo supplichi
significa che la libertà di chi ascolta è rispettata: può
accogliere con gratitudine l ' annunzio, ma può anche
respingerlo o ignorarlo. Questa alternativa spiega il pathos
con cui Paolo si rivolge ai corinzi.
Il v. 2 1 starebbe meglio tra 1 7 e 1 8, perché il v. 20 ha
già il tono dell' appello conclusivo, e dovrebbe essere
seguito da 6, 1 -2. Naturalmente, non propongo di spostar­
lo, ma c'è chi lo ha definito «conclusione ritardata» di
5, 1 7- 1 9 dopo che Paolo è già passato all ' appello.
Il v. 21 ricorda Galati 3 , 1 3b ( . . . divenne maledizione
per noi) e 14a (affinché la benedizione di Abramo venis­
se sui pagani). Che Cristo sia diventato peccato non vuoi
dire che sia diventato peccatore: vuoi dire che assume al
nostro posto quel tipo di rapporto con Dio che normal­
mente è il risultato del peccato. È bello il commento che
Lutero ne dà nel suo corso sui Salmi tenuto negli anni
1 5 1 3- 1 5 1 5 : «Questo è il grandioso mistero della grazia
divina verso i peccatori : che con un mirabile scambio i
nostri peccati non sono più nostri ma di Cristo, e la giusti­
zia di Cristo non è più di Cristo ma nostra» (WA 5, p.
602, righi 6-8). Come quasi sempre in Paolo, non si tratta
della giustizia morale, ma del giusto rapporto con Dio,
che egli dona quando rimette le colpe ai peccatori, cioè
li giustifica. È come si legge in Romani 5, 1 : «giustifica­
ti per fede abbiamo pace con Dio» , cioè siamo riconci­
liati a lui. Le parole sono diverse, ma la sostanza è la
stessa.
I vv. 1 -2 del cap. 6 sono un caloroso appello perché i
corinzi non abbiano a ricevere la grazia di Dio in vano.
Queste ultime parole si riferiscono a tutto quello che è
stato detto sulla riconciliazione (5, 1 8-20) e sulla giustifi­
cazione (5,2 1 ). È un appello meno severo, ma simile a
quello di Galati 3, 1 -4. Paolo fa leva sulla sua autorità di
collaboratore (anzi, per essere precisi, di «collaborante»).
Nel testo greco c'è un participio e, benché Paolo parli di
sé, è al plurale come il verbo esortiamo. Le parole di Dio

1 09
mancano nel testo greco, perciò CEI e PAOL. traducono
«come collaboratori suoi», che vuol dire la stessa cosa. Il
senso infatti è quello, perché Dio è stato menzionato per
ultimo al v. 20d (e in 20b è soggetto del verbo esortare
usato anche qui nel v. l ). Il verbo «collaborare» è usato
spesso quando Paolo parla di ministeri, cfr. l ,24 e I Corinzi
3 ,9 e 1 6, 1 6. In I Tessalonicesi 3,2 Timoteo è chiamato
«collaboratore di Dio». Nel nostro passo Diodati evitava
questo termine e traduceva: «Or essendo operai nell' ope­
ra sua» [il corsivo è del Diodati] . E in nota proponeva
come alternativa: «Or operando per parte nostra in ciò ».
Possiamo domandarci se è soltanto a questo punto che
Paolo torna a prendere di petto la situazione di Corinto.
Questo vorrebbe dire che i vv. 1 4-2 1 sono un insegna­
mento generale, valido per tutti i credenti. Certo è valido
per tutti i credenti - ma è difficile che Paolo abbia dato
tanto rilievo al tema della riconciliazione senza tener
presente che la chiesa di Corinto era divisa in partiti (cfr.
I Cor. cap. 3) e che era in guerra con il suo fondatore.
Sembra difficile pensare che l ' opera riconciliatrice di Dio
in Cristo e gli appelli alla riconciliazione non si riferi­
scano a queste situazioni concrete. In questo caso, la lette­
ra sarebbe (come quasi sempre accade) pertinente alla
situazione dei destinatari .
L' appello di Paolo ai corinzi è rafforzato nel v. 2ab
con la citazione di Isaia 49,8 ripresa esattamente dal greco
della LXX.
La conclusione del v. 2 applica, con gioiosa insisten­
za, la promessa del profeta al presente dei lettori : ora è
il giorno della salvezza perché Cristo è venuto e perché
il suo evangelo è stato predicato.

1 10
26. UN MINISTERO IRREPRENSIBILE SVOLTO IN CONDI­
ZIONI PROIBITIVE (6,3- 1 0)

3Noi non diamo nessun motivo di scandalo affin­


ché il nostro servizio non sia biasimato; 4ma in ogni
cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio,
con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità,
nelle angustie, 5nelle percosse, nelle prigionie, nei
tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6con
purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con
Io Spirito Santo, con amore sincero; 7con un parlare
veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giusti­
zia a destra e a sinistra; 8nella gloria e nell'umilia­
zione, nella buona e nella cattiva fama; considerati
come impostori, eppure veritieri; 9come sconosciuti,
eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci
viventi; come puniti, eppure non mess.i a morte; 10come
afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure
arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure
possedendo ogni cosa!

Potremmo anche titolare questo brano: «Quale il mes­


saggio, tale il messaggero» . La condizione in cui opera
l' apostolo e il suo modo di lavorare corrispondono al tipo
di evangelo che egli porta nel mondo. La via della croce,
che Gesù Cristo ha percorso, segna anche il cammino
dell' apostolo (cfr. 1 3 ,4c: «anche noi siamo deboli in lui»).
È vero che il traguardo di questo cammino è la speranza
della risurrezione ( 1 3,4d: «vivremo con lui mediante la
potenza di Dio»), ma questo non vuoi dire evitare le prove.
Apparentemente era proprio questo, che alcuni corinzi
rimproveravano a Paolo. Ed egli reagisce vivacemente,
non solo insistendo sull' evangelo del Cristo crocifisso
(cfr. I Cor. 1 ,22-23), ma mettendo anche la sua persona
e la sua atti vità di apostolo nella dimensione e nella
prospettiva della croce (cfr. I Cor. 2,2-5).

111
È la stessa cosa che succede nel nostro passo: dopo
aver presentato in 5 , 1 1 - 2 1 il messaggio della riconcilia­
zione attraverso la morte di Cristo, in 6,3 - 1 O Paolo presen­
ta se stesso e il suo servizio (v. 4) come riflesso di quel
tipo di messaggio che gli è stato affidato.
L' introduzione del brano (vv. 3-4a) è centrata sulla
nozione di servizio. Cfr. v. 3a: servizio (greco: diaconia)
e 4a: come servitori (greco: diaconi) di Dio. Il greco del
v. 3 non ha il possessivo «nostro» davanti a servizio: Paolo
si riferisce ancora al v. 5, 1 8 che parlava del servizio della
riconciliazione. Quel servizio, nel quale Paolo è impegna­
to, non presta il fianco a scandalo (v. 3a) o a biasimo (v.
3b ). Questo non vuoi dire che Paolo si sottragga alle criti­
che: no, ma devono venire da Dio (cfr. I Cor 4,3-4: «colui
che mi giudica è il Signore»). Nelle sue lettere, «biasimo»
e «biasimare» non sono termini usati per le critiche di Dio,
ma sempre soltanto per rimproveri umani (cfr. 8,20) .
L' inizio del v. 4 dovrebbe essere tradotto più esatta­
mente: Ma come servitori di Dio, raccomandiamo noi
stessi in ogni cosa con grande costanza (greco: hypomone'):
i servitori di Dio non si raccomandano con ciò che è
apparenza (5, 1 2) ma con una condotta corrispondente
ali ' evangelo annunziato, e la costanza nel lavoro aposto­
lico ne fa parte. Cfr. anche quello che Paolo dice sulla
«pazienza» (in greco è la stessa parola qui tradotta con
«costanza») in 1 2, 1 2 .
Segue u n quadro delle «credenziali» del vero aposto­
lo di Gesù Cristo, in forma di piccolo poema di quattro
strofe. La prima è di tre versi, che elencano nove prove
o difficoltà apostoliche, sempre precedute dalla stessa
preposizione greca en tradotta «nel/nella» .
La seconda strofa, di quattro versi, elenca otto punti
di forza dell' attività apostolica (sempre con la stessa
preposizione greca en, qui tradotta «con»). La terza strofa
indica tre situazioni o circostanze in cui si svolge l ' atti­
vità apostolica (qui la preposizione greca è dia, in italia­
no una volta «con» e due volte «nella»).

1 12
La quarta strofa, di sette versi, non ha preposizioni,
ma è formata solo da aggettivi e participi (o in italiano
gerundi) con una sola eccezione, alla fine del terzo verso:
viventi, in greco è, letteralmente, «viviamo». Questi sette
versi tratteggiano la dialettica, o il paradosso, dell'esi­
stenza apostolica: gli apostoli sono disprezzati dal mondo,
considerati impostori, sconosciuti (cioè gente senza lette­
re di presentazione), persone dall ' esi stenza precaria,
condannati dai tribunali , afflitti, poveri, senza mezzi -
eppure, agli occhi di Dio e dei pochi che credono alla loro
predicazione, sono veritieri, riconosciuti come uomini di
Dio, viventi malgrado le sofferenze e le condanne, sereni,
ricchi spiritualmente e capaci di arricchire gli altri.
Ecco qui di seguito la struttura di questo piccolo
poema in forma strofica:

Nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie,


5 nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti,
nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni,
6 con purezza, con conoscenza,
con pazienza, con bontà,
con lo Spirito Santo, con amore sincero,
7 con la parola di verità, con la potenza di Dio;
con le armi della giustizia a destra e a sinistra,
8 nella gloria e nell' umiliazione,
nella buona e nella cattiva fama.
Considerati come impostori, eppure sinceri,
9 come sconosciuti, eppure ben conosciuti,
come moribondi, eppure eccoci viventi,
come puniti, eppure non messi a morte,
lO
come afflitti, eppur sempre allegri,
come poveri, eppure arricchenti molti,
come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa.

Alcune note esplicative: al v. 6c «con lo Spirito Santo»


in greco è senza l' articolo, quindi si dovrebbe piuttosto
dire «con spirito santo», o «con spirito consacrato» . Anche
al rigo seguente (7a), manca l' articolo: con parola (cioè
con una predicazione) veritiera.

113
In 7b le «armi di giustizia» sono le armi fomite dalla
giustizia di Dio, non da quella degli uomini, quindi non
sono armi materiali . Sono le due cose menzionate nel
verso precedente: la parola e la potenza di Dio. La povertà
degli ultimi due versi si riferisce alla situazione materia­
le, invece la ricchezza e la capacità di arricchire il prossi­
mo si riferiscono alla vita spirituale.

27 . APPELLO PATERNO DI PAOLO AI CRISTIANI DI


CORINTO (6, 1 1 - 1 3)

11 La nostra bocca vi ha parlato apertamente, Corinzi;


il nostro cuore si è allargato. 1 2Voi non siete allo stret­
to in noi, ma è il vostro cuore che si è ristretto. 1 30ra,
per renderei il contracéambio (parlo come a figli),
allargate il cuore anche voi!

Ci sono solo altri due passi in cui l' apostolo si rivol­


ge ai suoi lettori chiamandoli con ·il loro nome etnico o
cittadino: quando si rivolge ai galati (Gal. 3 , 1 ) e ai filip­
pesi (Fil. 4, 1 5) . Tutti e tre questi passi dimostrano grande
calore e sentimenti molto intensi. Paolo dichiara che finora
ha scritto (o parlato) senza riserve mentali, a cuore aperto
(v. 1 1 ). E aggiunge (v. 1 2): non siete allo stretto in noi
(che vuol dire: nel mio cuore c'è e ci sarà spazio per voi)
- è nei vostri cuori che c'è poco spazio ! Il greco invece
di «cuori» dice «visceri», ma questo termine aveva lo
stesso senso figurato che ha il «cuore» nella nostra lingua,
quello di sede dei sentimenti e degli affetti.
Se i corinzi prendono atto di questo generoso affetto
di Paolo, c'è un solo modo di contraccambiare (e Paolo
lo propone parlando come parlerebbe a dei figli): che
anche loro spalanchino il loro cuore, che tornino ad
accoglierlo con affetto. Questo appello, Paolo tornerà a
ripeterlo in 7 ,2-4.

1 14
28. L' IMPEGNO RICHIESTO AI FEDELI {6, 1 4 - 7 , 1 )

1 4Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che


non è per voi ; infatti che rapporto c'è tra la giustizia
e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?
15E quale accordo tra Cristo e Beliar? O quale relazio­
ne c'è tra il fedele e l'infedele? 1 6E che armonia c'è
fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il
tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e
camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saran­
no il mio popolo. 1 7Perciò, uscite di mezzo a loro e separa­
tevene, dice il Signore, e non toccate nulla d'impuro; e
io vi accoglierò. 18E sarò per voi come un padre e voi
sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente».
1 Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, puriti­
chiamoci da ogni contaminazione di carne e di spiri­
to, compiendo la nostra santiticazione nel timore di
Dio.

Abbiamo visto che dopo aver esposto l' evangelo della


riconciliazione in Cristo, Paolo ha descritto l' esistenza
apostolica corrispondente a quel tipo di predicazione. Nei
versetti che ora andiamo a esaminare, è esposto anche
l ' impegno che si esige dai fedeli: accettare l ' evangelo
significa rompere con gli increduli, col paganesimo. È
impossibile mescolare la fede con l ' incredulità. Invece
di mescolare, il v. 14 usa l ' immagine del mettere sotto lo
stesso giogo cose diverse (cfr. Lev. 1 9 , 1 9 e Deut. 22, 1 0).
Quest' esortazione è appoggiata anzitutto da cinque
domande retoriche, che mettono in evidenza le incom­
patibilità fondamentali della vita di fede. Esse sono conte­
nute nei versetti 1 4b, 14c, 1 5a, 1 5b, 1 6a. Segue la citazio­
ne di alcuni passi biblici ( vv. 1 6c - 18): anzitutto da Levitico
26, 1 2 ed Ezechiele 37,27; poi da lsaia 52, 1 1 ed Ezechiele
20,34; infine c'è una reminiscenza di II Samuele 7, 14.
Le citazioni nei vv. 1 6cd sono promesse, e così pure quelle
di 1 7d e 1 8; invece quelle di 1 7 abc sono esortazioni che

1 15
riprendono la tematica delle domande retoriche dei vv.
1 4- 1 6. I fedeli devono «uscire» dall'ambiente degli incre­
duli (come gli esuli israeliti da Babilonia), «separarsi»
dal male e «non toccare» nulla di impuro, perché essi
sono il tempio del Dio vivente (v. 1 6b ). L' immagine dei
credenti come tempio di Dio è usata altrove in senso
individuale (l Cor. 3 , 1 6; 6, 1 9) mentre qui sembra riferi­
ta alla comunità nel suo insieme.
Il messaggio delle domande retoriche e delle esorta­
zioni bibliche è riassunto in 7, l : si tratta di purificarsi di
ogni contaminazione di carne e spirito e di compiere la
propria santificazione nel timore di Dio.
Questi sei versetti sembrano fuori posto: infatti 7,2
(fateci posto nei vostri cuori!) riprende perfettamente il
filo del discorso interrotto alla fine di 6, 1 3 . Inoltre il tono
esortativo contrasta con quello apologetico dei capitoli
precedenti. Potrebbe trattarsi di una pagina che si è sposta­
ta dal giusto ordine dei fogli ? Ma è anche possibile che
si tratti di un foglio di un altro scritto, non di Paolo, finito
in mezzo ai fogli della II Corinzi : infatti molte parole ed
espressioni di questi sei versetti non sono mai usate altro­
ve da Paolo (per esempio, Belial, o come disse Iddio).

29 . RIPRESA E FINE DELL' APPELLO PATERNO DI 6, 1 1 -


1 3 (7,2-4)

2Fateci posto nei vostri cuori! Noi non abbiamo


fatto torto a nessuno, non abbiamo rovinato nessuno,
non abbiamo sfruttato nessuno. 3 Non lo dico per
condannarvi, perché ho già detto prima che voi siete
nei nostri cuori per la morte e per la vita. 4 Grande è
la franchezza che uso con voi e molto ho da vantarmi
di voi; sono pieno di consolazione, sovrabbondo di
gioia in ogni nostra tribolazione.

1 16
L' invito a spalancare il loro cuore riprende l' appello
di 6, 1 3 . Ma c'è anche chi traduce «cercate di capirmi» (è
lo stesso verbo greco di Mt. 1 9, 1 1 ). Nel resto del v. 2
Paolo respinge calunnie che circolavano su di lui (lo fa
molto più energicamente in 1 2, 1 7- 1 8), ma non ne dà la
colpa ai corinzi (v. 3): essi sono nel suo cuore, né morte
né vita potranno estinguere il suo affetto per loro. E insie­
me all ' affetto, Paolo ha verso di loro anche un' assoluta
libertà di dire quello che pensa (franchezza, v. 4), anzi, è
orgoglioso di loro (molto ho da vantarmi di voi), e questo
lo riempie di gioia e di consolazione.
[l vv. 5 - 1 6 di questo capitolo 7 li abbiamo già esami­
nati dopo 2, 1 3 perché raccontano l ' incontro di Paolo con
Tito e la gioia che Paolo ne ha ricevuto. Vedi pp. 60 ss.] .

1 17
PARTE TERZA

DUE CAPITOLI DI RACCOMANDAZIONE


DELLA COLLETTA
I capp. 8 e 9 sono capitoli molto belli : si sente vibra­
re uno spirito di solidarietà per quelli che dovranno riceve­
re il denaro della colletta, e uno spirito pastorale per quelli
che sono chiamati a contribuire. Sono capitoli di una vera
lettera, apostolica e fraterna, senza le polemiche che
riempiono buona parte della II Corinzi .

Primo appello
8,1-24

30. L' ESEMPIO DELLA MACEDONIA (8, 1 -5)

10ra, fratelli, vogliamo farvi conoscere la grazia


che Dio ha concessa alle chiese di Macedonia, 2perché
nelle molte tribolazioni con cui sono state provate, la
loro gioia incontenibile e la loro estrema povertà hanno
sovrabbondato nelle ricchezze della loro generosità.
3Infatti, io ne rendo testimonianza, hanno dato volen­
tieri, secondo i loro mezzi, anzi, oltre i loro mezzi,
4chiedendoci con molta insistenza il favore di parte­
cipare alla sovvenzione destinata ai santi. 5E non soltan­
to hanno contribuito come noi speravamo, ma prima
hanno dato sé stessi al Signore e poi a noi, per la volontà
di Dio.

Nei primi cinque versetti Paolo mette in evidenza due


esperienze fatte nelle chiese della Macedonia (ricordiamo
che in Macedonia c'erano Filippi, Tessalonica e Berea, cfr.
Atti 1 6,6 - 17, 1 5 . È specialmente la comunità di Filippi a
essere ricordata anche altrove per la sua grande generosità:

121
Fil. 4, 10- 1 9). La prima esperienza è che i più poveri sono
anche spesso i più generosi (v. 2). La seconda è che non si
può dare denaro, solidarietà, affetto se non ci si è dati prima
di tutto al Signore (v. 5): la generosità verso il prossimo è
un aspetto e un frutto della consacrazione a Dio.
È per questo che Paolo rovescia in un certo senso la
prospetti va: invece di parlare della generosità dei creden­
ti di Macedonia, o del loro impegno finanziario, parla
dellagrazia che Dio ha concesso a quelle comunità. Essere
generosi non è una virtù esemplare, ma un dono di Dio !
E questo è accaduto nonostante le severe prove che hanno
colpito quei fratelli (si veda il passo citato degli Atti e
l ' epistola ai Filippesi).
Non solo le chiese di Macedonia hanno contribuito
generosamente alla colletta (v. 3 ) , ma hanno chiesto
insistentemente di poter prendere parte a questo sforzo
di solidarietà.
Erano stati Giacomo, Pietro e Giovanni a chiedere a
Paolo di «ricordarsi dei poveri» (Gal . 2, 1 0) In quest' ul­
.

timo passo, Paolo scrive anche che dopo aver ricevuto


quella richiesta si era dato da fare per soddisfarla. Ne
abbiamo un esempio in I Corinzi 1 6, 1 -4: lì ci sono delle
istruzioni molto pratiche per organizzare quella grande
colletta. Paolo vedeva nella colletta non solo un soccor­
so materiale per i poveri delle comunità palestinesi, ma
anche un significato simbolico di comunione, fraternità
e riconoscimento reciproco come parti di un solo e medesi­
mo popolo di Dio.
È interessante leggere che i credenti della Macedonia
hanno dato se stessi al Signore e poi a noi (v. 5). Con
queste ultime tre parole Paolo vuoi dire che i fratelli hanno
accettato entusiasticamente le sue proposte, anzi le hanno
fatte proprie, per l ' amore che gli portavano e per il molto
che avevano ricevuto da lui, dal suo insegnamento; questa
riconoscenza non è un merito di quelle chiese, ma un
segno della volontà di Dio.

1 22
3 1 . LA COLLEITAA CORINTO: ESORTAZIONEACOMPLE­
TARLA (8,6- 1 2)

6 Così, noi abbiamo esortato Tito a completare,


anche tra voi, quest'opera di grazia, come l'ha inizia­
ta. 7Ma siccome abbondate in ogni cosa, in fede, in
parola, in conoscenza, in ogni zelo e neli' amore che
avete per noi, vedete di abbondare anche in quest'o­
pera di grazia. 8Non lo dico per darvi un ordine, ma
per mettere alla prova, con l'esempio dell'altrui premu­
ra, anche la sincerità del vostro amore. 9Infatti voi
conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il
quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affin­
ché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar
ricchi. 10Io do, a questo proposito, un consiglio utile
a voi che, dali 'anno scorso, avete cominciato per primi
non solo ad agire ma anche ad avere il desiderio di
fare: 11fate ora in modo di portare a termine il vostro
agire; come foste pronti nel volere, siate tali anche nel
realizzarlo secondo le vostre possibilità. 12La buona
volontà, quando c'è, è gradita in ragione di quello che
uno possiede e non di quello che non ha.

Dopo l' elogio dei macedoni , Paolo passa a parlare


della colletta in corso a Corinto, e così veniamo a sapere
che era stato Tito a iniziare la raccolta, forse nella sua
prima visita (o in una visita apposita?) e sarà ancora lui
a doverla completare (v. 6) facendo leva sui buoni senti­
menti di cui sono ricchi i corinzi (v. 7). In questi due
versetti Paol o interpreta il sentimento che la colletta
dovrebbe esprimere, chiamandola (nel testo greco) «questa
grazia». La Nuova RIV la chiama «quest'opera di grazia»,
la CEI «quest' opera generosa» . Paolo è più sintetico e
radicale dei suoi traduttori ! Anche se ha citato l ' esempio
dei macedoni, però, insiste che la colletta sia la prova
della sincerità del loro amore (greco agape), non solo
ubbidienza a un ordine ricevuto da lui.

1 23
Il v. 9 dà un fondamento cristologico all' esortazione
per la colletta: dare via una parte del proprio denaro signi­
fica fare, in piccolo, qualcosa di analogo a ciò che fece
il Cristo. Da ricco che era, essendo presso Dio prima
dell ' incarnazione, si èfatto povero per amore degli umani,
affinché grazie al suo abbassamento, alla sua accettazio­
ne del destino di servo (Isaia 53) e alla sua morte essi
potessero diventare ricchi certo non in senso econo­
-

mico, ma in senso spirituale: la ricchezza dei discepoli


consiste nell' amore e nella grazia di Dio, nella riconci­
liazione, nella comunione con Cristo, nei doni dello Spirito
santo. È una ricchezza che non dev' essere goduta egoisti­
camente, ma condi vi sa con il prossimo, facendosi carico,
nell' amore (agape), anche dei suoi problemi economici.
Paolo insiste perché dopo aver ben cominciato, i corin­
zi concludano l' impresa, contribuendo ciascuno secon­
do le sue possibilità (v. 1 1 ). Nessuno è richiesto di dare
quello che non ha. Ma in base a ciò di cui dispone, deve
fare un gesto di buona volontà che sarà gradita (v. 12.
Non è detto gradita da chi: da Dio? O da Paolo? O dai
poveri della Giudea? Le tre ipotesi sono possibili).

32. UNA MANO LAVA L' ALTRA (8, 1 3- 1 5)

1 3Infatti non si tratta di mettere voi nel bisogno per


dare sollievo agli altri, ma di seguire un principio di
uguaglianza; 14nelle attuali circostanze, la vostra abbon­
danza serve a supplire al loro bisogno, perché la loro
abbondanza supplisca altresì al vostro bisogno, affin­
ché ci sia uguaglianza, secondo quel che è scritto:
15«Chi aveva raccolto molto non ne ebbe di troppo, e
chi aveva raccolto poco, non ne ebbe troppo poco».

Il proverbio usato per titolo esprime il senso del


commento che l' apostolo fa nei vv. 1 3 - 1 5 : i corinzi, trovan-

1 24
dosi in situazione relativamente migliore dei poveri della
Giudea (che sono fra i credenti o santi, come si legge in
Rom. 1 5 ,26), li aiutano con il loro denaro. Non è esclu­
so che un giorno, se i corinzi si trovassero in difficoltà, i
cristiani della Giudea (o di qualche altra regione) non
facciano la stessa cosa (v. 14 ). Lo scopo delle collette non
è di impoverire i contribuenti per arricchire quelli che
ricevono gli aiuti, ma di tendere all' equilibrio fra chi ha
bisogno e chi può dare del suo (vv. 1 3 e 1 5). In Romani
1 5 ,27 c'è un pensiero molto diverso: che i cristiani di
origine pagana sono comunque debitori a quelli della
Giudea, perché è sempre da loro che è partito l ' annunzio
dell' evangelo. Quindi devono sdebitarsi per quello che
hanno ricevuto, aiutando materialmente i loro poveri .

3 3 . IL COMPITO ASSEGNATO A TITO (8, 1 6-24)

1 6Ringraziato sia Dio che ha messo in cuore a Tito


lo stesso zelo per voi; 1 7infatti Tito non solo ha accet­
tato la nostra esortazione, ma mosso da zelo anche
maggiore si è spontaneamente messo in cammino per
venire da voi. 1 8Insieme a lui abbiamo mandato il
fratello il cui servizio nel vangelo è apprezzato in tutte
le chiese; 1 9non solo, ma egli è anche stato scelto dalle
chiese come nostro compagno di viaggio in quest'o­
pera di grazia, da noi amministrata per la gloria del
Signore stesso e per dimostrare la prontezza dell'ani­
mo nostro. 20Evitiamo così che qualcuno possa biasi­
marci per 1, uest'abbondante colletta che noi ammini­
striamo; 2 perché ci preoccupiamo di agire onesta­
mente non solo davanti al Signore, ma anche di fronte
agli uomini. 22E con loro abbiamo mandato quel nostro
fratello del quale spesso e in molte circostanze abbia­
mo sperimentato lo zelo; egli è ora più zelante che mai
per la grande fiducia che ha in voi. 23 Quanto a Tito,

1 25
egli è mio compagno e collaboratore in mezzo a voi;
quanto ai nostri fratelli, essi sono gli inviate dalle
chiese, e gloria di Cristo. 24Date loro dunque, in presen­
za delle chiese, la prova del vostro amore e mostrate
loro che abbiamo ragione di essere fieri di voi.

Abbiamo visto che Tito dovrà completare la raccolta


delle contribuzioni: Paolo sottolinea (v. 17) lo zelo e la
spontaneità con cui il suo collaboratore, ispirato da Dio (v.
1 6) si è accinto al compito (non è mai facile collettare !).
Insieme a Tito andranno a Corinto altri due fratelli,
menzionati uno ai vv. 1 8- 1 9 e l' altro al v. 22. Purtroppo
non se ne fa il nome. Il primo è conosciuto e lodato in
tutte le chiese come buon predicatore, il secondo è noto
per il suo grande zelo, e in più ha molta fiducia nella
generosità dei corinzi. Il primo è stato anche scelto dalle
chiese per questo compito (v. 19) - anzi, tutti e due sono
inviati dalle chiese e sono persone che fanno onore al
Cristo (v. 23). Questo modo di lavorare in gruppo, nelle
questioni di denaro, specialmente quando si tratta di una
abbondante colletta (v. 20), è dovuto alla preoccupazio­
ne apostolica di agire onestamente (v. 2 1 ) non solo agli
occhi di Dio, ma anche a quelli degli uomini, e di evitare
qualsiasi sospetto o biasimo (v. 20). Che fra i corinzi i
sospetti non mancassero lo vedremo leggendo 1 2, 1 6- 1 8 .
Il capitolo termina (v. 24) con un ultimo invito ai corin­
zi: mostrino con la loro generosità la grandezza del loro
amore, e confermino la fiducia che Paolo ripone in loro !

1 26
Secondo appello
(9,1-15)

Per la terza volta ci troviamo davanti a un enigma di


questa lettera. Il primo l ' avevamo trovato in 2, 1 3 quando
la lettera cambiava improvvisamente argomento: per
trovare il seguito della ricerca di Tito in Macedonia erava­
mo saltati a 7,5. Il secondo enigma era in 6, 1 3 con l ' esor­
tazione a allargare il cuore. Questa aveva la sua conti­
nuazione in 7,2: Fateci posto nei vostri cuori! Il terzo
enigma che ora ci troviamo di fronte è un po' diverso:
come mai Paolo, dopo aver parlato per tutto il cap. 8 della
colletta per i poveri della Giudea, ora ricomincia da capo
in 9, 1 come se non avesse mai parlato dell' argomento?
E non solo questo: nel cap. 8 si portava la generosità
dei cristiani di Macedonia come esempio per quelli di
Corinto (vv. 1 -5). Qui succede il contrario, come vedre­
mo: al v. 2 Paolo dice di vantarsi presso i macedoni dello
zelo dei corinzi. Per risolvere il problema si può pensare
che in origine il cap. 9 si trovasse al posto del cap. 8 e
viceversa. Oppure che il cap. 8 fosse destinato ai fratelli
di Corinto e il cap. 9 a quelli delle piccole comunità dell' Acaia
(regione della Grecia che aveva Corinto per capitale):
L' Acaia è menzionata al v. 2, ma anche alla fine di 1 , 1 .
Oppure ancora, che i due appelli facessero parte di due
lettere diverse (cfr. «Conclusioni», Il, pp. 1 7 1 ss.): il primo
(cap. 8) sarebbe stato scritto quando la colletta a Corinto
era ancora agli inizi, l' altro (cap. 9) quando era già bene
avviata e poteva costituire un esempio per altre chiese.
Sia l ' enigma, sia le sue soluzioni, hanno un' impor­
tanza relativa: quello che conta è che lo stile e i pensieri
del cap. 8 e del cap. 9 sono chiaramente paolini. Prendere
atto di qualche problema non vuol dire negare l' autenti­
cità e la verità di questi due capitoli.

1 27
34. GARA DI GENEROSITÀ TRA MACEDONIA E ACAIA
(9, 1 -5)

1Quanto alla sovvenzione destinata ai santi, è super­


fluo che io ve ne scriva, 2perché conosco la prontezza
dell'animo vostro, per la quale mi vanto di voi presso
i Macedoni, dicendo che l' Acaia è pronta fin dall'an­
no scorso; e il vostro zelo ne ha stimolati moltissimi.
3Ma ho mandato i fratelli affinché il nostro vantarci
di voi non abbia a essere smentito a questo riguardo;
e affinché, come dicevo, siate pronti; 4non vorrei che,
venendo con me dei Macedoni e non vedendovi pronti,
noi (per non dire voi) abbiamo a vergognarci di questa
nostra fiducia. 5Perciò ho ritenuto necessario esorta­
re i fratelli a venire da voi prima di me e preparare la
vostra già promessa offerta, affinché essa sia pronta
come offerta di generosità e non d'avarizia.

In questi versetti Paolo spiega quale sia la funzione


dei fratelli mandati a Corinto (o in Acaia, cfr. v. 2) per la
colletta: avendo parlato in Macedonia della prontezza e
dello zelo dei cr�denti, egli ha mandato quei fratelli per
battere il ferro mentre è caldo, e perché il bene che Paolo
ha detto di loro ai cristiani di Macedonia non sia smenti­
to (v. 3) e lui non debba vergognarsi di aver avuto fiducia
in loro (v. 4). I fratelli mandati da Paolo dovranno agire
perché la promessa di contribuzioni diventi realtà e le
offerte siano pronte e generose, senza tirchieria (v. 5).

35 . GENEROSITÀ E BENEDIZIONI (9,6- 1 1 )

60ra dico questo: chi-semina scarsamente mieterà


altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente
mieterà altresì abbondantemente. 7Dia ciascuno come

1 28
ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per
forza, perché Dio ama un donatore gioioso. 8Dio è
potente da far abbondare su di voi ogni grazia, affin­
ché, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che vi è
necessario, abbondiate per ogni opera buona; 9come
sta scritto: «Egli ha profuso, ef/i ha dato ai poveri, la
sua giustizia dura in eterno». ° Colui che fornisce al
seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà
e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti
della vostra giustizia. 11Così, arricchiti in ogni cosa,
potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà
rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi.

La generosità nel dare è illustrata con l' immagine della


sèmina. Proverbi 1 1 ,24 dice che chi dona con generosità
diventa più ricco, mentre chi è tirchio diventa sempre più
povero. Forse Paolo aveva questo passo biblico in mente
quando formulò il v. 6? L' offerta del credente dev'essere
come la suggerisce il cuore, senza lasciare spazio a ulterio­
ri preoccupazioni ; e deve anche essere spontanea, perché
Dio gradisce chi dona con gioia (v. 7). Non solo: Dio farà
anche abbondare la sua grazia su quelli che sono genero­
si, perché possano non solo avere il necessario, ma anche
essere sempre più generosi verso chi è nel bisogno (v. 8).
Nell'A. T. la bontà di Dio si identificava anche con la sua
giustizia. La giustizia di Dio non consiste nel punire i catti­
vi e premiare i buoni, ma nell'essere fedele alla sua promes­
sa di salvare gli uni e gli altri perché possano sempre più
diventare figli suoi . Il v. 9 illustra il v. 8 parlando appun­
to di questa giustizia/bontà di Dio (la citazione dal Salmo
1 1 2,9 non corrisponde esattamente alle parole del Salmo
nelle nostre Bibbie, perché è presa dalla traduzione greca
dell'A. T. , la Settanta). Questa generosità di Dio permet­
te ai credenti di essere anche loro generosi (cfr. la parabo­
la del servitore spietato per un esempio opposto, adegua­
tamente punito, Matteo 1 8,23-35). Al v. l O, anche la genero­
sità dei credenti nella colletta è chiamata la vostra giusti­
zia: essa sarà benedetta e moltiplicata da Dio nei suoi effet-

1 29
ti, e alla fine da tutto questo nascerà un coro di ricono­
scenza a Dio, grazie anche al lavoro promozionale e organiz­
zativo dell ' apostolo (per mezzo di noi).

36. EFFETII DELLA GENEROSITÀ (9, 1 2- 1 5)

1 2Perché l'adempimento di questo servizio sacro


non solo supplisce ai bisogni dei santi ma più ancora
produce abbondanza di ringraziamenti a Dio; 13perché
la prova pratica fornita da questa sovvenzione li porta
a glorificare Dio per l'ubbidienza con cui professate
il vangelo di Cristo e per la generosità della vostra
comunione con loro e con tutti. 14Essi pregano per voi,
perché vi amano a causa della grazia sovrabbondan­
te che Dio vi ha concessa. 15Ringraziato sia Dio per il
suo dono ineffabile!

Grazie alle benedizioni divine, i lettori potranno essere


veramente generosi, e il ringraziamento a Dio da parte di
chi è soccorso sarà ancora più grande (v. 1 2) : essi infat­
ti vedranno concretamente l ' ubbidienza e la generosità
dei loro fratelli. L' ubbidienza si manifesta nel vivere
l ' evangelo non solo con le parole, ma anche con i gesti
di amore e solidarietà, e la generosità si manifesta nella
comunione fraterna con tutti, specialmente con quelli che
sono nel bisogno (v. 1 3) .
Ma oltre a ringraziare, i fratelli della Giudea preghe­
ranno anche per quelli delle comunità greche, verso le
quali provano amore perché Dio li ha colmati della sua
grazia. Alla comunione dell' aiuto fraterno si aggiunge
qui la comunione dell' amore e della preghiera (v. 14).
Paolo è consapevole che la generosità dei fratelli d' oltre­
mare è una conseguenza della grazia di Dio che è stata
loro elargita: perciò vi sarà, anzi già vi è adesso, nel suo
cuore e nelle sue parole, un commosso ringraziamento a
Dio per il dono della sua grazia fatto ai credenti (v. 1 5).

1 30
PARTE QUARTA

DIFESA DELLA LEGITTIMITÀ


APOSTOLICA DI PAOLO
Questa quarta e ultima parte della II Corinzi (capp.
1 0- 1 3) si distingue da tutte le altre per il suo tono aspra­
mente polemico. Paolo si esprime come potrebbe farlo
uno che è attaccato a torto, la cui legittimità e autorità
apostolica sono contestate. Usa un tono e uno stile che
contrastano sia con quello pastorale e esortati v o dei c app.
8 e 9, sia con quello del capitolo 7 dove predominavano
i sentimenti di gioia e riconciliazione.
Dobbiamo dunque pensare che dopo la riconciliazio­
ne ci sia stata un' altra rottura, e che la comunità abbia
ripreso a contestare ancora più vivacemente il suo aposto­
lo? Molti commentatori lo pensano: ormai sono cadute
le speranze di pace. La comunità di Corinto è vittima dei
predicatori itineranti (falsi apostoli) che predicano un
altro Vangelo e che montano gli animi contro Paolo. A
lui non rimane altro che controbattere le loro accuse,
servendosi anche (in parte, e contro voglia) di argomen­
ti simili a quelli che loro usano contro di lui. Questo però
non gli impedisce di pensare a un' altra visita a Corinto:
ne e arla nel capitolo 1 3 .
E quasi inevitabile pensare che sia passato qualche
tempo fra la composizione (e l ' invio) dei primi nove
capitoli, e la data di composizione dei capp. 1 0- 1 3 . Non
basta supporre che Paolo abbia dormito male una notte,
per giustificare un cambiamento così marcato di tono e
di sentimenti. I capp. 1 0- 1 3 sarebbero dunque la parte
centrale e finale di una nuova lettera di cui si sarebbe
perduto il primo foglio, che doveva contenere il saluto e
le formule abituali di apertura del discorso.
Non possiamo fare a meno di menzionare un' altra
ipotesi che spiega anch' essa il brusco cambiamento di
tono fra i ca pp. 1 -9 e l 0- 1 3 . Cioè che questi quattro capito­
li siano la lettera (o un' ampia parte della lettera) che l' apo­
stolo scrisse «in grande afflizione e in angoscia di cuore
con molte lacrime» (cfr. 2,4) . Quella lettera scritta con

1 33
molte lacrime ci sarebbe del tutto sconosciuta, a meno
che i capp. 1 0- 1 3 ne facessero parte.
Che differenza fa accogliere la prima o la seconda
ipotesi? Direi anzitutto quale differenza non fa: in entram­
bi i casi bisogna pensare che si siano saldate insieme lette­
re scritte in momenti diversi, proprio per la grande diver­
sità di stile, di tono, di sentimenti. Nel primo caso, i capp.
1 0- 1 3 segnerebbero l ' ultima fase dei rapporti di Paolo
con la comunità di Corinto. Tito si sarebbe sbagliato
valutando positivamente gli sviluppi del rapporto fra la
comunità e l ' apostolo, e dopo la sua partenza (e dopo le
espressioni di gioia e riconoscenza di Paolo per la pace
e la fiducia ritrovate) ci sarebbe stata una seconda crisi
che portò alla composizione dei capitoli l 0- 1 3 . La storia
di Paolo e dei corinzi sarebbe dunque finita nel peggio­
re dei modi.
Nel secondo caso, cioè nel caso che i ca pp. l 0- 1 3 siano
stati parte della «lettera scritta con molte lacrime», l ' osti­
lità, i rancori, le polemiche sarebbero una cosa passata.
L' ultima parola sui rapporti fra chiesa e apostolo sareb­
bero i sentimenti di riconciliazione formulati nel cap. 7,5-
1 6. Se così fosse, potremmo facilmente credere che Paolo
si sia trattenuto tre mesi a Corinto (At. 20,2-3) per scrive­
re la lettera ai Romani, prima di intraprendere il suo ultimo
viaggio verso Gerusalemme - viaggio che lo portò ali' ar­
resto e poi alla prigionia romana.
Ma passiamo senz' altro alla lettura dei capitoli 1 0- 1 3 .
Nel cap. 1 0 Paolo respinge accuse rivolte al suo aposto­
lato. Da 1 1 , 1 a 1 2, 1 3 fa un «discorso da pazzo» in tre
punti. Nel resto prepara una sua futura visita a Corinto.

1 34
37. PAOLO RESPINGE CRITICHE E MINACCIA PROVVE­
DIMENTI ADEGUATI ( 1 0, 1 - 1 1 )

1 Io, Paolo, vi esorto per la mansuetudine e la mitez­


za di Cristo, io, che quando sono presente tra di voi
sono umile, ma ,uando sono assente sono ardito nei
vostri confronti, vi prego di non obbligarmi, quando
sarò presente, a procedere arditamente con quella
fermezza con la quale intendo agire contro taluni che
pensano che noi camminiamo secondo la carne. 3In
realtà, sebbene viviamo nella carne, non combattia­
mo secondo la carne; "infatti le armi della nostra guerra
non sono carnali, ma hanno da Dio il potere di distrug­
gere le fortezze, poiché demoliamo i ragionamenti 5e
tutto ciò che si eleva orgogliosamente contro la conoscen­
za di Dio, facendo prigioniero ogni pensiero fino a
renderlo ubbidiente a Cristo; 6e siamo pronti a punire
ogni disubbidienza, quando la vostra ubbidienza sarà
completa. 7Voi guardate all'apparenza delle cose. Se
uno è convinto dentro di sé di appartenere a Cristo,
consideri anche questo dentro di sé: che com'egli è di
Cristo, così lo siamo anche noi. 8Infatti se anche voles­
si vantarmi un po' più dell'autorità, che il Signore ci
ha data per la vostra edificazione e non per la vostra
rovina, non avrei motivo di vergognarmi. 9Dico questo
perché non sembri che io cerchi d'intimidirvi con le
mie lettere. 1 0Qualcuno dice infatti: «Le sue lettere
sono severe e forti; ma la sua presenza fiSica è debole
e la sua parola è cosa da nulla». 11Quel tale si convin­
ca che come siamo a parole, per mezzo delle lettere,
quando siamo assenti, così saremo anche a fatti quando
·

saremo presenti.

Il primo brano della parte polemica della lettera mette


le carte in tavola: Paolo è stato accusato di debolezza e
incapacità. Tutta la polemica dei capp. l 0- 1 3 ha come punto

1 35
di partenza queste accuse, alle quali si aggiunge, come
conseguenza, quella di non legittimità del suo apostolato.
È importante osservare che il passo l O, 1 - 1 1 è aperto
e chiuso con il riferimento a queste critiche. In l be leggia­
mo: quando sono tra voi sono umile, ma quando sono
assente sono ardito nei vostri confronti. Questa è chiara­
mente una citazione delle critiche della comunità, che
saranno riprese alla fine del brano (con una precisa formu­
la di citazione: Qualcuno dice. . , v. 1 0). Il greco non dice
«Umile», ma tapein6s (cfr. il nostro «tapino» ; PAOL.
traduce «meschino»). Paolo si ispira alla mansuetudine
e alla mitezza di Cristo - quel Cristo che pur essendo in
forma di Dio, spogliò se stesso prendendo forma di servo,
Filippesi 2,6-7.
Ma il farsi conformi alla mitezza di Cristo può facil­
mente essere preso per debolezza e l' assenza di discorsi
magniloquenti può essere scambiata per rozzezza nel parla­
re (cfr. anche 1 1 ,6). Questo accade specialmente quando
i critici di una persona giudicano quello che fa in base
ali' apparenza (7 a) . Questi critici pensano che noi cammi­
niamo secondo la carne (2e ), cioè secondo criteri puramen­
te umani. In realtà, dice Paolo, viviamo come creature
umane (nella carne, v. 3), ma il nostro comportamento e
la nostra battaglia in favore dell' evangelo non sono secon­
do la carne, cioè conformi a criteri e regole umane ed
egoistiche, come potrebbero esserlo l' ambizione (accre­
scere il proprio prestigio personale) o la presunzione (fidar­
si troppo delle proprie capacità naturali).
La battaglia per l' evangelo non si combatte con armi
di questo mondo, ma con la potenza di Dio (v. 4). Il suo
obiettivo non è distruggere le installazioni militari o i centri
nevralgici d' una nazione, ma i ragionamenti e tutto ciò
che si eleva orgogliosamente contro la conoscenza di Dio
(v. 5): può trattarsi dell' ambizione dei cristiani di Corinto
che cercavano sapienza ed erano restii ad accettare l' evan­
gelo del Cristo crocifisso (cfr. I Cor. 1 , 1 7-25). Ma potreb­
be anche essere un' allusione ai falsi apostoli ( 1 1 , 1 3), predi­
catori di un altro Gesù e di un evangelo diverso ( 1 1 ,4 ). A

1 36
costoro si oppone Paolo, e si propone di farlo sempre più
radicalmente quando la comunità sarà ritornata compatta
alla sottomissione a Cristo e all ' evangelo (v. 6).
Il brano termina com' era cominciato: riportando criti­
che rivolte all ' apostolo (v. 1 0) giudicato severo quando
scrive, ma privo di autorità e incapace di fare discorsi
efficaci quando è presente nella comunità. Sia in questo
caso sia all' inizio del capitolo, la menzione delle critiche
dei corinzi è seguita dalla minaccia di procedere ardita­
mente e con fermezza (v. 2) o di essere nei fa tti come lo
è nelle parole scritte (v. 1 1 ), cioè capace di imporsi con
energia.
Ma prima di concludere in questo modo, Paolo manda
alla comunità quattro messaggi positivi su se stesso e sul
suo apostolato:
a) anche lui è di Cristo come sono convinti di esser­
lo i suoi critici (v. 7);
b) la sua autorità non viene da qualità naturali che
forse non possiede, ma gli è stata data dal Signore (v.
8b) ;
c) il Signore gliel ' ha data per l 'edificazione e non per
la rovina dei fratelli e della comunità (v. 8b). Distruggere
il tempio di Dio, cioè la comunità, sarebbe andare contro
la volontà di Dio (cfr. I Cor. 3 , 1 6;. 17);
d) tutte queste connotazioni positive del suo ministe­
ro apostolico (e anche della sua persona) dovrebbero
convincere i corinzi (e specialmente la persona a cui
alludono i vv. 10 e 1 1 con i pronomi qualcuno e quel tale)
che Paolo non ha scritto le sue lettere energiche (v. 1 0)
per intimidirli (v. 9).
Non bisogna dare ai termini edificazione e edificare
un significato formale (il Petit Robert dà per l'equiva­
lente francese i significati di pieux, vertueux, exemplai­
re, moral). Nel N.T. questi termini hanno sempre il signi­
ficato molto concreto di «costruire», cioè mettere in piedi
la chiesa, la comunità del Signore.

1 37
3 8 . IL CRITERIO PER VALUTARE L' OPERATO DELL' A­
POSTOLO ( 1 0, 1 2- 1 8)

1 2Poiché noi non abbiamo il coraggio di classifi­


carci o confrontarci con certuni che si raccomanda­
no da sé; i quali però, misurandosi secondo la loro
propria misura e paragonandosi tra di loro stessi,
mancano d'intelligenza. 1 3Noi, invece, non ci ·vante­
remo oltre misura, ma entro la misura del campo di
attività di cui Dio ci ha segnato i limiti, dandoci di
giungere anche fino a voi. 14Noi infatti non oltrepas­
siamo i nostri limiti, come se non fossimo giunti fino
a voi; perché siamo realmente giunti fino a voi con il
vangelo di Cristo. 15Non ci vantiamo oltre misura di
fatiche altrui, ma nutriamo speranza che, crescendo
la vostra fede, saremo tenuti in maggior considera­
zione tra di voi nei limiti del campo di attività assegna­
toci, 1 6per poter evangelizzare anche i paesi che sono
di là dal vostro senza vantarci, nel campo altrui, di
cose già preparate. 17Ma chi si vanta, si vanti nel Signore.
18Perché non colui che si raccomanda da sé è appro­
vato, ma colui che il Signore raccomanda.

Nel brano precedente si erano udite le critiche rivol­


te all ' apostolo. Ora in questi versetti egli scende diretta­
mente in polemica con i suoi avversari. Nel v. 1 2 sembra
che il punto in discussione sia quello dei raccomandarsi :
ci sono alcuni che si raccomandano da sé. Paolo si era
già espresso su questa abitudine di alcuni predicatori, di
imporre la loro autorità con lettere di presentazione, e
aveva dichiarato di non averne bisogno e neppure di racco­
mandarsi da sé (cfr. 3, 1 e 5 , 1 2). Ora in 1 2a egli dichiara
ironicamente di non voler scendere in lizza con quella
gente e paragonarsi con loro (loro lo facevano, parago­
nando la «debolezza» di lui con la loro facilità di parola
e la loro presunta autorevolezza). Il confronto però non
procede su questo argomento del raccomandarsi , che

1 38
riaffiorerà soltanto nell ' ultimo versetto ( 1 8), ma si sposta
su un altro terreno: quello della misura (greco: Kanon).
Questo termine può avere un significato materiale: canna
per misurare, come il metro di legno dei geometri o dei
negozi di tessuti - oppure un significato figurato: è la
«norma» che governa lo svolgimento di una attività, e
quindi anche il «criterio» di valutazione o di giudizio per
vedere se un pensiero o un ' azione corrispondono alla
necessità o allo scopo.
Paolo rimprovera ai suoi avversari, i falsi apostoli, di
misurare (cioè valutare) la propria attività in base alla
loro propria misura o norma, cioè di fissare da sé il crite­
rio di giudizio del loro apostolato. Come si dice oggi,
volevano essere al tempo stesso giocatori e arbitro. In
questo modo, finivano per raccomandarsi da sé e dimostra­
vano di essere stupidi (privi di intelligenza).
Paolo invece (v. 1 3) non fa di se stesso il criterio di
valutazione del suo lavoro, ma prende come metro la
misura di cui Dio ha segnato i limiti (o, più semplice­
mente: la norma che Dio gli ha assegnato) facendolo
giungere fino a Corinto.
Alcuni manoscritti non contengono le ultime parole
del v. 1 2 e le prime due del v. 1 3 . Così cade la contrap­
posizione fra Paolo e i falsi apostoli : Paolo parlerebbe
solo di se stesso, e per 1 2b la traduzione potrebbe essere:
«Ma noi, misurandoci col nostro proprio criterio e parago­
nandoci unicamente a noi stes s i» non ci vanteremo (v.
1 3) oltre misura ecc. In altri termini, Paolo esclude (come
al v. 1 2) di volersi paragonare ai falsi apostoli entrando
in gara con loro, e dichiara di usare come criterio la misura
che Dj o gli ha assegnato. Ma i manoscritti più importanti
corrispondono alla traduzione offerta dalla Riveduta.
Il criterio che Dio ha assegnato a Paolo è la missio­
ne. Predicare l' evangelo dove non è ancora stato portato
da altri (Rom. 1 5 ,20), e spostarsi sempre verso nuovi
orizzonti. Perciò dopo aver predicato in varie città della
Macedonia e della Grecia sentirà di non avere più campo
d' azione in quelle regioni (Rom. 15 ,23) e penserà di andare

1 39
in Spagna (Rom. 1 5 ,24) salutando durante il viaggio i
cristiani di Roma, ma solo di passaggio, «per non costruì­
re sul fondamento altrui» (Rom. 1 5 ,20b). Come si vede,
è un criterio di apostolato molto diverso da quello dei
suoi avversari , che arrivavano nei posti dove lui aveva
evangelizzato (Galazia, Corinto), e si paragonavano con
lui, esaltando il loro prestigio di fronte alla rozzezza di
Paolo, per conquistare il favore della sua comunità.
Il discorso sulla norma o il criterio che governa il lavoro
apostolico di Paolo (e anche quello dei falsi apostoli suoi
rivali) è interpretato da alcuni commentatori in termini
geografici : per loro non si tratta di norma o criterio, ma
di territori o zone di attività. Anche la Riveduta segue
quest' interpretazione, perciò parla di campo di attività
( 1 3b), di campo altrui ( 1 6), di limiti del campo di attività
( 1 5c). Ma è improbabile che la parola greca Kanon abbia
un significato territoriale. Nell' aiuto provvidenziale che
gli ha permesso di arrivare a Corinto (v. l 3 . Anzi, di arrivar­
ci per primo: qui Paolo usa il verbo phthtinein che in I
Tess. 4, 1 5 ha proprio questo significato) egli vede l' indi­
cazione della norma che Dio gli ha assegnato per grazia:
quella di essere l' apostolo dei pagani (cfr. Gal. 2,9: « . . . rico­
noscendo la grazia che m' era stata accordata»).
L' inizio del v. 1 4 sarebbe meglio tradotto così : Noi
non ci protendiamo verso di voi come se non vi avessi­
mo ancora raggiunti . Anzi, vi abbiamo raggiunti per
primi. . . Qui Paolo si confronta negativamente con i falsi
apostoli che loro sì, si protendono verso traguardi che
sono al di fuori della norma del loro apostolato (cfr. Gal.
2,8: «Noi . . . , loro . . . ») senza curarsi del fatto che ci sia già
Paolo a predicare l ' evangelo.
Se essere apostolo dei pagani è una grazia, l ' uomo non
può vantarsene, farsene un merito. Per questo Paolo insiste
che non si vanterà ( vv. 1 3 . 1 5 . 1 6) e conclude citando libera­
mente Geremia 9,22-23 (che aveva già citato in I Cor.
1 ,3 1 ) : è a Dio che deve andare la gloria per tutto quello
che è fatto grazie ai suoi doni. Comunque, Paolo spera
che la fede dei corinzi diventi sempre più grande e forte,

1 40
e che essi, riconoscendo appunto la grazia di Dio operan­
te in Paolo «conformemente al criterio» che gli è stato
assegnato, lo apprezzino sempre di più, e si augura, sempre
in base a quel criterio, di poter evangelizzare altri paesi
senza interferire con il criterio che la grazia di Dio ha
assegnato ad altri (v. 1 6).

39. LA «FOLLIA» DI PAOLO VIENE DALLA «GELOSIA»


( 1 1 , 1 -4)

1 Vorrei che sopportaste da parte mia un po' di follia!


Ma, sì, già mi state sopportando! 2Infatti sono geloso
di voi della gelosia di Dio, perché vi ho fidanzati a un
unico sposo, per presentarvi come una casta vergine
a Cristo. 3Ma temo che, come il serpente sedusse Eva
con la sua astuzia, così le vostre menti vengano corrot­
te e sviate dalla semplicità e dalla purezza nei riguar­
di di Cristo. 4Infatti, se uno viene a predicarvi un altro
Gesù, diverso da quello che abbiamo predicato noi, o
se si tratta di ricevere uno spirito diverso da quello
che avete ricevuto, o un vangelo diverso da quello che
avete accettato, voi lo sopportate volentieri.

Da 1 1 , 1 fino a 1 2, 1 1 (o 12, 1 3) Paolo si esprime in modo


figurato, come se fosse «pazzo». Adopera otto volte le parole
«pazzo» (aphron) e «follia» (aphrosyne) - che però potreb­
bero anche venir tradotte con «stolto» e «Stoltezza». In tutti
e due i modi, si tratta del contrario di «serio, giudizioso,
assennato». La sua follia «consiste nel fatto che egli, almeno
in apparenza o temporaneamente, nei gravi contrasti con la
comunità si pone su un piano che non è quello spirituale,
bensì quello carnale del vanto» (GLNT). I fedeli di Corinto,
pur essendo «saggi» ( 1 1 , 19), sopportano volentieri quei
«pazzi» che hanno imposto il loro insegnamento nella
comunità (i falsi apostoli), e così Paolo si vede costretto a

141
scendere sul loro stesso terreno e usare le loro stesse anni
( 1 1 , 1 8). Ma lo fa con la consapevolezza di comportarsi da
pazzo, di parlare «come se fossi pazzo>> ( 1 1 , 17). Abbiamo
così, nella parte centrale dei capp. 10- 1 3 , tre «discorsi da
pazzo>>: nella prima metà del cap. 1 1 Paolo si contrappone
ai falsi apostoli; nella seconda metà del capitolo si «vanta>>
- non dei suoi successi, ma della sua fragilità e delle sue
prove; nel cap. 1 2 menziona, come caratteristiche del suo
ministero, rivelazioni eccelse e prove umilianti.
Nei vv. 1 -4 del cap. 1 1 comincia l ' introduzione ai tre
«discorsi da pazzo>> con l ' appello a sopportare i discor­
si «da pazzo>> che Paolo sta per fare. Il verbo della secon­
da metà del versetto l può essere, in greco, un indicati­
vo (mi sopportate, cfr. Nuova RIV. ) o un imperativo
(sopportatemi ! , Vecchia RIV.).
Al v. 2 compare un' altra immagine simbolica: la
comunità è paragonata a una promessa sposa, a una fidan­
zata che l' apostolo vorrebbe consegnare a Cristo in assolu­
ta purezza al momento del suo glorioso ritorno. Il signi­
ficato simbolico della verginità è frequente nelle Scritture
d' Israele, dove si parla dell 'amore di Dio per il suo popolo:
questo deve identificarsi con una «vergine>> che non si
contamina con l' idolatria (per esempio, Ger. 1 8, 1 3- 1 5).
L' apostolo si preoccupa di questo, vigilando con gelosa
cura sulla sua comunità perché non si lasci convincere a
seguire un altro falso sposo. Gelosia di Dio può signifi­
care «che viene da Dio>>, o «come la sente Dio>> o sempli­
cemente «divina>> (CEI: «santa gelosia>>).
Ma i falsi apostoli cercano di sedurre la comunità dei
credenti come il serpente sedusse Eva, e di corrompere
le loro menti (v. 3), con un altro Gesù, uno Spirito diver­
so e un vangelo diverso (v. 4 ). La situazione ricorda quella
di Galati l ,8-9. L' ordine delle parole è importante: prima
di tutto c ' è Gesù. Se un altro Gesù viene predicato, l' evan­
gelo non è più lo stesso. e anche l ' esperienza del dono
dello Spirito finisce per essere di versa. Ma questo verset­
to non mira ai falsi apostoli, bensì alla comunità che

1 42
sopporta volentieri l ' attività e le parole dei falsi aposto­
li ed è disposta a ricevere un evangelo diverso e uno
Spirito diverso. In questo si vede che i seduttori hanno
successo e che la gelosia di Paolo è giustificata.

40. PAOLO E I «SOMMI APOSTOLI» ( 1 1 ,5-6)

5Stimo infatti di non essere stato in nulla inferiore


a quei sommi apostoli. 6Anche se sono rozzo nel parla­
re, non lo sono però nella conoscenza; e l'abbiamo
dimostrato tra di voi, in tutti i modi e in ogni cosa.

Col v. 5 comincia una contrapposizione diretta fra


Paolo e i suoi avversari. Questi sembrano dividersi in due
gruppi : in 1 1 ,5 e in 1 2, 1 1 Paolo parla di «Sommi aposto­
li», affermando di non essere o di non essere stato da
meno di loro. Altrove invece ( 1 1 , 1 3) parla di «falsi aposto­
li, operai fraudolenti , che si travestono da apostoli di
Cristo» come Satana si traveste da angelo di luce ( 1 1 , 14 ).
Con i primi Paolo accetta d i paragonarsi, mentre con i
secondi non vuole avere nulla a che fare. È possibile che
i « s ommi apostoli» s i ano i capi della comunità di
Gerusalemme: anche in Galati 2, 1 - 1 0 Paolo si distingue
da loro, ma senza mancar loro di rispetto (quelli «che
sono reputati colonne . . . », Gal. 2,9) . Oppure l' apparente
rispetto del nostro passo per i «sommi apostoli» è ironi­
co? Gli altri invece, quelli di II Corinzi 1 1 , 1 3 sembrano
essere degli avventurieri . Paolo rifiuta loro il diritto di
farsi chiamare apostoli cosa che non avrebbe fatto (e
-

non fa) nei riguardi di Pietro, Giacomo e Giovanni. Paolo


ammette (v. 6) di essere rozzo nel parlare rispetto ai sommi
apostoli, ma di non esserlo nella conoscenza: insomma,
è un miglior teologo ma un peggior oratore.

1 43
4 1 . MOTIVO E SIGNIFICATO DELLA PREDICAZIONE
GRATUITA ( 1 1 ,7- 1 2)

7Ho forse commesso peccato quando, abbassando


me stesso perché voi foste innalzati, vi ho annunziato
il vangelo di Dio gratuitamente? 8Ho spogliato altre
chiese, prendendo da loro un sussidio, per poter servi­
re voi. 9J>urante il mio soggiorno tra di voi, quando mi
trovai nel bisogno, non fui di peso a nessuno, perché i
fratelli venuti dalla Macedonia provvidero al mio bisogno;
e in ogni cosa mi sono astenuto e mi asterrò ancora
dali 'esservi di peso. 10Com' è vero che la verità di Cristo
è in me, questo vanto non mi sarà tolto nelle regioni
dell' Acaia. 11Perché? Forse perché non vi amo? Dio lo
sa. 12Ma quello che faccio lo farò ancora per togliere
ogni pretesto a coloro che desiderano un'occasione per
mostrarsi uguali a noi in ciò di cui si vantano.

In questi versetti Paolo difende la sua scelta di non


garantirsi la sopravvivenza a Corinto grazie alle offerte
dei credenti , ma di lavorare con le sue mani. È una scelta
che menziona anche in I Cor. 4, 1 2 e sulla quale tornerà
indirettamente anche nel capitolo 12. Perché non voleva
essere a carico dei fedeli? E perché accettava invece le
offerte dei fratelli di altre comunità? Al v. 9 dice chiara­
mente che i fratelli venuti dalla Macedonia provvidero
alle sue necessità, perché non voleva essere di peso a
nessuno (cfr. Fil. 4, 1 0-20 dove risulta che i credenti di
Filippi lo hanno sovvenzionato mentre predicava a
Tessalonica, v. 1 6, e di nuovo gli hanno mandato del
denaro a Efeso da dove scrive quel brano per ringrazia­
re). La spiegazione più probabile è che quando le offer­
te venivano da chiese unite nella fede e nell' amicizia per
Paolo, esse erano gradite; ma se venivano da chiese disuni­
te (cfr. la discussione sui «partiti» a Corinto nei primi
quattro capitoli della I Corinzi) o nelle quali alcuni si

1 44
dichiaravano contrari alla sua persona, le contribuzioni
rischiavano di avere un colore di parte e di vincolarlo a
buoni rapporti con la parte che lo aveva finanziato.
Probabilmente Paolo non voleva sentirsi legato a un parti­
to nella comunità (e neppure voleva dare l ' impressione
di esserlo). In I Corinzi 9, 1 2 dice chiaramente di non aver
fatto uso di quel diritto «per non creare alcun ostacolo al
vangelo di Cristo» .
Ma perché Paolo deve difendersi dali' accusa di avere
commesso peccato (v. 7) per il fatto di avere annunziato
il vangelo di Dio gratuitamente? In che cosa consisteva
il peccato? Abbiamo visto che non solo egli accettava
offerte dai fratelli di altre comunità, ma lavorava anche
con le sue mani (l Cor. 4, 1 2) per assicurare il proprio
mantenimento. Il fatto deve aver fatto impressione, tanto
che vi accenna anche il libro degli Atti (cfr. 1 8,3. Ma solo
per un tempo, cfr. v. 5). Forse era questo lavorare che gli
veniva rinfacciato, come se fosse una mancanza di fede,
o un sottrarre tempo al lavoro apostolico, o peggio ancora
un disubbidire agli ordini del Signore, riportati in Marco
6,8 e Matteo 1 0,8b- 1 0. Paolo conosceva queste disposi­
zioni del Signore, perché le cita in I Cor. 9, 14 come un
«ordine».
La difesa di Paolo consiste anzitutto (v. 7) in una
domanda retorica: hoforse commesso peccato . ; il linguag­
. .

gio che usa (abbassando me stesso) dev ' essere quello dei
suoi critici : lavorare materialmente era considerato indeco­
roso per un intellettuale. Ma che l' abbassamento del predi­
catore serva ali ' innalzamento dei credenti corrisponde
alla struttura stessa dell' evangelo come lo ha vissuto il
Cristo e come lo vive Paolo (cfr. anche4, 1 2). «Gratuitamente»
è un' altra parola che descrive bene la natura dell' evan­
gelo e dell' apostolato, cfr. Matteo 1 0,8b: «Gratuitamente
avete ricevuto, gratuitamente date ! » .
Dopo l a domanda retorica, ecco il metodo seguito da
Paolo: la descrizione è esagerata, ma forse ho spogliato
(letteralmente: «ho saccheggiato») altre chiese è di nuovo

1 45
un'espressione usata dai corinzi per criticare l' apostolo.
Quello che importa a Paolo è affermare che a Corinto non
fu di peso a nessuno (v. 9a) e così continuerà a fare (v.
9c) . Nessuno potrà privarlo di quella soddisfazione (v.
1 0b. Il v. 1 0a è quasi un giuramento - e questo dimostra
quanto Paolo fosse eccitato).
Al v. 1 1 troviamo di nuovo una domanda retorica, e
anche in questa sembra rispecchiarsi la critica dei corin­
zi : perché non vi amo. Detto o pensato dai corinzi, potreb­
be significare: Paolo rifiuta il nostro appoggio finanzia­
rio perché non ci ama e vuol farci apparire poco genero­
si verso di lui. Per ristabilire la verità, Paolo si rimette a
Dio: Dio lo sa. Comunque (v. 1 2), Paolo non cambierà
sistema, anche perché così i suoi avversari non potranno
dire di essere uguali a lui nel farsi mantenere dalla comunità,
cosa di cui si vantano.
Altri aspetti del problema del mantenimento di Paolo
e dei suoi collaboratori li troveremo in 1 2, 1 3- 1 8 .

42. PAOLO E I «FALSI APOSTOLI» ( 1 1 , 1 3 - 1 5)

13Quei tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti,


che si travestono da apostoli di Cristo. 14Non c'è da
meravigliarsene,� erché anche Satana si traveste da
angelo di luce. 1 Non è dunque cosa eccezionale se
anche i suoi servitori si travestono da servitori di giusti­
zia; la loro fine sarà secondo le loro opere.

Paolo, dunque, non vuol mettersi sullo stesso piano di


quei predicatori che si fanno mantenere dalla comunità.
E si comporta così perché questi tali sono falsi apostoli,
operaifraudolenti, che si travestono da apostoli di Cristo
(v. 1 3). Il linguaggio è violento, tanto che alcuni commen­
tatori pensano si tratti di persone diverse dai sommi aposto­
li menzionati al v. 5 . Se i «sommi apostoli» fossero i capi

1 46
della cristianità palestinese, questi «falsi apostoli» del v.
1 3 potrebbero essere persone che si facevano passare per
loro inviati (come in Gal. 2, 1 2). Altrimenti, se si tratta
delle stesse persone bisogna pensare che l ' animo di Paolo
si è fatto più esacerbato, tanto da usare un linguaggio
molto più forte che al v. 5. L' uso del termine «operai»
per i predicatori si trova anche nei passi evangelici che
parlano della missione dei Dodici (cfr. Mt. 1 0, 1 0). Il termi­
ne «apostoli», usato due volte in questo v. 1 3 , ha un senso
generale, come in I Corinzi 9,5 ; 1 5 ,7 e altrove.
Nei vv. 14 e 15 troviamo un paragone tra i falsi aposto­
li e il tentatore: come quest'ultimo, secondo l ' apocalitti­
ca giudaica (Apocalisse di Mosè; Vita di Adamo ed Eva)
si sarebbe trasformato in angelo luminoso, così i falsi
apostoli si fanno passare per servitori (greco: diaconi)
della giustizia. Ma la loro vera identità, secondo Paolo,
è quella di servitori di Satana (v. 1 5 a) e la loro sorte sarà
quella che meritano le loro opere. Quest' ultima espres­
sione può riferirsi al travestimento accennato al v. 1 3 ,
oppure più i n generale ai guasti arrecati d a quelle perso­
ne alla vita della comunità, cfr. I Cor. 3 , 1 7a.
Qui termina il primo «discorso da pazzo» comincia­
to al v. 5. Paolo non è per nulla inferiore alla concorren­
za. Ma questo paragonarsi agli altri per evidenziare la sua
maggiore fedeltà ali ' evangelo del Cristo crocifisso è così
contraria al suo solito, che egli ha l ' impressione di parla­
re in un impeto di follia.

43 . SECONDO «DISCORSO DA PAZZO» : PROVE E SOFFE­


RENZE DI PAOLO ( 1 1 , 1 6-33)

16Nessuno, ripeto, mi prenda per pazzo; o se no,


accettatemi anche come pazzo, affinché anch'io possa
vantarmi un po'. 1 7Quel che dico quando mi vanto
con tanta sicurezza, non lo dico secondo il Signore,

1 47
ma come se fossi pazzo. 18Poiché molti si vantano secon­
do la carne, anch'io mi vanterò. 190r voi, .r.ur essen­
do savi, li sopportate volentieri i pazzi! 2 Infatti, se
uno vi riduce in schiavitù, se uno vi divora, se uno vi
prende il vostro, se uno s'innalza sopra di voi, se uno
vi percuote in faccia, voi lo sopportate. 21 Lo dico a
nostra vergogna, come se noi fossimo stati deboli;
eppure, qualunque cosa uno osi f retendere (parlo da
pazzo), oso pretenderla anch'io. 2 Sono Ebrei? Lo sono
anch'io. Sono Israeliti? Lo sono anch'io. Sono discen­
denza d' Abraamo? Lo sono anch'io. 23Sono servitori
di Cristo? Io (parlo come uno fuori di sé), lo sono più
di loro; più di loro per le fatiche, più di loro per le
prigionie, assai più di loro per le percosse subite. Spesso
sono stato in pericolo di morte. 2 4Dai Giudei cinque
volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno; 25tre volte
sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato
lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un
giorno e una notte negli abissi marini. 26Spesso in
viaggio, in pericolo sui fiumi, in pericolo per i brigan­
ti, in pericolo da parte dei miei connazionali, in perico­
lo da parte degli stranieri, in pericolo nelle città, in
pericolo nei deserti, in pericolo sul mare, in pericolo
tra falsi fratelli; 27in fatiche e in pene; spesse volte in
veglie, nella fame e nella sete, spesse volte nei digiu­
ni, nel freddo e nella nudità. 2 80ltre a tutto il resto,
sono assillato ogni giorno dalle preoccupazioni che mi
vengono da tutte le chiese. 29Chi è debole senza che io
mi senta debole con lui? Chi è scandalizzato senza che
io frema per lui? 30Se bisogna vantarsi, mi vanterò
della mia debolezza. 3 1 Il Dio e Padre del nostro Signore
Gesti, che è benedetto in eterno, sa che io non mento.
32A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto
delle guardie nella città dei Damasceni per arrestar­
mi; 33e da una finestra fui calato, in una cesta, lungo
il muro, e scampai alle sue mani.

1 48
Dopo il primo «discorso da pazzo», ecco il secondo.
Qui la «follia» si manifesta nell' adottare la tecnica degli
avversari, cioè il vanto.
La terminologia del «vantarsi» appare cinque volte in
questi versetti e domina tutto il brano. Ma è un «vanto»
tutto speciale: non è l' orgoglio per la potenza, l 'efficienza,
i successi. Invece, è il compiacimento delle sofferenze
affrontate per amore di Cristo e dell' evangelo. Queste
sono elencate, in forma di piccolo poema, dal v. 22 al v.
29. Il poema è seguito da una «coda» in prosa sullo stesso
tema (vv. 30-33) e preceduto da un preambolo (vv. 1 6-
2 1 ) che introduce il discorso.
Paolo chiede ai lettori ( 1 6) di non considerarlo «pazzo»
per quanto sta per dire - ma è anche disposto a lasciarsi
prendere (accettare) per «pazzo» pur di poter dire quello
che gli sta sul cuore, parlando non secondo il Signore,
ma secondo la carne ( 1 8), cioè alla maniera umana, per
vantarsi (vv. 1 6- 1 8) come se fosse pazzo ( 1 7) ; ma quel
che per lui è pazzia, è il modo di fare abituale dei suoi
rivali.
Il v. 19 è ironico nel fare appello alla pretesa saggez­
za dei corinzi : sopportino il suo «discorso da pazzo» come
sopportano quei pazzi che si impongono nella comunità
contro di lui ! La prova dello spirito di sopportazione dei
corinzi è al v. 20: li sopportano anche se li schiavizzano,
li sfruttano, li plagiano, li dominano, li prendono a schiaf­
fi . Queste espressioni molto energiche vanno prese in
senso figurato, non in senso materiale - salvo l ' accusa di
sfruttamento (se uno vi divora) che si riferisce al mante­
nimento e forse anche ali' alloggio.
Al v. 2 1 Paolo ammette che questa situazione si è
creata, almeno in parte, perché lui si è lasciato mettere il
piede sul collo (come sefossimo stati deboli), e di questo
si vergogna (oppure: dovrebbero vergognarsi i corinzi.
Nel greco non c'è il possessivo nostra). Ma ora, parlan­
do da pazzo, qualunque cosa uno osi pretendere, osa
pretenderlo anche lui - cioè si adegua (parlando appun­
to come se fosse pazzo) al modo di fare dei suoi rivali.

1 49
Ecco dunque le straordinarie motivazioni del «Vanto».
Seguo la struttura strofica proposta da M auri ce Carrez (con
qualche piccola modifica). L' elenco di prove, ostacoli e
sofferenze ricorda quello che abbiamo trovato in 6,8- 1 0.
La prima strofa contesta ogni superiorità dei rivali su
quattro punti : se si presentano come ebrei, come israeli­
ti, come discendenti di Abramo, Paolo può dire: Lo sono
anch 'io (v. 22). Anche lui è ebreo di razza, israelita nel
senso di appartenenza al popolo di Dio, e progenie di
Abramo con riferimento ali' elezione.
Quando poi si presentano come servitori di Cristo (v.
23), la replica di Paolo è: lo sono più di loro. Ma renden­
dosi conto di peccare d' orgoglio aggiunge: parlo come
uno fuori di sé appunto, in prospettiva paolina è un
-

discorso da pazzo.
La seconda strofa elenca quattro situazioni di crisi
attraversate da Paolo, che costituiscono il suo titolo di
superiorità sui rivali: si tratta difatiche, prigionie, percos­
se, pericoli di morte (v. 23).
La terza strofa (vv. 24-25) spiega la menzione delle
percosse e quella dei pericoli di morte: le pene corpora­
li (fustigazioni) gli sono state inflitte cinque volte dalla
giustizia giudaica (Paolo vi era ancora sottoposto, benché
fosse diventato discepolo di Cristo. La fustigazione giudai­
ca non doveva in nessun caso superare i quaranta colpi:
perciò, per evitare errori, veniva interrotta a trentanove),
tre volte invece dalla giustizia romana. Quello che sappia­
mo delle vita di Paolo non ci permette di dire dove e
quando siano accadute queste cose: solo una volta sappia­
mo che fu fustigato dai romani a Filippi (At. 1 6,22) .

Quanto ai naufragi, siamo anche ali' oscuro, perché quello


che conosciamo da Atti 27 è posteriore alla composizio­
ne di questa lista di prove e patimenti. Ma Paolo ha fatto
molti viaggi brevi o lunghi per mare, e il rischio di naufra­
gio era molto più frequente che ai nostri tempi.
La quarta strofa (v . 26) elenca pericoli corsi durante
i viaggi: traversando fiumi, assalito, fermato o contesta­
to da briganti, da connazionali (cioè giudei), da stranie-

1 50
ri: pericoli affrontati nelle città, nei deserti, sul mare, tra
falsi fratelli. Sono allusioni troppo generiche per poter­
ne precisare le circostanze: !falsifratelli potrebbero essere
quelli di Galati 2,4 o quelli che in alcuni casi lo denun­
ziarono alle autorità romane come sovvertitore.
La quinta strofa (v. 27) continua la tematica della
quarta, elencando imprecisate situazioni di pericolo, che
ricordano ciò che si legge in Filippesi 4, 1 2b («Ho impara­
to ad essere saziato e ad avere fame»), e conduce alla
sesta (v. 28) che aggiunge ai precedenti moti vi di angoscia
la preoccupazione per le comunità fondate dall' aposto­
lo. Essere apostolo significa condividere e prendere su di
sé (v. 29) la debolezza dei deboli e lo scandalo (o l' inciam­
po) di quei credenti che sono urtati nella loro fede dall' at­
teggiamento di altri che non hanno riguardi (come Paolo
esemplificherà ampiamente in Romani da 14, 1 a 1 5 ,6).
Concludendo, possiamo considerare con Carrez questo
brano un inno in sei strofe, seguendo le divisioni indica­
te finora. Ma potremmo anche considerare poetiche soltan­
to la seconda e la quarta/quinta, cioè i vv. 23 e 26-27 -
prendendo gli altri versetti come sviluppi in prosa di queste
strofette.
Questo vale sicuramente per gli ultimi quattro verset­
ti del capitolo ( 1 1 ,30-33). Lì Paolo dichiara espressa­
mente che il suo motivo di orgoglio è la sua debolezza -

precisamente la caratteristica sulla quale i rivali trova­


vano da ridire considerandola una prova della illegitti­
mità del suo apostolato. E cita come ultima prova l' epi­
sodio della sua fuga da Damasco in una cesta, per sfuggi­
re alle guardie del re Areta. Se il «falsi apostoli» ignora­
vano quest' episodio, il suo racconto fatto da Paolo stesso
avrà certamente aumentato il disprezzo che provavano
per lui !
Concludendo l' esame di questo inno dobbiamo sotto­
lineare ancora una volta che se Paolo scende controvo­
glia sul terreno del «vanto» non è per inorgoglirsi dei suoi
successi, ma per far capire di aver lavorato in ubbidien­
za al Signore in situazioni di grande pericolo e sofferen-

151
za. Alla fine di questo passo avrebbe potuto benissimo
concludere ripetendo le parole di I Corinzi 1 5, 1 0: «Per
la grazia di Dio sono quello che sono; e la grazia sua verso
di me non è stata vana; anzi, ho faticato più di tutti loro.
Non io però, ma la grazia di Dio che è in me».

44. IL «RAPIMENTO» AL TERZO CIELO ( 1 2, 1 -6)

1 Bisogna vantasi? Non è una cosa buona; tuttavia


verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2Conosco
un uomo in Cristo, che quattordici anni fa (se fu con
il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa),
fu rapito fino al terzo cielo. 3So che quell'uomo (se fu
con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4fu rapito
in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito
ali 'uomo di pronunziare. 5Di quel tale mi vanterò; ma
di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolez­
ze. 6Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché
direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi
stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.

Per capire il senso di questo brano è necessario tener


presente il contesto in cui è collocato. Paolo ha elencato
dei motivi di vanto, per non essere da meno dei suoi rivali
che erano orgogliosi della loro capacità ed efficienza e
disprezzavano la modestia della figura di Paolo e del suo
lavoro apostolico. Però, nell ' adeguarsi ai metodi dei suoi
rivali Paolo ha sempre detto che comportarsi così (cioè
vantarsi) era una follia, e ha minimizzato o messo in
ridicolo fatti e qualità a cui faceva riferimento.
Dunque anche il racconto della sua elevazione al cielo
va visto in questa prospetti va: Paolo è trascinato contro
voglia, come se fosse fuori di sé, a dire che anche lui ha
avuto delle esperienze spirituali straordinarie, come l' ele­
vazione al cielo. Ma la racconta minimizzandola e parlan-

1 52
done come se fosse una cosa trascurabile, riferita tra il
racconto inglorioso della sua fuga da Damasco ( 1 1 ,32-
33) e quello del mancato esaudimento della sua richiesta
di liberazione dalla scheggia nella carne ( 1 2,7-9). E non
solo questo: nel primo versetto valuta il ricordo e la
menzione di quest' esperienza, nel quadro del confronto
con i suoi rivali, come cosa non buona. Letteralmente
dice: «non utile» (CEI : non conviene, PAOL. : non giova
a nulla), usando la stessa valutazione usata in I Corinzi
6, 1 2; 1 0,23 ; 1 2,7. L' utilità o convenienza è sempre in
prospettiva comunitaria, mai individuale o egoistica. Il
verbo bisogna non indica un dovere richiesto da Dio o
da Cristo (come, per esempio, in Mt. 23,23c; Giov. 3,7;
At. 20,35), ma una condizione necessaria per far fronte
ai rivali davanti alla comunità (cfr. v. 1 1 : mi avete costret­
to). Il plurale (visioni e rivelazioni) sembra riferirsi non
a esperienze di Paolo, ma allo sfoggio che ne facevano i
suoi avversari. Paolo nelle sue lettere parla solo in Galati
2,2 di una visione oltre alla sua vocazione sulla strada
per Damasco, il libro degli Atti però gliene attribuisce
alcune altre (9, 1 2; 1 6,9 s . ; 1 8 ,9- 1 1 ; 22, 1 7-2 1 ; 23 , 1 1 ;
27 ,23).
Qui in II Corinzi 12 l' esperienza descritta è definita
«rapimento» (v. 2 e v. 4) con il verbo usato in Atti 8,39; I
Tessalonicesi 4, 1 7 e Apocalisse 1 2,8. Per Enoc e Elia (Gen.
5,24 e II Re 2, 1 e 1 1 ) la Bibbia greca usa altri verbi. Il
verbo è al passivo, e così sottolinea che tutto è avvenuto
ad opera di qualcun altro: di quel Signore citato alla fine
del v. l come fonte di visioni e rivelazioni. Resta indeter­
minato se fu col corpo o senza il corpo (v. 2, incertezza
ripetuta al v. 3). Il «non sapere» di Paolo su questo punto
potrebbe essere una forma di critica a quelli che davano
troppa importanza alle manifestazioni carismatiche, come
se potessero bastare da sole a legittimare un ministero di
predicazione. Lui, Paolo, non solo non se ne vanta, ma
non si preoccupa neppure di ricordare quali siano state le
modalità tecniche di quel «rapimento» . Addirittura Paolo
evita di parlare in prima persona («io fui rapito . . . »): ne

1 53
parla come se si trattasse di un altro credente (uomo in
Cristo). A gloria di quel tale sarebbe disposto a vantarsi,
ma a gloria di se stesso proprio no: di se stesso lo inorgo­
gliscono solo le sue debolezze (v. 5).
Anche ciò che udì durante il rapimento resta indeter­
minato: parole ineffabili, che non possono e non devono
essere comunicate ad altri (v. 4. L'aggettivo ineffabile si
trova nella RIV anche in Rom. 8,26; II Cor. 9, 1 5 ; I Pietro
1 ,8, ma in greco c ' è ogni volta una parola diversa, di
significato analogo).
Il solo dato concreto è che si tratta di un fatto accadu­
to (v. 2) quattordici anni prima di questa polemica di
Paolo con i suoi rivali e con i corinzi. È un' informazio­
ne insufficiente per stabilire in che anno Paolo ebbe
quell' esperienza carismatica, e del resto non è stata seri t­
ta per quello, ma solo per far capire che l' apostolo deve
andare di un bel po' indietro nella sua vita per trovare
qualcosa di cui vantarsi : non erano cose che gli capita­
vano tutti i giorni ! Il terzo cielo (v. 2) e il paradiso (v. 4)
sembrano indicare lo stesso luogo. Nel giudaismo si crede­
va all ' esistenza di numerosi cieli : tre (quello atmosferi­
co, poi quello stellare, e infine il terzo, dimora di Dio),
oppure sette, talvolta anche dieci - tutte speculazioni
ricavate dal fatto che la parola ebraica per indicare il cielo
(shammaim) esisteva solo al plurale. Se vogliamo consi­
derare il «rapimento» di Paolo al terzo cielo come un' an­
ticipazione del paradiso escatologico promesso dal Signore
a tutti i suoi fedeli, dobbiamo però osservare che il raccon­
to di Paolo non menziona un incontro con Dio o col Cristo
glorificato.
I vv. 5 e 6 riprendono dal v. l il rifiuto del vanto: Paolo
è orgoglioso solo delle sue debolezze e vuole essere giudi­
cato dalla comunità solo in base a quello che lo vede
essere o a quello che sente da lui (letteralmente: affinché
nessuno accrediti a mio favore più di quello che vede o
ode da me, v. 6). La sola cosa che Paolo vuoi vedersi accre­
ditare, è il suo servizio a Cristo e all' evangelo (cfr. 1 0, 1 7 :
Chi si vanta, si vanti nel Signore). È u n servizio che Paolo

1 54
svolge malgrado le debolezze (v. 5), perché almeno così
la fama delle sue capacità (che c' erano ! Cfr. v. 6a: se voles­
si glorianni . . . direi la verità) non si interpone fra lui e i
suoi ascoltatori. I soli carismi utili all' edificazione sono
quelli che contribuiscono all'agape (l Cor. 1 2,3 1 e poi
tutto il cap. 1 3).

45 . LA SPINA NELLA CARNE E LA PREGHIERA INESAU­


DITA ( 1 2,7- 1 0)

7E perché io non avessi a insuperbire per l'eccel­


lenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella
carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affin­
ché io non insuperbisca. 8Tre volte ho pregato il Signore
perché l'allontanasse da me; 9ed egli mi ba detto: «La
mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra
perfetta nella debolezza)). Perciò molto volentieri mi
vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la poten­
za di Cristo riposi su di me. 1 0Per questo mi compiac­
cio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecu­
zioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando
sono debole, allora sono forte.

Un' altra demolizione di ogni pretesa di orgoglio aposto­


lico, come abbiamo già visto, è l ' inciso sulla spina che
gli è stata messa (letteralmente: «data» - questo passivo
è un' allusione all'origine divina di quel tormento) nella
carne ( vv. 7 -9). Il discorso è tutto metaforico: «spina nella
carne» e «angelo di Satana che mi schiaffeggia» sono
chiaramente espressioni figurate. La sola cosa esplicita
è lo scopo cui devono servire: prevenire il pericolo di
superbia, di orgoglio. «Spina» (o «scheggia»): il greco
sk6lops può significare «palo», ma non si trova mai nella
Bibbia con quel significato. Nella Bibbia greca il signi­
ficato di «spina» è documentato da Osea 2,8; Ezechiele

1 55
28,24 e Numeri 33,55. Ma che cosa si nasconde sotto la
metafora della spina? Una malattia o imperfezione fisica
(balbuzie, epilessia, congiuntivite . . . )? Lo farebbe pensa­
re la localizzazione nella carne - ma anche questa potreb­
be far parte dell ' immagine. O un rivale che lo contesta­
va (angelo di Satana si può anche tradurre «messaggero
di Satana»)? Oppure ancora, una preoccupazione, per es.
di non aver potuto predicare efficacemente l ' evangelo ai
suoi connazionali (cfr. Rom. 1 0, 1 e 9, 1 -3)? Qualunque
cosa fosse, era certamente qualcosa che limitava l ' effi­
cacia apostolica di Paolo e gli dava motivo di non inorgo­
glirsi.
All' inizio del v. 8 bisogna sottintendere (ma non è
indispensabile): «A causa di ciò», o: «A causa di lui»
(cioè dell' angelo di Satana): è una transizione al tema
della preghiera. Questa è fatta per tre volte: il numero tre
indica che fu una preghiera ripetuta e insistente. Può anche
darsi che nel raccontare l 'episodio Paolo si limiti a tre in
ricordo della triplice preghiera di Gesù nel Getsemani
(Mc. 1 4,35-4 1 ). La richiesta al Signore è di esserne libera­
to, ma la risposta che Paolo riceve è negativa, almeno
nell' immediato. In realtà, considerata su un orizzonte più
vasto, essa è favorevole al compimento della missione
apostolica di Paolo. Se la risposta del Signore gli sia
venuta attraverso una visione, o in un momento di preghie­
ra, oppure attraverso una riflessione su testi biblici (dopo
tutto, Dio parla ai suoi mediante la Scrittura), Paolo non
lo dice. La sua attenzione è concentrata sul messaggio
ricevuto, non sul modo o la tecnica della sua appropria­
zione. Per l ' esercizio del suo apostolato, e quindi per
l 'edificazione delle comunità ( l 0,8), è sufficiente la grazia.
L' efficacia della grazia fa sì che la potenza («mia» è
un' aggiunta, del tutto logica, di varie traduzioni) si riveli
completa, perfetta, proprio nella debolezza. È lo stesso
paradosso che si è constatato nella vicenda di Gesù, croci­
fisso per la sua debolezza, ina vivente per la potenza di
Dio ( 1 3,4).
Naturalmente l ' assicurazione della sufficienza della

1 56
_grazia, in questo contesto, vale per il dono dell' aposto­
lato fatto a Paolo (cfr. Rom. l ,5 e Gal. 2,9), ma acquista
una portata più ampia per i lettori della II Corinzi, se
pensano ai di versi ambiti a cui si riferisce in questa episto­
la la parola grazia (cfr. 1 ,2; 9,8. 14; 4, 1 5 ; 8,9; 8,6.7. 1 9 ;
1 3, 1 3).
I vv. 9b- 1 0 sono la conclusione di tutto questo. Le
debolezze possono diventare per Paolo motivo parados­
sale di vanto: la rinuncia o l ' impossibilità di contare su
forze proprie lasciano posto ali ' azione della potenza di
Cristo che prende stabile dimora nell' apostolo o, lette­
ralmente, su di lui come per coprirlo con la sua ombra e
fortificare la sua azione (il verbo greco episkenoun è un
composto di quello usato in Giovanni 1 , 14: «ha abitato
per un tempo fra noi»). Le traversie (v. 1 0) subite a causa
di Cristo (cfr. 4, I l ) non sono motivo di lamento o di ribel­
lione. Sono invece accettate con gioia, perché l' aposto­
lo sa che quando è debole dal punto di vi stra umano, allora
èforte, efficace, nel suo apostolato, perché (v. 9) la poten­
za di Cristo riposa su di lui.

46. PAOLO HA DATO TUTTO SE STESSO SENZA CERCA ­


RE PROFITTI ( 1 2, 1 1 - 1 8)

1 1 Sono diventato pazzo; siete voi che mi ci avete


costretto; infatti io avrei dovuto essere da voi racco­
mandato; perché in nulla sono stato da meno di quei
sommi apostoli, benché io non sia nulla. 1 2Certo, i segni
dell'apostolo sono stati compiuti tra di voi, in una
pazienza a tutta � rova, nei miracoli, nei prodigi e nelle
opere potenti. 1 In che cosa siete stati trattati meno
bene delle altre chiese, se non nel fatto che io stesso
non vi sono stato di peso? Perdonatemi questo torto.
14Ecco, questa è la terza volta che sono pronto a recar­
mi da voi; e non vi sarò di peso, poiché io non cerco i

1 57
vostri beni, ma voi; perché non sono i tigli che debbo­
no accumulare ricchezze per i genitori, ma i genitori
per i tigli. 15E io molto volentieri spenderò e sacrifi­
cherò me stesso per voi. Se io vi amo tanto, devo essere
da voi amato di meno? 16Ma sia por così, che io non
vi sia stato di p,eso; però, da uomo astuto, vi avrei presi
con inganno ! 7Vi ho forse sfruttati per mezzo di qualcu­
no dei fratelli che vi ho mandati? 18Ho pregato Tito
di venire da voi e ho mandato quell'altro fratello con
lui. Tito ha forse approfittato di voi? Non abbiamo
noi camminato con il medesimo spirito e seguito le
medesime orme?

Termina con questo brano lo sfogo di Paolo, che non


volendosi vantare ha però, parlando da «pazzo» , mostra­
to in che cosa faceva consistere la sua fedeltà a Cristo e
la sua superiorità sui falsi apostoli . Lo ha fatto per salva­
re la sua predicazione, perché il ricordo dell' evangelo
predicato a Corinto non fosse presto dimenticato, travol­
to dalle critiche di cui era stata ricoperta la sua persona
(mentre i credenti, che avrebbero dovuto «raccomandar­
lo», cioè prendere le sue difese o sostenere la sua auten­
ticità apostolica, stavano zitti. Sul vanto della comunità
cfr. 1 , 14 e 5 , 1 2). «Benché io non sia nulla» ci lascia intra­
vedere la valutazione che davano di lui i suoi avversari :
Non è niente, non vale niente (cfr. 1 0, 1 0 . . .la sua parola
è cosa da nulla).
Ora, nel brano conclusivo dei suoi «discorsi da pazzo»,
accenna ancora a due temi del suo operato a Corinto: i
segni dell 'apostolo e il disinteresse economico. La fine
del v. 1 1 va con il v. 1 2 : si tratta ancora di rivendicazio­
ni dell' autenticità del suo servizio apostolico, Egli non è
stato in nulla da meno dei sommi apostoli ( 1 1 d), e ha
compiuto nella comunità i segni dell 'apostolo. Questa è
l ' interpretazione più probabi Ì e: Anch 'io ho compiuto
miracoli tra di voi, che potete considerare segni dell 'a­
postolo autentico. Il libro degli Atti attribuisce a Paolo
diversi miracoli : cfr. Atti 1 3 , 1 1 ; 14, 1 0; 1 5 , 1 2 ; 1 6, 1 8; 1 9, 1 1

1 58
s.; 20, 1 0 ss. ; 28,5-6.8. Questi doni carismatici lo accomu­
navano a diversi altri tipi di predicatori itineranti; quello
che lo distingueva da loro era la sua volontà di non menar­
ne vanto, di non volerli neppure menzionare. Infatti, prima
di menzionare i miracoli ricorda la pazienza a tutta prova,
che è un evidente rimando a 1 1 ,22-29. Vuoi dire che il
miracolo apostolico più grande è stata la sua pazienza, o
sopportazione, o accettazione di ogni specie di ostacolo
e di patimento. Sulla sopportazione come valore positi­
vo cfr. 1 ,6. Un' altra interpretazione possibile è: certo,
miracoli sono stati compiuti tra voi dai miei rivali, ma io
ho preferito predicare l'evangelo con infinita pazienza,
piuttosto che attirare ammiratori con segni e opere poten­
ti (esattamente come ho preferito predicare l ' evangelo
piuttosto che amministrare battesimi , I Cor. 1 , 1 3 - 1 7 e
parlare in lingue, I Cor. 14, 1 8- 1 9). Ma l ' inizio del v. 1 3
suggerisce che la prima delle due interpretazioni è prefe­
ribile. Paolo non ha dato ai corinzi un apostolato di serie
B, anche se non ritiene di doversi vantare del segni dell 'a­
postolo dati alla comunità.
C ' è stata però una diversità di trattamento, rispetto ad
altre chiese: sui corinzi Paolo non ha mai voluto pesare
economicamente. Lo ricorda al v. 1 3 in forma ironica,
come se fosse un torto fatto ai corinzi. Farà lo stesso anche
nel futuro, nella terza visita promessa al v. 14. A lui non
interessa avere denaro da loro: vuole conquistare il loro
affetto e la loro adesione all 'evangelo (cfr. Fil. 4, 1 7). A
questo fine non esita a compiere qualsiasi sacrificio (v.
1 5 ) . Che Paolo amasse la comunità risulta anche da 2,4;
6, 1 1 - 1 3 e 1 1 , 1 1 . Nel nostro passo quest' amore non sembra
essere ricambiato dai fratelli (contrariamente a 8,7).
Al v. 1 1 abbiamo trovato una delle accuse rivolte a
Paolo dai corinzi (essere una nullità). Nei vv. 1 6- 1 8 sono
menzionate altre accuse o insinuazioni più pesanti: Paolo
li avrebbe presi con inganno (v. 1 6), sfruttati (v. 1 7), e
Tito e il fratello (quello di 8, 1 8? O quello di 8,22?) che
lo accompagnava avrebbero approfittato di loro (v. 1 8).
Evidentemente i corinzi, oltre a non gradire che Paolo

1 59
non si facesse mantenere dalla comunità, sospettavano
che una parte del ricavato dalla colletta raccomandata nei
capp. 8 e 9 fosse finita nelle sue tasche e in quelle di Tito.
Il v. 1 6 è ironico (Paolo riferisce opinioni altrui, ma non
le condivide), il v. 17 e il 1 8abc sono domande retoriche
alle quali l ' unica risposta possibile è: No di certo ! Anche
la fine del v. 1 8 è una domanda retorica, ma questa volta
la risposta implicita è: Sì, certamente ! Paolo e i suoi colla­
boratori si sono comportati con un medesimo spirito e
hanno seguito le medesime orme, cioè hanno cammina­
to per la stessa strada. E ora ne sono ripagati con sospet­
tose e offensive insinuazioni.
Riprendendo l ' argomento già trattato in 1 1 ,7 ss. Paolo
ci fa capire quanto lo avesse offeso il rimprovero e i
sospetti circa la sua correttezza. Le sue intenzioni nel
rifiutare denaro dai corinzi erano pure, ma i sospetti che
suscitavano gli erano intollerabili. Né erano bastate le
precauzioni di far accompagnare Tito da uno o due creden­
ti che godevano della stima dei loro confratelli. Nelle
questioni di denaro, nessuna precauzione è superflua o
eccessiva per assicurare la massima pubblicità sui risul­
tati della raccolta e sulla gestione dei fondi ricevuti.

47 . TIMORI DI CONDOTIA IMPROPRIA DELLA COMU­


NITÀ ( 1 2, 1 9-2 1 )

19J>a tempo voi v'immaginate che noi ci difendia­


mo davanti a voi. È davanti a Dio, in Cristo, che parlia­
mo; e tutto questo, carissimi, per la vostra edificazio­
ne. 20Infatti temo, quando verrò, di non trovarvi quali
vorrei, e di essere io stesso da voi trovato quale non
mi vorreste; temo che vi siano tra di voi contese, gelosie,
ire, rivalità, maldicenze, insinuazioni, superbie, disor­
dini; 2 1e che al mio arrivo il mio Dio abbia di nuovo
a umiliarmi davanti a voi, e io debba piangere per

1 60
molti di quelli che hanno peccato precedentemente, e
non si sono ravveduti dell'impurità, della fornicazio­
ne e della dissolutezza a cui si erano dati.

Questi ultimi versetti del cap. 1 2 potrebbero anche


essere considerati l' inizio del brano successivo che si
occupa della prossima venuta di Paolo a Corinto. Preferiamo
prenderli come conclusione dei «discorsi d,a pazzo»,
perché il v. 19 fa una precisazione importante sulla natura
e lo scopo di ciò che Paolo ha scritto fino a questo punto.
I corinzi si immaginano che egli si stia difendendo davan­
ti a loro. Errore ! I capitoli 9- 1 2 non sono né volevano
essere un discorso di autodifesa. Paolo non ha fatto
l ' avvocato di se stesso anche se, «da pazzo», qualche
volta ha usato il linguaggio dei suoi rivali e ha menzio­
nato alcuni motivi di vanto. È davanti a Dio, in Cristo
che ha parlato fino a questo punto : cioè in comunione
col Signore e sottoponendosi al giudizio di Dio, non a
quello degli uomini (cfr. I Cor. 4,4). E il suo scopo non
è di rabbonire i suoi contestatori , ma di edificare la
comunità (cfr. 1 0,8).
E di edificazione ne ha gran bisogno la chiesa di Corinto.
Paolo sa benissimo (anche se gentilmente dice che è
soltanto un suo timore), sa benissimo che tra loro ci sono
contese, gelosie, ire, rivalità, maldicenze, insinuazioni,
superbie, disordini: una comunità molto umana, che
somiglia a tante comunità del nostro tempo. Paolo teme
di trovare tutte queste cose a Corinto, quando ritornerà.
Questo significa non trovare i fratelli come lui li vorreb­
be (20a), e per conseguenza doversi mostrare a loro come
non lo vorrebbero vedere: mostrarsi come un apostolo
che li rimprovera e minaccia (cfr. 1 3 , 1 0).
La prospettiva che attende Paolo quando arriverà di
nuovo a Corinto (v. 2 1 ) non è delle più rosee. Anche se
verrà con severità, l ' arroganza di una parte almeno dei
fratelli sarà per lui motivo di umiliazione e di pianto.
Anzi, l 'origine di questa umiliazione Paolo la vede in Dio
stesso, che con l'esempio di Cristo gli ha mostrato la via

161
di un servizio apostolico fatto non di trionfi ma di soffe­
renza e di abbassamento (cfr. le liste di patimenti aposto­
lici dei capp. 6 e 1 1 e il racconto della spina nella carne
in 1 2,7) .
Chi farà piangere maggiormente l' apostolo saranno
quelli che hanno peccato precedentemente e non si sono
ravveduti. Costoro saranno la dimostrazione del falli­
mento dei suoi tentativi di riportarli sulla buona strada.
L' allusione sembra essere a problemi che esistevano già
all ' epoca della I Corinzi e che avevano dato motivo a
Paolo di scrivere lì alcune energiche pagine.

48. MINACCE, ESORTAZIONI, SPERANZE E PROMES­


SE RELATIVE ALLA PROSSIMA VISITA DI PAOLO A
CORINTO ( 1 3 , 1 - 1 0)

1Questa è la terza volta che vengo da voi. Ogniparola


sarà confermata dalla bocca di due o tre testimoni. 2Ho
avvertito quand'ero presente tra di voi la seconda volta
e avverto ora, che sono assente, tanto quelli che hanno
peccato precedentemente, quanto tutti �li altri, che, se
tornerò da voi, non userò indulgenza, dal momento
che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che
non è debole verso di voi, ma è potente in mezzo a voi.
4Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza; ma vive
per la potenza di Dio; anche noi siamo deboli in lui,
ma vivremo con lui mediante la potenza di Dio, per
procedere nei vostri confronti. 5Esaminatevi per vedere
se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non ricono­
scete che Gesù Cristo è in voi? A meno che l'esito della
prova sia negativo. 6Ma io spero che riconoscerete che
la prova non è negativa nei nostri confronti. 7Preghiamo
Dio che non facciate alcun. male; non già perché risul­
ti che noi abbiamo ragione, ma perché voi facciate
quello che è bene, anche se noi dovessimo apparire

1 62
riprovati. 8Infatti non abbiamo alcun potere contro la
verità; quello che possiamo è per la verità. 9Ci ralle­
griamo quando noi siamo deboli e voi siete forti; per
�uesto preghiamo: per il vostro perfezionamento.
Perciò vi scrivo queste cose mentre sono assente,
affinché, quando sarò presente, io non abbia a proce­
dere rigorosamente secondo l'autorità che il Signore
mi ha data per edificare e non per distruggere.

Il preannunzio della prossima, terza visita di Paolo a


Corinto fornisce all' apostolo l' occasione per esortare
ancora una volta i suoi lettori a esaminare se stessi (v. 5)
per vedere se possono ancora riconoscersi cristiani: in
questo caso i due test («essere nella fede» e «Cristo in
voi») sono da prendere più in senso collettivo, comuni­
tario, che in senso individuale. È la comunità di Corinto
che deve esaminarsi. Perché se l 'esito della prova fosse
negativo (v. 5, ultime parole. Questa traduzione rende il
senso del greco meglio di «a meno che siate riprovati»
della vecchia RIV; il contesto parla di esami) al suo arri vo
Paolo intende procedere con la massima serietà. La secon­
da metà del v. l ricorda Deuteronomio 19, 1 5 , senza però
dargli il valore di una vera e propria citazione (manca una
formula introduttiva) : Paolo potrebbe aver considerato le
sue due (e presto tre) visite a Corinto come testimonian­
ze a carico dei corinzi, o avvertimenti (oggi diremmo:
diffide). Oppure è il preannunzio di un vero e proprio
processo che Paolo intende fare alla comunità, con tutte
le regole processuali (due o tre testimoni). Questo sembra
confermato dal v. 2, con la minaccia di non usare indul­
genza né coi colpevoli del passato né con gli altri . Anche
alla fine del v. 4 minaccia di procedere con autorità nei
loro confronti con la potenza che gli viene dalla comunio­
ne col Risorto, e al v. lO aggiunge l' avverbio rigorosa­
mente. Però indica il senso di questo suo agire: il Signore
gli ha dato quell' autorità per edificare e non per distrug­
gere (cfr. 1 0,8). L' esercizio della disciplina nella comunità
deve sempre avere lo scopo dell' edificazione: deve essere

1 63
«costruttivo». Altrimenti rischia di essere vendicativo,
oppure eccessivamente selettivo, buttando fuori dalla
chiesa tutti quelli che non sono d' accordo o non sono
abbastanza pii, invece di tendere all' unità nel pluralismo
delle opinioni , e al ricupero di eventuali colpevoli .
Anche se fa riferimento a quelli che hanno peccato
precedentemente (che potrebbero essere i colpevoli menzio­
nati nella I Corinzi), il nocciolo della questione rimane
però sempre quello che sta dietro ai capp. 1 0- 1 3, per non
dire a tutta la II Corinzi: l ' autenticità e legittimità dell'a­
postolato di Paolo, messe in questione dai fedeli (cfr. v.
3 : cercate una prova che Cristo parla in me). E il pomo
della discordia (o, se si preferisce, il motivo della diffi­
denza) è sempre la debolezza di Paolo, perciò egli insiste:
certo, noi siamo deboli (v. 4), ma lui, Cristo, non è debole
verso di voi, ma è potente in mezzo a voi (v. 3b). Ecco
quello che conta: che attraverso la debolezza del predi­
catore si manifesti nella comunità (in mezzo a voi) la
potenza di Cristo (cfr. 1 2,9).
E Paolo, applicando a se stesso la terminologia scola­
stica usata al v. 5 per i corinzi, esprime la speranza (v. 6)
che la prova non sia negativa neanche per lui: se i membri
della comunità sono nella fede, se Cristo è in loro, vuoi
dire che il ministero di predicazione e di edificazione
svolto da Paolo è stato positivo e che i corinzi ricono­
sceranno che anche lui non è stato bocciato all' esame.
Insomma, quella prova tanto cercata dai corinzi, che l' apo­
stolato di Paolo è autentico e legittimo, non può essere
data da altro che dagli effetti che la predicazione dell 'e­
vangelo produce sulla vita della comunità.
Ma il v. 7 mette i punti sulle i: Paolo desidera forte­
mente, anzi prega Dio per i corinzi, che facciano il bene
e non il male - ma lo vuole per amor loro, non perché ciò
costituisca una prova che lui «ha passato l ' esame» (RIV:
che noi abbiamo ragione) . A lui non importa affatto di
salvare la sua reputazione. Quello che gli importa, è che
i corinzi facciano quello che è bene - anche se lui doves­
se essere bocciato ali ' esame.

1 64
Il v. 8 è una digressione, e ha l ' aspetto di una massi­
ma sapienziale in due parti, una negativa e una positiva.
Ma non si tratta di sapienza generica: la verità dev' esse­
re (come in 4,2 e 6,7) l' evangelo. All' evangelo non si può
contrastare. Anzi, i risultati positivi sono merito dell'e­
vangelo. Ma di chi si parla in questo versetto? Il «noi» si
riferisce a Paolo, o alla comunità di Corinto? Quest' ultima
ipotesi è più probabile: se i corinzi fanno il bene (v. 7),
se sono forti e si può guardare con fiducia al loro perfe­
zionamento (v. 9), è una vittoria della verità dell' evan­
gelo, al quale non possono opporsi e che non possono
sostituire con altri evangeli diversi (cfr. 1 1 ,4 ). Ma è chiaro
che tutto quello che il v. 8 dice, vale anche per Paolo. Per
questo parla col «noi» e non col «voi».
Paolo è consapevole degli equi voci e dei pericoli che
potrebbero sorgere se si presentasse con atteggiamenti
energici, da superapostolo: un ascolto genuino e una
conversione autentica sono più probabili quando si presen­
ta con aspetto e tono di voce dimessi : la potenza dell' e­
vangelo si dimostra attraverso la sua debolezza. Per questo
si rallegra di essere debole, specialmente se il risultato è
che i suoi ascoltatori siano forti nella fede e nell' impe­
gno. E questo egli chiede a Dio in preghiera. Il perfezio­
namento non implica un ideale di «perfezionismo», bensì
una condizione di efficienza, di normalità, di conformità
allo scopo: i discepoli di Gesù rammendavano le reti sulla
spiaggia (Mc. l , 19 lo dice col verbo che corrisponde a
questo termine) perché fossero adatte allo scopo. Il GLNT
suggerisce che qui Paolo preghi per la fermezza interio­
re e l ' impegno della comunità.
Nel v. l O, che chiude il brano, Paolo riprende il contra­
sto fra presente e assente già usato in 1 0, 1 -2: se ascolta­
no quello che scrive da lontano (mentre è assente), egli
non avrà bisogno di fare processi o di imporre la sua
autorità quando sarà presente. Il Signore gli ha dato
autorità per edificare e non per distruggere (su edifica­
re cfr. la nota a 1 0,8).

1 65
49. ESORTAZIONI FINALI, SALUTI E B ENEDIZIONE
( 1 3 , 1 1 - 1 3)

1 1Del resto, fratelli, rallegratevi, ricercate la perfe­


zione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento,
vivete in pace; e il Dio d'amore e di pace sarà con voi.
1 2 Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio. Thtti
i santi vi salutano. 13La grazia del Signore Gesu Cristo
e l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo
siano con tutti voi.

Stupisce non poco, ali' inizio del v. 1 1 , la prima esorta­


zione: fra telli rallegratevi! Dopo tutto quello che abbia­
,

mo letto nei capp. 1 0- 1 3 ci aspetteremmo un: Piangete ! ,


pentitevi ! E per questo s i può dubitare che i vv. l l - 1 3
siano l a conclusione della lettera polemica contenuta (in
tutto o in parte) in quei capitoli. I vv. 1 1 - 1 3 potrebbero
essere la conclusione della lettera di riconciliazione, e
starebbero benissimo alla fine del cap. 7 o del cap. 9. I
capp. l 0- 1 3 potrebbero essere stati inseriti tra la fine del
cap. 9 e questa chiusa epistolare.
D' altro canto, colpisce che la seconda esortazione:
ricercate la peifezione, sia fatta con il verbo da cui deriva
il vostro peifezionamento alla fine del v. 9. Pensando alle
reti " dei pescatori, citate a proposito di 1 3 ,9 si potrebbe
tradurre: rimettetevi in ordine, oppure: lasciatevi rimet­
tere in ordine. L' uso dello stesso concetto nei vv. 9 e 1 1
è un buon argomento per pensare che i vv. 1 1 - 1 3 siano
stati dettati dopo i vv. 9- 1 0. Le esortazioni a metà del v.
1 1 (abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace) si
adattano benissimo a quello che abbiamo letto finora negli
ultimi quattro capitoli. In fondo, quanto più Paolo si avvici­
na alla fine del capitolo, tanto più notevoli sono le affer­
mazioni positive e di sper�nza: cfr. i vv. 6, 7a, 7c, 9, 10
(le ultime parole).
L'esortazione successiva (siate consolati) può anche

1 66
essere tradotta (forse meglio) con «incoraggiatevi» (TILC
e PAOL.), o: «fatevi coraggio a vicenda» (CEI).
La conclusione del v. 1 1 è più liturgica del resto del
versetto. Ma la formula completa non è mai usata altro­
ve da Paolo. Dio di pace si trova invece in Romani 1 5 ,33 ;
1 6,20; Filippesi 4,9 e in alcuni altri passi. Sarà con voi è
diverso da «sia con voi»: è una promessa più che un
augurio. Ma non bisogna trasformare i cinque imperati­
vi precedenti in condizioni per sperimentare la comunio­
ne con Dio. È vero invece il contrario: nella misura in cui
il Dio della pace e dell' amore sarà con loro, essi potran­
no portare frutti di gioia, pace, unità di pensiero, confor­
to reciproco. Questa concordia sarà suggellata con il santo
bacio che nelle comunità primitive era un vero e proprio
momento del culto (come il «saluto di pace» in certe
chiese di oggi ). Il v. 1 2b, che comunica ai lettori il saluto
di tutti i santi (cioè di tutti i fratelli - presumibilmente
del posto dal quale Paolo sta scrivendo, cfr. I Cor. 1 6,20
dove c ' è «fratelli» invece di santi) - interrompe il filo del
discorso che va da 1 1 a 1 3 passando per 1 2a.
La benedizione del v. 13 ha forma trinitaria nel senso
che menziona Dio, Cristo e lo Spirito. Ma non sviluppa
la problematica trinitaria dei secoli seguenti, che si interes­
savano teoricamente dei r:apporti fra le tre persone della
Trinità. Qui invece si menziona l' amore di Dio, non la
sua paternità; la grazia del Signore Gesù Cristo, non il
fatto che fosse Figlio. È anche difficile capire bene il
senso delle tre parti del versetto. In 1 3a e in 1 3b il Signore
Gesù Cristo e Dio sono la fonte rispettivamente della
grazia e dell' amore: l' apostolo augura ai suoi lettori di
avere costantemente nella loro vita l' amore che è dato da
Dio e la grazia (cioè la misericordia perdonatrice e salva­
trice) che è profusa sui credenti senza merito alcuno da
colui che è venuto «non per essere servito, ma per servi­
re e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti»
(Mc. 1 0,45).
La grazia del Signore Gesù Cristo è menzionata al
primo posto: è attraverso la grazia redentrice che si può

1 67
diventare partecipi dell' amore di Dio e della potenza dello
Spirito Santo.
Nella terza parte del v. 1 3 è difficile che lo Spirito
Santo sia la fonte della comunione (in questo caso, si
dovrebbe intendere: la comunione fraterna che è data
dallo Spirito santo). È più probabile che si tratti invece
della «partecipazione» allo Spirito santo. Infatti la parola
comunione (greco koinonfa) ha questo significato in molti
passi delle epistole (Fil. 1 ,5 : partecipazione al vangelo;
Filem. 6: la tua partecipazione alla fede; I Cor. 1 0, 1 6 :
comunione con il sangue, comunione con il corpo di
Cristo; 1 0, 1 8 : comunione con l' altare; Filipp. 2, 1 : comunio­
ne di Spirito; cfr. anche I Pietro 4, 1 3 e 5, 1 ).
Con quest' ultimo versetto, che è diventato nelle litur­
gie cristiane una formula abituale di benedizione, Paolo
affida la comunità di Corinto alla grazia del Signore e
ali' amore del Padre, e le augura di sperimentare la ricchez­
za dei doni dello Spirito santo. Quale migliore conclu­
sione per una lettera così piena di tensioni e di conflitti?

1 68
DUE CONCLUSIONI

Giunti alla fine del nostro cammino attraverso la II


Corinzi , vogliamo ancora soffermarci su due punti già
toccati in precedenza: il modo in cui si è formato questo
scritto biblico, e il significato che ha ancora per noi .

l . La II Corinzi e noi

Nella I Corinzi l' apostolo parla più della comunità e


dei suoi problemi, che di se stesso. Nella II Corinzi si ha
l ' impressione che parli più di se stesso e dei suoi proble­
mi (le sue delusioni, le sue sofferenze, i suoi contrasti . . . )
che della comunità.
Quest'impressione è sbagliata. Quando Paolo parla di
sé, lo fa come araldo dell' evangelo: a lui è stata affidata
la proclamazione del messaggio della riconciliazione per
tutti gli umani, siano essi giudei, siano essi gentili (pagani).
Non è la sua persona che lo preoccupa, ma la missione
che Cristo gli ha affidato.
Il cuore dell' epistola sono i capitoli 3-6: lì Paolo si presen­
ta come servitore di un nuovo patto, che ha le sue radici
nello Spirito (3 ,6) e ha come frutto la libertà cristiana (3, 17).
Proclamare il nuovo patto è predicare Cristo Gesù qual
Signore (4,5): questa predicazione, che illumina i cuori di
chi la riceve con fede, è paragonabile all' irruzione della
luce che squarciò le tenebre prirnitive all' inizio della creazio­
ne (4,6). Dunque la predicazione dell' evangelo ha un'effi­
cacia vivificante e rinnovatrice (3, 1 8 ; 4, 1 6; 5 , 1 7 ; 5,2 1 c).
La consapevolezza di questa missione dà ai predica-

1 69
tori dell'evangelo una grande franchezza (3, 1 2) e li aiuta
a non perdersi d' animo (4, 1 ), anche se sanno che il tesoro
dell' evangelo è contenuto in poveri vasi di terra: le loro
persone, con il peso delle limitazioni della natura umana
(4,7). Ma i pericoli, le limitazioni, le sofferenze degli
strumenti umani non tarpano le ali alla potenza dell' e­
vangelo, che è fonte di vita per chi lo riceve (4, 1 2).
Questa ferma convinzione spinge i predicatori dell' e­
vangelo a esortare nel nome di Cristo: «Siate riconciliati
con Dio ! » (5 ,20) e a dire: «Eccolo ora il giorno della salvez­
za !» (6,2).
Tutta la II Corinzi ruota intorno a questi capitoli centra­
li, fin dall' inizio dove Paolo descrive le sue speranze, le
sue preoccupazioni e la sua gioia (capp. l , 2 e 7). Anche
i capp. l 0- 1 3 vanno visti in questa prospettiva: Paolo non
si preoccupa del suo prestigio, o del trionfo del suo aposto­
lato su quello dei suoi avversari : ciò che lo preoccupa è
la proclamazione dell' evangelo - che come abbiamo visto
è creatore di vita, di rinnovamento, di riconciliazione.
L' evangelo deve essere annunziato ad ogni costo, con
fedeltà, con impegno e con disinteresse.
I membri della comunità di Corinto - e anche i letto­
ri di oggi - sono chiamati a prendere coscienza che l' ascol­
to dell' evangelo è in certo qual modo una anticipazione
dei giorni ultimi (6,2), grazie alla quale i credenti sono
già delle nuove creature (5 , 1 7). Per questo Paolo non
risparmia le critiche a tutto ciò che sa di vecchio, di pecca­
minoso, nella vita dei credenti e della comunità.
La II Corinzi ci invita a far risplendere nel nostro
«oggi» e nelle nostre situazioni la luce dell' evangelo,
perché abbia anche in noi e nelle nostre comunità l ' effet­
to dirompente che secondo Paolo aveva (o doveva avere)
nella comunità di Corinto.

1 70
2. La II Corinzi come unità letteraria

Una parola finale, ora, sulla nascita della II Corinzi 1 -


1 3 con i molteplici stati d' animo di Paolo che si riflettono
nelle sue pagine. Leggendo e commentando i tredici capito­
li abbiamo osservato la varietà di tematiche e di «umore»
che si riflette nel testo (cfr. pp. 6 1 s., 65 s., 69 s., 1 33 s.):
bruschi cambiamenti di stato d'animo, interruzioni del
discorso su un argomento per riprenderlo, talvolta, più
avanti, rapporti con la comunità ispirati ora ali' affetto, ora
alla deplorazione. Talvolta la fraternità più affettuosa lascia
improvvisamente il campo al1a freddezza e ai rimproveri.
C'è chi ha cercato una soluzione a questi enigmi «nel tempe­
ramento, nella ricchezza caratteriale, neli' eccitabilità, nella
ruvidezza dell'apostolo, oltre che nella confusione della
situazione che in molti dettagli ci rimane ancora in defini­
tiva sconosciuta» (0. Kuss).
Ma è anche possibile che gli stati d' animo così diver­
si che troviamo in questi tredici capitoli appartengano a
momenti diversi e riflettano fasi diverse del rapporto di
Paolo con la comunità.
L' apologia del ministero apostolico sviluppata da 2, 1 4
a 6, 1 3 e poi ancora d a 7 , 2 a 7,4 riflette l a necessità di
spiegare bene la natura e la funzione del ministero aposto­
lico e di ribadire l' appello a lasciarsi rinnovare dall' e­
vangelo e riconciliare con Dio. Forse faceva parte di
questa lettera il primo appello a favore della colletta (cap.
8).
Il brano biografico che va da 1 , 1 2 a 2, 1 3 e si conclu­
de in 7,5- 1 6 documenta l' ottimo lavoro svolto da Tito e
l' avvenuta riconciliazione fra apostolo e credenti di Corinto.
Il secondo appello per la colletta (cap. 9) potrebbe aver
fatto parte di questa lettera.

171
L'atmosfera cambia completamente nei capitoli polemi­
ci (da 1 0 a 1 3 ). Qui la difesa dell' apostolato svolto da Paolo
e la critica rivolta ai suoi avversari sono durissime e ai
limiti della ragionevolezza (Paolo stesso dichiara di parla­
re come se fosse fuor di senno). Molti vedono in questi
quattro capitoli la parte principale della «lettera scritta con
molte lacrime» menzionata in 2,4. Ma il loro contenuto
rivela un Paolo furibondo, più che un Paolo piangente.
Il nostro problema non è tanto di decidere se la lettera
di 2,4 possa identificarsi con questi ultimi capitoli, quanto
piuttosto di stabilire in che ordine siano state scritte le varie
parti della II Corinzi. Ne abbiamo parlato nell'Introduzione
(pp. 33-35). Se i capp. 1 0- 1 3 sono l' ultima cosa scritta da
Paolo ai corinzi, la storia dei rapporti fra Paolo e i corinzi
si sarebbe conclusa con una rottura irrimediabile.
Se invece i capp. l 0- 1 3 riflettono uno stadio interme­
dio di questi rapporti, e la lettera di riconciliazione ( 1 , 1 2
- 2, 1 3 + 7,5- 1 5) è posteriore a quella polemica, alla fine
sarebbe tornato il sereno . . .
È difficile essere certi d i come s i siano svolte effetti­
vamente le cose. Usare l ' epistola allo scopo di ricostrui­
re l ' esatto svolgimento dei fatti nella loro successione
cronologica è legittimo, ma non rende giustizia allo scopo
per cui è stata scritta (o sono state scritte le sue varie
parti). Ciascuna di queste parti ha un messaggio valido
anche oggi, e distinguere le situazioni e le cause che hanno
portato a seri verie è utile per interpretare i vari passi tenen­
do conto delle circostanze e dello stato d' animo dell'a­
postolo, e della tematica del contesto.
Certo, rimane sempre la possibilità che Paolo abbia
scritto la II Corinzi a singhiozzo, con settimane o mesi di
intervallo tra una sezione e l' altra. Questo potrebbe spiega­
re fino a un certo punto il cambiamento di umore e la di ver­
sità degli appelli rivolti ai lettori. Ma a me sembra logico
che nei tre anni trascorsi a Efeso (dopo aver passato un
anno e mezzo a Corinto) Paolo abbia scritto ripetutamen­
te a quella comunità dai molti problemi, e sia ritornato più
di una volta nella città. Dobbiamo essere molto ricono-

1 72
scenti che di questi scambi di visite e di lettere siano rimaste
tante tracce, nella I e II Corinzi : tracce in parte frammen­
tarie, ma abbastanza significative per ricostruire lo sfondo
umano e la posizione di fede su cui si stagliano i rapporti
di Paolo con la comunità e con i predicatori rivali.
Se le nostre comunità hanno dei punti in comune con
quella di Corinto, la predicazione di Paolo potrà essere
ascoltata da noi con profitto e con riconoscenza.

1 73
INDICE DEI PASSI BIBLICI

ANTICO TESTAMENTO Giosuè

22,33 47
Genesi

1 ,2-4 91 Giu dici


5,24 1 53
24,48 47 5,2-9 48

Esodo l Samu e/ e

20,2 80 1 6,7 1 07
31,18 77
3 3 ,20 87
34 84 Il Samu ele
34,29-30. 35 83
34,30-35 84 7, 1 4 1 15

L evitico Il Re

1 9, 1 9 1 15 2, 1 . 1 1 1 53
26, 1 2 1 15

Salmi
Numeri
66,8 48
3 3 ,55 1 56 68,27 48
1 03 , 1 -2.20-22 48
1 04, 1 . 35 48
Deutero nomio 1 1 2,9 1 29
1 1 6, 1 0 96
5,6 80
8,10 47
19,15 1 63 Prov erbi
22, 1 0 1 15
25,4 28 1 1 ,24 1 29

1 75
9, 1 2 1 53 3,3 1 84
1 3 , 1 -3 75 4 80
1 3,2-3 44 4,3.5.9.22 79
1 3, 1 1 158 5,1 1 09
1 4, 1 0 158 5,3 51
1 4,27 59 5,3 s. 98
15,12 158 5,6 1 04
16 61 5,8 1 04
1 6,6-8 53 5,12 1 04
1 6,6 - 1 7 , 1 5 121 6,3 54
1 6,8 . 59 6,23 64
1 6,9 s. 1 53 7,6 84
1 6, 1 8 158 7 , 1 0a 83
17 61 7, 1 2 80, 83
18 1 5 , 1 6, 23, 34 8,2 82, 88
1 8,3 145 8,3 82
1 8,5 145 8,5 99
1 8,9- l l 1 53 8, 1 1 82
1 8,27 75 8, 1 8 98
19 49 8,23 1 00
1 9, 1 - 1 2 19 8,26 1 54
1 9, 1 1 s. 158 8,28 9 8 , 1 04
1 9 ,23-4 1 49 9, 1 -3 1 56
20 16 l O, l 1 56
20, 1 49 1 0,4 85
20,2 16 1 1 ,7 85
20,2-3 23, 24, 33, 34, 1 34 12 86
20,6- 1 2 59 1 2,2 86
20, 1 0 ss. 1 59 14, 1 - 1 5,6 151
20, 1 7 49 1 5,20 1 39
20,35 1 53 1 5 ,20b 1 40
22, 1 7-2 1 153 1 5,23 1 39
23, 1 1 1 53 1 5 ,24 140
27 22 1 5,26 1 25
27,23 1 53 1 5,27 1 25
28, 1 - 1 6 22 1 5,33 1 67
28,5-6.8 1 59 16, 1 44
1 6, 1 -2 75
1 6,5.23 13
Romani 1 6,20 1 67
1 6,22 12
1 ,5 44, 1 57 1 6;25 90
1,13 53
1,16 83
2, 1 6 90 l Corinzi
3,3 84
3,19 82 l -4 1 44

1 77
1,11 17, 1 8 9, 1 -3 1 8, 7 5
1 , 12 17 9,3 18
1 , 1 3- 1 7 1 59 9,4.5 28
1 , 1 7-3 1 27, 1 05 9,4- 1 4 91
1,18 72, 1 08 9,5 1 47
1 ,22-23 111 9,6.7 28
1 ,28 84 9,9 28
1 ,29 1 05 9, 1 2 28, 9 1 , 1 45
1 ,3 1 5 1 , 1 40 9, 1 3 28
2, 1 - 1 3 27 9, 1 4 28, 1 45
2,2-5 111 9, 1 5 28
2,6 84 9, 1 8 28
2,6.8 90 9, 1 9 91
2,9 1 04 1 0, 1 6 1 68
3 1 10 1 0, 1 8 1 68
3 ,9 1 10 1 0,23 27, 1 5 3
3, 1 1 76 1 1 ,25 81
3, 1 6 1 16 12 18
3, 1 6- 1 7 137 1 2,7 153
3, 1 7a 1 47 1 2, 3 1 1 55
3,2 1 51 13 1 6 , 27, 1 55
4,4 51, 161 1 3 ,8 83
4,4c 89 1 3, 1 1 84
4,6.7 16 13,12 52
4,9 72 1 4, 1 -25 27, 28
4, 1 0 16 1 4, 1 8 1 05
4, 1 2 144, 1 45 1 4, 1 8- 1 9 159
4 , 1 4- 1 5 18 1 4, 1 9 1 05
4, 1 4-2 1 19 1 5 , 3-4 1 04
4, 1 6 19 1 5 ,7 1 47
4, 1 7 19 15, 10 5 1 , 74, 1 52
4, 1 8- 1 9 17 1 5 ,24.26 84
4,2 1 17 1 5, 3 1 51
5,1 17 1 5 ,32 49
5,6 1 6, 5 1 1 5 ,5 3 -54 1 00
5 ,9 75 1 6, 1 -2 20
5,9- 1 1 56 1 6, 1 -4 2 1 , 1 22
6 17 1 6,3-4 20
6, 1 2 2 7 , 1 53 1 6,5-6 23, 24
6, 1 3 84 1 6,9 59
6, 1 9 1 16 1 6,9- 1 0 75
7 18 1 6, 1 0 19
7, 1 18 1 6, 1 4 16
7,3 1 97 1 6, 1 5 16
8 18 16, 1 6 1 6, 1 1 0
8,3 1 04 16, 17 18
9 29 16, 1 9 1 3, 1 8

178
1 6,20 1 67 1 , 17 91
1 6,2 1 12 1 ,20-26 49
1 ,23 1 02
1 ,29 s. 98
Galati 2, 1 1 68
2,6-7 1 36
l 75 2,7-8 32
1 ,4 1 07 2,2 1 91
1 ,7 64 3, 1 0 48
1 ,7-9 30, 3 1 3,19 90, 99
1 ,8-9 1 42 4,9 1 67
1,15 s. 91 4, 1 0- 1 9 1 22
2, 1 .3 20 4, 1 0-20 1 44
2, 1 - 1 0 1 43 4, 1 2b 151
2,2 153 4, 1 5 1 14
2,4 29, 1 5 1 4, 1 7 1 59
2,7.9 30 4, 1 8 72
2,8 1 40
2,9 1 40, 1 43 , 1 57
2, 1 0 20, 1 2 2 Coloss esi
2, 1 2 29, 1 47
2, 1 2- 1 4 30 2, 1 5 71
2, 1 5 - 1 6 91 4,3 59
2,20 48, 87 4, 1 6 12
3,1 1 14
3 , 1 -4 1 09
3, 1 3b 1 09 l Tessalon icesi
3 , 1 4a 1 09
3,17 84 3,2 1 10
3,27 54, 1 00 4, 1 5 1 40
3 ,27 s. 101 4, 1 6 101
5 , 1 -4 30 4, 1 7 153
5, 13c 91 5 ,27 Il
6, 1 3 51
6, 1 4 51
6, 1 3 . 1 5 30 Filemon e

6 1 68
Efesini 8 84

1 ,3 ss. 47
3,12 84 l Pietro

1 ,3 ss. 47
Filippesi 1 ,8 1 54
4, 1 3 1 68
1 ,5 1 68 5, 1 1 68

1 79
5,3 54
5,8 59
Apocalisse

Il Pi etro 1 2,8 1 53
2 1 ,4 98
2, 1 6 90 2 1 ,5 1 07

1 80
INDICE

Lista delle abbreviazioni 5

Introduzione alla Il Corinzi 11

Tappe della vita di una lettera apostolica 11


Rapporti di Paolo con i credenti di
Corinto 15
Gli ambasciatori d i Paolo a Corinto 19
Quanti furono i viaggi d i Tito d a Efeso a
Corinto? 21
I rapporti di Paolo con Corinto dopo la
I Corinzi 22
Elementi polemici nella II ai corinzi 24
Le croci di Paolo: incomprensioni
all ' interno e rivalità dall' esterno 27
Quale fu l' esito del conflitto fra Paolo e
i cristiani di Corinto? 33
Qual è il volto della comunità di Corinto
che si riflette nella seconda epistola? 35
Questo libro 38
Sommario dell ' opera 39

181
COMMENTO 41

l. Intestazione della lettera ( 1 , 1 -2) 43

PARTE PRIMA
RAPPORTI TRA PAOLO E LA COMUNITÀ
CORINZIA 45

2. Le sofferenze e le consolazioni vissute


da Paolo si ripercuotono sulla comunità
( 1 ,3-7) 47
3 . Prove e liberazioni d i Paolo i n Asia
( 1 ,8- 1 1 ) 48
4. Come Paolo giudica i suoi rapporti
con la chiesa di Corinto nel recente
passato ( 1 , 1 2- 1 4) 50
5 . Paolo spiega perché h a rinunziato a
fare una seconda visita burrascosa
( 1 , 1 5 - 2,2) 52
6. La visita promessa è sostituita
dall' invio di una lettera scritta fra le
lacrime (2,3 -4) 55
7. Qualche accenno alla visita burrascosa
o intermedia e ai suoi riflessi nella vita
della comunità (2,5- 1 1 ) 57
8. Una ulteriore prova delle
preoccupazioni di Paolo per i fratelli
di Corinto: il suo stato d' animo a
Troas (2, 1 2- 1 3) 59
9. L' incessante preoccupazione di Paolo
è attenuata dall' arrivo di Tito e dalle
notizie che porta da Corinto (7 ,5-7) 60

1 82
1 0. Effetti della lettera penosa (7,8- 1 3 ) 62
1 1 . I buoni rapporti di Tito con i corinzi
(7, 14- 1 5) 65
1 2. Conclusione: la fiducia di Paolo nei
corinzi (7, 1 6) 66

PARTE SECONDA
ESALTAZIONE DEL MINISTERO
APOSTOLICO 67

Prima sezione (2, 1 4 - 4,6)


L' apostolo fa conoscere Dio in Cristo 71
1 3 . Carattere escatologico del ministero
apostolico (2, 1 4- 1 7 ) 71
14. I corinzi, «lettera di Cristo» (3, 1 -3) 74
1 5 . La fiducia e la capacità di Paolo
come apostolo (3 ,4-6a) 78
1 6. Paolo ministro del nuovo patto
(3,6b- 1 6) 79
1 7 . La gloria del Signore e la gloria dei
redenti (3, 1 7- 1 8) 86
1 8. Riepilogo dell' insegnamento
sull' apostolato (4, 1 -6) 88
Osservazioni conclusive sulla prima
sezione (2, 14 - 4,6) 92

Seconda sezione (4,7 - 7,4) 94


Il messaggio della riconciliazione in Cristo
portato attraverso le contraddizioni
dell'esistenza apostolica 94

1 83
PRIMO RAGIONAMENTO
La potenza vivificante dell ' evangelo,
antidoto al prevalere della debolezza
(4,7 - 5 , 1 0) 94
1 9. La forza nella debolezza (4,7- 1 2) 94
20. La speranza che sostiene l' apostolo
nelle sue prove (4, 1 3- 1 5) 96
2 1 . Cose che passano e cose che durano
(4, 1 6 - 5 , 1 } 97
22. Il gemito terreno e la definitiva
comunione col Signore (5 ,2-8) 99
23. Impegno e retribuzione (5,9- 10) 1 02

SECONDO RAGIONAMENTO
Il messaggio dell' evangelo e il suo
apostolo (5, 1 1 - 7,4) 1 03
24. «L' amore di Cristo ci costringe»
(5, 1 1 - 1 5) (La motivazione
dell' apostolo) l 03

25. La morte di Cristo fa ogni cosa


nuova e opera la riconciliazione
(5, 1 6 - 6,2) 1 05
26. Un ministero irreprensibile svolto in
condizioni proibiti ve ( 6,3- 1 0) 111
27. Appello paterno di Paolo ai cristiani
di O_>rinto (6, 1 1 - 1 3) 1 14
28. L' impegno richiesto ai fedeli
(6, 14 - 7 , 1 ) 1 15
29. Ripresa e fine dell' appello paterno di
6, 1 1 - 1 3 (7,2-4) 1 16

1 84
PARTE TERZA
DUE CAPITOLI DI RACCOMANDAZIONE
DELLA COLLETTA 1 19
PRIMO APPELLO: 8 , 1 -24 121
30. L' esempio della Macedonia (8, 1 -5) 121
3 1 . La colletta a Corinto: esortazione a
completarla (8,6- 1 2) 1 23
32. Una mano lava l ' altra (8, 1 3 - 1 5 ) 1 24
3 3 . Il compito assegnato a Tito (8 , 1 6-24) 1 25

SECONDO APPELLO: 9, 1 - 1 5 1 27
34. Gara di generosità tra Macedonia e
Acaia (9, 1 -5) 128
35. Generosità e benedizioni (9,6- 1 1 ) 1 28
36. Effetti della generosità (9, 1 2- 1 5) 1 30

PARTE QUARTA
DIFESA DELLA LEGITTIMITÀ
APOSTOLICA DI PAOLO 131

37. Paolo respinge critiche e minaccia


provvedimenti adeguati (l O, 1 - 1 1 ) 1 35
38. Il criterio per valutare l' operato
dell' apostolo ( 1 0, 1 2- 1 8) 1 38
39. La «follia» di Paolo viene dalla
«gelosia» ( 1 1 , 1 -4) 141
40. Paolo e i «sommi apostoli» ( 1 1 ,5-6) 1 43
4 1 . Motivo e significato della
predicazione gratuita ( 1 1 ,7- 1 2) 144
42. Paolo e i «falsi apostoli» ( 1 1 , 1 3- 1 5 ) 1 46

1 85
43 . Secondo «discorso da pazzo» : prove
e sofferenze di Paolo ( 1 1 , 1 6-33) 1 47
44. Il «rapimento» al terzo cielo ( 12, 1 -6) 1 52
45 . La spina nella carne e la preghiera
inesaudita ( 1 2,7- 1 0) 1 55
46. Paolo ha dato tutto se stesso senza
cercare profitti ( 1 2, 1 1 - 1 8) 1 57
47. Timori di condotta impropria della
comunità ( 1 2, 1 9-2 1 ) 1 60
48. Minacce, esortazioni, speranze e
promesse relative alla prossima visita
di Paolo a Corinto ( 1 3 , 1 - 1 0) 1 62
49. Esortazioni finali, saluti e
benedizione ( 1 3, 1 1 - 1 3) 1 66

Due conclusioni 1 69
l . La II Corinzi e noi 1 69
2. La II Corinzi come unità letteraria 171

Indice dei passi biblici 175

Finito d i stampare il 2 9 gennaio 2000 - Stampatre, Torino

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