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Piccola Biblioteca Einaudi

Nuova serie
Storia e geografia
Adriano Prosperi
Il C o n cilio di Trento:
una in troduzione storica

© 2001 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino


www.einaudi.it
Piccola Biblioteca Einaudi
ISBN 88-06-15877-5 Storia e geografia
I n d ic e

p. ix Premessa

Il Concilio di Trento: una introduzione storica

3 I. La lotta per e contro il concilio


12 II. La vittoria del papato
31 III. Il primo problema del concilio:
riforma della disciplina 0 confronto dottrinale ?
44 IV . La grande politica europea
attraverso il sismografo del concilio
5 i V. Questioni dottrinali
73 V I. Questioni di riforma
88 VII. L ’interpretazione del concilio
95 V ili. L ’attuazione dei decreti di riforma
114 IX . I sacramenti tridentini e i rituali sociali
143 X. La storia che non passò da Trento
165 X I. Le fonti e la storiografia

187 Indicazioni per ulterion letture


195 Indice dei nomi e dei toponimi
Elenco delle illustrazioni fuori testo

1. Giovanni da Udine, Concilio di Trento, affresco, 1560.


Città del Vaticano, Palazzi Vaticani, Loggia della Cosmografia. (Foto Archivio
Scala).

2. Erasmo da Rotterdam e Sebastiano Miinster censurati dall’In­


quisizione, incisione, 1550 .
Dalla Cosmographia di Miinster, Basilea, 1550. Madrid, Biblioteca Nacional.

3. «Erasm o... Sancho Panza... y su amigo Don Quijote», ritratto


di Erasmo censurato dall’Inquisizione, incisione, 15 5 0 .
Ibìd.
4. Michelangelo, Giudizio universale, affresco, 15 3 5 -4 1, partico­
lare con i «braghettoni» dipinti da Daniele da Volterra nel 1564
per coprire le nudità.
Città del Vaticano, Cappella Sistina. (Foto Archivio Scala).

5. Antonio e Giulio Campi, San Carlo Borromeo istituisce i corsi del­


la dottrina cristiana, olio su tela, seconda metà x v i secolo.
Milano, San Francesco da Paola. (Foto Archivio Scala).

6. Giovanbattista Crespi detto Cerano, San Carlo Borromeo riceve


i barnabiti e i gesuiti, tempera su tela, 16 03.
Milano, Duomo. (Foto Archivio Scala).

7. Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone e Giovanni


d ’Enrico, Ecce homo, scena affrescata con sculture, 16 0 8 -12 .
Varallo, Sacro Monte. (Foto Archivio Scala).

8. Gian Domenico D ’Auria, Madonna delle Grazie ed anime del Pur­


gatorio, bassorilievo, 1550 .
Capua, Museo Campano.

9. Peter Paul Rubens, Trionfo della Chiesa, olio su tavola, 1626.


Madrid, Museo del Prado.

10. Peter Paul Rubens, Trionfo della verità cattolica, olio su tavola,
1626.
Ibid.
1 1 . Giuseppe Maria Crespi, San Giovanni Nepomuceno confessa la
regina d ’ Ungheria, olio su tela, 1743.
Torino, Galleria Sabauda. (Foto Archivio Scala).
Premessa
Trento - geografia e storia di una scelta

Come per ogni oggetto di studio, geografia e cronolo­


gia sono le due ottiche che gli storici debbono esercitare
per inquadrare il Concilio di Trento. Chiamiamo tradi­
zionalmente Concilio di Trento un’assemblea di uomini di
Chiesa - vescovi, abati e generali di ordini religiosi, ope­
ranti sotto l’attento governo di legati papali, piu uno stuo­
lo di esperti in teologia e diritto al loro servizio e un con­
torno di ambasciatori e plenipotenziari politici - che si
riunì prima a Trento (1545-47), poi a Bologna (1547), poi
ancora a Trento (15 5 1-5 2 e 1561-63). La cosa più diffici­
le da spiegare - nello stesso tempo la piu apparentemente
semplice - è racchiusa nel nome del luogo: Trento. Perché
un concilio a Trento ? Il nome della città introduce un in­
solito scenario alpino sullo sfondo millenario dei concili del
mondo cristiano. I nomi dei luoghi hanno una loro imme­
diata capacità evocativa e suggestiva; quelli della serie dei
concili non sfuggono alla regola. C ’è un inizio remoto, se­
gnato da nomi che sembrano scritti a mosaici d’oro (Ni-
cea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia), poi, in seguito al­
la rottura tra Oriente e Occidente cristiani, una lunga tra­
dizione medievale, col nome familiare e solenne di una
grande basilica romana. Qui, «quando Laterano - come
dice Dante - alle cose mortali andò di sopra», sembra sta­
bilizzarsi indefinitamente il sogno di una rinascita roma­
na legata al vescovo di Roma: Laterano I, II, III, IV . Poi,
la serie si interrompe e comincia una migrazione inquieta
tra le città dell’Europa, alla ricerca di un equilibrio stabi­
le tra poteri laici ed ecclesiastici, tra papato e concilio, tra
papato e impero e monarchie nazionali. Ogni nome reca
X PREMESSA TRENTO - GEOGRAFIA E STORIA DI UNA SCELTA XI

un segno politico e storico preciso: una piccola serie fran­ teranensi la vittoria apparentemente definitiva sulle ten­
cese, conclusa e segnata dal torbido affare delle condanne denze conciliariste. La Chiesa cristiana d’Occidente sem­
dei Templari: Lione e Vienna (nel Delfinato); città impe­ brava aver trovato finalmente nel papato l ’istituzione ade­
riali: Costanza e Basilea. Il placido lago di Costanza ricor­ guata per tener testa al potere dello Stato, che stendeva la
derà sempre il rogo di Hus. Lo scenario svizzero di queste sua mano sui beni ecclesiastici e assoggettava gli episcopa­
due città è anche quello dove termina il turbinio di papi e ti nazionali. M a il prossimo concilio non si terrà a Roma e
antipapi ed emerge l’idea di un governo parlamentare del­ non vi sarà il papa. Perché il nome di Trento entri nella se­
la Chiesa, attraverso la periodica convocazione del conci­ rie dei luoghi di concilio debbono accadere cose nuove e
lio. Ma il concilio aperto a Basilea si chiude a Roma, dopo sconvolgimenti inauditi, certo non prevedibili dall’osser­
una lunga migrazione tra città italiane: Ferrara e Firenze. vatorio del Laterano. Qui il potere papale celebrò anche
E mentre il concilio torna verso Roma, il papato riprende formalmente la sua affermazione contro le tendenze con­
il suo posto al centro della struttura ecclesiastica e sembra ciliariste: i deliberati del Lateranense non furono decreti
realizzare anche il sogno dell’unità tra cristiani d ’Oriente approvati da assemblee ma testi di bolle papali. M a, men­
e cristiani d’Occidente. Cosi, il nuovo concilio si terrà in tre il Concilio Lateranense V si chiude, in un convento
Laterano e sarà il Lateranense V , convocato per rintuzza­ agostiniano della Sassonia un oscuro monaco sta per alza­
re la minaccia francese del Concilio «gallicano» di Pisa- re la sua voce in una predicazione pubblica che porterà
Milano. Mossa politica di Giulio II, un papa che agi sem­ tempesta. E solo attraverso questa tempesta, che si chia­
pre come un uomo politico e che ricorse senza scrupoli al­ ma Riforma protestante, guerra dei contadini, guerre d’I­
l’uso di ogni tipo di arma, spirituale o temporale che fosse, talia e Sacco di Roma, che la serie conciliare si apre di nuo­
per ampliare il dominio territoriale dello Stato della Chie­ vo, stavolta in direzione del limite geografico dello spazio
sa e per stroncare per sempre la crescita politica e territo­ italiano, e include tra i suoi nomi quello di Trento.
riale di Venezia, il Lateranense V fu tuttavia l’occasione Fu l’ affare politico fra tutti eminente; del resto, era
perché risuonassero nell’aula conciliare appelli alla riforma sempre stato cosi nella storia dei concili delle Chiese cri­
della Chiesa: una riforma degli uomini, non un cambia­ stiane. Fin da quando Costantino aveva presieduto il Con­
mento delle «cose sacre» per opera umana, affermò il ge­ cilio di Nicea, le decisioni della Chiesa avevano avuto im­
nerale degli Agostiniani, il dotto Egidio da Viterbo («refor­ portanza somma per la vita politica. Solo la lunga latitan­
mare homines per sacra, non sacra per homines»). Non za di un efficace potere imperiale aveva conferito ai concili
mancavano uomini da riformare: le proteste delle coscien­ del tardo Medioevo un carattere di affare interno della
ze offese investivano soprattutto il papato e la sua marcia società ecclesiastica, riunita per deliberare su se stessa.
sul terreno di una politica di potenza statale in Italia e di M a la crisi del papato, la fine dell’impero romano d ’O ­
alleanze spregiudicate con le dinastie degli emergenti Sta­ riente, il nuovo peso politico delle monarchie nazionali e
ti nazionali europei. M a di li a poco - del tutto impreve­ - con Carlo V - le ambizioni imperiali della casata d ’A-
dibilmente - furono proprio le «cose sacre» a diventare sburgo crearono le condizioni perché il concilio potesse
problematiche e a lacerare l’unità dell’Europa cristiana. E diventare di nuovo la suprema assemblea della cristianità.
non avvenne né a Roma né in Italia. Nell’era del giovane e Di fatto, si trattò di una possibilità lungamente pre­
splendido papa rinascimentale Leone X , mentre le vie di sente all’orizzonte che fini col non realizzarsi. Il concilio
Roma si riempivano di scenari trionfali e artisti e poeti ac­ teoricamente ecumenico rimase l’ assemblea di una cri­
correvano alla sua corte, il papato celebrava nelle aule la- stianità doppiamente dimidiata: i cristiani d’Oriente e
XII PREMESSA TRENTO - GEOGRAFIA E STORIA DI UNA SCELTA XIII

quelli della Confessione augustana (luterani) vi fecero so­ la rigida fedeltà ai suoi canoni dovevano dominare la vi­
lo capolino. Un censimento dei vescovi che vi furono pre­ ta della Chiesa d ’obbedienza romana, la Chiesa cattolica.
senti registra vistose assenze perfino tra gli episcopati de­ Il concilio stesso come istituzione scomparve dall’oriz­
gli Stati che si mantennero fedeli al papato romano. Una zonte per secoli, come se non avesse piu niente da fare o
volta conclusi i lavori, solo una parte della cristianità eu­ da dire; solo in tempi a noi piu vicini e dopo svolte profon­
ropea ne riconobbe l’opera, ne accolse e mise in pratica i de della storia, la Chiesa cattolica è tornata a convocare
deliberati; un’altra e assai cospicua parte non vi mandò dei concili: ancora a Roma, naturalmente, a poca distan­
rappresentanti e negò validità all’assemblea. Fu cosi che za dal Laterano, in Vaticano. Il Vaticano I, dominato dal­
il concilio convocato a Trento per sanare la frattura nel la proclamazione del dogma dell’infallibilità papale, ap­
cristianesimo europeo nel nome di un’unità superiore, sot­ parve come un completamento dottrinale di un percorso
to la protezione di un impero sovranazionale e multietni- avviato dall’età tridentina; il Vaticano II, in condizioni
co, si concluse nel quadro di una divisione consolidata. radicalmente mutate del mondo e della presenza del cri­
Sotto il segno dei decreti tridentini si apri un’epoca della stianesimo, fece parlare fin dalla sua convocazione di una
storia europea contrassegnata dal duro scontro di religio­ fine del «Tridentinismo». Con lo sguardo lontano di chi
ne. L ’esito suo fu qualcosa che agli inizi era apparso esat­ si muove in un orizzonte remotissimo, i contemporanei
tamente come il pericolo piu grande, per scongiurare il del Concilio Vaticano II si sono trovati a considerare in
quale si ricorreva alla convocazione del concilio: una cri­ prospettiva i caratteri dell’età dominata dal Tridentino:
stianità europea divisa da barriere teologiche dietro le qua­ caratteri familiari nello scenario della vita quotidiana fi­
li si doveva svolgere da li in poi una lunga e logorante guer­ no a poco tempo prima e ora diventati rapidamente re­
ra di posizione. Una guerra che investi in primo luogo la perti di un mondo perduto. Insieme all’età «tridentina»
valutazione stessa dell’opera del Concilio di Trento e la se ne sono andati via via tanti di quei caratteri religiosi,
documentazione dei suoi lavori. Scriverne la storia per in­ giuridici, sociali in cui l’età si era incarnata. In quella ma­
tenderne il significato non potè essere in nessun modo teria dei sacramenti che aveva offerto il terreno specifico
un’operazione relativamente pacifica: chi lo fece dovette di scontro fra un corpo ecclesiastico organizzato per l’e­
innanzitutto superare gli ostacoli frapposti alla conoscen­ rogazione giuridicamente regolata della Grazia divina e la
za della documentazione dal vincolo di segretezza e di negazione protestante del sacerdozio ministeriale, i mo­
esclusivo potere di interpretazione che il papato vi pose delli tridentini del battesimo degli infanti, della confes­
sopra. E dovette dichiarare la propria posizione in un con­ sione e della comunione, del matrimonio e del sacerdozio
flitto che non era di semplice valutazione storica, ma di avevano creato veri e propri «tipi ideali» che per secoli
preliminare scelta confessionale e ideologica tra le due pro­ hanno dominato la vita delle società cattoliche. Si pensi,
spettive fortemente divaricate che da quel momento in in particolare, a un’istituzione come il matrimonio tri-
poi il mondo cristiano avrebbe visto aperte davanti a sé: dentino, frutto peculiare di quella disciplina dei rapporti
obbedienza a Roma o ribellione. sociali che l’assemblea conciliare disegnò idealmente e che
Quello di Trento fu dunque il concilio più lungo e tor­ fu poi affidata alle istituzioni e alle pratiche dell’età suc­
mentato della storia: cosi lungo, complesso e carico di con­ cessiva. Tale disciplina riguardò in particolare il clero, il
seguenze da apparire per molto tempo come l’ultimo con­ suo aspetto e l’onore a esso dovuto, in cambio di una par­
cilio possibile perfino all’interno del mondo cattolico. Per ticolare cura dedicata all’abito e alla preparazione cultu­
secoli, l’interpretazione e l’applicazione dei suoi decreti e rale, alla severità e riconoscibilità dei suoi costumi come
XIV PREMESSA

diversi da quelli di tutti gli altri, cioè i «laici». Il clero tri-


dentino fu caratterizzato dal dovere della «cura d ’anime»:
vescovi e parroci si videro richiamati al dovere di ricom­
porre «beneficio» e «ufficio», rendite ecclesiastiche e ob­
bligo di risiedere tra le «anime» da curare. Frutto pecu­
liare dei modelli che furono promossi dall’assemblea con­ IL C O N C IL IO D I T R E N T O :
ciliare fu l’invenzione del Seminario come istituzione, U N A IN T R O D U Z IO N E S T O R IC A
luogo di formazione separata e severa, dal punto di vista
culturale e morale. D i quell’ideale di ordine e compostezza
fu specchio vivente una Chiesa composta prima di tutto
da chierici, uomini riconoscibili dall’abito e dal compor­
tamento, obbligati a incarnare i valori di una religione che
tutti gli altri - i «laici» - dovevano semplicemente accet­
tare e venerare. E , oltre i confini della società cristiana
cosi disegnata nei decreti di riforma del Tridentino, gli
anatemi conclusivi dei canoni dottrinali proiettarono le
presenze ostili da esorcizzare e da perseguire con ogni
mezzo: l ’eresia, lo spirito ribelle e superbo di chi si sot­
traeva all’obbedienza della dottrina comune per seguire
la propria opinione erronea. Maledizioni e benedizioni di­
videvano il mondo in buoni e cattivi. Lo scenario alpino
evocato dal nome stesso del concilio aveva come materia-
lizzato i confini geografici dell’identità cattolica, portan­
doli a coincidere con l’opposizione tra mondo latino e
mondo germanico. Le celebrazioni trentine dei centenari
del concilio furono, fin dal Seicento, la risposta alle cele­
brazioni centenarie delle tesi di W ittenberg volute dal
mondo tedesco luterano. Tutto questo è venuto appan­
nandosi fino a riuscire incomprensibile: un sistema com­
plesso nelle sue articolazioni interne, ma semplicissimo
nello schema di fondo, si è come allontanato dalla realtà
del mondo contemporaneo. Per questo, il compito dello
storico del Concilio di Trento appare oggi piu agevole di
quello che è stato nel passato, libero com’è dal condizio­
namento di una realtà incombente e dei valori in essa in­
carnati, alle prese solo col problema di conoscerne e com­
prenderne la realtà.
Capitolo primo
La lotta per e contro il concilio

Lutero, ripetendo un gesto che già molti altri aveva­


no compiuto prima di lui (il piu recente era stato G iro ­
lamo Savonarola), aveva reagito alla scomunica papale
con un appello al concilio: aveva chiesto un «libero con­
cilio cristiano in terra tedesca», una definizione in cui
ogni parola aveva un peso e mostrava il misto di radica­
lismo teologico e di realismo politico che caratterizzò il
monaco sassone. Libero dal papa, s’intende. E , per es­
sere certi che cosi fosse, il luogo era indicato in Germ a­
nia, una scelta che solleticava l ’emergente orgoglio na­
zionale della cultura tedesca. L ’ appello di Lutero, com­
posto nell’estate del 15 2 0 , era indirizzato «alla nobiltà
cristiana di nazione tedesca». A differenza di altri ap­
pelli precedenti, qui si era davanti a un programma ben
definito nei suoi punti teologici e politici e nell’indivi­
duazione dei destinatari: i principi erano invitati a pren­
dere l’iniziativa della riforma. Se il papa tardava a con­
vocare il concilio, spettava alle autorità politiche farlo.
Il concilio era dunque, per Lutero, la massima autorità
nella Chiesa e l’unica alla quale spettasse il giudizio sul­
l’ortodossia della sua dottrina in materia di indulgenze:
la formula usata nel primo appello, col quale ad Augu­
sta nel 1 5 1 8 si era sottratto al giudizio del legato papa­
le, il dotto cardinale di G aeta (Caietanus) Tommaso de
Vio, aveva ripreso la definizione della superiorità del
concilio sul papa quale si era affermata a Costanza e a
Basilea. M a si era trattato allora di una semplice scap­
patoia giudiziaria, del tipo di quelle a cui si ricorreva
ogni volta che si voleva sospendere la validità di atti com-
4 CAPITOLO PRIMO LA LOTTA PER E CONTRO IL CONCILIO 5

piuti dal papa. Ben altra cosa fu l’appello redatto nel scritto stimolava i tedeschi a farsi giustizia da sé: invi­
15 2 0 : qui la dottrina della superiorità del concilio sul pa­ tava senza mezzi termini a scaraventare in acqua i cor­
pa cominciò tra l’altro a fare i conti con l ’elaborazione tigiani romani che si presentavano con le lettere di con­
teologica dell’idea di Chiesa da parte di Lutero, che or­ cessione dei benefici. Il successo dello scritto fu travol­
mai tendeva a cancellare la differenza istituzionale fra gente: le 4000 copie della prima edizione furono esauri­
sacerdoti e laici e a fondare l’identità del cristiano sulla te in cinque giorni, fra il 18 e il 23 agosto 1520 .
Scrittura come unica fonte della Rivelazione divina. Ne Toccò a Carlo V, giovane titolare di un coacervo mai vi­
derivavano conseguenze anche per i poteri dell’ assem­ sto prima di poteri sovrani, farsi portatore dell’esigenza di
blea conciliare: intanto, doveva essere composta da cri­ calare nella realtà l’idea di concilio. Lo fece per profonde
stiani, non da ecclesiastici, dato che per Lutero ogni cri­ convinzioni personali sui doveri di un sovrano cristiano,
stiano, in quanto battezzato e credente, era un sacerdo­ ma anche perché attraverso la disciplina religiosa passava
te. E questo faceva gravare sull’assemblea futura della l’unità del suo impero e il potere effettivo sui domini te­
cristianità il peso determinante di chi aveva tra i cristiani deschi. Carlo d’Asburgo, diventato sovrano di Spagna per
la posizione di maggiore responsabilità: i principi e i so­ il gioco delle alleanze matrimoniali in cui la sua famiglia fu
vrani degli Stati territoriali. Presenti già nei concili, a sempre maestra, fu anche eletto imperatore per il volgersi
fianco dei vescovi, ora erano invitati ad assumere ben a suo favore del complicato gioco di interessi dei grandi
altro peso. M a le singole proposte tennero conto so­ elettori tedeschi nel loro rapporto con le altre potenze eu­
prattutto dello stato dell’opinione tedesca: era in gioco ropee; la gara elettorale coinvolse naturalmente il papato,
il miglioramento (Besserung) della condizione del cristia­ con la conseguenza di garantire a Lutero, in quanto sud­
no. Tale miglioramento (o, come si diceva piu general­ dito dell’importante elettore di Sassonia, un processo ro­
mente, Riforma) doveva consistere nel ridurre le d i­ mano pieno di riguardi e di studiate lentezze. M a Carlo V,
mensioni dello Stato papale e nell’accogliere le conse­ una volta eletto, si trovò davanti al problema dei fermen­
guenze della scoperta fatta da Lorenzo Valla circa la fal­ ti innescati nella società tedesca dalla Riforma luterana. Si
sità della cosiddetta «donazione di Costantino». Altre trattava sia di ricomporre l’unità religiosa come compito e
proposte furono: riduzione del collegio cardinalizio (non fondamento necessario del potere di un sovrano cristiano,
piu di dodici membri), degli uffici di Curia, degli ordi­ sia di costringere un papato riluttante ad accettare l’al­
ni religiosi, della fiscalità pontificia, dei pellegrinaggi, leanza stabile con la politica asburgica. M a se Adriano di
delle fondazioni di messe e dell’uso della scomunica; ma­ Utrecht, già precettore di Carlo, una volta diventato papa
trimonio per i parroci; restaurazione del potere di go­ Adriano V I (1522-23) non esitò a riconoscere le gravi re­
verno dei vescovi sui benefici ecclesiastici e abolizione sponsabilità ecclesiastiche e la necessità di una riforma, il
di riserve e pensioni sugli stessi. Era un programma v a­ nuovo pontefice Giulio de’ Medici (papa Clemente V II,
sto, che riprendeva abilmente gran parte del contenuto 1523-34) era ben determinato dalle sue origini fiorentine
delle lagnanze presentate dai rappresentanti della «na­ e dagli interessi medicei a coltivare i rapporti con la Fran­
zione tedesca» ai concili contro i «gravam ina» - so­ cia e a seguire la tradizionale politica papale della «libertà
prattutto contro l ’avidità dei cortigiani romani, accusa­ d’Italia» (nel senso di libertà degli Stati italiani dal peso di
ti di rapinare le rendite dei benefici tedeschi. Lutero cal­ una potenza oltremontana dominante). Carlo V, sorpreso
colava in centinaia di migliaia di ducati il flusso di da­ nel momento del suo massimo trionfo militare e politico
naro dalla Germ ania verso la burocrazia romana. Lo dal saldarsi dell’alleanza fra papato, Venezia e Francia con
6 CAPITOLO PRIMO LA LOTTA PER E CONTRO IL CONCILIO 7

la Lega di Cognac (1526), reagì con furore: si considerò L ’alleanza fu celebrata a Bologna, con la solenne cerimo­
tradito dal papa, che aveva scelto la via della politica ita­ nia dell’incoronazione di Carlo imperatore nella basilica di
liana piuttosto che quella del bene della Chiesa universa­ San Petronio da parte di un pontefice ormai legato com­
le, e segui i consigli del suo segretario Alfonso de Valdés, pletamente al partito imperiale. M a l’imperatore scopri che
seguace delle idee riformatrici di Erasmo da Rotterdam, e non poteva rinunciare al concilio, la cui urgenza gli fu ri­
quelli del gran cancelliere Bartolomeo da Gattinara, un ap­ proposta dalle condizioni della Germania. Le guerre d ’I­
passionato lettore della Monarchia di Dante Alighieri, con­ talia si erano chiuse col successo asburgico e con un piu
vinto del dovere dell’imperatore di rintuzzare le ambizio­ stretto legame tra i due luminari dell’Europa cristiana.
ni politiche del papato. Si appellò al concilio e inviò for­ Sembrava annunciarsi un ritorno all’ideale medievale di
malmente al collegio dei cardinali un suo irato documen­ un’Europa retta dai due poteri, ma i tempi non erano fa­
to, in cui intimava al papa in forza dei suoi doveri di pa­ vorevoli: la crescita degli Stati nazionali portava in altra
store di fissare i termini della convocazione «in una loca­ direzione e ostacolava sia l’unità politica del continente sia
lità adatta e sicura». Il papa fece orecchio da mercante. In quella religiosa. Ciò fu subito evidente nella questione ap­
una Roma resa insicura dalla ribellione del potente cardi­ parentemente minore dello scioglimento del matrimonio
nale Pompeo Colonna, avviò misure di moralizzazione del tra Enrico V ili, re d ’Inghilterra, e Caterina d’Aragona,
clero che dovevano nelle sue intenzioni tacitare le critiche zia di Carlo V: il rifiuto di dar corso alla richiesta di Enri­
sempre piu diffuse. M a la parola decisiva toccò alle armi: co V i l i di passare a nuove nozze fu dovuto anche alla fer­
la campagna militare che segui vide la sconfitta senza ap­ ma opposizione di Carlo V. Da li doveva nascere l’atto
pello della Lega. E avvenne, dopo tempo immemorabile, d’imperio con cui il re d ’Inghilterra si sostituì al papa al
un nuovo, terribile Sacco di Roma (maggio 1527): i solda­ vertice della Chiesa d ’Inghilterra, creando così una Chie­
ti tedeschi dell’imperatore cristiano depredarono e lorda­ sa nazionale in tutto indipendente da Roma. Forze dello
rono i palazzi cardinalizi, le chiese e gli appartamenti pa­ stesso genere erano all’opera in Germania, dove i principi
pali, violarono monasteri e fecero provare insomma alla ca­ territoriali e la grande nobiltà avevano trovato in Lutero
pitale della cristianità occidentale l’ira di Dio che da anni l’alleato ideale nella feroce guerra dei contadini e nella re­
i predicatori di penitenza minacciavano profeticamente per pressione sanguinosa di ogni tentativo di tradurre il cri­
i peccati del clero. Sugli affreschi di Raffaello, i lanziche­ stianesimo in regole di giustizia sociale. Alla strage imma­
necchi graffirono insulti al papa anticristo e scritte inneg­ ne dei contadini in armi nella battaglia di Frankenhausen
gianti a Lutero. M a, com’è stato detto giustamente, «il pa­ (1525) seguirono l’assedio e la presa di Miinster in West-
pa non è mai tanto potente come quando è in catene»1. falia, la «Nuova Gerusalemme» degli anabattisti (1535).
Nell’ agosto 15 2 7 , per iniziativa dell’ambizioso cardinale L ’Europa centrale era in fiamme e, intanto, nelle città sviz­
inglese Wolsey, i re di Francia e d’Inghilterra si impegna­ zere e renane si susseguivano iniziative di reinterpretazio­
rono a impedire la convocazione del concilio; il papa fu li­ ne dell’identità cristiana e delle forme del culto. Era un
berato e l’imperatore si trovò costretto a cercare il suo con­ grande movimento ideale mosso dal bisogno di tornare al­
senso offrendogli alleanza e aiuto. Un esercito spagnolo ri­ la «forma» originaria del cristianesimo evangelico, can­
consegnò Firenze al papa Medici dopo un duro assedio.1 cellando tutte le aggiunte successive del diritto romano e
del potere papale. M a c’erano anche validi fattori di pote­
1 H. jedin , Geschtchte des Konzils von Trient, 4 voli., Freiburg 1957-77 re e di interessi economici che spingevano a un riassetto
[trad. it. Storia del Concilio di Trento, 4 voli., Brescia 1973-81, I, p. 273]. complessivo del corpo ecclesiastico, con la pressione deci­
8 CAPITOLO PRIMO LA LOTTA PER E CONTRO IL CONCILIO 9

siva dei principi territoriali che alla Riforma dettero il lo­ Germania era lontana e se ne faceva poco conto. Lo spet­
ro appoggio dopo le prove terribili della rivolta dei cava­ tacolo delle divisioni interne del campo riformatore - tra
lieri e della guerra dei contadini. Sui beni del clero si diri­ lo zurighese Zwingli e Lutero, ad esempio - lasciava spe­
gevano da tempo appetiti tanto piu robusti quanto piu va­ rare che la tempesta potesse passare senza conseguenze.
sto era il campo che si apriva. Particolarmente forti erano Quando i propagandisti della Riform a fecero trovare dei
le ambizioni della grande nobiltà tedesca, alla quale intanto manifesti (placards) contro la messa negli appartamenti
la dottrina luterana della libertà del cristiano come libertà del re Francesco I, la reazione durissima del re portò a
esclusivamente interiore apriva la strada al dominio illi­ processi sommari e a sentenze capitali; in quella occa­
mitato sui sudditi (e ai sudditi apriva la via per passare sione, un giovane luterano francese, Jean Calvin (Calvi­
«dalla servitù per costrizione alla servitù per devozione», no) dovette andare in esilio. Accolto nella città vescovi­
secondo la celebre definizione di Karl Marx). le di Ginevra, che intanto aveva cacciato il vescovo e
Dopo gli anni della battaglia di idee si apriva un’età riformato le forme del culto, Calvino mise a punto un’e­
dedicata alla costruzione di istituzioni durevoli. I vescovi sposizione dei principi fondamentali della Riform a che
cattolici si vedevano sempre più invitati a risiedere nel­ pubblicò in latino e in francese (Institutio religionis chrì-
le loro diocesi, a visitare le chiese, a controllare la pre­ stianae, 1536). Dotato di un’intelligenza lucida e di so­
parazione del clero. Lutero li aveva preceduti su questo lida cultura umanistica, Calvino conquistò i suoi lettori
terreno: «Fino ad ora ho operato in mezzo al popolo con a una religione sfrondata di ogni aspetto magico e di ogni
libelli e con sermoni per sradicare dai cuori le empie opi­ ritualità, dove l’uomo peccatore e condannato per sua
nioni sulle cerimonie, ma per rispetto dei deboli mi so­ colpa affidava la sua speranza di salvezza agli imper­
no astenuto dall’introdurre novità nel culto», aveva scrutabili decreti di Dio. E ra il segno che, col passare
scritto nel 15 2 3 al vescovo Nikolas Hausmann; ora in­ degli anni e mancando una soluzione dei contrasti, cre­
vece era tempo di introdurre le giuste regole sul culto di­ sceva una seconda e più determinata generazione di
vino, di cancellare la Messa cattolica come sacrificio e riformatori. Nemmeno i confini italiani erano più sicu­
offerta, di stabilire quali canti e quali forme liturgiche ri dalla penetrazione delle nuove idee: proprio in Italia,
si dovessero usare, di regolare le forme della comunione alla corte estense di Ferrara, la duchessa Renata ospitò
e della confessione, di stabilire se e come i pastori si do­ Calvino e lo scandalo delle nuove idee esplose quando,
vessero distinguere nell’abito e come dovessero gover­ nei riti della Pasqua, un suo valletto si rifiutò di adora­
nare i loro popoli2. E nel 15 2 7 elaborò un’istruzione per re l ’Eucarestia (considerata nient’altro che un rito di me­
la visita alle chiese della Sassonia, che riconosceva al po­ moria e non una ripetizione del Sacrificio della Croce).
tere politico nella figura del principe elettore le funzio­ Si venivano organizzando cosi forme nuove e diverse di
ni di governo ecclesiastico. Chiese; nei Paesi della Riform a si aboliva il celibato ec­
Certo, la fedeltà alla Chiesa romana degli Asburgo, clesiastico e monache e frati tornavano alla vita laicale:
della Francia, del Portogallo e degli Stati italiani con­ Lutero stesso ne dava l’esempio sposando una ex mona­
sentiva al papato di conservare una certa sicurezza; la ca, Caterina von Bora. Si creavano cosi situazioni di fat­
to che sarebbe stato poi difficilissimo modificare; anzi,
quando nel 15 4 1 il legato papale Gaspare Contarmi si
2 M. luther , Formula Missae et communionis prò Ecclesia Wittembergensi
1 5 2 } , in E. sehling, D ie evangelische Kircbenordnungen des xvi. Jahrhunderts,
recò in Germania al colloquio di Ratisbona, si rese con­
I Abt., Leipzig 1902, pp. 4-9. to che il clero locale si aspettava da Roma l’abolizione
IO CAPITOLO PRIMO LA LOTTA PER E CONTRO IL CONCILIO II

del celibato obbligatorio dei preti e che senza misure di cristiani era indispensabile per far fronte all’avanzata de­
quel genere difficilmente si sarebbe ripreso il controllo gli eserciti turchi che avevano invaso le pianure unghe­
della situazione. Una volta lanciata la parola d’ordine del resi dopo la battaglia di Mohàcs (1526) e ora premeva­
ritorno al puro testo delle Scritture, le interpretazioni no su Vienna. M a l’unità sembrava allontanarsi sempre
dei sacri testi davano luogo a cambiamenti rivoluziona­ piu dal mondo tedesco; alla Dieta di Spira (1526) l’editto
ri nella vita d ’ogni giorno. Sulla materia del culto e dei di condanna di Lutero emanato da Carlo a Worms fu
sacramenti tutto era in discussione e tutto veniva modi­ contestato e i rappresentanti dei ceti dichiararono di vo­
ficandosi e prendendo forme diverse a seconda dei luo­ lersi comportare secondo coscienza fino alla convoca­
ghi: a Zurigo Ulrico Zwingli dibatteva in pubblica as­ zione del futuro concilio. D i fatto, furono avviate ini­
semblea con gli anabattisti se fosse opportuno e soste­ ziative di riforma nelle città e negli Stati luterani. Alla
nibile il battesimo degli infanti; la confessione cessava successiva Dieta di Spira (1529), per quanto i successi
di essere un sacramento ma veniva mantenuta per il suo militari di Carlo V avessero incoraggiato la parte catto­
valore di preparazione alla Cena. Le nuove Chiese con­ lica, la reazione dei luterani al divieto imperiale di in­
quistavano il consenso e l’ammirazione di molti, che con­ trodurre novità religiose fu una protesta formale, depo­
frontavano la serietà e la severità dei nuovi cristiani con sitata il 20 aprile e sottoscritta da sei principi territoria­
lo spettacolo deprimente offerto dall’ amministrazione li e dal rappresentante delle città Jakob Sturm: nasceva­
del culto nei Paesi cattolici. C ’era chi partiva dal pro­ no cosi i «protestanti», come termine e come realtà. La
prio Paese e si recava nelle comunità riformate, attirato loro carta di riconoscimento fu elaborata da Filippo Me-
dalle descrizioni di chiese costruite «sopra la Scritura»3. lantone e sottoscritta alla successiva Dieta d ’Augusta
Dunque, se ad alcuni il concilio sembrava essere lo (15 3 0 ), nella forma di una «Confessione di fede» che
strumento capace di riportare l’unità fra le divergenti in­ elencava i punti dottrinali accettati dal partito luterano.
terpretazioni del cristianesimo, per altri tutto era già de­ Era la frattura e solo un concilio poteva sanarla. Fu co­
ciso e bisognava solo procedere contro gli «eretici» fa­ si che la richiesta di convocarlo prese stabilmente posto
cendo funzionare le leggi in vigore. Su questa strada il nella politica imperiale per la Germ ania. Nello stesso
più deciso fu l’ autorevole prelato napoletano G ian Pie­ tempo, si posero le cause che dovevano rendere la frat­
tro Carafa che, mandato a Venezia come ambasciatore tura praticamente insanabile: le questioni dottrinali si
(«nunzio») papale, fu sconvolto dalla libertà di opinio­ erano ancorate a forze politiche che si muovevano in di­
ni circolanti nella grande città e, in un memoriale al pa­ rezioni opposte. Se qualcuno si poteva ancora illudere
pa del 15 3 2 , propose la sua idea di riforma: una restau­ di conciliare la nuova figura del cristiano sacerdote di se
razione dei buoni costumi del clero e una «guerra spiri­ stesso con una Chiesa gerarchicamente ordinata sotto il
tuale» contro i luterani. governo ecclesiastico, ben poche illusioni erano possibi­
Dal punto di vista dell’imperatore, però, l’unità dei li sulla frattura tra lo Stato territoriale e l’ Impero. In
queste condizioni, il concilio futuro si annunciava indi­
spensabile ma nello stesso tempo chiedeva che si risol­
3 Cosi affermava nel 1526 il benedettino Simone da Bassano, alias Fran­
cesco Negri, che poi se ne andò a Strasburgo a controllare di persona e, pas­ vessero preliminarmente i rapporti di forza.
sato alla Riforma, condusse battaglie di scritture contro la Chiesa cattolica
(cfr. G. zonta, Francesco Negri l ’ eretico e la sua Tragedia « I l libero arbitrio», in
«Giornale storico della Letteratura italiana», LX V II (1916), pp. 265-324, in
particolare p. 275).
LA VITTORIA DEL PAPATO 13

Capitolo secondo visti, allora, solo uomini di chiesa, ma tutta la serie di po­
teri, di gruppi e corporazioni dotati di autorità nell’E u ­
La vittoria del papato ropa cristiana: l’Impero, e sotto di lui le nationes, i rap­
presentanti diplomatici ma anche quelli delle università.
Il Concilio di Trento, pur tenendosi in una città del­
l ’Impero, lontano da Roma, secondo le richieste lutera­
ne, era un concilio tutto italiano e papale: non solo la mag­
gioranza assoluta dei vescovi e dei teologi era formata da
italiani, ma dei quattro cardinali presenti ben tre (Cer­
Il 13 dicembre 15 4 5 si tenne a Trento la solenne ceri­ vini, Pole e Del Monte) erano li in veste di legati ponti­
monia di apertura del concilio. Il cerimoniale, con la sua fici. Molte domande sorgono spontanee davanti a un ta­
capacità di esprimere rapporti di forza e valori storica­ le scenario: attraverso quali vie dalla richiesta protestan­
mente consolidati, offre in questo caso uno specchio elo­ te di «un libero concilio cristiano in terra tedesca», che
quente dei mutamenti intervenuti tra il Concilio di Tren­ era risuonata con enfasi in Germania dal 15 2 0 in poi, si
to e i grandi concili di riforma del Quattrocento. L ’as­ era arrivati a un’assemblea di ecclesiastici per lo piu ita­
semblea che si riunì nel coro della cattedrale di Trento liani governati da delegati del papa ? E ancora: che cosa
era composta quasi esclusivamente da ecclesiastici: 4 car­ era successo nel secolo intercorso tra i concili riformato­
dinali, 4 arcivescovi e 2 1 vescovi, ordinatamente schie­ ri del Quattrocento e il Concilio di Trento ? Perché si era
rati con le loro bianche mitrie nei sedili predisposti alla reso possibile che dai concili affollati, vigorosamente ca­
destra dell’altare, e, accanto a loro, i generali degli ordi­ ratterizzati dalla presenza di laici e delle autorità politi­
ni agostiniano, carmelitano e dei Servi di Maria, nonché che, dotati di pienezza di poteri sulla società cristiana e
dei due ordini francescani. Il personale diplomatico con­ sul papa stesso, si passasse a un’assemblea cosi sparuta e
sisteva nei due inviati dell’ arciduca Ferdinando d ’A u ­ cosi esclusivamente ecclesiastica, visibilmente soggetta al
stria, seduti sul banco davanti ai prelati, mentre il lato si­ papa e quasi ignorata dalle autorità politiche ?
nistro era occupato da 42 teologi (quasi tutti frati) e 8 La risposta alla seconda domanda ci aiuterà a rispon­
giuristi1. Questa assemblea conciliare rappresentava dun­ dere alla prima. La vittoria del papato sul concilio era sta­
ta ottenuta al prezzo di accordi diretti coi principi; gli Sta­
que una cristianità composta quasi esclusivamente da ec­
ti territoriali, la nuova realtà politica affermatasi in E u ­
clesiastici; in termini di rappresentanze nazionali, la qua­
ropa, trovarono piena convenienza in un rapporto bilate­
si totalità dell’assemblea era costituita da italiani, con uno
rale col papato il quale, in cambio del loro sostegno, era
sparuto drappello di spagnoli; gli episcopati tedesco, fran­
disposto a concedere una parte dei suoi diritti giuridici ed
cese e inglese avevano solo un rappresentante a testa. Ben
economici sulle chiese locali. Attraverso una serie di con­
altrimenti variopinta e ricca di articolazione era stata la
cordati e indulti, il papato s’impose come interlocutore
rappresentanza della società cristiana che aveva animato
unico degli Stati emersi dalla crisi dell’Impero medieva­
i concili di riforma del secolo precedente. Non si erano 1
le. Prima Eugenio IV poi Niccolò V sottoscrissero nume­
rosi documenti di questo tipo con sovrani come i duchi di
11 dati sono ripresi da H. jedin , Geschichte des Konzils von Trient, 4 voli., Savoia e di Milano, il re di Francia, Alfonso I d ’Aragona,
Freiburg 1957-77 [trad. it. Storia del Concilio di Trento, 4 voli., Brescia 1973-
19 8 1, I, p. 637]. il re del Portogallo; su quella stessa strada si mantennero
i4 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 15

anche i loro successori. Una data capitale da questo pun­ sa e aveva lottato con l’Impero ad armi pari, i pontefici
to di vista è quella del concordato stipulato da papa Leo­ che si succedettero dopo la crisi conciliarista dovettero
ne X con la Francia nel 15 16 : si trova qui il punto d ’arri­ risolvere il duplice problema di garantirsi una relativa si­
vo di un percorso che aveva condotto il piu potente regno curezza politica e di pagare in qualche modo l’appoggio
della cristianità dall’adesione piena alle tesi conciliariste richiesto ai sovrani d ’Europa. A quest’ultimo scopo servi
al piu completo ed esclusivo rapporto col papato. soprattutto l’autorità che il papato si era saputo conqui­
A l termine del Concilio di Basilea, la Francia, con la stare in materia beneficiaria: il papa, che la dottrina ca­
«prammatica sanzione» di Bourges, aveva riconosciuto nonistica definiva da tempo «padrone di tutti i benefi­
vigore di leggi dello Stato alla maggior parte dei decreti ci», rivendicava a se stesso il potere di scegliere i candi­
di quel concilio. E ra stato un episodio grave e preoccu­ dati da nominare ai benefici vacanti in ogni parte della
pante per il papato, anche perché il modello francese ave­ cristianità. Era un potere che l’incessante azione della cu­
va ispirato comportamenti analoghi da parte di altri Sta­ ria aveva riempito di contenuto effettivo e che adesso si
ti. La ripresa successiva del papato aveva ridotto la pre­ faceva sempre piu prezioso agli occhi di sovrani territo­
sa delle idee conciliariste, ma ancora nel 1 5 1 1 Luigi X II riali desiderosi di gratificare i loro sostenitori e di co­
re di Francia, nel reagire al brusco cambiamento di poli­ struirsi strutture di controllo ecclesiastiche di piena fe­
tica e di alleanze militari da parte di papa Giulio II, non deltà. Un altro problema degli Stati territoriali in for­
aveva trovato di meglio che scatenare un tentativo di con­ mazione che il papato era in grado di aiutare a risolvere
cilio antipapale. L a forza delle idee conciliariste era an­ era quello finanziario: tutte le rendite delle chiese locali
cora cosi grande che il papa, per mettersi al sicuro dalla che affluivano tradizionalmente alla curia pontificia (e
minaccia che veniva dalla Francia, dovette convocare egli intorno alle quali era sorta da tempo una letteratura di
stesso un concilio (che fu il Lateranense V). Il successo­ proteste e lagnanze) sembravano fatte apposta per atti­
re di Giulio II, Leone X , portò a termine l’impresa di un rare l’interesse di sovrani tanto privi di apparato fiscale
concilio tutto dominato dal papa, svuotando definitiva­ e di rendite quanto ricchi di clienti e di alleati da ricom­
mente di contenuto l’altra assemblea ecclesiastica con­ pensare. Ecco dunque trovata la moneta di scambio per
vocata a Pisa col sostegno francese. M a fu solo grazie al distogliere gli Stati europei dall’adesione alle dottrine
concordato del 1 5 1 6 tra il papato e il regno di Francia conciliariste. Tutto questo significava però un venir me­
che la monarchia francese perse ogni interesse nei con­ no di una serie di voci d ’entrata per la curia papale e una
fronti delle idee conciliariste come strumento di ricatto riduzione concreta del suo raggio d ’azione.
e di pressione su Roma. Nel concordato una serie di con­ A i problemi finanziari si ovviò in vario modo. La fi­
cessioni papali accentuarono il carattere nazionale della scalità pontificia mutò natura2: se il flusso di tributi ver­
Chiesa gallicana e riconobbero la subordinazione del cor­ sati dal clero dei vari Paesi si inaridì fino a cessare quasi
po ecclesiastico all’autorità del re. Il conciliarismo si potè del tutto - ma questo non avvenne per gli Stati tedeschi,
considerare cosi definitivamente sconfitto. L ’antefatto dove la protesta luterana trovò incentivo anche in que­
che permise di raggiungere questo obbiettivo fu il radi­ sta materia - altre fonti furono attivate. Il danaro che ve­
camento del papato nel contesto politico italiano e il niva a mancare dovette essere cercato all’interno dello
rafforzamento dello Stato della Chiesa. Se il papato me­
dievale aveva perseguito sistematicamente l ’affermazio­ 2 Cfr. su questo la rassegna di A. gardi, La fiscalità pontificia tra Medioe­
ne della pienezza dei suoi poteri spirituali su tutta la Chie­ vo ed età moderna, in «Società e storia», 1986, n. 33, pp. 509-57.
ι6 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 17

Stato della Chiesa, riformandone l ’organizzazione se­ Si trattava di uno strumento fondamentale per il raffor­
condo un modello statuale non diverso da quello delle zamento politico del papato: attraverso il canale delle
monarchie nazionali (unica differenza, a tutto vantaggio nunziature pontificie passarono e vennero trattati accor­
dello Stato della Chiesa, fu la pienezza dei poteri tem­ di e alleanze politico-militari ma anche materie ecclesia­
porali e spirituali posseduti dal sovrano di Roma). Fonti stiche (dalla concessione di titoli cardinalizi al conferi­
ricchissime vennero aperte soprattutto potenziando ol­ mento di benefici piu minuti e dispersi): come i chierici
tre misura gli uffici della burocrazia e dei tribunali cen­ della Camera apostolica o gli scrittori dei brevi papali,
trali della Chiesa. La Camera apostolica e la Penitenzie- anche i nunzi trassero le loro entrate da qualche ricco be­
ria moltiplicarono le occasioni di intervento e le materie neficio (o dal cumulo di piu benefici minori). Ma, se que­
di loro competenza, compensandosi a vicenda (per cui, a sta tendenza a rivalersi sui benefici ecclesiastici era spon­
fronte di una diminuzione delle annate e delle pensioni, tanea e connaturata alla sede papale, che da tempo si era
si registrò un costante aumento delle dispense per ma­ arrogata il potere di disporne senza limiti, le resistenze
trimoni in grado proibito rilasciate - a pagamento, s’in­ delle Chiese nazionali e i privilegi concessi in numero
tende - dalla Penitenzieria). G li uffici furono resi tutti sempre maggiore ai sovrani costituivano un grave osta­
vendibili: di fatto, con la sola esclusione, almeno forma­ colo: negli elenchi dei gravammo, che da secoli le nationes
le, del titolo di Penitenziere maggiore, si potè acquista­ cristiane, e in particolare quella tedesca, elevavano con­
re ogni tipo di carica e di ufficio, consentendo cosi alla tro la sede papale, era ricorrente la protesta contro la con­
tesoreria papale di accumulare ingenti capitali. Un altro cessione di benefici a prelati di curia che si limitavano a
settore delle strutture centrali della Chiesa romana che riscuotere le rendite e a consumarle a Roma senza forni­
si venne allora fortemente dilatando fu quello della can­ re l’ufficio ecclesiastico per il quale erano pagati. Lute­
celleria papale: le dimensioni assunte dalle attività d i­ ro, come abbiamo visto, seppe pescare abilmente da qui
plomatiche (in conseguenza delle continue esigenze di gli argomenti per scatenare l’opinione tedesca contro R o­
mediazione politica nei rapporti bilaterali tra papato e ma e guadagnarla alla propria causa. Di fatto, però, con
Stati territoriali) si tradussero in un potenziamento sia la politica degli indulti e dei concordati, la libera dispo­
della rete di rappresentanti diplomatici stabili presso le nibilità curiale dei benefici si era andata riducendo e con­
varie corti, sia dell’organico di segreteria necessario per centrando nell’area italiana; i papi, del resto, furono sem­
tenere le fila della corrispondenza su tutti gli affari cor­ pre piu esclusivamente di estrazione italiana e la curia si
renti. Se la burocrazia centrale metteva in moto, col si­ andò anch’essa italianizzando: fu cosi che si rese possi­
stema della vendita degli uffici, un’ingente quantità di bile comporre gli interessi della burocrazia curiale con
capitali, ciò avveniva anche perché i titolari di quegli uf­ quelli dei principi e delle famiglie patrizie degli Stati ita­
fici potevano contare, oltre che sulle entrate ordinarie, liani, desiderosi di sistemare nell’area del beneficio se
sulle occasioni di mettere le mani su qualche beneficio stessi o i propri clienti. Lo stesso collegio cardinalizio,
particolarmente redditizio. La vicinanza alla sede del po­ che consentiva una specie di rappresentanza internazio­
tere in materia beneficiaria costituiva una condizione di nale al vertice della Chiesa, e attraverso il quale gli Sta­
sicuro privilegio. Lo stesso si può dire per quanto riguarda ti europei facevano sentire il loro peso in occasione del­
la rete sempre piu fitta di rappresentanti diplomatici che l’elezione papale, si andò affollando di italiani. L ’italia­
si venne allora impiantando e che doveva fare di Roma nizzazione del papato significò soprattutto, come si è det­
l’osservatorio internazionale piu importante dell’epoca. to, la costruzione di un’entità statale nuova, da cui at­
ι8 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 19
tingere sia le risorse finanziarie, che venivano meno dal­ di cardinale: Gaspare Contarmi3). Appelli e lagnanze si
le fonti tradizionali, sia il potere politico sempre piu ne­ indirizzavano appunto al papa come titolare della piu pre­
cessario alla monarchia papale. Lo Stato della Chiesa stigiosa e solenne autorità all’interno della Chiesa; ma au­
forni la base a ciò necessaria: da qui partirono i progetti torità e prestigio erano stati riconquistati dal papato, do­
papali di costruire in ambito italiano degli Stati eredita­ po la gravissima crisi approdata alla vittoria del concilia­
ri per le proprie famiglie («grande nepotismo») e qui si rismo, solo facendo leva su quegli elementi mondani e po­
esercitarono, nella lotta contro la grande feudalità, le ca­ litici di cui si chiedeva ora l’eliminazione. Tuttavia, se la
pacità di progettazione politica del principato papale. A n ­ dottrina della superiorità del concilio sul papa - sancita
che la costruzione di una corte, in grado di attirare col dal decreto Sacrosancta del Concilio di Basilea - era stata
suo splendido modello di vita Γ ammirazione e la curio­ battuta dalla vigorosa ripresa dell’autorità papale, rima­
sità dei contemporanei e di affermare la sua egemonia sul­ neva pur sempre profondamente radicata l’esigenza di una
le altre corti europee, fu l’esito consapevolmente perse­ riforma della Chiesa, da affidare allo strumento di una pe­
guito dai pontefici come signori rinascimentali. Le con­ riodica e frequente convocazione del concilio (come pre­
seguenze di questa serie di trasformazioni, che portaro­ visto dal decreto Frequens, pure approvato a Basilea).
no il papato a trionfare sull’idea di concilio, si fecero av­ L ’opposizione papale fu a questo riguardo ferma e de­
vertire a tutti i livelli della vita della Chiesa: se al verti­ cisa sul piano dei fatti quanto lo fu sul piano teorico con­
ce della gerarchia ecclesiastica c’erano pontefici come tro le dottrine conciliaristiche. Quando, dopo la caduta di
Giulio II, che al posto dei paramenti sacri indossavano Costantinopoli, Pio II convocò un congresso delle poten­
le armi di condottiero, all’altro estremo si veniva per­ ze cristiane a Mantova, usò ogni cautela perché quel con­
dendo ogni distinzione tra chierici e laici grazie all’au­ gresso non assumesse caratteri di concilio; subito dopo con
mento indiscriminato di titolari di benefici ecclesiastici la bolla Execrabilis del 18 gennaio 1460 proibì, sotto mi­
che coi soli ordini minori ottenevano il conferimento di naccia di scomunica, ogni futuro appello al concilio contro
parrocchie e vescovati. A piu riprese dagli ambienti fe­ il papa. Ciò non valse a evitare che appelli di quel tipo ve­
deli alla tradizione e preoccupati a causa di questi aspet­ nissero di volta in volta a riprodursi: vi fecero ricorso G i­
ti della vita della Chiesa giunsero lagnanze, appelli e me­ rolamo Savonarola e, dopo di lui, Martin Lutero; la con­
moriali tendenti a ricordare al papa i suoi doveri di capo danna papale conferì a simili appelli una carica eversiva e
religioso di una comunità di credenti che andava al di là un valore di ribellione. Piu difficile era invece disinnesca­
dei limiti di un singolo Stato. Papa Leone X , in un me­ re richieste d ’altro tipo che non contrapponevano l’auto­
moriale (Libellus) redatto da Tommaso Giustiniani e Vin­ rità del concilio a quella del papa, ma si limitavano a pro­
cenzo Querini, due nobili veneziani diventati monaci ca­
porre a quest’ultimo l’esigenza di convocare di sua inizia­
maldolesi dopo una profonda crisi religiosa, si vide ri­
tiva un concilio. Nelle capitolazioni elettorali sottoscritte
chiamare alle sue responsabilità di guida religiosa nei con­
in conclave da tutti i cardinali a partire dalla seconda metà
fronti di un mondo che le recenti scoperte geografiche
del Quattrocento, si trova quasi sempre ripetuto l’impe­
oltre Atlantico allargavano a dismisura; il suo consan­
gno richiesto al futuro pontefice di procedere alla riforma
guineo e successore Clemente V II si senti rivolgere di­
rettamente subito dopo il Sacco di Roma un analogo ap­
5 Dal resoconto di un colloquio del 2 gennaio 1529 col papa (f . dittrich ,
pello a non comportarsi piu come «un principe de Italia» Kegesten und Briefe des Cardinals Gasparo Contam i (14 8 3 -15 4 2 ), Braunsberg
(e chi glielo rivolse fu un altro nobile veneziano, piu tar­ 18 8 1, pp. 41-46, in particolare p. 43).
20 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 21

della curia e della Chiesa per mezzo di un concilio da con­ cilio, concilio, et lo voleno in Germania», scriveva coster­
vocare entro termini spesso esattamente indicati e co­ nato il nunzio pontificio Girolamo Aleandro dalla Dieta
munque urgenti. Richieste di questo tipo esprimevano esi­ di Worms nel 1 5 2 1 4. M a l’immagine terrificante (per il pa­
genze profondamente radicate e molto diffuse; per questo, pato) di Costanza e di Basilea fece si che le resistenze ro­
quando si ebbe la convocazione del Concilio Lateranense mane a quel coro di richieste si mantenessero sostanzial­
V, le speranze che si giungesse finalmente all’auspicata mente irremovibili (pur celate dietro a concessioni e pro­
riforma furono molto forti: programmi dell’ampiezza di messe che erano semplici mosse del gioco diplomatico). So­
quello formulato nel Libellus di Querini e Giustiniani nac­ lo la vittoria militare di un imperatore (Carlo V), che risu­
quero dalla fiducia che finalmente si fosse arrivati al mo­ scitava le antiche concezioni dell’impero universale e del
mento, tante volte rinviato, della riforma della Chiesa. Il diritto imperiale di protezione sulla Chiesa e che, oltre­
testo presentato a Leone X da Querini e Giustiniani, i due tutto, era incalzato dalle richieste dei principi territoriali
patrizi veneziani ritiratisi a vita contemplativa in un mo­ tedeschi, riuscì a smuovere quelle resistenze. D ’altra par­
mento difficile della storia veneziana e italiana, è un do­ te, la determinazione con cui Carlo V - spirito profonda­
cumento significativo della vastità delle attese, alla vigilia mente religioso, educato all’ideale erasmiano del principe
dell’azione pubblica di Lutero. Riforma significava, per i cristiano - persegui l’obbiettivo di un concilio capace di
due camaldolesi, l’instaurazione di un regime di cristianità
ricomporre la frattura dell’unità della Chiesa aveva una ra­
rinnovata e conquistatrice sul mondo intero: dagli Ebrei
dice che andava al di là delle personali convinzioni del­
d’Europa, che dovevano essere posti davanti all’alternati­
l’uomo: era la stessa identità europea dell’Impero a ri­
va se convertirsi o sparire, alle popolazioni del Nuovo
chiederlo. Delle due grandi realtà della cristianità europea
Mondo e dell’Oriente lontano, che apparivano miti e ac­
medievale, la Chiesa e l’Impero, la prima era ormai deci­
coglienti, pronte a ricevere la predicazione del Vangelo. Al
samente avviata a subire la divisione in tante Chiese na­
mondo ecclesiastico era riserbato un duro riassetto disci­
zionali e, se il papato romano sembrava sfuggire alla ten­
plinare: sciolti o contingentati gli ordini religiosi, riporta­
denza generale e riaffermava vigorosamente il suo carat­
te a disciplina cristiana la Curia romana e la corte papale,
tere «cattolico», cioè universale, lo faceva in realtà conso­
doveva aprirsi una fase di rinnovata predicazione del Van­
gelo. Era un programma vasto e ambizioso, nel quale è pos­ lidando con decisione caratteri e strutture di un proprio
sibile leggere l’ anticipazione delle realizzazioni più signi­ Stato territoriale all’interno di un’area di rispetto che coin­
ficative che sarebbero seguite. cideva con la penisola italiana. Invece l’impero asburgico
Perché seguissero ci volle la dura scrollata della Rifor­ poteva sopravvivere solo dando corpo politico e culturale
ma luterana. La delusione davanti ai risultati effettivi del (cioè religioso) all’intera Europa, come entità superiore ca­
Lateranense V alimentò la sfiducia nelle possibilità insite pace di inglobare e di far convivere pacificamente le di­
nella formula romana dell’assemblea ecclesiastica sotto il verse realtà politiche e culturali del continente. Per que­
diretto controllo del papa. Per questo Lutero trovò ascol­ sto il concilio appariva assolutamente necessario e, per ra­
to quando, nel suo appello, risuscitò l’immagine e il ricor­ gioni molto simili, l’idea di concilio continuò a ripresen­
do del concilio di riforma convocato e presieduto dalle au­ tarsi a lungo nelle attese e nei desideri di molti anche do­
torità politiche, lontano dall’influenza papale, capace di po la conclusione di quello che si celebrò a Trento. Nella
rappresentare non solo i vertici della gerarchia ecclesiasti­
ca ma tutta la cristianità. «Ognuno domanda et crida con­ 4 h . jedin , Storia del Concilio di Trento cit., I, p. 229 nota.
22 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 23

lunga sopravvivenza dell’idea di concilio si trova un riflesso Sul piano piu propriamente religioso, bisogna tener
dell’idea stessa di Europa, con la sua irrisolta contraddi­ conto del fatto che per Roma i margini di confronto con
zione di fondo tra un’identità culturale unitaria e la realtà la Riform a erano molto scarsi. D i questo si aveva co­
delle divisioni e dei conflitti tra gli Stati nazionali. scienza, come mostra l’opinione, diffusa tra le figure piu
Davanti a quell’idea di Europa, la resistenza del papato autorevoli del mondo cattolico, che non ci fosse spazio
si sommò a quella dei principi territoriali e degli Stati na­ per discutere coi protestanti in materia di fede e che si
zionali. Si trattò di un’opposizione che ebbe motivi profon­ dovesse semplicemente far valere contro di loro il patri­
di, non riducibili alle circostanze occasionali del nepotismo monio di leggi e di dottrine tramandato nei secoli.
mediceo o farnesiano, o dei timori di un ritorno alle teorie Dopo il Sacco di Roma, quando il papa dovette uffi­
conciliariste. C ’erano le ragioni del radicamento dello Sta­ cialmente accettare la politica imperiale che passava attra­
to papale nel contesto della penisola italiana. La politica del­ verso la convocazione del concilio, da Roma si fece ricor­
la «libertà d’Italia» mirò a impedire che una potenza di­ so a tutte le astuzie della diplomazia per sabotare le possi­
ventasse preponderante nella penisola (da qui la continua bilità reali di arrivare a tale obbiettivo. Clemente V II, fi­
oscillazione del papato nella politica dell’equilibrio tra Fran­ glio illegittimo, forse papa simoniaco, aveva tutte le ragioni
cia e Spagna) o almeno a garantire alla Chiesa una sfera au­ per temerlo: «Nel piu profondo dell’anima questo papa, -
tonoma di influenza sugli altri Stati italiani. Tra il grido di ha scritto Jedin, - temeva e aborriva il Concilio»6. E quel
battaglia di Giulio II - «Fuori i barbari! » - e la folle av­ timore era noto a tutti: il grande teologo domenicano Fran­
ventura militare di Paolo IV contro Filippo II ci fu una con­ cisco de Vitoria, dalla sua cattedra di Salamanca, dichia­
tinuità di orientamenti politici; perciò, anche nei confron­ rava che quella paura del papa era causa di grandi disgra­
ti della politica conciliare di Carlo V le resistenze sorde del zie per la religione. Non mancavano i mezzi per sostenere
papato, dietro le apparenze di consenso e di collaborazio­ una politica basata sulla doppiezza, che ufficialmente di­
ne, presero di mira precisamente l ’idea imperiale di un’Eu­ chiarava di volere quello che in segreto sabotava. Per la
ropa unita sotto uno stesso potere. Per molti, infine, la con­ convocazione, il papa pose una condizione fondamentale
vocazione stessa del concilio significava l’indebolimento di difficilissima da raggiungere: che gli Stati cristiani fossero
quel papato nel quale vedevano l’ultimo baluardo di un’I­ in pace. E cosi bastò l’ostilità di Francesco I a garantire
talia debole e divisa. Per questo si guardò con preoccupa­ che l ’obbiettivo non diventasse mai concreto.
zione all’avanzata del potere di Carlo V e se ne interpretò Solo con l’elezione di papa Paolo III (Alessandro Far­
immediatamente l’appello al concilio come un semplice ri­ nese) le cose cominciarono a cambiare: appena eletto, il
catto politico a cui non dare importanza: « Non vorrà si par­ nuovo papa dichiarò di voler convocare il concilio. E ra dif­
li del Concilio che ha detto sin qui volere che si facci, - scri­ ficile credergli. Bisognò convincere gli interlocutori che le
veva sollevato un alto personaggio della Curia romana nel cose erano davvero cambiate: come ebbe a dire l’inviato
dicembre 1526, - conoscendo che il mandare avanti detto papale al re di Francia, «non si negotia al modo usato e che
Concilio serviria piu a generare confusione contro Nostro questo è un altro tempo»7. M a arrivarono segni concreti
delle intenzioni papali con la nomina cardinalizia di una
Signore /il papa/ che al servitio di Dio»5.
personalità di grande prestigio: il patrizio veneziano Ga-
5Lettera di Gian Matteo Giberti, datario di Clemente VII del 29 dicem­
bre; si veda A . p r o s p e r i , Tra evangelismo e Controriforma. G .M . Giberti 14 93- 6H. je d in , Stona del Concilio di Trento c i t ., I, p. 255.
15 4 3 , Roma 1969, p. 77. 7Ibid., p. 339.
24 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 25

spare Contarini. La notizia della nomina lo raggiunse men­ narchie nazionali. Mentre l’imperatore Carlo V restava
tre era impegnato nei compiti ordinari di governo del pa­ l’unico sovrano veramente e vitalmente interessato al rag­
triziato veneziano: fu un impulso alle speranze diffuse. In­ giungimento di quell’obbiettivo, tutti gli altri avevano ra­
torno a lui si raccolsero altre figure eminenti, a significare gioni per impedirlo: cosi Francesco I, che si era alleato con
un rinnovamento dei vertici della Chiesa. Un altro segno i principi protestanti tedeschi della Lega di Smalcalda; e
importante fu la convocazione di una commissione di pre­ cosi anche Enrico V i l i, che intanto aveva proclamato
lati a cui fu demandata la stesura di una proposta sulla rifor­ l’Atto di Supremazia e fatto giustiziare John Fisher e Tho­
ma della Chiesa. Il memoriale o Consilìum de emendando. mas More. Anche i principi tedeschi erano ostili davanti
Ecclesia (1537) riconobbe che c’era stato un cavallo di a un disegno che non rispettava le loro richieste di un li­
Troia attraverso il quale si erano introdotti gravi abusi nel­ bero concilio cristiano in terra tedesca e minacciavano di
la Chiesa e questo era il principio del potere assoluto del convocare un concilio nazionale. Il 2 giugno 15 3 6 si giun­
papa nel conferimento dei benefici ecclesiastici: bisogna­ se comunque alla pubblicazione della bolla di convoca­
va riformare la prassi beneficiaria e ricongiungere ufficio zione: il concilio si doveva aprire a Mantova di li a un an­
ecclesiastico e beneficio, rendite e amministrazione dei sa­ no e precisamente il 23 maggio 15 3 7 .
cramenti. Era un’idea di riforma che niente aveva a che Non fu cosi. A ll’ultimo momento il termine fu proro­
spartire coi principi di quella protestante: e tuttavia l’op­ gato, adducendo come causa le difficoltà frapposte dal du­
posizione degli uomini di Curia fu immediata, col prete­ ca di Mantova. M a le ragioni sostanziali del fallimento ri­
sto che si rischiava di fornire argomenti alla propaganda siedettero nell’ostilità di Francesco I davanti a un pro­
luterana (in effetti Lutero pubblicò una versione tedesca getto che implicava un’alleanza tra papa e imperatore. La
del Consilìum, commentata con sarcasmi, con la conse­ bolla di convocazione non raggiunse mai i prelati france­
guenza che a Roma il documento fu messo sotto chiave e si. Fu in quella occasione che si vide come il consenso dei
ne fu proibita la stampa e la circolazione). sovrani fosse decisivo per mandare ad effetto la convoca­
Quanto alla convocazione di un concilio, l’offerta pa­ zione. Proprio allora venne indicato il nome di Trento co­
pale era ben lungi dall’accogliere le richieste dei luterani. me luogo piu adatto a ottenere una partecipazione tede­
A Roma si pensava a un’assemblea di soli ecclesiastici da sca. Intanto, un’offerta della Repubblica di Venezia mi­
riunire in una città italiana; per il luogo, gli inviati papa­ se a disposizione la sede di Vicenza. Ci fu una convoca­
li proposero un ventaglio di nomi di città italiane: M an­ zione in questa città e furono fatti dei preparativi, ma do­
tova, Torino, Piacenza e Bologna. Mantova era città di po diverse proroghe si decise una sospensione sine die.
tradizionale appartenenza al partito di Carlo V , Torino Il concilio era stato convocato e rinviato per cinque
sembrava più accessibile ai vescovi francesi, le città pa­ volte. Ironia e scherno furono l’unico commento possi­
dane significavano un controllo diretto dell’imperatore bile. Era emerso chiaramente che cosa si fosse disponibi­
(Piacenza) o del papa (Bologna). In ogni caso, era escluso li a concedere da parte romana: un’ assemblea addome­
in principio che si concedesse il «libero concilio cristiano sticata di vescovi quasi soltanto italiani da tenere vicino
in terra tedesca». La disponibilità papale al concilio era a Roma, che condannasse le dottrine di Lutero e in cam­
condizionata al rifiuto netto della proposta luterana. bio approvasse qualche misura di moralizzazione del
Emerse allora l’altro vero ostacolo alla rivitalizzazione mondo ecclesiastico, senza toccare però né l ’autorità del
del concilio universale come luogo di governo del cristia­ papa né la struttura del vertice romano.
nesimo europeo: gli Stati territoriali, in particolare le mo­ M a non c’era solo Lutero: i prelati e gli uomini di cui-
2Ó CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 27

tura italiani avevano stima di Filippo Melantone, uomo pati nazionali a distaccarsi dall’obbedienza romana (a Ra­
moderato, fine umanista, del tutto esente dagli scatti di tisbona, Contarmi aveva ascoltato dai vescovi tedeschi ri­
violenza verbale e dall’intransigenza di Lutero. Alcuni era­ chieste di un concilio nazionale, insieme a richiami al de­
no convinti che si potesse raggiungere un’intesa sul punto creto Frequens di sapore fortemente conciliarista). In man­
piu controverso, l’articolo della giustificazione, separando canza di concilio, l’imperatore minacciava di decretare la
le discussioni fra dotti dalla semplice vita religiosa del po­ tolleranza ufficiale nei confronti dei seguaci della Rifor­
polo. Si tentò la via dei «colloqui di religione», con la qua­ ma. Esisteva anche il problema di una «riforma cattolica»
le Carlo V tentò di pacificare il mondo tedesco. Delega­ che cancellasse dal mondo ecclesiastico «in capite et in
zioni di teologi cattolici e protestanti si incontrarono per membris» (cioè nel vertice romano e nelle membra ad es­
cercare una soluzione praticabile alle divergenze dottrina­ so soggette) le macchie piu vistose (fiscalità esosa, igno­
li. Il piu importante si tenne a Regensburg (Ratisbona) nel ranza, avidità, immoralità, non residenza). Bisognava pro­
15 4 1: vi fu delegato da parte cattolica il più convinto so­ cedere in quella direzione, avvertivano gli osservatori piu
stenitore della via dell’accordo pacifico, il cardinale G a­ attenti, almeno per «tappare la bocca» ai luterani.
spare Contarmi, mentre l’altra delegazione fu guidata da Il 22 maggio 1542 Paolo III lesse in concistoro la bol­
Martin Butzer, un teologo letto e stimato anche in Italia la di convocazione del concilio a Trento (Initio nostn huius
(dove i suoi scritti circolavano, sia pure sotto false attri­ pontificati). Il luogo era stato scelto per la sua collocazio­
buzioni). L ’accordo sembrò sul punto di essere raggiunto ne giuridica all’interno dell’Impero e per quella geografi­
grazie alla dottrina della doppia giustificazione, che cerca­ ca di confine, che ne consentiva l’accesso a Tedeschi, Spa­
va di accordare il primato della giustificazione gratuita per gnoli, Francesi e Italiani. Sembrava giunta l’occasione
fede con la risposta dell’uomo giustificato attraverso le ope­ buona. M a la situazione politica europea era fra le piu tur­
re. M a l ’illusione svanì presto: ben altri ostacoli si parava­ bolente per il conflitto franco-imperiale e di conseguenza
no davanti ai volenterosi negoziatori sia per la dottrina (i anche gli Stati italiani erano in grande agitazione. Il io
sacramenti e in particolare il sacerdozio, l’eucarestia e la luglio Francesco I, alleato con l’Impero ottomano, di­
penitenza) sia per l’intransigenza delle retrovie. Lutero da chiarò guerra a Carlo V; la bolla di convocazione non rag­
Wittenberg e la Curia da Roma negarono il permesso di giunse nemmeno questa volta i vescovi francesi. In Italia,
procedere e i negoziatori se ne tornarono a casa senza nes­ intanto, si aspettava la discesa dell’esercito francese; i fuo­
suna conclusione. La Dieta si concluse imponendo un ter­ rusciti fiorentini guidati da Piero Strozzi si preparavano
mine di 18 mesi per la convocazione del concilio. I dele­ a un’iniziativa militare contro Cosimo I in Toscana. Le
gati al colloquio consegnarono all’imperatore le loro pro­ tensioni che prepararono la guerra erano ben note anche
poste in quello che si chiamò il Libro di Ratisbona. Conta­ a Roma, tanto che Carlo V accusò il papa, con una lette­
rmi, accusato di essere «luterano», fu allontanato da Ro­ ra adirata, di aver proceduto alla convocazione solo per
ma e mandato a governare Bologna come Cardinal legato. fare una vuota dimostrazione di buona volontà. Invitato
E qui assistette nei suoi ultimi giorni alla svolta repressiva a dichiararsi alleato dell’imperatore, il papa si mantenne
della politica papale. Da questo momento in avanti il di­ rigorosamente neutrale. I preparativi proseguirono stan­
segno del concilio fu concepito sempre più esclusivamen­ camente in un clima avvelenato, tra i sospetti e le accuse;
te da parte romana come strumento per condannare le dot­ i cardinali inviati da Roma come legati al concilio, quan­
trine della Riforma e per rafforzare il controllo papale sul­ do arrivarono a Trento nel novembre 15 4 2 vi trovarono
la struttura ecclesiastica, contro le tendenze degli episco­ in tutto due vescovi (incluso quello di Trento). A sorpre­
28 CAPITOLO SECONDO LA VITTORIA DEL PAPATO 29

sa, comparve in città l’uomo di fiducia di Carlo V, Nico­ gliarsi con lui e lo trovò in gravissime condizioni; pro­
las de Perrenot, signore di Granvelle: l’imperatore lo ave­ segui allora il suo viaggio ma non per Roma: se ne andò
va inviato per verificare di persona quanto quella convo­ a Ginevra, si tolse il saio fratesco e annunciò la sua in­
cazione fosse di pura facciata. Esplose lo scandalo e par­ tenzione di abbandonare ogni simulazione e di predica­
tirono accuse violentissime: il papa aveva solo fatto finta re da allora in poi Cristo senza maschere.
di convocare il concilio. Un incontro di Carlo V con Pao­ Sul piano europeo la questione del concilio fu riaper­
lo III a Busseto, presso Parma, nel 15 4 3 , non migliorò la ta da Carlo V con l’aiuto di una grande destrezza diplo­
situazione: la diffidenza del sovrano verso l’astuto pon­ matica e di uno straordinario successo militare. Alla D ie­
tefice non si sciolse. Il papa non volle rinunziare alla sua ta di Spira ottenne l’ aiuto dei principi tedeschi contro
neutralità politica tra Francia e Impero e, quanto al con­ la Francia promettendo loro una politica di tolleranza
cilio, propose di sospenderlo o di trasferirlo da Trento in verso i luterani; cosi, potè affrontare militarmente Fran­
luogo piu sicuro e piu vicino a Roma. E ra una musica che cesco I. La pace di Crépy (1544) lasciò la Francia inde­
doveva accompagnare tutta la vicenda. bolita: isolata dagli alleati tedeschi, poco agevolata dal­
La proposta mostrava che a Roma si riteneva defini­ l’aiuto musulmano (anzi screditata tra i cristiani per aver
tivamente chiusa la partita nei confronti del mondo del­ accolto il pirata Barbarossa nel porto di Tolone nel
la Riforma e che si era ormai rassegnati alla perdita della 15 4 3 ), anche la sua politica verso il progetto imperiale
Germania. Il sogno imperiale di una conciliazione era re­ di concilio dovette ammorbidirsi. T ra le clausole segre­
moto dalla mente della grande maggioranza dei prelati te di Crépy ci fu l’accordo per arrivare alla riunione e
che governavano la Chiesa di Roma; lo coltivavano pic­ riforma («réunion et réformation») della cristianità, per
cole minoranze, tra cui un gruppo di cardinali e di pre­ mezzo del concilio o per altra via (« soit pour la voye du
lati imbevuti di idee erasmiane e convinti sul piano del­ concile ou autrement»), A dimostrazione della serietà
l ’esperienza religiosa del carattere totalmente gratuito dei suoi intenti e del suo impegno personale, Francesco
della giustificazione dell’uomo peccatore, disposti per­ I convocò un colloquio di dodici teologi per preparare i
tanto a togliere ogni importanza alle opere. Anche nei lavori del concilio. Paolo III dovette fare buon viso a
loro confronti, però, la tolleranza stava per finire; nel cattivo gioco e procedere alla convocazione. D ’ altra par­
mese di luglio del 15 4 2 , con la bolla L icetab initio, pre­ te, il papa, che doveva adoperarsi per il concilio e per la
se corpo il progetto di costruire a Roma un tribunale su­ riforma della Chiesa, era un perfetto rappresentante del
premo per accentrare e rendere piu efficiente la caccia papato mondano, corrotto e nepotista contro il quale era
agli «eretici» luterani, secondo il modello dell’Inquisi­ insorta la coscienza cristiana nel corso del secolo: perse­
zione spagnola creata nel secolo precedente in Spagna guiva con ogni astuzia una politica di potenza per la sua
contro i «giudaizzanti». A ffidata a una commissione di famiglia, costruendo un avvenire di principe territoria­
cardinali presieduta dal papa (la Congregazione del S. le per il proprio figlio Pier Luigi, un soldataccio che si
U ffizio dell’Inquisizione), essa entrò in azione imme­ vantava fra l’altro di aver violentato un giovane vesco­
diatamente convocando a Roma il piu celebre e popola­ vo. Consigliere politico del papa era il Cardinal nipote
re dei predicatori italiani dell’epoca, il frate cappuccino Alessandro, grande mecenate e collezionista di opere
Bernardino Ochino, ammirato da Michelangelo e da Re- d ’arte, del tutto insensibile nei confronti del problema
ginald Pole, ma segretamente convertito alle idee della della Riforma. Nei rapporti con gli Asburgo e con la mo­
Riforma. Ochino andò a trovare il Contarini per consi­ narchia francese, i Farnese procedevano attraverso al­
30 CAPITOLO SECONDO

leanze matrimoniali per costruirsi un avvenire di casata Capitolo terzo


sovrana.
Ora, con la pace di Crépy, ogni obiezione contro il con­ Il primo problema del concilio: riforma della
cilio venne meno. La nuova bolla di convocazione (Laeta- disciplina o confronto dottrinale ?
re Jerusalem, 19 novembre 1544) indisse il Concilio a Tren­
to per il 15 marzo 154 5. Ci fu un accordo tra Paolo III e
Carlo V che offri al papa ogni garanzia che a Trento non
ci sarebbe stata un’incontrollabile assemblea episcopale ma
un corpo sapientemente selezionato e costantemente con­
trollato dai rappresentanti politici dell’imperatore e so­ «Questo concilio, desiderato e procurato dagli uomi­
prattutto dai legati papali, titolari di poteri vastissimi. ni pii per riunire la Chiesa che comminciava a dividersi,
Alla cerimonia d ’apertura del 15 4 5 si giunse dunque ha cosi stabilito lo schisma et ostinate le parti, che ha fat­
solo per la vigorosa iniziativa politica e militare di Car­ to le discordie irreconciliabili; e maneggiato da li prenci-
lo V, che si propose di battere i principi protestanti riu­ pi per riforma dell’ordine ecclesiastico, ha causato la mag­
niti nella Lega di Smalcalda e di portarli poi ad accetta­ gior deformazione che sia mai stata da che vive il nome
re i deliberati del concilio. cristiano, e dalli vescovi sperato per racquietar l ’autorità
Si giunse cosi, come scrive il Sarpi, a «una convoca­ episcopale, passata in gran parte nel solo pontefice ro­
zione ecclesiastica, nel corso di 2 2 anni per diversi fini mano, l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, ridu­
e con varii mezi da chi procacciata e sollecitata, da chi cendoli a maggior servitù: nel contrario temuto e sfugito
impedita e differita, e per altri anni 18 ora adunata ora dalla corte di Roma come efficace mezo per moderare
disciolta, sempre celebrata con vari fini, e che ha sorti­ l’essorbitante potenza, da piccioli principii pervenuta
ta forma e compimento tutto contrario al dissegno di chi con varii progressi ad un eccesso illimitato, gliel’ha tal­
l’ha procurata et al timore di chi con ogni studio l’ha di­ mente stabilita e confermata sopra la parte restatagli sog­
sturbata: chiaro documento di rasignare li pensieri in getta, che non fu mai tanta, né cosi ben radicata»1.
Dio e non fidarsi della prudenza umana»8. Questo celebre giudizio del Sarpi è una pagina di ri­
flessione generale sull’imprevedibilità della storia. Esso
8 p. sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di C . Vivanti, 2 voli., To­ introduce al carattere contraddittorio delle forze che
rino 1974, I, pp. 5-6. avevano operato per arrivare all’esito dell’apertura del
concilio. Le contraddizioni antiche perdurarono e altre
se ne resero palpabili fin dalla cerimonia di apertura. Da­
vanti a un pubblico formato prevalentemente da gente
del posto - il clero e i nobili trentini con le loro mogli -
il numero esiguo di padri conciliari (come si è detto, 2 1
vescovi e 4 arcivescovi) faceva risaltare la scarsa rappre­
sentatività dell’assemblea: mancava la quasi totalità di

1 p. sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti, 2 voli., To­


rino 1974, I, p. 6.
32 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 33

un corpo episcopale che, nei soli Paesi fedeli a Roma, se fin dalla prima riunione, con proposte e interventi che
«superava di gran lunga il mezzo migliaio»2. Girolamo Seripando, generale degli Agostiniani, bollò di
La partecipazione dei vescovi era regolata dai poteri «timidezza, ignoranza, anzi incredibile stupidità». L ’or­
statali e, nei minori Stati italiani, fortemente influenza­ dinamento del concilio fu definito solo nella congrega­
ta dal papa. Il lavoro che dovevano svolgere a Trento era zione generale del 29 dicembre 15 4 5 . C ’era da decidere
soggetto a programmi e volontà che non coincidevano come regolare il diritto di voto; furono ammessi a eserci­
con le attese di grandi masse di cristiani, anche se ne do­ tarlo i vescovi presenti, senza possibilità di delegare pro­
vevano tenere conto. Ristrettissima la delegazione fran­ curatori al loro posto: la questione era rilevante soprat­
cese scelta personalmente dal sovrano: solo quattro pre­ tutto per i vescovi tedeschi che avevano le maggiori dif­
lati. Francesco I sottolineava cosi che dal suo punto di ficoltà ad essere personalmente presenti ma la cui voce,
vista il concilio era cosa che riguardava quasi esclusiva- anche attraverso procuratori, poteva avere una grande im­
mente gli affari tedeschi. Un irrigidimento successivo portanza negli orientamenti del concilio. Per protesta con­
aveva portato a un complicato gioco di richiamo della de­ tro la decisione, i procuratori dell’arcivescovo di Magon­
legazione, di proteste per la mancata presenza delle Chie­ za se ne andarono sbattendo la porta; questo indusse il pa­
se tedesche e, alla fine, del mantenimento di due prelati pa a prevedere possibili eccezioni alla regola proprio per
a Trento. Del tutto assente ovviamente la Chiesa ingle­ i vescovi della Germania, lasciando però ad arbitrio dei
se; il fatto che il papa avesse nominato Cardinal legato a legati il farne uso. M a questi completarono l ’opera deci­
Trento un nemico personale di Enrico V i l i e suo paren­ dendo di concedere ad alcuni procuratori solo un voto con­
te - Reginald Pole - era come una dichiarazione di guer­ sultivo: e cosi si chiuse la questione.
ra. M a il dato fra tutti piu notevole fu quello dell’esigua Ebbero diritto di voto anche i generali dei cinque or­
partecipazione iniziale dei vescovi dei territori spagnoli: dini mendicanti, consacrando in tal modo il loro vincolo
cinque in tutto, piu una delegazione di osservatori che storico col papato. I tre abati benedettini ebbero diritto
vere e proprie rappresentanze dei corpi ecclesiastici. a un voto unico. Si parla di voti per testa; restò infatti
Tuttavia, bastò la dichiarazione solenne di apertura esclusa la possibilità di un voto per «nazioni» e pour cau­
dei lavori perché la minuscola assemblea in una piccola se. Per quanto non mancassero i precedenti in tal senso,
città alpina diventasse un potere essa stessa, una realtà la ragione che impose di evitare tale metodo era piuttosto
operante e vivente di cui tenere conto. Da qui l’impor­ evidente: la maggioranza dei vescovi era composta da ita­
tanza delle scelte che si dovettero compiere quando si liani, tutti piu o meno manovrati da Roma. Un voto per
affrontò il regolamento delle discussioni e delle votazioni nazioni avrebbe annullato la loro preponderanza numeri­
e si stabili un programma. ca e reso l’assemblea un campo di battaglia aperto alle vo­
Il modo in cui fu regolato nei dettagli quel program­ ci piu duramente critiche verso la Curia romana. Assem­
ma documenta quanto fosse ormai remota l ’epoca delle blea di ecclesiastici italiani, quella tridentina non assomi­
tumultuose assemblee conciliari che deponevano ponte­ gliava dunque per niente ai concili del secolo precedente,
fici e dettavano regole a tutta Europa. con la loro variegata e tumultuosa partecipazione dei cor­
Del regolamento e del programma dei lavori si discus­ pi della «repubblica cristiana» europea.
Il problema dei problemi restava però uno solo: che fa­
2 h . jedin , Geschichte desKonzils voti Trient, 4 voli., Freiburg 1957-77 [trad.
re ? Non che mancassero proposte e suggerimenti; ben chia­
it. Storia d el Concilio di Trento, 4 voli., Brescia 1973-81, I, p. 637]. ri erano i motivi per cui si era desiderato un concilio e si
34 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 35

era di fatto giunti alla convocazione a Trento. Prima di Lu­ duato le eresie antiche rinnovate dal monaco tedesco e dun­
tero, si era chiesto il concilio per la riforma della Curia, per que non c’era niente da discutere, si doveva solo procede­
il rafforzamento dell’autorità episcopale contro i privilegi re alla restaurazione delle buone norme antiche e alla
dei regolari, per il rinnovamento della vita e dei costumi «guerra spirituale». In un’assemblea siffatta non ci sareb­
del clero, per la pace tra i principi cristiani e la crociata be stato spazio né per una seria discussione delle dottrine
contro i maomettani e per molte altre cose ancora. controverse né per le misure di riforma in profondità del­
Dopo l’appello di Lutero, fin dalla Dieta di Norimber­ le istituzioni ecclesiastiche, ma solo per una compatta riaf­
ga (1523) la richiesta di concilio era stata avanzata dai prin­ fermazione dei valori tradizionali contro i «novatori». A l­
cipi tedeschi (ed era stata ripresa in seguito dall’imperato­ tro orientamento veniva espresso invece da parte di quei
re) in vista di una riforma della Chiesa che ponesse fine al­ prelati che credevano nella possibilità di una conciliazio­
le controversie religiose. La bolla di convocazione del con­ ne religiosa e che, di conseguenza, appoggiavano la poli­
cilio a M antova, con cui papa Paolo III dette prova nel tica religiosa di Carlo V: questi si rendevano conto della
15 3 6 della sua volontà di arrivare alla scadenza rinviata profondità della crisi religiosa e dell’impossibilità di risol­
dai suoi predecessori, indicava cosi gli scopi della futura verla con misure di tipo amministrativo e poliziesco. Non
assemblea: identificazione ed eliminazione degli errori dot­ si poteva trattare la religione «per via di guerra»: questa
trinali (eresie), riforma dei costumi e della vita cristiana, convinzione, espressa nel 154 0 dal nunzio in Germania
restaurazione della pace tra i principi europei e crociata Giovanni Morone, nasceva dall’esperienza diretta della
contro gli infedeli. In realtà era tutt’altro che chiaro qua­ profondità della crisi che lacerava il corpo della cristianità
le dovesse essere veramente l’oggetto centrale del futuro e dalla volontà di non perdere il cuore tedesco dell’Euro­
concilio: esclusi gli obbiettivi della pace e della crociata, pa. M a non erano in molti a pensarla cosi: il giovane e am­
che sempre venivano ricordati in questi casi e le cui leve bizioso cardinale Alessandro Farnese aveva attraversato
non erano certamente nelle mani dei padri conciliari, gli allora i Paesi protestanti sfoggiando la sua cultura nelle di­
altri due si ponevano in qualche modo come alternativi. scussioni teologiche che gli capitava di fare nelle librerie,
Ancor prima che si arrivasse all’inaugurazione dell’ assem­ ma senza preoccuparsi molto del dissesto in cui versavano
blea tridentina si era discusso a lungo a quale dei due ar­ le forme tradizionali della vita religiosa. N ell’ottica roma­
gomenti si dovesse dare la priorità: una cosa era, ovvia­ na dei personaggi della Curia contava piu di ogni altra co­
mente, il punto di vista degli uomini di curia, del partito sa la fortuna politica e finanziaria delle loro famiglie, per
fedele al papa, altro quello del partito filoimperiale, per la quale era essenziale il mantenimento della criticatissima
non parlare del punto di vista dei luterani. I primi aveva­ macchina burocratica e giudiziaria romana.
no accolto il concilio con fortissime resistenze e restavano O ra che il concilio era aperto, bisognava dunque af­
convinti che fosse non solo inutile ma dannoso; in ogni ca­ frontare di comune accordo le questioni dottrinali e disci­
so, il loro punto di vista era che ci si dovesse limitare a ri­ plinari piu scottanti del momento. Il fallimento della poli­
chiamare in vigore le leggi antiche del diritto canonico per tica dei «colloqui di religione» registrato a Ratisbona nel
garantire il risanamento della vita del clero. Quanto alla 15 4 1 dal cardinale Gaspare Contarmi - che aveva pagato
Riforma protestante, essa non era altro che la somma di col sospetto e con l’isolamento l’arrischiata formulazione
eresie già condannate in antico dalla Chiesa, contro le qua­ teologica della dottrina della «doppia giustificazione» -
li doveva intervenire ora tutto il rigore degli strumenti in- aveva allontanato la possibilità di una conciliazione. Ep­
quisitoriali. La bolla di scomunica di Lutero aveva indivi­ pure, era bastato quel viaggio in Germania del cardinale
36 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 37

Contarini a far nascere in mezzo al clero tedesco la spe­ E in Germania c’era chi ribadiva - come fece il prelato
ranza che da Roma giungesse l’attesa liberazione dall’ob- Johann Gropper - la necessità di una «reformatio pia et
bligo del celibato per gli ecclesiastici; altra richiesta molto catholica». Si registra qui la prima formulazione di un con­
diffusa in Germania e nei Paesi toccati dalla Riforma era cetto che doveva avere in seguito larga fortuna nella let­
quella della concessione del calice ai laici. L ’urgenza di ri­ teratura controversistica prima di trovare impiego in sto­
sposte concrete alla crisi era avvertita soprattutto in G er­ riografia: riforma cattolica. Nel momento stesso in cui da
mania: qui, l’arcivescovo di Colonia Hermann von Wied Roma si dava il via al concilio si ammetteva implicitamente
procedette per suo conto alla riforma, aprendo con Roma che la soluzione cara agli ambienti piu rigidamente con­
una crisi che investiva una diocesi di grande importanza. servatori della Curia non era praticabile: non bastava ri­
E proprio per questa urgenza Carlo V, pur spronando le chiamare in vigore le norme antiche del diritto canonico e
operazioni per il concilio, continuava intanto a percorrere fare argine contro gli «eretici», bisognava anche procede­
la via dei colloqui di religione. M a il fallimento del collo­ re con iniziativa positiva e con tutta la solennità dell’as­
quio di religione di Ratisbona (1546) e la morte di Lutero semblea conciliare all’eliminazione delle discordie religio­
ridettero fiato all’assemblea tridentina: era li che bisogna­ se e alla riforma del popolo cristiano. Questi obbiettivi ven­
va ormai affrontare le questioni della riforma disciplinare nero infatti elencati cosi nella bolla papale Laetare Jerusalem
e della dottrina di fede. Era su problemi di questo tipo che della seconda convocazione del concilio a Trento (1544), ma
l’opera del concilio era chiamata a misurarsi, secondo il non era affatto chiaro il modo di procedere per perseguir­
punto di vista di uomini come il Morone: una severa rifor­ li: si dovevano affrontare contemporaneamente oppure si
ma dei costumi ecclesiastici e della corte romana doveva doveva dare la precedenza a uno dei due ? E , in questo ca­
dare, inoltre, segnali rassicuranti a chi trovava intollerabi­ so, quale era il piu urgente ? I primi dibattiti conciliari e
li gli abusi della Curia. Occorreva insomma opporre alla l’intero avvio del concilio furono dominati da questo pro­
Riforma di Lutero qualcosa di antitetico che fosse però al­ blema. Non si trattava certo di materia lasciata alle libere
trettanto efficace e valesse a eliminare le ragioni stesse del determinazioni dei padri conciliari: come in tutte le occa­
consenso popolare verso i luterani. Il cardinale Contarini sioni decisive del concilio, le esigenze della grande politi­
lo aveva detto molto chiaramente in una lettera da Rati­ ca europea e dei suoi schieramenti si fecero avvertire pe­
sbona del 15 4 1 : il successo popolare delle idee luterane gli santemente. Il partito imperiale era deciso a rinviare l’e­
era apparso di tale portata da fargli temere la prossima con­ same delle dottrine il piu lontano possibile, in attesa che
quista dei Paesi Bassi, della Francia e della stessa Italia (e la soluzione delle divisioni dottrinali uscisse dalla guerra
qui Contarini sapeva bene che i simpatizzanti non man­ che Carlo V, d ’accordo col papa, aveva segretamente de­
cavano). Per scongiurare il pericolo, secondo lui, bisogna­ ciso di sferrare contro la Lega di Smalcalda. Era per que­
va fare al piu presto una «buona reformatione» e convo­ sto che l ’imperatore, attraverso il suo confessore Pedro de
care a tal fine il concilio, « altrimenti - concludeva Conta­ Soto, suggeriva al nunzio papale Fabio Mignanelli che in
rini - io vedo perduta tutta questa provincia [cioè la G er­ concilio non si permettesse di trattare le materie teologi­
mania] et tutto il resto della christianità in gran travaglio»3. che controverse coi luterani, almeno all’inizio. Nel piano
di Carlo V il concilio era solo uno strumento tra gli altri in
una manovra complessiva che prevedeva prima la sconfit­
3 Lettera al cardinale Alessandro Farnese, io luglio 15 4 1; si veda f . dit -
trich, Regesten u n i Briefe des Cardinali Gasparo Contarini (14 8 3-15 4 2 ),
Braun-
ta militare dei principi protestanti e poi le proposte rifor­
sberg 18 8 1, pp. 261-62. matrici dell’assemblea tridentina. Questo piano suscitava
38 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 39

però resistenze diffuse in chi temeva che per tale via l’au­ to e Bressanone, ma dopo questo avvio polemico si rag­
torità della Chiesa venisse offuscata dall’asservimento ai giunse una soluzione di compromesso decidendo di af­
piani politici degli Asburgo. In molti, allora, era viva l’e­ frontare simultaneamente i due tipi di problemi. Non fu
sigenza di restaurare la funzione magisteriale del corpo ec­ facile convincere il papa della bontà di una tale soluzione:
clesiastico e di far fronte in maniera adeguata alla diffusa a Roma si temeva moltissimo che, affrontando la questio­
richiesta di precisazioni e definizioni dottrinali. Uomini ne della riforma e dell’abolizione degli abusi ecclesiastici,
come il Cardinal legato Marcello Cervini erano convinti che i padri tridentini finissero con l’attaccare direttamente la
la crisi dell’unità religiosa fosse ormai irrimediabile e rite­ Curia, interferendo con l’organizzazione dei dicasteri cen­
nevano che il compito piu urgente fosse quello di puntua­ trali della Chiesa. Anche se depurata di tutte le implica­
lizzare nettamente quali fossero i limiti dell’ortodossia. Un zioni teologiche di cui si era caricata dopo la predicazione
altro legato, il cardinale Pole, pur movendo da convinzio­ di Lutero, la questione della riforma era capace di scate­
ni assai diverse in materia di rapporti coi «novatori», af­ nare forti tensioni. Lo si era ben visto nella seduta del 22
fermava che una buona riforma si poteva avviare solo do­ gennaio: i principi della chiesa erano giunti allora a un pas­
po aver ben chiarito quale fosse la dottrina ortodossa4. Era so da una pubblica e solenne rinuncia ài cumulo dei bene­
una posizione condivisa anche da quell’esiguo gruppo di fici, in un clima di tensione e di esaltazione tale da prefi­
prelati (tra i quali, probabilmente, l’abate benedettino Isi­ gurare in qualche modo quello della celebre notte del 4 ago­
doro Chiari) che pregarono il cardinale Madruzzo di sol­ sto 1789 dell’Assemblea nazionale francese. Le attese che
lecitare la venuta a Trento di Melantone per esaminare in­ da piu di un secolo erano andate crescendo nella società
sieme le questioni dottrinali controverse tra cattolici e pro­ europea intorno all’idea del concilio come scadenza deci­
testanti. La questione fu affrontata nelle prime sedute. siva per il rinnovamento della vita cristiana e della Chiesa
Nella congregazione generale del 18 gennaio 1546, il car­ erano tali da trovare alimento anche nel modesto scenario
dinale Madruzzo, portavoce del partito imperiale, propo­ trentino. Lo prova il fatto che verso Trento si avviarono
se che ci si occupasse all’inizio solo della questione del ri­ allora personaggi tra di loro diversissimi, come il vescovo
sanamento morale e disciplinare. Il partito fedele al papa di Capodistria Pier Paolo Vergerlo (che, dopo una brillan­
propose invece di partire dalle dottrine o, tutt’al piu, di te carriera ecclesiastica, si avviava a passare nel campo lu­
trattare contemporaneamente le due questioni. Nella se­ terano) e l’oscuro visionario siciliano Giorgio Rioli, alias
Giorgio Siculo, un ex monaco benedettino convintosi di
duta successiva del 22 gennaio, poiché il Madruzzo insi­
essere Cristo reincarnato. Davanti al vero e proprio mira­
steva nella sua proposta, il Cardinal legato Del Monte, pre­
colo di un concilio lungamente atteso, che si apriva ora in
sidente del concilio, con una mossa ad effetto dichiarò che
una città dell’Impero, sotto il segno dell’autorità di un im­
la riforma poteva cominciare subito se i prelati, che erano
peratore cristiano dal travolgente valore militare e capace
i titolari di piu benefici con cura d’anime, vi facevano im­
di imporre il suo disegno di riforma al riluttante e corrot­
mediata e formale rinunzia. Era un vero e proprio attacco
to mondo della Curia romana, i sentimenti di chi assiste­
personale al Madruzzo, titolare dei due vescovati di Tren­
va a quelle prime sedute erano di gioiosa e palpitante at­
tesa. «Questo concilio è come un bambino, - scriveva Pier
4 Sui due cardinali legati, cfr. d . fenlon , Heresy and Obedience in Triden­ Paolo Vergerlo al duca di Ferrara il 26 gennaio 1546 - un
,
tine ltaly. Cardinal Pole and thè Counter Re/ormation Cambridge 1972, e w.
v. hudon, Marcello Cervini and Ecclesiastical Government in Tridenàne ltaly , bambino che anchora non sa mover i piedi, né parlare, et
DeKalb 1992. chi ha cura di nutrirlo va pian piano, insegnandoli parlar
40 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 41

et mover la vita», ma si poteva sperare «che i membri si Santo viaggiava nelle valigie della corrispondenza da R o ­
vadano fortificando, et la lingua slegando»5. Nel gioco fra ma). Per controllare i singoli vescovi, si usarono condizio­
i prelati dell’assemblea e i legati papali, Vergerlo vedeva la namenti economici: le sovvenzioni vennero concesse e au­
possibilità di quella riforma tanto attesa, destinata a ta­ mentate anche per controbilanciare l’aumentato senso del
gliare le unghie alla Curia romana, ma bisognava avere pa­ loro potere e della loro dignità come padri conciliari. M a
zienza, non affrettarsi. «M olte fiate tutti i prelati pro- tutto questo non era sufficiente a cancellare i timori sugli
nuntiano una oppenione et li legati un’altra, et questa bi­ effetti indesiderati di quella assemblea. Nel febbraio del
sogna che prevaglia per adesso, e chi facesse altramente il 1546, per dimostrare di non essere soggetto al concilio,
bambino che io dico harrebbe troppo brieve la vita»6. Ma Paolo III decise - con gran dispiacere dei prelati piu sen­
Vergerlo non attese cosi a lungo da veder crescere davve­ sibili ai problemi di riforma - di concedere le criticatissi-
ro quel bambino; né Giorgio Siculo ottenne di poter fare me «aspettative» in materia beneficiaria. Ci fu chi osservò
davanti al concilio le sue rivelazioni. Le loro speranze an­ che si pretendeva di difendere l’autorità del papa con l’a­
darono frustrate. Ciò nulla toglie al loro valore di testi­ buso di quella stessa autorità. Intanto, un uso accorto del
monianza dei desideri e delle confuse aspirazioni che il con­ potere della Sede romana sui vescovi di area italiana con­
cilio, per il fatto stesso di esistere, aveva suscitato. A que­ sentiva di mantenere alta la partecipazione di una schiera
sto si deve aggiungere l ’incontrollabile dinamica assem­ di fedeli curiali. Nei momenti in cui s’intravedeva qualche
blare che spingeva ad assumere posizioni drastiche e poco pericolo, interventi ben mirati facevano accorrere vescovi
conciliabili con la prassi curiale. Fu cosi che da parte di al­ disposti a far da contrappeso agli «spiriti maligni» che mi­
cuni - tra i quali addirittura un membro della fidata pat­ nacciavano di portare a fondo gli interventi di riforma. Fu­
rono ventilati propositi piu drastici, cioè di imporre che si
tuglia italiana, il vescovo toscano Martelli - fu avanzata la
trattassero solo questioni dottrinali, ma senza successo: la
proposta di dichiarare il concilio «rappresentante la Chie­
decisa opposizione dei legati, e in particolare del Cervini,
sa universale» («universalem Ecclesiam repraesentans»).
valse a far ingoiare alla Curia la soluzione di compromes­
Era una formula temutissima a Roma perché, ripresa alla
so della trattazione contemporanea di dogma e riforma,
lettera dai testi di Costanza e di Basilea, evocava l’argo­
con l’argomento che altrimenti si sarebbe confermata l ’ac­
mento giuridico che aveva sostenuto la fortuna delle idee
cusa protestante al papa di voler solo un concilio di con­
conciliariste: la Chiesa poteva diventare davvero un orga­
danna delle idee luterane. Si trattò comunque di un pas­
nismo retto e governato da assemblee come i Parlamenti,
saggio difficile della vita del concilio: l’opposizione roma­
le Diete, gli Stati generali. Non bastava, evidentemente,
na costrinse i legati a rinviare sine die ogni approvazione
l’aver creato condizioni di subordinazione e controllo sia
formale in concilio del decreto proposto il 22 gennaio con
dell’intera assemblea sia dei singoli membri; non bastava
cui si accettava di abbinare dogma e riforma.
il cordone ombelicale che teneva unita l’assemblea triden­
Il contrasto fra l’uso politico del concilio e l’esperien­
tina con Roma, dove una congregazione cardinalizia orien­
za di chi vi operava o ne attendeva con ansia i lavori è rap­
tava i lavori per mezzo di una regolare corrispondenza coi
presentato al vivo dallo scenario di quei primi mesi. A l pa­
tre cardinali legati (si diceva ironicamente che lo Spirito
pa e all’imperatore, per ragioni diverse, importava unica­
mente che il concilio fosse stato aperto; ora doveva solo
5 Cfr. p. paschini, Pier Paolo Vergerlo il giovane e la sua apostasia, Roma continuare a esistere, ma possibilmente senza compiere
1925, p. 117 .
6Ibid. nessuna scelta importante. Per l’imperatore, le svolte ri­
42 CAPITOLO TERZO IL PRIMO PROBLEMA DEL CONCILIO 43

solutive dovevano avvenire altrove, nello scontro milita­ rimento del concilio a Bologna (io marzo 1547)· L ’auto­
re coi principi protestanti; per il papa, ogni atto autono­ revole avallo che un medico di gran fama, Girolamo Fra-
mo dell’assemblea rappresentava un pericolo o di dimi­ castoro, forni ai legati non ingannò nessuno, né allora né
nuzione dell’autorità papale o di intervento riformatore poi; non il «morbo petecchiale» impediva che il concilio
nel funzionamento della criticatissima struttura burocra­ continuasse i suoi lavori a Trento, ma una malattia di al­
tica centrale. A dimostrare quanto la questione fosse cru­ tro genere. Erano motivazioni politiche quelle che spin­
ciale, una volta decollati i lavori del concilio su due que­ gevano il papa a impedire un eccessivo rafforzamento di
stioni fondamentali come la dottrina della giustificazione Carlo V . Furono quelle le ragioni che fecero trionfare, do­
(piano dogmatico) e la questione della residenza (piano po mesi di incertezze e di lungaggini procedurali, il pro­
della riforma), la mutata situazione politico-militare in getto romano di un concilio tutto subalterno al papa e de­
Germania rese di nuovo attuale il conflitto tra l’imposta­ terminato a erigere una barriera dottrinale contro i pro­
zione voluta dall’imperatore e quella desiderata dal papa. testanti tedeschi. A ll’imperatore non rimase che regolare
Lo scoppio della guerra contro la Lega di Smalcalda sem­ direttamente, con YInterim di Augusta (1548), le questio­
brò ai legati papali al concilio un buon motivo per proce­ ni dottrinali in terra tedesca, con una soluzione di com­
dere alla traslazione dell’assemblea da Trento a qualche promesso che accoglieva richieste diffuse (matrimonio de­
altra città piu vicina a Roma e piu controllabile dal papa; gli ecclesiastici, concessione del calice ai laici), ma non
mentre si dibatteva questo progetto (luglio-agosto 1546) concedeva niente sul terreno dottrinale. Quanto al con­
Carlo V intervenne pesantemente nella questione chie­ cilio, le vibrate proteste di Carlo V ottennero che il tra­
dendo che il concilio non fosse spostato e che le materie sferimento a Bologna restasse provvisorio e inefficace,
dottrinali venissero il piu possibile posposte. Il suo ob­ quasi una parentesi. M a la svolta impressa allora all’ope­
biettivo era quello di non perdere di credibilità nei con­ rato dell’assemblea fu decisiva nel senso di chiudere la
fronti del mondo tedesco, dove le resistenze politiche do­ porta a una effettiva conciliazione tra i gruppi confessio­
vevano essere battute con le armi e quelle religiose con la nali in disaccordo.
dimostrazione che a Trento si effettuava una reale rifor­
ma della Chiesa universale sotto l’egida dell’imperatore.
Per questo, nella sua istruzione per l’ambasciatore al con­
cilio Juan de Mendoza del 28 ottobre 15 4 6 , Carlo V insi­
stette nella richiesta di rinviare la trattazione delle prin­
cipali divergenze dottrinali e impose che non si parlasse
nemmeno di uno spostamento della sede da Trento ad al­
tra città. Ma i suoi desideri non vennero accolti: dottrine
fondamentali come quelle sulla giustificazione, sulle fon­
ti della rivelazione e sui sacramenti - veri punti nodali del
contrasto tra cattolici e protestanti - vennero affrontate
dal concilio; inoltre, proprio quando la vittoria militare
dell’imperatore sulla Lega di Smalcalda apri la porta alla
possibilità di costringere i protestanti tedeschi ad accet­
tare i decreti conciliari, i legati fecero deliberare il trasfe­
LA GRANDE POLITICA EUROPEA 45

Capitolo quarto pria famiglia. Il conferimento del ducato di Parma e Pia­


cenza al figlio del papa, Pierluigi Farnese (26 agosto 1545)
La grande politica europea - sotto la finzione di uno scambio coi feudi farnesiani di
attraverso il sismografo del concilio Camerino e Nepi, passati allo Stato della Chiesa - e la
creazione di uno Stato nuovo, nato «in una notte come
nasce un fungo» (secondo le parole del cardinale Ercole
Gonzaga, adirato e sconcertato testimone), aprirono un
problema nuovo nel rapporto triangolare papa-Impero-
Francia e mostrarono con quanta spregiudicatezza Paolo
La storia tormentata del Concilio di Trento è la ripro­ III fosse disposto a giocare con l’alleanza allora stretta con
va non solo e non tanto delle incertezze dottrinali e delle Carlo V. L ’ i 1 settembre 15 4 7 si seppe a Roma che Pier­
polemiche religiose del tempo ma anche - e soprattutto - luigi Farnese era stato assassinato a Piacenza. Nessuno eb­
del permanere irrisolta di una grande questione esterna al be dubbi sulla mano che aveva armato il sicario: era la ri­
concilio stesso: quella del potere in Europa e in Italia. sposta dell’imperatore alla rottura dell’alleanza da parte
L ’intera storia dei concili sta a dimostrare che solo la pre­ del papa, che si era riavvicinato alla Francia appena i suc­
ventiva soluzione di tale questione ha potuto general­ cessi di Carlo V in Germania avevano risuscitato l’antico
mente garantire loro uno svolgimento ordinato. Quello di spettro della «monarchia universale» degli Asburgo. M a
Trento fu, per tutta la sua durata, soggetto agli esiti del il colpo inferto agli affetti e alle ambizioni familiari del
conflitto tra Impero e Francia, tra i piani egemonici di papa fu decisivo anche per le sorti del concilio: quando
Carlo V , la forte rivalità della monarchia nazionale fran­ apparve chiaro che Carlo V era ben deciso a non restitui­
cese e le resistenze degli Stati territoriali germanici. Il pa­ re Piacenza, Paolo III rifiutò definitivamente di prende­
pato non era piu l ’oggetto di queste contese, come al tem­ re in considerazione il ritorno a Trento dei padri conci­
po dei concili di riforma del Quattrocento: poteva conta­ liari trasferitisi a Bologna. Era la crisi conclusiva del pri­
re su una struttura statale propria e su un consistente po­ mo periodo del concilio: poteva essere anche la causa di
tere finanziario, che gli consenti di assumersi il costo non uno scisma nella Chiesa, dato che Carlo V era in grado di
indifferente dell’assemblea tridentina. M a questo, ben assumersi direttamente il compito della riforma. Sulla cau­
lungi dal semplificare il problema, lo complicò: il papato sa di questa crisi non ci sono dubbi: il rifiuto del papa fu
gettò il suo peso ora sull’uno ora sull’altro piatto della bi­ dettato dal suo «rancore personale contro l ’imperatore a
lancia in base a considerazioni di convenienza politica; di causa degassassimo di Piacenza e delle difficoltà create
conseguenza, l’assemblea conciliare venne aperta, trasfe­ alla politica familiare dei Farnese » 1. 1 maligni commenta­
rita, sospesa e riaperta di volta in volta a seconda delle esi­ vano in Curia che, se Carlo V avesse restituito Piacenza,
genze di uno scontro politico-militare che si mantenne fi­ il papa sarebbe stato disposto a trasferire di nuovo il con­
no all’ultimo incerto e complesso. Tra le complicazioni di cilio non solo a Trento ma perfino ad Augusta. Questo è,
cui si deve tener conto, ci fu quella non secondaria del ne­ tuttavia, ben poco verosimile: accanto al nepotismo for­
potismo papale: tutta la prima fase del concilio s’inscrive tissimo, l’altra molla della politica papale era costituita
non solo alì’interno del piano imperiale di pacificazione
religiosa della Germania, ma anche all’interno del tenta­ ‘ h . jedin , Geschichtedes Konzils voti Trìent, 4 voli., Freiburg 1957-77, III
tivo di Paolo III Farnese di creare uno Stato per la pro­ [trad. it. Storia d el Concilio di Trento, 4 voli., Brescia 1973-81, III, p. 167].
46 CAPITOLO QUARTO LA GRANDE POLITICA EUROPEA 47

dall’ostilità nei confronti di ogni eccessivo rafforzamen­ modo in cui si giunse alla seconda convocazione del con­
to dell’impero asburgico; poiché la frattura politico-reli­ cilio a Trento. Il nuovo papa Giulio III, non avendo in­
giosa della Germania era la spina piu consistente nel fian­ teressi nepotistici nella questione di Parma e Piacenza,
co dell’Impero, il papato non si prestò in alcun modo a non vide alternative alla ripresa del concilio, riconvoca­
eliminarla. Inoltre, il fatto che a Trento fosse stato deci­ to a Trento per il i ° maggio 1 5 5 1 e affidato, per il suo
so il baluardo teologico dell’articolo sulla giustificazione, successo, totalmente all’imperatore, la cui volontà sem­
faceva pensare che ormai la questione con la Germania lu­ brava allora destinata a non trovare ostacoli. La misera
terana fosse chiusa e che non restasse altro che combat­ rappresentanza davanti a cui s’inaugurò questo secondo
tere gli eretici. Il concilio, insomma, una volta definita la tempo trentino - solo una quindicina di prelati, tutti pro­
dottrina romana sul punto decisivo, perdeva ogni impor­ venienti dai domini imperiali - era tuttavia la prova v i­
tanza politica e poteva anche chiudere. La morte di E n ­ sibile di una divisione che l’alleanza tra Enrico II e i pro­
rico V i l i e di Francesco I, intanto, rimettevano in movi­ testanti tedeschi doveva drammaticamente rivelare di li
mento tutto il quadro europeo. Il papato perseguiva la sua a poco. A l momento del massimo successo seguiva cosi
politica, che partiva dal presupposto che la Germania lu­ a breve distanza il piu grave fallimento dell’egemonia
terana era da considerare perduta. Il rifiuto di far torna­ imperiale: il progetto politico di una Chiesa tutta unita
re il concilio a Trento fu senz’altro l’atto piu gravido di all’interno dell’Impero trionfante era impossibile e il suo
conseguenze da questo punto di vista, ma ad esso si ag­
esito negativo, prima ancora che sul piano delle allean­
giunse il tentativo di un’alleanza politica con la Francia, la
ze politico-militari, era denunciato dalla consistenza mi­
liquidazione del Concilio di Bologna e il sotterraneo sa­
serevole dell’aula conciliare. Lo scoppio delle ostilità,
botaggio dell’attuazione dell 'Interim in Germania. Alla
nella primavera del 15 5 2 , portò immediatamente alla so­
morte del papa che lo aveva convocato (io novembre
spensione del concilio (28 aprile): era uno sviluppo che,
1549), il concilio era sciolto e non si vedeva nessuna pro­
seppure imprevisto, non giungeva certo sgradito a G iu ­
spettiva di riapertura. L ’imperatore regolava le questioni
lio III, il quale aveva si percorso fino in fondo la via del­
di fede per proprio conto, con la tiepida collaborazione pa­
l’ accordo con l’imperatore (al quale egli, originariamen­
pale e valendosi di un successo schiacciante sul piano mi­
litare al quale nessuno sembrava in grado di opporsi. Uno te filofrancese, giunse a proporre di destituire Enrico
sguardo superficiale avrebbe allora potuto abbracciare II), ma si era trovato doppiamente deluso per l ’orienta­
un’Europa sostanzialmente unita sul piano religioso. L ’al­ mento aggressivamente riformatore dei vescovi spagno­
tra grande questione, quella della riforma interna, di tipo li a Trento, oltre che per il riaprirsi cosi drammatico del­
morale e disciplinare, delle istituzioni ecclesiastiche, re­ la frattura politica della cristianità. Da quel momento i
stava invece del tutto aperta e sollecitava ancora lamenti progetti di riforma rifluirono nel chiuso della Curia ro­
e proteste e sogni di rinnovamento nel corpo cristiano: an­ mana e la crisi dell’unità religiosa apparve irrimediabile
che su questo punto il papato era tornato ai mezzi tradi­ e ben piu profonda di quanto molti non immaginavano.
zionali, convocando a Roma una commissione prelatizia A testimonianza della delusione di chi si era impegnato
col compito di studiare e avviare i provvedimenti di rifor­ fino ad allora nell’impresa conciliare, riportiamo quello
ma. La voce del concilio, sgradita ai protagonisti della sce­ che Girolamo Seripando scrisse il 9 maggio 15 5 5 , subi­
na politica, era stata messa a tacere. to dopo l’elezione al pontificato di M arcello Cervini,
La forza delle ragioni politiche è evidente anche nel l’infaticabile legato del primo periodo tridentino:
48 CAPITOLO QUARTO LA GRANDE POLITICA EUROPEA 49

Me recordai non haver pregato Dio che costui [Cervini] nomi­ solito portò come conseguenza immediata una messa in
natamente fosse papa ma solo che fose uno il quale togliesse tan­ discussione del meccanismo procedurale fino ad allora
to opprobrio et tanta derisione quanta è quella nella qual molt’an- vigente, grazie al quale il concilio era stato guidato di­
ni se truovano questi santi nomi: Chiesa, Concilio, Riforma2.
rettamente da Roma. Il primo conflitto scoppiò infatti
M a proprio quando il concilio sembrava lontano e di­ proprio a proposito del «diritto di proposta» dei cardi­
menticato, la nuova situazione politico-religiosa europea nali legati, momento formale piu evidente della dipen­
ne impose la ripresa: stavolta fu la Francia a riaprire la par­ denza dell’intera macchina conciliare da ciò che veniva
tita, con la minaccia di un concilio nazionale per affronta­ deciso a Roma. A ltra e piu grave questione, sulla quale
re la questione del rapporto con gli ugonotti. Pio IV , per­ il concilio rischiò di insabbiarsi definitivamente, fu quel­
sonalmente ben poco interessato ai conflitti religiosi del la se l’obbligo di residenza da parte di chi deteneva be­
suo tempo, non trovò migliore argomento contro una si­ nefici con cura d ’anime fosse da ritenersi di «diritto di­
mile minaccia che richiamare in vita il Concilio di T ren­ vino» (e quindi non aggirabile con dispense papali) o me­
to. M a si doveva trattare proprio di una ripresa di un no. Qui le aspirazioni a una radicale riforma morale e di­
percorso piu volte interrotto o non era meglio un inizio sciplinare del clero, vive soprattutto negli episcopati spa­
gnolo e francese, entravano in urto con le necessità fi­
ex novo ? Intorno a tale questione procedurale si accese
nanziarie e di potere della Curia romana. In ambedue i
una diatriba che da sola valse a mostrare quanto diver­
casi, lo scontro fu evitato di misura grazie a negoziati di­
sa, piu varia e sfrangiata si presentasse allora la situa­
plomatici nei quali risaltò l ’abilità del cardinale Giovanni
zione europea. Favorevole alla continuità era Filippo II
Morone: con un accordo diretto con l’imperatore, egli
di Spagna, per gli stessi motivi che invece spingevano
indebolì l’opposizione anticuriale in concilio e potè ra­
l ’imperatore Ferdinando a richiedere che si ignorasse
pidamente portare a termine i dibattiti sulle questioni
completamente il precedente lavoro del Concilio di
piu spinose. M a proprio nel momento della sua massima
Trento: per l’uno si trattava di convalidare un’opera di
vitalità, il concilio rivelava tutta la sua potenziale ag­
lotta senza quartiere contro le dissidenze religiose in­ gressività nei confronti del vertice romano della Chiesa;
terne, mentre per l’altro si riproponeva la questione del­ era evidente, dunque, che bisognava concludere quanto
la pacificazione con forze protestanti che non avevano prima i lavori per evitare che diventasse una tribuna per­
mai riconosciuto la validità dell’assemblea tridentina. manente di accuse contro Roma e di deliberazioni trop­
Per questo tra la bolla di convocazione (29 novembre po eccessivamente riformatrici. Si trattava, anche in que­
1560) e l’apertura effettiva dei lavori (18 gennaio 1562) sto caso, di togliere ai padri conciliari ogni supporto po­
trascorse tanto tempo. Interesse delle maggiori potenze litico esterno da parte dei sovrani cattolici: servi a tal fi­
europee al concilio e aspettative contrastanti al riguar­ ne la minaccia di affrontare in concilio un progetto di
do: ecco perché la sua fase conclusiva fu la piu affollata «riform a dei principi» - cioè di misure contro gli osta­
di tutte ed ecco perché, nonostante la presenza di epi­ coli frapposti dai sovrani al libero funzionamento delle
scopati indocili ai desideri di Roma come quelli spagno­ istituzioni ecclesiastiche - che si aggiunse, come stru­
lo e francese, anche stavolta il papa potè imporre la pro­ mento di pressione, agli altri argomenti di un quadro di­
pria volontà. Eppure, proprio l’adesione piu ampia del plomatico animatissimo. M ai come in questo scorcio del­
la sua esistenza il concilio era apparso maggiormente do­
2Lettere di Principi, a cura di G. Ruscelli, Venezia 1570, pp. 187-89. minato e determinato, fin nelle più riposte pieghe della
50 CAPITOLO QUARTO

sua procedura, dal gioco diplomatico delle principali cor­ Capitolo quinto
ti europee e dall’abilità politica di uomini come il cardi­
nale Morone e il giovanissimo Cardinal nipote di Pio IV, Questioni dottrinali
Carlo Borromeo. Cosi il progetto di «riform a dei prin­
cipi» non ebbe sorte migliore di quelli di riforma della
Curia: fin dall’epoca del conciliarismo quattrocentesco,
il papato aveva imparato a riservarsi intatto il campo dei
rapporti coi sovrani, da potenza a potenza; di conse­
guenza, non fu difficile porre termine all’esistenza del
concilio. Con una rapida, quasi frenetica, serie di sedu­ Prima di affrontare la questione dell’attuazione e del­
te e di deliberazioni, si procedette a una sommaria con­ l’interpretazione del concilio, vale la pena di chiedersi,
clusione che lasciò aperte molte e non secondarie que­ tuttavia, quale fosse stato il livello dei dibattiti triden­
stioni. Alcune furono esplicitamente rimesse al papa (re­ tini e quale la risposta data ai problemi della cristianità
visione dell’Indice dei libri proibiti, redazione del cate­ dalla pattuglia di prelati che si erano avvicendati nelle
chismo, riforma del messale e del breviario): altre, pro­ varie sessioni. Veniamo prima di tutto alle questioni dot­
prio per il modo sommario in cui erano state trattate, ab­ trinali. Era qui che il concilio era atteso alla prova o, più
bisognavano evidentemente di interpretazione. Ma esattamente, era qui che i nodi dei problemi erano par­
proprio questo era quanto si desiderava a Roma: chiuso ticolarmente intricati e piu forte la divaricazione tra le
il concilio, si apriva la fase dell’interpretazione e dell’at­ attese e le speranze di un rinnovamento generale della
tuazione nella quale il papato e la Curia si riservavano Chiesa e della vita religiosa, da un lato, e l’innalzarsi di
ampia libertà d ’azione.
frontiere teologiche ed ecclesiastiche che molti ritene­
vano invalicabili dall’altro. Quando il concilio si apri, i
contrasti si erano ormai fortemente radicati non solo in
Germ ania ma anche in altre parti d ’Europa: erano nate
nuove istituzioni ecclesiastiche, si erano andati asse­
stando nuovi modi collettivi di vivere il cristianesimo
entro forme garantite e sorvegliate dalle autorità politi­
che, schieratesi a favore delle nuove «confessioni». Di
tutto questo era ancora scarsa la percezione negli Stati
italiani e a Roma. M a anche qui l’ombra inquietante di
Lutero polarizzava l’attenzione e alimentava un diffuso
desiderio di riform a che stentava a trovare un punto di
riferimento in un concilio tante volte rimandato. Come
scriveva nel 15 3 8 O ttaviano Lotti a Ercole Gonzaga,
«gli homini, vedendo che i p reti... han bisogno di refor-
m atione... et d all’altra banda essendo tanto cresciuta
questa secta Lutheriana, et non si facendo concilio per
chiarire ben tutte le partite», cercavano ormai diretta­
52 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 53

mente nella lettura della Bibbia «quel che li bisogna per taglia teologica perché pensavano che cosi si correva il pe­
la salute»1. Cosi, quando il concilio si apri davvero, non ricolo di rinunciare allo spirito del Vangelo; per loro, la di­
pochi avevano chiarito per proprio conto i problemi che scussione sulle dottrine non doveva incidere sulla pratica
stavano loro a cuore e avevano preso posizione nel gran­ delle virtù cristiane. Era meglio, dunque, sospendere il con­
de conflitto della Riforma. Questo non toglie, tuttavia, trasto dove si rivelava insolubile o riservarlo a discussioni
che le attese si facessero subito vivissime davanti alle de­ fra esperti teologi, lasciando al popolo degli illetterati, dei
cisioni che i padri tridentini si avviavano a prendere: si «semplici», il compito di praticare le virtù cristiane senza
trattava di sapere chi era nel giusto e chi nell’errore cir­ bisogno di addentrarsi nei labirinti della teologia. Secon­
ca l’interpretazione della Parola di Dio. Naturalmente, do l’opinione di questo gruppo, al quale diede voce l ’aba­
altro era l’animo con cui si guardava al concilio dai Pae­ te benedettino Isidoro Cucchi da Chiari, al comune cre­
si guadagnati alle idee della Riforma, altro quello dei cat­ dente bastava conoscere e condividere alcuni principi fon­
tolici. E una grande diversità di atteggiamenti caratte­ damentali (fundamentalìa/idei). Erano opinioni maturate
rizzava anche chi si muoveva all’interno dell’uno o del­ nella corrente degli ecclesiastici più influenzata dalle idee
l ’altro fronte. Durissimi gli scritti polemici di Lutero e dell’Umanesimo cristiano di Erasmo da Rotterdam. C ’e­
i toni dei «pasquilli» (gli opuscoli satirici e polemici del ra poi chi era sensibile ad alcune delle esigenze fonda-
genere delle «pasquinate») messi in circolazione da chi mentali poste da Lutero e dai riformatori: la giustificazio­
considerava la convocazione di Paolo III una manovra ne per fede e il ritorno alle Scritture sacre contro il proli­
diversiva e vedeva nel papato il «figlio di Anticristo» de­ ferare di devozioni e di pratiche superstiziose. Due nomi
stinato a portare alla rovina la Chiesa; altrettanto dure fra tutti emersero nelle discussioni conciliari, quelli di
le risposte del partito cattolico. L ’odio diffuso trovò Tommaso Sanfelice, vescovo di Cava dei Tirreni, e di G ia­
espressione quando la notizia della morte di Lutero giun­ como Nacchianti, vescovo di Chioggia. M a si trattava di
se a Trento, all’inizio del marzo 15 4 6 ; si disse che era esigue minoranze. La massiccia preponderanza di vescovi
morto avvelenato dai suoi seguaci che avevano paura di di obbedienza curiale e l’attenta sorveglianza di Roma
una sua ritrattazione; si disse anche che era morto «be­ (informata non solo dai cardinali legati ma anche da ze­
vendo e burlando fino all’ultimo», come ci si attendeva lanti e ambiziosi membri del concilio, sempre pronti a ve­
da un uomo posseduto dal diavolo. Dalla Germania, il dere il pericolo dell’eresia) li costrinse ben presto al silen­
cardinale Ott Truchsess scrisse ai legati che gli dispia­ zio, anche al prezzo di veri e propri processi di Inquisi­
ceva di quella morte perché sperava di farlo portare a zione. Una speranza di soluzione dei conflitti e di frater­
Trento e «darli il mentissimo castigo dii focco, qual è il no incontro coi protestanti aleggiò intorno al concilio, ma
debito di questi desperati heretici»12. non trovò molto spazio nelle preoccupazioni dei vescovi:
Esisteva anche una tendenza piu moderata: c’erano al­ molto più presente fu alla loro mente il problema dei rap­
cuni, ad esempio, che non accettavano le durezze della bat­ porti tra l’autorità dei vescovi nel governo delle loro chie­
se e le altre forme di potere centralizzato che avevano pre­
so corpo nella Chiesa: il papato e gli ordini mendicanti.
1 Cfr. F. chabod, Lo Stato e la vita religiosa a Milano nell’ epoca di Carlo V,
Torino 19 7 1, p. 307 nota. N ell’ affrontare le questioni dottrinali, furono via via
2 Lettera del 14 marzo 1546 (i documenti citati sono editi in Concilium battute le residue e tenaci speranze in una pacificazione
Tndentinum. Diariorum, Actorum, Epistolarum, Tractatuum nova Collectio, a
cura della Gorres-Gesellschaft, Freiburg im Breisgau 1901 sgg., X (1916), a cu­
religiosa e si affermò la volontà di sancire in maniera ir­
ra di G. Buschbell, pp. 4 17, 423 sg. e 431). revocabile la condanna delle «eresie». L ’organizzazione
54 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 55

dei lavori previde che le questioni venissero affrontate in fondamentale: si poteva consentire la lettura della Bibbia
commissioni separate («congregazioni particolari») per nelle lingue («volgari») locali ? E quali traduzioni erano da
poi arrivare a un confronto e a una discussione colletti­ considerare valide ? Dunque, bisognava prendere posizio­
va nelle «congregazioni generali» che si tenevano di nor­ ne nei confronti di Erasmo e di Lutero: da un lato, c’era
ma ogni venerdì. Le questioni venivano esaminate preli­ tutto il lavoro filologico che l’Umanesimo aveva dedicato
minarmente nelle riunioni degli esperti teologi, i quali all’accertamento del testo originale della Bibbia e dall’al­
pertanto, pur non avendo diritto di voto, condizionaro­ tro c’era l’impegno profuso da Lutero nel tradurre le Scrit­
no con la loro cultura e col loro linguaggio gli orienta­ ture nella lingua del popolo tedesco. I teologi sostennero
menti dei vescovi, generalmente di formazione giuridica che bisognava definire solennemente come autentica la tra­
e di superficiale cultura teologica. I teologi erano quasi duzione latina usata nei secoli nelle chiese e nelle scuole,
esclusivamente membri degli ordini mendicanti e porta­ «altrimenti sarebbe dare la causa vinta a’ luterani et aprir
rono di conseguenza nelle elaborazioni dottrinali del con­ una porta per introdur all’avvenire innumerabili eresie e
cilio il loro linguaggio di scuola. Ci fu anche un proble­ turbare continuamente la quiete della cristianità»5. Le di­
ma di libri a Trento: la città non era attrezzata per le esi­ scussioni furono accese. Era diffusa l’opinione che proprio
genze dell’approfondimento teologico delle questioni dalla lettura diretta della Bibbia in volgare fosse derivata
controverse. La bolla di scomunica contro Lutero e i suc­ la diffusione delle «eresie» luterane fra il popolo e si chie­
cessivi interventi dell’Inquisizione non avevano certo in­ deva perciò di vietare ogni traduzione; altri prelati, inve­
coraggiato la lettura diretta degli scritti dei riformatori. ce, ancora affezionati alle idee dell’Umanesimo cristiano,
D i fatto, anche se qualcuno aveva letto testi di Lutero, ritenevano che si dovesse incoraggiare la conoscenza del­
di Melantone, di Butzer o di Calvino, sui punti contro­ le Scritture sacre. Il contrasto era netto: i legati preferiro­
versi coi protestanti fecero testo le informazioni e le no evitare la materia e lasciare in sospeso la questione. Ben
deformazioni raccolte negli scritti dei teologi contro- diverso clima doveva caratterizzare invece la ripresa delle
versisti, cioè di coloro che della polemica e del litigio discussioni sull’argomento quando, nel 15 6 1, il concilio
dottrinale avevano fatto una vera professione: Dobneck dovette occuparsi di nuovo della materia: l’Inquisizione
(Cochlaeus), Eck e pochi altri. romana aveva ormai imposto un regime di proibizione e di
Un primo banco di prova fu costituito dalla questione sospetto sulla lettura della Bibbia. Il concilio potè solo ten­
del rapporto tra Sacra scrittura e Tradizione. Il problema tare di limitare e moderare tali proibizioni.
era fondamentale: le dottrine necessarie alla salvezza era­ Intanto, nella discussione del 15 4 6 , i vescovi affron­
no tutte contenute nella Sacra scrittura oppure bisognava tarono anche una questione che stava loro molto a cuo­
attingere a un deposito diverso, quello di tradizioni non re: si trattava di imporre regole ai predicatori e di stabi­
scritte? Il 26 febbraio, una «congregazione generale» fis­ lire una forma di controllo sulla stampa tenendo conto,
sò alcuni punti ed elesse dei deputati per la compilazione tra l’altro, che la norma prevista dal Concilio Lateranen-
di uno schema di decreto. Si cominciò a trattare, accanto se V di affidare ai vescovi la censura libraria non aveva
alla dottrina, la questione degli «abusi» da riformare a que­ funzionato. Si dette cosi la stura alle lagnanze sugli abu­
sto riguardo, secondo un modo di procedere che doveva si di predicatori ignoranti sui quali i vescovi non aveva-
poi mantenersi fisso per tutta la durata dei lavori del con­
cilio. La questione circa l’uso non corretto che si faceva } p. sarpi, Istoria d el Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti, 2 voli., To­
della Scrittura portava dritto ad affrontare un problema rino 1974, I, p. 260.
56 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 57

no alcun potere, sullo scarso impegno di vescovi e sacer­ protestanti - ai quali l’inserimento delle tradizioni orali
doti con cura d ’anime nell’insegnare la buona dottrina al tra le fonti della Rivelazione non poteva certo essere gra­
loro popolo e sull’eccessiva libertà di artisti e letterati nel dita - ma anche da parte romana. La deputazione che se­
servirsi della Scrittura fino alla profanazione. Si udirono guiva i lavori conciliari per conto del papa giudicò molto
anche voci fortemente critiche sull’ignoranza del clero e negativamente il decreto sulla Vulgata·, si sapeva da tem­
sulla necessità di riordinare le forme della predicazione. po che quella versione conteneva parecchi errori e si di­
Bisognava sottoporre i frati all’autorità dei vescovi, so­ scostava dal testo ebraico e da quello greco in molti pun­
stennero questi ultimi, perché altrimenti - affermò Brac­ ti; sembrò grave che il concilio l’avesse dichiarata auten­
cio Martelli, vescovo di Fiesole - era come lasciare che i tica. Inutilmente i legati spiegarono che si doveva distin­
lupi penetrassero negli ovili senza resistenza; i rappre­ guere fra l’attendibilità dottrinale della Vulgata - che dal
sentanti degli ordini mendicanti si opposero, natural­ punto di vista dogmatico era dunque da considerare cor­
mente. D ’altra parte, era evidente che, se i vescovi con­ retta - e l’ autenticità filologica del suo testo. D i fatto, la
tinuavano a non risiedere nelle loro diocesi, era inutile lunga questione di un’edizione filologicamente corretta
dare loro maggiori poteri sulla predicazione. del testo della Bibbia latina, di quella ebraica e di quella
Tanti problemi emergevano e il gusto della discussio­ greca era da tempo all’ordine del giorno; ora, quel decre­
ne era evidente. Si trattava di una fase ancora sperimen­ to, affermando che il testo dottrinalmente riconosciuto
tale. L ’8 aprile, con la quarta seduta plenaria e solenne dalla Chiesa era quello della Vulgata («vetus et vulgata
(«sessione») del concilio, si giunse all’atteso appunta­ editio»), finiva con lo scoraggiare se non addirittura col
mento dell’approvazione del primo decreto conciliare. Fu bloccare il ricorso ai testi piu antichi e la correzione degli
un rito solenne, alla presenza di 55 vescovi e dell’amba­ errori della Vulgata stessa.
sciatore spagnolo, nonché di molti curiosi, soprattutto Come una nave in mezzo agli scogli, il concilio avan­
nobili, giunti fin da Venezia per l’avvenimento. Dopo il zava a vista, senza un programma. Ogni volta i legati do­
canto dell’ufficio dello Spirito Santo e la predica, fu da­ vevano discutere con la Congregazione papale sul conci­
ta lettura dei due decreti: vi si affermava che la pura dot­ lio e tener conto delle circostanze. Da Roma si premeva
trina rivelata da Cristo era contenuta nei libri e nelle tra­ perché fossero affrontate le dottrine controverse; ma c’e­
dizioni orali («in libris scriptis et sine scripto traditioni- rano molti scogli minacciosi da evitare, come per esem­
bus») conservate dalla Chiesa; il decreto forniva poi l’e­ pio quello del problema dell’autorità dei concili e del pa­
lenco ufficiale (il «canone») dei libri della Sacra scrittu­ pa. Inoltre, in materia di riforma, si era affacciata già nel­
ra. Il secondo decreto fissava nella Vulgata il testo au­ le discussioni la questione della residenza dei vescovi: af­
tentico della Scrittura e riserbava all’autorità ecclesiastica frontarla voleva dire prendere di mira il potere papale nel
il potere di interpretarne il significato, stabilendo di con­ conferire i benefici e i molti «impedimenti» alla residenza
seguenza divieti e controlli sulla stampa non solo dei li­ causati dal funzionamento della Curia romana. Da R o­
bri della Bibbia ma di ogni interpretazione ed esposizio­ ma, il papa fece arrivare ai legati l’istruzione di trattare
ne di essi. Sanzioni severe erano minacciate, in chiusu­ piuttosto una materia dottrinale scelta tra quelle di fron­
ra, contro coloro che si servivano di parole e frasi della tiera coi protestanti. Era questo che si voleva a Roma:
Scrittura sacra per usi profani, irriverenti, superstiziosi tracciare una netta linea di divisione tra la dottrina or­
o addirittura diabolici (per esempio negli incantesimi). todossa e l’eresia. La scelta era decisiva e portava in di­
Era la prima prova: i giudizi furono severi, da parte dei rezione opposta rispetto alla volontà di Carlo V , che de­
58 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 59

siderava si desse prova della capacità della Chiesa di at­ testanti. Ora era aperta la strada per completare la co­
tuare riforme interne tali da dare soddisfazione al mon­ struzione col baluardo piu importante: la questione del­
do tedesco. Il concilio, del resto, era come una nave go­ la giustificazione.
vernata con mano sicura dai legati e manovrata da un La dottrina della giustificazione per sola fede era il ca­
equipaggio quasi esclusivamente italiano e dipendente an­ posaldo della Riforma, da quando Lutero aveva fatto la
che economicamente dalle sovvenzioni papali. «scoperta del Vangelo», come la chiamò egli stesso: era
C i si avviò cosi sulla strada della questione fra tutte una scoperta che aveva risolto la profonda crisi religiosa
capitale nel conflitto religioso: la dottrina della giustifi­ dell’uomo Lutero e che da lui era stata rivelata ai cristiani
cazione. In primo luogo fu affrontato l’ argomento del del suo tempo. La tesi luterana della giustificazione per so­
peccato originale, della sua essenza e del modo in cui la fede aveva salde radici nella tradizione del cristianesi­
l ’uomo poteva liberarsene. Si trattava di una dottrina mo; essa radicalizzava la tesi affermata da san Paolo (con­
capitale per il confronto con la Riform a, tanto che da al­ tro la religione ebraica dell’osservanza delle norme ceri­
cuni fu avanzata la proposta di ascoltare i protestanti moniali) e ribadita da sant’Agostino (contro l’ottimismo
prima di condannarli. Bisognava citarli formalmente per teologico del suo avversario Pelagio, convinto assertore
questo, ma non lo si fece. Quanto alla questione del pec­ della bontà della natura umana). San Paolo aveva scritto:
cato originale, c’erano divergenze all’interno del mondo «Il giusto vivrà per fede» (Rom. I li, 28). Lutero aveva tra­
cattolico su talune questioni. Per esempio si dibatteva dotto «per sola fede». Non era differenza da poco: erano
se la Madonna fosse stata concepita senza l’eredità del­ in gioco tutte le forme di esercizio della pietà religiosa che
la colpa di Adamo: a questo proposito, poiché c’era aspra avevano strutturato la società cristiana europea, dalla scel­
divisione tra i Francescani e i Domenicani, si decise di ta di perfezione (voti monastici) alle opere di carità con le
soprassedere. Si affrontò invece la questione capitale del­ quali i non perfetti (laici coniugati, «terzo ordine») si in­
la dottrina della concupiscenza: secondo Lutero, fedele gegnavano a pareggiare il conto dei peccati. Tentativi di
seguace in questo dell’Agostino antipelagiano, anche nei composizione ce n’erano stati: il piu importante era stato
battezzati restava una radice di peccato che rendeva il quello dei «colloqui di religione» promossi da Carlo V.
cristiano giusto e peccatore nello stesso tempo («simul In quello di Ratisbona del 15 4 1 il cardinale Gaspare Con-
peccator et iustus»). N ell’ assemblea tridentina, non tarini si era spinto, secondo alcuni, oltre i limiti dell’orto­
mancavano consensi alla teologia di Lutero: si fini tut­ dossia accogliendo una definizione in materia di giustifi­
tavia per adottare la dottrina secondo la quale nel bat­ cazione che andava molto vicina a quella dei luterani. Si
tezzato la concupiscenza sopravvive come un qualcosa era parlato allora di una dottrina della «doppia giustifica­
che deriva dal peccato e inclina ad esso, ma non è di per zione»: il cristiano si rende giusto davanti a Dio attraver­
sé peccato. Si affermò il principio per cui i meriti di C ri­ so la «giustizia inerente», conferitagli nel battesimo, che
sto sono comunicati agli infanti nel battesimo: e questo però da sola non basta a vincere l’impulso al male e richiede
contro gli anabattisti che facevano dipendere la validità una seconda giustizia, quella «imputata» da Cristo, che ap­
del battesimo dal consenso interiore per fede del b at­ plica al credente i meriti della sua Passione e lava via del
tezzato. Nella sessione quinta (17 giugno 1546) il de­ tutto, cosi, la corruzione originale. In questo modo si sal­
creto fu approvato quasi all’unanimità da un’assemblea vava la funzione delle «opere buone», care ai cattolici, ma
lievemente piu numerosa della precedente. E ra una pie­ solo per l’imputazione dei meriti di Cristo (come voleva­
tra importante nella costruzione del muro contro i pro­ no i protestanti). Il compromesso era saltato perché si era
6o CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 6l

affacciato l’altro pur grave problema della presenza reale terventi suscitarono polemiche e sospetti che mostrarono
di Cristo nell’eucarestia. Intanto, però, la questione della chiaramente in quale clima di esasperata diffidenza si svol­
giustificazione era diventata quella più largamente dibat­ gesse il confronto dottrinale. Subito dopo il suo interven­
tuta anche nelle città italiane e non soltanto nei circoli e to nella congregazione generale del 17 luglio 1546, il San­
nelle accademie dei dotti ma nelle chiese, sulle piazze, nel­ felice fu apertamente accusato di eresia da un frate, Dio­
le botteghe artigiane, nei lavatoi. La situazione di incer­ nisio Zanettini: ne nacquero un litigio e una colluttazione
tezza sui confini dell’ortodossia e di grande interesse per tra i due. Lo Zanettini ci rimise un po’ della sua barba, ri­
i dibattiti di religione si rifletteva nella confusione delle masta nelle mani dell’avversario per il quale però le con­
discussioni provocate da predicatori di grande richiamo, seguenze furono ben piu gravi: sospeso e scomunicato, San­
come il cappuccino fra Bernardino Ochino, e diffuse nel felice dovette lasciare il concilio e vi tornò solo molti anni
pubblico da una gran quantità di opuscoli in volgare, spes­ piu tardi, senza riuscire a evitare le segrete del Sant’U ffi­
so anonimi (tra i quali spiccava il successo degli scritti di zio romano. G li atti del processo a cui fu sottoposto de­
Juan de Valdés e dell’anonimo D el beneficio di Cristo cro­ scrivono una lunga inchiesta, estesa fino alla sua diocesi di
cifisso p e ri cristiani). Anche i prelati tridentini, per quan­ Cava: i testimoni raccontarono con quale eccezionale de­
to in massima parte ignari di teologia e provvisti solo di dizione Tommaso Sanfelice avesse svolto i suoi doveri epi­
una strumentazione intellettuale giuridico-letteraria, era­ scopali, visitando le chiese, predicando, correggendo il cle­
no consapevoli dell’importanza della definizione che si pre­ ro. M a il problema, per l’Inquisizione, non era di sapere
paravano ad elaborare: Seripando e Cervini lo scrissero a se era stato un buon vescovo ma se dai suoi discorsi era
chiare lettere nel prologo del progetto di decreto presen­ possibile ricavare qualche opinione sospetta su fede e ope­
tato il 23 settembre 1546 al concilio («cum hoc tempore re. Un dibattito già di per sé difficile quale fu quello sulla
nihil magis vexet ac perturbet ecclesiam Dei quam nova giustificazione venne ancor piu complicato e prolungato
[...] de iustificatione doctrina»). Proprio perché questio­ dallo scoppio della guerra della Lega di Smalcalda in G er­
ne rilevante, molti furono frenati dal prendere posizione mania, e dalla necessità per l’imperatore di non erigere bar­
o dalla consapevolezza della propria ignoranza o dal timo­ ricate teologiche verso i luterani. Mentre si discuteva sul­
re di esporsi con posizioni non gradite o sospette. Tutta­ la giustificazione, nell’estate del 1546 Carlo V e Paolo III
via, il metodo seguito dai legati in questa occasione - di­ resero pubblica la loro alleanza militare per una guerra con­
scutere non un progetto definito ma affrontare la questio­ tro i principi protestanti tedeschi. Lo fecero in maniera
ne in termini generali e solo in seguito elaborare un testo che rese trasparente la loro diversa interpretazione di quel­
- offri a tutti la possibilità di esporre il proprio punto di la guerra: per il papa si trattava di una vera e propria guer­
vista sul modo in cui l’uomo da ingiusto diventa giusto agli ra santa contro tutti gli eretici, per la quale fu indetto un
occhi di Dio. Trovarono cosi espressione anche le idee di giubileo straordinario; l’imperatore la considerava un’im­
quanti erano sostanzialmente d’accordo con l’antropolo­ presa limitata contro alcuni principi ribelli. Al primo pre­
gia pessimistica di Lutero nel contrapporre nettamente la meva accreditare l’interpretazione di guerra di religione
gratuità dell’intervento di un Dio salvatore alla miseria e per coprire i suoi interessi politici e l’alleanza anche fami­
all’incapacità umana di produrre opere meritorie. Di giu­ liare dei Farnese con Carlo V (il nipote di Paolo III, O t­
stificazione «sola fide» o «per fidem sine operibus» par­ tavio, aveva contratto matrimonio con una Asburgo); al
larono, in particolare, Tommaso Sanfelice, vescovo di C a­ secondo invece stava a cuore giungere a indebolire la for­
va, e Giulio Contarmi, vescovo di Belluno. M a i loro in­ za militare e politica dei principali capi politici della Rifor­
62 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 63
ma, mentre a Trento si doveva aprire la possibilità di una cato originale, la definizione della dottrina ortodossa era
conciliazione dottrinale che completasse il suo disegno di stata delineata tenendo presente in primo luogo la neces­
riunificare anche religiosamente la Germania. Di fatto, sità di chiarire i limiti oltre i quali si era attestato Lutero.
Trento era sulla strada delle armate che si muovevano dal­ Fissati questi capisaldi dottrinali, la questione della giu­
l’Italia verso le terre tedesche, mentre in Tirolo si affac­ stificazione potè essere affrontata e risolta nel senso gra­
ciavano soldatesche protestanti e i padri conciliari co­ dito al partito romano piu intransigente. Accanto alla de­
minciavano ad avere paura. Su questo sfondo si giunse al­ finizione della dottrina ortodossa sulla giustificazione -
l’approvazione solenne del decreto sulla giustificazione. «l’atto col quale Dio fa passare l’uomo dallo stato di pec­
La precisazione della dottrina ufficiale della Chiesa, av­ cato allo stato di grazia» - , furono elencati gli «anatema-
venendo in un momento in cui il dibattito teologico si era tismi», cioè tutte le proposizioni da considerare eretiche e
allargato a dismisura e frammentato in molteplici direzio­ da condannare con la formula «anathema sit». La discus­
ni, non poteva che risolversi - come temeva Carlo V - in sione fu vivacissima: le scuole teologiche dominanti si af­
una serie di scomuniche e di anatemi e, insomma, in un ir­ frontarono sul tema del rapporto tra la fede e le opere; con­
rigidimento delle posizioni confessionali. Per quanto con­ cordi nel condannare come eretica la dottrina che negava
cerne la linea teologica del concilio, essa si era già precisa­ ogni valore all’ agire umano, si dividevano però quando si
ta fin dal primo avvio dei dibattiti, con la soluzione data trattava di definire i meriti delle opere buone: erano da so­
al problema delle fonti della rivelazione divina e a quello le capaci di meritare la giustificazione ? Bastava un atto del
della dottrina del peccato originale. Q uest’ultimo argo­ libero arbitrio a salvare l’uomo oppure era necessario l’in­
mento era quello dal quale i legati avevano proposto di ini­ tervento della grazia divina ? Quale spazio si doveva la­
ziare i lavori ed era il punto cruciale di confronto con l’an­ sciare alla capacità della volontà umana di accogliere o ri­
tropologia luterana; ma prima ancora era apparso decisivo fiutare la grazia ? Qui la dottrina agostiniana del valore pre­
il nodo delle fonti della Rivelazione, perché dalla soluzio­ minente della grazia divina nel processo della giustifica­
ne che gli si sarebbe data dipendeva non solo tutto il la­ zione valse ad arginare il rischio di cadere nell’opposto pe­
voro del concilio ma anche, piu in generale, il fondamen­ ricolo del pelagianesimo. M a c’erano tante altre questioni
to dell’autorità della Chiesa. Era qui infatti che si doveva non risolte nella tradizione teologica (per esempio se le ope­
definire il rapporto tra Chiesa e Spirito Santo e affermare re buone fatte per la sola paura dell’inferno avessero o no
il principio (negato da Lutero) di un’assistenza continua un qualche valore agli occhi di Dio). Si discusse sulla cer­
da parte di Dio alle scelte dottrinali della Chiesa. G ià al­ tezza dell’essere in stato di grazia e sul modo in cui la fe­
lora erano emerse opinioni, come quella di Giacomo Nac- de si lega all’ardore di operare bene (fede «formata di ca­
chianti vescovo di Chioggia, che erano apparse troppo vi­ rità»), distinguendo tra la fede «viva» che produce opere
cine a quelle luterane nel voler rigorosamente delimitare buone e la fede «morta». Alcuni volevano elencare som­
alla Sacra scrittura il carattere di deposito unico della ri­ mariamente le dottrine eretiche da condannare, altri vo­
velazione divina. L ’enfasi posta in funzione antiluterana levano invece che si redigesse un elenco dettagliato che ser­
su un’altra fonte della Rivelazione, la tradizione orale pos­ visse a identificare con sicurezza gli eretici. Un piccolo
seduta e amministrata dalla Chiesa, era apparsa a molti ec­ gruppo, all’interno e all’esterno del concilio, guardava con
cessiva, ma era stata il prodotto pressoché inevitabile del particolare attenzione al comportamento del Cardinal lega­
clima polemico in cui avveniva la definizione dei capisal­ to Reginald Pole: in lui, i contemporanei videro giustamente
di dottrinali. Anche a proposito della questione del pec­ il principale rappresentante del partito che fu detto allora
64 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 65
degli «spirituali». Le opinioni di quel gruppo in materia di te decisiva del testo rimaneva pur sempre quella in cui
fede avevano trovato espressione nel Trattato utilissimo del venivano condannate le dottrine della Riforma. La logi­
beneficio di Gesù Cristo crocifisso per i cristiani, comparso ca dello scontro finale si faceva qui inesorabile. Lungo
anonimo nel 154 2 ma redatto dal benedettino don Bene­ tutto il percorso dell’elaborazione e discussione del de­
detto Fontanini da Mantova e rivisto dal letterato M ar­ creto, furono via via stimolati e battuti i tentativi di mo­
cantonio Flaminio, amico e familiare del Pole. La religio­ dificarne i contenuti in una direzione più favorevole al­
sità di quel testo consisteva in una forte accentuazione del­ le idee della Riform a o, comunque, a una teologia di­
la funzione della fede nella giustificazione del cristiano; tut­ versa da quella rappresentata dai grandi ordini mendi­
tavia, dalla convinzione della giustificazione per fede gli canti, sostanzialmente incontrastati a Trento. Posizioni
«spirituali» non ricavavano le conseguenze («illazioni») che religiose molto differenziate, come quelle del Pole, del
ne aveva tratto Lutero e continuavano a vivere in una Chie­ Sanfelice, di Luciano degli O ttoni e del- Seripando, si
sa dove le istituzioni ecclesiastiche conservavano il loro po­ trovarono una dopo l’altra costrette a fare i conti con
tere e le opere erano ritenute una necessaria conseguenza una definizione dei limiti dell’ortodossia in cui non riu­
della giustificazione del cristiano. La religiosità di Reginald scivano a riconoscersi del tutto. A questo controllo in­
Pole e la sua personalità carismatica lo avevano reso il pun­ terno della linea teologica del concilio si aggiunse all’e­
to di riferimento di tutto un gruppo, che comprendeva una sterno la resistenza alle esigenze dell’imperatore di rin­
poetessa illustre come Vittoria Colonna e un artista della viare la promulgazione solenne del decreto sulla giusti­
cui straordinaria grandezza tutti i contemporanei furono ficazione. La salda presa papale sul concilio si manifestò
convinti: Michelangelo Buonarroti. In lui, si vedeva il rap­ pubblicamente in occasione della sessione V I, il 13 gen­
presentante principale della tendenza che - esaltando la gra­ naio 15 4 7 , quando i 59 vescovi convocati per la solenne
tuità della giustificazione divina del peccatore e il valore approvazione del decreto si riunirono in assenza del rap­
della Redenzione - poteva portare a una conciliazione col presentante di Carlo V , ma anche di quello del re di
mondo della Riforma. Ma i tempi non erano i piu adatti. Francia; evidentemente, solo Rom a aveva interesse a
Per di più nella personalità del Pole c’era un tratto di ab­ chiudere recisamente ogni dialogo coi protestanti tede­
bandono mistico alla volontà di Dio che lo portava a ritrarsi schi. E ci fu un’altra assenza dal significato trasparente:
piuttosto che a combattere nelle occasioni di conflitto. Fu Reginald Pole abbandonò il concilio, adducendo motivi
quello che accadde nel momento decisivo dell’approvazio­ di salute ai quali nessuno credette. La scelta di precisa­
ne del decreto sulla giustificazione. re la dottrina ortodossa nel decreto aggiungendovi ben
L ’elaborazione del testo finale fu lunga e tormentata: 33 canoni di condanna dura e dettagliata delle idee del­
a un primo progetto (luglio) ne seguirono un secondo la Riform a protestante, obbediva alla logica che il papa­
(settembre) e un terzo (novembre), elaborati per conto to aveva scelto: erigere una barriera invalicabile contro
e sotto la direzione dei legati. Attraverso i vari passag­ gli «eretici» e indicarne le dottrine maledette perché tut­
gi, ai canoni dottrinali veri e propri del decreto si ven­ ti potessero riconoscerle. Ne segui il rilancio della con­
nero aggiungendo dei capitoli introduttivi, dedicati a troversia dottrinale su larga scala.
un’esposizione positiva della dottrina da credere e pre­ A questo punto il concilio aveva esaurito il suo compi­
dicare. E ra una novità importante, con cui si veniva in­ to, almeno dal punto di vista romano. Un pretesto - la
contro a chi lamentava la situazione di incertezza dot­ paura di un’epidemia di tifo petecchiale - offri l’occasio­
trinale di predicatori e pastori d ’anime. Tuttavia, la par­ ne desiderata: i legati, ormai riconosciuti come coloro da
66 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 67

cui dipendevano in tutto i lavori e gli orientamenti del gato Del Monte, terrorizzato da una predizione degli
concilio, decretarono il suo trasferimento a Bologna, la se­ astrologi, che sostenevano che un prelato importante sa­
conda città dello Stato della Chiesa. Quando Carlo V lo rebbe presto morto a Bologna. Il legato Marcello Cervini
seppe, il 15 marzo, si alzò di scatto dalla tavola dove era propose di trasferire il concilio direttamente a Roma. Il
seduto, incapace di nascondere la sua violenta irritazio­ papa imboccò un’altra strada: far venire a Roma una de­
ne. Ma inutilmente protestò col papa, ricordandogli: «A b ­ legazione di vescovi da Bologna e una da Trento, per far­
biamo offerto agli stati dell’Impero un concilio in terri­ si consigliare sulle questioni piu importanti. Era un ritor­
torio imperiale, non nello Stato della Chiesa». La frattu­ no al modello delle commissioni consultive e significava
ra si rivelò grave e non componibile. A Trento rimasero i che per il papa il concilio, una volta definite le dottrine
vescovi di obbedienza imperiale; a Bologna andarono so­ capitali per condannare le «eresie» della Riforma, aveva
lo quelli italiani di stretta osservanza romana, una picco­ finito il suo compito. M a tra quelli rimasti a Trento nes­
la pattuglia che si ridusse progressivamente (nell’agosto suno obbedì all’invito papale. La salute del papa ottan­
del 1548 erano una ventina). Furono impegnati in lunghe tenne declinava intanto rapidamente, soprattutto per i
ma inconcludenti riunioni di teologi sulla materia dei sa­ gravi dispiaceri familiari (la morte del figlio, la disobbe­
cramenti: dall’eucarestia alla penitenza all’estrema un­ dienza dei nipoti ai suoi piani politici): due colpi apoplet­
zione e al matrimonio. Erano questioni dottrinali impor­ tici lo portarono alla morte (io novembre 1549).
tanti nel confronto con la teologia del mondo protestan­ Contrariamente alle previsioni degli astrologi bolo­
te. M a non si arrivò all’approvazione di nessun decreto: gnesi, toccò proprio al Cardinal Del Monte la sorte di di­
una sessione fissata per giugno andò a vuoto e fu neces­ ventare papa, a sorpresa, al termine di un lunghissimo e
sario andare avanti di proroga in proroga, nell’attesa che drammatico conclave che vide brillare e declinare la stel­
papa e imperatore componessero i loro contrasti. Intan­ la del candidato imperiale Reginald Pole, sconfitto da
to, il dissidio si aggravava: il papa era spinto da rancore Gian Pietro Carafa con l’aiuto di un dossier raccolto dal­
personale contro Carlo V, perché colpito nei suoi affetti la sua polizia segreta dell’Inquisizione. Del M onte era
e nei suoi disegni nepotistici dall’assassinio del figlio Pier­ stato colui che aveva sostituito Pole come legato nella fa­
luigi e dalla perdita di Parma e Piacenza. Da parte di Car­ se bolognese: per quanto ritenuto di parte francese, la sua
lo V si profilava il rischio che l’imperatore procedesse per promessa di riprendere i lavori interrotti a Trento offri
suo conto a esautorare il papa e a convocare un concilio la garanzia attesa dall’imperatore. Naturalmente, l’esse­
che facesse quella riforma della Chiesa promessa al mon­ re stato legato a Bologna comportò da parte sua la dife­
do tedesco e mai esaminata seriamente a Trento. Alla Die­ sa della legittimità della fase bolognese, che entrò cosi uf­
ta di Augusta fu scelta la via di concedere ai protestanti ficialmente a far parte del tormentato percorso del Tri-
- già vinti sul piano militare - il matrimonio del clero e la dentino. Il papa non sapeva che i protestanti tedeschi al­
comunione sotto le due specie ai laici. In cambio, i pro­ la Dieta di Augusta, in cambio dell’Interim concesso da
testanti promisero di inviare una delegazione al concilio Carlo V, avevano promesso di mandare delegati a Tren­
- quello di Trento - chiedendo come contropartita la ri­ to; e l’idea di un concilio dominato dall’imperatore ba­
discussione completa di tutto quanto vi era stato appro­ stò al re di Francia Enrico II per reagire alzando la ban­
vato fino ad allora. La situazione era drammatica; i pochi diera della Chiesa gallicana. Il 18 febbraio 1 5 5 1 ordinò
vescovi rimasti a Bologna erano impazienti di ottenere il a tutti i vescovi francesi di recarsi nelle loro diocesi, vi­
permesso di andarsene e più di tutti lo era il Cardinal le­ sitarle e riferire poi ai loro metropoliti in vista di un con-
68 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 69

cilio nazionale da indire «pour le bien de l’Église galli­ testi elaborati in concilio. M a nell’assemblea conciliare
cane»4. E ra un segno della debolezza politica e dei rischi la presenza e la partecipazione attiva dei vescovi spa­
di fallimento impliciti nel nuovo tentativo conciliare - ri­ gnoli portarono a conflitti con l ’impostazione voluta dal
schi che dovevano presto diventare evidenti con l’al­ Cardinal legato Crescenzio, poiché da parte dell’episco­
leanza tra Enrico II e l’elettore Maurizio di Sassonia. La pato iberico si voleva affrontare la materia scottante del-
guerra, preparata nell’estate del 1 5 5 1 , esplose nella pri­ l’obbligo di residenza dei vescovi - una questione che
mavera successiva e segnò la fine precoce dei lavori che riguardava la riforma della Chiesa ma sfiorava anche l ’a­
intanto erano ripresi a Trento dopo la riapertura, avve­ spetto dottrinale del rapporto tra papa e vescovi. Il le­
nuta solennemente il i ° maggio 1 5 5 1 . In questo breve gato dovette appellarsi agli accordi segreti del papa con
secondo periodo trentino, la parte dottrinale affrontata l’imperatore per impedire che la questione venisse af­
fu quella già trattata ed elaborata a Bologna, cioè i sa­ frontata e la cosa suscitò proteste vivacissime e accuse
cramenti: l’eucarestia, la penitenza, l’unzione degli in­ di mancanza di libertà nel concilio. Veniva meno, in­
fermi. Si prendeva atto cosi dell’avanzarsi di un proble­ tanto, la speranza di una partecipazione sostanziale del­
ma nuovo accanto a quello un tempo dominante della dot­ l’episcopato tedesco, trattenuto dal mettersi in viaggio
trina sulla giustificazione: si trattava del problema della sia dalla poca fiducia nel programma del concilio sia dal­
presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, punto fonda- la difficoltà di lasciare le diocesi, dove la popolazione or­
mentale che caratterizzava la variante svizzera della mai guadagnata alla Riform a era tenuta a freno solo dal­
Riforma fin dai tempi di Ulrico Zwingli ma che ora, gra­ la forza militare di Carlo V. Anche la delegazione dei
zie alla diffusione del pensiero di Calvino, raccoglieva principi protestanti, la cui partecipazione al concilio era
stata oggetto di lunghe trattative, si limitò a fare una
consensi anche in Italia e soprattutto in Francia. La dot­
breve comparsa e ad avanzare richieste che furono im­
trina della transustanziazione, formulata al Concilio La-
mediatamente rigettate (come quelle della subordina­
teranense IV, fu solennemente ribadita: non di rito di
zione del papa al concilio e della ripresa in esame delle
memoria si trattava dunque, come volevano i calvinisti,
questioni dottrinali affrontate nel primo periodo).
ma di vera e propria ripetizione del sacrificio del Cristo
Il 28 aprile 15 5 2 il legato decise la sospensione del con­
e di distribuzione salvifica della sua carne e del suo san­
cilio. Sembrava ormai impossibile che la costruzione ar­
gue. L ’anatema colpi gli ormai numerosissimi negatori
rivasse a compimento. Tra l’altro, le dottrine definite nel­
della presenza reale e sostanziale del Cristo nel sacra­
le sessioni tridentine erano prive di approvazione papale
mento, con anima e corpo, umanità e divinità. D i segui­
e restavano cosi sospese in un limbo di irrealtà. Papa G iu­
to, fu elaborata e definita la dottrina del sacramento del­ lio III concepì il proposito di compendiarle in una Bolla,
la penitenza e dell’estrema unzione. Anche in questo ca­ ma non riuscì a realizzare tale intento. Dopo la breve pa­
so si trattò di riprendere, confermare e rielaborare i ca­ rentesi del pontificato di papa Marcello II, il nuovo pon­
noni del Concilio Lateranense IV , definendo con preci­ tefice, Gian Pietro Carafa, riprese un suo antico proget­
sione i compiti e i poteri dei sacerdoti nell’amministrare to: fare a Roma sotto diretto controllo papale un concilio
la confessione sacramentale. come quello Lateranense. M a anche questo disegno
Questa volta si giunse all’approvazione formale dei abortì. Restava quella sospensione del Tridentino, come
l’arcata di un ponte incompiuto e imbarazzante. Perché
4 A. tallon, La France et le Concile de Trente 15 18 - 15 6 3 , Rome 1997, p. 227. si riprendessero i lavori ci volle un cambiamento profon­
70 CAPITOLO QUINTO QUESTIONI DOTTRINALI 71

do nel quadro politico e religioso dell’Europa: se la lotta O stili l’ Inghilterra e i principi protestanti, assenti i
fra Carlo V e Francesco I aveva impedito che si realizzasse vescovi tedeschi che non volevano turbare la conquista­
la condizione fondamentale per un vero concilio - la pa­ ta pace religiosa d ’Augusta, il concilio si apri tuttavia (il
ce tra i principi cristiani - l’abdicazione di Carlo V e la 18 gennaio 1562) con la partecipazione di una folla di
divisione dell’eredità spagnola da quella austro-imperiale vescovi (12 3 in tutto) tale che in confronto - scrisse il
fece cadere la causa delle guerre europee. Nello stesso tem­ Cardinal legato Girolamo Seripando - la seduta inaugu­
po, nella Francia finalmente libera dalla morsa dell’Im­ rale del 15 4 5 sembrava un sinodo diocesano piuttosto
pero asburgico esplose la questione religiosa ed emerse il che un concilio ecumenico.
volto nuovo dell’antagonista del papato cattolico: non piu Sotto la presidenza del cardinale Ercole Gonzaga, per­
le idee luterane fissate nella Confessione augustana, ma il sonaggio di grande rilievo politico ed ecclesiastico, le di­
pervasivo diffondersi della dottrina di Calvino. Nel mon­ scussioni piu accese ebbero come oggetto non le questio­
do cattolico, peraltro, i metodi di un papa che lasciava la ni dottrinali ma quelle di riforma. La volontà di procede­
briglia sul collo all’Inquisizione avevano suscitato scon­ re realmente a iniziative di riforma era diffusa soprattut­
certo e disagio profondo anche nei piu fedeli. L ’Indice dei to fra i vescovi spagnoli, il cui capo riconosciuto - Pedro
libri proibiti pubblicato da Paolo IV e l’ordine da lui da­ Guerrero, vescovo di Granada - chiese che non si per­
to ai confessori di rinviare all’Inquisizione tutti i penitenti desse tempo nella complicata questione della redazione di
che avevano qualcosa da dichiarare in materie inquisito- un nuovo Indice, vista l’importanza dei problemi della
riali avevano creato situazioni di tensione; e intanto, la riforma. D i fatto, il compito fu affidato a una commis­
durissima campagna condotta dal papa contro i cardinali sione, che non terminò i suoi lavori talché l ’elaborazione
Morone e Pole, insieme al ritorno del piu sfacciato nepo­ finale passò dalle mani del concilio a quelle del papa, e
tismo, avevano scandalizzato e irritato molta gente ai piu l’Indice cosiddetto tridentino fu il prodotto di una riela­
diversi livelli sociali. Tutto ciò fu evidente nel 1559 , quan­ borazione romana conclusasi nel marzo del 156 45. E un
do la morte del papa fu salutata da una violenta esplo­ episodio significativo del cambiamento di clima e del fat­
sione di gioia popolare, con l ’apertura delle carceri e il to che i vescovi erano chiamati a fare i conti col potere
saccheggio dell’archivio dell’ Inquisizione. Il nuovo pa­ dell’Inquisizione, cresciuto a dismisura non solo nei Pae­
pa Pio IV (1559-65) si trovò un’eredità pesante e voltò si iberici ma anche in Italia. La soluzione adottata sul pia­
decisamente pagina: liberato e assolto il cardinale Moro­ no dei poteri consistette nel riaffermare la decisione del
ne, nominò una commissione per rivedere l’Indice di Pao­ Concilio Lateranense V di affidare ai vescovi e agli in­
lo IV . M a la svolta piu importante riguardò proprio il quisitori locali l’esame preliminare dei libri da stampare.
concilio. Con una bolla del 29 novembre 156 0, si ebbe Sul fronte dottrinale, prevaleva ormai la difesa del­
la nuova convocazione a Trento. E fu al concilio che il l’ortodossia ai confini di una frattura teologica consoli­
papa affidò la questione dell’Indice dei libri proibiti, con data. G li anni trascorsi avevano intanto fatto crescere la
un breve indirizzato ai legati (14 gennaio 156 2), in cui preoccupazione per la capacità espansiva rivelata sempre
pregava di sciogliere i lacci che legavano le coscienze di
molti a causa delle scomuniche per le proibizioni dei li­
bri. Era un segno dei problemi nuovi che la frattura del­ 5 Sulla storia dei dibattiti conciliari e sul loro esito si rinvia a j. m . de
bujanda , Introduction historique a Index de Rome 15 5 7 , T5 5 9 , J5&4· Les pre-
l’unità religiosa e la guerra di scomuniche e di polizie in­ mìers index romains et l ’index du Concile de Trente («Index des livres inter-
quisii orlali avevano aperto. dits», V ili), Genève 1990, pp. 51-99.
72 CAPITOLO QUINTO

piu dalla variante calvinista della Riforma. Per rispon­ Capitolo sesto
dere sul piano della dottrina, ci si rifece alle elaborazio­ Questioni di riforma
ni precedenti non approdate all’approvazione definitiva.
Fu cosi che fin dalle prime sessioni solenni si potè ratifi­
care la definizione di ciò che si doveva credere sull’eu­
carestia e sul sacrificio della messa. G ià negli schemi ela­
borati al tempo di Giulio III era stata messa a punto la
dottrina che ancorava il sacramento dell’ordine e cioè l’e­
sistenza di un ordine ecclesiastico, alla celebrazione e am­
ministrazione dell’eucarestia e distingueva tra la forza Nel suo celebre manifesto A lla nobiltà cristiana di na­
espiatrice del sacrificio di Cristo applicata ai cristiani nel zione tedesca sul miglioramento dello stato cristiano (A n den
battesimo e la ripetizione incruenta dello stesso sacrifi­ christlichen A d el deutscher Nation, von des christlichen Stan-
cio nella messa per la remissione dei peccati commessi do­ des Besserung), Lutero aveva sferrato un attacco violento
po il battesimo. Ora, questa dottrina fu fissata definiti­ contro la pretesa dell’ordine ecclesiastico di trincerarsi
vamente e solennemente approvata. M a tutta la questio­ dietro i suoi privilegi separandosi dal resto dei cristiani;
ne, come si vede, rinviava al sacramento dell’ordine e sul­ e che questo fosse il suo obbiettivo lo dimostrò anche piu
lo sfondo restava per i vescovi il problema di definire la chiaramente quando reagì alla consegna della bolla di sco­
natura del loro rapporto col papato e i limiti del potere munica Exsurge Domine dando alle fiamme non solo il te­
papale. Il problema era quello dell’obbligo di residenza sto della bolla papale ma, insieme ad esso, due altri testi
dei vescovi nelle loro diocesi: derivava direttamente da ben piu corposi: la Summa Angelica, diffusissima enci­
Dio oppure il papa poteva continuare a erogare le sue di­ clopedia di casi di coscienza di Angelo da Chivasso, e il
spense da tale obbligo attraverso gli organismi della Cu­ Corpus iuris canonici. Era l’intero sistema di giustizia ela­
ria ? E ra la questione piu grave e problematica che si fos­ borato dalla Chiesa nei secoli precedenti che veniva eli­
se mai presentata, anche perché i vescovi resistevano ai minato dalla prospettiva del riformatore e dei suoi se­
tentativi di influenzare le loro scelte e facevano valere in guaci. Ciò significava che non si riconosceva piu ai mem­
questo caso il dovere di obbedire alla propria coscienza. bri del clero nessun potere di «legare le coscienze» e che
Contro questo scoglio, il concilio rischiò di naufragare. si toglievano di mezzo le regole di quel diritto canonico
Sullo sfondo c’era l’inevasa domanda di riforma della che aveva posto il corpo ecclesiastico e - all’interno di es­
Chiesa: una riforma che doveva essere prima di tutto «in so - il potere papale al di sopra della legge comune. Le
capite», risolvendo le questioni che impedivano l ’ attua­ conseguenze di quegli atti furono rivoluzionarie. Anche
zione dell’unico compito capace ormai di giustificare l’e­ se i poteri politici statali non avevano atteso Lutero per
sistenza di un corpo ecclesiastico, la cura delle anime. avanzare nel campo del corpo ecclesiastico e dei suoi be­
ni con una politica di accordo diretto col papato (politi­
ca dei concordati), tutto questo aveva lasciato intatto il
principio formale dell’autonomia e dell’unità sovrastata­
le del corpo ecclesiastico. M a le forze dominanti erano
da un lato la struttura centralizzata della Curia romana,
dall’altro la concorrente volontà accentratrice degli Sta­
74 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 75

ti. Ne faceva le spese un corpo ecclesiastico largamente grafiche alle maniere di vivere e di pensare. L ’ordine ec­
selezionato con criteri di fedeltà politica (dai sovrani) o clesiastico non era rimasto indenne dal mutamento: ave­
di legami clientelari e cortigiani col papato e, di conse­ va registrato la sete di ascesa sociale e di arricchimento
guenza, portato a trascurare il proprio ufficio di governo dell’emergente classe patrizia delle città, mentre conti­
spirituale delle «anime», per ricambiare il potere che lo nuava a offrire alla nobiltà feudale titoli di potere e for­
aveva scelto con attività di altro genere (diplomatico, cor­ me di sistemazione per i figli cadetti. I conventi femmi­
tigiano, perfino militare). L ’esercizio del governo «pa­ nili si erano dilatati a dismisura per ospitare e sottrarre al
storale» era delegato ad altri: l ’amministrazione dei sa­ mercato matrimoniale le figlie in eccesso, che minaccia­
cramenti era affidata a cappellani poco preparati e mal vano col costo delle doti l’asse patrimoniale della famiglia.
pagati; il momento formativo della predicazione e quel­ Queste istituzioni, affidate al governo dei frati, avevano
lo giudiziario di foro interno (la confessione) o esterno il compito di tutelare la castità delle loro ospiti come fon­
(l’inquisizione contro l’eresia) era diventato compito qua­ damento dell’onore della famiglia: ovviamente, il rappor­
si esclusivo dei frati, ai quali, come propri strumenti, il to tra i rami maschile e femminile degli Ordini dava luo­
papato aveva concesso grandi privilegi. go, in condizioni di verginità coatta, a episodi clamorosi
L ’assemblea dei vescovi riunita per il concilio si tro­ e scandalosi che facevano protestare violentemente le fa­
vava di fronte, pertanto, in maniera del tutto naturale, il miglie contro l’assenza di governo ecclesiastico e alimen­
problema di come restaurare dignità, poteri e funzioni tavano il discredito della scelta monastica. Scrittori come
del corpo ecclesiastico e in modo speciale dell’episcopa­ Chaucer (Canterbury Tales) e Boccaccio (Decameron) ne
to. Alla durezza dell’attacco di Lutero si reagì con pari avevano tratto materia per rappresentazioni della società
durezza; era coscienza comune del corpo ecclesiastico che che godettero di larghissimo successo. Il passaggio da una
erano in gioco le sue prerogative e i suoi privilegi. Anzi, cultura prevalentemente orale a una cultura del libro met­
fu proprio la consapevolezza del pericolo che gravava sul­ teva intanto in crisi l’egemonia intellettuale sulle masse
le loro teste a rendere violenti i toni della reazione anti­ esercitata fino ad allora dai predicatori. I vescovi, anche
luterana della grande maggioranza dei vescovi e a far nau­ quando erano consapevoli dei loro compiti e determinati
fragare fin dall’inizio ogni programma di conciliazione. ad affrontarli, non avevano nessun potere sui frati, che il
A ll’offensiva si cercò di far fronte in concilio riconfer­ papato aveva adottato come strumenti di una propria di­
mando sul piano dottrinale tutti i principi su cui tradi­ retta presenza in tutto il mondo cristiano, con funzioni di
zionalmente aveva poggiato quella pretesa. M a si era ben insegnamento (predicazione) e di esercizio del potere di
consapevoli che l’opera non poteva limitarsi al solo ver­ giudicare (Inquisizione) e di assolvere (confessione). D ’al­
sante dottrinale: essa doveva affrontare anche quel pro­ tra parte, contro quelle pretese di dirigere i comporta­
blema della crisi delle istituzioni ecclesiastiche e del loro menti individuali e di governare le coscienze si levavano
adeguamento al cambiamento della società che, già mol­ i dubbi e le proteste di una società piu fiduciosa nelle sue
to tempo prima dell’attacco di Lutero, era stato al centro capacità di dominare il mondo, piu portata all’individua­
delle preoccupazioni di tanti movimenti di riforma e ave­ lismo. La pretesa del mondo fratesco di essere una scelta
va alimentato una ricchissima letteratura di progetti e di di perfezione a fronte delle forme di indisciplina, igno­
lagnanze. L ’impresa non era facile: la società europea ave­ ranza e avidità diffuse nei conventi suscitava le ironie di
va vissuto negli ultimi secoli una trasformazione profon­ intellettuali di grande prestigio, come Lorenzo Valla ed
da che coinvolgeva ogni sua parte, dalle strutture demo­ Erasmo da Rotterdam («Monachatus non est pietas»). Lo
76 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 77

spettacolo di frati vaganti fuori dai conventi, spesso veri centro della rete di abusi che permetteva al clero delle
e propri avventurieri protetti dai loro privilegi e garanti­ diocesi e delle parrocchie di riscuotere rendite senza eser­
ti da dispense acquistate a pagamento dai compiacenti uf­ citare i suoi doveri di governo spirituale c’erano proprio
fici di Curia, alimentava lo scandalo e la domanda cre­ la Curia romana e il sistema di dispense a pagamento con
scente di una riforma della Chiesa. Il danaro poteva tut­ cui le norme canoniche venivano del tutto svuotate di
to a Roma, dove la Penitenzieria e la Dataria erano accu­ contenuto. M a ogni tentativo di modificare quei mecca­
sate di nascondere sotto un linguaggio evangelico e pa­ nismi era destinato ad andare a vuoto, né piu né meno
storale la loro avidità; del gregge cristiano - si diceva - del progetto (piu tardi) di operare una «riforma dei prin­
importava loro solo la lana da tosare (secondo il motto: cipi». La critica intellettuale dei fondamenti del potere
«Curia Romana non petit ovem sine lana»). L ’ascesa del ecclesiastico era assimilata puramente e semplicemente
papato e del suo apparato centrale di governo aveva tro­ all’ eresia. Cosi accadde, per esempio, a chi dava ascolto
vato nei beni di cui nei secoli la pietà religiosa aveva do­ alla dimostrazione fatta da Lorenzo Valla della falsità del­
tato chiese e conventi un deposito a cui attingere: col mec­ la pretesa «donazione di Costantino», il documento su
canismo della «commenda» clienti e alleati laici - i prin­ cui si appoggiava il dominio temporale dei papi.
cipi e l’alta nobiltà in particolare - avevano ottenuto di Tuttavia, si aveva ben chiara coscienza del fatto che
mettere le mani sui beni di antiche abbazie. I diritti sa­ la Chiesa poteva mantenere la sua egemonia soltanto di­
crali riconosciuti al clero, elaborati dalla cultura giuridica mostrandosi capace di offrire alla società mutata un mo­
e teologica del cristianesimo europeo, erano stati trasfor­ dello di governo delle anime all’altezza delle esigenze.
mati in privilegi con l’avallo interessato degli organismi Occorreva un corpo ecclesiastico dotato di buoni studi,
centrali della Curia. La materia dei benefici ecclesiastici capace di guidare individui, famiglie e collettività nelle
era quella che ne offriva lo spettacolo piu evidente e scan­ loro scelte e nelle pratiche della vita quotidiana alla lu­
daloso: una pletora di chierici si affollava nelle università ce della morale cristiana, erogando la grazia attraverso
e nelle emergenti corti principesche, vivendo delle rendi­ un’ordinata vita sacramentale che facesse posto ai biso­
te di lontane parrocchie, diocesi, abbazie, i cui uffici re­ gni di legittimazione del mondo dei laici: per esempio,
ligiosi erano affidati a vicari, cappellani o altri sostituti, al riconoscimento della dignità del matrimonio. Il Con­
privi di adeguata preparazione, mal pagati e dunque co­ cilio di Trento fu la sede dove le esperienze dei vescovi
stretti a esercitare mestieri non sempre dignitosi. vennero messe a confronto e dove i problemi del gover­
Riformare la Chiesa poteva significare molte cose tra no religioso della società furono oggetto di attenta ri­
loro diverse: una secolarizzazione radicale, che ne can­ flessione. Fu per questa via, ad esempio, che si giunse
cellasse l’esistenza come potere separato e superiore, op­ alla misura piu significativa e innovatrice adottata dal
pure una revisione e un adeguamento delle sue forme di concilio: la riforma del matrimonio, approvata nella ses­
governo alla diffusa esigenza di una spiritualizzazione e sione X X IV ( 1 1 novembre 156 3). Piu della dottrina (i
di un affinamento dell’offerta di servizi religiosi. M a an­ canoni dottrinali annoverarono il matrimonio fra i sa­
che questa seconda forma piu moderata di riassetto ur­ cramenti e ne definirono l’indissolubilità, accogliendo e
tava direttamente contro la struttura di governo centra­ legittimando sul piano religioso il sentimento naturale
le della Chiesa, le sue esigenze finanziarie e le forme del di amore come fondamento della società coniugale) eb­
suo dominio. Come apparve subito evidente dagli elen­ be grande importanza il contenuto dei canoni di rifor­
chi degli impedimenta residentìae raccolti in concilio, al ma: col decreto Tametsi si pose rimedio ai matrimoni
78 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 79

clandestini (pur riconosciuti validi perché fondati sul li­ sati invano: lo spettacolo di un popolo di illetterati che trae­
bero consenso), imponendo l ’obbligo di celebrare il ma­ va dalla lettura della Bibbia motivi di rivendicazioni poli­
trimonio davanti al parroco («in facie ecclesiae») dopo tiche e sociali era fatto apposta per irrigidire nel rifiuto un
aver reiterato per tre giorni festivi successivi l’annuncio episcopato di origini patrizie e dai titoli feudali, abituato
pubblico dell’intenzione di sposarsi, in modo da evitare a considerare il popolo come una bestia irragionevole da
il pericolo della poligamia. Fu una misura destinata a governare per mandato divino con adeguata durezza. Piu
conseguenze profonde: perfezionando e attuando le nor­ tardi, si trovò una giustificazione a quella scelta nell’esi­
me già stabilite relative al divieto del matrimonio al di genza di tutelare la maestà della parola di Dio e dei riti at­
sotto del quarto grado di parentela sia naturale sia spi­ traverso una lingua ignota ai piu e capace di avvolgere nel
rituale, il concilio stabili in quella occasione che il nu­ suo mistero la sacralità di ciò che si compiva sull’ altare:
mero dei padrini ammessi a tenere a battesimo gli infanti dunque, si accettò l’idea del latino come lingua sacrale1. In
non superasse il limite di due, in modo da ridurre il ri­ realtà, ai padri tridentini questo aspetto fu del tutto estra­
schio di impedimenti diffusi nelle piccole comunità. neo; fu invece familiare lo spettro della propaganda della
Per tutto questo, si richiedeva un corpo ecclesiastico Riforma che si svolgeva attraverso le versioni in volgare
istruito adeguatamente sulle norme giuridiche e sui con­ della Bibbia. Tanto bastò perché l-’esigenza di volgarizza­
cetti teologici, dotato di buona cultura e preparato in mo­ zione e di avvicinamento del popolo alla comprensione di
do idoneo all’amministrazione dei sacramenti e alla cele­ testi e riti passasse in secondo piano e si diffondesse inve­
brazione della messa e degli altri riti sacri. Occorreva in ce il sospetto e l’accusa di eresia nei confronti di chi so­
particolare che il nuovo clero fosse capace di intendere il steneva opinioni diverse. Si procedette su quella strada,
latino. E proprio il concilio fu il luogo dove tale lingua co­ tanto che in un secondo momento tutta la letteratura de­
nobbe una vittoria storica destinata a segnare nei secoli vota in volgare fu colpita dal sospetto, ritirata dalla circo­
dell’età moderna la cultura religiosa dei Paesi cattolici. lazione e censurata. Papa Ghislieri proibì perfino di dire
L ’ottavo capitolo del decreto sul sacrificio della messa, ap­ l’Ufficio in volgare: «in [lingua] italiana, o in francesa, o
provato nella sessione X X II (17 settembre 1562) stabili in tedesca, o in qualonche altra volgare»2.
che non era lecito l’uso delle lingue volgari nella celebra­ Sia pure coi limiti imposti da simili preoccupazioni di­
zione; era consentito tutt’al piu illustrare nel corso della fensive, il modello di Chiesa a cui pensavano i padri tri-
messa dei giorni festivi il significato di ciò che si leggeva, dentini raccoglieva ancora l’eredità delle correnti rifor­
al fine di istruire il popolo. Dunque, l’insegnamento pre­ m atrici pre-luterane nella preoccupazione per un mi­
zioso che secondo il decreto era contenuto nel rito dove­ glioramento morale e intellettuale del clero secolare, al
va rimanere quasi incomprensibile. Non era passato mol­ fine di rendere piu efficace la «cura d ’anime». M a su
to tempo da quando, nel 1 5 1 3 , Tommaso Giustiniani e questa strada, si incontrava un grave ostacolo istituzio­
Vincenzo Querini avevano consigliato nel loro memoriale nale e un ancor piu grave problema dottrinale.
(.Libellus) a Leone X di incoraggiare il ricorso a versioni L ’ostacolo era costituito dai privilegi accumulati nel
nelle lingue moderne per consentire al clero e ai fedeli la
conoscenza delle Scritture e dei riti. La soluzione triden­
1 Tra questi, Michel de Montaigne nei suoi Essais: lo nota f . waquet, Le
tina fu, al contrario, quella di imporre al clero lo studio del latin ou l ’ empire d ’ un signe, x v f-x x ’ siècle, Paris 1998, p. 67.
latino, vietando ai fedeli le versioni in volgare. G li anni 2 G. fragnito, La Bibbia in volgare. La censura ecclesiastica e i volgarizza­
della Riforma e della guerra dei contadini non erano pas­ menti della Scrittura (14 7 1-16 0 5 ), Bologna 1997, p. 56.
82 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 83
sidenza si risolse nell’unico modo consentito dai rappor­ vevano diventare le sedi fondamentali per l’esercizio del­
ti di forza reali, cioè con la sconfitta dei sostenitori del le funzioni legislative e di governo della Chiesa. Un edi­
diritto divino; le sue conseguenze furono decisive sul­ ficio del genere poggiava evidentemente sulla presenza
l’intero corpo delle deliberazioni tridentine in materia di regolare in diocesi di vescovi preparati e autorevoli: da
riforma. A l centro di esse stava la struttura ordinaria di loro dipendeva la trasmissione verso l’alto - il papato -
governo territoriale della Chiesa - vescovi e parroci - di e verso il basso - i parroci e, per loro tramite, i laici - di
cui si voleva in generale irrobustire la funzione e miglio­ tutto ciò che la società cristiana cosi strutturata richie­
rare la rappresentatività. Una fitta serie di provvedimen­ deva per il suo funzionamento. Ora, a impedire che que­
ti rivoluzionò i meccanismi di formazione e i sistemi di sto avvenisse erano proprio i poteri esercitati dal gover­
controllo relativi al clero secolare: l’istituzione dei semi­ no centrale della Chiesa attraverso gli uffici di Curia. Gli
nari fu solo uno fra i tanti3. Il modello ecclesiastico pro­ stessi vescovi, primi beneficiari del sistema, erano ben
dotto dal concilio fu in buona misura nuovo rispetto a consapevoli del fatto che non era cosi conveniente né pos­
quello che aveva dominato la società cristiana dei secoli sibile ristrutturarlo dalle fondamenta. Lo si poteva solo
precedenti: esso caratterizzò la Chiesa cattolica per tut­ modificare superficialmente, senza distruggerlo. Prima
ta l’età successiva. Se nella società del tardo medioevo i dell’inizio dell’ultima fase del concilio, Pio IV - sapendo
confini tra laici ed ecclesiastici erano andati gradatamente che qualcosa bisognava fare in questo senso - deputò ad
scomparendo (si pensi per esempio all’incerta linea di con­ alcuni prelati e cardinali la riforma della Camera, della
fine che separava i laici da tutti coloro che con la sem­ Penitenzieria e della Dataria: erano i dicasteri del siste­
plice tonsura vivevano dei proventi di un beneficio ec­ ma che governava le finanze, amministrava la giustizia e
clesiastico), ora essi furono drasticamente ristabiliti: af­ distribuiva i benefici. M a la riforma fu affidata dal papa
fermato solennemente il carattere sacramentale indele­ ai capi stessi degli uffici e questo «fa capire che egli non
bile dell’ordine sacro, regole severe imposero limiti di età pensava ad interventi radicali»4. Davanti alla continua
e controlli sulla preparazione per i candidati, uniformità elusione della domanda di riforma «in capite», fu a Tren­
e riconoscibilità immediata nell’abito e nei comporta­ to, nella discussione sul decreto relativo all’obbligo di re­
menti per tutti gli appartenenti al corpo clericale. G li sidenza dei vescovi, che il problema ecclesiologico del
strumenti di controllo e di governo già esistenti e spora­ rapporto fra episcopato e papato emerse drammatica-
dicamente sperimentati prima di Trento furono ripresi e mente, minacciando di bloccare i lavori e di far fallire tut­
resi sistematici: tali, ad esempio, i registri per controlla­ ta l’impresa. Se i vescovi non potevano governare le pro­
re la prassi sacramentale dei fedeli all’interno della par­ prie diocesi ciò si verificava a causa della prassi curiale
rocchia, diventata la cellula base dell’intero edificio. Sul che limitava e ostacolava il loro ministero. I progetti di
clero parrocchiale, la cura dell’ordinario diocesano do­ riforma presentati a nome dell’imperatore Ferdinando e
veva esercitarsi per mezzo della periodica ispezione del­ dai portavoce dell’episcopato francese avevano richia­
la «visita pastorale». Sinodi provinciali e sinodi diocesa­ mato l’attenzione su questo punto capitale. A partire dal
ni, da tenersi regolarmente e a scadenze ravvicinate, do­
4 h . jedin , Geschichte des Konzils von Trient, 4 voli., Freiburg 1957-77 [trad.
3 Cfr. una recente messa a punto nell’ambito di una ricostruzione pun­ it. Stona del Concilio di Trento, 4 voli., Brescia 1973-81, IV, i,p . 129]. Alain Tal-
tuale del caso senese: m . sangalli (a cura di), Chiesa, chienci, sacerdoti. Cle­ lon ha osservato che «une destruction totale du système» era impossibile, per ra­
ro e seminari in Italia tra x v i e x x secolo, Roma 2000. gioni politiche, economiche e sociali (Le Concile de Trente, Paris 2000, p. 69).
84 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 85

dicembre 15 6 2 , i sostenitori del dovere di risiedere lo so­ Sbloccata la situazione sul piano politico, la partita in con­
stennero in forza del diritto divino (ius divinum) sot­ cilio si rivelò piu facile del previsto. Nella solenne sessio­
traendo cosi al papato in via di principio ogni possibilità ne del 15 luglio 15 6 3, settima di questa fase e ventitree-
di limitarlo o sospenderlo. La battaglia fu sostenuta con sima di tutto il concilio, i decreti proposti dai legati ven­
particolare vigore dai vescovi iberici, guidati da quello di nero approvati senza difficoltà: l’ordine veniva ricono­
Granada Pedro Guerrero e da Bartolomeu dos Martires, sciuto come un sacramento, la gerarchia ecclesiastica co­
vescovo di Braga; ma ebbe notevole importanza anche me un ordinamento voluto da Dio al di sopra dei fedeli il
l’ atteggiamento combattivo della pattuglia di vescovi cui sacerdozio universale, non negato in via teorica, era
francesi arrivati a Trento sotto la guida del cardinale di ridotto a formula generica. L ’ordine è coronato al più al­
Lorena. Proprio quest’ultimo propose una formula che, to grado dal ministero episcopale. Nella definizione delle
pur non parlando esplicitamente di «diritto divino», af­ ragioni della superiorità del vescovo rispetto al semplice
fermava che «i vescovi sono posti dallo Spirito Santo a sacerdote e del suo rapporto col primato papale, i decreti
guidare la Chiesa di Dio nella parte per la quale sono sta­ non approfondivano troppo l’analisi; cosi pure, nell’af-
ti chiamati». Alle resistenze romane si rispose rispolve­ fermare l’obbligo della residenza si dichiarava che questo
rando tesi sulla superiorità del concilio sul papa. La lace­ era un comandamento di Dio, ma non si arrivava fino al­
razione fu profonda e venne accentuata dall’intervento l’affermazione dello ius divinum a cui tenevano in parti-
in prima persona dell’imperatore Ferdinando I, che il 3 colar modo gli spagnoli. La spaccatura del concilio sulla
febbraio 15 6 3 scrisse al papa due lettere, una pubblica e questione dottrinale era comunque evitata. Negli artico­
formale, l’altra personale, per esortarlo a fare il suo do­ li di riforma, prendeva corpo la significativa richiesta di
vere di pastore d’anime e a lasciare che il concilio decre­ ancorare la preparazione del clero alla frequenza di scuo­
tasse l’obbligo di residenza dei vescovi decidendo anche le presso le chiese cattedrali. Il modello a cui i padri tri-
se tale obbligo fosse di precetto divino. dentini si erano ispirati era quello di un progetto elabo­
Lo stato di tensione che l ’iniziativa creò a Roma e a rato dal cardinale Reginald Pole per il sinodo londinese
Trento fu altissimo: sembrava levarsi l’ombra di un’ini­ del 15 5 6 , nel corso dell’effimera restaurazione cattolica
ziativa imperiale nei confronti di un papa inadempien­ inglese: Pole aveva parlato della scuola che aveva in men­
te. Le tre maggiori potenze rimaste fedeli a Rom a - te definendola un vivaio (seminarium). Da qui doveva ge­
Francia, Spagna e Impero - si trovavano d’accordo su di neralizzarsi in seguito il termine «seminario». Ma resta­
un punto essenziale e potevano mettere il papato davanti va del tutto nel vago la questione di come dar corpo a quel­
al fatto compiuto se portavano avanti la loro iniziativa. le scuole: il concilio fissò solo il sistema dei finanziamen­
E ra in gioco la stessa autorità papale sulla Chiesa. ti da raccogliere tassando i beni delle chiese. Quanto a co­
La crisi fu risolta dalla mediazione del nuovo Cardinal sa insegnare e con quali insegnanti, la risposta era diffici­
legato inviato al concilio da Pio IV : il cardinale Giovan­ le. Nella realtà, fu il modello del Collegio romano dei
ni Morone che, abile e consumato diplomatico, godeva Gesuiti a imporsi e fu alla Compagnia di Gesù che molti
della fiducia dell’imperatore. Senza fermarsi a Trento, egli vescovi si rivolsero per avere degli insegnanti capaci di
si recò alla corte di Ferdinando I e in una serie di incon­ preparare i futuri ecclesiastici nella scienza dei casi ne­
tri ottenne dall’imperatore una sostanziale ritrattazione cessaria per amministrare le confessioni e, più in genera­
della minaccia di imporre al papa una soluzione al pro­ le, nella conoscenza del latino e della teologia.
blema della riforma o addirittura un concilio imperiale. L ’ordinamento disegnato dal concilio fu quello di una
86 CAPITOLO SESTO QUESTIONI DI RIFORMA 87

Chiesa che aveva al centro della sua restaurata dignità il ta cosi numerosa (alla sessione di luglio parteciparono ben
dovere della «cura delle anime». Un clero ben prepara­ 236 vescovi, in stragrande maggioranza italiani ma con
to, controllato al momento della consacrazione e perio­ presenze significative di spagnoli, portoghesi e francesi).
dicamente ispezionato dal vescovo, doveva amministra­ Erano assenti i vescovi tedeschi, un’assenza che da sola
re la vita religiosa del suo popolo tenendone un conto stava a dimostrare quanto poco la situazione della G er­
preciso e verificabile attraverso l’uso dei registri par­ mania fosse stata tenuta presente in concilio. M a ormai si
rocchiali: qui, in particolare, dovevano essere annotati doveva concludere: la voce di una malattia del papa acce­
il battesimo e il matrimonio, ma si doveva anche tener lerò il processo di chiusura. A l prezzo di un’intensa atti­
conto in genere della vita sacramentale dei laici. vità diplomatica si ottenne il consenso dell’imperatore e
Ma, quando il concilio si sciolse, ben poco era stato fat­ si limarono le resistenze del cardinale di Lorena, capo del­
to per garantire la condizione fondamentale della «rifor­ la delegazione francese. Risolte in qualche modo (un
ma tridentina», cioè la residenza dei vescovi: il modello «compromesso» pieno di debolezze, secondo Jedin)5 le
dominante di vescovo nei paesi cattolici - e in particolare questioni della riforma della Chiesa coi documenti ap­
negli Stati italiani - restava quello di un uomo di corte e provati nelle sessioni X X II I e X X IV , si dedicò un’ultima
di negozi, impegnato in attività diplomatiche, politiche o sessione a una finale puntualizzazione dottrinale su ma­
militari, oppure mantenuto a corte con funzioni di alta bu­ terie di primo piano nello scontro coi protestanti: la ve­
rocrazia o di lustro culturale. Le rendite delle mense epi­ nerazione dei santi, le immagini e il Purgatorio. In tutti e
scopali continuarono a venir distribuite a titolo di ricom­ tre i casi, le dottrine approvate dal concilio consolidaro­
pensa per meriti di fedeltà politica o di servizi resi a pon­ no la muraglia opposta alle tesi della Riforma protestan­
te: rilanciarono con vigore contro ogni tendenza icono­
tefici e sovrani, con l’effetto inevitabile di rendere diffici­
clasta il ricorso alle immagini devote; riconobbero la va­
le l’attuazione di quell’obbligo della residenza ribadito dal
lidità dell’intercessione dei santi e, soprattutto, sanciro­
concilio. Se prima del concilio i casi di abbandono della
no la dottrina dell’autorità della Chiesa anche sulle anime
corte per attuare la residenza in diocesi furono rarissimi e
dei defunti in Purgatorio. Restavano sospese materie fon­
dovuti a circostanze eccezionali, dopo di esso le cose non
damentali: la redazione di un catechismo cattolico, la for­
cambiarono molto. Non è un caso se il modello piu cele­
mazione di un Indice dei libri proibiti e la risposta ai ve­
bre di prelato post-tridentino fu rappresentato da Carlo
scovi tedeschi che chiedevano la concessione del calice ai
Borromeo, convinto solo da motivi di coscienza ad ab­
laici. Compiti impegnativi e imbarazzanti, che si preferì
bandonare la sua posizione di Cardinal nipote e la guida de­ lasciare ad altri e in particolare al papa.
gli affari politici del papato per recarsi nella sede dell’arci- Il 4 dicembre 15 6 3 , in un’affollata e commossa ceri­
diocesi milanese: lo scalpore destato da quella scelta la di­ monia, il cardinale Morone potè decretare solennemente
ce lunga sulla difficoltà di rendere effettivi i modelli di conclusi i lavori. Il Concilio di Trento era finito. I padri
comportamento che il concilio aveva disegnato. conciliari avevano definito dottrine, riordinato norme, ela­
A questo punto, il concilio si avviò decisamente e qua­ borato proposte; restava solo da calare il tutto nella realtà.
si precipitosamente verso la sua conclusione. Il papa, do­
po aver vagliato ipotesi di sospensione nel momento di
crisi più grave, ora che lo scoglio era stato superato vole­ 5 « La riforma della chiesa, decretata nelle due ultime sessioni del conci­
lio, lasciò sostanzialmente intatto il sistema curiale formatosi nel tardo me­
va che si chiudesse quanto prima. Il momento era ben scel­ dioevo [...] ciò che si definisce abitualmente la “ riforma tridentina” fu anzi­
to: la rappresentanza dei vescovi a Trento non era mai sta­ tutto solo un’occasione, non una realtà» (ìbid., 2, p. 263).
L ’ IN TER PR ETAZIO N E DEL CONCILIO 89

Capitolo settimo creti. La richiesta fu approvata col solo voto contrario


di Guerrero. Nemmeno questo isolato dissenso, tutta­
L ’interpretazione del concilio
via, si riferiva alla vecchia questione della superiorità del
concilio rispetto al papato: il conciliarismo era morto e
sepolto. Semmai, c’era una certa resistenza (e non solo
da parte di Guerrero ma anche di altri, per esempio del
capo riconosciuto dell’episcopato francese, il cardinale
di Lorena) a consegnare di nuovo in blocco l’opera del
concilio nelle mani del papa, come se i singoli decreti
I protagonisti vissero il concilio di momento in mo­ non fossero stati elaborati sotto la guida dei legati papali
mento, nel vivo contesto dei problemi religiosi e politi­ e come se ciascuno di essi non fosse già entrato in cir­
ci del loro tempo; ne consegue che canoni e decreti tri- colazione nel corpo della Chiesa col sostanziale assenso
dentini, non meno di ogni altro documento, necessita­ papale. C i fu chi propose che la bolla di approvazione pa­
no, per essere letti e interpretati, di essere ricollocati in pale venisse attesa e ratificata a Trento dai padri conci­
quel contesto. Si deve anzi parlare di contesti diversi, liari, ma la fretta di chiudere al piu presto i lavori fece
perché la lunga durata dell’ assemblea tridentina e la sua si che si verificasse proprio ciò che qualcuno aveva te­
diversa composizione nei vari periodi comportarono muto: un affidamento in blocco dell’opera del concilio
cambiamenti non superficiali di obbiettivi, di linguag­ al papa e ai suoi organi di governo.
gio, di punti di vista. Si pensi, per fare solo un esempio, Naturalmente, poteva anche darsi che il papa si assu­
al mondo della Riforma col quale il concilio si venne con­ messe il ruolo di semplice esecutore del concilio, rispet­
frontando in tutti quegli anni: se all’inizio esso era rap­ tandone alla lettera la volontà. Era una possibilità che
presentato in primo luogo da Lutero, in seguito fu Cal­ sembrò realizzarsi nel concistoro del 30 dicembre 15 6 3 ,
vino l’ avversario piu presente e piu noto. In quel pro­ quando il papa richiamò vescovi e cardinali al loro do­
cesso di cambiamento, del resto, un ruolo non seconda­ vere di risiedere in diocesi secondo i deliberati del con­
rio svolsero anche le decisioni del concilio e, in partico­ cilio. La prospettiva di un esodo massiccio di tutti quei
lare, i testi da esso approvati che cominciarono ben pre­ membri della Curia e delle corti cardinalizie che aveva­
sto ad essere divulgati e a fornire punti di riferimento no obblighi di cura d’anime era terrificante per il mon­
importanti e autorevoli. Tuttavia, le cose cambiarono do romano: le corrispondenze di quei giorni fanno in­
proprio con la solenne chiusura dell’assemblea tridenti­ tuire preoccupazioni e descrivono preparativi per quel­
na, il 4 dicembre 15 6 3. Allora, l’intero corpus dei testi lo che minacciava di essere un vero e proprio esodo. Da
elaborati e approvati in tutti quegli anni si presentò nel questo dettaglio si può immaginare quanto sia stata du­
suo insieme, compattamente, come l’opera del concilio ra la battaglia in Curia sulla bolla papale di approvazio­
e si pose il problema di che farne. L ’ultima battaglia che ne. La bolla Benedictus Deus è datata ufficialmente 26
l’arcivescovo di Granada Pedro Guerrero, tenace soste­ gennaio 15 6 4 , ma in realtà fu emanata solo il 3 giugno
nitore del diritto divino dell’obbligo di residenza, si di quell’anno. Il 26 gennaio, in un concistoro segreto,
trovò a combattere, si svolse proprio nella sessione fi­ papa Pio IV dette ai decreti conciliari una conferma ora­
nale del concilio: fu posta allora in votazione la doman­ le. Quella scritta, invece, si fece attendere cosi a lungo
da se si dovesse chiedere al papa l’approvazione dei de- per i gravi problemi che l’ attuazione del concilio pone-
90 CAPITOLO SETTIMO L ’INTERPRETAZIONE DEL CONCILIO 91

va fin dall’inizio. A ll’interno del collegio cardinalizio una disposizione i verbali che aveva tenuto durante i lavori;
forte opposizione a una ratifica pura e semplice dei de­ lo stampatore dell’edizione ufficiale dei decreti, Paolo
creti tridentini si avvalse, per influire sul papa, di una Manuzio, aveva annunziato nella prefazione a quell’edi­
delle questioni che il concilio aveva lasciato a lui da ri­ zione (marzo 1564) la prossima stampa degli atti. Inve­
solvere: la concessione del calice ai laici, molto deside­ ce, l’edizione non ebbe luogo e una fitta cortina di se­
rata nel mondo tedesco e anche in Francia. greto cadde su tutti i documenti originali del concilio. Si
N ell’intervallo tra quelle due date, anche l’atteggia­ dovette attendere la fine del x ix secolo perché si avvias­
mento del papa si precisò: all’alternativa fra attuazione se il progetto di un’edizione completa di quei materiali,
immediata e integrale dei deliberati conciliari e loro svuo­ indispensabili per interpretare il significato e il valore dei
tamento da parte della Curia, egli sfuggi imboccando una decreti. Questo significa che per secoli l’interpretazione
terza strada, quella per cui il papato, pur approvando in­ di quei documenti è stata affidata a un organismo buro­
tegralmente e senza eccezioni l’opera del concilio, avo­ cratico centrale, fornito di un’ autorità indiscutibile e
cava a sé ogni decisione in merito all’interpretazione e al­ inappellabile. Il compito dell’interpretazione venne cosi
l’attuazione. Nella bolla si legge infatti, subito dopo la sottratto ai percorsi consueti in casi analoghi: i decreti
ratifica e l’invito a prelati e sovrani ad accogliere e at­ tridentini non subirono la sorte dei concili precedenti e
tuare il concilio reprimendo ogni resistenza con la forza, non entrarono in quel gioco conflittuale della grande tra­
una precisazione assai importante: sotto il pretesto di evi­ dizione canonistica nel quale i loro margini di contrasto
tare confusioni ed errori, si faceva divieto a chiunque di con la normativa esistente potevano essere regolati per le
pubblicare senza autorizzazione papale qualsiasi tipo di vie consuete dell’elaborazione e sistemazione del diritto
commento, glossa, note o contributi interpretativi dei de­ canonico. Dubbi e incertezze interpretative furono risolti
creti conciliari, poiché la Sede apostolica si riservava ogni con un mezzo straordinario quale l’intervento diretto del­
potere di intervenire in merito a eventuali dubbi in ma­ la Sede papale e con la creazione di un apposito dicaste­
teria. Dunque, mentre le costituzioni dottrinali entrava­ ro: la congregazione cardinalizia del concilio. Per tutta la
no a far parte del patrimonio immutabile dei dogmi, i ca­ durata dell’impresa tridentina, i pontefici si erano fatti
noni di riforma disciplinare restavano affidati all’inter­ coadiuvare da deputazioni di cardinali per dirigere at­
pretazione del papa e della congregazione da lui eretta. traverso i legati le attività di quella assemblea; ora, trat­
Non era questione da poco: ci si discostava cosi dalla tra­ tandosi di redigere la bolla di conferma, l’incarico venne
dizione e si concepiva la parte disciplinare un po’ come affidato a una commissione che riuniva gli ex legati (Mo-
un corpo di leggi positive modificabili secondo la volontà rone e Simonetta) e il gruppo di cardinali che da Roma
di un potere sovrano, quello papale1. I fatti già si erano aveva già seguito gli affari del concilio (tra cui il Cardinal
incaricati di dimostrare a quali conseguenze portasse la nipote Borromeo). Il 2 agosto 15 6 4 questa stessa com­
strada cosi imboccata. La prima era stata il blocco del­ missione, allargata ad altri membri per un totale di otto
l’edizione completa degli atti del concilio. Il segretario cardinali, venne promossa a congregazione permanente,
del concilio, Angelo Massarelli, aveva preparato per tem­ con l’incarico di controllare e promuovere l’esecuzione
po i materiali per l’edizione, raccogliendo e mettendo a dei decreti tridentini. Nessuna soluzione di continuità
distingueva l’organismo che aveva diretto da Roma lo
svolgimento del concilio da quello che da allora in poi, fi­
1 Cosi osserva anche p. prodi, Una storia della giustizia : dal pluralismo dei
fori a l moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna 2000, pp. 277-78.
no al x x secolo, doveva interpretarne autorevolmente i
92 CAPITOLO SETTIMO L ’INTERPRETAZIONE DEL CONCILIO 93

decreti2. In questo modo, ben lungi dal contrapporsi al­ vare alla Santa sede il potere di interpretazione del con­
la Curia mettendone in ombra autorità e prerogative, i cilio e il conseguente divieto a chicchessia di chiosare i
decreti conciliari costituirono una nuova e straordinaria decreti hanno avuto, naturalmente, conseguenze im­
occasione di affermazione della sede romana sulle chiese portantissime per la storiografia sul concilio.
particolari. Si dava cosi attuazione pratica al testo della La costituzione della Congregazione del Concilio an­
bolla Benedictus Deus, nel quale si invitava chiunque aves­ dava in direzione diversa da quella di un’interpretazione
se difficoltà e controversie da sollevare a proposito dei storicamente fondata, ma non necessariamente opposta:
decreti a presentarle alla Sede apostolica, unica autorità tant’è vero che in un primo momento si continuò a stu­
per tutti i fedeli («omnium fidelium magistra»). La con­ diare il progetto di un’edizione degli atti che si pensò pri­
gregazione dei cardinali «interpreti» del concilio era una ma in forma ampia, poi ridotta. Angelo Massarelli, il vec­
semplice emanazione dell’autorità papale, alla quale si do­ chio segretario del concilio, pose a disposizione i suoi ma­
veva ricorrere direttamente ogni volta che il testo da in­ teriali e si adoperò a prepararne redazioni per la stampa.
terpretare presentasse qualche problema. Intanto, mentre una commissione romana si occupava
Sequestrate e rese inattingibili le fonti relative al con­ della questione, si accendeva la controversia sulla valu­
cilio, il lavoro interpretativo assunse dimensioni di ec­ tazione dell’opera del Tridentino: nel 15 6 5 fu dato alle
cezionale importanza: basti pensare che il diritto creato stampe VExamen Concila Tridentini del luterano Martin
dai decreti tridentini innovava su ben 250 punti rispet­ Chemnitz (1522-86), l’opera che avrebbe fornito nei se­
to al diritto delle decretali e che sinodi diocesani e pro­ coli l’armamentario polemico ai protestanti. Era una re­
vinciali, chiamati a nuova vita dalle disposizioni conci­ quisitoria teologica vera e propria organizzata secondo le
liari, promettevano di produrre una quantità notevole parole chiave delle dottrine (Sacra scrittura, Tradizioni,
di problemi interpretativi. Le situazioni, numerose e Peccato originale, Concupiscenza, ecc.). Le polemiche
controverse, di conflitto tra gli obblighi imposti dal con­ dottrinali non favorivano la conoscenza storica. Le con­
cilio (come il dovere di residenza) e gli impegni romani troversie di fine Cinquecento in materia di grazia e libe­
di tipo diplomatico o politico degli ecclesiastici, invece ro arbitrio, riaprendo la questione teologica della giusti­
di risolversi con l ’ abbandono della sede romana e col ficazione, furono l’occasione perché i due grandi ordini
conseguente, temutissimo, crollo del movimento finan­ in contrasto (Domenicani e Gesuiti) chiedessero di acce­
ziario connesso agli uffici curiali, portarono a Roma un dere alla documentazione sul concilio per approfondire
numero ancor maggiore di postulanti rispetto al passa­ meglio quale fosse stata la mente dei padri tridentini.
to. Il percorso dell’attuazione del concilio trovava a R o ­ Quelle richieste furono l’occasione per il definitivo bloc­
ma qualcosa di piu di un incrocio obbligato: era li che si co di ogni consultazione dei tanti documenti conciliari
tracciavano gli orientamenti e si dettavano le regole di conservati a Roma, sui quali cadde il piu totale segreto.
concreta realizzazione dei decreti. La decisione di riser­ Venivano meno, intanto, gli ultimi testimoni diretti del­
l’opera del concilio, molti dei quali avevano conservato
documenti preziosi; uno di essi, il cardinale Gabriele Pa-
2 Sulle materie di cui la Congregazione si è occupata e sullo stato del suo
archivio cfr. La Sacra Congregazione d el Concilio. Quarto centenario dalla fon ­ leotti, aveva anche progettato di dare alle stampe una sto­
dazione (156 4 -19 6 4). Studi e ricerche, Città del Vaticano 1964, e p. caiazza, ria del concilio, frutto di una rielaborazione dei suoi ap­
L ’archivio storico della Sacra Congregazione del Concilio (primi appunti per un
punti di testimone, ma non ne fece poi niente.
problema di riordinamento), in «Ricerche di storia sociale e religiosa», 1992,
n. 42, pp. 7-24. Intanto, al posto della conoscenza del contesto stori-
94 CAPITOLO SETTIMO

co, l’interpretazione del concilio rimase affidata all’o­ Capitolo ottavo


pera della Congregazione del Concilio che dovette esa­
minare da allora in poi le incertezze e i dubbi proposti L ’attuazione dei decreti di riforma
dal mondo cattolico3. Di fatto, i documenti del concilio
si offrono alla nostra lettura sia come testimonianza di
ciò che la gente di Chiesa ivi presente trovava nella pro­
pria esperienza e nel proprio passato, sia come strumento
di un’azione condotta in prima persona dal papato a par­
tire dalla seconda metà del Cinquecento.
Il papato che s’impadroniva totalmente del potere di in­
’ Una collezione delle decisioni della Congregazione del Concilio fu edita terpretare i decreti tridentini era anche l’unica forza inte­
a cura della stessa: cfr. sacra congregatio cardinalium s . conciliii triden­
tini, Collectìo omnium conclusìonum et resolutìonum quae in causis propositis
ressata a realizzarne le indicazioni. I protestanti di G er­
apud Sacram Congregationem cardinalium 5 . Concila Tridentini interpretum pro- mania avevano formalmente ricusato di riconoscere il con­
dìerunt ab eius institutione anno m d l x i v ad annum m d c c c l x , Roma 1867-93.
cilio fin dall’autunno del 156 2, né maggior favore si pote­
va attendere dai calvinisti. Dopo la breve parentesi della
restaurazione cattolica, l’Inghilterra di Elisabetta I si al­
lontanava definitivamente dalla Chiesa di Roma. Quanto
agli Stati cattolici, la volontà di accettare e attuare i de­
creti era tutt’altro che scontata. A parte gli Stati italiani,
che non avevano né la forza né la convenienza di negare
l’adesione al concilio, i sovrani cattolici d’Europa non si
potevano considerare automaticamente impegnati a rico­
noscere e a realizzare i deliberati tridentini. Non servi a
molto in tal direzione l’astuzia diplomatica del Morone che
tentò, a concilio concluso, di far ratificare formalmente i
decreti dai rappresentanti dei vari Stati con regolari atti
notarili: gli ambasciatori del Portogallo, dello Stato vene­
ziano, dell’imperatore, del re di Polonia e dei duchi di Sa­
voia e di Firenze firmarono senza difficoltà, mentre il rap­
presentante del re di Spagna si rifiutò di farlo e quelli del
re di Francia non lo fecero perché assenti. Ma una ratifi­
ca diplomatica di quel tipo non legava minimamente le ma­
ni ai veri titolari del potere. Per questo, il problema fu af­
frontato seriamente solo nel momento in cui da Roma, nel­
l’estate del 1564, partirono gli inviti agli Stati europei a ri­
cevere formalmente il testo dei decreti e a impegnarsi a
operare per la loro attuazione.
96 CAPITOLO OTTAVO L’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA 97

I sovrani di Portogallo e di Spagna, Paesi che doveva­ tiche. Il giurista Charles Dumoulin dette voce alla dissi­
no la loro identità al collante religioso, furono i primi a ri­ denza religiosa calvinista, ma anche alla difesa dell’auto­
conoscere ufficialmente i decreti tridentini e a dar loro vi­ rità della monarchia e dei privilegi dei corpi della società
gore di leggi. Solenni riti di festeggiamento accompagna­ francese, nel suo Conseil sur le faìct du concile de Trente:
rono la pubblica lettura della bolla papale, nelle cattedra­ accogliendo e riconoscendo i decreti tridentini, la Fran­
li affollate, alla presenza di sovrani e cortigiani. Il testo cia sarebbe diventata «un paese d’obbedienza papale»,
dei decreti, nell’edizione autentica spedita da Roma, fu annullando d’un sol colpo «non soltanto la potenza so­
subito tradotto nelle lingue nazionali e trasmesso uffi­ vrana del re, ma anche l’autorità degli Stati di Francia, le
cialmente al clero, chiedendone l’osservanza e promet­ libertà e i diritti del popolo e della Chiesa gallicana». Un
tendo l’aiuto del braccio secolare. Dalle capitali dei due sovrano cattolico non poteva non tener conto del tipo di
grandi imperi coloniali, i decreti varcarono gli oceani e rapporti che si erano creati tra la monarchia e le chiese.
raggiunsero per la via più rapida il clero e le autorità dei D i fatto, l ’introduzione dei decreti tridentini conobbe un
viceregni e dei domini extra-europei. Particolarmente en­ unico passaggio formale: il tardivo accoglimento da parte
tusiastica fu l’accoglienza riservata ai decreti in Portogal­ della sola assemblea del clero negli Stati generali del 16 14 .
lo dal Cardinal infante don Enrico, reggente in nome del Qualcosa di simile accadde nell’impero asburgico, dove
giovane re Sebastiano: da qui ne fu data notizia anche al le divisioni religiose interne bloccarono la strada all’accet­
re del Congo, nel contesto delle relazioni ufficiali esistenti tazione ufficiale del concilio2. La pace religiosa di Augusta,
allora tra le due dinastie1. Procedure analoghe furono se­ nel 15 55 , aveva sancito il principio della divisione religio­
guite negli Stati italiani e in Spagna. Filippo II, tuttavia, sa in termini che toglievano all’imperatore ogni potere in
pose qualche limitazione. Comunque, nell’enorme impe­ tal senso. Era nato allora un diritto religioso imperiale che
ro spagnolo, sulle due coste dell’Atlantico, il vicariato re­ garantiva la tolleranza di confessioni diverse: il papa Pao­
gio sulla Chiesa non creò ostacoli all’ attuazione dei de­ lo IV, impegnato nel conflitto con la Spagna (in funzione
creti. Invece né la Francia né l’impero asburgico accolse­ del quale suo nipote Carlo Carafa aveva addirittura offer­
ro formalmente i decreti conciliari: in queste due aree rei­ to un’alleanza ai principi protestanti), aveva evitato di con­
terati tentativi di ottenere la sanzione ufficiale dei pote­ dannare quella novità rivoluzionaria. Cosi, alla Dieta di Au­
ri politici si scontrarono con persistenti rifiuti. In Fran­ gusta del 1566, si discusse del concilio da poco concluso,
cia, Caterina de’ Medici, in veste di reggente, nominò una ma per iniziativa dei ceti imperiali protestanti che presen­
commissione di cinque giuristi che redasse sulla questio­ tarono un elenco di gravamina. Il documento si apriva con
ne un parere negativo: le tradizioni gallicane e le divisio­ una lunga contestazione teologica del papato e delle dot­
ni religiose rendevano sconsigliabile un deciso impegno trine approvate al concilio e si chiudeva rinnovando al­
della monarchia in quella direzione. Le resistenze nei con­ l’imperatore l’invito di Lutero a procedere alla convoca­
fronti dell’accettazione formale, richiesta anche dalla bol­ zione di un concilio della nazione tedesca per attuare la
la papale d ’approvazione, furono dettate da considera­ riforma del popolo cristiano. I ceti imperiali cattolici repli­
zioni di vario tipo, religiose ma anche e soprattutto poli­ carono con scritture di segno opposto e tutto fini li: l’im-

1 Cfr. m . c a e t a n o , Recepgào e execugdo dos decretos do Concilio de Trento 2 Cfr. su questo aspetto il saggio di K . r e p g e n , Impero e Concilio ( 15 2 1-
em Portugal, in «Revista da Faculdade de diretto da Universidade de Lisboa», 156 6 ), in II Concìlio di Trento e i l moderno, a cura di P. Prodi e W. Reinhard,
X IX (1965), pp. 7-87, in particolare p. 1 1 nota. Bologna 1996, pp. 55-99.
98 CAPITOLO OTTAVO L’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA 99

peratore Massimiliano II (1564-76) aveva bisogno di aiuto specifico compito di integrazione era stato affidato dal­
per far fronte all’avanzata turca in Ungheria e aveva tutto l’assemblea conciliare al papato per tre problemi che non
l’interesse a confermare le clausole della pace del 15 5 5 , an­ si era riusciti a risolvere in tempo prima della chiusura:
che per mettere in difficoltà il principe elettore del Palati­ l’Indice dei libri proibiti, il catechismo e la riforma dei
nato che aveva introdotto il calvinismo nell’Impero. Il Car­ libri liturgici. U n ’altra integrazione, non prevista, fu la
dinal legato Giovanni Francesco Commendone convocò al­ redazione della Professici fidei tridentina. Non si trattava
lora un’assemblea separata dei ceti cattolici e propose loro, di aggiunte di poco conto: nell’esperienza collettiva del­
con un discorso molto elaborato e commosso, di accogliere l’epoca post-tridentina, l’opera del concilio si identificò
i decreti dottrinali e quelli di riforma del concilio. I tre or­ per lo piu proprio con questi tre punti che il concilio non
dini deliberarono separatamente e conclusero con una ri­ aveva affrontato ma che furono realizzati sotto il suo no­
sposta affermativa. Per questa via poco ufficiale, dunque, me. La questione della censura come strumento di lotta
il Tridentino fece il suo ingresso nella situazione tedesca; il contro la diffusione di idee protestanti era all’ordine del
papato, davanti alla linea di comportamento seguita, dal­ giorno. L ’opera dell’Inquisizione e il clima di guerra re­
l’autorità imperiale (formalmente cattolica) si limitò a dis­ ligiosa senza quartiere contribuivano a questo; d ’altra
simulare. Solo nel secolo seguente, di fronte all’esito della parte, le enormi difficoltà sollevate dall’Indice di Paolo IV
Guerra dei trent’anni, l’atteggiamento romano cambiò e si per la sua drastica e indiscriminata violenza nei confronti
passò alle proteste pubbliche e vibrate. M a di fatto l’Im­ della circolazione libraria richiedevano un intervento
pero mostrò la sua nuova identità già in questa data: con conciliare. A i legati erano giunte suppliche come quella
una svolta storica significativa, quello di Trento fu il primo di Francesco Maurolico, che proponeva non solo l ’eli­
concilio a non venire accettato dall’Impero cristiano. minazione di tutti i libri di autori sospetti, ma anche un
Il papato rimaneva l’unica forza determinata ad at­ programma di edizioni romane di una biblioteca di au­
tuare i deliberati di Trento. Come si mosse per raggiun­ tori ortodossi3. La guerra di religione, intanto, conti­
gere questo scopo ? La questione è evidentemente inse­ nuava a lambire le aule conciliari, che però non osavano
parabile da quella dell’interpretazione che del concilio invadere ambiti già occupati dall’iniziativa papale per
fu data a Roma: si può agevolmente immaginare quan­
to predominassero in quella interpretazione le forme e 5 Lo scienziato siciliano registrava la novità della situazione: si dovevano
le istanze di controllo gerarchico e le necessità di lotta combattere non solo singoli eretici ma interi territori («magna oppida et in-
all’eresia. A ll’attuazione del concilio, tuttavia, si dette gentes provinciae»), E osservava anche che fin negli Abruzzi si era diffusa la
«peste» della lettura di Erasmo, Melantone, Zwingli e di altri eretici tedeschi,
da Roma un forte e deciso impulso. La ragione è sem­ da lui definiti veri e propri «antropophagi», presenti non solo con le loro ope­
plice: attraverso l’accettazione dei decreti del Concilio re ma con prefazioni ed edizioni di testi altrui; la sua proposta, indicativa del
clima che portò alle edizioni romane di Paolo Manuzio, era che si convocas­
di Trento, confermati e fatti propri dal papato, passava sero a Roma uomini dotti, e con loro i migliori stampatori, e si procedesse al­
anche il riconoscimento del potere romano di governo la stampa di tutto quel che atteneva ai riti sacri, all’educazione e alla storia sa­
su tutto il mondo cattolico, al di sopra delle frontiere de­ cra («ad cerimonias, et ad morum instituta, quae ad sacras historias», F . m a u -
r o l i c o , A d reverendissimos Tridentinae synodi legatos et antistìtes, in Sicanica-
gli Stati nazionali. Come ben capi fra Paolo Sarpi, quel rum rerum compendium sive Sicanicae bistonde libri sex, Lugduni sumptibus Pe­
che era stato temuto si rivelava ora il mezzo più effica­ tti Vander s. d.,pp. 322-23, citato in m . r . l o f o r t e s c i r p o , Francesco Mau­
ce del centralismo romano. Fu in questo quadro che si rolico: autobiografia e sapienza alla fine d el Medioevo, in L'autobiografia nel
Medioevo, Atti del convegno storico internazionale, Spoleto 1998, pp. 307-
collocarono le iniziative romane dedicate al completa­ 330, in particolare p. 318. Su Maurolico si veda R. m o s c h e o , Francesco Mau­
mento dell’opera lasciata interrotta dal concilio. Uno rolico tra Rinascimento e scienza galileiana. Materiali e ricerche, Messina 1988.
ΙΟΟ CAPITOLO OTTAVO L ’ATTU AZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA IOI

mezzo di strumenti straordinari come l’Inquisizione. A n­ creti tridentini e fu reso obbligatorio non solo per ve­
che la domanda di forme di compattamento ideologico scovi, abati, priori e parroci all’atto dell’assunzione del
e di uniformità rituale tali da permettere la riconoscibi­ loro ufficio, ma in una grande quantità di occasioni: in
lità delle parti in conflitto non trovò risposte soddisfa­ modo particolare, il giuramento della formula di fede fu
centi da parte del concilio: se è superfluo ricordare l’im­ presente nel mondo universitario, come parte integran­
portanza negativa di uno strumento come l’Indice dei li­ te della laurea. Inoltre, vi si ricorse, in genere, per im­
bri proibiti, non c ’è dubbio che un peso non minore eb­ pieghi pubblici come medico o maestro. La Professio fi-
bero, nella percezione dei contenuti positivi del cattoli­ dei era tridentina nel senso che riassumeva tutte le dot­
cesimo post-conciliare, sia la liturgia rinnovata, sia quel trine affermate dal concilio, ma era anche romana per­
catechismo e quella professione di fede che vennero sbri­ ché si concludeva con la promessa di obbedienza alla se­
gativamente definiti «tridentini» senza che fossero sta­ de romana e al papa. Nel quadro delle confessioni di fe ­
ti prodotti dal concilio. Preoccupazioni di tipo contro­ de che caratterizzarono l ’intera epoca - giustamente
riformistico (nel senso del controllo dell’ortodossia con definita per questo «età confessionale» - rappresentò la
una forte sospettosità verso tutto ciò che non risponde­ variante cattolica del nuovo modello di appartenenza re­
va a un modello unico e garantito) si insinuarono nel mo­ ligiosa ed ecclesiastica. Nel confronto con le confessio­
do in cui a Roma si portarono a termine quei lasciti del ni precedenti e coeve, dall’«augustana» del 15 3 0 alla
concilio; ciò è particolarmente evidente nel caso del ca­ «riform ata» o calvinista, risalta la compresenza in quel­
techismo, che fu pubblicato nel 156 6 col titolo di Cate- la cattolica dell’esposizione analitica e consapevole del­
chismus ex decreto Concila Tridentini e fu conosciuto con le dottrine col principio sintetico dell’obbedienza al pa­
quello ben piu eloquente (anche se geograficamente con­ pa: fu soprattutto questo secondo elemento a diventare
traddittorio) di Catechismo romano del concilio di Tren­ dominante, per esempio nelle abiure dei processati per
to. Nato col proposito di offrire un’alternativa valida a eresia. La formula sintetica «Credo quod credit Sancta
tutta quella varia letteratura catechistica del primo C in­ M ater Ecclesia» si impose come la maniera piu sempli­
quecento, buona parte della quale era caduta sotto la scu­ ce ed efficace per cancellare ogni dubbio sulle tentazio­
re dell’Indice di Paolo IV , era stato inteso da alcuni pa­ ni del soggettivismo in materia di fede.
dri conciliari come un testo breve e piano, ispirato a mo­ Questa accentuazione degli aspetti di compattezza ge­
delli erasmiani; nella redazione che fu realizzata da una rarchica e dottrinale presente nelle integrazioni romane
commissione di tre domenicani divenne una vera e pro­ all’opera del concilio non era dovuta solo alla particolare
pria summa teologica dal saldo impianto tomistico. ottica della sede papale, ma era anche da addebitare al-
Quanto alla Professio fidei, il concilio ne aveva trattato l’addensarsi dei conflitti religiosi, sempre piu sensibile col
nel maggio 15 6 3 , proponendo che vescovi, curati, abati passare del tempo rispetto agli anni dell’avvio del conci­
e altri ecclesiastici, prima della provvisione del loro be­ lio. Lo si avverte, ad esempio, in quello che è certamente
neficio, dovessero prestare giuramento recitando un bre­ il frutto piu tardivo dei dibattiti tridentini: la revisione
ve testo (nel quale, forse dietro suggerimento dei vesco­ della Vulgata, uscita a stampa nel 159 3 e denominata Vul­
vi francesi, si insisteva sulla dottrina della presenza rea­ gata Clementina. Se ne era parlato in concilio fin dal 1546,
le con evidente funzione anticalvinista). Pio IV ne pro­ nel contesto di proposte fortemente innovatrici in mate­
mulgò uno assai piu ampio (14 novembre 1564) che da ria di predicazione e insegnamento del cristianesimo. A l­
allora in poi fece parte integrante delle edizioni dei de­ lora era stata ventilata anche la redazione di un catechi­
102 CAPITOLO OTTAVO L ’ATTU AZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA IO3

smo che fosse uno strumento di avvio a una teologia po­ ritoriali tendevano al controllo diretto dell’amministra­
sitiva e non litigiosa, imbevuta profondamente di testi zione della vita religiosa allontanava a vista d ’occhio le
evangelici e biblici. Questo era il modello verso il quale i possibilità d ’intesa su questo terreno. Perciò si compren­
padri tridentini volevano orientare la predicazione, ade­ de bene la tendenza romana a far leva su strumenti di ti­
rendo alle tendenze erasmiane ed evangeliche del primo po, appunto, politico-diplomatico, tra cui, fondamentale,
Cinquecento. Per il catechismo, si è già visto che la rea­ fu quello delle nunziature: alla rete diplomatica che già
lizzazione fu diversa da quei primi progetti; la Bibbia non esisteva e che faceva di Roma un centro diplomatico d ’im­
ebbe sorte migliore. La Vulgata Clementina, se realizzò portanza mondiale, furono aggiunte ulteriori nunziature
un’esigenza del concilio, lo fece in una situazione nella con compiti specifici di coordinamento e di impulso per
quale la Bibbia era totalmente uscita dall’esperienza reli­ l ’attuazione dei decreti tridentini e la penetrazione reli­
giosa del cattolicesimo: i rigidi divieti delle Bibbie in vol­ giosa. In Germania, accanto alla nunziatura ordinaria, ne
gare dell’Indice di Paolo IV (1559) e di quello di Pio IV furono erette altre due, a Colonia e a Graz, con partico­
(1564), il piu generale sospetto verso ogni forma di ricor­ lari prerogative. Se il nunzio era lo strumento di trasmis­
so alle Scritture sacre non mediata dal corpo ecclesiastico sione delle direttive romane e di controllo sulla loro at­
e - ultimo ma non meno importante - il discredito teolo­ tuazione, alle sue spalle esistevano organismi centralizza­
gico dell’evangelismo del primo Cinquecento, estirpato ti per il governo di tali materie: per la Germania, opera­
con un massiccio impiego dell’Inquisizione, avevano reso va una «congregazione tedesca» istituita da Pio V. M a in
la Bibbia una specie di oggetto pericoloso, da manipolare quegli stessi anni era tutta la forma del governo della Chie­
con molta cautela. Che la propaganda calvinista puntasse sa cattolica che subiva un generale riassetto, pili adegua­
sulla diffusione di Bibbie in volgare per la conquista di to al carattere ormai raggiunto di vera e propria monar­
terre cattoliche è un sintomo di questa situazione. chia papale: se l’azione del papato si esplicava sul piano
Quanto agli strumenti creati o almeno utilizzati dal pa­ diplomatico attraverso le nunziature, senza distinguere le
pato per l’attuazione del concilio, i piu significativi furo­ materie politiche in senso stretto da quelle di natura ec­
no quelli di tipo politico-diplomatico. Sul piano politico, clesiastica e religiosa (come l’attuazione dei decreti tri-
come abbiamo visto, si erano incontrate le maggiori dif­ dentini), una trasformazione analoga avveniva nel siste­
ficoltà per la ricezione dei decreti tridentini: Filippo II ma centrale di governo della Chiesa: al posto del conci­
aveva esplicitamente fatto salvi i propri diritti regali nel- storo come organo supremo, dove il papa sedeva come pri-
l’ accettare ufficialmente i decreti (1564), mentre in Fran­ mus inter pares, si venne sostituendo un sistema di con­
cia il rifiuto era stato motivato dall’esigenza di evitare ce­ gregazioni che divisero e assorbirono il lavoro dei cardi­
dimenti in materia di tradizionali diritti e «libertà galli­ nali, diventati cosi una sorta di alta burocrazia con
cane», che sarebbero state sminuite dal riconoscimento funzioni di razionalizzazione e disbrigo di una gran mas­
del papa come «vescovo della Chiesa universale». Qui sa di negozi. Il sistema delle congregazioni appare defini­
l’opposizione fu cosi ferma che solo nel 16 15 l’assemblea tivo e ufficiale nel 1588, quando Sisto V (bolla Immensa
del clero di Francia accolse ufficialmente i decreti, dopo aetemi Dei, 22 gennaio) riorganizzò in tal modo l’intera
aver ricevuto l’ennesimo rifiuto da parte della monarchia Curia romana: nelle quindici congregazioni allora forma-
di procedere alla pubblicazione ufficiale dei medesimi. Il lizzate non è facile distinguere quelle che si dovevano oc­
duplice movimento per cui il papato romano tendeva a cupare del dominio temporale del papato da quelle pre­
configurarsi come una monarchia temporale e gli Stati ter­ poste agli affari ecclesiastici, e ancor piu difficile è di­
104 CAPITOLO OTTAVO L ’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA 105

stinguere quelle che in qualche modo avevano a che fare di vita religiosa che, al contrario, faceva perno sulle isti­
con l’attuazione dei decreti tridentini. L ’intreccio tem­ tuzioni della chiesa locale. Il quadro d ’insieme che gli stu­
porale-spirituale vi appare in forma inestricabile, mentre di esistenti permettono di delineare è ancora lacunoso e
la normativa tridentina vi svolge la funzione di punto di frammentario; non c ’è dubbio, tuttavia, che ne emergo­
riferimento generale, o meglio di ordito su cui intessere no singoli casi significativi, come quelli già ricordati. Par­
una quantità esorbitante di interventi e deliberazioni, con ticolarmente noti e studiati sono quelli di san Carlo Bor­
l’effetto complessivo, certo non previsto né desiderato dai romeo a Milano e di Gabriele Paleotti a Bologna, prota­
padri tridentini, di esautorare le chiese locali e di fonda­ gonisti di un tentativo di vitalizzazione delle istituzioni
re la supremazia romana. diocesane a partire da quel modello di vescovo-pastore,
Il modello romano e l’iniziativa papale non furono cer­ preparato e residente in diocesi, che era stato evocato piu
to l’unico tramite di attuazione che i decreti tridentini volte a Trento. Il vescovo, piu che il sospettoso guardia­
ebbero a partire dalla seconda metà del x v i secolo. C ’e­ no dell’ortodossia del «gregge» o l’efficiente burocrate
ra anche un percorso diverso, che fu seguito da molti e fedele a direttive altrui, era in questi casi (o aspirava a
che può essere esemplificato dal comportamento di un diventare) il punto di riferimento della vita religiosa col­
prelato gallicano, il vescovo di Verdun Nicolas Pseaume: lettiva, l’animatore e la guida paterna dei fedeli, il pro­
questi, appena avvenuta la chiusura del concilio, ne sot­ tagonista di una conquista delle anime5: il che non signi­
toscrisse gli atti e parti per la sua diocesi dove, il 23 gen­ fica che venisse meno la funzione di tutela dell’ortodos­
naio 156 4, predicò al popolo per illustrare l’operato del sia, che anzi assunse nell’opera di Carlo Borromeo aspet­
concilio tenendo subito dopo il sinodo diocesano previ­ ti di notevole durezza. M a l’enfasi posta sull’importanza
sto dai decreti tridentini. Comportamenti di questo ge­ della figura del vescovo portava a mal tollerare l’imposi­
nere furono piuttosto numerosi nei Paesi cattolici. Il ve­ zione delle esigenze del potere politico centrale, fosse
scovo di Braga Bartolomeu dos Martires, convocò un con­ quello spagnolo su Milano o quello papale su Bologna.
cilio provinciale nel 156 6 al quale sottopose un prome­ Sono celebri le controversie tra Carlo Borromeo e il go­
moria di grande ampiezza4. Scelte analoghe disegnano la vernatore spagnolo in materie che si estendevano dal po­
linea fondamentale della «riforma tridentina», che si af­ tere giurisdizionale del tribunale vescovile al governo del­
la moralità collettiva. M a anche a Bologna, nel rapporto
fidò all’opera di uomini come questi, che tradussero i de­
tra il vescovo e un papato che aveva pienezza di poteri
creti in istituzioni e uniformarono - diocesi per diocesi
spirituali e temporali, il primo si trovò costretto a lotta­
e, talvolta, parrocchia per parrocchia - i comportamenti
re per conservare un proprio autonomo potere di gover­
dei loro popoli alle regole fissate a Trento. Caratterizza­
no della diocesi. Inutilmente Paleotti si rivolse alla Con­
re in maniera uniforme come «riformatori» tutti gli agen­
gregazione del Concilio nella controversia che lo oppo­
ti di quella messa in opera non aiuta però a capire e a di­
neva al capitolo della cattedrale in materia di attuazione
stinguere, porta anzi a confondere un clero di funziona­
dei decreti del concilio stesso: l’appello d ei canonici a Ro­
ri ossequienti a direttive generali piovute dall’alto con
ma e l’intervento del governatore mostrò che anche nel­
quanti si mossero da convinti realizzatori di un modello
lo Stato della Chiesa restavano «impedimenti grandi» al

4Memorìaes para o S. C ondì, Bracarense Provincial, quepublicou o R m o sòr


Dom frey Bartholomeu dos Martires ( i 566), edito in «Cartorio Dominicano 5 Cfr. Γimportante ricerca di w. de boer, The Conquest o f thè Soul. Con-
Portugués», Bartholomeana Monumenta II, Porto 1972. fession, Discipline, and Public Order in Counter-Reformation Milan , Leiden 2001.
ιο6 CAPITOLO OTTAVO L ’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA 107

vescovo che voleva fare solo « l’officio suo»6. Esistevano questo Cardinal nipote, che aveva governato da Roma l’ul­
ancor minori possibilità per rivitalizzare il rapporto tra timo periodo del concilio e che poi, diventato arcivesco­
l ’elaborazione delle chiese locali e la sede papale. Dopo vo di Milano, aveva attuato la norma tridentina dell’ob-
il concilio, lo sviluppo del diritto pontificio avvenne a bligo di risiedere personalmente in diocesi, offri allora un
tutto discapito della produzione legislativa dei sinodi dio­ modello di grande efficacia di come si potesse intendere
cesani7. Mentre i poteri romani intervenivano pesante­ e realizzare la proposta tridentina. Piu tardi, la sua ca­
mente sulla vita delle chiese locali, restava del tutto esclu­ nonizzazione doveva rendere esemplari le sue virtù mo­
sa ai vescovi la possibilità di adoperarsi per quella rifor­ rali personali, contribuendo a mettere tra parentesi quel­
ma della Curia che il concilio aveva solo auspicato. Se lo che nella sua esperienza di governo episcopale aveva
questo accadeva nelle piccole realtà degli Stati italiani, portato a conflitti col centralismo romano: in questo rien­
non meno complicate erano le situazioni in cui si trova­ trava appunto l’opera legislativa e di governo nel quadro
rono a operare i vescovi degli Stati maggiori dell’Europa della provincia ecclesiastica. Accanto ai sinodi diocesa­
cattolica. I protagonisti tridentini della difesa del potere ni, i concili provinciali furono fatti funzionare come stru­
e della dignità del vescovo dovettero sperimentare nel ri­ menti di un governo della Chiesa non dominato esclusi­
torno alle loro diocesi quanto poco il concilio avesse mo­ vamente dal vertice romano. L ’analisi dei percorsi isti­
dificato la situazione. Tra coloro che si erano piu esposti tuzionali di questo modello di riforma tridentina non può
nella discussione dell’estate 15 6 3 sui rapporti tra vesco­ dirsi ancora completa; non c ’è dubbio, tuttavia, che uo­
vi e inquisitori, figuravano gli spagnoli Pedro Guerrero mini come Borromeo, Paleotti, Guerrero, Bartolomeu
e Pedro Gonzàlez de Mendoza, nonché il portoghese Bar- dos M artires (de Martyribus) e altri ancora ebbero in
tolomeu dos Martires: grazie alla loro opera era stato ot­ mente un modello di Chiesa fondato sui vescovi come pa­
tenuto il riconoscimento del diritto dei vescovi di assol­ stori e giudici dei loro fedeli, residenti stabilmente in se­
vere in foro penitenziale dal delitto di eresia, un punto de e capaci di un’azione efficace, cioè dura e spietata,
capitale molto mal tollerato dall’Inquisizione spagnola e contro eretici e streghe, ma anche contro pubblici pec­
da Filippo II8. Una volta tornati in patria, essi dovettero catori, in grado insomma di esercitare una severa disci­
fare i conti con i poteri che avevano sfidato e raggiunge­ plina collettiva. M a proprio in nome della loro autorità
re di volta in volta i compromessi che i rapporti di forza sacrale tendevano ad attraversare i percorsi dei tribuna­
consentivano. Nel contesto italiano, particolarmente si­ li dell’Inquisizione, che rispondevano ad autorità centrali
gnificativo fu il tentativo di Carlo Borromeo di rivitaliz­ e operavano con regole giuridiche e procedure burocra­
zare l’istituto della provincia ecclesiastica. Il percorso di tiche. Uomini di questo genere non ebbero un rapporto
facile con i rappresentanti delle autorità centrali dei loro
Stati, fossero il re di Spagna o lo stesso pontefice, pro­
6Da una lettera di Paleotti a monsignor Giovanni Battista Castelli, 1 9 di­
cembre 1569 (cfr. p. prodi, I l Sovrano Pontefice. Un corpo e due anim ella mo­ prio perché le ragioni dei governi accentratori ignorava­
narchia papale in età moderna , Bologna 1982, p. 279; ma si veda tutto il cap. no le prerogative episcopali e tendevano a ledere diritti
v ii , pp. 251-93).
e privilegi tradizionalmente riconosciuti al governo ec­
7 Cfr. id ., Note sul problema della genesi del diritto della Chiesa post-tnden-
tina nell’ età moderna, in Legge e Vangelo, Brescia 1972, pp. 191-223. clesiastico locale. Conflitti particolari li opposero a emis­
8Cfr. s. pastore , Roma, il Concilio di Trento, la nuova Inquisizione : alcu­ sari e strumenti della trionfante centralizzazione papale,
ne considerazioni sui rapporti tra vescovi e inquisitori nella Spagna d el Cinque­
cento , in L'Inquisizione e gli storici:un cantiere aperto, Atti dei Convegni Lin­
come i visitatori apostolici o i nuovi o rinnovati ordini
cei, n. 162, Roma 2000, pp. 109-46. religiosi. A questi ultimi si aprivano infatti nuove possi­
ιο8 CAPITOLO OTTAVO L’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA IO9

bilità d’azione man mano che il papato si arrogava il com­ ne di rituali e comportamenti uniformi e il divieto di con­
pito d ’interpretare e attuare i decreti tridentini. Se la tinuare a praticare costumi tradizionali (per esempio nei
riforma tridentina aveva avuto il suo nucleo ispiratore riti matrimoniali) fu all’origine di lunghi contrasti; in Spa­
nel principio della «cura d ’anime» esercitata dal clero se­ gna, ad esempio, fece esplodere la reazione di comunità
colare preparato e residente, l’ampiezza dei problemi del­ di moriscos. Negli Stati italiani le situazioni furono mol­
la Chiesa cattolica e in particolare del papato nell’Euro­ to diverse da luogo a luogo, ma in generale si può dire che
pa del tardo Cinquecento fece tornare d ’attualità il ben in Italia il dissenso dottrinale fu un problema piu presen­
diverso modello rappresentato dagli ordini religiosi come te, anche se non raggiunse mai i caratteri che conobbe la
strumento privilegiato d ’intervento. Se qualche secolo Francia durante le guerre di religione. La fine delle guer­
prima era toccato a Francescani e Domenicani, questa re d’Italia e il saldo predominio spagnolo nel segno del­
volta fu la Compagnia di Gesù la struttura capace di la­ l’unità cattolica bloccarono lo sviluppo dei nuclei di dis­
sciare la sua impronta sulla Chiesa intera: elevata prepa­ senso, dove in maniera piu morbida altrove con l’elimi­
razione culturale, formazione secondo un modello unico, nazione fisica di singoli e di intere comunità. Processi ed
dedizione e spirito missionario, capacità di penetrazione esecuzioni stroncarono la comunità riformata a Faenza,
ai livelli alti della società e, soprattutto, piena e totale di­ una vera e propria guerra portò alla distruzione delle co­
sponibilità agli ordini del papa furono le caratteristiche munità valdesi di Calabria e all’eliminazione violenta dei
che assicurarono il loro successo. suoi membri; in ambedue i casi le autorità ecclesiastiche
Tuttavia, su questo terreno le nostre conoscenze sono e quelle statali operarono di concerto nella fase della re­
ancora incomplete: i meccanismi messi in opera dalla pressione. In seguito, però, spettò al governo diocesano e
Chiesa dopo il Concilio di Trento furono tanti e diversi all’Inquisizione sorvegliare le aree sospette e impiantare
tra loro, oltre che diversamente adattati alle varie realtà. le forme tridentine al posto di quelle sradicate10. Nel mu­
In Spagna, in Portogallo e in Italia, l’impatto dei model­ tato clima, l’azione capillare dei tribunali dell’Inquisizio­
li di governo episcopale e l’applicazione delle norme tri- ne si associò all’opera di restauro e rafforzamento delle
dentine fu piu sollecito che in Francia, dove solo nel cor­ istituzioni parrocchiali e diocesane, approdando alla for­
so del Seicento si sviluppò l’azione dell’episcopato secon­ mazione di una rete capillare di controllo e di indottrina­
do modelli di «riforma pastorale» che si possono ricon­ mento. I registri parrocchiali permisero di verificare le
durre al modello di san Carlo Borromeo9. M a i problemi eventuali inadempienze agli obblighi sacramentali (la con­
che dovettero essere affrontati furono assai diversi da Pae­ fessione e comunione annuale, il battesimo degli infanti).
se a Paese: in Spagna e in Portogallo la dissidenza dottri­ Le differenze furono molte. Altro fu il caso delle campa­
nale nel senso della Riforma fu rara, mentre fu molto gra­ gne dell’Italia meridionale, dove la rete parrocchiale tri-
ve il problema dell’uniformazione religiosa in presenza di dentina ebbe scarsa efficacia per la presenza della tradi­
minoranze ebraiche e musulmane. Le visite diocesane fu­ zionale istituzione delle «chiese ricettizie»11, mentre vi
rono dedicate in pari misura al controllo della pratica cat­
tolica e all’individuazione dei «giudaizzanti», cioè dei con­ 10 Per Faenza, si veda F . l a n z o n i , La Contronforma nella città e diocesi di
vertiti a forza che tornavano all’antica fede. L ’imposizio­ Faenza, Faenza 1925; sulla lunga vicenda dei Valdesi di Calabria, cfr. ora l’im­
portante ricerca di p. s c a r a m e l l a , L ’Inquisizione romana e i Valdesi d i Cala-
brìa (15 5 4 -17 0 3 ), Napoli 1999.
9Cfr. p . b r o u t i n , La réforme pastorale en France au x v i f siècle: recherche 11 La chiesa ricettizia era dotata dalle famiglie dominanti della comunità,
sur la tradition pastorale après le concile de Trente, Paris 1956. che vi collocavano come sacerdoti i propri membri e ne decidevano nomina e
n o CAPITOLO OTTAVO L ’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA III

dominarono gli ordini religiosi e le loro iniziative devo­ principale è non fermarsi alle informazioni registrate come
zionali; altro fu quello dell’Italia centrale e di quella pa­ se si trattasse di una riproduzione esatta della realtà, ma cer­
dana. Secondo alcuni, il cattolicesimo tridentino si pre­ care di capire su quali oggetti si posi lo sguardo del visitato­
sentò allora con una veste nuova e impose una forte mo­ re ecclesiastico e perché13. E un fatto appare ormai eviden­
difica al cristianesimo tradizionale delle campagne; se­ te: lo sguardo del vescovo, nella prima fase più vicina al con­
condo altri, si trattò di una vera e propria avanzata mis­ cilio, si concentrò in genere soprattutto sulla parte ecclesia­
sionaria in terre vergini aU’interno dell’Europa, dove il stica della realtà, il clero, la sua preparazione, gli arredi, le
cristianesimo non era mai penetrato e dove sopravviveva chiese. Intanto il clero parrocchiale, sulla scia dell’impulso
una religione folklorica dalle ascendenze pagane; que- dall’alto, mutava cultura, si preparava agli esami per otte­
st’ultima tesi, cara a storici cattolici, permette di soste­ nere i benefici o per superare le verifiche in occasione delle
nere una visione trionfalistica di un cristianesimo che visite vescovili e impiegava sistematicamente gli strumenti
evangelizza progressivamente aree nuove e popolazioni di registrazione e controllo dei registri parrocchiali, talvol­
prima trascurate, in una marcia storica che non conosce ta commisti alle registrazioni diaristiche e cronachistiche del­
arresti o cambiamenti di rotta. La realtà fu certamente le realtà locali14. M a la realtà dell’incontro tra il modello
piu complicata, non solo in Europa ma anche nei mondi uniformante della religione ufficiale e le pratiche e i rituali
extra-europei, dove il confronto con le altre religioni im­ della vita delle comunità d’antico regime è solo in minima
pose selezioni, adattamenti e modifiche che cambiarono parte rivelata dagli atti di visita: attente ricerche hanno sve­
di volta in volta l ’aspetto del cattolicesimo tridentino. lato la ricchezza delle pratiche religiose e la loro importan­
La storia dell’applicazione del Tridentino è stata studia­ za per decifrare i conflitti di potere locali cosi come s’in­
ta soprattutto attraverso una fonte: gli atti di visita delle dio­ scrivevano nel «consumo del sacro»15.
cesi. Si tratta di documenti conservati non solo per il mon­
do cattolico ma anche per quello protestante. Tuttavia, l’in­
gart 1982 sgg. Pili dispersa la situazione italiana, dove, soprattutto per impulso
terrogazione di queste fonti si è sviluppata in maniera piut­ di Gabriele De Rosa, si è seguita la via della riproduzione integrale delle fonti o
tosto unilaterale, riguardando prevalentemente l’area cat­ della loro piu o meno ampia regestazione. Si hanno cosi a stampa, in particola­
re, le visite di Giovan Matteo Giberti (Riforma pretridentina della diocesi di Ve­
tolica e l’età tridentina, alla luce dell’idea che esista una rifor­ rona, a cura di A. Fasani, Verona-Vicenza 1989) e molte altre dall’età medieva­
ma tridentina e che il suo tratto dominante sia la pastoralità. le all’Ottocento, raccolte nel Thesaurus Ecclesiarum Italiae, a cura di E. Massa e
Il carattere ripetitivo e tendenzialmente uniforme dei regi­ G. De Rosa, Roma 1966 sgg. Ma sono state avviate anche altre iniziative e si
avanza sempre piu la pratica dell’informatizzazione dei dati: per un confronto
stri di visita ha reso possibile l’avvio di repertori e regesti e di metodo cfr. Fonti ecclesiastiche per la storia sociale e religiosa d ’ Europa :xv-xvm
di letture comparative dei dati12. Naturalmente, il problema secolo, a cura di C. Nubolae A. Turchini, Bologna 1999. Ancor piti dispersa tra
diversi studi e iniziative è la situazione della ricerca sulle visite per la Spagna e
il Portogallo: osservazioni importanti a questo proposito in A. M. hespanha, Da
rimozione (cfr. G. de rosa , Per una storia della parrocchia nel Mezzogiorno, in «iustitia» ά «disciplina» : textos, poder e politica no antigo regime, Coimbra 1989.
id ., Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, Bari 1978, pp. 21-46). 15 Cfr. d. baratti, L o sguardo d el vescovo. Visitatori e popolo in una pieve
12 Molto progredita la ricerca per la Francia, dove la concentrazione delle svizzera della diocesi di Como: Agno, x v i -x i x secolo, Cornano 1989.
fonti ecclesiastiche in archivi di Stato ha reso possibile un Re'pertoire des visites 14 Alcuni esempi di questa commistione si trovano soprattutto nella fase
pastorales de la France, a cura di D. Julia e M. Venard, I‘ serie, Paris 1977-85; si iniziale: cfr. i diari di d . tarilli , Notizie dal Cinquecento, a cura di D. Petti­
veda anche m . froeschlé-chopard, Atlas de la Réforme pastorale en France de ni e T. Petrini, Locamo 1993, e di G. magni, I l diario d el Pievano Girolamo
1550 à 179 0 . Les évèques en visites dans les diocèses, Paris 1986. In Germania, Magni. Vita, devozione e arte sulla montagna pistoiese nel Cinquecento, a cura
l’impresa ha proceduto con maggiori difficoltà e con diverso impianto: cfr. Re- di F. Falletti, Pisa 1999.
pertorium der Kirchenvisitationsakten des 16 . und 1 7. Jahrhunderts aus Archiven der ls E questa la proposta isolata e originale fatta da A. torre, I l consumo di
Bundesrepublik Deutschland, a cura di E. W. Zeeden, P. Th. Lang e altri, Stutt- devozioni. Religione e comunità nelle campagne dell’Ancien Regime, Venezia
1 12 CAPITOLO OTTAVO L’ATTUAZIONE DEI DECRETI DI RIFORMA 1 13

Anche nel caso delle visite pastorali fu decisiva l’as­ lui fu affidato il compito di garantirsi il consenso con la
sunzione da parte del papato del compito di mandare a presenza capillare e quotidiana nella vita del popolo cri­
effetto i decreti tridentini. Come abbiamo visto dalle di­ stiano: un popolo composto ormai da «fedeli», laici le­
scussioni conciliari, la soluzione data alla questione del gati cioè dall’identità di fede e dall’obbedienza al go­
diritto divino dell’obbligo di residenza e a quella degli verno ecclesiastico. Modelli e idee dell’elaborazione con­
impedimenti all’esercizio di quell’obbligo aveva lasciato ciliare vera e propria erano destinati a riaffacciarsi nel­
i vescovi in una situazione di debolezza di fronte al fe ­ la storia moderna della Chiesa cattolica con accentua­
nomeno delle esenzioni dall’autorità dell’ordinario: gran zioni diverse a seconda dei contesti e dei problemi: nel­
parte della realtà diocesana sfuggiva alla loro giurisdizio­ l’età dell’assolutismo illuminato, ad esempio, la crisi della
ne, dai potenti capitoli canonicali agli ordini religiosi. Le penetrazione romana attraverso gli ordini religiosi e l ’in­
soluzioni a cui si ricorse consistettero nel cercare aiuto tervento in materia ecclesiastica dei poteri statali, come
nei poteri superiori, quello del papa o quello del sovrano pure il prevalere di un’idea di religione e di devozione
temporale, per ottenere la riduzione a norma delle strut­ ricondotte entro i limiti del ragionevole, portarono non
ture ecclesiastiche locali. I legami con le monarchie na­ solo allo scioglimento della Compagnia di Gesù (1774)
zionali si fecero cosi ancora piu stretti. Nel rapporto con ma anche al riemergere della figura del vescovo come ma­
la Santa Sede, i vescovi ottennero di volta in volta il ti­ gistrato preposto al governo dei popoli.
tolo di «delegati della Sede apostolica», grazie al quale Quanto all’Italia, l’età del concilio in senso proprio si
poterono superare le difficoltà e le resistenze frapposte chiuse sostanzialmente entro i primi decenni del x v i i se­
dagli esenti. L ’altro mezzo impiegato dal papato per l’at­ colo quando, scomparsi gli ultimi testimoni ed eredi di­
tuazione del concilio fu quello di nominare dei visitatori retti della fase conciliare vera e propria, si esaurirono an­
«apostolici», cioè inviati con poteri straordinari da R o­ che tra le minoranze di visionari, mistici e dissenzienti
ma. Le visite apostoliche furono impiegate sistematica- gli ultimi rivoli dell’attesa di un «vero» concilio cristia­
mente durante il pontificato di Gregorio X III. no capace di portare la pace religiosa. Si tratta di un’at­
La storia del cattolicesimo tridentino, proprio perché, tesa e di un sentimento che rinviano alla durata storica
per certi aspetti, è storia di lunga e lunghissima durata, dell’idea di concilio, che - come per altre rappresenta­
rientra solo in minima parte nell’alone dell’epoca del zioni e altre parole cariche di valori simbolici (per esem­
concilio. La sistemazione dogmatica e disciplinare che pio, quella di Crociata) - furono molto piu vasti e inde­
allora fu messa in piedi rispose alle necessità del con­ terminati dell’episodio storico concreto del Concilio di
fronto-scontro con le chiese e le tendenze della Riforma, Trento. Su questo, intanto, con la stesura della Istoria
elaborando un universo dottrinale che forni lo strumen­ del Sarpi e la sua pubblicazione a Londra da parte del­
to per definire l’identità del cattolicesimo moderno; ma l’esule Marcantonio de Dominis, si apriva l ’impresa del­
soprattutto ridisegnò il profilo sociale dell’ecclesiastico la conoscenza storica.
come membro di un corpo che si distingueva dagli altri
per l’abito e per la severità obbligatoria dei costumi ed
era in grado di opporsi all’occorrenza ai poteri statali. A

1995. Cfr. ora, per la Sicilia, L. scalisi, A i piedi dell’altare. Politica e conflitto
religioso nella Sicilia d ’età moderna, Roma 2001.
I SA CR AM EN TI TRIDEN TINI E I R ITU A LI SOCIALI 1 15

Capitolo nono le resistenze delle tradizioni e impiantarono nei rituali le


I sacramenti tridentini e i rituali sociali novità delle loro proposte, modificando i riti del battesi­
mo, della comunione, del matrimonio, della confessione
e cosi via1. Sul piano della comparazione storica, la storia
dell’attività svolta dalle chiese per pacificare la società ha
offerto un buon punto di vista per verificare in che mo­
do le riforme del Cinquecento modificarono la «tradizio­
ne morale» delle popolazioni2. Considerato sotto questo
angolo visuale, il modello tridentino appare segnato da
G li storici - anche e specialmente quelli della Chiesa e una riduzione della tradizionale sociabilità cristiana,
della vita religiosa - si sono ormai abituati a considerare espressa dalle confraternite, a vantaggio dell’affermazio­
il tempo come una variabile a piu dimensioni. Ci sono ac­ ne dell’autorità gerarchica del corpo ecclesiastico. La que­
celerazioni e ritardi nel cambiamento; si verificano ritor­ stione del conflitto tra vescovi tridentini e confraternite
ni di attualità di forme antiche che si credevano scom­ occupò molto spazio nella vita sociale dell’epoca; il mo­
parse. E c’è soprattutto pluralità di tempi. Un conto è il dello tridentino espresso da san Carlo Borromeo portò al­
tempo breve delle decisioni dei poteri, un altro è il modo l ’estremo l ’ostilità verso le forme di associazione oriz­
in cui il ritmo della vita sociale le accoglie e interpreta. A zontale del popolo, che furono messe sotto controllo o ad­
ciò si deve aggiungere il fatto che, in una idea cristiana dirittura eliminate a vantaggio di nuove confraternite
della storia della Chiesa come degradazione e deviazione destinate a svolgere solo un compito sussidiario alle di­
dalla forma perfetta delle origini, le innovazioni del xv i pendenze del clero (come le Compagnie del Santissimo
secolo furono concepite e presentate come restaurazione Sacramento). Ma il mutamento può essere individuato an­
della «form a» originaria, cioè come ritorno all’ antico. che nella semplificazione estrema del rito della pace al­
Questo fu quello che fecero Lutero, Calvino e gli altri l’interno della messa, che ne abolì gli aspetti di pacifica­
riformatori e questo fecero anche le autorità ecclesiasti­ zione attiva tra i fedeli, oppure nelle trasformazioni che
che del mondo cattolico. La legittimazione del nuovo con­ subì l’arredo ecclesiastico che simboleggiava la pace e che
sistette per lo piu nel presentarlo come destinato a sosti­ veniva offerto al bacio dei fedeli3.
tuire un «moderno» negativo per tornare alle origini apo­
stoliche della Chiesa e ai suoi fondamenti scritturali. Ma Anche in Italia, dopo il Concilio di Trento, la perce­
il processo di adattamento e di modifica delle istituzioni zione delle novità introdotte nella vita sociale venne con­
e delle pratiche fu quello che determinò il significato sto­ siderata come restaurazione dell’antico. Naturalmente,
rico delle definizioni dottrinali e delle normative elabo­ tra la «forma primitiva» e la sua reformatìo c’era stata una
rate da riformatori d ’ogni tipo. Uno studio comparato del­
le istituzioni e dei rituali è il solo che può illuminare il vol­ 1 Cfr. s. karant -nunn, The Reformation o f Ritual. A n Interpretation o f
Early Modem Germany, London - New York 1997.
to reale dei mutamenti che allora segnarono la storia del
2Cfr. j. bossy , Peace in thè Post-Reformation, Cambridge 1998.
cristianesimo occidentale. Solo di recente anche gli stori­ } Osservazioni molto interessanti sono contenute nel saggio di M. colla-
ci della Riforma protestante hanno avviato ricerche su co­ reta , «Torma Tidei». I l significato dello stile negli arredi liturgici, in Ori e ar­
genti dei santi. I l tesòro d el Duomo di Trento, a cura di E. Castelnuovo, Tren­
me le idee dei riformatori fecero lentamente i conti con to 19 9 1, pp. 21-33.
ιι6 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 1 17

decadenza, una de-formatio, che era durata fino all’arri­ punto dal Concilio di Trento fu preceduta e seguita da
vo dei vescovi tridentini. Tutte le fonti interne al mon­ polemiche e dissensi molto numerosi, che possono esse­
do cattolico parlano in questi termini: «L i popoli vive­ re raccolti in due grandi filoni: da un lato, il dissenso di
vano senza legge, - scriveva Ambrogio Monico, curato chi non accettava la dottrina della transustanziazione e
in Valsassina, che ricordava come, nell’ archidiocesi di seguiva o quella luterana della consustanziazione o quel­
Milano, prima dell’arrivo di Carlo Borromeo, i preti ave­ la dei «sacramentari» zwingliani e calvinisti; dall’altro,
vano moglie e figli, - i sacramenti non erano frequenta­ le resistenze e le polemiche di coloro che non accettava­
ti e molti restavano di confessarsi e comunicarsi», i pre­ no l’uso di comunicarsi spesso. Tutte e due queste ten­
ti «non sapevano la forma dell’assoluzione sacramentale denze richiamarono l ’attenzione dell’Inquisizione, anche
della confessione né si sapeva se ci fossero casi riservati se in misura molto diversa: naturalmente la negazione
al vescovo, alla sedia apostolica, ma assolvevano d ’ogni esplicita della presenza di Cristo, i dubbi e gli argomen­
cosa». E ancora: i preti non sapevano predicare, la gen­ ti popolari contro la possibilità che si potesse mangiare
te non sapeva recitare Pater, Ave, Credo, né farsi il segno un Dio «di pasta» attirarono piu decisamente le misure
della croce: «N on vi era quasi vestigio di disciplina né di polizia. M a anche le tesi di chi sosteneva che ci si po­
legge cristiana»4. In quel tempo in cui non c’era traccia tesse accostare continuamente all’eucarestia suscitarono
di «disciplina cristiana», prima dell’avvento di Carlo Bor­ molti sospetti e dettero luogo a interventi inquisitoriali.
romeo, ciò che il curato della Valsassina ricordava era che E tuttavia, in questo caso le nuove tendenze religiose
la gente non sapeva recitare le preghiere o farsi il segno precedettero i deliberati tridentini: rispetto a una devo­
della croce e che non si confessava e comunicava, o me­ zione eucaristica dominata dal senso del rispetto e del ti­
glio che «i sacramenti non erano frequentati». La fre­ more, che si era preoccupata di limitare anche il contat­
quenza ai sacramenti indicava, per il testimone, il ritor­ to visivo5, la devozione documentata dal trattatello del-
no a un fervore antico e quel fervore trovava la sua mi­ l 'Imitazione di Cristo segnò il passaggio a un ritmo
sura proprio nel numero, nell’intensità quantitativamente intensificato di frequenza eucaristica. G ià prima della
misurabile dell’accostarsi ai sacramenti. U n’ altra diffe­ convocazione del concilio furono numerosi i gruppi de­
renza per lui notevole, come si è visto, risiedeva nel fat­ voti che si avviarono su questa strada. In Italia il misti­
to che i preti prima avevano donne e figli e ora non piu. co e visionario Battista da Crema, domenicano, ispirato­
E la testimonianza di un uomo che registrò il cam­ re del gruppo che diede vita all’ordine dei Barnabiti, co­
biamento osservando le pratiche relative ai sacramenti: minciò a sostenere che si poteva seguire il modello della
confessione e comunione, ordine sacro e matrimonio. «primitiva giesia, quando tutti li christiani ogni giorno
Proviamo a seguire questa traccia per capire alcuni cam­ se communicavano»6. I Barnabiti si dettero costituzioni
biamenti che, intorno al concilio e anche per suo effet­ in cui la comunione era prescritta per ogni giorno festi-
to, si verificarono nella vita della gente.
Sul sacramento dell’eucarestia, la dottrina messa a 5 Cfr. M. rubin , Corpus Còristi. The Eucharistin Late Medieval Culture, Cam­
bridge 1991, passim-, ihid., p. 73, si parla del valore sostitutivo, quasi sacramen­
tale, dell’elevazione, in una cultura che conosce solo la comunione annuale.
4 Biblioteca Ambrosiana, ms G 29 ini., cc. 114 D -1151-, citato in A. tur ­ 6battista da crema , Via de aperta verità, per Bastiano Vicentino, Vene­
chini, I l governo della festa nella Milano spagnola di Carlo Borromeo , in A. CA- zia 1532 (ma la prima edizione è del 1523), c. 49rv. Cfr. la fondamentale ri­
scetta e R. carpani, La scena della gloria. Drammaturgia e spettacolo a Mila­ cerca di E. bonora, I conflitti della Controriforma. Santità e obbedienza nell’e­
no in età spagnola, Milano 1995, pp. 509-44. sperienza religiosa dei primi Barnabiti, Firenze 1998.
ιι8 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 119

vo. Intanto, fuori d ’Italia, a Manresa, anche il giovane Larga parte del capitolo è tratta dall’Institutio di Calvi­
Ifiigo di Loyola si comunicava ogni giorno festivo7. Po­ no: la comunione è intesa come mezzo per consolare le
chi anni dopo, il chierico Tullio Crispoldi da Rieti, de­ coscienze afflitte e come vincolo di unità tra i cristiani,
scrivendo le pratiche devote incoraggiate da lui e dal suo membra di uno stesso corpo. Si ha qui la prova che - con
circolo di « spirituali», raccontò che a Verona c’erano per­ la divergenza fondamentale sulla questione della presen­
sone che «si comunicano ogni domenica», pur non es­ za reale o meno di Cristo nell’eucarestia - si verificava
sendo sacerdoti, e difese questa pratica rifacendosi an­ una possibile convergenza nell’uso del sacramento come
che lui all’argomento del fervore della chiesa primitiva: mezzo per consolare le coscienze afflitte.
«noi nel principio tutti ogni di ne comunicavamo: da poi L ’Inquisizione romana dovette occuparsi molto del li-
raffreddandosi la divotione et lo amore verso Dio ne co­ briccino e dei suoi lettori, ma dovette occuparsi anche
municavamo solo il di delle dominiche: di poi venne la della pratica della comunione frequente, che intanto ave­
cosa si rara, che già appena si ottiene che si comunichi al­ va trovato nella Compagnia di Gesù dei ferventi soste­
meno una volta lo anno»8. Da diversi anni, a Verona, si nitori11. Fu nel 15 5 4 , a Bologna: il vescovo Giovanni
stava alimentando una devozione all’eucarestia basata su Campeggi sospese due sacerdoti che diffondevano la pra­
tica della comunione frequente, entrando cosi in conflit­
un uso frequente, almeno domenicale. Ora, noi potrem­
to con alcuni gruppi cittadini e in particolare con i G e ­
mo considerarla come un aspetto marginale, una delle
suiti, che si avvalevano molto di quella pratica. Il dome­
tante complicazioni della vita religiosa e delle idee cor­
nicano Girolamo Muzzarelli dovette svolgere un’inchiesta
renti prima del Concilio di Trento, quando, come scris­
per conto dell’Inquisizione romana e lo stesso litigo di
se il cardinale Giovanni Morone per difendersi dall’ac­
Loyola fu chiamato a occuparsi della questione12, che non
cusa di eresia, «le cose della religione in Italia andavano
si chiuse li. M a di tutto il complesso problema della co­
con poca regola, perché non era istituito l’ufficio della
munione frequente quel che si deve qui rilevare è il fat­
santa Inquisitione». M a il Morone, che doveva giustifi­
to che, ben prima del Concilio di Trento, la frequenza al
carsi per aver letto, anzi «divorato con grande avidità»,
sacramento della comunione conobbe un’intensificazio­
quel libretto D el beneficio di Cristo che è stato conside­
ne: non solo gli ecclesiastici, non solo i membri di con­
rato come il manifesto della Riforma in Italia, sostenne
fraternite devote o i gruppi di devoti in cerca di perfe­
che quel libro gli era piaciuto proprio perché «parlava si
zione, ma anche i comuni cristiani si abituarono alla ri­
bene del santissimo sacramento» che non poteva essere
petizione frequente del sacramento. Se la regola ufficiale
eretico9. E difatti il trattatello D el beneficio di Cristo de­
parlava dell’obbligo annuale, la pratica concreta inco­
dica una buona parte del capitolo vi a difendere l’uso fre­ raggiata da guide spirituali a stampa e da direttori di co­
quente della comunione, «divinissimo sacramento»10*. scienza poteva essere quella di comunioni fatte anche piu
volte per settimana. Le resistenze non mancarono: i di-
7Cfr. j. o’malley , TheFirst Jesuits, Cambridge (Mass.) - London 1993, p. 152.
8Alcune intenogatìoni delle cose della fede et del stato opero vivere de Chri-
stiani, per Tullio Crispoldo da Riete, per Antonio da Portese, Verona 1540, 11 Cfr. p. dudon, Le «libellus» du P. Bobadilla sur la Communìon fréquente et
c. E IV r. quotidienne, in «Archivum historicum Societatis Jesu», II (1933), pp. 258-79.
’ benedetto da mantova , D el beneficio di Cristo, con le versioni del seco­ 12 Su questa vicenda e sui suoi protagonisti, si veda la ricchissima ricerca
lo x v i, documenti e testimonianze, a cura di S. Caponetto, Firenze-Chicago di G. zarri, I l carteggio tra don Leone Bartolini e un gruppo di gentildonne bo­
1972, PP· 453-55- lognesi negli anni d el Concilio di Trento (15 4 5 -15 6 5 ), in «Archivio italiano per
10lbid., pp. 60-6 r. la storia della pietà», VII (1976), pp. 337-885.
120 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 12 I

fensori della tradizione trovavano sconveniente, se non tensissima del sacramento dell’eucarestia. Le devote (e i
addirittura di sapore quasi ereticale, una tale confidenza devoti, sia pure in minor numero) che in gran quantità
nei rapporti con Dio. M a di fatto tali resistenze non im­ praticarono la comunione frequente, lo fecero sotto la
pedirono il diffondersi delle nuove forme di pratica sa­ guida di direttori spirituali, spesso in loro compagnia, al­
cramentale, che trovarono un impulso indiretto anche l’interno di un rapporto a due che appare assai vicino a
nell’organizzazione di confraternite destinate dal corpo quello di tipo domestico, di una famiglia spirituale unita
ecclesiastico a educare i laici alla devozione eucaristica13. da un vincolo di amore sacro (tanto che le autorità ec­
La devozione promossa dall’ alto non significava neces­ clesiastiche temettero e spesso dimostrarono la presenza
sariamente un vero e proprio favore alla pratica del con­ di deviazioni affettive in direzione dell’amore profano).
sumo frequente dell’eucarestia; l’insistenza sul mistero e In attesa che ricerche piu approfondite verifichino che
sui rischi di sacrilegio portavano piuttosto in direzione cosa avvenne esattamente nell’età tridentina a questo
opposta. Anche la forte distinzione tra corpo ecclesiasti­ proposito, si deve intanto registrare la scomparsa di un
co e laici, accolta dal Concilio tridentino, tendeva a di­ carattere fondamentale della ritualità precedente: il rit­
varicare l’uso del sacramento; e tuttavia il decreto tri- mo, la ritualizzazione come divisione del tempo e di­
dentino fini con l ’accogliere un sommesso invito alla fre­ stribuzione delle pratiche rituali secondo un ordine. Nel
quenza che corrispondeva a una tendenza piu generale secolo del concilio, il ritmo ordinato cede il posto a una
della devozione14. Per il momento, fu soprattutto nel ripetitività e a un consumo del sacro non privi di ansietà
mondo dei monasteri femminili e in quello delle confra­ e di un qualche affanno. I tempi della vita sacramenta­
ternite che si fece strada la pratica devota di accostarsi le perdono la loro diversa qualità, invadono quelli con­
spesso all’eucarestia. Sarebbe lungo elencare le nuove finanti, si confondono con essi. Il cristiano del M edioe­
scansioni del tempo collegate con questo sacramento: gli vo - è stato detto giustamente - era colui che «riceveva
appuntamenti furono fissati secondo il principio della ri­ la comunione annuale, digiunava il venerdì e durante la
tualità ritmata da determinati giorni della settimana o del Quaresima, pagava le decime e faceva battezzare i pro­
mese, da devozioni particolari e da feste sacre di pecu­ pri figli»15. La situazione che le fonti descrivono per l’età
liare importanza. Ne consegui l’appannarsi fino quasi a del concilio è diversa: sembra affiorare allora in modo
scomparire del ritmo collettivo della pietà eucaristica: al evidente il risultato di un progressivo individualizzarsi
suo posto, emerse invece l’obbedienza ai bisogni indivi­ del rapporto col sacramento e di un altrettanto progres­
duali di ascesa spirituale e di perfezionamento devoto. sivo distaccarsi dei tempi individuali del sacro dal ritmo
L ’individualizzazione della pratica e la perdita di ogni rit­ collettivo dell’ anno liturgico (che invece sembra so­
pravvivere significativamente nell’esperienza della Chie­
mo comunitario risulta evidente dal dilagare del feno­
sa anglicana, in questo come in molti altri particolari un
meno dell’«affettata santità» che aveva, com’è noto, tra
vero luogo di conservazione di caratteri tradizionali)16.
i suoi caratteri essenziali proprio la pratica personale in­
Le devozioni che si sforzarono di ritmare la frequenza
13 Cfr. G. barbiero , L e confraternite del Santissimo Sacramento prima del
1539, Treviso 1949. 15 c. walker bynum , Holy Feast and Holy Fast: thè Religious Significance o f
14«Ut panem illum supersubstantialem frequenter suscipere possint» (sess. Food to Medieval Women, Berkeley 1987 [trad. it. Sacro convivio sacro digiuno.
X III, «Canones de Eucharestia», cap. vm, Conciliorum CEcumenicorum De­ Il significato religioso del cibo per le donne del Medioevo, Milano 2001, p. 55].
creta, a cura di G. Alberigo, G. Dossetti, P.-P. Joannou, C. Leonardi e P. 16 Cfr. A. hunt , The Lord's Supper in Early Modem England, in «Past and
Prodi, p. 697). Present», C LX I (1998), pp. 39-83.
122 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 123

ai sacramenti parlarono sempre meno in termini di ri­ fessione, una cittadella che aveva respinto validamente
correnze dell’anno liturgico - le «quattro Pasque», pro­ ogni attacco19. Ma fra le discussioni tridentine e la pra­
poste come modello alla devozione monastica - e si av­ tica effettiva del sacramento non ci fu molta sintonia.
viarono a ritmi segnati dal tempo calendariale: i primi A Trento, la questione del sacramento della peniten­
venerdì del mese, ad esempio. Il punto d ’arrivo di que­ za fu toccata di scorcio, fin dall’inizio, nel decreto De iu-
sta tendenza - variamente avversata da ambienti rigori­ stificatione, approvato nella sessione V I del 13 gennaio
sti - fu la pratica sacramentale quotidiana, sulla base di 15 4 7 , dove si parla della penitenza come «seconda tavo­
la» (dopo quella del battesimo) alla quale il cristiano può
un’idea che fu esplicitata dal gesuita francese Jean Pi-
aggrapparsi dopo il naufragio del peccato. V i si tornò nel
chon nel Settecento: «Il cibo va preso tutti i giorni e non
1 5 5 1 , per esaminare le forme della «disciplina» del po­
una volta l ’anno, né una volta al mese, né una volta la
polo cristiano, sottolineando la funzione giudiziaria e il
settimana, il pane si mangia tutti i giorni. E d è lo stes­
carattere di tribunale della confessione, di contro all’in­
so con l ’Eucarestia»17. Il cibo spirituale si adeguava com­
vito che la propaganda protestante faceva a confessare
pletamente ai ritmi della nutrizione materiale; dalla me­
direttamente la propria ingiustizia a Cristo e a liberare le
tafora alimentare si era passati alla perfetta sovrapposi­
coscienze dai lacci posti dal governo ecclesiastico. L ’op­
zione di cibo dello spirito e cibo del corpo.
posizione appare con chiarezza nella Dottrina verissima di
Urbano Regio: la «dottrina nuova» (e da rifiutare pro­
Anche per il sacramento della confessione si ebbe
prio per essere inventata di recente) a proposito della con­
un’ analoga perdita della ritualità ordinata tipica dei se­ fessione è quella dell’obbligo della confessione annuale
coli medievali. Si tratta di un sacramento cruciale nella stabilita dal canone del Concilio Lateranense IV «omnes
soluzione del problema fra tutti fondamentale per l ’e­ utriusque sexus», a cui è associata la riserva dei casi; la
poca in questione: la giustificazione del peccatore. Da dottrina antica - e cioè autentica, evangelica - è quella
qui la sua importanza. D i fatto, la confessione fu la ri­ che consiste nel confessare la propria ingiustizia e nel ri­
sposta cattolica alla Riform a luterana. A l di là delle di­ correre piangendo ai piedi di Gesù Cristo20. La prima ge­
scussioni teologiche, è fuor di dubbio che alla tesi lute­ nera scrupoli per l’obbligo di ricordare tutti i peccati, la
rana della giustificazione per fede si rispose nella prati­ seconda rende liberi; inoltre, la distribuzione dei poteri
ca individuando nella confessione sacramentale la risorsa e il sistema delle leggi « sono fatte per legare le conscien­
cattolica per garantire a tutti la salvezza eterna. Lo dis­ ze [...]. Sono inventioni che dannano le conscienze di
se meglio di altri il gesuita Paolo Morigia: «Ogni spe­ molti»21. Era un conflitto tra due offerte di segno oppo-
ranza consiste nella confessione: la confessione giustifi­
ca l’huomo, et dona la remissione»18. E qualche anno do­ 19Catechìsmus ex decreto concila Tridentini ad Parochos, Manutius, Roma
po il Catechismo Tridentino affermò addirittura che la 1566, c. 172.
Chiesa aveva sconfitto gli eretici proprio grazie alla con­ 20Dottrina verissima, et bora nuovamente venuta in luce, tolta dal cap. quar­
to a ’ Romani a consolare fermamente le afflitte conscienze dal peso de i peccati
gravato, autore U. R. 1347, pp. 3 sgg. Sul testo e sulla sua efficacia nel «far
17 Citato in l . chatellier , La religion des pauvres: les missions rurales en penetrare il lettore nel cuore stesso della dottrina luterana della giustifica­
Europe et la formation du catholicisme moderne , Paris 1993 [trad. it. La reli­ zione» cfr. s. cavazza , Libri in volgare e propaganda eterodossa: Venezia 154 3-
gione deipoveri, Milano 1994, p. 152]. 15 4 7 , in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento italiano, Modena 1987,
18 p. morigia, Opera chiamata stato religioso, et vìa spirituale, stampata in pp. 9-28, in particolare le pp. 22-23.
Venetia per Nicolò Bevilacqua trentino 1559, p. 343. 21 Dottrina verissima cit., p. n .
124 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 125

sto, rivolte a un mondo dove il problema delle coscienze nistero della confessione da parte degli ordini religiosi che
afflitte, minacciate dalla disperazione, era vivissimo. aveva sovvertito l’ordinamento territoriale della parroc­
La controversia apertasi allora è rimasta a lungo all’o­ chia25. Non si rinunciò, tuttavia, a mantenere e rafforza­
rizzonte dell’età moderna. Insieme all’ Inquisizione, an­ re l’uso della confessione come strumento di governo dei
che il tribunale della confessione è stato il piu analizzato comportamenti o, come si disse allora, di «politia exter­
e discusso in sede storica. Indagato dalla storiografia che na», di «disciplina del popolo cristiano»: a tal fine fu pre­
ha cercato di capire lo spessore di sentimenti e di bisogni vista la riserva dei casi26. Questo capitolo del documento
umani che si cela dietro le formule teologiche, è stato con­ conciliare fu oggetto di controversie. Il vescovo di Cadi­
siderato o come il luogo della consolazione degli afflitti e ce Martin Pérez de Ayala raccontò nella sua autobiogra­
piangenti peccatori22 o come lo strumento dell’eteronomia fia qualche dettaglio dell’animata discussione e degli in­
delle coscienze in un paese cattolico. Il punto di vista del­ trecci di potere grazie ai quali era stato inserito nel de­
la storiografia liberale, espresso nella vecchia opera di creto l’inciso sul potere di riserva, da lui interpretato come
Henry Charles Lea dedicata alla storia della confessione strumento di edificazione dei fedeli27. M a furono gli svi­
auricolare e delle indulgenze, è stato di recente ribadito luppi successivi a mettere a confronto un’idea della con­
da piu parti23. Il concilio, nel decreto del 25 novembre fessione come consolazione delle coscienze individuali con
1 5 5 1 , confermò quanto era stato stabilito dal Lateranen- quella di chi la concepiva come mezzo di governo vesco­
se IV (canone «Omnes utriusque sexus») a proposito del- vile dei comportamenti collettivi. L ’imposizione di «casi
l’obbligo di confessione annuale al sacerdote, sottoli­
neandone il carattere di atto giudiziario (actus iudicialis)
25 Cfr. le precise indicazioni di p. prodi, Una storia della giustizia : dal plu­
di diritto divino24. Rispetto al decreto del 1 2 1 5 si omise ralismo dei fori a l moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna 2000, pp.
l’indicazione dell’obbligo di confessarsi al proprio sacer­ 286-87. Ma tutta l’opera è importante a questo proposito.
dote, riconoscendo la realtà dell’esercizio diffuso del mi­ 26«Magnopere vero ad christiani populi disciplinam pertinere sanctissi-
mis patribus nostris visum est, ut atrociora quaedam et graviora crimina non
a quibusvis, sed a summis dumtaxat sacerdotibus absolverentur, unde meri­
22 Lo storico cattolico Jean Delumeau ha studiato il senso del peccato vi­ to pontifices maximi prò suprema potestate sibi in ecclesia universa tradita
sto come fenomeno di «mentalità collettiva» (Le péché et la peur, Paris 1983 causas aliquas criminum graviores suo potuerunt peculiari iudicio reservare.
[trad. it. I l peccato e la paura. L ’ idea di colpa in Occidente dal x n i a l x v m se­ Nec dubitandum est... quin hoc idem episcopis omnibus in sua cuique dioe-
colo, Bologna 1987]) a cui avrebbero risposto «il discorso rassicurante della cesi “in aedificationem” tamen, “ non in destructionem” liceat prò illis in sub-
Chiesa romana» con la confessione e la Riforma con la giustificazione per fe­ ditos tradita supra reliquos inferiores sacerdotes auctoritate» (cfr. De casuum
de (j. delumeau , L ’aveu et le pardon. Les difficultés de la confession, Paris 1990 reservatione, cap. vii della doctrina approvata nella sessione X IV : Conciliorum
[trad. it. La confessione e i l perdono. L e difficoltà della confessione dal x m al CEcumenicorum Decreta, p. 708).
x v m secolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 40]). Ma si vedano i dati sulla prati­ 27« E 1 obispo de Modena y yo la compusimos, y mudaron cierta cosa de su-
ca della confessione riportati da w. d . m yer s , "Poor, Sinning Folk” . Confes­ stancia el la doctrina acerca de los casos reservados, contra la voluntad de los
sion and Conscience in Counter-Reformation Gertnany, Ithaca-London 1996. diputados, y era yo uno de ellos y el que habia insistido en que se pusiese; es
23 H. ch . lea , A History o f Auricolar Confession and Indulgences in thè L a­ a saber: que el papa podria reservar casos ad aedificationem·, y, ofendido de
tin Church, Philadelphia 1896; e si veda, oltre al fondamentale lavoro di th . este atrevimiento y tirania, cuando vine a tratarse la sesiòn de Ordine, que no
n . tentler , Sin and Confession on thè Ève ofthe Reformatìon, Princeton 1977, se hizo, habiéndome senalado por diputado, no lo quise aceptar»; la questio­
l’acuto e suggestivo volume di h . d. kittsteiner , Die Entstehung des moder- ne era importante, per Ayala, che ne avverti l’imperatore attraverso il Vargas
nen Gewijlen, Frankfurt am Main - Leipzig 1995. «de aquella clàusula y cuàn perniciosa era y cuàn escandalosa seria a los he-
24 Cfr. in A. duval , Oes sacrements au Concile de Trente, Paris 1985, pp. rejes» (l’autobiografia è stata edita da M. Serrano y Sanz, in NBAE, II, Ma­
209 sgg., la discussione della tesi di P. Angelo Amato (I pronunciamenti tri­ drid s. d. [1927], pp. 2 11-38; qui si cita da M. pérez de ayala , Discurso de la
dentini sulla necessità della confessione sacramentale nei canoni 6-9 della sessio­ vida, p . gonzalez de mendoza, E l Concilio de Trento, Buenos Aires 1947, p.
ne X V (2 5 nov. 1 5 5 1 ) . Saggio di ermeneutica conciliare, Roma 1975) secondo 43. Cfr. h . jedin , Die Autobiographie des Don Martin Pérez de Ayala, in Kirche
cui lo ìus dìvinum si riferisce all’integrità della confessione. des Glaubens Kirche der Geschichte, Freiburg 1966, II, pp. 282-332).
I2Ó CAPITOLO NONO I SA CR AM EN TI TRID EN TIN I E I R IT U A L I SOCIALI I2 7

riservati», cioè di clausole restrittive sull’assoluzione di nacquero contrasti non secondari nell’amministrazione
specifici peccati particolarmente scandalosi o socialmen­ della giustizia ecclesiastica.
te pericolosi, fu lo strumento messo a-disposizione per il M a l’orizzonte delle risposte tridentine e delle compli­
governo dei popoli. La storia dei tentativi di far funzio­ cazioni che nacquero allora intorno alla confessione è mol­
nare questo meccanismo riempie le vicende del governo to complicato e non ancora del tutto esplorato. Si potreb­
ecclesiastico dei Paesi cattolici dopo il concilio. Fu cosi be ripercorrere attraverso le varie voci che si levarono nel­
che nelle visite diocesane dei vescovi portoghesi l’inchie­ le aule conciliari la serie delle forze attive sul campo nella
sta sui peccati assunse una grande importanza28. M a an­ Chiesa cattolica: vi si raccoglie l’esperienza degli ordini
cor meglio nota è la strategia adottata da san Carlo Bor­ mendicanti, tradizionalmente dediti alla pratica di massa
romeo, che nell’uso della riserva dei casi trovò uno dei delle confessioni nei cicli di prediche della Quaresima e al­
suoi strumenti preferiti29. l’elaborazione di testi di preparazione (confessionali, libri
Che le intenzioni dei vescovi tridentini piu attenti ai devoti ecc.); quella delle nuove congregazioni e dei nuovi
loro doveri di governo delle coscienze fossero quelle di ordini - in particolare, dei Gesuiti, che si fecero sentire
garantirsi pienezza di poteri nell’esercizio della confes­ con le voci autorevoli di Laynez e di Salmeròn; quella dei
sione, lo si vide nelle solenni affermazioni del sesto ca­ vescovi piu attivi e impegnati nel governo pastorale (e qui
none «de reformatione circa matrimonium», approvato troviamo i grandi spagnoli, soprattutto Pedro Guerrero ve­
nella sessione X X I V d e lP n novembre 15 6 3. V i si leg­ scovo di Granada e Martin Pérez de Ayala vescovo di Ca­
ge che i vescovi possono assolvere i fedeli loro sudditi dice, qualche italiano come Girolamo Seripando arcive­
(direttamente o tramite un loro vicario) da qualsiasi pec­ scovo di Salerno, Egidio Foscarari vescovo di Modena e
cato occulto, anche se riservato alla Sede apostolica, e vi altri ancora). Quella della confessione era una pratica in
si aggiunge che questo principio è valido anche nei casi rapida evoluzione in quegli anni: la novità piu importante
di eresia, sia pure con un’importante limitazione: che gli consisteva nel controllo che i vescovi o i loro vicari co­
eretici possono essere assolti solo dal vescovo in perso­ minciavano a esercitare sistematicamente sulla misura in
na, senza possibilità di delega30. A questo punto tenne­ cui i fedeli obbedivano al canone «Omnes utriusque
ro in particolar modo i vescovi spagnoli: come annotò sexus». Era attraverso la limitazione dei privilegi dei re­
Pedro Gonzàlez de Mendoza, i tempi richiedevano l’u­ golari che i vescovi cercavano di riprendere il controllo sul­
so della misericordia evangelica dei vescovi piuttosto che la predicazione e sulla connessa pratica della confessione
quello del potere giudiziario degli inquisitori31. E da li come momenti essenziali della cura anìmarum. A ll’oriz­
zonte sorgeva intanto una nuova forza, che riduceva i po­
teri dei vescovi: il tribunale dell’Inquisizione, affidato a
28 Cfr. carvalho e j. p. paiva , Les visites pastorales dans la diocèse de
Coimbre aux x v i f et x v n f siècles. Recherches en court, in ha rechercbe en bi- una nuova alleanza tra antichi partners, Roma da un lato,
stoire du Portugal, Paris 1989, pp. 49-55. Domenicani e Francescani dall’altro. Nell’immagine della
29 Cfr. w . de boer , The Conquest o f thè Soul. Confession, Discipline, and
Public Order in Counter-Reformation Milan, Leiden 2001.
confessione come tribunale si rifletteva l’ingigantirsi di un
« Idem et in haeresis crimine, in eodem foro conscientiae, eis tantum, non vero e proprio tribunale, rivale della confessione, quello
eorum vicariis, sit permissum» (Concìlìorum (ìicumemcorum Decreta, p. 764). dell’Inquisizione. Nel contrasto tradizionale fra episcopa-
31 «Del sexto canon se quitò lo de la Inquisiciòn, porque en estos tiempos
es grande inconveniente que los obispos non puedan absolver los herejes que
vinieren a sus pies arrepentidos de su yerro, pidiendo misericordia, pues el pérez de ayala , Discurso de la vida, p. gonzàlez de mendoza , E l Concìlio de
inquisidor ordinario y el mas legitimo pastor de las almas es el obispo» (m . Trento cit., p. 144).
128 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 1 29

to e grandi ordini, s’inseriva ora una presenza nuova, quel­ cossi adimandino parimente se conoscano huomo o donna alcuna
la dei Gesuiti, che portavano una propria esperienza in ma­ infetta o sospecta di heresia o far vita men che catholica.
teria di confessione e che, non solo per questo aspetto, rap­ Era un comportamento reso necessario dal fatto che la
presentavano una forza carica di futuro. maggior parte della gente - osservava il Ghislieri - «sti­
Nella realtà italiana, dove le idee della Riform a ave­ mano non esser obbligati di denuntia(re) inimici della fe­
vano trovato largo seguito, la questione assunse talvol­ de nostra né doversi confessare per non haver denuntiato,
ta caratteri drammatici. La volontà di sapere da cui la onde da sé noi diriano»32. Si trattò piuttosto, sul terreno
struttura ecclesiastica fu dominata in un momento di gra­ della pratica, di moderare con interventi - all’occorrenza
ve pericolo non si fermò davanti alle distinzioni forma­ anche aspri - la smodata curiosità dei confessori.
li fra un tribunale e l’ altro. Il confessore era un giudice:
I rapporti di forza furono fin dall’inizio a favore del­
il Concilio di Trento aveva ribadito questa definizione
l’ Inquisizione. Le superiori esigenze della lotta contro
e aveva anche insistito sull’obbligo per i penitenti di de­
gli eretici furono fatte valere con modi duri, senza la­
scrivere con precisione le loro colpe. Quale occasione mi­
sciare alcuno spazio ai confessori. Prendiamo ad esem­
gliore per sapere chi e quanti erano i nemici della Chie­
pio il caso di chi raccontava al confessore di aver man­
sa ? D all’idea che la confessione fosse uno strumento per
giato carne in giorni proibiti: ebbene, nel 15 5 9 frate
governare la società discese anche l’uso del sacramento
Francesco Pincino (o Pinzino), vicario veneto dell’ In ­
come un mezzo per conoscere e perseguire eretici e cri­
minali. Lo fece Paolo IV quando impose che i confesso­ quisizione, sostenne che in questo caso i confessori non
ri interrogassero i penitenti in primo luogo su quel che dovevano chiedersi - o chiedere - se l ’infrazione era na­
sapevano in materia di libri e idee eretiche. Il 25 gen­ ta da convinzioni ereticali o da altri motivi, ma rinviare
naio 15 5 9 il cardinale Michele Ghislieri scrisse al gene­ decisamente il penitente all’Inquisizione. Forse che i giu­
rale dei Francescani una lettera in cui gli si ordinava tas­ dici criminali davanti a un caso di omicidio aspettavano
sativamente di trasmettere un ordine a tutti i frati con­ prima di arrestare il colpevole di aver deciso se aveva uc­
cepito dalla «mente di Nostro Signore» (che era allora ciso per legittima difesa o per rapina ? Prima lo si arre­
Paolo IV Carafa). L ’ordine imponeva a tutti i frati stava e poi si decideva se era da rimandare libero o no33.
che non debano né presumano assolver alcuno che habbi diretta-
E ra una questione di potere e i rappresentanti dei po­
mente vel indirettamente, per propria o altrui udita cognitione di teri ecclesiastici si dilettavano di definire le cose in via
qual si voglia persona infetta over suspetta di heresia o che re­
tenga libri prohibiti se prima quella tal persona che sarà venuta
32Cfr. A. prosperi, Tribunali della coscienza, Torino 1996, pp. 230-31.
per confessarsi non haverà denuntiato iuridicamente alli ministri 33 «Quanto si apartiene a coloro che ànno mangiato carne non si habbia a
del Officio dela Santa Inquisitione ciò che sa over ha inteso in fare per li confessori alcuna distincione, non essendo loro giudici di questo [...].
preiudicio over periculo della Catholica Fede; Il simigliante si suol fare da e’ giudici secolari, li quali avenga che si possi ucci­
dere un huomo per difendere la propria salute del corpo, nondimeno vogliano
i contravventori « saranno gravemente castigati dal San­ et cusi costumano che lo ucciditore nelle loro forze si appresenti, et quando .trova­
to O fficio». E , per eliminare ogni rischio ma anche per no Thomicidio essere fato senza colpa ne’ casi dala lege civile et di natura permessi
lo assolvano; cosi ancora faremo noi quando li confitenti faranno la loro ubidien-
approfittare della vastissima rete di contatti tra i frati e za» (lettera di frate Francesco Pinzino, vicario generale dell’Inquisizione di Por-
i penitenti, s’imponeva anche togruaro, al capitano di Pordenone, 9 marzo 1559; cfr. A. prosperi, Tribunali
della coscienza cit., pp. 232-33). Il vicario prevedeva la possibilità di denunzie
che li confessori, si come nel principio delle confessione adiman­ fatte per iscritto: «Ad essempio del paralitico deono mandare altri per loro fa­
dano a’ penitenti se hanno casi reservati o se sono excomunicati, cendo scrivere quello che facesse al proposto dela verità».
130 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 13 I

astratta e generale. M a chi si trovava a vivere le stesse mento una funzione di tutela costante, di tavola a cui
questioni dall’ altra parte, nell’incertezza e nel timore, aggrapparsi in ogni momento per salvarsi dal peccato. In
ne faceva ben diversa esperienza. questo si inserì, come ben vide Paolo Sarpi, il nuovo rap­
La complicata questione dei rapporti tra peccato e cri­ porto che si era venuto creando tra i laici e i confessori
mine passò allora attraverso l’intreccio inestricabile di con­ appartenenti a ordini religiosi34.
fessione e inquisizione. Le esigenze di polizia ecclesiastica Un ultimo, ma non secondario aspetto di quella che
poterono fare conto sul passaggio della confessione pro­ potrebbe essere definita l ’attuazione del Concilio di
prio per la sua importanza nella vita individuale e sociale. Trento in materia di confessione - la sua verità postuma
Alla confessione si ricorreva come a una tavola di salva­ - riguarda il meccanismo con cui fu messo sotto control­
taggio: la « seconda tavola», dopo quella del battesimo, per lo il comportamento dei confessori con le penitenti. Pa­
salvare il peccatore dal naufragio, come diceva la tradizio­ pa Paolo IV tagliò quel nodo gordiano con la spada che
ne. M a il modo in cui ci si rivolse alla confessione in que­ gli era piu familiare: nel 15 59 sottopose quel reato alla
sta epoca fu caratterizzato da un’intensità e da una fre­ giurisdizione dell’inquisitore. M a la cosa che va sottoli­
quenza che testimoniano di una concentrazione nuova sul neata è che la decisione di Paolo IV fu presa in seguito
peccato e sulla salvezza individuale, di un senso di ango­ alla richiesta dell’arcivescovo di Granada, Pedro Guer-
scia davanti alla pervasività del peccato, tanto piu minac­ rero, il piu autorevole rappresentante dell’episcopato spa­
cioso quanto piu abbandonava la sfera della vita sociale per gnolo a Trento, certo non sospetto di simpatia per chi in­
insinuarsi nelle pieghe piu riposte dell’individuo, nelle pul­ taccava i poteri giurisdizionali dei vescovi. E la richiesta
sioni segrete, nelle intenzioni inespresse. Allo scavo inte­ di Guerrero fu a sua volta l’esito di una richiesta fatta a
riore per mezzo di esami di coscienza sempre piu complessi lui da un gesuita di Granada che, nella Quaresima del
e raffinati, i penitenti furono guidati con mano esperta da 15 5 8 , si era trovato davanti al caso di una penitente in­
specialisti dei «casi di coscienza» e da direttori spirituali sidiata dal confessore e le aveva consigliato di denun­
che si adoperarono nel calmare i morsi degli scrupoli e nel- ziarlo. Ne derivò una violenta polemica tra la Compagnia
Γ avviare sulla via che dal gradino inferiore dell’afflizione di Gesù e gli altri ordini, Domenicani e Francescani in
prometteva di condurre a vette ben altrimenti luminose. primo luogo, e Guerrero, dietro invito del superiore dei
La confessione fu infatti lo strumento per cancellare le col­ Gesuiti, si rivolse all’arcivescovo e al nunzio papale. Nac­
pe ma anche per tendere alla perfezione e acquisire cosi que in questo modo una strategia di controllo della con­
quella certezza della giustificazione che il mondo della fessione che subordinò il tribunale di foro interno al tri­
Riforma aveva trovato nella sola fede. bunale di foro esterno. La sollicitatio non era un reato
Come l ’atto di fede giustificante dell’uomo della d ’eresia, ma lo poteva diventare sillogizzando sul fatto
Riform a è quotidiano e coincide col ritmo della vita in­ che se era commesso durante il sacramento della confes­
dividuale, cosi pure la confessione d ell’età tridentina sione si configurava come una negazione ereticale del sa­
tende nella stessa direzione: non sacramento di ricom­ cramento stesso35. Il fatto che a provocare questa svolta
posizione annuale della comunità, ma riparazione delle
colpe individuali quasi sul filo stesso dei giorni in cui
34 Cfr. il capitolo della Relazione del Sandys rielaborato da Sarpi e ripor­
quelle colpe avvengono. Questo offri il fondamento dot­ tato in nota a p. sarpi, Istoria del concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti, 2
trinale al moltiplicarsi delle confessioni. Si sviluppò co­ voli., Torino 1974, I, pp. 565 sgg.
si una pratica della confessione che affidava al sacra­ 35 H. ch . lea , A History o f Auricolar Confession cit., I, p. 385. La bolla Cum
1 32 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 133

fosse proprio il vescovo piu celebre per la difesa del po­ cordava suo malgrado con i Gesuiti, dai quali lo divideva­
tere vescovile di governo mostra che la forza degli even­ no molte cose e coi quali ebbe a Milano non poche ten­
ti era superiore alle intenzioni dei singoli. La società ec­ sioni. Veri e propri professionisti della direzione delle co­
clesiastica, chiusa su se stessa, determinata a fornire di scienze, i Gesuiti fecero della confessione il luogo privile­
sé un’immagine di corpo perfetto, inventò un sistema po­ giato per l’ascolto e l’aiuto a chi ricorreva al sacramento
liziesco perché il sacramento della confessione non crol­ per sciogliere dubbi e tormenti segreti. Nella loro opera si
lasse nella stima sociale; lo stesso sacramento, intanto, si incontra il volto moderno di un sacramento che non era
era trasformato in un passaggio obbligato e controllato piu solo uno strumento di amministrazione della giustizia
da tutto un sistema burocratico e, soprattutto, era di­ della Chiesa (in una delle sue forme) ma era diventato so­
ventato un momento in cui il fedele doveva rispondere prattutto un mezzo per la costruzione della persona lungo
essenzialmente a due domande: quella, preliminare, su un itinerario di perfezionamento e di ascesa spirituale. Da
questioni di eresia - da cui dipendeva la prosecuzione del­ questo derivò l’incoraggiamento che i Gesuiti dettero alla
la confessione o l’intervento dell’Inquisizione - e quella pratica della confessione frequente. A tale proposito, si po­
sui comportamenti sessuali, materia ormai dilagante in trebbero ripetere le considerazioni già fatte per la comu­
confessionale. Obbligare a discorsi di sesso tra uomo e nione: dalla frequenza delle confessioni, e dalla loro orga­
donna e garantire che non si passasse dalle parole ai fat­ nizzazione secondo le esigenze della persona che si affida­
ti divenne il problema della società ecclesiastica. E si può va all’esperto padre spirituale, derivava l’abbandono del
aggiungere, a proposito del caso di Granada: oggi in Spa­ ritmo comunitario e della ritualità collettiva, sostituiti dal­
gna, domani in Italia. Infatti, la norma fu estesa da G ra­ le pulsioni e dai bisogni dell’individuo.
nada a tutta la Spagna e da li all’Italia.
Tutto questo appartiene alla cronaca degli usi a cui i po­
teri ecclesiastici piegarono il tribunale della confessione: Un sacramento tridentino che ebbe sulla religione e
un tribunale di cui il cardinale arcivescovo di Milano, san sui suoi rapporti con la società effetti profondi e che do­
Carlo Borromeo, progettò e diffuse l’architettura36. Il suo vette imporsi a prezzo di una lunga lotta fu il matrimo­
confessionale esprime nella forma una concezione del pec­ nio. Quella del matrimonio come sacramento è una sto­
cato di tipo strettamente individuale, sancendo la fine di ria tante volte studiata e ripresa in esame ma che cela an­
cora non poche questioni che dovranno essere chiarite38.
un’epoca in cui la dimensione comunitaria era stata inve­
La svolta tridentina della normativa matrimoniale ebbe
ce prevalente37. In questo, l’arcivescovo di Milano si ac-
risvolti importanti sul terreno culturale non meno che su
quello sociale. L ’accoglimento pieno e senza riserve del
sicutnuper, 16 aprile 156 1, è in Bullarium Romanum, t. 4, II, p. 77. Sulla sto­
ria della questione in Spagna si veda ora lo studio di A. sarrión mora, Sexua-
matrimonio come contratto coniugale nel contesto dei sa­
lidad y confesiòn.La solicitaciòn ante el Tribunal del Santo Oficio (siglos x v i -x i x ) , cramenti e il modo in cui lo si fece uscire dagli scenari fa­
Madrid 1994, pp. 59 sgg. miliari per immetterlo definitivamente nello spazio ec­
56 Cfr. w . de boer, «A d audiendi non videndi commoditatem». Note sul­
l ’ introduzione del confessionale soprattutto in Italia, in «Quaderni storici», 77, clesiastico significò, intanto, un’alterazione dell’econo­
agosto 19 9 1, pp. 543-72. mia che reggeva i rapporti tra società spirituale e mondo
57j. bossy , The SocialHistory o f Confessìon in thè Age o f thè Reformatìon,
in «Transactions of thè Royal Historical Society», X X V (1975), pp. 21-38
[trad. it. in id ., Balla comunità all'individuo. Per una storia sociale dei sacra­ 38 Cfr. j. gaudemet , L e manage en Occident, Paris 1987 [trad. it. Ilm a-
menti nell’ Europa moderna, Torino 1998, pp. 59-85]. tùmonio in Occidente , Torino 1989].
134 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 135
degli affetti e degli interessi mondani; com’è noto, la so­ vazioni risposero a un medesimo obbiettivo: rendere cer­
cietà ecclesiastica medievale aveva abbassato a un livel­ to e pubblicamente noto il passaggio di una persona al­
lo di minor perfezione il mondo di chi si vincolava al ma­ lo stato di coniugato. Per questo, bisognava far si che le
trimonio e nell’opposizione a quel mondo, aveva creato nozze fossero annunziate pubblicamente - obbligo del­
un suo matrimonio. Il «matrimonio spirituale» dell’ani­ le pubblicazioni - che si tenessero nella chiesa parroc­
ma con Cristo, il rito di unione del vescovo con la sua chiale e se ne facesse debita registrazione in una raccol­
chiesa; questi sono solo alcuni dei matrimoni spirituali i ta di atti ufficiali e che il passaggio da nubile a coniuga­
cui riti restano da studiare nel loro insieme39. Con l’ as­ to avvenisse con atto puntuale, senza fasi intermedie di
sunzione franca e senza residui del matrimonio dell’uo­ lunga durata. Cosi, gli sponsali, che figurano ancora nei
mo e della donna come qualcosa che avveniva all’interno trattati di diritto canonico del Cinquecento, finirono con
dello spazio della Chiesa, impallidirono probabilmente
lo scomparire dalle norme ufficiali rifluendo tra le pra­
fino a svanire le rappresentazioni mentali e le pratiche ri­
tiche sociali non regolamentate e guardate con sospetto.
tuali dell’altro matrimonio, quello spirituale40. A ltri ef­
D i fronte ai problemi che nascevano da matrimoni di
fetti del matrimonio tridentino sono piu noti. Non par­
fatto piu o meno clandestini, le nozze solennizzate dalla
liamo dell’opposizione tra matrimonio e stato ecclesia­
cerimonia pubblica davanti all’autorità ecclesiastica furo­
stico, che in via di diritto era già stata stabilita ma che
no l’unico rimedio che apparve adeguato. Non sappiamo
nella pratica non si era ancora affermata: ancora nel 1568,
ancora abbastanza dell’attività dei tribunali diocesani in
il clero della Sardegna praticava normalmente le nozze e
materia matrimoniale: la documentazione che hanno la­
la vita coniugale; anzi, c’era un rito speciale per il matri­
sciato è cosi vasta che scoraggia qualsiasi ricercatore, ma
monio degli ecclesiastici, come riferì il gesuita catalano
le ricerche che si stanno conducendo promettono di far
Baldassarre Pinnas in una relazione al generale Laynez41.
Il caso non dovette essere isolato. compiere passi avanti significativi alla nostra conoscenza
dello statuto reale del matrimonio42. Quel che sappiamo
M a vediamo piuttosto gli effetti della normativa tri-
basta comunque per affermare che il matrimonio fu la ma­
dentina sul matrimonio dei laici. E noto che qui il C on­
teria più rilevante tra quante occuparono il mondo eccle­
cilio di Trento cambiò profondamente la situazione esi­
siastico tridentino nel suo rapporto con la società; secon­
stente e lo fece in due direzioni: portando il matrimonio
do un esperto, la riforma tridentina del matrimonio com­
all’interno della Chiesa e regolamentando fino a cancel­
portò una caduta verticale dell’enorme massa di cause
larlo il rito degli sponsali o fidanzamento. Le due inno-
matrimoniali da cui erano congestionati i tribunali vesco­
vili43. La definizione tridentina della materia matrimoniale
” Suggestive anticipazioni di una ricerca in corso sono state fornite da G. va vista comunque sullo sfondo di un complesso e con-
zarri, Orsola e Caterina. Il matrimonio delle vergini nel secolo xvi, in « Rivista
di storia e letteratura religiosa», 1993, pp. 527-54, ora in id ., Recinti, Bolo­
gna 2000. Altra cosa è il matrimonio spirituale di cui si occupa d . elliott , Spi­ 42Una buona messa a punto in D. lombardi, Fidanzamenti e matrimoni dal
ritual Maniage. SexualAbstìnence in Medieval Wedlock, Princeton 1993, che si Concìlio di Trento alle riforme settecentesche, in Storia del matrimonio, a cura
limita a una ricerca sulla pratica dell’astinenza sessuale nel matrimonio. di M. De Giorgio e Ch. Klapisch-Zuber, Bari 1996, pp. 215-50. Sulla storia
40L ’ipotesi è di G. zarri, Orsola e Caterina cit. del matrimonio a Firenze, la città del sinodo provinciale del 15 17 che definì
41 Cfr. A. marongiu, Nozze proibite, comunione dei beni e consuetudine ca­ con particolare precisione la normativa matrimoniale, cfr. M. fubini leuzzi ,
nonica (a proposito di un documento sardo del 156 8), in id ., Saggi di storia giu­ «Condurre a onore». Famiglia, matrimonio e assistenza dotale a Firenze in età
ridica e politica sarda, Padova 1975, pp. 163-83 e R. turtas , Missioni popola­ moderna, Firenze 1999.
ri in Sardegna tra '500 e ’6oo, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 43 E l ’opinione di J. segura davalos, Directorium iudicum ecclesiastici fo ­
X LIV (1990), pp. 369-412. ri, Venetiis apud Matthaeum Valentinum 1596, c. 95L.
136 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 137
flittuale rapporto tra Chiesa e famiglia relativo a tutta la di sé, la concezione del matrimonio si riassunse sempre
vastissima materia della determinazione del futuro delle piu nella forma contrattuale del consenso: un singolare te­
nuove generazioni. La scelta matrimoniale e quella paral­ stamento di un pittore sordomuto, che fece ricorso alle
lela e opposta della monacazione femminile e delle car­ immagini per indicare i destinatari dei suoi beni, rappre­
riere ecclesiastiche maschili erano state gestite fino ad al­ sentò la moglie e il matrimonio nella forma elementare
lora all’interno delle logiche parentali, i riti e i tempi ce­ della stretta di mano tra l’uomo e la donna, senza altri fi­
rimoniali connessi erano stati quelli lenti e ritmati che guranti46. E i processi per cause matrimoniali o per reati
erano richiesti dalla lunga maturazione delle strategie fa­ connessi - bigamia, sessualità prematrimoniale o extra­
miliari nel contesto di una società innervata dalla presen­ matrimoniale -, conservati in grande abbondanza soprat­
za di legami di alleanza parentale. La scelta fatta dal Con­ tutto negli archivi delle curie vescovili (ma anche in quel­
cilio di Trento sostituì a quei riti di passaggio un sacra­ li statali, laddove il potere civile affermò la sua compe­
mento che nel momento stesso in cui avveniva cambiava tenza in reati relativi alla morale sessuale) descrivono un
bruscamente lo status di chi lo praticava; il deperimento lento percorso di transizione47.
degli sponsali ne fu la necessaria conseguenza. Si trattò di Naturalmente, i decreti tridentini richiesero del tem­
un fenomeno di prima grandezza nel panorama giuridico po - e un tempo molto lungo - per diventare realtà so­
del tardo Cinquecento e, probabilmente, anche in quello ciale effettiva. Ancora nell’Ottocento, nelle campagne
sociale (ma qui si debbono interrogare le fonti). Il giure- toscane u n ’inchiesta sulle pratiche e sulle norme con­
consulto spagnolo Juan Segura Davalos, alla fine del xvi suetudinarie rivelò che era diffusamente praticato il co­
secolo, non ebbe alcun dubbio: dalla proibizione del ma­ stume di sposarsi solo dopo lunghi periodi di conviven­
trimonio clandestino conseguiva di necessità la proibizio­ za di coppia: praticamente, era la nascita di un figlio che
ne degli sponsali, in quanto preambolo al matrimonio44. concludeva il periodo del fidanzamento o sponsali48. Ciò
La cosa non era però cosi ovvia, né sul piano della dottri­ mostra con quali difficoltà le norme ecclesiastiche si fa­
na né soprattutto nella vita della società. I manuali dei ca­ cessero strada su questo terreno.
nonisti continuavano a registrare gli sponsali tra le mate­
rie della pratica corrente proprio perché nella pratica so­ M a è ai punti estremi del percorso della vita, la nasci­
ciale la questione coinvolgeva interessi vitali45. La zona di ta e la morte, che le modifiche di epoca tridentina ap­
frizione e le sacche di resistenza nell’area del fidanza­ paiono piu significative. Prendiamo in esame il battesi­
mento (o sponsali, o matrimonio «per verba de futuro») mo. M olti sono gli aspetti della storia del battesimo nel­
dovettero essere particolarmente ampie. Le famiglie vo­ l’età del Concilio di Trento che si debbono segnalare: in
levano continuare a controllare il momento dello scambio primo luogo, il rapporto tra battesimo e governo eccle­
di promesse, lasciando alla Chiesa solo quello della solen- siastico territoriale, che usci rafforzato dalla divisione in
nizzazione del matrimonio davanti al prete. Ma, se si de­
ve dar credito alle immagini che quella società proiettava 46Le immagini e il documento sono riprodotti in II testamento di Luca R i­
va, 9 settembre 16 24 , a cura di F. Chiappa, Milano 1970.
47 Cfr. Coniugi nemici. La separazione in Italia dal x n a lx v in secolo, a cu­
44 «Prohibito matrimonio prohibentur etiam sponsalia, tanquam pream­ ra di S. Seidel Menchi e D. Quaglioni, 1 . 1 processi matrimoniali degli archivi
bula ad matrimonium» (ibid.). ecclesiastici italiani, Bologna 2000.
45 Cfr. A . p . l a n c e l l o t t i , lnstìtutìones iuris canonici, Romae ex typographia 48Debbo l’informazione al dottor Andrea Zanotto, che ha in corso di pub­
Georgii Ferrarli 1583, pp. 15 1-6 1. blicazione uno studio sull’argomento.
i 38 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 139

piu chiese dell’Europa moderna49. Nel mondo cattolico, i me su altri punti, il rapporto tra le norme ecclesiastiche
tratti che emersero allora furono: l ’insistenza sulla neces­ e le tradizionali pratiche sociali non fu né semplice né
sità del battesimo ai neonati, da praticarsi appena possi­ pacifico. Questa storia è stata studiata per quanto ri­
bile; la riduzione del numero dei padrini a uno o al mas­ guarda il padrinaggio. Si è analizzato il rapporto tra la
simo due; infine il legame tra battesimo e catechesi. La Chiesa e le famiglie: un rapporto difficile, perché al­
storia dell’espansione missionaria extra-europea mostra l’autorità superiore della Chiesa le famiglie opponevano
come alla pratica dei primi grandi battesimi di massa, in il potere delle consorterie allargate e la tendenza a go­
Messico e in India, si venne sostituendo una diversa linea vernare secondo il loro interesse materie come la scelta
di comportamento che legava il battesimo alla catechesi e matrimoniale e quella del convento. Ridurre il numero
insisteva sull’uniformità e completezza del rituale. dei padrini, come ha dimostrato Bossy, significava im­
Una storia del sacramento del battesimo che veda nel pedire alle famiglie di approfittare del sacramento del
loro insieme i dibattiti tridentini e le esperienze intellet­ battesimo per consolidare le loro alleanze e fare mostra
tuali e pratiche del secolo della conversione forzata degli del loro prestigio sociale. La tendenza della opinione dot­
ebrei spagnoli e dell’evangelizzazione dei popoli extra­ ta all’interno della Chiesa, a partire dal Cinquecento,
europei ci permetterebbe di capire meglio la novità rap­ «ha mirato ad abolirlo completamente»51, ma anche in
presentata dai sacramenti cattolici nella formulazione tri- questo caso ha dovuto fare i conti con resistenze profon­
dentina. L ’ingresso nella vita sociale del nuovo individuo de. Secondo Bossy, esse erano causate dal sopravvivere
fu contrassegnato da un percorso di apprendimento: la di una concezione comunitaria della società cristiana: il
catechesi. Non sarebbe di scarso interesse seguire anche padrino era l’amico e la possibilità aperta a tanti di par­
le vicende di aspetti apparentemente minori, come l ’e­ tecipare al padrinaggio era un modo per allargare e
volversi della pratica del nome individuale secondo un’or­ rafforzare i legami di amicizia. M a ci sono altre ragioni
todossia strettamente veterotestamentaria nei Paesi pro­ alla base delle resistenze delle popolazioni cattoliche al­
testanti e secondo una straordinaria libertà di invenzio­ la riduzione dei padrini che portano piuttosto in dire­
ne legata al culto dei santi in quelli cattolici50. zione di strati folklorici profondi. La questione è com­
La polemica contro gli anabattisti spiega, natural­ plessa, come sempre quando le rappresentazioni religio­
mente, perché si tendesse a insistere sull’obbligo di bat­ se ufficiali e le dottrine teologiche della cultura scritta
tezzare il bambino appena nato. L ’urgenza del battez­ sono viste sullo sfondo di un’altra cultura, quella orale.
zare quanto prima i neonati fu una delle ragioni che por­ Lo studio del padrinaggio nell’età pretridentina ha ri­
tarono a ridurre il numero dei padrini e i connessi velato un mondo di rappresentazioni mentali e di riti in
festeggiamenti organizzati dalla famiglia. Su questo co­ cui si esprimeva una nozione della vita di tipo ciclico: la
porta che immetteva nella vita era aperta sul mondo dei
49 Su questo punto ha richiamato l’attenzione E . b r a m b i l l a , Battesimo e
morti. La figura del padrino scelto al crocicchio della
diritti civili dalla Riforma protestante algiuseppinismo , in «Rivista storica ita­ strada, tra i poveri, celava dietro di sé - è stato giusta-
liana», CIX (1997), pp. 602-27.
50 Sulla storia dei nomi, cfr. ora M . m i t t e r a u r e r , Ahnen u n i Heilige. Na-

mengebungin der europàischen Geschichte, Miinchen 1993 [trad. it. Antenati 5 1 j . b o s s y , Padrini e madrine : un'istituzione sociale d el cristianesimo popola­
e santi: l ’imposizione d el nome nella storia europea, Torino 2001]. Ma la gran­ re in Occidente, in «Past and Present», 41, maggio-agosto 1979, pp, 440-49,
de tradizione di studi aperta da H. Usener (Góttemamen , Bonn 1895) aspet­ in particolare p . 447. Ma si veda anche i d ., Sangue e battesimo, in i d ., Oalla
ta ancora una ricerca adeguata per l ’età moderna. comunità all’individuo cit., p p . 37-58.
140 CAPITOLO NONO I SACRAMENTI TRIDENTINI E I RITUALI SOCIALI 1 41

mente suggerito - la figura della morte52*. Ora, questo «Che cosa vogliono significare tanti?»
Li rispose che ogni christiano ci haveva il suo lume. E t egli re­
mondo non scomparve di botto col secolo del Concilio plicò: «Se questo è vero, dove sarà il mio?»
di Trento. Un documento conservato in un archivio del­ Rispose la morte: «Questo è il vostro lume».
l’Inquisizione offre una traccia consistente di questa con­ Et vedendolo disse:« Perché negl’altri vasi o lampade vi è di
cezione e apre scenari insoliti intorno al tema della scel­ molto olio, et in questo cosi poco?»
Rispose la morte: «Perché voi havete da campare dieci anni
ta del padrino. Lo riportiamo qui per intero. solamente».
Il 24 marzo 1668 un giovane fabbro di San Giorgio Il che sentito dal huomo, disse: «Perché bene non vi agiunge­
di Piano, Mariano Dini, si presentò all’Inquisizione di te dell’olio, acciò io campi di piu?»
Pisa e rilasciò la seguente denuncia: Rispose la morte: «Non ti dissi io che ero giusta? E se agiun­
gessi olio alla lampada, sarei partiale e non giusta»” .
Un anno fa in circa ritrovandosi in casa mia in su l’uscio del­
la bottega un tal Giovanni da Navacchio contadino, quale anco Perché quella denunzia ? La risposta è indicata dalla
fa il misuratore di terra, et all’hora per l’apunto andava a misu­ sommaria indicazione del notaio dell’Inquisizione: «Con­
rare della terra verso Cascina, apogiato sopra il bancho della fi­ tro Gio. Navacchio contadino, per racconto d ’una favo­
nestra della mia botegha disse, che si ritrovò uno, una volta, sen­
za dirmi il nome, che havendo havuto un bambino cercava un
la nella quale mostra (che) Iddio non è giusto». Tra le car­
compare che lo tenesse, ma voleva che questo compare fosse giu­ te inquisitoriali ci sono molti altri casi di persone pro­
sto. S ’incontrò in un Duca, qual li addimandò dove andava. Li ri­ cessate per aver detto che Dio non era giusto: erano casi
spose che cercava uno che fosse suo compare, essendoli nato un che rientravano nella casistica della «bestemmia eretica­
fanciullo. E rispose il Duca: «Io ti servirò». le». M a Giovanni da Navacchio, contadino e agrimen­
E t il padre del bambino rispose:
«Io non vi voglio, perché fate far giustitia, fate appicare quel­
sore pisano, non fu ulteriormente perseguito dall’inqui-
li che non lo meritano; e perché non sete giusto non vi voglio per sitore a quanto sembra. La sua era una favola. E come fa­
compare». vola sfuggiva alle regole della correttezza dottrinale. Ora,
Di li a poco, s’incontrò in un Imperatore, al quale disse le su- la tradizione di questa favola è una delle piu studiate54.
dette parole come haveva detto al Duca e lo licentiò per suo com­ Negli studi storici, è stata resa celebre dall’analisi che
pare. Di li a poco s ’incontrò in Dio benedetto, quale li domandò
dove era inviato. Rispose che cercava un giusto che fosse suo com­
ne ha fatto Le Roy Ladurie55. Al centro dell’indagine di
pare. Rispose Iddio: questo studioso non è tanto il battesimo quanto il matri­
«Io sono giusto». monio, come momento di ascesa sociale e di unione tra
A l che l ’uomo padre del bambino rispose: denaro e amore, o di ricomposizione del quadrato magi­
«Voi non sete giusto, perché chi fate riccho, e povero, si che
co (l’opponente, l’eroe, il padre, la ragazza). Per questo,
non sete giusto».
Camino un altro pezzo, si incontrò nella morte, quale disse a lui la sua attenzione è rivolta ai passaggi successivi della vi-
dove era inviato. Rispose che cercava uno che fosse suo compare,
ma che voleva fosse giusto. L a morte li rispose che era giusta, per­ 53 Archivio Arcivescovile di Pisa, S. Uffizio, f. 17, 1664-70, cc. n.n. Il testo
ché non perdonava né a ricchi né a poveri. E cosi elesse la morte della denunzia è riportato da G. romeo, Aspettando il boia, Firenze 1993, p. 341.
per suo compare. E doppo s’inviò seco in casa della sudetta morte; 54Nella classificazione dei motivi favolistici Aarne-Thompson è la n. 33 2,
et entrati che furono in casa, vidde che in una camera vi era gran­ «la mort parrain» (a . aarne-stith Thompson, The Types o f thè Folktale, Folk-
dissima quantità di lumi da olio. Il che vedendo disse alla morte: loreFellows Communications, Helsinki X XV , 74, 1928, p. 59, favola n. 332,
Goodfather Death; nuova edizione Helsinki 19 61, pp. 123-24). Come favola,
è stata raccolta da Jacob e Wilhelm Grimm; la loro versione è molto piu am­
52 Cfr. ch . ki .apisch -zuber , La Maison et le nom, Paris 1990, capitolo Le pia di quella del contadino toscano, ma i tratti fondamentali sono identici.
«comparatico» à Florence, con le aggiunte di A. fine , Parrains, marraines. La 55 e . le roy ladurie , L ’argent, Tamour et la mort en pays d ’ oc, Paris 1980
parente spìrìtuelle en Europe, Paris 1994, capitolo La benne mort, pp. 225 sgg. [trad. it. I l denaro l ’amore la morte in Occitania, Milano 1983].
142 CAPITOLO NONO

cenda, quando, con l’aiuto della morte-padrino (che è an­ Capitolo decimo
che il diavolo) l’eroe raggiunge il possesso del danaro. La La storia che non passò da Trento
tradizione raccolta dal narratore toscano si ferma al mo­
mento d’avvio della storia, quando l’eroe nasce e suo pa­
dre va in cerca del padrino e sceglie la morte.
D i questa concezione folklorica del passaggio della na­
scita come necessario complemento dell’altro passaggio,
quello della morte, sopravvissero a lungo tracce resi­ 1. L'Inquisizione e la repressione d ell’eresia.
stenti; e la stessa storia della scelta dei nomi all’interno
della famiglia, con la trasmissione ai neonati del nome Come ha notato un attento lettore, nella storia della
di un antenato, ne è una traccia che sarebbe sbagliato Chiesa post-tridentina scritta da Hubert Jedin, lo stori­
trascurare. Chi poi volesse seguire le vicende del con­ co che piu ha richiamato l’attenzione sul momento tri-
flitto tra la nuova cultura ecclesiastica e le pratiche po­ dentino come momento di riforma cattolica, non si fa ver­
polari si imbatterebbe in una quantità di tradizioni elen­ bo né dell’Indice né dell’Inquisizione1. In questo, Jedin
cate nei decreti sinodali che rinviano a una concezione ha seguito la sua concezione profondamente cattolica del
della nascita come passaggio caratterizzato dalla minac­ concilio come momento positivo e creativo della vita del­
cia dell’impurità, esattamente come quello della morte. la Chiesa. Né l’Inquisizione né la censura libraria posso­
In questo denso insieme di rappresentazioni aveva tro­ no essere considerati momenti creativi e positivi. M en­
vato alimento una quantità di riti coi quali l’amministra­ tre la polemica da parte protestante e poi illuministica e
zione dei sacramenti ecclesiastici aveva intrecciato com­
liberale ha messo sotto accusa l’aspetto inquisitoriale del
plesse alleanze. La forma tridentina diffusa nelle diocesi
cattolicesimo moderno, una sordina è stata sempre posta
portò con sé una nozione della puntualità del passaggio
dalla storiografia cattolica su questa presenza imbaraz­
e delle trasformazioni operate dal sacramento che entrò
zante nello scenario dell’età del concilio. Eppure, si trattò
in conflitto con quelle pratiche e con quelle rappresenta­
di una presenza che condizionò lo stesso svolgimento del­
zioni. Il «tempo della Chiesa» incarnato nell’ammini-
le assemblee tridentine. L ’Inquisizione spagnola nell’età
strazione dei sacramenti conobbe un nuovo conflitto col
di Lutero dominò lo scenario europeo ed extra-europeo,
tempo della società laica, ma questa volta sembra essere
stata la Chiesa a farsi portatrice di una decisa individua­ accendendo roghi non solo in Spagna e nei Paesi Bassi
lizzazione del tempo della salvezza e di un suo adegua­ ma anche nel Messico di recente conquistato. Quella isti­
mento al tempo calendariale del mutamento sociale. tuita a Roma, come tribunale provvisorio nel 154 2 per
coordinare l’azione antiereticale, venne giustificata nel­
la bolla istitutiva (Licet ab initio) come un rimedio occa­
sionale in attesa che si potessero affrontare i problemi re­
ligiosi in concilio. Ma la realtà fu ben diversa: la congre­
gazione cardinalizia dell’Inquisizione sopravvisse al con-

‘ j. w. o’m a lley , Trent ad AllThat.Renam ing Catholicism in thè Early M o­


dem Era, Cambridge (Mass.) - London 2000, p. 60.
144 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO Μ5
cilio, ne dominò i lavori perseguendo vescovi e cardina­ La sua nascita, relativam ente tardiva, coincise col
li dalle posizioni sospette (come Tommaso Sanfelice, G io­ pontificato di Paolo III e con la decisione papale di met­
vanni Morone, Reginald Pole e altri ancora) e condizionò tere all’ordine del giorno la questione del confronto con
in molti modi le scelte conciliari; la timidezza con cui l ’as­ la Riform a protestante. La diffusione del dissenso dot­
semblea tridentina affrontò le questioni dei salvacondotti trinale nelle città italiane costituì il segnale d ’allarme che
ai luterani e degli eventuali processi in materia di fede e spinse a reagire. Che la rinascita dell’Inquisizione pre­
fini col rimettere al papa la concessione del calice e la ste­ cedesse e accompagnasse lo svolgimento del concilio è la
sura dell’Indice dei libri proibiti ne costituisce la prova prova di quali fossero le intenzioni reali che si nutriva­
più evidente. no a Roma nei confronti della Riforma. Si è visto del re­
Il fatto è che proprio in quegli anni, mentre venivano sto come, secondo il punto di vista di molte persone, in­
dibattuti nelle aule tridentine e bolognesi i problemi dot­ cluse le supreme autorità della Chiesa romana, il conci­
trinali aperti dalla Riforma, si stava procedendo alla mes­ lio fosse in buona misura solo una sgradevole necessità,
sa in opera di una rete di controllo per stroncare il dis­ mentre ad apparire urgente e importante era proprio la
senso dottrinale dovunque allignasse e per impedirne la lotta contro l ’eresia. Per questo bastava rifarsi alla tra­
riproduzione. Processi ed esecuzioni, di singoli e di inte­ dizione: cultura giuridico-teologica e personale dell’In ­
re collettività, segnarono il panorama italiano ed europeo. quisizione esistevano già; in molte sedi i processi inqui-
Fu affare di istituzioni per lo piu dominate dalla volontà sitoriali si sedimentavano da tempo in filze ordinate e
politica di compattare l’unità dei popoli e la loro fedeltà gli ordini religiosi francescano e domenicano agivano da
alla religione ufficiale. Esempio fra tutti celebre è quello rappresentanti di una struttura istituzionale centraliz­
dell’Inquisizione spagnola, che cercò allora di estendere zata. N ell’area italiana, piu legata al papato, si proce­
la sua azione ai territori italiani e a quelli dei Paesi Bassi. dette dunque a riattivare e potenziare quello strumen­
Fu un tentativo frustrato da resistenze profonde che, in to2. L ’esigenza di un tribunale speciale delegato a occu­
qualche caso, divennero vere e proprie rivolte. Cosi a Na­ parsi dei reati contro la «vera» fede era profondamente
poli nel 154 7; cosi soprattutto nei Paesi Bassi, dove la sol­ radicata nella tradizione e nella mentalità. Ancor prima
levazione portò a una guerra che logorò lungamente eser­ dell’avvio della Riform a luterana l ’attività degli inquisi­
citi e finanze della Spagna e sboccò infine nella nascita di tori aveva avuto un’impennata verso l’alto: si erano in­
una nuova realtà politica, l’Olanda. M a fu allora genera­ fittiti i processi per stregoneria e le tensioni diffuse con­
le l’imposizione da parte degli Stati di un controllo sulla tro i gruppi etnici e religiosi di «diversi» - gli ebrei, per
dissidenza religiosa, valutata come un vero tradimento del esempio - si erano tradotte nella ripresa di un’attività
dovere di lealtà politica. Se Lutero condannò con parole poliziesca e repressiva che nel tardo Medioevo era stata
durissime la rivolta dei contadini tedeschi all’ autorità del
principe, non meno dura fu la persecuzione di cui furono 2 Secondo l’efficace espressione di p . prodi, Una storia ie lla giustizia. D al
generalmente oggetto gli anabattisti. N ei Paesi cattolici il pluralismo dei fori a l moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna 2000,
p. 96 nota, l’Inquisizione romana fu solo «un ultimo sussulto» di quella me­
papato cercò, spesso inutilmente, di rinvigorire i tribuna­ dievale, che rivitalizzò nei territori ancora soggetti al papato i tribunali pree­
li ecclesiastici dell’Inquisizione. In Francia, la repressio­ sistenti. Si vedano inoltre, nella nutrita letteratura che è stata anche alimen­
ne del dissenso religioso fu guidata dalla monarchia con tata di recente dall’apertura degli archivi del S. Uffizio romano, A. prospe ­
r i , Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996, e
tribunali laici. Rimaneva l’area della penisola italiana; fu E. brambilla , A lle origini del Sant’ Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia
su questa che si estese l’attività dell’Inquisizione romana. spirituale dal Medioevo a l x v i secolo, Bologna 2000.
146 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 147
piuttosto ridotta. Negli stessi anni in cui a Roma si in­ ro con u n a gen erale ten d en za a p o rre so tto rig id o co n ­
fittivano le proposte di galvanizzare l’ azione dell’Inqui­ tro llo q u esto gen ere d i m aterie, tem en d o che d a lla c riti­
sizione, anche in altri Stati si avvertiva il bisogno di ga­ ca d elle istitu z io n i ecclesiastich e si p assasse alla so v v e r­
rantire la sicurezza e la compattezza del corpo politico sione e alla d isu b b id ien za p o litic a . A rg o m e n ti d i q u esto
dai conflitti di religione. La tipologia delle istituzioni gen ere - che cio è il « c o n ta g io » d e ll’ ere sia fo sse u n a m i­
create allo scopo non è mai stata studiata nel suo insie­ n accia d ire tta n ei c o n fro n ti d e ll’ a u to rità p o litic a e cau ­
me né sono chiari gli scambi e i rapporti creatisi fra di sasse la scom parsa d ello sp irito d i su b o rd in az io n e su cui
loro; è evidente, tuttavia, che non solo a Roma si pensò o g n i p o te re si re g g e v a - era n o del re sto fa tti v a le re di
di affrontare il problema con uno strumento di control­ co n tin u o da p arte rom an a, fin d a ll’in iz io della q u e stio ­
lo che fosse anche espressione di un forte potere cen­ n e lu teran a. T u tta v ia , an ch e se i tem pi erano fa v o r e v o ­
trale. Se in Spagna operava già dalla fine del Quattro- li a ll’ irrig id im e n to d elle p ra tic h e d i c o n tro llo , l ’ is tit u ­
cento il tribunale dell’Inquisizione quale espressione di­ zione d e ll’ In q u isizio n e ro m an a rap p resen tò u n salto di
retta di uno Stato fondato sull’ideologia della Crociata, q u alità n o tevo le e c o n trib u ì alla g e n eralizzazio n e d i in ­
in altri Stati vennero costituite magistrature speciali in te rv e n ti au to rita ri e p o liziesch i n ella s fe ra della v ita re ­
ordine ai problemi religiosi dopo il diffondersi delle idee lig io sa e cu ltu ra le . L a s c o n fitt a m ilita re d ella L e g a di
della Riform a. A Venezia, ad esempio, nel dicembre S m alcald a fece il re sto , n el sen so che to lse o g n i in c e r­
15 3 7 venne istituita la magistratura degli «esecutori con­ tezza an ch e a q u eg li S ta ti (com e V en ezia) che, p er i lo ­
tro la bestemmia» e nel 15 4 7 , il 22 aprile, nacque quel­ ro legam i p o litici ed eco n o m ici con i te rrito ri d ella G e r ­
la dei «Tre Savii sopra l ’eresia»: con quest’ultima si vol­ m an ia lu te ra n a , av e va n o e sita to ad assu m ere a tte g g ia ­
le rispondere alle sollecitazioni romane che puntavano a m en ti d ra stic i in m ateria. L a b o lla del lu glio 15 4 2 con
far accogliere anche a Venezia il modello accentrato del­ cu i fu istitu ita la co n g regazio n e card in a liz ia p er ese rci­
l’Inquisizione. I numerosi interventi, fatti di editti e di tare il s a n t’u ffic io d e ll’ In q u isiz io n e ra p p resen tò l ’ esito
bandi ripetuti in materia di controllo preventivo e di cen­ d i un co n trasto , fin o ad allo ra irriso lto , sui m eto d i piu
sura della stampa, mostrano preoccupazioni dello stesso a d a tti p e r a ffro n ta re il d issen so d o ttrin a le in sen o alla
genere; anche istituzioni e forme tradizionali della vita C h ie sa e co n trib u ì, in siem e co n il co n cilio e p rim a d i es­
religiosa che cadevano sotto le cure di autorità cittadi­ so, all’ a v v io d i u n a fa se n u o va e d iv e rsa . C o n q uel d o ­
ne e principi, come l’organizzazione di cicli di prediche cu m en to v e n iv a co n fe rito a u n gru ppo d i card in ali, scel­
e la cura dedicata alla tutela dei monasteri femminili, ri­ ti tra i p iu au to revo li della C u ria (ma an ch e tra q u elli che
sentirono in questo periodo dell’incertezza e del sospet­ d a tem po in sistevan o p er l ’ ad ozion e di m isure d rastiche),
to che circondavano ormai ogni aspetto della trasmis­ il p o tere d i « co m m issari e in q u isito ri g e n e rali» p er la lo t­
sione e della pratica dei principi cristiani. La parola al­ ta co n tro gli e re tici in tu tta la cristia n ità . Q u e sta d e c i­
l ’ordine del giorno fu allora «disciplina»: dalle autorità sion e fu l ’ esito d e ll’ in su ccesso in cui era n o in co rsi i te n ­
civili come da quelle ecclesiastiche una cura speciale ven­ t a t iv i d i ave r ra g io n e d el d issen so co n p ra tic h e c o n c i­
ne dedicata alla circolazione delle letture e delle idee, nel lia n ti, in Ita lia e fu o ri: il fa llim en to del co llo q u io d i r e ­
contesto di una chiara volontà di porre sotto controllo i ligio n e d i R a tisb o n a (13 4 1) e q uello su cce ssivo d el te n ­
comportamenti sociali. Insomma, non c ’è dubbio che, ta tiv o d i alcun i p re la ti d i riso lv e re in v ia p a c ific a situ a ­
dopo una fase di diffuse e manifeste inquietudini dot­ zio n i d i ap erto d ib a ttito relig io so (com e quella crea ta si
trinali e religiose, gli anni d ’avvio del concilio coincise­ a M o d e n a nel rap p o rto con l ’ « a c c a d e m ia » d egli u o m in i
148 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 149

di lettere cittadini) avevano messo fuori gioco in Curia drastiche contro gli eretici: quando fu effettuato il trasfe­
le figure piu eminenti dei sostenitori della tendenza mo­ rimento a Bologna, si chiese da piu parti che il papa desse
derata, come il cardinale Contarini3. G li atti che seguiro­ l’esempio ripulendo la seconda città del suo Stato da ogni
no immediatamente la bolla mostrarono che la vittoria del macchia di eterodossia4. Nel contempo si procedette a im­
partito degli intransigenti era piena e che i vincitori non piantare dovunque possibile i terminali della struttura di
intendevano limitarsi alle parole: il predicatore piu celebre controllo romana, modificando procedure, sostituendo per­
d’Italia in quel momento, fra Bernardino Ochino - che era sone e aprendo con gli Stati una serie di trattative e di con­
anche il generale del nuovo ordine religioso dei Cappucci­ troversie in materia di inquisizione. Le norme fondamen­
n i- f u convocato a Roma e, dopo un ultimo incontro a Bo­ tali della nuova istituzione sottraevano del tutto alle auto­
logna col morente cardinale Contarini, fuggì in terra rifor­ rità politiche la possibilità di seguire i processi contro i lo­
mata. Fu una svolta drammatica, che pose a tutti il pro­ ro sudditi in materia dottrinale e ferivano la sovranità sta­
blema di rivedere le proprie idee e fare scelte dolorose. È tale con la pratica dell’estradizione a Roma. Resistenze de­
giusto, dunque, considerare questo momento come l’avvio cise vennero dagli Stati repubblicani - Lucca e Venezia -
vero e proprio della Controriforma, intesa come lotta sen­ che cercarono di sottrarsi all’istituzione dell’Inquisizione
za quartiere della Chiesa romana contro la dissidenza reli­ romana con iniziative autonome nel campo della repres­
giosa rappresentata emblematicamente da Lutero. sione antiereticale, oppure ottennero (è il caso di Venezia)
Tuttavia, non si è prestata attenzione sufficiente al fat­ la garanzia di una presenza formale di rappresentanti dello
to che il testo della bolla papale giustifica il ricorso allo stru­ Stato a fianco dell’inquisitore5. Ma la storia delle istituzio­
mento eccezionale della congregazione cardinalizia facen­ ni inquisitoriali è ancora un campo di ricerca aperto. Parti­
do riferimento al ritardo della convocazione del concilio. Il colarmente viva è la ricerca e la discussione fra gli studiosi
documento papale è chiaro ed esplicito: il concilio doveva per quanto riguarda l’Inquisizione romana: la dispersione
servire a condannare gli errori e a far tornare gli eretici al­ degli archivi, la pratica del segreto impenetrabile intorno ai
la Chiesa; poiché non si poteva riunire, ecco allora la ne­ documenti del Sant’Ufficio romano (interrotta solo di re­
cessità di ricorrere a strumenti di intimidazione piu rapidi cente, con l’apertura annunziata pubblicamente il 22 gen­
ed efficaci. Era un’interpretazione della funzione del con­ naio 1998), il fatto stesso che gli studi si sono indirizzati
cilio che in seguito doveva farsi sentire di continuo nel mo­ piu verso i casi degli inquisiti che non verso le strutture del­
do in cui da Roma si orientarono i movimenti e le decisio­ la repressione e del controllo, fanno si che queste ultime
ni di quella assemblea. Nell’immediato, era anche una ri­ siano ancora poco studiate nel loro insieme e nella loro evo­
sposta eloquente alla politica dell’imperatore Carlo V : la luzione6. E si che il peso da esse esercitato, non solo sui pic­
guerra spirituale a cui si dava avvio da Roma muoveva da coli gruppi ma su intere collettività, fu enorme. Ci furono
una valutazione completamente diversa sulla possibilità di
comporre il contrasto e preannunziava l’anatema che con­
4Sulla lunga storia del controllo inquisitoriale di Bologna, importante per
cluse, con grido unanime, il concilio. I lavori stessi del con­ la sua università e per il rapporto con Roma, cfr. ora la vasta indagine di G.
cilio furono punteggiati dal ricorrente invito a procedure dall ’ olio, Eretici e Inquisitori nella "Bologna del Cinquecento , Bologna 1999.
! Sull’originale soluzione lucchese, cfr. s. adorni-braccesi, «Una città in­
fetta» . La Repubblica di Lucca nella crisi religiosa del Cinquecento, Firenze 1994.
5 Questo è il contesto su cui ha richiamato l’attenzione M. firpo , Inquisi­ 6 Ma si veda ora la fondamentale raccolta di studi di j. tedeschi, The Pro-
zione romana e Controriforma. Studi sul Cardinal Giovanni Morene e i l suo pro­ secution ofH eresy, New York 1991 [trad. it. Il giudice e l ’eretico. Studi sul­
cesso d ’ eresia, Bologna 1992. l ’Inquisizione Romana, Milano 1997].
150 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 15 I

sollevazioni popolari contro la minacciata introduzione del­ mo romano, vittorioso non solo sui turchi con la battaglia
l’Inquisizione, come avvenne a Napoli, o vere e proprie di Lepanto, ma anche sui nemici interni. Dopo questi an­
esplosioni collettive di gioia, come quella che salutò a Ro­ ni, la struttura inquisitoriale dovette trovarsi altri obietti­
ma la morte di papa Paolo IV Carafa, che dell’Inquisizio­ vi, dato che l’eresia manifesta e consapevole era o scom­
ne era stato il principale fautore e l’utente piu accanito. In parsa o nascosta dietro atteggiamenti di ossequio e di ob­
attesa di una registrazione quantitativa dei dati relativi al­ bedienza di tipo nicodemitico. A partire dagli anni Ottan­
l’attività di tale istituzione si possono esprimere solo valu­ ta del Cinquecento l’attività degli inquisitori fu caratteriz­
tazioni approssimative, che tuttavia permettono di intra­ zata dalla caccia a quelle che potremmo definire le eresie
vedere alcune punte piu alte della repressione antiereticale inconsapevoli: comportamenti e pratiche quotidiane ven­
e un suo successivo declino. Dopo i primi e celebri casi di nero indagati attentamente alla ricerca di quanto di impli­
Bernardino Ochino, Giulio da Milano e altri meno illustri citamente ereticale poteva celarvisi. In modo particolare,
simpatizzanti della Riforma, fuggiti dall’Italia o imprigio­ vennero prese di mira le bestemmie: bestemmiare la T ri­
nati, seguirono anni di lento avvio dell’istituzione durante nità non era forse negarne l’esistenza ? Offendere i santi
i quali l’opera del concilio venne fornendo indicazioni teo­ non significava andare contro i decreti del Concilio di Tren­
logiche precise per la linea di discrimine dell’ortodossia. Un to ? Su questa strada, si produsse anche una serie di con­
episodio particolarmente rilevante si verificò intorno alla flitti con le autorità e i tribunali ai quali fino ad allora era
metà del secolo: grazie a una bolla con cui papa Giulio III stata delegata la cura di simili questioni, ma si spiegò so­
prometteva l ’impunità a chi, pentito, avesse denunziato en­ prattutto il ventaglio larghissimo delle questioni attinenti
tro un determinato periodo se stesso e i propri complici di alle credenze popolari, alle pratiche magiche e alle tradi­
idee ereticali, si ebbe il caso piu importante dell’epoca. Il zioni folkloriche. Era un terreno sul quale il cattolicesimo
17 ottobre 1 5 5 1 un prete marchigiano, Pietro Manelfi, si post-conciliare aveva posto le condizioni di una presenza
presentò all’inquisitore di Bologna e stese una dettagliata nuova della Chiesa: toccò all’Inquisizione approfittarne.
denunzia che permise di scoprire e distruggere tutta la re­ Quanto ai vescovi, essi dovettero fare i conti continua-
te dei gruppi e delle chiese anabattiste dell’Italia centro-set­ mente con la nuova e decisiva presenza di un tribunale dai
tentrionale. Fu un’operazione assai importante, che per­ poteri vastissimi, dipendente direttamente da Roma, ben
mise tra l’altro di indebolire le riserve veneziane sull’In­ determinato a imporre i suoi metodi. Il luogo di incontro e
quisizione romana, mostrando come di fatto l’eresia potes­ di scontro fu il sacramento della penitenza, al quale il con­
se rappresentare un pericolo sul piano sociale e politico: le cilio aveva riconosciuto una funzione decisiva per il gover­
opinioni dei gruppi anabattisti veneti infatti erano di tipo no dei comportamenti. L ’amministrazione del sacramento
radicale e investivano l ’assetto della società. Un ulteriore e contrastava con la norma imposta da Paolo IV, che subor­
fortissimo impulso all’attività dell’Inquisizione fu dato dinava l’assoluzione dei penitenti a una verifica prelimina­
quando il Grande Inquisitore in persona, fra Michele Ghi- re, per decidere se dovevano prima denunziare se stessi o
slieri, divenne papa col nome di Pio V. Furono anni di in­ altri al tribunale dell’Inquisizione. E c’era poi un’altra que­
tensa persecuzione della dissidenza religiosa ufficiale, che stione: potevano i vescovi assolvere nel segreto della con­
venne di nuovo attentamente censita sulla base dei proces­ fessione da colpe di eresia, secondo la norma approvata a
si esistenti e subì un estremo e decisivo colpo. Il Te Deum Trento ? Questioni di tal genere si trascinarono a lungo nel­
che a Roma salutò la strage della notte di san Bartolomeo la vita dei Paesi di Inquisizione: il vasto impero spagnolo e
segnò l’acme di questa fase di forte ripresa del cattolicesi­ quello portoghese, gli Stati italiani e pochi altri.
I52 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 153
Alla condizione di illibertà di queste aree cattoliche z io n a ta atte n tam e n te d a a u to rità sta b ili, q u ale em erge
non corrispose altrove una situazione opposta di libertà: d ai d ecre ti trid en tin i, si o p p o n eva la realtà d i un vasto
le forme della censura culturale e del controllo sociale m ondo europeo ed extra-eu rop eo che n on o b b ed iva a R o ­
che si praticarono in regime di cristianesimo protestan­ m a e n o n era in gran p a rte nem m eno cristia n o . E sis te v a
te disegnano profili non cosi dissimili, tanto da poterli un p ro b lem a d i in iz ia tiv a religio sa che il con cilio n on eb ­
raccogliere sotto lo stesso comun denominatore (si par­ b e q u asi per n ulla p resen te. L ’ assenza d ei v e sc o v i ted e­
la infatti sempre piu di un’età dominata dovunque dal­ schi, n on ché d i q uelli delle g ià n um erose d io cesi create
le forme di disciplina collettivamente imposte dal pote­ d a ll’espan sion e spagn ola e po rto gh ese, è la p ro v a p iu e v i­
re). M a su una cosa non si nutre alcun dubbio: non fu ai d en te d ei lim iti g e o g ra fic i e m en tali d e l con cilio. L e n u o­
vescovi tridentini che appartenne il compito di guidare v e fro n tie re religio se non en traro n o n el suo d iseg n o , d e ­
il popolo sulle vie lecite e di insegnar loro quali fossero lim ita to d al m on d o c ristia n o m ed iterran eo . E p p u re il
quelle illecite. L a pedagogia negativa della religione fu m ondo della C o n tro rifo rm a fu caratterizzato d a una gran ­
messa nelle mani dell’Inquisizione, alla quale spettò de­ d e sp in ta m ission aria. C o n q u ista , rico n q u ista, m issione:
cidere cosa fosse corretto e cosa sospetto o decisamente q u este le p arole che d o m in aro n o non il con cilio m a l ’o ­
ereticale nella vita sociale e nei pensieri delle persone; p era d e i n u o vi o rd in i, d o v e si in carn aro n o e tro varo n o
quali libri si potessero leggere; con chi si potesse avere esp ression e n u o ve e im p o rta n ti ten d en ze co llettive.
rapporti (per esempio, non con gli ebrei né con i prote­ Anche in questo caso le capitali che governarono il mo­
stanti); quali devozioni fossero lecite e quali no. D ’altra vimento e gli fornirono strategie e mezzi, furono altre da
parte, da questa condizione derivarono alcuni aspetti Trento: dal mondo iberico, a lungo dominante nell’ela­
non solo negativi: pur mantenendo in vigore l’interpre­ borazione simbolica e nel controllo dei processi di con­
tazione religiosa dell’eresia come delitto contro la reli­ quista, si passò nel corso del Cinquecento a una sempre
gione, spettò all’Inquisizione (quella spagnola come quel­ piu importante presenza di Roma; per quanto riguarda il
la romana) prendere cautamente le distanze dalla caccia Nuovo Mondo americano, toccò a papa Paolo III affer­
alle streghe e imporre criteri giuridici oggettivi nella va­ mare con chiarezza in un documento ufficiale (Altitudo
lutazione delle prove a carico in processi di stregoneria. divini consilii, i ° giugno 15 3 7 ) la piena dignità umana di
E un percorso che s’impose, in altre forme e sotto altri quelle popolazioni e la necessità di evangelizzarle; lo fece
giudici, anche nei Paesi dove eresia e stregoneria furo­ sotto l ’impulso dei Domenicani e toccò a un membro di
no considerati delitti contro la società, reati di fellonia7. questo ordine, Marco Laureo, evocare nella sua predica
pronunziata all’ apertura della sessione V, il 17 giugno
1546, l’esistenza di quelle terre lontane8. Ma lo scenario
2. Missioni : conquista e riconquista. extra-europeo rimase privo di influenza sui lavori. Eppu­
re, su diversi punti le decisioni del concilio influirono sul­
A lla C h ie sa ch iu sa nei co n fin i delle d iocesi e delle p a r­ l’esperienza religiosa dei popoli americani. La questione
ro cch ie cattolich e, c a ta fra tta n ella sua orto d o ssia e isp e­ dei sacramenti e in modo particolare della penitenza, ad
esempio, fu quella dominante nei concili provinciali ame-
7 Si vedano ora su tale questione le osservazioni di o. di Simplicio , in ­
quisizione, stregoneria, medicina. Siena e il suo Stato ( 15 8 0 -16 2 1), Monterig- 8Cfr. f . mateos, Ecos de Amérìca en Trento, in «Revista de Indias», 1945,
gioni 2000, pp. 59-68. n. 22, pp. 559-605.
CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 155
i5 4

ricani tenutisi a Lima, il primo nel 15 5 2 , il secondo nel L ’opera di conquista religiosa ebbe anche un risvolto
156 7 (quando il Tridentino era stato ufficialmente rice­ europeo: qui si trattò di contrastare l’avanzata della Rifor­
vuto in tutto l’impero spagnolo). Ma le forze decisive per ma mantenendo i contatti con le minoranze cattoliche e
la penetrazione del cristianesimo tridentino là dove do­ studiando i mezzi piu efficaci per attrarre i non cattolici.
minava quella che veniva definita l’«idolatria» furono M a le vere frontiere dell’espansione missionaria furono
espresse dagli ordini religiosi e in modo speciale dai G e ­ quelle extra-europee, delle Indie orientali, del Giappone
suiti. L ’«estirpazione dell’idolatria» fu compito affidato e della Cina, come pure quelle del Nuovo Mondo ameri­
agli inquisitori e ai vescovi9, ma fu grazie ai missionari at­ cano. Il fascino esercitato dall’idea del martirio e del san­
tirati da un modello apostolico di predicazione che il cri­ gue versato per la conquista delle anime, fu allora straor­
stianesimo penetrò in profondità. dinario10; migliaia di candidati si affollarono alle porte del­
La forza dell’idea missionaria si fece strada anche co­ la Compagnia di Gesù per essere inviati nelle ìndie (fu­
me reazione alla frattura dell’unità religiosa europea e al rono chiamati Indipetae, cioè coloro che chiedono le Indie
ridursi dello spazio occupato dai cattolici. La coscienza come destino). Si voleva andare altrove, in paesi ignoti,
della rottura religiosa europea e della perdita di aree cosi tra genti nuove, a conquistarle e a salvarne l’anima. «A l­
vaste, una volta acquisita, mise in moto una volontà di ri­ trove» significò il mondo extra-europeo, le terre degli im­
sarcimento che trovò nel personale degli ordini religiosi peri coloniali spagnolo e portoghese; ma significò anche il
vecchi e nuovi gli strumenti atti all’uopo. A i fini dell’ef­ mondo delle campagne europee, dove la rete delle istitu­
ficienza dell’opera di conquista religiosa nei territori pas­ zioni ecclesiastiche restaurate e rivitalizzate dal concilio
sati alla Riforma o nelle terre extra-europee, la centraliz­ portò a superare i confini delle città. Nelle parrocchie già
zazione romana e le istituzioni promosse dal papato furo­ esistenti e in quelle di recente costituzione un clero di ti­
no decisive. Furono creati a Roma speciali «collegi» per po nuovo venne a risiedere stabilmente e ad esercitare la
la preparazione del clero da mandare in Germania (Col­ cura d ’anime secondo i criteri tridentini. Insieme al per­
legio germanico, 1552) o in Ungheria (Collegio unghere­ sonale ecclesiastico vennero importati anche nuovi crite­
se, 1578), in Inghilterra, Irlanda e Scozia. Modello intel­ ri di ortodossia: il conflitto con la religione tradizionale
lettuale di eccezionale importanza fu il Collegio romano, fu inevitabile. L ’uso delle cose e degli spazi sacri, i riti di
fondato dai Gesuiti nel 15 5 6 e divenuto in seguito l’Uni­ passaggio, le feste, le cure per la fertilità del suolo e per la
versità Gregoriana. Per le terre extra-europee venne isti­ salute degli uomini e delle bestie: non è facile stendere un
tuito nel 1622 a Roma il Collegio «D e Propaganda Fide». catalogo completo delle pratiche e delle credenze che do­
Meccanismi formativi di questo genere avevano il loro esi­ vettero passare al vaglio di una religione piu rigorosa dot­
to inevitabile in un accentuato carattere cosmopolita im­ trinalmente nei suoi rapporti col mondo magico, ma an­
presso nel personale missionario che si rifletteva nel tipo che piu complessa e difficile, oltre che fittamente presen­
di religione divulgata in terra di missione: era una reli­ te con le sue istituzioni e con i suoi rappresentanti oltre i
gione caratterizzata dalla fedeltà a Roma e dalle aspira­ limiti consueti del mondo cittadino europeo. N ell’opera
zioni universalistiche, ma priva di collegamenti coi tratti di revisione delle pratiche tradizionali o di conquista di
indigeni e con le tradizioni locali di vita religiosa. nuovi popoli svolsero un compito importante gli strumenti

9Per un bilancio, cfr. Catolicismo y Extirpaciòn de ìdo la trias. Siglos xvi-xvm . 10 Per una ricostruzione di grande finezza cfr. G. c. roscioni, I l desiderio
Cbarcas Chile Mexico Peni, a cura di G. Ramos e H. Urbano, Cusco 1993. delle Indie. Storie, sogni e fughe di giovani gesuiti italiani, Torino 2001.
156 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 157

messi a punto dal Tridentino, in primo luogo la confes­ lo territoriale, nel quale il parroco si trovò a collaborare con
sione. Attraverso il filtro dei manuali per questo sacra­ l’altro rappresentante istituzionale del mondo ecclesiasti­
mento furono passati in rassegna i peccati delle popola­ co, l’inquisitore (di cui spesso divenne vicario). E anche in
zioni americane11. questo caso la confessione costituì un passaggio essenziale:
M a furono soprattutto le truppe mobili dei missionari a chi andava a confessarsi in parrocchia, come era obbligato
portare avanti gli esperimenti piu importanti nell’accultu­ a fare dai decreti tridentini, veniva interrogato su una va­
razione e nella conquista. Bisognava fare i conti con le dif­ sta gamma di materie; se dalla sua confessione emergeva
qualcosa di poco consonante con l’ortodossia tridentina,
ferenze sociali e di cultura: c’erano le culture folkloriche,
fosse una bestemmia di tipo ereticale, fosse una giaculato­
ma esistevano anche differenze religiose e culturali esplici­
ria recitata per guarire da una malattia, veniva rinviato sen­
te e profonde, come quelle che nel mondo iberico divide­
za assoluzione e con l’obbligo di presentarsi davanti al vi­
vano tradizioni ebraiche e musulmane da quelle cristiane.
cario dell’Inquisizione.
I missionari svilupparono tecniche di penetrazione capaci
di portare la popolazione al momento della «conversione»,
facendo leva sulle tensioni interne e proponendo forme di
3. L e nuove form e d ell’esperienza religiosa.
pacificazione dei conflitti che si rivelarono particolarmen­
te efficaci nel mondo italiano come in quello iberico12. La
Il concilio affrontò velocemente, nella sua ultima ses­
repressione non bastava a risolvere il problema, che non era sione dei giorni 3 0 4 dicembre 15 6 3, una gran quantità
certo l’unico: bisognava offrire un volto accogliente della di temi: l’esistenza del Purgatorio, l’invocazione e la ve­
Chiesa ai poveri e guidare i cristiani nell’esercizio dell’esa­ nerazione dei santi e delle loro reliquie, le immagini de­
me di coscienza preliminare alla confessione15. A tutto que­ vote e molte altre cose; l’ultimo tema - prima di affidare
sto si offrirono come candidati i missionari. Lo sguardo che al papa le questioni della redazione dell’Indice, del cate­
fissarono sulle differenze non fu quello uniformatore che chismo, del Breviario e del Messale - fu quello delle in­
aveva dominato a Trento, ma quello che concepiva l’adat­ dulgenze. Come vuotando un sacco si trovano in fondo
tamento al diverso come il modo migliore per operare il gli oggetti messi dentro per primi, cosi non per caso alla
cambiamento. Per questo davanti allo scenario di un po­ fine dei suoi lavori il concilio incontrò proprio la questio­
polo delle campagne, che ignorava le dottrine messe a pun­ ne delle indulgenze, che aveva mosso tutto il cataclisma
to dai teologi e sembrava lontanissimo dal cristianesimo, i del cristianesimo europeo. Con le indulgenze era unita la
missionari gesuiti parlarono di «altre Indie» («otras In- questione del Purgatorio: il concilio si pronunciò solen­
dias »). Alla rete istituzionale delle parrocchie, quando e nel­ nemente sulla verità dell’esistenza di quel luogo, am­
la misura in cui fu costruita, spettò un compito di control- pliando e precisando quel che aveva detto sulle «pene pur­
gatorie» nel 14 39 il Concilio Fiorentino. Il Purgatorio era
u Cfr. M. azoulai, Les péchés au Nouveau M onde.Les manuels pour la con- un luogo reale, un carcere dove le anime erano rinchiuse
fession des Indiens x v f - x v i f siècles, Paris 1993. e dove aspettavano dall’aiuto dei fedeli, e soprattutto dal­
12Sul mondo iberico sono avviate ricerche promettenti; si veda intanto m .- le messe in suffragio, la possibilità di essere liberate. Era
l . copetee f . palomo, Des Carèmes après le Caréme. Stratégies de conversion et
fonctiom politiques des missìons intérieures en Espagne et au Portugal (1540-1650), una risposta nettamente negativa su di un punto capitale
in «Revue de synthèse», IV (1999), nn. 2-3, pp. 359-80. del conflitto tra le varie interpretazioni del cristianesimo
13 Cfr. L. chàtellier , La religion des pauvres, Paris 1993 [trad. it. La reli­
gione dei poveri, Milano 1994].
allora esistenti. La questione del Purgatorio era quella do­
i 58 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 159
m in an te nelle polem iche religiose; d a li si p a rtiv a p er in ­ alb eri della V e ra C ro ce e d e i fiu m i d i la tte della V erg in e
d ivid u are chi ad eriva alla R ifo rm a e chi no. E r a anche m a­ che si p o tevan o o tten ere m etten d o in siem e gli oggetti v e ­
teria che toccava in p rofon d ità i sentim enti e i legam i um a­ n e rati n elle ch iese del suo tem po. U n v e sco v o che p o i sa­
ni: il rap p orto tra v iv i e m o rti p assava attraverso la p os­ re b b e d iven tato p ro te sta n te , P ier P ao lo V e rg e rlo , a v e v a
sib ilità d ei prim i d i alleviare le pene d ei secondi. L ’ o rd i­ te n ta to d i elim in are n ella sua d io cesi d i C a p o d istria un
nam en to religioso terreno o b b ed iva a u n p ro fo n d o senso cu lto a S an G io rg io , d im o stran d o il cara ttere legg en d a­
della giu stizia e a ffid a v a all’ altro m ondo il com pito d i p re­ rio d el perso n aggio . P iù v a sto in cen d io a v e v a su scitato e
m iare e punire. M a , m entre l ’in terpretazion e della R ifo r ­ co n tin u ava ad alim en tare la q uestion e delle im m agini d e ­
m a lasciava a u n D io altissim o e in com pren sibile le d eci­ vo te : l ’ ala rad icale della R ifo rm a ave va rid ato fo rza a te n ­
sio n i co n cern en ti la sorte etern a d egli esseri u m an i, la den ze icon oclaste p ro m u o ven d o la d istru zio n e delle im ­
C h ie sa cattolica a v e v a tro v a to nella d o ttrin a del P u rg a­ m agin i d i san ti e m ado n ne nelle chiese.
torio il p u n to ch ia ve della sua concezione giu rid ica e teo ­ Il concilio chiuse som m ariam ente la questione sul p ia ­
logica della giu stizia e del perd on o. L a «m on tagn a b ru n a» no d ottrin ale: erano da condannare coloro che n egavan o
d an tesca era la costruzione piu facilm en te p ercep ib ile del­ che i san ti si dovessero in vo care e che le loro reliquie fo s­
l ’ in tero sistem a, quella d o ve tro vavan o p ien ezza d i senso sero fo n ti d i b e n efici per g li uom ini. B iso g n ava però ten er
tu tte le p ratich e d evo te, tu tti i vin coli sociali, tu tti i m ez­ presen te che i p rim i e le seconde erano solo m ediatori d el­
zi e i p o teri d ell’ord in e sacerdotale. la protezion e d ivin a. Q u an to alle im m agini, stesso discor­
C o m e ogni p ra tic a d i giu stiz ia, anche q u ella delle in ­ so: l ’onore che si faceva lo ro era legittim o m a d o ve va es­
du lgen ze e d ei s u ffra g i p er le anim e p u rg an ti era m in ac­ sere rivo lto a chi v i era raffigu rato . D ’ altra p arte, il p o p o ­
ciata d a ll’ astuzia d e i co rru tto ri e d a ll’ign o ran za d el p o ­ lo rice v e v a dalle im m agini la conoscenza della storia della
R ed en zio n e e im parava a im itare i m odelli m orali che v i
polo. Il con cilio segnalò il p ericolo d ello sfru tta m e n to a
erano rappresen tati. U n ’id ea severa della disciplin a si ac­
scopo d i lucro d i u n a sim ile d o ttrin a e sotto lin eò la n e­
com pagn ava alla d ifesa d ella p iena v alid ità d i tutto ciò che
cessità che la p leb e ign oran te ven isse ten u ta lo n ta n a d al­
v e n iv a im pugnato dai riform atori. Q u ella stessa idea d i d i­
le sp ecu lazion i sui suoi asp etti in tellettu alm en te d iffic ili
sciplin a ecclesiastica rito rn a in tu tti i docu m en ti d i que-
e n on e d ific a n ti. P ro b le m i sim ili si affa c c ia n o nel d ecre­
s t ’ultim a sessione relativi all’im m agine che il clero d o ve va
to sui san ti e sulle im m agini: anche q u i si d o v e v a ten er
o ffrire d i sé al popolo dei laici: frugalità, m odestia, bu on a
co n to d ella n ascita d i una religion e severa , che rifiu ta v a
am m inistrazione d ei lasciti p ii, una predicazion e fatta so­
i cu lti d elle im m agini m iracolose e delle v irtù tau m atu r­
p rattu tto di un esem pio d i v ita da im itare.
g ich e d e lle re liq u ie in n om e di u n ’ a cc e n tu a z io n e d ella
L a re a ltà della v ita re lig io sa d e ll’ep o ca e d i q u ella su c ­
ce n tra lità d i C ris to 14. L ’U m an esim o cristia n o di E ra sm o
c e ssiv a eb b e p oco a che sp a rtire con q u esti te sti; e b is o ­
a v e v a c ritica to severam en te gli in tre cci fra a v id ità eccle­
gn a ag giu n gere ch e chi h a p ro vato a legg ere lo svilu p p o
siastica e cred u lità p op olare e a v e va m ostrato il p erm a­
d elle arti fig u ra tiv e m etten d o lo in rap p o rto co n le o rto ­
n ere d i p oliteism o e id o la tria an tich i so tto la v e rn ic e c ri­
d o ssie religio se d o m in an ti h a d o v u to am m ettere che a r­
stian a. In un suo d iv e rte n te e sarcastico Trattato delle re­
te e relig io n e sono realtà n on facilm en te c o n fro n ta b ili15.
liquie C a lv in o a v e v a fatto u n in v en ta rio delle fo re ste di

15 A questa osservazione fatta da Johann Huizinga si è richiamato anche


14 Cfr. c. m . n . eire , War against Idols. The Reformation o f Worship from s. slive , Notes on thè Kelationship o f Protestantism to Seventeenth Century Dutch
Erasmus to Calvin , Cambridge 1986. Painting, in «The Art Quarterly», X IX (1956), pp. 3-15.
ι 6ο CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO l6 l

L ’ attegg iam en to cau to e so sp etto so d e i v e s c o v i trid e n ­ deciso fu l ’ im pulso dato in età p ost-trid en tin a al culto d el­
tin i, m osso d a p reo ccu p azio n i p ed ag o g ich e e m o ra listi­ le im m agini m iracolose. E se m p lare il caso di F aen za d o ­
che, n o n fre n ò lo svilu p p o d ella gran d e p ittu ra , cosi c o ­ v e all’ esecuzione capitale degli « e re tic i» segui im m ed ia­
m e l ’ o stilità d ecisa d i un C a rlo B o rro m e o n on im p ed ì la tam en te l ’organ izzazione d el culto d i u n ’e ffig ie cartacea
v e r a e p ro p ria « fa s c in a z io n e d el te a tro » d e ll’ e p o c a 16. della M ad o n n a scam pata a un in cen dio, ch iam ata la « M a ­
M a g g io re e ffic a c ia sem b ra ave r avu to l ’in te rv e n to c o n ­ d o n n a del F u o co » . Q u an to alle reliqu ie, la distrib u zion e
ciliare in m ateria d i m u sica litu rgica, con la sua p re o c ­ che ne v e n iv a fa tta da p arte d i R o m a segnò un acm e con
cu p azio n e d i p ren d ere le d istan ze d alla m u sica p ro fa n a 17. la scoperta e la coltivazion e della « R o m a sotterran ea» d el­
E u n fa tto in co n tro vertib ile che l ’in ten to d i applicare le catacom be, d o ve in un prim o m om ento tu tti i resti u m a­
una severa disciplina ai com portam enti sociali caratterizzò n i ven n ero con sid erati re sti di m artiri cristian i. L a logica
d iffu sam en te l ’op era delle chiese nell’E u ro p a d ell’ età con ­ d i quello che è stato d efin ito il «catto licesim o p o p o lare»
fessio n ale18. N ella repression e dei gioch i, delle feste e d i è stata in d ivid u a ta nella ten d en za a costru ire rap p o rti di
quella che fu d e fin ita «la p azzia del b a llo » , si poteron o clien tela con le anim e dei m o rti attraverso la d evo zio n e e
p e rfin o realizzare in con sap evoli form e d i collaborazion e l ’ on ore m ostrato ai loro re sti21. M a è d iffic ile ign orare che
tra rifo rm a to ri p ro testa n ti e cu ltura clericale cattolica19. su quella ten den za si im p ian tò allora un n u o vo rap p orto
M a in tanto, per restare al decreto trid en tin o, l ’ intento p e ­ tra il popolo dei laici e u n m ondo ecclesiastico che n e ha
dagogico d i usare le im m agini com e lib ro p er ch i non sa­ ric a v a to un a legittim azion e p ro fo n d a, capace d i su rro ga­
p e v a leggere portò allo sviluppo d i una p ittu ra di p ietà che re l ’ an tico vin co lo giu rid ico d i au to rità nel m om en to in
riem p i d i ra ffig u razio n i le storie d i santi e legittim ò i ric ­ cu i si an d ava in debo len do . A n ch e la ven erazio n e ai san ti
chi arred i ico n o g rafici delle chiese, che fu ro n o assogget­ e alla M ad o n n a d o v e va svilu p parsi im petu osam ente nella
tate allora a un restau ro sistem atico e a u n a revisio n e d ei sto ria successiva della religio sità catto lica, con un im p e­
corredi d i pitture pre-tridentine20. D ’ altra p arte, la volon tà gno delle fo rze della C h iesa che andò b en al d i là delle cau­
d i co n trasta re le id e e icon oclaste d ei rifo rm a to ri p ro te ­ tele trid en tin e. L e d evo zio n i alla M a d o n n a si m oltiplica­
stan ti in coraggiò lo sviluppo del culto delle im m agini. D o ­ ro n o co si com e i san tuari a lei ded icati, reg istrati a m età
v e p iu fo rtem en te attecch iron o le idee della R ifo rm a , p iu S eicen to in num ero altissim o in un ricco Atlas Marìanus
re d a tto d al ge su ita W ilh e lm G u m p p en b erg . C o n la d e ­
16 Cfr. f . taviani, La commedia dell’Arte e la società barocca. La fascina­ vo z io n e alla M ad o n n a eb b ero uno stre tto legam e le co n ­
zione d el teatro, Roma 1969. Come osserva c. Bernardi, I l teatro fra scena e gregazio n i organ izzate d a i G e su iti, che stesero il lo ro re ­
ritualità, in Trento. I tempi del Concilio, supplemento a « Economia trentina»,
tico lato d i solid arietà e d i p ellegrinaggi nelle città eu ro ­
X LIV (1995), n. 1, pp. 197-209, in particolare p. 197, «nei decreti del Con­
cilio di Trento il teatro non viene nominato». pee. L a loro op era creò u n a rete a m aglie fitte capace di
17 Cfr. Musica e liturgia nella Riforma tridentina, a cura di D. Curti e M. u n ire e d i istru ire nella c o n d o tta d i v ita m igliaia e m igliaia
Gozzi, Trento 1995.
18 Cfr. per la Germania il quadro sintetico offerto da R. po-chia hsia , So­ d i perso n e, racco lte secondo il m estiere, l ’età, la co n d i­
cial Discipline in thè Reformation: Central Europe 15 5 0 -17 5 0 , London - New zio ne sociale. In B a v ie ra , il p rincipe eletto re M assim ilia­
York 1989. no I depose un atto di con sacrazion e alla M ad o n n a p re s­
15 E uno dei temi dell’innovatrice ricerca di a . arcangeli, Davide 0 Salomé?
I l dibattito europeo sulla danza nella prima età moderna, Treviso-Roma 2000. so il san tuario d i A ltò ttin g , m eta d i un freq u en tatissim o
20 Cfr. G. palumbo , L ’ uso delle immagini e la diffusione delle idee religiose
dopo il Concilio di Trento, in Trento. I tempi del Concilio cit., pp. 155-71· Sul­
la questione cfr. d. freedberg , The Power o f Images, Chicago 1989 [trad. it. 21 Si veda m . carroll, Veiled Threats. The Logic ofPopular Catholicism in
I l potere delle immagini, Torino 1993]. Italy, Baltimore-London 1996.
IÓ2 CAPITOLO DECIMO LA STORIA CHE NON PASSÒ DA TRENTO 163

pellegrinaggio mariale delle congregazioni22. Era una reli­ tenuto, fu quella di cui fu protagonista il cardinale G a­
gione nuova, che niente aveva a che spartire con le espe­ briele Paleotti: a lui si dovette il progetto (incompiuto)
rienze dei padri tridentini o con le loro proposte. Il suc­ di un vero e proprio Indice (ideale) delle immagini proi­
cesso delle forme spettacolari della devozione, come le bite e di quelle consentite23.
processioni e i pellegrinaggi, fu stimolato e indirizzato ver­ A pochi decenni dalla conclusione del concilio era già
so Roma con la proposta dei Giubilei. Roma diventava evidente la divaricazione di linguaggi, modelli e prati­
cosi sempre piu la meta principale del pellegrinaggio e rin­ che che si era creata fra le due Europe - quella cattoli­
novava la sua urbanistica e i suoi percorsi, aprendo ai pel­ ca e quella della Riforma. Intanto, la vitalità del catto­
legrini i tesori sotterranei dei martiri del cristianesimo pri­ licesimo moderno si manifestava in forme di cui l ’as­
mitivo. La proposta del pellegrinaggio giubilare a Roma semblea conciliare tridentina non aveva avuto idea.
mirava a farla diventare il centro principale di quella vita
religiosa che il modello tridentino aveva disegnato ben di­
sciplinata e composta aH’interno delle diocesi. 4. I l papato.
Non parliamo, infine, dello sviluppo del linguaggio fi­
gurativo nella comunicazione del sacro. La questione del­ Un argomento sul quale il concilio non osò dire nulla
le immagini devote, affrontata dal concilio al termine fu il papato. Su di esso si deve solo registrare il silenzio,
dei suoi lavori, era solo un aspetto di un conflitto che in­ appena interrotto da flebili lagnanze e calde raccoman­
vesti allora il mondo dell’arte figurativa, a partire dal dazioni come quelle che si rivolgono a un’autorità di ra­
suo riconosciuto protagonista, Michelangelo. G li attac­ gione superiore, che non dev’essere indagata. M a non si
chi contro i nudi michelangioleschi della Sistina erano può parlare di distrazione dei vescovi di fronte al pro­
stati alimentati dal partito intransigente dei «chietini», blema: non ci poteva essere distrazione o ignoranza da­
cioè dalla fazione di Gian Pietro Carafa, ma avevano col­ vanti a un’istituzione che era al centro della frattura del­
pito l’artista che, nelle sue diverse interpretazioni della l ’unità cristiana sul piano europeo ed era ancor piu cen­
Crocefissione e della Pietà, aveva dato forma alla misti­ trale nella realtà politica che circondava e condizionava
ca della Redenzione del gruppo dominato dal cardinale il concilio. Se ne occuparono allora altri concili. Fu un
Reginald Pole, di cui facevano parte Giovanni Morone, sinodo della Chiesa riformata di Francia (quella che da
Vittoria Colonna, Marcantonio Flaminio e altri lettori parte cattolica si indicava come della «pretesa riforma»)
del Beneficio di Cristo. La soluzione di mettere i bra- a completare la confessione di fede con un articolo che
ghettoni ai nudi di Michelangelo simboleggiò bene il definiva il papato come l ’Anticristo: e le ragioni, de­
compromesso che i committenti ecclesiastici erano di­ scritte in linguaggio teologico, risiedevano in quelle di­
sposti a raggiungere con la pittura, pur di potersi avva­ mensioni del potere papale in terra e in cielo che spin­
lere delle sue grandi capacità di comunicazione. U n ’in­ gevano allora fra Paolo Sarpi a parlare di «totatus»24. Nel
terpretazione dello spirito tridentino, teso a un uso di­
dattico delle immagini e dunque portato a un controllo 23 Cfr. p . prodi, Arte e pietà , Bologna 1982.
puntuale dell’esattezza storica e teologica del loro con­ 24 Si veda b . g . Armstrong, “Semper reformanda” : The Case o f thè French
Reformed Church, 15 5 9 -16 2 0 , in La ter Calvinistn. International Perspectives, a
cura di W. F. Graham, Sixteenth Century Essays and Studies, X X II, Kirk-
22 Cfr. l . chàtellier , L ’Europe des dévots, Paris 1987, pp. 168-69. sville (Mo.) 1994, pp. 119-38, in particolare le pp. 133 sgg.
164 CAPITOLO DECIMO

silen zio d i T re n to è isc ritto il p assaggio d el m ondo c a t­ Capitolo undicesimo


to lic o d a i co n cili p re c e d e n ti, che a v e v a n o p a rla to d e l­
Le fonti e la storiografia
l ’ u ffic io d e l p ap a e d el m od o d i svolgerlo e ne a ve va n o
d e p re ca to e co n d an n ato il n ep otism o , al su ccessivo V a ­
tican o I, che a v re b b e d e fin ito teologicam en te le rag io n i
d e l p rim ato p ap ale con la d o ttrin a d ell ’in fa llib ilità .

1. La conoscenza dei fa tti.

Nelle condizioni di controllo romano sulla conoscen­


za e sull’interpretazione delle fonti che abbiamo sopra
descritto, l’accesso alla documentazione storica fu un fat­
to raro, sorvegliato, per lo piu impossibile; solo per i pri­
mi sette decreti si poteva ricorrere al profilo di infor­
mazioni sommarie sull’ andamento delle sessioni com­
parso a stampa nel 154 8 insieme ai testi approvati1. E p ­
pure, molti nutrivano curiosità nei confronti della do­
cumentazione relativa al Tridentino, proprio a causa del­
l’importanza assunta da quei decreti nella vita degli
individui e delle collettività. Nessuno meglio di fra Pao­
lo Sarpi ha espresso meglio il desiderio di conoscere quei
documenti, quella storia:
Io, subito ch’ebbi gusto delle cose umane, fui preso da gran
curiosità di saperne l ’intiero; e dopo l ’aver letto con diligenza
quello che trovai scritto e li publici documenti usciti in istampa
o divulgati a penna, mi diedi a ricercar nelle reliquie d e’ scritti
de’ prelati et altri nel concilio intervenuti, le memorie da loro la­
sciate e li voti o pareri detti in publico, conservati dagli autori
proprii o da altri, e le lettere d ’avisi da quella città scritte, non
tralasciando fatica o diligenza12.

Quella documentazione esisteva ma era di difficile ac­


cesso. L ’elenco sommario fornito da Sarpi indica i diver­
si dipi di documenti nati dal concilio o in funzione di es­
so: oltre agli atti «pubblici» - emanati dal concilio o da

1 L ’edizione fu pubblicata a Milano; cfr. s. kuttner , Decreta septem prio-


rum sessionum Concila Tridentini sub Paulo III. Pont.Max., Washington 1945.
2p. sarpi, Istoria d el Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti, 2 voli., To­
rino 1974, I, p. 5.
ι6 6 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 167

altre autorità e reperibili senza problemi - c’erano «le me­ (1580) e il cardinale Carlo Borromeo (1584), in Curia si
morie»: i diari redatti durante il concilio, non solo quelli fu molto attenti a garantire che le carte in loro possesso
d ’ufficio del segretario Angelo Massarelli, ma quelli di tut­ relative al concilio venissero assicurate alla custodia ro­
ti coloro che avvertirono il bisogno di raccogliere infor­ mana e conservate in uno specifico fondo archivistico: co­
mazioni sull’evento che vivevano, come pure la memo­ me si è visto dagli studi e dalle edizioni che ne sono state
rialistica nata successivamente, talvolta in forma auto- fatte appena l’accesso all’Archivio è stato liberalizzato, si
biografica (come l ’autobiografia del vescovo di Cadice tratta di carte decisive per seguire la parte in ombra del
Martin Pérez de Ayala)3. C ’erano i testi dei voti dei pa­ concilio, quella che si svolgeva tra il Cardinal nipote e il
dri conciliari e quelli dei pareri teologici sulle questioni legato’ . Ma, fino alla svolta di Leone X III, tutta la cospi­
discusse; e c’erano le lettere, soprattutto quelle con le qua­ cua documentazione romana è rimasta inaccessibile: la
li Roma controllava e dirigeva i lavori del concilio, cioè le consultazione fu consentita prima di quella data solo per
corrispondenze dei cardinali legati. Proprio su una parte precisi e ben determinati scopi. La pubblicazione a Lon­
di questa corrispondenza - com’è stato dimostrato - si dra nel 16 19 dell’Istoria del Sarpi fece si che si mettesse­
fondò per un certo periodo l’esposizione del Sarpi, che le ro le fonti vaticane a disposizione del gesuita Pietro Sfor­
ebbe probabilmente grazie all’amicizia di Roberto B el­ za Pallavicino per rendere autorevole la risposta polemi­
larmino, nipote di un legato al concilio poi diventato pa­ ca di parte romana a quella interpretazione (un’« apologia
pa, Marcello Cervini4. Documentazione preziosa, non tut­ mescolata d ’istoria», come la definì lo stesso autore)56. In
ta conservata, quella relativa alla corrispondenza tra car­ un contesto di questo tipo, l’uso dei documenti tridenti­
dinali nipoti e cardinali legati: la corrispondenza d ’ufficio ni restò eccezionale e alimentò piuttosto la controversia
per il primo periodo del concilio era rimasta in possesso confessionale che la ricerca storica, almeno fino a quando
dei cardinali Alessandro Farnese e Marcello Cervini, quel­ - con l’ apertura degli archivi vaticani da parte di L eo ­
la del secondo periodo nell’eredità dei cardinali Del M on­ ne X III - non si rese possibile l’edizione completa e scien­
te e Crescenzio, come di regola allora. Ma, al momento tificamente accurata degli atti. A partire dal 19 0 1, l’edi­
della conclusione del concilio, le regole cambiarono e la zione critica dei documenti relativi al concilio cominciò a
custodia dei documenti nell’Archivio segreto vaticano essere pubblicata a cura della «Gòrres-Gesellschaft», una
s’impose come garanzia del controllo e della gestione del­ società di uomini di cultura cattolici nata nel 18 76 in una
le informazioni. La parte piu cospicua del dossier vatica­ Germania agitata dallo scontro del Kulturkampf. Si trat­
no si formò intorno agli otto volumi degli atti del conci­ ta dell’impresa erudita che ha occupato tutto il x x secolo
lio, raccolti dal segretario Angelo Massarelli e consegnati e che ha cambiato la nostra conoscenza della storia del
alla Santa Sede nel 1566. Alla data della morte di due per­ concilio, delle sue vicende religiose, politiche e perfino fi­
sonaggi che avevano avuto un’importanza decisiva nel go­ nanziarie7. Su questa nuova base documentaria ha preso
verno dell’ultima fase del concilio, il cardinale Morone

5 Cfr. j. s u s t a , Die Ròmische Kurie und das Ronzìi von Trient unter Pius
5 Su cui si veda H. j e d i n , Die Autobiogmphie des Don Martin Pérez de Ayala, I V . Aktenstiicke zur Geschichte des Konzils von Trient, 4 voli., Wien 1904-14.
inro., Kìrchedes GlaubensKircheder Geschichte, Freiburg 1966, II, pp. 282-92. 6Istoria del Concilio di Trento... ove insieme rifiutasi con autorevoli testi­
4 c . v i v a n t i , lina fonte dell’«Istoria del concilio tridentino», di Paolo Sarpi, in monianze un 'Istoria falsa divolgata nello stesso argomento sotto nome di Pietro
«Rivista storica italiana», LX X X III (1971), pp. 608-32, ha dimostrato con ri­ Soave Poiana, Roma 1636-37.
scontri puntuali come nella narrazione sarpiana siano cuciti brani di lettere dei 1 Concilìum Tridentinum. Diarìorum, Actorum, Epistolarum, Tractatuum no­
legati testualmente riportati, con grande scrupolo di esattezza documentaria. va collectio, 13 voli., Freiburg im Breisgau 1901-85. Gli aspetti finanziari ri-
ι68 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 169

corpo un rinnovam ento delle ricerche e delle discus­ ro all’età tridentina e al Concilio di Trento non poteva che
sioni che ha trovato nell’opera di H ubert Jedin , uno registrare il mutamento in atto. Formatosi alla scuola del­
storico tedesco perseguitato per m otivi razziali nella la grande storiografia etico-politica tedesca, aveva fatto
Germ ania nazista e rifugiatosi in Vaticano, il momen­ suo il precetto di Leopold von Ranke: anche nella storia
to piu alto. L a sua storia del concilio, data alle stampe della Chiesa lo storico doveva ricostruire la verità dei fat­
a partire dal primo dopoguerra contemporaneamente ti, cosi come si erano realmente svolti. La storia della Chie­
in Italia e in Germ ania8, ha offerto il panorama piu pre­ sa, che per altri storici di formazione teologica come J o ­
ciso e documentato della storia del concilio e, nello stes­ seph Lortz era «storia del piano divino di salvezza»
so tempo, quella risposta cattolica di grande respiro al­ (Heihgeschichte), per Jedin restava una disciplina legata al­
l ’immagine del concilio stesso fissata nella grande ope­ le fonti e alle regole del mestiere, dove dunque la verità era
ra di fra Paolo Sarpi che Pietro Sforza Pallavicino non solo quella accertabile sulla base dei documenti, lasciando
era riuscito a creare. La controversia, però, come os­ fuori dalla porta i presupposti generali dello studioso.
servava Jed in nella conclusione dell’opera, non era più La storia del concilio proposta da Jedin, però, non è
quella confessionale quanto piuttosto quella ecclesiale, consistita solo in un piu approfondito scavo nelle fonti
cioè interna al mondo cattolico, impegnato nelle ri­ storiche; essa è stata dominata da un tentativo di siste­
flessioni suscitate dal Concilio Vaticano II: secondo J e ­ mazione concettuale in un ambito che è stato sempre al
din, il Concilio di Trento era allora considerato da al­ centro di controversie. La sua proposta sintetica fu rac­
cuni «un ostacolo alla riunificazione delle chiese cri­ colta in un saggio scritto durante l’impresa della ricerca
stiane, dagli altri come il baluardo della C ontrorifor­ storica sul concilio e intitolato significativamente R ifor­
ma, da altri ancora come la quintessenza dell’autenti­ ma cattolica 0 Controriforma? Alla domanda posta nel ti­
ca tradizione cattolica»9. tolo, dopo una ricostruzione della lunga vicenda di di­
battiti e contrasti sui vocaboli, Jedin rispose adottando
tutti e due i termini per indicare con «Controriforma» la
2. I nomi delle cose. reazione di autodifesa e di riconquista da parte della
Chiesa nei confronti della Riform a protestante, nel cor­
D i fronte al processo di distacco e di allontanamento so della quale «il Papato si servi senza nessuno scrupolo
storico del mondo cattolico dalle sue matrici tridentine, lo dei mezzi costrittivi ecclesiastici e di stato di cui dispo­
storico che aveva legato il suo nome con una vita di lavo- neva»10; la Riform a cattolica invece era per Jedin «la ri­
flessione su di sé attuata dalla Chiesa in ordine all’idea­
guardano l’opera del tesoriere del concilio, Antonio Mannelli, nei cui libri di
le di vita cattolica raggiungibile mediante un rinnova­
conti si trova l’indicazione dei versamenti attraverso i quali il papato assicurò mento interno»11. Nel disegno tracciato da Jedin, la R ifor­
i mezzi ai vescovi piu poveri e pili fedeli. Sullo stato delle fonti e sulla storio­ ma cattolica è, rispetto alla Controriforma, un processo
grafia rimane utilissimo lo studio di H. jedin , Das Konzilvon Trient. Ein Ober-
blick iiber die Erforschung seiner Geschichte, Roma 1948; si tratta del lavoro di piu lunga durata: si radica nel movimento dei secoli
preliminare alla grande opera dello stesso autore - Geschichte des Konzils von
Trient, 4 voli., Freiburg 1949-75 [trad. it. Storia d el Concilio di Trento, 4 voli.,
Brescia 1973-81] - che costituisce l’opera fondamentale sull’argomento. 10id ., Katbolische Reformation oder Gegenreformation ? Ein Versuch zur Klà-
8II volume I fu pubblicato nel 1949 nelle due versioni italiana e tedesca. rung der Begnffe nebst ein ]ubilàumsbetrachtung iiber das Trienter Ronzìi , Lu-
Il IV e ultimo è stato pubblicato in Germania nel 1975 e in Italia nel 19 81. zern 1946 [trad. it. Riforma cattolica o Controriforma?, Brescia 1957, p. 39].
5 H. JEDIN, Premessa a II Concìlio di Trento, IV cit., pp. 11, 8-9. 11 Ibid.f p. 43.
170 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA I7 I
precedenti per un rinnovamento dei costumi e della di­ nua da secoli a venir designata con questo termine13, sia
sciplina e trova nella sfida di Lutero la forza per trasfor­ pure tra le proteste dei cattolici (che preferirebbero par­
mare anche il papato, che da questo momento in poi sarà lare di «rivoluzione», come si è visto), ben diverso è il ca­
alla testa del movimento di riforma servendosi del Con­ so della storia della Chiesa cattolica per l’epoca di cui qui
cilio di Trento a questo scopo. Rivolgendosi ai lettori te­ stiamo parlando. Jedin ne è stato cosi consapevole che, ri­
deschi, Jedin suggeriva anche di distinguere tra Reform flettendo sull’impianto del suo maggior lavoro, ha senti­
e Refortnation. Nel vocabolario storico, si è sedimentato to il bisogno di ricostruire la tormentata storia dei termi­
definitivamente l ’uso del secondo termine per indicare la ni e dei concetti utilizzati e di volta in volta proposti, di­
Riforma protestante; da qui la necessità di evitare equi­ scussi, modificati, per definire la Chiesa cattolica nell’età
voci e contrapposizioni. La «vera» riforma della Chiesa, di Lutero e del Concilio di Trento. Una storia di nomi,
quella cattolica, non dev’essere confusa, secondo Jedin, dunque: ma i nomi sono importanti. In quanto generaliz­
con una «rivoluzione» come quella protestante. zazioni dei risultati della ricerca servono a renderne pos­
Nel confronto tra le parole usate dai suoi storici, il Con­ sibile la comunicazione e a riassumere quel che di nuovo
cilio di Trento attraversa dunque tutta la gamma degli usi si è scoperto. Ma per la carica simbolica propria dei no­
del termine «Riforma». Fra Paolo Sarpi, il primo vero sto­ mi, ogni scelta è significativa della direzione che si segnala
rico del concilio, nel darne una definizione preliminare, e del posto che si assegna all’oggetto specifico di studio
sintetica quanto polemica, usò il termine opposto, defi­ all’interno di un disegno d ’insieme del processo storico.
nendola «deformazione», e non una qualsiasi, bensì «la Nel caso del mondo cattolico e dei suoi orientamenti nel
piu grande» dagli inizi della cristianità12. Dunque per lui, xv i secolo, si è parlato di volta in volta di Controriforma,
che era un contemporaneo degli esiti del concilio, quel­ Restaurazione, Riforma cattolica (o tridentina). Cosi fi­
l’evento si era risolto in una svolta brusca quanto delu­ no al tempo di Jedin; poi, i nomi sono andati cambiando.
dente rispetto alle attese della società cristiana. Dal pun­ Ora, poiché Jedin stesso ha fornito in quel suo denso e
to di vista della sua concezione cristiana della storia, quel­ fondamentale saggio una messa a punto delle vicissitudi­
la svolta era tanto piu negativa e deformante quanto piu ni dei termini, possiamo rifarci alla sua ricostruzione per
radicalmente innovava nel tessuto tradizionale della vita seguire questa tormentata vicenda di alcune parole.
religiosa e nel modello antico della Chiesa. La sua propo­ Il termine «Controriforma» fu coniato da un giurista
sta non rimase isolata; caratteri dello stesso genere furo­ di Gottinga (Johann Stephan Piitter) nel 17 7 6 per desi­
no individuati nel concilio dalla storiografia d’ispirazione gnare la ricattolicizzazione forzata di territori dell’Impe­
filo-protestante e liberale dell’Ottocento, che li indicò sin­ ro nell’età delle guerre di religione (1555-1648). Azioni
teticamente col concetto di Controriforma e con la vo­ militari e politiche di «Controriforme» (al plurale) erano i
lontà programmatica della Chiesa romana di arroccarsi in mezzi con cui era stato imposto il ritorno al cattolicesimo
posizione ostile rispetto all’ispirazione evangelica della nella Germ ania della Riform a. Nel secolo successivo a
Riforma promossa da Lutero, Zwingli e Calvino. quello di Piitter, la riflessione sulla capacità di ripresa del
Siamo davanti a un panorama singolare, per quanto ri­ cattolicesimo, sulla sua vitalità politica e religiosa nel­
l’Europa del Romanticismo, ispirarono ad alcuni rappre-
guarda le parole: mentre la Riforma (protestante) conti-

1! Cfr. A . G. d i c k e n s e j . M . TO N K iN , The Refortnation in Historìcal Thought,


12 P. s a r p i, Istoria d el concilio Tridentino c it., I, p. 6. Cambridge (Mass.) 1985.
I72 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 173
sentanti della storiografia filoprotestante e liberale - pri­ to è un più vasto processo storico che si tratta di cercare
mo fra tutti Leopold von Ranke - l’idea che il concilio e di comprendere. G ià l’occhio acuto di Sarpi, del resto,
il mondo cattolico di quell’età potessero essere stati ani­ quando non si trattava di dare definizioni sintetiche e po­
mati non solo dalla violenta e puramente negativa con­ lemiche, ma di seguire l’evoluzione della Chiesa cristiana
trapposizione alla Riforma protestante, ma anche da idee d ’Occidente attraverso i secoli, era portato a retrodatare
e movimenti religiosi spontanei e originali: analizzando di parecchio l’inizio di quella «deformazione» culminata
l’episodio dell’Oratorio del Divino Amore - un cenacolo a Trento, ritrovandone i primi e decisivi avvìi nelle frat­
religioso che raccoglieva i principali personaggi della Cu­ ture dell’xi secolo tra Chiesa d’Occidente e Chiese d ’O-
ria romana negli anni Venti del Cinquecento - Ranke vi riente e nell’avvio, con papa Gregorio V II, dell’afferma­
riconobbe delle vere e proprie analogie con l’ispirazione zione del potere papale come potere totale («totatus»), E
religiosa del movimento luterano. Si apri la strada alla ri­ a quel momento, come reale data di avvio dei processi sto­
flessione sulle origini remote della ripresa cattolica del xvi rici culminati poi nell’età della Riforma, rinviano ancora
secolo, vista come l ’erede di processi più lunghi e piu oggi gli storici delle trasformazioni storiche del papato e
profondamente vitali: fu avanzata cosi da un protestante delle forme di governo della Chiesa: si parla di «rivolu­
(Wilhelm Maurenbrecher, 1880) la proposta di vedere nel zione papale» per indicare il momento originario del rias­
concilio il momento culminante di una «riforma cattoli­ setto strutturale della Curia che scatenò in età successiva
ca» {katholische Reform) radicata in movimenti e idee an­ le proteste e la contrapposizione alla Chiesa di poteri sta­
tecedenti rispetto al moto luterano. La storiografia catto­ tali che in una parte d ’Europa ne presero il posto14.
lica, in un primo tempo ferma al rifiuto di riconoscere nel­ Nella tradizione storiografica italiana ha pesato l’espe­
la Chiesa del concilio ogni elemento di novità rispetto al rienza storica di un paese nel quale la divisione politica eb­
patrimonio tradizionale e quindi attestata sul concetto di be nel papato un fattore determinante. In Italia, nessuno
«restaurazione» (Ludwig von Pastor) ha fatto poi suo il degli Stati preunitari abbracciò la Riforma, anzi tutte le
termine di Riform a cattolica, variamente coniugandolo autorità politiche fecero a gara per presentarsi come fede­
con le realizzazioni conciliari - per cui si è parlato anche li esecutori delle volontà romane nel reprimere ogni segno
di «riforma tridentina» - e sottolineandone la contrap­ di dissenso dottrinale e di critica del clero. E tuttavia, an­
posizione alle Riforme luterana, zwingliana e calviniana, che in Italia si era sperimentato l’uso della forza in mate­
viste come eventi rivoluzionari. A l di là delle polemiche
ria di religione: lo riscopri la cultura italiana nei momenti
e delle controversie confessionali, resta il problema della
di crisi e di rigetto dell’invadenza clericale che si fecero
posizione del Concilio di Trento nel quadro della storia
particolarmente frequenti a partire dall’età delle riforme
della Chiesa: si trattò solo di confermare un patrimonio
illuminate del Settecento e della Rivoluzione francese. Il
antico di dottrine e di regole contro la frattura dell’eresia
processo di unificazione nazionale italiana e la «questione
o fu impresso un impulso in una direzione nuova ? Fu il
romana» divaricarono il rapporto col papato, aprirono le
concilio un punto di partenza di processi innovativi op­
porte alla libera circolazione della letteratura protestante
pure un punto d ’arrivo di forze, tendenze e fermenti ra­
dicati nel passato? E un’ambiguità che non è facile scio­
gliere, anche per quel tanto di presupposti generali e di 14 Cfr. H . J . B E R M A N , Law and Revolution: thè Formation o f Western Legai
Tradition, Harvard 1983 [trad. it. Diritto e rivoluzione. Le origini della tradi­
scelte prescientifiche che pesa in una materia del genere zionegiuridica occidentale, Bologna 1998], e p. p r o d i , Una storia della giustizia.
nelle valutazioni degli storici. Insieme al Concilio di Tren­ D al pluralismo dei fori a l moderno dualismo tra coscienza e diritto, Bologna 2000.
174 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 175
e portarono a rileggere il momento tridentino dell’egemo­ Chiese nate dalla frattura del Cinquecento aveva opposto
nia cattolica in modo aspramente critico, come momento retrospettivamente due religioni, la cattolica e la rifor­
di imposizione forzata della devozione e dell’ipocrisia e co­ mata, l’una contro l’altra armata già nel xv i secolo, e gli
me abbandono del percorso della «Civiltà moderna», quel­ Stati nazionali avevano costruito intorno a quello scontro
la civiltà del libero pensiero e del libero commercio che in­ un sistema di precursori e di eredi. Cosi, lo spirito di re-
tanto veniva condannata da Pio IX nel Sillabo. Parlare di vanche dei francesi dopo il 18 7 0 li aveva portati a riven­
Controriforma in Italia valse perciò a indicare la somma dicare contro i tedeschi il primato nell’avvio della R ifor­
dei tratti negativi della dominanza religiosa del cattolice­ ma. Niente di tutto questo aveva senso, secondo Febvre:
simo dai tempi del Concilio di Trento e dell’Inquisizione la Riform a non era qualcosa che si potesse distribuire nel­
romana: il servilismo degli intellettuali e la superstizione la cornice delle varie nazioni o delle varie chiese. Biso­
delle masse, l’ipocrisia, la devozione imposta a forza, l’in­ gnava indagare, dietro le formule dei teologi del Cinque­
tolleranza, la repressione delle minoranze. Le cose non cento, i sentimenti e le idee che animavano la vita dell’e­
cambiarono col regime fascista, anzi: fu sintomatico il fat­ poca. La giustificazione per fede e la Bibbia in volgare era­
to che, di fronte all’alleanza politica tra Chiesa e Mussoli­ no una «rivoluzione delle idee», che rinviava a una ben
ni, nascesse un’esaltazione fascista della Controriforma co­ più importante «rivoluzione dei sentimenti». Quando
me creazione originale dello spirito italico da opporre al Calvino irrideva crudelmente le preghiere per i defunti,
momento nordico, freddamente razionalistico della Rifor­ dava voce a un «grande rivolgimento», quello «della vita
ma protestante. Ad essa rispose Benedetto Croce riba­ che cessava di cercare nella morte il proprio punto pro­
dendo il giudizio negativo della tradizione liberale e filo­ spettico»1516. Il saggio di Febvre segnò una svolta fonda-
protestante: la Controriforma era stata - anche nelle sue mentale negli studi; raccolto dalla storiografia mondiale
espressioni piu eroiche - un moto di difesa di un’istitu­ grazie anche al successo internazionale della «scuola de­
zione, la Chiesa; non le spettava il valore autentico di un gli “ Annales” », ha ispirato ricerche di storia della sensi­
momento «ideale eterno» della storia dello Spirito. bilità che hanno illustrato il senso della morte e del pec­
A ltri Paesi, non l’Italia, potevano ambire a genealogie cato, le forme della mentalità e della vita religiosa17.
piu nobili: la Germania, l’Inghilterra e la Francia aveva­ In Italia, nonostante un’isolata quanto acuta segnala­
no storiografie nelle quali entrava di diritto la Riform a di zione del saggio di Febvre da parte dello storico Carlo
Lutero, interpretata come l’inizio del mondo moderno e Morandi, rimase indiscussa la preminenza dell’influsso
come l ’affermazione del principio della libertà di co­ tedesco e della discussione sui concetti e i termini. Co­
scienza. M a proprio dalla Francia, in un saggio di grande si, nell’Italia già fascista e cattolica, da poco diventata
intelligenza e di lunga efficacia, lo storico Lucien Febvre repubblica antifascista, la domanda di Hubert Jed in -
negò che quelle genealogie avessero un senso, al di là del Riform a cattolica o Controriform a? - ebbe immediata
semplice mascheramento del volto del nazionalismo, al­ e ampia risonanza. La cultura italiana aveva con la Con­
lora (1929) piu minaccioso che mai13. La memoria delle troriforma un rapporto antico: come per altri momenti

15 L . f e b v r e , Une question m alposée: les origines de la Réforme franqaise et


14Ibid., p. 58.
17 Ricordiamo a titolo d’esempio: A . t e n e n t i , I l senso della morte e l ’amo­
le problème des causes de la Réforme, in «Revue historique», C LX I (1929)
re della vita nel Rinascimento , Torino 1956; p h . a r i è s , L ’homme devant la
[trad. it. in nx, Studi su Riforma e Rinascimento e altri sentii di metodo e di geo­
mort, Paris 1977, e j. d e l u m e a u , La peuren Occident, Paris 1977.
grafia stonca, Torino 1966, pp. 5-70].
176 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 177

di questa discussione, si era verificato in Italia un rapi­ tolico quella che oppose i fautori del termine «Riform a
do passaggio dai dibattiti degli storici al contrasto delle cattolica» ai sostenitori di vocaboli come «Restaurazio­
parti politiche e delle scelte culturali e religiose in con­ ne», mentre dall’esterno si preferiva ancora l ’uso di
flitto. La presenza del papato nella capitale dello Stato «Controriforma», garantita dalla tradizione del pensie­
e le radici cattoliche della cultura della stragrande mag­ ro idealistico italiano, filoprotestante e liberale.
gioranza della popolazione hanno sempre conferito un Dietro le parole, si indagavano i fatti. L ’enfasi posta
aspetto speciale al dibattito storiografico sul tema, in­ sugli aspetti positivi dell’impegno cattolico nel perfezio­
clusa una speciale «coloritura» italiana di concetti di al­ namento religioso proprio e altrui e nell’esercizio della
tra origine. Il caso del termine «Controriforma» è esem­ carità spinse a studiare la storia dell’opera assistenziale e
plare da questo punto di vista e va al di là dell’ambito caritativa di confraternite, congregazioni e ordini reli­
italiano. N ell’Italia che, dopo gli anni bui dell’occupa­ giosi; l’attenzione alla diffusa presenza della rete di par­
zione tedesca e della guerra civile, riscopriva i tratti rocchie e diocesi, che si era rivelata decisiva nel momen­
profondi della sua identità, la discussione sulla Contro- to di radicale cancellazione dello Stato attraversato dal­
riforma fu riaperta da Jedin, uno studioso cattolico te­ l’Italia nel 19 4 3, si tradusse nello studio delle forme tri-
desco esiliato per motivi razziali. Fu sintomatico, allo­ dentine di governo delle diocesi e delle parrocchie. V e ­
ra, che il suo saggio suscitasse la pronta e positiva rea­ niva anche messa in luce la diffusione nel mondo extra­
zione di Delio Cantimori, uno storico che si era forma­ europeo del cristianesimo grazie allo slancio eroico e alla
to su M ax W eber ed Ernst Troeltsch e che aveva dedi­ sete di martirio dei missionari. Nella ricerca delle fonti
cato le sue ricerche alla tradizione degli eretici italiani della devozione cattolica della prima età moderna, un po­
del Cinquecento come testimoni dei valori moderni del­ sto importante veniva riconosciuto alle visioni e alle de­
la libertà religiosa e vittime dell’intolleranza18. vozioni di profeti e mistici e al nuovo protagonismo del­
Le cose cambiavano rapidamente colore: l’opera del la religiosità delle donne. G li elementi repressivi della
Concilio di Trento cosi come la ricostruì con lunga fati­ Controriforma restavano in ombra, erano meno interes­
ca lo stesso Jedin appariva ora nella luce di una Riforma santi. La Controriforma era esistita, certo, come negar­
cattolica (Reform), diversa da quella protestante (Refor- lo ?, ma era stata meno importante di un processo di tra­
mation), ma capace non meno di quella - e forse di piu - sformazione e di rinnovamento del cattolicesimo che -
come osservò Jean Delumeau19 - veniva da lontano e an­
di rispondere ai bisogni, di offrire soluzioni valide e ric­
dava lontano. Per questa via, però, si affermava intanto
che di futuro, non meramente negative. Ne segui una vi­
un motivo nuovo nella storiografia cattolica: l ’idea del
vace battaglia sui nomi, una logomachia a cui contribuì
cambiamento. N ell’età della controversia con la Riforma
non poco la diffidenza del cattolicesimo italiano per tut­
e in quella piu recente della lotta contro il «M oderni­
to ciò che sapesse di modernità. Troppo recente era la vi­
smo», l’unico termine ammesso a circolare tra gli storici
cenda della condanna del Modernismo e troppo caratte­
cattolici era stato «Restaurazione»; l’unico cambiamen­
rizzata in senso sociale e socialistico la parola «Riforma».
to concepibile per una Chiesa che si pensava come im ­
Perciò fu una discussione per lo piu interna al mondo cat­
mobilmente fedele alla sua natura era il restauro di trat-

18 Per una rassegna dell’intera questione, si rinvia all’antologia di testi cu­


rata da p . G. c a m a i a n i , Interpretazioni della Riforma cattolica e della contro- 19j. d e l u m e a u , L e catholìcisme entre Luther et Voltaire, Paris 19 71 [trad.
riforma, in Grande Enciclopedia filosofica, VI, Milano 1964, pp. 329-490. it. I l cattolicesimo dal x v i a l x v iii secolo, Milano 1976].
178 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 179
ti antichi logorati dai vizi umani. Invece, nel corso del tro la costrizione21. Proseguendo su questo percorso d ’in­
secondo Novecento questo baluardo venne progressiva­ dagine, Bossy ha confrontato i riti di pacificazione nei
mente cedendo e l’idea del cambiamento storico fece Paesi della Riform a e in quelli della Controriforma, ri­
breccia. Con l ’opera di Jedin conquistò finalmente dirit­ scontrando anche qui un andamento parallelo nella ri­
to di presenza (storiografica) nel mondo cattolico l’uso di duzione del significato sociale della pace trasformata in
concetti e termini come Riforma cattolica e Riforma tri- imposizione dall’alto. Non è casuale che dal mondo an­
dentina. Era il riflesso nella coscienza storica del movi­ glosassone giungano segnali come questi, favorevoli a
mento che intanto portava il cattolicesimo come religio­ una terminologia non segnata dai conflitti delle Chiese
ne e i Paesi a cultura cattolica come realtà economiche e e delle loro ortodossie, che sia capace proprio per que­
sociali su posizioni nuove, cancellando i tratti antichi di
sta de-ideologizzazione di cogliere meglio il mutamento
arretratezza sociale e di chiusura culturale.
storico. Uno studioso cattolico ha suggerito di adottare,
Da una diversa tradizione di studi, intanto, lo stori­
proprio a tale scopo, una denominazione del tutto neu­
co inglese Henry Outram Evennett proponeva il termi­
trale che richiami però l’attenzione a quel che c’è di nuo­
ne «Controriforma» in un disegno dell’epoca che non ri­
vo e di caratteristico nell’epoca del concilio: quella di
serbava nessuna speciale attenzione all’opera del Conci­
«cattolicesimo della prima età moderna»22.
lio di Trento20. La sua indagine cercava di cogliere ma­
Il panorama dell’età del Concilio di Trento ha cono­
nifestazioni di tendenze culturali e religiose caratteri­
sciuto forti mutamenti negli ultimi decenni. Prendiamo
stiche dell’epoca e significative della «m odernità» sia
della Riform a sia della Controriforma, usando i termini a testimoni due recenti tentativi di fotografarlo nel suo
per denotare i due campi cattolico e protestante ma sen­ insieme: Ronnie Po-chia Hsia, professore di storia alla
za annettere alle parole un valore di classificazione o un New York University, ha intitolato The World ofCatho-
giudizio positivo o negativo in rapporto a una «forma» lic Renew al un suo libro sulla storia del mondo cattolico
ideale. N ell’indagine sulla modernità dell’epoca, non il tra il 154 0 e il 17 7 0 23. Il rinnovamento cattolico, secon­
concilio ma i G esuiti erano al centro del disegno. Su do Po-chia Hsia, va dal Concilio di Trento alla soppres­
quella strada ha poi continuato il suo allievo John Bos- sione della Compagnia di Gesù e comprende tra l’altro la
sy, che ha indagato i cambiamenti profondi affioranti riaffermazione dell’autorità sacerdotale contro la nega­
nei rituali, nelle istituzioni e nella cultura. Cosi poco uti­ zione protestante, un nuovo fervore religioso cattolico
le gli è apparsa la terminologia legata all’idea di Riforma che si traduce in una forte spinta verso la santità da par­
che ha provato a sostituirla con un’altra che sottolinea in­ te di semplici laici e soprattutto di donne, le espressioni
vece le differenze portate dal mutamento storico: da un istituzionali, culturali e artistiche della nuova religiosità
lato la «cristianità tradizionale» e dall’altro la «cristianità e l ’impulso missionario verso il mondo non cristiano e
tradotta o trasformata», in un percorso di cambiamento non europeo. A questa vita religiosa, di cui Po-chia Hsia
che occupa l’arco di tempo dal 1400 al 170 0; da un can­ riconosce l ’intensità e l’importanza limitandosi però a
to, una vita di comunità rissosa, dall’altro l’imposizione
di un ordine gerarchico; da un lato la spontaneità dall’al­ 21 j . b o s s y , Chnstianity in thè West, 14 0 0 -17 0 0 , Oxford 1985 [trad. it.
L'Occidente cristiano, 14 0 0 -17 0 0 , Torino 1990].
22 j . w . O’ m a l l e y , Treni and A ll That. The World o f Catholic Renewal 154 0-
20 h . o u tram ev en n ett , The Spint o f thè Counter-Reformation , a cura di 17 7 0 , Cambridge 1998.
J. Bossy, Cambridge 1968. 23 R . p o - c h i a h s i a , The World o f Catholic Renewal, Cambridge 1998.
ι8 ο CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA l8l
fornirne un profilo istituzionale, è dedicato un libro di dernizzazione» che, per sfociare nel nostro presente e
O ttavia Niccoli24. Pur esso di sintesi, questo testo si po­ non nelle atmosfere tonificanti dell’Ottocento borghe­
ne deliberatamente dal punto di vista della viva perce­ se, non proiettava necessariamente luci rosee sul per­
zione dei cambiamenti che esperirono donne e uomini: corso25. L ’età della Riform a e della Controriforma ap­
ne risulta un disegno delle realtà che si impiantarono nel­ pariva a Reinhard distinta fra un breve e ribollente im­
la società italiana prima del Concilio di Trento e che vi pulso rinnovatore - l’«età evangelica» - e un lungo pro­
durarono ben oltre il limite dell’Antico Regime. Basti un cesso di «confessionalizzazione», e questi due momenti
solo esempio: ricostruendo gli scenari delle processioni e distinti si ritrovano nel mondo cattolico e nell’Europa
delle pratiche pie come le visite rituali alle chiese per de­ protestante, come binari paralleli su cui avrebbero avan­
terminate occasioni - la settimana santa, ad esempio, con zato con movimenti simili i mondi protestante e catto­
la festa detta dei «sepolcri» - il libro della Niccoli fa ri­ lico. Nel disegno proposto da Reinhard, l’ accento cade­
ferimento a un mondo di pratiche che va ben al di là del va sulla divisione in due tempi, tra le fasi di movimento
Settecento scelto come limite e si spinge fino a realtà v i­ e di resistenza, cioè tra un iniziale impulso di rinnova­
ve nella società italiana fino a pochi decenni fa. mento evangelico della vita religiosa e un successivo lun­
In questi due disegni d ’insieme, si può misurare l’esi­ go processo di costruzione di nuovi assetti di potere, con
to di un orientamento che prende le mosse da lontano ma l’esercizio di una moderna razionalità. La sua «moder­
che ha almeno due componenti: da un lato, una polemi­
nità» era quella di un potere statale e/o ecclesiastico ca­
ca contro la genealogia protestante del mondo moderno;
pace di esercitare una dura pedagogia nell’educare le
dall’altro, un rivolgersi tutto italiano al «mondo che ab­
masse all’obbedienza e alle regole della società «disci­
biamo perduto» - quel mondo descritto da Ottavia N ic­
plinata». E una modernità inevitabile, dice Reinhard,
coli, dove la misura del tempo e l’organizzazione della v i­
ma non è per questo una modernità desiderabile: è, in­
ta erano scandite dalle feste dei santi e dalle pratiche re­
somma, una modernità «sans connotation positive»26.
ligiose. Sono processi che hanno la stessa durata: se la
L a proposta di Reinhard è stata una di quelle che han­
svolta è avvenuta in Italia con la Seconda guerra mon­
no animato discussioni e stimolato percorsi di ricerca;
diale e con il «miracolo economico» - che non ha can­
momento dedicato alla sintesi nella carriera di uno stori­
cellato altri e più tradizionali miracoli - , è pur da quegli
co che ha esplorato in anni di analisi l’espansione colo­
stessi anni che si è avviata una vigorosa discussione sto­
niale e missionaria dell’Europa cristiana, nonché le for­
riografica, nutrita di nuove ricerche, sul posto e sul peso
del cattolicesimo nella formazione dell’Italia e del mon­ me del potere nel vertice romano della Chiesa, essa è sta­
do moderno. Ecco farsi avanti il tema del rinnovamento ta anche il prodotto di un percorso interno alla storio­
cattolico che Po-chia Hsia ha esteso a tutto il paesaggio. grafia tedesca del secondo dopoguerra. Tale percorso che
Qualcosa di simile è stato detto anche da W olfgang
Reinhard in un saggio del 19 7 7 , ma con un’inflessione 25 w . R e i n h a r d , Gegenreformation ah Modemisierung? Prolegomena zu einer
Theorìe des konfessìonellen Zeitalters, in « Archiv fiir Reformationsgeschichte»,
diversa: l’autore vi proponeva di guardare alla Contro-
1977, n. 68, pp. 226-52 (si noti che nella traduzione italiana Gegenreforma­
riforma come alla forma cattolica di un «processo di mo­ tion non ha trovato il corrispettivo terminologico piu ovvio: Confessionaliz­
zazione forzata? Prolegomeni ad una teoria dell’età confessionale , in «Annali
dell’istituto storico italo-germanico in Trento», 1982, n. 8, pp. 13-37).
24 o. Nic c o l i, La vita religiosa nell’Italia moderna. Secoli x v -x v m , Roma 26R . d e s c i m o n , nell’Introduzione a w . r e i n h a r d , Papauté, confessions, mo-
1998. demité, Paris 1998, p. io.
182 CAPITOLO UNDICESIMO LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 18 3

si è svolto a partire dal momento piu alto di riflessione gno rientrano tanto Chiesa cattolica quanto Chiese del­
che quella cultura aveva dato sul problema dei rapporti la Riforma28. Tutte le Chiese cristiane hanno svolto una
tra potere e società: M ax W eber. Formulando la sua ce­ funzione di battistrada all’avanzata dello Stato nel go­
lebre tesi sulla funzione della religione e in particolare verno delle masse, inventando e sperimentando disposi­
dell’ascesi calvinista nella nascita del mondo moderno, tivi di disciplina dei comportamenti collettivi: la confes­
W eber ha proposto un tema su cui la storiografia tede­ sione, le scuole della dottrina cristiana, l’insegnamento
sca ha insistito, riprendendo nelle mutate condizioni sto­ delle buone maniere, la ritualizzazione della vita quoti­
riche del secondo Novecento la questione del «M oder­ diana, la definizione dei ruoli specifici di uomini, donne,
no». La disciplina statale su grandi masse umane predi­ bambini e cosi via. Di questa proposta terminologica e
sposte all’obbedienza e alla mancanza di resistenza da interpretativa ha sottolineato l’importanza Paolo Prodi,
una consuetudine interiorizzata: questo è il dato di realtà principale animatore in Italia - soprattutto con i suoi la­
piu significativo per definire il «Moderno», secondo il vori, ma anche con una lunga opera di organizzatore e
punto di vista della cultura storica del Paese che ne ha guida di ricerche altrui - di questo ambito di studi29. Nel
fatto piu tragica esperienza. La formula proposta da panorama complessivo di questo scorcio di secolo, essa
Gerhard Oestreich fu quella di «disciplinamento socia­ appare comunque la piu capace di mettere d ’accordo la
le»; essa sintetizzava le forme di servizio allo Stato in volontà di rinnovamento e l’indubbio animo apologetico
campo civile, militare ed economico, come strumento di della storiografia cattolica con una de-enfatizzazione del­
trasformazione della società, per attuare «il potere e l’au­ la «modernità» che abbraccia un ben piu vasto senso co­
torità dello Stato assoluto della prima età moderna»27. Si mune storiografico. Si possono considerare cosi definiti­
fondava allora una capacità di sottoporsi alla disciplina vamente chiuse le controversie antiche, che nascevano
in funzione di un’ autorità o di un fine superiore che do­ tutte dall’originario senso di «riforma», come ritorno al­
veva continuare a operare anche nelle società democra­ la forma originaria, e dall’idea cristiana della storia come
tiche. L ’attitudine all’obbedienza è il dato di una mo­ corruzione e degradazione prodotte dalla malvagità uma­
dernità ambigua, dove l’affermazione teorica della libertà na di una Chiesa perfetta disegnata dallo Spirito Santo
nasconde una disposizione a operare come anelli di una attraverso l’opera degli Apostoli. La resistenza cattolica
macchina impersonale e disumana. Su queste basi si è all’uso del termine «Riform a» per indicare tanto l’opera
proceduto affrontando la storia dell’età che un tempo si di Lutero, Calvino e altri fondatori di Chiese quanto
chiamava della Riform a e della Controriforma e che si è quella di litigo di Loyola o di Carlo Borromeo nasceva
venuta definendo secondo generalizzazioni di tipo unifi­ dall’implicita ammissione che la Chiesa cattolica medie­
cante: età confessionale, si è detto, come epoca in cui la vale fosse un corpo corrotto e bisognoso di interventi chi­
religione cessa di essere un’esperienza vissuta comunita­ rurgici. Ora, è vero che Lutero non accettò di parlare di
riamente e ritualmente per diventare identità assunta
consapevolmente aderendo a una «confessione di fede» 28 Cfr. w. r e in h a r d e H. s c h il l in g (a c u r a d i) , D ie katholische Konfessio-
contenente tutti gli articoli da credere. E in questo dise- nalisierung, Miinster 1995.
29Cfr. p . p r o d i (a cura di), Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e di­
sciplina della società tra Medioevo ed età moderna, Bologna 1994. E si veda del­
27 Nel saggio Problemi di struttura dell'assolutismo europeo (1969), in E . RO- lo stesso autore Controriforma e/o Riforma cattolica superamento di vecchi sche­
telli e p . s c h i e r a (a cura di), Lo Stato moderno, I. D al Medioevo all'età mo­ m i nei nuovi panorami storiografici, in «Ròmische Historische Mitteilungen»,
derna, Bologna 19 7 1, pp. 173-91]. X X X I (1989), pp. 227-37.
1 84 CAPITOLO UNDICESIMO
LE FONTI E LA STORIOGRAFIA 185
«riform a» per la sua opera bensì di «scoperta del Van­
scarti è ben lungi dall’essere stato adeguatamente esplo­
gelo», ma quel termine fu inalberato come bandiera di rato. La storiografia filoprotestante e liberale ha fatto
opposizione alla «corrotta» cristianità di obbedienza ro­ molto per riempire di nomi e di testi gli spazi censurati
mana e, più tardi, come insegna della civiltà moderna. Ci della foto di famiglia del passato italiano, ma molto re­
sono voluti secoli di discussioni per giungere al ricono­ sta ancora da fare: la vittoria di una parte sulle altre ha
scimento che la Riform a (protestante) non nacque dagli significato anche la cancellazione della memoria dei vin­
abusi e dalla protesta contro la corruzione della dottrina ti e, accanto alle vittime che le varie Chiese cristiane pos­
e dei costumi, bensì da esigenze storiche peculiari di quel­ sono rivendicare a loro martiri, tante altre ce ne sono
l’età. Come aveva dimostrato Lucien Febvre, alle origi­ state che non hanno lasciato eredi altrettanto solleciti.
ni della Riform a troviamo sentimenti ed esigenze di una Per fare solo un esempio, dobbiamo ancora raccontare
società europea in rapido cambiamento: un sentimento in maniera adeguata la storia delle comunità ebraiche ita­
nuovo dell’individuo e un complesso problema di giusti­ liane dell’età moderna, senza cedere a tentazioni sepa­
zia e di colpa, a cui Lutero fornì la risposta della giusti­ ratiste, senza che ci sia una divisione dei compiti tra gli
zia per fede e della lettura personale della Bibbia30. eredi delle minoranze che lasci inesplorato il tracciato
Superate le diatribe sul termine «Riform a», soprav­ degli scambi e dei prestiti tra comunità diverse unite
vive tuttavia sul terreno degli studi l’uso di «Contro- però dallo stesso spazio - lo stretto, vivacissimo spazio
riform a», come mostrano anche i bilanci e le rassegne31. sociale della penisola italiana. Accanto alla storia delle
Si continua a parlare di «età della Controriforma» nel istituzioni di controllo - il carcere, la giustizia - e a quel­
concreto lavoro di ricerca. Lo fanno abitualmente gli sto­ la delle idee che hanno animato la vittoria dell’ortodos­
rici spagnoli, che si trasmettono un uso del termine di­ sia cattolica nell’Italia moderna, c’è la storia degli ereti­
ventato sinonimo di un modo ispanico di legare potere ci, dei perseguitati e delle vittime.
e religione; lo fanno anche gli studiosi della società ita­
liana32. Qui resta ancora ampio margine per non consi­
derare conclusa la vitalità di un filone di ricerca che ha
altre radici e altri punti di riferimento: in un Paese che
ha pagato la sua unità religiosa con un’intolleranza tan­
to più profonda quanto meno consapevole, vale la pena
non abbandonare nell’oblio le vicende di figure e tradi­
zioni combattute e cancellate. Dagli eretici per libera e
consapevole scelta alle culture comunque emarginate e
combattute che si incontrano risalendo à rebours le vie
dell’unificazione, il panorama delle differenze e degli

30 L . Studi su Riforma e Rinascimento cit., pp. 5-70.


feb vr e ,
31 Cfr. w. v. Religion and Society in Early Modem Italy - Old Que-
hudon,

stions, New Insigbts, in «American Historical Review», CI (1996), pp. 783-804.


32 Cfr. w. d e b o e r , T he Conquest o f thè Soul, Confession, Discipline, and
Rublic O rderin Counter-Reformation Milan, Leiden 2001.
Indicazioni per ulteriori letture
i. L a polemica intorno a l Concilio di Trento.

E solo con l’opera del Sarpi che la controversia dottrinale intorno


al Concilio di Trento cede il posto alla conoscenza storica: la prima
edizione della Isto ria d e l c o n c ilio T rid e n tin o usci a Londra nel 16 19 a
cura di M. A. De Dominis: si veda sulle vicende di quella edizione lo
studio di f . a . yates , P a o lo S a r p i’s “H is to ry o f th è C o u n c il o f T r e n t ” ,
in «The Journal of thè Warburg and Courtauld Institutes», VII
(1944). Da allora si è aperta la polemica sull’attendibilità del Sarpi,
sulla sua tendenziosità, sulla sua conoscenza della documentazione e
cosi via. Cfr. h . jedin , D as R o n z ìi v o n T rie n t. E in U b e r b lic k u b e r das
E rfo rsc h u n g s e in e r G e s c h ic h te , Roma 1948. Alle accuse di tendenzio­
sità da parte cattolica e di veri e propri errori di fatto (elencati alla fi­
ne di ogni volume da p. s. palla vicino nella sua Isto ria d e l c o n c ìlio e
segnalati da h . jedin , G esc h ic h te des K o n z ils v o n T rien t, Freiburg 1957-
1977 [trad. it. S to ria d e l C o n c ìlio d i T re n to , 4 voli., Brescia 19 7 3-8 1;
cfr. II) si è risposto individuando fonti a noi note intessute dal Sarpi
nella sua esposizione: cfr. c. vivanti, U n a f o n t e d e l l ’ « Isto ria d e l c o n ­
c ilio trid e n tin o » d i P a o lo Sa rp i, in «Rivista storica italiana», L X X X III
(1971). Quanto alla documentazione messa a disposizione del Palla­
vicino, cfr. h . jedin , D e r Q u e lle n a p p a ra t d e r K o n z ilsg es ch ìch te P a lla v ì-
c in o s, Roma 1940. Per l ’intera opera del Sarpi, la cui conoscenza è
stata rinnovata grazie alle ricerche di G . Cozzi, cfr. p. sarpi, O p ere,
a cura di G . e L. Cozzi, Milano-Napoli 1969. Per le due Storie le edi­
zioni migliori oggi disponibili sono le seguenti: id ., Isto ria d e l c o n c ilio
T rid e n tin o , a cura di C. Vivanti, 2 voli., Torino 1974, e p . s. palla -
vicino, Istoria d e l c o n c ìlio d i T ren to , a cura di F. A. Zaccaria, 6 voli.,
Faenza 1792-97. Quanto alle fonti per la storia del concilio, lo stru­
mento indispensabile di lavoro è l’edizione critica in corso di pubbli­
cazione dal 19 0 1, a cura della Gòrres-Gesellschaft, nella serie dei dia­
ri, degli atti, delle lettere e dei trattati: C o n c iliu m T r id e n t in u m . D ia -
r io r u m , A c t o r u m , E p ìs t o la r u m , T ra c ta tu u m n o v a c o lle c t ìo , Freiburg
19 0 1 sgg. I decreti sono consultabili in C o n c ilio r u m C E cu m en ico ru m
D ecreta , a cura di G . Alberigo, G . A. Dossetti, P. P. Joannou, C . Leo­
nardi e P. Prodi, Bologna 19 7 3’ . Sui rapporti tra la Curia romana e il
concilio, una fonte importante è la corrispondenza dei legati con Ro­
ma edita da j. susta , D ie rò m isch e K u r ie a n d das R o n z ìi v o n T r ie n t un-
190 INDICAZIONI PER ULTERIORI LETTURE INDICAZIONI PER ULTERIORI LETTURE I9I
terPius IV., 4 voli., Wien 1904-14; sul contesto diplomatico e politi­ 19 9 3; B· steinhauf, Giovanni Ludovico Madruzzo (15 3 2 -16 0 0 ).
co in cui il concilio si svolse si veda piu avanti; ma è connessa stret­ Katholische Reformation zwischen Kaiser und Papst, Munster 1993.
tamente con la storia del concilio quella della legazione di Giovanni Sulle tendenze eterodosse a Trento e nell’area, cfr. v. zanolini, A p­
Morone, su cui cfr. g . Constant, La légation du CardinalMoroneprès punti e documenti per una storia dell’eresia luterana nella diocesi di Tren­
de l ’Empereuretle Concile de Trente, Paris 1922. Sulla storia degli epi­ to, in «Annuario V i l i del Ginnasio pareggiato pr. vesc. di Trento
scopati nazionali e del contributo dei diversi Stati europei al conci­ per l ’anno scolastico 1908-909»; id ., Eretici in ValSugana durante il
lio, c’è anche una vasta letteratura; si segnalano: per la Spagna, c. gu- Concilio di Trento. Appunti e documenti, Trento 19 27; G. politi, Gli
tierrez , Espanoles en Trento, Valladolid 19 5 1; a . marin ocete, E l statuti impossìbili. La rivoluzione tirolese del 15 2 5 e i l «programma» di
Arzobispo Dom Pedro Guerrero y la politica conciliar espanoh en el si­ Michael Gasmair, Torino 1995. Un acuto uso interpretativo della con­
glo xvi, Madrid 19 70; per la Francia, a . tallon, La France et le Con­ dizione di confine della realtà di Trento è offerto da M. bellabar -
cile de Trente ( 15 18 -15 6 3 ), Rome 1997; per il Portogallo, j. de ca­ ba , La giustizia ai confini .I l principato vescovile di Trento agli inizi del­
stro, Portugalno Concilo de Trento, 6 voli., Lisboa 1944-46. l ’età moderna, Bologna 1996. Per un’introduzione storica all’età del­
la Riforma, cfr. j. delumeau e th . wanegffelen , Naissance et
affirmation de la Réforme, Paris 1997.
π. La lotta intomo al concilio.

Un quadro ampio e preciso della storia della Chiesa dalla crisi con- n i. L ’ o pera d e l C o n c ilio d ì T re n to .
ciliaristica al Concilio di Trento si trova in h . jedin , Stona del Con­
cilio di Trento cit., I (2“ ed. e nuova trad.). Sul periodo cruciale del Per una valutazione d’insieme cfr. h . jedin , I l significato del con­
papato di Clemente V II cfr. g . m uller , Die Romische Kurie und die cilio di Trento nella storia della Chiesa, in «Gregorianum», X X V I
Reformation 15 2 3 -15 3 4 . Kirche und Politik wàhrend des Pontificates (1946), ristampato con modifiche in id ., Katholische Reformation oder
Clemens’ VII, Giitersloh 1969. Sulle istituzioni ecclesiastiche dell’e­ Gegenreformation? Ein Versuch zur Kldrung der Begriffe nebst ein Ju-
poca, occorre ancora rifarsi a l . thomassin, Ancienne et nouvelle di­ bildumsbetrachtung iiber das Trienter Knnzil, Luzern 1946 [trad. it.
scipline de TEglise, 7 voli., Bar-Le-Duc 1864-67. Sulla curia romana Riforma cattolica o Controriforma?, Brescia 1957]. Su singoli decre­
cfr. E. goeller , Die Pàpstliche Pònitentiarie von ihren Ursprung bis zu ti cfr. id., Kirche des Glaubens Kirche der Geschichte. Ausgewàhlte Auf-
ihre LSmgestaltung unterPius V., 2 voli., Roma 19 0 7 - n ; w. von Hof­ sàtzeund Vortrage, 2 voli., Freiburg-Basel-Wien 1966; cfr. inoltre A.
mann, Forschungen zur Geschichte derkurialen Behòrden vom Schisma Michel , Les décretes du concile de Trente, Paris 19 38; s. kuttner ,
bis zur Reformation, 2 voli., Roma 19 14 . Sul papato e lo Stato della Decreta Septem Priorum sessìonum concila Tridentini, Washington
Chiesa cfr. m . cara vale e A. caracciolo, Lo stato pontificio da Mar­ 1946; Das Weltkonzilvon Trient, a cura di G . Schreiber, 2 voli., Frei­
tino V a Pio IX, Torino 1978; p. prodi, I l sovrano pontefice. Un cor­ burg 19 5 1; G. Alberigo, I vescovi italiani al concilio di Trento 154 5-
po e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 15 4 7 , Firenze 1959; sulla questione della giustificazione: h . ruckert,
1982. Sui conflitti politici intorno al concilio durante il suo svolgi­ DieRechtfertigungslehreaufdem Tridentinische Konzil, Bonn 19 25; e .
mento cfr. h . jedin , Krisis und Wendepunktdes TrienterKonzils 156 2- stakem eier , Glaube und Rechtfertigung, Freiburg 19 37; a . e . mc -
15 6 3 , Wurzburg 19 4 1; h . lutz , Christianitasafflieta. Europa,dasRei- grath , lustitia Dei. A History ofthe Christian Doctrine ofjustification,
ch und dìe pàpstliche Politik ìm Niedergang der Hegemonie Kaiser Karls Cambridge 1998. Sulla questione del calice ai laici cfr. g. Constant,
V., 15 52 -56 , Góttingen 1964; I l concilio di Trento come crocevìa del­ Concession à l ’Allemagne de la communion sous les deux espèces, 2 voli.,
la politica europea, a cura di H. Jedin e P. Prodi, Bologna 1979. Su Paris 19 2 3; sulla questione della messa cfr. e . iserloh , Der Kampf
Trento nell’età del concilio, esiste una vasta letteratura. Si indicano um die Messe in den ersten Jahren der Auseinandersetzung mit Luther,
in particolare: a . casetti , Guida storico-archivistica del Trentino, Miinster 19 52; e . jamoulle , Le sacrìfìce eucharìstìque au Concile de
Trento 19 6 1; g . cristoforetti, La visita pastorale del Cardinale Ber­ Trente, in «Nouvelle Revue Theologique» L X V II (1945); f . x . Ar ­
nardo Clesìo alla diocesi di Trento 15 3 7 -15 3 8 , Bologna 1989; c. nu- nold, Vorgeschichte und Einfluss des Messopferdekrets aud die Behand-
bola, Conoscere per governare. La diocesi di Trento nella visita pasto­ lung des Eucharìstìschen Geheimnìssen in der Neuzeit, in Die Messe in
rale di Ludovico Madruzzo (15-7 9 -158 1), Bologna 1993. c. mozza - der Glaubensverkundigung, Festschrift J. A. Jungmann, Freiburg
relli (a cura di), Trento, principi e corpi. Nuove ricerche di storia 1950; f . buzzi, I l Concìlio di Trento (15 4 5 -15 6 3) .Breve introduzione
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15 3 9 -16 3 8 . I principi vescovi tra Papato e Impero, Milano-Firenze Sul progetto di «riforma dei principi» cfr. l . prosdocimi, I l prò-
192 INDICAZIONI PER ULTERIORI LETTURE INDICAZIONI PER ULTERIORI LETTURE 193

getto di «riforma dei principi» a l concìlio di Trento (15 6 }), in « Ae- di e problemi relativi a ll’applicazione del concilio di Trento in Italia
vum», X III (1939); sul problema delle immagini sacre: h . jedin , En- (1945-19 58 ), in «Rivista storica italiana», L X X (1958); I l concìlio
stehung und Tragweìte des Trienter Dekrets iiber die Bilderverehrung, in di Trento e la Riforma tridentina. Atti del convegno storico intemazio­
«Tùbinger Theologische Quartalschrift», C X V I (1935); sull’istitu­ nale, Trento 1963, Roma-Freiburg 1965; j. bossy, The Counter-Refor-
zione dei seminari: j. O’ donohoe, Tridentine Semìnary Legislation. Its mation and thè People ofCatholic Europe, in «Past and Present», mag­
sources and its formation, Louvain 19 57; sul rapporto tra primato pa­ gio 1970 [trad. it. in id ., Dalla comunità all’individuo. Per una storia
pale e autorità dei vescovi: h . jedin , Delegatus Sedis Apostolicae und sociale dei sacramenti nell’ Europa moderna, Torino 1998; m . rosa,
bischofliche Gewaltaufdem Ronzìi von Trient, in Testschrift Josef Card. Per la storia della vita religiosa e della chiesa in Italia tra il '500 e il ’6oo.
Frings, Berlin-Koln i960; g . Alberigo, Lo sviluppo della dottrina sui Studi recenti e questioni di metodo, in «Quaderni storici», 19 70, n.
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plemento a «Economia Trentina», 19 9 5, n. 1 ; m . marcocchi, c . Abruzzi e Molise e della Basilicata nell’età postridentina, Firenze 19 73;
scarpati, a . acerbi e g . Alberigo, Concilio di Trento .Istanze di rifor­ Per la storia sociale e religiosa del Mezzogiorno d ’Italia, a cura di G.
ma e aspetti dottrinali, Milano 1997. Una chiara e intelligente sinte­ Galasso e C. Russo, 2 v o li, Napoli 1980-82. Sull’edizione degli at­
si dell’opera del concilio nel suo contesto storico è stata pubblicata ti di visite pastorali, cfr. Le vìsite pastorali, a cura di U. Mazzone e
di recente da a . tallon, Le Concile.de Trente, Paris 2000. A. Turchini, Bologna 1985. Molto importanti furono quelle di G.
M. Giberti a Verona, pubblicate a cura di A. Fasani, Riforma pre-tri-
dentina della diocesi di Verona. Vìsite pastorali del vescovo G . M . G i­
i v . L ’attuazione del concìlio. berti 15 2 5 -4 2 , Vicenza 1989. U n’edizione di atti di visite è quella av­
viata nel Thesaurus Ecclesìarum Italiae, a cura di E . Massa e G . De
Un quadro d ’insieme in l . willaert , Après le concile de Treni: la Rosa, Roma 1966 sgg.; si veda ad esempio La visita apostolica di A n­
restauration catholique (156 3-16 4 8 ), Tournai i9 60 [trad. it. La re­ gelo Peruzzi nella Diocesi di Luni-Sarzana (1584), a cura di E . Freg-
staurazione cattolica dopo il Concilio di Trento (156 3-16 4 8 ), Torino gia, Roma 1986; gli atti di una visita apostolica nella diocesi lituana
1966]. Sull’operato di alcuni vescovi cfr. p. prodi, I l cardinale G a­ di Samogizia del 157 9 , per opera del nunzio in Polonia Giovanni An­
briele Paleotti (15 2 2 -15 9 7 ), Roma 1959-67; h . g . molitor, Kirchli- drea Caligari, sono stati editi a cura di l . jovaisa , Zemaiciu vysku-
che Reformen im Turstbistum Paderbom unter Dietrich von Purstenberg pijos vizitacija (157 9 ). Visitatìo Dioecesis Samogìtìae (A.D. 15 7 9 ), Ai-
4 1( 15 8 5 -16 18 ), Miinchen-Paderborn 1974; sulla situazione post-tri- dai 1998. Singoli studi sull’opera di attuazione dei decreti tridenti­
dentina a Brescia si vedano c. cairns, Domenico Bollani, Bishop o f ni in situazioni locali sono troppo numerosi perché si possano qui
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im Bistum Miinster unter Piirstbischof Bernhard von Galen 16 5 0 bis le la rassegna di e . cochrane, New Light on Post-tridentine Italy : A
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194 INDICAZIONI PER ULTERIORI LETTURE

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cantiere aperto, Atti dei Convegni Lincei, Roma 2000.
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Abruzzo, 99 n. to, 166.
Adorni-Braccesi, Simonetta, 149 n. Benedetto da Mantova, 118 n.
Adriano di Utrecht, vedi Adriano VI. Berman, Harold J., 173 n.
Adriano VI (Adrian Florensz Boeyens Bernardi, Claudio, 160 n.
di Utrecht), papa (1522-23), 5. Boccaccio, Giovanni, 75.
Agostino, Aurelio, vescovo d ’Ippo- Bologna, 7, 24, 26, 43, 45, 46, 66-
na, santo, 58, 59. 68, 105, 119 , 148, 149 e n, 150.
Alberigo, G., 120 n. Bonora, Elena, 1 1 7 n.
Aleandro, Girolamo, arcivescovo, 21. Borromeo, Carlo, arcivescovo di Mila­
Alessandro Farnese, duca di Parma no, santo, 50, 86, 91, 105, 106-8,
e Piacenza (1586-92), 29, 35, 36 115 , 116 ,12 6 ,13 2 ,16 0 , 167, 183.
n, 166. Bossy, John, 1 1 5 η, 132 η, 139 e η,
Alfonso I (Alfonso Henriques), det­ 179 e η ·
to il Conquistatore, re del Porto­ Bourges, 14.
gallo (1139-80), 13. Brambilla, Elena, 138 n, 14 5 n.
Alighieri, Dante, vedi Dante Alighie­ Bressanone, 39.
ri. Broutin, Paul, 108 n.
Altòtting, 16 1. Buschbell, Gottfried, 52 n.
Amato, P. Angelo, 124 n. Busseto, 28.
America, 139, 155, 157. Butzer, Martin, 26, 54.
Andrea di Portogruaro, santo, 130. Bujanda, Jesus Martinez de, 7 1 n.
Angelo da Chivasso, 73. Bynum, Caroline Walker, 12 1 n.
Arcangeli, Alessandro, 160 n.
Ariès, Philippe, 175 n. Caetano, Marcelo, 96 n.
Armstrong, Brian G ., 163 n. Caiazza, Pietro, 92 n.
Asburgo, dinastia, 8, 29, 38, 45. Calabria, 109 e n.
Atlantico, oceano, 18, 96. Calvino, Giovanni (Jean Cauvin, Jean
Augusta, 3, 1 1 , 43, 45, 67, 7 1, 97. Calvin), 9, 54, 68, 88, 114 , 119 ,
Azoulai, Martine, 156 n. 158, 170, 175, 183.
Camaiani, Pier Giorgio, 176 n.
Baratti, Danilo, 1 1 1 n. Camerino, 45.
Barbarossa, vedi Khair-al-Din. Campeggi Giovanni, vescovo, 119 .
Barbiero, Giovanni, 120 n. Cantimori, Delio, 176.
Bartolomeo da Gattinara, 6. Capodistria, 159.
Basilea, 3, 14, 19, 2 1, 40. Caponetto, Salvatore, 118 n.
Battista da Crema, frate domenica­ Carafa, Carlo, 97.
no, 1 1 7 e n. Carafa, Gian Pietro, cardinale, vedi
Baviera, 16 1. anche Paolo IV, io, 67, 69, 162.
198 INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIMI INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIMI 199

Carlo V d’Asburgo, imperatore del Crispoldi, Tullio da Rieti, chierico, 45, 46, 5 1, 70, 95, 106, 108, I I O , Germania, 3, 4, 7, 9, n , 13, 2 1, 28,
Sacro Romano Impero (1519-58), 118 . 138, 160, 1 7 1 , 173, 18 1. 3 3 ,35-37; 4 2 . 4 4 - 4 6 , 5 i . 5 2 , 6 i ,
I conte re di Spagna (1516-56), 5, Croce, Benedetto, 174. Evennett, Henry Outram, 178 e n. 62, 87, 95, 103, n o n, 147, 154,
7 , 1 1 , 21, 22, 24-30, 35-37, 42-45, Cucchi, Isidoro da Chiari, abate be­ 167, 168 e n, 1 7 1 , 174.
57,59 , 61, 62, 65-67, 69, 70, 148. nedettino, 38, 53. Faenza, 109 e n, 16 1. Ghislieri, Antonio Michele, cardina­
Carpari, Roberta, 116 n. Curri, Danilo, 160 n. Falletti, Franca, n i n. le, vedi anche Pio V, 12 8 ,12 9 ,15 0 .
Carroll, Michael, 16 1 n. Farnese, famiglia, 29, 45, 61. Giappone, 155.
Carvalho, Joaquim, 126 η. Dall’Olio, Guido, 149 n. Farnese, Alessandro, vedi Alessan­ Giberti, Giovan Matteo, 22 η, 1 n n.
Cascetta, Annamaria, 116 n. Dante Alighieri, 6. dro Farnese, duca di Parma e Pia­ Ginevra, 9, 29.
Cascina, 140. De Biasio, Luigi, 129 n, 130 n. cenza. Giorgio, santo, 159.
Castelli, Giovanni Battista, 106 n. De Boer, Wietse, 105 n, 126 n, 132 Farnese, Ottavio, vedi Ottavio Far­ Giorgio Siculo, vedi Rioli, Giorgio.
Castelnuovo, Enrico, 1 1 5 n. n, 184 n. nese, duca di Parma e Piacenza. Giovanni da Navacchio, 140, 14 1.
Caterina d’Aragona, regina d’In­ De Dominis, Marcantonio, arcive­ Farnese, Pierluigi, vedi Pierluigi Far­ Giulio da Milano, 150.
ghilterra (1509-33), 7. scovo di Spalato, 1 1 3 . nese, duca di Parma e Piacenza. Giulio II (Giuliano della Rovere),
Caterina de’ Medici, regina di Fran­ De Giorgio, Michela, 135 n. Fasani, A., i n n. papa (1503-13), 14, 18, 22.
cia (1557-86), 96. Del Monte, Giovanni Maria, cardi­ Febvre, Lucien, 174 e n, 177 e n, Giulio III (Giovanni Maria del Mon­
Caterina von Bora, 9. nale, vedi anche Giulio III, 13,38 , 184 e n. te), papa (1550-55), 47, 69, 72,
Cava dei Tirreni, 53. 67, 166. Fenlon, Dermot, 38 n. 150.
Ferdinando I d’Asburgo, imperatore Giustiniani, Tommaso, 18, 20, 78.
Cavazza, Silvano, 123 n. Delumeau, Jean, 124 n, 175 n, 177
del Sacro Romano Impero (1531- Gonzaga, Ercole, cardinale, 45, 5 1,
Cervini, Marcello, cardinale, vedi e n.
1564), 12, 48, 83, 84.
anche Marcello II, 13 , 39, 4 1,4 7 , De Rosa, Gabriele, n o n, i n n. 71 ■
Ferrara, 9. Gonzàlez de Mendoza, Pedro, 106,
48, 60, 67, 166. Descimon, Robert, 18 1 n. Filippo II d’Asburgo, re di Spagna
Chabod, Federico, 52 n. De Soto, Pedro, 37. 125 n, 126, 127 n.
(1556-98), 22, 48, 96, 102, 106. Gottinga, 17 1.
Chàtellier, Louis, 122 n, 156 n, 162 n. Dickens, Arthur G., 1 7 1 n. Fine, Agnès, 140 n.
Chaucer, Geoffrey, 75. Dini, Mariano, 140. Gozzi, Marco, 160 n.
Firenze, 6, 136 n. Graham, W. Fred, 163 n.
Chemnitz, Martin, 93. Di Simplicio, Oscar, 152 n. Firpo, Massimo, 148 n.
Chiappa, Franca, 137 n. Dittrich, Franz, 19 n, 36 n. Granada, 127, 1 3 1 , 132.
Fisher, John, vescovo di Rochester, Granvelle, Nicolas Perrenot de, 28.
Chiari, Isidoro, vedi Cucchi, Isidoro. Dobneck, Johann Cochlaeus, detto, 25 ·
Cina, 155. Graz, 103.
54· Flaminio, Marcantonio, 64, 162. Gregorio VII (Ildebrando di Soana),
Cittolini, Alessandro, 129. Dossetti, G ., 120 n. Fontanini, Benedetto, abate bene­
papa (1073-85), 173.
Clemente VII (Giulio de’ Medici), Dudon, Paul, 119 n. dettino, 64. Gregorio X III (Ugo Boncompagni),
papa (1523-34), 5, 18, 22 n, 23. Dumoulin, Charles, 97. Foscarari, Egidio, vescovo di Mo­
papa (1572-85), 112 .
Cognac, 6. Duval, André, 124 n. dena, 127.
Grimm, Jacob, 14 1 n.
Collareta, Marco, 1 1 5 n. Fracastoro, Girolamo, 43.
Grimm, Wilhelm, 14 1 n.
Colonia, 103. Eck, Johann, 54. Fragnito, Gigliola, 79 n.
Gropper, Johann, 37.
Colonna, Pompeo, cardinale, 6. Eire, Carlos Μ. N., 158 n. Francesco I di Valois, re di Francia
(1515-47), 9, 23, 25, 27, 29, 32, Guerrero, Pedro, arcivescovo di Gra­
Colonna, Vittoria, 64, 162. Elisabetta I Tudor, regina d’Inghil­ nada, 7 1, 84, 88, 89, 106, 107,
Commendone, Giovanni Francesco, terra (1557-1603), 95. 46, 70.
cardinale, 98. Elliott, Dyan, 134 n. Francia, 5, 6, 8, 13, 14, 22, 23, 28, I 27, I 3 1·
29, 36, 44-46, 48, 65, 67, 68, 70, Guisa, Carlo di, detto il Cardinale di
Congo, 96. Enrico II di Valois, duca d’Orléans, Lorena, 87, 89.
Contarmi, Gaspare, cardinale, 9, 19, re di Francia (1547-59), 47,67, 68. 84, 90, 95, 97, 102, 108, 109,
n o n, 144, 163, 174. Gumppenberg, Wilhelm, 16 1.
24, 26-28, 35, 36, 59, 148. Enrico V ili Tudor, re d’Inghilterra
Contarmi Giulio, vescovo di Bellu­ (1502-47), 7, 25, 32, 46. Francisco de Vitoria, frate domeni­
cano, 23. Hausmann, Nikolas, vescovo, 8.
no, 60. Enrico di Aviz, detto il Cardinale, Hespanha, Antonio Manuel, 1 1 1 n.
Frankenhausen, 7.
Copete, Marie Lucie, 156 n. reggente (1557) e re del Porto­ Hudon, William V ., 38 n, 184 n.
Freedberg, David, 160 n.
Cosimo I, granduca di Toscana, 27. gallo (1578-80), 96. Froeschlé-Chopard, Marie-Hélène, Huizinga, Johann, 159 η.
Costantinopoli, 19. Erasmo da Rotterdam, Desiderio, 6, Hunt, Arnold, 1 2 1 η .
n o n.
Costanza, 3, 2 1, 41. 53, 55, 75, 99 n, 1 5 8 . Fubini Leuzzi, Maria, 135 n.
Crépy, 29, 30. Eugenio IV (Gabriele Coldulmer), India, 138.
Crescenzio, Marcello, cardinale, 69, papa (1431-47), 13. Gardi, Andrea, 15 n. Indie orientali, 155 .
166. Europa, 7, 13 , 15, 20-22, 32, 35, Gaudemet, Jean, 133 n. Inghilterra, 67, 7 1, 95, 154, 174.
INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIMI 201
200 INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIM I
Montaigne, Michel de, 79 n. Parma, 28, 45, 47, 66.
Irlanda, 154. 34, 36, 39, 51-55, 58-60, 62-64, Morandi, Carlo, 175. Pelagio, monaco bretone, 59.
Italia, 5, 7, 9 ,18 , 22, 26, 27, 36, 44, 73. 74, 88, 97, 114 , 14 3, 144, More, Thomas, vedi Tommaso Moro. Pérez de Ayala, Martin, vescovo di
62, 68, 7 1, 108, 109, 1 1 3 , 115 , 148, r70, 1 7 1 , r74, 183, r84. Morigia, Paolo, 12 2 e n. Cadice, 12 5 e n, 127 e n, 166.
1 1 7 , 1 1 8 , 13 2 ,14 7 , 148, i6 8 e n , Morone, Giovanni, cardinale, 35, 36, Petrini, Dario, 1 1 1 n.
173-77. 180, 183. Madruzzo, Cristoforo, vescovo-prin­ 48, 50, 70, 8 1, 84, 87, 9 1, 95, Petrini, Tiziano, 1 1 1 n.
Italia centrale, n o . cipe di Trento (1539-78), cardi­ 118 , 144, 162, 167. Piacenza, 24, 45, 47, 66.
Italia centro-settentrionale, 150. nale, 38. Moscheo, Rosario, 99 n. Pichon, Jean, 122.
Italia meridionale, 109. Magni, Girolamo, i n n. Munster, 7. Pierluigi Farnese, duca di Parma e
Magonza, 33. Mussolini, Benito, 174. Piacenza (1545-47), 4 5 , 66.
Jedin, Hubert, 6 n, 12 n, 2 1 n, 23 e Manelfi, Pietro, 150. Muzzarelli, Girolamo, frate dome­ Pincino (Pinzino), Francesco, frate,
n, 32 n, 45 n, 83 n, 86, 124 n, Mannelli, Antonio, 168 n. nicano, 119 . 129 e n.
143, r6 6en , 169, 170, I7 r , 175, Manresa, 118 . Myers, W. David, 124 n. Pinnas, Baldassarre, 134.
176, 178. Mantova, 19, 24, 25, 34, 64. Pio II (Enea Silvio Piccolomini), pa­
Joannou, P.-P., 120 n. Manuzio, Paolo, 91, 99 n. Nacchianti, Giacomo, vescovo di pa (1458-64), 19.
Julia, Dominique, n o n. Marcello II (Marcello Cervini), pa­ Chioggia, 53, 62. Pio IV (Giovanni Angelo Medici di
pa (1555), 69. Napoli, 144, 150. Marignano), papa (1559-65), 48,
Karant-Nunn, Susan, 1 1 5 n. Marongiu, Antonio, 134 n. Negri, Francesco (Simone da Bassa- 50, 70, 83, 84, 89, 99, 10 1.
Khair-al-Dln, detto Barbarossa, 29. Martelli, Braccio, vescovo di Fieso­ no), io n. Pio V (Antonio Michele Ghislieri), pa­
Kittsteiner, Heinz D., r24 n. le, 40, 56. Nepi, 45. pa (1566-72), santo, 79, 103, 150.
Klapisch-Zuber, Christiane, 135 n, Martyribus, Bartolomeo de (Barto- Niccoli, Ottavia, 180 e n. Pio IX (Giovanni Maria Mastai Fer­
140 n. lomeu dos Martires), vescovo di Niccolò V (Tommaso Parentucelli), retti), papa (1846-78), 174.
Kuttner, Stephen, 165 n. Braga, 84, 104, 106, 107. papa (1447-55), Ο · Pisa, 14, 140.
Marx, Karl, 8. Norimberga, 34. Po-chia Hsia, Ronnie, 160 n, 179 e
Lancellotti, Ambrogio Catarino Po­ Massa, E., n i n. Nubola, Cecilia, i n a n, 180.
liti de’ , 136 n. Massarelli, Angelo, vescovo di Te- Pole, Reginald, cardinale, 13, 28, 32,
Lang, Peter Thaddaus, n o n. lese, 90, 93, 166. Ochino, Bernardino da Siena, frate, 38, 63-65, 67, 70, 85, 144, 162.
Lanzoni, Francesco, 109 n. Massimiliano I d’Asburgo, re di Ger­ 28, 60, 148, 150. Pordenone, 129 n.
Laureo, Marco, frate domenicano, mania e imperatore del Sacro Ro­ Oestreich, Gerhard, 184. Portogallo, 8, 95, 96, 108, n i n,
i5 3 - mano Impero (1493-1519), 16 1. O ’Malley, John W., 118 n, 143 n, Portogruaro, 129 n.
Laynez, Diego, 127, 134. Massimiliano II d’Asburgo, re di 179 η. Prodi, Paolo, 90 n, 97 n, 106 n, 120
Lea, Henry Charles, 124 e n, 13 1 n. Germania e imperatore del Sacro Ottavio Farnese, duca di Parma e n, 125 n, 145 n, 163 n, 173 n,
Leonardi, C., 120 n. Romano Impero (1564-1576), 98. Piacenza (1547-86), 61. 183 e n.
Leone X (Giovanni de’ Medici), pa­ Mateos, Francisco, 153 n. Prosperi, Adriano, 22 n, 129 n, 147 n.
pa (i5t3-2 i), 14, 18, 20, 78. Maurenbrecher, Wilhelm, 172. Paesi Bassi, 36, 143, 144. Pseaume, Nicolas, vescovo di Ver­
Leone X III (Vincenzo Gioacchino Maurizio, elettore di Sassonia (1541- Paiva, José, 126 n. dun, 104.
Pecci), papa (1878-1903), 167. 1553), 68. Paleotti, Gabriele, cardinale, 93,105, Piitter, Johann Stephan, 17 1.
Lepanto, 1 5 1 . Maurolico, Francesco, 99 e n. 106 n, 107, 163.
Le Roy Ladurie, Emmanuel, 14 1 e n. Medici, Caterina de’ , vedi Caterina Pallavicino, Pietro Sforza, cardina­ Quaglioni, Diego, 137 n.
Lima, 154. de’ Medici. le, 167, 168. Querini, Vincenzo, 18, 20, 78.
Lo Forte Scirpo, Maria Rita, 99 n. Melantone, Filippo, Philippi Schwar- Palomo, Federico, 156 n.
Lombardi, Daniela, r35 n. zerd, detto, 1 1 , 26, 38, 54, 99 n. Palumbo, Genoveffa, 160 n. Raffaello Sanzio, 6.
Londra, ir 3 , 167. Mendoza, Juan de, 42. Paolo, santo, 59. Ramos, Gabriele, 154 n.
Lortz, Joseph, 169. Messico, 138 , 143. Paolo III (Alessandro Farnese), pa­ Ranke, Leopold von, 169, 172.
Lotti, Ottaviano, 5 1. Michelangelo Buonarroti, 28, 64, pa (1534-49), 23, 27-30, 34, 41, Ratisbona (Regensburg), 9, 26, 27,
Loyola, litigo de Onez y, santo, r 18, 162.
4 4 . 4 5 . 5 2 . 6 1, 145. 0 3 - 3 5 . 36, 5 9 . τ4 Ί·
119 , 183. Mignanelli, Fabio, 37. Paolo IV (Gian Pietro Carafa), pa­ Regio, Urbano, 123.
Lucca, Γ49. Milano, 105, 107, 116 , 132 , 165 n. pa (1555-59), 22, 70, 97, 99, 10 1, Reinhard, Wolfgang, 97 n, 180, 18 1
Luciano degli Ottoni, 65. Mitteraurer, Michael, 138 n. 102, 128, 1 3 1 , 150, 15 1. e n, 183 n.
Luigi XII, re di Francia (1498-1515), Modena, 12 5 n, 147. Paschini, Pio, 40 n. Renata di Francia, duchessa di Fer­
14· Mohàcs, 1 1 . Pastor, Ludwig von, 172. rara, 9.
Lutero, Martino (Martin Luther), 3- Monico, Ambrogio, curato in Val- Pastore, Stefania, 106 n. Repgen, Konrad, 97 n.
7, 8 e n , 9, 1 1 , 1 7 , 1 9 , 20, 24-26, sassina, 116 .
202 INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIMI INDICE DEI NOMI E DEI TOPONIMI 2 03

Rioli, Giorgio, alias Giorgio Siculo, Spagna, 22, 28, 84, 95-97, 107-9, Waquet, Fran?oise, 79 n.
40. n i n, 132 e n, 143, 144, 146. Weber, Max, 176, 182.
Roma, 6, 7, 9, 1 3 ,1 4 , 16-18, 23-29, Spira, 1 1 , 29. Wied, Hermann von, 36.
3 1 -3 3 . 36, 3 7 . 3 9 , 40-42, 4 5 , 46, Strasburgo, io n. Wittenberg, 26.
48-51, 53, 57, 65, 67, 69, 76, 80, Strozzi, Piero, 27. Wolsey, Thomas, cardinale, 6.
84, 91-93, 95, 96, 98, 99 n, 100, Sturm, Jakob, 1 1 . Worms, 1 1 , 21.
10 3 , 105, 107, 1 1 2 , 127, 143, Susta, Josef, 167 n.
14 5, 146, 148, 149 e n, 150, 15 1, Zanettini, Dionisio, 61.
15 3 , 154, 16 1, 162, 166. Tallon, Alain, 68 n, 83 n. Zanotto, Andrea, 137 n.
Romeo, Giovanni, 14 1 n. Tarlili, Domenico, i n n. Zarri, Gabriella, 119 n, 134 n.
Roscioni, Gian Carlo, 155 n. Taviani, Ferdinando, 160 n. Zeeden, Ernst Walter, n o n.
Roteili, Ettore, 182 n. Tedeschi, John, 149 n. Zonta, Giuseppe, io n.
Rubin, Miri, 1 1 7 n. Tenenti, Alberto, 175 n. Zurigo, io.
Ruscelli, Girolamo, 48 n. Tentler, Thomas N., 124 n. Zwingli, Huldrych (Huldreich, Ulri­
Titolo, 62. co Zuinglio), 9, io, 68, 99 n, 170.
Salamanca, 23. Tolone, 29.
Salmerón, P. Alfonso, 127. Tommaso de Vio, detto Caietano o
Sandys, Sir John Edwin, 13 1 n. Gaetano, cardinale di Gaeta, 3.
Sanfelice, Giovanni Tommaso, ve­ Tommaso Moro (Thomas More), 25.
scovo di Cava dei Tirreni, 53, 60, Tonkin, John M., 17 1 n.
6 1, 65, 144. Torino, 24.
Sangalli, Maurizio, 82 n. Torre, Angelo, i n n.
San Giorgio di Piano, 140. Toscana, 27.
Sanz, M. Serano y, 12 5 n. Trento, 12 , 2 1, 25, 27, 28, 30, 32,
Sardegna, 134. 3 4 , 3 7 -3 9 , 4 2 -4 7 , 5 2, 5 4 , 62, 65,
Sarpi, Paolo, 30 e n, 3 1 e n, 54 n, 66,68, 70, 80, 82-84, 86, 89, 99,
8 1, 98, 1 1 3 , 1 3 1 e n, 163, 165 e 10 1, 104, 105, 12 3, 1 3 1 , 143,
n, 166-68, 170 e n, 173. 15 1, 1 5 3 , 156, 164, 173.
Sarrión Mora, Adelina, 132 n. Troeltsch, Ernst, 176.
Sassonia, 5, 8. Truchsess, Ott, cardinale, 52.
Savonarola, Girolamo, frate, 3, 19. Turchini, Angelo, n i n, 1 1 6 n.
Scalisi, Lina, 1 1 2 η . Turtas, Raimondo, 134 n.
Scaramella, Pierroberto, 109 n.
Schiera, Pierangelo, 182 n. Ungheria, 98, 154.
Schilling, Heinz, 183 n. Urbano, Henrique, 154 n.
Scozia, 154. Usener, Hermann, 138 n.
Sebastiano I di Aviz, re del Porto­
gallo (1559-78), 96. Valdés, Alfonso de, 6.
Segura Davalos, Juan, 135 e n. Valdés, Juan de, 60.
Sehling, Emil, 8 n. Valla, Lorenzo, 4, 75, 77.
Seidel Menchi, Silvana, 137 n. Valsassina, 116 .
Seripando, Girolamo, arcivescovo di Vargas, Francisco, 125 n.
Salerno, cardinale, 33, 47, 60, Venard, Marc, n o n.
65, 7 1, 127. Venezia, 5, io , 25, 56, 146, 147,
Sicilia, 112 η. 149.
Simone da Bassano, vedi Negri, Fran­ Vergerlo, Pier Paolo, vescovo di Ca­
cesco. podistria, 39, 40, 159.
Simonetta, Ludovico, cardinale, 91. Verona, 118 .
Sisto V (Felice Peretti), papa (1585- Vicenza, 25.
1590), 103. Vienna, n .
Slive, Seymour, 159 n. Vivanti, Corrado, 30 n, 3 1 n, 166 n,
Smalcalda, 5, 25,30, 37, 42, 6 1,14 7 . 168 n.
Stampato per conto della Casa editrice Einaudi
presso la Stamperia Artistica Nazionale, s.p . a., Torino
nel mese di giugno 2 0 0 1

C.L. 15877
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