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NUOVA VERSIONE

DELLA BIBBIA
DAI TESTI ANTICHI

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Presentazione
NUOVA VERSIONE DELLA BIBBIA DAI TESTI ANTICHI

L
a Nuova versione della Bibbia dai testi antichi si pone
sulla scia di una Serie inaugurata dall’editore a margine
dei lavori conciliari (la Nuovissima versione della Bib-
bia dai testi originali), il cui primo volume fu pubblicato nel
1967. La nuova Serie ne riprende, almeno in parte, gli obiettivi,
arricchendoli alla luce della ricerca e della sensibilità contem-
poranee.

I volumi vogliono offrire anzitutto la possibilità di leggere


le Scritture in una versione italiana che assicuri la fedeltà alla
lingua originale, senza tuttavia rinunciare a una buona qualità
letteraria. La compresenza di questi due aspetti dovrebbe da un
lato rendere conto dell’andamento del testo e, dall’altro, soddi-
sfare le esigenze del lettore contemporaneo.
L’aspetto più innovativo, che balza subito agli occhi, è la
scelta di pubblicare non solo la versione italiana, ma anche il
testo ebraico, aramaico o greco a fronte. Tale scelta cerca di
venire incontro all’interesse, sempre più diffuso e ampio, per
una conoscenza approfondita delle Scritture che comporta, ne-
cessariamente, anche la possibilità di accostarsi più direttamente
ad esse.
Il commento al testo si svolge su due livelli. Un primo li-
vello, dedicato alle note filologico-testuali-lessicografiche, offre
informazioni e spiegazioni che riguardano le varianti presenti
nei diversi manoscritti antichi, l’uso e il significato dei termini,
i casi in cui sono possibili diverse traduzioni, le ragioni che
spingono a preferirne una e altre questioni analoghe. Un secon-
do livello, dedicato al commento esegetico-teologico, presenta
le unità letterarie nella loro articolazione, evidenziandone gli
aspetti teologici e mettendo in rilievo, là dove pare opportuno,
il nesso tra Antico e Nuovo Testamento, rispettandone lo statuto
dialogico.

Particolare cura è dedicata all’introduzione dei singoli libri,


dove vengono illustrati l’importanza e la posizione dell’opera
nel canone, la struttura e gli aspetti letterari, le linee teologiche
presentazione 4

fondamentali, le questioni inerenti alla composizione e, infine,


la storia della sua trasmissione.
Annotazioni di carattere tecnico
NUOVA VERSIONE DELLA BIBBIA DAI TESTI ANTICHI

Un approfondimento, posto in appendice, affronta la pre-


senza del libro biblico nel ciclo dell’anno liturgico e nella vita
del popolo di Dio; ciò permette di comprendere il testo non solo
nella sua collocazione “originaria”, ma anche nella dinamica Il testo in lingua antica
interpretativa costituita dalla prassi ecclesiale, di cui la celebra- Il testo greco stampato in questo volume è quello della ven-
zione liturgica costituisce l’ambito privilegiato. tottesima edizione del Novum Testamentum Graece curata da
B. Aland - K. Aland - J. Karavidopoulos - C.M. Martini - B.M.
I direttori della Serie Metzger (2012) sulla base del lavoro di E. Nestle (la cui prima
Massimo Grilli edizione è del 1898). Le parentesi quadre indicano l’incertezza
Giacomo Perego sulla presenza o meno della/e parola/e nel testo.
Filippo Serafini
La traduzione italiana
Quando l’autore ha ritenuto di doversi discostare in modo
significativo dal testo stampato a fronte, sono stati adottati i
seguenti accorgimenti:
– i segni ˹ ˺ indicano che si adotta una lezione differente da
quella riportata in greco, ma presente in altri manoscritti o
versioni, o comunque ritenuta probabile;
– le parentesi tonde indicano l’aggiunta di vocaboli che ap-
paiono necessari in italiano per esplicitare il senso della
frase greca.
Per i nomi propri si è cercato di avere una resa che non si
allontanasse troppo dall’originale ebraico o greco, tenendo però
conto dei casi in cui un certo uso italiano può considerarsi dif-
fuso e abbastanza affermato.

I testi paralleli
Se presenti, vengono indicati nelle note i paralleli al passo
commentato con il simbolo //; i passi che invece hanno vicinanza
di contenuto o di tema, ma non sono classificabili come veri e
propri paralleli, sono indicati come testi affini, con il simbolo .

La traslitterazione
La traslitterazione dei termini ebraici e greci è stata fatta con
criteri adottati in ambito accademico e quindi non con riferi-
mento alla pronuncia del vocabolo, ma all’equivalenza formale
fra caratteri ebraici o greci e caratteri latini.
annotazioni 6

L’approfondimento liturgico
Redatto da Matteo Ferrari, rimanda ai testi biblici come pro-
posti nei Lezionari italiani, quindi nella versione CEI del 2008.

SECONDA LETTERA
AI CORINZI
Introduzione, traduzione e commento

a cura di
Francesco Bianchini
Nestle-Aland, Novum Testamentum Graece, 28th Revised Edition, edited by Barbara Introduzione
and Kurt Aland, Johannes Karavidopoulos, Carlo M. Martini, and Bruce M. Metzger in
cooperation with the Institute for New Testament Textual Research, Münster/Westphalia,
© 2012 Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart. Used by permission.

TITOLO E POSIZIONE NEL CANONE

Il titolo dello scritto ci dice da subito che esso costituisce la


seconda delle lettere di Paolo scritte alla comunità di Corinto e
presenti nel Nuovo Testamento. La nostra lettera è considerata dai
lettori e dagli interpreti difficile ed enigmatica. Anzitutto è fati-
cosa l’espressione linguistica greca, la cui complessità non può
essere celata neppure nelle traduzioni moderne. È ostica anche la
comprensione del testo e delle circostanze, nelle quali esso è stato
redatto. Ci si interroga infatti sui mutati rapporti, dopo l’invio di 1
Corinzi, tra la Chiesa corinzia e il suo fondatore. Si discute poi sulla
sua forma letteraria, cioè se la lettera sia o meno una compilazione
di epistole precedenti. Inoltre gli studiosi tentano di individuare
l’identità degli avversari di Paolo, che appaiono avere un peso
rilevante all’interno del dettato testuale.
Ma, come spesso avviene nell’epistolario paolino, la fatica del-
la ricerca è ripagata dalla ricchezza delle scoperte che si fanno
nell’addentrarsi nella lettera. Così 2 Corinzi si rivela come il più
personale dei testi dell’apostolo, poiché qui egli mostra le sue gioie
e le sue tristezze, i suoi timori e le sue speranze, le sue incertezze e
le sue convinzioni. In aggiunta, se ogni sua epistola ha la presenza
© EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 2015 di un dialogo tra Paolo e i destinatari, questa è costituita, più di
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
www.edizionisanpaolo.it ogni altra, da un vivace e, talvolta, drammatico botta e risposta.
Distribuzione: Diffusione San Paolo s.r.l. Con un appassionato coinvolgimento, l’autore esprime il suo zelo
Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
per il Vangelo proprio attraverso un’amante gelosia per la comunità
ISBN 978-88-215-0000-0 (cfr. 11,2). Questa dimensione eminentemente personale è legata
introduzione 10 11 introduzione

a doppio filo con la riflessione contenutistica presente nella lettera la prima volta la questione dell’integrità dell’epistola, questione
e riguardante, principalmente, il ministero apostolico. Si tratta di che è ancor oggi – in un tempo nel quale i commentari alla lettera
un’argomentazione condotta proprio a partire dal concreto servizio hanno raggiunto un numero considerevole – al centro del dibattito
a favore del Vangelo svolto da Paolo in precise circostanze, carat- esegetico sulla 2 Corinzi, insieme a quelle del contesto storico della
terizzate da sofferenze e contrasti. comunità corinzia e del profilo degli avversari paolini.
L’importanza della lettera, quindi, risiede, da una parte nella La nostra epistola si trova nel canone al terzo posto tra le lettere
possibilità che essa ci fornisce di conoscere da vicino la persona paoline, dopo Romani e 1 Corinzi. Così, pur non essendo stata scritta
di Paolo, entrando nel suo animo e nelle sue più intime convin- con ogni probabilità successivamente a Romani, si trova dopo di essa.
zioni; dall’altra, nell’approfondimento del valore e del significato Tuttavia, la collocazione rispecchia la sua lunghezza, poiché con i
dell’apostolato e, per estensione, di qualsiasi ministero a servizio suoi 256 versetti, corrispondenti a 4.477 parole, viene esattamente
del Vangelo svolto nella Chiesa. Inoltre, benché la ricostruzione dopo le due succitate lettere. Inoltre, la terza più estesa tra le epistole
dello sfondo storico risulti molto difficile, la lettera ci permette paoline fa parte del gruppo, creato dagli esegeti, delle protopaoline (o
di comprendere alcuni dei problemi e dei contrasti da cui erano prolegómena, ossia accettati), comprendente oltre alla nostra, Roma-
attraversate le prime comunità cristiane. ni, 1 Corinzi, Galati, Filippesi, 1 Tessalonicesi e Filemone, cioè gli
Sebbene abbiamo commenti all’intera lettera già a partire dal IV scritti considerati dalla maggioranza come autenticamente paolini, e
secolo, essa non è una delle più lette e conosciute dell’epistolario separato dalle deuteropaoline (o antilegómena, ossia discussi), cioè
paolino. In questo senso, la concentrazione tematica sull’apostolato le restanti lettere dell’apostolo, la cui reale attribuzione a Paolo è
non ha contributo alla sua diffusione, poiché 2 Corinzi è apparsa discussa. Infine 2 Corinzi è considerata, insieme a Romani, 1 Corinzi
più limitata rispetto alle altre epistole, segnate da una rilevante e Galati, una delle quattro principali epistole paoline.
varietà contenutistica, e del tutto priva di riferimenti al tema della
giustificazione per la fede che, a cominciare dal XVI secolo e sino
ad alcuni decenni fa, ha rappresentato per la stragrande maggio- ASPETTI LETTERARI
ranza degli studiosi il centro indiscusso della teologia paolina. In
ogni modo, nelle differenti fasi della storia dell’interpretazione si La questione dell’integrità della lettera e della sua trasmissione
è data attenzione ad aspetti diversi dell’epistola, mostrando quindi Una delle questioni al centro dell’attenzione degli esegeti è quel-
indirettamente i molti motivi di interesse che la sua lettura può la dell’integrità o della natura compilatoria di 2 Corinzi, sollevata
offrire. Infatti i primi commentari, quelli patristici, sono attenti alla per la prima volta nel XVIII secolo. Per nessun’altra delle lettere di
dimensione autobiografica della lettera, alla questione degli av- Paolo il dibattito è così incandescente e polarizzato. A ogni modo,
versari e all’ermeneutica dell’Antico Testamento presente in essa. non è possibile individuare la composizione, il genere, lo scopo di
Dopo di loro, gli interpreti medievali analizzano il testo della 2 2 Corinzi, senza prima decidere se lo scritto è unitario o è il risul-
Corinzi soprattutto in base all’assioma dei quattro sensi della Scrit- tato di una raccolta redazionale di altre epistole precedenti. Nella
tura (letterale, allegorico, morale, anagogico). In epoca moderna i storia dell’interpretazione sono state ipotizzate da due a più lettere
biblisti studiano la lettera in stretta connessione con la ricerca sulla alla base della compilazione del nostro scritto canonico e ancor
figura di Paolo, insieme al tentativo di ricostruzione del contesto oggi la maggioranza degli studiosi è a favore di questa prospettiva,
culturale del cristianesimo primitivo. Da ultimo, nel 1776, con la facendo leva soprattutto su alcuni bruschi passaggi presenti nel
pubblicazione del commentario di J.S. Semler, viene sollevata per dettato epistolare.
introduzione 12 13 introduzione

Il primo problema è la collocazione della sezione di 2,14–7,4 toli 10–13 e investe diversi aspetti. Anzitutto, anche quando nei due
che interrompe la sequenza narrativa che collegherebbe 2,13 a 7,5; blocchi c’è lo stesso vocabolario (p. es., «vanto», «raccomandazio-
essa sarebbe quindi un’inserzione redazionale successiva. Ma Paolo ne», «fede») bisogna notare che esso è usato in maniera diversa. Il
non intende fornire una narrazione completa, quanto dare informa- tono, l’attenzione e il rapporto autore-destinatari è completamente
zioni volte alla difesa del suo comportamento. Inoltre, il testo di diverso: infatti si passa dalla gioia e dalla riconciliazione al rimpro-
2,14–7,4, con indici lessicali e tematici legati al contesto più ampio, vero e al sarcasmo, dalla concentrazione sul “noi” a quella sull’“io”,
costituisce, come vedremo, un tipico modo argomentativo paoli- da un rapporto di comunione tra Paolo e i destinatari a uno di forte
no che prende distanza dalla questione per approfondirla alla sua contrasto. Inoltre si avverte una distanza cronologica notevole tra
radice. In aggiunta si deve segnalare che alcuni studiosi ritengono i due blocchi, con un evolversi della situazione: l’apostolo prima
che, all’interno di questa sezione, il brano 6,14–7,1 sia un’interpo- riconosce l’obbedienza dei destinatari (cfr. 7,15), poi ne sottolinea
lazione, vista dalla maggioranza di tale gruppo come non-paolina. la carenza (cfr. 10,6); l’annuncio della benevola visita di Paolo
Tuttavia, come mostreremo nell’analisi, da una parte il testo è ben (cfr. 9,3-5) diventa minaccia di un prossimo regolamento di conti
ancorato al proprio contesto, così da escludere una sua natura reda- (cfr. 13,1-10); la colletta, all’inizio vista in fase di organizzazione
zionale; dall’altra, le indicazioni derivanti dal vocabolario (alcuni con l’intervento di Tito (cfr. 8,16-24), risulta quasi completata con
hapax legomena vengono dalla Settanta, altri sono vicini a termini la difesa di Tito dai sospetti dei Corinzi (cfr. 12,17-18). Tale gap
paolini), dalla teologia (ecclesiologia ed esortazioni morali tipiche epistolare non può essere spiegato con una semplice pausa nello
dell’apostolo) e dal modo di argomentare (uso della Scrittura, delle scrivere, come hanno pensato alcuni studiosi; insieme alle altre
antitesi, della vituperazione degli avversari) conducono a ricono- motivazioni appena addotte, fa invece propendere per l’ipotesi di
scere il carattere paolino del suddetto passaggio. una compilazione della lettera.
Il secondo problema è quello del collegamento del capitolo 8 In ragione delle suddette sintetiche osservazioni, riteniamo che la
con quanto precede, in quanto questo capitolo è dedicato al tema lettera presenti una rottura della sua integrità letteraria soltanto nel
mai menzionato prima della colletta. In realtà: la funzione di Tito passaggio dal capitolo 9 al capitolo 10. Così, a nostro avviso, in con-
annunciata in 8,16-24 è opportunamente preparata in 7,5-16; l’esor- formità con la pratica della compilazione nell’antichità, è probabile
tazione alla colletta di 8,1-15 è comprensibile a partire da quanto che un redattore – senza preoccuparsi della conseguente incoerenza,
detto di bene sui Corinzi in 7,14-16; l’elemento della parousía ma di conservare e trasmettere gli scritti dell’apostolo – abbia unito
(venuta-visita) apostolica di 8,16-24 funge precisamente da con- una prima lettera di Paolo ai Corinzi, comprendente i capitoli 1–9 e
clusione dei capitoli precedenti. mutila del postscriptum, a una seconda, costituita dai capitoli 10–13
La terza difficoltà è relativa al collegamento del capitolo 8 con e privata del praescriptum, così da formare l’attuale 2 Corinzi.
il capitolo 9, in quanto quest’ultimo sarebbe una riproposizione Questo quadro è ben compatibile con la complessa situazione
dell’antecedente; tuttavia il capitolo 9 non costituisce un’inutile re- della corrispondenza corinzia. Infatti in 1 Corinzi si parla di una
plica dell’altro, perché si passa dall’esortazione alla colletta a una ri- lettera precedente, nella quale Paolo invitava i suoi a non mescolar-
flessione sul significato di essa, un’opportuna ripetizione-variazione si con gli immorali (cfr. 1Cor 5,9), mentre in 2 Corinzi si accenna
sul tema, così come detto in 9,1 – versetto, oltretutto connesso con a un’altra scritta «tra molte lacrime» (2Cor 2,4), cosicché alla fine
quanto precede attraverso l’espressione greca perì mèn gár («riguar- si può pensare all’esistenza di almeno cinque missive dell’apostolo
do dunque») che non si trova all’inizio di un documento. inviate alla sua comunità.
Il quarto problema riguarda il rapporto tra i capitoli 1–9 e i capi- D’altra parte, citando le principali ragioni addotte dagli stu-
introduzione 14 15 introduzione

diosi a favore dell’integrità della lettera, dobbiamo ricordare che 2 Corinzi A


essa è testimoniata dagli antichi manoscritti del Nuovo Testa- Praescriptum (1,1-2)
mento unicamente nella sua forma attuale, che l’epistola presa Esordio (1,3-14)
nella sua interezza rispetta il tipico canovaccio epistolare paolino Benedizione (1,3-11)
(praescriptum, corpus, postscriptum), che il vocabolario presente Tesi generale: vanto del comportamento sincero con la grazia
in 2 Corinzi è omogeneo (p. es., i campi semantici dell’aposto- di Dio (1,12-14)
lato, del vanto e della raccomandazione) e che è possibile ve- Narrazione apologetica: il comportamento di Paolo (1,15‒2,13)
dere almeno una tematica comune che la percorre tutta (quella Difesa riguardo ai piani di viaggio (1,15-24)
dell’apostolato). La lettera «tra molte lacrime» e le sue conseguenze (2,1-13)
Argomentazione: il ministero apostolico di Paolo (2,14–7,4)
Composizione, genere e scopo della lettera Prima dimostrazione: capacità e trasparenza del ministero cri-
La ricerca della struttura con la quale uno scritto è stato compo- stiano (2,14–4,6)
sto è un primo importante passo per coglierne il contenuto. A tale Esordio: ringraziamento a Dio per l’apostolato e prima tesi
scopo, dal punto di vista metodologico, gli studiosi delle lettere (2,14-17)
paoline si servono sia di criteri di ordine epistolografico, derivanti La concreta legittimazione del ministero paolino (3,1-6)
dal confronto con le lettere dell’antichità, sia di elementi retorici, Il confronto tra ministero apostolico e quello mosaico (3,7-18)
legati all’oratoria antica (i confini tra epistola e discorso sono fluidi Il Vangelo della gloria di Cristo annunciato con verità da
al tempo di Paolo e le sue lettere vogliono sostituire la parola che Paolo (4,1-6)
avrebbe rivolto alla comunità se fosse stato presente). A questi in- Seconda dimostrazione: l’agire di Dio nella fragilità dell’apo-
dizi di composizione si aggiungono, come avviene anche per altri stolo (4,7–5,10)
scritti del Nuovo Testamento, criteri letterari e sintattico-gramma- Il tesoro di Dio nella debolezza dell’apostolo e seconda tesi
ticali. Infine, per 2 Corinzi dobbiamo considerare la forma finale (4,7-15)
del testo così come ci è stato trasmesso, ma anche la sua probabile La trasformazione presente ed escatologica (4,16–5,10)
origine che determina una divisione nella struttura tra la fine del Terza dimostrazione: il vanto del cuore per il ministero della
capitolo 9 e l’inizio del capitolo 10. riconciliazione (5,11‒6,10)
Diversi sono i modelli di composizione proposti dagli studiosi, Le ragioni del vanto per il ministero della riconciliazione e
in ragione anche della prospettiva metodologica adottata da ciascu- terza tesi (5,11-21)
no. Dopo avere individuato la cornice epistolare tipica delle lettere Appello alla grazia di Dio attraverso il ministero apostolico
antiche, costituita all’inizio dal praescriptum (1,1-2) e alla fine dal (6,1-10)
postscriptum (13,11-13), le posizioni divergono in ragione anche Perorazione: comunione con Paolo e separazione dagli increduli
delle varie ipotesi di compilazione. Da parte nostra, muovendoci in (6,11–7,4)
base a un orientamento complessivo, basato sui criteri sopramen- Ripresa della Narrazione: consolazione e fiducia di Paolo nei
zionati, e tenendo conto di quanto siamo venuti dicendo riguardo Corinzi (7,5-16)
alla compilazione di 2 Corinzi, delineiamo il seguente quadro di Esortazione al completamento della colletta (8,1–9,15)
riferimento che troverà opportunamente la sua giustificazione e Appello basato sugli esempi delle Chiese di Macedonia e di
spiegazione all’interno del commento: Cristo (8,1-15)
introduzione 16 17 introduzione

Raccomandazione dei delegati (8,16-24) duzione e di conclusione. In ragione dell’eredità retorica, tipica di
Fiducia nei Corinzi e compito dei delegati (9,1-5) tale discorso è proprio la dimensione argomentativa, in questo caso
Motivazione scritturistica sulla natura della colletta e suo frutto segnata da una tesi, che fa vedere come Paolo intenda dimostrare
(9,6-15) nello scritto la sua superiorità nei confronti degli avversari.
Dalle composizioni proposte si evince da subito il tenore preva-
2 Corinzi B lentemente argomentativo di ciascuna delle due porzioni testuali.
Esordio (10,1-6) Questo implica la necessità di una particolare attenzione alla di-
Confutazione delle accuse (10,7-18) mensione retorica dello scritto, prospettiva che sarà seguita all’in-
Discorso del folle (11,1–12,18) terno del nostro commentario. Così, per quanto riguarda il genere
Esordio del discorso (11,1-6) retorico, nella lettera A (cc. 1–9) troviamo quello giudiziario (Paolo
Appello ai Corinzi (11,1-4) si difende dalle accuse), quello deliberativo (invita a completare la
Tesi: la superiorità di Paolo sugli avversari (11,5-6) colletta), ma anche quello epidittico, che segna la sezione 2,14–7,4,
Prima parte della dimostrazione: la gratuità dell’evangelizzazio- dedicata a mostrare il significato del ministero apostolico. Anche
ne a Corinto (11,7-21a) nella lettera B si rileva una mescolanza di generi: giudiziario (con-
Seconda parte della dimostrazione: forza nella debolezza con futazione e difesa dalle accuse) ed epidittico (vanto di sé) con fina-
elogio di sé (11,21b‒12,10) lità deliberativa (per l’edificazione della comunità, 12,19).
L’elogio di sé con i suoi motivi (11,21b-29) Nondimeno siamo di fronte a due lettere e per questo è possibile
L’inversione dell’elogio di sé (11,30–12,10) parlare anche del genere epistolare di riferimento (che ha palesi
Perorazione (12,11-18) collegamenti con quello retorico). Seguendo i tipi recensiti dallo
Preparazione della terza visita e ammonizioni (12,19–13,10) Pseudo-Demetrio, Forme epistolari, 23-32 (II-III secolo d.C.), e
Postscriptum (13,11-13) considerando la composizione da noi proposta, ritroviamo nella
lettera A soprattutto il genere apologetico ed esortativo, ma anche
La composizione di 2 Corinzi A evidenzia che Paolo nel suo quello della consolazione (cfr., p. es., 1,3-11) e della raccomanda-
scritto intende dimostrare l’irreprensibilità del suo comportamento zione (cfr., p. es., 8,16-24). D’altra parte, nella lettera B a prima
di apostolo. In un primo momento, ciò è provato a partire da una vista sembra ancora prevalente il genere apologetico, insieme a
narrazione che ricostruisce gli ultimi fatti avvenuti nel rapporto quello categorico (di accusa), ma a una lettura più attenta emerge
tra l’apostolo e i Corinzi. In un secondo passo, la tesi iniziale è quello della raccomandazione (sia veda tutto «il discorso del fol-
dimostrata attraverso un’argomentazione più generale, nella quale le»), seguito da quello esortativo (cfr., p. es., 10,1-2; 12,19; 13,10).
Paolo approfondisce il valore del ministero apostolico perché i de- Dopo aver approfondito il genere retorico e quello epistolare che
stinatari possano superare la loro incomprensione di esso, attestata hanno evidenziato tra quali tipi di testi possono essere annoverati i
dai fatti. L’ultima sezione della lettera trova la sua giustificazione nostri, siamo spinti a individuare le finalità delle due lettere. L’oc-
nella fiducia, ormai recuperata, dell’apostolo per i Corinzi e presen- casione e lo scopo della lettera A sono legati alle notizie positive
ta, a differenza del resto della lettera, un carattere eminentemente che Paolo riceve da Tito (cfr. 2,13; 7,5-16) con il ravvedimento
esortativo. della comunità, soprattutto in merito alla faccenda dell’offensore. A
La composizione di 2 Corinzi B è dominata da un discorso at- seguito di tali eventi, l’apostolo scrive la sua missiva con lo scopo
torno al quale il resto della lettera assume una funzione di intro- primario di giungere a una piena e duratura riconciliazione con i
introduzione 18 19 introduzione

Corinzi; per questo deve difendere il suo precedente operato con- Corinzi A e B, consapevoli che due epistole di uno stesso autore
tro le critiche da loro provenienti. Nello stesso tempo egli avverte possono ben presentare delle tematiche comuni.
che dietro a situazioni specifiche è in gioco la considerazione del Nessuna delle lettere di Paolo rappresenta uno scritto teologico
servizio apostolico da parte dei suoi. Così nella lettera A Paolo si sistematico; esse sono mezzi di comunicazione pastorale tra l’apo-
prefigge anche di presentare alla comunità del ministero da lui rice- stolo e le sue comunità. In particolare, come visto, 2 Corinzi alterna
vuto, perché ne comprendano il valore e la funzione (cfr. 2,14–7,4). argomentazioni teoriche a indicazioni e notizie di ordine pratico,
Come ultima finalità è da rilevare, sulla scorta dei capitoli 8–9, cosicché la riflessione è legata alle concrete situazioni del mittente
quella del completamento della colletta a favore della Chiesa di e dei destinatari. Tenuto conto di questo carattere contingente della
Gerusalemme. In effetti le tre finalità appaiono strettamente legate lettera, è però possibile trovare in essa approfondimenti, che Paolo
in dipendenza dalla prima di esse: per giungere alla riconciliazio- sviluppa, a diverse riprese, su alcuni temi e che valgono non solo
ne, da una parte l’apostolo deve difendere il suo operato, cosa che per la comunità di Corinto, ma anche per le altre Chiese a lui legate
è veramente possibile solo attraverso una corretta comprensione e più oltre ancora. Emergono, quindi, alcuni nuclei di riflessione
del valore del ministero apostolico; dall’altra, può domandare ai teologica che possono essere letti in dipendenza da tre principali
destinatari il completamento della colletta a condizione che egli sia temi: il ministero, la teologia, l’ecclesiologia.
arrivato a rappacificarsi con loro. La maggior parte degli interpreti sono d’accordo, riguardo a 2
L’occasione e lo scopo della lettera B nascono invece da una Corinzi, nel mettere al primo posto la riflessione sul ministero apo-
mutata situazione dei rapporti con i Corinzi, ormai segnati da un stolico, una riflessione strettamente legata alla figura e alla vicenda
vero e proprio conflitto, dovuto all’azione degli avversari che hanno di Paolo, viste nel suo servizio alla comunità e nel suo confronto
contribuito a creare questa frattura. L’apostolo così scrive con lo con gli avversari. Come detto sin dall’inizio (cfr. 1,1), il ministero
scopo primario di riconquistare a sé la comunità, distaccandola apostolico ha un’origine in Dio che fa risplendere la conoscenza
dagli oppositori, e per questo confuta le accuse e si confronta con della sua gloria nel cuore del chiamato (cfr. 4,6) e che lo invia ad
loro (cfr. 11,1-6). Inoltre, attraverso l’elogio di sé, trasformato in annunciare il Vangelo di Cristo (cfr. 2,12; 10,14). Questo ministe-
quello di Cristo, Paolo vuole operare un cambiamento profondo di ro, vivificato dallo Spirito, ha una dignità incomparabile, perché è
mentalità tra i Corinzi, perché scoprano nella debolezza umana tutta quello della nuova alleanza; risulta, quindi, a servizio di una nuova
la potenza di Dio (cfr. 12,9-10). Da ultimo, l’apostolo intende anche relazione con Dio per mezzo di Cristo (cfr. 3,5-8) per la riconci-
preparare la sua terza visita, cercando di rimuovere gli ostacoli a liazione a lui di tutta l’umanità (cfr. 5,19). D’altra parte, proprio
un suo efficace svolgimento (cfr. 12,19–13,10). a motivo di Cristo, l’apostolo è servo della comunità (cfr. 4,5),
collaboratore della sua gioia (cfr. 1,24), legato a essa da profondo
affetto (cfr. 2,4). Inoltre il ministro, chiamato a comportarsi con
LINEE TEOLOGICHE FONDAMENTALI la semplicità e sincerità che vengono da Dio (cfr. 1,12), è un vaso
di creta che, tuttavia, contiene in sé lo straordinario tesoro della
Se 2 Corinzi è stata trasmessa come scritto unitario, significa conoscenza di Dio (cfr. 4,7). La sua debolezza, che lo espone ai
che anche in quanto tale essa merita di essere letta e interpretata. pericoli e alla morte (cfr. 4,8-10; 6,4-10), non è un impedimento al
Così facendo non cadiamo in contraddizione con la nostra ipotesi ministero; al contrario, è lo strumento più adatto per rendere testi-
di compilazione della lettera, ma vogliamo prendere in seria con- monianza alla potenza di Cristo (cfr. 12,9). In fondo, l’autenticità
siderazione la sua forma canonica e ritrovare elementi comuni a 2 del servitore del Vangelo, distaccato dal denaro (cfr. 11,9) e unito
introduzione 20 21 introduzione

agli altri apostoli (si veda il «noi» di 2,14–7,4), si trova proprio qui: sottolinea che lo Spirito è donato a tutti i credenti come caparra,
tutta la sua esistenza è coinvolta in ciò che annuncia, cosicché egli anticipo del bene futuro della risurrezione finale (cfr. 1,22; 5,5).
riproduce in sé lo stesso itinerario di morte e risurrezione di Cristo Da ultimo, è importante rilevare che la teologia di 2 Corinzi
diventandone un’immagine vivente (cfr. 13,4). mostra una sua originalità nella presentazione di una dimensione
Come in tutte le sue lettere, anche in 2 Corinzi Paolo parla di Dio trinitaria ante litteram ma reale. Infatti, come visto, c’è uno svi-
a partire da Cristo, del quale egli è l’apostolo (cfr. 1,1). In Cristo, luppo ricco e diversificato delle operazioni delle singole Persone
Dio ha portato a compimento tutte le sue promesse di salvezza (cfr. divine, ci si riferisce alla loro contemporanea azione (cfr. 1,21-22;
1,18-20), attraverso una nuova alleanza che è pieno compimento 3,3; 4,13-14) e, infine, si presenta l’asserzione trinitaria più chiara
dell’antica (cfr. 3,7-11). L’amore proveniente da Cristo spinge chi di tutto l’epistolario paolino nella benedizione finale di 13,13.
lo riceve a non vivere più per se stesso, ma per annunciare la pa- Alla teologia si lega da subito l’ecclesiologia della lettera, es-
rola di riconciliazione di Dio (cfr. 5,11-20), ossia il Vangelo, il cui sendo questa indirizzata «alla Chiesa di Dio che è a Corinto»
contenuto è proprio Cristo (cfr. 4,4). Il credente sperimenta già al (1,1), espressione con la quale si indica l’appartenenza della co-
presente una reale partecipazione alla vita di Cristo, in attesa di munità corinzia a Dio, ma anche la sua capacità di rappresentare
vivere per sempre con lui (cfr. 4,10-14). Infine, con tre formule l’intera Chiesa universale. La comunità cristiana è definita come
paradossali, Paolo ci dice quanto Dio ha compiuto nella morte in il tempio del Dio vivente (cfr. 6,16); anzi il suo statuto è quello
croce di Cristo e quanto l’uomo necessita di un totale cambiamento di una famiglia dove Dio è Padre, i suoi membri sono figli e figlie
di mentalità per accogliere le indicibili vie divine dispiegate per la e, quindi, fratelli e sorelle tra di loro (cfr. 6,18). Inoltre, in quanto
sua salvezza: Cristo è divenuto peccato per liberarci dal peccato fidanzata già promessa sposa, essa è chiamata a vivere in fedeltà
(cfr. 5,21), si è fatto povero per arricchirci (cfr. 8,9), crocifisso a Cristo, suo sposo, in attesa delle nozze escatologiche (cfr. 11,2).
per la sua debolezza, vive per la potenza di Dio perché anche noi Dalle concrete situazioni della lettera si può anche comprendere
possiamo avere la vita (cfr. 13,4). che nella comunità c’è lo spazio della riconciliazione e del per-
Tuttavia, sin dall’inizio della lettera, accanto a Cristo spicca dono (cfr. 2,4-11), come quello del confronto e dello scontro, ma
pure la figura del «Padre di misericordia e Dio di ogni consola- sempre in nome di un sincero affetto reciproco (cfr. 12,14-19).
zione» (1,3). A differenza di altri scritti paolini, a lui solo viene Ma in che modo debba vivere la Chiesa al suo interno ce lo dice
attribuito il termine theós («Dio») e di fronte a lui, in quanto soprattutto la colletta che occupa ben due capitoli della lettera.
giudice giusto, Paolo più volte rimette la sua causa (cfr. 1,23; Essa non è intesa come una semplice raccolta di denaro per i
11,11; 12,19). In 2 Corinzi Dio è visto nel suo molteplice agire, poveri della Chiesa di Gerusalemme, ma è prima di tutto una
ma soprattutto è posto all’origine e al termine del processo di sal- grazia proveniente da Dio (cfr. 8,1). Nel rapporto tra le Chiese,
vezza, determinato dalla risurrezione di Cristo e da quella finale la colletta rappresenta un servizio e un atto di comunione (cfr.
dei cristiani (4,14), e alla fonte dell’annuncio salvifico operato 8,4), così da costituire una concreta e fattiva uguaglianza tra di
dagli apostoli (cfr. 2,14-17). esse (cfr. 8,14). Al fondo e al centro di tutta questa vitalità ec-
L’apostolo, inoltre, riconosce la specificità dell’azione dello Spi- clesiale c’è Dio, che riempie i credenti dei suoi doni e che ama
rito Santo. Anzitutto afferma che lo Spirito ha la stessa signoria di colui che dona con gioia (cfr. 9,7-8). Per questo la colletta è un
Dio ed è il principio della libertà del credente (cfr. 3,17); poi che atto di culto a lui rivolto (cfr. 9,11-12); di conseguenza, chi ne
sostiene il ministero apostolico con forza vivificante (cfr. 3,6-8) è beneficiario non potrà che pregare e ringraziare Dio a motivo
e guida la sua azione all’interno della comunità (cfr. 3,3). Infine, della solidarietà manifestata dagli altri fratelli credenti (cfr. 9,13-
introduzione 22 23 introduzione

15), cosicché comunione con il Signore e comunione ecclesiale di Troia, nel 338 a.C. divenne, a opera di Filippo il Macedone, la
divengono un’unica indivisa realtà. sede della Lega achea e, successivamente, si ampliò molto sino a
Come corollario a questo approfondimento è necessario ricorda- raggiungere, secondo le stime, una popolazione di cinquecentomila
re (l’avevano già notato i Padri della Chiesa) che, secondo quanto abitanti, costituendo quindi il maggiore centro urbano della Grecia.
avviene anche nelle altre principali lettere paoline, l’autorità della Tuttavia, con l’espansione di Roma nel Mediterraneo divenne ine-
Scrittura è punto di riferimento, soprattutto nei capitoli 1–9, per vitabile lo scontro tra questa e la Lega achea, e nella guerra Corinto
il ragionamento dell’apostolo, quindi per la teologia della lettera ebbe la peggio. Infatti, nel 146 a.C. la città fu occupata e distrutta
(cfr., p. es., 3,1-16; 6,1-18; 10,17). dal console Lucio Mummio. Nonostante tale rovinosa fine, i dati
archeologici attestano come il centro continuò a essere popolato,
anche se da un numero di abitanti di gran lunga inferiore.
DESTINATARI, AUTORE E DATAZIONE Nel 44 a.C. Cesare, poco prima di essere assassinato, la rifondò
come colonia romana (Colonia Laus Iulia Corinthiensis), che
La città e la comunità cristiana di Corinto in rapporto con doveva richiamare nell’aspetto urbanistico la capitale. Ben presto
Paolo riconquistò tutta la sua importanza, grazie anche al fatto di essere
Durante il suo secondo viaggio missionario, nei primi anni 50 del stata designata nel 27 a.C. come capitale della provincia romana
I secolo, Paolo giunge nella città greca di Corinto, la più importante dell’Acaia, con un proconsole ivi residente. Di conseguenza, la
del momento. Tale ruolo di rilievo derivava prima di tutto dalla sua popolazione in pochi decenni si moltiplicò sino a raggiungere
posizione geografica: Corinto, infatti, sorgeva nella lingua di terra alla metà del I secolo d.C., secondo gli studiosi, la notevole cifra
che unisce la Grecia continentale alla penisola del Peloponneso, e di almeno settecentomila abitanti. Questo centro urbano, quando
si ergeva su un altipiano che dominava l’istmo con i due porti di Paolo vi si recò, aveva un carattere cosmopolita che presentava,
Lecheo (sul golfo di Corinto, circa 3 km a nord) e di Kencre (sul insieme alla popolazione autoctona, molti schiavi affrancati di
Golfo Saronico, quasi 10 km a est). Dunque, la città costituiva lo origine siriana, egizia e giudaica, senza menzionare tutte le genti
snodo più semplice per il passaggio da oriente a occidente, senza di passaggio a motivo dei commerci. Se in città il latino era la
avventurarsi in una ben più lunga e difficoltosa circumnavigazio- lingua ufficiale, il greco era la lingua franca della comunicazione
ne del Peloponneso; per questo Corinto divenne un centro per il e degli affari. Dal punto di vista religioso, Corinto era caratte-
trasbordo delle merci dall’Egeo all’Adriatico e viceversa, grazie rizzata da un ampio sincretismo: politeismo greco, religiosità
a un ingegnoso sistema per il trasporto terrestre delle stesse navi, egizia, culto dell’imperatore, ebraismo. In particolare, l’edificio
inventato già nel VI secolo a.C. religioso più importante doveva essere il tempio di Afrodite che
La città assunse la sua importanza commerciale probabilmente dominava Acrocorinto, la collina a sud della città, mentre le te-
a partire dall’VIII secolo a.C., cioè circa due secoli dopo la sua stimonianze archeologiche attestanti l’esistenza di una sinagoga
fondazione a opera dei Dori. La rinomanza di Corinto era poi do- non sono precedenti al IV secolo d.C. Le attività commerciali,
vuta anche ai Giochi istmici che vi si tenevano e che, già nel VI dovute all’istmo, si aggiungevano alla lavorazione della ceramica
secolo a.C., diventarono una festa panellenica, da svolgersi ogni e dei metalli e determinavano la ricchezza di Corinto. Oltre che
due anni e comprendente non solo gare di atletica, regate e corse di per tale agiatezza la città è citata nelle fonti antiche anche per la
cavalli, ma anche competizioni musicali, oratorie e teatrali. La città, sua dissolutezza, tanto che già Platone la chiamava «la cortigia-
ricordata nell’Iliade (2,570) tra quelle che parteciparono alla guerra na»; dal V-IV secolo a.C. nella lingua greca sono in uso il verbo
introduzione 24 25 introduzione

korinthiázomai e i suoi derivati per indicare la prostituzione e la nei confronti dell’apostolo, cioè quello di leggere il rapporto con
licenziosità sessuale (cfr. Aristofane, Frammento 354). lui all’interno della mentalità romana tipica del patronato, laddo-
Il racconto di At 18,1-18 ci presenta la nascita della comunità ve, in cambio del riconoscimento della propria autorità e di alcuni
di Corinto evangelizzata da Paolo. Tuttavia, a differenza dei dati servigi, il patrono assicurava favori anche di natura economica al
archeologici, il testo ci parla della sinagoga dove Paolo cominciò la cliente (cfr. 2Cor 11,7-10). I destinatari avrebbero dunque deside-
sua predicazione per poi, in seguito al rifiuto degli ebrei, rivolgersi rato sovvenire alle necessità di Paolo per vedere riconosciuto un
soprattutto ai pagani. Il primo soggiorno di Paolo nella città, secon- ruolo patronale nei suoi confronti.
do il brano succitato, dovette durare più di diciotto mesi, durante i A complicare le relazioni già complesse tra Paolo e la comuni-
quali l’apostolo lavorò e abitò insieme ad Aquila e Priscilla. Proprio tà era la presenza e l’azione a Corinto di avversari dell’apostolo.
la notizia della loro espulsione da Roma per ordine di Claudio e la Quelli che in 1 Corinzi sono semplicemente accenni diventano
comparsa di Paolo di fronte al proconsole Gallione costituiscono un motivo ricorrente e rilevante in 2 Corinzi. Pur mantenendo la
elementi importanti per la ricostruzione della cronologia paolina, relazione comunicativa esclusivamente con i destinatari (mai si
in quanto tali avvenimenti sono supportati da dati esterni al testo rivolge agli avversari, che non hanno un profilo preciso), l’apo-
(il primo da fonti letterarie, il secondo da una testimonianza epi- stolo si sofferma a parlare degli oppositori affinché i suoi non ne
grafica) che ci permettono di giungere alla datazione assoluta dei subiscano l’influenza e, al contrario, rafforzino il loro rapporto con
primi anni 50 per il soggiorno dell’apostolo a Corinto. lui. Anzitutto in 2Cor 7,12 (cfr. 2,5-11) si parla di un «offensore»
La comunità cristiana che Paolo fonda è stata fatta oggetto, negli che avrebbe messo in cattiva luce Paolo durante una sua visita alla
ultimi tre decenni, di molti studi di carattere sociologico. Dal punto comunità, posteriore a quella della fondazione; con ogni probabilità
di vista metodologico è necessaria una grande cautela, perché le il tale appartiene alla stessa Chiesa di Corinto, che è pienamente
fonti dirette che abbiamo a disposizione sono costituite soltanto, coinvolta nel successivo processo di riconciliazione del reo nei
oltre che dalle due lettere paoline ai Corinzi, dal succitato passaggio confronti dell’apostolo.
di At 18 e da Rm 16, con i saluti inviati da diverse persone della Andando oltre, è possibile notare che nei capitoli 1–9 ci sono
Chiesa di Corinto dove l’apostolo si trova. Essa sussisteva in una richiami a coloro che fanno dell’annuncio del Vangelo un motivo
serie di comunità domestiche (cfr. 1Cor 16,19) – probabilmente con di lucro (cfr. 2,17), rivendicano una legittimazione del loro ruolo
non più di cinquanta membri per ciascuna – ed era a prevalenza in base a lettere di raccomandazione (cfr. 3,1) e indulgono nel culto
pagana, ma con una presenza giudaica non trascurabile (cfr. 1Cor della propria personalità, probabilmente a confronto con quella
12,13). Come la popolazione, così la comunità cristiana doveva di Paolo (cfr. 5,12). Queste indicazioni sembrano corrispondere
avere persone appartenenti agli strati sociali più bassi, liberti e a quelle più numerose dei capitoli 10–13: gli avversari accusano
anche schiavi (cfr. 1Cor 7,21-24), insieme a benestanti (cfr. Rm Paolo di muoversi secondo criteri umani (cfr. 10,2), disprezzano
16,23). La Chiesa di Corinto era ricca di doni spirituali (cfr. 1Cor la sua debole presenza fisica (cfr. 10,10) e la sua incapacità di
12,7-10), ma anche molto divisa al suo interno (cfr. 2Cor 12,20) parlare (cfr. 11,6), si misurano con lui traendone motivo di vanto;
e fragile, così da essere esposta a bruschi cambiamenti (cfr. 2Cor invadendone anche il campo di evangelizzazione (cfr. 10,12-16),
11,4). Sulle tendenze spirituali che attraversavano e agitavano la seducono la comunità attraverso un altro Vangelo (cfr. 11,4) e, men-
comunità di Corinto sono state elaborate svariate ipotesi, che però tre si considerano apostoli di rango superiore, sfruttano l’ospitalità
difficilmente possono essere provate con dati fondati sul testo pao- dei Corinzi (cfr. 11,7-20). Molte sono le ipotesi formulate dagli
lino; è più sicuro rinvenire un atteggiamento ricorrente dei Corinzi studiosi a proposito di questi oppositori. A nostro avviso, seguendo
introduzione 26 27 introduzione

il testo e non abbandonandosi a fantasiose ricostruzioni, si tratta intervento che si astenne dal mettere in atto il piano originario, o
probabilmente di un unico gruppo di missionari giudeocristiani, meglio una parte di esso. Infatti da 2,1-13 e 7,12 si può dedurre
forse ellenisti, che vogliono staccare i Corinzi dal legame con l’apo- che l’apostolo sia giunto direttamente da Efeso a Corinto e che nel
stolo per attrarli nella loro sfera di influenza (cfr. 11,22-23). Nella contesto di questa visita avvenne l’episodio dell’offensore, ragione
lettera la loro specificazione appare più pratica, cioè legata a un per la quale egli, dopo avere lasciato la città, abbandonò l’idea di
comportamento avverso all’apostolato paolino, che teorica, come ritornarvi subito dopo il passaggio in Macedonia. Paolo decise
in dipendenza da una teologia. In tutto questo essi si differenziano così di scrivere una lettera «tra molte lacrime» per ristabilire il suo
dai perturbatori giudeo-cristiani delle Chiese della Galazia che rapporto con la comunità, lettera probabilmente recata da Tito (2,4;
vogliono la circoncisione dei pagano-cristiani (cfr. Gal 5,2) e dai cfr. 7,8-10). Da parte sua, l’apostolo, in seguito a una drammatica
missionari giudeo-cristiani citati in Filippesi che, in qualche modo, vicenda per la quale rasentò la morte (cfr. 1,8-10), lasciò Efeso e
avevano a che fare con una questione simile (cfr. Fil 3,2-3). giunse a Troade per annunciare il Vangelo, ma anche per incon-
Infine, in 2 Corinzi possiamo vedere un terzo genere di avversari, trare Tito e avere notizie dei Corinzi (cfr. 2,12-13). Finalmente
gli «increduli», menzionati in 4,3-4 e in 6,14-16: si tratta certa- l’apostolo lo trova in Macedonia (cfr. 2,13) e da lui riceve buone
mente di tutti quelli che non credono a Cristo e vivono nella città notizie con il ravvedimento della comunità (cfr. 7,11-16). Ormai
di Corinto a contatto con la comunità cristiana; in particolare, pro- fiducioso nella lealtà della comunità, Paolo rinvia Tito con due
babilmente degli ebrei ivi residenti ostili alla predicazione paolina fratelli cristiani per raccogliere la colletta per i poveri della Chiesa
(cfr. 2Cor 3,14-15; anche At 18,4-6.12-13). In fondo, il testo di di Gerusalemme (cfr. 8,16-24), prima di venire lui stesso a Corinto
2Cor 11,26 ci fornisce un buon riassunto degli avversari dell’apo- (cfr. 9,5). Infine, in un contesto di rapporti completamente muta-
stolo: «connazionali», «pagani», «falsi fratelli». to, l’apostolo annuncia con toni duri una terza imminente visita a
Dopo la visita di fondazione della comunità, gli Atti ne riporta- Corinto (cfr. 13,1-3). In conclusione, mettendo insieme i dati di
no un’altra, quando raccontano di Paolo che, durante il suo terzo Atti con quelli della corrispondenza corinzia è possibile indicare,
viaggio missionario, passò tre mesi in Grecia, designazione spesso dopo quella di fondazione, altre due visite di Paolo alla comunità:
corrispondente all’Acaia romana, quindi, probabilmente, soprattut- la prima nella quale avvenne l’episodio dell’offensore, la seconda
to presso la Chiesa di gran lunga più importante ivi stabilita, cioè che consistette in un soggiorno di tre mesi prima di cominciare il
a Corinto (cfr. At 20,2-3). Ma, leggendo 1–2 Corinzi, il quadro viaggio in direzione di Gerusalemme.
diventa sicuramente più complicato. Il primo dato proviene da 1Cor
16,2-7, dove l’apostolo promette una sua nuova venuta a Corinto, Autore e datazione
successiva a quella iniziale, partendo da Efeso e passando per la L’autenticità paolina di 2 Corinzi non è mai stata messa in di-
Macedonia, con l’intenzione di rimanere un po’ di tempo in mezzo scussione dagli studiosi, neppure dai più radicali. Discussi dagli
ai suoi, magari trascorrendovi l’inverno. Tuttavia, in maniera un esegeti sono invece la datazione e il luogo di composizione, che
po’ diversa, il testo di 2Cor 1,15-16 ci dice che l’apostolo voleva divergono soprattutto in base alla considerazione dell’integrità o
fare la seconda visita a Corinto recandosi dopo in Macedonia, per della compilazione e alle differenti posizioni riguardo il numero e
poi ritornare nella capitale dell’Acaia prima di procedere per la l’ordine cronologico delle eventuali precedenti lettere.
Giudea. Tale progetto non andò in porto; per questo in 1,17-23 Da parte nostra, in coerenza con la precedente proposta di
Paolo deve difendersi dall’accusa di essersi comportato con leg- compilazione, avanziamo un’ipotesi che utilizza alcune indica-
gerezza, sostenendo che fu solo per risparmiare ai Corinzi un duro zioni testuali, insieme a una possibile datazione assoluta, che non
introduzione 28 29 introduzione

pretende comunque di essere incontrovertibile. Partendo dalla Testo e trasmissione del testo
questione della colletta, ricaviamo che Paolo chiede per la prima
volta ai Corinzi di metterla in atto in 1Cor 16,1, mentre in 2Cor Per quanto riguarda la storia della trasmissione del testo, le prime
8,10 afferma che la comunità già da un anno si è impegnata su attestazioni chiare della 2 Corinzi si trovano soltanto nel canone di
questo; infine, in 2Cor 12,17-18 mostra che la colletta è in via di Marcione (circa metà del II secolo) e in quello Muratoriano (proba-
completamento. Così risulta che 2 Corinzi A (cc. 1–9) sia stata bilmente della fine del II secolo), mentre il testimone più antico è il
scritta a un anno di distanza da 1 Corinzi, mentre, in ragione di Papiro Chester Beatty II (î46), collocabile intorno al 200, che omet-
quanto detto in precedenza, 2 Corinzi B (cc. 10–13) dovrebbe te appena due versetti della lettera e che sostanzialmente coincide
seguire di qualche mese. Da parte sua il testo di At 20,1-2 ci dice con il tipo testuale alessandrino, riportato dai codici Alessandrino
in maniera molto concisa che Paolo, una volta lasciato Efeso, (A) e Vaticano (B). Questo dato, che testimonia della trasmissione
passò dalla Macedonia a salutare le comunità e poi giunse in della lettera unicamente nella sua forma attuale, non contraddice
Grecia (quindi a Corinto), mentre la nostra lettera specifica che l’ipotesi della compilazione che proprio così ha potuto disporre di
in questo viaggio egli si fermò prima a Troade e poi proseguì per un sufficiente lasso di tempo precedente per poter avvenire.
la Macedonia dove incontrò Tito (cfr. 2Cor 2,12-13). Perciò rite-
niamo che da lì, contento per le buone notizie ricevute, l’apostolo Elenco dei manoscritti citati nel commento
inviò attraverso Tito la lettera A (cfr. 8,16-24). Dopo qualche Papiri
mese, a fronte di nuove negative notizie provenienti da Corinto, Papiro Chester Beatty II (î46), datato circa al 200, conservato
Paolo dovette scrivere la lettera B, a seguito della quale decise una parte nella Chester Beatty Library, Dublino, un’altra alla Ann
di recarsi di persona nella comunità. Arbor University of Michigan.
D’altra parte, i cambiamenti nei progetti di viaggio tra 1Cor 16 Papiro greco 39784 di Vienna (î34), datato al VII secolo e con-
e 2Cor 1 rendono il quadro cronologico degli spostamenti di Paolo servato alla Österreiches Nationalbibliothek, Vienna.
molto difficile da delineare. Noi ipotizziamo che Paolo dovette la- Papiro di Amburgo 1002 (î117), datato tra il IV e il V secolo e
sciare Efeso nella primavera-estate dell’anno 56, passò da Troade conservato alla Staats- und Universitätsbibliothek, Amburgo.
e arrivò, dopo qualche settimana, in Macedonia, dove incontrò Papiro di Oxyrhynchus 4845 (î124), datato al VI secolo; contie-
Tito. All’inizio della sua permanenza presso le comunità mace- ne soltanto 2Cor 11,1-4.6-9 ed è conservato presso la Biblioteca
doni l’apostolo scrisse la lettera A e dopo qualche mese, cioè in dell’Ashmolean Museum, Oxford.
autunno-inverno, a seguito delle cattive notizie ricevute da Corinto,
mandò la lettera B. Poco dopo, all’inizio dell’anno 57 (o al finire Codici in maiuscola
del 56) si recò a Corinto, dove trascorse tre mesi, dopodiché rag- Codice Sinaitico (‫)א‬, del IV secolo, conservato alla British
giunse Filippi, da cui si imbarcò subito dopo Pasqua in direzione Library, Londra.
di Gerusalemme (cfr. At 20,3-6). Infine per la data della probabile Codice Alessandrino (A), del V secolo, conservato alla British
redazione unificata delle due lettere possiamo soltanto segnalare Library, Londra.
che dovette avvenire prima della metà del II secolo, possibilmente Codice Vaticano (B), del IV secolo, conservato nella Biblioteca
nel luogo dove fu composto il Corpus paulinum e, quindi, pres- Apostolica Vaticana, Roma.
so un’importante comunità paolina, come quella di Efeso o della Codice di Efrem riscritto (C), del V secolo, conservato alla Bi-
stessa Corinto. bliothèque Nationale, Parigi.
introduzione 30 31 introduzione

Codice Claromontano (D), del VI secolo, conservato alla Biblio- Manoscritto greco VI 36 di Firenze (365), del XII secolo, con-
thèque Nationale, Parigi. servato alla Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze.
Codice di Cambridge (F), del IX secolo, conservato al Trinity Manoscritto E 97sup. di Milano (614) del XIII secolo, conser-
College, Cambridge. vato alla Biblioteca Ambrosiana, Milano.
Codice di Börner (G), del IX secolo, conservato alla Sächsische Manoscritto ottoboniano greco 325 (630), del XIV secolo, con-
Landesbibliothek, Dresda. servato alla Biblioteca Vaticana, Roma.
Codice di Coislin (H), del VI secolo, il codice è stato smembrato Manoscritto Dionysiou 37 (945), dell’XI secolo, conservato al
già in epoca antica e attualmente è conservato in diverse città; la monastero Donysiou del monte Athos.
maggior parte del testo si trova alla Bibliothèque Nationale, Parigi, Manoscritto greco 260 (1241), del XII secolo, di S. Caterina al Sinai.
gli altri fogli sono dispersi tra il monte Athos, Kiev, San Pietrobur- Codice B’ 26 (1505), del XII secolo, della Laura del monte
go, Mosca e Torino. Athos.
Codice di Freer (I), del V secolo, conservato presso lo Smith- Codice B’ 64 (1739), del X secolo, della Laura del monte Athos.
sonian Institute, Washington. Manoscritto greco 300 (1881), del XIV secolo, di S. Caterina
Codice di Mosca (K), del IX secolo, conservato al Museo Storico al Sinai.
di Mosca. Codice Joannou 16 (1175), del X secolo, conservato a Patmos.
Codice Angelico (L), del IX secolo, conservato alla Biblioteca Codice Joannou 742 (2464), del IX secolo, conservato a Patmos.
Angelica, Roma. La dizione «testo bizantino» indica quello riportato da molti
Codice Porfiriano (P), del IX secolo, conservato alla Biblioteca manoscritti e corrisponde al testo greco del Nuovo Testamento
Nazionale Russa, San Pietroburgo. diffuso nelle Chiese dell’area culturale dipendente da Costantino-
Codice della Laura monte Athos (Y), del IX/X secolo, conser- poli/Bisanzio.
vato alla Laura 172, Athos.
Manoscritto Harley 5613 (0121), del X secolo, conservato alla Versioni
British Library, Londra. Vulgata: versione latina della Bibbia ricondotta abitualmente
Manoscritto Greco II 181 (983) di Venezia (0243), del X secolo, al nome di Girolamo (347 ca.-419) e alla volontà di papa Damaso
conservato alla Biblioteca Marciana, Venezia. (305-384). Opera di Girolamo sono la traduzione dell’Antico Te-
stamento dal testo ebraico e la revisione dei testi evangelici (nelle
Codici in minuscola traduzioni latine precedenti) sulla base di manoscritti greci; per il
Manoscritto greco 14 di Parigi (33), del IX secolo, conservato resto del Nuovo Testamento si fanno altri nomi.
alla Bibliothèque Nationale, Parigi. Bohairica: traduzione in dialetto copto bohairico (nord Egitto)
Manoscritto greco 59 di Alessandria (81), del 1044, conservato del Nuovo Testamento.
in parte alla British Library, Londra, in parte nella biblioteca del
Patriarcato di Alessandria.
Manoscritto Harley 5537 (104), del 1087, conservato alla British
Library, Londra.
Manoscritto greco 82 del Lincoln College (326), del XII secolo,
conservato alla Bodleian Library, Oxford.
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ΠΡΟΣ ΚΟΡΙΝΘΙΟΥΣ Βʹ

Seconda ai Corinzi
SecondA AI CORINZI 1,1 36 37 Seconda ai corinzi 1,1

1 Παῦλος ἀπόστολος Χριστοῦ Ἰησοῦ διὰ θελήματος θεοῦ


1 Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di
1  1

καὶ Τιμόθεος ὁ ἀδελφὸς τῇ ἐκκλησίᾳ τοῦ θεοῦ τῇ οὔσῃ ἐν Dio, e il fratello Timoteo alla Chiesa di Dio che
Κορίνθῳ σὺν τοῖς ἁγίοις πᾶσιν τοῖς οὖσιν ἐν ὅλῃ τῇ Ἀχαΐᾳ, è a Corinto con tutti i santi che sono nell’intera Acaia.

// 1,1-2 Testi paralleli: Rm 1,1-7; 1Cor 1,1- nuncio del Vangelo, ministero basato, come cristiana locale, eccetto in 1Cor 15,9 e Gal salemme (cfr. 1Cor 16,1; 2Cor 8,4; 9,1-12).
3; Fil 1,1-2; Col 1,1-2; 1Ts 1,1; 2Ts 1,1-2; per i Dodici sul fatto di avere incontrato il 1,13, dove il riferimento è a una persecu- Che sono nell’intera Acaia (toi/ j ou= s in
Fm 1-3 Risorto (cfr. 1Cor 9,1). zione generalizzata della Chiesa da parte ev n o[ l h| th/ | VAcai< a ) – L’Acaia in senso
1,1 Paolo (Pau/loj) – Si tratta di un latinismo Di Cristo Gesù – Il genitivo Cristou/ VIhsou/ dell’ebreo Saulo. storico comprendeva la parte settentrio-
(da Paul[l]us), la cui etimologia richiama può essere d’origine o possessivo. Con tutti i santi (su.n toi/j a`gi,oij pa/sin) – nale del Peloponneso, mentre nel 27 a.C.
l’idea di pochezza e di piccolezza. L’aposto- Alla Chiesa di Dio che è a Corinto (th/ | L’aggettivo a[gioj al plurale nella Settanta è i Romani avevano costituito la provincia
lo usa questo nome nelle sue lettere, mentre evkklhsi,a| tou/ qeou/ th/| ou;sh| evn Kori,nqw|) usato per designare gli Israeliti, in quanto, senatoriale formata dalla Grecia centrale
Atti ci testimonia anche quello ebraico di – La frase ricalca esattamente quella di da una parte, separati dal male e dagli altri e dall’intero Peloponneso, di cui Corinto
Saulo (cfr. At 13,9 per la corrispondenza tra 1Cor 1,2. L’espressione (h`) evkklhsi,a (tou/) popoli; dall’altra, appartenenti a Dio (cfr., era la capitale. Vista la distanza con Atene,
i due nomi). qeou/ (genitivo possessivo) è usata nell’AT p. es., Es 22,30; Lv 20,26; Is 4,3). Paolo uti- è difficile pensare che Paolo si riferisca
Apostolo – Il termine avpo,stoloj è utilizzato solo in Ne 13,1, mentre nel NT, fuori dal- lizza il termine, quasi sempre al plurale, per anche ai cristiani di quella comunità (cfr.
al singolare, a differenza delle altre occor- le lettere paoline, solo in At 20,28. Paolo indicare i cristiani (cfr., p. es., Rm 1,7; Col At 17,34), piuttosto a quelli di Kencre (cfr.
renze nella lettera dove è al plurale, per de- utilizza il sintagma sia al singolare sia al 1,2; Fm 5), in particolare nella corrispon- Rm 16,1) e forse ad altri che abitano nella
signare il ministero di Paolo in ordine all’an- plurale per indicare sempre una comunità denza corinzia quelli della Chiesa di Geru- vicinanze di Corinto.

2 CORINZI A (1,1–9,15) collaboratore, coinvolto nella fondazione della comunità di Corinto (cfr. At 18,5;
In base all’ipotesi di compilazione presentata nell’introduzione, 2 Corinzi A 2Cor 1,19) e in una visita successiva alla stesura della 1 Corinzi (cfr. 1Cor 4,17;
rappresenta la prima, anche in ordine di tempo, delle due lettere confluite nella 2 16,10). La sua menzione all’inizio della lettera indica la condivisione sull’oppor-
Corinzi canonica. Così 2 Corinzi A corrisponde ai primi nove capitoli, priva del tunità della stessa e prepara l’utilizzazione del «noi» apostolico usato nei capito-
suo originario postscriptum. li 1–9 non solo in riferimento a Paolo, ma anche ai suoi collaboratori (alcune volte
il riferimento sarà più marcatamente individuale, altre più collettivo).
Praescriptum (1,1-2) Nella adscriptio si sottolinea l’appartenenza della comunità cristiana di Corinto
Il termine deriva dal latino prae («prima») e scriptum («scritto») e rappresenta a Dio. Secondo alcuni interpreti l’espressione «Chiesa di Dio» era un’auto-desi-
l’indirizzo presente all’inizio di ogni lettera antica. Seguendo il modello epistolare gnazione della comunità di Gerusalemme che Paolo avrebbe ripreso, applicandola
classico (cfr. At 23,26), Paolo comincia sempre le sue lettere con questo elemen- polemicamente alle singole Chiese da lui fondate e affermando così la sua idea
to. Il praescriptum è composto, come nel nostro caso, di tre elementi: mittente di Chiesa non universale. Ma tale ipotesi non risulta attendibile. Infatti nei testi
(superscriptio), destinatario (adscriptio), saluto (salutatio). Nelle lettere paoline paolini non esiste traccia di questa polemica con la comunità gerosolimitana e
compaiono spesso i co-mittenti (eccetto in Romani, Efesini e nelle Pastorali); i l’apostolo in almeno tre occasioni fa intravedere il concetto di Chiesa universale
destinatari sono i cristiani di una o più Chiese locali (salvo che nelle Pastorali e (cfr. 1Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6). Nonostante l’ampliamento dei destinatari, si
in Filemone) e i vocaboli «grazia e pace» sono sempre presenti nel saluto, di cui tratta di una lettera indirizzata non ai cristiani di un’intera regione, come quella
si ricorda ogni volta l’origine divina (con l’eccezione di 1 Tessalonicesi). Rispetto alle comunità della Galazia, ma ai soli Corinzi. Il riferimento ad altri credenti della
alle lettere antiche, generalmente il praescriptum paolino è più sviluppato. zona circostante è da leggere in base alla possibilità che questi hanno di recarsi a
La superscriptio di 2 Corinzi A coincide in tutto con quella di Col 1,1 e sin Corinto, vista anche la sua importanza amministrativa, e di incontrare i cristiani lì
dall’inizio solleva la questione dell’apostolato paolino, che sarà dibattuta nella residenti. Più importante è notare l’utilizzo della designazione anticotestamentaria
nostra lettera sia in 2,14–7,4, sia in 10,1–13,10. Tale apostolato ha una determi- di «santi», originariamente riferita agli Israeliti, riguardo ai cristiani. Coloro ai
nazione cristologica e la sua autorità proviene da un mandato divino. quali Paolo si indirizza non sono giudei, ma pagano-cristiani, ciò significa che i
Colui che è associato a Paolo nel praescriptum della lettera, pur non essendone secondi sono ormai membri del popolo di Dio, che è la Chiesa, allo stesso livello
co-autore ma co-mittente, cioè Timoteo, è un fratello nella fede e un suo stretto e con la stessa dignità dei primi.
SecondA AI CORINZI 1,2 38 39 SecondA AI CORINZI 1,3

χάρις ὑμῖν καὶ εἰρήνη ἀπὸ θεοῦ πατρὸς ἡμῶν καὶ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ.
2  2
A voi grazia e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Εὐλογητὸς ὁ θεὸς καὶ πατὴρ τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ, ὁ


3  3
Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo,

1,2 Grazia (ca,rij) – Con questo vocabolo, Infatti, nelle lettere paoline «grazia» è un ter- di vita. Inoltre šālôm non rappresenta sola- // 1,3-14 Testi paralleli: Rm 1,8-17; Ef 1,3-
l’autore riprende, dal punto di vista etimologi- mine chiave per indicare l’azione gratuita e mente un saluto, poiché nei profeti antico- 14; 1Pt 1,3-12
co, e trasforma, riguardo al significato, l’usua- salvifica di Dio nei confronti degli uomini, di testamentari costituisce il dono escatologico 1,3 Benedetto Dio (Euvloghto.j o` qeo,j) –
le saluto, formulato all’inizio delle epistole: cui l’apostolo è messaggero (cfr., p. es., Rm di Dio, legato all’avvento del Messia (cfr., p. L’espressione è identica a quella riportata nei
«salve!», «sta’ bene!» (greco, cai,re[in]). Con 5,2.15; 1Cor 15,10). es., Is 9,5-6). Così per Paolo la «pace» signi- Sal 65,20 (TM 66,20) e 67,36 (TM 68,36).
tale nuova modalità si configura una relazio- Pace (eivrh,nh) – Richiama il saluto ebraico fica la riconciliazione definitiva, universale, Non avendo il verbo espresso, si può inten-
ne non duale tra autore e destinatari, ma una šālôm, con il quale si augura non semplice- realizzata da Cristo in adempimento delle dere come un’affermazione («Benedetto è
triangolare, grazie alla mediazione divina. mente un’assenza di guerra, ma una pienezza antiche promesse (cfr. Ef 2,14-17). Dio») o un auspicio («Benedetto sia Dio»).

Nella salutatio, sviluppata con originalità rispetto al formulario epistolare classico, nei capitoli 1–9 (lettera A): la consolazione (cfr., p. es., 1,3.4.6; 2,7; 7,4), la tribo-
il saluto «grazia e pace» (v. 2), pur derivando probabilmente dalla tradizione liturgica lazione (cfr., p. es., 1,4.6.8; 2,4; 4,8; 6,4), la morte (cfr. 1,9.10; 2,16; 5,14; 7,10).
cristiana, attesta anche la duplice cultura, ebraica e greca, di Paolo. La derivazione divina Con i vv. 12-14, da una parte, l’esordio giunge alla sua conclusione, dall’altra
del saluto richiama la vera fonte e la portata escatologica di questi beni, il possesso dei si prepara il successivo sviluppo epistolare con l’annuncio della questione che sarà
quali può essere stabilmente conseguito solo nel legame con quel Dio che nel suo Figlio affrontata nei capitoli 1–9. Si tratta, quindi, della tesi generale dei primi nove capitoli
dona a tutti la salvezza definitiva. Quindi, con «grazia e pace» si mostra sin dall’inizio che in termini retorici è qualificata come propositio e che sarà provata nella narra-
l’essenza del Vangelo, in quanto buona novella per ogni uomo, di cui Paolo si fa araldo. zione apologetica di 1,15–2,13; 7,5-16 e nell’argomentazione di 2,14–7,4. Quando
Così, il praescriptum di 2 Corinzi A, pur non essendo sviluppato come quello di l’apostolo nelle sue lettere intende dimostrare una propria idea, utilizza un modo
altre epistole paoline, ci presenta da subito la prospettiva cristologica e teologica di ragionare che è riconducibile a quello del discorso persuasivo, la cui struttura
dell’apostolato di Paolo e della comunità di Corinto. essenziale è costituita dalla tesi o propositio, che deve essere provata, e dalla rela-
tiva dimostrazione o argumentatio, utilizzata per suffragare quanto sostenuto (cfr.
Esordio: Benedizione e tesi generale (1,3-14) Aristotele, Retorica 3,13). Così la tesi di 1,12-14 annuncia, come in Rm 1,16-17, la
Le lettere paoline cominciano generalmente con un rendimento di grazie a questione sulla quale verterà tutto il dettato epistolare: il comportamento di Paolo,
Dio e con un riferimento costante ai destinatari (uniche eccezioni sono la lettera per grazia di Dio, verso i Corinzi e verso tutti. I legami di vocabolario – oltre a quelli
ai Galati e quella a Tito). In questo modo, Paolo ricorda l’interesse che ha per i tematici più generali che vedremo – di 1,12-14 con la sua dimostrazione, che di
suoi, introduce i temi dell’epistola e opera una captatio benevolentiae, così da fatto si estende da 1,15 a 7,16, confermano questo assunto: si vedano, per esempio,
conquistarsi la simpatia e l’attenzione degli ascoltatori. In fondo questa introdu- i temi della semplicità (greco, haplótēs: 1,12; 8,2; 9,11.13), della sincerità (greco,
zione svolge le stesse funzioni che aveva, secondo le regole della retorica classica, eilikríneia: 1,12; 2,17), del vanto (greco, kaúchēsis: 1,12; 7,4.14; kaúkēma: 1,14;
l’exordium proprio dei discorsi persuasivi: rendere gli ascoltatori attenti, docili e 9,3), della grazia di Dio (greco, cháris toû theoû: 1,12; 6,1; 8,1), dello scrivere (di
benevoli (cfr., p. es., Cicerone, Invenzione 1,20). Paolo) (greco, gráphō: 1,13; 2,3.4.9; 7,12; 9,1).
L’esordio di 1,3-14 è da dividersi in due parti: benedizione (vv. 3-11) e tesi
generale (vv. 12-14). In 1,3-11 il ringraziamento è sostituito da una benedizione, 1,3-11 Benedizione
genere derivante dalla liturgia giudaica (cfr., p. es., Dn 3,26-45.52-90; Regola Paolo si diffonde in una benedizione che può essere agevolmente divisa in due
della comunità [1QS] 11,15; Mishnà, Berakhot) e presente anche nel Nuovo Te- parti: la consolazione nella tribolazione (vv. 3-7); la liberazione dalla morte in
stamento (cfr. Ef 1,3-14; 1Pt 1,3-12). Rispetto al ringraziamento, la benedizione, Asia (vv. 8-11). L’apostolo passa dunque da un motivo generale per cui benedire
pur utilizzando al v. 11 anche lo stesso verbo eucharistéō («ringraziare»), accentua Dio a una circostanza concreta in ragione della quale egli rende grazie a lui per
di più l’elemento della lode a Dio (che è il soggetto principale del testo di 1,3-11) un suo intervento salvifico.
per quanto compiuto a favore della persona, in questo caso una consolazione nella 1,3-7 La consolazione nella tribolazione
tribolazione che si è manifestata nel liberare Paolo da un pericolo mortale. Inoltre Nel suo versetto iniziale la benedizione rivolta a Dio è solenne e costruita, dal
i vv. 3-11 introducono tre tematiche che saranno riprese e sviluppate in seguito punto di vista stilistico, con una struttura di tipo chiastico: a) «Benedetto Dio»;
SecondA AI CORINZI 1,4 40 41 SecondA AI CORINZI 1,5

πατὴρ τῶν οἰκτιρμῶν καὶ θεὸς πάσης παρακλήσεως, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, 4il quale
4 
ὁ παρακαλῶν ἡμᾶς ἐπὶ πάσῃ τῇ θλίψει ἡμῶν εἰς τὸ ci consola in ogni nostra tribolazione, perché noi possiamo
δύνασθαι ἡμᾶς παρακαλεῖν τοὺς ἐν πάσῃ θλίψει διὰ τῆς consolare coloro che sono in qualunque tribolazione per mezzo
παρακλήσεως ἧς παρακαλούμεθα αὐτοὶ ὑπὸ τοῦ θεοῦ. 5 ὅτι della consolazione con la quale siamo noi stessi consolati da
καθὼς περισσεύει τὰ παθήματα τοῦ Χριστοῦ εἰς ἡμᾶς, οὕτως Dio. 5Poiché, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi,
διὰ τοῦ Χριστοῦ περισσεύει καὶ ἡ παράκλησις ἡμῶν. così per mezzo di Cristo abbonda anche la nostra consolazione.

Padre di misericordia (o` path. r tw/ n zione». Nel nostro caso è preferibile la terza Il verbo parakale,w nel greco biblico possiede sofferenza interiore (cfr. Fil 1,17; Gc 1,27). In
oivktirmw/n) – Alla lettera: «Padre delle mi- accezione, a motivo del connesso tema della altri due significati, oltre a quelli connessi al 2Cor 1,4 con «ogni» si vuol estendere il riferi-
sericordie». Si tratta di un semitismo che tribolazione (cfr. 1,4). Il sostantivo presenta, corrispondente sostantivo (cfr. nota preceden- mento (non escatologico) a qualsiasi tipo di sof-
richiama la formula presente in Es 34,6 e in rispetto alle altre lettere paoline, una forte te), e cioè: «invitare», «chiamare al proprio ferenza sia fisica che interiore, mentre in 1,8 se
Dt 4,31. Nella versione dell’AT della Settan- concentrazione in 2Cor 1–9 con ben undici fianco»; «trattare in maniera amichevole», ne menziona una particolare e di ordine fisico.
ta, in particolare, il termine greco oivktirmoi, occorrenze, concentrazione corroborata anche «pregare». Nel nostro versetto forma una fi- 1,5 Abbondano – Il verbo perisseu,w (usato an-
rende spesso il plurale ebraico rāḥămîm. dal frequente uso del corrispondente verbo gura etimologica con para,klhsij e assume il che in 1,5; 3,9; 4,15; 8,2.7; 9,8.12) nell’episto-
Dio di ogni consolazione (qeo. j pa, s hj parakale,w (quattordici occorrenze). relativo significato di «consolare». lario paolino manifesta soprattutto l’eccedenza
paraklh,sewj) – L’espressione ha una sua de- 1,4 Il quale ci consola (o` parakalw/n h`ma/j) – In ogni… tribolazione (evpi. pa,sh| th/| qli,yei) – Il e la pienezza dei doni di Dio, nell’ambito della
rivazione dall’AT, dove Dio viene a consolare La formulazione con un participio attributivo vocabolo qli/yij nel NT riveste diversi signi- vita cristiana personale e comunitaria (cfr., p.
il suo popolo operando la sua salvezza (cfr., p. in riferimento a Dio è tipica delle benedizioni ficati: la tribolazione in vista del compimento es., Rm 15,13; 1Cor 14,12; 1Ts 3,12).
es., Is 40,1; 51,3.12). Il termine para,klhsij nei Salmi (cfr., p. es., Sal 71,18 [TM 72,18]; escatologico (cfr., p. es., Mt 24,29; Mc 13,19; Le sofferenze di Cristo (ta. paqh,mata tou/
nel greco biblico presenta tre principali ac- 134,21 [TM 135,21]; 143,1 [TM 144,1]). Il At 14,22), la persecuzione e l’imprigionamento Cristou/) – Il genitivo è di relazione, cioè le
cezioni: «incoraggiamento», «esortazione»; «noi» si riferisce prima di tutto a Paolo, ma per la fede (cfr., p. es., At 11,19; 1Ts 1,6; Ap sofferenze sono sperimentate in rapporto a
«appello», «richiesta»; «conforto», «consola- poi si estende ai collaboratori e ai destinatari. 2,10), dolore di ordine fisico (cfr. Gv 16,21), Cristo e, quindi, per il Vangelo.

b) «e Padre del Signore nostro Gesù Cristo»; b’) «Padre di misericordia»; a’) «e trova la sua rappresentazione plastica nel contesto dei rapporti tra l’apostolo e la
Dio di ogni consolazione». sua comunità, così come descritti nei passaggi di 2,1-13 e 7,5-16: Paolo, consolato
Al centro del chiasmo si insiste sulla paternità di Dio nei confronti di Cristo, da Dio attraverso le buone notizie ricevute dalla comunità, diventa intermediario
mentre all’esterno di esso si sottolinea che Dio è benedetto per la sua opera di di questa consolazione divina a favore dell’offensore e dell’intera Chiesa corinzia.
consolazione. Nel testo è certo presente un retroterra giudaico nella descrizione A sua volta, il v. 5 costituisce la motivazione cristologica della seconda parte del v. 4,
di Dio che fa misericordia, ma tale retroterra è completato dal fatto che questi non cioè della possibilità data di consolare gli afflitti. Gli studiosi si dividono sull’interpreta-
è altro che il Padre del Signore Gesù Cristo. La benedizione di Paolo è all’inizio zione dell’espressione «sofferenze di Cristo», domandandosi a cosa si riferisca. Due testi
generale, ma prepara aspetti che saranno successivamente sviluppati nella lettera paolini, che risultano paralleli, possono aiutare a chiarirne il significato: Fil 3,10-11; 2Cor
e legati alla vicenda stessa dell’apostolo. Infatti, egli ha sperimentato la miseri- 4,10-11. Nel primo abbiamo la comunione di Paolo alle sofferenze di Cristo, essendo
cordia di Dio proprio nella sua chiamata al ministero (cfr. 4,1) e ha provato la sua conformato alla sua morte nella speranza della risurrezione, processo che costituisce
multiforme consolazione (cfr. 1,3: «ogni») nei diversi interventi a suo sostegno in il cammino dell’esistenza cristiana dell’apostolo. Nel secondo, la partecipazione alla
mezzo alle sofferenze derivanti proprio dal suo apostolato (cfr. 7,4-7). morte di Cristo da parte di Paolo e degli apostoli è legata al ministero stesso e ha come
Il v. 4 fornisce la ragione per la benedizione stessa: Dio è benedetto perché è colui scopo quello di suscitare la vita nuova nei destinatari. In 2Cor 1,5, visto il contesto del
che ci conforta in ogni tribolazione che possiamo incontrare. Siamo di fronte a un’af- brano, si tratta dunque delle sofferenze a motivo di Cristo e del Vangelo, le quali, d’altra
fermazione generale e applicabile non solo all’apostolo ma anche a tutti i credenti, parte, rapportano in maniera profonda l’apostolo con la morte e risurrezione del suo
mentre la concretizzazione di tutto questo avverrà in relazione a Paolo, subito, nei Signore. L’insieme del versetto ci dice che se Paolo, ed eventualmente ogni apostolo
vv. 8-11, e poi, nel seguito della lettera, in 2,1-13 e in 7,5-16. Inoltre, nel versetto si del Vangelo, è in grado di consolare gli afflitti, è a causa della consolazione che ha rice-
sostiene che proprio «da Dio» (la posizione finale nella frase dell’espressione hypò vuto, attraverso Cristo, in mezzo alle sofferenze derivanti dal ministero. Tali sofferenze
toû theoû è enfatica) ci viene il conforto, affinché, attraverso di esso, possiamo mostrano così una valenza positiva non solo in relazione alla consolazione ricevuta a
consolare quanti sono nella tribolazione. Questo duplice dinamismo di consolazione seguito di esse, ma anche come strumento di comunione e conformazione a Cristo.
SecondA AI CORINZI 1,6 42 43 SecondA AI CORINZI 1,8

6 
εἴτε δὲ θλιβόμεθα, ὑπὲρ τῆς ὑμῶν παρακλήσεως καὶ 6
Poi, se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza;
σωτηρίας· εἴτε παρακαλούμεθα, ὑπὲρ τῆς ὑμῶν παρακλήσεως se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera
τῆς ἐνεργουμένης ἐν ὑπομονῇ τῶν αὐτῶν παθημάτων ὧν nella vostra capacità di sopportazione delle stesse sofferenze che
καὶ ἡμεῖς πάσχομεν. 7 καὶ ἡ ἐλπὶς ἡμῶν βεβαία ὑπὲρ ὑμῶν anche noi patiamo. 7E la nostra speranza riguardo a voi è salda,
εἰδότες ὅτι ὡς κοινωνοί ἐστε τῶν παθημάτων, οὕτως καὶ τῆς sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, così lo siete
παρακλήσεως. anche della consolazione.
8 
Οὐ γὰρ θέλομεν ὑμᾶς ἀγνοεῖν, ἀδελφοί, ὑπὲρ τῆς θλίψεως 8
Infatti non vogliamo che ignoriate, fratelli, la nostra tribolazione
ἡμῶν τῆς γενομένης ἐν τῇ Ἀσίᾳ, ὅτι καθ᾽ ὑπερβολὴν ὑπὲρ che è sopravvenuta in Asia, poiché oltre misura, al di là della nostra
δύναμιν ἐβαρήθημεν ὥστε ἐξαπορηθῆναι ἡμᾶς καὶ τοῦ ζῆν· forza, siamo stati gravati, così da farci disperare anche della vita.
1,6 Se (ei;te) – La congiunzione introduce da Paolo con una connotazione escatologica evste tw/n paqhma,twn) – L’espressione è da Oltre misura, al di là della nostra forza (kaqV
due ipotetiche reali, assumendo una conno- (cfr., p. es., Rm 10,1; Fil 1,19; 1Ts 5,8-9). Lo leggere in connessione con quella del v. 5 (ta. u`perbolh.n u`pe.r du,namin) – Si deve notare la
tazione temporale. stesso vale per le altre occorrenze all’interno paqh,mata tou/ Cristou/) riferita alle sofferenze figura etimologica, cioè la ripetizione della
Per la vostra consolazione e salvezza; se siamo della nostra lettera (cfr. 6,2; 7,10), mentre che Paolo stesso sopporta. Il termine koinwno,j preposizione u`pe,r per enfatizzare l’impor-
consolati, è per la vostra consolazione (u`pe.r in 1,6 si tratta di una salvezza già in atto in nel NT evoca un rapporto di società, di comu- tanza della prova subita da Paolo.
th/j u`mw/n paraklh,sewj kai. swthri,aj\ ei;te coloro che accolgono il Vangelo predicato nione e di amicizia (cfr., p. es., Lc 5,10; Fm 17; Siamo stati gravati (evbarh,qhmen) – Nel NT il
parakalou,meqa( u`pe.r th/j u`mw/n paraklh,sewj) dagli apostoli (cfr. Rm 1,16). Eb 10,33) ed è riproposto in 8,23. verbo bare,w, che evoca qualcosa che pesa e
– Rispetto a questa lezione ci sono nei mano- La quale opera (th/j evnergoume,nhj) – Il participio 1,8 Non vogliamo che ignoriate (Ouv qe,lomen opprime, è usato sia in senso fisico (Mt 26,43;
scritti alcune varianti, riconducibili al fatto che ha valore medio e non passivo («è operata»). u`ma/j avgnoei/n) – Tipica formula di notifica, con Lc 9,32), sia in senso interiore (Lc 21,34; 1Tm
gli occhi del copista sono saltati dal primo al 1,7 Salda (bebai,a) – L’aggettivo be,baioj è la quale si comincia a rendere noto il messaggio 5,16). Qui evoca un’oppressione interiore in
secondo paraklh,sewj, omettendo le parole che poco utilizzato nel NT (Rm 4,16; Eb 2,2; dello scritto, presente in diverse lettere private connessione probabilmente con un pericolo
sono in mezzo e anche spostandole alla fine 3,14; 6,19; 9,17; 2Pt 1,10.19) e proviene dal provenienti dai papiri, ma anche nel corpo pao- fisico; in maniera simile avviene per l’occor-
del versetto successivo. La lezione scelta, oltre linguaggio commerciale, dove evoca qual- lino; può trovarsi all’inizio o all’interno dell’epi- renza di 5,4. Il passivo del verbo nel nostro ver-
a rappresentare la lectio difficilior, è ben sup- cosa di assicurato, garantito. Interessante è stola (cfr., p. es., Rm 1,13; 1Cor 10,1; Fil 1,12). setto non è divino, ma semplicemente umano.
portata da importanti testimoni, quali il papiro il parallelo di 4 Maccabei 17,4, nel quale si In Asia (evn th/| VAsi,a|) – La provincia roma- Disperare (evxaporhqh/nai) – Il verbo evxapore,w
Chester Beatty II (î46) e i codici Sinaitico (‫)א‬, dice: «Che possiede la speranza della soppor- na dell’Asia Minore era limitata a ovest dal è molto raro: nel NT è usato soltanto qui e in
Alessandrino (A), di Efrem riscritto (C), Por- tazione sicura presso Dio» (greco, evlpi,da th/j mare Egeo, a nord dalla Bitinia e dal Ponto, 4,8, mentre in tutto il resto della Bibbia ha una
firiano (P) e della Laura del monte Athos (Ψ). u`pomonh/j bebai,an e;cousa pro.j to.n qeo,n). a est dalla Galazia e a sud dalla Licia e dalla sola occorrenza in Sal 87,16 LXX (TM 88,16).
Salvezza – Il termine swthri,a è sempre usato Siete partecipi delle sofferenze (koinwnoi, Panfilia; la capitale era Efeso. Indica difficoltà, dubbio e disperazione.

All’orizzonte cristologico del v. 5 si aggiunge quello ecclesiologico del v. 6, sione al Vangelo (cfr. vv. 5.7). In ogni caso il v. 6 vuole sottolineare la profonda
dove risulta chiara la distinzione tra l’afflizione e la consolazione di Paolo (e comunione tra il «noi» del mittente e il «voi» dei destinatari nella condivisione
degli apostoli) e quelle della comunità. In fondo, l’asserzione generale del v. 4 dello stesso percorso di vita «in Cristo», con tutto ciò che esso comporta.
è ora applicata ai destinatari, con una formulazione paradossale: le sofferenze Il v. 7 porta a conclusione le motivazioni generali riguardanti la benedizione di Dio
dell’apostolo sono sperimentate a vantaggio della consolazione e della salvezza cominciata al v. 3, esprimendo la speranza di Paolo riguardo i Corinzi. Il contenuto
dei Corinzi. Infatti, esplicitando questo assunto, la tribolazione che Paolo soffre è di essa è dato dal fatto che, come essi hanno parte alle sofferenze, così l’avranno
strettamente connessa con la consolazione che egli riceve da Dio. Di tale consola- anche alla consolazione. Quindi, la comunione (cfr. l’aggettivo «partecipi», in greco,
zione l’apostolo si fa mediatore nei confronti dei destinatari, in modo che anch’essi koinōnoí, legato a koinōnía, «comunione») dei Corinzi con Paolo e, attraverso di lui,
ne facciano esperienza insieme alla salvezza. Infine, la consolazione dei destina- con Cristo passa attraverso la condivisione di una medesima situazione di tribolazione,
tari si espleta concretamente nella capacità di sopportare le stesse sofferenze del ma nella speranza derivante dalla fede che tutto ciò è legato allo stesso conforto divino.
mittente. A prima vista non è chiaro quali siano le sofferenze dei Corinzi, visto 1,8-11 La liberazione dalla morte in Asia
che non ce n’è menzione nel testo (salvo che per il dolore provocato in loro dalla Al v. 8 con la formula di notifica (cfr. nota) inizia un nuovo sviluppo, che però è le-
lettera delle lacrime in 7,7), probabilmente, in ragione del parallelo con quelle di gato a ciò che immediatamente precede attraverso una congiunzione esplicativa (greco,
Paolo, si deve pensare a tribolazioni a motivo di Cristo e, quindi, della loro ade- gár, «infatti»). Dai riferimenti generali alle afflizioni presenti nei vv. 3-7 si passa ora
SecondA AI CORINZI 1,9 44 45 SecondA AI CORINZI 1,11

ἀλλ’ αὐτοὶ ἐν ἑαυτοῖς τὸ ἀπόκριμα τοῦ θανάτου ἐσχήκαμεν, ἵνα


9  9
Ma abbiamo ricevuto la sentenza di morte, affinché non confidassimo
μὴ πεποιθότες ὦμεν ἐφ᾽ ἑαυτοῖς ἀλλ᾽ ἐπὶ τῷ θεῷ τῷ ἐγείροντι τοὺς in noi stessi, ma in Dio che risuscita i morti, 10il quale da così
νεκρούς· 10 ὃς ἐκ τηλικούτου θανάτου ἐρρύσατο ἡμᾶς καὶ ῥύσεται, grande pericolo di morte ci liberò e ci libererà; in lui abbiamo
εἰς ὃν ἠλπίκαμεν [ὅτι] καὶ ἔτι ῥύσεται, 11 συνυπουργούντων καὶ sperato [che] ancora ci libererà, 11grazie anche alla cooperazione
ὑμῶν ὑπὲρ ἡμῶν τῇ δεήσει, ἵνα ἐκ πολλῶν προσώπων τὸ εἰς ἡμᾶς della vostra preghiera per noi, perché, per il dono ottenutoci da
χάρισμα διὰ πολλῶν εὐχαριστηθῇ ὑπὲρ ἡμῶν. parte di molte persone, da parte di molti sia reso grazie per noi.
1,9 Sentenza di morte (avpo,krima tou/ qana,tou) – Il inserito per assimilazione con qana,twn di testimoni lo omettono. Noi propendiamo a come vale ancor più chiaramente per 9,14.
termine avpo,krima è hapax legomenon biblico; nel 2Cor 11,23. includerlo perché costituisce la lectio diffici- Dono – Il sostantivo ca,risma è usato nelle
greco profano è utilizzato per una decisione uffi- Liberò… libererà… libererà (evrru,sato… lior. Infatti la risultante complicata sequenza lettere paoline in riferimento ai doni dello
ciale, anche in risposta a una petizione. Nel nostro r`u,setai… r`u,setai) – Epanalessi con valore di particelle o[ti kai. e;ti potrebbe essere stata Spirito (cfr., p. es., Rm 1,11; 1Cor 12,4; 2Tm
caso il sostantivo unito al genitivo tou/ qana,tou enfatico del verbo r`u,omai, tipicamente pa- emendata di o[ti per rendere il testo più ac- 1,6) o per qualsiasi beneficio divino (cfr., p.
evoca la comminazione della pena di morte. olino (cfr., p. es., Rm 7,24; Col 1,13; 1Ts cettabile dal punto di vista stilistico. es., Rm 6,23; 11,29; 1Cor 1,7). La seconda
Abbiamo ricevuto (evsch,kamen) – Il perfet- 1,10), che evoca soprattutto l’idea di uno 1,11 Grazie anche alla cooperazio- accezione è più confacente al nostro conte-
to del verbo e;cw ha qui valore narrativo di strappare via dal pericolo. Il linguaggio del ne (sunupourgou, n twn kai, ) – Il verbo sto, dove va a indicare in particolare il dono
aoristo. testo richiama da vicino quello usato nella sunupourge,w, qui usato al participio presente, della liberazione dalla morte.
1,10 Così grande pericolo di morte Settanta per la liberazione del fedele dalla è hapax legomenon biblico, può essere tradot- Noi (h`mw/n) – Alcuni importanti manoscritti (il
(thlikou,tou qana,tou) – L’antico e importan- morte da parte di Dio (cfr., p. es., Gb 33,30; to con «aiutare», «coadiuvare», «cooperare». papiro Chester Beatty II [î46], il codice Vaticano
te papiro di Chester Beatty II (î46) attesta, Sal 55,14 [TM 56,14]; Dn 3,88). Preghiera – Nelle lettere paoline de,hsij [B], una correzione del codice di Claromontano
insieme ad altri manoscritti minori, il plurale Che (o[ti) – L’edizione del testo greco qui indica di solito la preghiera di domanda o [D], i codici di Cambridge [F], di Mosca [K],
thlikou,twn qana,twn. Tuttavia l’attestazione riprodotta attesta un’incertezza riguardo di intercessione (cfr., p. es., Rm 10,1; Fil Angelico [L] e Porfiriano [P]) riportano u`mw/n,
a favore della lezione al singolare è prepon- all’inclusione del termine (per questo lo po- 1,19; 1Tm 2,1); nel nostro versetto la se- lezione che nel contesto non ha alcun senso e,
derante, mentre il plurale può essere stato ne tra parentesi quadre), poiché importanti conda possibilità è la più appropriata, così quindi, deve essere attribuita a un errore scribale.

a un’afflizione particolare, quella capitata a Paolo (e forse anche ai suoi collaboratori) e vi vede il segno della pedagogia di Dio, che nel suo disegno ha voluto tutto ciò
nella provincia romana dell’Asia. La formula utilizzata dall’apostolo non ci dice che perché si confidasse in lui e non nelle proprie risorse umane: il pericolo estremo
i destinatari non conoscessero quanto era a lui capitato (cfr. Gal 1,11), ma piuttosto ha condotto a una radicale fiducia nel Signore. Dio stesso è indicato dall’apostolo
che egli intende loro comunicare, in quanto fratelli e sorelle, la natura e la gravità come colui che risuscita i morti, collegandosi a una designazione divina tipica
del pericolo che ha affrontato. Probabilmente, quando Paolo scrive, l’avvenimento della liturgia ebraica e anche del testo paolino di Rm 4,17, poiché per Paolo
non è accaduto da molto tempo in un qualche posto della suddetta regione, ma non l’esperienza della liberazione dalla minaccia mortale è stata come una risurrezione.
si capisce in cosa sia consistito. Di certo, si è trattato di una tribolazione insostenibile Il v. 10 è costituito da una proposizione relativa che si lega al versetto precedente,
con le sole forze umane, confidando nelle quali ci sarebbe stato solo da disperare, e qualificando all’inizio Dio come colui che ha liberato e libererà Paolo da ogni pericolo
ancor più, visto ciò che si dice nei vv. 9-10, è stato un vero e proprio pericolo di morte. di morte che egli potrà trovare. Alla fine del versetto, attraverso una precisazione (in
Gli studiosi hanno discusso sull’identificazione del fatto in oggetto; in ragione anche termini retorici si tratta di una correctio), la sicurezza dell’apostolo diventa piuttosto una
del contesto dato dai versetti successivi la spiegazione più plausibile è quella di una speranza permanente: nel contesto della difficile situazione vissuta in Asia, la salvezza
persecuzione nei confronti di Paolo, durante la quale egli ha rischiato di morire. Tale sperimentata – i cui contorni non sono chiari, perché ancora una volta questo non è l’in-
prospettiva si lega bene anche all’ipotesi di una prigionia efesina dell’apostolo, ipotesi teresse di chi scrive – è segno di quanto ancora il suo Signore continuerà a fare per lui.
formulata per il luogo di stesura di Filippesi (e di Filemone), lettera in cui Paolo evoca L’azione futura di Dio è collegata nel v. 11 alla preghiera dei Corinzi a beneficio
la concreta possibilità del martirio (cfr. Fil 1,19-24). In ogni caso, come spesso accade di Paolo. In maniera simile a Rm 15,30 e a Fil 1,19, qui i destinatari sono invitati
nei testi paolini, i contorni dell’avvenimento sono sfumati, perché l’interesse di chi a cooperare al ministero paolino attraverso la preghiera di intercessione per l’apo-
scrive non è di riportare tutto ciò che è successo, bensì di spiegarne il significato alla stolo (modalità specifica di quella partecipazione già accennata al v. 7). Di solito,
luce della fede e a beneficio dei destinatari. all’inizio delle sue lettere Paolo ricorda la propria preghiera per i destinatari (cfr.,
Il v. 9 dichiara che il pericolo corso da Paolo era quello della comminazione p. es., Rm 1,9-10, 1Ts 1,2; Fm 4), mentre alla fine di esse chiede lo stesso per lui
della pena di morte. L’apostolo rilegge dal punto di vista teologico quanto accaduto e per i suoi collaboratori (cfr., p. es., Ef 6,18-19; 1Ts 5,25; Fm 22). In 2Cor 1,11
SecondA AI CORINZI 1,12 46 47 SecondA AI CORINZI 1,12

Ἡ γὰρ καύχησις ἡμῶν αὕτη ἐστίν, τὸ μαρτύριον τῆς


12  12
Infatti, il nostro vanto è questo: la testimonianza della
συνειδήσεως ἡμῶν, ὅτι ἐν ἁπλότητι καὶ εἰλικρινείᾳ nostra coscienza. Poiché con la semplicità e la sincerità di
τοῦ θεοῦ, [καὶ] οὐκ ἐν σοφίᾳ σαρκικῇ ἀλλ᾽ ἐν χάριτι θεοῦ, Dio [e] non con la sapienza carnale ma con la grazia di Dio ci
ἀνεστράφημεν ἐν τῷ κόσμῳ, περισσοτέρως δὲ πρὸς ὑμᾶς. siamo comportati nel mondo, specialmente, poi, verso di voi.

1,12 Vanto (kau,chsij) – Di per sé qui si Coscienza – Il termine sunei,dhsij è ben dif- preferisce la prima per alcune ragioni. An- ficano sostanzialmente il senso del testo.
tratta del motivo del vanto da distinguere fuso in Paolo e ricorre anche altrove nella zitutto il termine a`plo,thj (anche con signi- Sapienza carnale (sofi,a| sarkikh/)| – Si tratta
dall’atto del vanto indicato con kau,chma al nostra lettera (cfr. 4,2; 5,11). Nel greco indi- ficato di «generosità») è ben diffuso nella di una sapienza umana che è carnale perché
v. 14, ma nel nostro contesto tale precisa ca un elemento della natura umana che pone lettera (cfr. 8,2; 9,11.13; 11,3), mentre l’altro chiusa all’altro e a Dio. L’importante concet-
distinzione sembra scomparire. Questo con- a giudizio gli atti della persona, in particolare vocabolo non è mai utilizzato da Paolo; poi, to paolino di carne ritornerà nel corso della
cetto paolino, molto diffuso in 2 Corinzi quelli negativi. In 2Cor 1,12 il giudizio sulla il contesto del versetto richiede un vocabolo lettera con questa accezione negativa (1,17;
anche attraverso l’uso del corrispondente condotta di Paolo appare invece positivo, e che respinga le accuse di duplicità; infine, 10,2.3.4; 11,18), ma anche con accezione
verbo kauca,omai, ha le sue radici nella ver- il concetto di coscienza si amplia a una fa- a`gio,thti non è lectio difficilior, se si pensa neutra per designare l’uomo, colto soprat-
sione greca dei Settanta, secondo la quale coltà di discernimento della propria vita di che a[gioj è ampiamente diffuso nell’episto- tutto nella sua fragilità fisica (3,3; 4,11; 5,16;
nel vanto l’uomo manifesta la fiducia e il fronte a Dio. lario paolino. In ogni caso, qualsiasi scelta si 7,1.5; 10,3; 12,7).
fondamento su cui costruisce la propria esi- Semplicità (a`plo,thti) – La lezione alternati- prenda, rimane un alto grado di incertezza. Ci siamo comportati (av n estra, f hmen) –
stenza (cfr. 1Re 2,10 [TM 1Sam 2,10]; Sal va a`gio,thti («santità») presenta un’attesta- E (kai,) – L’edizione del testo greco qui Si tratta dell’aoristo passivo del verbo
48,7 [TM 49,7]; Ger 9,23-24); se tale sicu- zione esterna migliore (papiro Chester Beat- riprodotta attesta un’incertezza riguar- avnastre,fw, usato nell’epistolario paolino
rezza è posta in Dio, il vantarsi del credente ty II [î46], codici Sinaitico [‫]א‬, Alessandrino do all’inclusione della congiunzione (cfr. solo in Ef 2,3 e in 1Tm 3,15 con valore di
si esprime ad alta voce nella lode gioiosa [A], Vaticano [B], di Efrem riscritto [C], di l’uso delle parentesi quadre), poiché im- «vivere», «agire», «comportarsi». In 2Cor
per i doni da lui ricevuti (cfr. Sal 5,12; 31,11 Mosca [K], Porfiriano [P] e del Monte Athos portanti testimoni la omettono. Tuttavia, 1,12 si riferisce complessivamente a tutta la
[TM 32,11]; 149,5). [Ψ]), tuttavia la maggior parte degli studiosi la sua inclusione o esclusione non modi- precedente condotta di Paolo.

probabilmente, avendo ancora in mente la tribolazione appena scampata, anticipa apre lo sviluppo successivo. I vv. 12-14 sono legati a quanto precede attraver-
la sua richiesta senza menzionare la sua intercessione per i destinatari. D’altra so una congiunzione che assume valore causale (greco, gár, «infatti»): Paolo
parte, è da sottolineare che questa fiducia nella cooperazione dei Corinzi funge da ha potuto chiedere al v. 11 l’assistenza della preghiera dei Corinzi perché la
captatio benevolentiae nei confronti degli ascoltatori, proprio com’è richiesto in coscienza gli testimonia che il proprio comportamento è stato irreprensibile.
un exordium retorico. Tuttavia, alla fine, lo scopo della preghiera di intercessione In maniera sintetica questi versetti, in quanto tesi o propositio, presentano la
a beneficio di Paolo è il ringraziamento a Dio. Infatti, l’apostolo sostiene che per questione sulla quale verterà il resto di 2 Corinzi A: il comportamento di Paolo
l’invocazione di molti (tra i quali prima di tutto si devono annoverare i destinatari) verso tutti e in particolare verso i Corinzi (in tale contesto il riferimento ai
egli sarà ancora salvato da Dio, cosicché quei molti avranno l’occasione per ren- collaboratori è più sbiadito).
dere grazie al Signore (il verbo eucharistéō, che normalmente si trova all’inizio Infatti il v. 12 inizia con la menzione di un vanto dell’apostolo, derivante dalla
degli esordi paolini, qui giunge alla fine). Questo annodarsi tra intercessione e testimonianza della sua coscienza. Si tratta della propria sicurezza di fronte agli
ringraziamento in merito al dono di Dio si riproporrà significativamente riguardo ascoltatori, di ciò che può dire di sé dopo un attento esame del suo agire. Ebbene,
alla colletta (cfr. 9,13-14), ma da subito mostra il senso della comunione eccle- rivolgendosi ai Corinzi, Paolo afferma, unendo a sé anche i suoi collaboratori, di
siale promossa da Paolo, una comunione che lega lui, la comunità e il Signore in essersi comportato, nel mondo e soprattutto nei loro confronti, non con gli astuti
un’unica relazione. Infine, la benedizione che così si conclude ci ha mostrato che, calcoli della sapienza carnale, ma con la semplicità e la sincerità derivanti da
da una lato, i Corinzi già prendono parte, condividendone sofferenza e consolazio- Dio e dalla sua grazia che opera in lui. Quindi si chiarisce che il vanto di Paolo
ne, all’esistenza dell’apostolo e, quindi, pure al suo legame con Cristo; dall’altro, non è basato su se stesso, ma sull’azione di Dio che opera in lui, secondo quanto
sono invitati a progredire ulteriormente in questa comunione anche attraverso la sostenuto anche in altri passaggi delle sue lettere (cfr. Rm 15,15; 1Cor 3,10;
preghiera di intercessione rivolta per lui a Dio. 15,10; Gal 1,15-17). Il linguaggio è quello apologetico a difesa della propria
persona, facendo così supporre accuse e insinuazioni nei confronti dell’apostolo,
1,12-14 Tesi generale: vanto del comportamento sincero con la grazia di Dio e menziona l’aspetto della sincerità, che sarà ripetuto in 2,17 e quello del vanto,
Con l’enunciazione della tesi generale si conclude l’esordio della lettera e si che sarà presente in 5,12.
SecondA AI CORINZI 1,13 48 49 SecondA AI CORINZI 1,14

οὐ γὰρ ἄλλα γράφομεν ὑμῖν ἀλλ᾽ ἢ ἃ ἀναγινώσκετε ἢ καὶ


13  13
Infatti, non vi scriviamo altro se non ciò che potete leggere o
ἐπιγινώσκετε· ἐλπίζω δὲ ὅτι ἕως τέλους ἐπιγνώσεσθε, 14 καθὼς comprendere; spero poi che comprenderete sino in fondo, 14come
καὶ ἐπέγνωτε ἡμᾶς ἀπὸ μέρους, ὅτι καύχημα ὑμῶν ἐσμεν in parte già avete compreso noi, cioè che siamo il vostro vanto,
καθάπερ καὶ ὑμεῖς ἡμῶν ἐν τῇ ἡμέρᾳ τοῦ κυρίου [ἡμῶν] proprio come anche voi il nostro, nel giorno del Signore [nostro]
Ἰησοῦ. Gesù.

1,13 Se non ciò che potete leggere o com- ascoltatori sui due verbi. Il primo dei due, 1,14 Avete compreso (evpe,gnwte) – Aoristo za riguardo all’inclusione del pronome,
prendere (avllV h' a] avnaginw,skete h; kai. avnaginw,skw, si troverà anche in 3,2. complessivo, in riferimento alla totalità della poiché importanti testimoni lo omettono.
evpiginw,skete) – Figura etimologica (acco- Sino in fondo (e[wj te,louj) – Il sintagma ha precedente comprensione dei Corinzi. Tuttavia, la sua inclusione o esclusione
stamento di due parole con la stessa radi- un valore sia qualitativo («pienamente») che Nostro (h` m w/ n ) – L’edizione del testo non modi ficano sostanzialmente il senso
ce) che serve a fermare l’attenzione degli quantitativo («sino alla fine»). greco qui riprodotta attesta un’incertez- del testo.

Da parte sua, il v. 13 introduce una prima motivazione a sostegno di quanto quanto operato con il suo ministero a loro beneficio, mentre quello dell’apostolo
affermato nel v. 12 (in termini retorici si tratta di una expolitio): il comportamen- per i destinatari è legato, ben richiamando il testo di Fil 2,16, alla manifesta
to semplice e sincero di Paolo verso i Corinzi è dimostrato dal fatto che le sue riuscita del suo impegno missionario nei confronti dei destinatari. Nella stessa
lettere non sono ambigue. Infatti, l’apostolo afferma, probabilmente rispondendo 2 Corinzi A si riprenderanno queste due medesime idee: quando in 3,2-4 si dirà
ad alcune critiche mosse nei suoi confronti, che i destinatari non devono cercare che i Corinzi sono una lettera scritta da Paolo e dai suoi collaboratori leggibile
altro nelle sue epistole (si tratta di quelle scritte loro finora e di quella che sta da tutti, costituendo il motivo di fiducia degli apostoli di fronte a Dio; e quando
stendendo) se non ciò che sentono al momento della lettura fatta in assemblea e in 5,12 si esprimerà la speranza che i destinatari possano essere fieri dell’im-
che immediatamente possono comprendere. In questo modo il versetto anticipa pegno dei loro evangelizzatori, a fronte del vanto degli avversari. Inoltre, se la
tutta la narrazione apologetica di 1,15–2,13; in particolare 1,17, dove Paolo è ac- prospettiva è che questa reciprocità di vanto si attui pienamente nel giorno del
cusato di un comportamento ambiguo, e 2,4, dove egli chiarisce i fraintendimenti Signore, Paolo spera che già al presente avvenga nell’ambito dei suoi rapporti
nati dalla lettera «tra molte lacrime». Inoltre prepara l’immagine della comunità con i Corinzi. Nel nostro contesto, l’apostolo, parlando di «giorno del Signore
come lettera degli apostoli scritta e leggibile da tutti (cfr. 3,2). Il v. 13 si chiude poi nostro Gesù» (v. 14), opera la cristologizzazione del giorno del Signore, poiché
con la speranza dell’apostolo che i Corinzi comprendano appieno e sino alla fine. tale tradizionale espressione anticotestamentaria (cfr., p. es., Gl 2,1; Am 5,20;
Al v. 14 si comincia col dire che questa comprensione è già in parte presente Abd 1,15) è sorprendentemente riferita a Cristo, invece che a Dio (come in 1Cor
presso di loro. L’oggetto di essa riguarda il fatto che Paolo e gli apostoli siano il 1,8; Fil 1,6; 2,16). È da notare anche che altri esordi iniziali delle lettere paoline
vanto dei destinatari, come essi lo saranno per i primi alla parusia. Si tratta dun- si concludono come questo con il richiamo al compimento escatologico (cfr., p.
que di un vanto reciproco che nei riguardi dell’apostolo comincia già al presente, es., 1Cor 1,8; Fil 1,10; 1Ts 1,10).
mentre per i Corinzi avverrà «nel giorno del Signore nostro Gesù». La propositio generale di 1,12-14, che si era aperta con il tema del vanto, si
Tale reciprocità di vanto richiama due testi di Filippesi. Il primo è Fil 1,26, chiude quindi con lo stesso motivo, il quale si trova legato all’apostolato paolino.
nel quale si afferma che il vanto dei Filippesi a motivo di Paolo e per la sua Ma, se al v. 14 si guarda alla riuscita di tale ministero in vista della parusia, il v.
venuta, abbonderà nella sfera di Cristo poiché, rivedendo l’apostolo ormai li- 12 presentava i presupposti di questa riuscita nel modo trasparente di vivere la
berato dal carcere, i suoi avranno modo di rafforzare la loro fiducia in Cristo e, missione in grazia di Dio. Viene quindi mostrata la problematica sulla quale si
conseguentemente, di rendere lode al Signore per quanto operato nei confronti soffermeranno i primi nove capitoli di 2 Corinzi (in particolare sino al termine
di Paolo. Il secondo testo è Fil 2,16, nel quale si sostiene che i Filippesi, con del c. 7): la difesa del comportamento di Paolo e dei suoi collaboratori di fronte
la loro irreprensibilità e purezza nella fede e nella testimonianza sono il vanto ai Corinzi. Lo scopo sarà quello di conseguire una piena sintonia relazionale tra
dell’apostolo, perché potranno renderlo fiero ed esultante di fronte al giudizio l’apostolo e i destinatari, resa possibile proprio da una comune valutazione positiva
finale e all’incontro definitivo con Cristo, dimostrando inequivocabilmente la dell’agire ministeriale degli evangelizzatori. A dimostrare quanto asserito in 1,12-
fecondità del suo ministero. Per ciò che concerne la nostra lettera, in 2Cor 1,14 14 provvederà da subito la narrazione apologetica, che aprirà immediatamente il
il vanto dei Corinzi a motivo di Paolo comporta il loro riconoscimento per corpus della lettera.
SecondA AI CORINZI 1,15 50 51 SecondA AI CORINZI 1,16

Καὶ ταύτῃ τῇ πεποιθήσει ἐβουλόμην πρότερον πρὸς ὑμᾶς


15  Con questa fiducia avevo deciso di venire prima presso di
15

ἐλθεῖν, ἵνα δευτέραν χάριν σχῆτε, 16 καὶ δι᾽ ὑμῶν διελθεῖν εἰς voi, affinché riceveste una seconda grazia, 16da voi passare in
Μακεδονίαν καὶ πάλιν ἀπὸ Μακεδονίας ἐλθεῖν πρὸς ὑμᾶς καὶ Macedonia, poi di nuovo dalla Macedonia venire presso di voi ed
ὑφ᾽ ὑμῶν προπεμφθῆναι εἰς τὴν Ἰουδαίαν. essere da voi inviato verso la Giudea.

// 1,15-24 Testi paralleli: Rm 15,22-32; 1Cor a quanto asserito nel versetto precedente a di Milano [614], codice Joannou 16 [1175], di 1,12 (espressione presente anche in 6,1; 8,1),
16,3-9 proposito della comprensione dei Corinzi. codice Joannou 742 [2464] e la versione bohai- sia «favore», «opera di grazia», come in 8,4.6.19.
1,15 Con questa fiducia (tau,th| th/| pepoiqh,sei) Grazia (ca,rin) – Alcuni importanti testimoni rica) leggono cara,n («gioia»), ma il resto della 1,16 In Macedonia (eivj Makedoni,an) – Si tratta
– Il termine pepoi,qhsij è usato nella Settanta (una correzione nel codice Sinaitico [‫]א‬, i codici tradizione manoscritta attesta in maniera unitaria della provincia romana situata a nord dell’Aca-
soltanto in 4Re 18,19 (TM 2Re 18,19), men- Vaticano [B], Angelico [L], Porfiriano [P], i mi- ca,rin, così da far pensare che uno scriba abbia ia, delimitata a ovest dall’Adriatico e a sud-est
tre nel NT si trova solo nelle lettere paoline nuscoli manoscritto greco 59 di Alessandria [81], alterato il testo in cara,n per l’influenza di 1,24 e dall’Egeo. Paolo vi fonda comunità cristiane
(cfr. 2Cor 3,4; 8,22; 10,2; Ef 3,12; Fil 3,4). manoscritto Harley 5537 [104], manoscritto gre- 2,3, dove il relativo termine è presente. Nel nostro nelle città di Filippi e Tessalonica, alle quali
L’espressione nel suo complesso si riferisce co VI 36 di Firenze [365], manoscritto E 97sup. contesto il termine richiama sia la «grazia di Dio» scrive lettere, e anche a Berea (cfr. At 17,10-14).

Narrazione apologetica: il comportamento di Paolo La narrazione apologetica si interromperà in 2,14–7,4, per lasciare spazio a
(1,15–2,13) un approfondimento sul significato del ministero apostolico, e riprenderà in 7,5-
Con 1,15 si entra nel corpo della lettera. La narrazione di 1,15–2,13 intende rico- 16 con la menzione della reazione positiva alla lettera «tra molte lacrime» e le
struire gli avvenimenti intercorsi tra la seconda difficile visita di Paolo alla comunità risultanti consolazione e gioia di Paolo.
(cfr. 2,5) e il momento nel quale egli parte da Troade alla volta della Macedonia al
fine di incontrare Tito (cfr. 2,13). Si tratta non di una cronaca distaccata, ma di una 1,15-24 Difesa riguardo ai piani di viaggio
narrazione apologetica a giustificazione del proprio agire. Come avveniva nella Il brano è una difesa di Paolo dovuta probabilmente a critiche ricevute per la
narratio del discorso retorico (soprattutto di quello giudiziario), dove l’oratore espo- modifica della prevista doppia visita a Corinto. Il testo può essere diviso in tre parti:
neva i fatti, cioè una loro ricostruzione selettiva, a sostegno della tesi che aveva già il piano originario di viaggio (1,15-16), motivazione teologica dell’affidabilità di
presentato o stava per presentare, così Paolo introduce alcuni eventi e la riflessione Paolo (1,17-22); giustificazione del cambiamento di piano in base ai fatti (1,23-24).
su di essi come prima prova per la difesa del suo comportamento in semplicità 1,15-16 Il piano originario di viaggio
e sincerità (cfr. 1,12-14). Nello specifico, gli avvenimenti sono soprattutto tre: i Il v. 15 comincia con il presentare il piano originario di viaggio di Paolo (che appare
cambiamenti nei piani di viaggio (cfr. 1,15-16), la stesura della lettera «tra molte diverso da quello esposto in 1Cor 16,2-7), mostrando la sua convinzione nella capacità
lacrime» (2,4) e la partenza da Troade per raggiungere Tito in Macedonia (cfr. 2,13). di comprendere degli ascoltatori in merito al vanto reciproco tra gli apostoli e loro (cfr. v.
Dal punto di vista lessicale ci sono richiami che mostrano il legame tra la tesi 14). Tale fiducia in un buon intendimento tra Paolo e i Corinzi aveva portato il primo (ora
generale e la narrazione apologetica: testimonianza/testimone (greco, martýrion, l’apostolo non si cela più dietro il «noi» inclusivo dei suoi collaboratori) a ipotizzare una
1,12; mártys, 1,23), carnale/carne (greco, sarkikós, 1,12; sárx, 1,17), grazia (greco, seconda visita, dopo quella di fondazione della comunità, in modo che i suoi potessero
cháris, 1,12.15), lo scrivere di Paolo (greco, gráphō, 1,13; 2,3.4.9). Dal punto di vista ricevere un secondo beneficio, legato ai doni spirituali provenienti dalla grazia di Dio.
tematico, i collegamenti si trovano dapprima tra l’affermazione della tesi generale, Il progetto di viaggio, così come afferma il v. 16, prevedeva una prima visita
secondo la quale il comportamento di Paolo nei confronti dei Corinzi è, per grazia a Corinto per poi recarsi alle comunità della Macedonia e un nuovo ritorno nella
di Dio, semplice e sincero senza astuti calcoli (cfr. 1,12) e la dimostrazione, riguar- capitale dell’Acaia. Secondo tale prospettiva Paolo sperava di essere aiutato dal
do ai progetti di viaggio, della sua affidabilità basata sulla veracità del ministero contributo dei Corinzi a favore della sua missione (cfr. Rm 15,24; 1Cor 16,6), così
ricevuto da Dio (cfr. 1,15-24). La seconda connessione sta nel fatto che l’apostolo da essere da loro inviato in Giudea, cioè a Gerusalemme, per portare, con ogni
ha sostenuto che le sue lettere non sono ambigue ma trasparenti e comprensibili probabilità, il frutto della colletta di cui si parlerà diffusamente nella lettera (cfr. cc.
ai destinatari (cfr. 1,13). Questo appare chiaro nel senso della lettera «tra molte 8–9). Tuttavia, questo piano di viaggio non sarà rispettato, perché da 2,1-12 e 7,12
lacrime» (2,4), scritta per mostrare il suo affetto nei confronti dei suoi e provare il si può dedurre che l’apostolo sia giunto direttamente da Efeso a Corinto, e che nel
loro legame con lui anche nel perdono dell’offensore (cfr. 2,1-13). Si delinea così contesto di questa visita avvenne l’episodio dell’offensore, ragione per la quale egli,
il procedere logico dell’argomentazione in due brani: difesa riguardo ai piani di lasciata la città, abbandonò l’idea di ritornarvi subito dopo il passaggio in Macedo-
viaggio (cfr. 1,15-24) e la lettera «tra molte lacrime» e sue conseguenze (cfr. 2,1-13). nia. Nondimeno, in base ad At 20,2-6, possiamo sostenere che Paolo compì la sua
SecondA AI CORINZI 1,17 52 53 SecondA AI CORINZI 1,19

τοῦτο οὖν βουλόμενος μήτι ἄρα τῇ ἐλαφρίᾳ ἐχρησάμην; ἢ ἃ


17  17
Decidendo dunque questo, mi sono forse comportato con
βουλεύομαι κατὰ σάρκα βουλεύομαι, ἵνα ᾖ παρ᾽ ἐμοὶ τὸ ναὶ ναὶ leggerezza? O ciò che decido, lo decido secondo la carne, in modo che
καὶ τὸ οὒ οὔ; 18 πιστὸς δὲ ὁ θεὸς ὅτι ὁ λόγος ἡμῶν ὁ πρὸς ὑμᾶς vi sia da parte mia il «sì, sì» e il «no, no»? 18Ora, come è vero che Dio
οὐκ ἔστιν ναὶ καὶ οὔ. 19 ὁ τοῦ θεοῦ γὰρ υἱὸς Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ ἐν è fedele, la nostra parola verso di voi non è «sì e no». 19Poiché il Figlio
ὑμῖν δι᾽ ἡμῶν κηρυχθείς, δι᾽ ἐμοῦ καὶ Σιλουανοῦ καὶ Τιμοθέου, di Dio Gesù Cristo, annunciato tra voi per mezzo di noi, cioè da me,
οὐκ ἐγένετο ναὶ καὶ οὒ ἀλλὰ ναὶ ἐν αὐτῷ γέγονεν. Silvano e Timoteo, non fu «sì e no», ma in lui è avvenuto il «sì».
1,17 Con leggerezza (th/| evlafri,a|) – Il ter- più debole e appare come un’assimilazione ui`o.j VIhsou/j Cristo,j) – Formula unica per Silvano (Silouanou/) – È menzionato per la pri-
mine evlafri,a è hapax legomenon biblico e ai corrispondenti sintagmi dei vv. 18-19. I tutto il NT. ma e unica volta nella nostra lettera (nelle lette-
non si trova neppure nel resto della lettera- raddoppiamenti dell’affermazione e della Annunciato (khrucqei,j) – Il verbo khru,ssw, re paoline altrove solo in 1Ts 1,1 e 2Ts 1,1), ma
tura greca precedente a Paolo. È conosciuto, negazione hanno invece valore enfatico. utilizzato per i proclami ufficiali dell’araldo è da identificare con Sila di Atti, proveniente da
però, il corrispondente aggettivo evlafro,j, 1,18 Ora, come è vero che Dio è fedele nell’ambito cittadino, indica un annuncio pub- Gerusalemme (cfr. At 15,22), conosciuto co-
«leggero», «agile». Qui il sostantivo denota (pisto.j de. o` qeo.j o[ti) – La formula pisto.j o` blico e manifesto, cosicché tutti, senza esclusione, me profeta (cfr. At 15,32), compagno di Paolo
un comportamento capriccioso e instabile, qeo,j e i suoi equivalenti si trovano solo nelle ne conoscano il messaggio. Sarà utilizzato nella per l’evangelizzazione anche in Siria, in Asia
mentre il relativo articolo probabilmente è lettere paoline (cfr. 1Cor 1,9; 10,13; 1Ts 5,24; lettera anche in 4,5 e in 11,4. Qui il passivo del Minore e in Macedonia (cfr. At 15,40–17,10).
dovuto al fatto che questa sia un’accusa dei 2Ts 3,3), in questo caso, accompagnata da verbo ha valore teologico, richiamando l’azione Fu… è avvenuto (evge,neto… ge,gonen) – Si usa
destinatari conosciuta anche dall’autore. o[ti; assume la funzione di un giuramento, in di Dio di cui gli apostoli sono mediatori (cfr. «per prima l’aoristo poi il perfetto del verbo gi,nomai.
Il «sì, sì» e il «no, no» (to. nai. nai. kai. to. parallelo con la formula presente all’inizio del mezzo di noi»), e l’aoristo indica che tale azione Con il perfetto si vuol significare un avvenimen-
ou; ou;) – La lezione alternativa to. nai. kai. to. v. 23, che tuttavia è un po’ diversa da questa. è avvenuta in un momento preciso, cioè al mo- to nel passato, quello dell’incarnazione, e la sua
ou; («il sì e il no») ha un’attestazione esterna 1,19 Il Figlio di Dio Gesù Cristo (o` tou/ qeou/ mento della predicazione apostolica a Corinto. durevole validità come evento di salvezza.

terza visita a Corinto (cfr. 2Cor 13,1) sostandovi per un tempo prolungato e lasciando argomentare in positivo e a livello teologico. Egli chiama Dio, che è fedele, come
la comunità per dirigersi verso la Giudea, così come aveva deciso in precedenza. testimone del fatto che la parola apostolica (quella sua, di Silvano e di Timoteo, cfr.
1,17-22 Motivazione teologica dell’affidabilità di Paolo v. 19) non è sì e no, cioè doppia e ambigua. Pronunciando un giuramento (come
Dal v. 17 inizia la difesa vera e propria di Paolo riguardo al cambiamento di piano da farà anche al v. 23), l’apostolo sembra contravvenire al divieto gesuano di non
lui effettuato. Il versetto è costituito da due domande retoriche che attendono una risposta giurare (cfr. Mt 5,33-37), egli ricorre però a questo non per un proprio vantaggio,
negativa, respingendo, con ogni probabilità, due accuse rivolte dai Corinzi all’apostolo. Con ma a beneficio del Vangelo che annuncia. Infatti, la fedeltà di Dio è presa a garanzia
la prima domanda retorica Paolo confuta il fatto che si sia comportato con leggerezza nel dell’affidabilità della parola dei suoi inviati. Tale «parola» può essere in riferimento a
mutare il programma di viaggio, evitando un secondo ritorno a Corinto. Con la seconda, qualsiasi comunicazione orale o scritta intercorsa tra l’apostolo e i suoi collaboratori
affronta una rimostranza più profonda, contestando il rimprovero di agire alla maniera da una parte e i Corinzi dall’altra. Il contenuto di essa, in considerazione del v. 19,
carnale, quindi secondo calcoli opportunistici, così da affermare con forza qualcosa che, è rappresentato dal Vangelo stesso, ma anche, in ragione dei versetti precedenti, dal
successivamente, con la stessa forza si nega. Nel v. 17 si assiste quindi a una ripresa delle piano di viaggio. Quindi, con un ragionamento a maiore ad minus, Paolo intende
accuse menzionate già al v. 12 in merito al comportamento di Paolo e concernenti ambigui- affermare che come è affidabile per l’annuncio, così lo è anche per i suoi progetti
tà e opportunismo. Inoltre dobbiamo segnalare, insieme ad altri interpreti, la vicinanza di di visita della comunità corinzia, mostrando indirettamente come la sua esistenza
questo testo a Mt 5,37 e Gc 5,12, riguardanti la proibizione del giuramento, una vicinanza quotidiana è inscindibilmente legata al proprio ministero a favore del Vangelo.
che però è più nella forma che nel contenuto, perché in 2Cor 1,17 l’apostolo non si sofferma Il v. 19 dimostra la fedeltà di Dio nell’invio del suo Figlio Gesù Cristo, espressione
sull’atto di giurare. Più convincente appare invece il richiamo, proposto da altri esegeti, del suo sì all’umanità nell’adempimento della salvezza promessa e sempre attuale. Di
alle figure dell’adulazione e dell’adattamento presenti nella letteratura classica (cfr., p. es., questa rivelazione proveniente da Dio, Paolo, Silvano e Timoteo sono stati i media-
Cicerone, L’amicizia 25,93), cosicché si va sempre d’accordo con chiunque: con chi dice tori a beneficio dei Corinzi. In tal modo l’apostolo ricorda ai destinatari il contenuto
sì è sì, con chi dice no è no. In base a tale prospettiva interpretativa, Paolo sarebbe dunque della sua predicazione e fa comprendere loro che la fedeltà di Dio si riproduce nella
accusato di avere un carattere debole e incostante, promettendo visite ai destinatari, in parola non ambigua e affidabile dei suoi inviati. Da notare anche che il riferimento
modo da compiacerli, ma non essendo poi in grado di realizzarle. diretto al nome di coloro che hanno condiviso con Paolo la prima evangelizzazione
Avendo respinto attraverso le due domande retoriche, attendenti risposte nega- di una comunità, cioè Silvano e Timoteo (cfr. At 18,5), è un caso isolato in tutte le
tive, una scorretta interpretazione del suo cambio di piano, nel v. 18 Paolo passa ad lettere dell’apostolo. È probabile che i collaboratori siano citati come i due testimoni
SecondA AI CORINZI 1,20 54 55 SecondA AI CORINZI 1,22

ὅσαι γὰρ ἐπαγγελίαι θεοῦ, ἐν αὐτῷ τὸ ναί· διὸ καὶ δι᾽ αὐτοῦ
20  20
Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì», per questo
τὸ ἀμὴν τῷ θεῷ πρὸς δόξαν δι᾽ ἡμῶν. 21 ὁ δὲ βεβαιῶν ἡμᾶς σὺν attraverso di lui c’è il nostro «Amen» a Dio per la sua gloria.
ὑμῖν εἰς Χριστὸν καὶ χρίσας ἡμᾶς θεός, 22 ὁ καὶ σφραγισάμενος 21
Ora colui che ci rende saldi con voi in Cristo e ci ha dato
ἡμᾶς καὶ δοὺς τὸν ἀρραβῶνα τοῦ πνεύματος ἐν ταῖς καρδίαις l’unzione è Dio, 22il quale anche ci ha impresso il sigillo e ha
ἡμῶν. donato la caparra dello Spirito ai nostri cuori.
1,20 Amen (avmh,n) – Termine ebraico e ara- di al pubblico riconoscimento e alla lode Ha dato l’unzione (cri,saj) – Il verbo cri,w la colletta. Qui il participio medio evoca un esse-
maico che suggerisce l’idea di realtà e di fer- popolare. Paolo segue di più la prospettiva nella Settanta è usato per l’unzione con l’olio re sigillati che porta con sé l’idea di appartenere
mezza, esprime l’assenso. È usato da Paolo semitica, e ciò appare chiaro nella nostra let- di una persona consacrata per un importante a Dio, come in Ap 7,3-5.8 (che a sua volta si rifà
alla fine di una dossologia (cfr., p. es., Rm tera soprattutto in 2Cor 4,4.6, dove la gloria ufficio (sacerdote o re o profeta; cfr., p. es., a Ez 9,4-6 che però non usa il verbo sfragi,zw),
9,5; Ef 3,21; Fil 4,20) o di una benedizione è legata a Gesù, Messia crocifisso. Es 29,7; 1Re 9,16; 3Re 19,16), nel NT è Gesù senza uno specifico richiamo al battesimo.
dei destinatari (cfr. Rm 15,33; Gal 6,18) e 1,21 Rende saldi (bebaiw/n) – Il verbo bebaio,w che è metaforicamente unto da Dio in ordine Caparra dello Spirito (avrrabw/na tou/ pneu,matoj)
con un richiamo esplicito al contesto della è usato, sia nella Settanta (cfr. Sal 40,13 [TM alla sua missione (cfr. Lc 4,18; At 4,27; 10,38; – Il genitivo ha valore epesegetico, così si può
liturgia (cfr. 1Cor 14,16). In ogni caso il rife- 41,13]; 118,28 [TM 119,28]) sia nel NT (cfr., p. Eb 1,9). Qui il participio aoristo, collegato rendere anche: «la caparra che è lo Spirito».
rimento alla conferma dell’assemblea litur- es., Mc 16,20; Rm 15,8; Eb 13,9), per l’azione di al sostantivo Cristo,j presente nel versetto, Il sostantivo avrrabw,n è un calco dall’ebraico
gica comunitaria rimane sempre sottinteso sostegno e di conferma di Dio nei confronti del indica, senza un riferimento chiaro al battesi- ‘ērābôn, come appare chiaramente nel confron-
nelle varie occorrenze del termine. credente. Qui, in ragione del collegamento con mo, che i credenti sono partecipi della stessa to tra la versione del Testo Masoretico e quella
Gloria – Il sostantivo do,xa è la traduzione che il sostantivo avrrabw,n, può assumere anche una consacrazione e missione del loro Signore. della Settanta di Gen 38,17-18.20, dove signi-
la Settanta dà dell’ebraico kābôd. Ma, in ef- connotazione giuridico-commerciale di garan- 1,22 Ha impresso il sigillo (sfragisa,menoj) – Il fica «pegno». Nel greco ellenistico la parola è
fetti, i due termini presentano delle sfumature zia, già attestata nel greco, mentre il participio verbo sfragi,zw esprime l’azione di sigillare tipica del linguaggio giuridico-commerciale, in
diverse: quello ebraico allude alla «pesantez- presente indica un’azione in corso di svolgimen- con denotazione di appartenenza, autenticazione quanto si riferisce all’acconto versato in anticipo
za», cioè alla consistenza della presenza di to (da notare la differenza con i tre participi ao- e protezione. Nelle lettere paoline è usato in Ef per un pagamento. Nel NT è usato qui, in 2Cor
Dio in mezzo al suo popolo, mentre quello risti successivi ‒ cri,saj, sfragisa,menoj, dou,j 1,13; 4,30, per il dono dello Spirito dato ai cre- 5,5 e in Ef 1,14 sempre in connessione con il
greco pone l’attenzione all’«opinione», quin- ‒ che denotano un’azione puntuale). denti, e in Rm 15,28 per la somma di denaro del- dono dello Spirito.

che dimostrano l’affidabilità di Paolo e del suo messaggio, seguendo così la relativa Senza soluzione di continuità con quanto precede, il v. 22 afferma che i credenti
legge anticotestamentaria (cfr. Nm 35,30; Dt 17,6; 19,15) richiamata anche in 13,1. possiedono un sigillo segno di appartenenza a Dio, come suoi eletti, e hanno ricevuto nei
Nel v. 20 Paolo amplifica l’affermazione precedente, approfondendo il «sì» di Dio in loro cuori il dono dello Spirito come anticipo della salvezza definitiva alla risurrezione
Cristo: tutte le promesse di salvezza di Dio hanno trovato nel Messia di Nazaret il suo finale. L’effusione dello Spirito nell’intimo dei cristiani ricorda i testi paolini di Rm
adempimento. Questo testo, come Rm 9,4 e 15,8, si riferisce in maniera generale a tutto 5,5 e Gal 4,6, mentre il pegno salvifico da esso costituito richiama Rm 8,16-17.23. La
quanto Dio aveva preannunciato, mediante le Scritture, a Israele. Appare dunque chiara diversa forma grammaticale dei verbi (cfr. note) e la struttura paratattica delle frasi di
la mediazione cristologica della salvezza: Dio viene incontro all’umanità per mezzo di 2Cor 1,21-22 ci portano a comprendere che il dono dello Spirito come caparra è alla base
Cristo. D’altra parte, di nuovo per mezzo di lui sale a Dio l’assenso dei credenti per la del sigillo e dell’unzione che i credenti hanno ricevuto al momento della conversione a
sua gloria, cosicché anche la glorificazione di Dio risulta mediata cristologicamente. Cristo, ma da tale effusione consegue anche l’azione continua di Dio che li sostiene e li
Questa duplice affermazione del v. 20 è ben riassunta nella formulazione che la tradi- rafforza nel cammino dell’esistenza cristiana. In questo ultimo aspetto possiamo vedere
zione paolina ci ha lasciato in 1Tm 2,5: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il un richiamo tematico alla grazia di Dio che anima, secondo 1,12, il ministero apostolico.
mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù». Rileviamo inoltre che nel versetto Nei vv. 21-22 la questione rimane ancora, come per tutta la pericope di 1,15-24,
i missionari del Vangelo si uniscono insieme ai destinatari per aderire a quanto Dio ha quella dell’affidabilità. Infatti, come Dio per mezzo di Cristo si mostra affidabile, così lo
realizzato in Cristo e attraverso di lui ringraziarlo e lodarlo. Con l’«Amen» si rimanda è chiunque è inserito nella relazione con Cristo, nello specifico Paolo e i Corinzi stessi,
allo specifico contesto liturgico delle prime comunità cristiane, mentre con «per la sua che sono associati a lui in tale comunione. Quindi, l’apostolo conduce i destinatari a
gloria» si richiama il testo di Rm 15,8-12, nel quale i pagani glorificano Dio per la mi- comprendere che porre in dubbio la sincerità delle sue intenzioni riguardo ai propri
sericordia mostrata nell’adempiere le promesse profetiche di una salvezza universale. piani di viaggio significa non solo dubitare della fedeltà di Dio, del quale è costituito
Il v. 21 passa a esplicitare l’azione del Dio fedele sui credenti in Cristo, evidenziando ministro (cfr. vv. 17-20), ma anche del consolidamento che egli opera in loro stessi e in
la comunione tra apostoli e Corinzi a questo profondo livello. Egli è colui che continua Paolo attraverso lo Spirito (cfr. vv. 21-22). Infine, è da notare in questo contesto dei vv.
a rendere sicura e a sostenere l’esistenza dei cristiani in relazione al loro Signore e li ha 21-22 anche un incipiente trinitarismo, con l’azione diversa di ciascuna delle tre Perso-
fatti conformi e partecipi della consacrazione e della missione di salvezza del Cristo. ne: Dio ha dato ai credenti il suo Spirito e ora li conferma nella loro unione con Cristo.
SecondA AI CORINZI 1,23 56 57 SecondA AI CORINZI 1,24

Ἐγὼ δὲ μάρτυρα τὸν θεὸν ἐπικαλοῦμαι ἐπὶ τὴν ἐμὴν ψυχήν,


23  23
Io, poi, invoco Dio come testimone sulla mia vita che per
ὅτι φειδόμενος ὑμῶν οὐκέτι ἦλθον εἰς Κόρινθον. 24 οὐχ ὅτι risparmiarvi non sono più venuto a Corinto. 24Non vogliamo
κυριεύομεν ὑμῶν τῆς πίστεως ἀλλὰ συνεργοί ἐσμεν τῆς χαρᾶς dominare sulla vostra fede, siamo, invece, i collaboratori della
ὑμῶν· τῇ γὰρ πίστει ἑστήκατε. vostra gioia, infatti quanto alla fede state già saldi.

1,23 Invoco (evpikalou/mai) – La forma me- difesa (cfr., p. es., At 25,11; 26,32; 28,19). 1,24 Vogliamo dominare (kurieu,omen) – Il delle lettere paoline (cfr., p. es., Rm 16,3;
dia del verbo evpikale,w è utilizzata nel NT Per risparmiarvi (feido,menoj u`mw/n) – Il par- verbo kurieu,w nel NT esprime dominio e 1Cor 3,9; Fil 2,25) e viene ripetuto anche
per la preghiera rivolta al Signore (cfr., p. ticipio presente del verbo fei,domai (utilizza- governo (cfr., p. es., Lc 22,25; Rm 6,9; 1Tm nella nostra epistola (cfr. 8,23); Paolo lo usa
es., At 9,21; 1Cor 1,2; 1Pt 1,17), ma an- to anche in 12,6; 13,2) manifesta un’inten- 6,15); nel nostro caso assume un valore co- per indicare coloro che, in qualsiasi modo,
che con significato forense nell’appello zione per il futuro, rimpiazzando il participio nativo o di desiderio. hanno lavorato con lui a servizio del Van-
all’autorità superiore in vista della propria futuro che è usato nel NT. Collaboratori – Il termine sunergo,j è tipico gelo.

1,23-24 Giustificazione del cambiamento di piano in base ai fatti gli altri missionari intendano spadroneggiare su di loro. Così l’apostolo pone
Dopo avere difeso a livello teologico la sua posizione e avere detto che, una precisazione (in termini retorici si tratta di una correctio): lui, Silvano e
nonostante il cambiamento di piano, egli è af fidabile perché al servizio del Timoteo non vogliono dominare sulla fede dei destinatari, ma collaborare tra
Dio fedele, Paolo si muove nel v. 23 a livello pratico. Infatti, l’apostolo di loro affinché i Corinzi accrescano la gioia da essa derivante. Così, il motivo
vuole presentare la concreta ragione per la quale egli non è ritornato a della gioia va a caratterizzare non solo il riconoscimento del dono ricevuto
Corinto dopo il passaggio in Macedonia, al contrario di quanto doveva da Dio, ma anche la comunione che si crea tra coloro che condividono la
avere convenuto con i destinatari. Così invoca Dio come testimone (cfr. stessa fede. Interessante è notare che in 1Cor 3,9 si afferma che gli apostoli
la testimonianza della coscienza al v. 12) della sua veridicità, attraverso sono «collaboratori di Dio», insistendo sull’origine del loro ministero, mentre
una forma di giuramento. Per alcuni interpreti essa assume i contorni di ora con «collaboratori della vostra gioia» (v. 24) si sposta l’attenzione sulla
un’auto-imprecazione, di derivazione biblico-giudaica, del tipo: «Che Dio finalità di esso. Paolo, poi, con una captatio benevolentiae nei confronti dei
mi faccia morire se dico il falso». Secondo altri, la formula rappresenta Corinzi afferma che ciò è tanto più vero dato che in merito alla fede essi sono
invece un modo di esprimersi radicato nell’antichità classica, in base al già ben saldi, cioè hanno un loro valido cammino di vita cristiana (molto di-
quale Dio non sta testimoniando contro Paolo nel caso non affermi la veri- versamente, a indicare una situazione successiva ormai mutata, si esprimerà
tà, ma sta testimoniando a favore di Paolo, deponendo per l’af fidabilità di a riguardo in 2Cor 13,5).
quest’ultimo. In ogni caso, la serietà di questa modalità espressiva riflette Si chiude così il brano di 1,15-24 dedicato alla difesa di Paolo di
presumibilmente anche quella delle accuse addotte contro il comporta- fronte alle critiche suscitate dal suo cambiamento di programma rispetto
mento dell’apostolo. Il contenuto del giuramento è dato dall’affermazione alla visita che avrebbe dovuto fare a Corinto. Il testo ha dimostrato che,
che Paolo ha rinunciato a raggiungere di nuovo Corinto per risparmiare come sostenuto nella tesi e in particolare in 1,12, l’apostolo e i suoi col-
i destinatari, quindi per il loro bene. La motivazione è espressa in forma laboratori si sono comportati con la sincerità e la semplicità derivanti da
generica; tuttavia sarà chiarita nel successivo brano di 2,1-13. Quello che Dio, senza nascoste intenzioni, ma sorretti dalla sua grazia e desiderosi
già si intuisce, grazie anche ai testi di 1Cor 4,21 e 2Cor 13,2, è il rife- del bene dei destinatari. Continuando la sua narrazione apologetica, egli
rimento ad alcune misure disciplinari che avrebbero potuto essere prese introdurrà quindi nel successivo brano di 2,1-13 una riflessione sulla
dall’autorità apostolica nei confronti dei destinatari. sua lettera «fra molte lacrime» che ha sostituito la propria presenza in
Tutto questo, però, potrebbe anche portare i Corinzi a pensare che Paolo e mezzo ai destinatari.
SecondA AI CORINZI 2,1  58 59 SecondA AI CORINZI 2,3

2 Ἔκρινα γὰρ ἐμαυτῷ τοῦτο τὸ μὴ πάλιν ἐν λύπῃ πρὸς


2 Ritenni pertanto questo: di non venire di nuovo tra voi con
1  1

ὑμᾶς ἐλθεῖν. 2 εἰ γὰρ ἐγὼ λυπῶ ὑμᾶς, καὶ τίς ὁ εὐφραίνων tristezza. 2Infatti, se io vi rattristo, chi mi rallegra, tolto colui
με εἰ μὴ ὁ λυπούμενος ἐξ ἐμοῦ; 3 καὶ ἔγραψα τοῦτο αὐτό, ἵνα che è da me rattristato? 3Ho scritto proprio ciò, affinché venendo
μὴ ἐλθὼν λύπην σχῶ ἀφ᾽ ὧν ἔδει με χαίρειν, πεποιθὼς ἐπὶ non avessi tristezza da coloro che dovrebbero farmi gioire,
πάντας ὑμᾶς ὅτι ἡ ἐμὴ χαρὰ πάντων ὑμῶν ἐστιν. essendo convinto che la mia gioia è quella di tutti voi.

2,1 Ritenni pertanto questo (e;krina ga.r evmautw/| 2,1 la seconda accezione è quella appropriata, il legame logico tra protasi e apodosi. (ossia pensato in relazione al momento nel qua-
tou/to) – In una traduzione letterale si dovreb- mentre in 5,14 è meglio la prima. In partico- Chi mi rallegra (ti,j o` euvfrai,nwn me) – Il verbo le i destinatari riceveranno la lettera); l’espres-
be aggiungere: in me stesso. Così risulterebbe lare, l’aoristo e;krina di 2,1 si trova in contra- euvfrai,nw è usato da Paolo solo altre due volte, sione nel suo insieme si riferisce al contenuto
chiaro che la costruzione della frase è enfati- sto con l’imperfetto evboulo,mhn («volevo») di peraltro in citazioni dell’AT (Rm 15,10; Gal 4,27), della perduta lettera «tra molte lacrime» (v. 4).
ca, probabilmente a sottolineare la riflessione 1,15, usato per il progetto originario di viaggio. mentre è più usato da Luca, sempre nella forma Essendo convinto (pepoiqw,j) – Si tratta del
di Paolo in ordine alla sua decisione. Il verbo 2,2 La congiunzione kai, che si trova passiva (cfr., p. es., Lc 12,19; 15,23; At 7,41). participio perfetto del verbo pei,qw, che pos-
kri,nw nelle lettere paoline può significare «con- nel testo greco all’inizio dell’apodosi, 2,3 Ho scritto proprio ciò (e;graya tou/to auvto,) siede valore di presente. Nel nostro contesto
siderare», «giudicare» (cfr., p. es., Rm 2,1; 1Cor a sua volta ellittica del verbo «essere», – L’aoristo e;graya è reale (quindi riferito a un dipende dall’aoristo e;graya ma sembra assu-
6,1; 2Tm 4,1), oppure «ritenere», «scegliere» non viene tradotta, perché ha soltan- momento precedente a quello in cui Paolo si mere un valore gnomico e atemporale, deno-
(cfr., p. es., Rm 14,5; 1Cor 2,2; Tt 3,12). In 2Cor to valore enfatico, rafforzando proprio dedica alla stesura dell’epistola) e non epistolare tando una permanente convinzione di Paolo.

2,1-13 La lettera «tra molte lacrime» e le sue conseguenze oltre che nel nostro brano, nella ripresa della narrazione di 7,5-16. D’altra parte,
Il secondo brano della narrazione apologetica vuole spiegare il motivo per la sottolineatura della ponderata scelta di Paolo ribadisce la sua confutazione delle
il quale Paolo non è ritornato dai Corinzi, ma ha scritto loro una lettera, con accuse di leggerezza nelle decisioni (cfr. 1,17) e prova, di conseguenza, il suo essere
conseguenti reazioni rivelatesi positive, che l’apostolo non vedeva l’ora di cono- scevro da ambiguità e opportunismo, così come sosteneva la propositio (cfr. 1,12).
scere attraverso Tito. L’intero brano è segnato da un forte pathos, che manifesta Nel v. 2 con una domanda retorica Paolo amplifica l’affermazione del versetto preceden-
i sentimenti dell’autore verso i destinatari, ma anche quelli di quest’ultimi. Così, te riguardante la rinuncia alla visita: se lui provoca tristezza nei Corinzi, chi potrà procurargli
da una parte troviamo la tristezza (greco, lýpē: vv. 1.3.7) e il rattristare (greco, gioia, visto che per lui loro ne sono la fonte? In questo modo l’apostolo fa intravedere che
lypéō: vv. 2.4.5), la tribolazione (greco, thlîpsis, v. 4), l’angoscia del cuore (greco, per non peggiorare i rapporti con i destinatari non è ritornato nella loro comunità e, nello
synochḗ kardías, v. 4), le molte lacrime (greco, pollà dákrya, v. 4); dall’altra ab- stesso tempo, sottolinea la reciprocità del legame. Seguendo tale prospettiva, nei versetti
biamo invece il rallegrare (greco, euphraínō, v. 2), la gioia (greco, chará, v. 3) e successivi e in 7,5-16 viene mostrato come tutta la vicenda precedente abbia provocato
il gioire (greco, chaírō, v. 3), il sollievo (greco, ánesis, v. 13). Alla base di questi dolore sia in Paolo sia nei destinatari, e come la soluzione del contrasto abbia l’effetto di
diversi e mutevoli sentimenti, ora positivi ora negativi, si intravede però come una gioia reciproca. L’apostolo esprime in questo modo come egli soffra e gioisca con loro.
atteggiamento stabile l’amore di Paolo (cfr. v. 4) e quello dei Corinzi (cfr. v. 8). Dando seguito a quanto sostenuto nei due versetti precedenti, nel v. 3 Paolo afferma
Il testo può essere diviso in tre parti: le ragioni della lettera (vv. 1-4), gli che la lettera «tra molte lacrime» da lui scritta aveva come primo scopo, sostituendo
effetti della lettera (vv. 5-11), ulteriore prova dell’affetto di Paolo per i Corinzi la prevista visita, di non ricevere tristezza dai Corinzi che sono quelli che dovrebbero
(vv. 12-13). rallegrarlo. In effetti, l’apostolo è convinto che la sua gioia e quella della comuni-
2,1-4 Le ragioni della lettera tà coincidano. Probabilmente, dal punto di vista pastorale, Paolo ritiene necessario
Richiamando quanto detto in precedenza in 1,23, Paolo comincia con l’affermare lasciar calmare gli animi dopo l’incidente occorso nella visita precedente (cfr. 2,5;
che, a seguito di un’attenta riflessione, ha deciso di non ritornare con tristezza dai 7,12). Per questo invia in sua vece la lettera. Infatti, generalmente nell’antichità, in
Corinzi. Si tratta di un riferimento all’afflizione che aveva colpito l’apostolo al un mondo dove gli spostamenti non erano così veloci e agevoli, lo scritto epistolare
momento dell’episodio dell’offensore (cfr. 2,5; 7,12), ma anche a quella che egli fungeva da sostituto della persona e talvolta anche del discorso che l’autore avrebbe
avrebbe potuto causare ai suoi con una visita immediatamente successiva, nella potuto fare se fosse stato presente in mezzo ai suoi destinatari (cfr. Seneca, Epistole
quale con ogni probabilità sarebbe stato costretto a rimproverarli con durezza e 75,1). Si deve notare, poi, che la reciprocità della gioia ha un basilare riferimento al
prendere anche misure disciplinari. Al contrario, come scriverà poi alla comunità presente terreno ma, sulla scorta di altri testi paolini come 1Ts 2,16 e in ragione del
di Roma, egli intende venire con gioia nelle diverse Chiese (cfr. Rm 15,32). In ogni richiamo a 1,14 (segnato dalla reciprocità del vanto alla parusia), si apre anche a una
caso, il tema della tristezza ha la sua importanza in 2 Corinzi A e sarà sviluppato, prospettiva escatologica. Infine, oltre a questo, c’è un altro legame con la propositio
SecondA AI CORINZI 2,4 60 61 SecondA AI CORINZI 2,6

4 
ἐκ γὰρ πολλῆς θλίψεως καὶ συνοχῆς καρδίας ἔγραψα ὑμῖν 4
Infatti, vi ho scritto con grande afflizione e angoscia del cuore,
διὰ πολλῶν δακρύων, οὐχ ἵνα λυπηθῆτε ἀλλὰ τὴν ἀγάπην tra molte lacrime, non per rattristarvi, ma perché conosciate
ἵνα γνῶτε ἣν ἔχω περισσοτέρως εἰς ὑμᾶς. l’amore che ho specialmente per voi.
5 
Εἰ δέ τις λελύπηκεν, οὐκ ἐμὲ λελύπηκεν, ἀλλ’ ἀπὸ 5
Poi, se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me,
μέρους, ἵνα μὴ ἐπιβαρῶ, πάντας ὑμᾶς. 6 ἱκανὸν τῷ ma in parte, senza che esageri, tutti voi. 6È sufficiente per
τοιούτῳ ἡ ἐπιτιμία αὕτη ἡ ὑπὸ τῶν πλειόνων, quel tale il castigo che gli è venuto dalla maggioranza,
2,4 Angoscia – Il vocabolo sunoch, nel NT gratuito e di donazione, tipicamente cristiano, pro- Esageri (evpibarw/) – Il verbo evpibare,w non è mai che Mt 6,34; Lc 12,23). Nella lettera sarà usato
è usato solo qui e in Lc 21,25, all’interno di veniente da Dio stesso che il credente è chiamato usato nella Settanta, mentre nel NT è presente anche in 2,16 e 3,5, insieme al corrispondente
un contesto diverso segnato dal riferimento a riversare sull’altro (cfr. Rm 8,31-39; 1Cor 13). soltanto in altri due casi (1Ts 2,9; 2Ts 3,8), dove sostantivo i`kano,thj (in 3,5) e al verbo i`kano,w
a tempi ultimi; serve a descrivere un senti- 2,5 Qualcuno (tij) – Paolo usa questo pronome è utilizzato in senso transitivo di «aggravare», (3,6) per evocare il concetto di capacità.
mento di oppressione e di angustia. al singolare o al plurale per gli avversari (cfr., p. «pesare». Qui il significato è quello intransitivo Castigo (evpitimi,a) – Il termine greco, che può
L’amore (th.n avga,phn) – L’espressione è posta in es., Rm 3,8; Gal 1,7; Fil 3,4), in particolare lo e traslato di «dare peso», «esagerare». evocare un rimprovero solo verbale o una vera e
maniera non ordinaria di fronte alla congiunzione fa nella nostra lettera (3,1; 10,7.12; 11,16.20). 2,6 Sufficiente (i`kano,n) – Si tratta di un agget- propria pena, è hapax legomenon nel NT, men-
subordinante i[na in modo da ricevere enfasi. Il Ha rattristato (lelu,phken) – L’uso del perfetto del tivo neutro; usato in funzione predicativa, può tre nella Settanta è usato soltanto in Sap 3,10 nel
termine avga,ph è abbastanza raro nella letteratura verbo lupe,w indica che il rattristamento di Paolo riferirsi nel NT a un nome di altro genere (in senso di «castigo», «punizione», accezione che
greca; è utilizzato dal NT per esprimere l’amore e dei Corinzi ha ripercussioni sino al presente. questo caso femminile come evpitimi,a; cfr. an- ben si adatta anche al nostro contesto.

di 1,12-14 nel richiamo allo scrivere la lettera (anche ai vv. 4.9), di cui si esprime una alla persona, appartenente alla comunità, che lo ha offeso (cfr. 7,12) in occasione della
prima finalità nell’impedire, come sostituta della presenza fisica, il dolore che sarebbe sua permanenza a Corinto. Inoltre, afferma che costui ha rattristato non solo lui ma, in
derivato all’autore da una visita della comunità. Si comincia così a provare il v. 13, qualche misura, tutta la comunità corinzia, considerando perciò l’offesa non come un
che in fondo sosteneva che non ci sono oscuri e ambigui scopi nelle epistole di Paolo. fatto puramente privato. D’altra parte, come appare più chiaramente dal testo di 7,5-16
Nel v. 4 Paolo fa conoscere il suo stato d’animo al momento dell’estensione della focalizzato ancora su tale episodio, una parte più o meno consistente della comunità
precedente lettera: tale scrittura, a seguito dell’esito drammatico della sua seconda dovette schierarsi con l’offensore. È, quindi, necessario un cambiamento di mentalità
visita, gli aveva procurato un profondo tormento interiore e un’angoscia che si sono tra i Corinzi per giungere a una piena riconciliazione con l’apostolo. Gli studiosi si
manifestate nelle «molte lacrime». Se in 1,8 la «tribolazione» era legata a un pericolo sono impegnati nel ricostruire i contorni della situazione, ma si sono scontrati con
fisico, qui essa si sposta nel cuore dell’apostolo. D’altra parte, la suddetta epistola il fatto che l’autore tende a renderli non riconoscibili. In effetti, questo è dovuto alla
aveva come scopo, secondo l’idea del suo autore, non di rattristare i destinatari, ma di strategia comunicativa propria di Paolo, il quale sopprime o rende sfumato tutto ciò
ribadire il proprio particolare amore per loro (cfr. 1Cor 16,24; 2Cor 12,15), dimostran- che nell’epistola si riferisce troppo direttamente alla Chiesa alla quale si rivolge – e
do così, seppur indirettamente, il suo comportamento ineccepibile nei loro confronti questo vale chiaramente anche per gli avversari – fermandosi solo agli elementi em-
(ripresa della propositio con uso di perissotérōs e hymâs come in 1,12). Quest’affer- blematici di ogni situazione, affinché le sue lettere possano interessare i membri di
mazione sembra contraddire quanto si dirà in 7,8-11, dove Paolo parlerà della positiva altre Chiese e abbiano un’audience più generale. In questo caso la reticenza paolina
tristezza causata dalla sua lettera. Tuttavia si deve distinguere tra lo scopo dell’epistola può essere ulteriormente compresa come una delicatezza nei confronti di un membro
e l’effetto da essa procurato, che l’apostolo rileggerà pure alla luce di un intervento di della comunità che non si vuole svergognare di fronte a tutti. Nel versetto dobbiamo
Dio a beneficio dei Corinzi. In tale prospettiva è possibile anche comprendere il fatto anche sottolineare la presenza di un nuovo richiamo dell’apostolo alla reciprocità nel
che Paolo eviti una visita della comunità per risparmiarle dolore, come dice in 1,23 e rapporto con i suoi: la tristezza provocata in lui ha colpito e afflitto, in qualche modo,
in 2,1, inviando al suo posto una missiva che comunque causerà amarezza nei suoi. tutti i Corinzi. Si può anche ipotizzare, come fanno alcuni interpreti, che nell’offesa
Inoltre, rimandando a quanto detto nell’introduzione, è necessario ribadire che, oltre ricevuta Paolo voglia leggere un rigetto della sua autorità apostolica e, quindi, della sua
alle sue circostanze e finalità, non possiamo sapere niente di preciso sul contenuto opera di evangelizzazione dei destinatari. Di conseguenza, il dolore provocato in questi
della lettera «tra molte lacrime», se non che doveva riguardare quanto accaduto a ultimi risulterebbe legato anche a una messa in dubbio della loro esistenza come Chiesa.
Corinto con l’offesa ricevuta dall’apostolo da parte di un componente della comunità. Di seguito al v. 6 l’apostolo evoca proprio la punizione decisa dalla maggior parte
2,5-11 Gli effetti della lettera della comunità nei confronti dell’offensore. Egli afferma che è risultata sufficiente,
Con il v. 5 Paolo richiama l’avvenimento che ha causato la sua rinuncia alla visita probabilmente non per la sua severità quanto per la sua durata. Quindi, come dirà nei
e la conseguente sostituzione con una lettera. L’apostolo si riferisce senza nominarla versetti successivi, ora sono necessarie una riconciliazione e una reintegrazione di colui
SecondA AI CORINZI 2,7 62 63 SecondA AI CORINZI 2,9

ὥστε τοὐναντίον μᾶλλον ὑμᾶς χαρίσασθαι καὶ παρακαλέσαι,


7  7
cosicché, al contrario, voi dovreste piuttosto perdonarlo e
μή πως τῇ περισσοτέρᾳ λύπῃ καταποθῇ ὁ τοιοῦτος. 8 διὸ consolarlo, affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza. 8Perciò
παρακαλῶ ὑμᾶς κυρῶσαι εἰς αὐτὸν ἀγάπην· 9 εἰς τοῦτο γὰρ καὶ vi esorto a confermargli il vostro amore. 9Infatti, per questo anche vi
ἔγραψα, ἵνα γνῶ τὴν δοκιμὴν ὑμῶν, εἰ εἰς πάντα ὑπήκοοί ἐστε. ho scritto: per conoscere alla prova, se siete ubbidienti in tutto.

2,7 Perdonarlo (cari,sasqai) – Il verbo composto intensivo del verbo pi,nw («bere») senso contrario o in forte antitesi) con il Romani (entrambe in 5,4), una in Filippesi
cari,zomai è usato per lo più nelle lettere pao- e usato nel NT con il significato di «assume- sostantivo avga,ph al quale si riferisce, visto (Fil 2,22) e ben quattro nella nostra epistola
line per designare il dono di grazia proveniente re», «ingoiare», «divorare», «sommergere», che l’idea di una ratifica dell’amore appare (2,9; 8,2; 9,13; 13,3). Inoltre non è testimo-
da Dio (cfr., p. es., Rm 8,32; 1Cor 2,12; Gal in senso per lo più figurato (cfr., p. es., 1Cor paradossale. Tuttavia l’uso di kuro,w evoca niato nei testi greci precedenti a Paolo. Il
3,18), ma talvolta anche per parlare, in conse- 15,54; Eb 11,29; Ap 12,16). probabilmente anche il fatto che, se il castigo termine denota la buona qualità di qualcosa
guenza di quello ricevuto da Dio, del perdono 2,8 Confermargli (kurw/sai eivj auvto,n) – Il per l’offensore è stato comminato attraverso che è stato messo alla prova.
tra fratelli in Cristo, come in Ef 4,32; Col 2,13. verbo kuro,w ha una connotazione giuridi- una formale decisione comunitaria (cfr. 2,6), Ubbidienti (u`ph,kooi) – L’aggettivo u`ph,kooj
Nella nostra lettera rispecchia questo secondo ca e significa «ratificare», «confermare». così deve esserlo il suo perdono, con una è usato nel NT solo in At 7,39 in riferimento
uso (2,7.10; 12,13) che però non esclude, ma Nel NT è presente altrove solo in Gal 3,15, riammissione nella Chiesa di Corinto. alla disubbidienza degli Israeliti nei confronti
implica la sua derivazione teologica. dove è utilizzato per un testamento ormai 2,9 Prova (dokimh,n) – Il vocabolo dokimh, di Mosè e in Fil 2,8 per l’ubbidienza di Cristo
Sia sommerso (katapoqh/|) – Si tratta del con- legittimo. Qui il verbo forma un ossimoro non presenta alcun uso nella Bibbia se non al Padre. Nel nostro contesto il riferimento
giuntivo aoristo passivo del verbo katapi,nw, (figura retorica che accosta due termini di nelle lettere paoline, con due attestazioni in è all’ubbidienza filiale dei Corinzi a Paolo.

che ha sbagliato. Il modo con il quale Paolo tratta questo membro della comunità che probabilmente è richiesta ai Corinzi una formale riammissione nella comunità,
è ben diverso da quello utilizzato nei confronti dell’incestuoso di 1Cor 5,1-8 dove così come formale doveva essere stata la comminazione del castigo. Ma dietro
ci si riferisce a un’esclusione permanente dalla comunità. Qui probabilmente la tutto ciò non può che esserci l’amore tipico dei credenti, da esprimere l’uno per
punizione dell’offensore è consistita in una momentanea estromissione dalla Chie- l’altro, con il quale lo stesso Paolo si relaziona con i Corinzi (cfr. v. 4). In fondo,
sa di Corinto. Il fatto che tale provvedimento sia stato assunto dalla maggioranza l’apostolo dà prova di carità proprio verso colui che lo ha offeso, in piena coerenza
della comunità corinzia non ci dice nulla sulla posizione della relativa minoranza, anche con quanto dirà in Rm 12,9-21, testo nel quale inviterà a non rispondere al
se orientata in senso più lassista o rigorista. male ricevuto con altro male, ma con l’amore che perdona.
Proprio perché è sufficiente la durata della punizione ricevuta, al v. 7 Paolo Ritornando sullo scopo della lettera «tra molte lacrime», al v. 9 Paolo afferma
invita i Corinzi a perdonare e a consolare l’offensore, perché non sia vinto da una di avere scritto ai Corinzi anche per mettere alla prova la loro obbedienza nei suoi
tristezza eccessiva, derivante dal castigo a lui inflitto. Ai suoi l’apostolo non chiede confronti, cioè il riconoscimento del suo ruolo apostolico di fondatore. Implici-
solo di perdonare chi ha sbagliato, eliminando ogni risentimento nei suoi confronti, tamente, allo stesso modo, ora con la sua nuova epistola chiede loro di seguire
ma anche di incoraggiarlo a riprendere la vita di fede all’interno della comunità. le sue indicazioni, perdonando l’offensore. Il testo riprende i vv. 3-4, nei quali
La lettera «tra molte lacrime» doveva quindi avere provocato un effetto di ri- erano state mostrate due finalità della lettera «tra molte lacrime», e la propositio
pensamento nella comunità, che aveva condotto a una presa di posizione contro di 1,12-14 quando si sofferma sullo scrivere di Paolo. Mentre scrive, egli sa già
l’offensore (cfr. 7,11), ma ora, di nuovo mediante una comunicazione epistolare, che i suoi hanno superato la prova, perché in 7,15 si dice che Tito ha riferito
Paolo domanda esplicitamente ai suoi di perdonare colui che ha sbagliato, perché all’apostolo dell’obbedienza dei Corinzi, come risposta alla ricezione dell’episto-
non cada in quella tristezza secondo il mondo che conduce alla morte (cfr. 7,10). la, ma in questo momento desidera un’altra conferma di ciò nella riammissione
Si tratta verosimilmente di una disperazione che esclude una riconciliazione con nella comunità di colui che lo ha offeso. Secondo quanto già accennato riguardo
Dio e con i fratelli e può portare a perdersi e ad abbandonare definitivamente la al versetto precedente, Paolo unisce il rispetto dell’autonomia della comunità con
comunità cristiana e la fede, concedendo così, come si affermerà al v. 11, un’op- l’esercizio della sua autorità apostolica, in coerenza con l’immagine paterna con
portunità favorevole all’azione di Satana. la quale egli si presenta ai Corinzi (cfr. 1Cor 4,14-15; 2Cor 12,14). Proprio l’uso
Al v. 8 Paolo riprende quanto appena detto al versetto precedente, chiedendo ai in riferimento a Cristo del concetto di obbedienza (cfr. Fil 2,8), evoca il fatto che
suoi di mostrare all’offensore il loro amore. L’apostolo esorta i destinatari, ma non obbedire a Paolo (cfr. 2Cor 10,6; 2Ts 3,14; Fm 21) è una questione legata non
impone la sua decisione, da una parte facendo sentire la sua autorità apostolica, alla persona, ma al suo compito di rappresentante di Cristo e del Vangelo (cfr.
dall’altra rispettando la libertà della comunità. La formulazione della frase indica 2Cor 4,5).
SecondA AI CORINZI 2,10 64 65 SecondA AI CORINZI 2,12

ᾧ δέ τι χαρίζεσθε, κἀγώ· καὶ γὰρ ἐγὼ ὃ κεχάρισμαι, εἴ τι κεχάρισμαι,


10  10
A chi voi perdonate, anch’io perdono; e, infatti, io ciò che ho perdonato,
δι᾽ ὑμᾶς ἐν προσώπῳ Χριστοῦ, 11 ἵνα μὴ πλεονεκτηθῶμεν ὑπὸ τοῦ se ho perdonato qualcosa, l’ho fatto per voi davanti a Cristo, 11affinché
σατανᾶ· οὐ γὰρ αὐτοῦ τὰ νοήματα ἀγνοοῦμεν. non siamo raggirati da Satana, dato che non ignoriamo i suoi propositi.
12 
Ἐλθὼν δὲ εἰς τὴν Τρῳάδα εἰς τὸ εὐαγγέλιον τοῦ Χριστοῦ καὶ 12
Giungendo a Troade per annunciare il Vangelo di Cristo,

2,10 Davanti a Cristo (evn prosw,pw| Cristou/) zione del suo contrario. L’enfasi della propo- tempo di Paolo, dai 30.000 ai 40.000 abitanti. costrinse ad abbandonarla ben presto (cfr. At
– L’espressione evn prosw,pw| (alla lettera: sizione è nelle due ultime parole, attraverso La città fu fondata poco dopo il 311 a.C. da uno 16,8-11). In seguito, durante il terzo viaggio,
«in faccia a») è un semitismo che ricalca una figura etimologica segnata dalla ripeti- dei successori di Alessandro Magno, Antigo- Paolo passò da Efeso in Macedonia (cfr. At
l’ebraico lipnê (cfr., p. es., Pr 4,3); in questo zione della radice verbale -noe,w. Il sostantivo ne Monoftalmo e, di conseguenza, chiamata 20,1), facendo così pensare che si sia fermato a
caso intende richiamare la presenza di Cristo no,hma è usato nel NT soltanto da Paolo in Antigonia. Nel 301 a.C., dopo avere sconfitto Troade, in corrispondenza con quanto riportato
come garante e testimone. riferimento al pensiero e assume una valenza Antigone a Ipso, Lisimaco, altro generale di in 2Cor 2,12. Infine, alla conclusione del terzo
2,11 Siamo raggirati (pleonekthqw/men) – Il positiva in Fil 4,7, mentre nella nostra lettera, Alessandro Magno e re della Tracia, conquistò viaggio, l’apostolo si trattenne una settimana
verbo pleonekte,w indica un prendere vantag- oltre a qui, ne ha sempre una prevalentemente la città e la chiamò Alessandria Troade. Nel presso la comunità cristiana della città, ormai
gio su qualcuno con intenti fraudolenti, anche negativa (3,14; 4,4; 10,5; 11,3). 133 a.C. fu conquistata dai Romani e costituita diretto verso Gerusalemme (cfr. At 20,5-11).
attraverso il furto. Nel NT è usato in 1Ts 4,6 e 2,12 A Troade (th.n Trw|a,da) – In ragione colonia con l’alternativa denominazione di Co- Si deve così supporre che la fondazione della
poi nella nostra lettera (2,11; 7,2; 12,17.18). dell’articolo che precede il nome proprio, il lonia Augusta Troadensium o Colonia Augusta comunità sia avvenuta al più tardi in occasione
Dato che non ignoriamo i suoi propositi (ouv riferimento può essere, oltre che alla città, alla Troas. Secondo il racconto di Atti, l’apostolo della seconda visita a Troade.
ga.r auvtou/ ta. noh,mata avgnoou/men) – La frase regione circostante. Nel NT Trw|aj, ricorre, ol- arrivò nella città durante il suo secondo viaggio Il Vangelo di Cristo (to. euvagge,lion tou/
nel suo insieme è una litote, figura retorica tre a qui, in At 16,8.11; 20,5-6; 2Tm 4,13. Era missionario, ma la visione notturna, ricevuta Cristou/) – Si tratta di un genitivo oggettivo,
che consiste nella formulazione attenuata di un importante sito portuale sulla costa nord-oc- per intervento divino, di un Macedone che secondo il quale il contenuto del Vangelo è
un giudizio o di un’idea attraverso la nega- cidentale dell’Asia Minore e doveva avere, al lo implorava a passare nella sua regione lo Cristo stesso.

Nel v. 10 Paolo ritorna, proprio al fine di provare l’obbedienza dei Corinzi, sulla fensore (cfr. v. 7), che può indurlo ad abbandonare la fede. In questo modo Satana
domanda di perdono per l’offensore, già formulata al v. 7. Egli afferma che a chi la avrebbe derubato la comunità di uno dei suoi membri. In secondo luogo, il riferimento
comunità perdona, anche lui fa altrettanto, e che, se ha perdonato qualcosa, l’ha com- è anche alla comunione tra Paolo e i Corinzi, che potrebbe essere messa a repentaglio
piuto per il bene della comunità al cospetto di Cristo. Ancora una volta, come avviene attraverso il perdurare di una situazione non riconciliata. Il diavolo, proprio in base
in tutta 2 Corinzi A, l’apostolo accentua la reciprocità con i suoi (si richiama così il al significato del suo nome («Divisore»), prevarrebbe, alimentando tale divisione. Il
reciproco vanto segnalato nella propositio), rimettendosi a una loro decisione, pur discorso però si chiude con una nota di fiducia, perché l’apostolo afferma che lui e i
avendo lui stesso già scelto la via della riconciliazione con colui che lo ha oltraggiato. cristiani di Corinto possono ben riconoscere le macchinazioni di Satana e per questo
In questo contesto Paolo tende a minimizzare l’offesa, parlando semplicemente di fare in modo di non concedergli opportunità di azione. Secondo quanto si dirà poi
«qualcosa». Inoltre, il richiamo alla presenza di Cristo serve a ricordare che è lui che in 2 Corinzi B (cfr. 10,5 e 11,3), nella sua attività apostolica Paolo combatte perché
sta alla base dei rapporti tra l’apostolo e i Corinzi, e di quelli reciproci tra i membri nessuna idea avversa a Cristo e al Vangelo si infiltri nella comunità e la corrompa.
della comunità; in particolare, la possibilità della riconciliazione tra fratelli è basata 2,12-13 Ulteriore prova dell’affetto di Paolo per i Corinzi
sull’esperienza della riconciliazione con Dio mediante lui (cfr. 5,19-20). Infine, se al v. Questi versetti fungono da transizione, concludendo ciò che precede e introducendo
7 il perdono era da concedere per il bene dello stesso offensore, ora lo è per quello di ciò che segue. Per un verso, chiudono la prima parte della narrazione apologetica fornen-
tutta la comunità, ragione che verrà esplicitata nel versetto che immediatamente segue. do un’altra dimostrazione dell’interesse di Paolo per i Corinzi, data dal fatto che abbia
Infatti nel v. 11 Paolo afferma che la riconciliazione con l’offensore è necessaria interrotto la sua fruttuosa missione a Troade per raggiungere Tito e ricevere notizie dei
per non essere ingannati da Satana, le cui macchinazioni sono ben note. L’apostolo suoi. Dall’altro, introducono la successiva argomentazione di 2,14–7,4, evocando il tema
si mette dalla stessa parte dei Corinzi parlando di «noi», alludendo alle circostanze del ministero di annuncio del Vangelo. In questi versetti ci si riferisce al lasso di tempo
negative che comporterebbe la continuata esclusione dalla comunità di colui che ha che intercorre tra l’invio della lettera «tra molte lacrime», probabilmente per mezzo
sbagliato. Satana, del quale si fa menzione anche in 4,4, potrebbe prendere vantaggio di Tito, e le notizie da lui recate all’apostolo circa la riuscita della stessa (cfr. 7,5-16).
dalla situazione. Interessante è il parallelo con Ef 4,27, dove si dice che conservare l’ira Al v. 12 Paolo comincia ricordando che è giunto a Troade per annunciare il
verso il fratello, senza perciò perdonarlo, fornisce un’occasione al diavolo. In 2Cor Vangelo e che il Signore ha dato un esito favorevole alla sua missione. Qui il
2,11 il riferimento è prima di tutto alla conseguente probabile disperazione dell’of- successo dell’evangelizzazione è riportato da Paolo all’azione di Dio che apre le
SecondA AI CORINZI 2,13 66 67 SecondA AI CORINZI 2,13

θύρας μοι ἀνεῳγμένης ἐν κυρίῳ, 13 οὐκ ἔσχηκα ἄνεσιν sebbene nel Signore mi fosse aperta una porta, 13non ebbi
τῷ πνεύματί μου τῷ μὴ εὑρεῖν με Τίτον τὸν ἀδελφόν sollievo per il mio spirito perché non vi trovai il mio fratello
μου, ἀλλ’ ἀποταξάμενος αὐτοῖς ἐξῆλθον εἰς Μακεδονίαν. Tito, ma congedatomi da loro partii per la Macedonia.

Nel Signore mi fosse aperta (moi avnew|gme,nhj ni nella Chiesa e in Ap 3,8 con attenzione persona, vista nella sua dimensione interiore. lettera «tra molte lacrime» (cfr. 7,6.13.14) e
evn kuri,w|) – Il participio perfetto passivo del all’azione del Risorto nella missione. Tito (Ti,toj) – Il fatto che Tito non sia mai ha una funzione importante nel raccogliere la
verbo avnoi,gw indica l’azione di Dio e gli 2,13 Non ebbi (ouvk e;schka) – Il perfetto menzionato fuori dai testi paolini ha condotto colletta (cfr. 8,6.16.23; 12,18). Infine, la tradi-
effetti duraturi nel tempo, sino alla fine del del verbo e;cw indica qui una durata corri- alcuni all’infondata conclusione che egli sia zione paolina accenna a una partenza di Tito
soggiorno paolino nella città. L’espressione spondente al tempo del soggiorno di Paolo inesistente o identificabile con Timoteo. In per la Dalmazia (cfr. 2Tm 4,10) e indirizza
«nel Signore» può richiamare lo spazio teo- a Troade. Gal 2,1.3 Tito è ricordato come un pagano- a lui una delle lettere Pastorali (cfr. Tt 1,4).
logico della missione paolina o ribadire l’in- Sollievo – Il greco a;nesij evoca l’alleggeri- cristiano non circonciso che accompagna Pao- Congedatomi da loro (av p otaxa, m enoj
tervento divino a favore di essa. La metafora mento da un peso ed è usato nella lettera, oltre lo e Barnaba nel loro viaggio da Antiochia a auvtoi/j) – Si tratta dell’unico uso del verbo
della porta aperta in relazione all’evangeliz- a 2,13, altre due volte (7,5; 8,13), come altret- Gerusalemme, in occasione dell’assemblea avpota,ssomai nelle lettere paoline. In ragio-
zazione si trova anche in altri testi paolini tante volte nel resto del NT (At 24,23; 2Ts 1,7). apostolica narrata anche in At 15. Nella nostra ne dell’utilizzo in At 18,18.21 e del nostro
(cfr. 1Cor 16,9; Col 4,3); è presente anche Per il mio spirito (tw/| pneu,mati, mou) – Il ter- epistola è più volte ricordato con il suo nome e contesto, dove troviamo auvtoi/j, è da pensare
in altri due passaggi del NT, in At 14,27 con mine pneu/ma assume nel versetto una valenza assume un ruolo di rilievo: Tito riporta le buo- probabilmente al congedo dai membri della
particolare riferimento all’entrata dei paga- semplicemente antropologica, indicando la ne notizie di una favorevole accoglienza della comunità di Troade.

porte delle case delle persone e quindi i loro cuori all’accoglienza dell’annuncio. in 2,14–7,4 a un’argomentazione sul ministero apostolico che, in ogni caso, con-
Comunque, secondo il testo della nostra lettera, nonostante tale incoraggiante tinua a sviluppare la prospettiva della propositio di 1,12-14, riguardante il vanto
risultato, l’apostolo aveva al momento un’altra urgenza. del comportamento sincero degli apostoli per grazia di Dio. Nell’introduzione
Infatti, al v. 13 rivela che egli non ebbe pace a Troade perché non vi trovò Tito abbiamo già trattato i problemi di critica letteraria e le relative soluzioni che
e per questo, avendo salutato la comunità della città, partì alla volta della Mace- ci inducono a considerare 2,14–7,4 come parte integrante dei capitoli 1–9. Nel
donia. Con queste espressioni Paolo vuole fare risaltare il suo pathos positivo nei prosieguo del commento sarà possibile confermare questo assunto, grazie alla
confronti dei destinatari, in modo da dimostrare loro il suo attaccamento. Attac- messa in risalto dei legami lessicali e tematici con il resto della lettera A. Insieme
camento provato anche nei fatti, visto che secondo il testo l’apostolo abbandona a ciò evidenzieremo la coerente logica di questo sviluppo epistolare che segna un
la favorevole missione a Troade per cercare Tito e ricevere da lui notizie sulla passaggio da una narrazione di stampo apologetico sul concreto comportamento
comunità di Corinto, in particolare sulla loro reazione alla lettera «tra molte la- di Paolo e degli apostoli a un’argomentazione sul significato del loro ministero,
crime». Dobbiamo pensare per Tito a un tragitto programmato di andata e ritorno ancora venata di toni apologetici.
da Corinto, con un passaggio da una comunità all’altra fondata da Paolo. Questo Riferendosi a questa sezione, gli interpreti parlano di excursus; piuttosto la
collaboratore dell’apostolo è designato affettuosamente «il mio fratello», in modo si dovrebbe denominare, confrontandosi con l’eredità retorica, digressio, cioè
da sottolinearne l’importanza di fronte alla comunità, così come avviene in Fil un’occasionale deviazione dall’argomento principale per trattare temi aggiunti-
2,25 per Epafrodito e in Fm 16 per Onesimo. vi, ma sempre pertinenti. In effetti in 2,14–7,4 Paolo si distacca dalle situazioni
specifiche del suo ministero per andare ad approfondirne il valore e la funzione,
Argomentazione: il ministero apostolico di Paolo (2,14–7,4) perché probabilmente esso non era correttamente valutato dalla comunità. Secondo
Se il repentino abbandono dell’evangelizzazione a Troade per un verso ha la le regole della retorica antica, nella digressio l’oratore può trattare una quaestio
funzione di avvalorare ulteriormente l’affetto di Paolo per i Corinzi, dall’altro finita (problematica delimitata, relativa a persone, circostanze, luoghi e momenti)
lascia spazio alla possibilità di un nuovo giudizio di incostanza sull’apostolo, a partire da una quaestio infinita (problema indefinito e generale, riferito a classi
così mutevole nei propri programmi di viaggio e di visita delle comunità. È dun- di individui, a situazioni tipiche) a essa riconducibile. Così nella nostra sezione
que giunta l’ora di un approfondimento sulla radice del ministero apostolico di l’apostolo affronta la quaestio finita del suo comportamento nella relazione con
Paolo, al fine di fare comprendere ai destinatari la valenza e il significato del suo i Corinzi a confronto e alla luce della quaestio infinita del senso del proprio mi-
compito, andando oltre i singoli avvenimenti che lo riguardano. A questo scopo, nistero. Presentando ai destinatari ciò che l’apostolo deve essere, essi potranno
la narrazione apologetica si interrompe e riprende soltanto in 7,5, per dare spazio porvi a confronto il concreto agire di Paolo e dei suoi collaboratori e scoprirne
SecondA AI CORINZI 2,14 68 69 SecondA AI CORINZI 2,14

Τῷ δὲ θεῷ χάρις τῷ πάντοτε θριαμβεύοντι ἡμᾶς ἐν τῷ


14  14
Ma siano rese grazie a Dio, che sempre ci conduce nel suo trionfo
Χριστῷ καὶ τὴν ὀσμὴν τῆς γνώσεως αὐτοῦ φανεροῦντι in Cristo e per mezzo di noi manifesta in ogni luogo l’odore

// 2,14-17 Testi paralleli: 1Ts 2,13-16 processioni trionfali dei generali romani di il participio presente di qriambeu,w, come 2Cor 2,14-16, e può avere una connotazio-
2,14 Ci conduce nel suo trionfo ritorno da una campagna militare vittoriosa. quello di fanero,w a esso coordinato, indica ne sia positiva che negativa. Il genitivo th/j
(qriambeu,onti h`ma/j) – Il verbo qriambeu,w è In particolare, la costruzione sul modello un’azione continua. gnw,sewj ha valore epesegetico, «l’odore
utilizzato qui e in Col 2,15, mentre è assente qriambeu,w tina, presente nel versetto indi- L’odore della sua conoscenza (th.n ovsmh.n che è la conoscenza», mentre il secondo,
nel resto della Bibbia. Si tratta di un calco ca il condurre qualcuno come prigioniero th/j gnw,sewj auvtou/) – Il sostantivo ovsmh, cioè auvtou/, è oggettivo, in riferimento a
greco del latino triumphare, utilizzato per le in una processione trionfale. Da notare che ha solo sei occorrenze nel NT, di cui tre in Cristo.

quindi l’irreprensibilità. D’altronde, lo scopo ultimo del discorso all’interno di che configura il testo stesso come una prima dimostrazione o argumentatio, a sua
2Cor 1–9 è quello, una volta dimostrata la correttezza del comportamento degli volta dipendente dalla tesi generale della lettera presentata in 1,12-14 e riguardante
apostoli, di giungere a una piena riconciliazione tra Paolo e i suoi, da una parte, la difesa del comportamento sincero in grazia di Dio degli apostoli. L’argomenta-
e la comunità corinzia, dall’altra (cfr. 7,5-16), situazione che sola potrà permet- zione sviluppata in questi versetti non si serve come in precedenza solo di prove
tere il completamento della colletta (cfr. cc. 8–9). In ogni modo, questa modalità costituite dall’agire di Paolo e degli altri apostoli, ma, con un salto di qualità a
di argomentazione non è nuova per Paolo. Infatti è tipica della prima epistola livello probativo, di un confronto con la figura di Mosè e il suo ministero (cfr. 2,16;
indirizzata alla comunità di Corinto, dove l’apostolo segue spesso un medesimo 3,7-18). Allo stesso modo di altre sue lettere, il ricorso all’eredità scritturistica
approccio, operando, all’inizio, una presa di distanza per scoprire la posta in rappresenta la prova d’autorità per eccellenza di ogni ragionamento dell’apo-
gioco nel singolo problema e fornendo, in seguito, indicazioni atte per una sua stolo. Le modalità argomentative preferite in 2,14–4,6 sono quella dell’antitesi
soluzione (cfr., p. es., 1Cor 8–10; 11,17-34; 12–14). Infine, dobbiamo notare che (cfr. 2,15-17; 3,3.6.8.9.18) e quella della metafora (cfr. 2,14-16; 3,1-3.13.15.18;
in tal modo, seguendo l’intenzione dell’autore, il testo esce dal contingente della 4,3). Infine, i campi semantici principali che unificano la sottosezione sono quelli
specifica situazione corinzia e assume dimensioni permanenti che riguardano della manifestazione (greco, phaneróō: 2,14; 3,3; phanérōsis: 4,2) e della gloria
tutte le comunità paoline e tutti i cristiani di ogni epoca: Paolo, mentre difende (greco, dóxa: 3,7.8.9.10.11.18; doxázō: 3,10), insieme ai binomi tra loro collegati
il suo concreto impegno apostolico, ci fa dono di un’illuminante trattazione sul dei salvati/persi (greco, sṓizō: 2,15; apóllymi: 2,15; 4,3), della vita/morte (greco,
ministero cristiano utile alla Chiesa di ogni tempo. Per l’interpretazione del testo zōḗ: 2,16 e zōopoiéō: 3,6; thánatos: 2,16.3,7 e apokteínō: 3,6) e della luce/tenebra
sarà dunque necessario tenere conto di questo continuo richiamo verso un am- (greco, phōtismós: 4,4.6 e phōs: 4,6; skótos: 4,6).
pliamento di orizzonte, pur non dimenticando che il trampolino di lancio di tutto La sottosezione di 2,14–4,6, dopo l’esordio di 2,14-17 composto dal rin-
il ragionamento è il contesto concreto dei difficili rapporti tra l’apostolo e i suoi, graziamento a Dio per l’apostolato e dalla tesi, si può dividere in tre brani,
appesantiti ancor più dall’azione divisiva di alcuni oppositori (cfr. i richiami a essi che costituiscono altrettante prove della propositio: la concreta legittimazione
in 2,17; 3,1; 5,12). In ragione di questa situazione il testo della sezione assumerà del ministero paolino (3,1-6); il confronto tra il ministero apostolico e quello
talvolta anche sfumature apologetiche a difesa dell’apostolato paolino. mosaico (3,7-18), il Vangelo della gloria di Cristo annunciato con verità da
L’argomentazione si svolge in tre momenti: prima dimostrazione (2,14–4,6), Paolo (4,1-6).
riguardante la capacità e la trasparenza del ministro cristiano; seconda dimo- 2,14-17 Esordio: ringraziamento a Dio per l’apostolato e prima tesi
strazione (4,7–5,10), relativa all’agire di Dio nella fragilità dell’apostolo; terza L’esordio è segnato da un ringraziamento rivolto a Dio per il suo efficace agire
dimostrazione (5,11–6,10), concernente il vanto del cuore per il ministero della nel servizio degli apostoli. In questo modo si introduce tutta l’argomentazione
riconciliazione ricevuto da Dio. In termini retorici, possiamo parlare di un’ar- dedicata al ministero apostolico e, in particolare attraverso la tesi di 2,16b-17, la
gumentatio divisa in tre successive argumentationes, recanti differenti prove a prima dimostrazione, focalizzata sulla capacità e la sincerità dei ministri, in quanto
sostegno di ciascuna propositio. Al termine, la perorazione alla comunione con inviati di Dio. Non deve sorprendere il lettore il fatto di trovare un ringraziamento
Paolo e alla separazione dagli increduli (6,11–7,4) chiude l’intera sezione. a questo punto della lettera, perché ciò non è fuori dal comune per Paolo, ma
ritorna nelle sue lettere anche in forma simile a questa (cfr., p. es., Rm 6,17-18;
2,14–4,6 Prima dimostrazione: capacità e trasparenza del ministero cristiano 1Cor 15,57; 1Ts 2,13-16). Inoltre, è da rammentare che nella retorica era prevista
La logica del testo di 2,14–4,6 è determinata da 2,16b-17, che rappresenta la la possibilità di avere un secondo exordium; in questo lo si collocava per lo più
tesi o propositio sulla capacità e la trasparenza del ministero derivante da Dio e poco prima dell’argumentatio.
SecondA AI CORINZI 2,15 70 71 SecondA AI CORINZI 2,15

δι᾽ ἡμῶν ἐν παντὶ τόπῳ· 15 ὅτι Χριστοῦ εὐωδία ἐσμὲν della sua conoscenza. 15Poiché noi siamo per Dio il profumo
τῷ θεῷ ἐν τοῖς σῳζομένοις καὶ ἐν τοῖς ἀπολλυμένοις, di Cristo tra quelli che si salvano e tra quelli che periscono,

2,15 Profumo di Cristo – Il sostantivo gre- il sintagma ovsmh, euvwdi,aj è utilizzato una del NT sono in Ef 5,2, in connessione con (toi/j sw|zome,noij… toi/j avpollume,noij) – I
co euvwdi,a è sinonimo del precedente ovsmh, cinquantina di volte nella Settanta e indi- l’autodonazione di Gesù per amore, e in Fil participi presenti qui utilizzati indicano che
ma ha una connotazione sempre positiva. Il ca l’aroma che sale dall’offerta sacrificale 4,8 per il dono dei Filippesi recato a Paolo le condizioni di salvezza e di perdizione
genitivo Cristou/ è oggettivo, indicando il bruciata al cospetto di Dio (cfr., p. es., Gen da Epafrodito. non sono definitive ma ancora in corso di
contenuto del profumo. Si deve notare che 8,21; Sir 50,15; Ez 6,13). Le sole occorrenze Quelli che si salvano… quelli che periscono sviluppo.

L’esordio è dunque da dividersi in due parti: ringraziamento (2,14-16a) e prima che costituiscono, già all’inizio dell’argomentazione, un orizzonte nel quale
tesi (2,16b-17). comprendere il significato del ministero apostolico: è Dio che agisce nei suoi
Ringraziamento (2,14-16a). In contrasto con la situazione di angoscia spe- inviati; Cristo è il punto focale di questa azione; l’attività divina in relazione al
rimentata a Troade (cfr. v. 13), l’apostolo esprime ora il suo grazie a Dio, ri- Vangelo si configura come continua e universale.
chiamando il tema della consolazione divina nella tribolazione (cfr. 1,3-7). Nel Il v. 15 è costituito da una frase causale che si riallaccia al versetto precedente:
v. 14 il ringraziamento rivolto a Dio comincia con una duplice motivazione Paolo e gli apostoli portano dappertutto la fragranza della conoscenza di Cristo,
sostenuta da due metafore. Infatti, Paolo ringrazia il suo Signore perché, per perché essi stessi sono il profumo di Cristo. Tuttavia, tale profumo, cioè l’annuncio
mezzo di Cristo, sempre conduce lui e gli altri apostoli come prigionieri nel del Vangelo, può essere accolto o rifiutato dalle persone, che stanno così deter-
suo trionfo (un simile linguaggio di vittoria con Cristo si trova anche in 1Cor minando la loro salvezza o perdizione. Dobbiamo notare che nel nostro versetto
15,57) e manifesta dappertutto, attraverso di loro, la fragranza della conoscenza Paolo ricorre al linguaggio sacrificale (cfr. nota) per parlare del suo ministero. Tale
di Cristo. Sorprendentemente l’apostolo sembra fare riferimento alla processione riferimento era già presente anche nel versetto precedente in relazione al culto
trionfale romana (pompa triumphalis) che un generale vittorioso organizzava romano, ora è sviluppato sullo sfondo di quello anticotestamentario e giudaico.
insieme alle sue truppe, conducendo in corteo le spoglie dei vinti e gli stessi Questo utilizzo del linguaggio sacrificale avviene anche in Fil 2,17, dove con
nemici catturati (una splendida rappresentazione di tutto ciò si trova nei basso- grande finezza l’apostolo sottolinea che l’esistenza cristiana vissuta dalla Chiesa
rilievi dell’Arco di Tito a Roma). In tale occasione talvolta accadeva che fosse di Filippi è un vero atto di culto, al quale si aggiunge a completamento, come
bruciato incenso, come offerta agli dèi, lungo il corso della processione o che una semplice libagione, il suo impegno di annuncio, vissuto ora da carcerato. E
fossero condotti profumi e spezie provenienti dai paesi conquistati. Se, quindi, una stessa idea del ministero apostolico la troviamo pure in Rm 15,16: Paolo è
lo sfondo delle due metafore può essere ricostruito in maniera unitaria con un un servitore, un officiante che presenta a Dio l’offerta, santa e a lui gradita, dei
certo grado di attendibilità, più difficile è comprendere l’attualizzazione precisa pagani che hanno creduto in Cristo. Confrontando 2Cor 2,15 con gli altri due
di tali immagini in riferimento a Paolo e gli apostoli. Così, l’essere condotti testi, si nota che la sua originalità sta nel passare dalla presentazione dell’apostolo
prigionieri in trionfo è stato messo in rapporto, da alcuni studiosi, alla conver- come colui che ha la funzione di manifestare la fragranza del Vangelo, a quella
sione dell’apostolo; tuttavia la lettura attenta del testo non giustifica questo dell’apostolo come colui che è lo stesso profumo di Cristo, segnando così la piena
richiamo. Piuttosto, il nostro versetto appare indicare il fatto generale che Dio identificazione tra annuncio e annunciatore.
ha conquistato, per mezzo di Cristo, la vita degli apostoli che a lui appartengono Il linguaggio sacrificale si mescola poi a quello apocalittico con la tipica di-
come prigionieri e per questo li può destinare alla loro missione di annuncio del stinzione tra salvati e perduti. Le due categorie si distinguono non in ragione di
Vangelo, volta alla diffusione della conoscenza di Cristo in tutto il mondo. In una predestinazione divina, ma in base alla loro accoglienza o meno del Vangelo,
questo modo si realizza e si manifesta il trionfo di Dio, mostrando dappertutto così come lo stesso Paolo afferma in 1Cor 1,18 riguardo all’annuncio della parola
il suo potere di salvezza. In fondo, possiamo sottolineare tre enfasi di 2,14 della croce.
SecondA AI CORINZI 2,16 72 73 SecondA AI CORINZI 2,17

οἷς μὲν ὀσμὴ ἐκ θανάτου εἰς θάνατον, οἷς δὲ ὀσμὴ ἐκ ζωῆς εἰς
16  per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita
16

ζωήν. καὶ πρὸς ταῦτα τίς ἱκανός; 17 οὐ γάρ ἐσμεν ὡς οἱ πολλοὶ per la vita e chi è capace di queste cose? 17Infatti, noi non siamo
καπηλεύοντες τὸν λόγον τοῦ θεοῦ, ἀλλ᾽ ὡς ἐξ εἰλικρινείας, ἀλλ᾽ come i molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità,
ὡς ἐκ θεοῦ κατέναντι θεοῦ ἐν Χριστῷ λαλοῦμεν. come inviati da Dio e alla presenza di Dio, parliamo in Cristo.
2,16 Di morte per la morte… di vita per la con le sue valenze immediatamente prima. Angelico [L]). Dal punto di vista retorico, la sostantivo kaph,loj si riferisce nelle due occor-
vita (evk qana,tou eivj qa,naton… evk zwh/j eivj 2,17 Molti (polloi,) – La suddetta lezione è da lezione scelta costituisce un’iperbole volta a renze (Sir 26,29; Is 1,22) a un commerciante
zwh,n) – In entrambi i casi la proposizione evk preferirsi a loipoi, («altri»), perché quest’ul- enfatizzare il ruolo degli avversari. che agisce con la frode, pure adulterando la
indica un’origine e eivj una fine, cosicché in- tima ha un’attestazione minore, sostanzial- Mercanteggiano (kaphleu,ontej) – Il verbo propria mercanzia. Questa valenza negativa
sieme evocano due passaggi in progressione. mente limitata all’area occidentale (il papiro kaphleu,w è hapax legomenon biblico e indica ben si addice al contesto di 2Cor 2,17; anche
Queste cose (tau/ta) – Il riferimento è al Chester Beatty II [î46] e i codici Claromon- un’attività di vendita, talvolta anche di caratte- la Vulgata, traducendo kaphleu,ontej con adul-
ministero ricevuto da Dio e presentato tano [D], di Cambridge [F], di Börner [G], re fraudolento. Nella Settanta il corrispondente terantes, appare confermarla.

L’inizio del v. 16 è immediatamente allacciato alla fine del precedente e forma con Paolo afferma che lui e i restanti apostoli non si comportano come altri, che fanno
esso un chiasmo: A tra quelli che si salvano; B tra quelli che periscono; B’ per gli uni mercato della parola di Dio, falsificandola per il proprio interesse, ma l’annunciano,
odore di morte per la morte; A’ per gli altri odore di vita per la vita. Tuttavia, nel v. 16a in unione con Cristo, con la sincerità derivante dal loro essere inviati da Dio e posti di
si assiste a uno sviluppo testuale, segnato anche da una duplice progressione: da una fronte al suo giudizio. Il v. 17, coerentemente al fatto di essere parte della propositio
parte si trova la non accoglienza iniziale del Vangelo («odore di morte») che conduce di 2,14–4,6, da un lato riprende quella generale di 1,12-14, parlando della «sincerità
alla perdizione finale («per la morte»); dall’altra, la sua accettazione («odore di vita») di Dio» (eilikrineíāi toû theoû, 1,12); dall’altro è ripresa in 3,2 in merito alla fran-
che porta alla salvezza definitiva («per la vita»). Questa accoglienza e questo rifiuto, chezza e trasparenza nel comportamento, in 3,5-6 per il riferimento alla capacità degli
con i relativi esiti, richiamano da vicino il testo paolino di 1Ts 2,13-16. Rimane tuttavia apostoli che viene da Dio (ek toû theoû, 3,5), in 4,2 riguardo a coloro che agiscono
difficile comprendere bene lo sfondo dell’immagine di un odore che può causare la «falsificando la parola di Dio» (doloûntes tòn lógon toû theoû) e in 4,5 in relazione
morte o la vita. Per alcuni studiosi possono essere illuminanti testi rabbinici, ben più all’annuncio evangelico. Così la tesi di 2,16b-17 assume un aspetto apologetico e,
tardivi di quelli paolini, dove si parlerebbe del profumo della Torà che è medicina di vita in misura minore, polemico, perché vi compare la contrapposizione agli avversari
per coloro che la osservano, ma veleno di morte per gli altri (cfr., p. es., Deuteronomio dell’apostolo. Tali caratteristiche, come visto nella presentazione di tutta l’argomen-
Rabbà 1,1.6). In alternativa, collegando il profumo con l’offerta sacrificale dalla quale tazione, non possono però essere disgiunte dalla prospettiva pedagogica nei confronti
esso deriva, si può ricordare il testo di Gen 4,3-5, dove il sacrificio di Abele è gradito da dei destinatari, chiamati a (ri)scoprire il significato e il valore del ministero apostolico.
Dio, mentre quello di Caino è respinto, e tutto ciò conduce all’uccisione del fratello. Alla Come già detto nell’introduzione generale, i riferimenti agli oppositori in 2Cor 1–9
fine la soluzione più plausibile sembra essere quella di considerare l’immagine dell’odore sono molto scarni, ma servendoci anche di 2Cor 10–13 possiamo pensare a loro come
che conduce alla morte o alla vita un’ideazione paolina originata dall’applicazione del missionari giudeo-cristiani, quindi provenienti dall’esterno della comunità corinzia, che
linguaggio sacrificale al suo ministero di annuncio del Vangelo. contestano l’autorità e l’apostolato di Paolo e che, di conseguenza, cercano di distac-
Prima tesi (2,16b-17). Il v. 16b pone una domanda sulla capacità degli apostoli di care da lui i Corinzi. Come in Fil 3,18, l’apostolo parla degli avversari come «molti»,
fronte alle gravi responsabilità del loro ministero di annuncio, la cui accoglienza o rifiuto mostrando non tanto un dato numerico, quanto un’enfasi retorica volta a sottolineare il
determina il destino degli ascoltatori. La questione riecheggia l’affermazione di Mosè pericolo da essi rappresentato. Il biasimo del loro comportamento non consiste ‒ come
di fronte alla missione richiesta da Dio. Infatti la formulazione in Es 4,10 LXX è simile alcuni autori affermano ricordando l’antica prassi dei filosofi a pagamento ‒ nel fatto che
a quella di 2Cor 2,16b, con l’uso dello stesso aggettivo greco hikanós: «Io non sono possano chiedere un sostentamento alla comunità, perché Paolo stesso ammette questo
capace». Mentre più lontano è il contesto di Gl 2,11, dove il profeta si domanda chi potrà diritto in 1Cor 9,10-15. La questione, piuttosto, è quella di una colpevole adulterazione
sopportare l’avvento del giorno del Signore, utilizzando ancora il medesimo aggettivo: della parola di Dio per i propri interessi. Ricorrendo all’elemento retorico del confronto,
«Chi sarà capace per questo?». In ogni caso, come già segnalato, si trova qui l’inizio della l’apostolo può così mettere in risalto la trasparenza del proprio ministero di annuncio
tesi della prima dimostrazione (3,1–4,6) della sezione 2,14–7,4. A conferma del nostro del Vangelo, trasparenza motivata ancora una volta a livello teologico, così come aveva
assunto, è possibile notare che la questione della capacità degli apostoli sarà ripresa fatto in 1,17-22 legando la propria affidabilità alla stessa fedeltà di Dio (tutto questo
negli stessi termini nel seguito (cfr. greco, hikanós, 3,5; hikanótēs, 3,5; hikanóō, 3,6). conferma anche il ruolo ridotto giocato dalla polemica). Quindi, nell’insieme, il testo
Il v. 17, che costituisce insieme al v. 16b la tesi, fornisce una risposta affermativa di 2,14-17 introduce in maniera generale tutta la questione del significato e del
alla domanda posta in precedenza. Tale risposta si configura come una precisazione valore del ministero apostolico, confermando la sua funzione di esordio dell’intera
correttiva (in termini retorici correctio), passando dal negativo al positivo. Infatti, argomentazione di 2,14–7,4, così come è stato da noi in precedenza proposto.
SecondA AI CORINZI 3,1 74 75 SecondA AI CORINZI 3,2

3 Ἀρχόμεθα πάλιν ἑαυτοὺς συνιστάνειν; ἢ μὴ χρῄζομεν


3 Cominciamo di nuovo a raccomandare noi stessi? O
1  1

ὥς τινες συστατικῶν ἐπιστολῶν πρὸς ὑμᾶς ἢ ἐξ ὑμῶν; 2 ἡ abbiamo bisogno, come alcuni, di lettere di raccomandazione
ἐπιστολὴ ἡμῶν ὑμεῖς ἐστε, ἐγγεγραμμένη ἐν ταῖς καρδίαις ἡμῶν, per voi o da parte vostra? 2Siete voi la nostra lettera, scritta
γινωσκομένη καὶ ἀναγινωσκομένη ὑπὸ πάντων ἀνθρώπων, nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini,
3,1 Cominciamo (VArco, m eqa) – Il verbo per Paolo, in Rm 16,2, legato al tema della assistere Febe; in Fil 2,19-30 raccomanda dell’iniziale conversione dei destinatari.
a;rcw, qui alla forma media, è utilizzato nelle raccomandazione. Timoteo ed Epafrodito ai Filippesi; infine, Conosciuta… letta – Al contrario del prece-
lettere paoline soltanto in Rm 15,12, ma all’in- Lettere di raccomandazione (sustatikw/n tutta la lettera a Filemone è segnata da un dente, i due participi presenti ginwskome,nh
terno di una citazione dell’AT, alla forma at- evpistolw/n) – Sono un genere ben affermato invito al destinatario ad accogliere come un e avnaginwskome,nh, che a loro volta formano
tiva e con significato diverso. nell’antichità. In special modo esse venivano fratello il suo schiavo fuggitivo Onesimo. una paronomasia, si riferiscono a due azioni
Raccomandare… di raccomandazione fornite a viaggiatori ed emissari come loro 3,2 Scritta (ev g gegramme, n h) – Il verbo in corso di svolgimento.
(sunista,nein… sustatikw/n) – Il verbo suni,sthmi presentazione in un’altra città o nazione, in evggra,fw è utilizzato nel NT, oltre qui e nel Nostri (h`mw/n) – La variante u`mw/n è da scar-
o sunista,nw presenta quattordici delle sue modo che potessero ricevere ospitalità e aiu- versetto successivo, soltanto in Lc 10,20. tare, perché ha un’attestazione esterna mino-
sedici occorrenze nelle lettere paoline e ben to nel bisogno. L’accoglienza di questa pra- Nella lingua greca esso denota l’azione di re (supportata soltanto dal codice Sinaitico
nove nella nostra lettera. Mentre il corrispon- tica tra i credenti in Cristo è attestata da At inserire in una lista, di scrivere in un docu- [‫ ]א‬e dai minuscoli manoscritto greco 14 di
dente aggettivo sustatiko,j è hapax legome- 18,27 e Paolo stesso ricorre a formule tipiche mento, di immettere in un gruppo, di scol- Parigi [33], codice Joannou 16 [1175] e ma-
non biblico. Questi dati indicano l’importanza delle epistole di raccomandazione in 8,18-23 pire un’iscrizione. Il participio perfetto del noscritto greco 300 del Sinai [1881], rispetto
del tema della raccomandazione in 2 Corinzi. a proposito di Tito e di altri due fratelli da verbo in questo versetto e nel successivo a tutto il resto della tradizione manoscritta)
Abbiamo bisogno (crh, | z omen) – Il verbo lui inviati a Corinto, così come avviene nelle indica una condizione permanente, quindi e perché costituisce, dal punto di vista della
crh,|zw è usato, con lo stesso significato, altre sue lettere. Infatti, in Rm 16,1-2 egli indelebile della scrittura, e, attraverso il critica interna, la lectio facilior e, quindi,
altre quattro volte nel NT e, in particolare chiede alla comunità di Roma di ricevere e linguaggio metaforico, l’effetto duraturo meno probabile.

3,1-6 La concreta legittimazione del ministero paolino comandazione basata su se stesso non è legittima, lo è quella motivata dall’azione
Il brano costituisce la prima prova a sostegno della propositio di 2,16b-17 che del Signore nella persona e dall’agire a lui fedele della persona stessa.
presentava la questione della capacità e della sincerità di Paolo e degli apostoli di Nel nostro versetto l’apostolo prende le distanze dalla pratica delle lettere di racco-
fronte alle responsabilità del loro ministero. La prova utilizzata è quella dei fatti, mandazione non solo perché afferma di non averne bisogno, ma anche per distinguersi
in questo caso inerenti all’apostolato. Infatti, il brano dimostra la capacità e la sin- dai suoi avversari, che ne fanno uso. Con ogni probabilità si riferisce agli avversari
cerità dei ministri in due tempi e in due modi: l’esistenza della comunità corinzia e appena menzionati in 2,17, che dovevano muoversi da una comunità all’altra con
l’incarico ricevuto da Dio. In base a questi due momenti possiamo dividere così: la l’appoggio di tali epistole per potere essere ogni volta adeguatamente accolti e ospitati.
comunità, lettera di Cristo (3,1-3); da Dio la capacità per il ministero di Paolo (3,4-6). Al v. 2 Paolo giunge a dare una risposta in positivo alla seconda domanda retorica
La comunità, lettera di Cristo (3,1-3). La descrizione fornita in 2,14-17 da Pao- del v. 1: egli non necessita di una lettera di raccomandazione perché essa è costituita
lo della sua funzione apostolica e, implicitamente, della sua adeguatezza poteva dalla stessa comunità, un’epistola scritta nel suo cuore (e in quello dei suoi collabora-
dare l’impressione che egli cercasse di avvalorare la propria persona agli occhi tori), nota e leggibile da parte di tutti gli uomini. Passando al valore metaforico della
dei Corinzi. Per questo al v. 1 l’apostolo con una prima domanda retorica nega lettera, Paolo fornisce una prova concreta della legittimità del suo apostolato, costituita
che lui, insieme ai suoi collaboratori, stia nuovamente raccomandando se stesso proprio dall’esistenza della comunità di Corinto. Infatti, come avveniva in 1Cor 9,1b-2,
presso i destinatari. L’espressione «di nuovo» che compare nel testo potrebbe il ministero dell’apostolo presso i destinatari a vantaggio del Vangelo è la dimostrazione
riferirsi ad affermazioni presenti in 1 Corinzi (cfr., p. es., 4,15; 9,1-2; 15,10), o eloquente del suo essere inviato da Dio, mentre in dipendenza dalla propositio di 2Cor
nella perduta lettera «tra molte lacrime», oppure a cose dette da Paolo nella sua 2,16b-17 esso diviene anche la prova della sua capacità e poi della sua sincerità.
ultima dolorosa visita a Corinto. In ogni caso, con una seconda domanda retorica In effetti, dal punto di vista interno la lettera è scritta in maniera indelebile nel cuore
richiedente risposta negativa, l’apostolo nega di avere bisogno come altri di una di Paolo, a segnalare il profondo legame che lo lega con la comunità, mentre dal punto
raccomandazione epistolare nei confronti dei Corinzi o scritta da loro. di vista esterno è nota e leggibile da parte di tutti gli uomini, mostrando il carattere
Si deve notare che, a differenza di quanto avviene qui, altrove nella lettera pubblico e non segreto dell’azione apostolica nella Chiesa corinzia. Il linguaggio
Paolo afferma anche il valore positivo dell’auto-raccomandazione (cfr. 4,2; 6,4). iperbolico (cfr. «da tutti gli uomini») richiama l’apertura universale della missione
In effetti, come per il tema del vanto, il discrimine si trova nelle ragioni per le paolina presentata in 2,14 e sottolinea la consistenza del lavoro pastorale compiuto
quali si ricorre a tutto questo, poiché ‒ come si sostiene in 10,18 ‒ mentre la rac- all’interno della comunità di Corinto (cfr. Rm 1,8; 1Ts 1,8). Quindi, se a differenza
SecondA AI CORINZI 3,3 76 77 SecondA AI CORINZI 3,4

3 
φανερούμενοι ὅτι ἐστὲ ἐπιστολὴ Χριστοῦ διακονηθεῖσα 3
essendo manifesto che voi siete una lettera di Cristo, redatta
ὑφ᾽ ἡμῶν, ἐγγεγραμμένη οὐ μέλανι ἀλλὰ πνεύματι θεοῦ da noi; scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio
ζῶντος, οὐκ ἐν πλαξὶν λιθίναις ἀλλ᾽ ἐν πλαξὶν καρδίαις vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole che sono i cuori di
σαρκίναις. carne.
4 
Πεποίθησιν δὲ τοιαύτην ἔχομεν διὰ τοῦ Χριστοῦ πρὸς τὸν θεόν. 4
Tale convinzione abbiamo per mezzo di Cristo davanti a Dio.

3,3 Di Cristo – Il genitivo Cristou/ indica le, richiamando la funzione dell’amanuense tivo al quale si riferisce, così come avviene mento è presente in tutti gli usi anticote-
che Cristo è l’autore della lettera. e segretario che estendeva la lettera dettata nel nostro versetto. stamentari del sostantivo, il quale più volte
Redatta (diakonhqei/sa) – Il verbo diakone,w dall’autore (cfr. Rm 16,22). Il participio Lo Spirito del Dio vivente (pneu,mati qeou/ è associato come qui all’aggettivo li,qinoj
evoca generalmente il servizio (anche con aoristo passivo indica un’azione puntua- zw/ntoj) – Si tratta di un sintagma unico in (cfr., p. es., Es 31,18; Dt 4,13; 3Re 8,9
una sfumatura di intermediazione) e nella le, probabilmente da mettere in relazione tutta la Scrittura, mentre l’espressione «Dio LXX [TM 1Re 8,9]). Quest’ultimo ha solo
lettera così esso è usato (8,19.20), al pa- col momento di fondazione della comunità vivente» è ben attestata (cfr., p. es., Dt 4,33 altre due occorrenze neotestamentarie (Gv
ri dei corrispondenti sostantivi dia, k onoj corinzia. LXX; Os 2,1; Mt 16,16). 2,6; Ap 9,20).
(3,5.6; 6,4; 11,15.23) e diakoni,a (3,7.8.9; Inchiostro (me, l ani) – L’aggettivo me, l aj Tavole di pietra (plaxi.n liqi,naij) – Il no- 3,4 Convinzione… davanti a Dio
4,1; 5,18; 6,3; 8,4; 9,1.12.13; 11,8). Qui significa «nero»; poiché esso era il colore me pla,x ha soltanto un’altra occorrenza (pepoi,qhsin… pro.j to.n qeo,n) – La costru-
il verbo assume un’accezione particolare, dell’inchiostro, ricavato da un composto di nel NT, in Eb 9,4, dove è in relazione alle zione pepoi,qhsij pro,j è unica in tutta la
seppure compatibile con quella più genera- carbone e gomma, prende il posto del sostan- tavole dell’alleanza mosaica. Tale riferi- Scrittura.

di una comune lettera di raccomandazione quella rappresentata dai destinatari non è mosaico che caratterizzerà i suddetti versetti. In effetti, il linguaggio utilizzato
segreta ma conosciuta e letta da tutti, e non c’è alcun timore che la sua diffusione ne richiama prima di tutto il testo di Es 31,18 LXX, nel quale si parla di ciò che
intacchi il contenuto, significa che sono universalmente provate la trasparenza e la viene affidato sul Sinai da Dio a Mosè: «due tavole della testimonianza, tavole
sincerità di Paolo nel suo ministero a Corinto, facendo sapere anche che egli porta in pietra, scritte con il dito di Dio». Poi altri riferimenti possono essere trovati
la comunità nel suo cuore. Il comportamento dell’apostolo (e dei suoi collaboratori) in brani che sostengono un processo di interiorizzazione della Legge mosaica,
appare ancora una volta irreprensibile a partire proprio da ciò che sente e compie nei cioè in Ger 38,33 LXX [TM 31,33], dove si dice: «porrò le mie leggi nella loro
confronti dei destinatari, mostrando così non solo il suo ethos retorico (la credibilità di mente e le scriverò nei loro cuori», e in Ez 11,19 LXX, testo secondo il quale Dio
colui che parla, emergente da dentro e da fuori il discorso), ma la logica argomentativa afferma: «darò loro un cuore diverso e uno spirito nuovo metterò in loro e toglierò
del testo, che nuovamente si riallaccia alla tesi generale di 1,12-14, laddove essa soste- dalla loro carne il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (cfr. anche Ez
neva la semplicità e la sincerità delle intenzioni dei missionari in relazione ai Corinzi. 36,26). Nel contesto di 2Cor 3,3 è impossibile stabilire se ci sia una sfumatura
Il v. 3 riprende l’aspetto esterno della lettera, affermando da subito come sia polemica nei confronti degli avversari, mentre appare chiaro che l’apostolo non
manifesto che i Corinzi siano una lettera di Cristo, estesa come amanuensi da Paolo approfondisce ancora l’alternativa tra il ministero mosaico e il proprio, ma sem-
e dai suoi collaboratori. Se nel versetto precedente si erano accentuati l’azione e plicemente la prepara, limitandosi a parlare delle due sostanze e dei due materiali
il legame degli apostoli nei confronti dei destinatari, ora si precisa il loro ruolo di scrittura della lettera. Piuttosto, è importante rimarcare che lo scopo primario
secondario e di mediazione rispetto a quello di Cristo. Infatti, è lui l’autore della dei vv. 1-3 è fornire una prova fattuale della legittimità dell’apostolato paolino,
lettera; quindi, fuor di metafora, colui al quale si deve la creazione della comunità finalità conseguita attraverso l’utilizzo della metafora dell’epistola rappresentata
e al quale essa appartiene. dalla stessa comunità di Corinto.
Sviluppando ulteriormente l’immagine dell’epistola, il versetto sostiene che Da Dio la capacità per il ministero di Paolo (3,4-6). Con il v. 4 Paolo precisa
essa non è stata scritta con l’inchiostro, ma con lo Spirito di Dio, e il materiale che la convinzione espressa nei versetti precedenti, riguardo al fatto che la co-
utilizzato per la sua estensione non è costituito da tavole di pietra, ma da cuori di munità sia una lettera di Cristo alla cui estensione gli apostoli hanno collaborato,
carne. Dunque, se Cristo è l’autore, egli si serve dello Spirito di Dio per agire nei è ottenuta per mezzo di Cristo e al cospetto di Dio; si tratta dunque di una con-
credenti corinzi (da notare, rispetto al v. 2, il passaggio dal cuore degli apostoli vinzione di fede. In particolare, si ricorda il rapporto di comunione dell’apostolo
a quello dei destinatari); un’azione cominciata con la loro conversione, ma i cui con il suo Signore e si chiama Dio a testimone, dal quale deriva il suo ministero,
effetti durano sino al presente. In questo modo Paolo introduce il tema dello Spi- riallacciandosi così alla propositio della sottosezione 2,14–6,4 attraverso l’uso di
rito, al quale si darà spazio nei vv. 7-18, ma anche il confronto con il ministero costruzioni molto simili a quelle di 2,17b.
SecondA AI CORINZI 3,5 78 79 SecondA AI CORINZI 3,6

οὐχ ὅτι ἀφ᾽ ἑαυτῶν ἱκανοί ἐσμεν λογίσασθαί τι ὡς ἐξ ἑαυτῶν,


5  5
Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa, come se
ἀλλ᾽ ἡ ἱκανότης ἡμῶν ἐκ τοῦ θεοῦ, 6 ὃς καὶ ἱκάνωσεν ἡμᾶς provenisse da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6il quale ci ha
διακόνους καινῆς διαθήκης, οὐ γράμματος ἀλλὰ πνεύματος· τὸ resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera
γὰρ γράμμα ἀποκτέννει, τὸ δὲ πνεῦμα ζῳοποιεῖ. ma dello Spirito, infatti la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica.
3,5 Pensare (logi,sasqai) – Il verbo logi,zomai ha 11,5; 12,6) propendiamo per la seconda accezio- tura si parla di Dio come (o`) i`kano,j (cfr. la nuova alleanza è il contenuto del ministero di
nella lingua greca e nel NT due accezioni di base: ne, eccetto che in 5,19, dove assume la prima. Rt 1,20-21; Gb 21,15; 31,2; 40,2), cioè «(il) annuncio. Il sintagma kainh. diaqh,kh è utilizzato
la prima, legata al vocabolario commerciale, di Qualcosa – La forma neutra del pronome inde- capace» e, quindi, onnipotente. nella Settanta solo in Ger 38,31 [TM 31,31] in
«contare», «calcolare»; la seconda, in relazione finito tij è omessa in due importanti testimoni 3,6 Ci ha resi capaci (i`ka,nwsen h`ma/j) – L’ao- merito a una nuova futura alleanza promessa
ai processi mentali, di «riflettere», «considera- (il papiro Chester Beatty II [î46] e il codice Vati- risto del verbo i`kano,w rimanda a un momento da Dio al suo popolo, mentre nel NT ha altre
re», «ritenere». Nell’uso paolino il verbo riveste cano [B]), ma deve appartenere al testo originale preciso nel passato; probabilmente, sulla scor- quattro occorrenze: in Lc 22,20 e in 1Cor 11,25
entrambi i significati: quello riferito al tenere in perché tutto il resto della tradizione manoscritta ta dell’uso dell’aggettivo i`kano,j in 1Cor 15,9, l’espressione è connessa con le parole pronun-
conto (cfr., p. es., Rm 4,11; 1Cor 13,5; Gal 3,6) e lo supporta e nel nostro versetto si riferisce a ciò si deve pensare alla conversione-vocazione di ciate da Gesù sul calice nell’ultima cena, mentre
quello in relazione alla riflessione (cfr., p. es., Rm che riguarda il ministero di Paolo. Paolo e al conseguente incarico apostolico. in Eb 8,8 rappresenta la citazione del suddetto
2,3; 1Cor 13,11; Fil 3,13). Per le occorrenze pre- Capacità (i`kano,thj) – Il sostantivo è hapax Ministri di una nuova alleanza (diako,nouj kainh/j testo geremiano e in Eb 9,15 si riferisce alla nuo-
senti, oltre qui, nel resto della lettera (10,2.7.11; legomenon biblico. In ogni caso nella Scrit- diaqh,khj) – Il genitivo è oggettivo nel senso che va relazione con Dio, di cui Cristo è mediatore.

Al v. 5 Paolo opera una correctio per evitare un fraintendimento nei destinatari, cioè della lettera e quello dello Spirito, in quanto il primo dà la morte mentre il secondo
che la sua convinzione sia presa come un’affermazione di una propria capacità e auto- porta la vita. Molte sono le divergenti spiegazioni degli esegeti a proposito di queste
sufficienza in relazione al ministero. In questo modo l’apostolo introduce anche una se- espressioni. Ci limitiamo a menzionare che la prima lettura, cioè quella patristica, vedeva
conda prova dai fatti a supporto della legittimità del suo servizio e, quindi, in relazione qui l’opposizione tra due tipi di interpretazione della Scrittura: quello letterale e quello
a quanto si sosteneva nella tesi di 2,16b-17. Infatti, si dice che Paolo e i suoi collabora- spirituale. Certamente nel nostro versetto la «lettera» ha a che fare con la legge mosaica,
tori non sono qualificati in se stessi, non possono considerare niente del loro ministero visto quanto si dice nei vv. 3.7, tuttavia non può essere identificata tout court con essa,
come proveniente dalle loro risorse, perché la capacità per compiere il proprio servizio dato che non si usa il sostantivo corrispondente. Piuttosto, è utile ricorrere agli altri due
viene a loro da Dio. Da ultimo Paolo sembra pure suggerire che perfino la capacità di passi paolini segnati dall’opposizione tra lettera e Spirito, ossia Rm 2,27-29 e 7,6. Nel
discernimento sulla propria persona non è derivante da se stesso, ma è dono di Dio. primo il contrasto è posto tra l’osservanza esterna della Legge e quella al livello interiore
La prima parte del v. 6 si riallaccia al versetto precedente, avendo una funzione del cuore. Nel secondo si afferma che il credente è ormai libero dalla Legge per vivere
esplicativa riguardo il compito per il quale gli apostoli sono resi capaci da Dio (si noti secondo lo Spirito, e non in base alla lettera dell’obbedienza legale. Inoltre, tenendo conto
il nuovo richiamo alla tesi di 2,16b-17): si tratta del ministero della nuova alleanza. del comune uso del verbo «vivificare» (greco, zōopoiéō), è necessario ricordare il testo di
Di tale compito Paolo è stato investito a partire dal suo incontro con il Risorto che Gal 3,21: «Se infatti fosse stata data una legge capace di vivificare, davvero la giustizia
ha fatto del persecutore un apostolo del Vangelo (cfr. 1Cor 15,8-10; Gal 1,13-16; Fil si otterrebbe dalla Legge». In conclusione nel nostro versetto Paolo, riprendendo anche
3,6-8). In particolare, l’espressione «nuova alleanza» deriva da Ger 38,31 LXX [TM il contrasto tra morte e vita di 2Cor 2,16, afferma che il ministero mosaico era basato
31,31], dove non si riferisce a un’abrogazione dell’alleanza e della legge mosaiche, su una Legge la cui osservanza non conduceva alla vita, in quanto era priva di capacità
quanto a una loro interiorizzazione, e secondo tale prospettiva ricorre anche negli salvifica, mentre quello apostolico è animato dallo Spirito, che porta a partecipare a una
scritti qumranici (cfr. Documento di Damasco [CD-A] 6,19). Ma il testo sicuramente nuova esistenza da salvati (cfr. Rm 8,1-2). Nel complesso, l’opposizione del v. 6 non
più vicino al nostro è quello di 1Cor 11,25, nel quale la «nuova alleanza» è legata intende denigrare la Legge e considerarla come abrogata, quanto, seguendo la logica di
al calice dell’ultima cena e, dunque, al sangue di Cristo, così com’è attestato in Lc un confronto retorico (artificio utilizzato nell’istruzione, nei discorsi pubblici ma anche
22,20. Si tratta, quindi, di una formula che Paolo trae dalla tradizione della Chiesa nella storiografia greco-romana), ridurre il valore dell’antica alleanza, della sua legisla-
primitiva a lui precedente, poi riflessa dopo di lui anche in Eb 8,8 e 9,15, per indicare zione e osservanza e quindi del relativo ministero mosaico, per mettere in risalto quello
il contenuto del suo ministero d’annuncio nella nuova economia inaugurata con della nuova alleanza al cui servizio stanno Paolo e gli altri apostoli. Questa sarà anche
l’evento Cristo. L’espressione è messa in contrasto con l’«antica alleanza» nel v. la chiave di lettura per interpretare in modo corretto il paragone tra i due ministeri svi-
14: si tratta di una parte di quel confronto tra il suo ministero e quello mosaico già luppato nel brano che immediatamente segue. Intanto, i vv. 4-6 ci hanno fornito un’altra
accennato al v. 3, preparato ora al v. 6 e pienamente sviluppato appunto nei vv. 7-18. prova di fatti della legittimità dell’apostolato paolino, annunciata dalla propositio, poiché
La seconda parte del v. 6 è infatti caratterizzata dall’opposizione tra il ministero si è mostrato come la sua capacità di agire provenga da Dio.
SecondA AI CORINZI 3,7 80 81 SecondA AI CORINZI 3,8

Εἰ δὲ ἡ διακονία τοῦ θανάτου ἐν γράμμασιν ἐντετυπωμένη λίθοις ἐγενήθη


7  7
Se il ministero della morte, inciso in lettere di pietra,
ἐν δόξῃ, ὥστε μὴ δύνασθαι ἀτενίσαι τοὺς υἱοὺς Ἰσραὴλ εἰς τὸ πρόσωπον fu glorioso, cosicché i figli di Israele non potevano fissare
Μωϋσέως διὰ τὴν δόξαν τοῦ προσώπου αὐτοῦ τὴν καταργουμένην, il volto di Mosè, a causa della gloria del suo volto che pur
8 
πῶς οὐχὶ μᾶλλον ἡ διακονία τοῦ πνεύματος ἔσται ἐν δόξῃ; svaniva, 8quanto più non sarà glorioso il ministero dello Spirito?

3,7 Della morte (tou/ qana,tou) – Il genitivo è 31,18; 32,16; 34,28) e, in quanto perfetto, la cità degli Israeliti di fissare il volto di Mosè. gimento e contemporanea a quella di avteni,sai.
oggettivo o telico, cioè si tratta di un ministero permanenza nel tempo di quanto è stato scritto. Che pur svaniva (katargoume,nhn) – Il verbo 3,8 Sarà (e;stai) – Il futuro ha valore logico,
che produce la morte o è finalizzato a essa. Fissare (avteni,sai) – Il verbo avteni,zw, che ricor- katarge,w è tipico delle lettere paoline (venti- in quanto verbo dell’apodosi che esprime le
Inciso (evntetupwme,nh) – Il verbo evntupo,w è ha- re soltanto qui e al v. 13 fra tutti i testi paolini, cinque su ventisette occorrenze nel NT), dove conseguenze derivanti dalla protasi.
pax legomenon biblico, il participio perfetto denota una prolungata e attenta osservazione. evoca il rendere invalido, distruggere, sosti- Dello Spirito (tou/ pneu,matoj) – In ragione anche
passivo indica, in quanto passivo, l’azione di L’infinito aoristo del nostro versetto ha un valore tuire. Qui il participio presente ha significato di quanto detto al v. 6, si tratta di un genitivo di
Dio che ha inciso le tavole della Legge (cfr. Es complessivo, in relazione alla generale incapa- concessivo e indica un’azione in corso di svol- origine, cioè il ministero è originato dallo Spirito.

3,7-18 Il confronto tra il ministero apostolico e quello mosaico sopra, secondo Paolo l’osservanza della Legge non è capace di vivificare. Il v. 7 è
L’antitesi presentata alla fine del v. 6 fa da introduzione al nuovo brano di 3,7-18, costituito da una protasi di un periodo ipotetico della realtà (se la condizione si avvera,
interamente dedicato al confronto tra ministero paolino e quello mosaico. Il genere del così anche la relativa conseguenza), che trova la sua apodosi nel versetto successi-
testo è quello di un midrash («ricerca», dal verbo ebraico dāraš, «cercare»). Con tale vo. Così si stabilisce il primo termine del confronto nel ministero mosaico che, pur
nome si designa in ambito giudaico ogni tipo di ricerca, tecnica oppure omiletica, sulla essendo destinato a sparire, era circonfuso di gloria a tal punto che gli Israeliti non
Scrittura che la rende attuale e ne scopre tutte le ricchezze. In particolare, il midrash che potevano guardare il volto di Mosè. Paolo riprende dal testo di Es 34,28-35 i motivi
si sofferma sulle parti narrative della Bibbia si chiama haggadico (da haggadà, «rac- dell’iscrizione delle tavole, della gloria, del volto di Mosè e dei «figli di Israele» (anche
conto»). Nel nostro brano Paolo utilizza la narrazione di Es 34,28-35, pur non citandola al v. 13). Tuttavia i tratti originali paolini rispetto alla sua fonte sono rilevanti, poiché,
direttamente. Essa tratta del volto di Mosè circonfuso di gloria a causa del suo incontro oltre alla dimensione di morte del ministero mosaico, l’apostolo parla del fatto che
sul Sinai con Dio, durante il quale ha ricevuto nuovamente le tavole della Legge. Di gli Israeliti non potevano fissare il volto di Mosè e che la sua gloria fosse effimera. In
fronte a ciò gli Israeliti sono impauriti, cosicché Mosè è costretto a mettersi un velo sul effetti, nel testo esodico si parla soltanto della paura che il popolo aveva di guardare
volto, velo che è rimosso solo quando entra nella tenda del convegno per incontrare il volto della loro guida e non si dice che la gloria di esso fosse transeunte. Inoltre, se
Dio. L’apostolo riprende diverse espressioni della pericope esodica, ma la reinterpreta in nelle fonti giudaiche c’è chi tratta dell’incapacità degli Israeliti a fissare il volto glo-
modo del tutto originale, per sottolineare la superiore dignità del ministero da lui stesso rioso di Mosè (cfr. Filone, Vita di Mosè 2,70), non si afferma mai che il suo splendore
ricevuto. La finalità perseguita da Paolo non è polemica ma apologetica rispetto al suo è destinato a sparire; al contrario, si giunge a sostenere la sua permanenza in eterno
servizio; non c’è infatti alcun riferimento alle posizioni degli avversari e, seguendo la (cfr. Seder Eliyyahu Rabba 18). Nel complesso, al v. 7 Paolo intende relativizzare il
prospettiva tipica del confronto di stampo retorico, il riferimento al ministero mosaico ministero anticotestamentario, per esaltare nel versetto successivo quello neotesta-
è del tutto funzionale a esaltare quello apostolico. In 2,16b, all’inizio della propositio, mentario. D’altra parte, l’apostolo non cancella il fatto che il ministero mosaico sia
si faceva riferimento a Mosè e alla sua chiamata al ministero con l’allusione a Es 4,10 circonfuso di gloria, ricordando dunque il legame di Mosè con Dio e preparando così
LXX: «E chi è capace di queste cose?». Ora, in 3,7-18, proprio volendo fornire una prova il suo ragionamento a fortiori che svilupperà subito dopo.
scritturistica sulla capacità e la sincerità dell’apostolo, si riprende la stessa figura di guida Infatti, al v. 8 l’apodosi del periodo ipotetico iniziato con il versetto precedente
degli Israeliti. L’argomentazione paolina procede dunque con una sua progressiva logica, è costituita da una domanda retorica, che richiede risposta positiva e che stabilisce
passando dalle prove dai fatti dei vv. 1-6 a quella basata sulla Scrittura dei vv. 7-18, la il secondo termine del confronto nel ministero apostolico, originato dalla mozione
quale possiede una maggiore forza dimostrativa. Infine, il brano di 3,7-18 può essere dello Spirito. Come nell’esegesi giudaica, Paolo utilizza la tecnica del qal waḥomer
suddiviso in due parti, poiché il confronto tra i due ministeri è condotto anzitutto attorno («leggero e pesante», cioè a fortiori) per affermare che, se nella Scrittura era at-
al tema chiave della gloria (vv. 7-11), poi riguardo all’aspetto del velo (vv. 12-18): il testata la gloria – quindi, la presenza e l’azione di Dio – a proposito del ministero
primo è relativo alla capacità, il secondo alla sincerità del ministro cristiano. mosaico, tanto più deve essere quella che avvolge il servizio apostolico. Il ricorso
La gloria del ministero apostolico (3,7-11). Il v. 7 inizia richiamando quanto lo a tale tecnica, che caratterizza anche il testo di Rm 5,12-21, conferma ancora una
precede immediatamente, poiché parla del ministero mosaico, strettamente collegato volta come lo scopo del brano non sia mostrare la negatività del ministero dell’antica
alle tavole di pietra della Legge. Esso porta alla morte perché, come ricordato appena alleanza, quanto sottolineare l’assoluta eccellenza di quello della nuova alleanza.
SecondA AI CORINZI 3,9 82 83 SecondA AI CORINZI 3,11

εἰ γὰρ τῇ διακονίᾳ τῆς κατακρίσεως δόξα, πολλῷ μᾶλλον


9  9
Se, infatti, c’era gloria nel ministero della condanna, molto
περισσεύει ἡ διακονία τῆς δικαιοσύνης δόξῃ. 10 καὶ γὰρ οὐ più abbonda di gloria il ministero della giustizia 10e, anzi, sotto
δεδόξασται τὸ δεδοξασμένον ἐν τούτῳ τῷ μέρει εἵνεκεν τῆς questo aspetto ciò che era glorificato non ha più la sua gloria, a
ὑπερβαλλούσης δόξης. 11 εἰ γὰρ τὸ καταργούμενον διὰ δόξης, causa della gloria sovreminente. 11Se, quindi, ciò che svaniva fu
πολλῷ μᾶλλον τὸ μένον ἐν δόξῃ. circonfuso di gloria, molto di più ciò che rimane sarà glorioso.
3,9 Nel ministero (th/| diakoni,a)| – Alcuni te- di un ministero che produce o è finalizzato particolare la Legge e l’alleanza di cui è espressione, con il participio presente del
stimoni, tra i quali due importanti (il codice alla condanna. mediatore (cfr. 3,7.14). Nel nostro versetto verbo katarge,w, ha lo stesso riferimento di
Vaticano [B] e una correzione in quello Cla- Della giustizia (th/j dikaiosu,nhj) – Visto il tale participio, unito alla negazione ouv del «ciò che era glorificato» del versetto prece-
romontano [D]) hanno il nominativo diakoni,a; parallelo con il versetto precedente e il lega- relativo verbo dedo,xastai (alla lettera: «non dente. Invece la seconda, con il participio
tuttavia questa lezione può essere considerata me con 5,18-21, probabilmente il genitivo è è stato glorificato»), forma un’espressione presente del verbo me,nw, rimanda prima di
un’assimilazione a diakoni,a del versetto prece- di origine, nel senso che il ministero è ori- dal sapore paradossale. tutto al ministero apostolico; poi, anche alla
dente e, nel complesso, l’attestazione esterna per ginato dall’opera di giustizia di Dio a favore Sovreminente (u`perballou,shj) – Il verbo nuova alleanza di cui esso è mediatore (cfr.
la forma diakoni,a| è maggiore e da preferire, dell’uomo e di cui Paolo si fa annunciatore. u`perba,llw è presente nel NT, oltre a qui, v. 7). La coppia katarge,w - me,nw è presente
considerandola un dativo con valore locativo. 3,10 Ciò che era glorificato (to. dedoxasme,non) altre quattro volte (2Cor 9,14; Ef 1,19; 2,7; anche in 1Cor 13,8.10.13. I due participi uti-
Della condanna (th/j katakri,sewj) – Il so- – Il participio perfetto passivo di doxa,zw è 3,19) per evocare una realtà divina che so- lizzati in 2Cor 3,11 non hanno verbi finiti ai
stantivo kata,krisij è utilizzato qui e in 7,3, di genere neutro; quindi probabilmente non vrabbonda e sorpassa tutte le altre. quali connettersi; è possibile supplire a tale
mentre è assente nel resto della Bibbia. Il si riferisce soltanto al ministero mosaico 3,11 Ciò che svaniva… ciò che rimane (to. ellissi riprendendo i due verbi principali dei
genitivo è oggettivo o telico, cioè si tratta ma anche a ciò che è a esso collegato, in katargou,menon… to. me,non) – La prima vv. 7-8: evgenh,qh («fu») ed e;stai («sarà»).

Al v. 9, attraverso un altro qal waḥomer, Paolo ribadisce con forza il suo precedente mostra che l’enfasi del versetto è sul tema della gloria e in particolare su quella propria del
assunto. Infatti, la contrapposizione è tra il ministero della condanna e quello della ministero paolino. Quello mosaico non è quindi denigrato ma, seguendo ancora la logica del
giustizia, e si afferma che il secondo possiede una sovrabbondanza di gloria rispetto al confronto retorico, è utilizzato per mettere in risalto l’ineguagliabile eccellenza dell’altro.
primo. Nuovamente l’apostolo si serve di espressioni originali da lui coniate per met- Il qal waḥomer viene ripreso al v. 11 sulla linea della diversa durata: se il ministero
tere in risalto la dignità del suo ministero. In particolare, il «ministero della condanna» mosaico, pur essendo destinato a sparire, fu glorioso, molto più lo sarà quello aposto-
deve essere letto in parallelo con il «ministero della morte» (v. 7) e nel suo legame con lico, destinato a rimanere per sempre (si tratta di un’estensione indefinita sino al futuro
la Legge. Così Paolo in Rm 8,1-4 parlerà dell’incapacità della legislazione mosaica escatologico). In continuità con quanto avveniva nel versetto precedente, il confronto
a liberare l’uomo dalla condanna e, quindi, dal peccato e dalla morte, mentre ciò è retorico è ampliato alle realtà legate a ciascuno dei due servizi, in particolare alle alleanze.
opera esclusiva dell’azione dello Spirito che dà la vita; le giuste richieste della Legge Il linguaggio richiama il contrasto, descritto in 1Cor 13,8-13 tra le profezie, le lingue e
vengono ormai compiute da coloro che sono guidati dallo Spirito. Questo successivo la conoscenza da una parte e, dall’altra, la fede, la speranza e la carità: se le prime sono
testo paolino si riallaccia a quanto sostenuto nei vv. 7-8, ma appare introdurre bene doni spirituali occasionali e scompariranno del tutto alla fine dei tempi, le seconde ri-
anche l’espressione «ministero della giustizia» (v. 9). Essa è chiaramente parallela mangono con valore permanente come fondamento della vita del credente. Questo terzo
a «ministero dello Spirito» (v. 8) e deve essere letta alla luce di quanto si dice sulla qal waḥomer del v. 11 porta, dunque, a compimento il confronto tra i due ministeri nella
giustizia in 2Cor 1–9. Il testo di riferimento basilare appare quello di 5,18-21, dove prospettiva della gloria e, quindi, della presenza e azione di Dio in essi dispiegata. Si è
«il ministero della riconciliazione» è a servizio dell’opera compiuta da Dio in Cristo partiti nel v. 8 con l’affermare che quello apostolico è più glorioso dell’altro, si è passati
per rendere l’uomo giusto di fronte a Dio. Ma a esso si aggiunge il richiamo a 6,7, al v. 9 sottolineando che esso sovrabbonda maggiormente di gloria, per giungere alla
nel quale la giustizia è legata al concreto compimento della volontà di Dio da parte conclusione del v. 11 sulla sua permanenza rispetto alla transitorietà di quello mosaico.
dell’apostolo. Così, nel suo insieme, l’espressione «ministero della giustizia» qui In questi versetti Paolo, seguendo il testo di Es 34, presenta in maniera com-
usata indica che il servizio apostolico ha la sua origine nell’iniziativa divina della pletamente diversa dai suoi contemporanei giudei il ministero di Mosè che, ridotto
riconciliazione e della giustificazione. Paolo si mette a disposizione di tutto questo nella sua importanza, diviene un mezzo per porre in risalto l’eccellenza di quello
non solo nell’annuncio, ma anche nell’agire coerente alla volontà del suo Signore. ricevuto dagli apostoli. In particolare, la transitorietà del primo è sottolineata sia
Nel v. 10 Paolo interrompe la sua argomentazione segnata dal qal waḥomer per precisare all’inizio nel v. 7, sia alla fine nel v. 11, suscitando così la domanda se l’apostolo
il riferimento all’abbondanza di gloria presente nel ministero apostolico. L’apostolo afferma pensi a un’abrogazione del servizio mosaico e, quindi, della Legge e dell’alleanza
che il ministero mosaico, con ciò che era a esso connesso, pur essendo glorioso, perde tutta a esso connesse. Una fondata risposta a tale complessa questione potrà essere data
la sua gloria a confronto con quella sovrabbondante del servizio apostolico. Il vocabolario solo alla fine del brano di 3,7-18. Per il momento basti notare che nei nostri versetti,
SecondA AI CORINZI 3,12 84 85 SecondA AI CORINZI 3,14

12 
Ἔχοντες οὖν τοιαύτην ἐλπίδα πολλῇ παρρησίᾳ χρώμεθα 12
Avendo dunque tale speranza, ci comportiamo con molta
13 
καὶ οὐ καθάπερ Μωϋσῆς ἐτίθει κάλυμμα ἐπὶ τὸ πρόσωπον franchezza 13e non come Mosè, che poneva un velo sul suo
αὐτοῦ πρὸς τὸ μὴ ἀτενίσαι τοὺς υἱοὺς Ἰσραὴλ εἰς τὸ τέλος τοῦ volto perché i figli di Israele non fissassero la fine di ciò che
καταργουμένου. 14 ἀλλ’ ἐπωρώθη τὰ νοήματα αὐτῶν. ἄχρι γὰρ τῆς svaniva. 14Al contrario, le loro menti furono indurite; infatti, sino
σήμερον ἡμέρας τὸ αὐτὸ κάλυμμα ἐπὶ τῇ ἀναγνώσει τῆς παλαιᾶς al giorno d’oggi lo stesso velo rimane, alla lettura dell’antica
διαθήκης μένει, μὴ ἀνακαλυπτόμενον ὅτι ἐν Χριστῷ καταργεῖται· alleanza, non rimosso, poiché è in Cristo che viene eliminato.

3,12 Tale speranza (toiau,thn evlpi,da) – Il utilizzato per le relazioni amicali, indicando 14.15.16 ed è lo stesso di Es 34,33-35. volte nel NT (Mt 28,15; At 20,26; 27,33).
riferimento è prima di tutto a quanto detto sincerità, assenza di paura, sicurezza e libertà. Fine (te,loj) – Il sostantivo è da intendersi in Lettura (avnagnw,sei) – Il termine avna,gnwsij
nel versetto precedente in merito alla so- Nelle altre occorrenze paoline può essere usa- senso temporale e non finale. è utilizzato nel NT in altri due casi (At 13,15;
vreminenza di gloria presente nel ministero to in relazione a Dio (cfr. Ef 3,12; 1Tm 3,13) 3,14 Furono indurite (evpwrw,qh) – L’indica- 1Tm 4,13), dove si parla di una lettura pub-
apostolico, il quale dura per sempre. o agli uomini (cfr. Ef 6,19; Fil 1,20; Col 2,15; tivo aoristo passivo di pwro,w (verbo usato blica della Scrittura. Qui il contesto dev’es-
Ci comportiamo (crw, m eqa) – Il verbo Fm 8). Nella nostra lettera, qui e in 7,4, emer- di nuovo da Paolo solo in Rm 11,7) è da sere quello sinagogale.
cra,omai, ora all’indicativo presente, era già ge il riferimento al rapporto con gli uomini. intendersi di valore complessivo e come un Rimosso (avnakalupto,menon) – Alla lettera:
utilizzato in 1,17 per parlare del comporta- 3,13 Poneva (evti,qei) – Si tratta di un imper- passivo teologico che indica l’azione di Dio. «svelato», cioè senza velo (ka,lumma). Il ver-
mento di Paolo e dei suoi collaboratori. fetto del verbo ti,qhmi con valore iterativo, a Giorno d’oggi (sh,meron h`me,raj) – L’espres- bo avnakalu,ptw ricorre solo qui e al v. 18
Con molta franchezza (pollh/| parrhsi,a)| – Il indicare l’azione ripetuta di mettersi il velo. sione è tipicamente semitica (p. es., Gen in tutto il NT, mentre nella Settanta è ben
termine parrhsi,a nella lingua greca ha una Velo (ka, l umma) – Il termine è utilizza- 19,37; Gs 4,9; Ez 2,3), ma è di nuovo pre- diffuso (cfr., p. es., Tb 12,7; Sal 17,16 [TM
connotazione politico-forense, ma è anche to nel NT solo qui e nei successivi vv. sente in Paolo solo in Rm 11,8 e altre tre 18,16]; Gb 12,22).

se il ministero mosaico è visto con tinte fosche, nondimeno si sostiene, in base al interpretando in maniera negativa il velo, prospettiva del tutto assente nella sua
dettato scritturistico, il suo possesso di una gloria divina. Infine, se nei vv. 10-11 fonte, per affermare dapprima l’elemento di dissimulazione presente nel servizio
si nota un allargamento di orizzonte oltre la natura dei rispettivi ministeri, nei vv. mosaico, poi, nei versetti successivi, la durezza di cuore dei destinatari di esso.
12-18 tale allargamento condurrà a porre l’attenzione ai destinatari di tali ministeri. Oggetto di tale nascondimento è, come già accennato al v. 7, il valore passeggero
Lo svelamento del ministero apostolico (3,12-18). Sostenuto dalla speranza della gloria che risplende sul volto di Mosè e, quindi, del suo ministero. In senso
derivante dal carattere permanentemente glorioso del suo ministero, al v. 12 Paolo più ampio, in ragione dell’uso di una stessa espressione del v. 11 («ciò che sva-
torna a parlare del comportamento suo e di quello dei collaboratori, caratterizzato niva»), nel nostro versetto è presente anche l’idea della transitorietà della Legge
da grande franchezza nei confronti di tutti, in particolare dei destinatari. In questo e dell’antica alleanza. Così al v. 13 l’apostolo mostra la superiorità del proprio
modo viene ripreso il filo dell’argomentazione con il richiamo alla propositio ministero sia per l’aspetto della sincerità che per l’aspetto della durata.
generale di 2Cor 1–9 (che parla della semplicità e della sincerità dell’agire apo- Il v. 14, con una sfumatura avversativa nei confronti del precedente, afferma
stolico di fronte al mondo e in particolare ai Corinzi; cfr. 1,12), alla questione di che, invece di poter riconoscere il carattere passeggero della gloria e del ministero
1,17 (dove si sostiene che i missionari non hanno operato con leggerezza) e alla mosaici, gli Israeliti sono stati induriti. Infatti un velo rimane ancora oggi nella loro
tesi della sottosezione (nella quale è presentato il loro parlare sincero; cfr. 2,17). lettura dell’antica alleanza, poiché tale velo può essere rimosso soltanto attraverso
Così si mostra di nuovo la presenza di un’intenzione apologetica nel testo. Inoltre, Cristo (da notare la risultante coincidenza tra indurimento e velamento). Il testo
la speranza espressa in questo versetto richiama bene la convinzione di fede del presenta, quindi, una transizione dall’azione di Mosè a quella degli Israeliti, desti-
v. 4 in merito al fatto che i destinatari siano una lettera di Cristo, all’estensione natari del suo ministero, sempre con l’uso della stessa immagine del velo. Paolo,
della quale hanno collaborato gli apostoli. Il v. 12 non ha però soltanto funzione andando ben oltre la narrazione di Es 34, richiama l’azione punitiva, simile a quella
retrospettiva, perché prepara anche il confronto con il comportamento non positivo dell’indurimento, operata da Dio nei confronti di Israele e testimoniata nell’Antico
di Mosè, che nel versetto successivo rientra ancora una volta in scena. Testamento a proposito della generazione dell’Esodo e delle successive (cfr. Dt
Infatti, al v. 13 si dice che, a differenza degli apostoli, Mosè non agiva con 29,3; Is 6,9-10; 29,10). Di ciò l’apostolo tratterà anche in Rm 11,7-8, testo che ha
trasparenza, ponendo sul suo volto un velo affinché gli Israeliti non guardassero un linguaggio comune con il nostro e mostra come l’azione divina verso i giudei
alla gloria di esso, destinata a finire, insieme al ministero mosaico. Paolo utilizza sia limitata nel tempo e finalizzata all’entrata dei gentili nella comunità di salvezza.
ancora una volta in maniera originale il testo anticotestamentario di Es 34,28-35, Secondo Paolo l’indurimento fa sì che gli ebrei del suo tempo – o meglio, una parte
SecondA AI CORINZI 3,15 86 87 SecondA AI CORINZI 3,17

ἀλλ᾽ ἕως σήμερον ἡνίκα ἂν ἀναγινώσκηται Μωϋσῆς,


15  15
Ma fino a oggi, quando viene letto Mosè, un velo è
κάλυμμα ἐπὶ τὴν καρδίαν αὐτῶν κεῖται· 16 ἡνίκα δὲ ἐὰν steso sul loro cuore, 16quando però si convertirà al
ἐπιστρέψῃ πρὸς κύριον, περιαιρεῖται τὸ κάλυμμα. 17 ὁ δὲ Signore, il velo sarà tolto. 17Ora il Signore è lo Spirito
κύριος τὸ πνεῦμά ἐστιν· οὗ δὲ τὸ πνεῦμα κυρίου, ἐλευθερία. e dove è lo Spirito del Signore c’è libertà.
3,15 Quando (h`ni,ka) – La particella con gico (rimanda cioè all’azione divina) come e al sostantivo con articolo to. ka,lumma («il te nel NT (At 27,20.40; 28,13; Eb 10,11) e
valore temporale presenta le sue uniche due per «furono indurite» del v. 14 in ragione velo») sono ripresi dal testo di Es 34,34 mai nelle lettere paoline. Nel nostro verset-
attestazioni nel NT qui e nel versetto succes- anche della coincidenza tra indurimento e LXX. In particolare il primo sostantivo, in to abbiamo un passivo teologico sulla linea
sivo. Si tratta perciò di una ripresa dal testo svelamento presente nel testo. ragione del legame con il testo esodico, si di quello relativo all’indurimento (v. 14) e
di Es 34,34 LXX. 3,16 Si convertirà al Signore (evpistre,yh| riferisce probabilmente a Dio e non a Cri- dell’altro in relazione al velamento (v. 15).
Viene letto Mosè (avnaginw,skhtai Mwu?sh/j) – pro.j ku,rion) – Il verbo evpistre,fw ha co- sto. Inoltre, mentre il soggetto chiaramente 3,17 Spirito del Signore (pneu/ma kuri,ou) –
Richiama un’espressione simile di At 15,21 me significato base quello di «ritornare», espresso dei verbi di Es 34,34 LXX è Mosè, Questo sintagma è presente solo qui in tutte
e indica la convinzione (maggioritaria sino «volgersi», ma nella Settanta l’espressione in 2Cor 3,16 rimane indeterminato quello di le lettere paoline; tuttavia, nel NT è attestato
all’età moderna) che Mosè fosse l’autore evpistre,fw pro.j ku,rion indica la conver- evpistre,yh| (congiuntivo aoristo che allude a anche in Lc 4,18; At 5,9, 8,39. Deriva dalla
del Pentateuco (cfr. 2Cr 25,4; Ne 13,1; Mc sione al Signore, ed è quindi questo il senso una particolare eventualità nel futuro) e può Settanta, che a sua volta traduce così l’ebrai-
12,26; Rm 10,19). dello stesso sintagma nel nostro versetto essere applicato a qualsiasi giudeo che ha il co rûaḥ yhwh (cfr., p. es., Gdc 3,10; 1Re 10,6
È steso (kei/tai) – La forma grammaticale del (cfr. 1Ts 1,9). Il termine ku,rioj insieme al- velo sul cuore (cfr. v. 15). [TM 1Sam 10,6]; Sap 1,7), come espressione
verbo può essere media o passiva; nel nostro la costruzione h`ni,ka d(e.) (ev)a,n («quando Sarà tolto (periairei/ t ai) – Il verbo della presenza e dell’azione di Dio nell’uo-
caso è passiva. Si tratta di un passivo teolo- però»), al verbo periaire,w («togliere via») periaire,w compare solo altre quattro vol- mo e nella creazione.

di loro, visto che diversi come lui hanno creduto in Cristo – abbiano un’incapacità il fatto che Paolo introduca variazioni nel testo biblico da lui citato. Già nell’esegesi
a comprendere l’«antica alleanza» proclamata nelle loro sinagoghe. L’espressione, rabbinica è presente questa libertà nell’uso della Scrittura, nella convinzione che es-
probabilmente di conio paolino, fa da pendant a quella di «nuova alleanza» del v. 6, sa stessa richieda un’interpretazione attualizzante per poterla mettere in pratica nella
indicando nel nostro versetto la Scrittura ebraica e, in modo particolare, in ragione vita personale e comunitaria. Da parte sua l’apostolo condivide con la Chiesa antica
del v. 15, la Torà, cioè il Pentateuco. La vera comprensione di essa è possibile solo la convinzione che tutte le promesse di Dio fatte nella prima alleanza trovino il loro
mediante Cristo e, quindi, per coloro che lo accolgono nella fede. Verosimilmente compimento in Gesù Cristo (cfr. 2Cor 1,19-20). La Scrittura, così, è da lui proposta in
Paolo lascia qui intendere che, una volta tolto il velo, diventa possibile vedere la una nuova luce, come testimonianza scritta a favore di Cristo e del Vangelo. Attraverso
Scrittura come annuncio del Vangelo, in linea così con la lettura in chiave cristolo- l’interpretazione dell’apostolo, il testo biblico mostra la sua natura nascosta e diventa
gica di essa che l’apostolo propone anche in altre sue lettere. annuncio della salvezza compiuta da Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini. Su questa
Nel v. 15 si assiste a una riproposizione del versetto precedente con un chia- scia si evidenziano le due principali finalità nell’uso paolino della Scrittura: quella
rimento e un rafforzamento del suo contenuto. Da una parte, si evidenzia che la cristologica e quella ecclesiologica. In tale prospettiva, Paolo non solo cambia il testo
lettura della «nuova alleanza» coincide essenzialmente con quella della Torà, e della citazione, ma anche più volte ne stravolge il senso originario, come avviene qui, in
che il velo giace ora sul cuore degli Israeliti. Dall’altra, si rafforza il parallelo tra le base ai suoi scopi argomentativi (cfr., p. es., Rm 10,5; 1Cor 6,16; Gal 3,13) e a vantaggio
generazioni incredule precedenti, in particolare quella del deserto, e l’attuale: alle dei destinatari delle sue lettere. Infine, nel nostro versetto è da notare che la conversio-
menti indurite dei primi subentrano i cuori velati dei secondi. Mentre qui Paolo ne a Dio del giudeo, evento senza una chiara determinazione temporale, è in ordine
richiama la predicazione profetica riguardo al «cuore di pietra» (Ez 11,19; 36,26), fa all’accoglienza di Cristo e del suo Vangelo e tale aspettativa paolina sarà approfondita
anche indirettamente intendere che la resistenza dei giudei all’annuncio del Vangelo compiutamente, all’interno del piano universale di salvezza di Dio, nel testo di Rm 11.
non inficia la legittimità del ministero apostolico a esso legato (cfr. Rm 10,14-21). Il v. 17 riprende il versetto precedente a mo’ di parentesi chiarificatrice e in-
Con un parallelismo antitetico al v. 15, al v. 16 Paolo riprende, senza utilizzare una troduce il successivo. Paolo vi afferma che il Signore si identifica con lo Spirito
delle sue formule di citazione (cfr., p. es., «come sta scritto», «dice infatti», «Dio che e, dov’è presente lo Spirito, lì si sperimenta la libertà. Il testo fornisce non una
disse»), il testo di Es 34,34, apportandovi diversi cambiamenti. Lo scopo conseguito definizione ontologica dello Spirito, ma una descrizione della sua signoria, in
dall’apostolo è utilizzare l’ingresso di Mosè, con il volto scoperto, nella tenda del con- quanto appartenente a Dio e in quanto fonte di libertà. Per la prima e unica volta
vegno per indicare la conversione del giudeo del suo tempo, il quale resiste al Vangelo, in 2 Corinzi l’apostolo affronta questa tematica (cfr. Gal 5,1.13), molto consi-
al Signore. Quando ciò avverrà, Dio stesso toglierà il velo che copre il suo cuore e che derata nell’ambito della coeva filosofia stoica. Nel nostro contesto tale libertà è
gli impedisce di comprendere la Scrittura alla luce di Cristo. Non deve sorprendere da riferirsi prima di tutto al ministero apostolico esercitato con piena franchezza
SecondA AI CORINZI 3,18 88 89 SecondA AI CORINZI 3,18

ἡμεῖς δὲ πάντες ἀνακεκαλυμμένῳ προσώπῳ τὴν


18  18
Noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio
δόξαν κυρίου κατοπτριζόμενοι τὴν αὐτὴν εἰκόνα la gloria del Signore, siamo trasfigurati in quella medesima
μεταμορφούμεθα ἀπὸ δόξης εἰς δόξαν καθάπερ ἀπὸ κυρίου immagine, di gloria in gloria, per l’azione del Signore che è lo
πνεύματος. Spirito.

3,18 Scoperto (avnakekalumme,nw|) – Il partici- pio presente medio qui utilizzato e vengono mentre nel NT è presente solo altre due ricorre in Mt 17,2 e Mc 9,2 per la trasfigu-
pio perfetto del verbo, che ricorre anche al v. avanzate tre proposte: «vedendo», «contem- volte (Lc 2,9 e 2Cor 8,19). In 2Cor 3,18 razione di Gesù e in Rm 12,2 per la trasfor-
14, indica l’effetto permanente di un’azione plando», «riflettendo». Visto il contesto nel è da leggersi in parallelo con 4,4, in cui mazione del modo di pensare dei credenti
compiuta in passato. quale si parla della gloria che risplende sul si parla della «gloria di Cristo» e con 4,6, in Cristo, evocando quindi un cambiamento
Riflettendo come in uno specchio volto di Mosè (cfr. vv. 7.13), la terza scelta dove la «gloria di Dio» è quella che splende profondo.
(katoptrizo,menoi) – Il verbo katoptri,zw è è quella preferibile. sul volto di Cristo. Per l’azione del Signore che è lo Spirito
hapax legomenon biblico e possiede nella Gloria del Signore (do,xan kuri,ou) – Il sin- Siamo trasfigurati (metamorfou,meqa) – Il ver- (kaqa,per avpo. kuri,ou pneu,matoj) – Alla let-
sua radice il sostantivo ei;soptron («spec- tagma è tipico della Settanta (cfr., p. es., bo metamorfo,w è utilizzato nel NT sempre tera: «come dal Signore dello Spirito». Il
chio»). Si discute il significato del partici- Es 16,7; Lv 9,6; 3Re 8,11 [TM 1Re 8,11]), al passivo dal valore teologico. Oltre a qui, genitivo pneu,matoj ha valore epesegetico.

(cfr. v. 12) e, in seconda istanza, è ascrivibile anche ai credenti in Cristo (cfr. il Alla fine della seconda parte di 3,7-18 è necessario riprendere la questione
«noi» del v. 18), in particolare ai Corinzi, che per mezzo dello Spirito sono stati dell’abrogazione del ministero di Mosè e dell’alleanza e della Legge a esso con-
liberati dal peccato e dalla morte per vivere nella libertà dei figli di Dio chiamati nesse. Come già visto, al centro della pericope c’è il confronto tra il servizio
alla gloria (cfr. Rm 8,2.16-21). mosaico e quello apostolico, con lo scopo di fare risaltare il secondo, dapprima
Alla fine, il v. 18, conclude e riassume la pericope con una frase molto densa attraverso la tematica della gloria, sul lato della dignità; poi per mezzo dell’im-
e concisa, di difficile interpretazione. Il confronto con Mosè e gli Israeliti pervie- magine del velo, sul versante della trasparenza. Il brano è, dunque, l’opportuna
ne al termine quando Paolo associa a sé non soltanto i collaboratori, ma anche dimostrazione della propositio di 2,16b-17, che poneva la questione della capacità
i destinatari del suo ministero. Rivolgendosi ai Corinzi, egli afferma che tutti i degli apostoli e della loro sincerità. Si tratta di una dimostrazione non più come
credenti, non avendo il velo sul volto, riflettono la gloria del Signore, mentre in 3,1-6 a partire dai fatti, ma basata sulla Scrittura, in particolare su Es 34. In
sono trasformati nella stessa immagine che riflettono, passando di gloria in gloria considerazione di tutto ciò, la problematica sull’abrogazione può essere soltanto
grazie all’azione dello Spirito di Dio. Per Paolo e per i Corinzi, a differenza di affrontata in maniera tangente, visto che non si trova al centro dell’interesse pao-
Mosè e degli Israeliti, il velo è stato tolto al momento della loro conversione al lino. Che il ministero di Mosè e la sua gloria siano ormai esauriti appare chiaro
Signore (cfr. v. 16) e tale è la loro situazione sino al presente, cosicché possono nel brano, ma non che l’alleanza e la Legge siano state abrogate o sostituite.
mostrarsi in piena franchezza e libertà a tutti (cfr. v. 12). In ragione della loro Tuttavia, nel nostro testo la dimensione passeggera del servizio di Mosè richia-
nuova condizione, essi riflettono la gloria divina che avvolge il volto di Cristo e ma quella dell’alleanza e della Legge, alle quali è strettamente legato (cfr. vv.
vengono trasfigurati in Cristo stesso, immagine di Dio (cfr. 4,4). Si tratta di una 7.11). Ampliando il nostro sguardo alle altre lettere, osserviamo che per Paolo
trasformazione progressiva a opera dello Spirito, la quale è attuale già al presente, quest’ultima, non avendo la capacità di salvare e di donare la vita nuova (cfr. Rm
ma trova il suo compimento alla fine dei tempi (questo è il senso dell’espressione 8,1-4; Gal 3,21), esaurisce la sua funzione di guida del credente con l’avvento di
«di gloria in gloria»). Il nostro versetto, in conformità a tutto il brano di 3,7-18, Cristo (cfr. Gal 3,24-25), ma rimane come rivelazione della volontà di Dio (cfr.
pone a confronto i due ministeri, quello mosaico e quello apostolico, e per la prima Rm 3,21; Gal 4,21). Per questo in 2Cor 3,7-18 si dà per scontata la validità della
e unica volta appunta la sua attenzione anche sui destinatari del secondo, mentre lettura della Torà mosaica, fatta nell’antica alleanza (vv. 13-14), e l’apostolo stesso
di quelli del primo aveva parlato nei vv. 13-16. In questo modo Paolo delinea si diffonde in un commento a Es 34, testo da essa derivante. Potremmo dunque
la vita cristiana come un cammino progressivo sino alla definitiva somiglianza dire che secondo Paolo la Legge e l’antica alleanza rimangono valide, anzi sono
con l’immagine di Cristo (cfr. Rm 8,28-30; Fil 3,10.21). Ma nel nostro versetto un riferimento importante, quando il velo di una loro incomprensione è tolto, e
tale azione fa anche sì che i cristiani divengano un riflesso della gloria di Dio nel dischiudono la loro ricchezza come annuncio, in conformità al piano di salvezza
mondo e, quindi, della presenza di Cristo; secondo Rm 12,2 questo sarà possibile di Dio, di Cristo e della nuova economia cristiana. Di più sull’argomento non
se alla trasformazione interiore operata dallo Spirito ne corrisponderà una legata è possibile né corretto affermare, in ragione anche del carattere enigmatico del
al proprio stile di vita. nostro brano, che richiede una grande cautela nell’interpretazione.
SecondA AI CORINZI 4,1 90 91 SecondA AI CORINZI 4,2

4 Διὰ τοῦτο, ἔχοντες τὴν διακονίαν ταύτην καθὼς


4 Perciò, avendo questo ministero, secondo la misericordia
1  1

ἠλεήθημεν, οὐκ ἐγκακοῦμεν 2 ἀλλ’ ἀπειπάμεθα τὰ κρυπτὰ che ci è stata fatta, non ci perdiamo d’animo; 2al contrario
τῆς αἰσχύνης, μὴ περιπατοῦντες ἐν πανουργίᾳ μηδὲ δολοῦντες abbiamo rifiutato i vergognosi sotterfugi, non comportandoci con
τὸν λόγον τοῦ θεοῦ ἀλλὰ τῇ φανερώσει τῆς ἀληθείας astuzia, né falsificando la parola di Dio, ma raccomandando noi
συνιστάνοντες ἑαυτοὺς πρὸς πᾶσαν συνείδησιν ἀνθρώπων stessi, nella manifestazione della verità, davanti a ogni coscienza
ἐνώπιον τοῦ θεοῦ. umana, al cospetto di Dio.

4,1 La misericordia che ci è stata fatta correnze nel NT (Lc 18,1; Gal 6,9; Ef 3,13; qui e in Fil 3,19 per tutte le lettere paoline. Ef 4,14) e sarà usato nuovamente nella let-
(hvleh,qhmen) – Il passivo del verbo evlee,w è da 2Ts 3,13) e una nella nostra lettera (4,16). Comportandoci (peripatou/ntej) – Il verbo tera in 11,3, mentre l’aggettivo panou/rgoj,
considerarsi divino, cioè con Dio come agente L’uso paolino è sempre corredato da una peripate,w originariamente significa «andare hapax legomenon neotestamentario, si tro-
implicito, ed è usato nelle lettere paoline per negazione. in giro», «camminare», ma viene ad assumere verà in 12,16.
la conversione-vocazione di Paolo (cfr. 1Cor 4,2 Abbiamo rifiutato (avpeipa,meqa) – L’aoristo nella Settanta anche l’accezione di «vivere», Falsificando (dolou/ntej) – Il verbo dolo,w,
7,25; 1Tm 1,13.16). Da notare anche che il medio deriva probabilmente dal verbo avpole,gw «comportarsi», sia in senso positivo che ne- che evoca falsificazione e adulterazione, è
verbo ha due occorrenze in Es 33,19 LXX, e mostra qui la sua unica occorrenza neotesta- gativo. Questo secondo uso del verbo, e dei presente soltanto qui nel NT e ha solo due
in relazione alla richiesta di Mosè di vedere mentaria, mentre è ben presente nella Settanta vocaboli del suo gruppo, è basato sul signi- occorrenze nella Settanta (Sal 14,3 [TM
la gloria di Dio. Qui il riferimento è anzitut- (cfr., p. es., 3Re 11,2 [TM 1Re 11,2]; Gb 6,14; ficato religioso e morale dell’ebraico hālak. 15,3]; 35,3 [TM 36,3]).
to alla chiamata di Paolo, poi anche a quella Zc 11,12). L’aoristo di 4,2 ha valore comples- Nella nostra lettera tale significato presenta Nella manifestazione della verità (th/ |
degli altri suoi collaboratori nell’apostolato. sivo, non legato a un momento preciso. altre tre occorrenze (10,2.3; 12,18), mentre è fanerw,sei th/j avlhqei,aj) – Il sostantivo
Non ci perdiamo d’animo (ouvk evgkakou/men) I vergognosi sotterfugi (ta. krupta. th/ j da considerare a parte il suo uso in 5,7. fane,rwsij appare soltanto un’altra volta
– Il verbo evgkake,w, che evoca stanchezza e aivscu,nhj) – Alla lettera: «le cose nascoste Astuzia (panourgi, a | ) – Il sostantivo in tutta la Bibbia: in 1Cor 12,7. Il genitivo
scoraggiamento, è raro nella grecità e assen- della vergogna». Il genitivo è di qualità e panourgi,a (etimologicamente: «ogni ope- è oggettivo, cioè la verità è l’oggetto della
te nella Settanta, mentre ha altre quattro oc- il sostantivo aivscu,nh è utilizzato soltanto ra») è raro nel NT (cfr. Lc 20,23; 1Cor 3,19; manifestazione.

4,1-6 Il Vangelo della gloria di Cristo annunciato con verità da Paolo divina si riferisce alla chiamata di Paolo, che da persecutore è stato fatto apostolo
Con questo brano, la sottosezione 2,14–4,6 e, quindi, la relativa dimostrazione del Vangelo, ma anche degli altri missionari che insieme con lui condividono lo
giungono al culmine. E ciò è dimostrato dal fatto che in questa pericope viene stesso servizio di annuncio, in quanto inviati da Dio (cfr. 2,17) che da lui ricevono
ripreso a livello terminologico e tematico quanto detto in precedenza sul ministero la capacità per agire (cfr. 3,5). Inoltre, il «non ci perdiamo d’animo» richiama la
apostolico di Paolo. Prima di tutto ci si riallaccia alla tesi di 2,16b-17, sostenendo coraggiosa franchezza del loro comportamento (cfr. 3,12), ma è legato anche alle
la trasparenza di fronte a Dio del comportamento degli apostoli, i quali annunciano sofferenze derivanti dal ministero (cfr. 4,16). In ogni caso, il v. 1 si pone, insieme al
senza falsificazione e con la verità la sua Parola (da notare anche il richiamo alla successivo, come una nuova e riassuntiva difesa di Paolo e dei suoi collaboratori.
manifestazione della conoscenza di Cristo e alla perdizione di 2,14-15). Poi, con la Da parte sua, il v. 2 è da subito segnato da una frase avversativa che indica bene
prima prova di 3,1-6, il testo di 4,1-6 ha in comune il linguaggio relativo al mini- come Paolo non si scoraggi; al contrario, ha attivamente deciso di rinunciare a un
stero e la raccomandazione e il riferimento ai «cuori» (3,2; 4,6) di Paolo e dei suoi comportamento fatto di ambiguità e di sotterfugi. Infatti, con un linguaggio simile a
collaboratori. Infine, da 3,7-18 sono ripresi i temi del ministero, del velo, delle menti quello utilizzato nella polemica antisofista (cfr., p. es., Filone, Posterità di Caino 101),
indurite e incredule, della gloria e dell’immagine di Dio e si ricorre di nuovo alla egli afferma che nel suo ministero non ha agito con scaltrezza e non ha falsificato la
Scrittura. La pericope di 4,1-6, dunque, costituisce la prova conclusiva e riassuntiva parola di Dio per renderla più attraente agli ascoltatori (cfr. 1Ts 2,3-5). Poi, in positivo,
della dimostrazione di 2,14–4,6, incentrata sulla capacità e sincerità dell’agire degli sostiene che lui e i suoi collaboratori hanno agito manifestando apertamente la verità
apostoli. Il brano può essere diviso in tre parti: difesa del ministero (vv. 1-2); accusa del Vangelo (cfr. Gal 2,5.14). Soltanto in ragione di tale comportamento essi possono
degli avversari (vv. 3-4); derivazione cristologica del ministero (vv. 5-6). presentarsi con fiducia di fronte al giudizio di qualsiasi umana coscienza e, soprattutto,
Difesa del ministero (4,1-2). Paolo comincia al v. 1 tirando le conclusioni di fronte a quello di Dio. Così, ancora una volta, l’apostolo difende il suo agire e quello
(cfr. «perciò») di quanto affermato in 2,14–3,18 riguardo al suo apostolato. Egli dei suoi collaboratori, insistendo sulla loro mancanza di malizia e di secondi fini e,
sostiene che, avendo un ministero di tal fatta, in ragione della misericordia di quindi, sulla loro trasparenza e sincerità nell’annunciare a tutti gli uomini la parola non
Dio, lui e i suoi collaboratori non si scoraggiano. L’elemento della misericordia adulterata del Vangelo, consapevoli di stare sotto il giudizio di Dio (cfr. 1,12; 2,14.17).
SecondA AI CORINZI 4,3 92 93 SecondA AI CORINZI 4,5

εἰ δὲ καὶ ἔστιν κεκαλυμμένον τὸ εὐαγγέλιον ἡμῶν, ἐν τοῖς


3  3
E se anche il nostro Vangelo è velato, è velato per coloro che
ἀπολλυμένοις ἐστὶν κεκαλυμμένον, 4 ἐν οἷς ὁ θεὸς τοῦ αἰῶνος τούτου periscono, 4ai quali la divinità di questo secolo ha accecato le
ἐτύφλωσεν τὰ νοήματα τῶν ἀπίστων εἰς τὸ μὴ αὐγάσαι τὸν φωτισμὸν menti da increduli, perché non vedano lo splendore del Vangelo
τοῦ εὐαγγελίου τῆς δόξης τοῦ Χριστοῦ, ὅς ἐστιν εἰκὼν τοῦ θεοῦ. della gloria di Cristo, che è immagine di Dio.
5 
Οὐ γὰρ ἑαυτοὺς κηρύσσομεν ἀλλ’ Ἰησοῦν Χριστὸν κύριον, 5
Infatti non annunciamo noi stessi, ma Gesù Cristo Signore;

4,3 Velato (kekalumme,non) – Il verbo kalu,ptw, unica non presente altrove. Il genitivo è da bra (cfr. Lv 13,24.25.26.28.38.39; 14,56). In regge il seguente. Il primo genitivo è di origi-
utilizzato nel NT altre sei volte, fa da corri- interpretarsi come oggettivo, nel senso del 2Cor 4,4 auvga,zw è da considerare come un ne: «lo splendore che proviene dal Vangelo»;
spettivo ad avnakalu,ptw dei vv. 14.18 ed è Dio che governa questo secolo. In base al ri- verbum videndi dal valore transitivo. il secondo è oggettivo: «il Vangelo che ha per
relazionato con il velo (greco, ka,lumma). Le chiamo all’espressione giovannea «il principe Lo splendore del Vangelo della gloria di Cristo contenuto la gloria»; il terzo è possessivo: «la
due occorrenze nel versetto sono al perfetto, a di questo mondo», nel nostro versetto si deve (to.n fwtismo.n tou/ euvaggeli,ou th/j do,xhj tou/ gloria che è propria di Cristo».
indicare una condizione stabile di velamento. pensare a Satana (Gv 12,31; 14,30; 16,11). Cristou/) – Il sostantivo fwtismo,j è presente 4,5 Signore – Il termine greco ku,rioj nella
Coloro che periscono – Il participio presente Vedano (auvga,sai) – Il verbo auvga,zw è hapax nel NT soltanto qui e nel v. 6, mentre è più Settanta è usato per tradurre il nome divino
avpollume,noij mostra una situazione in di- legomenon neotestamentario, mentre nel resto diffuso nella Settanta (cfr., p. es., Sal 26,1 [TM ebraico di Yhwh. Nel nostro versetto il so-
venire. della Scrittura è usato soltanto nel libro del 27,1]; 138,11 [TM 139,11]; Gb 3,9), evocando stantivo si trova in posizione enfatica all’in-
4,4 La divinità di questo secolo (o` qeo.j tou/ Levitico e sempre in relazione a una macchia sia illuminare che rivelare. Nel nostro versetto terno di una formula più ampia, richiamando
aivwn/ oj tou,tou) – Si tratta di un’espressione lucida della pelle che può anche essere di leb- c’è una catena di genitivi, ciascuno dei quali così i testi di Rm 10,9; 1Cor 12,3; Fil 2,11.

Accusa degli avversari (4,3-4). Attraverso un periodo ipotetico della realtà, Paolo la situazione precedente era opera di Dio, quella attuale è risultato dell’azione di
passa a parlare degli avversari. Riprendendo il linguaggio già utilizzato in 3,7-18, Satana, del quale Paolo ha già ricordato le macchinazioni (cfr. 2,11). L’apostolo
afferma che, se il suo Vangelo rimane velato, esso risulta tale per coloro che stanno usa qui un linguaggio tipico dell’apocalittica giudaica, segnata dalla distinzione
andando verso la perdizione. Nonostante l’apertura e la trasparenza dell’annuncio tra «questo secolo» e «il secolo che viene», con una connotazione sia temporale
rivolto verso tutti, viene sottolineata la possibilità di un libero rifiuto del Vangelo che spaziale (cfr. Gal 1,4; Ef 1,21). In particolare, nel nostro versetto si mette in
con la conseguente rovina, come in 2,15. Il riferimento al velo indirizza decisamente risalto l’agire di Satana che esercita un controllo sul mondo attuale, soprattutto
verso l’identificazione di questi avversari con i giudei di cui si è parlato in 3,7-18 (cfr. ostacolando la salvezza che viene dal Vangelo.
At 18,4-6.12-13), ma il versetto successivo invita a pensare in maniera più ampia a Tale Vangelo è luce splendida derivante dalla gloria di Cristo, che è la stessa im-
tutti i non credenti in Cristo che vivono nella città di Corinto (cfr. 6,14-16). Infine, magine di Dio. Quest’ultima metafora, già utilizzata al v. 18 per i credenti, esprime
l’espressione «il nostro Vangelo» può sorprendere, ma è già stata utilizzata da Paolo qui la comunione e l’identificazione di Cristo con Dio, così come poi avverrà in Col
in 1Ts 1,5 e indica prima di tutto un coinvolgimento personale dell’annunciatore 1,15. Tra gli esegeti è discussa la derivazione dell’espressione «immagine di Dio». Le
nella sua missione. In aggiunta, va rilevato come l’apostolo non voglia affermare che soluzioni più avvalorate sono due: la riflessione giudaico-ellenistica sulla sapienza (cfr.
lui, assieme ai suoi collaboratori, proclami l’unico e autentico Vangelo; piuttosto, Sap 7,26; Filone, Allegoria delle leggi 1,43) o il racconto genesiaco sulla creazione
intende sottolineare la specifica origine e i destinatari particolari del suo annuncio, dell’uomo (Gen 1,26-27). Le due soluzioni appaiono entrambe possibili e compati-
derivante dall’incontro con il Risorto e rivolto soprattutto ai pagani, così come viene bili, la prima è supportata dai testi propri dell’adamologia paolina (cfr. Rm 5,12-21;
chiaramente esplicitato in Gal 1,11-12; 2,8-9. 1Cor 15,45-47); la seconda trova conferma nei brani sapienziali dell’apostolo e della
Il v. 4 continua a parlare degli avversari spiegando come essi abbiano un velo tradizione a lui legata (1Cor 1,24.30; Ef 1,3-14; Col 1,15-20; 2,3). In ogni caso, anche
che impedisce loro la comprensione dell’annuncio apostolico. La ragione è data al di là dell’origine e dell’uso dell’immagine, la formulazione complessiva di 4,4
dall’azione di Satana, che li acceca in modo che non possano vedere la luce che («lo splendore del Vangelo della gloria di Cristo, che è immagine di Dio») esprime la
emana dal Vangelo che, a sua volta, mostra la gloria di Cristo, il quale è la vera centralità cristologica del Vangelo predicato da Paolo e dai suoi collaboratori.
immagine di Dio. È importante notare una ripresa in progressione nell’argomen- Derivazione cristologica del ministero (4,5-6). Avendo chiuso con il tema
tazione: se in 3,7-18 si era parlato dell’indurimento delle menti degli Israeliti, ora del Vangelo nel versetto precedente, Paolo nel v. 5 si sofferma sul suo ministe-
ci si sofferma sull’accecamento di quelle degli increduli (giudei e pagani); inoltre, ro vissuto in relazione a tale soggetto. Così si sostiene che l’apostolo e i suoi
se prima veniva detto che non si poteva guardare alla gloria effimera del volto di collaboratori non annunciano se stessi, ma Gesù Cristo come Signore, mentre
Mosè, in 4,4 si afferma che non si può vedere lo splendore del Vangelo; infine, se loro sono totalmente a servizio della comunità proprio a motivo di Cristo. Paolo
SecondA AI CORINZI 4,6 94 95 SecondA AI CORINZI 4,6

ἑαυτοὺς δὲ δούλους ὑμῶν διὰ Ἰησοῦν. 6 ὅτι ὁ θεὸς ὁ εἰπών· ἐκ quanto a noi siamo i vostri schiavi a causa di Gesù. 6Poiché Dio,
σκότους φῶς λάμψει, ὃς ἔλαμψεν ἐν ταῖς καρδίαις ἡμῶν πρὸς che disse: «Brilli la luce dalla tenebra», è colui che fece brillare
φωτισμὸν τῆς γνώσεως τῆς δόξης τοῦ θεοῦ ἐν προσώπῳ [Ἰησοῦ] la luce nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della
Χριστοῦ. gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo.

I vostri schiavi (dou,louj u`mw/n) – Dal punto a Timoteo); mai, invece, come qui, in rela- mento è raccontato in At 26,13 con termini ÎVIhsou/Ð – L’edizione critica attesta un’in-
di vista grammaticale l’accusativo dou,louj zione alla comunità. della stessa famiglia lessicale. certezza riguardo all’inclusione del ter-
è comprensibile in quanto oggetto del verbo 4,6 Brilli… fece brillare (la,myei… e;lamyen) Per far risplendere la conoscenza della mine, perché alcuni importanti codici lo
khru,ssomen («annunciamo»). Nel mondo – Il verbo la,mpw ha solo altre cinque occor- gloria di Dio (pro.j fwtismo.n th/j gnw,sewj omettono (l’Alessandrino [A], il Vaticano
greco-romano lo schiavo non ha status giu- renze neotestamentarie. Nel nostro versetto th/j do,xhj tou/ qeou/) – Alla lettera: «per lo [B] e il manoscritto greco 14 di Parigi
ridico, ma è proprietà del padrone. Quest’ul- la prima occorrenza è un futuro con valore splendore della conoscenza della gloria di [33]); in ogni caso il senso della frase non
timo può disporre di lui come crede, conside- di imperativo, mentre la seconda è un aoristo Dio». Si tratta di una catena di genitivi da subisce un cambiamento sostanziale. Nella
randolo uno strumento domestico come tanti con una sfumatura causativa e può essere leggersi in perfetto parallelo con quella del v. nostra traduzione noi lo abbiamo omesso,
altri. Paolo si definisce schiavo in rapporto a collegato con il particolare evento della con- 4 (in particolare «Vangelo» e «conoscenza» perché riteniamo più probabile la lezione
Cristo in Rm 1,11; Gal 1,10; Fil 1,1 (insieme versione di Paolo, anche perché tale avveni- vanno a corrispondere). più breve.

intende quindi ribadire, probabilmente anche a fronte di certe critiche provenienti 26,18; 1Pt 2,9) ed è ben diffusa nei testi giudaici (cfr., p. es., Giuseppe e Asenet
da Corinto, che non vuole mettere se stesso al centro dell’attenzione e dominare 8,9-10). Inoltre, l’utilizzo della Scrittura intende descrivere la vocazione iniziale
sulla comunità (cfr. 1,24). Infatti, al cuore del suo ministero si trova l’annuncio di Paolo, modello di quella dei suoi collaboratori e di ciascun cristiano (cfr. «nei
essenziale di Cristo come Signore, comune a tutta la Chiesa primitiva (cfr. At nostri cuori»), non semplicemente come un’azione di liberazione dal male (si
2,34-36), che attesta la continuità tra il Crocifisso e il Risorto, la sua uguaglianza veda il riferimento a Is 9,1), ma soprattutto, in base al richiamo preminente del
con Dio, il suo dominio universale e il suo giudizio finale (cfr. Fil 2,6-11). In totale testo genesiaco, come un vero atto creativo di Dio, cosicché «se uno è in Cristo,
opposizione al titolo di «Signore», l’apostolo intende affermare che lui e i suoi è una creatura nuova» (2Cor 5,17). Perciò in 2Cor 4,6 l’apostolo, evocando il
collaboratori sono semplici «schiavi» della comunità, seppur a motivo di Cristo brano di Gen 1,2-3, va oltre il suo significato originario, ponendo uno sviluppo in
stesso. Così Paolo ripercorre a suo modo lo stesso cammino del suo Signore, che continuità tra la prima creazione e la nuova in Cristo. Infine, nel nostro versetto,
si è spogliato della condizione divina per assumere quella di schiavo per amore attraverso un collegamento con la pericope di 3,7-18, dove si parlava della gloria
dell’uomo (cfr. Fil 2,6-11), rinunciando alla propria libertà e vivendo il ministero effimera sul volto di Mosè contrapposta a quella duratura del ministero apostolico,
nella conformazione a Cristo e nell’umile servizio a favore dei suoi destinatari si afferma che quest’ultima gloria è proprio quella divina, legata alla conoscenza
(cfr. 4,7-12). del Vangelo, che risplende sul volto del Cristo risorto.
Il v. 6, conclusivo della pericope, costituisce una spiegazione del precedente, in Si chiude così non solo il brano di 4,1-6, ma tutta la sottosezione 2,14–4,6,
particolare del perché dell’annuncio paolino di Cristo. Infatti, l’apostolo afferma prima dimostrazione dell’argomentazione sul ministero apostolico (2,14–7,4). La
che Dio, il quale ha tratto dalle tenebre la luce, è anche colui che ha fatto brilla- capacità e la sincerità di Paolo e dei suoi collaboratori sono state gli elementi da
re in Paolo lo splendore della conoscenza di quel Vangelo che rifulge di gloria provare, prima attraverso il richiamo all’esistenza della comunità di Corinto e alla
divina sul volto di Cristo. L’apostolo richiama qui il brano di Gen 1,2-3 LXX e concreta azione di Dio negli apostoli (cfr. 3,1-6); poi per mezzo della Scrittura e la
lo aggancia al testo relativo alla liberazione dall’oppressione di Is 9,1 LXX, per conseguente messa in risalto della gloria del ministero della nuova alleanza (cfr.
affermare che, in contrasto con «il dio di questo secolo» che acceca gli increduli 3,7-18). Nell’ultima pericope di 4,1-6, come visto, i brani precedenti sono stati
(v. 4), il Dio creatore illumina i credenti con lo splendore della conoscenza di ripresi e l’argomentazione giunge al suo culmine e alla sua conclusione collocando
Cristo Risorto. In particolare, nel nostro versetto, attraverso questo linguaggio il servizio apostolico all’interno del piano salvifico di Dio che va dalla creazione
della luce, Paolo anticipa i testi degli Atti concernenti la rivelazione divina sulla primordiale alla nuova creazione, restando centrato su Cristo. La motivazione
via di Damasco (cfr. At 9,3; 22,6.11; 26,13). L’uso del passaggio dalle tenebre alla cristologica, legata all’incontro dell’apostolo con il Risorto, risulta dunque la
luce come metafora della conversione è presente nel Nuovo Testamento (cfr. At ragione ultima della credibilità del suo ministero.
SecondA AI CORINZI 4,7 96 97 SecondA AI CORINZI 4,7

Ἔχομεν δὲ τὸν θησαυρὸν τοῦτον ἐν ὀστρακίνοις σκεύεσιν, ἵνα


7  7
Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia
ἡ ὑπερβολὴ τῆς δυνάμεως ᾖ τοῦ θεοῦ καὶ μὴ ἐξ ἡμῶν· che la straordinarietà della potenza viene da Dio e non da noi.
// 4,7–15 Testi paralleli: 1Cor 4,9-13; Fil una stanza e un contenitore per custodire Vasi di creta (ov s traki, n oij skeu, e sin) – 2Tm 2,20 con valore metaforico per indi-
4,11-13 oggetti di valore; poi passa a riferirsi anche Nell’AT questa coppia è utilizzata espli- care i membri meno degni della comunità
4,7 Questo tesoro (to.n qhsauro.n tou/ton) – a qualsiasi cosa preziosa. L’intera espres- citamente solo in Lv 6,21; 11,33; 14,50; cristiana.
Il termine qhsauro,j, utilizzato solo qui e in sione rimanda alla «conoscenza della gloria 15,12 per il vaso con il quale il sacerdote Da Dio (tou/ qeou/) – Si tratta di un genitivo
Col 2,3 per quanto concerne le lettere pao- di Dio» (v. 6) e al «Vangelo della gloria di offriva al tempio alcuni tipi di sacrifici. di origine in relazione al sostantivo du,namij,
line, indica originariamente un magazzino, Cristo» (v. 4). Nel NT l’unica altra occorrenza è quella di come avviene anche in 6,7 e in 13,4.

4,7–5,10 Seconda dimostrazione: l’agire di Dio nella fragilità dell’apostolo i fatti concernenti il servizio apostolico sono preponderanti nell’arsenale dimostrativo
Se la prima dimostrazione dell’argomentazione di 2,14–7,4, relativa al ministero qui utilizzato, nondimeno si fa ricorso anche a un catalogo peristatico, cioè di avversità
apostolico di Paolo, si era soffermata sulla capacità e la trasparenza del ministro (cfr. vv. 8-12), alla Scrittura (cfr. 4,13) e probabilmente al kerygma primitivo (cfr. 4,14).
cristiano, ora la seconda dimostrazione si concentra sull’agire di Dio nella fragilità Il brano si può quindi dividere in tre parti: la seconda tesi (4,7); vita e morte
dell’apostolo. La nostra dimostrazione è unificata dalla propositio di 4,7 che la introdu- nel ministero (4,8-12); la fiducia nell’apostolato per la comunità (4,13-15).
ce: il tesoro del Vangelo che Paolo ha ricevuto è nascosto nella sua debolezza, perché Seconda tesi (4,7). Il v. 7 in maniera sintetica presenta una nuova posizione di Paolo ri-
si mostri che la potenza dell’annuncio è da Dio e non da lui. Tale tesi dipende da quella guardo al ministero apostolico: lui e i suoi collaboratori portano il tesoro della conoscenza
generale di 1,12-14 e mostra un legame di continuità con quella della precedente sotto- e del Vangelo di Cristo nei fragili vasi di creta delle loro esistenze, affinché sia chiaro a tutti
sezione, cioè con 2,16b-17. In 4,7–5,10 l’apostolo abbandona il registro scritturistico che la potenza straordinaria di ciò che annunciano ha origine in Dio e non viene da loro.
che aveva segnato la dimostrazione precedente (salvo in 4,13) per affrontare le presenti Gli studiosi hanno proposto diversi riferimenti biblici, giudaici o ellenistici per spiegare
avversità caratterizzanti il ministero, insieme alla futura trasformazione escatologica l’immagine del tesoro contenuto in vasi di creta, senza però trovare paralleli veramente
che coinvolgerà non solo gli apostoli, ma tutti i credenti in Cristo. Questo secondo calzanti. A nostro avviso è meglio pensare a una metafora originale di Paolo e tentare
momento della sezione 2,14–7,4 trova la sua giustificazione nel fatto che la gloria di spiegare la sua ricchezza di significato. Prima di tutto, in questo modo si sottolinea la
del ministero cristiano, affermata e dimostrata in 2,14–4,6, sembra apparentemente sproporzione tra il tesoro, che è prezioso, e il vaso, che non è di alcun valore: così è il
contraddetta dalle concrete difficoltà e sofferenze che investono l’apostolato. Paolo rapporto tra il Vangelo e il suo annunciatore. In secondo luogo, è richiamata la fragilità
dovrà mostrare che, al contrario, la fragilità del ministro è ricettacolo della potenza del contenitore di coccio: l’apostolo, come si mostra subito dopo, è esposto nella sua
divina, la quale è all’azione in ogni credente e lo condurrà alla pienezza escatologica. debolezza alle più svariate avversità. In terza istanza, evocando alcuni passi anticotesta-
La modalità argomentativa preferita della sottosezione di 4,7–5,10 è quella dell’anti- mentari (cfr. Is 64,7; Ger 18,1-6), si può vedere nel vaso uno strumento utilizzato da Dio:
tesi, talvolta con valenza paradossale, concentrata soprattutto nel binomio morte/vita (cfr. gli evangelizzatori sono mezzi nelle mani divine. Sproporzione, fragilità, strumentalità
4,10.11.12; 5,4). Da notare poi le significative metafore che ritraggono la fragilità della sono i contorni della condizione paradossale degli apostoli, ma, allo stesso tempo, indi-
persona umana in cammino verso l’approdo finale dell’abitazione celeste: vaso di creta cano come Dio scelga mezzi deboli e stolti secondo il modo di pensare umano al fine di
(cfr. 4,7), uomo esteriore (cfr. 4,16); tenda (cfr. 5,1.2), dimora-abitazione (cfr. 5,1.2); nu- mostrare tutta la sapienza e la ricchezza della parola della croce di Cristo (cfr. 1Cor 1,18-
dità da vestire (5,2-3). Inoltre, dal punto di vista contenutistico, rispetto a 2,14–4,6 dove la 30). Così la debolezza dell’annunciatore risulta non un impedimento, ma uno strumento
dimensione teologica e quella pneumatologica dominavano, nella nostra sezione il riferi- adatto a indicare che la potenza del Vangelo proviene da Dio, non da lui (cfr. Fil 1,12-26).
mento a Cristo assume un ruolo preponderante (cfr. 4,10.11.14; 5,6.8.10). La seconda di- Infatti, l’ultima parte del versetto esplicita come i limiti evidenti degli annunciatori
mostrazione si può dividere in due brani, che costituiscono due prove della tesi di 4,7; una non siano un ostacolo, ma un mezzo opportuno affinché appaia che la potenza sovre-
orientata più sull’oggi, l’altra più sul domani: il tesoro di Dio nella debolezza dell’apo- minente del Vangelo, al quale servono, proviene unicamente da Dio. Le antitesi che
stolo (4,7-15) e la trasformazione presente ed escatologica (4,16–5,10). Le prove addotte seguono in 4,8-15 mostrano il paradosso forza/debolezza concretamente operante nelle
da Paolo nel primo brano derivano soprattutto dai fatti del ministero, mentre nell’altro avversità sofferte per il ministero, mentre il binomio è ancora presente in 4,16–5,10,
sono più di principio, legate come sono alla fede cristiana riguardo al compimento finale. ma in riferimento alla condizione di fragilità di ciascun credente in cammino verso la
4,7-15 Il tesoro di Dio nella debolezza dell’apostolo e seconda tesi trasformazione definitiva a opera del suo Signore. In ogni caso, 4,7, in quanto propo-
Il brano di 4,7-15 racchiude sia la tesi di 4,7 sul tesoro divino presente nella debolezza sitio, non è solo in rapporto all’argomentazione che immediatamente segue, ma anche
dell’apostolo, sia le prime prove a sostegno di essa. Il tutto mostra come nelle concrete con quanto precede, primariamente con la tesi generale di 1,12-14 e poi con quella
e attuali avversità del ministero agisca la potenza di Dio e come la fragilità dell’annun- di 2,16b-17. Infatti, se nonostante la sua fragilità l’apostolo è lo strumento eletto per
ciatore non sia un ostacolo, ma uno strumento adatto per il progresso del Vangelo. Se l’annuncio, questo è dovuto al fatto che «la straordinarietà della potenza viene da Dio»,
SecondA AI CORINZI 4,8 98 99 SecondA AI CORINZI 4,10

ἐν παντὶ θλιβόμενοι ἀλλ᾽ οὐ στενοχωρούμενοι,


8  8
In tutto siamo afflitti ma non schiacciati, perplessi ma non
ἀπορούμενοι ἀλλ᾽ οὐκ ἐξαπορούμενοι, 9 διωκόμενοι ἀλλ᾽ οὐκ disperati, 9perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi,
ἐγκαταλειπόμενοι, καταβαλλόμενοι ἀλλ᾽ οὐκ ἀπολλύμενοι, 10
sempre portiamo ovunque la morte di Gesù nel nostro corpo,
10 
πάντοτε τὴν νέκρωσιν τοῦ Ἰησοῦ ἐν τῷ σώματι περιφέροντες, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.
ἵνα καὶ ἡ ζωὴ τοῦ Ἰησοῦ ἐν τῷ σώματι ἡμῶν φανερωθῇ.

4,8 In tutto (evn panti,) – L’espressione è da all’interno di 2 Corinzi (cfr. due occorren- kataba,llw è presente nel NT soltanto qui il suo risultato finale, nel nostro caso è da
intendersi sia come «in ogni tempo» che ze in 6,12) e indica un restringimento nello e in Eb 6,1, mentre è ben diffuso nell’AT. Il vedere più la seconda accezione.
«in ogni circostanza», in riferimento a tutte spazio sia a livello letterale che metaforico. contesto della lotta e della battaglia è proprio Portiamo ovunque (perife,rontej) – Altro
e quattro le antitesi dei vv. 8-9. Perplessi ma non disperati (avporou,menoi di questo verbo. participio al posto dell’indicativo. Il verbo
4,8-9 Siamo afflitti… uccisi (qlibo,menoi… avllV ouvk evxaporou,menoi) – Il verbo avpore,w 4,10 La morte di Gesù (th.n ne,krwsin tou/ perife,rw è presente nel NT soltanto altre
avpollu,menoi) – In greco i participi utilizzati ha una sola altra occorrenza paolina in Gal VIhsou/) – Si tratta di un genitivo possessivo: due volte (cfr. Mc 6,55; Ef 4,14) e potrebbe
in questi versetti stanno al posto dell’indica- 4,20 ed evoca una forte preoccupazione; con la morte sperimentata da Gesù. Il termine essere un’allusione ai viaggi missionari di
tivo e terminano con la stessa desinenza, co- la corrispondente forma intensiva evxapore,w, ne,krwsij non è mai usato nella Settanta e Paolo e dei suoi collaboratori.
stituendo la figura retorica dell’omoteleuto. già utilizzata in 1,8, costituisce una figura possiede una sola altra occorrenza neotesta- La vita di Gesù (h` zwh. tou/ VIhsou/) – Si tratta
Schiacciati (stenocwrou,menoi) – Il verbo etimologica. mentaria in Rm 4,19. Nel greco ellenistico di un genitivo possessivo: la vita che appar-
stenocwre, w è presente nel NT soltanto 4,9 Colpiti (kataballo, m enoi) – Il verbo può indicare sia il processo del morire, sia tiene a Gesù in forza della sua risurrezione.

cioè ‒ esattamente come annunciava programmaticamente 1,12 ‒ principio del suo volte nella nostra lettera (cfr. 6,4-10; 11,23-27; 12,10). In ogni caso la prospettiva
agire è «la grazia di Dio». Infine, la continuità del ragionamento è garantita anche paolina è originale rispetto ai suoi antecedenti ellenistici e giudaici, perché la
dal legame con 2,16b, dove ci si domandava come l’apostolo fosse all’altezza del sopravvivenza alle difficoltà è frutto non del proprio sforzo etico (come tra gli
suo ministero: ora tale dignità è legata alla consapevolezza del tesoro presente nella stoici), ma dell’intervento di Dio (come nella letteratura biblica) che, in maniera
fragilità dell’annunciatore. Così, se nell’argomentazione di 2,14–4,6 veniva posta totalmente inaspettata, secondo quanto sarà esplicitato nel versetto successivo,
in rilievo la gloria dell’apostolato, ora in 4,7–5,10, guardando all’altra faccia della rende personalmente partecipi del mistero di morte e risurrezione di Cristo.
medaglia e procedendo in un approfondimento ancora più difficile da comprendere Nel v. 10, infatti, è introdotta una nuova antitesi, attraverso il binomio morte/
e da accettare per i destinatari paolini, si sottolinea la sua concreta debolezza: si vita che sarà presente nei versetti successivi, come a fornire una motivazione
tratta della duplice e inscindibile dimensione divina e umana che attraversa ogni cristologica di quanto affermato immediatamente prima. Ora Paolo sostiene che
vero ministero cristiano. lui e i suoi collaboratori partecipano nelle loro persone al morire di Gesù, affin-
Vita e morte nel ministero (4,8-12). I vv. 8-9 mostrano in concreto come il vaso ché sia manifestata in loro anche la sua vita di Risorto. Siamo di fronte a una
di creta possa resistere agli urti esterni: l’apostolo, sostenuto dalla potenza di Dio, formulazione paradossale, perché dalla morte appare scaturire la vita: l’apostolo
prosegue nel suo ministero nonostante le avversità. L’apostolo usa per quattro vol- vive la comunione con la morte di Cristo, partecipando a un processo di necrosi
te un’antitesi segnata dalla figura retorica della correctio, creando un’accumulazio- derivante dalle sofferenze del suo ministero, al fine di mostrare a tutti la potenza
ne che giunge al culmine nel pericolo finale. Nelle quattro antitesi l’accento cade di Dio manifestata nella risurrezione di Cristo. Questa paradossale formula di
sulla dimensione positiva: nei pericoli l’apostolo ha sperimentato la liberazione partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo non è la sola presente nei testi
di Dio. Questa lista di avversità è presente nella letteratura ellenistica, soprattutto paolini: essa trova adeguati paralleli in Gal 2,19-20 e Fil 3,10, in modo da espri-
a proposito del saggio stoico (cfr., p. es., Plutarco, Opere Morali 1057 D-E [Gli mere la profonda e personale comunione tra l’apostolo e il suo Signore attraverso
stoici dicono cose più assurde dei poeti 1-2]) e negli scritti giudaici riguardo al un processo di conformazione progressiva nel quale, ripercorrendo lo stesso suo
giusto perseguitato (cfr., p. es., Testamento dei dodici patriarchi. Giuseppe 1,3-7). itinerario, è possibile anche in mezzo alle sofferenze sperimentare già la forza
Tuttavia, il linguaggio utilizzato nei nostri versetti è di derivazione biblica, dai trasformante della risurrezione. Qui, in dipendenza dalla tesi del v. 7, si intende
Salmi e dai Profeti, con un particolare richiamo a Is 8,22-23 LXX. Infine, Paolo descrivere la condizione paradossale nella quale Dio pone l’apostolo che, proprio
stesso presenta tali cataloghi peristatici riguardo all’apostolo (cfr. 1Cor 4,9-13; Fil attraverso la sua esistenza segnata dalla sofferenza ed esposta alla morte, manifesta
4,11-13) o a ciascun credente (cfr. Rm 8,35-39). Come tali si ritroveranno altre tre tutta la potenza di vita del Risorto.
SecondA AI CORINZI 4,11 100 101 SecondA AI CORINZI 4,14

11 
ἀεὶ γὰρ ἡμεῖς οἱ ζῶντες εἰς θάνατον παραδιδόμεθα διὰ Ἰησοῦν, 11
Infatti, noi sempre, pur essendo vivi, siamo consegnati alla morte a
ἵνα καὶ ἡ ζωὴ τοῦ Ἰησοῦ φανερωθῇ ἐν τῇ θνητῇ σαρκὶ ἡμῶν. causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra
12 
ὥστε ὁ θάνατος ἐν ἡμῖν ἐνεργεῖται, ἡ δὲ ζωὴ ἐν ὑμῖν. carne mortale, 12cosicché la morte opera in noi, ma la vita in voi.
13 
Ἔχοντες δὲ τὸ αὐτὸ πνεῦμα τῆς πίστεως κατὰ τὸ γεγραμμένον· 13
Tuttavia, avendo lo stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho
ἐπίστευσα, διὸ ἐλάλησα, καὶ ἡμεῖς πιστεύομεν, διὸ καὶ creduto perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo,
λαλοῦμεν, 14 εἰδότες ὅτι ὁ ἐγείρας τὸν κύριον Ἰησοῦν καὶ ἡμᾶς 14
sapendo che colui che ha risuscitato il Signore Gesù risusciterà
σὺν Ἰησοῦ ἐγερεῖ καὶ παραστήσει σὺν ὑμῖν. anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme a voi.
4,11 Siamo consegnati (paradido,meqa) – Il popee, cioè due realtà astratte che vengono bo è, come in 2,17, all’annuncio del Vangelo. forse essere compresa come un adattamento
verbo paradi,dwmi al passivo divino, cioè con personificate. 4,14 Sapendo che (eivdo,tej o[ti) – Formula che al contesto (cfr. vv. 10-11.14b); è, quindi,
Dio come agente implicito, ha un particolare 4,13 Spirito di fede (pneu/ma th/j pi,stewj) – Si nelle lettere paoline introduce una conoscenza da preferire l’altra soluzione. In ogni caso
utilizzo nella tradizione sinottica in connes- tratta di un’espressione costruita con un geni- condivisa, anche derivante dalla tradizione, tra l’inserimento o meno di ku,rion non cambia
sione con la consegna a morte di Gesù (cfr., p. tivo di qualità per indicare una disposizione autore e destinatari (cfr., p. es., Rm 6,9; 1Cor il significato sostanziale del testo.
es., Mt 26,2; Mc 14,41; Lc 24,7) e, come tale, dell’animo (cfr. Rm 11,8; 1Cor 4,21; Gal 6,1), 15,58; Gal 2,16). All’inizio di 5,1 si usa una for- Porrà accanto (parasth, s ei) – Il verbo
è ripreso anche altrove nelle lettere paoline senza riferimento allo Spirito Santo. mula simile con «sappiamo» (greco, oi;damen). pari,sthmi possiede un ampio spettro di usi:
(Rm 4,25; 1Cor 11,23). In questa prospettiva Di cui sta scritto (kata. to. gegramme,non) – Il Signore Gesù (to.n ku,rion VIhsou/n) – Im- presentare un’offerta cultuale, apparire di fron-
va interpretato il verbo nel nostro versetto. Formula di citazione unica in tutto il NT. portanti testimoni, tra i quali il papiro Che- te a un re come suo suddito, mettere qualcosa
4,12 Opera (evnergei/tai) – Si tratta di un Ho creduto perciò ho parlato (evpi,steusa( dio. ster Beatty II (î46), il codice Vaticano (B) e a disposizione di un altro. Nel nostro contesto
medio, non di un passivo, che vale per due evla,lhsa) – Citazione letterale di Sal 115,1 il manoscritto greco 14 di Parigi (33), omet- assume una connotazione escatologica come in
diversi soggetti, qa,natoj («morte») e zwh, LXX (TM 116,10). tono ku,rion; d’altra parte, rilevanti e diversi altri contesti paolini (Rm 14,10; Ef 5,27; Col
(«vita»), i quali costituiscono due proso- Parliamo (lalou/men) – Il riferimento del ver- manoscritti lo inseriscono. L’omissione può 1,22) e anche nella stessa lettera (2Cor 11,2).

Il v. 11 costituisce una ripresa esplicativa del versetto precedente, attraverso la con- capacità di Paolo che produce vita nei Corinzi, ma è la potenza di Dio, la stessa che ha
giunzione «infatti». Mediante lo stesso paradossale parallelismo fondato sul binomio operato nella risurrezione di Cristo e che, come già detto nella tesi del v. 7, abita ora la
morte/vita, ma con maggiore chiarezza, Paolo sostiene che gli apostoli nel tempo della fragilità del ministro cristiano. Egli è solo uno strumento scelto e un testimone visibile
loro vita terrena vengono, come Gesù e a causa del suo Vangelo, consegnati alla morte nei confronti della comunità di questo paradossale e sconvolgente agire divino, che ai
da Dio, in modo che nella loro debolezza mortale mostrino la potenza divina, operante destinatari è richiesto di accogliere con una stessa piena disponibilità.
nella risurrezione di Cristo. L’esistenza missionaria è, per volontà di Dio e non per La fiducia nell’apostolato per la comunità (4,13-15). L’unico ricorso alla Scrit-
scelta umana, una riproposizione del cammino di Gesù e, quindi, della sua donazione tura presente nella seconda dimostrazione (4,7–5,10) si trova in 4,13. Qui l’apostolo
sino alla morte, ma anche della sua risurrezione, cosicché le sofferenze apostoliche afferma che lui e i suoi collaboratori hanno la stessa disposizione di fiducia in Dio
diventano feconde, in quanto hanno la capacità di manifestare la vita. che possedeva l’autore del Sal 115,1 LXX (TM 116,10). In ragione di tale atteggia-
Così al v. 12 si giunge a una conclusione, riguardo all’antitesi morte/vita che se- mento annunciano il Vangelo a motivo della loro fede. Siamo di fronte a una prova
gna il ministero, coinvolgendo anche la stessa comunità. Infatti, Paolo afferma che della tesi di 4,7, corroborata dall’autorevole testimonianza scritturistica: gli apostoli
la morte, attraverso le sofferenze della missione, è all’opera negli apostoli affinché la portano in giro il tesoro del Vangelo nel vaso di creta delle loro persone a causa della
vita del Risorto raggiunga i destinatari. Già in 1,6, nella benedizione introduttiva della fiducia che hanno in Dio. Tale confidenza nella potenza divina sorregge gli inviati
lettera, si diceva che le sofferenze dell’apostolo erano sperimentate a vantaggio della nelle avversità che incontrano e li spinge a una predicazione franca e impavida (cfr.
consolazione e della salvezza dei Corinzi. Ora, con un ulteriore approfondimento, ogni 1,12-14; 2,16b-17). Ancora una volta è necessario notare come Paolo utilizzi il testo
situazione di morte patita dagli evangelizzatori diventa strumento per la promozione scritturistico non soffermandosi sul significato proveniente dal suo contesto origina-
dell’esistenza cristiana degli evangelizzati. Questa prospettiva è in continuità con rio, ma conferendogli un altro senso nell’ambito della nuova realtà cristiana, qui con
quella assunta da almeno altri tre brani paolini (cfr. Gal 4,19; Col 1,24; 2Tm 2,10). particolare riferimento al compito imprescindibile, subordinato non alle circostanze
Seppure l’apostolo possa anche avere attinto nei vv. 8-9 ai cataloghi di avversità tipici ma unicamente alla fede, dell’annuncio evangelico (cfr. 1Cor 9,16; 1Ts 2,2).
della filosofia coeva, egli se ne distacca completamente, in quanto le sue non sono Nel v. 14 Paolo fornisce la base, costituita dalla speranza nella propria risurrezio-
sofferenze funzionali, come invece per il saggio, alla propria indifferenza, ma alla ne, per il credere e il parlare che lo caratterizza insieme ai suoi collaboratori. Infatti,
comunione con Cristo e, in ultima analisi, al bene della Chiesa. Certamente non è la attingendo anche a una formula proveniente dalla tradizione cristiana primitiva, egli
SecondA AI CORINZI 4,15 102 103 SecondA AI CORINZI 4,16

15 
τὰ γὰρ πάντα δι᾽ ὑμᾶς, ἵνα ἡ χάρις πλεονάσασα διὰ τῶν 15
Infatti, tutto è per voi, affinché la grazia, essendo divenuta
πλειόνων τὴν εὐχαριστίαν περισσεύσῃ εἰς τὴν δόξαν τοῦ abbondante attraverso un maggior numero, moltiplichi il
θεοῦ. ringraziamento a gloria di Dio.
16 
Διὸ οὐκ ἐγκακοῦμεν, ἀλλ᾽ εἰ καὶ ὁ ἔξω ἡμῶν ἄνθρωπος 16
Perciò non ci perdiamo d’animo, anzi, se anche il nostro uomo esteriore si
διαφθείρεται, ἀλλ᾽ ὁ ἔσω ἡμῶν ἀνακαινοῦται ἡμέρᾳ καὶ ἡμέρᾳ. va disfacendo, quello interiore, al contrario, si rinnova di giorno in giorno.
4,15 Essendo divenuta abbondante… mol- è da legare all’accusativo th.n euvcaristi,an 4,16 Si va disfacendo… si rinnova all’azione di Dio; ciò vale soprattutto per
tiplichi (pleona,sasa… perisseu,sh|) – Nel- («il ringraziamento») e, quindi, diviene (diafqei, r etai… av n akainou/ t ai) – I due il secondo verbo, il quale ha una sola altra
le maggior parte delle occorrenze paoline transitivo. verbi passivi sono al presente, indican- occorrenza nella Scrittura in Col 3,10.
i due verbi pleona, z w e perisseu, w sono // 4,16–5,10 Testi paralleli: Rm 8,1-30; 1Cor do un processo in corso di svolgimento.
intransitivi, ma nel nostro caso il secondo 4,11-13 Possono essere intesi con riferimento

afferma che quel Dio che ha risuscitato Cristo da morte farà partecipi di questa co- efficacia nella risurrezione finale della carne. Il testo è così segnato e unificato da
munione di vita con il Risorto anche gli apostoli e li porrà accanto agli stessi Corinzi un’antropologia in chiave escatologica che insiste su espressioni dirette o metaforiche
al momento del compimento escatologico. Nel versetto è sottolineato prima di tutto riguardanti il corpo (cfr. 4,16; 5,1.2.4.6.8.9.10) senza essere dualista, cioè senza separa-
il profondissimo legame tra gli evangelizzatori e il loro Signore, la cui risurrezione è re la dimensione fisica da quella spirituale. Piuttosto emerge un dualismo tra presente
l’evento che fonda la possibilità della loro risurrezione e di quella di tutti i credenti (cfr. e futuro, tra terreno e celeste, tra temporaneo ed eterno, che segna lo stile antitetico di
1Cor 15,20-23). Tuttavia al presente, come detto nei vv. 7-11, la vita degli apostoli e di tutto il passaggio. Infine, ultimo elemento unificante della pericope è l’uso di una serie
ciascun cristiano è segnata dalla conformazione alla sua morte, mentre la risurrezione di verbi legati alle emozioni: «perdersi d’animo» (4,16); «sospirare» (5,2.4), «deside-
rimane oggetto di speranza (cfr. Fil 3,10-11). In ogni caso, in 4,14 la risurrezione rare» (5,2), «volere» (5,4), «avere fiducia» (5,6.8), «preferire» (5,8), «aspirare» (5,9).
finale è vista sotto l’ottica di un’unione piena con Cristo, in perfetta coerenza con Il passaggio si può dividere in due parti. La prima si muove dal presente al
i primi riferimenti riguardanti tale evento che si trovano nelle lettere paoline (1Ts futuro, mentre la seconda è tutta inserita nel futuro: il rinnovamento dell’uomo
4,14.17). Inoltre, il versetto si amplia sulla comunione dell’apostolo con i destinatari interiore (4,16-18); in esilio verso la dimora celeste (5,1-10).
al momento finale, che comporterà anche un giudizio dei singoli (cfr. 2Cor 5,10). Se Il rinnovamento dell’uomo interiore (4,16-18). Il v. 16 si presenta da subito in
qui si esprime il desiderio di Paolo di essere insieme alle comunità in quel momento, diretto collegamento con quanto precede, attraverso la congiunzione coordinativa
nella tesi generale di 1,12-14 e in altri passaggi delle lettere (cfr. Fil 2,16; 1Ts 2,19- «perciò» (greco, dió) che indica una conseguenza. Infatti, l’adesione al kerygma,
20) esso è accompagnato dalla volontà di manifestare la fecondità del suo ministero. cioè al primitivo annuncio della morte e risurrezione di Cristo e di quella con-
Con il v. 15 giungiamo alla conclusione della pericope. Paolo, infatti, riassume seguente dei credenti in lui, è la ragione per la quale Paolo e i destinatari non
il discorso dicendo che tutto il lavoro apostolico, con le avversità e sofferenze men- devono perdersi d’animo. L’apostolo aggiunge poi il fatto che, se l’uomo esteriore
zionate in precedenza, è a beneficio dei destinatari e serve a uno scopo ancora più si consuma, quello interiore si rinnova quotidianamente. Le due espressioni «uo-
grande. Esso consiste nel fatto che la stessa grazia divina, veicolata dal suo ministero mo esteriore» e «uomo interiore» risultano essere una creazione paolina, mentre
di annuncio del Vangelo e accolta da un numero sempre maggiore di persone, produca nel complesso tale linguaggio pare mutuato dalla tradizione filosofica greca ed
una crescita del rendimento di grazie a Dio per la sua gloria. Assistiamo a una ripresa ellenistica (cfr., p. es., Platone, Repubblica 9,589; Epitteto, Dissertazioni 2,7,3;
con variazione di 1,11, dove alla fine della benedizione introduttiva Paolo affermava Seneca, Epistole 102,23-27), che poneva una dualità tra anima e corpo, con la
che la sua liberazione dalle difficoltà, grazie alla preghiera dei credenti, deve condurre superiorità della prima sul secondo. Per l’interpretazione delle due espressioni
a un ringraziamento a Dio. Così la straordinaria potenza divina, enunciata nella tesi di 4,16 è necessario riferirsi al contesto precedente dove, da un parte, si parla dei
del v. 7, è alla fine del brano di 4,7-15 una grazia sovrabbondante che, mediante gli vasi d’argilla (cfr. v. 7), delle avversità (cfr. vv. 8-9) e del morire della morte di
stessi vasi di creta degli apostoli, sfocia in una glorificazione del Donatore. Cristo (cfr. vv. 10-12); dall’altra, si tratta del tesoro (cfr. 7), del vivere della vita
4,16–5,10 La trasformazione presente ed escatologica di Cristo (cfr. 10-12) e della risurrezione finale (cfr. 14). Si tratta di situazioni
Il brano costituisce un’altra prova a sostegno della tesi di 4,7. La forza di Dio che opposte e contemporanee che il ministro e ciascun credente in Cristo sperimenta
opera nella debolezza dell’apostolo è già in azione nella profondità dell’esistenza del nella propria esistenza. È proprio su questa linea che sono da comprendere le
ministro, come in quella di ciascun credente, mediante un cammino di trasformazione due espressioni sotto esame. Così l’uomo «esteriore» è l’intera persona nella sua
che conduce all’approdo escatologico. Quella potenza straordinaria che è nascosta dimensione relazionale esterna, segnata dall’essere una creatura mortale. Mentre
nella fragilità della persona è effettivamente all’opera e si mostrerà in tutta la sua l’uomo «interiore» è l’intera persona nella sua dimensione profonda che è rinno-
SecondA AI CORINZI 4,17 104 105 SecondA AI CORINZI 4,18

τὸ γὰρ παραυτίκα ἐλαφρὸν τῆς θλίψεως ἡμῶν καθ᾽ ὑπερβολὴν


17  Poiché la momentanea leggerezza della nostra afflizione ci
17

εἰς ὑπερβολὴν αἰώνιον βάρος δόξης κατεργάζεται ἡμῖν, 18 μὴ procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18non fissando
σκοπούντων ἡμῶν τὰ βλεπόμενα ἀλλὰ τὰ μὴ βλεπόμενα· τὰ γὰρ noi lo sguardo sulle cose visibili, ma sulle invisibili: le visibili
βλεπόμενα πρόσκαιρα, τὰ δὲ μὴ βλεπόμενα αἰώνια. sono temporanee, ma le invisibili eterne.

4,17 Momentanea – L’avverbio con valore gloria (kaqV u` p erbolh. n eiv j u` p erbolh. n u`perbolh,n ) – Alla lettera: «di eccellenza le. Il verbo skope,w evoca un guardare con
aggettivale parauti,ka è hapax legomenon aiv w , n ion ba,roj do,xhj) – La frase nel suo in eccellenza». molta attenzione, così come è attestato nelle
neotestamentario; è presente solo due volte complesso produce l’effetto di un’inten- 4,18 Non fissando noi lo sguardo (mh. altre occorrenze paoline (Rm 16,17; Gal 6,1;
nella Settanta (Tb 4,14; Sal 69,4 [TM 70,4]), si ficazione retorica. In particolare ba,roj skopou,ntwn h`mw/n) – Si tratterebbe di un Fil 2,4; 3,17).
mentre è più comune nel greco classico, de- do, x hj (alla lettera: «peso di gloria») pre- genitivo assoluto e, in quanto tale, dovreb- Temporanee – L’aggettivo pro, s kairoj è
notando qualcosa di immediato o di breve senta un genitivo possessivo, in quanto be introdurre una nuova proposizione, ma il utilizzato nel NT solo altre tre volte, con il
durata. la gloria esprime tutta la sua consistenza, legame terminologico con il versetto prece- significato di «incostante» (Mt 13,21; Mc
Leggerezza – L’aggettivo evlafro,j è usato ed è da ricondurre al retroterra semitico dente (h`mw/n del v. 18 si lega a h`mi/n del v. 4,17) e di «passeggero» (Eb 11,25). La se-
soltanto un’altra volta nel NT (Mt 11,30), dove kābôd rappresenta sia il peso, sia 17) e il fatto che nel NT la suddetta regola conda accezione si addice bene al nostro
nel nostro caso è sostantivato. la gloria. sintattica sovente non venga seguita porta a contesto, dove al v. 17 si è usato parauti,ka
Una quantità smisurata ed eterna di Smisurata (k a q V u ` p e r b o l h . n e i v j conferire al sintagma un valore circostanzia- («momentanea»).

vata a motivo del rapporto con il suo Signore. Il parallelo più adeguato si trova feconde per il credente. L’apostolo rovescia quindi il punto di vista umano, che
nel testo di Gal 2,20: «E non vivo più io, ma vive in me Cristo (uomo interiore). avverte la sofferenza come duratura e la gloria come passeggera e che dà peso
E ciò che ora vivo nella carne (uomo esteriore), lo vivo nella fede del Figlio di alla prima piuttosto che alla seconda.
Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me». Questo processo di Il v. 18 presenta con una nuova antitesi, basata sul contrasto tra ciò che è visibile
trasformazione è progressivo ed è costituito da una partecipazione alla morte e e ciò che non lo è, le modalità con le quali il credente è invitato ad accompagna-
risurrezione di Cristo, operata per mezzo dello Spirito, che conduce il credente di re il processo di trasformazione enunciato nei due versetti precedenti. Dunque,
gloria in gloria a una sempre maggiore somiglianza con il suo Signore (cfr. 3,18; Paolo afferma con una sfumatura paradossale che il cristiano deve guardare non
4,6) sino al compimento finale (cfr. 4,14). alle realtà visibili, ma a quelle invisibili, perché le prime sono soggette al tempo,
Al v. 17 è fornita una motivazione riguardo al contemporaneo processo di mentre le altre possiedono la caratteristica dell’eternità. Di nuovo è possibile
disfacimento e rinnovamento del credente, del quale si è trattato nel versetto trovare paralleli a questo linguaggio nella filosofia greca ed ellenistica, laddove si
precedente. Il dualismo che ora viene introdotto, però, più che antropologico è sostiene che le cose soggette ai sensi non sono la vera realtà; lo sono unicamente
escatologico, ossia tra ciò che è momentaneo e ciò che è permanente. Infatti, si quelle percepibili con l’intelletto (cfr. Seneca, Epistole 58,26-27). Tuttavia, nel
afferma che l’afflizione dei credenti, temporanea e leggera, produce un’incom- nostro testo questa antitesi necessita di essere letta in continuità con le altre, in
mensurabile gloria eterna. A partire dall’ottica di fede nella risurrezione gloriosa, particolare con le ultime dei vv. 16-17. Così le «visibili» sono le cose che possono
Paolo sostiene che tutte le sofferenze dei credenti appaiono di breve durata e essere percepite con gli occhi e con i sensi, rappresentando la sfera temporale
intensità in confronto alla realtà indicibile della vita eterna (cfr. Rm 8,18). Per dell’esistenza. Mentre le «invisibili» sono le realtà che non possono essere colte
alcuni autori l’apostolo segue la tradizione giudaica riguardo alla ricompensa con gli occhi e con i sensi, significando la dimensione eterna. Allo stesso modo il
finale dovuta al martire e al giusto per le sue tribolazioni (cfr., p. es., 4 Maccabei passaggio di Rm 8,24-25 pone in contrasto ciò che si vede al presente con ciò che
9,8; 17,12; Apocalisse siriaca di Baruk 48,49-50). Tuttavia è più opportuno notare è oggetto della speranza escatologica, mentre Col 3,1-2 oppone le realtà terrestri a
che, seppur con accenti diversi, questa prospettiva è presente anche in altri pas- quelle celesti. In generale non si tratta da parte di Paolo di proporre una fuga dal
saggi neotestamentari (cfr. Gc 1,2-3; 1Pt 4,12-13) e, quindi, costituisce un sentire mondo, quanto di delineare i contorni di una speranza, già presente nel cuore dei
diffuso nella Chiesa primitiva. Inoltre, a differenza del filone giudaico, nel nostro credenti, che mostri come la parola ultima sulla sorte della persona non è quella
versetto si dice che la gloria è direttamente causata dalle sofferenze subite dal dell’oggi terreno, segnato da sofferenza e incompiutezza, ma quella del futuro
cristiano e comincia a essere già operante nella sua vita (cfr. Rm 5,3), in ragione escatologico nella dimensione dell’eterna pienezza. In ogni caso, 2Cor 4,18 si apre
del legame con Cristo (cfr. 2Cor 4,14). L’unione con lui e con il suo mistero di al successivo 5,1 che, sempre attraverso lo stile antitetico, introduce il discorso
morte e risurrezione fa sì che le tribolazioni, paradossalmente, divengano subito del destino non attualmente visibile del credente dopo la morte.
SecondA AI CORINZI 5,1 106 107 SecondA AI CORINZI 5,2

5 Οἴδαμεν γὰρ ὅτι ἐὰν ἡ ἐπίγειος ἡμῶν οἰκία τοῦ σκήνους


5 Infatti, sappiamo che, se la nostra casa terrestre, che è come
1  1

καταλυθῇ, οἰκοδομὴν ἐκ θεοῦ ἔχομεν, οἰκίαν ἀχειροποίητον una tenda, viene distrutta, abbiamo una dimora da Dio, una casa
αἰώνιον ἐν τοῖς οὐρανοῖς. 2 καὶ γὰρ ἐν τούτῳ στενάζομεν τὸ eterna non fatta da mani d’uomo nei cieli. 2E dunque sospiriamo in
οἰκητήριον ἡμῶν τὸ ἐξ οὐρανοῦ ἐπενδύσασθαι ἐπιποθοῦντες, questa tenda, desiderando rivestirci della nostra abitazione celeste,

5,1 La nostra casa… che è come una tenda za terrena. D’altra parte anche la «tenda» ca una formulazione assiomatica atemporale l’aspirazione profonda a incontrare qualcu-
(h`… h`mw/n oivki,a tou/ skh,nouj) – Il genitivo si trova nella grecità come metafora per il (cfr. Rm 7,2-3; 1Cor 7,39; 8,8; 14,23; 15,36). no o a conseguire qualcosa, oppure l’affetto
è epesegetico, in quanto la casa coincide con corpo, mentre in Is 38,12 indica tutta la vita Non fatta da mani d’uomo – L’aggettivo ardente (cfr., p. es., 1Ts 3,6; Gc 4,5; 1Pt 2,2).
la tenda. Il termine skh/noj è usato solo qui della persona. Tuttavia il parallelo più ade- avceiropoi,htoj, assente nella Settanta, è uti- Rivestirci (evpendu,sasqai) – Il verbo evpendu,w
e al v. 4 nel NT, mentre l’unica occorrenza guato per questo linguaggio di 2Cor 5,1 è lizzato soltanto altre due volte nel NT: in Mc è presente solo qui e al v. 4 in tutta la Scrit-
della Settanta è in Sap 9,15. Sap 9,15, dove il riferimento è chiaramente 14,58 in riferimento al tempio e in Col 2,11 tura, esprime il fatto di indossare un altro
Terrestre – L’aggettivo evpi,geioj non signi- al corpo mortale e terreno dell’uomo (cfr. 2Pt alla circoncisione. Evoca ciò che è sopran- vestito su quello esistente (cfr. Gv 21,7 dove
fica «fatto di terra», ma «appartenente a 1,13-14, testo nel quale si parla di «tenda» naturale, immateriale, spirituale. si usa evpendu,thj, «sopravveste»).
questo stato terreno», usato nel NT in con- per l’esistenza presente, ma con un termine 5,2 Sospiriamo (stena, z omen) – Il verbo Nostra abitazione celeste (oiv k hth, r ion
trapposizione con ciò che è celeste (cfr., p. greco diverso). stena,zw, presente pure al v. 4, nel NT indi- h`mw/n to. evx ouvranou/) – L’espressione nel
es., Gv 3,12; 1Cor 15,40; Fil 2,10). L’im- Abbiamo (e;comen) – Il presente del verbo ca il sospirare anche con dolore (Mc 7,34; suo complesso corrisponde a «una dimora
magine della «casa terrestre» è usata nella esprime una certezza di fede, senza riferi- Rm 8,23; Eb 13,17) e il mormorare contro da Dio» del versetto precedente. In parti-
letteratura greca per esprimere il corpo ma- mento a un tempo preciso. Come avviene qualcuno (Gc 5,9). Nel testo di 2Cor 5,2.4 colare, oivkhth,rion («abitazione») compare
teriale in contrapposizione all’anima, mentre in altri passi paolini, un verbo al presente di prevale la prima accezione. soltanto qui e in Gd 6 in tutto il NT, mentre
in Gb 4,19 un’espressione analoga («casa un’apodosi, in dipendenza da una protasi con Desiderando (ev p ipoqou/ n tej) – Il verbo è presente nella Settanta esclusivamente in
di fango») significa la totalità dell’esisten- eva,n («se») più un verbo al congiuntivo, re- evpipoqe,w è utilizzato anche in 9,4 e designa 2Mac 11,2.

In esilio verso la dimora celeste (5,1-10). Questi versetti sono considerati tra i più, a Mc 14,58, versetto con il quale il nostro presenta notevoli rapporti termino-
più difficili da interpretare del Nuovo Testamento, a causa dell’uso massiccio di un logici (cfr. in Mc 14,58 i termini katalýsō; acheiropoíēton; oikodomḗsō; in 2Cor
linguaggio metaforico per la trasformazione futura dopo la morte, con particolare 5,1, katalythḗı ; acheiropoíēton; oikodomḗn).
attenzione al destino del corpo dei credenti; in ragione di tale problematicità, ne Al v. 2 Paolo riprende e specifica quanto appena detto, asserendo che i credenti
sono state proposte diverse letture. In ogni caso, sin dall’inizio, essi sono collegati sospirano nella tenda del loro corpo mortale, segnati dal profondo desiderio di
a quanto precede, attraverso una congiunzione che assume valore dichiarativo-cau- rivestirsi della dimora celeste, che è il loro corpo risorto. Il riferimento al gemito
sale (cfr. greco, gár, «infatti»). Paolo fonda quindi le affermazioni di 4,16-18, e in richiama da vicino, sia al livello terminologico che contenutistico, il testo di Rm
particolare quelle dell’ultimo versetto, sul richiamo al patrimonio di fede comune 8,23, secondo il quale i cristiani, che possiedono già le primizie dello Spirito,
a lui e ai suoi destinatari. Al v. 1, attraverso un periodo ipotetico dell’eventualità, aspettano di conseguire pienamente l’adozione a figli. Così in entrambi i brani
sostiene che, se il nostro fragile corpo terreno viene annientato con la morte, Dio l’attesa dei beni escatologici è segnata da una speranza che sopravanza anche le
ci dona con la risurrezione un corpo eterno nei cieli. Tale condizione, che com- sofferenze del momento presente. In 2Cor 5,2 c’è poi un sorprendente passaggio
porta precarietà e transitorietà, non è considerata in maniera negativa da Paolo, dall’immagine dell’edificio a quella del vestito per significare la trasformazione e
ma diviene il presupposto necessario per il conseguimento della dimora celeste. il cambiamento del corpo terrestre in quello risorto (cfr. 1Cor 15,51; Fil 3,21). Il
Infatti, solo se la «casa terrestre» viene distrutta è possibile conseguire l’altra, linguaggio dell’apostolo richiama così i testi apocalittici giudaici che parlano di
opera di Dio e collocata nei cieli. Si tratta del «corpo spirituale» alla risurrezione, un indumento di gloria per la risurrezione dei giusti (cfr., p. es., 1 Enok 62,15-16).
di cui ci parla 1Cor 15,44. In realtà, tutto il contenuto di questo versetto, come di Tuttavia, il riferimento più diretto è al passaggio paolino di 1Cor 15,53-54 (questo
quelli successivi, rimanda alla riflessione sulla risurrezione dei corpi presente in vale anche per i due versetti successivi, con i quali il testo di 2Cor 5,2 presenta
1Cor 15, con la relazione tra quella di Cristo e quella dei credenti. Tale legame solidi legami a livello terminologico), dove si afferma che il corpo corruttibile e
sottostante al testo di 2Cor 5,1 è motivato poi dal rimando a Fil 3,20-21 e, ancor mortale sarà rivestito di incorruttibilità e di immortalità alla parusia.
SecondA AI CORINZI 5,3 108 109 SecondA AI CORINZI 5,5

εἴ γε καὶ ἐκδυσάμενοι οὐ γυμνοὶ εὑρεθησόμεθα. 4 καὶ γὰρ


3  3
se poi ˹vestiti˺, non saremo trovati nudi. 4E in realtà noi che siamo
οἱ ὄντες ἐν τῷ σκήνει στενάζομεν βαρούμενοι, ἐφ᾽ ᾧ οὐ nella tenda, essendo in una situazione gravosa, sospiriamo poiché
θέλομεν ἐκδύσασθαι ἀλλ᾽ ἐπενδύσασθαι, ἵνα καταποθῇ τὸ non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è
θνητὸν ὑπὸ τῆς ζωῆς. 5 ὁ δὲ κατεργασάμενος ἡμᾶς εἰς αὐτὸ mortale sia assunto dalla vita. 5Ora colui che ci ha fatto proprio
τοῦτο θεός, ὁ δοὺς ἡμῖν τὸν ἀρραβῶνα τοῦ πνεύματος. per questo è Dio, il quale ci ha donato la caparra dello Spirito.

5,3 Vestiti (evvndusa,menoi) – Alcuni antichi te- esterna, un’attestazione manoscritta di gran verbo evvndu,w ha ben quattro occorrenze nel Il riferimento primo è alla fine del versetto
stimoni (tra i quali la prima mano del codi- lunga superiore e, dal punto di vista della cri- passaggio di 1Cor 15,53-54 che richiama il precedente con l’assunzione dell’esistenza
ce Claromontano [D] e quelli di Cambridge tica interna, proprio perché apparentemente nostro a livello tematico. terrena in quella eterna e quindi anche alle
[F] e di Börner [G]) riportano evkdusa,menoi meno logica, costituisce la lectio difficilior 5,4 Essendo in una situazione gravosa relative metafore della dimora e del vestito.
(«spogliati») e anche l’edizione del testo e quindi la più probabile. La lezione varian- (barou,menoi) – Il participio passivo del ver- Ha fatto… ha donato (katergasa,menoj…
greco qui riprodotta è favorevole a questa te può essere originata da assimilazione al bo bare,w, già usato in 1,8, assume un valore dou,j) – Le due azioni sono descritte attra-
versione, perché in tal modo il versetto sa- contesto, poiché il versetto successivo pre- circostanziale, in dipendenza da stena,zomen verso due participi aoristi che si riferiscono
rebbe più logico. Tuttavia, la lezione da noi senta, per l’unica volta nelle lettere paoline, («sospiriamo»). allo stesso momento temporale, quello del
adottata ha, dal punto di vista della critica il verbo evkdu,w, mentre è da notare che il 5,5 Proprio per questo (eivj auvto. tou/to) – divenire cristiani.

Da parte sua, il v. 3 intende completare il precedente, affermando che, se i nostro versetto è presentata la motivazione del gemito nel desiderio di evitare
credenti saranno rivestiti della dimora celeste, non si troveranno nudi. Attorno la sofferenza che conduce alla morte, che rimane il «nemico ultimo» (1Cor
al significato di questa nudità il dibattito è molto vivo. In ogni caso l’imma- 15,26), e assumere direttamente il corpo risorto sopra quello mortale, senza
gine è da interpretare in ragione del contesto prossimo e, in particolare, dei subire alcuna trasformazione (la proposizione finale richiama 1Cor 15,54, cita-
versetti precedenti e seguenti. L’idea di una separazione del corpo dall’anima, zione di Is 25,8). La finalità divina e la conseguenza ultima di questo processo
che deriva dal significato metaforico della nudità nell’ellenismo (cfr. Plato- sono il trionfo escatologico della vita su ciò che è mortale, evento nel quale
ne, Cratilo 403b), è qui difficile da dimostrare. D’altra parte, in alcuni passi l’esistenza umana non è semplicemente distrutta ma assorbita in quella eterna.
l’Antico Testamento collega la nudità con la condizione di fragilità mortale Così Paolo appare rettificare un po’ quanto detto al v. 1 riguardo alla distruzione
dell’uomo (cfr. Gen 3,10.21; Gb 1,21; 26,6; Qo 5,14). Mentre nel Nuovo Te- della «tenda» del corpo mortale, esprimendo anche l’anelito, insito nel cuore
stamento in generale l’essere nudi coincide con il non avere vestiti, troviamo di ogni uomo, a superare la sofferenza e la morte passando senza soluzione di
un interessante riferimento in 1Cor 15,37 quando si parla del «chicco nudo» continuità dalla vita terrena a quella celeste. In ogni caso, per lui con la risurre-
(greco, gymnòn kókkon, che le versioni moderne spesso rendono con «un sem- zione dei corpi giunge a compimento il cammino dell’apostolo e del credente,
plice chicco»), il quale corrisponde al corpo mortale non ancora trasformato che sperimentano la vita del Risorto nel loro quotidiano morire e a essa vengono
in risorto. Così, tenendo conto anche dello sviluppo testuale di 5,1-10, siamo progressivamente assimilati (cfr. 4,10-11).
portati a pensare che la nudità rappresenti la condizione del corpo terrestre Se i vv. 1-4 hanno un’accentuazione antropologica, il v. 5 provvede a
sottoposto alla sofferenza che conduce al suo disfacimento e alla morte. Il fornire una chiave di lettura propriamente teologica della trasformazione
corpo risorto costituirà allora un vestito che il credente assumerà insieme alla escatologica dei credenti. Infatti, qui Paolo sostiene che Dio fa in modo che
conseguente situazione di assenza di sofferenza e di incorruttibilità. quanto è mortale sia assunto dalla vita, donando ai credenti la caparra dello
Il v. 4 riprende ed espande il v. 2, dopo la parentesi del v. 3: Paolo afferma Spirito. Come già evocato dall’apostolo in 1,22, al momento del loro venire
che nella tenda lui e gli altri credenti gemono perché non vogliono essere svestiti alla fede i cristiani hanno accolto lo Spirito come anticipo e garanzia della
ma rivestiti, in modo che ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. Anzitutto salvezza futura; ora è questo dono a renderli fiduciosi di ricevere la dimora
sottolinea di nuovo il gemito dei cristiani nella loro esistenza terrena, segnata o il vestito celeste, quindi il corpo risorto e la vita senza fine. In maniera
dal soffrire. Il testo richiama il linguaggio dualista di Sap 9,15 – passaggio nel ancora più esplicita si esprime su questo tema Rm 8,11: «Se poi lo Spirito di
quale si dice che un corpo corruttibile grava sull’anima – ma soprattutto, in colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato
ragione dell’uso del verbo «gravare» (greco, baréō), il passo di 2Cor 1,8, dove Cristo dai morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo
l’apostolo ricorda le tribolazioni a lui occorse in Asia. In seconda battuta, nel Spirito che inabita in voi».
SecondA AI CORINZI 5,6 110 111 SecondA AI CORINZI 5,8

Θαρροῦντες οὖν πάντοτε καὶ εἰδότες ὅτι ἐνδημοῦντες ἐν


6  6
Avendo dunque sempre fiducia e sapendo che abitando nel
τῷ σώματι ἐκδημοῦμεν ἀπὸ τοῦ κυρίου· 7 διὰ πίστεως γὰρ corpo siamo esiliati dal Signore… 7infatti camminiamo nella
περιπατοῦμεν, οὐ διὰ εἴδους· 8 θαρροῦμεν δὲ καὶ εὐδοκοῦμεν fede e non nella visione. 8Abbiamo fiducia e preferiamo
μᾶλλον ἐκδημῆσαι ἐκ τοῦ σώματος καὶ ἐνδημῆσαι πρὸς τὸν κύριον. essere esiliati dal corpo e abitare presso il Signore.

5,6 Avendo fiducia (qarrou/ntej) – Il verbo Abitando… siamo esiliati (evndhmou/ntej… indica «essere/vivere lontano da casa». appare assumere, come in Nm 12,8 LXX,
qarre,w è usato nel NT, oltre che nella no- evkdhmou/men) – La coppia antitetica dei due 5,7 Visione (ei;douj) – Il sostantivo ei=doj, senso attivo in riferimento all’atto di vedere.
stra lettera, soltanto in Eb 13,6 ed evoca la verbi forma una paronomasia; entrambi ritor- usato da Paolo solo in 1Ts 5,22, ha general- 5,8 Essere esiliati… abitare (evkdhmh/sai…
fiducia oppure il coraggio. In 2 Corinzi si nano nei vv. 8-9, mentre sono assenti nel re- mente significato passivo in relazione a ciò evndhmh/sai) – I due infinti aoristi dei verbi già pre-
trova sia la prima (5,8; 7,16) che la seconda sto della Bibbia. Da parte sua, evndhme,w evoca che è visto, ma nel nostro contesto, dove è senti al v. 6 indicano un momento puntuale, da
accezione (10,1.2) del verbo. «essere/vivere a casa»; al contrario, evkdhme,w in parallelo con il termine pi,stij («fede»), identificarsi con quello della fine della vita terrena.

Con una frase che rappresenta un anacoluto (rimane come sospesa), il v. 6 ri- animato dalla fede, insieme alla speranza e alla carità. In particolare, qui la fede
prende quanto sviluppato nei versetti precedenti e in particolare nell’ultimo di essi. è ciò con cui si cammina e l’orientamento stesso del cammino, tenendo gli occhi
Infatti, Paolo afferma di essere fiducioso in ragione dell’itinerario prospettato da fissi non sul visibile, ma su quello che ancora non si vede, pur essendo oggetto di
Dio ai credenti e condivide con i destinatari la convinzione che mentre si vive nel speranza (cfr. 4,18). La visione, infatti, è riservata per il futuro escatologico, con
corpo si è come esiliati dal Signore. Il linguaggio del coraggio usato dall’apostolo l’incontro e la contemplazione della gloria del Risorto, insieme alla conseguente
nella prima parte del versetto richiama quello presente nell’ellenismo per l’atteg- trasfigurazione a sua immagine del proprio corpo.
giamento di fiducia in faccia alla morte (cfr., p. es., Platone, Fedone 63). Tuttavia la Il v. 8 riprende il discorso del v. 6, dopo la frase parentetica del v. 7. Paolo
motivazione paolina non è basata sul fatto che l’anima sia immortale, ma sulla fede afferma di nuovo il suo atteggiamento di fiducia ed esprime la sua preferenza per
nella risurrezione operata da Dio. Nella seconda parte emerge la contrapposizione l’esilio dal corpo e l’abitare presso il Signore. Si tratta esattamente della situazione
tra la casa/patria e l’esilio, che ricalca un motivo letterario presente nel mondo opposta a quella attuale evocata nel v. 6: abitazione nel corpo ed esilio dal Signore.
greco-romano (cfr., p. es., Cicerone, La vecchiaia 84) e in quello giudaico (cfr., Come in Fil 1,23, nel v. 8 l’apostolo esprime il suo desiderio di abbandonare la
p. es., Filone, L’erede delle cose divine 82) per parlare della vita terrena fisica e vita terrena per conseguire il bene superiore della piena unione con Cristo. A pro-
di quella celeste di natura spirituale. Tuttavia, qui Paolo non contrappone corpo posito di questi due testi gli studiosi si domandano se Paolo non faccia riferimento
e anima, ma l’esistenza attuale a quella futura (cfr. il corpo psychikón [psichico] a una sopravvivenza dell’anima, ormai sciolta dal corpo, dopo la morte e prima
e quello pneymatikón [spirituale] di 1Cor 15,44), in coerenza con le realtà poste della risurrezione finale, quindi a uno stato intermedio. In realtà, i due passaggi
in opposizione nei versetti precedenti e in consonanza con 1Pt 2,11 che usa tale paolini non parlano mai di anima, ma neppure indicano un incontro con Cristo al
linguaggio metaforico. Come in Fil 1,21-23, l’apostolo esprime qui il desiderio momento della risurrezione finale. Dobbiamo così pensare che l’apostolo intenda
di una piena comunione con il suo Signore, indicando che tale unione con lui è sottolineare, senza una determinazione precisa, che il credente già unito a Cristo
già vissuta come un «essere in Cristo» (cfr. 5,17), ma non è ancora la dimensione in questa vita porterà a compimento la comunione con lui nel mondo a venire.
escatologica dell’«essere con Cristo». Quindi, l’esilio e l’emigrazione prospettate Seguendo tale prospettiva, nel nostro versetto anche la morte diviene un passaggio
da Paolo non sono dalla vita corporea in quanto tale ma dall’esistenza caduca e verso un’esistenza qualitativamente migliore, che è già anticipata per il credente
mortale, vissuta nella separazione spaziale e temporale (in attesa di ricevere il in forza della sua partecipazione alla vita del Risorto e alla caparra dello Spirito
corpo dei risorti) dal Signore. che gli è stato donato (cfr. 4,14; 5,5). Così, nel complesso dei vv. 6-8 si esprime
In maniera simile al v. 3, attraverso una parentesi esplicativa, il v. 7 intende lo stesso profondo desiderio di passare all’esistenza futura che caratterizzava i
completare quanto appena asserito. Infatti, Paolo spiega la lontananza dal Signore vv. 2-4; la motivazione espressa, tuttavia, risulta diversa nei due casi. Infatti, qui
per il fatto che viviamo nella fede e non siamo ancora nella visione. Il richiamo essa è data dalla possibilità di raggiungere una comunione piena con il Signore,
al testo di 1Cor 13,12-13 appare evidente: nel tempo attuale la conoscenza di mentre nei versetti precedenti era fornita dalla possibilità di superare definitiva-
Dio da parte del credente è imperfetta; nel compimento escatologico, invece, mente la sofferenza mortale che caratterizza la vita terrena (con l’acquisizione di
sarà completa, perché «faccia a faccia», perciò oggi egli è chiamato a vivere un corpo incorruttibile).
SecondA AI CORINZI 5,9 112 113 SecondA AI CORINZI 5,10

διὸ καὶ φιλοτιμούμεθα, εἴτε ἐνδημοῦντες εἴτε ἐκδημοῦντες,


9  9
Perciò aspiriamo, sia abitando (presso lui) sia essendo in esilio, a
εὐάρεστοι αὐτῷ εἶναι. 10 τοὺς γὰρ πάντας ἡμᾶς φανερωθῆναι δεῖ essere a lui graditi. 10Infatti, tutti noi dobbiamo comparire di fronte
ἔμπροσθεν τοῦ βήματος τοῦ Χριστοῦ, ἵνα κομίσηται ἕκαστος τὰ al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la ricompensa di ciò
διὰ τοῦ σώματος πρὸς ἃ ἔπραξεν, εἴτε ἀγαθὸν εἴτε φαῦλον. che ha fatto in bene o in male quando era nel corpo.

5,9 Aspiriamo (filotimou,meqa) – Il verbo spostare l’enfasi sull’«essere graditi». Riceva la ricompensa (komi,shtai) – Il verbo te Athos [Ψ] e il testo bizantino); tuttavia
filotime,omai significa etimologicamente Graditi – Nel NT, come già in Sap 4,10 e komi,zw nelle altre due occorrenze paoline la maggioranza degli interpreti ritiene che
«amare l’onore» ed è usato in tutta la Bibbia 9,10, l’aggettivo euva,restoj descrive so- (Ef 6,8; Col 3,25) è usato, come qui, alla quest’ultima non sia l’originale, perché la
solo da Paolo per evocare una sua aspirazione prattutto la condotta che Dio desidera dal forma media e per una retribuzione prove- coppia avgaqo,n/fau/lon è presente solo un’al-
(le altre occorrenze sono Rm 15,20; 1Ts 4,11). credente (cfr., p. es., Rm 14,18; Col 3,20; niente da Dio. tra volta nella lettere paoline (Rm 9,11),
Abitando… essendo in esilio (evndhmou/ntej… Eb 13,21). Male (fau/lon) – Al posto di questa lezione, mentre quella avgaqo,n/kako,n è ben più dif-
evkdhmou/ntej) – La coppia alternativa dei 5,10 Tribunale (bh, m atoj) – Il termine importanti testimoni riportano l’aggettivo fusa. La prima rappresenta quindi la lectio
due participi quali fi ca l’«essere gradi- bh/ma ricorre nelle lettere paoline solo in Rm kako,n (il papiro Chester Beatty II [î46], i difficilior e perciò la più probabile. In ogni
ti». Probabilmente dovremmo sottinten- 14,10, dove presenta questa accezione e ha codici Vaticano [B], Claromontano [D], di caso, con una lezione o con l’altra, il signi-
dere il riferimento al corpo, ma il testo un riferimento escatologico che ben si addice Cambridge [F], di Börner [G], di Mosca ficato del testo non cambia, essendo i due
rimane volutamente indeterminato per anche al nostro contesto. [K], Angelico [L], Porfiriano [P], del Mon- aggettivi in questione sinonimi.

Al v. 9 si trae una conclusione riguardo all’alternativa tra vita terrena e vita ficazione e della salvezza ricevuta gratuitamente per mezzo della fede. Anzitutto
celeste. Paolo afferma che in definitiva quello che più conta per il cristiano è essere si deve rilevare che la condizione nuova del credente giustificato comporta una
gradito a Dio, sia nel presente sia nel futuro. Questa è e deve essere la profonda trasformazione non solo a livello dell’essere, ma anche a quello del fare (cfr. Rm
aspirazione dei credenti. In Fil 4,11-13 l’apostolo sostiene di essere pronto a 6,4; Gal 3,27). Inoltre, i diversi imperativi presenti nelle lettere paoline ricordano
vivere sia nell’indigenza sia nell’abbondanza perché Cristo è colui che gli dà la ai credenti il cammino da percorrere a motivo della loro unione con Cristo, perché,
forza per compiere ogni cosa, richiamando il topos stoico dell’indifferenza (gre- pur avendo ricevuto il dono di grazia di Dio, essi possono sempre essere tentati di
co, adiaphoría) di fronte alle situazioni esistenziali. Allo stesso modo qui Paolo incorrere nell’infedeltà al loro Signore e ritornare, in qualche modo, alla negativa
indica che non è importante quale sarà l’immediato futuro, ma l’essere graditi al condizione precedente all’accoglienza del Vangelo (cfr. Rm 12,2; 1Cor 6,11). C’è
Signore, cioè l’appartenere a lui nella fedeltà, così come sosterrà anche il testo così una polarità duale: tra la condizione nuova assunta dal cristiano e la sua de-
di Rm 14,8: «poiché se viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo bolezza che lo espone al rischio della «carne» (Rm 8,12-13), tra l’agire salvifico
per il Signore. Sia dunque che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore». In di Dio e la risposta sinergica e cooperante dell’uomo (cfr. Fil 2,12-13). All’interno
conclusione, nel nostro versetto Paolo fa un richiamo alla responsabilità etica del di quest’ampia prospettiva, le opere dell’amore, proprie del cristiano, diventano la
credente nel tempo del suo pellegrinaggio verso la dimora eterna. prova visibile di avere accolto la giustificazione salvifica per mezzo della fede (cfr.
Il v. 10 si lega a quanto precede attraverso una congiunzione che assume valore Gal 5,6.22-23) e come tali si riveleranno nel giudizio (cfr. Fil 1,11). In definitiva,
dichiarativo-causale (greco, gár, «infatti»). Quindi, Paolo afferma che l’aspirazione il testo di 2Cor 5,10 insiste sul fatto che tra l’essere in Cristo al presente e l’essere
a essere graditi al Signore è motivata dal fatto che tutti i credenti dovranno arrivare con Cristo nel futuro si apre lo spazio della responsabilità etica dei credenti.
dinanzi a Cristo come giudice, per ricevere ognuno la retribuzione per quanto In tal modo si chiude il complesso e articolato brano di 4,16–5,10, finalizzato
fatto di bene o di male nella vita terrena. Lo sguardo fisso sul futuro non distoglie a mostrare il dispiegarsi della potenza di Dio nella fragilità del ministro e del cri-
l’apostolo e i suoi da un’attenzione profonda al loro agire presente; al contrario, stiano, i quali sperimentano un processo di cambiamento della persona che è già
richiede tale impegno in maniera decisa. Come in 1Cor 4,5 e in Rm 2,16; 14,10, iniziato, ma si compirà dopo la morte nell’assunzione di una vita senza fine con la
Paolo richiama il giudizio finale divino per mezzo di Cristo, che è il giudizio di risurrezione della carne. Tutto il percorso è segnato da una profonda convinzione
un Dio che conosce i cuori di ciascuno. In particolare qui, come già in Rm 2,6-11, di Paolo che ne assicura la continuità nel mutare delle situazioni esistenziali: la
l’apostolo riprende la tipica idea giudaica di una retribuzione secondo le opere comunione del credente con Cristo, incominciata nella vita terrena, non è spezzata
(cfr., p. es., Sal 62,13; Gb 34,11; 2Cr 6,23). A questo punto emerge l’interrogativo con la morte, nemico temuto da ogni uomo; anzi, viene intensificata proprio dopo
su come tale posizione si concili con la classica prospettiva paolina della giusti- tale passaggio fino a giungere a un incontro «faccia a faccia» (1Cor 13,12) con Lui.
SecondA AI CORINZI 5,11 114 115 SecondA AI CORINZI 5,11

Εἰδότες οὖν τὸν φόβον τοῦ κυρίου ἀνθρώπους


11  Conoscendo dunque il timore del Signore cerchiamo
11

πείθομεν, θεῷ δὲ πεφανερώμεθα· ἐλπίζω δὲ καὶ ἐν ταῖς di convincere gli uomini, ma siamo noti a Dio, spero
συνειδήσεσιν ὑμῶν πεφανερῶσθαι. anche di essere noto alle vostre coscienze.

5,11 Timore del Signore (fo,bon tou/ kuri,ou) diffusa nella Settanta (cfr., p. es., 2Cr 19,7; che non è ancora pienamente completa. perfetto passivi del verbo fanero,w. L’uso
– L’espressione fo,boj tou/ kuri,ou è da leg- Sal 18,10 [TM 19,10]; Sir 1,11). Siamo noti… essere noto (pefanerw,meqa… del tempo perfetto in entrambi i casi deno-
gersi come un genitivo oggettivo. Questa è Cerchiamo di convincere (pei,qomen) – Il tem- pefanerw/sqai) – Alla lettera: «Siamo stati ta un’azione cominciata nel passato e che
l’unica occorrenza di essa in Paolo, poi si po presente del verbo pei,qw deve essere letto manifestati… essere stati manifestati». Si continua nel presente in quanto stato per-
ritrova nel NT solo in At 9,31, mentre è ben come conativo, in riferimento a un’azione tratta dell’indicativo perfetto e dell’infinito manente.

5,11–6,10 Terza dimostrazione: il vanto del cuore per il ministero della ri- 5,11-21 Le ragioni del vanto per il ministero della riconciliazione in Cristo e
conciliazione terza tesi
Se la prima dimostrazione (2,14–4,6) della sezione 2,14–7,4, relativa al mini- Il brano racchiude sia la tesi di tutta la terza dimostrazione (5,12), sia le prime
stero apostolico di Paolo, si era soffermata sulla capacità del ministro cristiano, prove a suo sostegno, le quali si mostrano nello stesso ministero ricevuto da
e la seconda dimostrazione (4,7–5,10) si era concentrata sull’agire di Dio nella Dio e basato sull’opera di riconciliazione per mezzo di Cristo, fatto che spinge
fragilità dell’apostolo, ora la terza dimostrazione sposta la sua attenzione sul vanto gli apostoli a donare se stessi ai Corinzi. Dunque, se il kerygma della morte
del cuore, e non nell’apparenza, tra Paolo e i Corinzi riguardo al ministero della in croce di Cristo è al centro del brano, esso non rimane a livello puramente
riconciliazione. Così, da una parte, l’argomentazione procede senza soluzione enunciativo, ma è utilizzato per illuminare i rapporti tra gli evangelizzatori
di continuità; dall’altra, il discorso sul ministero diventa più specificatamente e i destinatari. Il testo si può suddividere in due parti: introduzione e tesi sul
legato alla situazione dell’apostolo e dei suoi destinatari, assumendo anche toni vanto nel ministero (vv. 11-12) e fondamento kerygmatico del ministero della
apologetici e appellativi. Il punto di partenza del ragionamento è espresso nella riconciliazione (vv. 13-21).
tesi di 5,12: Paolo intende fornire ragioni affinché i Corinzi possano vantarsi di Introduzione e tesi sul vanto nel ministero (5,11-12). All’inizio della nuo-
lui e degli altri apostoli, tenendo testa ai suoi avversari. Questa propositio mostra va pericope, attraverso una congiunzione esplicativa (greco, oûn, «dunque»),
quindi in maniera evidente il suo stretto legame con quella generale di 1,12-14, si riprende il versetto precedente e conclusivo della sottosezione 4,7–5,10.
ma possiede anche un richiamo a quella precedente di 4,7. Come avveniva in Di conseguenza, ora Paolo afferma che, avendo timore di Dio, lui e i suoi
4,7–5,10 e a differenza di 2,14–4,6, in questa sottosezione il ricorso alla Scrittura collaboratori cercano di convincere gli uomini in ordine all’accoglienza del
è più limitato ed emerge chiaramente soltanto nella citazione presente in 6,2. Vangelo e, mentre tutto il loro agire è ben chiaro di fronte a Dio, l’apostolo
D’altra parte, l’arsenale argomentativo si serve anzitutto dell’annuncio della morte spera che lo sia anche di fronte alle coscienze dei destinatari. Il timore di
di Cristo a beneficio della riconciliazione degli uomini con Dio (5,11-21), e poi Dio è nell’Antico Testamento un atteggiamento, tipico del credente, contrad-
(6,1-10), come in 4,7-15, di un catalogo di avversità riferite al ministero di Paolo distinto da rispetto e riverenza per il Signore ed elogiato come il principio
e dei suoi collaboratori. Così le prove addotte sono, prima, soprattutto quelle di della vera sapienza (cfr. Pr 9,10). Poiché l’apostolo crede alla prospettiva
principio e, dopo, quelle di fatto, seguendo un ordine inverso rispetto a quello che del giudizio finale di Dio, al quale si dovrà rendere conto (cfr. 2Cor 5,10),
caratterizzava l’argomentazione della sottosezione precedente. Inoltre i termini- egli adotta questo atteggiamento nel suo agire missionario e, di conseguenza,
chiave che ricorrono in entrambe le suddette fasi di 5,11–6,10 sono quelli legati lui e i suoi collaboratori fanno di tutto per persuadere gli uomini della bontà
all’auto-raccomandazione (cfr. 5,12; 6,4) e al servizio (cfr. 5,18; 6,3-4). Si tratta del messaggio che annunciano. Ma, se le persone possono misconoscere il
quindi, in coerenza con la tesi di 5,12, del vanto legato al ministero. La divisione loro servizio a favore del Vangelo, non certo Dio, di fronte al quale essi sono
migliore risulta perciò la seguente: le ragioni del vanto per il ministero della ricon- scoperti nel profondo, perché egli non guarda all’esteriorità (cfr. Gal 2,6).
ciliazione in Cristo (5,11-21) e l’appello alla grazia di Dio attraverso il ministero Paolo, quindi, desidera che i Corinzi, per i quali nutre affetto, assentano
apostolico (6,1-10). In tal modo nel testo emerge anche il passaggio dall’indicativo nelle loro coscienze a questo giudizio divino riguardo agli apostoli. Tutto il
dell’annuncio all’imperativo dell’esortazione, momenti legati rispettivamente alla versetto richiama, anche dal punto di vista terminologico, la tesi principale
grandezza del servizio ricevuto da Dio e alle prove sperimentate dagli apostoli di 1,12-14, secondo la quale la coscienza di Paolo e quella dei suoi collabo-
nell’esercizio della loro missione, richiamando i due poli fondanti e in continua ratori attestavano la sincerità e la trasparenza del loro comportamento nella
tensione, presenti nell’intera argomentazione di 2,14–7,4, dedicata al ministero. speranza che anche i destinatari comprendessero tutto ciò.
SecondA AI CORINZI 5,12 116 117 SecondA AI CORINZI 5,14

οὐ πάλιν ἑαυτοὺς συνιστάνομεν ὑμῖν ἀλλ’ ἀφορμὴν διδόντες


12  12
Non raccomandiamo di nuovo noi stessi a voi, ma vi diamo
ὑμῖν καυχήματος ὑπὲρ ἡμῶν, ἵνα ἔχητε πρὸς τοὺς ἐν προσώπῳ occasione di vanto riguardo a noi, affinché abbiate di che
καυχωμένους καὶ μὴ ἐν καρδίᾳ. rispondere a coloro che si vantano nell’apparenza e non nel cuore.
13 
εἴτε γὰρ ἐξέστημεν, θεῷ· εἴτε σωφρονοῦμεν, ὑμῖν. 14 ἡ γὰρ 13
Infatti, se siamo stati fuori di senno, era per Dio, se siamo
ἀγάπη τοῦ Χριστοῦ συνέχει ἡμᾶς, κρίναντας τοῦτο, ὅτι εἷς assennati, è per voi. 14Poiché l’amore di Cristo fa pressione su di noi,
ὑπὲρ πάντων ἀπέθανεν, ἄρα οἱ πάντες ἀπέθανον· considerando questo: uno è morto per tutti, dunque tutti morirono,

5,12 Occasione – Il sostantivo avformh,, che dal («voi»); tuttavia la lezione scelta è ben at- zato per indicare tre situazioni differenti: lo stato 5,14 L’amore di Cristo (h` av g a, p h tou/
punto di vista etimologico denota un luogo dal testata e, soprattutto, tra le due è la sola che psichico di chi è meravigliato o attonito (cfr., p. Cristou/) – In ragione del contesto il geniti-
quale parte un attacco o un assalto, è presente ha senso nel contesto. es., Mt 12,23; Mc 2,12; Lc 8,56); l’atto di scon- vo è da considerarsi soggettivo, cioè indica
altre due volte nella nostra lettera (in 11,12, Abbiate (e; c hte) – Il verbo è mancante certare qualcuno (cfr. Lc 24,22; At 8,9.11); l’esse- l’amore che è proprio di Cristo.
dove va tradotto con «pretesto») e nel NT altre dell’oggetto, che comunque deve essere in- re fuori di senno (cfr. Mc 3,21). La terza opzione Fa pressione – Il verbo sune,cw assume molti
quattro volte, ma soltanto nelle epistole paoline teso in connessione con una qualche forma si confà meglio al nostro contesto, con un pro- significati ed è usato nelle lettere paoline sol-
(Rm 7,8.11; Gal 5,13; 1Tm 5,14). di risposta. babile riferimento anche all’esperienza estatica. tanto un’altra volta in Fil 1,23. In entrambi i
Noi (h`mw/n) – Importanti testimoni (il papiro 5,13 Siamo stati fuori di senno (evxe,sthmen) – Se siamo assennati (swfronou/men) – Il verbo casi il verbo evoca una pressione sulla per-
Chester Beatty II [î46], i codici Sinaitico [‫]א‬ Il verbo evxi,sthmi è usato qui per l’unica volta swfrone,w, presente nelle lettere paoline anche in sona: in Fil 1,23 in senso negativo, in 2Cor
e Vaticano [B]) riportano la variante u`mw/n nell’epistolario paolino, mentre nel NT è utiliz- Rm 12,3 e Tt 2,6, evoca saggezza e assennatezza. 5,14 in senso positivo.

Con il v. 12 assistiamo a una precisazione (correctio) di quanto appena detto destinatari ha agito nel pieno delle proprie facoltà mentali. È presumibile che nella
al versetto precedente. Paolo, infatti, nega di volere nuovamente raccomandare se prima parte del v. 13 l’apostolo si riferisca a sue esperienze mistiche ed estatiche
stesso e i suoi collaboratori ai Corinzi; piuttosto sostiene di voler fornire motivi (cfr. At 22,17; 2Cor 12,1-4): esse riguardano il suo rapporto con Dio. Tuttavia,
per un vanto degli apostoli da parte dei destinatari, in risposta al vanto di coloro in 1Cor 14,18-19 Paolo stesso sostiene che, pur avendo il dono spirituale della
che confidano nelle apparenze esterne senza guardare al cuore. Come in 3,1, l’apo- glossolalia, non se ne vuole servire, preferendo parlare all’assemblea dei Corinzi
stolo rifiuta l’idea di dover difendere il proprio ministero di fronte ai Corinzi. Al con la sua intelligenza e in modo comprensibile, così da poter contribuire alla loro
contrario, essi stessi possono farlo, grazie alla conoscenza dell’evangelizzatore e edificazione. Ora, in 2Cor 5,13, similmente egli afferma che nel suo discorso non
della sua opera nei loro confronti e grazie anche a quanto egli sta per dire nell’ar- intende fare leva sulle esperienze estatiche, ma sul suo sobrio e razionale impegno
gomentazione che immediatamente segue. D’altra parte, si affacciano ancora a favore dei destinatari. Quest’ultimo diventa, secondo l’apostolo, un vero motivo
le minacciose figure degli avversari, che hanno fiducia nelle proprie capacità del vanto che i Corinzi possono intessere di lui e probabilmente in tal modo è
esteriori e non nella loro dimensione interiore, esattamente all’opposto di quanto messo a critica anche l’atteggiamento degli avversari paolini, portati a dare tutta
indicato per gli apostoli, che fuori sono vasi di argilla ma dentro contengono la l’importanza ai fenomeni esteriori, quali potevano essere appunto le estasi, non
potenza straordinaria di Dio (cfr. 4,7). Il richiamo, fondato anche dal punto di aventi tuttavia una reale ricaduta positiva sui destinatari.
vista terminologico, è proprio al testo biblico di 1Re 16,7 LXX (TM 1Sam 16,7), La seconda motivazione del vanto è quella più importante, introdotta a partire dal
secondo il quale l’uomo guarda l’apparenza, mentre Dio guarda il cuore. Nel suo v. 14 e fondata sul kerygma cristologico. L’apostolo mostra così il fondamento più
insieme il v. 12 si configura, anche secondo quanto già visto, come la propositio profondo del suo ministero: è l’esperienza personale dell’amore di Cristo che porta
della sottosezione 5,11–6,10. Infatti, da una parte, riprende la propositio generale lui e i suoi collaboratori a compiere la loro missione di annuncio. Tale esperienza è,
di 1,12-14, la quale parlava di un vanto (greco, kaúchēma, 1,14; 5,12) reciproco a sua volta, fondata e determinata dalla fede della Chiesa primitiva che proclama la
tra apostoli e destinatari; dall’altra, introduce tutto il testo successivo che fornirà morte di Cristo a beneficio di tutti gli uomini. Infatti, l’espressione «uno è morto per
le motivazioni del vanto stesso dei Corinzi per gli evangelizzatori (cfr. greco, tutti» appare citare, adattandola al contesto, una formula di fede tradizionale, così
synístēmi, 5,12; 6,4). come probabilmente avviene anche altrove nelle lettere paoline (cfr. Rm 5,8; 1Cor
Fondamento kerygmatico del ministero della riconciliazione (5,13-21). Una 15,3; 1Ts 5,10). Da parte sua, l’apostolo trae una conclusione che risulta parecchio
prima motivazione del vanto è data proprio dal versetto successivo. Paolo sostiene difficile da comprendere: «dunque tutti morirono». Il dibattito tra gli esegeti è intenso
che, se è stato fuori di sé, era nel proprio rapporto con Dio, mentre nei confronti dei e si sofferma sul riferimento dei diversi termini. Tuttavia, decisivo per l’interpreta-
SecondA AI CORINZI 5,15 118 119 SecondA AI CORINZI 5,17

15 
καὶ ὑπὲρ πάντων ἀπέθανεν, ἵνα οἱ ζῶντες μηκέτι ἑαυτοῖς 15
ed è morto per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più per
ζῶσιν ἀλλὰ τῷ ὑπὲρ αὐτῶν ἀποθανόντι καὶ ἐγερθέντι. se stessi, ma per lui che è morto e risorto per tutti. 16Perciò da ora in
16 
Ὥστε ἡμεῖς ἀπὸ τοῦ νῦν οὐδένα οἴδαμεν κατὰ σάρκα· avanti noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, se anche
εἰ καὶ ἐγνώκαμεν κατὰ σάρκα Χριστόν, ἀλλὰ νῦν οὐκέτι abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora, al contrario, non
γινώσκομεν. 17 ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ, καινὴ κτίσις· τὰ lo conosciamo più così. 17Perciò, se uno è in Cristo, è una creatura
ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ γέγονεν καινά. nuova, le cose vecchie sono passate, ecco ne sono giunte di nuove.

5,15 Ed (kai,) – La congiunzione che apre il ver- noscere secondo criteri puramente umani. sione, che alla lettera significa «una nuova [TM 89,50]; 138,5 [TM 139,5]; 142,5 [TM
setto ha valore epesegetico, a introdurre una spie- Se anche abbiamo conosciuto (eiv kai. evgnw,kamen) creazione», può essere considerata anche una 143,5]; Sap 8,8; Is 43,18).
gazione, e potrebbe essere resa anche con «cioè». – Si tratta della protasi di un periodo ipotetico sineddoche, cioè la figura retorica che opera la Sono passate… sono giunte (parh/lqen…
Risorto (evgerqe,nti) – Il participio aoristo della realtà; dunque, niente è detto sull’avverarsi sostituzione di un termine con un altro avente ge,gonen) – Si deve notare che il primo ver-
di evgei,rw è un passivo divino, che indica della condizione. Il perfetto del verbo ginw,skw con il primo un rapporto di continuità a livello bo è all’aoristo per indicare un’azione ormai
l’azione di Dio nella risurrezione di Cristo. esprime una conoscenza cominciata nel passato dell’estensione (nel nostro caso il tutto per la completata, mentre il secondo è al perfetto,
5,16 Secondo la carne (kata. sa, r ka) – e continuata nei suoi effetti sino al presente. parte), indicante «una nuova creatura». descrivendo un’azione passata ma i cui ef-
L’espressione, da legare nel nostro verset- 5,17 Se uno (ei; tij) – In realtà il sintagma Le cose vecchie – L’aggettivo avrcai/oj ha fetti si prolungano nel presente.
to sempre al verbo del conoscere, ricorre introduce non una condizionale, ma una re- qui l’unica occorrenza nelle lettere pao- Nuove – L’aggettivo kaino,j segnala una no-
già in 1,17, e deve essere compresa nello lativa, così da coincidere con o[stij («chi»). line, mentre l’intera espressione si ritrova vità non cronologica come il corrispondente
stesso modo, evocando una maniera di co- Una creatura nuova (kainh. kti,sij) – L’espres- come tale soltanto nella Settanta (Sal 88,50 ne,oj, ma di natura e di qualità.

zione risulta il contesto, dove il successivo v. 15 riprende chiaramente il nostro e i hanno più una conoscenza degli altri secondo criteri puramente umani e che, se
vv. 16-17 ne traggono ulteriori conseguenze. Secondo Paolo, se Cristo è morto per anche si è conosciuto Cristo in base a tale prospettiva, ora non è più così. L’apostolo
tutta l’umanità, ne consegue che in qualche modo tutti gli uomini condividano il suo passa, quindi, a mostrare un cambiamento intervenuto nella sua vita e in quella di
destino di morte. Questa idea di solidarietà è ben presente nella letteratura paolina, ogni cristiano al momento della conversione, nella quale ciascuno fa esperienza di
laddove si utilizza la tipologia di Cristo come nuovo Adamo, capostipite di un’uma- un’appropriazione del mistero di morte e risurrezione di Cristo. Con il rifiuto di una
nità rinnovata (cfr. Rm 5,15-19; 1Cor 15,22.45-49). Poi, in ragione del contesto, il conoscenza dell’altro secondo limitati criteri puramente umani si fa riferimento alla
morire di tutti assume qui anche un significato più specifico: nella nuova creazione, tesi del v. 12 e al vanto nelle apparenze proprio degli avversari paolini. La seconda
inaugurata con la morte di Cristo, le cose vecchie sono passate e l’uomo è quindi parte del v. 16 fornisce un’illustrazione plastica di questo cambio di visione: Paolo
ricreato e chiamato a un’esistenza nuova, segnata dalla morte del proprio «io» egoi- e coloro che hanno conosciuto Cristo prima di venire alla fede hanno avuto una
stico e chiuso in se stesso e dalla vita nella piena relazione con Dio e con gli altri. comprensione della sua persona solo superficiale. In particolare, l’uomo di Tarso
La chiarificazione sull’ultima parte del v. 14 è fornita proprio nel v. 15, il quale deve prima avere considerato Gesù un bestemmiatore e un maledetto dalla Legge
riprende la formula desunta dalla tradizione ecclesiale. Paolo sostiene che Cristo ha (cfr. At 26,9; Gal 3,13), poi ha riconosciuto in lui il suo unico Signore (cfr. Fil 3,8),
sperimentato la morte a beneficio di ogni uomo, affinché i viventi non vivano più per così come i Corinzi stessi e tutti i credenti sono chiamati a fare. In definitiva nel
se stessi, ma orientati a lui che è morto ed è risorto per tutti. L’evento della croce ha versetto la vera conoscenza di Cristo e del suo mistero, la quale proviene dalla fede,
perciò come finalità il fatto che gli uomini siano indotti ad abbracciare un nuovo modo non è soltanto un esempio, magari a fortiori, da applicare ad altre situazioni, ma
di vita, non più centrato su se stessi ma sul Cristo morto e risorto per loro. Emerge qui l’effettiva forza di cambiamento che conduce il credente a un modo nuovo di guar-
la dimensione cristologica dell’etica paolina, già evocata al v. 10. Infatti, secondo l’apo- dare il prossimo, non più in base a quanto appare, ma in base al suo stesso essere.
stolo l’evento liberante della morte e risurrezione di Cristo determina una condizione Una seconda conseguenza del mistero pasquale è evidenziata nel v. 17. Qui si
di esistenza nuova in colui che lo accoglie, il quale è trasformato non solo al livello afferma che colui che è unito a Cristo per la fede fa parte della nuova creazione,
dell’essere, ma anche a quello del fare (cfr. Rm 6,4; Gal 3,27). Di conseguenza, anche le cose vecchie sono passate e sono giunte le nuove. Come in Gal 6,15, dove è
le motivazioni per l’agire saranno legate a Cristo (cfr. 1Cor 6,20; 2Cor 8,7-9; Fil 2,1-18). sottolineata l’indifferenza tra l’essere circonciso o meno, Paolo utilizza in 2Cor
Il v. 16 mette in campo una prima conseguenza dell’evento pasquale di Cristo 5,17 il concetto di nuova creazione. Nell’Antico Testamento (cfr., p. es., Is 43,18-
morto e risorto nel quale si dispiega il suo amore oblativo per tutti gli uomini. Pao- 19; 65,17) e nel giudaismo (cfr., p. es., 1 Enok 72,1; Giubilei 4,26; Apocalisse
lo, dunque, sostiene che i credenti, dal momento della loro venuta alla fede, non siriaca di Baruk 32,6) tale idea è soprattutto usata per indicare il rinnovamento
SecondA AI CORINZI 5,18 120 121 SecondA AI CORINZI 5,19

18 
τὰ δὲ πάντα ἐκ τοῦ θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ 18
Tutto però viene da Dio, il quale ci ha riconciliato con
διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς, sé per mezzo di Cristo e ci ha dato il ministero della
19 
ὡς ὅτι θεὸς ἦν ἐν Χριστῷ κόσμον καταλλάσσων ἑαυτῷ, μὴ riconciliazione; 19in effetti è Dio che in Cristo ha riconciliato
λογιζόμενος αὐτοῖς τὰ παραπτώματα αὐτῶν καὶ θέμενος ἐν il mondo a sé, non imputando agli uomini le loro colpe e
ἡμῖν τὸν λόγον τῆς καταλλαγῆς. affidando a noi la parola della riconciliazione.

5,18 Tutto (ta. pa,nta) – L’espressione si ri- deve essere identificato con la morte in croce do di scontro e di inimicizia. Talvolta tale la lettera: «era riconciliante». Si tratta di un
ferisce al contenuto dei vv. 14-17 e richiama di Cristo. linguaggio è utilizzato anche per l’ambito imperfetto perifrastico, che in questo caso
a livello formale Rm 11,36. Il ministero della riconciliazione (th. n morale e quello religioso. Nella Settanta è rappresenta una variazione semplicemente
Ha riconciliato… riconciliazione diakoni,an th/j katallagh/j) – Come per «pa- interessante notare il testo di 2 Maccabei, stilistica rispetto all’aoristo.
(katalla,xantoj… katallagh/j) – Il campo rola della riconciliazione» (to.n lo,gon th/j dove la riconciliazione è vista nella relazione Imputando… affidando (logizo, m enoj…
semantico della riconciliazione è esclusi- katallagh/j al v. 19), si tratta di un genitivo tra Dio e il suo popolo (cfr., p. es., 2Mac 1,5; qe,menoj) – Il primo participio è al presente
vamente paolino nel NT ed eccetto il caso oggettivo: la riconciliazione è il contenuto 7,33; 8,29): si nutre la speranza che grazie per denotare un atteggiamento continuato di
di 1Cor 7,11 ha sempre una connotazione del ministero e della parola. Il concetto di alle preghiere dei fedeli e alle sofferenze Dio nei confronti degli uomini, il secondo
teologica. In particolare, il participio aoristo riconciliazione è usato nell’antichità greca dei martiri il Signore si riconcili con il suo è all’aoristo indicando un momento preci-
katalla,xantoj indica un momento preciso soprattutto per la restaurazione di buoni rap- popolo. so nel quale è stato affidato l’incarico agli
nel tempo che, in ragione anche del contesto, porti fra popoli o fra persone dopo un perio- 5,19 Ha riconciliato (h=n katalla,sswn) – Al- apostoli.

di Dio alla fine della storia. Da parte sua, l’apostolo sottolinea invece che questo un’originale prospettiva rispetto agli antecedenti classici e anticotestamentari (cfr.
rinnovamento è già stato inaugurato al presente con la morte e risurrezione di Cri- nota), poiché in Paolo non è l’uomo a cercare la riconciliazione con Dio: questa
sto. Chi lo accoglie per mezzo della fede sperimenta nella vita una novità radicale, è dovuta piuttosto a una gratuita e unilaterale iniziativa divina, senza richiedere
con la quale tutto cambia nel rapporto con Dio (cfr. Rm 6,3-4) e nel proprio stare una corrispondente risposta umana. Infatti, è all’uomo peccatore che Dio apre la
al mondo (cfr. Gal 3,28). Ma in prospettiva più universale è necessario dire che la possibilità di un nuovo rapporto con lui attraverso la morte in croce di Cristo,
nuova creazione porta a termine un’epoca non solo col passaggio tra la precedente segno di un amore sconfinato. A servizio di tale offerta si pone «il ministero
dispensazione salvifica e l’attuale (cfr. 2Cor 3,6.14), ma anche con la creazione di della riconciliazione», cioè quello «di una nuova alleanza» (3,6), «dello Spirito»
una nuova umanità (cfr. Ef 2,15; 4,22-24), veramente conforme all’immagine del (3,6.8), «della giustizia» (3,9), proprio degli apostoli. Paolo e i collaboratori non
Creatore (cfr. Col 3,9-10). Dunque, se il dono pasquale con le sue conseguenze sono, quindi, i mediatori della riconciliazione divina, visto che questo è il ruolo
salvifiche è rivolto a tutta l’umanità (cfr. 2Cor 5,14-15), i credenti sono coloro che di Cristo, ma gli annunciatori di quanto Dio ha operato a favore dell’umanità, che
effettivamente lo hanno accolto e per questo sperimentano una novità assoluta e è così chiamata ad accogliere tale iniziativa di amore e di salvezza, sulla scorta di
definitiva a livello dell’essere e dell’agire (cfr. 2Cor 5,16-17). ciò che i credenti hanno già cominciato a fare.
Con il v. 18 si passa dalla prospettiva cristocentrica a quella teocentrica e dal Il v. 19 rappresenta una ripresa esplicativa del versetto precedente, ricalcando
riferimento al kerygma della morte e risurrezione di Cristo all’evento della ricon- quanto detto e ricorrendo a una piccola aggiunta in relazione al fatto che Dio non
ciliazione, al servizio del quale si trova il ministero affidato agli apostoli, affida- tiene conto delle azioni peccaminose degli uomini. Rispetto al v. 18, l’apostolo
mento che costituisce la terza motivazione del vanto. In aggiunta, Paolo afferma amplia l’orizzonte dell’opera divina a una dimensione universale e ne approfon-
che per i credenti «tutto» viene da Dio, indicando così quanto presentato nei vv. disce il carattere gratuito. In effetti, il testo aggiunge, come prima implicazione
14-17: l’amore di Cristo con la sua morte e risurrezione insieme alle conseguenze o conseguenza, che Dio non computa i peccati dell’uomo nella sua azione di
di ciò nel nuovo modo di conoscere e nella nuova creazione. Ora appare chiaro che riconciliazione, la quale si presenta perciò come un’immotivata e libera iniziativa
tali accadimenti hanno la loro origine nell’iniziativa divina; d’altra parte, il mistero di annullamento dei debiti del secondo nei confronti del primo (cfr. Col 2,14). La
pasquale si configura come un’opera di riconciliazione tra Dio e gli uomini. Tra i seconda implicazione dell’opera divina è costituita dall’incarico conferito agli
riferimenti paolini sulla riconciliazione, quello di Rm 5,8-10 appare molto vicino apostoli, chiamati ad annunciare «la parola della riconciliazione». Anche qui
al nostro e, indirettamente, conduce a escludere l’idea che 2Cor 5,18-21 non pro- viene sottolineato il carattere di gratuità, perché risulta essere Dio colui che ha
venga dalla penna dell’apostolo, ma sia invece un frammento pre-paolino come scelto e costituito Paolo e i suoi collaboratori per tale servizio (cfr. 1Cor 12,28;
alcuni studiosi ancora sostengono. Il raffronto con i due suddetti brani ci mostra 1Tm 1,12; 2,7; 2Tm 1,11).
SecondA AI CORINZI 5,20 122 123 SecondA AI CORINZI 5,21

Ὑπὲρ Χριστοῦ οὖν πρεσβεύομεν ὡς τοῦ θεοῦ παρακαλοῦντος


20  20
Quindi noi siamo ambasciatori a nome di Cristo, in quanto
δι᾽ ἡμῶν· δεόμεθα ὑπὲρ Χριστοῦ, καταλλάγητε τῷ θεῷ. 21 τὸν Dio esorta per mezzo di noi. A nome di Cristo, supplichiamo:
lasciatevi riconciliare con Dio. 21Colui che non ha conosciuto
μὴ γνόντα ἁμαρτίαν ὑπὲρ ἡμῶν ἁμαρτίαν ἐποίησεν, ἵνα ἡμεῖς peccato si fece peccato per noi, affinché noi diventassimo in lui
γενώμεθα δικαιοσύνη θεοῦ ἐν αὐτῷ. giustizia di Dio.

5,20 A nome di Cristo (u`pe.r Cristou/) – La è legato all’annuncio paolino del Vangelo. dall’uomo nella sua vita in un momento Peccato… giustizia di Dio (a` m arti, a n…
preposizione u`pe,r può indicare favore o so- Nel greco il verbo era usato per gli amba- preciso. dikaiosu, n h qeou/ ) – In entrambi i casi si
stituzione, nel nostro contesto tutti e due gli sciatori imperiali o per gli inviati di una 5,21 Ha conosciuto peccato (gno, n ta fa ricorso alla figura retorica della me-
aspetti devono essere compresi, volti a sot- città. a`marti,an) – L’espressione «conoscere pec- tonimia utilizzando un astratto al posto
tolineare l’autorità degli apostoli, derivante Lasciatevi riconciliare (katalla, g hte) cato» si ritrova anche in Rm 3,20; 7,7 e del concreto per rendere l’espressione
da Cristo. – L’imperativo passivo aoristo di indica qui, seguendo la prospettiva biblica, più forte e incisiva. In particolare «giu-
Siamo ambasciatori (presbeu,omen) – Il ver- katalla, s sw indica che l’iniziativa una conoscenza esperienziale del peccato, stizia di Dio» è un genitivo di origine
bo presbeu,w è presente in tutta la Scrittura della riconciliazione parte da Dio ma, effettivamente commesso in un atto e mo- che esprime la provenienza da Dio della
soltanto qui e in Ef 6,20, in entrambi i casi perché sia ef ficace, deve essere accolta mento preciso. giustizia.

In conseguenza del ministero che l’apostolo e i suoi collaboratori hanno ri- è senza peccato diventare peccatore e rendere giusti gli altri? In generale l’apo-
cevuto, al v. 20 egli afferma che essi fungono da ambasciatori con l’autorità stolo presenta queste affermazioni, che contraddicono la logica umana, per
proveniente da Cristo ed esortano a nome di Dio; il loro appassionato messaggio invitare i suoi ascoltatori a un cambio di mentalità, una vera e propria conver-
consiste in un appello a essere pienamente riconciliati con Dio stesso. L’immagine sione, accettando le vie folli di Dio, impensabili e inaudite per l’uomo, mostrate
dell’ambasciatore serve a sottolineare la dignità dell’ufficio apostolico, suppor- proprio attraverso Cristo e la sua croce. Infatti, se in 2Cor 5,21 si parte dal dato
tando quindi la tesi del v. 12 riguardo al vanto di Paolo e dei suoi. Nell’antichità dell’impeccabilità di Cristo, condiviso con altre fonti neotestamentarie (cfr., p.
la suddetta figura riceveva un incarico specifico, rappresentava chi lo inviava, es., Eb 4,15; 1Pt 2,22; 1Gv 3,5), si va ben oltre evocando il fatto che si identificò
esercitava la sua autorità e quindi serviva anche nelle trattative di pace, in vi- con l’umanità peccatrice sino alla morte di croce, evento centrale già richiamato
sta di una riconciliazione come superamento di un conflitto. Nel nostro versetto nei vv. 14-15. Ma ancora in continuità con gli altri testi paradossali paolini e in
convergono in piena armonia la dimensione teologica (cfr. vv. 18-19) e cristolo- particolare con Rm 8,3-4 e Gal 3,13-14 (da notare anche un richiamo al Servo
gica (cfr. vv. 14-17) della riconciliazione, al cui servizio si pongono gli apostoli. di Yhwh di Is 53,9-11), qui l’apostolo presenta la finalità di tale avvenimento
Infatti, essi agiscono a nome di Cristo, mentre quando esortano è Dio stesso che in un impensabile interscambio a favore dei credenti: Cristo diventa peccato
esorta, e il contenuto del loro accorato appello è proprio quello ad accogliere sulla croce, assumendo la pena della morte riservata ai peccatori, affinché tutti
l’iniziativa divina della riconciliazione. I destinatari dell’azione apostolica sono divengano giusti di fronte a Dio. In 1Cor 1,30 Paolo aveva proprio sostenuto che
tutti gli uomini, in coerenza con quanto detto al v. 19, i quali al momento della Cristo era diventato giustizia di Dio per coloro che credono in lui; ora in maniera
loro conversione al Vangelo saranno pienamente riconciliati con Dio. Tuttavia il simile egli mostra che per mezzo della croce di Cristo i peccatori sono resi giusti
contesto della lettera e, in particolare, i successivi appelli di 6,1-2.11-13 portano e, quindi, salvati. Nel nostro contesto appare chiaro che questo atto gratuito di
a pensare anche ai Corinzi che sono chiamati a rinnovare la loro esperienza della Dio nei confronti dell’umanità è da accogliere per mezzo della fede in Cristo
riconciliazione divina rappacificandosi con Paolo, il quale non si trova dunque e produce un rapporto di piena riconciliazione con il Signore. In definitiva, la
a svolgere la funzione di mediatore tra due soggetti in conflitto, ma è veramente tipica dottrina paolina della giustificazione per la fede e non per le opere della
parte in causa. Legge non trova grande spazio nella corrispondenza corinzia, a differenza di
Con una frase asindetica rispetto a quanto precede, il v. 21 conclude in ma- quanto avviene in Galati e Romani, ma rimane comunque sullo sfondo, e nel
niera molto efficace il nostro brano. Siamo così di fronte a una delle tipiche nostro versetto emerge come il punto fontale del discorso sulla riconciliazione
espressioni paradossali paoline riguardanti l’evento-Cristo: come può uno che qui diffusamente sviluppato.
SecondA AI CORINZI 6,1 124 125 SecondA AI CORINZI 6,2

6 Συνεργοῦντες δὲ καὶ παρακαλοῦμεν μὴ εἰς κενὸν τὴν χάριν


6 Essendo suoi collaboratori, vi esortiamo anche a non
1  1

τοῦ θεοῦ δέξασθαι ὑμᾶς· 2 λέγει γάρ· accogliere invano la grazia di Dio. 2Infatti, dice:
καιρῷ δεκτῷ ἐπήκουσά σου Al momento favorevole ti ho ascoltato
καὶ ἐν ἡμέρᾳ σωτηρίας ἐβοήθησά σοι. e nel giorno della salvezza ti ho aiutato.
ἰδοὺ νῦν καιρὸς εὐπρόσδεκτος, ἰδοὺ νῦν ἡμέρα σωτηρίας. Ecco ora il momento propizio, ecco ora il giorno della salvezza.

6,1 Essendo suoi collaboratori (sunergou/ntej) II [î 46] e i codici Claromontano [D], di queste considerazioni è quindi da ritenersi euv p ro, s dektoj) – I due aggettivi formano
– Il participio presente del verbo sunerge,w, Cambridge [F] e di Börner [G]) hanno il come quella originale. con il precedente de,xasqai («accogliere»)
usato nelle lettere paoline anche in Rm 8,28 participio presente parakalou/ntej; tuttavia, Accogliere (de,xasqai) – L’infinito aoristo di una paronomasia, gioco di parole volto a
e 1Cor 16,16, non ha un riferimento preciso, la lezione scelta ha un maggior supporto de,comai è atemporale e designa l’atto stesso sottolineare lo stretto legame tra il v. 1
ma visto il contesto e in particolare 5,20 si al livello di critica esterna (per il numero di accoglienza senza rapporto a un momento e il v. 2. Il secondo degli aggettivi sarà
deve considerare la collaborazione con Dio. e l’importanza dei manoscritti a suo so- cronologico preciso. di nuovo usato in 8,12 a proposito della
Il valore del participio è circostanziale o stegno) e costituisce la lectio difficilior, 6,2 Dice (le,gei) – Soggetto implicito di colletta.
causale. in quanto riporta un indicativo presente questa formula di citazione è Dio, appena Ho ascoltato (evph,kousa) – Il verbo evpakou,w
Esortiamo (parakalou/men) – Alcuni auto- (parakalou/men) coordinato con un parti- menzionato alla fine del versetto precedente. è hapax legomenon nel NT, mentre è larga-
revoli testimoni (il papiro Chester Beatty cipio presente (sunergou/ntej). A fronte di Momento favorevole… propizio (dektw/… | mente diffuso nella Settanta.

6,1-10 Appello alla grazia di Dio attraverso il ministero apostolico stesso tempo argomenta a favore del suo ministero. D’altra parte l’uso di «invano»
Il brano di 6,1-10 rappresenta, anche nella sua veste di appello, la secon- richiama non solo 1Cor 15,10, dove si afferma che la grazia divina non fu senza
da parte della terza dimostrazione di 5,11–6,10 e intende costituire una prova efficacia in Paolo, ma soprattutto i passaggi nei quali egli esprime il timore che
ulteriore alla propositio di 5,12: gli apostoli sono collaboratori della grazia di il suo impegno apostolico nei confronti dei destinatari risulti inutile (cfr. Gal 2,2;
Dio e la genuinità del loro ministero è confermata dal modo di sopportare le Fil 2,16; 1Ts 3,5). Nel nostro versetto l’accoglienza della grazia divina è legata a
difficoltà da esso derivanti. L’arsenale probativo è composto soprattutto da un quella del messaggio della riconciliazione, di cui essa costituisce l’origine e nello
catalogo di avversità (cfr. vv. 4b-5.8-10), ma si serve anche di una citazione specifico ciò significa ‒ come già da noi indicato ‒ una vera rappacificazione con
esplicita della Scrittura (cfr. v. 2), di un catalogo di virtù (cfr. vv. 6-7) e di un il messaggero stesso di tale annuncio.
generale ricorso all’ethos attraverso l’uso di un’amplificazione retorica. Le prove Al v. 2, attraverso una congiunzione dal valore causale (greco, gár, «infatti»),
sono soprattutto quelle dei fatti, perché legate al concreto esercizio del servizio Paolo motiva l’appello all’accoglienza della grazia divina servendosi della cita-
apostolico, segnato dalle difficoltà che i missionari incontrano, ma anche dalle zione letterale di una parte di Is 49,8 LXX. L’apostolo sostiene che la promessa
loro doti provenienti da Dio. Possiamo dividere agevolmente il brano in due fatta da Yhwh al suo Servo di ascoltarlo nel momento favorevole e di aiutarlo nel
parti: appello all’accoglienza della grazia di Dio (vv. 1-2); testimonianza del giorno della salvezza si compie ora per i destinatari che hanno a disposizione un
ministero paolino (vv. 3-10). tempo propizio e salvifico. La Scrittura viene così utilizzata da Paolo per avvalo-
Appello all’accoglienza della grazia di Dio (6,1-2). All’inizio del nuovo brano, rare il suo appello nei confronti dei Corinzi e per renderlo più urgente e incisivo.
Paolo presenta un altro appello dopo quello di 5,20. Infatti, lui e gli altri apostoli Questa modalità di lettura richiama il pesher giudaico, metodo interpretativo in
si rivolgono ai destinatari come collaboratori di Dio, esortandoli a non accogliere voga soprattutto a Qumran e caratterizzato da una diretta applicazione del testo
invano la sua grazia. Tuttavia, se l’invito di 5,20 era propriamente diretto a tutti gli biblico al presente dei destinatari. In particolare, l’insistenza su «ecco ora», ri-
uomini, ora lo è soltanto ai Corinzi; inoltre, se prima il suo contenuto era quello petuto due volte, indica sia l’evento escatologico della riconciliazione operata
della riconciliazione, qui appare essere quello dell’accoglienza della grazia di Dio; in Cristo come nuova creazione (cfr. 5,17-19), sia la disponibilità della salvezza
infine, in 6,1 i ministri non sono designati come ambasciatori, ma come «colla- nel presente dei Corinzi, se essi accoglieranno questo dono della grazia divina.
boratori» di Dio (cfr. anche 1Cor 3,9). Il richiamo alla «grazia di Dio» collega Accogliere la salvezza significherà poi, come espresso nei versetti seguenti, rico-
6,1 con la tesi generale della lettera (1,12-14), dove si sostiene il comportamento noscere anche che le sofferenze e le fatiche degli apostoli non sono fini a se stesse
irreprensibile degli apostoli, e indica altresì che, mentre l’apostolo esorta, nello o controproducenti, bensì ricadono a vantaggio dei destinatari.
SecondA AI CORINZI 6,3 126 127 SecondA AI CORINZI 6,5

Μηδεμίαν ἐν μηδενὶ διδόντες προσκοπήν, ἵνα μὴ μωμηθῇ


3  3
Non offriamo mai occasione di inciampo in niente, affinché il
ἡ διακονία, 4 ἀλλ᾽ ἐν παντὶ συνιστάντες ἑαυτοὺς ὡς θεοῦ ministero non sia biasimato, 4ama in tutto raccomandiamo noi
διάκονοι, ἐν ὑπομονῇ πολλῇ, ἐν θλίψεσιν, ἐν ἀνάγκαις, ἐν stessi come ministri di Dio con molta capacità di sopportazione,
στενοχωρίαις, 5 ἐν πληγαῖς, ἐν φυλακαῖς, ἐν ἀκαταστασίαις, 4b
nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angosce, 5nelle percosse,
ἐν κόποις, ἐν ἀγρυπνίαις, ἐν νηστείαις, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni;

6,3 In niente (evn mhdeni,) – Il dativo del pro- Occasione di inciampo – Il sostantivo lettera (8,20). Nel greco e nei testi bibli- 8,35 e un’altra volta nella nostra epistola
nome mhdei,j può essere maschile o neutro; proskoph, è hapax legomenon biblico, ci menzionati il biasimo è sempre quello (12,10).
nel nostro contesto, visto il parallelo con mentre è attestato nella lingua greca pri- umano. 6,5 Digiuni – Il sostantivo nhstei,a nel NT
l’espressione evn panti, del versetto suc- ma di Paolo. 6,4 Angosce – Il termine stenocwri, a in è utilizzato in Lc 2,27 e in At 14,23; 27,9
cessivo che è considerata in riferimento al Sia biasimato (mwmhqh/)| – Il verbo mwma,omai senso letterale significa «spazio stretto» per l’astensione dal cibo con significato re-
neutro, la seconda possibilità è la migliore. Il è raro nella Settanta (solo in Pr 9,7; Sap ed evoca un’oppressione esterna o inter- ligioso, mentre qui, come un’altra volta nella
riferimento delle due espressione è all’agire 10,14; Sir 34,18) e presenta solo un’altra na. Nel NT è utilizzato soltanto nelle let- stessa lettera (11,27), per una situazione pa-
degli apostoli nel suo complesso. occorrenza nel NT, proprio nella nostra tere paoline, dove è presente in Rm 2,9; tita a motivo del ministero.

Testimonianza del ministero paolino (6,3-10). L’appello all’accoglienza della fatti dell’esistenza concreta. In questo contesto l’espressione «con molta capacità
grazia (vv. 1-2) deve essere attestato dalle credenziali di colui che lo presenta. di sopportazione» (v. 4a) fa da titolo ai pericoli elencati immediatamente sotto,
Così nei vv. 3-10 campeggia un catalogo peristatico o di avversità – così com’era annunciando la modalità con la quale l’apostolo e i suoi collaboratori li hanno
avvenuto in 4,8-12 – diviso in due liste, per l’interruzione dovuta all’inserimento affrontati.
di un catalogo di virtù. Possiamo schematizzare così: introduzione sull’irrepren- Le circostanze avverse (vv. 4b-5). La prima lista peristatica è composta di
sibilità del ministero (vv. 3-4a); le circostanze avverse (vv. 4b-5); le virtù del nove elementi divisibili in tre serie di tre e possiede molti punti in comune con
ministro (vv. 6-7); le situazioni contraddittorie (vv. 8-10). quella di 11,23b-29. La prima triade («nelle afflizioni, nelle necessità, nelle
Introduzione sull’irreprensibilità del ministero (vv. 3-4a). Paolo inizia la testi- angosce») presenta delle generali circostanze avverse nelle quali si svolge il
monianza riguardo al proprio ministero affermando che lui e i suoi collaboratori ministero apostolico, con un riferimento che, per il contesto della nostra lettera,
non danno in niente motivo di scandalo, affinché il loro servizio non venga disprez- può risultare anche più preciso ed essere messo in relazione al rilevante pericolo
zato, bensì in tutto si presentano come servitori di Dio, rivestiti di grande pazienza. vissuto da Paolo in Asia (cfr. «la nostra tribolazione»: 1,8). La seconda triade
In questo modo l’apostolo riprende, anche dal punto di vista terminologico, la tesi diventa più concreta («nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti») ed è legata
di 5,12, difendendo se stesso da possibili accuse e si raccomanda come inviato all’ostile reazione alla predicazione dell’apostolo. Infatti, il riferimento alle
di Dio insieme agli altri compagni. Inoltre, in ragione di questo legame con 5,12, «percosse» e alle «prigioni», anche dal punto di vista terminologico, richiama
è possibile leggere l’insieme dei vv. 3-10 come un vanto non nell’apparenza ma i colpi che Paolo e Sila hanno subito a Filippi e la conseguente carcerazione
nel cuore. In particolare, in 6,3 Paolo raccomanda se stesso e i suoi collaboratori (cfr. At 16,23), lasciando tuttavia aperta la possibilità di ulteriori collegamenti
– come avviene in 4,2 e a differenza di 5,12 – in quanto fedeli al mandato divino (p. es., quello a una supposta prigionia efesina, cfr. 1Cor 15,32). Mentre nei
di essere suoi servitori. La questione di fondo dietro a tali affermazioni è quella «tumulti» si può scorgere il richiamo ai subbugli scoppiati in diverse città a
della coerenza tra l’insegnamento e l’agire nel ministero, problematica molto seguito dell’evangelizzazione paolina, secondo quanto attesta il racconto di Atti
sentita nell’antichità, che vedeva in essa lo spartiacque tra il vero filosofo e il ciar- (cfr. 13,50; 14,5.19; 16,22; 17,5-7.13; 18,12-17; 19,23–20,1). La terza e ultima
latano (cfr., p. es., Epitteto, Dissertazioni 1,29,56). Inoltre l’elemento dell’ethos triade («nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni») evoca gli sforzi che gli apostoli
retorico indica proprio che l’oratore non convince l’ascoltatore semplicemente hanno compiuto nello svolgimento del loro ministero. Nel linguaggio qui utiliz-
con il logos del suo ragionamento ma anche con l’esempio della propria vita. Da zato, oltre il riferimento alla missione, è possibile vedere anche quello al lavoro
parte sua, Paolo probabilmente teme anche che l’incoerenza del ministro, o la sua manuale, svolto giorno e notte con «fatica» da Paolo e dai suoi collaboratori
valutazione come tale da parte dei destinatari, possa causare la non accoglienza e (cfr. 1Ts 2,9; 2Ts 3,8), attività che comunque è vissuta proprio perché attraverso
addirittura il disprezzo di Dio che lo ha inviato (cfr. Rm 2,24). Così il catalogo di l’indipendenza economica dalla comunità appaia a tutti la piena gratuità del
avversità che segue diventa una conferma della predicazione paolina attraverso i Vangelo e del suo annuncio (cfr. 1Cor 9,14-18).
SecondA AI CORINZI 6,6 128 129 SecondA AI CORINZI 6,9

ἐν ἁγνότητι, ἐν γνώσει, ἐν μακροθυμίᾳ, ἐν χρηστότητι, ἐν πνεύματι


6  6
con purezza, con conoscenza, con longanimità, con benevolenza, con
ἁγίῳ, ἐν ἀγάπῃ ἀνυποκρίτῳ, 7 ἐν λόγῳ ἀληθείας, ἐν δυνάμει θεοῦ· διὰ Spirito Santo, con amore sincero, 7con parola di verità, con potenza di
τῶν ὅπλων τῆς δικαιοσύνης τῶν δεξιῶν καὶ ἀριστερῶν, 8 διὰ δόξης Dio, con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8nella gloria e nel
καὶ ἀτιμίας, διὰ δυσφημίας καὶ εὐφημίας· ὡς πλάνοι καὶ ἀληθεῖς, 9 ὡς disonore, nella cattiva e nella buona fama; come ingannatori eppure
ἀγνοούμενοι καὶ ἐπιγινωσκόμενοι, ὡς ἀποθνῄσκοντες καὶ ἰδοὺ veritieri, 9come sconosciuti eppure ben conosciuti, come moribondi
6,6 Purezza (a`gno,thti) – Il vocabolo è uti- formata dal sostantivo pneu/ma con l’aggetti- Le armi della giustizia (o[ p lwn th/ j 6,8 Nella cattiva e nella buona fama (dia.
lizzato in tutta la Bibbia soltanto qui e in vo a[gioj nelle lettere paoline indica sempre dikaiosu,nhj) – È da leggere il genitivo come dusfhmi, a j kai. euv f hmi, a j) – Il termine
11,3 (dove peraltro è discussa la sua pre- l’elemento divino e mai quello umano (cfr., epesegetico («le armi che sono la giustizia») dusfhmi,a è hapax legomenon nel NT, ma
senza nel testo originale), indicando non p. es., Rm 5,5; 1Cor 6,19; 1Ts 1,5) e riferirlo, in ragione del contesto e dell’uso ricorre due volte nella Settanta (1Mac 7,38;
una purezza in ambito sessuale, ma nelle 6,7 Parola di verità (lo,gw| avlhqei,aj) – Si della stessa espressione in Rm 6,13, a tale 3 Maccabei 2,26), mentre euvfhmi,a è hapax
intenzioni. tratta probabilmente di un genitivo di qua- virtù umana, legata però al compimento del- legomenon biblico, ma il vocabolo è utilizza-
Spirito Santo (pneu,mati a`gi,w|) – La coppia lità, da intendersi come «parola veritiera». la volontà di Dio. to da altri autori greci prima di Paolo.

Le virtù del ministro (vv. 6-7). La lista delle virtù è divisibile in due serie di riale dell’apostolo. Così in 2Cor 6,7 il combattimento spirituale di ogni cristiano
quattro con un elemento finale a chiusura. Tali cataloghi, spesso contrapposti a diventa quello specifico di Paolo nel compiere ciò che è giusto e voluto da Dio,
quelli dei vizi, hanno antecedenti biblici (cfr. Sap 8,7), giudaici (cfr. Regola del- in modo del tutto coerente con «il ministero della giustizia» a lui conferito (3,9).
la Comunità [1QS] 10,22-26) e classici (cfr. Aristotele, Retorica 1366b) e sono Le situazioni contraddittorie (vv. 8-10). Nei vv. 8-10 viene ripreso il catalogo
presenti in altri luoghi del Nuovo Testamento (cfr. Gc 3,13-18; 2Pt 1,5-7) e delle delle avversità con una seconda lista caratterizzata da situazioni contraddittorie.
lettere paoline (cfr. Rm 14,17; Gal 5,22-23; Col 3,12-14). L’elenco è ben composto con nove coppie di polarità. Le prime due coppie («nella
La prima serie di quattro elementi («con purezza, con conoscenza, con longanimità, gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama») sono caratterizzate, come
con benevolenza») rimanda al modo irreprensibile di comportarsi degli apostoli nei e più di quanto avviene in 5,9, dal topos stoico dell’adiaphoría cioè dell’indiffe-
confronti dei loro destinatari e in particolare dei Corinzi. Infatti, il richiamo alla purezza renza: quale che sia la considerazione e la reputazione loro attribuite dagli altri,
nelle intenzioni è da collegarsi alle relative affermazioni della tesi generale di 1,12-14 gli apostoli continuano il loro ministero (cfr. Fil 4,11-12).
e a quella particolare di 5,12, nelle quali la trasparenza del cuore dei missionari viene Le altre sette coppie esprimono in maniera antitetica le situazioni paradossali nelle
sottolineata, mentre la conoscenza è quella di Cristo, che essi diffondono (cfr. 2,14) quali si trovano a operare Paolo e i suoi collaboratori, collegandosi a 4,8-9, oltre che ai
perché sperimentata in prima persona (cfr. 4,6); infine, le ultime due virtù indicano lo testi stoici (cfr. Epitteto, Dissertazioni 2,19,24). Ogni volta il secondo membro della
stile delle relazioni ecclesiali da loro intessute a Corinto (cfr. 2,5-11). coppia corregge in positivo il primo (uso della correctio retorica), fornendo una visione
La seconda serie («con Spirito Santo, con amore sincero, con parola di verità, più profonda della stessa realtà descritta in precedenza. La figura retorica del parados-
con potenza di Dio»), mentre presenta altre due virtù che caratterizzano l’agire so, qui usata, con il suo valore di cortocircuito logico, è finalizzata a sconvolgere e
degli apostoli, indica anche l’origine divina di tutte le doti dei missionari evocate operare un cambio di mentalità nei destinatari, con l’intento di condurli a una nuova
nei versetti: è la potenza di Dio che opera nel loro ministero, cosicché esso è comprensione del ministero paolino, scopo globale dell’intera sezione di 2,14–7,4.
quello dello Spirito e non della lettera (cfr. 3,6-8). Il testo afferma che Paolo e i Anzitutto si afferma, nuovamente e con intento apologetico, la veracità del com-
suoi collaboratori sono animati da un amore senza finzioni e da un parlare secondo portamento degli apostoli («come ingannatori eppure veritieri», v. 8). Nelle espres-
verità nei confronti dei Corinzi, fornendo quindi ancora prove a sostegno delle sioni è possibile vedere anche un’eco della polemica contro i Sofisti, accusati di
tesi enunciate in 1,12-14 e 5,12. adulterare la filosofia al fine di manipolare gli ascoltatori per tornaconto (cfr. Dione
Da ultimo, con una metafora militare si chiude l’elenco: Paolo e i suoi collabo- Crisostomo, Orazioni 32,10). Nella seconda antitesi («come sconosciuti eppure ben
ratori sono pienamente equipaggiati per il combattimento attraverso le armi della conosciuti», v. 9) si afferma che i ministri del Vangelo sono ignorati dagli uomini,
giustizia. Il richiamo non è solo a due antecedenti dell’Antico Testamento (cfr. Is eppure più che noti a motivo della loro predicazione, richiamando così a livello
59,17; Sap 5,17-20), dove la giustizia insieme ad altre qualità fa parte dell’arma- terminologico la tesi generale della lettera, nella quale è sostenuta e incoraggiata la
tura di Dio, ma è anche e soprattutto ad altri testi paolini (cfr. Rm 13,12; 1Ts 5,8), capacità di comprensione e di riconoscimento dei destinatari (1,13-14).
nei quali si fa riferimento all’agire del credente in Cristo, e a un passaggio della La terza antitesi («come moribondi eppure siamo vivi») riprende le afferma-
nostra lettera (cfr. 10,3-6), dove si parla soprattutto del comportamento ministe- zioni di 4,10-11, indicando come l’esistenza degli apostoli sia costantemente
SecondA AI CORINZI 6,10 130 131 SecondA AI CORINZI 6,11

ζῶμεν, ὡς παιδευόμενοι καὶ μὴ θανατούμενοι, 10 ὡς λυπούμενοι eppure siamo vivi, come castigati eppure non messi a morte,
ἀεὶ δὲ χαίροντες, ὡς πτωχοὶ πολλοὺς δὲ πλουτίζοντες, ὡς μηδὲν 10
come rattristati ma sempre lieti, come poveri ma facendo
ἔχοντες καὶ πάντα κατέχοντες. ricchi molti, come non avendo niente eppure possedendo tutto.

Τὸ στόμα ἡμῶν ἀνέῳγεν πρὸς ὑμᾶς, Κορίνθιοι, ἡ


11  11
La nostra bocca vi ha parlato apertamente, Corinzi,

6,9 Castigati (paideuo, m enoi) – Il verbo 6,10 Facendo ricchi (ploutizo,menoi) – Il verbo e;cw volta a sottolineare la conclusione indicare il parlare a qualcuno (cfr., p. es.,
paideu, w nel NT signi fi ca «educare», verbo plouti,zw è presente solo in altri due della lista delle avversità. Gdc 11,35-36; Sal 78,2; Mt 5,12). Qui
«insegnare» in generale (cfr. At 7,22; passi nel NT, entrambi nella corrispondenza // 6,11–7,4 Testi paralleli: Rm 3,10-18; Gal l’espressione indica però l’atteggiamento di
22,3; Tt 2,12) o, in senso più speci fi co, corinzia (1Cor 1,5; 2Cor 9,11). Qui va inteso 4,12-20 apertura di Paolo nei confronti dei Corinzi,
«disciplinare», «correggere» (cfr., p. es., in senso figurato. 6,11 La nostra bocca vi ha parlato aper- un’apertura che è già stata manifestata con
1Cor 11,32; 2Tm 2,25; Eb 12,6). Nel no- Avendo… possedendo (e ; c o n t e j … tamente (to. sto,ma h`mw/n avne,w|gen) – Alla tutto quanto egli ha scritto e che continua a
stro caso la seconda accezione è la più kate,contej) – Si tratta di una paronomasia lettera: «si è aperta con voi». Nella Bibbia essere tale (come suggerisce l’uso del tempo
corretta. tra la forma semplice e composta dello stesso l’aprirsi della bocca è un modo solenne di perfetto per il verbo avnoi,gw).

esposta alla morte e, nonostante questo, essi continuino a vivere grazie all’inter- perché possiedono il tesoro di Cristo presente nel Vangelo (cfr. 4,7). Indirettamente
vento divino (cfr. 1,8-10). La quarta antitesi («come castigati eppure non messi anche i Corinzi sono chiamati a mettersi nella stessa prospettiva perché, come
a morte») indica che le prove e le sofferenze subite nell’esercizio del ministero detto in precedenza nella corrispondenza loro rivolta (cfr. 1Cor 3,21-23), vivendo
non hanno condotto alla morte, ma sono state strumenti della formazione divina la loro appartenenza a Cristo conseguono la pienezza dell’esistenza. Le ultime tre
nei confronti degli apostoli. Seguendo tale linea, Eb 12,6-10 presenta Dio come antitesi nel loro insieme evocano le beatitudini evangeliche, soprattutto laddove
un padre che corregge con amore i suoi figli, cioè i credenti, attraverso la soffe- proclamano beati i poveri e gli afflitti (cfr. Mt 5,3-4; Lc 6,20-21).
renza e a vantaggio del loro vero bene, cioè la partecipazione alla sua santità. Nel Con questo climax si chiude quindi non solo il brano di 6,1-10 ma anche l’intera
complesso di queste due ultime antitesi è ravvisabile una chiara allusione al testo terza dimostrazione di 5,11–6,10 e addirittura tutta la parte argomentativa della
del Sal 117,17-18 LXX (TM 118,17-18): il salmista è fiducioso di continuare a sezione 2,14–7,4 dedicata al valore del ministero apostolico. Tuttavia rimane per
vivere, mentre riconosce il castigo educativo di Dio che lo ha provato duramente, Paolo la necessità di ricapitolare quanto qui presentato e di invitare gli ascoltatori
ma senza consegnarlo alla morte. ad accoglierlo nel loro cuore. A questo provvederà proprio la consistente pero-
La quinta antitesi («come rattristati ma sempre lieti», v. 10) sostiene che le razione di 6,11–7,4.
prove derivanti dal ministero e provocanti tristezza non intaccano la gioia degli
apostoli. L’accenno può essere specificamente al rapporto con i Corinzi e a quanto 6,11–7,4 Perorazione: comunione con Paolo e separazione dagli increduli
in esso ha rattristato Paolo (cfr. 2,1-13). In ogni caso anche in Filippesi l’apostolo Il percorso iniziato in 2,14 è costituito da un’argomentazione, talvolta corre-
afferma che la sua è una gioia nella sofferenza, poiché è prigioniero a causa del data da accenti apologetici, sul valore del ministero apostolico. Paolo parte dalle
Vangelo, e che a ripetere la stessa esperienza sono chiamati i destinatari, perse- concrete situazioni del suo apostolato e dai rapporti con i Corinzi per guadagnare
guitati per la loro adesione alla fede (cfr., p. es., Fil 2,17-18; 3,1; 4,4). La sesta uno sguardo più ampio e permanente sul proprio ministero e quello dei collabora-
antitesi («come poveri ma facendo ricchi molti») sottolinea che nella loro povertà tori. Qui, al termine dell’argomentazione, egli ritorna alla dimensione particolare,
materiale i missionari arricchiscono spiritualmente coloro ai quali sono inviati. In rivolgendosi ai destinatari e mettendo in campo la reciproca relazione.
questo modo il testo indica che gli apostoli sono imitatori dell’esempio di Cristo Il brano, inoltre, appare assumere le due funzioni principali della peroratio
che divenne povero per arricchirci con la sua povertà (cfr. 8,9) e che proprio dal nella retorica: ricapitolare i punti trattati in precedenza e muovere gli affetti dei
loro Signore essi prendono la ricchezza con la quale beneficare gli altri. destinatari. La ricapitolazione dei temi è presente soprattutto in 7,2-4, ma è di
Infatti, la settima e ultima antitesi («come non avendo niente eppure posseden- natura selettiva, poiché Paolo si concentra soprattutto sulle situazioni concrete di
do tutto»), che richiama espressioni dei filosofi cinico-stoici finalizzate a esaltare la esercizio del ministero, segnando così un deciso ritorno al contingente. Infatti,
loro indipendenza dalle condizioni esteriori (cfr., p. es., Pseudo-Cratete, Epistola questi versetti sottolineano la correttezza e la sincerità del comportamento degli
7), conclude la serie attestando come nella loro indigenza gli apostoli hanno tutto, apostoli (anche in 6,11), in modo particolare nei confronti dei Corinzi a loro
SecondA AI CORINZI 6,12 132 133 SecondA AI CORINZI 6,13

καρδία ἡμῶν πεπλάτυνται· 12 οὐ στενοχωρεῖσθε ἐν ἡμῖν, il nostro cuore si è dilatato. 12Non siete alle strette in
στενοχωρεῖσθε δὲ ἐν τοῖς σπλάγχνοις ὑμῶν· 13 τὴν δὲ αὐτὴν noi, siete alle strette nei vostri cuori. 13Rendeteci lo stesso
ἀντιμισθίαν, ὡς τέκνοις λέγω, πλατύνθητε καὶ ὑμεῖς. contraccambio – parlo come a figli – siate dilatati anche voi.

Il nostro cuore si è dilatato (h` kardi,a h`mw/n e di compassione, così come avviene per il (cfr. Fil 2,1; Col 3,12; Fm 7.12.20) con avntimisqi,an) – L’espressione è da leggersi
pepla,tuntai) – Il verbo platu,nw, qui al per- corrispondente termine ebraico raḥămîm «viscere» si esprime l’amore da vivere tra come un accusativo di relazione che si trova
fetto passivo, nel NT è usato solo qui, al v. (cfr. Pr 12,10 dove spla,gcnon traduce esat- i credenti in Cristo e una sola volta l’amore in apposizione a «siate dilatati anche voi».
13 e in Mt 23,5, mentre è più diffuso nella tamente raḥămîm). Il sostantivo e il relativo stesso di Cristo (Fil 1,8). Qui e in 7,15 la pri- In particolare il sostantivo avntimisqi,a, che
Settanta, dove per due volte si trova riferito a verbo splagcni,zomai sono impiegati nella ma delle due accezioni è quella opportuna, in non è presente nella letteratura greca prima
kardi,a (Dt 11,16; Sal 118,32 [TM 119,32]). letteratura intertestamentaria e nel NT per particolare nel nostro versetto è da notare il di Paolo, indica un quid pro quo, un contrac-
6,12 Cuori ‒ Il termine spla,gcnon (alla lette- designare la misericordia di Dio e di Gesù rimando di spla,gcnoij al sostantivo kardi,a cambio in senso positivo o negativo. In Rm
ra: «viscere») è usato in senso metaforico per (cfr., p. es., Testamento di Zabulon 8,2; Mt del precedente. 1,27 si trova con il secondo significato, in
esprimere un profondo sentimento d’amore 9,36; Lc 15,20). Nella letteratura paolina 6,13 Lo stesso contraccambio (th.n auvth.n 2Cor 6,13 con il primo.

volta oggetto del vanto dei missionari (cfr. 2,16b-17; 4,2; 5,12, 6,3), il desiderio 6,11-13 Appello alla comunione con Paolo
di unione in vita e in morte dell’autore con i destinatari (cfr. 4,11.14), la sua gioia L’apostolo comincia subito al v. 11 col dire che lui e i suoi collaboratori hanno
nella tribolazione (cfr. 6,10). Da notare che le affermazioni concernenti l’agire parlato apertamente ai Corinzi e che il loro cuore si è dilatato per loro. Quindi
degli evangelizzatori si trovano pienamente rispecchiate nella tesi generale dei Paolo rimarca la sincerità degli apostoli (cfr. 2,17), sottolineando l’accordo tra
primi nove capitoli (cfr. 1,12-14), che sovraintende a tutto lo sviluppo successivo bocca e cuore, cioè tra il dire e il sentire (cfr. 5,12). Poi, nel versetto l’attenzione
e, quindi, anche alla stessa sezione di 2,14–7,4. In questo modo, però, il testo di al coinvolgimento e alla conquista dei destinatari non è indicata soltanto dall’al-
6,11–7,4 può fungere da perorazione pure di tutto l’insieme formato da 1,12–7,4. largarsi del cuore, segno di affetto nei loro confronti, ma anche dall’appellarsi
D’altra parte, la tipica funzione della peroratio di muovere gli affetti appare a loro con il nome del popolo al quale appartengono («Corinzi»). Soltanto altre
presente con chiarezza nell’intero brano. Seguendo proprio i consigli dei retori due volte nelle sue lettere l’apostolo vi ricorre e sempre per rendere più forte la
a riguardo, l’apostolo suscita sia un pathos (cioè l’insieme delle passioni e dei propria interpellanza (cfr. Gal 3,1; Fil 4,15).
sentimenti dell’uditorio) positivo nei propri confronti e di quelli dei collaboratori Con il v. 12 è introdotto, in maniera indiretta ma efficace, un rimprovero di Paolo
(cfr. 6,11-13; 7,2-4), sia uno negativo in merito agli avversari (cfr. 6,14–7,1). Co- ai Corinzi. Egli afferma infatti, con una litote, che gli apostoli non si sono chiusi ai
sì, dopo il ricorso al logos e all’ethos, la sezione si chiude con quello al pathos, destinatari, mentre questi ultimi sono ristretti nel loro affetto. Già in 2,4 l’apostolo
dimostrando come Paolo si serva di tutti i registri retorici possibili per convincere aveva ricordato il suo grande amore per la comunità di Corinto; ora vi ritorna per
l’uditorio della propria posizione e, quindi, conquistarlo a sé. Infine, anche il lin- sottolineare, dolorosamente, la non corrispondenza dei suoi: alla dilatazione del
guaggio ricercato che contraddistingue la pericope, con molti termini mai utilizzati cuore dei missionari si contrappone il restringimento di quello dei Corinzi.
altrove da Paolo, è concepibile all’interno di una peroratio, volta a perseguire un Per superare questa situazione, al v. 13 giunge quindi l’appello vero e proprio:
impatto a effetto sugli ascoltatori. Paolo parla ai Corinzi come a figli, esortandoli a rendere a lui e ai collaboratori
Alla conclusione della sezione di 2,14–7,4, l’apostolo pone tutta la sua atten- lo stesso contraccambio, dilatando i loro cuori. Diverse volte l’apostolo descrive
zione al rapporto con i destinatari, perché senza una buona relazione con loro attraverso la relazione genitori-figli il suo profondo e affettuoso rapporto con le
sarà impossibile convincerli delle sue posizioni riguardo al ministero in generale comunità (cfr. 1Cor 3,1-2; 4,14-16; Gal 4,19; 1Ts 2,7-8.11-12) e con i singoli (Fil
e alla correttezza del comportamento dei missionari in particolare, a fronte pu- 2,22; 1Tm 1,1.18; 2Tm 1,2; 2,1; Tt 1,4; Fm 10). L’immagine ha una derivazione
re dell’azione degli avversari. Qualcosa di simile avviene anche nel bel mezzo biblica (cfr., p. es., Sir 7,3; 39,13) e giudaica (cfr., p. es., Hodayot [1QH] 15,20-
dell’argomentazione di Gal 3–4, cioè in 4,12-20, testo nel quale l’apostolo cerca 22) nel maestro di sapienza, che è padre per i suoi discepoli, e una greca (cfr.,
di fare leva sulla qualità del rapporto con i suoi al fine di persuaderli delle proprie p. es., Platone, Fedone 116a) nel filosofo, che genera alla verità i suoi seguaci.
idee e allontanarli dall’influsso degli oppositori. Il brano di 6,11–7,4 può essere Dobbiamo però notare che nel caso paolino la relazione non è mai a due, bensì
diviso in tre parti, con chiari rimandi terminologici e tematici tra la prima e la a tre, perché ciò che lega l’apostolo con i suoi è Cristo e il Vangelo. Così, come
terza: appello alla comunione con Paolo (6,11-13); appello alla separazione dagli indicato in precedenza, la comunione (o la riconciliazione) dei Corinzi in relazione
increduli (6,14–7,1); appello conclusivo alla comunione e ricapitolazione (7,2-4). a Paolo va a coincidere con quella nei confronti del loro Signore (cfr. 5,20–6,1).
SecondA AI CORINZI 6,14 134 135 SecondA AI CORINZI 6,16

Μὴ γίνεσθε ἑτεροζυγοῦντες ἀπίστοις·


14  14
Non siate legati al giogo estraneo degli increduli.
τίς γὰρ μετοχὴ δικαιοσύνῃ καὶ ἀνομίᾳ, ἢ τίς κοινωνία φωτὶ Infatti, quale condivisione c’è tra giustizia e iniquità, o quale
πρὸς σκότος; 15 τίς δὲ συμφώνησις Χριστοῦ πρὸς Βελιάρ, ἢ τίς comunione tra luce e tenebra? 15Quale intesa tra Cristo e
μερὶς πιστῷ μετὰ ἀπίστου; 16 τίς δὲ συγκατάθεσις ναῷ θεοῦ Beliar, o quale partecipazione tra il credente e l’incredulo?
μετὰ εἰδώλων; 16
Quale accordo fra il tempio di Dio e gli idoli?

6,14 Non siate legati al giogo estraneo (mh. Condivisione (metoch,) – Il vocabolo è hapax pax legomenon biblico ed è raro anche nel 19,1; Regola della Guerra [1QM] 1,1).
gi,nesqe e`terozugou/ntej) – Il verbo gi,nomai legomenon nel NT; tuttavia, ricorre due volte greco classico. Partecipazione (meri,j) – Sostantivo raro nel
in collegamento con un participio presente, nella Settanta (Sal 121,3 [TM 122,3]; Salmi Beliar (Belia,r) – Il vocabolo è hapax le- NT (si legge in Lc 10,42; At 8,21; 16,12), è
come avviene qui, esprime l’inizio di una di Salomone 14,6). gomenon biblico in questa forma, men- usato altrove nelle lettere paoline soltanto
situazione. Da parte sua, il verbo e`terozuge,w Iniquità – Il vocabolo avnomi,a, dal punto di tre compare come Beli, a l a Gdc 20,13 in Col 1,12.
è hapax legomenon in tutta la Bibbia (ma vista etimologico, significa «senza legge» ed nel codice Alessandrino. Nella letteratura 6,16 Accordo (sugkata,qesij) – Il termine,
cfr. Lv 19,19 per il corrispondente aggettivo è ben testimoniato nella letteratura paolina giudaica il nome Beliar o Belial è diffu- hapax legomenon biblico, è usato dai filosofi
e`terozugo,j) ed evoca un’unione o un accop- (Rm 4,7; 6,19; 2Ts 2,3.7; Tt 2,14). so per designare il capo dei demoni (cfr., stoici per l’assenso della mente alle perce-
piamento inopportuni. 6,15 Intesa (sumfw,nhsij) – Il termine è ha- p. es., Giubilei 1,20; Testamento di Levi zioni (cfr., p. es., Zenone di Cizio 1,39).

6,14–7,1 Appello alla separazione dagli increduli Dio richiede. Allo stesso modo, il secondo contrasto è testimoniato in Rm 13,12
L’unità testuale si può dividere, per una sua migliore comprensione, in quattro ed Ef 5,8-9, dove l’apostolo esorta ad abbandonare il precedente agire peccami-
parti: invito a non legarsi agli increduli (6,14a); motivazioni di principio (6,14b- noso e ad assumerne uno coerente all’attuale condizione cristiana. Entrambe le
16a); motivazioni scritturistiche (6,16b-18); invito conclusivo alla purificazione contrapposizioni sono attestate anche negli scritti di Qumran (cfr., p. es., Hodayot
e alla santificazione (7,1). [1QH] 9,26-27; Regola della Comunità [1QS] 1,9-11). Il linguaggio del v. 14b è
Invito a non legarsi agli increduli (6,14a). Nella prima parte del v. 14, collegato generale, ma il riferimento alla comunione, visto anche quanto si afferma nei vv.
per asindeto con quanto precede, Paolo rivolge un appello a non unirsi in maniera 15-16b, può fare pensare alle ingiunzioni di 1Cor 10,14-22 contro la condivisione
inappropriata agli increduli. L’esortazione in negativo è generica e difficile da dei pasti con gli idolatri di Corinto.
precisare. Tuttavia riflette probabilmente una situazione di incipiente relazione Mentre il v. 14b si soffermava sulle qualità generali di due ambiti opposti, nel
dei Corinzi con costoro, di fronte alla quale l’apostolo chiede una separazione v. 15 l’attenzione è alle persone che rappresentano tali sfere: da una parte, Cristo
non tanto fisica (cosa dichiaratamente ritenuta impensabile in 1Cor 5,10), quanto e i suoi seguaci; dall’altra, Beliar e i suoi adepti. L’alternativa risulta, così, più
nel modo di pensare e di agire. Come detto a proposito di 4,3-4, gli «increduli» stringente.
sono gli avversari di Paolo e dei destinatari, da identificarsi con i non credenti in Le antitesi giungono al climax con la quinta e ultima del v. 16a, dove il tem-
Cristo della città e particolarmente, ma non esclusivamente, con la componente pio di Dio è, grazie a un’altra domanda retorica, contrapposto agli idoli. Infatti,
giudaica di essa. secondo Paolo, non ci deve essere nessuna possibilità di relazione tra i credenti,
Motivazioni di principio (6,14b-16a). Le motivazioni dell’invito del v. 14a che immediatamente dopo sono identificati con lo stesso tempio di Dio, e gli
sono fornite nei vv. 14b-16 attraverso una serie di cinque antitesi di natura etica idoli. A proposito dell’idolatria, in 1 Corinzi Paolo aveva chiesto ai Corinzi
e salvifica inserite in domande retoriche. Mentre lo stile richiama una modalità di non mescolarsi con coloro che si considerano cristiani e poi commettono
ben diffusa nell’intera sezione 2,14–7,4, la tematica comune a queste antitesi è questo peccato (cfr. 1Cor 5,10-11), i quali non erediteranno il Regno di Dio
quella derivante da 6,14a e cioè l’unione, la commistione tra due realtà di per sé (1Cor 6,9), e di evitare di mangiare la carne offerta agli idoli per non esporsi
incompatibili, richiamando così il testo di Sir 13,17-18. Si parte con due coppie a tale pericolo (1Cor 10,7.14). Così, nel loro insieme, le contrapposizioni di
di antitesi. Paolo pone una domanda retorica attendente risposta negativa sulla questi versetti costituiscono prove di principio per l’esortazione del v. 14a a non
compatibilità: da una parte, tra giustizia e iniquità; dall’altra, tra luce e tenebre. mescolarsi con gli increduli; esse si muovono a un livello generale, insistendo
La prima antitesi richiama il testo paolino di Rm 6,19, nel quale i credenti sono però sull’impossibilità dell’entrare in comunione dei credenti in Cristo con
esortati a condurre una vita completamente nuova, a servizio di ciò che di giusto coloro che lo rifiutano.
SecondA AI CORINZI 6,16 136 137 SecondA AI CORINZI 6,17

ἡμεῖς γὰρ ναὸς θεοῦ ἐσμεν ζῶντος, καθὼς εἶπεν ὁ θεὸς ὅτι Noi, infatti, siamo il tempio del Dio vivente, come Dio ha detto:
ἐνοικήσω ἐν αὐτοῖς καὶ ἐμπεριπατήσω Abiterò e camminerò in mezzo a loro:
καὶ ἔσομαι αὐτῶν θεὸς καὶ αὐτοὶ ἔσονταί μου λαός. sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
17 
διὸ ἐξέλθατε ἐκ μέσου αὐτῶν 17
Perciò uscite di mezzo a loro
καὶ ἀφορίσθητε, λέγει κύριος, e siate separati, dice il Signore,
καὶ ἀκαθάρτου μὴ ἅπτεσθε· non toccate niente di impuro.

Noi… siamo (h`mei/j… evsmen) – La variante 14.17 dove si usa la seconda persona plurale) riscrittura paolina di Ez 37,27 LXX: e;stai la dell’alleanza presente in diversi passaggi
u`mei/j… evste («voi… siete») è ben supporta- e come riproposizione di 1Cor 3,16. h` kataskh,nwsi,j mou evn auvtoi/j («La mia dell’AT (cfr., p. es., Es 6,7; 2Sam 7,24; Os
ta da importanti testimoni (il papiro Chester Tempio di Dio (naw/| qeou/) – Il genitivo è pos- abitazione sarà in mezzo a loro»). 1,9), oltre che nello stesso testo di Ez 37,27.
Beatty II [î46], il codice di Efrem riscritto sessivo, in quanto il tempio appartiene a Dio. E camminerò… il mio popolo (kai. 6,17 Uscite… e non toccate niente di impuro
[C], una correzione nel codice Claromontano Come Dio ha detto: (kaqw.j ei=pen o` qeo.j evmperipath,sw… mou lao,j) – Citazione quasi (evxe,lqate… kai. avkaqa,rtou mh. a[ptesqe) – Si
[D], i codici di Börner [G], di Mosca [K], o[ti) – Formula di citazione unica per tutta letterale di Lv 26,12 LXX, ma con il passag- tratta di una citazione, leggermente variata,
della Laura del monte Athos [Ψ]); tuttavia, la Bibbia. gio dalla seconda alla terza persona plurale in di una parte di Is 52,11. All’interno di essa
l’attestazione di quella scelta è leggermente Abiterò … in mezzo a loro (evnoikh,sw evn riferimento al popolo. Da notare che il verbo è introdotta una formula di citazione («dice
superiore e si configura come la lectio diffi- auv t oi/ j ) – Di per sé l’espressione non è evmperipate,w è hapax legomenon nel NT. Inol- il Signore») che forse proviene da Is 52,4-5
cilior. Infatti, la variante può essere spiegata presente in alcun testo della Settanta, ma tre, la frase «sarò il loro Dio ed essi saranno e si trova anche altrove nelle lettere paoline
come un’assimilazione al contesto (cfr. vv. è probabilmente da considerarsi come la il mio popolo» rappresenta la tipica formu- (cfr. Rm 12,19; 1Cor 14,21).

Motivazioni scritturistiche (6,16b-18). Nella seconda parte del v. 16 è intro- stessi sono ormai divenuti il luogo in cui Dio abita, senza bisogno di avere un
dotta, con una formula inusuale, una catena di citazioni scritturistiche che giunge loro tempio, appartenendo a lui come sua proprietà esclusiva. La Chiesa risulta
sino al v. 18 e costituisce la prova di autorità della parola di Dio a sostegno allora lo spazio in cui Dio può essere incontrato e conosciuto, il luogo nel quale
dell’esortazione paolina del v. 14a, richiamando anche il testo di Rm 3,10-18. si offrono sacrifici a lui graditi attraverso l’offerta della propria vita (cfr. Rm
I passi anticotestamentari qui utilizzati appaiono insistere particolarmente sullo 12,1). In conclusione, in 2Cor 6,16b Paolo, da una parte, intende motivare,
statuto della comunità dei credenti, posti in una condizione particolare rispetto a alla luce della Scrittura che trova così il suo adempimento, la designazione
coloro che non credono. La modalità di lettura del testo in riferimento ai destinatari dei credenti come «tempio di Dio» propria del v. 16a; dall’altra, introdurre le
richiama, come avveniva nel v. 2, quella del pesher giudaico. conseguenze etiche di tale statuto, che saranno sviluppate nei vv. 17-18, sempre
Nello specifico, al v. 16b Paolo afferma che lui e i destinatari (e poi tutti i grazie alla Parola di Dio.
credenti in Cristo) sono il tempio del Dio vivente, così come afferma la Scrittura Infatti con una congiunzione inferenziale («perciò») al v. 17 vengono subito
in Ez 37,27 e in Lv 26,12. Le due citazioni dalla Settanta, conflate e adattate al introdotte tre esortazioni (all’imperativo) e una conseguente promessa (al futuro):
contesto, affermano, con la modalità della promessa, che Dio abita e cammina l’agire voluto da Dio per i suoi e poi quello che egli darà loro. Paolo riprende
in mezzo al suo popolo e che esso è legato a lui da un legame di reciproca il testo di Is 52,11, con il quale Dio invitava il suo popolo a uscire da Babilonia
appartenenza. La metafora della comunità come «tempio di Dio» era già stata e a separarsene completamente senza rendersi impuri con il suo culto alieno, e
presentata in 1Cor 3,16, mentre in 1Cor 6,19 ciò era riferito a ciascun credente in quello di Ez 20,34, dove si trova l’impegno divino alla restaurazione di Israele
Cristo (nelle lettere paoline si ritrova successivamente per la Chiesa in Ef 2,21). dopo l’esilio. Questi oracoli, dedicati al rinnovamento dell’Israele post-esilico,
L’immagine della dimora di Dio è attestata nel giudaismo (cfr., p. es., Filone, sono utilizzati dall’apostolo per motivare, con l’autorità della Scrittura, l’appello
I sogni 1,149) e nell’ellenismo (Epitteto, Dissertazioni 1,14,13-14) per lo più del v. 14a alla separazione dagli increduli rivolto ai Corinzi, mentre, allo stesso
in riferimento all’individuo. La novità e l’importanza di questa designazione tempo, risultano logicamente collegati agli oracoli del versetto precedente. Così
paolina emerge se si tiene conto del fatto che i pagano-cristiani come i Corinzi Paolo intende affermare che la comunità corinzia (e non solo essa), proprio perché
non potevano più andare nei templi pagani, in quanto allontanatisi dall’idolatria, è tempio di Dio, deve mantenere la sua purità, cioè l’appartenenza esclusiva a
ma nemmeno entrare nel tempio santo di Gerusalemme, perché non circoncisi. lui staccandosi dagli increduli, e che per questo riceverà la piena approvazione
Così, definire il gruppo cristiano come dimora di Dio significa che i cristiani del suo Signore.
SecondA AI CORINZI 6,18 138 139 SecondA AI CORINZI 7,1

κἀγὼ εἰσδέξομαι ὑμᾶς Io vi accoglierò,


18 
καὶ ἔσομαι ὑμῖν εἰς πατέρα 18
sarò per voi come un padre
καὶ ὑμεῖς ἔσεσθέ μοι εἰς υἱοὺς καὶ θυγατέρας, e voi sarete per me come figli e figlie,
λέγει κύριος παντοκράτωρ. dice il Signore onnipotente.

7 Ταύτας οὖν ἔχοντες τὰς ἐπαγγελίας, ἀγαπητοί, καθαρίσωμεν


7 Possedendo dunque queste promesse, amati, purifichiamo
1  1

ἑαυτοὺς ἀπὸ παντὸς μολυσμοῦ σαρκὸς καὶ πνεύματος, noi stessi da ogni contaminazione della carne e dello spirito,
ἐπιτελοῦντες ἁγιωσύνην ἐν φόβῳ θεοῦ. portando a compimento la santificazione nel timore di Dio.
Io vi accoglierò (kavgw. eivsde,xomai u`ma/j) – Siamo conda persona singolare a quella plurale. participio ha valore causale. Ger 23,15) nelle quali il vocabolo indica la
di fronte a una citazione, leggermente variata, Figlie (qugate,raj) – Il vocabolo è hapax le- Puri fi chiamo noi stessi (kaqari, s wmen condizione di una persona inadatta per il culto.
di una parte di Ez 20,34 LXX. Nello specifi- gomenon nelle lettere paoline. e`autou,j) – Il verbo kaqari,zw, proprio del Portando a compimento (evpitelou/ntej) – Il
co, il verbo eivsde,comai è hapax legomenon Dice il Signore onnipotente (le,gei ku,rioj linguaggio cultuale anticotestamentario, è participio del verbo evpitele,w (utilizzato an-
nel NT, mentre è ben diffuso nella Settanta. pantokra,twr) – Questa formula di citazione utilizzato nelle lettere paoline solo altre due che in 8,6.11 e che può avere connotazioni
6,18 Sarò per voi… figli e figlie (e;somai forse proviene da 2Re 2,8 (TM 2Sam 2,8), volte (Ef 5,26; Tt 2,14) per la purificazione cultuali) in dipendenza da kaqari,swmen as-
u`mi/n… ui`ou.j kai. qugate,raj) – Si trat- ma non si ritrova nel resto del NT. Nello della Chiesa. In 2Cor 7,1 siamo di fronte a sume un valore etico.
ta di una citazione conflata da due te- specifico pantokra,twr è hapax legomenon un congiuntivo aoristo dal valore esortativo. Nel timore di Dio (evn fo,bw| qeou/) – Il geniti-
sti della Settanta: 2Re 7,14 (TM 2Sam paolino, mentre nel NT si trova solo in Ap Contaminazione – Il termine molusmo,j è hapax vo ha valore oggettivo e l’intera espressione
7,14) e Is 43,6. In particolare, il primo (cfr., p. es., 1,8; 11,17; 19,6). legomenon nel NT, mentre presenta tre occor- presenta la sfera nella quale si è invitati a
viene alterato con il passaggio dalla se- 7,1 Possedendo (e ; c o n t e j ) – Il renze nella Settanta (1 Esdra 8,80; 2Mac 5,27; portare a termine la propria santificazione.

Al v. 18 è presentata un’altra promessa, conseguenza ed esplicitazione della prece- chiude il brano riprendendo la prospettiva esortativa di 6,14a e portandola alla con-
dente, attraverso la conflazione di 2Re 7,14 (TM 2Sam 7,14) e Is 43,6, testi derivanti clusione. Così Paolo invita i suoi, in ragione delle parole promissorie di Dio appena
dalla Settanta e adattati al contesto paolino. Si tratta dell’instaurarsi di un rapporto di proclamate, alla purificazione (evitando la contaminazione della propria persona) e
padre-figlio tra Dio e i suoi, sancito dalla stessa parola dell’Onnipotente. In particolare, alla santificazione nel timore di Dio. Con una modalità sapientemente pedagogica,
il primo versetto citato rappresenterebbe di per sé un testo messianico (come tale viene l’apostolo si rivolge ai destinatari come «amati» e include se stesso e i collaboratori
letto anche in Eb 1,5), mentre l’apostolo, volgendolo al plurale, lo applica e lo vede nell’esortazione finale rivolta ai Corinzi. Tale esortazione, come quella iniziale di
compiuto in maniera originale nella Chiesa (cfr. Ap 21,7 dove lo stesso testo viene piut- 6,14a, non possiede un aspetto moralistico o volontaristico, bensì è basata sullo
tosto riferito al singolo credente in Cristo). D’altra parte, attraverso la contemporanea statuto della comunità cristiana, proclamato attraverso le «promesse» anticotesta-
citazione di Is 43,6, la figliolanza divina dei cristiani diventa universale, includendo mentarie: come avviene spesso nell’etica paolina, il dono di Dio è il fondamento
uomini e donne. Quest’ultimo esito richiama da vicino il testo paolino di Gal 3,28, dove delle richieste riguardanti il comportamento dei credenti in Cristo (l’indicativo alla
l’apostolo indica come nella comunità ecclesiale anche le distinzioni di sesso non sono base dell’imperativo). In particolare, le parole dell’Antico Testamento riportate in
più criterio determinante. D’altronde, l’aspetto più generale dell’essere figli e figlie è 6,16b-18 sono considerate da Paolo come già compiute nella realtà della Chiesa;
collegabile con i passaggi di Gal 3,26–4,7 e Rm 8,14-17, nei quali la figliolanza adottiva d’altra parte attendono una realizzazione definitiva escatologica in ciascuno dei suoi
dei credenti in Cristo è dono dello Spirito ricevuto nel battesimo ed è da vivere nella membri e, quindi, rimangono come «promesse». Inoltre, l’invito alla purificazione di
Chiesa come fratelli che si amano (cfr., p. es., Rm 14,13-23; 1Ts 4,9-10; Fm 16.20). 7,1, segnato dall’utilizzo di un linguaggio cultuale, richiama il «non toccate niente di
Così Paolo parte nel v. 16b dall’immagine della comunità come tempio di impuro» di 6,17 e riguarda l’intera persona del credente corinzio, esortato a liberarsi
Dio, per poi passare a quella di popolo di Dio, che rimane subordinata alla prima, da tutto ciò che è d’ostacolo al proprio rapporto con Dio e, quindi, nel nostro contesto,
e giungere al v. 17, in ragione di tale profilo ecclesiale, a presentare un appello da un rapporto di comunione con gli increduli. Infine, dal versante positivo, Paolo
alla separazione dagli increduli. All’interno di questo quadro, lo statuto filiale chiede ai Corinzi di condurre a compimento la loro santificazione, vivendo nel timore
dei credenti in Cristo presentato al v. 18 si aggiunge per mostrare quale sia alla di Dio cioè, come in 5,11 era stato detto per gli apostoli, nella riverenza a lui e nella
fine, secondo l’apostolo, la più profonda identità della Chiesa: quella di essere considerazione del suo giudizio finale. D’altra parte, per l’apostolo la santificazione
la comunità dei figli e delle figlie di un Dio che è Padre. del credente è prima di tutto opera dello Spirito che è in lui (cfr. Rm 1,4) e poi diventa
Invito conclusivo alla purificazione e alla santificazione (7,1). Questo versetto impegno del singolo a una condotta conforme a tale inabitazione (cfr. 1Ts 3,13).
SecondA AI CORINZI 7,2 140 141 SecondA AI CORINZI 7,4

Χωρήσατε ἡμᾶς· οὐδένα ἠδικήσαμεν, οὐδένα ἐφθείραμεν,


2  2
Fateci spazio! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno
οὐδένα ἐπλεονεκτήσαμεν. 3 πρὸς κατάκρισιν οὐ λέγω· προείρηκα abbiamo corrotto, nessuno abbiamo sfruttato. 3Non lo dico a vostra
γὰρ ὅτι ἐν ταῖς καρδίαις ἡμῶν ἐστε εἰς τὸ συναποθανεῖν καὶ condanna, infatti ho detto in precedenza che siete nei nostri cuori
συζῆν. 4 πολλή μοι παρρησία πρὸς ὑμᾶς, πολλή μοι καύχησις per morire e vivere insieme. 4Grande è la mia franchezza con voi,
ὑπὲρ ὑμῶν· πεπλήρωμαι τῇ παρακλήσει, ὑπερπερισσεύομαι τῇ grande è il mio vanto riguardo a voi, sono ricolmo di consolazione,
χαρᾷ ἐπὶ πάσῃ τῇ θλίψει ἡμῶν. sovrabbondo di gioia in ogni nostra afflizione.

7,2 Fateci spazio! (cwrh,sate) – Il verbo tre aoristi dal valore globale, in riferimento frode finanziaria; nel nostro caso potrebbe 7,4 Sono ricolmo di consolazione (peplh,rwmai
cwre,w ha qui la sua unica occorrenza nelle generale alla passata relazione tra Paolo e i essere legata alla colletta (cfr. 12,17-18). th/| paraklh,sei) – Il perfetto del verbo plhro,w
lettere paoline, mentre è diffuso altrove nel Corinzi. In particolare il verbo avdike,w, usato 7,3 Morire e vivere insieme (sunapoqanei/n indica uno stato presente derivante da un’azio-
NT. Nel nostro contesto è da porre in connes- altre due volte nella lettera in 7,12, evoca kai. suzh/n) – Questa stessa coppia verbale ne passata che nel nostro caso è da individuarsi
sione con i verbi avnoi,gw («aprire») di 6,11, un generico agire ingiusto. Mentre fqei,rw nella Bibbia si ritrova soltanto in 2Tm 2,11. nelle notizie recate a Paolo da Tito (vv. 6-7).
platu,nw («dilatare») di 6,11.13 stenocwre,w indica una rovina e una distruzione in am- Da notare che qui il verbo sunapoqnh,|skw è Sovrabbondo (u`perperisseu,omai) – Il verbo
(«essere alle strette») di 6,12. bito fisico, finanziario e morale; qui il terzo usato all’infinito aoristo proprio per indicare u`perperisseu,w non è testimoniato nel greco
Abbiamo fatto ingiustizia… abbiamo cor- significato è il migliore, così come nell’altra il momento preciso della morte, mentre il prima di Paolo e quindi appare essere una
rotto… abbiamo sfruttato (hvdikh,samen… occorrenza di 11,3. Infine pleonekte,w, già verbo suza,w è all’infinito presente per espri- sua creazione. Infatti, l’unica altra occorren-
evfqei,ramen… evpleonekth,samen) – Si tratta di usato in 2,11, rimanda probabilmente a una mere l’aspetto durativo del vivere insieme. za biblica è in Rm 5,20.

Così l’appello alla separazione dagli increduli rivolto a tutta la comunità di Corinto degli apostoli così da morire e vivere insieme. È da notare anzitutto il passaggio
in 6,14–7,1 – basato, in un primo momento, su motivazioni di principio di natura etica dall’«io» al «noi» nello stesso versetto, a indicare come nella lettera, riguardo al mini-
e soteriologica e, in un secondo, su prove scritturistiche concernenti lo statuto della stero apostolico, Paolo voglia parlare di tutto il suo gruppo di missionari e, nello stesso
Chiesa – diviene un invito alla responsabilità personale di ciascun credente corinzio, tempo, desideri sottolineare il suo specifico ruolo nei confronti dei destinatari. Inoltre,
in ordine a un’esistenza nuova e diversa da quella comune nel proprio ambiente. il riferimento al «già detto» è in primo luogo a 6,11-12, dove è affermato che i Corinzi
Secondo alcuni l’appello alla separazione consisterebbe, vista l’abbondanza dei non sono alle strette nel cuore dilatato degli apostoli; in secondo luogo, a 3,2, versetto
riferimenti cultuali, soprattutto nella presa di distanza dai sacrifici idolatrici dei templi nel quale i destinatari rappresentano un’epistola scritta nel cuore dei loro evangelizza-
pagani da parte dei Corinzi. Da parte nostra, come già detto, riteniamo che gli «incre- tori. Infine, il «morire e vivere insieme», coppia presentata con un ordine inconsueto,
duli» di Corinto non siano soltanto pagani, ma anche giudei, tanto è vero che per Paolo non possiede nel nostro contesto un accento cristologico, legato alla comunione del
l’idolatria si può attribuire anche a Israele (cfr. 1Cor 10,1-13). Piuttosto, crediamo credente con Cristo, come in 2Tm 2,11, bensì esprime la profondità della relazione
che il linguaggio cultuale diffuso non solo in 7,1, ma anche in 6,16-17 (si vedano le amicale e di fiducia che l’apostolo offre ai destinatari. Un testo classico (Euripide,
tematiche del tempio e dell’impurità) costituisca, più che un avvertimento negativo, Orestiade 307) e uno biblico (2Re 15,21 LXX [TM 2Sam 15,21]), segnati dalla stessa
un’indicazione in positivo per i destinatari, impediti a partecipare alle liturgie ufficiali, insolita inversione dei due motivi, riguardano i legami di affetto e di lealtà tra persone,
a compiere l’offerta più gradita a Dio, quella della loro stessa vita (cfr. Rm 12,1). così da costituire due precisi paralleli a 2Cor 7,3 e da confermare la suddetta lettura.
7,2-4 Appello conclusivo alla comunione e ricapitolazione La perorazione giunge al termine con il v. 4, caratterizzato dall’uso di una
L’ultima unità testuale della perorazione di 6,11–7,4 si configura come una retorica dell’amplificazione al fine di coinvolgere gli affetti dei destinatari. Qui
ripresa dell’appello alla comunione con Paolo di 6,11-13. Infatti, al v. 2 l’apostolo Paolo afferma che per gli apostoli grandi sono la franchezza e il vanto nei con-
comincia chiedendo ai Corinzi di fare spazio nei loro cuori a lui e ai suoi collabo- fronti dei Corinzi, come abbondanti sono la consolazione e la gioia in mezzo alle
ratori, perché essi non hanno agito ingiustamente nei loro confronti, corrompendoli tribolazioni. L’apostolo conclude la sezione cercando di lasciare nella mente degli
moralmente o frodandoli economicamente. Il versetto giunge quindi a una difesa interlocutori un buon giudizio sull’operato dei missionari, soprattutto sulla loro
dell’agire apostolico a fronte di insinuazioni e accuse, che non abbiamo la possi- sincerità (cfr. 6,11), ma anche di convincerli della sua fiducia nei loro confronti,
bilità di identificare con chiarezza, e ricapitola così quanto affermato nell’intera così come richiesto in una relazione di vera reciprocità (cfr. 6,13). D’altra parte,
sezione di 2,14–7,4 a sostegno dell’atteggiamento irreprensibile dei missionari. il motivo della consolazione e della gioia nelle sofferenze derivanti dal ministero
Subito dopo, al v. 3, l’apostolo intende precisare che la sua difesa non ha lo scopo richiama, oltre a 6,10, la benedizione iniziale di 1,3-11, e descrive la modalità con
di condannare i Corinzi: infatti, secondo quanto ha già affermato, essi sono nel cuore la quale gli apostoli affrontano le prove. Qui la consolazione è dovuta, a differenza
SecondA AI CORINZI 7,5 142 143 SecondA AI CORINZI 7,6

Καὶ γὰρ ἐλθόντων ἡμῶν εἰς Μακεδονίαν οὐδεμίαν ἔσχηκεν


5  5
E, infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra
ἄνεσιν ἡ σὰρξ ἡμῶν ἀλλ᾽ ἐν παντὶ θλιβόμενοι· ἔξωθεν carne non ha avuto alcun sollievo, ma siamo stati afflitti
μάχαι, ἔσωθεν φόβοι. 6 ἀλλ᾽ ὁ παρακαλῶν τοὺς ταπεινοὺς in tutto: conflitti esteriori e timori interiori. 6Ma Dio, che
παρεκάλεσεν ἡμᾶς ὁ θεὸς ἐν τῇ παρουσίᾳ Τίτου, consola i tribolati, ci ha consolato con la venuta di Tito,
// 7,5-16 Testi paralleli: 1Ts 3,6-13 gliore e costituisce la lectio difficilior. L’uso to altre tre volte nel NT (2Tm 2,23; Tt 3,9; anche il senso di «venuta», come inizio dell’es-
7,5 Non ha avuto (e;schken) – Alcuni impor- del perfetto è concepibile se si considera co- Gc 4,1) a indicare dispute e controversie. sere presente. Si tratta, per lo più, della venuta
tanti testimoni (il papiro Chester Beatty II me perfetto narrativo al posto dell’aoristo. 7,6 Tribolati (tapeinou,j) – Nel NT l’aggettivo di Cristo alla fine dei tempi (cfr., p. es., Mt 24,3;
[î46], i codici Vaticano [B], di Cambridge Carne (sa,rx) – In corrispondenza con pneu/ma tapeino,j evoca in genere un atteggiamento umile 1Cor 15,23; Gc 5,7-8). Ma ci sono riferimenti
[F], di Börner [G] e di Mosca [K]) presentano di 2,13 il termine assume nel versetto una va- e dimesso (così anche in 2Cor 10,1), mentre nel anche all’arrivo e alla presenza di altri: l’Anticri-
l’aoristo e;scen. Tuttavia il perfetto del verbo lenza semplicemente antropologica, denotando nostro caso indica uno stato d’animo di afflizione. sto (cfr. 2Ts 2,9) o una persona (cfr. 1Cor 16,17;
e;cw, preferito dall’edizione del testo greco qui la persona vista nella sua dimensione fisica. Venuta – Il termine parousi,a ha il significato Fil 1,26; 2,12). In base a questa ultima accezione
riprodotta, ha un’attestazione leggermente mi- Conflitti – Il termine ma,ch è utilizzato soltan- originario di «presenza», ma nel NT assume il vocabolo è usato in 2 Corinzi (7,6-7; 10,10).

di 1,3-11 dove la sua provenienza era cristologica, soprattutto alle buone notizie mine, riferendo la risposta positiva della comunità alla lettera di Paolo, quel percorso di
recate da Tito, in merito alla positiva accoglienza della lettera «tra molte lacrime» riconciliazione che è la finalità sottostante tutto lo sviluppo testuale precedente: l’apostolo
da parte della comunità, fatto di cui si parlerà nei versetti seguenti. Inoltre, si deve intende chiarire la correttezza del suo agire nel ministero e il valore di quest’ultimo per
notare che in questa tematica, relativa a Tito e alle informazioni da lui veicolate giungere a rappacificarsi con i destinatari che avevano criticato il suo comportamento
(e quella concernente le afflizioni in comune col v. 5), e altri richiami di natura e in occasione dell’incidente, almeno in parte, si erano schierati con l’offensore. Così,
lessicale ‒ «vanto» (greco, kaúchēsis, v. 14), «gioia» (greco, chará, v. 13), «conso- una volta riconciliato con i suoi, Paolo potrà chiedere loro di completare la colletta.
lazione» (greco, paráklēsis, vv. 7.13) ‒ legano il v. 4 anche con il brano di 7,5-16. Nella sezione domina il pathos, con la messa in risalto di diversi stati d’animo di
Così il nostro versetto funge da transizione, concludendo la sezione 2,14–7,4 e Paolo e dei Corinzi: afflizione (cfr. v. 5); timore/tremore (cfr. vv. 5.11.13); consolazione
introducendo la ripresa della narrazione con la pericope di 7,5-16; in questo modo, (cfr. vv. 6-7.13); allegria/gioia (cfr. vv. 7-9.13.16); tristezza (cfr. vv. 7-11); indignazione
fornisce un’ulteriore prova a sostegno dell’integrità letteraria dei capitoli 1–9. (cfr. v. 11). Complessivamente, il linguaggio e le tematiche dei nostri versetti richia-
mano da vicino quello del brano di 2,1-13, che si soffermava sulla lettera «tra molte
Ripresa della narrazione: consolazione e fiducia di lacrime» e sulle sue conseguenze nella comunità di Corinto. Il passaggio di 7,5-16 può
Paolo nei Corinzi (7,5-16) essere diviso in tre parti: la consolazione di Paolo per l’incontro con Tito (vv. 5-7); la
Dopo avere approfondito il valore del ministero apostolico, elemento che è in gioco gioia per gli effetti della lettera (vv. 8-12); la fiducia di Paolo per i Corinzi (vv. 13-16).
nelle diverse vicende che riguardano i missionari, Paolo ritorna alla narrazione apologe-
tica, improvvisamente interrotta in 2,13, raccontando le positive notizie sulla comunità 7,5-7 La consolazione di Paolo per l’incontro con Tito
che ha ricevuto da Tito, da lui incontrato in Macedonia. Un testo vicino al nostro è quello Con un’espressione di collegamento («e, infatti») il v. 5 si riallaccia a quello
di 1Ts 3,6-16, dove Timoteo ritorna da Tessalonica riportando all’apostolo buone nuove precedente; soprattutto si pone in parallelo dal punto di vista contenutistico con 2,13,
sulla Chiesa del luogo e per questo egli si sente risollevato. Da parte sua, la sezione di riprendendo il filo narrativo. L’apostolo afferma che all’arrivo in Macedonia, pro-
7,5-16, mentre manifesta la consolazione dell’autore e la sua fiducia nei confronti dei babilmente insieme ai suoi collaboratori, non ha trovato pace nella propria persona,
destinatari, intende ancora fornire ragioni a sostegno della tesi generale di 1,12-14 sul poiché era afflitto da conflitti esteriori e da paure interiori. I contrasti ai quali il testo
vanto del comportamento sincero di lui e dei suoi collaboratori mediante la grazia di accenna sono difficili da determinare; forse è possibile pensare al ripresentarsi di
Dio. Infatti, i legami terminologici sono evidenti laddove si parla di «vanto» (1,12; 7,14), quelli che Paolo ha vissuto nella sua prima visita in Macedonia, confrontandosi con
dello «scrivere» lettere (cfr. 1,13; 7,12), mentre, in continuità tematica con la propositio, giudei e pagani (cfr. At 16–17); i timori, invece, derivano probabilmente dal fatto del
si sottolinea il sincero affetto di Paolo per i suoi, il suo agire a loro beneficio, attraverso mancato incontro a Troade con Tito e della successiva attesa di lui in Macedonia.
la lettera «tra molte lacrime» e, infine, la fierezza dell’apostolo a motivo dei Corinzi. Se, La dilazione dell’appuntamento potrebbe avere determinato angoscia in Paolo, in
da una parte, con 7,5-16, la narrazione apologetica iniziata in 1,15 e sostenuta dall’ap- quanto faceva supporre un’ulteriore complicazione dei rapporti con i Corinzi.
profondimento di 2,14–7,4 giunge a compimento, dall’altra, viene preparata, attraverso Tuttavia, il v. 6 afferma che quel Dio che consola gli afflitti ha recato consola-
la manifestazione della fiducia nei confronti dei Corinzi, l’esortazione al completamento zione a Paolo e agli altri per mezzo dell’arrivo di Tito in Macedonia. Il linguaggio
della colletta propria dei successivi capitoli 8–9. Inoltre il nostro passaggio porta a ter- del testo richiama l’ultima parte di Is 49,13, dove Dio consola il suo popolo, in
SecondA AI CORINZI 7,7 144 145 SecondA AI CORINZI 7,10

οὐ μόνον δὲ ἐν τῇ παρουσίᾳ αὐτοῦ ἀλλὰ καὶ ἐν τῇ παρακλήσει ᾗ


7  7
e non solo con la sua venuta, ma anche con la consolazione che ha
παρεκλήθη ἐφ᾽ ὑμῖν, ἀναγγέλλων ἡμῖν τὴν ὑμῶν ἐπιπόθησιν, τὸν ricevuto da voi, annunciandoci il vostro desiderio, il vostro dolore,
ὑμῶν ὀδυρμόν, τὸν ὑμῶν ζῆλον ὑπὲρ ἐμοῦ ὥστε με μᾶλλον χαρῆναι. il vostro ardore per me, cosicché io mi sono ancor più rallegrato.

8
Poiché, se anche vi ho rattristato con la lettera, non me ne pento. Se anche
Ὅτι εἰ καὶ ἐλύπησα ὑμᾶς ἐν τῇ ἐπιστολῇ, οὐ μεταμέλομαι· εἰ καὶ
8 
me ne ero pentito – vedo, [infatti], che quella lettera, per un momento, vi
μετεμελόμην, βλέπω [γὰρ] ὅτι ἡ ἐπιστολὴ ἐκείνη εἰ καὶ πρὸς ὥραν ha rattristati – 9ora mi rallegro, non perché siete stati rattristati, ma perché
ἐλύπησεν ὑμᾶς, 9 νῦν χαίρω, οὐχ ὅτι ἐλυπήθητε ἀλλ᾽ ὅτι ἐλυπήθητε siete stati rattristati per la conversione. Infatti siete stati rattristati secondo
εἰς μετάνοιαν· ἐλυπήθητε γὰρ κατὰ θεόν, ἵνα ἐν μηδενὶ ζημιωθῆτε ἐξ Dio, cosicché in nulla siete stati danneggiati da parte nostra. 10Poiché
ἡμῶν. 10 ἡ γὰρ κατὰ θεὸν λύπη μετάνοιαν εἰς σωτηρίαν ἀμεταμέλητον la tristezza secondo Dio procura una conversione irrevocabile
ἐργάζεται· ἡ δὲ τοῦ κόσμου λύπη θάνατον κατεργάζεται. per la salvezza, invece la tristezza del mondo procura morte.
7,7 Desiderio – Il sostantivo evpipo,qhsij è pre- quando esprime uno slancio nei confronti di Dio l’edizione critica qui riprodotta mette tra paren- Laura del monte Athos (Ψ) e il testo bizantino.
sente solo qui e al v. 11 in tutta la Scrittura, ma e della sua Legge (cfr. Rm 10,2; Fil 3,6). Nella tesi la seconda parola, attestando un’incertezza È quest’ultima, quindi, che si fa preferire.
deve essere interpretato alla luce del corrispon- nostra lettera ha soprattutto una connotazione sul suo inserimento. In effetti, troviamo altre 7,9 Conversione – Il termine meta,noia, usato
dente verbo evpipoqe,w utilizzato in altri passaggi positiva per la relazione interpersonale (7,7.11), due varianti, supportate da testimoni autore- anche al versetto successivo, è relativamente
paolini, anche nella nostra lettera (cfr. 5,2; 9,14). per un impegno a favore degli altri (9,2), per il voli: ble,pwn (la prima mano del papiro Che- più raro in Paolo (si ritrova solo Rm 2,4;
Dolore – Il sostantivo ovdurmo,j nel NT è fervore di Paolo a somiglianza di Dio nei con- ster Beatty II [î46*] e la Vulgata); ble,pw (una 2Tm 2,25) rispetto al resto del NT; indica
utilizzato altrove soltanto in Mt 2,18, all’in- fronti della comunità (11,2) e soltanto una volta correzione nel papiro Chester Beatty II [î46], un cambiamento di mentalità.
terno di una citazione di Ger 38,15 LXX ne ha una negativa in quanto vizio (12,20). il papiro di Amburgo 1002 [î117], il codice Va- Secondo Dio (kata. qeo,n) – L’espressione,
(TM 31,15), mentre nell’AT si trova anche 7,8 Pento (metame,lomai) – Il verbo presenta in ticano [B] e la prima mano del Claromontano utilizzata anche nei due versetti successivi,
in 2Mac 11,6. Esso evoca un lamento, segno questo versetto gli unici due usi paolini, mentre [D]). La lezione scelta possiede un’attestazio- può essere esplicitata con «in accordo alla
di una profonda sofferenza. ha altre occorrenze nel NT (Mt 21,29.32; 27,3; Eb ne più numerosa e ampia geograficamente: i volontà di Dio».
Ardore – Nelle lettere paoline il sostantivo zh/loj 7,21); in generale indica un dispiacere per quanto codici Sinaitico (‫ )א‬e di Efrem riscritto (C), 7,10 Irrevocabile – L’aggettivo avmetame,lhtoj è
possiede una connotazione negativa quando è fatto o un cambio di pensiero riguardo a qualcosa. una correzione nel codice Claromontano (D), usato in tutta la Scrittura soltanto in Rm 11,29 e qui,
inserito tra i vizi, a evocare invidia e gelosia (cfr. Vedo, infatti (ble,pw Îga,rÐ) – Dal punto di vista i codici di Cambridge (F), di Börner (G), di dove costituisce una paronomasia con il termine
Rm 13,13; 1Cor 3,3; Gal 5,20), ma una positiva della critica testuale la lezione è discutibile e Mosca (K), Angelico (L), Porfiriano (P), della meta,noia («conversione») al quale si riferisce.

particolare coloro che sono afflitti. Già in 2Cor 1,4 Paolo aveva evocato l’azione 7,8-12 La gioia per gli effetti della lettera
consolatoria di Dio, vista concretamente in azione nella liberazione dal pericolo Con i vv. 8-9a, segnati da due proposizioni concessive, Paolo comincia a spie-
di morte occorsogli in Asia (cfr. 1,8-10). In 7,6 questa è invece legata al compiersi gare il perché della sua gioia alla quale aveva fatto riferimento alla fine del versetto
del desiderato incontro con l’amato collaboratore. precedente. Così l’apostolo afferma che, se anche ha rattristato i Corinzi con la sua
Il v. 7 viene aperto, a completamento del precedente, con una precisazione lettera, non ne è dispiaciuto e, se in precedenza ne era dispiaciuto, riconoscendo il
(correctio) attraverso la quale si afferma che non solo la stessa venuta di Tito ha dolore momentaneo causato ai destinatari, ora se ne rallegra. Tuttavia, la sua soddi-
consolato Paolo e gli altri, ma lo ha fatto anche il conforto stesso che il fidato colla- sfazione è non a motivo della sofferenza stessa da loro provata, ma per il fatto che
boratore ha ricevuto a Corinto. Infatti, Tito ha annunciato all’apostolo il desiderio la loro tristezza ha prodotto un cambio di mentalità (nuovo uso di una correctio). La
dei destinatari di rivederlo, il loro dolore per le sofferenze procurategli in occasione contorta sintassi del periodo esprime bene il duplice stato d’animo di Paolo: da una
della sua ultima visita in mezzo a loro (sofferenze probabilmente evidenziate attra- parte, non può gioire per avere inferto attraverso la sua lettera una sofferenza alla
verso la lettera «tra molte lacrime») e il loro sincero affetto per il fondatore della comunità da lui amata; dall’altra, riconosce con gioia che il dolore da lui procurato
comunità. Di conseguenza, Paolo gioisce ancor più e non soltanto per il ritorno di è sfociato in una positiva trasformazione dell’atteggiamento dei destinatari.
Tito, che ha rappresentato l’apostolo presso i Corinzi e ora rappresenta i Corinzi Ai vv. 9b-10 Paolo spiega come l’esperienza di dolore dei Corinzi conduce al pen-
presso l’apostolo (da una parte attraverso la lettera paolina, dall’altra attraverso timento e alla salvezza. Si dice infatti che la tristezza causata loro era in accordo con la
la notifica della ricezione corinzia), ma anche per il mutato atteggiamento del- volontà di Dio, cosicché essi non sono stati in niente danneggiati dagli apostoli. Inoltre,
la comunità nei suoi confronti, così da aprire la via a una piena riconciliazione. tale tristezza produce una conversione che è irrevocabile veicolo della salvezza finale,
SecondA AI CORINZI 7,11 146 147 SecondA AI CORINZI 7,13

ἰδοὺ γὰρ αὐτὸ τοῦτο τὸ κατὰ θεὸν λυπηθῆναι πόσην κατειργάσατο ὑμῖν
11  11
Ecco, infatti, proprio questo rattristarsi secondo Dio quanta
σπουδήν, ἀλλ’ ἀπολογίαν, ἀλλ’ ἀγανάκτησιν, ἀλλ’ φόβον, ἀλλ’ ἐπιπόθησιν, sollecitudine ha prodotto in voi, di più quanta difesa, indignazione,
ἀλλὰ ζῆλον, ἀλλ’ ἐκδίκησιν. ἐν παντὶ συνεστήσατε ἑαυτοὺς ἁγνοὺς εἶναι timore, desiderio, ardore, punizione; in tutto avete dimostrato di
τῷ πράγματι. 12 ἄρα εἰ καὶ ἔγραψα ὑμῖν, οὐχ ἕνεκεν τοῦ ἀδικήσαντος essere innocenti in questa faccenda. 12Quindi, se anche vi ho scritto,
οὐδὲ ἕνεκεν τοῦ ἀδικηθέντος ἀλλ᾽ ἕνεκεν τοῦ φανερωθῆναι τὴν non fu a motivo dell’offensore né a motivo dell’offeso, ma perché
σπουδὴν ὑμῶν τὴν ὑπὲρ ἡμῶν πρὸς ὑμᾶς ἐνώπιον τοῦ θεοῦ. fosse resa manifesta la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio.

διὰ τοῦτο παρακεκλήμεθα. Ἐπὶ δὲ τῇ παρακλήσει ἡμῶν


13 
A questo riguardo siamo stati consolati. Oltre che per la nostra
13

περισσοτέρως μᾶλλον ἐχάρημεν ἐπὶ τῇ χαρᾷ Τίτου, ὅτι consolazione, ci siamo più che mai rallegrati per la gioia di Tito,
ἀναπέπαυται τὸ πνεῦμα αὐτοῦ ἀπὸ πάντων ὑμῶν· poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi.
7,11 Di più (avlla,) – La congiunzione ha traduzione è stata tradotta solo nella prima 7,12 Quindi (a;ra) – La particella introduce perfetto passivo a indicare un’azione i cui
generalmente funzione avversativa, mentre delle sei occorrenze nel versetto). una conclusione di tutti i vv. 8-11. effetti durano nel presente; inoltre il com-
qui ne assume una coordinativa e con la sua Indignazione (avgana,kthsin) – Il termine, 7,13 Siamo stati consolati… è stato rin- plemento d’agente non è specificato, ma in
ripetizione iniziale costituisce un’anafora (a espressione di forte contrarietà e di dispia- francato (avnape,pautai… parakeklh,meqa) ragione del contesto esso è da vedersi nei
beneficio di una migliore resa italiana, nella cere, è hapax legomenon biblico. – In ciascuno dei due casi è utilizzato un Corinzi stessi.

mentre quella secondo il mondo conduce alla perdizione. Già un testo giudaico, Testa- Al v. 12 Paolo conclude, attraverso un nuovo uso della correctio, precisando il mo-
mento di Gad 5,7, parlava di un pentimento secondo Dio che porta alla salvezza; qui tivo più profondo per l’estensione della sua missiva. Infatti, si afferma che essa non fu
Paolo menziona anche, in contrapposizione, una tristezza secondo il mondo – inteso scritta a causa dell’offensore o dell’offeso, ma affinché fosse visibile, all’interno della
come la sfera nella quale la vita è vissuta senza Dio e in opposizione a lui – che, indu- comunità e di fronte a Dio e al suo giudizio, la sollecitudine dei Corinzi per gli apostoli.
rendo e inasprendo la persona, conduce alla morte. Per comprendere meglio il contrasto Come in 2,4.9, dove l’apostolo aveva indicato la conoscenza del suo amore e la prova
tra le due tristezze e i loro diversi effetti, è possibile pensare, da una parte, al profondo dell’obbedienza dei destinatari come vere finalità della lettera «tra molte lacrime», egli
pentimento di David (cfr. Sal 51,1-11); dall’altra, a quello superficiale di Esaù (cfr. Eb tenta probabilmente di ridimensionare la polemica iniziale, a vantaggio della ricon-
12,16-17) oppure, in maniera probabilmente più appropriata, alle lacrime di pentimento ciliazione con i suoi, mettendo in ombra l’occasione prima dello scrivere. Come già
di Pietro a confronto con la disperazione mortifera di Giuda (cfr. Mt 26,74-75; 27,3-5). detto a proposito di 2,1-13, è difficile sapere quanto è avvenuto a Corinto in occasione
Al v. 11 Paolo mostra in dettaglio gli effetti della tristezza in conformità alla della seconda visita del fondatore alla sua Chiesa. In ogni caso la positiva ricezione
volontà di Dio, riportando, con enfasi retorica e attraverso sette elementi diversi, della prima epistola da parte della comunità nonché quella nuova, inviata da Paolo e
la reazione positiva dei Corinzi alla lettera «tra molte lacrime». Il linguaggio è se- presente in 2Cor 1–9, vanno a suggellare la piena riconciliazione tra le parti in causa.
gnato da termini tipicamente legali: apologían («difesa»); ekdíkēsin («punizione»);
hagnoús («innocenti»); prágmati («faccenda»). Mentre in questione è il comporta- 7,13-16 La fiducia di Paolo per i Corinzi
mento della comunità verso l’offeso (Paolo stesso) e verso l’offensore (un membro Il v. 13 riprende la tematica della consolazione che aveva caratterizzato i vv.
della Chiesa corinzia), richiamando da vicino il brano di 2,1-13. In 7,11 l’apostolo 6-7. Infatti, prima di tutto Paolo afferma che lui e i suoi collaboratori sono stati
afferma che il rattristarsi secondo Dio ha causato la sollecitudine dei destinatari per consolati dall’accoglienza che i Corinzi avevano riservato alla lettera, con i relativi
una riconciliazione con Paolo, la loro difesa di lui contro l’offensore, la conseguente benefici effetti. Inoltre la gioia derivante da questa consolazione è stata ancor più
indignazione contro quest’ultimo, il timore reverenziale nei confronti del fondatore accresciuta dalla felicità stessa di Tito, il cui animo è stato rinfrancato da tutti i
della comunità insieme al desiderio di rivederlo e all’affetto per lui; infine, la puni- membri della comunità. Da una parte, sorprende la calda accoglienza riservata a
zione correttiva del reo. Con la positiva risposta alla lettera i Corinzi hanno mostrato Tito, a fronte dei timori che avevano condotto l’apostolo a non ritornare a Corinto
in ogni aspetto la loro innocenza nel caso che ha coinvolto Paolo: a differenza di (cfr. 1,23; 2,1-3); dall’altra, tale positiva descrizione può essere considerata anche
quanto avvenuto con l’incestuoso del quale si parla in 1Cor 5,1-13, non sono stati enfatica, perché finalizzata al successivo invio del collaboratore, recante la nuova
fino in fondo conniventi con l’offensore e alla fine hanno preso le distanze da lui, lettera per la comunità (2Cor 1–9) che spinge al completamento della colletta
aprendo la strada alla riconciliazione con l’apostolo. (cfr. 8,6.16). Infine nel nostro versetto, come al v. 15, l’insistenza su «tutti» vuol
SecondA AI CORINZI 7,14 148 149 SecondA AI CORINZI 7,16

14 
ὅτι εἴ τι αὐτῷ ὑπὲρ ὑμῶν κεκαύχημαι, οὐ κατῃσχύνθην, ἀλλ᾽ 14
Dal momento che, se in qualche cosa mi sono vantato di voi
ὡς πάντα ἐν ἀληθείᾳ ἐλαλήσαμεν ὑμῖν, οὕτως καὶ ἡ καύχησις con lui, non me ne sono vergognato, ma come abbiamo detto
ἡμῶν ἡ ἐπὶ Τίτου ἀλήθεια ἐγενήθη. 15 καὶ τὰ σπλάγχνα αὐτοῦ a voi tutto con verità, così anche il nostro vanto con Tito è
περισσοτέρως εἰς ὑμᾶς ἐστιν ἀναμιμνῃσκομένου τὴν πάντων risultato verità. 15E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando
ὑμῶν ὑπακοήν, ὡς μετὰ φόβου καὶ τρόμου ἐδέξασθε αὐτόν. l’obbedienza di tutti voi e come lo avete accolto con timore e
16 
χαίρω ὅτι ἐν παντὶ θαρρῶ ἐν ὑμῖν. tremore. 16Mi rallegro perché in tutto posso aver fiducia in voi.
7,14 Mi sono vantato (kekau,chmai) – Il per- (81), greco 82 del Lincoln College (326) e nonché i minuscoli manoscritto greco 14 di Dt 2,25; Is 19,16), generalmente usato per
fetto del verbo kauca,omai indica che il vanto manoscritto greco 300 del Sinai (1881). Del- Parigi [33], manoscritto Harley 5537 [104], descrivere il rispettoso timore dell’uomo di
paolino per i destinatari perdura in qualche le due, la seconda è da preferire, in quanto manoscritto ottoboniano greco 325 [630], fronte alla presenza e all’azione di Dio. Pao-
modo sino al presente. l’utilizzo della preposizione evpi, risulta lectio manoscritto greco 260 [1241], Codice B’ lo, che vi fa ricorso anche in altre occasioni
Con Tito (h` evpi. Ti,tou) – La prima variante difficilior; tuttavia, la lezione scelta e inclu- 26 del monte Athos [1505], Codice B’ 64 (1Cor 2,3; Ef 6,5; Fil 2,12), qui lo impiega
è h` pro.j Ti,tou («presso Tito») che presenta siva dell’articolo femminile h` appare la più del monte Athos [1739], codice Joannou per esprimere il riconoscimento da parte dei
alcuni testimoni a suo favore (p. es., codi- probabile a causa della sua, anche se leggera, 742 [2464] e il testo bizantino). In ogni caso destinatari dell’azione di Dio in coloro che
ci Claromontano [D], di Cambridge [F], di superiorità nell’attestazione manoscritta (il l’inclusione o l’omissione dell’articolo non sono a essa inviati per l’annuncio del Vangelo.
Börner [G]), la seconda è evpi. Ti,tou, suppor- papiro Chester Beatty II [î46], una correzio- cambia il senso del testo. Avete accolto (evde,xasqe) – Si tratta di un
tata da antichi e importanti manoscritti (codi- ne nel codice Sinaitico [‫]א‬, i codici di Efrem 7,15 Con timore e tremore (meta. fo,bou kai. aoristo complessivo riferito non solo al mo-
ci Sinaitico [‫ ]א‬e Vaticano [B]), nonché i mi- riscritto [C], di Mosca [K], Angelico [L] e tro,mou) – Si tratta di un binomio, di origi- mento dell’arrivo di Tito, ma tutto al tempo
nuscoli manoscritto greco 59 di Alessandria manoscritto greco II 181 di Venezia [0243], ne anticotestamentaria (cfr., p. es., Es 15,16; della sua permanenza a Corinto.

probabilmente sottolineare una ritrovata unità, dopo l’incidente dell’offensore, seguito della lettera «tra molte lacrime»; quindi, consiste nel riconoscimento da
della Chiesa corinzia attorno a Tito e, quindi, attorno a Paolo, fondatore della parte dei destinatari del suo ruolo apostolico (in concreto significa attuare le indi-
stessa comunità, che lo ha mandato come suo rappresentante. cazioni presenti nella sua epistola), dopo la crisi dei vicendevoli rapporti causata
Il v. 14 introduce un’altra motivazione per la condivisione della gioia tra Paolo dall’incidente dell’offensore. Per questo alla fine del nostro versetto si sottolinea
e Tito, di cui si era trattato nel versetto precedente. Infatti, l’apostolo afferma che, anche che Tito, rappresentante dell’apostolo, è stato ricevuto «con timore e tre-
se in qualche cosa si è vantato con il suo collaboratore riguardo ai Corinzi, non more», probabilmente vedendo nell’inviato l’azione di Dio e in colui che lo ha
se ne è dovuto vergognare, ma come lui e gli apostoli hanno sempre parlato con mandato un’autorità derivante da Dio stesso. A differenza di quanto è detto in 2,6,
verità ai destinatari, così anche il suo vanto è risultato vero. Nonostante il conflitto dove la maggioranza ma non la totalità della Chiesa corinzia si era schierata con
con la comunità derivante dall’incidente occorsogli e dalle altre accuse mossegli, Paolo e contro l’offensore, ora, come già al v. 13, è rimarcato il fatto che «tutti»
Paolo non ha dimenticato di ricordare a Tito, prima del suo invio, anche i doni sono coloro che hanno obbedito. Ancora una volta il superiore fine del completa-
presenti nella comunità corinzia. Inoltre, il testo del versetto richiama da vicino mento della colletta, oggetto della nuova missione del fidato collaboratore, induce
la tesi generale di 1,12-14, laddove essa menziona il vanto degli apostoli per i l’apostolo a cercare di guadagnarsi la simpatia degli ascoltatori, minimizzando
Corinzi nel giorno del Signore e, soprattutto, quando insiste sulla semplicità e la gli attriti ed esaltando i punti di contatto con loro.
sincerità del comportamento di Paolo e dei suoi collaboratori. L’enfasi di 7,14 cade Il v. 16 costituisce la conclusione del brano, esprimendo la gioia e la fiducia di
proprio sulla verità della parola apostolica, più volte rimarcata nella lettera (cfr. Paolo verso i Corinzi che sono manifestate in vari modi nei versetti precedenti. Egli,
anche 2,14-17), cosicché ciò che l’apostolo ha detto a Tito riguardo ai Corinzi si infatti, afferma che si rallegra perché può contare in tutto sui destinatari. Così il versetto
dimostra vero come lo è ugualmente ciò che Paolo ha detto ai destinatari con il suo diviene anche un’adeguata transizione verso il capitolo 8, rappresentando una captatio
ministero e con i suoi scritti a loro diretti. Infine, l’elemento del vanto, che possiede benevolentiae dei Corinzi in vista dell’appello al completamento della colletta. Se la
anche una sua consistenza al presente, può essere compreso al fine di creare una totale fiducia dell’apostolo nei confronti dei suoi è da leggersi anche in quest’ottica,
buona disposizione in Tito per intraprendere un nuovo viaggio verso l’Acaia. dall’altro lato è chiaro che le relazioni reciproche sono ormai segnate da un clima di pa-
Al v. 15 si chiude il resoconto di Tito riguardo alla sua visita nella comunità cificazione, sigillato da una piena e duratura riconciliazione, in quanto effetto auspicato
di Corinto. Il testo afferma l’affetto crescente del collaboratore per i destinatari, della lettera che Paolo sta scrivendo. Si tratta così di una situazione in totale contrasto
allorché egli ricorda l’obbedienza di tutti i membri della Chiesa corinzia e la loro con quella di aperto conflitto che sottostà ai capitoli 10–13. Quindi, questi capitoli
reverente accoglienza. L’obbedienza è proprio quella richiesta da Paolo in 2,9 a non sembrano originariamente appartenere alla stessa epistola dei precedenti nove.
SecondA AI CORINZI 8,1 150 151 SecondA AI CORINZI 8,1

8 Γνωρίζομεν δὲ ὑμῖν, ἀδελφοί, τὴν χάριν τοῦ θεοῦ τὴν


8 Vogliamo poi farvi conoscere, fratelli, la grazia
1  1

δεδομένην ἐν ταῖς ἐκκλησίαις τῆς Μακεδονίας, di Dio data alle Chiese della Macedonia:
// 8,1-15 Testi paralleli: Rm 15,25-32; 1Cor 8,1 Data (dedome, n hn) – Si tratta di un di, d wmi, e vuole indicare come la gra- ancora attiva nelle Chiese macedoni.
16,1-4; Gal 2,10 participio perfetto passivo del verbo zia proveniente da Dio sia al momento

Esortazione al completamento della colletta (8,1–9,15) 15,25-32). La conclusione di tutto questo impegno trova tuttavia soltanto un piccolo
La sezione dei capitoli 8–9 è stata opportunamente preparata dal precedente brano di probabile riscontro in At 24,17, dove l’apostolo dice di fronte al procuratore Felice di
7,5-16. Infatti, a partire da 8,1 si parlerà del completamento della colletta che Tito, insieme essersi recato a Gerusalemme per recarvi elemosine a beneficio del popolo.
ad altri due fratelli cristiani, cercherà di realizzare nell’ambito della sua nuova visita alla Nel complesso, il valore della colletta non è ristretto a quella di un semplice atto
comunità cristiana di Corinto. Nell’insieme, la sezione rappresenta un’esortazione rivolta di carità: essa diventa uno strumento e un segno di profonda comunione tra cristiani,
da Paolo ai Corinzi, perché portino a compimento quest’opera buona, iniziata da loro in particolare tra la Chiesa giudeocristiana di Gerusalemme e quelle a maggioranza
ormai da un anno, ma poi probabilmente interrotta (cfr. 8,10). Nello specifico, i testi del pagano-cristiana fondate da Paolo. Di conseguenza, costituisce un pieno e concreto
capitolo 8 costituiscono un invito al completamento della raccolta, mentre quelli del ca- riconoscimento della missione dell’apostolo indirizzata ai non circoncisi (cfr. Gal
pitolo 9 insistono maggiormente sulle motivazioni dell’esortazione e sul significato della 2,7-9). Inoltre, dietro la raccolta sta l’azione della grazia di Dio che rende possibile
colletta. In altre parole, si passa dal particolare della ripresa dell’attività caritativa al genera- lo stesso donare (cfr. 2Cor 8,1; 9,8). Infine, che la colletta non sia semplicemente
le della sua natura. In fondo la logica del testo ci mostra che varrebbe ben poco riprendere un’opera buona appare evidente dal linguaggio, relativo soprattutto all’unione con
la raccolta, se essa si rivelasse espressione di grettezza e non di vera generosità (cfr. 9,5). Dio ma anche a quella col prossimo, a essa riferito in 2Cor 8–9: «grazia» (greco,
Alla colletta si fa già cenno in Gal 2,10, nell’ambito dell’accordo siglato a Ge- cháris, 8,1.4 [«favore»].6.7.9.19; 9,8.14), «generosità» (greco, haplótēs, 8,2; 9,11.13)
rusalemme tra le colonne (Giacomo, Pietro e Giovanni) di tale Chiesa e Paolo. In «prendere parte/comunione» (greco, koinōnía, 8,4; 9,13), «servizio» (greco, diakonía,
quell’occasione è chiesto a quest’ultimo di ricordarsi dei «poveri», senza però fornire 8,4; 9,1.12.13), «offerta» (greco, eulogía, 9,5), «azione sacra» (greco, leitourgía, 9,12),
ulteriori specificazioni. A sua volta, il testo di Rm 15,26 tratta proprio del realizzare «dono» (greco, dōreá: 9,15). D’altra parte, la ricorrenza per l’intera sezione di 8,1–9,15
«una forma di comunione» a favore dei «poveri tra i santi che sono a Gerusalemme», di quasi tutti questi termini manifesta e conferma la sua profonda unità.
costituendo un perfetto parallelo di Gal 2,10, mentre negli altri testi paolini riguardanti I nostri capitoli, quindi, emergono come un appello che fa passare il testo della lettera
la colletta ci si riferisce, in maniera generale, ai destinatari come «santi» (1Cor 16,1; dall’argomentazione all’esortazione, con la possibilità di annoverare 2Cor 8–9 nel genere
2Cor 8,4; 9,12). In conclusione, siamo portati a pensare che beneficiario della colletta retorico deliberativo, genere che chiama gli ascoltatori ad assumere precise e concrete
fosse un consistente gruppo di indigenti all’interno della Chiesa di Gerusalemme. Così, decisioni, nel nostro caso in merito alla colletta per la comunità gerosolimitana. In parti-
le Chiese fondate da Paolo sono invitate a provvedere alle necessità materiali della colare, se il primo dei due capitoli insisterà su quest’opera da compiere, servendosi anche
Chiesa madre, perché a essa sono debitrici, avendo da essa ricevuto i beni spirituali di esempi, il secondo ne approfondirà piuttosto le motivazioni, anche con un ricorso più
derivanti dal Vangelo (cfr. Rm 15,27). Dal punto di vista storico la situazione di indi- marcato all’autorità della Scrittura. A partire dalla buona disposizione dei destinatari
genza probabilmente era dovuta al protrarsi della carestia che tra il 46 e il 48 d.C. colpì e dalla loro positiva accoglienza di Tito (cfr. 7,5-16), Paolo svilupperà nel testo una
la Giudea, secondo quanto attesta anche At 11,28-30, passaggio che tra l’altro ricorda strategia retorica, segnata dai tratti di una captatio benevolentiae (cfr. 8,7; 9,2-3), e una
come Paolo e Barnaba erano stati inviati da Antiochia per soccorrere le comunità ivi organizzativa, con la rinuncia alla gestione del denaro raccolto (cfr. 8,20) – anche per
residenti. In più ci doveva essere una forma di persecuzione nei confronti dei cristiani evitare eventuali critiche riguardo al suo uso (cfr. 7,2) – al fine di convincere, senza alcun
di Gerusalemme che risultava come ulteriore aggravio (cfr. 1Ts 2,14). In aggiunta, tono imperativo, i destinatari a completare al più presto ciò che da un anno è stato da loro
dal dettato delle lettere paoline si può supporre che le comunità della Galazia furono stessi iniziato. In altre lettere paoline, le questioni economiche, legate alla colletta (cfr.
probabilmente le prime a disporsi in soccorso della Chiesa di Gerusalemme (cfr. 1Cor Rm 15,25-32; 1Cor 16,1-4) o a situazioni personali (cfr. Fil 4,10-20; Fm 19), vengono
16,1), a esse seguirono le comunità macedoni di Filippi e di Tessalonica (cfr. 2Cor trattate per ultime. Così avviene anche nel nostro caso, poiché, come discusso nell’in-
8,1) e, infine, quella di Corinto (cfr. 2Cor 9,2). Dal punto di vista organizzativo, Paolo troduzione, i capitoli 8–9 appaiono concludere 2 Corinzi A, distaccandosi dai capitoli
dapprima chiede a ciascuno dei Corinzi di raccogliere il denaro ogni domenica (primo 10–13, completamente diversi per natura e contesto, tanto da costituire 2 Corinzi B.
giorno utile dopo quello festivo del sabato) e di scegliere dei rappresentanti attraverso Possiamo dividere la sezione in quattro brani tra loro collegati all’interno dell’unica
i quali, eventualmente insieme a lui, recare a Gerusalemme la somma raccolta (cfr. esortazione al completamento della colletta: appello basato sugli esempi delle Chiese
1Cor 16,1-4); poi decide di inviare Tito e gli altri due fratelli cristiani per completare e di Macedonia e di Cristo (cfr. 8,1-15), raccomandazione dei delegati (cfr. 8,16-24),
organizzare al meglio la colletta (cfr. 2Cor 9,5); infine afferma che egli stesso porterà fiducia nei Corinzi e compito dei delegati (cfr. 9,1-5), motivazione scritturistica sulla
a Gerusalemme il frutto della raccolta compiuta in Macedonia e in Acaia (cfr. Rm natura della colletta e suo frutto (cfr. 9,6-15).
SecondA AI CORINZI 8,2 152 153 SecondA AI CORINZI 8,5

ὅτι ἐν πολλῇ δοκιμῇ θλίψεως ἡ περισσεία τῆς χαρᾶς αὐτῶν


2  2
nella grande prova dell’afflizione, l’abbondanza della loro gioia
καὶ ἡ κατὰ βάθους πτωχεία αὐτῶν ἐπερίσσευσεν εἰς τὸ e la loro estrema povertà hanno abbondato nella ricchezza della
πλοῦτος τῆς ἁπλότητος αὐτῶν· 3 ὅτι κατὰ δύναμιν, μαρτυρῶ, loro generosità. 3Poiché testimonio che secondo le loro forze e
καὶ παρὰ δύναμιν, αὐθαίρετοι 4 μετὰ πολλῆς παρακλήσεως oltre le loro forze (hanno dato) spontaneamente, 4domandandoci
δεόμενοι ἡμῶν τὴν χάριν καὶ τὴν κοινωνίαν τῆς διακονίας con molta insistenza il favore di prendere parte al servizio a
τῆς εἰς τοὺς ἁγίους, 5 καὶ οὐ καθὼς ἠλπίσαμεν ἀλλ’ ἑαυτοὺς beneficio dei santi. 5Superando anzi le nostre speranze, si sono
ἔδωκαν πρῶτον τῷ κυρίῳ καὶ ἡμῖν διὰ θελήματος θεοῦ donati prima al Signore e poi a noi, secondo la volontà di Dio,
8,2 Prova dell’afflizione (dokimh/| qli,yewj) – 8,3 Hanno dato – In greco il verbo non è kai. th.n koinwni,an) – Alla lettera: «il fa- per esprimere l’oggetto della partecipazione.
Si tratta di un genitivo soggettivo o di origi- espresso, ma si può sottintendere e;dwkan in vore e la partecipazione». L’espressione è A beneficio dei santi (eivj tou.j a`gi,ouj) – I
ne, in quanto la prova deriva dall’afflizione. ragione del suo uso al v. 5. un’endiadi, una figura retorica con la quale destinatari del servizio sono i poveri della
Ricchezza della loro generosità (to. plou/toj Spontaneamente (auvqai,retoi) – L’aggettivo un concetto viene espresso attraverso due Chiesa di Gerusalemme (cfr. Rm 15,26). Per
th/j a`plo,thtoj auvtw/n) – Il genitivo è epese- auvqai,retoj è presente soltanto qui e al v. termini coordinati. l’uso del termine cfr. nota a 1,1.
getico, facendo consistere la ricchezza nella 17 in tutta la Bibbia e, nella lingua greca Al servizio a beneficio dei santi (th/j diakoni,aj 8,5 Superando anzi le nostre speranze (kai.
generosità, oppure di qualità, descrivendo classica, evoca una libera scelta. th/j eivj tou.j a`gi,ouj) – Il genitivo th/j diakoni,aj ouv kaqw.j hvlpi,samen avlla,) – Alla lettera: «e
come generosa la ricchezza dei Macedoni. 8,4 Il favore di prendere parte (th.n ca,rin è oggettivo in dipendenza di th.n koinwni,an non come sperammo ma».

8,1-15 Appello basato sugli esempi delle Chiese di Macedonia e di Cristo vera vedova che getta tutto quanto possiede nel tesoro del tempio. Infine, la gioia nella
Per chiedere ai Corinzi di compiere la loro opera buona, Paolo fa leva soprattutto tribolazione è un motivo che si trova anche su tutto lo sfondo di Filippesi (cfr., p. es., Fil
su due esempi: quello dei cristiani macedoni e quello di Cristo. Attraverso un’abi- 2,17-18). Le difficoltà economiche delle comunità macedoni dovevano probabilmente
le strategia retorica, segnata anche da un’attenta captatio benevolentiae (cfr. 8,7), derivare da una situazione di persecuzione e di ostracismo che esse sperimentavano
l’apostolo presenta dapprima i suddetti paradigmi di comportamento e soltanto dopo, nel loro ambiente (cfr. At 16,11–17,15; Fil 1,27-30; 1Ts 1,6-8). In particolare in 1Ts
apertis verbis, invita a portare a termine la colletta. In aggiunta, egli indica ai destinatari 2,14 le vessazioni della comunità macedone di Tessalonica vengono messe in perfetto
anche il vantaggio dell’uguaglianza nello scambio dei doni (cfr. vv. 10.13-15). L’uso parallelo con quelle subite dalle Chiese della Giudea. Possiamo quindi pensare che i
di motivazioni per l’esortazione manifesta chiaramente il fatto che Paolo intende non Macedoni fossero così generosi nei confronti della comunità di Gerusalemme proprio
imporsi sui Corinzi, ma invitarli, grazie a un discernimento delle loro scelte, a porta- perché sentivano, nello sperimentare le stesse prove, una profonda vicinanza con essa.
re a termine quanto hanno già da tempo liberamente intrapreso. Il brano può essere Ai vv. 3-4 Paolo fornisce le prove della generosità dei Macedoni. La sottolinea-
diviso in due parti: l’esempio dei Macedoni (vv. 1-6); l’esempio di Cristo (vv. 7-15). tura della spontaneità e della volontà benefica dei cristiani della Macedonia non
8,1-6 L’esempio dei Macedoni è semplicemente finalizzata al loro elogio; è piuttosto funzionale all’esortazione
Nel v. 1 Paolo introduce un nuovo argomento con una formula simile a quelle e al rimprovero dei Corinzi che, al contrario degli altri, devono essere supplicati
usate in 1Cor 15,1 e Gal 1,11, dicendo che lui e i suoi collaboratori vogliono fare dall’apostolo, con la mediazione di Tito, affinché giungano a completare la colletta.
conoscere ai Corinzi la grazia che Dio ha concesso e continua a concedere alle Al v. 5 Paolo chiude la presentazione dell’esempio dei Macedoni: non hanno
Chiese della Macedonia. Secondo l’apostolo i doni e l’agire divini in tali comunità semplicemente dato qualcosa per sovvenire alle necessità della comunità di Geru-
le rendono capaci di generosità verso le altre; in questo modo la questione della salemme e dei suoi poveri, ma si sono messi completamente a disposizione del loro
colletta è posta da subito in prospettiva teologica. Nella stessa lettera si sottolineerà Signore e dei loro evangelizzatori, realizzando pienamente la volontà di Dio. Da
ancora la liberalità delle Chiese macedoni per il sostentamento dello stesso Paolo una parte e primariamente, emerge ancora una volta la dimensione squisitamente
(cfr. 11,8-9) e in Fil 4,10-20 ciò verrà attribuito soprattutto alla comunità di Filippi. teologica della colletta, richiamando prima Fil 4,18, dove gli aiuti inviati a Paolo
Il v. 2 spiega in che cosa consiste la grazia divina donata ai Macedoni. La formu- dalla comunità di Filippi costituiscono un sacrificio gradito a Dio, e poi anche Eb
lazione della frase è chiaramente paradossale, poiché la gioia è fatta derivare dalla 13,16, dove è indicato come la beneficenza e la condivisione dei beni siano i sacri-
tribolazione e la ricchezza dalla povertà, manifestando in maniera palese che la parteci- fici di cui Dio si compiace, in forte collegamento con la tradizione profetica (cfr.,
pazione macedone alla colletta è prima di tutto merito della grazia di Dio. Il paradosso p. es., Is 58,1-18; Mi 6,6-8; Sir 35,1-3). D’altra parte, la generosità dei Macedoni
povertà/ricchezza sarà poi ripreso in riferimento all’esempio di Cristo (cfr. vv. 9-10), rappresenta anche una piena disponibilità a Paolo e ai suoi collaboratori, che hanno
mentre la generosità nell’indigenza è presentata in Mc 12,41-44 a proposito della po- iniziato e organizzato l’opera a favore della Chiesa gerosolimitana; quindi manifesta
SecondA AI CORINZI 8,6 154 155 SecondA AI CORINZI 8,8

6 
εἰς τὸ παρακαλέσαι ἡμᾶς Τίτον, ἵνα καθὼς προενήρξατο 6
cosicché abbiamo esortato Tito affinché come l’aveva
οὕτως καὶ ἐπιτελέσῃ εἰς ὑμᾶς καὶ τὴν χάριν ταύτην. cominciata così anche portasse a compimento tra voi questa
7 
Ἀλλ᾽ ὥσπερ ἐν παντὶ περισσεύετε, πίστει καὶ λόγῳ opera di grazia.
καὶ γνώσει καὶ πάσῃ σπουδῇ καὶ τῇ ἐξ ἡμῶν ἐν ὑμῖν 7
Ma come abbondate in tutto, nella fede, nella parola, nella
ἀγάπῃ, ἵνα καὶ ἐν ταύτῃ τῇ χάριτι περισσεύητε. 8 Οὐ conoscenza, in ogni sollecitudine e nell’amore che vi abbiamo
κατ᾽ ἐπιταγὴν λέγω ἀλλὰ διὰ τῆς ἑτέρων σπουδῆς trasmesso, così abbondate anche in questa opera di grazia.
καὶ τὸ τῆς ὑμετέρας ἀγάπης γνήσιον δοκιμάζων· 8
Non lo dico per comando, ma mettendo alla prova, attraverso
la sollecitudine altrui, anche la sincerità del vostro amore.
8,6 Aveva cominciata (proenh,rxato) – Il ver- ticano (B); tuttavia, tra le varianti abbiamo l’eccellenza della vita cristiana dei Corinzi. Gal 6,4; 1Ts 2,4). Nella nostra lettera è uti-
bo proena,rcomai, utilizzato qui e al v. 10, è evx u`mw/n evn h`mi/n («da voi in noi»), presen- Così abbondate (i[na perisseu,hte) – In greco lizzato anche in 8,22 e in 13,5.
assente dal resto della Bibbia e anche da tutta te in importanti manoscritti come il codice la costruzione di i[na con il congiuntivo rap- Sollecitudine altrui (e`te,rwn spoudh/j) – Si
la letteratura greca prima di Paolo. Sinaitico (‫)א‬, di Efrem riscritto (C), Claro- presenta un modo indiretto per esprimere un tratta di un genitivo soggettivo che si riferi-
Questa opera di grazia (th.n ca,rin tau,thn) montano (D), di Cambridge (F), di Börner comando e può indicare anche un semplice sce all’atteggiamento esemplare dei Mace-
– Alla lettera: «questa grazia» (cfr. v. 7). Lo (G), di Mosca (K), Angelico (L), Porfiria- desiderio. doni presentato nei vv. 2-5.
stesso sintagma è ripetuto al v. 19. no (P) e della Laura del monte Athos (Ψ). 8,8 Mettendo alla prova – Il verbo dokima,zw, La sincerità – L’aggettivo gnh,sioj, qui so-
8,7 Vi abbiamo trasmesso (evx h`mw/n evn u`mi/n) La nostra preferenza va alla prima lezione tipico di Paolo nell’ambito del discernimen- stantivato, esprime qualcosa di genuino, au-
– Alla lettera: «da noi in voi». Il testo è ben perché rappresenta la lectio difficilior, non to cristiano, è usato per descrivere un esame tentico e vero. L’unico autore nel NT che lo
supportato da autorevoli testimoni, quali il riferendosi, a differenza di quanto avvie- e una valutazione, talvolta insieme al risulta- utilizza è Paolo (oltre al nostro versetto in
papiro Chester Beatty II (î46) e il codice Va- ne nel versetto, a un elemento che mostra to di questo processo (cfr., p. es., 1Cor 16,3; altre tre occasioni: Fil 4,3; 1Tm 1,2; Tt 1,4).

l’aspetto più propriamente ecclesiale della colletta. Infine, i contemporanei riferi- al v. 7 Paolo giunge finalmente a presentare il suo appello ai destinatari affinché
menti all’offerta di sé e alla volontà divina richiamano nello specifico il testo di Rm abbondino nel loro contributo alla colletta, opera derivante dalla grazia di Dio.
12,1-2, nel quale l’apostolo esorta i destinatari a fare dono a Dio di tutta la propria L’apostolo si profonde in un’attenta captatio benevolentiae dei suoi per indurli
vita, espressione del vero culto cristiano, operando allo stesso tempo, nell’ambito ad accogliere la sua richiesta, abilmente formulata non come un’esplicita ingiun-
del mondo in cui vivono, un serio discernimento della sua volontà. zione. Anzitutto Paolo parte da tre carismi o doni spirituali menzionati anche in
Al v. 6, in conseguenza dell’esemplare entusiasmo dei Macedoni per la colletta, 1Cor 1,4-5 e 12,8-10. In particolare la «fede» (greco, pístis) rappresenta un dono
Paolo segnala la richiesta fatta a Tito. Egli, che l’aveva cominciata, è pregato di portare di grazia particolare, dato ad alcuni, che si manifesta con azioni prodigiose (1Cor
a termine tra i Corinzi tale opera ispirata dalla grazia. Da questo versetto si deduce 12,9). D’altra parte, la «parola» (greco, lógos) è riferibile al parlare in lingue e al
che Tito ha partecipato agli inizi della colletta a Corinto, senza però chiarire se sia profetizzare (cfr. 1Cor 12,10.28). Infine, con «conoscenza» (greco, gnṓsis) si deve
entrato in campo prima o dopo la stesura di 1Cor 16,1-4 (questione parecchio discus- pensare a una sensibilità spirituale che conduce una profonda comprensione del
sa tra gli studiosi). In ogni caso il ruolo di tale collaboratore è fondamentale, perché mistero cristiano (cfr. 1Cor 1,5; 12,8). Insieme a queste qualità personali, vengono
probabilmente la colletta si era interrotta a causa dell’incidente avvenuto durante la citate due caratteristiche relazionali: l’ampia sollecitudine, vista in precedenza
seconda visita di Paolo (cfr. 2Cor 2,5; 7,12) e a motivo di accuse a lui rivolte (cfr., p. soltanto nei confronti di Paolo e dei suoi collaboratori (cfr. 7,11-12), e l’amore
es., 1,12; 4,1-2; 7,2); ora con la visita di Tito nella comunità era stata invece raggiunta cristiano generato in loro dall’annuncio del Vangelo da parte degli apostoli (cfr.
una vera riconciliazione tra l’apostolo e i destinatari, condizione che permetteva fi- 6,11-13). In conclusione, riconoscendo la sovrabbondanza dei doni ricevuti e
nalmente di portare a compimento il progetto iniziale a favore dei poveri della Chiesa posseduti, i Corinzi sono caldamente invitati a sovrabbondare nel loro soccorso
di Gerusalemme (cfr. 7,5-16). Così il collaboratore appena giunto con buone notizie ai poveri della comunità di Gerusalemme.
dall’Acaia è pregato di ritornarvi per riprendere, grazie alle sue capacità di mediazione, Il v. 8 si configura come una precisazione (correctio) retorica, per evitare
l’organizzazione della colletta che tuttavia, dal dettato testuale, risulta essere un’opera il fraintendimento dei destinatari e non fallire nel proprio scopo persuasivo.
voluta e sostenuta dalla grazia di Dio e non una semplice attività filantropica. Infatti, nonostante non si sia espresso in maniera manifestamente imperativa,
8,7-15 L’esempio di Cristo Paolo chiarisce che, invitando a completare la colletta, non intende dare un
Avendo mostrato l’esempio dei Macedoni e lo scopo della nuova visita di Tito, comando ma mettere alla prova, attraverso il confronto con la pronta risposta
SecondA AI CORINZI 8,9 156 157 SecondA AI CORINZI 8,11

γινώσκετε γὰρ τὴν χάριν τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ,


9  9
Conoscete, infatti, l’opera di grazia del Signore nostro Gesù Cristo:
ὅτι δι᾽ ὑμᾶς ἐπτώχευσεν πλούσιος ὤν, ἵνα ὑμεῖς τῇ ἐκείνου da ricco che era si è fatto povero per noi, affinché voi diventaste
πτωχείᾳ πλουτήσητε. 10 καὶ γνώμην ἐν τούτῳ δίδωμι· τοῦτο ricchi per mezzo della sua povertà. 10E in questo vi do un consiglio:
γὰρ ὑμῖν συμφέρει, οἵτινες οὐ μόνον τὸ ποιῆσαι ἀλλὰ καὶ è una cosa utile per voi, che, dall’anno scorso, avete cominciato
τὸ θέλειν προενήρξασθε ἀπὸ πέρυσι· 11 νυνὶ δὲ καὶ τὸ non solo a farla ma anche a volerla. 11Ora, dunque, portatela a
ποιῆσαι ἐπιτελέσατε, ὅπως καθάπερ ἡ προθυμία τοῦ compimento, in modo che, come c’è stata la prontezza della volontà,
θέλειν, οὕτως καὶ τὸ ἐπιτελέσαι ἐκ τοῦ ἔχειν. così ci sia anche il portare a compimento secondo i vostri mezzi.

8,9 L’opera di grazia del Signore nostro Si è fatto povero (evptw,ceusen) – Il verbo Anno scorso (pe,rusi) – L’avverbio greco non in At 17,11. Il termine denota un gran-
Gesù Cristo (th.n ca,rin tou/ kuri,ou h`mw/n ptwceu,w è usato soltanto qui in tutto il NT. ricorre soltanto qui e in 9,2 in tutta la Bibbia. de interesse nello svolgere un servizio e una
VIhsou/ Cristou/) – Alla lettera: «la grazia 8,10 Consiglio (gnw,mhn) – Si tratta di un’opi- 8,11 Prontezza (proqumi,a) – Il vocabolo gioiosa disponibilità nel donare, avvicinan-
del Signore nostro Gesù Cristo». Il geniti- nione comunque importante proveniente ha un’unica occorrenza nella Settanta (Sir dosi a spoudh, («sollecitudine»).
vo è soggettivo o di autore, in riferimento dall’apostolo che si lascia guidare dallo Spirito 45,23), mentre nel NT non ha altre occor- Secondo i vostri mezzi (evk tou/ e;cein) – Alla
all’azione di grazia compiuta da Cristo. (cfr. 1Cor 7,25.40 dove si usa lo stesso termine). renze fuori di 2Cor 8–9 (cfr. 8,12.19; 9,2), se lettera: «dall’avere».

dei Macedoni, anche la genuinità dell’amore cristiano dei Corinzi. Mediante 5,2 di amore, in Fil 2,5-8 di umiltà, in Col 3,13 di perdono. Infine, è da notare nel
l’iniziativa a favore dei poveri di Gerusalemme la capacità di donare agli altri nostro brano la coincidenza tra la situazione paradossale dei credenti, la povertà
dei destinatari è soggetta a un’ineludibile valutazione. Inoltre, seguendo questa dei quali pure si trasforma in ricchezza (cfr. v. 2), e quella di Cristo, legame stretto
prospettiva, appare chiaro che il raffronto con i Macedoni è proposto da Paolo che si ripresenta anche in altri luoghi dell’epistolario paolino (cfr. 1Cor 1,18-31;
non per fomentare una qualsivoglia rivalità ma per spingere i Corinzi alla po- Fil 2,6-11; 3,4b-14).
sitiva emulazione. Al v. 10 Paolo ritorna direttamente alla questione del completamento della
Il v. 9 illustra ai destinatari l’esempio per eccellenza, da seguire in ordine al colletta da parte dei Corinzi. Egli fornisce la sua fondata opinione, dicendo che la
compimento dell’«opera di grazia» (cfr. v. 7). Infatti Paolo – probabilmente rical- raccolta ricade a vantaggio degli ascoltatori che, già da un anno, non solo l’hanno
cando con parole proprie un dato proveniente dalla tradizione primitiva condivisa intrapresa, ma soprattutto l’hanno voluta. Tuttavia, al momento l’apostolo non
con i Corinzi (cfr. l’uso di «conoscete») – afferma che l’azione di grazia di Cristo spiega in che cosa consista tale utilità – concetto tipico della retorica deliberativa
è stata quella, da ricco che era, di farsi povero, al fine di arricchire i credenti con (cfr. Aristotele, Retorica 1358b) –, ma lo chiarirà dopo, nei vv. 13-15. Inoltre, il
la sua povertà. La frase risulta sin dall’inizio paradossale (come può un povero rovesciamento del normale ordine logico, con il fare prima del volere, intende
arricchire altri per mezzo delle sua povertà?), richiamando quella di 5,21 e altre mettere in risalto questo ultimo elemento motivazionale, per indicare che la par-
proprie di Paolo in merito all’azione salvifica di Dio, che va al di là del modo tecipazione alla colletta da parte dei Corinzi è cominciata liberamente e senza
di pensare dell’uomo. In particolare, il collegamento più chiaro è con Fil 2,6-8 alcuna costrizione da circa un anno (cfr. 1Cor 16,1-4). Implicitamente Paolo fa
dove Cristo, pur essendo di condizione divina, spoglia se stesso assumendo la capire che, se i Corinzi hanno aderito di propria iniziativa alla raccolta, sarebbe
condizione umana più bassa, cioè quella dello schiavo, sino a morire sulla croce. contraddittorio non portarla a termine.
Così la condizione iniziale di ricchezza è da intendersi in relazione allo status Dal passato Paolo ritorna al presente nel v. 11, insistendo sul completamento
divino del Cristo incarnato, mentre il suo volontario impoverirsi descrive la sua della colletta insieme a un velato rimprovero dei Corinzi. Secondo l’apostolo, è
intera vicenda storica, propria della sua condizione umana e comprensiva della ormai giunto il momento di concludere la raccolta iniziata un anno prima, sotto-
morte e della risurrezione, la quale rappresenta complessivamente la sua «opera lineando l’iniziale premura dei Corinzi e chiedendo semplicemente un contributo
di grazia». La finalità di tale azione è quella di ricolmare i credenti dei beni della confacente ai loro mezzi. A differenza di quanto detto a proposito della partecipa-
salvezza e tra questi beneficiari devono comprendersi i Corinzi, che sono quindi zione dei Macedoni, che hanno donato oltre le loro possibilità economiche (cfr.
indirettamente spinti a dedicarsi all’«opera di grazia» della colletta (v. 7). Questa v. 3), agli ascoltatori non si domanda una generosità eroica. Perciò non hanno
dimensione esemplare del testo è talvolta messa in dubbio, ma altri testi paolini ragione di ritardare ancora la presentazione della loro offerta per i poveri di Ge-
confermano tale lettura. Infatti, Cristo è modello: in Rm 15,7 di accoglienza, in Ef rusalemme.
SecondA AI CORINZI 8,12 158 159 SecondA AI CORINZI 8,15

εἰ γὰρ ἡ προθυμία πρόκειται, καθὸ ἐὰν ἔχῃ εὐπρόσδεκτος,


12  12
Se, infatti, c’è la prontezza (della volontà), essa è gradita in
οὐ καθὸ οὐκ ἔχει. 13 οὐ γὰρ ἵνα ἄλλοις ἄνεσις, ὑμῖν θλῖψις, ragione di quello che uno possiede, non in ragione di quello che
ἀλλ᾽ ἐξ ἰσότητος· 14 ἐν τῷ νῦν καιρῷ τὸ ὑμῶν περίσσευμα uno non possiede. 13Poiché non si tratta di sollievo per gli altri
e di afflizione per voi, ma che vi sia uguaglianza. 14In questo
εἰς τὸ ἐκείνων ὑστέρημα, ἵνα καὶ τὸ ἐκείνων περίσσευμα
momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza,
γένηται εἰς τὸ ὑμῶν ὑστέρημα, ὅπως γένηται ἰσότης, 15 καθὼς affinché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra
γέγραπται· ὁ τὸ πολὺ οὐκ ἐπλεόνασεν, καὶ ὁ τὸ ὀλίγον οὐκ indigenza, cosicché ci sia uguaglianza, 15come sta scritto: Chi
ἠλαττόνησεν. aveva molto non abbondò e chi aveva poco non ebbe di meno.
8,12 Gradita (euvpro,sdektoj) – L’aggettivo, sia»). Anche nella prima parte del versetto legge, in filosofia, in politica e in matematica. Chi aveva molto non abbondò e chi aveva poco
già utilizzato in 6,2, può assumere anche seguente è da sottintendere lo stesso verbo. 8,14 In questo momento (evn tw/| nu/n kairw/)| non ebbe di meno (o` to. polu. ouvk evpleo,nasen(
una connotazione cultuale e presenta altre Uguaglianza – Il sostantivo ivso,thj nel NT – Il sintagma o` nu/n kairo,j ha una valenza kai. o` to. ovli,gon ouvk hvlatto,nhsen) – Si tratta
tre occorrenze nel NT (Rm 15,16.31; 1Pt è di nuovo presente soltanto al versetto suc- salvifica in Rm 3,26; 8,18; 11,5, ma nel nostro di una citazione di Es 16,18b LXX; tuttavia,
2,5), mentre è del tutto assente dalla Settanta. cessivo e in Col 4,1, mentre ha tre occorrenze caso presenta un aspetto meramente temporale. l’ordine delle parole iniziali è diverso e c’è
8,13 Poiché non si tratta di (ouv ga.r i[na) nella Settanta (Gb 36,29; Salmi di Salomone 8,15 Come sta scritto (kaqw.j ge,graptai) – la sostituzione di e;latton («aveva di meno»)
– Alla lettera: «non infatti affinché», con il 17,41; Zc 4,7). Nel greco il termine, anche Formula introduttiva di una citazione usata con ovli,gon («aveva poco»). Inoltre si deve
verbo sottointeso che può essere desunto dal con i significati di «equità», «imparzialità» e spesso da Paolo (cfr., p. es., Rm 1,17; 15,21; notare che il verbo evlattone,w costituisce un
versetto successivo: ge,nhtai («supplisca, di «forma identica», «equidistanza» è usato, in 1Cor 1,31) e riproposta anche in 9,9. hapax legomenon nel NT.

Al v. 12 Paolo amplia quanto appena detto, riprendendo l’idea di «prontezza» in Etica Nicomachea 1129a), ma anche nelle relazioni personali, visto che gli amici sono
merito alla colletta. Egli afferma che questo atteggiamento nel donare risulta gradito uguali in valore e simili nel modo di pensare (cfr. Aristotele, Etica Nicomachea 1159b).
in base a quello che uno può dare, senza andare oltre i propri mezzi. Ciò che conta per Il v. 14 approfondisce il senso dell’uguaglianza, richiamando l’interscambio cristo-
l’apostolo è quindi tale premura, che deve essere la stessa con la quale è stata cominciata logico del v. 9 che diviene la ragione e la spinta per quello tra credenti e tra comunità.
l’iniziativa, e non la quantità del contributo. In questo campo ognuno è chiamato a dare Infatti, Paolo chiede ai Corinzi che al presente il loro surplus supplisca alla povertà
secondo le sue possibilità, in una prospettiva di libertà e di responsabilità nell’uso delle dei cristiani di Gerusalemme, in modo che il surplus di questi ultimi supplisca alla
proprie sostanze (cfr. 1Cor 16,2). D’altra parte, il testo non specifica a chi risulterà povertà dei destinatari, cosicché ci sia uguaglianza. Se sulla prima parte del versetto
gradita la disposizione d’animo dei Corinzi. Si può pensare a Dio, visto che l’aggettivo non ci sono dubbi, nel senso che gli ascoltatori sono invitati a condividere la loro
usato ha una connotazione cultuale, ma anche ai cristiani di Gerusalemme, dato che sovrabbondanza economica con la comunità gerosolimitana, sull’interpretazione
esso è in riferimento a loro in Rm 15,31, passaggio nel quale si parla della colletta. della seconda gli studiosi si dividono. Due sono le letture più accreditate: la prima
Nel suo complesso la formulazione del versetto richiama Tb 4,8 e Pr 3,27-28, esempi sostiene che in futuro saranno i cristiani di Gerusalemme a soccorrere con i loro
di un tema specifico della pietà giudaica, quello riguardante l’aiuto verso gli indigenti. beni materiali quelli di Corinto; la seconda invece, basandosi sul testo parallelo di
Al v. 13 Paolo non solo spiega più chiaramente quanto appena sostenuto, ma anche, Rm 15,27, ritiene che già da ora l’abbondanza materiale corinzia sia compensata da
sino al v. 15, il perché dell’utilità della colletta per i destinatari, elemento introdotto un’abbondanza spirituale gerosolimitana che proviene in direzione opposta. Delle
al v. 10. Infatti, con una correctio l’apostolo afferma che non è suo scopo disagiare i due interpretazioni è preferibile la prima, perché appare più logica e attinente al
Corinzi e sollevare la comunità di Gerusalemme, ma fare uguaglianza. L’insistenza è testo di 2Cor 8,14, dove non c’è alcun segno di distinzione tra materiale e spirituale.
ancora una volta su una naturale partecipazione alla raccolta che non dovrebbe creare Il v. 15 chiude il brano e l’approfondimento sulla tematica dell’uguaglianza con
squilibri economici tra le comunità cristiane, richiamando l’ideale della comunione dei una citazione biblica che ne evidenzia l’origine divina e, quindi, il suo indiscutibile
beni tra credenti presentato in At 2,44-45, dove ognuno prende secondo il proprio biso- valore. Paolo riprende il testo di Es 16,18b LXX, riguardante il dono della manna
gno quanto è stato messo in comune da tutti. Il testo del versetto ricorre a un concetto per il popolo di Israele, che affermava come chi aveva raccolto di più non ebbe del
tipico del mondo greco e quindi familiare agli ascoltatori, quello dell’uguaglianza. Tale superfluo, e chi aveva raccolto di meno non patì una mancanza. Il testo anticotesta-
concetto riveste grande importanza soprattutto in politica, perché l’uguaglianza è un mentario è usato non in prospettiva tipologica (come in 1Cor 10,1-13 brano segnato
principio base della democrazia (cfr. Aristotele, Politica 1261a) e nell’ambito giuridi- da un parallelo tra gli Israeliti e i Corinzi), ma per validare il principio dell’ugua-
co, dove la giustizia deve tenere conto dell’uguaglianza degli uomini (cfr. Aristotele, glianza, mostrando l’agire di Dio che distribuisce i suoi doni in base alle capacità
SecondA AI CORINZI 8,16 160 161 SecondA AI CORINZI 8,17

Χάρις δὲ τῷ θεῷ τῷ δόντι τὴν αὐτὴν σπουδὴν ὑπὲρ ὑμῶν


16  16
Grazie a Dio ˹che mette˺ nel cuore di Tito la stessa sollecitudine
ἐν τῇ καρδίᾳ Τίτου, 17 ὅτι τὴν μὲν παράκλησιν ἐδέξατο, riguardo a voi! 17Poiché non solo ha accolto la richiesta ma, essendo
σπουδαιότερος δὲ ὑπάρχων αὐθαίρετος ἐξῆλθεν πρὸς ὑμᾶς. ancor più sollecito, spontaneamente è partito per venire da voi.
8,16 Che mette – La lezione do,nti, participio dà»), è dello stesso livello (la prima mano del brano, dove l’aoristo è preponderante, NT soltanto altre due volte al v. 22, mentre
aoristo di di,dwmi (alla lettera: «che ha dato»), del Sinaitico [‫]א‬, il Vaticano [B], i codici di appare lectio difficilior e per il fatto che la ha una sola occorrenza nella Settanta (Ez
ha importanti testimoni a favore (il papiro Efrem riscritto [C], di Freer [I; lettura incer- lezione do,nti può essere spiegata come il 41,25).
Chester Beatty II [î46], una correzione nel ta], di Mosca [K], Porfiriano [P], della Laura risultato di un’omissione dovuta a un errore È partito (evxh/lqen) – Si tratta di un aoristo
codice Sinaitico [‫]א‬, i codici Claromontano del monte Athos [Ψ] e il testo bizantino). scribale, secondo il quale l’occhio è passato epistolare del verbo evxe,rcomai; vuol dire
[D], di Cambridge [F], di Börner [G] e An- La scelta tra le due lezioni è difficile e non dalla prima alla seconda d (aplografia). che il tempo passato si riferisce al momento
gelico [L]); tuttavia, la variante dido,nti, par- cambia molto il senso della frase. La nostra 8,17 Più sollecito – L’aggettivo spoudai/oj, nel quale la lettera sarà letta dai destinatari.
ticipio presente di di,dwmi (alla lettera: «che preferenza va a dido,nti, perché nel contesto qui usato al comparativo, è presente nel Quindi potremmo anche tradurre: «parte».

umane di accoglienza. Così la condizione di parità tra le diverse comunità non è per D’altra parte l’invio dei tre è finalizzato anche alla preparazione di una visita di
Paolo una questione di natura sociale o politica, ma teologica: seguendo l’esempio Paolo stesso (cfr. 9,3-4) e a evitare che egli possa essere accusato di indebita appropria-
divino non si cancelleranno le differenze tra le Chiese, bensì ci si impegnerà in un zione dei soldi della colletta (cfr. 7,2). Effettivamente in 8,20-21 il testo assume toni
fecondo interscambio per provvedere ai bisogni di ciascuna di esse. Questa lettura apologetici che richiamano la difesa del comportamento apostolico già presente nei
del testo esodico della manna nella prospettiva dell’uguaglianza è presente anche in capitoli precedenti (cfr., p. es., 1,12; 2,17; 5,2). Purtroppo, pare che tutto questo sforzo
Filone, che vede nel cibo celeste il dono della sapienza distribuito a tutti in porzioni da parte dell’apostolo debba avere sortito effetti positivi di limitata durata, visto che in
eguali (L’erede delle cose divine 191). Tuttavia, in maniera originale, per l’apostolo 2 Corinzi B Paolo sarà costretto di nuovo a respingere gli attacchi mossi contro di lui
l’ideale dell’uguaglianza comunitaria trova nelle sue lettere altri più profondi fonda- e contro Tito in merito alla gestione finanziaria della raccolta, compiuta a Corinto per
menti: l’unicità divina (cfr. Rm 3,29-30; Gal 3,20), la sua imparzialità nella collera i poveri della comunità di Gerusalemme (cfr. 12,16-18). Il brano può essere diviso in
(cfr. Rm 2,11) e, principalmente, quella nella giustificazione (cfr. Rm 3,22-24). tre parti: raccomandazione di Tito e del primo fratello (vv. 16-19); apologia di Paolo
Termina così la pericope di 8,1-15, che intende esortare i destinatari a ri- (vv. 20-21); raccomandazione del secondo fratello e conclusione sui tre (vv. 22-24).
prendere la colletta. Paolo con saggia delicatezza presenta ai Corinzi un invito 8,16-19 Raccomandazione di Tito e del primo fratello
ben motivato sull’esempio dei Macedoni e soprattutto su quello di Cristo ma, Al v. 16 Paolo comincia la raccomandazione del fidato collaboratore che sta per
nonostante tutto questo, possono ancora sussistere ostacoli nella comunità per il inviare di nuovo in Acaia. Egli ringrazia Dio perché pone nel cuore di Tito la sua stessa
completamento dell’iniziativa. Così, in direzione del superamento di tali resistenze sollecitudine per i Corinzi. Come la grazia divina era all’origine dello slancio dei Mace-
legate alla gestione finanziaria della colletta, andrà la scelta di delegati, della quale doni per la colletta (cfr. 8,1-2), allo stesso modo ora l’agire di Dio determina la premura
si parlerà nel successivo brano di 8,16-24. di Tito nei confronti dei destinatari affinché completino la raccolta. La sollecitudine del
collaboratore è prima di tutto quella di Paolo che si preoccupa per i Corinzi, vedendo nel-
8,16-24 Raccomandazione dei delegati la colletta un reale vantaggio per la comunità (cfr. v. 10), ma richiama anche quella dimo-
Paolo attinge dal genere epistolare delle lettere di raccomandazione, dal quale si strata dai Macedoni (cfr. v. 8) e intravista negli stessi destinatari (cfr. v. 7). In particolare,
era distanziato riguardo alla difesa del proprio apostolato presso i Corinzi (cfr. 3,1-3), il versetto non nomina esplicitamente la colletta, indicando come unica ragione dell’invio
per chiedere ai destinatari di accogliere la delegazione preposta alla raccolta della di Tito la sua attenzione pastorale per i Corinzi, perché probabilmente vuole mostrare che
colletta. Con ogni probabilità, in tale occasione Tito recherà alla comunità di Corinto egli e colui che lo manda sono interessati al bene dei destinatari e non alle loro sostanze.
la lettera composta dai primi nove capitoli (2 Corinzi A). L’apostolo non è nuovo a Nel v. 17, scritto mentre gli inviati sono vicini alla partenza (si veda l’uso
questo genere di interventi a favore dei suoi inviati: Febe (cfr. Rm 16,1-2), Timoteo (cfr. dell’aoristo epistolare illustrato in nota), è presentato il perché del rendimento di
1Cor 16,10-11), lo stesso Timoteo con Epafrodito (cfr. Fil 2,19-30). Nel nostro brano grazie a Dio per la sollecitudine di Tito. Infatti, Paolo afferma che il collaboratore
Paolo, seguendo i canoni propri delle lettere di raccomandazione, presenta ciascuno non soltanto ha accolto il suo appello in merito al completamento della colletta, ma
degli inviati in base a tre elementi: identificazione, relazione con lui quale mittente, si è dimostrato ancor più zelante, visto che ha deciso di propria iniziativa di recarsi
credenziali per lo svolgimento del ruolo. La raccomandazione è, quindi, personale di nuovo a Corinto. Come nei confronti dei destinatari l’apostolo non ha rivolto un
dell’apostolo, ma anche ecclesiale (si veda in particolare per i due anonimi fratelli ai vv. comando, ma un invito, così ha fatto anche con Tito, e quest’ultimo non l’ha sem-
18.22) e poi soprattutto cristologica, perché i tre delegati sono «gloria di Cristo» (v. 23). plicemente seguito, bensì vi ha aderito con piena libertà e vero coinvolgimento.
SecondA AI CORINZI 8,18 162 163 SecondA AI CORINZI 8,21

18 
συνεπέμψαμεν δὲ μετ᾽ αὐτοῦ τὸν ἀδελφὸν οὗ ὁ ἔπαινος ἐν τῷ 18
Abbiamo inviato insieme con lui il fratello, che è lodato a
εὐαγγελίῳ διὰ πασῶν τῶν ἐκκλησιῶν, 19 οὐ μόνον δέ, ἀλλὰ καὶ motivo del Vangelo in tutte le Chiese. 19Non solo: è anche stato
χειροτονηθεὶς ὑπὸ τῶν ἐκκλησιῶν συνέκδημος ἡμῶν σὺν τῇ eletto dalle Chiese quale nostro compagno di viaggio in questa
χάριτι ταύτῃ τῇ διακονουμένῃ ὑφ᾽ ἡμῶν πρὸς τὴν [αὐτοῦ] τοῦ opera di grazia, da noi amministrata per la gloria del Signore
κυρίου δόξαν καὶ προθυμίαν ἡμῶν, [stesso] e per mostrare la nostra prontezza.
20 
στελλόμενοι τοῦτο, μή τις ἡμᾶς μωμήσηται ἐν τῇ ἁδρότητι 20
Predisponiamo ciò affinché nessuno ci biasimi per questa
ταύτῃ τῇ διακονουμένῃ ὑφ᾽ ἡμῶν· 21 προνοοῦμεν γὰρ καλὰ οὐ munificenza da noi amministrata, 21infatti ci preoccupiamo di
8,18 Abbiamo inviato (sunepe,myamen) – Si in tutta la Bibbia, indicava originalmente un’incertezza riguardo all’inclusione del ter- 8,20 Ciò – Il pronome dimostrativo tou/to si
tratta di un plurale maiestatico per indica- l’elezione per alzata di mano (in greco, cei,r) mine perché alcuni importanti testimoni lo riferisce retrospettivamente alla decisione di
re Paolo e di un aoristo epistolare; così è all’interno di un’assemblea; poi semplice- omettono (i codici Vaticano [B], di Efrem ri- inviare i delegati (cfr. v. 18).
possibile tradurre anche: «invio». Inoltre, il mente l’elezione stessa; infine nel periodo scritto [C], Claromontano [D], di Cambridge Munificenza – Il sostantivo a`dro,thj, hapax
verbo sumpe,mpw è utilizzato soltanto qui e post-neotestamentario l’ordinazione dei mi- [F], Angelico [L] e di Börner [G]) ma, dal legomenon biblico, è un termine aulico che
al v. 22 (stesso aoristo epistolare) rispetto a nistri della Chiesa per l’imposizione delle momento che la sua presenza nel testo appe- evoca forza, abbondanza, pienezza.
tutta la Bibbia. mani. Nel nostro caso il participio si trova santisce la frase e quindi costituisce la lectio 8,21 Ci preoccupiamo (pronoou/men) – Il ver-
A motivo del Vangelo (evn tw/| euvaggeli,w|) – al posto di un verbo finito. difficilior, siamo propensi a lasciarlo. bo pronoe,w, che ricorre solo altre due volte
Con «Vangelo» non si intende quello scritto, Compagno di viaggio (sune,kdhmoj) – Il ter- 8,20 Predisponiamo (stello,menoi) – Il ver- nel NT (Rm 12,17; 1Tm 5,8), ha due signi-
non ancora esistente, ma il suo annuncio. mine ha solo un’altra occorrenza biblica in bo ste,llw è usato soltanto un’altra volta, e ficati di base: «preoccuparsi», «avere cura»
8,19 È stato eletto (ceirotonhqei,j) – Il ver- At 19,29. sempre alla voce media, nel NT (2Ts 3,6). e «pensare prima», «prevedere»; il primo si
bo ceirotone,w, usato solo qui e in At 14,23 Stesso ([auvtou/]) – L’edizione critica attesta Il participio sta al posto di un verbo finito. confà maggiormente al nostro contesto.

Al v. 18 Paolo comincia la raccomandazione di uno dei due compagni di Tito. L’apo- che hanno dimostrato tutta la loro sollecitudine per la raccolta (cfr. 8,1-6). D’altra
stolo sostiene di stare per inviare a Corinto, insieme con Tito, un fratello cristiano, lodato parte, Paolo in 1Cor 16,3 prevede anche dei delegati scelti dalla comunità corinzia,
in tutte le Chiese per il suo annuncio del Vangelo. Il complesso delle Chiese alle quali Pao- anche se nella lista di At 20,4, che potrebbe essere quella che riporta i nomi degli
lo si riferisce non è facile da identificare, potremmo pensare a quelle macedoni (cfr. 8,1), inviati per portare la colletta a Gerusalemme, non c’è alcun riferimento a qualcuno
ma probabilmente, vista la mancanza di specificazione, è meglio ampliare l’orizzonte a proveniente da Corinto. L’iniziativa paolina richiama da vicino la pratica giudaica
tutte le comunità di cui l’apostolo può attestare tale lode e, quindi, a quelle che rientrano dell’elezione di emissari per recare nella città santa l’obolo delle comunità della
nella sua missione (cfr. 1Cor 7,17; 2Cor 11,28). Il nuovo inviato è raccomandato per la diaspora a beneficio del tempio, descritta anche da Filone (cfr. Leggi speciali 1,78).
sua predicazione del Vangelo, attività che gli ha procurato una buona reputazione. Così 8,20-21 Apologia di Paolo
Paolo mostra che il delicato compito della colletta non è affidato al primo venuto, e che Al v. 20 comincia una difesa di Paolo che si conclude nel versetto successivo, spiegan-
tale attività possiede un’ineludibile dimensione evangelica. D’altro canto, a differenza do contestualmente anche la dilazione di una sua visita a Corinto. Così egli afferma che ha
di Tito questo fratello cristiano non è nominato e non parte di propria iniziativa, a sotto- disposto l’invio dei delegati per la colletta, affinché lui (e i suoi stretti collaboratori) non
lineare probabilmente il suo ruolo subordinato rispetto a quello del fidato collaboratore. siano criticati per la loro amministrazione dell’ingente somma raccolta. Non è dato di sa-
Al v. 19 la raccomandazione del delegato continua, sostenendo che questo com- pere niente di preciso sulle eventuali critiche. Tuttavia possiamo ipotizzare che l’apostolo
pagno di viaggio di Paolo è anche stato scelto dalle Chiese in ordine alla colletta, intenda distinguersi dai predicatori e ciarlatani itineranti che lucravano a danno dei loro
raccolta dall’apostolo e dai suoi per dare gloria a Dio e per mostrare la loro pre- ascoltatori (cfr. Dione Crisostomo, Orazioni 32,11) e voglia essere esente dal sospetto che,
mura nei confronti della Chiesa di Gerusalemme. L’anonimo fratello accompagna, dopo avere apertamente rifiutato il sostegno economico dei Corinzi (cfr. 1Cor 9,11-15),
quindi, l’apostolo verso la città santa per recarvi il frutto della colletta, ed è stato attraverso la colletta possa surrettiziamente farvi ricorso (cfr. 2Cor 12,16). Infine, nel ver-
scelto non da lui ma dalle Chiese, cosicché esse assumano la piena responsabilità setto è da notare che il riferimento eufemistico alla colletta come «munificenza», al posto
nell’iniziativa e Paolo possa meglio difendersi da eventuali sospetti di frode. Le di un termine economico, è volto a incoraggiare la generosità dei destinatari e ad ampliare
comunità in questione sono probabilmente prima di tutto quelle dell’Asia minore, il loro orizzonte di pensiero verso il senso teologico ed ecclesiologico della raccolta.
cioè Efeso – da dove l’apostolo dovrebbe avere scritto il primo invito per la col- Nel v. 21 si conclude la breve apologia di Paolo, motivando quanto appena
letta (cfr. 1Cor 16,1-4) – e Troade – da dove passa prima di arrivare in Macedonia affermato con una sentenza di carattere proverbiale. Come avverrà anche in
(cfr. 2Cor 2,12). Poi il riferimento è alle Chiese macedoni, presso le quali si trova, Rm 12,17, Paolo allude al testo di Pr 3,4 LXX, sottolineando la dimensione
SecondA AI CORINZI 8,22 164 165 SecondA AI CORINZI 8,24

μόνον ἐνώπιον κυρίου ἀλλὰ καὶ ἐνώπιον ἀνθρώπων. agire bene non solo di fronte al Signore, ma anche di fronte agli
22 
συνεπέμψαμεν δὲ αὐτοῖς τὸν ἀδελφὸν ἡμῶν ὃν ἐδοκιμάσαμεν uomini.
ἐν πολλοῖς πολλάκις σπουδαῖον ὄντα, νυνὶ δὲ πολὺ
22
Con loro abbiamo inviato anche il nostro fratello che abbiamo
σπουδαιότερον πεποιθήσει πολλῇ τῇ εἰς ὑμᾶς. 23 εἴτε ὑπὲρ più volte messo alla prova in molte circostanze e che si è
dimostrato sollecito; ora è più sollecito che mai per la grande
Τίτου, κοινωνὸς ἐμὸς καὶ εἰς ὑμᾶς συνεργός· εἴτε ἀδελφοὶ
fiducia che ha verso di voi. 23Quanto a Tito, è mio compagno e
ἡμῶν, ἀπόστολοι ἐκκλησιῶν, δόξα Χριστοῦ. 24 τὴν οὖν ἔνδειξιν collaboratore presso di voi, quanto ai nostri fratelli, sono inviati
τῆς ἀγάπης ὑμῶν καὶ ἡμῶν καυχήσεως ὑπὲρ ὑμῶν εἰς αὐτοὺς delle Chiese, gloria di Cristo. 24Date dunque a loro la prova del
ἐνδεικνύμενοι εἰς πρόσωπον τῶν ἐκκλησιῶν. vostro amore e del nostro vanto riguardo a voi davanti alle Chiese.

Bene – L’aggettivo kalo,j di per sé significa 8,23 Inviati delle Chiese (av p o, s toloi stessa radice, volta a enfatizzare nel verset- i codici di Mosca [K], Angelico [L], Porfiria-
«bello», ma va a coincidere con avgaqo,j cioè evkklhsiw/n) – Il genitivo è di origine o d’ap- to l’elemento della dimostrazione e della no [P], della Laura del monte Athos [Ψ], il te-
«buono», in corrispondenza con l’ideale del partenenza. Come in Fil 2,25, Paolo utilizza prova. Il sostantivo e;ndeixij è presente solo sto bizantino e la tradizione latina); tuttavia, la
kaloka,gaqo,n, «bello e buono», diffuso nel qui il particolare titolo di avpo,stoloj in rife- nelle lettere paoline rispetto a tutta la Bibbia prima lezione è ben supportata e costituisce la
mondo greco-romano. rimento al delegato di una Chiesa. (Rm 3,25.26; Fil 1,28). Mentre al posto del lectio difficilior e quindi quella più probabile.
8,22 Abbiamo… messo alla prova 8,24 Date… la prova (th.n… e;ndeixin… participio evndeiknu,menoi alcuni importanti In questo caso i grammatici affermano che il
(evdokima,samen) – L’aoristo di dokima,zw ha evndeiknu,menoi) – Alla lettera: «Dimostra- testimoni riportano l’imperativo evndei,xasqe participio, seguendo un uso semitico, assume
valore complessivo, comprendendo insieme te la dimostrazione». Si tratta di una figura (i codici Sinaitico [‫]א‬, di Efrem riscritto [C], valore imperativale, così come avviene anche
tutte le occasioni di prova. etimologica, con due termini che hanno la una correzione nel codice Claromontano [D], nelle esortazioni di Rm 12,9-17.

dei rapporti interpersonali. Se la priorità di Paolo è quella di piacere a Dio rendono gloria a Cristo. Viene dunque ribadita, come avveniva già nei vv. 16-18,
piuttosto che agli uomini (cfr. Gal 1,10), d’altra parte deve dare conto delle la preminenza di Tito rispetto agli altri due delegati a motivo del suo particolare
sue scelte alle persone, in modo da eliminare i possibili ostacoli alla sua mis- rapporto di comunione con Paolo (cfr. «mio»), ma anche con i destinatari. Tuttavia
sione (cfr. 6,3) e, in questo caso, al completamento della colletta. Secondo pure gli altri due sono ben raccomandati, in ragione di un legame con l’apostolo
tale prospettiva è dunque giustificato l’invio a Corinto dei delegati da parte (cfr. «nostri»), del loro invio da parte delle Chiese e della loro glorificazione di
dell’apostolo. Cristo. Nonostante la rilevante discussione presente tra gli studiosi, non si è giunti
8,22-24 Raccomandazione del secondo fratello e conclusione sui tre a determinare l’identità precisa di questi due fratelli cristiani. Unica indicazione
Il v. 22 presenta la raccomandazione dell’ultimo delegato con una formula potrebbe essere quella di ritrovare i due nella lista fornita da At 20,4 (cfr. anche
di invio che riprende quella del v. 18. Paolo afferma, infatti, che sta per inviare At 19,29) dei sei delegati che, insieme a Timoteo, appaiono accompagnare Paolo
il fratello, di cui spesso e nell’ambito di diverse situazioni ha sperimentato lo da Corinto verso Gerusalemme.
zelo, il quale ora è più zelante che mai a motivo della grande fiducia che nutre Al v. 24 il brano è concluso con un’esortazione ultima ai Corinzi, diretta
nei confronti dei destinatari. Per questo l’apostolo, rispetto al precedente invia- conseguenza della raccomandazione finale dei delegati espressa nel versetto
to, parla di «nostro» e può attestarne personalmente la sollecitudine (come per precedente. In fondo, con la buona accoglienza dei delegati e la ripresa della
Tito, cfr. v. 16), indicando la più stretta relazione che il secondo ha con lui. La colletta (cfr. v. 8), i Corinzi dimostreranno che vantandosi di loro davanti a Tito
menzione della fiducia del delegato è probabilmente dovuta alle notizie ricevute e ai due altri fratelli (cfr. 7,4.14; 9,3) Paolo non si sbagliava. In particolare,
da Tito (cfr. 7,13-15) e funge da ulteriore elemento di captatio benevolentiae nei questi ultimi rappresentano le comunità dell’Asia minore e della Macedonia
confronti dei destinatari. che li hanno inviati; quindi, l’accoglienza loro riservata sarà un segno di comu-
Al v. 23 Paolo riprende e sintetizza le raccomandazioni dei tre delegati, prepa- nione tra la Chiesa di Corinto e le altre. Così, alla fine del passaggio di 8,16-24
rando così l’appello conclusivo del versetto seguente. Egli sostiene che, da una si rimarca ancora una volta che la questione della colletta non è un’iniziativa
parte, Tito è partecipe della sua missione e suo stretto collaboratore per quanto personale dell’apostolo, ma un’espressione di solidarietà e di comunione tra le
riguarda la Chiesa corinzia e che, dall’altra, i due fratelli sono delegati delle Chiese Chiese, non solo tra quelle paoline e quella di Gerusalemme, ma anche all’in-
che in ragione del loro impegno a favore della colletta, opera della grazia divina, terno delle prime.
SecondA AI CORINZI 9,1 166 167 SecondA AI CORINZI 9,2

9 Περὶ μὲν γὰρ τῆς διακονίας τῆς εἰς τοὺς ἁγίους περισσόν
9 Riguardo dunque al servizio a beneficio dei santi, è
1  1

μοί ἐστιν τὸ γράφειν ὑμῖν· 2 οἶδα γὰρ τὴν προθυμίαν superfluo che ve ne scriva. 2Conosco, infatti, la vostra
ὑμῶν ἣν ὑπὲρ ὑμῶν καυχῶμαι Μακεδόσιν, ὅτι Ἀχαΐα prontezza, per la quale mi vanto di voi con i Macedoni, dicendo
παρεσκεύασται ἀπὸ πέρυσι, καὶ τὸ ὑμῶν ζῆλος ἠρέθισεν τοὺς che l’Acaia è preparata dallo scorso anno; e il vostro ardore ha
πλείονας. stimolato molti.

9,1 Scriva (to. gra,fein) – Alla lettera: «lo 9,2 È preparata (pareskeu,astai) – Il verbo tivo significa «preparare», al medio «essere taria in Col 3,21, dove assume il significa-
scrivere». L’infinito presente del verbo gra,fw paraskeua,zw, qui e nel versetto successivo preparato», «essere pronto». to più consueto di «irritare», «provocare»,
assume qui una valenza atemporale in rela- al perfetto medio, è usato soltanto altre due Ha stimolato (hvre,qisen) – Il verbo evreqi,zw mentre nel nostro caso evoca un incitamento
zione all’attività di scrittura della lettera. volte nel NT (At 10,10; 1Cor 14,8); all’at- ha soltanto un’altra occorrenza neotestamen- positivo.

9,1-5 Fiducia nei Corinzi e compito dei delegati ne sul tema dell’amore vicendevole, così in 2Cor 9,1 l’apostolo intende rimarcare
Con l’invito di 8,24 ai Corinzi a dare prova del loro amore nell’accoglienza dei l’importanza di una questione e approfondirne i fondamenti, mentre nello stesso
delegati e nel completamento della colletta l’esortazione di Paolo in vista di tale rac- tempo desidera esprimere la sua fiducia nei destinatari. Inoltre si deve notare che le
colta appariva terminata. Tuttavia, l’apostolo ritorna sulla questione per cominciare esortazioni paoline, nel nostro caso in relazione alla colletta, sono presentate insieme
a vederla da una prospettiva più ampia, legata al senso del dono che i destinatari alle relative motivazioni e sono affidate alla capacità di discernimento dei credenti.
potrebbero e dovrebbero compiere. Così, da una parte Paolo esprime la sua fiducia nei Il v. 2 fornisce, ancora con l’uso della captatio benevolentiae, la motivazione
Corinzi; dall’altra, afferma che i delegati devono predisporre per il meglio il comple- del versetto precedente. Infatti, l’apostolo afferma che sa della disponibilità dei
tamento della raccolta affinché egli, venendo successivamente con dei Macedoni, non destinatari, della quale si vanta con i Macedoni, sostenendo che l’Acaia si è
debba vergognarsi dei destinatari, i quali sono chiamati a contribuire non in maniera preparata per la colletta sin dall’anno precedente; in effetti il loro ardore ha fun-
gretta e avara ma con piena generosità. Nell’essere espressione di un autentico e zionato da positivo stimolo per gran parte di coloro che hanno ascoltato Paolo.
solidale dono da parte di una comunità per un’altra sta il senso della stessa colletta. Se in 8,1-6 Paolo aveva usato l’esempio dei Macedoni per incoraggiare i Corinzi,
D’altronde la nuova dilazione della venuta di Paolo, qui appena accennata, non ora fa esattamente il contrario. In ogni modo egli desidera promuovere una posi-
deve avere suscitato entusiasmo nei Corinzi, visto che, a motivo della riconciliazione tiva emulazione tra le sue comunità (cfr. 1Ts 1,7; 2,14), nel nostro caso riguardo
avvenuta, essa non si sarebbe configurata come la temuta visita punitiva (cfr. 1,23). all’iniziativa della colletta.
Tale scelta compiuta dall’apostolo è legata alle succitate ragioni di opportunità I toni elogiativi utilizzati nei confronti dei destinatari della lettera secondo alcuni
nell’organizzazione della colletta (cfr. 8,20), ma è anche dovuta al fatto di lasciare studiosi appaiono un po’ contraddittori rispetto al fatto che i Corinzi non abbia-
più tempo alla raccolta, affinché questa abbia pieno successo. Nondimeno in 9,1-5 no ancora portato a compimento la colletta (cfr. 8,11). Tuttavia, questa modalità
Paolo non esclude, bensì considera scontata una sua prossima venuta a Corinto. espressiva è comprensibile anzitutto all’interno di una captatio benevolentiae e, al
Che le giustificazioni paoline non risultino sufficienti per la comunità ne è prova di là di ciò, è già stata introdotta sul finire del capitolo precedente in 8,24, quando
la successiva polemica dell’apostolo nei confronti di coloro che lo accusano di l’apostolo ha parlato del suo vanto per i destinatari di fronte alle altre Chiese. Come
utilizzare le lettere per comunicare con forza quanto non è per niente capace di fare sarà mostrato nei versetti immediatamente successivi, questo elogio dei Corinzi va
attraverso la sua presenza fisica a Corinto (cfr. 10,10-11). Il brano può essere diviso di pari passo con l’invio e il compito dei delegati, che devono aiutarli a completare
in due parti: fiducia nei Corinzi (vv. 1-2) e compito dei delegati (vv. 3-5). la colletta, e con la richiesta che quest’ultima non sia insignificante ma abbondante.
9,1-2 Fiducia nei Corinzi Inoltre, guardando da vicino il testo di 9,2, si vede come Paolo lodi la «prontezza»
Paolo inizia il nuovo brano con una preterizione, figura retorica che consiste dei destinatari, proprio quella di cui si era parlato in 8,11 per la partecipazione ini-
nel sostenere di voler tacere qualcosa che invece si menziona; nel nostro caso essa ziale alla colletta da parte dei Corinzi; questo slancio di generosità è stato di stimolo
assume anche la funzione di una nuova sottile captatio benevolentiae dell’autore anche per i Macedoni, i quali si sono buttati a capofitto nell’iniziativa, dando anche
nei confronti dei destinatari. Infatti, al v. 1 l’apostolo afferma che riguardo alla col- al di sopra delle loro possibilità (cfr. 8,3). In tal modo questi ultimi sono diventati a
letta non è necessario che egli ne parli ancora ai destinatari. La raccolta è chiamata, loro volta di esempio per i Corinzi, perché giungano finalmente a completare quella
esattamente come in 8,4, «servizio a beneficio dei santi» e Paolo intende proprio a raccolta che nel frattempo avevano interrotto (8,5-6). Ecco quindi che il quadro
partire da qui approfondirne il significato. Come in 1Ts 4,9 dove c’è una preterizio- argomentativo emergente dal testo risulta sì complesso ma non contraddittorio.
SecondA AI CORINZI 9,3 168 169 SecondA AI CORINZI 9,5

ἔπεμψα δὲ τοὺς ἀδελφούς, ἵνα μὴ τὸ καύχημα ἡμῶν τὸ


3  3
Ma ho inviato i fratelli, affinché non risulti vano il nostro vanto
ὑπὲρ ὑμῶν κενωθῇ ἐν τῷ μέρει τούτῳ, ἵνα καθὼς ἔλεγον riguardo a voi su questo punto, affinché, come dicevo, siate
παρεσκευασμένοι ἦτε, 4 μή πως ἐὰν ἔλθωσιν σὺν ἐμοὶ Μακεδόνες preparati; 4non accada che, se vengono con me dei Macedoni e vi
καὶ εὕρωσιν ὑμᾶς ἀπαρασκευάστους καταισχυνθῶμεν ἡμεῖς, ἵνα trovano impreparati, noi dobbiamo vergognarci, per non dire voi,
μὴ λέγω ὑμεῖς, ἐν τῇ ὑποστάσει ταύτῃ. 5 ἀναγκαῖον οὖν ἡγησάμην in questa iniziativa. 5Ho considerato quindi necessario esortare
παρακαλέσαι τοὺς ἀδελφούς, ἵνα προέλθωσιν εἰς ὑμᾶς καὶ i fratelli perché mi precedessero presso di voi e predisponessero
προκαταρτίσωσιν τὴν προεπηγγελμένην εὐλογίαν ὑμῶν, ταύτην la vostra offerta già promessa, così che questa sia pronta come
ἑτοίμην εἶναι οὕτως ὡς εὐλογίαν καὶ μὴ ὡς πλεονεξίαν. offerta e non come una spilorceria.
9,3 Ho inviato (e;pemya) – Aoristo epistolare Dire (le,gw) – Alla lettera: «(io) dica». Im- 11,17 significa «progetto», «iniziativa». di un uomo per altri (cfr., p. es., Gen 27,12;
come quelli di 8,18.22. portanti testimoni (i codici Sinaitico [‫]א‬, 9,5 Ho considerato… necessario (avnagkai/on… Nm 23,11; Rm 12,14); di qui l’uso del so-
Risulti vano (kenwqh/|) – Il verbo keno,w è uti- Vaticano [B], una correzione nel codice di h`ghsa,mhn) – Il sintagma è identico a quello usato stantivo come «dono», «offerta» (cfr., p. es.,
lizzato nel NT soltanto all’interno delle let- Efrem riscrittto [C], i codici Angelico [L], in Fil 2,25 per l’invio di Epafrodito. In partico- Gen 33,11; 1 Re 25,27; 4 Re 5,15), che ben
tere paoline (Rm 4,14; 1Cor 1,17; 9,15; Fil Porfiriano [P], della Laura del monte Athos lare, l’aoristo del verbo h`ge,omai è di natura epi- si attaglia anche al nostro contesto.
2,7) per indicare il rendere vuoto. Nel nostro [Ψ], il testo bizantino e la Vulgata) riportano stolare e potrebbe essere tradotto: «considero». Già promessa (proephggelme,nhn) – Il verbo
caso l’aoristo congiuntivo passivo ha valore la lezione le,gwmen («diciamo»). Essa è però Predisponessero (prokatarti,swsin) – Il ver- proepagge,llw ha una sola altra occorrenza in tutta
risultativo, con la sottolineatura sull’effetto concepibile come il risultato di un’omolo- bo prokatarti,zw è di derivazione medica la Bibbia in Rm 1,2. In 2Cor 9,5 il participio per-
finale dell’azione espressa dal verbo. gazione, rispetto all’uso della prima perso- e rappresenta un hapax legomenon biblico. fetto indica che la promessa fatta è tuttora valida.
Dicevo (e;legon) – L’imperfetto del verbo na plurale, derivante dal precedente verbo Nel nostro versetto, insieme con gli altri due Spilorceria – Il termine pleonexi,a, utilizzato nel-
le,gw indica un’azione ripetuta nel passato, kataiscunqw/men («dobbiamo vergognarci»); verbi recanti il prefisso pro-, intende sottoli- le lettere paoline soprattutto in liste di vizi (cfr.
nel nostro caso in relazione a quanto Paolo la lezione al singolare è quindi preferibile. neare la precedenza della visita dei delegati Rm 1,19; Ef 5,3; Col 3,5), etimologicamente
ha detto a qualcuno, forse ai destinatari. Iniziativa – Il sostantivo u`po,stasij signi- rispetto a quella di Paolo. denota una brama di avere di più e quindi va
9,4 Impreparati – L’aggettivo avparaskeu,astoj fica etimologicamente «ciò che sta sotto». Offerta (euvlogi,a) – Il termine, sia nella Set- a significare «avarizia». Nel nostro versetto il
è hapax legomenon biblico e forma una paro- Nel NT assume il significato di «sostanza», tanta che nel NT, indica generalmente la sostantivo deve essere reso in senso concreto e
nomasia con il verbo paraskeua,zw («prepa- «fondamento» (cfr. Eb 1,3; 11,1), «fiducia», benedizione di Dio per l’uomo (cfr., p. es., non astratto in relazione a quello contrapposto
rare») utilizzato nei vv. 2-3. «sicurezza» (cfr. Eb 3,14), mentre qui e in Gen 28,4; Sal 3,9; Ef 1,3), ma anche quello di euvlogi,a, di qui la nostra traduzione.

9,3-5 Compito dei delegati che hanno la funzione di recare il frutto della colletta a Gerusalemme (cfr. At 20,4;
Il v. 3 si pone, insieme al successivo, come da pendant al precedente, perché 1Cor 16,4). Infine, al vanto del versetto precedente si contrappone la vergogna del
tratta dell’invio dei delegati e delle relative finalità di esso. Paolo afferma che sta presente, proprio come accadeva in 7,14 sempre in relazione ai Corinzi e all’elo-
per mandare Tito e gli altri due fratelli a Corinto, affinché il vanto dei destinatari gio fatto loro dall’apostolo di fronte ad altri. Tale riproposizione del tema indica
in merito alla colletta non risulti ingiustificato, e affinché essi siano del tutto pronti l’importanza della retorica dell’onore e del disonore propria della cultura antica.
al momento dell’arrivo dell’apostolo, probabilmente così come egli ha più volte Al termine della breve pericope il v. 5 rappresenta la conclusione di essa, ma
detto loro. Perciò, se da una parte nei versetti precedenti Paolo ha espresso la sua anche una transizione verso la successiva. In quanto conclusione, nella prima
fiducia nei Corinzi, che hanno mostrato la loro disponibilità nell’iniziare la colletta parte del versetto Paolo sostiene che, in ragione di quanto detto nei vv. 3-4, ritiene
ora, dall’altra, decide di inviare Tito e i due fratelli per timore che essa non venga necessario pregare i delegati di recarsi prima di lui a Corinto e di fare in modo che
ultimata dai destinatari. Nel nostro versetto alla finalità apologetica mostrata in la colletta, da tempo iniziata, sia completata prima che lui giunga nella comunità
8,20-21 se ne aggiungono, quindi, altre due più legate agli stessi Corinzi. accompagnato dai Macedoni. In quanto transizione, nella seconda parte del ver-
Inoltre nel v. 4 è presentata una terza finalità dell’invio dei delegati, questa volta setto l’apostolo chiede che la colletta sia un dono generoso da parte dei destinatari
in negativo: quella di non doversi vergognare dei Corinzi, per non dire della vergo- e non il frutto della loro grettezza; in questo modo è annunciata la riflessione sulla
gna degli stessi destinatari (nuovo uso della preterizione), riguardo al progetto della natura della raccolta che sarà sviluppata in 9,6-15. Ancora una volta Paolo parla di
colletta. Come in 2,3 e in 8,19, ma in maniera più chiara, qui Paolo fa riferimento a essa in termini non economici, ma teologici, perché non solo l’«offerta» generosa
una sua prossima visita della comunità. Tuttavia in tale occasione non sarà solo, ma è vista in relazione a Dio, ma anche la stessa «spilorceria» in quanto forma di
verrà accompagnato da cristiani macedoni, plausibilmente i delegati di quelle Chiese idolatria (cfr. Col 3,5) ha chiaramente a che fare con lui.
SecondA AI CORINZI 9,6 170 171 SecondA AI CORINZI 9,7

Τοῦτο δέ, ὁ σπείρων φειδομένως φειδομένως καὶ


6  6
Questo poi (dico): chi semina scarsamente, scarsamente anche
θερίσει, καὶ ὁ σπείρων ἐπ᾽ εὐλογίαις ἐπ᾽ εὐλογίαις καὶ raccoglierà, e chi semina con larghezza, con larghezza anche
θερίσει. 7 ἕκαστος καθὼς προῄρηται τῇ καρδίᾳ, μὴ ἐκ raccoglierà. 7Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel cuore, non
λύπης ἢ ἐξ ἀνάγκης· ἱλαρὸν γὰρ δότην ἀγαπᾷ ὁ θεός . con tristezza o per costrizione, poiché Dio ama il donatore gioioso.

9,6 Questo poi dico (tou/to de,) – Alla lettera: Con larghezza (evpVeuvlogi,aij) – Alla lette- tario. La forma media è qui utilizzata al tem- zioni, visto che il testo recita: «Dio benedice
«Questo poi». La frase di per sé è ellittica del ra: «con benedizioni». Attraverso lo stesso po perfetto che indica la conclusione di un l’uomo gioioso e donatore (a;ndra i`laro.n
verbo, ma si deve pensare che sia implicito linguaggio viene ripreso e motivato quanto processo decisionale, iniziato probabilmente kai. do,thn euvlogei/ o` qeo,j)». L’aggettivo
l’uso di un verbum dicendi. appena affermato alla fine del versetto pre- al momento di progettazione della colletta. i`laro,j risulta essere un hapax legomenon
Scarsamente (feidome,nwj) – L’avverbio pre- cedente. Poiché Dio ama il donatore gioioso (i`laro.n neotestamentario, come anche il sostantivo
senta le due uniche occorrenze bibliche in 9,7 Ha deciso (proh, | r htai) – Il verbo ga.r do,thn avgapa/| o` qeo,j) – Si tratta della do,thj, che a sua volta presenta l’unica oc-
questo versetto. proaire,w è hapax legomenon neotestamen- ripresa di Pr 22,8a LXX con alcune varia- correnza nella Settanta proprio in Pr 22,8a.

9,6-15 Motivazione scritturistica sulla natura della colletta e suo frutto sua carne, mieterà dalla carne corruzione, mentre chi semina in relazione allo
Riprendendo la contrapposizione di 9,5b tra il dono generoso e l’espressione Spirito, dallo Spirito mieterà vita eterna. Non stanchiamoci di fare il bene; se
dell’avarizia, Paolo sviluppa una profonda riflessione sulle ragioni e il significato infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo». Tuttavia i riferimenti sono
della colletta. Tale approfondimento è svolto dapprima soprattutto attraverso il diversi, perché nel brano della lettera indirizzata alle comunità della Galazia
ricorso implicito o esplicito alla Scrittura, poi con un ringraziamento a Dio che l’attenzione è posta sull’oggetto della semina, e il contesto è escatologico.
coinvolge sia i mittenti che i destinatari della colletta. Così nella prima parte del Nella nostra pericope, invece, Paolo si preoccupa della modalità o della quan-
brano (vv. 6-10), dove domina il logos del ragionamento, è mostrato come Dio tità della seminagione (scarsa o abbondante), e il riferimento è, come avviene
offra i mezzi per essere generosi e come riempia di doni il donatore stesso. Men- nella letteratura sapienziale biblica, alle conseguenze delle proprie azioni nel
tre nella seconda parte del brano (vv. 11-15), dove è presente piuttosto il pathos, presente della vita terrena, nel nostro caso riguardo al contributo per la colletta.
viene posto in rilievo l’effetto della colletta, che è prima di tutto il rendimento di Come apparirà chiaro nei versetti successivi, Dio ha il potere di rispondere
grazie a Dio per i suoi doni, ma anche una più stretta comunione ecclesiale tra i generosamente con i suoi doni all’offerta generosa dei Corinzi per i poveri di
Corinzi e la comunità madre di Gerusalemme. Gerusalemme. Così, riguardo alla colletta, in 9,6 si dice che meno i destinatari
In base a quanto mostrato, dividiamo quindi la pericope in due parti: moti- della lettera daranno, meno riceveranno in cambio; al contrario, più daranno,
vazione scritturistica sulla natura della colletta (vv. 6-10); il frutto della colletta più riceveranno in cambio.
(vv. 11-15). Il detto proverbiale precedente viene personalizzato al v. 7 con un richiamo
9,6-10 Motivazione scritturistica sulla natura della colletta alla responsabilità individuale all’interno dell’attività comunitaria della colletta
Al v. 6 Paolo approfondisce quanto appena detto a proposito della natura corinzia. Paolo invita infatti ciascuno a donare in base a quanto ha deliberato
della colletta attraverso una frase che introduce un detto dal sapore proverbia- nel suo cuore, senza addolorarsi o sentirsi costretto, perché Dio si compiace di
le, disposto nella forma di due chiasmi giustapposti (A: «semina»; B: «scar- colui che fa il suo dono con gioia. Come l’apostolo ha già detto in 8,12 e in 1Cor
samente»; B’: «scarsamente»; A’: «raccoglierà»; poi A: «semina»; B: «con 16,2, ognuno è chiamato a contribuire secondo le proprie possibilità. Ora, però,
larghezza»; B’: «con larghezza»; A’: «raccoglierà»). Nel versetto egli sostiene vengono accentuate le disposizioni personali del gesto: la decisione deve essere
che il punto è proprio questo: chi semina poco, poco raccoglierà; chi semina interiore, non con tristezza e non per forza. Paolo desidera evitare che il suo invi-
molto, molto raccoglierà. In altre parole: il raccolto dipende dalla semina. to alla raccolta e la relativa azione degli stessi delegati possano essere compresi
Pur non ricorrendo a una precisa citazione, l’apostolo riprende dai testi della dai Corinzi come delle forme di imposizione; per questo rimanda alla volontà di
letteratura sapienziale biblica (cfr., p. es., Sal 126,5-6; Pr 11,24-25; Sir 7,3) Dio citata per mezzo del ricorso a Pr 22,8a. Tale compiacenza divina per colui
questa metafora, comunque diffusa anche nell’ambiente greco-romano (cfr., che dona con gioia a favore del fratello o di Dio è espressa, anche attraverso una
p. es., Cicerone, L’oratore 2,65). Inoltre, egli stesso la usa nel passaggio di simile terminologia, per l’Antico Testamento in Dt 15,10 LXX e Sir 35,8 e per il
Gal 6,7-9: «Non ingannatevi, Dio non si fa prendere in giro! Infatti quello Nuovo Testamento in Rm 12,8, dove l’apostolo ribadirà questo concetto dicendo:
che un uomo semina, questo raccoglierà, poiché chi semina in relazione alla «chi fa (opere di) misericordia, (lo faccia) con letizia».
SecondA AI CORINZI 9,8 172 173 SecondA AI CORINZI 9,10

δυνατεῖ δὲ ὁ θεὸς πᾶσαν χάριν περισσεῦσαι εἰς ὑμᾶς, ἵνα ἐν


8  8
Ora Dio ha il potere di far abbondare per voi ogni grazia,
παντὶ πάντοτε πᾶσαν αὐτάρκειαν ἔχοντες περισσεύητε εἰς πᾶν affinché, essendo sempre autosufficienti in tutto, abbondiate nel
ἔργον ἀγαθόν, 9 καθὼς γέγραπται· (compiere) ogni opera buona. 9Come sta scritto:
ἐσκόρπισεν, ἔδωκεν τοῖς πένησιν, Ha profuso, ha dato ai poveri,
ἡ δικαιοσύνη αὐτοῦ μένει εἰς τὸν αἰῶνα. la sua giustizia rimane per sempre.
10 
ὁ δὲ ἐπιχορηγῶν σπόρον τῷ σπείροντι καὶ ἄρτον εἰς 10
Colui poi che fornisce il seme al seminatore e il pane
βρῶσιν χορηγήσει καὶ πληθυνεῖ τὸν σπόρον ὑμῶν καὶ per il nutrimento fornirà e moltiplicherà il vostro seme

9,8 Ogni… abbondare… tutto… sem- verso il corrispondente aggettivo, in Fil 4,11. venire alle necessità del coro delle tragedie ce Claromontano [D], i codici di Mosca [K],
pre… ogni… abbondiate… ogni (pa/san… 9,9 Ha profuso, ha dato ai poveri, la sua greche, di qui poi il senso traslato utilizzato Angelico [L], Porfiriano [P], della Laura del
perisseu/ s ai… panti. pa, n tote pa/ s an… giustizia rimane per sempre (evsko,rpisen( anche nella nostra traduzione. Da notare che monte Athos [Ψ] e il testo bizantino) riporta-
perisseu,hte… pa/n) – La ripetuta figura re- e;dwken toi/j pe,nhsin( h` dikaiosu,nh auvtou/ la forma semplice corhge,w è presente nel NT, no spe,rma. Tuttavia, la lezione spo,ron è pu-
torica dell’allitterazione in p è volta a sotto- me,nei eivj to.n aivw/na) – Sono esattamente oltre al nostro versetto, soltanto in 1Pt 4,11. re ben supportata (il papiro Chester Beatty II
lineare la totalità nella destinazione e la so- queste le prime parole di Sal 111,9 LXX Il seme al seminatore e il pane per il nutri- [î46], i codici Vaticano [B], Claromontano,
vrabbondanza nella quantità del dono di Dio. (TM 112,9). In particolare è da notare che mento (spo,ron tw/| spei,ronti kai. a;rton eivj prima mano [D], di Cambridge [F] e di Bör-
Autosufficienti – Il termine auvta,rkeia indica l’aggettivo sostantivato pe,nhj («povero») è brw/sin) – Si tratta di una ripresa di una parte ner [G]) e costituisce la lectio difficilior, in
sia una dimensione esterna nel possesso di hapax legomenon nel NT mentre ha molte di Is 55,10 LXX. Nel testo isaiano si trova ragione della forma del testo isaiano; quindi,
ciò di cui si necessita, sia una dimensione occorrenze nella Settanta. però spe,rma al posto di spo,ron, con lo stesso si fa preferire. Infine l’espressione spo,ron
interna nella soddisfazione per ciò che si ha. 9,10 Fornisce… fornirà – I verbi evpicorhge,w significato di «seme»; per questo alcuni au- tw/| spei,ronti («il seme al seminatore») è
Nella Settanta è presente in Salmi di Salomo- e corhge,w non presentano significative dif- torevoli testimoni (i codici Sinaitico [‫]א‬, di una figura etimologica che serve a sottoli-
ne 5,16, mentre nel NT in 1Tm 6,6 e, attra- ferenze e hanno la loro derivazione nel sov- Efrem riscritto [C], una correzione nel codi- neare la generosità di Dio.

Il v. 8 vuol mostrare in che cosa consistono l’amore e l’approvazione di Dio per l’indipendenza del cristiano è dipendenza esclusiva da Dio e dai suoi doni e ha come
colui che dona con gioia. Paolo sostiene quindi che Dio può far abbondare nei Corinzi finalità non il distacco dagli altri, ma un’esistenza a favore del prossimo (cfr. Gal 5,13).
ogni dono spirituale e materiale in modo che, avendo in ogni circostanza e ambito A sostegno di quanto affermato nel versetto precedente, riguardo all’opera di cari-
il necessario, compiano generosamente le opere dell’amore. La grazia di Dio, già tà dei Corinzi, al v. 9 Paolo introduce, attraverso una formula di citazione, una parte
richiamata in 8,1 a proposito della partecipazione alla colletta dei Macedoni, ha il del Sal 111,9 LXX (TM 112,9). Il testo biblico annuncia che l’uomo che largheggia
potere di rendere i destinatari capaci di «ogni opera buona», espressione tipica delle e dona ai poveri vedrà la sua giustizia rimanere per sempre. Così l’apostolo desidera
Lettere pastorali (cfr., p. es., 1Tm 5,10; 2Tm 2,21; Tt 1,16) che nel nostro caso com- promuovere la generosità dei Corinzi, invitando a vedere nelle parole del Salmo un
prende la raccolta per i poveri della comunità di Gerusalemme senza escludere un riferimento loro diretto. In particolare, la citazione richiama la giustizia dell’uomo
riferimento più ampio a una qualsiasi attività animata dalla carità tipica del cristiano che dura per sempre, cioè la sua rettitudine morale che non svanisce mai proprio
(cfr. Rm 12,9-21). La sovrabbondanza del dono divino che riempie i credenti in ogni in forza di un costante atteggiamento di generosità nei confronti del bisognoso,
momento e in ogni aspetto spinge a una vita di offerta generosa per gli altri: chi avrà atteggiamento reso possibile comunque, secondo quanto visto prima, dalla stessa
la disponibilità di donare riceverà da Dio la possibilità di farlo. Seguendo questa munificenza di Dio che colma il donatore di «ogni grazia» (v. 8).
prospettiva, diventa anche più chiaro quanto detto da Paolo in 8,3 sul contributo dei Il v. 10 riprende, attraverso l’uso della Scrittura, sia il v. 8, rimarcando la ge-
Macedoni che andava al di là delle loro forze: ciò che è umanamente impossibile nerosità dei doni divini, sia il v. 9, riferendosi alla giustizia dei destinatari. Come
diventa possibile per intervento della grazia di Dio. In questo contesto, parlando del Dio provvede all’uomo i mezzi per la produzione del cibo, così provvederà ai
necessario per vivere fornito ai Corinzi, l’apostolo ricorre al concetto tipicamente destinatari i mezzi per contribuire alla colletta e incrementerà i buoni frutti del
stoico dell’autárkeia (da cui l’italiano «autarchia»), che costituisce la virtù per ec- loro giusto agire. L’insistenza paolina è sul fatto che all’origine della possibilità
cellenza del saggio il quale, svincolato da tutto e da tutti, è giunto a contare solo su stessa della raccolta sta l’azione di Dio, il quale fornirà un’abbondante quantità
se stesso, accettando ogni condizione di vita e giungendo quindi alla vera libertà (cfr. di risorse, in modo che i Corinzi possano donare ai poveri di Gerusalemme, senza
Seneca, La vita beata 6,2). Tuttavia qui, come avverrà anche in Fil 4,11 e in 1Tm 6,6, paura di trovarsi a loro volta nel bisogno. Il ricorso all’immagine agricola richiama
Paolo utilizza il concetto in maniera molto diversa dalla cultura coeva; infatti, per lui il passaggio di 1Cor 3,6-9, dove i ministri piantano e irrigano, mentre è Dio che fa
SecondA AI CORINZI 9,11 174 175 SecondA AI CORINZI 9,12

αὐξήσει τὰ γενήματα τῆς δικαιοσύνης ὑμῶν. e farà crescere i frutti della vostra giustizia.
11 
ἐν παντὶ πλουτιζόμενοι εἰς πᾶσαν ἁπλότητα, ἥτις 11
In tutto siete arricchiti per (compiere) ogni
κατεργάζεται δι᾽ ἡμῶν εὐχαριστίαν τῷ θεῷ· 12 ὅτι ἡ generosità, che produce tramite noi un ringraziamento
διακονία τῆς λειτουργίας ταύτης οὐ μόνον ἐστὶν a Dio, 12poiché il servizio di questa azione sacra non
προσαναπληροῦσα τὰ ὑστερήματα τῶν ἁγίων, ἀλλὰ solo supplisce alle indigenze dei santi, ma produce
καὶ περισσεύουσα διὰ πολλῶν εὐχαριστιῶν τῷ θεῷ. abbondanti ringraziamenti a Dio.

Frutti della vostra giustizia (genh,mata th/j eivj pa/san a`plo,thta) – La ripetuta figura ticolare il termine leitourgi, a designa in bene adattarsi anche al contesto del no-
dikaiosu,nhj u`mw/n) – L’espressione sembra retorica dell’allitterazione in p va ad assu- greco qualsiasi servizio pubblico, anche stro versetto.
presa dall’ultima parte di Os 10,12 LXX mere funzione simile a quella assunta nel quello agli dèi. Soprattutto secondo que- Supplisce (evsti.n prosanaplhrou/sa) – La
con la sostituzione dell’originale u`mi/n con v. 8. Il participio ploutizo,menoi sta al posto sta prospettiva cultuale il termine è usato costruzione è un presente perifrastico con
u`mw/n senza comportare una modifica di si- di un verbo finito ed è da comprendere come nella Settanta (cfr., p. es., Nm 4,24; Esd l’utilizzo del participio del raro verbo
gnificato. Si tratta, dunque, di un genitivo passivo divino. 7,19; 2Mac 3,3). Nelle lettere paoline è prosanaplhro, w , il quale ricorre soltan-
soggettivo o di origine che indica i frutti che 9,12 Il servizio di questa azione sacra presente in altri due casi in Fil 2,17.30, to una volta nella Settanta (Sap 19,4) e
derivano dalla giustizia. (h` diakoni, a th/j leitourgi,aj tau,thj) – Il dove ha un significato metaforico legato un’altra nel NT proprio nella nostra lettera
9,11 In tutto siete arricchiti per compiere genitivo è oggettivo: «il servizio che ha a un’offerta esistenziale del credente a (11,9). Il verbo evoca un’azione di riem-
ogni generosità (evn panti. ploutizo,menoi per oggetto questa azione sacra». In par- Dio. Tale accezione metaforica sembra pimento.

crescere nel suo campo, rappresentato dalla stessa comunità corinzia. Infine, è da riguardava il ringraziamento a Dio. Paolo afferma così che il ministero del-
notare l’espressione «i frutti della vostra giustizia»: i credenti, una volta divenuti la colletta non solo provvede all’indigenza dei cristiani di Gerusalemme ma,
«giustizia di Dio» mediante Cristo (2Cor 5,21), sono sempre chiamati a manife- cosa ancor più importante, è fecondo di molti ringraziamenti rivolti a Dio.
stare l’essere giusti attraverso la loro condotta (cfr. v. 9) e Dio stesso contribuirà L’espressione usata per la raccolta è molto significativa: «il servizio di questa
con la sua grazia a moltiplicare le loro buone opere, già a partire da quella della azione sacra». Anche in Rm 15,16.27 l’apostolo userà un linguaggio liturgi-
raccolta per i poveri di Gerusalemme, ma continuando anche successivamente co per parlare della colletta, non solo per sottolineare il fondamentale ruolo
fino all’incontro con Lui (cfr. Fil 1,11, dove si parla di «frutto della giustizia» in dell’azione divina nell’iniziativa, ma anche per indicare la partecipazione dei
contesto escatologico). credenti a essa. Infatti, la terminologia cultuale è utilizzata in senso metaforico
9,11-15 Il frutto della colletta nelle lettere paoline per indicare come il vero culto del cristiano è ormai quel-
Il v. 11 riprende i versetti precedenti e introduce i successivi. Infatti, nella lo dell’offerta della propria vita al suo Signore (cfr., p. es., Rm 12,1; Fil 3,3;
prima parte del versetto Paolo afferma che i Corinzi sono stati ricolmati da Dio 2Tm 1,3). In particolare, il nostro testo richiama Fil 4,18, dove il dono recato
in ogni aspetto della loro esistenza affinché possano essere oltremodo generosi a Paolo da Epafrodito è definito «profumo soave, sacrificio accetto e gradito a
con gli altri; nella seconda parte sostiene che tale generosità causa, per mezzo Dio», cosicché appare evidente che la liturgia voluta da Dio per i suoi si deve
di Paolo e dei responsabili della colletta, un ringraziamento a Dio. In maniera esprimere nell’aiuto concreto ai fratelli in difficoltà, e la colletta è perciò un
entusiastica l’apostolo comincia qui a parlare degli effetti della colletta con vero atto di culto a lui rivolto. Alla luce di questo sfondo, la seconda parte del
la sicurezza che i destinatari vi aderiranno, poiché essi abbondano dei doni versetto risulta consequenziale: tutti coloro che sono coinvolti nella colletta
di grazia di Dio, concessi loro non solo in vista della raccolta, ma anche per ringrazieranno Dio per il contributo dei Corinzi offerto a lui e ai fratelli di
il compimento di ogni altra opera buona (cfr. v. 8). Poi il dono dei Corinzi, Gerusalemme. La stessa prospettiva di ringraziamento era stata mostrata nella
recato da Paolo e dai suoi collaboratori, condurrà la comunità di Gerusalemme nostra lettera in 1,11 (dove la preghiera di intercessione per la liberazione di
a innalzare un ringraziamento a Dio. Dalla grazia (greco, cháris) della colletta Paolo dai pericoli aveva come effetto ultimo il ringraziamento a Dio) e in 4,15
si passerà quindi al relativo rendimento di grazie (greco, eucharistía), in ogni (passaggio nel quale l’accoglienza della grazia del Vangelo da un numero sempre
caso Dio vi sarà sempre pienamente coinvolto. maggiore di persone ha come finalità un incremento del rendimento di grazie
Il v. 12 funge da spiegazione dell’ultima parte del versetto precedente che a Dio) indicando dunque l’importanza che tale aspetto riveste per l’apostolo.
SecondA AI CORINZI 9,13 176 177 SecondA AI CORINZI 9,15

13 
διὰ τῆς δοκιμῆς τῆς διακονίας ταύτης δοξάζοντες τὸν θεὸν 13
A causa della prova (data) in questo servizio essi glorificheranno
ἐπὶ τῇ ὑποταγῇ τῆς ὁμολογίας ὑμῶν εἰς τὸ εὐαγγέλιον τοῦ Dio per la vostra obbedienza al Vangelo di Cristo, che voi
Χριστοῦ καὶ ἁπλότητι τῆς κοινωνίας εἰς αὐτοὺς καὶ εἰς πάντας, confessate, e per la generosità della vostra comunione verso di
14 
καὶ αὐτῶν δεήσει ὑπὲρ ὑμῶν ἐπιποθούντων ὑμᾶς διὰ τὴν loro e verso tutti; 14con la loro preghiera per voi vi dimostreranno
ὑπερβάλλουσαν χάριν τοῦ θεοῦ ἐφ᾽ ὑμῖν. 15 Χάρις τῷ θεῷ ἐπὶ τῇ affetto, a motivo della sovreminente grazia di Dio effusa su di voi.
ἀνεκδιηγήτῳ αὐτοῦ δωρεᾷ. 15
Grazie a Dio per il suo dono inenarrabile!
9,13 Prova (data) in questo servizio (dokimh/j che voi confessate (th/| u`potagh/| th/j o`mologi,aj soltanto altre tre volte nelle lettere paoline (Gal evpipoqou,ntwn u`ma/j) – Il genitivo plurale del
th/j diakoni,aj tau,thj) – Alla lettera: «Prova u`mw/n eivj to. euvagge,lion tou/ Cristou/) – Alla 2,5; 1Tm 2,11; 3,4). Il vocabolo o`mologi,a nel participio presente del verbo evpipoqe,w è un
di questo servizio». Si tratta probabilmente lettera: «l’obbedienza della vostra confessio- NT non è molto presente, ma nelle diverse oc- genitivo assoluto (con auvtw/n) e sta al posto
di genitivo soggettivo o di origine, da in- ne del Vangelo di Cristo». Il genitivo richiama correnze ha sempre a che fare con la professio- di un futuro indicativo. Qui nell’uso del ver-
tendere come «la prova fornita/derivante da l’espressione «obbedienza della fede» di Rm ne di fede (1Tm 6,12-13; Eb 3,1; 4,14; 10,23). bo è possibile vedere anche il desiderio di
questo servizio». 1,5; 16,26 ed è probabilmente epesegetico: Generosità della vostra comunione incontrare coloro per i quali si prova affetto.
Glorificheranno (doxa,zontej) – Il participio «l’obbedienza (a Dio) che consiste nella vo- (a`plo,thti th/j koinwni,aj) – Alla lettera: 9,15 Inenarrabile – L’aggettivo avnekdih,ghtoj
del verbo doxa,zw si trova al posto di un ver- stra confessione del Vangelo di Cristo», quindi «generosità della comunione». Il genitivo si è hapax legomenon biblico e sembra essere
bo finito il cui soggetto è da individuare nei nella fede e nell’accoglienza di esso. Il termine può comprendere come oggettivo o finale: un neologismo paolino; esprime ciò che
«santi» del versetto precedente. u`potagh, indica sottomissione, non ha occor- «la generosità che produce la comunione». non si può raccontare per la sua grandezza
La vostra obbedienza al Vangelo di Cristo, renze nella Settanta, mentre è usato nel NT 9,14 Vi dimostreranno affetto (auv t w/ n e bellezza.

A sua volta, il v. 13 motiva ed espande la questione dei molti ringraziamenti men- riguardo al possibile rifiuto della colletta da parte della comunità di Gerusalemme, e
zionati nel versetto precedente. Qui la raccolta è vista da Paolo come prova concreta dà per assodato che essa sarà accolta con riconoscenza dai beneficiari. Tale posizione
dell’amore cristiano maturato dai Corinzi (cfr. 8,8.24). D’altro canto, secondo l’apo- può essere compresa in ragione della fiducia paolina nei confronti della grazia divina
stolo, i beneficiari di essa, glorificando Dio, riconosceranno nella colletta il segno che che sta dietro la raccolta, ma anche per l’esigenza concreta di spingere i Corinzi a
davvero il Vangelo è stato accolto in Acaia e il desiderio dei Corinzi di una profonda completarla al più presto. Infine è da notare che Rm 15,30-31 è stato scritto diversi
comunione con la Chiesa madre di Gerusalemme e con tutte le altre comunità cristia- mesi dopo 2Cor 8–9; in tale periodo perciò Paolo potrebbe avere ricevuto notizie non
ne. Ancora una volta vengono così ribadite le valenze teologiche ed ecclesiologiche favorevoli da Gerusalemme che lo hanno indotto a cambiare atteggiamento a riguardo.
della colletta, che vanno ben oltre il suo aspetto materiale di raccolta di fondi. Come Avendo parlato nei versetti precedenti dei positivi effetti della colletta sostenuta
Paolo dirà in 12,14, egli è interessato non ai beni dei Corinzi, ma al loro bene e, come dall’azione di Dio, Paolo conclude al v. 15 tutta la sezione con un breve ma denso rin-
preciserà anche in Fil 4,17, vuole non i doni dei suoi ma il vero profitto derivante dal graziamento al suo Signore, segnato da un linguaggio enfatico tipico del climax finale.
loro donare; nel nostro caso tutto ciò si manifesta nella glorificazione di Dio e in una L’apostolo, infatti, esprime il suo «grazie» (da notare il nuovo uso di cháris) a Dio per il
più forte comunione ecclesiale. Infine, è da notare che il testo di 2Cor 9,13 richiama il dono ineffabile da lui concesso. Si tratta proprio della raccolta per i poveri della comunità
racconto di At 21,17-20, riguardante l’arrivo dell’apostolo a Gerusalemme (presumibil- di Gerusalemme che ancora una volta, com’è avvenuto nel corso della sezione, viene
mente con il frutto della colletta compiuta dalle sue comunità) e la conseguente buona nominata con un eufemismo, in questo caso al fine di indicare che essa è un dono divino
accoglienza della Chiesa locale, la quale giunge proprio a glorificare Dio (stessi termini sia per i benefattori che per i beneficiari. In questo modo l’apostolo tiene alto il valore
del testo paolino) apprendendo il successo del ministero di Paolo in mezzo alle genti. della colletta e la riporta a Dio, dalla cui grazia trae inizio e compimento, desiderando
Alla glorificazione di Dio del versetto precedente, segue nel v. 14 la preghiera unire nel suo ringraziamento tutti coloro che in ogni modo sono coinvolti in essa.
di intercessione. Infatti, Paolo sostiene che i credenti di Gerusalemme pregheranno Con questo climax di ringraziamento il percorso epistolare appare opportu-
per quelli di Corinto, manifestando in questo modo la loro affettuosa riconoscenza a namente concluso, cosicché si deve pensare che il corpus di 2 Corinzi A termi-
motivo della straordinaria grazia di Dio donata alla comunità dell’Acaia nell’ambito nasse qui, e a esso seguisse soltanto il tipico postscriptum paolino con i saluti e
della colletta. L’espressione di affetto dei beneficiari verso i donatori è normale, ma nel la benedizione finali. Paolo chiude la sua lettera con un senso di ottimismo sul
nostro caso essa è legata al riconoscimento dell’azione di Dio. Di nuovo viene ribadito completamento della colletta derivante, più che dalla confidenza nei destinatari,
che, come per i Macedoni, anche per i Corinzi all’origine della loro generosità c’è la dalla fiducia nella grazia di Dio che è vista all’opera nella Chiesa.
grazia di Dio (cfr. v. 8), cosicché essa si trova all’inizio e alla fine di tutta l’esortazione D’altronde la fiducia di Paolo negli ascoltatori e nel loro completamento della colletta
alla colletta, attestando il suo ruolo fondamentale nella raccolta (cfr. 8,1). In questi non fa presagire in alcun modo quanto troveremo in 2 Corinzi B. Nei capitoli 10–13 in-
tratti finali della sezione Paolo tace sui timori che invece manifesterà in Rm 15,30-31, fatti assisteremo a una difesa dell’apostolo segnata da forti rimproveri nei confronti della
SecondA AI CORINZI 10,1 178 179 SecondA AI CORINZI 10,1

10 Αὐτὸς δὲ ἐγὼ Παῦλος παρακαλῶ ὑμᾶς διὰ τῆς


10 Ora io stesso Paolo vi supplico, per la mitezza
1  1

πραΰτητος καὶ ἐπιεικείας τοῦ Χριστοῦ, ὃς κατὰ e la clemenza di Cristo, io che di presenza sono
πρόσωπον μὲν ταπεινὸς ἐν ὑμῖν, ἀπὼν δὲ θαρρῶ εἰς ὑμᾶς· dimesso tra voi, invece da assente sono ardito con voi.
10,1 La mitezza e la clemenza di Cristo (th/j clemente mitezza». A tal proposito il geniti- spondente aggettivo prau<j («mite») è riferito Dio per indicare la sua misericordia (cfr., p.
prau<thtoj kai. evpieikei,aj tou/ Cristou/) – Il vo può essere considerato possessivo o sog- a Cristo in Mt 11,29. Da parte sua, il termine es., 2Mac 2,22; Sap 12,18; Dn 3,42).
sintagma costituisce un’endiadi, secondo la gettivo. In particolare il sostantivo prau<thj evpiei,keia etimologicamente indica la virtù Di presenza (kata. pro,swpon) – Alla lettera:
quale i due concetti esprimono un unico at- («mitezza») nel NT è utilizzato per designare di perseguire ciò che è equo. Nel NT è uti- «secondo la faccia». L’espressione ha qui
teggiamento di gentilezza e assenza di rivalsa, la mansuetudine che deve caratterizzare ogni lizzato soltanto in At 24,4 in riferimento alla valore avverbiale e verrà ripetuta anche al
denotando il carattere di Cristo. Potremmo cristiano e anche il ministro (cfr., p. es., 1Cor supposta benevolenza del procuratore Felice, v. 7 ma con significato diverso: «in faccia»,
tradurre: «la mite clemenza»; oppure: «la 4,21; Gal 5,23; Gc 1,21), mentre il corri- mentre nella Settanta è più volte attribuito a «direttamente» (così anche in Gal 2,11).

comunità che, tra l’altro, lo attacca proprio per la sua gestione della colletta a Corinto (cfr. folle (11,1–12,18), nel quale Paolo fornisce le ragioni a sostegno del proprio apostolato,
12,14-18), la quale comunque deve avere avuto alla fine un certo frutto (cfr. Rm 15,26-27). di nuovo posto in contrasto con l’agire degli avversari. Da notare che la tesi di 11,5-6,
la dimostrazione di 11,7–12,10, la confutazione di 10,7-18 e la perorazione di 12,11-18
2 Corinzi b (10,1–13,13) rimandano all’argomentazione retorica antica, dove si presentava la propositio, le prove
Come abbiamo già avuto modo di spiegare e di motivare nell’introduzione, la sezio- a sostegno della quale si fornivano nella probatio, mentre si demolivano gli argomenti
ne dei capitoli 10–13 rappresenta una lettera successiva alla precedente, benché priva contrari nella confutatio e, alla fine, il tutto era riassunto, insieme alla mozione degli affet-
del suo praescriptum. Se i capitoli 1–9 avevano indicato una riconciliazione ormai ti, nella peroratio. La sezione si chiude con un passaggio riguardante la terza visita e am-
raggiunta nei rapporti tra l’apostolo e la sua comunità, quelli successivi si presentano monizioni (12,19–13,10), al quale segue il consueto postscriptum epistolare (13,11-13).
inaspettatamente segnati da un profondo conflitto, dovuto all’azione degli avversari
giudeo-cristiani, che hanno creato tale frattura. Inoltre, mentre in 2 Corinzi A Paolo tratta Esordio (10,1-6)
di sé insieme ai suoi collaboratori, in 2 Corinzi B l’«io» paolino è del tutto preponderante Il testo di 10,1-6 introduce 2 Corinzi B presentandone i protagonisti: Paolo, i Corin-
e l’apostolo si trova da solo sulla scena, rivolgendosi direttamente alla comunità, ma zi, con i quali egli si relaziona direttamente, e, sullo sfondo, gli avversari. Da subito è
tenendo ben conto della presenza degli oppositori con i quali si confronta. In generale, chiaro anche il clima di conflitto che segna la nuova lettera. Perciò già all’inizio l’apo-
il problema sottostante la sezione non è principalmente quello della polemica contro gli stolo, rivolgendosi accoratamente ai destinatari, si scaglia contro gli avversari al fine
avversari, sebbene essi abbiano uno spazio rilevante, bensì quello del ministero di Paolo di difendere il proprio apostolato da generiche critiche. Così il brano è denso di pathos
nei confronti dei destinatari: egli si scaglia contro i primi non tanto per denigrarli, quanto e di ethos e, in aggiunta, prepara anche dal punto di vista contenutistico lo sviluppo
per riconquistare a sé i secondi, che subivano l’influenza degli oppositori. Seguendo successivo. Infatti, al di là dei precisi rimandi terminologici che saranno evidenziati
le procedure tipiche dell’invettiva, l’apostolo attacca con veemenza i suoi avversari in seguito, possiamo notare alcuni elementi portanti della sezione: la preponderanza
attraverso epiteti negativi, attraverso l’uso dell’ironia e del sarcasmo, e senza mai no- della personalità di Paolo, il contrasto con gli avversari e con le loro accuse, il profilo
minarli, al fine di screditarli di fronte agli ascoltatori (cfr. 11,12-15). Insieme all’attacco non «carnale» (cioè non secondo la mentalità umana; cfr. vv. 3-4a) dell’apostolato
c’è però ancora, come in 2 Corinzi A, la difesa del ministero apostolico, in particolare paolino, il tentativo di riportare all’obbedienza i Corinzi. Se questo brano in origine
riguardo alle accuse rivolte a Paolo, provenienti dagli avversari ma poi fatte proprie dalla seguiva direttamente il praescriptum, dobbiamo notare che in 10,1-6 manca la captatio
comunità di Corinto (cfr. 10,7-18). Infine, è da notare l’importanza data nella sezione benvolentiae nei confronti dei destinatari, tipica dell’esordio retorico e dell’inizio delle
a una prossima terza visita dell’apostolo, già menzionata in 9,4, visita condizionata lettere paoline. Tuttavia, anche in Gal 1,6-10 è presente uno stesso fenomeno: Paolo non
però al superamento del conflitto, almeno nella sua fase più acuta (cfr. 12,20–13,3). cerca di catturare la simpatia degli ascoltatori, ma li rimprovera proprio a motivo della
Dal punto di vista dell’arsenale argomentativo, oltre agli elementi tipici dell’in- loro cedevolezza nei confronti degli oppositori giudeo-cristiani penetrati nelle comunità
vettiva e del confronto retorici, è presente il linguaggio del vanto, che conduce poi al della Galazia. I due esordi e le due situazioni si richiamano, dunque, vicendevolmente.
ricorso al genere letterario dell’elogio di sé. D’altra parte, è da segnalare che il ricor- Il dettato testuale si apre al v. 1 con un enfatico appello di Paolo, segnato dalla sua
so alla Scrittura è molto limitato e non presenta alcuna esplicita e diretta citazione. personalità e dalla sua autorità, che richiama formule già presenti nelle altre sue lettere
Il testo di 2 Corinzi B comincia con un esordio generale (10,1-6) che introduce tutta (cfr., p. es., Rm 15,14; Gal 5,2; Fm 9-10) e che segnala da subito come, a differenza di 2
la sezione. Segue poi la confutazione delle accuse (10,7-18), segnata dal confronto con Corinzi A, i collaboratori paolini siano fuori dalla scena. A proposito delle affermazioni
gli avversari. Arriviamo al centro di tutta la lettera, costituito dal cosiddetto discorso del cristologiche del versetto («la mitezza e la clemenza di Cristo»), gli studiosi discutono
SecondA AI CORINZI 10,2 180 181 SecondA AI CORINZI 10,4a

2 
δέομαι δὲ τὸ μὴ παρὼν θαρρῆσαι τῇ πεποιθήσει 2
Vi prego di non costringermi, quando sarò presente, a essere
ᾗ λογίζομαι τολμῆσαι ἐπί τινας τοὺς λογιζομένους ardito con quella convinzione che penso di dover usare contro
ἡμᾶς ὡς κατὰ σάρκα περιπατοῦντας. 3 Ἐν σαρκὶ coloro che pensano che noi camminiamo secondo la carne.
γὰρ περιπατοῦντες οὐ κατὰ σάρκα στρατευόμεθα, 3
In realtà camminiamo nella carne, ma non combattiamo
4 
τὰ γὰρ ὅπλα τῆς στρατείας ἡμῶν οὐ σαρκικὰ secondo la carne. 4aInfatti le armi della nostra battaglia non sono
ἀλλὰ δυνατὰ τῷ θεῷ πρὸς καθαίρεσιν carnali, ma sono potenti grazie a Dio al fine della distruzione

10,2 Dover usare (tolmh/sai) – Alla lette- rata dallo Spirito, ma dal proprio egoismo e diversi nei vv. 2-3, così da rappresentare la 10,4 Battaglia (stratei,aj) – La variante
ra: «osare». Il verbo tolma,w è sinonimo di dal peccato, quindi puramente mondana. Da figura retorica dell’antanaclasi. stratia/j («esercito») ha una superiore atte-
qarre,w («essere ardito»), è utilizzato nei notare che il passaggio dall’«io» al «noi», Combattiamo (strateuo, m eqa) – Il verbo stazione nella tradizione manoscritta; tutta-
confronti e nelle controversie e si trova an- che resterà sino al v. 6, rappresenta soltanto strateu,w, sia all’attivo che al medio, come via, le edizioni critiche e i commentari non
che in 10,12 e in 11,21. una variazione stilistica. nel nostro caso, indica il servizio militare. la ritengono originale, perché probabilmente
Camminiamo secondo la carne (kata. sa,rka 10,3 Nella carne (evn sarki,) – Il sintagma, L’uso metaforico del verbo è presente nelle dovuta alla diffusione dell’itacismo, cioè un
peripatou/ntaj) – Il sintagma si trova anche riproposto anche in Gal 2,20 e Fil 1,22, non lettere paoline in relazione al ministero (1Tm modo di pronunciare secondo il quale ei ve-
in Rm 8,4, dove è contrapposto al cammi- ha un valore negativo ma neutro, indicando 1,18; 2,4), come, d’altra parte, è da segnalare niva letto i. In ogni caso in greco i termini
nare «secondo lo Spirito», indicando quindi la condizione naturale e mortale dell’uomo. anche l’utilizzo letterale (1Cor 9,7). Qui vale stratei,a e stratia, possono essere anche uti-
una condotta di vita (cfr. nota a 4,2) non ispi- Il sostantivo sa,rx è quindi usato in due modi chiaramente il primo uso. lizzati con lo stesso significato di «battaglia».

se Paolo voglia riferirsi a Cristo nel momento dell’incarnazione, oppure nella sua vita è molto generica e, insieme alla precedente del v. 1, costituisce un trampolino di
terrena, oppure nella sua passione, oppure nel giudizio finale. Al di là del rimando lancio per la vera e propria confutazione che seguirà nei vv. 7-18 (da notare anche
preciso, egli vuole sostenere come nel suo appello ai Corinzi, e più in generale nel suo alcuni richiami lessicali nel greco, come logízomai, «pensare», «considerare»
ministero (cfr. 13,4), cerchi di modellarsi sullo stesso modo di agire del suo Signore. ai vv. 7.11 e tolmáō, «osare» al v. 12). I legami del versetto, però, si estendono,
L’apostolo poi riferisce di un’accusa sollevata a Corinto nei suoi confronti, riguardo anche a livello terminologico, pure alla tesi di 11,5-6 e alla relativa dimostrazione
all’incapacità di imporsi quando si trova all’interno della comunità, mentre si dimo- di 11,7–12,10 (cfr. nel greco, logízomai, «pensare» in 11,5; 12,6; tolmáō, «osare»
stra forte da lontano, scrivendo le sue lettere. Tale insinuazione verrà approfondita, in 11,21; katà sárka, «secondo la carne» in 11,18).
con la citazione derivante dai suoi detrattori, e confutata nel brano seguente ai vv. Il v. 3 si presenta come una spiegazione di quanto appena affermato alla fine del
10-11. Il nostro versetto prepara anche il contrasto tra debolezza e forza di Paolo che versetto precedente. Paolo, da una parte, ammette di vivere l’esistenza naturale e
caratterizzerà soprattutto il testo di 11,30–12,10, ma che si ritroverà anche in 13,2-4, limitata di ogni uomo; dall’altra, sostiene di non svolgere il combattimento, che
dove è presente ancora l’alternativa tra assenza e presenza dell’apostolo a Corinto. è il suo ministero apostolico, seguendo criteri mondani. In fondo, si tratta di una
Al v. 2 Paolo riprende l’appello nei confronti dei Corinzi, mostrandone il preparazione al paradosso della forza nella debolezza, che l’apostolo presenterà
contenuto: chiede ai suoi, allorché li visiterà, di non essere costretto ad agire successivamente (cfr. 12,9): il dono del ministero non annulla i limiti della per-
audacemente con quella fermezza che ritiene invece di dover utilizzare nei con- sona, tuttavia la debolezza dell’apostolo è riempita dalla potenza di Cristo, e non
fronti degli avversari, che, a loro volta, lo giudicano come uno che si comporta colmata da risorse puramente umane. In 10,3 si introduce quindi una risposta ai
secondo la mentalità mondana. La pavidità che, secondo il versetto precedente, detrattori attraverso un linguaggio militare che sarà ampiamente sviluppato nei
è attribuita all’apostolo troverà quindi una concreta smentita in occasione della versetti seguenti.
sua terza visita a Corinto, che egli desidererebbe non fosse segnata dallo scontro, Amplificando quanto affermato nel v. 3, Paolo nel v. 4a si diffonde a parlare
ma dalla riconciliazione con la comunità (cfr. 12,14; 13,10), mentre promette un della sua battaglia non «secondo la carne». Infatti, egli afferma che le sue armi
duro intervento nei confronti dei suoi detrattori. Costoro sono indicati in maniera non sono mondane, ma hanno una forza che è posta al servizio di Dio per la di-
generica come quelli che lo accusano e sono da ritrovare prima di tutto fra gli struzione delle fortezze innalzate contro il Vangelo. Nel nostro contesto il discorso
avversari provenienti dall’esterno, ma è possibile pure pensare ad alcuni membri è diretto contro tutti gli oppositori del ministero paolino a servizio del Vangelo,
della comunità che si sono lasciati convincere da loro. L’accusa rivolta a Paolo ma soprattutto è da leggersi in riferimento agli avversari di 2Cor 10–13.
SecondA AI CORINZI 10,4b 182 183 SecondA AI CORINZI 10,6

ὀχυρωμάτων, λογισμοὺς καθαιροῦντες 5 καὶ πᾶν ὕψωμα delle fortezze; 4bdistruggiamo i ragionamenti 5e ogni altezzosità
ἐπαιρόμενον κατὰ τῆς γνώσεως τοῦ θεοῦ, καὶ αἰχμαλωτίζοντες che si eleva contro la conoscenza di Dio, rendiamo soggetta
πᾶν νόημα εἰς τὴν ὑπακοὴν τοῦ Χριστοῦ, 6 καὶ ἐν ἑτοίμῳ ἔχοντες ogni mente all’obbedienza a Cristo 6e siamo pronti a punire ogni
ἐκδικῆσαι πᾶσαν παρακοήν, ὅταν πληρωθῇ ὑμῶν ἡ ὑπακοή. disobbedienza, quando la vostra obbedienza sarà piena.

Distruzione… distruggiamo (kaqai,resin… alcuni optano per una ascendenza biblica, significato, quelli dei benpensanti citati al to altre tre volte nel NT (Lc 21,24; Rm 7,23;
kaqairou/ntej) – Il sostantivo kaqai,resij è altri per una giudaica, altri ancora per una v. 2 (greco, tou.j logizome,nouj: «coloro che 2Tm 3,6). Nel nostro versetto il participio ha
usato soltanto in 10,8 e in 13,10 per tutto il greco-romana. A nostro avviso, in merito pensano»). valore di verbo finito.
NT, mentre il verbo kaqaire,w (qui con un alla distruzione delle fortezze, è impres- 10,5 Altezzosità (u[ywma) – Il termine è usato 10,6 Siamo pronti (evn e`toi,mw| e;contej) – Il
participio con valore di verbo finito) è pre- sionante il parallelo con Pr 21,22 LXX: «Il nel NT soltanto in Rm 8,39 ed è raro anche sintagma evn e`toi,mw| e;cw è probabilmente
sente nelle lettere paoline soltanto in questo saggio raggiunse città fortificate e distrus- nella Settanta. Può avere valore spaziale o un calco del latino in promptu habeo. Nel
versetto. Entrambi hanno una connotazione se le fortezze nelle quali gli empi avevano metaforico in riferimento a un’esaltazione nostro versetto il participio si trova al posto
militare. confidato», ma in generale la terminologia della persona. Dato il contesto è da preferire di un verbo finito.
Fortezze – Il termine ovcu,rwma è hapax le- qui utilizzata è da attribuire all’ambiente il secondo uso. Disobbedienza – Il termine parakoh, è
gomenon neotestamentario, mentre è ben culturale e sociale dell’apostolo nel suo Conoscenza di Dio… obbedienza a Cristo assente nella Settanta ed è presente nel
diffuso nella Settanta, dove è usato sia in complesso. (gnw,sewj tou/ qeou/… u`pakoh.n tou/ Cristou/) NT soltanto altre due volte (Rm 5,19;
senso letterale che metaforico (cfr., p. es., Ragionamenti – Il termine logismo,j è ben – I due sintagmi sono costituiti da due ge- Eb 2,2). In 2Cor 10,6 forma con l’an-
Gs 19,29; Pr 10,29; Am 5,9). Gli studiosi diffuso nella Settanta, mentre nel NT ha nitivi oggettivi. tonimo u` p akoh, una paronomasia, dove
discutono sulla derivazione del linguaggio soltanto un’altra occorrenza in Rm 2,15. Rendiamo soggetta (aivcmalwti,zontej) – Il l’opposizione tra i due termini mette
militare qui utilizzato da Paolo e in par- Nel nostro contesto assume una valenza verbo aivcmalwti,zw è utilizzato per la cattura in risalto una chiara alternativa per i
ticolare sull’annientamento dei baluardi: negativa, legata ad argomenti privi di reale dei prigionieri in guerra ed è presente soltan- destinatari.

Nei vv. 4b-5 si comincia a fornire l’interpretazione dell’immagine militare. dalla comunità, mentre per i secondi è più facile pensare a un intervento medici-
Dapprima Paolo afferma che le fortezze votate alla distruzione sono i vani ragio- nale trattandosi di membri della Chiesa corinzia (cfr. 1Cor 5,4-7; 2Cor 2,6-7). In
namenti e gli atteggiamenti arroganti che si pongono da ostacolo alla conoscenza effetti, in 12,20–13,3 si paventerà il possibile carattere punitivo della terza visita,
di Dio. Il riferimento è ancora alle diverse resistenze al ministero paolino; in non solo nei confronti di coloro che dividono la comunità, ma anche di quelli che
particolare si deve pensare alle contestazioni nei confronti dell’apostolo e del hanno una vita dissoluta. Il versetto conclude l’esordio con il tentativo di sepa-
suo Vangelo a Corinto. Da parte sua, in 11,6 Paolo rivendicherà, a confronto con rare i destinatari dagli oppositori paolini penetrati nella comunità, richiamando
gli avversari, la sua competenza in fatto di conoscenza di Dio. Intanto, alla fine la fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, predicato da Paolo. Tutto questo ci dice che
di 10,5, in positivo, attraverso la metafora militare si sviluppa l’idea del prendere la riconciliazione tra l’apostolo e la comunità, celebrata in 2 Corinzi A attraverso
prigioniera ogni mente per condurla all’obbedienza di fede a Cristo, contenuto la manifestazione di una piena fiducia e la conseguente iniziativa di ripresa della
della predicazione paolina. colletta (cfr. 7,16; 9,2.13-15), appartiene ormai al passato. Infatti Paolo, come si
Il v. 6 conclude l’esplicitazione della metafora militare con un’ultima dura mostrerà nello sviluppo successivo, deve di nuovo e più aspramente lottare per
affermazione che ha come bersaglio il contesto corinzio. Paolo sostiene che è riconquistare a sé i Corinzi.
preparato a castigare ogni disobbedienza a Corinto non appena l’obbedienza dei Infine, con uno sguardo d’insieme, possiamo vedere in questi vv. 3-6, segna-
destinatari sarà piena. L’obbedienza richiesta ai Corinzi è in aperto contrasto con ti dal linguaggio militare proprio della battaglia, la pars destruens dell’agire
quella data per acquisita in 9,13, dimostrando ancora una volta lo iato tempora- di Paolo nella contrapposizione frontale con gli avversari, mentre la pars co-
le e contestuale tra i capitoli 1–9 e 10–13, e passa probabilmente per una loro struens è da riconoscere nella più importante finalità di ricondurre i destinatari
completa presa di distanza dagli avversari paolini. Una volta assicurato il loro a una nuova adesione al suo Vangelo. Questa duplice strategia argomentativa,
sostegno, l’apostolo potrà intervenire contro gli oppositori e i loro sostenitori a che si risolve nell’edificazione dei Corinzi, sarà ripresa anche in 10,8, in 12,19
Corinto. Non è chiaro come Paolo possa punire i primi, se non forse cacciandoli e in 13,10.
SecondA AI CORINZI 10,7 184 185 SecondA AI CORINZI 10,8

Τὰ κατὰ πρόσωπον βλέπετε. εἴ τις πέποιθεν ἑαυτῷ Χριστοῦ


7  7
Guardate le cose in faccia! Se qualcuno è convinto in se stesso
εἶναι, τοῦτο λογιζέσθω πάλιν ἐφ᾽ ἑαυτοῦ, ὅτι καθὼς αὐτὸς di essere di Cristo, consideri anche questo dentro di sé: che come
Χριστοῦ, οὕτως καὶ ἡμεῖς. 8 ἐάν [τε] γὰρ περισσότερόν τι lui è di Cristo, così anche noi. 8Se in realtà mi vantassi maggiormente
καυχήσωμαι περὶ τῆς ἐξουσίας ἡμῶν ἧς ἔδωκεν ὁ κύριος εἰς della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per l’edificazione
οἰκοδομὴν καὶ οὐκ εἰς καθαίρεσιν ὑμῶν, οὐκ αἰσχυνθήσομαι. e non per la vostra distruzione, non sarò svergognato.
10,7 Qualcuno (tij) – Si tratta di un ipotetico citare l’espressione. Così tale aggiunta invita a lario paolino soltanto in Rm 14,8; quindi, invece il processo stesso di formazione della
rappresentante del gruppo degli avversari, leggere il sintagma come l’indicazione di un’ap- l’inclusione di te costituisce la lectio diffici- comunità cristiana e di ciascuno dei suoi mem-
come in Fil 3,4. partenenza a Cristo in quanto suo servitore. lior e la più probabile. Tuttavia, la particella bri (cfr., p. es., Rm 14,19; 1Cor 14,3; Ef 4,12).
Essere di Cristo (Cristou/ ei=nai) – L’espres- 10,8 Se in realtà (eva,n ÎteÐ ga,r) – L’edizione ha valore di un semplice rafforzativo, quindi Non sarò svergognato (ouvk aivscunqh,somai) – Si
sione è segnata da un genitivo possessivo che critica mostra un’incertezza riguardo all’in- non si traduce. tratta della figura retorica della litote, che consi-
evoca un’appartenenza a Cristo. Tra le due pa- clusione della particella enclitica te. I testi- Edificazione – Il sostantivo oivkodomh, era già ste nella formulazione attenuata di un giudizio o
role greche alcuni codici (Claromontano [D], moni a favore e contro il suo inserimento stato utilizzato in 5,1 per indicare, con significa- di un’idea attraverso la negazione del suo con-
di Cambridge [F] e di Börner [G]) inseriscono sono altrettanto importanti. Si deve rilevare to metaforico, il risultato di un processo di co- trario. Qui indica che Paolo sarà confermato nel
dou/loj che rappresenta un’aggiunta volta a espli- che tutto il sintagma è presente nell’episto- struzione. Qui, come in 12,19 e 13,10, designa suo vanto e che, quindi, potrà diffondersi in ciò.

Confutazione delle accuse (10,7-18) della dimostrazione di 11,7–12,10: la gratuità dell’evangelizzazione a Corinto
Con questo brano inizia il corpus della lettera B, costituito principalmente dalla (11,7-21a) e il paradossale elogio di sé (11,21b–12,10). D’altra parte 10,7-18
confutazione delle accuse. Qui Paolo, mostrando la sua libertà dalle convenzioni mostra rimandi anche alla tesi di 11,5-6, che regge tutta la probatio, in ragione
retoriche che nondimeno tiene in considerazione, inverte l’ordine normale secondo del confronto retorico con gli avversari e della critica sulla capacità di parlare di
il quale la probatio, cioè la parte positiva dell’argomentazione (argumentatio) con Paolo. In fondo, con 10,7-18 comincia il vero e proprio sviluppo argomentativo
le prove a sostegno della tesi, precede la confutatio, cioè la parte negativa dell’ar- di tutta la sezione, sviluppo centrato sulla difesa del ministero dell’apostolo, mo-
gomentazione che adduce le prove a confutazione degli argomenti avversi alla tesi, strandone la superiorità rispetto a quello degli avversari.
poiché il primo elemento sarà fornito soltanto in 11,7–12,10. Forse l’inversione è In base alle due accuse, il brano, indirizzato ai Corinzi, può essere diviso in
dovuta all’urgenza avvertita dall’apostolo di difendersi dalle accuse a lui rivolte due parti: l’accusa riguardo all’assenza/presenza e al parlare (vv. 7-11), l’accusa
dai suoi detrattori a Corinto: quella dell’incoerenza tra comunicazione epistolare riguardo al vanto dell’evangelizzazione (vv. 12-18).
e presenza fisica, quest’ultima segnata da un parlare dimesso, e quella di un vanto
improprio in merito al campo di evangelizzazione. In 10,7-18 la prospettiva apolo- 10,7-11 L’accusa riguardo all’assenza/presenza e al parlare
getica si accompagna bene con quella accusatoria, perché Paolo, mentre si difende, Paolo comincia col rivolgersi esplicitamente ai destinatari, che intende convin-
attacca anche gli avversari, con i quali ingaggia un vero e proprio confronto. Questo cere dell’infondatezza delle accuse a lui rivolte. Al v. 7 l’elemento del confronto
elemento retorico, tipico dell’elogio, di per sé non è tanto volto a denigrare l’altro retorico ruota attorno alla questione del ministero cristiano, e Paolo sembra con-
con il quale il soggetto principale è paragonato, quanto a esaltare quest’ultimo. cedere agli oppositori, già menzionati al v. 2 per la loro ostile posizione nei suoi
Tuttavia, nel nostro passaggio l’esaltazione e la denigrazione vanno insieme, anche confronti, lo status apostolico che poi negherà loro (cfr. 11,13-15). Tuttavia, a ben
se lo scopo principale è costituito dalla difesa dell’apostolo rispetto alle critiche guardare, il testo indica che tale piuttosto è la loro percezione e che di questo, al
mossegli a Corinto. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che nell’intera lettera momento, l’autore non si preoccupa, perché più importante è mettere i destinatari
Paolo ha sempre di mira i Corinzi e la loro piena riconquista, così come appare chiaro di fronte all’evidenza della sua apostolicità, dimostrata proprio a partire da quanto
anche in 10,7-18, poiché sin dall’inizio egli si rivolge unicamente a loro (cfr. v. 7). operato nella loro comunità (cfr. 1Cor 9,1-2).
Lo stretto legame tra la confutatio di 10,7-18 e la probatio di 11,7–12,10, già Al v. 8, attraverso un periodo ipotetico dell’eventualità, Paolo offre una con-
indicato nei legami lessicali e tematici che i due momenti hanno in comune con ferma della sua dichiarazione di essere ministro di Cristo e parla di un suo vanto.
l’esordio, ruota soprattutto attorno al «Vangelo» (10,14; 11,7) e all’evangelizzare Il tema del vanto dell’apostolo era già presente in 2 Corinzi A a partire dalla tesi
(cfr. il greco euaggelízomai, 10,16; 11,7), al vantarsi (cfr. il greco kaucháomai, generale di 1,12-14, ma esso era posto soltanto di fronte agli ascoltatori e confluiva
10,8.13.15.16.17; 11,12.16.18.30; 12,1.5.6.9) e all’aspetto del confronto retorico in un vanto reciproco. Al contrario, in 2 Corinzi B il vanto di Paolo è elemento
con gli avversari (cfr. 10,7.12; 11,21b-23). In questo modo è possibile anche di contrasto con gli avversari e non è collegato con quello dei Corinzi. Inoltre gli
affermare che la confutazione di 10,7-18 ben prepara ciascuna delle due parti accenni a tale tema, presenti nel versetto e nei successivi della pericope, preparano
SecondA AI CORINZI 10,9 186 187 SecondA AI CORINZI 10,11

ἵνα μὴ δόξω ὡς ἂν ἐκφοβεῖν ὑμᾶς διὰ τῶν ἐπιστολῶν· 10 ὅτι


9  9
(Dico questo) affinché non sembri che in qualche modo voglia
αἱ ἐπιστολαὶ μέν, φησίν, βαρεῖαι καὶ ἰσχυραί, ἡ δὲ παρουσία spaventarvi con le lettere. 10Perché «mentre le lettere – si dice ‒ sono
τοῦ σώματος ἀσθενὴς καὶ ὁ λόγος ἐξουθενημένος. 11 τοῦτο severe e forti, la sua presenza fisica è debole e la parola disprezzabile».
λογιζέσθω ὁ τοιοῦτος, ὅτι οἷοί ἐσμεν τῷ λόγῳ δι᾽ ἐπιστολῶν 11
Questo consideri quel tale: quali siamo da assenti con la parola per
ἀπόντες, τοιοῦτοι καὶ παρόντες τῷ ἔργῳ. mezzo delle lettere, tali anche siamo da presenti con l’azione.

10,9 Dico questo affinché (i[na) – Prima di Spaventarvi (ev k fobei/ n u` m a/ j ) – Il verbo composta possiede un valore intensivo. che è da valutare in maniera negativa.
i[na si deve supporre l’ellissi di una frase ev k fobe, w è hapax legomenon neotesta- 10,10 Disprezzabile (evxouqenhme,noj) – Si 10,11 Quel tale (o` toiou/ t oj) – Come al
che regge la successiva proposizione finale. mentario, mentre ha diverse occorrenze tratta di un participio perfetto passivo v. 7 si tratta di un riferimento a un ipo-
Nella nostra traduzione si suppone che ci sia nella Settanta. Rispetto alla forma sem- del verbo ev x ouqene, w , che evoca sia ciò tetico rappresentante del gruppo degli
tou/to le,gw. plice fobe,w, ben diffusa nel NT, la forma che non è degno di attenzione, sia ciò avversari.

l’espressione più chiara e compiuta del vanto paolino che si avrà nell’elogio di sé un grande sviluppo nei capitoli 11–13, dove campeggerà il paradosso della forza
di 11,21b–12,10. L’ambito della fiducia paolina è proprio il ministero di apostolo nella debolezza usato per descrivere la profondità dell’esistenza di Paolo e del suo
(insieme alla conseguente autorità) ricevuto dal Cristo risorto, così come afferma ministero (cfr. 12,9-10). Infine, la questione delle critiche alla capacità retorica
anche in altri passaggi delle sue lettere (cfr. Rm 1,4-5; 1Cor 9,1; Gal 1,15-16). dell’apostolo sarà ripresa in 11,6, dove egli ammetterà tali limiti, invitando però
Poi, utilizzando il binomio, di possibile derivazione geremiana (cfr. Ger 1,10; 24,6 i destinatari a soffermarsi non sulla forma ma sul contenuto della sua parola di
LXX), dell’edificare/distruggere, l’apostolo sostiene la positiva natura dell’eser- annuncio (cfr. 1Cor 2,1-5). Si deve notare che nel contesto culturale del tempo si
cizio della sua autorità a Corinto, volta a fare crescere la comunità e ciascuno dei poneva attenzione al modo di presentarsi dell’oratore in ordine alla sua capacità
suoi membri. D’altra parte la strategia della distruzione, come visto nell’esordio comunicativa e persuasiva (cfr. Epitetto, Dissertazioni 3,22,86-89). Questo modo
di 2Cor 10,1-6, è riservata agli avversari. Che di questo suo agire ministeriale, di pensare potrebbe essere dietro all’accusa di discrepanza tra le lettere inviate
soprattutto a vantaggio della comunità corinzia non avrà paura a vantarsi, così dall’apostolo e la sua effettiva presenza a Corinto.
come afferma con la litote alla fine del v. 8, apparirà ben presto chiaro. Al v. 11, riprendendo il linguaggio utilizzato al v. 7, Paolo risponde all’accusa
Il v. 9 riprende quanto detto nel precedente riguardo all’autorità paolina indi- sollevata dagli avversari. La confutazione paolina sostiene che l’Apostolo è lo
rizzata a edificare la comunità di Corinto e non a distruggerla. Siamo di fronte a stesso, da assente come da presente, e allude probabilmente anche alla prossi-
una sorta di concessio retorica con la quale l’apostolo, per non sembrare troppo ma futura terza visita a Corinto nella quale egli promette di far sperimentare
arrogante di fronte ai suoi detrattori, ammette indirettamente il fatto che le sue ai destinatari la forza della sua presenza (cfr. 13,2-3). Tutta la questione qui
lettere siano in un certo qual modo dure e quindi spaventino gli ascoltatori, benché affrontata è comprensibile all’interno di un mondo dove gli spostamenti non
questo non rappresenti lo scopo voluto dall’autore. Le epistole che possono avere erano così veloci e agevoli. Perciò lo scritto epistolare fungeva da sostituto della
suscitato tale impressione sono un po’ tutte quelle che Paolo ha scritto ai Corinzi persona e talvolta anche del discorso che l’autore avrebbe potuto fare se fosse
prima di 2 Corinzi B e in particolare, viste le sue caratteristiche, la «lettera tra stato presente in mezzo ai suoi destinatari (cfr. Seneca, Epistole 75,1). Inoltre
molte lacrime». Certamente anche quella che sta scrivendo non sarà da meno nel versetto è presente il problema della coerenza tra «parola» e «azione»,
rispetto alle altre! affrontato nella letteratura greca (cfr., p. es., Senofonte, Ciropedia 6,4,5), ma
Il v. 10 chiarisce il motivo per il quale l’apostolo ha avanzato la questione della anche dal Nuovo Testamento con le critiche di Gesù all’atteggiamento farisaico
severità delle sue lettere: egli deve controbattere una calunnia diffusa a Corinto (cfr. Mt 23,1-3) e da Paolo stesso, che in Rm 2,17-24 mostra l’ipocrisia del suo
dai suoi avversari. Finalmente, dopo gli accenni presenti nell’esordio riguardanti fittizio interlocutore giudeo.
le critiche nei suoi confronti, qui – a differenza degli altri passaggi paolini dove Da ultimo, dobbiamo notare che in questa confutazione Paolo non affronta la
non si riportano direttamente le posizioni degli oppositori – viene esplicitata un’ac- critica riguardo alla sua incapacità comunicativa (menzionata al v. 10), di cui si
cusa rivolta a Paolo che poi sarà confutata. Essa consiste nell’incongruenza tra le occuperanno la tesi di 11,5-6 e la relativa dimostrazione di 11,7–12,10 al fine di
lettere, da una parte, e la presenza e la parola, dall’altra, ed essa era stata appena mostrare in positivo che la sua competenza apostolica sta non nella parola ma
menzionata al v. 1. Inoltre, la tematica della debolezza evocata nel versetto avrà nella conoscenza, quella di Cristo e del suo Vangelo.
SecondA AI CORINZI 10,12 188 189 SecondA AI CORINZI 10,14

12 
Οὐ γὰρ τολμῶμεν ἐγκρῖναι ἢ συγκρῖναι ἑαυτούς τισιν τῶν Infatti, non osiamo annoverare o confrontare noi stessi
12

ἑαυτοὺς συνιστανόντων, ἀλλ’ αὐτοὶ ἐν ἑαυτοῖς ἑαυτοὺς con alcuni di quelli che si raccomandano da sé; ma essi,
μετροῦντες καὶ συγκρίνοντες ἑαυτοὺς ἑαυτοῖς οὐ συνιᾶσιν. misurandosi con se stessi e confrontandosi con se stessi, non
13 
ἡμεῖς δὲ οὐκ εἰς τὰ ἄμετρα καυχησόμεθα ἀλλὰ κατὰ comprendono. 13Noi, invece, non ci vanteremo oltre misura, ma
τὸ μέτρον τοῦ κανόνος οὗ ἐμέρισεν ἡμῖν ὁ θεὸς μέτρου, secondo la misura della norma, misura che Dio ci ha assegnato
ἐφικέσθαι ἄχρι καὶ ὑμῶν. 14 οὐ γὰρ ὡς μὴ ἐφικνούμενοι per arrivare anche fino a voi. 14Infatti, non innalziamo oltremodo
εἰς ὑμᾶς ὑπερεκτείνομεν ἑαυτούς, ἄχρι γὰρ καὶ ὑμῶν noi stessi, come (sarebbe) se non fossimo arrivati da voi,
ἐφθάσαμεν ἐν τῷ εὐαγγελίῳ τοῦ Χριστοῦ, poiché anche fino a voi giungemmo con il Vangelo di Cristo.
10,12 Annoverare… confrontare (evgkri/nai… 12 e all’inizio del v. 13, è assente in manoscritti La misura della norma (to. me,tron tou/ (u`perektei,nomen) – Il verbo u`perektei,nw è
sugkri/nai) – I due verbi formano una figura di una certa rilevanza: i codici Claromontano kano, n oj) – Il valore e il signi fi cato hapax legomenon biblico e appare essere una
etimologica con la ripetizione della stessa (D), di Cambridge (F) e di Börner (G). Tuttavia dell’espressione sono molto discussi. A no- creazione paolina. Il verbo evoca l’allungarsi
parte finale derivante dalla radice di kri,nw la preponderante attestazione esterna depone a stro avviso si tratta di un genitivo epesege- e il tendersi oltre i limiti.
(«giudicare»). Da parte sua, evgkri,nw è ha- favore della sua inclusione. La sua omissione tico greco; quindi, si può rendere con: «la Giungemmo (evfqa,samen) – Il verbo fqa,nw
pax legomenon biblico ed evoca l’inclusione accidentale può essere spiegata per aplogra- misura che è norma». nell’uso classico indica l’arrivare prima,
all’interno di una certa classe o gruppo di in- fia, cioè con un salto visivo del copista che è Arrivare (evfike,sqai) – L’infinito aoristo mentre tale caratteristica cronologica non è
dividui, mentre sugkri,nw è presente una sola passato dall’ouv del v. 12b all’ouvk del v. 13a. di evfikne,omai assume valore consecutivo. presente nelle occorrenze neotestamentarie,
altra volta nel NT (1Cor 2,13) e indica un giu- 10,13 Oltre misura (eivj ta. a;metra) – L’ag- Il verbo è usato soltanto qui e al versetto dove c’è il semplice riferimento all’arrivo
dicare in relazione a qualcosa o a qualcuno. gettivo a;metroj (e l’intero sintagma) è ripe- successivo in tutta la Bibbia, mentre pre- (cfr., p. es., Mt 12,28; Rm 9,31; Fil 3,16).
10,12-13 Non comprendono. Noi, invece (ouv tuto anche al v. 15 e non è mai presente in senta molte occorrenze nel greco classico. Tuttavia nel nostro contesto potrebbe esserci
sunia/sin h`mei/j de,) – Questa frase, alla fine del v. tutta la Scrittura. 10,14 Innalziamo o l t re m o d o anche tale sfumatura aggiuntiva.

10,12-18 L’accusa riguardo al vanto dell’evangelizzazione sulla gratuità dell’evangelizzazione dell’apostolo a Corinto (cfr. 11,7-21a). Nel
Al v. 12 continua la confutazione paolina, introducendo la difesa da un’altra accu- complesso il nostro versetto ricorda anche 3,1-6, dove prima si afferma che gli
sa proveniente dagli oppositori. In questo contesto è negato l’utilizzo del confronto apostoli non hanno bisogno di lettere di raccomandazioni da portare a Corinto,
retorico con gli avversari, ma di fatto Paolo ci è già ricorso nel v. 7. Inoltre, nei perché la comunità stessa è un’epistola scritta da Dio per mezzo dei suoi ministri,
versetti seguenti ci ritorna e, infine, tale elemento è preponderante in 11,1–12,18. In e poi si dice che la loro capacità viene unicamente dal Signore, che li ha posti a
3,1 si era parlato della raccomandazione degli avversari di Paolo attraverso lettere; servizio della nuova alleanza.
ora il discorso è diverso, perché la questione è intrecciata con quella del vanto ed Il v. 14 riprende e motiva il vanto del versetto precedente, cominciando la
è legata ai criteri sui quali basarsi per tutto ciò, così come chiariranno anche i vv. confutazione vera e propria dell’accusa sollevata nei confronti di Paolo. Infatti,
17-18. Per il momento Paolo invita i Corinzi a riconoscere che gli oppositori sono egli sostiene che non si esalta oltre il dovuto, perché è giunto sino a Corinto e lo
insensati, perché si valutano da se stessi – al limite confrontandosi semplicemente ha fatto portandovi il Vangelo che ha come contenuto lo stesso Cristo. I Corinzi
con quelli della propria cerchia – senza aprirsi a un giudizio esterno. Nel testo l’in- stessi permetteranno così all’apostolo di autoelogiarsi, senza risultare arrogante,
sistente ripetizione di «se stessi» in relazione agli avversari indica la loro chiusura. dal momento che ‒ come detto pure al v. 13 ‒ egli rispetta i limiti derivanti dal
Al v. 13 l’apostolo riporta l’accusa di un vanto indebito riguardo il suo mini- mandato divino. Dietro tale assunto è possibile vedere anche riferimenti geografici
stero di evangelizzatore. Inoltre contrasta il suo atteggiamento con quello degli e cronologici, nel senso che Paolo intende la missione ricevuta da Dio come indi-
avversari, promettendo di diffondersi in un elogio di sé, cosa che avverrà soprat- rizzata ai territori dove il Vangelo non è ancora giunto e nei quali egli è chiamato
tutto in 11,21b–12,10. Qui, a motivo anche del versetto precedente, l’apostolo ad andare per primo (cfr. Rm 15,20). Ma l’attenzione del v. 14 è soprattutto al
indirettamente critica gli oppositori di un vanto smisurato, perché non basato contenuto dell’annuncio paolino; si tratta come già visto in 2,12 del «Vangelo di
sulla competenza e sull’autorità conferita da Dio come avviene invece per lui. Cristo». Implicitamente il testo fa intendere che è questo l’elemento che differen-
Come già accennato al v. 8, il vanto paolino davanti ai Corinzi è considerato zia l’apostolo – il quale come un padre ha generato in Cristo la comunità mediante
possibile proprio in connessione con quanto compiuto nel suo ministero in mez- il Vangelo (cfr. 1Cor 4,15) – dagli avversari che annunciano un altro Vangelo e
zo a loro. Infatti la prima parte della dimostrazione del discorso del folle verterà un altro Cristo (cfr. 2Cor 11,4).
SecondA AI CORINZI 10,15 190 191 SecondA AI CORINZI 10,18

οὐκ εἰς τὰ ἄμετρα καυχώμενοι ἐν ἀλλοτρίοις κόποις, ἐλπίδα δὲ


15  15
Non ci vantiamo oltre misura nelle altrui fatiche, ma abbiamo la
ἔχοντες αὐξανομένης τῆς πίστεως ὑμῶν ἐν ὑμῖν μεγαλυνθῆναι speranza, crescendo la vostra fede, di essere magnificati in abbondanza
κατὰ τὸν κανόνα ἡμῶν εἰς περισσείαν 16 εἰς τὰ ὑπερέκεινα ὑμῶν da voi, secondo la nostra norma, 16per evangelizzare i (posti) più
εὐαγγελίσασθαι, οὐκ ἐν ἀλλοτρίῳ κανόνι εἰς τὰ ἕτοιμα καυχήσασθαι. lontani dei vostri, senza vantarci di cose già preparate nell’altrui norma.
Ὁ δὲ καυχώμενος ἐν κυρίῳ καυχάσθω· 18 οὐ γὰρ ὁ ἑαυτὸν
17  17
Ma chi si vanta si vanti nel Signore. 18Infatti, non chi raccomanda se
συνιστάνων, ἐκεῖνός ἐστιν δόκιμος, ἀλλ’ ὃν ὁ κύριος συνίστησιν. stesso, questi è approvato, ma chi il Signore raccomanda.
10,15 Ci vantiamo… abbiamo (kaucw,menoi… u`pere,keina u`mw/n) – L’espressione in greco in 1Cor 1,31, dove però c’è una formula di non compare nel corrispondente versetto del
e;contej) – I due participi stanno al posto di è ellittica e mancante di un sostantivo. In citazione introduttiva, il testo paolino è segnato Testo Masoretico, 1Sam 2,10). Dato che nel
due verbi finiti. particolare u`pere,keina è un avverbio, hapax da una ripresa con variazione di Ger 9,23 LXX: contesto (cfr. v. 8) c’è un possibile legame con
Fatiche – Il termine ko,poj, già presente in 6,5 e poi legomenon biblico, probabilmente neologi- «In questo si vanti chi si vanta: comprendere testi geremiani, è preferibile la prima opzione.
in 11,23.27, fa riferimento al lavoro dell’evan- smo paolino, che significa «oltre». e conoscere che io sono il Signore» oppure di 10,18 Approvato (do,kimoj) – L’aggettivo
gelizzazione (cfr. 1Cor 3,8; 15,58; 1Ts 2,9; 3,5). 10,17 Ma chi si vanta si vanti nel Signore (o` 1Re 2,10 LXX: «In questo si vanti chi si vanta: comparirà anche in 13,7 ed evoca una valu-
10,16 I (posti) più lontani dei vostri (eivj ta. de. kaucw,menoj evn kuri,w| kauca,sqw) – Come comprendere e conoscere il Signore» (la frase tazione positiva dopo una messa alla prova.

Il v. 15 riprende il v. 13, ma continua anche la confutazione iniziata al versetto la menzione delle altre regioni da evangelizzare sia da leggersi già in riferimento alla
precedente. Paolo, infatti, afferma che il suo vanto non è basato sul lavoro missio- Spagna (cfr. Rm 15,24.28), ma la cosa è effettivamente difficile da dimostrare. In ogni
nario di altri, ma egli nutre la speranza che i Corinzi, con la crescita della loro fede, caso, alla fine del versetto, in ripresa di quanto affermato all’inizio del precedente, l’apo-
facciano crescere anche la loro considerazione per lui in ragione del mandato rice- stolo torna a difendere la possibilità di un suo vanto, perché basato sul campo d’azione
vuto da Dio. Preparando ancora la dimostrazione di 11,7–12,10 e il relativo elogio affidatogli dal Signore senza invadere quello degli altri, accusando così indirettamente
di sé, l’apostolo sottolinea che il suo vanto è legittimo, perché si sostanzia non sui gli avversari che sono giunti a Corinto. Quindi, in questa seconda parte di 10,7-18 la
risultati altrui, ma sui propri. D’altra parte possiamo invece pensare a una velata confutazione, ora riguardante un vanto improprio in merito all’evangelizzazione, assume
accusa nei confronti degli avversari, che sono sopraggiunti a Corinto e si gloriano maggiormente, rispetto alla prima parte, i contorni di una vera accusa nei confronti degli
del cammino cristiano della comunità, sebbene il merito debba prima di tutto essere oppositori: Paolo si difende attaccando. D’altra parte l’apostolo appare tener fede anche
attribuito a Paolo suo fondatore. Dopo la negazione di un vanto smisurato, l’apo- successivamente alla suddetta prospettiva. Infatti, rivolgendosi alla comunità di Roma
stolo esprime il desiderio di una vera crescita nella fede dei Corinzi, che li conduca non da lui fondata, affermerà che la sua futura visita sarà finalizzata a uno scambio di
a glorificare lo stesso ministero di Paolo ricevuto da Dio a loro beneficio (cfr. Rm doni spirituali derivanti dalla fede comune, escludendo implicitamente ogni volontà di
11,13), in congiunzione probabilmente con il riconoscimento della sua autorità e con intervento nella conduzione pastorale della Chiesa romana (cfr. Rm 1,11-12; 15,20).
la fattiva collaborazione alla sua attività missionaria (cfr. 1Cor 9,1-2; Fil 1,5). Rispet- Al v. 17 abbiamo il riferimento scritturistico più chiaro di tutta la sezione. Infatti, senza
to a 2 Corinzi A, dove Paolo aveva affermato la saldezza nella fede dei destinatari introdurlo come citazione, è presentato il testo di Ger 9,23 LXX seppur variato. La prova
(cfr. 1,24), in 2 Corinzi B la situazione ha subito una regressione e, se ora si mostra d’autorità così costituita vuole sancire in definitiva qual è il vanto legittimo: è quello di colui
una speranza per la crescita di essa, alla fine si chiederà di procedere a una seria che si vanta nel Signore. In 1Cor 1,31 il ricorso allo stesso testo geremiano era un invito ai
valutazione del loro credere che non può più essere dato per acquisito (cfr. 13,5). credenti in Cristo ad affidare a lui, il Crocifisso, la propria vita e a trovare in lui la propria
Il v. 16 dipende sintatticamente dalla fine del precedente e mostra con chiarezza la sicurezza, invece che nella sapienza e nella forza mondane. D’altra parte, Fil 3,3 parla di un
ragione per la quale Paolo desidera di essere apprezzato e considerato a Corinto. La fina- vanto in Cristo contrapposto al confidare nella carne, e Gal 6,14 mostra che il vantarsi di Pa-
lità è quella di portare il Vangelo oltre Corinto senza gloriarsi di quanto compiuto dagli olo non è altro che nella croce del Signore Gesù Cristo. Nel nostro versetto, dunque, l’apo-
altri missionari all’interno del loro campo d’azione. Al v. 6 si diceva che, solo quando stolo enuncia in maniera assertiva e indiscutibile un principio per il quale al credente resta
l’obbedienza dei destinatari sarebbe stata piena, l’apostolo avrebbe potuto controbattere un solo vanto possibile, ossia quello dipendente dal legame con il suo Signore. Tuttavia, in
con successo gli avversari, mentre ora si sostiene che, una volta che i Corinzi avranno ragione del contesto, il discorso è da riferire in particolare all’evangelizzatore, come in Rm
riconosciuto la validità del suo ministero, egli potrà continuare e ampliare la sua opera 15,15-18, dove il vanto in Cristo di Paolo è legato a quanto il primo ha operato nel suo mi-
di evangelizzazione: in ogni caso gli interlocutori sono posti dall’autore di fronte alle nistero a favore dei pagani. Infine, il fatto che l’apostolo abbia deciso di vantarsi soltanto in
loro rilevanti responsabilità. Nello specifico, per il nostro versetto è possibile pensare Cristo apparirà chiaro in 11,21b–12,10, dove l’elogio di sé è trasformato in elogio di Cristo.
che Paolo avrà la serenità e la libertà di delineare nuovi progetti di missione solo quando Il v. 18 riprende dal v. 12 il tema della raccomandazione, vicino a quello del
la situazione a Corinto si sarà risolta (cfr. 2,12-13). Alcuni studiosi ipotizzano poi che vanto, e conclude la confutazione paolina con una nuovo probabile riferimento di
SecondA AI CORINZI 11,1 192 193 SecondA AI CORINZI 11,1

11 Ὄφελον ἀνείχεσθέ μου μικρόν τι


11 Se soltanto poteste sopportare un po’ di
1  1

ἀφροσύνης· ἀλλὰ καὶ ἀνέχεσθέ μου. follia da parte mia. Ma già mi sopportate.

11,1 Se soltanto poteste sopportare av n e, c w nel NT è utilizzato solo alla for- re o un indicativo presente o un imperativo Follia – Il termine avfrosu,nh, opposto di
(o; f elon av n ei, c esqe) – Il participio ao- ma media; le altre occorrenze di av n e, c w presente. In ragione dell’avversativo avlla, swfrosu, n h che indica ragionevolezza
risto neutro del verbo ov f ei, l w funge da in 2 Corinzi sono ristrette al c. 11 (vv. («ma») che segue, la prima soluzione appa- e autocontrollo, è usato nel NT soltanto
particella che introduce un desiderio 4.9.20). re la più probabile ed è quindi quella qui in Mc 7,22 e poi altre due volte in 2Cor
irrealizzabile e improbabile. Il verbo Sopportate – La forma avne,cesqe può esse- adottata. 11,17.21.

contrasto con gli avversari. Egli vuol far intendere ai Corinzi che lui solo, e non resse di 11,1–12,18 per gli studi paolini in generale è duplice: da una parte il passaggio
alcun avversario, è approvato da Dio come apostolo, in quanto egli lascia, ancora a fornisce molti elementi autobiografici dell’apostolo; dall’altra, esso dimostra l’acuta
differenza degli oppositori, che sia il Signore a operare, accogliendo da lui il mandato capacità retorica di Paolo che, proprio mentre è da lui negata, è ampiamente utilizzata
e l’ambito della propria missione, la quale l’ha condotto sino a Corinto (cfr. v. 13). per mettersi sul piano degli avversari e surclassarli. Il discorso del folle può essere
così diviso: esordio del discorso (11,1-6); prima parte della dimostrazione, ossia la
Discorso del folle (11,1–12,18) gratuità dell’evangelizzazione a Corinto (11,7-21a); seconda parte della dimostrazione,
Al centro di 2 Corinzi B si trova il cosiddetto discorso del folle, così chiamato per ossia forza nella debolezza con elogio di sé (11,21b–12,10); perorazione (12,11-18).
il fatto che Paolo si abbandona a un parlare in prima persona segnato dal linguag-
gio della pazzia (cfr. il greco, aphrosýnē, «follia» in 11,1.17.21; áphrōn, «folle» in 11,1-6 Esordio del discorso
11,16.19; 12,6.11; paraphronéō, «essere fuori di sé» in 11,23). Tale terminologia si Tutto il discorso del folle è preparato, sia al livello contenutistico sia dal punto
lega a quella del vanto, che caratterizza i quattro capitoli della lettera, e all’elemento di vista della strategia retorica, dall’esordio di 11,1-6. Qui vengono infatti introdotti
del confronto retorico cosicché il tema, attorno al quale ruota il testo di 11,1–12,18, l’«io» di Paolo, protagonista del discorso, l’uditorio composto dalla comunità di Co-
è quello della follia del vanto, in specie quello di sé che, a differenza di quanto av- rinto appartenente a Cristo e gli avversari con i quali l’autore si confronterà. Inoltre,
viene per gli avversari, in Paolo si risolve poi in un elogio di Cristo, unico possibile i temi dell’affetto paterno dell’apostolo verso i Corinzi e della sua superiorità sugli
vantarsi per il credente. Nel nostro passaggio assistiamo, quindi, come a una salita oppositori saranno riproposti nel resto di 11,1–12,18. D’altra parte, in prospettiva
climatica che giunge sino all’elogio di sé di 11,21b–12,10, un vanto prima secondo retorica, l’esordio intende prima di tutto giustificare il ricorso al successivo vanto
la carne e poi finalmente secondo il Signore (cfr. 11,17-18). Dal punto di vista argo- di sé (soprattutto quello di 11,21b-29), sia come un attimo di follia da parte di Paolo
mentativo tale percorso è funzionale a dimostrare la tesi o propositio di 11,5-6 che sia soprattutto in ragione della presenza degli avversari. In un secondo momento,
afferma la superiorità di Paolo rispetto agli avversari, non al livello della capacità attraverso la tesi, l’esordio fornisce l’idea della quale Paolo intende convincere i
comunicativa, ma a quello della conoscenza di Cristo e perciò del legame con lui. In suoi destinatari attraverso tutto il suo discorso; si può così dividere in due parti: ap-
questione non è, dunque, direttamente il contenuto del Vangelo, elemento più legato pello ai Corinzi (11,1-4) e tesi, ossia la superiorità di Paolo sugli avversari (11,5-6).
al logos, ma il ministero dell’apostolo e la sua credibilità a Corinto in contrasto anche 11,1-4 Appello ai Corinzi
con gli avversari. Così l’ethos è prevalente, mentre il pathos continua a fare la sua L’appello rivolto da Paolo ai Corinzi si serve al v. 1 della figura retorica della
parte laddove Paolo affronta il proprio rapporto con i Corinzi. La tesi è provata nella prodiórthōsis, una preventiva richiesta di scuse, attraverso la quale l’autore chiede la
dimostrazione o probatio di 11,7–12,10 che, come detto, segue alla confutazione pazienza degli ascoltatori per ciò che sta per dire in quanto potenzialmente inadatto
delle accuse presentate in 10,7-18 e mostra la gratuità dell’evangelizzazione di Paolo o stravagante. Il tono dell’appello è ironico e mette in gioco la tematica della pazzia
e la sua forza nella debolezza con un elogio di sé trasformato in quello di Cristo. che sarà ripresa lungo il discorso. Come sarà chiaro ai vv. 16-18 la follia è legata al
L’argomentazione si chiude poi con la peroratio di 12,11-18, finalizzata a ricapitolare vanto, un vanto carnale, cioè basato sulle capacità e le realizzazioni della persona e
gli argomenti trattatati e a muovere gli affetti degli ascoltatori. non sui doni ricevuti da Dio e sulla sua azione (cfr. 10,17). Nel suo discorso l’aposto-
Dal punto di vista stilistico, nel discorso si ricorre all’ironia, al sarcasmo, alla paro- lo comincia a mettersi quindi sul piano degli avversari, che si vantano fuori misura
dia, mentre l’arsenale dimostrativo è costituito sostanzialmente da una chiara allusione dei loro risultati e addirittura si attribuiscono i meriti derivanti dalle fatiche altrui
scritturistica (cfr. 11,3), dalla vituperazione degli avversari (cfr. 11,12-15), da due (cfr. 10,12-18), e ciò apparirà evidente al v. 18: «Dal momento che molti si vantano
cataloghi di avversità (cfr. 11,23b-29; 12,10), dalle visioni insieme alle rivelazioni (cfr. secondo la carne, anch’io mi vanterò». Nel nostro versetto Paolo cerca quindi, con
12,1-10), da aspetti personali della vita di Paolo (cfr. 11,31-33; 12,7b-10). Inoltre l’inte- la terminologia della sopportazione già utilizzata a tal proposito nella letteratura
SecondA AI CORINZI 11,2 194 195 SecondA AI CORINZI 11,4

ζηλῶ γὰρ ὑμᾶς θεοῦ ζήλῳ, ἡρμοσάμην γὰρ ὑμᾶς ἑνὶ ἀνδρὶ
2  2
Infatti, sono geloso di voi con una gelosia divina, poiché vi ho
παρθένον ἁγνὴν παραστῆσαι τῷ Χριστῷ· 3 φοβοῦμαι δὲ μή πως, dato in matrimonio a un solo uomo per presentarvi a Cristo come
ὡς ὁ ὄφις ἐξηπάτησεν Εὕαν ἐν τῇ πανουργίᾳ αὐτοῦ, φθαρῇ τὰ vergine pura. 3Ma temo che, come il serpente ingannò Eva con la
νοήματα ὑμῶν ἀπὸ τῆς ἁπλότητος [καὶ τῆς ἁγνότητος] τῆς εἰς sua astuzia, le vostre menti vengano corrotte dalla loro sincerità
τὸν Χριστόν. 4 εἰ μὲν γὰρ ὁ ἐρχόμενος ἄλλον Ἰησοῦν κηρύσσει ὃν [e purezza] nei confronti di Cristo. 4Se, infatti, uno che viene

11,2 Sono geloso… con una gelosia divina verbo a`rmo,zw è un hapax legomenon neo- co [L], Porfiriano [P], della Laura del monte ta trascrizione del secondo sostantivo e di
(zhlw/ qeou/ zh,lw|) – Si tratta della figura retorica testamentario. Athos [Ψ] e il testo bizantino) e costituisce quanto immediatamente lo precedeva a causa
etimologica con due termini della stessa radice 11,3 Sincerità e purezza (th/j a`plo,thtoj Îkai. la lectio brevior. Tuttavia, l’attestazione a fa- dell’identica terminazione dei due vocaboli.
lessicale utilizzati per dare enfasi al contenuto th/j a`gno,thtojÐ) – L’edizione critica mostra vore dell’inclusione è di qualità superiore (i 11,4 Uno che viene (o` evrco,menoj) – Come in
dell’espressione. Nella LXX questa terminolo- dubbi circa l’inclusione di kai. th/j a`gno,thtoj papiri Chester Beatty II [î46] e di Oxyrhyn- precedenza (cfr. 10,7.11-12), il singolare si ri-
gia è riferita allo zelo di Finees e di Elia per Dio («e purezza») nel testo originale, poiché è chus 4845 [î124], i codici Sinaitico [‫]א‬, Vati- ferisce a un ipotetico rappresentante del grup-
e per la sua Legge (Nm 25,11; 1Mac 2,54.58). assente in manoscritti di una certa rilevanza cano [B], di Cambridge [F] e di Börner [G]) po degli avversari. Nel nostro caso il singolare
Il genitivo qeou/ («di Dio») è di qualità. (una correzione nel codice Sinaitico [‫]א‬, i e l’omissione può essere spiegata come un è dovuto alla concretizzazione della figura del
Ho dato in matrimonio (h`rmosa,mhn) – Il codici di Coislin [H], di Mosca [K], Angeli- errore dovuto a omoteleuto, con la manca- serpente utilizzata al versetto precedente.

greca (cfr. Demostene, La corona 10), di preparare il difficile ricorso all’elogio di alla comunità; quindi, manifesta la sua effettiva gelosia per lei. Infatti, l’apostolo
sé che avrà il suo centro nei vv. 21b-29. D’altra parte l’ironia utilizzata nei confronti afferma di temere che, come Eva fu fuorviata a causa della furbizia del serpente,
dei Corinzi indica che a lui dovrebbe essere concessa almeno la stessa tolleranza così anche i Corinzi siano sviati nei pensieri perdendo la loro semplicità e purità in
riservata dai destinatari agli avversari (cfr. vv. 4.21), sopportazione che forse essi relazione a Cristo. Con lo stesso «temo che» di 12,20 Paolo esprimerà la paura di
credono di avere, ma che Paolo non ritiene sufficiente (cfr. v. 16). non trovare al suo arrivo la comunità unita così come la desidera. Qui Paolo allude
Il v. 2 fornisce una motivazione della follia paolina menzionata in precedenza al racconto di Gen 3,1-13 LXX (ci sono anche legami terminologici), con particolare
rispetto al vanto di sé che egli andrà a presentare. L’apostolo afferma che ha un pre- attenzione all’astuzia del serpente, al ruolo di Eva e al suo essere da lui ingannata.
muroso affetto per i Corinzi, come quello mostrato da Dio per Israele (cfr., p. es., Es Quella parte della tradizione giudaica che si sofferma sulla responsabilità della
34,14; Dt 5,9; Gs 24,19): nel testo domina la metafora matrimoniale che nell’Antico prima donna e non tanto su quella di Adamo può essere fatta risalire già a Sir 25,24
Testamento descrive il rapporto d’amore, talvolta turbolento, tra Dio e il suo popolo ed è presente nelle lettere paoline in 1Tm 2,14 con un linguaggio molto vicino a
(cfr., p. es., Is 54,5-6; Ez 16,6-19; Os 2,16-22). Nel Nuovo Testamento tale immagine quello utilizzato in 2Cor 11,3. Nello specifico si lega la colpa di Eva anche a una
è utilizzata per descrivere le nozze escatologiche di Cristo con l’umanità, in particolare trasgressione sessuale (cfr., p. es., 2 Enok 31,6). Inoltre, il serpente è identificato con
con la Chiesa (cfr., p. es., Mt 25,1-13; Ef 5,21-32, Ap 19,7-9; 21,2). Nello specifico, il diavolo e con Satana a partire dal testo di Sap 2,24 e in questa direzione sembra
in 2Cor 11,2 possiamo ritrovare le due fasi del matrimonio ebraico: il momento in andare anche Rm 16,20 (cfr. Ap 12,9; 20,2). Da parte sua, in 2Cor 11,3 l’apostolo
cui è stipulato il contratto matrimoniale (qiddûšîn) in base al quale gli sposi, pur non è direttamente interessato non alla vicenda genesiaca, quanto alla sua applicazione
vivendo ancora insieme, sono ormai indissolubilmente vincolati l’uno all’altra; e le in rapporto alla comunità, già descritta come promessa sposa a Cristo. Egli ha paura
nozze vere e proprie (nissû’în) con la relativa consumazione del matrimonio e il con- che, come Eva è stata ingannata (intende anche sessualmente?) dal serpente, così
seguente inizio della convivenza. Fuor di metafora, come evidenziato anche in Ap 21,9 la comunità corinzia sia allontanata dalla sua fedeltà sponsale con Cristo a causa
con «la fidanzata» che diviene «sposa dell’Agnello», si tratta prima della Chiesa nel dell’astuta azione degli avversari, i quali agiscono in nome di Satana (cfr. 11,13-
tempo della storia terrena, poi nel compimento escatologico. Così Paolo, come il padre 15). Tutto questo ci fa comprendere come in 2Cor 10–13 Paolo non abbia a cuore
della sposa che doveva garantire la verginità della figlia sino alla consumazione del primariamente una contrapposizione con gli avversari o una difesa del proprio
matrimonio (cfr. Dt 22,13-21), ha promesso di mantenere la comunità illibata e legata ministero volta ad affermare se stesso, bensì soprattutto il progresso di fede della
esclusivamente a Cristo suo sposo fino al momento di poterla presentare a lui per le comunità corinzia, messo in pericolo dall’azione degli avversari. In questo quadro
nozze eterne. In questo modo l’apostolo da una parte esprime il suo veemente affetto la dimensione apologetica presente nel testo deve essere letta alla luce di una finalità
per la comunità; dall’altra sa che non è lui che la possiede e al quale appartiene, mentre esortativa e pedagogica nei confronti dei destinatari.
teme che essa si conceda a un altro Cristo, quello presentato dagli avversari (cfr. v. 4). Il v. 4 vuol motivare la paura di Paolo per la comunità e per la sua perseveranza nella
Al v. 3 Paolo mostra il timore di non potere assolvere al suo compito in relazione fede in Cristo, timore dovuto all’azione degli avversari. Il versetto attesta chiaramente che
SecondA AI CORINZI 11,5 196 197 SecondA AI CORINZI 11,6

οὐκ ἐκηρύξαμεν, ἢ πνεῦμα ἕτερον λαμβάνετε ὃ οὐκ ἐλάβετε, ἢ annuncia un altro Gesù che non abbiamo annunciato, o ricevete
εὐαγγέλιον ἕτερον ὃ οὐκ ἐδέξασθε, καλῶς ἀνέχεσθε. uno spirito diverso che non avete ricevuto, o un Vangelo diverso
5 
Λογίζομαι γὰρ μηδὲν ὑστερηκέναι τῶν ὑπερλίαν ἀποστόλων. che non avete accolto, lo sopportate bene.
6 
εἰ δὲ καὶ ἰδιώτης τῷ λόγῳ, ἀλλ᾽ οὐ τῇ γνώσει, ἀλλ᾽ ἐν παντὶ 5
In realtà, penso di non essere in niente inferiore a questi super-
φανερώσαντες ἐν πᾶσιν εἰς ὑμᾶς. apostoli! 6Se anche sono inesperto nella parola, non però nella
conoscenza; anzi, l’abbiamo manifestato in tutto e per tutto a voi.
Annuncia… abbiamo annunciato… ri- di Vienna [î 34], il codice Sinaitico [ ‫] א‬, 11,5 Essere… inferiore (u`sterhke,nai) – Il da u`pe,r («sopra») e da li,an («troppo»), indi-
cevete… avete ricevuto (khru, s sei… una correzione nel codice Claromontano verbo u`stere,w evoca mancanza, necessità, cando così eccesso e oltre misura.
evkhru,xamen… lamba,nete… evla,bete) – Si [D], i codici di Cambridge [F; la lettura inferiorità. Qui e in 12,11 la terza acce- 11,6 Inesperto (ivdiw,thj) – Il termine in greco
tratta della figura retorica della commora- è incerta], di Börner [G], di Coislin [H], zione è la più confacente, mentre in 11,9 indica generalmente un incompetente e un
tio, con la duplice ripetizione di due verbi di Mosca [K], Angelico [L], Por firiano è meglio la prima. Nel nostro versetto il incolto. Nel NT è usato in questo senso in
volta a enfatizzare un’idea, in questo caso [P], della Laura del monte Athos [Ψ] e il perfetto dell’infinito indica una condizione At 4,13, mentre in 1Cor 14,16.23.24 assume
la differenza tra il prima e il dopo l’arrivo testo bizantino); tuttavia, in ragione del duratura. la sfumatura di «non iniziato». Il nostro ver-
degli avversari nella comunità di Corinto. contesto che richiede un verbo al presen- Super-apostoli (u` p erli, a n av p osto, l wn) – setto si avvicina più alla prima occorrenza.
Sopportate (av n e, c esqe) – La variante te, è meglio rimanere con l’altra lezione, L’avverbio u`perli,an appare essere una cre- Abbiamo manifestato (fanerw,santej) – Il
avnei,cesqe («sopportavate») ha un rilevan- adottata dall’edizione del testo greco qui azione paolina presente in tutta la Scrittura participio del verbo fanero,w sta al posto di
te supporto esterno (il papiro greco 39784 riprodotta. soltanto qui e in 12,11. Il termine è composto un verbo finito.

gli oppositori provengono dall’esterno della Chiesa corinzia e che sono ben accolti dagli dall’altra, si introduce la tesi che regge tutta l’argomentazione successiva. L’apo-
stessi credenti. L’apostolo, anche con amara ironia, mette i destinatari di fronte alle loro re- stolo sostiene che egli non si ritiene in niente inferiore agli avversari, indicati con
sponsabilità, sottolineando il negativo cambiamento intervenuto nel loro cammino di fede un’ironia pungente come «super-apostoli». Siamo di fronte alla figura retorica
rispetto al momento nel quale hanno accolto l’annuncio da lui recato. A tal proposito resta della litote, attraverso la quale Paolo non afferma più di essere al pari degli altri
difficile comprendere in che cosa consista il Gesù, lo Spirito, il Vangelo diversi da quelli come in 10,7, ma superiore a loro. L’utilizzo di un termine come hyperlían («su-
paolini propagandati a Corinto dagli oppositori: rispetto a ciò gli studiosi hanno formulato per») richiama il verbo hyperekteínomen («innalziamo oltremodo») di 10,14 e la
una ridda di ipotesi. Dal punto di vista metodologico la soluzione più saggia è cercare relativa accusa agli avversari di un vanto oltre misura, ma preannuncia anche i
di attenersi al testo e accontentarsi delle scarne indicazioni che ci sono fornite da Paolo, termini composti di hyper- («sopra»), utilizzati con significato di superiorità nella
il quale non è interessato al profilo preciso degli avversari, quanto all’influsso deleterio dimostrazione di 11,7–12,10 che segue (cfr. 11,23; 12,6.7). Inoltre, nell’epilogo
che essi esercitano sulla comunità. I tre succitati elementi possono essere considerati una del discorso del folle in 12,11 si riprende, attraverso una stessa terminologia,
sintesi dell’annuncio cristiano primitivo. Quindi, dal testo si deduce che l’annuncio della l’affermazione di 11,5. Il confronto retorico con gli oppositori è introdotto, quindi,
fede operato a Corinto da parte degli avversari è differente da quanto Paolo ha predicato come elemento caratterizzante il successivo discorso di vanto paolino. Con parole
ai destinatari, senza chiarire in che cosa consista tale differenza. Tuttavia, qui non ci tro- dallo stesso contenuto di quelle utilizzate in 2Cor 11,5 Plutarco ammetterà la
viamo nella stessa situazione vissuta dalle Chiese della Galazia, dove l’apostolo dichiarerà plausibilità dell’elogio di sé al fine di difendersi dalle accuse e dalle calunnie degli
che il Vangelo dei perturbatori infiltrati nella comunità non è altro se non la sovversione avversari (Opere morali 540C [Come lodare se stessi senza suscitare invidia 4]).
del Vangelo di Cristo (cfr. Gal 1,6-7) e per questo sarà costretto a procedere a una nuova La seconda parte della tesi o propositio è presentata al v. 6 ed è incentrata sul
evangelizzazione dei suoi (cfr. Gal 1,11-12). In 2 Corinzi B Paolo non si mette a spiegare il contrasto tra parola e conoscenza. Paolo, da una parte, attraverso una concessione
contenuto della sua predicazione ai destinatari, ma si preoccupa di distaccarli dalla nociva retorica, ammette di essere inesperto nell’arte del parlare; dall’altra, sostiene di non
influenza degli avversari, dei quali critica soprattutto il modo di agire che mina la sua auto- esserlo nel conoscere, così come ha manifestato in ogni modo e in ogni circostanza ai
rità, al fine di riconquistare a sé la comunità da lui fondata ed evangelizzata. Da ultimo, la Corinzi. In 10,10 il testo aveva riportato una delle accuse degli avversari per la quale
chiusura del versetto con il richiamo alla sopportazione riprende quanto richiesto dall’apo- si affermava che l’apostolo aveva una capacità di parola disprezzabile. Tale accusa
stolo ai destinatari nel v. 1: tollerano gli oppositori, potranno ben tollerare il suo prossimo non era seguita da una confutazione, mentre ora viene ripresa in positivo, mostrando
elogio di sé, il ricorso al quale è spesso giustificato a motivo della presenza di avversari. che la competenza retorica non è ritenuta essenziale da Paolo. Già nella prima lettera
11,5-6 Tesi: la superiorità di Paolo sugli avversari indirizzata ai Corinzi egli aveva sottolineato che nella sua predicazione nei loro con-
Al v. 5, da una parte, si presenta l’ultima e decisiva ragione, legata all’esistenza fronti non era ricorso a discorsi basati sulla sapienza umana ed espressi con modalità
degli oppositori, per la quale i Corinzi dovrebbero tollerare la follia di Paolo; seduttrici, bensì si era focalizzato esclusivamente sul contenuto derivante dalla parola
SecondA AI CORINZI 11,7 198 199 SecondA AI CORINZI 11,7

Ἢ ἁμαρτίαν ἐποίησα ἐμαυτὸν ταπεινῶν ἵνα ὑμεῖς ὑψωθῆτε,


7  7
O ho fatto peccato abbassando me stesso affinché voi siate innalzati,
ὅτι δωρεὰν τὸ τοῦ θεοῦ εὐαγγέλιον εὐηγγελισάμην ὑμῖν; dal momento che vi ho annunciato gratuitamente il vangelo di Dio?

11,7 Abbassando… siate innalzati (tapeinw/n… secondo senso è usato qui, mentre in 12,21 lo Mt 23,12; Lc 14,11; 18,14). Tuttavia qui, euvagge,lion euvhggelisa,mhn) – C’è una figura
u`ywqh/te) – Il verbo tapeino,w è utilizzato da è con significato di umiliazione morale. L’ac- nell’unica occorrenza delle lettere paoline, etimologica che risulta evidente con una tra-
Paolo in Fil 2,8 per l’abbassamento di Cristo cezione morale del verbo viene proposta nei u`yo,w si riferisce, in ragione del contesto, a un duzione letterale: «ho evangelizzato il vange-
sino alla morte di croce e in Fil 4,18 per la vangeli proprio in connessione con lo stesso arricchimento spirituale dei Corinzi. lo». Il genitivo tou/ qeou/ è di origine, in quanto
povertà economica dell’apostolo. In questo verbo u`yo,w presente nel nostro versetto (cfr. Ho annunciato il Vangelo di Dio (to. tou/ qeou/ è Dio che invia Paolo a predicare il Vangelo.

della croce di Cristo (cfr. 1Cor 1,18-24; 2,1-5). In 2Cor 11,6 l’apostolo nega di avere con le proprie mani come fabbricatore di tende. La preminenza di Paolo sugli op-
una vera formazione retorica (mentre il suo discorso utilizza in realtà tecniche proprie positori risiede, quindi, nel fatto che essi non predicano il Vangelo gratuitamente,
di tale arte), per spostare tutta l’attenzione dei destinatari sul tema più importante della ma vivono sulle spalle della comunità e la sfruttano. Il brano è unificato, oltre
conoscenza, quella di Cristo e del suo Vangelo, al livello del quale ritiene di poter che dal tema dell’evangelizzazione di Corinto, dal linguaggio del vanto (cfr. vv.
surclassare gli avversari (cfr. 11,4). Il contrasto presente nel versetto non è quindi tra 10.12.16-18), dall’elemento del confronto retorico tra Paolo e gli avversari, da
la retorica e la conoscenza, quanto tra l’eloquenza ben curata degli avversari, che uno stile ironico e sarcastico e dalla finalità di suscitare un pathos positivo nei
doveva avere conquistato i Corinzi, e una persuasione fondata soltanto sulla verità confronti dell’autore e uno negativo rispetto agli avversari. La pericope può essere
del conoscere Dio. È possibile sostenere che qui assistiamo al rifiuto di quella retorica divisa in tre parti: l’annuncio paolino a Corinto (vv. 7-11), l’attacco agli avversari
semplicemente formale, ma vuota nei contenuti, che nella storia della filosofia era stata (vv. 12-15), la follia del vanto di sé (vv. 16-21a).
considerata per la prima volta in relazione ai Sofisti. Ancora una volta è difficile dire 11,7-11 L’annuncio paolino a Corinto
qualcosa degli oppositori, ma si può ipotizzare, in base a quanto evidenziato, che essi Il brano inizia al v. 7 con una domanda retorica, segnata da un certa ironia, che
siano di lingua e cultura greca; quindi, come vedremo, potremo parlare di missionari richiede una risposta negativa. Paolo domanda ai Corinzi se egli ha forse sbagliato
giudeo-cristiani ellenisti. Intanto Paolo conclude il versetto affermando che questa quando ha loro annunciato gratuitamente il Vangelo di Dio vivendo in indigenza af-
conoscenza del Signore che lui possiede l’ha mostrata senza alcuna ambiguità in tutto finché i destinatari ricevessero un arricchimento spirituale. L’apostolo rimprovera la
e per tutto nell’ambito del suo ministero a favore dei destinatari. Le prove a sostegno comunità per la sua ingratitudine di fronte al fatto che egli ha lavorato con le proprie
di tale superiorità nell’esperienza di Dio saranno date soprattutto in 12,1-10 attraverso mani e non è stato di peso a essa, mentre la riempiva dei doni divini attraverso la sua
il racconto delle visioni e delle rivelazioni che l’apostolo ha ricevuto. predicazione. In effetti, Paolo aveva già scritto loro che per lui era un vanto annunciare
Nel complesso, la tesi o propositio di 11,5-6 introduce le due parti della di- gratuitamente il Vangelo a Corinto, senza farsi sostenere dalla comunità come gli altri
mostrazione con le rispettive prove di fatti, derivanti dalla concreta realtà del apostoli, perché tale scelta era l’unica coerente con la grazia immeritata della sua
ministero e della persona dell’apostolo: la gratuità dell’evangelizzazione di Paolo chiamata (cfr. 1Cor 9,4-18). La stessa linea è poi da lui adottata anche a Tessalonica,
(11,7-21a), la sua forza nella debolezza in Cristo (11,21b–12,10). Si tratta quindi dove l’apostolo ha provveduto alle sue necessità con il lavoro personale (cfr. 1Ts 2,9),
di due porzioni testuali finalizzate a sostenere la tesi della superiorità dell’apostolo così da apparire questo il suo normale modo di agire. Tuttavia, se Paolo deve ritornare
rispetto agli avversari nella conoscenza di Cristo. Il carattere della tesi risulta con forza sulla questione, significa che tale sua scelta non era stata effettivamente
essere apologetico, ma anche autoelogiativo, così da poter annoverare l’intero accettata a Corinto. Probabilmente la comunità, seguendo le convenzioni sociali greco-
discorso sia nel genere retorico giudiziario che in quello epidittico, mentre la sua romane, avrebbe voluto svolgere il ruolo di patrono nei confronti del suo fondatore,
finalità deliberativa sarà evidente nell’epilogo di 2 Corinzi B (cfr. 12,19). sostenendolo economicamente nella sua missione. Paolo, invece, si sottrae alla parte
del cliente e decide di darsi al lavoro manuale che, tra l’altro, non è ben considerato
11,7-21a Prima parte della dimostrazione: la gratuità dell’evangelizzazione in tale orizzonte culturale ed è ritenuto non consono per un maestro spirituale come
a Corinto lui. Inoltre, in 2Cor 6,10 egli aveva già affermato che gli apostoli nella loro povertà
La prima prova a sostegno della tesi è costituita dal dono gratuito del Vangelo fanno ricchi molti e in 12,14 si considera un genitore, il quale non può accettare che il
ai Corinzi da parte di Paolo. Su questo egli intende soffermare la dimostrazione, figlio metta da parte il denaro per lui, ribadendo così la ferma volontà di non gravare
finalizzata a provare la sua superiorità sugli avversari. Ribadendo quanto già in alcun modo sui Corinzi. Questa scelta nel nostro brano diventa uno dei motivi
sostenuto in 1Cor 9,1-27, l’apostolo è fiero di avere annunciato la fede a Corinto principali per affermare la superiorità dell’apostolo sui rivali, a differenza dei quali, in
senza farsi sostenere dalla comunità ma ‒ secondo At 18,3 e 1Cor 4,12 ‒ lavorando aggiunta, egli non annuncia «un Vangelo diverso» (11,4), ma quello che viene da Dio.
SecondA AI CORINZI 11,8 200 201 SecondA AI CORINZI 11,10

ἄλλας ἐκκλησίας ἐσύλησα λαβὼν ὀψώνιον πρὸς τὴν


8  8
Ho spogliato altre Chiese, ricevendo il sostentamento
ὑμῶν διακονίαν, 9 καὶ παρὼν πρὸς ὑμᾶς καὶ ὑστερηθεὶς per il servizio a voi; 9essendo presente presso di voi ed
οὐ κατενάρκησα οὐθενός· τὸ γὰρ ὑστέρημά μου essendo nell’indigenza non sono stato di peso ad alcuno,
προσανεπλήρωσαν οἱ ἀδελφοὶ ἐλθόντες ἀπὸ Μακεδονίας, infatti alla mia indigenza hanno supplito i fratelli provenienti
καὶ ἐν παντὶ ἀβαρῆ ἐμαυτὸν ὑμῖν ἐτήρησα καὶ τηρήσω. dalla Macedonia e in tutto mi sono guardato dall’esservi di
10 
ἔστιν ἀλήθεια Χριστοῦ ἐν ἐμοὶ ὅτι ἡ καύχησις αὕτη οὐ aggravio e mi guarderò. 10È verità di Cristo in me: questo mio
φραγήσεται εἰς ἐμὲ ἐν τοῖς κλίμασιν τῆς Ἀχαΐας. vanto non sarà passato sotto silenzio nelle regioni dell’Acaia.
11,8 Ho spogliato (evsu,lhsa) – Il verbo sula,w del soldato. E tale accezione, seppur in senso Mi sono guardato (ev t h, r hsa) – L’aoristo insieme è vicina a «la verità del Vangelo»
è hapax legomenon neotestamentario ed è metaforico, si confà anche al nostro contesto. del verbo thre,w è complessivo, riferendosi (Gal 2,5.14).
utilizzato una sola volta nella Settanta (Let- Il servizio a voi (th.n u`mw/n diakoni,an) – Il all’intero rapporto di Paolo con i Corinzi. Sarà messo sotto silenzio (fragh,setai) – Il
tera di Geremia 1,17 [Bar 6,17]). Nel greco genitivo u`mw/n è oggettivo, indicando il ser- Aggravio – L’aggettivo avbarh,j è un hapax verbo fra,ssw, qui usato al futuro passivo,
indica l’azione di saccheggio dell’esercito vizio di Paolo a beneficio dei Corinzi. legomenon neotestamentario e indica la significa «munire», «bloccare», «chiudere».
vincitore nei confronti dei vinti. 11,9 Sono stato di peso (katena,rkhsa) – Il qualità di non essere di peso, richiamando Nel NT è utilizzato due volte secondo la ter-
Sostentamento (ovyw,nion) – Nelle altre oc- verbo katanarka,w proviene originariamente il verbo katanarka,w. za accezione: in Eb 11,33 per la chiusura
correnze del NT (Lc 3,14; 1Cor 9,7) e della dal linguaggio medico, dove indicava l’es- 11,10 Verità di Cristo (avlh,qeia Cristou/) delle fauci dei leoni, mentre in Rm 3,19 per il
Settanta (1 Esdra 4,56; 1Mac 3,28; 14,32) sere intorpidito. Nella Scrittura è utilizzato – Il genitivo è di origine: «verità che pro- far tacere, significato che ben si adatta anche
indica, con l’eccezione di Rm 6,23, il salario solo qui e in 12,13-14. viene da Cristo»; l’espressione nel suo al nostro testo.

Al v. 8, dopo avere ricordato la non accettazione del sostegno economico prove- è sicuramente positivo e scevro da possibili malintesi, così l’accettazione del loro
niente dai Corinzi, Paolo sottolinea che la cosa è avvenuta a scapito di altre Chiese. aiuto economico non crea particolari problemi. In ogni caso il contributo dei Filip-
Infatti l’apostolo afferma, attraverso un linguaggio militare venato di sarcasmo, di pesi non rientra nello schema di una rimunerazione o del rapporto patrono-cliente,
avere saccheggiato altre comunità cristiane accettando da loro il suo salario allo scopo ma rappresenta, anche nella sua continuità, una libera e spontanea partecipazione
di servire i destinatari. Dunque, l’assistenza ricevuta dagli altri cristiani non è stata al ministero di annuncio di Paolo, il quale sa vivere sia nell’indigenza che nell’ab-
un beneficio tipico del patrono, così come vorrebbe essere quella dei destinatari nei bondanza, indipendente da tutto e dipendente soltanto da Dio (cfr. Fil 4,11-14).
confronti di Paolo; in più è ricaduta a vantaggio dei Corinzi, che quindi non possono Nel v. 9 Paolo afferma che durante la sua permanenza a Corinto si è trovato nella
ritenersi offesi da tale diverso comportamento dell’Apostolo. Il riferimento del versetto necessità, ma non ha gravato su nessuno. Probabilmente durante la permanenza a Co-
risulta appropriato alle Chiese della Macedonia, in particolare a quella di Filippi. In rinto l’apostolo non è riuscito a sostenersi con il proprio lavoro, anche perché l’impegno
effetti, nel testo di Fil 4,15-16 l’apostolo ricorda ai Filippesi di essere stato da loro di evangelizzazione deve avere tolto tempo all’attività di fabbricatore di tende, ma per
aiutato economicamente più volte nel suo ministero di evangelizzazione, a differenza sua fortuna ha ricevuto un aiuto spontaneo dalla Macedonia. Si tratta plausibilmente
di quanto compiuto da altre comunità. Tale dato sembra confermato anche dal breve ri- di un sostegno inviato attraverso Sila e Timoteo (cfr. At 18,5). Tuttavia, nel nostro ver-
ferimento di At 18,5 riguardante Sila e Timoteo che, giunti a Corinto dalla Macedonia, setto non si fa menzione dei nomi dei fratelli cristiani, per evidenziare la dimensione
permisero a Paolo di lasciare il lavoro e dedicarsi completamente all’evangelizzazione. comunitaria di tale azione. Qui l’implicito elogio della generosità dei Macedoni non è
Tuttavia, il fatto che i cristiani di Filippi abbiano più volte inviato all’apostolo finalizzato come in 8,1-5, passaggio riguardante la colletta, a suscitare l’emulazione da
i loro aiuti sembra in aperta contraddizione con la normale prassi paolina di indi- parte dei Corinzi e quindi nel nostro caso un aiuto a beneficio di Paolo, bensì a eviden-
pendenza economica dalle sue comunità. Perché, dunque, c’è stata un’eccezione a ziare l’indipendenza dell’apostolo dal sostegno economico della comunità dell’Acaia.
Filippi? Anzitutto, il contesto doveva essere sicuramente diverso da quello di Corinto A conferma di quanto appena sostenuto, al v. 10 Paolo ricorre a una formula
e di Tessalonica. Infatti, in questi due casi c’è sia il serio pericolo di riprodurre nel di giuramento simile a quella utilizzata in Rm 9,1, secondo la quale si dice che la
rapporto tra l’apostolo e la sua comunità una logica relazionale di patrono-cliente, verità di Cristo dimora in lui ed è garanzia della veridicità dell’apostolo. Il con-
tipica della mentalità greco-romana, sia la necessità, da parte di Paolo, di distinguersi tenuto del giuramento è il fatto che il suo vanto, riguardo alla gratuità dell’evan-
da altri missionari cristiani e predicatori itineranti, talvolta anche a lui ostili, che, gelizzazione, non sarà fatto tacere nella provincia romana dell’Acaia. Il nostro
bisognosi di un sostegno economico, non raramente diventavano abili sfruttatori del versetto richiama da vicino l’affermazione di 1Cor 9,15: «Nessuno vanificherà
buon cuore degli ascoltatori. Invece, il rapporto tra l’apostolo e i destinatari Filippesi questo mio vanto», presentata sempre in relazione alla scelta paolina di predicare
SecondA AI CORINZI 11,11 202 203 SecondA AI CORINZI 11,14

11 
διὰ τί; ὅτι οὐκ ἀγαπῶ ὑμᾶς; ὁ θεὸς οἶδεν. 11
Perché? Perché non vi amo? Dio lo sa!
12 
Ὃ δὲ ποιῶ, καὶ ποιήσω, ἵνα ἐκκόψω τὴν ἀφορμὴν τῶν 12
Invece lo faccio e lo farò, affinché sia tolto il pretesto di coloro
θελόντων ἀφορμήν, ἵνα ἐν ᾧ καυχῶνται εὑρεθῶσιν καθὼς che ne vogliono uno affinché in ciò di cui si vantano siano
καὶ ἡμεῖς. 13 οἱ γὰρ τοιοῦτοι ψευδαπόστολοι, ἐργάται δόλιοι, riconosciuti come noi. 13Poiché questi tali sono falsi apostoli,
μετασχηματιζόμενοι εἰς ἀποστόλους Χριστοῦ. 14 καὶ οὐ θαῦμα· operai fraudolenti che si travestono da apostoli di Cristo. 14E non è
αὐτὸς γὰρ ὁ σατανᾶς μετασχηματίζεται εἰς ἄγγελον φωτός. una sorpresa, infatti lo stesso Satana si traveste da angelo di luce.

11,11 Perché? (dia. ti,È) – La domanda fa Operai fraudolenti (evrga,tai do,lioi) – Il so- sempre in riferimento agli avversari paolini. 11,14 Sorpresa (qau/ma) – Il sostantivo, che
riferimento a quanto asserito ai vv. 7-10. stantivo evrga,thj è utilizzato nel NT per i mis- Si travestono (metaschmati,zontai) – Il verbo ha solo due occorrenze nella Settanta (Gb
11,12 Lo (o`) – Da collegarsi ancora con sionari del Vangelo (cfr., p. es., Mt 9,37-38; metaschmati,zw è raro: nella Settanta si trova 17,8; 18,20) e un’altra nel NT (Ap 17,6),
quanto detto ai vv. 7-10. Lc 10,2; 1Tm 2,15), mentre l’aggettivo do,lioj, una sola volta (4 Maccabei 9,22), nel NT indica qualcosa che crea stupore.
11,13 Falsi apostoli – Il termine yeudapo,stoloj hapax legomenon neotestamentario, denota è presente in 1Cor 4,6; Fil 3,21 e ben tre Angelo di luce (a;ggelon fwto,j) – Il genitivo
non si trova in nessun altro passaggio bibli- inganno. Nel complesso l’espressione ricorda volte in 2Cor 11,13-15. Il verbo evoca un è aggettivale o semitico, così da corrispon-
co ed è da ritenersi un neologismo paolino. kakou.j evrga,taj («cattivi operai») di Fil 3,2, cambiare forma e apparenza. dere ad «angelo luminoso».

il Vangelo senza farsi sostenere dai Corinzi. Paolo conferma solennemente questo avversari sia completamente inopportuna. Tale spiegazione comincia anche a
suo modo di agire apostolico ed è certo che il riconoscimento della gratuità del fornire elementi utili per abbozzare l’identità degli oppositori riuniti in un grup-
suo annuncio – riconoscimento probabilmente già diffuso nella regione e basato po, i quali tuttavia, come avviene nell’invettiva retorica, rimangono anonimi.
sul mandato missionario ricevuto da Dio nell’ambito dell’Acaia (cfr. 10,13) – non Prima di tutto Paolo definisce gli avversari «falsi apostoli», richiamando la figura
sarà posto sotto silenzio da nessuno, neppure dagli avversari che lo screditano anticotestamentaria e neotestamentaria del falso profeta che non annunciava la
presso la comunità di Corinto. parola di Dio, ma la propria (cfr., p. es., Ger 6,13; Zc 13,2; Mt 7,15): essi infatti
La scelta di non farsi sostenere dalla comunità deve avere suscitato fraintendi- annunciano un Gesù, uno Spirito, un Vangelo diversi da quelli dell’apostolo
menti e insinuazioni nella Chiesa di Corinto, sentimenti forse ulteriormente fomentati (cfr. 11,4). Poi si comportano come «operai fraudolenti», probabilmente perché
dagli avversari sopraggiunti in essa. Per questo al v. 11 l’apostolo sente la necessità nella loro missione a Corinto agiscono in maniera astuta invadendo il campo di
di chiarire, attraverso uno stile dialogico evocativo della diatriba (scritto o discorso evangelizzazione di Paolo (cfr. 10,13; 11,3). In fondo, secondo l’apostolo, gli
nel quale si rimprovera l’interlocutore per mostrargli il suo errore), che se non ha avversari pretendono di essere inviati da Cristo e di appartenere a lui, mentre
accettato l’aiuto economico dei Corinzi non è perché egli non li ami (in effetti essi tutto ciò è pura falsità e ipocrisia (cfr. 10,7). Inoltre nel nostro versetto, usando
dovevano leggere tale comportamento come il rifiuto di un rapporto di reciprocità). per due volte il termine «apostoli», ci si riallaccia alla prima parte della tesi di
A sostegno della sua posizione e del suo amore per i destinatari Paolo chiama a 11,5-6.
testimone, attraverso una formula di giuramento, Dio, che tutto conosce. Così, in Al v. 14 il mascheramento degli avversari è giustificato a partire da quello di
conclusione, appare chiaro che nei vv. 7-11 l’elemento del pathos gioca un suo ruolo Satana. Paolo afferma, infatti, che non deve destare meraviglia la trasformazione
al fine di suscitare un atteggiamento positivo dei Corinzi nei confronti dell’apostolo. degli oppositori, perché l’Avversario stesso è solito prendere le sembianze di un
11,12-15 Attacco agli avversari angelo luminoso. Il ragionamento è a fortiori: quello che vale per il superiore
Al v. 12, dopo avere negato che il rifiuto del sostentamento significhi una (Satana) varrà a maggior ragione per l’inferiore (gli avversari), con un possibile
mancanza di affetto per i destinatari, Paolo fornisce una motivazione in positivo rimando anche a Mt 11,25 dove il discepolo e il maestro, lo schiavo e il signore
per la continuazione di tale atteggiamento. Egli afferma, ricorrendo all’elemento sono accumunati. Dietro questa descrizione dell’avversario si trova la tradizione
del confronto retorico, che mentre lui annuncia gratuitamente il Vangelo, gli av- demonologica giudaica che, nell’ambito della storia dei progenitori, rappresenta
versari si fanno mantenere dalla comunità e ciò rappresenta una chiara e tangibile Satana mentre si trasforma in uno splendido angelo, il quale si mette anche a can-
differenza tra lui e gli altri. Se egli decidesse di rinunciare alla sua posizione, tale tare le lodi di Dio (cfr. Vita di Adamo ed Eva 9; Apocalisse di Mosè 17); l’apostolo
scelta diventerebbe un utile pretesto per gli oppositori per mostrare che il loro è probabilmente se ne serve pur non citandola esplicitamente. È inoltre da notare che
un apostolato al pari di quello paolino. l’azione di Satana era stata evocata a proposito degli avversari già in 4,4, ma là si
Il v. 13 intende spiegare perché qualsiasi equiparazione tra l’apostolo e gli doveva trattare di altri oppositori, non credenti, a differenza di quelli qui evocati.
SecondA AI CORINZI 11,15 204 205 SecondA AI CORINZI 11,18

15 
οὐ μέγα οὖν εἰ καὶ οἱ διάκονοι αὐτοῦ μετασχηματίζονται ὡς 15
Non è dunque eccezionale se anche i suoi ministri si travestono
διάκονοι δικαιοσύνης· ὧν τὸ τέλος ἔσται κατὰ τὰ ἔργα αὐτῶν. da ministri della giustizia; la loro fine sarà secondo le loro opere.
16 
Πάλιν λέγω, μή τίς με δόξῃ ἄφρονα εἶναι· εἰ δὲ μή γε, 16
Lo dico di nuovo: nessuno pensi che io sia folle; altrimenti
κἂν ὡς ἄφρονα δέξασθέ με, ἵνα κἀγὼ μικρόν τι καυχήσωμαι. accettatemi almeno come folle, affinché anch’io possa vantarmi
17 
ὃ λαλῶ, οὐ κατὰ κύριον λαλῶ ἀλλ᾽ ὡς ἐν ἀφροσύνῃ, un po’. 17Ciò che dico non lo dico secondo il Signore, ma
ἐν ταύτῃ τῇ ὑποστάσει τῆς καυχήσεως. 18 ἐπεὶ πολλοὶ come nella follia in questa iniziativa del vanto. 18Dal momento
καυχῶνται κατὰ σάρκα, κἀγὼ ἀγὼ καυχήσομαι. che molti si vantano secondo la carne, anch’io mi vanterò.

11,15 Ministri della giustizia (dia, k onoi ferimento è a quanto sostenuto nel v. 1, con il la corretta misura di sé e del mondo, nelle kauch,sewj) – Il genitivo è epesegetico: «ini-
dikaiosu,nhj) – Sebbene il sintagma riecheg- quale il nostro versetto è legato da termini mol- lettere paoline è usato soltanto tre volte fuori ziativa che è il vanto».
gi quello di 3,9, il genitivo è probabilmente to vicini: avfrosu,nh («follia») al v. 1 e a;frwn di 2 Corinzi: Rm 2,20, 1Cor 15,36; Ef 5,17. 11,18 Molti (polloi,) – Come in 2,17 e co-
da intendersi, come avviene nel versetto («folle») al v. 16, avne,cw mou («sopportare me») 11,17 Dico (lalw/) – Si tratta di un presente me avviene soprattutto in Fil 3,18, si tratta
precedente, in senso aggettivale o semitico: al v. 1 e de,comai me («accettare me») al v. 16. con valore di futuro in relazione a ciò che di un’iperbole volta a enfatizzare agli occhi
«ministri giusti». Folle – L’aggettivo a;frwn indicava nella so- si sta per dire. dei destinatari il pericolo costituito dagli
11,16 Lo dico di nuovo (pa,lin le,gw) – Il ri- cietà greco-romana una persona che ha perso Iniziativa del vanto (u` p osta, s ei th/ j avversari.

Al v. 15 l’attacco da invettiva contro gli avversari raggiunge la sua conclusione Corinzi (cfr. 12,11) che stanno sotto l’influenza degli avversari, i quali si vantano
e il suo climax con parole molto forti nei loro confronti. L’apostolo, etichettando oltre misura (cfr. 10,12-14). La sottolineatura paolina è quella di sostenere che
gli oppositori cristiani come ministri di Satana, usa toni comparabili soltanto a Fil egli sta semplicemente giocando un ruolo al quale si adatta, per il bene dei suoi,
3,18-19 dove altri credenti sono designati come «nemici della croce di Cristo», al fine di poter vincere sul loro stesso piano gli oppositori, dai quali però egli
in vista anche del giudizio ultimo. In ogni caso, la finalità dei vv. 13-15 non è intende differenziarsi in tutto.
tanto denigrare gli avversari, quanto provocare una presa di distanza dei Corinzi Col v. 17 Paolo, attraverso una correctio, precisa il senso del suo autoelogio.
nei loro confronti attraverso il risveglio di un pathos negativo, cosicché pure i Infatti, sostiene che ciò che sta per dire non è secondo una prospettiva di fede,
destinatari li considerino come nemici. Il loro mascheramento nelle vesti di «mi- ma nella modalità di un folle vanto. Secondo l’apostolo seguire l’atteggia-
nistri della giustizia» non intende tanto evocare la questione della giustificazione mento degli avversari implica non un vantarsi «nel Signore» (cfr. 10,17) ma,
per la fede, soltanto menzionata in 2 Corinzi (cfr. 3,9; 5,21), quanto riferirsi a un all’opposto, «secondo la carne», così come si esprimerà nel versetto succes-
ministero apparentemente giusto e secondo la volontà di Dio, ma effettivamente sivo. Tuttavia, anche in questo modo egli tiene a far sapere ai destinatari che
fraudolento (cfr. 2Cor 6,7). In ogni caso, secondo Paolo essi non potranno più la sua pazzia è fittizia («come nella follia») ed è assunta proprio per mostrare
ingannare nessuno di fronte al giudizio finale, dove saranno giudicati e quindi l’insensatezza dei suoi oppositori e ristabilire la sua autorità nella Chiesa di
condannati in ragione delle loro opere. Già in 2Cor 5,10 era stata richiamata la Corinto.
dottrina classica di origine giudaica della retribuzione, ma la formulazione di Al v. 18 Paolo continua ad approfondire le circostanze del suo prossimo elogio
11,15 si avvicina soprattutto a quei passaggi paolini dove il giudizio divino in di sé. Egli sostiene infatti che la motivazione è data dal fatto che gli avversari si
base a quanto compiuto diventa un ammonimento e una minaccia nei confronti vantano secondo criteri puramente umani e mondani; quindi, lui farà altrettanto.
di anonimi oppositori (cfr. Rm 3,8; Fil 3,19). In apparenza l’apostolo si contraddice, visto che in 10,3 aveva affermato di non
11,16-21a La follia del vanto di sé comportarsi «secondo la carne». Nello sviluppo del testo, invece, è possibile
Nell’ultima porzione del brano di 11,7-21a – che costituisce la prima parte della vedere come in un primo momento (11,21b-29) Paolo si diffonda in un vanto di
dimostrazione sulla superiorità di Paolo rispetto agli avversari, concernente la sé carnale, quindi basato sui propri doni e sulle proprie realizzazioni, e come poi
gratuità della sua evangelizzazione – egli ritorna brevemente all’inizio dell’esor- (in 11,30–12,10) il vanto diventi «secondo il Signore», quando l’elogio di sé si
dio del discorso. Infatti, in maniera simile al v. 1, da una parte Paolo afferma che trasforma in quello di Cristo. Tale alternativa è presentata anche in Fil 3,3, dove
non vorrebbe essere considerato un folle a fronte dell’elogio di sé che sta per si parla di «vantarsi in Cristo Gesù» e di «confidare nella carne», ed è sviluppata
intraprendere; dall’altra si vede costretto a ricorrere a tale pratica a motivo dei rispettivamente nei vv. 4b-6 e 7-11. Infine, è bene ricordare che la presenza degli
SecondA AI CORINZI 11,19 206 207 SecondA AI CORINZI 11,21a

ἡδέως γὰρ ἀνέχεσθε τῶν ἀφρόνων φρόνιμοι ὄντες· 20 ἀνέχεσθε


19  19
Infatti, essendo savi, volentieri sopportate i folli. 20Poiché
γὰρ εἴ τις ὑμᾶς καταδουλοῖ, εἴ τις κατεσθίει, εἴ τις λαμβάνει, εἴ sopportate se qualcuno vi schiavizza, se qualcuno vi divora, se
τις ἐπαίρεται, εἴ τις εἰς πρόσωπον ὑμᾶς δέρει. 21 κατὰ ἀτιμίαν qualcuno vi accalappia, se qualcuno s’insuperbisce, se qualcuno
λέγω, ὡς ὅτι ἡμεῖς ἠσθενήκαμεν. vi percuote sul volto. 21aLo dico a mia vergogna: come siamo
stati deboli noi!

11,19 Essendo savi (fro, n imoi o; n tej) – lista delle accuse nei confronti degli av- Divora – L’uso del verbo katesqi,w indica Vi percuote sul volto (eivj pro,swpon u`ma/j
L’espressione è da leggere secondo una sfu- versari. L’espressione ei; potrebbe essere qui come in Mc 12,40 e Lc 20,47 uno sfrut- de,rei) – Il sintagma esprime nell’ambito bi-
matura causale. In particolare l’aggettivo anche tradotta con «quando», visto che nel tamento di tipo economico. blico un tipico modo per insultare e umiliare
fro,nimoj («prudente», «savio»), già usato contesto non si tratta di situazioni ipoteti- Accalappia – Il verbo lamba,nw possiede una persona (cfr. Gb 16,10; Lam 3,30; Mt
in 1Cor 4,10 e 10,15 a proposito dei desti- che, ma reali (lo stesso si può dire dell’ei; nella lingua greca svariati significati. Qui, 5,39; Lc 6,29).
natari, forma con l’antonimo a;frwn una del v. 4). come in 12,16, il termine deve essere tra- 11,21a Siamo stati deboli (hvsqenh,kamen) – Si
paronomasia. Schiavizza – Il verbo katadoulo,w possiede dotto con un riferimento figurato alla cac- tratta del primo utilizzo del verbo avsqene,w
11,20 Se qualcuno (ei; tij) – Le cinque soltanto un’altra occorrenza neotestamenta- cia e alla pesca nel senso di «catturare», nella lettera, il tempo perfetto indica che la
ripetizioni dell’espressione costituiscono ria in Gal 2,4, sempre a proposito di avver- «accalappiare», «irretire» la persona (cfr. passata condizione di debolezza continua
un’anafora retorica volta a enfatizzare la sari paolini. Lc 5,5). anche ora nel presente.

avversari qui menzionata con enfasi è una delle motivazioni tipiche per giustificare usata nel testo riecheggia le accuse formulate dagli autori antichi nei confronti
il ricorso all’elogio di sé. della tracotanza dei tiranni, ma anche l’invettiva a proposito dei cattivi pastori di
Il v. 19 fornisce una ragione sia per l’accettazione di Paolo come folle (cfr. v. Israele presente in Ez 34 e il contrasto tra il Cristo buon pastore e i mercenari che
16), sia della follia del suo vanto (cfr. vv. 17-18). Così l’apostolo con fine ironia non si preoccupano delle pecore (cfr. Gv 10,1-18). Inoltre, tra gli effetti positivi
afferma che, giacché i Corinzi sono così saggi, volentieri sopportano i folli. Il derivanti dal ricorso all’elogio di sé, si ricorda quello di abbassare la presunzione
riferimento è all’atteggiamento dei destinatari nei confronti dei rivali, da loro degli avversari che umiliano i propri amici o concittadini, ciò che sembra avvenire
ben accolti (cfr. 11, 4), nonostante il fatto che secondo Paolo lo smisurato vanto anche in 2Cor 11,20 (cfr. Plutarco, Opere Morali 545B [Come lodare se stessi
degli avversari sia folle (cfr. 10,12-14). Di conseguenza, l’apostolo fa intendere senza suscitare invidia 16]).
come egli si aspetti che il suo elogio di sé sia tollerato dai Corinzi senza problemi Il v. 21a chiude il brano con un ritorno al comportamento di Paolo a confronto
(cfr. v. 1). con quello degli avversari. Il tono è ironico e provocatorio rispetto ai destinatari,
Nel v. 20 è presentata una lista enfatica di cinque verbi utilizzati per descri- d’altra parte il riferimento non è tanto alla dimessa presenza fisica di Paolo, come
vere gli abusi degli avversari a Corinto, a fronte dell’accoglienza loro riservata in 10,10, quanto alla sua scelta di non imporsi e non sfruttare economicamente
dai destinatari, già ricordata nel versetto precedente. Nonostante questo elenco, la comunità di Corinto. Di fronte all’atteggiamento protervo degli oppositori tale
l’attenzione del versetto è posta non sugli avversari, che come al solito rimangono opzione risulta, secondo l’apostolo, nient’altro che debolezza. Ma questa tematica
senza volto, ma sulla scioccante accoglienza dei destinatari nei loro confronti. Così costituirà un aspetto saliente dell’elogio di sé di 11,21b–12,10, cosicché 11,21a
l’apostolo mette i Corinzi di fronte alle loro responsabilità, alludendo anche al suo rappresenta una cerniera, poiché mentre conclude 11,7-21a, prima prova della
comportamento diametralmente opposto (cfr. 11,7.11.21a), che paradossalmente superiorità di Paolo rispetto agli avversari in ragione del suo annuncio gratuito
ha ricevuto ben altra accoglienza. Gli studiosi segnalano che la terminologia del Vangelo, prepara lo sviluppo seguente.
SecondA AI CORINZI 11,21b 208 209 SecondA AI CORINZI 11,22

Ἐν ᾧ δ᾽ ἄν τις τολμᾷ, ἐν ἀφροσύνῃ λέγω, τολμῶ κἀγώ. Però in quello in cui qualcuno osa, lo dico nella follia, oso anch’io.
21b

22 
Ἑβραῖοί εἰσιν; κἀγώ. Ἰσραηλῖταί εἰσιν; κἀγώ. Sono ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io!
22

σπέρμα Ἀβραάμ εἰσιν; κἀγώ. Sono discendenza di Abramo? Anch’io!

// 11,21b–12,10 Testi paralleli: Gal 1,11– vece una sfumatura di contingenza. Paolo è nato da genitori entrambi ebrei e che Discendenza di Abramo (spe,rma VAbraa,m) –
2,21; Fil 3,1–4,1 11,22 Ebrei – Il termine ~Ebrai/oj ha soltanto quindi è totalmente ebreo sin dalla nascita. Il sintagma ricorre nel NT altre quattro volte
11,21b L’espressione greca dVa; n ri- altre due occorrenze nel NT: in At 6,1, per Israeliti – Il vocabolo VIsrahli,thj è presente (Gv 8,33.37; Rm 9,7; Gal 3,29) e indica una
sulta intraducibile; è composta dalla distinguere gli ebrei palestinesi di lingua altre due volte nelle lettere paoline (Rm 9,4; figliolanza non genealogica, ma spirituale in
particella de, che indica una semplice ebraica e aramaica da quelli della diaspora di 11,1) per indicare il popolo eletto da Dio, rapporto al patriarca; essa include anche l’ere-
transizione, e da a; n , che presenta in- lingua greca, e in Fil 3,5, per affermare che unito a lui dall’alleanza. dità delle promesse fatte da Dio ad Abramo.

11,21b–12,10 Seconda parte della dimostrazione: forza nella debolezza con 11,21b-29 L’elogio di sé con i suoi motivi
elogio di sé Il testo dell’elogio di sé vero e proprio può essere ulteriormente articolato in
La seconda decisiva prova per dimostrare la tesi di 11,5-6 riguardante la superiorità quattro successivi passaggi: enunciazione dell’elogio di sé (v. 21b); rubrica delle
di Paolo sugli avversari è rappresentata dal rivelarsi della forza di Cristo nella debolez- origini (v. 22); rubrica delle azioni (v. 23a); le azioni nel ministero con catalogo
za di Paolo. Il testo di 11,21b–12,10 è costituito da un elogio di sé da parte dell’apostolo di avversità (vv. 23b-29).
che si risolve in elogio di Cristo. Siamo al cuore del discorso del folle e, in fondo, Enunciazione dell’elogio di sé (11,21b). Con il v. 21b l’«io» di Paolo non si
l’insieme costituito da 11,1-21a rappresenta una lunga introduzione al vanto di sé nasconde più dietro il «noi» come è avvenuto in precedenza, ma esce alla ribalta.
che ora è sviluppato, dunque è possibile vedere una progressione argomentativa nella Con una nuova prodiórthōsis, cioè un’anticipazione di scuse rispetto a quanto si sta
scelta delle prove. Come avviene anche in Fil 3,1–4,1, in 2Cor 11,21b–12,10 Paolo fa per dire, simile a quella di 11,1 Paolo afferma che se i rivali hanno la temerarietà di
ricorso al genere letterario della periautologia, attraverso il quale la persona stessa si ricorrere al vanto di sé, allora anche lui può farlo, sebbene tutto ciò lo dica in una
loda di fronte a un uditorio. Tuttavia, in parallelo con l’altro passaggio succitato, anche prospettiva folle. L’apostolo aveva da poco sottolineato (cfr. ai vv. 16-18) la follia
qui l’apostolo, pur partendo come gli antichi oratori dai doni ricevuti e dalle azioni di un elogio di sé basato sui doni e sulle realizzazioni dell’individuo, ora decide di
da lui compiute, giunge, distaccandosi del tutto dall’eredità retorica antica, a esaltare partire proprio di qui, mettendosi sullo stesso piano degli avversari, per poterli poi
la propria debolezza attraverso cui opera la potenza del suo Signore al quale soltanto soppiantare. Anche l’inizio vero e proprio della periautologia di Fil 3,1–4,1 non è
è attribuita tutta la lode. Secondo quanto in certo modo preannunciato in 11,17-18, molto diverso: «Se qualcuno pensa di confidare nella carne, io più di lui» (3,4b).
nel testo di 11,21b–12,10 si parte dal vantarsi «secondo la carne» al fine di mettersi Rubrica delle origini (11,22). Come avviene in ogni elogio o autoelogio, Paolo
sullo stesso piano degli avversari (cfr. 11,21b-29), ma si passa poi a quello «secondo comincia con il topos o rubrica delle origini (così anche in Fil 3,5). In questo modo
il Signore», laddove Paolo e il suo apostolato mostrano di essere radicalmente supe- parte anche il confronto retorico con gli avversari, mettendo prima di tutto l’apostolo
riori agli oppositori perché si pongono su un livello totalmente diverso da loro (cfr. al loro pari. Ciò non attesta semplicemente l’identità ebraica degli oppositori, ma evi-
11,30–12,10). In definitiva, il testo scritturistico citato in 10,17 («Chi si vanta si vanti denzia soprattutto una precisa strategia argomentativa, con la quale si decide di giocare
nel Signore») si compie pienamente nell’apostolo e costituisce il criterio di giudizio sullo stesso terreno degli avversari, vedendo ciò che è in comune con loro, per poi
che sancisce la sua preminenza sugli avversari. La forte preponderanza dell’uso della sconfiggerli. Nel versetto Paolo, attraverso tre domande retoriche dallo stile diatribico
prima persona singolare in 11,21b–12,10 non richiama soltanto la dimensione auto- e collegate per asindeto, vivacizza il dibattito con i destinatari mentre si contrappone
elogiativa del testo, ma anche quella autobiografica che esso ha in comune con Fil ai suoi rivali. Così egli fa leva sulla purezza della sua origine ebraica descrivendola
3,1–4,1 e con altri passaggi attribuiti all’apostolo, primo fra tutti Gal 1,11–2,21. attraverso tre elementi, disposti in un climax. Il primo, dal carattere etnico, indica
Il brano è unificato, oltre che dal ricorso alla periautologia o elogio di sé, dal l’essere ebreo dalla nascita (non un proselita), che conosce l’ebraico e l’aramaico. Il
linguaggio della debolezza (cfr. il greco, asthenéō, «essere debole» in 11,29 e secondo, invece, è più specificatamente religioso, perché mostra l’appartenenza di
12,10; asthéneia, «debolezza» in 11,30 e 12,5.9.10), dall’elemento del confronto Paolo al popolo di Israele eletto da Dio. La terza credenziale si muove infine su un
retorico tra Paolo e gli avversari e dalla finalità di suscitare un ethos positivo nei piano più teologico, evocando un legame di figliolanza con Abramo e, quindi, una
confronti dell’autore. In base alla suddetta prospettiva di lettura del genere lette- condizione di eredità rispetto alle promesse di Dio a lui fatte. In quest’ultimo elemento
rario, il nostro testo è agevolmente divisibile in due parti: l’elogio di sé con i suoi potrebbe essere visto anche un richiamo alla circoncisione, segno dell’alleanza tra
motivi (11,21b-29); l’inversione dell’elogio di sé (11,30–12,10). Dio e il patriarca con la sua discendenza (cfr. Gen 17,9-13), e presupposto necessario
SecondA AI CORINZI 11,23 210 211 SecondA AI CORINZI 11,25

διάκονοι Χριστοῦ εἰσιν; παραφρονῶν λαλῶ, ὑπὲρ ἐγώ·


23  Sono servi di Cristo? Parlo come uno che è fuori di sé: io di più!
23a

ἐν κόποις περισσοτέρως, ἐν φυλακαῖς περισσοτέρως, ἐν Molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie,
23b

πληγαῖς ὑπερβαλλόντως, ἐν θανάτοις πολλάκις. 24 Ὑπὸ infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericoli di morte. 24Dai
Ἰουδαίων πεντάκις τεσσεράκοντα παρὰ μίαν ἔλαβον, giudei cinque volte ho ricevuto i quaranta colpi meno uno, 25tre
25 
τρὶς ἐρραβδίσθην, ἅπαξ ἐλιθάσθην, τρὶς ἐναυάγησα, volte sono stato bastonato, una volta sono stato lapidato, tre volte ho
νυχθήμερον ἐν τῷ βυθῷ πεποίηκα· fatto naufragio, ho passato un giorno e una notte in alto mare.

11,23 Uno che è fuori di sé – Il verbo tri due avverbi perissote,rwj («molto più») At 16,22, proprio in relazione a Paolo e Sila. Un giorno e una notte (nucqh,meron) – Il
parafrone,w è hapax legomenon neotesta- e polla,kij («spesso»), contribuisce a una Ho fatto naufragio (evnaua,ghsa) – Il verbo sostantivo è hapax legomenon neotesta-
mentario, possiede una sola occorrenza nella retorica dell’amplificazione e dell’eccesso. nauage,w possiede soltanto un’altra occor- mentario e indica un periodo di tempo di
Settanta (Zc 7,11) e fa parte del campo se- In (evn) – La quadruplice iniziale ripetizione renza biblica in 1Tm 1,19, ma con il signi- ventiquattro ore.
mantico della follia, ben diffuso nel contesto. di evn rappresenta la figura retorica dell’ana- ficato metaforico di «andare in rovina», In alto mare (evn tw/| buqw/|) – Alla lettera:
Infinitamente di più (u`perballo,ntwj) – L’av- fora. Così avviene anche al v. 27. «perdersi» riguardo alla fede. «sull’abisso». Il sostantivo buqo,j è un altro
verbio è hapax legomenon nel NT ed è pre- 11,24 Cinque volte (penta,kij) – Si tratta di Ho passato (pepoi,hka) – Alla lettera: «ho fat- hapax legomenon neotestamentario, mentre
sente un sola volta nella Settanta (Gb 15,11). un hapax legomenon neotestamentario. to». L’uso del perfetto del verbo poie,w indi- è usato più volte nella Settanta per evocare
Evoca qualcosa che è eccedente al più alto 11,25 Sono stato bastonato (evrrabdi,sqhn) – Il ca forse che l’esperienza, benché trascorsa, è le profondità del mare (cfr., p. es., Es 15,5;
grado e nel presente versetto, insieme agli al- verbo r`abdi,zw è usato nel NT soltanto qui e in ancora vivida nell’animo dell’autore. Ne 9,11; Sal 67,23 [TM 68,23]).

secondo l’ebraismo per essere figli di Abramo; in effetti in Fil 3,5 la circoncisione cfr., p. es., Plinio il Vecchio, Storia naturale 7,26). In ogni caso, le numerose figure
all’ottavo giorno è la prima caratteristica del topos encomiastico delle origini. presenti nel testo sono al servizio di una retorica dell’amplificazione e dell’eccesso,
Rubrica delle azioni (11,23a). Il topos o rubrica delle azioni è quello che riveste tipica del genere encomiastico e volta a enfatizzare l’ethos di colui che si loda, al fine
maggiore importanza nel genere encomiastico, perché è ciò che permette di rendere di mostrarne l’incomparabile superiorità sui rivali con i quali si confronta. Di conse-
maggiore testimonianza alle virtù della persona elogiata. Al v. 23a con una quarta guenza, il tenore amplificante dell’elenco invita a guardare i dati relativi alle avversità
domanda retorica di stile diatribico Paolo mette in gioco l’agire missionario a servizio subite da Paolo con una certa circospezione. In particolare, al v. 23b i primi quattro
di Cristo e del suo Vangelo. In questo modo si passa dai doni ricevuti del versetto elementi sono sofferenze generali patite nel ministero, disposte secondo un climax
precedente ai meriti acquisiti. Se da una parte l’apostolo sembra riprendere le pretese ascendente: si parte dalle fatiche, si passa alle prigionie e alle percosse per giungere
degli avversari, che si dovevano considerare «super-apostoli» (greco, hyperlían apó- a quelle situazioni nelle quali si è sfiorata la morte. Le prime tre avversità si trovano
stoloi, 11,5), dall’altra egli afferma, con un folle vanto di sé, di essere superiore a loro con lo stesso significato in 6,5, mentre per l’ultima si deve fare riferimento a 1,10.
riguardo al ministero per Cristo (cfr. «io di più»; greco, hypèr egṓ) e, di conseguenza, I vv. 24-25 riprendono e sviluppano l’ultimo elemento della lista precedente, enu-
anche riguardo alla conoscenza di lui, come si diceva in 11,6. Anche in Fil 3,6 l’ele- merando i pericoli di morte ai quali Paolo si è esposto. Si tratta di un nuovo elenco di
mento delle azioni è presente, ma è legato al passato fariseo di Paolo e non al suo cinque diverse avversità, sperimentate per un numero di volte o periodo di tempo ben
ministero apostolico come avviene qui. Il passaggio dalla parità alla superiorità con gli definito. Anzitutto al v. 24 l’apostolo afferma di essere stato fustigato cinque volte con i
avversari, di cui indirettamente è attestato il profilo di missionari cristiani, deve essere trentanove colpi dai correligionari. È la punizione sinagogale considerata un vergognoso
ampiamente giustificato, ed è ciò che accade nei versetti successivi, i quali mostrano le castigo (cfr. Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 4,8,21 § 238) e comminata, secondo
diverse situazioni di difficoltà incontrate nel servizio per il Vangelo da parte di Paolo. il limite prescritto da Dt 25,2-3, fino a quaranta battute di bastone o di frusta, ridotte in
Le azioni nel ministero con catalogo di avversità (11,23b-29). Questa lista peri- concreto a trentanove per non correre il pericolo di infrangere la Legge (cfr. Mishnà,
statica, o delle avversità, richiama le precedenti di 4,8-12 e di 6,4b-5.8-10, mettendo Makkot 3,1-14). In Atti non possediamo riferimenti riguardo a questi cinque episodi,
insieme la dimensione più personale delle tribolazioni (cfr. vv. 23b-27) con quella nei quali Paolo ha subito il processo giudaico e ne è risultato colpevole; tuttavia, essi
maggiormente ecclesiale (cfr. vv. 28-29). Secondo gli studiosi, nel contesto della cul- sono indicativi dello stretto legame con la sinagoga che il movimento cristiano conti-
tura greco-romana, questo elenco può trovare un riferimento nelle sofferenze subite nuava ad avere, comprendendosi ancora come un gruppo all’interno del giudaismo.
da un filosofo o da un maestro, considerate la prova della verità della sua filosofia o Al v. 25 l’apostolo ricorda di avere ricevuto tre volte le bastonate e una la lapi-
del suo insegnamento, e anche nei cataloghi delle difficoltà incontrate da famosi per- dazione, mentre ha fatto naufragio in tre occasioni e ha trascorso ventiquattr’ore in
sonaggi storici o mitologici, o nella serie delle loro stesse imprese eroiche (res gestae; balia delle onde. La bastonatura è da ricondursi alla punizione inflitta dalle autorità
SecondA AI CORINZI 11,26 212 213 SecondA AI CORINZI 11,28

ὁδοιπορίαις πολλάκις, κινδύνοις ποταμῶν, κινδύνοις λῃστῶν,


26  26
Innumerevoli viaggi, pericoli di fiumi, pericoli dai briganti,
κινδύνοις ἐκ γένους, κινδύνοις ἐξ ἐθνῶν,