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CHARLES HAROLD DODD

Le parabole
del regno
Edizione italiana a cura di F. Ronchi

PAIDEIA EDITRICE BRESCIA


Titolo originale dell'opera
C. H. Dooo
T he Parables of the Kingdom
Traduzione italiana di F. Ronchi
© James Nisbet and Company Ltd,
Digswell Piace, Welwyn, Herts, 1 961 e 1965
© Paideia Editrice, Brescia 1970
INDICE

Prefazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . rr

I. Natura e scopo delle parabole evangeliche. . . . . . 1 5

II. Il Regno di Dio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37

III. Il giorno del Figlio dell'uomo . . . . . . . . . . . . . . . . 79

IV. Il 'Sitz im Leben' . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107

V. Le parabole della crisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145


VI. Le parabole della crescita . . . . . . . . . . . . . . . . . . r6 3

VII. Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . r8r

J ndice delle parabole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . r 97

Indice dei passi della Scrittura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 198

Indice degli autori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 202


Reverendo ordini theologorum
Universitatis Yalensis
apud Portum Novum in Nova Anglia
Hospitibus hospes
conlegis conlega
PREFAZIONE

All'origine di questo libro si trovano le Shaffer


Lectures, un corso di lezioni che ebbi occasione di da­
re alla Divinity School dell'Università di Yale nella
primavera del I935· Questo lavoro è il risultato di
vari anni d'intenso studio, anni nei quali ho cercato
di affrontare e risolvere il problema dell'escatologia
nei vangeli, con particolare riguardo al suo significato
per l'idea di Regno di Dio. Quando ho cominciato a
dedicarmi ad uno studio approfondito del Nuovo Te­
stamento, questo problema era stato imposto all'at­
tenzione generale soprattutto per opera di Albert
Schweitzer, dopo la cui Geschichte der Leben -Jesu­
Forschung (I9I/) non era più possibile eliminare i
difficili passi escatologici dichiarandoli inautentici o
considerandoli marginali e trascurabili. Ancor oggi
non abbiamo risolto il problema dell'escatologia, an­
che se lo affrontiamo in modo alquanto diverso da
una volta. All'inizio della mia ricerca seguii la dire­
zione indicata dallo Schweitzer; ma benché, come
molti altri, fossi fortemente influenzato dalla sua posi­
zione, pure non ero convinto della soluzione da lui pro­
posta, nota comunemente come konsequente Eschato­
logie, escatologia conseguente 1: bisognava ancora cer-
r. G. Conte in O. Cullmann, Il mistero della redenzione nella storia
(Il Mulino, Bologna, 1966) 32, rende konsequente Eschatologie con
'escatologia consequenziale': la traduzione 'escatologia conseguente' ci
sembra non solo più fedele, ma anche più chiara. Per Schweitzer 'esca­
tologia conseguente' significa, quando riferita al messaggio e alla vira di
Gesù, escatologia coerente, totale, assoluta, in contrapposizione, per es.,
alla 'escatologia intermirtente' di Joh. Weiss; d'altra parte conseguente
mantiene anche il suo valore participiale di «che segue, che vien dopo,

II
carne una. Qualunque ricerca tendesse a chiarire il
problema avrebbe dovuto esaminare attentamente le
parabole evangeliche, in particolare quelle che tratta­
no espressamente del Regno di Dio: per questa ra­
gione sono stato spinto ad esaminarne di nuovo na­
tura, scopo ed interpretazione. Avevo seguito Jiili­
cher nel rifiuto dell'allegoria come metodo ermeneu­
tico, ma non potevo seguir/o molto oltre questo pun­
to. Neanche la ripresa moderna di questo metodo mi
ha aiutato molto (qualunque possa essere il suo valo­
re omiletico) a chiarire il problema che in primo luo­
go m'interessava: qual era l'intenzione originaria di
questa o di quella parabola nella sua situazione stori­
ca? Questa domanda è solo una parte di quella più
ampia che riguarda il contenuto storico dei vangeli in
generale: nonostante quanto è stato detto o scritto di
recente, sono convinto che questo problema non è né
irrilevante né insolubile in linea di principio. Vi sono
infatti vari segni che mostrano il declino della reazio­
ne contro lo 'storicismo' ed una possibile ripresa del­
la <<ricerca del Gesù storico». È mia ferma opinione
che, trattate criticamente, le parabole diventano una
delle fonti più importanti per la conoscenza del mini­
sterio storico di Gesù, soprattutto per quanto ne ri­
guarda i motivi ispiratori e le questioni che sollevò.
Sottolineando particolarmente il valore storico del­
le parabole, non ne voglio affatto sottovalutare l'im­
portanza teologica: anzi, nel capitolo conclusivo, ho
proprio cercato di mostrare, molto sommariamente,
il rapporto vitale che intercorre tra il loro insegna­
mento, quando questo è inteso nel senso di quella

che tien dietro>> : secondo A . Schweitzer, infalli, Gesù credeva che l'ac­
me della crisi escatologica sarebbe stata raggiunta dopo un certo evenw
storico, in segui to ad una certa attività umana (preclicazione del ravve­
dimento, missione dei discepoli, morte volontaria sulla croce ) che avreb­
be forzato la venuta del Regno di Dio. (NdT)
12
che io ho chiamata 'escatologia attuata' ( realized
eschatology) 2, il nerbo della tradizione teologica cri­

stiana e la vita sacramentale della chiesa. Forse la for­


mula che ho scelta non è molto felice, ma è ormai
usata comunemente per indicare una certa posizione:
spero solo di aver definito a sufficienza questo con­
cetto nelle pagine che seguono. Se nel corso dell'espo­
sizione sottolineo con maggior forza alcuni elementi
a discapito di altri, ciò è nella natura del caso: il let­
tore accorto saprà però discernere nella trattazione
altri elementi che permetteranno una visione più
equilibrata. Naturalmente non credo che la mia sia
l'unica interpretazione possibile, ma mi sembra che
faciliti la spiegazione e la comprensione di tutto quel
complesso di parabole e detti che secondo una critica
equilibrata fanno parte della più antica tradizione, ne
riconcili le apparenti contraddizioni e li metta in una
relazione comprensibile con il resto del Nuovo Testa­
mento: come tale la propongo qui.
A coloro che possono pensare (come so alcuni han­
no /atto) che il mio trattamento rigorosamente stori­
co delle parabole le privi di Of!,ni interesse universale
e attuale, non mi resta che ripetere quanto dico nei
primi paragrafi del capitolo conclusivo: sentitevi li­
beri di trarre da loro qualsiasi 'lezione' esse vi sem­
brino suggerire, a condizione che non sia incompati­
bile con quella che ci sembra essere la loro intenzio­
ne prima: non ci sarà comunque facile esaurirne il si­
gnificato. I vangeli, però, non ci offrono in primo luo­
go delle favole per indicarci una morale: essi c'inter-

2. Preferiamo la traduzione 'escatologia attuata' a quella comune di


'escatologia realizzata' perché il verbo italiano 'attuare' rende meglio
quell'idea di concretezza, di tangibilità che ha l'inglese realized. Ram­
mentiamo al Lettore che il Dodd è venuto poi a preferire la formula
proposta da E. Haenchen ed accettata anche da J. Jeremias di 'escatolo­
gia attuantesi': v.}. Jeremias, Le parabole di Gesù, Paideia, Brescia,
-----...
l�·
13
pretano la vita facendoci conoscere una situazione
nella quale, come credono i cristiani, l'eterno si era
manifestato nel tempo in modo unico, una situazione
che è sia storica che attuale nel senso più profondo
possibile. Le parabole, per quanto posso vedere, ave­
vano lo scopo di illustrare questa situazione.
Per questa edizione ho rivisto tutto il libro com­
pletamente: non che fosse necessaria alcuna modifica
sostanziale, ma ho approfittato di quest'occasione per
fare qua e là cambiamenti ed aggiunte minime, indi­
cando talora alcuni recenti studi attinenti al mio tema.
C.H.D.
Oxford, febbraio r96o
CAPITOLO PRIMO
NATURA E SCOPO
DELLE PARABOLE EVANGELICHE

Le parabole son forse l 'elemento più caratteristico


dell'insegnamento di Gesù Cristo quale ci è traman­
dato nei vangeli. Considerate nel complesso e nono­
stante l'inevitabile rimaneggiamento che hanno subi­
to nel corso della tradizione, esse portano il marchio
di una potente individualità e si può dire che nessuna
altra parte dei racconti evengelici ha per il lettore una
nota più chiaramente autentica di queste storie che
colpirono l'immaginazione e si fissarono nella memo­
ria in modo tale da essere sicuramente tramandate.
Quando si tratta, però, d'interpretare le parabole,
le cose cambiano poiché a questo punto cessa l'una­
nimità. Per secoli esse vennero insegnate e spiegate
dalla chiesa come se si trattasse di allegorie in cui
ogni termine fosse il crittogramma di un'idea e il
tutto potesse esser interpretato solo da chi possedes­
se la chiave del codice. Un esempio famoso di questa
prassi è l'interpretazione che Agostino ci dà della pa­
rabola del buon Samaritano e che riassumiamo qui
di seguito.
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico :
l' uomo è Adamo stesso e Gerusalemme è la città ce­
leste della pace dalla cui beatitudine Adamo decad­
de; Gerico significa la luna, cioè il nostro stato di
mortali, perché nasce, cresce, cala e muore. I ladri
sono il diavolo ed i suoi angeli i quali spoJ!,liarono
l'uomo, cioè lo privarono dell'immortalità, e lo batte­
rono , cioè Io indussero nel peccato, e Io lasciarono
15
mezzo morto : qui si precisa mezzo morto perché in
quanto l'uomo intende e conosce Dio, egli vive; ma
in quanto è deturpato e oppresso dal peccato, è mor­
to. Il sacerdote e il [evita che lo videro e passarono
oltre significano il clero e il ministerio dell'A.T. che
non potevano alcunché per la salvezza. Samaritano
vuoi dire 'Guardiano' ed indica perciò il Signore
stesso; fasciare le ferite significa porre un freno al
peccato ; l'olio è il sollievo della buona speranza e il
vino è l'esortazione ad operare con uno spirito fer­
vente. La cavalcatura è la carne nella quale Egli si
degnò di venire a noi e l'esser messo sulla cavalcatu­
ra significa credere nell'incarnazione di Cristo. La lo­
canda è la chiesa dove i viaggiatori che tornano nella
loro patria celeste sono ristorati dopo il pellegrinag­
gio ; il giorno dopo è il tempo dopo la resurrezione
del Signore e i due denari sono o i due precetti del­
l'amore o la promessa di questa vita e di quella a ve­
nire. Il locandiere è l'apostolo Paolo e ciò che egli
spende in più rappresenta o il consiglio ch'egli dà di
restar celibi o il fatto ch'egli lavorò con le proprie
mani per non esser di peso ad alcuno dei fratelli
quando l'Evangelo era recente, benché gli fosse le­
cito 'vivere dell'Evangelo ''.
Quest'interpretazione della parabola di Le. 1 0 , 2 5 -
3 7 è prevalsa fino ai giorni dell'arcivescovo Trench 2
che la segue nelle linee principali con una elaborazio­
ne ancor più ingegnosa e si può ancora sentire in
molti sermoni . Questo tipo di mistifìcazione deve ap­
parire particolarmente degenere per chiunque abbia
una certa intelligenza delle forme letterarie.
Bisogna anche ammettere, però , che i vangeli stes­
si incoraggiano l 'interpretazione allegorica : è proprio
r. S. Agostino, Quaestiones evangeliorum Il, r9.
2. Richard Chenevix Trench (r8o7-r886), teologo e poeta anglicano, au­
tore tra l'altro di Notes o n the Parables of our Lord ( 1841) INdT).

r6
con questo metodo che Marco interpreta la parabola
del seminatore e Matteo quelle della zizzania e della
rete ed entrambi attribuiscono questa loro interpreta­
zione a Gesù stesso. Il grande merito di Adolf Jiili­
cher nel suo libro Die Gleichnisreden Jesu è stato
proprio quello di aver criticato a fondo questo me­
todo e di aver mostrato che non si tratta di una ap­
plicazione esagerata o fantastica dell'interpretazio­
ne allegorica in questo o in quel caso, ma che le para­
bole in generale non possono esser trattate con que­
sto metodo ermeneutico il quale, anche quando vie­
ne applicato dagli stessi evangelisti , poggia su di un
malinteso .
Il passo fondamentale per la questione è Mc. 4, I I -
20. Gesù , rispondendo ad una domanda dei discepo­
li, dice: «A voi è dato il mistero del regno di Dio :
ma per quelli di fuori ogni cosa avviene in parabole
così che guardando guardino, ma non vedano ; e ascol­
tando ascoltino, ma non intendano in modo che non si
convertano e non venga loro perdonato » ; segue poi
l'interpretazione della parabola del seminatore. Ora
tutto questo passo è notevolmente diverso, per lin­
guaggio e stile, dalla ml:l_ggior parte dèì detmllGeSU:
nelle sue poche righe ci sono sette voc11hd_Lçh� �
-
son� _propri dei sinottici 3; tutti e sette sono tipici del
_

vocabOiarto paolincie!amaggior parte di loro appare


anche in altri scrittori apostolici. Questi semplici fat­
ti fanno subito pensare che qui non abbiamo una
tradizione primitiva delle parole di Gesù , ma un
saggio d'insegnamento apostolico.
Inoltre l'interpretazione proposta è confusa. Il
seme è la Parola, ma la messe consta di vari tipi di
3· Mua·niPLOV, ot it�w, np6axo:Lpac;, ànli"tT] non compaiono nei sinot­
tici che in questo passo; ÉndN(..lLIX si trova soltanto in Le. 22,1 5, ma in
un altro senso; OLWY(..l6c; e D"ì.i:o.jiLc; appaiono soltanto in Mc. ro,3o e nel­
l'Apocalisse sinortica (Mc. 1 3 ), cioè in testi che vengono ritenuti secon­
dari per altri motivi.

I7
gente : la prima parte fa pensare all'idea greca della
'parola seminale', mentre la seconda è molto vicina
a una similitudine dell'Apocalisse di Esdra: «Come
il contadino semina sul terreno molti semi e pianta
una quantità di piante, ma durante la stagione non
tutte quelle che son state piantate mettono radice,
così anche di coloro che hanno seminato nel mondo
non tutti saranno salvati» (2 Esdr. 8 ,4 1 ). Due linee
interpretative inconsistenti sono state confuse: pure
possiamo supporre che il Narratore della parabola
sapesse esattamente quello che voleva dire.
Inoltre, l'idea che la parabola sia una rivelazione
segreta concernente il comportamento futuro, nel
momento della tentazione e della persecuzione, di
quanti ascoltassero l'insegnamento di Gesù, dipende
dalla concezione dello scopo delle parabole espressa
nei vv. 1 1 - 1 2. Secondo questi versetti, le parabole
venivano narrate per impedire che quanti non fosse­
ro predestinati alla salvezza capissero l'ammaestra­
mento di Gesù . Questa visione è certamente in rap­
porto con quella dottrina della chiesa primitiva, ac­
cettata con alcune variazioni anche da Paolo, la qua­
le insegna che il popolo giudaico al quale Gesù era
venuto era stato reso cieco al significato di questa
venuta dalla divina provvidenza, affinché il piano mi­
sterioso di Dio potesse essere attuato mediante la
reiezione giudaica del messia. Questa spiegazione del
fine delle parabole è in realtà una risposta ad un pro­
blema che sorse dopo la morte di Gesù e dopo il fal­
limento della prima missione cristiana ai Giudei .
Nessuno che legga con un po' d'attenzione i vangeli
può inf_atti trovar verosimile che Gesù non volesse 1
. essere capito dalla genie-e-pertanto celasse il suo-in-l
se�namento sotto forme inintelligibili.
È molto probabile che le parabole potessero esser
scambiate per allegorie soltanto in un ambiente non
18
giudaico . La parabola era una figura ben nota e mol­
to usata dai maestri giudaici e le parabole di Gesù
somiglranoper Iaforma a quelle dei rabbini : è molto
improbabile; quindi, che_ci si chiedesse perché egli
insegnas�e in parabole ed è ancor meno probabile cne
si rispondesse in modo così problematico. In ambien­
te ell.erètico era invece molto diffusa l'inte!P!_��io­
ne allegorica dei m1t1 qual1 veicoli di dottrine esoteri­
che e ci si sarebbe aspettati che anche i maestri cri­
stiani facessero qualcosa del genere. Per questa, for­
se più che per altre ragioni, l'interpretazione delle
parabole 'fu avviata per la via sbagliata.
Che sono allora le parabole, se non sono allegorie?
Sono l'espressione naturale di un ensiero che vede
la verità in irr1magini concrete piuttosto c e conce­
pirTa-in àstraztom. La-cmretenzatraquesti due modi
di pensarepuo esser esemplificato con due passi
evangelici. In Mc. 1 2, 3 3 è presentato uno scriba che
dice: « Amare il proprio prossimo come se stessi è
meglio di___ml_l!biasi olocausto e sacrificio» . La stessa
idea è così espressa in Mt. 5 ,2 3 s . : « Se stai per of­
frire la tua offerta sull'altare e qui ti ricordi che il
tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua of­
ferta lì davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con
tuo fratello e poi vieni ad offrire la tua offerta». Que­
sto modo di esprimersi per immagini concrete e vive è
del tutto caratteristico deldettTaiGesU, come quando
invece di ' non bisogna ostentare la: beneficenza' egli
dice 'quando fai l 'elemosina, non far suonar la trom­
ba' oppure 'è più facile per un cammello passare per la
cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno di
Dio' invece di dire 'la ricchezza è un grave impedi­
mento per la vera pietà' : in tali espressioni figurate
la parabola è già presente in germe.
· Nella sua forma più semplice la parabola è una
metafora o una similitudine tratta dalla natura o dal-
19
la vita quotidiana che colpisce l'ascoltatore con la
sua vivezza o originalità e lo lascia in quel minimo di
dubbio riguardo il significato dell'immagine sufficien­
te a stimolare il pensiero. Il nostro linguaggio comu­
ne è pieno di metafore 'morte': un pensiero ci 'col­
pisce' ; i maligni 'seminano zizzania' ; gli uomini po­
litici 'esplorano nuove vie'. Tali metafore rinsecchite
sono spesso un segno di pigrizia mentale e un surro­
gato per un pensiero esatto, ma non così quelle vive:
«dov'è la carcassa, Il si raccolgono gli avvoltoi» ;
«una città posta sul monte non può esser nascosta»;
«fatevi dei portamonete che non si consumano» ; «Se
il cieco guida il cieco, entrambi cadranno nel fosso».
Una metafora semplice di questo tipo può esser
elaborata con l'aggiunta di particolari e diventare
un'immagine completa. Abbiamo così «non si ac­
cende una lampada per metterla sotto il moggio, ma
sul portalampada e così fa luce per tutti quelli di
casa»; «nessuno cuce una toppa di panno nuovo su
di un abito vecchio, altrimenti la toppa nuova strap­
pa la stoffa vecchia ritirandosi e Io strappo è peggio­
re» ; «perché guardi la scheggia nell'occhio di tuo
fratello e non ti accorgi della tavola che è nel tuo?
come puoi dire a tuo fratello: lascia che ti tolga la
scheggia dall'occhio, quando hai una tavola nel
tuo?>>; oppure, per considerare una similitudine, «a
che paragonerò io questa generazione? è come dei
fanciulli che siedono sulla piazza del mercato e si
dicono : abbiamo suonato per voi il flauto e non ave­
te ballato; abbiamo intonato un lamento e voi non
avete pianto! » . I Tedeschi chiamano questo tipo di
parabola Gleichnis, similitudine. Si tratta di un tipo
comune che include, p. es. , il figlio che chiede un pa­
ne, l'occhio come lampada del corpo, gli amici del­
lo sposo, il fico araldo dell'estate (Mc. 13,29) e al­
tre parabole familiari.
20
La metafora o similitudine può diventare una sto­
ria e non solo un'immagine se i particolari supplemen­
tari delPelaborazione servono a sviluppare una situa­
zione. È questa la Parabel dei Ted�chi, cioè la para­
bola in senso proprio. La storia può essere molto
breve, p. es. : «Il Regno di Dio è come lievito che una
donna prese e mise in tre misure di farina finché il
tutto fu lievitato». Poco più lunghe sono le parabole
della pecora perduta e della moneta persa, del tesoro
nascosto--e della-pefiaru gran valore, del seme di se­
napa, del seme che cresce di nascosto e dei due figli.
Un po' più lunghe sono quelle delle due case, del se­
minatore, dell'amico importuno e alcune altre. Ab­
biamo infine dei veri racconti (Novellen ) come quel­
li della somma affidata, del servo spietato (Mt. 1 8 ,23-
,
3 5 ) dei figliol prodigo e dei lavoratori nella vigna.
Non è possibile distinguere nettamente e con pre­
cisione tra queste tre classi di parabole, detti meta­
ferici, similitudini e parabole in senso proprio Pos­ 4•

siamo servirei di una regola grammaticale pratica e


dire che il primo ti�o non ha più di un verbo, il se­
condo più di un verbo al presente, tl terzo una serie
di verbi in�E_i st�rici : è così perché la similitudine
generalmente descrive un caso tipico o ricorrente
mentre la parabola presenta un caso particolare e lo
tratta come tipico. In realtà i tipi si confondono e si
somigliano sostanzialmente in quanto non sono che
l'elaborazione di un paragone e i particolari hanno
lo scopo di mettere il più in risalto possibile la situa­
zione o gli eventi in modo da afferrare l'attenzione.
Giungiamo così a quello che è il principio interpre­
tativo più importante: la parabola tipica, sia essa una
semplice metafora, una similitudine più elaborata o
un vero racconto, non ha che un solo punto di com-
4· Bultmann, Geschichte der synoptischen Tradition ( 1 9 3 1 ), 1 79-222,
usa questa classificazione: Bildworter, Gleichnisse, Parabel.

21
parazione e i vari particolari non hanno un significa­
to indipendente dal tutto. Nell'allegoria, invece, ogni
particolare è una metafora in sé, col suo proprio si­
gnificato distinto. Prendiamo, ad esempio, l'episodio
della Casa bella nel Pilgrim's Progress Qui si narra .

dell'arrivo di alcuni stanchi viaggiatori ad un'ospita­


le casa di campagna e i commentatori c'indic;ano per­
fino la casa attuale nel Berdfordshire. In questa sto­
ria, però, la serva che apre la porta si chiama Discre­
zione, le padrone di casa sono Prudenza, Pietà e Ca­
rità, la camera da letto è Pace. Se vogliamo prendere
un esempio biblico, pensiamo a.l1'�llegoria paolina del
guerriero cristiano : la cintura è la-verità, la corazza
è la giustiZia, le calzature sono la pace, lo scudo è la
fede, l'elmo è la salvezza, la spada è la Parola di Dio .
Se invece consideriamo la parabola dell'amico im­
portuno, sarebbe assurdo domandarci chi è rappre­
sentato dall'amico che arriva da un viaggio o dai
bambini in letto : questi e tutti gli altri particolari
della storia servono soltanto a darci l'impressione di
un'improvvisa situazione critica di necessità cui biso­
gna far fronte con un'urgenza che sarebbe altrimenti
inopportuna e sfacciata. Così anche nella parabola
del seminatore il sentiero e gli uccelli, le spine e il
suolo pietroso n�_, çome Marco ha creduto, dei
crittogrammi per indicare la persecuzione, la fallacia
delle ricchezze, ecc. : tutti questi elementi son lì per
darci l'i.Q_e_� d� quale _g!_!nde percent�ale di lavoro il
contadino dev'esser pronto a perdere�o-·con­
temporaneamente in risalto la soddisfazione che, no­
nostante tutto, il raccolto genera.
L'autore di un'allegoria cerca naturalmente di nar­
rare la sua storia in modo tale che essa possa esser
letta normalmente, anche se non si riesce a coglierne
5· Racconto allegorico scritto in carcere ( 1678) dal predicatore battistll
i nglese John Bunyan ( r628- r688). (NdT)

22
l'in terpretazione. Questo procedimento richiede una
grande abilità e non può durare troppo a lungo poi­
ché l'interpretazione diverrà apparente. Ritornando
alla Casa bella, Bunyan si è dimostrato molto abile
nel presentare gli avvenimenti normali durante un
breve soggiorno in una casa di campagna; tra l'altro,
le signore mostrano, con tutta naturalezza, l'albero
genealogico, come è ancora dato di vederlo incorni­
ciato in alcune case all'antica. Subito, però, traspare
la teologia: si vede che il Padrone di casa «era il Fi­
glio dell'Antico di giorni e proveniva da una genera­
zione eterna». Quando un allegorista poi non è bra­
vo la storia non ha più alcun significato a meno di tra­
durre i particolari nelle idee che essi sono intesi si­
gnificare. È questo il caso dell'Apostolo Paolo, che
nonJ}ji se.n:!Q!:� �scelta felice nelle illustrazioni,
-
quando ci propone if r accòntoaifegorico di un gtar­
diniere che pota i rami di un olivo e innesta al loro
posto germogli di olivo selvatico; poi l'uomo con­
serva i rami potati e dopo che gli innesti hanno pre­
so innesta anche i rami tagliati al tronco ( Rom. I I ,
I 6-24). Si tratta veramente di un procedimento al­
quanto strano! Tutto si chiarisce, però, se teniamo
presente che l'olivo è il popolo di Dio, i rami potati
sono i Giudei increduli e i germogli dell'olivo selva­
tico i cristiani di origine pagana.
Le parabole dei vangeli, comunque, sono fedeli al­
la natura e alla vita : ogni similitudine o storia è una
raffigurazione esatta di un evento o procedimento os­
servabile nell'ambito dell'esperienza. I processi na­
turali son�o��!L� registrati con precisione; le
azioni dei personaggi sonqUelle-clieCi aspelteferii.mo
nelle circostanze dè'scritte o se so
' no eccezionali e sor­
prendenti ciò è proprio quanto la parabola vuole far­
ci intendere: queste azioni sono fuori dell'ordinario.
È certamente sorprendente, p. es.,che un datore di la-
varo paghi allo stesso modo il lavoro di un'ora e
quello di dodici, ma lo stupore dei lavoratori serve
proprio a farci cogliere il centro della storia.
D'altra parte, la distinzione tra parabola ed alle­
goria_l?9.!1 dev'esser troppo rigida perché se la parabo­
la è tirata un---p<Tm lungo e probabile che alcuni det­
tagli vengano dettati dall'applicazione che il narrato­
re ha in mente : di conseguenza, se l'ascoltatore co­
glie correttamente il senso della storia, egli scorgerà
in quei_g�t�agli un-�gnifìcato secondario:-1nuna ve­
ra parabola tali particolarl"saranno però strettamente
subordinati al realismo drammatico della storia e non
ne disturberanno l'unità. Tranne alcune eccezioni,
questo vale per le parabole evangeliche nelle quali si
è talora insinuato un tale senso collaterale che ne ha
offuscato il realismo ; ma questo rimane, tutto som­
mato, più che preminente. In altra sede 6 ho infatti
mostrato che, se escludiamo l'Egitto per il quale ab­
biamo la ricca fonte CI'informazione costttmta aro-pa­
piri, nessun'altra provincia dell'Impero romano ci
forni!?_çe :un quadro della vita piccolo-borghese e ru­
rale di quell.,.epoca pìu"acciirato<IiqueiTOCliepossia­
mo ricavare dalle parabole di Gesù.
Il realismo di queste parabole non è casuale, ma è
dovuto alla convinzione che tra l'ordine naturale e
'qucll�� �- sussista non una m�ogia, ma
piu_!tosto un'intima affinità; se vogliamo usare Io
stessOlingrraggio-a-etre-parabole potremmo dire che
il Regno di Dio è intrinsecamente simile ai processi
naturali e alla vita quotidiana �Gesu non
ebbe �o dt trovare <felle illustrazioni ar­
tificiali per chiarire le verità che andava insegnando,
ma le trovò già preparate dal Creatore dell'uomo e
della natura. La vita umana, inclusa la vita religiosa,

6. The Authority of the Bible ( 1929 ), 148-rp.


fa parte della natura: questo è chiaramente afferma­
to nel noto passo di Mt. 6 , 2 6- 3 0 ( Le. 1 2 ,24- 2 8 )
«Guardate gli uccelli del cielo . » dove si presuppone
. .

che la natura e la sovranatura formino un unico ordi­


ne e sia ertanto possibile usareuna parte qualstasi
dlque 'or me per duanrne altre. In questo modo
la pioggia è un evento religioso poiché è Dio che fa
piovere sul giuSfu----esllitingiusto; la. morte di un
passero non mette in questione la bofitaaena-na­
tura poiché neanch'esso è dimenticato dal Padre
(M t. 1 0 ,2 9 ); l'amore di Dio è presente nell'affetto na­
turale _di un padre per il figlio scapestrato: questo
senso deHa-dìV!nTtà àerr-o-rornenaluhi1e è la premes­
sa principale di tutte quante le parabole ed è il pun­
to nel quale Gesù si distacca più radicalmente dal­
l'apocalittica giudaica alla quale pur è, per altri aspet­
ti, molto vicino. Anche i rabbini ortodossi del Tal­
mud hanno ben poco del pessimismo estremo degli
apocalittici e possono per tanto produrre parabole
laddove i secondi riescono a darci soltanto delle fred­
de allegorie; dobbiamo però aggiungere che le para­
bole dei rabbini sono molto più artificiali di quelle di
Gesù, a motivo della loro mentalità scolastica.
Parabola ed allegoria differiscono anche in quanto
questa ha soltanto funzione decorativa ed illustrativa
di un irisegnani.ento c11eè- gtà:- presupposto e accettato
..

per altri motivi, quella invece ha carattere argomen­


tativo: invita l'ascoltatore ad esprimere un giudizio
sulla situazione descritta nella parabola e poi l'induce,
direttamente o indirettamente, ad applicare quello
stesso giudizio alla situazione nella quale egli si trova7•

7· Questo carattere argomentativo della parabola è sottolineato da Bult­


mann, op. cit., p. 195 ed è anche ben elaborato da A.T. Cadoux, The
Parables of ]esus (1930), un'interessante opera alla quale debbo molto
ed a eui mi riferirò più volte benché non possa sempre accettare le in­
terpretazioni ivi proposte.

25
Basti pensare, ad esempio, alla ben nota e tipica para­
bola che Nathan racconta a Davide nell'A.T. (2 Sam.
I 2 , I - 7 ) . Il profeta narra al re la storia di un povero la
cui unica agnella era stata rubata da un ricco e Davi­
de, cadendo nel tranello, esclama indignato: «Com'è
vero che Jahvé vive, chi ha fatto questo è degno di
morte! » Al che Nathan risponde: «Tu sei quell'uo­
mo! » L'inizio di varie parabole di Gesù indica che
queste avevano una funzione simile, ad esempio Mt.
I 8,I 2 «Che ne dite? Se uno ha cento pecore . . . » op­
pure Mt. 2 I ,I 8 ss. «Che ve ne pare? Un uomo aveva
due figli; venne al primo e gli disse: Va' a lavorare
nella vigna oggi. Questi rispose di sì, ma non vi andò.
L'uomo si recò anche dal secondo figlio facendogli la
stessa domanda. Costui rispose di no, ma cambiò idea
e vi andò. Quale dei due fece la volontà del padre? »
In ogni caso, però, sia che comincino o meno in que­
sto modo, nelle parabole è sempre implicita una do­
manda e l'interpretazione dipende dal giudizio sulla
situazione che vien immaginata e non dal deciframen­
to dei vari elementi della narrazione.
Jiilicher e quanti l'hanno seguito meritano quindi
tutta la nostra gratitudine perché ci hanno messi sul­
la buona strada per comprendere le parabole conside­
randole come situazioni concrete della vita ed espri­
mendo un giudizio su di loro. Questo non è però che
il primo passo : quale sarà il secondo? Coloro che se­
guono il metodo di Jiilich�r fanno di�9lito terminare
l'interpretazione in_].ln 'affermazione generica. · Pren­
__

diamo ad esempio la parabola<feTDaflaroaato in de­


posito (parabola dei Talenti): è la storia di un uomo
che per eccessiva cautela o per pusillanimità vien me­
no al suo dovere; il suo comportamento è riprovevo­
le e indegno di un galantuomo. Tale è il nostro giu­
dizio; ma qual è ora l'applicazione? «Dobbiamo
cercare l'applicazione più ampia possibile, » dice
26
Jiilicher 8: «Fedeltà in tutto quello che Dio ci ha affi­
dato.» Impostando l'interpret�1;jone su queste linee,
egiTCìha felicemente liberati dall'imoarazzoaf dover
decidere se i talenti rappresentino l'Evangelo, la vera
dottrina, la carica ecclesiastica oppure delle doti fisi­
che e spirituali, tutte questioni sulle quali disputava­
no una volta gli esegeti; d'altra parte mostra anche
l 'infondatezza del tentativo moderno di vedere nella
parabola -'un'esortazione per i crisuam ad investire
saggiamente i propri beni ed, implicitamente, una
giustificazione per il sistema capitalistico. Nonostan­
te tutto questo, però, possiamo essere soddisfatti con
questa verità affatto generale che, secondo Jiilicher,
costituisce la morale della parabola e non è, in fondo,
che un luogo comune dell'etica?
Sempre secondo questo metodo ermeneutico, la
parabola del Seminatore non ci dice altro che nel lavo­
ro dei campi gra[J. _par�_del!a fatica va rduta eppure
_

si può avere ugualmente un racco to a on ante:


l 'applicazione consiste quindi nell'asserzione banale
che ogni genere di lavoro religioso è soggetto alle
ste��--s�qdizioni? Oppuie-dob5iamo concrudere che
la parabola dd Tesoro nascosto non c'insegni altro
che dovremmo sempre sacrificare un bene inferiore
per uno superiore; che quella dei Servi in attesa non
ci dica altro che noi dobbiamo esser pronti per ogni
eventualità a quella della Lampada e del Moggio che
la verità deve venir fuori ? Questa linea interpretati­
va rende sl le parabole illustrazioni efficaci di giusti
principi _!_eligiosi e morali, ma le fa anche -piatte-e
smorte.
Tutta la ricchezza dell'amorevole osservazione del­
la natura e della vita quotidiana e la loro vivida ri­
produzione servivano soltanto per adornare delle ge-
8. Gleichnisreden Jesu, II ( 1 9 10), 48 1 .

27
nericità morali? II Gesù dei vangeli era soltanto un
maestro particolarmente saggio e pratico che con
gran pazienza portava degli intelletti semplici ad ap-
( prezzare i grandi eterni luo hi comuni dell'etica e
della religione? Questa non è affatto l'impressione
J globale che proviamo leggendo i vangeli. Una delle
rapide similitudini di Gesù dice: «Son venuto a dar
fuoco �la terra e magari esso fosse già acce�! » e
benché poche parabole siano più difficili ad essere in­
terpretate con precisione, forse nessuna è più chiara
nel suo senso generale e qualsiasi tentativo di para­
frasarne il significato risulta meno convincente e
chiaro del detto stesso. Questo logion è proprio quel­
lo che ci serve per descrivere l'energia vulcanica di
quella vita meteorica raffigurata nei vangeh; l'in;;­
gnamento di Gesù, infatti, non è la calma e pazie�
esposizione di un sistema di pensiero fatta da un ca­
poscuola, ma è intrinsecamente congiunto con una
breve, straordinaria crisi la quale non soltanto ha in
lui il protagonista, ma è stata precipitata proprio dal­
la sua apparizione. Dovremmo pertanto attenderci
che le parabole abbiano stretta attinenza con l'attuale
situazione di crisi nella quale si trovavano sia Gesù
che i suoi ascoltatori, così che quando ci chiediamo
quale sia la loro applicazione dobbiamo in primo luo­
go considerare non i principi generali, ma la situazio­
ne concreta in cui esse furono narrate. Compito del­
l'interprete sarà allora quello di trovare, se possibile,
la posizione di unap_arl:!bol!_Q�]!_situazione �em­
pla�eli e quindi l'applicazione che s1 pro­
porrebbe ad uno che fosse in quella situazione 9•

Dobbiamo ora vedere fino a che punto gli evange­


listi ci aiutano a riferire le parabole alla situazione in
9· V. A.T. Cadoux , op.cit.; Le parabole di Gesù di ]. Jeremias ( tr. it.
Paideia, Brescia, 1 967 ) è un'opera in eui questo principio è applicato
pienamente e coerentemente.

28
cui furono pronunciate. A tutta prima potremmo
pensare che la risposta a questo problema ci venga
data dal posto che una parabola ha nel corso della
narrazione, ma non è così perché da u� parte gli
evangelisti collocano talvolta la stessa paraf>Ola in
cornici diverse e, dall'altra, la scienza neotestamenta­
ria recente Ila mostrato èlié il materiale della narra­
zione evangelica è stato trasmesso, in un primo tem­
po, sotto forma_ili unità letterarie indipendenti, men­
tre gli Autori sacri, i quali scnssero non meno di
una generazione dopo il tern� di Gesù, determina­
rono l'ossatura cronologica. PersonaTiiiente crecto che
una tale ipotesi vada accettata con alcune riserve e
che una parte maggiore di questa ossatura, dello
schema general�i�_ dovuta ��one, di quan­
to vari studiosi modernlSìano pronti a concedere 10;
è però anche chiaro che non possiamo accettare come
originale, così senza questione, la collocazione attua­
le della parabola. Soltanto se nella parabola stessa
c'è un chiaro riferimento ad un momento particolare
del misterio di Gesù abbiamo buone ragioni per in­
sistere sul preciso legame storico, ma nella maggior
parte dei casi dobbiamo contentarci di riferire il rac­
conto alla situazioni in generale.
Talora, anche se non sempre, gli evangelisti oltre
a porre la parabola in un particolare contesto narra­
tivo, forniscono delk_indicazioni per quanto riguar­
da l'applicazione. Tali applicaZioni sono generalmen­
te brevi e non vanno poste sullo stesso piano delle
complesse allegorizzazioni delle parabole del Semi­
natore, delle Zizzanie e della Rete (Mt. 1 3 ), ma de­
vono esser prese seriamente in considerazione anche
se ci dobbiamo sempre porre il problema della loro
I o. V. il mio articolo The Framework of the Gospel Narrative : ExpT
43 ( 193 1-1932), 396 ss., ristampato in New Testament Studies ( 19 5 3 ),
I-Il.

29
originalità. Gli studiosi moderni da Ji.ilicher a Bult­
mann danno loro ben poco peso, ma sarebbe bene
non esagerare in questo senso poiché troviamo para­
bole con applicazione, come quelle senza, in tutti e
quattro i principali filoni della tradizione evangelica
e se anche questa o quella applicazione sia dovuta al­
l'uno o all'altro evangelista, pure la tradizione pri­
mitiva che soggiace alle varie tradizioni differenziate
da cui derivarono i vangeli conobbe certamente pa­
rabole applicate.
Molte volte, inoltre, risulta evidente che l'applica­
zione fu strettamente legata l!Hl'l parabola fin dal più
antico stadio di formazione che dl1s�i­
duare, come nel caso della parabola delle due case
ove, sia in �n Luca, l'applicazione è così
strettamente congiunta ed intrecciata con il racconto
che non potrebbe esser eliminata senza riscrivere
completamente il passo. Si osservipot che l'app1ìca­
zione qui suggerita non è generale, bensì particolare :
l'ascoltare non è semplicemente contrapposto al fare
in linea di principio, ma coloro che stavano ascol­
tando Gesù in quel preciso istante sarebbero stati
stolti come uno che si mettesse a costruire su terreno
alluvionale, senza un solido fondamento, se non aves­
sero seguito le sue parole.
Anche la parabola dei Ragazzi nella piazza del
mercato (Mt. I I , 1 5 ss. ) è seguita immediatamente da
un passo che per ragioni di forma fa evidentemente
parte del1a stessa tradizione :
Venne Giovanni non mangiando né bevendo e dicono: Ha
un demonio.
Venne il Figlio dell' uomo mangiando e bevendo e dicono:
Ecco un mangione ed un beone,
un compagno di pubblicani e di peccatori!
Per me è fuor di dubbio che la più antica tradizione
applicava così la parabola al comportamento della
30
gente verso Gesù e Giovanni ed è altrettanto chiaro
che ogni tentativo d'interpretazione allegorica è de­
stinato al fallimento : non regge proprio dire che Ge­
sù e i suoi discepoli son quel1i che suonano il flauto
mentre Giovanni e i suoi son quelli che si lamentano.
L'immagine di ragazzi arroganti che litigano per i lo­
ro giochi suggerisce invece efficacemente la frivola ca­
villosità di una generazione che non � rendersi
conto di vivere uQg_crisi storica di prima granoezza,
inaugurata da Giovanni e portata ad un culmine ina­
spettato da Gesù, ma perdeva tempo a criticare stu­
pidamente l'ascetismo dell'uno e la socievolezza del­
l'altro; quegl'insensati stavano lì a cantare mentre
Roma bruciava.
Così, anche se non siamo necessariamente in grado
di risolvere il forse insolubile problema degli ipsissi­
ma verba di Gesù, abbiamo delle buone ragioni per
credere che in vari casi l'applicazione venne trasmes­
sa con la parabola cui si riferisce già nella più antica
tradizione e ci mostra, se non altro, almeno com'e­
ra intesa la parabola da coloro che non erano lonta­
ni dalla situazione originale in cui la storia venne
narrata.
In molti altri casi, però, abbiamo delle ragioni
ugualmente buone per ritenere che l'applicazione
non r_i_s11le alla tradizione più antica, ma all'evangeli­
sta'";_alla sua]Q"ritejrriìnjdìata -e-rappresenta, senza
dubbio, l'esegesi corrente11eria comumtà alla quale
egli apparteneva. È interessante vedere come talora
una parabola appare senza applicazione alcuna in un
vangelo, ma non in un altro: Marco e Luca, p. es. , ri­
portano la parabola della Lampada senza commento,
mentre in Matteo segue l'esortazione «Così risplenda
la vostra luce--àavanu aglf uomini-affinché vedano le
vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro nei
cieli» ( Mt . 5 , r 6 ). Altre volte, invece, una parabola è
riportata da due o più vangeli con applicazioni diver­
se o perfino contrastanti, come avviene per quella del
Sale insipido : siccome dobbiamo supporre che Gesù
avesse in mente un'unica, precisa applicazione, una
o anche entrambe quelle riportate dai vangeli non ri­
salgono a lui. Ci sono poi dei casi in cui uno stesso
evangelista ci dà diverse applicazioni, come fa Luca
con la difficile parabola dell'Amministratore disone­
sto ( Le. I 6, 1 -7 ) riportandone almeno tre: I) «l figli
di questo secolo si comportano più accortamente dei
figli della luce con la propria generazione» ; 2 ) «Fate­
vi degli amici con le ricchezze ingiuste»; 3 ) «Se non
siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affide­
rà le vere ? » Ci sembra quasi di aver davanti delle no­
te per tre diversi sermoni sulla medesima parabola.
È possibile che la frase con cui la parabola sembra
terminare costituisse l'applicazione nella tradizione
più antica in quanto chi trasmise la parabola aggiun­
l se: «<l Signore (Gesù) lodò l'amministratore disone­
• sto perché aveva agito con accortezza» . Se questa ipo-
1 tesi è corretta, allora possiamo immaginare la situa-
zione originale come segue. La storia ci presenta un
uomo che viene improvvisamente a trovarsi in una
situazione cosl critica da poter significare per lui la
rovina più completa; rendendosi conto di questo,
egli si mette a pensare con tutte le sue forze e decide
di risolvere la situazione in modo drastico. Gli ascol­
tatori vengono ora invitati a pronunciarsi: quest'uo­
mo, per quanto disonesto, ebbe almeno il merito di
affrontare la situazione realisticamente ed efficace­
mente; pensandoci su, essi si sarebbero accorti che,
secondo quanto Gesù andava annunciando da tempo,
essi stessi si trovavano in una simile situazione di cri­
si_��cisiva e quindi (questa sarebbe la conclusione
cui Gesù aveva voluto portarli) sarebbe logico che
essi riflettessero con altrettanta serietà ed agissero
con altrettanta decisione. Questa mi sembra la spie­
gazione più probabile della parabola ed il commento
dell'evangelista viene allora a proposito : « l figli di
questo secolo si comportano più accortamente dei fi­
gli della luce».
D'altra parte non si deve disconoscere che la frase
finale può essere resa «il padrone (greco: x u p L o c;
= Sjgnore, padrone) lodò l'amministratore disone­
sto» ed è allora parte della parabola. Data la sua evi­
dente assurdità, scopo dt questaaffermazione finale
sarebbe di far ins.QJ"gere per l'indignazione gli udito­
ri: equivarrebbe infatti alla domanda «Che ne pen-
sate? »J'olo con maggior forza espressiva. In questo
secondo caso la storia vuol presentare uno che ha fat­
to i� interessi in modo disonesto e pretende per­
sino di esser lodato per il suo comportamento. La
storia alluderebbe quindi a qualcuno che, tra il pub­
blico o ad esso noto, agisse similmente: ma chi? For­
se i sadducei che si vantavano di esser in buoni rap­
n�ti ��-CRomani ai quali facevano indebite conces­
sioni 11? O Lfarisei che con un po' di elemosina cer­
cavano di servirsi delle IOrmal guadagnate ricchezze
per accattivarsi il favore divino 12? Non Io sappiamo,
ma non lo sapeva neanche l'evangelista Luca di cer­
to, visto che egli stesso ricevette dalla tradizione un
certo numero di diverse interpretazioni.
A suo tempo cercherò di mostrare come mutamen­
ti nella situazione storica abbiano portato ad applica­
re una parabola in senso diverso da quello original­
mente inteso. In casi ove ciò sia avvenuto bisogna
studiare attentamente la parabola e cercare di ricol­
locarla nella situazione originale, per quanto riuscia­
mo a ricostruirla, per determinarne il significato e
l'applicazione originale, servendoci di questi princìpi-
rr. Così A.T. Cadoux, op . cit., p. 135.
12. Così H. Clavier, Études théologiques et religieuses ( 1 9 2 3 ), 33 3 ·

33
guida: I) Il bandolo dev'esser trovato tra quelli che
possono esser stati i pensieri, le idee, i concetti di
quanti ascoltarono Gesù durante il suo ministerio e
non già tra i problemi e le idee che sorsero durante
la prima vita della chiesa; l'A.T. si rivelerà una gui­
da preziosa in quanto possiamo ben pensare che i
contemporanei di Gesù fossero familiari col suo con­
tenuto: p. es., le immagini della vigna, del fico, della
mietitura, del banchetto, ecc. susciterebbero delle
chiare associazioni di pensiero in quanti conoscesse­
ro l' A.T. 13 2) II significato di una parabola non deve
essere in contrasto con l'interpretazione che Gesù
stesso dà del suoliilriìsténoìii--deùf chiari eoespllciti
che sapJ)iamo esser sum con relativa certezza; ad
ogni modo questo significato deve essere in accordo
generale con le grandi linee dell'insegnamento di Ge­
sù, come lo possiamo dedurre dai suoi detti non pa­
rabolici. Il primo passo da compiere sarà pertanto
quello di determinare, per quanto possibile, proprio
aueste linee generali dell'insegnamento di Gesù.
Varie parabole riportateci dai vangeli iniziano con
le parole «Il Regno di Dio è simile . e questa for­
. . »

mula introduttiva può esser considerata l"applica­


zione' della parabola in cui -ricorre. Nel vangelo di
Marco aue sono le paraoole che hanno una tale in­
troduzione: quella del Seme che cresce di nascosto e
quel a del Granello di senape; in Luca sono ancora
due, quella de rane o i senape e del Lievito, a
cominciare così. Poiché queste medesime due parabo­
le iniziano nello stesso modo anch�nel_yangel()_�i
�teo, possiamo supporre che esse fossero contenu­
te in Q, la fonte comune al primo e al terzo vangelo.
In Matteo, però, troviamo altre otto parabole intro­
dotte da questa formula: una, quella del Gran ban-
1 3 . Hoskyns e Davey, The Riddle of the New Testament ( 193I), 177 ss.
sottolineano questo punto.

34
chetto nuziale, appare anche in Luca, ma in forma di­
versa e senza esser riferita al Regno di Dio; le altre
sono la parabola della Zizzania, del Tesoro nascosto,
della Perla di gran valore, della Rete, del Servo spie­
14,
tato dei Braccianti nella vigna e delle Dieci vergi­
ni: sembra pertanto che il primo evangelista avesse
una cergpredil��!()..�.!!_ �sta formula e può ben
darsi che egli se ne sia servito talvoltaanche quanclo
la tradizione non lo riportava, usando così di quella
libertà nell'applicazione delle parabole che abbiamo
già notata negli scrittori evangelici, anche se dob­
biamo dire che egli non se n'è servito indiscrimi­
natamente, dato che la maggior parte delle parabo­
le che troviamo nel suo vangelo sono prive di questa
introduzione.
Comunque sia, abbiamo almeno tre parabole (il
Seme che cresce di nascosto, il Granello di senape, il
Lievito) nelle quali il riferimento al Regno di Dio è
attestato da una o daU:altr� delk_jç>n_ti più antiche
che abbiamo;- anzi;in un caso;- abbiamo la-testìriio­
nianza concorde di entrambe le fonti, cioè l'attesta­
zione storica più forte concessaci dai testi evangelici.
Possiamo pertanto affermare con certezza che Gesù
si servì di parabole per illustrare quello che Marco
chi�<il mi.stero del Regno di Dio» ( Mc. 4,u); an­
zi, e questa è la mia test, non solo le parabole che si
riferiscono esplicitamente al Regno di Dio, ma molte
altre ancora vanno messe in rapporto con questo
concetto, la cui portata esse vengono a chiarire
notevolmente.

14. Non son riuscito a trovare alcun legame specifico tra questa para­
bola (Mt.r8,23-35) e l'idea del regno di Dio se si eccettua il concetto
generale di giudizio. Son portato a pensare che in questo caso la for­
mula è diventata convenzionale, mentre in tutti gli altri casi sembra ve­
ramente aver ragione di essere.

35
CAPITOLO SECONDO
IL REGNO DI DIO

L'espressione 'il Regno di Dio' è perfettamente


equivalente all'altra, tipica di Matteo, 'il Regno dei
Cieli', poiché il termine 'Cieli' non è altro che una
comune perifrasi giudaica intesa ad evitare, per ri­
verenza, il nome divino. In italiano il termine 'regno'
è ambiguo, ma suscita immediatamente l'idea di un
territ:Q_rio o di una popolazione governata da un re.
Anche ")Jiermme greco �acnXELa regno e m se
ambiguo, ma non c'è ombra di dubbio che l'espres­
sione che stiamo qui considerando è intesa a rendere
la frase aramaica 'la malkutii' dei Cieli' che si riscon­
tra di frequente nella letteratura giudaica. Malkut,
come altri sostantivi di simile formazione, è pro­
priamente un astratto che significa 'regalità', 'domi­
niQ regale', ' governo ', ' sovranità ;;-«la malkurd.i
Dio» non vuoi dtre altro che Dio regna, cheDio go­
verna comere1• Secondo il senso, anche se -non -se­
condo la forma grammaticale, il sostantivo principa­
le nella frase 'Regno di Dio' è 'Dio' mentre il ter­
mine 'regno' indica quell'aspetto specifico, quell'at­
tribl_@ o quell'attività di Dio nella quale egli si ri­
vela còme re o stgnore assoluto del suo popolo o del-

l. Infatti Ex. 15,18 «]ahvé regnerà per sempre, in eterno» viene para­
frasato così nel Tg. O. << Il s uo malkut s u ssis t e per sempre>>. ( Dalman,
Worte ]esu, 1898, p. 79) <<Non ci può essere alcun dubbio, dice ancor a
il Dalman, che nell'A.T. e nella letteratura giudaica, quando si riferi ­
sce a Dio, malkut significa sempre 'dominio, signoria' e mai ' regno' » .
Nonostante ciò è bene mantenere l ' espressione tradizionale 'Regno di
Dio', ricordando però che ' regno' significa qui 'dominio, signori a '.

37
l'universo che egli stesso ha creato 2 •
Nel _giudaismo del tempo dei vangeli si parla del
Regno di Dio soprattutto in due sensi. Nel primo,
il 'Regno�i Dio' è � fu!!_�E._t:_���e._:_i_� �_ è �� di
Israele, suo popolo, e la- sua signona- rega1e è effet­
__ __

tiva nella misura in cui Israele obbedisce alla volon­


tà divina rivelata nella Torà; sottomettersi ubbidien­
temente alla Legge significa «prender su di sé la
malkut dei Cieli» 3 •
Nel secondo senso, invece, il 'Regno di Dio' è una
realt�....fhc; deve es.�ere ancora rivelata. Dio è più che
re d'Israele: egli è re di tutta la terra anche se que­
sta non Io riconosce come tatc-OOant·rt-suo popolo
è sotto.messo a dille potenze- di questo secolo alle
quali viene lasciata potestà, per il momento, di eser­
citare la malkut. Nonostante questo, Israele guarda
al futuro, al giorno che «i santi dell'Altissimo rice­
4
veranno il regno» e la signoria di Dio diverrà effet­
tiva in tutto il mondo : perciò il pio giudeo pregava
nel I secolo e ancora oggi prega «Domini il suo regno
2. Ci si può ben chiedere se quando si abbrevia l'espressione evangeli­
ca e si dice sol� 'il Regno' non si riveli, inconsciamente, di ritenere
che l 'idea principale--slaqUeiTaruunas�-orgamzzatae·òrdinata,
sia ess��l__!g_llO della giustizia, dell_!! .f_rirerillQ"J) sJm!�I-�ridié, dato
che ci rivolgiamo a Dio perché ci aiuti ad 'introdurre' o 'edificare' un
tale regno, lo si chiami Regno di Dio. Nel libro, The Cali of the Car­
penter, scritto per dimostrare che Gesù er!l_ll.E__ llr�f�.!_���-ProJ.etariato,
il sindacalista americano Bouck White scrive, non senza un tocco di in­
genuità: «Il lettore moderno può afferrare il significato dell'espressio­
ne 'il Regno di Dio' com'era usata da Gesù (anche se è difficile racchiu­
derne rutto il senso in una frase sola) sostituendola con 'il regno del
ris�t.tQ di séJ delJ!!__Qjg@E�· � interessante notare che quando un
Giudeo parlava di 'regno' senza ulteriore qualificazione, intendeva il
governo civile, per es. Ah. III, 7 <<A chiunque riceva su sé il giogo della
Tora vien rimosso il giogo del regno e il giogo delle occupazioni mon­
dane». Qualunque possa essere l'implicazione sociale dell'insegnamento
di Gesù, è chiaro che alla base c'è l'idea essenzialmente religiosa di
Dio che esercita il suo dominio nella vita di uomini e nella società.
3· Si-:ed��� i passi citati in Dalman, Worte ]esu, pp. 79:S o.-
4· Dan. 7,18.
nel tempo della nostra vita e nei vostri giorni e du­
rante la vita di tutta la casa d'Israele» 5• È in questo
senso che il 'Regno di Dio' è una speranza futura; es-
/ so stesso è l' eschaton, la realtà 'ultima', l'oggetto del­
l' ' escatologia'.
In questo modo e per questa via l 'idea del 'Regno
di Dio' può esser associata ad altre visioni del 'buon
tempo a venire' che troviamo nei profeti e negli apo­
calittici. Una tale speranza può esser di carattere tem­
porale e politico: troviamo così nelle Diciotto bene­
dizioni 6 la preghiera:
«Restaura i nostri giudici come in origine e i nostri consi­
glieri come in principio, e regna su noi tu, tu solo , o Signore».
Oppure essa può anche indicare quello stato finale e
assoluto di beatitudine in un ordine trascendente, co­
me leggiamo nella Assumptio Mosis cap. X :
«E allora il suo Regno apparirà in tutto il creato,
Allora Satana non sarà più,
E il dolore se ne andrà con lui ...
Poiché il Celeste si alzerà dal suo trono regale,
Uscirà dalla sua santa dimora
Indignato ed adirato a motivo dei suoi figli ...
Poiché l'Altissimo si alzerà, lui solo, l'eterno Dio,
E apparirà per punire i Gentili,
distruggerà tutti gli idoli.
Ma tu, Israele, sarai felice, ...
E Dio ti esa! terà
E ti farà avvicinare al cielo delle stelle» 7 •
Laddove esiste l'attesa di un Messia, sta esso un
5 - È il Qaddis del culto sinagogale, citato anche in ]. Jeremias, Il mes­
saggio centrale del Nuovo Testamento, edizione italiana a cura di A.
Ornella, Paideia, Brescia, 1 968, p. 1 28. (NdT ).
6. S mone 'esre, n. I I ; testo in Dalman, Worte ]esu, pp. 299-30r secon­
'

do lo Schechter: JQR ( 1898 ), 564-659; tr. it. in G. Bonsirven, Il giu­


daismo palestinese al tempo di Gesù Cristo, tr. G. Marigliano, Marietti,
Torino, 1950, pp. 91 s.
7- Secondo Charles, Apocr.

39
principe della casa di Davide o un essere sovranna­
turale, si pensa che sia questo personaggio ad eser­
citare il potere regale di Dio, come nel caso del Ba­
ruch syriacus ( = Apocalissi di Baruch) cap. LXXIII :
«Ed avverrà
Quando egli (il Messia) avrà sottomesso ogni cosa sulla terra
E si sarà seduto in pace per quest'età sul trono del suo regno.
Allora quella gioia sarà manifestata
E ci sarà riposo» 8•

Elemento comune a tutte queste forme di attesa esca­


tologica è l'idea che il potere sovrano di Dio diventa
effettivo ed e�Nente nell'ambito dell'esperienza uma­
na: quanélQPiacerà a Dio 'rivelare' o 'stabilire' il suo
dominio, tutto il male che è nel mondo verrà giudi­
cato, tutte le potenze malvage saranno sconfitte e co­
loro che hanno accettat<Tla sua sign�ria saranno re­
denti e vivranno una vita benedetta in comunione
con Dio 9•

8 . Idem.
9· R. Otto, Reich Gottes und Menschensohn ( 1934), 9 ss. (un libro al
quale debbo molto ) fa derivare l'idea 'escatologica' di Regno di Dio
dallo ..w_roastrismo c guindi, in ultima analisi, dalla religione arianp .
L'influenza persiana sul giudaismo è innegabile né deve so�rendere,
dato che i Giudei furono per un paio di secoli sudditi dell'impero per­
siano; ma ci sono vari fattori, riportati anche dall'Otto, che fanno du­
bitare che quell'influenza abbia veramente determinato il concetto di
Regno di Dio. Negli scritti persiani, come ci vien detto, il termine nor­
malç è chsatra, 'il Regno', oppure chsatra varya, <<il regno della scelta o
del desiderio>>; ora chsatra può anche voler dire 'dominio', ma è di so­
lito usato nel senso stretto di regno come territorio (Herrschaftsgebiet).
Nel giudaismo, invece, il 'Regno' indica sempre la «sovranità di Dio
(del Cielo)>>. È un dato di fatto che le apocalissi, in cui l'influenza del­
l'escatologia iraniana è più marcata, evitano affatto, tranne poche ecce­
zioni, la frase <<il Regno di Dio>>. D'altra parte il concetto di Dio come
re è tipica della religione semitica: il dio è re della sua tribù: ne è la
guida in guerra, il giudice in pace, il legislatore e l'oggetto del culto.
In Israele questa credenza ingenua nella regalità di Jahvé fu resa più
complessa dal monoteismo etico dei profeti : da una parte Jahvé è il re
d'Israele, dall'altra egli è l'unico Dio e la sua volontà ha valore univer­
sale; pertanto la sua signoria si estende a tutta la terra e lì ove egli è
re prevale la giustizia. Di fatto, però, il popolo che aveva il Signore co-
In questa indagine sul significato dell'espressione 'Regno di
Dio' nei vangeli, faremo bene a !asciarci guidare dai risulta­
ti della critica delle fonti. Oggi si è generalmente d'accordo
sui seguenti punti:
a) Marco conserva, grosso modo, nella sua forma più antica
la matt!:!� comune ai tre sinottici;
b) laddove Matteo e Luca concorcfii'no indipendentemente da
Marco, essi seguono una qualche seconda fonte. Gran parte
della materia loro comune sembra sia stata contenuta in un
unico documento, ma una porzione può esser derivata da
una_ tradizione più fluida. Si usa spesso il simbolo 'Q' per in­
dicare ques_�co documento che è anda�,
considerando che la sua ricostruzione è piuttosto problema­
tica, sembra più opportuno indicare con questa lettera quel­
lo strato del primo e del terzo vangelo nel quale il loro rac­
conto concorda senza apparentemente derivare da Marco.
Quando ci serviamo dei vangeli come fonti per la vita e
l'insegnamento di Gesù non è necessario decidere se un da­
to passaggio evangelico proviene o meno da un qualche do­
cumento scritto; in ogni caso, se Matteo e Luca mostrano
una notevole concordanza che non può esser spiegata dal
loro comune uso di Marco, allora il passo in questione deve
senza dubbio_ provenire da una tradizione sostanzialmente
più antica dei nostri vangeli: e questo è quanto veramente
ci bam-sapere.
Le altre parti di Matteo e Luca provengono da fonti di cui
sappiE!__mo b�n poco; se la teoria di B.H. Stree�i:illaVOTta­
accettata da molti, è corretta, allora dobbiamo immaginare
quat!!Q_forgi relativamente antiche: Marco, 'Q' e le parti
proprie a Matteo ( 'M') e a Luca ('L'). Però, benché possia­
mo immaginarci che queste ultime due fonti siano altret­
tanto antiche che Marco o 'Q', pure non siamo mai in gra-

me re venne ad esser sottomesso agli 'iniqui' che adoravano altri dèi :


secondo le idee correnti, questo avrebbe voluto dire che Jahvé era sm­
toposto a questi altri dèi ; ma nonostante lo scoraggiamento, quella fe­
de superiore continuò ad affermare fermamente che <d'Altissimo domi­
na sul regno degli uomini ed egli lo dà a chi vuole>> (Dan. 4,17). Prima
o poi egli manifesterà il suo potere e sarà re di tutto il mondo, non
soltanto de iure, ma de facto: <<1 santi dell'Altissimo riceveranno il re­
gno» ( Dan. 7 , 1 8 ). In questo modo il concetto escatologico di Regno di
Dio sembra sorgere spontaneamente e naturalmente dalle antiche idee
religiose ebraiche, sorto l'influenza dell'insegnamento profetico e degli
eventi storici.
do di sapere se un dato passo di Matteo o di Luca deriva di­
rettamente da una tale fonte o rappresenta soltanto uno svi­
luppo posteriore, poiché vediamo, da come si servono di
Marco, che gli altri due sinottici trattano le loro fonti con
una certa libertà. Inoltre, anche se fosse vero (come personal- ·
mente penso sia probabile) che dietro il terzo vangelo si tro­
vi IJU-�t:Q.toluca', forse antiçQ_qyanto Marco, non siamo cer­
to autorizzati a concedere a taleiPOtetico scritto un valore
storico equivalente a quello del secondo vangelo, sia perché
(a) non sappiamo fino a che punto questo 'Protoluca' possa
esser stato modificato nel processo d'incorporazione nel ter­
zo vangelo, sia anche perché (b) la materia propria a Luca,
presa di per sé, sembra talora decisamente secondaria rispet­
to a Marco anche se talaltra è possibile rappresenti una tra­
dizione antica.
Tutto sommato, non ci restano che Marco e 'Q' quali fonti
primari� che la critica storica ci abbia finora da­
to un mezzo migliore per avvrcrnarc a a tra rzrone orrgrila1e
delle parole e delle azioni di Gesù, di quello che ci vien for­
nito dallo studio attento e da un confronto scrupoloso di
10 •
queste due fonti Certamente nessuno pensa che siano per­
fette, ma esse si correggono , corroborano e completano a
u
vicenda e quando concordano in questioni importanti pos­
siamo ben ritenere che ci troviamo davanti ad uno stadio
molto antico della tradizione, prima che questa cominciasse
a separarsi nei due filoni che culminarono in Marco (a Roma)
e in 'Q' (forse in Palestina o in Siria ).
Trattando il complicato problema del Regno di Dio, pertan­
to, non solo risparmieremo del tempo prezioso se tralasce­
remo (salvo poche eccezioni) quelle parti di Matteo e di Lu­
ca che non hanno alcun parallelo negli altri vangeli, ma avre-
Io. La critica morfologica ( Formgeschichte ) cerca di risalire alla tradi­
zione orale che è dietro i documenti scritti e spesso chiarisce lo svilup­
po della tradizione; io le ho pertanto prestato la dovuta attenzione nel
mio lavoro, ma non credo che essa sia ancora riuscita a fornirci un cri­
terio decisivo per giudicare della storicità dei racconti evangelici. Dob­
biamo anche tener sempre presente che qualsiasi analisi più approfon­
dita di Marco o 'Q' deve esser considerata ipotetica nello stesso grado
nel quale la determinazione delle fonti prossime dei vangeli ( Marco e
'Q') non è teoretica, ma dimostrativa.
I I . Secondo me Marco e 'Q' sono tra loro indipendenti; tutti i tenta­
tivi fatti per mostrare che Marco dipende da 'Q' o viceversa si elidono
reciprocamente e non convincono nessuno.

42
mo anche una certa garanzia che la materia che esaminiamo
poggi sulla tradizione più antica che ci sia possibile avere
oggi.
Abbiamo accennato più sopra ai due sensi prin­
cipali che la frase 'Regno di Dio' aveva nell'uso giu­
daico : entrambi si riscontrano nell'insegnamento di
Gesù che ci è stato conservato dalla più antica tra­
dizione.
L'espressione rabbinica «prendere su di sé la mal­
kut dei cieli» ha un parallelo nel logion di Mc. Io,
I 5 : «Chiungue non riceverà il Regno di Dio come
un fanciullo, non -Vientt-era>>:IT detto rabbtiuco in­
tendeWsoftolinearé l'importanza di osservare scru­
polosamente la Torà; il detto di Gesù è invece inteso a
fontrapporre il comportamento e l'atteggiamento del12
[ fanciullo' o del 'bambino' (Mt. I 1 ,2 5 ; Le. 1 0 ,2 1 )
con quelli del 'sapiente e del saggio' 13 : per Gesù,
eviden �emente, accettare la soy_r�� tà di Dio non t,
vuol_ due osservare scru olosamente TaTo�- _ --- l'
Sirrulmente l'invocazione gm atea ��à egli sta­
bilire il suo Regno durante la vostra vita e i vostri
giorni» ha un parallelo nella petizione centrale del
Padrenostro 'Venga il tuo Regno'. Le predizioni apo­
calittiche di una manifestazione futura e definitiva
della potenza sovrana di Dio sono percepibili (ben­
ché, come vedremo, con una certa differenza) anche
in vari detti evangelici : «Ci sono alcuni dei presenti
12. In M t. 1 1 ,29 Gesù parla del suo 'giogo' in contrapposizione, senza
dubbio, al «giogo della Torà» che era anche detto <<il giogo del malkut
dei cieli>>.
13. «Discepoli dei saggi>> sono chiamati nel Talmud gli studenti della
Torà nelle scuole rabbiniche.
q. In questo contesto va considerata l'esortazione «Cercate il Regno
di Dio>> (questa era probabilmente la forma in 'Q' del detto che trovia­
mo in Mt. 6,33 e Le. r2,3 1 ); è molto difficile veder qui un riferimento
al Regno di Dio 'escatologico' ; piuttosto «Cercare il Regno di Dio>> si­
g nifica che fare la sua volontà è il fine supremo: cfr. Mc. 3 , 3 5 .

43
che non assaggeranno la morte finché non avranno vi­
sto il Regno di Dio venuto con potenza» ( Mc. 9 , I ) ;
«Molti verranno dall'oriente e dall'occidente e si se­
deranno a tavola con Abramo, !sacco e Giacobbe nel
Regno dei Cieli » (Mt. 8 , I I ) Sembra che anche Ge­
.

sù , come alcuni apocalittici, abbia collocato il Regno


di Dio definitivo in un ordine oltre Io spazio e il
tempo ove i beati vi�oiio- ·er sempre, dopo la mor­
te, 'come g 1 ange 1 c. 1 2 ,2 5 ); conseguentemente
troviamo che in Mc. 9 ,43-47 ; I O , I 7 . 2 4 . 2 5 'il Regno
di Dio' è usato alternativamente con 'vita' o 'vita
� · , espressione questa che equivale a quella rab­
binica 'la vita dell'età a venire' e che nella letteratu­
ra giudaica è usata per indicare il grande evento at­
teso, l 'eschaton , molto più di frequente che non la
frase 'Regno di Dio'.
Fin qui, dunque, il modo nel quale i vangeli usa­
no l'espressione 'Regno di Dio' corrisponde bene al­
la pratica giudaica contemporanea: il Regno di Dio
può essere 'accettato' hic et nunc e coloro che ne han­
no adempito le condizioni ne godranno, alla fine, an­
che le benedizioni.
Ci sono, però, degli altri detti che non rientrano
in �sto schema: «<l Regno di Dio è giunto fino a
=
voi », Teggufmo in M t. I 2 , 2 8 ( Le. r I ,20 ) e qui '5

il Regno è visto come presente, ma non nel senso


1 5. "Ecpi}ai7EV Ècp' Ù[Liiç 1) (3al7�).da -:-o v VEOÙ. I n greco classico cpM­
VE�v sig ca arriyare in anticipo su
9ifi � uno, arrivare p:·ima di lui e
perciò essere lì prima che egli lo sappia ; nel greco ellenistico, invece.
il verbo è usato, soprattutto nell'aoristo, per indicare che qualcuno è
arrivato alla m!j:a. Quest'uso si riscontra ancora nel greco moderno:
m'informano che quando si chiama un cameriere costui, mentre si dà
v
da fare, dice: "Ecpi}a(l'a, x p �E ! Similmente itrpi}ai7EV n (3ai7�À.da 'tOV·
/}EoÙ esprime nel modo più yiyido ed efficace j! fatto che il Regno di
D' è effettivamente arrivato. Il Prof. Millar Burrows dell'Università di
yaie mi ha atto no che Erpfrai7EV Erp' VJ,liiç n (3ai7�À.da 't O U frEOU
L
sembra riecheggiare Dan. 7,22 (Theod.) itcpi}ai7EV ò xa.Lp6ç, xa 'tlJV �a­
a�À.E�av itaxov ot &y�o�.

44
giudaico che abbiamo esaminato più sopra. Qualun­
que rabbino avrebbe potuto dire : «Se vi ravvedete
e v'impegnate ad osservare la Torà, allora avete pre­
so su voi il Regno di Dio» ; Gesù invece dice: «Se
io, per il dito di Dio, caccio i demoni, allora il Re­
gn9 di Dio è giunto fino a voi». In questo caso ab­
biamo un evento che �Q!l era accaduto prima e que­
sto vuol dire che la potenza sovrana di Dio è entrata
efficacemente in azione; non si tratta di riconoscere
Diocoine re m quanto se ne obbediscono i comanda­
menti, ma piuttosto di esser messi davanti alla po­
tenza ._divina che _ è all'opera nel mondo: m altri
termini, il Regno di Dio 'escatologtco' viene af-
(
fermato come evento presente che gli uomini deb­
bono riconoscere, sia che in pratica Io accettino o
lo �
In questo senso sembra vada anche inteso il det­
to con il quale Marco riassume la predicazione di
Gesù in Galilea: «Il tempo è compiuto e il Regno
di Dio è vicino ; ravvedetevi e credete all'evangelc»
(Mc. r , q- r 5 ). Questo può voler dire, a prima vista,
o che il Regno è cronologicamente vicino, cioè che
arriverà presto, o che lo è localmente (cfr. Mc. I 2 , 34
per il senso locale), cioè a portata di mano. Nei LXX ,
però, Èyyi.swJ è talora usato (soprattutto al passa­
to ) per rendere l'ebraico naga ' e l'aramaico m'ta, ver­
bi che significano entrambi 'giungere' , 'arrivare' ; en­
trambi sono anche resi con il greco qn'hivELV , usato
in Mt. 1 2 , 2 8 e Le. I I ,2o; sembra pertanto che non
ci sia alcuna differenza di significato tra EcpltacrEv Ècp'
u1-.uiç i} �acrLÀEi.a '"t'OV itEov e llYYLXEV i} �acrLÀEi.a
'"t'OV itEov , poiché in ambo i casi s' intende l' 'ar­
rivo' del Regno; così, se consideriamo l'ipotetico
originale aramaico, dovremmo tradurre entrambe le
espressioni «il Regno di Dio è venuto». Ancora una
volta notiamo che la venuta del Regno è vista co-
45
me indipendente dall' atteggiamento dell'uomo; è un
evento storico al quale gh uomini dovrebbero ri­
spondere col ravvedimento : ma che essi si ravveda­
no o no, esso è lì, presente e concreto, come appare
evidente dalla formulazione lucana del mandato mis­
sionario: « ... ditegli : 'Il Regno di Dio è giunto tra
voi' ( 1) yy LXEV Ècp' u�-tiic; cfr. Ecpi}acrEv É:cp' u�-tàc; ,
Mt. 1 2 ,2 8 ; Le. r r ,2o ) E in qualsiasi città entrerete
.

e non vi riceveranno, andate per le strade e dite:


'Scuotiamo contro voi anche la polvere della vostra
città che è attaccata ai nostri piedi; ma sappiate lo
stesso che il Regno di Dio è venuto ( 'i)yyLXEV ) ' »
----
( Le. r o,9-r r ) 16•
È interessante guardare a questo proposito un
passo apocalittico come testamentum Dan 5 , 1 3-6,4 :
«Il Signore sarà nel suo mezzo e il Santo d ' Israele
regnerà da lei . . . poiché egli sa che nel giorno che
Israele si converte il regno deli'Avversario sarà fi­
nito». Nel contesto di 'Q', da cui son state citate le
parole «il Regno di Dio è giunto tra voi», gli esorci­
smi di Gesù sono considerati segni della sconfitta del
regn9_di _Satana; come nel testamentum Dan ciò
equivale alla venUta del Regno di Dio, solo che l'ar­
rivo qui non è successivo al ravvedimento di Israele:
in un certo senso il Regno è giunto con Gesù stesso 1 7
e viene annunCiato «Sta che esSì ascoltmo o non
ascoltino», come avrebbe detto Ezechiele; in un at-
r 6. Ho discusso più diffusamente questo significato di itrplt!l.r1EV e l\y­
YLXEV nel mio articolo The Kingdom of God has come: ExpT 48 (1936-
37 ), 1 38·141 [Il Dodd ha poi mod!JKato questa posizione (v. Prefazio­
ne, nota 2) anche inseguit�che del tipo di quella fattagli da W .
G . Kuemmel, Verheissung und Erfiillung, Ziirich, 1 956', cap. I , 1 , il
quale sostiene che ÈyyLI;ELV significa avvicinarsi, approssimarsi, ma non
giungere, esser arrivato. NdT ] .
17. R. Otto, op. cit. , p. 8 o ha ragione quando dice: <<Nichr Tesys
'bringt' das Reich - eine Vorsrellung, die Jesu sen;e;:""ganz fremd isr -
s�dern :diii:Re1ch bringt ihn mit». Gesù è 'mandato' dal Padre il qua­
le_. inviandolo, fa venire il proprio Regno.
to di grazia, Dio rivela il suo Regno ad una gene­
razione che non vuole ravvedersi, per condurla al
ravvedimento.
Ci sono altri passi della più antica tradizione evan­
gelica che mostrano come Gesù annunciasse il Re"
gno no�!Tle :':! ��-o dell'ilJ1_l!lediat� futuro, ben­
sì �_res�te : «Beati giì ocChi che vedono ciò che
voi vedete; vi dico infatti che molti profeti e re de­
siderarono vedere ciò che voi vedete e non lo videro,
udire ciò che voi udite e non l'udirono» ( Le. I 0,23-
24 e con differenza di poco conto Mt. I 3 , I 6- I ?);
quanto profeti e re (p. es. , il salmista Davide e Salo­
mone cui venivano attribuiti i messianici Psalmi Sa­
lomonis ) desiderarono è, naturalmente, l'affermazio­
ne della signoria di Dio nel mondo, la venuta del
'Regno di Dio' ed è proprio questo che i discepoli
di Gesù 'vedono ed odono ' . Leggiamo ancora: «La
regina del sud si leverà nel giudizio con gli uomini
di questa generazione e li condannerà, perché venne
dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di
Salomone ed ecco qui qualcosa 18 più grande di Salo­
mone. Uomini di Ninive si leveranno in giudizio con
questa generazione e la condanneranno, perché essi
si ravvidero alla predicazione di Giona ed ecco
qui qualcosa più grande di Giona» ( Le. I I , 3 I -3 2 =

Mt. I 2 ,4 I-4 2). Che cosa è questo 'qualcosa più gran­


de' del profeta Giona e del sapiente re Salomone?
Certamente è que1lo che profeti e re desiderarono
vedere: la venuta del Regno di Dio. _

La stessa idea è riscontrabile in una serie di -détti


riguardanti Giovanni il Battist� che provengono da
una fonte comune e troviamo in M t. I I ,2-r I e Le. 7 ,
I 8-3o. Rispondendo alla domanda di Giovanni «sei
tu Quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un
r8. 7tÀ.E�ov è neutro e non maschile, come leggono quanti traducon�
«uno più grande di Salomone».

47
altro? », Gesù indica gli eventi del suo mtmsterio
alludendo chiaramente alle profezie del 'buon tempo
a venire' ed implicando che è giunto il tempo del
loro compimento: quanto i profeti desiderarono ve­
dere è ora presente; Giovanni stesso non è soltanto
uno_dei_ pNfeti, ma è più grande di qualsiasi profeta
poiché egli è Ir:MeSsaggero di cui i profeu avévano
parlato, quello che avrebbe immediatamente prece­
duto il grande evento divino, l'arrivo del Regno di
Dio: dobbiamo allora dedurre che Giovanni ha svol­
to la s�unzione e il Regno è arrivato. I discepoli
di Gesù so-no più fortunati dei proteti e dei re che
hanno desiderato la venuta del Regno, perché essi
'vedono e odono' i segni della sua presenza e in que­
sto senso sono anche 'maggiori' di Giovanni il Bat­
tista poiché sono 'dentro il Regno di Dio' che quel­ 19

lo aveva annunciato. A questo punto Matteo aggiun­


ge un detto che in Le. 1 6 , 1 6 ha una forma diversa,
come si vede da questo confronto :
Matteo Luca
«Dai giorni di Giovanni il «La legge e i profeti furono
Battista fino ad ora il Re­ fino a Giovanni , da allora il
gno dei Cieli è preso a forza Regno di Dio viene procla­
ed i violenti se ne imposses­ mato e ognuno vi entra a
sano, poiché tutti i profeti forza».
e la legge hanno profetato
fino a Giovanni».
È estremamente difficile determinare la forma ori­
ginale del detto e il suo significato preciso, ma sem­
bra chiaro che si stabilisca un'antitesi tra_passato e
presente � G_i<:_"__ anni il B�t_!_i_�ta segll i � ���_arcaztone
-- _ - _
r9. O, in altre parole, «loro è il Regno di Dio» (Mt. 5 , 3 ; Le. 6,2o; cfr.
Mc. 10,14). La differenza delle espressioni usate non implica concezioni
diverse del Regno , considerato in un caso come un territorio nel quale
si entri e nell'altro come un tesoro che si possegga (cfr. Mc. w , r 5 ; Mt.
1 3 ,44·46). Non si tratta che di due modi di dire la stessa cosa: la venu­
ta del Regno di Dio è un evento concreto.
tra l'uno e l'altro : prima di lui, la legge e i profeti;
dopo di lui, il Regno di Dio 20• Nel testo di Luca si
esclude chiaramente che ci sia un periodo interme­
dio , mentre in Matteo è possibile che le parole ag­
giunte 'fino ad ora' (Ewc; &p n) ammettano un inter­
..

vallo tra il battesimo di Giovanni e la venuta del Re­


gno, l'intervallo, cioè, del ministerio terreno di no­
stro Signore. Anche per Matteo, però, il Regno di
Dio dev'esser stato, in un senso o nell'altro , una
realtà Qr�§t:l_?:te «dai giorni di Giovanni il Battista
fino» al momento- ln-cu1-sr par!a;-Cioe--per- fufto- il
ministerio di Gesù, poiché è detto che esso è ogget­
to della 'violenza' umana (qualunque possa essere ìi
significato di questa frase oscura); in ogni caso, l'idea
generale che l'intero passo Mt. 1 1 ,4- 1 9 (e parallelo
in Luca) sembra suggerire è piuttosto chiara: l'anti­
co ordine è terminato col ministerio di Giovanni e il
nuovo comincia con quello di Gesù.
Questi passi, che sono i più chiari in questo rispet­
to, bastano per mostrare che secondo la più antica
tradizione Gesù aveva p..r_od_�l!l�tQ__�b_�_il Regno di
Dio, speranza d'infinite generazioni, era finalmente
arrivato; non era so}!�QtO imminerge, era lì. Dob­
biamo riconoscere che questo è il chiaro insegnamen­
to dei passi che abbiamo appena esaminati, qualun-
20. Secondo Mt. 3,2 Giovanni Battista avrebbe anche detto f]yyLXEV l]
�a:cn).da: "tWV oupa:vwv, ma non possiamo esser certi che Matteo di­
stingua tra detti di Gesù e di Giovanni: in M t. 7 ,19, per es ., egli ha
inserito in un passo di 'Q' il detto ·�t�iv OÉvopov J.!TJ 7tOLOUV X!Xp7tÒV X!X­
À.Òv Éxx67t"tE"tCXL xa:t dç "UP �ciÀ.À.E"tCXL, che è proprio del messaggio
di Giovanni riportato in 'Q' (Mt. 3,10 Le. 3 ,9 verbatim) ; in Mt. 2 � ,
=

3 3 egli pone in bocca a Gesù l e parole yEWTJIJ.CX"ta: ÉXLiìvwv, 7twç rpu­


YTJ"tE cX7tÒ "ti)ç xp�crEwç "ti)ç yEÉvvT]ç, che non troviamo altrove come
detto di Gesù, ma che somigliano molto a quanto Giovanni Battista di­
ce in un passo di 'Q' (Mt. 3 ,7 = Le. 3,7). Per contro, dato che non tro­
viamo negli altri vangeli che Giovanni abbia detto quanto Matteo gli
fa dire in Mt. 3 ,2, dobbiamo pensare che egli abbia erroneamente attri­
buito al Battista parole di Gesù. Si veda anche R. Otto, op. eit . , pp.
58-63.

49
que possa poi essere il modo in cui si cerchi di ri­
conciliare questo fatto con quegli altri passi che pre­
sentano la venuta del Regno, come nel pensiero giu­
daico, oggetto ancora di speranza e preghiera. Quel­
la scuola teologica che aveva pensato di aver trovato
la chiave ermeneutica per l'insegnamento di Gesù
ne ' escatologia radicale ( konsequente Eschatologie )
in rea ta non proponeva c e un compromesso. a­
vanti a un gruppo di detti che parla di una futura
venuta del Regno di Dio e ad un altrocne-considera
il Rey;no come g!à presente, gli escatologi radicali
proposero d'intenderlo còme imminente, molto im­
minente. Come soluzione questa non vale molto poi­
ché, comunque li vogliamo spiegare, i testi che an­
nunciano l'avvenuto arrivo del Regno sono quanto
mai__eia ni ed espliciti; non solo, ma essi rappresen­
tano anctle quanto di più caratteristico e distintivo i
vangeli dicano su questo argomento, poiché essi non
hanno parallelo alcuno nella dottrina o nella liturgia
giudaica del tempo. Se vogliamo cercare d'individua­
re la dilferentia specifica dell'insegnamento di Gesù
riguardo il Regno di Dio, la troviamo, pertanto, pro-
. D
pr1o a questo punto .
L'affermazione che il Regno è _g!� arrivato implica
_

necessariamente Io spostamento di tùtio il-consueto


schema escatologico secondo il quale l'atteso arrivo
del Regno chiude il lontano orizzonte del futuro.
Ora, invece, l' eschaton è passato dal futuro al pre­
Se[l_te, dall'attesa all'esperienza immediata; per que­
sta ragione èTncerfèi-cne--sì possa dare all'espressione
2 1 . Rudolf Otto riconosce più di altri la giustezza e l'importanza di
questa osserva2ione e designa questo fatto <<der Schonanbruch cles R�i­
ches Gottes». Non capisco come chiunque che abbia letto il suo Reicb
Gottes und Menschensobn, spec. pp. 5 1-73, possa mai accettare un'in­
terpreta2ione che diluisca il significato di questi grandi detti e non vi
veda altro che una mera attesa di una prossima, imminente venuta del
Regno di Dio.
'Regno di Dio', come Gesù l'intendeva, il significato
che essa ha per gli scrittori apocalittici : questi par­
lavano di una realtà ancora futura e dovevano per­
tanto far ricorso ad immagini fantasiose; quello,
invece, parlava di una realtà almeno parzialmente
presente.
Come abbiamo già detto, l 'elemento comune nel­
l'uso di questa espressione è l'affermazione assoluta
della signoria__divin�sontro tutto il male del mondo:
ma in che senso, allora, questo Regno e presente per
Gesù? Una risposta a questo interrogativo deve co­
minciare con le parole con cui Gesù rispose alla do­
manda di Giovanni il Battista: «l ciechi vedono, gli
zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi
odono, i morti risuscitano, i poveri sono evangeliz­
zati» ( Le. 7,2 2 ). Nel ministerio di Gesù è all'opera
la potenza di Dio che lotta effettivamente col maTe:
«Se col dito -dl Dfo io scaccto 1 demoni, allora lfRe­
gno di Dio è venuto in mezzo a voi» ( Le. I I ,2o).
Quando il quarto evangelista presenta le guarigioni
come 'segni' della venuta della 'vita eterna' tra g1i
uomini, egli interpreta correttamente questi detti
della più antica tradizione: la vita eterna non è in­
fatti altro che il risultato ultimo d�Ila venuta del Re­
gno e questa venuta si manifesta nello svolgersi de­
gli everiù storicCCf.ie costihiìScono il ministerio di
Gesù.
Abbiamo qui, pertanto, il punto di partenza ob­
b1igato da cui deve muoversi l'interpretazione del­
l'insegnamento riguardante il Regno di Dio: il mi­
nisterio di Gesù è presentato com�u�e�Cl:l!o_logia at­
tuata' ( realized esehatology), cioè come T'azione im­
p�ìSae potente m questo mondo delle 'forze del
mondo a venire' azloile-ass0Iutamentenii0vae1rrl­
' ora in una serie di concreti even­
pètibile che si svolge
ti storici.
51
Nonostante quanto abbiamo detto, i vangeli ci di­
cono che l'insegnamento di Gesù non si riferiva sol­
tanto al presente, ma anc�l futuro e dobbiamo
pertanto vedere quale sia il rapporto che intercorre
tra predizione e proclamazione del Regno come pre­
sente. Indubbiamente è possibile sostenere che le
predizioni che troviamo nei vangeli non sono altro
che un riflesso dell'esperienza della chiesa entro cui
si venne formando la tradizione; è certo che alme­
no alcune riflettano una tale esperienza, ma sappia­
mo anche che Gesù era consi@ato un profeta e le
predizioni fanno parte del tradizionale bagaglio pro­
fetico; TnoTtre, come vedremo, possiamo scorgere
delle predizioni attribuite a Gesù che non si sono
effettivamente avverate, ragion per cui non possono
esser considerate vaticinia ex eventu: è quindi molto
probabile che egli abbia talora predetto eventi futuri.
Alcune di queste predizioni, come ci son state
conservate nei vangeli, sembrano riferirsi chiaramen­
te, come nel profetismo classico, ad eventi storici
imminenti: altre invece somigliano più aViS1oniapo­
calittiche in quanto si nfenscono ad eventi affatto
soprannaturali. Nei vangeli questi due tipi di vatici­
nio sono confusi tra loro e non è certo semplice sbro­
gliarli, pure dobbiamo cercare di farlo basandoci pre­
valentemente sulle due fonti più antiche che abbia­
mo, Marco e 'Q' (la fonte o tradizione comune a
Matteo e Luca ), sottoposte al continuo controllo re­
ciproco. Il nostro compito è reso ancora più difficile
dal fatto che la 'piccola apocalisse' di Mc. r 3 , il di­
scorso che in Marco ha in masstmo graào carattere
di predizione potrebbe essere una composizione se­
22
condaria anche se contiene dei logia indubbiamen-
-------
22. Torrey e Bacon hanno suggerito che il tentativo, fallito, fatto da
Caligola di profanare il tempio nel 40 d.C. abbia ridato attualità alla
predizione della «abominazione della desolazione» di Daniele: avrem-
te genuini; non possiamo pertanto usarlo così com'è
ora per determinare come Gesù abbia predetto il fu­
turo, ma dobbiamo esaminarne separatamente le par­
ti, confrontando queste con l'altra fonte primaria per
cercare di stabilire che cosa Gesù abbia veramente
vaticinato.
La prima difficoltà che s'incontra è data dalla
mancanza di qualsiasi riferimento preciso alla venu­
ta del Regno : non c'è infatti � -detto del tipo-'il
R�io verrà' che si contrapponga all'afferma­
zione 'il Regno di Dio è arrivato' con corrisponden­
te chiarezza. Il logion delle nostre fonti più antiche
che più si avvicina ad un tale tipo è Mc. 9 , 1 : «Ci so­
no alcuni dei presenti i quali non assaggeranno la
morte fin quando 11QO ::I_bbi!lnQ_ylstoìTKegnoru Dio
venuto con potenza» 23, che sembra voler dire che al-
----------

mo in questo caso un terminus post quem per Mc. I J,I4. Anche nel
passo apocalittico di 2 Thess. 2,3-r r (che è forse del 50 d.C.) si menzio­
na una tremenda profanazione del tempio. Inoltre in Mc. 1 3 ci sembra
di scorgere, nei primi tredici versetti, riferimenti alla situazione storica
degli anni cinquanta-inizio dei sessanta: la presenza di pretesi messia,
guerre e rumori di guerre (la minaccia partica), terremoti e carestie,
processi di cristiani davanti a tribunali giudaici e provinciali, la cre­
scente impopolarità e l'isolamento in cui i cristiani vengono a trovarsi;
i lettori del vangelo vengono ammoniti che questi eventi che essi stan­
no vivendo non sono 'la fine'. Non scorgiamo, invece, chiari riferimen­
ti a quanto avvenne dopo il 64 d.C.: la persecuzione di Nerone ( ? ),
l'invasione romana della Giudea, la caduta di Gerusalemme e la distru­
zione del tempio; al posto di questi eventi storici ben noti abbiamo la
predizione di un grande sacrilegio commesso nel tempio, sacrilegio che
di fatto non avvenne, cui dovrebbe immediatamente tener dietro la tri­
bolazione finale e la catastrofe cosmica. Se si seguono i principi abitua­
li per datare questo tipo di letteratura, bisogna concludere che la 'pic­
cola apocalissi' va situata nel periodo attorno al 6o d.C. ; è impossibile
stabilire, però, se la paternità del passo vada attribuita all'Evangelista
stesso o questi l'abbia ricevuto dalla tradizione e se, in questo caso,
Marco l'abbia rielaborato. Potrebbe darsi che una breve apocalissi, del
tipo di quella che soggiace a 2 Thess. 2,J- I I , sia stata in circolazione
un po' dopo il 40 d.C. e venisse 'aggiornata' dall'Evangelista.
23. "Ewç av rlì!.òC1W 'tlJV �cxcnÀ.dcxv 'tOV frEOV ÉÀ.l)À.Ufru�cxv Èv ouvci­
IJ.EL significa «finché vedano il Regno di Dio come già venuto» oppure
«finché vedano che il Regno di Dio è venuto>> (il participio equivale ad
cuni degli ascoltatori di Gesù si sarebbero accorti,
prima di morire, che il Regno di· Dio era arrivato;
da decidere rimane ancora la questione se Gesù in­
tendesse dire che il Regno era già venuto 'con po­
tenza, nel suo ministerio e i suoi ascoltatori si sareb­
bero più tardi accorti di questo fatto, o se non piut­
tosto egli volesse distinguere tra una venuta parzia­
le del Regno nel momento della sua predicazione ed
un arrivo successivo 'con potenza': la risposta a que­
sto problema dipenderà dall'interpretazione che si da­
rà di altri passi 24•
Dopo Mc. 9 , 1 dobbiamo considerare Mt. 8 , 1 I (col
parallelo in Le. I 3 , 2 8 - 2 9 ) : «Mol ti verranno dal­
l'oriente e dall'occidente e sedcranno a tavola con
Abrall}o...,_Js�cco e Giacobbe nel Regno di Dim> . Co-
un accusativo con l'infinito con verbi dicendi et sentiendi ): ma tra le
due costruzioni c'è ben poca differenza. In ogni caso il participio per­
fetto indica un'azione che dal punto di vista del soggetto del verbo
principale è già compiuta (v. anche l'articolo succitato in: ExpT 48
( 1936-37), 141-I42 ). Ai presenti non viene promesso che essi vedranno
il Regno di Dio mentre viene, ma che si accorgeranno, quando ciò sa­
rà già avvenuto, che il Regno di Dio è arrivato; anche l'aramaico è in
grado di rendere questa distinzione. La Vetus Syra rende nechzun mal­
kutha d' alaha d' athya, cioè «Vedranno il Regno di Dio che sta ve­
nendo», mentre la Peshitta ha correttamente nechzun malkutha d' alaha
.d' etha «vedranno il Regno di Dio che è venuto>> (oppure <<vedranno
che il Regno di Dio è venuto»).
24. Si può notare che l'espressione 'con potenza' riecheggia la formula
cristologica in Rom. 1 ,3-4 «Suo figlio che nacque dal seme di Davide
secondo la carne, che venne dichiarato figlio di Dio con potenza secon­
do lo spirito di santità dal momento (oppure 'a motivo') della resurre­
zione dai morti>>. La resurrezione segna cosi il trapasso dalla prima fa­
se dell'opera di Cristo alla seconda, quella 'con potenza'. La formula
cristologica non è di Paolo, ma sembra riprodurre una professione di
fede nota a Roma (v. il mio commentario alla Lettera ai Romani nella
serie del <<Moffatt Commentary>> ) ; il vangelo di Marco viene da Roma
e non è da escludersi affatto che l'espressione 'con potenza' rifletta, sia
in Mc. che in Rom., la medesima concezione, mentre resta ben difficile
sapere se in entrambi i casi ci sia all'origine un detto di Gesù; ma an­
che se questa frase dovesse venir giudicata come non di Gesù, reste­
rebbe sempre aperta la questione se essa rifletta o meno il pensiero di
Gesù stesso.

54
me abbiamo già visto, quest'immagine corrisponde al
concetto apocalittico della 'vita deJl'età a venire', vi­
ta che viene rappresentata con la similitudine del
banchetto insieme con i beati. Non è però detto che
il Regno nel qu�le i�triarchi _ bat:!_chettai!�A-�bba
ancora venire; ciò che non è accaduto, ma avverrà,
è �e non si trovano ancora 'nel Regno di
Dio', nelia -sui· mariìfes taz1onètetren:r,--negoatarino
invece appieno nel mondo di là da questo. Così que­
sto logion non ci dice affatto se Gesù aspettava o no
un'ulteriore 'venuta' del Regno di Dio oltre quella
che si stava attuando nel suo stesso ministerio; forse
i patriarchi sono immaginati vivere 'nel Regno di
Dio» 25, nel di là ove il Regno non 'giunge', ma è
eternamente presente: è un postulato fisso della teo­
logia giudaica che Dio è da ogni eternità re nei cieli;
la novità sarebbe rappresentata dalla manifestazione
di questa signoria sulla terra: secondo l'insegnamen­
to di Gesù questo nuovo fatto si è già verificato e il
detto che stiamo considerando non contraddice que­
st'affermazione anche se può voler dire che nel fu­
turo l'attuale manifestazione terrena del Regno di­
venterà assoluta in un ordine superiore, completa­
mente trascendente.
Le stesse idee formano lo sfondo del famoso lo­
gian dell'ultima cena di Gesù ( Mc. 1 4 , 2 5 ) : «Non
berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo
26•
berrò nuovo nel Regno di Dio» Le immagini sono
2 5. Gesù disse che i patriarchi vivevano (e non che si trovavano in
un qualche stato di esistema sospesa aspettando la resurrezione) poiché
Dio è il loro Dio ed egli non è un Dio dei morti, ma dei viventi (Mc.
12,26-27 ).
26. La lezione <<quando lo berrò con voi>> è propria a Matteo ed è evi­
dentemente un'aggiunta secondana arlogion originale: pertanto qua­
lunque interpretazione si basi soprattutto sulle parole 'con voi' non se­
gue la tradizione migliore e più antica. In Luca leggiamo <<finché il Re­
gno di Dio venga>>: per questo Evangelista, quindi, il detto accennava
ad una seconda 'venuta' del Regno di Dio, ma anche la lezione di Luca

55
determinate dalla figura del banchetto celeste: Ge­
sù sta per morire e non avrà più vino ad alcun pasto
terreno, ma �:cinQj_n un modo nuovo, 'nel Re­
g!!Q-di_Pio'. Il modo in cui questo è detto semora
suggerire un certo intervallo prima che la nuova si­
tuazione si concretizzi : il Regno è forse una realtà
che deve ancora giungere? Se la risposta a questa
domanda dovesse esser positiva, il Regno non ver­
rebbe certo in questo mondo, poiché il 'nuovo vino'
appartie�s_ielo e nuova terra' dell'apoca­
littica, cioè appartiene ali'ordine trascenden te, di là
dello spazio e del tempo.
Ci volgiamo ora a quelle predizioni che non men­
zionano espressamente il Regno di Dio. Leggiamo
che Gesù predisse sofferenza per sé e per i suoi di­
scepoli e molti sostengono, plausibilmente, che i pre­
sagi di morte che nei vangeli troviamo ripetutamen­
te sulle labbra di Gesù non sono altro che vaticinia
e.:t_t!_ventu! poiché la chiesa non poteva-credere che
il suo Signore non conoscesse quanto il futuro gli te­
neva in serbo. Si può certo ammettere che la preci­
sione di alcuni tra questi presagi possa esser dovuta
alla ....çp_Q_oscenza post event�b_i_esa, ma que­
sto non vuol due necessariamente che ogni predizio­
ne della passione incombente non sia storica, non ri­
salga a Gesù.
Ci sono alcune considerazioni che dobbiamo tener
presenti :
1 ) l'intera tradizione profetica ed apocalittica, che
Gesù certamente conosceva e alla quale credeva,
sembra secondaria. Il detto corrispondente che sembra venire per via
indipel)9enre dalla fonte particolare di Luca (Le. 22,15-16) suona: «Ho
grandemente desiderato di mangiare questa pasqua con voi, prima che
io soffra [ ma non lo farò ] , poiché io vi dico che non la mangerò più
finché sia compiuta nel regno di Dio>>. Il ba"flctìetto dei oeatl""(liiVIt a
del!'e� Ire) è concepitO Come adempimento O attuazione completa
della celebrazione simbolica della Pasqua.
preannunciava tribolazione per il popolo di Dio pri­
ma della vittoria definitiva del bene;
2) una storia plurisecolare aveva dato profonde ra­
dici all'idea che la sofferenza è parte integrante del­
la missione profetica;
3 ) la morte di Giovanni il Battista non aveva fatto
che confermare questo fatto anche per il presente;
4 ) non c'era bisogno di una preveggenza sopranna­
turale, ma bastava la riflessione di una qualunque
persona intelligente per poter capire, soprattutto ver­
so la fine del ministerio di Gesù, come le cose sareb­
bero andate a finire.
Tenendo in mente queste considerazioni generali,
ci volgiamo ora ai vangeli e notiamo come in tutte e
quattro le fonti, o livelli di tradizione, identificate
dalla critica storica, ci siano predizioni, esplicite o al­
lusive, di persecuzione per i discepoli di Gesù. Tali
presagi sono così vividi e così in armonia con tutto
il resto dell'insegnameiii:odi-cesù che sembra Im­
possibile attribuirli tutti alla meditazione tardiva di
una chiesa perseguitata. Il contesto vario nel quale i
vaticini vengono situati è tale da lasciare lo studioso
in dubbio se la sofferenza che viene predetta è per il
futuro immediato o è ancora lontana : p. es. , predi­
zioni di questo tipo in Matteo si trovano nella mis­
sione dei Dodici ( Mt. r o , 1 7-22), quando questi ven­
gono mandati a predicare e a guarire, mentre in Mar­
co il contesto è quello dell'ultimo discorso ( Mc. 1 3 ,9-
r 3 ), poco prima della morte di Gesù; in questo se­
condo caso i presagi si riferiscono chiaramente alla
persecuzione_��H_a chiesa guale ci viene d�scritta nel
libro degli Atti ed altrove, ma dal testo di Matteo
riceviamo l'impressione di una persecuzione immi­
nente, una persecuzione che verrà scatenata mentre i
Dodici sono impegnati ancora nella loro missione;
57
in Luca, poi, gli stessi detti vengono situati ancora
in un altro contesto ( Le. I 2 , I I - I 2 ) .
È chiaro che nella più antica tradizione mancava
qualsiasi chiara indicazione delle occasioni in cui tali
logia vennero pronunciati, ma è molto interessante
notare come I 'esortazione a resistere alla sofferenza,
a sopportarla, sia associata molto spesso in Marco e
Luca col motivo del viaggio verso Gerusalemme 27;
difatti l'impressione generale che riceviamo leggen­
do i vangeli è che Gesù guidò i suoi discepoli verso
la città essendo perfettamente consapevole che lì si
sarebbe sviluppata una situazione di crisi tale da im­
plicare grande dolore per loro e per sé. Il passo più
notevole in questo rispetto è dato da Mc. ro,3 5-40,
quando Gesù assicura i figli di Zebedeo che essi
avrebbero bevuto il suo stesso calice e sarebbero sta­
ti battezzati del suo stesso battesimo. Il senso di
queste parole è chiaro : i discepoli condivideranno la
sorte del loro m-àestro-,--a partire dagli eventi tragici
28•
che stanno per accadere tra poco In realtà, però,
i discepoli di Gesù non condivisero veramente la sua
sorte in quell'occasione e le autorità giudaiche si con­
tentarono, abbastanza stranamente, di aver elimina­
to il capo e lasciarono in pace i seguaci: naturalmen­
te la chiesa cercò un compimento di questa e di si­
mili predizioni in eventi che accaddero molti anni
dopo.
In un testo che troviamo, con lievi variazioni, m

27. Mc.ro,3 1 -45 ; Lc.9,51-62; 13 ,22 - 24 ; 14,25 -3 3 ·


2 8 . Oggi si usa considerare l a predizione del 'calice' e del 'battesimo'
fatta a Giacomo e Giovanni un vaticinium ex eventu ed anche una pro­
va per corroborare la tesi incerta che Giovanni e Giacomo patirono ben
presto il martirio. Una simile manipolazione dell'evidenza storica mi la­
scia piuttosto perplesso: effettivamente la predizione che i due fratelli
avrebbero condiviso la sorte del loro maestro non si avverò letteral­
mente; il fatto, però, che questo detto sia stato conservato così rende
la tradizione tanto più attendibile.
Marco e nella tradizione comune a Matteo e Luca,
cioè in un passo che gode della testimonianza concor­
de delle due fonti migliori, Gesù annuncia la soffe­
renza futura dei suoi discepoli con una esortazione a
'portare la croce' 29 (Mc. 8 ,34, riportato in Mt. 1 6,24,
Le. 9 ,2 3 ; Mt. 10,38 = Le. 1 4,27 ). Dato che la croce
e l'uso che ne facevano i Romani erano più che noti,
possiamo legittimamente dedurre dalle parole di Ge­
sù che egli voleva preparare i suoi non soltanto a sof­
fri�, ma persino a morire; nella stessa direzione
sembra vada inteso il logion di 'Q' «non temete
quelli che uccidono il corpo» ( Mt. 10,28 = Le. 1 2 ,4).
Quando teniamo presente tutto questo, non ci
sembra più del tutto incredibile che Gesù abbia re­
detto___g proprt' rm��r come a ermano i vangeli, e
,

per ora non c'interessa decidere a che punto del suo


ministerio Gesù abbia fatto tali predizioni. È certo
che al momento dell'ultima cena Gesù consideri che
la propria morte è imminente, ma è altrettanto chia­
ro come egli a questo punto preveda che i suoi gli
sopravviveranno: egli passa il calice perché ormai
non ha più nulla a che �are con questo mondo e lo
dà ai discepoli perché essi devono sostenere «la co­
munione delle sue sofferenze» su questa terra.
In base alle prove che abbiamo in mano, questa
sembra la ricostruzione più probabile degli avveni­
menti: Gesù previde che lui e i suoi sarebbero an­
dati incontro a tribolazioni; verso la fine del suo mi­
nisterio. egli guidò 1 dtscepoli a Gerusalemme, aspet­
tandosi di esser messo a morte, forse con alcuni com­
pagni, per decisione delle autorità; alla fine egli di­
venne assolutamente sicuro che sarebbe stato ucciso
29. Ch. Torrey sostiene ( The Four Gospels: A New Trarzslation, 263 )
che cr-rtxvp6c; rappresenta qui l'aramaico z'qif, da esser inteso nel senso
di 'giogo' (cfr. ò 1;uy6c; IJ.OU in Mt. u ,29 s.), ma l'ipotesi non regge per·
ché anch'egli non può produrre alcun esempio in cui z'qif voglia dire
'giogo'.

59
e predisse sofferenza e persecuzione per i suoi dopo
la propria morte.
C'è poi un gruppo di predizioni che annunciano
una rovina imminente per i Giudei, la loro città e il
loro tempio. Secondo Mc. 1 4,58 Gesù fu accusato al
pro_çessQ__ di aver detto: « lo distruggerò questo tem­
pio fatto con mani e m tre giorni ne costruirò un al­
tro non fatto con mani» ; lo stesso detto si ritrova
in Io. 2 , 1 9 nella forma «distruggete questo tempio e
in tre giorni io Io ricostruirò». Sembra assodato che
la chiesa si sia trovata in un certo imbarazzo a cre­
dere che Gesù avesse detto una cosa simile: Marco
cerca di svalutare le prove portate al processo dicen­
do ch�__Q_o�_ fu_ mai provato veramente che Gesù aves­
se fatto un 'affermazione del genere potche le te-sti­
monianze furono contradditorie (Mc. 14,5 9 ); Gio­
vanni sottolinea che le parole andavano intese in un
modo diverso da come erano comunemente interpre­
t�e (lo. 2,2 1-2 2 ). Se però Gesù non disse mai qual­
cosa di simile, è verosimile che la chiesa abbia crea­
to UQ logion così imbarazzante? Marco stesso ( I 3 ,..2 )
asseri;:; -che Gesù in realtà aveva detto: «Vedete
questi grandi edifìci? Non sarà lasciata pietra su pie­
tra che non sia abbattuta».
A questo punto dobbiamo sottolineare un parti­
colare che è stato solitamente trascurato. Quando
Marco scrive qualcosa che, secondo lui, va spiegato,
egli ricorre all'espediente di pre�na discus­
sione riservata tra Gesù e i discepoli nel corsoCfella
quale si chlariSCeìTpunro1nquestiohr. Dopo il Io­
gian sulla distruzione del tempio, Marco ci presenta
una discussione di questo tipo tra Gesù e quattro di­
scepoli, durante la quale viene pronunciato il lungo
'discorso apocalittico' che viene introdotto principal-

30. V. Mc. 4,ro ss . ; 7 , 1 7 ss.; 9,1 r-q .28-29; ro,w-1 2 .

6o
mente per porre il detto sulla distruzione del tempio
nella sua giusta luce. Marco vuoi farci intendere che
Gesù non minacciò mai di distruggere il tempio, ma
predisse anzi che dopo un lungo penodo di tribola­
zione un orribile sacrilegio sarebbe stato commesso
31
nel tempio e a questo evento sarebbero poi seguite
una grande afflizione in Giudea e la catastrofe finale
in cui il cosmo-intero--sareb1Je crollato�Secondci-que­
sta presentazione la distruzione del tempio, che non
viene neanche menzionata, ma solo sottintesa, non è
che la conseguenza della profanazione: non è un
evento storico imminente né, tanto meno, un atto
che Gesù stesso avesse pensato di fare, come aveva­
no sostenuto i suoi avversari. Certamente l'Evange­
lista non si sarebbe preoccupato tanto se non ci fos­
se stata una buona tradizione (da essere spiegata o
eliminata) attestante che Gesù aveva offeso i senti­
menti dei Giudei che lo ascoltavano predicendo la
rovina del loro luogo santo.
In 'Q' manca qualsiasi predizione esplicita di que­
sto genere, ma in Mt. 23,37-38 Lc: -{3;34-3 5 ab­
=

bi�o ùncusco-rso diretto a Gerusalemme che cul­


mina nell'affermazione: «La vostra casa sta per es­
ser abb::ID42!1_��-ì!_>�;J��f���ò indicare la città di
Gerusalemme o, più probabilmente,lrtempìo:--<<rà
nostra casa santa e gloriosa ove i nostri padri canta­
rono a te» (ls. 64 . r r ) ; esso viene abbandonato, pro­
babilmente, non dai fedeli, ma dalla presenza divina
che ne costituisce il valore 32• Il tempio non è ora
3 1 . Come abbiamo già visto, il vaticinio di Marco non prevede una
conquista militare di Gerusalemme e l'incendio del tempio; sembra
pertanto che il discorso apocalittico sia stato composto prima degli
eventi dell'anno 70 e che la predizione della distruzione del tempio
non possa esser considerata un vaticinium ex eventu.
32. Possiamo tracciare un parallelo con quanto leggiamo in Flav. Ios.,
hell. vr, 5,3, § 299: prima della presa di Gerusalemme una voce miste­
riosa fu udita dire nel tempio <<Andiamocene via di qui>>.

6r
quello che Dio aveva inteso esso fosse, «una casa di
preghiera per tutte le nazioni», ma è diventato, co­
me già ai giorni di Geremia, 'una tana di briganti'
( Mc. r 1 , 1 7 ) ; come Geremia ne aveva predetto la
susseguente distruzione, così, ci fa intendere il testo,
fa ora Gesù. Nonostante Marco tenti di associare la
predizione della distruzione del tempio con eventi
apocalittici, è più che naturale pensare che Gesù ab­
bia preannunciato la rovina definitiva del luogo san-
33
to come un evento stanco tmmmente .
• • •

Viene spontaneo collegare la fine del tempio con


le parole di condanna del popolo giudaico e dei suoi
capi. Secondo un detto profetico in 'Q' (Mt. 2 3 , 3 4 -

3 3 · È possibile scorgere, come fanno E.A. Abbott , Tbe Fourfold Go·


spel, p. 208 e }.R. Coates, The Christ of Revolution, pp. 92·95, un ac­
cenno implicito al tempio in Mc. 1 1 ,23: «In verità vi dico che chiun­
que dirà a questo monte: 'Possa tu esser tolto di li e gettato in mare'
e non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, avrà
quanto desidera»? L'ipotesi non è da scartare perché interpretare que­
sto detto come un'affermazione generica dell'onnipotenza della fede non
è mai stato privo di difficoltà. Secondo l'ipotesi succitata 'questo mon­
te' indicherebbe «il monte della casa del Signore» che, secondo la pro­
fezia, «negli ultimi giorni... si ergerà sulla vetta dei monti e sarà eleva­
to al disopra dei colli» (l s. 2,2
= Mieh. 4,1 ) : Israele aveva dunque spe­
rato che nel «giorno del Signore>>, quando il Regno di Dio sarebbe sta­
to rivelato, il tempio si ergesse in cima al suo monte quale centro reli­
gioso di rutto il mondo; Gesù invece affermerebbe che ora che il Re­
gno di Dio è venuto non c'è più posto per un tempio ed esso sprofon­
derà, con tutto il monte, negli abissi del mare: la 'fede' per mezzo del­
la quale tutto ciò avverrebbe è il riconoscimento della venuta del Re­
gno. f. interessante notare che il detto corrispondente in Le. 1 7,6 ( ri­
preso probabilmente da 'Q', cfr. Mt. 1 7 ,20 ) parla di un fico che deve
esser precipitato in mare e noi sappiamo che quest'albero era un simbo­
lo indicante il popolo di Dio: che si tratti del tempio o d'Israele, il si­
gnificato non cambia di molto. Forse abbiamo qui anche un indizio per
l'interpretazione dell'episodio del fico maledetto ( Mc. u,r2-14.20) che
fa da introduzione al logion sul monte: l'albero di fico è Israele ormai
dannata ad una sterilità perpetua. Una parabola è stata trasformata in
un episodio, a meno che all'origine del racconto non ci sia un atto pro­
fetico simbolico ( 'simbolismo profetico'): v. W. Robinson, Prophetic
Symbolism in <<Oid Testament Essays», editi da D.C. Simson, Griffin,
1 92 7 .

62
3 6 = Le. I I ,49-5 I ), la generazione d'Israele con­
temporanea di Gesù sarebbe stata ritenuta colpevo­
le di t!!!_�9 !!_�angue giusto sparso, «dal sa�e Ai
__

Abele al sangue di Zaccana» 34• I vangeh non sono


chiari ·arriguardo e nm non possiamo sapere quale
forma questo giudizio avrebbe dovuto avere: Le. I 9 ,
4 3-44 predice un assedio di Gerusalemme con ab­
bondanza di particolari (cfr. anche 2 I ,20 dove l'as­
salto nemico alla città sostituisce il sacrilegio contro
il tempio di Mc. 1 3 , 1 4 ) 35; il contesto_Qi Marco è fan­
tast_ico._�e i presagi di _-M0 _I 3 , q-2osugget!scono
che si trat�una catastrofe storica. L'ordine di
fuggire sulle montagne dato in Mc. I 3 ,1 4 sembra
corrispondere all' 'oracolo' che secondo Eusebio
( bis t. ecc!. III, 5 ,3 ) spinse i cristiani di Gerusalem­
me a lasciare la città nel 66 d.C.; se così fosse è im­
probabile che si tratti di un vaticinium ex eventu.
34· Oggi molti suggeriscono che qui ci troviamo davanti una citazione
di un qualche libro sapienziale andato poi perduto: si veda quanto dico
al proposito in Mysterium Christi (ed. inglese) p. 57- Recentemente si è
fatto un uso eccessivo di ipotetici 'apocrifi perduti', ma prima di servir­
sene sarebbe bene trovare questi libri fantomatici! Perché andare a di­
sturbare lo «Zaccaria figlio di Baruch» di Flav. Ios., beli. lv, 5,4, §§ 3 3 4
ss., quando l'ultimo libro del canone ebraico ci parla del martirio di
Zaccaria come il primo dalla morte di Abele? Indubbiamente Matteo
potrebbe essere stato a conoscenza dello Zaccaria figlio di Baruch ed
aver confuso questi col profeta omonimo, figlio di Berechia, ed entram­
bi con lo Zaccaria di 2 Chron. 24,2 1 ; in ogni caso, però, 'Q' non parla­
va di Barachia. A dirla in breve, non vedo alcun motivo per negare che
questa profezia sia un detto di Gesù; anche se dovessimo mai ritrovare
questo 'apocrifo perduto', potrebbe pur sempre darsi che Gesù lo ab­
bia citato, come ha certamente citato I'A.T. e forse anche i test. XII
Patr.
3 5 - Comunemente si pensa che a questo punto Luca abbia modificato
Marco a morivo di alcuni avvenimenti a lui noti. Una volta la pensavo·
anch'io così , ma mi son poi convinto che non ci sono ragioni sufficienti
per sostenere questa posizione. La descrizione dell'assedio che troviamo
in Luca non è particolarmente vicino all'effettivo assedio di Gerusalem­
me condotto da Tito, ma ricorda piuttosto quello di Nebuchadnezar nel
:586 a.C. descritto neii'A.T.; v. il mio articolo in: Journal of Roman
Studies 37 ( 1 947 ), 47-54-
L'ordine «chi è sul terrazzo non scenda e non entri
per prendere cosa alcuna dalla sua casa e chi è nel
campo non torni indietro a prendere il suo mantel­
lo» 36 è quanto mai appropriato ad una ipotetica si­
tuazione in cui la rapida avanzata dell'esercito ro­
mano minacci Gerusalemme e la preghiera che tut­
to ciò possa non avvenire d'inverno si adatta ad una
situazione bellica, mentre se si trattasse di un trava­
glio 'apocaliffieo--'-e sopiannàturale la stagione avreb­
be ben poca importanza!
Possiamo considerare a questo punto un passo
contenuto soltanto in Luca, ma che sembra ugual­
mente essere storicamente vero, cioè l'accenno al
massacro dei Galilei e al crollo della torre di Siloe
in Le . 1 3 , 1 -5. Di per sé questi incidenti erano tra­
scurabili, ma vengono presi come segni del giudizio
incombente su Israele sotto forma della spada di
Roma e del crollo delle torri di Gerusalemme. Que­
sto accenno quasi di sfuggita al pericolo romano mi
sembra quanto mai significativo.
L'evidenza può non convincere tutti, ma sembra
che, anche se si ammette che la tradizione che ci è
giunta sia stata influenzata dalle vicende della vita del­
la chiesa, come i profeti dell'A.T. videro nel pericolo
assiro o babilonese la forma in cui il giudizio divino su
Israele stava per attuarsi, così Gesù vide nella crescen­
te minaçda_@ uno scontro con Roma il segno della ca­
tastrofe imminente nella quale sarebbe avvenuta la
retr!bl"iZìonea-el peccau del popolo giudaico. I van­
geli furono scritti in un periodo nel quale la sorte
politica della Giudea presentava ormai per i lettori
36. Luca ( 1 7,3 1 ) non riporta questo detto nel contesto di Marco, ma
in uno diverso e marcatamente 'apocalittico'. Poiché gran parte del ma­
teriale di questa s�zione risale a 'Q', può essere che a questa fonte va­
da riportato anche il logion in questione; quest'ipotesi è corroborata
dal fatto che Matteo e Luca si differenziano concordemente da Marco
in alcuni particolari lessicali di questo testo.
ben poco interesse 37 e pertanto non ci fa meraviglia
che il realismo storico di alcuni tra i detti di Gesù
sia svanito in un escatologismo convenzionale. Sem­
bra che i profeti si siano serviti di antiche idee mi­
tologiche del 'Giorno di Jahvé' e le abbiano poi ri­
dotte in termini razionali e morali per adattarle alla
situazione storica in cui vivevano; i loro oracoli ven­
nero poi, per così dire, ricondotti alla mitologia da­
gli apocalittici: potrebbe darsi che una sorte simile
sia toccata ai detti di Gesù quando vennero accolti
nei vangeli.
Possiamo concludere che Gesù pronunciò dei va­
ticini paragonabili a quelli dei profeti veterotesta­
mentari; egli, cioè, predisse alcuni sviluppi storici
della situazione in cui viveva; in particolare predis­
se una situazione difficile nella quale egli sarebbe
morto e i suoi discepoli sarebbero stati perseguitati e
preannunciò una catastrofe storica per il popolo giu­
daico ed il loro tempio.
Ci possiamo ora chiedere se c'è modo di collegare,
sulla base dei testi che abbiamo, quanto portò_a.lla
mort� di Gesù con la rovina che colpì i Giudei. La
morte - di Ces�--nori dista " chéCli quaranta anni circa
dalla caduta di Gerusalemme e dobbiamo quindi
aspettarci che la conoscenza di questo evento abbia
influito sui testi evangelici; pure notiamo che_ è ...su
'questa ge!!_�Jazi9.!J:t:'_ _che devong_xicadere le çQUSe­
guenze dell'uccisione "der-grusto (Mt. 2 3 ,3 5 - 3 6 =

Le. I I , 5 0-5 I ). Marco, riportando il presagio dei guai


imminenti, fa dire a Gesù che la generazione alla
quale egli parla proverà non soltanto questi guai,
ma anche il crollo finale dell'universo: «Questa ge­
neraziorle -non passera pnma Chelutte queste -cose .
37· Per una convincente esposizione dell'attualità dell'insegnamento di
Gesù per la situazione giudeo-romana si veda Vladimir Simkhovitch,
Towards the Understanding of ]esus, Macmillan, London, 1 92 3 .
siano avvenute» ( 1 3 , 3 0 ) . Senza dubbio quando Mar­
co scrisse queste parole, e anche nel 70 d.C., vive­
vano ancora molti che nel 2 9 d.C. erano già nati 38 ,

ma la generazione che sopportò le sofferenze della


guerra romana non era, in senso stretto, la stessa di
quaranta anni prima; dobbiamo pertanto pensare
che esigenze storiche abbiano prolungato il periodo
intermedio e che Gesù abbia in realtà creduto che
la rovina avrebbe colpito la Giudea poco dopo la sua
morte. Dobbiamo anche dire che il logion della di­
struzione del tempio, qualunque sia stata la sua for­
ma originale, deve esser stato tale da venire inteso
nel senso di una minaccia imminente e non come
presagio di un avvenimento relativamente lontano.
Consideriamo ora questo passo importante che
troviamo sia in Matteo che in Luca; in questo van­
gelo esso è situato in un contesto che offre tanti pa­
ralleli in Matteo da far supporre con molta probabi­
lità l'esistenza di una fonte comune, scritta od orale,
nonostante la notevole differenza nel vocabolario : 39

Mt. r o ,3 4 - 3 6 Le. r 2 ,49-5 3


«Non pensate che io sia ve­ «lo san venuto a_gt;j!�
nuto a metter pace sulla ter­ � sulla terra e come vor­
ra; non son venuto a metter rei ch�à acceso! Ho 40

38. Quanti di questi non erano che dei bambini a quel tempo? Lo
studio delle iscrizioni tombali dell'età imperiale tende a provare, cosa
del resto probabile anche per altre ragioni, che a quei tempi ci si
aspettava un'età media alquanto inferiore a quella di oggi.
39· È molto difficile determinare la forma originale del logion: Etpl]vl]V
�a).Ei:v è un'espressione piuttosto strana; 7tUP �tlÀ.Etv È7tl <<appiccare il
fuoco a>> è un modo di dire più naturale e forse più originale. La co­
st:nlzfone del detto m Luca segue le regate del parartehsm� ed è un ar­
gomento a favore della lezione lucana, mentre l'immagine r1�1 'batt�si­
mo' per indicare la sofferenza è attestata da Mc. 10,38-39· Sembra d'al·
tra parte che si sia sostituito IJ.cXXtlLpav con O�tliJ.EP�CTIJ.O<; per evitare
un facile equivoco.
40. Questa traduzione presuppone che il testo greco derivi dall'infelice
versione di un'espressione aramaica: v. Gressmann e Torrey, ad loc.; se

66
pace , ma spada. Poiché san un battesimo di cui devo es­
venuto a dividere l'uomo da ser battezzato e come sono
suo padre, la figlia da sua angustiato finché non sia
madre e la nuora dalla suo­ compiuto! Pensate che io sia
cera; e i nemici di uno sa­ venuto a metter pace in ter­
ranno proprio quelli di casa ra? No, vi dico, bensì divi­
sua». sione.
Poiché da ora in poi se ci
sono cinque in una casa, sa­
ranno divisi tre contro due
e due contro tre; saranno
divisi il padre contro il figlio
e il figlio contro il padre, la
madre contro la figlia e la
figlia contro la madre, la suo­
cera contro la nuora e la nuo­
ra contro la suocera.
Basta scorrere gli scritti profetici ed apocalittici 41
per vedere come questa descrizione delle divisioni
che sorgeranno nelle famiglie non sia che un'imma-
(gine .!_r:Idizionale della rovina e del disordine che ac­
{
compagn":ùio latrìi:)olazione 'escatologtca'. Marcoll.a
'applicato' il logion trasformandolo in un preannun­
cio del tradimento familiare che fu un amara realtà
peri cristiani durante le persecuzioni (Mc. J 3 , 1 2 );
che egli abbia conosciuto questa parola di Gesù, no­
ta anche al compilatore di 'Q', è una conferma del­
l'autenticità del detto, ma la ma di 'Q' è da pre­
ferirsi a quella preservata nel secon o vange o. e­
condo 'Q' Gesù si aspettava che la crisi che il proprio
ministerio stava causando avrebbe portato ad un
sovvertimento generale e, se la versione di Luca do­
vesse esser genuina, egli collegava questo evento con
il proprio 'battesimo' di morte; nel prevedere la
questa ipotesi è corretta, allora abbiamo un altro punto in favore del
testo lucano.
4 I . V. Mich. 7,6; ls. 19,2; Ezech. 3 8 ,2 1 ; lub. 23,16.19; Bar. syr. 7 0,3-7 ;
2 Esdr. 6,24.
storia egli mostra la 'scorciatura' caratteristica della
visuale profetica.
Tutto sembra indicare così che Gesù pensasse che
il proprio ministerio si muovesse rapidamente verso
una çrisi che avrebbe causato la sua morte, la perse­
cuzione dei discepoli ed una rivolta generale in cui
la potenza di Roma avrebbe determinato la fine del­
la nazione giudaica, della capitale e del tempio. Se
egli si è effettivamente espresso in questi termini, al­
lora non c'è da stupirsi se, svolgendosi i fatti diver­
samente, le sue parole sono state in certa misura mo­
dificate per adattarle al corso degli eventi .
È tuttavia importante sottolineare che queste pre­
visioni non hanno a che fare con la chiaroveggenza
poiché si tratta , in primo luogo, di perspicacia in
una data situazione concreta. L'intuizione che la re­
ligiosità del tempio non ha un senso assoluto si con­
cretizza scenicamente nella visione della distruzione
del luogo sacro ; la convinzione che il popolo giudai­
co nel suo stato attuale non serve il piano di Dio
-che si va attuando diventa la visione drammatica
della sua fine tra gli orrori della guerra e il rivolgi­
mento sociale : la correttezza del giudizio spirituale
essenziale non dipende dall'adempimento storico ef­
fettivo di tali predizioni. Difatti Gerusalemme cad­
de, il tempio venne distrutto e la nazione giudaica
cessò di esistere come entità politica; questi eventi
non _accaddero esattamente come Gesù aveva pre­
visto, ma--almeno costituisconouna notevole conva­
lida storica del fatto che egli , partendo da un'anali­
si spiritilaled:ella situazione, seppe cogliere le ten­
denze fondamentali e le loro inevitabili conclusioni.
Il principio che la previsione è innanzi tutto in­
tuizione e che le predizioni, per quanto possano es­
sere concrete e corrispondenti alla situazione storica,
non sono in primo luogo che 'adattamenti drammati-
·68
ci' di giudizi spirituali, è altrettanto valido per il
profetismo classico dell'A.T., nel quale si riscontra
l'accorciamento, la compressione della prospettiva
storica. Quando le realtà profonde che sono alla ra­
dice di una situazione sono presentate sotto la for­
ma drammatica della predizione storica, l'imminen­
za dell'evento non è che un modo per significare la
certezza e l'inevitabilità dei processi spirituali coin­
volti. La proposizione «A è implicito in B» diventa,
nella logica dell'ordine morale e spirituale, «A se­
guirà immediatamente B»; l'intervallo temporale ef­
fettivo non influisce affatto sul significato ultimo del­
la storia anche se la sequenza cronologica degli even­
ti non è così semplice e diretta: «Per il Signore un
giorno è come mille anni e mille anni sono come un
giorno» ( 2 Petr. 3 , 8 ) e questo è vero non soltanto
per il Signore, ma anche per i filosofi della storia 42•
Per noi è sufficiente vedere che le direzioni fonda­
mentali della storia corrispondono ai princìpi spiri­
tuall@un�iat! �ai _E!gf�t-� indipendentemente dalla_
_

lunghezza dell'intervallo ; in virtù di questa corri­


spondenza è vero che, come dicono i teologi tede­
schi, die Weltgeschichte ist das Weltgericht, la sto­
ria e il giudizio del mondo coincidono.
Possiamo ora fare un confronto tra le predizioni
considerate sopra e gli oracoli profetici di sventura
dell'A.T. , detti talora anche 'escatologia di sciagura'
(Unheilseschatologie ). Di solito nei profeti veterote­
stamentari questa 'escatologia di sciagura' è controbi­
lanciata da una 'escatologia_di felicità' (Heilseschato­
logie ): dop01a -rovìna Jahvé avrà misericordia del
suo popolo e gli donerà grande prosperità. Nei pro-
42. Il lasso di tempo prima dell'inizio della civiltà viene calcolato in
millenni , mentre il periodo successivo viene suddiviso in secoli e le ci­
viltà differiscono quanto alla lunghezza relativa dei periodi di sviluppo,
di fioritura e di decadenza. Queste differenze non hanno però gran va­
lore quando consideriamo le cause, la natura e il valore della civiltà.
feti più antichi questo stato di benessere è concepito
in termini concreti, anche se miracolosi : vittoria sui
nemici, fertilità prodigiosa della terra e simili; negli
apocalittici queste benedizioni terrene vengono o
completate o soppiantate dalla felicità affatto sopran­
naturale dell' 'Età a venire'.
Quando ci volgiamo ai detti di Gesù, è estrema­
merg_�ifficil�--�re in essi un accenno qualsiasi ad
un�_'escatologia di TeTICitàJ si.il piànoStorico-tempo­
rale che corrisponda a quella 'escatologia di sciagura'
che abbiamo considerata più sopra.
In realtà ci sono soltanto due passi nei vangeli che
potrebbero essere ragionevolmente intesi in questo
senso. Secondo Marco (e Giovanni) la predizione
della caduta del tempio fu accompagnata dall'assicu­
razione: «In tre giorni io costruirò un altro tempio»
(oppure 'lo riedificherò') ( Mc. 1 4 , 5 8 - ; Io. 2 , 1 9 ). In
'Q' c'è unTogioriTacuUorma originale è difficilmen­
te ricostruibile dai testi discordi di Mt. 1 9 , 2 8 e Le.
2 2 , 2 8-30, ma che in ogni caso diceva dei Dodici che
essi avrebbero giudicato le dodici tribù d'Israele.
Questi due detti, presi-così ·aa soH,- potreblJero effet­
tivamente esser intesi nel senso che Gesù, dopo aver
predetto la rovina del tempio e della nazione giudai­
ca, preannunciasse anche, secondo l'abitudine dei
profeti, che Io stato giudaico sarebbe stato ripristina­
to, con sé quale re e coi suoi discepoli in qualità di
ministri, ed il tempio sarebbe stato da lui miracolo­
samente ricostruito. È vero che Marco e Matteo han­
no fatto di tutto, per mezzo del contesto, per impedi­
re una simile interpretazione: Marco getta un'ombra
di dubbi�_s.ull'autenticità della parola riguardante il
tempio e riporta qùest:im una versione che presenta
il contrastQ..tt:Ul!:empio «fatto con mano», che verrà
distrutto, ed un tempio «non fatto con mano», che lo
dovrà sostituire; ma questi attributi non sono presen-
?o
ti nella versione conservataci da Giovanni, avvicinan­
dosi piuttosto al vocabolario usato nel libro degli At­
ti e nelle lettere 4\ così che, nonostante Marco 'ca­
lun!!i' i testimoni del processo, non abbiamo motivi
validi per negare la sostanztaleautenticità del logion.
Per quanto riguarda poi il giudic�pù, Matt�?
dice esplicitamente che ciò3yyerrà alla 'palingenest �
--- - ·------
cioè nell'ordine trascendente e metastorico ; ma an-
che in questo caso dobbiamo ricordarci della tenden­
za di questo evangelista a mettere in risalto il fattore
apocalittico : nella forma lucana la predizione potreb­
be benissimo riferirsi ad un evento intrastorico.
Il problema effettivo è se siamo giustificati, in ba­
se a quanto questi due detti sembrano a tutta prima
significare, a capovolgere l'impressione generale crea­
ta dalla tonalità dei logia di Gesù, dal racconto evan­
gelico, dal comportamento della chiesa dopo la morte
del suo fondatore, l'impressione cioè che Gesù si sia
distanziato _Q_aJle as2J..!��J nazionalistiche del suo
tempo. Vari hanno tentato Cllinostrare che Gesu m­
tendeva causare una rivoluzione politica o sociale e
che, dopo il fallimento, la chiesa abbta Oiti:gente- ·

_
mente cancell::It9. _9gni _!raccia di intenzione 44; ma
quando si tratta · di giungere- all' evidenza specifica
e particolareggiata, queste ipotesi dimostrano soltan­
to che per giungere a un tale risultato bisogna violen­
tare i testi e lavorare molto di pura fantasia. Così., a
meno cheH sia -posstb1le ncostrmre in modo radical­
mente nuovo tutta la storia di Gesù, ci dobbiamo li­
mitare a pensare che i due detti in questione siano
suscettibili di una interpretazione che non sia quella
43· XE�P07tobrtoc; è usato come attributo del tempio in Act.7,47; 17,
24 ; Hebr. 9 , 1 1 .24; cfr. anche Eph. 2,r r ; 0:XELp07tOll)>tOc; 2 Cor. 5,1 ; Col.
2,1 r ; questi attributi non si riscontrano in Matteo e Luca.
44· È la nota tèSt· di R. Eisler, Tbe Messiah ]esus and fohn the Baptist
( tr. inglese 193 1 ).
di una previsione storica.
Il logion sul giudizio delle dodici tribù va proba­
bilmente situato, come fa Matteo, in un discorso più
vasto sull'ultimo giorno e sul Giorno del Figlio del­
l'uomo, discorso sul quale ritorneremo fra poco; an­
che la costruzione di un tempio «non fatto con ma­
no» deve essere associata con l'idea apocalittica del
«rinnovamento di tutte le cose».
Concludiamo quindi che nei detti di Gesù non si
parla di una «escatologia di felicità» intrastorica.
Egli non promise mai, come avevano fatto i pensato­
ri giudaici parlando di un rinnovato regno di Davide,
che il futuro avrebbe portato con sé una società uma­
na perfetta; egli proclamò che il Regno di Dio era
venuto; quando ne parlò futuristicamente, le sue pa­
role non fanno pensare a un miglioramento della si­
tuazione su questa terra, ma alla gloria di un mondo
di là da questo.
Che rapporto intercorre allora tra le predizioni
'storiche' della passione e della morte e della rovina
che avrebbe incolto la nazione giudaica, e l'asserzione
che il Regno di Dio era venuto?
Intanto, se consideriamo questa affermazione, non
possiamo più sostenere che la morte di Gesù vada vi­
sta come la condizione necessaria, in un senso qual­
siasi, per la venuta del Regno di Dio; non possiamo
dire che egli morì «per far venire il Regno», che la
sua morte sia stata il 'prezzo' per la venuta di questo,
che egli morì per provocare quel ravvedimento senza
il quale esso non sarebbe potuto venire: affermazioni
simili appaiono spesso nelle trattazioni moderne che
cercano di risolvere questo problema, ma son tutte
contraddette dal semplice fatto che Gesù affermò,
prima di morire, che il Regno di Dio era già venuto45•
45· Non tratterò la tesi che Gesù annunciò inizialmente che il Regno
di Dio era venuto e poi ritrattò le sue parole perché troppo ottimiste:
Si capirà meglio quello che voglio dire se conside­
riamo un attimo un passo in un'apocalisse, l'Assum­
ptio Mosis46 , che secondo il Charles è contemporanea
di Gesù. Quest'opera contiene una delle poche allu­
sioni dirette al Regno di Dio che troviamo nella let­
teratura apocalittica: nel cap. IX abbiamo una profe­
zia riguardante un certo Taxo e i suoi figli i quali, nei
giorni della persecuzione dei servi di Dio, si offriran­
no spontaneamente per il martirio «e allora ( leggia­
mo nel cap. x) il Suo Regno apparirà in tutto il crea­
to». La morte dei martiri è qui vista come la condi­
zione che deve precedere la venuta del Regno; ma le
cose stanno diversamente nei vangeli poiché Gesù
proclama che il Regno di Dio è giunto e predice an­
che la propria passione e morte e la rovina d'Israele;
in un certo senso, quindi, questa «escatologia di scia­
gura» cade entro il Regno di Dio.
Torniamo ora al significato fondamentale dell'e­
spressione «Regno di Dio» nei suoi molteplici usi:
essa significa che Dio esercita la sua signoria tra gli
uomini, che la potenza divina affronta efficacemente
il male nel mondo segnando la fine del «regno del
nemico» ; in questo senso il giudizio è una funzione
del Regno di Dio che entrando nella storia vi porta
la condanna effettiva del peccato. Possiamo compren-
ci vorrebbero delle prove inconfutabili per convincerci che Gesù sia
mai stato vittima di un tale ottimismo, del t u t to estraneo, tra l'altro,
all'intera tradizione profetica. Se egli ha affermato che il Regno di Dio
era giunto, lo deve aver certamente fatto al cospetto di una situazione
che sembrava contraddirlo. f. indubbio che se ci sembra che �bbia an­
nunciato soltanto la prossima venuta del Regno, allora ci è molto più
facile pensare che egli abbia poi allungato il tempo dell'attesa: ma Ge­
sù non ha detto questo, benché molti studiosi moderni eludano la diffi­
coltà leggendo i!rplt!l.r1EV come se fosse [t6vov oùx i'rplt!l.r1EV, un'espres­
sione più che normale che sarebbe stata certamente usata se si fosse
voluto dir questo.
46. The Assumption of Moses ( r 897 ) LV-LVIII: Charles sostiene una
data di composizione tra il 7 e il 30 d.C.

73
dere come Gesù abbia visto, nella crisi che il suo mi­
nisterio stava facendo maturare, un giudizio vero e
proprio del peccato d'Israele: affermando la propria
signoria sul mondo Dio vuole veramente dare agli uo­
mini 'vita eterna' e «ricevere il Suo Regno» vuoi dire
«entrare nella vita»; chi però respinge Dio pronun­
cia un giudizio su se stesso : «Chi disprezza me di­
sprezza Colui che mi ha mandato», disse Gesù ( Le.
1 0 , 1 6 ).
Rifiutando Gesù i Giudei rifiutarono il Regno di
Dio e si esclusero così dalla felicità di questo, venen­
dosi a porre sotto il suo giudizio : il Regno di Dio
giunse tra loro per la buona o per la cattiva sorte.
Possiamo ora intendere anche la morte di Gesù
in questi termini ? Tenterò di avere una risposta dal­
le lettere dell'apostolo Paolo e se qualcuno protesterà
che faccio intervenire illecitamente la teologia, gli ri­
corderò che Paolo non fu soltanto il primo teologo cri­
stiano, ma che è anche la fonte più antica che abbiamo
per quanto riguarda i fatti e le dottrine della fede cri­
stiana. Egli venne a conoscere la tradizione cristiana
direttamente dai primi testimoni nel primo decennio
dopo la crocifissione; dipoi fu per molti anni in con­
tatto con quella parte della chiesa che parlava aramai­
co 47, cioè con I 'ambiente in cui sorse la tradizione si­
nottica; la teologia di Paolo può essere considerata
uno sviluppo della tradizione originale parallela a

47· V. Gal. r ,r8·24. f. difficile assegnare alla conversione di Paolo una


data posteriore al 34 d.C.; prima di allora egli aveva avuto dei contarti
(ostili) col gruppo di cristiani ellenisti guidato da Stefano; tre anni do­
po fu ospite di Pietro a Gerusalemme per quindici giorni, ma per quat·
tordici anni rimase 'sconosciuto di volto' ai cristiani della Giudea. Pao­
lo asserisce di non aver ricevuto il suo evangelo da alcuno, ma è molto
improbabile che egli non venisse a conoscenza di quei fatti che erano
generalmente noti e dell'interpretazione che di questi fatti veniva for·
nita nel gruppo che faceva capo a Pietro: di che parlarono altrimenti
lui e Cefa per quelle due settimane?

74
quella che portò ai vangeli sinottici 48• Così, anche se
dobbiamo tener conto dell'originalità del pensiero
paolino, non possiamo semplicemente scartare l'ap­
porto che l'Apostolo può darci per la comprensione
dell'antica tradizione, soprattutto se non possiamo
provare che egli si differenziasse da Pietro in altro
che nella politica missionaria e non già nelle questio­
ni fondamentali della tradizione cristiana.
Paolo afferma che mediante la morte di Gesù Dio

trionfu_�1,1i_ Prin�i12a e le Potenze ( Cd-;;5Cabbia­
mo già visto che nel 'apocalittica la vittoria finale sul
«regno del nemico» è la venuta del Regno di Dio e
che nei sinottici gli esorcismi di Gesù sono considera­
ti come i segni di questa vittoria, cioè come i segni
della venuta del Regno: Paolo aggiunge che la sua
morte fu anche il mezzo della vittoria divina sulle
potenze del male. L'Apostolo dice inoltre che me­
diante la_mQ_rte di Gesù Dio manifestò la propria giu­
stiz_i_a {Rom. 3,�_5 ) e condannò IT peccatofKom1 ;J):
ora la manifestazione. delia gfi.ìs-iizìa-dlDio e il giudi­
zio sul peccato sono elementi essenziali del concet­
to di Regno di Dio, quindi, secondo Paolo, la mor­
te di Gesù cadde entro il Regno di Dio, essendo par­
te dell'effettivo affermarsi della signoria di Dio nel
mondo.
Nella tradizione originale dovette esserci certamen­
te un fondamento per questa interpretazione paolina,
ma in ogni caso l'Apostolo ci offre una spiegazione
per il fatto, ben attestato, che Gesù abbia annunciato
sia_5b� jJ_ ��gno era già arrivato sia che egli sarebbe
sta to .l,lcciso. t:aman-canzadiun paratleioaques to
__

fatto nelpensiero giudaico non è un argomento con­


tro la sua verità storica; come abbiam visto, l'annun-

48. Si parla spesso di un'influenza paolina sui sinottici, ma le prove di


questo assunto sono quanto mai scarse.

75
cio che il Regno di Dio è già venuto rompe i ve.cchi
schemi escatologici e fa posto a idee nuove; inoltre,
quanto Gesù insegna di Dio e della sua predisposi­
zione verso gli uomini (assoluta benevolenza e bene­
ficenza verso tutte le creature, illimitato perdono, il
desiderio di cercare e salvare i perduti) porta neces­
sariamente a pensare in modo nuovo che cosa signifi­
chi la manifestazione della giustizia di Dio e la con­
danna del peccato. Il nostro tentativo di chiarire il
rapporto tra la venuta del Regno e la morte di Gesù
ci ha portati ad una teologia secondo la quale l'oppo­
sizione divina al male viene manifestata nel soffrirne
gli attacchi più virulenti e la condanna del peccato
consiste nel rivelarsi di questo come 'estremamente
peccaminoso' davanti alla manifestazione dell'amore
di Dio. Mentre, da un punto di vista formale, l'ele­
mento nuovo ed originale dell'insegnamento di Ge­
sù è costituito dall'affermazione che il Regno di Dio,
lungamente atteso, è ora giunto, c'è un'originalità
ancora più profonda che viene a questo concetto, ben
noto anche prima, dalla rivelazione di Dio mediante
GesÙ 49•
In questo modo quella serie di eventi apparente­
mente disastrosi contiene in sé, per chi ha occhi per
vedere, la rivelazione della gloria di Dio. Questo è il
<<mistero del Regno di Dio » : non solo che l'escha­
ton, ciò che appartiene propriamente al regno del
'totalmente altro', è ora concretamente presente, ma
ancor più che lo è sotto la specie paradossale della
49· Su questo punto si veda Otto, op. cit. , p. 8 3 : <<Tutte le sue opere
e parole... sono sostenute, direttamente o indirettamente, dall'idea di
una potenza divina che interviene a salvare. A ciò corrisponde esatta­
mente il 'nuovo' Dio che Gesù porta, il Dio che non annienta i pecca­
tori, bensì li cerca; il Dio-padre che si è ancora una volta avvicinato,
abbandonando la Sua trascendenza, che richiede una disposizione spiri­
tuale e una fiducia da fanciulli» (il corsivo è mio).
passione e della morte del ra resentante di Dio.
Dietro o entro a ptega paradossa e eg 1 avveni­
menti si trova l'eterna realtà del Regno, la potenza e
la gloria del Dio benedetto.

77
CAPITOLO TERZO
IL GIORNO DEL FIGLIO DELL'UOMO

Fin qui abbiamo considerato delle predizioni che


sembrano riferirsi ad eventi storici futuri; ora dobbia­
mo invece considerarne altre per le quali è difficile
trovare un simile riferimento storico.
In primo luogo esamineremo un gruppo di detti
di 'Q' nei quali troviamo il tradizionale concetto esca­
tologico del Giorno del giudizio (detto anche 'il Giu­
dizio', 'Giudizio universale', 'quel Giorno'). In Mt.
I I ,2 I - 2 2 = Le. I O , I 3 - I 4 leggiamo: «Guai a te, Cho­
razin! Guai a te, Betsaida! Perché se le opere potenti
che sono state compiute in te lo fossero state a Tiro
o a Sidone, esse si sarebbero già da molto tempo pen­
tite, con cilicio e cenere». Fin qui il logion dice sol­
tanto che le città fenicie, di cui Gesù visitò il territo­
rio confinante con la Galilea, avrebbero risposto al
messaggio di Gesù più di quanto non avessero fatto
le città della sua patria, ma poi continua: «Nel [ gior­
no del ] Giudizio la sorte di Tiro e di Sidone sarà più
tollerabile della vostra».
Similmente in Mt. I O , I 5 = Le. I o , I 2 qualsiasi cit­
tà non risponda al messaggio dei Dodici viene con­
dannata con queste parole: «La sorte di Sodoma [ e
Gomorra ] nel Giorno del giudizio [o 'in quel Gior­
no' ] sarà più tollerabile della vostra». Che cosa vo­
gliono veramente dire queste parole? Come abbiamo
visto, il giudizio sulla Giudea sembra venire espresso
dagli orrori della guerra e della rivolta sociale; ma
non è possibile pensare che Tiro e Sidone si vedano
promettere una sorte migliore in quella imminente
79
cr1s1 storica: esse non hanno di che temere da Roma;
in senso storico, poi, Sodoma e Gomorra avevano
già da un pezzo subito il loro giudizio.
Secondo Mt. r 2 ,4 1 -47 = Le. r r , 3 1 - 3 2 gli abitan­
ti di Ninive, contemporanei del profeta Giona, e la
Regina del meridione che visse ai tempi di Salomone,
sono citati 'in giudizio' come testimoni a carico dei
Giudei i quali hanno udito la predicazione di Gesù
e I 'hanno ignorata.
Se dobbiamo prendere alla lettera l'immagine del
Giorno del giudizio presentata da questi testi, siamo
costretti a figurarci una grande assise alla quale par­
tecipano persone morte da lungo tempo e popolazio­
ni ormai estinte: siamo chiaramente fuori del piano
storico. Il senso di questi passi è però abbastanza
chiaro : poiché per i rabbini gli abitanti di Sodoma
erano fra quanti non avrebbero avuto «parte alcuna
1,
alla vita dell'età a venire» Gesù verrebbe, in fon­
do, a dire ai suoi ascoltatori : «Persino coloro che voi
considerate i peccatori più disperati non lo sono
quanto quelli che si rifiutano di ascoltare l'evangelo».
Similmente accennando a Tiro e Sidone Gesù non fa
che ti echeggiare le parole del profeta Amos ( 3 , 2 ;
9 , 7 ) : «Voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie
della terra, perciò io vi punirò per tutte le vostre
iniquità . . . Non siete voi per me come i figli degli
Etiopi, o figli d'Israele? » In questo senso vanno in­
tesi anche i riferimenti a Ninive ed alla regina di Sa­
ba. Non c'è in questi passi alcun interesse per il Gior­
no del Giudizio in sé o per il destino dei pagani in
occasione d'esso: quest'immagine tradizionale ben
nota viene ripresa unicamente per dare maggior for­
za e vivacità a degli ammonimenti solenni.
In 'Q' abbiamo un altro gruppo di detti che par-

r. Cfr. San h. 10,3 citato in Strack-Bi!lerbeck a M t. x o , x 5 ·

8o
lana del Giorno del Figlio dell'uomo 2 • Secondo M t.
2 4 , 3 7 - 3 9 = Le. 1 7,26-27 quel Giorno sarà simile al
diluvio universale e colpirà, improvviso ed inatteso,
un popolo stoltamente intento alle occupazioni della
vita di ogni giorno. Lo stesso evento viene descritto
in Mt. 2 4 , 2 7 = Le. 1 7,24 come un lampo che guizza
improvvisamente per tutto il cielo. Per Mc. r 3 ,24-26
poi, il sole e la luna cesseranno di risplendere, le stel­
le cadranno dal cielo e tutte le 'potenze' celesti sa­ 3

ranno scosse: allora «Si vedrà il Figlio dell'uomo ve­


nire sulle nuvole con grande potenza e gloria» . In
questo racconto la catastrofe storica non è certo im­
provvisa ed inaspettata come il diluvio di Noè, ma è
preceduta da tutta una serie di segni ed è difficile
pensare che dopo gli eventi predetti in Mc. 1 3 , 1 4-25
ci siano ancora delle persone che mangino, bevano
e si sposino. I due racconti sono in contrasto e dei
due preferiamo certamente quello di 'Q'. Comunque
sia, le nostre fonti più antiche concordano nel rap­
presentare il Giorno del Figlio dell'uomo come un
evento soprannaturale di portata universale. 'Q' ne
sottolinea la differenza da qualsiasi evento storico in
quanto di questo si può dire che accade in un luogo
o in un altro, ma del Giorno del Figlio dell'uomo non

2. L'espressione «il Giorno del Figlio dell'uomo», parallela a quella


che troviamo nell'A.T. «il Giorno di Jahvé>>, non appare letteralmente
nei vangeli anche se è implicita in Lc. r7,24 OU'tWc; ECT'tClL o vtòc; 'tOV
tivfrpw7tov Èv -;ii IÌ!J.Épq. cxÙ"tov. Luca ha <<i giorni del Figlio dell'uomo»
( 17,26 e nel passo 'L' di 17,2 2 ) ; Matteo usa in vari contesti la frase
stereotipa l] 7tcxpoucricx 't'OÙ utoù "tOÙ tiv&pw7tov: poiché 1tcxpoucrCcx è un
vocabolo tipico di questo evangelista, abbiamo buone ragioni per dubi­
tare che esso ricorresse nella più antica tradizione. Sembra molto pro­
babile che all'origine di queste varie espressioni si trovi quella «il Gior­
no del Figlio dell'uomo>>.
3 - Le ovvci(J.ELc; sono intelligenze disincarnate che si pensava abitassero
e controllassero lo spazio cosmico; per i Giudei sono delle gerarchie
angeliche. Si veda il mio libro The Bible and the Greeks, pp. 16-19 e
109-1 I I .

8r
si deve dire: «Eccolo qui! Eccolo là! », poiché esso è
come il baleno che è contemporaneamente visibile
ovunque 4 •
4· Non è fuori luogo considerare qui un passo proprio a Luca che ha
una certa somiglianza col detto di 'Q' che stiamo esaminando, cioè Le.
17,20-2 1 : «Il Regno di Dio non viene in modo visibile (cioè, non è un
fenomeno che può essere osservato come fanno gli astronomi con le
congiunzioni dei corpi celesti ), né si potrà dire: Eccolo qui, eccolo là!
Poiché, ecco, il Regno di Dio è Èv<tÒ<; Ù!J.WV - 'in mezzo a voi' o 'den­
tro voi'?>>. Oggi praticamente tutti favoriscono la traduzione 'in mezzo
a voi', ma bisogna considerare anche i seguenti punti: I ) Èv"t6ç è una
forma rafforzata di Èv usata quando si vuole assolutamente indicare il
significato di 'dentro' senza possibile ambiguità; i soli testi che si pos­
sono portare a sostegno del significato 'in mezzo', 'tra' (Senofonte, ana­
basis I, 10,3; hellenica II, 8,19) non mi sembrano delle vere eccezioni al­
la regola. 2) Luca usa Èv !J.ÉCI"ljl, per significare 'in mezzo', almeno una
dozzina di volte, tra vangelo e Atti: se voleva anche qui dire 'in mez­
zo' perché mai avrebbe cambiato abitudine? 3 ) Se ci si vuoi rifare ad
un ipotetico originale aramaico, le due preposizioni improprie sono ben
distinte in questa lingua e non si vede come un buon traduttore po­
trebbe averle confuse. 4) 'In mezzo' non ha senso in questo caso perché
sarebbe un localizzare il Regno, mentre nel nostro testo si afferma pro­
prio che non è spazialmente individuabile percbé è È'll'tÒ<; Ùp.(";l\1; non
si può invece dire «eccolo qui, eccolo là» di ciò che è 'dentro'. Così qui
possiamo scorgere un parallelo al detto di 'Q' che stiamo esaminando:
il Giorno del Figlio dell'uomo non può esser fissato nello spazio (o nel
tempo) perché accade in un attimo e in ogni l uogo; il Regno di Dio
non può esser localizzato perché è 'dentro voi'. In altre parole, la real­
tà ultima, benché sia rivelata nella storia, appartiene essenzialmente al­
la sfera spirituale dove le categorie dello spazio e del tempo non sono
applicabili. C'è ancora un'altra possibilità d'interpretazione, proposta
da C.H. Roberts: HThR 41 ( 1 948), r-8, il quale sostiene con buoni ar­
gomenti, in base ai papiri e ad altri testi, che Èv'tÒç ù!J.Wv significa 'in
mano vostra', 'in vostro potere' ; secondo questa interpretazione il Re­
gno di Dio non deve essere ricercato ansiosamente ( où !J.E't!Ì 7tCXPCX'tTJ­
p1)crEwç), ma è a portata di mano hic et nunc per quanti son pronti a
« riceverlo come un piccolo fanciullo>>. Credo si potrebbe ben sostenere
la sostanziale autenticità del detto lucano, ma poiché esso non appartie­
ne chiaramente allo strato tradizionale più antico non me ne servirò
nella mia argomentazione. [ I l Dodd è praticamente solo a sostenere
questo significato di É'll"t 6c;, filologicamente esatto, ma difficilmente so·
stenibile nell'attuale contesto; egli stesso sembra, dopo tutto, preferire
l'ipotesi del Roberts, cfr. cap. IV n. 3 ; per la discussione più recente v.
H. Conzelmann, Die Mitte der Zeit ( 1 964 ), 1 r 1 ss.; O. Cullmann, Il
mistero della redenzione nella storia ( 1 966), z8o s. ; Bauer-Arndt-Gin­
'

grich, A Greek-English Lexicon of the N.T. ( 1 95 7 ), s. v. Èv<t6c;. NdT ] .


Lo scopo o la conseguenza della venuta del Fi­
glio dell'uomo non sono affermati chiaramente nelle
fonti più antiche. Matteo ci conserva una breve apo­
calisse ( spesso chiamata erroneamente «la parabola
delle pecore e dei capri» 5 ) nella quale viene dipinta
a vivi colori la scena tradizionale del Giudizio uni­
versale con il Figlio dell'uomo come · giudice, ma di
questo particolàre non c'è alcuna conferma · diretta
nelle altre fonti 6• In Mc. 1 3 ,2 7 , quando verrà il Fi­
glio dell'uomo «manderà gli angeli e raccoglierà i
suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra
all'estremità del cielo». In 'Q' (come appare dal con­
fronto di Mt. 24,3 7-40 e Le. 1 7 , 2 3 -3 5 ) il logion del
diluvio di Noé era seguito, più o meno immediata­
mente, da un doppio detto costruito secondo le nor­
me del parallelismo; il secondo membro è uguale nei
due vangeli, mentre il primo ha fo! ma diversa:
Matteo ' ,
Luca
«Allora due uomini saranno « < n quella notte due uomini
nel campo: l'uno sarà preso saranno in un letto: l'uno sa-
e l'altro lasciato. rà preso e l'altro lasciato.
«Due donne macineranno al «Due donne macineranno in­
mulino: l'una sarà presa e
sieme: l'una sarà presa e

l'altra lasciata». l'altra lasciata» 7•

5 · Mt. 2 5 . 3 1-46; non appartiene a l t i po della parabola, m a a quello del­


le scene di giudizio che troviamo in Henoch e nelle altre apocalissi. L'u­
nico elemento parabolico è costituito dalla similitudine del pastore che
separa le pecore dai capri, ma non si tratta che di un breve accenno; le
pecore e i capri non hanno un ruolo importante nella scena principale.
Il punto culminante del passo è costituito dai due detti ai vv. 40 e 45,
paralleli a Mt. 1 0 ,40-42 e Mc. 9 , 3 ì ; non è da escludere che la scena del
giudizio sia stata composw per fornire a questi detti una cornice vivace
e drammatica.
6. Troviamo la stessa idea in Mt. 16,27; come vedremo, però, si tratta
della versione di Matteo di un passo in Marco che è, a sua volta, pro­
babilmente meno originale del corrispondente logion in 'Q'. Nelle for;
me più originali del detto il Figlio dell'uomo (o Gesù): non appare in
veste di giudice, ma di avvocato ; v. Bacon, The,Otber Comforter: Ex·
positor ( ott. 1 9 1 7), 280.
7· Altri mss. di Luca, di valore inferiore, aggiungono i due uomini nei
È difficile determinare l'intento di queste parole;
non è neanche chiaro se sarà migliore la sorte di chi
è preso o di chi è lasciato. Questo logion ha in comu­
ne col precedente l'idea di un evento improvviso che
sorprende persone intente alle normali occupazioni
della vita quotidiana; questo evento, così ci sembra
capire, determinerà una netta distinzione tra il de­
stino di due che fino a quel momento erano stretta­
mente associati. Se il contesto dei due detti è origi­
nale, allora questo evento sarà il Giorno del Figlio
dell'uomo e porterà il giudizio e la selezione di indi­
vidui, ma non sarà, in questo caso, una grande assi­
se in un mondo di là da questo nella quale delle col­
lettività come Sodoma e Tiro , Betsaida e Chorazin
appaiono davanti al Trono del giudizio; si tratta
piuttosto di un evento che precipita direttamente du­
rante la vita normale di singoli individui. Se però in
origine i due detti non erano affatto collegati (e ciò è
più che possibile, poiché si sa che anche 'Q' è com­
posta di logia prima indipendenti), noi dovremmo
naturalmente considerare i1 detto «uno sarà preso
e l'altro lasciato» una vera parabola dall'incerta ap­
plicazione 8•
campi, ma si tratta di una lezione evidentemente secondaria e non ori­
ginale. Il confronto sinottico dà i seguenti risultati: Matteo porta il
detto <<uno preso ed uno lasciato>> direttamente dopo quello del diluvio
di Noè; Luca interpone a) un secondo esempio di una catastrofe im­
provvisa, quella di Sodoma; b) il detto «non scendete dal tetto della
casa»; c) l'esempio ammonitore della moglie di Lot ; d) il detto «chi
cerca di salvare la propria vita la perderà... >>: di questi punti d) rap­
presenta un logion erratico che appare in tutti i vangeli in diversi con­
testi, b) è riportato da Marco nel discorso apocalittico e, come abbiamo
già visto, è probabilmente da mettersi in rapporto con la predizione di
una guerra_
8_ A .T. Cadoux, op.cit., pp. 1 95-196 vede nella parabola l'immagine di
una «squadra di coscrizione forzosa>> all'opera; può anche darsi sia co­
sl, ma la lezione che egli ne trae ci sembra troppo generica e smorta:
«L'occasione cerca l'uomo ed opera la sua scelta>>. Possiamo forse ve­
der qui un riferimento al carattere selettivo della chiamata di Gesù?
Carattere ancor più distintamente parabolico ha
l'altro detto che in Luca segue immediatamente quel­
lo appena discusso e che in Matteo segue invece il
logion del lampo: «Dovunque sarà il cadavere, qui
si raduneranno gli avvoltoi» 9• Il concetto generale
sembra essere che ci sono delle combinazioni di feno­
meni costanti ed inevitabili, così che se se ne osserva
uno, si può dedurre l'altro: non sappiamo però a
quali eventi ci si voglia qui riferire.
In fin dei conti abbiamo delle indicazioni molto
vaghe per quanto riguarda il posto che spetta al Fi­
glio dell'uomo 'nel suo Giorno'; non è del tutto evi­
dente che il Giorno del Figlio dell'uomo sia identico
con quello del giudizio anche se è logico pensare lo
sia; le nostre fonti più antiche in ogni caso non affer­
mano che il Figlio dell'uomo stesso è il giudice né
chiariscono come sarà il giudizio.
Il problema è reso ancor più complesso dal fatto
che Gesù chiama se stesso, come ci dicono i vangeli,
'Figlio dell'uomo' . Si discute ancora molto ed ani­
matamente se questa informazione è storicamente
esatta, ma è certo che i vangeli sono portati ad inse­
rire l'espressione 'Figlio dell'uomo' laddove la cri­
tica mostra che la tradizione originale faceva dire a
Gesù 'io'; da ciò alcuni deducono il carattere secon­
dario di questa espressione quando è riferita a Gesù.
Inoltre non si può negare che in testi indubbiamente
genuini, come quelli che abbiamo esaminato più so­
pra, Gesù parla del 'Figlio dell'uomo' senza dare af­
fatto l'impressione che stia parlando di sé.
Giacomo e Giovanni si trovano nella barca con Zebedeo loro padre: i
figli furono presi, il padre venne lasciato insieme coi servi (Mc. r , r 9-20).
9· Mt. 24,28 e Le. 1 7,37. f. stata avanzata l'ipotesi che gli cXE"to� siano·
le aquile romane e che, pertanto, questo detto sia un presagio di guer­
ra; d'altra parte, benché alcune specie di aquile mangino carogne, l'av­
voltoio è l'uccello caratteristico di tale situazione e cXE"t6c; indica proba­
bilmente qui, come spesso nei LXX, questo rapace.
D'altra parte dobbiamo notare che in tutte le fon­
ti evangeliche primarie Gesù è identificato con il Fi­
glio dell'uomo: una tale identificazione appartiene,
pertanto, almeno ad uno stadio molto antico della
tradizione. Inoltre l'ipotesi che ho menzionata più
sopra presuppone che 'Figlio dell'uomo' fosse ad un
certo momento una designazione messianica di Gesù
molto corrente e per questa ragione venisse interpo­
lato nel racconto della sua vita e del suo insegnamen­
to. Non c'è però alcuna evidenza indipendente di
un tale momento; nel N.T. c'è solo un passo, al di
fuori dei vangeli, in cui una tale espressione venga
usata e negli stessi vangeli non la troviamo che sulla
bocca di Gesù 10• Sappiamo invece che 'il messia' e
'il Signore' erano d'uso comune nella chiesa, ma nei
vangeli Gesù si chiama solo raramente così I ter- u.

ro. Act. 7,56; lo. 1 2 ,34 non è una vera eccezione.


r r . Xp�cr"t6c; non appare in 'Q'; in Marco lo troviamo soltanto due voi·

te in bocca a Gesù a) 9.4 1 : un confronto con Mt. ro,42 fa dubitare che


nella prima tradizione si siano trovate le parole 1h� XP�CT"tov ECT"tE; b)
12,35 laddove Gesù parla del 'Messia' quale figura della teologia giu ·
daica senza dare l'impressione di identificarsi con essa. In passi propri
a Matteo lo si trova una volta sulle labbra di Gesù, in 23,ro, ma un
·confronto con 23,8 rende probabile che si tratti di un doppione e che
23,8 (dove manca il termine Xp�CT"t6c;) sia la forma più antica. In Le.
24,46 il titolo appare in un breve sommario dell'insegnamento di Gesù
dopo la resurrezione, altrimenti è del tutto assente nel terzo vangelo
come autodesignazione di Gesù. i?. invece relativamente frequente sulla
bocca di altre persone ed in passi in cui gli evangelisti parlano in prima
persona riflettendo la pratica della chiesa. Kup�oc; appare sulla bocca di
Gesù, con riferimento a questi, . due volte in Marco: a) 2,28 (<<signore
del sabbato» ) ; b) 1 1 ,3 (in Mc. 5,19; u,r L29-30·36; 1 3 ,20 KupLoc; indi­
ca Jahvé e in 1 2,36-37 il 'Messia' come figura teologica e non come in­
dividuo concreto ); in 'Q' troviamo solo un passo ( Mt. 7,21 = Le. 6,46)
nel quale Gesù rimprovera quanti lo chiamano Kup�E. KupLE. In Marco
abbiamo solo un caso ( 7,28; oltre una variante testuale in ro,5 1 ) in cui
.delle persone si rivolgono a Gesù chiamandolo cosl e ci sembra che il
titolo non sia altro che una forma di cortesia, come il nostro usuale
'signore', l'inglese 'Sir' o il tedesco 'mein Herr'. In Matteo e in Luca la
frequenza di tali casi è notevolmente più alta e il terzo evangelista usa
xupLoc; anche nel corpo del racconto, ma se escludiamo i contesti para-

.86
mini che erano più noti nella chiesa vengono consi­
derati fuori posto se messi sulle labbra di Gesù.; 'Fi­
glio dell'uomo', che è raramente usato per indicare
Gesù, viene invece considerato il modo più caratte­
ristico con cui egli si designò: la spiegazione miglio­
re di questo fatto strano è che Gesù veramente usò
chiamarsi così. Se questa fosse la verità storica, al­
lora capiremmo perché la crescente tradizione ten­
desse ad introdurre questo titolo in logia che origi­
nalmente non lo contenevano; altrimenti non sa­
premmo spiegarci come mai esso appaia con tanta
frequenza nelle parole di Gesù senza però apparire
nella parte narrativa. Certamente chiamare un uomo
'Figlio dell'uomo', con tutte le idee 'apocalittiche' ed
'escatologiche' connesse a tale espressione, è para­
dossale, ma non più dell'affermazione che l'evento
'escatologico' del Regno di Dio è giunto nella storia.
Supponendo, quindi, che Gesù abbia veramente
indicato se stesso come 'Figlio dell'uomo', dobbia­
mo pur pensare che egli sia la figura centrale nel
'Giorno del Figlio dell'uomo' predetto nei passi che
abbiamo prima considerati e ai quali va aggiunto
Mc. q,62. Gesù, interrogato dal sommo sacerdote:
«Sei tu il Messia, il figlio del Benedetto? », risponde:
«Lo sono, e vedrete 'il Figlio dell'uomo seduto alla
destra della Potenza e venire sulle nuvole del cielo' »12.
bolici né l'uno né l'altro evangelista riporta che Gesù abbia chiamato
così se stesso. Dato questo stato di cose possiamo pensare che la chiesa
si sia sentita libera di porre in bocca a Gesù un titolo che egli stesso
non avesse effettivamente usato?
12. f. evidente che quanti considerano l'interrogatorio davanti al som­
mo sacerdote una scena fittizia, il cui unico scopo sarebbe quello di for­
nire l'occasione per un'esplicita confessione messianica di Gesù (unica
del genere nella più antica tradizione), non ammettono la storicità di
questa dichiarazione. Va ricordato però che, in armonia col procedimen­
to legale vigente in altre province romane, le autorità locali avrebbero
dovuto condurre l 'istruttoria e precisare l'accusa da presentare alla cor­
te superiore; è quasi certo che il reato per cui Gesù venne rinviato al
Queste parole sono una citazione libera di Dan. 7 , 1 3
con un'eco di Ps. 1 1 0, 1 . Il passo di Daniele contie­
ne una visione apocalittica in cui delle figure mito­
logiche con aspetto di bestie sono vinte da «uno co­
me un figlio d'uomo», cioè da una figura con aspetto
umano. La visione viene poi interpretata : le 'bestie'
indicano degli imperi pagani; il Figlio dell'uomo rap­
presenta «il popolo dei santi dell' Altissimo»13; la vi­
sione vuoi dire che i Giudei alla fine prenderanno il
posto degli imperi pagani e così il Regno di Dio sa­
rà attuato sulla terra. Si tratta di una visione simbo­
lica cui corrisponde, sul piano storico, l'attesa ap­
parizione di uno stato giudaico indipendente e so­
vrano. In questo contesto il 'Figlio dell'uomo' ha
una realtà o irrealtà uguale a quella delle 'bestie' che
egli viene a sostituire.
Altri passi in Daniele ci fanno pensare che per
questo profeta gli eventi storici corrispondano a rea­
Ii avvenimenti nel mondo soprannaturale. Il veggen-
procuratore fu la pretesa di essere <<re dei Giudei>>. La pretesa messia·
nica deve esser stata pertanto esaminata dal Sinedrio e poiché mancò
qualsiasi difesa davanti al procuratore, possiamo pensare che Gesù ab·
bia ammesso questa sua pretesa, scartando però il termine 'Messia' e
sostituendogli, in armonia con la testimonianza generale dei vangeli,
quello di 'Figlio dell'uomo'. i?. senz'altro possibile che i termini precisi
della sua risposta, formulata secondo la profezia di Daniele, risalgano
alla prima chiesa; in questo caso non abbiamo più alcuna base o prova
per stabilire in che modo Gesù abbia posto in relazione il proprio mi­
nisterio quale 'Figlio dell'uomo' con l'imminente «Giorno del Figlio
dell'uomo>>, ma, per il momento almeno, ci basta accettare l'evidenza
della nostra fonte più antica. [ La discussione su questo problema e su
quello più generale del processo di Gesù è stata ripresa con una certa
intensità nell'ultimo decennio: v. ]. Blinzler, Il processo di Gesù, Bre­
scia, Paideia, 1966; A.N. Sherwin-White, Roman Society and Roman
Law in the N. T., Oxford , 1963. NdT] .
1 3 . Va particolarmente sottolineato i l fatto che l'interpretazione della
visione del Figlio dell'uomo (Dan. 7,13·141 sia data in 7,22 con le paro­
le Eq>fra:crEv é xa:�p6ç, xa:t 'tlJ'II �a:crtÀ.E�CX'II xa:'tÉCTXO'II ot iiytot, che, co­
me abbiamo visto (cap. n, n. 1 5 ), sembrano essere riecheggiate da quel­
le di Gesù i!q>&a:crEv Éq>' Ù!J.ciç f) �a:cr�À.Eta: 'tOU &Eou.

88
te riesce a scorgere, in forme simboliche, questi pro­
cessi sovrastorici e può così predire gli eventi storici
nei quali essi poi s'incarneranno. Così anche il Figlio
dell'uomo della visione è una figura simbolica ed è
chiaro che l'adempimento, l'attuazione di questo
simbolo, è atteso nella storia. In che senso, allora,
Gesù ha citato questa predizione di Daniele? 14 Non
si può certo presumere che egli l'abbia interpretata
in senso strettamente letterale, ma tornerò ancora
su questo problema (v. pp. r o r - r o 3 - note 30-3 2 ).
C'è un altro passo in Marco in cui Gesù sembra
predire la 'venuta' del Figlio dell'uomo : «Se uno si
15
sarà vergognate di me e dei miei in questa genera-
14· Di solito si presume che l'insegnamento di Gesù presupponga la
concezione del Figlio dell'uomo che troviamo in Hen. aeth . .37-71 [ que­
sti capp. costituiscono la parte centrale di Hen. aeth. o 1 Henoch e so­
no chiamati generalmente <<le similitudini di Enoch>>. Una conveniente
raccolta, in inglese, di documenti illustranti l'ambiente e il pensiero del
mondo greco-romano e giudaico ai tempi del N.T. è quella curata da
C.K. Barrett, The New Testament Background: Selected Documents,
S.P.C.K., London, 1956. NdT ] . Si dovrebbe quindi ricavare da questo
testo apocalittico il modo d'interpretare la profezia di Daniele, ma r )
non è ancora stata detta l'ultima parola per quanto riguarda l'integrità
delle 'similitudini di Enoch' o la data dei passi del 'Figlio dell'uomo' i
quali non compaiono né in alcuna parte di Hen. gr. che abbiamo né nei
numerosi frammenti di quest'opera trovati nelle grotte di Qumran e fi­
nora pubblicati [cfr. Michelini Tocci, I manoscritti del Mar Morto, Ba­
ri, Laterza, 1 967, pp. 24 s.; nella IV grotta di Qumran (4Q), che costi­
tuiva forse la 'biblioteca' principale dei qumraniti, furono trovati circa
dieci manoscritti frammentari di Henoch, senza però le 'similitudini'
(capp. 37-7 1 ) ; per questa ragione il Milik pensa che le 'similitudini'
siano opera di un giudeo o di un giudeo-cristiano del 1-11 secolo d.C.
NdT ] ; 2) nonostante l'interessante argomentazione di Otto, Reich Got­
tes und Menschensohn, pp. 141-189, non sono affatto convinto che, se
si vuole distinguere l'influenza a questo stadio da quella sullo sviluppo
dell'escatologia della chiesa, le 'similitudini' abbiano influenzato già la
più antica tradizione dell'insegnamento di Gesù: infatti 3 ) Gesù si rife­
risce esplicitamente a Daniele e non a Enoch ; infine 4) Gesù deve esser
stato altrettanto capace che l'autore delle 'similitudini' di dare una pro­
pria reinterpretazione del simbolismo danielico e questa è, assai proba·
bilmente, originale e personale in quanto rompe lo schema escatologico
tradizionale ad un punto decisivo.
1 5 . La maggior parte dei mss. legge É!J.È xa:t "tOÙc; È!J.oÙc; ).6youc;; W e
zione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo
si vergognerà di lui quando sarà venuto nella gloria
del Padre suo con i santi angeli» ( Mc. 8 ,3 8 ). Un lo­
gian simile si trovava anche in 'Q', come si può ri­
cavare da Mt. 1 0 , 3 2- 3 3 = Le. 1 2 ,8-9 :
Matteo Luca
«Chiunque mi riconoscerà «Chiunque mi avrà ricono­
davanti agli uomini, anch'io sciuto davanti agli uomini,
riconoscerò lui davanti al Pa­ anche il Figlio dell'uomo ri­
dre mio che è nei cieli; ma conoscerà lui davanti agli
chiunque mi rinnegherà da­ angeli di Dio; ma chi mi
vanti agli uomini, anch'io avrà rinnegato davanti agli
rinnegherò lui davanti al Pa­ uomini, sarà rinnegato da­
dre mio che è nei cieli>>. vanti agli angeli di Dio».
Evidentemente Marco ci ha conservato solo uno
dei due membri del parallelismo e, dato che questa
forma stilistica ebraica è tipica cosi dei detti di Ge­
sù, come di tutta la tradizione profetica alla quale
egli si riallaccia, dobbiamo supporre che la forma di
'Q' ( se la potessimo recuperare) sia stata più vicina
all'originale; ma in questa forma il riferimento al Fi­
glio dell'uomo non può essere stabilito con assoluta
certezza poiché in Matteo esso manca del tutto e in
Luca appare soltanto nel membro positivo del paral­
lelismo, essendo omesso in quello negativo. In nes­
suno dei due detti c'è alcun riferimento alla 'venuta'
del Figlio dell'uomo; gli uomini verranno ricono­
sciuti o «davanti al Padre mio che è nei cieli» o «da­
vanti agli angeli di Dio» 16: forse qui si tratta del
l t .' omettono À.6yovc; e così pure i mss. occidentali nel passo parallelo
in Le. C.H. Turner, Mark : A New Commentary on Holy Scripture, ed.
Gore-Goudge-Guillaume ( 1928 ) favorisce la lezione più breve che è in
perfetta armonia con altri detti, per es. Mc. 9,37; Mt. 10,40 = Le. xo,
16; Mt. 2540.45 ·
16. «Davanti agli angeli di Dio» è espressione propria a Luca (cfr. 1 5 ,
r o ) come «il mio padre nei cieli» lo è di Matteo; c i è impossibile stabi­
lire il testo di 'Q'. Poiché Marco ha sia il padre che gli angeli, è diffici­
le decidere con sicurezza quale sia la forma più originale; in ogni caso

90
Giorno del giudizio che pone fine alla storia, ma il
significato più naturale è che Gesù (o il Figlio del­
l'uomo ) riconoscerà o rinnegherà alcuni uomini nel
mondo superiore, il che vuoi dire che il riconosci­
mento o il rinnegamento sono eterni 17•

Non è pertanto chiaro che il detto originale pre­


dicesse esplicitamente la 'venuta' del Figlio dell'uo­
mo. È da tener presente che Matteo non si contenta
d�l fuggevole accenno di Marco, alla 'venuta', ma ha
modificato il logion così: «Il Figlio dell'uomo verrà
nella gloria del Padre suo con i suoi angeli e allora
renderà a ciascuno secondo l'opera sua» (Mt. 1 6,27).
Se si confrontano 'Q ' , Marco e Matteo, si scorge una
tendenza crescente a dare ai detti di Gesù una preci­
sa forma 'apocalittica' e faremo bene a tenere que­
sto fatto sempre presente quando ci accingiamo a
interpretarli.
A questo punto è forse opportuno tornare a quel
detto di 'Q' sul giudizio delle tribù che abbiamo
escluso dal numero delle predizioni storiche. Nelle
sue due versioni esso ci è stato conservato così:
Mt. 1 9 ,28 Le. 2 2 ,28-30
« Io vi dico in verità che nel «Ora voi siete quelli che
nuovo mondo, quando il Fi­ avete perseverato con me
glio dell'uomo sederà sul tro­ nelle mie prove ed io di­
no della sua gloria, anche spongo che vi sia dato un
voi che mi avete seguito se­ regno, come il Padre mio ha
derete su dodici troni a giu- disposto che fosse dato a

il senso non cambia e quelle espressioni vogliono entrambe dire 'in cie­
lo' ( Le. 1 5,7).
17. Per un'espressione simile cfr. Mt. r6,r9; r 8 , r 8 : «Tutto ciò che avre­
te proibito sulla terra continuerà ad esserlo anche in cielo e rutto quan­
to avrete permesso sulla terra resterà permesso anche in cielo»: le de­
cisioni ispirate degli apostoli hanno una validità eterna; in modo simi­
le il detto che stiamo discutendo vorrebbe dire che quanti riconoscono
Cristo sulla terra hanno i n questa professione stessa il segno di essere
eternamente accettati da lui.

9!
dicar le dodici tribù d'Isra­ me, affinché mangiate e be­
ele». viate alla mia tavola nel mio
regno e sediate su troni a
giudicare le dodici tribù di
Israele».
Difficilmente dietro le due forme di questo logion
c'è una fonte scritta; esso può aver subìto nella tra­
dizione orale, prima di esser fissato dagli evangelisti,
un duplice processo di sviluppo ed è ora difficile de­
terminare la forma originale. È ad ogni modo chiaro
che esso associa strettamente i discepoli al loro Si­
gnore nella sua gloria futura come nella sua presente
tribolazione; esso non è così lontano da quell'altra
parola, secondo la quale coloro che Io riconoscono in
terra saranno da lui riconosciuti in cielo. Possiamo
ricordare, a questo punto, che in Daniele il Figlio
dell'uomo è il «popolo dei santi dell'Altissimo»
( 7 , 2 7 ) ed ora, benché il Figlio dell'uomo sia identi­
ficato con Gesù stesso, questa antica concezione è
ancora così viva che i discepoli di Gesù gli vengono
associati nel dominio. Soltanto Matteo dice esplici­
tamente che questa signoria si attua in un ordine tra­
scendente, ma è probabile che questa sia anche l'in­
tenzione del testo di Luca; la 'tavola' alla quale i di­
scepoli dovranno 'mangiare e bere' richiama sia il
'nuovo vino' che Gesù berrà 'nel Regno di Dio', che
il banchetto dei beati «Con Abramo, lsacco e Gia­
cobbe nel Regno dei Cieli».
Non è sicuro, inoltre, che la più antica tradizione
contenesse delle predizioni esplicite circa una secon­
da venuta storica di Gesù come Figlio dell'uomo ben­
ché ci siano dei testi che parlano di una tale 'venuta'
oltre la storia. Ci sono, ad ogni modo, molti altri
passi i quali predicono che lui, in quanto Figlio del­
l'uomo, risorgerà dai morti. Le predizioni della pas­
sione che troviamo in Marco ( 8,3 I ; 9 ,3 I ; I 0,34) cul-
92
minano tutte con l'assicurazione della resurrezione
'dopo tre giorni' (gli altri sinottici hanno 'il terzo
giorno' in armonia con la formula citata da Paolo in
I Cor. 1 5 ,4 ) . Per quanti ritengono che i preannunci
della passione non siano originali, quelli della resur­
rezione lo sono ancor meno; io son pronto ad am­
mettere che la formulazione precisa di tali predizioni
possa essere secondaria, ma ho anche indicato dei
motivi validi per credere che Gesù abbia effettiva­
mente predetto sofferenza e morte per sé: e se ciò
è corretto, possiamo pensare che questa sia stata l'ul­
tima sua parola circa il Suo destino ?
È vero che secondo certe forme dell'attesa giu­
daica il Messia era destinato a morire, ma l'evidenza
storica per una tale concezione è posteriore ai vange­
li ed in ogni caso il Messia non muore che dopo aver
regnato in gloria. Gesù invece non ha mai regnato
così in gloria; poco prima di morire predisse che il
Figlio dell'uomo sarebbe stato visto sulle nuvole del
cielo : qualunque possa essere l'intento simbolico di
questo detto, esso è ripreso da una visione di trionfo
e non può certo esser stato considerato adempiuto,
come tale, nella morte infamante di Gesù. Se quin­
di egli ha chiamato se stesso Figlio dell'uomo, deve
essersi aspettato di essere vittorioso dopo la morte
ed è pertanto credibile che egli abbia predetto non
soltanto la propria morte, ma anche la propria re­
surrezione. È notevole che in Marco tutti o quasi
questi presagi leggono : «<l Fie,lio dell' uomo soffri­
rà, morirà e risorgerà» : c'è solo un logion in prima
persona, Mc. 1 4 ,2 8 : <<Dopo che sarò risuscitato vi
precederò in Galilea» (il detto è ripetuto dal «gio­
vane vestito di bianco» nel sepolcro, Mc. 1 6 ,7). La
espressione 'il Figlio dell'uomo' è associata ad idee
escatologiche e il fatto che essa venga usata in que­
ste predizioni sembra indicare che sia la morte che
93
la resurrezione di Gesù sono eventi 'escatologici'.
Qual'è allora il rapporto tra la resurrezione del
Figlio dell'uomo e la sua 'venuta'? In primo luogo
dobbiamo notare che secondo Mc. 1 4,62 il Figlio
dell'uomo sarà visto (a) «seduto alla destra della Po­
tenza» e ( b ) «venire sulle nuvole del cielo» ; al di
fuori dei vangeli, nel N.T. il «venire sulle nuvole del
cielo» è ancora un evento futuro, ma l'essere seduto
alla destra di Dio è un fatto già avvenuto: questo
vuoi dire che la chiesa, alla luce della propria espe­
rienza, ha diviso la predizione di Mc. 1 4,62 in due
momenti.
Tranne che negli Atti degli Apostoli, inoltre, non
si distingue tra esaltazione alla destra di Dio e re­
18
surrezione o almeno non si pone alcun intervallo
tra i due eventi. Paolo 'vide il Signore' nella gloria
'alla destra di Dio' ( 1 Cor. 1 5 ,8 ; 2 Cor. 4,6; Rom. 8 ,
34); poiché egli non fa differenza tra la propria espe­
rienza e quella di Cefa e degli altri, sembra presup­
porre che anche essi abbiano visto il Signore in glo­
ria. La concezione di un intervallo di quaranta gior­
ni tra la resurrezione e l'ascensione, insieme con il
preannuncio di una futura discesa 'nella medesima
1 9,
maniera' sembra sia dovuta ad uno sviluppo entro
la Chiesa il quale prevede così tre momenti: resur­
rezione, esaltazione e seconda venuta; c'è però moti­
vo di credere che al principio i due primi non fos­
sero distinti mentre in Mc. r 4,62 i due ultimi sono,
a dir poco, strettamente associati. È possibile che
non si tratti che di tre aspetti di una sola idea?
La resurrezione è solitamente predetta 'dopo tre
giorni' o 'il terzo giorno'; si potrebbe sostenere che
questo sia dovuto all'esperienza dei discepoli i quali
1 8 . Premesso che il ' testo occidentale' di Le. 24,51 sia, come probabil­
mente è, originale.
19. Act. 1 .9-1 r .

94
cominciarono a 'vedere il Signore', secondo quanto
ci dicono i vangeli, la domenica dopo la crocifissio­
ne. Nell'antico testo citato da Paolo in I Cor. 1 5 ,3-7,
la resurrezione 'il terzo giorno' non sembra però con­
fermata da testimoni oculari come lo sono le appari­
zioni del risorto Signore 20, ma è 'secondo le Scrit­
ture'. L'Apostolo non ci dice di che Scritture si trat­
ti e probabilmente egli non fa che ripetere la formu­
lazione tradizionale; l'unico passo dell'A.T. che sem­
bra fare al caso è Os. 6,2 : «In due giorni ci ridarà
la vita; il terzo giorno ci rialzerà e noi vivremo alla
21 •
sua presenza» Sembra quasi che una profezia della
restaurazione d'Israele, cioè del Giorno del Signore,
sia stata considerata come una profezia del Giorno
del Figlio dell'uomo (il che sarebbe in armonia con
il modo generale secondo cui le profezie entrarono,
passando per l'apocalittica, nel pensiero del cristia­
nesimo primitivo) e 'il terzo giorno' sia stato preso
per una misteriosa indicazione del termine fissato da
Dio per quell'evento. Notiamo però che i 'tre gior­
ni' ricorrono nel logion sulla distruzione e restaura­
zione del tempio e questo ci fa chiedere se, per caso,
quest'uso della profezia di Osea non possa risalire a
20. Mentre gli scrittori neotestamentari generalmente rappresentano la
morte e la resurrezione di Gesù semplicemente come due eventi storici
che si susseguono dopo un intervallo di tre (o due ) giorni, non manca­
no concezioni diverse: secondo I Petr. 3 , 1 8 Gesù fu «messo a morte
nella carne, ma vivificato nello spirito»: non si tratta che del verso e
del retro di un unico evento; secondo Hebr. 9 , I I·I4 la morte di Gesù,
il quale «offrì se stesso a Dio mediante uno spirito eterno», è anche la
sua entrata nel santuario definitivo nel mondo della suprema realtà (cfr.
9,24-28 ) poiché essa è espressione di assoluta obbedienza alla sovrana
volontà di Dio ( ro,9) ed è pertanto anche la più alta forma di attività
possibile ad un essere ragionevole; nel quarto vangelo, infine, la morte
di Cristo è essa stessa la sua glorificazione e non soltanto un momento
preliminare a questa.
2 I . I rabbini interpretavano questo passo -riferendolo alla resurrezione
generale alla fine di tutte le cose; v. le citazioni in Strack-Billerbeck a
Mt. I6,2 I .

95
Gesù stesso 22• Possiamo forse arrischiarci tanto da
dire che il 'terzo giorno' è il Giorno del Figlio del­
l'uomo ? 23•
Non si tratta che di una ipotesi, ma non è del tut­
to improbabile che Gesù abbia predetto, in termini
che non possiamo stabilire con certezza, che sarebbe
sopravvissuto alla morte e che la causa . di Dio nella
sua persona avrebbe finalmente trionfato e che la
chiesa abbia interpretato Gesù alla luce della pro­
pria esperienza 2\ rendendo alcune di queste predi-

22. Dobbiamo forse vedere in Le. 1 3 ,32-33 un'altra applicazione della


formula di Osea? Il riferimento concreto ad Erode ci fa propendere per
l'autenticità del logion, tanto più che la situazione qui accennata è dif­
ficilmente armonizzabile con lo schema solito del ministerio di Gesù in
Marco. Dopo tutto può anche essere che Giovanni abbia ragione nel
riferire le parole sulla riedificazione del tempio in tre giorni alla re­
surrezione.
2 3 . Se questa ipotesi non è completamente fantastica, sembra che la
resurrezione potrebbe rientrare sia tra le predizioni 'storiche' che tra
quelle 'apocalittiche'. Nella misura in cui le predizioni della resurrezio­
ne coincidono con quelle del Giorno del Figlio dell'uomo, la resurrezio­
ne stessa non è che simbolo della gloria di Cristo al livello eterno; ma
di fatto qualcosa avvenne anche sul piano storico in corrispondenza con
quelle predizioni, forse l'evento che è riflesso nei racconti della tomba
vuota (i quali penso siano già impliciti in r Cor. 1 5 ) [ cfr. H. v. Cam­
penhausen, Der Ablauf der Osterereignisse und das leere Grab ( 1958' ) ;
W. Marxsen, Die Auferstehung Jesu als historisches und als theologis­
ches Problem ( r964 ) NdT] o almeno quelle esperienze, fissabili esatta­
mente nel tempo per l'apostolo Paolo, nel corso delle quali i primi cri­
stiani 'videro il Signore' e si verificò una svolta d'importanza ecceziona­
le non solo per la loro vita, ma per la storia: fu da quelle esperienze
che emerse la chiesa. f. estremamente interessante vedere come per
Paolo la resurrezione di Cristo sia quel punto della storia nel quale co­
minciò la nuova era e la speranza escatologica si avverò.
24. Weiffenbach sembra sia stato il primo, nel 1873, ad avanzare que­
sta ipotesi: v. Schweitzer, Leben-Jesu-Forschung ( 1 9 1 3 ) , 227-229,243. f.
notevole che non ci sia alcun detto che predica contemporaneamente la
resurrezione e la seconda venuta ed è pertanto almeno possibile che si
tratti di due alternative. La maggiore difficoltà per questa teoria è rap­
presentata da Mc. 14,28: Gesù deve risorgere dai morti, presumibil­
mente in Gerusalemme, e recarsi poi in Galilea: il che implica che la
resurrezione sia un evento storico in un senso impossibile per la secon­
da venuta poiché di questa non si può dire 'Eccola qui ! ' o 'Eccola là ! '_
zioni vaticini della resurrezione di Gesù, com'era
stata sperimentata dai discepoli nei primi giorni, ed
altre invece annunci del suo ritorno 'sulle nuvole del
cielo' portando il 'Giorno del Figlio dell'uomo' , con­
cepito secondo la maniera apocalittica. Laddove egli
non aveva parlato che di un evento , la chiesa tracciò
una distinzione tra un evento passato, la resurrezio­
ne dei morti, ed uno futuro, la venuta sulle nuvole.
Le altre predizioni di Gesù vennero distribuite ( ta­
lora diversamente in strati diversi della tradizione)
attraverso tutto l'intervallo che sarebbe dovuto tra­
scorrere tra la sua morte e la seconda venuta. È in
questo modo che si formò lo schema escatologico
del cristianesimo primitivo.
Tali congetture non hanno carattere conclusivo,
ma sono richieste dall'oscurità dei dati in nostro pos­
sesso. Le predizioni 'apocalittiche' sfuggono, contra­
riamente a quelle che si riferiscono ad eventi storici
imminenti, a qualsiasi formulazione precisa ; è evi­
dente anche che esse hanno subìto un particolare
processo di reinterpretazione secondo i moduli del­
l'escatologia che si veniva sviluppando in seno alla
prima chiesa ed è pertanto estremamente difficile ri­
cuperare la loro forma originale o detetminare la lo­
ro prima intenzione. Sembra che Gesù abbia parlato
in termini apocalittici correnti di un 'evento divino'
nel quale egli stesso sarebbe apparso in gloria come
Figlio dell'uomo e che abbia associato a questo even­
to l'idea di un giudizio finale dei vivi e dei morti e
di beatitudine per i suoi discepoli i� una nuova Ge­
rusalemme con un tempio 'non fatto con le mani' ;
manifestatamente non si tratta di u n evento storico
neanche in senso lato e se è connesso con lo svolgi­
mento storico dei fatti in un qualche modo, lo è in
quanto ne segna la fine. Matteo è l'unico evangelista
ad essere esplicito in proposito quando fa chiedere ai
97
discepoli un segno «della tua venuta e della fine del­
l'età presente » ( 24,3 ) 25•
Se si tratta allora di un evento collegato in que­
sta maniera alla storia, quale lasso di tempo deve
trascorrere tra il ministerio di Gesù e la fine della
storia? I documenti che abbiamo ci lasciano in dub­
bio; secondo il racconto escatologico di Mc. 1 3 la
violazione del tempio porta ad una breve e acuta
tribolazione in Giudea e poi giunge la fine 26 prima
che si sia estinta la generazione cui Gesù si è rivolto .
Ci sono però vari motivi che ci spingono a crede­
re che Gesù abbia creduto molto più imminenti i
guai che avrebbero dovuto colpire i Giudei; dobbia­
mo anche dedurre che egli abbia pensato che il Gior­
no del Figlio dell'uomo fosse molto più vicino di
quanto dica Marco ? Sembrerebbe proprio di sì se le
parole al sommo sacerdote vanno intese letteralmen­
te: «Vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra
della Potenza e venire sulle nuvole del cielo ». La
certezza di questo evento dovrebbe servire a spiega­
re ed a provare la pretesa messianica di Gesù e per­
tanto non può essere stato ritenuto ancora molto
lontano, considerato che deve servire da segno per
quei membri del Sinedrio che stavano appunto giu­
dicando quella pretesa; sia Matteo che Luca, inoltre,
mostrano, con le parole che hanno aggiunte al lo­
gion, di aver inteso che questo indicasse qualcosa
che sarebbe iniziato 'da questo momento' 27•

25. Sia 1ta:povcr�ix. che crvv•fÀ.E�a: 'tOV a:lwvoc; sono espressioni proprie
a Matteo.
26. Mc. 1 3 ,24·27.
27. Mt. ti1t' l:i:p·n, Le. CÌ7rÒ '!'OV viiv; si noti, comunque, che in Le. non
si parla affatto della venuta con le nuvole e che è il sedersi alla destra
di Dio ad essere imminente, Ò:1tÒ 'tOV vuv fcr'ta:L. Ciò è in accordo con
l'idea corrente della chiesa primitiva: Cristo è alla destra di Dio e ver·
rà in gloria; in Mt. però l'essere alla destra e la venuta sono collegati
ed entrambi saranno visti tra poco, à:r.' ap't� O\j�Ecrl)E.
Ripensiamo al riferimento ai ' tre giorni' nelle pre­
dizioni della resurrezione e della restaurazione del
tempio. Ho cercato di mostrare che entrambe que­
ste predizioni rientrano nell'ambito 'apocalittico' e
jndicano il Giorno del Figlio dell'uomo. L'espressio­
ne 'il terzo giorno ' voleva dire per Osea, senza dub­
bio, un' rapido . ristabilimento d'Isr.aele ed è naturale
inferire-che quando Gesù se ne servì volesse far in­
tendere che il Giorno del Figlio dell'uomo si avvici­
nava velocemente.
Se queste predizioni 'apocalittiche' devono essere
intese letteralmente, al1ora esse paiono indicare un
evento atteso tra breve : questa è l'opinione comune
di quanti seguono un'interpretazione 'escatologica'
dei vangeli. Come anche costoro vedono però, sor­
gono così delle difficoltà per quanto riguarda l'inse­
gnamento etico di Gesù. Alcuni hanno cercato di ag­
girare queste difficoltà considerando tale insegna­
mento un' 'etica provvisoria' (lnterimsethik) 28 , cioè
una serie di precetti che regolassero la vita dei di­
scepoli nel breve intervallo precedente la fine; ma
ci si è ben presto accorti che una tale interpretazione
dei logia in questione era ben poco convincente. Al­
tri sono andati ad un altro estremo considerando
quasi tutti gli ammaestramenti etici attribuiti a Ge­
sù quale prodotto dell'insegnamento della prima
chiesa impartito ai suoi membri ; 'questa posizione
è oggi molto condivisa 29• Basta confrontare i vange-

28. L'espressione 'etica provvisoria' o 'etica inreri nale' ( ted. I nterimse­


thik; ingl. interim ethics) risale ad A. Schweitzer che se ne servì per in­
dicare l'etica di Gesù secondo i sinottici ( il Sermone sul monte in par­
ticolare) : ad una escatologia conseguente corrisponde un'etica radicale
la cui intensa assolu tezza è resa possibile dalla brevità dell'intervallo
in cui dev'essere praticata; è l'etica dello 'scatto finale', l'ultimo sforzo
prima del traguardo (N.d.T . ) .
2 9 . Questa posizione è rappresentata nella sua forma estrema i n R .
Bultmann, v . Geschichte der S)'noptischen T radition ( 1 9 3 1 ) , 73-r6o e

99
li per vedere che effettivamente la tradizione origi­
nale dell'insegnamento di Gesù è stata ampliata per
i fini dell'istruzione etica nella chiesa; ma eliminare
i detti parenetici dall'insegnamento di Gesù è un at­
to esagerato di critica distruttiva che dovremmo.
guardarci bene dal compiere con troppa fretta.
Nell'ammaestramento di Gesù troviamo due mo­
tivi diversi : uno sembra presupporre che la vita
umana continui indefinitivamente nella storia; l'al­
tro sembra piuttosto considerare la prossima fine di
ogni situazione storica. Una critica drastica potrebbe
eliminare un motivo o l'altro, mentre entrambi so­
no radicati nella forma più antica della tradizione
che conosciamo ; sarebbe meglio ammettere che non
sappiamo come conciliare questi due aspetti, anzi­
ché maltrattare cosl i nostri testi.
Forse è possibile uscire da questa incertezza se si
riconosce il carattere simbolico dei detti 'apocalitti­
ci' . Il metodo simbolico è inerente all'apocalittica; il
corso della storia, passato presente e futuro, con il
punto culminante del Giorno del Signore, viene pre­
sentato in una serie di visioni simboliche e finché gli
apocalittici si servono di questo metodo per descri­
vere la storia fino ai loro giorni l'interpretazione non
presenta difficoltà in quanto abbiamo presenti, come
li avevano loro, gli avvenimenti che corrispondono
alle immagini usate e talora ci viene fornita anche la
chiave ermeneutica. Quando però essi passano a de­
scrivere quello che pensano sia il corso futuro della
storia non abbiamo, né noi né loro, alcun fatto concre­
to che corrisponda ai simboli impiegati . Fino a che
punto questi scrittori hanno immaginato che le loro
rappresentazioni fossero fatti concreti ? La risposta
a questa domanda varia da scrittore a scrittore; p.
può esser considerata una reazione esagerata all'immagine 'liberale' d i
Gesù come maestro di morale e basta.

I OO
es. , per l'autore del libro di Daniele l'evento con­
creto corrispondente alla vittoria del 'Figlio dell'uo­
mo' sulle 'bestie' è una vittoria dei Giudei sulla mo­
narchia seleucida e la susseguente fondazione del­
l'impero giudaico 30• Tutto ciò non era ancora avve­
nuto quand'egl i scriveva, pure aveva per lui la con­
cretezza di un evento storico imminente.
Ci sono poi altri autori che sembrano voler descri­
vere ciò che si trova completamente oltre la storia :
dobbiamo supporre che essi intendessero che le loro
visioni della fine, diversamente da quelle di imminen­
ti eventi storici , dovessero venire interpretate lette­
ralmente o continua ad esserci un elemento simboli­
co consapevole? Come possiamo indovinare le loro
intenzioni ? È comunque probabile che quanto più
essi sono stati spiritualmente sensibili, tanto più chia­
ramente si devono essere accorti che la realtà ultima
si trova oltre qualunque pensiero umano e che qual­
siasi forma possa essere escogitata per descriverla re­
sta assolutamente simbolica. Almeno il lettore è li­
bero di considerare le immagini apocalittiche tradi­
zionali come una serie di simboli che servono a in­
dicare realtà inaccessibili direttamente alla mente
umana e che, in quanto tali, possono essere varia­
mente interpretati e reinterpretati a secondo di quan­
to la storia insegna o a misura dell'approfondimento
della comprensione delle vie di Dio.
Nell'insegnamento di Gesù il simbolismo apocalit­
tico tradizionale è controllato dall 'idea centrale del
Regno di Dio . Quest'idea appartiene al bagaglio con-

30. Non voglio dire che nelle predizioni di 'Daniele' non ci sia alcun­
ché di 'soprannaturale': senza dubbio egli può aver pensato che la vit­
toria sarebbe stata ottenuta miracolosamente ed è cerro che il susse­
guente regno dei santi è dipinto a tinte soprannaturali ; ma è altrettan­
to indubitabile che il veggente si aspettava di provare concretamente,
sul piano della storia, insieme coi suoi contemporanei , gli eventi di cui
ho parlato.

IOI
cettuale escatologico degli apocalittici, benché nei lo­
ro scritti essa sia messa in risalto meno di altre simi­
li; pure è particolarmente adatta per esprimere la
convinzione religiosa essenziale che forma la base e
la ragion d'essere della speranza escatologica in tutti
i suoi aspetti. Il giudizio e l'eterna beatitudine, lo
stabilimento della giustizia, il perfezionamento della
natura umana e il rinnovamento dell'universo sono
idee religiose soltanto nella misura in cui dipendono
dalla convinzione che il Signore è re e che la sua vo­
lontà è il sommo bene che l'intero creato è destinato
ad attuare.
È pertanto significativo che l'idea del Regno di
Dio nell'insegnamento di Gesù abbia una posizione
più centrale e determinante che in qualsiasi altro
complesso . di pensiero religioso ; ad essa risultano
associati i simholi tradizionali del giudizio e della
beatitudine e. quale portatore e rappresentante del
Regno, la tradizionale figura simbolica del Figlio del­
l'uomo. Tutti questi_ sono elèmenti 'escatologici' , as­
soluti e finali, propri dell'ordine supremo e non del
regno spazio-temporale empirico.
Gesù, dichiara, però, che questo evento ultimo .
il Regno di Dio , è entrato nella storia ed egli assume
il ruolo 'escatologico' di 'Figlio dell'uomo' ; l'assolu­
to, il ' totalmente altro', è venuto nello spazio e nel
tempo ; e come è giunto il Regno di Dio e come è ar­
rivato il Figlio dell 'uomo, così sono entrati nel cam­
po dell'esperienza umana anche il giudizio e la beati­
tudine. Le antiche immagini del banchetto celeste,
del Giudizio, del Figlio dell'uomo alla destra della
Potenza, non sono soltanto simboli di realtà sopra­
sensibili e soprastoriche, ma hanno anche una realtà
corrispondente entro la storia. Sia i fatti della vita
di Gesù che gli eventi storici che egli predice sono
accadimenti 'escatologici' poiché rientrano nella ve-
!02
nuta del Regno di Dio; la morte e la resurrezione di
Gesù Cristo, in particolare, possiedono un significa­
to unico che è accennato dall'uso del simbolismo apo­
calittico. Per ritornare a Daniele, la visione simboli­
ca dischiude alla vista profetica una realtà del mondo
di là, il trionfo definitivo di Dio su tutte le potenze
avverse, e a questa realtà corrisponde una serie pa­
rallela di avvenimenti sulla terra che accadranno in
breve. Se l'analogia regge, la venuta del Figlio del­
l'uomo sulle nuvole, in Mc. 1 4 ,62, che simboleggia,
come in Daniele, il trionfo finale di Dio, deve avere
un evento terreno corrispondente che è imminente
( come anche i vangeli fanno intendere) e questo non
può esser altro che la morte sacrificale e la resurre­
zione di Cristo; sul piano della storia, questo è il
trionfo della causa di Dio, la venuta del Figlio del-
.
l 'uomo 3 1 . Il momento stanco, pero , non puo conte-
' '

nere l'intero significato dell'assoluto ; le immagini


mantengono la loro importanza poiché simboleggia­
no le realtà eterne che, per quanto entrino nella sto­
ria, non si esauriscono in essa. Il Figlio dell'uomo è
venuto , ma anche verrà 32; il peccato umano è giudi­
cato, ma anche Io sarà.
Questi futuri non sono però che una necessità di
linguaggio . Non c'è alcuna venuta del Figlio dell'uo­
mo nella storia 'dopo' la sua venuta in Galilea e Ge­
rusalemme; non ci sarà né presto né tardi, poiché nel­
l 'ordine eterno non c'è né prima né dopo. Il Regno di
Dio nella sua piena realtà non è qualcosa che avver­
rà dopo che altre cose si saranno verificate; è ciò al
quale gli uomini si svegliano quando l'ordine spazio-

3 1 . In modo simile si esprime anche J .A .T. Robinson, vescovo di Wool­


wich, Jesus and His Coming, S.C.M. Press, London, 1957, pp. 43-52.
32. In Le. 1 7,22 «i giorni del Figlio dell'uomo>> sembrano riferirsi al
suo ministerio terreno mentre la medesima espressione indica in 1 7,26
la venuta in gloria.

!03
temporale non limita più la loro visione, quando es­
si « siedono a mensa nel Regno di Dio » con tutti i
beati e bevono con Cristo il ' nuovo vino' della feli­
cità eterna. « Il Giorno del Figlio dell'uomo» simbo­
leggia il fatto fuori del tempo ; nella misura in cui
la storia lo può contenere esso è incorporato nella
crisi storica causata dalla venuta di Gesù, ma lo spi­
rito umano, benché abitante nella storia, appartiene
all'ordine eterno e può sperimentare solo in questa
sfera il pieno significato del Giorno del Figlio dell'uo­
mo o del Regno di Dio. Quanto non può esser pro­
vato nella storia viene simboleggiato con un evento
futuro e la sua atemporalità viene raffigurata come
pura simultaneità temporale, «come il lampo che ba­
lena ad est e si vede fino ad ovest» (Mt. 24,27).
Le predizioni di Gesù non sembrano guardare a un
futuro lontano, ma sembrano piuttosto interessate
agli sviluppi immediati della crisi che stava già ac­
cadendo mentre parlava e che egli interpretò come
venuta del Regno di Dio . Questo non vuoi dire ne­
cessariamente ( se è ragionevole e accettabile quanto
ho esposto ) che egli credesse che la fine della storia
sarebbe giunta poco dopo la sua morte ; il significato
eterno della storia si era rivelato in questa crisi e sia
che essa dovesse durare mol to o poco dopo questo
evento , gli uomini sarebbero in ogni caso vissuti in
una nuova era nella quale il Regno, la grazia e il giu­
dizio di Dio erano stati definitivamente rivelati . C'è
pertanto posto per un'etica che non sia soltanto
'provvisoria' , ma fornisca un ideale morale per que­
gli uomini che hanno «accettato il Regno di Dio » e
vivono alla luce della rivelazione finale del giudizio
e della grazia divina.
L'esperienza di molte generazioni ha senza dubbio
portato ad una comprensione più profonda della por­
tata di quella rivelazione e l'aspirazione a vivere se-
1 04
condo l'insegnamen to etico di Gesù non è stata ste­
rile; possiamo sperare di capire Gesù ancora meglio
e di vedere i suoi princìpi etici attuati ancor più pie­
namente nella società. Di tutto questo, però , non
troviamo traccia alcuna nei suoi detti : egli dirige Io
sguardo dei suoi ascoltatori dalla concreta situazione
di crisi in cui si trovavano direttamente a quell'ordi­
ne eterno di cui quella non era che il riflesso.
È a una posizione di questo genere che giungiamo
quando cerchiamo di individuare ne1l'insegnamento
di Gesù quell'unità e coerenza che deve senz'altro
aver avute. È bene ricordare , però , che fin qui ah­
biamo trattato soltanto quei detti che, nonostante ii
loro simbolismo, sono più o meno espliciti, mentre
è proprio nelle parabole che abbiamo molto di quel­
lo che Gesù insegnò su questi argomenti. La teoria
che ho proposta può esser considerata un'ipotesi di
lavoro che va esaminata e provata proprio nell'inter­
pretazione delJe parabole, alcune delle quali sem­
brano, almeno nell'interpretazione corrente , parla­
re di un periodo, più o meno lungo, in cui i discepo­
li di Cristo devono attendere il suo ritorno mentre il
Regno di Dio 'cresce' sulla terra .

IO)
CAPITOLO QUARTO
IL 'SITZ 1M LEBEN' !

La scuola esegetica svilupp3ta�i nelle prime deca­


di di questo secolo e detta della Formgeschichte ov­
vero 'scuola storico-morfologica' ( in inglese Form­
criticism ), ci ha insegnato che per capire correttamen­
te un qualsiasi passo evangelico dobbiamo prima ri­
cercare il Sitz im Leben in cui venne plasmata la tra­
dizione conservata nel passaggio in questione. Com'è
ovvio il Sitz im Leben primario di ogni detto auten­
tico di Gesù è la situazione storica del suo ministe­
rio, ma gli esegeti che seguono il metodo della storia
delle forme ci fanno giustamente notare che la tra­
dizione dell'insegnamento di Gesù ci è giunta spes­
so modificata dalle diverse condizioni in cui i suoi
seguaci hanno vissuto tra il momento della sua mor­
te e la stesura dei vangeli, così che il Sitz im Leben
di questa tradizione è fornito dalla situazione vitale

1 . Preferiamo mantenere l'espressione tedesca Sitz im Leben, resa nel­


l'originale inglese con 'setring in life', in francese con 'milieux de vie'
ed in italiano variamente con 'posto nella vita", 'ambiente vitale', 'situa­
zione vitale' e simili, trattandosi ormai di locuzione tecnica familiare.
Dobbiamo comunque mettere in guardia il Lettore che non tutti usano
la frase Sitz im Leben nello stesso senso: alcuni intendono con essa la
cornice o situazione cultuale di una tradizione o di una pericope nella
vira della comunità prorocrisriana; altri invece se ne servono per indi­
care semplicemente la cornice od occasione storica di un detto, di un
episodic. di una tradizione. Il Dodd usa l'espressione in senso lato,
mettendo in risalto la circostanza storica, nel ministerio di Gesù o nel­
la vita della chiesa, più che l'aspetto sociologico-cultuale: egli trascura
così un elemento più che importante della formgeschichtliche Schule di
cui pure usa terminologia e metodi. Cfr. H. Schiirmann, La tradizione
dei detti di Gesù (Brescia, Paideia, 1966), pp. 1 1 - 30: R. Bulcmann, Die
Geschichte der synoptischen Tradition ( 1964'), r-8. (N.d.T. ).

I07
della prima chiesa. Quando studiamo le parabole è
importante distinguere questi due momenti e talora
dovremo cercare di sollevare una parabola dal Sitz
im Leben della chiesa, come ci è dato nei vangeli, per
tentare di ricollocarla nel Sitz im Leben originario
della vita di Gesù .
Abbiamo però un certo numero di parabole che
è abbastanza facile collocare nel ministerio di Ge­
sù in base ai dati fornitici dal testo attuale dei vange­
li ed è ad alcune di queste che in primo luogo ci
volgeremo .
Tra le varie parabole che sono in esplicito riferi­
mento al Regno di Dio, due delle più brevi e sempli­
ci sono quelle del Tesoro nascosto e della Perla di
l
gr:an valore, acco piate
. in Mt. 1 3 ,44-4 6 . In entram­
be queste parat>o e unuomo si trova improvvisamen­
te davanti a un oggetto di gran valore che egli proce­
de ad acquistare immediatamente a prezzo di tutto
quanto possiede 2• L'unico punto incerto per l'inter­
pretazione è se il tertium comparationis è costituito
dall'incalcolabile valore del tesoro scoperto o dal sa­
crificio che ii suo acquisto richiede. Secondo me per
giungere a risolvere questo problema bisogna tener
presente, in primo luogo , che, poiché coloro ai qua­
li Gesù parlava speravano e pregavano per il Regno
di Dio... non era affatto necessario convincerli dd va­
lore di questo ; in secondo luogo che queste parabo­
le, come quasi tutte le altre di Gesù , presentano un
2. Jlilicher, Gleichnisreden ]esu, II ( 1 9 1 0), 581-585 ha abbondantemen­
te dimostrato quanto sia impossibile allegorizzare i particolari e con
quale cura essi siano stati scelti per descrivere una situazione realisrica
con la massima sobrietà verbale. Non appena cerchiamo di dedurre dai
particolari una 'morale', ci veniamo a trovare in difficoltà: colui che ha
scoperto il tesoro lo nasconde nuovamente, così che il proprietario del
campo non abbia sentore alcuno della scoperta; vuole poi acquistare la
proprietà ad un prezw presumibilmente non superiore a quello norma­
le per un terreno coltivabile: facendo così egli è altrettanto privo di
scrupoli che il fattore infedele.

r o8
caso tipico di comportamento umano e invitano a
giudicarlo. Il contadino è stato forse uno stolto a
dar via ogni cosa per poter comprarsi il campo ? Il
mercante ha forse agito con imperdonabile fretta
quando ha convertito tutti i suoi beni in contanti per
acquistare una sola perla? A prima vista sì : ma il
segreto del vero uomo d'affari è nel sapere quando
bisogna correre un rischio e agire senza indugio , ba­
sta si sia assolutamente certi del valore di quanto si
vuole comprare.
- · ---·----

Qual è qui il Sitz im Leben ? Il contesto di Matteo


non aiuta molto poiché il 'discorso parabolico' di
Mt. r 3 è chiaramente costruito aggiungendo al di­
scorso corrispondente di Mc. 4 della materia presa
da altre fonti : e lo stesso discorso di Mc. ±__è_Auç:m­
po conslikrato una compilazione. Dobbiamo così
immaginare una situazione nella quale sia prominen­
te l'idea di randi sacrifici per un fine che ne valga la
pena. Non è affatto di cr e 1 enu care una ta e si­
tuazione : basta considerare Mc. r o , r 7-30 e altri pas­
si simili ove Gesù chiama uomini a seguirlo volonta­
riamente ; far questo può voler dire abbandonare ca­
sa e amici, proprietà e affari ; può significare una vi­
ta errante e difficile che può terminare in una mor­
te vergognosa: non è forse una pazzia imbarcarsi in
un_:_impresa simile? Le parabole che stiamo conside­
rando si adattano benissimo ad una situazione simi­
le e non intendono affatto esprimere una verità ge­
nerale , bensì dar forza ad un preciso appello di Ge­
sù per una determinata azione che andava intrapre­
sa lì ed allora. Se si ammette una certa identità tra il
Regr!_o di Dio e la causa di Gesù, allora la loro argo­
mentazione è quanto mai strmgente. Esse non ci di­
cono veramente se questo possesso del Regno è pre­
sente o futuro, ma se si ricorda che Gesù vide nel
proprio ministerio la venuta del Regno di Dio , allo-
1 09
ra si può riassumere così il loro argomento: Voi di­
te che il Regno di Dio è il sommo bene ed ora, ecco,
avete la possibilità di possederlo qui ed adesso 3 se vi
liber�e dell�_ vostra cautela, come hanno fatto
quello che ha scoperto irte-soro ed il mercante che ha
trovato la perla, e mi seguirete.
Ora, se troveremo altre parabole che pur non es­
sendo esplicitamente riferite al Regno di Dio, ri­
flettono lo stesso aspetto del ministerio di Gesù, non
dovremmo sbagliare considerandole 'parabole del Re­
gno' nello stesso senso . È questo il caso , per esem­
pio , delJe parabole gemelle del Costruttore di torri
e del Re che va in guerra ( Le. 1 4 ,2 8- 3 3 ). li­L�
sta le. Pone in relazione con l'invito di Gesù agli uo­
mini di correye rischi con gli occhi aperti ed anche se
il loro contesto attuale può essere secondario, pure
il riferimento generale è corretto e queste parabole
possono ben essere illuminate dagli episodi riferiti
in Mt. 8 , 1 9-2 2 , Le. 9 , 5 7-62 , ove si fa ricordare agli
eventuali seguaci, in tutta serietà, il prezzo che essi
devono esser pronti a pagare.
Prendiamo ancora una volta la parabola dei Ra­
gazzi sulla piazza del mercato che, come vedemmo,
ci è stata trasmessa insieme con un 'applicazione che
bolla l 'atteggiamento superficiale dei Giudei nei con­
fronti sia di Gesù che di Giovanni Battista. Non ci
sono buone ragioni per dubitare la giustezza di que­
sta applicazione poiché se il Regno di Dio era stato
preannunciato nel ministerio di Giovanni ed è ve­
nuto in quello di Gesù , allora non possiamo non no­
tare la grande stoltezza di un comportamento così in­
fantile nel momento della suprema crisi storica. In
questa parabola non c'è alcun riferimento al Regno
di Dio , ma c'è un'eco escatologica nelle parole «il
3· Questo è forse il significato di ÉV'tÒc; Ù!J.WV in Le. 1 7,2 1 : v. cap. m
n. 4·

I lO
Figlio dell'uomo è venuto» 4• La venuta del Figlio
dell'uomo è la venuta del Regno di Dio ed alla luce
di questo fatto possiamo forse interpretare le paro­
le oscure con cui il passo termina. Se il testo di Mat­
teo è originale, «la sapienza è stata giustificata dalle
sue opere» può voler dire che i fatti dimostrano la
sapienza e giustizia di Dio, sono cioè manifestazioni
del Suo 'Regno', qualunque sia il parere dei frivoli e
degli insensati al proposito. Dato che in Luca leggia­
mo però «alla sapienza è stata resa giustizia da tutti
i suoi figliuoli» non-possiamo essefeassolu:tamente
certi di quale sia stato il senso originale di queste
parole.
In Mc. 2 , r 8- r 9 abbiamo un breve racconto in cui
i discepoli di Gesù vengono criticati perché non di­
giunarono come i seguaci _ _ di Giovanni Battista o dei
farisei e Q�sil_ _ risponCie : <<Ciraniici dello- sposO pos­
sono torse digiuna-rementre lo sposo è con loro? » .
L'immagine è presa dali 'usanza secondo cui coloro
che assistevano una nuova coppia di sposi erano
esentatj d__g c�rti doveri religiosi durante i sette gior­
ni della festività nuziale affinché non c1 fosse alcun
impedimento alla gioia. Questo detto si riferisce
quindi ad una situazione comune e chiede che la si
giudichi; l'applicazione è offerta dal contesto in cui
l' evangelista lo pone per mezzo dell' introduzione e
non ci sono motivi seri per metterla in dubbio Sa- 5•

l
4 - Se, comunque, la frase 'Figlio dell'uomo' è qui originale, dovremmo
supporre o a) che il logion fosse diretto non al pubblico in generale,
bensì ad una cerchia ristretta di persone già pronte ad accettare Gesù
come 'Figlio dell'uomo', oppure b) che 'Figlio dell'uomo' fosse un'e­
spressione ambigua senza una specifica connotazione 'escatologica' per
l'ascoltatore comune. Se può esser dubbio che Gesù abbia veramente
usato la frase 'Figlio dell'uomo' in questo detto, è certo però che essa
appare nella tradizione più antica che abbiamo e si adatta al significato
'escatologico' che Gesù attribuiva al proprio ministerio.
5- Il passo è uno di quelli che Dibelius chiama Paradigmen, 'paradig­
mi' ( From T radition t o Gospel, p. 43 ) e considera come la parte più

III
rebbe altrettanto illogico pretendere che i discepo­
li di Gesù digiunino che aspettarsi l'osservanza del
digiuno da parte degli invitati a una festa nuziale. Si
presupone evidentemente che i discepoli siano in
una situazione che richiede gioia e non tristezza e
-
allora viene spontaneo pensare ad altn dett1 : <<13èati
i vostri occhi poiché essi vedono » ; «Beati voi, pove­
ri, poiché il Regno di Dio è vostro » ; per coloro che
hanno «accettato il Regno di Dio come un fanciullo »
c'è una felicità così pura che sarebbe ridicolo prati­
care il digiuno : il Regno di Dio è infatti, secondo una
metafora ricorrente, il banchetto dei beati 6•
A questa controversia sul digiuno Marco ha fatto
seguire una coppia di parabole, quelle del Mantello
rattoppato e degl i Otri vecchi, che, per l'evangelista
almeno, hanno un significato simile a quello della
parabola precedente. L'idea che esse hanno in co-

certamente autentica della narrativa evangelica; in un'altra prospettiva


l'Albertz, Die synoptischen Streitgespriiche, pp. 57-64, sostiene con otti­
mi argomenti che questo ed altri episodi di 'controversia' in Marco
hanno «un valore storico non comune» [di parere d iverso è R. Bult­
mann, Die Geschichte der synoptischen Tradition, pp. 1 7 s., 39 ss. ; v.
anche la sua critica all'Albertz, p. 41 n. r N.d.T. ] .
6. Molti critici pensano, non senza ragione, che la continuazione della
parabola in Mc. 2,20 rappresenti uno sviluppo secondario; si può esser
del tutto certi che i lettori del vangelo avrebbero capito dal testo che,
benché Gçsi!�yesse tralasciato di digiunare, la chiesa aveva ogni buona
ragione per riprendere questa usanza dop<Y la sua morte. Questo richie­
de però che Jo__'_s!J<>so' sia Gesù stesso ( cfr. Apoc. 19,7; 2 1 .9 ; 2 Cor. I I ,
2 ) e che la parabola s-ià t.in'aTiegi:iria:-d ifficilmente era questa l'intenzio­
ne originaria della storia. Se la parabola voleva dire, come ho suggeri­
to, che i discepoli godono una gioia piena perché sono <<nel Regno d i
� allora è impossibile pensarecne questo tempo gioioso pass1 pre­
sto e che ritorni l'ora del digiuno, poiché il Regno di Dio perdura.
Nella nostra parabola «mentre lo sposo è con loro>> significa <<durante
la festa� cosl che se 2,20 è origina!�, il suo scopo è quello di
sottolineare antiteticamente H carattere eccezionale del periodo festivo
dur��i!_ quale, e soltanto allora, è sconveniente digiunare. Cadoux,
op. cit., pp. 72 ss. offre un'mteressante interpretazione della scomparsa
dello sposo, ma non riesce a convincermi anche perché dimentica che il
banchetto è una metafora per il Regno di Dio.

II2
mune è che è stolto cercare di armonizzare il vecchio
e il nuovo : il ministerio di Gesù non è solo un ten­
tativo di riformare il giudaismo, ma porta qualcosa
di completamente )luovo che non può essere adatta­
to al �stetQ��di?ionale; in altri termini: «La Leg­
ge e i profeti son durati fino a Gtovanni ; da questo
momento viene proclamato il Regno di Dio » .
Studiamo ora, nel medesimo modo , u n altro com­
plesso di parabole, cominciando dal breve detto di
Mc. 2 , 1 7 «Non sono i sani che hanno bisogno del
medico , bensì i malati» . L'evangelista ha composto
sia il co�sto che la morale di queste parole: il pri­
mo ci racconta come Gesù abbia chiamato Levi, un
pubblicano , e abbia poi pranzato con molti 'pubbli­
cani e peccatori' causando gravi interrogativi tra gli
scribi cui poi Gesù rispose in quel modo ; la seconda,
« non son venuto a chiamare giusti, bensì peccatori» ,
è quanto mai appropriata alla 'chiamata' di Levi con
cui si apre la narrazione, ma non costituisce una ri­
sposta adeguata alla domanda : «Perché mangia con
pubblicani e peccatori ? » . C'è poi il famoso proble­
ma de.l_significato di 'giusto: in questa storia : Gesù
ha veramente detto che la sua missione era per i pec­
catq!"_i e non e_er i gi�Sti ? Che la giustizia rendeva po­
sitivamente inal:illl a!discepolato? Basta pensare a
Mc. 1 0 , 1 7-21 per renderei conto che non può esser
co � - BisognaruTora intendere uomcamente il -rermt­
ne 'giusto' ( nel senso di Le. 1 8 ,9 «certuni che con­
fidavano in se stessi di essere giusti e disprezzavano
gli altri » ) ? Ma allora questa interpretazione non si
ac;!�_�!� _ai��ni ' della parabola.
Per farla Trev� posSiamo ragionevolmente sup­
porre che @_'morale' non faccia parte del detto ori­
ginale, ma sia una rozza interpretazione di tipo alle­
gorico di questo genere : «Non sono i sani che han­
no bisogno del medico , bensì i malati» ove 'sani ' =
II3
giusti ; 'malati ' = peccatori; 'medico' = Gesù . Non è
necessario discutere a questo punto se il contesto nar­
ratiyo è autentico come la parabola 7, ma non c'è mo­
tivo per dubitare che il detto sia stato inteso per una
situazione simile poiché l'amicizia di Gesù con 'pub­
blicani e peccatori' è, come abbiamo visto anche a
proposito della parabola dei Ragazzi sulla piazza del
mercato, un carattere distintivo del ministerio di Ge­
sù ed una delle princi ali cause di critica nei suoi con­
fronti e a paro a « l ma ati anno isogno del me­
dico » è una risposta quanto mai appropriata a tali
critiche.
Le. I 5 presenta circostanze simili per le tre para­
bole della Pecora perduta, della Moneta persa e del
Figlio prodigo ; le prime due sono appaiate, mentre
la terza è simile per argomento, ma diversamente
svolta. Troviamo la Pecora perduta da sola in Mt. I 8 ,
I 2 - I 4 , in contesto diverso. Sia Matteo che Luca for­
niscono una ' morale ' : questi : «Vi dico che così ci
sarà in cielo più gioia per un solo peccatore che si
ravvede che per novantanove giusti ìquali non han­
no bisogno di ravvedimento» ; quegli: <<Così il Pa­
dre vostro che è nei cieli non vuole che neppurc:__y n
sol di questi piccoli perisca »-.<::Fiiaramente non pos­
sono ri enre entram 1 i etto autentico e forse nes­
suno dei due lo fa ; la 'morale' di Luca è più vicina al
contenuto della parabola, ma il riferimento ai 'giu­
sti' incontra le medesime difficoltà che abbiamo già
notate pçr Mc. 2 , I 7 ( Gesù ha proprio insegnato che
c'erano alcuni giusti non bisognosi di ravvedimento ? )
e presenta la stessa rigida equazione allegorica : la

7- Dibelius, op. cit. , p. 6r, ammette che la chiamata di Levi sia un ve­
ro 'paradigma' e pensa che la parabola in origine ne facesse parte, men­
tre la scena del banchetto con pubblicani e peccatori sarebbe stata
composta dall'evangelista: non mi sembra però che la sua argomenta­
zione sia molto convincente.

I I4
pecora che non va in giro = il giusto, la pecora per­
duta = il peccatore, la pecora trovata = il peccatore
ravveduto, ergo I peccatore ravveduto è meglio di
99 giusti.
In realtà il racconto stesso ( anche la parabola pa­
rallela della Moneta persa si muove su queste linee) 8
rappresenta con efficacia la preoccupazioD-�- di _gual­
cuno per una perdita _çh� altrj�po considerare re­
lativamente insignificante e oi la sua gioia, pro or­
zionale al a preoccupazione, quan o crò c 'era stato
perduto viene ritrovato. II contesto narrativo di Lu­
ca è certamente esatto in quanto le parabole rifletto­
no l'interesse eccessivo ( secondo alcuni) di"Gesù per
i paria délla Giudea 9• Non è necessanodecidere se
col�Cbe' cerCaCfucbe è perduto è Gesù ò Dio: nel
ministerio di Gesù è giunto il Regno di Dio ed uno
dei segni della sua venuta è questo interessamento
senza precedenti per i 'perduti'.
La parabola del Figlio prodigo non è completamen­
te parallela alle precedenti poiché sembra che il n6c­
ciolo...de11a storia sia costituito dal contrasto tra la
gioiL��adre al ritorno del :fi�lio scapestrato e il
disdegno del 'rispettabtle' fratello maggiore, ma Lu­
ca non ha ce"!tamente torto nell'iipphcarli alla mede­
sima situazione de] ministerio di Gesù.
Anche in altre parabole ricorre il motivo del con­
trasto tra coloro che l'evangelista chiama i 'giusti' e
i 'peccatori' . In questo gruppo cade la parabola dei

8. Poiché le due parabole convergono chiaramente nel loro significato


non ci sembra possibile vedere la chiave ermeneutica primaria nel rap­
porto tra pastore e pecora; è chiaro però che i primi ascoltatori della
parabola si saranno certamente ricordati dell'immagine ricorrente nel­
l'A.T. di Jahvé e del Suo gregge.
9· Ed anche per alcuni abitanti della Galilea che non erano Giudei?
«Peccatori di tra i Gentili» (cfr. Gal. 2,1 5 ) vivevano lì a stretto con­
tatto coi Giudei.

IIJ
Due figli ( Mt. 2 1 ,2 8-3 2 ) 10 che, secondo Matteo, illu­
stra la reiezione della parola di Dio da parte dei capi
religiosi e la sua recezione da parte dei disprezzati.
Lo stesso tema viene elaborato con maggiore am­
piezza nella parabola del Gran banchetto (M t. 2 2 ,
r - 1 3 ; Le. q , "i 6 - 2 4 ). In Matteo la parabola co­
mincia: « Il Regno dei cieli è simile . . . » , mentre in
Luca precedono le parole: «BeatQSbipotrà mangiare
pane nel Regno di Dio » . Date queste differenze è
chiaro che i due evangelisti seguono tradizioni diver­
se della stessa storia e non dipendono da una fonte
comune. Il nucleo del racconto in entrambe le versio­
ni narra che gli invitati si autoescludono dal banchet­
to col proprio atteggiamento ed i loro posti v�ngono
occt!p.flti da straccioni e mendicanti. Sappiamo che
l'immagine del banchetto celeste era un simbolo ben
noto per la beatitudine futura, quando il Regno di
Dio sarebbe stato manifestato, e Gesù stesso usò
questa figura in altre occasioni 11; dobbiamo pertan­
to supporre che i presenti abbiano ben capito L.allu­
sione e allora le parole d 'invito ( comuni ai due rac­
conti anche se con lievi differenze verbali) «Venite
perché tutto" è pronto », corrispondono all'appello di
Gesù : «Ravvedetevi perché il Regno di Dio è giun­
to » ; la parabola acceima· inoltre al fatto che i 'giusti'
non rispondono a quella chiamata che è invece ac­
cettata" dai 'pubblicani e .Peccatori' . .
Stùdii:mdo corrie gli evangelisti hanno rielaborato
questa storia si possono scoprire gli interessi della
chiesa in un periodo successivo . Luca ha raddoppia­
to l 'episodio dell 'invito all 'ultimo momento : prima
i messaggeri vanno «per le piazze e per le vie della
città » per raccogliere i nuovi ospiti; poi, essendoci

IO. V. p. 26.
l [. v. pp. 54 s.

r r6
ancora.posti liberi, sono inviati più lontano, «per le
strade e lungo le siepi» fuori città: è molto probabi­
le che Luca, come sostengono numerosi esegeti, pen­
si ql).i a11 'estensione deJl'evangelo ai Gentili. Matteo
ha invece un solo invito estrema e segpe così una tra­
dizione che non si poneva il problema della chiamata
dci. Gentili ( cfr. M t. 1 0,5-6); egli ha d'altra parte tra­
sformato il bançbetto in un pranzo nuziale per il fi­
glio del Re, un particolare che va senz'altro interpre­
tato allegoricamente ' Z , ed aggiunge l'episodio dell'uo­
mo e non aveva l'abito adatto alla circostanza : si
tratta forse di una para o a autonoma in origine, ma
che qui ha per Matteo la funzione di mèttere in guar­
dia contra_un'ammissione troppo facile dei Gentili
nella chiesa 13•
Ritroviamo un motivo simile nella parabola dei
Braccianti nella vigna (Mt. 2o, r - r 6 ) che comincia con
la medesima formula << Il Regno dei cieli è simile . . . »
e alla quale Matteo aggiunge in fine il d�tto «Gli ul­
timi saranno primi e i primi ultimi » che è però tro­
vat<?_ilf1<:h�- �l!!2Y"�,jn 5_<?.!!!�§_tidiversi 14 , e non sem­
bra immediatamente appropriato a questa parabola.
Il succo della storia è che il padrone, per pura gene­
rosi_til e_pietà �ei disoccupati, paga la stessa somma a
chi ha lavorato un'oraeacl1.lli-iTavoràto tuTta-la
giornata. Abbiamo un'immagine quanto mai efficace
della generosità divina che dona senza seguire il me­
tro di una rlgfaa gmsttzta, ma pure il suo Sztz ziiile­
ben deve esser cercato nelle circostanze del ministe­
rio di Gesù e questa generosità divina la troviamo
specificamente nella chiamata di pubblicani e pecca-

12. In 22,6-7 abbiamo altri tratti allegorici.


1 3 . L'atteggiamento che si rivela qui, come in 5 ,17-1 9 ; 10,5-6; 22,2- 3 ,
somiglia a quello dei 'giudaizzanti' che ostacolano l'opera dell'apostolo
Paolo, secondo quanto questi ci dice nelle sue lettere.
1 4 . Mt. 1 9,30 riprendendo Mc. IO,J I ; Le. I J ,JO.

I 17
tori, assolutamente senza merito davanti a Dio. Il
Regno di Dio è così : tale è la risposta di Gesù alle
lamente,k dei legalisti che lo criticavano._per essere
l'amico di pubblicani e peccatori.
Un altro aspetto del ministerio di Gesù è presen­
tato nella parabola dell'Uomo forte derubato (Mc. 3 ,
2 7 ; Le. 1 1 , 2 1 - 2 2 ) che in Marco legge :
«Nessuno può entrare nella casa dell'uomo forte e rubargli
la roba se prima non ha legato l'uomo forte; solo allora po­
trà saccheggiargli la casa».
La versione di Luca è più elaborata e proviene proba­
bilmente da un 'altra fonte. Invece di un normale
caso di furto abbiamo un uomo armato che monta
la guardia _all'�o_Q�lla casa e viene attaccato da
uno più forte che lo affronta , IOViiiCe erusafma e
poi s'impossessa con coni-odo dei suoi beni. Forse
c'è dietro un incidente alla frontiera siriana ove av­
venivano spesso razzie di Beduini ; comunque sia, an­
che se Luca ha reso la scena più vivace, lo scopo del­
la storia non cambia. Sia Luca che Marco ( e anche
Matteo) mettono questa parabola in rapporto agli
esorcismi di Gesù nei quali questi vede la fine del re­
gno di Satana. Ora, nel pensiero giudaico , la fine del
regno di Satana è legata all'avvento del Regno di
Dio 15-e difatti sta MatteoCliewca-!tportanonell'im­
mediato contesto il detto : «Se per il dito [ o Spirito ]
di Dio io caccio i demòni, allora il Regno di Dio è
giunto tra voi ». Gli evangelisti sono pertanto una­
nimi nel considerare questa una parabola del Regno
di Dio . nel senso che la metafora della sconfitta del­
-
l' uomo forte si�nmca· per loro ·ra-diStana delle forze
del male. Essi hanno senz'altro ragione, ma a noi
oreme al momento sottolineare che la sconfitta delle
forze del male non è qui, come per l'apocalittica giu-

1 5 . V. pp. 44 s.

u8
daica, una speranza per il futuro, bensì un fatto con­
creto avvenuto nel ministerio di Gesù : ancora una
volta il ministerio di Gesù si dimostra un evento
escatologico, è la venuta del Regno di Dio.
La parabola che è più difficile riportare diretta­
mente ad una determinata situazione storica è quella
dei Vignaioli malvagi ( Mc. 1 2 , 1 -8 ) 16• Per Jiilicher e
discepoli si tratta di una allegoria compo&t_a d_alJl! m:.i­
ma eh� dopo la morte di Gesù, ma io non posso
seguirlo e� anche se bisogna ammettere che ci sono
state aggiunte, credo che la storia sia, dopo tutto, ab­
bastanza naturale e realistica nei suoi tratti principali.
Un padrone che si doveva assentare lasciò una vi­
gna a fittabili dopo aver pattuito con loro che l'affit­
to sarebbe stato pagato con una data proporzione del
raccolto 18• Dopo la vendemmia egli mandò alcuni in­
caricati per riscuotere il fitto, ma un padrone lontano
sembra offrire l'occasione di un buon colpo per chi
crede di poterla far franca e cosi i fittabili pagarono
il fitto in bastonate. Il padrone, vista la serietà della
situazione, mandò il figlio a risolvere la faccenda. Ci
si sarebbe aspettati che il figlio del proprietario riu­
scisse certamente ad incutere quel rispetto di cui non
avevano beneficiato i servi nella precedente occasio­
ne, ma i fittabili erano ormai andati troppo lontano :
assassinarono il figlio del padrone, gettarono il cada-

r6. Per il momento considero questa la fine della parabola e si vedrà


presto perché.
17. Gleichnisreden Jesu, II ( r9 ro), 385-406. Egli ammette la possibili­
tà che ci sia stata una parabola di Gesù con questo tema e forse se ne
possono vedere tracce in 1 2 , 1 .9 , ma «qualsiasi tentativo di ricostruirla
è destinato a fallire poiché la nostra unica fonte, Mc. 12. non è che un
prodotto della prima teologia cristiana, dalla prima all'ultima parola, e
non può pertanto essere affatto una fedele relazione di un discorso po­
lemico di GesÙ».
18. Per esempi di contratti in cui si stipula il pagamento del fitto in
natura v. P. Oxy. r63 1 , 1689, 1968 ; si trattava di un'usanza comune.

I I9
vere fuori della vigna, senza nemmeno seppellirlo, e
s'impadronirono del podere.
La storia diventa più verosimile se pensiamo alle
condizioni della Palestina al tempo di Gesù: tutto il
paese, in particolare la Galilea, non era certo tran­
quillo; dopo la rivolta di Giuda il Galileo ( 6 d.C . )
la regione non era mai tornata completamente alla
calma e l'agitazione era in parte dovuta a motivi eco­
nomici 19• Se ricordiamo che molti latifondi erano in
ma_no straniera, EossLam_g�mmaginarci che Io
scontento nelle campagne fosse strettamente" legato
a sentimenti nazionalistici, com'è successo, per esem­
pio, in Irlanda prima della Grande Guerra. In una
situazione come questa non è affatto improbabile che
al rifiuto di pagare il fitto seguano una morte violen­
ta e l'occupazione della proprietà da parte dei lavo­
ranti . Invece di essere un'allegoria costruita artifi­
cialmente, la parabola può benissimo servire a dar­
ci un'idea effettiva di che aria tirasse in Galilea cin­
quant'anni prima della grande rivolta del 66 d.C.
La parabola termina, molto appropriatamente, con
una domanda : «Che cosa farà il padrone delia vi­
gna? » ( 1 2 , 9 ). Per gli ascoltatori la risposta era abba­
stanza ovvia poiché tutti sapevano come un affare si­
mile sarebbe andato a finire, anche senza che Gesù,
contrariamente alla sua abitudine, si affrettasse a ri­
spondervi, come Marco attesta. In ogni modo, sia che
Gesù abbia veramente risposto o no, il senso della do­
manda era in realtà questo : «Che cosa si meritano
costoro ? ». Poiché il loro delitto non poteva certa­
mente essere approvato da persone oneste, la rispo­
sta attesa era che quegli uomini dovessero essere se­
veramente puniti.
Qual'è ora l 'applicazione ? L'inizio della parabola
19. Vedi F.C. Grant, Tbe Economie Background of tbe Gospels ( Ox­
ford lJn. Press, r 926 ).

1 20
è quasi una citazione esatta di Is. 5 ,1-2 e qualunque
ascoltatore giudaico avrebbe riconosciuto il famoso
Canto della vigna, come avrebbe saputo che nell'in­
terpretazione tradizionale, a iniziare dal Canto di
Isaia, Israele era la vigna del Signore : ne consegue
che il delitto dei malvagi vignaioli che si rifiutarono
di dare il dovuto al padrone del podere e risposero
ai suoi inviti con illimitata insolenza e ribellione non
è che la colpa di cui si eran macchiate le guide d'Israe­
le. Marco ci dice che i capi del popolo si accorsero
che la parabola era diretta contro di loro ( 1 2 , 1 2 ) e
noi possiamo ben credergli.
Secondo Mc. 1 2 ,9 Gesù rispose alla propria do­
manda con queste parole : «Egli verrà e d�str�à
quei lav_g�atori e dar� la vi@a ad altri» . Di per sé si
e
tratta di u-ria conClusione naturru della vicenda : è
senz'altro possibile che nel caso di una simile aperta
e violenta ribellione dei fittavoli un proprietario riu­
scisse ad ottenere dalle autorità l'aiuto necessario per
stroncarla con la forza 10-e-cercasse l>ot-atrri-cur11f­
fittare la vigna. Non solo, ma una tale risposta si ac­
corda perfettamente con l'insegnamento di Gesù che
conosciamo poiché abbiamo ogni ragione di credere
che egli abbia predetto la fine della nazione giudaica
e, d'altra parte, ìicoii.tenuto della risposta non cor­
risponde a quanto effettivamente avvenne con tanta
esattezza da costringerci a pensare a un vaticinium
ex eventu : anche se è vero che, secondo i cristiani,
non più le autorità giudaiche, ma gli apostoli di Cri­
sto sono le guide religiose del popolo, quelle non fu­
rono 'distrutte' che con la conquista romana di Ge-

20. Un po' come Marco Bruto si fece pagare un debito dalla corpora­
zione di Salamina facendo inviare un manipolo di cavalleria, ottenuto
dal governatore della Cilicia, ad assediare il consiglio cittadino finché
cinque membri non morirono di fame. Vedi Cic., Att. 5 ,2 1 ; 6,r ove tut­
to il vergognoso episodio è causticamente descritto.

I2I
rusalemme, un evento probabilmente ancora futuro
al tempo in cui Marco scrisse. Sembra comunque
chiaro che Gesù non avesse l'abitudine di rispondere
alle domande decisive con cui terminavano cosi spes­
so le sue parabole, mentre al contrario l'evangelista
ci tiene a mettere ben in evidenza la 'morale' della
parabola: così rimane incerto se I 2 ,9 b formi parte
integrale della tradizione autentica.
Matteo ( 2 I .4 r ) ha invece dato alla conclusione
una forma più consueta facendo rispondere àgli
ascoltatori stessi : «Egli eliminerà malamente questi
sciagurati e affitterà la vigna ad altri lavoratori i qua­
li gliene consegnetaiìfì.oufru tto a - suOTempo>>-;Ge­
sù, invece, sottolinea soltanto ed esplicita quella con­
clusione: «Perciò vi dico che il Regno di Dio vi sarà
tolto e sarà dato ad una _gente che ne faccia i frutti » .
Nella frase «EgTCelim!nerà malamente questiSCnlgu­
rati » possiamo probabilmente scorgere a buon dirit­
to un accenno agli orrori dell'assedio e dell'espugna­
zione di Gerusalemme da parte dei Romani, mentre
nell'ultima proposizione non abbiamo che la dottri­
na della reiezione d'Israele e della elezione dei Gen­
tili, come si trova anche altrove nel N.T. : la chiesa
ha soltanto messo i puntini sulle i dell'applicazione
originale.
Oltre l'applicazione della parabola, i sinottici han­
no anche aggiunto un testimonium dall'A.T . : «La
pietra che gli edificatori hanno riprovata è divenuta
la pjetr� angolare» (Mc. r 2 ,ro e par. ) ; solo Luca ag­
giunge il detto sì:iiTii pietra che PQ_rta rovina a chi vi
cade sopra e a chi vi resta sotto (Lc. 2o, r8?1.
·- In ogni caso questae!aborazione progressiva non è
che un indice dell'importanza particolare che questa

2 1 . Alla base di tutte queste citazioni dell'A.T. c'è uno schema tradi­
zionale di testimonia ; v. il mio libro According to the scriptures, Lon·
don, 1952.

1 22
parabola ebbe per la chiesa la quale volle mettere as­
solutamente in chiaro la sua interpretazione.
Se questa considerazione è corretta, ne segue la
p ossibilità che alcuni particolari della storia stessa,
pu r nella sua prima forma canonica, siano stati un
po' alterati per far risaltare meglio la morale. La pa­
rabola che abbiamo in Marco si presta benissimo ad
una interpretazione allegorica in cui i 'serv(_�ono i
profeti e il 'figlio diletto' è Gesù e noi possiamo chie­
derci con ragione fino a che punto una tale interpre­
tazione abbia influito sul testo attuale. Ci sono due
punti che sembrano alquanto sospetti.
In primo luogo il lettore rimane perplesso davan­
ti al numero piuttosto elevato di 'servi' inviati cial
padron� per riscuotere il_Ao_vuto : questo-tocco: irrea­
le in una situazione simile, può esser dovuto al de­
siderio d'indicare la l� �t1<:<:_t:_s�Jon� �i profeti man­
_
dati da Dio al Suo popolo e da questo respmu o uc­
cisi. Se togliessimo Mc. I 2 ,4 avremmo una grada­
ziçn.e retorica di tre _ che si a9�tta erfettamente a
questo tipo di storia, come a simili tipi i narrazione

popolare 22 ; posstamo provare a le�gere cos1' questa
forma più semplice della parabola 23 e renderei conto
della sua naturalezza : «Giunta la sta�ione, egli man­
dò uno schiavo a ritirare dai contadini (la quantità

22. Cfr.i � nella parabola dei Denari affidati, i t!l:....!.ifuJ r i nella


versione l ucana di quella del Gran banchetto ed il sacerdote, il !evita
ed il samaritano. Quelle parabole che hanno forma di racconto son
molta simili alle novelle popolari.
23. La forma più semplice si riscontra effettivamente in un testo sco­
perto poco più di dieci anni fa; v. The Gospel according to Thomas:
Coptic Text established and translated by A. Guillaumont and others,
London, 1959, p. 39 (93-r r6). Questo fatto è a favore della tesi, avan-
2ata d lcuni, che uesto tardo scritto gnostico abbia talora usato una
tradizione primitiva dei logia, benche rant e Freedman, be ecret
Sayings of Jesus according to the Gospel of Thomas, Fontana Books,
London, 1960, sostengano che la versione delle parabole che abbiamo
nel van�di Roma non sia che una abbreviazione di quella sinottica.

!23
dovuta di ) ciò che era stato prodotto dalla vigna, ma
essi Io presero, lo bastonarono e lo mandaron via a
mani vuote. Allora egli man_Qè__loro un altro servo ,
ma costoro lo decapitarono e ne fecero scempio. Egli
aveva ancora un figlio prediletto e lo mandò loro per
ultimo» . In secondo luogo-è-sembrato che l 'uccisione
del 'figlio diletto' rifletta troppo apertamente la teolo­
gia de_H!!__prima chiesa per poter esser stata original­
mente nelfa--piraboTaCil-Gesù. Bisogna pero riCono­
scere che lo svolgimento nàtlirale della storia richiede
un punto di massima malvagità che renda estremamen­
te chiari l 'oltraggio e la violenza e la ribellione dei fit­
tabili : c'è un modo migliore di far questo che intro­
durre la figura del figlio preferito o unico 24 del pa­
drone? È lo svolgimento stesso dellàstorià che ri­
chiede questo personaggio e non un qualche motivo
teologico. Inoltre il modo in cui il figlio viene ucci­
so non contiene alcuna reminiscenza della maniera in
cui Gesù morì, tanto è vero che Matteo cerca pro­
prio di porre rimedio a ciò dicendo che i vignaioli
prima cacciarono il figlio fuori della vigna e poi l'uc­
cisero 25 : Gesù infatti « soffrì fuori della porta »
( Hebr. 1 3 , 1 2 ) . Nella versione di Marco, però, man­
ca persino questo accenno minimo.
La parabola ha pertanto valore di per sé, in quan­
to è un racconto drammatico che richiede il giudizio
degli ascoltatori, giudizio la cui applicazione è chiara
abbastanza senza che si ricorra all'allegoria. Tutta-

24. 'AyCX7tlJ"'tO<; è usato nei LXX per rendere jahid in Gen. 22,2 . 1 2 . 1 6 ;
I er . 6,26: unico figlio ( a meno che supponiamo che i n tutti questi casi
i traduttori abbiano letto jadid per jaf.iid); ci .;ono anche altre prove
che stabiliscono questo senso di ciyCX7tl)"t6ç: cfr. C.H. Turner, JThSr 27
( 1 9 25 ) , r 13 ss. Il figlio unico appartiene, come il terzo e il settimo, ai
temi tipici della narrativa popolare.
25. I codici D e 9, insieme con altri testi, hanno l'ordine di Marco,
ma si tratta probabilmente di un caso di assimilazione.
via questo massimo di malvagità della storia ne sug­
gerisce uno simile nella situazione alla quale il rac­
conto andava applicato. Sappiamo che Gesù consi­
derò il suo ministerio come il culmine del rapporto
di Dio col Suo pof>olo ed affermò che la colpa dello
spargimento di sangue giusto, da Abele a Zaccaria,
sarebbe caduta sulla sua generazione: con tragica iro­
nia, la parabola sembra dire che la ribellione d'Israe­
le avrebbe ben presto raggiunto il massimo con l'uc­
cisione del successore dei profeti. Se ammettiamo che
Marco abbia posto la parabola nel suo vero contesto
storico ( e nel racconto della Passione, di cui questa
parte del vangelo è un'introduzione, il susseguirsi de­
gli eventi è marcato più chiaramente e, forse, più ac­
curatamente di quanto possiamo pensare non accada
altrove), allora le circostanze erano tali che molti
ascoltatori avrebbero ben potuto cogliere le velate
allusioni. Con l'entrata trionfale e la purifìcazione del
tempio Gesù aveva dato alla popolazione la possibi­
lità di riconoscere il carattere più che profetico della
sua missione e la parabola può ben essere intesa a
dar forza a questo fatto : «0 Gerusalemme, Gerusa­
lemme, che uccidi i profeti . . », che succederà ades­
.

so ? Non si tratta di allegoria qui . ma dell'uso legit­


timo della parabola per esplicare la piena portata di
una situazione precisa.
Intesa così, la parabola dei Vignaioli malvagi ci aiu­
ta a capire quei detti di Gesù in cui egli preannuncia
la propria morte e JL9isastro che avrebbe colpito i
Giudei. Di per sé la parabola non esprime che un giu­
dizio morale della situazione, ma si può dire che im­
plicitamente essa ' predica' la morte di Gesù e la
sentenza che avrebbe colpito i suoi carnefici . Come
ho più volte accennato, le predizioni vanno intese in
questo senso : non sono prodotto di pura chiaroveg­
genza, ma piuttosto una traduzione in chiave storico-
! 25
narrativa della realtà morale della situazione.
In questo modo, benché solo in Matteo venga in­
trodotto un riferimento secondario al Regno di Dio,
anche questa può esser considerata a buon diritto
una vera 'parabola del Regno' in quanto parla della
crisi finale nei rapporti di Dio col Suo popolo.
In tutti i casi che abbiamo fin qui considerati non
è difficile notare che le parabole avevano un riferi­
mento 31i l!._�ituazione conte_�oranea, riferimento
che è stato generalmente riconosciuto nella tradizio­
ne esegetica. Ora io voglio avanzare l'ipotesi che mol­
te altre parabole ebbero in origine un simile riferi­
mento, ma che esso è stato più o meno osc� nei
vangeli per l'tnfluenza m motivi facilmente discerni­
bili, sorti in seguito al cambiamento di situazione do­
po la morte di Gesù. Prima dobbiamo però vedere
come sia cambiato il punto di vista della chiesa e poi
indicare che effetto tale mutamento abbia avuto per
l 'interpretazione delle parabole.
La chiesa primitiva, che conservò la tradizione del­
l'insegnamento di Gesù, ebbe a lungo vivo il senso
di vivere in una nuova epoca, quel senso che il Si­
gnore aveva espresso con le parole: «Il Regno di Dio
è giunto tra voi » . A partire dalla predicazione apo­
stolica, quale la possiamo ricavare, sia pure parzial­
mente, dal libro degli Atti degli Apostoli, fino alle
lettere di Paolo , alla lettera agli Ebrei e al quarto van­
gelo, la chiesa è unanime nell'affermare di vivere nel­
l'età del compimento 26: Dio ha agito nella storia in
modo decisivo ed il mondo è ora un nuovo mondo.
Nondimeno la situazione della chiesa era alquanto
diversa da quella in cui Gesù aveva insegnato. Quan�
do, poche settimane dopo la morte del Maestro, gli
apostoli iniziarono la predicazione, forse sentivano
26. Hoskyns e Davey, The Riddle of the New Testament, mettono
molto bene in risalto questo aspetto.

1 26
ancora di vivere la grande crisi, sia pure in uno sta­
dio successivo, come l'avevano vissuta durante il suo
breve ministerio ; con fiducia essi aspettarono che il
pieno significato della crisi diventasse palese a tutti
entro brevissimo tempo. Col passare dei mesi e de­
gli anni, però, il senso della crisi s'indeboll : non tut­
to ciò che il Signore aveva detto era avvenuto; la na­
zione giudaica non era crollata ed il tempio era an­
cora in piedi ; anno dopo anno tutto continuava ad
andare, esteriormente, com'era sempre andato; il Si­
gnore era morto, era risorto e l'occhio della fede lo
vedeva «alla destra di Dio» : ma che era accaduto del­
la sua promessa di tornare sulle nuvole del cielo ?
Seguendo l'insegnamento di Paolo e del quarto
evangelista, le menti migliori della chiesa giunsero
infine ad un'interpretazione delle parole di Gesù che
rendeva giustizia al loro senso più 2.!_Qfondo; intanto
però, coloro che le avevano prese alla lettera aveva­
no costruito, sulJe linee della tradizione apocalittica
giudaica, un'escatologia cristiana del tipo di quella
accennata nella ' piccola apocalisse' di Mc. 1 3 , am­
pliata in Matteo e portata a perfezione nell'Apocalis­
se di Giovanni 27• Costoro erano persuasi che nel fu­
turo (che fino alla fine del I sec. la chiesa continuò a
credere molto vicino) il processo escatologico inter­
rotto sarebbe ri reso, la rande tribolazione avreb­
be colpito la chiesa, Gerusa emme e 1 tempio sare -
bero caclutr·e·il-Pfglìo-Clell'uomo sarebbe venuto sul-
27. Nel li sec. questa tendenza esplose nel chiliasmo popolare che ven­
ne considerato poco benevolmente dai principali teologi ortodossi, so­
prattutto quando venne associato col montanismo. La posizione accet·
tata dalla chiesa in generale rappresenta un compromesso: essa accolse
la nuova escatologia, lasciando ampia libertà all'interpretazione del suo
simbolismo, ma non cercò più di fissare un limite di tempo in base af
principio enunciato in 2 Petr. 3,8. In primo piano si mise ciò che era
stato compiuto per la redenzione dell'uomo in Cristo (l' 'escatologia at­
tuata' dei vangeli ) e la continua presenza di questi nella chiesa, garan­
tita particolarmente dal sacramento eucaristico.

127
le nuvole per il giudizio. Nel frattempo la chiesa si
trovava a vivere in questo mondo e poco alla volta
organizzò la propria esistenza in un modo sempre
meno dipendente dall'attesa escatologica.
Questo sviluppo ebbe come risultato la rottura
dell'unità e della continuità originali del processo
escatologico : è questa la differenza profonda e signi­
ficativa tra la prospettiva dei detti di Gesù e quella
della loro consolidata tradizione che venne incorpo­
rata nei vangeli scritti . I logia erano stati pronunciati
in un breve periodo di crisi intensa e per questa spe­
cifica situazione; latradizione si formò in un peTtOèto
di vita comunitaria stabile ed in espansione il quale
non era consièferì:it()-cl1e l'mtervallo tra due crisi,
quella passata e quella a venire.
In una simile situazione è naturale che la chiesa,
rivolgendosi all 'insegnamento del Signore per esser
guidata, tendesse ad una nuova applicazione ed In­
terpretazione delle sue parole in base alle necessità
della nuova situazione. Ciò avvenne in due modi :
1 ) logia originalmenti intesi per una situazione im­
mediata e particolare 28 ricevettero un'applicazione
generale e fissa ;
2 ) le parole associate in origine alla crisi storica pas­
sata vennero riferite aii 'attesa crisi futura .
È possibile mostrare che queste due tendenze, che
possiamo rispettivamente denominare 'omiletica' o

28. Come ho già detto verso la fine del capitolo precedente, non son
d'accordo con quanti ritengono che Gesù non intendesse affatto dare
un insegnamento etico suscettibile di un'applicazione generale; li seguo
soltanto finché si tratta di riconoscere che detti occasionali sono spesso
stati interpretati in senso molto più ampio. Si prenda ad esempio l'e·
sortazione a 'portare la croce': si è trattato certamente di un detto pro­
nunciato per una data occasione, ma Luca ( 9,2 3 ) lo ha trasformato in
una regola di vita cristiana con la semplice aggiunta di 'ogni giorno'.
lo non credo che non sia lecito far ciò, ma soltanto sostengo che è
estremamente probabile che Gesù avesse in mente una precisa situazio­
ne storica.

! 28
'parenetica' 29 ed 'escatologica' , sono state attive, co­
me risulta dal loro confronto, nel periodo in cui i
vangeli furono scritti ed è · ragionevole presumere che
lo siano state anche nel periodo della tradizione ora­
le. Esaminiamo ora alcune parabole per vedere se
troviamo tracce di queste due tendenze.
Un inizio conveniente è offerto da una parabola
riportata in Mt. 5 ,2 5- 2 6 e Le. 1 2 , 5 7-5 9 che possia­
mo chiamare la parabola dell'Imputato. I due evan­
gelisti hanno evidentemente ripreso la parabola da
una fonte comune; le differenze tra. le due versioni
sono poche e di tipo puramente lessicale. In Matteo
il passo suona così :
«Giungi presto ad un accordo col tuo avversario mentre sei
ancora per via con lui, che talora il tuo avversario non ti con­
segni al giudice e il giudice alle guardie e tu venga gettato
in prigione. Io ti dico in verità che non uscirai di là finché
non aq�agato l'ultimo centesimo».
Abbiamo qui chiaramente il caso di una parabola'
che è stata trasmessa senza applicazione alcuna; nean­
che gli evangelisti ne hanno fornita una, ed è solo il
contesto in cui essi hanno collocato la parabola che
rivela la loro interpretazione.
In Matteo il testo in questione fa parte del Ser­
mone sul monte, in' particolare di quella sezione ( 5 ,
1 7-48 ) in cui vari precetti della Legge antica vengo­
no sottoposti a critica e riinterpretati o completati
o superati. Il comandamento 'Non uccidere' viene
dimostrato inadeguato perché la leggé di t:risto proi-

29. Gli esegeti tedeschi hanno messo in voga il termine Paranese, 'pa­
renesi', dal greco 7ta:pa:ivEcrLc;, per indicare la forma tipica d'insegna­
mento etico dei sinottici, delle porzioni 'parenetiche' delle epistole pao­
line e di altre parti del N.T. IIa:pa:wEiv vuoi dire 'consigliare', ' racco- ·
mandare' o 'esortare' e parenesi è un buon ·termine per indicare ·questo
tipo d'insegnamento etico, menl:'te 'istruzione morale' dà l'impressione
di qualcosa di più sistematico e rigido ed 'esortazione' è troppo retmi­
co: rende 7ta:pcixÀ.TJCTLC, piuttosto che 7t!XPCXLVECTLC,.

! 29
bisce ugualmente l'ira e il disprezzo; sotto l'aspetto
positivo viene affermato che la riconciliazione con
un 'fratello' deve aver precedenza anche sul culto di
Dio ed è proprio la frase «va' prima a riconciliarti
col tuo fratello» ( 5 ,2 4 ) che serve ad introdurre la
parabola. Che devi fare se tuo 'fratello' è la parte av­
versa in un processo? Persino tl bumt senso ti dice
ché devi. giungere «presto ad un accordo col tuo av­
versario». È chiaro che per Matteo la parabola in­
segna che è importante esser sempre pronti a com­
piere il-...12rimo passo per sanare una disputa tra vi­
cini ed è per questo ammaestramento c1ie -èssa ha
trovato posto nel Sermone sul monte, in questo elen­
co di massime religiose e morali tratte dall'insegna­
mento di Gesù per la guida del cristiano.
In Luca abbiamo un diverso contesto. Il passo che
stiamo considerando è preceduto da una serie di pa­
rabole di cui ci dovremo più tardi occupare ( parabo­
le dei Servi in attesa, del Ladro di notte, dei Servi
fedeli e infedeli) e da una piccola parabola sulla pu­
nizione dei servi disobbedienti; viene poi il grande
detto: «lo sono venuto a gettare un fuoco sulla ter­
r�>_çh� _preannuncia le divisioni in seno alle fami­
glie: tutto il complesso ruota attorno ill'iaea di una
crisi che servirà a vagliare in modo decisivo gli at­
teggiamenti personali e a determinare il fato degli
uomini. Immediatamente prima della nostra parabo­
la abbiamo ancora il logion sui segni del tempo il
cui scopo, in questo contesto, è di suggerire che gli
uomini dovrebbero essere in grado di accorgersi che
la crisi è ormai giunta 30•

30. La parabola del Fico che annuncia l'estate (Mc. 1 3 ,28) ha uno sco­
po simile. Benché gli evangelisti riferiscano questa breve parabola e il
logion sui segni del tempo ai sintomi futuri della seconda venuta, le
parole di Gesù acquistano maggior forza se le vediamo dirette agli uo­
mini del suo tempo affinché riconoscessero il significato dell'ora in cui
vivevano.

qo
In tale contesto è manifesto che si vuoi mettere
in evidenza la situazione dell'imputato: egli viene
arrestato per debiti, tra poco sarà in tribunale e ces­
serà di esser libero poiché è inevitabile che venga
condannato e incarcerato. Per il momento egli è pe­
rò ancora libero di agire: che farà? Il buon senso
{
glielo dice, si sbrighi a sistemare la faccenda prima
dfenmlre in tribunale. Anche qui cogliamo la nota
della crisi, della necessità di agire immediatamente
e urgentemente ca sembra dire che questa idea
va applicata alla situazione escntta nei versetti pre­
cedenti e precisata in 1 2 ,5 7 : «E perché non giudi­
cate _da voi stessi ciò che è giusto ? ». Cioè, perché
non usate il vostro buon senso per decidere cio che
conviene o non seguite l'esempio dato nella parabo­
la di un uomo che si comporta secondo il senso co­
mune? Luca intende così la parabola in riferimento
all'urgenza di compiere la mossa giusta in occasione
della grande crisi descritta in precedenza.
Se ora noi togliamo la parabola dal contesto, così
com'era stata tramandata, dobbiamo senz'altro am­
mettere che Luca si è avvicinato al suo significato ori­
ginario più di Matteo poiché nol!_è tanto il fatto del­
la riconciliazione (per sottolineare l'importanzaoel­
la quale si sarebbero potute trovare delle immagini
ben più adatte, dato che, in fondo, qui non si tratta
che di un espediente) che viene messo in risalto,
quanto l'incredibile stoltezz� di_.f.9l<?!O che, di fronte
ad una formidabile crisi, non hanno il buon senso
per acCQJ:�si che devono agire con prontezza, ora
o mai più. Se ricordiamo che la predicazione di Gesù
centtì:Wa sull'annuncio «<l Regno di Dio è giunto tra
voi», possiamo concludere con una certa sicurezza
che la parabola, com'egli l'intendeva, doveva essere
applicata dagli ascoltatori alla situazione in cui essi
si trovavano, in quel luogo ed in quell'ora, davanti
alla crisi suprema di tutta la storia. Questa era l'ap­
plicazione originaria, ma Luca, cosa abbastanza na­
turale, applica la stessa lezione a cristiani in attesa
della crisi futura del ritorno del Signore, mentre in
Matteo la tendenza 'parenetica' ha trasferito la pa­
rabola in una nuova ed originale cornice.
Un esempio più complesso è fornito dal modo in
cui i vari evangelisti trattano la parabola del Sale.
Questa parabola è riportata nei tre sinottici e poiché
Matteo e Luca concordano in alcune importanti va­
riazioni rispetto a Marco, possiamo concludere con
relativa certezza che essi l'hanno trovata in una fon­
te comune non dipendente da Marco. Il testo del se­
condo vangelo è il più semplice:
«<l sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli
darete sapore?>> ( Mc. 9 , 5 0 )
Dal confronto di Matteo ( 5 , 1 3 ) e Luca ( ! 4 , 34-
3 5 ) possiamo dedurre il testo probabile della fonte
comune:
<<Se il sale si guasta, con che lo si salerà? È buono a nulla,
lo gettano via».
Sia Matteo che Marco indicano esplicitamente la
loro applicazione, mentre in Luca è solo il contesto
che ci suggerisce la sua intenzione.
In Matteo abbiamo l'applicazione più chiara:
«Voi siete il sale della terra» ( 5 , 1 3 ). La parabola è
quindi un ammon.ixne.n._to ai seguaci di Cristo i qua­
li hanno la grave responsabilità di esercitare un'azio­
ne di purificazione e preservazione in tutto il mon­
do : se falliscono, son venuti meno allo scopo della
loro vita e saranno assolutamente rigettati da Dio.
In Mc. 9 , 5 0 abbiamo un'altra applicazione: «Ab-
l \biate il sale in ( tra) voi stessi e vivete in pace gli uni
con gli altri». Il senso di queste parole non è imme­
-diatamente chiaro, ma è evidente che il 'sale' non è
la comunità cristiana stessa, ma una certa qualità che
essa dovrebbe possedere e che è in qualche modo
associata con la pace. Perquesta-ragìone la parabo­
la del Sale è usata per concludere una serie di detti
introdottl:l da una lite dei discepoli a proposito del
primato 31• Forse · -aooiamo qm un riflesso deiPlclea
diffusa che il sale sia simbolo di ospitalità e quindi
dell'amicizia eterna che lega due che lo abbiano con­
diviso, �ogfii caso non si tratta di un'applica­
zione felice perché rimane nel vago proprio il punto
centrale della parabola, il fatto che il sale insipido
non val niente.
In Luca ( 1 4 , 3 4-3 5 ) la parabola del Sale conclude
una serie di detti che trattano quanto sia grave, im­
pegnativo e difficile seguire Gesù, e introducono poi
le parabole del Costruttore di torri che non riesce a
terminare l'opera e del Re che va in guerra contro
un nemico più forte. La morale di queste parabole
è riassunta nel v. 3 3 : «Così dunque ognuno di voi
che non rinunzi a t�_tto _quello che ha, non può es­
se! mio discepolo». Segue poi la parabola : «Il sale,
certo,èbuono; ma se anche il sale si guasta, con che
gli si darà sapore? ». Qui il sale insipido sembra in­
dicare il candidato discepolo chenorinesce a-com�
piere la rinuncia richiestagli, ma non è del tutto chia­
ro se il sale deve rappresentare una qualità, senza la
quale nessuno è adatto a seguire Gesù, o la persona
stessa. Forse la seconda ipotesi è più probabile e al­
lora il senso di Luca si avvicina a quello di Mt . .5 , I 3 ,
3 1 . Questo complesso di detli non è omogeneo e i vari logia sembrano
collegati piuttosto debolmente, talora solo dalla ripetizione di un ter­
mine chiave. I detti dei vv. 42 e 43-47 sembrano esser tenuti insieme
solo dalla ricorrenza del verbo crxa:voa:À.il;nv; il riferimento a 7tup nei
vv. 43 e 48 conduce al logion oscuro del v. 49, 1tliç y!Xp 7tupt ci).�crlhi­
CTE'ta:� e il verbo ci).ir,Ew al detto del sale. Appare però evidente che
con le parole EXE'tE Èv Èa:u-:-o�ç li).a: xa:t dpTJVEVE'tE Èv !X).).T)).o�ç ritor­
niamo alla situazione del v. 34·

133
solo che in Matteo il sale indica una qualità che de­
ve agire sul mondo, mentre in Luca il sapore aspro
del sale significa le virtù eroiche del vero cristiano.
Queste divergenze nell'applicazione della parabo­
la che riscontriamo nei sinottici indicano che la tra­
dizione primitiva non conosceva né la sua applica­
zione né il suo intento originari. L'interpretazione
proposta da Marco e quella di Luca sanno d'artificia­
le e ci sembra difficile credere che in origine la para­
bola del Sale volesse insegnare la pace nella chiesa o
la dedizione cristiana; quella di Matteo è sì chiara e
appropriata, ma corrisponde all'intento primitivo?
Prendiamo ora la parabola senza il contesto, così
come probabilmente è stata tramandata in origine.
Abbiamo l'immagine di un bene di consumo non so­
lo J.rtile.__ma necessario alla vita umana ed esso ha
perso la sua unica e specifica caratteristica, diventan­
do più che inutile. Se pensiamo alla situazione in cui
Gesù si trovava ad insegnare, quale può esser stato ,
secondo lui, l'esempio più lampante di una tale tra­
gica svalorizzazione? Ci sono abbastanza prove per
credere che egli abbia considerato il giudaismo del
suo tempo in una tale situazione drammatica. Non è
necessario predsareseil" -'s-aler-aellaparabola rap­
presenti il popolo giudaico stesso o la loro religiosi­
tà 32 : il tertium comparationis è semplicemente co­
stituito dal triste fatto che un qualcosa di buono e
di ne@siirio
- si è guastato ed è andino scmpato� Vi­
sta così, Ia parabola si allinea con aÌtri detti di Gesù
e diventa una parola rilevante per Ja situazione glo­
bale del momento. Non cogliendo più le tensioni di
quell'ora, gli evangelisti hanno cercato in vari modi
di servirsi della parabola per far giungere un ammae-

p. La Torà è pa.rago��ta al sale in un passo del Talmud citato in


Strack-Billerbeck sotto Mt. 5 . 1 3.

1 34
stramento od un ammonimento alla chiesa del loro
tempo.
Un caso simile ci è offerto dall'interessante para­
boletta della Lampada e del moggio. Anche qui ab­
biamo un testo che appare sia in Marco ( 4,2 r ) che
nella fonte comune a Matteo e Luca. In Marco il
passo è come segue:
«Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio
o sotto il letto? Ncn la si porta forse per metterla sul can­
deliere?>>.
La versione di Mt. 5 , 1 5 dice:
«Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio,
ma sul candeliere ed allora essa fa luce per tutti quelli che
sono in casa».
È probabile che questa forma sta molto simile a
quella di <Q' 33•

Matteo è il solo a darci un'applicazione esplicita


della parabola: «Cosl risplenda la vostra luce nel
cospetto degli uomini, affinché vedano le vostre buo­
ne opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cie­
li» ( 5 , 1 6). Possiamo a buon diritto meravigliarci nel
3 3 . È possibile spiegare perché le due versioni dì Luca variano: Le. 8,
r6 fonde Marco e 'Q' e perciò parla di un letto; in Le. I I , 3 3 si parla
invece di una cantina che serve da nascondiglio. In entrambi i passi Lu·
ca dice che la lampada è messa sul candeliere «affinché coloro che en·
trano vedano la luce»: egli pensa evidentemente alla lucerna posta nel
vestibolo di una casa greco-romana del tipo di quelle di Pompei che
hanno nel vestibolo una nicchia per la lampada. Matteo ha invece pre·
sente un'abitazione galilea ove una lampada collocata nell'unica stanza
basta per tutta la famiglia. Anche l'accenno alla cantina indica che Lu­
ca ha in mente una casa piuttosto grande, mentre nella casupola solo
il moggio e, forse, il letto possono offrire un nascondiglio per la lampa·
da. Probabilmente l'espressione di Matteo oùlìÈ xa:Covcn\1 À.vxvov, che
riproduce l'uso aramaico della 3' persona p!. impersonale per la forma
passiva, è più vicina all'originale di quella di Luca, oÙiìEÌ.ç &ljia:ç; la
versione di 'Q' aveva comunque una proposizione negativa laddove
Marco ha un'interrogativa.

1 35
sentire una tale esortazione dalla bocca di Gesù, poi­
ché ci ricordiamo delle sue severe parole per chi pra­
tica la propria giustizia per essere visto dagli uomini
( M t. 6, I ) ed anche perché troviamo simili massime
usate correntemente nell'insegnamento rabbinico 34•

Negli altri due vangeli possiamo soltanto dedurre


l'applicazione considerando il contesto della parabo­
la. Essa appare in Marco in un passaggio che si apre
con la domanda dei discepoli su natura e scopo delle
parabole (4,I o). Gesù risponde che la verità del Re­
gno di Dio è annunciata in parabole affinché gli
'e i' non la capiscano; a mo' d'iJlustrazione se­
gue un'interpretazione ella parabola del Seminato­
re e poi abbiamo quella della Lampada e del moggio
seguita dal logion ,. : «Non c'è ni�nte che venga nasco-
sto e non con I mtento 35 che sta mamrestaw». sem-
- �-
bra quin 1 a astanza c taro c e per arco la lam­
pada rappresenti la verità del Regno di Dio, celata
durante la vita di Gesù soltanto con l'intenzione ul­
tima di manifestarla al mondo come una lampada
sul candeliere. Non c'è bisogno di star lì a provare
l'artificialità di questo collegamento.
In Le. 8 , I 6 abbiamo lo stesso contesto di Marco,
ma non così in I I , 1 3 dove abbiamo una serie di det­
ti introdotti dalle parole : «Questa generazione è una
generazione malvagia; essa chiede un segno» ( I I ,29 ) .

II tema generale è il concetto di una verità aut@evi­


dente che non ha bisogno di alcun segno di conferma.
I Niniviti scorsero la verità nella predicazione di
Gioia; la Regina del sud riconobbe la sapienza di
Salomone : la lampada sul candeliere illumina, infat-

34· Strack-Billerbeck, ad loc., produce numerosi esempi.


35· Dobbiamo intendere così l' M.v !J.'ÌJ �va: di Marco: forse il di ara­
maico è stato preso per una congiunzione finale, mentre otteniamo la
forma di 'Q' se lo consideriamo un pronome relativo : la particella ha
infatti entrambi i sensi.
ti, tutti quelli che entrano nella casa Per questo 36 •

evangelista, quindi, la lampada rappresenta la verità


che brilla di luce propria, ma è difficile si tratti del
senso originale poiché non offre alcuna applicazio­
ne soddisfacente per l'immagine della lampada mes­
sa sotto il moggio che è certamente centrale alla
parabola.
Possiamo quindi concludere che anche questa pa­
rabola non è stata inizialmente trasmessa insieme
con JJ.l:L_applicazione precisa. Ciascun evangelista ha
cercato di spiegarla come meglio credeva, ma nessu­
na delle loro interpretazioni ci soddisfa pienamente.
Proviamo così a tornare alla parabola in sé. Il qua­
dro ch'essa presenta è quello della grande stoltezza
di mettere una lampada accesa in un posto dove si­
curamente la sua luce diventa inutile. C'è un caso
notevole di simile follia nella situazione in cui Gesù
parlava? Non lo era forse, ai suoi occhi, la condotta
dei capi religiosi del suo tempo i quali, com'egli eb­
be a dire, chiudevano la porta del Regno dei cieli in
faccia agli uomini ( Mt. 2 3 , 1 3 ; Le. I I , p ) o, in altre
parole, celavano loro la luce delJa rivelazione divi­
37•
na? Sembra quindi che abbiamo ancora una volta
una parabola intesa originalmente a denunciare con
forza la situazione del momento, usata poi dagli
evangelisti per ammaestrare o ammonire la chiesa dei
loro giorni o sollecitando i cristiani a manifestare I-a
gloria di Dio con le loro buone azioni o proclamando
l'ora in cui il mistero del Regno di Dio sarebbe do­
vuto essere annunciato ovunque o, più in generale,
asserendo che la verità brilla di luce propria.

36. Nel versetto successivo c'è un certo spostamento di significato: <<La


lampada del corpo è l'occhio>>; l'interpretazione lucana non è quindi
del tutto coereme.
37· Si ricordi che la Torà è luce: v. Strack-Billerbeck, li, 357, sotto
Io. x , 1 -4 .

1 37
Questi esempi dovrebbero bastare a provare che
quella che ho chiamato la tendenza 'parenetica' ha
modificato in alcuni casi l'applicazione primitiva del­
le parabole. Passiamo ora ad esaminare un caso nel
quale questa tendenza è stata sostituita o completata
dal motivo 'escatologico'.
La parabola dei Talenti di Mt. 2 5 , 1 4-30 e quella
dei Denari affidati di Le. 1 9 , 1 2-27 sono chiaramente
variazioni di una medesima parabola. La misura in
cui i due evangelisti usano gli stessi termini non è
veramente ragione sufficiente per credere che essi ab­
biano probabilmente avuto una fonte comune e le
differenze che si riscontrano-nel racconto fanno pen­
sare che in tutta probabilità la pericope abbia avuto,
in entrambi i casi, una lunga tradizione prima di
.giungere agli evangelisti. Nondimeno si tratta so­
stanzialmente della stessa storia.
Nel primo vangelo la parabola è una di quelle ag­
giunte al discorso apocalittico ripreso da Marco. Il
discorso stesso è centrato sulla venuta del Figlio del­
l'uomo in gloria, ad un momento non ben precisato,
ma che sembra relativamente lontano nel futuro ben­
ché cada ancora entro la vita di quella stessa gene­
razione. A questo Matteo aggiunge alcuni detti ehe
esemplificano il carattere improvviso della venuta:
il logion del diluvio di Noè, la parabola del Ladro
di notte e quella dei Servi fedeli e infedeli; fa poi
seguire la parabola delle Dieci vergini, che sottoli­
nea in altro modo la saggezza di chi è pronto per il
grande_.evento e la follia di chi non lo è, e infine la
parabola dei Talenti che in questo contesto SI iite­
risce chiaramente alla seconda venuta e serve a ricor­
dare ai seguaci di Cristo che questi, al suo ritorno,
terrà conto del modo in' cui essi hanno fatto fronte
alle loro responsabilità particolari.
L'applicazione di Luca può essere invece ricavata
1 38
dalla breve introduzione ch'egli ha redatta ( r 9 , I I ) :
<< .Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Geru­
.•

salemme ed essi pensavano che il Regno di Dio stesse per


essere manifestato immediatamente».
Questa breve prefazione ha l'effetto di far concentra­
re l'attenzione particolarmente su due aspetti della
storia : la partenza del padrone per un lungo viaggio
e il suo_ ritorno per la _!:_esa dei conti . Vista -coSI; la pa­
rabola contiene un ammaestramento esplicito sul ri­
tardo della parusia.
Oltre l'applicazione indicata in Matteo dal con­
testo e in Luca dalla breve premessa, entrambe le
versioni della parabola sono seguite da una 'morale' .
«A chiunque ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche
quello che ha».
In Luca ( 1 9 , 2 6 ) abbiamo la forma più semplice :
«A chiunque ha sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi
non ha sarà tolto anche quello che ha» 38 •

Pare quindi che l 'antica tradizione da cui entram­


be le versioni dipendono contenesse già un'applica­
zione della parabola sotto forma di una massima di
ca�J:�_gen_e_rale. Ad uno stacfi;-Cfellatra<Ilzione
molto più antico di quello costituito dal primo e dal
terzo vangelo, l'insegnamento della parabola non si
riferiva al secondo avvento, ma metteva in risalto
il trattamento specifico dei servi degni ed indegni.
Non dobbiamo però dimenticare che ritroviamo
la medesima massima in Mc. 4 , 2 5 come logion sepa­
rato, diverso dalla forma lucana solo per una costru­
zione grammaticale 39 che riflette più chiaramente la

38. Il periodo di Matteo è meno fluido, ma probabilmente più vicino


all'originale am:he se l'evangelista ha aggiunto 7tCXV'tL e xa:t 7tEPLCTCTEu­
ihjCTE't!XL; è comurique facile risalire all'originale comune.
39- "Oç y!Xp EXEL lìoihjCTE't!XL a:lh�. xa:t oç oùx EXEL, xa:t o EXEL cipihi-
1 39
influenza di un originale aramaico 40 In questa circo­
stanza Luca ha seguito Marco, con differenze trascu­
rabili, mentre Matteo ha ancora una volta aggiunto
delle proprie parole.
Ora quando ci ricordiamo che c'era la tendenza
a trasformare parole di Gesù dirette ad una situa­
zione specifica in massime di valore . generale per
l'ammaestramento della chiesa, non possiamo più es­
ser tanto sicuri che la 'morale' aggiunta già nell'anti­
ca tradizione alla parabola dei Talenti sia originale.
Come Matteo vide nella parabola dell'Imputato una
esortazione alla riconciliazione e come Luca scorse
nella parabola della Lampada e del moggio un'illu­
strazione del princip' che la verità ris lende di lu­
::t
c�� · così in uno stadio ancora antico e la tra­
dizione a parabo.la._Qei Denari affidati fu usata per
esemplificare la massiiTìaCI1eColu i che possiede del­
le capacità spirituali le aumenterà con l'esperienza,
mentre colui che ne è privo peggiorerà continuamen­
te la propria posizione. È quasi certo che abbiamo
a che fare con un detto autentico di Gesù, visto che
è attestato più volte, ma non possiamo più sperare
di scoprirne l 'applicazione originale. Comunque sia ,
la parabola dei Denari affidati non si adatta perfet­
tamente al principio che dovrebbe illustrare perché
colui che nascose il denaro ne venne privato non per­
ché avesse poco, ma perché non aveva fatto fruttare

CTE"ttU ci1t' a:Ù"toÙ. Mt. 25,29 e Le. 19,26 migliorano lo stile sostituendo
una costruzione participiale alla proposizione relativa.
40. Marco riporta questo detto nella serie di affermazioni che seguono
la domanaa dei discepoli riguardo la natura e lo scopo delle parabole,
interpretandolo, evidentemente, in riferimento alla visione spirituale
necessaria alla loro comprensione: chi possiede tale visione se la vedrà
aumentare meditando sulle parabole, ma chi non ha tale capacità sarà
da loro gettato in uno smarrimento ed in un'ignoranza ancora maggiori.
Questa consialerazione è vera, ma probabilmente non rappresenta l'in­
tenzione originale del logion.
il capitale, il che è tutt'altra cosa.
Siamo quindi costretti a postulare una forma an­
cora più antica di questa parabola, priva, come mol­
te altre parabole di Gesù, di una esplicita 'morale' o
applicazione. Cerchiamo pertanto di prendere il rac­
conto di per sé e di riferirlo alla situazione di Gesù.
Per far questo è consigliabile ricostruire la storia ser­
vendoci degli elementi comuni a Matteo e Luca e
tralasciando le aggiunte proprie all'uno o all'altro
evangelista.
Un uomo chiamò i suoi servi, affidò loro del de­
naro e partì . Dopo un certo tempo tornò e li chia­
mò a render conto : due avevano fatto aumentare il
capitale ricevuto e furono lodati; un terzo ammise
di aver avuto paura a rischiare un investimento e di
aver pertanto nascosto il denaro con cura, e restituì
esattamente la somma ricevuta. È implicito che co­
st�ettava di esser lodato per la sua prudenza
ed.__onestà. Il padrone invece replicò (e qm Siamo al
punto di massimo accordo tra le due versioni ): « Ser­
vo malvagio ! Tu sapevi come io tenga al guadagno :
avresti dovuto investire il mio capitale così da far­
melo riavere con gli interessi» . La somma affidata
al terzo servo gli venne tolta e data al suo collega più
intraprendente. Qui terminava il racconto, per quan­
to siamo oggi in grado di risalire al testo più antico.
Salta subito agli occhi che la scena principale è
la resa dei conti e, in articolare, la figura del ser­
vo prudente, così s disfatto e pteno 1 se, 1 qua­
le, invece della lode che si aspettava, riceve un rim­
provero severo. Gli altri particolari della storia sono
sub� uesta scena-madre ed anche il viaggio
del padrone non ha un valore autonomo, ma è l'oc­
casione, il tempo concesso ai servi per dimostrare
quello che valevano. Tutto concorre a mettere in ri­
salto la figura del servo scrupoloso che non vuoi cor-
J4I
rere rischi ed è il suo comportamento che gli ascol­
tatori son chiamati a giudicare. Ecco uno che ha dei
soldi in mano e non vuoi rischiare di perderli inve­
stendoli, ma li nasconde sotto il materasso: lo con­
sideriamo certo un tipo ultraprudente, -senza inizia­
tiva, troppo cauto e timoroso per aver successo ; e
poi notiamo che i soldi non erano suoi, ma gli erano
stati __afl!Qati perché li investisse: allora la sua cau­
tela esagerata è qualcosa rupeggio, è un tradire la
fiducia riposta in lui, ed egli si rivela un servo inuti­
le, un mascalzone infido e infruttuoso.
La parabola sollecita un g'11dizio del genere: ma
a chi va applicato ? Per rispondere a questa doman­
da dobbiamo metterei al posto degli ascoltatori di
Gesù i quali in base alla propria esperienza e cono­
scenza sarebbero stati in grado di capire dove egli
mirasse. Non è necessario che cerchiamo nella storia
dei fatti che corrispondano ai particolari della narra­
zione, ma è bene ricordare che nell'A.T. e nell'uso
giudaico il rapporto tra Dio e Israele è tanto costan­
temente raffigurato da quello tra 'padrone' e ' servi'
che è quasi inevìtaòiìe che cht avesse sentito la pa!a'­
bola l'interpretasse seguendo quest'immagine. Chi è
allora quel servo di Dio che viene condannato per
esser stato così eccessivamente cauto da venir meno
al compito affidatogli ? Secondo me è quel tipo di pio
Giudeo c:h�_è tanto criticato nei vangeli : è colui che
/ cerca la propria sicurezza nell'osservanza meiicòlosa
della Legge, che «erige uno steccato attorno alla Leg­
ge» , che paga la decima sulla mentuccia e sulle erbet­
te per acquistare merito agli occhi di Dio, che dice:
«Tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fan­
ciullezza» : 'Eccoti il tuo ! » . Allo stesso tempo , con
un comportamento esclusivista ed egoistico, rende
steril_e la fede d'Israele : gli umili, i pubblicani e i
peccatori, i Gentili non ricevono alcun beneficio dal-
l'osservanza farisaica della Legge e Dio non incassa
interessi sul Suo capitale.
Secondo me la parabola 41 era intesa a far vedere a
queste persone la loro condotta nella vera luce: esse
non danno a Dio quello che gli spetta, lo stanno
frodando . «Il Giudaismo dell' epoca,- dice il Klau­
sner 4\ non aveva altro fine che salvare quella piccola
nazione, guardiana di grandi ideali, dal naufra_gio nel­
l'oceano della cultura pagana>>. Se la si mette così
sembra si tratti di un fine legittimo ; ma, da un altro
punto di vista, non si può dire a ragione che si na­
scondeva il capitale in un fazzoletto ? Senza dubbio
sarebbe stato rischioso abbandonare la scrupolosità
farisaica, ma si tra.t!_a proprio del rischio che i primi
cristiani affrontarono -e lo affrontarono obbedendo al
loro Maestro. È quel tipo di rischio, ci dice la para­
bola, che è previsto in ogni investimento di capitali :
ma senza il rischio dell'investimento il capitale non
frutta. La situazione storica ci sembra offrire anco­
ra una volta un'applicazione precisa e rilevante della
parabola.
Se il nostro ragionamento è corretto possiamo de­
terminare tre_ stadi nella storia di questa particolare
pericope evangelica. Innanzitutto Gesù raccontò la
parabOla con un preciso riferimento alla situazione
contemporanea ; poi la chiesa se ne servi a scopo pa­
renetico per illustrare il principio : «A chi ha sarà
dato» ed è a questo stadio che la forma della para­
bola che è dietro il testo di Matteo e Luca venne fis­
sata nella tradizione per poi ricevere, nella linea di
trasmissione che giungerà a Matteo , un ulteriore svi­
luppo 'parenetico' : la somma di denaro affidata ai
tre servi viene dosata in modo che la parabola pos-

41. Cfr. Cadoux, op. cit., pp. 1 06 ss.


42. ]esus of Nazareth, p. 376.
sa esemplificare la varietà delle doti personali 43 •
Al terzo stadio il motivo 'parenetico' è sostituito
o affiancato da quello 'escatologico '. Il ritorno del
padrone significa il secondo avvento di Cristo e la
parabola si avvia così a diventare alJegoria. In Mat­
teo il servo infruttuoso non soltanto viene privato
del denaro affidatogli, ma viene gettato nelle tenebre
di fuori, ove è il pianto e lo stridor dei denti : la re­
sa dei conti è diventata il Giudizio finale. In Luca
l'allegoria è spinta ancora più in là, su altre linee. Il
padrone è diventato un nobile che va in un paese
lontano per ricevere un regno 44: si tratta evidente­
mente di Cristo asceso in cielo da dove tornerà co­
me re; dopo la resa dei conti coi suoi servi , il re
scanna i suoi nemici : è ancora Cristo che torna co­
me giudice a distruggere i malvagi . Per assicurare, di
là di ogni possibile dubbio, il riferimento alla secon­
da venuta, la parabola viene introdotta con la pre­
cisazione che essa venne narrata perché si credeva
che il Regno di Dio stesse per esser manifestato im­
mediatamente ( mentre la chiesa sapeva ora che sa­
rebbe passato molto tempo prima del ritorno del
Signore).
Studiando questa parabola abbiamo visto con
quanta ingegnosità il cambiamento di situazione e
prospettiva della chiesa abbia portato ad un muta­
mento dell'applicazione, pur lasciando inalterata la
sostanza del racconto . Possiamo pensare a buon di­
ritto che lo stesso è accaduto in altri casi nei quali
non è forse così facile scorgere l'andamento dello
sviluppo .

43· Il vangelo secondo gli Ebrei presenta ancora un altro sviluppo


'parenetico'.
44· Alcuni hanno avanzato l'ipotesi che la storia contenga reminiscen­
ze dei rapporti dei principi erodiani, in particolare Archelao, con Ro­
ma; ma l'intento è qui chiaramente allegorico.
CAPITOLO QUINTO
LE PARABOLE DELLA CRISI

C'è un certo numero di parabole interessanti che,


nella loro forma attuale, vengono riferite all'attesa
seconda venuta di Cristo e hanno lo scopo di esorta­
re ad esser pronti per quella crisi imminente. È so­
prattutto su queste parabole che si è soliti fondare
l'opinion�, a mio avviso errata, che Gesù abbia
preannunciato un periodo d'attesa tra la propria
morte e resurrezione e la venuta in gloria. Le para­
bole in questione sono quelle dei Servi fedeli e in­
fedeli) , dei Servi in attesa, del Ladro di notte e delle
Dieci vergini.
Queste parabole, come le abbiamo ora, sono poste
in un contesto in cui si esorta ad esser pronti, atten­
ti, svegli e sappiamo che tali esortazioni apparten­
gono alla consueta parenesi della prima chiesa. In
quello che secondo me è lo scritto cristiano più an­
tico che fino ad ora abbiamo, la I Thess. , possiamo
leggere quanto segue :

«Voi stessi sapete molto bene che il Giorno de.! Signore ver­
rà come U!l ladro di notte. Quando diranno: Pace e sicurez­
za, allora pio-mberà_su.fOfo improvvisa la rovina, come le do­
glie della donna incinta e non ci sarà più scampo. Voi, fra­
telli, non siete nelle tenebre però, perché quel Giorno pos­
sa sorprendervi come un ladro; infatti siete tutti figli della
luce e figli del giorno. Non apparteniamo alla notte o alle te­
nebre, perciò non dormiamo come gli altri; ma vegliamo e
siamo sobri poiché i dormiglioni dormono di notte e gli ubria­
coni si ubriacano di notte: noi invece che apparteniamo al
gicrno siamo sobri» ( 5 ,2-8 ).
Poiché l 'Apostolo Paolo dice che i suoi lettori san­
no tutto questo molto bene, possiamo ben pensare
che esortazioni del genere costituissero una parte re­
golare dell'insegnamento che egli impartiva ai con­
vertiti. Confrontiamo ora quanto abbiamo appena
letto con le parole che Luca ha aggiunto al discorso
apocalittico ripreso da Marco :
«State attenti a che i vostri cuori non si appesantiscano per
la crapula, l'ubriachezza e le preoccupazioni mondane e a
che quel Giorno non vi colga all'improvviso, come un lac­
cio, poiché verrà su quanti abitano sulla faccia della terra.
Vegliate perciò, pregando continuamente perché abbiate la
forza di sfuggire a tu t te queste cose che devono avvenire e

stiate sa1di davanti al Figlio dell'uomo» (Le. 2 1 ,34-36 ) .

La somiglianza generale dei due passi non può


non colpire, tanto più se si considera la somiglianza
del linguaggio impiegato 1 È da escludersi che Paolo

stia citando il terzo vangelo ; è possibile che Luca


abbia sentito l 'Apostolo insegnare queste cose 2, ma
è ancora più probabile che entrambi i passi rifletta­
no un tipo comune di predicazione cristiana primiti­
va, frequente almeno nella missione ai Gentili .
Incontriamo u n linguaggio simile i n altre lettere
di Paolo , p. es. in Eph. 5 ,8-1 4 :
«Eravate tenebre una volta, m a ora siete luce nel Signore:
camminate come figli di luce... e non vi associate alle opere
infruttuose delle tenebre .
... Per cui è detto:
'Svegliati o tu che dormi,
,

risorgi dai morti


e Cristo splenderà su di te'».
x . In r Thess. : aùpvL&o;• . . E'ltLC''ta.'ta.L... ou !J.'ÌJ EXq�uywaw . . . i] 'ÌJJ.lÉ-

pa. . . . YP'IJYOpWJ.t.f:v• . . 1-lflt\IC'XOI-lfVOL . . !-lfD1JovaLv; in Le. : �!h) .. . Émcr'ti}


.
tq�' Ù(J.Iiç a.Lql'oi LiìLoç i] 'Ì]!J.Épa. ÉxftV'l), .. tiypv'ltVEL'tE ... Exq�vyEi:v.
2. Se fu Luca, il medico collaboratore di Paolo, che scrisse il ter20
vangelo, allora sappiamo che egli fu insieme con l'Apostolo almeno per
una parte del viaggio che portò questi a Tessalonica (Act. r6,u- 1 3 ;
1 7 , 1 ).
Il fatto che qui sia citato quello che deve esser
stato un antico inno cristiano mostra che abbiamo a
che fare non con un insegnamento individuale, ma
piuttosto con idee correnti nella prima chiesa: il cri­
stiano è una persona completamente sveglia, men­
tre la vita del peccato è un sonno. In scritti reli­
giosi contemporanei, non cristiani, abbiamo delle
esortazioni morali simili, p. es. nel trattato ermetico
Poimandres :
«0 genti, uomini terreni che vi siete abbandonati all'ubria­
chezza e al sonno e all'ignoranza di Dio, cessate di far bal­
doria sotto l'azione di un sonno irrazionale... Allontanatevi
da quella luce che è tenebra» 3•
Sembra quindi che l'esortazione a 'svegliarsi dal
sonno' sia stata un luogo comune dell'esortazione
etica del tempo ; la caratteristica dell'insegnamento
che abbiamo letto in I Thess. e in Luca consiste nella
presenza del motivo escatologico 4: il motivo per
3· Corp. Herm. 1, 27; si notino le parole !J.ÉfrTJ xa:t U7tV!{l, xpa:�7ta:À.wv­
'tE<;, 'toV crxo'tEwoii q>W'téc;, che fanno pensare all'accoppiamento di
sonno ed ubriache22a in 1 Thess. 5 e Le. 2 1 (oltre a Rom. I J , I I· I J ),
l'uso di xpa: mcD.. 'l) in Le. 2 1 , la contrapposizione di luce e tenebre in
x Thess. 5 e Rom. 1 3 ; cfr. anche Corp. Herm. v n , r-2 e v. il mio libro
The Bible and the Greeks, pp. r8 3 -r86. Anche nei test. XII Patr. lo
'spirito di sonno' è uno spirito di 7tÀ.civ'l) e rpa:v-:a:crta:, associato ( cru­
vcbt'tE'tttL) con gli 'spiriti' di falsità, arroganza, ingiustizia, fornica2io­
ne e simili ( test. R. 3,1-7: il Charles pensa che si tratti di un'interpola­
zione posteriore alla traduzione in greco dei testamenta, ma per noi
non è qui necessario stabilire con certezza questo particolare).
4· Si noti con quale abilità Paolo passi dal concetto di 'giorno del Si­
gnore' a quello di 'giorno' come oppos10 di 'notte', cioè di 'luce' in
contrapposizione a 'tenebre', sulle linee di una dottrina simile a quella
degli hermetica. Nel passo di Eph. si riflette la posizione comune sia al
cristianesimo che all'ellenismo, con la differenza però che l'idea di 're­
surrezione' sostituisce quella del raggiungimento della 'immortalità': si
tratta di una differenza molto significativa r questa 'differenza specifica'
è elaborata e sostenuta da O. Cullmann, Immortalità dell'anima o ri­
surrezione dei morti?, Brescia, Paideia, 1 968. N.d.T. ] ; che il cristiano
sia 'risorto dai morti' non è che una conseguenza della 'escatologia at­
tuata' dei vangeli : il Regno di Dio è giunto, l' 'età a venire' è arriva:a,
la 'vita dell'età a venire' è attuata.
'star svegli' è costituito dall'avviCinarsi certo e dal
momento incerto della seconda venuta di Cristo . In­
dipendentemente dalla sua derivazione diretta o no
da Gesù, questo insegnamento era corrente nella
chiesa: Paolo stesso lo dà e Luca lo pone sulle lab­
bra di Gesù ; ma se questa osservazione è esatta, al­
lora non c'è proprio di che meravigliarci se una qual­
siasi parabola, che appena vi si prestasse, venisse in­
tesa in questo senso . L'esempio della parabola dei
Denari affidati, che abbiamo considerata poco fa, ci
mette in guardia ricordandoci che una tale interpre­
tazione non è necessariamente quella originale.
Dopo queste considerazioni preliminari possiamo
volgerei alle parabole che c'interessano più da vicino.
Possiamo cominciare con la parabola dei Servi fe­
deli e infedeli. La troviamo in Matteo ( 2 4,45-5 1 ) e
Luca ( r 2 ,42-4 6 ) con un'identità tale di linguaggio e
çon delle differenze così m.inime che non . è difficile ri­
conoscere la forma originale della pericope in 'Q'. In
quella forma non c'è un'applicazione esplicita e sol­
tanto il contesto chiarisce come l'evangelista l'abbia
intesa. Come molte altre, la parabola si apre con una
domanda ; è un inizio che tradisce lo scopo essenziale
di una parabola, cioè sollecitare gli ascoltatori a emet­
tere un giudizio.
«Chi è 5
lo schiavo fedele e prudente che il padrone ha co-
stitui-to_: sulla sw1___�ervitù Q_er_ dar loro il cibo a suo tempgl
Beato quello schiavo che al ritorno il suo padrone troverà
a far così! In verità vi dico che lo costituirà su tutti i suoi
averi. Se invece quel cattivo schiavo dice in cuor suo: «Il
mio signore tarda a tornare>> e comincia a picchiare gli al­
tri schiavi e a mangiare e bere con gli ubriaconi, il padrone
5· Mt. ha BouÀ.oç, Le. otxovo!J.oç, ma altrove hanno entrambi BouÀ.oç:
lo schiavo funge da otxovo!J.oç.
6. Alt. ha xa:"tÉCT"tTJCTEV, Le. XCX"t!XCT"ti)CTEL; altrove hanno entrambi il fu­
turo, ma è giusto che il verbo esprimente la situazione da cui parte
tutta la storia sia al passato.

q8
di quello schiavo giungerà al giorno che egli non aspetta e
7
all'ora che egli ignora, lo squarterà e gli riserverà la sorte
degl'infedeli» 8•

Nel racconto il viaggio e il ritorno del padrone


non vengono particolarmente sottolineati poiché non
sono che una parte necessaria dello scenario dramma­
tico per inquadrare la situazione desiderata . In ri­
salto viene invece posto il comportamento contra­
stante di due persone che si trovano nella stessa po­
sizion-;-una compie fedelmente l 'incarico assegnato­
le,raltra vien meno al suo dovere per mancanza di
autocontrollo ; un tratto evidentemente essenziale è
che questa responsabilità in entrambi i casi va eser­
citata durante l'assenza del padrone. Ora chiediamo­
ci : Che cosa dovrebbe suggerire questa scena ad
ascoltatori di Gesù che fossero totalmente ignoranti
di un lungo intervallo prima del suo ritorno ? Co­
storo conoscevano bene l'immagine d'Israele quale
servo del Signore 9 e sapevano che erano considerati
Suo' servitori in modo particolare i grandi personag­
gi de�toria
-
' srae e, 1 capt , 1 re e i pro eti ; cer-
----- - - · -

7- <iLXO'tOIJ.lJCTEL: questa crudele punizione era ben nota, ma è difficile


capire come uno squartato possa poi ricevere la sorte degli infedeli,.
anche se è possibile intendere: «Egli lo squarterà, riservandogli così la
sorte degli infedeli>>. Si tratta però di un'interpretazione forzata, così
che rimangono possibili altre due spiegazioni: a) l'ultima frase è un'ag­
giunta allegorizzante: la distruzione, significata dallo squartamento, è
la sorte degli limcr"tOL ( = increduli); b) siamo davanti ad una traduzio­
ne errata: l'aramaico diceva soltanto «lo raglierà fuori>> ( lo esclude­
=

rà, lo espellerà dalla casa ) oppure aveva una frase idiomatica comune
«gli dividerà la sorte con gli infedeli>> ( proposta di Torrey, The Four
Gospels, ad. loc. ).
8. Le. ha cbtlcr"twv, Mt. intoXpL'tWV, termine tipico di questo vangelo;
se si considera questa parola originale, allora la frase finale è senza
dubbio un'aggiunta allegorizzante poiché gli tmoxp�'tCXL non sono perso­
naggi della storia; ci:ltLCT'tWV è però certamente il termine originale poi­
ché la parabola è imperniata sul contrasto 'lt�CT"toç/ limcr"toç.
9- V. The Bible and the Greeks, pp. 9-1 1 ; cfr. Ps. 1 36,22; I s. 4 1 ,8, etc.
IO. Sono chiamati così Abramo, Mosè, Davide, Ezechia, Zorobabele, i
tamente essi avrebbero pensato a delle persone che,
in quel momento, si trovassero in posizione analoga :
i capi sacerdoti e gli scribi che «sedevano sulla cat­
tedra di Mosè» 1 1 ( Mt. 2 3 ,2 ). La parabola sembra
pertanto denunciare come infedeli servi di Dio i ca­
pi religiosi dei Giudei, proprio comem un aTtta pa­
rabola es � ollati come malvagi vignaioli
o, in quella dei Denari affidati, sono rappresen tati
nella figura del servo infingardo. Questa parabola
aveva cosl anch'essa un preciso riferimento alla si­
tuazione attuale, ma, una volta passata questa, la
chiesa, abbastanza naturalmente e legittimamente,
la riapplicò nella propria, diversa situazione.
Le parabole dei Servi in attesa in Marco e in Lu­
ca presentano un problema complesso . Il passo di
Le. 1 2 ,35-3 8 è come segue :
«l vostri fianchi siano cinti e le vostre lucerne siano accese
e siate simili ad uomini che attendono il ritorno del loro si­
gnore dalle nozze per aprirgli subito appena arriva e bussa.
Beati quei servi che il signore troverà svegli al suo arrivo!
In verità vi dico che si · cingerà, li farà sedere e verrà a ser­
virli 12 • Se li troverà cosl anche venendo alla seconda o alla
terza vigilia, beati loro! ».
Il passo corrispondente in Mc. 1 3 ,33-37 legge :
'

<<State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il mo­


mento; è come unuomo partito per un viaggio il quale ha
lasciato la propria casa e ha dato il potere ai servi, assegnan­
do a ciascuno il suo compito e ha ordinato al portinaio di
restar sveglio. Vegliate quindi, perché non sapete quando
profeti Ahija, Isaia, Giona e altri: in ebraico 'ebed, in greco oouì.oç o

r x . 'Mosè mio servo' è espressione stereotipa e Mosè è, enfaticamente,


il 'fedele' servo di Jahvé, Num. 1 2 ,7 .
1 2 . L'uso di OLtlXOVE�v in questo passo, proprio a Luca, fa pensare a
Le. 22 , 27: Éyw El(J.L �v VIJ.�\1 wc; ò lìLaxovwv; può essere che dietro ci
sia quel detto riferito, in forma ·alquanto diversa, anche in Mc. ro,45
ove è conservato il verbo lìttlXOVELV. Se le cose stanno così abbiamo
un tratto allegorizzante.

1 50
arriverà il padrone della casa, se a tarda sera o a mezzanotte
o al canto del gallo o all'alba ; altrimenti, arrivando improv­
visamente, vi troverà addormentati. Ciò che dico a voi lo
dico a tutti: vegliate».
Per quanto questi due passi siano diversi, pure
hanno un fondamento comune: l'immagine dei ser­
vitori in una grande casa i quali aspettano il padro­
ne che è assente e può tornare a qualunque ora del­
la notte. Persino il fatto che Marco suddivida la not­
te secondo l'uso romano e Luca secondo quello giu­
daico non valgono a mettere in dubbio l' opinione
che qui ci troviamo davanti a due versioni di una
stessa parabola; al massimo possiamo pensare che
Luca conservi la suddivisione originale della notte,
mentre Marco l'ha adattata per il suo pubblico ro­
mano (dobbiamo ricordare però che l'uso romano
era ben noto .anche in Palestina). In entrambi i ca­
si, poi, il primo dovere dei servi è di restar svegli,
di star su per il padrone, come si direbbe oggi.
Questo nucleo comune viene variamente svilup­
pato nei due vangeli. In Luca il padrone si è recato
ad_!!!�. matrimonio e questa circostanza -rièliìama alla
mente la-parabola delle Dieci vergini di Matteo, ben­
ché non si precisi che il padrone sia lo sposo; inoltre
la lode dei.�_ servitori è enfaticamente espressa
con quel ripetuto 'beati' che ci fa pensare aTia para­
bola dei Servi fedeli e infedeli , dalla quale può forse
essere stata influenzata.
L'applicazione della parabola è data dalle parole
«siate simili ad uomini che attendono il ritorno del
loro signore» e questa esortazione viene ampliata
nella prima proposizione «i vostri fianchi siano cin­
ti e le vostre lucerne siano accese» ; la prima metà di
questa proposizione appare di frequente nelle esor­
tazioni morali 13, mentre la seconda metà ci fa ancor'a
1 3 . Cfr. r Petr. r , q ; l'espressione è ripresa dall'A.T., dr. lob. 3 8 , 3 ; 40,

I 5I
pensare alla parabola delle Dieci vergini di M t. 2 5 , 1 -
r 3 ; nel corpo della parabola non s i parla espressa­
mente di lampade anche se non ci si può aspettare
che della gente stia su tutta la notte al buio. È ab­
bastanza evidente · che Luca, o la fonte da cui dipen­
de immediatamente, ha inteso la parabola nel sen­
so di un or · e dato ai seguaci di . Cristo di star
pronti.___e_er _ la sua secon a venuta; e 1verse veg ie
stanno aCfTriaiCareil ntardo di questo evento, ritar­
do che andava creando tutta una serie di problemi e
di interrogativi nella chiesa. Possiamo presupporre
in tutta tranquillità che l'esortazione iniziale sia uno
spunto omiletico e che originalmente non facesse par­
te della parabola ; « siate simili ad uomini che atten­
dono il ri.tm:_no del loro signore» può ben esser sta­
ta l'introduzione originale e allora ci dobbiamo chie­
dere a chi siano state rivolte queste parole : per
l'evangelista si tratta senz'altro della chiesa che at­
tende, ma noi non possiamo esser certi che l'udito­
rio originale fosse costituito dai discepoli di Gesù e
noti invece dalla folla in generale.
In Marco i particolari della storia sono presenta­
ti differentemente. L'inizio, «è come un uomo par­
tito er un viaggio il quale . . . ha dato ti potere ai
servi », sem ra nec eggtare quello della parabola dei
Denari affidati nella versione di Matteo ( 25 , 1 4- 3 0 ) ,
«sarà come u n uomo i l quale, partendo per u n viag­
gio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi be­
ni . . . » . Secondo Luca tutti quanti i servi devono re­
stare in piedi ad aspettare il padrone per rispondergli
quando bussa; secondo Marco, invece, ciascuno ha
il SlJ.�O!!!{? i to specifico e soltanto il portiere deve
restare s-uegiio per esserpr��to"adaprire la pÒrta :
queste elaborazioni rimangono ancora nei limiti e
7; Ier. x , r 7 : noi diremmo 'fatevi pronti', 'aggiustatevi', 'mettetevi in
ordine'.
nello schema della situazione immaginaria, ma su­
bito dopo la scena cambia e i personaggi della storia
si tramutano in Cristo e i suoi discepoli: «Vegliate
qu ind(peraie.n on sapete quando arriverà il padro­
ne della casa . . . altrimenti vi troverà addormentati ».
In questa situazione è chiaro che le divisioni della
notte -simboleggiano l'imervallo precedente la secon­
da venuta. In termini simili viene sottolineata, al­
l'inizio, l'applicazione della parabola: «State atten­
ti, vegliate, perché non sapete quando sarà il mo­
mento» e questa massima viene esplicitamente am­
pliata per includere i cristiani delle età successive:
«Ciò che dico a voi lo dico a tutti : vegliate» 14 •
La- parabola è stata. come disintegrata nel tentati­
vo di interpretarla in modo assolutamente univoco,
di intenderla cioè come fa Luca, ma lo stadio di
riinterpretazione ' escatologica' è in Marco molto più
avanzato 1 5•
In Matteo la storia è scomparsa lasciando come
unica traccia della pericope quell'esortazione che co­
stituisce per Marco il nocciolo della parabola; ma
anche questo unico residuo è modificato in modo si­
gnificativo : laddove Marco ha «vegliate quindi, per­
ché non sapete quando arriverà il padrone della ca­
sa» , Matteo ( 24,42 ) legge : «Vegliate, dunque, per­
ché non sapete in quale giorno il vostro signore stia
�re»; il detto-non moStraprualcuii segriòael-
q. Il rapporto di questo passo con Le. 12,4 1 , ove ci si riferisce alla pa­
rabola del Ladro di notte e la frase introduce la parabola dei Servi fe­
deli e infedeli, benché interessante non è importante per il nostro scopo
immediato se non in quanto indica una precisa tendenza a generalizzare
l'applicazione di queste parabole.
1 5 . Dobbiamo pertanto ammettere con il Bacon che la fonte lucana ap­
partiene in questo caso ad uno strato più antico di Marco [ cfr. l'analisi
accurata di queste due parabole in Jeremias, Le parabole di Gesù, pp.
6r ss.; nonostante le evidenti rielaborazioni e la complessa storia della
tradizione di questi testi, Jeremias vede conservato in Mc. il nucleo ori­
ginario di una parabola del Portiere. N.d.T . ] .

15.)
la sua origine parabolica.
È evidente che il motivo 'escatologico' ha influen­
zato la trasmissione di questa pericope in modo par­
ticolarmente forte e ciò fu indubbiamente dovuto al
fatto che la chiesa credette scorgere nella parabola
dei Servi in attesa un ritratto, più verosimile e vivo
di altri, della propria situazione di ansiosa attesa del
compimento della speranza, speranza che sembrava
differita dalla sera alla mezzanotte, dalla mezza­
notte al canto del gallo, mentre si rincuorava pen­
sando : « La notte è avanzata, il giorno è vicino»
( Rom. 1 3 , 1 2 ).
Resta ancora da chiederci , però, se Gesù stesso
abbia detto ai discepoli di aspettarsi, dopo un inter­
vallo d'imprevedibile lunghezza, una sua seconda ve­
nt.U.._l! -� se la parabola che abbiamo appena esamina­
ta contenga veramente �egnamento . -
Se ritorniamo un momento a quello�che, in base
al confronto tra Marco e Luca, abbiamo considerato
il nucleo comune della parabola, ricordandoci altre­
sì che di solito la parabola non è che la riproduzione
drammatica, scenica, di una data situazione per met­
tere vivacemente in risalto un'idea, notiamo che
quest'idea centrale è la vigilanza e l 'esser pronti per
ogni evenienza ; essa è felicemente suggerita dall'at­
mosfera tesa di una grande casa quando il padrone
è via, ma può giungere a qualsiasi ora della notte :
tutti i particolari non hanno altra funzione che quel­
la di creare questa atmosfera.
A quale evenienza pensava Gesù, a quale situa­
zione d'emergenza ? Sappiamo , e abbiamo già detto ,
che egli considerava il proprio ministerio come la
suprema crisi storica e non c'è alcunché nella_par..a­
b che c'im edisca di pensare che la situazione di
emergenza non osse altro che la crisi causata dalla
sua venuta e non già una situazione critica prevista
I 54
per un futuro più o meno prossimo. In realtà la cri­
si che egli aveva provocata non era un evento mo­
mentaneo, ma un processo, una situazione in movi­
��.9--L_così éhe se egli diceva agli ascoltaiOO:----i-;s a­
te come uomini che attendono il padrone», poteva
/ ben intendere: «Siate sv�li e pronti per qualsiasi
sv· o di uesta situazione critica ». Se mvece che
per ascoltatori qualsiasi a para o a era intesa per i
suoi discepoli, allora possiamo confrontarla con le
parole che Gesù rivolse loro nel Getsemani : «Ve­
gliate e pregate affinché non cadiate in tentazione»
(Mc. 1 4,3 8 ) 16 dove la 'tentazione' o, ancor meglio, il
'tempo della prova' non era che l'attacco imminente
r6. Martin Dibelius discute la pericope del Getsemani in un articolo
apparso su: Tbe Crozer Quarterly, luglio 1935, pp. 254 ss. concluden­
do che, almeno per quanto riguarda le parole attribuite a Gesù, il rac­
conto contiene il pensiero della chiesa e non un vero ricordo storico:
«'Vegliate e pregate affinché non cadiate in tentazione': di questa pa­
rola si può dire che essa non è stata pronunciata in questo contesto né
pensata per esso, poiché se la tentazione di cui si parla è quella che so­
praggiunge nella notte della passione, l'ammonimento ai discepoli di
star svegli può giovare ben poco: anche dei discepoli cogli occhi aperti
sarebbero caduti in questa tentazione. Invece si tratta ovviamente del­
la grande tentazione escatologica .. l'appello alla vigilanza significa qui
lo stesso che in molti altri passi del N.T. nei quali esso risuona (cfr.
Mc. 1 3 ,35; r Cor. r6, q ; r Petr. 5,8 ) : il Signore sta per venire, ma non
sapete quando: perciò vegliate». Dibelius ammette cosl una somiglian­
za tra Mc. 1 3 ,35 e il logion del Getsemani ed io son propenso ad una
diversa interpretazione dei dati: il 7tELpCXCT(J.6c; di Mc. 14,38 è certamen­
te, com'egli dice, la grande tribolazione escatologica; dato però che Ge­
sù ha proclamato che il Regno era giunto, tutti gli eventi del suo mini­
sterio e quelli immediatamente successivi sono eventi 'escatologici' ed
io penso che egli abbia scorro nell'attacco rivolto contro di lui e contro
i suoi discepoli l'avvicinarsi della grande tribolazione.
Io non sostengo che qui, o in qualsiasi altro passo {eccezion fatta, for­
se, per i detti a struttura poetica nei quali il verso può aver preserva­
to, nell'originale aramaico, il logion da serie alterazioni), le parole stes­
se di Gesù vengano riportate con esattezza; mi sembra però che l'esor­
tazione alla vigilanza in vista dell'imminente tentazione sia quanto mai
appropriata alla situazione nel Getsemani e che la parabola dei Servi in
attesa, nella sua forma originale, si addica ad una situazione di poco
precedente, quando Gesù si aspettava un attacco di cui i discepoli erano
affatto ignari.
che egli e i suoi stavano per subire. È estremamente
probabile che la parabola sia da interpretare pro­
prio in riferimento ad una tale situazione concreta e
immediata e che essa non sia stata narrata per prepa­
rare i discepoli alla lunga attesa del ritorno di Cristo,
ma per sottolineare la necessità di esser preparati ad
affrontare una crisi imminente.
Sia in Matteo ( 24,43-44 ) che in Luca ( 1 2 ,3 9-40 )
la parabola del Ladro di notte precede quella dei
Servi fedeli e infedeli e questa identità di ordine, in­
sieme con la stretta somigilanza di linguaggio dei due
vangeli, indica che essa deriva da una fonte comune;
anzi è abbastanza facile risalire alla forma in ' Q ' :
«Sapete che se il padron di casa avesse saputo a che ora 17 il
ladro sarebbe venuto 18 , non avrebbe permesso che la casa
venisse forzata».
Anche l 'applicazione che segue immediatamente il
detto è identica nei due vangeli ed appartiene perciò
alla loro fonte comune :
«Perciò siate anche voi pronti perché il Figlio dell'uomo ver-
/ rà quando voi non pensate (che egli venga)»-:---
In questo caso notiamo che già nello stadio più an­
tico della tradizione evangelica che possiamo accer­
tare criticamente la parabola era riferita all 'attesa
del ritorno di Cristo.
La tradizione sinotttca viene confermata anche da
I Thess. 5 ,2 :

«Voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore ver­
rà com_�_yjen� un ladro di notte».
Questo fatto ci fa pensare che Paolo e i suoi conver-

17. lloL� wp�; Mt. hn 1toi� rpuÀa:xn, un'eco della parabola dei Servi
in attesa che egli ha omessa.
1 8 . Mt. aggiunge «sarebbe rimasto sveglio e>>, un'altra eco della parabo­
la dei Servi in attesa.
titi conoscessero una tradizione nella quale la para­
bola veniva applicata in modo sostanzialmente ugua­
le a 'Q', con la sola differenza che Paolo ha 'giorno
del Signore' al �o del 'Figlio dell'uomo'; questa
particolare interpretazione della parabOiaequln.CIT
attestata nel momento più antico della storia della
chiesa che ci sia possibile stabilire. Anche in questo
caso, però, dobbiamo pur sempre ritenere possibile
che il motivo 'escatologico' abbia potuto influire sul­
la tradizione molto presto, poiché ci deve esser stato
un interesse crescente per l'attesa del ritorno di Cri­
sto già a partire da un paio di anni dopo la resurre­
zione, quando non si verificò la prevista e sperata fi­
ne di questo secolo. Se questa ipotesi non è priva di
fondamento, allora in origine la parabola avrebbe
potuto riferirsi ad un c�o _particolarmente significa­
tivo d'impreparazione per un evento contemporaneo
imprevisto ed una tale possibilità potrebbe anche
appoggiarsi alla forma del detto in 'Q', un periodo
ipotetico dell 'irrealtà nel passato : se il padrone aves­
se sapu to, non avrebbe permesso che il ladro gli en­
trasse--In casa. C'è stato-qualcuno co1to veramente di
sorpresa ? Possiamo ricordare il lamento su Gerusa­
lemme di Le. 1 9 . 4 2 ss . : «Oh, se t u , proprio tu , aves-
si conosciuto in q uesto giorno auel che è per la tua
pace ! . . . tu non hai riconosciuto il momento in cui sei
stata visitata» . Il Regno di Dio è giunto, inaspettato 1/
ed imprevisto, ecl Israele è stata colta di sorpresa. li
Comunque dovremmo forse esser tanto prudenti
da seguire quella tradizione estremamente antica che
scorse nella parabola un'esortazione ad esser pron ti
per qualcosa che doveva ancora avvenire : per Paolo
questo 'qualcosa' è il 'giorno del Signore' ( secondo
una vecchia espressione profetica) , per 'Q' è invece
la venuta del Figlio dell 'uomo. In questo caso il pa­
rallelo più vicino è costituito dal detto stil diluvio
1 57
che si trova in Matteo e in Luca in versioni solo leg­
germente diverse; la versione più semplice è quella
di Luca ed è anche probabilmente quella più vicina
a 'Q':
«Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai gior­
ni del Figlio dell'uomo 19• Si mangiava, si beveva, si prende­
va moglie e si andava a marito fino al giorno che Noè
entrò nell'arca e venne il diluvio e li distrusse tutti>>
( Le. I 7 ,26-27 ).
Anche qui risuona la nota di un'assoluta imprepara­
zione per un'improvvisa catastrofe.
Ho già -àetto più sopra che le predizioni della ve­
nuta del Figlio dell'uomo o di 'quel Giorno', quali
eventi trascendenti e soprannaturali, sono almeno
parzialmente parallele a quelle predizioni di una ca­
tastrofe storica. La venuta del Figlio dell'uomo, con­
siderata come giudiziQLsi attua nei disastri che Ge­
sù .m:�disse immediati : la persecuzione sua �ei di­
scepoli, la distruzioné del tempio e la fine della na­
zione giudaica, tutti guai che egli considerò conse­
guenze immediate e imminenti della situazione at­
tuale. Quelle persone spensierate che mangiano e
bevono comodamente come gli antidiluviani sono
coloro che stavano attorno a Gesù, stupidamente in­
consapevoli della presenza dei giudizi di Dio sulla
terra e destinati ad esser colpiti dalla rovina da un
momento all'altro. I guai cominciarono ben presto :
le autorità attaccarono Gesù e i suoi discepoli ; co­
storo, benché esortati a vigilare e a pregare per non
cadere in. tentazione, furono colti impreparati e si
smarrirono : se fossero stati pronti non sarebbero ve­
nuti meno, proprio come il padrone di casa che, se
fosse stato informato prima del colpo, avrebbe pre-
1 9 . Mt. ha «COSÌ sarà la parusia del Figlio dell'uomo»; Matteo è l'uni­
co dei sinottici a usare il termine parusia che è qui una evidente a�­
giunta. Il testo originale di 'Q' leggeva forse «il Giorno del Figlio del­
l'uomo», corrispondente al «Giorno del Signore» di Paolo?
so le sue precauzioni per evitare il furto.
Così interpretata, la parabola si accorda bene con
quella dei Servi in attesa, almeno come l'ho intesa
io 20• Entrambe avevano di mira una situazione già
esistente, ma passibile di imprevisti improvvisi svi­
luppi; entrambe erano volte ad avvertire gli ascolta­
tori ad esser preparati per questi sviluppi. Quando
però la crisi fu passata le parabole furono adattate
alla situazione in cui erano venuti a trovarsi i primi
cristiani dopo la morte di Gesù e, non appena l'at­
tesa del ritorno di Cristo si fissò in un dogma, i parti­
colari della parabola dei Servi in attesa si prestarono
bene ad esser reinterpretati nel senso di quel dogma
mentre la breve parabola del Ladro di notte divenne
semplicemente una similitudine per illustrare, come
vediamo in Paolo, la subitaneità di un evento atteso.
Ci sembra quindi che in queste tre parabole 'esca­
tologiche' si rifletta un momento del ministerio di
Gesù in cui la crisi che egli aveva provocata si stava
rapidamente sviluppando in modo incerto e inaspet­
tato e richiedeva la massima attenzione dei suoi di­
scepoli. La stessa situazione è rispecchiata in Marco,
dall'episodio di Cesarea di Filippo alla scena del Get­
semani, dall'avvertimento dei guai imminenti dopo
la confessione di Pietro all'ansioso 'vegliate e prega­
te' e all'ultima parola ai discepoli : «L'ora è giunta,
il Figlio dell'uomo è consegnato nelle mani dei pec­
catori » . Gesù si preoccupa continuamente di prepa­
rare i discepoli ai tempi difficili ; le J'!'lrabole, retta­
mente intese, si collocano tra questi avvertimenti ed
esortazioni .

20. Si è quasi portati a pensare che nella più antica tradizione il Ladro
di notte e i Servi in attesa formassero uria · coppia e non già, come in
'Q', i Servi in attesa e i Servi fedeli e infedeli. La tradizione presenta
continuamente casi di parabole accoppiate, ma in fonti diverse anche gli
acccppiamenri differiscono; v. p. 177.

1 59
Tenendo presente quanto abbiamo appreso dallo
studio di queste tre brevi parabole, possiamo ora ac­
cingerci ad esaminarne una più complessa, quella del­
le Qieci · in Mt. 2 , I - I 2 , situata tra le parabo­
·

le dei Servi fedeli e infede i e et a enti. L' intro­


duzione è tipica di una parabola del Regno : « Il Re­
gno dei Cieli sarà simile a dieci vergini » ; alla fine
Matteo ha aggiunto l 'esortazione ben nota, «veglia­
te, dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora » ,
per mettere i n risalto la morale della storia, poiché
è chiaro che per lui la parabola è un ammonimento
ad esser pronti per la venuta del Figlio dell'uomo la
quale per lui coincide con quella del Regno di Dio . La
storia può esser però facilmente riferita alle vicende
della vita di Gesù seguendo la stessa linea interpre­
tativa che abbiamo usata più sopra per le altre tre
parabole simili : il momento della crisi è dato in que­
sta dall'arrivo detJ�so e in quelle dall'evento cor­
rispondente delritorno Cfel padrone. Tuttaiamessa
in scena e i particolari della narrazione non servono
che a mettere in risalto la follia del non esser pronti
e la saggezza di esserlo, pronti cioè, come penso, per
gli sviluppi in corso nel ministerio di Gesù.
È interessante notare che sebbene soltanto Mat­
teo riporti questa parabola, pure certi particolari, co­
me le lampade accese e le nozze, sembra si siano in­
trod9_!:ti nella forma lucana deJia parabola dei Servi
in attesa; quasi che Luca fosse stato a conoscenza <fel­
la parabola che stiamo trattando. È particolarmente
significativo che le parole finali della parabola siano
usate da Luca, sia pure con lievi modifiche verbali,
in "Un iltro-contesto. Matteo dice :
·----

«... arrivò lo sposo e quelle che erano pronte andarono con


lui allo sposalizio. Dopo vennero le altre vergini dicendo:
"Signore, aprici ! " Ma egli rispondendo disse: "Veramente
vi dico: non vi conosco"».
r 6o
Confrontiamo ora questo testo con Le. 1 3 ,2 5 ss. :
<<Da che il padron di casa si sarà alzato ed avrà serrata la
porta voi starete di fuori e picchierete alla porta dicendo:
"Signore, aprici! " Egli vi risponderà dicendo: "Non so da
dove veniate">>.
È quanto mai evidente che le due storie provengo­
no .Qa l,!!_la stessa fonte; mentre però Matteo ci forni­
sce la conclusione naturale di una storia realistica, in
Luca non è rimasta che la parola «padron di casa» e
tutte le altre dramatis personae sono ora nascoste
dietro la figura di Cristo giudice, con tutti i suoi ascol­
tatori non ravveduti allineati davanti a lui 21 • Luca
ha trattato la parabola della Porta chiusa come Mar­
co quella dei Servi in attesa : il motivo escatologico
ha dissolto la parabola e le ha sostituito una predi­
zione esplicita. Questo fatto diventa ancor più evi­
dente se continuiamo a leggere :
«Allora comincerete a dire: "Noi abbiamo man_gi3.t2..J:_ be­
vuto in tua__E!esenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze! "
Ed egli--dirà : "To-vì-dico che n()ff-so<ìaclove-veniate; ailOate
via da me, voi tutti operatori d'iniquità"».
L'insegnamento di queste parole è dello stesso tipo di
quello che troviamo in Mt. 7 , 2 2 s . :
«Molti m i diranno in quel giorno : "Signore, Signore, non
abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cac­
ciato der.1òni e fatte in nome tuo molte opere_potedti?" E
allora dichiarerò-10r()�- "lo non vi conobbi mai; an ate via
da mc voi tutti operatori d'iniquità"».
Qui è stato compiuto l'ultimo passo : lo 'sposo' di
Mt. 2 5 , il 'padron di casa' di Le. 1 3 è diventato senza
ombra di dubbi� il Signore Gesù che parla in prima
persona e la scena è senz'altro quella di 'quel Giorno',
del giorno del Giudizio che ha da venire.
2 I . Per questa ragione in Mt. bisogna tradurre xup�E 'signore', come ti­
tolo di rispetto, ma in Le. 'Signore'.

r6r
Sembra pertanto possibile dare a tutte queste pa­
rabole 'escatologiche' un'applicazione che rientri nel
contesto del ministerio di Gesù; il loro scopo era
quello di sottolineare il suo invito a riconoscere che
il Regno di Dio era_presente in tutta la sua decisiva
realtà e ché pertanto gli uomini srsiìreooerog1ulii­
cati da soli, a seconda del loro comportamento in
questa tremenda crisi, fedeli o infedeli, saggi o stol­
ti. Quando questa crisi fu passata, la chiesa si servì
di queste p�r-�oole. per���rtare con forza gli uomini
a prepararsi per la seconda e finale crisi cosmica che
essa credeva ormai vicina.
CAPITOLO SESTO

LE PARABOLE DELLA CRESCITA

Ci volgiamo ora ad un'altra serie di parabole che


presentano tutte l'idea della crescita: si tratta di
quelle del Seminatore, delle Zizzanie, del Seme che
cresce di nascosto e del Granello di senape. Insieme
con queste dobbiamo considerare anche le parabole
del Lievito e della Rete che nei vangeli sono stretta­
mente legate a quelle del Granello di senape, la pri­
ma, e delle Zizzanie, la seconda. Per tre delle suddet­
te parabole l'applicazione comincia con le parole: «Il
Regno di Dio è come » ; inoltre le parabole del Se­
. . .

minatore, delle Zizzanie e della Rete sono presentate


con delle 'interpretazioni' allegoriche che non pos­
sono esser considerate autentiche.
Nell'interpretazione predominante queste para­
bole si riferiscono al futuro del Regno di Dio sulla
terra: laddove Gesù aveva proclamato che il Regno
di Dio era giunto, esse affermano la sua presenza ger­
ra
minale e evedono un indefinito periodo di svilup­
po...,Qrima eT compimento. I sostemton _C!�ll' 'es�ato­ _

logia conseguente' alterano questo dato di Wto solo


in quanto abbrevian() l'intervallo, sostenendo che la
senape cresce rapidamente e che i momenti della
semina, della crescita e della mietitura erano intesi
rappresentare, alla lettera, il lasso di tempo inter­
corrente tra l'' izio del ministerio di Gesù e l'ora al­
la q� egli si aspettava l'irruzione vto enta e e­
1•
gno di Dio L'interpretaziOne escatologica delvan-

1. V. A. Schweitzer, Geschichte der Leben-Jesu-Forschung ( 19 1 3 ), 403.


geli appare qui sforzata e artificiale al massimo, ep­
pure l'unica alternativa che ci si offre sembra esser
quella che abbiamo finora scartata, quella di un in­
tervallo prima della seconda venuta.
Cominciamo con la parabola del Seme che cresce
di nascosto di Mc. 4 , 2 6- 2 9 :
«Il Regno di Dio è come u n uomo che getti il seme i n ter·
ra, e vada a dormire e si alzi, notte e dì ; il seme intanto ger­
moglj,a....e cres.çe, senza ch'egli sappia come. La terra sponta­
neamente dà il suo frutto : prrma l'erba; poi la spiga; poi,
nella spiga, il grano ben formato. E quando il frutto è matu­
ro subito egli vi mette la falce perché la mietitura è venuta».
L'applicazione d i questa parabola è semplice e di­
retta: il Regno di Dio è cosl. È vero che non siamo
sicuri se '11 Regno di Dio è come il seme o come ciò
che accade quando il seme è .seminato, se è come la
crescita o come la mietitura . Siamo quindi davanti ad
un difficile problema interpretativo . Le interpreta­
zioni moderne cadono , grosso modo , in tre gruppi.
r ) Il Regno di Dio è come il seme, è un principio
g�minale interno: «Il Regno di Dio è dentro d1 vOi» .
Si tratta quindi o dì un principio divino entro l'anima
il quale si sviluppa fino alla completa trasformazione
della personalità, o di un orincipio divino all'opera
· tà il quale si svilu a finché la soClefà in
genera e accog ie a vo ontà i Dio. n questa inter­
pretazione Gesù è visto come colui che getta il se­
me� portato n�l mondo un principio creativo
che opera attraverso l secoh fino==at="Suo-€empleta­
mento . Questa posizione trova sostegno in come Mat­
teo interpreta la parabola delle Zizzanie : «Colui che
semina la buona semenza è il Figlio dell'uomo »
(Mt. n , 3 7 ).
2 ) 11 Regno di Dio è come il processo globale della
ere� è l'energia divina i mmanente nel mondo per
1a qualefuiano dt Oto vtene gradualmente attua-
r 64
to. Questa posizione poggia sulla parola atrtop.a'"t"l) ,
'spontaneamente', e sulla menzione dei vari stadi di
sviluppo ; erl!_ _m-2!to gradita ai sostenitori dell'evolu­
zione nel xix sec. poiché sembrava loro provarecne
il concetto d'evoluzione avesse trovato posto anche
nell'insegn�to di Gesù. La mietitura non era al­
lora altro che quel
dar-off divine event
To which the whole creation moves» 2•

La debolezza di questa posizione sta nel fatto che non


riconosce _a Gesù alcuna funzione speciale: egli né
( semina né miete, ma annuncia soltanto il fatto che
il Regno di Dio viene da solo.
3 ) Il R�gno di Dio è come la mietitura e il resto del­
la storia è necessario solo per arrivare a uesto un­
to . È l'interpretazione avorita dalla scuola 'escatolo- p
d
gic��- l qu��rte dall'idea che il ministerio 41__Gesù f
fosse o minato dali'idea che il Regno sarebbe ben
presto venuto er mezzo di un intervento divino vio­
lento. Per Albert Schweitzer a, semma e «l -movi­
mento. iniziato dalla chiamata al ravvedimento di
Giovanni Battista e portato avanti dalla predicazio­
ne di GesÙ» 3 il quale sarebbe stato egli stesso il mie­
titore quando, tra breve , il Regno di Dio sarebbe ve­
nutç ed egli sarebbe stato glorificato. La debolezza
di questa posizione consiste nel fatto che trascura gli
stadi ddla crescita che il racconto mette invece in
risalto.
-r>òssiamo concludere che, in fondo, l 'interpreta­
zione delle parabole dipende dal concetto che uno

2. <<Quel lontano avvenimento divino, verso cui si muove tutta la crea­


zione>>. A meno che, come per es. suggerisce Wellhausen, il versetto fi.
naie che mostra l'influenza di Gioele non sia veramente dovuto all'inte·
resse della prima chiesa per l'escatologia, nel qual caso l'applicazione
della parabola è affatto generale.
3· Leben.Jesu-Forschung, p. 403.
ha del Regno di Dio. La convinzione espressa in que­
sto libro è che nei pochi detti espliciti ( non parabo­
lici) di Gesù sulla venuta del Regno, questo non è
né,__un processo evolutivo né un avvenimento cata-
// strofi�'immedtato futuro, bens
�on �gno verra tra poco, ma
� re­

che è ià ui ed è presente non come ·un semplice ten­


dere alla gtusttzta, c e ne mondo non manca mai,
lJ ma nel sen�o che ora è accaduto ciò che non era mai
I
/_successo pnma.
Guardiamo alla parabola da questo punto di vi­
sta. La mietitura era un antico e noto simbolo del­
l'event0 escatologico, il giorno del Signore, il giorno
del Giudizio. Se nel racconto il riferimento alla mie­
titura è auteiuico, questa è senza dubbio l'immagine
che avrebbe suscitata negli ascoltatori, anche senza
l'allusione specifica a un particolare testo profetico
( Ioel 3 , 1 3 ) . Ora, tra i logia di Gesù che si riferisco­
no indubbiamente al presente e non al futuro, almeno
uno accenna alla mietitura (Mt. 9,37-3 8 = Le. 1 0 , 2 ) :

sua mèsse».
Il confronto di Matteo e Luca mostra che nella loro
fonte comune questo detto precedeva immediatamen­
te il 'mandato missionario' dato ai Dodici : secondo
'Q', pertanto, quando Gesù parlava di mèsse e di
operai non intendeva che «i mietitori sono angeli »
(Mt. 1 3 ,3 9 ), ma stava inviando in quel momento i
suoi discepoli come operai ne11 a mèsse oer mietere
ciò che era già maturo e pronto alla raccolta.
Vien naturale pensare che quando egli si servì del­
l'immagine della mietitura in una parabola, abbia
avuto in mente un significato simile 4• Passando alla

4· Così anche il Cadoux, op. cit. , pp. r62· r64.

r66
nostra parabola, quindi, non dobbiamo vedere Gesù
come colui che semina e neanche come colui che os­
serva la crescita e predice la mietitura a venire, ma
{(
come colui che ha davanti a sé la mèsse matura e agi­
sçe perché vi si metta la falce. Tale è il Regno di Dio;
è il compimento del processo. Se chiediamo chi ab-
bia gettato il seme, possiamo rispondere che la semi­
na è quell'atto iniziale di Dio che precede ogni atti­
vità umana, quella 'grazia preveniente' che è la con­
dizione necessaria perché tra gli uomini accada qual­
cosa di buono 5• Possiamo invece concretamente iden­
tificare gli stadi della crescita poiché sappiamo che
Gesù considerò la propria opera come il completa­
mento �?;ione dei profeti e vide nel successo di
Giovanni Battista un segno della potenza di Dw al­
l'opera 6• La parabola ci dice così che la crisi che ora
è giunta è il culmine di un lungo processo che le ha
nreparato la strada. .
Questa nota della preparazione provvidenziale del
suo ministerio è affatto tipica dell'insegnamento di
Gesù. La par:la sottolinea che la crescita è uo pro­
cesso misterioso del nmo indipendente dalla volon­
tà o dall'azione dell'uomo e noi possiamo ricordare la
domanda di Gesù ai suoi oppositori : «Il battesimo di
Giovanni era dal cielo o dagli uomini ? » ( Mc. I 1 , 3 0 ).
La risposta attesa era che esso era un atto di Dio. Allo­
ra il simbolo tradizionale della mietitura riceve un nuo­
vo significato poiché in effetti la parabola dice: «Non
vedete che_� luQg_a storia del rapporto di Dio col Suo

popolçÙ)a__ragig unto l'apice? Do o l'opera dt Gio­
vanni Battista resta solo una cosa a fare ancora : co­
minciate a falciare, poiché la messe è matura».
Vediamo ora se possiamo interpretare anche le al­
tre parabole della crescita seguendo la stessa via.
5 - Devo quest'idea al compianto Sir Edwyn Hoskyns.
6. V. anche pp. 47 ss.
La parabola del Seminatore (Mc. 4 ,2-8 ) 7 ci è giun­
ta con una complessa interpretazione di tipo allego­
rico e non è più necessario, dopo Jiilicher 8 , dimostra­
re ancora l'incoerenza di tale spiegazione, con sé e
con la parabola. Si tratta però di un esempio notevo­
le di come la chiesa primitiva abbia riinterpretato
detti e parabole di Gesù per soddisfare i suoi nuovi
bisogni. L'interpretazione presuppone un lungo pe­
riodo di tempo durante il quale la sincerità e l'effica-
j f! a della fede cristiana vengano messe alla prova dal-
«cure mondane e l'inganno delle ricchezze» e dal­
la « tribolazione o persecuzione a motivo della Paro­
la» . La parabola serve quindi ad ammonire ed inco­
raggiare cristiani in simili situazioni e la spiegazjone
non è che un sermone efficace sul testo della parabo­
la la cui applicazione viene completamente generaliz­
zata. Il semìnatore semina la Parola : non è detto che
sia Cristo stesso il seminatore, ma lo è qualun q ue
fedele predicatore cristiano il quale vedrà che gran
parte del suo lavoro andrà persa : alcuni non affer­
reranno mat veramente la verità; altri saranno sco­
raggiati dalle difficoltà o sviati dalla ricchezza; ma
(( pure il predicatore può esser certo che alla fine la
sua fatica porterà frutto. Quest9_ stile omiletico è
alieno dall'insegnamento di Gesù clie conosctamo e
se vogliamo comprendere la paraBola è bene che lo
lasciamo da parte.
Nell'esegesi passata si_era soliti pensare che Gesù
stesso fosse il seminatore e si sosteneva che egli in
realtà stesse solo pensando ad alta voce all'esito del-
7· Otto, Reich Gottes und Menschensohn, pp. 90 ss., pensa che la pa­
rabola del Seminatore fosse in origine unita con quella del Seme che
cresce di nascosto; ma questa è un'ipotesi gratuita, contraria anche a
quanto sappiamo della storia della tradizione nella quale non vige la
tendenza a scomporre una parabola in unità più semplici, ma proprio
l'opposta.
8. Gleichnisreden ]esu, Il ( I 9 I O ), 5 1 4-538.

r 68
la propria opera in Galilea, con i suoi successi e in­
successi. Non si tratta di un'idea tanto balzana per­
ché dà alla parabola attualità e rilevanza in quanto
n · la lascia più sospesa in un'aria atemporale, ma
l'an ncreta vtta 1 esu . mta opinione,
però, che bisogna ottenere una precisione ed una
concretezza ancora maggiori. Giustamente, secondo
me, la scuola 'escatologica' sottolinea quello che nel
racconto è evidentemente Il momento pnnctpale, cioè
l'm.bondanza del raccolto; ma se poi si prosegue ap­
plicando la storia all'improvviso giungere del Regno
di Dio che, secondo quegli esegeti, Gesù credeva fos­
se dietro l'angolo, allora credo che non ci si attenga
più fedelmente ai dati.
Prendiamo la parabola da sola, dimenticandoci (co­
me hi ese eti moderni fanno veramente, an­
che se accettano la dimostrazione i Jii icher ! ) della
spiegazione connessa. Abbiamo qui il racconto delle
vicende di un contadino : egli semina senza parsimo­
nia e, inevitabil mente, molta semenza va persa per
un� serie di ragioni : uccelli, rovi e terreno pietroso
sono ben noti agli agricoltori e sono tipici delle diffi­
coltà che deve esser pronto ad affrontare ; sono par­
ticolari necessari all'intreccio della storia e non de­
vono essere interpretati simbolicamente. Nessun con­
tadino si di_�!_� erò per questa perdita di lavoro e
di semenza perché c'è a aspettarse a e, opo tutto,
può avere ancora un ottimo raccolto.
Più sopra ho suggerito che Gesù abbia indicato ai
suoi ascoltatori, er mezzo della arabola del Seme
che cre�nascosto, c e gli eventi del passato e del
presente mostravano come fosse giunto il tempo per
coglj_�re i frutti di tutto If rocesso storico : la mèsse
è matura·;· ·è ora di mietere. Essi avre ero però po­
tuto obiettare che persino l'opera del Battista non
era riuscita a 'ristabilire ogni cosa' (Mc. 9 , 1 2 ), come
1 69
invece sarebbe dovuto avvenire poco prima del gior­
no del Signore; come era accaduto per molti profeti,
anche per lui c'era stata una notevole porzione .di
insuccesso. È certamente così, dice Gesù in questa
parabola, ma nessun contadino ha mai tardato a mie­
tere la mèsse matura perché nel campo c'erano qua e
là delle macchie senza grano. Nonostante tutto, la
mè�. solo gli operai son pochi: «Pregate il
Signore della mèsse perché mandi degli operai nella
Sua mèsse».
La parabola delle Zizzanie è propria a Matteo
( r 3 ,24-3 0 ) ed alcuni hanno avanzato l'ipotesi che si
tratti della parabola del Seme che cresce di nascosto
di _Marco, nell'elaborazione del primo evangelista.
Non mi sembra affatto probabtle che le cose stiano
così e la parabola di Matteo ha un valore autonomo.
Essa dipinge in modo estremamente efficace una si­
tuazione perfettamente chiara, ma l'interpretazione
che Matteo vi ha aggiunto è ancora più palesemente
secQndaria di quella della parabola de] SemiilatQi:e in
Marco e forse ne dipende persino. Oltre la tendenza
omiletica o 'parenetica', predominante in Marco, es­
sa rivela l'azione di quella 'escatologica'.... La morale è
che nella chiesa (il regno del Figlio dell'uomo) ci so­
no mbri buoni e c · ·nore non desi­
dera çhe si cerchi di escludere i cattivi prima e iu­
dizio universale. Possiamo fare unparallelo conquel­
lo che l'apostolo Paolo dice in I Cor. 4,5 : «Non giu­
dicate .nulla prima del tempo. finché sia venuto il Si­
gnore, il quale metterà in luce ciò che le tenebre na­
scondono...e. manifesterà i consigli del cuore».
Quest'ordine è sostenuto da un quadro vivido del
«compimento dell'età presente»: «<l Figlio dell'uo­
mo manderà Lsuoi angcli che toglieranno dal suo re­
gno tutti gli scandali e tutti gli operatori d'iniquità e
li getteranno nella fornace del fuoco. Qui sarà il
pianto e il digrignar di denti. Allora i giusti risplen­
deranno come il sole nel regno del Padre loro». Qui
v iamo un caso lampante dcll:�sç�_t:ologia sviluppa­
ta dalla chiesa, come a 1amo anche nella parabola
comunemente detta delle Pecore e dei capri ( Mt. 2 5 ,
3 1 -46), ma poi in quasi nessun altro passo dei vange­
li. Più riusciremo a dimenticare guesta spiegazione,
meglio sarà. Non c'è indizio che essa abbia modifica­
to in alcun punto la forma della parabola che suo­
na così :

«Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato buo­


na semenza nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormi­
vano, venne il suo nemico e seminò delle zizzanie in mezzo
al grano e se ne andò. E quando l'erba fu nata ed ebbe fat­
to frutto, allora apparvero anche le zizzanie. Ed i servi del
padron di casa vennero a dirgli: Signore, non hai tu semina­
to buona semenza nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è
della zizzania? Ed egli disse loro: Un nemico ha fatto que­
sto. E i servi gli dissero: .17uoj che l'andiamo a cogliere? Ma
egli rispose: No, che talora, cogliendo le zizzanie, non sra­
dichiate insieme con esse il grano. Lasciate che ambedue
crescano insieme fino alla mietitura· ed al tempo della mie­
titura dirò ai mietitori: Cogliete prima le zizzanie e legate­
le in fasci per bruciarle; ma raccogliete il grano nel mio
granaio».
Si tratta di un episodio di vita contadina narrato
coo vivacità e naturalezza. L'attenzione è concentrata
sul momento in cui il contadino si ��ç_�rge__ che_ nel
granQSi so�()- ��lle :?:��zanie. La bassa azione del ne­
mico non ha valore di per sé, ma è solo arte neces­
saria e a narrazrpne. pa rone si dispiace delle
zizzanie, ma è pronto a lasciare le cose come stanno
sapendo che alla mietitura ci sarà l'occasione per se­
parare il grano dallà zizzania.
Nella parabola del Seme che cresce di nascosto ab­
biamo visto che Gesù si è probabilmente riferito al­
l'opera di Dio come si era andata manifestando lun-
go la linea di sviluppo della vera fede prima del suo
ministerio, in particolare nella missione di Giovan­
ni Battista; abbiamo anche osservato che nella para­
bola del Seminatore è implicita la risposta all'obiezio­
ne che il R�� di Dio non può esser già giunto per­
ché non._ tutto Israele sr è ravveduto. La pafiiliola
delle Zizz-aìi1eponeooei5en ·-essereuna risposta a ta­
le obiezione. Ci sono molti peccatori in Israele: come
può essere che il Regno di Dio sia ven1.ii071:;a--rispo­
sta . silQfia:COme un confadmo non rimanda la mie­
titura, quando è giunta l' ora, perché nella mèsse ci
sono delle zizzanie, così la venuta del Regno di Dio
non tarda perché ci sono peccatori in Israele. L'av­
vento-aèi Regno- è esso stesso unavaghatura, un
giudizio .
Se questa ipotesi è corretta, abbiamo qui un lie­
ve mutall!<;_l)�_oAi_ prospettiva rispetto al punto_..ili_vi­
sta presupposto per le altre due parabole, dato che
qui la mietitura non è ancora veramente iniziata. Non
credo però che ci sia una vera contraddizione poiché,
come abbiamo notato , Gesù non insegna che la ve­
nuta del Regno sia questione di un sin olo momen­
to, ens1 _ � una sene 1 eventi co egati tra oro che
-
indudono il suo ministerio, la sua morte e ciò che
segue, e formano un tutto unico. All'interno di que­
sto unico complesso c'è posto per diversi punti di
��ma caratteristica del genere letterario 'para­
bola' il fatto-cile-essa-possa espi-lmere-nd racconto un
solo punto di vista, così che, volendo ra resentare
vividamen e a mesco anza 1 uom e di cattivi in
Israele, è necessario si dia l 'immagine di un campo
in cui grano e zizzanie crescono insieme prima del­
l'inizio della mietitura. Non è affatto indispensabile
pensare che il giudizio sia un nuovo eventg nel
futuro.
Sembra così possibile trovare per queste parabole
un'applicazione coerente e concretamente riferita al­
la situazione storica, tale da render giustizia all'ac­
cento posto sul processo della crescita senza che si
preveda un lungo periodo di sviluppo dopo la mor­
te di Gesù. Tutte e tre le parabole illustrano in mo­
di diversi la venuta del Regno di Dio nel ministerio
di Gesù, servendosi dell'immagine della mietitura.
È alquanto significativo che questa interpretazione
trovLmche appoggio nel quarto va�gelo_ oy�AJ!et­
_
to sinottico« La · messe èceitameiite grande» corri­
spondono le parole : «Alzate gli occhi e mirate i cam­
pi come già son bianchi da�.re» ({Q0L3.5.). Tut­
to il passo è come segue :
«Ncn dite forse "Quattro mesi ancora, e vien la mietitu­
ra? " 9 Ecco, io vi dico : Alzate gli occhi e mirate i campi co­
me già son bianchi da mietere. Il mietitore riceve già la sua
ricompensa e raccoglre una mèsse per la vita eterna, così che
il seminatore e il mietitore si rallegrino insieme. Poiché in
questo è vero il proverbio "L'uno semina e l'altro miete".
Io vi ho mandati a mietere quello intorno a cui non avete fa­
ticato ; altri hanno faticato e voi siete entrati nella loro fa­
tica» ( 4 ,35- 3 8).
L'intenzione del passo è chiara : Gesù manda i di­
scepoli ( come in Mt. 9 , 3 8- 3 9 ; Le. IO, I-2 ) non a se­
minare, ma a mietere. Tutta la fatica necessaria per
giungere alla mietitura è stata già fatta, e fatta da al­
tri ( dobbiamo ensare ai «profeti fino a Giovanni » )
ed ora è venuto il momento e racco to. ome m al­
tre occasioni, anche qui Giovanni è un fedele inter­
prete della tradizione dietro i Sinottici e lo è tanto
più se si considera che per lui la nuova escatologia
della chiesa non ha più interesse.

9· Considero questo quasi un proverbio : quattro mesi dalla semina al­


la mietitura. Si presume che i discepoli pensino che la 'mietitura' (cioè
la venuta dd Regno di Dio) sia ancora futura, ma Gesù dice: <<No: se
voi usate gli occhi potreste vedere i segni della sua venuta per ogni do·
ve; cominciate a falciare, poiché la messe è matura ! >>.

1 73
È bene considerare a questo punto una parabola
che Matteo accompagna a quella delle Zizzanie, con
una intepretazione simile: la parabola della Rete. Il
testo in Mt. 1 3 .47-48 suona:

«Il Regno dei Cieli è anche simile ad una rete che, gettata in
mare, ha raccolto ogni genere di pesci; quando è piena, i
pescatori la traggono a riva e, messisi a sedete, raccolgono
il buono in vasi e gettano via quello che non val niente».
Matteo ha visto in questa parabola un'allegoria del
Giudizio universale;
'
la sua spiegazione è chiaramen-
d
te secon ana e puo esser messa da parte; ma qual''e
.

allora il significato della storia ? Già prima abbiamo


trovato la chiave delle parabole della mietitura nelle
parole con cui Gesù preparò i discepoli alla loro mis­
sione; quella della nostra parabola ci è fornita, se­
condo me, dalle sue parole ai pescatori ch'egli chia­
mò a seguirlo : « Seguitemi, e io vi farò pescatori di
uomini » (Mc. r , J 7 ). Questo detto ci rivela che Gesù
si servì dell'immagine della pesca per significare
l'opera ch'egli e i discepoli stavano svolgendo. È al­
quanto naturale pensare che una parabola che si ser­
va della medesima metafora abbia anche lo stesso
senso. L'tdea centrale del racconto è che quando si
pesca con la rete non si può scegliere il pesce e la
ret�ta sarà mista, Qroprio come dice il proverbio in­
glese: «All is fish that comes to your net » ( tutto
quello che cade nella rete è pesce); così anche i pe­
scatori di uomini devono esser pronti a gettare la
re e in tutto l'aro io mare della società um a. Ci
viene allora in mente la para ala del Gran banchet­
to al quale vengono invitati tutti coloro ch�r ca­
so si trovarono a passare per le strade e i sentieri.
La missione di Gesù e dei discepoli implica un ap­
pdl_o indiscriminato agli uomini di qualunque clas­
se o genere.
1 74
10
Ma . c'è, dopo tutto, un processo di selezione
. .

e lo possiamo dimostrare con una serie di passi evan­


gelici nei quali viene presentata la vagliatura dei pos­
sibil!SegUaci di Gesù. Un ricco si presenta da Gesù,
gli rende onore e gli chiede la via alla vita: viene mes­
so alla prova con l'invito a lasciare i suoi beni e fal­
lisce (Mc. I0,1 7-22); uno che si dichiara disposto a
seguire Gesù ogni dove viene avvertito: « Il Figlio
dell'uomo non ha dove posare il capo»; un altro,
chiatnato a seguire, chiede che gli si dia tempo per
seppellire il padre: «Lascia i morti seppellire i loro
morti» è la severa risposta; un altro ancora che vuo­
le andare prima a salutare la famiglia viene ammo­
nito: «Nessun<L.rl_te abbia messo la mano all'aratro
e guardi indietro è adatto al Regno dt Dto» (LC. 9,.5 7-
62). La parabola della rete indica un processo selet­
tivo di questo tipo; l'appello viene rivolto a tutti ed
è il modo nel uale li uomini ris ondono a uanto
la chiamata ric ie e oro che separa i egni ag 1
indegni.
L'interpretazione che ho appena .proposta mette
la nostr arabola sulla linea di altri detti di Gesù e
la rif risce al corso concreto e suo mm s eno. l
Regno di Dio c e si sta attuan o ne mmtsterio di
Gesù e mediante esso, è simile alla pesca con la re­
te e.?iché tutti, senza distinzione, sono chiamati, ep­
pure lmpiica per forza una selezione, seleziOne che,
è bene ricordarlo, è_gh!_di�i9_ divino benché siano gli
uomini a pronunciarlo su se stessi con il loro atteg­
giamento definitivo verso l'appello ricevuto.
La prossima parabola della crescita che vogliamo
studiare è quella del GranelJo di senape che si trova
sia in Marco che nella materia comune a Matteo e
Luca. I tratti principali della parabola sono identici

ro. Cosl anche Cadoux, op. cit., pp. 27 ss.

1 75
in entrambe le forme; il testo di Marco è come segue:
<<A che assomiglieremo il Regno di Dio e con quale imma­
gine lo rapresenteremo? Esso è simile ad un granello di se­
nape il quale, quando lo si semina in terra, è il più piccolo
di tutti i semi che san sulla terra; ma quando è seminato
cresce e diventa maggiore di tutti i legumi; e fa dei rami
tanto grandi che alla sua ombra possono ripararsi gli uccelli
del cielo» ( 4 , 3 0-32 ).
La versione di 'Q' può esser ricavata con maggiore
facilità da Luca poiché Matteo ( I 3 ,3 I - 3 2 ), more
solito, ha fuso le sue due fonti:
a
«A che è simile il Regno di Dio e che l'assomiglierò io?
Esso è simile ad un grane! di senape che un uomo ha preso
e ha gettato nel suo orto; ed è cresciuto ed è divenuta albe­
ro; e gli uccelli del cielo si san riparati sui suoi rami»
( Le. 1 3 ,r8-r 9 ).
Soltanto in Marco la piccolezza del s�messa
11
in risalto e si tratta probabilmente di un tratto ag­
giunto che va trascurato; vedremo allora che l'idea
principale non è il contrasto tra il piccolo inizio e il
grande risultato finale, m1!___la crescita della pianta,
una crescita tale che l'albero può offrire rifugio agli
uccelli, Ci sembra evidente un riferimento a una se­
rie di passi veterotestamentari (Dan. 4 , 1 2 ; Ezech . 3 I ,
6 ; I 7 ,2 3 ) 12 , passi nei quali l'albero che accoglie gli
uccelli è simbolo di _!!.!:!_a_g! nde impero che offre pro-
I I . La frase !J.Lxp6"tEpov ov 1tcXV"tWV "tWV CT7tEp!J.cX"tWV E7tt "ti'}c; yf}c; di­
sturba l'andamento della proposizione e in più il granello di senape non
è il seme più piccolo di quelli comunemente usati. Probabilmente l'e-·
vangelista ha inserito questa frase per indicare la propria interpretazio­
ne della parabola: all'inizio la chiesa è ben piccola cosa, ma è il seme
del Regno di Dio universale.
1 2 . Ezech. 1 7 ,22-2 3 : « .. Ma io prenderò l'alta vetta del cedro e la por­
.

rò in terra; dai più alti dei suoi giovani rami spiccherò un tenero ra­
moscello e lo pianterò su un monte alto, eminente. Lo pianterò sull'alto
monte d'Israele ed esso metterà rami, porterà frutto e diventerà un ce­
dro magnifico. Gli uccelli d'ogni specie faranno sotto di lui la loro di­
mora, faranno il loro nido all'ombra dei suoi rami>>. È un passo forte·
tezione politica agli stati sudditi. Poiché questo ele­
mento appartiene alla più antica tradizione a nostra
conoscenza (quella che si trova dietro le tradizioni
divergenti di Marco e 'Q') è ragionevole pensare che
ci etEra la chiave dell'applicazione originale.
Se seguiamo il principio generale già stabilito per
l'interpretazione delle parabole della crescita, cioè
che il Regno di Dio è paragonato alla mietitura, dob­
biamo supporre che in questa parabola Gesù affer­
mi che è .giunto il tempo quando le benedizioni del
Regno di Dio sono disponibili per tutti gli uomini.
La parabola si accosta così a quella del Gran banchet­
to al quale furono invitati straccioni e vagabondi. ed
a tutti quei detti di Gesù elle giustificano la chiamata
13•
rivolta a pubblicani e peccatori Il fatto che le mol­
titudini dei paria e dei dimenticati d'Israele, e forse
anche i Gentili,_ ascol�lt:!_çj_a chiamata, è un segno che
il processo segreto di sviluppo è giunto al termine: il
Regno di Dio è qui : gli uccelli si affollano per tro­
var riparo all'ombra dell'albero.
In 'Q' (Mt. f 3 ,3 3 = Le. 1 3 ,20-2 1 ) la parabola
del Granello di senape è accompagnata da quella del
Lievito e non, come in Marco, da quella del Seme
eh� cresce di nascos.tQ. Se la parabola del Lievito si
trovava già in origine vicino all'altra, allora forse
dobbiamo _çer�r�'interpretarla sulle stesse linee
di quella del Granel di senape con la conseguenza
che il tratto importante è il cgmpletamento del pro­
cesso di fermentazione. Il periodo dello sviluppo na­
scosto è finitO, la pasta è lievitata completamente, il
Regno di Dio, in vista del uale o rofeti fi­
no _� _ çiovanm, e_
mente escatologico che parla della gloria futura d'Israele in termini che
vengono altrove usati, per es. in Ass. Mos. ro,r ss., per l'apparizione del
Regno di Dio.
1 3· V. pp. I I I - I I 8 .

177
Non possiamo però esser del tutto certi che la pa­
rabola del lievito fosse connessa in origine a quella
del..Qranello di senape. Abbiamo si visto che coppie
di parabOle sono caratteristiche della tradizione del­
le parole di Gesù, ma gli accoppiamenti variano e 14

questo è-Yn esempio tipico poiché sono il Seme che


cresce di nascosto e il Granello di senape che posso­
no aver formato, come in Marco, il paio originale,
mentre la parabola del Lievito può esser stata da
sola.
Se le cose stanno così e non dobbiamo !asciarci gui­
dare da una parabola per interpretare l'altra, l'inter­
pretazione che abbiamo proposta più sopra non è
certo la più niittirale e spontanea. Il 'lievito' è di so­
lito simbOlo di malvage mtluenze che portano una
15•
ç_ontaminazione È in questo senso che Gesù ha
parlato del lievito dei Farisei ( Mc. 8 , 1 5 e par.). Ana­
logamente esso sarebbe menzionato nella nostra pa­
rabola come simbolo di un'influenza benefica che si
propaga per una sorta di contagio; ne risulta che se
il Regno di Dio è paragonato al lievito, allora il mi­
nisterio di Gesù è questa influenza. Questo, che si
avvicina all'interpretazione corrente della parabola,
può esser stato il suo senso originale se non aveva
una connessione essenziale con la parabola· del Gra­
nello di senape. Dobbiamo notare che l'azione del
lievito nella paSta non è un processo lento e imper­
cettibile. È vero che, all'inizio, il lievito è 'nascostò'
e sembra che non accada nulla; ma ben presto la mas­
sa c�incia tutta a gonfiarsi e si formano delle bolle
mentre la fermentazione rose e ra idamente. Que­
st'immagme cornspon e, secondo me, ai dati stori­
ci. Il ministerio di Gesù fu così: non ci fu in esso
1 4. V. pp. I07, I I O,I I 2- I I 6 , 1 5 9·
1 5 . Così in r Cor. 5 ,6 ; Gal. 5 .9 ; negli scritti rabbinici indica la 'cattiva
inclina2ione': v. Strack-Billerbeck sotto Mt. 1 6,6.
alcuna coercizione esterna, ma per suo mezzo la po­
tenza di Dio lavorò dal di dentro, er suo mezzo er­
mean o potentemente la massa inerte del giudaismo
religioso del tempo. Fuori delle parabole, il parallelo
più vicino al nostro testo è costituito dalle parole in
Le. I 7 , 2 0-2 I : il Regno di Dio non viene quando lo
si cerca, «né si dirà: Eccolo ui, o eccolo là! Poiché
il Regno 1 1ò e entro di voi» .
Le parabole della crescita sono quindi suscettibi­
li di un'inteq�retazione naturale che le rende un com­
mento alJa situazione concreta del ministerto dt Ge­
sù, sotto il suo aspetto di venuta del Regno di Dio
nella storia. Nonostante l'interpretazione posteriore
della chiesa, esse non sug�cono un lungo proces­
so di sviluppo che, iniziato col ministerio di Gesù,
sarà__s_ompletato dal suo ritorno. Come nell'insegna­
mento di Gesù nel suo msteme, così anche qui non
c'è al lun a ros ettiva storica: l'eschaton, il
culmine della storia voluto da Dio, è arrixa to. ar­
rivato non per sforzo umano, ma per un atto dr-:5Io;
eppure non è un intervento arbitrario, violento: non
è che Tamìetitura- clie- -segue un lungo processo di
crescita. È questo il nuovo elemento che le parabole
della crescita introducono; la venuta del Regno è ve­
ramente una crisi dovuta all'intervento divino, ma
non è senza preparazione o senza legame con il pre­
cedente corso della storia. Un oscuro processo di cre­
scita l'ba preceduta e il nuovo atto di Dio che preci­
pita la crisi è in risposta a tutta l'opera che Egli ha
svolta in precedenza. Benché nell'apocalittica giudai­
ca si usi la metafora della mietitura, si sente che man­
ca, in tutto o in parte, il senso del rapporto organico
tra i processi storici e il loro completamento; l'inter­
vento divino è lì un atto isolato e incondizionato.

16. Se Le. 17,21 va inteso così ; v. cap. III nota 4·

1 79
Non così nell'insegnamento di Gesù. Una volta ve­
nuto, però, il Regno richiede l'opera attiva dell'uo­
mo: la mèsse aspetta i mietitori, ed è in questa luce
che Gesù colloca la propria missione e quella a cui
chiama i suoi discepoli.

r 8o
CAPITOLO S ETTIMO
CONCLUSIONI

Il Lettore può forse aver avuto l'impressione che,


escludendo qualsiasi interpretazione delle parabole
che dia loro un senso generale ed insistendo invece
sulla loro iQ��_Q_s�concre ro le ame par­
ticolare con una data situazione storica, noi a iamo
diminu!�o la loro validità di strumenti pedagogici re­
ligiosi e non abbiamo lasciatoloro che un puro in­
teresse storico. Le parabole hanno però qualità im­
maginative e poetiche, sono cioè opere d'arte e in
quanto tali hanno un valore che supera i limiti con­
tingenti dell'occasione originale ; neanche l'esegesi
più pedante potrebbe impedire a coloro che, per dir­
la con Gesù, hanno 'orecchi da udire', di accorgersi
che le parabole «parlano alla loro situazione» L'am­ 1•

maestramento delle parabole può esser applicato e


riapplicato con profit�ov� �oni d'ogni ge­
nere niente affatto previste nel momentoin.--cuTlmò:.­
no Thirraté-lapri"ma-volla;una"corretta comprensio­
ne del loro senso originario nella situazione origina­
le ci metterà però in grado di applicarle rettamente
alle nuove circostanze.
Prendiamo ad esemoio le parabole della crescita.
Quella della semina e della mietitura è un'immagine
molto naturale e comune per indicare vari aspetti del­
la vita religiosa e, a partire dalla parola dell'apostolo
Paolo «lo ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma è Dio
r . Si veda quanto ho detto a proposito dell'universale e del particolare
nel profetismo veterotestamenrario in The Authority of the Bible, pp.
124·!28.
che ha fatto crescere» 2 in poi, questa metafora è sta­
ta spesso applicata ali' opera della chiesa e dei suoi
pastori nel mondo: può servire a rammentare al ser­
vo di Dio che il suo compito è quello umile, ma im­
portante, della 'semina della parola', cioè dell'annun­
cio della verità affidatagli, lasciando che essa operi da
sola; o può esser usata per inculcare pazienza poiché
la crescita avviene gradatamente e non può essere af­
frettata: «Prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco
pieno nella spiga» ; oppure può servire a dar corag­
gio quando sembra che tutto stia fallendo: nono­
stante uccelli, spine e rocce, pure ci sarà un raccolto.
Queste e altre ancora sono legittime applicazioni
della metafora; ma se è vero che Gesù stesso l'usò
per dire che i suoi discepoli erano chiamati a mietere
una messe prQD.tl:!'- �r grazia di Dio, a ricevere la fal­
ce, allora il predicatore cristiano la puo applicare al
proprio lavoro in un senso ben preciso: essa lo assi­
cura di non esser chiamato a portare la verità divina
a un mondo alieno che, oltre i suoi sforzi, non pre­
senta che nudi aridi solchi; la grazia di Dio lo ha
preceduto, il mondo in cui egli viene inviato palpita
di energie divine: «La terra da se stessa dà il proprio
frutto» ; il suo compito consiste quindi nel reclama­
re per Dlo_q�llo che la grazia divina ha prepar.ato.
Comprendere ed accettare questa verità è estrema­
mente importante per l'atteggiamento globale della
chiesa verso il mondo e per lo spirito con cui i suoi
pastori si dedicano al loro ministerio.
Cosl, se vogliamo rendere generale l'insegnamen­
to delle parabole, faremo bene a !asciarci guidare dal­
la loro prima e particolare applicazione poiché que­
sta stessa è estremamente importante se è vero che il
cristianesimo si fonda sull' 'opera completa' di Cri-

2. r Cor. 3,6.

I82
sto, cioè, per dirla in termini storici, sugli eventi nar­
rati e interpretati nei vangeli: se la tesi di questo li­
bro è corretta, le parabole ci presentano infatti l'in­
terpretazione che Gesù stesso diede del proprio
ministerio.
Vediamo che mentre il Signore si servì del simboli­
smo apocalittico tradizionale per indicare il carattere
'ultramondano', assoluto, del Regno di Dio, egli usò
le parabole per sottolineare ed illustrare l'idea della
venuta del Regno lì e allora: l'inimmaginabile era ac­
cadUto� la storta aveva ricevuto l'eterno, l'assoluto si
era rivestito di carne e sangue; si trattava certo di un
'mistero', comprensibile solo per coloro che avevano
occhi per vedere e orecchi per udire, solo per coloro
cui era stato rivelato «non da carne e sangue, ma dal
Padre mio che è nei cieli».
Questo è il contesto in cui vanno poste le parabo­
le del Regno. Esse sfruttano tutte le possibilità di vi­
vaci scene drammatiche per aiutare gli uomini a ve­
dere che Dio nel Suo regno, nella Sua potenza e glo­
ria, li sta confrontando negli eventi che accadono da­
vanti ai loro occhi; nei miracoli di Gesù, nella sua
chiamata e nei risultati di questa: beatitudine per
quanti lo seguono e induramento di chi lo respinge;
nel tragico conflitto della croce e nella tribolazione
dei discepoli; nella scelta gravida di conseguenze da­
vanti aJla quale è posta la nazione giudaica e nei di­
sastri imminenti. Questo mondo è diventato la sce­
na di un dramma divino nel quale le questioni eter­
ne sono messe a nudo: è l'ora della decisione: è la
escatologia attuata.
Tutte le parabole che abbiamo esaminate ci dico­
no proprio questo; possiamo dar loro ancora una
scorsa per vedere quali siano i diversi aspetti della
situazione che esse sottolineano ed illustrano.
Innanzitutto si tratta dell'ora del compimento: per
1 83
generazioni la fede giudaica si era tenuta stretta alla
speranza che a lungo andare Dio avrebbe affermato
il Suo dominio sul mondo, pur dovendo essa am­
mettere con tristezza la forza delle potenze malvage
nell'età presente. Con tutta una serie d'immagini Ge­
sù annuncia che l'ora è suonata e Dio ha agito: l'uo­
mo forte è derubato; i poteri maligni sono disarma­
ti; la potenza nascosta di Dio si è manifestata come
le energie vitali del suolo producono la messe a suo
tempo; non si tratta di opera d'uomo, proprio come
non è lo sforzo umano che fa crescere il seme e ma­
turare la spiga; l'iniziativa è di Dio e all'uomo aspet­
ta la gioia della mietitura.
Certamente non c'è uno sfoggio della potenza di­
vina, non c'è un 'colpo di stato' né entrano in scena
legioni d'angeli: c'è soltanto un falegname di Gali­
lea che predica per le strade e guarisce i malati. I su­
perficiali alzano le spalle: «Ancora un altro di que­
sti fanatici religiosi ! Li conosciamo bene : prima quel
folle di Giovanni ed ora questo Gesù, mediocre e
neanche degno di considerazione» : si comportano co­
me fanciulli capricciosi, aveva detto Gesù, ma «il
Regno di Dio è giunto tra voi» proprio lo stesso; c'è
una forza che opera potentemente dal di dentro, co­
me il lievito nella pasta, e nulla può fermarla.
Gesù non è venuto nelle vesti di riformatore reli­
gioso per rammendare il vestito stracciato del giu­
daismo farisaico : che follia! Le nuove pezze non
avrebbero fatto altro che affrettare la fine del vec­
chio abito. Si tratta invece di un nuovo inizio nei rap­
porti tra Dio e uomo, nuovo soprattutto perché la
Sua grazia si è manifestata a chi non la meritava: «Il
Signore ama i giusti ed il Suo orecchio è pronto al
loro grido» , diceva la vecchia religione; ma questa
non è tutta la verità: da chi dovrebbe andare il me­
dico se non dal malato ? Così il Figlio dell'uomo, in
1 84
cui viene il Regno di Dio, è contento di esser noto
come <<l'amico dei pubblicani e dei peccatori». La
pecora smarrita è proprio quella di cui il pastore si
preoccupa di più e nessuna brava donna di casa con­
sidera sprecati la fatica e il tempo impiegati nella ri­
cerca della moneta perduta. Nello stesso modo Gesù
andò in giro per i paesi ed i villaggi della Galilea
cercando i perduti: così venne il Regno di Dio. Egli
lanciò la rete in acque fonde e tirò su pesce. La sua
chiamata non restò sterile: i disprezzati entravano
in folla nel Regno di Dio come gli uccelli volano a
riposarsi sui rami di un albero rigoglioso che poco
tempo prima non era che un seme quasi invisibile.
Per quanti accettarono il Regno di Dio si fa gioia sin­
cera, come quella di un banchetto nuziale.
L'appello e il suo successo furono motivo di scan­
dalo : si poteva veramente trattare della venuta del
Regno di Dio se tutte le precauzioni morali paziente­
mente elaborate dagli esperti della Legge non veniva­
no affatto tenute in conto e i senza Legge erano ac­
colti a braccia aperte? A quanti sollevarono obiezio­
ni simili Gesù rispose con parabole non prive d'iro­
nia: se gli invitati non si presentano ad una festa, bi­
sogna pur riempire i posti vuoti ; se un figlio ritorna
sulla sua parola e non fa quanto aveva promesso di
fare, bisogna certamente lodare l'altro figlio che fu
scortese al principio, ma poi si riscatta obbedendo.
sia pure in ritardo ; se anche un figlio ha infangato il
buon nome del padre, non sta certo al fratello mag­
giore scacciarlo via se il padre è lieto di riprenderlo
in casa quando finalmente ritorna. Difatti non esisto­
no meriti agli occhi di Dio e quando Egli largisce i
Suoi beni su chi non ha fatto proprio alcunché per
meritarli, è come un padrone generoso che paga il sa­
lario di una giornata per una sola ora di lavoro: il
Regno di Dio è così.
Pure questo Regno non viene senza giudizio. I ca­
pi religiosi che criticarono l'opera e l'insegnamento
di Gesù, pronunciarono contemporaneamente un giu­
dizio su se stessi a motivo del loro atteggiamento, del­
la loro interessata prudenza, della loro altezzosità, del
rifiuto di prendere le proprie responsabilità e della lo­
ro cecità davanti al piano di Dio. Nelle loro mani il
sale della fede d'Israele aveva perso il suo sapore e la
sua luce era sotto il moggio; essi erano come un ser­
vo pigro che avesse preferito nascondere i soldi del
padrone piuttosto che rischiarli investendoli o come
un amministratore infedele che avesse abusato della
fiducia di cui godeva o come fittavoli insolventi. Que­
sta era la situazione morale che venne drammatica­
mente espressa nei presagi della rovina della nazione
giudaica e della distruzione del tempio.
Questa nota severa si riscontra anche negli appel­
li che Gesù rivolse agli individui. Il fatto stesso che
il supremo dono di Dio venga offerto agli uomini im­
plica che la loro risposta ha un'importanza particola­
re: l'accettazione o il rifiuto sono atti che determina­
no tutto l'orientamento della vita di un uomo. cioè
tutto il suo destino. Il corso degli eventi in cui il Re­
gno di Dio viene agli uomini
«tende all'opera di un momento,
come l'anima si manifesta
nel frutto che porta a compimento».
Non appena l'offerta è stata fatta risulta impossibile
sottrarsi alla decisione, proprio come un debitore che
sta per esser trascinato in tribunale o uno che sta per
esser licenziato devono decidere su due piedi che co­
sa fare prima che svanisca ogni possibilità di azione.
Con lo svolgersi degli eventi divenne sempre più
chiaro che coloro che volevano rispondere alla chia­
mata di Gesù avrebbero dovuto calcolarne il costo e
1 86
la situ _.10ne stessa sottolineava l'importanza deter­
miname della decisione. Egli dovette dire a quanti
desideravano seguirlo: «<l tesoro è a portata di ma­
no, ma che cosa sei disposto a pagare per averlo? ».
Certo le benedizioni del Regno di Dio non possono
essere comprate, a nessun prezzo, poiché sono un do­
no di Dio ; ma dato che la situazione richiedeva un
sacrificio, bisognava procedere con estrema chiarez­
za; date le circostanze domandare «Accetti il Regno
di Dio ? » equivaleva a chiedere: «Sei pronto a met­
tere in gioco la tua vita per esso? ».
In questo modo la venuta del Regno presenta
l'aspetto di giudizio, cioè di prova e vaglio di uomi­
ni. Anche se la rete a strascico porta a riva pesci di
ogni tipo, essi (come ben sapevano i pescatori dive­
nuti disceooli) devono esser scelti prima di poter es­
ser portati al mercato; la mietitura implica sia il rac­
colto che la senarazione del grano dalla zizzania: co­
sì anche le folle che venivano portate dalla predica­
zione di Gesù nel raggio di azione del Regno di Dio
vennero ad esser setacciate dalla piega presa dagli
avvenimenti e gli uomini giudicarono se stessi non
per mezzo di un esame introspettivo, ma col modo
in cui reagirono agli sviluppi della situazione. Di­
venne infatti ben presto chiaro che l'opposizione a
Gesù era assoluta ed uno scontro inevitabile: ma chi
sapeva quando e come sarebbe avvenuto? Forse che
il padron di casa sa quando verrà il ladro? Accade un
fatto imprevisto, ed è per l'imprevisto che Gesù vuo­
le preparare i suoi ascoltatori: essi devono essere co­
me servi che stanno su tutta la notte per il padrone
senza sapere quando verrà, come vergini le cui lam­
pade devono essere accese per il momento in cui,
senza preavviso, comincerà la processione nuziale.
A Questo punto, improvvisamente, cadde il sipa­
rio sulla scena illuminata dalle parabole: con tragica
1 87
subitaneità si verificò lo scontro e Gesù non insegnò
più, ma agì e soffrì; morì per poi risorgere. I discepo­
li, colti di sorpresa, lo abbandonarono e fuggirono,
ma poi passarono dalla disperazione ad una nuova
vita e compresero come il mistero del Regno di Dio
era stato finalmente rivelato nella morte e nella ri­
surrezione del loro Signore.
Resta convinzione centrale della fede cristiana che,
ad un dato punto del tempo e dello spazio, l'eternità
entrò decisamente nella storia; si ebbe cioè una crisi
storica determinante per tutto il complesso dell'espe­
rienza spirituale dell'uomo ed è a quel momento del­
Ia storia che la nostra fede riguarda continuamente.
L'Evangelo non afferma una serie di verità religiose
generali, ma interpreta un preciso evento storico; il
'Credo' è ancorato alla storia dall'affermazione «pa­
tì sotto Ponzio Pilato» ; ancor più nel sacramento del­
l'eucarestia la chiesa riassume la crisi storica in cui
Cristo visse, morì e risuscitò e scorge in esso il 'se­
gno efficace' della vita eterna nel Regno di Dio. L'eu­
carestia può ben essere chiamata, per l'origine e il si­
gnificato principale, il sacramento dell'escatologia at­
tuata 3• La chiesa prega, infatti, 'venga il tuo Regno',
3 - Per lo sfondo escatologico dell'eucarestia s i veda il mio saggio «The
Lord's Supper in the New Testament» nel volume Christian Worship:
Studies in its History and Meaning, ed. N. Micklem (Oxford Universi­
ty Press ). Il rito orientale mostra con grande chiarezza il carattere
escatologico del sacramento. Nella liturgia di S. Giovanni Crisostomo
appaiono più volte riferimenti significativi al Regno di Dio e si fa gran­
de uso del linguaggio escatologico: l' 'inno cherubico' prega «Che pos­
siamo ricevere il Re dell'i.miverso, scortato dall'invisibile esercito ange·
lico» e predisporre in questo modo al Sursum corda ed al Sanctus {so­
stanzialmente comune a tutte le liturgie) che culmina (difatti) nell'an­
nuncio della venuta del Figlio dell'uomo «nella gloria del Padre con i
santi angeli» - «Benedetto colui che viene nel nome del Signore; osan­
na nei" luoghi altissimi»; si passa poi alla ripetizione delle parole dell'i­
stituzione e al ricordo di << tutto quanto fu sofferto per amor nostro, la
croce, il sepolcro e la risurrezione dopo tre giorni, l'ascensione in cielo,
l'intronizzazione alla destra del Padre, il secondo glorioso avvento».

r88
'Vieni, Signore Gesù' e in questa preghiera ricorda
che il Signore venne veramente e con lui il Regno di
Dio: ora, unendo il ricordo e l'attesa, essa scopre che
egli viene; viene nella croce e nella passione; viene
nella gloria del Padre con gli angeli del cielo. Certa­
mente ogni eucarestia che viene celebrata non è un
momento di un processo di graduale avvicinamento
della sua venuta né un nuovo passo fatto sulla via che
ci porta lentamente verso la lontana méta del Re­
gno di Dio su questa terra, ma è un rivivere il mo­
mento decisivo della sua venuta di una volta.
La predicazione della chiesa tende a ricreare nella
vita dei singoli quell'ora della decisione che Gesù
portò con sé, poiché il suo tema costante rimane sem­
pre: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è giun­
to : ravvedetevi e credete all'Evangelo». Questo an­
nuncio presuppone che la storia dell'individuo e la
storia in generale non sono qualitativamente diverse,
hanno cioè entrambe un valore e un senso soltanto se
servono a portare gli uomini al cospetto di Dio nel
Regno, nella potenza e nella gloria. Siamo ciechi e
sordi e metà della nostra vita può trascorrere senza
Poi, mentre si appresta a celebrare la comunione, il sacerdote prega:
<<Ascoltaci, o Signor Gesù Cristo nostro Dio, dalla tua santa dimora e
dal trono della gloria del tuo Regno e vieni a santificarci, tu che siedi
nei luoghi superni con il Padre e sei qui invisibilmente presente tra
noi>>, e poi ancora: «Accettami, o figlio di Dio, come partecipante al
tuo banchetto mistico ... Signore, ricordati di me quando vieni nel tuo
Regno». In tutto il servizio liturgico il ricordo della venuta del Cristo
nella storia e la speranza del suo Regno eterno sono strettamente con­
giunti con il senso della sua presenza nella chiesa; i fedeli vengono a
trovarsi entro il momento in cui il Regno di Dio venne e vivono sacra­
mentalmente la sua venuta sia come fatto storico assicurato che come
realtà eterna il cui significato pieno non potrà mai esser conosciuto da­
gli uomini su questa terra. Nelle liturgie occidentali, romana e anglica­
na, l'aspetto escatologico del sacramento è parzialmente oscurato, ma
può pur sempre esser scorro. ( La liturgia di S. Giovanni Crisostomo è
stata citata secondo la traduzione inglese autorizzata del metropolita
Germanos, in uso nella cattedrale di S. Sofia a Londra e �ubblicJta dal­
In Faith Press. ).
che scorgiamo in essa alcun ;.;enso eterno; ma fUÒ poi
giungere l'istante in cui gli occhi dei ciechi vengono
spalancati e gli orecchi dei ·ardi vengono aperti: gli
inviti per il banchetto �ono stati mandati: «Venite
perché tutto è pronto ! » . Lo sposo è tornato dalle noz­
ze, il padrone è ritornato dal viaggio : dobbiamo ri­
spondere dei nostri talenti, dobbiamo dare il prodot­
to della vigna; beato il servo che viene trovato sve­
glio ! Egli entrerà nella gioia del suo Signore; il Re­
gno di Dio è venuto e chi lo riceve come un fanciullo
vi entrerà.
Lo stesso accade nel!a storia più vasta in cui si ri­
flette la vita delia società: ci possono essere lunghi
periodi durante i quali non scorgiamo il senso divino
degli eventi: andiamo a dormire e ci alziamo, notte
e dì, mentre il seme cresce senza che sappiamo come
e poi giunge la mietitura. Di tanto in tanto la storia
rivela il suo significato profondo in una crisi che met­
te gli uomini alla prova: il giudizio del Signore è
sulla terra. È compito specifico della chiesa, alla qua­
le è affidato l'evangelo del Regno di Dio, interpre­
tare la crisi del momento alla luce di quell'altra su­
prema crisi storica che viene continuamente resa pre­
sente nella vita e nel culto cristiano. In quel nodo sto­
rico di tanti anni fa ci furono giudizio e lotta ed una
croce: l'evangelo del Regno di Dio non è una garan­
zia di pace e di felicità a buon mercato; può essere il
potente 'no ! ' di Dio a tante cose che ci sono preziose,
ma alla fine c'è sempre l'annuncio: «Beati voi che
siete poveri. poiché vostro è il Regno di Dio! ».
È da quanto abbiamo esposto sopra che nasce una
visione cristiana della storia. Alcuni storici non vedo­
no nella storia che un mero succedersi di fatti colle­
gati indubbiamente da una successione di causa ed
effetto, ma che non mostrano traccia di un disegno
generale; altri invece hanno creduto poter individua-
re un preciso processo evolutivo che procede da un
livello di vita inferiore ad uno superiore per poi cul­
minare in una perfezione ultima della società sulJa
terra.
La visione religiosa della storia può accordarsi sia
con l'una che con l'altra concezione; ma, senza con­
tare la posizione mistica per cui la storia è o indif­
ferente o pura illusione, i pensatori religiosi occiden­
tali, specialmente in Inghilterra e in America, sono
stati nel recente passato più propensi ad accettare il
secondo punto di vista poiché essi hanno creduto di
vedere nell'ipotetica legge del progresso storico, un
segno dell'immanente Spirito di Dio che guida l'uma­
nità verso la mèta, cioè, nella loro interpretazione,
verso il Regno di Dio in terra. I vangeli non sembra­
no però insegnarci una cosa simile né fanno intende­
re che il Regno di Dio sia Utopia: anzi il rinnovato
regno di Davide, l'Utopia della speranza popolare
giudaica ai tempi di Gesù, è quasi esplicitamente ri­
pudiato senza che un'altra Utopia venga proposta.
La mentalità occidentale moderna tende a valuta­
re il processo storico in base al :fine, sempre intrasto­
rico, cui esso giunge con il succedersi di causa ed ef­
fetto; ma, se non abbiamo offerto una interpretazio­
ne completamente errata dei vangeli, il pensiero di
Gesù passava direttamente dalla situazione immedia­
ta all'ordine eterno di là della storia, parlandone con
il linguaggio del simbolismo apocalittico. Egli non ne­
gò alla storia il suo valore poiché affermò che l'eterno
era presente nella situazione concreta, attuale, e che
questa era il 'raccolto' di tutta la storia precedente;
non è pertanto corretto dire che il suo ammaestra­
mento sia stato mistico, se intendiamo con questo
termine una fu,ga dal vivente mondo delle cose e de­
gli avvenimenti. È certamente vero, invece, dire che
nel suo insegnamento si ritrova una tensione tra
191
'mondo di là' e 'questo mondo', tensione rappresen­
tata dall'apparente contraddizione tra l'invocazione
«Venga il tuo Regno» e l'annuncio «<l Regno di Dio
è giunto tra voi». Il pensiero cristiano non può sot­
trarsi a questa tensione finché rimane fedele alla sua
origine 4•
Sembra che non possiamo sfuggire alla conclusio­
ne che anche se la storia ha in sé questa ipotetica ne­
cessità immanente di moto verso una mèta, pure
non è qui che va ricercato il suo significato religioso
fondamentale: il carattere individuale, particolare,
che marca l'essenza degli eventi concreti non deve
esser trascurato o negato soltanto perché si presume
esista una legge generale che ne regoli l'accadere; lo
'schema' o 'modello' che la storia sembra seguire è
visibile, per quanto riguarda i suoi valori spirituali,
più nella crisi che nell'evoluzione: ogni crisi è un
fatto a sé, unico, irripetibile, e di conseguenza non
dobbiamo cercare di ridurre tutti gli avvenimenti,
sia grandi sia piccoli, alla stessa 'scala'. quasi fossero
parti di un processo uniforme il cui significato deri­
vasse dal fine remoto verso il quale tenderebbero.
Gli eventi hanno valore nella loro individualità ed
hanno valore in misura diversa così che noi siamo li­
beri di riconoscere in una particolare serie di eventi
una crisi di significato ultimo e di interpretare altri
eventi ed altre situazioni in base a quella. I cristiani
riconoscono questa crisi suprema nel ministerio e
nella morte di Gesù, con quello che è poi seguito e ne
vedono il senso ultimo nel fatto che a questo punto
la storia è diventata lo spazio in cui Dio ha affron­
tato l'uomo in modo decisivo e gli ha posto davanti
un aut-aut morale che non può essere evaso.
Per i cristiani è questa la chiave per scoprire il
4· Cfr. A. Schweitzer, Christianity and the Religions o! the World
( 1 92 3 ).
senso della storia. La serie degli eventi non è né una
cortina d'illusione che cela l'eterno ai nostri occhi
né un processo che crea da sé i propri valori senza
riferimento alcuno ad una realtà atemporale trascen­
dente: ha piuttosto carattere strumentale, o meglio
sacramentale, per l'ordine eterno. Ciascuno dei mol­
ti eventi di questa serie, nei quali sono implicate la
mente la volontà e i sentimenti di singoli uomini e
donne, è di per sé capace di porre questi individui
davanti al Regno di Dio, cioè davanti al bene ultimo
e alla potenza suprema nell'universo: dalla loro rea­
zione, qualunque essa sia, procedono altri eventi ed
è così che la storia è plasmata dallo spirito L'intera 5•

serie degli eventi rimane malleabile nelle mani di


Dio e serve a mettere continuamente gli uomini fac­
cia a faccia con le questioni ultime.
Non è possibile predire l'effetto della scelta uma­
na sul corso della storia oltre, al massimo, lo stadio
immediatamente successivo; benché reale, il campo
della 'legge naturale' nel1a storia è limitato e non
conosciamo alcuna formula sicura che ci permetta di
calcolare l'interazione tra spirito atemporale ed or­
dine temporale 6• Scrivere una 'storia' fantastica dei
secoli o dei millenni che ci stanno davanti, come
molti hanno fatto ai nostri giorni, vuoi dire scrivere
dei romanzi interessanti e piacevoli e può anche ser­
vire a mettere in evidenza le tendenze presenti, ma
non ha certo niente a che fare con il concreto corso
degli eventi. Il vero profeta dipinge sempre in
prospettiva.
5· V. il mio volume The Authority of the Bible, pp. 261-264, ove trat­
to della corrispondenza che si può notare tra il corso esterno degli
eventi e l'esercizio dell'attività spirituale spontanea: il primo fornisce
le condizioni in cui il secondo viene a trovarsi e questo a sua volta pla­
sma quello.

6. Cfr. A. Toynbee, A Study of History, 1 ( 19 3 5 ), 271 ss.

1 93
Sembra che nell'insegnamento di Gesù non ab­
biamo nulla che ci autorizzi ad affermare che i lun­
ghi cicli storici condurranno inevitabilmente ad un
millenario 'Regno venuto' sulla terra, ma siamo più
che autorizzati ad asserire che Dio c'incontra nella
storia e ci pone davanti la porta aperta, anche se
stretta, per entrare nel Suo Regno. Accettare questo
Regno ed entrarvi dona beatitudine poiché la cosa
migliore che ci sia è obbedire alla volontà di Dio ;
tale beatitudine può essere goduta qui ora, ma non
può essere esaurita in alcuna esperienza che possiamo
mai avere nei limiti spazio-temporali: il nostro de­
stino è nell'eternità e nessun occhio ha visto né orec­
chio ha udito né cuore umano ha provato che cosa il
Signore ha in serbo per coloro che Lo amano.

1 94
INDICI
INDICE DELLE PARABOLE

Amici ( Gl i ) dello sposo, 20, 1 I 1-1 12 Otri (Gli ) vecchi, I 1 2


Amministratore ( L' ) disonesto, 32- Pecora ( La ) smarrita, 2 1 ,I I4- 1 I 5
33 Perla ( La ) di gran valore, 2 I , 35,
Costruttore (Il) d i torri, r ro 108- 1 IO
Dieci (Le) vergini, J 5 , I J8,I45 , I 5 I Rr.gazzi ( I ) nella piazza del merca-
s . , 160-162 to, 20,30 S . , I 10,1 I4
Due ( l ) figli, 2 r ,26,u 6 Re ( 11) che va in guerra, II o
Figliol ( Il) prodigo, 2 I , I I 4-I I 5 Rete ( La), 17,35,163,174-I 75
Gran ( Il ) banchetto, 34 s., u 6-u7, Sale ( I l ) insipido, 3 2 , 1 32-1 34
1 23 Seme ( I l ) che cresce di nascosto,
Granello ( Il ) di senape, 21 ,34,3 5 , 2 I , 34,35 ,163-1 72,I77.
I 63 ,175-179 Sc�inatore ( Il), q- 18,2I ,22,27,29,
Imputato (L'), I29-IJ2,140 1 36 , I 63 , 1 68- 1 70
Ladro ( Il ) di notte, qo,q8 , 1 45 , Servi fedeli e infedeli, 1 3o,q8,r45,
1 5 3 , 1 56- I 59 1 48- 1 5 1 , 1 5 3,I 56,I 59-160
Lampada ( La) e il Moggio, 20,27, Servi in attesa, 27, I J O, 1 45 , I 50 -
3 1 ,1 35-137,140 J61
Lavcratori ( l ) nella vigna, 2 I ,23 s., Somma ( La ) affidata ( Talenti o lib­
35,1 17 bre ), 2 1 ,26, I 2 3 ,1 38- 1 44, I 50,r 52
Libbra (vedi Somma affidata) Talenti (vedi Somma affidata)
Li�:vito ( I l ), 21 ,34,3 5 , 1 6 3 , 1 77-178. TC:'soro ( J I ) nascosto, 2 1 ,27,J5,ro8-
Malvagi ( I ) vignaiuoli, 1 1 9 - I 26, l 10
I 50 Ucmo (L') forte derubato, I r8-II9
Mantello ( I l ) rattoppato, 20,1 1 2 Zizzania ( La), 1 7 , 29, 3 5 , 163, r64,
Medico ( Il), I I 3 I 70- I 74
Moneta ( La) smarrita, 2 I ,1 1 4-1 I 5

PARABOLE RIFERITE A

Amico (L') importuno, 2 1 ,22 Occhio ( L' ) lampada del corpo, 20,
Aquile e avvoltoi, 85 I 37
Buon ( 11) samaritano, �1 6,123 Pagliuzza ( La ) e la trave, 20.
Due ( Le ) case, 21 ,30 - · Servo ( Il ) spietato, 2 1 ,35
Fico ( I l ) araldo dell'estate, 20, 1 30 Uno prt:so e uno lasciato, 84 s.
Figlio ( Il) che chiede un pane, 20

1 97
INDICE DEI PASSI DELLA SCRITTURA

Genesi Amos
XXII,2, 1 2,16: 1 24 IJI,2-IX,7: 8o

Esodo Micah
xv, r 8 : 37 1v, 1 : 62
V11,6 : 67
z Cronache
XXIV,2 I : 63 Matteo
ll l,2,7,10: 49
Giobbe V,3 : 48
XXXVIII,J-XL,T 1 5 1 s. V, 1 3 : 1 p -ss.
V, 1 5 : 1 3 5 SS.
Salmi V,17- 1 9 : 1 17
CX, I ; 88 V, I 7·48: 1 29
CXXXVI,22: 149 V,2J : 19
v ,24: q o
Isaia V,2 5-26: 1 29 SS.
II,2: 62 VI,26-JO: 25
V, I-2 : 1 2 1 VI, J 3 : 43
XIX,2: 67 VI1,19: 49
XLI, 8 : 149 VII,2 1 : 86
LXIV,I I : 61 vn,22-23 : x 6 x
VIII,1 1 : 44,54
Geremia VIli, 19-22: I l O
1, 1 7 : 1 5 2 IX,J7·J8 : 166
VI,26: 1 24 IX,J8- 39: 1 7 3
x,5-6 : r q
EzechieJe X , 1 5 : 79,80
XVII,22·2J·XXXI,6: 176 X, 1 7-22: 57
XXXVIII,2 I : 67 X,28-42: 59
x,p- 3 3 : 90
Daniele X,J4·J6: 66 S.
IV, I 2 : 176 X,38: 59
IV, 1 7 : 41 X,40-4 2 : 83
VII, T J : 88 X,40: 90
VII, 1 J-I4: 88 X,42: 86
VII, 18: 38,41 XI,2- I I : 47
VII,22: 44,88 XI,4- 1 9 : 49
XI,21-22: 79
Osea XI,25-27: 43
VI, 2 : 95 Xl,29·JO: 59
Xl,29 : 43
Gioele XI1,28 : 44-46
m, 1 3: x 66 XII,41-42 : 47
XII,4I•47: 8o IV, I I : 3 5
xm, I6-r7: 47 IV, I I · I 2 : 1 8
XIII,24·30: I?O SS. IV, l l-20: I ?
XIII,3 1·32: 176 SS. IV, 2 I : I J 5 SS.
XU1, 3 3 : I?7 ss. IV,25 : I 39
x111,39: I66 IV,26-29: 164 ss.
XUIA4·46: 48,ro8 ss. IV,30·J2: I76 SS.
Xlil,47·48 : I74 SS. V, 1 9 ; 86
XV I , I 9 : 9 1 VII, I 7 : 6o
XVI,2 I : 95 VII,2 I : 86
XV1,24: 59 VII,28: 86
XVI,27 : 8 3 VIII , I 5 : 1 78
XVll,20: 62 VIII, J I : 92
XVI H , I 2·I4: 1 14 VIII,J4: 59
X\'III, I 8 : 9 I VIII, 3 8 : 90
XVIII,2J·3 5 : 2 I , 3j IX, t ·. 44,53
XIX,28: 70,9I IX, I I· I J : 6o
XIX,JO: I I ? IX, I 2 : 169
X l\ , 1 - 1 6 : x 1 7 ss. IX,28-29: 6o
�28-32 : r i6 IX, 3 I : 92
XX1,4 1 : I 22 IX,42·50: I J 2
XXII,1·I 3 : I I 6 SS. IX,37: 83 ,90
XXI II,2: 150 IX,4 I : 86
XXIII,8,Io: 86 lX,4 3·47; 44
XXHI, I J : 1 3 7 IX,50 : I J 2 SS.
XXIII,3 3 : 49 X,10·I2: 6o
xxlll, 34-36: 6 2 5 . , 65 X,14: 48
XXlll,J7·38 : 6 1 X, I 5 : 43,48
XXIV, J : 98 X, I 7·30 ; 109
XXIV,27: 81 X,I7-22: I I 3 , 1 7 5
XXIV,28 : 85 X,17,24, 2 5 : 44
XXIV,3 7·40: 8 I ,8 3 X,30: I ?
XXIV,42: I 5 3 X,J I : I I7
XXIVAJ·44; I 56 ss. X,3 I-4 5 : 58
XXIV,45· 5 I : 148 SS. X,34; 92
XXV, 1 · r 2 : I 6o X,35-40: 58
XXV, I4,30: 1 38 SS. X,38- 3 9 : 66
XXV,29: 140 X,45 : I 50
xxv ,3 1·46: 83 X,5 I : 86
XXV,40,4 5 : 83,90 XI, 3 : 86
Xl, I 2- 1 4 : 6 2
Marco XI, I 7 : 62
I,I4 , 1 5 : 4 5 X1,20,2 3 : 62
I, I 7 : I 74 XI,30: 1 67
I , I 9·20: 85 XII, 1-8 : I 1 9 SS.
1 1 , 1 7 : I I J SS. XII>4: 1 2 3
ll,I8·I9: I I I S . XII,9: I I 9·1 2 I
1 1 ,20: 1 1 2 xu , I o : I 2 2
1 1 ,28: 86 Xll,I I ; 8 6
III,27= I I 8 ss. XH, I 2 ; I 2 I
Ili, J 5 : 43 XII, 2 5 : 4-1,
I V ,2-8: I68 SS. XII ,26-27: 55
r v, r o : 6o, I J 6 XII,29·30: 86

199
Xli,JJ : 1 9 XII,J1 ". 43
XII, J4 : 45 Xli,J5·38; 1 50 SS.
XII,35 : 86 X11,39-40: I 56 SS.
XII,J6-37: 86 Xl1>4I : 1 5 3
XII I ; I 7,52,98, 1 27 XII,42-46: 148 ss.
XIII,2: 6o XII,49- 5 3 : 66 s_
XIII,9- I J ; 57 XII, 57-59: 1 29 SS.
XIII, I 2 : 67 XII1, 1-5 : 64
Xili,I 4 : 5 3 X!II,18-r9; I76
XIII, 14-25 : 8 1 Xlll,20-2 I : 177 SS.
XIII,14-20: 62 XIII,22-24: 58
XIII, I 4 : p,6J Xlll,25 SS . : 161
XIII,2o: 86 XIII,28-29 : 54
XIII,24-26: 8 1 ,98 XIII,30: I 1 7
XIII,27: 83 ,98 XIII,J2-J 3 : 96
XIII,28: 1 30 XIII,J4·35 : 61
XIII,29 : 20 XIV,16-24 -- l l 6 SS.
Xlll,30: 66 XIV,25-33: 58
XII1, 3 3-37: I 50 S S . XIV, 2 7 : 59
XIII, 3 5 : 1 5 5 XIV,28- 3 3 : I lO
XIV,25: 5 5 XIV,34- 3 5 : 1 J 2 SS.
XIV,28: 93 ,96 xv: 1 14 ss.
XIV,38: 1 5 5 XV,7 , I O ; 9 1
XIV,58: 60 XVI, 1-7 : 3 2
XIV,59: 60 XVI, I 6 : 48
XIV,62 : 87,94,103 xvn,6: 62
XVI,7: 93 XVII,20-2 1 : 82,179
XVII,2 1 : l 10,179
XVII, 2 2 : 81 , 1 03
Luca
XVII,23- 3 5 : 83
111,7,9= 49
XVI1,24: 81
VI,20: 48
XVII,26-27 : 8 1 , 1 0 3 ,1 5 8
VI,46: 86
XVII, 3 1 : 64
vn, 1 8-3o : 47
VIII,16: 1 3 5 SS­
XVII , 3 7 : 85
XVI1I,9 : I l 3
XIX,12-27: 1 38 SS.
IX,23 : 59,128
XIX,26: l 39
IX,5 1-62 : 58
IX,57-62: 1 IO,I75
XIX,43-44: 63
X,2 : 166,173
xx, 1 8 : 1 22
X,9-1 I : 46 XXI,20: 63
X,12- 1 4: 79
XXI, J4-36 : 146
XXII, l 5 : 17
x,16: 74.90
X,2 1 : 4 3
XXII, 15-I6: 56
X,23-24 : 4 7
XXII,27: I 50
XXII,28- JO: 70,9 1 S.
XI,20 ; 44-46
Xl,2 I - 2 2 : 1 18 S.
XXIV,46: 86
X I ,J1-J2: 47,80
XI, J 3 : I 3 5 SS.
XXIV, 5 I : 94
X1,49-5 I : 6 3 ,65
XI,52 : I J7 Giovanni
XII>4 : 59 1, 1 -4 : 1 37
xn,8-9: 90 ! 1 , 1 9 : 6o
XII, I I - 1 2 : 58 I I,2 1-22 : 6o
X!I,24-28 : 25 IV,35-38: I 73

200
XI1,34: 86 2 Tessalonicesi
II,J-1 I : 5 3
Atti
1,9-I I : 94 Ebrei
VII,47 : 7 1 IX, I I : 7 I
VII,56: 86 IX, I I-14: 9 5
XVI, I 1 - 1 3 : I46 IX,24: 7 I
XVII,I : 146 IX,24-28: 9 5
XVII,24 : 71 X,9 : 95
XIII, 1 2 : 1 24
Romani
1,3-4: 54 r Pietro
lll, 2 5 : 75 1, 1 3 : 1 5 1
VIII,3: 75 III, 1 8 : 9 5
VIII,34 : 94 v,8: I 5 5
XI,16-24: 23
XIII, I I - 1 3 : 147 2 Pietro
Xlll,l 2 : 154 II1,8 : I 27

I Corinti Apocalisse
nr,6: 182 XIX,7 : 1 1 2
IV, 5 : 1 70 XXl,9 : 1 1 2
v,6 : 178
xv: 96 Aboth
XV,3T 95 I II,7 : 38
XV,4: 93
xv,8: 94 Assumption ( The) o f Moses
XVI, I J : 1 5 5 IX-X : 73
X,1 S S . : 39,177
2 Corinti
rv,6: 94 2 Baruch
v, 1 : 71 LXX,3-7 : 67
XI,2: 1 I 2 LXXIII: 40

Galati Enoch
1,18-24: 74 XXXVII-LXX I : 89
ll, 1 5 : I I 5
V,9 : I78 2 Esdra
VI,24: 67
Efesini VIII,4 1 : 18
Il, 1 1 : 7 1
v,8- 1 4 : 1 46 Giubileo
XXIII , 1 6, 1 9 : 67
Colossesi
II,I I : 7 1 Testamento
11, 1 5 : 7 5 dei XII Patriarchi
(Daniele, V,1 J-VI,4 ) : 46
I Tessalonicesi
V,2 : 1 56 Tommaso, Vangelo secondo
V,2-8: 145 S. p. 1 23

201
INDICE DEGLI AUTORI

Abbott E.A., 62 Jeremias ].. 28,39, 1 5 3


Agostino (sant'), 1 5 Josephus, 6 1 ,63
Albenz M., 1 1 2 Jiilicher A., I 7 ,26, Jo,ro8,rr9,168,
1 69
Bacon B.W., 5 2 ,8 3 , 1 5 3
Barrett C .H . , 89 Kl:msner J., 14 3
Bi!lerbeck P. (vedi Strack )
Blinzler ]., 88 Marxsen W., 96
Bultmann R., 2 1 ,25 ,30.99 , 1 07
Bunyan, John, 22
Burrows, Millar, 44 Otto R., 4o ,46,49 . 5 o ,76,89, 168

Cadoux A. T., 2 5 ,28,3 J,84 , 1 1 2,q3, Roberts C.H., 82


r66,175 Robinson H.W., 62
Campenhausen ( von ) H., 96 Robinson ].A. T., 103
Charles R. H. , 39,40,7 J , I 4 7
Cicerone, 1 2 1 Schechter S., 39
C!avier H . , 3 3 Schiirmann H., 107
Coates ].R., 62 Schweitzer A., I I ,96 , 1 6 3 , 1 6 5 , l 9 2
Conzelmann H., 8 2 Senofonte, 8 2
Cullmann 0., 8 2 , 1 .17 Sherwin-White A.N., 88
Simkhovitch V., 6 5
Dalman G., 3 7 , 3 8 , 3 9 Strack H.L. and Billerbeck P . , 8o,
Davey Noel , 34, 1 2 6 9 5 , 1 J4 , I J 6 , l J 7 , 1 7 8
Dibelius M., 1 I I , I t 4, I 5 5 Streeter B.H., 4 1

Eisler R., 7 t Torrey C.C., p , 59,66 , q 9


Eusebius, 6 3 Toynbee A., 193
Trench R.C., r 6
Grant F.C., 1 20 Turner C.H . , 90 , 1 24
Grant R.M. e Freedman D .N . , 1 23
Gressmann H., 66 Weiffenbach W., 96
Guillaumont T.A., 1 2 3 Wellhausen }., 1 6 5

Hoskyns E.C., 34,1 26,167 White, Bouck, 38.

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