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L’alleanza non è soltanto un tema affrontato nella Bibbia ebraica o un
JEAN-PIERRE SONNET

L’alleanza della lettura


evento narrato nel suo racconto; è anche un fenomeno connesso all’atto della
sua lettura. Leggere il racconto della Bibbia significa entrare in una sorta di
patto: l’evento dell’alleanza narrata si riflette nella ricezione attiva che ne
fa il lettore, sollecitato a una cooperazione interpretativa responsabile.

I saggi raccolti in quest’opera indagano e approfondiscono, spesso a partire


L’alleanza
da testi biblici specifici, i fenomeni coinvolti in questa «alleanza della let-
tura» (che includono il narratore, l’intreccio, la caratterizzazione dei perso-
naggi, il punto di vista e la ripetizione). Il dramma che si svolge nel mondo
della lettura
del racconto si ripercuote nel dramma della lettura in diversi modi, e l’al-
leanza narrata si ri-attua mediante il coinvolgimento del lettore.
Questioni di poetica narrativa
nella Bibbia ebraica

J.-P. SONNET
Quando la Scrittura viene letta 1
nella sua forza letteraria parla ai credenti
ma anche ai non credenti, nel cortile dei Gentili.

€ 54,00 9 788821 571589


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JEAN-PIERRE SONNET è professore di ese-


gesi dell’Antico Testamento alla Pontificia
Università Gregoriana ed editore della col-
lana «Le livre et le rouleau» (Lessius, Bru-
xelles); è specializzato in teoria letteraria. In saggi di alto livello ma anche di alta leggibilità,
Accanto a raccolte di poesie (in italiano: Il la collana vuole essere rappresentativa di un modo
di accostare la Bibbia, che cresce con chi la legge
canto del viaggio, Qiqajon 2009), le sue pub- e si lascia interpretare anche nel mondo d’oggi.
blicazioni includono The Book within the
Book: Writing in Deuteronomy (Brill 1997) 1. J.-P. Sonnet, L’alleanza della lettura. Que-
e il capitolo sull’esegesi narrativa nel Ma- stioni di poetica narrativa nella Bibbia
nuale d’esegesi dell’Antico Testamento (De- ebraica
2. B. M. Levinson, Fino alla quarta genera-
honiane 2010). Attualmente sta lavorando a zione. Revisione legale e rinnovamento reli-
un libro su Dio come personaggio narrativo gioso nell’Israele antico
nella Bibbia ebraica. 3. R. Alter, L’arte della poesia biblica

In copertina:

Il profeta Michea, particolare.


Wiligelmo, 1100 ca.
Modena, duomo, portale maggiore.
Foto Scala, Firenze.
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JEAN-PIERRE SONNET

L’alleanza della lettura


Questioni di poetica narrativa
nella Bibbia ebraica
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Introduzione

Lesse all’uditorio tutte le parole del libro della legge


che era stato trovato nel tempio di Yhwh.
Il re, stando sul podio, concluse alla presenza di Yhwh l’alleanza
che gli imponeva di seguire Yhwh, di custodire i suoi comandamenti,
le sue leggi e i suoi precetti con tutto il cuore e con tutta l’anima,
al fine di attuare le clausole dell’alleanza scritta in questo libro.
Tutto il popolo aderì all’alleanza.
(2Re 23,2-3)

Poche persone chiedono ai libri ciò che i libri possono darci.


(VIRGINIA WOOLF, Il lettore comune. Seconda serie, 1932)

Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere.


(ITALO CALVINO, Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1981)

Di alleanza, nella Bibbia, si parla molto, specialmente nella


Bibbia ebraica. Sulla scia dell’esegeta tedesco Walther Eichrodt,
che ha fatto dell’alleanza il punto centrale (die Mitte) dell’An-
tico Testamento1, diversi studiosi, facendo tesoro delle analogie
evidenziate tra la Bibbia e i trattati di alleanza che circolavano
nel Vicino Oriente antico, hanno riconosciuto nel fenomeno
della berît («alleanza») uno dei temi chiave delle Scritture di
Israele. È il caso, per esempio, di Paul Beauchamp, autore di
un saggio dal titolo significativo: «Propositions sur l’Alliance

1
W. EICHRODT, Teologia dell’Antico Testamento. I. Dio e popolo (Biblioteca teo-
logica 14; Brescia 1979).
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8 INTRODUZIONE

dans l’Ancien Testament comme structure centrale»2. L’impat-


to dell’alleanza sulla letteratura e sul pensiero biblici è stato sot-
tolineato in diversi modi da studiosi di primo piano3, e non vi
è dubbio che in proposito scoperte e affinamenti attendono
ancora l’esegesi biblica. La presente opera non intende prolun-
gare la ricerca imboccando i suoi sentieri classici; esplorerà inve-
ce una dimensione connessa, e meno studiata, del fenomeno in
questione. Vorrei mostrare che l’alleanza non è soltanto un
tema affrontato nella Bibbia ebraica o un evento narrato nel suo
racconto; è anche un fenomeno connesso all’atto della sua let-
tura. Leggere il racconto della Bibbia significa entrare in una
sorta di patto: l’evento dell’alleanza narrata si riflette nella rice-
zione attiva che ne fa il lettore, impegnato in una cooperazio-
ne interpretativa responsabile.

Chiariamo subito che il fenomeno dell’alleanza o patto di let-


tura va al di là del caso specifico della Bibbia. Esso ha a che fare
con la teoria letteraria in generale e riguarda ogni comunicazio-
ne letteraria, specialmente narrativa. «L’incipit di un racconto
– scrive lo scrittore israeliano Amos Oz – è sempre un patto tra
l’autore e il lettore»4. Dicendo questo, Oz non fa altro che tra-
durre l’esperienza comune: fin dalle prime parole del romanzo
o del racconto si stabilisce una sorta di contratto tra narratore
e lettori, un contratto che assume toni diversi da opera a opera.
Il motto freddo, falsamente oggettivo, che apre il romanzo di
Tolstoj Anna Karenina (1877) – «Tutte le famiglie felici si as-

2
P. BEAUCHAMP, «Propositions sur l’Alliance dans l’Ancien Testament comme
structure centrale», RSR 58 (1970) 161-193; ripreso in ID., Pages exégétiques (LD;
Paris 2005) 55-86.
3
Per esempio, E. Kutsch, L. Perlitt, D.J. McCarthy, E.W. Nicholson, N. Lohfink,
J. L’Hour e J.D. Levenson.
4
«Any beginning of a story is always like a kind of contract between writer and
reader» (A. OZ, The Story Begins. Essays on Literature [New York, 1999] 7).
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INTRODUZIONE 9

somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo mo-


do» – pone il lettore in un rapporto con la narrazione ben diver-
so da quello determinato dall’uso della seconda persona rivolta
dal narratore al personaggio nel romanzo di Gao Xingjian La
montagna dell’anima (1990): «Sei salito all’alba su una corriera
traballante, di quelle che in città non si usano più»5.
Il fenomeno del patto di lettura occupa l’attenzione della
ricerca letteraria da ben quattro decenni, di fatto dalla pubbli-
cazione del saggio di Philippe Lejeune, Le Pacte autobiographi-
que (1975)6. Lo scritto autobiografico, ha mostrato Lejeune, è
percorso da una sorta di intesa bilaterale: come contropartita
dell’impegno che si è assunto di raccontare la sua vita in uno
spirito di verità, l’autore si attende a buon diritto dal suo letto-
re un giudizio equo e leale. Un’altra opera fondamentale,
anch’essa dal titolo eloquente, è il saggio di Umberto Eco Lec-
tor in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi,
pubblicata da Garzanti nel 1979. Nel suo studio, Eco amplia e
adatta all’ambito del racconto il «principio di cooperazione»
formulato nel 1967 dal filosofo H. Paul Grice. Secondo Grice,
ogni scambio comunicativo tra un locutore e un destinatario
presuppone il rispetto di regole minime (di quantità, di quali-
tà, di modalità) e quindi l’osservanza di un «principio di coo-
perazione». Le ricerche di Lejeune e di Eco hanno incrociato
quelle di Wolfgang Iser sul lettore «implicito» (o «implicato»)7.
L’implizite Leser di Iser è il lettore presupposto dal testo, inscrit-
to nella sua stessa trama: «esso include tutte quelle predisposi-
zioni necessarie all’opera letteraria per esercitare i suoi effetti»8.
Si tratta quindi di un lettore ideale, rispetto al quale il lettore

5
Traduzione italiana a cura di M. Fratanico, Milano 2002, 5.
6
Ne esiste una traduzione anche in italiano: Il patto autobiografico (Bologna 1986).
7
W. ISER, Der implizite Leser (München 1972) e Der Akt des Lesens. Theorie ästhe-
tischer Wirkung (München 1976).
8
W. ISER, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica (Bologna 1987) 73.
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10 INTRODUZIONE

reale è chiamato a prendere posizione. I lavori di Iser propon-


gono quindi un altro modo di pensare il rapporto tra un’opera
e il suo lettore in quanto interazione regolata.
Sulla scia di questi contributi fondatori, la riflessione sul
fenomeno del patto di lettura è continuata e si è arricchita di
diversi apporti, grazie a incroci con la psicologia cognitiva, la
teoria dell’azione e la linguistica testuale9. In un ambito speci-
ficamente narrativo, R. Baroni ha proposto di caratterizzare il
patto di lettura a partire dal fenomeno dell’intreccio10. Nel caso
di una comunicazione letteraria configurata da un intreccio,
scrive Baroni, si mette in atto un patto bilaterale, basato da una
parte sull’autore, dall’altra parte sul lettore. Dall’autore di una
simile comunicazione il lettore si aspetta il rispetto di regole
minime: bisogna che il suo racconto sia interessante, pervaso da
incertezza (suspense) o da enigma (curiosità); in secondo luogo,
il racconto in questione deve presentare un certo numero di
sorprese, cioè non essere troppo prevedibile; infine il racconto
deve essere completo, cioè le principali incertezze devono esse-
re risolte dal testo dopo un certo lasso di tempo. Reciprocamen-
te, ci si attende dai lettori che si uniformino a un ruolo mini-
male, espresso da due regole: la prima lettura dovrà essere
lineare e rispettare per quanto possibile il ritmo imposto dal
racconto; le sorprese presenti nel testo non saranno divulgate
prima del tempo ad altri potenziali lettori. Ovviamente, è pos-
sibile discutere il tenore (e il numero) delle regole qui propo-
ste; del resto, è probabile che tali regole vengano declinate in
modo specifico in funzione di generi narrativi (più) specifici,
oppure di opere singole. Le prospettive aperte da Baroni hanno

9
Cf. per esempio (e rispettivamente) i lavori di P.E. Jose e di W.F. Brewer, di B.
Gervais, e di J.-M. Adam.
10
R. BARONI, «La coopération littéraire: le pacte de lecture des récits configurés
par une intrigue» (2004), sul sito Fabula. La recherche en littérature (www.fabula.org).
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INTRODUZIONE 11

però il vantaggio di coincidere con l’esperienza comune, mo-


strando come la comunicazione narrativa sia attraversata da una
dimensione di cooperazione bilaterale che presuppone entram-
be le parti coinvolte.

La presente opera indaga le forme assunte da tale contratto


in ambito biblico. Dal racconto delle Scritture ci si può atten-
dere che esso illustri quel patto di lettura (di base), che svolge
il ruolo di comune denominatore di ogni comunicazione nar-
rativa; ci si può attendere anche che metta in atto dei parame-
tri specifici, legati alla singolarità della forma e dello sfondo
della comunicazione biblica.
C’è un testo che esprime in modo significativo la presen-
za di una concezione del patto di lettura nella Bibbia ebrai-
ca. Si tratta del racconto della conclusione dell’alleanza del
Sinai in Es 2411. L’evento narrato, che si svolge nel mondo del
racconto, si raddoppia infatti nel mondo del lettore a moti-
vo di una potente analogia, sotto forma di mise en abyme12:

11
Cf. in proposito il mio articolo «Le Sinaï dans l’événement de sa lecture: la dimen-
sion pragmatique de Exode 19–24», NRTh 111 (1989) 322-344, in modo particolare
338-343; come pure J.L. SKA, «Our Fathers Have Told Us». Introduction to the Analy-
sis of Hebrew Narrative (Subsidia Biblica 13; Roma 20002) 49-50; cf. anche ID., «From
History Writing to Library Building: The End of History and the Birth of the Book»,
The Pentateuch as Torah: New Models for Understanding Its Promulgation and Accep-
tance (ed. G.N. KNOPPERS - B.M. LEVINSON) (Winona Lake, IN 2007) 145-169.
12
Il procedimento della mise en abyme consiste nella rappresentazione dell’opera
(in uno dei suoi aspetti) nell’opera, in una sorta di duplicazione interna. L’espressio-
ne si deve a André Gide che l’ha ripresa dall’araldica: «Mi piace che in un’opera d’ar-
te si ritrovi così trasferito, sulla scala dei personaggi, il soggetto stesso di quest’opera
in paragone con quel procedimento dello stemma che consiste nel metterne, entro il
primo, un altro en abyme» (Journal, 1893). Già Victor Hugo aveva notato che il pro-
cedimento – in particolare sotto forma di «teatro nel teatro» (cf. Amleto) – si poteva
osservare in tutte le opere drammatiche di Shakespeare, tranne Macbeth e Romeo e
Giulietta, con l’evocazione di «una doppia azione che attraversa il dramma e lo riflet-
te in piccolo» (William Shakespeare, 1864). Cf. lo studio classico di L. DÄLLENBACH,
Il racconto speculare. Saggio sulla mise en abyme (Parma 1994).
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12 INTRODUZIONE

tanto nella comunicazione rappresentata, quella di Mosè agli


Israeliti ai piedi del Sinai, quanto nella comunicazione rap-
presentante, quella del narratore al lettore dell’Esodo, a fare
da medium è sempre un libro. Uno dei momenti forti della
conclusione dell’alleanza narrata in Es 24 è infatti la lettura
del «libro dell’alleanza» nel quale Mosè ha registrato la rive-
lazione della legge del Sinai (le dieci parole: Es 20,1-17; e il
codice dell’alleanza: Es 20,22–23,19). Proclamando questo
libro al popolo riunito, Mosè catalizza la sua adesione all’al-
leanza:

[Mosè] prese il libro dell’alleanza e lo lesse agli orecchi del popolo


e dissero: «Faremo e ascolteremo tutto quello che Yhwh ha detto»
(Es 24,7).

Certo, il lettore non sente ciò che Mosè proclama nella sua
lettura. Ma, avendo letto il precedente racconto della teofania
(in Es 20,1-17 e 20,22–23,19), questo lettore conosce parola
per parola ciò che Mosè ha sentito dalla bocca di Dio, le «paro-
le» e le «sentenze» che ha trascritto e che ora legge «agli orecchi
del popolo». Mai il lettore fuori scena è stato così vicino al
popolo sulla scena, visto che, per l’uno come per l’altro a fare
da tramite della comunicazione è un libro: il «libro dell’allean-
za» per il popolo ai piedi del monte, il libro dell’Esodo per il
lettore. Grazie a questo effetto di mise en abyme il destinatario
interno al racconto e il destinatario esterno al racconto sono per
così dire contigui (pur senza confondersi) e l’impegno etico del-
l’uno non può fare a meno di influenzare l’etica della ricezione
dell’altro. Stupendo dispositivo, che testimonia di un pensiero
«scenografico» del libro e del suo potere di toccare destinatari
diversi dai suoi destinatari immediati, impegnandoli a ratifica-
re l’alleanza rappresentata. Altri passi biblici illustrano il feno-
meno del «libro nel libro», specialmente in un contesto di alle-
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INTRODUZIONE 13

anza o di rinnovamento dell’alleanza13. Tutto il Deuteronomio


è basato su questo dispositivo14. Il patto rappresentato nel rac-
conto si raddoppia così, con un gioco di analogia e di rappor-
ti metonimici, a vantaggio del lettore, messo in grado di impe-
gnarsi lui stesso nell’offerta dell’alleanza.

I saggi raccolti in questo volume mostreranno, con approcci


successivi e sotto diverse angolature, l’«operatività» del raccon-
to biblico, che ne fa non soltanto un discorso della rappresen-
tazione, ma anche un discorso dell’attuazione, per riprendere le
categorie introdotte da Jean Ladrière15: l’alleanza rappresentata
si ri-attua mediante il coinvolgimento del lettore. I primi saggi
raccolti evidenzieranno la singolare forma assunta, in ambito
biblico, dal patto illustrato altrove nella letteratura narrativa (e
specialmente nella letteratura antica). Questo spostamento è
dovuto anzitutto all’eccezionale statuto del primo dei personag-
gi biblici (il personaggio divino) e alle sue ripercussioni sullo
statuto del narratore. Sullo sfondo dei politeismi del Vicino
Oriente antico, la rivoluzione monoteistica ha rappresentato
infatti una rivoluzione tanto letteraria quanto teologica, ricon-
figurando il modello della narrazione. La singolarità del perso-
naggio divino, come si mostrerà, rifluisce sul narratore; l’on-
niscienza di questo narratore gravita ormai intorno a quella
di Dio, il primo a essere onnisciente. Decidersi per (o contro)

13
Cf. in modo particolare Dt 31,9-13.24-26; Gs 8,30-35; 24,26; 2Re 22–23; in
altri ambiti, cf. Dt 17,18-19; Gs 1,8; Is 8,1.16; 30,8; Ger 30,2; 36; Ez 2,8–3,3; Ab
2,2; Gb 19,23-24.
14
Cf. il mio studio The Book within the Book. Writing in Deuteronomy (Biblical
Interpretation Series 14; Leiden 1997) e i miei due saggi: «Le Deutéronome et la
modernité du livre», NRTh 118 (1996) 481-496, e «“Lorsque Moïse eut achevé d’écri-
re...” (Dt 31,24). Une “théorie narrative” de l’écriture dans le Pentateuque», RSR 90
(2002) 507-524.
15
Cf. J. LADRIÈRE, L’articulation du sens. II. Les langages de la foi (Paris 1984).
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14 INTRODUZIONE

l’autorità e l’affidabilità del narratore biblico comporta d’al-


tronde, per il lettore di Gen 1,1 («In principio, quando Dio
creò il cielo e la terra...»), la prima realizzazione dell’alleanza
della lettura.
Oltre questa soglia, la cooperazione interpretativa del lettore
viene richiesta dalla modalità della narrazione biblica, soprattut-
to a motivo della frequenza del suo ricorso all’ellissi. Il narrato-
re biblico infatti si distingue per la sua modalità di passare sotto
silenzio degli elementi determinanti della catena temporale e
causale della storia narrata, in particolare le motivazioni dei per-
sonaggi; per questo, egli coinvolge abilmente il suo lettore in un
continuo gioco di ipotesi e di giudizi. Si osserva quindi un
duplice concorso a livello morale. Da una parte, il racconto
biblico comunica al lettore una serie di parametri etici – per
mezzo del narratore, del personaggio di Dio (che enuncia in
particolare il Decalogo e le altre indicazioni della legge) e dei
suoi profeti; dall’altra, esso attende dal lettore che si pronunci
moralmente nel punto di svolta delle storie narrate, laddove il
giudizio o il commento autorizzati vengono (intenzionalmen-
te) meno.
In fin dei conti, è il silenzio del narratore sulle intenzioni
prime e ultime del personaggio di Dio a sollecitare maggior-
mente il lettore nella sua cooperazione interpretativa. Prosegui-
re nel racconto della Bibbia significa però vedere la cornice
interpretativa determinarsi progressivamente a questo riguardo;
del resto questo è il motivo per cui la lettura deve seguire il filo
del racconto. Il lettore che si fa attento alle iniziative divine di
episodio in episodio (la creazione, il diluvio, la torre di Babele,
la promessa ad Abramo, ecc.) diventa a poco a poco un lettore
avvertito, in grado di far suonare i dati e gli indizi del racconto
in quella che è la loro cassa di risonanza appropriata. Dio – sco-
pre il lettore avvertito – è colui che «veglia sulla sua parola per
portarla a compimento» (cfr. Ger 1,12); per quanto ineluttabi-
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INTRODUZIONE 15

le, il suo disegno si complica però di episodio in episodio, a


motivo delle contingenze della storia e della libertà umana (più
spesso contraria, mai costretta)16. Avanzare nella lettura signi-
fica rendersi conto di tutto ciò di cui l’uomo è capace, di tutto
ciò di cui Dio, di rimando, è capace. Quando enuncia davan-
ti ai suoi fratelli quello che si potrebbe chiamare l’intreccio
degli intrecci («Voi avete pensato contro di me un male, Dio
l’ha pensato in bene»: Gen 50,20), Giuseppe diventa la figura
del lettore, chiamato a sbrogliare le cose con un’analoga per-
spicacia. La lettura «avvertita» del racconto richiede quindi
un’attenzione doppia alle ironie e alle sorprese di Dio («Vera-
mente tu sei un Dio che si nasconde, Dio d’Israele, salvatore!»:
Is 45,15), tanto la storia biblica ama illustrare la massima «l’uo-
mo propone e Dio dispone». Entrare nell’alleanza della lettura
significa quindi dare credito, sullo sfondo della commedia o
della tragedia umana, a colui che promette di realizzare prodi-
gi («Io contraggo un’alleanza di fronte a tutto il tuo popolo:
compirò prodigi che non sono mai stati compiuti in tutta la
terra e tra tutte le nazioni»: Es 34,10); significa spiare tali sor-
prese e tali prodigi all’interno del racconto, dove esse sono effet-
tivamente coniate dal narratore. Significa entrare in un patto
di lettura senza uguali.

***

La presente opera è stata concepita come il completamen-


to di un altro libro (il Manuale di esegesi dell’Antico Testamento
la cui redazione mi ha visto unito a M. Bauks, J. Joosten,
C. Nihan e T. Römer) e più precisamente del capitolo che ho
redatto in questo manuale, «L’analisi narrativa dei racconti

16
Cf. in proposito P. RICŒUR, «Le récit interprétatif. Exégèse et théologie dans les
récits de la Passion», RSR 73 (1985) 18-19.
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16 INTRODUZIONE

biblici»17. La sequenza delle sezioni del presente libro riproduce


quella del capitolo metodologico del Manuale. La differenza tra
i due contributi risiede nel loro rispettivo genere: il Manuale offre
una presentazione passo a passo dei fenomeni costitutivi della
narrazione biblica; i saggi riuniti in quest’opera costituiscono
altrettanti «studi» che indagano o approfondiscono i fenomeni in
questione, specialmente su testi biblici specifici.
La prima parte dell’opera – «Questioni di poetica narrativa» –
si apre con una sezione dedicata al modello narrativo della Bib-
bia ebraica, cornice entro la quale tutti gli elementi del raccon-
to dispiegano il loro pieno valore. Due capitoli descrivono
l’istanza «fonte» della narrazione, il narratore, il cui statuto svol-
ge un ruolo essenziale nel patto di lettura biblico. L’autorità di
questo narratore (che anzitutto non bisogna immaginare come
un individuo storico) è l’autorità della tradizione di Israele, tra-
smessa di generazione in generazione: «Quello che abbiamo udi-
to e appreso, quello che ci narrarono i nostri padri non terremo
nascosto ai loro figli» (Sal 78,3-4). L’alleanza si trasmette con il
racconto che la narra e la definisce, integrando così i suoi nuovi
contraenti (cfr. Dt 31,9-13). È il fenomeno esaminato nel terzo
capitolo, «l’alleanza della lettura». Esso mostra come la Bibbia
volti le spalle all’esoterismo che troppo spesso le si attribuisce:
lungi dall’essere legato a codici segreti o dal costituire una lette-
ratura per iniziati, il racconto biblico non smette di stabilire
un’alleanza con il suo lettore, un terreno di comprensione e di
intesa, in cui si riflette l’alleanza che in esso si narra.
Le quattro sezioni successive riproducono nella loro sequen-
za la gerarchia degli elementi costituivi del dramma (di fatto,
della tragedia) indicati da Aristotele nella sua Poetica (6,1449b-

17
J.-P. SONNET, «L’analisi narrativa dei racconti biblici», Manuale di esegesi del-
l’Antico Testamento (ed. M. BAUKS - C. NIHAN) (Testi e commenti; Bologna 2010)
45-85.
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INTRODUZIONE 17

1450b). A giudizio di Aristotele, (1) l’intreccio, o la «composi-


zione delle azioni», è il «principio e quasi l’anima della trage-
dia» (e, dietro essa, di ogni racconto); (2) esso non è disgiunto
dai «personaggi che agiscono» e che ricevono il loro «carattere»
in funzione delle loro scelte nell’azione; (3) se i personaggi agi-
scono, sono anche dei centri di «pensiero»; a questi tre oggetti
di imitazione (l’azione, i personaggi, il loro pensiero), Aristote-
le aggiunge due mezzi (4) l’espressione o la forma linguistica e
(5) il canto, con il suo ruolo tradizionale nella tragedia greca, e
così pure un modo, quello (6) dello spettacolo. Si tratta di una
vera e propria gerarchia, in cui gli ultimi elementi considerati
svolgono un ruolo secondario, addirittura, nel caso dello spet-
tacolo, accessorio. Per Aristotele, infatti, la tragedia raggiunge
la sua finalità senza il concorso di attori e di rappresentazione
(6,1450b). Un’opera drammatica composta come si deve pro-
duce il suo effetto «alla lettura».
Il capitolo 4 affronta l’intreccio a partire dal fenomeno del
riconoscimento, uno dei meccanismi più potenti dell’azione
(narrata), come afferma Aristotele nella Poetica. D’altronde, è
intorno a una scena di riconoscimento che si svolge l’episodio
del «libro trovato» in 2Re 22–23, oggetto di una lettura ravvi-
cinata nel capitolo 5. Il re Giosia saprà riconoscere, per quello
che è, il libro (della Torah) trovato nel tempio? Il fatto narrato
riguarda, per analogia, anche il lettore: quest’ultimo saprà esse-
re all’altezza del re nel proprio esercizio di lettura? L’intreccio,
tuttavia, non configura soltanto degli episodi, ma sottende
anche delle unità molto più ampie. Descrivendo l’intreccio di
quel macro-racconto costituito dal ciclo di Davide tra 1Sam 16
e 1Re 2, il capitolo 6 si interroga sul ruolo dell’intreccio nella
narrazione biblica su larga scala. Anche qui, la collaborazione
del lettore è di rigore, con il suo modo di dare vita a un oriz-
zonte interpretativo piuttosto che un altro nella sua percezione
dei grandi insiemi narrativi della Bibbia.
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18 INTRODUZIONE

Una seconda sezione affronta il mondo dei personaggi bibli-


ci, di cui il capitolo 7 traccia una «piccola fenomenologia». Si
tratta di dare conto della tenace presenza di tali personaggi nel
racconto e, ancor più, nell’immaginazione del lettore, effetto
ottenuto con mezzi minimi, ma orchestrati con abilità. L’inda-
gine riguarda in particolare il modo in cui i personaggi della
Bibbia rendono testimonianza dei «possibili» di Dio, in un
ambito di invenzione (o di parabola) e, ancor più, in ambito
storiografico. D’altro canto, la presentazione biblica del perso-
naggio umano deve molto alla concezione di un altro personag-
gio, dalla individualità indomabile e misteriosa: il personaggio
di Dio, di cui il capitolo 8 indaga il rapporto con la parola. Se
i personaggi biblici sono «prosaici», sono anche capaci di espres-
sione lirica, mediante canti che sgorgano dalle loro labbra nei
momenti più drammatici dell’azione. Il capitolo 9 analizza
quindi il rapporto tra prosa e poesia e mostra nello specifico
come la seconda possegga l’arte di emettere delle onde lunghe
in grado di raggiungere il lettore e di associarlo alle imprese
divine della storia narrata.
La sezione dedicata ai fenomeni di «pensiero» è tutta incen-
trata (nel capitolo 10) sul fenomeno del punto di vista, a pro-
posito del quale J.L. Ska scrive che costituisce una «terza dimen-
sione» del racconto18. Del punto di vista dei personaggi umani,
messo a confronto con il punto di vista divino, si mostra come
esso sia sempre in rapporto (analogico) con il punto di vista del
lettore, poiché, in fin dei conti, è dal lettore che il racconto si
aspetta che abbia un «cuore per capire, occhi per vedere, orec-
chie per sentire» (Dt 29,3).
Al livello dell’«espressione» (linguistica) sarà collegato uno
studio sul fenomeno della ripetizione. Quest’ultimo costituisce

18
SKA, «Our Fathers», 79.
1-Sonnet-L’alleanza... 27-07-2011 15:11 Pagina 19

INTRODUZIONE 19

probabilmente il fenomeno biblico più spiazzante per il letto-


re moderno, lontano dalle modalità narrative della Bibbia. La
ripetizione biblica ha il suo paradigma nella tecnica delle paro-
le-chiave (di cui si parlerà regolarmente nel corso del libro). Il
capitolo 11 esamina però la ripetizione a partire da un fenome-
no non lessicale, quello dell’analogia tra personaggi. Nel gran-
de racconto della Bibbia, i personaggi si comprendono sequen-
zialmente e cumulativamente, con alcuni personaggi precedenti
che assillano i personaggi posteriori. Salomone è così un nuovo
Adamo; spetta però al lettore cogliere le similitudini e le diffe-
renze tra l’Adamo regale del giardino (Gen 2–3) e quel re
nuovo-Adamo che è Salomone nella sua reggia (1Re 3–11).
Le questioni di poetica narrativa affrontate nella prima parte
sfociano in una serie di questioni ermeneutiche più generali
nella seconda parte, che dà luogo a una teologia narrativa: «rac-
conto biblico e teologia narrativa». Il capitolo 12 si interroga
sul rapporto tra finzione e storiografia nel racconto della Bib-
bia. Nell’una come nell’altra, opera una medesima arte narra-
tiva e tuttavia i generi non si confondono. Il saggio è incentra-
to sulla pretesa del racconto «standard» della Bibbia (tra Gen e
1-2Re) di raccontare la storia, una storia omogenea a quella del
lettore, in grado quindi di incidere sulla storia di questo letto-
re. Il capitolo 13 consiste in una lettura di 1Sam 15, il raccon-
to della destituzione di Saul, affrontato come «scacchiera della
verità». Tale lettura consente di ripensare il problema della veri-
tà in termini narrativi. La Bibbia ha l’ardire di affidare ai suoi
lettori delle storie complesse, problematiche, perfino enigmati-
che, nelle quali si deve sbrogliare la matassa delle verità, di veri-
tà talvolta troppo umane, e spesso molto relative, che gravita-
no intorno alla rivelazione della verità di Dio. Infine, il capitolo
14 ritorna sulla questione della macro-narrazione. Il capitolo
mostra come la dimensione teologica della narrazione biblica
emerga solo «alla lunga» e richieda quindi una lettura continua
1-Sonnet-L’alleanza... 27-07-2011 15:11 Pagina 20

20 INTRODUZIONE

praticata su lunghe unità; il Dio del racconto è un grande agri-


mensore (cf. Ab 3,3-19).
A questo percorso sono stati aggiunti alla fine due studi sto-
rici, legati l’uno alla continuità della lettura ebraica, tra midrash
ed esegesi narrativa (capitolo 15), l’altro alla fortuna del raccon-
to biblico nella letteratura dell’Occidente (capitolo 16). I due
capitoli mostrano che la Scrittura si è effettivamente trovata let-
tori disposti a entrare nel suo patto o, in certi casi, a contestar-
lo e a far funzionare diversamente i dati del racconto.

***

I saggi che seguono sono stati pubblicati nell’arco di vent’an-


ni; sono stati in parte rimaneggiati in vista della loro pubblica-
zione in sequenza. Era importante tuttavia preservare la coeren-
za interna di ogni contributo, e ciò spiega qualche fenomeno
di sovrapposizione (mi auguro che ogni volta segnino un avan-
zamento nella problematica affrontata). Un debito particolare
mi lega a Meir Sternberg, con il quale ho la gioia di prosegui-
re un dialogo intorno alla narratività, specialmente in ambito
biblico. Altri studiosi e amici – in particolare Robert Alter, Jan
Fokkelman, Jean Louis Ska e André Wénin – sono stati inter-
locutori preziosi nella redazione di questi saggi; ci tengo a sot-
tolineare la loro straordinaria sensibilità per l’arte narrativa della
Bibbia. La mia gratitudine va inoltre a Luciano Zappella, al
punto di partenza e al punto di arrivo della traduzione in ita-
liano di questi saggi.
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Indice

Abbreviazioni e sigle pag. 5

Introduzione » 7

I. QUESTIONI DI POETICA NARRATIVA

Il modello narrativo » 23
1. C’è un narratore nella Bibbia? La Genesi e il model-
lo narrativo della Bibbia ebraica » 25
2. Narrazione biblica e (post)modernità » 47
3. L’alleanza della lettura: quando la Bibbia rifiuta l’eso-
terismo » 64

L’intreccio » 87
4. «I loro occhi si aprirono e lo riconobbero». Il “dram-
ma” del riconoscimento » 89
5. «Il libro trovato». 2Re 22 e la sua finalità narrativa » 102
6. «Fossi morto al posto tuo!». La coerenza narrativa del
ciclo di Davide (1Sam 16–1Re 2) » 135

I personaggi » 161
7. Piccola fenomenologia dei personaggi biblici » 163
8. Il personaggio di Dio come essere di parola » 182
9. «Sono io che, per Yhwh, sono io che voglio cantare
(Gdc 5,3). La poesia lirica all’interno del racconto bi-
blico » 207
1-Sonnet-L’alleanza... 27-07-2011 15:11 Pagina 432

432 L’ALLEANZA DELLA LETTURA

Il punto di vista » 229


10. All’incrocio dei mondi. Aspetti narrativi e teologici
del punto di vista nella Bibbia ebraica » 231

La ripetizione » 267
11. Salomone, l’Adamo regale » 269

II. RACCONTO BIBLICO E TEOLOGIA NARRATIVA

12. «C’era un uomo...». Il racconto biblico tra univer-


salismo poetico e particolarismo storico » 289
13. Scacco al re (1Sam 15). Il racconto biblico come
scacchiera della verità » 308
14. Un dramma a lungo termine. Le implicazioni della
«lettura continua» nella Bibbia ebraica » 331

III. PROSPETTIVE STORICHE E LETTERARIE

15. Dal Midrash a Rashi e all’esegesi narrativa contem-


poranea: continuità della lettura ebraica » 365
16. La Bibbia e la letteratura dell’Occidente. Lingua ma-
dre, legge del Padre e discendenza letteraria » 388

Bibliografia scelta » 405

Indice dei nomi » 411

Indice dei passi biblici » 417