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CORRADO PESTELLI

«MATERIALISMO INQUIETO» E LEOPARDISMO NEL DIALOGO


TIMPANARO-DE LIGUORI.
Con scelta di lettere

In ogni caso, il presentatore non dovrei essere io, perché alla Nuova Italia io sono stimato solo come correttore di
bozze: come autore (e quindi anche come consulente) non godo il minimo credito. Sei anni fa, dopo avermi fatto
aspettare a lungo e dopo molte discussioni con loro consulenti che non mi nascosero la loro disistima, accettarono
finalmente - ed è stata l’unica volta - di pubblicare quel mio volumetto Il lapsus freudiano […]. Così tutto diventa
sempre più difficile, anche per chi abita nella grande Firenze (che, del resto, culturalmente è più provinciale e
bottegaia di Ostuni)1

[lettera di Timpanaro a De Liguori, da Firenze, del 6 aprile 1981]

Ma non dimenticare che in tutte queste cose io sono un dilettante: era meglio se facevo solo il filologo classico

[lettera di Timpanaro a De Liguori, da Firenze, del 31 gennaio 1996]

Pubblichiamo, qui, una scelta di lettere scritte da Sebastiano Timpanaro al filosofo


Girolamo De Liguori; l’arco temporale del corpus si distende quasi per un trentennio, dal ’70 al
’99, e abbraccia riferimenti a fatti, a vicende culturali e politico-civili, a climi e atmosfere
rappresentativi delle rispettive fasi delle vicende italiane. Si attraversa, in tal modo, un àmbito
cronologico che spazia dalle discussioni sul PSIUP a un Timpanaro che non si riconosce più
nella realtà politica contemporanea, dall’epoca del referendum sul divorzio a quella delle
polemiche sul “compromesso storico”, da un Sebastiano fresco reduce dalla seconda edizione
accresciuta (1969) di Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano a un Sebastiano ammirato e
interessato lettore del laterziano Materialismo inquieto di De Liguori, non a caso giudicato
«eccellente»2. Notevole interesse riveste l’ampia gamma di linee e di tematiche propriamente
culturali, filosofiche, ideologiche e letterarie che emerge da una serie di missive aperte a
un’espressione di pareri e di giudizi davvero leale, sincera, schietta, talvolta franca sino a una
rudezza garantita dalla reciproca fiducia amicale e dalla peculiarità d’uno stile epistolare non
separabile - a un’attenta fruizione di lettori - dalle proprie coordinate cronologiche, dal proprio
quadro contestuale. Tali motivi culturali possono essere indicati, in generale rassegna, nel
leopardismo (l’incomprensione per Leopardi ha dimensione contestuale europea, non solo

1Ad Ostuni, in Puglia, De Liguori ha risieduto a lungo. Si tratta d’un luogo che per il filosofo ha progressivamente
assunto una dimensione identitaria.
2 G. DE LIGUORI, Materialismo inquieto. Vicende dello scientismo in Italia nell’età del positivismo. 1868-1911, Bari, Laterza
(«Biblioteca di Cultura Moderna», n. 958), 1988 (se ne veda la recensione, positiva, in «Zibaldone. Zeitschrift für
italienische Kultur der Gegenwart», novembre 1989, pp. 147-151); si ricordi anche ID., Materialismo e scienze
dell’uomo. Il dibattito su scienze e filosofia del secondo Ottocento, Manduria, Lacaita Editore («Biblioteca di Studi
Moderni», n. 39), 1990.
2
italiana, e ha radici sia nello spiritualismo d’origine religiosa, sia nell’illusione idealistica, o
addirittura eudemonistica, antropocentrica, di matrice borghese, laicistico-immanente), nello
studio e nell’apprezzamento della figura intellettuale di Giuseppe Rensi3, nei problemi di
approdo alle riviste per potervi pubblicare i contributi («La rassegna della letteratura italiana»,
«Belfagor», «Giornale storico della letteratura italiana», «Problemi», «Società», «Critica storica»,
«Critica sociologica», «Critica marxista», «Dimensioni», e altre ancora), nelle critiche a mostri
sacri degli studi filosofici italiani (Garin, e, ovviamente su tutt’altro piano, Croce, e, in altra
chiave ancora, Gentile) e nella netta impostazione filosofico-culturale antihegeliana; si tratta,
altresì, di motivi culturali che risiedono nel “dissenso storico” da Umberto Carpi e dalla sua
asserita distanza dalla possibilità di realmente comprendere Leopardi, di motivi che risiedono
nell’apprezzamento - pur con qualche riserva - per Ludovico Geymonat -, e che risiedono nella
difficoltà di varo editoriale degli articoli di De Liguori da parte di Carlo Ferdinando Russo,
negli ostacoli che in tal senso pone, in definitiva e pur con altro atteggiamento, anche
Lanfranco Caretti, nelle possibilità che invece vi sono con Giuseppe Petronio e con Armando
Saitta, nell’indicazione, per «Critica sociologica», di Ferrarotti e di Perlini. Lo studio, serio e
sistematicamente coltivato nel tempo da De Liguori, del materialismo, del positivismo, della
figura troppo spesso dimenticata di Arturo Graf4 , l’attenzione per Labriola, l’attenzione per
una dimensione culturale disponibile a ricadute operative nel congiungere filosofia e
educazione (un’area intermedia, quest’ultima, e a suo modo anche ibrida nel senso alto del
termine, fra cultura scientifica e divulgazione didattico-educativa), disegnano un’autentica rete
di riferimenti, di collegamenti di pensiero e di dottrina filosofica, di scambi di opinioni critiche
approfondite, di amare incursioni in un’attualità politica invadente e inquietante - da cui
stillano desolati “riporti” di negatività e di pessimismo politico -, di discussioni di possibili
scelte editoriali, di indicazioni di fondate direzioni di ricerca e di resoconti delle ricerche già
svolte ed esperite. Timpanaro - non sorprende - si colloca in questo epistolario come un
protagonista; ma si tratta di protagonismo alla sua maniera: non estensore di lettere che si
ponga come unica fonte dello scambio intellettuale tramite scrittura, bensì quale sponda d’un
dialogo che si sviluppa realmente a due voci e restituisce con illuministica limpidezza di
significanti e di significati il senso d’un vicenda di colloquio bilaterale, d’una partitura
cogitativa ed espressiva costituita da sincera pariteticità di componenti e di “voci” di riflessione
culturale. Nel riconoscere, quanto altri non avrebbe in Italia potuto e neppure allora voluto, la
validità degli studi di De Liguori, della loro scelta di “campo” applicativo riguardo al
materialismo e al positivismo, ma anche riguardo al citato Rensi, l’autore de Il lapsus freudiano,
com’è suo costume nei confronti degli interlocutori stimati, istituisce nell’autore di
Materialismo inquieto una sponda dialogica in tutto degna e attendibile, e, come tale, fonte di
apprendimento quanto agli esiti di valide ricerche scientifico-filosofiche. Si iscrivono in questo
flusso logico-critico, e nel contempo colloquiale, di opinioni, di giudizi, di interpretazioni e di

3 Come edizione di testi leopardiani di Rensi cfr., ultimamente, ID., Su Leopardi, a cura di R. Bruni, Torino,
Aragno, 2018 (vi sono riuniti tutti i contributi rensiani su Giacomo); Bruni, fra l’altro, ricorda nell’introduzione un
significativo concetto di Del Noce, secondo il quale «l’intera filosofia di Rensi deve venir definita come un
commento al pensiero di Leopardi, da lui ritrovato come filosofo». Un Rensi a sua volta convinto - e qui valido
precursore sin da una data come il 1906 - che «Leopardi è uno dei più grandi filosofi italiani (forse il sommo), il
nostro maggiore filosofo, la più grande figura che la storia del pensiero italiano presenti». Nelle lettere di
Timpanaro a De Liguori, notevoli riferimenti a Rensi vi sono nelle missive del 23 ottobre 1970, del 17 marzo e del 6
dicembre 1971, del 3 settembre 1994, del 31 gennaio 1996. Sempre su Rensi, cfr. R. BRUNI, Il leopardismo filosofico di
Giuseppe Rensi, in ID., Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo, Firenze, Le Lettere («La Nuova Meridiana»,
LXXXIII), 2014, pp. 133-158.
4 Vd., adesso, su Graf e sul periodo storico-culturale che interessa De Liguori, S. VALERIO, Letteratura, scienza e
scuola nell’Italia post-unitaria. Pascoli Graf Trezza, Firenze, Cesati Editore («Strumenti di Letteratura Italiana», 50),
2015. Si cfr. anche, sul periodo, G. LANDUCCI, L’occhio e la mente. Scienze e filosofia nell’Italia del secondo Ottocento,
Firenze, Leo Olschki Editore («Biblioteca di Storia della Scienza», diretta da P. Rossi e W. Bernardi, già biblioteca
della «Rivista di Storia delle Scienze mediche e naturali», n. 25), 1987.
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valutazioni, di considerazioni polemiche, le critiche al mondo accademico e ai suoi metodi di
reclutamento; più volte viene in queste lettere riconosciuta a De Liguori l’assoluta idoneità
culturale e scientifica a una cattedra universitaria, che meglio si adatterebbe a garantire al
filosofo romano un riscontro più ampio e qualitativamente superiore del suo insegnamento e
delle sue ricerche, e un’udienza di più motivate platee discepolari, rispetto al destino
rappresentato da una cattedra liceale (destino rispettabile, ma di più faticosa uscita alle
pubblicazioni). Si tratta di due “non accademici”, di due studiosi di intenso e profondo
impegno, di seria e coerente applicazione culturale, che al di fuori appunto degli ufficiali ranghi
universitari coltivano, e sono davvero in minoranza (pur se, certo, non in solitudine - si pensi,
in questo caso, proprio a un accademico, Ludovico Geymonat - )5 , gli studi sul leopardismo, sul
materialismo, sul positivismo, sulle impostazioni filosofiche antiantropocentriche, in un’epoca,
com’è il Novecento concepito da Timpanaro, avara di studi e di clima culturale che funzionino
in tal senso, e anzi antimaterialistica quasi per programmatica cifra ideologico-politica, e
sempre secondo Timpanaro specificamente antiengelsiana (non mancava di convincerlo, invece,
nonostante il «suo giudizio negativo su Engels», come scrisse per lettera al sottoscritto, il

5 Cfr. GIROLAMO DE LIGUORI, Geymonat e il materialismo «verso il basso», in «Giornale critico della filosofia italiana»,
2003, LXXXII, 3, pp. 484-498. Il leopardismo contribuisce in modo determinante a segnare la posizione, la
collocazione di Timpanaro nel panorama dei dibattiti filosofico-ideologici del Novecento italiano. Un confronto di
importanti percorsi intellettuali, tutt’altro che chiuso al riconoscimento di elementi comuni, e nonostante questo
non ancora abbastanza studiato, è proprio quello fra lo stesso Timpanaro e Ludovico Geymonat; e come si vede è
esattamente De Liguori, in questa costellazione di studiosi del pensiero italiano, a sottolinearlo, in una feconda
serie di rinvii reciproci (ci si permetta di rimandare anche al nostro L’universo leopardiano di Sebastiano Timpanaro e
altri saggi su Leopardi e sulla famiglia, Introduzione di M. Biondi, Firenze, Pagliai Polistampa, 2013, pp. 73-74 e nn.
66-68). Senz’altro d’accordo sulle basi engelsiane, sulla «priorità dell’essere sul pensiero, della materia o natura sullo
spirito», Timpanaro non può essere del tutto soddisfatto di certi sviluppi geymonatiani, che pure mettono l’autore
della Storia del pensiero filosofico e scientifico in contrasto con la linea egemonica del marxismo ufficiale in Italia
(Geymonat, lo ricordiamo, parte da un preciso programma antiidealistico e anzi scientista – non da “materialismo
volgare” – derivato dall’impegno di pensatori come De Sarlo, Pastore, Enriques, Martinetti, Faggi); «un dichiarato
materialista engelsiano (ma anche leopardiano)» nutre prevedibile (e coerente) diffidenza per la dialettica, e anche
per certi sviluppi dell’epistemologia. De Liguori parla a questo proposito d’un problema che costituisce «un
significativo nodo storico e teorico del pensiero italiano del Novecento: Timpanaro – materialismo dialettico –
Geymonat»; e andrebbe realmente sottolineato a fondo, più di quanto si sia sinora fatto, il valore del materialismo
leopardiano, e della stessa figura di personaggio-filosofo rivestita da Leopardi, come confluenza e come
indicazione di correnti di pensiero che a Timpanaro, studioso di Giacomo, si propongono con la loro rigorosa
necessità. È in tal modo che De Liguori può rilevare (Geymonat, cit., p. 491) «la profonda valenza storica e teoretica
che ha l’intonazione leopardiana del materialismo timpanariano», che da parte sua richiede «da un canto, un
approfondimento in sede storiografica entro il percorso non lineare del materialismo moderno, da Spinoza a
d’Holbach, e, dall’altro, un confronto più che opportuno con l’epistemologia materialistica da Engels a
Geymonat»; occorre, dunque, cogliere «lo spessore e il travaglio di meditazione e di analisi di cui s’era caricata la
riflessione timpanariana sulla letteratura marxista da un canto e la storia della cultura moderna dall’altro». Come si
vede, si tratta d’un’ulteriore serie d’indicazioni di studio del materialismo, dalle sue figure “curricolari” sei-
settecentesche alle problematiche dei filosofi della scienza e dell’epistemologia materialistica moderna. Ancora,
De Liguori scrive (ivi, p. 487): «In Italia, il solo Leopardi ha rappresentato, in maniera anomala, la coerente tenuta
di un rigoroso materialismo, strettamente connesso alla drastica negazione della razionalità del reale»; e il filosofo
romano può così identificare nel pensiero di Leopardi l’universo intellettuale in cui rientra ogni declinazione degli
interessi materialistici di Timpanaro. Per un confronto di posizioni tra Sebastiano e Geymonat vd., ora, F.
MINAZZI, La passione della ragione. Studi sul pensiero di Ludovico Geymonat, Milano, Thélema edizioni, 2001.
Timpanaro, lo ricordiamo, recensisce la geymonatiana Storia del pensiero filosofico e scientifico in «Belfagor» (primi sei
volumi: XXVIII - 1973 -, pp. 371-378; vol. VII - Novecento 2 -, «ivi», XXXII - 1977 -, pp. 723-725). Su Francesco De
Sarlo, in particolare, cfr., ora, M. A. RANCADORE, Francesco De Sarlo. Dalla psicologia alla filosofia, Milano, Angeli,
(«Collana di Filosofia Italiana», diretta da P. Di Giovanni, n. 4), 2011. Su Enriques, cfr. G. POLIZZI, Federigo
Enriques, in Il contributo italiano alla storia del pensiero. Filosofia, nell’opera collettiva Enciclopedia Italiana di Scienze,
Lettere ed Arti, Appendice VIII, vol. I, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, pp. 581-589.
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marxismo «vivo, antidogmatico, illuminista» di Lucio Colletti - s’intende, il “primo” Colletti - 6 ;
un Colletti che significativamente ritorna da «solo» anche nell’introduzione di Luigi Cortesi al
Timpanaro di Il Verde e il Rosso)7.
Molti altri elementi sono degni di nota e di rilievo critico, in queste lettere timpanariane
(ma De Liguori, quale destinatario, vi è sempre presente, come si è accennato, e la luce che su
di lui riverbera non è riflesso chiaroscurale di comprimario). Innanzi tutto, una costante linea
di differenziazione critica e ideologica da Antonio Gramsci. Ammirato per altri aspetti, il
grande studioso e martire del fascismo viene però criticato in quanto pensatore lontano dalla
comprensione di Leopardi, soprattutto sotto il profilo dell’antropocentrismo, della concezione
della natura, dallo stesso Gramsci vista quale forza non antagonistica e nemica, ma come «forza
da conoscere e dominare» (l’uomo è, invece, per Timpanaro, «fragile» e «“periferico” nel
cosmo»); si tratta di un Gramsci (cfr. lettera di Timpanaro del 17 maggio 1980) che parla,
riguardo a Leopardi, in un raffronto esemplificativo con Goethe, di «torbido romanticismo», di
un Gramsci influenzato da Croce ben più che da De Sanctis, di un Gramsci che ritiene
«fantasticherie del “materialismo volgare”» i periodi della storia della terra privi del genere
umano («il lunghissimo periodo anteriore alla comparsa dell’uomo sulla terra, e così pure la
futura scomparsa della specie homo sapiens» sono invece per Sebastiano concetti fondamentali),
dove Engels e Lenin avevano per Timpanaro avuto ben altra consapevolezza critica e polemica
nei riguardi del teocentrismo come dell’antropocentrismo, forme, queste, ambedue -
indirettamente anche la seconda -, di concezione religiosa: «se siamo laici e materialisti
conseguenti, come Gramsci non fu, dobbiamo respingerle entrambe»8. Si rammenti che De

6 Vd. le parole dedicate da Timpanaro a Lucio Colletti nella lettera che mi scrisse, da Firenze, del 10 ottobre 1996:
«Di Colletti sono stato molto amico ed estimatore quando era un marxista vivo, antidogmatico, illuminista; non
condividevo neanche allora il suo giudizio negativo su Engels, ma questo e qualche altro dissenso non turbarono
mai la nostra amicizia. Poi mi sono sentito lontano da lui, da quando ha rifiutato tout court ogni prospettiva
socialista e si è rassegnato alla (cosiddetta) democrazia borghese. Credo, tuttavia, che in questa collocazione non si
sia mai trovato a suo agio, e l’attuale ritorno (in Italia e un po’ in tutto il mondo) di un capitalismo spietato e di
regimi sempre più autoritari non dovrebbe piacergli troppo».
7 Il Verde e il Rosso. Scritti militanti 1966-2000, a cura e con introduzione di L. Cortesi, Roma, Odradek, 2001. Vd., ad
esempio, quale passaggio di confronto critico da parte di Timpanaro, questa “risposta” a Colletti: «la specificità
dell’uomo non annulla la sua “genericità” in quanto animale, e una definizione dell’uomo che punti solamente sulla
specificità finisce, inevitabilmente, col ricadere nell’idealismo: questo è il punto, ancora una volta» (S. TIMPANARO,
Sul materialismo, terza edizione riveduta e ampliata, con nuova prefazione - Vent’anni dopo -, Milano, Unicopli, 1997 -
I ed.: Pisa, Nistri-Lischi, 1970; seconda edizione riveduta e ampliata: ivi, 1975 -, p. XXXV). Di Colletti, su questi
specifici argomenti, vd. ID., Il materialismo storico e la scienza, in «Società», XI, 1955, pp. 824 ss. De Liguori rammenta
che Cortesi, nell’introduzione a Il Verde e il Rosso, cita, a proposito del rapporto di Timpanaro con Engels e Lenin,
«il solo Lucio Colletti»: «Nel paragrafo che egli dedica al Contributo di Engels e di Lenin al materialismo, è ricordato,
nel confronto con l’interpretazione timpanariana, il solo Lucio Colletti» (Geymonat, cit., p. 491). Vd., sempre su
Lucio Colletti, ciò che scrive UMBERTO CARPI, Timpanaro e il problema del romanticismo, nell’opera collettiva Il
filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro, a cura di R. Di Donato, Pisa, Scuola Normale Superiore, 2003,
pp. 131-160; qui, p. 150 n., ma contributo da leggere per intero: «[…] di questo filosofo recentemente scomparso
(forse il più notevole uscito dai ranghi dellavolpiani), varrà la pena di ripercorrere tutta la vicenda ideologico-
politica dal comunismo all’estremismo al socialismo craxiano fino all’attiva adesione alla destra di Forza Italia: una
parabola tutt’altro che solitaria nelle vicende della sinistra italiana del secondo Novecento e che si ha ben il diritto
di giudicare penosa o peggio, ma anche il dovere di spiegare nelle sue ragioni profonde, lasciando da parte ogni
semplificazione moralistica».
8 Altri importanti riferimenti ad Antonio Gramsci vi sono nella lettera, sempre di Timpanaro a De Liguori, del 1
febbraio 1981. Sull’antimaterialismo di Gramsci, e sul peso che tale posizione ebbe sulla sua vicenda di pensatore e
di ideologo, Timpanaro non considera una mera “battuta” l’affermazione contenuta in un articolo di De Grado
secondo la quale «Gramsci disprezzava troppo la cultura positivistica»; De Grado ha, anzi, il torto di non
approfondire, di non lavorare sino in fondo su un concetto che rimane giusto e sostenibile. Su Gramsci l’influsso
crociano e idealistico in genere pesò in modo negativo e gli fece respingere ogni forma di materialismo. Gramsci,
grande come critico della società, come teorico dell’alleanza fra proletariato operaio e proletariato contadino, fa
registrare, come «una sua grave tara», «l’antimaterialismo».
5
Liguori, e qui il discorso può ricongiungersi all’importanza centrale del pensiero di Geymonat9 ,
sottolinea che uno degli elementi di assoluta originalità del percorso di quest’ultimo consiste
nell’essere arrivato «fino a Marx, ad Engels, a Lenin, da pensatore ormai maturo, senza essere
mai passato da Spaventa, da Labriola o da Gramsci, tanto meno da Gentile, da Croce o da
Bergson […]»; «senza essere mai passato», dunque - il filosofo formatosi come matematico e
maturato come epistemologo e come studioso di Galileo - da Croce, da Gentile, dallo stesso
Antonio Gramsci. E certo non stupisce che anche Timpanaro, l’autore di Sul materialismo,
concordi con Geymonat sulla validità della «scelta realistica», ovvero sul «risultato della stessa
ricerca scientifica», sul «riconoscimento, finalmente antitrascendentale, di un oggetto che si
manifesta come qualcosa di altro dal soggetto, cioè di irriducibile ai processi con i quali
l’umanità cerca via via di chiarirlo e dominarlo». Ed è del pari ovvio che Engels e Lenin facciano
parte degli autori di riferimento comune con Geymonat; si pensi in particolare al Lenin di
Materialismo ed empiriocriticismo, con il «necessario recupero di quel senso comune o realismo
ingenuo che anche all’isolato Timpanaro era parsa l’irrinunciabile premessa – in tal senso
materialistica – di ogni seria assunzione della scienza a fondamento della conoscenza». Punto di
parziale divergenza è semmai nel fatto che Geymonat non possa «del tutto seguire» Timpanaro
nell’assoluta diffidenza per la dialettica e per ogni sua implicazione, dalla «concezione
provvidenzialistica della storia» a quella allure «negazioni-inveramenti» cui il filologo
materialista oppone la frequenza delle «cadute irreversibili» o «perdite secche», concetto che
ritorna nella riflessione ecologico-planetaria (in realtà più engelsiana che “verde”) sulla fine del
mondo; ma Timpanaro, al di là d’ogni valutazione storica di tendenze differenti, «seppe cogliere
il filo nascosto che congiungeva il materialismo dialettico alle più profonde istanze di quello
pre-marxista, di un Holbach o di un Leopardi»10 . Rimane, insomma, l’oggettiva convergenza
che si realizza fra i due studiosi nella comune visione, materialistica, e priva di pregiudiziali
antipositivistiche; se è vero che Ludovico Geymonat, «con apparente paradosso» (come scrive
De Liguori), ritrova pur sempre in Hegel, pur ribaltandone il presupposto idealistico della
conoscibilità del reale, la «base del nuovo materialismo» («è chiaro che i nostri materialisti si
sentano assai più vicini ad Hegel che non a Hume: Hegel infatti tenta di salvare, da un punto di
vista superiore, il valore della conoscenza ingenua sgretolato dalla critica demolitrice di Hume;
combatte ed elimina il carattere soggettivistico, che Hume pretende riscontrare in tutte le
nozioni generali della conoscenza comune e della conoscenza scientifica; sostiene insomma,
che la razionalità da noi scoperta nel mondo ha un fondamento oggettivo e non è aggiunta
artificiosa del nostro intelletto»)11 , è altrettanto certo che lo studioso ha compiuto un itinerario
scientifico di eccezionale e privilegiato rilievo:

Dialettica della natura e Materialismo ed empiriocriticismo [le due opere, rispettivamente, di Engels e di Lenin], inseriti come
sono nella serrata analisi dell’epistemologia contemporanea condotta da Geymonat per tutta la vita – dai Saggi per
un nuovo razionalismo fino agli ultimi interventi in polemica coi suoi allievi / antagonisti – sono una frontiera
conquistata da un materialista critico contro una epistemologia contemporanea che convive e, talvolta,
“bestialmente gavazza” (diciamolo con Gadda) con fideismi di varia estrazione, da un canto, e con raffinate
operazioni mistificatorie, dall’altro. Un materialista che, guarda caso, si forma filosofo e matematico, nella Torino
di Annibale Pastore, Peano, Juvalta e Martinetti; matura gradualmente come epistemologo sulla critica del
positivismo e del neopositivismo logico, praticando una faticata storiografia filosofica (con particolare attenzione a
Galileo, dalla monografia del 1956 fino ai seminari di Nizza dell’ ’80), che lo porta fino a Marx, ad Engels, a Lenin,

9 G. DE LIGUORI, Geymonat, cit., p. 498. A G. DE LIGUORI si deve la voce Ludovico Geymonat nel Dizionario
Biografico degli Italiani, LIII, 2000. Ma su Geymonat si cfr., importante, F. MINAZZI, La passione della ragione.
Studi sul pensiero di Ludovico Geymonat, Milano, Thélema, 2001.
10 Ivi, p. 495.
11Vd. in tal senso lo stesso LUDOVICO GEYMONAT, Materialismo e problema della conoscenza, in Del marxismo, a cura
di M. Quaranta, Verona, Bertani, 1987, p. 251.
6
da pensatore ormai maturo, senza essere mai passato da Spaventa, da Labriola o da Gramsci, tanto meno da
Gentile, da Croce o da Bergson, secondo il cursus honorum di più paludati maîtres à penser della nostra generazione12.

E a proposito, in particolare, di Labriola, si può rendere manifesta la differenza di impostazioni


filosofiche che separano Timpanaro (e così De Liguori) da protocolli di pensiero che finiscano
per riconoscere, riguardo alla cosiddetta “condizione umana”, la “priorità” del «terreno
artificiale» rispetto al «terreno naturale», un «terreno naturale» che il materialista, invece,
identifica, e sottolinea, come imprescindibile, anche in presenza della più avanzata condizione
possibile sul piano del soddisfacimento di problemi e di bisogni legati alla dimensione
“artificiale” e sociale del percorso storico umano. Una linea di coerente materialismo implica,
certo, il

riconoscimento di tutto ciò che l’uomo ha di specifico rispetto agli altri animali (la società, il pensiero, il
linguaggio, ciò che Labriola chiamava «terreno artificiale»), ma è anche consapevolezza che l’animalità, la
biologicità dell’uomo (il «terreno naturale» di Labriola) non sono state annullate dalla socialità. La definizione
gramsciana dell’uomo come «l’insieme dei rapporti sociali» è perciò carente, se pretende di definire tutto l’uomo.
Aspetti essenziali di quella che […] si è chiamata la condizione umana (nascita, sviluppo fisico e in larga parte
anche mentale, bisogni e istinti come la fame, l’eros, malattie, morte) non sono vissuti dall’uomo civilizzato come
dagli altri animali, ma rimangono pur sempre inscindibili dalla sua animalità. Questo non è materialismo volgare
(come sarebbe il disconoscimento del «terreno artificiale»): è materialismo tout-court.

Importante la sintesi critica di De Liguori:

Timpanaro prendeva così coscienza di staccarsi, con tale scelta materialistica, per un verso, dagli epistemologi
materialisti come Geymonat o anche Giulio Preti ed Eugenio Colorni, e per un altro, dai materialisti storici o
dialettici (e dai comunisti e socialisti storici) dei quali condivideva, sott’altro profilo, la prospettiva marxista e
determinate scelte pratiche.

Un altro concetto importante che emerge dalle lettere timpanariane consiste nella ripresa
della distinzione, davvero insistente e spesso problematica nella riflessione del «filologo
materialista», tra progressismo politico-civile e progressismo scientifico, tra progressismo
sociale e progressismo laico-razionalista iuxta propria principia. Il problema accompagna lo
studioso in relazione a molte epoche culturali e a molti autori, ma si segnala in particolar modo,
nella storia intellettuale dello stesso Timpanaro, quando ad essere oggetto di indagine è

12 G. DE LIGUORI, Geymonat, cit., p. 498. La seguente citazione da Timpanaro è da Dialogo sul materialismo, in Il
verde e il rosso, cit., pp. 210-211; la successiva, da De Liguori, è tratta da ID., Il classicista e la scienza. Nota sul
«dilettantismo filosofico» di Sebastiano Timpanaro, in «Segni e comprensione», n. s., XIX, 54, 2005, pp. 94-112: p. 97.
7
l’epicureismo13, sia quello di sfera “storica”, propria del mondo antico, sia quello segnato dalle
riprese e dalle declinazioni moderne di tale impostazione di pensiero. L’epicureismo è certo
latore di materialistiche benemerenze sul piano della ricostruzione della storia della società e
del mondo dalle loro basi “ferine” - in un’etica che si fonda “dal basso” e dalle condizioni di
necessità anziché dall’istituzione di valori religioso-morali provenienti “dall’alto” - e in una
proposta di concezione dell’esistenza fondata sulla sensazione, sulla certezza percettiva anziché
sul tempo e sul suo scorrere; ma tale filosofia è pur sempre concepibile quale religione, quale
omaggio di consapevole conformità agli oracoli del divino Epicuro: raffinamento d’un culto, e
non sua sostituzione con un’idea laica della realtà del mondo (εὐσέβεια, devozione a precetti,
non ateismo). L’epicureismo si pone dunque, nel quadro della riflessione timpanariana, quale
componente d’una vasta, complessa problematica che investe la “contraddizione”, o se si
preferisce il contrasto, fra progresso del pensiero, o delle acquisizioni scientifiche, e progresso

13Vd. quanto scrive, proprio a Girolamo De Liguori, l’autore di Epicuro, Lucrezio e Leopardi, nella lettera da Firenze
dell’8 gennaio 1971, riguardo al Farrington di Scienza e politica nel mondo antico: «Ancora migliore mi sembra la
seconda nota [la prima inviata da De Liguori riguarda, fresca uscita in Italia, S. A. EFIROV, «La filosofia borghese italiana
del XX secolo», Firenze, Sansoni, 1970, volume aperto, fra l’altro, alla focalizzazione della reale indole, della reale portata e della
“tempistica” dell’antifascismo di Croce], la quale tratta di un problema che mi sta particolarmente a cuore, ma con
osservazioni nuove, anche perché tu leghi felicemente il problema del materialismo a quello dello scetticismo […].
Il Farrington è senza dubbio uno studioso geniale e la sua critica delle radici sociali del platonismo è giusta, ma
non altrettanto pacifica è la sua raffigurazione di un epicureismo progressista anche sul piano politico-sociale. I
pochi movimenti di democrazia avanzata o di “comunismo” che vi furono in epoca ellenistica e romana ebbero
una matrice ideologica stoica piuttosto che epicurea (sebbene lo stesso stoicismo, nella sua versione “ufficiale”,
servisse anche ottimamente da ideologia della classe dominante). Tu stesso del resto, osservi ciò poco dopo, là
dove dici che il materialismo fino al sec. XVIII è stato - a dispetto delle sue intenzioni, potremmo dire - filosofia
di élites; ma forse ciò andrebbe in qualche modo preannunciato anche dove sembri citare il Farrington con
incondizionato consenso». Le due note di De Liguori approderanno rispettivamente a Efirov e la filosofia italiana, in
«Problemi», 25, 1971, pp. 1130-1132, e a In tema di materialismo marxista, in «Dimensioni», 2, 1971; nella stessa annata
della rivista «Dimensioni» (XV, 1), è uscito, di De Liguori, Un Leopardi antiprogressivo. Di Benjamin Farrington si
ricordino, tra le altre opere, La scienza nell’antichità, più volte ristampato in Italia, da Feltrinelli, da Longanesi nel
1978, e ora da Res Gestae (2017), The Faith of Epicurus (London, Weidenfeld & Nicholson, 1967; Che cosa ha
veramente detto Epicuro, Roma, Ubaldini, 1967) e Scienza e politica nel mondo antico. Lavoro intellettuale e lavoro manuale
nell’antica Grecia (Milano, Feltrinelli, I ed.: 1960).
8
politico-sociale14 . Esempi dell’emergere di questa problematica sono largamente ritrovabili
nell’opera dello studioso; sia sufficiente rammentare la trattazione che Timpanaro, variamente
ma coerentemente, ne effettua nel saggio Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi (capitolo di
Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano) e in Epicuro, Lucrezio e Leopardi (lavoro,
quest’ultimo, elaborato sin dal 1988 e uscito in «Critica storica», poi ripreso in Nuovi studi sul
nostro Ottocento, volume edito da Nistri-Lischi nel 1994, e quindi pubblicato con molte
integrazioni e ulteriori annotazioni nella nuova edizione di Classicismo e illuminismo).
Notevole, e a ben vedere determinante rilevanza, è rivestita da una linea critica, quasi
costantemente professata, nei riguardi delle posizioni di Eugenio Garin. Osservazioni di
dissenso, o di ripresa dei dissensi espressi da De Liguori, verso l’autore di Cronache di filosofia

14 Cfr. S. TIMPANARO, A proposito del parallelismo tra lingua e diritto, «Belfagor», 1963, XVIII, pp. 1-14, in part. p. 3,
cui l’autore si richiama anche in Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi, ora in S. TIMPANARO, Classicismo e
illuminismo nell’Ottocento italiano, testo critico con aggiunta di saggi e annotazioni autografe, a cura di C. Pestelli,
introduzione di G. Tellini, Firenze, Le Lettere, 2011 («Bibliotheca», 52), p. 144 e n. 85, e relative postille. Sempre del
capitolo sul pensiero di Leopardi si cfr. le pp. 131-135, nelle quali, in dissenso da Luporini, Sebastiano scrive che il
«passaggio al materialismo conseguente non coincide con una spinta in senso più democratico, ma si accompagna
per tutto un periodo (all’ingrosso dal ’23 al ’29) ad una forte diminuzione dell’interesse politico, a un disimpegno da
quella missione di poeta civile a cui il Leopardi non aveva rinunciato fino a tutto il ’21» (p. 131); vd., ancora (pp. 133
e 134): «il passaggio del Leopardi a un materialismo coerente, che avviene appunto dal ’23 in poi, costituì, almeno
in un primo tempo, un incentivo al disimpegno politico. Mentre il pessimismo “storico”, democratico-russoiano
degli anni precedenti era, per così dire, spontaneamente progressista sul piano politico-sociale, molto meno facile
e immediato era il compito di coordinare il nuovo pessimismo materialistico con un atteggiamento politico-sociale
progressista»; «connessione non significa identità immediata, ed è facile citare molti casi di sfasatura, o addirittura
di temporaneo contrasto tra progressismo politico-sociale e progressismo “scientifico”, tra democraticità e
razionalismo laico». In tal senso, una questione come quella del progressismo di Lucrezio può essere molto bene
illuminata da un articolo di Antonio La Penna, comparso in «L’Unità», 3 novembre 1963: «razionalismo e
materialismo reazionario, quando hanno portato ad una conoscenza più esatta della natura e della storia, quando
hanno segnato un progresso scientifico, hanno pur sempre accresciuto le condizioni per una liberazione totale
dell’uomo, per una liberazione, cioè, sia dall’errore sia dalla soggezione sociale e politica: appunto perché la
liberazione totale, a cui aspira il marxismo, è fondata sulla conoscenza scientifica della realtà naturale e storica.
Credo di non errare affermando che Machiavelli fu meno democratico di Savonarola: eppure Machiavelli conta per
il marxista molto più di Savonarola come base della sua visione storica e politica». Timpanaro può così effettuare
un’ulteriormente precisazione (ivi, pp. 134-135): «l’illuminismo fornisce, per la distinzione tra progressismo
scientifico e progressismo politico-sociale, esempi anche più pertinenti di quelli di Machiavelli e Savonarola. Basti
pensare a Rousseau democratico avanzatissimo, eppure molto meno laico e razionalista di La Mettrie, Holbach,
Helvétius, materialisti conseguenti ma molto moderatamente progressisti in politica. / La confusione tra i due
piani può condurre a forzature opposte: a presentare come democratico ogni laico e materialista, oppure a
liquidare senz’altro come reazionario in senso globale il materialista antidemocratico. Il primo caso si è verificato
con Epicuro e Lucrezio; il secondo, col positivismo del secondo Ottocento, che tuttora non trova nella storiografia
democratica e marxista un’equa valutazione». Per tutto il tema che riguarda i rapporti fra l’epicureismo (compresa
la sua declinazione lucreziana) e Leopardi cfr., appunto, sempre di Timpanaro, Epicuro, Lucrezio e Leopardi, ora in
Classicismo, cit., pp. 266-315. Ci si permetta di rinviare, su questo argomento, al nostro Occasioni leopardiane e altri
studi sull’Otto e sul Novecento, Roma, Bulzoni, 1998 («Biblioteca di cultura», 552), pp. 93-95 e 123-125. Si ricordi, da
quest’ultimo volume (pp. 123-124), il concetto di «apoliticità», di «potenziale slittamento “egoistico” del pensiero
epicureo, non a caso avvertito, nell’Ottonieri, come filosofia adatta all’età della Restaurazione, alla sua cifra “etica”
stagnante e priva d’ideali, o ad essi contraria». Si tratta degli ideali, derivati dall’antichità, rappresentati dalla virtus,
dalla magnanimitas, ancora in qualche modo vitali in quell’epoca della storia intellettuale leopardiana.
9
italiana, si trovano nella citata lettera dell’8 gennaio 197115, nella lettera del 6 dicembre dello
stesso anno16, e così nelle lettere del 1 febbraio 1981 (a proposito di Spaventa e di Labriola)17, del
10 novembre 1984 e del 27 maggio 1985 (sull’ambiguità dei sentimenti di stima e di benevolenza
di Garin per Sebastiano), del 3 settembre 1994 e del 31 gennaio 1996, riguardanti i concetti,
davvero non segnati da apprezzamento, espressi su Giuseppe Rensi, e anche su Adriano Tilgher,
proprio nelle gariniane Cronache di filosofia italiana. Fa eccezione la lettera del 1 aprile 1986 (la
prefazione di Garin è accomunata agli elogi rivolti a I baratri della ragione. Arturo Graf e la cultura
del secondo Ottocento, pubblicato da De Liguori presso l’editore Lacaita). La reiterata professione
critica nei confronti di Garin si iscrive nel più ampio spettro di dissenso culturale e ideologico
dal generale protocollo hegeliano, e storicistico, che, pur non in modo esclusivo, orienta
l’intelligencja italiana nel Novecento («ottimo anche ciò che dici sull’hegelismo e sull’esigenza
del “senza Hegel”», scritto a mano, in calce alla citata lettera del 6 dicembre 1971). De Liguori
è, in definitiva, riuscito a suscitare in Timpanaro varie riflessioni, visibili nelle lettere, su
tematiche e su convinzioni interpretative di lunga data e di lunga sedimentazione nell’autore di
Sul materialismo. Rimane coinvolta, più che mai, in tali nuclei di ridefinizione storiografica,
anche, e soprattutto, l’interpretazione della storia culturale dell’Ottocento, non solo italiano; è
la chiave hegeliana, per Sebastiano, a dover risultare ridimensionata. E la linea di focalizzazione
ridefinitoria dell’influenza di Hegel riguarda anche Marx, non meno di Leopardi, titolare per
parte sua, quest’ultimo, insieme alla riflessione che nasce dal materialismo sensistico, di una
individuazione della natura come principio nemico delle proprie creature, come principio
incline a riprendere in qualsiasi momento o periodo il proprio sormontante influsso sull’agire
storico umano, e a permettere, per converso, l’illusione e la presuntuosa fiducia d’un dominio
razionale, umano appunto, sulle sue leggi; l’origine dell’infelicità rimane invece, per Leopardi,

15 «[…] ma le osservazioni che muovi a lui [Efirov] (e a Garin) mi sembrano giuste, e giusta senza dubbio è l’esigenza
di una storia delle idee che non rimanga sul piano delle idee ma scenda più giù, al livello delle forze economico-
sociali». Notevoli la critica e la presa di distanza da Garin anche riguardo alla figura culturale di Giorgio Fano, il
filosofo triestino del quale Timpanaro cita, in Classicismo e illuminismo, cit. (2011), pp. 413 n. 280 e p. 527
(annotazione autografa), il Saggio sulle origini del linguaggio. Con una storia delle dottrine glottogoniche, Torino, Einaudi,
1962: a lui, «pur all’interno di una concezione idealistica della realtà», è attribuito il merito d’aver «confutato» i
«presuntuosi sofismi» che nascono dalla restaurazione dell’idealismo anche in linguistica: Timpanaro si riferisce, in
quella nota, alla polemica di Croce contro Alfredo Trombetti (criticato anche nelle note glottologiche di Gramsci),
alle posizioni dell’«hegeliano ortodosso Augusto Vera» e all’Introduzione alla filosofia della storia di quest’ultimo,
Firenze 1869; ma si cfr. anche la riedizione del saggio di Fano: GIORGIO FANO, Origini e natura del linguaggio, ried.
postuma con pagine inedite a cura di Anna e Guido Fano dell’ed. intitolata Saggio sulle origini del linguaggio, Torino,
Einaudi («Piccola Biblioteca Einaudi», n. 209), 1973. Si veda anche ID., Neopositivismo, analisi del linguaggio e
cibernetica, Torino, Einaudi, 1968 e la bibliografia ivi curata da Timpanaro, pp. 163-167. Garin ha il chiaro torto di
non avere preso in considerazione le posizioni di Fano e della filosofia da lui sviluppata (cfr. S. TIMPANARO, In
margine alle «Cronache di filosofia italiana», in «Società», XI, 1 - febbr. 1956 -, pp. 155 ss.); si legga in tal senso De
Liguori (Il classicista e la scienza, cit., p. 96): Timpanaro rinfaccia «ad Eugenio Garin di averlo appena citato nelle
sue pregevoli Cronache, senza dargli quel rilievo che egli meritava, accanto a Croce, Gentile, De Ruggiero nel
quadro della filosofia italiana del primo Novecento. In realtà, la storiografia dominante negli anni cinquanta e
sessanta lasciava nell’ombra tutta una zona di pensiero sensibile ai problemi della scienza e aperta a sviluppi e
soluzioni che solo più tardi avrebbero trovato un qualche ascolto. Più in particolare, “il totale disinteresse che
verso queste correnti idealistiche di sinistra ha continuato a mostrare Eugenio Garin è stato […] un grave
errore”» (le ultime parole tra virgolette sono di Timpanaro: vd. ID., Dialogo sul materialismo, cit., p. 209). In questo
modo, conclude De Liguori (Il classicista e la scienza, p. 96), si spezzava «il filo che collegava per altri versi quel
pensiero al positivismo dell’Ottocento e alle suggestioni di altre filosofie che venivano dall’Europa, sensibili ai
problemi della scienza e della linguistica in particolare».
16 «Ma certo Garin è stato ingiusto verso Rensi, facendolo apparire solamente come un reazionario tout court, e
mettendo in ombra il pesante ostracismo che la cultura fascista esercitò verso questo pensatore, il quale (come tu
fai vedere molto bene) disturbava pur essendo un reazionario sul piano strettamente politico».
17Cfr., ad esempio, A. LABRIOLA, La concezione materialistica della storia, a cura di E. Garin, Bari, Laterza, 1965, in
particolare pp. 133 ss.
10
saldamente ancorata alla struttura biologico-naturale dell’uomo. Ma una linea d’affinità con il
marxismo è pur sempre ritrovabile nella polemica (che oggettivamente appare scaturire «già dal
carcere di Recanati», e per di più, e con ancor maggiore significato, capace di scaturire senza
notizia né conoscenza bibliografica)18 con la visione culturale che deriva da Hegel, una
polemica, e una differenziazione, che s’identificano nel segno d’un rifiuto di privilegiare la
liberazione interiore dell’uomo rispetto alla necessità di affrancarlo dai problemi “esterni” e
“reali”. Significativa in tal senso può essere la pubblicazione, da parte di Lucio Colletti, nel
1995, di un contributo su Galvano Della Volpe19, che fece da parte sua oggetto di specifico
studio, e di traduzione (1949) per le Edizioni Rinascita, di un’opera giovanile di Marx, assai
poco conosciuta: la Critica della filosofia hegeliana del Diritto pubblico, in cui lo stesso Della Volpe
non mancò di trovare «la denuncia della logica dialettica di Hegel come “misticismo logico”, la
critica radicale della confusione tra pensiero ed essere: quello scambio fatale che anche
Feuerbach aveva segnalato come la “mistica razionale”, la rationelle Mistik di Hegel (la stessa
mistica elaborata, oltre che da Eckart e da Cusano, da tutta la tradizione del neoplatonismo
cristiano)»20; quella di Marx è una «critica acutissima e a tratti feroce […] contro l’Idea-Sostanza
di Hegel e il suo presunto automovimento dialettico». Se per l’idealismo, non solo italiano,
«Hegel segnava il culmine del pensiero critico», Della Volpe, invece, soggiunge appunto
Colletti, «mostrò le radici teologiche di quel preteso criticismo; opponendo, per contro, come
luogo assai più propizio alla scepsi e allo spirito critico moderno l’empirismo, cioè La filosofia
dell’esperienza di David Hume, secondo il titolo del suo grande libro in due volumi del biennio
1933-35. / Era il capovolgimento di tutto. Nella storiografia filosofica dell’idealismo, Hume è
stato sempre considerato come il due di briscola. Nelle sue Lezioni di storia della filosofia, Hegel
ne illustrò le idee osservando che “più giù di così non si può scendere col pensiero”. Della Volpe
ritrovò, per contro, lo Hume che aveva svegliato Kant dal suo sonno dogmatico». In
riferimento a Timpanaro, risulta evidente (a scanso di fraintendimenti) che non si tratta certo
di attivare un’angolazione empiristica sulla scia di Hume, che anzi si colloca quale filosofo ben
lontano dalla visione dell’autore di Classicismo e illuminismo; ma rimane estremamente
importante ricordare l’esperienza, e la nuova pubblicazione, dell’opera giovanile di Marx,
nettamente concepita in chiave antihegeliana, con «la critica radicale della confusione tra
pensiero ed essere», con la «critica acutissima e a tratti feroce […] contro l’Idea-Sostanza di

18Cfr. S. TIMPANARO, Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS, 1985 (I ed.: ivi, 1982), p. 177 (ma
prima i contributi erano usciti in «Belfagor», 1975-1976).
19 Cfr. L. COLLETTI, Della Volpe marxista eretico, «Corriere della Sera», 10 novembre 1995, anticipazione del
Convegno sullo stesso Della Volpe (Roma, 15 novembre 1995). E cfr., anche, il nostro Occasioni leopardiane, cit., pp.
142-143. A questo proposito, vd. quanto scrive Umberto Carpi, riguardo a un Della Volpe e a un Delio Cantimori
immersi, negli anni ’30, nella fase di studi «sul filone romantico-germanico nella cultura italiana di formazione
attualistica»; se Cantimori aveva curato, scelto e tradotto addirittura il Carl Schmitt dei Principii politici del
nazionalsocialismo (C. SCHMITT, Scritti scelti e tradotti da D. Cantimori, prefazione di A. Volpicelli, Firenze, Sansoni -
Scuola di Scienze Corporative dell’Università di Pisa -, 1935), il «filone romantico-germanico nella cultura italiana
di formazione attualistica» non era per questo «tutto necessariamente di simpatie nazionalsocialiste come nel caso
di Cantimori: penso per esempio al Della Volpe dello Hegel romantico e mistico e del Misticismo speculativo di Maestro
Eckhart (letto però, questo secondo, nella versione primitiva del 1930, non in quella rimaneggiatissima del 1952). I
nomi di Cantimori e di Della Volpe, a cui altri se ne potrebbero aggiungere per esempio della scuola di Ugo
Spirito, spiegano quanto interesse avrebbe uno studio di questo genere per la comprensione di alcuni tratti e di
alcune vicende della nostra successiva cultura di sinistra e marxista» (cfr. U. CARPI, Timpanaro, cit., p. 132 e n.).
20 Si cfr. la precedente n. 19, con i riferimenti ad Hegel romantico e mistico e a Misticismo speculativo di Maestro Eckhart,
importanti opere dellavolpiane. Si tratta di scritti che hanno rivestito un significato fondante nella costruzione
dell’itinerario intellettuale di Galvano Della Volpe. Allo stesso Della Volpe Timpanaro si riferisce nella lettera del 1
giugno 1982 proprio a séguito d’un accenno del suo destinatario De Liguori: cfr. ID., La condizione del senso. Per una
riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi (1890-1898), in «La Rassegna della letteratura italiana», LXXXVII, 1-2
(gennaio-agosto 1983), pp. 125-161, qui pp. 135-136); per l’opera e per il singolo passo che interessano De Liguori si
cfr. GALVANO DELLA VOLPE, Crisi dell’estetica romantica, Roma, Samonà e Savelli, 1968, pp. 9 e 14-15.
11
Hegel», con i meriti in direzione kantiana di Hume di contro alla categorica svalutazione da
parte dell’idealismo, e con la valorizzazione, effettuata da Galvano Della Volpe, della critica
marxiana alla «logica dialettica» come «misticismo logico». Non sfugge davvero la valenza
politico-ideologica dell’antihegelismo nell’interpretazione di Timpanaro riguardo all’attualità
degli anni 1970, e più in generale riguardo ai decenni del dopoguerra e alla linea del PCI
togliattiano; Umberto Carpi rammenta, a questo proposito, «la critica del marxismo hegeliano
e dialettico da lui posto a fondamento del giustificazionismo storico e del gradualismo
politico», e altresì la critica «asperrima contro il riformismo di impostazione togliattiana nella
variante berlingueriana del compromesso storico e contro alcune espressioni storiografiche che
gli parvero ad esso organiche»21.
Non mancano, com’è naturale in ogni dialogo autentico e seriamente sostenuto da
riflessione, alcuni punti di dissenso, anche se lieve. Se ne veda un esempio riguardo ad Arturo
Graf, oggetto di vari studi ed interventi da parte di De Liguori (i contributi sfoceranno nel
citato I baratri della ragione): nelle lettere del 1 febbraio e del 2 dicembre 1981, al socialismo
grafiano - di quasi inevitabile derivazione storico-“contestuale” nel professore di Torino -, un
socialismo di breve durata, e giudicato appunto “ineluttabile” nella sua venuta, in realtà «poco
desiderato e amato», Timpanaro afferma di preferisce il socialismo del De Amicis marxista, non
meritevole della taccia di sentimentalità interclassista e caritativa che proprio dal giudizio di
Graf è scaturita; si tratta invece d’un De Amicis aperto alla dottrina marxiana, favorevole alle
concrete manifestazioni di protesta, e disposto non solo all’espressione delle ragioni dei
socialisti, ma altresì alla comprensione, davvero non banale, delle ragioni degli anarchici,
contro i quali l’autore del romanzo Primo Maggio non mostra certo di condividere i pregiudizi e
i timori che appartengono alla mediocrità borghese e bempensante. Un De Amicis sempre
antiborghese, anche in presenza di singolo borghese onesto; tra Cuore e Primo Maggio, insomma,
non vi è continuità, ma vi è, anzi, netta frattura, con un De Amicis capace di rimettersi
realmente in gioco: «è il nuovo De Amicis che polemizza contro il vecchio se stesso». Né questa
si pone quale unica scia concettualmente critica nei riguardi della figura grafiana. Ai dubbi di
Timpanaro sul leopardismo, accompagnato nell’intellettuale Graf da troppi tormenti religiosi,
fa riscontro la lettera del 1 giugno 1982, nella quale Sebastiano rimarca il carattere caotico - ben
còlto ai loro fini dai gesuiti - degli espliciti studi grafiani su Leopardi, che sono per parte loro
segnati da una sorta di dispersiva ricerca di «verità in cento filosofi e poeti»; e quindi conclude
con un giudizio di sostanziale fallimento saggistico: il materialismo-edonismo, la radice
settecentesca del pensiero di Leopardi rimangono del tutto assenti22. E invece, «un profluvio di
Schopenhauer, di Hartmann, di Fechner».
A proposito di Bayle e dello spinozismo, il dissenso, invece, investe l’indole e la
connotazione materialistiche del pensiero dello stesso Spinoza, in definitiva negate dal vaglio
rigoroso, ma forse in questo caso sin troppo esigente, di Timpanaro; già per Paolo

21U. CARPI, Timpanaro, cit., pp. 145-146. Ma si veda, sempre di U. CARPI, Appunti sull’antimoderatismo di Sebastiano
Timpanaro, in Per Sebastiano Timpanaro, «Allegoria», XXIII, 39, 2001, pp. 7-30. Carpi insiste sulla necessità d’un
giudizio equilibrato, e in questo senso più “aperto”, sulla problematicità e sulla tormentata riflessione politica di
Togliatti: «Inutile dire che il rapporto con l’URSS e con la sua involuzione, cioè la crisi del movimento comunista
internazionale, venne vissuto dal PCI dopo il 1956 (da Togliatti anche prima, direi fin dalle riflessioni su
democrazia e socialismo immediatamente successive alla guerra di Spagna) in maniera ben più complessa e
drammatica di quanto a Timpanaro non paresse […]» (p. 22).
22Vd. il citato I baratri della ragione, in specie i paragrafi Graf e il socialismo torinese oltre l’immagine convenzionale.
Edmondo De Amicis, quindi Pessimismo e socialismo. Graf e Turati, e infine Istanze sociali nella religiosità dell’ultimo Graf
(complessivamente, pp. 101-122); vd., inoltre, Graf e Leopardi: rapporto mancato o affinità costituzionale?, pp. 333-348.
12
Cristofolini23 , il materialismo edonistico, nella concezione di Timpanaro, sembra conoscere
solo la dimensione del dolore, e sembra essere tale soltanto nella realtà della “mancanza”, in
un’individuazione della stessa connotazione edonistica non in una forma asseverativa, a suo
modo “positiva”, del piacere, bensì nella dimensione della scomparsa, dell’assenza, del
deperimento24. E un concetto positivo del piacere «è per Sebastiano inconcepibile: sotto non
può esserci che l’inganno consolatorio, la religione o il surrogato della religione» (p. 83). Risiede
in tale assunto di severo materialismo, secondo Cristofolini, la causa profonda di questa, non al
tutto felice, lettura d’uno Spinoza che «si ritrova a volta a volta accoppiato a Bruno, secondo la
vulgata gentiliana, e classificabile come pampsichista; o peggio, ridotto nella cosiddetta ‘teoria
spinoziano-hegeliana della libertà come coscienza della necessità’» (p. 82). Eppure Spinoza
poteva suscitare nello studioso del materialismo una riflessione su «problemi interessanti,
anche in tema di edonismo»; a Timpanaro, in questo caso,

è mancato l’artiglio del filologo per vedere in Spinoza il senso antiteologico della negazione dell’opposizione tra
libertà e necessità, e della libertà come realizzazione della natura umana; per vedere la critica serrata dei miracoli
nel Trattato teologico-politico, che attrasse l’attenzione appassionata di Marx, e la distruzione del teleologismo e del
provvidenzialismo nell’appendice alla parte prima dell’Etica, testo che ispirò potentemente tanta parte del
pensiero libertino e illuministico del Settecento francese; sul piacere e sul dolore, basti pensare che in Spinoza la
superstizione consiste nel giudicare cattive tutte le cose che arrecano gioia e buone tutte le cose che arrecano
tristezza; mentre viene qualificata come «tristis et torva superstitio» la rinuncia agli onesti piaceri materiali della
vita (p. 83).

Anche secondo il filosofo De Liguori25 Sebastiano vedeva lo spinozismo come una linea di
pensiero, intrisa di panteismo e di spiritualismo fino alla Nathurphilosophie di Schelling,
destinata a confluire in un atteggiamento romantico; De Liguori invece distingueva in esso due
facce: quella «romantica» e quella «materialistica, come veniva fuori [quest’ultima] da Bayle e
dalla tradizione libertina fino a Helvétius e d’Holbach»: si tratta sempre di quella linea di forte
caratterizzazione materialistico-edonistica che, non dimentichiamolo, interessò molto Carl
Marx, e che, per converso, stentò nettamente a convincere il materialismo austero del
leopardista adialettico, diffidente - sino a conscia intransigenza - di ogni elemento che egli
potesse percepire quale rischio di richiamo consolatorio, sia in eventuale ratio teocentrica, sia
in eventuale ratio antropocentrica.

23Materialismo e dolore. Appunti sul leopardismo filosofico di Sebastiano Timpanaro, in «Allegoria», XXIII, 39 (settembre-
ottobre 2001), pp. 73-84; riprod. nell’opera collettiva Sebastiano Timpanaro e la cultura europea del secondo Novecento, a
cura di E. Ghidetti e A. Pagnini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura («Raccolta di studi e testi», n. 222), 2005,
pp. 347-359. Nell’ampia e importante produzione spinoziana di Cristofolini si tengano presenti La scienza intuitiva
di Spinoza, Napoli Morano, 1987; Spinoza per tutti, Milano, Feltrinelli, 1993 (traduzione francese di L. Gaspar:
Spinoza. Chemins dans l’Ethique, Paris, P. U. F., 1996 e 1998); Spinoza edonista, Pisa ETS, 2002; L’uomo libero. L’eresia
spinozista alle radici dell’Europa moderna, ivi («parva philosophica», n. 8), 2007.
24 Vd. il nostro L’universo leopardiano di Sebastiano Timpanaro …, cit., p. 72.
25 Si riprende il concetto anche da una recente conversazione di chi scrive con lo stesso filosofo.
13
È in questo, preciso contesto, che si rende evidente un dissenso tale da investire anche la
figura filosofica di Stratone di Lampsaco26. Si legga il seguente brano di De Liguori27 :

È nel cuore di quella scepsi […], il cui modello è Bayle; entro il radicale anticristianesimo di testi come il
Theophrastus redivivus, così come è in Spinoza, e, soprattutto, nell’immagine sua di filosofo empio, che si accredita,
lungo il XVII e XVIII secolo, l’ateismo moderno. Il quale, lo ribadiamo, nasce e cresce all’interno di un
tormentato rapporto con il pensiero antico (greco), riscoperto non soltanto attraverso il rifiuto di Platone e il
privilegiamento dell’Aristotele fisico, ma anche attraverso i pirroniani, gli atomisti, gli epicurei, Sesto Empirico,
nonché quel Teofrasto che invera l’esito materialistico della scuola peripatetica nel suo successore Stratone di
Lampsaco. È dentro quel crogiolo che si apre la sua difficile strada una modernità critica di se stessa, che rifiuta
l’autorità e la Scrittura, già tutta consapevole dell’assurdità e tragicità della incombente morte di Dio.

L’ateismo e il libertinismo, Bayle e Teofrasto, principalmente, ma pure Platone e l’Aristotele


fisico, ancora - imprescindibile - Baruch Spinoza, e altresì Pirrone, Democrito e gli atomisti, gli
epicurei, Sesto Empirico (di cui vengono a mente le «Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις», gli Schizzi
pirroniani e i Commentari scettici, nei loro sei libri Contra mathematicos e altrettanti libri Contra
dogmaticos), Enesidemo, sino all’inveramento, da parte della figura-chiave costituita da
Teofrasto, «dell’esito materialistico della scuola peripatetica» in Stratone. Sono termini che
ricorrono, certo, anche nella riflessione di Timpanaro, e che si colgono non soltanto negli studi
leopardiani, ma anche negli studi classicistici, ciceroniani, e in particolare nell’introduzione
garzantiana (1988) al De divinatione, ovvero alla progressiva conquista di una visione laica, critica
verso la religione, e si dica pure, in relazione all’epoca, preilluministica; e si rammenti che
nessuno quanto Sebastiano è culturalmente sensibile alle forme individuabili, anche se allo
stato pregresso, di sviluppo d’un pensiero laico-materialistico nel mondo antico, nella sua
filosofia e nella sua letteratura. Eppure, lo Stratone leopardiano assurge in Timpanaro a una
definizione, pur significativa, di «prestanome»28 , e senza tuttavia risultare ristretto a tale,
circoscritto ruolo:

Quando, nell’autunno del ’25, il Leopardi volle dare un’espressione freddamente esplicita ed esatta al proprio
materialismo, scelse come prestanome non uno dei materialisti più famosi dell’antichità, ma Stratone da
Lampsaco, il filosofo peripatetico che aveva accentuato, ancor più di Teofrasto, la componente scientifica
dell’aristotelismo, fino a ritornare, in sostanza, all’atomismo democriteo. Troppo facile, anche qui, osservare che il
Frammento apocrifo si discosta consapevolmente da quel poco che su Stratone da Lampsaco ci tramandano Diogene
Laerzio e Cicerone. Resta il fatto che la scelta di quel prestanome era una professione di materialismo e di
ateismo: Stratone era colui che aveva negato ogni intervento degli dèi nell’origine del mondo e che aveva trovato
troppo fantasiosa e priva di rigore scientifico perfino la fisica di Democrito.

26 Vd. G. DE LIGUORI, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Giacomo Leopardi, in «Quaderni Materialisti», nn.
3-4, 2003-2004, pp. 195-224. Si ricordino pure, sullo stratonismo di Leopardi, ID., Il ritorno di Stratone. Per la
collocazione del materialismo di Leopardi nel pensiero ottocentesco, in M. BISCUSO-F. GALLO, Leopardi antitaliano, Roma,
Manifestolibri, 1999, pp. 71-98, e ancora, ID., Il sentiero dei perplessi. Scetticismo, nichilismo e critica della religione in
Italia da Nietzsche a Pirandello, Napoli, La Città del Sole - Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 1995, in part. pp.
194-200. E vd., ovviamente, R. DAMIANI, Teofrasto, Bruto e l’impero della ragione. Stratone e la materia eterna, in
L’impero della ragione. Studi leopardiani, Ravenna, Longo, 1993, pp. 57 ss. Di Massimiliano Biscuso, da segnalare,
ultimamente, ID., Leopardi tra i filosofi. Spinoza, Vico, Kant, Nietzsche, Napoli, La Scuola di Pitagora («Diotima.
Questioni di filosofia e politica»), 2019, e Gli usi di Leopardi. Figure del leopardismo filosofico italiano, Roma,
Manifestolibri, 2019.
27G. DE LIGUORI, L’ateo smascherato. Immagini dell’ateismo e del materialismo nell’apologetica cattolica da Cartesio a Kant.
Centro Interdipartimentale di Studi su Descartes e il Seicento. Università degli Studi del Salento. Saggi. Nuova
Serie, Firenze, Le Monnier - «Università. Filosofia» - Milano - Mondadori «Education» -, 2009, p. 20. Ma si vedano
in particolare le pp. 5-9 (il paragrafo intitolato Bayle, Stratone e le polemiche sull’ateismo in Italia e in Francia). Su Bayle,
in particolare, si ricordi G. DE LIGUORI, Alfonso de’Liguori e la filosofia del suo tempo: Spinoza, Bayle, Hobbes e Locke, in
«Rivista di Storia della Filosofia», 4 (settembre-dicembre 2006), pp. 891–916. Alfonso de’ Liguori è avo del filosofo.
28 Vd. S. TIMPANARO, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (2011), cit., p. 180.
14
Non si tratta, in realtà, scrive in parziale dissenso De Liguori, di scegliere un «prestanome»,
come lo chiama Timpanaro, «o come fanno intendere i commentatori, di fare un esercizio di
puro virtuosismo filologico, attribuendo una dottrina a un pensatore quasi del tutto ignorato.
Al contrario, Stratone e lo stratonismo avevano rappresentato, tra Sei e Settecento, la
tradizione bayleana del materialismo spinoziano: l’approdo più rigoroso dell’antifinalismo
naturalistico a un atomismo decisamente materialistico che aveva del tutto escluso, contro
Epicuro, il vuoto»29 . Lo «Stratone di Bayle» cresce significativamente in Leopardi, in specie
nello Zibaldone, come una figura filosofica rappresentativa di un determinato modo di intendere
lo spinozismo; e sarà un uso pirroniano dello stesso Stratone, proprio come in Bayle: concetto,
comunque, già chiaro ad altri studiosi (mero esempio, ma ovviamente notevole, quello di
Nicola Badaloni)30 . Non appare davvero inopportuno un riferimento alla questione tramite le
parole di De Liguori:

Infine, la configurazione definitiva dello stratonismo, presentato nel Frammento apocrifo come sistema di Stratone,
sarà quella di “una forma di materialismo alternativa all’epicureismo, anche perché connessa a una prospettiva
plenista piuttosto che vacuista”. Lo scarso peso che la critica ha voluto dare a Timpanaro studioso di filosofia, ha
fatto sì che non si aprisse su questo importantissimo argomento alcuna discussione.

L’altro elemento di parziale divergenza concerne il recupero dei motivi materialistici,


pessimistici, antiantropocentrici, tali da porsi come non indegno echeggiamento leopardiano,
presenti in Ludwig Büchner, che non sembra da parte sua legittimare la semplice definizione di
«materialista soddisfatto» che si trova nel Timpanaro di Sul materialismo (I ed., p. 82); e non
indifferenti benemerenze per la medicina e per la psicologia potrà a sua volta reclamare l’altro
filosofo materialista, Jacob Moleschott, spesso evocato in abbinamento con Büchner.
Timpanaro confessa una lettura ormai lontana di Kraft und Stoff, Forza e materia, di cui ammette
la necessità d’una più profonda e attenta fruizione, con apertura a una correzione di giudizio
sullo stesso Büchner. Sebastiano riconosce che la lettura büchneriana di De Liguori è più
problematica della sua. Riproduciamo un campione significativo della lettera di Girolamo De
Liguori, da Ostuni, del 24 marzo 1984, cui risponderà Timpanaro con missiva del 14 aprile; si
osservi quanti, significativi rilievi vibrino in direzione leopardiana:

Potresti intanto precisarmi o indicarmi meglio dove è possibile trovare maggiore articolazione, quella tua
distinzione che mi pare importante e valida tra i due momenti del materialismo ottocentesco, quello predarwiniano
o fissista da quello darwiniano ed evoluzionista (cfr. Sul materialismo p. 65). A questa distinzione di fasi o momenti tu
ne aggiungi un’altra di sostanza: “un intimo contrasto tra una spinta illuministica … e l’affiorare di motivi pessimistici”.
Già il Chiappelli, “N. Ant.” 16 aprile 1900 pag. 631 aveva operato tale distinzione ma credo, confondeva la nuova
tendenza evoluzionista del mat. con il finalismo, con una prospettiva teleologica, anche se è vero che nella fase
darwiniana si avrà l’innesto di scientismo e cattolicesimo, cioè la definitiva ripulitura dello scientismo dalle scorie
materialistiche e l’innesto con una visione sostanzialmente spiritualistica (Ascensioni di Fogazzaro!). Che ti pare? /
Poi ci sono tante altre questioni particolari: ad es. non mi pare del tutto accettabile l’immagine di Büchner come
di materialista soddisfatto (p. 82). Se la smitizzazione della umana condizione porta “l’affiorare di motivi
pessimistici”, non è [forse] smitizzazione in Büchner dove scrive contro l’antropocentrismo, contro l’idea della
centralità dell’uomo nella natura, tanto da far pensare anche a … Leopardi? Trovo anche accenti che germogliano
da una stessa condizione mentale: trovo un “vigliaccamente” in Büchner, Forza e materia, trad. [Luigi] Stefanoni,
[Milano, Brigola,] 1868 pp. 35-36 e l’orgoglio di avere “confessato sempre la verità” che mi ricanta … “vigliaccamente
rivolgesti al lume … nulla al ver detraendo, confessa il mal …” ecc. / E il discorso büchneriano sulla dignità della
materia non andrebbe rivalutato, ancor più oggi mentre assistiamo al risorgere di piagnistei, lamentagioni

29 G. DE LIGUORI, Da Teofrasto a Stratone. L’itinerario filosofico di Giacomo Leopardi, cit., p. 20.


30 Per la citazione immediatamente successiva, vd. G. DE LIGUORI, Il classicista e la scienza, cit., p. 100. Le parole
virgolettate sono in S. BROGI, Bayle in cerca di materialismo, in «Rivista di Filosofia», 3 (dicembre 1998), in part. pp.
406-407. Sulla questione vd. anche G. PAGANINI, Tra Epicuro a Stratone: Bayle e l’immagine di Epicuro dal Sei al
Settecento, in «Rivista critica di storia della filosofia», f. I, 1978, pp. 72-115. Riguardo allo Stratone leopardiano, torna
il circolo di interessi di De Liguori, anche per il tramite di Giuseppe Rensi; si veda l’apposito paragrafo nel citato
Il sentiero dei perplessi (si tratta del capitolo Il Leopardi di Rensi).
15
collettive democratizzate con l’ausilio dei mezzi della comunicazione di massa? … (cap. V, p. 75). E ancora “il
destino degli uomini è identico a quello della natura” (p. 83): “non ha natura al seme / dell’uom più stima e cura /
che alla formica” … E le Operette, ecc. Ecco, l’innesto di tali motivi, in epoca positivistica, di derivazione da un
canto materialistico-scientistica e dall’altro, leopardiana, non costituì nella nostra cultura un momento che va
guardato con estrema attenzione, anche se non esaltato acriticamente? Sotto il ripudio acritico dello scientismo e
del materialismo positivistico non si è nascosta anche l’operazione di rigetto di un “verace saper” fondato sulla
natura? Faccio troppa confusione? Potrai rispondermi?

Ecco, in specifico, il passo di Ludwig Büchner, da Forza e materia, citato da De Liguori nella
traduzione italiana di Luigi Stefanoni, del 1868:

triste attestato di povertà che dà a se medesima la superbia dell’uomo! Dall’un lato aspira al cielo e ritiene se stesso
(tanto si crede privilegiato per il suo spirito!) per un non so che di superiore a tutta quanta la natura, nel mentre
dall’altro si degrada a tal segno da rinnegare la forza di pensare di quello stesso spirito, e da mettere la ragione, suo
massimo tesoro, sotto i precetti di assurde dottrine.

È tempo di affidare una prima tranche epistolare al lettore, in vista d’un più disteso resoconto
della totalità del corpus; dalle missive scaturisce, se non andiamo ingannandoci, una serie di
indicazioni che possono schiudere la porta a nuovi dibattiti, proprio mentre alludono, spesso
riprendendone sinteticamente le fila, a vari dibattiti già in atto. Si tratta di tematiche di
notevole importanza, di notevole riscontro saggistico, di considerevole vibratilità gnoseologica.
Basti, qui, sottolineare la revisione, e si dica pure - in molti passaggi critici - la smentita, la
ridefinizione, l’affondo di articolazione e di distinzione, se non anche di ribaltamento, che si
esercitano sui luoghi comuni affermatisi riguardo al materialismo del secondo Ottocento e al
positivismo. Sono i procedimenti che emergono, oltre che da altri contributi, dal citato
Materialismo inquieto di Girolamo De Liguori; il materialismo, in particolare, ha dovuto soffrire
non solo d’un’accusa di interna fragilità teorica, di «endemica incapacità […] di trarre dai
paradigmi scientifici cui aderiva adeguate generalizzazioni filosofiche» (p. 4), ma anche di una
sconfessione dovuta all’allentarsi, in Italia, della polemica tardoottocentesca tra laici e clericali;
in séguito, le «conversioni fideistiche ed idealistiche», la prima guerra mondiale, la «confusione
delle coscienze», l’avvento del fascismo non favorirono certo un sereno riesame dello stesso
materialismo, e meno ancora (ibidem) «il chiarificarsi della questione epistemologica del
materialismo che venne come accantonata e relegata entro la soffitta delle vecchie eredità
ottocentesche». E neppure il secondo dopoguerra fu propizio al materialismo; la scia della
collaborazione resistenziale di forze laiche e di forze cattoliche esautorò i «vecchi residui
anticlericali con le annesse propaggini materialistiche», e, nello stesso tempo, permise
«l’accoglimento acritico del giudizio definitivo pronunciato dall’idealismo crociano su tutta la
cultura positivista: giudizio che sostanzialmente veniva confermato, entro l’area marxista,
grazie al tipo di recupero e di lettura che fu fatta dell’opera gramsciana»: «tutta una zona della
filosofia europea, la più vicina agli sviluppi della ricerca scientifica, veniva erosa e sottratta al
vivo circuito del sapere contemporaneo» (p. 5). Non può a questo punto mancare
l’individuazione del ruolo svolto, nell’intento di recupero d’una più equa valutazione del
materialismo, da Sebastiano Timpanaro, titolare del «primo tentativo storiograficamente
innovatore […] avanzato […] negli anni Sessanta […], un discorso che, se per primi coinvolgeva i
16
marxisti, aveva un respiro e una portata ancor più vasta, tanto da recuperare entro la tradizione
della cultura nazionale […] l’originalissimo materialismo leopardiano» (p. 6)31:

Timpanaro, oltre a ricollocare Engels entro la tradizione del marxismo occidentale, conduceva parallelamente una
lotta serrata contro gli interpreti francofortesi di Marx, gli strutturalisti e i loro successori, e tutti gli svariati
tentativi di dialogo tra psicanalisi e marxismo: difendendo una rigorosa e coerente linea materialistica entro una
profonda adesione al marxismo. Preso atto dei limiti storici dello scientismo di un Moleschott e di un Büchner,
egli sottolineava con forza come «il loro materialismo aveva più legami con le scienze della natura di quanti ne
avesse il cosiddetto materialismo (in realtà piuttosto umanismo naturalistico) di Feuerbach»; e ribadiva
severamente che “la risposta” alle storture ed agli immediati collegamenti tra il biologico e lo storico, «doveva esser
data all’interno del materialismo: non come semplice rivendicazione dell’elemento soggettivo, concepito ancora
spiritualisticamente» (ivi, pp. 6-7).

L’indagine di De Liguori, in tal senso, ha inteso percorrere non già gli itinerari già esplorati
dalla storiografia, volti a esaminare (p. 7) le «più note posizioni dei filosofi del positivismo» e i
loro «atteggiamenti nei confronti del materialismo dei loro anni», bensì ha inteso analizzare i
contenuti, le teorie e i modelli elaborati, «sostenuti o rifiutati», da «una notevole parte della
cultura scientifica italiana che si pose il problema del materialismo», una cultura i cui protagonisti
«vennero classificati prima ancora di venir letti»; ed è una «cultura» che non ha in definitiva
avuto alla base delle sue analisi «una scelta ideologica o morale», ma è una cultura che,
piuttosto, ha probamente valorizzato il riscontro effettivo, e talvolta desultorio, con «la
fecondità o le contraddizioni» che il materialismo appariva produrre «sul terreno specifico delle
sue competenze: la fisiologia, la medicina, la biologia, l’antropologia, la psichiatria, la
psicologia» (ibidem). Nomi come quelli di Salvatore Tommasi e di Arnaldo Cantani, e,
variamente, di Antonio Labriola e di Enrico Morselli, di Cesare Lombroso e di Giuseppe Sergi,
di Mariano Luigi Patrizi, di Adolfo Faggi, di Pietro Martinetti e di Filippo Masci, di letterati
come Arturo Graf e come Antonio Fogazzaro, i nomi di Felice Tocco, di Roberto Ardigò, di
Francesco De Sarlo riportano sotto la giusta attenzione, di marca analitica e nel contempo di
identità storiografico-contestuale, l’indole culturale del materialismo secondoottocentesco, e, al
suo interno, i dibattiti e le polemiche che vi si condussero, spesso in maniera tutt’altro che
infeconda, anche in prospezione primonovecentesca. Né è possibile che in seno a tale, «ampio,
tormentato dibattito», non vengano convocati in prima fila alcuni dei grandi nomi dello
scientismo europeo, e, in genere, internazionale: Claude Bernard, innanzi tutto, con la sua
médicine expérimental, e quindi Helmholtz, Darwin, Spencer, Mill, Wundt, Fechner, James,
antropologi quali Taylor e Frazer. Scriverà a questo proposito De Liguori (ivi, p. 12):

[…] se si prescinde dallo scientismo di marca ottocentesca, per tanta parte legato al confronto con le scienze
europee, molto più povero appare il panorama della nostra cultura tra i due secoli e come eroso dal vario paesaggio
su cui vediamo elevarsi la fenomenologia di Husserl, la psicanalisi di Freud, le differenti figure
dell’empiriocriticismo e del convenzionalismo, da Mach ad Avenarius, a Poincaré a Duhem fino agli ultimi sviluppi
della filosofia tra le due guerre. Da noi, tutto si sarebbe ricondotto al neo-idealismo: intorno, il deserto dei
fallimenti, le svendite, le bancarotte, i resti di un madornale equivoco […].

I «recenti studi […] hanno ribaltato tale deformante immagine, ma non hanno ancora […]
restaurato il giusto ruolo svolto […] da quello che si definì materialismo scientistico»:

31 Prima in Materialismo e positivismo. Questioni di metodo, in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Bari», voll. XXVII-XXVIII, 1984, pp. 419-453 (i brani citati si possono trovare a p. 6
nell’estratto). De Liguori si riferisce, naturalmente (citando dalla prima edizione), a S. TIMPANARO, Sul
materialismo, cit., 1970, pp. 64-65; e ricorda, altresì, il richiamo timpanariano presente in U. MELOTTI, Oltre la
sociobiologia. Verso una nuova scienza unitaria dell’uomo, in Sociobiologia possibile. Neodarwinismo e scienze dell’uomo: la
ricerca di un’alternativa al determinismo biologico, a cura di M. Ingrosso, S. Manghi, V. Parisi, Milano, Angeli, 1982, in
part. pp. 40-42. Un’accurata bibliografia sui testi del materialismo, valida anche come «traccia della letteratura
europea sul materialismo naturalistico (o scientistico)» (p. 199), con specifico focus sulla cultura positivistica
italiana, è presente alla fine del volume laterziano, alle pp. 199-224.
17

Tale ruolo […] consiste nell’avere posto il problema dell’uomo al centro di una inchiesta in cui, con la filosofia,
venissero coinvolte la fisiologia, la biologia, la psicologia e l’antropologia; nell’avere intuito l’esigenza di una filosofia
scientifica e di una prospettiva monistica che evitasse le correnti metafisiche e ponesse ordine entro i reperti delle
conoscenze sperimentali; di aver tenuto a battesimo, per così dire, alcune discipline, come l’etnologia,
l’antropologia e la neuropsichiatria (si pensi a Morselli, Lombroso e Sergi) e, infine, la psicologia. […] ogni
problematica filosofica e scientifica passò in quegli anni in Italia quasi esclusivamente connessa a temi e istanze
naturalistiche o materialistiche; va perciò ribadito che la stessa psicologia è sorta e si è sviluppata all’interno della
crisi del materialismo scientistico, in serrato confronto […] con le teorie del parallelismo e del materialismo
psicofisico oltre che con l’empiriocriticismo di Mach e di Avenarius.

«[…] ogni problematica filosofica e scientifica passò in quegli anni in Italia quasi esclusivamente
connessa a temi e istanze naturalistiche o materialistiche»; non appare dunque benemerenza
culturale esigua il “battesimo” di discipline quali l’etnologia, l’antropologia, la neuropsichiatria,
e addirittura la psicologia, disciplina di cui è a tutti noto (e verificabile in ogni trattato “storico”
al riguardo), in relazione alle sue matrici ottocentesche, il “debito” originario con le figure e con
l’opera di Wundt e di Fechner. Non appare peregrino chiudere con le parole dello stesso
filosofo, De Liguori appunto, scegliendo una citazione fra le tante che si potrebbero trarre
dall’importante volume I baratri della ragione, riguardo alla “vulgata” antigrafiana e
antilombrosiana, ed in genere antipositivistica e antiscientistica, che ha voluto seppellire per
lungo tempo molte ricerche, molti intellettuali e molte opere del nostro tardo Ottocento:

Tutta la derisione che la critica ha sovente riservata all’adesione grafiana alle esagerazioni lombrosiane resta per
buona parte destituita di fondamento; e va essa spiegata con il clima provincialistico instauratosi in Italia negli
anni del fascismo e con il solo sistema neo-idealistico dominante il quale operava tra la vita culturale della nazione
e l’Europa un unico canale di mediazione. Solo dopo la riacquistata «libertà» la nostra cultura ha potuto riallacciare
i fili con quella tradizione, nata entro il magma positivistico-scientistico europeo di fine secolo e riprendere, a un
livello più alto, il suo processo d’evoluzione critica. In questi termini il dialogo con figure mal note e sotterrate
dall’ingiusto giudizio s’impone, non per chiudersi nell’angustia del provincialismo ma, al contrario, per riaprirsi alla
grande tradizione scientifica dell’Europa ottocentesca32.

Ed è altamente, e drammaticamente significativo, che tra lo scientismo, tra il movimento


sperimentale dei saperi (certo necessitato «a un livello più alto» nel «suo processo d’evoluzione
critica»), e il panlogismo storicistico-hegeliano della reciproca identificazione di «reale» e di
«razionale», si realizzi, qui, un divorzio, una netta, recisa, quasi impietosa divaricazione di vie e
di metodologie, che, pur collaudata da precedenti scansioni della storia della cultura, apre alla
ragione i «baratri» del nulla, della latitanza dei significati, della “forbice”, non si dirà fra i saperi
e la stessa ragione, ma tra saperi e “razionalità”, quando quest’ultima ambisca alla
secolarizzazione logico-storica dei propri modelli; fra i vettori di critica diretti alle cattedre di
influente prestigio culturale, accademiche o meno, non appare davvero vettore ultimo questa
ripresa di studio e di considerazione dello scientismo, questa ripresa di valorizzazione dei suoi
stessi inevitabili errori metodologicamente probi quanto una verità, questa stessa
valorizzazione della sua capacità di apportare salutari contributi di riesame e di discussione in

32 Vd., da I baratri della ragione (cap. VIII: L’analisi psicologica), cit., il paragrafo Graf, Lombroso e i lombrosiani. La
letteratura tra antropologia e neuropsichiatria, pp. 315-326, qui, pp. 321-322.
18
direzione appunto della cattedra del professor Hegel a Berlino, e, in Italia, riguardo alla figura
del nume Benedetto Croce, alla sua pur acclarata grandezza33 :

La razionalità è un bel castello - o un modello epistemologico - che si costituisce con sapienza e logica riflessione;
la realtà è un caotico succedersi di fatti in mezzo ai quali le nostre prospettive, i disegni, le fedi, i progetti si
dissolvono in nulla. Da qui, la tragica inversione della formula hegeliana: ciò che è razionale è irreale; ciò che è reale è
irrazionale. Non l’irriverente iconoclastia di un eccentrico ma la sofferta rivelazione del nulla che abita la nostra
storia, gonfia di boria razionale. Come nella stupita rivelazione di Montale a se stesso: «Forse un mattino andando
in un’aria di vetro, / arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro / di
me […]».

È in questo senso che la forte tendenza critica nei riguardi dell’idealismo, nella lezione dei due
studiosi (concetto comprensivo delle reciproche letture, talvolta offerte “in anteprima”), non si
esaurisce certo in una direzione unilineare, ma, anzi, non manca di colpire pure il marxismo, o
almeno le sue declinazioni novecentesche più patentemente refrattarie al materialismo, come
chiarisce ancora Timpanaro34 :

L’interesse per la matematica o per la fisica o per la fisiologia, certo, non sorge se non in un determinato ambiente
sociale; l’adozione di determinate tecniche di ricerca non è pensabile se non in una determinata società; […] Ma i
risultati di verità obbiettiva a cui le scienze sono pervenute già nelle società presocialistiche […] non sono risolvibili
in termini di ideologia schiavistica o feudale o borghese […] Filosofia, scienza, arte non traggono stimolo e
alimento solo dal terreno artificiale della società, ma anche dal terreno naturale.

Ma così anche De Liguori, qui più che mai in perfetto accordo con il prestigioso
corrispondente epistolare35:

Non solo l’idealismo tende a svilire il portato di verità obbiettivo delle scoperte naturalistiche, anche il marxismo
finisce, paradossalmente, per svolgere «un’azione antimaterialistica e antropocentrica»; almeno laddove trasferisce
arbitrariamente il concetto di sovrastruttura dalla critica della religione e del diritto, dove originariamente era
nato, alla «conoscenza scientifica».

Alcune lettere del carteggio sono state pubblicate dallo stesso De Liguori; si ricordino le
lettere del 4 febbraio e del 23 ottobre 1970, del 2 e del 15 luglio, del 3 novembre e del 6
dicembre 1971, del 27 ottobre 1972, del 1 luglio 1973, del 17 maggio 1980, del 1 febbraio 1981,
dell’11 dicembre 1999 36 ; la lettera del 17 maggio 1980 è ripubblicata in «Segni e
comprensione» (insieme alla lettera del 1 giugno 1982, allora in prima pubblicazione)37. Qui si

33 Cfr. G. DE LIGUORI, La lezione scettica di Rensi, in «Critica liberale», IV, 33 (settembre-dicembre 1997), pp.
101-102; qui, p. 102. Riguardo alla basilarità per la scienza ottocentesca del Claude Bernard della médicine
expérimental, e alla linea fortemente critica nei confronti delle involuzioni antimaterialistiche, con ottimi esempi
già in Marx contro Hegel e nello stesso Timpanaro verso Freud, si cfr. G. DE LIGUORI, Il classicista e la scienza, cit.
pp. 99-100: «Sarà l’involuzione della teoria, dalla neurofisologia, di cui esempio incomparabile di metodo era stata
la médicine expérimental di Claude Bernard, alla teoria generale dell’umanità e della società: da scienza a mito del
decadentismo europeo. Il filologo classico e il leopardiano marxista demistifica, come aveva saputo fare il giovane
Marx con Hegel, Freud e la psicoanalisi anche nelle sue successive ibridazioni francofortesi, strutturalistiche di
varia disponibilità antimaterialistica».
34 In Sul materialismo, cit., I ed., pp. 25 ss.
35In Il classicista e la scienza, cit., p. 102. Le due citazioni virgolettate sono dal Timpanaro di Sul materialismo (vd.
nota precedente), sempre pp. 25 ss., in part. n. 16.
36Cfr. Lettere di Sebastiano Timpanaro a Girolamo De Liguori, in «Il Ponte» (La morte di Spinoza. Scritti di e su Sebastiano
Timpanaro), a c. di M. A. Feo, LX, 10-11, 2004, pp. 160-181.
37 Si tratta dell’Appendice all’articolo Il classicista e la scienza, cit., pp. 106-109.
19
adotta il criterio della pubblicazione di una prima parte del corpus epistolare (diciannove
lettere, dal 4 febbraio 1970 al 1 luglio 1973); in séguito, vi sarà un salto cronologico di sei anni e
quattro mesi, con una ripresa epistolare, sempre da parte di Timpanaro, il 4 novembre 1979 (un
periodo che comprende quasi per intero, da parte del filosofo “non accademico” alle prese con
le difficoltà di pubblicazione, un arco di “silenzio” bibliografico, 1971-1980, che termina
appunto con la stesura, nel 1979, di una rassegna di studi su Arturo Graf, ancora in «Problemi»);
tale flusso epistolare durerà appunto dalla lettera n. 20 sino alla lettera n. 54, del 15 marzo 1988;
quindi, vi è un altro salto cronologico, di quattro anni e mezzo (marzo ’88-settembre ’94), che
va sino all’inizio dell’ultimo gruppo di lettere, comprendente quattro sole missive, dalla n. 55
alla n. 58 (3 settembre 1994-11 dicembre 1999; ma anche in questa suddivisione, qui ovviamente
adottata per opportunità, si registra un salto quadriennale, fra la penultima e l’ultima lettera, la
n. 58 e la n. 59: 31 gennaio 1996-11 dicembre 1999). In totale, cinquantotto lettere. Delle
diciannove che qui in prima tranche pubblichiamo, un gruppo compatto e a suo modo coeso di
missive anteriori alla cesura 1973-1979, rivelatrici d’un intenso triennio di scambi epistolari,
tutte, ad eccezione della quinta (manoscritta, da Firenze, dell’ 8 gennaio 1971), sono
dattiloscritte e redatte in foglio di formato A4.
20
LETTERE
I

50122 Firenze, 4 febbraio 1970


Via Ricasoli 31.

Caro De Liguori,
ti ringrazio moltissimo della tua lettera così cordiale e interessante. Il tuo progetto di studiare le vicende
subìte dal pensiero leopardiano nella cultura europea mi sembra ottimo: non esiste nessun lavoro di questo
genere, e se ne sente davvero il bisogno. Molto giuste mi sembrano anche le linee essenziali dell’articolo più
breve che stai scrivendo38. Credo anche io che, come tu dici con molta efficacia, ci sia un rapporto tra il no
alla filosofia leopardiana e il no di un Mazzini a un Buonarroti. Il rapporto, naturalmente, non è immediato,
perché il pensiero leopardiano, a differenza di quello buonarrotiano, non mira direttamente alla politica (la
sua politicità esiste, ma è più mediata e indiretta); e tuttavia il rapporto sussiste, e mi sembra che il tema sia
suscettibile di fecondi sviluppi.
Anche su tutto il resto della tua lettera – cioè sulla matrice spiritualistico-conservatrice del liberalismo
italiano, e sulla sua conseguente incapacità di comprendere il pensiero del Leopardi, e sulla sostanziale
continuità che, per questo come per molti altri aspetti, lega Croce alla tradizione spiritualistica ottocentesca –
io sono perfettamente d’accordo. Farei soltanto due osservazioni, le quali probabilmente non rappresentano
un dissenso dalle tue idee, ma solo una precisazione che è forse già implicita in ciò che tu mi hai scritto. 1)
Credo che bisognerebbe dare risalto non solo alla corrente più chiusa, più retriva (e quindi più
antileopardiana) dello spiritualismo italiano dell’Ottocento – Cantù, Tommaseo ecc. -, ma anche a quei
liberali laici più aperti, i quali compresero la grandezza del Leopardi e, a modo loro, lo amarono, ma sempre
sentendosi intimamente combattuti tra questo amore e una certa avversione di fronte alla spietata critica
leopardiana di ogni provvidenzialismo e antropocentrismo (non soltanto di quello della religione cattolica,
ma anche di quello dell’idealismo laico e immanentista). Alludo, come ben comprendi, soprattutto al De
Sanctis. 2) Proprio perché è esistita una incomprensione (o una difficile e tormentata comprensione) del
pensiero leopardiano da parte di liberali aperti e non retrivi, esiterei un poco a presentare l’antileopardismo
solo come un fenomeno di “provincialismo” tipicamente italiano. Gente come Manzoni o Capponi era, a suo
modo, “europea” e non provinciale: l’orientamento spiritualistico (sia nella forma cattolico-liberale, sia in
quella hegeliana) è comune a quasi tutta la cultura europea della Restaurazione e ha propaggini importanti
anche dopo. E’ certamente giusto sottolineare i caratteri di sottosviluppo e di arretratezza che gran parte della
cultura italiana dell’Otto e del Novecento presenta in confronto a nazioni europee più avanzate; ma la fobia
antimaterialistica non fu solo un male di noi sottosviluppati: essa ebbe i suoi centri più attivi a Parigi, in
Svizzera, a Berlino. Non per nulla il Leopardi incontrò tanta incomprensione (e la incontra tuttora!) anche
all’estero; e in quei pochi che se ne occuparono – come Bunsen, come Saint-Beuve – ritornano quelle stesse
perplessità antimaterialistiche che notiamo nei critici italiani. Naturalmente bisogna fare i conti anche con un
fatto generale, cioè con la scarsissima conoscenza all’estero di tutta la letteratura italiana post-
rinascimentale; eppure un Manzoni conobbe anche all’estero ben altra popolarità, proprio perché era
all’unisono col cattolicesimo liberale europeo.
Insomma, mentre sono completamente d’accordo sulla tua diagnosi generale – l’avversione al Leopardi
come manifestazione di antimaterialismo e di conservatorismo politico-sociale -, insisterei un po’ meno
sull’aspetto esclusivamente italiano, “provinciale”, di questo atteggiamento.

Sarò ben lieto di continuare a scambiare idee con te su questo argomento. Ti faccio intanto i più vivi auguri
per il tuo lavoro e ti saluto con viva cordialità.
Tuo
Sebastiano Timpanaro

[Aggiunta manoscritta]

38 Il contributo sarà pubblicato sotto gli auspici di Giuseppe Petronio: cfr. G. DE LIGUORI, Vincenzo Gioberti e la
filosofia leopardiana. Momenti del conflitto tra l’ideologia cattolico-borghese e la protesta leopardiana, in «Problemi»,
28 (1971), pp. 1178-1184.
21
Non sono «decisamente innanzi agli altri» su questi problemi! Ho sviluppato alcune idee di Luporini, Binni,
La Penna. Ho cercato di fare qualche altro passo avanti nella 2a ed. di Classicismo e illum., ora uscita39. Ma
molto rimane ancora da fare.

II

Firenze, 17 marzo (s. a., ma 1970)

Caro De Liguori,
grazie del saggio su Rensi40 : l’ho letto con particolare interesse, perché, da giovane, lessi le opere di Rensi
con grande passione e adesione (solo più tardi, approfondito lo studio del pessimismo materialistico
leopardiano, mi sentii più distaccato dal pessimismo scettico-misticheggiante rensiano). Il tuo lavoro, di cui
nella tua lettera ti dichiari scontento, a me sembra molto buono: il pensiero di Rensi vi è esaminato con la
necessaria simpatia e, insieme, col necessario distacco critico. Una gradita sorpresa, poi, per me
personalmente, è stata il trovarvi come chiusa un veso di Ennio, poiché, guarda caso!, anche Ennio è un mio
amore di gioventù: io provengo da studi di filologia classica, e il primo lavoro a cui mi accinsi - poi non
condotto a termine - fu appunto un’edizione critica dei frammenti enniani, che avrebbe dovuto sostituire
quella del Vahlen.
Ma basta con questo mio autobiografismo! Volevo solo dirti che ho molto gradito il tuo saggio e che
aspetto con interesse e fiducia l’esecuzione del tuo progetto di lavoro sul Leopardi e lo spiritualismo italiano.
Alla Nazionale di Firenze gran parte dei periodici sono stati danneggiati dall’alluvione del 1966: alcuni
sono irrimediabilmente perduti, altri (i più, per fortuna) sono in restauro. Il personale è affaccendato appunto
nell’opera di restauro e la biblioteca funziona ad orario ridotto41. Di qui, probabilmente, la mancata risposta
alle tue richieste. Il libro che è “in lettura”, tuttavia, dovrebbero mandartelo presto; quanto alle riviste, sarà
forse meglio che tu le chieda in prestito esterno a Roma. “Letteratura” (non le altre due) c’è anche alla
Marucelliana di Firenze, che non ha avuto danni dall’alluvione.
Grazie ancora e tanti saluti cordiali
dal tuo
Sebastiano Timpanaro

III

Firenze, 23 ottobre 1970.

Caro De Liguori,
scusami se rispondo con ritardo alla tua affettuosa lettera. Ho letto il tuo articolo leopardiano: a me
sembra molto buono, e sono convinto che una polemica contro le sempre risorgenti interpretazioni

39S. TIMPANARO, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri-Lischi («Saggi di varia umanità»,
Collana diretta da L. Caretti, n. 2), 19692 (I ed.: ivi, 1965).

40 Il saggio cui si riferisce Timpanaro è una delle prime stesure di successivi lavori rensiani di De Liguori, che
all’epoca della lettera ha all’attivo, come contributo già pubblicato su Rensi, “solo” Lo scetticismo giuridico di
Giuseppe Rensi, in «Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto», XLIV (1967), f. II. Le pagine del «saggio su
Rensi» serviranno anche in vista di G. DE LIGUORI, Un Leopardi antiprogressivo, in «Dimensioni», XV, 1, 1971,
contro l’interpretazione fornita sul pensiero di Leopardi, e su quello di Rensi, da A. DEL NOCE: Giuseppe Rensi tra
Leopardi e Pascal, in Atti della Giornata rensiana, a cura di M. F. Sciacca, Milano, Marzorati, 1967. De Liguori si
premura, comunque, di giudicare «fondamentale» il contributo di Del Noce. Sempre nel 1971, e sempre in
«Dimensioni» (XV, 2), De Liguori pubblica In tema di materialismo marxista. I concetti inerenti la passione giovanile,
ma anche il successivo interesse di Sebastiano per Rensi sono ripresi, in termini assai simili - quasi “ripetuti” - nelle
lettere LV e LVII (3 settembre 1994 e 31 gennaio 1996), di prossima pubblicazione da parte nostra.
41Riferimenti a richieste, da parte di De Liguori, di fotocopia di periodici della Nazionale di Firenze saranno
presenti in altre lettere di Timpanaro: cfr., di quest’ultimo, le missive fiorentine del 6 aprile 1981 e del 20
settembre 1986, di prossima pubblicazione.
22
religiosizzanti e cristianeggianti del Leopardi è sempre attuale e sempre necessaria42. Ho molta stima e
simpatia per Petronio, ma questa volta le sue ragioni non mi convincono: che gli Atti rensiani siano usciti nel
1967, non dovrebbe costituire difficoltà, perché interpretazioni come quella di Del Noce continuano tuttora
ad avere successo e perché il tuo articolo contiene molte osservazioni interessanti che vanno al di là
dell’occasione polemica che le ha suscitate; che Del Noce sia ben disposto a dialogare coi marxisti, è cosa
che gli fa onore, ma non è certo un buon motivo per rinunziare a demistificare ciò che egli dice sul Leopardi:
il “dialogo” coi cattolici dovrebbe avvenire sotto l’insegna della massima chiarezza, non delle dolci
diplomazie. Su quest’ultimo punto, per la verità, Petronio è generalmente d’accordo; non so per quale
ragione si sia preoccupato, questa volta, di non ospitare un articolo polemico come il tuo43 .
Dato il no di “Problemi”, anch’io avrei pensato a “Belfagor”; e mi dispiace molto di apprendere dalla tua
lettera che anche questa via è sbarrata. A questo punto non so davvero a chi potremmo rivolgerci, perché
temo assai che riviste [canc.: «troppo»] accademiche, come il “Giornale storico”, troverebbero l’articolo
troppo polemico e troppo “politicizzato” (il che, ovviamente, è invece un suo pregio), mentre riviste di
“nuova sinistra” come i “Quaderni Piacentini” lo troverebbero, al contrario, troppo poco immediatamente
politico.
Vuoi provare a mandarlo alla “Rassegna Pugliese”, cioè all’Avv. Agostino Cajati suo direttore, dicendo
che io ho espresso sull’articolo un parere molto favorevole e consenziente? Oppure a Ottaviano Giannangeli,
che dirige “Dimensioni” a Pescara (via Nicola Fabrizi 32)? Anche Giannangeli è mio amico. Se decidi per
una di queste due riviste (o eventualmente prima per una e poi per l’altra), fammelo sapere, e io scriverò una
lettera di “appoggio”. Lo so: non sono, né l’una né l’altra, soluzioni brillanti. Si tratta di riviste alquanto
provinciali, e certo il tuo articolo stava assai meglio su “Belfagor” o su “Problemi”. Ma non mi viene in
mente, pur avendoci pensato, alcuna altra soluzione. Io stesso ho pochi contatti, perché sono fuori del mondo
universitario e perché la mia materia d’origine non è la letteratura italiana, ma la filologia classica.
Fammi sapere ancora qualcosa. Tanti saluti cordiali e auguri di buon lavoro
Dal tuo
Sebastiano Timpanaro

IV

Firenze, 9 novembre 1970

42 Cfr. qui sopra, n. 38.


43 Il “no” di Petronio è motivato sulla base dei tre anni intercorsi dalla pubblicazione degli Atti rensiani (1967), e
quindi, più ancora, dal tempo trascorso dall’effettiva redazione dei relativi contributi: l’intervallo di tempo
renderebbe meno attuali, almeno presso il pubblico dei lettori, sia le tesi di Del Noce, sia la critica di De Liguori.
Nello stesso 1967, lo stesso De Liguori aveva già scritto il citato Lo scetticismo giuridico di Giuseppe Rensi. In La lezione
scettica di Rensi, a trent’anni dall’ultimo contributo citato, in «Critica liberale» del 1997, p. 101, De Liguori ricorderà
«il giudizio sprezzante con cui Gentile liquidò Giuseppe Rensi, come “filosofo che salta e balla e fa sberleffi
innanzi al pubblico […], prima idealista, poi scettico, più tardi dogmatico, […] sofista sempre e cervello vano”:
incarnazione della contestazione a tutti i costi, incoerente e superficiale». Ben diversa è, in realtà, la cifra filosofica
di Rensi (ibidem): «Tutt’altro che filosofo dell’allegra contestazione, egli fu e resta un pensatore severo: critico
feroce di un idealismo che aveva assimilato e vissuto in se stesso, intrecciandolo con un costante amore per i
filosofi antichi, dai sofisti a Platone, letti in sintonia e in segreto confronto con l’opera leopardiana - anche questa
riproposta alla dignità della filosofia - e le suggestioni della filosofia contemporanea da Max Scheler a Simmel. / Se
una categoria o un colore vogliamo dargli, anziché quello dello scettico, sotto cui volle sempre e coerentemente
presentarsi, io proporrei quella del perplesso». L’impopolarità alla quale i «pensatori scomodi», «i perplessi» sono
destinati ad andare incontro può essere in parte riequilibrata dal loro successivo recupero, cui giova esattamente la
cifra speculativa anticonformistica; e nella riflessione di De Liguori si affacciano, tra gli altri, certo non
casualmente e anzi nella loro importanza, nomi come quelli di Graf e di Martinetti (ibidem): «La professione di una
sorta di materialismo o di scetticismo; la scoperta di verità del tutto negative; la dichiarazione di bancarotta della
ragione, come la denuncia delle fedi facili e consolatorie, provoca, in determinati momenti storici, un vero e
proprio cataclisma tra i benpensanti […]. La distanza temporale aiuta a ricomporre i valori e tornano a dire la loro
tutti quei pensatori scomodi che io chiamo “i perplessi”. E non perché tentennanti e insicuri, incapaci di scelte
coraggiose, tutt’altro (penso a quel possente: “Non io / con tal vergogna scenderò sotterra”, di leopardiana
memoria); ma perchè la perplessità gnoseologica, etica, politica, religiosa è un segno storico, in Italia - comune a
molti spiriti severi tra i due secoli (Graf, Martinetti, Zino Zini, Pirandello, tra gli altri), i quali non trovarono nello
storicismo e nella filosofia dello spirito la risposta alle ansie ereditate dalla crisi di fine secolo -: una filosofica
disposizione che prepara non alla azione propria ma a quella delle generazioni future».
23

Caro De Liguori,
ho scritto a Ottaviano Giannangeli raccomandandogli caldamente il tuo articolo44 . Quanto all’altro
articolo, sarò ben lieto di leggerlo, e lo manderò poi a Russo45. Non ho molta fiducia nelle mie doti di
raccomandatore presso Russo; tuttavia tentare non nuoce. Aspetto dunque il tuo dattiloscritto. Ti ringrazio,
intanto, della tua lettera affettuosa e dell’invio de “La voce del sic et non” e di “Presenza”. Vedo che si è
trattato di iniziative intelligenti, coraggiose e per nulla “provinciali”, che hanno ottenuto la partecipazione di
alcuni tra i migliori intellettuali della sinistra italiana, giovani e anziani46 . La rivista ha poi interrotto le
pubblicazioni? Contate di riprenderla?
Tanti saluti cordiali
dal tuo
Sebastiano Timpanaro

Firenze, 8. I. 197147

Caro De Liguori,
scusami se rispondo con tanto ritardo alla tua lettera: prima vari pressanti impegni, poi l’influenza, mi
hanno costretto a tardare finora.

44 Giannangeli è direttore di «Dimensioni»; per l’articolo, vd. qui sopra, n. 38.


45 Carlo Ferdinando Russo, in effetti, come direttore della rivista «Belfagor», si rivelerà assai difficile e umbratile
nella ricezione delle proposte di scritti di potenziali collaboratori. La lettera con la quale Timpanaro caldeggerà
l’uscita dell’articolo (il Gioberti e Leopardi: vd. qui sopra, n. 36) che a questa data, appunto, non ha ancora potuto
leggere, incontrerà un rifiuto (cfr. successive lettere IX e X, del 15 maggio e del 2 luglio 1971, e, in séguito, la lettera
XX dell’epistolario, del 4 novembre 1979) cui Sebastiano più volte farà riferimento, in tono amaro e insieme
ironico. Il contributo sull’Efirov, a sua volta (vd. sopra, n. 13 della nostra introduzione), uscirà, con il titolo Efirov e
la filosofia italiana, in «Problemi», 25, 1971, pp. 1130-1132. Anche in questo caso, come si vede, è stato Petronio a
provvedere all’uscita dell’articolo.
46 «Sic et Non» (significativo il titolo che stana alla contraddizione, al dubbio, alla molteplicità di vedute) è,
propriamente definendolo, un circolo culturale di area brindisina, fondato appunto nel 1965 ad Ostuni da De
Liguori e da altri giovani intellettuali; il circolo riesce a catalizzare l’adesione, e l’attiva collaborazione, di varie
personalità della politica e della cultura, quali il senatore Ambrogio Donini («lo storico del Cristianesimo, il grande
allievo eretico di un eretico, Ernesto Buonaiuti» - cfr. G. DE LIGUORI, Il classicista e la scienza, cit., p. 98 -), il
meridionalista e letterato Tommaso Fiore, Lucio Lombardo Radice, in veste di matematico e di fondatore e
direttore di «Riforma della scuola»; aderiscono al circolo anche alcuni docenti delle università pugliesi (Bari e
Lecce) e dell’università di Roma. Temi principali dell’impegno politico-civile del circolo sono il dialogo tra
marxisti e cattolici e, altresì, la campagna per il divorzio. Seguono ulteriori adesioni di uomini politici e di
importanti studiosi, ma si intensifica il dialogo anche con gruppi cattolici come quello del Gallo di Genova e come
quello di Firenze, che fa capo a Giorgio La Pira, alla rivista «Testimonianze», e quindi ai direttori, ovvero padre
Ernesto Balducci e Danilo Zolo; e altrettanto avviene con la scuola di Barbiana e con don Lorenzo Milani. Il «Sic
et Non» ha come voce editoriale la rivista Presenza, diretta da De Liguori: un’esperienza quasi pionieristica nella
realtà meridionale italiana del tempo. I sette numeri del periodico pugliese, insieme ad altri materiali relativi a
questa attività di impegno civile, si trovano nella Biblioteca Comunale “Francesco Trinchera” di Ostuni e fruiscono
di ulteriore trattazione nel volume G. DE LIGUORI, Scherzi della memoria. Mappa di un itinerario non turistico tra
politica e cultura in una provincia del Sud (1963-1999), prefazione di Franco Ferrarotti, postfazione di Nicola Siciliani
de Cumis, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore («Percorsi formativi», collana diretta da G. Cacioppo, n.
19), 2008. All’epoca di «Sic et Non» risale anche il sodalizio culturale e umano con Bartolo Anglani (su cui vedi più
sotto); un sodalizio che giungerà sino agli studi, coltivati da ambedue gli studiosi, sul Settecento italiano e francese
e su Leopardi.
47La lettera V, l’unica manoscritta delle diciannove che qui pubblichiamo, richiama l’abitudine dell’indicazione del
mese in numero romano: «I», anziché «gennaio». Si noti anche l’uso delle virgolette |« »| caporale, consentito dalla
scrittura a mano, e non consentito dalla tradizionale macchina da scrivere, che dispone invece delle |“ ”| virgolette
in alto.
24
Ho letto i tuoi due interventi, che qui ti rimando. Mi sembrano ottimi ambedue. Devo confessare di non
conoscere l’Efirov; ma le osservazioni che tu muovi a lui (e a Garin) mi sembrano giuste, e giusta senza
dubbio è l’esigenza di una storia delle idee che non rimanga sul piano delle idee ma scenda più giù, al livello
delle forze economico-sociali. Ancora migliore mi sembra la seconda nota48 , la quale tratta di un problema
che mi sta particolarmente a cuore, ma con osservazioni nuove, anche perché tu leghi il problema del
materialismo a quello dello scetticismo49.
Due osservazioni minime a questa seconda nota. Il Farrington è senza dubbio uno studioso geniale e la
sua critica delle radici sociali del platonismo è giusta, ma non altrettanto pacifica è la sua raffigurazione di un
epicureismo50 progressista anche sul piano politico-sociale. I pochi movimenti di democrazia avanzata o di
«comunismo» che vi furono in epoca ellenistica e romana ebbero una matrice ideologica piuttosto stoica che
epicurea (sebbene lo stesso stoicismo, nella sua versione «ufficiale», servisse anche ottimamente da
ideologia della classe dominante). Tu stesso del resto, osservi ciò poco dopo, là dove dici che il materialismo
fino al sec. XVIII è stato - a dispetto delle sue intenzioni, potremmo dire - filosofia di élites; ma forse ciò
andrebbe in qualche modo preannunciato anche dove sembri citare il Farrington con incondizionato
consenso.
Un’altra, ancor più irrilevante, osservazione … personale. All’inizio della 2a pag. di questo tuo secondo
intervento, tu citi una mia frase per cui lo studio delle scienze costituirebbe la migliore confutazione del
materialismo; e in nota scrivi: «Così S. Timpanaro … » ecc. Il lettore, temo, avrà l’impressione che
quell’opinione, secondo cui il mat. è il portato del “senso comune prescientifico”, sia mia, mentre io la
riferivo come un’opinione da combattere. Perciò, se proprio vuoi mantenere la citazione (non sarebbe
necessario), potresti scrivere in nota per es.: «A tale diffusa opinione allude polemicamente S. Timpanaro
ecc.», o qualcosa di simile.
I tuoi interventi hanno, oltretutto, il pregio oggi rarissimo di essere molto bene scritti, con efficacia e
piglio polemico, senza alcuna oscurità né leziosaggine, cosa che oggi accade molto raramente!
Dalla scuola sono lontano da troppo tempo per poter dare un giudizio o un consiglio. Certo, meglio
l’attuale crisi che la routine conformistica di un tempo. Ma che che cosa specificamente possa e debba fare
un insegnante marxista (oltreché opporsi ai reazionari e ai socialdemocratici, come è ovvio), non mi è del
tutto chiaro.
Tanti auguri per il ’71 e saluti cordiali dal tuo Sebastiano Timpanaro

VI

Firenze, 20 febbraio 1971

Caro De Liguori,
ho letto subito il tuo articolo51, e credo di dovermi proprio congratulare. L’impianto ideologico è ottimo, e
inoltre vi sono molti dati e riferimenti singoli che io non conoscevo: la lettura è stata quindi per me molto
attraente. Hai avuto solo il torto di citare troppo spesso me (mi sono permesso di cancellare un epiteto che mi
è parso troppo elogiativo, anche perché non volevo che a Russo l’articolo sembrasse troppo timpanarofilo).
In realtà tu conduci un discorso in gran parte originale: basterebbe a dimostrarlo la tua giusta insistenza sulla
funzione dello scetticismo, sulla quale né io, né altri studiosi del Leopardi (e della cultura ottocentesca in
genere) avevamo fissato l’attenzione; e avevamo avuto torto.

48La «seconda nota» riguarda, fra l’altro, il citato Benjamin Farrington, ed ha (vd. successiva lettera del 20 febbraio
1971) l’originario titolo Materialismo e scetticismo: vd. G. DE LIGUORI, In tema di materialismo marxista, in
«Dimensioni», 2, 1971 (cfr. qui sopra, n. 13).
49 Il rapporto tra materialismo e scetticismo rivestirà un’importanza sempre maggiore, in De Liguori e in
Timpanaro; grande titolo di merito è per quest’ultimo la sottolineatura concettuale del loro profondo e
determinante legame: si veda in particolare, per rimanere pertinenti ai testi di questo corpus di lettere, la VI
missiva (qui sotto), del 20 febbraio 1971.
50 Sulla complessa relazione che si stabilisce, in Timpanaro, fra concetto di progressismo politico-sociale e
concetto di progressismo laico-scientifico, e sull’indole e sulla posizione che in tal senso assume l’epicureismo
(compresa la sua impostazione lucreziana) cfr., qui sopra, con i relativi riferimenti, le nn. 13 e 14.
51 Si tratta del Gioberti e Leopardi, che uscirà in «Problemi» (cfr., qui sopra, n. 36).
25
Ho mandato oggi stesso l’articolo a Russo con lettera di calda raccomandazione. Speriamo bene. Le
reazioni di Russo sono sempre un po’ imprevedibili, e non so nemmeno se, per l’Ottocento, decida lui senza
sentire nessuno, o abbia dei “consulenti”. Spero, tuttavia, che il tuo saggio gli piaccia. Nella mia lettera non
ho mancato di sottolineare (a scopo “esortativo”) che esso si inquadra bene nella “battaglia laica” che
“Belfagor” conduce fin dalla fondazione52.
Una sola osservazione (che, eventualmente, potrebbe dar luogo a un tuo ritocco sulle bozze): a p. 9 del
dattiloscritto, a poca distanza dall’inizio della pagina, è un po’ eccessivo l’epiteto di “protagonisti della
conservazione” dato a Galileo, Bacone, Cartesio, Newton. Ho capito quello che vuoi dire, e che, del resto,
dici molto bene nel periodo seguente; ma proprio per questo li chiamerei “protagonisti della borghesia in
ascesa”, o qualcosa di simile. In quella situazione storica mi sembra esagerato qualificarli sic et simpliciter
come conservatori53. Quanto al resto, tutto bene, mi pare.
Sono contento che Petronio si sia deciso a pubblicare su «Problemi» l’articolo su Efirov. Per l’altro
articolo su Materialismo e scetticismo (che capisco come ti stia a cuore, perché riguarda uno dei punti su cui
hai più originalmente meditato) penso che, sia pure senza troppo entusiasmo, potresti mandarlo a
“Dimensioni”, il cui direttore si è già una volta mostrato ben disposto. Altra collocazione non saprei trovare
in questo momento. Anch’io incontro più difficoltà a pubblicare, ora che non c’è più “Critica storica”, dove
era possibile collocare anche articoli storico-culturali. La “Rivista storica” è bella, ma non ama gli articoli
troppo sinistrorsi! E le riviste di storia della letteratura italiana, come il “Giornale storico della lett. it.”, sono
ancora più chiuse a ogni scritto che possa apparire troppo “militante”.
Se Russo mi scriverà qualcosa (ma può darsi che scriva direttamente a te), te ne informerò subito. Tanti
saluti cordiali e buon lavoro
dal tuo
Sebastiano Timpanaro

VII

Firenze, 6 marzo 1971

Caro Girolamo,
hai ragione: bando ai cognomi! I nostri nomi sono già abbastanza meridionalmente solenni (io sono di
origine siciliana, e in Sicilia si chiama Sebastiano almeno il 50 % della popolazione maschile!) da non aver
bisogno di accompagnamento.
Finora non ho ricevuto risposta da Russo. La mancata risposta non è, di per sé, un segno negativo, perché
più di una volta Russo ha seguìto, con me e con altri, il metodo di mandare le bozze senza aver prima
preavvertito che l’articolo era stato accettato. Comunque può darsi che io abbia occasione di vederlo a
Firenze tra pochi giorni, e allora gli chiederò una risposta; altrimenti, tornerò a scrivergli.

52 Sulla ricezione delle proposte di pubblicazione da parte di Russo, vd. qui sopra, n. 43.
53 Significativo il suggerimento di rettifica da parte di Timpanaro, che mira a una diversa e più equilibrata
definizione dell’opera di scienziati come Galileo e come gli altri qui nominati; la cifra militante che traspare
nell’espressione «protagonisti della conservazione», cui è certo preferibile «protagonisti della borghesia in ascesa»,
non menoma comunque la validità e la chiarezza di quanto scritto da De Liguori («Ho capito quello che vuoi dire,
e che, del resto, dici molto bene nel periodo seguente»).
26
Il Graf e Labriola54, purché non troppo scopertamente politicizzato, dovrebbe andar bene anche per il
“Giornale storico della lett. italiana”. Capisco bene, per esperienza, quanto siano noiose queste difficoltà di
pubblicare. Purtroppo oggi manca una rivista come era un tempo “Società”, politicamente impegnata ma
aperta anche ad articoli non immediatamente pratico-politici. Oggi ci sono riviste giovanili, di sinistra
extraparlamentare, molto vive (come i “Quaderni piacentini” e parecchie altre), ma che s’interessano quasi
esclusivamente di problemi attuali e guardano con diffidenza il saggio storico, anche se ricco di implicazioni
attuali come sono sempre i tuoi; oppure ci sono riviste accademiche che hanno in uggia la politica, il
materialismo e tutto ciò che è loro affine. Il tipo più vicino alla vecchia “Società” sarebbe rappresentato,
appunto, da “Belfagor”; ma c’è l’imprevedibilità dei gusti e degli umori del direttore.

54 Sebastiano non ha ancora evidentemente potuto leggere l’articolo, dato che mostra di non conoscerne
esattamente il protocollo saggistico («purché non troppo scopertamente politicizzato, dovrebbe andar bene anche
per il “Giornale storico della lett. italiana”»); nella bibliografia di De Liguori, l’attesa per la pubblicazione di lavori
su “Graf e Labriola” coincide, anche in certa misura superandone i tempi, con il “silenzio”, anche epistolare, di sei
anni (1973-1979). Si vedano i seguenti contributi: G. DE LIGUORI, Il sodalizio Labriola-Arturo Graf negli anni della loro
formazione (1868-1876), in «Studi Piemontesi», vol. II, 1983; ID., Antonio Labriola e Arturo Graf. Principio e fine di un
sodalizio di vita e di pensiero, nell’opera collettiva Antonio Labriola e la sua università. Mostra documentaria per
settecento anni della “Sapienza” (1383-2003) a cento anni dalla morte di Labriola (1904-2004), Roma, Aracne, 2005,
pp. 235-248; ID., Un catalogo per Labriola, in «Critica Sociologica», 154-155 (estate-autunno 2005), pp. 203-232. Ma il
contributo del 1983 è preceduto da una significativa e densa serie di saggi centrati miratamente sulla figura umana,
filosofica e letteraria di Arturo Graf: ID., Un episodio di solitudine. Rassegna di studi su Arturo Graf, in «Problemi», 59
(settembre-dicembre 1980), pp. 246-265; Quel povero “Diavolo” di Arturo Graf, in «Giornale critico della filosofia
italiana», LX, 3 (settembre-dicembre 1981); Le «scandalose razzie». Scienza, politica, fede in Arturo Graf, «ivi», LXI, 3
(gennaio-aprile 1982), pp. 66-106; La condizione del senso. Per una riconsiderazione della lettura grafiana di Leopardi
(1890-1898), cit. (lo studioso si riferisce all’A. GRAF degli studi leopardiani raccolti in Foscolo, Manzoni, Leopardi,
nuova rist., Torino, Chiantore, 1955); Il mito e la storia. Le ragioni dell’irrazionale in Arturo Graf, in «Problemi», 66
(gennaio-aprile 1983), pp. 58-75; Quella «dubitante religiosità». Arturo Graf e il modernismo, in «Giornale critico della
filosofia italiana», LXII, 1 (gennaio-aprile 1983), pp. 11-107. Quattro di questi contributi (Un episodio di solitudine … ,
Le scandalose razzie … , Quella «dubitante religiosità» … e La condizione del senso …) saranno rifusi, «con aggiornamenti,
modifiche, aggiunte e tagli», nell’introduzione e in vari capitoli e singoli paragrafi del citato I baratri della ragione,
Manduria, Lacaita, 1986; si cfr. Un episodio di solitudine, rifuso nell’introduzione; alcune pagine di Le «scandalose
razzie» e di Quella «dubitante religiosità», che per parte loro sono liberamente riutilizzate nei tre capitoli che formano
la Parte I del libro (Il tarlo del meditare: la scienza la politica la fede); si cfr., infine, La condizione del senso, parzialmente
ripreso nella Parte III del volume (Istanze e flessioni del critico. Dalla sociologia letteraria alla psicoantropologia),
nell’ultimo paragrafo (Graf e Leopardi: rapporto mancato o «affinità costituzionale»?) del capitolo VIII (L’analisi
psicologica). Il penultimo contributo prima elencato, Il mito e la storia. Le ragioni dell’irrazionale in Arturo Graf, è
annunciato per il settembre 1983 (data dell’uscita di fatto) in una lettera da Roma, del 25 luglio 1983, di Giuseppe
Petronio, direttore di «Problemi», a De Liguori: «Caro Professore, / mi scusi del molto ritardo, ma sono stato per
qualche settimana poco bene, e poi il molto lavoro di quest’anno mi aveva veramente messo a terra. Le scrivo ora
prima di partire per le vacanze. / Il Suo articolo è già stato licenziato ed esce nel numero in corso di stampa (n. 66).
Lo metteremo in circolazione alla ripresa, a settembre. Ho visto i Suoi due progetti, e credo che un libro su Graf e
positivismo sarebbe assai interessante, e potrebbe probabilmente trovare un editore: non Palumbo, che non ha più
una collana di saggi critici [la lettera di Petronio reca effettivamente una doppia intestazione, «Roma» e «Palermo», e in alto a
sinistra l’indicazione di «G. B. Palumbo» come fondatore di «Problemi», e dello stesso Petronio come direttore]. Dubbi maggiori
ho sulla antologia, non perché non sarebbe utile, ma perché nessun editore oggi pubblica senza una destinazione
precisa, e quella alla quale Lei pensa non ne avrebbe facilmente una. Lei dice che potrebbe essere adoperata in vari
corsi; è vero, ma ognuno si potrebbe servire solo di una parte. Ad ogni modo si può sempre trovare qua e là, e ci
potremo ripensare in autunno. / Con tutta cordialità / Suo G. Petronio». L’idea dell’«antologia» didattica, o
addirittura scolastica, come possibile progetto di pubblicazione (e anche come do ut des nelle trattative per l’uscita
del saggio “scientifico”), è già scaturita, sempre per un contributo su Graf (Le «scandalose razzie»; cfr. qui sopra, in
questa nota), nella lettera timpanariana del 6 aprile 1981, preceduta da una lettera di De Liguori, sicuramente
anteriore al 5 aprile 1981, in cui si fa cenno a una proposta dell’editore Longo di Ravenna: «l’editore pare che
subordini la pubblicazione ad eventuali adozioni universitarie».
27
Comunque speriamo bene. Spero anche che Antimo Negri ti pubblichi la nota sul materialismo; sarebbe
certo una collocazione preferibile a “Dimensioni”, che, ad ogni modo, conviene tenere di riserva55 .
Grazie ancora e tanti saluti cordiali
dal tuo
Sebastiano

VIII

Firenze, 26 marzo 1971

Caro Girolamo,
ti ringrazio infinitamente delle due lettere e delle parole affettuose riguardo al mio libro56. Ti sarò grato se
mi comunicherai, poi, obiezioni e dissensi che ti si manifesteranno nel leggere le parti che ancora non
conosci. Mi rendo ben conto che si tratta di problemi aperti, e che la massima lode alla quale può aspirare il
mio libro è di aver contribuito a suscitare un po’ di discussione, non già di aver fornito soluzioni.
Del tuo invito estivo ti sono gratissimo. Spero di poter davvero venirti a trovare; la cosa mi sarebbe
oltremodo gradita. Dico “spero” perché io, impiegato di casa editrice, non fruisco, ahimé, delle lunghe
vacanze degli insegnanti, e nel breve periodo di ferie estive finisco sempre con l’avere un mucchio di cose da
fare o di impegni familiari. Per questa ragione non riesco nemmeno, il più delle volte, ad andare a trovare i
miei parenti in Sicilia (mentre vi andavo regolarmente quando ero insegnante, cioè fino a undici anni fa).
Certo, Petronio ha alcune “chiusure”, dovute in parte alla sua generazione, in parte al suo temperamento
personale. E tuttavia, fra i professori universitari, è pur sempre uno dei meno chiusi: se non altro, ammette
sinceramente che l’altro interlocutore possa rimanere della propria opinione, e ciò non incide sulla cordialità
dei rapporti. Penso perciò che valga sempre la pena che tu mantenga i rapporti con lui, anche se su più punti
non vi troverete d’accordo.
Canfora57 (segretario di redazione di “Belfagor”) mi ha scritto a nome di Russo che leggeranno presto il
tuo saggio e ti risponderanno. Gli ho di nuovo scritto che mi auguro una risposta positiva. Spero che anche
Giannangeli risponda presto.
Tanti saluti affettuosi, grazie ancora
dal tuo Sebastiano

IX

Firenze, 15 maggio 1971

Caro Girolamo,

55 Il contributo andrà proprio nelle pagine di «Dimensioni». Riguardo all’«equivoco» che «inficia» la lettura di
Timpanaro del «rapporto tra Leopardi e D’Holbach», e prima ancora la lettura di Spinoza, De Liguori parte
proprio da Antimo Negri e dalle posizioni di quest’ultimo e della Stancati sul materialista francese; vd. appunto G.
DE LIGUORI, Il classicista e la scienza, cit., p. 100: «Rifiutate correttamente le posizioni di Antimo Negri e della
Stancati, che pervengono addirittura a leggere D’Holbach come precursore del vitalismo romantico, egli individua
nel naturalismo animistico schellinghiano un portato dello spinozismo, non curando la biforcazione, subita
storicamente dallo spinozismo, verso il materialismo immanentistico, da un lato, e l’ilozoismo romantico della
riscoperta germanica (Jacobi, Schelling, ecc.) dell’autore del Tractatus, dall’altro». I testi di riferimento sono: P. T.
D’HOLBACH, Le système de la nature, trad. it.: Il Sistema della natura, a cura di A. Negri, Torino, Utet, 1978, p. 41, e C.
STANCATI, Letture di D’Holbach in Italia nel XIX secolo, in «Giornale critico della filosofia italiana», 1979, pp. 279-285.
Timpanaro si è occupato delle posizioni holbachiane dei due studiosi in P. T. D’HOLBACH, Le bon sens, trad. it.: Il
buon senso, introduzione e note dello stesso Timpanaro, Milano, Garzanti («Grandi Libri Garzanti», n. 320), 1985, in
part. pp. XXXIII-XXXIV.
56 Sul materialismo (cfr. qui sopra, n. 7).
57 Ovviamente, Luciano Canfora.
28
il servizio postale continua a funzionare in modo … imprevedibile58 . La tua lettera del 15 aprile mi è
arrivata soltanto un paio di giorni fa, ha quindi impiegato un mese a venire da Brindisi a Firenze! Pochi
giorni prima mi era giunta un’altra tua lettera, scritta dopo, nella quale giustamente ti meravigliavi del mio
silenzio. Ora sai che l’enorme ritardo non è colpa mia; speriamo, almeno, che questa mia presente lettera non
ti giunga il 15 giugno!
La risposta di Russo mi è spiaciuta davvero59 . Invece di pubblicare un ottimo articolo, ti fa lo
“straordinario” favore di restituirti il dattiloscritto! Ma ciò fa parte delle imprevedibili reazioni di Russo,
uomo capace ora di grandi e sinceri slanci d’amicizia, ora di improvvise bizze o villanie, con la stessa
persona, a distanza di pochi giorni.
Senza dubbio, e con molto piacere, appoggerò la pubblicazione del tuo libro presso Nistri-Lischi, cioè
presso Caretti che dirige quella collana60 . Ma conviene che tu stesso prepari il terreno mandando a Caretti ciò
che via via pubblichi. Il pericolo maggiore (a giudicare da precedenti esperienze) è che Caretti dilazioni di
molto la pubblicazione del volume. Egli tiene molto a un suo “dosaggio”, per cui i libri di filosofia, di
letteratura italiana, di filologia in senso stretto, ecc. devono alternarsi senza che nessun genere prevalga
troppo; e tiene anche ad alternare studiosi vecchi e giovani. Il risultato di tutte queste alternanze è che
talvolta uno studioso, soprattutto giovane, si sente rispondere che il suo libro potrà uscire, ma fra tre o
quattro anni. Tuttavia non voglio essere pessimista. Del resto esistono altre collane (per es. quella della
“Liviana” di Padova) in cui, a quel che sento dire, si riesce a pubblicare più rapidamente. Cercheremo quindi
di darci da fare; la cosa mi sta a cuore, perché credo che il libro di cui tu mi esponi le linee fondamentali sarà
effettivamente bello e nuovo e ottimamente orientato: quello che a me manca, essendo io fuori dell’ambiente
universitario, è il potere di far pubblicare; ma tutto quel poco che potrò fare lo farò.

58Nell’epistolario sono presenti, come si potrà constatare, altre espressioni di lamentela causate dai disguidi del
servizio postale.
59 Sul Gioberti e Leopardi, già citato, cfr. le precedenti nn. 36 e 43.
60 Si tratta dei «Saggi di varia umanità», con i quali Timpanaro ha consuetudine e dimestichezza; a quell’epoca,
sempre con gli auspici di Caretti, vi ha già pubblicato la prima e la seconda edizione di Classicismo e illuminismo e la
prima edizione di Sul materialismo; vi pubblicherà, ancora, Aspetti e figure della cultura ottocentesca (1980), la ristampa
1988 dello stesso Classicismo e illuminismo e i Nuovi studi sul nostro Ottocento (1994). Il «libro» qui annunciato non
uscirà; De Liguori sembra seguire il consiglio dell’illustre corrispondente, evitando di rivolgere direttamente a
Caretti la richiesta di pubblicazione di un volume, e inviandogli, invece, a “preparazione del terreno”, i singoli
contributi che volta per volta scrive; il «libro» tornerà ad affacciarsi nell’epistolario in un passaggio della lettera XV,
del 4 marzo 1972: si tratterà del «“rifiuto di Leopardi” nella cultura italiana» (progetto anunciato sin dalla prima
lettera di questo epistolario, del 4 febbraio 1970), destinato, a quella data, a «Problemi-Libri», e di cui Petronio
consiglia l’eliminazione dell’ultima parte, poiché troppo “impegnata”, poiché di linguaggio polemico, e sin troppo
esposta ad una cifra attualizzante. In essa confluiscono anche passaggi su Leopardi e Stratone di Lampsaco. Le due
prossime lettere (X e XI), del 2 e del 15 luglio 1971, attestano che Caretti non è stato contattato da De Liguori per
l’ipotizzato volume (e quindi per l’editore Nistri-Lischi); Timpanaro, infatti, il 2 luglio, esorta il filosofo a rivolgersi
allo stesso studioso per un lavoro su Arturo Graf, e soltanto il successivo 15 luglio fornisce, insieme a quello di altri,
l’indirizzo di Caretti. Ma il tentativo sarà realmente messo in atto solo dopo la “cesura” sessennale, in una data
compresa tra la fine di novembre 1979 e il gennaio 1980 (cfr., rispettivamente, le lettere XXI e XXII, del 28
novembre 1979 e del 25 gennaio 1980, di prossima pubblicazione): per il progetto di un Graf in volume è preferibile
l’editore pisano Nistri-Lischi, che a testimonianza di Timpanaro non fa pagare il libro. Caretti risponde di non
poter avere spazio per il Graf, avendo appunto nel 1980 in programma, nella collana, Aspetti e figure dello stesso
Timpanaro, e un libro, che realmente uscirà, di Marino Raicich sulla scuola in Italia; significativamente, il volume
dello studioso e parlamentare fiumano uscirà con la data del vicino 1981, ma la stampa effettiva avverrà nel 1982
(cfr. M. RAICICH, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile, Pisa, Nistri-Lischi - «Saggi di varia umanità», n. 24
-, 1981 - ma 1982 -).
29
Altro ottimo progetto è il Leopardi per “I filosofi” di Laterza61 . Spero che abbiano, come tu dici, il
“coraggio” di riconoscere che Leopardi va senz’altro riconosciuto come filosofo, con tutte le scelte
ideologiche che ciò implica. Da Laterza io non conosco nessuno62; forse Petronio potrebbe raccomandarti? In
ogni caso vale la pena che tu provi anche senza raccomandazione.
Scusami, carissimo, se ho potuto e posso fare così poco per la pubblicazione dei tuoi scritti che tu sai
quanto io apprezzi. Ma bisogna non scoraggiarsi e continuare ad insistere: superata una certa “soglia critica”,
il pubblicare diventa poi meno difficile.
Tanti saluti affettuosi
dal tuo Sebastiano

Firenze, 2 luglio 1971

Caro Girolamo,
ti sono molto grato della tua lettera del 24 giugno. Decisamente, o le poste italiane (che dovrebbero
essersi ormai normalizzate!) continuano a giocare per l’appunto a noi due i loro brutti scherzi, oppure sono io
che sto diventando smemorato (arteriosclerosi incipiente? Non è escluso, poiché i cinquant’anni non sono
ormai lontani!).
In altri termini, a me sembra di ricordarmi di avere sempre risposto, sia pure con ritardo, alle tue lettere; e
sarei quasi sicuro di non aver ricevuto il tuo documento sulla scuola63, di cui mi fai cenno nella tua ultima.
Verificherò se per caso esso non sia andato sommerso nel caos di carte che si accumulano sul mio tavolo; ma
crederei proprio di no. E, naturalmente, sarei desideroso di leggere quel tuo scritto; ma non so se tu ne avrai
un’altra copia disponibile.
Ho visto pubblicati i tuoi articoli su Problemi e su Dimensioni; e sono lieto di sapere che in settembre uscirà
anche il tuo Gioberti e Leopardi. Sono dei primi, parziali successi: l’importante, come mi sembra di averti
già scritto, è “rompere il ghiaccio”, poi diventa molto più facile trovare articoli da collocare. Mi dispiace
soltanto (ma questo te l’ho già scritto) che Russo non abbia saputo apprezzare il valore del tuo articolo,
sebbene io glie lo avessi caldamente raccomandato64.

61 Si legga quanto ricorda lo stesso De Liguori, in Lettere di Sebastiano Timpanaro a Girolamo De Liguori, cit.:
«Timpanaro fa riferimento ad una mia proposta, fatta all’editore Laterza di inserire anche il Leopardi nella collana
di Introduzione ai filosofi che in quegli anni aveva avviata. La risposta fu, purtroppo, negativa per una serie di ragioni
tutte editoriali». Risulta estremamente significativa la valenza delle parole epistolari di Timpanaro non soltanto
sulla necessità di far assurgere la figura intellettuale leopardiana al rango di filosofo, ma anche sulla necessità,
altrettanto viva e indilazionabile, di acquisirlo al ristretto novero dei maggiori e più importanti pensatori italiani
ed europei a partire dall’Ottocento: «Spero che abbiano, come tu dici, il “coraggio” di riconoscere che Leopardi va
senz’altro riconosciuto come filosofo, con tutte le scelte ideologiche che ciò implica». È, in questo senso,
veramente considerevole ciò che scrive Giuseppe Rensi (Leopardi, in G. RENSI, Su Leopardi, cit., p. 24)
sull’importanza addirittura preponderante del Leopardi pensatore; preponderante non solamente sullo stesso
Leopardi poeta, ma sugli altri filosofi italiani, più o meno “professi”: «Ed è da deprecarsi che Leopardi sia stato
troppo letterato e abbia dato alla cultura e all’opera letteraria una soverchia importanza. Se Leopardi fosse stato
unicamente filosofo e avesse dedicato la sua intelligenza all’elaborazione d’un sistema, il pensiero italiano avrebbe
avuto, prima e meglio di quello germanico, Schopenhauer e Nietzsche armonizzati in una costruzione unica».
62Timpanaro approderà a Laterza nel 1978, nella «Biblioteca di Cultura Moderna», n. 806, per la seconda edizione
di La filologia di Giacomo Leopardi, che ebbe la sua prima edizione da Le Monnier, nel 1955.
63La relazione sarà recapitata a Timpanaro nei giorni immediatamente seguenti: cfr. la successiva lettera XI, del 15
luglio 1971.
64 Per tutte le vicende di questi articoli si può rinviare alle precedenti lettere e alle precedenti note.
30
Purtroppo (e qui mi riferisco anche al tuo articolo su Graf e alla recensione-discussione sul mio libro)65 io,
essendo estraneo all’ambiente universitario, ho scarse possibilità di ottenere la pubblicazione di articoli. La
situazione era migliore quando usciva “Critica storica”, diretta da Armando Saitta: quella era una rivista che
accoglieva volentieri anche contributi non-conformisti (purché non “politicizzatissimi”) e alla quale anch’io
collaboravo con una certa assiduità. Sento dire ora che “Critica storica” risorgerà nel 1972: in questo caso, le
prospettive sarebbero assai migliori. Altrimenti, per l’articolo su Graf (che, fra l’altro, mi interessa molto già
per il suo argomento) non so dove rivolgermi. Certo, ci sarebbe sempre Petronio, ma forse bisognerebbe
lasciar passare un po’ di tempo. L’articolo sarebbe adattissimo a “Belfagor”, ma temo forte che Russo
darebbe a te e a me una nuova risposta negativa per mero preconcetto. Nel “Giornale storico della letteratura
italiana” non ho molte speranze, poiché lì la spoliticizzazione è assoluta, e anch’io sono riuscito a
pubblicarci, raramente, solo cose di carattere strettamente erudito.
Ma tu, man mano che pubblichi qualcosa, la mandi, per es., a Binni, a Caretti, a Garin, a Dal Pra (che io
non conosco) ecc. ecc.? Non è un consiglio opportunistico, è una via per renderti più noto e ottenere
maggiori possibilità di pubblicare.
Sulla recensione di Gerratana sono d’accordo con te, nella sostanza66 . Tuttavia la recensione non mi è
spiaciuta: in confronto ad altri materialisti “umanisti” o strutturaleggianti italiani, Gerratana mantiene pur
sempre un’esigenza di non abbandonare il materialismo e di non far dire a Marx e ad Engels ciò che non
hanno detto. Ed è ottimo conoscitore dei classici del marxismo, e persona intellettualmente onesta.
Nella tua campagna si sta certamente molto meglio che a Firenze, specialmente ora che il caldo è
incominciato. Ma io sono ancora impegnato col lavoro per tutto luglio, e ad agosto andrò forse un poco in
Alto Adige. Temo quindi che solo l’anno prossimo sarò in grado di accettare il tuo invito così amichevole e
fraterno.
Tanti saluti affettuosi
dal tuo Sebastiano

XI

Firenze, 15 luglio 1971

Carissimo Girolamo,
questa volta ho ricevuto felicemente la tua lettera e la Relazione “Filosofia, educazione e società”. La
Relazione mi è straordinariamente piaciuta; mi pare davvero un modello di come si debba fare scuola oggi,
di come si debbano aiutare i ragazzi a porsi certe domande essenziali e a trovare risposte vere e
demistificanti. Posso tenerla o devo restituirla? Se ne hai poche copie, la fotocopio e te la rimando.
Nel campo più specificamente politico, mi sembra giusto il giudizio alquanto severo sull’ “Unione”. Da ciò
che nella Relazione si riferisce sul lavoro svolto dal Circolo Lenin di Puglia si ricava un’impressione molto
favorevole su questo gruppo, con cui hanno contatti alcuni miei amici pisani appartenenti alla Lega dei
comunisti rivoluzionari (Luperini, Ciabatti, Madrignani ecc., quelli insomma che fanno la rivista “Nuovo
impegno”; ma mi dicono che adesso Madrignani si è staccato ed è passato al “Manifesto”). Io ero rimasto
non troppo convinto da un documento del Circolo Lenin di Puglia sulla questione di Stalin, pubblicato
appunto da “Nuovo impegno” alcuni mesi fa: mi sembrava che in quel documento si concedesse ancora

65 Per i due contributi su “Graf e Labriola”, che usciranno molto tempo dopo questa lettera, si cfr. la precedente
nota 52; ma risulta più probabile che si tratti di G. DE LIGUORI, Un episodio di solitudine. Rassegna di studi su Arturo
Graf (cfr. la stessa nota), uscito nel 1980, in termini cronologici più ravvicinati rispetto alla presente lettera, e,
ancora una volta, grazie agli auspici di Giuseppe Petronio, in «Problemi», rivista di essenziale importanza per i
contributi di De Liguori in quegli anni. Il «libro» cui si riferisce Timpanaro è, ovviamente, Sul materialismo, più
volte citato. Sarà invece il volume S. TIMPANARO, Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS, 1982,
ad essere ufficialmente recensito, in chiave di lucida ammirazione, da De Liguori, in «Giornale critico della
filosofia italiana», LXIV, 2 (maggio agosto 1983), pp. 246-247.

66 Cfr. V. Gerratana, Materialismo e marxismo, in «Critica marxista», IX, 2 (marzo-aprile 1971), pp. 162-171. Di
Gerratana Timpanaro parlerà anche nella lettera XXXIII, del 6 aprile 1981, ricordando di avere proposto nel suo
stesso luogo di lavoro, l’editrice La Nuova Italia, «l’edizione italiana di un’operetta di Diderot», tradotta per la
prima volta da A. Santucci, allievo appunto di Gerratana; la risposta fu dapprima positiva, poi negativa, con
conseguente onere di smentirsi con Santucci, cui si era annunciata la possibilità di pubblicazione del lavoro.
Questo episodio è un capitolo della linea polemica di Timpanaro con La Nuova Italia.
31
troppo allo stalinismo e non si affrontasse il problema di un giudizio obbiettivo su Trotzkij. Ma posso
sbagliarmi, o può anche darsi che il circolo Lenin di Puglia dia il meglio di sé in analisi come quella sulla
scuola a cui la tua Relazione fa riferimento67.
Comprendo bene come il tuo modo di insegnare debba urtare profondamente non solo i professori più
reazionari, ma anche quelli riformisti; e come, quindi, il tuo attuale ufficio di “membro interno” non sia
esente da amarezze (nel vedere i tuoi scolari trattati a quel modo!) e da scontri. Mi auguro che tu riesca il più
possibile a salvare i ragazzi dai propositi repressivi di quella gente.
Da ciò che mi scrivi, sembrerebbe che il progetto di fare un “Leopardi” per i FILOSOFI di Laterza non
fosse ancora fallito, anche se incontra resistenza68 . Non puoi premere ancora su De Castris?
Ecco intanto un po’ di indirizzi69:
Walter Binni – via Alessandro Torlonia, 15 – 00161 Roma.
Lanfranco Caretti – via Carducci, 20 – 50121 Firenze.
Eugenio Garin, via G.C.Vanini, 28 – 50129 Firenze.
Antonio La Penna – via dell’Osservatorio 31/b – 50141 Firenze.
Gennaro Savarese - via Thailandia , 24/26 – 00144 Roma.
Emilio Bigi - Lungarno Mediceo, 51 – 56100 Pisa.
Luigi Blasucci – via Giovanni Pisano, 83 – 56100 Pisa.
Il luglio e l’agosto sono mesi “morti”, i professori sono in ferie, e quindi è forse meglio che tu mandi loro
le tue pubblicazioni ai primi di settembre. Non dico che tutti risponderanno entusiasticamente: ci sarà chi ti
troverà, al solito, troppo sinistrorso e ci sarà anche chi, pur apprezzando, non risponderà per pigrizia. Ma
credo comunque utile che tu ti faccia conoscere di più.
Tanti affettuosi saluti
Dal tuo S.

[Aggiunta a penna]70

Aggiungo ancora: Romano Luperini, via Riminaldi, 2 - 56100 Pisa.


Carlo Alberto Madrignani, via Trento, 28 - 56100 Pisa.
Umberto Carpi, via Montanelli, 44 - 56100 Pisa.

XII

Firenze, 3 novembre 1971

67 Per i riferimenti alle coraggiose e innovative esperienze scolastiche di De Liguori nella diffcile ma vivida realtà
geoculturale del Sud (in questo caso, soprattutto della Puglia), esperienze che Timpanaro costantemente mostra di
apprezzare nella loro intensa valenza democratica e nel loro anticonformismo progressista, vd. G. DE LIGUORI,
Scherzi della memoria, cit., passim. Nel volume sono riportate, fra l’altro, le venti lettere di Lucio Lombardo Radice a
De Liguori (pp. 49-66); nello stesso libro si segnalano, inoltre, nella loro importanza, varie figure intellettuali,
come quelle del citato Ambrogio Donini, di Elisabetta Donini (che è stata docente di Meccanica quantististica
nella facoltà di Fisica dell’Università di Lecce), di Tommaso Fiore, di Bartolo Anglani, di alunni impegnati e
collaborativi come Antonella Semerano, di Danilo Zolo, di Mario Alighiero Manacorda. A proposito d’un giudizio
su Federigo Enriques (su quest’ultimo, cfr. G. POLIZZI, Federigo Enriques, cit.), vd. un brano dalla lettera di
Lombardo Radice a De Liguori, da Roma, del 6 novembre 1982, con l’intestazione della sua rivista «La Riforma
della Scuola», in G. DE LIGUORI, Scherzi della memoria, cit., pp. 64-65 (qui, p. 65): «[…] sarei curioso di sapere se il
filone positivista-socialista di De Amicis e Graf si incontrò mai con quello scientifico (borghese) della rivista
“Scientia” di Enriques (comincia, mi pare, nel 1905). / Ho studiato abbastanza a fondo la vittoria di Croce-Gentile
su Enriques, già conquistata alla vigilia della 1° guerra mondiale (se trovo qualche estratto di un mio lavoro, te lo
mando). / Sono convinto che tale vittoria è dovuta alla debolezza strutturale del pensiero di Enriques (al di là della
storia della scienza, e della rilevanza filosofica della scienza). / Ho l’impressione che gli altri positivisti fossero molto
più deboli del “mio” Enriques».
68 Cfr. la precedente lettera IX, del 15 maggio 1971, e la relativa nota 59.
69Sono, in numero accresciuto, i nomi (Binni, Caretti, Garin - Timpanaro non conosce Dal Pra -) cui il mittente
suggerisce al destinatario di inviare volta per volta i contributi (vd. la precedente lettera X, del 2 luglio 1971).
70Può trattarsi di casualità, e in ogni caso è particolare di nessuna importanza: ma il nome di Carpi (protagonista
con Timpanaro d’una polemica sin troppo nota) figura come irrefutabilmente ultimo dell’aggiunta manoscritta.
32
Via Ricasoli 31

Caro Girolamo,
innanzi tutto i più vivi rallegramenti per la nascita del tuo terzo figlio. Capisco che (nonostante il battesimo
e altre cerimonie di prammatica) dev’essere una grande gioia per te; e a te, a tua moglie e a Mario faccio gli
auguri più affettuosi.
Comprendo anche tutta l’amarezza della vita scolastica, per quel che riguarda i rapporti con presidi e
colleghi retrivi, con insegnanti di religione sanfedisti o pseudo-modernisti, e via dicendo. Ma ci sono pur
sempre gli scolari, e con loro la tua esperienza - a giudicare dai documenti che mi mandasti – è stata finora
nettamente positiva. Pensa che in una casa editrice, come quella in cui lavoro io71, vi sono soltanto rapporti
burocratici: niente che assomigli ai rapporti con gli allievi! Per fortuna ho alcuni colleghi giovani, intelligenti
e davvero di sinistra.
Quanto al fascicolo del Circolo Lenin di Puglia che mi inviasti, la colpa della mancata mia risposta è tutta
mia, questa volta, e non delle Regie Poste. Ricevei il fascicolo poco prima di andare in ferie, lo lessi con
grande interesse, poi mi dimenticai di scrivertene, frastornato da impegni e seccature di vario genere. A me
sembra che il vostro Circolo Lenin lavori molto bene quando si occupa della situazione economico-sociale
della Puglia e dei problemi “sovrastrutturali” (a cominciare da quello della scuola) che con tale situazione
sono connessi. Le posizioni del Circolo Lenin mi convincono meno, come già ti accennai, quando si passa a
discutere di problemi politici più generali, soprattutto internazionali. Qui mi sembra che il Circolo Lenin
tenda ancora a tramutarsi in Circolo Stalin (sia pure di uno stalinismo riveduto e corretto). Giustissima la
polemica contro i gruppi spontaneisti; ma essa può essere condotta in nome di un centralismo «democratico»
che non è quello leninista, ma quello invalso in URSS dopo Lenin? E può essere mantenuta nei riguardi di un
grande rivoluzionario come Trotskij una condanna pregiudiziale, globale, senza tener conto del grande
contributo da lui dato alla definizione della “casta burocratica” sorta in URSS, al problema della democrazia
interna di partito, al legame tra burocratizzazione staliniana e mancata rivoluzione mondiale?
Il libro di Gianquinto72 mi aveva attratto per il titolo e il sottotitolo; ma, da una rapida scorsa che gli ho
dato, mi è sembrato tutt’altro che materialista. Che egli ignori il mio libro è in fondo, legittimo, perché per
“materialismo” intende qualcosa di molto diverso da ciò che intendo io. Ma questo è soltanto il risultato di
una frettolosa scorsa, ripeto. Mi riprometto di leggere poi il libro con più calma; e intanto la tua recensione
servirà a chiarirmi le idee.
Ho visto recentemente Petronio; abbiamo parlato di te e mi è sembrato ben disposto, anche se non in tutto
consenziente. Direi che la pubblicazione del tuo articolo non dovrebbe correre rischi73 . Quanto alle sue
preoccupazioni relative ad Augusto Del Noce, ne abbiamo discusso, senza trovarci d’accordo, sebbene egli
ora ammette che le recenti posizioni di Del Noce sono assai più destrorse di prima.
Tanti saluti affettuosi, grazie ancora,
tuo S.

[Aggiunta a penna]

71Cfr. la precedente nota 64 e (di prossima pubblicazione da parte nostra) la citata lettera XXXII, del 6 aprile
1981, nella quale la polemica con l’ambiente di lavoro, appunto l’editrice La Nuova Italia, si renderà ancor più
affilata ed intensa.
72 Si tratta di Alberto Gianquinto (da non confondersi con l’omonimo pittore): A. GIANQUINTO, Critica
dell’epistemologia. Per una concezione materialistica della scienza, Venezia, Marsilio («Saggi», n. 20) 1971 (poi, 1980). Dello
stesso autore si cfr., anche, Sul senso della storia, Roma, Odradek, 2009. Docente di Logica e Metodologia delle
scienze alle Università 1 e 2 di Roma, Gianquinto ha approfondito gli studi di economia a Berlino, all’Otto Suhr
Institut. Altre sue opere: La filosofia analitica, Milano, Feltrinelli, 1961; Metalogica e calcolo, ivi, La Goliardica, 1966;
Il realismo e l’ ‘oggetto’ scientifico, con G. I. Giannoli, ibidem, 1982; Storia e scienza, ivi, Marzorati, 1985; Introduzione alle
metodologie della scienza, ancora con G. I. Giannoli, Roma, Bagatto libri, 1992. Di particolare interesse per gli
argomenti trattati, e per il tema, vicinissimo a Timpanaro e a De Liguori, del realismo e dell’ “oggetto” scientifico,
i due volumi del 1982 e del 1992, elaborati appunto insieme a Giovanni Iorio Giannoli.
73 Il “Gioberti e Leopardi”, più volte citato.
33
Sono stato molto contento di conoscere Anglani74 (purtroppo per breve tempo) e spero che si presenti
l’occasione di incontrarci anche tu ed io.

XIII

Firenze, 6 dicembre 1971

Caro Girolamo,
grazie delle due lettere e dell’articolo, di cui ti rimando accluso il manoscritto.
Hai perfettamente ragione di protestare per le alterazioni che sono state apportate al tuo articolo finalmente
uscito in “Problemi”75 . Non so fino a che punto le alterazioni siano dovute a errori di stampa e fino a che
punto, invece, a interventi di qualche redattore della rivista; comunque, la cosa è spiacevole. E tuttavia
l’articolo, anche così come è stato stampato, si legge e si capisce bene, nel complesso; ed è un’ottima cosa
che sia uscito, anche per la ragione che ti dicevo altra volta, cioè perché l’importante è “rompere il ghiaccio”,
affermare la propria presenza in una certa area culturale e in un certo tipo di discussioni: ottenuto ciò diviene
più facile trovar da pubblicare e ottenere che i propri scritti non siano “manomessi” (quantunque un certo
pericolo di manomissioni sussiste sempre, quando si affida un articolo a una rivista). Perciò vorrei quasi
consigliarti (e non ti sembri troppo opportunistico il consiglio!) di protestare, sì, presso Petronio, ma
blandamente, in modo da non rompere i ponti con lui [Aggiunta in margine, a penna: «Leggo ora il tuo
postscriptum che mi era sfuggito, e da esso vedo che i tuoi rapporti con Petronio sono ottimi, e ne ho grande
gioia. Non trascurare il suo invito a raccogliere in volume le tue esperienze di scuola. Non c’è bisogno di
attendere la prigione!!»]. Dato l’atteggiamento negativo (per ora) di “Belfagor”, conviene non sbarrarsi la
strada a ulteriori collaborazioni a “Problemi”.

74 Bartolo Anglani. Nato ad Ostuni nel 1943, docente di Letterature comparate nell’Università di Bari, si è
occupato di Gramsci, e poi, ampiamente, di argomenti e di autori settecenteschi italiani e francesi, quali Goldoni,
Rousseau, Alfieri, Pietro Verri, Parini. Vd. pure la seguente lettera XIII, del 6 dicembre 1971. È esplicitamente
citato da De Liguori in ID., L’ateo smascherato, cit., p. 2 n., dove il filosofo ricorda l’esperienza di Giammaria Ortes:
«Un tipico esempio di “religione atea” può essere rappresentato da G. Ortes (1713-1790); su cui cfr. B. ANGLANI,
L’apologista libertino. La religione “atea” di Giammaria Ortes, in AA.VV., Foi et raison dans l’Europe des Lumières, vol. 3, “Le
spectateur européen”, 2001, pp. 141-169». E, agli studi su Gramsci, Bartolo (amichevolmente, Lucio) Anglani è
ritornato più di recente: vd. Egemonia e poesia, Lecce, Milella, 1999, e Solitudine di Gramsci. Politica e poetica dal
carcere, Roma, Donzelli, 2007. Notevole la lettera a De Liguori del 21 febbraio 1971 (cfr. Scherzi della memoria, cit.,
pp. 18-19), nella quale argutamente lo stesso Anglani fa risaltare il carattere progressivo, in fieri, della formazione
del libro (appunto, il futuro Scherzi della memoria) lettera dopo lettera, brano dopo brano, ricostruzione dopo
ricostruzione, sin dagli anni 1970. Da sottolineare l’intuito critico di Anglani nell’allusione a un concetto di
«silenzio» che inizia a snidare l’interlocutore, De Liguori, all’apertura affabulatoria, nucleo crescente della scrittura
del volume.
75 Si tratta sempre del “Gioberti e Leopardi”. Così si esprime De Liguori, alla prima uscita, in «Il Ponte», della
lettera: «Il mio dattiloscritto originale, per una serie di complicate vicende, era, per la verità, un guazzabuglio di
aggiunte, correzioni, note e rinvii, che solo la pazienza affettuosa e l’improba fatica di Petronio riuscirono a
predisporre con qualche decoro alla stampa. Purtroppo alcune parti caddero o presero senso alquanto diverso, ma
la prima responsabilità restava certamente la mia».
34
Il tuo nuovo articolo76 l’ho letto con vivo interesse, imparandovi varie cose che non sapevo (interessante, fra
l’altro, la risposta del Faggi77 al quesito: “perché Stratone di Lampsaco e non Democrito?”, che io non
conoscevo). Ma a parte le cose singole, è l’impianto generale del saggio che va bene, così come vanno bene
tutti gli scritti in cui tu ritorni sul problema del nesso materialismo-scetticismo, lumeggiandone sempre nuovi
aspetti. Ottimo, soprattutto, è ciò che dici su Giuseppe Rensi. Ti dirò che io, da giovanissimo, prima ancora
di interessarmi al Leopardi, lessi molti libri e libretti di Rensi, e me ne entusiasmai in modo assoluto,
acritico: erano ancora tempi di egemonia crociata e gentiliana, e quel primo contatto con un pensatore
pessimista, messo al bando dalla filosofia “ufficiale”, fu per me una vera rivelazione. Più tardi, leggendo
specialmente le ultime opere di Rensi (in particolare le Lettere spirituali), mi cominciò a dare noia
quell’approdo misticheggiante, al quale anche tu, con ragione, accenni negativamente. Ma certo Garin è stato
ingiusto verso Rensi, facendolo apparire solamente come un reazionario tout court, e mettendo in ombra il
pesante ostracismo che la cultura fascista esercitò verso questo pensatore, il quale (come tu fai vedere molto
bene) disturbava pur essendo un reazionario sul piano strettamente politico. Giusta è, d’altra parte, anche la
critica che tu rivolgi a Rensi, di non aver saldamente connesso lo scetticismo col materialismo.
Fin qui, dunque, tutto bene. Un solo difetto io trovo nel tuo articolo: è troppo citato il Timpanaro! Non lo
dico per falsa o vera modestia: sono, anzi, contentissimo del nostro accordo sui problemi che entrambi
consideriamo importanti. Sono contentissimo che anche tu consideri necessaria, all’interno del marxismo,
una specifica battaglia materialistica. Ma tutto ciò puoi presentarlo come un presupposto del tuo discorso,
accennandovi brevemente, senza bisogno di menzionarmi tante volte. Altrimenti gli “etichettatori di
professione” ti etichetteranno, sic et simpliciter, come un “timpanariano”, e non si accorgeranno che tu hai
(pur entro il materialismo che ci unisce) un discorso tuo da portare avanti, che è appunto quello del nesso
materialismo-scetticismo sul piano teorico, e dell’arretratezza spiritualistica della cultura italiana sul piano
storiografico. Credo perciò che, proprio nell’interesse di questo tuo discorso specifico, le citazioni del mio
libro andrebbero … generosamente potate!
Un’ultima osservazione di dettaglio: il termine “marxismo-leopardismo” è ingannevole, hai perfettamente
ragione. Ma purtroppo il primo ad usarlo, per indicare in modo molto approssimativo la mia posizione, fui io
stesso, nella prefazione a Classicismo e illuminismo, p. VIII (“… una specie di marxismo-leopardismo”)78.
Poi non ho più usato, mi sembra, questa infelice dizione; ma chi la usa nei miei riguardi può sempre dire che
la responsabilità è mia! Bisognerebbe, perciò, che tu, nel criticare questa espressione, dicessi che
disgraziatamente l’ho coniata io in un primo tempo e in prima approssimazione; mentre, se non ho letto

76Vd. ancora una nota di De Liguori, in «Il Ponte», cit.: «Si tratta, se non ricordo male, di un dattiloscritto che,
come tale, non vide mai la luce; ma che confluì, con relativi tagli ed aggiunte o aggiornamenti, in successivi lavori.
Da ultimo, vedi, Il sentiero dei perplessi. Scetticismo, nichilismo e critica della religione in Italia da Nietzsche a
Pirandello, Istituto Ital. per gli Studi filos., Napoli 1995, soprattutto la parte II».
77 Si cfr. A. FAGGI, Lenau e Leopardi. Studio psicologico-estetico con un saggio di versioni dal Lenau, Palermo, Alberto
Reber, 1898, e soprattutto Leopardi e Stratone di Lampsaco, in «Il Marzocco», 1931, rist. in ID., Studii filosofici e letterari,
Torino, Tipografia Vincenzo Bona, 1938, pp. 317-321; in Faggi, l’esperienza della religiosità non abbandona il
criticismo né l’agnosticismo teoretico: si veda appunto, con riserve nei riguardi dell’edizione delle Operette di
Giovanni Gentile, A. FAGGI, Leopardi e Manzoni. Studi psicologici ed estetici, Udine, Libreria Editrice Udinese, 1927,
pp. 16-25, una raccolta di 17 scritti; prima in ID., Una nuova edizione delle «Operette morali» di G. Leopardi, in «Il
Marzocco», 2 febbraio 1919, p. 2; Gentile aveva pubblicato lo studio sulle Operette (L’unità del pensiero leopardiano nelle
«Operette morali») negli «Annali delle Università Toscane», 1916, 1, pp. 1-59; poi come introduzione a G. LEOPARDI,
Operette morali, con proemio e note dello stesso G. Gentile, Bologna, Zanichelli, 1918 (ristt.: 1925 e 1940), e quindi,
con il titolo Le «Operette morali», in ID., Manzoni e Leopardi. Saggi critici, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928, pp.
113-172 (poi accresciuto, Firenze, Sansoni, 1960). Gentile replicò a Faggi in Prosa e poesia nel Leopardi, in «Il
Messaggero della domenica», 23 febbraio e 2 marzo 1919; poi in ID., Frammenti di estetica e letteratura, Lanciano,
Carabba, 1920, pp. 347-366 (rist. a cura di H. A. Cavallera, 2 voll., Firenze, Le Lettere, 1992); poi in Manzoni e
Leopardi, cit., pp. 173-194. Cfr., su questa posizione antigentiliana del Faggi, G. TELLINI, Filologia e storiografia. Da
Tasso al Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura («Letture di pensiero e d’arte», n. 83), 2002, pp. 160-161 e
nn.
78 Sulle discussioni nate dall’espressione timpanariana «una specie di marxismo-leopardismo», cfr., da Classicismo e
illuminismo nell’Ottocento italiano (2011), cit., la Prefazione alla prima edizione, pp. LXXVII-LXVIII, e la
Prefazione alla seconda edizione, pp. XCVIII-XCIX, con richiami agli articoli e al dibattito apertisi allora in
«Quaderni piacentini», in «Problemi», in «Mondo nuovo», in «Nuovo impegno», ad opera, fra gli altri, di Luciano
Della Mea; un capitolo a parte merita Franco Fortini: cfr. ID., Il passaggio della gioia, in Saggi ed epigrammi, a cura e
con un saggio introduttivo di L. Serianni e uno scritto di R. Rossanda, Milano, Mondadori, 2003, pp. 276-280. Sul
confronto critico con Fortini, vd. il nostro L’universo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, cit., p. 79 e n. 69.
35
male, dalle tue parole sembrerebbe che l’espressione sia stata coniata da miei avversari, o comunque non da
me.
Ancora un dubbio: l’inizio dell’articolo non suona, forse, un po’ troppo polemico verso Anglani? In fondo
avete molte idee in comune, e il tuo articolo tratta di tutt’altro argomento, e quindi quell’inizio suona, forse,
un po’ provocatorio.
Con tutti questi dubbi, cautele, consigli di prudenza, ti sembrerò proprio un opportunista della peggiore
bell’acqua!! Ma io mi preoccupo della facile pubblicabilità dell’articolo, proprio perché desidero vederlo
pubblicato. Dove? Forse ancora in «Problemi», se è possibile. Oppure in una rivista di filosofia? In tal caso,
pur senza pur minimamente rinunciare alla difesa di Rensi, bisognerebbe esprimersi più diplomaticamente
nei riguardi di Garin, il quale “controlla” più o meno tutte le riviste laiche di filosofia.
Grazie ancora, tanti saluti affettuosi
dal tuo
Sebastiano

[Aggiunto a penna, in calce: «Ottimo anche ciò che dici sull’hegelismo e sull’esigenza del “senza Hegel”».]

XIV

Firenze, 29 gennaio 72

Caro Girolamo,
tu conosci ormai, purtroppo, la mia lentezza nel rispondere anche agli amici più cari. Anni fa ero un
“corrispondente epistolare esemplare”: rispondevo a giro di posta. Poi, col passare degli anni e col
sopraggiungere di una specie di inerzia che va man mano aumentando, mi sono impigrito. La tua lettera è del
13 dicembre, e non ti ho ancora risposto!
D’accordo sulla tua precisazione quanto all’uso della formula “marxismo-leopardiamo”: hai ragione,
anche se, forse, eri stato un po’ troppo polemico con Anglani (polemico, s’intende, come si può essere con gli
amici più intimi: l’amicizia è veramente solida soltanto quando regge alle discussioni più vivaci).
Mi chiedi della “Critica sociologica” di Ferrarotti79. Non la leggo regolarmente, ma ogni tanto sì; e
sembra anche a me che questa rivista, in origine su posizioni press’a poco socialdemocratiche, si sia andata
spostando a sinistra, fino ad accogliere pregevoli contributi anche di “extraparlamentari”. Perciò un tuo
articolo ci starebbe benissimo. Ma purtroppo io non conosco né Ferrarotti, né Perlini, nè alcun altro
collaboratore o redattore. Perlini dovrebbe essere largamente conosciuto in ambienti di estrema sinistra (a me
sembra troppo adorniano e antimaterialista, ma la sua intelligenza e preparazione sono indubbie): non so
immaginare, però, come fare per arrivare a lui. Io, ripeto, non solo non lo conosco, ma immagino che le cose
che ho scritto io (se pur le conosce) non gli piacciano, perché apparteniamo a due “marxismi” un po’ troppo
diversi l’uno dall’altro.
Se non riesci a trovare nessuno che conosca Ferrarotti o Perlini, prova a mandare direttamente qualcosa a
loro. E speriamo che siano più accoglienti di Russo! Ancora mi dispiace quando penso che non accolse in
“Belfagor” quel tuo ottimo saggio; e mi riprometto di parlargliene (di te e di questo mio disappunto) quando
lo vedrò qui a Firenze, il che dovrebbe accadere fra non molto.
Comprendo bene il tuo pessimismo sulla scuola. Ma quegli scritti tuoi e dei tuoi allievi che mi mandasti
dimostrano pure che c’è chi riesce, non solo a resistere, ma a fare scuola in modo nuovo. Coraggio, dunque!
Grazie ancora e tanti saluti affettuosi
dal tuo
Sebastiano

XV

Firenze, 4 marzo 1972

Caro Girolamo,

79De Liguori pubblicherà per la rivista, solo nel 2005, il citato Un catalogo per Labriola (cfr. qui sopra, n. 52).
Peraltro, Franco Ferrarotti sarà nel 2008 prefatore del volume di De Liguori Scherzi della memoria, cit. (cfr. qui
sopra, n. 44).
36
anche questa volta, tra le bozze della Nuova Italia, le riunioni politiche o para-politiche e impegni e
seccature varie, ti rispondo con un grosso ritardo, mentre proprio questa volta, ancor più di altre, avrei
dovuto risponderti “a giro di posta”. Scusami, anche se non merito scuse.
Dunque, ho letto il progetto del tuo lavoro per “Problemi-Libri” e mi sembra ottimo. È un saggio - questo
sul “rifiuto di Leopardi” nella cultura italiana - di cui da tempo si sente un’assoluta necessità, e che nessuno
ha finora affrontato80. Tu sei ottimamente preparato per affrontarlo, e, a giudicare dallo schema che mi hai
mandato e che ti rimando qui accluso, il risultato sarà eccellente. Mi dispiace soltanto che Petronio ti consigli
di eliminare l’ultima parte: a me l’ultima parte, ovviamente, piace molto, e mi sembrerebbe anche essenziale
al tuo discorso, all’attualità del tuo discorso. Ma forse i criteri della collana di Petronio non consentono un
discorso così “engagé”? In questo caso conviene comunque che tu pubblichi intanto in “Problemi-Libri” le
prime parti, riservando per un’altra sede il discorso sull’ultima. Ma io vorrei ancora sperare che Petronio
finisca con l’accettare anche l’ultima parte (magari con qualche leggera attenuazione di linguaggio
polemico).
Pochissime osservazioni marginali. Il libro di Vincenzo Cento, I viandanti e la meta, l’ho letto molti anni
fa81 . Può darsi che, se lo rileggessi oggi, mi farebbe un’impressione peggiore; ma, a giudicare dal mio
sbiadito ricordo di allora, non mi sembrerebbe senz’altro da mettere tra gli interpreti “edificanti” di Leopardi,
sullo stesso piano del cattolicissimo Giulio Augusto Levi. Il Cento era, senza dubbio, uno spirito “desideroso
di religione” (e, in quanto tale, ben diverso dal Leopardi), ma torna a suo merito il non aver raggiunto alcuna
banale certezza consolatoria: la sua stessa fine (si uccise buttandosi giù da un balcone) lo dimostra. Tutto
sommato, preferirei ancora Cento non solo a G. A. Levi, ma anche a Del Noce (che è, come tu hai ben visto,
un grande imbroglione, nonostante un certo “debole” che per lui ha Petronio!).
Non ho presente, pur avendola letta a suo tempo, la nota di Adolfo Faggi su Leopardi e Stratone di
Lampsaco82. Ma non capisco come il Faggi potesse sostenere che il L. scelse Stratone perché “materialista
dopo il cristianesimo e non prima come Democrito”. Stratone è del terzo secolo avanti Cristo. Forse, invece
che “dopo il cristianesimo”, il Faggi e tu volevate dire “dopo il platonismo”?
Tutto il resto mi sembra che vada benissimo: anche i titoli (sia quelli dei singoli capitoli, sia quello di tutto
il saggio, che mi sembra già pienamente rispondente anche all’esigenza della brevità)83. Buon lavoro,
dunque! Mi auguro che il tuo saggio sia presto compiuto.
Spero che la “Critica sociologica” ti abbia risposto positivamente. È vero, “Critica storica” riprende le
pubblicazioni. Conosco Saitta e volentieri gli scriverò per presentarti. C’è soltanto un guaio: Saitta, un tempo
assai sinistrorso, si è spostato molto a destra per effetto del movimento studentesco, al quale ha reagito
malissimo. Adesso la sua posizione è alquanto paradossale (sebbene non si tratti di un caso unico, tutt’altro):
come storico, è ancora legato a interessi di sinistra e ad una metodologia marxista o notevolmente influenzata
dal marxismo; ma se il discorso si sposta da temi “storici” a temi attuali, addio sinistra e addio marxismo!
Perciò anche “Critica storica” andrebbe bene per articoli non molto apertamente “impegnati” (e in questo
caso credo che forse otterrei presso Saitta maggior fortuna, come “presentatore”, di quanta ne abbia ottenuta
presso Russo!), ma non per articoli che, pur trattando di problemi storici, facessero risaltare chiaramente la
posizione politica dell’autore.
Ma guarda un poco quante difficoltà, quante “cautele” imposte dall’ambiente culturale italiano! E quando
si trova una rivista che, come “Belfagor”, sarebbe più libera da tali cautele, si trova, purtroppo, anche un
direttore come Russo, che i collaboratori vuole sceglierseli da sé e finisce così col danneggiare la varietà di
temi e di voci, l’incisività polemica e culturale della rivista stessa! Ora Russo mi ha pubblicato su “Belfagor”
(te ne mando a parte l’estratto) un articoletto contro un certo Ferrucci, contro il quale forse non valeva
neanche la pena di prendersela tanto84. Ma se gli mando un articolo di un amico raccomandandoglielo
caldamente, un articolo di ben altro impegno che quella mia sparata antiferrucciana, lo respinge al mittente, e

80 Il lavoro, ancora allo stato progettuale, non uscirà in “Problemi-Libri”, ma come saggio in rivista: vd. Leopardi e i
gesuiti. Appunti per la storia della censura leopardiana, in «La Rassegna della Letteratura italiana», LXXXV, 1-2
(gennaio-agosto 1981), pp. 171-189. L’uscita avverrà, dunque, nove anni dopo questa lettera.
81 Vd. V. CENTO, I viandanti e la meta, Torino, Edizioni del Baretti, 1927.
82 Vd., qui sopra, n. 75.
83Si noti, infatti, il sottotitolo, che ascrive il lavoro al “protocollo” critico degli Appunti, quasi a temperare il
carattere, in realtà impegnativo, dello scritto di De Liguori.
84 Si tratta di Franco Ferrucci: vd. S. TIMPANARO, Un «parnassiano atlantico», in «Belfagor», XXVII (1972), pp.
100-108. Si è trattato, anche in questo caso, di procedere «oltre gli ibridismi delle mode francofortesi, o
psicoanalitiche (dei vari parnassiani atlantici) che andavano moltiplicandosi sia in campo politico che della critica
letteraria meno avveduta […]» (vd. G. DE LIGUORI, Il classicista e la scienza, cit., p. 97).
37
magari vorrebbe essere ringraziato perché ti ha rimandato il dattiloscritto invece di distruggerlo! Ma anche
con Russo non considero del tutto chiuso il discorso: una volta o l’altra vorrei tornare alla carica; ma
preferirei farlo oralmente anziché per lettera.
Della mascalzonesca ingiustizia commessa ai danni di Anglani sono vivamente addolorato e indignato. A
che punto è ora la controversia? Se esiste o è in progetto qualche dichiarazione comune di intellettuali di
sinistra, o roba del genere, esprimente solidarietà verso Anglani e condanna del provvedimento preso nei suoi
riguardi, vi aderisco ben volentieri, pur rendendomi conto che bisognerebbe fare molto di più85.
Scusami ancora del ritardo, tanti saluti affettuosi
dal tuo Sebastiano

Sì, conosco bene Giovanni Semerano86, uomo di solida cultura e di grande bontà. L’ho veduto anche
recentemente: ha ripreso i suoi studi linguistici, benché [cancellato: «si trovi»] ancora non abbia superato - e
si comprende bene - il terribile dolore per la morte del figlio. Non sapevo che foste parenti!

XVI

Firenze, 10 aprile 1972

Caro Girolamo,

85Più che di un atto ufficiale o di un singolo, “storico” provvedimento, si tratta, a testimonianza di De Liguori, di
un clima di crescente isolamento, di “emarginazione accademica”, che portò, allora, all’esclusione di Anglani dai
ranghi universitari. In séguito, Anglani diverrà docente universitario, e, oltre che in altri atenei, insegnerà
addirittura ad Harvard.
86 Vari componenti della famiglia Semerano (Angelo, Antonella, Pierangelo) sono nominati, e non come
comprimari, nel citato Scherzi della memoria sullo sfondo della realtà culturale di Ostuni; ma il più noto è
indubbiamente il grande glottologo, filologo e bibliotecario Giovanni Semerano (ben conosciuto, appunto, anche
da Sebastiano), di cui, in questa lettera, Timpanaro rivela di apprendere la lontana parentela con De Liguori. È il
caso di ricordare che Giovanni Maria Semerano (Ostuni, 21 febbraio 1911-Firenze, 20 luglio 2005) è autore di
contributi sulle lingue mesopotamiche, semitiche e indoeuropee, tali da suscitare forti dubbi, e, in prospettiva,
addirittura una potenziale rivoluzione di studi glottologici, proprio riguardo alla realtà, all’esistenza,
all’opportunità stessa di postulare un ceppo linguistico indoeuropeo. Le sue ipotesi hanno fruito di sostenitori e di
avversari (rispettivi esempi, Umberto Galimberti e Salvatore Settis). Si rammentino, fra le tante opere di grande
impegno e significato, almeno Le origini della cultura europea, 2 voll. (4 tt.), Firenze, Leo Olschki Editore, 1984-1994:
I. Rivelazioni della linguistica storica (2 tt.), rist. 2010; II. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indeuropee, t. I:
Dizionario della lingua greca e t. II: Dizionario della lingua latina e di voci moderne, 1994, III rist.: ivi, 2007; quindi,
L'infinito: un equivoco millenario - Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Torino, Paravia-Bruno
Mondadori (collana «Sintesi»), 2001; rist. a cura di L. Sorbi, Milano, Bruno Mondadori, 2004; e infine Il popolo che
sconfisse la morte. Gli Etruschi e la loro lingua, ivi, 2003. La potenziale sostituzione del «modello ariano», sostituzione
concepita in questo caso in una prospettiva di considerazione delle origini dell’Ellade, trova alimento negli studi
contemporanei dallo studio di MARTIN BERNAL, Black Athena. The Afroasiatic Roots of Classical Civilization, 3 voll.,
London, Free Association Books, 1987; edd. italiane, con il titolo Atena nera. Le radici afroasiatiche della civiltà
classica, Parma, Pratiche Editrice, 1991; con traduzione di L. Fontana, Milano, Nuova Pratiche Editrice, 1997; ivi,
EST, 1997 (ci si riferisce, specificamente, al volume primo: The Fabrication of Ancient Greece, ovvero L’invenzione
dell’antica Grecia). L’autore, sinologo e semitista londinese, dapprima docente al King’s College di Cambridge e in
séguito al Department of Political Sciences della Cornell University, è già per formazione, e palesemente, aperto
ad una visione culturale non eurocentrica. Particolarmente l’importante l’accenno ideologico che conclude la sua
introduzione al volume: «Lo scopo politico di Atena nera è, inutile dirlo, sminuire l’arroganza culturale
europea» (ed. EST, cit., p. 90). Ben lontane dal rappresentare termini di opposizioni dialettiche quali, ad esempio,
lingue orientali / lingue occidentali, irrazionalità orientale / geometrismo greco, iconologia statuaria immane e
mostruosa / proporzione e ponderatio del canone policleteo-fidiaco-aristotelico, l’ebraico e le lingue semitiche
(soprattutto l’egizio e il fenicio), nella peculiare visione bernaliana, si collocano, rispetto al greco, non soltanto in
posizione di cronologica priorità, bensì nel ruolo d’àmbito linguistico base e, si può dire, d’autentica matrice
linguistica, di famiglia d’idiomi fornitrice, all’Ellade - oltre che di terminologia della vita materiale quotidiana -, di
lessico, di filosofia, di miti e di fondamentali idee religiose. Si cfr. anche, in tal senso, il nostro Editando le foglie di
Sibilla. Gli scritti e i frammenti autobiografici di Leopardi, le magiche carte dell’io e l’estetica internazionale del romanticismo,
in Occasioni leopardiane, cit., pp. 170-171.
38
mi dispiace che tu e i tuoi siate stati ammalati. Anche qui a Firenze l’influenza ha imperversato
quest’anno, nonostante il clima relativamente mite. Spero che tu, tua moglie e anche il bambino più piccolo
siate perfettamente guariti. E spero anche di sapere presto buone notizie del tuo concorso; superate tutte
queste noie, potrai lavorare di buona lena.
Su Vincenzo Cento87 tieni presente che posso sbagliarmi: come ti dissi, non ho riletto quel suo libro da
molti anni. Non sono quindi in grado di escludere che vada classificato tra i “nuovi credenti”: esprimevo solo
un dubbio. Nessun dubbio, invece, e accordo perfetto quanto a Del Noce: il Petronio dovette davvero
prendere un abbaglio considerandolo un cattolico “aperto a sinistra”; o lo è stato in un primo tempo, e ha
fatto poi un voltafaccia?
Ad ogni modo sono sicuro che il tuo lavoro riuscirà molto bene. Quanto all’ultima parte, capisco che può
essere opportuno rimandarla ad altra sede, se Petronio lo ritiene opportuno; vorrei, comunque, che tu non vi
rinunciassi.
Il Leopardi di Mazzali l’ho comprato recentemente e ancora non l’ho letto88 . Mazzali è, credo, un allievo
di Flora, e un suo vecchio libretto, molto più piccolo, sul Leopardi non mi era piaciuto: il Leopardi filosofo
era molto sottovalutato. Da una rapida occhiata ho l’impressione che questo suo nuovo Leopardi sia
migliore; ma, ripeto, non l’ho ancora letto.
L’articolo sul Foscolo filologo, a cui accenni, te lo spedisco a parte89. L’intervento su “La Sinistra” non
merita alcuna attenzione, perchè si trattava soltanto di una replica a Libertini, che giudicava in modo
(secondo me) troppo favorevole le prospettive di una “evoluzione verso sinistra” del PCI90.
Quanto a dar consigli sul voto del 7 maggio, io sono il meno adatto a darli, perché sono tuttora iscritto al
PSIUP e quindi il mio voto è, diciamo così, obbligato91. Non mi sento affatto legato a quegli imbecilli che si
chiamano Vecchietti, Valori ecc. Mi sento legato ai compagni della federazione di Firenze, che è una
federazione “eretica”, su una posizione molto più a sinistra non solo rispetto al gruppo dirigente nazionale,
ma anche rispetto alla sinistra nazionale di Libertini, Foa ecc. Mi rendo conto, tuttavia, che è giusto che i non
iscritti al PSIUP giudichino questo partito per quel che è sul piano nazionale, non per qualche federazione
sinistrorsa; e quindi non mi arrischio a consigliare nessuno a votare per il PSIUP. Verso il Manifesto ho
qualche motivo di risentimento per la lotta acrimoniosa che ha condotto e conduce soprattutto contro la
sinistra del PSIUP, per il meschino obiettivo di fregarle qualche iscritto e un po’ di voti, mentre vi sarebbero
state possibilità di un’azione comune, almeno su parecchie questioni. Tuttavia, se dovessi scegliere tra
Manifesto e PCI, io personalmente sceglierei il Manifesto. Ho l’impressione che il PCI non costituisca più
nemmeno un valido baluardo contro la reazione, tanto è desideroso di venire a patti comunque con la DC.
Certo, non andrà prossimamente al governo, perché la DC e i suoi satelliti non ce lo vogliono; ma continuerà

87 Cfr. precedente lettera, del 4 marzo 1972.


88Si vd. E. MAZZALI, G. Leopardi. La vita il pensiero i testi esemplari, Milano, Accademia, 1972; poi, vd. ID., Leopardi.
La vita il pensiero le opere, ivi, 1978; come precedente della leopardistica di Ettore Mazzali, vd. G. LEOPARDI, I
«Canti». F. FLORA, La poesia leopardiana, a cura di E. Mazzali, Milano, Nuova Accademia, 1962.
89 Di Timpanaro studioso di Foscolo cfr. ID., Ugo Foscolo traduttore e interprete di Omero, in «Maia», XX (gennaio-
marzo 1968), pp. 74-77 (recensione di U. FOSCOLO, Esperimenti di traduzione dell’Iliade, 3 voll., a cura di G. Barbarisi,
Firenze, Le Monnier, 1961-1967, Edizione nazionale delle Opere di Ugo Foscolo, III, 1-3); ID., Ancora sul Foscolo
filologo, in «Giornale storico della letteratura italiana», CXLVIII (1971), pp. 519-544; poi, con il titolo Sul Foscolo
filologo, in ID., Aspetti e figure della cultura ottocentesca, Pisa, Nistri-Lischi («Saggi di varia umanità», n. 23), 1980, pp.
105-135. Il secondo contributo qui elencato, quello appunto destinato al «Giornale storico», è «L’articolo» foscoliano
che Sebastiano spedisce a De Liguori.
90 Cfr. S. TIMPANARO, La strategia internazionale dei comunisti italiani, in «La sinistra», I, 3 (27 febbraio 1972), p. 23; si
tratta, appunto, d’una replica, con lo stesso titolo, a un articolo di L. LIBERTINI («ivi», 2 - 6 febbraio 1972 -, pp.
12-13).
91 Le elezioni politiche italiane del 7 e dell’8 maggio 1972 sono le prime elezioni anticipate nella storia dell’Italia
repubblicana, dato lo scioglimento delle due Camere per la prima volta decretato dal Presidente della Repubblica
in data antecedente alla fine naturale del quinquennio di legislatura (al momento della crisi, il Presidente del
Consiglio è Giulio Andreotti). Le elezioni sono oggetto di forte interesse, di acceso dibattito politico, e di
significativa attesa da parte dell’elettorato. A fronte della tenuta da parte della Democrazia Cristiana e del Partito
Comunista, da poco tempo guidato da Enrico Berlinguer, una formazione di sinistra come il Partito Socialista
Italiano di Unità Proletaria, cui appunto è iscritto Timpanaro, va incontro a una chiara sconfitta, ottenendo la
metà dei voti rispetto alla precedente consultazione elettorale; il segretario di allora è Dario Valori. L’elaborazione
critico-polemica che segue al risultato elettorale occupa tutta la prima parte della successiva lettera XVII, del 18
giugno 1972.
39
a fare, sempre più, un’ “opposizione di Sua Maestà”; e diventerà sempre più un partito genericamente
“nazionale”, non un partito di classe.
Ma queste sono considerazioni che possono benissimo non essere condivise, me ne rendo conto. Si può
obiettare che la classe operaia è pur sempre, in maggioranza, nel PCI, e che i vari gruppi di estrema sinistra
hanno, per troppe ragioni, deluso.
Tanti saluti affettuosi e auguri vivissimi
dal tuo
Sebastiano

XVII

Firenze, 18 giugno 1972

Caro Girolamo,
volevo anch’io - e da tempo - scriverti a lungo. Ma le discussioni post-elettorali del PSIUP e il lavoro per
opporsi ai liquidatori del medesimo (lavoro che ha una delle sue “centrali” proprio nella federazione di
Firenze)92 mi stanno facendo perdere un tempo enorme, sebbene io lavori per il partito molto meno degli altri
compagni. Comprendo coloro che fanno la scelta della confluenza nel PCI o perfino nel PSI; riconoso che
può essere o apparire una scelta realistica, ma non riesco a condividerla, non per donchisciottismo e
utopismo politico, ma perché sono convinto che un PSIUP “rifondato” e liberato finalmente dalla presenza di
dirigenti squallidi e inetti possa contribuire a quel processo autocritico che si va aprendo in tutte quelle forze
che sono alla sinistra del PCI e che hanno, certo, compiuto grossi errori di settarismo o di avventurismo
“goliardico” (o, nel caso del PSIUP, di timidezza e di incapacità di rompere con una vecchia tradizione di
sinistra tradizionale), ma hanno pur compiuto lotte e esperienze positive il cui sbocco non può essere un
annegamento dentro un PCI sempre più “antifascista e basta”.
Ma di ciò vorrei discorrere con te più a lungo, e sapere anche il tuo parere. Lavori ancora nel Circolo
Lenin93 di Puglia? Hai occasione di discutere con compagni di vario orientamento? Anglani che ne pensa?
Quanto al congresso leopardiano, probabilmente ci andrò, ma come semplice ascoltatore. Questo che si
terrà nel settembre o ottobre prossimo è il terzo congresso organizzato finora dal Centro di studi leopardiani.
Il migliore fu il primo (tenutosi nel ’62), su Leopardi e il Settecento; già il secondo (1967), su L. e
l’Ottocento, rappresentò un passo indietro, come credo risulti anche da un confronto tra i due volumi di Atti
dei due convegni. Ora questo terzo convegno, dedicato a “L. e il Novecento”, sarà impostato (come forse
avrai visto da un annuncio che è stato mandato a varia gente) in modo un po’ diverso: non ci saranno più
“comunicazioni” brevi (che erano in fondo le più interessanti), ma solo una o due relazioni (non ricordo
bene) e poi una serie di testimonianze di scrittori e poeti contemporanei che diranno che cosa ha
rappresentato per loro il Leopardi. Da un lato, potrebbe venirne fuori un congresso meno “professorale”;
dall’altro, ho paura che tutti questi illustri scrittori e poeti parleranno tanto di se stessi e poco del Leopardi; e
ho anche paura che dalle loro testimonianze verrà fuori, di nuovo, un L. quasi esclusivamente idillico, oppure
un L. “calligrafista” (penso in particolar modo all’esperienza de La Ronda)94 . Il L. materialista e pessimista

92 Cfr. la precedente lettera XVI, del 10 aprile 1972.


93 Cfr. le precedenti lettere XI e XII, del 15 luglio e del 3 novembre 1971.
94 Timpanaro, in questa pronuncia epistolare, mostra di riprendere, sul piano storiografico-culturale, il giudizio
critico “vulgato”, in quegli anni, sulla celebre rivista. Ci si limita a ricordare, qui, che, in una rinnovata visione
critica sull’impostazione culturale de «La Ronda , l’idea di calligrafismo potrebbe oggi suonare riduttiva riguardo a
quello che è in realtà l’impegno della rivista.
40
rimarrà in ombra perché non mi sembra che abbia avuto veri seguaci95 nella letteratura italiana
contemporanea, almeno in quella più “illustre” che sarà rappresentata al congresso. Ma potrei sbagliarmi96.

Tanti saluti affettuosi


dal tuo
Sebastiano

[Aggiunto a penna: «Quanto alla procedura per |cancellato: «assist»-ere| partecipare al Congresso, credo
che basti preannunziare la propria partecipazione alla segreteria del Centro Naz. di Studi Leopardiani,
62019 Recanati (Macerata)».

XVIII

Firenze, 27 ottobre 1972

Caro Girolamo,
grazie della lettera e delle notizie sulle tue esperienze quanto ai “corsi abilitanti”. Molti altri amici mi
hanno narrato esperienze in parte simili alle tue; ma nessuno con tanta efficacia e acutezza. Non mi
meraviglio certo che tu abbia suscitato le proteste e le azioni persecutorie da parte dei filistei e dei tutori
dell’ordine costituito. E’ una sorte alla quale, in questa Italia tanto “democratica”, difficilmente può sottrarsi
chi voglia dire la verità e agire coerentemente, nel campo politico come in quello scolastico (che è anch’esso
politico, e i clericali e i reazionari lo hanno sempre saputo bene!). Ti esprimo perciò la mia solidarietà e la
mia ammirazione; e nello stesso tempo – a costo di essere ritenuto un antipatico “consigliere di prudenza” –
vorrei raccomandarti di non esporti troppo. Stiamo attraversando tempi particolarmente duri; per superarli,
certo, è indispensabile opporsi con coraggio all’attacco reazionario; ma è anche necessario non correre

95 La differenza, qualitativamente decisiva, tra «ammiratori» e «seguaci», è stata ben còlta da Marino Biondi
nell’Introduzione (Universi leopardiani. Studi di storiografia, pp. IX-X) al nostro L’universo leopardiano, cit.: Leopardi
viene a rappresentare «non soltanto un poeta ma un’entità storiografica, una figura prima di civiltà culturale,
pregna di sensi e di significati, che non ammette solo lettori (e ammiratori), ma seguaci (sul punto torneremo in
seguito)»; si tratta di «una precisa e illuminante specificazione sull’attualità di Leopardi nel Novecento», con un
effetto di forte ridimensionamento di «quella presunta attualità: “Chi si sente suo contemporaneo (non solo
ammiratore ma ‘seguace’) deve avere la consapevolezza di trovarsi in una posizione di minoranza”. La distinzione
fra ammiratore e seguace è di quelle sostanziali e dirimenti (seguace comporta ben altro tipo di adesione rispetto a
quella estetica, e ben altra responsabilità, e certo pour cause Leopardi ha avuto e continua ad avere più ammiratori
che seguaci). / Il punto testé evocato è di quelli centrali, decisivi, anche non risolvibili» (p. XV; la citazione da
Timpanaro è tratta dai Nuovi studi sul nostro Ottocento, Prefazione, p. XVII). Dalla prospettiva di Timpanaro,
insomma, «riescono ben difficili, alla luce degli sviluppi letterari novecenteschi, operazioni critiche tese ad
attualizzarne […] la lezione ideologica e creativa; Leopardi non può, insomma, essere considerato un precursore
dell’estetica della ‘poesia pura’, né “è stato mai poeta di pure immagini o di puri suoni […]”»; da questo punto di
vista, il poeta-filosofo «non è un “contemporaneo”, e va letto “storicamente”» (cfr. il nostro L’universo leopardiano,
cit., p. 42; le citazioni da Timpanaro sempre dalla p. XVII della Prefazione). Si ricordi, anche, su un piano più
generale, la funzione determinante esercitata sullo studioso e su altri, potenziali «seguaci», da alcune grandi figure
della filosofia e della letteratura ispirate al pensiero materialistico: «Se Leopardi offre al suo “seguace” un
identitario raffronto con l’intellettuale (e l’ideologo) esposto e motivato alla riflessione sulla natura e sull’infelicità
procurata alle involontarie creature, Engels porge a sua volta al leopardista l’esperienza d’un filosofo nel cui
pensiero il materialismo storico non esclude, ma anzi coscientemente ricerca, a pena d’un’autopercezione
d’insufficiente Weltanschauung, il legame, la relazione con il materialismo nella natura, lo studio dei meccanismi
chimico-biologici d’un cosmo autodistruttivo, d’un sistema autofagocitante. Engels non appare candidato a
rappresentare con urgenza il primo elemento d’un binomio Engels-Leopardi; più che Engels-Leopardi, direi
Engels quale spiegazione, agli occhi dello studioso maturo, di come in Leopardi si trovi ciò che manca in
Marx» (ivi, p. 95).
96 Si rammenti, comunque, ad esempio, proprio su un autore d’interesse come Arturo Graf, come anche su
Gozzano e Leopardi, M. GUGLIELMINETTI, Leopardi nella letteratura italiana da Graf alla «Voce», III Convegno
internazionale di studi leopardiani (Recanati, 2-5 ottobre 1972), appunto nell’opera collettiva Leopardi e il Novecento,
Firenze, Olschki, 1974, pp. 95-125; si vedano in particolare le pp. 110-113, riguardanti Guido Gozzano, sulla
difficoltà del «programma esistenziale e ideologico» del poeta piemontese a rientrare realmente nella vision du
monde leopardiana.
41
troppo il rischio di rimanere isolati, cercare di ricostruire un minimo di unione di forze e soltanto allora
muovere al contrattacco. Scusami per queste parole che, ripeto, ti sembreranno dettate da viltà; ma leggendo
la tua lettera mi è venuto il timore che tu ti esponga troppo da solo.
Qui a Firenze, come altrove, stiamo cercando di “rifondare” il PSIUP, cioè di dar vita a un nuovo
organismo politico che assomigli il meno possibile al vecchio PSIUP vecchiettiano (che ha veramente
meritato di morire senza rimpianti!) e che d’altra parte riesca a radicarsi nella classe operaia più di quanto
non abbiano saputo fare i gruppi extraparlamentari. Riuscirà questo tentativo? È ancora troppo presto per
poter rispondere e conviene essere sanamente pessimisti; tuttavia gli inizi sono incoraggianti: abbiamo nuovi
iscritti, quasi tutti giovani, e c’è una volontà di lotta e di approfondimento dei problemi che fa sperar bene.
Certo non sarà il nuovo PSIUP, da solo, il partito rivoluzionario della classe operaia; ma potrà esserne, credo,
una componente.
Quanto[cancellato: , però,] al motivo per cui io non ho una cattedra universitaria, esso non dipende
dall’ostilità dei reazionari che governano l’Italia, ma da una causa molto più “personale” e … materialistico-
volgare. Io soffro, ormai da decenni, di una forma nevrotica che mi impedisce, o almeno mi rende
estremamente penoso, di parlare in pubblico: Per questo, dopo avere insegnato in varie scuole secondarie per
una quindicina d’anni (in certi periodi con gioia e con perfetto equilibrio nervoso, in altri con sforzo e
logorìo), decisi infine, nel 1960, di dimettermi dall’insegnamento e di impiegarmi in una casa editrice: un
lavoro, quest’ultimo, molto più grigio e noioso e inutile socialmente, ma meno “stressante” per i miei nervi.
L’idea del centro di controinformazione mi sembra ottima97 . Anche noi, qui, al PSIUP, abbiamo da
qualche tempo intrapreso qualcosa di simile: per ora i frequentatori sono pochi, ma insisteremo. Mi conforta
il sapere che anche a te è venuta un’idea analoga. Naturalmente non credo affatto che questa debba essere,
per te, una scelta alternativa rispetto a quella degli studi su Leopardi, sul materialismo e lo scetticismo ecc. In
quel campo tu hai cose importanti e nuove da dire (cose tue, non “timpanarofile”, anche se su molte cose
essenziali siamo d’accordo) e devi dirle.
Tanti saluti affettuosi, fammi sapere poi come va il tuo centro di controinformazione

il tuo Sebastiano

97 Si tratta di quel centro di controinformazione di Pistoia cui si allude anche nel Post-Scriptum, che ha come
effettivo recapito nient’altro che una casella postale, e con il quale De Liguori corrisponde a partire dal 1971,
avendo innanzi tutto a referente Giuliano Capecchi (responsabile del Centro di Documentazione di Pistoia,
collaboratore di «Inchiesta», responsabile della rivista «Liberarsi»), contemporaneamente al rapporto che il filosofo
instaura con Luisa Muraro e con lo psicoanalista Elvio Fachinelli (anni dopo, De Liguori apprenderà che Fachinelli
era stato tra gli psicoanalisti fortemente critici verso Il lapsus freudiano di Timpanaro, e che tra i due studiosi non
intercorrevano buoni rapporti; di Fachinelli si ricordino almeno le edizioni del Freud di L’interpretazione dei sogni e
di Sogni e interpetazioni - Torino, Bollati Boringhieri, 1973 e 1997); di Luisa Muraro è ben nota la vicenda del
passaggio dai ranghi accademici a quelli della scuola dell’obbligo, nella pratica d’un insegnamento antiautoritario,
così come è nota la decisiva partecipazione all’esperienza della “Libreria delle Donne di Milano”, nel quadro
d’un’adesione al movimento femminile che non viene a coincidere con il femminismo della “prima ondata”, con il
femminismo dei diritti politici e civili e della “parità”. Quello della “Libreria delle Donne”, e quindi della Muraro,
si qualifica come femminismo della second wave. In questa rete di riferimenti della cultura di controinformazione
emerge dalla testimonianza di De Liguori anche l’esperienza di Roberto Roversi (con il quale il filosofo è in
contatto), la cui libreria antiquaria, “Palmaverde”, è stata sino al 2006, non soltanto in àmbito bolognese, un luogo
privilegiato per i giovani e per la poesia; e si segnala, altresì, l’impegno del gruppo de «L’Erba Voglio», rivista e casa
editrice (1971-1977) fondata da Fachinelli e dalla scrittrice e saggista Lea Melandri, madre del futuro ministro della
pubblica istruzione; e L'Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, a cura di Elvio Fachinelli, Luisa Muraro Vaiani
e Giuseppe Sartori, Torino, Einaudi, 1971 (II ed.: 1973), è appunto un volume nel quale si documentano le attività
di questo gruppo di impostazioni pedagogiche avanzate. Tra le esperienze di De Liguori (anche di non lunga
durata) non mancano i contatti culturali con il gruppo del «Manifesto» e con Lidia Menapace (il cui vero nome è
Lidia Brisca, partigiana, personalità politica), che dello stesso «Manifesto» nel suo primo nucleo (1969-1971) è tra i
fondatori, in tal senso esplicitamente invitata. È un’epoca, quelli di cui partecipano Sebastiano e De Liguori, che,
in generale, è segnata da una fervida animazione di dialoghi, da una filiera di scambi culturali “di base” fra
intellettuali di valore che hanno in comune una convinta e diffusa volontà di dar vita a un’informazione diversa, a
una comunicazione realmente aperta al pubblico di fruitori e non allineata ai modelli e ai vari gradi di
conformismo linguistico espressi dai poteri forti, ivi compresi quelli di ufficiale schieramento “progressista”. Il
centro di controinformazione (qui, come si vede, riconosciuto e apprezzato anche da Timpanaro, proprio nel suo
serio orientamento a sinistra) divulga varie riviste, “fogli” di autonoma informazione, pubblicazioni riguardanti
tematiche quali la lotta di classe, l’integrazione europea, ed altre ancora.
42
Quel centro di Pistoia con cui sei in contatto lo conosco e lo apprezzo anche io: sono dei cattolici (o almeno,
di provenienza cattolica), ma seriamente orientati a sinistra.

XIX

Firenze, 1° luglio 1973

Caro Girolamo,
ti ringrazio infinitamente delle tua lettera. Io penso a te molto spesso; e dovrebbe quindi accadere che,
almeno qualche volta, fossi io il primo a scriverti! Ma una forma di pigrizia senile rallenta o addirittura
paralizza, come sai, le mie capacità epistolari. Tanto più ti sono grato del fatto che pensi tu, qualche volta, a
prendere l’iniziativa e a rannodare la nostra corrispondenza.
In quest’ultimo anno non ho combinato quasi nulla. Gli articoli che hai veduto su «Belfagor» e su «Critica
storica» sono roba vecchia, uscita dopo lunga attesa98 . Molto mi hanno assorbito le riunioni del PdUP99,
sebbene anche come “militante” io lasci, ormai, molto a desiderare. Il mio legame col PdUP è anzitutto un
legame con compagni bravi, che hanno fatto (loro che erano funzionari, non io!) grosse rinunce pur di non
rinunziare alla prospettiva di “rilanciare” una forza alla sinistra del PCI. Che nel PdUP vi siano ancora
ambiguità di linea politica, poca chiarezza ideologica (accresciuta da un eccessivo zelo di dialogare coi
“cattolici del dissenso”), troppo “movimentismo” e troppo poco leninismo, è cosa di cui sono convinto.
Riuscirà il partito – unendosi, ora, anche col “Manifesto” - a superare queste carenze? Non so. Ma altre
scelte (sia verso i partiti della sinistra tradizionale, sia verso i gruppi spontaneisti o m-l [marxisti-leninisti])
mi sembrano, per diverse ragioni, ancora meno allettanti, anche se rispetto e apprezzo molti dei compagni
che le hanno compiute.
Sul giudizio che la «Rassegna» ha dato del tuo Gioberti e Leopardi, e sul problema più generale che tu
poni, riguardante la funzione dell’ideologia, io sono pienamente d’accordo con te100. Ma nella “Rassegna”
l’Ottocento è, in generale, assai maltrattato101 . Il principale curatore e direttore della sezione ottocentesca,

98 Timpanaro, in realtà, nel periodo 1972-1973, al di là d’una professione di modestia che è tipicamente sua,
pubblica nelle suddette riviste una nutrita proposta di articoli e di contributi; oltre alla citata recensione al
Geymonat della Storia del pensiero filosofico e scientifico (a quell’epoca vi manca solo la seconda parte del Novecento), si
vd. Graziadio Ascoli, in «Belfagor», XXVII (1972), pp. 149-176; Friedrich Schlegel e gli inizi della linguistica indeuropea in
Germania, in «Critica storica», IX (1972), pp. 72-105; Karl Korsch e la filosofia di Lenin, in «Belfagor», XXVIII (1973),
pp. 1-27 (rist. in Sul materialismo, cit., pp. 222-261; trad. inglese - Karl Korsch and Lenin’s Philosophy - in On materialism,
translated by Lawrence Garner, London, NLB, 1975, pp. 221-254; ancora rist. in Il Verde e il Rosso, cit., pp. 51-78);
Giorgio Pasquali, «ivi», pp. 183-201 (segue una Nota di «Belfagor», pp. 201-205); A proposito di un giudizio su Pasquali, a
cura della redazione di «Belfagor», «ivi», pp. 202-203 (rist. del contributo apparso con lo stesso titolo in «Società»,
VIII -1952 -, pp. 704-705); recensione a M. UNTERSTEINER, «Saggi sul mondo greco», a cura di R. Maroni e L.
Untersteiner Candia, Trento, Voci della terra trentina (XVI), 1972, in «Critica storica», X (1973), pp. 169-174; A proposito di
una bibliografia cattaneana, rec. a G. ARMANI, «Gli scritti su Carlo Cattaneo. Saggio di una bibliografia, Pisa Nistri-Lischi,
1973», «ivi», pp. 318-322; rec. a E. F. K. KOERNER, «Contribution au débat post-saussurien sur le signe linguistique.
Introduction générale et bibliographie annotée», The Hague-Paris, Mouton, 1972, «ivi, pp. 529-532; Il contrasto tra i fratelli
Schlegel e Franz Bopp sulla struttura e la genesi delle lingue indeuropee, «ivi», pp. 573-590. Timpanaro ricorderà la propria
recensione a Mario Untersteiner nella lettera LVII, del 31 gennaio 1996, sottolineando che lo studioso «fu allievo e
seguace appassionato di Rensi»; e il pensiero di Rensi è argomento d’interesse comune fra lui e De Liguori.
99Sebastiano pubblica in «Unità Proletaria» il contributo Maturità politica e chiarezza ideale: basi di un comune impegno
per una reale alternativa, «U. P.», II, 7 (2 aprile 1973), p. 2. Lo scritto s’inquadra in un dibattito sul rapporto fra
cristiani e marxisti. «Unità proletaria» è mensile del PSIUP, della Federazione di Pisa, I (1964)-; in séguito,
quindicinale del Partito di Unità Proletaria, I (1972)-.
100 L’articolo è Vincenzo Gioberti e la filosofia leopardiana. Momenti del conflitto tra l’ideologia cattolico-borghese e la protesta
leopardiana, più volte citato.
101 I dati bibliografici sono in questo caso registrati dallo stesso De Liguori: «Cfr. “La Rassegna della Letteratura
italiana”, n° 2-3, 1972, rec. di Sergio Campailla; e 1-2 1974, rec. di Filippo Bettini»; De Liguori, annotatore in anni
successivi (nel citato numero del «Ponte» del 2004) della lettera del 1973, ricorda in anticipo un’altra recensione
che sarà a lui dedicata nella «Rassegna della letteratura italiana» nel 1974: recensione che, appunto, in sé esula
dall’hic et nunc della lettera. Timpanaro, ovviamente, può riferirsi, a quella data, soltanto alla “scheda” del 1972.
43
Cesare Federico Goffis, non solo non è un marxista, ma, pur non mancando di buona preparazione e di gusto,
è su posizioni assai più arretrate di quelle di Binni stesso (il quale, almeno, tiene fede a un combattivo
illuminismo non privo di qualche venatura marxista; ed ha per il lato “eroico” del pensiero leopardiano, per
il suo materialismo pessimistico, un amore sincero). Goffis, invece, è piuttosto un manzoniano-pascoliano,
poco adatto a capire il Leopardi: anche la storia della critica leopardiana da lui scritta per Palumbo non è
niente di speciale102 . Sulla falsariga di Goffis si muovono i suoi collaboratori, compreso quel Campailla (mi
pare si chiami così) che ha schedato il tuo saggio. Il suo ragionamento è quello dei bempensanti: un’
“ideologia” vale l’altra; il vero punto di vista “storico-critico” consiste nel non parteggiare né per Leopardi
né per Gioberti, ma nel comprenderli “storicisticamente” tutti e due. Ed è un ragionamento del tutto
inaccettabile, sia in linea generale, sia per quanto riguarda il tuo saggio. La simpatia “ideologica” per il
Leopardi ti ha portato a falsare la verità storica, a forzare i dati per adattarli a una tesi preconcetta, o ti ha
invece aiutato a capire ciò che il L. ha rappresentato di radicalmente nuovo nella cultura italiana, e quindi le
ragioni profonde della sua inconciliabilità col pensiero cattolico-liberale o neoguelfo? Questo è ciò che il
Campailla avrebbe dovuto chiedersi; e la risposta, per me, non è dubbia. Al tuo saggio sarebbe stata resa un
po’più giustizia se esso fosse stato recensito, anziché da Goffis o da Campailla, da qualche giovane più
aperto (anche se non proprio marxista) come Pino Fasano103 o Giancarlo Cardini – quantunque l’articolo di
Fasano, pubblicato più di un anno fa sul “Ponte”, Leopardi controromantico, non mi abbia del tutto convinto
-. Ma soprattutto ci sarebbe voluto un recensore non puramente “letterato”, ma anche studioso di storia della
filosofia e della cultura.
Spero che riprenderai presto quel lavoro che, se non ricordo male, avevi concordato di fare per
Petronio104. Sarebbe importante che tu lo portassi a termine, sia per il grande interesse dell’argomento (che tu
sei in grado di trattare meglio di ogni altro), sia perché sono persuaso che la pubblicazione di quel lavoro ti
renderebbe molto più facile la collaborazione a riviste: si tratta di rompere il “muro” del silenzio e
dell’indifferenza; dopo di che, certo, con le idee che tu ed io abbiamo, rimarremo sempre in minoranza, ma
almeno avrai più possibilità di far sentire la tua voce e di smuovere le acque.
Tanti saluti affettuosi, buone vacanze
dal tuo
Sebastiano Timpanaro

102 Cfr. C. F. GOFFIS, Leopardi. Storia e antologia della critica, Palermo, Palumbo Editore (Collana «Storia della
critica», n. 21), 1963 (V ed.: 1975).
103P. FASANO, Leopardi controromantico, in «Il Ponte», XXVII (1971), pp. 818-835 (in particolare pp. 819-822, centrate
specificamente sul Timpanaro di Classicismo e illuminismo).
104 Cfr. qui sopra, n. 78.

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