Sei sulla pagina 1di 296

Una Ahnenerbe casalinga

Di Fabio Calabrese
www.ereticamente.net
2014 -2018

Una Ahnenerbe casalinga, prima parte

La Società Ahnenerbe era, come è noto, un'associazione esistita in Germania nel periodo fra le
due guerre mondiali, che si è occupata delle ricerche e dello studio dell'eredità degli antenati
germanici e indoeuropei. Era un'emanazione diretta del Terzo Reich, ed ha organizzato spedizioni
ai quattro angoli del mondo per chiarire il mistero dell'eredità ancestrale. Fra queste, le più
famose sono state probabilmente quelle guidate dall'esploratore Sven Hedin in Asia centrale.
“Ahnenerbe” significa appunto “Eredità degli antenati”.
Si fa spesso osservare che in queste ricerche i Tedeschi hanno speso più di quanto abbiamo fatto
gli Americani per la realizzazione della bomba atomica. Di solito, questa osservazione viene
presentata in maniera sgradevolmente ironica, come dire quanto folli e fuori dalla realtà fossero questi nazionalsocialisti. Si
tratta di una questione di priorità. Per i democratici yankee, miranti a un potere bruto e intrinsecamente violento sul resto del
nostro pianeta, attraverso il ferro e l'oro, il potere tecnologico-militare e quello del denaro, l'eredità degli antenati di
chicchessia, a cominciare dai loro, non aveva e non ha alcuna importanza, anzi, un'identità legata alle radici, una tradizione
veicolata dal sangue, era ciò che massimamente si opponeva, e ancora oggi si oppone all'universale trionfo della democrazia
che ha come premessa l'appiattimento e la cancellazione delle differenze fra gli uomini.
Per chi non la pensa così, sciogliere il nodo delle nostre origini, della nostra eredità ancestrale, capire chi veramente siamo,
è forse più importante che avere i mezzi per esercitare un bruto potere di distruzione sull'intero pianeta.
Come certo avete potuto notare, fra tutte le tematiche politiche, metapolitiche, filosofiche, esistenziali, religiose, quella su
cui ho concentrato maggiore attenzione negli ultimi tempi, è proprio il problema delle origini, al punto che mi sembra di
aver messo insieme quella che, tenendo conto di tutte le proporzioni del caso, si potrebbe forse definire una piccola
Ahnenerbe casalinga.
Il motivo di una simile scelta è collegato precisamente al successo che sta raccogliendo “Ereticamente”. Nel giro di un paio
d'anni la nostra testata è notevolmente cresciuta come diffusione e lettori, al punto che oggi la si può definire
tranquillamente un punto di riferimento della nostra “Area”. Un successo, spero che nessuno mi riterrà presuntuoso se lo
affermo, al quale col centinaio e passa di articoli che ho finora collocato sulla nostra testata, mi sembra di aver dato un
contributo non trascurabile.
Assieme ai lettori, è cresciuto il numero dei collaboratori, così che mentre all'inizio ci si poteva e ci si doveva occupare un
po' di tutto, è diventato giocoforza ritagliarsi un settore più specializzato.
Ben prima di arrivare alle pagine di “Ereticamente”, il problema delle origini della civiltà europea, delle culture
indoeuropee, dell'uomo caucasico, è un argomento a cui, da qualcosa più di una ventina d'anni, ho dedicato una particolare
attenzione, a prescindere dalla prospettiva di pubblicare qualcosa in merito.
Non so se finora ho avuto l'occasione di raccontarvi l'episodio che mi ha portato ad accendere un particolare interesse in
proposito. Eravamo nel 1991, quasi ventitré anni fa, mi trovavo a scuola (una scuola diversa da quella dove insegno
attualmente) durante un intervallo in sala insegnanti, e come spesso succede, fui coinvolto in una discussione fra colleghi,
una di quelle dove – una volta tanto – emergono argomenti non futili.
Una collega, docente di storia dell'arte e patita dell'oriente se ne uscì con l'affermazione che sebbene l'uso delle staffe
compaia per la prima volta in maniera documentata in Europa nell'Alto Medioevo, dovesse essere anche questa
un'invenzione orientale perché a suo dire, noi Europei “non avevamo mai inventato nulla”.
Questo discorso ebbe il potere di offendermi nel mio orgoglio di uomo europeo e caucasico. Risposi con enfasi che, se
anche quella delle staffe fosse stata la sola invenzione attribuibile a noi Europei, essa non era così da poco come la collega
pensava: prima di essa un cavaliere era costretto a stringersi con le gambe alla cassa toracica del cavallo e tenersi sempre
aggrappato almeno con una mano ai finimenti. Le staffe, scaricando verticalmente il peso del cavaliere, trasformavano
l'animale in una piattaforma molto più stabile che permetteva di tenere armate entrambe le braccia (con lancia o spada, e
scudo, di solito). Fu l'invenzione delle staffe che fece della cavalleria franca la più formidabile macchina da guerra che il
mondo avesse fin allora conosciuto, e che schiantò lo slancio della conquista arabo-islamica a Poitiers. Ricordo che rievocai
con toni epici dettati dalla passione quello scontro cruciale: questa battaglia durò tre giorni e due notti durante i quali i
cavalieri franchi (ce ne fossero oggi!) ributtarono costantemente indietro le orde mussulmane con tale slancio da far pensare

1
che davvero in loro si fosse incarnato lo spirito dell'Europa che non accettava di veder trasformato il nostro continente in un
pezzo di mondo islamico.
Non mi fermai qui, credo che tirai fuori praticamente tutto, dalle pitture parietali di Altamira ai monoliti di Stonehenge, ai
templi, alle sculture alla pittura vascolare greca, alle strade e le mura romane, agli affreschi pompeiani, alle cattedrali
gotiche. Credo di averla lasciata tramortita, e gli altri colleghi stupefatti dalla mia irruenza, di solito sono una persona
alquanto posata nelle relazioni personali.
Io, tuttavia, non mi sentivo soddisfatto. Per certi versi, penso di essere un uomo all'antica, e aver avuto ragione di una
donna, sia pure in uno scontro verbale, non mi sembrava una gran vittoria, ma soprattutto non mi bastava aver avuto
ragione, volevo essere certo di AVERE ragione, e quell'episodio è diventato il punto di partenza di una serie di ricerche, sia
pure affidate alle fonti scientifiche e letterarie, non avendo io la possibilità di condurre spedizioni e campagne di scavi, e
riflessioni personali, il cui contenuto si è poi in gran parte riversato nei testi che avete letto su “Ereticamente”.
Più procedevo in questo genere di lavoro, più quello che scoprivo si è rivelato sorprendente ai miei stessi occhi. Quando si
salta dal livello della presunta informazione scolastica e divulgativa a quello dei lavori appena un po' più approfonditi degli
specialisti, ci si accorge che la storia che ci raccontano non è “la Storia”, ma letteralmente una bufala, una fiaba.
Cosa dire, ad esempio, delle tavolette “di Tartaria” (che nonostante il nome non hanno nulla di asiatico, furono ritrovate nel
1962 in uno scavo nel sito di Turda in Romania), che contengono i più antichi pittogrammi, i più antichi esempi di scrittura
conosciuti al mondo, e la cui esistenza da mezzo secolo è nota agli specialisti ma rimane rigorosamente celata al grosso
pubblico? Che dire, per citare solo un altro esempio, delle sepolture ritrovate nei pressi di Stonehenge, per citare soltanto
una, quella del ragazzo con la collana di ambra, che ha restituito i resti di un quindicenne proveniente dal Mediterraneo che,
data la sua giovane età, è inverosimile avesse raggiunto il santuario megalitico da solo ma doveva far parte di un gruppo
familiare, e aveva al collo un monile di preziosa ambra baltica. Ci lascia intravedere un'Europa preistorica molto diversa da
quella che ci viene solitamente descritta, dove le persone e le merci viaggiavano su grandi distanze, e non isolati
avventurieri, ma interi gruppi familiari.
I motivi di questa mistificazione sono, io penso, sia storici sia politici. Motivi storici: la “nostra” cultura, la cultura che ci è
stata imposta, di base è cristiana, biblica, ecclesiastica. E' semplicemente ovvio che per quanto riguarda la storia antica
attribuisca al Medio Oriente, la parte del mondo in cui è stata scritta la bibbia, la sola che i suoi estensori conoscevano, una
centralità spropositata. La nostra concezione del mondo si è affrancata dall'influenza biblica con Copernico e Galileo sul
terreno dell'astronomia e delle scienze fisiche, con Darwin su quello delle scienze biologiche, ma per quanto riguarda le
scienze storiche, un'analoga rivoluzione non è mai avvenuta.

A questi motivi storici, se ne sommano altri più recenti e contingenti di natura politica. Dopo due disastrose guerre mondiali
che hanno fatto perdere al nostro continente quell'egemonia planetaria che fin allora possedeva (E' inutile illudersi, tutti noi
Europei abbiamo perso ENTRAMBE le due guerre mondiali: i vantaggi territoriali acquisita dall'uno o dall'altro stato
europeo “vincitore” nell'uno o l'altro dei due conflitti, non sono valsi la perdita dell'egemonia planetaria del nostro
continente, e oggi rischiamo di scomparire come entità nazionali a causa di un'invasione camuffata da immigrazione),
l'Europa si è trasformata in una costellazione di stati a sovranità limitata, prima in un condominio americano-sovietico, oggi
in una serie di colonie degli Stati Uniti. In questa situazione, una cultura, una “scienza” storica strettamente ammanicate a
un potere politico che è di tipo PROCONSOLARE, subordinato a una potenza ad di fuori dell'ecumene europeo, si
guardano bene dall'incoraggiare negli Europei l'orgoglio di essere tali, e magari la volontà di resistere al potere mondialista
che ha deciso la loro sparizione per progressivo annegamento in un'ibrida società multietnica.
Io penso possa essere non privo d'interesse il racconto della storia della mia piccola Ahnenerbe casalinga prima della sua
confluenza in “Ereticamente”, possa essere fonte di qualche interessante insegnamento. Ricordo che qualche anno dopo
aver iniziato una serie di ricerche e riflessioni riguardo all'antichità e originalità della civiltà europea, decisi di condensare i
risultati raccolti in uno scritto da far circolare fra i miei colleghi nella speranza di suscitare un dibattito, e con il remoto
proposito di trovare da qualche parte un qualche sbocco di pubblicazione. E' ovvio che da questo scritto avevo espunto ogni
chiaro riferimento alla politica.
Devo dire di aver avuto veramente una pessima idea, o forse non tanto pessima, perché se non altro mi ha permesso di
constatare con mano di che pasta sono realmente fatti “gli intellettuali” a cui affidiamo inconsapevolmente la formazione
dei nostri giovani.
Ricordo un collega di taglio culturale inequivocabilmente marxista che reagì malissimo al mio scritto (sebbene non
contenesse alcuna affermazione politica esplicita), secondo lui, esso era intriso al massimo di “pregiudizi eurocentrici”. Egli
in pratica aderiva a quel concetto di relativismo culturale che ritroviamo nell' “epistemologia anarchica” di Feyerabend, nel
“rifiuto di distinguere fra le conoscenze e gli usi” di Levi Strauss. Secondo quest'orientamento di pensiero, una capanna di
paglia dell'Africa centrale e la cattedrale di Chartres sono la stessa cosa, come hanno l'identico valore un'operazione a cuore
aperto, prodotto di una raffinata tecnica chirurgica che a sua volta è il frutto di una conoscenza medica sviluppata attraverso
un'indagine sistematica del corpo umano, e la danza di uno stregone per scacciare gli spiriti maligni. In pratica, questo “non
eurocentrismo”, questo relativismo culturale è una sistematica svalutazione di tutto ciò che è europeo, caucasico, “bianco”.
2
Ma io penso che l'avversione che lui e anche altri “compagni professori” hanno manifestato per il mio scritto (che in
apparenza, lo ripeto, non parlava per nulla di politica) avesse anche un'altra ragione più profonda. Io ancora non me ne ero
reso ben conto, ma li spiazzava perché LI COGLIEVA IN CASTAGNA. La dialettica materialista, il materialismo storico e
dialettico inventato da Marx, più che come un hegelismo frainteso, si presenta ai suoi adepti come una chiave magica in
grado di dare loro una comprensione profonda dei meccanismi del divenire storico. Il mio scritto lo e li sbugiardava, perché
non erano stati in grado di cogliere neppure la natura clericale di base della concezione corrente della storia. Senza propormi
tanto, avevo evidenziato che la pretesa di scientificità del “socialismo scientifico” marxista è una vera ridicolaggine.
Molto interessante è stata anche la reazione di una collega che non sapevo fosse, e ho appreso dalla reazione al mio scritto
che era, una fervente cattolica. Mi riferì di essere rimasta sbalordita nel constatare che nel mio scritto passavo direttamente
dall'antichità al rinascimento, saltando del tutto il contributo che il cristianesimo aveva dato allo sviluppo della civiltà
europea. Contributo che a suo dire consisteva soprattutto in due idee di origine biblico-ebraica che il cristianesimo aveva
apportato all'Europa: la linearità del tempo e la non sacralità della natura.
Che questa influenza vi sia stata, è fuori di dubbio, ma quel che ha apportato alla cultura europea, mi pare siano elementi di
crisi, di frizione. Nel mondo antico gli Ebrei erano forse i soli a non concepire il tempo come circolare, ciclico, ma lineare,
dalla creazione “nel principio” fino alla sua inevitabile fine. L'idea di un tempo lineare diventa facilmente quella di uno
sviluppo ascendente, si converte facilmente in quell'insidiosa fola del progresso, che sappiamo quanti danni abbia fatto
all'Europa e alla sua cultura. La pretesa che ciò che ci si presenta come più nuovo sia per ciò stesso migliore di ciò che lo
precede, è un grimaldello di cui le forze della sovversione si sono servite e continuano a servirsi per far saltare via pezzi
man mano più grandi della tradizione europea, e le conseguenze devastanti di ciò sono sotto gli occhi di tutti.
La non sacralità della natura. Questo rappresenta forse lo spartiacque più evidente fra il paganesimo, CIOE' L'AUTENTICA
TRADIZIONE EUROPEA e la concezione monoteistica-semitica-abramitica-cristiana. PER IL PAGANESIMO LA
NATURA E' SACRA e l'uomo ne fa parte. Secondo la mia collega, era proprio questa desacralizzazione della natura di
matrice cristiana che aveva permesso all'uomo europeo di sviluppare quell'atteggiamento aggressivo di dominio sulla natura
che aveva portato alla nascita della moderna tecnologia. Ciò può senz'altro essere ma ha portato anche a un atteggiamento
irresponsabile nei confronti della natura stessa, al saccheggio scriteriato delle risorse ambientali, all'inquinamento, alla
distruzione di specie viventi, ma soprattutto è una vera e propria malattia dello spirito: quando si arriva a vedere nella
cementificazione e distruzione di un habitat naturale qualcosa di cui entusiasmarsi, un “progresso”, vuole proprio dire che si
è entrati nel campo della psicopatologia. Abbiamo dimenticato l'insegnamento di Francesco Bacone: “Alla natura si
comanda soltanto obbedendole” o anche quello che in forma forse più poetica lo scrittore Giuseppe Festa presenta nel suo
libro “I boschi della luna”: “L'uomo non è l'artefice dell'arazzo della vita, è solo uno dei fili che ne compongono la trama”.
Nel cristianesimo, questa desacralizzazione della natura agisce anche all'interno dell'uomo, che viene indotto a percepire i
suoi istinti naturali come “peccaminosi”, “bassi”, “animaleschi”, e non credo occorra insisterci molto, sappiamo tutti quanto
l'atteggiamento morboso del cristianesimo nei confronti della sessualità abbia seminato nella nostra cultura una grandissima
scia di nevrosi e sofferenze.
Certamente, non si può negare che il mondo semitico abbia influito sull'Europa attraverso il cristianesimo o altri canali, ma
non credo proprio che in quest'influenza si possa ravvisare alcunché di positivo.
Torniamo al momento presente. A che punto sono le cose con la nostra Ahnenerbe casalinga? Diciamo che le ricerche
continuano. Se si ha in animo di raccontare una fola, è bene evitare di spingersi troppo oltre, perché i nuovi fatti che man
mano emergono tenderanno inevitabilmente a smentirvi, ma se da oltre vent'anni tutte le nuove ricerche e i fatti che
emergono tendono a confermare le vostre tesi, allora significa proprio che siete nel giusto. Per sorprendente che possa
apparire la cosa, abbiamo già ulteriori aggiornamenti riguardo alla nostra ricerca delle origini, e saranno l'oggetto della
seconda parte di questo scritto.
Ricordiamo sempre che questa non è una ricerca di valore puramente accademico: conoscere il passato significa capire il
presente e dotarsi dei mezzi per compiere le scelte giuste per avere un futuro.

3
4
Una Ahnenerbe casalinga, seconda parte

Riprendiamo la nostra disamina, procediamo oltre nel chiarire quel che allo stato dei fatti presenti possiamo ancora dire sull'
“eredità degli antenati” che andiamo man mano riscoprendo, nel segno e con lo scopo di riscoprire e difendere la NOSTRA
identità, di guardare al passato per avere un futuro.
Sarà per prima cosa utile allo scopo di evitare equivoci, brevemente “ripassare i fondamentali”. Come certamente avrete
notato, nei miei scritti ho parlato spesso di civiltà europea, evitando scrupolosamente i termini “Occidente” e “civiltà
occidentale”. Io penso che tutte le volte che qualcuno parla di occidente in senso diverso da quello di “punto cardinale
coincidente con la direzione del tramonto” o addirittura lo scrive con la maiuscola, abbiamo motivo di considerare la cosa
con sospetto.
Questa terminologia aveva un significato fino a un secolo fa, quando indicava l'Europa più le sue propaggini extraeuropee:
le Americhe e l'Australia, ma in seguito alle due guerre mondiali in conseguenza delle quali il baricentro dell'occidente si è
spostato dall'Europa agli Stati Uniti, essa ha del tutto cambiato di segno. Di fatto, oggi “occidentalismo” significa la stessa
cosa che atlantismo o filo-americanismo, qualcosa che non è assolutamente possibile avallare, che equivale per l'Europa
all'accettazione di una mortificante dipendenza, una dipendenza che, come quella da sostanze stupefacenti, compromette
sempre di più la nostra salute, infatti assistiamo al progressivo svuotamento della cultura europea, man mano sostituita dagli
stereotipi anche molto bassi, che ci provengono da oltre oceano, hollywoodiani o altro.
Come se non bastasse, oggi parlare di Europa è diventato molto più difficile che nel passato. Oggi non si usa quasi più il
termine “europeismo” che è diventato un'etichetta che può coprire cose troppo diverse, e provoca (giustificate!) reazioni di
ostilità nella maggior parte delle persone, poiché con esso spesso e volentieri si indicano i sostenitori di quella pseudo-
unione europea che è la UE. Occorre ribadire con la massima energia che LA UE NON E' L'EUROPA, che è un'accolita di
burocrati al servizio del potere mondialista, che ha lo scopo di dissanguare economicamente i popoli europei e di favorire la
loro cancellazione etnica attraverso l'incoraggiamento dell'immigrazione e del meticciato. I veri, non diciamo europeisti,
diciamo EUROPEI, si contano fra coloro che si oppongono alla UE: i movimenti cosiddetti euroscettici e populisti, come
Alba Dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria.
Sperando che su tutto ciò nessuno nutra dubbi di sorta, torniamo al lavoro della nostra piccola Ahnenerbe casalinga.
Un problema che mi è stato segnalato dalla redazione di “Ereticamente” riguarda un collaboratore che si è aggiunto da poco,
Michele Ruzzai, che si è anch'egli dedicato a scandagliare il problema delle origini. Non c'era il rischio che io e lui,
affrontando le stesse tematiche, finissimo per produrre articoli-fotocopia uno dell'altro? Li ho tranquillizzati: la nostra
impostazione è abbastanza diversa perché non ci sia un rischio simile. Ruzzai ha in sostanza sviluppato un commento alla
dottrina tradizionale indiana dei quattro Yuga, le quattro età del mondo, mentre io sono andato a esaminare le teorie
scientifiche, o che ci vengono presentate come tali, sulle nostre origini: quella che vorrebbe la civiltà nata da qualche parte
in Medio Oriente fra Egitto e Mesopotamia, la teoria “nostratica” che vorrebbe i popoli indoeuropei originari da popolazioni
di agricoltori mediorientali, quella che vorrebbe la nostra specie, homo sapiens, di origine africana.
Semmai si potrebbe forse pensare che vi sia un problema contrario, un possibile motivo di frizioni dovuto a un'impostazione
molto diversa su queste tematiche. E' ben vero, infatti, che ho analizzato queste teorie ma che io chiamerei piuttosto
leggende o favole “scientifiche” sulle nostre origini, la provenienza orientale della civiltà, l'origine mediorientale degli
indoeuropei e quella africana della nostra specie, per dimostrarne tutta la traballante inconsistenza, ma è anche vero che io
ho cercato di basare la mia risposta alle questioni delle origini piuttosto sull'indagine di tipo scientifico che sul mito e la
tradizione, e che a mio avviso, influenzati dalla strumentalizzazione che ne è stata fatta “a sinistra”, noi sbagliamo nel
respingere il darwinismo, idea che sembrerebbe ostica e difficile da accettare per un tradizionalista “integrale” e ortodosso.
In realtà, non c'è neppure questo pericolo. Michele Ruzzai è anche lui triestino, siamo entrambi in contatto con un circolo,
un'associazione molto informale dove più volte sia io che lui abbiamo tenuto delle conferenze per illustrare e approfondire
la nostra visione del mondo. Vi assicuro, un ambiente niente male di cui fa parte fra gli altri anche Gianfranco Drioli,

5
l'autore del libro sulla Ahnenerbe (quella vera) pubblicato da Thule Italia, e più di una volta abbiamo avuto ospite Silvano
Lorenzoni.

Poco tempo fa, ho tenuto in questo circolo una conferenza, dove fra le altre cose ho esposto gli stessi concetti che trovate
nella terza parte di “Alla ricerca delle origini”, “Rifacciamo i conti con Darwin”. Il naturalista inglese è stato (volutamente?)
frainteso. Il punto centrale della sua teoria è il concetto di selezione naturale, ossia la sopravvivenza del più riuscito, del più
adatto, concetto tutt'altro che democratico. Per evoluzione (termine che non usa quasi mai) non intende la tendenza
all'ascesa del vivente verso le “magnifiche sorti e progressive” ma la trasformazione delle specie nel tempo per effetto della
selezione naturale. Che Darwin sia stato frainteso, era anche l'opinione del biologo francese Jacques Monod, che ha indicato
gli autori di questo fraintendimento/falsificazione: Karl Marx, Henry Bergson, Teilhard De Chardin (un bel terzetto, come si
vede: due ebrei e un gesuita).
Julius Evola, ho spiegato nella conferenza come nell'articolo, ha sviluppato un'alternativa non creazionista
all'evoluzionismo: la comparsa nella storia della vita di tipi man mano più complessi e “superiori” sarebbe il prodotto non di
un'evoluzione, ma della caduta nel piano materiale di entità progressivamente più elevate, sicché dal punto di vista
ontologico, non si tratterebbe di evoluzione ma di decadenza. Questa soluzione ha però un difetto, è di troppo difficile
comprensione per dei ragazzotti che si sono scoperti tradizionalisti perché hanno letto qualche pagina di Evola, magari solo
“Orientamenti” e che, in mancanza di meglio, finiscono per ripiegare sul creazionismo, quindi sul ritorno alle religioni
abramitiche. E' questo a mio parere che spiega come mai molti abbiano visto nel pensiero di Julius Evola una specie di
ponte per tornare verso il cattolicesimo e andare a intrupparsi fra i tradizionalisti cattolici, sono quelli che di Evola non
hanno capito un'acca!

Michele Ruzzai che era presente alla conferenza, ha assentito decisamente, soprattutto riguardo alla mia spiegazione della
metamorfosi da evoliani a cattolici di certi personaggi.
Sembra proprio che le recenti scoperte sul DNA e il crollo della leggenda dell'origine africana stiano creando un
atteggiamento nuovo. Persino un cattolico intransigente come Maurizio Blondet si è chiesto in un recente articolo come mai
“i compagni” accettino il darwinismo biologico ma non quello sociale. In realtà costoro non accettano nemmeno il
darwinismo biologico ma la versione falsificata, pseudo-scientifica MBT (Marx-Bergson-Teilhard) dell'evoluzione.
La nostra Weltanschauung non richiede un totalitarismo di tipo staliniano. Vi deve essere concordia sul piano dell'azione,
ma apporti culturali e sensibilità personali differenti sono ammissibili e direi doverosi. La situazione è opposta a quella della
democrazia, dove l'azione politica può partire nelle direzioni più caotiche e inconsulte (legate perlopiù a interessi personali),
ma se andiamo a considerare le cose in termini di visione del mondo, troviamo un'uniformità, una piattezza, un'incapacità di
elevarsi al disopra dell'interesse personale o di gruppo, spaventose.
Una persona che da sempre svolge un lavoro altamente meritorio nella nostra “Area” è Luigi Leonini, che fra le altre cose si
va pazientemente a spulciare i siti dei nostri avversari alla ricerca di cose che possono tornare utili a noi. Ultimamente, il
buon Luigi ha segnalato un articolo di Uriel Fanelli apparso sul sito Keinpfutsch: “Dialettica e propaganda” del 10 febbraio,
che si occupa proprio del crollo dell'ipotesi dell'origine africana. Naturalmente, l'intento di Fanelli è esattamente l'opposto
del nostro, SCONSIGLIA i compagni antirazzisti dall'usare ancora argomenti basati su di essa, visto che le più recenti
scoperte scientifiche l'hanno definitivamente sbugiardata. Nondimeno, la lettura dell'articolo si rivela parecchio interessante.
Apprendiamo in primo luogo che essa è stata fin dall'inizio formulata non in base a risultanze scientifiche ma per motivi
prettamente di propaganda ideologica.
“In passato, dopo la seconda guerra mondiale, si cerco' di costruire un insieme di dialettiche che consentissero all'uomo
della strada di combattere le ideologie basate sull'idea di razza(...).
Innanzitutto, raccontarono una stravagante storia di diete, pesce e carne, secondo cui un negro che arrivi dall'Africa e
colonizzi l'Europa diventerebbe bianco perché cambia dieta. Come se in Africa e in India mancassero zone dove la gente ha
la pelle nera, ma fa freddo e si mangia pesce. O carne. O chissà cosa: l'Europa non e' cosi' unica da avere condizioni

6
irripetibili, e non si capisce come mai in Africa tutte le pelli siano scure, nonostante il continente offra un bel coacervo di
climi ed alimentazioni”.

Una storiella costruita senza prove, o in contrasto con le prove disponibili.

“[Gli antirazzisti] si inventarono una storia secondo coi gli africani avrebbero popolato l'europa, spazzando via i
neanderthal, che a detta loro sarebbero stati "culturalmente inferiori" perche' avevano tecnologie peggiori(...).
Anche questa storia era senza fondamento alcuno. La "migrazione" fu ricostruita praticamente senza scheletri, solo
notando la diffusione di strumenti "africani" dentro l' Europa, senza curarsi del fatto che il clima stesse cambiando, che
quindi cambiassero gli animali da cacciare, i tipi di legna a disposizione e che le zone ove trovare selce si stessero
scongelando, insomma, alla fine era tutta [un imbroglio]. Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa "migrazione"
era arrivata dall'Asia.
La stessa migrazione fu ricostruita in maniera assurda. Si decise che siccome i monili africani si diffondevano in Europa,
non potesse essere concluso che il clima europeo stesse cambiando e richiedesse tecniche simili. No, doveva essere una
migrazione. Insomma, siccome ci sono iPhone ovunque, veniamo tutti da Cupertino. La quantità di reperti, poi, sul piano
statistico non bastava a dire nulla”.

Insomma, una favola assurda che non stava in piedi in nessun modo, presentata però come se avesse tutti i crismi della
scientificità, e che ancora adesso cercano di rifilarci come l'ortodossia “scientifica” e politicamente corretta sulle nostre
origini.
Questi antirazzisti quando decidono di essere sinceri hanno davvero il potere di sorprenderci, e quello di Fanelli non è il
solo caso. Ad esempio, il libro “Diversità genetica e uguaglianza umana” scritto negli anni '60 dal genetista di origine
ucraina Theodosius Dobzhansky è considerato un classico dell'antirazzismo, eppure ci troviamo l'affermazione che negare
l'esistenza delle razze perché esistono individui razzialmente indefinibili, frutto di ibridazioni remote o recenti, è come
negare l'esistenza delle città perché la campagna fra di esse non è spopolata, ma vi sono fattorie e paesi.
Non basta, perché nel libro c'è anche una tabella che riporta i coefficienti di correlazione (cioè i gradi di somiglianza) dei
quozienti d'intelligenza di persone con vari gradi di parentela. Apprendiamo che persone geneticamente estranee allevate
insieme (come nel caso di figli adottati) hanno una correlazione del 24%, mentre gemelli monozigoti separati alla nascita
hanno una correlazione del 75%. Davvero, non occorre altro per concludere che l'intelligenza è per tre quarti dipendente da
fattori genetici e solo per un quarto da fattori ambientali. Ma se la componente genetica è così importante, abbiamo tutti i
motivi di aspettarci differenze di livello intellettivo notevoli tra gruppi razziali, che ovviamente sono geneticamente diversi,
a prescindere da qualsiasi fattore ambientale ed educativo.

Conclude sconsolato Fanelli:


“Morale: il castello di carte crolla. (...). Nessuna delle argomentazioni prodotte per contrastare i razzisti e' integra.
Nessuna è più efficace. Nessuna funziona più. E' possibile, assolutamente possibile, che continuando a ricostruire i tasselli
della specie umana salti fuori quel che molti sospettano sempre di più e sempre più spesso”.

Il motivo di questo scacco è evidente le nuove ricerche sul DNA che hanno dimostrato fuori ormai da ogni dubbio la
presenza nelle moderne popolazioni europee e asiatiche di geni dell'uomo di neanderthal e di un altro homo finora
sconosciuto, l'uomo di Denisova: è il crollo dell'ipotesi africana, la conferma di quella multiregionale e la vendetta postuma
di un ricercatore la cui opera è stata finora ostracizzata e misconosciuta: Carleton S. Coon.

Non serve aggrapparsi al fatto che i geni specificamente riconoscibili come neanderthaliani o denisoviani nel nostro DNA
abbiano una frequenza bassa (rispettivamente il 4 e il 6%), perché ci spiega Fanelli:
“Possiamo discutere di quanto poco sia quel 3% del genoma, ma quando uno scimpanzé differisce da noi di ancora meno,
anche questa strada e' sbarrata”.
Io, se permettete, ve l'avevo già spiegato un po' meglio e con maggiore ampiezza:
“Il 4 o il 6 per cento possono sembrare percentuali molto basse, ma non bisogna dimenticare una cosa: non solo gli esseri
umani, ma tutto il ceppo dei primati antropoidi sembra poco differenziato dal punto di vista genetico, al punto che molte
ricerche indicherebbero fra uomini e scimpanzé una differenza genetica inferiore al 10%. Se una popolazione deriva dalla
fusione di due popolazioni ancestrali che presentano per molti caratteri lo stesso gene, è impossibile dire da quale delle due
sia derivato l'uno o l'altro, e se i geni e caratteri comuni sono assegnati “d'ufficio” a una delle due (in questo caso il Cro
Magnon di supposta origine africana) il contributo genetico dell'altra apparirà drasticamente ridimensionato. Se fosse
stata condotta una ricerca tesa a evidenziare nel patrimonio genetico degli odierni europei e asiatici i geni
SPECIFICAMENTE cromagnoidi di supposta origine africana, non è escluso che il risultato sarebbe stato ancora inferiore
o addirittura nullo”.
7
“Alla ricerca delle origini, seconda parte: l'ipotesi multiregionale e il mito iperboreo”.

Fino a quando non ci sono fatti accertati, fino a quando si naviga nella nebbia (cosa che non pone certo al riparo da qualche
brutta collisione) si può lavorare di fantasia e inventarsi tutto quello che si vuole, ma quando i fatti compaiono, quando la
nebbia si dirada, per qualcuno è un amaro risveglio. Questo nuovo strumento, l'analisi del DNA, sta distruggendo una serie
di preconcetti consolidati; ad esempio, sembra che qualcuno sia rimasto molto disturbato da una ricerca di cui vi ho parlato
tempo addietro e che dimostrerebbe come le distanze genetiche fra Italiani del nord e del sud della Penisola siano
nettamente minori di quel che finora si è supposto, e che nel nostro meridione non si riscontrerebbe quella presenza di geni
di origine mediorientale che i ricercatori si erano aspettati di trovare in conseguenza della colonizzazione cartaginese
nell'antichità e/o delle invasioni arabe medievali. L'una e le altre sembrano aver inciso ben poco dal punto di vista genetico.
Ancora più importanti gli esiti di una ricerca tedesco-americana resi noti all'inizio di quest'anno, che dimostrano che gli
Europei di oggi sono in sostanza i discendenti dei cacciatori-raccoglitori che popolavano il nostro continente già nel
paleolitico, e non si riscontra proprio quel forte afflusso di geni di origine mediorientale ipotizzato dalla teoria del
nostratico, che ne esce definitivamente smontata. Adesso siamo in grado di seppellire anche la leggenda dell'origine africana
e il suo “politicamente corretto” ipocrita.

Le ricerche continuano, e dell'ultima ha dato notizia “Archaeology News” di gennaio, riguarda una comparazione fra il
DNA degli antichi Etruschi, quello dei toscani moderni e delle popolazioni anatoliche. Oggi un'impronta genetica etrusca, a
quanto pare, si mantiene in Casentino, nella zona di Volterra ma non in altre zone della Toscana, ma la cosa più interessante
che questa ricerca ha messo in luce, è che non c'è nessuna traccia di una derivazione anatolica degli Etruschi, che era stata
ipotizzata in passato da vari ricercatori, la civiltà etrusca, alla luce di questi dati, si caratterizza come una civiltà italica
autoctona, che raccoglie direttamente l'eredità delle culture terramaricola e villanoviana. E' chiaramente un altro scrollone,
l'ennesimo, alla leggenda della “luce da oriente”.

Le ricerche della nostra Ahnenerbe casalinga continuano. E' importante sapere da dove veniamo per capire dove ci troviamo
e quali strade occorre intraprendere per avere un futuro.

Una Ahnenerbe casalinga, terza parte

Di Fabio Calabrese

Il giorno che lo scrittore Michael Ende ha scritto nel suo romanzo “La storia infinita” che “E' più facile dominare chi non
crede in nulla”, ha probabilmente pronunciato la sciocchezza della sua vita. Sono coloro che credono a tutto i più facili da
dominare. Guardiamoci un attimo intorno: noi siamo letteralmente immersi in un sistema mediatico (ma non solo mediatico,
pensiamo alla scuola che da questo punto di vista è una vera agenzia diseducativa), che continuamente ci tempesta di
messaggi volti ad avallare e legittimare il persistente dominio di coloro, delle forze sia esterne sia interne, che settant'anni fa
vinsero il secondo conflitto mondiale. E' chiaro che noi non avremmo fatto le scelte ideologiche che abbiamo fatto, se non
fossimo animati da un testardo, irriverente, sano scetticismo.
Io mi sono dato un motto (se avessi un blasone, lo farei scrivere sul cartiglio), latino secondo la desueta tradizione dei padri:
“Nullius in verba”, ossia “non giurare sulle – non credere ciecamente nelle parole di nessuno”. Si ricordate, ho scritto anche
un articolo pubblicato su “Ereticamente” sull'argomento.
8
E' ovvio che quella stessa indipendenza di giudizio che rivendico per me, la devo riconoscere anche agli altri. Non prestate
fede cieca alle parole di nessuno, beninteso, nemmeno a quelle di Fabio Calabrese! Io non vi chiedo di accettare le mie
parole a scatola chiusa. Desidero che soppesiate la validità delle mie argomentazioni nei limiti del possibile.
Il dialogo con un amico come Michele Ruzzai che rappresenta il tradizionalismo più classico, può essere interessante, e
certo le ammissioni provenienti dal fronte opposto come quelle di Uriel Fanelli possono essere sorprendenti, ma cosa dice la
scienza, quali sono le pezze d'appoggio scientifiche necessarie al nostro discorso?
Prima di andarle a vedere, una premessa è indispensabile: noi non dobbiamo mai dimenticare che IN DEMOCRAZIA LA
RICERCA SCIENTIFICA NON E' LIBERA, che tutte le informazioni di cui disponiamo sono quelle che in qualche modo
sono riuscite a superare il filtro di una ferrea censura che ha il preciso scopo di impedire che quelle conoscenze che possono
mettere in crisi i dogmi democratici dell'uguaglianza degli uomini e dell'inesistenza delle razze.
Può sembrare strano, ma di nuovo a questo riguardo ci viene incontro un documento che viene dal fronte dei nostri
avversari, e ancora una volta bisogna rendere merito al prezioso lavoro di ricerca fatto da Luigi Leonini.
Recentemente, il nostro Luigi ha scovato un documento proveniente da “Internazionale”, rivista bolscevica del 6 dicembre
1996, “Scienziati razzisti”, che non è chiaro se voglia accusare gli ambienti scientifici occidentali di essere un covo di
razzisti (non dimentichiamo che in Unione Sovietica era stata elaborata a opera di Lysenko una teoria “biologica” che
dichiarava la genetica una pseudoscienza e che fino a tutti gli anni '60 essa era la “dottrina ufficiale” imposta dal regime, e
non è certo da escludere che i compagni “duri e puri” la pensino ancora così) o mostrare che i meccanismi di censura contro
la libertà di ricerca nel cosiddetto occidente “libero” non differiscono sostanzialmente da quelli che erano in opera nel
sistema sovietico.
In ogni caso, gli esempi riportati da questo articolo sono molto istruttivi, tanto per cominciare il caso di Christopher Brand,
docente dell'Università di Edimburgo, autore del libro “The G Factor, General Intelligence and his implications” (“Il fattore
G, l'intelligenza generale e le sue implicazioni”), testo che è stato definito dall'editore newyorchese Wiley and Sons “Un
saggio critico e ben argomentato”, e lo stesso Brand “ben noto per i suoi contributi alla ricerca e al dibattito sull'intelligenza
e la personalità”. Bene, è bastato che in un'intervista a un giornale Brand facesse l'affermazione che per le donne che
intendono diventare madri single sarebbe bene avere rapporti con uomini intelligenti per garantire un migliore patrimonio
genetico ai loro figli, per farlo precipitare dall'empireo del prestigio accademico all'inferno dei “razzisti” proscritti. La canea
censoria di sinistra si è prontamente scatenata. L'editore ha ritirato il libro avendo scoperto di colpo che conteneva
“affermazioni repellenti”, il corpo studentesco dell'università scozzese ha votato per la rimozione di Brand dal suo posto di
insegnante (e tutti noi sappiamo bene quanto insensibili alle strumentalizzazioni, raziocinanti e obiettive siano le assemblee
studentesche), e il giorno dopo il rettore Stewart Sutherland ha dichiarato che le opinioni di Brand erano “false e odiose”.

E' interessante il fatto che questi democratici, il cui concetto di democrazia consiste nel togliere a chi la pensa diversamente
la libertà di esprimersi, sembrano incapaci di distinguere fra eugenetica e razzismo, la dice molto lunga sulla mentalità di
certe persone.
Altro caso interessante, quello di Arthur Jensen, psicologo della celeberrima California University di Berkeley, che nel 1967
aveva iniziato una ricerca allo scopo di dimostrare che “la scarsezza del quoziente intellettivo fra i neri (i neri americani
hanno un quoziente intellettivo medio di 85 a fronte del valore 100 della popolazione bianca, ma se consideriamo i neri
africani, indubbiamente più puri, questa media scende ancora di 10-15 punti) è dovuta a fattori sociali piuttosto che
razziali”, esattamente quel che prescrive il dogma democratico, ma due anni di ricerche gli fecero cambiare completamente
idea in proposito. Da allora, le sue pubblicazioni sono sempre state ferocemente contestate e ostacolate in ogni modo, ma
questo è ancora poco, perché andò incontro a una serie di minacce alla sua incolumità fisica, e ricorda: “La reazione fu
incredibile e in massima parte ostile. Dovevo prendere delle guardie del corpo, e venivo continuamente minacciato”. I tempi
non sono cambiati rispetto all'inquisizione che perseguitò Bruno e Galileo, ancora oggi l'eretico mette a rischio la sua vita,
solo che oggi l'inquisizione si chiama democrazia.
Come gli astronomi ai tempi di Galileo, il ricercatore che voglia evitare guai, deve essere opportunamente strabico, avere
una cecità selettiva. Così ad esempio per lo psicologo antirazzista Stephen Rose, quegli stessi test d'intelligenza che sono
largamente impiegati negli Stati Uniti nelle scuole, dalle industrie per la selezione del personale, nelle forze armate e via
dicendo, se utilizzati per un confronto statistico su base razziale della popolazione, di colpo diventano solo “Stupidi giochini
coi numeri”. Meglio, per la carriera e l'incolumità fisica.
Un altro di questi ricercatori “ribelli”, Marek Kohn, ha svelato l'esistenza di un “ordine antirazziale dell'UNESCO”. In altre
parole, non solo la ricerca scientifica non è libera, ma deve sottostare a ordini precisi che vengono dal potere politico, e fra
questi quello di negare a ogni costo le differenze razziali.
Veramente, confrontando questo articolo con quello di Fanelli, viene da pensare che “i compagni” nei momenti di lucidità
siano consapevoli che la causa a cui si sono votati è una colossale mistificazione.

Tuttavia, non è, per la verità, che le rivelazioni di cui sopra ci vengano interamente nuove. Già parecchi anni fa in un
articolo pubblicato sul n. 44 de “L'uomo libero” (1997), “La rivincita della scienza”, Sergio Gozzoli citava alcuni casi
9
eclatanti, quello del sociobiologo Edward O. Wilson che, nel corso di una conferenza sulle differenze comportamentali fra
uomo e donna, era stato aggredito da un commando di femministe, e quello dello psicologo Frederick K. Goodwin, cui fu
impedito di presentare i risultati di uno studio decennale sulle basi genetiche dei comportamenti aggressivi nei giovani
maschi americani. Al di là della questione razziale, la democrazia esige che siano censurate, nascoste, cancellate tutte le
prove che indicano che il comportamento e la psiche umana hanno delle basi genetiche e non siano solo il prodotto delle
circostanze ambientali, per poter forzatamente imporre il dogma dell'uguaglianza.

Io ho fatto riferimento a questi eventi e al pezzo di Gozzoli nel mio articolo “La scienza manipolata” che trovate su
“Ereticamente”.
Si tratta di una storia davvero infinita, iniziata poco dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, e che dura tuttora,
la persecuzione contro gli scienziati “controcorrente” non si è mai allentata. Il caso forse più recente è probabilmente quello
di Bruce Lahn, genetista, ricercatore della University of Chicago, che avrebbe individuato alcuni geni connessi con
l'evoluzione recente (ultime decine di migliaia di anni) del cervello umano, geni che sono presenti nei caucasici e negli
asiatici, ma non nei neri. Ha dovuto abbandonare questi studi “perché controversi”; in pratica, gli è stato fatto capire che
proseguendo le sue ricerche, si sarebbe messo in grossi guai.

Ne ha parlato “La repubblica” del 17 giugno 2006.

Noi dobbiamo sempre tenere presente che quel che la scienza ha da dirci riguardo alle nostre origini, non è altro che quel
poco che filtra fra le maglie di una ferrea e vigliante censura. Nonostante questo, se andiamo a esaminare le cose con
attenzione, scopriamo più di quello che “i padroni del vapore” vorrebbero che sapessimo.

“La repubblica” del 22.3.2005 riporta un articolo che è la traduzione di un pezzo di Armand Marie Leroi apparso sul
“Times” di Londra dove si esamina la teoria avanzata nel dopoguerra a scopo propagandistico, ma “scientificamente”
formalizzata dal genetista di Harward Richard Lewontin nel 1972, secondo cui le razze non esisterebbero o sarebbero
semplicemente un costrutto sociale. Il ragionamento di Lewontin si basava su di una fallacia: se noi consideriamo un
qualsiasi carattere dell'enorme costellazione che forma un individuo (per non parlare delle popolazioni), esso non permette
di determinarne l'appartenenza razziale, ad esempio un certo livello di melanina nella pelle, può permettere di distinguere un
europeo, ma non un africano da un melanesiano, e lo stesso vale per qualsiasi altra caratteristica corporea, ma è evidente che
questo ragionamento conserva una parvenza di validità solo finché consideriamo i singoli caratteri isolati, ma viene
immediatamente a cadere appena consideriamo l'insieme delle caratteristiche: un certo colore della pelle tende ad associarsi
a un certo tipo di occhi, di naso, di cranio, di corporatura, esistono precise correlazioni fra caratteri, e le correlazioni
contengono informazioni. La stessa cosa avviene a livello genetico. Prendendo un gene alla volta, Lewontin ha evitato di
vedere le razze, così come guardando un albero alla volta, si può evitare di vedere la foresta.

Sebbene sia basata su un evidente errore logico, la teoria di Lewontin è ancora quella dominante: prendete un qualsiasi testo
di antropologia o di sociologia, vi racconterà LA FAVOLA che le razze e le etnie o non esistono, o sono un semplice
costrutto culturale.
La situazione è perfettamente descritta in un post della versione on line de “Le scienze” del 26 ottobre 2007:
“Le sottospecie di esseri umani [sinonimo di razze, come è spiegato più sopra] che si differenziano per colore, capelli,
biochimica, tratti del viso, dimensioni del cervello e così via, differiscono in intelligenza. Biologicamente, è innegabile che
questa differenza esiste, ma dirlo è un anatema”.

Tenete presente che questa non è una pubblicazione dell'estrema destra, questa è “Le scienze”. Non potrebbe essere più
chiaro di così che il sistema democratico e la pretesa uguaglianza degli uomini si fondano sulla mistificazione e la censura!
Noi siamo adesso in grado di conoscere la verità “scientifica” e politicamente corretta rispetto alle nostre origini: noi tutti
veniamo dall'Africa, abbiamo solo preceduto di 50-70.000 anni i migranti attuali, e con l'andare del tempo, più
procedevamo verso nord, più ci siamo sbiancati. Il nostro diretto antenato, l'uomo di Cro-Magnon era africano (anche se i
suoi resti non sono mai stati trovati fuori dall'Eurasia), e non si è mai incrociato coi nativi eurasiatici uomo di Neanderthal e
di Denisova (anche se chissà come, geni neanderthaliani e denisoviani si ritrovano nel patrimonio genetico delle
popolazioni non africane). L'ipotesi multiregionale, soprattutto nella versione di Christopher Stringer, con quella sottile
linea di primitivi geni homo erectus che va a finire nelle popolazioni africane, che sarebbero quindi il frutto di un incrocio e
di un regresso sulla via sapiens, spiegherebbe sia la comparsa dei caratteri negroidi che l'uomo di Cro Magnon non
possedeva, sia la minore intelligenza di queste ultime rispetto a quelle bianche e asiatiche, ma naturalmente non può essere
presa in considerazione, è eresia pura.

10
Le razze non esistono (e se proprio rischiamo di vederle, si può sempre ricorrere alla tecnica di Lewontin: guardando gli
alberi uno per uno, non si vede la foresta).
Fra le diverse razze – scusate, gruppi umani – non esistono differenti livelli intellettivi. La differenza costante di quindici
punti di Q. I. fra bianchi e asiatici da una parte, e afroamericani dall'altra, ma che diventa di venticinque-trenta se
consideriamo africani puri, non significa niente e dipende, come ci spiega Stephen Rose, soltanto da “stupidi giochini
numerici”.
Che negli europei e asiatici vi siano geni correlati a un'evoluzione recente del cervello che nei neri non si riscontra, non è
vero, e se è vero, non è di dominio pubblico perché Bruce Lahn è stato ridotto al silenzio col timore, e le sue ricerche sono
state censurate. Le razze non esistono, la mafia nemmeno, in compenso, è definitivamente accertata l'esistenza di Babbo
Natale.

Una Ahnenerbe casalinga, quarta parte

Forse il momento di rimettere al lavoro la nostra piccola Ahnenerbe casalinga è venuto prima
di quanto mi aspettassi. Io non posso – naturalmente – fare alcun paragone fra la Ahnenerbe
del Terzo Reich e i miei modestissimi mezzi, ma la propaganda e la censura democratiche
intese a darci un'immagine falsata del nostro passato, funzionano in una maniera strana: non
esiste un'esplicita proibizione di verità vietate, ma le poche cose davvero significative sono
sommerse da un diluvio di “informazione” falsa o irrilevante che circola in quantità enorme
grazie ai media e alla rete. E' possibile allora, con pazienza, mettersi alla ricerca delle
pagliuzze d'oro nel fango e alla fine, se avremo fatto bene il nostro lavoro, mettere insieme un
dossier di elementi sufficienti a contestare “le verità” della cultura ufficiale.

Una cosa che non poteva non destare l'interesse di chi è impegnato in questo genere di ricerca, è la storia dell'ipogeo di
Glozel. Un amico mi ha segnalato un post relativo a questa scoperta di cui, per essere sinceri, non ero minimamente
informato, comparso recentemente sul sito del centrointernazionale diricercastorica (scritto così senza gli spazi fra le parole,
se volete andare a controllare, probabilmente per distinguerlo da altri siti con denominazioni analoghe), ma quella avvenuta
in questa località del centro della Francia, è una scoperta che risale al 1924, novant'anni fa.
A questo punto, ho fatto la cosa più ovvia, sono andato a controllare su Wikipedia.
Secondo quanto riferisce l'enciclopedia on line, la scoperta fu fatta nel 1924 da un giovane agricoltore, Emile Fradin, che
stava arando il campo assieme al nonno, quando il piede della mucca che trascinava l'aratro si impigliò in una cavità.
Liberando la zampa dell'animale, Emile scoprì l'accesso a una cavità sotterranea. Era l'inizio di una scoperta sconcertante,
perché dall'ipogeo di Glozel uscirono all'incirca tremila reperti fra ossa, manufatti di ceramica e pietre incise, molte delle
quali lastre che riportano una sorta di scrittura che nessuno è riuscito a decifrare. La cosa straordinaria è che questi reperti
sembrerebbero risalire a qualcosa come 8-10.000 anni fa e, se la loro autenticità fosse confermata, imporrebbero di
retrodatare e riscrivere completamente la storia dell'Europa. Non è spiegabile il disinteresse dell'archeologia ufficiale per
una scoperta come questa, se non con l'esigenza di difendere da nuove scoperte antichi e radicati pregiudizi. Provate solo a
immaginare che marea di pubblicazioni, interventi mediatici e discussioni, se una simile scoperta fosse avvenuta in Egitto o
in Mesopotamia!

I pochi pronunciamenti dei ricercatori ufficiali sono stati perlopiù indirizzati a bollare la scoperta come un falso, una bufala.
Immaginiamo se un giovane campagnolo diciassettenne come era allora Emile Fradin disponeva delle conoscenze e dei
mezzi per mettere in atto una truffa così complessa! E' interessante il giudizio di René Dussaud curatore del museo del
Louvre, che concluse senza essersi degnato di esaminarli, che i reperti di Glozel dovevano essere per forza falsi perché 8-
10.000 anni fa non poteva essere esistita una civiltà, dandoci davvero l'impressione di vedere uno dei pedanti che bollarono
le scoperte di Galileo, uscire dalla tomba.

Un discorso analogo vale per le piramidi bosniache di Visoko che sarebbero state individuate dal ricercatore e studioso dei
materiali Semir Osmanagic.
E' proprio l'evidente e preconcetto scetticismo dell'archeologia ufficiale che fa nutrire dubbi sul fatto che non si tratti di
bufale, ma di scoperte genuine.Riguardo a cose tuttora misteriose, dove si è ben lontani dal poter dare delle risposte
definitive, come l'ipogeo di Glozel e le piramidi di Visoko, non disponiamo di risposte definitive, ma c'è una questione che
possiamo comunque porre: la nostra specie, homo sapiens esiste da qualcosa come centomila anni, non stiamo parlando di
bruti scimmieschi, ma di esseri umani come noi. La storia documentata copre gli ultimi cinquemila. Per quale motivo
escludere dogmaticamente che non possa essere esistita alcuna civiltà preistorica, in quel 95% della nostra storia che ancora
non conosciamo? Abbiamo visto che molto spesso gli archeologi “ufficiali” respingono a priori l'autenticità dei reperti di
11
Glozel o la natura di manufatti delle piramidi di Visoko perché la civiltà umana “non può essere” così antica come questi
reperti suggerirebbero. E' un atteggiamento che ricorda molto quello dei pedanti seicenteschi che rifiutarono la scoperta di
Galileo dei “pianeti medicei”, dei satelliti di Giove, perché sette erano le note musicali, sette i giorni della settimana, sette le
aperture del corpo umano (bocca, narici, orecchie, ano e genitali), e non più di sette dovevano perciò essere anche i corpi
del sistema solare. Io vi ho raccontato di aver avuto in passato un'esperienza di contatti con il CICAP. Se non altro, posso
dire che è un'esperienza che mi ha permesso di capire parecchie cose. Sulle civiltà misteriose, l'atteggiamento è quello del
rifiuto a priori esattamente come nei confronti del paranormale e dell'ufologia (e del resto del cosiddetto complottismo).

La credenza e la presunta casistica del paranormale contrastano con la concezione della realtà naturale fondata su quattro
secoli di ricerche scientifiche da Galileo in qua, l'ufologia non tiene conto dell'immensità del Cosmo e delle distanze
interstellari, ma le civiltà misteriose? Cosa giustifica una posizione di rifiuto a priori? Pensiamo davvero di poter dire che
conosciamo tutto del nostro remoto passato? La fobia del presunto complottismo fa il paio. Chi vede congiure dappertutto
potrà anche essere paranoico, ma chi pensa che la politica agisca sempre in base alle intenzioni dichiarate da quelle persone
di specchiatissima onestà che sono i politici, merita il nobel dei cretini.
In campo politico nel senso più stretto del termine, gli esponenti di questo laicismo da quattro soldi si contano
invariabilmente fra gli atlantisti e i filo-sionisti. Spirito critico? “Ma mi faccia il piacere!” (detto con le inflessioni e il gesto
del grande Totò). Costoro la pensano esattamente come l'establishment politico-culturale vorrebbe che tutti la pensassimo,
intellettualmente proni come più non si potrebbe essere, come se il potere non manipolasse anche la scienza.

Noi però dobbiamo fare i conti con un pregiudizio di altro tipo rispetto allo strabismo mediorientale, alla fissazione della
presunta “luce da oriente”. Per quale motivo si vuole negare a tutti i costi che in quell'enorme spazio di tempo che
costituisce i nove decimi e mezzo della nostra storia su questo pianeta non possano essere sorte e poi sprofondate nell'oblio
intere civiltà? In fin dei conti, cosa esisterà ancora di tutto quello che ci vediamo intorno, diciamo fra diecimila anni? Nulla,
se non delle tracce labilissime.
Bene, qui è visibile che ci confrontiamo con UN DOGMA della mentalità contemporanea che ha assunto dimensioni e
valenze tali da poter essere paragonato a un dogma religioso, tanto più forte quanto più in contrasto con la realtà, il dogma
del progresso. Dicendo che il dogma progressista è una sfacciata falsità, in realtà non si dice nulla di nuovo, l'aveva già
evidenziato (lasciando perdere il lavoro compiuto fra le due guerre mondiali da pensatori come Julius Evola e René
Guenon) un gruppo di scienziati riuniti nel Club di Roma nel 1970 con il celebre rapporto “I limiti dello sviluppo”, dove si
enuncia un concetto fondamentale che però in definitiva è un'ovvietà: in un sistema limitato con risorse limitate quale è il
nostro pianeta, uno sviluppo illimitato è impossibile. Nonostante si tratti di un'ovvietà, “I limiti dello sviluppo” provocò la
canea progressista che riuscì a dare un'eccellente dimostrazione del fatto che l'insulto e il ludibrio sono in grado di sopperire
in maniera eccellente alla mancanza di argomenti.
Ora provate a pensarci un attimo: se accettiamo l'idea che in quel 95% della storia della nostra specie che ci è sconosciuto
possano essere sorti e scomparsi nel nulla interi cicli di civiltà, questo cosa implica per noi? Implica la consapevolezza che
nulla esclude che la civiltà moderna della quale siamo tanto orgogliosi possa andare incontro allo stesso destino.
Per evitare, per esorcizzare questa idea “deprimente”, si preferisce mutilare la storia della nostra specie, pretendendo che
prima dell'Egitto dei faraoni non possa essere esistito alcunché se non bruti dalla faccia scimmiesca che andavano in giro
trascinando clave, pur di salvaguardare il pregiudizio che una volta avviata la civiltà, essa sarebbe spinta a uno sviluppo
ascendente, al raggiungimento di traguardi sempre più elevati da una sorta di provvidenza immanente che s'incarna in
questo ridicolo idolo moderno che chiamiamo “progresso”.
La civiltà umana è forse molto più antica di quanto ci hanno raccontato, di quanto se ne vuole negare anche soltanto la
possibilità in nome del dogma progressista, ma anche riguardo all'altro settore che ha interessato le nostre ricerche, quello
più remoto nel tempo dell'origine della nostra specie, ci sono delle novità interessanti, ma per prima cosa è giusto che vi
segnali una circostanza curiosa. Mi è stato segnalato un articolo non recentissimo, risalente al 4 novembre 2011 apparso su
“National Geographic” che fa il punto sulle ultime scoperte paleontologiche, e la gentile signora che me l'ha segnalato, altri
non è che la moglie dell'amico che mi ha segnalato il pezzo sull'ipogeo di Glozel. Due cari amici, una bella coppia dove la
consonanza ideologica è una delle cose che cementano il sentimento reciproco, una fortuna che – devo confessare – io non
ho.
Ma vediamo il contenuto di questo articolo. Uno studio condotto da un team guidato da Stefano Benazzi dell'Università di
Vienna ha accertato che alcuni frammenti dentari fossili rinvenuti negli anni '60 nella Grotta del Cavallo nella baia di
Uluzzo in Puglia e risalenti a 45.000 anni fa, non appartengono come si era finora creduto, a dei neanderthaliani, ma
all'homo sapiens anatomicamente moderno. I reperti litici rinvenuti nella baia di Uluzzo sono serviti per classificare una
cultura, la cultura uluzziana che si riteneva fosse l'ultima cultura neanderthaliana europea, invece adesso scopriamo che si
trattava di sapiens.

12
Ma non ci fermiamo qui, perché l'articolo menziona un'altra ricerca condotta da un team guidato da Thomas Higham
dell'Università di Oxford che ha esaminato un frammento di mascella risalente a 44.000 anni fa e rinvenuto in una caverna
inglese, la Kents Cavern. Anche quest'ultimo è risultato non essere neanderthaliano ma sapiens.
Capite quello che significa? Se 50.000 anni fa l'eruzione del Toba fu davvero la catastrofe planetaria immaginata da
qualcuno e i nostri antenati erano ridotti a un pugno di superstiti sperduti in qualche angolo dell'Africa, come hanno fatto
nel giro di pochi millenni a popolare tutto il Vecchio Mondo, ad arrivare in Italia e anche in Inghilterra?
L'ipotesi dell'origine africana scricchiola sempre di più. Un ulteriore scrollone è poi venuto dallo studio di un altro uomo
fossile pugliese come quelli di Uluzzo ma parecchio più antico, l'uomo di Altamura, i cui resti, dopo essere caduto in un
inghiottitoio carsico della regione, sono stati inglobati nella matrice calcarea. Ebbene, quest'uomo risalente a 100.000 anni
fa, classificato come pre-neanderthaliano, presenta delle caratteristiche che preludono al sapiensmoderno, si trova con ogni
probabilità assai vicino alla biforcazione fra le due sottospecie umane. Considerato che la Puglia non è Africa (non ancora,
ma lo diventerà assieme a tutto il resto dell'Italia se continuiamo a essere sommersi dall'ondata dell'immigrazione), l'ipotesi
dell'origine africana diventa sempre meno verosimile.
Mi è capitato di ritrovarmelo giorni fa in una di quelle discussioni a volte foriere di spunti interessanti, a volte demenziali
che si trovano su Facebook, l'argomento che è un classico della retorica democratica su questo tema: “non esistono razze
pure”. L'implicazione è quella che dovremmo essere indifferenti al fatto di essere soppiantati e che il nostro retaggio sia
soppiantato da quello dei CUCULI che l'immigrazione ci porta in casa.
Non esistono razze ASSOLUTAMENTE pure, ma è una questione di proporzioni. Un certo scambio genetico fra le
popolazioni umane è sempre esistito, come dimostra il fatto che sono tutte mutuamente interfeconde, ma scambiare questo
sottile rivolo di geni che passava in altri tempi fra le genti del pianeta con la situazione attuale, è come confondere un
bicchiere di vino a pasto con un'assunzione da coma etilico.

Vogliamo fare un altro paragone tratto dalla biologia? I parameci sono protozoi, minuscole creature unicellulari che hanno
una caratteristica: sono attratti da un ambiente acido, perché è soprattutto nell'acido acetico che trovano i lieviti e gli altri
microorganismi di cui si nutrono. Solo che si precipitano con uguale “entusiasmo” verso una goccia di acido solforico che
invece li uccide. Questo meccanismo comportamentale si è certamente evoluto perché in natura la probabilità che hanno di
incontrare acido solforico è enormemente più bassa che quella di imbattersi nell'acido acetico. Quello che alle basse
concentrazioni è benefico, a quelle alte può essere mortale.
Il paramecio è una creatura microscopica, non ha un cervello, ma noi si. Vogliamo che i paraocchi della retorica
democratica rendano il nostro comportamento non più intelligente del suo?
In queste cose non è il caso di (s)ragionare in termini di tutto o niente: poiché L'ASSOLUTA purezza è irraggiungibile,
allora accettare l'universale meticciato nel quale la nostra gente è destinata a scomparire.
Pensiamo ai nostri figli: a ciascuno di loro trasmettiamo soltanto metà del nostro patrimonio genetico, mentre l'altra metà
deriva dall'altro genitore. Questo significa forse che, non essendo la nostra fotocopia, non dovremmo interessarci di loro più
di quanto non facciamo con perfetti estranei?I popoli europei si stanno avviando a una lotta mortale che deciderà della loro
sopravvivenza o della loro estinzione. Non è questo il momento di farci confondere dalle bugie democratiche.
Una Ahnenerbe casalinga, quinta parte

Dimensione del cranio in Europa secondo Coon


Della questione delle origini nei suoi diversi livelli (origini della
civiltà, dei popoli indoeuropei, della stessa specie umana), mi sono
occupato con ampiezza nei miei precedenti articoli, e onestamente
pensavo di lasciare l'argomento in sospeso per un po'. “Ereticamente”
non è una pubblicazione di archeologia né di paleoantropologia, ma di
politica e di metapolitica (Weltanschauung), tuttavia comprendere
quali siano le nostre origini, è fondamentale per capire chi davvero
siamo e qual'è il nostro posto nel mondo, il che a sua volta è una
premessa necessaria di un agire politico non cieco.
Noi abbiamo visto, e non è certamente un caso, che riguardo a queste tematiche esiste una “ortodossia scientifica” che in
realtà, in termini di elementi concreti, di prove, di testimonianze archeologiche e fossili, è fondata sul nulla. Si pretende che
la nostra specie si sia originata in Africa e che noi stessi saremmo degli africani “sbiancati”, che non si possa parlare
nemmeno di genti ma solo di lingue indoeuropee (senza nessun contenuto razziale, ovviamente, perché le razze non
esistono) portate in Europa da agricoltori mediorientali, che la civiltà sarebbe nata in Medio Oriente fra l'Egitto e la
Mezzaluna Fertile. Tutto questo complesso IDEOLOGICO E NON SCIENTIFICO sostenuto dal peso dell'autorità

13
accademica è conforme ai dettami dell'ideologia democratica imposta all'Europa con le armi a seguito della sconfitta nella
seconda guerra mondiale, e ha precisamente lo scopo di cancellare negli Europei il senso di superiorità rispetto agli altri
popoli e alle genti “colorate” e di far accettare loro che le stesse etnie europee possano o meglio ancora debbano scomparire
in seguito all'immigrazione e al meticciato.
Tutto ciò l'abbiamo visto con ampiezza, ed era mia intenzione, come vi ho detto, lasciare l'argomento in sospeso per un po',
ma dopo il recente intervento di Michele Ruzzai sull'ipotesi dell'origine africana, mi sembra opportuno riprendere in mano
la questione con alcune osservazioni non in contraddittorio, ma in appoggio alle tesi del nostro amico.

Il nostro Michele parte da un'osservazione che io trovo molto acuta. In assenza di un qualsiasi sostegno all'ipotesi
dell'origine africana dai dati archeologici o paleoantropologici (strumenti litici o fossili umani) la prova principale
dell'origine africana consisterebbe IN UNA CERTA INTERPRETAZIONE dei dati genetici: le popolazioni dell'Africa
subsahariana sarebbero quelle che presentano un tasso di variabilità genetica maggiore di tutto il resto dell'umanità. Il
“modello evolutivo” che questa concezione presuppone, è quello di un “centro” magmatico e caotico da cui si irradiano
delle diramazioni che diventano più stabili man mano che si allontanano da esso. E' un albero genealogico valido della
nostra specie o di qualsiasi cosa, o non esprime piuttosto l'amore democratico per il caos, l'informe, l'assenza di strutture e
di regole?
Ora, fa giustamente notare Michele, l'alto tasso di variabilità genetica, più che essere ancestrale, potrebbe essere il risultato
di incroci recenti (recenti magari nel senso della paleoantropologia: per i paleoantropologi, decine di migliaia o migliaia di
anni sono un tempo recente, dato che di solito si ragiona sull'arco temporale dei milioni di anni). In fin dei conti, se noi
andassimo a studiare il genoma degli abitanti di New York, sicuramente troveremmo una variabilità genetica enormemente
maggiore di quella che possiamo riscontrare ad esempio nelle valli bergamasche, eppure sappiamo benissimo che con
l'eccezione, forse, dei nativi americani (volgarmente detti “pellirosse”) che ormai sono quasi estinti, nessun genoma
“americano” si trova lì e nel Nuovo Mondo da più di cinque secoli.
In realtà, sappiamo bene che l'ipotesi dell'origine africana non ha alcun valore scientifico, ma è stata inventata unicamente
per scopi di propaganda antirazzista. Lo ha ammesso perfino Uriel Fanelli in quel suo pezzo citato in precedenza, un autore
di sinistra che avverte “i compagni” che la falsificazione africana non funziona più. Nuove voci di dissenso sempre
maggiore a questa “teoria imposta” si sono recentemente levate dagli ambienti scientifici.
In particolare, secondo quanto riferisce una pubblicazione in lingua inglese, “Atlantean Gardens” nel numero di sabato 3
maggio 2014, l'ipotesi dell'origine africana è stata clamorosamente smentita dalle ricerche degli scienziati russi. Che questa
confutazione venga proprio dalla Russia oggi non più sovietica e i cui ricercatori non sono più costretti a ripudiare la
genetica, non è cosa che stupisca, dato che oggi costoro sono ancora liberi dalla dittatura mascherata della “political
correctnes” che imperversa in Occidente e impone il silenzio su tutto ciò che potrebbe intaccare i dogmi democratici e
antirazzisti.
Dunque, secondo quanto riferisce “I giardini di Atlantide”, nel 2012 i ricercatori russi Anatole A. Klysov e Igor L.
Rozhansky hanno esaminato la bellezza di 7.556 cromosomi Y di europei (caucasoidi), allo scopo di verificare se l'albero
genealogico degli aplogruppi che era possibile tracciare sulle base delle rispettive parentele, puntasse verso un'origine
africana. La risposta è stata chiaramente negativa.
L'articolo riporta anche l'opinione dello storico australiano Greg Jefferys che ribadisce che la “teoria” (favola sarebbe in
realtà un termine più appropriato) dell'origine africana non ha alcun elemento scientifico a suo sostegno, ma è stata
introdotta “per eliminare il concetto di razza”.
Secondo i ricercatori russi, almeno il 20% del DNA delle popolazioni umane moderne non discenderebbe dagli uomini di
Cro Magnon di presunta origine africana, ma deriverebbe da neanderthaliani, denisoviani, da un homo arcaico con cui le
popolazioni africane si sarebbero re-incrociate, forse anche dagli hobbit dell'isola di Flores.
E' la conferma eclatante della teoria multiregionale, ma è anche qualcosa di più. La specie umana sarebbe una specie ibrida,
e la prova migliore di ciò è data dal fatto che alcune parti del nostro genoma non sono reciprocamente compatibili. Lo si
vede bene ad esempio considerando il fattore sanguigno RH. Se una donna RH negativa rimane incinta di un uomo RH
positivo e quest'ultimo ha trasmesso la RH positività al nascituro, in questo caso il corpo della madre produrrà anticorpi
contro il feto che possono produrre gravi danni al bambino, reagisce proprio come se quest'ultimo fosse un “estraneo” di
altra specie.Queste scoperte e considerazioni vengono a sfasciare non solo il dogma democratico dell'inesistenza delle razze,
ma anche quello cristiano del monogenismo, cioè dell'origine unica di tutta l'umanità, ma cosa ci volete fare? I fatti sono
fatti.Bisogna però dire che, proprio perché dubito fortemente che il pubblico di “Ereticamente” sia composto in prevalenza
da esperti in paleoantropologia, sarà bene fare una precisazione importante per non dare luogo ad equivoci che potrebbero
facilmente ritorcersi contro di noi, che la questione della supposta origine africana recente di homo sapiens, è una questione
completamente diversa da quella dell'origine africana degli ominidi primitivi, la famosa Lucy e tutti gli altri che sono stati
esumati dal suolo del Continente Nero e la cui africanità nessuno contesta (anche se il continente nero, come vedremo, non
è l'unico ad aver restituito fossili ominidi).Per capire un po' meglio le cose, sarà meglio fissare alcuni paletti temporali. Gli
ominidi, i precursori, sembrerebbe, degli esseri umani, sembrano essersi distaccati da un lignaggio antropomorfo in un
14
orizzonte temporale che andrebbe dai 5 ai 7 milioni di anni fa.Il primo essere che possiamo identificare come certamente
unano, l'homo erectus, compare all'incirca un milione di anni fa. Esiste certamente l'erectusafricano, il cui rappresentante
più noto è uno scheletro giovanile quasi completo, il “Ragazzo del lago Turkana”, ma esistono anche due varietà asiatiche,
l'uomo di Pechino e l'uomo si Giava, e una varietà europea, l'uomo di Heidelberg, testimoniato oltre che dalla famosa
mandibola ritrovata in questa località, da diversi altri reperti fra cui alcuni italiani di cui parleremo fra poco. Proprio l'uomo
di Giava ha dato il nome alla specie. Esso fu scoperto nel XIX secolo dal medico olandese Eugene Dubois che lo chiamò
“Pitecanthropus erectus”, cioè “uomo-scimmia eretto”. Ci volle del tempo perché si capisse che non si trattava di un uomo
scimmia, ma di un autentico uomo sia pure primitivo.
Interessantissimo fra gli erectus europei, un esemplare italiano, l'uomo di Ceprano detto anche Argill, che sembrerebbe
avere proprio le caratteristiche giuste per essere l'antenato comune dell'uomo di Neanderthal e di quello di Cro Magnon,
mentre l'uomo di Denisova sembrerebbe da collegarsi piuttosto all'erectus di Heidelberg. In ogni caso, non vi è proprio
nulla che rimandi a un'origine africana.
La comparsa dell'homo sapiens si dovrebbe collocare attorno ai 70-50.000 anni fa se parliamo dell'uomo di Cro Magnon
anatomicamente moderno, ma se includiamo le forme cosiddette pre-sapiens o sapiens arcaiche, questo tempo andrebbe
verosimilmente raddoppiato. La nostra specie appare distinta nelle tre varietà di Cro Magnon, di Neanderthal e di Denisova,
perché è chiaro che se neanderthaliani e denisoviani hanno potuto incrociarsi con l'uomo moderno, e generare una
discendenza fertile in modo che i loro geni sono giunti almeno in parte fino a noi, vanno considerati varietà della nostra
specie, non specie umane distinte.
A titolo puramente indicativo, 100.000 anni sono un compromesso ragionevole. Quel che importa rimarcare, però, è che
l'origine africana degli ominidi primitivi e quella di homo sapiens sono due questioni affatto differenti, e che i ritrovamenti
africani di Lucy e degli altri ominidi non ci dicono nulla riguardo alla seconda, l'origine della nostra specie.
Paradossalmente essi, anzi, potrebbero rappresentare una forte indicazione in senso contrario. Dai tempi di Darwin si
presenta ai biologi un problema di difficile soluzione. Se noi affianchiamo le une alle altre le diverse specie di un gruppo
animale o vegetale rispettando i rapporti cronologici, si ha l'impressione di un'evoluzione, di una transizione dall'una
all'altra forma, ma se consideriamo una singola specie, anche lungo un arco di tempo lunghissimo, essa è perlopiù stabile e
non mostra alcun segno di transizione verso la forma successiva. Come spiegare il mistero dell'evoluzione a scatti o, come
ha detto qualcun altro, dell'evoluzione punteggiata?
Una spiegazione è stata vista da alcuni in quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica. Una specie diffusa
e affermata colonizzerà una serie di habitat e di regioni con caratteristiche diverse. Forme che rappresentano delle
innovazioni evolutive si presenteranno come adattamenti ad habitat marginali, e perché si affermino sarà necessario che un
cambiamento delle condizioni ambientali le favorisca a scapito della popolazioni originale, e solo allora potranno re-
invadere l'area “centrale” di origine della stessa, e solo a questo punto, non quando i loro antenati erano colonizzatori
marginali di un'area periferica, compariranno nella documentazione fossile perché – ricordiamolo – quelli i cui resti ci sono
giunti fossilizzati, sono solo una piccolissima parte di tutti gli esseri vissuti. Quindi l'evoluzione ci apparirà “a scatti”.
Speciazione allopatrica significa letteralmente che una nuova specie avrà origine in una “patria” diversa da quella in cui si è
generata la specie originale. Se questa teoria è vera, e se partiamo dal presupposto che le leggi che regolano il divenire
dell'umanità sono le stesse che condizionano la storia di tutte le forme viventi, il fatto che gli ominidi primitivi si siano
generati in Africa, potrebbe essere una forte indicazione del fatto il percorso successivo non si è sviluppato lì, ma altrove.
I conti però ancora non tornano. Siamo sicuri, del tutto sicuri che gli ominidi primitivi abbiano una storia esclusivamente
africana?
Questo è un capitolo sconcertante. Nel 1983, un ricercatore siciliano, Gerlando Bianchini, ritrovò proprio in Sicilia i resti di
un ominide, un australopiteco dello stesso genere della famosa Lucy e dei reperti sudafricani come il “bambino di Taung”,
che battezzò australopithecus siculus. Da allora sono passati oltre trent'anni e non se n'è più parlato, nemmeno per
contestare l'autenticità del ritrovamento, è semplicemente sparito dalla documentazione. Non è ancora tutto: noi potremmo
chiamare pre-ominidi quelle creature che, vicinissime alla linea di demarcazione fra antropomorfe e ominidi, rappresentano
il primissimo, incerto passo in direzione dell'umanità. Resti di simili creature, che sono stati raggruppati nei due
generi ramapithecus esivapithecus dal nome di due figure della mitologia indiana, furono ritrovati appunto in India, e anche
su di essi è calato uno strano silenzio. Ma forse la cosa più singolare, e certamente la meno conosciuta, è che anche l'Italia
ha il suo pre-ominide, i cui resti emersero molti anni fa da un blocco di lignite nella cava di monte Bamboli in Toscana, che
fu chiamato oreopithecus bambolensis, e che sorprende per la faccia piatta e le caratteristiche stranamente umane della
dentatura.
Il sospetto che viene, è che tutti questi ritrovamenti siano stati censurati perché potrebbero dare ombra ai reperti africani ai
quali la ricerca sedicente scientifica ortodossa e “politicamente corretta” tiene tantissimo, perché pretende di basare su di
essi la leggenda dell'origine africana della nostra specie e il teorema dell'inesistenza delle razze.

La nostra Penisola sembra avere un ruolo singolare nella storia dello sviluppo dell'umanità, pare presentare una
documentazione completa di esso: dallo stadio pre-ominide (oreopiteco di monte Bamboli), all'ominide australopiteco
15
(australopithecus siculus), all'homo erectus classico (rappresentato non molto bene, ma non è la quantità dei reperti che
conta, da un dente ritrovato nella grotta nota come abisso di San Cassiano sul carso triestino e attualmente conservato al
museo di storia naturale della città giuliana), all'erectus evoluto e in via di transizione verso il sapiens (l'uomo di Ceprano,
“Argill” che è forse il candidato migliore che conosciamo a ricoprire il ruolo di antenato comune fra l'uomo di neanderthal e
il sapiens di Cro Magnon), il pre-neanderthal (Saccopastore), il neanderthaliano classico (Monte Circeo), il pre-
sapiens (uomo di Altamura), e infine, proprio per non farci mancare nulla, i ritrovamenti nella grotta di Uluzzo, i resti di
una popolazione non di ceppo neanderthaliano come si era pensato, ma di Cro Magnon fra i più antichi ritrovati in Europa.
Dubito che altrove sul territorio di una nazione di estensione non grandissima, si trovi una documentazione altrettanto
completa della nostra storia biologica, e questo ci fa sospettare che proprio essa abbia giocato un ruolo cruciale nel divenire
dell'umanità su questo pianeta, che la nostra Penisola sia davvero quell' “antiqua mater” che Virgilio invitava a
cercare.Questa nostra povera Italia è oggi, come forse più non si potrebbe, sminuita e bistrattata, non solo all'estero ma, il
che è infinitamente peggio, all'interno, da parte di una fetta considerevole de propri cittadini, che non sembrano
minimamente provare quel senso di appartenenza, di orgoglio, di fierezza per la nazione cui si appartiene, che a qualsiasi
altra latitudine sarebbe del tutto normale.Se veramente l'Italia ha avuto un ruolo fondamentale nell'evoluzione della nostra
specie e la cosa può essere provata, provate a immaginare che smacco per costoro.
A pensarci, ci godo!

Una Ahnenerbe casalinga, sesta parte


PUBBLICATO DA ADMIN IL LUNEDÌ, GIUGNO 30, 2014

Di Fabio Calabrese

Io vi devo chiedere scusa se torno a insistere con la formula degli articoli “seriali”, essa risponde a due motivazioni. In certi
casi, mi sono imbracato in un lavoro che per la sua ampiezza non è possibile contenere dentro le dimensioni di un solo
pezzo, e credo che Opus maxime rhetoricum in cui mi sono assunto il compito di smascherare le falsificazioni che
accompagnano (o che formano) la narrazione della storia come ci viene presentata dall'antichità fino all'attualità
contemporanea ne sia l'esempio più evidente, oppure è anche possibile che la serie di articoli omonimi e successivi venga a
comporre una sorta di rubrica alla quale si possono, e direi si devono aggiungere periodici aggiornamenti.

Una Ahnenerbe casalinga è, mi pare, il luogo più adatto dove collocare gli aggiornamenti sulla questione delle origini. Le
risposte che possiamo dare, o crediamo di poter dare alla domanda da dove veniamo, sono una parte essenziale dell'idea che
possiamo avere su chi siamo, e sembra proprio che oggi su questo tema si sia riacceso un dibattito vivace, anche perché c'è
un dogma, un dogma che è stato forzatamente imposto alla conclusione della seconda guerra mondiale, elemento essenziale
della Weltanschauung dei vincitori, che oggi sta miseramente crollando sotto il peso delle evidenze scientifiche, quello
dell'inesistenza delle razze, o della loro riducibilità a costrutti culturali.

Prima di procedere oltre, vorrei però esprimere un sentito ringraziamento a Luigi Leonini, una persona che sta facendo un
lavoro davvero prezioso di raccolta delle informazioni attinenti a questo e molti altri ambiti. La maggior parte degli
aggiornamenti che citerò nel presente articolo, infatti, deriva da sue segnalazioni.

Cominciamo con il riportare una notizia che compare su “Atlantean Gardens” del 4 maggio di quest'anno. Gli scienziati
russi avrebbero ufficialmente confutato la “teoria” (anche se è certamente eufemistico considerarla tale) dell'Out Of Africa,
della presunta origine africana dell'homo sapiens. E' certamente paradossale, eppure è un fatto innegabile: ai tempi
dell'Unione Sovietica la ricerca scientifica in Russia non era libera, era pesantemente condizionata dall'ideologia comunista,
la genetica – tra l'altro – schiacciata da quella bufala che è stata la “biologia” socialista di Lysenko, è stata fuori legge fino
agli anni '70. Oggi, mentre gli scienziati russi non sono vincolati da preoccupazioni di ortodossia ideologica, quelle che
attanagliano i ricercatori statunitensi, sono diventate sempre più stringenti e la democrazia è divenuta un'ideologia sempre
più totalitaria e oppressiva che ha ben poco da invidiare al vecchio dogmatismo comunista, non possono non ribadire i
dogmi dell'inesistenza delle razze e dell'origine africana della specie umana senza mettere a serio rischio le loro carriere e
con possibilità di pesanti riflessi anche sul piano giudiziario. Il triste gioco della Guerra Fredda si ripropone oggi a parti
invertite.

16
“Atlantean Gardens” riporta un articolo già apparso in “Anthroplogy” n. 2 del 2012, pagine 80-86 a firma di Anatole A.
Klyosov e Igor L. Rozhanski: Re-Examining the “Out of Africa” Theory and the Origin of Europoids (Caucasoids) in Light
of DNA Genealogy.(Riesaminando la teoria dell'origine africana e le origini degli Europei (Caucasoidi) alla luce della
genealogia basata sul DNA). Gli autori hanno esaminato 7556 aplotipi umani, in particolare riguardo al cromosoma Y
(quello che determina i caratteri maschili), suddivisi in 46 sub-cladi a loro volta raccolti in 17 aplogruppi maggiori, e il
responso è chiarissimo: gli aplogruppi europei (caucasici) NON derivano dagli aplogruppi africani A o B. La teoria
dell'origine africana delle popolazioni europee è chiaramente smentita dal DNA.

L'articolo riporta anche un commento dello storico australiano Greg Jefferys che spiega che “La leggenda (“the myth”)
dell'origine africana fu introdotta nel 1990 per cancellare il concetto di razza... ma è totalmente smentita dalla genetica”.

In realtà, favole antirazziste hanno costituito da sempre la base dell'ideologia “democratica” americana, e sono state imposte
come dogmi anche all'Europa a partire dal 1945. Semplicemente, dal 1990 in coincidenza, si noti bene, con la vittoria
yankee nella Guerra Fredda, esse diventavano in maniera più esplicita e aggressiva la base dell'ideologia pseudo-scientifica
che si voleva e si vuole imporre con ogni mezzo (il che il più delle volte significa tappare la bocca ai dissidenti) nella
prospettiva di imporre al mondo che ha avuto la sventura di cadere sotto il dominio statunitense l'universale meticciato.

Lo stesso articolo ci parla del sequenziamento del DNA di un uomo di Cro-Magnon vecchio di 28.000 anni, esso appare
sorprendentemente “moderno” e sostanzialmente identico agli Europei attuali, il che rende l'ipotesi africana sempre più
vacillante.

Un contributo a renderla ancora più precaria, a mostrare che questa favolainventata a giustificazione di tutta l'ideologia
antirazzista e pro-meticciato che sta alla base della politica yankee non ha alcun fondamento, potrebbe contribuire anche
una ricerca condotta da scienziati indonesiani che hanno studiato due siti lungo il corso del fiume Solo, già noto in passato
per aver dato alla luce importanti ritrovamenti di homo erectus, di questa ricerca ha parlato il “Daily Mail” del 30 giugno
2011 intervistando Etty Indriati della Gadjah Mada University.
Stando ai risultati emersi da questa ricerca, sembrerebbe che l'homo erectusindonesiano si sarebbe estinto al più tardi
143.000 anni fa, e forse già 550.000 anni fa, mentre l'homo sapiens anatomicamente moderno sarebbe giunto nella regione
circa 35.000 anni fa, più di centomila anni più tardi, e quindi non ci sarebbe stato nessun periodo in cui le due specie umane
abbiano convissuto nella regione, al contrario di quanto si è sempre creduto finora.

Secondo gli autori della ricerca, questo fatto andrebbe decisamente contro l'ipotesi dell'origine africana e a favore di quella
dell'evoluzione multiregionale, mentre ad esempio la scoperta degli hobbit dell'isola di Flores, piccoli homo erectus adattati
a condizioni di vita insulari che sarebbero sopravvissuti fino a 40.000 anni fa, andrebbe in qualche modo a sostegno
dell'ipotesi dell'origine africana.
E' un ragionamento che, lo confesso, non sono riuscito a capire. Semmai, mi sembra, la scoperta degli hobbit di Flores
dovrebbe rappresentare un duro colpo per l'ipotesi dell'origine africana. Secondo quest'ultima, infatti, tra 50 e 70 mila anni
fa una mega-eruzione del vulcano Toba nell'isola di Sumatra, una della maggiori dell'arcipelago indonesiano, avrebbe
provocato una sorta di inverno nucleare e portato quasi all'estinzione tutta l'umanità allora esistente, lasciando in vita solo
un'esigua popolazione di africani che sarebbero gli antenati di tutti noi.

La sopravvivenza degli hobbit di Flores fino a 30-10 mila anni dopo questa fantasticata catastrofe in un'area, quella
indonesiana, proprio vicina al suo presunto epicentro, rappresenta un colpo mortale a questa fantasiosa ricostruzione.

Comunque è importante constatare il fatto che sempre più scienziati in tutto il mondo stanno constatando, o per meglio dire
non possono fare a meno di ammettere, che la favola dell'origine africana con la sottintesa implicazione dell'inesistenza
delle razze, è una gigantesca bufala, forse la peggior bufala scientifica dei nostri tempi.

Non è finita qui, perché gli studi scientifici, soprattutto le ricerche sul DNA, stanno facendo emergere un quadro ben
diverso da quella che è l'ortodossia ufficiale “politicamente corretta” che ci si vuole imporre a tutti i costi, e quando una
pubblicazione come “Le scienze” riporta cose che solo pochi anni fa era impensabile che qualcuno dicesse, tranne forse in
qualche rivista o in qualche sito particolarmente coraggioso dell'estrema destra, viene davvero il dubbio: adesso cosa
faranno i “buoni democratici”, dovranno imporre anche agli studi di genetica la stessa censura liberticida che oggi soffoca le
ricerche revisioniste sul cosiddetto olocausto? Cosa dobbiamo pensare di una democrazia il cui ingrediente sostanziale si
rivela il blocco alla circolazione delle idee, il divieto di pensare e di essere a conoscenza dei fatti?

17
“Le scienze” del 2 agosto 2012 riporta un'intervista con Sarah Tishkoff dell'Università della Pennsylvania. La ricercatrice,
che è considerata una star della genetica delle popolazioni, il 26 luglio dello stesso anno ha pubblicato sulla rivista “The
Cell” un articolo che illustra i dettagli del sequenziamento completo del genoma di cinque individui per ciascuno dei tre
gruppi di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti: i pigmei del Camerun e gli Hadza e i Sandawe della Tanzania.

I risultati di questa ricerca sono poco meno che sbalorditivi.


“Vari studi hanno dimostrato un certo livello di incroci tra i primi umani moderni usciti dall'Africa e altre specie arcaiche
non africane, tra cui i Neanderthal e, in Asia, la specie detta di Denisova. Ma non si è mai trovata alcuna prova di un DNA
neanderthaliano in Africa. Il problema è che in Africa non si ha una buona conservazione dei fossili. Quindi, quello che
abbiamo fatto è stato usare i metodi statistici sviluppati da Josh e Ben Akey Vernot dell'Università di Washington per
riconoscere le regioni del genoma che sembrano essere di origine arcaica.

La prima cosa che abbiamo fatto è stata testare questa statistica applicandola a non-africani, trovando in questi genomi un
notevole arricchimento del DNA di Neanderthal. Ma non tra gli africani, che non avevano DNA neanderthaliano. Quando
abbiamo applicato la statistica agli africani, in compenso, abbiamo visto molto dati che testimoniano incroci con un ominide
che si è separato da un antenato comune circa 1,2 milioni di anni fa”.

Vi è chiaro quel che significa tutto ciò? Nel nostro DNA ci sono le tracce di incroci avvenuti tra il sapiens Cro-Magnon e
altre linee umane sviluppatesi in parallelo: uomini di Neanderthal e di Denisova, questo per quel che riguarda il ceppo
eurasiatico della nostra specie. Queste tracce non si riscontrano nei neri africani. In compenso, ci sono le prove genetiche
del fatto che queste popolazioni sono il risultato di un incrocio, avvenuto qualche decina di migliaia di anni fa, con
un homo primitivo il cui lignaggio si sarebbe separato dalla linea umana principale circa un milione e duecentomila anni fa,
e che quindi non poteva essere altro che una variante di homo erectus.

Il nero africano, dunque, ben lungi dall'essere il modello ancestrale di tutti noi, rappresenta un vero e proprio passo indietro
sulla via del sapiens. E' razzista affermarlo? Allora mi dispiace tanto, ma sono i fatti a essere razzisti.
Questa carrellata sulle scoperte recenti riguardo alle nostre origini più remote, si può ben concludere con un'altra notizia – di
cui sono debitore sempre al buon Luigi – ma che è apparsa sul sito di Stormfront. Tuttavia il punto importante da
sottolineare è il fatto che oramai ciò che appare sulle pubblicazioni scientifiche più accreditate si salda senza soluzione di
continuità con ciò che viene pubblicato sulle riviste e i siti dell'estrema destra. La scienza sta dando sempre più ragione a
qualcuno, e questo qualcuno non sono i “buoni democratici”.
La notizia è questa:

“Vincent Sarich (professore emerito di antropologia all’Università di Berkeley, California) e Franck Miele, senior editor di
“Skeptic” (“Lo scettico”),hanno scritto un libro a 4 mani, Razza: la realtà della diversità umana; nel libro essi documentano
dettagliatamente e ampiamente come il senso comune della gente sulla diversità umana stia gradualmente trovando consensi
nella comunità scientifica, nonostante conservatorismi duri a morire.
Innanzitutto confutano i programmi televisivi che passa la TV pubblica USA, i quali negano l’esistenza delle razze umane.
Leggere lo splendido articoloL’ultimo tabù, diversa razza=diversa capacità. (The Final Taboo: Race
Differences in Ability Vincent Sarich).

Richard Dawkins, il leggendario e popolarissimo autore de Il gene egoista, ha elogiato pubblicamente sul “New York
Times” Sarich per il suo lavoro di enorme importanza! Nel corso degli anni Sarich è diventato uno dei rari antropologi
fisici, esperti sia degli scheletri che della genetica, ha dissotterrato e studiato 2500 teschi umani di 29 razze diverse e li ha
comparati con quelli di 347 scimpanzé (compresi gli straordinari bonobo), e concludendo: “Non conosco nessun’altra specie
di mammiferi che sia cosi diversificati razzialmente, eccetto i cani, che però sono stati sottoposti, di proposito a tale
differenziazione”.

Qui ci sono alcune considerazioni che si impongono in tutta evidenza. Notiamo per prima cosa la contrapposizione fra “il
senso comune della gente” che riconosce a colpo d'occhio il fenomeno razziale, e l'ideologia diffusa a partire dagli ambienti
accademici e dalla cultura ufficiale, ma non certo su basi scientifiche, che tende a negare questo fatto evidente, anche se
proprio la comunità scientifica, nonostante la resistenza degli ambienti più “conservatori” non può, a lungo andare, non
riconoscere i fatti, e dobbiamo evidenziare che “conservatore”, cioè chiuso in una visione del mondo dogmatica ed estranea
alla realtà, tendente a ignorare le chiare smentite che vengono da essa, qui, come su questa sponda dell'Atlantico,
significa di sinistra.

18
In secondo luogo, non può non far piacere il fatto che il libro di Sarich e Miele abbia ricevuto l'autorevolissimo avallo di
Richard Dawkins, stella di prima grandezza della biologia contemporanea, ma soprattutto pensatore coraggioso e
anticonformista che in più di un'occasione ha dimostrato di mettersi sotto i piedi i pregiudizi dominanti. Dawkins, oltre che
de Il gene egoista è l'autore deL'illusione di Dio, un saggio sulla religione che scava impietosamente il terreno sotto i piedi
del cristianesimo e delle religioni abramitiche, e questo non ce lo può rendere certo antipatico.

Il terzo punto che occorre toccare è un po' meno incoraggiante. Io credo che senza alcun dubbio gli autori abbiano confutato
in maniera efficace i programmi televisivi che passa la televisione pubblica, che cercano di negare l'esistenza delle razze
umane, cosa di certo che non presenterebbe alcuna difficoltà se si trattasse di un confronto di idee fatto su basi eque, ma –
ed è questo il punto – quanta gente leggerà il libro e quanta gente guarda i programmi televisivi, o per meglio dire subisce
giornalmente il plagio mediatico che proviene dal malefico apparecchio, totem familiare dei nostri tempi?

La questione di nuovo si può paragonare al confronto, anch'esso sicuramente non su basi che abbiano un minimo di equità,
sulla questione dell'olocausto. Gli studi di Faurisson, di Zundel, di Mattogno sicuramente sono seri e documentati, ma
dall'altra parte non c'è un contraddittorio, quando non c'è la risposta censoria e repressiva, c'è il diluvio mediatico, l'appello
continuo all'emotività, il lavaggio del cervello che gioca sulla difficoltà a livello inconscio di distinguere fra realtà e fiction.
Vi chiedete perché la democrazia non funziona? Perché è, a voler essere espliciti, una gigantesca truffa, forse la più enorme
della storia umana? Eccola la risposta, chiara come il sole: la diffusione di “idee”, atteggiamenti, stati d'animo nella
cosiddetta pubblica opinione è inversamente proporzionale in maniera pressoché esatta alla loro corrispondenza al reale.
Di sicuro, la lotta per la verità è ancora lunga e irta di difficoltà, ma noi in ogni caso siamo qui, senza paura, a combatterla.

Una Ahnenerbe casalinga, settima parte


La visione spirituale della vita e l’ideologia moderna
Come credo di avervi già spiegato, fra i diversi articoli “seriali” apparsi su “Ereticamente”, è probabile che quelli di Una
Ahnenerbe casalinga siano quelli destinati ad avere maggiore continuità, infatti, sotto questo titolo ho deciso di
comprendere i vari “pezzi” che affrontano il problema delle origini della nostra specie, e sempre sperando che il paragone
con la vera Ahnenerbe, quella creata dal Terzo Reich, non appaia eccessivamente ambizioso. In questa serie di articoli che
di fatto a questo punto assume l’andamento di una rubrica, vedrò di aggiornarvi man mano delle novità scientifiche che
emergono intorno alla questione delle origini.
Questa volta, vorrei cominciare col rimarcare un punto sul quale forse non mi sono finora espresso con sufficiente
chiarezza. Come sappiamo, come vi ho evidenziato più volte, come ha ribadito anche recentemente la ricerca dello
scienziato russo Anatole Klysov, la tesi dell’ “Out Of Africa”, dell’origine africana della nostra specie, è un falso, una
bufala spacciata per teoria scientifica, inventata negli Stati Uniti per distruggere non il razzismo inteso come tendenza di
una razza a imporsi sulle altre e a discriminarle, o la persecuzione di alcune persone in base alla loro appartenenza razziale,
ma – il che è molto diverso – l’idea stessa che l’umanità sia suddivisa in razze. Sostenere che le razze non abbiano una reale
esistenza, che gli Europei non siano altro che africani sbiancati col trascorrere dei millenni, non è una teoria scientifica, è la
quintessenza dell’ideologia democratica, come dire falsità allo stato puro.
“E gli ominidi africani i cui resti sono emersi nei siti della Rift Valley?”, si chiederà qualcuno, “E Lucy, e il bambino di
Taung e tutti gli altri, sono anch’essi dei falsi?”
E’ precisamente questo il punto che vorrei ora sviscerare con la massima chiarezza possibile. Può essere che non tutti
abbiano bene a mente la scala dei tempi, e allora sarà il caso di ribadire che UNA questione è l’origine degli ominidi alcuni
milioni di anni fa, UN’ALTRA COMPLETAMENTE DIVERSA è invece l’origine della nostra specie,homo sapiens alcune
decine di migliaia di anni fa.
Occorre fare una premessa a tutto il discorso: quel che comunemente si intende per “evoluzione” non è la teoria di Darwin e
rappresenta qualcosa che la scienza non ha mai avallato né potrebbe farlo, trattandosi di una concezione ibrida che mescola
dati di fatto e giudizi di valore.
Nell’accezione comune, il concetto scientifico di evoluzione, cioè di trasformazione delle specie viventi nel tempo per
effetto della selezione naturale, è arbitrariamente fuso con quello molto più ambiguo, non scientifico e non verificabile di
progresso, inteso come sviluppo globalmente ascendente delle società umane, sebbene l’evoluzione riguardi un arco
temporale che coinvolge l’intera storia della vita, mentre la nozione di progresso nasce da un’osservazione non scientifica e
19
dalle speranze di alcune “anime belle” su di un segmento limitato di alcuni secoli su di una parte delle società umane. In
compenso, in questa visione sono amputati aspetti importanti dell’evoluzionismo darwiniano, quali la lotta per la
sopravvivenza, la selezione, la sopravvivenza dei più adatti, che rischierebbero invece di dare l’avallo scientifico a
una Weltanschauung di tipo aristocratico.
Questa specie di pappa ideologica che ne risulta si accorda molto bene con il marxismo e anche in una certa misura con il
cristianesimo, si veda ad esempio il lavoro di fusione fra l’evoluzionismo così inteso e il cristianesimo sviluppato dal
gesuita Teilhard De Chardin, è totalmente contraria alla nostra visione del mondo, e da qui viene l’ovvio rifiuto dei nostri
ambienti, rifiuto che spesso si estende anche al vero e mal compreso evoluzionismo scientifico, e al riguardo occorre stare
molto attenti perché esso facilmente si trasforma in una sorta di boomerang, offre il destro a chi vuole presentarci come
esponenti di un conservatorismo chiuso, al punto da rifiutare le più palesi asserzioni della scienza. Il che, se ci pensiamo, è
il colmo dell’assurdità, perché semmai i cacciatori di nuvole, coloro che si alimentano di benintenzionate sciocchezze e di
utopie sono loro, i “compagni”, i democratici marxisti e cristiani.
Premesso tutto ciò, e sapendo che i dati della biologia evoluzionista, quella vera, vanno presi in attenta considerazione, è
noto che la documentazione fossile presenta un problema: noi riscontriamo per un lungo arco di tempo fossili di una
determinata specie, che sono poi sostituiti da quelli della specie successiva che rimane stabile per tempi lunghissimi prima
di essere sostituita da un’altra ancora, ma non troviamo praticamente mai forme di transizione fra una specie e l’altra, o
segni di evoluzione di una specie verso la forma successiva. Si è spesso parlato di evoluzione punteggiata o evoluzione a
scatti.
Per risolvere il dilemma, è stata proposta quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica. In pratica, una
specie affermata e diffusa, occuperà un areale piuttosto vasto e produrrà una serie di varietà locali adattate a delle nicchie
marginali. Potrà succedere che un cambiamento ambientale, ad esempio climatico, favorisca quella che prima era una
popolazione marginale adattata a quelle che prima erano delle circostanze locali, che finirà per re-invadere l’areale centrale
a scapito della popolazione fin allora dominante e diventare di fatto la nuova specie.
Quello che si vedrà nella documentazione fossile sarà uno scarto improvviso dalla vecchia forma alla nuova senza gradi
intermedi, perché essi saranno avvenuti in un’area periferica, e il processo di fossilizzazione è statisticamente raro, e tocca
solo a una frazione molto piccola degli organismi vissuti.
Il punto è proprio questo, le nuove specie si formerebbero in aree diverse da quelle in cui hanno avuto origine le specie
madri, e quindi se partiamo dal presupposto che le leggi che hanno condizionato il divenire della nostra specie siano le
stesse che valgono in tutto il regno animale e l’insieme dei viventi, proprio i ritrovamenti dei resti di ominidi come la
famosa Lucy, costituiscono un forte argomento contro l’ipotesi dell’origine africana. Se è in Africa che si è verificato il
passaggio dalla scimmia all’ominide, questo rende non più probabile, ma maggiormente improbabile che negli stessi luoghi
si siano verificati i successivi passaggi dall’ominide all’uomo e da homo erectus a homo sapiens.
Noi abbiamo visto, e si è presentata l’occasione di rimarcarlo diverse volte, che quella che chiamiamo “scienza”, che nelle
democrazie occidentali passa per scienza, non è affatto una ricostruzione oggettiva della realtà basata sui dati di fatto, ma
una costruzione ideologica e, diciamolo pure, propagandistica che non è interessata alla conoscenza, ma a diffondere nel
popolo opinioni conformi alla legittimazione delle classi dominanti al potere.
L’ipotesi dell’origine africana (non credo proprio che la si possa considerare una teoria, e “ipotesi” è probabilmente il
termine più gentile e meno dileggiatorio che si possa usare) ne è forse l’esempio più chiaro anche se certamente non il solo,
essa infatti come sappiamo, e per ammissione di coloro stessi che l’hanno formulata, non si basa su alcuna prova ma
risponde allo scopo ideologico di distruggere il concetto di razza.
Se le cose stanno in questi termini, sarà allora il caso di dare la parola a ricercatori indipendenti al di fuori dei circuiti
accademici della cultura ufficiale, che meglio sapranno illuminarci sulle nostre origini.
A questo riguardo, io credo che vada citato innanzi tutto l’imponente lavoro che ha svolto Silvano Lorenzoni, e poi i
significativi apporti di Felice Vinci e di Gianfranco Drioli. [Per coloro che fossero interessati ad approfondire l'argomento,
ricordo che tutti i testi di Silvano Lorenzoni sono reperibili presso le edizioni Primordia di Milano].
Per quanto riguarda Silvano Lorenzoni, si può fare riferimento a tre opere: Involuzione, il selvaggio come decaduto, I
continenti perduti, la luna e le cesure epocalie la più recente, Il mondo aurorale. Come è facile capire fin dal titolo del
primo dei testi citati, il nostro è un “involuzionista”, cioè sostiene, almeno relativamente alla specie umana, che la sua storia
non rappresenta un’evoluzione, uno sviluppo ascendente, ma uno sviluppo discendente, potremmo dire una catabasi, almeno
all’interno di ciascuno dei cicli che la scandiscono, al termine di ciascuno dei quali si verifica quella che egli chiama una
cesura epocale. Lungi dall’essere dei primitivi, i selvaggi sono dei decaduti, popolazioni relitto di cicli precedenti.
Vorrei far notare che questa concezione “involuzionista” è certamente in contrasto con il concetto comune di evoluzione
intesa come sviluppo ascendente, le “magnifiche sorti, e progressive” e via dicendo, con tutto ciò di cui i nostri progressisti
si riempiono la bocca, ma non necessariamente con il pensiero di Darwin né con le effettive risultanze scientifiche. Gioverà
infatti ricordare che a differenza della maggior parte dei nostri avventati contemporanei, l’autore de L’origine delle
specie dava alla parola “evoluzione” semplicemente il senso di trasformazione delle specie nel tempo, senza applicarvi un
giudizio di valore “ascendente” o “discendente” che fosse, e amava inquietare i suoi interlocutori che interpretavano la sua
20
teoria in senso “progressista” con esempi di “sviluppo discendente” quali la
rudimentalizzazione, la perdita di organi e di funzioni autonome di un parassita,
anch’essa evolutiva nel senso in cui egli l’intendeva, ossia adattiva ed effetto della
selezione naturale.Oso dire un’eresia (ma d’altra parte siamo su “Ereticamente”): la
teoria di Lorenzoni non è incompatibile con le risultanze scientifiche, mentre invece lo
è la favoletta dell’origine africana.
Il nostro fa notare che questa catabasi di decadenza
che attraversa ciascun ciclo è una discesa anche dal
punto di vista fisico-geografico. La direzione
dell’irradiazione della specie umana è esattamente il
contrario di quella presupposta dall’ “Out of Africa”,
cioè non sud-nord, ma nord-sud, e trova la sua origine
in una remota patria artica resa inabitabile da un
cataclisma climatico che ha reso l’Artide il deserto
ghiacciato che conosciamo oggi. A riprova di ciò c’è
perlomeno il fatto incontestabile che le popolazioni
più primitive, cioè secondo il nostro più decadute non soltanto in termini culturali, ma
anche fisici-antropologici, si trovano regolarmente nelle estreme propaggini meridionali
delle terre abitabili: Khoisanidi in Africa, Tasmaniani in Oceania, Fuegini nelle Americhe.
La questione dell’origine della nostra specie si interseca con un’altra più recente e ristretta
della quale ci siamo già ampiamente occupati, quella dell’origine degli Indoeuropei, se si
parte dal presupposto che gli Indoeuropei non fossero che un ramo dei discendenti di una civiltà primordiale da cui
sarebbero discese le popolazioni di ceppo caucasico e con ogni probabilità l’umanità attuale o almeno gran parte di essa o la
maggioranza dei suoi antenati. Se cerchiamo di localizzare geograficamente questa civiltà ancestrale, questo “paradiso
perduto” il cui mito (o il cui ricordo trasformato in mito) si trova nella letteratura e nelle tradizioni di popoli di tutto il
mondo, le stesse tradizioni ci indicheranno unanimemente la direzione del lontano nord.
Su questa tematica le osservazioni di Lorenzoni si saldano in maniera davvero mirabile (anche perché i due ricercatori non
si conoscono e non mi risulta che fra loro sia avvenuto alcuno scambio di idee, è proprio un convergere verso una verità
comune partendo da approcci diversi) con quelle riportate da Felice Vinci in Omero nel Baltico. Il clima del nostro pianeta,
come sappiamo, è soggetto a periodiche fluttuazioni. Vi sono ere glaciali e periodi interglaciali durante i quali la
temperatura si innalza a livelli dai quali oggi, nonostante l’effetto serra e il riscaldamento globale, siamo ancora ben lontani:
le nostre latitudini sono invase da una fauna e da una flora tropicali, mentre un clima temperato si estende fino all’estremo
nord e le coltri glaciali spariscono.
Da allora e fino circa all’8000 avanti Cristo, diecimila anni fa, una civiltà primordiale si sarebbe sviluppata nella regione
artica allora libera dai ghiacci e con un clima temperato. Circa dieci millenni or sono, l’optimum climatico avrebbe iniziato
a declinare, e gli antenati degli Indoeuropei, fra cui quelli degli Achei si sarebbero spostati nelle parti più meridionali della
Scandinavia e della Finlandia e nel Baltico, per poi migrare anche da lì attorno al 2000 avanti Cristo in conseguenza di un
ulteriore irrigidimento climatico.
Io non ho la competenza per pronunciarmi sulla tesi centrale della teoria di Vinci, che è stata aspramente contestata da
Ernesto Roli, altro studioso degno della massima credibilità, ossia che il Baltico e non il Mediterraneo sarebbe stato il teatro
della guerra di Troia e delle vicende di Ulisse raccontate da Omero, ma è altamente probabile che gli Achei fondatori della
civiltà micenea e poi di quella ellenica, così come gli altri popoli indoeuropei siano giunti nell’Europa mediterranea
provenendo da nord.
Gianfranco Drioli è un nome meno noto di quelli di Silvano Lorenzoni e di Felice Vinci, è un intellettuale triestino autore di
un libro bello e documentato sulla Ahnenerbe, quella vera, l’associazione nazionalsocialista che si occupava dello studio
dell’eredità degli antenati (questo è il significato della parola in tedesco), che è stato pubblicato dalle Edizioni Thule. Ad
essa e al suo scopo mi sono ispirato e spero di non aver fatto un lavoro troppo indegno.

21
Recentemente Drioli mi ha dato in visione un suo testo ancora inedito e in una stesura non
ancora definitiva: Iperborea: ricerca senza fine della Patria perduta. Poiché si tratta di un
testo ancora inedito e che forse non ha nemmeno raggiunto la sua forma definitiva, mi
asterrò dall’entrare nei dettagli della trattazione, tuttavia vi devo dire che per me ha
rappresentato una vera sorpresa, perché il suo discorso si salda ammirevolmente a quelli di
Lorenzoni e di Vinci e li completa. L’idea di una remota patria perduta o forzatamente
abbandonata a causa di un cataclisma climatico si ritrova nei miti greci, neiVeda indiani,
nell’Avesta iranica, nelle tradizioni di svariati popoli, e tutti sono concordi nell’indicare la
localizzazione nordica di questa antica patria. Il nome di essa, Iperborea, in greco significa
letteralmente “oltre – o sopra – il nord”, il che è come dire l’estremo nord, la regione artica.
Le ricerche di questi tre studiosi puntano in maniera convergente in una direzione che, è ben
visibile, è esattamente opposta a quella della presunta origine africana, e non è nemmeno
detto che siano i soli, perché le voci dissidenti non hanno né la presunzione di autorevolezza
né i mezzi di diffusione del sistema cattedratico e mediatico che, per proprio conto rimane
dogmaticamente arroccato sulle proprie posizioni e rifiuta a priori tutte le novità che potrebbero metterlo in crisi.
Eppure anche qui le crepe cominciano a essere visibili. In apertura dell’articolo ho fatto un accenno alle ricerche del
genetista russo Anatole Klysov che smentiscono la tesi dell’origine africana degli Europei attuali. Ne abbiamo parlato con la
dovuta ampiezza la scorsa volta: il DNA non mostra alcuna traccia di questa presunta derivazione dall’Africa.
Nello stesso articolo della rivista “Atlantean Gardens” che riporta notizia delle
ricerche di Klysov, si parla del sequenziamento del DNA di un uomo di Cro
Magnon i cui resti risalgono a circa 28.000 anni fa: è risultato sostanzialmente
identico a quello degli Europei di oggi, senza alcuna traccia della presunta origine
africana. Possiamo risalire indietro nel tempo di una trentina d migliaia di anni (sei
volte, per essere chiari, il tempo che separa noi stessi dall’invenzione della scrittura
e dall’inizio delle prime civiltà conosciute). Non c’è niente da fare, gli Europei
rimangono Europei senza la minima traccia di “africanità”.
La “scienza” ufficiale rimane chiusa in un’ortodossia dogmatica, funzionale non alla
ricerca della conoscenza ma alla preservazione del potere sedicente democratico.
Ma ogni ortodossia dogmatica genera i Copernico, i Giordano Bruno, i Galileo
pronti a sfidarla.

Una Ahnenerbe casalinga, ottava parte

E’ venuto forse il
momento di
riorganizzare e semplificare tutta la materia degli articoli “seriali”. Prevedo, salvo casi eccezionali, di tenere in vita una sola
sezione che dovrebbe diventare una vera e propria rubrica, questa “Ahnenerbe casalinga” che spero sempre non rappresenti
un termine di confronto particolarmente disonorevole con la vera società nazionalsocialista per lo studio dell’eredità degli
antenati, perché sul controverso tema delle nostre origini sembra che di questi tempi emergano novità una dietro l’altra.Mi
era anche sembrato utile tracciare un raccordo fra lo smascheramento delle menzogne democratiche riguardo alle origini e
quelle della nostra storia recente e, dopo aver trattato l’antichità, il Medio Evo, l’età moderna in tempi molto rapidi, dal
discorso sulla contemporaneità non mi pareva possibile riuscire a venirne fuori. Questo spiega perché “Opus Maxime
Rhetoricum” (“soprattutto un lavoro di propaganda”, una definizione ciceroniana della storia) si è prolungato fino a dodici
parti.
22
A parte l’affetto per la lingua dei Padri, “Ex Oriente lux” è un discorso diverso. Che quel che ci viene raccontato dai libri
di storia sulle origini della nostra civiltà con un’interpretazione preconcetta, sia una deformazione che tende a privilegiare il
ruolo del Medio Oriente e a sminuire quello della nostra Europa, è una tesi a me cara su cui sono ritornato da varie
prospettive. In particolare, negli ultimi due articoli mi sono soffermato su di un punto: la rivalutazione del mondo
germanico e nordico, e qui vorrei tornare a evidenziare un fatto fondamentale: quest’ultimo è il cuore dell’Europa non
soltanto geograficamente, e al fondo di ogni atteggiamento denigratorio anti-tedesco dobbiamo sospettare uno spirito anti-
europeo.
Ma la partita più grossa è forse quella che si gioca proprio sul tema delle origini della nostra specie, perché l’idea
assolutamente a-scientifica e anti-scientifica di un’origine africana recente di homo sapiens è stata introdotta senza un reale
straccio di prova, allo scopo di distruggere il concetto di razza, fa parte della dogmatica democratica allo stesso titolo della
mitologia olocaustica. Vogliono chiuderci gli occhi sul nostro passato e sul nostro presente, in modo che caschiamo inermi e
impreparati nel bel futuro che hanno preparato per noi!
Io credo che l’importanza di tutto ciò possa sfuggire solo al prezzo di una considerevole disinformazione, e nell’articolo
precedente ho fatto soprattutto un lavoro divulgativo, ma credo sia indispensabile sgombrare il campo dagli equivoci: la
questione della presunta origine africana recente della nostra specie è tutt’altra cosa da quella dell’origine africana remota
degli ominidi, Lucy e tutte le altre creature i cui resti sono riemersi da un lontano passato.
Stavolta invece ci concentreremo sugli ultimi aggiornamenti veri e propri di un quadro che si sta facendo sempre più
sorprendente.
Forse non è una circostanza del tutto secondaria il fatto che al momento in cui sto stilando queste note, sono reduce da una
brutta avventura di salute, e la raccolta del materiale per la stesura di questo articolo mi riuscirebbe assai gravosa se non
avessi la fortuna di essere nella lista dei corrispondenti di una persona del cui prezioso lavoro di informazione vi ho già
parlato altre volte: Luigi Leonini.
Questo articolo si basa su due segnalazioni di Luigi, entrambe del 31 luglio. La prima fa riferimento a un articolo comparso
sulla versione on line de “Le scienze” del settembre 2011, Il salto tecnologico di Homo erectus. Qui c’è un discorso
preliminare che occorre fare, perché il quadro paleoantropologico può non essere chiaro a tutti. Gli ultimi ominidi non
umani appartenenti al genere Australopithecus si sono estinti attorno al milione di anni fa. La nostra specie, homo
sapiens, ha qualche decina di migliaia di anni. Quel che c’è in mezzo nel vasto periodo intermedio è appunto l’Homo
erectus.
Si tratta di un personaggio assolutamente chiave per la ricerca delle nostre origini. Secondo l’ipotesi formulata
dall’antropologo Carleton S. Coon e poi sviluppata dalla teoria multiregionale che si contrappone all’Out Of Africa, non
solo questa remota specie umana sarebbe stata ampiamente differenziata con diverse varianti fisiche e culturali, ma proprio
in questa differenziazione affonderebbero le differenze razziali che ancora oggi suddividono le varie popolazioni umane. Il
passaggio da erectus a sapiens, infatti, non sarebbe avvenuto una sola volta e in un solo luogo.
Questa tesi, che è eresia pura per i sostenitori dell’origine africana e per gli antirazzisti, adesso trova ulteriori conferme,
infatti, secondo quanto riferisce il citato articolo de “Le scienze”, finora non ci si era provati ad accostare in parallelo
l’evoluzione fisica dell’homo erectus con quella culturale attestata dallo sviluppo degli strumenti litici. Una volta fatto
questo confronto, si scopre una complessità tale da escludere qualsiasi ipotesi di evoluzione uniforme e monogenetica.
I campioni della democrazia e dell’antirazzismo non sono sicuramente gente sulla cui sorte valga la pena di impietosirsi. Se
così non fosse, verrebbe da chiedersi come faranno in futuro a mantenere in piedi una visione delle cose in contrasto sempre
più stridente con i dati di fatto.
Questa domanda viene da porsela con evidenza ancora maggiore considerando la seconda segnalazione del nostro Luigi.
Quest’ultima, infatti, fa riferimento all’ampia ricerca su antico materiale genetico degli europei condotta da un team
americano-tedesco diretto da Johannes Krause dell’Università di Tubinga e da David Reich della Harvard Medical School
del Massachusets, e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Nature”. Se ricordate, io vi ho già parlato di questa
ricerca, che però qui è disponibile in una versione più particolareggiata e con dettagli che non finiscono di sorprendere.
Diciamo per prima cosa che analizzando il DNA di resti umani risalenti ad alcune migliaia di anni fa, sono stati individuati
tre gruppi genetici fondamentali: il più antico, risalente a 40.000 anni fa, è quello dell’uomo di Cro Magnon per il quale,
come abbiamo visto, è stata supposta un’origine africana ma senza poter portare alcun genere di prove a sostegno di questa
congettura (semmai, come abbiamo visto, alcuni ricercatori si sono spinti a ipotizzare un’origine sull’altra sponda del
Mediterraneo risalente all’epoca del Sahara fertile, prima del formarsi del grande deserto attuale, ma è praticamente certa
l’assenza di correlazioni con i genomi delle popolazioni dell’Africa subsahariana attuale), si tratta comunque di un gruppo
alquanto localizzato che non permette certo di desumere un’origine africana per la grande maggioranza degli Europei.
Un secondo gruppo, che è quello di gran lunga maggioritario, è quello che è stato denominato eurasiatico settentrionale, il
cui genoma è tipico delle popolazioni di cacciatori paleolitici dell’Europa e della Siberia (regione che già da tempi
remotissimi sembra essere antropologicamente legata assai più all’Europa che al resto del continente asiatico). Questo
secondo gruppo è quello presente con una maggioranza schiacciante fra gli Europei preistorici, antichi, attuali, con una
continuità genetica che ha sorpreso i ricercatori.
23
C’è infine un terzo gruppo più recente che rappresenta un lieve flusso genetico di origine mediorientale che avrebbe risalito
l’Europa attraverso i Balcani, e che secondo alcuni ricercatori sarebbe da collegarsi alla diffusione dell’agricoltura che si
suppone essere originaria dell’area mediorientale-anatolica.
Su questo punto, senza ripetere tutto quanto ho scritto nella serie di articoli “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”, è il caso di
soffermarsi un attimo.
Se davvero la diffusione dell’agricoltura, e con essa quella possibilità di surplus alimentare che ha permesso di avere classi
sociali impegnate in attività diverse dall’immediata produzione di cibo, quindi commerci, artigianato, navigazione, città,
stati e via dicendo, quindi tutto ciò che noi chiamiamo civiltà, e per soprammercato la diffusione delle lingue indoeuropee
come hanno sostenuto i paladini della tesi del nostratico, fossero giunti in Europa dal Medio Oriente, il flusso genetico da
esso all’Europa sarebbe dovuto essere molto più massiccio di quel che questa ricerca ha permesso di riscontrare, ma non
basta, si dovrebbe anche spiegare la priorità europea nella lavorazione dei metalli, nell’allevamento bovino (preceduto però
probabilmente da quello della renna da parte delle popolazioni eurasiatiche settentrionali) e perché la cultura megalitica
europea nonché le conoscenze tecniche e astronomiche rivelate dai sofisticati allineamenti di Stonehenge, Newgrange e via
dicendo, precedano di almeno un millennio le piramidi egizie e le ziggurat mesopotamiche, perché troviamo mummie dalle
caratteristiche nordiche fra le famiglie reali dell’Egitto faraonico, e non resti di sovrani nordafricani nelle sepolture micenee.
Sostanzialmente, questo gruppo eurasiatico settentrionale e che forse potremmo definire euro-siberiano, è la componente
nettamente predominante in tutte le etnie europee, oggi e fin dalla più remota preistoria, proprio quella innegabile realtà
biologica che oggi i sostenitori del mondialismo vorrebbero confutare per distruggere, la sostanza dell’uomo europeo che
oggi la democrazia vuole uccidere.
Un’ulteriore analisi del DNA di un ragazzo siberiano vissuto 24.000 anni fa, ha permesso di stabilire l’origine di questa
popolazione euro-siberiana da ovest, dall’Europa.
Anche su questo punto sarebbe il caso di aprire una riflessione che potrebbe portarci molto lontano. Soprattutto nell’età
medievale l’Europa è stata varie volte soggetta a invasioni non europee, ma mentre respingere arabi e ottomani ha richiesto
lotte spietate protrattesi per secoli fino alla definitiva cacciata degli invasori, Unni, Ungari, Avari sono stati presto
assimilati, si sono fusi con le popolazioni europee native. Questa differenza di risultati è con ogni probabilità legata al fatto
che questi ultimi discendevano come noi dal ceppo eurasiatico settentrionale, erano nostri parenti più stretti di quanto
pensassimo.
E oggi che ci dobbiamo confrontare con l’invasione di genomi a noi del tutto estranei: magrebini e subsahariani, quanti
secoli dovremo lottare per sbarazzarcene?
Noi oggi possiamo davvero renderci conto di quanta ragione avesse Adriano Romualdi quando nella sua bellissima
introduzione a Religiosità indoeuropea di Gunther sosteneva che è il sangue nordico-europeo a fare di un europeo ciò che è,
in qualsiasi proporzione sia presente, a differenziare un siciliano o un andaluso da un arabo, e un russo da un mongolo. Non
è un qualche fattore culturale (che semmai arriva dopo) a fare di un europeo quello che è, ma il suo sangue.
Questa ricerca ha ancora in serbo per noi una sorpresa non da poco, infatti, questo genoma eurasiatico settentrionale è
risultato presente in circa un terzo del patrimonio genetico degli amerindi nativi americani.
E’ la più chiara conferma della teoria di Clovis, quella che vede nella più remota industria litica del Nuovo Mondo il
prodotto dell’arrivo, costeggiando la banchisa artica dell’epoca, di cacciatori paleolitici europei dell’età glaciale, e
indirettamente del fatto che all’origine delle civiltà amerindie, così come di quelle eurasiatiche, ci sarebbe sempre un antico
popolamento “bianco”.
Un’eredità, la nostra, che le ricerche scientifiche ci svelano quasi a sorpresa essere inaspettatamente preziosa, e che abbiamo
il dovere di opporci con tutti i mezzi al “democratico” tentativo criminale oggi in atto di disperderla.
Fabio Calabrese

24
Una Ahnenerbe casalinga, nona parte
Un noto detto afferma che citare diverse fonti è cultura, mentre citarne una sola rischia di essere plagio. E’ un rischio che va
tenuto presente, ma le informazioni contenute in un articolo recentemente comparso sul sito identità.com viene a collegarsi
così bene al discorso sin qui svolto su ciò che si può obiettivamente dire sulle nostre origini, che sarebbe davvero un peccato
ignorarlo, anche perché qui non si tratta di questioni di copyright letterario, ma di un’informazione che l’ortodossia ufficiale
cerca al massimo di nascondere, di impedirne la circolazione, e che appunto per questo, è importante diffondere il più
possibile.
Per prima cosa, occorre fare un’osservazione preliminare: stavolta non parliamo di teorie o interpretazioni. Stavolta si tratta
di fatti, fatti per di più che hanno cominciato ad emergere negli anni ’60 del secolo scorso, e che per mezzo secolo sono stati
coperti da un velo di silenzio omertoso perché potrebbero rivelarci un’immagine delle nostre origini e di noi stessi del tutto
difforme da quella che l’ideologia democratica vorrebbe inculcarci.
Adattare le teorie ai fatti, correggerle in base alla scoperta di nuove conoscenze è l’essenza del metodo scientifico
“galileiano” cui è legato qualsiasi progresso che abbiamo mai fatto nella comprensione del mondo che ci circonda e di noi
stessi. L’operazione contraria, adattare i fatti alle teorie, o se questo non è possibile, falsificarli oppure nasconderli,
censurarli, isolarli dietro una cortina di silenzio, invece è tipico del pensiero dogmatico, di chi in malafede vuole imporre
una visione distorta della realtà. Bene, precisamente questo è oggi il caso di quell’ideologia menzognera che conosciamo
come democrazia.
Questa storia inizia in Egitto oltre mezzo secolo fa, ma affonda le sue radici in un passato molto più antico, ecco cosa ci
racconta l’articolo pubblicato da identità.com il 4 agosto e che s’intitola: Scoperti i resti della prima guerra della storia: e
fu guerra razziale. E a proposito, non è quanto meno singolare che notizie e informazioni che dovrebbero apparire su riviste
di divulgazione scientifica se vivessimo in situazioni normali, debbano invece circolare su siti “di Area”?
La vicenda inizia con quella grande impresa ingegneristica di cui credo la maggior parte delle persone della mia età si
ricordino bene, che fu la costruzione della diga di Assuan.
“Siamo a sud dell’Egitto. La storia di questa grande scoperta archeologica inizia negli anni ’50, quando viene decisa la
costruzione della nuova diga di Assuan. E’ un grande progetto, che entusiasma i due ingegneri che vi si dedicano ( tra
cui un italiano), ma che terrorizza gli archeologi; e il motivo è chiaro: il nuovo ed immenso bacino che si creerà, finirà
con l’inondare i reperti presenti sulla costa sud-orientale del Nilo.
A questa preoccupazione, nel 1960, risponde l’Unesco, che lancia una missione in grande stile per individuare e spostare
i siti archeologici a rischio.
Ed è in quest’occasione che, nel 1964, nel nord dell’attuale Sudan, viene rinvenuto un primordiale cimitero, costituito di
tre siti contigui, risalente a oltre 13.000 anni fa.
E’ un rinvenimento già all’apparenza non da poco, in quanto più antico sito della zona. E tuttavia la sua importanza
non viene in un primo momento compresa; i mezzi a disposizione, non lo consentono. I resti scheletrici finiscono così nel
laboratorio dell’illustre antropologo americano Fred Wendorf; ove, di fatto, riposano per oltre 30 anni.
Fino a quando non hanno iniziato ad essere studiati con le moderne tecnologie del 21esimo secolo: e qui è iniziato il
bello. Per la prima volta, strumenti tecnologici di una certa “raffinatezza” hanno potuto esaminare questi residui ossei,
ed evidenziare particolari mai notati prima”.
Piccola, banale osservazione: 64 più 30 uguale a 94. Quindi, anche se l’analisi di questi resti partì con una trentina d’anni di
ritardo, deve essere stata compiuta all’incirca vent’anni fa. Evidentemente, non si aveva nessuna fretta di divulgare quanto
era stato scoperto, e quando ci rendiamo conto di quello che è saltato fuori, capiamo bene il perché.
“Una prima scoperta rilevante, è stata osservare che le ossa dei crani, delle braccia, di quasi il 50% degli scheletri
provenienti da Jebel Sahaba ( uno dei siti di cui è composto il cimitero), presentano innumerevoli segni di impatto di
frecce, e che frammenti appuntiti di pietra selce ( usati per la testa della frecce) sono sparsi sopra e tutto attorno alle
ossa: è evidente, questi sono scheletri di persone morte assassinate, a seguito di un attacco di arcieri.
E nelle ultimissime ricerche compiute dal British Museum, in collaborazione con scienziati francesi, si è visto che c’è
anche di più: si è infatti dimostrato che si ci fu un vero e proprio conflitto su larga scala, che toccò un po’ tutta la costa
orientale a sud del Nilo: durato molti mesi, e probabilmente anni. Non vi sono oramai dubbi di rilievo: quello trovato
non è un “semplice” cimitero, è altresì testimonianza di un conflitto armato organizzato: è, in pratica, un cimitero di
guerra, della prima guerra di cui si abbia notizia”.
Abbastanza sconvolgente, non vi pare? Quanto meno, ci impone di modificare radicalmente le nostre idee sulla guerra che
non è, come ci si è sforzati di farci credere, un frutto tardivo e perverso di civiltà evolute, ma accompagna l’uomo fin dalla
preistoria.
Come scrive l’autore del testo (che non è firmato):
“Senz’altro l’aspetto più avvincente dello sviluppo di questa prima guerra della Storia, è come si palesi ancora una volta
che la causa primigenia di guerra non sia, ad esempio, la brama di potere o di ricchezza, né tanto meno la presenza di
confini, ma anzi, l’assenza stessa dei confini”.
25
L’interpretazione più canonica e ricorrente del fenomeno guerra, quella che ritroviamo esplicita o sottintesa praticamente in
ogni testo di antropologia e sociologia, non è un’idea che si sia in qualche modo affermata a partire dalla ricerca scientifica,
ma discende dai “magnanimi lombi” di Jean Jacques Rousseau, dai cascami dell’illuminismo.
“L’uomo nasce buono, la società lo corrompe”, è il celebre leitmotiv rousseauiano mille volte smentito dall’esperienza
reale, e che pure continua a essere alla base del pensiero di sociologi e antropologi. La guerra, hanno mille volte
argomentato costoro, è il frutto di società complesse, dove esistono la proprietà, soprattutto terriera, stratificazioni sociali,
differenze nell’accesso alle risorse, quindi potere e ricchezza per alcuni e per conseguenza l’ambizione di conseguire l’uno e
l’altra.
Il primitivo, l’uomo nello stato di natura che è ancora lontano da tutto questo, è per conseguenza pacifico e mite,
istintivamente benevolo verso il prossimo, “il mito” che sembra inestirpabile del “buon selvaggio” che sta ancora oggi alla
base di tanta antropologia culturale, tutta intesa a dimostrare quanto buoni e angelici siano i cosiddetti primitivi e quanto
malvagi e corrotti siamo noi europei.
Già l’esperienza dei navigatori e degli esploratori del XVIII e del XIX secolo aveva dimostrato inequivocabilmente che
tutto ciò è completamente falso: nonostante i paraocchi illuministi, costoro, da James Cook a David Livingstone, non hanno
potuto fare a meno di registrare i frequenti furti di cui erano oggetto da parte dei nativi, la ferocia delle guerre tribali, i non
infrequenti episodi di cannibalismo, ma quando ai paraocchi di Rousseau vengono a sommarsi quelli di Marx e quelli di
Levi Stauss, la realtà perde ogni potere di penetrare nelle menti ottenebrate degli “scienziati”.
L’esperienza dimostra che i conflitti fra popolazioni di cacciatori-raccoglitori sono meno cruenti di quelli fra popolazioni
agricole e stanziali semplicemente perché nel primo caso le popolazioni interessate sono demograficamente molto più rade,
ma vale sempre la stessa regola: quando due popolazioni diverse competono per le stesse risorse, il conflitto anche violento
è inevitabile. In più, molto più frequentemente di quanto oggi non si pensi, i “buoni selvaggi” che non hanno mai letto
Rousseau, tendono a considerare i loro vicini una fonte di proteine, il cannibalismo di cui gli antropologi attuali parlano il
meno possibile e sempre con imbarazzo e (simulato?) stupore, e che testimonianze recenti rivelano non essere per nulla
scomparso dall’Africa subsahariana.
Se la storia documentata ci ha dato ampi esempi di ciò, quale motivo abbiamo di pensare che nella preistoria le cose
andassero in maniera differente?
Un antropologo fuori dagli schemi, Melvin Harris, nel libro “Cannibali e re” ha ribaltato completamente la prospettiva con
cui di solito i suoi colleghi, discepoli di Rousseau, di Marx, di Levi Strauss guardano a questi fenomeni, nel senso che
secondo la sua teoria sarebbe stata proprio l’introduzione del tabù del cannibalismo a consentire il passaggio
dall’organizzazione tribale a quella di società complesse. Non solo non si cacciano altri esseri umani come fonte di cibo, ma
si rinuncia persino a divorare il nemico ucciso in battaglia, il che da un certo punto di vista può essere considerato uno
spreco di proteine, perché il nemico vinto è più utile come schiavo o come vassallo che come pasto.
“Siamo venuti qui per portarvi la civiltà” suona meglio di “Siamo venuti qui per mangiarvi”.
L’aspetto più importante e quello che entra maggiormente in conflitto con l’ideologia democratica della scoperta avvenuta
nella Valle del Nilo, però, è probabilmente un altro.
“Ma gli ultimi sviluppi di questa vicenda, hanno rivelato anche dell’altro. Ricerche parallele, compiute da università
come la John Moores di Liverpool o la Tulane di New Orleans, si sono concentrate sopratutto sul comprendere chi
fossero le vittime di quelle sepolture.
E il loro responso è chiaro: tutte le vittime sono parte di uno stesso ceppo razziale, assolutamente identificabile come
progenitore dei neri sub-sahariani di oggi: tutto nell’analisi delle ossa del cranio, del bacino e degli arti corrisponde.
Ma chi furono allora i loro rivali, i nemici in quella grande e primordiale guerra? Ebbene, i ricercatori sono convinti
che si trattasse senz’altro di genti di tutt’altro tipo; genti che a quel tempo erano situate in un po’ tutto il bacino del
Mediterraneo; ovvero: caucasici, popolazioni progenitrici dei nordafricani autoctoni ( come i Berberi), ed in parte anche
degli europei attuali. I resti stessi di popolazioni di tal tipo, vengono ritrovati a 200 miglia a sud del cimitero di Jabel
Sahaba.
Fu allora guerra razziale, tra popolazioni che con ogni probabilità differivano oltre che geneticamente, anche nella
cultura e nella lingua. Popolazioni che proprio nella zona settentrionale dell’odierno Sudan, per via della fertilità creata
dal corso del Nilo, vennero a contatto.
Si può notare, quindi, come quella prima guerra fu l’anticamera degli scontri che in epoca storica videro da una parte
gli egizi e dall’altra i nubiani”.
Insomma, a quanto pare, gli sconfitti di questo scontro erano neri antenati dei subsahariani odierni, mentre i vincitori erano
del ceppo caucasico nordafricano autoctono, quello che su basi linguistiche è identificato come camitico, a cui
appartenevano Egizi e Numidi, e a cui appartengono oggi Berberi ed Egiziani copti.
Come giustamente osserva l’articolista:
“Si potrebbe ad esempio notare, come già in epoca abbondantemente preistorica, le popolazioni caucasiche fossero
tecnologicamente più progredite delle popolazione sub-sahariane. Sempre a memento che quale che sia la causa di
questo divario, certo non è il colonialismo ( che ne è al più una delle conseguenze)”.
26
In altre parole – diciamolo pure – la democrazia ha sempre considerato la questione razziale girando volutamente il
binocolo dalla parte sbagliata. Non sono le condizioni storiche, ambientali e culturali che hanno determinato l’arretratezza
dell’Africa e delle popolazioni “nere”; queste ultime sono appunto nient’altro che conseguenze. Ne volete una riprova? Ce
ne sono a pacchi, nonostante su di esse si sia esercitata da decenni una “democratica” operazione di “coverage” e censura.
Ad esempio, la media del Q. I. degli afroamericani è 85, contro il valore di 100 delle popolazioni caucasiche. Che questo
non sia dovuto a fattori culturali, sociali, ambientali, non è difficile da dimostrare. Gli ispanici di recente immigrazione
riportano un valore ancora più basso: 80, ma appena andiamo a considerare le seconde e terze generazioni di immigrati,
questo valore sale rapidamente allineandosi a quello della popolazione di origine anglosassone, mentre il dato degli
afroamericani è assolutamente stabile. E non è tutto, perché questi ultimi hanno in realtà parecchio sangue “bianco”. Se ci
spostiamo nell’Africa nera, si scende a un drammatico 70.
Non è ancora tutto. Avete osservato il piccolo particolare che i caduti dei due gruppi sono stati seppelliti in due siti, in due
“cimiteri di guerra” a 200 miglia di distanza l’uno dall’altro? Se si è mantenuta una tale separazione per i morti, possiamo
immaginare come stessero le cose tra i vivi.
Scopriamo così un’altra delle menzogne della democrazia. Quella di distinguere le persone in base a caratteristiche sia
fisiche sia culturali, e di prediligere ciò che ci è affine, cioè il proprio gruppo di appartenenza, cioè quel che noi chiamiamo
razzismo, non è un costrutto del colonialismo del XIX secolo né tanto meno un’invenzione del nazionalsocialismo del XX
secolo, è una costante della mente umana e della storia umana. E leviamoci dalla testa l’idea – massima espressione delle
mistificazioni democratiche – che sia un “peccato” nel quale indulgono solo i bianchi.
Come commenta l’articolista:
“E’ insito nella natura umana fare gli interessi della propria gente, per mandare avanti il proprio patrimonio genetico e,
non da meno, avere una terra in cui “sentirsi a casa”.
La verità è questa: una società multietnica quale quella che si è affermata negli Stati Uniti e che oggi attraverso
l’immigrazione si vuole imporre anche da noi, è quanto di più artificioso e innaturale possa mai esistere, e richiede un
prezzo enorme in termini di conflittualità interna e di violenza.
Come scrisse diversi anni fa Sergio Gozzoli in “L’incolmabile fossato”, uno stupendo saggio che ancora adesso è bene
andare ogni tanto a rileggersi:
“Le differenze di razza, di religione, di cultura creano sacche e compartimenti stagni. Ma non si tratta mai, come in altri
Paesi multirazziali – India, URSS, Sud Africa – di grosse sacche e grossi compartimenti geograficamente ben delimitati:
i loro confini dividono non gli Stati, le contee o i distretti, ma le città e i quartieri, talvolta i marciapiedi opposti della
stessa strada. Ed essi non convivono l’uno accanto all’altro, ma piuttosto si sovrappongono l’uno sull’altro, coincidendo
in tutto o in parte con un diverso status culturale ed economico.
Dai banchi di scuola agli uffici di collocamento, dalle relazioni sessuali alle carriere pubbliche, dai contatti interpersonali
alle stratificazioni sociali, tutto subisce la pesante influenza dell’appartenenza all’uno o all’altro gruppo; e i rapporti son
difficili e tesi, carichi di una incontenibile potenzialità di ricorrente violenza”.
Ed è esattamente quello che si sta sempre più verificando anche da noi, la tragica realtà che l’immigrazione ci porta ogni
giorno di più in casa.
Non a caso, l’articolista conclude:
“E non è rassicurante pensare che oggi, con l’esperimento “immigrazionista” e multirazziale in Europa, illudendosi che
gli uomini siano intercambiabili si stiano creando premesse anche peggiori: gruppi etnici molto diversi, in territori
sovrappopolati, e prossimi a carenza di risorse ( carenze denunciate, proprio negli ultimi giorni, anche da studi di rilievo
compiuti presso l’Università di Cambridge).
I disordini etnici che già ad oggi hanno falcidiato diverse zone d’Europa ( a volte anche portandosi dietro non pochi
morti), sono nulla rispetto a quello che con questo andamento, si scatenerà in futuro. Al confronto, la striscia di Gaza
sembrerà il posto migliore in cui vivere”.
Una conclusione certamente non incoraggiante ma con la quale, alla luce dei dati di fatto, non è possibile non essere
d’accordo.

Una Ahnenerbe casalinga, decima parte

27
Intorno alla questione delle origini, non vi sarebbero più molte cose da dire, non ve ne sarebbero, beninteso, se si trattasse
semplicemente di esporre i dati in nostro possesso e le teorie che in base a essi si possono ragionevolmente formulare, ma le
cose sono alquanto più complesse e difficili di così, perché il compito non poco impegnativo che ci si presenta, è quello di
controbattere una visione del mondo falsata che ci si impone con tutti i mezzi propagandistici e coercitivi del potere, che
non ha alcuna base nella realtà, ma piuttosto nei dogmi dell’ideologia democratica che ci è imposta da settant’anni, e per la
quale la realtà dei fatti non ha alcuna importanza e, scopertamente mira al plagio delle coscienze, senza scrupolo,
naturalmente, di ricorrere a mezzi repressivi quando quest’ultimo non funziona.Sarà bene per prima cosa fare una rapida
sintesi delle conclusioni a cui porta il lavoro svolto finora, conclusioni che mi pare si possano riassumere in tre punti che
sono altrettante smentite dei dogmi che l’ideologia democratica tenta di imporre come ortodossia scientifica a questo
riguardo:
Primo: smentita dell’ipotesi dell’origine africana della nostra specie, la cosiddetta teoria (che poi non è una teoria per il
semplice fatto che queste ultime richiedono elementi di prova a loro sostegno) dell’ “Out of Africa”, talvolta indicata –
stante l’orribile vezzo anglosassone di siglare tutto – con l’acrostico OOA. Per chi non è addentro alla problematica delle
origini, sarà bene ricordare che quella dell’origine africana RECENTE della specie homo sapiens a cui apparteniamo, è
questione completamente diversa da quella dell’origine africana remota dei più antichi ominidi, Lucy e tutti gli altri le cui
ossa sono state ritrovate lungo la Rift Valley che solca il continente nero dall’Etiopia alla sua estremità meridionale. Questi
ritrovamenti, per quanto importanti dal punto di vista scientifico, non ci dicono nulla circa l’origine recente della specie cui
apparteniamo, quando si passa dall’arco temporale dei milioni a quello delle decine di migliaia di anni.
Ora, per malcelata ammissione dei suoi stessi creatori, l’OOA non ha nulla di scientifico: la presunzione che gli Europei
avrebbero avuto origine assieme a tutto il resto della nostra specie da una migrazione all’Africa che si suppone avvenuta
qualche decina di migliaia di anni fa, che sarebbero in sostanza dei neri “sbiancati” dal diverso clima, è stata inventata per
rendere impossibile la formulazione stessa del concetto di razza e, oggi siamo in grado di rendercene pienamente conto, in
prospettiva per farci accettare l’immigrazione e il meticciato che stiamo oggi subendo, LA NOSTRA SPARIZIONE COME
POPOLI.
L’OOA è imposta dal sistema “educativo” e mediatico come l’ortodossia scientifica dalla quale è proibito discostarsi, ma se
andate a leggere i lavori degli specialisti, non è difficile scorgere tra le righe un quadro del tutto diverso. Mi rifaccio, per
esempio, a un caso che ho già citato in precedenza: l’analisi del DNA dei resti di un uomo di Cro Magnon risalente a 28.000
anni fa, ha mostrato una forte affinità con gli Europei attuali, ma nessuna relazione con genomi africani.
Qui, direi, si svela il vero volto della democrazia: essa è un sistema tirannico formalmente ammantato di libertà ma nella
realtà dei fatti pronto non soltanto a colpire con la repressione i dissidenti, ma, ESATTAMENTE COME LA
MOSTRUOSITA’ SCOMPARSA NEL 1991 DAI NOSTRI CONFINI ORIENTALI, caratterizzata dall’imposizione
mediante il sistema propagandistico mediatico, di un dogmatismo avulso dalla realtà e finalizzato alla perpetuazione del
proprio potere.
Un punto che finora non abbiamo sufficientemente approfondito, è il ruolo giocato in tutta la faccenda dalla cosiddetta
sinistra. Essa è “ovviamente antirazzista” e per il dogmatismo a blocchi di cemento, la rigidità mentale che caratterizza
“l’essere di sinistra”, già la semplice constatazione che le razze esistono, NON il sostenere la supremazia di una razza sulle
altre, è già razzismo. Basta che voi guardiate in faccia la realtà senza lasciarvi abbagliare dai dogmi che cercano di imporvi,
e siete già sul libro nero di coloro che vanno sorvegliati a vista. E cosa dire poi del fatto che “i compagni” hanno accettato a
28
scatola chiusa un dogmatismo preconfezionato creato da coloro che TEORICAMENTE negli anni della Guerra Fredda
sarebbero dovuti essere i nemici?
C’è da sentire un brivido gelido scenderci lungo la schiena vedendo quello che scriveva negli anni ’70 una psicanalista
francese, ovviamente di sinistra, Françoise Dolto. Costei, occupandosi dei complessi di un ragazzo mulatto, gli aveva detto
che “era l’avanguardia di una nuova umanità”, che un giorno tutti sarebbero stati come lui. Che lei e qualcun altro fossero
già edotti del destino che il mondialismo intendeva imporci, e che oggi è diventato sciaguratamente manifesto?
Il secondo punto, la seconda smentita che – abbiamo visto – si impone, riguarda l’origine dei popoli indoeuropei. Anche
qui, tanto per sgombrare il campo da equivoci e malintesi, sarà bene premettere una precisazione: i “buoni” democratici,
contagiati da un’ideologia avulsa dalla realtà, saranno pronti a obiettare che noi possiamo parlare di lingue, non di popoli
indoeuropei, e allora occorre sottolineare che di norma una lingua corrisponde a una comunità di parlanti che tende a essere
etnicamente e geneticamente omogenea (anche se non si tratta di un’omogeneità assoluta e scambi genetici fra popolazioni
vicine sono sempre avvenuti), che le società multietniche sono un’eccezione, e per di più un’eccezione quasi interamente
confinata all’età moderna, rara al punto da essere sconosciuta man mano che si risale indietro nel tempo.
Per la dittatura orwelliana che conosciamo come democrazia, la verità storica non ha, naturalmente, alcuna importanza, e le
sue mistificazioni sono demandate soprattutto alla fabbrica di menzogne hollywoodiana che condiziona il modo di pensare
della gente a livello planetario senza che quest’ultima se ne renda conto. Così, ad esempio, nelle pellicole “storiche” noi
vediamo spesso neri fra i legionari romani, gli spartani di Leonida o addirittura i guerrieri vichinghi. Ci si vuole
surrettiziamente dare a intendere per “normale”, “ovvio”, “scontato” ciò che normale non è affatto, ossia la società
multietnica.
Ciò premesso, è del tutto chiaro che man mano che si risale indietro nel tempo, possiamo essere sempre più certi della
coincidenza fra lingue e popoli etnicamente omogenei.
La concezione tradizionale che vede l’espansione dei popoli indoeuropei come il risultato di una serie di conquiste ad opera
di guerrieri-cavalieri-allevatori provenienti dall’Europa orientale o dalle steppe eurasiatiche, che sottomettono le società
agricole dell’Europa mediterranea e dell’area indo-iranica, è stata sostituita da una “nuova ortodossia” (pseudo)scientifica
che ne fa invece agricoltori di origine mediorientale che si sarebbero pacificamente espansi in Europa alla ricerca di nuove
terre da coltivare.
Non conquistatore guerriero, ma pacifico contadino, manca solo che ci venga detto che l’antico indoeuropeo era anche
hippy e figlio dei fiori!
I primi formulatori di questa ipotesi (escogitazione, delirio?) sono stati due linguisti “russi”, Aharon Dolgopolskij e
Vladislav Illic-Svityc (le virgolette si giustificano per il fatto che – guarda caso – dopo la caduta dell’Unione
Sovietica Dolgopolskij si è trasferito in Israele). Costoro ritengono di aver individuato un’antica proto-lingua da cui
sarebbero derivati i linguaggi indoeuropei oltre a quelli semitici (caldeo, babilonese, assiro, fenicio, ebraico, arabo) e
camitici (egizio, copto, berbero), e l’hanno chiamata “nostratico” dal latino “noster”, nostro.
Anche in questo caso, è evidente che si tratta di una formulazione ideologica volta a distruggere il “mito ariano” e,
esattamente come l’OOA, è chiaramente smentita da un’informazione corretta, soprattutto dai dati messi a nostra
disposizione dalle ricerche sul DNA. Se l’ipotesi del nostratico fosse corretta, infatti, sarebbe riscontrabile negli Europei di
oggi una forte presenza di geni di origine mediorientale, cosa che invece non si verifica, c’è una modesta presenza di geni di
origine mediorientale rilevabile soprattutto nell’area balcanica, ma non altro.
Le ricerche sul DNA dei popoli europei hanno rivelato soprattutto tre componenti: una componente molto antica, paleolitica
che è la traccia lasciata dal più antico popolamento “sapiens” del nostro continente, che si riconnette direttamente all’uomo
di Cro Magnon, una componente di origine mediorientale risalente probabilmente agli agricoltori neolitici, e un gruppo
denominato “eurasiatico settentrionale” che deriverebbe dai cacciatori del Paleolitico superiore. Quest’ultima componente è
maggioritaria in maniera schiacciante rispetto alle altre due. Noi portiamo nelle nostre cellule la traccia dei nostri antenati, e
questo nuovo strumento, l’analisi del DNA sta arricchendo in maniera notevole le nostre conoscenze; peccato che nello
stesso tempo distrugga i dogmi e i pregiudizi dell’ideologia democratica, o almeno li distruggerebbe se il confronto delle
idee avvenisse su basi eque, e dalla parte della democrazia non ci fosse il potere di un uso esorbitante degli strumenti
propagandistici e repressivi.
Io confesso di non avere dalla mia una conoscenza delle culture preistoriche e protostoriche paragonabile a quella di un
Ernesto Roli o di un mai troppo rimpianto Adriano Romualdi. Fra le non poche che l’archeologia preistorica ha identificato
sul suolo europeo, tuttavia, una che mi pare particolarmente significativa dal punto di vista simbolico, è quella dell’ascia da
combattimento, perché è proprio l’ascia da combattimento che i sostenitori del nostratico vogliono sfilarci metaforicamente
dalle mani per sostituirla con la zappa del contadino. Invece, considerando i difficili tempi che ci si preparano, abbiamo più
che mai bisogno di tenere affilata e impugnare la nostra ascia.
Anche il terzo punto è una confutazione, una smentita, ed è un argomento al quale tengo in maniera particolare e a cui sulle
pagine di “Ereticamente” ho dedicato non poco spazio: che le origini della civiltà siano da cercarsi in oriente, in pratica quel
che ci viene raccontato da tutti i libri di storia, che vedono le origini della civiltà tra il Nilo e la Mezzaluna Fertile, passare
dagli Egizi e dai Sumeri ai Babilonesi, agli Assiri, ai Fenici, agli Ebrei, ai Persiani, e solo in tempi successivi giungere in
29
Europa attraverso i Greci e i Romani. Ho dedicato i dodici articoli di “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?” alla confutazione
di questa tesi che viene presentata come una banale ovvietà.
Non solo la civiltà europea si è costruita con le proprie forze essendo debitrice di ben pochi apporti dall’esterno, come
dimostra ad esempio il fatto che la cultura megalitica del Wessex è di un millennio più antica delle piramidi egizie e
mesopotamiche, ma l’ottica di questo tipo di asserzioni andrebbe capovolta, infatti, dovunque nel nostro mondo troviamo i
segni di grandi civiltà, riconosciamo sempre un’impronta europea, europide, caucasica, “bianca”.
Un antico popolamento europide dell’Asia centrale e orientale potrebbe essere alle origini delle grandi civiltà di questa parte
del mondo. Ne sono testimonianza le mummie “europee” e “celtiche” di Cherchen nel Takla Makan, i resti del misterioso
popolo dei Tocari che abitavano il bacino del fiume Tarim, il popolo dei Kalash, biondi e pagani che ancora oggi nelle alte
valli dell’Afghanistan e del Pakistan resistono all’assedio dei bruni mussulmani delle pianure, le popolazioni europidi del
Giappone, gli Jomon e Ainu (il sostrato nativo del Giappone non è mongolico, è “bianco”), le sepolture dei kurgan, i grandi
tumuli funerari delle steppe eurasiatiche dove si vede bene che un tipo antropologico mongolico si sostituisce gradualmente
a uno caucasico.
Per quanto riguarda le Americhe, la più antica cultura litica del Nuovo Mondo, la cultura Clovis sarebbe stata introdotta da
“immigrati” europei, cacciatori paleolitici dell’età glaciale che vi sarebbero giunti costeggiando la banchisa artica, abbiamo
poi le leggende di “dei” bianchi e barbuti apportatori di civiltà: Viracocha, Quetzalcoatl, Gucumatz, e popolazioni di strani
amerindi “bianchi”, Mandan e Aracani.
Là dove non è possibile scorgere un’influenza europide/caucasica, vediamo che le popolazioni native non si sono schiodate
un millimetro dal paleolitico: Africa nera, Aborigeni australiani, Nuova Guinea.
Questo è il quadro complessivo che possiamo tracciare, e proprio perché ormai è abbastanza chiaro e definito, gli
aggiornamenti da fare non sono molti. Ci rifacciamo ancora all’ampia ricerca condotta dal team americano-tedesco diretto
da Johannes Krause dell’Università di Tubinga e da David Reich della Harvard Medical School del Massachusets sui
genomi preistorici, che, oltre ad averci dato un quadro di una chiarezza che finora non avremmo potuto sperare, della nostra
eredità ancestrale, ci permette di comprendere tante cose.
Questa indagine ha permesso di evidenziare nel DNA tratto dai resti di amerindi (vissuti, s’intende, prima del 1492) la
presenza di 1/3 di geni di origine europea. E’ una conferma schiacciante della teoria che collega la cultura Clovis alle
industrie litiche europee, e quindi della presenza di un’impronta caucasica, “bianca” tutte le volte che incontriamo culture
che hanno dato vita a una civiltà, la regola vale anche per il mondo precolombiano.
A conclusione (per ora!) del nostro discorso, vale la pena di menzionare un ottimo articolo di Alfonso De Filippi comparso
da poco sulle pagine di “Ereticamente”, e che ci racconta una storia molto interessante, ci parla di Charles Richet, (1850-
1935), scopritore della sierologia e premio nobel per la medicina, che fu anche un assertore dell’eugenetica e della
superiorità razziale dell’uomo bianco, la cui conservazione richiede l’evitare il mescolamento razziale. Ha espresso queste
idee in un saggio del 1919, “La sélection humaine”. E’ ovvio che questi concetti sono incompatibili con la democrazia e il
suo presupposto fondamentale, la presunta uguaglianza degli uomini.
Egli scrive:
“Invece di coltivare questo immenso errore che si chiama eguaglianza delle razze umane, errore che ci condurrà a dei
disastri, bisognerà marciare verso un altro scopo, elevato e nobile: il perfezionamento dell’uomo. Noi creeremo tra le
razze che popolano la terra una vera aristocrazia :quella dei bianchì, di razza pura, non mescolati con i detestabili
elementi etnici che l’Asia e l’Africa potrebbero introdurre tra di noi”.
Come fa notare De Filippi, gli fa eco un altro grande pioniere della medicina, Alexis Carrel:
“L’ eguaglianza dei… diritti è pura illusione. Il debole di mente e l’uomo di genio non debbono essere considerati uguali
di fronte alla legge; l’essere stupido, incapace di attenzione, abulico, non ha diritto ad una educazione superiore ed è
assurdo dargli, ad esempio, lo stesso potere elettorale che all’individuo completamente sviluppato. I sessi non sono
uguali. E ‘molto dannoso non riconoscere queste disuguaglianze Il principio democratico ha contribuito
all’indebolimento della civiltà, impedendo lo sviluppo dei migliori, mentre è evidente che le disuguaglianze individuali
debbono essere rispettate. Vi sono, nella società moderna, funzioni appropriate ai grandi, ai piccoli, ai medi e agli
inferiori; ma non bisogna attendersi di formare individui superiori con gli stessi procedimenti validi per i deboli. La
standardizzazione delle creature umane da parte dell’ideale democratico ha assicurato il predominio dei mediocri… il
solo mezzo di produrre l’uguaglianza fra gli uomini era di portarli al livello più basso”.
Queste, occorre sottolinearlo, non sono le opinioni di due persone qualsiasi, ma di due padri della medicina moderna con
una profonda conoscenza dell’essere umano dal punto di vista fisico e psicologico, formulate in un’epoca in cui, prima della
catastrofe del 1945 e l’imposizione planetaria della tirannide democratica, era ancora possibile parlare liberamente di questi
argomenti.
Le conclusioni le lascio a voi.
Una Ahnenerbe casalinga, undicesima parte

30
Una delle Piramidi di Guimar, Isole Canarie e due mummie dei Guanci,originari abitanti delle isole.

In tutta sincerità, non pensavo di riaprire a così poca distanza dal mio articolo precedente, la mia Ahnenerbe casalinga, la
mia modesta e personale indagine sull’eredità degli antenati, e infatti, quello che mi propongo di fare questa volta, non è
tanto di aggiornarvi sulle novità emerse a questo riguardo, quanto piuttosto di mettere a fuoco alcune precisazioni e di
rispondere ad alcune obiezioni.
Come ricorderete, nella decima parte, l’articolo che ha preceduto questo, facevo riferimento a un ottimo pezzo di Alfonso
De Filippi apparso anch’esso sulle pagine di “Ereticamente”, dove si parla di Charles Richet, scienziato francese premio
nobel per la medicina come scopritore della sierologia, articolo che in pratica è un’ampia recensione del libro di
quest’ultimo del 1919, “La sélection humaine”. Esso ci rivela una verità di cui oggi facciamo fatica a capacitarci: prima
della sconfitta del 1945 che ha rappresentato per l’Europa un disastro non soltanto politico ma anche culturale, ossia nel
periodo antecedente alle due guerre mondiali e sotto le “bieche” dittature fasciste, uno scienziato, un premio nobel poteva
parlare liberamente di argomenti quali razze, selezione, eugenetica, mentre oggi sotto le “libere” democrazie, solo accennare
a questi argomenti distruggerebbe la carriera accademica di chiunque, di qualunque ricercatore che non si attenesse
all’ortodossia del più rigido conformismo democratico.
L’articolo di De Filippi è ampio, e certamente il testo di Richet lo è ancora di più, e forse un elemento che non ho messo
adeguatamente in evidenza, è la persuasione dello scienziato francese che a differenti caratteristiche fisiche delle diverse
razze umane, corrispondono diverse attitudini mentali.
Non si tratta di un’opinione vecchia di quasi un secolo e superata da ricerche successive, ma di un fatto riguardo al quale si
sono accumulate sempre più prove, che però in democrazia cadono sotto un’implacabile censura. Vorrei ricordare
l’ammissione davvero sorprendente che abbiamo trovato in un post sulla versione on line de “Le scienze” del 26 ottobre
2007:
“Le sottospecie di esseri umani che si differenziano per colore, capelli, biochimica, tratti del viso, dimensioni del cervello e
così via, differiscono in intelligenza. Biologicamente, è innegabile che questa differenza esiste, ma dirlo è un anatema”.
O meglio, dirlo espone ai peggiori anatemi, a vedersi impedita la pubblicazione delle proprie opere, alla perdita della
cattedra, anche a minacce alla propria incolumità personale, come vedremo più avanti.
Io direi che i risultati di settant’anni di “educazione” democratica a questo riguardo, si vedono. Tutte le volte che si affronta
questo argomento con un pubblico generico, le reazioni che saltano fuori sono un misto – in proporzioni variabili – di
ignoranza e di schizofrenia. Qualche mese fa era il momento di quel grande “panem et circenses”, “strilla dietro un pallone
davanti a uno schermo TV, così non vedi i problemi che ti stiamo creando”, che sono stati i campionati mondiali di calcio.
In quell’occasione feci l’errore di commentare su facebook che per quanto riguarda me personalmente, mi sono disamorato
della maglia azzurra quando l’ho vista indosso a un uomo di colore, non solo, ma come sappiamo tutti, un individuo
indisciplinato, arrogante, teatrale, portato a ostentare un disprezzo di ripicca per chi ha poca melanina nella pelle (perché
diciamocelo, non è che quelle persone siano tutte uguali).
Peggio, mi sono permesso di osservare che non ritengo che quella persona sia realmente un mio connazionale, perché
un’adozione e qualunque cosa possiamo scrivere sui documenti, non cambiano la genetica né il fenotipo delle persone. Mi
sono trovato di fronte a una salva di reazioni indignate, non credo di aver raccolto in vita mia tanti insulti, e probabilmente
quello che sono riuscito a stabilire non è soltanto un record personale.
Il modo migliore di tacitare certe persone, probabilmente, è quello di non rispondere loro, lasciarli blaterare a vuoto finché
non si stancano. Se non avessi fatto così, probabilmente sarei ancora a discutere della faccenda, facendo d’altro canto con
ogni verosimiglianza un’opera del tutto inutile, perché una convinzione che si è insinuata nella mente di qualcuno per vie
irrazionali, non può essere sconfitta da argomenti razionali.
La cosa più interessante, tuttavia, sono probabilmente i “ragionamenti” che hanno accompagnato questo tipo di reazioni.
Nel migliore dei casi, rivelavano un’evidente disinformazione. Qualcuno dei miei…(è troppo generoso chiamarli
“interlocutori”), per esempio, aveva asserito che in ciò che un essere umano è, la genetica conta per il 12 per cento. Il 12 per
cento? Sarei proprio curioso di sapere da quale fonte avrebbe tratto questo “dato”, perché la realtà delle cose è molto
diversa.

31
Nel 1973, il genetista americano di origine ucraina Theososius Dobzhansky pubblicò il saggio “Diversità genetica e
uguaglianza umana”, un testo scritto al preciso scopo di essere democratico, antirazzista, anti-selezione, politicamente
ortodosso e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia il diavolo, si dice, fa le pentole ma non i coperchi. Essendo una persona
dotata di un minimo di onestà scientifica, Dobzhansky fece un grave errore ai fini della causa che intendeva sostenere: non
ha falsificato i dati in contrasto con le idee che voleva affermare. Nelle ultime pagine del libro c’è una tabella coi
coefficienti di correlazione (potremmo dire in termini non matematici, le somiglianze) dei quozienti d’intelligenza di
persone con vari gradi di parentela. Gemelli monozigoti separati alla nascita presentano una correlazione del 75%, mentre
nel caso di persone non imparentate allevate insieme, essa scende al 24%. Ce n’è più che a sufficienza per capire che ciò
che noi siamo dipende per tre quarti dalla genetica e solo per un quarto dall’ambiente, altro che quel miserabile 12%!
Ma questa contrapposizione tra ereditario e appreso, con la preferenza data alla “cultura” (qualunque significato si
attribuisca in realtà a questa parola) che è così centrale nel modo di pensare “democratico” ha realmente senso? Il grande
naturalista Konrad Lorenz diceva: “L’uomo è PER NATURA un animale culturale”. E’ soltanto la sua base biologica a
farne un creatore e un produttore di cultura (con l’implicito corollario che poiché la base biologica e genetica non è identica
in tutti i gruppi umani, non è detto che tutti abbiano realmente accesso ai medesimi livelli culturali, per quanto le condizioni
ambientali possano essere favorevoli).
In questa mitizzazione dei fattori culturali-ambientali tipica di “democratici” e marxisti, c’è – io penso – qualcosa di più di
quel che non appaia a prima vista. E’ tipica del pensiero cristiano e abramitico in genere una percezione scissa del mondo: a
una dimensione naturale se ne contrappone una spirituale o soprannaturale. Il paganesimo, ad esempio, aveva un’altra idea
del sacro, il divino faceva parte della natura, non di una sorta di sovra-mondo. Bene, la contrapposizione cristiana natura-
spirito si ritrova sostanzialmente uguale nel marxismo come contrapposizione natura-cultura. Mascherata, travestita con
abiti laici, ma la teologia cristiana nel marxismo c’è ancora tutta. Il marxismo si rivela una volta di più la quarta delle
religioni abramitiche.
In una pagina memorabile del “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, Galileo Galilei schizza un bellissimo ritratto dei dotti
pedanti del suo tempo a cui “Non piacendo il mondo reale, si sono fabbricati un mondo di carta”. Questo genere di pedanti
oggi non è estinto, si sono trasferiti dalle scienze fisiche alle scienze umane, alla politica, alla giurisprudenza, e continuano
a tenere in vita “un mondo di carta” dove si pretende che la nazionalità sia definita da fattori culturali, e dove basta un
semplice tratto di penna per trasformare in italiano qualcuno che non ha nulla a che fare con noi.
Essere attaccati, fatti oggetto di critiche più o meno malevole, è certamente sgradevole, ma da un lato fa anche piacere,
perché significa che le cose che scrivo hanno un’eco anche fuori dei nostri ambienti, che non sono una “predica nel nostro
cortile”, che non sto solo cercando di persuadere chi è già convinto di quel che dico.
Ultimamente mi è stato segnalato che una replica alla decima parte di questa serie di articoli, è stata pubblicata sul sito
“Tipologie europidi” in data 30 settembre. Oddio, si può anche capire che nella democraticissima e liberissima democrazia
nella quale viviamo, qualcuno che ha deciso di occuparsi di tipologie europidi abbia il terrore di essere considerato razzista,
e perciò tenda a manifestare atteggiamenti di segno contrario anche sopra le righe. Quello che è meno comprensibile, è che
l’articolo sia anonimo. Una volta di più mi trovo a confrontarmi con persone che nascondono la propria identità, dietro
l’anonimato o evidenti pseudonimi. E’ come lottare con i fantasmi. E’ possibile, mi chiedo, che sia solo io ad avere
abbastanza coraggio delle mie opinioni da firmarle con il mio nome?
L’articolo, non molto lungo, s’intitola “Ma l’uomo è nato in Africa?”, anche se nel testo vediamo che quella che nel titolo
dell’articolo è presentata come un’ipotesi soggetta al dubbio, diventa nel corpo del testo un fatto dimostrato.
L’autore, chiunque egli sia, si avvale di uno scontatissimo artificio retorico, simula una posizione di equidistanza fra i
“sinistroidi” che affermano la non esistenza delle razze, e i “destroidi” (di cui il sottoscritto ha avuto l’onore di essere preso
a esempio) che rifiutano l’ipotesi dell’origine africana. In questi casi l’apparente imparzialità è una ovvia “captatio
benevolentiae” verso il lettore. Tuttavia, tale equidistanza e tale imparzialità sono solo apparenti, infatti, è ovvio che se si
sostiene che i nostri antenati sono arrivati in Europa dall’Africa poche decine di migliaia di anni fa, e si sono rapidamente
“sbiancati” per le diverse condizioni climatiche, questo equivale a sostenere l’inesistenza delle razze.
L’argomento del contendere, è facile capirlo, è la famosa ricerca dei due scienziati russi Klysov e Rozhanskij, che studiando
gli aplogruppi del cromosoma Y avrebbero escluso un’origine africana recente per le popolazioni europee attuali.
“I due genetisti Russi”, ci dice l’anonimo “I quali sono arrivati a una conclusione sbagliata con dei dati giusti. Analizziamo
attentamente questo paper, che va molto di moda postarlo tra questi “negazionisti” per dare credibilità alla loro teoria, tanto
da diventare un loro cavallo di battaglia. Se solo si fossero impegnati a leggerlo e capirlo!”
In pratica, sostenendo che non veniamo dall’Africa, i due ricercatori russi non avrebbero affatto inteso dire che non veniamo
dall’Africa!
Credo che tutta la faccenda dev’essere spiegata un po’ meglio per non diventare incomprensibile.
“Questi due genetisti Russi dicono che dato che su un campione di 400 elementi, non è stato trovato alcun polimorfismo a
singolo nucleotide (SNP) tipico degli aplogruppi Y-DNA Africani A e B, allora “l’Homo sapiens non viene dall’Africa”.
Ma questo è palese: ogni aplogruppo differenziandosi acquisisce diversi markers, quindi le varie cladi dell’aplogruppo A
presentano vari SNP’s che sono invece assenti negli altri aplogruppi, lo stesso dicasi per il B.
32
Nonostante ciò, tutti gli aplogruppi del mondo condividono un progenitore comune Africano Sub-Sahariano (A1 e
successivamente i suoi “figli” A1b e BT), in quanto tutti nel mondo hanno alcuni SNP’s nati in Africa”.
Detto in parole più semplici, noi non condividiamo gli aplogruppi africani, ma quelli africani attuali e i nostri sarebbero stati
originati da un progenitore più antico presente in Africa.
Quando? Il punto è precisamente questo. Vi avevo già fatto rilevare che due questioni diverse che non vanno confuse sono
l’origine africana dei più antichi ominidi milioni di anni fa, che è pacifica, e l’origine africana RECENTE di homo
sapiens alcune decine di migliaia di anni fa, che è invece controversa, e che ci permettiamo di contestare. Tra i milioni e le
decine di migliaia di anni c’è un altro ordine di grandezza, quello delle centinaia di migliaia di anni, e anche se la
differenziazione del ceppo eurasiatico da quello africano fosse avvenuta in questa fascia, la cosa cambierebbe poco, perché
saremmo in una fase in cui appena si può parlare di homo, e ancora molto lontana da sapiens.
Il ceppo dei primati antropomorfi a cui apparteniamo presenta grandi differenze comportamentali in presenza di una scarsa
differenziazione genetica, in termini di DNA la differenza fra noi e gli scimpanzé non sembra superare il 5%, e se la
comune origine africana si perde in una lontana notte pre-umana, possiamo non tenerne conto.
In realtà, noi abbiamo visto che quella dell’origine africana RECENTE di homo sapiens, che è una questione
completamente diversa da quella dell’origine africana REMOTA degli ominidi, non sia una teoria scientifica ma
un’invenzione ideologica creata negli anni ’70 per rendere impossibile NON il razzismo ma la percezione delle differenze
razziali, su questo ricordiamo anche che abbiamo visto su di un sito di sinistra, “Keinpfutsch” l’imbarazzata confessione di
Uriel Fanelli.
Chi è intriso di pregiudizi (“biases” perché questa gente sembra ritenere l’italiano così poco espressivo da dover ricorrere a
parole inglesi anche quando il sinonimo italiano è ben documentato e comune nell’uso), mi sembra sia l’anonimo autore
dell’articolo, che scrive, facendo un vero processo alle intenzioni:
“Uno dei tanti biases ideologici di questi destroidi, genera il rifiuto a priori da parte loro della teoria Out Of Africa, secondo
la quale l’Homo sapiens è nato in Africa e si è diffuso solo successivamente in tutto il mondo, perché non riescono ad
accettare il fatto che “veniamo dai negri”.
Ora, naturalmente io parlo per me e non a nome di tutti i “destroidi”, ma questo è un vero processo alle intenzioni,
l’attribuire a chi non accetta l’Out Of Africa un atteggiamento fobico rispetto all’idea di “venire dai neri”.
E’ chiaro che l’anonimo autore dell’articolo, se ha letto, non so con quale attenzione, il mio scritto, ignora del tutto quelli
che l’hanno preceduto, altrimenti gli sarebbe chiaro che mi sono dedicato alle riflessioni (alle indagini, nei limiti del
possibile per chi è fuori dai circuiti “autorizzati”) ben prima che da noi giungesse notizia delle ricerche di Klysov e
Rozhanskij, e un concetto che ho sempre sostenuto è che, anche se la separazione fra homo africano ed eurasiatico, fosse
effettivamente recente, le cose non cambierebbero molto, perché è stata l’uscita dall’Africa, in qualunque epoca sia
avvenuta, a fare di noi quello che siamo. E’ stato l’ambiente del nord, più difficile e ostile, sfidando l’intelligenza degli
uomini e operando una spietata selezione, che ha plasmato l’uomo eurasiatico, gli ha richiesto creatività, intelligenza,
preveggenza, previdenza per le incertezze del futuro, maggiori attenzioni nella cura della prole. E’ stato il nord la nostra
vera Urheimat. Questo, a chi non condivide il nostro tipo di ottica potrà dire ben poco, ma coincide con quanto al riguardo
ha tramandato il pensiero tradizionale.
Là dove però l’anonimo riesce davvero a raggiungere il grottesco (ma quale autorevolezza, mi chiedo, possono avere delle
affermazioni che il loro autore non si sente di sottoscrivere?), è quando presume che le opinioni si confrontino su di un
piano di parità, e non esista una persecuzione contro coloro che non sono “allineati”.
“Non c’è alcun “complotto”, nessuno impedisce a nessun altro di raccogliere evidenze scientifiche che favorirebbero
un’altra eventuale teoria sull’origine dell’Homo sapiens.
A questi complottisti perciò dico, in nome di questa democrazia che tanto schifate, siete liberi di divulgare le vostre teorie,
dimostrarle, scrivere paper scientifici, e perché no, vincere un premio Nobel.
Nessuno ve lo impedisce”.
Per il non manzoniano anonimo, l’ipotesi forse in questo caso non esattamente di un complotto ma certamente di una
parzialità delle istituzioni scientifiche, appare tanto ridicola da motteggiarla: “gombloddo”!
Ah davvero? Ah davvero?
Facciamo qualche esempio per chiarirci le idee, e vediamo se non esiste una censura democratica nei confronti di certe idee
e di certi filoni di ricerca dove NON SI VUOLE che emergano dei risultati.
Christopher Brand, docente dell’Università di Edimburgo, autore del libro “The G Factor, General Intelligence and his
implications” (“Il fattore G, l’intelligenza generale e le sue implicazioni”), è bastato che in un’intervista consigliasse le
donne single che vogliono avere figli fuori dal matrimonio, di avere relazioni con uomini intelligenti, per favorire la
trasmissione ai figli di questa qualità, per passare dall’olimpo accademico alla lista nera dei proscritti, si è vista impedita la
pubblicazione del libro ed ha perso il posto all’università.
Bruce Lahn, genetista: ha scoperto alcuni geni connessi allo sviluppo recente del cervello umano, e che tali geni si trovano
nelle popolazioni bianche e mongoliche, ma non in quelle nere. Ha dovuto abbandonare le ricerche perché “controverse”. In
pratica, gli è stato fatto capire che se avesse proseguito, si sarebbe trovato in grossi guai.
33
Arthur Jensen, psicologo: in una ricerca ha constatato che gli afroamericani (che non sono neri puri, questi ultimi ottengono
punteggi più bassi), hanno un Q. I. in media di quindici punti inferiore a quello della popolazione americana bianca. E’ stato
vittima di numerose aggressioni e ripetute minacce, e costretto a vivere sotto scorta.
E’ abbastanza chiaro o devo continuare? Questi tre non sono esempi isolati. Per chi osa contestare l’imperante ideologia
democratico-egualitaria, la prospettiva non è il premio nobel, ma la morte professionale, se non anche quella fisica.
So naturalmente che si tratta di un pio desiderio, ma mi sarebbe piaciuto che le tesi da me esposte fossero state considerate
(e anche contestate) nella loro interezza piuttosto che là dove l’anonimo “interlocutore” pensava di avere buon gioco. Io
penso che non sia nemmeno necessario che vi evidenzi che il respingimento dell’ “Out Of Africa” è, per quanto mi riguarda,
solo un elemento di una tesi più vasta che comprende l’origine eurasiatica e non mediorientale dei popoli indoeuropei, e
l’origine endogena della civiltà europea. Su questi due punti, diciamo, non c’è più partita per i “democratici”. Il primo l’ha
messo a posto come si deve la genetica: se davvero le lingue indoeuropee fossero state diffuse in Europa da agricoltori
mediorientali “nostratici”, dovremmo vedere un forte flusso genetico dal Medio Oriente all’Europa, che invece proprio non
si riscontra. Quanto alla seconda, sarebbe interessantissimo che qualcuno provasse a spiegarci come possono la cultura
egizia o quella mesopotamica aver influito sulla cultura del Wessex, quella che ha creato Stonehenge e gli altri complessi
megalitici, visto che quest’ultima è più antica di circa mille anni delle prime due.
Le bugie hanno le gambe corte, e la democrazia sta camminando con l’inguine paurosamente vicina al suolo.
Fabio Calabrese

E’ quasi sorprendente dover ritornare sul tema delle origini dopo tutto quello che abbiamo già visto sull’argomento. Io
credo di aver tracciato al riguardo un quadro sufficientemente chiaro e che non vedo alcun motivo di modificare, tuttavia le
cose da dire sono ancora tante.
La cosa dovrebbe essere ovvia, ma per chiarezza e correttezza sarà bene spiegarla una volta di più: la questione delle origini
è strettamente connessa alla problematica razziale, infatti, le razze umane così come sono attualmente e la cui esistenza
l’ideologia democratica oggi dominante si sforza in tutti i modi di negare, sono ovviamente il risultato della storia, del
cammino nel tempo della nostra specie.
Chiaramente, se noi europei fossimo, ad esempio, come si è sostenuto e si sostiene da parte democratica, il prodotto di
un’immigrazione africana recente, le differenze fra noi e le popolazioni africane si limiterebbero forse alla pigmentazione
della pelle e poco altro, mentre in realtà sappiamo che non è così.
In tutte le specie animali ci sono razze, perché quella umana non dovrebbe averne? Il motivo è squisitamente ideologico, se
ne ammettiamo l’esistenza, dovremmo ammettere che le differenze ereditarie fra le diverse popolazioni umane non
riguardano solo l’aspetto fisico, ma anche le attitudini comportamentali e le capacità intellettive, che le differenze che
riscontriamo fra uomo e uomo non sono per intero il prodotto dell’ambiente e dell’educazione, e a questo punto il dogma
democratico dell’uguaglianza crolla miseramente.
Per questi motivi, stavolta l’aggiornamento del lavoro della nostra Ahnenerbe casalinga, più che la tematica delle origini in
senso stretto, riguarderà la problematica razziale.
Tutti noi conosciamo – penso – la vicenda di Galileo Galilei che fu uno degli episodi più drammatici della storia della
scienza. Nel 1633, in seguito alla pubblicazione del “Dialogo dei Massimi Sistemi”, Galileo finì davanti al tribunale

34
dell’inquisizione, che fu particolarmente duro nei suoi confronti perché nel 1616 aveva già ricevuto un’ingiunzione a non
divulgare la teoria copernicana.
Ora immaginate che Galileo, invece di essere il coraggioso ribelle che fu, si fosse adeguato a quanto l’inquisizione e lo
spirito censorio della controriforma pretendevano da lui. Con tutta probabilità, avrebbe cercato di non diffondere il
copernicanesimo ma, essendo uno scienziato onesto e competente, la verità sarebbe trapelata quasi da ogni sua parola, e non
sarebbe stato difficile “leggerla tra le righe”.
Il grande tabù della nostra epoca oggi non è la teoria di Copernico. Che il nostro pianeta giri intorno al sole, è un fatto
assodato quasi per tutti (fanno per la verità eccezione gli islamici estremisti che lo negano in base a un passo del corano.
Che l’islam sia un soprassalto di ignoranza e fanatismo fra le popolazioni meno acculturate di questo pianeta, questo è un
fatto indubbio, e quei tradizionalisti, a cominciare da René Guenon, che vedono nell’islam una forza “tradizionale”
probabilmente non si rendono conto a quale livello abbassano il concetto di tradizione, ma questo è un discorso che
abbiamo ampiamente visto altre volte).
Il grande tabù della nostra epoca è la questione razziale. L’ortodossia democratica, i cui metodi sono indubbiamente più
sottili ma non meno coercitivi, non meno in grado di distruggere la carriera e la vita delle persone di quanto lo fosse il
tribunale dell’inquisizione, vuole imporci di non vedere l’esistenza delle razze – stranamente, in tutto il mondo animale, la
specie umana sarebbe l’unica in cui non esistono razze – esattamente come l’inquisizione della controriforma pretendeva
che non ci si rendesse conto che la nostra Terra e tutti gli altri pianeti del nostro sistema ruotano intorno al sole.
Un esempio di “Galileo consenziente” in questo campo potrebbe essere Luigi Luca Cavalli-Sforza, che è stato un pioniere
nello studio della genetica delle popolazioni, e fa parte di una generazione di insigni ricercatori italiani che non è molto
probabile sia destinata ad avere successori, stante il degrado delle nostre istituzioni accademiche e il pochissimo che l’Italia
investe nella ricerca.
Mercoledì 5 novembre, “The Vice Channel Italia” ha pubblicato un’intervista a Cavalli-Sforza nell’occasione del
novantaduesimo compleanno dello scienziato. Apparentemente, le sue affermazioni sono quanto di più ortodossamente
antirazzista è possibile concepire, ma leggendo con attenzione fra le righe, si colgono i segni di una convinzione ben
diversa, da parte di un uomo che ha dedicato la sua vita a questo genere di studi, in contrasto con l’ortodossia che “occorre”
proclamare.
Tanto per cominciare, riflettendo le idee espresse da Cavalli-Sforza, l’articolo s’intitola “La sopravvivenza del più colto”.
La cultura, la trasmissione di idee è un elemento di grande importanza nella storia umana, e oggi possiamo constatare
quanto tende ad essere sottovalutata, sostituita dal fracasso mediatico e dall’esibizione di forza muscolare.
Come se non bastasse, sapete chi cita Cavalli-Sforza come grande esempio di grande sovrano promotore della cultura?
Qualcuno a noi molto caro e da sempre inviso ai guelfi di ogni specie: il grande Federico II di Svevia.
Passiamo oltre: lo scienziato si lascia scappare un’osservazione che un “buon” inquisitore democratico (e sappiamo che ce
ne sono a pacchi) dovrebbe avvertire come un campanello d’allarme:
“Le differenze veramente importanti vigono fra gli individui, non fra i gruppi”. Se è vero, e tutto lascia pensare che lo sia,
diamo addio all’idea di evoluzione dell’umanità come fenomeno collettivo. Di colpo, ci torna alla mente Nietzsche che, non
con il metodo scientifico, ma con l’intuizione poetica e il pensiero filosofico, è stato un geniale anticipatore:
“Lo scopo dell’umanità non può trovarsi al termine di essa, ma nei suoi tipi più elevati”.
Dal racconto che lo scienziato fa della storia delle sue ricerche, emergono fatti che è poco definire sconcertanti: ad esempio
ricorda che per studiare il genoma della popolazione italiana occorsero tre anni, ma, quando si tratto di avviare nel 1991 l’
“Human Genome Diversity Project”, ce ne vollero dieci solo per definire il protocollo etico. Non c’è dubbio, la genetica e
quello che potrebbe rivelarci su noi stessi, FANNO PAURA, fanno paura soprattutto al potere, perché potrebbero
distruggere le favole democratiche.
Un altro episodio lo conferma: un progetto di studio sul DNA degli indiani Na-Dene del Canada fu aspramente avversato da
un’associazione per la difesa dei diritti dei nativi americani, che l’accusò di essere “colonialista”, cosa tanto più assurda
vista la fama di ricercatore “antirazzista” dello stesso Cavalli-Sforza. Ma non c’è niente da fare, ricerche di questo tipo
fanno paura, anche perché sotto sotto c’è il timore generalizzato che da esse potrebbe uscire la verità che tutti, almeno a
livello istintivo, conoscono ma nessuno vuole ammettere: l’eccellenza dell’uomo caucasico rispetto ad altri tipi umani.
Infine, la ciliegina sulla torta, una breve frase: “Etnia o razza vogliono dire quasi la stessa cosa”.
Ma come? Per decenni tutta l’antropologia culturale si è sforzata di spiegarci che il concetto di etnia è un concetto culturale
che non ha nulla a che fare con l’ereditarietà biologica e la genetica, che a fare l’etnia sono il linguaggio, il modo di vestirsi,
le credenze religiose, le usanze culturali e via dicendo, e questo qui, con una semplice frasetta spazza via decenni di
elucubrazioni di Claude Levi-Strauss e allievi!
Non ci fermiamo qui, perché recentemente qualcuno, e precisamente gli amici del gruppo European and Indoeuropean
Identity and Ethnic Religions, hanno rimesso in circolazione in internet un articolo apparso su La Repubblica.it del 2005.
L’articolo di Armand Marie Leroi e tradotto da Emilia Benghi, ha un titolo che è tutto un programma (e almeno per questa
volta, non si tratta certo di un programma di sinistra): “Razza: gli scienziati negano che esista, ma i dati genetici lo
confermano”.
35
In realtà, noi sappiamo bene che se gli scienziati negano l’esistenza delle razze, questo non avviene per una loro particolare
perversione o voglia di contrastare l’evidenza, ma – e ne abbiamo visto le volte precedenti diversi esempi che adesso non mi
sembra necessario ripetere – perché costretti dal potere democratico che può “democraticamente” distruggere le loro
carriere con estrema facilità.
L’articolo di Leroi è alquanto sorprendente, e tanto per essere chiari ne riporto uno stralcio:
“Se i moderni antropologi citano il concetto di razza, lo fanno invariabilmente solo per scoraggiarne l’uso e per bocciarlo.
Lo stesso vale per molti genetisti. «La razza è un concetto sociale, non scientifico», sostiene il dottor Craig Venter, voce
autorevole, poiché è stato il primo a “sequenziare” il genoma umano. L’ idea che le razze umane non siano altro che
costrutti sociali è opinione prevalente da almeno trent’anni. Ma ora forse le cose sono sul punto di cambiare. Lo scorso
autunno la prestigiosa rivista Nature Genetics ha dedicato un ampio supplemento all’interrogativo se le razze umane
esistano e, in caso affermativo, che valenza abbiano.
L’ iniziativa editoriale era motivata in parte dal fatto che varie istituzioni sanitarie americane stanno attribuendo alla razza
un ruolo importante nelle politiche per tutelare al meglio il pubblico, spesso a dispetto delle proteste degli scienziati. Nel
supplemento circa due dozzine di genetisti hanno espresso le loro opinioni. Sotto il linguaggio specialistico, le frasi prudenti
e la cortesia accademica, emerge chiaramente un dato: l’adesione alla tesi dei costrutti sociali si sta sfaldando. Alcuni
sostengono addirittura che, se correttamente esaminati, i dati genetici dimostrano chiaramente che le razze esistono”.
Quanto sia autorevole il parere di Craig Venter, adesso lo sappiamo bene: quest’uomo, capofila degli scienziati antirazzisti
si è (successivamente alla pubblicazione dell’articolo di Leroi che è del 2005, per la verità) rivelato niente altro che un
ciarlatano. A una decina di anni di distanza dalla famosa mappatura del DNA umano del 2001, ha confessato di non aver
mappato altro genoma che il proprio, e non – come aveva asserito – quello di centinaia di persone appartenenti alle più
diverse popolazioni del pianeta, e successivamente ha ancor più compromesso la propria credibilità scientifica cercando di
far passare un semplice batterio OGM come una vita artificiale creata ex novo.
Se gli antirazzisti fanno conto dell’autorevolezza di un uomo come Craig Venter, allora possiamo dormire sonni tranquilli, o
almeno potremmo dormirli se il confronto fra loro e noi avvenisse su di una base paritaria, e alle loro spalle non ci fosse
tutto il peso repressivo della macchina del potere, interessata a far sì che la gente non abbia modo di conoscere la verità.
Continuiamo ad esaminare questo articolo che contiene delle affermazioni davvero sorprendenti, si ha la sensazione che i
redattori di “Repubblica” non si siano resi conto di cosa stessero pubblicando, e io penso di dover esprimere tutta la mia
gratitudine agli amici che hanno ripescato dopo nove anni e mi hanno segnalato questo articolo davvero eccezionale:
“La razza è solo una semplificazione che ci consente di parlare razionalmente, benché non con grande precisione, delle
differenze genetiche, piuttosto che culturali o politiche. Ma è una semplificazione a quanto pare necessaria. E’
particolarmente penoso vedere i genetisti umani rinnegare ipocritamente l’ esistenza delle razze pur indagando la relazione
genetica tra «gruppi etnici». (…).
Il riconoscimento dell’esistenza delle razze dovrebbe avere vari effetti positivi. Tanto per cominciare eliminerebbe la
frattura che vede governi e opinione pubblica ugualmente pronti ad accettare categorie di cui molti, forse la maggior parte
degli studiosi e degli scienziati, negano l’esistenza. Secondo, ammettere l’esistenza delle razze può migliorare l’assistenza
sanitaria. Razze diverse sono predisposte a contrarre patologie diverse. Un afroamericano corre un rischio di ammalarsi di
cardiopatia ipertensiva o di cancro della prostata circa tre volte maggiore rispetto ad un americano di origini europee, ma nel
suo caso il rischio di sviluppare la sclerosi multipla è dimezzato. Tali differenze potrebbero derivare da fattori
socioeconomici, ma nonostante ciò i genetisti hanno iniziato a cercare di stabilire differenze legate alla razza nelle
frequenze delle variabili genetiche che provocano le malattie. Sembra che le stiano trovando.
La razza può anche influenzare la terapia. Gli afroamericani rispondono poco ad alcuni dei farmaci principalmente usati nel
trattamento delle cardiopatie – in particolare i betabloccanti e gli inibitori dell’enzima che converte l’angiotensina. Le ditte
farmaceutiche ne tengono conto. Molti nuovi farmaci oggi portano l’ avvertenza che la loro efficacia può risultare ridotta
per alcuni gruppi etnici o razziali”.
Queste ultime affermazioni appaiono alquanto utopiche: certamente per il potere “democratico” la salute della gente conta
enormemente di meno del mantenimento del dogma dell’inesistenza delle razze, e della spinta al mescolamento razziale, in
obbedienza ai dettami del piano Kalergi.
Alla fine, il discorso è sempre quello, SI VUOLE che la gente pensi contro ogni evidenza che le razze non esistano per
imporre una società meticcia frutto del mescolamento etnico, una società dove l’atomizzazione dell’individuo sia completa,
non esistendo fra l’uno e l’altro alcun legame di etnia, di nazionalità, di appartenenza, quindi un’umanità facilmente
manipolabile dal potere dietro le quinte.
La menzogna serve all’oppressione, e difendere la verità, la conoscenza della realtà delle cose, è il primo passo per
difendere la libertà.

Una Ahnenerbe casalinga, tredicesima parte

36
Come certamente avrete avuto modo di notare, negli ultimi tempi ho considerevolmente ridotto la tendenza agli articoli
seriali. Come vi avevo già spiegato, fra tutti, l’unico che avrei intenzione di mantenere a mo’ di rubrica è “Una Ahnenerbe
casalinga” (sperando sempre che il paragone con la vera Ahnenerbe del Terzo Reich non risulti troppo presuntuoso) in cui
riportare tutte le novità che man mano dovessero presentarsi, sulla tematica delle origini della civiltà europea e dei popoli
indoeuropei.
Che si tratti di una tematica che, al di là del discorso prettamente scientifico, abbia anche un’importante valenza politica, su
questo non c’è dubbio. E’ ritrovando l’orgoglio delle proprie origini, la consapevolezza di essere fatti di una pasta di gran
lunga migliore di quella degli allogeni che oggi invadono il nostro continente, e respingendo tout court il bugiardo mito
cristiano, marxista e democratico dell’uguaglianza degli uomini, che noi Europei possiamo intraprendere la strada della
lotta per dare un futuro ai nostri popoli, ai figli dei nostri figli.
Va da sé però, che ciò richiede che nuove informazioni compaiano in questo campo, e questa serie di articoli/rubrica è
destinata comunque ad avere un carattere piuttosto saltuario che non di appuntamento fisso.
Io credo di avere tracciato già in precedenza un quadro sufficientemente chiaro, tuttavia è una cosa sorprendente di come
informazioni più recenti, diciamo pure novità, per quanto questo termine possa suonare paradossale quando ci si riferisce a
migliaia o milioni di anni fa, si siano accumulate con velocità che stupisce e rende opportuno un aggiornamento.
Cominciamo con una ricerca che ho ritrovato recentemente riportata in internet sul sito di “Venetikens – Veneti antichi” e
che deriva da un comunicato ANSA del 4 marzo 2015, che a sua volta riprende un articolo comparso sulla rivista “Science
Nature”. Sembra che il genere homo a cui noi tutti apparteniamo, sia più antico di ben 700.000 anni di quanto si pensasse
fino a ora, la sua comparsa risalirebbe a circa 2, 8 milioni di anni fa.
L’articolo mette insieme due ricerche, una compiuta dall’Università dell’Arizona su di un fossile, una mandibola ritrovata
nel sito di Ledi-Gerau in Etiopia, l’altra del Max Planck Institute di Lipsia (Germania) è consistita in un riesame dei resti
di homo habilis ritrovati in Tanzania negli anni ’50, che sono stati riesaminati con tecniche più moderne di quelle
disponibili allora, compresa la scansione computerizzata. Quest’ultima concorda con la precedente, infatti, se il fossile di
Ledi-Gerau, risalente a 2,8 milioni di anni fa è il più antico rappresentante del genere homo, il più antico fossile umano
finora conosciuto, anche gli homo habilis già noti appaiono più antichi di quanto finora si pensasse.
Quale significato si deve attribuire a tutto ciò. Io vi ho già spiegato che UNA questione è l’origine africana degli ominidi
primitivi (australopithecus e simili) o anche di un homoancestrale risalente, a quanto sembra, a quasi tre milioni di anni fa,
TUTT’ALTRA quella dell’origine RECENTE di homo sapiens (anch’essa presuntamente africana secondo l’ipotesi
“politicamente corretta” dell’Out Of Africa, o in sigla, secondo la brutta abitudine yankee che non sopporta espressioni
troppo lunghe, né il pensare troppo a lungo, OOA). La prima si situa nell’arco temporale dei milioni di anni, l’altra in quello
delle decine di migliaia di anni.
Mentre la prima è pacifica, la seconda è fortemente dubbia, e vi sono buoni motivi per ritenerla non un’ipotesi scientifica,
ma un’escogitazione propagandistica volta a distruggere il concetto di razza. Non è perlomeno singolare il fatto che mentre
della prima la documentazione fossile paleoantropologica ci offre prove a bizzeffe, per quanto riguarda la seconda, la prove
sono piuttosto nulle che scarse?
Potremmo persino essere così cattivi da arrivare a dire che tutte le argomentazioni a favore dell’OOA si basano sulla
confusione (deliberata o no) fra le due questioni. Poiché Lucy e gli altri ominidi, a cui ora si aggiunge il fossile di Ledi-
Gerau, sono stati ritrovati in Africa, tutti noi veniamo dall’Africa. Si, ma quando? Questa derivazione africana si situa a
livello remoto degli ominidi primitivi o a quello recente di homo sapiens? Non è la stessa cosa, e questo in ogni caso ci
obbligherebbe ad accettare come un fato inevitabile l’immigrazione-invasione africana attuale?
Tutti noi, tutta la vita di questo pianeta ha una remota origine nell’oceano. Questo ci obbliga forse a trasformare le strade in
canali dove possano nuotare liberamente tonni, sardine e seppie?
Da un altro lato, è invece evidente che, tanto più antico è il genere homo, tanto maggior tempo c’è stato perché potesse
formarsi una differenziazione razziale, quella stessa che si verifica in tutte le forme viventi ma che, stranamente, i
democratici negano possa avvenire per la specie umana.
Una persona di cui vi ho parlato altre volte e che merita i più ampi elogi per l’attento lavoro di scavo, ricerca e diffusione
delle informazioni, è Luigi Leonini. Ultimamente, Luigi ha segnalato un articolo comparso su “Le scienze” on line in data 3
marzo,Migrazioni preistoriche e lingue indoeuropee. Quest’ultimo è una ripresa di un articolo apparso su “Nature” a firma
di Wolfgang Haak. Siamo ovviamente in un orizzonte temporale molto più recente situato nell’arco delle migliaia di anni.
Il metodo che sta alla base della ricerca di quest’ultimo, è quello che abbiamo già visto impiegato diverse volte, ossia
l’analisi del DNA allo scopo di scoprire mediante le tracce lasciate negli Europei di oggi, delle varie fasi dell’antico
popolamento del nostro continente.
Naturalmente, l’analisi del DNA di per sé non ci può dire nulla circa le lingue parlate attualmente o nel remoto passato, ma
ci consente di riconoscere le diverse ondate migratorie che hanno attraversato l’Europa e l’epoca in cui esse vanno
collocate, e a questo punto è possibile collegarle in maniera plausibile con l’origine dei linguaggi.
Wolfgang Haak ha analizzato il genoma di 69 antichi europei vissuti fra 8000 e 3000 anni fa. I risultati che sono emersi
sostanzialmente concordano con quello che sapevamo già, ma si tratta in ogni caso di un’importante conferma. Come
37
abbiamo già visto da altre ricerche, all’origine delle popolazioni europee, vi sarebbero tre gruppi distinti: prima di tutto i
cacciatori-raccoglitori paleolitici, poi due distinte ondate migratorie, una di agricoltori provenienti dall’Anatolia circa 8000
anni fa, e una seconda di allevatori-pastori provenienti dalle steppe eurasiatiche datata a circa 4.500 anni fa.
Noi abbiamo visto che è soprattutto sulla seconda che si fissano i sostenitori dell’ipotesi del nostratico, ma se avessero
ragione, quest’ultima avrebbe influito sul genoma degli europei in maniera molto più schiacciante di quanto effettivamente
non si riscontri.
Probabilmente, la diffusione dell’agricoltura in Europa non è avvenuta, o non è avvenuta tanto per sostituzione di
popolazioni, ma per diffusione culturale; i suoi portatori iniziali potranno anche essere stati coloni di origine anatolica, ma i
loro vicini devono essere stati svelti ad assimilare e copiare la novità. E’ indubbiamente vero che quando nell’età moderna
le esplorazioni del nostro intero pianeta ci hanno portati a contatto con svariate popolazioni ancora viventi di caccia e
raccolta, queste ultime si sono dimostrate assai poco propense ad abbandonare il loro stile di vita per adottare quello basato
sull’agricoltura e la sedentarietà, ma si dimentica un fatto fondamentale: queste ultime sono meno intelligenti degli Europei.
L’articolo presenta anche un link a un precedente pezzo pubblicato il 1 luglio 2002, La lingua degli antichi Europei di
Elisabeth Hamel e Theo Vennermann. Anche in questo caso, quel che questi due autori ci raccontano, non è un’assoluta
novità. In tutte le lingue parlate in Europa, indoeuropee o meno, esiste un tenue strato di fonemi “ultraconservati” che
rappresenta lo strato basale di questi linguaggi, quello a cui tutti gli altri si sono sovrapposti, la traccia delle lingue più
antiche parlate nel nostro continente, i linguaggi degli antichi cacciatori paleolitici. La cosa singolare, è che questi linguaggi
ricostruiti per via deduttiva presentano una forte somiglianza con una lingua parlata ancora oggi, il basco. I Baschi
sarebbero ancora oggi i diretti discendenti dei cacciatori-raccoglitori dell’Europa paleolitica.
Se vi ricordate, è qualcosa di cui avevamo già parlato perché il basco, assieme ai linguaggi riconducibili alle popolazioni di
ceppo mediterraneo (Etruschi, Minoici, Iberici, Liguri, Pelasgi) e alle lingue ugrofinniche, parlate da Ungheresi, Finlandesi,
ma anche Lapponi e svariate altre popolazioni ubicate nell’angolo più orientale e settentrionale del nostro continente,
dimostrano che lo schema tripartito semiti-camiti-indoeuropei che la leggenda biblica suppone essere derivati dai tre figli di
Noè: Sem, Cam e Jafet, si rivela inadeguato non solo alla spiegazione delle origini dell’umanità, anche solo a quella delle
popolazioni di ceppo caucasico “bianco”.
Ci ritroviamo in un percorso “a scala”, dai milioni passiamo alle decine di migliaia, alle migliaia di anni, fino ad avvicinarci
quasi alla soglia dell’orizzonte storico. Parliamo delle origini, della natura e – potremmo dire – dell’esistenza di un popolo
appartenente al contesto (indo)europeo-mediterraneo. Si, avete indovinato, parliamo proprio di quel popolo italico-italiano
al quale suppongo noi stessi perlopiù apparteniamo.
Sul sito del “Nuovo monitore napoletano” apparso recentemente un articolo di Marco Vigna sulla Teoria del pan-
italianesimo. Di che si tratta?
Tutti noi abbiamo, credo, una reminiscenza scolastica di Rutilio Namaziano, e dell’appassionata invocazione a Roma che si
trova nel De redito suo. “Italiam fecisti ex diversis gentibus unam. Urbem fecist quod prius orbis erat”. Il pan-italianesimo
sostiene una tesi inversa a quella di Rutilio Namaziano, ossia non è stato Roma a creare la nazione italiana mediante
l’unificazione politica, ma l’Italia come nazione dotata di una almeno relativa omogeneità linguistica e culturale preesisteva
ad essa, e ha continuato a esistere dopo la dissoluzione dello stato romano.
Il popolo italico (forse questo termine è preferibile a “italiano” che identificherebbe il fatto culturale e politico piuttosto che
quello etnico e genetico) infatti, nascerebbe dalla fusione fra un elemento mediterraneo e uno indoeuropeo; il primo
rappresentato da Etruschi, Liguri, Sardi, Corsi, Reti, il secondo da Italici propriamente detti (Latino-osco-umbri), Veneti e
Siculi. Entrambi questi elementi sarebbero stati al loro interno composti da gruppi strettamente affini, ragion per cui
un’affinità e omogeneità italica sarebbe esistita già da ben prima della conquista romana.
A tutto ciò avrebbe contribuito la forma stessa della nostra Penisola, che si affaccia sul mare per gran parte della sua
estensione, e là dove è saldata all’Europa continentale, è anche separata da essa dalla catena alpina, sì che si può parlare di
una “insularità” dell’Italia che avrebbe avuto i suoi effetti anche dal punto di vista etnico-biologico.
Io vi ho già in precedenza accennato, e ci sono tornato sopra ultimamente (Esiste il Volk italico?, Eurasia e Mitteleuropa) a
quella ricerca pubblicata da Geocities i cui risultati coincidono in pieno con questa concezione del pan-italianesimo, che ci
dice che gli Italiani sono un popolo con una precisa identità etnica, variegata nel nord dalla presenza di un elemento celtico,
e nel sud da uno greco, ma non in misura tale da non permettere di considerare gli Italiani come un unico popolo, anche se,
come precisavano gli autori, le differenze fra gli Italiani delle diverse parti della Penisola sono di solito esagerate per motivi
politici. Gli stessi autori si erano aspettati di trovare nel meridione italiano una traccia genetica mediorientale dovuta o alla
colonizzazione cartaginese o all’invasione araba della Sicilia, ma essa è risultata ben più flebile di quel che si erano
aspettato.
La cosa interessante è però che questa teoria pan-italiana è stata formulata da un autore anglosassone (non so se inglese,
americano o altro), Anthony D. Smith nel libroLe origini etniche delle nazioni e, a sua volta , è la ripresa delle tesi di un
insigne linguista francese, Michel Lejeune. D’altra parte, si ricorderà che anche la ricerca sulla genetica degli Italiani di cui
sopra, è stata pubblicata da Geocities in lingua inglese e, a parte gli stralci da me citati, non mi risulta sia stata tradotta in
italiano.
38
E’ un fatto: parlare del nostro passato, delle nostre origini, non somiglia a una serena disamina di dati scientifici, ma a un
incontro di pugilato (anche se ammetto che la cosa non mi dispiace troppo, io sono combattivo di carattere). A dirci che
siamo un popolo, una nazione, devono essere gli stranieri, noi Italiani pare proprio che non ne vogliamo sapere, benché si
tratti di un fatto assolutamente cruciale: a fare una nazione non sono la cultura, la lingua, le usanze, le tradizioni – tutte
queste sono cose accessorie – e tanto meno lo sono lo stato, la lingua, le leggi, la politica, quell’aspetto astratto e formale
con cui i democratici, sapendo di mentire, vorrebbero definire le entità politiche. A costituire una nazione è un fatto
primario, il sangue, l’eredità etnico biologica, e tutto il resto non conta nulla.
Settant’anni di repubblica democratica hanno spinto gli Italiani a vergognarsi, a voler negare di essere tali: è una colpa
gravissima di cui la tirannide che ci governa e si cela sotto il nome ipocrita di democrazia dovrà prima o poi rispondere.
Tuttavia, come ho spiegato più volte e non mi stanco di ripetere, non è per il nostro essere italiani, ma per questa
democrazia fecale che bisogna provare repulsione e disgusto.
Della nostra eredità europea, indoeuropea, “bianca” nonché italica, abbiamo solo motivi di orgoglio.

Una Ahnenerbe casalinga, quattordicesima parte


www.ereticamente.net

Riprendiamo il discorso sulla ricerca delle origini. E’ un discorso che abbiamo ormai consolidato, e si tratta di un lavoro di
rifinitura e aggiornamento delle nuove ricerche che compaiono in questo campo. Delle origini della civiltà europea, per la
verità, non ho mai smesso di occuparmi, e ve ne sarete resi conto leggendo i tre articoli che compongono il saggio Sull’orlo
della storia, è un discorso che io penso abbia un preciso significato politico: essere fieri della nostra eredità di uomini
europei, conoscere la ricchezza e l’antichità della nostra civiltà, legata a un preciso tipo umano, significa anche la volontà di
preservarla dalle invasioni allogene e di rialzare il nostro continente dall’umiliazione del dominio dei vincitori della seconda
guerra mondiale; ieri sovietico-americano, oggi esclusivamente yankee, il che è anche peggio.
Tuttavia, come sappiamo, il tema delle origini è più vasto, e prima ancora della civiltà del nostro continente si risale alle
origini dei popoli indoeuropei e, ancora più in là, della stessa specie umana, e implica, soprattutto riguardo a quest’ultimo
aspetto, la questione delle razze, di cui la tirannica democrazia che ci domina ha imposto il dogma della non-esistenza, con
l’intento preciso di distruggere l’uomo europeo, annegandolo nella senilità provocata ostacolando il ricambio generazionale,
nell’immigrazione allogena, nel meticciato.
Prima di addentrarci nell’esame delle novità in questo campo che, come vedremo, sono soprattutto delle conferme che una
volta di più vanno a SMENTIRE le versioni ufficiali dell’ideologia contemporanea mascherata da scienza che vorrebbe
imporre la favola dell’origine mediorientale degli stessi popoli indoeuropei declassati da conquistatori e guerrieri a pacifici
agricoltori, l’origine africana della nostra specie, l’inesistenza delle razze e via dicendo, sarà opportuno premettere una
precisazione.
Come certamente sapete, come vi ho più volte ribadito, è stata messa in giro e pompata dai media come “l’ortodossia
scientifica” la favola della cosiddetta “Out of Africa”, la leggenda dell’origine africana della nostra specie, e che noi stessi
non saremmo in realtà che dei neri “sbiancati” dall’esposizione millenaria a diverse condizioni climatiche. Si tratta di una
mistificazione volta a farci accettare l’immigrazione allogena che oggi sta invadendo il nostro continente e a distruggere il
concetto stesso di razza. Si tratta di una falsificazione basata sulla deliberata confusione fra la questione dell’origine arcaica
degli ominidi avvenuta milioni di anni fa (e testimoniata da fossili come la famosa Lucy) e quella dell’origine RECENTE
della nostra specie homo sapiens avvenuta qualche decina di migliaia di anni fa.
Recentemente, qualcuno, commentando un mio precedente articolo, mi ha “bacchettato” su questo punto. La mia
argomentazione sarebbe basata sull’attribuzione all’homo sapiens di un’origine TROPPO recente: 50-70.000 anni sono una
stima troppo bassa e prudenziale (non inventata da me, ma basata sulla data attribuita alla famosa esplosione del vulcano
Toba che avrebbe creato l’altrettanto famoso “collo di bottiglia” genetico, fino ad ora uno dei maggiori cavalli di battaglia
dei sostenitori dell’Out of Africa); altri ricercatori propendono per una maggiore antichità, 100 o 150.000 anni. Addirittura
alcuni ritrovamenti recenti farebbero pensare a un’antichità della nostra specie risalente intorno ai 200.000 anni.
E allora? Cosa cambia con ciò? Si vede bene che siamo ancora ben lontani dai tre milioni e mezzo di anni a cui risalgono
Lucy e gli altri ominidi. Per converso, è ben visibile che se spostiamo indietro nel tempo l’origine della nostra specie a una
distanza dal nostro tempo quadrupla rispetto a quella che avevamo supposto, abbiamo a disposizione un tempo molto
maggiore perché essa possa essersi differenziata in razze, se non abbandoniamo il presupposto che noi stessi siamo
governati dalle stesse leggi biologiche che regolano tutta la vita sul nostro pianeta.
Tuttavia, e questo è un aspetto che finora non credo di aver rimarcato con sufficiente attenzione, ed è pericoloso non farlo,
dal momento che siamo circondati da un ambiente malevolo e ostile alle nostre tesi, pronto ad approfittare di qualsiasi punto
debole, anche a questo livello la tesi dell’Out of Africa è formata dalla sovrapposizione di due ipotesi fra le quali non esiste
un legame di implicazione logica: un conto è sostenere un’origine africana IN SENSO GEOGRAFICO, altra cosa postulare
che noi stessi, le popolazioni europee di ceppo caucasico derivino da un tipo antropologicamente “nero” per mutazione e
sbiancamento, anche se i sostenitori dell’OOA si basano su di una deliberata confusione fra le due cose.
39
Occorre, infatti, evidenziare che anche ammesso che si debba riconoscere un’origine africana della nostra specie, africano
non significa necessariamente nero. Migliaia di anni fa, quello che oggi è il deserto del Sahara era una grande pianura
verdeggiante e fertile dove sono stati trovati resti umani riconducibili al tipo di Cro Magnon, cioè i nostri antenati di
millenni or sono, anche se l’origine eurasiatica appare più probabile, ma non simili al tipo negroide che pare essere una
specializzazione di origine relativamente tarda. In fondo, per fare un paragone coi tempi storici, anche Mosè, Cleopatra,
John R. R. Tolkien, Christian Barnard sono nati su suolo africano, senza per questo essere neri.
Tuttavia, sebbene con prove scientifiche nulle, la mistificazione viene sostenuta dal sistema mediatico e dagli scienziati
accademici che hanno dovuto imparare molto spesso a loro spese, che esprimere un’opinione dissidente può avere riflessi
disastrosi sulle loro carriere.
A riprova del fatto che ipotizzare un’origine GEOGRAFICA nel continente africano, è altra cosa dal sostenere che
“veniamo dai neri”, vi riporto l’opinione espressa in proposito da Ernesto Roli. Roli, già amico e collaboratore di Adriano
Romualdi non è certo sospettabile di far parte della schiera di coloro che vogliono distruggere il concetto di razza,
nell’attesa di poter distruggere le razze anche materialmente, annegandole in una mescolanza multietnica in cui saranno gli
elementi migliori dell’umanità a soccombere.
“Tutta la fascia sahariana era una zona fertilissima fino a qualche migliaio di anni fa. Nel Sahara sono state rinvenute pitture
rupestri straordinarie con caccia ai bisonti, agli elefanti, alle renne e a tutti gli animali noti. Inoltre sono state scoperte
culture paleolitiche, mesolitiche e culture neolitiche. Infine boschi e fiumi e acqua in quantità. Si sa che sotto il deserto
esiste una immensa quantità di acqua potabile in grado di dissetare mezzo mondo. (…).
E’ mia convinzione che il Sahara sia stata la patria dei Cro Magnon derivati dall’ homo sapiens locale. Qui hanno
sviluppato la loro cultura. E’ il famoso Paradiso Terrestre o Giardino delle Esperidi o la Terra Felice dell’Umanità, di
tradizionale memoria greca? Con l’inaridimento del Sahara e il disgelo dei ghiacci in Europa i Cro Magnon si sono ritirati
verso nord, seguendo le renne, dove hanno dato origine ai famosi Megaliti e agli Indoeuropei”.
E subito dopo aggiunge:
“Nell’Africa sub tropicale la componente sapiens locale sembra abbastanza recente e vi è forse giunta dal sud Arabia.
Pertanto i popoli negridi sembrano estranei alla formazione dell’homo sapiens E’ sul posto che essi hanno acquisito la
melanina necessaria alla loro sopravvivenza”.
Quindi l’uomo di Cro Magnon, nostro verosimile antenato sarebbe derivato da unsapiens sahariano, NON sub-sahariano, e
le popolazioni nere, di origine più tarda, non avrebbero avuto alcuna parte nella sua ascendenza.
Quella esposta da Roli è certamente un’ipotesi sostenibile, ma le cose possono anche stare in una maniera diversa. Nel
febbraio 2014 su di un sito di sinistra, “Keinpfutsch” è apparso un articolo del suo curatore, Uriel Fanelli, Dialettica e
propaganda, che SCONSIGLIA i “compagni” dal ricorrere all’Out of Africa per “confutare i razzisti”, dati gli evidenti e
sempre più macroscopici buchi che essa presenta a livello scientifico; ecco un breve stralcio di questo “pezzo” tanto più
notevole in quanto proveniente “dalla parte opposta”:
“La “migrazione” fu ricostruita praticamente senza scheletri, solo notando la diffusione di strumenti “africani” dentro l’
Europa, senza curarsi del fatto che il clima stesse cambiando , che quindi cambiassero gli animali da cacciare, i tipi di legna
a disposizione e che le zone ove trovare selce si stessero scongelando, insomma, alla fine era tutta [un imbroglio].
Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia.
La stessa migrazione fu ricostruita in maniera assurda. Si decise che siccome i monili africani si diffondevano in Europa,
non potesse essere concluso che il clima europeo stesse cambiando e richiedesse tecniche simili. No, doveva essere una
migrazione. Insomma, siccome ci sono iPhone ovunque, veniamo tutti da Cupertino. La quantità di reperti, poi, sul piano
statistico non bastava a dire nulla”.
La prova principe, la “pistola fumante” come si dice nel linguaggio dei telefilm polizieschi, è rappresentata dal DNA, e
“Tracciando i DNA si vide poi che semmai questa “migrazione” era arrivata dall’Asia”.
Tanto basterebbe, ma si può ancora aggiungere che è stato l’ambiente europeo, soprattutto nordico, con la selezione imposta
dalla maggiore rigidità rispetto alle zone tropicali a fare dell’homo europeus quello che è. Certamente, un ruolo chiave
l’hanno avuto ad esempio le variazioni stagionali, il fatto di passare da periodi di abbondanza ad altri di penuria di risorse,
ha sicuramente stimolato lo sviluppo di capacità di preveggenza e di previdenza per il futuro.
Un ruolo non meno e probabilmente ancora più importante lo ha avuto, a mio parere, lo sviluppo della cura della prole: in
un ambiente non così favorevole e ricco di risorse come quello tropicale, solo un’attenta cura parentale poteva permettere ai
piccoli di sopravvivere, alle nuove generazioni di superare il periodo critico dell’infanzia.
Una riprova evidente del fatto che le cure parentali non sono un’acquisizione culturale ma dipendono da un istinto
determinato geneticamente, la si può avere dal fatto che presso gli afroamericani l’incidenza di infanticidi, gravidanze
minorili, abbandoni della prole, abbandoni del tetto coniugale da parte dell’uomo in presenza di figli, sono nettamente
maggiori rispetto alla popolazione bianca e chiaramente sovrapponibili alle statistiche di qualsiasi Paese dell’Africa nera,
nonostante il ben diverso ambiente culturale (fornito dai bianchi). Si tratta di una sgradevole realtà che senza dubbio
l’immigrazione porterà in maniera sempre più marcata anche in casa nostra.

40
Una precisazione, come si vede, di notevole ampiezza, ma non è tempo sprecato, perché è più che mai indispensabile
spuntare le armi in mano ai nostri avversari. Vediamo ora quali sono le novità più recenti che possiamo segnalare nel campo
della ricerca delle origini. C’è da segnalare prima di tutto un libro disponibile con “Le scienze” di aprile 2015, Una scomoda
eredità, la storia umana tra razza e genetica di Nicholas Wade. Finalmente, possiamo dire, un testo pubblicato da “Le
scienze” ammette la verità ovvia per chiunque non sia prevenuto, ma recisamente negata dal dogmatismo democratico, che
la razza non è un costrutto culturale ma una realtà geneticamente determinata.
“La tesi di Wade, scrittore ed ex giornalista scientifico per il “New York Times”, ci dice la presentazione de “Le scienze”,
“E’ che sia possibile definire razze umane in base alle diverse frequenze degli alleli, le forme alternative di ogni gene che
compone il nostro patrimonio genetico. Oggi è possibile osservare questa variabilità nella frequenza allelica grazie al
progresso delle tecnologie di sequenziamento e analisi del genoma umano, che dagli inizi del XXI secolo, quando è stata
pubblicata la prima bozza del nostro patrimonio genetico, hanno fatto parecchia strada, permettendo di rilevare variazioni
sempre più sottili fra i geni degli individui.
Non poteva essere altrimenti, spiega Wade, perché negli ultimi 50.000 anni il nostro patrimonio genetico ha sperimentato
notevoli pressioni evolutive (…) Non è possibile pensare che in quasi 50.000 anni nulla o quasi sia cambiato nel nostro
genoma o meglio nel genoma di gruppi rimasti distinti e quasi isolati tra loro”.
In sintesi, a dispetto dell’ideologia democratica che nega l’esistenza delle razze o le vuole ridurre a meri costrutti culturali,
la genetica conferma quello che ci dice l’osservazione comune non prevenuta: i diversi gruppi umani sono geneticamente
distinti e questa differenza è il prodotto dell’adattamento a diverse condizioni ambientali nei diversi habitat che la nostra
specie ha raggiunto popolando quasi tutto il pianeta su cui viviamo. Il meccanismo biologico della formazione delle razze è
dunque esattamente quello che caratterizza tutte le altre specie viventi: adattamento locale e almeno relativo isolamento
genetico.
Preoccupa il fatto che Nicholas Wade sia indicato come EX giornalista scientifico del “New York Times”; che abbia perso
il posto a causa di questo libro che, ci dice la presentazione de “Le scienze” ci dice ha provocato negli Stati Uniti polemiche
roventi? Non sarebbe certamente la prima volta che la tirannide che conosciamo sotto il nome di democrazia, in mancanza
di argomenti, tappa la bocca a chi osa esprimere opinioni “scomode” negando l’accesso ai media, stroncando carriere o con
il carcere.
Curiosamente, a questo discorso si collega molto bene quello di un saggio di Stefano Vaj apparso in internet alla fine di
marzo, e che può essere consultato all’indirizzowww.biopolitica.it, Biopolitica, specie e razze.
Il saggio, piuttosto ampio e suddiviso in vari capitoli (se stampato potrebbe agevolmente essere un libro) parte precisamente
dal presupposto che l’eliminazione del concetto di razza dalla specie umana non ha nulla di scientifico ma è l’espressione di
un aprioristico dogmatismo ideologico che impone cosa sia “giusto” o “sbagliato” credere indipendentemente dai fatti:
“La logica di rimozioni già descritta trova però un’espressione saliente nell’eliminazione dal vocabolario del concetto stesso
di razza, come substrato propriamente biologico dei popoli e delle culture che essi esprimono. In effetti, c’è chi ha proposto
seriamente di bandire tale termine, curiosamente però soltanto per le accezioni che riguardano la specie umana (…) L’homo
sapiens sarebbe l’unica specie affetta da un’incapacità costituzionale di suddividersi in razze (…) Il famoso musicologo ed
indianista Alain Daniélou già negli anni ottanta diceva:
“Il timore di infrangere tabù concernenti l’uso blasfemo di parole proibite fa sì che i più grandi scienziati, sociologi, biologi,
storici, impiegano sbalorditive circonlocuzioni per evitare di essere accusati di eresia razzista, cosa che farebbe
immediatamente condannare la loro opera”.
Notiamo che il concetto di “razzismo” ha subito un singolare spostamento: dall’affermazione magari violenta della
superiorità di una razza sulle altre, è passato a indicare la semplice constatazione che le razze e le differenze razziali
esistono. E’ come dire che più l’ideologia democratica si sente forte, più spinge il lavaggio dei cervelli della gente.
Cambiamo completamente scenario, collocandoci in tempi ben più prossimi rispetto all’origine della nostra specie o anche
delle popolazioni bianche e ritorniamo su quella dei popoli indoeuropei. Come vi ho già spiegato altre volte, l’ipotesi del
nostratico che li vorrebbe discendenti da agricoltori mediorientali che si sarebbero diffusi nel nostro continente portandovi
l’agricoltura, non è sostenibile, perché se così fosse, noi dovremmo constatare un apporto di geni di origine mediorientale in
Europa molto maggiore di quanto in effetti non si riscontri.
Come vi ho detto, noi constatiamo grazie alla genetica l’origine degli Europei attuali da tre diverse popolazioni ancestrali;
quella denominata eurasiatica settentrionale, che è la maggiormente rappresentata, quella di origine mediorientale (che
esiste anche se in grado molto minore da quanto supposto dai sostenitori del nostratico) e un terzo gruppo, particolarmente
antico, discendente da cacciatori-raccoglitori paleolitici risalente forse all’uomo di Cro Magnon e fra i cui discendenti
attuali vi sono ad esempio i Baschi.
Ora, un articolo apparso su “Le scienze” on line dello scorso marzo ci dà un’esatta quantificazione di questi tre gruppi
ricostruiti su base genetica. La componente di origine mediorientale si situa a non più del 12% del pool genico degli
Europei odierni, quella “basca” al 5% e quella eurasiatico-settentrionale a ben l’83%.
I nostri antenati erano perlopiù non pacifici agricoltori (poi chi ha detto che gli agricoltori siano tanto pacifici?) ma cavalieri
e allevatori nomadi, guerrieri e conquistatori. L’Europa non è stata colonizzata dal Medio Oriente ma, posto che si debba
41
collocare lì l’origine dell’agricoltura (cosa di cui si può dubitare, vista la priorità europea nell’allevamento bovino e
nell’utilizzo dei metalli), ne ha forse imparato le tecniche agricole per imitazione, perché, si, l’uomo europeo è un uomo
INTELLIGENTE.
Uno a uno, tutti i postulati dell’ideologia democratica crollano, si rivelano inconsistenti come fumo. Se non avesse dalla sua
parte il peso del sistema mediatico usato per raccontare menzogne senza scrupoli, non ci sarebbe partita.

Una Ahnenerbe casalinga, quindicesima parte

In attesa che la ricerca storica, archeologica, scientifica ci fornisca nuovi elementi sulla tematica delle origini, questa volta
procederemo in modo un po’ diverso dedicandoci a un approfondimento metodologico. Non si può affrontare il problema
delle origini della specie umana e del lungo lasso di tempo che va dalla sua genesi all’inizio della storia documentata senza
imbattersi nella questione delle razze. La specie umana, come tutte quelle esistenti (e verosimilmente esistite) nel mondo
animale o vegetale, è suddivisa in razze, ed è presumibile che alle differenze fisiche corrispondano differenti qualità
intellettuali e comportamentali.
Per la tirannide democratica da cui siamo oppressi, il concetto di razzismo si è spostato dal voler opprimere o peggio ancora
sopprimere una razza umana, o degli esseri umani per la loro appartenenza razziale, a questa semplice constatazione, che le
razze esistono. E’ il segno di un’ideologia che si fa man mano più soffocante e oppressiva quanto più si sente forte.
Alcuni studiosi vicini alla nostra “area” adoperano il termine “razzialismo”, volendo indicare la teoria, la constatazione, che
le razze esistono, senza pretesa, a differenza del “razzismo”, di stabilire una gerarchia di valore fra esse. Pur apprezzando il
tentativo, temo che non sarà sufficiente una parola per sventare gli strali di un nemico a cui della verità e dell’obiettività
scientifica non importa un bel nulla, ma che intenzionato a imporre con tutto il peso del potere mediatico e, all’occorrenza,
col pugno di ferro della repressione poliziesca, la più soffocante ortodossia.
L’aspetto paradossale della questione è che se noi intendiamo la parola “razzismo” nel suo significato “tradizionale” e
autentico, ossia discriminare, diffamare, perseguitare degli esseri umani in base a null’altro che alla loro origine etnica,
“razziale”, questa è una colpa dalla quale i democratici e i “sinistri” non possono certo chiamarsi fuori, anzi, è per davvero
la storia del bue che dà del cornuto all’asino.
Noi abbiamo sotto gli occhi l’esempio ripugnante dei democratici, della sinistra nostrana quella che si riconosce nelle sigle
del PD e di SEL, ma arriva fino all’estremismo dei sedicenti centri sociali, che pratica una politica di discriminazione
razzista verso i propri connazionali, gli italiani nativi, allo scopo di favorire gli stranieri, gli immigrati che, ultimi arrivati,
dovrebbero avere tutti i diritti e nessun dovere, ma questa politica non è unica, senza precedenti in Europa; è già stata
adottata vent’anni prima dai laburisti britannici, e per gli stessi sordidi motivi: calcolando che ogni voto di un immigrato
naturalizzato sarebbe stato un voto dato “a sinistra”, hanno pensato, come i nostri PDidioti, di procurarsi in tal modo il
margine che avrebbe consentito loro di rimanere al potere in eterno. Solo oggi alcuni di costoro hanno mostrato un tardivo
pentimento, rendendosi conto del danno arrecato alle classi lavoratrici inglesi, il valore del cui lavoro si è deprezzato e le cui
condizioni di vita si sono abbassate precisamente in conseguenza dell’importazione di braccia non qualificate a basso
costo, Nigel Farage e i suoi seguaci si sono staccati dal partito laburista dando vita a un movimento anti-euro e anti-
immigrazione. Quando i buoi sono scappati, ci si affanna a fare la porta alla stalla. Chissà se fra venti o trent’anni i nostri
PDidioti mostreranno analoghi segni di pentimento. C’è da dubitarne, visto che nessuno più di loro ha mai mostrato di
considerare il popolo “sovrano” altro che un gregge di pecore da sfruttare per fini di arricchimento personale.
Oltre a questo razzismo pratico, c’è un razzismo semi-argomentato o pseudo-argomentato sempre democratico, sempre di
sinistra e diretto, come al solito, verso chi ha la colpa di essere caucasico, “bianco”. Ve ne ho parlato con una certa
ampiezza nel mio precedente scritto La vergogna, la violenza e la stupidità, per cui ora ve lo richiamo in breve: si tratta di
un’invenzione dei liberal americani, analoghi dei nostri sinistrorsi: in poche parole, secondo costoro, l’appartenere a una
comunità unirazziale, scegliersi un partner della propria razza, come anche negli USA continua ad avvenire soprattutto negli
ambienti rurali, sarebbe l’equivalente dell’incesto. Un concetto, non occorre sottolinearlo, che vale solo per i bianchi
caucasici, non per gli afro-americani né per gli appartenenti ad altre etnie e tanto meno per gli intoccabili ebrei, che hanno
un’ “identità culturale” da preservare.
Noi abbiamo visto, e non credo sia necessario ritornarci se non con un fuggevole accenno, che la FAVOLA, che non si può
nemmeno considerare un’ipotesi né tanto meno una teoria scientifica, dell’ “Out of Africa”, dell’origine africana della
nostra specie, con il sottinteso che noi bianchi caucasici saremmo dei neri “sbiancati”, è stata inventata per distruggere il
concetto di razza, per imporre il dogma democratico che “le razze umane non esistono”.
Tuttavia, è difficile impedire alla verità di venire a galla: scienziati e ricercatori, etnologi, antropologi, linguisti sono
costretti a ricorrere a circonlocuzioni macchinose, imbarazzanti e ridicole per non dire le cose come stanno troppo
esplicitamente e venire così apertamente in urto con il dogma, il pregiudizio, la mistificazione democratica, ma talvolta la
verità che non vorrebbero dire scappa loro fra i denti.

42
In un precedente articolo di questa serie, vi ho citato un’incauta ammissione di quello che è probabilmente almeno da noi il
top dell’antropologia “politicamente corretta”, Luigi Luca Cavalli Sforza a cui in un’intervista è scappata un’incauta
ammissione: “Etnia e razza sono praticamente la stessa cosa”.
Decenni di elucubrazione di Claude Levi Strauss e discepoli, che si sono sforzati di persuaderci che l’etnia è determinata da
fattori culturali: il linguaggio, le credenze, gli usi e i costumi, che non hanno nulla a che vedere con la genetica, la razza,
l’eredità biologica, spazzati via all’improvviso, come ragnatele sotto un colpo di scopa!
Naturalmente, si comprende bene che una cosa è un’osservazione casuale, quasi di sfuggita, come questa, ben altro è
quando un ricercatore ammette in maniera esplicita che i risultati delle sue ricerche vanno chiaramente a smentire
l’ortodossia democratica imposta e dominante.
Un esempio in questo senso è rappresentato da Edward O. Wilson, fondatore della sociobiologia, lo rilevava Sergio Gozzoli
in un bell’articolo, La rivincita della scienza, pubblicato nel 1997 su “L’uomo libero”: molte caratteristiche umane, e
proprio quelle che siamo portati a considerare specificamente umane, dipendono da un’ineludibile base genetica:
“Il problema centrale, conclude Wilson, è che dalla genetica non dipendono soltanto l’intelligenza, le inclinazioni, i ruoli,
l’aggressività e l’emotività, ma anche le scelte morali fondamentali, che non sono affatto il prodotto di un libero arbitrio, ma
espressione di tendenze iscritte da sempre nel patrimonio genetico del nostro cervello”.
Queste ammissioni in palese contrasto con il dogma democratico, devono essere costate a Wilson un’autentica sofferenza,
infatti ci racconta Gozzoli:
“Edward O. Wilson, è un vecchio liberal, infarcito da sempre delle antiche sciocche credenze politically correct –
antirazzismo, femminismo, permissivismo sessuale, bontà naturale dell’uomo, raziopacifismo – ed enuncia le verità
inconfutabili della scienza con palese rammarico”.
Il che però non ha impedito che le sue conferenze siano state bruscamente interrotte da violente aggressioni, soprattutto a
opera di commando di femministe, quando si è permesso di ipotizzare che le differenze di comportamento fra uomo e donna
non derivino da fattori educativi, ma affondino le loro radici nella differenza biologica fra i due sessi.
Un caso ancora più emblematico è quello di Arthur Jensen. Jensen, uno dei più eminenti psicologi americani, ha iniziato le
sue ricerche che lo hanno portato nella categoria dei reprobi, con l’intento di dimostrare che la ben nota differenza di Q.I.
medio di ben 15 punti fra bianchi caucasici e afroamericani, non dipende dalla razza ma da rimediabili fattori sociali e
culturali, come prescrive il dogma democratico, ma esse gli hanno presto dato l’evidenza del contrario, e vale la pena di
citare un esperimento davvero notevole, un experimentum crucis, avrebbe detto Francesco Bacone, uno di quegli
esperimenti cruciali che davvero tagliano la testa al toro.
Noi sappiamo che gli afroamericani non sono un gruppo razzialmente omogeneo, presentano un 20-30% di sangue
caucasico. Jensen usò come soggetti degli afroamericani che suddivise in tre gruppi, a seconda che si avvicinassero come
caratteristiche fisiche all’europeo caucasico, fossero in una situazione intermedia o fossero maggiormente vicini al nero
puro africano.
I tre gruppi appartenevano al medesimo strato sociale e culturale e tutti e tre erano composti da soggetti considerati “neri”,
si erano bilanciati, “randomizzati” si dice in gergo scientifico, i fattori di ordine ambientale, culturale, appreso. Jensen si
aspettava che, sottoposti a test d’intelligenza, fra essi non emergesse alcuna differenza significativa; invece i risultati furono
presto chiari: il gruppo più “bianco” risultava più intelligente e vicino allo standard della popolazione caucasica, quello più
“africano” otteneva i risultati peggiori, e quello “di mezzo” si poneva in una situazione intermedia. Era la prova evidente
della dipendenza del quoziente intellettivo da fattori genetici, cioè razziali.
Bisogna notare che Jensen non era affatto “un razzista”, riteneva di agire nell’interesse degli afroamericani evidenziando il
fatto che i loro ragazzi necessitano di programmi educativi differenziati, soprattutto commetteva l’errore di pensare che in
ciò che viene chiamata “scienza” i fatti contino più del pregiudizio ideologico. E’ in questa chiave che va letta la relazione
da lui presentata nel 1973 al XXVII Congresso Internazionale di Psicologia Applicata, Educability and Group Differences.
Il risultato fu la perdita della cattedra, l’essere additato come campione di razzismo, e diversi attentati alla sua vita che lo
costrinsero a vivere per parecchi anni sotto scorta (pagando i bodyguard di tasca propria, non era mica Saviano!). Bizzarro,
vero? I metodi con cui si difende l’ortodossia democratica somigliano stranamente a quelli della mafia.
In Italia, una traduzione della relazione di Jensen è stata pubblicata nel 1981 su “L’uomo libero” (non poteva essere che una
pubblicazione “di area”), Genetica, educabilità e differenze fra le popolazioni, un testo alquanto tecnico, di lettura non
facile, ma di estremo interesse.
“L’uomo è PER NATURA un animale culturale”, diceva il grande Konrad Lorenz, evidenziando il fatto che è precisamente
la sua NATURA biologica e genetica che gli consente di essere un produttore e portatore di cultura e che pertanto,
contrapporre le due cose è un assurdo. C’è, a dire il vero, l’implicito sottinteso che poiché la natura, l’eredità genetica
biologica non è uguale in tutti gli uomini e in tutti i gruppi umani, del pari differenti saranno le capacità di creare e
trasmettere cultura.
Il pensare il rapporto natura-cultura in termini di opposizione è tipico del marxismo (e dell’antropologia culturale di Levi
Strauss, che però rappresenta a livello di mentalità comune, dell’auto-percezione della gente, qualcosa di ben meno
rilevante dell’ideologia “rossa”), e non è altro che la traduzione in forma laicizzata e moderna della contrapposizione
43
materia-spirito tipica del cristianesimo, ed è del pari una concezione innaturale e anti-naturale. Il marxismo per questo lato
si dimostra chiaramente una filiazione adattata alla nostra epoca del “bolscevismo dell’antichità”, una visione dell’uomo e
del mondo deformata e deformante.
Io credo tuttavia che sia sbagliato reagire a un errore con un errore di segno opposto, è meglio rispondere ad esso
imboccando la strada della ragionevolezza e, per quel che le nostre possibilità e conoscenze ce lo consentono, della verità.
Il rapporto fra natura e cultura è di tipo dinamico e dialettico; la base genetica e razziale è imprescindibile, ma a sua volta la
cultura, l’ambiente, l’appreso, hanno un’influenza su di essa. Lo si vede molto bene dal fatto, ad esempio, ben noto agli
antropologi, che fra popolazioni geograficamente vicine ma culturalmente differenti, lo scarto genetico è corrispondente allo
scarto culturale, in particolare linguistico. In questi casi, l’incomunicabilità linguistica agisce come ostacolo
all’interscambio genetico proprio come se fosse un ostacolo fisico, ed è il motivo per cui la lingua è solitamente un buon
indicatore (non assoluto, s’intende) della nazionalità.
La genetica dà delle potenzialità che poi saranno, l’ambiente, l’educazione, l’apprendimento a sviluppare o a deprimere. Un
esempio drammatico in questo senso è rappresentato dalla profonda giudaizzazione degli Stati Uniti, dovuta alla loro cultura
protestante, calvinista e all’ossessione biblica, a cominciare proprio dal nucleo caucasico anglosassone degli “States”. Come
faceva rilevare Silvano Lorenzoni, “Un calvinista è un ebreo in tutto fuorché nel nome”, pur trattandosi di persone
caucasiche dai tratti spesso nordici.
Gli Stati Uniti sono un’invivibile società multietnica, come l’Europa stessa si appresta a diventare in conseguenza di
un’immigrazione che si poteva evitare aiutando in loco le popolazioni povere del Terzo Mondo, e che invece e stata voluta e
incoraggiata per imbastardire i popoli europei, ma hanno almeno il vantaggio di presentarsi come un enorme laboratorio
dove le differenze fra le diverse etnie possono essere studiate.
Si constata che le persone di origine asiatica (cinese o giapponese) hanno un quoziente di intelligenza lievemente superiore
a quello dei bianchi caucasici, cinque punti, un terzo della distanza che separa i bianchi dai neri, tuttavia questa differenza
esiste.
En passant, essa costituisce una risposta nei fatti concreti a tutti i liberal che, arrampicandosi sugli specchi, sostengono che i
test di Q. I. non sarebbero obiettivi ma rifletterebbero gli standard culturali della popolazione caucasica.
Ricerche più attente hanno dimostrato che questa differenza non esiste nel momento dell’ingresso nella scuola elementare,
quando il livello dei bambini afroamericani si dimostra già nettamente inferiore a quello dei loro coetanei bianchi e asiatici,
ma si evidenzia man mano con gli anni.
La spiegazione più probabile, è che essa sia dovuta all’apprendimento e ai diversi stili educativi delle famiglie bianche e
asiatiche. I genitori asiatici sono in genere più severi di quelli europei, pretendono dai figli impegno e rispetto puntuale delle
consegne scolastiche, laddove questi ultimi sono di solito più lassisti e permissivi.
Capite quello che significa? L’educazione lassista, permissiva, “democratica” non soltanto impone ai ragazzi
un’acquisizione carente e imperfetta delle conoscenze culturali e anche delle nozioni tecniche che domani dovranno essere
loro utili sul lavoro, ma deprime lo sviluppo stesso dell’intelligenza.
Razza e cultura, quest’ultima si riassume soprattutto nel concetto di tradizione che parte dal rispetto dell’autorità genitoriale.
Purtroppo la direzione – LA CHINA – verso cui si sta sempre di più avviando il nostro mondo, non è certo questa

Una Ahnenerbe casalinga, sedicesima parte

Riprendiamo i lavori della nostra Ahnenerbe casalinga, la nostra ricerca sulle origini e l’eredità degli antenati, sperando
sempre che il paragone con la Ahnenerbe del Terzo Reich non appaia troppo presuntuoso. I nostri mezzi sono limitati, la
carne è debole, ma lo spirito è forte e non si lascia piegare tanto facilmente.

Come avete visto, recentemente ho derogato alla regola che mi ero dato, di concentrare sotto questo titolo, che vorrei
considerare quello di una vera e propria rubrica, tutte le tematiche riguardanti le origini, e vi ho presentato un nuovo
capitolo di “Ex oriente lux”, il quattordicesimo. Questo per venire incontro a una richiesta di diversi di voi, e soprattutto di
Ernesto Roli. Obiettivamente, era possibile non dare soddisfazione al nostro Roli, insigne ricercatore, già collaboratore di
Adriano Romualdi e nostro buon amico? Certamente no!

Ma torniamo alla nostra tematica principale, riguardo alla quale negli ultimi tempi sono emerse cose di notevole interesse di
cui dobbiamo dare conto. Si tratta, ve lo dico subito, di novità che vanno a rafforzare quel quadro che abbiamo già visto. La
realtà dei fatti ha il brutto difetto di non essere “politicamente corretta”, considerata da vicino, non può che dare brucianti
smentite a tutte le fole “democratiche” e “antirazziste” che ci vengono propinate.

Alla base dell’ideologia democratica e antirazzista c’è una DOPPIA FALSIFICAZIONE. Da un lato, infatti, si pretende che
“i razzisti” (concetto lasciato volutamente vago al punto da potervi includere tutti coloro che non “pendono a sinistra”) sono
presentati A PRIORI come individui ignoranti e beceri, dall’altro si è modificato il concetto di razzismo, estendendolo dal
44
voler opprimere o addirittura sopprimere altre persone in base alla loro appartenenza razziale, alla semplice constatazione
che le razze umane esistono, in modo da impedirci di renderci conto che gli attuali trend demografici e l’immigrazione
puntano diritti alla sparizione della NOSTRA gente. Insieme, le due cose – se non ne abbiamo consapevolezza – finiscono
per costituire una sorta di morsa ideologica nella quale chiunque non sia un “democratico” e “antirazzista” sinistrorso col
cervello bacato precisamente nella direzione voluta dal sistema al potere, rischia di rimanere strangolato.

La verità dei fatti, ovviamente, è esattamente l’opposto: sono “i democratici”, gli “antirazzisti” gli ignoranti, coloro che
ignorano o hanno una visione distorta di ciò che la biologia, la ricerca scientifica fondamentale ha da dirci sulla natura di cui
facciamo parte, e su noi stessi.

Se qualcuno avesse dei dubbi a questo riguardo, forse troverebbe utile la lettura di un articolo apparso su “Le scienze” in
data 13 marzo 2014 (di cui sono venuto a sapere ultimamente – quasi non occorrerebbe dirlo – grazie alla segnalazione del
nostro ottimo Luigi Leonini). Stiamo parlando, lo voglio sottolineare, non di un sito dell’estrema destra, ma di “Le scienze”.

L’articolo: “Occhi e capelli chiari selezionati più che dall’ambiente, dalle preferenze sessuali”, è ripreso da un testo
pubblicato sui “Proceedings of National Sciences firmato da ricercatori dell’Università Johannes Gutenberg di Mainz
(Germania) e dell’University College di Londra guidato dalla paloeantropologa Sandra Wilde dell’ateneo tedesco, ed
espone i risultati di una ricerca condotta da un team di scienziati anglo-tedeschi confrontando il DNA ricavato dai resti di
150 individui vissuti nelle steppe caspiche e pontiche tra 6.500 e 4.000 anni fa con quello di 60 ucraini moderni.

Noi sappiamo che gli Europei di oggi e le caratteristiche razziali “bianche” sarebbero derivati da antenati più “scuri” anche
se non, con ogni verosimiglianza a dispetto di quel che sostiene “la teoria” antirazzista dell’Out Of Africa, da antenati simili
agli attuali neri subsahariani, che sono invece una derivazione molto più recente, in base a un processo di selezione naturale,
poiché la melanina nella pelle e quindi la pelle scura, alle latitudini europee ostacolano l’assorbimento della vitamina B e
provocano il rachitismo. Tuttavia, hanno osservato i ricercatori guidati dalla Wilde, questo va bene per l’epidermide, ma
non spiega la contemporanea acquisizione dei capelli biondi e degli occhi azzurri. Per spiegare quest’ultima, sarebbe entrata
in gioco la selezione sessuale, cioè il fatto che le persone dotate di tali caratteristiche risultano, e risultavano evidentemente
anche migliaia di anni fa, più attraenti per i potenziali partner dell’altro sesso.

“E’ possibile che i capelli più chiari e il colore degli occhi abbiano funzionato come segnale del gruppo di appartenenza,
giocando di conseguenza un ruolo nella selezione del partner, osserva la Wilde che ricorda che questo tipo di selezione è
comune negli animali, ma potrebbe essere stato una delle forze trainanti anche dell’evoluzione umana nel corso degli ultimi
millenni”.

Fermiamoci un momento, e cerchiamo di capire la rilevanza di questo discorso anche per chi, come la maggior parte di noi,
Italiani ed Europei dell’Europa meridionale, non ha affatto i capelli biondi e gli occhi azzurri. Il concetto-chiave è quello di
“segnale del gruppo di appartenenza” come elemento di attrattiva per un potenziale partner.

Ragioniamo, e cerchiamo di farlo in termini di scienza biologica. La tendenza inconscia insita in ogni vivente, è quella a
diffondere quanto più possibile i propri geni nelle generazioni future. I PROPRI geni, non quelli di qualcun altro.
Chiaramente, ciascuno di noi può trasmettere a un figlio solo la metà del proprio patrimonio genetico, e l’altra metà verrà
dal nostro partner. Quanto più il partner è simile a noi, tanto più a un figlio trasmetteremo oltre a quelli che sono
direttamente i nostri geni, geni simili ai nostri. Questo semplice fatto determina la prima e più naturale forma di “razzismo”,
la scelta di un partner SIMILE A NOI, che fa parte del nostro gruppo. Da questo punto di vista, se non è deviato da
strumenti di pressione “culturale”, l’atteggiamento naturale nella scelta del partner è “il razzismo”, non “l’antirazzismo”.
Dal punto di vista biologico, la propensione al meticciato è una scelta INNATURALE.

E’ vero però che migliaia di anni fa nelle steppe ucraine non c’erano né la pubblicità di Benetton, né Oliviero Toscani o altri
prezzolati e ben pasciuti propagandisti servi di un sistema che ha programmato l’estinzione dell’uomo europeo per
imbastardimento.

Negli Stati Uniti, dove l’imbonimento e il lavaggio del cervello mediatici sono più avanzati che da noi, l’abbiamo visto in
una serie di articoli precedenti, e la mescolanza razziale è diffusa in maniera disomogenea, con la popolazione bianca che è
minoranza nei centri urbani, mentre rappresenta la preponderanza quasi assoluta negli ambienti rurali, abbiamo le vere e
proprie campagne di calunnia contro “i campagnoli” rappresentate da pellicole hollywoodiane come Un tranquillo Week
End di paura o Le colline hanno gli occhi, e l’insinuazione dell’idea che avere un partner della nostra stessa razza sia più o

45
meno l’equivalente di un incesto. IL SISTEMA, a cui della salute della specie non frega nulla, vuole un mondo meticcio. E’
il piano Kalergi all’opera su entrambe le sponde dell’Atlantico.

A fine giugno, sempre il nostro infaticabile Luigi, ha riproposto in internet un articolo già apparso nel 2006 su “La
Repubblica” (anche in questo caso, non un sito dell’estrema destra, “La Repubblica”!). Si tratta di una vicenda di cui vi ho
già parlato ma, dato che essa è estremamente rivelatrice di come realmente si svolge “La ricerca” scientifica in determinati
settori, è il caso di ritornarci brevemente sopra.

Il genetista Bruce Lahn della University of Chicago avrebbe individuato due geni che controllano lo sviluppo del cervello,
che sarebbero un’acquisizione avvenuta nelle ultime migliaia di anni, e sarebbero responsabili di quel “salto di qualità”
dell’intelligenza che avrebbe permesso l’utilizzo di nuove risorse e la creazione di società complesse come quelle nelle
quali viviamo, una scoperta fondamentale, MA QUESTI GENI SONO PRESENTI NELLE POPOLAZIONI BIANCHE ED
ASIATICHE E NON NEI NERI. Lahn, occorre sottolinearlo, è un sino-americano nato in Cina e non è sospettabile –
ammesso che esistano e non siano la pura e semplice constatazione dei fatti – di condividere i “pregiudizi bianchi”
sull’argomento.

Gli è stato fatto capire che negli USA (ma certamente anche da noi) esiste una vera e propria (la definizione è sua) “polizia
del politicamente corretto” e che se non avesse abbandonato simili studi “controversi”, la sua carriera scientifica sarebbe
stata rapidamente stroncata come è avvenuto per esempio a E. O. Wilson e Arthur Jensen. I metodi con cui la democrazia si
difende dai suoi nemici, soprattutto dal suo nemico peggiore, la conoscenza della realtà dei fatti, sono in tutto e per tutto gli
stessi della mafia.

La genetica non smette di rivelarci sorprese. Noi possiamo tranquillamente dire che oggi conosciamo meglio lo spazio
esterno al nostro pianeta di noi stessi. Forse alla base di ciò c’è un inconfessato timore di quel che essa ci potrebbe rivelare
su di noi e il divenire della nostra specie, forse è soprattutto per il potere che sta dietro la maschera delle nostre società
“democratiche”, che meno se ne sa, meglio è.

Una recente scoperta sembra rimettere in discussione molte cose che davamo per scontate, almeno in una certa misura
sembra essere una rivincita di Jean Baptiste de Lamarck e dell’idea dell’eredità dei caratteri acquisiti. E’ sempre,
curiosamente, la pagina scientifica della “Repubblica”, questa volta del 13 aprile 2014, a darci notizia dei risultati di una
ricerca condotta da un team del Brain Research Institute dell’Università di Zurigo coordinato da Isabelle Mansuy. Questi
ricercatori avrebbero individuato dei piccoli frammenti di materiale genetico, chiamati Micro RNA, che avrebbero un ruolo
chiave nel funzionamento di tessuti e organi, perché conterrebbero le istruzioni per il montaggio delle proteine, ma non è
tutto, perché essi conserverebbero anche la memoria degli eventi traumatici che hanno interessato l’organismo, e poiché si
tratta di materiale genetico, sarebbero trasmissibili fino alla terza generazione.

Un argomento su cui spereremmo di sapere presto qualcosa di più, anche perché sembra rimettere in gioco certe idee
tradizionali sull’effetto che il comportamento dei padri potrebbe avere su figli e nipoti.

Io devo ancora una volta esprimere la mia gratitudine per l’ottimo lavoro di ricerca e segnalazione del nostro Luigi Leonini,
che ci segnala un articolo che da adito a riflessioni del massimo interesse, e che proviene da una fonte che, in tutta sincerità,
a me sarebbe passata inosservata, ossia “Riza psicosomatica” di Raffaele Morelli.

L’articolo ha un titolo che più auto-esplicativo di così non potrebbe essere: “Il buonista fa male a sé e agli altri”. Il
buonismo esasperato, che è tutt’altra cosa dalla bontà, è indubbiamente uno dei grandi mali del nostro tempo, e colui che è
pronto a giustificare tutto, fa male non solo a se stesso ma anche a quanti gli stanno vicini.

“Mi tratta male perché in realtà vuole spronarmi”, “Si arrabbia con tutti ma in fondo è un buono”, “Non lo fa apposta, è
fatto così, è il suo modo di essere”, “Non è permaloso, è soltanto molto sensibile”. Sono alcune delle frasi che descrivono
l’atteggiamento ipercomprensivo che a ogni costo vuole vedere negli altri che prevaricano, offendono o tramano, aspetti o
intenti positivi che in realtà non ci sono. E’ un atteggiamento a tutto campo ma che viene espresso soprattutto con le persone
dai comportamenti più discutibili, che meriterebbero proprio il contrario”.

Nell’articolo, Morelli ha un target preciso, come è facile comprendere, le donne che tollerano e giustificano comportamenti
violenti e maneschi oppure manipolatori del loro partner, fino a quando non è troppo tardi, e vanno ad arricchire l’elenco dei
femminicidi. Noi capiamo facilmente però che lo stesso discorso può essere letto in un’altra chiave, anzi, in altre due chiavi
diverse: da un lato il buonismo esasperato di una magistratura prevalentemente di sinistra, che sembra non ritenere
46
meritevole di punizione nessuno ad eccezione di chi si difende o reagisce alla violenza altrui, specie se in divisa, o se colui
da cui ci si difende è un extracomunitario. Dall’altro lato, più in generale, è una fotografia perfetta dell’atteggiamento
cristiano-sinistrorso nei confronti delle zecche, della feccia che la cosiddetta immigrazione porta sulle nostre coste.
L’atteggiamento è lo stesso: questi invasori cosiddetti immigrati non ci apportano altro che delinquenza, degrado, malattie,
stupri, insicurezza sociale, imbarbarimento del vivere quotidiano, ma i sinistrorsi si ingegnano a ogni modo a vedervi
positività inesistenti.

Involontariamente, con l’analisi psicologica di questo buonismo, Morelli ci dà una chiave importante per comprendere la
mentalità di sinistra. Alla base di esso, infatti, non c’è bontà, ma piuttosto un enorme narcisismo.

“E’ come se si trovasse una particolare soddisfazione nell’essere l’unico a scovare “la vera essenza”, ovviamente buona, di
qualcuno che agli occhi di chiunque altro, appare riprovevole. Come se ci si realizzasse nel vedere quel che gli altri non
vedono… Quella dell’ipercomprensione è una maschera: l’immagine della “bella persona” da cui non escono critiche o
emozioni negative”.

Il buonismo sinistrorso non solo è una visione deformata e narcisistica della realtà, ma paradossalmente, non è che l’altra
faccia della spietata brutalità del comunismo dei “tempi d’oro”; l’atteggiamento di base è sempre lo stesso: l’illusione di
essere virtuosi e con una conoscenza superiore agli altri, a dispetto delle conseguenze disastrose delle proprie azioni. D’altra
parte, l’antica violenza “rossa” non è certo morta, e continua a essere riservata a coloro che non condividono il narcisismo,
le illusioni e le ossessioni dei “compagni”, e che questi ultimi chiamano “fascisti”.

Difendere il futuro della nostra gente, è un’impresa titanica, ma la prima cosa da fare, è quella di denunciare le
deformazioni mentali e le falsità che stanno alla base della mentalità democratica e sinistrorsa.

Una Ahnenerbe casalinga – diciassettesima parte –


Riprendiamo i lavori della nostra Ahnenerbe casalinga, della nostra ricerca delle origini. Questa volta però ci dedicheremo a
un tema molto specifico. Secondo una vulgata molto diffusa nella mentalità democratica, marxista e via dicendo, i motivi
della guerra, del conflitto fra esseri umani diversi, nascono con le società storiche complesse e organizzate.

“l’uomo nasce buono e la società lo corrompe”. Questa famosa frase di Jean Jacques Rousseau è diventata una specie di
dogma per democratici e “sinistri” di ogni specie, assieme al rimpianto per una presunta condizione edenica precedente alla
presunta corruzione e il sogno di rifondare la società in modo da tornare alla dimensione paradisiaca delle origini. Che poi
tutti i tentativi di muoversi in una simile direzione si siano trasformati in nuove ondate di sangue, violenza, orrore, è una
contraddizione da cui queste anime pure non sono generalmente toccate.

Non occorrerebbe nemmeno dirlo, ma qui “il pensiero” (lo sragionamento) di sinistra s’incontra con quello cristiano; anche
qui è tipico il rifiuto di un mondo competitivo, l’invito a fare come i gigli dei campi, che “non filano e non tessono”, e mai
re Salomone non ebbe una veste più splendida della loro. Anche qui si passa dal porgere l’altra guancia all’inquisizione e ai
roghi degli eretici.

E’ importante capire che questa visione del tutto contraria alla realtà dei fatti continua a essere alla base della concezione di
sinistra e cristiana. Se non si vedesse nelle popolazioni extraeuropee che oggi l’immigrazione ci porta in casa una qualche
sorta di inesistente purezza primigenia, sarebbe impossibile capire come costoro riescono a vedere “delle risorse” in questi
immigrati che in realtà ci arrecano soltanto degrado, sporcizia, malattie, stupri, criminalità e violenza di ogni sorta oltre a
costituire un aggravio di bocche da sfamare che vengono a pesare su economie già in crisi.

Bene, gli indizi che la concezione democratica, cristiana e marxista sia al riguardo assolutamente errata, l’esatto contrario
della realtà, sono, per usare il linguaggio giuridico, “gravi, precisi, concordanti”.

Che i cosiddetti “buoni selvaggi” fossero in realtà caratterizzati dalla propensione al furto alla violenza, alla pratica
disinvolta dell’omicidio, se ne accorsero nonostante i loro paraocchi illuministi, già i navigatori europei del settecento, a
cominciare da James Cook e i suoi marinai a cui capitò di finire a riempire gli stomaci dei nativi delle Hawaii. Per inciso, al
contrario di quanto hanno cercato di darci ad intendere da mezzo secolo a questa parte, oggi abbiamo le prove che il
cannibalismo è tutt’altro che scomparso ad esempio dall’Africa.

All’altro estremo della scala, arretrando verso quel passato pre-umano da cui origina la nostra specie, sappiamo che gli
scimpanzé, i nostri parenti biologici più stretti nel mondo animale, sono tutt’altro che i pacifici mangiatori di frutta che si
47
credeva un tempo, che sono abili e accaniti cacciatori di piccoli primati, che sono accanitamente territoriali e l’incontro di
una loro tribù con quella di altri consimili dà luogo a scontri violenti e spesso a episodi di cannibalismo.

Che anche l’uomo di Neanderthal fosse aggressivo verso i suoi simili appartenenti ad altre tribù e cannibale, appare oggi
altamente probabile. C’è da segnalare tra l’altro il recente ritrovamento in un sito musteriano di un osso cranico umano che
mostra i segni di essere stato a lungo usato come raschiatoio. Chi considera i suoi simili materia prima per utensili, non avrà
certo difficoltà a considerarli anche riserve ambulanti di proteine.

E’ probabile che fino a quando le società umane sono rimaste allo stadio di cacciatori-raccoglitori nomadi, le guerre siano
rimaste delle scaramucce locali, ma questo in primo luogo perché il popolamento umano del nostro pianeta era
estremamente rado, e secondariamente perché ciò che ciascuna tribù possedeva era poco e ben poco diverso dal patrimonio
dei suoi vicini, al punto che non valeva la pena rischiare la pelle per impadronirsene, NON perché costoro avessero nei
confronti dei non appartenenti al loro gruppo un atteggiamento amichevole e non aggressivo.

Le conclusioni sono estremamente chiare: la guerra, la violenza, il razzismo, l’odio verso chi non appartiene al proprio
gruppo NON SONO un’invenzione delle società storiche organizzate, ma affondano le radici nel passato pre-umano,
derivano direttamente dagli atavici istinti sociali dei primati. Ciò che cristiani e sinistri fanno oggetto di un rimpianto
edenico, è qualcosa che in realtà non è mai esistito.

Bene, ora siamo in grado di passare dagli indizi gravi, precisi, concordanti alle prove irrefutabili. Naturalmente, si tratta di
nozioni che restano piuttosto circoscritte nell’ambito degli specialisti e si evita che arrivino al grosso pubblico, dato che
potrebbero mettere in crisi la concezione cristiana, illuminista e marxista. E’ impossibile non pensare ai reperti egiziani di
Jebel Sahaba che suggerivano conclusioni simili, e sono rimasti in un magazzino per trent’anni senza essere studiati.

“Le scienze” on line del 24 agosto riporta un articolo già apparso sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”,
firmato dai ricercatori di un team tedesco-svizzero delle Università di Mainz e Basilea guidati da Christian Meyer, e già il
titolo dell’articolo non potrebbe essere più esplicito: Massacri e torture nei conflitti del neolitico europeo. I ricercatori hanno
studiato i resti umani emersi da una fossa comune di età neolitica risalente a 7000 anni fa nella località tedesca di Schoneck-
Kilianstandten in Germania, contenente i resti di almeno 26 persone. Il ritrovamento si colloca nella facie culturale della
ceramica a nastro (LBK per gli specialisti) e fa seguito al rinvenimento di altre due fosse comuni all’incirca coeve scoperte
ad Asparn/Schletz in Austria e a Talheim in Germania.

Le sepolture non presentano nessuno dei segni di inumazioni rituali caratteristiche dell’epoca, i corpi vi sono stati buttati
dentro alla rinfusa. Tutti gli scheletri, fra cui ve ne sono diversi di bambini, presentano i segni di torture e mutilazioni.
Colpisce in modo particolare una delle foto che corredano l’articolo, quella del cranio di un bambino di età presumibile fra i
tre e i cinque anni, sfondato da un violento colpo d’ascia. Tutti gli scheletri hanno le gambe sistematicamente spezzate, a
riprova che torture e mutilazioni furono inflitte in modo intenzionale. E’ la prova evidente della distruzione di un gruppo
umano ad opera di un gruppo rivale.

L’articolo fa parte un vero e proprio fascicolo che la più nota rivista di divulgazione scientifica dedica al tema
dell’aggressività umana e al radicamento di quest’ultima nel passato biologico della nostra specie, perché è certo che
Rousseau si sbagliava attribuendola alla “civiltà corruttrice”, tanto quanto è in errore la bibbia disegnando una prospettiva
edenica ante-peccato originale, tanto quanto si sbagliava Marx illudendosi che bastasse cambiare la struttura sociale per
porvi rimedio (ma naturalmente, che cristianesimo, illuminismo e marxismo abbiano preso delle cantonate grosse come
montagne, non è una conclusione de “Le scienze” ma mia, sebbene mi sembra che tutto il discorso non lasci spazio a esiti
diversi).

Sempre di questo “fascicolo” fa parte un articolo di Gianbruno Guerriero (nomen est omen?), che s’intitola Nati per
distruggere? Guerre e aggressività nella specie umana. Quest’ultimo parte da una considerazione di politica/storia recente:
la caduta del muro di Berlino, la sparizione del sistema sovietico, la fine del mondo diviso in blocchi contrapposti, avevano
ingenerato la speranza dell’inizio di un’epoca di pace per l’umanità, speranza che gli eventi successivi hanno amaramente
deluso. Oggi la tipologia dei conflitti appare mutata rispetto al passato: in genere cominciano come crisi interne di uno stato
che man mano diventano l’epicentro di convulsioni sempre più gravi, di un sisma che progressivamente coinvolge i Paesi
vicini; la crisi della ex Jugoslavia e quella siriana-irachena con l’emergere dell’ISIS sono forse gli esempi più tipici.

Subito dopo, l’autore fa un’osservazione a mio parere estremamente importante: la globalizzazione e l’avvento di società
multietniche non hanno portato a una riduzione della conflittualità umana ma, al contrario, l’hanno decisamente inasprita,
48
perché hanno portato al formarsi di una serie di “identità di ghetto”, una frammentazione in gruppi ciascuno dei quali
indifferente od ostile (potenzialmente ostile) a ciò che lo circonda. Basterebbe questa constatazione a tagliare le gambe a
qualsiasi buonismo sinistroide (catto-sinistroide, perché la differenza tra cristianesimo e sinistra è diventata sempre più
impalpabile).

La tradizione illuminista-buonista risalente a Rousseau che ha trovato i suoi interpreti moderni nell’antropologia culturale,
Margareth Mead oltre a Claude Levi Strauss, ha trovato una totale smentita nelle ricerche etologiche recenti, Konrad Lorenz
innanzi tutto, ma l’autore si lascia scappare anche un’allusione a Robert Ardrey e al suo discusso e ingiustamente
ghettizzato L’istinto di uccidere, e agli studi sul comportamento dei primati a noi affini, che rimandano all’idea che
comportamenti aggressivi che possiamo “in nuce” definire bellici, fossero già propri del pan ancestrale, l’antenato comune
dell’uomo e dello scimpanzé.

Ciò non toglie naturalmente che con l’emergere della nostra specie, i conflitti abbiano fatto un netto salto di qualità, poiché
asce, lance e zagaglie, le stesse armi forgiate per la caccia, si rivelavano ancor più utili nelle dispute con gruppi concorrenti.

Infine Guerriero si sofferma sull’influenza del fattore religioso: la religione non sarebbe di per sé causa di conflitti, ma ha la
proprietà di rendere qualsiasi contrasto non negoziabile, perché posizioni che riguardano vantaggi e risorse di natura
materiale, grazie ad essa diventano questioni di principi e di valori sulle quali non è ammesso transigere o ricercare un
compromesso.

So che questo è ovviamente impossibile, ma sarebbe davvero bello che il signor Bergoglio e soci prendessero atto di queste
considerazioni che si appoggiano su ricerche seriamente documentate, capissero quanto sia pericoloso e irresponsabile
favorire l’importazione in Europa di sempre più massicce comunità islamiche, e la smettessero di raccontarci favole che non
hanno alcun fondamento nella realtà e con le quali vorrebbero indurci a comportamenti suicidi, comportamenti che vanno
nella direzione del suicidio etnico.

In base al principio di par condicio o quello che comunemente si dice “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”, nel
fascicolo de “Le scienze” è presente anche una difesa d’ufficio delle tesi illuministe-democratiche-marxiste che vedrebbero
nella guerra il portato recente delle società storiche complesse. Quest’ultima è affidata a un articolo non firmato ma che
sintetizza le opinioni di due ricercatori finlandesi, Douglas Fry e Patrick Sonderberg, e s’intitola Origini recenti per la
passione umana per la guerra. Tuttavia, l’argomento è alquanto debole e inconsistente, interamente basato sul fatto che le
odierne società di cacciatori-raccoglitori non appaiono particolarmente aggressive, un argomento che presta subito il fianco
a una grossissima obiezione: fino a che punto le società di cacciatori-raccoglitori oggi superstiti possono essere considerate
rappresentative dei nostri antenati precedentemente alla scoperta e alla diffusione dell’agricoltura?

A mio parere, molto poco: bisogna innanzi tutto tenere conto del fatto che si tratta di frazioni marginali dell’umanità,
rimaste attardate in uno stile di vita arcaico probabilmente proprio perché meno competitive di altri gruppi, e in secondo
luogo che queste ultime oggi sono circondate per ogni dove da popolazioni di agricoltori sedentari demograficamente ben
più numerose e compatte che le costringono a essere molto meno aggressive di quel che sarebbero in un ambiente per loro
naturale. Pretendere di prendere a modello del comportamento dei nostri antenati del paleolitico superiore un ipotetico
incrocio fra l’esquimese e il pigmeo di oggi, in definitiva è un’insensatezza.

Alla fine, il ritratto più veritiero della nostra specie è quello disegnato da Konrad Lorenz e da Robert Ardrey, anche se
questo può dar fastidio alle “anime nobili” che ci vorrebbero più simili a un gatto da salotto, possibilmente castrato, che a
un leopardo.

Io so che il contenuto di questo articolo sarà di difficile accettazione per alcuni di voi, mi si rimprovererà, suppongo, un
atteggiamento eccessivamente “scientistico”. Ebbene, ciò dipende da un errore di prospettiva sul quale mi sono soffermato
più volte ma sul quale è forse il caso di tornare ancora, la credenza che “la scienza” avalli in definitiva una visione di
sinistra, il che porta molti di noi a un deprezzamento del pensiero scientifico stesso. In realtà “la scienza di sinistra”,
chiamiamola così, questo impasto di Marx, Freud, Levi Strauss, Margareth Mead, di scientifico non ha proprio nulla se per
scienza intendiamo l’applicazione sistematica del metodo galileiano, si appoggia su di una serie di concezioni chiaramente
smentite dai fatti.

Vediamo invece cosa c’è sull’altro piatto della bilancia. Il miraggio di un mondo pacifico ed edenico non “corrotto dalla
civiltà” secondo il falsissimo cliché inventato da J. J. Rousseau induce nei “compagni” (sinistri o mentecattolici) il

49
disprezzo per tutto ciò che è “occidentale” oltre alla cecità totale su cosa sono questi invasori che costoro cercano in ogni
modo di favorire.

Tutto ciò si traduce in disprezzo verso i propri connazionali che hanno il torto di essere “occidentali” e bianchi, un vero e
proprio razzismo anti-bianco celato (talvolta piuttosto malamente) sotto la maschera dell’antirazzismo. Come ricorderete,
tempo addietro avevo dedicato al razzismo rosso un articolo sulle pagine di “Ereticamente” che ha precisamente questo
titolo.

Ricordo in particolare una certa signora, una conoscenza – non certo un’amicizia – di quelle con le quali occasionalmente
(più occasionalmente possibile) tocca avere contatti e alla quale mi sono ben guardato dal rivelare i miei punti di vista, una
tale che, se ve n’è qualcuno, si può definire un’autentica fan del cosmopolitismo, la cui casa è assiduamente frequentata da
gente di tutte le etnie extraeuropee finché non avrà qualche brutta sorpresa (quando, e non se). Bene, un giorno la udii fare
una violenta sparata anti-meridionale motivata (si fa per dire!) dal fatto che un suo collega di lavoro proveniente dal sud le
aveva confidato di trovarsi male a Trieste e di desiderare di avere l’occasione di tornare a casa propria. Particolare
grottesco: questa donna è di madre siciliana.

Rimasi di sasso; lì per lì trovai la cosa grottesca: ma come? Tu noi sei disposta a concedere a un tuo connazionale pugliese o
siciliano nemmeno un’unghia della benevolenza e disponibilità che effondi con larghezza a qualsiasi nero o pachistano? Mi
parve un’incoerenza assoluta, ma poi mi sono reso conto che alla base c’è una sorta di logica per quanto aberrante.

A chiunque provenga da una “cultura” extraeuropea (prescindiamo dal fatto che gli ingredienti di questa “cultura” sono
spesso l’inferiorità della donna, l’infibulazione, l’odio verso altri gruppi etnici o magari il cannibalismo) è concesso
l’imprescindibile diritto alla conservazione della sua “identità culturale”, ma se sei “occidentale” DEVI essere cosmopolita,
senza radici, per te un posto deve valere l’altro e una gente deve valere l’altra.

Questo mi porta a una domanda. Abbiamo chiesto noi di essere “occidentali”? Abbiamo chiesto noi agli angloamericani
durante la seconda guerra mondiale di venire a seppellire le nostre città sotto tonnellate di bombe per “occidentalizzarci”?

La realtà delle cose è molto semplice: poiché la conflittualità è ineliminabile nei rapporti fra i gruppi umani, noi non
possiamo considerare le cose con neutrale distacco, sub specie aeternitatis, ma è DALLA PARTE DELLA NOSTRA
GENTE che bisogna essere.

Una Ahnenerbe casalinga - diciottesima parte -

Come sapete, ho deciso di fare di questa serie di articoli una sorta di rubrica attraverso la quale tenervi al corrente degli
ultimi sviluppi della ricerca della tematica delle origini europee ed indoeuropee, sempre sperando che questa mia
Ahnenerbe, casalinga e solitaria, “one man’s band”, consentita soltanto dall’abbondanza di informazioni spesso ignorate che
circolano nel web, non sfiguri troppo, non risulti eccessivamente velleitaria a confronto di quella che fu la Ahnenerbe del
Terzo Reich.
Naturalmente, le tematiche di cui ci occupiamo variano a seconda di quali novità emergano di volta in volta, sebbene mi
sembra che complessivamente emerga un quadro molto chiaro delle nostre origini che va a smentire in maniera netta le tesi
di una storiografia e di una antropologia mercenarie che negano al mondo europeo qualsiasi creatività, ma lo riducono a una
dependance dell’oriente semitico e asiatico, che vorrebbero ridurre i nostri antenati indoeuropei da guerrieri e cavalieri delle
steppe a pacifici agricoltori di provenienza mediorientale, che vorrebbero la nostra stessa specie originata in tempi recenti
dall’Africa per rendere impossibile qualsiasi distinzione razziale, cioè in poche parole, tutta la fuffa dell’ideologia
democratica che si rivela sempre più falsa a ogni nuova scoperta.
Questa volta ci occuperemo di una serie di fatti che riguardano degli orizzonti temporali già storici, e in particolare la
tematica religiosa.
Cominciamo con quella che, diciamolo pure, è una fonte alquanto imprevista, il “Sole 24 ore”, il più noto quotidiano
economico italiano che ogni tanto è uso pubblicare anche articoli culturali, in più di un caso degni d’interesse. Un articolo di
Armando Torno del 23 agosto è dedicato all’antico politeismo greco, ed ha un titolo molto esplicito: La loro bibbia era
Omero. L’articolo è in realtà una recensione del libro Dictionnaire du paganisme grec di Reynal Sorel. I concetti espressi
per la verità non ci sono nuovi: le antiche religioni pagane non erano basate come invece quelle abramitiche (ebraismo,
cristianesimo, islam) su di una rivelazione; la religione greca, tuttavia, era basata su concetti comuni, ad esempio la natura
antropomorfa delle divinità, fondati oltre che su di una tradizione ancestrale, sulla narrazione dei poemi omerici (non solo,
naturalmente; si pensi a Esiodo, o a quanto ci hanno raccontato i grandi tragici ellenici che hanno drammaticamente fissato

50
per la posterità l’idea del fato ineluttabile), una religione fatta di costumi, tradizioni, memorie, senso, di appartenenza a una
civitas a una polis che è anche un culto.
A margine, mi è venuta spontanea una riflessione: gli islamici hanno sempre tenuto moltissimo a definirsi popolo del libro,
vedendo in ciò una discriminante assoluta rispetto ai pagani “senza libro”, e mentre in certi periodi si sono dimostrati
disponibili ad accordare una relativa tolleranza a ebrei e cristiani, altre genti del libro, nei confronti dei pagani l’islam non
prescrive alternative alla conversione o la messa a morte. I cristiani, all’epoca della fase espansiva della loro religione hanno
mostrato uno spirito analogo, considerando i politeisti “pagani”, cioè villici, sempliciotti, senza contare che l’editto di
Tessalonica emanato da Teodosio prescriveva la pena di morte per chi rifiutava il battesimo e voleva continuare a seguire la
religione dei Padri. Dell’ebraismo, è meglio non parlarne, per esso, il goj, il non circonciso è un subumano alla stessa
stregua di una bestia.
Tralasciamo il fatto che la tolleranza accordata dagli abramitici ad altri abramitici è sempre molto relativa; oggi ad esempio
storici tutt’altro che imparziali e intesi a mettere l’islam nella miglior luce possibile, ci dicono che i mussulmani si
accontentavano di “un tributo” dai cristiani; spesso questo “tributo” era quanto di più violento e atroce si possa immaginare;
nell’impero ottomano consisteva nel sequestro di un figlio per famiglia cristiana, un figlio che sarebbe stato allevato
nell’islam più fanatico per diventare membro dei giannizzeri, il corpo di guardia del sultano, composto per intero di figli
rubati alle famiglie cristiane.
Questo modo di pensare (non è il caso di usare il termine “ragionare”) ha forse un senso là dove l’abramitico si confronta
con tribù analfabete di idolatri primitivi, ma i pagani come gli ellenici non avevano “un libro” per il semplice fatto che
avevano biblioteche intere: I poemi di Omero, di Esiodo, le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, i dialoghi di Platone. La
stessa cosa possiamo dire dei Romani e del politeismo italico, non possiamo non ricordare quanto meno Virgilio e De natura
deorum di Cicerone. Non “un libro” ma biblioteche, non “una rivelazione”, ma una cultura vasta e articolata basata su
tradizioni condivise che creava un sentire comune.
Il 31 agosto studirazziali.xoom.it (ma ci vuole davvero coraggio a tenere oggi aperto un sito del genere) ha pubblicato in
versione on line lo scritto di Hanns F. K. Gunther Tipologia razziale del popolo ebraico. A rileggere oggi questo testo, si
nota la difficoltà, che costringe a perdersi in una tipologia davvero complicata, di distinguere le caratteristiche
antropologiche degli ebrei da quelle delle popolazioni non ebree fra le quali questi ultimi vivono. Per dirne una, in
Germania, in Lituania, in Russia non era infrequente trovare ebrei dagli occhi azzurri e dai capelli biondi o rossi.
Io ora non mi addentrerò nei dettagli di questa analisi, ma penso che sia il caso di approfittare della circostanza per chiarire
alcuni luoghi comuni esistenti a questo riguardo. Già il testo di Gunther, e non dimentichiamo l’epoca in cui è stato scritto,
riconosce che le caratteristiche esteriori che permettono di riconoscere un ebreo come tale, hanno a che fare più con
l’abbigliamento, la postura, il modo di atteggiarsi che con caratteri propriamente razziali. Dirò di più, gli ebrei a mio parere
non costituiscono se non molto impropriamente “una razza”, e a stento si possono considerare “un popolo”. L’endogamia
praticata per secoli dai seguaci della religione di Mosè ha finito per creare fra loro un’affinità etnico-biologica, ma il
principale collante e la vera ragione, in ultima analisi, della loro esistenza come gruppo, è il culto mosaico. Tanto per
capirci, date un paio di millenni di tempo ai testimoni di Geova, e avremo un fenomeno analogo.
Pensiamo al fatto che esistono addirittura ebrei neri, i cosiddetti falascià di origine etiope; sicuramente il loro genoma non è
riconducibile alle popolazioni dell’antica Palestina.
Questo è molto importante soprattutto se cerchiamo di capire quale dei due popoli, quello ebraico-israeliano (o presunto
tale) e quello arabo palestinese abbia un diritto naturale su quella terra che conosciamo come Palestina e dove oggi si è
prepotentemente (è proprio il caso di dirlo) installato lo stato sionista di Israele.
La leggenda della diaspora come viene ordinariamente raccontata, in realtà non ha nessun fondamento storico. SI
PRETENDE che dopo la guerra giudaica del 66-70, gli ebrei avrebbero abbandonato la Palestina per sparpagliarsi per tutto
l’impero, e sarebbero stati gli antenati degli ebrei di oggi. E’ un’idea semplicemente assurda; i Romani non hanno mai
condannato all’esilio, sradicato dalla loro terra le popolazioni assoggettate, ed è ancora più assurdo pensare a una
dispersione volontaria: rifugiarsi in casa dei propri nemici, non ha alcun senso.
E’ vero invece che, molto prima di allora, nel clima multietnico che la tarda romanità aveva ereditato dall’ellenismo, in vari
luoghi dell’impero, Roma compresa, vi erano piccole comunità di ebrei spostatesi per motivi economici e commerciali;
sono gli antenati di una piccola frazione dell’ebraismo odierno, i cosiddetti sefarditi, circa il 5-10% degli ebrei attuali.
Secondo la versione classica della leggenda della diaspora, la Palestina sarebbe rimasta disabitata per 5-6 secoli ed essere
ripopolata dagli Arabi ai tempi dell’espansione islamica califfale, e anche questa idea è un’autentica assurdità.
L’espansione dell’impero arabo califfale in età medioevale, seguita alla predicazione di Maometto, fu conquista militare a
cui fecero seguito a loro volta l’imposizione della religione islamica e della lingua araba (per poter comprendere il corano
che per secoli non venne tradotto) alle popolazioni assoggettate. Tranne piccole guarnigioni militari e numericamente ancor
più esigue élite di governatori e amministratori, non vi fu nessuna migrazione araba nel vasto impero che andava dalla
Persia alla Spagna, per il semplice fatto che non c’era così tanta popolazione da far emigrare; già allora la Penisola araba era
una terra desertica, scarsamente popolata, abitata da tribù nomadi di beduini. La popolazione della Palestina fu islamizzata e
arabizzata esattamente come le altre dell’impero dei califfi; la popolazione della Palestina che non si era affatto dispersa in
51
seguito all’immaginaria diaspora, vale a dire coloro che hanno abitato questa terra da tempo immemorabile, i discendenti
carnali dell’ebraismo biblico, gli antenati degli odierni “arabi” palestinesi.
Si pensi al fatto che al di là della religione islamica e dell’uso comune della lingua araba, magrebini, egiziani, arabi della
penisola arabica, mesopotamici (iracheni e siriani) si considerano e sono popoli diversi. I magrebini parlano in famiglia
dialetti berberi, vale a dire di ceppo camitico, che non hanno nulla a che fare con l’arabo e derivano dalla lingua degli
antichi Numidi. Allo stesso modo, gli egiziani cristiani parlano una lingua, il copto, che deriva da quella egizia di età
faraonica (e della cui conoscenza si servì Champollion per la decifrazione dei geroglifici). Questa differenza esistente
all’interno del mondo “arabo” si esprime anche visivamente nell’abbigliamento: avrete presente il cappuccio-copricapo
tradizionale dei beduini, la kefiah. Gli arabi della penisola arabica e della Giordania, vale a dire i “veri arabi”, usano una
kefiah tessuta in lana bianca e rossa, il cui uso si arresta sulla riva orientale del fiume Giordano, gli “arabizzati”, e tra questi
i palestinesi, ne indossano una bianca e nera.
In età medioevale noi troviamo gli ebrei in Europa concentrati soprattutto in Ucraina, in Polonia, nella Russia meridionale e
occidentale, con una penetrazione relativamente scarsa in Germania, ed estremamente rada nel resto dell’Europa, sebbene si
trattasse di gente dall’istinto cosmopolita, pronta a insediarsi ovunque le circostanze promettessero di fare buoni affari.
Prendendo per buona la favola della diaspora, per raggiungere queste aree dal Medio Oriente, costoro avrebbero dovuto
migrare attraverso i Balcani o, provenendo dall’Europa occidentale avrebbero dovuto attraversare la Germania. Come mai
la storia non ha registrato alcuna traccia di migrazioni di questo genere?
In poche parole, da dove vengono costoro, gli askenaziti, il gruppo che comprende il 90-95% degli ebrei attuali?
A svelare l’arcano, probabilmente senza rendersi conto che ciò rappresenta una totale smentita delle rivendicazioni sioniste
sulla Palestina, è stato proprio uno scrittore ebreo, Arthur Koestler nel suo libro La tredicesima tribù. In poche parole, la
storia è questa: nell’alto medioevo nella zona stepposa dall’attuale Ucraina alla Russia meridionale esistevano varie
popolazioni nomadi o seminomadi che si sono man mano sedentarizzate con l’adozione dell’agricoltura e hanno dato vita a
vari stati più o meno effimeri, dei khanati. Fra questi vi era quello dei Kazari stanziati tra i corsi meridionali del Don e del
Volga. A un certo punto, l’aristocrazia kazara decise che era ora di abbandonare l’idolatria ancestrale e convertirsi a una
religione monoteistica, ma quale? Proclamarsi cattolici sarebbe equivalso a dichiararsi sudditi del Sacro Romano Impero,
dichiararsi ortodossi ad accettare la dipendenza da Bisanzio; mussulmani peggio che mai, rendersi tributari del califfato,
così costoro scelsero l’ebraismo e l’imposero alla massa della loro popolazione.
La verità è che la stragrande maggioranza degli ebrei attuali, gli akenaziti, sono di origine kazara, e non possono vantare
alcun diritto atavico sulla Palestina. Il fatto di condividere la religione di Mosè non è un titolo sufficiente; normalmente gli
stati sono a base etnica, non religiosa; la sola altra eccezione, il Vaticano, è anch’esso un’anomalia, e si tratta d’altra parte di
uno staterello di dimensioni molto modeste, che non ha certo la pretesa di riunire tutti i cattolici sotto di sé. C’è un solo
popolo che può vantare un diritto ancestrale sulla Palestina, ed è quello “arabo” palestinese. Israele, l’entità sionista non vi
esercita altro diritto se non l’uso della forza più brutale e spietata.
Da buon servitore che non dimentica di rendere omaggio propri padroni, il nostro toy premier Matteuccio Renzi si è
recentemente recato in Israele a omaggiare l’entità sionista. Per la circostanza, se n’è uscito con una dichiarazione che
merita qualche parola di commento: “Israele è le nostre radici e il nostro futuro”.

“Le nostre radici”. Questa è una mezza verità, nel senso che, nonostante tutti gli sforzi compiuti ad esempio dai cattolici
tradizionalisti che al riguardo si arrampicano disperatamente sugli specchi, le radici ebraiche del cristianesimo, sono chiare
ed evidenti, fuori discussione, ma un europeo profondamente tale che non si riconosce nella religione del discorso della
montagna, si renderà altrettanto facilmente conto di non avere alcuna radice in Israele. Le radici dell’Europa non stanno
certo lì, sono elleniche, romane, celtiche, germaniche. L’ebraismo e tutto ciò che proviene dal Medio Oriente, cristianesimo
compreso, sono per definizione ciò che ci è estraneo e nemico.

L’altra parte della dichiarazione di Renzi, “Israele è il nostro futuro”, si presta a una lettura diversa: Israele è l’esempio di
uno stato in cui gli immigrati (gli israeliani) hanno schiacciato, emarginato, costretto all’esilio, ghettizzato in spazi sempre
più ristretti, sterminato senza pietà, soppiantato la popolazione nativa, i palestinesi. E’ quel che accadrà in un futuro più o
meno prossimo con gli immigrati che oggi ci invadono? Perlomeno sembra che sia questo che il governo Renzi intende
favorire, in obbedienza al potere mondialista e secondo il piano Kalergi. Qui, probabilmente senza che lui lo volesse o se ne
rendesse conto, ma la dichiarazione dell’ebetino di Rignano sull’Arno assume il significato di una sinistra profezia.

Questi ultimi tempi ci hanno riservato una scoperta davvero sorprendente, la notizia viene dall’Inghilterra, ed è riportata dal
“Daily Mail” del 31 agosto in un articolo a firma di Jennifer Newton. A volte capita di ritrovare nelle biblioteche antichi
testi di cui si erano perse le tracce o di cui non si conosceva l’esistenza perché non adeguatamente catalogati. Così, la
scoperta avvenuta mesi fa di un antico manoscritto arabo nella biblioteca dell’Università di Birmingham, un manoscritto
redatto su pergamena contenente tre sure del corano, dalla diciottesima alla ventesima, è sembrata una scoperta importante
ma non eccezionale; tuttavia gli studiosi si sono insospettiti per il fatto che il testo appariva stilato con una grafia
52
particolarmente arcaica, e un team dell’Università di Oxford guidato da Kay Piccolo ha sottoposto il testo a un’analisi al
radiocarbonio.

Il risultato è sconcertante, ha fornito una datazione oscillante tra il 568 e il 645, mentre si suppone che il corano non sia
stato messo per iscritto se non dopo il 650, in gran parte dopo la morte di Maometto, basandosi su suoi detti tramandati
oralmente.

Vi è chiaro quali implicazioni ci potrebbero essere?

Quando, dopo i geroglifici, si riuscirono a decifrare le scritture cuneiformi, fu un brutto momento per il cristianesimo,
perché saltarono fuori gli originali di molte storie presenti nella bibbia. Ad esempio la storia di Noè e del diluvio universale,
oggi sappiamo che è ricalcata su di un episodio la cui narrazione è contenuta nell’epopea di Gilgamesh. Se la bibbia è opera
umana, non c’è nulla di strano che gli ebrei abbiano ripreso narrazioni presenti nelle culture ad essi adiacenti, ma se i suoi
autori hanno scritto sotto ispirazione divina, è poco verosimile che questa ispirazione abbia scopiazzato i miti di altri popoli.
Ora, nei confronti del corano si può avanzare un’obiezione analoga, dato che alcune sure sembrerebbero essere prese di
peso da un testo pre-islamico di cui il “corano di Birmingham” sarebbe la copia giunta fino a noi.
Ma state tranquilli, potete essere certi che di tutto questo, i milioni di mussulmani che esistono nel mondo, saranno tenuti
all’oscuro. Con la distruzione delle opere d’arte dei monumenti storici, delle testimonianze del passato, prima i Talebani e
oggi l’ISIS dimostrano di avere ben capito una cosa: che l’ignoranza è la condizione più favorevole per la diffusione della
loro “fede”.

Una Ahnenerbe casalinga – Diciannovesima parte –


Questa volta torniamo al tema principale della nostra ricerca dopo due digressioni peraltro, penso, pienamente giustificate:
le tre fosse comuni risalenti a 7000 anni fa e gli altri elementi emersi dall’esame del fascicolo de “Le scienze” di cui vi ho
parlato precedentemente (e stiamo parlando de “Le scienze”, non certo una pubblicazione “di area”) dimostrano che la
propensione per la guerra non è un frutto delle società storiche, ma ha accompagnato l’uomo fin dagli albori della nostra
specie, per quanto questa constatazione possa turbare democratici, marxisti e cristiani che ci vorrebbero più simili a castrati
gatti da salotto che a leopardi.

Altrettanto importante il discorso sulla religione che abbiamo affrontato la volta scorsa: abbiamo visto che il cosiddetto
paganesimo, la religione ancestrale dei nostri antenati indoeuropei, non si appoggia su di “un libro”, una presunta
rivelazione, ma su di un’intera cultura. Parlando di religioni abramitiche, abbiamo visto che le pretese del sionismo sulla
Palestina, di cui il popolo arabo palestinese paga oggi le conseguenze in maniera atroce, sono del tutto infondate, dato che la
favola della diaspora ebraica non ha nessun fondamento storico. La scoperta del “Corano di Birmingham”, un testo
probabilmente pre-islamico che contiene tre sure, ci permette poi di avanzare consistenti obiezioni alla presunta ispirazione
divina del profeta Maometto.

Ora è però venuto il momento di tornare a gettare lo scandaglio più in profondità, rimontando più indietro la corrente del
tempo. Pare strano, ma la nostra conoscenza del passato non cessa di arricchirsi, e con sorprendente rapidità. Qualcuno ha
detto con un’immagine suggestiva, che la storia si espande quotidianamente, un giorno avanti nel futuro e uno indietro nel
passato. Peccato che tutto ciò abbia l’imperdonabile difetto di apparire sempre meno compatibile con l’immagine del nostro
passato e di noi stessi che l’ortodossia democratica ci vorrebbe imporre.

Cominciamo tuttavia con qualcosa che è sicuramente ben lontano dal rappresentare una novità assoluta.

Recentemente, un mio amico mi ha segnalato un video postato su you tube in data 3 maggio 2013 (oltre due anni fa, ma
cosa volete farci: il materiale presente sul web è immenso, e si finisce fatalmente per dipendere da collaboratori, per la cui
generosità non si può comunque essere abbastanza grati), firmato Voluspa/Asatru. Il testo è in inglese, ma comunque ne
vale la pena.

La nota introduttiva al video riporta (la traduzione è mia):

“Circa 40.000 anni fa, gli Europei preistorici furono il primo popolo al mondo che ha inventato l’arte: pittura, scultura,
musica. Lo sviluppo di questa concezione del tutto nuova ha avuto una delle influenze più profonde sul successivo sviluppo
intellettuale dei nostri antenati”.

53
Non ci sarebbe in sostanza altro da dire: prima di allora non si era visto nulla di simile alle grandi pitture parietali del
paleolitico superiore delle grotte della Dordogna e della Spagna settentrionale, opera degli uomini di Cro Magnon, e ancora
per molti millenni fuori dall’area europea non si avrà nessuno sviluppo artistico lontanamente paragonabile a esse.

L’arte e l’estetica sono invenzioni europee e sono manifestazioni dello spirito europeo. Silvano Lorenzoni faceva notare che
i popoli mediorientali sono caratterizzati dall’insensibilità, da una sorta di cecità per le arti visive, che è genetica, e di cui il
tabù religioso verso le immagini di ebraismo e islam, teoricamente giustificato dalla precauzione contro il pericolo
dell’idolatria, è solo una copertura esteriore.

Io penso che Lorenzoni abbia pienamente ragione: si pensi, per dirne una, alla rozzezza e all’infantilismo degli idoli fenici,
che non sembrerebbero proprio il prodotto di una cultura evoluta sotto altri aspetti, oppure si pensi a cosa è diventata l’arte
moderna man mano che “artisti” di origine ebraica hanno eliminato il tabù verso la raffigurazione delle immagini, tipico
della religione dei loro padri così come dell’islam. L’arte del nostro continente si degrada nella misura in cui in essa lo
spirito europeo si diluisce e si rarefà.

Tuttavia è interessante il breve commento di tale Torin Webster (la traduzione è sempre mia): “Questo titolo è uno scherzo,
molto eurocentrico!”

Questo, direi, è un esempio tipico della mentalità abramitica (nella quale il marxismo rientra in pieno, e penso si possa
considerare la quarta delle religioni “figlie di Abramo”): il (pre)giudizio morale non deriva dai fatti ma li precede e li
determina. La superiorità europea DEVE essere negata in nome della supposta purezza atavica dei non europei (il fantasma
di J. J. Rousseau, tetragono a qualsiasi esorcismo); di conseguenza, IL FATTO INCONTESTABILE della grande arte
paleolitica europea va sminuito, ridicolizzato, se possibile cancellato (orwellianamente, ciò di cui si sono cancellate le
testimonianze non è mai esistito, come l’ISIS insegna). Dietro questa stupida frasetta, leggiamo il senso della tragedia della
nostra epoca.

Un’altra notizia ci porta a considerare le steppe eurasiatiche che sono in ultima analisi il bordo più orientale del nostro
continente se diamo peso alla continuità antropologica più che alla geografia (non dimentichiamo che il tipo antropologico
dei cacciatori paleolitici denominato dai genetisti eurasiatico settentrionale è ancora oggi alla base di oltre l’80% del
patrimonio genetico degli Europei), come luogo di origine della civiltà. La rubrica scientifica de “La Repubblica” on line.
(anche qui “La Repubblica”, mica un sito dell’estrema destra!), riporta la notizia del ritrovamento dell’idolo di Shigir. Si
tratta di una grande statua lignea, un palo scolpito con sembianze antropomorfe, che in origine era alto 5,3 metri di cui oggi
ne restano poco più della metà, 2,8.

Ritrovato nel 1890 in un acquitrino della regione degli Urali, l’idolo era stato datato a 9500 anni fa, ma una più accurata
analisi col radiocarbonio, ha permesso di riconoscergli un’età di 11.000 anni, ed è dunque la più antica scultura lignea
conosciuta al mondo. Secondo gli scienziati dell’Università di Mannheim (Germania) che lo stanno attualmente studiando,
le misteriose incisioni che si trovano sul corpo dell’idolo potrebbero costituire un vero e proprio codice. Se questo fosse
confermato, si tratterebbe dell’esempio di scrittura di gran lunga più antico conosciuto.

L’idolo è attualmente esposto nel museo di Yekaterinburg.

Dell’idolo di Shigir si è occupato anche Maurizio Blondet in un articolo pubblicato il 3 settembre sul suo sito “Blondet &
Fiends”, “La più antica religione vivente”. L’idolo, infatti, presenterebbe una netta somiglianza con i pali sciamanici tuttora
piantati dagli sciamani siberiani, spesso terminanti in teste umane come quella che sormonta il manufatto di Shigir, e con
facce umane incise in vari punti del palo. Questi pali rappresenterebbero il “collegamento con l’Alto”. Ciò ci consentirebbe
di retrodatare il culto sciamanico eurasiatico alla stessa età dell’idolo (o forse maggiore), facendone in assoluto la più antica
religione tuttora praticata.

Blondet rileva che tracce di questo sciamanesimo si trovano nello scintoismo giapponese, nei culti misterici e dionisiaci
ellenici, e sciamani in trance sarebbero riconoscibili perfino nelle pitture parietali paleolitiche della grotta di Lascaux.
Abbiamo forse raggiunto, riscoperto, un fondo molto antico della nostra storia.

Entrambi, sia l’articolo de “La Repubblica”, sia quello di Blondet fanno notare che l’idolo di Shigir è più antico del
complesso templare anatolico di Gobekli Tepe.

54
Fermiamoci un momento a questo punto. Quella di Gobekli Tepe è probabilmente la scoperta archeologica più importante
degli ultimi anni. Questo tempio o complesso di templi megalitici rimasto celato fino a tempi recenti in una collina anatolica
in quella che è oggi la Turchia, risalirebbe al 9000 avanti Cristo, ben più antico quindi dei complessi megalitici di Malta e di
Stonehenge, e sta mettendo in crisi molte idee finora comunemente accettate dagli archeologi, a cominciare da quella che
costruzioni del genere non sarebbero state possibili prima del neolitico, cioè prima che la scoperta dell’agricoltura
permettesse non soltanto un consistente incremento della popolazione, ma il fatto di avere disponibile una sufficiente
quantità di braccia da lavoro di persone non direttamente impegnate nella ricerca di cibo (un’economia di caccia e raccolta
non produce eccedenze, un cacciatore-raccoglitore riesce a procurarsi a malapena di che far sopravvivere se stesso e la
propria famiglia). In un certo senso, potremmo dire che Gobekli Tepe è il più grande OOPART (oggetto anacronistico)
conosciuto.

Nel suo articolo, Blondet ipotizza che non sia stata la scoperta dell’agricoltura ma l’impulso religioso a determinare la
nascita di comunità umane sedentarie, e che, appunto, come sembra essere accaduto a Gobekli Tepe, la costruzione di
grandi santuari abbia preceduto gli insediamenti agricoli. E’ un’ipotesi inverosimile, qualcosa di materialmente impossibile:
dove mai una popolazione di cacciatori nomadi avrebbe potuto trovare la manodopera necessaria a costruire Gobekli Tepe o
i templi maltesi o Stonehenge? E anche ammesso e non concesso, chi avrebbe potuto provvedere al sostentamento, le
esigenze alimentari e il resto, delle persone che dovevano dedicare tutte le loro energie alla costruzione del santuario?
Teniamo presente tutto questo ai fini del discorso che segue.

Uno dei maggiori peccati intellettuali abramitici, forse il vizio intellettuale che fonda la mentalità abramitica, lo abbiamo
rilevato poco fa, è il vizio di anteporre il pregiudizio morale ai fatti, di accordare a esso questi ultimi invece di fare il
contrario come sarebbe giusto. Probabilmente, avrete notato che finora in questa serie di scritti non ho menzionato una
scoperta importante come quella di Gobekli Tepe, sebbene quest’ultima abbia creato parecchio rumore nel mondo
dell’archeologia. Sono anch’io caduto nello stesso peccato, cioè di ignorare deliberatamente un fatto importante in contrasto
con le mie tesi, che avrete certamente notato e io non ve lo nascondo, una decisa perorazione in favore dell’originalità, della
creatività dell’uomo europeo, la cui cultura è a mio parere a fondamento dell’intera civiltà umana?

Personalmente, a questo riguardo intendevo semplicemente aspettare finché non mi fossi fatto un’idea di come “far
quadrare” Gobekli Tepe con tutto il resto.

L’ipotesi che mi sembra di gran lunga più verosimile è questa: noi sappiamo che durante l’età glaciale il livello dei mari era
considerevolmente più basso di quello attuale, perché enormi quantità d’acqua si trovavano imprigionate nelle coltri
glaciali. L’innalzamento del livello dei mari che si verificò con la deglaciazione, con ogni probabilità non è stato
dappertutto un fatto progressivo e tranquillo, poiché in più di un luogo, innalzandosi il mare poteva finire per superare o
rompere all’improvviso gli argini naturali che esistevano, provocando allagamenti violenti e catastrofici. E’ probabile che il
ricordo di alcuni di essi sia alla base della leggenda di Atlantide e del racconto biblico del diluvio.Fabio 2

Secondo l’ipotesi esposta da Ian Wilson in I pilastri di Atlantide, ipotesi che trova un forte sostegno in dati archeologici,
rilevamenti satellitari, carotaggi, rilevazioni sottomarine effettuate da piccoli sommergibili teleguidati e via dicendo, quello
che oggi è il Mar Nero, in età glaciale era un lago di acqua dolce di dimensioni molto inferiori al mare attuale. Tutto attorno
alle sue rive, esisteva una vasta area oggi sommersa, che non ha molto senso se considerare europea o asiatica, ma che era
probabilmente popolata da genti bianche di ceppo caucasico fra cui forse gli antenati degli odierni indoeuropei, che
potevano, date le condizioni favorevoli, già aver raggiunto un discreto livello di civiltà.

A un certo punto, il crescere del livello del Mediterraneo e la sua crescente pressione, avrebbero fatto crollare il ponte di
terra che si sarebbe trovato dove attualmente c’è il Bosforo, che separava il Mediterraneo dal lago del Mar Nero. Le acque
del mare avrebbero sommerso il lago e le terre circostanti con un’inondazione catastrofica – forse quella ricordata dal mito
di Atlantide – costringendo gli abitanti alla fuga. I superstiti sarebbero fuggiti in ogni direzione; fra questi, alcuni avrebbero
raggiunto l’Asia minore, e poiché provenivano da una società probabilmente già agricola, potevano avere la densità
demografica necessaria a realizzare edifici come quelli di Gobekli Tepe. Probabilmente avranno realizzato anche altro di cui
il tempo ha cancellato le tracce: edifici civili, abitazioni, campi coltivati. Vediamo che questa ipotesi risolve anche il
mistero di cui gli archeologi non sembrano trovare il bandolo, di un complesso templare realizzato in età paleolitica.

Facciamo un esempio che dovrebbe rendere chiare le idee. Voi sapete che gli aborigeni dell’Australia sono rimasti fermi al
paleolitico fino all’arrivo dei coloni europei nel XVIII-XIX secolo. Immaginate che a un certo punto i coloni europei in
Australia siano scomparsi, o perché assorbiti dalla popolazione aborigena o perché migrati altrove. Ora immaginatevi gli

55
archeologi di millenni a venire chiedersi: “Ma come avranno fatto gli aborigeni che non sapevano nemmeno levigare la
pietra, a realizzare l’Opera di Sidney?”

Questa tematica, delle terre che oggi si trovano al disotto di parecchi metri d’acqua marina, ma che nell’età glaciale erano
emerse, potrebbero essere state oggetto di popolamento umano, e forse le sedi più antiche della civiltà del nostro continente,
è probabilmente quella che impegnerà maggiormente la ricerca archeologica nei prossimi decenni.

Una delle aree più estese che la deglaciazione ha fatto scomparire sotto i flutti, è il cosiddetto Doggerland che gli archeologi
inglesi sono impegnati a studiare da decenni. I Dogger Bank è una zona di acque basse che si trova fra Inghilterra e
Danimarca, rimasta emersa fino al 7000 aventi Cristo, ma l’antico Doggerland, questa vera e propria “Atlantide britannica”
fosse nel remoto passato molto più estesa, comprendendo 18.000 anni fa praticamente tutta la sezione di quello che è oggi il
Mare del Nord dalle Isole Britanniche, alla Scandinavia, alle coste francesi prospicienti a quella che è oggi la Manica.

Bene, corriere.it, la versione on line del “Corriere della sera” del 2 settembre, ci informa che il governo britannico ha
stanziato per le ricerche riguardo a Doggerland, 2,5 milioni di euro messi a disposizione dall’Unione Europea, una cifra
notevole, considerando il periodo di crisi economica che stiamo attraversando.

La stessa notizia è riportata anche da “La Repubblica” del 3 settembre con un vistoso titolo: Sommersa nel Mare del Nord
c’è un’Atlantide europea tutta da scoprire.

Tuttavia, le maggiori sorprese in questo campo potrebbero non venire da lì. Noi non dobbiamo dimenticare che non solo il
Mare del Nord ma anche il Mediterraneo ad essere durante l’età glaciale di un livello inferiore di diverse decine di metri, e
anche qui esistevano terre emerse oggi sprofondate sotto i flutti, anch’esse oggetto di antico popolamento umano, e dove la
ricerca archeologica potrebbe rivelarci notevoli sorprese.

“La Repubblica” dell’11 agosto ci informa che ricercatori dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica
Sperimentale di Trieste hanno recentemente individuato nel Canale di Sicilia approssimativamente a mezza strada fra
Pantelleria e le coste siciliane un sito archeologico sommerso di età mesolitica risalente a 9500 anni fa. Il resto più evidente
è un grosso monolito di forma squadrata con fori disposti regolarmente sui lati e un foro che lo attraversa da parte a parte.
Secondo i ricercatori, avrebbe fatto parte di un antico edificio, probabilmente un tempio.

Ancora siamo appena agli inizi della ricerca, così come adesso sappiamo ancora ben poco delle antiche popolazioni che
avrebbero abitato Doggerland. E’ certo tuttavia che molti capitoli importanti della nostra storia remota sono ancora tutti da
scrivere.

Una Ahnenerbe casalinga – Ventesima parte –

Fino a qualche tempo fa, sarebbe sembrato un obiettivo difficile da raggiungere in questa nostra ricerca delle origini, anche
perché questa rubrica (permettetemi di considerarla tale) non è la sola in cui mi sono occupato del tema della ricerca delle
origini, della nostra eredità ancestrale come mezzo per comprendere chi veramente siamo, a dispetto di quel che vogliono
“democraticamente” farci diventare; forse è il caso di ricordare anche una serie di saggi più specifici che hanno trovato
spazio sulle pagine di “Ereticamente”: “Ex oriente lux” innanzi tutto, ampia confutazione della leggenda dell’origine della
civiltà da oriente, in particolare dall’area mediorientale secondo le favole che la storia ufficiale si ostina a raccontare,
mentre in realtà dal mondo mediorientale-semitico non sono venuti all’Europa altro che fermenti di decadenza, il
cristianesimo in primis.

Poi qualche altro scritto senz’altro meno corposo, “L’origine degli indoeuropei” in cui abbiamo visto l’inconsistenza
dell’altra leggenda che vorrebbe declassare i nostri antenati da conquistatori e guerrieri delle steppe a pacifici agricoltori di
origine (guarda un po’ la coincidenza!) mediorientale, e “Sull’orlo della storia” dove abbiamo cercato di vedere più da
vicino i popoli e le culture antiche che la leggenda dell’origine mediorientale della civiltà lascia nell’ombra, confina in una
sorta di terra di nessuno: gli Etruschi prima di tutti, ma anche Traci e Sarmati. Insomma, e non credo sia presuntuoso dirlo,
un bel po’ di lavoro, un lungo viaggio che abbiamo fatto assieme.

Bene, a questo punto, è forse sorprendente che vi siano ancora cose da dire e novità da registrare, eppure è così.
Ultimamente, un nostro buon amico, l’ottimo Joe Fallisi (e sono sempre lieto di dare il giusto riconoscimento agli amici che
mi hanno aiutato e mi auguro continueranno ad aiutarmi in questo percorso, come il nostro Joe e l’altro ottimo amico Luigi
Leonini, il cui lavoro poco appariscente merita i più ampi elogi) mi ha segnalato un articolo per la verità non recentissimo,
56
risalente al febbraio 2014, e apparso (in inglese e non tradotto in italiano) sulla rivista on line di informazioni scientifiche
“Scirp.org Journal” (www.scirp.org.). L’articolo, a firma del genetista russo Anatole A. Klysov s’intitola (traduzione mia)
Riesame della teoria Out of Africa, non sufficientemente provata.

Si tratta di una questione della quale ci siamo già occupati, ma sarà utile un breve riepilogo. Io penso che non la si possa
neppure chiamare una teoria, ma piuttosto una FAVOLA PROPAGANDISTICA che è stata imposta come ortodossia
scientifica dal sistema democratico, l’Out of Africa, spesso citata in sigla, OOA, è una tesi che pretenderebbe di far risalire
l’origine della nostra specie a una migrazione proveniente dall’Africa poche decine di migliaia di anni fa. Tutti noi in
sostanza saremmo dei neri “sbiancati” (o “ingialliti” nel caso degli asiatici). Questa concezione, assolutamente priva di
riscontri fattuali, di prove vuoi paleoantropologiche, vuoi archeologiche, vuoi genetiche, è stata IMPOSTA per distruggere
il concetto stesso di razza.

Notiamo subito uno scivolamento concettuale, accorgersi del quale è un fatto della massima importanza: il concetto di
“razzismo” è stato spostato dall’affermazione della superiorità di una razza sulle altre, alla semplice constatazione che le
razze esistono. In pratica, se ti accorgi che un immigrato africano ha la pelle più scura della tua, sei un abominevole
complice della Shoah, con tutte le implicazioni emotive che seguono. Siamo, è chiaro nella patologia del pensiero, ma in
ultima analisi, patologia e democrazia sono la stessa cosa, e oggi non esiste un veleno più potente, un acido più corrosivo
della democrazia per distruggere la libertà di pensiero.

Oggi in campo scientifico assistiamo a una sorta di guerra fredda a parti invertite. Laddove i ricercatori russi non sono
vincolati da un’ortodossia e possono esprimersi liberamente, quelli statunitensi devono per forza sostenere un’ortodossia
decisa a priori e indipendentemente dai dati di fatto, pena lo stroncamento delle loro carriere o peggio (ricordiamo Arthur
Jensen che, dopo la pubblicazione delle sue ricerche sulla differenza di Q. I. fra bianchi e neri americani, ha subito vari
attentati. Nei “liberi” USA, dire la verità può costare la vita). Se poi vogliamo capire chi decide ciò che è scientificamente
ortodosso negli USA e, attraverso gli USA impone questa ortodossia al mondo intero, forse sarà il caso di ricordare che
l’élite intellettuale americana è composta principalmente da persone col naso voluminoso e piuttosto circoncise che non
battezzate.

Bene, Klysov e colleghi se n’erano già occupati, i dati genetici SMENTISCONO l’OOA. Sebbene le prove genetiche non
vadano in questa direzione, l’Africa sahariana, oggi desertica, ma che decine di migliaia di anni fa, durante l’età glaciale era
una terra fertile, non può essere esclusa come luogo di provenienza dell’homo sapiens, ma questo non significa che la sua
origine abbia a che fare con i neri subsahariani che invece rappresenterebbero il risultato di una specializzazione ambientale
piuttosto tarda. In fin dei conti, per fare un paragone, Cleopatra, Annibale, John R. R. Tolkien, Giuseppe Ungaretti, sono
nati in Africa, e questo non significa che fossero neri.

L’OOA si appoggia su di un equivoco deliberato, la tendenza a confondere la questione dell’origine RECENTE della nostra
specie con quella, completamente diversa, dell’origine REMOTA degli ominidi primitivi, approfittando del fatto che
l’uomo della strada, poco capace di orientarsi coi numeri e gli ordini di grandezza, può facilmente confondere tra i milioni e
le decine di migliaia di anni.

Riparlare delle smentite portate dalla ricerca genetica all’OOA è quanto mai opportuno, o almeno lo sarebbe se il
ragionamento riuscisse per una volta a prevalere sul clamore mediatico, dal momento che la confusione tra la questione
dell’origine della nostra specie e quella degli ominidi primitivi, non può essere che aumentata dalla notizia del ritrovamento
avvenuto poco tempo fa in una grotta sudafricana dei resti di un ominide o di un gruppo di ominidi che è stato battezzato
“uomo di Naledi”. Che senso ha parlare di “uomo” a proposito di un ominide di quasi 3 milioni di anni fa, più primitivo del
pitecantropo (uomo di Giava) e del sinantropo (uomo di Pechino) e che, a quanto è dato da capire dalle foto dei reperti
ossei, ben poco o nulla si distingue dagli australopitechi già conosciuti? Nessuno, tranne forse il fatto di voler creare agli
occhi dell’uomo comune digiuno di scienza, una fraudolenta “prova” a favore dell’OOA.

Qualche volta il dio delle coincidenze fa gli straordinari. Questo messaggio di Joe Fallisi mi è arrivato domenica 13
settembre stranamente assieme ad altri due, uno di Alessandro Mezzano, l’altro di Luigi Leonini.

Le questioni sollevate dai nostri due amici non riguardano in senso stretto il tema delle origini, ma è chiaro che se noi non
abbiamo per l’argomento un interesse di tipo erudito, ma lo vediamo come punto di inizio e parte di un cammino che arriva
fino a noi ed è destinato a oltrepassarci, allora si comprende che si tratta di argomenti ampiamente collegati alla nostra
tematica: il destino della nostra specie, dove le vicende politiche in ultima analisi non sono altro che una parte e uno
strumento del divenire biologico.
57
Alessandro Mezzano si pone una domanda che, io penso, dovrebbe interessare tutti noi, ed è il titolo del suo scritto: A chi
da fastidio l’eugenetica?

Sarà bene ricordarlo, e uso le parole del suo scritto, “L’Eugenetica è quella dottrina che auspica una selezione della specie
umana attraverso la sterilizzazione dei tarati, degli handicappati mentali, dei pedofili, degli assassini violenti, di coloro con
un quoziente d’intelligenza al di sotto del minimo, insomma di tutti coloro che, per la legge naturale della ereditarietà,
hanno alta probabilità di procreare figli tarati. (…) Lo scopo è quello di realizzare, nel corso di una trentina di generazioni,
una selezione positiva di qualità e di migliorare così la specie umana”.Calabrese 2

Sarà bene ricordare che tutto ciò non rappresenta un tentativo di forzare o manipolare la natura, bensì di assecondarla e
ripristinarla, considerato il fatto che la civiltà ha messo in condizioni di sopravvivere, di arrivare all’età adulta e di
riprodursi un gran numero di individui tarati che in condizioni di vita meno artificiose di quelle in cui viviamo, la selezione
naturale avrebbe impietosamente spazzato via (qui non si parla in ogni caso di sopprimerli, e neppure di impedire loro di
avere una vita sessuale, ma unicamente di riprodursi, di mettere al mondo altri malati). Si tratta in sostanza di nulla di
diverso da quello che qualsiasi allevatore fa con i propri animali; anzi, sarebbe interessante chiedersi come mai, mentre ci
preoccupiamo tanto della salute biologica dei cani, dei cavalli, dei bovini che alleviamo, ce ne infischiamo allegramente di
quella della nostra stessa specie.
Coloro a cui non piace l’eugenetica, li conosciamo, sono i nostri nemici di sempre: cristiani, democratici e marxisti. Si può
aggiungere che, in particolare il comunismo ha condotto e conduce là dove è ancora al potere, una vera e propria politica
CACOGENETICA, cioè mirante al peggioramento anche biologico della specie umana. Se ricordate, ve ne ho parlato in
alcuni articoli precedenti a questo, dove mi sono permesso di introdurre questo neologismo. L’opera livellatrice della peste
rossa, del presunto “socialismo” con la falce e martello, infatti, non mira a eliminare soltanto le differenze sociali, ma le
superiorità di qualsiasi genere di un essere umano rispetto all’altro. Ricordavo, durante la seconda guerra mondiale,
l’eccidio di Katyn compiuto dall’armata rossa staliniana. I Sovietici non miravano solo a sottomettere col terrore la Polonia
ma, con un eccidio mirato di persone che erano andate a costituire i ranghi di ufficiali dell’esercito, a decapitarla della sua
classe intellettuale, a eliminare le teste pensanti.

Stessa cosa in tempi più vicini a noi, quell’autentico orrore degli orrori che è stata la Cambogia dei Khmer rossi. Qui furono
sistematicamente trucidate tutte le persone che portavano occhiali, sospettate per ciò stesso di essere degli intellettuali.
Vorrei aggiungere a ciò un ricordo personale. Quanto più si conosce la storia, tanto più ci si rende conto di quanto
cristianesimo e marxismo, la dottrina del “discorso della montagna” e quella del rabbino di Treviri siano simili, soprattutto
nelle loro nefandezze, orrori e vergogne. Ricordo un insegnante di religione che riuscì ad angosciarmi raccontando che gli
esperimenti di eugenetica condotti dai nazionalsocialisti avevano portato solo alla nascita di individui tarati, cosa
assolutamente non vera, ma che il “brav’uomo” avrebbe ardentemente voluto che fosse stata.
Ammesso che nel tentativo di prendere in mano il nostro destino biologico, mi chiesi, ci fosse stato qualcosa di blasfemo,
cosa si poteva pensare del senso di giustizia di un Dio che faceva pagare la colpa di ciò a dei nascituri innocenti? Allora non
conoscevo ancora la bibbia abbastanza bene per capire che il Dio veterotestamentario, il Dio della Torah gode del sangue
degli innocenti, è un Dio iroso, vendicativo e spietato, è in realtà dal punto di vista caratteriale, la fotocopia del popolo che
l’ha inventato e crede di essere il suo “eletto”.
In tutto ciò, si potrebbe vedere una sorta di riflesso condizionato. Sappiamo che cristianesimo, democrazia e marxismo sono
visioni non realistiche dell’uomo, basate sulla deliberata ignoranza o addirittura la negazione della realtà biologica della
nostra specie. I nazionalsocialisti si erano proposti un serio impegno di eugenetica, di miglioramento biologico del loro
popolo, basta questo perché i cristo-demo-marxisti per puro spirito di contraddizione, per cecità antifascista, abbiano
puntato nella direzione opposta.
Ma forse c’è dell’altro, vediamo un meccanismo ricorrente dell’antifascismo, quello che a livello di base è stupidità pura e
semplice, da parte di chi ha in mano il potere, è consapevole malafede. Alessandro Mezzano suggerisce un altro motivo
dietro l’avversione per l’eugenetica; un’umanità mediocre, anzi, quanto più di basso livello tanto meglio, è un’umanità
facilmente manipolabile da parte di coloro che detengono il potere: essa “Non piace a coloro che basano il proprio potere
sull’inganno, sulla suggestione, sul condizionamento e sulle menzogne che essi possono propinare senza il timore di essere
scoperti e smentiti a causa della mediocrità generale.
Non piace a coloro che si considerano i “pastori di un gregge umano”. Non piace a coloro che riescono a rimanere potenti,
nonostante una loro mediocrità, solamente perché la maggioranza delle persone è ancora più mediocre”.
Che dire, ineccepibile, e una tematica su cui vi invito tutti a riflettere.
Poter parlare di uno scritto di Luigi Leonini, mi dà una particolare soddisfazione, perché il nostro amico ha fatto e sta
facendo in questi anni un lavoro eccellente di raccolta e segnalazione di testi importanti, della nostra Area, del fronte

58
avverso, dalle riviste scientifiche e via dicendo, ma per quanto riguarda lavori di suo pugno, è estremamente parco, anche se
tutte le volte si rivelano contributi interessanti e intelligenti.
Stavolta lo scritto di Luigi, Donne bianche e preferenza per i balordi, tratta di un tema che chi ha a cuore il nostro destino
come popolo, come cultura, come specie, non può considerare senza angoscia, un esempio potremmo dire, non marginale di
cacogenetica in questo caso spontanea.
Noi sappiamo che con il flusso umano che l’immigrazione oggi ci riversa in casa, il meticciato con gli invasori, sui grandi
numeri, è in una certa misura inevitabile, ma è abbastanza facile notare che sono soprattutto le nostre donne ad avere
rapporti, a stabilire relazioni, magari a sposarsi con uomini extracomunitari, laddove i nostri uomini sembra perlopiù nutrire
ancora nei confronti delle extracomunitarie un sano disinteresse.
Questo, se ci pensiamo è paradossale, perché tutti costoro vengono da culture che attribuiscono alla donna una posizione
infima, e non parliamo solo degli islamici: nella cultura indiana le donne sono trattate ancora peggio, un indiano ha
certamente molto più rispetto per una vacca che per sua moglie, per i bengalesi, sfregiare con l’acido una ragazza che li ha
lasciati, è un comportamento “normale”, e via dicendo. Le donne occidentali che si mettono con i “migranti” hanno una
ragionevole aspettativa di essere trattate molto peggio del cane di casa: di essere segregate, percosse, violentate, di vedersi
portare via i figli, e via dicendo, eppure frequentemente vanno a cercare disgrazie mettendosi assieme a questi energumeni,
perché?
Certamente noi possiamo pensare che, una volta date le opportune avvertenze, ognuno rimane libero di impiccarsi all’albero
che preferisce, in fondo, per la mentalità corrente, quale faccenda c’è più privata e personale di questa?
In realtà le cose non stanno così, perché quando questo diventa un fenomeno largamente diffuso, non può che andare ad
accelerare la diluizione e la scomparsa dei geni europei in mezzo alla turba dei nuovi venuti, cioè la nostra sparizione come
popoli, e di questo non ci possiamo disinteressare.
Si tratta di un fenomeno abbastanza semplice da spiegare in termini biologici: non solo nella specie umana ma, a maggior
ragione in tutto il mondo vivente, esistono comportamenti istintivi che ordinariamente sono utili ma, proprio perché istintivi
e irriflessi, in circostanze “speciali” si rivelano micidiali. Un esempio è quello dei parameci che sono attratti da un ambiente
acido, poiché è nell’acido acetico che trovano i microorganismi di cui si nutrono, solo che sono attratti con lo stesso
“entusiasmo” dall’acido solforico che li uccide. Un meccanismo che si è evoluto perché in natura le probabilità di incontrare
acido solforico sono enormemente inferiori a quelle di trovare acido acetico.
Allo stesso modo, molte donne tendono a essere attratte dai “cattivi ragazzi”, balordi i cui comportamenti aggressivi e
prepotenti rivelano l’abbondanza di testosterone, di ormone maschile.
“Molte donne sono attratte dai prepotenti in quanto vedono in essi un’energia maschile molto forte, una volontà che esce dai
loro corpi e irruma il mondo circostante. Vedono l’uomo testosteronico, laddove il bravo ragazzo gentile e collaborativo
mostra l’attitudine femminile verso cura e protezione, e dimostra la prevalenza di ossitocina, l’ormone materno.

Mentre quindi l’uomo testosteronico viene percepito come dominante e quindi istintivamente adatto a trasmettere i suoi geni
prevaricando i deboli, l’ossitocinico attrae più che altro come amico utile, ma sessualmente inferiore e quindi adatto solo
come seconda scelta, quando cioè la donna vuole “sistemarsi” e cerca il buon partito. (…) Quindi si crea una realtà in cui i
balordi, prepotenti, parassiti della società non hanno problemi ad avere una ricca vita sessuale e riproduttiva, mentre i gentili
e collaborativi si trovano ad annaspare nel vuoto e a cooperare alla cura dei bambini messi al mondo dai cattivi e dalle loro
donne”.
In circostante normali CHE NON SONO QUELLE NELLE QUALI VIVIAMO, questo meccanismo ha una sua utilità,
consente il mantenersi nella popolazione di geni che rendono gli uomini dominanti e aggressivi, e una comunità ha bisogno
di leader e di guerrieri, anche se quegli stessi geni rendono costoro inadatti a prendersi cura della famiglia e della prole, ma
per tornare all’esempio dei parameci, l’immigrazione è l’acido solforico che viene a sostituirsi all’acido acetico.
“Per la donna bianca il mandingo nero è un giocattolo sessuale (…) preferito a un bianco ormai virilmente debole e
intellettualmente complesso”.
Alla fine, il male, la ragione della nostra debolezza è la “cultura” cristiana-democratica-marxista con la sua astrattezza, la
sua negazione del dato biologico, in ultima analisi “Un razzismo inespresso la cui base non è la difesa del corpo fisico di
una stirpe, ma quella intellettuale di una civilizzazione esteriore in cui gli occidentali hanno fatto risiedere il significato
della loro esistenza”, un razzismo rivolta non contro i nuovi venuti, ma contro noi stessi.
Verrebbe voglia di concludere commentando questa penetrante analisi di Luigi Leonini con le parole che costituiscono la
chiusa dello scritto di Alessandro Mezzano; premesso che la sparizione dell’uomo europeo, la sua sostituzione con una
turba meticcia di allogeni è quanto di più cacogenetico ci possa essere, ed è voluta proprio per questo motivo, per avere un
gregge facilmente manipolabile, dagli sciacalli che attualmente reggono le sorti del mondo (piano Kalergi), noi
combatteremo questa sinistra tendenza con tutte le nostre forze; per ora, in mancanza di altri strumenti, con la parola e
l’informazione, consci di difendere non solo l’avvenire dei nostri popoli, ma la salute della specie umana.
“Noi lotteremo per il trionfo della nostra idea, per un migliore avvenire e per un’umanità più sana, più integra, più
UMANA..!!”
59
Una piccola nota riguardo all’ “immagine di copertina di questo articolo. Avevo pensato di usare una ricostruzione dell’
“uomo di Naledi”, ma si tratta di un bruto dall’aspetto davvero poco accattivante; eccovi quindi invece un’immagine del
complesso templare anatolico di Gobeckli Tepe di cui abbiamo parlato la volta scorsa.

Una Ahnenerbe casalinga – Ventunesima parte – Fabio Calabrese

Riprendiamo il nostro discorso sulle origini. Forse è il caso di ripartire da una precisazione che sembrerà ovvia: questa
Ahnenerbe non ha a sua disposizione i mezzi che aveva la Ahnenerbe del Terzo Reich, è un lavoro fatto non solamente da
un’unica persona, ma una persona che per gran parte del tempo deve dedicarsi ad altre cose per procurarsi i mezzi per
sopravvivere e mantenere la propria famiglia. Si tratta di un lavoro, come è facile da capire, molto vincolato a quel che
fornisce il web; eppure, scavando con attenzione, come abbiamo visto, quel che salta fuori è davvero notevole, e ogni volta
si aggiunge nuovo materiale. Ars longa, vita brevis, dicevano gli antichi: la vita umana è necessariamente limitata nello
spazio e nel tempo, mentre il cammino della conoscenza sembra non avere mai fine, e la conoscenza di noi stessi sembra
non essere un argomento più facile dello studio delle particelle elementari o delle lontane galassie. Ci rimettiamo quindi
all’opera con umiltà, ma anche con volontà e la speranza di raggiungere risultati significativi che non siano pura erudizione
ma ci aiutino a orizzontarci nel tempo presente.
Cominciamo con il citare una ricerca molto interessante pubblicata da Francesco Tartarini nel gruppo facebook “Etnografia,
glottologia, genetica ed europeistica” in data 27 settembre 2015. Una ricerca, lo dico subito, che a mio parere meriterebbe di
essere pubblicata non su un gruppo facebook, ma su di una rivista scientifica di prestigio (questo sempre nell’ipotesi che
certi argomenti fossero posti nella giusta luce invece di essere più o meno tabù, cioè se non vivessimo in una democrazia
che vuole la gente sempre più ignorante e incapace di pensare): sembrerebbe esistere una forte correlazione fra gli
aplogruppi umani e i gruppi linguistici.
Gli aplogruppi sono i diversi gruppi umani caratterizzati ciascuno da una propria mutazione del DNA del cromosoma Y.
E’ forse il caso di ricordare che, dato che il genoma umano è enormemente complesso, come quello di quasi tutti gli esseri
viventi eccetto i batteri, i ricercatori preferiscono studiare gli aplogruppi del cromosoma Y che si trasmette esclusivamente
per via paterna oppure il DNA mitocondriale che si trasmette esclusivamente per via materna.
Un altro concetto importante da tenere presente è quello di gradiente. Se noi prendiamo un qualsiasi gruppo umano
abbastanza ampio, vi troveremo un campionario praticamente di tutto il genoma umano, ed è di ciò che gli “studiosi”
democratici e antifascisti (che per la verità trovano solo quello che cercano) si servono per negare l’esistenza delle razze, ma
noi dobbiamo appunto tenere presente il concetto di gradiente, cioè la differenza di diffusione di un dato gene o carattere
nelle diverse comunità umane: se un dato gene è diffuso nel 99% della popolazione A e presente solo nell’1% della
popolazione B, è legittimo dire che è tipico della popolazione A.
L’elenco delle correlazioni fra aplogruppi e gruppi linguistici tracciato da Tartarini è impressionante: L’aplogruppo N
corrisponde alle lingue del ceppo uralico, quello H alle lingue dravidiche (India meridionale), HG Q all’amerindio
(Americhe), HG G al khartvelico (Anatolia, Caucaso), HG J all’afroasiatico (popolazioni semitiche e camitiche) e
l’aplogruppo R alla diffusione delle lingue indoeuropee (fra le varie mappe riportate, riprendo nell’intestazione di questo
articolo quella relativa all’aplogruppo R indoeuropeo). L’elenco non è completo, infatti non ci dice nulla dell’estremo
oriente né degli aborigeni australiani, tuttavia per quanto riguarda gli esempi portati, estremamente persuasivo.
Cosa significa questa evidente correlazione tra aplogruppi e gruppi linguistici? Se vi ricordate, vi avevo già accennato a
un’ammissione di Luigi Luca Cavalli Sforza circa la “sorprendente” somiglianza tra l’albero genealogico delle lingue
umane e quello costruito sulla base della genetica.
Perché sorprendente? Questo ci apre uno spiraglio sulla mentalità democratica, sul suo “pensare” le culture su un’assenza di
correlazione fra cultura e genetica, con il genoma sparso a casaccio in tutte le culture umane che dipenderebbero
esclusivamente da fattori genetici-acquisiti; un’assurda aspettativa di multietnicità di tutte le società umane, viste secondo il
“modello” oggi rappresentato dagli USA e di ciò che vogliono far diventare l’Europa, salvo ammettere a malincuore che le
cose non sono così, salvo dover ammettere che “Etnia e razza sono praticamente la stessa cosa” (la frase è sempre di Cavalli
Sforza), il che ci permette di buttare senza problemi nel bidone delle immondizie che meritano, decenni di speculazioni dell’
“antropologia culturale” di Claude Levi Strauss e discepoli, intesa a persuaderci che l’etnia dipende esclusivamente da
fattori culturali-ambientali-acquisiti e non ha nulla a che fare con genetica e razza.
Come si spiega questa coincidenza fra lingua e affinità/differenza genetica? E’ probabile che la differenza linguistica fra due
comunità umane geograficamente vicine costituisca un ostacolo allo scambio genetico come se si trattasse di un ostacolo
fisico (il che non significa, ovviamente, un impedimento totale), e questo è in ultima analisi il motivo per cui la lingua è un
buon indicatore – non assoluto, però – della nazionalità.
Qui vediamo l’influenza di un fattore culturale, la lingua, sulla genetica. All’errore dei democratici e antifascisti che
vorrebbero negare ogni importanza alla genetica, ai fattori ereditari, noi non dobbiamo reagire, io penso, con l’errore
opposto e simmetrico di negare ogni importanza alla cultura, anche se a volte la tentazione sarebbe forte, ma con
l’obiettività e l’intelligenza.
60
Ciò che fa di noi ciò che noi siamo, è un equilibrio di fattori genetici, culturali e ambientali o, detto in altre parole
SANGUE, SUOLO E SPIRITO, più che il semplice dato biologico inteso in senso materialistico, anche se rimane prioritaria
l’eredità genetica, il “buon sangue” che “non mente”. Tutte le società del passato sono state caratterizzate dall’equilibrio fra
eredità biologica, “ghenos”, cultura e collocazione geografica, sangue, suolo e spirito, ed è precisamente questo equilibrio,
questa armonia che la moderna democrazia (DEMONIOcrazia l’ha definita qualcuno) cosmopolita e mondialista sta
distruggendo per lasciare un mondo di sradicati ridotti al livello animico e alla consapevolezza di sé più bassi possibile.
Noi oggi stiamo subendo le conseguenze della vittoria della democrazia, cioè del TRIONFO DEL MALE nella seconda
guerra mondiale, conseguenze che il lungo stallo della Guerra Fredda ha tenute in sospeso per mezzo secolo, con il potere
mondialista che favorisce e IMPONE l’immigrazione al preciso scopo di cancellare i popoli europei, perché deve essere
chiaro che nel 1945 non è stata sconfitta l’Asse ma l’Europa, comprese le potenze europee uscite teoricamente vincitrici.
LA PROPAGANDA DI REGIME della democrazia, votata alla distruzione dei popoli che la subiscono e dove la cosiddetta
libertà di espressione è una menzogna ridicola, fa di tutto per “indorare la pillola”, per persuaderci alla rassegnazione al
destino di morte che ci hanno preparato. Un articolo de “Il primato nazionale” del 17 settembre fa il punto su quello che
possiamo chiamare il RAZZISMO DI REGIME, inteso a non soltanto a indurci a uno spirito di rassegnazione, ma a
convincerci della desiderabilità della nostra sparizione come etnia attraverso il meticciato, presentando i cosiddetti migranti
come la nuova “razza superiore”; questo testo fa riferimento a un pezzo de “L’Espresso” (e te pareva!) intitolato I figli degli
immigrati? Tra i più bravi a scuola! Questa idiozia di regime, a sua volta fa riferimento a una “ricerca” della fondazione
ISMU, “Istituto per lo Studio della Multietnicità”, e già pensare che una fondazione siffatta non sia affetta da pregiudizi
xenofili equivale all’aspettativa di vedere gli asini spiccare il volo.
Disgrazia vuole che io sia un insegnante e la situazione della nostra scuola la conosca molto bene, lavorando per di più in
una scuola con un’alta percentuale di figli di immigrati. “Immigrati”, naturalmente, è un termine molto generico. La mia
esperienza mi ha permesso di constatare che ragazzi di origine polacca, ucraina o serba, una volta superato l’ostacolo della
lingua, in genere, si inseriscono senza problemi e hanno rendimenti scolastici in linea con quelli dei loro coetanei italiani. Al
contrario, neri, colombiani, magrebini sono REGOLARMENTE soggetti problematici, sia per il profitto sia per la
disciplina; frequentemente sono portatori di ritardo mentale, dislessia o (la nuova grande trovata del nostro ministero della
pubblica istruzione) affetti da BES (Bisogni Educativi Speciali), hanno quindi accesso a una corsia privilegiata che permette
loro l’accesso senza sforzo al diploma o all’attestato di frequenza. Figli di immigrati, adottati o anche figli di coppie miste,
in genere non fa molta differenza.
In più, c’è quello che io chiamerei l’effetto Prentice, con riferimento al dottor Prentice, il personaggio di colore di Indovina
chi viene a cena, che confessa candidamente il fatto di essere stato molto aiutato nella sua carriera, di essere stato
costantemente sopravvalutato per il fatto che tantissime persone si erano astenute dal pronunciare giudizi negativi su di lui
per la paura di sembrare razziste, un effetto Prentice che nella scuola italiana SUCCUBE DELLA SINISTRA risulta
particolarmente amplificato. Si tratta, in sostanza di una forma di RAZZISMO ANTI-BIANCO.
Ecco spiegata la deformazione statistica che sta alla base dei dati della “ricerca” dell’ISMU, che in effetti danno un quadro
che è l’esatto contrario della realtà.
Altre statistiche provenienti da fonti meno prevenute ci danno un quadro ben diverso: il 50% di tutti i reati che avvengono
in Italia sono commessi da immigrati, e dato che costoro costituiscono attualmente circa il 5% della popolazione residente,
questo vuol dire una propensione a delinquere dieci volte maggiore rispetto agli Italiani nativi. Parliamo di alcune categorie
di reati. Gli extracomunitari sono responsabili dell’80% degli stupri, e non parliamo dello spaccio di stupefacenti, dove
detengono un monopolio quasi assoluto.
A smentire le FARNETICAZIONI DI REGIME riprese da altri organi di disinformazione, (“La Stampa” dopo “l’Espresso”
secondo la prassi dittatoriale della nostra sedicente democrazia), nemmeno a farlo apposta, il giorno dopo, 18 settembre,
pubblicata su “Riscatto nazionale” è arrivata una ricerca dell’associazione tedesca di psichiatria “Dietrich Munz” che rivela
che il 40% degli immigrati soffre di turbe psichiche che possono indurre a comportamenti violenti (vi ricordate di Kabobo?
Non è stato e non sarà il solo).
In compenso, c’è almeno una categoria di reati che è esclusivamente nostra e che gli extracomunitari non commetteranno
mai, i reati di opinione, perché in un sistema oppressivo come la nostra cosiddetta democrazia, DIRE LA VERITA’ E’ UN
REATO.
Parliamo di un ordine di fatti che a prima vista può sembrare lontano da tutto ciò. Voi probabilmente saprete che negli
ultimi anni si sono moltiplicati gli studi intesi a collegare certi comportamenti a determinate aree del cervello, creando una
serie di connessioni sempre più dirette fra psicologia e fisiologia del sistema nervoso centrale. Proprio ultimamente, uno dei
miei corrispondenti (a cui devo sempre riconoscere un grande merito, perché senza di loro questa rubrica probabilmente non
esisterebbe) mi ha segnalato un articolo apparso su VoxNews in data 27 agosto, Una spiegazione biologica al buonismo, che
riferisce di una ricerca condotta dalla dottoressa Shelley Taylor dell’Università di Los Angeles.
La capacità di distinguere gli appartenenti al nostro gruppo, “i nostri” dagli estranei, verso i quali è sempre bene mantenere
la diffidenza perché potrebbero essere anche malintenzionati, è un carattere essenziale per la sopravvivenza che si è evoluto
nella specie umana. La ricerca della dottoressa Taylor collega questa capacità con un’area del cervello nota come insula
61
anteriore. Quest’area tende a degenerare negli anziani, e questo potrebbe darci una spiegazione biologica dal fatto che le
persone anziane tendono così facilmente a essere vittime di truffe da parte di malintenzionati che riescono a carpire la loro
fiducia con raggiri di varia natura.
Questo però non è tutto: esiste una vera e propria patologia psichiatrica, la sindrome di Willis, nella quale si verificherebbe
una degenerazione precoce dell’insula anteriore. Le persone che ne sono affette sono incapaci di distinguere i familiari dagli
estranei. Le cause di questa sindrome non sono chiare, ma sembra che possano essere ricondotte alla diffusione
nell’ambiente dei pesticidi e/o all’inquinamento elettromagnetico.
Il buonismo esasperato di tanti sinistrorsi, non solo l’incapacità di distinguere fra “i nostri” e gli stranieri, ma la preferenza
accordata a questi ultimi a discapito dei propri connazionali, potrebbe essere una variante della sindrome di Willis.
L’articolo presenta un accattivante raffronto fra le caratteristiche fisiognomiche tipiche della sindrome e quelle di un noto
esponente xenofilo. Si tratta di una spiegazione degna di interesse ma sulla quale non giurerei. In ogni caso, il risultato non
cambia. Che l’esasperata xenofilia che caratterizza i democratici-cristiani-marxisti-antifascisti sia dovuta a una patologia
psichiatrica connessa a una degenerazione cerebrale, o sia esclusivamente il risultato delle lenti deformanti culturali
cristiane e marxiste, siamo ugualmente nel campo della patologia del pensiero.
A noi, in ogni caso, che sappiamo bene che dalle predicazioni bugiarde del “Discorso della Montagna” e del rabbino di
Treviri (in arte Karl Marx) non possono scaturire altro che disastri, spetta l’onere di difendere il futuro nostro e dei nostri
figli e nipoti.
In questi giorni, precisamente il 9 ottobre, il nostro infaticabile Luigi Leonini mi segnala un articolo di Maurizio Blondet
anch’esso riguardante la genetica, pubblicato il 13 gennaio 2014 sul sito Effe DiEffe: Nel DNA c’è una seconda lingua
(fermate Monsanto).
La scoperta è importante ma forse non così sorprendente come sembrerebbe a prima vista, da molto tempo si sospettava che
esistesse, per così dire, un doppio livello nel DNA: tutte le cellule di un organismo hanno lo stesso DNA che decide se
questo organismo è un uomo o una cavalletta, una primula o una sequoia, ma ci dev’essere oltre a ciò “qualcos’altro” che
dice ad alcune cellule embrionali di diventare ossa, muscoli, pelle, polmoni o cervello, oppure tronco, radici, foglie, a
seconda della specie.
Ora, sembra che questo “secondo livello”, i geni che regolano il funzionamento degli altri geni, sia stato individuato da un
team di genetisti della University of Washington guidato dal professor John Stamatoyannopulos che ha commentato
“Adesso sappiamo che quando leggevamo il genoma umano, ci perdevamo la metà del testo”.
Naturalmente, quel che interessa di più a Blondet (e a noi) non è tanto il dato strettamente scientifico, quanto le implicazioni
socio-politiche che sottintende. Per prima cosa, un punto su cui Blondet ha pienamente ragione è il fatto che finora la
complessità del DNA è stata enormemente sottovalutata, e coloro che si dedicano a manipolarlo nel finora lucroso esercizio
dell’ingegneria genetica al servizio delle grosse multinazionali come Monsanto, sono apprendisti stregoni che giocano col
fuoco, e potrebbero mettere in pericolo la vita su questo pianeta.
E’ tuttavia il solito discorso di sempre su Blondet; riesce a essere estremamente persuasivo finché non spunta fuori il
cattolico creazionista; ovviamente, la scoperta viene usata per avanzare dubbi sulla teoria dell’evoluzione perché il DNA
sarebbe “troppo complesso”, un vestito nuovo per un vecchio argomento che non tiene conto dell’effetto di miliardi di anni
di selezione su innumerevoli miliardi di esistenze, quanto basta per spiegare qualsiasi complessità del vivente. Alla base c’è
l’errore di ritenere l’evoluzionismo una cosa “di sinistra” come “i compagni” hanno sempre cercato di farci credere. Di
sinistra il concetto di selezione? Di sinistra la tendenza a preservare nelle generazioni future Il PROPRIO genoma in
competizione con altri? Ma questo è l’esatto contrario di quel che la sinistra da sempre predica e vuol farci credere!
Da parte nostra si è sempre rimproverato ai “compagni” di accettare il darwinismo biologico e non quello sociale, ma
accettare il darwinismo sociale e non quello biologico, l’inevitabile base naturalistica su cui esso si fonda, è un’incoerenza
ancora maggiore.

Ancora più alla base, proprio al fondo di questo errore, c’è una menzogna raccontata dallo stesso Marx e da tutti accettata
acriticamente, che il suo pseudo-socialismo, la concezione di sinistra sia “scientifica”; da qui la tendenza da parte nostra a
reagire facendo appello a spiritualismi, vuoi cristiani, vuoi esoterici (magari l’islam come “ultima ratio”: Guenon, Mutti e
Buttafuoco insegnano). Bene, è precisamente questo l’errore o la mistificazione. L’abbiamo visto più volte: dalla leggenda
rousseauiana del “buon selvaggio” alla psicanalisi, all’antropologia culturale, e ovviamente il marxismo stesso, la “scienza
si sinistra” di scientifico non ha niente, è solo fuffa, fumo negli occhi. Ci sono due fantasmi che percorrono la scienza
biologica e che la sinistra non riesce a esorcizzare, quelli di Konrad Lorenz e di Robert Ardrey, la dura lezione della lotta
per la vita, che è l’esatto contrario del buonismo sinistrorso, mentre è proprio quest’ultimo come inevitabile nemesi, a
portare ai massacri della Vandea e ai gulag.
C’è anche un terzo fantasma, fuori dal campo scientifico ma che è ancora più difficile da esorcizzare e più coriaceo: è
insensato negare il fatto della trasformazione delle specie viventi nel tempo, ma appiccicarci un giudizio di valore per cui
essa debba necessariamente essere concepita come miglioramento, la confusione fra conoscenza ed etica, è un tipo vizio
abramitico. La comparsa nel vivente di forme man mano più complesse, può ugualmente bene essere interpretata come il
62
decadere sul piano materiale di forme superiori. Si, stiamo parlando proprio di lui, il barone Julius Evola, con cui dobbiamo
fare i conti, e la fine del computo non uscirà di certo a favore del pensiero cristiano, o islamico, o abramitico in una
qualsiasi forma

Una Ahnenerbe casalinga, ventiduesima parte – Fabio Calabrese


www.ereticamente.net/2015/12/una-ahnenerbe-casalinga-ventiduesima-parte-fabio-calabrese.html

Torniamo alla nostra tematica delle origini che ultimamente abbiamo lasciato da parte per affrontare un argomento non
meno importante, quello dell’intelligenza. Vale la pena di ribadire che questo tema è in ogni caso strettamente connesso al
primo, non soltanto perché ci ha permesso di confutare una volta di più la leggenda della “luce da oriente”, ma perché è
emersa in tutta chiarezza la componente genetica dell’intelligenza, a dispetto della favola democratico-sinistrorsa che
vorrebbe vedervi soltanto l’effetto di fattori ambientali. Per dirla con i nostri vecchi, “buon sangue non mente”.
Io non vorrei che nessuno pensasse a un’insensibilità da parte mia se non ho ritenuto opportuno dedicare un articolo
specifico alla strage di metà novembre avvenuta a Parigi ad opera di fondamentalisti islamici. Cosa si debba pensare
sull’islam l’ho detto e ridetto, sui miei scritti già pubblicati su “Ereticamente” trovate tutti gli elementi per farvi un’idea in
proposito, nonché sui pericoli a cui ci espone il buonismo democratico-cristiano-sinistrorso che è prima di tutto una forma
profonda e radicata di vigliaccheria, pericoli che sono solo la punta di un iceberg, i momenti di frizione violenta di un
processo che si vorrebbe indolore, e nelle “buone” intenzioni dei buonisti di cui sopra, dovrebbe portare alla sostituzione dei
popoli europei con masse allogene. In questa prospettiva, fra allogeni “buoni”, “moderati”, “integrati” e allogeni “cattivi”
non c’è in fondo nessuna differenza. Gli uni e gli altri sono cellule di non-Europa che proliferano nel nostro tessuto civile
come un cancro.
Semmai, non si può non notare nella sensibilità dell’opinione pubblica (costruita ad arte dal sistema mediatico) una “strana”
asimmetria: cento morti causati in Francia da un commando fondamentalista islamico, provocano lo sconcerto mondiale;
mille morti provocati da un raid israeliano in Cisgiordania o a Gaza, compresi donne e bambini, beh, di quelli non importa
niente a nessuno. Potenza congiunta del plagio mediatico mondiale e della pedagogia olocaustica che rende tutto quello che
fanno gli assassini circoncisi impunito e lecito.
Torniamo dunque a vedere cosa c’è di nuovo SUL FRONTE della tematica delle origini; sottolineo sul fronte perché, come
ben sappiamo, anche a questo riguardo non si tratta di una curiosità erudita e accademica, ma di una vera e propria battaglia
culturale, perché dall’idea delle nostre origini dipende l’idea che abbiamo di noi stessi, e le idee correnti al riguardo non
hanno nulla di scientifico ma sono pura ideologia, propaganda del regime democratico: veniamo tutti dall’Africa, le razze
non esistono, gli uomini sono tutti uguali, il sistema democratico garantisce la libertà, Babbo Natale esiste e gli asini volano.
Tempo addietro, un mio conoscente ha postato su facebook un brano scannerizzato da un testo rivolto ai pargoli delle scuole
medie, che evidenziava sia la radicale falsità della propaganda democratica e antirazzista, sia la precocità
dell’indottrinamento a cui i nostri figli sono sottoposti. In esso si sosteneva la non esistenza delle razze e si spiegava che
“Due vicini di casa possono essere geneticamente più distanti di due persone che vivono ai capi opposti del mondo”. Oh,
certo, è senz’altro così se i due vicini abitano a New York e uno dei due è un afroamericano e l’altro un immigrato di
origine scandinava.
Io spero che adesso mi scuserete se devo citare (a memoria) un post di cui non ho conservato i riferimenti; colpa del fatto di
riprendere questa tematica dopo un ampio intervallo di tempo e anche del fatto che lì per lì non ho prestato attenzione
all’interesse che può rivestire la cosa; in fondo, le origini degli Africani ci interessano meno delle nostre, tuttavia penso che
ricorderete che la notizia era circolata sulla stampa un paio di mesi fa: è stato analizzato il DNA proveniente da uno
scheletro umano ritrovato in una caverna etiopica e risalente a circa 40.000 anni fa. E’ emerso il fatto che questo individuo
presentava una somiglianza relativamente scarsa con gli attuali abitanti della regione, che invece sarebbero il frutto di
un’ibridazione tra le popolazioni locali e una migrazione proveniente dal lato opposto del Mediterraneo, dall’Eurasia o
dall’Europa. Un tipo umano eurasiatico a cui sembrerebbe che la popolazione attuale più vicina siano i sardi (a parte –
suppongo – i fenomeni di deriva genetica e di riduzione di taglia connessi con l’insularità).

E’ una conferma della constatazione visuale del fatto che Etiopi e Somali presentano spesso lineamenti meno “africani”
degli altri abitanti dell’Africa al disotto del Sahara.
MA GUARDATE CHE STRANO! Queste popolazioni del Corno d’Africa sono gli unici subsahariani che abbiano mai dato
vita prima dell’arrivo dei coloni europei a una società in qualche modo organizzata, a un’organizzazione statale, a
manifestazioni artistiche non puerili, e ora abbiamo la prova provata che NON SI TRATTA DI NERI PURI!
L’articolo, e mi dispiace più che mai di aver perso i riferimenti, diceva che in questo caso l’antica migrazione che avrebbe
dato origine alle popolazioni etiopi attuali sarebbe avvenuta “in senso inverso”. In senso inverso rispetto a che cosa? Ma è
chiaro, qui rispunta surrettiziamente, presentata come qualcosa di talmente ovvio che non vale la pena di parlarne, la tesi
dell’OOA, dell’Out Of Africa, dell’origine africana della nostra specie. Negli ambienti “scientifici” ufficiali essa è “la

63
verità” ortodossa, anche se in realtà non è suffragata da nulla se non dalla deliberata confusione tra la questione dell’origine
dell’uomo moderno e quella degli antichi ominidi di milioni di anni or sono.
Naturalmente, ciò che rende questa tesi che si vorrebbe imporre a tutti i costi come l’ortodossia scientifica, è il bel “buco”
temporale che c’è fra gli ominidi di tre-quattro milioni di anni fa, e l’uomo anatomicamente moderno che risale
probabilmente a 70-100.000 anni fa, forse qualcosa di più, ma sicuramente non oltre i 200.000. Ecco allora la trovata, la
“genialata” di qualcuno: promuovere a “uomo” il prossimo australopiteco i cui resti dovessero emergere da una qualsiasi
grotta africana, meglio se lo si potesse collocare intorno ai due milioni di anni, cioè proprio in mezzo al “buco”.
L’operazione è scattata con il cosiddetto “uomo” di Naledi; in realtà l’ennesimo bruto scimmiesco emerso dal suolo
africano.
“Se avete la necessità di far credere una bugia, ditene a suo sostegno una più grossa, nessuno penserà che osiate mentire
fino a quel punto”. Vi ricorda qualcosa?
In realtà, se parliamo della nostra specie, dell’uomo anatomicamente moderno, dell’homo sapiens, non solo non c’è nessuna
prova di un’origine africana, ma c’è una forte evidenza del contrario. Quale che sia l’origine ancestrale degli ominidi, “noi”
siamo nati in Eurasia.
E’ bene ricordare, in ogni caso, ma le informazioni che possediamo suggeriscono piuttosto l’origine eurasiatica, che
“origine africana” non significherebbe in ogni caso che “veniamo dai neri” con il corollario dell’inesistenza del ceppo
umano caucasico (a cui tende l’abilmente orchestrata propaganda di regime spacciata per scienza); il ceppo dei nostri
antenati potrebbe per ipotesi anche essersi formato nell’Africa sahariana oggi desertica ma un tempo fertile e rigogliosa,
senza nessun apporto da parte di quello nero che invece è con ogni verosimiglianza frutto di un adattamento relativamente
tardo, ma allo stato dei fatti, è un’ipotesi che non c’è motivo di formulare.
In data 14 ottobre, una mia corrispondente mi ha segnalato un articolo apparso il 13 maggio sulla versione on line del
“Corriere della sera”, che a sua volta riprende un pezzo pubblicato (in data non specificata) su “Nature Communications”;
esso riferisce di una ricerca condotta da un team dell’Università di Seattle coordinato dal professor George
Stamatoyannopulos (forse non è un caso che questo ricercatore sia di origine greca, come fa ben capire il cognome) sul
DNA dei resti estratti da sepolture cretesi risalenti a circa 3.700 anni fa ritrovate in una grotta dell’altopiano di Lassithi,
quindi appartenenti al periodo minoico.
In passato, diversi studiosi avevano supposto un’origine africana delle popolazioni minoiche, basandosi per la verità su
nulla di più di una superficiale somiglianza fra l’arte minoica e quella egizia (magari resterebbe da vedere chi può aver
influenzato chi, una volta che l’origine mediorientale della civiltà non sia più ciecamente accettata come un dogma).
Bene, il responso dell’analisi del DNA è estremamente chiaro: i minoici, oltre a presentare una stretta affinità con i cretesi
attuali, erano inequivocabilmente europei; il loro genoma non mostra somiglianze con quello di popolazioni africane o
mediorientali, ed è invece affine a quello delle popolazioni dell’Europa occidentale e settentrionale, della Penisola iberica e
della Sardegna.
In questo caso, probabilmente, dato che gli Egizi possono essere considerati sia africani sia mediorientali, la leggenda
dell’OOA viene a sovrapporsi a quella dell’origine mediorientale della civiltà, leggenda che, l’abbiamo visto altre volte
(“Ex oriente lux”) nasce dallo scambiare la narrazione biblica per resoconto storico e addirittura storia del mondo, mentre si
tratta solo di una raccolta di favole per di più radicalmente estranee alla nostra cultura profonda le cui radici sono
indoeuropee. Bene, una volta di più, questa ricerca le smentisce entrambe.
Un particolare grottesco: L’articolo del “Corriere” titola “I minoici venivano dall’Africa”, quando il testo dimostra
esattamente il contrario. Lapsus freudiano generato dalla voglia di dimostrare l’indimostrabile, o stratagemma calcolato per
ribadire comunque la favola africana, dal momento che c’è molta gente che legge il giornale scorrendo semplicemente i
titoli dei pezzi che non parlano di attualità, gossip o sport?
Verrebbe voglia di mettere una postilla a questo discorso. Una nota che penso farà piacere ai nostri amici sardi (e mi
piacerebbe sentire al riguardo ad esempio l’opinione di uno studioso come Massimo Pittau); come vedete, torniamo a
parlare della seconda grande isola italiana. La sua popolazione non è solo una delle più longeve in assoluto al mondo ma,
favorita in questo dalla sua condizione insulare, è una testimonianza vivente del profilo antropologico dell’Europa dell’Età
del Bronzo, è da questo punto di vista un “documento” di eccezionale valore. Un “documento” però fragile, che rischia di
essere cancellato come tutto il resto dalla globalizzazione multietnica imposta dal potere mondialista.
Ma non vi preoccupate: l’uomo meticcio del futuro probabilmente non nutrirà alcun interesse per la storia della nostra
specie, o si limiterà a “bere” passivamente tutto quel che gli ammanniranno i futuri “padroni del vapore”; programmato per
essere quanto più possibile uno schiavo stolido e ubbidiente, avrà fatto parecchi passi indietro sulla via della sub-umanità
quando il potere sedicente democratico avrà definitivamente gettato la maschera.
Torniamo al nostro tema. In data 18 ottobre il nostro Luigi Leonini, una persona a cui non posso riservare altro che i più
ampi elogi per il contributo di informazione, di riscoperta, di selezione di articoli da lui svolto e di cui anche io mi sono
largamente servito per i miei scritti su “Ereticamente”, ha presentato in un post il link a una serie di pezzi de “Le scienze”
che riguardano la genetica degli antichi europei, di cui quello di riferimento (a cui sono linkati gli altri), “Il nuovo albero
genealogico degli Europei”, è del 18 settembre 2014.
64
Prima di procedere oltre, vorrei farvi osservare una cosa: “Il Corriere della Sera”, “Le scienze”; su queste pagine mi è
capitato di citare spesso più di una volta la pagina scientifica della “Repubblica” e anche quella culturale del “Sole 24 ore”,
tutte pubblicazioni dell’estrema, estremissima destra e di area neofascista, come potete ben vedere.
In un sistema globalmente menzognero come quello democratico, la menzogna TOTALE è pericolosa, si presta facilmente
alla smentita in blocco, è più efficace un’abile mescolanza di bugie e di verità, anche per mantenere la finzione della libertà
di ricerca. Quello che conta, è che certi contributi rimangano limitati e settoriali, accessibili per lo più agli specialisti, e non
tocchino il grosso pubblico che deve continuare a bere la favola dell’origine africana e dell’inesistenza delle razze.
L’articolo citato dal nostro Luigi è linkato ad altri cinque. Nel complesso essi disegnano un quadro della preistoria europea
che conoscevamo già, ma sul quale è il caso di tornare brevemente: gli europei attuali deriverebbero sostanzialmente
dall’incontro di tre popolazioni preistoriche la cui eredità è presente in vario grado nelle genti dell’Europa di oggi.
L’impronta genetica che sembra prevalente è quella del gruppo che è stato denominato eurasiatico settentrionale (che tra
l’altro è presente per un terzo anche nel genoma degli Amerindi, e qui ci sarebbe da fare tutto un discorso sul fatto che
popolazioni bianche potrebbero essere anche all’origine delle civiltà precolombiane, e l’abbiamo visto in altre parti di
questa ricerca alle quali ora vi rimando); c’è poi una piccola componente che sembra si possa far risalire al sapiens più
antico d’Europa, l’uomo di Cro Magnon e che sarebbe rappresentata soprattutto fra le popolazioni basche e pirenaiche. C’è
infine una componente che testimonia un’immigrazione di età neolitica proveniente dal Medio Oriente, che molti ricercatori
mettono in relazione con la diffusione dell’agricoltura, ma occorre evidenziare una volta di più che questa componente è
assai meno rappresentata di quel che vorrebbero coloro che sostengono che essa si sarebbe diffusa nel nostro continente con
l’espansione di questi immigrati che avrebbero man mano strappato aree sempre più consistenti ai cacciatori paleolitici
autoctoni. Quindi l’agricoltura dovrebbe semmai essersi diffusa nel nostro continente per imitazione, di popolazioni già
nomadi che sarebbero progressivamente diventate agricole e sedentarie, perché diciamolo, l’uomo europeo è un uomo
ingegnoso, capacissimo di apprendere tecniche nuove quando dimostrino di funzionare, in contrasto con la rigidità culturale
mostrata da genti estranee al nostro continente.
Vi sono tuttavia validi motivi per ritenere che le cose non siano andate in questo modo, e anche questo l’abbiamo già visto,
ma repetita iuvant, prima di tutto la scoperta dei metalli che va senz’altro connessa allo sviluppo dell’agricoltura, alla
necessità di fornire strumenti di lavoro a popolazioni in crescita, mentre il corredo paleolitico di utensili in pietra scheggiata
era pienamente adeguato alle necessità dei cacciatori paleolitici. Bene, le più antiche miniere che presentano tracce di
sfruttamento si trovano in Europa e non in Medio Oriente, così come europeo e non mediorientale è il più antico attrezzo
metallico conosciuto: l’ascia (o meglio la sua lama) di Oetzi, l’uomo del Similaun, mentre in Medio Oriente questo genere
di oggetti non si ritrova che cinque secoli dopo. Allo stesso modo, da collegare all’agricoltura è l’allevamento bovino, e non
vi è dubbio alcuno che esso sia iniziato in Europa.
A parte alcune ovvie divergenze e sfumature interpretative da parte dei diversi autori, il quadro che ne emerge è piuttosto
coerente e conferma quel che sapevamo già, e soprattutto non si scorge alcun indizio di un’origine africana.

In coda, metterei una nota per così dire interna. Ultimamente, lo staff di “Ereticamente” mi ha girato la lettera di un lettore
che mi ha chiesto lumi circa una notizia comparsa fuggevolmente sui media tempo addietro, a proposito del ritrovamento
dei resti di una “città” dell’Africa meridionale che sarebbe stata datata a 200.000 anni fa. Qualcosa del genere, per la verità,
avevo già sentito anch’io, ma non ho approfondito la cosa perché non ho molta voglia di occuparmi di ciò che puzza
evidentemente di bufala. Gli ho dato la stessa risposta che adesso do a voi: se si fosse trattato di una datazione di uno o due
ordini di grandezza inferiore la cosa sarebbe stata accettabile: 2000 anni, possibile; 20.000 anni sarebbe dura da mandare già
ma al limite ancora credibile. 200.000 anni francamente no; significano un’epoca in cui l’homo sapiens non esisteva ancora
o era appena iniziata la transizione tra homo erectus e i primissimi sapiens e anche l’uomo di Neanderthal era al di là da
venire, siamo ben lontani dalla comparsa in una qualsiasi parte del mondo di uno stile di vita che si possa anche
lontanamente definire civile. O si è trattato di un clamoroso errore di datazione, o semplicemente di una bufala, una bufala
come sempre a sostegno di questa presunta origine africana che vorrebbero imporci di credere a tutti i costi, ma il fatto
stesso che “la notizia” abbia fatto sui media una comparsa sibillina e meteorica, fa pensare che coloro che l’hanno inventata
devono essersi accorti stavolta di averla sparata troppo grossa.

Come voi vi rendete facilmente conto, la questione delle nostre origini non è una faccenda accademica ed erudita: si tratta di
spuntare un’arma propagandistica in mano al nemico: la leggenda dell’origine africana e dell’inesistenza delle razze è
strettamente finalizzata al tentativo di farci accettare senza ribellarci la nostra sparizione come popoli nel marasma
multietnico che si sta preparando. Io di solito concludo gli articoli di questa serie ricordando il valore e la necessità di
difendere la nostra eredità in quanto uomini europei. Non vorrei ripetermi troppo, anche perché certe acquisizioni credo di
poterle dare ormai per scontate soprattutto per chi mi segue da tempo. Ricordate che tutte le volte che vi accusano di
eurocentrismo, è il nemico che parla, non importa attraverso la bocca di chi.

Una Ahnenerbe casalinga, 23sima parte


65
www.ereticamente.net/2016/02/una-ahnenerbe-casalinga-ventitreesima-parte-fabio-calabrese.htmlnzialità e
proporzione nella visione del mondo indoeuropea
Dopo un congruo lasso di tempo riguardo al quale abbiamo delle novità che sono emerse, riprendiamo il nostro discorso
sulle origini. In realtà, non si tratta di aggiungere molto a un quadro che ci è ormai ben chiaro, quelle che troviamo sono
ormai semplicemente delle conferme.Tuttavia, questo non fa che evidenziare la situazione paradossale della verità sempre
più difficile da nascondere che contrasta con la “verità” ufficiale imposta dall’ortodossia democratica che da settant’anni
spaccia come dogmi irrefutabili (o ad andare contro i quali si va incontro a una dura repressione), una serie di menzogne:
l’inesistenza delle razze, l’uguaglianza degli uomini, la non centralità nella civiltà umana del nostro continente e dell’uomo
caucasico di ceppo europeo-indoeuropeo, tutto ciò, palesemente, allo scopo di indorarci la pillola dell’imminente sparizione
dei popoli europei nel marasma dell’imbastardimento multietnico.Naturalmente, le informazioni importanti circa le nostre
origini, come su tutto il resto, continuano a circolare in forma clandestina o semi-clandestina, approfittando soprattutto del
fatto che, almeno per ora, internet è difficilmente controllabile dal potere, mentre le riviste, i testi di divulgazione
scientifica, i corsi universitari, continuano perlopiù a ripetere le solite inattendibili, falsissime banalità a cui il potere
“democratico” vorrebbe che credessimo.Da questo punto di vista, un gruppo presente su facebook dal cui materiale
pubblicato ho tratto più volte ispirazione perquesti articoli, è “European and indo-european Identity and ethnic Religions”,
che alterna testi in lingua inglese e in italiano.Ultimamente, “European…” ha pubblicato alcuni estratti di Amnesia, our
forgotten History (“Amnesia, la nostra storia dimenticata”) e/o Atlantis, Lemuria and lost Civilizations (“Atlantide, Lemuria
e civiltà perdute”) di Robert Sepehr. (l’e/o va inteso nel senso che non è chiaro se si tratti di due testi diversi o del titolo e
sottotitolo della medesima opera). Che non ne sia disponibile in Italia nulla di più ampio, è in ogni caso una circostanza di
cui non ci si può che rammaricare, perché da quello che se ne può desumere, l’autore ha da raccontarci della nostra storia
più remota una versione molto diversa da quella

ufficiale.Uno di questi stralci ci racconta di Gobeckli Tepe ma, al riguardo, prima di parlarne, sarà bene fare un passo
indietro. In questa località anatolica non prima del 1995, gli scavi archeologici hanno messo in luce il fatto che sotto la
“collina rotonda” (tale è il significato del nome in lingua turca) si celava un complesso megalitico interrato risalente a
12.000 anni fa, e quindi più antico di tutti quelli finora conosciuti.
Io vi ho già parlato altre volte di quegli oggetti misteriosi che vengono chiamati OOPARTS (Out of Place Artifacts), oggetti
fuori posto, fuori dal tempo, nel senso che sembrerebbero essere estranei al contesto storico nel quale sono ritrovati, alle
conoscenze tecniche delle rispettive epoche. In un certo senso, possiamo dire che Gobeckli Tepe sia il più gigantesco
OOPART conosciuto; infatti, sarebbe datato a un’epoca anteriore a quella della rivoluzione agricola neolitica, ed è
letteralmente impossibile che rade tribù di cacciatori-raccoglitori come quelle che si suppone vivessero prima del neolitico,
che dovevano impegnare tutti i loro sforzi nella sopravvivenza giorno per giorno, che non disponevano di eccedenze
alimentari, e tra le quali, quindi, non ci potevano essere lavoratori specializzati in altro che il procacciamento del cibo che
consentisse di sopravvivere possano aver creato una struttura come il grande complesso megalitico emerso dalla “collina
rotonda” anatolica (in realtà un tumulo artificiale sotto il quale il monumento megalitico è rimasto interrato e preservato per
millenni).
La spiegazione che viene addotta, che la religione sarebbe stata il centro di aggregazione delle diverse comunità umane in
contesti più vasti prima ancora della rivoluzione agricola, in realtà non dà una vera risposta, essa ci dà una credibile
motivazione, ma non spiega assolutamente quali mezzi avrebbero reso possibile l’edificazione del complesso
megalitico.Come ricorderete, in una parte precedente, la diciannovesima, di questa serie di scritti, avevo proposto una
spiegazione del mistero di Gobeckli Tepe rifacendomi alla teoria dell’ “Atlantide pontica”.Noi sappiamo che durante l’età
glaciale il livello dei mari era considerevolmente più basso che nell’era odierna, perché una grande quantità di acqua si
66
trovava sulla superficie delle terre emerse sotto forma di ghiaccio. Il disgelo dei fronti glaciali non sarebbe avvenuto sempre
in maniera graduale, ma avrebbe dato luogo in diversi tempi e luoghi a inondazioni improvvise e violente che sarebbero alla
base di leggende come quella del diluvio e di sommersioni di terre come Atlantide, e il ricordo di questi episodi si ritrova
nel patrimonio mitico-leggendario praticamente di ogni popolazione del nostro pianeta.Secondo gli oceanografi Bill Ryan e
Walter Pitman, fino a una dozzina di migliaia di anni fa, quello che oggi è il Mar Nero, era un lago di acqua dolce di
dimensioni considerevolmente inferiori a quelle attuali. Questa teoria non deriva da speculazioni astratte, ma dallo studio
dei fondali del Mar Nero con l’ecoscandaglio, che avrebbe permesso di individuare la linea di costa dell’antico lago a circa
110 metri di profondità attuale. Non esistendo di fatto il Mar Nero così come è oggi, l’Anatolia sarebbe stata unita
all’Europa, e proprio nella fertile pianura oggi sommersa che si stendeva attorno all’antico lago pontico, che doveva
presentare le condizioni più favorevoli all’insediamento umano, si sarebbe sviluppata la più antica civiltà agricola. Questa
teoria è esposta in dettaglio nel libro “I pilastri di Atlantide” di Ian Wilson.
Quando 12.000 anni fa, l’inondazione proveniente dal Mediterraneo avrebbe distrutto il ponte di terra che si trovava là dove
oggi sono il Mar di Marmara, i Dardanelli e il Bosforo, le popolazioni rivierasche sarebbero state costrette a darsi
precipitosamente alla fuga, irradiandosi verso l’Europa e verso l’Asia. Fra loro, ipotizza Wilson, vi sarebbero stati anche gli
antenati degli Indoeuropei.Si può anche osservare una coincidenza temporale che se fosse davvero una coincidenza, la cosa
sarebbe francamente sbalorditiva: è precisamente a dieci millenni prima della sua era che Platone pone la narrazione dello
sprofondamento di Atlantide, cioè proprio all’epoca della catastrofe del Mar Nero.
Ora, io vi avevo fatto osservare che se accettiamo questa teoria, il mistero di Gobeckli Tepe non è più tale: tutto quadra.
Gobeckli Tepe sarebbe stata realizzata da una comunità di profughi dall’Atlantide pontica, una comunità già agricola e
verosimilmente urbana. Sarebbe come se gli attuali Australiani fossero assorbiti dalla popolazione aborigena o magari si
trasferissero altrove, lasciando gli archeologi di un remoto futuro a domandarsi “Ma come avranno fatto gli aborigeni che
non sapevano nemmeno levigare la pietra a costruire l’Opera di Sidney?”
Sebbene questa sia la spiegazione più logica del mistero di Gobeckli Tepe, l’unica che combacia con i dati disponibili,
dubito molto che diventerà popolare, ha il “difetto” di rimarcare il fatto che l’antico santuario megalitico è stato creato da
una popolazione bianca di ceppo caucasico affine agli attuali indoeuropei, di sottolineare una volta di più l’idea “razzista”
che tutto ciò che conosciamo sul nostro pianeta come civiltà è il prodotto di un determinato tipo umano, proprio quello che
l’attuale potere mondialista vuole “graziosamente” e gradualmente portare all’estinzione.
Bene, al riguardo Robert Sepehr ci fornisce una prova difficilmente eludibile, il ritrovamento di una statua proveniente
precisamente dal santuario megalitico anatolico e risalente a 12.000 anni fa, verosimilmente la più antica conosciuta, che
con ogni probabilità raffigura uno degli abitanti di Gobeckli Tepe, un uomo dai lineamenti prettamente europidi e le cui
pupille sono costituite da due pietruzze azzurre. Nell’illustrazione che trovate nell’intestazione di questo articolo, è la figura
di sinistra. Quella che l’affianca è una figura molto più recente, risalente “solo” a tre millenni or sono, ma che ha il pregio di
farci notare come novemila anni dopo l’edificazione del santuario megalitico, popolazioni dagli occhi cerulei fossero ancora
presenti in Anatolia.
Un altro frammento di Robert Sepehr ci racconta un’altra storia molto interessante. In una caverna del Nevada nota
come Spirit Cave (caverna dello spirito) nel territorio degli indiani Paiute sarebbe stato ritrovato lo scheletro di “un gigante”
parzialmente mummificato, il cui cranio conserverebbe ancora ciuffi di capelli rossi. Purtroppo il testo non ci dà
un’informazione esatta della reale statura di questo gigante (noi sappiamo che spesso anche persone con una statura di una
ventina di centimetri maggiore di quella della media della popolazione più diffusa, sono indicati come “giganti”), che i
ricercatori si sarebbero rifiutati esaminare “per motivi politici” (e noi sappiamo benissimo quali, soprattutto negli USA,
sedicente “patria della libertà”, gli scienziati devono camminare sulle uova per non contraddire i dogmi democratici,
esponendosi a pesanti ritorsioni sulle loro carriere e sulle loro vite).

Sarah Winnemucca, discendente di capotribù Paiute, esperta delle


tradizioni del suo popolo e attivista per i diritti dei nativi, racconta in proposito una storia molto interessante. Questo
ritrovamento si accorderebbe molto bene con le tradizioni della sua gente, che raccontano che essa si sarebbe sostituita,
sterminandola in tempi remoti, a una popolazione di pelle chiara e dai capelli perlopiù biondi o rossi. Lei stessa conserva

67
alcuni ciuffi di capelli chiari appartenuti a questo popolo scomparso, che avrebbe voluto consegnare ai ricercatori perché li
esaminassero, ma questi ultimi si sono rifiutati di prenderli in considerazione.
Come sempre, l’armamentario della democrazia consiste nel rifiuto dei fatti, nel non prendere in considerazione l’evidenza,
nella censura delle informazioni e delle idee.
Quella della presenza di un antico popolamento bianco delle Americhe, molto più antico di Colombo e anche dei Vichinghi,
è una tematica che abbiamo affrontato più volte. Secondo l’ipotesi formulata nel 1999 da Dennis Stanford e Bruce Bradley,
archeologi dello Smithsonian Institute, l’industria litica Clovis, la più antica delle Americhe, testimonierebbe l’arrivo nel
Nuovo Mondo di popolazioni provenienti dall’Europa, cacciatori di foche e trichechi che si sarebbero mossi lungo l’estesa
banchisa artica esistente nell’età glaciale; essa infatti ha una spiccata somiglianza con l’industria solutreana europea mentre
non ne ha con le contemporanee produzioni litiche della Siberia. A ciò vanno aggiunte le testimonianze su popolazioni
“amerindie” bianche estinte in epoca storica (i Mandan) o tuttora esistenti ( gli Aracani e i Kilmes; in particolare, riguardo
ai Kilmes si può fare riferimento all’ottimo libro Iperborea di Gianfranco Drioli), ma soprattutto in tempi recenti è venuta la
prova irrefutabile del DNA. Circa un terzo del genoma degli attuali amerindi è riconducibile al tipo genetico detto
eurasiatico settentrionale che costituisce la componente principale del genoma europeo.
Che proprio questa impronta genetica caucasica sia alla base delle civiltà precolombiane, lo confermerebbero le stesse
tradizioni dei nativi con le leggende di Quetzalcoatl e Viracocha.
Bizzarro, vero? Là dove un’influenza caucasica non è avvertibile, come nel caso dell’Africa subsahariana, dell’Australia,
della Nuova Guinea fino all’arrivo della colonizzazione europea, le popolazioni indigene non si sono mai schiodate di un
millimetro dal paleolitico.Sempre sul sito di “European…” troviamo un’altra notizia di grande interesse dal nostro punto di
vista. Come sappiamo, la mummia del faraone egizio Ramesse II è stata recentemente sottoposta a uno studio
particolareggiato da parte di ricercatori francesi, ma PER OVVI MOTIVI i risultati non sono stati resi noti al grosso
pubblico se non in maniera molto parziale e vaga.A darci qualche informazione ulteriore è sempre Robert Sepehr, ancora da
“Amnesia, our forgotten History” (e le cose della storia che sono state volutamente tralasciate o dimenticate sono davvero
tante).Bene, sembra che il sovrano, che è deceduto ultraottantenne, un’età insolitamente avanzata per quei tempi, negli
ultimi anni usasse tingersi i capelli incanutiti con l’henne, ma che in gioventù la sua chioma fosse rossa. In questo, pare che
la sua non fosse una caratteristica unica e isolata, ma presente in tutto il clan dei “seguaci di Seth” di cui il faraone faceva
parte.Stranamente, una notizia del genere non ci coglie affatto di sorpresa. Se ricordate, già in precedenza vi ho citato il
libro “Ricerche archeologiche non autorizzate” di Marco Pizzuti, che ci racconta il fatto, ovviamente occultato
dall’archeologia ufficiale, che a quel che si può desumere dallo studio sia delle mummie, sia di molte raffigurazioni
pittoriche, le élite dell’antico Egitto appartenevano in maggioranza a un tipo umano alquanto diverso da quello che
costituiva e costituisce ancora oggi la popolazione prevalente della regione, avevano caratteristiche europee o decisamente
nordiche, e la stessa cosa sembra di poter dire riguardo alle élite delle culture mesopotamiche dell’antica Mezzaluna Fertile,
anche se qui le prove sono più elusive perché l’assenza di una pratica come la mummificazione in uso presso gli Egizi,
rende di gran lunga più difficoltoso lo studio dei resti umani che ci sono pervenuti.
Circa l’origine di queste élite di pelle chiara che avrebbero civilizzato l’Egitto e il Medio Oriente, possiamo oggi avere
un’idea alquanto più chiara che in passato, riconducendole a un’ondata migratoria di superstiti dell’Atlantide pontica,
verosimilmente imparentati con gli uomini dagli occhi azzurri che eressero Gobeckli Tepe.
Io direi che a questo punto va a posto un importante tassello della nostra storia più remota. Se ricordate, vi avevo già fatto
notare il paradosso della storia della civiltà egizia: essa compare all’improvviso già adulta, completa in tutte le sue
manifestazioni tecniche, culturali, artistiche, religiose, poi, per i tre millenni che vanno dall’edificazione delle piramidi della
piana di Giza fino alla conquista persiana, non assistiamo a nessuna innovazione, nessun progresso: o meglio, l’unica
innovazione che vi compare, è l’introduzione del carro da guerra portato in Egitto da invasori, i nomadi Hyksos. In
compenso si avverte una progressiva decadenza, già poche generazioni dopo l’erezione della piramide di Cheope, gli Egizi
non sono più in possesso delle conoscenze per erigere edifici simili o altrettanto imponenti.
Bene, ora vediamo che il mistero non è affatto tale: con l’affievolirsi dell’elemento europeo-nordico presente nelle élite
egiziane, probabilmente per l’immissione di sangue a esso estraneo, con accoppiamenti e matrimoni con membri della
popolazione nativa, lo spirito creativo che aveva portato all’edificazione della civiltà della Valle del Nilo, semplicemente
viene meno.
Noi sappiamo che quello di democrazia non è solo un concetto falso in se stesso, come già aveva dimostrato Platone
venticinque secoli or sono, ma che il potere cosiddetto democratico crea la sua legittimazione attraverso un’estesa serie di
falsificazioni che tendono a imbrigliare il pensiero umano in un’unica direzione, un “pensiero unico” che esclude sempre
più le alternative in ogni campo, e trova nella realtà dei fatti un nemico mortale.
La falsificazione non risparmia nessun campo, nemmeno le scienze fisiche dove, come abbiamo visto, è proibito toccare il
feticcio Einstein (feticcio ebraico, naturalmente), ma come è ovvio che sia, è più pesante e censoria sul terreno delle scienze
umane e storiche, dove occorre occultare a tutti i costi una verità fondamentale, che l’incivilimento umano è ed è stato in
ogni epoca legato a un preciso tipo umano, quello caucasico-indoeuropeo-europeo, precisamente quello di cui oggi il potere

68
mondialista attraverso la sterilità e la senescenza imposte, l’invasione allogena, il meticciato, ha programmato l’estinzione,
il genocidio “soft”.
Una Ahnenerbe casalinga, 24sima parte
www.ereticamente.net/2016/03/una-ahnenerbe-casalinga-ventiquattresima-parte-fabio-calabrese.html

www.bosnianpyramid.com
Eccoci di nuovo. Io vorrei dare agli articoli riuniti sotto questo titolo il significato di una rubrica periodica sotto la quale
raccogliere le notizie che man mano riceviamo sulla tematica delle origini, questione affascinante in sé, ma soprattutto
legata all’idea che ci facciamo di noi stessi, del nostro posto nel mondo, che non è disgiunta dall’agire politico.
Una volta di più, direi, quelle che possiamo registrare attualmente sono una serie di conferme di un quadro che nelle sue
linee generali è piuttosto chiaro.
Cominciamo con il segnalare un recente intervento riportato da varie fonti di stampa, di Semir Osmanagic, lo scopritore
delle tre piramidi bosniache di Visoko. Questa scoperta, come sappiamo, è ancora molto controversa, e secondo i ricercatori
ufficiali le tre piramidi “del sole”, “della luna” e “del drago”, non sarebbero altro che formazioni naturali, colline di forma
casualmente piramidale.Nel suo intervento, Osmanagic mette in relazione le piramidi di Visoko, cui attribuisce un’età fra
20.000 e 12.000 anni con la scoperta del santuario anatolico di Gobeckli Tepe, che allo stesso modo ci suggerisce che la
civiltà umana potrebbe essere ben più antica dei cinque millenni che le sono ufficialmente attribuiti, e che potrebbe non
essere affatto sorta in Medio Oriente fra la Valle del Nilo e la Mezzaluna Fertile mesopotamica.
“La storia umana”, afferma il ricercatore bosniaco, “Potrebbe essere tutta da riscrivere”.
Di Gobeckli Tepe vi ho già parlato nei miei articoli precedenti, ai quali vi rimando. Per quanto riguarda le piramidi di
Visoko, non metterei la mano sul fuoco né in un senso né nell’altro, mi sembra che non vi siano ancora elementi sufficienti
per chiarire una volta per tutte l’origine artificiale o naturale di queste singolari colline piramidali. Tuttavia, e questo mi
sembra il fatto veramente notevole che occorre rimarcare, è evidente che Osmanagic si è scontrato con un pregiudizio
ideologico in base al quale esiste un vero e proprio rifiuto a considerare gli argomenti addotti a sostegno delle sue tesi da
parte dei sedicenti scienziati e “ricercatori” (termine che suona leggermente ironico, quando non si ricerca che ciò che si è
già deciso in anticipo che sarà trovato) ufficiali.
“E’ impossibile” che la civiltà umana sia più vecchia di cinque millenni, così come per i dotti dell’epoca di Galileo “era
impossibile” che la Terra orbitasse intorno al sole perché, essendo il luogo dell’incarnazione di Cristo, doveva essere
necessariamente il centro dell’universo.
Il dogma che non può essere toccato per quanto i fatti possano contraddirlo, è in questo caso il dogma progressista; se infatti
interi remoti cicli di civiltà possono aver preceduto il nostro ed essere poi scomparsi nell’oblio, non è affatto detto che
questa sia la volta buona, e che abbiamo di fronte un luminoso destino ascendente.
Il caso è analogo a quello di Glozel. In una grotta scoperta per caso nel 1924 nei pressi di questa località della Francia da un
giovane agricoltore allora sedicenne, Emile Fradin, furono ritrovati oltre 3.000 reperti che risalirebbero all’età neolitica,
consistenti in vasi, statuette e tavolette incise con i segni di una scrittura che ancora nessuno è riuscito a decifrare (anche
perché nessuno con le adeguate competenze ci si è seriamente provato). Subito, la scoperta fu etichettata come un falso, e
condannata all’oblio, da parte di “ricercatori” che non avevano neppure visto, e tanto meno esaminato i reperti, in base al
dogma che non sarebbe potuta esistere una civiltà così antica, e non in Medio Oriente, ma nella “barbara” Europa poi, senza
neppure porsi il problema di come avrebbe potuto fare un ragazzo di campagna di 16 anni a mettere insieme un falso di
quell’entità e di quella complessità.Visoko formazioni naturali, Glozel un falso; adesso non gli resta che tornare a seppellire
il santuario di Gobeckli Tepe sotto la “collina rotonda” dalla quale è emerso, e tanto per prudenza fare legna da ardere
dell’altrettanto antico idolo siberiano di Shingir, e poi il trionfo del dogma progressista sarà assicurato.
L’idea che emerge da questi fatti, così come del resto dalle scoperte di Ryan e Pitman sull’ “Atlantide pontica”, ossia che
intorno all’antico Mar Nero un tempo un lago di acqua dolce assai meno esteso dell’epoca attuale, dove sarebbe esistita
un’antica civiltà, non mettono in crisi soltanto il dogma progressista ma, sia pure in maniera più indiretta, minano un altro
69
dei pilastri dell’idea di noi stessi e del nostro passato che l’ortodossia democratica ci vuole forzatamente imporre, cioè
quella “teoria”, ma che sarebbe più giusto chiamare favola, dell’ “Out of Africa”, dell’origine africana della nostra specie in
tempi relativamente recenti, che avrebbe come sfondo concettuale l’inesistenza delle razze e l’impossibilità di tracciare
confini razziali tra i membri della nostra specie.Cerchiamo di fissare bene questo punto, che è fondamentale.
Noi pensiamo ordinariamente che l’evoluzione culturale e tecnologica che caratterizza la nostra specie sia un
prolungamento dell’evoluzione biologica, ed è logico che sia così, perché uno sviluppo culturale e tecnico non sarebbe
potuto innescarsi, o quanto meno oltrepassare il livello delle pietre e delle ossa scheggiate prima che l’evoluzione biologica
abbia potuto mettere a punto quel prodigioso strumento che è il cervello di homo sapiens in tutta la sua complessità.
Ora, se la civiltà umana risale non a qualche migliaio ma a decine di migliaia di anni fa, questo è difficilmente compatibile
con l’idea che la nostra specie si sia formata dal punto di vista biologico in un’epoca di poco precedente, con l’ “Out of
Africa” che ne fissa l’origine a 50-70.000 anni fa e la comparsa sul nostro continente a 30-50.000; semplicemente, VIENE
A MANCARE IL TEMPO.A volte sembra che il dio delle coincidenze faccia gli straordinari. Poco dopo la comparsa sulla
stampa dell’intervento di Osmanagic, sono a loro volta comparsi in rete tre articoli che da diversi punti di vista costituiscono
altrettante smentite della favola dell’origine africana.Cominciamo a vedere innanzi tutto come è nata questa favola; essa si
basa su una premessa, la non esistenza nella nostra specie di razze (il che è davvero strano, considerando che razze e varietà
si trovano in tutte le specie del mondo animale e vegetale, e che i nostri occhi “politicamente scorretti” ce ne attestano
l’esistenza anche riguardo alla specie umana).Questa idea venne formulata in uno “studio” del genetista americano R. C.
Lewontin del 1972, e benché fosse palesemente una fallacia, fu subito imposta PER MOTIVI POLITICI, cosa francamente
ammessa dai ricercatori più seri, come “l’ortodossia scientifica” dal potere dominante, in palese violazione del principio
scientifico fondamentale che una qualsiasi idea o teoria che pretende di essere scientifica, deve essere sempre sottoponibile
a nuove verifiche, critiche e revisioni, è diventata un dogma intoccabile perché così faceva comodo al potere che vuole
imporre il meticciato a livello mondiale.Giusto il 3 gennaio il nostro Luigi Leonini ha riproposto in rete la traduzione di un
articolo non nuovo, che risale al 2003, ma repetita iuvant più che mai in questo caso, del genetista A. W. F. Edwards che
svela “La fallacia di Lewontin”.In poche parole, costui ha considerato i singoli geni del genoma umano MA NON LE
CORRELAZIONI FRA ESSI.
“Questa conclusione … è totalmente inesatta perché viene ignorato il fatto che la maggior parte delle informazioni che
distinguono le popolazioni è nascosta nella struttura della correlazione dei dati e non semplicemente nella variabilità di
fattori individuali”.Un singolo gene potrebbe ritrovarsi sparso in tutta l’umanità vivente da un capo all’altro del pianeta, ma
questo non ci dice nulla, bisogna vedere come i geni si raggruppano in costellazioni specifiche che determinano le
caratteristiche delle diverse popolazioni. Semplicemente, se come Lewontin ha fatto, si guardano solo gli alberi uno alla
volta, si può riuscire a non vedere la foresta.Una volta costruito lo scenario di cartapesta della non esistenza delle razze, si è
provveduto a scrivere il copione della sceneggiata, ossia la favola dell’origine africana, partendo da un presupposto: l’uomo
della strada è ignorante, soprattutto se ci si sforza di mantenerlo tale, tutto quanto riguarda la preistoria si perde in una
nebbia indistinta dove i riferimenti temporali si perdono, e non si percepisce una grande differenza fra i trilobiti di miliardi
di anni fa e i triliti di Stonehenge. La questione dell’origine africana degli ominidi milioni di anni fa, può essere facilmente
confusa con quella dell’origine africana recente di homo sapiens qualche decina di migliaia di anni fa, le ossa di Lucy
emerse dal suolo etiopico nel 1974 sembravano avvalorare le farneticazioni di Lewontin subito trasformate in ortodossia
“scientifica” dal potere non solo mediatico.I sostenitori dell’OOA (l’ipotesi dell’origine africana) si accorsero presto di
trovarsi in una posizione imbarazzante: circa 100.000 anni fa il mondo, quanto meno l’ecumene eurasiatico, era abitato da
numerose popolazioni umane pre-sapiens o sapiens primitive (fra cui il più noto ma non il solo è l’uomo di neanderthal).
Volendo a tutti i costi negare che esse, come è invece sostenuto dalla molto più solidamente fondata ipotesi multiregionale,
possano aver dato un contributo di ascendenza all’umanità attuale che si voleva di “pura” origine africana, rimaneva da
spiegare che fine avessero fatto, potendo escludere che si siano graziosamente estinte di propria iniziativa per far posto ai
nuovi arrivati africani.Le avrebbe sterminate il nuovo venuto uscito dall’Africa? La cosa non sarebbe a rigore impossibile,
ma di certo non fa fare una bella figura a una “teoria” che al di là dei trasparenti pretesti “scientifici” ha palesemente lo
scopo di esaltare “l’accoglienza”, anzi da questo punto di vista rischia di trasformarsi in un boomerang, ingenerare il
sospetto – tutt’altro che infondato – che magari i figli dell’ondata attuale di immigrazione africana potrebbero sterminare
noi.Ecco che a questo punto qualcuno se ne è uscito con una trovata “geniale”. Circa 50-70.000 anni fa il vulcano Toba
nell’isola di Sumatra in Indonesia avrebbe avuto un’eruzione di proporzioni gigantesche. Si è preteso che questa eruzione,
immettendo nell’atmosfera enormi quantità di ceneri, avrebbe prodotto un “inverno vulcanico” simile all’ “inverno
nucleare” di cui andava di moda parlare anni fa, che avrebbe sterminato tutta l’umanità allora esistente, tranne un gruppetto
africano da cui la colonizzazione del nostro pianeta sarebbe partita daccapo.
IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI! Era stata appena messa in piedi la sceneggiatura di questo
psicodramma pseudoscientifico, che sempre in Indonesia, nell’isola di Flores sono stati scoperti i resti di un piccolo homo,
homo floresiensis o familiarmente “hobbit” come i personaggi di Tolkien. L’ “hobbit” non era un homo sapiens ma una
forma nana di erectus (il nanismo è chiaramente un adattamento a condizioni di vita insulari e si presenta in molti
mammiferi che vivono sulle isole), era quindi di origine molto antica ed è sopravvissuto fino a 20.000 anni fa, quindi fino a
70
30-50.000 anni dopo l’eruzione del Toba, pur trovandosi a due passi dall’epicentro della presunta catastrofe planetaria che
avrebbe quasi cancellato l’umanità dalla faccia della Terra. “Cari piccoli hobbit”, per dirla con Gollum, sono la più netta e
bruciante sconfessione dell’ “Out of Africa”.Tuttavia, il discorso non finisce qui, e le prove che confutano l’OOA negli
ultimi tempi si sono letteralmente accumulate, al punto tale che per i paladini dell’ortodossia “scientifica” democratica
diventerà impossibile continuare a definirsi scienziati piuttosto che i propagandisti di un’ideologia faziosa quali
effettivamente sono.In realtà, le prove che smentiscono l’ipotesi (o la favola) dell’origine africana si sono accumulate negli
anni, e sono schiaccianti. L’esame del DNA dei resti degli uomini fossili comparato a quello delle popolazioni moderne ha
dimostrato che nelle popolazioni europee attuali vi è una componente di DNA risalente all’uomo di Neanderthal pari
all’1/3%. In più, è stata individuata una popolazione umana antica finora sconosciuta, l’uomo di Denisova, che avrebbe
contribuito in una misura stimata attorno al 6% al patrimonio genetico delle attuali popolazioni asiatiche e aborigene
dell’Australia.Queste percentuali apparentemente basse non devono trarre in inganno, si pensi al fatto che abbiamo in
comune oltre il 90% del DNA con gli antropoidi, nostri parenti biologici più stretti.Tutto ciò non si accorda con l’OOA,
mentre si concilia molto bene con l’ipotesi dell’evoluzione multiregionale. Diciamo pure che LA CONFERMA, e se non
fosse cara a determinati ambienti che detengono, oltre al potere politico, il controllo della cultura e della scienza, per motivi
che ovviamente di scientifico non hanno nulla, la tesi dell’ “Out of Africa”, sarebbe già stata abbandonata da un
pezzo.Ultimamente, a questo ricco mosaico di evidenze, si è aggiunto un nuovo tassello. La notizia è riportata da “The New
Observer” del 10 gennaio che riporta i risultati di uno studio dell’EURAC (Accademia Europea) di Bolzano, un importante
centro di ricerche privato sul DNA dei batteri presenti nel corpo di Oetzi, la famosa mummia naturale del monte Similaun, il
corpo di un uomo vissuto 5.300 anni fa ritrovato congelato in un ghiacciaio nel 1991. La diffusione e la differenziazione dei
ceppi di batteri presenti nell’organismo umano seguono ovviamente quelle delle popolazioni umane. I ricercatori hanno
studiato in particolare l’helicobacter pilori, un batterio presente nell’apparato digerente. In base all’ipotesi dell’Out of
Africa, si pensava che gli helicobacter europei discendessero dai loro omologhi africani, e ci si aspettava che il DNA di
questi batteri nel corpo di Oetzi mostrassero una somiglianza con questi ultimi, essendo di cinque millenni più vecchi di
quelli attuali; invece questo non si verifica, e quelli di Oetzi presentano una marcata somiglianza con il tipo asiatico, una
prova che al ceppo ancestrale degli Europei si può semmai attribuire una provenienza asiatica.Caro Oetzi; dobbiamo proprio
essergli grati, già il suo corredo di attrezzi, in particolare l’ascia dalla testa di rame, che è il più antico attrezzo metallico
conosciuto, ci si era presentato come un forte indizio a favore del fatto che proprio in Europa e non in Medio Oriente o
altrove, è verosimilmente iniziata la lavorazione dei metalli, e con essa probabilmente il cammino umano verso la civiltà.La
democrazia, l’antirazzismo (parola in codice il cui significato reale è anti-bianco, tutto ciò che cospira nella direzione
dell’estinzione dell’uomo caucasico e indoeuropeo) si basano su di un’immagine falsata dell’uomo e della sua storia. C’è da
chiedersi quanto resisteranno ai duri colpi dell’evidenza, e certamente se non fossero sostenuti dal sistema mediatico al
servizio del potere, ma fossero i fatti a parlare, sarebbero scomparsi da un pezzo.

Oggi, nell’era dell’informatica e della “comunicazione totale” in cui – in teoria – qualsiasi informazione dovrebbe essere
disponibile per chiunque, nel campo della conoscenza storica la gente è grandemente ignorante, senz’altro più che in recenti
epoche passate di alfabetizzazione forse meno estesa, ma reale e non virtuale.
Non si tratta certamente di un caso, ma del fatto che questa ignoranza è funzionale alla sopravvivenza delle fole, delle
favole su cui si fondano l’ideologia e – più basilarmente – la mentalità democratica, che troverebbero nella conoscenza
storica la più bruciante smentita.
Una delle favole strettamente connesse e profondamente radicate nella mentalità democratica, è quella progressista, l’idea
che la storia sarebbe globalmente ascendente, che ogni novità sarebbe, per il solo fatto di essere più recente, qualcosa di
migliore di ciò che la precede, al punto che nel linguaggio ordinario, modellato dal sistema mediatico e dalla pubblicità,

71
“nuovo” diventa ipso facto sinonimo di “migliore”, e si dà a ogni cretino l’illusione di essere più intelligente e a ogni
ignorante quella di essere più colto di suo padre.
Fa eccezione l’età medioevale contro la quale si sono appuntati gli strali calunniosi degli illuministi presentandola come
un’epoca buia per definizione. Un’epoca buia quella che ha riempito l’Europa di cattedrali, di castelli, di capolavori artistici
di ogni sorta? Quella in cui sulla scena politica compaiono personaggi come Carlo Magno o Federico II di Svevia? Quella
che ci ha dato capolavori della letteratura come la Divina Commedia? Che conosce la civiltà feudale e quella comunale?
Un fatto che pochi sanno: anche il movimento umanistico-rinascimentale si svolge in gran parte entro i limiti cronologici
del Medioevo, e Lorenzo il Magnifico che ne è stato il grande promotore, muore nel 1492, qualche mese prima della
scoperta dell’America.
“Secoli bui” vanno ritenuti solo quelli immediatamente successivi alla caduta dell’impero romano e al caos che ne è
inevitabilmente conseguito.
Comunque, con l’eccezione dell’età medioevale, per la mentalità corrente la storia appare come uno sviluppo ascendente, le
“Magnifiche sorti, e progressive” che, non molti lo ricordano, già Leopardi citava in senso ironico.
La fola progressista ha una doppia funzione: in passato è servita soprattutto ad attaccare le strutture politiche, sociali,
culturali dell’Europa tradizionale, oggi ha una funzione consolatoria, serve a non farci percepire l’abisso che la modernità
sta spalancando sotto i nostri piedi, sebbene i sintomi ci siano tutti: le ricorrenti crisi economiche, l’esaurimento delle
risorse essenziali, la distruzione dell’ambiente naturale, le migrazioni di popolazioni che si riversano dal Terzo Mondo sulle
aree “del benessere”, e non basta certo chiamarli “risorse” per esorcizzare i problemi.
La storia ci mostra esempi di regresso della civiltà che sono una diretta confutazione dell’idea progressista e della
consolante convinzione che “alla fine tutto andrà per il meglio”, che è in ultima analisi un cloroformio che il potere ci
elargisce a piene dosi.
In data 19 gennaio, il nostro Luigi Leonini ha postato un pezzo: “Il collasso della società mediterranea nell’Età del Bronzo”,
a sua volta tratto da un post di Massimiliano Rupalti del 13.1, che è la traduzione in italiano dell’introduzione del libro
“1177 b. C., The Year Civilization collapsed” (“1177 avanti Cristo, l’anno in cui la civiltà collassò”) di Eric H. Cline.
La fine dell’Età del Bronzo è stata uno dei momenti più crepuscolari di regresso della civiltà umana, almeno per quanto
riguarda l’area mediterranea, difatti leggiamo:
“Abbiamo prove archeologiche di una civiltà brillante e prosperosa: palazzi, opere d’arte, commercio, metallurgia ed altro.
Ma abbiamo anche prove che questa civiltà ha avuto una fine violenta: ci sono tracce di incendi che hanno distrutto palazzi
e città, ci sono prove di siccità e carestie ed alcune popolazioni che vivono nella regione, gli Ittiti per esempio, sono per
sempre scomparsi dalla storia”.
Le cause di questa catastrofe improvvisa costituiscono tuttora un imbarazzante enigma per gli archeologi. E’ verosimile che
più che di un solo motivo si sia trattato di una serie di concause interagenti. Eric H. Cline in ogni caso ipotizza come causa
principale l’esaurimento o la penuria di quello che era allora l’equivalente di una risorsa energetica fondamentale. Il bronzo
era allora il metallo maggiormente in uso, per la produzione di ogni cosa: dalle armi agli strumenti di lavoro quotidiani, alle
statue degli dei, e con ogni probabilità era una risorsa assolutamente centrale nell’economia di quella civiltà, ma noi
sappiamo che il bronzo è una lega di rame e stagno.
Ora, mentre il rame si ritrova con relativa abbondanza nell’area mediterranea, lo stagno vi è raro, e doveva essere importato
da luoghi lontani come le Isole Britanniche. Una perturbazione della filiera di questa risorsa dovuta a motivi politici come
guerre, migrazioni di popolazioni, o magari a una spedizione fallita per un qualsiasi motivo, sarebbe bastata a mettere in
crisi questa civiltà, letteralmente attaccata a un filo.
Ora, è difficile non vedere l’analogia con la situazione nella quale noi stessi ci troviamo. Analogamente all’antico mondo
mediterraneo, la civiltà cosiddetta occidentale dipende interamente da una risorsa importata la cui penuria ne provocherebbe
rapidamente il collasso: il petrolio, ed è strano come tutti noi siamo generalmente inconsapevoli della spada di Damocle che
abbiamo sulla testa.

Tuttavia, vi possono essere state altre concause. Il nostro Luigi, nel suo lavoro di ricerca e diffusione di testi importanti, in
questi anni si è dimostrato eccezionale, ma è stato sempre estremamente parco di interventi personali che però, quando ci
sono, dimostrano una comprensione delle cose che merita di essere tenuta in attenta considerazione.
In questo caso, mi sembra si sia limitato a una modifica del titolo del post di Massimiliano Rupalti, che diventa: “Effetto
risorse: il collasso della civiltà mediterranea nell’Età del Bronzo”.
“Effetto risorse”, ci si può riferire sia alla penuria di risorse materiali come lo stagno per gli antichi Mediterranei e il
petrolio come potrebbe succedere per noi, sia a quelle che sono chiamate “risorse” nel falsissimo lessico “politicamente
corretto” di sinistra, cioè gli invasori detti anche e altrettanto falsamente “migranti”, che oggi ci apportano parassitismo
sociale, delinquenza, malattie, degrado, problemi di ordine pubblico e via dicendo, e che la sinistra e la Chiesa coccolano a
nostre spese nella speranza di procurarsi un elettorato e un “gregge” alternativo, mentre i nostri giovani non trovano lavoro,
e i nostri anziani sono costretti a sopravvivere, quando ci riescono, con pensioni da fame.

72
Che invasioni di nuove popolazioni abbiano contribuito al declino della civiltà mediterranea dell’Età del Bronzo, è
altamente probabile, e nel caso della civiltà minoica spazzata via dall’invasione achea, è del tutto certo. Qui c’è un’altra fola
progressista, democratica, “politicamente corretta” da sfatare, la presunzione che le migrazioni di popoli diversi in aree già
densamente abitate da popolazioni native, rappresenti un apporto positivo. Le società multietniche sono rare nella storia (la
società ellenistica o quella romana del periodo della tarda decadenza dell’impero), sono intrinsecamente instabili e portano
regolarmente al crollo delle civiltà.
Una recente scoperta viene a distruggere implacabilmente un’altra delle favole in totale contrasto con la realtà dei fatti su
cui si basa la mentalità di sinistra, e questa volta è riportata non su un sito dell’estrema destra, ma su “Le scienze”.
Un’altra delle favole su cui si fonda l’ideologia democratica, è che l’uomo sarebbe fondamentalmente pacifico e
collaborativo con i propri simili. L’aggressività, la violenza, la guerra sarebbero il frutto di rapporti sociali distorti nelle
società organizzate, a cominciare dall’introduzione della proprietà privata, e che gli ovviamente buoni selvaggi vivrebbero
in una condizione edenica alla quale pure noi civilizzati potremmo tornare con una brusca cesura “rivoluzionaria” rispetto al
tempo presente, insomma tutto lo sciocchezzaio messo a punto da J. J. Rousseau, e passato da quest’ultimo attraverso Marx
fino alla sinistra attuale (tralasciamo il fatto che si tratta di una riverniciatura del millenarismo cristiano a riprova, una volta
di più, della stretta parentela tra marxismo e cristianesimo).
Bene, tutto questo è falso, e la riprova ci è fornita dai resti emersi dal sito di Natatuk in Kenia, un sito che si trova sulle rive
di quel lago Turkana ben noto per il rinvenimento di fossili paleoantropologici. Ne parla l’edizione on line de “Le scienze”
del 20 gennaio. L’articolo, non firmato, s’intitola “La guerra più antica ha 10.000 anni”.
In realtà, quello di Natatuk non sembrerebbe essere il più antico episodio bellico conosciuto, sarebbe più recente di quello
avvenuto in Nubia le cui tracce sono venute alla luce nel 1964 con lo spostamento dei templi di Abu Simbel che rischiavano
di essere sommersi in seguito alla costruzione della diga di Assuan. L’articolo pubblicato in proposito da identità.com
indica il sito del ritrovamento, che si trova oltre il confine sudanese, come Jebel Sahaba, ma mi è stato fatto rilevare che
potrebbe trattarsi di una deformazione di “Gebel Sahara”. (E’ interessante notare che questi resti umani sono rimasti per più
di trent’anni in un magazzino senza essere studiati, ma i risultati sono stati pubblicati soltanto nel 2014, dopo altri vent’anni.
Mezzo secolo di oblio, come se i ricercatori fossero stati consapevoli di aver fatto una scoperta pericolosa che poteva
mettere a rischio le loro carriere).
Tuttavia, la scoperta di Natatuk è forse più importante di quella nubiana per vari motivi: inanzi tutto perché qui abbiamo le
tracce di uno scontro tra cacciatori-raccoglitori nomadi, cioè proprio quelli che nelle farneticazioni della sinistra dovrebbero
essere i “selvaggi” rousseauianamente “buoni”.
Quelli che invece troviamo, sono i segni di una violenza estremamente brutale.
“A 30 chilometri dal lago Turkana, in Kenya, sono state trovate ossa fossili di un gruppo di cacciatori-raccoglitori
preistorici in quella che rappresenta la prima testimonianza storica scientificamente datata di un conflitto definibile come
guerra. (…). Dagli scavi di Natatuk, scoperto nel 2012, sono emersi i resti di 27 individui, 21 adulti e 6 bambini, che furono
vittime di un massacro perpetrato circa 10.000 anni fa.
Dei dodici scheletri pressoché completi, dieci mostrano infatti chiari segni di morte violenta: traumi cranici e agli zigomi
dovuti a una forte percussione con un corpo contundente, proiettili di pietra penetrati nella scatola cranica o nel torace, segni
di lesioni da frecce al collo, e mani, ginocchia e costole spezzate.
Molti degli scheletri sono stati trovati a faccia in giù, e quattro sono stati rinvenuti in una posizione che indica che molto
probabilmente le mani erano state legate; fra questi vi era anche lo scheletro di una donna nelle ultime fasi della gravidanza,
alla quale erano state spezzate le ginocchia.
I corpi non erano stati sepolti, ma erano caduti nelle acque poco profonde di quella che all’epoca doveva essere una bassa
laguna, dove sono poi stati coperti e conservati dai sedimenti”.
Tutto questo vi ricorda nulla? Non è solo la favola della guerra come prodotto delle società organizzate e della proprietà
privata a uscirne distrutta, vediamo che va a pezzi un’altra leggenda cara alla sinistra, quella che i comportamenti incivili e
violenti che dimostrano gli africani, ci invasori che costoro ci costringono ad accogliere come “profughi” e “rifugiati”
sarebbero il prodotto di “situazioni di disagio” secondo il loro ipocrita linguaggio buonista. Allora, si tratta di un disagio che
dura almeno da dieci millenni. Questa donna incinta torturata e massacrata ci ricorda il destino delle donne di Colonia, delle
nostre donne dell’Italia centrale settant’anni fa, delle loro nipoti che oggi, anche in assenza di un disastro bellico i loro
uomini drogati di buonismo sinistrorso sembrano incapaci di difendere (ricordiamo che l’80% degli stupri che avviene oggi
in Italia è opera dei cosiddetti immigrati, in schiacciante maggioranza africani).

E non scordiamoci neppure che un quarto circa delle vittime di quell’antico massacro erano bambini. La verità pura e
semplice è che la ripugnanza a infierire sugli inermi, il rispetto cavalleresco verso i deboli e gli indifesi, prima ancora di
essere ratificato da qualsiasi morale, fa parte del retaggio istintivo dell’uomo caucasico indoeuropeo, ed è assente in altre
culture ed etnie. La crudeltà degli orientali è un luogo comune, ma bisogna essere del tutto ciechi per immaginare che i neri
siano anche lontanamente capaci di una maggiore umanità.

73
Le lezioni della storia sono chiare ed evidenti a ogni livello, quanto prima capiremo che l’ideologia democratica, cristiana e
marxista è, prima ancora che una totale falsità, solo un veleno per appannare la nostra vista e intorpidire le nostre reazioni di
difesa, e cominceremo a darci da fare per difendere il futuro della nostra gente, tanto meglio sarà.

Nell’immagine: a sinistra, il libro di Cline, a destra, resti umani ritrovati a Natatuk.

Io credo di avervi già parlato varie volte del saggio Congetture e confutazioni del filosofo della scienza Karl Popper, esso ha
l’immenso merito di sbugiardare il marxismo e la psicanalisi per le ciarlatanerie pseudoscientifiche che sono, mettendoli
sullo stesso piano dell’astrologia.
Il concetto fondamentale da cui parte questo pensatore, è il principio di falsificazione. Nessuna idea può essere
definitivamente dimostrata, perché non si può escludere a priori che in futuro si possano presentare casi che la
contraddicano. Ad esempio, quando diciamo “I cani non parlano”, non possiamo escludere che prima o poi in futuro non
nasca un cane parlante, essa non è definitivamente dimostrata, d’altra parte, basterebbe la nascita di un solo cane che parla
per smentirla.
La soluzione di Popper è quella di ritenere scientificamente valide le concezioni che potrebbero essere smentite in linea di
principio, ma che di fatto non trovano confutazioni. “I cani non parlano” la riteniamo vera fino al giorno in cui non ci
troveremo a intavolare una conversazione con il nostro migliore amico quadrupede.
INVECE, non sono concezioni scientifiche quelle che non ammettono confutazioni in linea di principio, perché sono troppo
vaghe o stiracchiabili al punto da far spiegare loro qualsiasi cosa. Potremmo sintetizzare il principio di falsificazione
dicendo che le idee sono come gli uomini: devono essere disposte a correre qualche rischio, se vogliono dimostrare di valere
qualcosa, il che certamente non avviene per i ciarlataneschi garbugli dell’astrologia, del marxismo, della psicanalisi.
Io sarei però incline ad aggiungere che esiste un altro modo di fare ciarlataneria pseudoscientifica, ed è quando le tesi che si
sostengono sarebbero si smentibili in linea di principio, ma si fa in modo che questo non possa avvenire grazie
all’intervento di un potere censorio che impedisce a chi non condivide questi assunti di esprimersi e di portare le prove che
li contraddicono. Questo tipo di ciarlataneria travestito da scienza, è tipico dei poteri tirannici, che impongono con la forza
le opinioni “scientifiche” ad essi gradite; è stato il caso della “teoria biologica” di Lysenko nell’Unione Sovietica, è il caso,
su di una scala ancora maggiore di falsificazione e di censura della verità, oggi per quanto riguarda la pseudo-teoria dell’
“Out of Africa” e le tesi antirazziste, riguardo al problema delle origini della nostra specie. L’imposizione con la forza e la
censura di queste tesi, dimostra al di la di ogni dubbio che LA DEMOCRAZIA È UN POTERE TIRANNICO.
L’antirazzismo, così diffuso oggi nella (non) visione del mondo contemporanea è a tutti gli effetti un’ideologia truffaldina e
tirannica. Basta pensare al fatto che “il razzismo” che esso prende a bersaglio, nell’ultimo mezzo secolo ha cambiato
completamente significato, si è passati dall’indicare con tale termine non l’affermazione di una prevalenza di una razza sulle
altre, ma la semplice constatazione del fatto che le razze umane esistono. “Il messaggio” che viene fatto passare
surrettiziamente, è quello della “bellezza” di un mondo imbastardito dal quale si vogliono far sparire etnie, popoli e culture.
Al fondo di questo antirazzismo, c’è il razzismo più stupido e feroce che si possa immaginare, il RAZZISMO DI
SINISTRA, della sinistra mondialista, caratterizzato dal totale disprezzo verso i propri connazionali che hanno la sfortuna di
essere di ascendenza unirazziale e di essere nati negli stessi luoghi in cui sono vissuti i loro antenati.
Il ciarlatano finto scienziato guru di questo antirazzismo è stato nel 1972 R. C. Lewontin che in un saggio del 1972 subito
diventato l’ortodossia “scientifica” imposta dal sistema, ha negato l’esistenza delle razze sulla base del fatto che la maggior
parte dei geni che costituiscono il genoma umano si ritrovano un po’ in tutte le popolazioni.

74
Si tratta di una ragionamento capzioso fino all’idiozia che (deliberatamente) non tiene conto: a) del fatto che se un
determinato gene si trova diffuso poniamo nel 98% della popolazione A e nel 2% della popolazione B va considerato tipico
della popolazione A e non della B, b) del fatto che i geni si correlano formando costellazioni che sono tipiche di ciascuna
popolazione.
Una bella ed estesa confutazione degli argomenti di Lewontin è stata pubblicata nel 2003 dal genetista A. W. F. Edwards.
Chiunque si occupi seriamente di genetica si rende conto che le tesi di Lewontin hanno lo stesso valore dello sterco, ma
naturalmente il potere mediatico che è strettamente dipendente dal potere politico, fa in modo che queste constatazioni non
arrivino al grosso pubblico, e un ricercatore che le esprima troppo apertamente può trovarsi in grossi guai.
Tanto per dimostrare l’inesistenza delle razze, sapete quali sono le ascendenze di Lewontin? Si, esatto, avete indovinato,
appartiene allo stesso popolo di ciarlatani e truffatori circoncisi che ci ha dato Marx e Freud!
Resterebbe da spiegare come mai i correligionari di Lewontin (e di Marx e Freud, naturalmente), mentre negano l’esistenza
delle razze e predicano per tutti gli altri popoli i supposti benefici del meticciato, pratichino fra di loro la più rigorosa
endogamia.
Un’altra ciarlataneria, o forse un altro aspetto della stessa ciarlataneria pseudoscientifica è l’OOA, l’Out of Africa a cui si fa
troppo onore considerandola una teoria, la presunzione, la favola secondo la quale la nostra specie avrebbe avuto un’origine
africana recente attorno ai 50.000 o al massimo 70.000 anni fa. Questa specie di leggenda metropolitana anch’essa imposta
coattivamente come “l’ortodossia” sulle nostre origini, del pari urta contro una serie schiacciante di evidenze scientifiche.
A fare il punto su queste evidenze, è stato nel 2014 un articolo di Jason Randall Thompson, Archaic Modernity vs the high
Priesthood pubblicato sulla rivista australiana “Rock Art Research”. Il punto è relativamente semplice, le evidenze fossili
CONTRADDICONO l’OOA, perché abbiamo numerosi reperti umani dalle caratteristiche anatomiche moderne, non
ominidi scimmieschi, ma uomini appartenuti alla nostra specie homo sapiens più antichi dell’orizzonte temporale di 50-
70.000 anni fa che sono stati ritrovati in Europa, in Asia e anche in Australia (Thompson è interessato soprattutto a questi
ultimi, che però possono essere rappresentativi solo di un ramo collaterale della nostra specie).
Prove che vanno ad aggiungersi alla smentita dell’OOA su base genetica già portata avanti dal genetista russo Anatoly
Klysov di cui vi ho già parlato più volte. Veramente, se fossero solo le prove scientifiche a parlare, e non ci fosse
l’interposizione interessata di un potere politico e mediatico che vuole imporre la sua “verità” allo scopo di distruggere
popoli ed etnie per creare dovunque una società meticcia facilmente manovrabile, dell’Out of Africa non rimarrebbe nulla.
Sull’argomento, si può segnalare un bell’articolo a firma di Carlomanno Adinolfi apparso su “Il primato nazionale” lo
scorso 8 febbraio, Davvero veniamo tutti dall’Africa?
Adinolfi precisa un fatto ben noto ai ricercatori ma di cui il grosso pubblico è tenuto graziosamente all’oscuro:

“Chi sbandiera [la “teoria” dell’origine africana] come un dogma inappellabile spesso dimentica di dire che ha anche molti
“buchi” e soprattutto che alcune recenti scoperte la stanno mettendo a durissima prova”.
Quali sono queste scoperte? Prima di tutto quelle australiane di cui parla Thopson. In poche parole, resti di homo sapiens o
molto vicini a noi a cui sarebbe attribuita provvisoriamente un’età dei ben 400.000 anni (una stima che per la verità mi
sembra troppo alta, ma che anche se dovesse essere riveduta considerevolmente al ribasso, resta comunque incompatibile
con l’OOA), ma c’è anche dell’altro. Adinolfi cita un recente studio compiuto da ricercatori italiani delle università di
Firenze e Siena sul genoma di 35 cacciatori-raccoglitori vissuti tra 35 e 7.000 anni fa, che sembrerebbe indicare che
l’Europa 14.000 anni fa dopo la fine dell’ultima glaciazione è stata occupata da una popolazione eurasiatica dall’origine per
il momento sconosciuta (ma si ipotizza il nord) portatrice di un genoma completamente diverso da quello africano. Questi
ultimi sarebbero i veri antenati degli Europei attuali.
Questa recente scoperta combacia con quella dello studio delle ferite ritrovate sui resti di un mammut morto 45.000 anni fa,
che sembra essere stato abbattuto da cacciatori umani. A quell’epoca la zona artica era dunque sicuramente abitata da
cacciatori raccoglitori che si sarebbero poi spostati verso sud per il peggioramento delle condizioni climatiche, dando
origine alla migrazione di 14.000 anni fa, e verosimilmente alle popolazioni e alle lingue che conosciamo come
indoeuropee. Tutto ciò, mentre fa a pugni con l’OOA, coincide pienamente con i miti ancestrali di quasi tutte le popolazioni
del mondo, comprese quelle africane, che parlano di una remota patria perduta nel nord.
E, scusate, ma a questo proposito non posso fare a meno di citare lo splendido libro Iperborea di Gianfranco Drioli.

(L’illustrazione che correda questo articolo è la stessa che compare in quello di Adinolfi nella versione on line de “Il
primato nazionale”, e mi pare sintetizzi pienamente “il mistero”, l’assurdità creata dall’Out of Africa, un bianco caucasico
che all’improvviso compare “stranamente” in mezzo agli africani).
Sarà forse il caso ora di fare un salto indietro nel tempo, un salto piuttosto considerevole, spostandoci in un orizzonte
temporale di 400.000 anni or sono. Un articolo apparso su “Il navigatore curioso” del 9 febbraio, “Il DNA di un ominide
misterioso confonde gli scienziati”, ci racconta una storia molto interessante. Il DNA di antichi resti umani ritrovati nella
caverna spagnola di Sima de lo Huesos, finora attribuito a una popolazione intermedia fra homo heidelbergensis e
neanderthaliani, mostrerebbe invece una spiccata somiglianza con quello dei denisoviani, la misteriosa popolazione che
75
avrebbe costituito una varietà “terza” tra Cro Magnon e Neanderthal, i cui resti sono stati trovati in Russia nella grotta di
Denisova nell’Altai, e che avrebbe contribuito fino al 6% del genoma delle attuali popolazioni asiatiche e australoidi.
La storia della nostra specie è probabilmente più complessa di quel che abbiamo pensato finora, e la supposta derivazione
africana appare sempre più improbabile.
Torniamo all’articolo di Adinolfi apparso su “Il primato nazionale”. Il 14 febbraio è stato ripreso sul gruppo facebook “Il
sangue e la terra” con un’ampia introduzione del nostro Michele Ruzzai, un’introduzione che è una buona rassegna dei
motivi che rendono l’Out of Africa insostenibile.
Li ricapitolo anch’io: prima di tutto la datazione di un buon numero di reperti sapiens non africani troppo alta per essere
compatibile con l’OOA.

“i reperti sapiens extra africani presentano in vari casi delle datazioni molto elevate, difficilmente compatibili con la OOA
che, nelle sue formulazioni più recenti, postulerebbe un’uscita dal continente nero solo attorno a 50.000 anni fa. Ad
esempio: in Arabia Jebel Faya (circa 120.000 anni fa), in Cina Liujiang (fino a 139.000 anni fa), in Australia Kununurru
(forse fino a 174.000 anni fa), in Palestina Skuhl e Qafzeh (risalenti a circa 100.000 anni fa) ma soprattutto Qesem che
potrebbe arrivare a 400.000 anni fa. Oltre a diversi altri di età anche maggiore che ho già elencato in un post precedente
(“L’enorme antichità della forma Sapiens”) e potrebbero spingersi fino a qualche milione di anni”.

Poi il fatto che “Elementi archeologici e culturali di chiara origine africana non sono stati rilevati negli altri continenti a
supporto di un ingresso di allogeni”.

E per concludere, il fatto che i miti e le tradizioni di tutti i popoli indicano per i propri più remoti antenati un’origine ben
diversa, addirittura opposta.

“I miti tradizionali – dulcis in fundo – di chi ha tramandato una storia effettivamente vissuta (ma conterà pur qualcosa o
no?) non sembrano ricordare mai l’Africa come antica terra d’origine, mentre al contrario una moltitudine di elementi
RIMANDA AL NORD. Spesso anche le stesse popolazioni africane ricordano di essere giunte da altrove, soprattutto “da
nord-est”.

Quest’ultimo argomento, per la verità, conta assai poco per la mentalità dei ricercatori “progressisti” per la quale i nostri
antenati erano dei rozzi primitivi che nulla avrebbero da tramandarci e da insegnarci, ma abbiamo visto più volte come sia
piuttosto la fola progressista a essere in stridente contrasto con i fatti.

Un ulteriore punto che per la verità si potrebbe ancora aggiungere, e ne abbiamo parlato più volte, è che “africano” non
significa necessariamente “nero”; anzi, è di gran lunga più verosimile che quando durante l’Età Glaciale il Sahara era fertile
e abitato, la sua popolazione fosse bianca, di stirpe cromagnoide, se la migrazione dall’Africa è effettivamente avvenuta, è
probabile che da quest’ultima, e non dagli antenati degli odierni neri, provenissero questi ipotetici migranti.

L’OOA, soprattutto nella versione grottescamente semplificata secondo la quale “veniamo dai neri”, non sta in piedi in
nessun modo, è solo il fatto di essere fatta propria dal sistema mediatico e propagandata in ogni modo nonostante la sua
totale inconsistenza scientifica, che le permette di esistere ancora; è, in poche parole, una cortina fumogena che ha lo scopo
di nasconderci le nostre vere origini, e di indurci a un atteggiamento di rassegnata accettazione nei confronti di coloro che
oggi vengono chiamati eufemisticamente “migranti”, ma che si dovrebbero invece chiamare con il loro vero nome: invasori.

76
Io vorrei ritornare brevemente su di un argomento che abbiamo affrontato nella venticinquesima parte di questa serie di
scritti, vale a dire il ritrovamento dei resti umani emersi nel sito di Natatuk in Kenya. Sarà il caso di ricordare che la fonte a
cui ho fatto riferimento non è un sito dell’estrema destra, ma “Le scienze” dello scorso 20 gennaio, il che è come dire il top,
la voce più autorevole dell’ortodossia scientifica.
Bene, questo ritrovamento, i resti di una banda di cacciatori nomadi africani massacrati da un’altra banda di cacciatori
nomadi, è estremamente importante, anche se cronologicamente meno antico di quello nubiano di Jebel Sahaba dove invece
sono emerse le prove di una vera e propria guerra a sfondo razziale tra agricoltori camitici “bianchi” antenati degli Egizi e
una popolazione nera, perché in Kenya 10.000 anni fa si sono scontrate due bande entrambe nomadiche, il cui stile di vita,
secondo il pensiero di sinistra, da Rousseau a Levi Strauss, sarebbe dovuto essere edenicamente “buono”, essendo secondo
loro la guerra e la violenza emerse perversamente con le società organizzate e la proprietà privata.
Quante volte ce la siamo sentita ripetere questa solfa! Bene, è falsa, smentita dai fatti. Questi “buoni selvaggi” africani non
si sono peritati di massacrare brutalmente oltre agli uomini adulti della tribù rivale, almeno cinque bambini e una donna
incinta agli ultimi mesi di gravidanza.
Natatuk è lì a smentire anche un’altra fola cara alla sinistra e a quei sinistrorsi di complemento che sono usciti dai seminari,
e di cui neppure Nietzsche è riuscito a parlare troppo male, a indicare fino in fondo tutte le responsabilità nello sviare la
coscienza dell’Europa, che la tendenza a delinquere, la violenza, la brutalità, gli stupri di cui i cosiddetti migranti, gli
invasori che calpestano il suolo europeo e dovremmo rispedire da dove sono venuti, siano il frutto di condizioni di disagio
dovuto alle guerre, alle carestie, alle privazioni o che so io, a flagelli biblici apocalittici quanto immaginari. Se è così, è “un
disagio” che dura da almeno dieci millenni!
In un’altra serie di articoli già apparsi su “Ereticamente”, mi ero occupato delle assurdità, delle falsificazioni, talvolta ben
congegnate talaltra grossolane, che il sistema mediatico americano elargisce a piene mani al pubblico di casa propria e al
mondo intero, e avevo rilevato, ad esempio, che in una serie sedicente poliziesca come “Criminal Minds” si fa ampiamente
uso della tecnica del profiling in maniera alquanto aberrante; tutte le volte che questi sedicenti agenti si imbattono in un
delitto a sfondo sessuale, la prima cosa che deducono (misteriosamente) circa il presunto assassino, è che è “bianco”. I neri
no, devono essere sempre innocenti, rousseauianamente “buoni”.
E’ un messaggio che fa deliberatamente leva su quello che io chiamo l’effetto Prentice. Avete presente Indovina chi viene a
cena?, dove il protagonista di colore, il dottor Prentice confessa di essere stato molto aiutato nella sua carriera dal fatto di
essere sempre stato valutato al di sopra dei suoi meriti dalla paura dei suoi interlocutori di sembrare razzisti. L’effetto
Prentice non va sottovalutato, ha regalato agli Stati Uniti e al mondo intero una disastrosa presidenza come quella di Barack
Obama, e adesso non è il caso di approfondire la devastazione causata in Medio Oriente istigando le cosiddette “primavere
arabe”.
E’ un peccato che altri programmi USA oggi “generosamente” importati dalle nostre TV, quelli basati su casi criminosi
reali, ci diano un quadro del tutto differente: quando abbiamo delitti a sfondo sessuale o di gelosia, i responsabili sono
uomini di colore in proporzione numericamente schiacciante. Dato che è perfettamente in linea con quanto, grazie
all’immigrazione, oggi riscontriamo in Italia e in Europa, dove gli immigrati, in grande maggioranza africani, sono
responsabili dell’80% di tutti gli stupri che avvengono.
Ultimamente c’è da segnalare un nuovo capitolo di quello psicodramma, o favola, o romanzo, tutto quello che volete tranne
che una teoria scientifica, che è l’OOA, la leggenda dell’origine africana che costituisce la “verità ufficiale” “politicamente
corretta” sulla genesi della nostra specie.
Secondo questa cosiddetta teoria, una mega eruzione vulcanica del vulcano Toba in Indonesia 70-50 mila anni fa, avrebbe
eruttato enormi quantità di polveri nell’atmosfera del nostro mondo provocando un effetto simile a un inverno nucleare, che

77
avrebbe sterminato le numerose popolazioni umane pre-sapiens o sapiens antiche allora esistenti, salvo uno sparuto
manipolo di sopravvissuti africani da cui tutti discenderemmo.
Poiché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, poco dopo la formulazione di questa brillante pensata, si sono scoperti
nell’isola di Flores, sempre nell’arcipelago indonesiano, i resti di alcuni piccoli uomini chiamati perciò hobbit come i
personaggi di Tolkien. Questi ultimi non sarebbero stati sapiens ma una forma nana di erectus (nanismo insulare), e
sarebbero vissuti fino a 20.000 anni fa, quindi fino a 50-30.000 anni dopo la presunta catastrofe planetaria del Toba e su
un’isola a due passi su scala mondiale, dall’epicentro di essa.
I nostri piccoli amici, ve lo avevo già fatto notare, tolgono qualsiasi credibilità alla storia del Toba e all’OOA, permettono di
relegarla nel regno delle favole, una delle tante menzogne, con il corollario dell’inesistenza delle razze, che la democrazia
vorrebbe obbligarci a credere.
Bene, sembra che ultimamente qualcuno, qualcuna delle vestali dell’ortodossia democratica, se ne sia accorto, anche se non
oso sperare che abbia acquisito tale consapevolezza leggendo i miei articoli su “Ereticamente”, e se n’è venuto fuori con
questa bella pensata: gli hobbit di Flores sarebbero stati sapiens di origine recente, non solo nani ma affetti da sindrome di
down.
Davvero si richiede troppo alla nostra credulità: UN’INTERA POPOLAZIONE di down? E perché non una popolazione di
cardiopatici, di emofiliaci o magari di paraplegici? Veramente verrebbe da pensare che affetti da sindrome di down siano
coloro che hanno formulato un’ipotesi del genere, se non sapessimo che è un tentativo estremo di salvare ciò che non può
essere salvato.
L’ipotesi più convincente sull’origine della nostra specie è quella multiregionale, e la riprova più chiara è data dallo studio
del DNA che ha permesso di identificare negli Europei attuali una lieve traccia di geni di neanderthal, negli asiatici e negli
australoidi un’impronta consistente di un’altra popolazione umana pre-sapiens, i denisoviani, i cui resti sono stati
identificati nella grotta di Denisova nell’Altaj. Per quanto riguarda i neri africani sappiamo che né neanderthaliani né
denisoviani hanno concorso al loro pool genetico, in compenso vi si trova traccia di un incrocio con un homo molto antico
non ancora identificato, probabilmente allo stadio di erectus. Si tratta forse della creatura i cui resti sono recentemente
emersi dalla grotta di Naledi, o di un suo discendente.
A tutt’oggi, l’albero genealogico più credibile della nostra specie rimane quello tracciato da Chris Stringer, ricercatore
britannico docente alla Bristol University e responsabile del Museo di Storia Naturale di Londra. In esso si vede
chiaramente che homo sapiens è una specie poligenica. Ci sono quattro linee evolutive discendenti da homo erectus che
sboccano nel pool genetico dell’umanità attuale: Cro Magnon, con cui l’umanità consegue lo stadio sapiens, e le tracce
genetiche dell’incrocio con altre tre linee di discendenti dell’homo erectus: neanderthal in Europa, Denisova in Asia, e
l’allora sconosciuto homo africano che ora possiamo forse identificare con un discendente dell’uomo di Naledi.
Nuove specie si possono formare per isovariazione, cioè per modificazioni lungo la stessa linea genetica, e per
mistovariazione, cioè per incrocio tra forme diverse, che ovviamente devono essere sufficientemente affini da poter
generare una discendenza fertile. Quest’ultimo sembra essere il caso della nostra specie, il cui divenire biologico, piaccia o
no, risponde alle stesse leggi che regolano il resto del mondo vivente. Tutto ciò non è compatibile con la favola di Adamo
ed Eva? Beh, ce ne faremo una ragione.
La confutazione dell’OOA non significa che l’Africa non abbia avuto una parte nella formazione dell’umanità, ma dire
questo è altra cosa dall’affermare che “veniamo dai neri”; è probabile che il Sahara attuale, oggi desertico ma fertile e
lussureggiante nell’Età Glaciale, fosse abitato all’epoca da una popolazione simile ai Cro Magnon, che può aver concorso al
patrimonio genetico degli Europei, mentre il nero subsahariano “classico”, “congoide” secondo la definizione di Carleton S.
Coon, sarebbe di formazione più tarda, prodotto da un incrocio coi discendenti dell’uomo di Naledi, un vero e proprio passo
indietro rispetto all’emergere del sapiens.
Il ruolo dell’incrocio dei nostri antenati con forme ominidi oggi estinte è stato ribadito recentemente in un articolo di Carl
Zimmer apparso sul bollettino di marzo 2016 della Richard Dawkins Foundation for Reason and Science, il cui titolo
tradotto in italiano suona così: “Gli antenati degli esseri umani moderni incrociati con ominidi estinti”. L’autore spiega che
questo scambio genetico avrebbe avuto un ruolo chiave nel conferire agli esseri umani l’immunità ai vari patogeni diffusi
nelle diverse aree del mondo, e afferma:
“Questo è un altro chiodo nella bara dei nostri modelli troppo semplicistici dell’evoluzione umana”.
A questo riguardo, si può anche ricordare un fatto di cui vi ho dato notizia la volta scorsa: l’esame del DNA di resti umani
ritrovati nella caverna spagnola di Sima de los Huesos, risalenti a 400.000 anni fa, una popolazione considerata intermedia
fra homo erectus-heidelbergensis e sapiens, ha mostrato a sorpresa una spiccata somiglianza con quello dei denisoviani
dell’Altaj. Le relazioni di parentela e le migrazioni di queste antiche popolazioni sono tuttora tutt’altro che chiare, ma tutto
quel che è emerso finora va a favore dell’ipotesi multiregionale, di un’origine eurasiatica della nostra specie, mentre l’OOA
non trova alcun appoggio nei fatti.
Riguardo a Richard Dawkins, creatore di questa fondazione, e impegnato da sempre in una difficile battaglia scientifica e
culturale, vi sarebbe da fare un ampio discorso, ma cercherò di essere sintetico.

78
L’opera più famosa di questo ricercatore, che ha provocato una caterva di polemiche, è Il gene egoista. In essa, Dawkins che
è un genetista, espone un’idea in fondo semplice: gli esseri viventi sono veicoli e contenitori dei geni; attraverso essi, i vari
patrimoni genetici attuano lo scopo di sopravvivere e diffondersi quanto più possibile nelle generazioni future.
Si tratta, in sostanza, di un ritorno all’AUTENTICO SPIRITO di Darwin, mistificato nelle versione corrente dell’idea
evoluzionista dal miscuglio delle concezioni darwiniane con il progressismo sinistrorso e il buonismo di origine cristiana,
che ne hanno fatto l’apologia di un presunto sviluppo ascendente indefinito nel tempo e garantito nella direzione mettendo
in secondo piano o ignorando gli elementi veramente cruciali di questo pensiero biologico: la competizione fra gli individui,
le popolazioni e i genomi, la selezione naturale, la sopravvivenza del più adatto, la spietata legge che condanna
all’estinzione i più deboli e i mal riusciti.
Io ho affrontato diverse volte l’argomento, ma non sono stato certo il solo, sempre sulle pagine di “Ereticamente” vi ricordo
il bell’articolo del nostro Michele Ruzzai Quale evoluzione?. Darwin è stato frainteso e falsato in modo da non fargli dire
nulla che contrasti con l’ideologia progressista e democratica dominante. Come Konrad Lorenz, Dawkins è un ricercatore
ONESTO che vuole ristabilire la verità senza preoccuparsi troppo che essa piaccia o non piaccia al potere dominante, e
questo naturalmente, come nel caso di Lorenz, gli ha attirato l’odio della canaglia di sinistra.
La lezione della scienza biologica magistralmente dataci da Dawkins, ci fa comprendere che l’essenza della nostra civiltà
non può consistere semplicemente in un complesso di idee, in una “cultura” rispetto a cui la genetica di coloro che ne sono
portatori sia indifferente e intercambiabile con quella dell’ultimo venuto arrivato dall’altro capo del mondo. Un popolo,
un’etnia, una cultura è essenzialmente la comunità di sangue tra i suoi membri. Gli alfieri della multietnicità hanno un solo
obiettivo consapevole o inconsapevole: farci regredire a livello subumano e distruggerci come popoli attraverso
l’imbastardimento e la sostituzione etnica.

Riprendiamo in mano la tematica delle origini. Io vi ho premesso più volte il fatto che realizzare una serie di lavori come
questi, a un livello casalingo, o meglio ancora one man’s band, senza avere certamente a disposizione i mezzi su cui poteva
contare la Ahnenerbe del Terzo Reich, sarebbe impossibile senza la grande massa di informazioni fornita dal web, spesso
futili e irrilevanti, ma dove un occhio bene addestrato può riconoscere le poche pagliuzze d’oro sparse in mezzo al fango.
Ogni tanto è utile, per usare il linguaggio degli sportivi, ripassare i fondamentali. Noi abbiamo visto che il nostro discorso si
è mosso su tre piani distinti; la rivendicazione dell’originalità e creatività della civiltà europea rispetto alle supposte
influenze civilizzatrici asiatiche e mediorientali (e questo aspetto più che in questa sede, l’abbiamo esaminato nella serie Ex
Oriente Lux, ma sarà poi vero?), e a questo riguardo a mio parere è bene rimarcare il fatto che la più vistosa influenza
mediorientale sull’Europa, ossia la cristianizzazione, ha apportato solo elementi negativi di conflitto e di degrado, a
cominciare dalla dissoluzione dell’impero romano. Coloro che vorrebbero far cominciare la civiltà europea con il
cristianesimo di cui la conquista romana dell’orbe mediterraneo sarebbe stata solo una sorta di premessa, ignorano sia il
valore della civiltà romana, sia della costruzione intellettuale ellenica che il cristianesimo ha del pari vampirizzato e
stravolto a proprio uso e consumo, per non parlare dell’ingiustamente misconosciuto mondo celtico.
Del pari, scarsamente conciliabili con il cristianesimo sono stati i valori e le tradizioni dei popoli germanici entrati in scena
successivamente e che, attraverso il sistema feudale, hanno portato a una ricostruzione di quel che la caduta di Roma aveva
lasciato nel caos, e le continue lotte fomentate dall’ideologia cristiana e dalla struttura di potere ecclesiastica contro l’ordine
feudale che hanno travagliato il mondo medioevale: lotta per le investiture, guelfi e ghibellini, ne sono una riprova.
Un discorso complementare a questo, è che l’estremo Occidente, la “cultura” (e il termine è enormemente eufemistico)
americana, basata su una forma radicale di cristianesimo, quella calvinista, e sull’ossessione biblica, non è che un’appendice
dell’anti-Europa d’Oriente, ne è semplicemente l’altra faccia, e nessun atlantismo, nessun filo-americanismo può essere

79
giustificato o compatibile con il nostro punto di vista, soprattutto oggi, a un quarto di secolo dalla scomparsa dell’Unione
Sovietica.
Il secondo piano del nostro discorso riguarda l’origine dei popoli indoeuropei, e al riguardo abbiamo visto l’inconsistenza
della favola del cosiddetto nostratico che li vorrebbe originati dall’infiltrazione nel nostro continente di tribù di agricoltori
mediorientali, laddove invece la genetica e l’antropologia, ma anche le tradizioni comuni, la memoria storica in essi
radicata, indicano piuttosto il nord; e al riguardo è opportuno sottolineare il contributo prezioso di Felice Vinci che in
Omero nel Baltico ci ha segnalato il fatto che l’archeologia nordica è oggi la grande misconosciuta (sull’ipotesi che anche il
contenuto dei poemi omerici sia da trasportare nel settentrione del nostro continente, sappiamo che è fieramente contestata
dal nostro Ernesto Roli, e io eviterei di esprimere un giudizio definitivo, ma sul fatto che nel raccontare la storia più antica
del nostro continente, il settentrione è volutamente ignorato, non sussiste dubbio alcuno).
A questo proposito, correrò un rischio. Vi dirò di un commento estremamente interessante che ho trovato in internet.
Secondo il suo autore di cui adesso mi sfugge, prima della seconda guerra mondiale, si poteva usare un termine appropriato
per indicare i popoli parlanti lingue indoeuropee: “ariani”. Dopo la guerra il termine è diventato tabù, il suo uso evoca
immediatamente concetti razzisti, e così siamo costretti a sostituirlo con “indoeuropei” che in fondo è una perifrasi. È,
commenta, se come per un qualche motivo fosse diventato tabù usare la parola “italiani” e dovessimo dire siculopiemontesi.
Il terzo piano del nostro discorso è il più ancestrale, parliamo dell’origine della nostra specie homo sapiens che la scienza
ufficiale piegata al dogmatismo dell’ortodossia democratica vuole identificare nel continente africano, basandosi sulla
deliberata confusione fra l’origine degli antichi ominidi milioni di anni fa, e quella della nostra specie qualche decina di
migliaia di anni fa. La favola dell’origine africana ha palesemente lo scopo di negare l’esistenza delle razze e di indurci ad
accettare senza resistere l’invasione di milioni di africani che oggi si riversano sul nostro continente.
A ben guardare, però, c’è anche un quarto piano che è venuto ad aggiungersi alla nostra costruzione, ed è quello della
smentita di altre due favole che costituiscono la struttura portante dell’ideologia democratica: la presunzione della “naturale
bontà” dell’essere umano, per la quale la violenza e la guerra sarebbero il frutto delle società organizzate, della suddivisione
della società in classi, della civiltà, della proprietà privata, e l’ideologia progressista che vede la storia come un costante
sviluppo ascendente (lasciamo stare il fatto di quanto queste due idee siano fra loro in conflitto e costituiscano una
contraddizione evidente alla base dell’ideologia democratica, che difatti oscilla costantemente fra l’utopismo
“rivoluzionario” e le “magnifiche sorti e progressive”).

Per quanto riguarda la prima questione, possiamo ricordare i reperti nubiani venuti alla luce negli anni ’60 con i lavori per lo
spostamento del complesso templare di Abu Simbel che sarebbe andato sommerso con la formazione del lago Nasser sul
Nilo. Questi reperti sono rimasti occultati in un magazzino senza essere studiati per oltre mezzo secolo. Chi li ha ritrovati,
probabilmente si è reso canto di aver messo le mani su di una bomba che avrebbe potuto deflagrare scuotendo l’ideologia
democratica dalle fondamenta. Essi risalgono a 9.000 anni fa, e sono la prova del conflitto fra una popolazione bianca
probabile antenata degli Egizi, e una nera.
Ancora più rilevante, anche se risalente a un’epoca di poco posteriore, la scoperta dei fossili umani ritrovati a Natatuk in
Kenia: qui abbiamo le prove di uno scontro fra due bande di cacciatori nomadi conclusosi con uno sterminio feroce che non
ha risparmiato né bambini né una donna incinta che è stata crudelmente seviziata. Cacciatori nomadi, cioè proprio i “buoni
selvaggi” che secondo l’idea rousseauiana ancora largamente diffusa a sinistra, dovrebbero essere miti e pacifici per
definizione.
L’altra fola complementare alla base dell’ideologia democratica è la favola progressista. Rimuoviamo Platone, Aristotele,
Cartesio e Kant dal cuore della nostra cultura e sostituiamoli con Pollyanna: tutto alla fine andrà sempre per il meglio. Il
progressismo è l’idea che la storia umana segue uno sviluppo lineare verso mete sempre più elevate (con la bizzarra
eccezione, per la verità, dei mille anni all’incirca che vanno dalla caduta dell’impero romano alla scoperta dell’America).
Questa concezione obbliga a ritenere che non possano essere esistite civiltà di livello elevato in quella che noi chiamiamo
preistoria, perché questo implicherebbe che anche la nostra civiltà di cui siamo tanto orgogliosi, potrebbe un giorno crollare
e cadere nell’oblio, eppure i fatti che la contraddicono non mancano di certo.
Ne abbiamo visto più volte diversi esempi; uno per tutti, agli inizi del novecento, nella località francese di Glozel, un
giovane agricoltore, un ragazzo di sedici anni, Emile Fradin, scoprì migliaia di reperti consistenti in vasi, statuette e
tavolette scritte in una scrittura sconosciuta. Questi reperti, cui sembrerebbe si debba attribuire un’età di 8.000 anni, furono
subito etichettati come un falso da archeologi che non si erano nemmeno degnati di esaminarli, né tanto meno si erano posti
il problema di come avrebbe potuto un ragazzo sedicenne e semi-analfabeta architettare una falsificazione di questa
ampiezza e complessità.
No, per l’archeologia ufficiale NON CI DEVONO ESSERE testimonianze di civiltà più antiche di quelle egizie e
mesopotamiche, e soprattutto non in Europa. Io mi immagino la soddisfazione di costoro se fosse possibile far scomparire
con un colpo di bacchetta magica Stonehenge e i templi maltesi che, oggi lo sappiamo senza ombra di dubbio, pure essi
sopravanzano per antichità almeno di un migliaio di anni le piramidi di Giza e le ziggurat.

80
In tempi recenti il caso si è ripresentato con le piramidi bosniache di Visoko. Queste ultime, che sembrerebbero essere
molto più grandi e antiche di quelle egizie, sono tuttavia costituite non di blocchi di granito ma di terra compressa e
sebbene, a detta dell’archeologo Semir Osmanagic che le ha studiate, sono troppo regolari per essere delle formazioni
naturali casualmente simmetriche, questa è invece appunto l’opinione dell’archeologia ufficiale.
Ciò che ha reso finora debole la posizione di Osmanagic, è il mancato ritrovamento di manufatti. Bene, adesso qualcosa
l’abbiamo, infatti, come riferisce il “Daily Mail” del 7 aprile (articolo di Sarah Griffiths), il ricercatore bosniaco ha ritrovato
nella foresta di Podubravlje non distante dalla città di Zdanovici, sempre nella stessa zona di Visoko, un’enorme sfera di
pietra, chiaramente lavorata dall’uomo, che sembrerebbe coeva delle piramidi stesse. L’immagine che correda questo
articolo, ripresa appunto dal “Daily Mail”, è una foto del ricercatore bosniaco accanto al reperto da lui trovato e
parzialmente scavato.

Torniamo sull’altro tema di quello che costituisce quello che abbiamo chiamato il quarto piano del nostro discorso. Sembra
che la ricerca scientifica quando è condotta senza paraocchi, senza voler arrivare a interpretazioni precostituite, abbia il
potere di dissolvere le illusioni utopiche su cui si fonda l’ideologia democratica senza lasciare loro scampo.
A marzo di quest’anno è stato pubblicato uno studio, “Race, Wealth and Incarceration: Results from the National Survey of
Youth” di tre ricercatori americani: Khain Zaw della Duke University, Darrick Hamilton della New School of Economics di
New York, e William Darity anch’egli della Duke University. Questo studio aveva lo scopo di dimostrare che la maggiore
frequenza di popolazione carceraria nera rispetto alla popolazione generale degli Stati Uniti dipenderebbe da condizioni di
inferiorità sociale in cui tuttora la popolazione di colore si troverebbe rispetto ai bianchi, e occorre notare che mentre Zaw è
di origine cinese, Hamilton e Darity sono neri.
Lo studio ha analizzato i dati forniti dal US Boureau of Labor (il ministero del lavoro americano) che riguardano un
campione di varie migliaia di persone attraverso vari decenni.
Bene, i tre ricercatori si sono dovuti arrendere all’evidenza: la tendenza a delinquere dei giovani afroamericani, nettamente
più spiccata nei confronti della popolazione bianca o asiatica o ispanica, soprattutto per quanto riguarda i reati violenti, non
sembra dipendere in alcun modo da fattori sociali come lo status socio-economico della famiglia di origine, ma è
riconducibile a fattori genetici. A parità di status socio-economico, i neri delinquono 5 volte di più dei bianchi o degli
ispanici.
La cosa che francamente stupisce di più, è che i tre ricercatori siano stati tanto onesti da pubblicare questi risultati.
Sul tema della fallacia dell’idea progressista è recentemente tornato Maurizio Blondet in un articolo pubblicato sul suo sito
EffeDiEffe in data 9 febbraio: Come si diventa selvaggi. L’autore espone un complesso di idee che ci sono familiari. I
cosiddetti selvaggi potrebbero essere non dei “primitivi” ma i resti degenerati di culture un tempo evolute. La civiltà umana
potrebbe essere molto più antica di quanto generalmente non si pensi, e nulla esclude che potremmo un domani anche noi
decadere e ritornare allo stato selvaggio, che l’archeologia ci mostra ancora tutto intorno a noi i segni di antiche civiltà che
ci rimangono enigmatiche.
Anche Blondet si riferisce qui a Stonehenge e ai templi maltesi (strano però che tutti, lui compreso, si dimentichino o non
siano a conoscenza dei complessi megalitici esistenti nel centro dell’Europa, come Externsteine e Gosek), evidenzia che
tuttora ci sfugge la conoscenza che ha guidato a realizzare Stonehenge e altri complessi megalitici secondo precisi
allineamenti astronomici, e fa un’osservazione inedita e interessante: il menhir celtico è in sostanza una proiezione in
dimensioni accresciute della bifacciale magdaleniana. L’uno e l’altra sono materializzazioni di uno stesso simbolo, tracce di
una tradizione culturale e probabilmente religiosa di cui ci sfugge il significato.
In realtà si tratta di un complesso di idee che ci sono familiari, che fanno parte per così dire del nostro DNA, queste idee le
ritroviamo in Julius Evola, tanto per cominciare, e in tutta la nostra pubblicistica, e come non menzionare il libro
Involuzione, il selvaggio come decaduto di Silvano Lorenzoni, che è probabilmente la rassegna più completa degli
argomenti a sostegno di questa tesi?
Da questo punto di vista, non ci sarebbero grosse novità, ma vorrei aggiungere che queste tesi non vengono realmente a
conflitto con la visione biologica darwiniana, una volta che si separi il concetto di evoluzione culturale da quello di
evoluzione biologica (quest’ultimo, infatti, a differenza del primo, va considerato su una scala dei tempi estremamente
lunghi, ed è chiaramente compatibile con involuzioni culturali), anche se naturalmente falcia l’erba sotto i piedi alla
versione corrente e volgarizzata, ma sostanzialmente mistificata rispetto alla visione darwiniana, dell’idea di evoluzione. Ve
ne ho parlato nel mio articolo su Il gene egoista.
Man mano che il tempo passa i nuovi dati si accumulano, e c’è da chiedersi fino a quando la dominante ideologia
democratica riuscirà ancora a mantenere tabù certi argomenti, ma man mano che si sforza di impedire che circolino le
conoscenze che potrebbero metterla in crisi, tanto più svela il suo carattere tirannico.

81
Riprendiamo ancora una volta in mano la tematica delle origini, è uno di quei temi sui quali quando sembra di aver detto
tutto, saltano fuori sempre nuovi elementi. A parte l’interesse scientifico, questa tematica non è priva di relazione con la
politica e con la nostra dimensione esistenziale, infatti, dall’idea che abbiamo delle nostre origini, dipende l’idea che ci
facciamo di noi stessi, da cui a loro volta dipendono le scelte che facciamo in campo politico e culturale, il nostro
atteggiamenti – potremmo dire – verso la vita.
Non a caso, l’ortodossia “scientifica” dominante cerca di imporre a tutti i costi come “verità” la tesi dell’Out Of Africa (in
sigla, OOA), ossia dell’origine africana della nostra specie, sebbene essa noi sia supportata da prove meno che risibili. Essa
implicherebbe la non esistenza di distinzioni razziali all’interno della nostra specie, il fatto che i popoli europei e in genere
caucasici sarebbero, per così dire dei neri “sbiancati”, ed è stata costruita, diffusa, sostenuta da una censura per la quale i
ricercatori che la vogliono mettere in discussione, mettono con ciò a repentaglio le loro carriere, ribadita in mille modi con
tutta la forza e l’insistenza del potere mediatico, per indurci ad accettare supinamente l’immigrazione allogena e con essa il
meticciato e il definitivo declino del nostro continente, millantando la storia (la storiella, la favola) che i nostri antenati
avrebbero preceduto semplicemente gli invasori allogeni nella migrazione sul nostro continente, e che condivideremmo con
loro una “patria ancestrale” africana.
Essa si fonda in definitiva su di una confusione che a me sembra assolutamente deliberata – approfittando del fatto che il
grosso pubblico non è portato a fare distinzioni sottili, soprattutto quando si tratta di ordini di grandezza numerici – fra
l’origine degli ominidi primitivi milioni di anni fa, che è effettivamente avvenuta in Africa, e quella della nostra specie
homo sapiens, che può benissimo essersi originata altrove.
In altre parole, il ritrovamento dello scheletro della famosa Lucy e quelli degli altri ominidi emersi dal suolo africano (anche
perché non è che altrove siano state fatte molte ricerche) non dimostrano che i nostri antenati UMANI siano originari
dell’Africa. Ma anche ammesso che sia assodato questo, sarebbe tutto da dimostrare che questi nostri antenati fossero affini
o più affini di quanto lo siamo oggi noi, agli odierni neri subsahariani.
A parte ciò, c’è una circostanza che io trovo davvero bizzarra: il ricercatore che avrebbe dimostrato negli anni ’70
l’inesistenza delle razze (e già questo è davvero strano, si può dimostrare l’esistenza di qualcosa, ma, dagli UFO ai
fantasmi, allo yeti, al mostro di Loch Ness, non la sua inesistenza, al massimo si può dire che non ci siano prove sufficienti
per ritenere che esista), Richard Lewontin, appartiene a un popolo che proclama l’inesistenza delle razze da quasi due
secoli, da quando nel 1848 un suo moderno profeta, Karl Marx, se ne uscì col suo famoso appello “Proletari di tutto il
mondo unitevi”, ma poi al suo interno pratica la più rigida endogamia e separazione dagli altri gruppi umani, e considera
coloro che non appartengono a questo gruppo etnico-religioso, i cosiddetti gojm, subumani allo stesso livello delle bestie, è
a tutti gli effetti l’inventore del razzismo, se per esso intendiamo non il riconoscimento dell’esistenza delle razze, ma il
disprezzo verso gli altri gruppi umani.

I resti di ominidi primitivi, di gruppi ancestrali da cui homo potrebbe essere disceso non sono mai stati trovati fuori
dall’Africa? Certamente se ne sono trovati, anche se hanno avuto molta minore pubblicità dei reperti africani: Ramapithecus
e Sivapithecus sono stati ritrovati in India e non a caso prendono il nome da due divinità del pantheon indiano; in Italia
abbiamo un antropomorfo di sospetta tendenza ominide Oreopithecus Bambolensis, i cui resti, uno scheletro quasi completo
emersero da una cava di carbone a Monte Bamboli in Toscana, ma anche l’Australopithecus, cioè il ceppo ancestrale da cui
si sarebbe originato homo, è stato ritrovato fuori dall’Africa, e proprio in casa nostra. Nel 1983 un ricercatore italiano,
Gerlando Bianchini, diede notizia del ritrovamento in Sicilia dei resti di un australopiteco da lui chiamato Australopithecus
Siculus, e di questa scoperta ricordo che “L’Espresso” diede notizia con grande scalpore.

82
In quel periodo girò addirittura una barzelletta nella quale si immaginava che questi ominidi giunti nella grande isola
mediterranea si sarebbero detti: “Adesso dobbiamo metterci d’accordo per non farci fregare da tutti quelli che verranno
dopo di noi”, e avrebbero costituito un’associazione chiamata Mutua Assistenza Fra Immigrati Australopitechi, MAFIA. La
mafia è difficile da estirpare perché le sue radici sono molto profonde e molto antiche.
Fuori dalla battuta di spirito, noi capiamo che si è trattato di una scoperta di grande importanza, però stranamente dopo un
poco su di essa è sceso il silenzio, come se fosse troppo scomoda per la versione delle nostre origini che si voleva avallare a
tutti i costi.
Dell’homo erectus, nostro predecessore lungo la linea umana, e in effetti già pienamente homo, non parliamo proprio: i suoi
resti sono stati ritrovati dappertutto in Eurasia, partendo dai ritrovamenti di Giava (all’inizio erroneamente classificato come
Pithecanthropus) e Pechino, ma uno dei soi resti più importanti è emerso nel pieno del continente europeo, a Heidelberg in
Germania, al punto che diversi ricercatori preferiscono classificare l’intera specie come Homo Heidelbergensis.
Quindi, un punto che va bene evidenziato, è che i ritrovamenti degli ominidi africani non dimostrano minimamente l’origine
africana della nostra specie.
Premesso tutto ciò, vediamo quali sono le novità emerse recentemente riguardo a queste tematiche, e quali tasselli
aggiungono alla comprensione delle nostre origini e di noi stessi.
Cominciamo con il segnalare una ricerca dell’Università degli Studi di Firenze in collaborazione con l’Università di Siena, i
cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Nature”, a condurre questa indagine sono stati David Caramelli e
Martina Lari dell’ateneo fiorentino e Annamaria Ronchitelli e Stefano Ricci di quello senese. Sottolineo il fatto che la
pubblicazione su “Nature” dimostra che a differenza di quel che spesso si pensa, la ricerca italiana è in grado di produrre
lavori di eccellenza internazionale.
Si è trattato di una ricerca che ha analizzato il DNA di cinquantuno individui vissuti in varie parti dell’Europa durante l’età
glaciale tra 45.000 e 7.000 anni fa.

Questa indagine non ha aggiunto molte cose nuove a quel che sapevamo già, tranne il fatto che la componente di geni di
Neanderthal passati ai sapiens del paleolitico era maggiore di quella che si rileva negli Europei odierni (dal 3 al 6% contro il
2% attuale), ma ha permesso di approfondire quel che sapevamo già con un dettaglio molto più accurato di quel che si
poteva avere finora.
Il bollettino dell’Università di Firenze che riporta le informazioni in proposito è del 4 maggio, e da qui traggo
un’osservazione importante:

“Un’altra importante scoperta evidenzia la comparsa, già 14.000 anni fa, di una nuova componente genetica”. Ora, se voi
ricordate, di questa comparsa 14.000 anni fa nel patrimonio genetico degli Europei di un genoma “misterioso” di cui non si
comprende bene la provenienza, avevamo già parlato, ne aveva accennato Carlomanno Adinolfi in un articolo pubblicato su
“il primato nazionale” in data 8 febbraio, Ma davvero veniamo tutti dall’Africa?, e io avevo ripreso l’argomento nella
ventiseiesima parte di questa serie di articoli.
“L’Europa 14.000 anni fa, dopo la fine dell’ultima glaciazione è stata occupata da una popolazione eurasiatica dall’origine
per il momento sconosciuta (ma si ipotizza il nord) portatrice di un genoma completamente diverso da quello africano”.
Si ipotizza il nord, ma forse è possibile avanzare un’ipotesi ancor più suggestiva: il 12.000 avanti Cristo non è troppo
lontano dall’epoca in cui sarebbe iniziata la grande deglaciazione in conseguenza della quale molte aree del nostro
continente o limitrofe a esso sarebbero finite sommerse per l’innalzamento del livello dei mari provocato dal ritorno allo
stato liquido di enormi quantità d’acqua fin allora accumulate nei ghiacciai terrestri, e guarda caso, sempre quest’epoca non
è molto lontana neppure da quella in cui Platone (che non ne poteva sapere nulla di variazioni del livello degli oceani in
conseguenza dello scioglimento della calotte glaciali, colloca la leggenda, il mito di Atlantide.
Noi Europei potremmo avere un’origine iperborea, atlantica o magari entrambe le cose.
L’idea che la nostra specie potrebbe aver avuto origine nel lontano nord in un’epoca in cui esso presentava condizioni di
gran lunga più favorevoli alla vita umana di quelle di oggi, trova appoggio nelle tradizioni dei popoli praticamente di ogni
parte del nostro pianeta, e ricordiamo una volta di più la rassegna che ne ha fatto Gianfranco Drioli nel bel libro Iperborea,
ricerca senza fine della Patria perduta, ma non ha dalla sua prove materiali tangibili, anche se resterebbe da spiegare il fatto
che tutte le tradizioni dei popoli civili e selvaggi che conosciamo diano delle nostre origini una collocazione geografica
opposta a quella oggi stabilita “dalla scienza” – in realtà dal potere politico – come “verità ufficiale”.

(Se è per questo, prove tangibili a suo sostegno non ne ha neppure l’Out of Africa, ma essa ha dalla sua la consacrazione
ufficiale delle istituzioni, così come nel seicento ce l’avevano i detrattori di Galileo, e soprattutto il potere suggestivo del
sistema mediatico).

Forse in un futuro non lontano, quelle prove che ancora mancano potranno venire dall’analisi del DNA. Un giorno che i
fautori della democrazia antirazzista e sostenitrice del mescolamento etnico, dovrebbero augurarsi di non vedere mai.
83
Cosa abbastanza sorprendente, negli ultimi tempi su queste tematiche è tornato anche Anatole Klysov, lo scienziato russo
che è un deciso e combattivo avversario dell’Out of Africa. La Guerra Fredda sembra oggi ritornata tra scienziati russi e
americani, ma per così dire a parti invertite. Ai tempi dell’Unione Sovietica, infatti erano i ricercatori russi a dover piegare
la realtà dei fatti a un dogmatismo di tipo ideologico; il loro compito non era cercare la verità delle cose, ma riconfermare
l’ortodossia ideologica dominante, ed è proprio quello che accade oggi ai ricercatori statunitensi che non possono derogare
dall’ortodossia democratica politicamente corretta che impone di proclamare l’inesistenza delle razze e il dogma dei
benefici della società multietnica, oggi sono loro “i sovietici”, mentre gli scienziati russi non hanno, o hanno molto di meno
queste preoccupazioni e, guarda caso, in campo antropologico, sul problema dell’origine dell’uomo sono schierati su
posizioni di netta contrarietà all’OOA.
Ebbene, proprio in sintonia con le ricerche che abbiamo visto, in un articolo comparso recentemente (4 maggio) sul blog di
Anatole Klysov si spiega che “Certamente parte dell’estremo nord, fu in tempi pre-storici, stabilmente abitata, perché ben
diverse dalle attuali ne erano le condizioni climatiche e possibilità di vita”. (devo la segnalazione al nostro Giuseppe “Joe”
Fallisi).
Tanto per completare il quadro, sempre in questo periodo tra fine aprile e inizio maggio 2016 nel quale sembra proprio che
per quanto riguarda la ricerca dei nostri remoti antenati si siano smosse le acque, è arrivata una notizia ripresa dal sito
vvox.it e precedentemente apparsa sul “Corriere del Veneto”. Sembrerebbero essere stati ritrovati in questa regione i resti di
homo sapiens più antichi d’Europa finora conosciuti. Non si tratta di una traccia imponente, un dente che è stato ritrovato in
una grotta, il Riparo Solinas nei pressi di Fumane (Verona) e che sembrerebbe essere pressoché coevo di un altro dente
ritrovato in una grotta ligure. I due reperti sono stati studiati e sottoposti all’analisi del radiocarbonio per determinarne l’età
da Stefano Bonazzi dell’Università di Bologna e Marco Paresani dell’Università di Ferrara. Il reperto veneto parrebbe
essere il più antico mai rinvenuto in Europa, risalente a 40.000 anni fa, e il secondo al mondo, superato solo da un
ritrovamento avvenuto in Siberia in una grotta nella catena dell’Altaj (anche in questo caso, siamo piuttosto lontanucci
dall’Africa, mi pare).
In più, come ha precisato Marco Paresani nell’intervista rilasciata al Corriere del Veneto, si tratta di un ritrovamento di
particolare valore perché associato a un preciso contesto culturale formato da ornamenti, utensili, incisioni sulla pietra.
Out of Africa? Forse sarebbe più appropriato parlare di Out of Veneto!
A tutt’oggi è difficile stabilire se le nostre remote origini siano iperboree, atlantiche o semplicemente europee autoctone nel
senso nobile e atavico che gli antichi davano a questa parola. Quello di cui possiamo essere davvero certi, è che noi
rappresentiamo la continuazione di un retaggio antico e nobile, la parte più creativa e migliore della specie umana, quello
stesso retaggio che oggi la tirannide mondialista vuole distruggere, e cancellare con ciò stesso il futuro dell’umanità.

NOTA: nell’immagine una possibile ricostruzione della terra iperborea in un’epoca in cui il polo artico sarebbe stato libero
dai ghiacci.

Di fatto, la serie di articoli che avete visto raccolti sotto questo titolo, e che costituiscono il mio personale e casalingo studio
sull’eredità degli antenati, non possono essere considerati le varie parti di un saggio, per quanto ampio, ma una vera e
propria rubrica da aggiornare periodicamente (anche se vi confesso di aver raccolto e rielaborato parte di questo materiale in
forma di una trattazione sistematica, un libro che dovrebbe/sarebbe dovuto uscire presso “I quaderni di Thule” dell’editore

84
Ritter, se non che l’attività di questa casa editrice è stata ritardata dall’attentato subito, e tappare la bocca a chi la pensa
diversamente, la violenza, la prevaricazione rimangono sempre l’argomento principale della democrazia antifascista).
Questo fatto comporta una certa pluralità di tematiche, che rimangono molto condizionate da quello che di volta in volta
offre il web, uno strumento di ricerca indispensabile senza il quale tutto questo lavoro svolto finora da una sola persona, non
sarebbe stato materialmente possibile.
La volta scorsa (ventinovesima parte) abbiamo ripreso in mano il discorso delle remote origini della nostra specie, e
abbiamo visto che, alla luce dei dati attualmente disponibili, non solo si possono avanzare considerevoli dubbi sull’origine
africana di homo sapiens, ma che allo stato dei fatti, il nord del mondo, un’origine per così dire iperborea, appare non meno
e forse più probabile. Questa volta invece ci concentreremo principalmente su di un tema molto più ristretto e molto più
vicino a noi sulla scala temporale: le origini e la composizione genetica di quel particolare segmento della specie homo
sapiens i cui membri conosciamo come Italiani.
Prima di addentrarci in questa tematica, vorrei però segnalarvi una mia piccola scoperta, e mi scuso se qualcuno di voi è già
a conoscenza di quanto sto per dirvi, tuttavia comprenderete che in un campo di questa vastità è impossibile sapere tutto,
anche perché non è che il sistema con le cui false interpretazioni abbiamo a che fare, si affretti a rendere disponibili tutte le
informazioni che potrebbero metterlo in crisi.
Bene, è probabile che abbiate già sentito parlare dello scomparso (e non rimpianto) Stephen Jay Gould. Gould non è stato
propriamente uno scienziato, un ricercatore, quanto piuttosto un divulgatore scientifico che ha ottenuto una fama planetaria
in questa veste. Forse ricorderete, ne abbiamo parlato a suo tempo, che si è fatto notare per i suoi durissimi attacchi contro
Konrad Lorenz, da lui accusato più o meno di essere il padre, il mentore o il responsabile di quella “svolta fascista” nella
biologia che etologia, darwinismo sociale, sociobiologia stanno delineando, quella che in un bell’articolo apparso anni fa su
“L’uomo libero”, Sergio Gozzoli aveva definito come La rivincita della scienza contro il buonismo, l’antirazzismo, il
femminismo e la camicia di forza di tutti i dogmi della Political Correctness democratica.
Bene, la cosa strana che ho scoperto recentemente, è che Gould appartiene allo stesso gruppo etnico-religioso di cui fanno
parte Richard Lewontin, il teorico dell’inesistenza delle razze, ed Aaron Dogolpolskij, il linguista teorico del nostratico,
cioè in pratica della teoria secondo la quale gli antenati degli indoeuropei non erano nomadi e cavalieri delle steppe
eurasiatiche, ma pacifici agricoltori di origine mediorientale, un “russo” che dopo la caduta dell’Unione Sovietica – guarda
un po’ – si è trasferito in Israele.
Vi rendete conto di quello che significa? In pratica, tutte le idee “politicamente corrette” su noi stessi e le nostre origini che
la democrazia cerca di imporre al mondo intero volente o nolente, spesso ricorrendo alla censura e alla repressione dei punti
di vista non conformi con modi che hanno ben poco da invidiare a quelli dell’Unione Sovietica di Breznev, derivano da un
piccolo gruppo di persone legate reciprocamente da una PRECISA appartenenza etnico-religiosa, lo stesso gruppo da cui a
suo tempo sono “germogliati” Marx e Freud.
STRANO, DAVVERO STRANO: questo stesso gruppo, mentre predica appassionatamente per tutti gli altri i benefici del
meticciato, del mescolamento razziale, per quanto riguarda se stesso e i suoi membri, pratica la più rigorosa endogamia.
Tutte le idee sulle nostre origini che la democrazia vuole imporre a livello planetario come “l’ortodossia scientifica” che si
pretende indiscutibile, dall’inesistenza delle razze all’origine africana della nostra specie, alla provenienza mediorientale
degli indoeuropei, alla totale dipendenza della civiltà europea da influssi orientali (quest’ultimo aspetto della tematica l’ho
esaminato nella serie di scritti Ex oriente lux, ma sarà poi vero?), hanno il chiaro marchio di fabbrica di coloro che, diceva
Louis Ferdinand Celine, “mentono anche quando respirano”.
Il problema dell’origine e della composizione genetica degli Italiani (quelli veri, beninteso, quelli nativi, perché i “nuovi”
italiani sono italiani nella stessa misura in cui un grizzly nato in uno zoo cinese è un panda), è un problema che ho già
affrontato sulle pagine di “Ereticamente”. In un articolo di qualche anno fa, avevo citato una ricerca condotta da un team di
genetisti stranieri e pubblicata in lingua inglese su “Digilander” che spiegava che dal punto di vista genetico, nella
popolazione italiana del nord è riscontrabile un’influenza celtica, e in quella del sud un’influenza greca, ma che esse, a
parere dei ricercatori, non sono tali da non poter parlare della popolazione italiana come qualcosa di coerente dal punto di
vista genetico e che, a parere degli stessi, la differenza fra italiani del nord e italiani del sud – che in una certa misura esiste
– è perlopiù esagerata per motivi politici.
Gli stessi autori affermavano di essersi aspettati di ritrovare nell’Italia meridionale un’influenza genetica mediorientale, in
conseguenza della colonizzazione cartaginese o della conquista araba della Sicilia, ma di aver constatato nei fatti che essa è
di gran lunga più tenue di quanto avessero previsto.
Quella che francamente non mi aspettavo, è stata la reazione dei lettori che ho potuto desumere dai commenti apparsi su
“Ereticamente” in coda al mio articolo, tutti negativi, e spesso con toni fortemente negativi, sebbene non avessi nemmeno
espresso un’opinione personale ma mi fossi limitato a riportare gli esiti di una ricerca scientifica. Probabilmente, nel corso
degli anni e tra l’ampia mole di scritti da me pubblicati sotto la nostra testata, questo è stato uno di quelli maggiormente
contestati.

85
Confesso che la cosa mi lasciò spiazzato, avevo (ingenuamente!) pensato che in ambienti che amano spesso definirsi
“nazionali”, la notizia che dopotutto GLI ITALIANI ESISTONO dal punto di vista genetico, fosse accolta come una buona
notizia, mentre a giudicare dalle reazioni che avevo suscitato, era vero esattamente il contrario.

E’ un atteggiamento che in seguito a quest’esperienza mi sono sforzato di analizzare: vogliamo essere padani, galli
cisalpini, longobardi, etruschi, bi-siculi (delle Due Sicilie) o promuovere identità regionali lombarde, sarde, venete al rango
di nazionalità, tutto meno che italiani, perché settant’anni di Italia democratica e antifascista ci hanno portati ad avere
nausea dell’Italia e di noi stessi, è questa una responsabilità gravissima che la democrazia porta con sé, di avere
letteralmente avvelenato l’anima di un popolo, ma non è di essere italiani che dobbiamo avere nausea, è la democrazia
antifascista che ci deve fare schifo, che va riconosciuta come la lebbra che è.
Tuttavia, questa è ancora solo una parte della spiegazione. Al di sotto c’è qualcos’altro che non interessa soltanto l’Italia,
ma coinvolge un po’ tutta l’Europa. Contro le tendenze planetarie, mondialiste, la globalizzazione, la tendenza alla
creazione di società multietniche e razzialmente ibride, siamo portati alla riscoperta e alla valorizzazione della nostra
identità etnica, culturale e storica. E’ giusto che sia così, ma non dobbiamo dimenticarci mai che ci confrontiamo con un
nemico estremamente abile e capace di rivolgere le nostre armi contro di noi.
Questo è un punto sul quale mi riprometto di ritornare con maggiore ampiezza nella quarta parte di Uomini e tempi, un
articolo che sarà dedicato precisamente alle ideologie nate dalla globalizzazione, ma non vi pare che al riguardo si debba
prendere in considerazione quanto ha da dirci lo scrittore austriaco Gerd Honsik che ha pagato “la colpa” di aver svelato al
mondo Il piano Kalergi in 28 punti con un lungo periodo di detenzione inflittogli da una democrazia per la quale esprimere
le proprie idee e ancor di più dire alla gente la verità è un reato inammissibile?
Ecco cosa ci racconta nel suo libro:

“Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni
PER MEZZO DEI MOVIMENTI ETNICI SEPARATISTI o l’immigrazione allogena di massa”.
Le identità nazionali, prevedeva Kalergi, devono essere sottoposte a un doppio attacco, “dall’alto” attraverso
l’immigrazione e il meticciato multietnico, e “dal basso”, scatenando i separatismi e i localismi. Molti “identitari” non se ne
rendono conto, ma spingendo all’assurdo il separatismo e il localismo, contribuendo a frantumare le identità nazionali,
fanno semplicemente il gioco del nemico, diventano suoi strumenti.
Noi tutti sappiamo che molto spesso le “amicizie” contratte in internet, o anche attraverso uno strumento come facebook,
soprattutto quando si tratta di qualcuno che non abbiamo avuto modo di conoscere di persona ma solo attraverso questa
nuova forma di rapporto epistolare, sono amicizie per modo di dire, ma ogni tanto c’è qualche eccezione, qualcuno che
impariamo a conoscere davvero e ad apprezzare, anche se queste persone sono piuttosto l’eccezione che non la regola.
Una di queste eccezioni, una persona che ho imparato ad apprezzare e a considerare un amico a tutti gli effetti anche in
assenza (finora) di un contatto diretto, è un mio corrispondente siciliano anche se vive fuori dall’Isola. Poiché non so se
abbia piacere che io lo citi pubblicamente, lo menzionerò con il suo nome di battaglia, Mamer. Mamer è da tempo
impegnato in una vera e propria battaglia culturale per dimostrare la falsità della leggenda della Sicilia araba. In età
medioevale l’Isola è stata dominata dai Saraceni per un periodo di tempo relativamente breve, costoro impiegarono più di
un secolo per conquistarla, scontrandosi con un’accanita resistenza delle popolazioni locali, mentre una volta insediatisi
sull’Isola, i Normanni che pure erano un gruppo di mercenari alquanto esiguo riuscirono a cacciarli in breve tempo
soprattutto grazie all’appoggio dei Siciliani che detestavano la dominazione della Mezzaluna.
Questa è la verità storica, e se oggi la leggenda della Sicilia araba è gonfiata e dilatata, questo avviene in ragione di quello
spirito anti-nazionale che ho ricordato più sopra, e perché è una falsità che fa comodo alla sinistra e alla Chiesa, tese come
sempre a creare un clima psicologico quanto più accogliente possibile all’immigrazione. È indiscutibile che tutto ciò sia
puro delirio, di femministe che smaniano di essere costrette a indossare il burqa e di preti che non vedono l’ora di vedere le
loro chiese trasformate in moschee, tuttavia qui noi possiamo vedere come il localismo anti-nazionale si saldi senza
soluzione di continuità con i disegni mondialisti, vediamo l’attuazione del piano Kalergi allo stato puro.
Il caso siciliano non è – purtroppo – isolato. Noi oggi vediamo che il governo di sinistra spagnolo favorisce l’arabizzazione
dell’Andalusia e delle altre regioni iberiche meridionali concedendo agevolazioni ai magrebini che si installano a sud di
Madrid, quasi a voler annullare la reconquista. E’ il solito razzismo di sinistra contro gli Europei autoctoni che bene
abbiamo imparato a conoscere. Noi possiamo dire per regola che un eventuale governo che avesse ancora oggi il coraggio di
mettere fuori legge i movimenti marxisti, non farebbe alcun torto al proprio popolo, al contrario, lo difenderebbe da questi
nemici della propria gente, a cominciare proprio dalle classi lavoratrici.
Torniamo al nostro Mamer; in data 12 maggio mi ha segnalato un ampio articolo, Genetic History of the Italians, Storia
genetica degli Italiani, apparso su eupedia.com, firmato “Marciamo”, tradotto da Giovanni Bigazzi, scritto nel luglio 2013 e
aggiornato nel febbraio 2015. (Una considerazione che mi viene spontanea: ma, come nel caso dell’articolo su Digilander
che ho menzionato in precedenza, devono essere sempre gli stranieri a occuparsi della nostra storia genetica? Noi dobbiamo
sempre accontentarci della favoletta di essere di origini miste, non importa fra cosa e cos’altro, come se il meticciato
86
destinato a cancellarci come popolo fosse già iscritto nel nostro destino, e altre menzogne mondialiste assortite che il
lavaggio del cervello cristiano-marxista ci ha resi fin troppo ansiosi di bere?)
L’articolo, vasto e piuttosto tecnico, adesso non tenterò nemmeno di riassumerlo, anche perché racconta una storia che in
sostanza conosciamo già: all’origine dell’Italia c’è sicuramente una fusione di popolazioni, alcune di origine indoeuropea,
come latini, veneti, sanniti, altre di linguaggio non indoeuropeo, come etruschi, liguri, sardi, ma sempre rientranti
nell’ecumene europea e siamo ben lontani dall’essere quella specie di campione dell’universo mondo che alcuni vorrebbero,
volendo darci a intendere che non abbiamo una specificità come popolo, un’identità che sarebbe cancellata dal meticciato
con gli invasori che gli attuali flussi migratori ci portano in casa.
Insomma, conclude il nostro Mamer: “Dati scientifici, analisi genetiche e non favole mondialiste per indottrinare allodole
suicide”.
È un fatto curioso, ma sembra che periodicamente l’interesse su determinate tematiche si concentri provenendo dalle fonti
più disparate, e sulla storia genetica degli Italiani sembra che ultimamente ci siano diverse cose da dire. Abbiamo appreso
ad esempio che dall’analisi del genoma di Oetzi, l’uomo del Similaun, è risultato che di tutte le popolazioni oggi viventi in
Europa, i più vicini a lui geneticamente sono i sardi, sono la popolazione che presenta la maggiore continuità con gli
Europei del neolitico, la meno alterata da invasioni e apporti successivi.
Sempre su questa linea si collocano due altri contributi che vale la pena di considerare. Il 12 maggio sul sito “European and
Indoeuropean Identity” è apparso un articolo ripreso da etruscancorner.com su Nove secoli di storia etrusca (ma una volta di
più, devono essere sempre gli stranieri a ricordarci la grandezza della nostra storia passata?). L’argomento etrusco
sicuramente per i nostri lettori non è nuovo: ricordiamo su questo tema i begli articoli del professor Massimo Pittau, e
qualcosa in proposito ho scritto anch’io. Comunque certi riscontri sono sempre interessanti, e si può rilevare che questo
testo conferma una volta di più l’origine autoctona degli Etruschi la cui civiltà si sarebbe evoluta direttamente dalla cultura
villanoviana. La supposta origine mediorientale degli Etruschi, sebbene avallata da Erodoto, rimane una pura leggenda che
non ha un valore storico superiore a quella di Enea, inventata per far discendere i Latini dai superstiti della guerra di Troia.

A volte sembra proprio che le coincidenze si diano la mano perché il 17 maggio sul sito “Venetikens – Veneti Antichi” è
apparso un articolo ripreso da venetostoria.com, I veneti, popolo d’Europa a firma di Millo Bozzolan, che ci racconta la
storia del popolo veneto come è stata ricostruita da Vitord Hensel, direttore dell’Accademia delle Scienze polacca. Le
somiglianze sia di toponimi, sia di manufatti, sia di tradizioni culturali come il simbolo del tiglio venerato quale Albero
della Vita, inducono a pensare all’esistenza in epoca preistorica di una vasta area “veneta” comprendente gran parte
dell’Europa centrale, e coincidente significativamente con la cultura materiale battezzata dagli archeologi “Cultura dei
campi di urne”. I Veneti sarebbero stati la prima popolazione europea che si possa definire nazione.
In età storica, i Veneti si ritrovano in tre aree: nel nord della Gallia, nella zona bretone-normanna, dove Cesare ebbe modo
di incontrarli e nel De bello gallico ne ha lodato le eccellenti qualità marinare; nell’attuale Polonia, dove hanno lasciato una
chiara traccia nella toponomastica (basta pensare alla somiglianza fra i nomi di località polacche e bretoni, ad esempio Brest
e Brest-Litovsk), e il nome dato loro dai vicini germanici, “Wenden”, passò poi agli slavi che subentrarono loro, e infine
naturalmente nell’attuale Veneto italiano.
Tutte riprove in più del fatto che abbiamo alle spalle una grande eredità storica, un’eredità che oggi non dobbiamo
permettere alla canaglia cattolico-sinistrorsa zelante esecutrice del piano Kalergi, di annientare attraverso la sostituzione
etnica.

87
Io credo, e permettetemi di dirvelo con una certa soddisfazione, che questa mia Ahnenerbe, sia pure casalinga e personale,
con i suoi ovvi ed evidenti limiti, abbia finora svolto un compito non indegno delle finalità ambiziose che mi ero proposto,
ossia chiarire nei suoi molteplici aspetti e lungo una dimensione temporale estremamente ampia, l’eredità degli antenati, ed
evidenziamo una volta di più che si tratta di questioni che non sono semplicemente accademiche, ma che hanno un preciso
risvolto politico; infatti, si tratta né più né meno che di verificare tutta la falsità delle leggende che ci vengono proposte dalla
cultura ufficiale “democratica”, “politicamente corretta” e sedicente scientifica allo scopo di sminuire l’immagine che
abbiamo di noi stessi in quanto uomini europei ed indoeuropei, nel tentativo di persuaderci che la sostituzione etnica, la
sparizione delle nostre genti sotto la pressione di immigrazione e meticciato, non rappresenterebbe poi un gran male, di
rassegnarci ad essa come un destino inevitabile, di accettarla magari.
Io credo che il lavoro finora compiuto non sia soltanto una risposta adeguata alle mistificazioni democratiche ma, nel suo
complesso delinei un’immagine precisa delle nostre origini e del reale significato delle nostre complesse vicende storiche;
abbiamo visto, in poche parole, che tutto ciò che possiamo considerare civiltà, si associa in maniera inevitabile a un preciso
tipo umano, quello che possiamo chiamare caucasico, europeo ed indoeuropeo.
Avendo dunque alle spalle un ampio lavoro consolidato, quel che resta ora da fare, è soprattutto una questione di rifinitura
di dettagli e di approfondimenti, e sarà precisamente in questa direzione che ci muoveremo questa volta e, mi scuso in
anticipo se stavolta la trattazione risulterà un po’ “a macchia di leopardo”, passando attraverso argomenti, questioni,
orizzonti temporali alquanto diversi gli uni dagli altri.
Ricominciamo a parlare di alcuni nostri vecchi amici, gli hobbit dell’isola indonesiana di Flores. Gli hobbit indonesiani non
appartenevano alla nostra specie, homo sapiens ma erano con ogni probabilità dei piccoli erectus (di piccola taglia per
l’adattamento alle condizioni di vita insulari) che sarebbero vissuti fino a 20.000 anni fa. La loro importanza consiste nel
fatto che essi sono una confutazione tangibile dell’Out of Africa, la teoria dell’origine africana della nostra specie.
Secondo la versione corrente, “la vulgata” politicamente corretta che si cerca oggi di imporre come l’ortodossia scientifica
sull’origine della nostra specie, tra 50 e 70.000 anni fa, l’esplosione del vulcano Toba nell’isola di Sumatra avrebbe creato
diffondendo enormi quantità di polveri nell’atmosfera terrestre, qualcosa di simile a un inverno nucleare, portando
all’estinzione le numerose popolazioni umane erectus e pre-sapiens che allora esistevano, tranne un gruppo di africani da
cui si pretende che noi tutti discenderemmo. Questa “teoria” è stata formulata allo scopo di negare che la specie umana
possa essere suddivisa in razze. Tuttavia, se non fosse sostenuta dal “prestigio” (cioè dal potere) di presunti scienziati
inseriti nei posti-chiave accademici e da un imponente sistema mediatico che lavora in base al presupposto che alla gente si
può dare a bere qualsiasi sciocchezza purché ripetuta con insistenza martellante, si comprenderebbe che è un’autentica
idiozia. E’ mai possibile che una catastrofe planetaria porti UNA SOLA SPECIE (la nostra) sull’orlo dell’estinzione senza
lasciare alcun segno visibile sul resto della vita animale e vegetale?
Come se ciò non bastasse, poiché davvero il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, a smentire tutto ciò sono arrivati i
nostri amici hobbit, perché Flores fa parte dello stesso arcipelago indonesiano di cui fa parte Sumatra, è vicinissima al
presunto epicentro della pretesa catastrofe planetaria, e nonostante ciò, costoro hanno continuato a vivere sulla loro isola
fino a 20.000 anni fa, cioè 30-50.000 anni dopo la presunta mega-esplosione.
In tempi recenti (ma non oso sperare che ciò sia dovuto alla lettura dei miei articoli su “Ereticamente”), qualcuno si è
finalmente accorto che gli ominidi di Flores rischiano di minare l’Out of Africa dalle fondamenta, e ha avanzato una geniale
spiegazione: gli hobbit sarebbero stati sapiens di origine recente affetti dalla sindrome di Down.

Se non sapessimo che questo è stato un tentativo disperato di salvare ciò che non è salvabile, un presupposto ideologico
importante per i democratici quanto falso, davvero si chiederebbe troppo alla nostra credulità e mancanza di senso del
ridicolo: un’intera popolazione di Down, e perché non di ciechi o di paraplegici? Verrebbe quasi da pensare che affetto dalla
sindrome di Down debba essere piuttosto chi ha formulato una simile “teoria”.
Devono essersene accorti anche coloro che hanno formulato questa idea balzana: l’unico modo di rendere la presenza degli
hobbit compatibile con l’Out of Africa, sarebbe quello di retrodatare la loro presenza nel tempo ad un’epoca anteriore alla
presunta catastrofe del Toba, e infatti, con sospetto tempismo, è arrivata la notizia che “stando alle ultime misurazioni” gli
hobbit di Flores sarebbero molto più antichi di quanto si è pensato finora, risalirebbero a qualcosa come 300.000 anni fa, ma
guarda caso!

Questo ci porta a un problema di ordine più generale: se questi cosiddetti scienziati, se questi cosiddetti ricercatori si
dimostrano così disinvolti nel manipolare i dati per farli coincidere coi loro assunti ideologici (o meglio con gli assunti
ideologici che IL POTERE impone loro di divulgare al popolino bue), quanta credibilità ha tutto l’edificio concettuale che
conosciamo come “scienza”?

Nel dubbio, è forse meglio seguire il concetto che quando le teorie “scientifiche” collimano troppo con le opinioni che il
potere ha interesse a imporre, è meglio diffidare e tenere invece in considerazione quelle concezioni tradizionali che esse
vorrebbero soppiantare. È certamente questo il caso dell’Out of Africa, corollario della tesi dell’inesistenza delle razze, che
88
si accorda sin troppo bene agli intenti del potere mondialista che vorrebbe imporre l’universale meticciato, e allora teniamo
conto piuttosto delle tradizioni (comuni del resto a tutti i popoli, compresi quelli che vivono alle latitudini più meridionali)
che collocano le origini “nel nord”, iperboree o atlantidi, e del fatto che più ci si sposta verso sud, più si incontrano
popolazioni degenerate, rimaste o ritornate a livelli paleolitici: khoisanidi in Africa, fuegini nelle Americhe, veddoidi in
India, tasmaniani in Oceania. Per converso, l’uomo bianco caucasico rappresenterebbe proprio quello più vicino al tipo
originario della nostra specie, mentre tutti gli altri sarebbero adattamenti relativamente specializzati e tardivi.
Per quanto ciò possa apparire singolare, questa idea “eretica” e così contraria all’immagine “politicamente corretta” delle
origini della nostra specie che “l’ortodossia scientifica” dominante ci vuole imporre, sembra negli ultimi tempi trovare
appoggio in vario grado nel lavoro di diversi ricercatori e intellettuali. L’abbiamo visto nella ventinovesima parte della
nostra ricerca, e non è strano che fra essi si conti in primo luogo Anatole Klysov, lo scienziato russo che è il grande
contestatore dell’Out of Africa.
Ora a questo dossier già abbastanza nutrito, possiamo aggiungere qualche ulteriore tassello. Ultimamente c’è da segnalare la
pubblicazione sul sito dell’Associazione Culturale Simmetria (www.simmetria.org) di un articolo di Giuseppe Acerbi:
L’isola bianca e l’isola verde che, non a caso, è stato recensito su “Ereticamente” dal nostro Michele Ruzzai in un pezzo
intitolato La patria artica. La tematica è presentata in riferimento in particolare alla tradizione indiana, che però trova un
parallelismo in molte culture: in una remota epoca quelle che sono oggi le regioni polari avrebbero avuto tutto un altro
clima, e vi sarebbero state terre emerse là dove oggi ci sono le acque dell’oceano artico, ed esse sarebbero state la sede
dell’umanità più remota.
Una domanda a cui i “santoni” dell’ortodossia scientifica dovrebbero prima o poi degnarsi di rispondere: Se questi “non
sono altro che” miti (come se ciò fosse cosa da poco), come mai si ritrovano concordi nelle tradizioni di tutti i popoli?
Come vi ho spiegato in apertura, questa scritto presenta forzatamente una certa eterogeneità di argomenti. Nella serie di
articoli Ex Oriente lux, ma sarà poi vero? Ho illustrato ripetutamente il concetto che non solo la cultura europea si è
sviluppata sulle proprie radici essendo molto meno debitrice di influssi esterni e in particolare orientali, di quanto di solito ci
si vuole far credere, ma che semmai sono state le grandi civiltà asiatiche e mediorientali a dipendere per la loro genesi e il
loro sviluppo da un influsso europeo e/o indoeuropeo in misura molto maggiore di quanto non si pensi.
Un elemento ricorrente nell’iconografia cinese è l’incontro tra Confucio e Lao Tze, il due maestri fondatori delle due
religioni cinesi tradizionali, confucianesimo e taoismo. La cosa interessante, è che Confucio è raffigurato a cavallo, mentre
Lao Tze è in groppa a un bufalo. Per gli antichi Cinesi il bufalo era impiegato nei lavori agricoli, soprattutto nelle risaie,
mentre i cavallo era destinato alla guerra. Per loro, il bufalo rappresentava “il sud” e l’elemento femminile, e il cavallo “il
nord” e l’elemento maschile.
Cosa significa questo? Gli imperatori cinesi reclutavano al loro servizio mercenari provenienti dal nord, cavalieri delle
steppe in massima parte di origine indoeuropea. A loro e alle loro concezioni si sarebbe ispirato Confucio, e il
confucianesimo, assai più del taoismo, avrebbe influenzato in maniera profonda la cultura cinese, ispirando una serie di
valori tipicamente indoeuropei: il rispetto per le gerarchie naturali, la fedeltà, la lealtà, il culto degli antenati, la
responsabilità, il senso del dovere e del sacrificio. Questo significa che alla base della civiltà cinese c’è un’influenza – se
non etnica, almeno culturale – indoeuropea la cui importanza è difficile da sopravvalutare.
Questa tesi ve l’ho presentata in Ex Oriente lux come una mia personale intuizione. Beh, devo alla cortesia dell’amico
Gianfranco Drioli l’avermi prestato il voluminoso testo stampato in edizione privata Les races humaines di N. C. Doyto,
questo autore francese che è oggi il più importante studioso dei fenomeni razziali, uno studio che richiede coraggio, visto il
clima terroristico introdotto al riguardo negli ultimi settant’anni. Bene, ho potuto constatare con una certa sorpresa che
riguardo alle origini della civiltà cinese, la conclusione di Doyto è esattamente la stessa cui sono arrivato io.
Dovrebbe sempre valere la regola che se due o più ricercatori (permettetemi di considerarmi tale, sia pure nella modestia dei
miei mezzi) giungono indipendentemente l’uno dall’altro alla stessa conclusione, questo rafforza la probabilità che essa sia
quella giusta.
Un altro argomento di cui ci siamo occupati più volte, è quello degli ebrei. Dal momento in cui un’eresia ebraica si è
trasformata in una religione “universale” che disgraziatamente si è diffusa soprattutto in Europa distruggendo quasi
completamente le religioni e le culture native del nostro continente, l’importanza storica dell’ebraismo è stata enormemente
sopravvalutata.
Ora, quello che ho adesso da aggiungere al riguardo, non è esattamente una novità. Qualcosa come quindici-vent’anni fa, un
qualche conoscente regalò alle mie figlie che allora erano adolescenti un libro per ragazzi della serie De Agostini junior,
dedicato a Il mondo della Bibbia, che da allora è rimasto a ricoprirsi di polvere sulla libreria, essendo l’argomento privo di
interesse né per loro né per altri in famiglia. Recentemente, per puro caso mi è capitato fra le mani questo volumetto e gli ho
dato un’occhiata, facendo una scoperta molto interessante. Ovviamente, trattandosi di un libro divulgativo per ragazzi, è
ricco di illustrazioni, raffigura numerosi oggetti ritrovati negli scavi mediorientali: ceramiche, statuette, armi, attrezzi da
lavoro e via dicendo; ebbene, leggendo con attenzione le didascalie si scopre che si tratta di reperti cananei, caldei,
babilonesi, fenici, persino egizi.

89
A parte una ricostruzione dell’Arca dell’Alleanza, basata sulla descrizione della bibbia, ma oggetto che in tempi storici
documentati nessuno ha mai visto, di propriamente ebraico non c’è nulla, neppure un coccio di vaso. Basterebbe questo per
comprendere che il “popolo eletto” è stato sempre negato per qualsiasi forma di produzione artistica o artigianale, che ha
sempre disdegnato il lavoro manuale, cioè il lavoro concreto, prediligendo piuttosto le attività del mercante o del predone,
cosa che dopotutto ci dimostra la stessa bibbia, raccontandoci che il tempio di Gerusalemme, vale a dire il centro più sacro
dell’ebraismo, per edificarlo Salomone avrebbe ingaggiato operai fenici.

Popolo eletto? Se credessi a quel Dio, gli consiglierei di votare con maggiore oculatezza la prossima volta!
Al contrario, noi sappiamo che tutto quanto può essere definito “civiltà”, tanto nelle sue realizzazioni concrete quanto in
quelle intellettuali-spirituali, è costantemente legato nella storia a un diverso tipo umano, quello europeo-indoeuropeo,
quello che in un’epoca in cui si potevano affrontare queste questioni con maggiore libertà, prima che “la democrazia”
imponesse la sua opprimente ortodossia, era definito il Leistungmensch, l’uomo creativo o creatore, lo stesso tipo umano
che oggi l’oligarchia mondialista nella quale è riconoscibile una non trascurabile componente ebraica, vuole distruggere
attraverso l’universale imposizione del meticciato.

NOTA: Nell’immagine, una ricostruzione del volto dell’hobbit di Flores.

90
Una Ahnenerbe casalinga - trentaduesima parte

Riprendiamo il nostro appuntamento con lo studio dell’eredità degli antenati. Come già l’articolo precedente, anche questo
nuovo incontro tratterà di tematiche un po’ disparate perché quelli che ormai ci restano da prendere in considerazione sono
una serie di aggiornamenti e di approfondimenti a partire da un’analisi delle nostre origini ormai ben definita nelle sue linee
di fondo, anche se – naturalmente – in totale antitesi con la “vulgata” politicamente corretta che a tutti i costi il potere
sedicente democratico ci vuole imporre.
Io penso che avrete probabilmente notato che un aspetto della questione che finora non ho trattato molto, è quello relativo
all’analisi del DNA, preferendo un approccio che privilegia maggiormente gli studi di tipo storico e archeologico, e questo
per una ragione molto semplice: il DNA umano, come quello di tutti gli animali e le forme viventi superiori (a parte cioè
batteri e protozoi) è enormemente complesso, e poiché gli esseri umani si riproducono sessualmente e non per talea come le
viti, è estremamente difficile seguire lo sviluppo di linee genetiche anche relativamente “pure” attraverso la mappatura
cromosomica.
I genetisti finora hanno concentrato i loro studi su due direzioni, lo studio delle mutazioni del cromosoma Y, il cromosoma
maschile, che si trasmette esclusivamente per via paterna, i cosiddetti aplogruppi, e il DNA mitocondriale che si trasmette
esclusivamente per via materna (i mitocondri sono degli organelli cellulari che sono dotati di un proprio DNA diverso da
quello del nucleo; i biologi suppongono che si tratti di antichi batteri assorbiti come simbionti all’interno delle cellule
eucariote; poiché lo spermatozoo non possiede mitocondri, essi si ereditano esclusivamente dalla madre).
Si tratta di una serie di ricerche estremamente suggestive e utili a fornirci indizi importanti sulla storia biologica della nostra
specie, tuttavia, a mio parere vanno prese con una certa cautela, proprio perché condotte su di una parte molto ristretta del
patrimonio genetico. Scusate, ma se io devo confrontare due gruppi di persone, l’uno dalle caratteristiche VISIBILMENTE
europee, l’altro dalle caratteristiche VISIBILMENTE africane, il discorso sugli aplogruppi e i mitocondri lascia il tempo
che trova.
In internet potete trovare alcune interessanti mappe della diffusione degli aplogruppi sul sito di Ethnopedia
(www.ethnopedia.org).
Recentemente (15 giugno), Ethnopedia ha pubblicato uno studio su di un gene molto interessante, che non rientra né fra gli
aplogruppi né nel DNA mitocondriale, ma si trova sul cromosoma 2, si tratta del gene LCT connesso alla produzione
dell’enzima lattasi che determina la tolleranza al lattosio e quindi la possibilità di usare il latte anche di specie diverse da
quella umana e anche in età adulta. Come è facile comprendere, la diffusione di questo gene nelle popolazioni umane è
strettamente connessa alla pratica dell’allevamento di animali (bovini e ovini) risalente all’età neolitica e ci dà quindi una
traccia importante sull’origine delle prime civiltà, l’abbandono della vita nomade dei cacciatori-raccoglitori paleolitici, a
favore di un’economia basata sull’agricoltura e l’allevamento di animali.
Ecco cosa scrive al riguardo Ethnopedia:
“L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa,
con il passaggio dalla vita spesso nomade dei cacciatori-raccoglitori alla vita più stanziale basata sull’allevamento e
l’agricoltura.
In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta addomesticati in Anatolia e nel vicino oriente, per poi
diffondersi nei millenni successivi nel medio oriente, in Grecia e nei Balcani e, successivamente, in tutta Europa. Attorno al
6400 a.C. capre, pecore e bovini, fonte di latte, erano ormai presenti nel sud e sud est d’Europa”.
C’è qualcosa che non va in questo discorso, e per capirlo è sufficiente osservare proprio la carta che correda l’articolo. E’
del tutto logico supporre che la tolleranza al lattosio sia maggiore nelle regioni dove l’allevamento di animali e l’uso del
loro latte per l’alimentazione umana sia più antico, questo perché l’utilizzo di questa nuova fonte alimentare ha senza
dubbio innescato un processo di selezione darwiniana che tendeva a favorire coloro che erano in grado di approfittare di
questa nuova risorsa alimentare. Abbastanza stranamente la carta riporta (evidenziata in colore più intenso) non la tolleranza
ma l’intolleranza al lattosio, ma basta invertire le proporzioni e il risultato è lo stesso. Bene, in Medio Oriente l’intolleranza
riguarda il 60-80% della popolazione contro il 40-60% dell’Europa mediterranea, il 20-40% di quella centrale e orientale e
il 0-20% di quella settentrionale. Tanto per completare il quadro, diciamo che essa sale all’80-100% nell’Africa nera,
nell’Asia orientale e nelle parti più meridionali del Sud America, mentre si presenta a livelli europei in Nord America e in
91
Australia come conseguenza del fatto che queste terre sono popolate da discendenti di coloni di origine europea.Questi dati
si lasciano leggere in un solo modo: l’adattamento al consumo di latte animale, e quindi l’allevamento devono aver avuto
origine a nord dell’arco alpino, da qualche parte nell’area germanica o scandinava, e non in Medio Oriente.Vediamo
all’opera una nostra vecchia conoscenza, quello che ho chiamato lo strabismo mediorientale, la tendenza ad attribuire al
Medio Oriente una centralità nello sviluppo della storia umana a discapito dell’Europa, che non trova rispondenza nei fatti,
una tendenza che a mio parere trova la sua spiegazione nel fatto che il cristianesimo ha posto la bibbia al centro della cultura
europea, determinando uno schema d’interpretazione della storia che col tempo è stato articolato, ampliato me rimasto lo
stesso nelle sue linee di base, sopravvalutando in maniera sproporzionata le vicende di dubbia storicità che questo “libro
sacro” racconta.
Per quanto riguarda l’addomesticamento di animali atti a fornire latte, per quanto riguarda gli ovini, pecore e capre,
esso potrebbe essere avvenuto in Medio Oriente prima che in Europa, sebbene non esistano prove conclusive, ma
l’addomesticamento dei bovini è certamente avvenuto in Europa, ed è stato probabilmente preceduto dal semi-
addomesticamento nomade della renna, e ne ha verosimilmente ricalcato le tecniche. Questo cervide è tuttora allevato dalle
popolazioni lapponi secondo uno stile vecchio di migliaia di anni.
L’uro, bos primigenius, l’antenato selvatico delle razze bovine domestiche viveva sul nostro continente fino al XVII secolo
e l’ultimo esemplare conosciuto, una femmina, sarebbe morta in Polonia nel 1627. L’uro era del resto ben conosciuto dagli
Europei dell’età medioevale, avrebbe ad esempio dato il nome al cantone svizzero di Uri (uno dei tre che hanno fondato la
confederazione), e il suo stemma riporta appunto una testa di questo animale.
Una notizia riportata in data 16 giugno dal sito in lingua inglese “dawn.com” a prima vista
sembrerebbe avere poco a che fare con le problematiche connesse all’eredità degli antenati.
Nella località pachistana di Chitral, la conversione forzata di una ragazza kalash che sarebbe
stata costretta a convertirsi all’islam, avrebbe provocato violenti scontri tra membri dell’etnia
kalash e mussulmani locali.In un certo senso, non è una notizia: che l’islam sia una religione
rozza e violenta, il cui principale mezzo di apostolato è la forza bruta, il peggio del peggio dei
monoteismi, questo lo sapevamo già, come già da un pezzo sapevamo che la sua violenza, la
“libera” scelta fra la conversione e la messa a morte, questa religione profondamente
misogina sembra riservarla soprattutto alle donne. Inoltre noi come europei possiamo
constatare che tutte le volte che la piaga, la cancrena islamica avanza nel nostro continente,
questo coincide con un arretramento delle etnie europee di fronte agli invasori venuti dal
Medio Oriente e dal Magreb, perché – fuori dai denti – l’islam è la “bandiera religiosa” della sostituzione etnica.
Personalmente, e l’ho detto più di una volta, che persino nei nostri ambienti vi siano delle simpatie per l’islam, è una cosa
che io trovo assurda e delirante.
Tuttavia, il fatto che questo nuovo episodio di intolleranza e violenza islamica colpisca una volta di più l’etnia e la cultura
kalash ormai ridotte a poche migliaia di persone dalle incessanti persecuzioni, ferisce in maniera particolare. I kalash infatti,
costituiscono una testimonianza vivente di un importante capitolo della nostra storia remota che si vuole a tutti i costi
ignorare: questa popolazione, come i vicini Hunza con cui sono imparentati, presentano delle forti caratteristiche europidi e
sono portatori di una cultura autoctona testardamente pagana che ha finora resistito a tutte le persecuzioni da parte dei bruni
e islamizzati abitatori delle valli circostanti che non hanno mai smesso di assediarli.
Circa le loro origini, esiste la leggenda che si tratterebbe dei discendenti di una falange perduta dall’armata di Alessandro
Magno nel corso della sua avanzata verso l’Indo, ma la verità storica è probabilmente un’altra.In un articolo apparso sul n.
98 del giugno 1989 su “Airone”, Tra i Kalash, gli ultimi pagani dell’Afghanistan, Duccio Canestrini riferisce:
“Gli antropologi culturali, infine, sottolineano la somiglianza di alcune caratteristiche della cultura kalash (come la figura
dello sciamano, l’uso del tamburo nelle feste e la stessa vinificazione) con elementi tribali del Turkestan orientale, oggi
politicamente cinese”.Nove anni dopo (perché non è che nel frattempo il mondo occidentale si sia occupato molto dei
Kalash), in un articolo, Figli di Dioniso di Italo Bertolasi che è comparso su “Repubblica” del 16 gugno 1998, si riporta:
“Gli antropologi che li hanno studiati dicono che la loro storia inizia quattromila anni fa con le migrazioni dei popoli indo-
ariani attraverso le valli dell’Oxus (l’Amu Darja). L’antica patria cafira poteva trovarsi forse tra le oasi rigogliose
dell’odierno Turkestan o tra i pascoli e le foreste che circondavano il Mar Caspio”.
(I Kalash sono anche chiamati Cafiri, dal termine arabo kafir, “infedele”, come dire i non mussulmani, i pagani per
antonomasia).
La loro origine potrebbe dunque trovarsi nell’attuale Turkestan, oggi politicamente diviso fra le repubbliche ex sovietiche
dell’Asia centrale e il Sinkiang (Xinjiang per Pechino) oggi sotto dominazione cinese.In questa regione nella zona di
Cherchen sono emerse dalle sabbie di quello che oggi è il deserto del Takla Makan ma un tempo doveva essere un’area
molto più fertile e propizia all’insediamento umano, centinaia di mummie dalle fattezze europidi, di alta statura, dai capelli
biondi o rossicci che qualcuno ha definito “celtiche”. Si tratta con ogni probabilità di quanto rimane dell’antico popolo dei
Tocari un tempo stanziati nel bacino del fiume Tarim. La cosa interessante è che, come ci attestano numerose iscrizioni, i
Tocari non solo parlavano una lingua indoeuropea, ma una lingua appartenente al ramo occidentale, “centum”
92
dell’indoeuropeo. (le lingue indoeuropee sono divise in un ramo occidentale comprendente i linguaggi celtici, latini,
germanici, il greco e il tocario, e un ramo orientale composto dalla lingue slave e indo-iraniche; questi due rami sono
chiamati dai linguisti “centum” e “satem” in base alla forma che assume il numerale cento).
Si tratta di un capitolo importante della nostra storia “politicamente scorretto” e perlopiù ignorato (o che si preferisce
ignorare per non urtare l’ortodossia democratica): le tracce di un antico popolamento “bianco” e indoeuropeo dell’Asia
centrale che è verosimilmente alla base delle grandi civiltà asiatiche.
I kalash avrebbero doppiamente diritto alla nostra solidarietà, in quanto europidi assediati da un’ondata di popolazioni
“brune” e in quanto pagani che ancora resistono all’imposizione della peste monoteista, islamica nello specifico.Non
dobbiamo poi dimenticare che il loro infelice destino è una prefigurazione della sorte che potrebbe toccare anche a noi, man
mano che le genti “brune” provenienti dall’altra parte del Mediterraneo si riverseranno sulle nostre contrade; ci troveremo
nella loro stessa situazione, a dover difendere palmo a palmo la nostra cultura e la nostra stessa sopravvivenza davanti al
rullo compressore nero-magrebino e “culturalmente” (per quanto suoni ridicolo usare questo termine per la più rozza e
incivile delle religioni) islamico, perché “l’integrazione” e il “multiculturalismo” tanto cari a democratici e sinistrorsi, non
sono altro che favole per incantare i gonzi.
Una Ahnenerbe casalinga - trentatreesima parte

Riprendiamo il discorso sulle nostre origini da dove l’avevamo lasciato le volte precedenti. Io vi ho parlato di una storia che
sembra destinata a diventare una telenovela infinita, quella degli hobbit, i piccoli uomini dell’isola indonesiana di Flores.
Come abbiamo già visto, la loro esistenza rappresenta un colpo mortale alla – chiamiamola teoria – dell’Out of Africa, della
presunta origine africana della nostra specie, perché essa presuppone che tra 70 e 50.000 anni fa una gigantesca eruzione
vulcanica del vulcano Toba nell’isola di Sumatra, anch’essa indonesiana, avrebbe portato all’estinzione tutti gli esseri
umani allora viventi, tranne un gruppetto di africani dai quali si suppone tutti noi discenderemmo.
Chiaramente, se a pochi passi dall’epicentro della presunta catastrofe planetaria, i nostri hobbit hanno continuato a vivere
indisturbati, “la teoria” crolla miseramente.

Per togliersi dall’imbarazzo, alcuni hanno supposto che gli hobbit fossero umani di origine molto più recente, oltre che nani,
affetti dalla sindrome di Down, idea semplicemente ridicola: UN’INTERA POPOLAZIONE di down? E perché non di
ciechi o di paraplegici?

La cosa deve essere sembrata grottesca anche a coloro che l’hanno formulata, perché subito dopo è arrivata “la scoperta”
che “stando agli ultimi rilevamenti” gli hobbit di Flores sarebbero molto più antichi di quel che finora si era ipotizzato, e
sarebbero vissuti intorno ai 300.000 anni fa. Strano, vero? Una simile scoperta capita troppo tempestivamente e troppo “a
fagiolo” a togliere i sostenitori dell’Out of Africa dall’imbarazzo, per poter essere persuasiva.

Ora, voi capite senz’altro che se le cose stanno in questi termini, la questione si allarga di parecchio, infatti, se non è più
questione di interpretazioni, ma sono gli stessi dati a essere manipolati con disinvoltura, allora l’interrogativo diventa:
quanta credibilità si potrà attribuire a tutta la costruzione intellettuale che conosciamo come “scienza”? Non ci sarà più nulla
che non dovremo considerare con sospetto!
La cosa peggiore è quando si vede il palese ricorso all’escamotage che consiste nel creare un clima di suggestione che serve
a suggerire qualcosa che non è né provato o provabile, né contenuto nelle premesse iniziali, è il tipo di trucco a cui
ricorrono i ciarlatani. Questo è il caso dell’Out of Africa (o OOA, come spesso si dice, seguendo l’abitudine americana di
siglare tutto, quasi che l’usare espressioni “troppo” lunghe implichi il pericolo di pensare “troppo” profondamente, prassi
altamente sconsigliata per le buone pecore del gregge democratico); essa infatti SEMBRA SUGGERIRE che il nero
africano sia il tipo ancestrale della nostra specie, che noi stessi non saremmo altro che dei “neri sbiancati”, che tutte le
vistose differenze che possiamo riscontrare fra bianchi caucasici e neri subsahariani siano una sorta di abbaglio visivo (e
non oso pensare a come le popolazioni mongoliche dovrebbero porsi rispetto a questo schema pazzesco), che le razze non
esistono, e tutta la coorte delle fallacie democratiche che l’ortodossia di regime tende a imporre anche con la censura e la
repressione.

Ora, non solo tutto ciò non è dimostrato né dimostrabile, ma E’ FALSO!

A parte la questione completamente diversa dell’origine africana degli antichi ominidi di milioni di anni fa (ma anche su di
essa, come abbiamo visto altre volte, ci sono delle riserve), non si può escludere, anzi la cosa appare verosimile, che
l’Africa settentrionale, sahariana, abbia giocato un ruolo importante nella nostra origine, ma anteriormente alla
desertificazione del Sahara avvenuta 15-12.000 anni fa, la regione, il Sahara verde era abitato da una popolazione
gromagnoide (simile all’uomo di Cro Magnon), quindi con caratteristiche sostanzialmente caucasiche, mentre il nero
subsahariano sembra essere il frutto di una specializzazione relativamente tarda, per di più – pare – originatosi nel plateau
93
arabico, poi migrato nel continente africano attraverso lo stretto di Aden. In epoca storica, questa migrazione era ancora in
corso, al punto che popolazioni di ceppo bantu si insediarono nell’Africa del sud dopo l’arrivo degli Europei, i Boeri di
origine olandese, che per questo motivo chiamano se stessi “Afrikans”, considerandosi i veri africani autoctoni.

Tuttavia, ciò non toglie un fatto fondamentale, che a fare veramente di noi quello che siamo, non sia stata l’Africa, ma il ben
più rigido e selettivo ambiente del nord. Involontariamente, anche la teoria dell’origine africana stabilisce un punto di
frattura fra coloro che si avventurarono in aree ricche di incognite e quelli che rimasero nel più accogliente grembo africano
dove non c’era la necessità di affrontare temperature rigide o variazioni stagionali che potevano creare penuria di risorse (e
quindi sviluppare preveggenza del futuro per poter sopravvivere).
La verità pura e semplice, è che noi non siamo figli dell’Africa ma dell’Eurasia. L’ambiente più rigido ha costretto per poter
sopravvivere, a sviluppare una tecnologia più ingegnosa, a costruire ricoveri, a migliorare l’organizzazione sociale, a
rendere più attenta la cura della prole. Io penso che in questo processo abbiano giocato un ruolo chiave le variazioni
stagionali, la consapevolezza che ai periodi di abbondanza seguono quelli di penuria, e quindi la necessità di accantonare
scorte. Ancora oggi, la differenza è molto visibile: il bianco fa progetti per il futuro, il nero vive alla giornata.
Se, come abbiamo visto, tutto l’edificio “scientifico” va considerato con sospetto non solo riguardo alle teorie e alle
interpretazioni, ma agli stessi dati, sarà bene guardare con attenzione a cosa c’è sul tavolo, soprattutto a quelle teorie e a
quelle ipotesi che “l’ortodossia scientifica” ha messo ai margini non perché non abbiano, prove a loro sostegno, ma perché
non conformi al dogmatismo ideologico “ortodosso”.

Un esempio estremamente chiaro in questo senso l’aveva fatto Gianfranco Drioli nel suo bel libro Iperborea, la ricerca
senza fine della patria perduta, riferendosi alle ricerche controcorrente di uno studioso indiano, il Tilak, che si è dedicato a
uno studio approfondito delle informazioni contenute nei Veda (che a loro volta raccoglierebbero tradizioni antichissime,
tramandate oralmente da molto prima dell’invenzione della scrittura).
Ora è chiaro che qui ci si riferisce a un’epoca successiva a quella dell’origine più remota della nostra specie, ma si tratta di
un capitolo importante della nostra storia che è stato deliberatamente ignorato, con tutta probabilità proprio perché colloca
le nostre radici il quel nord tanto schifato dai santoni della democrazia.

Secondo l’analisi dello studioso indiano, i Veda offrono la testimonianza del ricordo di un’epoca remota in cui gli antenati
degli Arii sarebbero migrati verso l’area indo-iranica dal lontano nord che un tempo godeva di un clima mite, favorevole
all’insediamento umano, e dove dopo la catastrofe climatica regnerebbero invece dieci mesi d’inverno e due mesi d’estate.
L’Avesta iranica attesterebbe una tradizione o un ricordo ancestrale assolutamente analogo. Ora si dà il caso che dieci mesi
invernali, di clima rigido e due estivi, sono precisamente la situazione che si riscontra nelle regioni artiche. Questo potrebbe
anche non impressionarci più di tanto, ma bisogna osservare che, sempre secondo il Tilak, nei Veda è descritta una serie di
fenomeni astronomici che nella maniera in cui sono presentati, avrebbero potuto essere osservati solo al di sopra del circolo
polare artico.
Un discorso assolutamente analogo esce dalle ricerche di Felice Vinci. Il testo più noto di questo autore, Omero nel Baltico,
ci disegna una avanzata e oggi sconosciuta civiltà nordica preistorica collocabile nell’Età del Bronzo o in tempi antecedenti.
Sviluppatasi durante un optimum climatico in cui le terre settentrionali erano di gran lunga più abitabili di oggi, sarebbe
stata distrutta dal mutamento delle temperature che, portatesi gradualmente ai livelli attuali, avrebbero costretto le
popolazioni dell’area a migrare verso meridione, dando origine agli Europei attuali. Sia le tesi di Tilak sia quelle di Vinci
sono ricollegabili al mito della leggendaria terra Iperborea come origine delle popolazioni europee e indo-iraniche, cioè quei
popoli che conosciamo nel loro insieme sotto il nome di indoeuropei.

Quella che è forse la tesi più ardita e più cara a Vinci, cioè che i poemi omerici siano basati sul ricordo di epoche così
remote, e le loro vicende narrate oralmente per millenni sarebbero poi state trasposte nell’ambiente mediterraneo dove i
nomi delle località nordiche abbandonate sarebbero stati esattamente replicati, che è nel Baltico che andrebbero cercate la
Troia omerica e l’Itaca di Ulisse, è stata vivacemente contestata da un altro studioso la cui opinione penso si debba tenere
nella massima considerazione, Ernesto Roli, già amico e collaboratore, e oggi continuatore dell’opera di Adriano Romualdi,
e che, come già lo stesso Romualdi, ritiene piuttosto di collegare la vicenda omerica alla storia degli Ittiti, popolo per cui
quest’ultimo aveva una particolare predilezione, in quanto in età antica ha rappresentato una sorta di antemurale
indoeuropeo in faccia al mondo mediorientale semitico.
Io al riguardo non me la sento di pronunciarmi in maniera definitiva né per le tesi dell’uno né per quelle dell’altro; ciò
invece su cui mi pare sussistano pochi dubbi e su cui entrambi i ricercatori concordano, è la rivalutazione della civiltà antica
europea e nordica, respingendo nel limbo delle favole tutte le idee “moderne” e “progressiste” che troviamo snocciolate nei
libri di storia, che ci vorrebbero dipingere il nostro continente come arretrato e barbaro, solo gradualmente incivilito da
influssi orientali e mediorientali. Ernesto Roli, per dirne una, ha collaborato con Romualdi alla traduzione e alla stesura di

94
quell’ampia e bellissima introduzione, ben meritevole di essere considerata un’opera a sé stante, che accompagna l’edizione
italiana di Religiosità indoeuropea di Hanns F. K. Gunther.

In Omero nel Baltico, Felice Vinci riporta un ampio brano dell’insigne archeologo Colin Renfrew:

“Per coloro che non sono esperti, sarà bene ricordare che il radiocarbonio o carbonio 14 è un isotopo radioattivo del
carbonio. Esso è presente nell’atmosfera in proporzioni fisse rispetto al carbonio normale. Quando un organismo (animale o
vegetale) muore cessano gli scambi gassosi con l’esterno. Mentre il carbonio normale rimane invariato, quello radioattivo
decade secondo tempio di dimezzamento costanti e precisi, e costituisce quindi un ottimo “calendario” per datare la materia
organica. Ora, confessa Renfrew, le ricerche condotte con esso sconfessano del tutto la tesi della “luce da oriente”:

“Molti di noi erano convinti che le piramidi d’Egitto fossero i più antichi monumenti del mondo costruiti in pietra, e che i
primi templi fossero stati innalzati dall’uomo nel Vicino Oriente, nella fertile regione mesopotamica. Si riteneva anche che
là, nella culla delle più antiche civiltà, fosse stata inventata la metallurgia e che, successivamente, le tecnologie per la
lavorazione del rame e del bronzo, dell’architettura monumentale e di altre ancora, fossero state acquisite dalle popolazioni
più arretrate delle aree circostanti, per poi diffondersi a gran parte dell’Europa e del resto del mondo antico (…)

Fu quindi un’enorme sorpresa quando ci si rese conto che tutta questa costruzione era errata. Le tombe a camera megalitiche
dell’Europa occidentale sono ora considerate più antiche delle piramidi e sono questi, in effetti, i più antichi monumenti in
pietra del mondo, sì che una loro origine nella regione mediterranea orientale è ormai improponibile (…) Sembra, inoltre,
che in Inghilterra Stonehenge fosse completata e la ricca età del Bronzo locale fosse ben attestata, prima che in Grecia
avesse inizio la civiltà micenea (…) Le nuove datazioni ci rivelano quanto abbiamo sottovalutato questi creativi “barbari”
dell’Europa preistorica, i quali in realtà innalzavano monumenti in pietra, fondevano il rame, creavano osservatori solari, e
facevano altre cose ingegnose senza alcun aiuto dal Mediterraneo orientale.
Pertanto i collegamenti cronologici tradizionali si spezzano e le innovazioni del Mediterraneo orientale che si supponeva
portate in Europa per diffusione, si trovavano ora ad essere presenti in Europa prima che in Oriente. Crolla così l’intero
sistema diffusionista e con esso cadono i presupposti che hanno retto per quasi un secolo l’archeologia preistorica.

In particolare, nel soffermarsi sulle conseguenze della datazione al radiocarbonio corretta con la dendrocronologia (cioè la
calibrazione con gli anelli annuali degli alberi), il Renfrew afferma che “Si verifica tutta una serie di rovesciamenti
allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell’Europa occidentale diventano ora più antiche delle
piramidi (…) e, in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze
micenee, fu completata molto prima dell’inizio della civiltà micenea”.
In sintesi, conclude il professore, “Quell’intero edificio costruito con cura, comincia a crollare, e le linee di base dei
principali manuali di storia devono essere cambiate”.
Ora, occorre notare che il testo di Renfrew citato da Vinci, L’Europa della preistoria (Before Civilization, the Radiocarbon
Revolution and prehistoric Europe), è del 1973, e da allora di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, ma di questa
rivoluzione nei manuali di storia e nei libri di testo non abbiamo ancora visto la minima traccia. Il caso è assolutamente
analogo a quello delle tavolette di Tartaria, scoperte dall’archeologo Nicolae Vlassa nel sito di Turda in Romania
appartenente alla cultura Vinca che sono di almeno un millennio più antiche dei più antichi pittogrammi sumerici
conosciuti, e dimostrano in maniera inoppugnabile che l’invenzione della scrittura è avvenuta in Europa e non in Medio
Oriente.
Certe informazioni (perché non si tratta di idee, di teorie, ma di fatti documentati) possono circolare fra gli specialisti (ma
meno circolano, ovviamente, meglio è), ma non devono assolutamente raggiungere il grosso pubblico a cui si continua ad
ammannire la favoletta dell’origine mediorientale della civiltà, fra Egitto e Mesopotamia, oltre a quella dell’origine africana
della nostra specie.
Non si sa mai che gli Europei, recuperando la consapevolezza del ruolo centrale dei loro antenati nella civiltà umana, con
uno scatto di orgoglio decidessero di riprendere in mano il loro destino, ribellandosi alla morte per sostituzione etnica che è
stata decretata per loro.
Una cosa è certa, se noi adesso non parliamo del divenire della specie umana nel suo complesso, ma restringiamo il discorso
a quello della sua parte più nobile e creativa, non possiamo disconoscere il fatto che l’homo europeus è appunto figlio
dell’Europa, modellato dalle difficoltà, dalle sfide e dalle opportunità che l’ambiente del nostro continente gli ha posto
davanti. Non l’Africa né l’Asia ma madre Europa; è di questo continente, del suo ambiente, del suo clima, dei suoi paesaggi
che noi siamo figli.
Questo stesso concetto è stato espresso in forma non di una rigorosa analisi scientifica ma poetica da Dominique Venner,
uno stupendo brano che ci dimostra che quando si fanno parlare i sentimenti profondi, si possono raggiungere conclusioni
altrettanto e più esatte di quelle che ci danno la ragione e la scienza.
95
Venner, con il suo suicidio come forma estrema di protesta contro l’uccisione dei popoli europei mediante immigrazione,
meticciato e sostituzione etnica, per bypassare la censura dei mezzi “d’informazione” sul piano Kalergi, è stato un
combattente, un samurai della causa europea, il cui sacrificio va messo sullo stesso piano di quelli di Ian Palach e di Yukio
Mishima.
Ascoltiamo dunque con rispetto le sue parole:

“Io sono della terra degli alberi e delle foreste, delle querce e dei cinghiali, delle vigne e dei tetti spioventi, delle epopee e
delle fiabe, del Solstizio d’inverno e di San Giovanni d’estate…Il santuario in cui vado a raccogliermi è la foresta profonda
e misteriosa delle mie origini. Il mio libro sacro è l’Iliade così come l’Odissea, poemi fondatori e rivelatori dell’anima
europea.
Questi poemi attingono alle stesse fonti delle leggende celtiche e germaniche, di cui manifestano in modo superiore la
spiritualità implicita. Del resto non tiro affatto una riga sui secoli cristiani. La cattedrale di Chartres fa parte del mio
universo allo stesso titolo di Stonehenge o del Partenone. Questa è l’eredità che occorre assumere. La storia degli Europei
non è semplice. Essa è scandita di rotture al di là delle quali ci è è dato di ritrovare la nostra memoria le la continuità della
nostra Tradizione primordiale”.

Una Ahnenerbe casalinga, trentaquattresima parte − Fabio Calabrese

Riprendiamo il nostro appuntamento con lo studio dell’eredità degli antenati. Io credo nella serie di articoli che
compongono questa rubrica, di aver delineato un quadro sufficientemente chiaro del nostro passato ancestrale, sfatando le
false idee di una democrazia basata sui dogmi aprioristici dell’uguaglianza degli uomini, della non rilevanza della base
biologica e genetica di ciascuno di noi, della non importanza della nostra eredità in quanto uomini europei, indoeuropei,
caucasici, dell’origine africana, dell’origine mediorientale della civiltà, e via dicendo.

Adesso si tratta di proseguire con un lavoro di aggiornamento, rendendo conto di quel che man mano emerge, anche se si
può dire che letteralmente tutte le novità sullo studio del nostro remoto passato SMENTISCONO in maniera sempre più
chiara quei pregiudizi che la tirannide ipocrita che si suole chiamare democrazia cerca di imporre come idee sull’essere
umano.

Anche stavolta dovremo muoverci su piani e su fasce temporali diverse: le origini remote della nostra specie, la genetica
degli Italiani e ciò che essa suggerisce intorno al nostro passato, e i presunti apporti orientali che starebbero alla base della
civiltà europea che invece, come abbiamo visto, si è sviluppata crescendo sulle proprie basi e in autonomia rispetto al
mondo asiatico e/o mediorientale.

Cominciamo con una notizia che viene dalla Russia:

“L’equipe del paleontologo Vladimir V. Pitulko, dell’Accademia russa delle scienze di San Pietroburgo, avrebbe trovato
prove di presenza umana a 72° Nord all’interno del Circolo polare artico, risalenti a ben 45.000 anni fa: si tratta di una
carcassa di mammut, che reca molti segni di ferite d’arma da punta e da taglio inflitte sia prima che dopo la morte, ad
indicare che, dopo la caccia, furono compiuti interventi di macellazione e asportazione di carne, grasso e di parte delle
zanne. Sono stati rinvenuti anche resti di un lupo cacciato e ucciso, posto in una posizione separata.

Entrambi i ritrovamenti potrebbero quindi provare che esseri umani capaci di cacciare e sezionare una preda, abili nella
costruzione di strumenti, nel fabbricare abiti caldi e rifugi (…) potevano essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia artica
molto prima di quanto si pensasse. Per lungo tempo si era ritenuto infatti che l’uomo avesse raggiunto le regioni artiche
intorno a 15-12 mila anni fa”.

Questa scoperta di cui parla un articolo riportato sul sito www.rigenerazionevola è importante per vari motivi. Prima di
tutto, costituisce l’ennesima confutazione della favola dell’Out of Africa. Se, come sostiene questa leggenda mediatica che è
troppo generoso chiamare teoria, noi tutti discenderemmo da un pugno di africani superstiti da una catastrofe planetaria
avvenuta attorno a 50.000 anni fa, i tempi diventano troppo stretti per pensare che poco dopo la nostra specie si sia spinta
fino alla Siberia settentrionale, all’Artico come invece questi ritrovamenti provano.
Secondariamente, contrariamente a quello che spesso si pensa, i mammut erano animali che certamente vivevano in climi
più freddi di quelli attualmente abitati dagli elefanti africani o asiatici, come dimostra il loro manto peloso, ma
contrariamente a quel che spesso si pensa, non avrebbero potuto sopravvivere in un ambiente come quello attuale delle
96
regioni artiche; sicuramente non avevano necessità metaboliche inferiori a quelle degli elefanti odierni, che necessitano di
qualcosa come un quintale di vegetali al giorno, una quantità impossibile da reperire con i licheni, i muschi, la vegetazione
nana che sopravvive oggi nella tundra artica. La loro presenza in queste regioni è la prova che esse decine di migliaia di
anni fa godevano di un clima molto più mite di quello attuale, esattamente come afferma l’ipotesi iperborea.
Rimaniamo un attimo su questo argomento per una segnalazione che mi sembra doverosa: il nostro amico Michele Ruzzai
ha recentemente costituito un nuovo gruppo facebook che promette di essere uno strumento di estremo interesse per
affrontare queste tematiche: “MANvantara, Antropologia, Ethnos, Tradizione”.
Tra le prime cose che su questo gruppo il nostro valente amico ha riproposto, non si può fare a meno di menzionare un
interessante articolo del linguista Mario Alinei, La teoria della continuità. Si tratta, ve lo dico subito, di un pezzo di lettura
non facilissima in quanto piuttosto tecnico, ma dato l’interesse dell’argomento, ne vale senz’altro lo sforzo.

Come sappiamo, uno dei problemi nei quali ci imbattiamo cercando di capire la preistoria, è che per ricostruire le vicende
dei nostri remoti antenati abbiamo a disposizione solo gli elementi di cultura materiale, e l’analisi di questi ultimi può essere
fuorviante (applicando gli stessi criteri all’età moderna, si potrebbe pensare che alla transizione tra XX e XXI secolo “la
cultura della celluloide e del vinile” è stata spazzata via dall’invasione del “popolo del CD laser). Un modo per uscire da
questo cul de sac è il confronto fra i dati di cultura materiale e quello che ci può suggerire ciò che conosciamo della cultura
immateriale in età storica e anche attuale, ad esempio confrontando i gruppi linguistici con la suddivisione in culture
ottenuta basandosi sui dati archeologici.
Secondo la teoria della continuità, i confini anche attuali delle lingue e dialetti diffusi in Europa troverebbero una precisa
corrispondenza nelle antiche culture materiali del nostro continente, e insieme le due cose costituirebbero una testimonianza
dell’origine antichissima delle popolazioni europee, la cui fisionomia sarebbe stata ben poco alterata dalle invasioni
successive.
Sembra che tra i collaboratori di “Ereticamente” ci sia una gran voglia di darsi da fare per allargare gli spazi di un discorso
“nostro” approfittando delle possibilità concesse dal web. Fra questi, sarebbe impossibile non menzionare il nostro
infaticabile Paolo Sizzi che ha recentemente creato un suo sito che si chiama “Il Sizzi” (ilsizzi.worldpress.com). In data 4
luglio, Paolo vi ha pubblicato un ampio articolo su La struttura genetica degli Italiani, rifacendosi agli studi di due genetisti:
Fiorito, (2015) e Di Gaetano (2012).
Di questa tematica mi ero occupato anch’io non molto tempo addietro, nella trentesima parte di questa serie di articoli, e
avevamo visto che si tratta di una questione da prendere con le molle come non avverrebbe in nessun’altra parte del mondo.
Avevo in quell’occasione ricordato un mio precedente articolo che, pubblicato anni prima su “Ereticamente”, era stato
duramente contestato da alcuni lettori. Che persino in ambienti “nostri” vi siano persone che sgradiscano l’idea che gli
Italiani esistano dal punto di vista genetico, è una stranezza che si spiega, da un lato con le suggestioni mondialiste che
l’identità dell’Italia consisterebbe nel non avere un’identità dal punto di vista biologico-genetico (questa idea fasulla era ad
esempio stata esposta nella trasmissione “Ulisse” su RAI 3 – il che è tutto dire – dal lecchino del sistema, bugiardo di
professione che risponde al nome di Alberto Angela), dall’altro con uno spirito identitario di bassa lega che si traduce in
localismo, oltre alla nausea che ci hanno dato settant’anni di repubblica sedicente italiana democratica e antifascista.
Io vorrei aggiungere poi che una definizione della nazionalità basata sulla tradizione culturale, che secondo alcuni sarebbe
l’idea “latina” contrapposta alla concezione del Sangue e del Suolo tipicamente germanica, Blut und Boden, è un’illusione
particolarmente pericolosa. O la nazione esiste come COMUNITA’ DI SANGUE oppure non è nulla, non esiste.
Fa dunque piacere constatare che gli studi citati dall’amico Paolo Sizzi giungono indipendentemente da quelli citati da me
alle stesse conclusioni, ossia al fatto che una certa differenza genetica che certamente esiste tra nord e sud della Penisola è
stata artificiosamente dilatata per (bassi) motivi politici, e soprattutto non si riscontra quell’impronta mediorientale, da
collegare agli antichi Cartaginesi o all’invasione araba della Sicilia che alcuni fantasticano e vorrebbero ingigantendo
l’importanza di alcuni episodi storici marginali. E qui, come dimenticarlo, questo lavoro s’incontra con quello di un altro
nostro amico, il grande Mamer e la sua campagna contro la leggenda interessata della Sicilia araba, fomentata da catto-
sinistri e da chi specula e mangia sull’ “accoglienza ai migranti” e simili.

Ecco cosa ci racconta il nostro Paolo:

“Se ne sentono di ogni tipo sul nostro Mezzogiorno, a livello etnico, ma il fantomatico meticciamento con genti levantine e
nordafricane non sussiste: la verità è che l’Italia tutta costituisce una realtà peculiare nel panorama europeo, tanto che
appare smarcata parzialmente dal resto del Continente (…) Dico questo perché sulla Rete circolano diverse storielle, diffuse
anche da sedicenti esperti di genetica (amatori, dilettanti o principianti, non scienziati si capisce), dove gli Italiani
meridionali vengono dipinti come pesantemente arabizzati o berberizzati e con una forte mistura levantina recente dovuta
anche agli Ebrei. Favole (…).
D’altro canto anche il Nord e il Centro d’Italia non hanno subito germanizzazioni o slavizzazioni di un certo peso, tanto che
gli idiomi sono romanzi e anche etnicamente popoli come Toscani e Lombardi conservano sostanzialmente l’aspetto
97
formatosi in epoca preromana. In altre parole, non esiste alcun Mezzogiorno arabo-nordafricano-levantino così come non
esiste un Centro-Nord celto-germanico-nordico: esistono ben note influenze che vanno però alquanto ridimensionate e che,
spesso, sono più culturali che biologiche”.

Bene, la realtà delle cose è questa, e se proprio non vi comoda, mi dispiace per voi, ma dovrete farvene una ragione.

Arriviamo poi a una di quelle notizie che di primo acchito sembrano marginali, ma che se considerate nella giusta luce si
dimostrano capaci di stravolgere concezioni consolidate e radicate. L’edizione on line del “Tempo” di Roma (iltempo.it) del
13 luglio dà notizia di alcuni scavi che sono stati compiuti nel Foro romano, e precisamente nell’area del Carcere Tulliano
noto anche come Carcere di San Pietro. Sono stati ritrovati i resti di un’offerta votiva di frutti contenente fra le altre cose un
limone, che la datazione al radiocarbonio ha permesso di datare al 14 d. C.
Cosa c’è di straordinario in un simile ritrovamento? Presto detto: finora si era sempre pensato che gli agrumi, che sono di
origine asiatica, fossero stati portati nel Mediterraneo dagli Arabi dopo la loro comparsa sulle coste da conquistatori
nell’827, ma questo ritrovamento romano è di otto secoli più antico.

In altre parole, è un altro pezzo della concezione dell‘ex oriente lux, secondo la quale l’Europa dovrebbe all’oriente
praticamente tutte le sue scoperte e invenzioni, che crolla sotto l’impatto dei fatti. In particolare, l’apporto che gli Arabi
avrebbero dato alla nostra cultura è perlopiù enormemente sopravvalutato. Certo, è vero che gli Arabi abbiano fatto
conoscere all’Europa il sistema numerico decimale, che però non inventarono loro ma ripresero dagli Indiani, o che nella
Spagna medioevale islamizzata, dove però l’elemento arabo era decisamente minoritario, furono riscoperte le opere e la
filosofia di Aristotele.

Coloro che si esaltano per le architetture di Granada o di Cordoba o per i mosaici dell’Alhambra, ignorano o fingono di
ignorare che esse furono realizzate da maestranze locali dirette da un’élite visigota islamizzata e superficialmente arabizzata
cui si era aggiunto qualche elemento persiano, e che lì di propriamente arabo in realtà non c’è nulla.

Sul reale apporto dato dagli Arabi alla nostra cultura, lascerei la parola a uno che se ne intende, il giornalista Maurizio
Blondet:

“Verso il 650, gli Ommyadi si stabiliscono nei territori conquistati del Maghreb. Subito cominciano a distruggere le strade
romane: i suoi lastricati non servono ai cammelli, anzi sono dannosi ai loro zoccoli molli, ma in compenso sono materiale di
recupero già squadrato, prezioso per elevare moschee e fortezze. Secondo le loro usanze, i beduini tagliano gli alberi per i
loro bisogni, senza il minimo scrupolo. I terreni scoperti si screpolano, le piogge dilavano l’humus, i campi coltivati,
abbandonati dai contadini in fuga davanti ai predoni, diventano steppa e poi deserto. Ormai sulle alture non ci sono più i
boschi, dunque nemmeno il legname per eventuali carriaggi. Le pianure non più verdeggianti, non possono più mantenere
bovini. Il beduino ha creato attorno a sé il suo ambiente nativo, e ci resta felice”. (Maurizio Blondet: Le tecnologie
intelligenti che ci fanno idioti, EffeDiEffe, 17 maggio 2014).
Un apporto, dunque, che possiamo paragonare a quello di uno sciame di cavallette. L’unica cosa che mi pare resti da
aggiungere, è che non c’è nessun indizio che dai loro discendenti, “le risorse” che oggi una sinistra e una Chiesa che odiano
profondamente il popolo italiano sono così ansiose di importare in quantità sempre più massicce, possiamo aspettarci
alcunché di diverso. Questi invasori non faranno altro che distruggere tutto quello che i nostri padri e noi stesso abbiamo
costruito.

98
Riprendiamo il nostro periodico appuntamento con la tematica delle origini e l’eredità degli antenati. Nei nostri ambienti le
questioni relative a esse sono sempre molto vive e suscitano interesse, né vi è motivo di stupirsene. L’idea che ci facciamo
delle nostre origini, del lungo percorso che, nel bene e nel male, ha portato a noi quali oggi siamo, è una parte integrante ed
essenziale dell’idea che abbiamo di noi stessi.

Forse la novità più interessante della seconda metà del 2016 è quella che si deve al nostro valido collaboratore nonché
carissimo amico Michele Ruzzai che ha creato un gruppo facebook, “MANvantara” dedicato appunto a queste tematiche,
riguardo alle quali lui stesso ha illustrato il proprio punto di vista in svariati articoli sulle pagine di “Ereticamente”.

Tutto sommato, non credo che questa iniziativa si ponga in concorrenza con questa mia serie di articoli che ambirei a
considerare ormai una vera e propria rubrica: sono due strumenti diversi, un gruppo facebook ha probabilmente minore
visibilità rispetto a “Ereticamente”, ma ha il vantaggio di poter raccogliere contributi di diversi collaboratori (e naturalmente
il sottoscritto già ora non ha resistito e certamente non resisterà in futuro, alla tentazione di metterci lo zampino).

Ora, io vorrei evitare di presentare qui una sintesi dei molti e interessanti articoli che sono già apparsi su questo gruppo,
anche perché semmai toccherebbe a Michele farlo, in modo da garantire al suo lavoro la maggiore visibilità possibile,
tuttavia c’è almeno un pezzo che proprio non posso non menzionare: un articolo pubblicato in data 21 agosto a firma di
SelvanFauno Rudel, La teoria dell’Out of Atlantis. La cosa singolare, è che l’autore riprende un brano da un sito ufologico
(ufoforum.it), ma si sa, ci dobbiamo accontentare, con i siti, le riviste, i testi “ufficiali” e “seri”, occupati dall’ortodossia
democratica intenta a propagandare in suo mistificante dogmatismo…

L’autore fa notare che tenendo presenti gli spunti interessanti contenuti in quest’ultimo articolo e scartando le evidenti
fantasticherie appartenenti a un repertorio ormai consolidato a base di UFO e di Annunaki, nondimeno ne esce una teoria
molto interessante, basata sulla constatazione che la diffusione e le linee di irradiazione del DNA sia paterno (aplogruppi
del cromosoma Y) sia materni (DNA mitocondriale) suggeriscono un centro di irradiazione posto NON nell’Africa ma nel
centro dell’Atlantico.

Il mito platonico di Atlantide potrebbe allora avere una base storica più solida di quella a cui abbiamo sinora pensato, e qui,
nell’antica grande isola scomparsa andrebbero forse ricercate le nostre remote origini, non “Out of Africa” ma “Out of
Atlantis”!

Delle altre cose presenti in questo gruppo facebook non vorrei dirvi nulla, non vorrei togliere a Michele l’onere e soprattutto
l’onore di illustrarvele, sappiate però che si tratta di un vero piccolo scrigno di tesori.

La questione delle origini, lo abbiamo visto diverse volte, può essere suddivisa in diverse sotto-questioni a seconda di come
ci si sposti sulla scala del tempo: l’origine della specie umana, quella delle popolazioni caucasiche (che un tempo si osavano
chiamare nel loro insieme “razza bianca”), dei popoli e delle culture indoeuropee, della civiltà del nostro continente, per
arrivare magari a concentraci sull’origine degli abitanti di quella peculiare penisola posta al centro del Mediterraneo che lo
taglia quasi trasversalmente da nord a sud e che (chissà perché?) a noi interessano in maniera particolare.

99
Se non ci si addentra in una trattazione sistematica ma si esaminano i diversi contenuti su questo vasto parco di tematiche
semplicemente in ordine cronologico così come sono apparsi sul web come faremo ora, ne esce un’esposizione un po’ a
macchia di leopardo, ma questo è inevitabile, perché in fondo ormai non si tratta altro che di aggiungere nuovi tasselli a un
quadro che ci è ben chiaro nelle sue linee generali.

Parliamo di un altro amico i cui post hanno dato dei contributi fondamentali che mi hanno permesso di stilare i miei articoli
finora apparsi su “Ereticamente” o altrove: Luigi Leonini. Il 15 agosto, Luigi, che è un infaticabile ricercatore di tutto ciò
che può riguardare la nostra Weltanschauung, quasi una Wikipedia dell’ “Area”, ha postato un brano che è un estratto del
libro di Nicholas Wade Una scomoda eredità, La storia umana tra razze e genetica pubblicato da “Le scienze” nel 2015.
L’estratto riportato da Luigi riguarda la “teoria” di Richard Lewontin che avrebbe “dimostrato” l’inesistenza delle razze
basandosi sul fatto che in tutta la specie umana si trovano più o meno gli stessi geni.
Wade riporta il fatto che questa “teoria” è stata messa alla prova da Noah Rosenberg della University of Southern California
e da Marcus Feldman con una ricerca sul patrimonio genetico di oltre mille individui provenienti da ogni parte del mondo.
Se è vero che in tutti si ritrovano più o meno gli stessi geni, a seconda delle popolazioni e delle aree continentali di origine,
variano in maniera considerevole le frequenze relative e le correlazioni fra essi che tendono a raggrupparsi in “costellazioni”
ben definite. In altre parole la ricerca genetica ha dimostrato non l’inesistenza ma L’ESISTENZA delle razze, anche se il
mistificante dogmatismo democratico cerca di persuaderci del contrario.

Non dimentichiamo nemmeno il fatto che la “teoria” (anche se chiamarla così è un’autentica presa in giro) di Lewontin, per
quanto assurda, scorretta e non supportata da ulteriori studi, è stata assunta come “dottrina ufficiale” dalle Nazioni Unite.
Abbiamo UN DOGMA che il buon democratico è tenuto a credere a dispetto dell’evidenza, sia scientifica, sia fisica e
percettiva (perché in ultima analisi le differenze razziali sono facili da riconoscere a colpo d’occhio). Un dogmatismo dello
stesso tipo di quello che l’inquisizione imponeva con la violenza nel XVII secolo. Le concezioni che cercano di imporsi in
questo modo, rifiutando il confronto delle idee, sono quelle di cui i loro stessi portatori riconoscono in ultima analisi
l’intrinseca debolezza, sono cioè concezioni FALSE, e il complesso di “idee” (di suggestioni) democratiche-antirazziste-
progressiste-sinistrorse, lo è.

C’è poi la circostanza davvero bizzarra che Richard Lewontin, così come Claude Levi Strauss e molti altri esaltatori di tutto
ciò che non è europeo, appartiene a un gruppo etnico-religioso (chiamiamolo così) che mentre predica l’inesistenza delle
razze e – per tutti gli altri – la bontà del meticciato, al proprio interno pratica la più rigorosa, esclusiva e RAZZISTA
endogamia.
Il 20 agosto il sito Keltic World ha riportato la notizia ripresa dall’inglese Daily Mail che nella zona di Karaganda nel
Kazakistan un team di archeologi guidato da Igor Kukushkin e Viktor Nohozenov ha trovato i resti di una piramide simile a
quella a gradoni egiziana di Saqqara fatta costruire dal faraone Djoser, ma di almeno mille anni più antica, e che in effetti
sarebbe la più antica piramide conosciuta al mondo.
Il Kazakistan, lo ricordiamo, è una repubblica ex sovietica che si trova a cavallo fra la Russia meridionale e l’Asia. Questa
collocazione geografica della “nuova” piramide, a tutti gli effetti, rende sempre più inverosimile l’idea che la civiltà umana
si sarebbe originata in Medio Oriente.
Nell’immagine che correda questo articolo, vediamo appunto i resti della piramide di Karaganda confrontati con la piramide
egizia a gradoni di Saqqara.

Diciamo però che se altri studi condotti su altre piramidi fossero confermati, quella di Karaganda perderebbe molto presto il
suo primato, parliamo infatti delle piramidi di Visoko in Bosnia Erzegovina, dove il ricercatore Semir Osmanagic è arrivato
ormai all’ottavo anno della campagna di scavi. Su “Il navigatore curioso” è apparso con sorprendente contemporaneità a
quello del Daily Mail che riferisce della piramide kazaka, un articolo che illustra gli esiti delle ultime ricerche intorno a
Visoko.
In questo caso non si tratta di costruzioni come quelle egizie, ma di colline di origine naturale artificialmente rimodellate,
tuttavia studi e analisi compiuti da quattro studi di ricerca indipendenti hanno confermato la loro origine parzialmente
artificiale, non solo ma esse sarebbero ancora più antiche di quel che si pensasse, risalendo a ben 20.000 anni or sono.
Quanto meno, l’origine mediorientale della civiltà è una leggenda che diventa sempre più inverosimile, anche se è
improbabile che qualcosa di tutto ciò filtri sui media, né tanto meno arrivi sui testi scolastici.
Io non so tuttavia se vi è chiaro quello che significa tutto ciò, se questi dati fossero confermati, non se ne andrebbe in pezzi
soltanto il dogma dell’origine mediorientale della civiltà ma l’intero impianto del pensiero progressista: esso ammette per la
civiltà umana un’età massima di 5000 anni: ora questa estensione temporale potrebbe essere quadruplicata. Questo significa
che interi cicli di civiltà possono essere sorti e poi svaniti nel nulla, e niente e nessuno garantisce che lo stesso destino non
possa toccare anche a noi e a tutte le realizzazioni di cui gli uomini della modernità vanno così tanto fieri.

100
Un’altra delle favole, di quelle favole a cui davvero si farebbe un onore immeritato chiamandole miti, su cui si regge la
mentalità democratica-progressista-di sinistra sta cadendo miseramente a pezzi, anche se in realtà a suo sostegno non ha mai
avuto il minimo elemento concreto ma solo la volontà di credervi di illuministi e “compagni”, quella del buon selvaggio
cara a Rousseau.
Il 17 agosto è apparsa su “Il giornale” la recensione a firma di Camillo Langone del libro Incontri con i selvaggi di Jean
Talon. In quest’ultimo l’autore (che a dispetto del nome era italiano, e per la precisione bolognese) fa un excursus storico
che non ha la pretesa di essere un testo politico, degli incontri con le popolazioni selvagge ed extraeuropee degli europei
dalla scoperta dell’America fino al XIX secolo. Quello che si può dire, è che il quadro che ne esce per chi voglia credere
alla bontà di queste popolazioni extraeuropee, è sinceramente sconfortante: lo schiavismo, ad esempio era
larghissimamente praticato in Africa, assai prima che gli Europei si inserissero nel mercato degli schiavi per reperire
manodopera per le piantagioni di cotone. Era praticato anche dagli indiani del Nord America che trattavano i prigionieri
come bestie da soma (vi ricordate Un uomo chiamato cavallo?). In Mesoamerica i sacrifici umani andavano per la
maggiore, e il cannibalismo non era diffuso solo in Africa ma anche nel Pacifico (come sperimentò a sue spese James Cook
finendo nelle pance dei suoi prediletti hawaiani), nelle Americhe (è da Caribe che viene il termine “cannibale”), e gli
indigeni della Terra del Fuoco all’inizio della brutta stagione usavano macellare le donne anziane, come ci ha testimoniato
Darwin ma non solo lui.

Da dove nasce quest’idea, questa farneticazione del buon selvaggio, visto che passeggiando sulle sponde del lago di
Ginevra Jean Jacques Rousseau non avrà avuto modo di incontrarne nemmeno uno? È semplicemente il contraltare dell’idea
della civiltà come corruzione, come allontanamento sempre più marcato da una condizione di innocenza originaria mai
esistita. Con il che, Rousseau ha dimostrato di possedere in sommo grado una delle qualità più importanti di un
rivoluzionario di sinistra, quella di crearsi nella sua testa un mondo di pura fantasia, e poi volerlo imporre alla realtà a tutti i
costi e con ogni mezzo.
Si potrebbe anche pensare che una visione così cupa della società e della storia sia in contraddizione con la mentalità
progressista, ma in realtà non è così: “FINORA la storia delle società umane non è stata altro che perversione e corruzione,
ma ADESSO arriviamo noi che metteremo ogni cosa a posto con le spicce – cioè con la violenza – e dopo ci sarà il paradiso
in terra”.
Le tragedie e gli orrori del giacobinismo e del comunismo nascono tutti da qui, e Marx è, come ho già spiegato altre volte,
molto più debitore a Rousseau di quanto di solito non si pensi.
Come ci spiega Langone, Rousseau è ancora una presenza forte nel DNA della sinistra con le sue idee totalmente infondate,
e ricorda che ad esempio quelli del Movimento Cinque Stelle hanno chiamato Rousseau la loro piattaforma multimediale,
non sarà quindi poco importante dimostrarne tutta l’infondatezza.
Se mai c’è stato qualcuno che ha mai avuto una comprensione profonda dei fenomeni della civiltà e della non civiltà, questi
è stato certamente Oswald Spengler, il pensatore che ha teorizzato Il tramonto dell’Occidente. Ora, nemmeno a farlo
apposta per legarsi con tutto il discorso precedente, in data 21 agosto il nostro infaticabile Luigi Leonini ha riproposto un
articolo già apparso nel 2010 su “Fiamma futura”, Alcuni spunti e riflessioni per una rilettura di Oswald Spengler, di
Alfonso De Filippi con una breve introduzione di Luca Cancelliere.
L’autore tedesco, lo sappiamo, è stato un deciso contestatore dell’idea che esista una cosa come il progresso o lo sviluppo
complessivo dell’umanità: ogni civiltà si origina, si sviluppa o declina secondo ritmi che le sono propri e poco comunicanti
con le altre, inoltre ciascuna di esse è destinata al declino dopo un periodo più o meno lungo di grandezza, secondo ritmi
che ricordano su di una scala enormemente amplificata, quelli della senescenza biologica, e in questa prospettiva la stessa
idea progressista non è che una risibile utopia.

Ora, il punto su cui De Filippi concentra la sua analisi, è proprio la riflessione di Spengler secondo la quale in epoche
precedenti a quella attuale vi è stata nel nostro mondo la presenza contemporanea di civiltà in ascesa e altre in fase di
decadenza, mentre oggi, con l’avvento della modernità questo non succede più, ma tutti i popoli del pianeta sono diventati
tributari della cultura cosiddetta occidentale, e questo blocca in partenza la possibilità di un loro sviluppo autonomo, così
che tutti quanti partecipano in varia misura del Tramonto dell’Occidente.
Se ci pensiamo, da questo punto di vista Spengler è stato davvero un profeta: alla sua epoca era ben lontana dal manifestarsi
la globalizzazione come la conosciamo oggi, ossia la completa interrelazione economica, politica, culturale tra le varie aree
del pianeta, sì che la decadenza occidentale coinvolge tutto e tutti.
Per un altro verso, è evidente che la decadenza, la perdita di creatività e di vitalità di una cultura, come ben vediamo negli
Stati Uniti oggi, è strettamente connessa dal punto di vista demografico alla diminuzione della proporzione di sangue
bianco, alla rarefazione di quella che è la frazione dell’umanità più intelligente e creativa.

101
E’ un destino che i circoncisi che governano dietro le quinte da settant’anni sull’una e l’altra sponda dell’Atlantico, hanno
voluto estendere anche a noi imponendoci forzatamente l’immigrazione. E’ un destino che, se vogliamo avere un futuro,
dobbiamo contrastare a ogni costo e con ogni mezzo.

102
Come certamente avrete notato, è passato diverso tempo dal precedente articolo dedicato a questa tematica delle origini e
dell’eredità degli antenati. Sinceramente, avevo pensato, nonostante l’interesse da parte vostra, di lasciar cadere il discorso,
un po’ perché mi pareva di aver esaurito gli argomenti a tal proposito, un po’ perché l’eccellente lavoro che sta compiendo
Michele Ruzzai con il gruppo facebook da lui creato, “MANvantara”, mi ha un po’ spiazzato da questo punto di vista,
dandomi la preoccupazione di non creare doppioni. In realtà, le nostre impostazioni sono abbastanza diverse per evitare il
rischio che questo succeda, e vi consiglio di tenere sempre d’occhio il lavoro che sta facendo il nostro ottimo amico (al
quale non ho mancato e non mancherò neppure io di apportare qualche contributo).
La ragione principale per cui mi sono deciso a riprendere in mano il discorso sulle nostre origini è che, se è vero che mi
sembra di aver tracciato negli scritti precedenti con il ricorso a un ampio ventaglio di fonti, un quadro preciso e ben
consolidato, tuttavia esso non cessa di arricchirsi di dettagli e particolari frutto di sempre nuove scoperte anche alla luce del
fatto che in questo campo si intersecano gli apporti di numerose discipline.
Sarà tuttavia opportuno, anche in ragione del tempo intercorso, premettere un breve riepilogo prima di andare ad esaminare
le ultime novità.
Per prima cosa, sarà utile sottolineare una volta di più che l’approccio a queste tematiche non è di tipo accademico: l’idea
che ci facciamo circa le nostre origini è una parte importante dell’idea che ci facciamo di noi stessi, e dalla nostra auto-
rappresentazione dipendono molte cose a cominciare dall’agire politico, e non si può non considerare il contrasto tra
questa Weltanschauung che sentiamo istintivamente nostra e la “visione” democratico-sinistrorsa tendente a negare
l’importanza del dato etnico-biologico e alla riduzione di ciò che l’essere umano è ai soli fattori ambientali-sociali-educativi
con tutti i corollari utopistici che ne discendono.
La questione delle origini si suddivide in più livelli, a seconda di quanto risaliamo indietro nel tempo, e praticamente a ogni
livello ci siamo imbattuti in una versione delle cose che l’ideologia democratica oggi dominante cerca di imporre come
“l’ortodossia scientifica” e alla prova dei fatti non si dimostra altro che una mistificazione.
A livello più generale, la “verità ufficiale” assolutamente mistificatoria da respingere nel mondo delle favole, è
rappresentata dal cosiddetto “Out of Africa”, la “teoria” inventata per sostenere l’origine africana di tutti noi, spiegandoci
che gli europei bianchi non sarebbero altro che neri sbiancati, farneticazione inventata allo scopo non solo di negare
l’esistenza delle razze, ma di indurci ad accettare l’immigrazione africana che oggi ci piomba addosso ed è una vera e
propria invasione che si vorrebbe accogliessimo con animo quanto meno rassegnato.
Abbiamo visto invece che le prove sia paleoantropologiche sia genetiche vanno piuttosto a favore dell’ipotesi
multiregionale, non solo, ma che il nord iperboreo potrebbe avere un ruolo molto maggiore di quanto finora ipotizzato.
L’antenato più diretto dell’homo sapiens moderno sembrerebbe essere l’uomo di Heidelberg. Ora, come tutti sanno,
Heidelberg, appunto, si trova in Africa.
Una questione più recente e più vicina a noi, anche se sempre oltre l’orizzonte della storia documentata, è rappresentata
dall’origine dei popoli indoeuropei. Si vuole che questi nostri antenati non fossero, così come si è sempre ritenuto, cavalieri
e conquistatori provenienti dalle steppe eurasiatiche, ma pacifici agricoltori di origine mediorientale. Questa tesi è smentita
prima di tutto dalla genetica che ha rilevato negli Europei una presenza di geni di origine mediorientale non superiore al
14%, poi è sospetta l’insistenza sui “pacifici agricoltori” (manca solo che ci dicano che i nostri antenati erano hippy e figli
dei fiori), si ha veramente l’impressione che vogliano metterci in mano a tutti i costi la zappa del contadino per sottrarci
l’ascia da combattimento (la cultura dell’ascia da combattimento è una delle culture europee precorritrici la diffusione degli
indoeuropei, e verosimilmente proto-indoeuropea).

103
Questa tesi si presenta come corollario di quella che sostiene l’origine mediorientale
dell’agricoltura, e anche riguardo a quest’ultima si possano avanzare fortissimi dubbi,
dato che in Europa e non in Medio Oriente sono stati introdotti l’allevamento bovino
(lo dimostra il fatto che la capacità di assimilare il latte in età adulta è maggiore tra i
popoli centro-nord europei e decresce man mano che ci si allontana da quelle regioni)
e la metallurgia (l’attrezzo metallico conosciuto più antico in assoluto è l’ascia di rame
dell’uomo del Similaun).
Terza tesi, terza ortodossia “scientifica” ufficiale da respingere nel limbo delle favole,
quella che attribuisce l’origine della civiltà europea a influssi orientali e mediorientali,
che si basa su di una rappresentazione della storia antica del tutto falsa, anche se è
quella che perlopiù si trova nei testi scolastici, fondata sulla deliberata ignoranza di
nozioni fondamentali, come il fatto che il complesso megalitico di Stonehenge o la
splendida tomba neolitica irlandese di Newgrange sono di un millennio più antichi
delle piramidi egizie o delle ziggurat mesopotamiche. A questo aspetto della questione
delle origini ho dedicato anche la serie di articoli riuniti sotto il titolo Ex Oriente lux,
ma sarà poi vero?.
Una quarta questione che in quanto italiani ci interessa molto da vicino: sembra
proprio che se qualche asino in cattedra inventa una fesseria di qualunque tipo, ha
tante maggiori probabilità di diventare “l’ortodossia scientifica” quanto più è “politicamente corretta” e lontana dalla realtà,
fra queste la “teoria” cara non solo ai sinistrorsi, ma ai separatisti di ogni specie e natura, che la repubblica democratica e
antifascista ha fatto pullulare in settant’anni, ingenerando la nausea di essere italiani, è che gli Italiani non avrebbero
nessuna coerenza dal punto di vista genetico. Anche qui lo scopo è da un lato di dare esca ai separatismi, dall’altro coltivare
l’illusione che l’immigrazione e la sostituzione etnica non ci stiano procurando un danno irrimediabile.
Anche in questo caso, non si tratta che dell’ennesima falsità smentita dagli studi seri di genetica delle popolazioni, che
dimostrano che il popolo italiano esiste ed ha una sua precisa coerenza genetica. Certamente esistono delle differenze fra
nord e sud, nel nord si riscontra un’impronta genetica celtica, e nel sud una greca, ma esse non sono tali da impedire di poter
parlare del popolo italiano come di una realtà sostanzialmente unitaria.
Secondo i dati dell’UNESCO, l’Italia ospita oltre la metà del patrimonio artistico mondiale, e questo senza contare le opere
realizzate dagli Italiani all’estero (l’intero impianto architettonico di Vienna e San Pietroburgo, per dirne una) o quelle che
ci sono state trafugate nel corso dei secoli. Oggi questo popolo dall’immensa creatività è uno dei più minacciati dalla
sostituzione etnica, la politica immigrazionista voluta dalla sinistra e dal nostro nemico di sempre, la Chiesa cattolica, è
come versare acqua di fogna in un vino pregiato.
Gli aggiornamenti che ora possiamo registrare riguardano questo spettro di tematiche ai vari livelli. Come ho già scritto
altre volte, spesso a sostegno dell’Out of Africa si è fatto riferimento all’origine africana degli ominidi, come Lucy e gli altri
i cui resti sono stati presentati con un enorme battage mediatico-propagandistico al grosso pubblico, mentre in realtà si tratta
di due questioni del tutto estranee: basta pensare al fatto che queste creature si sono estinte 3-4 milioni di anni prima della
comparsa di un essere riconoscibile come homo sapiens, ma si sa, si gioca sul fatto che il grosso pubblico percepisce male i
numeri, le quantità e le distanze temporali, magari se aiutato a ingannarsi da opportune deformazioni fantasiose che per un
quarto dicono il falso e per gli altri tre quarti lo suggeriscono; si veda il modo in cui è stato costruito il personaggio
mediatico di Lucy: quanti tra il grosso pubblico dei non addetti ai lavori si rendono conto che questa “prima donna”, questa
“Eva in versione scientifica” era in realtà una creatura scimmiesca con un cervello di dimensioni inferiori a quello di uno
scimpanzé?
La questione degli ominidi, dunque, dicevo ha poco a che fare con quella dell’origine della nostra specie homo
sapiens, molto più recente e collocabile in un arco temporale tra cinquanta e centomila anni fa, ma se possiamo trovare le
tracce di questi lontani precursori della nostra specie anche fuori dall’Africa, ecco allora che la tesi dell’origine africana ne
sarà ulteriormente indebolita. Ebbene, questo è proprio quel che succede. Resti di creature ominidi sono stati trovati ad
esempio in India, Ramapithecus e Sivapithecus, che sono stati battezzati con i nomi di eroi-divinità del pantheon indiano,
Rama e Siva, ma i resti di un ominide, che è stato chiamato Oreopithecus sono emersi anche da una miniera di carbone di
Monte Bamboli in Toscana, per non parlare del fatto che in Sicilia nel 1983 sarebbero stati ritrovati resti
di Australopithecus (lo stesso genere di Lucy) di cui si fece all’epoca un gran parlare e poi sono come svaniti nel nulla.
Ultimamente, le edizioni Hoepli hanno pubblicato in lingua italiana un testo, Il vero pianeta delle scimmie, di David R.
Begun docente di antropologia presso l’università di Toronto, che rimette in causa precisamente la questione dell’origine
africana degli ominidi. Prima di raggiungere l’Africa, questi lontani precursori della nostra specie si sarebbero sviluppati –
indovinate un po’ – in Europa e in Eurasia. Se la loro presenza in Africa è stata vista come qualcosa che rafforza la presunta
origine africana della nostra specie, rovesciando quest’ottica avremmo ora tutti i motivi per pensare invece a un’origine
europea o eurasiatica, e magari perché non nel nord iperboreo durante un remoto optimum climatico come sostengono
innumerevoli tradizioni di ogni parte del globo?
104
Spostiamoci su di un orizzonte temporale sempre preistorico ma molto più vicino a noi. “Le Scienze” on line dell11 ottobre
riporta la notizia di una ricerca condotta dal CNR nell’ambito del progetto ARCA (Arctic Presents Climatic Change and
Past Extreme Events) dalla quale risulta che 14.000 anni fa a seguito della deglaciazione si ebbe un brusco incremento del
livello dei mari che arrivò fino a 20 metri.
Perché il risultato di questa ricerca è importante per noi? L’abbiamo visto in uno dei precedenti articoli: lo studio del DNA
delle popolazioni europee mostra che 14.000 anni fa il DNA degli Europei fu modificato dall’arrivo di una nuova
popolazione di origine misteriosa (anche se i soliti “strabici mediorientali” ipotizzano ovviamente il Medio Oriente, e non
potrebbero essere più prevedibili e monotoni). Io avevo prospettato l’ipotesi che appunto, essendo questa l’epoca della fine
del periodo glaciale, che portò a un innalzamento del livello dei mari, questo DNA “sconosciuto” potesse provenire da genti
che fin allora erano insediate in terre andate sommerse; nel Mare del Nord, ad esempio, c’è una vasta area di bassi fondali
che un tempo erano terre emerse, nota come Dogger Bank, e certamente non è inutile rilevare che temporalmente non siamo
troppo lontani dall’epoca in cui Platone colloca la storia di Atlantide. La nostra storia più remota è tutta da riscrivere
e, guarda caso, i miti e idee che i nostri antenati hanno nutrito su loro stessi prima che arrivasse “la scienza moderna” oggi
sembrano assai più vicini alla realtà di quel che “la scienza moderna” ci ha fornito e a forza di plagio mediatico e censure
pretende che prendiamo ancora sul serio.
La maggior parte del pool genetico delle popolazioni europee ha comunque un’origine eurasiatica, risalendo al tipo
antropologico paleolitico noto come eurasiatico settentrionale. Guarda caso, proprio in data 10 ottobre è comparso su una
rivista scientifica prestigiosa come “Nature” un articolo firmato da una trentina di specialisti (non tradotto in italiano) che
mette in relazione l’origine delle popolazioni e delle lingue indoeuropee con una massiccia migrazione dalle steppe
eurasiatiche, che è se non altro, sulla base di un confronto fra i dati forniti dalla genetica con quelli della linguistica, una
chiara smentita della tesi dell’origine mediorientale di queste popolazioni.
Altre due notizie completano il quadro di questo periodo, una che si riferisce all’orizzonte protostorico, l’altra invece a
quello decisamente storico.

La ricostruzione di un campo
In data 6 ottobre Azione Identitaria Emilia Romagna ha pubblicato sul
proprio sito un articolo dedicato alla cultura delle Terramare, che
dovrebbe essere il primo capitolo di una storia della “piccola patria”
emiliana. Cinque secoli prima di Roma i Terramaricoli costruivano città
quadrate suddivise da un cardo e un decumanus orientati secondo i punti
cardinali, e costituirono la più antica cultura italica. In realtà, non si tratta
di cose che ci vengono nuove, ma è importante ricordarle perché a quanto
pare, stando alle più recenti ricerche archeologiche e genetiche, i
Terramaricoli, attraverso la fase intermedia della cultura villanoviana,
avrebbero poi dato vita alla civiltà etrusca. Le ricerche sul DNA hanno
permesso di smentire che gli Etruschi abbiano avuto origine dalla Lidia, cioè dall’Asia Minore come raccontato da Erodoto,
ma sono stati una civiltà autoctona dell’Italia, e questa è un’ennesima confutazione della leggenda della “luce da oriente”.
Focus.it del 13 ottobre riporta una notizia francamente curiosa. Secondo l’ipotesi di un ricercatore cinese, Li Xiuzhen, il
famoso esercito di terracotta, i circa 8000 guerrieri che da 2200 anni sorvegliano il mausoleo dell’imperatore Qin Shi Huang
sarebbero stati realizzati sotto l’influenza, sotto la direzione, o addirittura da artisti greci che si sarebbero spinti fino alla
Cina in un’epoca in cui esistevano già contatti, legati al commercio della seta, tra le popolazioni mediterranee e quelle
dell’Estremo Oriente, questo a motivo del fatto che queste statue per il loro realismo ricordano fortemente la statuaria
classica. Io non so quanto una simile ipotesi possa essere fondata, ma comunque piacere che qualcuno comincia finalmente
a considerare l’Oriente discepolo e l’Europa maestra, al contrario di quel che è sempre avvenuto finora.
Tutte le concezioni che formano “l’ortodossia scientifica” imposta dal pensiero democratico (l’origine africana della nostra
specie e la non esistenza delle razze, la riduzione dei nostri antenati indoeuropei a pacifici agricoltori originari da quello
stesso ceppo che ha generato i semiti, la non creatività della civiltà europea vista come dipendente per le sue realizzazioni in
tutto dall’oriente remoto o prossimo, e anche per quanto riguarda più strettamente noi Italiani, la nostra non esistenza come
popolo dal punto di vista genetico), mirano palesemente allo scopo di sminuirci, di ispirarci rassegnazione, di farci accettare
psicologicamente disarmati la scomparsa della nostra gente per sostituzione etnica, il destino che il potere mondialista ha
decretato per noi.
Noi sappiamo invece che la nostra eredità indoeuropea, europea, e certamente italica, è un tesoro prezioso da difendere con
tutte le forze e con ogni mezzo.

105
Riprendiamo ancora una volta a esaminare la tematica dell’eredità degli antenati, un tema che io credo sia molto importante,
soprattutto perché viviamo in un’epoca in cui il potere “democratico” oggi “democraticamente” dominante ci vorrebbe tutti
quanti degli sradicati senza memoria storica né coscienza delle proprie origini, uomini-folla da gettare nella macchina
produttivo-consumistica o da escludere da essa a seconda delle sue convenienze, e cerca di cancellare qualsiasi traccia di
appartenenza etnica e di identità attraverso l’imposizione dell’universale meticciato insieme a una “cultura” standardizzata a
livello mondiale in ogni aspetto della vita attraverso un meccanismo mediatico planetario.

Si tratta dunque di essere scogli che siano capaci di resistere al montare della marea.

La verità sul nostro passato e dunque su noi stessi, penso che l’abbiamo delineata (questo “noi” non è un plurale maiestatis,
ma è l’espressione del fatto che senza la vostra attenzione, le vostre osservazioni e anche le vostre critiche, questa ricerca
non avrebbe senso) con chiarezza sufficiente, attraverso la confutazione delle quattro menzogne sulle nostre origini che
costituiscono la vulgata a tal proposito della “scienza” democratica: la presunta origine africana della nostra specie,
l’origine mediorientale dei popoli indoeuropei, che si vorrebbero pacifici agricoltori strettamente affini alle popolazioni
semitiche, la non creatività della civiltà europea che si vorrebbe in tutto tributaria da influssi orientali, e infine la non
esistenza o la non consistenza degli Italiani dal punto di vista genetico.

Ad esse possiamo contrapporre la teoria dell’origine multiregionale, nell’ambito della quale come origine della nostra
specie si può ipotizzare una Urheimat nordico-atlantica piuttosto che africana, la nostra ascendenza indoeuropea da popoli
di guerrieri e conquistatori (e portatori di valori cavallereschi radicalmente opposti alla mentalità semitica), la creatività fino
dai tempi preistorici della civiltà europea, visibilmente testimoniata ad esempio dalle imponenti costruzioni megalitiche (di
cui raramente gli archeologi e i testi di storia “ufficiali” si degnano di occuparsi, dando maggiore importanza a qualsiasi
coccio di vaso scoperto nella Mezzaluna Fertile), e infine la riprova inoppugnabile portata da studi seri di genetica delle
popolazioni, che gli italiani esistono, anche se oggi una scellerata politica portata avanti dalla sinistra PiDiota strettamente
legata agli interessi del grande capitalismo internazionale fa di tutto per distruggerli e affrettare al massimo la loro
preventivata sostituzione con turbe di immigrati allogeni. Il giorno in cui il nostro popolo dovesse veramente ribellarsi, mi
auguro che non ci sarà alcuna clemenza per questi criminali.

Si tratta di quattro questioni ormai chiare nelle loro linee generali, che si possono non solo disporre in ordine cronologico,
ma dove il campo è man mano più ristretto e focalizzato quando ci avviciniamo a noi. Questo è uno schema da tenere
presente, perché le nuove informazioni che vengono ad arricchire il quadro si possono (si devono) disporre ai vari livelli di
questa scala a seconda dei casi.

Comincio con un’osservazione riguardo al lavoro che sta svolgendo il nostro buon amico Michele Ruzzai con il gruppo
facebook MANvantara, un lavoro estremamente utile che vi esorto a seguire. Come avevo osservato una delle volte
precedenti, questo lavoro non si pone in concorrenza con quello che io stesso sto cercando di portare avanti attraverso
questa rubrica, perché si tratta di due mezzi differenti: un gruppo facebook ha la possibilità di avvalersi degli apporti di
diversi collaboratori, anche se ha lo svantaggio di rivolgersi a un pubblico più ristretto (sembra che attualmente la nostra

106
“Ereticamente” raggiunga la cifra non disprezzabile di oltre 17.000 utenti), ma in più vorrei osservare che a parte questo, c’è
una differenza di approccio che fa sì che il lavoro di Michele e il mio siano non in conflitto ma complementari.

Michele Ruzzai e la maggior parte dei collaboratori del suo gruppo, mi pare, si stiano dedicando principalmente
all’esposizione della dottrina tradizionale sulle nostre origini, mentre il sottoscritto come vedete preferisce un approccio più
“scientifico” volto soprattutto a cogliere le falle e le contraddizioni della “scienza democratica” su queste tematiche, due
lavori che si completano a vicenda.

In particolare, riguardo alle cose che sono state pubblicate in MANvantara, vorrei segnalarvi gli interventi, molto
competenti e interessanti, di Raffaele Giordano.

Vediamo poi quali sono le novità, a parte MANvantara, che presenta la rete riguardo alle tematiche che ci interessano.

Io vi avevo a suo tempo parlato dell’articolo apparso su “Atlantean Garden” che riporta la confutazione della “teoria”
(chiamiamola così in un impeto di generosità, per quanto “favola” sarebbe il termine più appropriato) dell’Out Of Africa,
cioè della presunta origine africana della nostra specie, portata avanti dai genetisti russi Anatole A. Klyosov e Igor L.
Rozhanski, confutazione che, per dire la verità i due scienziati avevano già pubblicato in “Antropology” nell’articolo del
2012 “Re-examining the “Out of Africa” theory and the origins of europoids (causasoids) in light of DNA genealogy”.

Avevo osservato allora che su questa tematica delle origini della nostra specie pare quasi di assistere a una guerra fredda a
parti invertite: laddove i ricercatori russi sono liberi di attenersi semplicemente ai fatti, quelli statunitensi sono stretti dalle
maglie di un ferreo dogmatismo ideologico che impone di accettare per buona la leggenda dell’origine africana assieme al
corollario dell’inesistenza delle razze, sebbene essa strida pesantemente con i fatti accertati di natura genetica,
paleoantropologica, archeologica, pena pesanti ripercussioni sulle carriere, sulla possibilità di pubblicare, sulla stessa
incolumità personale come dimostra il caso di Arthur Jensen.

Bene, nel mese di ottobre, questo articolo di importanza capitale è finalmente apparso in traduzione italiana sul sito “Lupo
bianco14” (lupobianco14.org ), che suppongo sia un sito “di Area”, e già questo ci fa capire che assistiamo a una censura
delle informazioni appena aggirata a stento dalla flessibilità e incontrollabilità del web da parte degli zelanti censori
“democratici”, perché un articolo di questa importanza meriterebbe come minimo una sede come “Le Scienze”.

A ogni modo, questa traduzione consente almeno di focalizzare meglio alcuni particolari non privi di interesse, rispetto a ciò
di cui vi avevo già dato notizia (la mia conoscenza dell’inglese, ve lo confesso, non è che sia proprio perfetta).

Vale la pena, ad esempio, di riportare questa citazione dello storico australiano Greg Jefferys:

“Tutto il mito ‘dell’Out of Africa’ ha le sue radici nella campagna accademica ufficiale negli anni 90 [per] rimuovere il
concetto della razza. Quando mi sono laureato tutti loro passavano un sacco di tempo sui fatti ‘dell’Out of Africa’ ma sono
stati totalmente smentiti dalla genetica. (Le pubblicazioni) a larga diffusione la mantengono ancora.”

Vi è chiaro cosa significa tutto questo? PRIMO: l’Out of Africa non è una teoria scientifica ma una mera costruzione
ideologica inventata per rimuovere il concetto di razza (con un correlativo orwelliano spostamento del significato della
parola “razzismo” da affermazione della superiorità di una razza sulle altre, alla semplice constatazione che le razze
esistono, come ulteriore censura/mistificazione). SECONDO: la genetica ha completamente smentito questa falsificazione
ideologica spacciata per scienza. TERZO: nonostante questo, questa favola continua a essere ammannita alla grande al
grosso pubblico da parte di un sistema mediatico che ovviamente riflette gli interessi del sistema dominante.

Questa è l’essenza di quel sistema di censure e falsificazioni che nel suo insieme possiamo chiamare antirazzismo e
democrazia, sistema nel quale, esattamente come aveva predetto George Orwell, dire la verità (in questo caso non negare
l’esistenza delle razze) è reato, il più inespiabile dei reati.

Un altro punto importante di cui riferisce l’articolo e su cui è il caso di tornare, è rappresentato dal risultato dell’analisi del
DNA di un uomo di Cro Magnon i cui resti sono stati ritrovati in Italia:

“Una sequenza di DNA Cro-Magnon vecchia di 28,000 anni è stata ricavata da delle ossa fossilizzate scoperte nella grotta
Paglicci, in Italia. (uno dei luoghi archeologici più importanti d’Italia a Rignano Garganico in provincia di Foggia, Puglia

107
ndt) I risultati mostrano che il DNA è identico alle sequenze di alcuni europei moderni. La sequenza di DNA è rimasta
statica e immutata per oltre 28.000 anni”.

L’arte della menzogna spesso consiste nel dare a intendere, senza dire esplicitamente ciò che potrebbe essere facilmente
smentito, e la favola “antirazzista” dell’Out of Africa funziona proprio in questo modo, dare la calcolata impressione che
“veniamo dai neri”, che saremmo in qualche modo discendenti di neri “sbiancati” e che non si potrebbero quindi porre
distinzioni di tipo razziale, senza arrivare però mai a un’affermazione esplicita che potrebbe essere facilmente smentita dalla
genetica. In realtà, una collocazione geografica africana non significa “nero”. Su suolo africano non sono forse nati
Tutankhamen, Mosè, Cleopatra, John R. R. Tolkien, Christian Barnard che di certo neri non erano?

L’Africa settentrionale, il “Sahara verde” di alcune decine di migliaia di anni fa precedente la desertificazione, può
senz’altro aver avuto un ruolo nella formazione della nostra specie, anche se le evidenze genetiche propendono piuttosto per
l’Eurasia, ma questo non significa che i nostri antenati fossero neri, come non lo è la popolazione berbera che tuttora vive in
queste aree. Il trucco degli abili mentitori è quello di dire e non dire, in modo da non poter essere smentiti, ma ecco che
arriva l’evidenza solare della prova genetica: il profilo genetico di un uomo di Cro Magnon di 28.000 anni fa è identico a
quello degli europei odierni e non mostra alcun elemento negroide.

Forse è opportuno a questo punto fare un passo indietro. Penso ricorderete che la scorsa volta vi ho parlato tra le altre cose
del libro del genetista Nicholas Wade Una scomoda eredità. Questo testo, edito in edizione italiana da “Le scienze” (“Le
scienze”, mica una pubblicazione di Area!) mette in bella evidenza il fatto che l’eredità biologica e genetica condiziona tutti
gli aspetti della nostra vita e dell’epifenomeno che conosciamo come “civiltà”.

Preso atto di ciò, c’è una domanda che ci dobbiamo porre, perché questa eredità biologica, che è un fatto incontestabile, è
“scomoda”? Non è un po’ come chiedersi se non sia brutto che due più due faccia quattro?

Comprendere questo punto ci apre uno squarcio nel buio della mentalità democratica, Per costoro in altre parole sarebbe
bello che l’eredità genetica non esistesse, che tutti noi fossimo soltanto il prodotto degli influssi ambientali e quindi
potessimo essere “educati”, plasmati come cera molle calibrando le giuste influenze da trasmetterci attraverso l’ambiente,
un’utopia egualitaria che va ben oltre la presunzione dell’inesistenza delle razze.

Poiché ciò “sarebbe tanto bello se fosse vero” anche se è evidentemente falso, allora bisogna fingere che sia vero a tutti i
costi, e chi si accorge che le cose non stanno così e che il re democratico è miseramente nudo, è un reprobo, un “razzista”,
un “fascista”.

Naturalmente, la presunzione che la razza sia “un mero costrutto culturale” e non un evidente fatto biologico (per non
allargare troppo il discorso, evitiamo ora di parlare dell’ideologia transgender che vorrebbe trattare anche il sesso, il fatto di
essere uomini o donne, allo stesso modo, ma è peraltro evidente la parentela fra le due aberrazioni), non è priva di pesanti
conseguenze, a cominciare dal fatto di aver prodotto negli occidentali caucasici che non osano più definirsi “di razza
bianca” la convinzione che la loro civiltà e la superiorità che hanno manifestato per tanti secoli nei confronti delle genti
“colorate” consista non nella loro eredità biologica, ma in una serie di concetti astratti che traggono la loro origine
nemmeno tanto remota nell’intossicazione che ha subito l’Europa a partire da due millenni or sono da parte di una religione
di origine mediorientale, perché dietro il cosmopolitismo e l’egualitarismo democratici e marxisti, non è difficile scorgere i
loro antecedenti cristiani.

Questo attenua o cancella lo spirito di appartenenza etnico-razziale, e mette l’uomo europeo nella situazione del vaso di
coccio in mezzo ai vasi di ferro che l’immigrazione ci porta ogni giorno di più in casa.

Domenica 2 ottobre, sul sito “Il blog di Lameduck” è apparso un articolo di Guillaume Faye, L’imperativo del meticciato
che è in realtà un estratto del suo libro Sesso e devianza. Riguardo a questo tema ha qualcosa da dirci.

“I bianchi, tranne poche eccezioni, sono l’unica popolazione che non si preoccupa del proprio futuro collettivo, che non
possiede una coscienza razziale a causa del senso di colpa derivato dalla mentalità cristianiforme universalista che ha
provocato una paralisi mentale e la creazione di una cattiva coscienza collettiva”.

Penso che “cristianiforme” sia il termine perfetto per definire i bolscevismi moderni, quello marxista e quello liberal-
democratico del pari derivati da quello dell’antichità.

108
Noi non vogliamo continuare a essere il vaso di coccio fra i vasi di ferro, e se per cessare di esserlo dovremo sbarazzarci di
cristianesimo, liberalismo e marxismo, faremo questo sacrificio con la morte (della democrazia) nel cuore.

Una piccola nota sull’illustrazione che correda questo articolo, è un collage di due immagini presenti in quello già apparso
su “Atlantean Garden”: una ragazza russa. In contraddizione con quanto ci racconta la “teoria” dell’Out Of Africa, non
presenta tracce evidenti di un’origine negroide, e il cranio e la ricostruzione del nostro antenato di alcune decine di migliaia
di anni fa, l’uomo di Cro Magnon. Anche in questo caso, le caratteristiche negroidi non si notano molto.

Io mi scuso se stavolta inizierò il nostro discorso in una maniera molto scorretta. Come certamente avete avuto modo di
osservare in questi nostri incontri che ormai coprono un arco di tempo non breve, io cerco di essere accurato quando cito
qualcosa, dandovi tutte le indicazioni necessarie per risalire alla fonte. Stavolta non sono in grado di farlo, e la ragione è
semplice. Non so se a voi è mai successo di capitare su un sito, trovare un articolo che vi sembra interessante, ma poi vi
accorgete che le cose che dice sono tali baggianate da provocarvi un moto di stizza, per cui chiudete il sito e passate altrove,
poi magari non riuscite più a trovare il sito stesso e l’articolo in questione. E’ quello che è successo a me ultimamente, e mi
sono pentito di non aver scaricato l’articolo, perché comunque le cose in esso contenute sono espressione di una tendenza
che negli ultimi tempi sembra essere sempre più diffusa.
Ero indeciso se parlarvene o meno, ma poi ho deciso di farlo comunque, perché certe cose sembrano riflettere un
orientamento oggi disgraziatamente molto presente, e non avrete difficoltà, girando un poco sul web, a trovare siti e articoli
che presentano concetti analoghi, e quindi dare loro una risposta, di certo non guasterebbe.
Si tratta di questo: l’articolo suddetto metteva in relazione il reddito delle diverse regioni italiane con la frequenza di un
certo aplogruppo (scusate, ma non ho preso nota di quale), e faceva risalire la disparità economica fra il nord italiano e il
nostro meridione a fattori genetici. Io credo di avervi già espresso il concetto che quello degli aplogruppi, sebbene sia un
discorso oggi molto di moda, è qualcosa che va preso con le molle, e non è possibile postulare una corrispondenza di tipo
così meccanico fra genetica ed economia senza considerare i fattori storici, ambientali, sociali.
Gli aplogruppi sono le varianti del cromosoma Y, che fra i cromosomi del nucleo cellulare è il più piccolo e povero di geni,
in pratica serve solo per decidere l’appartenenza al sesso maschile, mentre il DNA mitocondriale, anch’esso usato
frequentemente in questo tipo di ricerca, è DNA esterno al nucleo cellulare, contenuto in organelli della cellula, i
mitocondri, che si pensa fossero in origine antichi batteri assorbiti come simbionti.
Poiché il cromosoma Y si eredita esclusivamente per via paterna e il DNA mitocondriale esclusivamente per via materna,
l’uno e l’altro sono molto utili per tracciare degli albi genealogici delle popolazioni, ma poiché entrambi rappresentano una
frazione minima del DNA, collegarli a qualsiasi caratteristica fenotipica delle persone, e tanto più delle società in cui
vivono, risulta del tutto arbitrario.
Sarebbe una gran bella cosa possedere la macchina del tempo, caricarvi un bel numero di leghisti e gente simile, e portarli a
fare un giro nell’Italia del XII e XIII secolo. Avrebbero la sorpresa di vedere che la parte più povera e arretrata della nostra
Penisola all’epoca era il nord, per di più afflitto da una perenne instabilità politica e dalle continue guerre fratricide fra gli
staterelli comunali.

109
All’epoca il nostro meridione era invece la parte più avanzata, non solo perché maggiormente a contatto con Bisanzio e i
ricchi mercati dell’Oriente mediterraneo, ma perché prima i Normanni poi gli Svevi vi avevano costruito un solido e
moderno stato accentrato che raggiunse il massimo splendore sotto Federico II, che ebbe con le Tabulae Melfitanae la prima
costituzione moderna d’Europa, le creazione dell’Università di Napoli e della Scuola di medicina di Salerno (oggi da
Salerno non si riesce neppure a costruire un tratto d’autostrada che raggiunga Reggio Calabria in tempi ragionevoli), i primi
istituti europei di livello universitario. Fu alla corte normanno-sveva di Palermo che nacque la letteratura in lingua italiana,
e di quel periodo restano monumenti artistici come il duomo di Palermo e quello di Monreale. Veramente c’è da chiedersi
che faccia farebbero quei signori leghisti e simili vedendo che allora “i terroni” erano quelli del nord.
Da allora si è radicalmente capovolta la situazione storico-sociale, ma il patrimonio genetico delle popolazioni non si è
modificato un gran che. Mentre il nord iniziava una lenta ascesa, l’invasione angioina voluta dalla Chiesa per distruggere la
monarchia sveva, spingeva il meridione nel baratro (Da due millenni in qua, invariabilmente la Chiesa cattolica è la causa
principale o almeno una delle principali cause delle nostre disgrazie).
Gli angioini trapiantarono nel nostro sud, liberandone la Francia, un esteso baronato parassitario e ne bloccarono le attività
economiche consegnandole in mano ai banchieri genovesi e pisani che avevano finanziato l’impresa. Il nostro meridione,
dice lo storico Scipione Guarracino “Fu costretto a essere povero”, ma tutto ciò non aveva ovviamente alcuna relazione con
il DNA delle popolazioni, il DNA degli Italiani è rimasto piuttosto stabile nei millenni, e gli invasori e dominatori che si
sono succeduti nei secoli vi hanno apportato ben poco, essendo perlopiù numericamente irrilevanti. Oggi che siamo invasi
da tutta la feccia del mondo, il discorso rischia però di essere drammaticamente diverso.
Anche qui il discorso che occorre fare in proposito non è del tutto nuovo: l’uomo che ha conservato almeno un barlume di
spirito tradizionale è naturalmente identitario, sente l’esigenza del radicamento in una comunità che non è soltanto un
gruppo di persone, ma affinità di sangue e continuità storica con gli avi, continuità a sua volta proiettata verso il futuro, ma
dobbiamo stare ben attenti perché sappiamo bene di avere a che fare con un nemico astuto quanto potente, e pronto a
rivoltare le nostre armi contro di noi.
Vale la pena in proposito di ascoltare le parole dello scrittore austriaco Gert Honsik, che hanno tutta l’autorevolezza della
lunga pena detentiva “democraticamente” inflittagli dalla tirannide democratica per aver svelato il piano Kalergi.
Quest’ultimo prevede tra le altre cose l’incentivare i movimenti separatisti come mezzo per distruggere gli stati nazionali,
considerati il maggior ostacolo all’affermazione di una società mondialista multietnica e multirazziale. Localismo e
separatismo sono destinati a essere un boomerang per i loro incauti sostenitori, e la promozione del razzismo interno fra
connazionali serve precisamente a questo scopo. received_1242167469211322
Ultimamente un amico, una di quelle persone preziose senza le quali tenere questa rubrica con una certa periodicità
difficilmente mi sarebbe possibile, e che considero “collaboratori indiretti” di “Ereticamente”, mi ha segnalato un errore
davvero singolare che compare nella serie televisiva Barbarians, Roma sotto attacco mandata in onda da History Channel: il
generale cartaginese Annibale è presentato indossare un elmo di fattura romana (e fin qui, passi) su cui compare il
monogramma XP “chi-ro” ben visibile, monogramma entrato in uso nelle legioni a partire da Costantino, e che, appunto,
trattandosi delle iniziali di Cristo (“Christos” in greco) simboleggiava il carattere cristiano assunto dall’impero dopo Ponte
Milvio. L’immagine di questo inedito “Annibale cristiano” è precisamente l’illustrazione che correda questo articolo.
Chiaramente, dal punto di vista storico, poiché parliamo di un personaggio vissuto e di eventi che risalgono al terzo secolo
avanti Cristo, si tratta di un anacronismo piuttosto grave, dovuto probabilmente al fatto che, anche per ovvi motivi di
risparmio sui costi, queste produzioni spesso riciclano materiale utilizzato in pellicole precedenti.
L’aspetto importante sul quale vorrei attirare la vostra attenzione, però, a mio parere è un altro: fate un po’ caso a cosa ci
raccontano tutte le produzioni storiche che si dedicano a illustrare per il grosso pubblico la storia romana, sembra che
abbiano due chiodi fissi, Canne e Teutoburgo, a meno che non si parli della decadenza dell’impero e dell’irruzione
conquistatrice di popolazioni barbariche entro i suoi confini, che ne hanno segnato la definitiva agonia, e spesso in queste
produzioni si nota una simpatia nemmeno troppo velata vuoi per i Cartaginesi, vuoi per i barbari germani o unni.
Non si tratta certamente di negare la realtà storica dei disastri di Canne e di Teutoburgo, ma perché insistere sempre e solo
su di essi? Vi pare che i nostri antenati Romani avrebbero potuto realizzare un impero esteso dalle Isole Britanniche al
Medio Oriente se nel corso dei secoli avessero ricevuto solo batoste? Perché non menzionare mai o quasi mai le mille prove
di valore dei legionari e di abilità strategica dei loro comandanti?
A cosa risponde questa tendenza a presentare i nostri antenati Romani nella luce più negativa possibile, se non alla volontà
di imporre ai loro discendenti una visione quanto più immiserita possibile di se stessi e della loro storia sempre nell’ottica di
diminuire le resistenze psicologiche alla sostituzione etnica?
Parliamo del modo in cui il mondo romano è presentato nelle pellicole hollywoodiane, di solito in contrapposizione al
cristianesimo. Ancor meno del modo in cui esso è presentato nelle ricostruzioni “storiche” sopra dette, si può riuscire a
immaginare che questi gaudenti beoni e lussuriosi sarebbero potuti riuscire a diventare i dominatori del mondo allora
conosciuto.
L’antipatia che queste pellicole dimostrano per il mondo romano e per i valori da esso incarnati, è forse la dimostrazione più
tangibile della verità di quel che asseriva un nostro grande intellettuale scomparso, Alberto Mariantoni: nonostante
110
l’abbondanza di mezzi materiali, quello a cui questi bigotti calvinisti manovrati da burattinai circoncisi di cui nemmeno si
accorgono possono dare luogo, potrà essere al massimo un imperialismo, ma mai un imperium.
Tuttavia, come vi potete facilmente rendere conto, tutto questo è ancora il meno. Questo Annibale presenta delle chiare
caratteristiche negroidi. Che Annibale fosse cartaginese e quindi nato in Africa, è noto, ma questo non significa che fosse di
colore più di quanto non lo fossero Cleopatra, Giuseppe Ungaretti, Christian Barnard, John R. R. Tolkien del pari nati su
suolo africano. Confrontiamo questa immagine del vincitore di Canne rappresentato da un attore di colore con il celebre
busto del condottiero tramandatoci dalla statuaria classica (a destra nell’immagine). Annibale era cartaginese, di origine
fenicia, semitica, tuttavia i suoi lineamenti rivelano una discreta percentuale di sangue bianco caucasico (cosa che
potremmo anche mettere in relazione con le sue eccellenti doti militari).received_1242167629211306
Questo Annibale nero, però, non è un errore come nel caso del monogramma XP, ma una falsificazione voluta che si
inserisce perfettamente nel discorso portato avanti dal sistema mediatico made in USA che è sempre, anche quando parla di
cose che sembrano lontane dalla politica, la voce del nemico. Da anni nelle pellicole e nei serial “storici” è evidente quello
che potremmo chiamare un processo di negrizzazione, siamo arrivati al punto di vedere il un film sul Ciclo Bretone
nientemeno che un Lancillotto di colore. Tutto ciò non è casuale, ma ha uno scopo preciso, quello di persuadere l’ignaro
pubblico yankee ormai completamente plagiato, e poi noi che l’abominio della società multietnica e multirazziale che ci
stanno preparando, nella quale tutte le identità etniche e storiche saranno distrutte, sia una cosa “normale”, “sempre
esistita”.
Questo Annibale cristiano (e nero) che sfoggia il monogramma imposto da Costantino alle legioni, è certamente un
anacronismo, tuttavia in un certo senso non è un errore, è – potremmo dire – un lapsus freudiano che svela
involontariamente una verità che si vorrebbe tenere celata. La lotta fra Roma e Cartagine è stata senza dubbio un momento
del più ampio conflitto fra mondo indoeuropeo e mondo semitico, una contrapposizione affidata alle armi, ma che si
sostanzia in mondi di valori e orizzonti mentali e spirituali del tutto diversi. L’avvento del cristianesimo, l’infiltrazione di
una religione di origine semitica all’interno dell’impero, il suo assalto al mondo spirituale indoeuropeo di Roma, è stato un
altro momento dello stesso conflitto, un attacco ben più subdolo e pericoloso di quello portato da Annibale, perché portato
dall’interno stesso dell’impero e mirante all’assoggettamento delle coscienze, e come sappiamo, disgraziatamente vincitore.
Questo Annibale nero col monogramma di Cristo potrebbe ben essere assunto a simbolo di tutto ciò che si è contrapposto e
si contrappone allo spirito di Roma e all’universo – materiale e spirituale – indoeuropeo.
Io penso sia importante per le finalità che si propone questa rubrica, valorizzare la nostra eredità storica non solo in quanto
europei e indoeuropei, ma nello specifico anche in quanto italiani, ossia italici figli di Roma, ed è appunto in questa chiave
che va letto il contenuto prevalente di questo articolo, ma sarebbe davvero strano se proprio non vi fosse nulla da dire anche
riguardo alla remota antichità preistorica dove le nostre origini in quanto europei, indoeuropei, caucasici, finiscono per
mescolarsi con la questione dell’origine stessa della nostra specie.
Ultimamente, un altro di quei preziosi amici senza i quali tenere questa rubrica risulterebbe estremamente difficile, mi ha
segnalato un articolo apparso su “Saturnia Tellus”, un articolo non molto recente a dire il vero, che risale all’8 febbraio
scorso; il pezzo è a firma di Paolo Casolari, e riporta una notizia già apparsa su “Le scienze” in data 15 gennaio, e di cui vi
avevo già parlato a suo tempo, il ritrovamento da parte di un’equipe di ricercatori russi, di tracce di presenza umana risalenti
a 45.000 anni fa:
“L’equipe del paleontologo Vladimir V. Pitulko dell’Accademia russa delle scienze di S. Pietroburgo ha trovato prove di
presenza umana a 72° Nord all’interno del Circolo polare risalenti a ben 45.000 anni fa (test del radiocarbonio). Mai, in
precedenza, si erano registrate tracce di homo sapiens così a Nord. La località si chiama a Sopochnaia Karga ed è in piena
Siberia artica (lat. 71,86 – lon. 82.7).Lo scrive la rivista Science nel suo numero 351 del 15 gennaio scorso.
La prova provata è nella forma di una carcassa di mammut, congelata da qualche millennio, che porta molti segni di ferite
d’arma da punta e da taglio inflitte sia pre sia post-mortem, unita ai resti di un lupo braccato posto in una posizione separata,
di età simile. Entrambi i ritrovamenti indicano che esseri umani sapiens, capaci di cacciare e sezionare una preda, potevano
essersi ampiamente diffusi in tutta la Siberia artica almeno dieci millenni prima di quanto si pensasse”.
Probabilmente ricorderete che vi avevo già dato questa notizia, oltre a rilevare il fatto che essa indebolisce grandemente le
posizioni dei sostenitori dell’Out of Africa, secondo i quali la nostra specie si sarebbe originata nel continente africano
poche migliaia di anni prima, e per conseguenza non avrebbe avuto materialmente il tempo di espandersi così a settentrione.
D’altra parte l’Out of Africa è smentita dalle ricerche degli scienziati russi fra cui in prima linea il genetista Anatole A.
Klysov, ve ne ho parlato ampiamente proprio la volta scorsa. Oggi è come se fra scienziati russi e americani fosse rinata la
Guerra Fredda a parti invertite: mentre i russi possono esporre liberamente i risultati delle loro ricerche, gli americani sono
forzati dal dogmatismo democratico-progressista le cui elucubrazioni non tollerano di essere smentite dai fatti (pena pesante
ripercussioni sulle carriere dei ricercatori stessi), e fra queste l’Out of Africa, caposaldo di tutta l’ideologia antirazzista.
A tutto ciò, l’articolo di Paolo Casolari aggiunge una considerazione importante: le prove archeologiche che stanno
lentamente emergendo che non l’Africa ma l’Artico potrebbe essere il luogo d’origine della nostra specie, coincide con
quello che in proposito hanno sempre affermato gli studiosi del pensiero tradizionalista, da Tilak a Julius Evola.

111
Ciò di cui possiamo essere certi, è che come italiani, come europei, come indoeuropei, abbiamo una grande eredità da
difendere, che non possiamo accettare venga travolta sino a scomparire nel caos multietnico.

Questa rubrica dedicata alla tematica delle nostre origini è molto condizionata dalle novità che al riguardo offre di volta in
volta il web. Questo è ovvio, direi. Occorre tenere sempre presente che ci confrontiamo con un sistema propagandistico-
mediatico dove è continuamente presente la menzogna “di stato” (in realtà non si tratta dello stato, ma di un sistema
internazionale profondamente pervaso dalle menzogne della democrazia), essa pervade i media, la carta stampata, le
istituzioni scolastiche e accademiche, solo il web, per sua natura difficile da controllare (ma non è escluso che prima o poi
non si arrivi a censurare anche “la rete”), rimane uno spazio in cui almeno per ora è possibile trovare un’informazione
effettivamente libera, non piegata e plagiata dal sistema.

Di volta in volta le cose possono variare, e questa rubrica riflette l’eterogeneità delle cose che si presentano. Come vi ho
fatto notare più volte, la tematica delle origini si può suddividere in una molteplicità di ambiti a seconda di quanto si decide
di risalire indietro nel tempo. Noi ne abbiamo individuati almeno quattro: le nostre origini come italiani di ceppo romano-
italico, le nostre origini come civiltà europea, come popoli indoeuropei caucasici, e infine le origini stesse della nostra
specie homo sapiens. Come avrete notato, nella trentottesima parte, sempre basandoci sulle informazioni e sulle novità
fornite dal web, ci siamo concentrati sul primo e sul quarto di questi ambiti, escludendo per così dire la fascia mediana, e
anche stavolta dovremo procedere nello stesso modo.

Io non vorrei che la mia fosse una vanteria, ma pare che questa rubrica e le cose che di volta in volta scrivo su
“Ereticamente” stiano ottenendo un notevole seguito nei nostri ambienti. In particolare, stando alle reazioni che ho potuto
verificare, sembra che nella trentottesima parte io abbia toccato un punto veramente nodale, riguardo al quale si sentiva la
mancanza di una trattazione seria e onesta, la questione delle nostre radici romane-italiche.

Il legame che giustamente sentiamo con il mondo europeo e indoeuropeo non deve indurci a dimenticare o a non tenere
nella debita considerazione la nostra specificità in quanto romani e italici, come discendenti di una civiltà che al suo apogeo
è giunta a unificare sotto di sé tutto l’ecumene antico.

Fra le reazioni suscitate da questo articolo, vorrei citarvi un commento molto ampio e di generale apprezzamento dell’amico
Ettore Malcagni, e soffermarmi su di un punto solo apparentemente marginale. Come ricorderete, avevo messo in luce “la
stranezza” di una narrazione storica sul periodo romano quale è quella che ci fanno i media ufficiali, che ricordano sempre i
rovesci di Canne e di Teutoburgo o le fasi finali della decadenza dell’impero, con il collasso determinato dalle invasioni
barbariche, come se Roma avesse potuto costituire un impero esteso dalla Siria alle Isole Britanniche accumulando solo
sconfitte.

Riguardo al celebre episodio di Attila “fermato” da papa Leone I, Ettore scrive:

112
“Gli Unni che erano i più potenti dei popoli che ambivano a conquistare l’Italia furono sbaragliati ai campi Catalaunici dal
grande Ezio, Attila invero ci riprovò un anno dopo ma con i resti di quello che era il suo esercito e quando incontrò il Papa,
a sole sei ore di marcia si trovavano le legioni fresche di Ezio tornato rapidamente in Italia da Costantinopoli”.

“L’azione” del papa è dunque stata notevolmente sopravvalutata da parte degli storici che nel corso dei secoli hanno
avallato e continuano ad avallare l’interpretazione ecclesiastica di questo episodio.

Un particolare di importanza solo apparentemente marginale, che apre un discorso di portata ben più ampia, l’azione di
surroga che il potere ecclesiastico esercita da due millenni in qua, di un’autorità civile il più delle volte assente o
impotente/sottomessa. C’è solo un piccolo dettaglio: il confine fra la surroga e l’usurpazione è quanto mai labile. E’ un
discorso che si morde la coda, infatti, la mancanza per un lunghissimo arco di secoli nella storia italiana di un potere civile,
oppure il fatto che esso era rappresentato da un dominatore straniero, si deve proprio all’usurpazione ecclesiastica, alle arti e
al peso di un’autorità presentata come religiosa ma usata per fini politici, allo scopo di tenere l’Italia divisa e permettere la
sopravvivenza dello staterello papale.

Scusate, ma su questo punto mi sembra che sia impossibile insistere troppo, né per la verità insistere abbastanza. Finché
pensiamo che il cristianesimo sia qualcosa di “nostro”, tanto più che coincida con le “nostre” tradizioni, saremo
inevitabilmente su una strada sbagliata.

Il 23 dicembre 2016, in occasione del solstizio d’inverno, la nostra Cristina Coccia ha pubblicato su facebook questo
estratto del La rivoluzione pagana di Luca Lionello Rimbotti del 2006, su cui vi invito a meditare:

“Riandare al paganesimo, riaprirsi al politeismo dei valori, reincentrarsi nel relativismo e nel particolarismo delle forme
etniche, reimmergersi nei flussi geo-storici che sono la fonte dell’appartenenza, significa re-integrarsi nella propria storia,
nella sacralità del proprio suolo, nella comunanza di stirpe. Significa custodire un bene che non è proprietà, non è un
possesso, ma dono proveniente dalla catena genealogica che crea l’affinità, un bene che è reciprocità di arricchimenti
spirituali, culturali, materiali, da condividersi con gli eredi solidali del destino della comunità. l’istinto dell’appartenenza
etnica proviene dalle più insondabili profondità delle stirpi”.

Paganesimo significa prima di tutto appartenenza etnica, spirito identitario, sangue e suolo, laddove cristianesimo significa
cosmopolitismo.

Come vi ho detto, questo articolo avrà una struttura “a ponte” così come lo ha avuto la trentottesima parte, cioè passeremo
dal considerare la nostra realtà storica di italiani alle questioni relative alla nostra più remota origine preistorica. Così va il
web. I nostri prossimi articoli avranno probabilmente un taglio diverso.

Vi ho parlato più volte dell’ottimo lavoro compiuto dall’amico Michele Ruzzai con il suo gruppo facebook “MANvantara”,
ma preferisco non citarlo anche per non creare doppioni, e rimandarvi direttamente alla lettura degli interessanti articoli che
“MANvantara” ospita (ce ne sono anche di miei che rovinano un po’ la cosa, abbiate pazienza!). Stavolta però sarà il caso
di fare un’eccezione.

Recentemente (fine dicembre 2016), il nostro Michele ha pubblicato una sua recensione del testo Manuale di preistoria,
paleolitico e mesolitico di Daniela Cocchi Genik, edito nel 1993 dall’Assessorato alla Cultura del comune di Viareggio.

Ve ne riporto uno stralcio:

“Pag. 63: L’autrice ricorda le ipotesi di Peyrony che attribuì i diversi fenomeni culturali dell’Aurignaziano tipico e del
Perigordiano – entrambi comunque riferibili al Paleolitico Superiore – anche a distinti tipi umani.

Pag. 173: Peyrony riunì l’Aurignaziano inferiore (o Castelperroniano) e quello superiore in un unico complesso che definì
Perigordiano e che collegò all’uomo di Combe-Capelle, mentre l’Aurignaziano tipico ritenne fosse attribuibile all’uomo di
Cro-Magnon.

Pag. 175-176: La cultura dell’Aurignaziano è documentata su un’area molto vasta (dall’Atlantico al Don) e presenta tratti
fortemente omogenei; sembra essere alloctona rispetto alle zone di attestazione e probabilmente va collegata alla diffusione
di Homo Sapiens Sapiens”.

113
Vi è chiara l’importanza di questo tipo di discorso? Denis Peyrony, a cui la Cocchi Genik fa riferimento, era uno studioso di
preistoria, deceduto nel 1954, che ha espresso delle posizioni abbastanza isolate, cercando di mettere in correlazione le
diverse culture litiche coi diversi tipi umani preistorici attestatici dalla paleoantropologia. Se ci pensate bene, è una
posizione piuttosto inconsueta, perché sembrerebbe, guardano la maggior parte degli studi preistorici, che abbiamo a che
fare da un lato con l’evoluzione fisica umana, dall’altro con un processo in cui strumenti generano altri strumenti quasi
senza l’intermediazione di un artefice umano.

Questa non è altro che l’applicazione alla preistoria di quel “principio” della democrazia che vede “la cultura” e l’eredità
biologica come due realtà del tutto separate ed estranee, e ritiene che la prima possa procedere per conto proprio senza
essere strettamente legata alla seconda, cioè esattamente il contrario di tutto ciò che ci rivela la conoscenza reale dell’uomo
concreto, storico o preistorico che sia.

La notizia più sorprendente di questo periodo di fine 2016, tuttavia non viene dall’Area. Un collaboratore di “MANvantara”
ha pubblicato nel gruppo proprio il 25 dicembre un articolo su di una scoperta fatta in una grotta che non è esattamente
quella della natività, ma la fonte è “La Repubblica” del 25 maggio. Un team di archeologi francesi dell’università di
Bordeaux guidati da Jacques Jaubert avrebbe individuato all’interno della grotta di Bruniquel nella Francia meridionale la
più antica costruzione architettonica conosciuta, un doppio cerchio di stalagmiti all’interno dei quali venivano forse accesi
dei fuochi. La fotografia di questo doppio cerchio di stalagmiti della grotta di Bruniquel è appunto l’immagine che correda
il presente articolo.

Le concrezioni depositate sulle stalagmiti dopo la loro collocazione artificiale dimostrerebbero che la costruzione ha
176.000 anni. In Europa all’epoca non c’erano homo sapiens, non esistevano proprio. Gli autori della costruzione non
possono essere stati altro che gli uomini di neanderthal.

“Il fatto che gli anelli siano stati realizzati con pezzi di dimensioni simili”, hanno spiegato i ricercatori francesi, “indica che
la costruzione è stata progettata attentamente”. Non solo, spiega Francesco D’Errico, archeologo italiano che lavora presso
il CNRS di Bordeaux, “Per illuminare la grotta e lavorare per ore sotto terra non basta un tizzone, ci vogliono torce molto
efficienti”.

La costruzione infatti si trova a 366 metri di distanza dall’entrata della grotta, il che porta a escludere che fosse
semplicemente un rifugio o che gli uomini che l’hanno eretta si fossero spinti fin lì semplicemente alla ricerca di cibo. La
spiegazione più probabile è che lo scopo della costruzione fosse di natura rituale-religiosa. Una scoperta che ci induce a
comprendere come il mondo di questi nostri lontani progenitori fosse ben più complesso di quel che ci eravamo finora
immaginato.

A questo punto io provo una tentazione fortissima: quella di mettere in correlazione questa precoce creatività dimostrata dai
nostri antenati neanderthaliani con quel surplus di creatività che caratterizza l’uomo europeo e gli ha dato modo di generare
civiltà superiori, cosa che nell’Africa subsahariana non è mai avvenuta, infatti è accertato che nel nostro DNA abbiamo l’1-
2% di geni riconoscibili come di origine neanderthaliana che invece nei neri africani sono del tutto assenti.

Questo 1-2% può sembrare molto poco, addirittura irrilevante, invece è tantissimo. La maggior parte del nostro genoma,
infatti, ci individua come organismi pluricellulari, animali, metazoi, vertebrati terrestri, mammiferi, primati, si pensi che
solo l’8% di esso si differenzia da quello dello scimpanzé.ricostruzione del volto di un bambino di neanderthal

Vi allego anche la ricostruzione del volto di un bambino di neanderthal, un’immagine che da sola fa giustizia di tante
ricostruzioni fantasiose che ancora oggi pullulano nei testi di preistoria nei quali questi nostri progenitori sono raffigurati
come dei bruti scimmieschi. Francamente, dispiacerebbe averlo nel nostro albero genealogico (e in effetti ce lo abbiamo)
molto meno di tanti ceffi che oggi l’immigrazione porta nelle nostre strade.

Di passata, vorrei ricordare un articolo già apparso nel 2014 su un sito di sinistra, “Wolfstep”, Dialettica e propaganda di
Uriel Fanelli, dove si parlava proprio dell’uomo di neanderthal, e l’autore l’aveva scritto precisamente allo scopo di
sconsigliare i compagni dal ricorrere ad argomenti di paleoantropologia per “contrastare i razzisti”, perché alla luce delle
scoperte più recenti, questi finiscono per trasformarsi in autentici boomerang dal loro punto di vista:

“Nessuna delle argomentazioni prodotte per contrastare i razzisti è integra. Nessuna e’ più efficace. Nessuna funziona più.
E’ possibile, assolutamente possibile, che continuando a ricostruire i tasselli della specie umana salti fuori quel che molti
sospettano sempre di più e sempre più spesso”.
114
Soltanto che tutto quello che circola nel web non lo leggono solo “i compagni” e, detto in tutta franchezza, ADORO quando
si danno la zappa sui piedi.

Altro che “madre Africa” secondo una locuzione cara a sinistrorsi e antirazzisti, madre Europa, potremmo dire, che già poco
meno di duecentomila anni fa aveva imboccato la strada che ha portato alla realizzazione di civiltà superiori.

Sicuramente avrete notato nella serie di tematiche che ho affrontato sulle pagine di “Ereticamente” negli ultimi tempi,
un’alternanza che può sembrare curiosa, una sorta di movimento pendolare che va dal remoto passato, come quelli che sono
compresi sotto il titolo di “Una Ahnenerbe casalinga” a tematiche futuribili, alle ipotesi sul futuro offerteci dalla
fantascienza che ho trattato in un’altra serie di articoli, Narrativa fantastica, una rilettura politica.

In realtà, il rapporto fra questi due ambiti è più stretto di quello che potrebbe apparire a prima vista. Nel quarto della serie di
articoli dedicati alla Narrativa fantastica, infatti mi sono occupato dell’anti-utopia che George Orwell ha disegnato in 1984.
Rispetto alla profezia orwelliana, la democrazia che oggi, per disgrazia dell’umanità, domina da un capo all’altro questo
sventurato pianeta, è indubbiamente meno truce e molto più ipocrita, abile a celare sotto una maschera umanitaria il suo
volto tirannico, tuttavia i meccanismi del potere attuale sono proprio quelli che Orwell aveva profeticamente descritti; si
pensi alla manipolazione dell’intero sistema semantico del linguaggio con lo spostamento del significato delle parole, ad
esempio “razzista” non è più chi sostiene la supremazia della propria razza su altre, ma chi semplicemente si accorge che le
razze esistono. Tutta la political correctness democratica è uno strumento di manipolazione orwelliano dello stesso tipo.
Come lo scrittore inglese aveva giustamente previsto, la falsificazione del passato è uno strumento principe per la
dominazione delle coscienze che risponde alle finalità del potere “democratico”.

Onestamente, ero in dubbio se collocare anche questo articolo sotto il titolo della Ahnenerbe, ossia dello studio dell’eredità
degli antenati, perché quello che ho da dire al riguardo non è molto né particolarmente nuovo od originale, quello su cui
invece vorrei richiamare stavolta la vostra attenzione, sono le falsificazioni imposte dalla vulgata democratica, in modo da
creare un’immagine del nostro passato del tutto distorta.

Quel che possiamo affermare positivamente, non è particolarmente originale né inconsueto, né qualcosa che esuli dal modo
di vedere di chi riesce a considerare la prospettiva storica con un minimo di buon senso: fino alla nostra epoca di decadenza

115
(una decadenza particolare in cui all’ipertrofia tecnologica corrisponde la crescente pochezza umana, e che siamo soliti
chiamare “progresso”) tutte le civiltà conosciute si sono sviluppate su di una base sostanzialmente mono-etnica, e lo stesso
vale per culture, nazioni e imperi. Nell’esaltare la presunta fecondità creatrice del meticciato, il prendere le innovazioni
sempre da qualcun altro, coloro che stanno dietro la baracca del potere mondiale e condizionano “la cultura” a livello
planetario, svelano involontariamente la loro mentalità, che è quella dei ladri e parassiti.

Ciò su cui invece possiamo soffermarci con ampiezza, è appunto la falsificazione orwelliana del nostro passato. Al riguardo,
sembra che nella trentottesima parte di questa serie di articoli, un “pezzo” che ha avuto molti commenti sul web, e mi pare
sostanzialmente positivi, ho toccato un punto forse ancor più nodale di quel che avevo pensato, la “negrizzazione” di
personaggi storici e mitici demandata alla grancassa mediatica hollywoodiana attraverso film e serial televisivi, l’affidare la
loro rappresentazione ad attori di colore, con il chiaro intento di creare l’illusione che le società multietniche siano qualcosa
di normale e sempre esistito.

Qui c’è un discorso che andrebbe fatto in premessa: il potere di suggestione del mezzo cinematografico e televisivo. A
livello inconscio quel che “si vede” “è vero” per definizione, anche se coscientemente sappiamo o dovremmo sapere che le
cose non stanno così, che ad esempio non sono mai esistiti un Annibale né un Lancillotto, né legionari romani e tanto meno
guerrieri vichinghi di colore, perché la consapevolezza razionale è fragile ed è facilmente scavalcata da ciò che viene
(fraudolentemente) fatto registrare a livello inconscio.

Una linea di pensiero che dai lettori di “Ereticamente” che hanno commentato l’articolo ho avuto incoraggiamenti ad
approfondire.

Riguardo all’Annibale nero, Bilancini ha commentato:

“Purtroppo non è un caso isolato. La serie televisiva Beowulf presenta la medesima situazione: un maniscalco forgiatore di
spade negro. Solo per aver fatto presente l’anacronismo del personaggio in una saga con ambientazione scandinavo-sassone
fui bannato. Siamo appena agli inizi”.

In democrazia, qualunque insulsaggine ha libero corso, ma dire la verità è proibito, e fare presente che in Scandinavia
nell’epoca vichinga non c’erano neri, non è altro che la pura e nuda verità dei fatti.

Charles Vinson ha osservato:

“Sei maschio, bianco, occidentale (meglio se europeo) e quindi hai sempre ed automaticamente torto.

Naturalmente, i mass media (film, TV, pubblicità) si adeguano a questo mainstream, – se non altro per meri motivi di
sopravvivenza commerciale – e quindi giù a cascata nella spirale viziosa. E’ un riscontro facile facile: sintonizzatevi su un
qualsiasi telefilm o sit com, specialmente se d’oltreoceano, e vedrete come il personaggio maschio, bianco e occidentale sia
necessariamente il più idiota o immorale o infantile del mazzo”.

Lo scoperto razzismo anti-bianco è una cosa grandemente diffusa nel sistema mediatico. Fra le altre cose, ricordiamo una
serie veramente infame da questo punto di vista, “Criminal minds” i cui protagonisti non hanno solo sviluppato l’arte del
profiling a livelli incredibili, così da poter dedurre dall’impronta di una scarpa che l’assassino è “maschio, di età fra i 25 e i
35 anni, bianco”, ma è sempre invariabilmente bianco, i neri sembra che siano degli angioletti e non commettano mai atti di
delinquenza, quando se andiamo a vedere le statistiche reali, scopriamo una propensione a delinquere cinque volte maggiore
rispetto ai bianchi o agli asiatici.

Ancora un altro commento postato da Primula Nera:

“Quella del politicamente corretto è la piaga dei nostri anni. Nel campo delle arti è il Cinema quello che ne subisce gli
effetti più nefasti. Alle vostre segnalazioni,aggiungo una serie TV come “Merlin, che presenta un giovane e biondissimo re
Artù innamorato perso di una serva di colore di nome Ginevra,il tutto in una Camelot più multiculturale di New York…; i
film sull’antica Roma poi, oltre a mettere in cattiva luce il suo impero (l’unica pellicola rispettosa della sua storia è “The
Eagle” da voi recensito in questo sito), presentano continuamente legionari neri (gli immancabili numidi…)…Ma questa
tendenza vi è un po’ ovunque, sono riusciti ad inserire persone di colore persino in un film che riguardava Cappuccetto
Rosso (“Cappuccetto Rosso sangue”).

116
Qualche anno fa il produttore di una fortunata serie televisiva poliziesca inglese (“L’Ispettore Barnaby”) venne licenziato,
perché non dava abbastanza spazio a soggetti di origine straniera nei suoi telefilm…”.

Si tratta naturalmente di capirsi, per “soggetti di origine straniera”, non penso che il nostro amico intenda nativi dell’Unione
Europea, svizzeri, canadesi, russi o magari serbi; si intendono chiaramente extracomunitari, la cui presenza deve essere
imposta dai media in modo da fare il lavaggio del cervello alla gente, fino a indurla a percepirla come normale.

Vediamo qui in azione la terza grande arma della democrazia verso i dissidenti, che è, dopo la censura e la violenza, il
ricatto, sotto forma di ricatto economico (perdita del posto di lavoro).

Proprio in questi giorni, un mio contatto su facebook, la democraticissima creatura di Mark Zuckerberg (nome che è tutto
un programma) mi ha segnalato di aver subito un periodo di bannatura per aver scritto in un post la parola “negro” invece di
“nero”, “extracomunitario”, “subsahariano”, “diversamente caucasico” o qualcun altro dei soliti eufemismi (che poi di solito
gli eufemismi si usano per non essere troppo espliciti circa qualcosa di vergognoso, schifoso o osceno). “Negro”, per inciso,
non è altro che “nero” in lingua spagnola. È la lingua di Cervantes un linguaggio particolarmente ingiurioso od offensivo?

Bisogna dire “neri”, quella “g” bisogna assolutamente togliergliela. Vista la propensione che hanno costoro a compiere reati
sessuali, io non toglierei loro la “g” ma qualcos’altro.

Al di fuori dei commenti – sempre graditi – dei lettori di “Ereticamente”, di novità in questo periodo non ce ne sono molte.
Un amico, uno di quelli senza il cui contributo – diretto o indiretto – tenere questa rubrica risulterebbe impossibile, il nostro
Mamer, mi ha segnalato un articolo per la verità non recente, ma penso che tutti voi vi rendiate conto che il web è un mare
magnum dove è impossibile stare dietro a ogni cosa con la tempestività che sarebbe auspicabile. L’articolo s’intitola
L’Europa genetica, non è firmato ed è apparso sul sito “Hescaton” (www.hescaton.com) in data 26 gennaio 2013 (quattro
anni fa, un discreto lasso di tempo, ma bisogna fare i conti con la vastità del web). E’ da questo articolo che ho tratto la carta
genetica dell’Europa che correda il mio pezzo.

Esaminando la cartina, si riconoscono un’area germanica (in azzurro) che comprende la Germania settentrionale, la
Scandinavia, l’Islanda, parte dell’Inghilterra; un’area di transizione celto-germanica (in indaco) che comprende la Germania
occidentale e meridionale, l’Austria, la Svizzera, il Belgio, la parte più orientale della Francia, gran parte dell’Inghilterra;
un’area celtica che comprende Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia e Bretagna; un’area slava (in arancione) che comprende
Russia, Bielorussia Polonia, Ucraina, Slovenia e Croazia; un’area baltica (slavo-finnica) (in ocra) che interessa Russia
settentrionale, repubbliche baltiche e Finlandia; un’area di transizione slavo-germanica (Repubblica Ceca, Slovacchia e
Ungheria), un’area greco-slava (Bosnia, Serbia, Macedonia, Bulgaria, Romania, Moldavia); un’area greco-anatolica che
comprende Turchia, Grecia, Albania, meridione italiano; infine, un’area incongruamente denominata celtico-mediorientale
(in color bordeaux) che, con l’eccezione del meridione italiano dove prevale l’impronta genetica greca, coinciderebbe
abbastanza bene con l’area di diffusione in Europa delle lingue neolatine.

Ora, il dato più interessante che emerge, è precisamente la coincidenza piuttosto buona fra queste suddivisioni dell’Europa
determinate su di una base esclusivamente genetica con le aree linguistiche, storiche e culturali del nostro continente.

Come si spiega questo fatto? Io credo che sia il caso di ribadire un concetto che vi ho già espresso più volte: all’errore e alla
menzogna altrui, non è giusto né conveniente alla lunga rispondere con un errore simmetrico ma con l’obiettività, con la
verità nella misura in cui le nostre conoscenze e le nostre forze ci permettono di raggiungerla. Nello specifico, al tentativo di
sinistri e democratici di destituire l’eredità genetica di una qualsiasi importanza, non dobbiamo rispondere sostenendo
l’onnipotenza della genetica (magari intesa nel senso in cui l’applicheremmo ad animali da allevamento), ma cercando di
capire il rapporto fra fattori genetici e storico-culturali.

In poche parole, non possiamo ipotizzare un’influenza diretta della genetica sulla lingua e gli aspetti esteriori di una cultura,
è più verosimile un’influenza dell’elemento culturale sulla genetica. Nelle comunità umane, è il parlare la stessa lingua o il
parlare due lingue diverse che nel corso del tempo ha perlopiù favorito od ostacolato il riconoscersi come membri di una
stessa comunità e fatto sì che le differenze linguistiche e genetiche tendessero a coincidere, poiché la tendenza naturale è
quella ad accoppiarsi piuttosto con un connazionale che non con uno straniero, ed è per questo motivo che la lingua è un
buon indicatore della nazionalità (“buono”, s’intende, non significa “perfetto”; ad esempio, l’inglese è una lingua di ceppo
germanico, ma penso che tutti noi abbiamo un’ovvia riluttanza a considerare un afroamericano “un germanico” per quanto
anglofono possa essere).

117
La genetica è la base da cui non si può prescindere, ma la cultura costruisce su questa base: un uomo e tanto più una
comunità umana non sono un mero accidente biologico, ma una sintesi di sangue, suolo e spirito.

Un arrivo di fine dicembre 2016 è un articoletto di Gianfredo Ruggiero presidente del Circolo Culturale Excalibur, Le
migrazioni della preistoria sono veramente avvenute?, che è un estratto del suo libro Ecologia sociale di prossima
pubblicazione.

L’impressione che ho avuto leggendo questo testo, è che egli sostenga un’esigenza molto giusta e condivisibile con
argomenti che forse non sono i migliori. L’esigenza è quella di mettere un freno al moderno “migrantismo”, chiamiamolo
così, ossia la tendenza a persuaderci che fenomeni migratori come quelli cui assistiamo oggi siano sempre avvenuti nella
storia umana, e che pertanto noi dovremmo accettare le migrazioni in quanto fenomeno “storicamente fisiologico”, e questa
è un’enorme falsità che Ruggiero fa benissimo a rifiutare, tuttavia gli argomenti che egli adduce mi pare pecchino di
ingenuità; ad esempio, non dobbiamo pensare alle migrazioni preistoriche come a fenomeni organizzati ma unicamente
come l’effetto del vagabondare di gruppi umani demograficamente eccedenti che si spostavano da un’area all’altra in modo
affatto casuale e anche su tempi estremamente lunghi alla ricerca di nuove risorse (la penetrazione dell’uomo di Cro
Magnon in Europa, ad esempio, avrebbe richiesto qualcosa come 20.000 anni, vale a dire quattro volte la lunghezza di tutta
la storia documentata), e certamente essa non è avvenuta nell’età glaciale quando non avrebbe avuto alcun senso spostarsi
verso regioni più fredde, ma con il declinare dell’età glaciale stessa, quando l’avvento di condizioni più favorevoli gli
avrebbe permesso di trovarsi avvantaggiato rispetto all’uomo di neanderthal, che invece al freddo era particolarmente
adattato (si veda a questo riguardo C. S. Coon).

Tuttavia, ammettendo le migrazioni come fenomeno storico (e preistorico), e questo è il punto assolutamente fondamentale,
la morale che se ne può trarre è esattamente l’opposto di quella che vorrebbero instillarci le sinistre, le Chiese, i
professionisti del pietismo verso i cosiddetti migranti (o rifugiati che scappano da guerre inesistenti), perché questi
movimenti di popolazioni del passato, o sono andati a colonizzare aree spopolate che oggi in Europa non esistono, o là dove
c’era una popolazione nativa preesistente, l’hanno travolta e portata all’estinzione. Questo è quello che è sempre successo:
dai Cro Magnon che hanno provocato l’estinzione dei neanderthal, ai coloni yankee che hanno provocato quella degli
americani nativi (i cosiddetti pellirosse), e sarà certamente questo anche il destino che toccherà a noi se non ributteremo a
mare gli invasori.

Pare una cosa alquanto singolare, ma sembra che negli ultimi tempi sul web si parli molto della lontana preistoria e delle
tematiche delle origini. Io non vorrei essere così immodesto da pensare che questo possa essere dovuto a un’influenza dei
miei articoli fuori dai nostri ambienti (anche perché sappiamo bene di confrontarci con un potere accademico e mediatico
schiacciante nel decidere “cosa è scienza” e “cosa non lo è”), ma mi pare che i miei scritti, assieme all’ottimo lavoro che sta
conducendo il gruppo facebook MANvantara del nostro Michele Ruzzai, abbiano avuto e stiano avendo un certo potere di
stimolare da parte dei “nostri” una ricerca su queste tematiche nel mare magnum delle cose che circolano sul web.
Da tutto questo emerge un quadro sorprendente: l’idea che fin qui abbiamo avuto delle nostre origini deve essere
radicalmente mutata. In particolare “la teoria” dell’Out of Africa, dell’origine africana della nostra specie è giunta al
capolinea, non è più sostenibile, deve essere abbandonata, o almeno dovrebbe esserlo se la ricerca fosse condotta con un

118
minimo di obiettività invece di essere distorta per finalità ideologiche intese a imporre sull’argomento IL DOGMA
democratico.
Sarà bene ricordare in premessa che questa “teoria” sulle nostre origini non è nata da dati scientifici, ma sulla base di
esigenze ideologiche, di propaganda “antirazzista”, e che a proposito di essa lo storico australiano Greg Jefferys ha scritto:
“Tutto il mito ‘dell’Out of Africa’ ha le sue radici nella campagna accademica ufficiale negli anni 90 [per] rimuovere il
concetto della razza. Quando mi sono laureato tutti loro passavano un sacco di tempo sui fatti ‘dell’Out of Africa’ ma sono
stati totalmente smentiti dalla genetica. (Le pubblicazioni) a larga diffusione la mantengono ancora.”
Questa citazione, lo ricorderete, si trova in un articolo da me più volte citato, pubblicato sulla rivista “Atlantean Garden”,
dove affianca la confutazione dell’Out of Africa sulla base di un’analisi genetica sviluppata dai ricercatori russi Anatole A.
Klyosov e Igor L. Rozhanski.
In pratica, questa “teoria” costruita non sulla base di dati scientifici ma unicamente di un’esigenza ideologica, ci vorrebbe
persuadere dell’inesistenza delle razze umane: gli antenati di tutti noi sarebbero venuti dall’Africa qualche decina di
migliaia di anni fa, noi caucasici non saremmo che dei “neri sbiancati” dal cambiamento climatico, così come i mongolici
sarebbero dei “neri ingialliti”, e nonostante l’ampia confutazione che la genetica offre di questo vaneggiamento, i media e le
istituzioni accademiche e scolastiche, cioè L’ORTODOSSIA DI REGIME, continuano a ripeterlo come una verità ovvia e
scontata.
Io vi invito a tenere presente quello che ho scritto in un articolo recentemente pubblicato da “Ereticamente”, Scienza e
democrazia. Sarebbe bello se nella ricerca scientifica si facessero semplicemente parlare i fatti,
se le teorie nascessero da essi, e non fossero invece i fatti accertati a dover essere ingabbiati per
forza nelle maglie di teorie precostituite. Sotto l’influsso del dogmatismo democratico, i
ricercatori sono costretti a una singolare schizofrenia: da un lato devono proclamare le teorie
ortodosse, conformi al dogma democratico, dall’altro sono costretti a prendere atto dei risultati
delle loro ricerche che le smentiscono continuamente.
I risultati di ciò sono alquanto grotteschi, e se ricordate, ve ne avevo dato un esempio molto
chiaro nella trentaduesima parte della nostra rubrica. In questo caso non si trattava dell’Out of
Africa, ma di un’altra di quelle “teorie” (perché esse costituiscono un fascio più o meno
collegato) tendenti a sminuire la visione che l’uomo europeo ha di se stesso, quella che sostiene
l’origine mediorientale della civiltà. In Medio Oriente sarebbe avvenuta la rivoluzione agricola,
e a partire da essa tutto il resto. L’articolo che citavo, apparso su “Ethnopedia” riportava la
solita tesi dell’agricoltura e dell’allevamento di animali, che si suppone strettamente abbinato a
essa, comparsi per la prima volta nella Mezzaluna Fertile mediorientale, ma la cartina che
illustrava il pezzo riportava le percentuali di tolleranza al lattosio nelle diverse aree del pianeta (la tolleranza al lattosio è
una conseguenza diretta del consumo di latte vaccino in età adulta, una risorsa alimentare cui si è avuto accesso a partire
dall’allevamento, ed è presumibile che sia tanto maggiore quanto più è antica questa risorsa alimentare), e faceva vedere che
essa è massima nell’Europa centro-settentrionale, minore in quella mediterranea, a livelli ancora inferiori in Medio Oriente,
minima nell’Africa sub-sahariana e in Estremo Oriente, cioè smentiva il contenuto dell’articolo stesso, mostrando l’Europa
tra la Scandinavia e l’arco alpino come area di origine dell’allevamento vaccino e presumibilmente dell’agricoltura.
Ora, è chiaro che quando andiamo a esaminare la questione delle origini della nostra specie, ci imbattiamo di continuo in
situazioni dello stesso genere, cioè ammissioni a mezza bocca, elementi che non si riesce a far rientrare nel quadro
precostituito, tasselli di un puzzle che occorre mettere assieme, che però una volta riuniti ci danno un quadro molto diverso
da quello che ci saremmo aspettato, e che smentiscono in maniera bruciante e senza appello I DOGMI dell’ideologia
democratica e antirazzista.
Prima di entrare nel vivo della nostra trattazione, vorrei rispondere a una questione sollevata da un lettore che ha
commentato la trentanovesima parte di questa rubrica. In essa, parlavo della struttura architettonica formata da un doppio
cerchio di stalagmiti recentemente ritrovata in Francia nella grotta di Bruniquel. Questa struttura risalente a quasi
duecentomila anni fa, è attribuibile all’uomo di neanderthal. Io mi ponevo il quesito se questa precoce creatività non sia da
mettere in relazione con la percentuale di geni neanderthaliani
posseduta dagli uomini caucasici (e in misura minore dagli
asiatici), e che è invece del tutto assente nei neri sub-sahariani.
Io avevo indicato una percentuale dell’1-2%, e il lettore mi
faceva notare che secondo altre stime essa è più alta (fino al
3%). Bene, io mi sono attenuto alla valutazione più prudenziale,
ma in ogni caso il discorso non cambia.
Cominciamo dunque a vedere gli elementi che ci permettono di
costruire il nostro puzzle e demolire l’Out of Africa
consegnandolo definitivamente al limbo delle sciocchezze
pseudoscientifiche.
119
Cominciamo con un articolo che il nostro Michele Ruzzai ha di recente, in data 11 gennaio, postato su MANvantara, si
tratta della recensione del libro Neandertal , le origini dell’umanità (senza la “h” nel titolo dell’edizione italiana, “h” che
però è invece presente nell’originale in lingua inglese) di Paul Jordan, pubblicato da Newton Compton nel 2001. Ebbene, il
nostro amico ha “beccato” qualcosa di molto importante passato inosservato in questo testo ormai edito da sedici anni:
“Pag. 208: Sembra inoltre che vi siano altri possibili alberi filogenetici basati sulle variazioni del DNA mitocondriale e
coerenti con i dati accolti, che non necessariamente collocano in Africa il più remoto punto di origine di tutte le
popolazioni mondiali.
Pag. 231: Nel quadro attuale non si può dire che esistano prove veramente decisive, di tipo genetico, fossile o archeologico
che dimostrino con certezza l’origine africana di Homo Sapiens”.
In poche parole, l’origine africana di homo sapiens non è per nulla provata. Nell’oppressivo regime democratico nel quale
viviamo, si è costretti a bisbigliare quel che invece andrebbe urlato.
Giusto il giorno prima, il 10 gennaio, un altro nostro amico che ormai si è guadagnato il titolo di “collaboratore indiretto” di
“Ereticamente”, il nostro Mamer, aveva postato un articolo, riprendendolo dal sito ecologista “Greenreport”
(www.greenreport.it) un articolo che riporta una notizia di cui vi ho già parlato in precedenza, tratta da “Science” del
gennaio 2016: un team di ricercatori russi guidato da Vladimir Pitulko ha ritrovato nella Siberia artica a 72 gradi nord i resti
di un mammut e di un lupo risalenti a 45.000 anni fa che presentano i segni inequivocabili di lesioni provocate da lance e
armi umane.
Io vi avevo già fatto notare a suo tempo che questa scoperta indebolisce grandemente la “teoria” dell’Out of Africa a causa
della sua antichità, perché a questi uomini di presunta origine africana sarebbe mancato il tempo per spingersi così a
settentrione, ma ora il nostro amico Mamer nel suo commento aggiunge qualcosa di più.
“Gli uomini potevano sopravvivere cacciando il mammut”, osserva, “Ma il mammut l’erba dove (…) la trovava se era tutto
ghiaccio e neve?”
Mamer non è, per quel che io sappia, un uomo di scienza, ma qui fa un’osservazione basilare che pure sembra stranamente
sfuggire a molti cosiddetti scienziati (cecità voluta per non urtare il dogmatismo sulle nostre origini?).
In altre parole, i mammut, come dimostra il vello lanoso di cui erano ricoperti, erano certamente adattati a un clima meno
caldo di quello in cui vivono gli attuali elefanti africani e indiani, ma si trattava in ogni caso di pachidermi di grossa mole
che dovevano necessitare di grandi quantità di vegetali per il loro sostentamento, e i radi licheni che si trovano oggi nella
tundra artica sarebbero stati del tutto insufficienti; la loro presenza è la prova inoppugnabile che decine di migliaia di anni fa
le regioni artiche dovevano godere di un clima molto più mite di quello attuale. Guarda caso, proprio quel che sostengono
essere avvenuto nel nostro passato le dottrine tradizionali richiamate da Tilak sulla scorta dei Veda e da Iulius Evola.
Non ci fermiamo qui. “Greenreport” ci dà altre importanti notizie sulle ultime novità emerse dallo studio della nostra eredità
ancestrale, e il fatto che si tratti di un sito ecologista e non “di Area” non toglie minimamente valore alla cosa, anzi,
allontana il sospetto che le cose che emergono possano essere in qualche modo il frutto di un’ottica “prevenuta”.
Un altro articolo ci parla di una ricerca genetica condotta da un team del Max Planck Institute guidato da Martin Kuhlwim,
anch’essa ripresa da “Nature”, condotta sui resti di neanderthaliani dell’Altai risalenti a oltre 100.000 anni fa, che ha dato
risultati, che definire sorprendenti è davvero il minimo che si possa dire: essa ha evidenziato un flusso di geni sapiens in
questa antica popolazione. Per capirci, laddove noi presentiamo nei nostri geni tracce di un incrocio dei nostri
antenati sapiens con l’uomo di neanderthal, in questo caso è avvenuto l’inverso, ed erano questi neanderthaliani a presentare
tracce dell’incrocio con sapiens.
Vi è chiara la portata di tutto ciò? Per prima cosa, deve essere ormai chiaro che homo sapiens e
uomo di neanderthal non possono essere considerati specie umane diverse, ma semmai razze
differenti di una medesima specie. L’appartenenza a una stessa specie è definita dalla possibilità
di accoppiarsi dando luogo a una discendenza feconda, e questo è precisamente quel che è
avvenuto tra sapiens e neanderthal non una ma più volte; noi stessi siamo un remoto frutto di
queste ibridazioni.
Il secondo punto è che questa scoperta scardina completamente “la teoria” (la favola) dell’Out
of Africa. Essa infatti ci testimonia la presenza di una popolazione sapiens nell’Eurasia di oltre
100.000 anni fa, laddove secondo l’OOA, essi non avrebbero lasciato il continente africano
prima di 65.000 anni or sono.
Ora, occorre sottolineare il fatto che per salvare l’Out of Africa rendendola compatibile con
questi nuovi dati, non basta retrodatare la supposta migrazione dall’Africa (di oltre 40.000 anni,
il che non è poco), infatti, secondo quest’ultima la presunta migrazione dall’Africa si sarebbe verificata dopo la supposta
catastrofe planetaria determinata dall’esplosione del vulcano indonesiano Toba avvenuta tra 50.000 e 70.000 anni fa, quindi
se i due eventi vanno separati (e con uno iato di quattrocento secoli, che non è una cosa da poco) bisogna considerare il
ruolo che possono aver avuto nell’origine dell’umanità attuale le popolazioni pre-sapiens o sapiens arcaiche esistenti
nell’area eurasiatica 100.000 anni fa, proprio ciò che l’Out Of Africa vorrebbe escludere per esaltare la “pura” linea
africana. Se l’Out Of Africa fosse una teoria basata sui fatti anziché sull’esigenza ideologica di imporre a tutti i costi il
120
dogma antirazzista (e ricordiamo sempre che nell’orwelliano linguaggio contemporaneo “razzismo” non significa più
proclamare la superiorità di una razza sulle altre, ma la semplice constatazione che le razze umane esistono), essa dovrebbe
essere formalmente abbandonata.
Non ci fermiamo qui, perché le sorprese non sono finite. Noi abbiamo già visto che gli esseri umani moderni sono una
specie politipica, al cui patrimonio genetico hanno concorso oltre ai sapiens di supposta origine africana (ma che oggi
sappiamo essere stati presenti in Eurasia molto prima di quel che si pensasse), gli uomini di neanderthal e un altro gruppo
umano, i cosiddetti denisoviani i cui resti sono stati individuati nella grotta di Denisova nella regione dell’Altai. Bene, pare
che non ci si debba fermare qui. Possiamo per prima cosa menzionare il ritrovamento di un cranio umano dalle
caratteristiche sorprendentemente moderne e risalente a 250.000 anni fa avvenuto in Cina a Dali, ne ha parlato “Le scienze”
in un articolo pubblicato nel luglio 2016, ma questo non è tutto. Sempre “Greenreport” ci parla di uno studio compiuto da
un team di ricercatori catalani dell’Istituto di Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona sul genoma degli indigeni delle isole
Andamane e di altre popolazioni asiatiche, che ha evidenziato la presenza di geni che non risalirebbero né al sapiens di
presunta origine africana, né all’uomo di neanderthal, né a quello di Denisova, ma richiedono di ipotizzare un quarto e per
ora sconosciuto antenato dell’umanità attuale.
Gli astronomi del cinque-seicento sapevano di lavorare sotto il tallone di un’autorità tirannica per cui il geocentrismo
tolemaico era la verità indiscutibile, e accampavano una serie di scuse, spacciando l’eliocentrismo copernicano come un
semplice espediente per semplificare i calcoli. Oggi i paleoantropologi, consapevoli del pari di lavorare sotto il tallone di
un’autorità tirannica che si chiama democrazia, operano nello stesso modo, evitando di correlare i dati emersi dalle diverse
ricerche e affermando a ogni piè sospinto che essi non contraddicono l’Out of Africa quando a chi consideri le cose con
obiettività, è chiaramente evidente il contrario. Noi però possiamo ora vedere di ricostruire adeguatamente il puzzle delle
nostre origini, anche se è tutt’altro che escluso che nuovi tasselli saltino fuori in futuro.
Per prima cosa, abbiamo visto che decine o centinaia di migliaia di anni fa il clima delle regioni artiche doveva essere molto
diverso da quello attuale, doveva disporre di una vegetazione lussureggiante, tale da consentire la sopravvivenza di erbivori
di grossa taglia come i mammut, poi abbiamo visto che fuori di ogni dubbio l’Out of Africa è una “teoria” smentita dai fatti,
è incompatibile con la presenza in Eurasia di uomini sapiens moderni già più di 100.000 anni fa. Terzo punto, altrettanto
fondamentale: se vale il principio ecologico-genetico per il quale man mano che gruppi di popolazioni si separano dal
nucleo ancestrale avviene il fenomeno della deriva genetica, cioè della perdita di varietà a livello ereditario, allora il luogo
della maggiore varietà genetica è quello che ha le maggiori probabilità di essere il luogo delle origini. Bene, teniamo
presente questo concetto: in Eurasia troviamo l’homo sapiens “moderno” molto prima di quanto avremmo potuto ipotizzare
in base alla sua presunta origine africana, l’uomo di neanderthal, l’uomo di Denisova, il misterioso “quarto antenato” (forse
l’uomo di Dali). Ve n’è più che abbastanza per ipotizzare che, ammesso che vi sia un luogo da considerare la culla
ancestrale dell’umanità, esso non è l’Africa ma l’Eurasia.
Una breve nota riguardante le illustrazioni che corredano questo articolo. La scena di caccia ai mammut è tratta da
“Greenreport”, e gli autori dell’illustrazione e gli estensori dell’articolo, come del resto molti altri, non devono essersi resi
conto di quanto sia assurdo supporre che branchi di pachidermi di grandi dimensioni abbiano potuto sopravvivere in un
ambiente simile all’artico attuale che, oltre al freddo, presenta una disponibilità molto ridotta di vegetazione. Abbiamo poi
la copertina del libro di Paul Jordan recensito da Michele Ruzzai su MANvantara, e, sempre tratta da “Greenreport”, la
ricostruzione di un bambino ibrido neanderthal-sapiens che sarebbe vissuto nell’Altai 100.000 anni fa. Un’immagine che
ancor più di quella presente nella trentanovesima parte della nostra rubrica, fa giustizia delle presunte caratteristiche
scimmiesche così spesso attribuite a questi nostri antenati.

121
Sembra un destino inevitabile, quello delle utopie di capovolgersi nell’esatto contrario degli obiettivi che i loro
propugnatori, ingenui o in mala fede, si erano proposti o avevano dichiarato di volersi proporre. La rivoluzione francese del
1789 iniziata sotto le insegne di “libertà, uguaglianza, fraternità” si è tradotta nel terrore giacobino e l’uso della ghigliottina
su scala industriale. La rivoluzione comunista preconizzata da Marx e attuata da Lenin e Stalin in Russia, non ha prodotto
certo la giustizia sociale, ma si è trasformata nel più mostruoso regime autocratico che la storia umana abbia mai
conosciuto. La democrazia “occidentale”, beh, provatevi a difendere le ragioni degli sconfitti nella seconda guerra
mondiale, a mettere in dubbio l’esistenza e l’entità del presunto olocausto, e scoprirete presto a vostre spese quale valore
reale abbiano tutte le solenni dichiarazioni sulla libertà di pensiero che trovate sparse nelle varie carte costituzionali a
cominciare dalla “nostra”.
Ora, a quanto pare, per l’utopia “antirazzista” e per la creatura che essa ha partorito in termini di interpretazione del divenire
umano, cioè la sedicente teoria (che in realtà non è affatto tale) dell’Out of Africa, vale esattamente la stessa cosa. Nato
negli anni ’70 tale lambiccamento ideologico travestito da teoria scientifica allo scopo di contrastare “il razzismo” (che poi
nel distorto linguaggio orwelliano della democrazia “razzismo” non significhi più l’affermazione della superiorità di una
razza sulle altre, ma la semplice constatazione che le razze umane esistono, questo è un altro discorso), si traduce in un
razzismo paradossale, nell’esaltazione della pura linea di ascendenza africana nei confronti di noi europei e asiatici, ibridi di
neanderthal e di Denisova, (per nulla dire dell’ancora misterioso “quarto antenato” di cui i ricercatori catalani dell’IBE di
Barcellona avrebbero individuato le tracce genetiche nel DNA dei nativi delle isole Andamane e in quello di altre
popolazioni asiatiche).
Gli antirazzisti che hanno sempre sostenuto la bontà del meticciato, dovrebbero ora, per coerenza, riconoscere – non
vogliamo dire l’inferiorità, vogliamo dire lo svantaggio, tanto la sostanza non cambia – dei neri africani che non hanno
potuto beneficiare di tali ibridazioni, la zappa che si sono tirata sui piedi è davvero grossa e pesante.
Nell’articolo precedente abbiamo visto una serie di articoli tratti dal sito ecologista “Greenreport” che a sua volta li ha
ripresi da pubblicazioni scientifiche americane, che nel loro insieme ci permettono di tracciare un quadro della nostra storia
biologica nel quale la “teoria” dell’Out of Africa è sostanzialmente sconfessata. Un articolo che non ho citato la volta
scorsa, ci parla del fatto che I geni dei Neanderthal e dei Denisoviani hanno potenziato il nostro sistema immunitario,
dandoci una maggior resistenza alle malattie, ma essendo forse all’origine anche di alcune allergie di cui soffriamo.
Secondo un articolo pubblicato su “The American Journal of human Genetics”, è quanto emerge da due ricerche condotte
indipendentemente, una da un team dell’Istituto Pasteur di Parigi in collaborazione con la Rockerfeller University di New
York, l’altra dal Max Planck Institut di Lipsia. L’Out of Africa diventa sempre più difficile da sostenere, o perlomeno lo
diventerebbe se nonostante le sue evidenti contraddizioni non fosse un DOGMA che fa comodo al potere e non fosse
continuamente supportato e diffuso dal sistema mediatico, ma noi sappiamo esattamente come calcolarlo: una menzogna
propagandistica.
Il razzismo filo-africano, non so come altro definirlo, sottinteso alla “teoria” dell’Out of Africa, praticato da “antirazzisti”,
sinistrorsi, “democratici” assortiti nonché inevitabilmente da quella che da due millenni in qua è la promotrice di tutte le
storture e tutte le sozzure, la Chiesa cattolica, è un razzismo doppiamente infame, prima di tutto perché va a colpire i propri
connazionali, e poi perché – obiettivamente – va a favorire quelli che non sono “risorse”, ma pesi morti e parassiti.
Ultimamente, “Il primato nazionale” ha ripubblicato on line uno stralcio dell’ultima intervista concessa dalla scomparsa
antropologa Ida Magli a Francesco Borgonovo di “Libero”. La Magli era certamente una ricercatrice con una conoscenza

122
della realtà di queste popolazioni che i buonisti catto-sinistri che stanno irresponsabilmente decidendo il nostro destino, si
possono soltanto sognare.
Ecco dunque le parole che possiamo considerare una sorta di testamento spirituale di una delle migliori intelligenze italiane
nel campo degli studi antropologici:
“Gli Africani non hanno saputo fare nulla a casa loro e non faranno nulla pure qui. Hanno un territorio sconfinato, foreste,
fiumi, metalli preziosi, e non ne hanno fatto nulla. Una volta uccisi gli Europei non ci sarà più niente, questo è certo (…).
[I mussulmani in passato hanno dato luogo a un’importante civiltà, ma oggi…] Un tempo c’erano mussulmani che
producevano e pensavano, venivano perlopiù dall’Egitto. Ma le civiltà muoiono. Quello che sapevano fare allora, non lo
sanno più fare. I mussulmani che vengono qui sono prima di tutto incapaci di pensare. L’islamismo organizza tutta la loro
vita e dunque anche la loro struttura psicologica”.
Questo è un punto su cui vale la pena di soffermarsi. Credo di avervi già riportato un’osservazione fatta da qualcuno a
proposito della teoria di Spengler, secondo cui mentre un tempo esistevano civiltà in decadenza e civiltà in ascesa, oggi al di
fuori della decadenza dell’ “occidente” non esiste più nulla, solo una sterminata massa di popoli fellah. Il presunto nuovo
ordine mondiale equivale in sostanza al tentativo di un cancro o di un parassita di sopravvivere all’organismo che lo ospita.
Privata l’umanità della sua parte più creatrice, quello che rimane è il puro nulla, è un’illusione pensare che l’involuzione
biologica non sarà accompagnata puntualmente anche da quella culturale. Noi potremmo anche fallire nel tentativo di
risvegliare la resistenza dei popoli europei, ma in ogni caso “loro”, i buonisti-
antirazzisti-democratici, non vinceranno mai, possono solo distruggere.
Proprio qui a Trieste, occorre segnalarlo, venerdì 27 gennaio il nostro Michele
Ruzzai ha tenuto presso il Circolo Identità e Tradizione una conferenza che ha
avuto per oggetto Le radici antiche degli Indoeuropei. Bellissima – tra l’altro – la
circostanza che per questa conferenza si sia scelta proprio la data del 27 gennaio:
ripensare alle nostre radici indoeuropee invece di darsi al piagnisteo olocaustico.
Riguardo ai contenuti di questa conferenza, veramente ricca di dati, di spunti e di
conoscenze su di un terreno dove il nostro Michele ha dimostrato di muoversi con
grande competenza, è estremamente difficile fare una sintesi. Diciamo che il nostro
amico si muove sostanzialmente nell’ambito della concezione tradizionale delle
origini indoeuropee, che, appoggiandosi alle ricerche dello studioso indiano Tilak
che ha individuato nei Veda, i testi sacri dell’induismo, la descrizione di fenomeni
astronomici che posso essere osservati solo alle latitudini polari, ha visto nelle terre
artiche il luogo d’origine degli Indoeuropei, basandosi anche su numerose
tradizioni di svariati popoli, come sono state esaminate e raccontate da René
Guenon e Iulius Evola, e in totale contrasto con la teoria “ufficiale”oggi prevalente
che ci considera discendenti da agricoltori mediorientali, e anche, sebbene la scala
dei tempi sia differente, con l’Out of Africa, poiché entrambe si possono considerare parte del medesimo tentativo di
spostare il polo delle nostre origini dal nord al sud.
Le origini degli Indoeuropei, a differenza di quanto sostenuto ad esempio da Colin Renfrew, non vanno ricondotte alla
rivoluzione agricola del neolitico, ma risalgono al paleolitico superiore. Tra la collocazione originaria nella sede artica e la
posizione attuale dei popoli indoeuropei, vi sarebbe stata poi una collocazione in aree oggi sommerse (Nel corso della
deglaciazione, negli ultimi 20.000 anni il livello dei mari si sarebbe alzato di 100-120 metri), una, il Doggerland posta tra
l’Inghilterra e la Danimarca, l’altra, tra le Isole Britanniche e l’Islanda, sarebbe stata l’Atlantide platonica e l’Avalon
ricordata nelle leggende celtiche.
Noi abbiamo visto più volte che la questione delle origini si situa a una molteplicità di livelli, ed è chiaro che la questione
delle origini degli Indoeuropei si trova a un livello diverso e a tempi molto più recenti dell’origine della specie umana.
Al riguardo, indipendentemente dall’oggetto della conferenza, tra me e l’amico Michele mi pare non ci sia un’identità di
posizioni. Io avevo collocato a gennaio sul suo gruppo facebook MANvantara i tre articoli tratti da “Greenreport” che ho
citato nella quarantunesima parte (Non il mio pezzo, gli amici di “Ereticamente” ci tengono al fatto che tutti gli articoli che
compaiono sul sito siano inediti, e questa è una consegna che ho sempre rispettato), e Michele vi ha apposto il seguente
commento:
“Io non sono un tifoso particolarmente sfegatato dell’ipotesi multiregionale (Thorne/Wolpoff) in quanto questa presuppone
comunque un andamento umano evolutivo-ascendente e rende semplicemente policentrica l’origine Sapiens, ma comunque
tutto ciò che contrasta l’ “Out of Africa” che a mio avviso è ora “il nemico principale”, anche per tutta una serie di
implicazioni a caduta che con la paleoantropologia hanno poco a che fare, è sicuramente ben accetto”.
La differenza fra le nostre rispettive posizioni, lo si capisce bene, è legata alla tematica evoluzionista. Michele è più
prudente di me riguardo all’ipotesi multiregionale proprio per il fatto che essa rientra nel campo evoluzionistico. Io vi ho
spiegato più volte che a mio avviso il grande naturalista inglese Charles Darwin è stato mal interpretato dai suoi discepoli
più o meno zelanti, che la sua teoria fu subito vista come “di sinistra” e sovversiva (a cominciare dallo stesso Marx che di
123
scienza non capiva nulla) perché contrasta con il creazionismo biblico (ma è tutto da vedere se il cristianesimo sia
tradizione, soprattutto “la nostra” tradizione), che l’idea di uno sviluppo ascendente delle forme viventi verso
l’autocoscienza si trova assai poco o niente in Darwin, e deriva piuttosto dalla sovrapposizione alla teoria evoluzionista del
concetto di progresso mutuato da tutt’altri ambiti (proprio per quest’equivoco di fondo, Darwin non amava la parola
“evoluzione” e ne L’origine delle specie l’ha usata una sola volta).
Questa concezione “evoluzionista-progressista” ignora invece i concetti di lotta per l’esistenza e di selezione naturale, il
quadro dipintoci da L’origine delle specie di una natura cruenta e competitiva, di sopravvivenza del più adatto e via
dicendo, concetti che nel loro insieme nella realtà dei fatti sono una sconfessione della democrazia (e del cristianesimo con
la sua predilezione per i miti, i malriusciti e i deboli, come aveva ben visto Nietzsche), a favore di una visione aristocratica,
e la tendenza insita negli esseri viventi a tramandare nelle generazioni future il proprio genoma e non quello di chicchessia,
che va ad avallare quelle “brutte cose” (per la democrazia) che si chiamano nazionalismo e razzismo, mostrandoci
l’assurdità e il masochismo etnico insiti nelle tendenze cosmopolite cristiane-illuministe-marxiste.
Ora però a questo riguardo io devo fare uno sforzo di onestà e di umiltà. Tempo addietro mi ero trovato a discutere di queste
questioni con un conoscente studioso di dottrine tradizionali che non gradisce di essere menzionato pubblicamente. Questa
persona mi fece notare che pur ritenendo validissima lapars destruens del mio discorso, cioè il rilevamento delle
contraddizioni insite nella visione cristiana-democratica-progressista, avanzava serie perplessità riguardo alla pars
construens; infatti secondo le dottrine tradizionali l’uomo (come del resto gli altri viventi) è un archetipo, un’idea nel senso
di Platone, incarnato nel divenire del mondo (e l’uomo caucasico-indoeuropeo più di tutti, essendo il più vicino
all’Urmensch primordiale, laddove altre popolazioni si sarebbero differenziate maggiormente in relazione a diverse
situazioni ambientali), e riducendolo a mero accidente del divenire biologico comparso in ultima analisi in maniera casuale,
lo si sminuirebbe considerevolmente.
E allora? Io non pretendo di avere in mano tutte le risposte, le risposte definitive ammesso che esistano, ma certamente
qualcosa si può dire, cominciando con il notare che ciò che solitamente ci siamo abituati a chiamare “scienza” è perlopiù
un’interpretazione precostituita sovrapposta al reale che la ricerca ha il solo scopo di confermare (si veda il mio
scritto Scienza e democrazia, sempre su “Ereticamente”), un’interpretazione che ha fra le altre cose lo scopo di negare
qualsiasi valenza metafisica, e lo scopo della scienza non dovrebbe essere questo, non dovrebbe addentrarsi nel campo della
metafisica neppure per negarla imponendo un’ottica materialista.
La visione evoluzionista-progressista e il creazionismo biblico non occupano tutto lo scenario delle interpretazioni possibili
(anzi, si potrebbe persino avanzare l’ipotesi che il progressismo-evoluzionismo ascendente che, lo ripeto,non era la
concezione di Darwin, sia in ultima analisi una filiazione del creazionismo, una sorta di creazionismo continuo immanente
alla storia, e che percepire le cose in termini di un rigido aut-aut fra l’uno e l’altro sia in definitiva il segno di una mentalità
abramitica).
Julius Evola, ad esempio spiegava che la comparsa nella documentazione fossile della storia della vita di tipi man mano più
complessi e “superiori” può essere letta come la caduta nel piano materiale di entità man mano superiori e quindi essere il
segno non di uno sviluppo ascendente, ma di una fase di decadenza del ciclo cosmico. Un’idea forse troppo complessa per
molti suoi presunti discepoli a cui non è rimasta alternativa oltre a quella di ricadere nel creazionismo, e questo potrebbe
essere uno dei motivi che spiegano il passaggio di molti “tradizionalisti” da evoliano a cattolico, vissuto magari come un
approfondimento del proprio punto di vista originale, mentre in realtà ne è semplicemente un tradimento.
Se noi invece siamo capaci di coniugare la concezione evoliana genuina con la visione “non-buonista” del darwinismo (che
in campo filosofico è rappresentata a mio parere soprattutto da Nietzsche), disporremo di un’arma formidabile capace di
spazzare via tutte le chimere cristiane-democratiche-marxiste-progressiste.
Al di là di una soluzione sul piano intellettuale, occorre ricordare che conoscere è importante, ma sopravvivere viene prima,
e, indipendentemente da una risposta soddisfacente sul piano teorico, il nostro compito principale è quello di lottare per la
sopravvivenza dell’etnia italiana e delle etnie europee e indoeuropee contro la loro dissoluzione nel tritacarne multietnico.

Una Ahnenerbe casalinga - 43 parte

124
Come avete visto, le scorse volte, in particolare nelle due parti precedenti, di
carne al fuoco ne abbiamo messa davvero tanta, sembra davvero che
all’improvviso vi sia stato un risveglio d’interesse circa la tematica delle
nostre origini. Ci sono alcuni punti della nostra trattazione che andrebbero
meglio precisati e approfonditi.
Un punto che ritengo sia meglio esaminare più approfonditamente è la
questione della deriva genetica cui ho accennato la volta scorsa. Uno degli
argomenti che vengono più spesso addotti da parte dei sostenitori dell’Out of
Africa, della “teoria” dell’origine africana della nostra specie, è il fatto che le
popolazioni nere dell’Africa subsahariana presenterebbero una variabilità
genetica maggiore rispetto a quelle di altre aree del nostro pianeta. E’ un
argomento che si appoggia al fenomeno della deriva genetica: man mano che
gruppi di popolazioni si allontanano da un nucleo ancestrale, si verifica una
perdita di variabilità genetica.
Ma c’è un grosso ma, e questa è un’osservazione che copio dal nostro
eccellente amico Michele Ruzzai: una maggiore variabilità genetica potrebbe essere tanto il frutto di una condizione di
ancestralità quanto di incroci recenti. In fin dei conti, è inverosimile che tra gli abitanti di Kinshasa o di Luanda si possa
riscontrare maggior variabilità genetica di quella che troveremmo a New York, ma è del tutto inverosimile che l’isola di
Manhattan possa essere la culla ancestrale dell’umanità, anche perché sappiamo bene che la popolazione attuale degli Stati
Uniti è il frutto di una delle più brutali sostituzioni etniche che la storia abbia mai conosciuto, anche se l’Europa oggi invasa
dalle masse extracomunitarie si avvia a subire la stessa sorte dei nativi americani.
Allora come se ne esce? In maniera relativamente semplice in teoria: noi non dobbiamo considerare la variabilità genetica
delle popolazioni attuali, ma di quelle antiche nella misura in cui è possibile risalire indietro nel passato, e allora ci
accorgiamo che il quadro cambia completamente, e non supporta di certo la presunta origine africana. Accanto al sapiens di
Cro Magnon presente in Eurasia già 100.000 anni fa, come ha dimostrato la ricerca di Martin Kuhlwim del Max Planck
Institute, quindi ben prima di quanto previsto dall’Out of Africa, tra gli antenati che hanno certamente contribuito al genoma
dell’umanità attuale, vi sono certamente i neanderthaliani presenti in due varietà, il neanderthal “classico” e quello
“evoluto” (questa è una storia di cui si parla poco, perché è uno dei più brucianti smacchi della paleoantropologia
“ufficiale”. Si è scoperto che il neanderthal “evoluto”, cioè con caratteristiche più simili al sapiens di Cro Magnon, non era,
come si credeva, più recente del “classico”, ma assolutamente contemporaneo, inoltre era diffuso soprattutto in Medio
Oriente, mentre in neanderthaliano classico si ritrova soprattutto in Europa. Una dimostrazione che le caratteristiche
dell’uomo di neanderthal non sono un segno di primitività, ma un adattamento a un clima freddo, come quelle degli
esquimesi, esattamente come aveva sostenuto Carleton S. Coon), l’uomo di Denisova e anche il “quarto antenato” le cui
tracce i ricercatori dell’Istituto di Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona hanno trovato nel DNA degli abitanti delle isole
Andamane.
Bene, altri ricercatori spagnoli, e non in tempi recentissimi avevano scoperto qualcosa di altrettanto interessante che però,
ovviamente non ha avuto la circolazione che avrebbe meritato, perché in netto contrasto con IL DOGMA dell’Out of Africa.
Nel 2007 un team di ricercatori spagnoli del CENIEH, Centro Nacional De Investigaciòn sobre la Evoluciòn Humana di
Burgos, team a cui partecipava anche Giorgio Manzi dell’Università La Sapienza di Roma, ha pubblicato i risultati di uno
studio condotto sulle caratteristiche anatomiche, in particolare sulla dentatura di fossili del genere homo delle specie abilis,
erectus, neanderthalensis (anche se ci sono sempre meno elementi che possano condurre a pensare che quella dell’uomo di
neanderthal fosse una specie realmente separata dalla nostra) e sapiens, concludendo che:
“In definitiva, come si legge nell’articolo pubblicato sulla versione online dei “Proceedings of the National Academy of
Sciences” la tesi dell’evoluzione umana completamente “africana” sembra lasciare il posto a quella più articolata che
tiene conto di un periodo, piuttosto lungo ed evolutivamente cruciale, in Eurasia”.
L’articolo da cui ho tratto lo stralcio sopra riportato, sapete dove è stato pubblicato? Sul sito on line de “La repubblica –
L’Espresso” del luglio 2007, e di certo tutti noi sappiamo che “La Repubblica” e “L’espresso” sono testate di estrema destra
avverse all’Out of Africa per motivi ideologici.
Questo è un esempio classico di come è costretta ad agire la ricerca scientifica in un’era di oppressione dogmatica. Come le
prove che smentivano il geocentrismo tolemaico fra gli astronomi del cinque-seicento, oggi le prove che smentiscono l’Out
of Africa possono circolare tra gli specialisti a condizione di essere bisbigliate e di non raggiungere il grosso pubblico.
Basandosi sul principio della deriva genetica, l’Eurasia e non l’Africa appare come il luogo ancestrale delle nostre origini.
Tuttavia, si potrebbe avanzare un dubbio al riguardo, perché questa variabilità e complessità genetica ci appare sul crinale
della transizione fra “qualcos’altro-forse-non completamente-umano” e la nostra specie. Spostandoci in epoche più vicine a
noi e di certo interamente sapiens, cosa succede?

125
A questo riguardo si può ricordare che negli anni fra le due guerre, Franz Weidenreich, una delle figure più importanti della
paleoantropologia di allora, reperì nei pressi di Pechino i resti di tre individui dalle caratteristiche fisiche molto diverse, lo
racconta Mauro Paoletti in Radiografia del passato un articolo pubblicato su
“Edicolaweb” del dicembre 2007:
“Weidenreich rinvenne nel 1933 nei pressi di Pechino vari scheletri; dalle
misure dei crani venne stabilito che uno apparteneva ad un maschio europeo e
due a esemplari femminili, uno di tipo melanesiano e l’altro con caratteri
eschimesi; tutti i teschi erano databili a 30.000 anni fa. Cosa ci facevano in
Cina a quel tempo tre individui così diversi?”
Noi non dobbiamo ovviamente pensare a una società multietnica di trenta
millenni or sono, ma piuttosto a una popolazione con un’alta variabilità
genetica e morfologica proprio perché ancestrale rispetto alle altre.
Una prova in più, ed estremamente chiara, che la nostra specie non può essersi
originata in Africa, ma il problema non è di localizzazione geografica. I
sostenitori dell’Out of Africa, senza del resto affermarlo mai in termini troppo
espliciti, vogliono darci a intendere che la razza nera sia ancestrale rispetto alle
altre razze umane, ora questo è certamente falso. Fra le illustrazioni che
corredano questo articolo, c’è la ricostruzione della fisionomia di una ragazza di
Cro Magnon: ognuno è il grado di vedere se somigli a un tipo nero, mongolico
o caucasico.
Torniamo a parlare del nostro amico Michele Ruzzai. Dopo la conferenza tenuta a Trieste il 27 gennaio su Le radici antiche
degli Indoeuropei, che ha riscontrato un buon successo di pubblico (è stato – potremmo dire – il nostro modo di celebrare il
Giorno della Memoria), il 24 febbraio nella stessa sede e sempre a cura dell’Associazione Humanitas e del Circolo Identità
e Tradizione, ci ha presentato Patria artica o madre Africa? L’inganno delle teorie afrocentriche e la riscoperta delle
Origini Boreali, un intervento che è la prosecuzione-approfondimento di quello del mese precedente volto a chiarire questa
volta la questione delle origini non dei popoli indoeuropei, ma della stessa specie umana.
Qui a Trieste che pur essendo una città piccola e periferica nel contesto della nostra Penisola, sembra fervere di attività,
sabato 18 febbraio, quindi proprio a cavallo fra la conferenza di Michele Ruzzai del 27 gennaio e quella del 24 febbraio
(eppure vi assicuro che proprio non ci siamo messi d’accordo), il New Age Center (che è lo stesso che annualmente
organizza il festival celtico Triskell), presenta una conferenza di Antonio Scarfone, cosmologo e ricercatore dell’Università
della California su Epicentro Mu, cioè il discorso complesso ed estremamente interessante sui continenti e le civiltà perdute,
appunto Mu, Lemuria e Atlantide. Ora, si vede bene come questa tematica si salda precisamente al discorso dell’antichità
dell’uomo e della possibilità che altri cicli di civiltà siano emersi e dissolti nel nulla prima dell’inizio della storia (da noi)
conosciuta. E’ una tematica vicina alla nostra sensibilità, se non altro per opposizione alla mitologia progressista, non a caso
ricorrente fra i nostri pensatori, da Julius Evola a Silvano Lorenzoni. Ma forse la cosa più sorprendente è come questo
discorso si saldi alla tematica delle origini come ce la presenta il nostro Michele Ruzzai, in questo non presentando
escogitazioni originali, ma semplicemente una serie di prove a sostegno di quella che è al riguardo la dottrina tradizionale:
infatti, fra l’origine boreale in epoca estremamente remota e la distribuzione attuale della nostra specie, vi sarebbe stato un
periodo intermedio in cui essa si collocherebbe in una vasta area di nord-ovest oggi scomparsa, davanti alle coste attuali
dell’Europa (ricordiamo che 11-12.000 anni fa la fine delle glaciazioni e lo scioglimento delle masse glaciali ha provocato
l’innalzamento degli oceani di 100-120 metri) che le leggende celtiche ricordano come Avalon, e alla quale Platone ha dato
il nome di Atlantide.
Come vi ho detto, sembra proprio che in certi momenti il dio delle coincidenze faccia davvero gli straordinari. Proprio in
questo periodo di febbraio, a cavallo fra le due conferenze di Michele Ruzzai e quella di Antonio Scarfone, un altro nostro
amico che considero fra i “collaboratori indiretti” di “Ereticamente” e senza i quali probabilmente questa rubrica non
esisterebbe, il buon Luigi Leonini, ha postato in internet due articoli che si riallacciano alla tematica dei continenti perduti.
Entrambi sono tratti da “Atlanthean Gardens” che, lo voglio ricordare, è stata la prima pubblicazione a rendere note nel
mondo occidentale le ricerche genetiche di A. Klysov e I. Rozanskij che SMENTISCONO l’Out of Africa. Anche nel caso
del primo di questi due articoli, si tratta di una ricerca basata sulla genetica. I ricercatori statunitensi che hanno studiato gli
aplogruppi del DNA mitocondriale dei nativi americani, li hanno classificati in quattro gruppi denominati A, B, C e D, le
cui origini possono essere rintracciate in Asia oltre lo stretto di Bering, esattamente come prevede la teoria classica, ma
hanno scoperto pure un quinto aplogruppo, molto raro, denominato X (certo, si sono sprecati quanto a fantasia), che è stato
rintracciato in alcuni nativi di ascendenza irochese nella zona dell’Illinois. Quest’ultimo non sembra essere apparentato a
nulla, tranne che ai Baschi, popolazione come sappiamo, stanziata fra la costa atlantica e i Pirenei a cavallo di quelle che
oggi sono Francia e Spagna. I ricercatori, appunto, ipotizzano l’esistenza in un’epoca remota di una vasta terra nell’oceano

126
Atlantico, oggi scomparsa, i cui superstiti avrebbero raggiunto sia le coste orientali delle Americhe sia quelle occidentali del
nostro continente, e quale nome dare a essa se non Atlantide? (o Avalon, caso mai).
Il secondo articolo è la riedizione di una memoria di Paul Schliemann, nipote del grande Heinrich Scliemann, lo scopritore
di Troia. Secondo Paul Schliemann, il suo celebre nonno negli ultimi anni di vita si era convinto dell’esistenza di Atlantide,
ma l’età e le condizioni di salute gli avrebbero impedito di condurre ricerche approfondite sull’argomento. Il motivo era la
somiglianza fra alcuni vasi ritrovati in Medio Oriente e altri rinvenuti in America centrale. Dalle analisi sarebbe risultato
che sia gli uni sia gli altri erano composti di un’argilla particolare che non si ritrova né in Medio Oriente né in Centro
America, e questo l’aveva spinto a ipotizzare l’esistenza in epoca remota di una terra che avrebbe fatto da ponte fra le
Americhe e il Vecchio Mondo, da cui questi reperti sarebbero provenuti.
Ma andiamo alla conferenza di Michele Ruzzai. Di per sé, nelle tesi esposte dal
nostro amico, che del resto avete già potuto leggere nei suoi articoli apparsi su
“Ereticamente”, non c’è nulla di particolarmente originale o bizzarro. Ciò che
invece rappresenta la parte più originale e creativa della sua esposizione, è stato
il tipo e il peso degli argomenti addotti, che non si limitano di certo alla sola
autorevolezza della parola di pensatori come Evola e Guenon. La scoperta del
ricercatore russo Vladimir Pitulko, il cui team ha trovato in Siberia tracce di
presenza umana risalenti a 45.000 anni fa alla ragguardevole latitudine di 73
gradi nord, e di cui anch’io vi ho già parlato diffusamente, e che ci fa risalire a
un’epoca in cui quelle regioni dovevano avere un clima molto diverso da quello
attuale, è solo l’ultima di una serie di scoperte archeologiche,
paleoantropologiche e genetiche spesso comparse fuggevolmente su
pubblicazioni marginali o ammesse dai ricercatori a mezza bocca, ma che nel
loro insieme ci danno un quadro delle nostre origini completamente diverso da
quello “ufficiale” e stranamente conforme a quanto sostengono invece le dottrine
tradizionali; si tratta di una metodologia molto simile a quella che io stesso ho
impiegato in Scienza e democrazia. Inoltre, scartare le tradizioni riportate (tra
l’altro in maniera praticamente unanime) da tutti i popoli su queste tematiche, ha
detto Michele Ruzzai, è come indagare su un delitto o un incidente concentrandosi esclusivamente sugli indizi e scartando a
priori quello che i testimoni hanno da dire.
E’ bene, ovviamente, non farsi troppe illusioni: non è sufficiente una sala piena di ascoltatori interessati, e non sono
sufficienti neppure i 20.000 lettori raggiunti da “Ereticamente” per pensare di incidere seriamente sulla situazione di una
nazione e di un mondo dove le menzogne che fanno da supporto ideologico alla tirannide democratica hanno una diffusione
mediatica estremamente vasta e nello stesso tempo capillare, menzogne come l’Out of Africa in campo paleoantropologico,
ma altrove ce ne sono ben altre, basta ricordare che per molta gente il 27 gennaio ricorda ben altro che la precedente
conferenza dell’amico Ruzzai. Tuttavia, io credo sia importante, attraverso questa e altre attività, porre quanto meno
rimedio alla confusione ideologica che esiste nei nostri ambienti, poco per volta arrivare a fare di essi un’élite consapevole
della nostra grande eredità culturale e storica, e delle difficili prove che ci aspettano per l’avvenire.

Una Ahnenerbe casalinga, quarantaquattresima parte – Fabio Calabrese

Negli ultimi tempi c’è stato un susseguirsi di notizie che parrebbe debbano cambiare per sempre la concezione che abbiamo
delle nostre origini. Abbiamo cominciato con il segnalare la scoperta nella grotta francese di Bruniquel di un doppio cerchio
di stalagmiti risalente a 175.000 anni fa, che sembrerebbe non potesse essere opera altro che dell’uomo di neanderthal,
un’antichissima struttura architettonica che ci induce a rivalutare questi nostri antichi antenati sia per l’abilità manuale che
essa dimostra, sia perché non sembra poter aver avuto finalità pratiche, ma verosimilmente di culto, aprendoci uno squarcio
sul mondo interiore di questi antichi uomini, che ci appare inaspettatamente più ricco di quel che avremmo pensato.

127
A questa notizia ne hanno fatto seguito altre due: la scoperta nel DNA di neanderthaliani dell’Altai di tracce con l’incrocio
con sapiens che si trovavano nell’Asia centrale almeno 30-50.000 anni prima di quanto previsto dalla “teoria” dell’Out of
Africa (che non può essere salvata semplicemente retrodatandola, perché legata all’esplosione del vulcano indonesiano
Toba avvenuta tra 50 e 70.000 anni fa, che si suppone avrebbe distrutto tutti gli altri ceppi umani allora viventi per lasciare
spazio al “puro” filone africano), e come se non bastasse, la ricerca dell’Istituto di Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona
che avrebbe individuato nel DNA dei nativi delle isole Andamane e di altre popolazioni asiatiche le tracce di un per ora
misterioso “quarto antenato” diverso dall’uomo di Cro Magnon, da quello di Neanderthal e anche da quello di Denisova.
Non c’è nulla da fare, la nostra è una specie politipica nata dall’incontro di diversi antenati. Questo chiaramente smentisce
sia la favola di Adamo ed Eva sia quell’altra favola solo apparentemente più “scientifica”, chiamata falsamente teoria, che
conosciamo come Out of Africa? Bene, cercheremo di farcene una ragione.
Dopo questa pioggia di novità veramente grosse, adesso abbiamo una serie di tasselli che vengono ad aggiungersi al quadro
già delineato, che vede la nostra specie raccogliere l’eredità di diverse popolazioni pre-sapiens, e un’umanità più umana di
quel che avevamo probabilmente pensato, con manifestazioni artistiche e probabilmente religiose di sconcertante antichità.
Ultimamente uno di quegli amici senza il cui contributo tenere questa rubrica sarebbe praticamente impossibile, il buon Joe
Fallisi, mi ha segnalato due articoli di Maurizio Blondet non recentissimi, apparsi sul suo blog “Blondet & Friends” nel
2015; il primo lo conoscevo, il secondo no. Il primo dei due è dedicato a uno dei più sorprendenti manufatti che ci sono
pervenuti, il cosiddetto idolo di Shigir ritrovato in Siberia; antico di ben 20.000 anni, è sostanzialmente non dissimile dai
pali sciamanici, i totem che gli sciamani siberiani erigono ancora oggi. Lo sciamanesimo è dunque, conclude Blondet, la più
antica religione vivente, testimonianza di una continuità non solo antropologica, ma culturale con la più remota preistoria.
Forse ricorderete che in una precedente Ahnenerbe casalinga vi avevo dato appunto notizia di questo singolare ritrovamento
con tutte le implicazioni che esso comporta.
Tuttavia, quello che ora ci interessa maggiormente è forse il secondo articolo che mi sarei perso senza la provvidenziale
segnalazione di Fallisi. Quest’ultimo, pubblicato sempre su “Blondet & Friends” il 22 settembre 2015, ha un bel titolo
polemico: Addio homo sapiens, adesso trionfa l’insipiens, ed è una risposta ad alcuni lettori che avevano minimizzato e
ridicolizzato la scoperta. Persone ignoranti e prive di cultura, ci dice Blondet, ce ne sono sempre state, ma un tempo
ammettevano la loro ignoranza rispetto a chi aveva una cultura e padroneggiava certe tematiche, ma oggi, “pompati” da un
sistema mediatico che ammannisce frivolezze, costoro tendono a disprezzare e a mettere in ridicolo la conoscenza.
Quello che è di maggiore interesse, però è il fatto che Blondet, rivedendo la questione dell’idolo di Shigir, fa una sorta di
panoramica della Siberia preistorica, e ne esce un quadro davvero sorprendente:
“I ghiacci occupavano gran parte d’Europa e Nord-America, ma che (mistero) la Siberia e l’Alaska erano coperti di
vegetazione lussureggiante, beneficiate da un clima mite: lo provano le immense distese di leguminose selvatiche, felci,
campanule, ranuncoli , arbusti in paludi impenetrabili, che oggi formano i giacimenti di torba. Lo provano la quantità
enorme di animali di grossa taglia che questa vegetazione sosteneva: mandrie immani di bisonti e renne, cavallini selvatici,
cervidi d’ogni tipo, antilopi, pecore selvatiche, e lupi; ma coi lupi anche tigri e iene. Iene vicino al Polo Nord? Dove adesso
la terra è gelata dal permafrost sotto le erbe stente, dove esiste solo la tundra e le temperature calano a 40 sottozero?
Ebbene sì.
(…).
Qualcosa poi successe, attorno ai 9500 anni fa: l’80% della fauna siberiana morì di colpo, coi ranuncoli ancora in bocca o
nello stomaco non ancora digeriti, per quella che sembra essere una tempesta di gelo, inaudita sciagura istantanea su cui i
meteorologi si interrogano”.
Ora, si comprende bene che questo quadro della preistoria siberiana esposto da Blondet, in base al quale le regioni artiche
avevano decine di migliaia di anni fa un clima molto diverso da quello attuale, e ben più propizio all’insediamento umano,
128
coincide precisamente con quanto a questo proposito hanno sempre asserito le dottrine tradizionali che hanno visto, non
nell’Africa ma nelle regioni boreali il luogo d’origine, la culla ancestrale della nostra specie, e d’altra parte, come abbiamo
più volte rilevato, è facile rendersi conto che un clima rigido come quello che attualmente domina in queste regioni, non
avrebbe certo potuto fornire la quantità di vegetazione necessaria a tenere in vita i grandi branchi di enormi animali come i
mammut.
Per un altro verso, è anche interessante il fatto che Blondet butti lì la cosa come una postilla in un articolo di replica, come
qualcosa che dovrebbe essere ovvio, ma evidentemente non lo è, e qui torniamo al fatto che certe conoscenze godono di una
certa tolleranza finché girano in ambiti specialistici ma non devono arrivare al grosso pubblico, il fatto che la
democrazia, teoricamente basata sulla libertà di opinione, porta in effetti al “pensiero unico” in maniera più efficace di
qualsiasi sistema totalitario, semplicemente controllando quello che può filtrare o non filtrare attraverso i media. In questo
caso, l’idea di un artico abitabile dall’uomo in epoche remote, potrebbe mettere in crisi l’Out of Africa, con tutte le sue
ricadute di ideologia “antirazzista” che ne fanno ben altro, nel pensiero democratico, che una “semplice” teoria scientifica.

Peccato soltanto che si tratti di una smaccata falsità.


A volte sembra proprio che il dio delle coincidenze faccia gli straordinari: in sintonia temporale davvero sorprendente con la
programmazione delle due conferenze di Michele Ruzzai di cui vi ho raccontato le volte scorse, sono emerse in quella
grande piazza mediatica che è il web, e che il sistema nel quale viviamo sembra non riesca ancora a controllare, tre notizie
fondamentali che scuotono l’ortodossia ufficiale sulle nostre origini fin dalle fondamenta: il ritrovamento nella grotta di
Bruniquel che ci lascia intravvedere un uomo di neanderthal molto più creativo e umano di quel che finora avevamo
pensato, la prova genetica di incroci fra i neanderthaliani e i sapiens di Cro Magnon avvenuti in Eurasia 100.000 anni fa e
quindi la presenza del sapiens “moderno” nell’area eurasiatica molto prima di quanto previsto dall’Out of Africa, e
l’individuazione, sempre per via genetica, di un ancora innominato “quarto antenato” dell’umanità attuale, oltre ai tre finora
conosciuti: Cro Magnon, Neanderthal e Denisova, ma davvero non finisce qui.
Stranamente, proprio adesso, “The Archaeology News Network” in data 4 febbraio riferisce di una scoperta fatta in realtà
nel 1994, ma rimasta fino a ora oscurata da un quasi inesplicabile coverage (nemmeno si trattasse dei segreti della
fabbricazione di armi nucleari). Appunto nel 1994 in una grotta nella regione dell’Ardeche in Francia, lo speleologo Jean-
Marie Chauvet ha scoperto una serie di pitture parietali raffiguranti cervi, uri, bisonti, cavalli, mammut, rinoceronti, grandi
felini che un tempo popolavano la regione, fra le più perfette e dettagliate finora conosciute, ma la grossa sorpresa è arrivata
dall’esame al radiocarbonio dei pigmenti vegetali con cui queste immagini sono state tracciate: esse risalgono a 30.000 anni
fa, e sarebbero non solo le più perfette, ma anche le più antiche pitture parietali preistoriche finora conosciute. La grotta
sarebbe rimasta letteralmente sigillata in seguito a una frana avvenuta 12.500 anni fa, che l’avrebbe isolata dall’esterno,
permettendo la conservazione del microclima e quindi delle pitture in condizioni ideali.
Devo dire la verità: l’amico che ha segnalato la notizia vi ha accluso un commento che mi ha fatto sorridere: “Alla faccia
dell’evoluzione darwiniana!”. Molte persone non si rendono conto di quale sia la reale scala dei tempi prevista dalla teoria
darwiniana, le trasformazioni delle specie non avvengono nell’arco delle decine di migliaia, ma dei milioni di anni, scoprire
che uomini di 30.000 anni fa erano in grado di produrre opere d’arte di sorprendente bellezza, erano in definitiva umani
quanto lo siamo noi, non la intacca minimamente, ma sappiamo che al riguardo esiste un diffuso equivoco sul quale mi sono
soffermato più volte, distinguendo l’interpretazione progressista-buonista-di sinistra dall’originale e reale pensiero del
grande naturalista, ma ora non vorrei ripetere punto per punto la disamina della questione che ho fatto nella
quarantatreesima parte, e alla quale rimando.
Quel che invece mi pare entri sempre più in crisi è il concetto di progresso, l’idea della storia come sviluppo ascendente
verso livelli sempre più alti. L’essere umano così come lo conosciamo sembrerebbe esistere da qualcosa come 200.000 anni.
Ora una cosa che proprio non si può contestare, è che 200.000 : 5.000 = 40. In altre parole, esistiamo da un tempo che è
quaranta volte più ampio di quello che costituisce tutta la storia documentata. Che in questo lasso di tempo enorme, possano
essere esistiti interi cicli di civiltà ed essere poi svaniti nel nulla lasciando dietro di sé ben poche tracce enigmatiche, è
un’idea tutt’altro che irragionevole, ed è anche chiaro perché la visione (o l’accecamento) progressista tende a escludere
129
questo concetto, perché se accettato, implicherebbe che anche la civiltà moderna potrebbe condividere la stessa sorte, e se il
mondo moderno dovesse crollare domani, fra – poniamo – diecimila anni, avrebbe lasciato ben poche tracce della sua
esistenza a beneficio degli archeologi di tempi futuri.
Possiamo spostarci indietro nel tempo quanto vogliamo, scopriamo esseri umani più simili a noi di quel che finora avevamo
pensato. A parte le pitture parietali dell’Ardeche, pensiamo al doppio circolo di stalagmiti di Bruniquel, che difficilmente
possiamo immaginare opera di creature semi-scimmiesche come spesso sono ancora raffigurati gli uomini di Neanderthal.
Nelle illustrazioni che corredano la trentanovesima parte vi avevo riportato la ricostruzione di un ragazzo, e nella
quarantunesima quella di un bambino neanderthaliani, nel cui aspetto di scimmiesco non c’è alcunché, e che poco
differirebbero dalle immagini che si possono vedere in qualche foto di famiglia. Si potrebbe però obiettare che si tratta di
ricostruzioni di soggetti infantili, che sono sempre più “carini” degli adulti, allora stavolta vi allego la ricostruzione della
fisionomia di un neanderthaliano adulto, tratta da un articolo de “La Stampa” nella versione on line di data 30.1.2014.

Che ne dite? Non potrebbe essere il vostro vicino di casa?


La prima delle altre due immagini che correda questo articolo è quella dell’idolo di Shigir di cui ha parlato Maurizio
Blondet. Di per sé forse non ci potrebbe dire molto, finché non teniamo conto che questo manufatto ligneo ha qualcosa
come 20.000 anni, che la sua fattura è separata da noi da un arco di tempo quattro volte maggiore di quello che ci separa
dall’edificazione delle piramidi e dall’inizio della storia documentata. Non ve n’è più che a sufficienza per mettere in crisi il
nostro presuntuoso concetto di progresso?
La terza immagine è la locandina della conferenza che ho tenuto sabato 11 marzo qui a Trieste alla Casa del Combattente,
“Alle origini dell’Europa”, introdotta da una presentazione del nostro eccellente amico Michele Ruzzai.
Questa conferenza si è posta su di una linea di continuità con le due già tenute da
Michele il 27 gennaio e il 24 febbraio nella sede del circolo “Identità e tradizione”
aventi per tema rispettivamente le origini degli Indoeuropei e “Patria artica o madre
Africa?”, ossia la confutazione della “teoria” delle origini africane della specie
umana che rappresenta la “vulgata” ufficiale che la democrazia vorrebbe imporre
come “verità scientifica”. C’è da aggiungere che la disponibilità della più ampia e
ricettiva sala della Casa del Combattente è stata possibile grazie alla collaborazione
con le Associazioni d’Arma instauratasi grazie a Gianfranco Drioli, di cui dobbiamo
sempre ricordare l’ottimo testo Iperborea, la ricerca senza fine della patria perduta.
Quanto al contenuto della conferenza stessa, io non vorrei ripetermi, perché in
sostanza lo conoscete ad abundantiam, essendo esso una sintesi di quanto vi ho già
esposto nei ventitré articoli della serie “Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?”, cioè la
confutazione della leggenda della derivazione della civiltà europea dall’oriente
(prossimo, medio od estremo), in favore della rivalutazione delle sue origini
autoctone.
C’è forse tuttavia un punto che merita un ulteriore approfondimento.
Un’osservazione sulla quale mi sono ripromesso di tornare, è l’idea oggi comunemente diffusa e frequentemente rimpallata
dai media, secondo la quale la civiltà deriva sempre dalla commistione di popoli e culture, dal fatto che qualcuno prenda
qualcosa da qualcun altro. A parte il fatto evidente che questa mentalità è stata diffusa per favorire l’accettazione o la
rassegnazione a vedere oggi il nostro continente invaso dalla feccia del Terzo Mondo, magari a pensare che questa
catastrofe sia qualcosa di positivo, questa per un altro verso è la mentalità tipica di certa gente che vive in mezzo a noi da un
paio di millenni ma non ha mai perso il legame con la sua origine mediorientale, che rappresenta all’incirca lo 0,2 per cento
della popolazione umana ma è autrice del cento per cento delle idee della democrazia e della modernità: quello che hai è
sempre qualcosa che hai preso a qualcun altro, non è mai il frutto del tuo lavoro, della tua intelligenza, della tua creatività,
anche perché costoro per il lavoro non sono molto portati, e creatività non ne possiedono, tranne che nell’inventare modi per
impadronirsi di ciò che non è loro, ma si comprende l’assurdità implicita nell’idea di un regresso all’infinito per qualsiasi
invenzione umana.

130
Per quanto riguarda la nostra Europa, molti ricercatori con insistenza degna di miglior causa, hanno costantemente cercato
di far risalire a un’origine allogena qualsiasi innovazione, qualsiasi elemento della cultura – intellettuale e materiale –
europea. Anche se fosse, non c’è forse creatività nel migliorare, nel trasformare in qualcosa di funzionante le intuizioni che
altri hanno avuto ma non saputo sviluppare?
Prendiamo ad esempio l’invenzione della bussola: sarà anche vero che i Cinesi sono stati i primi a scoprire le proprietà dei
minerali magnetici, ma le loro “bussole” erano di un’efficienza così scarsa da renderle praticamente inutilizzabili, un ago di
magnetite su un tappo di sughero che galleggiava su una bacinella di acqua. L’idea di incernierare l’ago magnetico su di un
perno venne ai marinai di Amalfi, è un’invenzione italiana.
Un discorso analogo si può fare per l’invenzione dell’alfabeto: i Fenici, avvalendosi del fatto che nelle lingue semitiche le
vocali non hanno importanza, ridussero la scrittura demotica egizia (che era sillabica) a una ventina di segni, ma la VERA
invenzione dell’alfabeto, con la divisione della sillaba in consonante e vocale e l’introduzione degli spazi fra le parole,
sostanzialmente il sistema semplice e pratico che usiamo ancora oggi, fu opera dei Greci. Qualcuno ha detto che la fissione
della sillaba in consonante e vocale, è stata di importanza paragonabile alla fissione dell’atomo.
Ma siamo sicuri che non esista alcuna invenzione tipicamente europea i cui prodromi non possano essere rintracciati fuori
dal nostro continente? Pensiamo alle cattedrali gotiche che cominciarono a diffondersi in tutta Europa a partire dai secoli XI
e XII. Questi edifici sono il prodotto di una tecnica costruttiva del tutto nuova, grazie alla quale il peso non si scarica sulle
murature, ma sulle costolature formate dagli archi rampanti, le potremmo paragonare a enormi tende di pietra che sono
sorrette non dal telo ma dall’intelaiatura. E’ questa tecnica che ha permesso di erigere per la prima volta edifici che
raggiungono le loro straordinarie altezze senza avere una base enorme (come avviene per le piramidi). Anche in questo caso
“benintenzionati” studiosi e orientalisti, hanno cercato di attribuire a questa tecnica costruttiva un’origine non europea.
Invano! Non c’è né in Medio Oriente né altrove fuori dall’Europa alcun edificio strutturalmente simile a una cattedrale
gotica.
Un’altra invenzione di cui, nonostante tutti i “benintenzionati” sforzi non sono stati trovati precedenti fuori dall’Europa
medioevale, è il timone posteriore delle imbarcazioni, che ha reso di gran lunga più sicura la navigazione. Un’invenzione da
poco? Mettete insieme il timone posteriore con la nave a sponde rialzate in grado di affrontare i marosi oceanici, invenzione
frisone anch’essa di epoca medioevale, aggiungeteci la bussola e le armi da fuoco, anch’esse invenzione europea (la polvere
pirica fu scoperta dai cinesi, ma costoro oltre i petardi non andarono), e cosa ottenete? Il controllo degli oceani e del globo
terracqueo, quale l’Europa ha avuto dal XVI al XIX secolo.
Noi sappiamo che tra la fine del XIX secolo e la metà del XX secolo l’Europa ha perduto la posizione di predominio
mondiale a causa delle due guerre mondiali, e oggi si vede minacciata dall’invasione extracomunitaria nella sua stessa
sostanza etnica, ma tanto più dobbiamo essere consapevoli di avere una grande eredità, non solo culturale, da difendere.

Una Ahnenerbe casalinga - quarantacinquesima parte

131
Abbiamo alle spalle un periodo
particolarmente intenso per quanto riguarda lo studio delle origini,
un periodo nel quale sembra davvero che il mistero e l’incertezza
creati dal trascorrere del tempo sull’origine dei nostri più lontani
antenati, siano sul punto di squarciarsi lasciandoci intravedere un
paesaggio nuovo e imprevisto.
Abbiamo cominciato questa fase sorprendente con la scoperta da
parte di speleologi francesi del doppio circolo di stalagmiti nella
grotta di Bruniquel, quella che possiamo considerare la prima
struttura architettonica del mondo, risalente a 175.000 anni fa, opera
dell’uomo di neanderthal, che ci induce non solo a rivalutare
l’abilità costruttiva di questo nostro lontano antenato, ma,
considerando il fatto che è stata realizzata in un ambiente
sotterraneo, lavorando a grande profondità alla luce delle torce e non
sembra aver avuto una qualche utilità pratica immediata, ma si
trattava verosimilmente di un luogo di culto, il più antico tempio
conosciuto potremmo dire, ci apre uno spiraglio sul mondo
spirituale e interiore di questi uomini di tempi lontani
verosimilmente molto più simili a noi di quel che avevamo finora creduto.
Era forse prevedibile. Le notizie più interessanti e maggiormente capaci di sconvolgere il quadro che finora presumevamo
di conoscere, o ci era stato imposto, delle nostre origini, sono venute e stanno venendo dalla genetica dallo studio del DNA:
la scoperta, dallo studio del DNA di resti di neanderthaliani provenienti dalla regione siberiana dell’Altai, di tracce
dell’incrocio con sapiens di tipo Cro Magnon risalente a 100.000 anni fa, e dunque il fatto che questi ultimi erano presenti
nell’Eurasia settentrionale ben prima di quanto prevedesse la “teoria” dell’Out of Africa, e infine – ciliegina sulla torta,
potremmo dire – sempre riscontrate a livello genetico, in alcune popolazioni asiatiche, le tracce di un per ora misterioso
“quarto antenato” dell’umanità attuale diverso dai tre finora conosciuti: Cro Magnon, Neanderhal, Denisova.
Considerando il principio della deriva genetica, cioè che man mano che popolazioni satelliti si staccano da una popolazione
ancestrale, vi è una perdita di variabilità genetica, questi indizi puntano in una direzione precisa, indicano la culla ancestrale
dell’umanità non in Africa ma nelle regioni settentrionali dell’Eurasia, regioni che in passato dovevano godere di un clima
molto più favorevole all’insediamento umano di quello attuale.
Veramente, se a parlare fossero semplicemente i dati di fatto e non il pregiudizio ideologico, l’Out of Africa andrebbe
completamente ripudiata, ma sappiamo che questa versione della nostra storia come specie non è nata da dati scientifici ma,
“per battere il razzismo”, cioè nell’ipocrita linguaggio orwelliano della democrazia, la constatazione che le razze umane
esistono, nella prospettiva dell’imposizione dell’universale meticciato.
Quanto più approfondiamo la conoscenza del genoma delle popolazioni antiche, tante più cose sorprendenti e inaspettate
scopriamo, ad esempio, secondo un articolo recentemente apparso su “Le scienze” (pubblicazione di estrema, estremissima
destra, come tutti sanno), l’apporto dei nostri antenati neanderthaliani e denisoviani non avrebbe soltanto irrobustito il
nostro sistema immunitario, ma in particolare un gene che abbiamo ereditato dall’uomo di neanderthal avrebbe la funzione
di prevenire disturbi psichiatrici come la schizofrenia. Sarà mica per questo che tra i neri subsahariani che non hanno potuto
beneficiare di un tale apporto, i casi tipo Kabobo sono alquanto più frequenti che fra caucasici e mongolici, eredi di
Neanderthal e di Denisova?
Veramente c’è da pensare che qualunque dio presieda alle vicende umane, debba avere uno spiccato senso dell’umorismo:
“l’antirazzismo” africano-centrico si traduce in una esaltazione della “pura linea africana” in confronto a noi ibridi di
Neanderthal e di Denisova (per non dire del “quarto antenato” ancora da identificare), cioè in un razzismo biologico che
avrebbe fatto arrossire un positivista del XIX secolo.
Oltre e ciò va aggiunto che in questo periodo a cavallo tra gennaio e marzo 2017, noi qui a Trieste, questa città
indubbiamente piccola e marginale nel contesto italiano, eppure per certi versi sorprendentemente viva dal punto di vista
intellettuale, abbiamo avuto un bel po’ di attività, la conferenza, seguitissima, dell’amico Michele Ruzzai del 27 gennaio su
“Le radici antiche degli indoeuropei” a cui è seguita il 24 febbraio “Patria artica o madre Africa?”, una decisa confutazione
della “teoria” africano-centrica delle nostre origini. Infine, a chiudere il cerchio, o meglio il triangolo, la mia conferenza
dell’11 marzo “Alle origini dell’Europa”.
Non ci eravamo proprio messi d’accordo, ma proprio a mezzo fra le due conferenze di Michele Ruzzai, sabato 18 febbraio
c’è stata al New Age Center la conferenza di Antonio Scarfone, cosmologo e docente della California University (uno dei
non pochi cervelli che questa nostra Italia ha costretto a emigrare all’estero per trovare una collocazione professionale
adeguata) su “Epicentro Mu”, conferenza di presentazione del suo omonimo libro, che ha affrontato un tema, quello dei
continenti perduti e delle remote civiltà scomparse prima dell’inizio della storia ufficiale, tema che si salda molto bene alle
132
nostre problematiche, perché confuta lo schema semplicistico delle
origini sostenuto dall’ortodossia ufficiale, e anche perché dimostra
tutta l’illusorietà della mitologia progressista che vorrebbe vedere
nella storia uno sviluppo in costante ascesa.
Cosa strana, ma sembra davvero che in questo periodo il dio delle
coincidenze abbia fatto gli straordinari, quasi in contemporanea, la
rivista “Atlanthean Gardens”, quella stessa che ha reso note nel
mondo occidentale le ricerche dei genetisti russi A. Klysov e I.
Rozanskij che smentiscono l’Out of Africa, ha reso nota una ricerca
statunitense che avrebbe individuato un tipo di aplogruppo
mitocondriale comune solo al alcune popolazioni americane native
delle costa orientale degli USA di oggi e ai Baschi, cosa che si
spiegherebbe solo con l’esistenza di una terra oggi scomparsa che
abbia fatto da ponte fra le coste orientali dell’America e quelle
occidentali dell’Europa, cui è difficile dare qualche altro nome se
non quello di Atlantide.
Dopo un periodo così intenso, è ora forse il momento di soffermarsi ad approfondire qualche punto.
Come ricorderete, nella quarantaduesima parte avevo ripreso in mano la tematica dello sfondo più generale in cui si situa il
divenire delle forme viventi e quindi anche della nostra specie. Credo di avervi spiegato più volte il concetto che la
concezione evoluzionista-progressista così come è comunemente diffusa, in realtà è un fraintendimento o una falsificazione
dell’autentica teoria di Darwin, che tende a sottolineare il presunto aspetto ascendente delle trasformazioni che avvengono
nel mondo vivente, a vedere ogni cambiamento come bene (cosa che il grande naturalista inglese si è sempre ben guardato
dal pensare), e in compenso preferisce ignorare certi aspetti “sgradevoli” della teoria darwiniana: la selezione naturale, la
lotta per l’esistenza, la sopravvivenza del più adatto, concetti che falciano l’erba sotto i piedi al buonismo-progressismo-
democraticismo di matrice cristiana, e la tendenza insita nei viventi a trasmettere alle generazioni future il proprio genoma,
non quello di chicchessia (da questo punto di vista, i genitori adottivi che allevano dedicandogli tempo ed energie un figlio
non proprio, specialmente se con un genoma lontano dal loro, come nel caso delle adozioni internazionali fatte nel Terzo
Mondo, sono un fallimento dal punto di vista biologico tanto quanto una coppia di uccellini il cui nido è stato parassitato da
un cuculo).
D’altro canto, Julius Evola spiegava che la comparsa man mano che si procede nel tempo, di tipi viventi più complessi, può
essere spiegata con il decadere nella materialità di entità di livello man mano superiori, e quindi quella che leggeremmo
come evoluzione sarebbe in realtà decadenza. Un punto di vista evidentemente troppo difficile per molti suoi discepoli che
si sono ridotti a cascare nel creazionismo puro e semplice aprendosi la strada (non soltanto per questo motivo, ovviamente)
per un ritorno alla mentalità cristiana-abramitica, ma si può dire che in realtà non hanno mai capito Evola così come i
progressisti (a cominciare da Marx, che di scienze non capiva nulla) non hanno mai capito Darwin.
Concludevo (e scusatemi l’auto-citazione):
“Se noi invece siamo capaci di coniugare la concezione evoliana genuina con la visione “non-buonista” del darwinismo
(che in campo filosofico è rappresentata a mio parere soprattutto da Nietzsche), disporremo di un’arma formidabile capace
di spazzare via tutte le chimere cristiane-democratiche-marxiste-progressiste”.
A margine della conferenza del 24 febbraio, ho avuto modo di riprendere l’argomento con Michele Ruzzai. A parere di
Michele, il punto di vista da me espresso sarebbe accettabile però con un’importante precisazione. L’adattamento
all’ambiente degli esseri viventi indubbiamente esiste, ma non ha un significato evolutivo. Man mano che un essere si adatta
a una nicchia ecologica, cioè “si specializza”, così facendo si chiude altre possibilità in grado progressivamente maggiore.
Per fare un esempio, la zampa di un cavallo, l’ala di un pipistrello, la pinna di un delfino, derivano tutte da un arto primitivo
simile alla mano umana. Noi non potremo mai correre come un cavallo, volare come un pipistrello, nuotare come un
delfino: i nostri arti non sono così specializzati, ma i nostri arti ci permettono una versatilità di funzioni che queste creature
hanno perso.
L’uomo non è l’essere più evoluto, ma potremmo dire il più primitivo, quello che ha meno deviato da un modello
ancestrale.
Lo stesso concetto di ancestralità in opposizione ad adattamento-deviazione da un modello originario, lo si può applicare su
scala minore all’interno della nostra specie. Partendo da questo presupposto e sapendo che la culla ancestrale della nostra
specie va cercata non in Africa ma nell’Eurasia settentrionale, nelle regioni circum-polari (in un’epoca in cui esse avevano
un clima molto diverso da quello attuale), è ragionevole la supposizione che proprio l’uomo cucasico-europide sia quello
maggiormente rimasto fedele al modello originario della nostra specie.
Come avete visto, io in queste pagine ho fatto spesso riferimento al gruppo facebook “MANvantara” creato da Michele
Ruzzai per dare spazio a queste tematiche, ma perlopiù ho evitato ed evito di riportare singoli articoli qui comparsi, sia per

133
evitare doppioni, sia perché penso sia preferibile rimandarvi direttamente agli scritti che qui compaiono. Stavolta facciamo
un’eccezione.
Recensendo il libro Le razze umane, origine e diffusione di Georg Glowatzki (Editrice La Scuola, 1977), Michele ha scritto:
“In merito alle popolazioni di piccola statura stanziate nelle zone tropicali asiatiche, a pag. 54 Glowatzki ricorda i Veddidi
(presenti soprattutto in India), che da alcuni antropologi vengono considerati europidi, mentre altri li definiscono
“protoaustraloidi”, è tuttavia notevole il fatto, segnalato dall’autore, che scheletri veddidi sarebbero stati rinvenuti anche
in Mesopotamia. Si può quindi ipotizzare una loro antica diffusione ben maggiore rispetto a quella odierna”.
Una piccola osservazione a margine: si tratta di un testo che risale a quarant’anni fa, oggi semplicemente non sarebbe
consentito parlare di razze, e caso mai ci aspetteremmo di veder pubblicato un libro del genere da qualche editore “di Area”,
non certo da una casa editrice generalista rivolta al grande pubblico come “La Scuola”. La cosiddetta democrazia nella
quale viviamo coincide sempre con il restringimento della circolazione delle idee e delle informazioni, e in ultimo della
capacità di pensare.
Io mi sentirei di avanzare l’ipotesi che i Veddidi rappresentino un tipo di transizione che va dall’europide all’australoide,
così come ad esempio gli Ainu del Giappone potrebbero rappresentare un altro tipo di transizione che va dall’europide al
mongolico. Si può anche ricordare che gli antenati degli Amerindi che migrarono dall’Asia nelle Americhe circa 20.000
anni fa, presentavano un grado di mongolizzazione imperfetto; tra i loro discendenti, ad esempio la plica mongolica, il
famoso occhio a mandorla, è quasi del tutto assente. Tutti questi elementi rafforzano l’idea dell’ancestralità del tipo
europide rispetto agli altri gruppi umani.
Che strano! Non è davvero sorprendente che quanto più si approfondisce la nostra conoscenza in proposito, tanto meno
l’immagine del nostro passato e di noi stessi che ne ricaviamo, somiglia sempre meno a quel che l’ortodossia oggi
dominante e che si pretende “scientifica” vorrebbe imporci di credere, e invece somiglia sempre di più a ciò che hanno da
dirci al riguardo le dottrine tradizionali?
NOTA: Nelle illustrazioni che corredano questo articolo vediamo la copertina del libro di Antonio Scarfone Epicentro Mu,
di cui la conferenza di sabato 18 febbraio al New Age Center è stata la presentazione, poi alcuni moai, le gigantesche statue
busti dell’Isola di Pasqua. Scarfone riferisce che secondo le leggende dei nativi di origine polinesiana che oggi abitano
l’isola, quando i loro antenati giunsero sull’isola, i moai “erano già lì”. Secondo Scarfone i moai sarebbero un residuo
dell’antico continente Mu di cui l’isola un tempo avrebbe fatto parte.
Anche in questo caso una domanda va ovviamente posta: per quale motivo l’archeologia e la “scienza” ufficiali tendono a
scartare come fonti di informazione utili a ricostruire il passato le tradizioni dei popoli i cui antenati furono protagonisti o
assistettero agli eventi che si vogliono indagare? Non è la stessa cosa, faceva notare Michele Ruzzai, che indagare su di un
incidente o su di un delitto scartando in blocco tutte le testimonianze?
La risposta è semplice: l’idea stessa di una civiltà antica di 40.000 anni come sarebbe stata quella dell’ipotetico continente
Mu, sarebbe già da sola sufficiente a scardinare “il mito” progressista che vogliono imporci a tutti i costi della storia umana
come processo lineare e ascendente.
L’altra illustrazione riporta invece alcune fisionomia veddidi. Riprendo questa immagine da “MANvantara”, ma la sua fonte
originale è il libro di Georg Glowatzki Le razze umane, origine e diffusione.

Una Ahnenerbe casalinga _ quarantaseiesima parte

Il nostro amico Michele Ruzzai ormai lo conosciamo bene, e sappiamo che su certe tematiche, come appunto quelle relative
alle origini, alla preistoria, a quella che sarebbe forse bene chiamare la storia non documentata, ha una competenza davvero
invidiabile di cui ha dato un eccellente esempio sabato 11 marzo nell’introduzione che ha fatto alla mia conferenza sulle
origini dell’Europa tenutasi a Trieste alla Casa del Combattente, un’introduzione talmente bella e puntuale da mettermi
nella situazione di chiedermi con imbarazzo se la mia conferenza sarebbe stata all’altezza della presentazione. Forse l’unica
cosa che si può rimproverare al nostro eccellente amico, è la relativa rarità con cui i suoi scritti compaiono su
“Ereticamente”.
Bene, nella presentazione della mia conferenza (di cui abbiamo il testo che Michele si era diligentemente preparato, mentre
io, presentando le sue del 27 gennaio e del 24 febbraio, ho parlato a braccio), il nostro amico ha toccato un punto di estrema
importanza che ora conviene rimarcare:
“Come in nessun altro continente, apparteniamo tutti ad unico ceppo razziale, quello europide, mentre invece altre aree del
pianeta presentano fenotipi molto più eterogenei. Ad esempio, l’America ha una base caucasoide arcaica sulla quale si
sono inseriti ceppi mongolidi più recenti, e forse anche alcune influenze più specificatamente cromagnoidi nel settentrione
del continente. L’Asia è terra mongolide ad est, caucasoide ad ovest e a sud, presenta forme intermedie al centro e a nord
(popolazioni turaniche e siberiane) ed alcuni isolati pigmoidi nel sud-est (negritos). L’Oceania è australoide, ma anche
negroide (melanesiani) ed ha nei polinesiani un gruppo dalla classificazione controversa (mongolidi dai caratteri attenuati
per alcuni, caucasoidi per altri). L’Africa è caucasoide a nord, etiopoide ad est, capoide all’estremo sud (boscimani ed
134
ottentotti) e negride in tutte le altre zone, con un’importante presenza pigmoide al centro. In termini bio-antropologici
l’Europa si presenta quindi come una terra molto più omogenea di tutte le altre, anche se ciò comunque non implica una
totale uniformità umana vista la presenza di una piacevole varietà di tipi lievemente diversificati (nordici, dalici,
mediterranei, alpini, adriatici, baltici…) tra i quali è tuttavia palpabile una stretta vicinanza di base.
(…).
Se al mondo vi è una terra con una sua ben precisa individualità ed una stirpe, a livello continentale, con una sua ben
definita identità la risposta è chiara: siamo noi Europei”.
Questo è ciò che ci ha sempre caratterizzati per tutto l’arco della nostra storia, e questa compattezza etnico-antropologica è
certamente stata la molla mica tanto segreta dell’originalità e della creatività europea che ha posto il nostro continente alla
testa della civiltà umana, almeno fino a ora, mentre oggi stiamo assistendo al lento assassinio del nostro continente
attraverso l’immigrazione, il meticciato e la sostituzione etnica, destino che non è scritto nelle stelle, ma che il potere
mondialista dietro le quinte, i nemici dell’Europa, le forze disgraziatamente vincitrici del secondo conflitto mondiale anche
se gli esiti ultimi si vedono solo adesso, hanno deciso per noi.
Bene, può essere interessante sapere che tra gli zelanti servitori del potere mondialista che ha deciso la nostra morte, c’è
qualcuno che ha deciso diportarsi avanti con il lavoro. Uno degli amici senza le cui segnalazioni questa rubrica non
esisterebbe o sarebbe molto più difficile da tenere, e che considero “collaboratori indiretti” della nostra “Ereticamente”, ma
dato che non so se abbia piacere di essere nominato qui, citerò solo con le iniziali, A. F., mi ha recentemente segnalato il
fatto che se si va su google immagini e si digita (per ora in inglese, ma è probabile che la versione italiana non tardi ad
arrivare) “European History People”, ci si trova davanti una sorprendente (e repellente) carrellata di fisionomie negroidi, è
la “gente d’Europa” come la vuole il potere mondialista, come hanno intenzione di farla diventare. Certo, noi possiamo
semplicemente pensare che qualcuno dei rinnegati e traditori al servizio del nemico abbia semplicemente precorso i tempi
scambiando il suo infame desiderio per la realtà, ma voi pensate semplicemente a un ragazzo che faccia ricerche in internet
per motivi di studio (e i giovani oggi non sanno nulla a parte le falsità che gli ammannisce il sistema scolastico), sarà
portato a credere che il meticciato e la società multietnica siano qualcosa di normale, sempre esistito, non si renderà conto
che, se è un europeo di stirpe nativa, nella società multietnica simil-americana che si va costruendo, lui è il pellerossa.
Vi ho parlato più volte dell’interessante gruppo facebook che il nostro Michele ha creato per esplorare la questione delle
origini, “MANvantara”, tuttavia avrete anche visto che qui non ho riportato se non pochissime volte stralci dei testi che vi
compaiono, e in genere sotto forma di citazioni molto brevi, e il motivo è semplice, non mi sembra utile creare doppioni, ed
è meglio che andiate a consultare direttamente le molte cose pubblicate in questo gruppo sia da Michele sia da altri
collaboratori (trovate anche articoli miei, vi prego di avere pazienza). Stavolta però facciamo un’eccezione. In data 16
marzo, Michele ha pubblicato nel gruppo un breve articoletto-recensione sull’ultimo numero de “Le Scienze” (pensate che
fonte estremista di destra, “Le scienze”!) dove in un articolo si parla del fossile cinese noto come l’uomo di Liuijang.
Questo fossile dalle caratteristiche chiaramente sapiens sembrerebbe, in base allo studio dei sedimenti in cui era incluso,
avere un’età fra i 111.000 e 139.000 anni. Bene, se ricordate in un precedente articolo di questa serie vi ho parlato di un
altrosapiens cinese estremamente antico, l’uomo di Dali, che sembrerebbe collocabile attorno ai 124.000 anni or sono,
quindi nello stesso orizzonte temporale del fossile di Liuijang.
Perché sono importanti questi ritrovamenti? Non solo perché attribuiscono all’Asia orientale un ruolo di importanza finora
sottovalutata nell’origine della nostra specie, ma perché costituiscono la smentita definitiva dell’Out of Africa.
Secondo questa sedicente teoria imposta dalla democrazia per motivi “antirazzisti” come “ortodossia scientifica”, infatti, noi
tutti saremmo i discendenti di un gruppo di sapiens africani migrati dal Continente Nero dopo che l’inverno nucleare
provocato dalla gigantesca esplosione del vulcano indonesiano Toba avvenuta fra 50 e 70.000 anni fa, avrebbe cancellato le
numerose popolazioni pre-sapiens o sapiens arcaiche fin allora esistenti. E’ chiaro che i ritrovamenti di reperti sapiens più
antichi di 70.000 anni (e in questo caso posti a una distanza temporale quasi doppia) tagliano le gambe a questa presunta
teoria, che se non fosse sostenuta dalla censura e dal potere mediatico, dalla disinformazione costante e sistematica, sarebbe
scomparsa da un pezzo nel limbo delle idee sballate o dimostratesi palesemente false.
Un fatto ormai accertato, è che noi caucasoidi, a differenza degli africani “puri” che non ne presentano traccia, abbiamo nel
nostro patrimonio genetico una frazione non trascurabile di geni che derivano dall’uomo di neanderthal. Come ho ribadito
più volte, questo nostro antenato era lontano dall’essere il bruto scimmiesco come spesso lo si continua a raffigurare pur
sapendo che ciò non corrisponde affatto alla realtà.
Ora sembra proprio che noi abbiamo gravemente sottovalutato questi nostri remoti antenati. L’8 marzo il sito “labroots” ha
pubblicato un articolo riportato da “Genomics & Genetics” che ha a sua volta ripreso dalla prestigiosa rivista scientifica
americana “Nature”, a firma della ricercatrice Carmen Leicht, dove si parla di una ricerca condotta da paleoantropologi
australiani dell’Australian Centre for Ancient DNA (ACAD) dell’università di Adelaide in collaborazione con l’università
inglese di Liverpool sui resti di due gruppi di neanderthaliani provenienti da Spy in Belgio e da El Sidron in Spagna. I
ricercatori hanno esaminato la placca dentale dei fossili, che conserva anche per decine di migliaia di anni le tracce del
DNA degli organismi animali e vegetali che questi uomini di tempi remoti ingerirono come cibo.

135
La ricerca ha evidenziato una dieta ricca e diversificata sia per gli alimenti di origine animale, sia per i vegetali in entrambi i
gruppi, ma quel che è emerso a sorpresa, ed è probabilmente l’elemento di maggior interesse, è l’uso delle piante officinali
che testimonia una buona conoscenza della farmacopea.
“A quanto pare gli uomini di Neanderthal hanno posseduto una buona conoscenza delle piante medicinali e delle loro
proprietà antidolorifiche e anti-infiammatorie”, riporta l’autrice.
In particolare, fa riferimento a un uomo i cui resti sono stati ritrovati a El Sidron, che soffriva di un ascesso dentario e di un
parassita intestinale che gli doveva procurare attacchi di diarrea acuta. La sua placca conserva le tracce del consumo di
corteccia di salice (che contiene l’acido salicidico, il principio attivo dell’aspirina), e muffa del genere penicillum, da cui in
tempi moderni si è ricavata la penicillina. Gli antidolorifici e gli antibiotici che noi consideriamo le armi di punta della
farmacopea moderna, dunque erano già conosciuti nella remota preistoria dai nostri antenati neanderthaliani!
Aggiungiamo, tanto che siamo in argomento una notizia che viene da ANSA.it del 6 marzo (Naturalmente l’ANSA, così
come “Nature” o anche “Le scienze” o “La Repubblica” – “L’Espresso” dai cui articoli scientifici più volte abbiamo tratto
elementi a sostegno delle nostre tesi, sono tutti siti di estrema, estremissima destra). Sapete di dove erano i neanderthal più
antichi conosciuti in Europa? Romani! Un riesame di resti fossili umani e animali degli insediamenti neanderthaliani della
valle dell’Aniene, ha permesso di stabilire una data di almeno 250.000 anni (con un margine di incertezza fra 295.000 e
245.000 anni) che ne fa in assoluto i più antichi reperti neanderthaliani conosciuti. Lo studio è stato compiuto dai ricercatori
dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con i paleontologi delle università La
Sapienza, Tor Vergata e Roma 3. Occorre ricordare, riporta l’articolo, che già negli anni ’30 nel non distante sito di
Saccopastore furono rinvenuti due crani neanderthaliani che presentavano caratteristiche di notevole antichità.
Caso singolare, proprio in questo periodo, il 6 marzo, su “MANvantara”, Raffaele Giordano ha riproposto un articolo di
Mario Quagliati già apparso nel 2000 sul sito del Centro Studi La Runa sull’Uomo del Pliocene di Savona. Si tratta di
questo: Nel 1852 a Savona nel corso di lavori di sbancamento fu ritrovato uno scheletro umano pressoché completo sepolto
a circa 3 metri di profondità in un orizzonte stratigrafico risalente al Pliocene (da 5 a 3 milioni di anni fa, all’incirca); le
condizioni del sedimento in cui lo scheletro era incluso, portavano ad escludere che si trattasse di una sepoltura recente
intrusiva in strati molto più antichi. Data l’epoca, il ritrovamento fu accolto dalla comunità scientifica di allora con totale
scetticismo e disinteresse (questo ritrovamento avvenne, è il caso di ricordarlo, sette anni prima della pubblicazione
de L’origine delle speciedi Charles Darwin), e queste importantissime ossa andarono quasi completamente disperse.
Tuttavia, ed è questa la cosa davvero scandalosa, nemmeno in tempi recenti, le poche ossa che si sono conservate, sono state
degnate di un serio studio da parte degli specialisti.
Il perché noi lo comprendiamo molto bene: un serio studio sui resti di un essere umano pienamente umano contemporaneo
dei famosi ominidi africani, e per di più vissuto non in Africa ma in Europa, metterebbe in crisi in modo irrimediabile il
quadretto sulle nostre origini tracciato dalla “scienza” ufficiale, che non ha lo scopo di cercare la verità, ma quello di
avvalorare i dogmi del pensiero democratico.
C’è poi un punto che va evidenziato: siamo in Italia. Mentre altrove esiste la tendenza a ingigantire l’importanza di tutto ciò
che ha a che fare con la propria nazione, da noi sembra che valga la regola opposta: tutto ciò che riguarda il ruolo del nostro
passato nel contesto più vasto della storia umana, sembra che debba essere a tutti i costi minimizzato. Ad esempio perlopiù
si ignora che il più probabile e verosimile antenato comune all’uomo di Neanderthal e a quello di Cro Magnon, l’uomo di
Ceprano (soprannominato anche Argil) è stato ritrovato nel 1994 in Italia, a Ceprano, appunto. E’ vero che questo reperto ha
il difetto fondamentale di rendere più che mai inverosimile una filogenesi africana della nostra specie…
Un discorso a parte andrebbe fatto sulla questione degli ominidi, infatti, anche rimanendo in un’ottica strettamente
evoluzionistica, l’origine africana degli ominidi, gli australopithecus come la famosa Lucy e tutti gli altri, non depone
minimamente a favore della supposta origine africana della nostra specie, anzi per far passare questo discorso occorre
ignorare, primo, il concetto di speciazione allopatrica; ossia è improbabile che una nuova specie si formi nel luogo d’origine
dei suoi predecessori, ma è più verosimile che compaia con mutazioni che avverrebbero in una popolazione ristretta che ha
colonizzato aree marginali, secondo, il considerevole iato temporale che separa la comparsa degli ominidi africani attorno a
4 – 5 milioni di anni fa e l’origine della nostra specie decine o centinaia di migliaia di anni fa, quindi un evento verificatosi
in ogni caso a milioni di anni di distanza dal primo (ma qui credo che l’Out of Africa “giochi sporco”, nel senso che sfrutta
la tendenza dell’uomo della strada a non fare troppo caso ai numeri e agli ordini di grandezza).
Ma, come è facile rendersi conto, questo discorso già traballante finisce a gambe all’aria nel momento in cui si vede che
questi ominidi che secondo la teoria evoluzionista sarebbero stati i nostri lontani precursori, non erano affatto un’esclusiva
dell’Africa. I resti di creature ominidi sono stati trovati ad esempio in India, e sono stati dati loro i nomi
di ramapithecus e sivapithecus in riferimento a due divinità indiane, ma di ominidi a quanto pare ne abbiamo anche in Italia.
In Italia sono noti dal 1875 i resti dell’Oreopithecus Bambolensis, una creatura antropoide, che furono trovati per la prima
volta in una cava di carbone a Monte Bamboli in provincia di Grosseto. Pare che questa creatura, perlopiù classificata come
scimmia antropomorfa, avesse una dentatura di tipo umano e fosse in grado di camminare eretta, cioè presentasse
esattamente quelle caratteristiche che sono servite per diagnosticare in Lucy un precursore dell’umanità. Come se non
bastasse, nel 1983 si parlò con un certo scalpore del ritrovamento di resti di australopiteco in Sicilia, poi della creatura
136
battezzata australopithecus siculus non si parlò più per nulla, forse era troppo pericolosa per la “teoria” dell’origine
africana.
Sommando tutto, considerando l’oreopiteco, l’australopiteco siciliano, l’uomo di Savona, quello di Ceprano, i
neanderthaliani vecchi di un quarto di milione di anni, verrebbe da dire “Altro che Out of Africa, è semmai di Out of Italy
che si dovrebbe parlare”, ma sappiamo che ai sostenitori di questa sedicente teoria, la veridicità dei fatti non interessa per
nulla, quello che interessa loro, è spingerci a un atteggiamento di soggezione verso la presunta centralità delle origini
africane, in modo che opponiamo meno resistenza possibile, o non ne opponiamo affatto, all’invasione di cui oggi siamo
oggetto.

Una Ahnenerbe casalinga - quarantasettesima parte


Riprendiamo adesso il nostro discorso sull’eredità degli antenati, verificando quali novità recenti o quali spinti di
approfondimento siano emersi ultimamente.
Bisogna dire che era quasi inevitabile che a un periodo di intensa attività su queste tematiche come è stato quello dell’inizio
del 2017, seguisse un periodo più vuoto. Sempre molto attivo e ricco di articoli e spunti interessanti per la riflessione sulle
nostre origini, è il gruppo facebook MANvantara gestito dal nostro Michele Ruzzai, ma credo che non abbia senso copiare
da esso, e sia meglio rimandarvi piuttosto alla lettura degli articoli in originale.
A meno, naturalmente, che non vi sia qualche spunto idoneo a essere sviluppato per un’analisi più approfondita.

A fine marzo sul gruppo è comparsa una recensione di Michele Ruzzai di un articolo di Michel B. Stringer, La comparsa
dell’uomo moderno, pubblicato su “Le scienze” nel febbraio 1991, dove si evidenzia che “I dati molecolari a sostegno
dell’origine subsahariana di Homo Sapiens in sé stessi non sono così evidenti, in quanto dipendono dal criterio adottato in
partenza per interpretarli”. In poche parole, questo dogma della paleoantropologia, l’Out of Africa non è per nulla così certo
come ci viene dato a intendere, tutto dipende dall’ottica in cui ci si pone, e in pratica non si finisce per trovare altro che
quello che si cerca.
Tuttavia, l’aspetto che ora ci interessa maggiormente di questo scritto è l’albero genealogico della nostra specie disegnato
da Stringer e che io ora qui riproduco. Non è qualcosa di completamente nuovo, l’avevo già riportato in una Ahnenerbe
casalinga precedente, ma vi prego di osservare la parte destra dell’illustrazione, dove ho posizionato la freccetta rossa.
Si nota che oltre alle tre ramificazioni che da homo erectus-heidelbergensis portano all’uomo moderno, Neanderthal,
Denisova, sapiens-Cro Magnon, ce n’è una quarta, più sottile, posizionata all’estremità destra del diagramma. Si tratterebbe
di un sopravvissuto erectus africano che, incrociatosi con sapiens gromagnoidi, avrebbe dato origine al tipo umano che
conosciamo come nero subsahariano. Si tratterebbe di un antenato di cui non abbiamo evidenze archeologiche o
paleoantropologiche, ma che ha lasciato la sua chiara impronta genetica nei suoi discendenti.
La rivista “Le scienze” (“Le scienze”, pensate che fonte di estrema, estremissima destra!) del 2 agosto 2012 ha riportato
un’intervista con Sarah Tishkoff dell’Università della Pennsylvania. La ricercatrice, che è considerata una delle massime
autorità mondiali nel campo della genetica delle popolazioni, ed ecco cosa ci riferisce in proposito:
137
“[Vari studi genetici hanno rilevato la presenza di DNA neanderthaliano fra le popolazioni non africane] Ma non tra gli
africani, che non avevano DNA neanderthaliano. Quando abbiamo applicato la statistica agli africani, in compenso,
abbiamo visto molto dati che testimoniano incroci con un ominide che si è separato da un antenato comune circa 1,2 milioni
di anni fa”.
Qualche decina di migliaia di anni fa nell’Africa subsahariana dunque si sarebbe verificato un incrocio tra
popolazioni sapiens di tipo Cro Magnon e un homo erectus molto più antico, separatosi dalla linea principale della nostra
specie qualcosa come un milione e duecentomila anni fa. I neri subsahariani, a quanto pare, sono il frutto di questa
ibridazione e – tra parentesi – si vede quanto giusta sia a tale proposito l’osservazione del nostro Michele Ruzzai che la
maggiore variabilità genetica rispetto ad altre popolazioni umane che si riscontra in Africa potrebbe essere SIA il prodotto
di un’ancestralità della popolazioni nere (come affermano i sostenitori dell’Out of Africa) SIA di un meticciato
relativamente recente, e la genetica conferma quest’ultima ipotesi, non solo, ma essendo il prodotto di un’ibridazione con
un homo tanto antico, separatosi oltre un milione di anni fa dalla linea principale della nostra specie, il nero africano può
essere considerato un vero e proprio passo indietro sulla via che porta a sapiens. Qui non si tratta di speculazioni tipo Ku
Klux Klan, ma di inoppugnabili dati genetici, anche se si evita graziosamente di informare il grosso pubblico di simili
scoperte.
Ultimamente in altri articoli di questa rubrica vi avevo esposto il concetto che l’antirazzismo, il cosiddetto antirazzismo si
incammina lungo la china di tutte le altre utopie, che lo porta a capovolgersi nel suo esatto contrario, un razzismo basato su
di un materialismo biologico che avrebbe fatto arrossire un positivista del XIX secolo, l’esaltazione della “pura linea”
africana in confronto a noi europei e asiatici, ibridi di Neanderthal e di Denisova. Bene, un fatto che ho messo tra parentesi
per non complicare troppo le cose, è che alla prova dei fatti rappresentata in questo caso dagli studi sul DNA, la “linea
africana” si rivela tutt’altro che pura.
Un tema a cui sulle pagine di “Ereticamente” ho accennato più volte, è il razzismo di sinistra, il razzismo peggiore che
possa esistere, che in pratica si traduce in un sistematico odio verso i propri connazionali. Ultimamente, ad esempio, hanno
fatto un certo scalpore le dichiarazioni del ministro del lavoro Poletti secondo il quale i nostri giovani farebbero meglio ad
andare a giocare a calcetto piuttosto che perdere tempo a cercare lavoro mandando in giro curricola. Poco tempo prima lo
stesso individuo (per il quale è difficile usare parole grosse come “uomo” o “persona”), commentando il problema della
fuga dei cervelli, cioè il fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all’estero per trovare sbocchi lavorativi
adeguati alle loro capacità, aveva commentato “Prima si tolgono di torno, meglio è”. In un Paese normale e in una
situazione normale, dopo simili dichiarazioni, un ministro sarebbe stato costretto a dimissioni immediate, ma questo non c’è
pericolo che succeda perché la sinistra che disgraziatamente governa l’Italia, e la stessa cosa vale per quella che oggi è la
sua peggiore complice, la Chiesa cattolica, hanno fretta di veder scomparire gli Italiani nativi e sostituirli coi reflussi
cloacali del Terzo Mondo.
Questo razzismo pratico trova il suo risvolto e il suo appoggio nel razzismo anti-bianco teorico, appunto nell’esaltazione
della “pura linea africana” che esce dalla “teoria” dell’Out of Africa, nonché da echi del “buon selvaggio” rousseauiano,
dalla cosiddetta antropologia culturale di Claude Levi Strauss e da altre farneticazioni di cui la sinistra si è abbondantemente
nutrita e che rientrano puramente e semplicemente nella patologia di un pensiero che non ha nulla a che spartire con la
realtà dei fatti.

Il testo di Stringer, che è del 1991, andrebbe aggiornato alla luce di scoperte più recenti. In particolare, bisogna ricordare
che una ricerca genetica condotta dall’IBE (Istituto di Biologia Evolutiva) di Barcellona avrebbe individuato in tempi
recenti nel DNA dei nativi delle isole Andamane e di altre popolazioni asiatiche le tracce di un altro antenato dell’umanità
attuale oltre ai già conosciuti uomini di Cro Magnon, di Neanderthal, di Denisova nonché all’Homo africano di cui ho detto
più sopra, e in tal modo gli antenati dell’umanità attuale salgono a cinque.
In tutto ciò, vorrei evidenziare, non c’è assolutamente nulla di strano o che contrasti in qualche modo con ciò che
conosciamo e con le regole che valgono per il mondo animale. I nostri animali domestici, ad esempio, provengono spesso
da una pluralità di antenati selvatici, anche perché in cattività si verificano facilmente incroci che allo stato selvatico
avrebbero scarsa probabilità di avvenire, non fosse altro che per la distanza geografica fra le diverse popolazioni. Pensiamo
per esempio ai nostri cani che sono certamente il prodotto dell’incrocio di diverse varietà di lupi (e forse anche di canidi
diversi. Konrad Lorenz, ad esempio, sosteneva che nei nostri cani ci dovrebbe essere una discreta componente genetica
derivata dallo sciacallo), da qui l’estrema variabilità genetica e fenotipica che i nostri fedeli amici presentano, oppure ai
lama, frutto dell’incrocio di diversi camelidi andini quali il guanaco, l’alpaca, la vigogna. In questi casi, naturalmente
138
capiamo che i limiti di una specie non sono stati realmente varcati, altrimenti l’ibrido sarebbe sterile come avviene per i
muli. L’uomo, ci dicono gli etologi, è una specie che si è auto-addomesticata, e questo rende ancora più persuasiva
l’analogia.
Tutto ciò non si concilia né con l’Out of Africa né con la favola di Adamo ed Eva raccontata dalla bibbia? Beh, ce ne
faremo una ragione.
I dati della ricerca genetica più recente dimostrano che la nostra è una specie politipica nata dall’incontro di diversi antenati.
Bene, è interessante vedere che il grande oracolo dei nostri tempi, Wikipedia dice esattamente il contrario.
Sull’enciclopedia on line che è divenuta un grande sunto, se non del sapere, quanto meno di quella che dovrebbe essere
la Weltanschauung universale almeno nelle intenzioni di coloro che vogliono imporre a livello planetario il pensiero
unico “politicamente corretto”, alla voce “Uomo”, (Homo sapiens) infatti leggiamo:
“L’attuale variabilità genetica della specie umana è estremamente bassa, comparativamente a quanto succede in altri
raggruppamenti tassonomici animali. (…) la variazione del DNA umano è piccolissima se comparata con quella di altre
specie (…). L’Homo sapiens è una specie monotipica”.
Non vi pare che in tutto questo discorso ci sia qualcosa di strano? Gli esseri umani presentano in maniera evidente
differenze notevoli in termini di aspetto (dal colore della pelle – che non è la cosa più importante per individuare le
appartenenze – alla taglia, ai lineamenti), di comportamento, di reazione agli stimoli, di tempi di maturazione sessuale e via
dicendo, differenze che si notano spesso a colpo d’occhio. Tutto questo corrisponderebbe a una differenziazione genetica
praticamente nulla?
Questa affermazione ripetutamente asserita (orwellianamente, una falsità ripetuta abbastanza a lungo e da fonti “autorevoli”
finisce per diventare “la verità” comunemente accettata) ha una storia interessante. Nel 2001 un “ricercatore indipendente”,
tale Craig Venter annunciò al mondo di aver portato a termine la mappatura del genoma umano e di aver scoperto che il
DNA di tutti gli esseri umani esaminati era praticamente identico, con meno differenze, asserì, di quelle che è possibile
rilevare all’interno di una tribù di una quindicina di antropoidi strettamente imparentati.
In seguito si è venuto a sapere che questa “scoperta” era un falso. Venter aveva sostenuto di aver esaminato il DNA di
centinaia di persone provenienti da ogni parte del mondo, ma in seguito ai dubbi e alle obiezioni di altri ricercatori, ha
dovuto confessare di non aver analizzato altro DNA che il proprio. Ovvio che somigliasse a se stesso ancor più di un
parente stretto! Tanto per capire di che tipo si trattava, qualche tempo dopo è tornato alla carica sostenendo di aver creato la
prima forma di vita completamente artificiale. Anche in questo caso è stato presto sbugiardato, non si trattava di “vita
artificiale”, ma di un batterio nel cui DNA erano stati inseriti dei geni estranei, niente altro che un “volgare” OGM.
Ben presto, di un simile imbarazzante personaggio non si è parlato più, ma la favola che il DNA umano, di miliardi di
individui diversissimi l’uno dall’altro che popolano questo pianeta, sia praticamente identico, è rimasta in circolazione,
infatti come costui aveva sicuramente ben intuito, essa va incontro a un desiderio profondo della democrazia.
Non potendo abolire la natura, questo sistema “di pensiero” profondamente mistificato che conosciamo come democrazia,
vorrebbe che essa fosse identica per tutti e quindi in ultima analisi irrilevante, che tutte le differenze che rileviamo fra gli
esseri umani fossero dovute esclusivamente a fattori ambientali e culturali, e Venter le dava proprio questo.
La mistificazione di Venter s’incontra bene con quella di un altro presunto genetista, Richard Lewontin, che nel 1976
avrebbe “dimostrato” l’inesistenza delle razze umane sulla base di un “ragionamento” così fallace che verrebbe da chiedersi
secondo il detto popolare se “ci è o ci fa” (io personalmente sono sicuro che “ci fa”). Poiché un qualsiasi gene dell’enorme
quantità di essi che forma il DNA umano, può ritrovarsi in un qualsiasi gruppo umano purché scelto con sufficiente
ampiezza, ecco dimostrato che le razze umane non esistono.
Si tratta, come altri genetisti hanno prontamente rilevato, di una fallacia che non tiene conto né della frequenza relativa con
cui un determinato gene compare in determinati gruppi umani, né della correlazione fra i diversi geni, fatto importantissimo
poiché in un organismo complesso come è quello umano, i geni che esprimono da soli un dato carattere fenotipico, sono
pochissimi, e ciascuna delle nostre caratteristiche, dall’altezza all’intelligenza, è perlopiù determinata dalla sinergia fra una
costellazione di geni.
Nonostante questo, si continua a sentir dire in giro, i media ripetono costantemente che “la scienza” avrebbe dimostrato
l’inesistenza delle razze umane, il che è una totale e smaccata falsità.
Un piccolo particolare che rende la cosa ancor più sospetta: Richard Lewontin fa parte di quel gruppo etnico-religioso che
pur costituendo a malapena lo 0,2-0,3% dell’umanità, è di fatto l’autore praticamente del cento per cento di quell’insieme di
“idee” (di aberrazioni e mistificazioni) che conosciamo come modernità, dal marxismo alla psicanalisi, all’antropologia
culturale. Ora, questo gruppo, mentre predica per tutti gli altri la bontà del meticciato, al suo interno pratica l’endogamia più
rigorosa ed esclusiva e mostra di considerare coloro che non appartengono a questo gruppo etnico-religioso, i “goym” allo
stesso livello delle bestie.
Pur trattandosi di tre grossolane bufale, la truffa di Venter, la fallacia di Lewontin e l’Out of Africa, nel loro insieme
costituiscono “la verità scientifica” che l’ortodossia democratica vuole imporre a livello planetario.

139
TRE MENZOGNE NON FANNO UNA VERITA’ tranne che nell’universo
orwelliano della democrazia dove appunto “la menzogna è verità” e “la
schiavitù è libertà”.
Menzogne che attraverso la ripetizione ipnotica da parte del sistema mediatico
hanno il preciso scopo di intontire le nostre coscienze e di non farci vedere o
non farci dare importanza alla tragedia oggi in atto della sostituzione della
popolazione europea con masse allogene di immigrati, l’eliminazione definitiva
dei popoli d’Europa percepiti dal quel famoso 0,2-0,3% come una minaccia.
Sarà forse il caso di ricordare che proprio qui da noi a Trieste, alla Casa del
Combattente, organizzata dal Circolo Identità e Tradizione e dall’Associazione
Humanitas, sabato 8 aprile abbiamo avuto un incontro con Fabrizio Fiorini,
direttore responsabile de “L’uomo libero” una delle più importanti e battagliere
pubblicazioni della nostra Area, e che io ho avuto il piacere e l’onore di
introdurre. Non a caso, l’ultimo numero della rivista è una monografia che
s’intitola “La battaglia dei popoli per continuare a esistere”, perché dovrebbe
essere ben chiaro a tutti che ormai non è più tempo di indugi e che la lotta
definitiva per la sopravvivenza dei popoli europei è cominciata.

Una Ahnenerbe casalinga - quarantottesima parte

La frustrazione in cui incorrono i naturalisti è un fenomeno piuttosto noto. Nel momento in cui scopriamo sempre nuove
specie animali e vegetali che formano la ricchezza e la bellezza della vita sul nostro mondo, le vediamo scomparire per
effetto dell’azione umana sulla biosfera, al punto che il lavoro dei naturalisti in ambienti ricchi di vita ma minacciati e
fragili come sono ad esempio le foreste tropicali, diventa una specie di corsa per arrivare a scoprire e catalogare nuove
specie prima che l’inquinamento e la deforestazione le trascinino nell’estinzione.
Studiando le nostre origini, il passato della nostra specie, capita di avvertire una frustrazione dello stesso genere.
Prescindiamo dal fatto che questo genere di ricerche è ovviamente malvisto dalla “cultura” democratica che cerca di
imporre forzatamente il dogma dell’uguaglianza, ma proprio mentre scopriamo la ricchezza e la complessità della nostra
storia grazie anche a strumenti di indagine un tempo non disponibili come la ricerca sul DNA, assistiamo a un imponente
tentativo di cancellare la diversità umana attraverso l’imposizione del meticciato a livello planetario, un piano nemmeno
tanto occulto per portare all’estinzione la parte dell’umanità più intelligente e creativa, quella caucasica di cui noi stessi
facciamo parte.
Per un altro verso, è sorprendente come questo quadro che possiamo tracciare delle nostre origini e della storia della nostra
specie si arricchisca sempre di più. Io stesso anni fa sarei stato lontano dal credere che questi miei scritti su “Ereticamente”
si sarebbero potuti trasformare in una sorta di rubrica più o meno fissa.
Ho appena finito di lamentarmi la volta scorsa del fatto che lo scenario appare un po’ vuoto a confronto di quello d’inizio
d’anno che, quasi in risposta alla mia invocazione, è arrivata “una botta” di novità e segnalazioni sui siti “di Area”. Questo
interesse per le tematiche delle origini è molto importante, segna la differenza tra noi e una “cultura” che vorrebbe annullare
qualsiasi differenza fra gli esseri umani e chiuderci gli occhi di fronte alla sparizione delle etnie europee. Noi non abbiamo i
mezzi per contrastare sul suo stesso piano una “cultura” mediatica che avvelena la gente di falsità ideologiche, a cominciare
dalla scuola e poi, in crescendo, attraverso tutto il sistema della cosiddetta informazione, ma è importante formare nei nostri
ambienti un’élite intellettualmente preparata e consapevole, “portare avanti lo zaino”, come diceva il grande Gianantonio
Valli.
Quelli che andiamo a vedere, sono ulteriori tasselli che si inseriscono in un puzzle le cui linee generali ci sono ormai chiare,
ma di cui siamo in grado ora di dare nuove conferme peraltro importanti: diciamo che emerge con sempre maggiore
chiarezza l’insostenibilità dell’Out of Africa, la “teoria”, ma sarebbe meglio dire la bufala che il dogmatismo democratico
vorrebbe imporre come interpretazione “ufficiale” delle nostre origini, ed emerge sempre più nettamente il fatto che quella
umana è una specie politipica al cui interno esistono evidenti differenze non solo di aspetto esteriore e di comportamento,
ma anche chiare disomogeneità genetiche che di sicuro non sono riconducibili all’influenza dell’ambiente, che discendiamo
da una pluralità di antenati variamente etichettati come pre-sapiens.

140
Una volta di più, mi rifaccio all’eccellente lavoro di documentazione portato avanti dal gruppo facebook “MANvantara”
gestito dal nostro ottimo amico Michele Ruzzai. Qui in data 24 marzo un collaboratore ha segnalato una comunicazione già
apparsa su ANSA.it lo scorso 28 luglio (come sempre, occorre dire che se non assumesse grazie a queste persone la
dimensione di un lavoro collettivo, la nostra ricerca sarebbe estremamente improba, perché “la rete” è un mare magnum, e
l’universo delle pubblicazioni scientifiche lo è ancora di più, e non sempre ciò che è davvero rilevante emerge con facilità.
Io spero che perdonerete l’intervallo di parecchi mesi).
Una ricerca condotta da Erik Trinkhaus della Washington University di St.Louis con l’ausilio della microtomografia, ha
dimostrato la presenza in un cranio umano proveniente dal nord della Cina, datato a 100.000 anni fa e dalle
caratteristiche sapiens moderne (Un momento, ma la teoria “classica” non prevedeva che i sapiens moderni avessero
cominciato a diffondersi per il nostro pianeta provenendo dall’Africa non prima di 70.000 anni fa, dopo la presunta
catastrofe dell’eruzione del vulcano indonesiano Toba? Mistero!) di canali semicircolari e labirinto dell’osso temporale in
una conformazione finora ritenuta tipica dell’uomo di neanderthal, al punto da essere stata usata spesso in passato per
decidere se classificare frammenti cranici umani come neanderthaliani o sapiens moderni.

Noi abbiamo visto che questo nostro antenato da cui noi, noi europei ma non gli africani, abbiamo ereditato una frazione
non trascurabile del nostro patrimonio genetico, l’uomo di neanderthal, in passato l’abbiamo gravemente sottovalutato,
quest’uomo che costruiva probabilmente per motivi di culto circoli di stalagmiti nella profondità delle caverne, che
conosceva i principi degli antibiotici e degli antidolorifici. Ora abbiamo una prova in più del fatto che fra lui e il sapiens
“moderno” ci poteva essere una differenza razziale, ma non di specie.
Rimanendo sempre in questo orizzonte temporale delle più remote origini umane, e parlando sempre di informazioni sparse
nella rete che riviste oggi alla luce di altre informazioni, acquistano una rilevanza ben maggiore, sempre in “MANvantara”,
stavolta del 14 aprile, il nostro Michele Ruzzai ha “ripescato” un articolo pubblicato sul sito di “Le scienze” oltre 10 anni fa,
ma che oggi si presta a una “lettura” molto più pregnante, La straordinaria diversità dei melanesiani, pubblicato in data 28
febbraio 2007.
Secondo quanto è qui riportato, l’antropologo Jonathan Friedlander della Temple University di Philadelphia ha studiato per
15 anni il DNA mitocondriale, quello che si eredita per via materna, delle popolazioni melanesiane, giungendo alla
conclusione che esso presenta della caratteristiche uniche che non si ritrovano in alcuna altra parte del mondo.
Noi oggi siamo in grado di ipotizzare che questa differenza non derivi solo dall’isolamento in cui queste popolazioni
vivono, ma vi si può ipotizzare la traccia genetica o dell’ancora poco conosciuto uomo di Denisova o del “quarto antenato”
(diverso da Cro Magnon, Denisova e Neanderthal) le cui tracce genetiche sarebbero state individuate in alcune popolazioni
asiatiche dai ricercatori dell’IBE (Istituto di Biologia Evolutiva) di Barcellona. Senza considerare anche il fatto che questo
“quarto antenato” sarebbe in realtà un quinto, considerando anche l’incrocio con un homo vecchio 1,2 milioni di anni, da cui
sarebbero derivate le popolazioni africane.
In ogni caso si vede bene, come tutto ciò rafforzi la convinzione che le origini della nostra specie siano complesse e molto
distanti dalla semplicistica formulazione dell’Out of Africa.
La questione delle origini, l’abbiamo visto più volte, si situa a diversi livelli. Dopo la questione più generale e remota
dell’origine della nostra specie, si situa certamente quella dei popoli europei e indoeuropei. Occorre innanzi tutto
sottolineare un fatto: noi possiamo ovviamente discutere su quali popolazioni di ceppo caucasico che hanno popolato
l’Europa dalla remota preistoria a oggi appartenessero alla variante indoeuropea, parlassero lingue appartenenti a questa
famiglia linguistica, e quali appartenessero invece a una diramazione diversa, per acquisire magari poi in epoca storica un
linguaggio indoeuropeo come effetto della conquista e della dominazione da parte di altre popolazioni, ma resta il fatto
primario e incontrovertibile che da decine di migliaia di anni l’Europa è popolata da genti di ceppo caucasico, con una
compattezza etnica che non si ritrova in altre parti del nostro pianeta, e questa compattezza etnica è la molla che ha messo
l’Europa per millenni alla testa della civiltà umana. Bene questo è proprio ciò che oggi si vuole distruggere con la creazione
dovunque di una società multietnica, cioè ibrida e imbastardita, un situazione assolutamente innaturale, che non ha
precedenti nella storia, e dalla quale abbiamo già visto che ci possiamo aspettare solo tragedie.

141
I democratici, gli antirazzisti, coloro che sostengono che noi possiamo trarre un qualche beneficio dal mescolamento etnico,
o sono in malafede, o sono dei folli completamente al di fuori della realtà, anche se le due possibilità non si escludono
necessariamente a vicenda.
Tutto ciò va tenuto presente assieme al fatto che l’essenziale non è parlare una lingua indoeuropea, ma appartenere al ceppo
caucasico, altrimenti dovremmo considerare un afroamericano “un germanico”.
In questa chiave, nel tentativo di decifrare le origini pre- e proto-indoeuropee del nostro continente, sempre nell’ambito di
un popolamento indiscutibilmente caucasico, va letto il testo di Elisabeth Hamel, Theo Vennemann e Peter Foster La lingua
degli antichi europei pubblicato in “Le scienze” del luglio 2002, ma recensito dal nostro Michele Ruzzai su “MANvantara”
lo scorso 23 marzo. Qui si formula un’interessante ipotesi linguistica, quella che è stata denominata “vasconica”: circa
18.000 anni fa, partendo dalla zona pirenaica vi sarebbe stato un antico popolamento accompagnato da un’espansione
linguistica che avrebbe interessato la Penisola iberica, la parte occidentale della Francia, le Isole Britanniche, e di cui gli
attuali Baschi sarebbero il residuo. Gli autori connettono questo antico popolamento alla cultura magdaleniana.
Il dato più importante, però, fa rilevare Ruzzai, è che la maggior parte del nostro patrimonio genetico risale al paleolitico
superiore e non al neolitico, il che sbarra la strada a qualsiasi ipotesi di derivazione degli Europei e degli Indoeuropei dal
Medio Oriente come supposto dalla teoria nostratica, ampiamente sconfessata dai dati della genetica (anche se, come nel
caso dell’Out of Africa, si evita di farlo sapere in giro).
Il lavoro che il nostro amico e gli altri collaboratori del gruppo (con l’eccezione, ovviamente, dei miei articoli) stanno
conducendo su “MANvantara” non si può definire altro che eccellente, ma non si tratta dell’unica voce che c’è in questo
momento sulla scena, dell’unica cosa che meriti seguire. Un gruppo parallelo e molto simile è “Frammenti di Atlantide-
Iperborea” gestito da Solimano Mutti. In data 14 aprile, Mutti ha condiviso in questo gruppo un interessante articolo di
Alexander Dugin su Herman Wirth (il titolo del testo, che è in inglese, si può tradurre come Le rune, il grande yule e la
patria artica). Il motivo di interesse di questo articolo è doppio; infatti Alexander Dugin è oggi un po’ l’ideologo della
nuova Russia post-comunista di Putin, ed evidenzia molto bene il fatto che la riscoperta dell’identità profonda dei popoli
europei è oggi uno strumento essenziale per opporsi alla valanga democratica-liberal-mondialista che tutto vorrebbe
sommergere e costringere entro le pastoie del pensiero unico, ed Herman Wirth è stato una figura chiave della Ahnenerbe
nazionalsocialista e uno dei più importanti sostenitori dell’origine artica della nostra specie, in contrasto con l’ipotesi
africana “democraticamente” imposta (anche in spregio ai fatti) che come sappiamo, oggi va per la maggiore.
L’opera più importante di Wirth, Der Aufgang der Menschheit, L’aurora dell’umanità, non è mai stata ripubblicata in Italia
in questo dopoguerra, ma nel 2013 la Effepì ne ha ripubblicato l’introduzione. Guarda caso, una recensione di questa
pubblicazione, ad opera – indovinate un po’ – del nostro infaticabile Michele Ruzzai, è apparsa su “MANvantara” in data
10 aprile.
Un livello più vicino a noi riguarda l’origine degli Italici, e anche qui è davvero sorprendente quante sciocchezze e quante
falsità siano state ricamate e continuino a essere ricamate dalla propaganda di regime democratica, pretendendo che il nostro
popolo abbia una totale incoerenza dal punto di vista etnico-ereditario-genetico. Questo, lo sappiamo, è totalmente falso,
l’ennesima menzogna della democrazia per indurci ad accettare la sparizione della nostra gente nel diluvio multietnico. Gli
Italici, lo sappiamo, sono una componente del ceppo indoeuropeo insediati nella nostra Penisola da tempo immemorabile e
ben prima della nascita dello stato romano, una realtà che dal punto di vista etnico-genetico, le invasioni e le dominazioni
che l’Italia ha subito nei secoli tra la caduta di Roma e il
risorgimento, hanno modificato ben poco, essendo perlopiù
questi invasori assolutamente esigui in termini numerici.
Questa è la pura e semplice verità, e il resto sono frottole
nelle quali le smanie separatiste di questo e di quello si
mettono senza accorgersene al servizio del potere
mondialista, che intende far sparire come nazione noi e gli
altri popoli europei.
Ricordo un bell’articolo di Maurizio Blondet di diversi anni
fa, in cui l’autore, analizzando il significato del motto SPQR
“Senatus popolusque romanus”, faceva notare che
“populus” in latino viene da “populor”, “saccheggiare”,
“devastare”, e il termine in origine indicava i giovani che
venivano allontanati dai villaggi durante la Primavera Sacra
a cercare di fondare altrove nuove comunità o a vivere la
vita dei briganti e dei predoni. Il motto adombrerebbe un episodio nel quale i giovani fuorusciti sarebbero rientrati con la
forza nella Roma delle origini imponendosi agli anziani, il “senatus”. Ci appare l’immagine di una romanità ancestrale forse
meno “civile” ma più ricca di energie vitali (senza le quali non sarebbe mai potuta diventare un impero esteso dalle Isole
Britanniche all’Arabia) di quel che forse avevamo immaginato, più simile allo spirito “barbarico” degli antichi Celti e
Germani.
142
Il problema è se oggi questa povera nostra Europa intossicata di democrazia, marxismo e cristianesimo possa essere in
grado di ritrovare questo “barbarico” spirito vitale, quando vediamo persino i discendenti dei vichinghi piegarsi
all’arroganza islamica in casa loro. Non è forse un caso che il 18 aprile Luigi Leonini, un altro di quegli amici senza i quali
tenere questa rubrica risulterebbe estremamente difficoltoso, ha postato in internet un bell’articolo di Guillaume Faye già
apparso su “ComeDonChisciotte”, dove si enuncia un concetto molto importante: La guerriglia etnica è cominciata. Per ora
si parla della Francia, ma non c’è dubbio che il resto dell’Europa seguirà a ruota. In poche parole: tra gli atti di terrorismo
jihadista e la violenza e la criminalità spicciole che gli invasori sedicenti immigrati praticano a ogni livello dovunque
mettano piede, favoriti dal buonismo suicida democratico-cristiano-marxista, esiste una sostanziale continuità, e il
messaggio è estremamente chiaro: “Questa non è più la vostra terra, è terra nostra”.
Rimane solo da sapere se noi Europei vogliamo sparire nell’ombra in silenzio, o se vogliamo combattere per difendere
l’eredità degli antenati e il futuro dei nostri figli.
NOTA
La prima illustrazione che correda questo articolo è un’immagine composita. Vediamo a sinistra l’immagine di copertina
del gruppo facebook “Frammenti di Atlantide-Iperborea”. In modo non diverso da “MANvantara”, si tratta anche in questo
caso di un’aurora boreale. L’altra immagine è la copertina dell’introduzione a L’aurora dell’umanità di Herman Wirth
pubblicata dalla Effepì.
Nella seconda illustrazione, l’immagine a sinistra è la ricostruzione delle fattezze di un uomo di Neanderthal (una
ricostruzione recente, tratta da un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” del dicembre 2014), a destra abbiamo invece
un’odierna “risorsa” africana. Secondo la “teoria” dell’Out of Africa, il primo sarebbe un ominide estinto privo di
connessioni con noi; il secondo invece il tipo più vicino al modello ancestrale del vero homo sapiens moderno da cui tutti
noi discenderemmo.

Una Ahnenerbe casalinga, quarantanovesima parte – Fabio Calabrese

Questo nuovo numero della nostra Ahnenerbe casalinga, della nostra ricerca dell’eredità degli antenati si pone su di un
piano di stretta continuità con la quarantottesima parte.
Oramai, io penso, il quadro che possiamo tracciare delle nostre origini, che abbiamo disegnato in tutti questi anni, è chiaro, i
suoi punti salienti sono, come sappiamo, la dimostrazione della falsità della “teoria” dell’Out of Africa, a cui va invece
contrapposta quella dell’origine boreale della nostra specie, della falsità di quell’altra cosiddetta teoria del nostratico, che
143
vorrebbe i popoli indoeuropei provenienti dal Medio Oriente e la diffusione delle lingue indoeuropee nel nostro continente
il risultato dell’espansione di comunità di agricoltori di origine mediorientale (il che abbiamo visto, non solo non trova
riscontro nella genetica, ma l’origine mediorientale dell’agricoltura è fortemente discutibile), quando invece essa appare
collegata all’espansione di cavalieri e allevatori delle steppe eurasiatiche.
Abbiamo visto, e ci siamo soffermati molto su questo punto, che del pari vanno rifiutate tutte quelle interpretazioni che
tenderebbero a far risalire l’origine della civiltà europea a fattori esogeni, piuttosto che alle capacità creative degli Europei
stessi, e infine per quanto riguarda le nostre origini come italici, abbiamo visto che la nostra nazione esiste dal punto di vista
genetico, e non è come vorrebbe la vulgata “democratica” e pro-invasione un puzzle di genti provenienti da ogni parte del
mondo, ma un popolo rientrante nella famiglia indoeuropea, con una precisa identità genetica, oltre che storica e culturale.
Rispetto a questo quadro ormai ben delineato, non ci sono da aspettare novità che possano sconvolgerlo radicalmente, ci
sono semmai tasselli da aggiungere per rendere il quadro delle nostre origini sempre più preciso e completo o, se vogliamo,
una serie di conferme.
Come già la quarantottesima che l’ha preceduta, questa parte sarà per così dire “di servizio”, un aggiornamento di ciò che è
comparso recentemente riguardo alla tematica delle origini sui siti “di area”, e diciamo subito che è un fatto importante che
nei nostri ambienti la sensibilità riguardo a queste questioni sia sempre viva, è il miglior modo di contrapporsi, di marcare la
distanza rispetto a una “cultura” mondialista che vorrebbe fare di tutti noi degli sradicati senza identità per poterci
manipolare a piacere.
Un concetto che forse è l’occasione giusta per ribadire, è che noi non siamo estremistiperché non siamo l’estremità di nulla,
siamo i portatori di una visione del mondo radicalmente contrapposta a quella democratica-liberal-marxista oggi imposta ai
popoli europei per favorirne l’estinzione.
Andando dal demo-liberal all’americana e spostandosi man mano verso sinistra fino ai Centri Sociali, noi troviamo una
radicalizzazione di metodi e di obiettivi, ma tutti quanti – possiamo dire – partecipano in ultima analisi della stessa visione
del mondo caratterizzata dall’illusione progressista, dal disinteresse per le origini e l’identità etnica dei popoli, dalla
concezione dell’uomo come individuo atomizzato mosso soltanto dai puri meccanismi economici e dalla ricerca del
soddisfacimento delle pulsioni elementari, ciò che appunto vogliono farci diventare attraverso una pedagogia che è una
profezia che si auto-adempie. Già alla nostra “immediata sinistra” (e perdonatemi questo certamente improprio linguaggio
parlamentare), troviamo una destra conservatrice con cui non abbiamo nulla a che spartire.
E’ appunto in relazione a quest’ottica che va collocato il permanente interesse per le nostre origini, le nostre radici, la nostra
identità, interesse che non è erudito e accademico, ma è un fatto politico.
E’ quasi inevitabile, ma anche questa volta cominciamo dal nostro amico Michele Ruzzai che in data 25 aprile
(evidentemente anche in questa data si può fare qualcosa di meglio che celebrare la sedicente “resistenza”, il servilismo
della parte peggiore del nostro popolo nei confronti degli invasori vincitori del secondo conflitto mondiale), ha riproposto
nel gruppo facebook “Frammenti di Atlantide – Iperborea” un suo post già pubblicato su “MANvantara” in data 21 febbraio
2016.
(Anche questa – per inciso – è una cosa importante, il fatto che fra i vari gruppi e le presenze dell’Area si crei un clima di
sinergia piuttosto che di concorrenza e antagonismo).
Questo post è la sintesi di un articolo di Giampiero Petrucci pubblicato su MeteoWeb il 17 dicembre 2012, e riguarda la
cosiddetta frana di Storegga, un evento geologico di vasta portata che si sarebbe verificato circa 8.000 anni fa: un’immensa
frana sottomarina che avrebbe colpito il Mare del Nord e l’Atlantico settentrionale provocando un enorme tsunami che
avrebbe investito le coste della Norvegia, della Scozia, delle Faer Oer, delle Shetland fino al Circolo Polare, l’Islanda e la
Groenlandia, nonché altre terre allora emerse (ricordiamo che in età glaciale il livello degli oceani era considerevolmente
più basso) in corrispondenza di quello che oggi è il Banco di Rockall, forse la Avalon delle leggende celtiche, forse
Atlantide ricordata da Platone.
Questo gigantesco tsunami dovette provocare una migrazione massiccia verso sud-est delle popolazioni costiere interessate.
Si tratterebbe della “migrazione trasversale” di cui hanno parlato sia Hermann Wirth sia Julius Evola, e che avrebbe avuto
un ruolo chiave nella diffusione delle lingue indoeuropee sul nostro continente.
Una tappa importante di questo processo migratorio sarebbe stata una terra all’epoca sicuramente emersa e oggi sommersa
dall’innalzamento degli oceani, che si trovava fra le Isole Britanniche e la Danimarca in corrispondenza dell’attuale Dogger
Bank e che gli archeologi hanno denominato Doggerland.
Tuttavia, il punto centrale della questione che l’amico Michele Ruzzai giustamente rimarca, è forse un altro: la “direttrice di
marcia” di questa migrazione coincide con la diffusione di quella che il genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza ha chiamato “la
prima componente principale” del patrimonio genetico delle popolazioni europee. Ora, bisogna tenere presente che
mappando le componenti genetiche di una popolazione, noi ne otteniamo una rappresentazione bidimensionale: possiamo
cioè vedere che in questo caso la componente si è diffusa lungo la direttrice da nord-ovest a sud-est o viceversa, ma non
siamo in grado di dire quali siano i punti di partenza e di arrivo, conosciamo la direzione ma non il verso.
Ovviamente, in obbedienza all’ortodossia “scientifica” dominante, Cavalli-Sforza fa partire la diffusione della prima
componente principale non da nord-ovest, ma da sud-est, essa sarebbe cioè il risultato dal punto di vista genetico, della
144
colonizzazione dell’Europa da parte di quei famosi quanto fantomatici agricoltori di origine mediorientale previsti (o
immaginati) dalla “teoria” del nostratico. Ebbene, fa notare Michele Ruzzai, non solo ciò non può essere provato, ma il
punto d’origine della migrazione viene a essere del tutto incongruo, se consideriamo tale l’estremità sud-orientale invece di
quella nord-occidentale, infatti esso verrebbe a cadere non nella Mezzaluna Fertile, ma nel deserto arabico, un’area che non
può aver mai ospitato popolazioni umane numericamente consistenti.
Ma sappiamo che in democrazia “la scienza” non serve a ricercare la verità, ma a riconfermare i dogmi democratici stessi,
per quanto assurde possano essere le loro implicazioni.
In data 11 maggio, il sito GenealogiaGenetica ci racconta una storia davvero interessante: la società svizzera iGENEA
avrebbe portato a termine l’analisi del DNA della mummia del faraone Tutankhamon ottenendo dei risultati davvero
sorprendenti.
Come è noto, questo giovane faraone, salito al trono bambino e morto a un’età compresa fra i diciotto e i diciannove anni,
non ha avuto molto peso nella storia egizia, ma il ritrovamento della sua tomba a opera di Howard Carter, tomba che,
miracolosamente sfuggita ai saccheggiatori che hanno operato per millenni nella Valle del Nilo, ci ha restituito uno
splendido corredo funerario praticamente intatto, ne ha fatto il faraone più conosciuto e popolare, al punto da oscurare la
fama di grandi condottieri come Ramesse II.
Ebbene, le analisi del suo DNA condotte dalla iGENEA dimostrano che il giovane faraone era portatore dell’aplogruppo
R1b1a2 del cromosoma Y, vale a dire quello tipico delle popolazioni dell’Europa occidentale. E’ una prova in più, che si
affianca a numerose altre. Ricorderete che tempo addietro avevamo parlato di un esame della mummia di Ramesse II, a
differenza di Tutankhamon morto a tarda età, ultraottantenne sembra, che aveva rivelato che il faraone negli ultimi anni si
tingeva i capelli con l’henne, ma da giovane doveva averli biondo-rossicci. Non si possono ormai nutrire dubbi sul fatto che
l’antica élite egizia rappresentasse un tipo umano nettamente diverso dal resto della popolazione, avesse cioè origini
europee, e questo spiega lo strano mistero di una civiltà che sembra nascere adulta, e poi nel corso della sua storia non
conosce ulteriori evoluzioni, ma semmai una progressiva decadenza (ad esempio, si perdono le tecniche relative alla
costruzione delle piramidi, i cui esempi appartengono tutti alla fase più antica della storia egizia), che noi possiamo
ipotizzare parallela all’affievolirsi del sangue di origine europea nelle sue classi dominanti.
E’ sempre più chiaro che storici e archeologi “ufficiali” che ipotizzano un’origine mediorientale della civiltà, un’influenza
mediorientale sulla civiltà europea, girano (volutamente?) il binocolo dalla parte sbagliata: è semmai un’influenza e un
apporto etnico a livello di élite, sull’Egitto ma non solo sull’Egitto, ci sono indizi che fanno pensare che per l’area
mesopotamica valga esattamente lo stesso discorso, dell’Europa sul Medio Oriente.
Io non vorrei che si pensasse che io ritenga tutto quello che scrivo di una particolare rilevanza solo perché porta in calce la
mia firma, ma solo per completezza dell’informazione, vi informo che un uno dei prossimi numeri de “L’uomo libero”, la
bella rivista fondata da Mario Consoli e oggi diretta da Fabrizio Fiorini, sarà pubblicato il testo della mia conferenza “Alle
origini dell’Europa”, da me tenuta qui a Trieste alla Casa del Combattente sabato 11 marzo. Il motivo per cui non mi è
sembrato opportuno proporre questo testo su “Ereticamente” è semplice, perché in realtà ve lo trovate già pubblicato, si
tratta della giustapposizione dei due primi articoli della serie Ex Oriente Lux, ma sarà poi vero?
Questa conferenza si è posta in una situazione di continuità rispetto alle due tenute da Michele Ruzzai il 27 gennaio e il 24
febbraio, che hanno trattato rispettivamente de Le radici antiche degli Indoeuropei e Patria artica o madre Africa?
Precisamente nell’ottica di un completamento di questa rassegna sulla tematica delle origini, è previsto che io tenga
un’altra conferenza, dedicata stavolta alle nostre origini italiche.
A un livello più vicino a noi, infatti, c’è un’altra menzogna “democratica” e “politicamente corretta” che i media di regime,
fra i quali vanno sciaguratamente comprese anche le istituzioni scolastiche, cercano di instillarci a tutti i costi, l’idea che gli
Italiani sarebbero un popolo meticcio, frutto di innumerevoli innesti di popolazioni provenienti da ogni dove. Questa è una
smaccata falsità che ha il preciso scopo di darci a intendere (di illuderci) che la massiccia immigrazione di cui oggi siamo
oggetto (vittime!) in ultima analisi non cambierebbe un granché.
Si tratta di qualcosa di cui abbiamo già parlato più volte, denunciandone la “democratica” falsità. Le invasioni e le
dominazioni che la nostra Penisola ha disgraziatamente subito nel corso dei secoli tra la caduta dell’impero romano e il
risorgimento, hanno sempre rappresentato un apporto etnico-genetico del tutto trascurabile o inesistente, anche perché
l’assoggettamento politico è una cosa, la colonizzazione da parte di un invasore tutta un’altra, e questo è un destino che ci è
stato finora risparmiato.
Il popolo italiano (ma forse sarebbe meglio dire italico, perché quella che conta è l’appartenenza etnica, di sangue, mentre la
cittadinanza burocratica, l’aver scritto “Repubblica italiana” su un pezzo di carta vale meno di nulla), è un popolo
appartenente al ceppo delle genti indoeuropee, che ha una sua coerenza etnica e una sua fisionomia che si sono mantenute
nei millenni da già prima della formazione dello stato romano, ed è questa coerenza etnica la base a partire da cui si sono
sviluppate la cultura e la civiltà italiane, la nostra eccellenza in campo artistico e culturale.
Anche a questo riguardo, forse non servirebbe ribadirlo una volta di più ma repetita iuvant, c’è un’altra menzogna prodotta
da quell’apparato di imposture e veleni che conosciamo come democrazia, che occorre decisamente smentire, la
presunzione che la creatività delle culture umane e la civiltà nascerebbero dall’incontro e dall’ibridazione tra culture
145
diverse: l’ibridazione e il meticciato possono produrre solo popoli parassiti in grado di impadronirsi, di riciclare ciò che è
stato fatto da altri, ma incapaci di per sé di creare alcunché: la massa ibrida di sradicati di sangue misto che oggi popola (o
impesta) quel deserto intellettuale che si trova tra Messico e Canada ne è un chiaro esempio, e non si può considerare
altrimenti che con orrore la prospettiva che anche l’Europa si appresta a essere ridotta allo stesso modo.
Io credo che il quadro teorico, la realtà dei fatti e delle conoscenze che possiamo opporre alle menzogne della sedicente
democrazia, menzogne che non sono altro che un veleno soporifero inteso a favorire la nostra scomparsa per sostituzione
etnica, sia ormai abbastanza chiaro. Quello che conta ancora veramente sapere, è se abbiamo la forza e la volontà, e saremo
capaci di mobilitare le energie necessarie per evitare questo destino a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri discendenti.
NOTA: Nell’illustrazione che correda questo articolo, da sinistra: la frana di Storegga, la maschera funeraria del faraone
Tutankhamon, e la locandina della mia conferenza.

Una Ahnenerbe casalinga, cinquantesima parte – Fabio Calabrese

Cinquanta, cifra tonda: un obiettivo che solo qualche anno fa avrei detto impossibile da raggiungere. Io penso che capirete e
sarete d’accordo con me, se questa volta dedicheremo questo capitolo della ricerca delle nostre origini a una riflessione sul
lavoro sin qui svolto, che non vuole essere auto-celebrativa, ma un soffermarsi considerando la strada trascorsa, un
riprendere fiato per slanciarsi di nuovo in avanti, ben sapendo che non è il caso di riposare sugli allori, e che il cammino
davanti a noi è ancora impervio.
Io vorrei per prima cosa ringraziare un lettore che tempo fa in un commento ha espresso il concetto che in effetti in questa
mia piccola Ahnenerbe non ci sarebbe nulla di casalingo se con questa parola vogliamo intendere qualcosa di dilettantesco.
Lo ringrazio, ma penso che il mio modesto lavoro non si possa certo confrontare con quello che è stato proprio della Società
Ahnenerbe del Terzo Reich, gli ingenti mezzi che lo stato tedesco di allora impiegò nell’indagine sull’eredità degli antenati.
Il mio è un lavoro personale, one man’s band, anche se difficilmente senza la ricchezza di tematiche offerte dal web e le
segnalazioni di alcuni volonterosi amici, sarei riuscito a portarlo avanti.
Io penso che sia persino superfluo ribadire il concetto che questo lavoro non ha per nulla delle finalità accademiche: l’idea
del nostro passato, della storia percorsa dalle remote origini a quel che siamo noi oggi, è una componente essenziale
dell’idea che abbiamo di noi stessi, che a sua volta è la premessa dell’agire attuale, in politica e in tutti i campi. Da questo
punto di vista, dovrebbe essere chiaro che quel che ci viene presentato e ammannito, ribadito in tutte le occasioni da un
imponente sistema mediatico-propagandistico, non è “scienza” in campo storico-antropologico, se per scienza intendiamo
un sapere nato dalla ricerca onesta e disinteressata della verità, ma è piuttosto un più o meno abile sistema di mistificazioni
il cui scopo è quello di legittimare il potere “democratico” che ci domina.
Tralasciamo qui – per carità – la questione filosofica se sia o meno attingibile all’uomo la verità in senso assoluto o se ogni
nostra conoscenza, ogni nostra verità sia in ogni caso parziale e soggettiva. Diciamo che perlomeno c’è una differenza fra
gli esiti di una ricerca del vero imparziale e disinteressata e una frode deliberata o una conclusione distorta a cui può
arrivare un ricercatore anche in buona fede cui sono state fornite premesse e modi di pensare fraudolenti che lo fuorviano.
Noi possiamo vedere la tematica delle origini come una sorta di imbuto rovesciato: tanto più si allarga, quanto si risale
indietro nel tempo.
Io non mi sono occupato, e non mi sembra il caso di farlo ora, di questioni vaste e remote come l’origine dell’universo, del
sistema solare o della vita sulla Terra, questioni forse al di là della nostra portata. Il problema delle origini nella nostra ottica
146
mi pare si possa suddividere in quattro livelli: l’origine della specie umana, quella dei popoli indoeuropei, l’origine della
civiltà sul nostro continente, e – questione spesso trascurata sebbene ci tocchi da vicino – quella della nazione italiana, della
nostra identità, in definitiva, come genti della Penisola italica.
Vediamo al riguardo cosa ci racconta la “scienza” ufficiale, vale a dire l’ortodossia di regime:
Riguardo alla prima tematica, la vulgata che ci viene imposta è oggi rappresentata dall’Out of Africa, la “teoria” secondo la
quale la nostra specie si sarebbe originata sul continente africano, e il nero subsahariano rappresenterebbe il modello
ancestrale dal quale tutti noi discenderemmo. Riguardo all’origine dei popoli indoeuropei, l’ortodossia di regime sostiene la
tesi che saremmo i discendenti di agricoltori di origine mediorientale-anatolica che si sarebbero man mano espansi verso il
nord e l’ovest alla ricerca di nuove terre da coltivare.
L’origine della civiltà, sostiene sempre l’ortodossia di regime, ed è questa la versione canonica che trovate su tutti i libri di
testo e che ci viene continuamente ripetuta dal sistema mediatico, si situerebbe nella cosiddetta Mezzaluna Fertile a cavallo
tra Egitto e Mesopotamia, e solo tardivamente avrebbe raggiunto l’Europa attraverso un complicato passaparola tra Egizi,
Mesopotamici, Fenici, Ebrei, Persiani, Minoici, Greci, Romani.
L’Italia, infine, ci viene dato a intendere, sarebbe una terra a cui una struttura geografica molto ben definita avrebbe dato
una coerenza e una continuità attraverso i secoli, e dove le genti che l’abitano avrebbero sviluppato una cultura comune, ma
si vuole che non rappresenterebbe alcunché di coerente dal punto di vista etnico e genetico.
Si tratta di quattro menzogne, non solo, ma di quattro menzogne che hanno uno scopo preciso, quello di darci un’immagine
sminuita di noi stessi allo scopo di indebolire la resistenza alla sostituzione etnica, alla sparizione che il potere mondialista
ha decretato per noi Italiani e per noi Europei.
Cominciamo con l’Out of Africa: si tratta di una “teoria” che non può in nessun modo essere considerata scientifica, è per
ammissione dei suoi stessi formulatori, un costrutto ideologico creato allo scopo di “battere il razzismo”, “razzismo” che
poi nel linguaggio orwelliano della democrazia non significa l’affermazione di una razza sulle altre, ma la semplice
constatazione che le razze umane esistono, si tratta in altre parole di uno di quei costrutti ideologici che sono
stati imposti all’Europa per “rieducarla” in conseguenza della sconfitta nella seconda guerra mondiale, e anche alle
popolazioni caucasiche d’oltre Atlantico, da sempre plagiate dietro le quinte da qualcuno che di origine europea non è, se si
risale agli antenati remoti, affinché non si rendessero conto che il loro mondo si stava trasformando in un’invivibile società
multietnica, come del resto è previsto che presto tocchi anche a noi.
Questa “teoria” si fonda su due assunti dati per sottintesi ma mai esaminati troppo da vicino, cosa che ne metterebbe subito
in evidenza la falsità: il primo è la confusione fra la questione degli ominidi africani (la famosa Lucy e tutti gli altri) e
l’origine della nostra specie. I primi si collocano a milioni di anni fa, l’altra a decine di migliaia di anni fa, vi è una
differenza di due ordini di grandezza sulla scala temporale, ma evidentemente si conta sul fatto che la gente comune,
l’uomo della strada non ha troppa familiarità coi numeri.
L’altro aspetto della questione che non si vuole guardare troppo da vicino, è che “africano” in senso geografico non
significa necessariamente “nero”; al contrario, è assai probabile che quella vasta area dell’Africa settentrionale oggi
occupata dal deserto del Sahara ma che fino a 12-11.000 anni fa era fertile, il “Sahara verde” fosse abitata da popolazioni di
ceppo caucasico che possono aver avuto un ruolo nel popolamento dell’Europa. Popolazioni i cui discendenti più diretti in
epoca storica sarebbero stati i Berberi (fra i quali sono frequenti pelle chiara e capelli biondi) e i Guanci delle Canarie,
mentre il nero subsahariano è un tipo umano formatosi in un’epoca relativamente tarda. In fin dei conti, facevo notare,
Giuseppe Ungaretti, John R. R. Tolkien, Christian Barnard il medico pioniere dei trapianti di cuore, sono tutti nati su suolo
africano senza avere alcunché di nero.
C’è un lato della questione che raggiunge decisamente il grottesco: circa centomila anni fa il nostro pianeta era abitato in
tutta l’area del Vecchio Mondo da diverse popolazioni variamente etichettate come pre-sapiens o sapiens arcaiche. E’
verosimile che si sarebbero graziosamente estinte di loro iniziativa per lasciare spazio libero al “puro” sapiens di origine
africana? Certo, l’idea che sia stato proprio il presunto sapiens africano a sterminarle, è più credibile, ma non fa fare una
figura molto bella a una “teoria” che fra le altre cose dovrebbe oggi invogliarci all’ “accoglienza” verso gli invasori che
oggi lasciano il continente nero. A questo punto, qualcuno ha avuto un’idea geniale. Pare che tra 50 e 70.000 anni fa il
vulcano Toba nell’isola di Sumatra in Indonesia sarebbe esploso in una gigantesca eruzione. Secondo i sostenitori dell’Out
of Africa, questa esplosione avrebbe proiettato nell’atmosfera un’enorme quantità di ceneri che avrebbero provocato una
sorta di inverno nucleare che avrebbe portato all’estinzione tutte le popolazioni umane allora esistenti, tranne gli africani da
cui si pretende che tutti noi discenderemmo. Già a formularla, ci si rende conto di quanto un’idea simile sia poco plausibile.
Una catastrofe di entità planetaria avrebbe quasi annientato una specie, la nostra, senza lasciare segni visibili sulle altre?
Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Poco dopo essere stata formulata questa bella teoria del vulcano Toba, sempre
nell’arcipelago indonesiano, nell’isola di Flores, sono stati scoperti i resti di certi piccoli uomini che sono stati chiamati
hobbit come i personaggi di Tolkien. Ci si è resi conto con sorpresa che non si sarebbe trattato di sapiens ma di una forma
nana (nanismo insulare) di homo erectus, si tratta dunque di creature molto antiche, che sarebbero vissute su quest’isola fino
a 30.000 anni fa, dunque fino a 20-40.000 anni dopo la presunta esplosione del Toba pur trovandosi a quello che su scala

147
planetaria è appena un passo da questa presunta catastrofe apocalittica. Cari piccoli hobbit, che hanno dato uno scrollone
fondamentale all’Out of Africa!
Poi, come se non bastasse, sono arrivate le ricerche dei genetisti russi Klysov e Rhozanskij: l’analisi del DNA dimostra
chiaramente che Europei ed Asiatici NON derivano da antenati africani. Pare di assistere oggi a una guerra fredda
ideologica di segno invertito: mentre i ricercatori russi sono liberi di far parlare semplicemente i fatti, quelli statunitensi
sono costretti a salvare a tutti i costi il dogma dell’Out of Africa come corollario del più ampio dogma “antirazzista”
considerato indispensabile alla sopravvivenza della loro innaturale e artificiosa società multietnica (“antirazzismo”, ossia
negazione dell’esistenza delle razze, nel linguaggio orwelliano della democrazia che all’atto pratico, soprattutto trapiantato
sulla sponda europea che si sta cercando del pari di trasformare in una società multietnica, significa il razzismo più
disgustoso che si possa concepire, quello contro i nativi che hanno la colpa di vivere nella stessa terra in cui sono nati i loro
padri).
Non basta ancora, perché fossili umani chiaramente sapiens di età anteriore ai 70.000 anni e quindi alla presunta origine
africana della nostra specie dopo l’altrettanto presunta catastrofe del Toba, sono saltati fuori un po’ dappertutto, e il fossile
cinese noto come l’uomo di Liuijang non è che l’ultimo di una lunga serie.
Il fatto che la “teoria” dell’Out of Africa sia chiaramente smentita dai fatti, non impedisce che essa sia continuamente
ammannita al grosso pubblico e citata su tutti i libri di testo come “la verità” ufficiale sulle nostre origini, ma noi sappiamo
esattamente quello che è: propaganda di regime.
L’Out of Africa è, per così dire, la menzogna quadro di un articolato sistema di mistificazioni, un sistema che si completa
considerando almeno altre due deliberate falsità sulle nostre origini: quella intesa a trasformare gli Indoeuropei da guerrieri
e conquistatori delle steppe eurasiatiche in pacifici agricoltori di provenienza mediorientale, e quella che vede l’origine
della civiltà nella Mezzaluna Fertile sempre in Medio Oriente, deprimendo o negando il ruolo dell’Europa nella civiltà
umana.
Forse, per cogliere l’esatta prospettiva delle cose, è necessario fare un considerevole passo indietro. Quando nel XIX secolo
i filologi e linguisti germanici scoprirono che la gran parte delle lingue d’Europa oltre ai linguaggi indiani e iranici avevano
un’origine comune, e tendevano a convergere verso un linguaggio ancestrale comune man mano che si risaliva indietro nel
tempo, non fecero solo una scoperta di immenso valore nel campo linguistico, ma anche in questo caso facendo parlare
semplicemente i fatti come la buona scienza deve fare, ruppero con una tradizione che aveva pesantemente condizionato
l’immagine che la cultura europea aveva di se stessa, infatti, contemporaneamente resero evidente che ebrei, arabi, e del
resto mesopotamici e altri popoli antichi appartenevano a un altro ceppo linguistico e conseguentemente a un altro contesto
antropologico e culturale.
Quella che in questo modo entrava in crisi, era la concezione della storia che si era avuta fin allora, certamente ampliata,
articolata e approfondita, ma la cui concezione di base si richiamava pur sempre alla bibbia, mentre adesso era possibile
riconoscere nella bibbia, nel cristianesimo e in tutto ciò che discende da esso, un elemento antropologicamente e
culturalmente estraneo che si era insinuato nella cultura europea.
E’ ovvio che “qualcuno” abbia cercato in tutti i modi di ricucire un simile “strappo”.
Negli anni passati due linguisti russi, Aaron Dolgopolskij e Vladimir Ilic-Svyityc elaborarono la cosiddetta teoria del
nostratico, supportata poi sul piano archeologico dall’archeologo inglese Colin Renfrew. In poche parole, il nostratico
costituirebbe una superfamiglia linguistica in cui rientrerebbero sia le lingue semitiche che quelle camitiche (Egizi, Numidi,
moderni Berberi e Copti dell’Egitto), sia quelle indoeuropee, che si sarebbero diffuse sulle due sponde del Mediterraneo a
partire dal Medio Oriente in seguito alla diffusione dell’agricoltura. Una teoria che mi è sembrata ben poco credibile sin da
quando ne ho sentito parlare. Per prima cosa, sembra un travestimento in termini scientifici della leggenda biblica dei tre
figli di Noè, ma soprattutto la situazione che prospetta, che potremmo aspettarci in base ad essa, non è quella che
riscontriamo nell’Europa antica.
Noi abbiamo esempi rappresentati dall’espansione di comunità agricole che si diffondono colonizzando man mano nuovi
territori, è un’espansione molto più lenta della conquista che porta alla rapida formazione di vasti imperi da parte di élite di
cavalieri e conquistatori, ma molto più definitiva e porta alla formazione di estese masse umane dotate di una relativa
omogeneità; ne sono esempi la Cina e l’India pre-ariana. In genere questo tipo di “conquista” non lascia sostrati di sorta,
perché gli agricoltori, demograficamente esuberanti, allontanano o assorbono le bande di cacciatori-raccoglitori nomadi.
Nell’Europa antica di sostrati pre-indoeuropei ne troviamo parecchi, e non gruppi isolati, ma interi popoli, vaste culture e
civiltà: Etruschi, Minoici, Iberi, Sardi e Corsi, Pelasgi, Liguri il cui dominio era un tempo esteso a gran parte di quella che è
oggi la Francia meridionale, e via dicendo.
C’è anche l’aspetto psicologico, il sospetto che questa teoria sia stata creata a bella posta per strappare dalle mani dei nostri
antenati indoeuropei l’ascia da combattimento e sostituirla con la zappa del contadino, per disarmare psicologicamente noi,
sospetto per la verità aggravato dalla circostanza che dopo la caduta dell’Unione Sovietica Aaron Dolgopolskij ha
rinunciato alla cittadinanza russa e si è trasferito in Israele.
Ancora una volta, sono stati gli studi di genetica a dipanare il bandolo della matassa, e la teoria del nostratico ne è uscita
bocciata. In contrasto con essa, hanno evidenziato che l’85% degli Europei appartiene al tipo conosciuto come eurasiatico
148
settentrionale, presente sul nostro continente fin dal Paleolitico. Sul concetto poi che l’agricoltura sia effettivamente nata in
Medio Oriente e non in Europa, ci sarebbe molto da discutere, e lo rimandiamo alla prossima volta.
Per non rendere questo testo chilometrico, per ora ci fermiamo qui. Per ora possiamo mettere come conclusione provvisoria
che siamo figli del nord e non dell’Africa, eredi della cultura indoeuropea, europei, italici di ceppo indoeuropeo e non
bastardume proveniente dalle più disparate parti del mondo. Abbiamo alle spalle un patrimonio di sangue, di tradizione e di
cultura che si perde nella notte dei tempi, e intendiamo difenderlo.
NOTA: L’illustrazione che correda questo articolo è un’immagine composita che sintetizza almeno una parte del lavoro sin
qui svolto: vi si riconoscono la locandina delle due conferenze di Michele Ruzzai del 27 gennaio e del 24 febbraio
(quest’ultima in versione doppia), della mia conferenza dell’11 marzo, la copertina del libro Epicentro Mudi Antonio
Scarfone, e l’aurora boreale dell’immagine di copertina del gruppo MANvantara.

Una Ahnenerbe casalinga - cinquantunesima parte –

Cari lettori: vi chiedo di avere pazienza. In questo cinquantunesimo articolo della nostra rubrica, ero intenzionato a
concludere il riepilogo iniziato la volta precedente, sulle molte cose che nella cinquantina di articoli stilati in precedenza
abbiamo avuto modo di vedere, tuttavia questo sia pure estremamente utile ripasso dei fondamentali lo dobbiamo rinviare, e
lo riprenderemo la prossima volta perché in questo periodo di metà 2017 sono emerse una serie di novità sulla ricerca delle
nostre origini di cui è impossibile non dare conto.
Una novità che sta accendendo vivaci discussioni sul web, è la scoperta di un ominide europeo, i cui resti sono stati ritrovati
in Grecia e Bulgaria, che risalirebbe a 7,2 milioni di anni fa (quindi più antico degli ominidi africani finora noti) ed a cui
sono stati dati il nome scientifico di Graecopithecus Freybergi e il nomignolo di “El Greco”.
La cosa davvero singolare, è che la notizia di questo importante ritrovamento che dovrebbe portare alla riscrittura della
storia delle origini umane ci arriva attraverso pubblicazioni “di Area”, VoxNews del 22 maggio e “Il secolo d’Italia” del 23
maggio con un pezzo a firma di Anna Clemente, mentre le pubblicazioni “scientifiche” ufficiali nonché i canali di
informazione generalisti hanno semplicemente ignorato il fatto.
Eppure non c’è alcun dubbio sul fatto che i resti fossili di questa creatura esistono. Sulle interpretazioni si può sempre
discutere, ma cosa dobbiamo pensare di una “scienza” che censura i fatti per essa scomodi?
Il perché di questo atteggiamento censorio che è esattamente il contrario dell’onestà scientifica, davvero non è difficile da
capire: “El Greco” costituisce un ulteriore scrollone alla già traballante “teoria” dellOut of Africa che i censori e inquisitorie
vestali della democrazia devono difendere a ogni costo, perché costituisce un corollario fondamentale della loro pretesa

dell’inesistenza delle razze umane.


Ridotta all’osso, la loro argomentazione si potrebbe sintetizzare così: L’uomo si è evoluto dagli ominidi, gli ominidi erano
africani, dunque l’uomo è nato in Africa. Io non vorrei ora riaprire una discussione sul concetto di evoluzione, anche perché
si tratta di un argomento che ho ampiamente trattato nei miei scritti precedenti. Diciamo in estrema sintesi che un conto è
l’evoluzionismo (o meglio il darwinismo) come griglia interpretativa dei fatti biologici, un altro la sua
interpretazione ideologica con l’abbinamento ai concetti di “sviluppo ascendente” e “progresso” e chi più ne ha più ne
metta, ignorando aspetti fondamentali della teoria darwiniana quali la selezione, la lotta per l’esistenza, la sopravvivenza del
più adatto, che ne fanno in realtà la smentita di tutte le filosofie democratiche, progressiste, buoniste.
Io vorrei ora concentrare l’attenzione sulla seconda premessa di questo sillogismo, l’africanità degli ominidi che questa
scoperta viene decisamente a smentire, tuttavia va detto, e l’abbiamo già visto nelle parti precedenti della nostra disamina,
che anche questa non rappresenta una novità assoluta. L’elenco degli ominidi non africani era già abbastanza lungo: si va

149
dagli indiani Ramapithecus e Sivapithecus (i cui nomi rievocano due divinità del pantheon induista)
all’italiano Oreopithecus Bambolensis, che presenta proprio quelle stesse caratteristiche che hanno fatto attribuire agli
ominidi africani la qualifica di precursori dell’umanità, ossia la stazione eretta completamente bipede, e un arco dentario di
tipo umano, tondeggiante e privo dei grossi canini tipici delle scimmie antropomorfe, per non parlare qui del
misterioso homo di Savona, vecchio di due milioni di anni, su cui non è stata mai compiuta una seria indagine scientifica,
ma è stato lasciato in un vergognoso dimenticatoio.
Alla luce di tutti questi atti, che homo sia originario proprio da un ceppo di ominidi africani, quando in passato l’areale di
queste creature era verosimilmente molto più esteso, rimane quanto meno un’ipotesi tutta da provare.
E’ tuttavia inutile illudersi: quello cui stiamo assistendo, una volta di più, non è un sereno dibattito basato sull’analisi dei
fatti e il confronto delle teorie con essi, ma una disputa ideologica.
Ne è la riprova un articoletto apparso su “Ethnopedia” a firma di tale Kirk (mai che questa gente si indicasse coi propri veri
nomi e cognomi, sembra che quella di lanciare il sasso e nascondere il braccio sia una pratica molto diffusa in ambito
democratico), che è un vero capolavoro di malanimo e faziosità.
Vediamo dunque cosa ci ammannisce (il capitano?) Kirk:
“Non si parla di Homo Sapiens, la nostra specie, né di un antenato da cui discendiamo, ma di un ominide che si è invece
estinto come tanti altri”.
Questo si chiama rivoltare la frittata, fare il processo alle intenzioni o fabbricarsi un avversario di comodo. Chi ha mai
sostenuto che questa creatura antica di 7,2 milioni di anni fosse un homo? Il discorso è un altro: l’origine africana della
nostra specie è stata sostenuta in base alla presunzione che gli ominidi fossero esclusivamente africani, ora è quest’ultima
asserzione che si rivela palesemente falsa.
Si osservi poi l’affermazione sminuente: “un ominide come tanti altri”, come se gli ominidi non africani non fossero oggetto
di uno sminuimento o addirittura di un occultamento sistematico.
Ma questo naturalmente è solo l’antipasto, le vere chicche dell’articolo devono ancora venire; vedete questo passaggio:
“Se l’articolo che linkate proviene da siti notoriamente politici come VoxNews, Il Primato Nazionale ed Ereticamente, vuol
dire che esso è intriso di ideologia e propaganda politica”.
Una cosa di questo genere provoca chiaramente disappunto, ma anche una certa soddisfazione. Significa anche che
ESISTIAMO e diamo fastidio, che il nostro non è solo un predicare nel nostro cortile (il che sarebbe comunque importante,
vista la carenza di formazione ideologica dei nostri ragazzi che si trovano a vivere in un clima ostile a tutto quanto
rappresentiamo), ma che anche democratici e antifascisti sono costretti malgrado loro a tenerci in considerazione.
Sui temi della paleoantropologia, delle origini dell’uomo, poi ci siamo occupati su “Ereticamente” soprattutto io e Michele
Ruzzai, con una presenza quantitativamente meno massiccia della mia ma sicuramente di qualità, ed è quasi un peccato che
“Kirk” non citi anche “MANvantara”, il bel gruppo facebook gestito da Michele.
Anche qui, sul tema della paleoantropologia, l’insinuazione di “Kirk” ricorda molto la storia del bue che dà del cornuto
all’asino.
Bisogna ricordare a questo riguardo le parole dello storico australiano Greg Jefferys:
“Tutto il mito dell’Out of Africa ha le sue radici nella campagna accademica ufficiale negli anni ’90 intesa a rimuovere il
concetto di razza. Quando mi sono laureato, tutti passavano un sacco di tempo sui fatti dell’Out of Africa ma sono stati
totalmente smentiti dalla genetica. (Le pubblicazioni) a larga diffusione la mantengono ancora”.
Dunque a peccare di ideologia non sono coloro che contestano il dogma dell’Out of Africa che sono piuttosto quelli che
cercano di ristabilire la verità, ma coloro che lo sostengono. Questa sedicente “teoria” non è nata da fatti scientifici, ma
dall’intento propagandistico di distruggere il concetto di razza, cioè come strumento politico. La genetica la smentisce (qui
fanno testo le ricerche dei genetisti russi A. Klysov e S. Rozhanskij), tuttavia essa continua a essere propagata dai mezzi di
massa a larga diffusione – cioè quelli controllati dal potere – perché è uno strumento ideologico prezioso per chi mira allo
sradicamento dei diversi gruppi umani, e a cui della verità scientifica non importa nulla.
Più sotto arriviamo a quello che è il vero nocciolo della questione:
“Sotto la pelle siamo tutti uguali, c’è più diversità genetica tra due italiani che tra un italiano e un nigeriano”.
L’inesistenza delle razze e delle etnie, è questo il discorso sottinteso a tutto l’ambaradan out-of-africano. Qui ritorna una
vecchia menzogna della democrazia che abbiamo sentito ripetere fino a farcela uscire dalle orecchie ma che nonostante ciò,
rimane un’assoluta falsità, la presunzione dell’inesistenza degli Italiani dal punto di vista genetico, la leggenda che
geneticamente noi saremmo non un popolo ma un’accozzaglia disparata al punto che fra uno e un altro di noi presi a caso, ci
sarebbero meno affinità che con qualsiasi altro abitante di questo pianeta preso altrettanto a caso. Il sottinteso di questo
“messaggio” è estremamente chiaro: dal momento che il popolo italiano come continuità di sangue non esiste, non ci
dovremmo preoccupare del fatto che oggi l’immigrazione e la sostituzione etnica lo stanno cancellando. Peccato solo che
questa sia una totale falsità, come recenti e seri studi genetici hanno ampiamente dimostrato, e sono tornato con ampiezza su
questo argomento nella quarantottesima e nella quarantanovesima parte della nostra rubrica.
Volete che non si usi la parola “razza”? Va bene, non usiamola, ma resta il fatto che i neri subashariani hanno un quoziente
intellettivo medio di 70, che coincide con il limite del ritardo mentale, che studi condotti negli Stati Uniti hanno dimostrato,
150
a parità di condizioni economiche e sociali, una propensione al crimine cinque volte maggiore rispetto agli altri gruppi
etnici, che qui da noi in Italia gli immigrati (in grandissima parte neri o magrebini) sono i responsabili del 50% di tutti i reati
e del 90% di tutti gli stupri.
“Kirk” non manca di dispensarci qualche consiglio:
“Questi siti farebbero meglio ad occuparsi di politica, filosofia, mitologia, esoterismo e quello di cui si occupano
quotidianamente”, e non di questioni scientifiche riguardanti le nostre origini per cui, a suo dire, non saremmo tagliati.
Peccato solo che per quanto riguarda la politica, il fatto che ci venga gabellata una falsa immagine di noi stessi allo scopo di
farci accettare l’invasione di cui siamo oggi vittime senza reagire, è un fatto politico.
Se posso io a mia volta ricambiare (il capitano?) Kirk elargendogli un consiglio, gli direi di riprendersi l’astronave
Enterprise e ripartire alla scoperta di “Strani nuovi mondi e nuove civiltà”.
Su tutta la questione varrebbe la pena di riferire l’opinione espressa – per la verità in una conversazione privata, ma non
credo di fargli alcun torto riportandola qui – di una persona perspicace e competente al riguardo, come è il nostro amico
Michele Ruzzai, secondo cui, certamente la scoperta dei resti di ominidi non africani indebolisce “la teoria” dell’Out of
Africa, ma la sua vera confutazione è data dai fossili di homo vecchi di centomila anni e oltre (cioè ben prima di quanto
previsto dall’OOA) che si ritrovano fuori dal continente africano. Ora di questi se ne trovano in buon numero in Asia,
Oceania e anche in Europa, ma “la scienza”, o meglio l’ortodossia “scientifica” dominante evita di parlarne se non per
bisbigli e ammissioni a mezza voce che dovrebbero restare confinate entro i circoli degli specialisti.
Tuttavia, le novità che dobbiamo registrare in questo periodo non si limitano solo alla questione di “El Greco” (che però
rimane una presenza “scomoda” della paleoantropologia e di cui si dovrebbe parlare ancora a lungo). Recentemente, un
nostro corrispondente ha postato un articolo de “Le scienze” risalente al novembre 2015 dove si fa il punto sull’uomo di
Denisova. Di quest’uomo vissuto nella Siberia meridionale tra 70.000 e 40.000 anni fa, ci sono rimasti dei denti e minute
tracce scheletriche. L’analisi del DNA tuttavia ha consentito di stabilire che si trattava di un homo differente sia dall’uomo
di Neanderthal, sia dal sapiens del tipo di Cro Magnon, e che ha lasciato un’impronta genetica importante nelle popolazioni
asiatiche, melanesiane e australiane. Tuttavia rimane ancora oggi un uomo senza volto.
Ultimamente, “Il navigatore curioso” ha riportato i risultati di uno studio sul DNA dell’uomo di Neanderthal condotto nel
2008 da Liran Carmel e Eran Meshorer, biologi presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, dal quale risulta che l’uomo di
Neanderthal aveva in comune con noi ben il 99,84% del patrimonio genetico. Viene dunque del tutto a cadere la possibilità
di considerarlo una specie separata dalla nostra, e possiamo dire che aveva rispetto all’uomo attuale al massimo una
differenza di tipo razziale. D’altra parte avrete senz’altro presente che più volte in queste pagine vi ho sottolineato il fatto
che questo antico uomo in passato l’abbiamo gravemente sottovalutato. Vi ho riportato anche un’immagine presa dal
“Corriere della Sera” del dicembre 2014 che fa giustizia delle caratteristiche scimmiesche che per lungo tempo gli sono
state attribuite. E’ certamente fra i nostri antenati (di noi europei, ma non dei neri sub sahariani).
Tutto questo rimanda al concetto della nostra specie come una specie politipica fra i cui antenati figurano oltre all’uomo di
Cro Magnon, i neandertaliani e i denisoviani per non parlare del “quarto antenato” le cui tracce i ricercatori dell’Istituto di
Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona avrebbero trovato nel DNA degli abitanti delle isole Andamane, e del quinto,
un homo separatosi dalla linea principale dell’umanità circa 1.200.000 anni fa e con cui le popolazioni africane si sarebbero
re-incrociate.
Rispetto a questo mosaico che è la nostra storia biologica, il meno che si possa dire dell’Out of Africa, è che si tratterebbe di
una semplificazione fin troppo grossolana, ma una simile ammissione sarebbe già un peccare per eccesso di generosità,
perché sappiamo invece che si tratta di un’interpretazione ideologica fortemente tendenziosa, concepita per ispirarci un finto
senso di fratellanza verso chi per noi di sentimenti fraterni non ne nutre affatto e desidera solo soppiantarci. Tutto sta a
vedere se glielo lasceremo fare.
NOTA: Nell’illustrazione che correda questo articolo, a sinistra il fossile di “El Greco”, a destra la ricostruzione dell’uomo
di Neanderthal pubblicata sulla pagina scientifica del “Corriere della Sera” del dicembre 2014, che fa giustizia dei tratti
scimmieschi solitamente attribuiti a questo nostro antenato.

151
Una Ahnenerbe casalinga - cinquantaduesima parte

Proseguiamo con la sintesi del lavoro finora fatto che abbiamo visto nella cinquantesima parte. Le due questioni dell’origine
dei popoli indoeuropei e della civiltà europea sono strettamente intrecciate e si collegano a una tematica estremamente
importante, ossia la scoperta dell’agricoltura. Se questo passo fondamentale dell’incivilimento umano fosse avvenuto in
Europa e non in Medio Oriente, allora si capisce bene che tutto il discorso sia di una presunta origine mediorientale degli
Indoeuropei, sia della storia che ci sentiamo ripetere da ogni libro di testo, e che sembra un dogma incrollabile
dell’ortodossia “scientifica” sulle nostre origini che ci viene imposta, cioè la nascita della civiltà nella Mezzaluna Fertile tra
Egitto e Mesopotamia, verrebbe ipso facto a cadere.
Bene, vi sono degli indizi molto convincenti che le cose stiano proprio in questo senso, e che la “vulgata” che viene
ammannita al pubblico a cominciare dai ragazzi delle scuole, sia in realtà basata in parte sulla mistificazione, in parte
sull’ignoranza deliberata dei fatti. Gli indizi che possiamo considerare sono essenzialmente due: la priorità europea
nell’allevamento di animali, in particolare i bovini, e nella scoperta e nell’utilizzo dei metalli.
La priorità europea nell’allevamento dei bovini è chiaramente dimostrata dal fatto che la tolleranza al lattosio, che consente
di assimilare il latte di un’altra specie e anche in età adulta, è fra le popolazioni umane, massimamente diffusa nell’Europa
centro-settentrionale (e nelle Americhe e in Oceania fra le popolazioni di origine europea), per decrescere man mano che ci
si sposta verso il sud e l’est, fino a essere praticamente nulla nell’Africa subsahariana e in Asia orientale. Quest’ultima è
palesemente un adattamento darwiniano alla nuova risorsa alimentare che l’allevamento ha messo a disposizione degli
esseri umani. Vi sono vari indizi del fatto che l’allevamento brado dei bovini sarebbe stato preceduto da quello delle renne,
e ne avrebbe ricalcato il modello.
Per capire la relazione tra l’agricoltura e l’uso dei metalli, occorre tenere presente che le l’alternarsi delle varie tecnologie
preistoriche non ci rivela un perfezionamento tecnico quanto piuttosto cambiamenti nello stile di vita. Il corredo di utensili
in pietra scheggiata dell’epoca magdaleniana, era pienamente adeguato alle esigenze delle comunità di cacciatori-
raccoglitori. Il passaggio al mesolitico, 10.000 anni fa, è caratterizzato dalla produzione dei cosiddetti microliti, dentelli di
pietra che immanicati su di un ramo curvo servivano a produrre falci e denunciano l’inizio di un’attività agricola. L’ascia
neolitica in pietra levigata non è un perfezionamento di quella paleolitica, ma uno strumento che serve per abbattere alberi,
e ci rivela che le comunità umane avevano bisogno di maggiore spazio.
Infine l’utilizzo dei metalli. Produrre un crogiolo dove colare il metallo, poteva richiedere a un artigiano molto più lavoro
della creazione di uno strumento litico, ma una volta realizzato, poteva servire per un numero indefinito di fusioni: la
popolazione umana era in crescita, e con essa la domanda di strumenti da lavoro, un’esuberanza demografica che,
considerate le limitazioni insite nello stile di vita dei cacciatori nomadi, può essere spiegata solo con una sempre maggiore
diffusione dell’agricoltura. Quindi il legame tra agricoltura e metalli si può dare per assodato.
Ebbene, il più antico attrezzo metallico conosciuto è l’ascia di rame dell’uomo del Similaun, più antica di cinque secoli di
analoghi attrezzi mediorientali, e la più antica miniera che reca segni di sfruttamento umano, si trova a Rudna Glava nella
ex Jugoslavia.
In generale, tutta l’archeologia antica sembra affetta di quello che io chiamerei strabismo mediorientale: la scoperta in
Medio Oriente di quattro cocci di vaso e due paraventi di canniccio (e non credo esista al mondo un’area che gli archeologi
hanno frugato più intensamente di questa, rivoltando, si può dire, ogni pietra) viene regolarmente salutata come la scoperta
di “una nuova civiltà”, mentre si ignorano bellamente, si fa finta che non esistano, i grandi complessi megalitici europei.
In Before Civilization, un testo del 1973, l’insigne archeologo Colin Renfrew sottolineava che le nuove scoperte e datazioni
consentite dall’impiego di tecniche quali il radiocarbonio e la dendrocronologia, imporrebbero di rivedere completamente
l’idea che abbiamo sin qui avuto delle origini della civiltà, del passaggio dalla preistoria alla storia, perché è ormai accertato
che i complessi megalitici dell’Europa occidentale sono di un millennio più antichi delle piramidi egizie e delle ziggurat
mesopotamiche, che gli antichi europei, molto prima di quel che si pensasse, avevano imparato a coltivare la terra, costruire
templi, fondere il bronzo.
Dal 1973 a oggi di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po’, eppure della rivoluzione pronosticata da Renfrew non si è
vista traccia: certe conoscenze possono essere bisbigliate fra gli specialisti, ma non devono arrivare al grosso pubblico e ai

152
ragazzi delle scuole cui si continua ad ammannire la favola della Mezzaluna Fertile, sono oggetto di un coverage nemmeno
si trattasse di segreti nucleari.
Potremmo dire che l’originalità e la creatività della civiltà europea sono deliberatamente sottovalutate in ogni campo.
Dodici anni prima della pubblicazione del testo di Renfrew, nel 1961, l’archeologo Nicolae Vlassa aveva scoperto nel sito
di Turda in Romania le tavolette cosiddette di Tartaria contenenti i più antichi esempi di scrittura conosciuti al mondo, più
antichi di almeno mille anni dei più antichi pittogrammi sumerici conosciuti, e oggi gli archeologi ammettono (solo a livello
di specialisti, s’intende) l’esistenza di un’antica e precoce “Civiltà del Danubio”, di cui né sui testi scolastici né sulle
pubblicazioni o i programmi televisivi destinati al grosso pubblico, troverete traccia.
C’è una radicale differenza fra le scritture ideografiche o sillabiche (o al caso una mescolanza delle due cose, come quella
geroglifica egizia), che richiedono per esprimere un concetto centinaia di segni, e quelle alfabetiche dove ne basta una
ventina, e che rappresentano rispetto alle prime un progresso fondamentale, permettendo un alfabetismo generalmente
diffuso invece che prerogativa di una casta di scribi specializzati, e anche a questo riguardo c’è da dire che l’alfabeto è da
ritenere un’invenzione piuttosto europea che non mediorientale. Comunemente, l’invenzione dell’alfabeto è attribuita ai
Fenici, ma questi ultimi non fecero altro che semplificare la scrittura demotica egizia grazie al fatto che le lingue semitiche
non danno importanza alle vocali, ma la vera invenzione dell’alfabeto, con la divisione della sillaba in vocale e consonante
e l’introduzione dello spazio fra le parole, in sostanza il metodo semplice e pratico che utilizziamo ancora oggi, fu una
creazione dei Greci.
Un discorso analogo si potrebbe fare per tantissime innovazioni che hanno letteralmente portato la civiltà umana a un livello
superiore. Ormai due generazioni abbondanti di presunti intellettuali presunti anticonformisti si sono sforzati di ridurre a
un’origine dall’Oriente (estremo, medio o vicino) ogni invenzione europea, si sono letteralmente compiaciuti di ridurre al
minimo o di negare un qualsiasi apporto del Vecchio Continente all’incivilimento umano, con una sorprendente similarità
con quegli altri presunti intellettuali tanto anticonformisti da essere uguali l’uno all’altro, che si dilettano di fare sfoggio di
antipatriottismo (a prescindere dal sospetto che spesso si tratti delle stesse persone, animate da una sorta di masochismo
intellettuale).
Di origine cinese sarebbero ad esempio invenzioni quali la bussola, la stampa, la polvere da sparo. La bussola, le “bussole”
cinesi erano praticamente inutilizzabili: un ago di magnetite su un pezzetto di sughero che galleggia in una bacinella. L’idea
di incernierare l’ago magnetico su un perno venne ai marinai italiani di Amalfi. La stampa: i Cinesi inventarono e usarono
semplicemente timbri inchiostrati, l’invenzione dei caratteri mobili avvenne in Europa con Gutenberg. La polvere da sparo:
oltre i petardi e i giochi pirotecnici, il Celeste impero non andò. Le armi da fuoco e l’esplosivo da miniera furono invenzioni
europee.
Altre invenzioni innegabilmente legate all’Europa, sebbene anche di esse con zelo degno di miglior causa si siano – invano
– cercati antecedenti fuori dal nostro continente, sono la tecnica costruttiva ad archi rampanti e costolature che permise la
costruzione di quei prodigiosi edifici che sono le cattedrali gotiche, e il timone posteriore delle imbarcazioni che rese più
affidabile la navigazione. Se quest’ultima vi sembra un’invenzione di poco conto, provate a unire il timone posteriore con la
nave a sponde rialzate, il koggen inventato in età medioevale dalle popolazioni frisoni, la bussola, le armi da fuoco, e cosa
ottenete? Il controllo degli oceani e del Globo terracqueo quale l’Europa ebbe per cinque secoli, fino alle due guerre
mondiali.
Sin qui non abbiamo parlato delle eccellenze europee in campo intellettuale e spirituale, anche perché questa tematica
implica inevitabilmente il confronto con una religione, questa si mediorientale, che si è infiltrata nella cultura europea
provocando una lacerazione profonda con le tradizioni e lo spirito ancestrale del nostro continente, un discorso che ho
svolto in più di un’occasione con ampiezza altrove, ma che ora ci porterebbe troppo lontano, ma diciamo almeno questo:
quando si vedono gli Europei odierni lasciarsi incantare dall’ultimo guru da supermercato, è palese che costoro ignorano di
avere alle spalle una tradizione di pensiero vecchia di tre millenni che comprende nomi come Socrate, Platone, Aristotele,
Cartesio, Kant, Hegel.
Veniamo all’ultimo punto: le nostre origini in quanto italiani. Qui da dire non ci sarebbe moltissimo, tranne contrastare
l’ennesima menzogna di regime che vorrebbe darci a intendere la non esistenza di una nazione italiana in senso etnico e
genetico, la pretesa che noi saremmo un’accozzaglia eterogenea originaria dalle più diverse parti del pianeta, tenuti uniti da
una morfologia geografica ben definita della nostra Penisola e da un comune retaggio culturale formatosi nei secoli. Il
sottinteso di questa menzogna di regime, è che se noi non abbiamo nessuna omogeneità biologica e genetica,
l’immigrazione che oggi si sta riversando su di noi come un’alluvione dal Terzo Mondo, e che una classe politica di
traditori incentiva apertamente, in ultima analisi non cambierebbe un gran che.
Queste sono fole, menzogne di regime, menzogne del regime più falso e ipocrita che possa esistere, quello che passa sotto il
nome di democrazia. Nella storia umana non è mai esistita una cultura vitale senza il supporto rappresentato da una
coerenza etnica e biologica.
Va aggiunta l’altra fola consistente nell’esasperato localismo che spinge molti nostri connazionali a farneticare di
inverosimili secessioni, a volersi inventare un’identità etnica diversa da quella italiana, perché – diciamolo apertamente –

153
settant’anni di democrazia antifascista ci hanno portati al punto di avere vergogna di noi stessi, ma non è dell’essere italiani
che dobbiamo provare schifo e vergogna, bensì della democrazia antifascista.
Questa tendenza, sebbene oggi si presenti in Italia forse più amplificata che altrove, è oggi in varia misura presente in tutto
il continente europeo, e questo per un motivo preciso: quello della disgregazione delle entità nazionali attraverso
l’incentivazione dei localismi, dei separatismi, dei secessionismi, è precisamente uno dei punti previsti dal piano Kalergi.
Anche in questo caso, gli studi di genetica hanno chiarito la realtà delle cose: gli Italiani, ma forse sarebbe meglio dire “gli
Italici”, termine che sottolinea meglio l’aspetto etnico e genetico in contrapposizione a quello di cittadinanza-appartenenza a
un’entità statale, cosa che in ultima analisi vale meno di nulla, esistono, fanno parte con una loro identità ben definita dei
popoli della famiglia europea-indoeuropea.
Si tratta, gli studi di genetica l’hanno chiarito, di una realtà non monolitica, variegata da una componente celtica al nord e da
una di origine greca al sud, ma non tali da non permettere di parlare del nostro popolo come di un’entità etnicamente
coerente, d’altra parte nessun popolo al mondo può vantare una totale uniformità genetica. In particolare si è visto che una
componente non-europea, mediorientale a cui vorrebbero oggi rifarsi ad esempio i sostenitori dell’artificiosa leggenda di
una “Sicilia araba” non esiste se non a livelli del tutto trascurabili. In questa artificiosa leggenda anch’essa inventata per
favorire l’accettazione della sostituzione etnica, vediamo bene come il localismo si saldi ai progetti mondialisti che mirano
alla sparizione dei popoli europei, il piano Kalergi si tocca con mano.
Un discorso che ho cercato di sviluppare nell’arco di anni sulle pagine di “Ereticamente”, ma io credo che si capisca bene
che qui si tratta di contrapporsi, di svelare la falsità di una “cultura”, di una “scienza” che è per intero un sistema di
menzogne il cui scopo finale è l’accettazione rassegnata della nostra distruzione come Italici, come Europei, come
Caucasici. A ripercorrere il cammino fatto, sembra strano, ma il primo articolo di questa serie nacque come una sorta di
auto-presentazione nella quale raccontavo di come la mia storia umana, le mie vicende personali mi abbiano portato a
interessarmi, e sotto l’ottica di una precisa scelta politica controcorrente, della storia dei nostri antenati, articolo che faceva
seguito in realtà ad altri in cui avevo affrontato le questioni delle origini, tematiche che sono di una fondamentale
importanza per una battaglia politico-culturale, perché se non sappiamo da dove veniamo non sappiamo chi e dove siamo, e
se non sappiamo chi e dove siamo, non sappiamo dove andare.
Noi adesso ci siamo dedicati a ripercorrere la strada fatta insieme, ma non ci si ferma a riprendere fiato se non per ripartire
di slancio. Il cammino che abbiamo davanti è ancora lungo, e non giungerà al suo termine, probabilmente se non con la
cessazione della vita. L’impresa è titanica, si tratta di contrapporsi a un’intera “cultura” il cui scopo è la nostra
rassegnazione al destino di morte che il potere mondialista ha deciso per noi e per i popoli europei, ma vi sono sfide che non
si possono altro che accettare.

Io credo di avervi altre volte espresso il concetto che è fonte di sorpresa prima di tutto per me il fatto che questa serie di
articoli sia diventata sulle pagine di “Ereticamente” una sorta di rubrica fissa a cadenza bisettimanale (più o meno) e se ci
pensiamo, la cosa non può non destare un certo stupore, considerando il fatto che noi qui non stiamo parlando di cronaca
politica (anche se abbiamo visto che nel discorso sulle nostre origini, discorso che in ultima analisi si riflette sul modo in cui
interpretiamo la nostra posizione nell’esistenza, la politica c’entra eccome!) né di cronaca nera né tanto meno di gossip o
simili, ma di questioni scientifiche dove si suppone che le scoperte e anche i relativi dibattiti abbiano un altro ritmo.
Sarà che su questo punto si viene a toccare un nervo scoperto. E’ forse il caso di ricordare che nel 2014 “Le scienze” ha
pubblicato allegato alla rivista il libro di Nicholas Wade Una scomoda eredità, la storia umana tra razze e genetica, ora al
riguardo io devo essere sincero: si tratta di un libro di cui posseggo la versione in PDF ed è un testo di oltre mille pagine,
piuttosto faticoso da leggere a schermo (e tralasciando il fatto che non trattandosi di un romanzo, bisogna prendere appunti a
ogni capitolo), e per questo motivo ne ho rimandato più volte la lettura a cui conto di dedicarmi appena mi sarà possibile

154
(ho una scaletta di lavori piuttosto fitta, fra cui gli articoli per “Ereticamente” occupano una parte non piccola), ma mi
riprometto di farne una recensione come si deve.
C’è tuttavia una domanda a cui è possibile rispondere già adesso: perché la nostra eredità genetica, quel tipo di eredità,
faceva notare Konrad Lorenz, che portiamo dentro di noi e che nessun testamento, nessun notaio, nessun tribunale ci può
negare, sarebbe un’eredità scomoda? La risposta è scontata: perché le differenze biologiche e genetiche facilmente
riscontrabili fra gli esseri umani mettono in crisi il dogma democratico dell’uguaglianza, e la cosa diventa tanto più grave
(dal punto di vista di democratici, cristiani e marxisti assortiti, ovviamente), quanto più gli scienziati vanno accertando che
non solo le nostre caratteristiche fisiche, ma anche quelle cognitive, comportamentali, sociali ed etiche, dipendono in misura
rilevante dall’eredità genetica.
E’ dunque chiaro che su questo terreno si gioca una partita ricca di significati. Nella cinquantunesima parte della nostra
serie di articoli (perché la cinquantaduesima è stata invece dedicata a quel riepilogo delle nostre tematiche iniziato con il n.
50) abbiamo visto lo scritto pubblicato su “Ethnopedia” da tale “Kirk” (non c’è pericolo che questa gente si presenti mai col
proprio vero nome e la propria faccia) a cui la scoperta dei resti di un antico ominide balcanico che è stato soprannominato
“El greco” e che mette seriamente in dubbio l’origine africana dell’umanità, deve aver provocato un vero e proprio travaso
di bile, e non ha trovato nulla di meglio che prendersela coi siti “di Area”, “Il Primato Nazionale”, “VoxNews” e (guarda un
po’) “Ereticamente”.
Fra poco ci verranno a dire che i resti di una creatura vissuta 7,2 milioni di anni fa sono “fascisti” e che tra le ossa rinvenute
sono state trovate le tracce fossili di una tessera del PNF o del NSDAP!
Alla replica che gli ho già dato, varrebbe la pena di aggiungere una noterella: secondo costui, la nostra visione delle cose
dipenderebbe da “biases”, cioè distorsioni dettate da motivazioni ideologiche (un altro tratto caratteristico di queste persone
è la tendenza a imbastardire il linguaggio che usano riempiendolo di anglicismi di cui si può francamente fare a meno, come
se la lingua italiana non fosse idonea a esprimere certi concetti); bene, parlando almeno per “Ereticamente” e per me (su
“Ereticamente” a occuparci di paleoantropologia, della questione delle origini della nostra specie siamo soprattutto Michele
Ruzzai e io, ma l’ottimo Michele non me ne voglia, con una presenza qualitativamente importante ma quantitativamente
molto minore della mia), se si vanno a leggere i testi da me (da noi) pubblicati, si vede che fra le fonti citate spiccano “Le
scienze”, “La Repubblica” e simili, tutte fonti di estrema, estremissima destra, per non parlare nemmeno della ricerca che ha
mostrato che le differenze del DNA dell’uomo di Neanderthal rispetto a quello dell’uomo moderno sono praticamente
irrilevanti, ricerca compiuta da studiosi dell’Università Ebraica di Gerusalemme, cioè – va da sé – un gruppo di nazisti della
più bell’acqua.
La verità molto semplice è che queste “democratiche” vestali del Pensiero Unico non sanno più a che santo votarsi pur di
continuare a tenere in piedi le finzioni dell’origine africana e dell’inesistenza delle razze umane. Come dice il proverbio, il
diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Bene, come se tutto ciò non bastasse, sembra che le scoperte paleoantropologiche in grado di rimettere in discussione la
leggenda dell’Out of Africa si stiano succedendo a un ritmo incalzante. Prima di esaminare in dettaglio l’ultima scoperta
citata da un numero rilevante di fonti (“Le scienze”, “The Guardian”, “ANSA”, tutte come si vede rigorosamente “di
Area”), è importante una precisazione: l’Out of Africa, che non è una teoria scientifica, ma un’interpretazione
ideologica delle nostre origini, quindi precisamente un bias nel senso in cui “Kirk” usa questa parola, non si limita ad
affermare che la nostra specie avrebbe avuto origine sul continente africano, ma ci sono due importanti corollari, che questa
origine sarebbe avvenuta in tempi relativamente recenti e che trarremmo la nostra origine dai neri subsahariani. E’ perfino
ironico che un ritrovamento avvenuto proprio in Africa venga ora a smentire entrambi questi assunti.
Il motivo per cui l’Out of Africa è costretta a postulare un’origine recente della nostra specie (non oltre 70.000 anni fa), è
questo: circa 100.000 anni fa il nostro pianeta era abitato da diverse popolazioni umane, variamente etichettate come pre-
sapiens o sapiens arcaiche (l’uomo di neanderthal è il più noto, ma certamente non il solo), l’OOA pretende che esse siano
scomparse senza lasciare traccia nell’umanità odierna, per fare spazio all’uomo moderno che si suppone di esclusiva
ascendenza africana. Ora, si potrebbe anche ipotizzare che sia stato il presunto sapiens africano a portarle all’estinzione
(magari con qualche bel massacro come gli yankee hanno fatto con i nativi americani e gli israeliani stanno facendo con i
palestinesi), ma di sicuro ciò non fa fare una bella figura a questa concezione le cui motivazioni non sono per nulla
scientifiche, ma hanno lo scopo di farci accettare l’immigrazione, il meticciato e la sostituzione etnica.
Per togliersi dagli impicci, i sostenitori dell’OOA hanno inventato la favola accessoria secondo la quale l’esplosione del
vulcano Toba in Indonesia avvenuta tra 70 e 50 mila anni fa, avrebbe provocato una sorta di inverno nucleare che avrebbe
portato all’estinzione tutte le popolazioni umane allora esistenti, eccetto un pugno di superstiti africani che sarebbero
diventati i nostri antenati (appena un po’ meno inverosimili di quelli di Italo Calvino). Ora è chiaro che il ritrovamento di
fossili umani anatomicamente moderni antecedenti a 70.000 anni fa, anche in Africa ma ben al disopra dell’area equatoriale
che si suppone sarebbe stata “l’arca” che avrebbe preservato questi nostri presunti antenati, indebolisce l’OOA.
Quanto all’altra assunzione che questi nostri antenati sarebbero stati vicini antropologicamente al nero sub-sahariano;
questo è un punto essenziale di tutto l’ambaradan out-of-africano, anche se viene raramente esplicitato e lo si lascia perlopiù
sottinteso, e tuttavia è la vera ragion d’essere dell’OOA, ne fa un corollario di tutto l’apparato ideologico antirazzista (dove
155
per “razzismo” si intende sempre non l’affermazione della superiorità di una razza sulle altre, ma la constatazione che le
razze umane esistono), la presunzione in ultima analisi che noi caucasici non saremmo altro che dei neri “sbiancati”.
Bene, proprio questo secondo assunto si fonda sul nulla. Non solo non esiste alcuna prova della pretesa che il nero
subsahariano sia ancestrale rispetto agli altri gruppi umani, ma non rappresenta nemmeno il popolamento più antico
dell’Africa che con ogni probabilità è rappresentato da un tipo umano diverso, l’antenato comune delle popolazioni
khoisanidi (Boscimani e Ottentotti) e pigmoidi. Il gruppo “nero” (congoide) sembrerebbe essere invece di formazione
relativamente recente, e secondo alcuni autori la sua formazione sarebbe avvenuta al di fuori dell’Africa nel plateau arabico.
Occorre avere presente questo quadro per capire come mai una scoperta di fossili umani avvenuta su suolo africano possa
non rafforzare, ma indebolire l’Out of Africa.
La notizia, come vi dicevo, è comparsa su “The Guardian”, è stata ripresa dall’ANSA e da “Le scienze” (tutte e tre fonti –
come è ben noto – fasciste, fascistissime come le leggi del 1925): in Marocco, a Jebel Irhoud, una vecchia miniera 100
chilometri a ovest di Marrakech, sono emersi resti umani fossili (appartenuti pare ad almeno cinque persone) di aspetto
molto antico, ma la vera sorpresa è venuta fuori quando questi resti sono stati sottoposti a test volti a stabilirne l’età da parte
di Jean-Jacques Hublin dell’Istituto Max Planck per l’antropologia evoluzionista di Lipsia, test dai quali è risultato che
questi fossili di uomini anatomicamente moderni, sapiens, risalirebbero a ben 300.000 anni fa, quindi sarebbero ben
anteriori a quanto previsto dall’OOA.
La notizia è dei primi di giugno e, come era prevedibile, MANvantara l’ha riportata molto prima di me (il vantaggio di un
gruppo facebook è precisamente quello di riuscire a “stare sul pezzo” in tempo quasi reale, mentre quello che sto facendo io
è un lavoro di riflessione e rielaborazione, ed “Ereticamente” ha di certo una maggior diffusione, ma comporta una
tempistica più lunga) e al riguardo, un collaboratore del gruppo, facendo riferimento alla fonte ANSA ha commentato:
“Anche se qui la Out of Africa Theory non è smentita direttamente, fa riflettere su una necessaria antedatazione del Sapiens
e una sua localizzazione in area mediterranea (Marocco) prima di quanto finora ritenuto possibile rispetto all’idea di
un’origine subsahariana”.
La distinzione che viene qui fatta tra area mediterranea (compresa la sponda africana) e Africa in senso globale, ma
soprattutto subsahariano, non è accademica, infatti occorre ricordare una volta di più che “africano” in senso geografico non
significa necessariamente “nero”. Che un’Africa settentrionale abitata da popolazioni affini al Cro Magnon possa aver avuto
un ruolo importante nell’antico popolamento dell’Europa ai tempi in cui il Sahara non era ancora un deserto bensì una
regione fertile con ogni probabilità intensamente popolata, è un’ipotesi tutt’altro che da scartare. Ernesto Roli, lo studioso
già amico e collaboratore di Adriano Romualdi, ad esempio, si era espresso con me in questo senso in una comunicazione
privata, ma questa è tutt’altra cosa rispetto all’affermare che il nero subsahariano abbia avuto una qualche parte in ciò.
Andando a esaminare le cose pubblicate da MANvantara in questo torno di tempo, si trova una recensione del nostro
Michele Ruzzai del libro di Luigi Brian Il differenziamento e la sistematica umana in funzione del tempo (ed. Martello
1972). Il fatto che questo lavoro sia alquanto datato non deve far pensare che si tratti di un’opera superata: semplicemente è
con ogni probabilità uno degli ultimi testi che si sono potuti scrivere, e ha potuto essere pubblicato da un editore
generalista prima che intervenisse la censura democratica con la proibizione di parlare di razze.
Riguardo in particolare alle origini della razza nera, il nostro Michele riporta:
“Brian ricorda che la razza congoide – definizione che abbraccia le attuali popolazioni subsahariane – viene considerata
“ad evoluzione tardiva”, seguendo l’impostazione di Carleton Coon. In effetti possiamo ricordare che reperti dalla chiara
morfologia negride sono piuttosto recenti (come peraltro anche quelli mongolidi), mentre i ritrovamenti di aspetto europide
sono sicuramente più antichi, ad esempio Cro Magnon e Combe Capelle”.
In poche parole, e questo è il punto realmente centrale, la documentazione fossile ci consente di smentire decisamente che il
nero subsahariano possa essere il tipo ancestrale della specie umana, mentre appare piuttosto il frutto tardivo
dell’adattamento a un ambiente particolare, quindi anche nell’ipotesi di collocare in Africa il punto di origine della nostra
specie, quello che è il cuore dell’OOA, ispirato non da dati di fatto ma dall’esigenza ideologica “antirazzista”, cioè che
“verremmo dai neri”, non sta assolutamente in piedi.
Sempre per completare la panoramica di questo periodo, MANvantara riporta il link a un articolo di “Science Daily” del 23
maggio che a sua volta cita come fonte l’università di Toronto dove si parla dei resti di un ominide risalenti a 7,2 milioni di
anni fa ritrovati nei Balcani. Non si tratta di altri, l’avrete capito subito, che del nostro “El Greco”.
Bene, potremmo dire, finalmente questa importante scoperta è menzionata non soltanto in siti “di Area” ma in una
pubblicazione scientifica ufficiale, il che andrebbe benissimo se non fosse per un fatto, che comunque si tratta di una
pubblicazione straniera. In Italia fuori dall’ “Area” tutto tace, eccezion fatto come abbiamo visto, per l’articolo su
“Ethnopedia” tendente a denigrare questa scoperta e coloro che ne evidenziano l’importanza. Si direbbe che “El Greco” sia
dannatamente scomodo per qualcuno.
Cosa dobbiamo pensare di una democrazia e di una “scienza democratica” che teoricamente proclamano la libertà di
opinione e il libero confronto delle idee e che nella pratica hanno paura dei fatti (non delle opinioni, perché l’esistenza del
fossile di “El Greco” è un fatto!) e li censurano?

156
Si ha forse paura di mettere in crisi un’immagine del nostro passato e di noi stessi ortodossa e quindi tranquillizzante.
Peccato solo che questa tranquillizzante ortodossia con la pretesa dell’inesistenza delle razze e della riduzione delle etnie a
mero fatto culturale, ci porti dritti al suicidio come popolo.
NOTA: Nell’illustrazione (tratta da “Le scienze”) si può vedere la ricostruzione di un cranio di Jebel Irhoud ottenuta al
computer sulla base di microscansioni di tomografia computerizzata.

Una Ahnenerbe casalinga, cinquantaquattresima parte – Fabio Calabrese

Come avete avuto modo di vedere, questa rubrica copre un ventaglio di tematiche piuttosto vasto: lungo la linea temporale
si va dalle remote origini della nostra specie a quelle dei popoli indoeuropei, della civiltà europea e, tema che io tengo
particolarmente a evidenziare anche perché spesso stranamente “snobbato” anche in ambienti “nostri”, quello delle nostre
origini e della nostra identità come italici.
Tuttavia, non c’è soltanto questo, infatti si possono certamente distinguere le nuove informazioni e le scoperte scientifiche
dalle comunicazioni, diciamo così, “di servizio” riguardanti il modo come il dibattito sulle nostre origini si sviluppa
all’interno dell’ “Area” attraverso articoli sui siti, interventi sui social, conferenze o altro.
Ora, se dopo due importanti scoperte di quelle che ci costringono a rivedere la storia della nostra specie di cui vi ho parlato
nelle parti precedenti, cioè i resti di un ominide europeo ritrovati nei Balcani e risalenti a 7,2 milioni di anni fa, che è stato
chiamato “El Greco”, e quelli di un uomo anatomicamente moderno datati a 300.000 anni fa ritrovati in Marocco,
continuassero a susseguirsi scoperte altrettanto eclatanti, ci sarebbe davvero di che meravigliarsi.
Senza pretendere troppo dalla fortuna, stavolta daremo un’occhiata ad alcune “comunicazioni di servizio” dell’Area, e
vedremo di precisare meglio alcune questioni rimaste in sospeso.
Se voi andate a rileggere in particolare la quarantottesima e la quarantanovesima parte, potete notare che in entrambe c’è un
riferimento alle origini italiche che nella prima delle due è un discorso che non si capisce bene come esca fuori, e nella
seconda è collegato in maniera abbastanza pretestuosa a una conferenza che avevo in animo di tenere (le intenzioni, come
non dovrebbero essere processate, così non dovrebbero neppure costituire titolo di merito finché non si traducono in realtà).
L’arcano è presto svelato: in entrambe avevo fatto riferimento a dei post di un gruppo di idee certamente “nostre”, ma – io
ignoravo la cosa – il cui comportamento nei confronti di “Ereticamente” è stato tutt’altro che encomiabile, e sono stato
pregato di ritoccare gli articoli per non fare loro un’immeritata pubblicità. Questo ci porta a un discorso importante: il reale
significato da dare a questo termine, “cameratismo” del quale spesso abusiamo. Diciamo che una condivisione di idee a
livello intellettuale non è sufficiente, occorre quanto meno una condivisione di etica e di stile.
L’aspetto della cosa che io personalmente ho trovato più irritante, è il fatto che per una serie di circostanze, sembra proprio
che un discorso come si deve sulle origini italiche, non si riesca a impostare. Io credo che si tratti di una questione
fondamentale dal nostro punto di vista: quella sentina di idee distorte e di menzogne che conosciamo con il nome di
democrazia, sta al riguardo diffondendo, e oggi con più intensità che in passato, una favola che occorre assolutamente
smentire: ossia che gli Italiani sarebbero una sorta di patchwork genetico, privo di alcuna coerenza tranne la collocazione
geografica e un vago collante culturale. L’idea che ci si vuole far accettare surrettiziamente, è che la massiccia immissione
di sangue estraneo da cui oggi siamo invasi con la cosiddetta immigrazione, tutto sommato non cambierebbe un gran che.
Peggio ancora, l’idea del tutto falsa che l’eccellenza italiana in campo artistico (pensiamo che il nostro Paese, dati UNESCO
ospita il 50% della produzione artistica dell’intero pianeta), culturale (pensiamo al rinascimento), scientifico (ricordiamoci
che siamo stati la patria di Leonardo Da Vinci e di Galileo Galilei) sia dovuta a una qualche ibridazione avvenuta in passato,
o a una serie di ibridazioni avvenute nel corso dei secoli in conseguenza delle invasioni straniere che la nostra Penisola ha
subito, invasioni che, lo abbiamo visto più volte, hanno lasciato nella realtà dei fatti una traccia piuttosto nulla che scarsa.
E’ in base a questo assunto distorto che qualcuno, non si sa quanto per malafede e quanto per pura stupidità, è arrivato a
definire gli invasori e parassiti che ci sommergono dalle fogne del pianeta “risorse”. La verità è esattamente opposta, è
quando un popolo può mantenere nel tempo la propria identità e la propria fisionomia, che può sviluppare la propria cultura,
mentre il meticciato non porta, non ha mai portato altro che alla decadenza.
Io adesso però non vorrei tediarvi con la storia di quella conferenza annunciata che finora non si è riusciti a tenere, andando
troppo sul personale. Quel che dispiace purtroppo constatare, è che anche in ambienti “nostri” pare a volte di scorgere una
sorta di inconfessata vergogna di essere italiani, e i motivi non sono difficili da capire: si va dallo schifo di settant’anni di
“repubblica democratica” impostaci dai vincitori del secondo conflitto mondiale che si è rivelata il regime più corrotto
esistente in Europa, a quel che accadde durante quel conflitto, con i nostri che si trovarono in una condizione penosa di
inferiorità rispetto a Tedeschi e “alleati”, ai vergognosi “ribaltoni” del 25 luglio e dell’8 settembre 1943.
Ricordiamo allora che i nostri padri e nonni seppero compiere prodigi di valore sovente evidenziati proprio dal fatto di
dover affrontare il nemico in condizioni di inferiorità tecnica, che nel 1943 furono la viltà e il tradimento di pochi a
infangare il valore di molti, e infine non dimentichiamo mai che “la repubblica democratica” non è l’Italia, né un destino

157
che gli Italiani abbiano scelto, ma un protettorato impostoci dai dominatori a stelle (fra le quali è meglio non contare il
numero delle punte) e strisce.
Forse vi interesserà sapere che la scaletta di questi ultimi articoli è stata oggetto di estesi rimaneggiamenti. Dopo avervi
presentato una sintesi del lavoro sin qui svolto (la cinquantesima e quella che poi è diventata la cinquantaduesima parte),
avevo pensato di darvi una panoramica anche degli articoli in cui mi sono occupato a vario titolo della questione delle
origini, dei popoli antichi e via dicendo, senza includerli in Una Ahnenerbe casalinga (tutta la serie Ex Oriente lux, per
dirvene una), ma poi mi sono reso conto che questo avrebbe significato mettersi un po’ troppo al centro dell’attenzione,
mostrare di ritenere fondamentale nei miei scritti il fatto di essere scritti da me, piuttosto che ciò che contengono, dare la
precedenza alla persona piuttosto che all’idea.
Tuttavia c’è qualcosa della quale ritengo utile rendervi edotti. Nelle parti che poi ho tagliato, raccontavo una circostanza che
può essere spunto per utili riflessioni, che non mi pare di avervi menzionato in precedenza, anzi di cui non mi ricordavo
proprio prima di mettermi alla stesura di questo lavoro, essendo la cosa avvenuta parecchi anni addietro,.
Come forse ricorderete, il primo di questa serie di articoli, sotto il cui titolo ho poi deciso di raccogliere tutto il discorso
concernente l’eredità degli antenati, i popoli antichi, la civiltà europea e via dicendo, è stato un numero in certa misura
autobiografico nel quale raccontavo come sia nato questo interesse per le civiltà antiche e in particolare l’esigenza di
approfondire le origini della civiltà europea unitamente alla rivendicazione della sua originalità. Tutto partì da una rovente
discussione con una collega nella sala insegnanti della scuola dove allora lavoravo; questa signora era una fanatica delle
culture orientali e a suo dire “gli Europei non avevano mai inventato nulla”.
La circostanza della quale allora non vi parlai e di cui mi sono ricordato solo in seguito, è che con questa signora avevo già
avuto un’altra discussione che aveva assunto i toni di uno scontro rovente, e anche questa in pubblico, davanti a una
scolaresca che avevamo accompagnato in gita scolastica a Firenze. All’uscita dagli Uffizi, costei ebbe un’altra trovata che
ebbe il potere di pungermi sul vivo. Avevamo appena ammirato la Venere del Botticelli, e graziosamente rese edotti me e i
ragazzi che Botticelli sarebbe stato omosessuale (del che poco mi importa, né poi mi sono preoccupato di verificare),
aggiungendo però la sua opinione da femminista un tantino esagitata, che la creatività artistica o di altro genere, sia un dono
essenzialmente femminile, e che quando capita che un uomo la manifesti, debba essere omosessuale o comunque avere una
personalità femminea. Essendo io anche uno scrittore di narrativa e non essendomi mai accorto in vita mia di avere tendenze
omosessuali, la cosa mi provoco una reazione spazientita che, date le circostanze, penso fosse assolutamente giustificabile.
Ciò che più conta rilevare, però è questo: ma possibile che queste persone di sinistra ammiratrici di tutto ciò che si presenta
come extraeuropeo, orientale e simili, più o meno “colorato”, e che nello stesso tempo si professano femministe più o meno
arrabbiate, o magari gender, non si rendano conto che la loro ammirazione la riservano a culture, come quella islamica che
trattano il cane di casa con maggiore considerazione della donna, e dove spesso per gli omosessuali c’è la forca? Possibile
che non vedano una contraddizione grossa come una montagna?
Ve lo confesso, mi sono spremuto a lungo le meningi per capire come “i compagni” (e soprattutto “le compagne”) potessero
non vedere una contraddizione così vistosa, poi di colpo ho avuto una specie di illuminazione che mi ha reso ogni cosa
chiara: a livello oggettivo, reale, la contraddizione c’è ed è enorme, ma a livello soggettivo non esiste.
Dietro il terzomondismo della sinistra e l’ideologia gender c’è lo stesso atteggiamento, ossia la riduzione di un fatto
biologico a mero costrutto culturale: in un caso l’etnia e l’appartenenza etnica, nell’altro il sesso e la sessualità. Certo,
questo porta all’assurdo per cui vediamo un “compagno” gay o transgender farsi promotore di quell’accoglienza agli
immigrati in maggior parte islamici che nei suoi confronti non provano altro desiderio che quello di farlo penzolare da una
forca, ma “a sinistra” l’aderenza alla realtà dei fatti non è mai stata una virtù.
Di questi tempi, a tenere banco – era prevedibile – è soprattutto la questione dello ius soli, questa estrema nefandezza del
governo di sinistra pidiota impostoci e non eletto dagli Italiani, intento a dare l’ultimo colpo d’ascia per sfasciare la nostra
traballante identità nazionale. Al riguardo, è interessante un post pubblicato in data 19 giugno sul gruppo facebook “Idee sul
destino del mondo” da uno