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La PESTE ad ATENE

Durante la guerra del Peloponneso, alle prime azioni militari, Sparta condusse  diverse spedizioni
nell’Attica. Pericle diede l’ordine di far rifugiare gli ateniesi e gli abitanti dei borghi vicini,
all’interno delle mura della città. L’unica fonte di approvvigionamento era il porto del Pireo, che in
quell’occasione divenne il veicolo del virus mortale. Tucidide riferisce che la malattia proveniva
dall’Etiopia, da lì passo in Egitto, dall’Egitto alla Libia e infine dalla Libia arrivò ad Atene. La
sovrappopolazione della città, la presenza di quartieri ristretti e addossati gli uni agli altri e la scarsa
igiene furono determinanti nell’innescare la pestilenza. La propagazione del morbo fu senza eguali,
tuttavia il virus uccideva le vittime così velocemente che l’epidemia rimase circoscritta entro le
mura di Atene.

Tra le vittime vi furono Pericle, la moglie e i figli. La città già indebolita dalla pestilenza, si sentì
privata del capo legittimo. I governatori che seguirono non riuscirono a conquistarsi l’appoggio del
popolo né la fiducia dei concittadini. Negli anni seguenti venne stipulato un accordo che avrebbe
dovuto garantire un cinquantennio di pace. La disastrosa spedizione in Sicilia nel 415 a.C. guidata
da Alcibiade, segnò il declino della potenza ateniese. Nonostante fu l’avvento di Alcibiade a
eliminare qualsiasi prospettiva di vittoria, l’oracolo aveva predetto la futura sconfitta già nel primo
anno della guerra:

La guerra con i Dori è in arrivo e con essa la morte.


La pestilenza e i successi degli Spartani vennero interpretati opera di Apollo; il dio si era schierato
dalla parte degli Spartani e stava combattendo al loro fianco. Tucidide si rifiutò di adattarsi alla
superstizione corrente, decise di seguire un ragionamento di tipo scientifico, constatò che gli
animali che avevano mangiato i cadaveri delle vittime si erano ugualmente ammalati, ciò lo portò a
escludere un’origine sovrannaturale del morbo e a orientarsi verso la ricerca di una causa naturale.

Lo storico ricostruì così l’ipotetico percorso dell’epidemia e descrisse accuratamente i sintomi:


Le parti interne sia la faringe che la gola subito erano sanguinanti ed emettevano un alito strano e
maleodorante; e in seguito dopo questi sintomi sopraggiungevano starnuti e in non molto tempo la
malattia scendeva al petto in uno spasmo violento, e una volta che arrivava allo stomaco, lo
rivolgeva, e sopraggiungevano svuotamenti di bile in tutti quei modi che sono stati catalogati dai
medici e questi avvenivano tra grandi sofferenze.

Tucidide continua col descrivere corpi lividi, puntellati da pustole, una sete insopprimibile e
vampate improvvise di calore tormentavano gli ammalati, i quali morivano entro 8-9 giorni dalla
contrazione del morbo. I medici del tempo non riuscirono a diminuire il numero delle vittime, non
solo per le tecniche inadeguate, ma anche perché morivano più in fretta degli altri dato il prolungato
contatto con defunti e appestati. Nel 2005 nel DNA estratto dai denti di una vittima al cimitero
Ceramico di Atene è stato ritrovato il batterio della febbre tifoidea, altri scavi e ricerche hanno
confermato la scoperta. I sintomi della febbre tifoidea, quali brividi, brachicardia, astenia, mialgia e
anoressia corrispondono in parte alla descrizione di Tucidide.

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