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Gianni Silei
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Piero Lacaita Editore - Manduria-Bari-Roma - 2008
Sede legale: Manduria - Vico degli Albanesi, 4 - Tel.-Fax 099/9711124
www.lacaita.com - info@lacaita.com
Il volume rientra nellambito delle ricerche sulle politiche pubbliche
condotte dal Centro Interuniversitario per la Storia del Cambiamen-
to Sociale e dellInnovazione (CISCAM), presso il Dipartimento di
Scienze Storiche, Giuridiche, Politiche e Sociali dellUniversit di Siena
e si avvale dei contributi Prin - Programmi di Ricerca Scientifica di
Rilevante Interesse Nazionale, dei contributi PAR Progetti dellUni-
versit di Siena, entrambi coordinati dal prof. Maurizio DeglInno-
centi e dalla Quota PAR servizi per la ricerca.
5
And in the End
The Love you Take
Is Equal to the Love
You Make
A Monica e a Francesco
6
163
4.
MALATTIA E MORTE
PANDEMIE
Mi avrebbero portato allospedale su una
lettiga e l sarei potuto morire, ma privo della
consolazione della solitudine e del silenzio. I
sospiri dei moribondi sarebbero diventati
lunica musica e i corpi lividi lunico spetta-
colo a cui avrei assistito.
Charles Brockden Brown
Arthur Merwyn (1799)
Ambientato durante lepidemia di febbre gialla che sul finire del
Settecento impervers nella citt di Filadelfia, Arthur Mervyn, ro-
manzo di Charles Brockden Brown, pone laccento sul senso di di-
sumanit prodotto dalla malattia ma anche dal nuovo stile di vita
imposto dalla grande citt
1
. In una societ non ancora pienamente
modernizzatasi e che dunque non ha definitivamente allontanato
da s la morte, cancellandola anche nelle manifestazioni esteriori,
rendendola un tab
2
, il protagonista rifiuta il ricovero nellospeda-
le cittadino, simbolo del progresso avanzante (anche se allepoca
ben diverso dalle strutture del XX secolo), ma anche luogo in cui
lindividuo perde la sua dignit e, soprattutto, la sua identit.
Nel corso della prima met del XIX secolo il processo di urba-
nizzazione, la sovrappopolazione e le precarie condizioni igieniche
di molti quartieri dei grandi centri urbani amplific ed intensific il
contatto con agenti patogeni. Il risultato si scritto fu una sorta
di gara di velocit che vide impegnati da un lato la scienza medi-
ca e le autorit preposte alla salvaguardia della salute pubblica e
1
Charles Brockden Brown, Arthur Mervyn or Memoirs of the Year 1793,
Philadelphia, McKay 1889 [1
a
ed. 1799].
2
Philippe Aris, Luomo e la morte dal Medioevo a oggi, Roma-Bari, Laterza
1980.
164
dallaltro versante le varie infezioni, a cui si accompagnavano le
malattie croniche provocate dalle mutate condizioni di vita
3
.
La lotta, anche metaforica, tra luomo e le malattie trov ampio
spazio nella letteratura ottocentesca. Nel 1816, il poeta e letterato
scozzese John Wilson, pubblic la sua seconda raccolta di versi nel-
la quale il principale componimento, che dava poi il titolo al volu-
me, parla di una terribile pestilenza che si diffonde e affligge quella
che un tempo era una ricca e fiorente citt
4
. Quella di Wilson, amico
di Coleridge e di Wordsworth che di l a poco sarebbe divenuto una
delle firme di spicco del Blackwoods Edinburgh Magazine, era sem-
plicemente una visione allegorica e filosofica sul tempo, sulle fasi
della vita delluomo e sullevoluzione della societ. Per uno strano
scherzo del destino, mentre Wilson descriveva il passaggio trion-
fale del carro della Peste per le vie della sua citt idealizzata
5
, dal-
laltra parte del pianeta cominciava a diffondersi su vasta scala il
colera
6
.
Malattia endemica nel Bengala e in altre zone dellIndia, il terri-
bile morbo blu si diffuse infatti ben oltre questi territori veicolato
dalle truppe britanniche presenti nella zona e dalle navi che faceva-
no rotta verso i vari porti asiatici. Esposte ad un bacillo sconosciu-
to, le popolazioni di queste zone furono duramente colpite e diven-
nero a loro volta veicolo di ulteriore contagio. Lentamente ma ine-
sorabilmente, lepidemia si diffuse in Indonesia, nellAsia sud-orien-
tale, in Cina, Giappone, nella Penisola arabica e in parte del Medio
Oriente, arrestandosi, nellinverno del 1823-24, sulle coste del Mar
Caspio. Nel 1826, tuttavia, Re Colera si riaffacci in India e, velo-
cemente, non solo si ripresent nelle aree gi recentemente toccate
ma, facilitato dalle guerre della Russia con la Persia e la Turchia e
3
William H. Mc Neill, La peste nella storia. Epidemie, morbi, contagio dallan-
tichit allet contemporanea, Torino, Einaudi 1976, p. 239.
4
John Wilson, The City of Plague and other Poems, Edinburgh, Constable
1817 [1
a
ed. 1816].
5
Ibidem, pp. 14-15.
6
Louis Chevalier, Le cholra: la premire pidemie du XIXe sicle, La Roche-
sur-Yon, Imprimerie Centrale de lOuest 1958; Asa Briggs, Cholera and Society
in the 19
th
Century, in Past and Present, 19, April 1961, pp. 76-96; Anna Lucia
Forti Messina, LItalia dellOttocento di fronte al colera, in Franco Della Peruta (a
cura di), Storia dItalia. VII. Malattia e medicina, Torino, Einaudi 1984, pp. 429-
494; Jean-Yves Raulot, Une peur bleue. Histoire du Cholra en France 1832-1854,
Paris, Payot 1987, Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia,
Roma-Bari, Laterza 2000.
165
dai moti insurrezionali polacchi del 1830-31, fece la sua comparsa in
Europa e poi in America
7
. Nel 1831, lepidemia si diffuse nellarea
del Baltico. Lanno dopo si registr il primo caso in Gran Bretagna;
da qui il morbo pass in Irlanda e poi negli Stati Uniti e quindi in
Messico (1833). Sebbene lincidenza della malattia in Europa non rag-
giungesse i livelli toccati in altre zone, limpatto sociale fu dirompen-
te. Colpendo in sette momenti successivi nel corso del secolo, il mor-
bo, che aveva un tasso di mortalit del 50%, ebbe delle significative
ripercussioni sugli equilibri demografici di molti paesi
8
.
A rendere particolarmente temuto il colera era innanzitutto la
mancanza di conoscenze sugli strumenti del contagio, a lungo at-
tribuiti dagli aeristi a non ben precisati miasmi
9
anzich che
alla contaminazione dellacqua ad opera di un vibrione. Il contagio,
inoltre, provocava una morte orribile e rapidissima:
in seguito alla totale disidratazione la vittima, nel volgere di poche
ore, si raggrinziva fino a diventare la caricatura di se stessa, mentre la
rottura dei capillari toglieva alla pelle la sua tinta naturale, colorandola
di nero e di blu. Il risultato era quello di rendere la morte particolar-
mente impressionante: il decadimento fisico era aggravato e affrettato
come in un film proiettato in accelerazione, per ricordare lorrore e las-
soluta ineluttabilit della morte a coloro che vi assistevano
10
.
La voce cavernosa e bestiale di coloro che erano colpiti dal conta-
gio era qualcosa di devastante per chi la udiva: il poeta tedesco Hein-
rich Heine, a Parigi durante lepidema del 1832, scrisse sul suo diario
delle orribili urla del suo vicino che stava morendo di colera e del-
latmosfera infernale che pervadeva la citt in quei giorni
11
. La de-
7
Charles E. Rosenberg, The Cholera Years. The United States in 1832, 1849
and 1866, Chicago, Chicago University Press 1962; Roderick E. McGrew, Rus-
sia and the Cholera, 1823-1832, Madison, University of Wisconsin Press 1965;
Norman Longmate, King Cholera: The Biography of a Disease, London, Hamish
Hamilton 1966; Franois Delaporte, Le savoir de la maladie. Essai sur le cholra
dei 1832 Paris, Paris, Presses Universitaires de France 1990.
8
Per alcune valutazioni dinsieme cfr. Jacques Ruffi, Jean-Charles Sour-
nia, Les pidemies dans lhistoire de lhomme. De la peste au Sida, Paris, Flamma-
rion 1993.
9
Sulla corrente degli aeristi, sostenutori della necessit di assicurare
la salubrit dellaria dei centri urbani cfr. Alain Corbin, Storia sociale degli
odori, Milano, Mondadori 1986.
10
William H. Mc Neill, La peste nella storia, cit., p. 240.
11
Nina Athanassoglou-Kallymer, Blemished Physiologies: Delacroix, Paga-
166
moniaca trasfigurazione operata dal colera sul volto di una giovane
viennese, ritratta prima di contrarre il morbo e appena unora dopo il
contagio, riprodotta come esempio in un volume pubblicato in Fran-
cia nel 1832, spiega assai esplicitamente il perch questa epidemia
richiamasse visioni da giorno del Giudizio e perch il nome della
malattia fosse associato a quello del Demonio e dellAnticristo
12
.
Proprio mentre il colera stava imperversando in molte regioni
dEuropa, Mary Shelley, riprendendo le atmosfere di Brockden
Brown ed ispirandosi alle immagini evocati da opere precedenti
13
scrisse uno dei suoi lavori pi conosciuti ed apprezzati dopo Franken-
stein. Pubblicato nel 1826, Lultimo uomo il racconto, ambientato
nel mondo del 2000, del dilagare di una pestilenza che spazza via
lintera umanit dalla faccia della terra
14
. Linvisibile ma terrifican-
te presenza del colera aleggia nel ritratto che Delacroix dedic du-
rante la grande paura del 1832 al grande Niccol Paganini
15
. Il
celebre musicista, per i suoi tratti fisici, per le diaboliche melodie
che scaturivano dal suo strumento e per il concomitante apparire
del morbo nei luoghi dove si esibiva, fu addirittura considerato lin-
carnazione di Re Peste, una sorta di satanico evocatore del male
16
.
Nel 1830, larciduchessa Sofia dAustria, di fronte al dilagare della
crisi epidemica a Vienna e ai pericoli di contagio per il piccolo
Francesco Giuseppe, che allepoca aveva appena un anno parl di
punizione divina. Cinque anni dopo, fu il cardinale vicario di Roma,
Carlo Odescalchi a descrivere la malattia come un flagello per una
umanit abbandonatasi al vizio e alle dissolutezze della modernit.
Una visione, questa, che fu rilanciata e riproposta, pi o meno espli-
citamente, dalla letteratura: da Chateaubriand a Giuseppe Gioac-
chino Belli
17
.
nini, and the Cholera Epidemic of 1832, in The Art Bulletin, Vol. 83, No. 4,
(Dec. 2001), pp. 686-688.
12
Jeune Femme de Vienne age de 23 ans e La mme 1 heure aprs linvasion du
cholra et 1 dheure avant sa mort, in Auguste Grardin, Paul Gaimard, Du cholra
morbus en Russie, en Prusse et en Autriche1831-1832, Paris 1832 riprodotto in
Nina Athanassoglou-Kallymer, Blemished Physiologies, cit., p. 694.
13
Tra queste, il Journal of the Plague Year di Daniel Defoe, The City of the
Plague di John Wilson, oltre naturalmente al Decamerone di Boccaccio.
14
Mary Wollestonecraft Shelley, Lultimo uomo, a cura di Ornella De Zor-
do, traduzione di Maria Felicita Melchiorri, Firenze, Giunti 1997 [1
a
ed. 1826].
15
Jean Lucas-Dubreton, La grande peur de 1832. Le cholra et lmeute, Paris,
Gallimard 1832.
16
Nina Athanassoglou-Kallymer, Blemished Physiologies, cit.
17
Sul richiamo al flagello divino nella interpretazione cattolica di eventi
167
Una pestilenza fatale ed orrenda, i cui effetti ricordano (ad-
dirittura in peggio) quelli di un agente patogeno caldo come il
virus Ebola, comparso in Africa equatoriale nel corso degli anni Set-
tanta del Novecento, invece al centro delle allucinate atmosfere
che pervadono il celebre racconto di Edgar Allan Poe La Mascherata
della Morte Rossa:
Il sangue era il suo annuncio e il suo suggello, il rosso orrore del
sangue. Si avevano doglie acute, e improvviso capogiro, e poi un ab-
bondante sanguinar dai pori, con dissoluzione. Le chiazze scarlatte sul
corpo e specialmente sulla faccia della vittima erano il marchio della
peste, che escludevano il disgraziato dallaiuto e dalla piet dei suoi
simili. E fra accesso, aggravamento e termine, la malattia era affare di
mezzora
18
.
La malattia, metafora di un pi generale male sociale, memen-
to che la natura poneva ai sogni di onnipotenza delluomo e alla
sua corsa in direzione di un futuro sempre pi incerto furono i motivi
dominanti anche di altri lavori: da Bleak House di Charles Dickens
(1852)
19
al Delitto e Castigo di Dostoevskij (1866), con il celebre so-
gno finale di Raskolnikov in cui si evoca una terribile epidemia
mondiale.
Durante la malattia aveva fantasticato che tutto il mondo fosse con-
dannato a esser vittima di una terribile, inaudita, mai veduta pestilen-
za che dal fondo dellAsia marciava sullEuropa. Tutti dovevano peri-
re, tranne alcuni, pochissimi, eletti. Eran comparse certe nuove trichi-
ne, esseri microscopici che sinsinuano nei corpi degli uomini. Ma que-
gli esseri erano spiriti dotati dintelligenza e di volont. Gli uomini che
li accoglievano dentro di s diventavano subito indemoniati e pazzi.
disastrosi, epidemie comprese, cfr. Oliver Logan, The Clericals and Disasters:
Polemic and Solidarism in Liberal Italy, in in John Dickie, John Foot, Frank M.
Snowden (eds.), Disastro!, cit. pp. 99-101. Su questi aspetti cfr. anche Eugenia
Tognotti, Il mostro asiatico, cit., pp. 4-7.
18
Edgar Allan Poe, La Mascherata della Morte Rossa, in Id., Racconti, Mila-
no, Garzanti 1972, p. 134. Quasi centocinquanta anni dopo, i raccapriccianti
sintomi dei vari ceppi del virus Ebola furono al centro del best-seller di Ri-
chard Preston, Area di contagio, Milano, Rizzoli 1994, da cui venne anche trat-
to un film interpretato, tra gli altri, da Dustin Hoffman. Virus letale (Outbreak,
1995), ennesima pellicola del genere catastrofico hollywoodiano, non otten-
ne comunque il successo sperato dai produttori.
19
Charles Dickens, Bleak House, London, Bradbury and Evans 1853.
168
Per mai, mai degli uomini si erano stimati cos intelligenti e infallibili
come si stimavano quegli appestati. Mai avevano creduto pi incrolla-
bili le loro sentenze, le loro deduzioni scientifiche, le loro convinzioni
morali e le loro fedi. Interi villaggi, intere citt e nazioni si infettavano
e impazzivano []
Gli uomini si ammazzavano a vicenda in una specie di rabbia in-
sensata. Si apprestavano a marciare gli uni contro gli altri con interi
eserciti, ma gli eserciti, gi entrati in campagna, cominciavano dun tratto
a dilaniarsi ciascuno per conto suo, le schiere si scompaginavano, i guer-
rieri si gettavano luno sullaltro, infilzandosi e sgozzandosi scambie-
volmente, si mordevano e si divoravano tra loro. Nelle citt tutto il
giorno si sonava a stormo: tutti eran chiamati a riunione, ma chi chia-
masse, e perch, nessuno lo sapeva, e tutti erano in allarme. I mestieri
pi comuni erano stati abbandonati, perch ognuno proponeva le sue
idee, le sue innovazioni, e non potevan mettersi daccordo; lagricoltu-
ra si era arrestata [].
Comparvero gli incendi, comparve la fame. Tutto e tutti perivano.
Il flagello cresceva e avanzava sempre pi lontano
20
.
Il colera, intanto, continuava periodicamente a ripresentarsi in
occidente. Il diffondersi del contagio provoc crescenti ondate di
panico collettivo. La prima reazione fu quella, classica, della fuga:
la popolazione delle zone colpite cerc di abbandonare i centri ur-
bani, sparpagliandosi nelle localit di campagna. Come nelle pre-
cedenti pestilenze, la reazione della popolazione, di fronte allim-
potenza della medicina, cerc di dare un volto ai possibili respon-
sabili della diffusione del morbo. I meccanismi psicologici indivi-
duali, che ben presto si trasformarono in collettivi, erano gli stessi,
ad esempio, emersi durante la peste del Seicento in Italia, evento
che Alessandro Manzoni, dopo aver ricostruito nella Storia della co-
lonna infame, riport in alcuni passi centrali dei suoi Promessi Sposi.
Insomma, incapace di accettare che la morte giungesse da un agen-
te invisibile, la gente cominci a dare la caccia agli untori.
Oltre a disordini e fatti di sangue provocati da questi episodi,
che crescevano con il propagarsi del male, il colera fu allorigine
anche di veri e propri tumulti politici: le autorit pubbliche (fu il
caso, ad esempio, della Francia di Luigi Filippo) furono infatti spes-
so tacciate di incapacit nel contrastare efficacemente lepidemia o
viceversa vennero avversate per la brutalit e linsensibilit con la
20
Fdor Dostoevskij, Delitto e Castigo, Torino, Einaudi 1977 [1
a
ed. 1866],
pp. 573-574.
169
quale applicavano le misure per fronteggiare lemergenza. In alcu-
ni casi, gli stessi medici furono accusati di avvelenare i pazienti som-
ministrando loro falsi medicamenti. N mancarono accuse di segno
analogo rivolte a religiosi e a coloro che, a vario titolo, prestavano
le loro cure agli ammalati
21
. I primi fare le spese di questa isteria
collettiva furono per i mendicanti, i vagabondi, gli stranieri e in
generale tutti coloro che, per motivi di lavoro o semplicemente per
effetto dei flussi demografici si spostavano da una localit allaltra
e confluivano nei grandi centri urbani. Latteggiamento delle auto-
rit, spesso costrette a ricorrere alla forza per applicare le disposi-
zioni di profilassi o semplicemente per ricoverare gli ammalati ne-
gli ospedali e nei lazzaretti, fece addirittura circolare voci, come ri-
cord Edmondo De Amicis in uno scritto del 1867, secondo le quali
il colera nel Mezzogiorno era leffetto di veleni sparsi per ordine
del governo
22
.
Nellultimo scorcio dellOttocento, il colera si riaffacci in occi-
dente tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta riproducendo au-
tomaticamente le isterie collettive appena descritte. In Italia, la ma-
lattia si accan in modo particolare sulla citt di Napoli, tra il 1884 e
il 1887, facendo ripiombare il paese in pieno Medioevo. Giovanni
Verga tratt pi volte il tema dellepidemia e degli effetti psicologi-
ci e sociali del passaggio di un morbo in quel momento implacabi-
le. In Quelli del colera (1887), Verga si sofferm sulle dirompenti con-
seguenze delle paure irrazionali suscitate dal male su una comuni-
t contadina, tratteggiando il progressivo degenerare del clima di
sospetto in una bestiale caccia alluntore contro una famiglia di zin-
gari divenuta, suo malgrado, il capro espiatorio di turno:
Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del
colera, li lasciarono l, fuori del paese, guardati a vista come bestie peri-
colose. Nessuno chiuse occhio, quella notte, la vigilia di san Giovanni,
che cera un chiaro di luna come di giorno. Tutta un tratto, coloro che
stavano a guardia, nascosti dietro il muro, videro lo zingaro che sera
21
Paolo Preto, Epidemie, paura e politica nellItalia moderna, Roma-Bari,
Laterza 1987. Un quadro del clima di isteria collettiva provocato dal colera in
Italia in Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico, cit., pp. 125-145.
22
Edmondo De Amicis, Lesercito italiano durante il colera del 1867, Milano,
Bernardoni 1869, cit. in Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle. Paure e malat-
tia nella storia, Roma-Bari, Laterza 2006, p. 123. Analoga accusa era stata mos-
sa, sempre dalle popolazioni meridionali, in occasione della precedente epi-
demia di colera del 1837.
170
avventurato carponi sino alle prime case, ruzzolando in un mondezza-
io. Col luccisero di una schioppettata, come un cane arrabbiato. Dopo
gli trovarono un torsolo di cavolo che ci aveva ancora in pugno, e il
petto della camicia tutto gonfio di bucce e frutta marcia. Al rumore, alle
grida che si udivano lontano, tutto il paese fu in piedi subito, e la caccia
incominci. La vecchia fu raggiunta allargine del fossatello, barcollan-
do sulle gambe stecchite. La giovane dinanzi al carretto, che voleva
difendere la sua creatura, come succede anche alle bestie, con certi oc-
chi che facevano paura, e cercava di afferrare le scuri per aria, colle
mani insanguinate. Dopo, frugando fra i cenci della carretta, trovarono
le pillole del colra e ogni cosa. Ma quegli occhi pi duno non pot
dimenticarli. E ancora, dopo cinquantanni, Vito Sgarra, che aveva
menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose
che brancicano nel buio.
Per, se erano davvero innocenti, perch la vecchia, che diceva la
buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?
23
Lanno dopo aver scritto Quelli del colera, nella prima edizione
del Mastro-don Gesualdo, Verga torn a descrivere il clima di sospet-
to e di terrore accompagnato dal diffondersi della malattia:
Intanto incalzavano le voci del colra. A Catania cera stata una som-
mossa. Giunse da Lentini donna Fif con Stangafame suo marito, la quale
pareva avesse gi il male addosso, verde, impresciuttita, narrando cosa
da far incanutire i capelli in ventiquattrore. A Siracusa, una giovinetta
bella come la Madonna che ballava sui cavalli ammaestrati in teatro, e
andava spargendo il colra con quel pretesto, era stata uccisa a furor di
popolo. La gente insospettita stava a vedere, facendo le provviste per
svignarsela dal paese, al primo allarme, e spiando ogni viso nuovo che
passava []
Prima di sera cominciarono a sfilare le vetture cariche che scappa-
vano dal paese. Dopo lavemaria non cera pi nessuno per le strade.
Giunse tardi una lettiga, che portava don Corrado La Gurna, vestito di
nero, col fazzoletto agli occhi. I cani abbaiarono tutta la notte.
Il panico poi non ebbe limiti allorch si vide passare la baronessa
Rubiera, paralitica, su di una sedia a bracciuoli, poich nella portantina
non entrava neppure, tanto era enorme, portata a fatica da quattro uo-
mini, colla testa pendente da un lato, il faccione livido, la lingua pavo-
nazza che usciva a met dalle labbra bavose, gli occhi soltanto vivi e
23
Giovanni Verga, Quelli del colera, in Id., Vagabondaggio [1887], adesso in
Id., Tutte le novelle, Siena, Barbera 2006, p. 539.
171
inquieti, le mani da morta agitate da un tremito continuo. E dietro il
baronello, invecchiato di ventanni, curvo, grigio, carico di figlioli, col-
la moglie incinta e alcora gli altri figli del primo letto. Empivano la
strada dove passavano: uno sgomento.
La povera gente che era costretta a rimanere in paese stava a guar-
dare atterrita
24
.
La secolare foba degli untori si rafforz ulteriormente, nel cor-
so dellOttocento, non solo per le ricorrenti crisi epidemiche ma
anche per effetto della diffusione su larga scala del fenomeno della
sofisticazione dei cibi. In taluni casi, come quando, nel luglio 1818,
la polenta di alcune zone intorno a Padova assunse un inquietante
e satanico colore rossastro, lalterazione dei cibi era semplicemente
il risultato dellazione batterica
25
. In molti altri, soprattutto a parti-
re dagli anni Trenta dellOttocento, le alterazioni, sia pure con me-
todi artigianali, erano deliberate e condotte su vasta scala. Talvolta,
come nel caso delle morti per botulismo o per trichinosi che si veri-
ficarono in Germania e in Francia, furono semplicemente il risulta-
to di particolari abitudini alimentari (in questo caso il consumo di
insaccati e di carne di maiale). In ogni caso, let doro della sofisti-
cazione, impose severe misure di polizia per evitare gravissimi
danni alla salute pubblica ma non riusc affatto a debellare il feno-
meno, che colp in egual misura tutti i paesi pi avanzati
26
. Lapice
di questa foba fu probabilmente raggiunto nel 1904, in occasione
dellinchiesta del giornalista americano Upton Sinclair sugli avve-
lenatori di Chicago. La denuncia di Sinclair, che si indirizzava pro-
prio su un comparto che, tra i primi, aveva utilizzato metodi di pro-
duzione tayloristi, conflu, in forma romanzata in un volume, pub-
blicato nel 1906, dal titolo La giungla. Il libro port alla luce la totale
assenza del rispetto delle pi elementari norme igieniche e di sicu-
rezza nella nascente industria alimentare dei bovini: dallassenza
di controlli medici sulle bestie macellate (che portava alla diffusio-
ne di malattie gravissime come la tubercolosi) alle condizioni disu-
24
Giovanni Verga, Mastro-don Gesualdo, Siena, Barbera 2007 [1
a
ed 1888],
pp. 165-166.
25
La scoperta del fenomeno, che non ebbe particolari conseguenze sul
piano della salute pubblica, si deve al giovane studioso di farmacia Bartolo-
meo Bizio, che, scoprendo il batterio responsabile della mutazione, fu anche
il primo a sviluppare una colonia di batteri in vitro. Su questo episodio, Ma-
deleine Ferrires, Storia delle paure alimentari, cit., pp. 333-335.
26
Ibidem, pp. 340-350.
172
mane e anti-igieniche in cui erano costretti a lavorare gli addetti ai
mattatoi, che spesso finivano bolliti (e quel ch peggio venduti e
mangiati) insieme alle carni che avevano appena macellato
27
.
Al pari delle sofisticazioni alimentari che, a partire dallinizio
del Novecento, portarono allintroduzione di misure legislative pi
stringenti rivolte alla tutela della salute pubblica, le malattie in ge-
nere e le epidemie in particolare, rappresentarono una grande le-
zione e, dunque, un indubbio fattore di modernizzazione
28
. Ad
esempio, inizialmente messa in discussione per non aver saputo
efficacemente prevedere e contrastare lavvento del colera
29
, la me-
dicina, registr notevoli passi avanti. Fu anche e soprattutto in con-
comitanza con le grandi ondate epidemiche che la figura del medi-
co, si and definitivamente professionalizzando
30
. Sempre il colera
ma anche altri agenti patogeni come il tifo (la temibile febbre da
accampamento o febbre navale) furono al centro delle ricerche
di Pasteur e dei suoi continuatori. Grazie alle ricerche di Eberth (ba-
cillo della febbre tifoide, 1880), Widal (dissenteria da bacillo, 1880),
Toussaint (vaccino contro il carbonchio, 1880), Koch (bacillo della
tubercolosi, 1882; vibrione del colera, 1884), Klebs e Loeffler (bacil-
lo della difterite, 1892), Roux (siero antidifterico, 1894), Yersin (ba-
cillo della peste, 1898), Behring (difterite e tetano) la scienza riusc
finalmente ad individuare le cause e in parte a rendere inoffensive
molte delle forme epidemiche pi temute.
Notevoli progressi vennero poi compiuti soprattutto sul piano
preventivo. Il colera, ad esempio, era malattia urbana per eccellen-
za. A met degli anni Settanta, Benjamin Ward Richardson, ribad il
nesso inscindibile tra salute e civilt, affrontando il tema della ma-
27
Upton Sinclair, The Jungle, New York, Bantham Books 1981 [1 ed. 1906].
Sugli avvelenatori di Chicago cfr. Madeleine Ferrires, Storia delle paure
alimentari, cit., pp. 393-396.
28
Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle, cit., p. 128. Alcune valutazioni
di caratter sociale ed economico in Charles E. Rosenberg, Cholera in Ninente-
enth Century Europe: A Tool for Social and Economic Analysis, in Comparative
Studies in Society and History, Vol. 8, No. 4 (Jul. 1966), pp. 452-463.
29
Soprattutto durante le prime crisi epidemiche di colera, numerosi ospe-
dali, negli Stati tedeschi ma anche in altri paesi, furono presi dassalto e dati
alle fiamme (Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico, cit., pp. 24 e ss.).
30
Su questo aspetto, riguardo al caso della Russia, particolarmente colpi-
ta dallepidemia di colera, cfr. Nancy M. Frieden, The Russian Cholera Epide-
mic, 1892-93, and Medical Professionalization, in Journal of Social History,
Vol. 10, No. 4, (Summer 1977), pp. 538-559.
173
lattia non solo come un problema esclusivamente medico, ma an-
che ambientale e sociale. Richiamandosi ai dettami di Chadwick, il
grande paladino delligiene pubblica e della lotta al colera degli anni
Quaranta, egli descrisse le caratteristiche di una citt ideale, Hygeia,
pensata applicando proprio i pi moderni criteri della salute pub-
blica
31
.
Lattenzione crescente delle autorit nei confronti di questi temi
fu un momento di svolta importante e per molti versi decisivo in
direzione della diminuzione delle malattie infettive. Riformatori
sociali, funzionari municipali e ingegneri dei sistemi igienico-sani-
tari si adoperarono attivamente per migliorare le condizioni di vita
nelle citt attraverso una speciale legislazione che tutelasse ligiene
pubblica. Nel caso della lotta al colera, essi ottennero un crescente
successo, sia pure partendo, almeno fino alle scoperte degli anni
Ottanta, da premesse completamente erronee. Chadwick e gli altri
riformatori, infatti, agivano e si comportavano non solo come se
tutti i fetori fossero malattie, ma anche come se tutte le malattie
fossero fetori
32
. Le grandi misure di prevenzione che dovevano
semplicemente allontanare i miasmi responsabili del contagio
(smaltimento delle acque di scarico, creazione di una rete di forni-
ture idriche, miglioramento delle reti fognarie, razionalizzazione
dello smaltimento dei rifiuti urbani) non curavano direttamente il
colera ma rendevano pi difficile il contagio. Dalla Commissione
centrale per la sanit inglese del 1848 alla legge di riforma sanitaria
italiana varata da Crispi nel 1888, lo Stato intervenne attivamente
per salvaguardare ligiene pubblica
33
. Allo scopo di contrastare la
diffusione del contagio, le istituzioni pubbliche non si limitarono
allazione di prevenzione sul piano interno, ma avviarono le prime
forme di collaborazione tra Stati, che ebbero nella prima conferen-
za sanitaria internazionale di Parigi del 1851 un importante mo-
mento di svolta
34
. La tecnologia fece poi il resto, abbassando i co-
31
Benjamin Ward Richardson, Hygeia. A City of Health, London, Macmil-
lan 1876. Non a caso, il libro conteneva in apertura una dedica dellautore
proprio al maestro Chadwick.
32
Carlo Maria Cipolla, Public Health and the Medical Profession in the Re-
naissance, cit. in Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico, cit., p. 183.
33
Cfr. Simone Neri Serneri, Incorporare la materia. Storie ambientali del No-
vecento, Roma, Carocci 2005.
34
Sulle conferenze sanitarie internazionali contro il colera cfr. Baroukh
M. Assael, Il favoloso innesto. Storia sociale della vaccinazione, Roma-Bari, Later-
za 1995, pp. 122-125.
174
sti delligiene (condutture, caldaie e valvole, sanitari, vasche da
bagno, servizi igienici, ecc.) almeno per i ceti borghesi urbani.
Anche se queste misure non poterono evitare la ricomparsa del
colera, esse determinarono un progressivo calo delle epidemie e delle
malattie endemiche. Nel 1889, in Russia, la peste fece per lultima
volta la sua comparsa in Europa. Grazie anche alla sperimentazio-
ne di vaccini contro il colera, avviata a met degli anni Ottanta in
Spagna da Jaime Ferrn e poi da Waldemar Mordechai Haffkine, al
passaggio del secolo lo spettro di questa malattia, se non debellato,
era stato esorcizzato (il morbo ricomparve comunque nei primi anni
Dieci e poi durante la Grande Guerra)
35
. Restavano tuttavia ancora
vive, soprattutto nelle aree pi arretrate dellItalia, numerose ma-
lattie dei poveri: il mal de la rosa o pellagra, il mal di miseria
dei contadini come lo aveva definito larciduca dAustria Ranieri
nel 1816 la malaria, il rachitismo e la tubercolosi. Allinizio del
Novecento le politiche di prevenzione della diffusione di focolai
epidemici raggiunsero il loro apice. La lotta alla malaria attraverso
luso del chinino, lestratto dellalbero di Chinchona, originario del
Sudamerica, fu finalmente resa possibile su vasta scala. Nel 1861,
infatti, gli olandesi acquistarono da un mercante australiano per
appena venti dollari i semi di una variet della pianta, riuscendo ad
impiantarla con successo su vasta scala a Giava
36
. La profilassi anti-
malarica, perfezionatasi con le ricerche compiute tra i primi anni
Ottanta e la fine degli anni Novanta, forn importanti risultati, come
testimoniarono le leggi italiane sul chinino di Stato del 1901-1904,
che crearono una rete di assistenza grazie alla quale il farmaco ve-
niva distribuito gratuitamente ai poveri nelle tabaccherie e nelle
rivendite dei monopoli di Stato. Nel 1909, a Parigi, venne poi creato
lUfficio internazionale di igiene pubblica, con il compito di racco-
gliere informazioni su epidemie di peste, colera, vaiolo, tifo e feb-
bre gialla.
35
Una ricostruzione dellepidemia del 1910, con particolare attenzione
agli effetti del morbo nella zona della Puglia in Frank M. Snowmen, Cholera
in Barletta 1910, in Past and Present, No. 132, (Aug. 1991), pp. 67-103.
36
I semi piantati a Giava ebbero risultati straordinari, al punto che la
produzione sudamericana declin progressivamente. Tra le due guerre mon-
diali, oltre 95% della produzione di chinino proveniva dai possedimenti olan-
desi. Costato solo venti dollari, il monopolio sulla produzione della molecola
di chinina si rivel uno degli affari pi redditizi della storia. Su questi aspetti
cfr. Penny Le Couteur, Jay Burreson, I bottoni di Napoleone. Come 17 molecole
hanno cambiato la storia, Milano, Longanesi 2006, pp. 345-352.
175
Un ulteriore strumento di profilassi fu rappresentato dalle vacci-
nazioni, anchesse sempre pi disciplinate per legge e promosse dalle
autorit statali e locali su precise indicazioni della maggioranza della
scienza medica. Lo straordinario successo che si stava ottenendo
col vaiolo, la terribile malattia esantematica che tra il Seicento e il
Settecento aveva toccato livelli di diffusione spaventosi in tutto lOc-
cidente, segn un primo successo della medicina preventiva
37
. Con
la vaiolizzazione e la vaccinazione, pratiche inizialmente impensa-
bili per la scienza medica, la malattia perdeva per la prima volta il
carattere di malattia regnante, di malattia sostanziale. In altro
termini, essa cessava di essere una sorta di corpo unico con uno
stato, una citt, un clima, un gruppo di persone, una regione, una
maniera di vivere
38
.
Queste pratiche di sicurezza accesero tuttavia paure spesso for-
tissime. A parte le obiezioni di ordine scientifico degli antiinoculi-
sti, linnesto del vaiolo apr un dibattito sulla validit di questa pra-
tica, allepoca totalmente innovativa e sconosciuta. La prima obie-
zione riguardava non tanto lefficacia delle vaccinazioni, quanto le
possibili controindicazioni. Ancora in fase sperimentale, le inocula-
zioni, alla stregua degli altri rimedi di natura medica dellepoca
avevano spesso effetti collaterali seri, se non irreparabili. Il fatto
che a questa pratica fossero generalmente sottoposti, a scopi pre-
ventivi, molti bambini accrebbe poi i timori per le eventuali conse-
guenze della somministrazione, sia pure controllata, di bacilli ap-
partenenti a morbi spesso mortali.
Le principali resistenze contro le vaccinazioni erano tuttavia di
ordine morale e religioso. Poteva la medicina opporsi al disegno
divino? Non era stato forse Dio a mandare il vaiolo a Giobbe?
39
Ad
opporsi allimmunizzazione vi furono filosofi come Emmanuel Kant
e Herbert Spencer o evoluzionisti come Alfred Russel Wallace, che
la considerarono una forzatura della legge di selezione naturale ol-
tre che di una inutile coercizione da parte della autorit alle libert
individuali
40
. Al di l delle resistenze religiose o filosofico-evolu-
zionistiche, linoculazione del vaiolo animale (di vacca) al posto di
quello umano, avviata alla fine del Settecento da Edward Jenner, fu
37
Cfr. Marco Cesare Nannini, La storia del vaiolo, Modena, Toschi 1963.
38
Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collge de France
(1977-1978), Milano, Feltrinelli 2005, p. 53.
39
Cfr. Baroukh M. Assael, Il favoloso innesto, cit. pp. 31-32.
40
Paolo Gulisano, Pandemie. Dalla peste allaviaria: storia, letteratura, medi-
cina, Milano, Ancora 2006, p. 71.
176
anche avversata da molti in quanto ritenuta una minotaurizzazio-
ne dellumanit
41
.
Gruppi di anti-vaccinisti si formarono in Inghilterra e poi negli
altri paesi sin dalla diffusione della jennerizzazione. Lopposizione
rest a lungo molto forte, al punto che, ancora alla fine degli anni
Cinquanta dellOttocento, il francese Bertillon dedic uno studio
statistico circostanziato per cercare di confutare le argomentazioni
di coloro che esprimevano dubbi sullutilit e lefficacia dei vacci-
ni
42
. I vari episodi di contagio provocati da vaccini avariati, come
quello che nel 1879, a Roma, caus la morte per vaiolo di una bimba
e provoc linsorgere della malattia in altri trentasette fanciulli, ri-
proposero periodicamente diffidenze e paure verso questa prati-
ca
43
. Ma era giusto, obiettavano i sostenitori del vaccino, condanna-
re il bisturi solo perch era stato messo dalle mani sbagliate?
44
Grazie alla progressiva introduzione di leggi che stabilivano lob-
bligo di vaccinazione contro il vaiolo, questa malattia, che pure
avrebbe fatto la sua ricomparsa in concomitanza con la guerra fran-
co-prussiana, decrebbe rapidamente. E proprio questa progressiva
scomparsa fece riemergere, negli anni Ottanta dellOttocento, un
nuovo movimento antivaccinista che per, giova sottolinearlo, sta-
volta auspicava labolizione dellobbligo della vaccinazione a van-
taggio di altre misure di contenimento e controllo e non per immo-
tivate paure verso la pratica in s
45
. I successi ottenuti con il vaiolo
e poi con le altre malattie infettive, anche se non erano da attribuire
esclusivamente allimmunizzazione, indussero a proseguire la ri-
cerca e la sperimentazione e ladozione di campagne di vaccinazio-
ne
46
. Ogni nuovo incidente o insuccesso, tuttavia, aveva leffetto di
riaccendere il dibattito sullefficacia di questa pratica. Il disastro
di Mulkowal del 1902, ad esempio, colp particolarmente limma-
41
Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle, cit., p. 116.
42
Jacques Bertillon, Conclusions statistiques contre les dtracteurs de la vacci-
ne. Prcdes dun Essai sul la mthode statistique applique ltude de lhomme,
Paris, Masson 1857.
43
Cfr. Baroukh M. Assael, Il favoloso innesto, cit., pp. 52-53.
44
Jacques Bertillon, Conclusions statistiques contre les dtracteurs de la vacci-
ne, cit., p. 117.
45
Ibidem, pp. 53-58.
46
Secondo numerosi studi, la mortalit di molte malattie infettive stava
gi significativamente calando prima dellavvento delle moderne tecniche di
vaccinazione. questa la tesi sviluppata in Thomas McKeown, La medicina:
sogno, miraggio o nemesi?, Palermo, Sellerio 1978.
177
ginario collettivo poich la somministrazione del vaccino contro la
peste del pastoriano Haffkine da fiale contaminate, provoc la morte
per tetano di diciannove persone
47
.
Ignoranza, diffidenza e paura nei confronti delle moderne pra-
tiche di vaccinazione furono poi le cause della rivolta popolare di
Rio de Janeiro del 1904. Nellambito della politica di igiene pubbli-
ca e di lotta alle malattie endemiche che mietevano un numero al-
tissimo di vittime tra i quartieri pi poveri e popolosi di Rio, il dot-
tor Oswaldo Cruz, direttore generale della salute pubblica e a lun-
go collaboratore dellIstituto Pasteur di Parigi, organizz delle squa-
dre sanitarie incaricate di svolgere una capillare opera di preven-
zione contro malaria, febbre gialla, tifo, peste. Allo scopo di debel-
lare il vaiolo, Cruz promosse e riusc a far approvare dal Parlamen-
to, nonostante lopposizione della Liga Contra a Vacina Obrigatria,
una legge che stabiliva la vaccinazione obbligatoria contro questa
malattia. Accompagnate dalla forza pubblica, le squadre sanitarie
furono cos inviate casa per casa ad avviare lopera di profilassi.
La stampa antigovernativa, che aveva sostenuto la lotta della Liga
contro la legge, diffuse notizie allarmistiche sullesistenza di possi-
bili controindicazioni al vaccino. La presenza della polizia accese
ulteriormente gli animi. Cominci a circolare la voce che il vaccino
venisse inoculato alle donne nelle loro parti intime. Le tensioni sfo-
ciarono cos in scontri di piazza: a partire dal 10 novembre la folla,
dopo aver eretto delle barricate per impedire larrivo delle squadre
sanitarie, si abbandon a violenze, saccheggi e distruzioni. Linsur-
rezione, alla quale ad un certo punto si unirono anche alcuni repar-
ti militari, ammutinatisi, fu stroncata con la forza. Il bilancio fu di
30 morti e oltre centro feriti. Una volta ristabilito lordine, le vacci-
nazioni ripresero ma il clima rimase a lungo molto teso
48
.
A parte lepisodio della rivolta di Rio, la battaglia contro il vaio-
lo si stava comunque concludendo con una significativa vittoria della
scienza. Viceversa, emergevano altre epidemie egualmente insidio-
47
Lepisodio riportato in Baroukh M. Assael, Il favoloso innesto, cit., pp.
103-104.
48
Sulla rivolta di Rio de Janeiro del 1904 cfr. Jeffrey Needell, The Revolta
Contra Vacina of 1904. The Revolt Against Modernization in Belle-Epoque Rio de
Janeiro, in Sylvia Marina Arrom, Servando Ortoll (eds.), Revolts in the Cities.
Popular Politics and the Urban Poor in Latin America, 1765-1910, Boulder, Sage
1996 pp. 155-89; Id., Rebellion against Vaccination in Rio de Janeiro, in Vincent C.
Peloso (ed.), Work, Protest, and Identity in Twentieth-Century Latin America,
Wilmington, Scholarly Resources 2003 pp. 25-61.
178
se ed invalidanti. Il progresso della ricerca mise ad esempio in evi-
denza, a partire dalla fine del Settecento, lincremento dei casi di
poliomielite. La malattia, provocata da un agente infettante presen-
te in ambienti scarsamente igienici, provoc un numero crescente
di casi fino a raggiungere il picco nel corso del Novecento tra le due
guerre mondiali. Anche in questo caso, un vaccino, frutto del lavo-
ro di ricercatori come Jonas Salk e Albert Sabin, avrebbe avuto un
ruolo decisivo nella lotta alla diffusione del virus. Tuttavia, il fatto
che la poliomielite colpisse in misura particolare i bambini (ma non
esclusivamente, se si pensa che Franklin Delano Roosevelt ne fu
colpito in et adulta) non imped che, in occasione delle ondate epi-
demiche, si verificassero casi di panico collettivo:
lunghe file alle stazioni ferroviarie e alle biglietterie marittime. Mi-
gliaia di genitori cercavano scampo per i figli nei traghetti e nei treni,
abbandonando la citt []. Lesodo dalla citt fu controllato da militari
che respingevano chi non fosse in possesso di un certificato che com-
provasse il suo stato di salute. Un giornale arriv a descrivere lirruzio-
ne della polizia con le pistole spianate in una casa dove un bambino
sembrava essere colpito dalla poliomielite, nel tentativo di strapparlo
alla madre
49
.
Il risvolto psicosociale delle malattie, specie di quelle a carattere
epidemico o di particolare impatto sociale, ormai un dato acclara-
to: esse richiamano paure inconsce che travalicano quella di essere
contagiati o delle sofferenze stesse o della morte che dal contagio
possono eventualmente derivare
50
. Se il colera, come la peste, rap-
presentava lincarnazione della paura della morte fisica, la sifilide
rappresent, per tutto lOttocento la paura della morte morale
51
. Sin
dalla sua diffusione, in et moderna, la peste venerea
52
, sia per le
49
Roland H. Berg, The Challenge of Polio. The Crusade against Infantile Pa-
ralysis, New York, Dial Press 1946, cit. in Baroukh M. Assael, Il favoloso inne-
sto, cit., p. 231. Sul valore simbolico della poliomielite nellimmaginario nor-
damericano cfr. Francesco Dragosei, Lo squalo e il grattacielo cit., pp. 169-174.
50
Su questi aspetti cfr. Mariella Lombardi Ricci, Malati di vita. Luomo
contemporaneo, la malattia e la morte, Acireale, ISB 1999, pp. 35-38 e soprattutto
Susan Sontag, Illness as Metaphor and AIDS and Its Metaphors, New York, Dou-
bleday 1990.
51
Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle, cit., pp. 74-80.
52
Sullorigine della paura della sifilide in epoca moderna cfr. Claude
Qutel, Il prezzo del peccato: la sifilide sotto lAncien Rgime, in Alain Corbin
(a cura di), La violenza sessuale nella storia, Roma-Bari, Laterza 1992, pp. 25-43.
179
terribili deturpazioni fisiche che provocava ma anche perch legata
alla colpa e alla vergogna a causa del carattere sessuale legato alla
sua trasmissione, gener allarme e paura. Nonostante lattenuazio-
ne della sua iniziale, verificatasi a partire dai primi decenni del Cin-
quecento, la paura della sifilide tocc il suo massimo proprio tra la
fine dellOttocento e la prima met del Novecento
53
.
Dopo i selvaggi del Nuovo Mondo, con i loro costumi promi-
scui e dissoluti e dopo gli ebrei, che cacciati dalla Spagna vagavano
per lEuropa decimati dalle malattie, laccusa di essere il veicolo del
contagio fu continuamente attribuita allaltro, alla donna (il cui
organo sessuale fu a lungo ritenuto lunico ricettacolo del male), al
diverso, allo straniero o allantagonista di turno. Per i francesi,
la sifilide fu il male napoletano o italiano; per gli italiani il mal francese;
per i portoghesi il morbo castigliano; per i giapponesi il morbo porto-
ghese; per gli olandesi il vaiolo ispanico; per i polacchi il mal dei tede-
schi; per i moscoviti il mal dei polacchi; per i persiani il morbo dei tur-
chi; per gli africani il mal spagnolo; per i canadesi il male della baia di
san Paolo; per i turchi il morbo dei cristiani
54
.
Provocata dal batterio del genere Spirocheta, il Treponema pallu-
dum, di solito presente nelle zone dei genitali, la sifilide si trasmette
prevalentemente per contatto diretto, di natura sessuale. Diversa-
mente dalle malattie infettive fino a quel momento conosciute, essa
era per ereditaria, nel senso che si trasmetteva dalla madre ai
figli. Pur avendo perdute le terribili manifestazioni iniziali (pustole
e orribili mutilazioni) che le fecero rapidamente guadagnare, nel-
limmaginario collettivo dellet moderna, il posto di un altro tre-
mendo flagello, quello della lebbra, la sifilide Ottocentesca restava
comunque una malattia con una sintomatologia e un decorso gravi.
Anche se non raggiunsero mai livelli da pandemia, le cifre della
diffusione della sifilide erano comunque significative: allinizio del
Novecento il maggiore sifilografo francese Alfred Fournier ipotiz-
z che circa il 14% dei francesi avesse avuto la sifilide. In Italia,
dopo ladozione del Regolamento Crispi di attuazione della legge
sanitaria del 1888, che aveva riorganizzato le cure per coloro che
erano affetti da malattie veneree sancendo lobbligo di denuncia, i
malati curati nei dispensari pubblici superarono, nel 1900, le 86.000
53
Cfr. Roger Davidson, Lesley A. Hall (eds.), Sex, Sin and Suffering. Vene-
real Disease and European Society since 1870, London, Routledge 2004.
54
Eugenia Tognotti, Laltra faccia di venere. La sifilide dalla prima et moder-
na allavvento dellAids (XV-XX secolo), Milano, F. Angeli 2006, p. 56.
180
unit. In Danimarca, dove lobbligatoriet della denuncia era ap-
plicata in misura pi rigorosa che in Italia (dove viceversa molti
malati dei ceti borghesi e piccolo borghesi celavano la loro malat-
tia) si calcol che, nella sola Copenaghen, il 4% degli abitanti fosse
stato a contatto del bacillo. Oltretutto, ancora nel primo Novecento,
il numero dei morti tendeva pericolosamente ad aumentare un po
ovunque (in Italia nel solo 1905 se ne contarono oltre 6.200)
55
.
La diffusione della sifilide e gli studi sulla sua trasmissibilit ed
ereditariet gener tra lOttocento e linizio del Novecento una vera
e propria ossessione: la letteratura medica e la pubblicistica traboc-
cavano di metafore e immagini paurose che evocavano il terribile
pericolo che incombeva sui figli di coloro che, nellaccompagnarsi a
prostitute, non avevano messo in conto le spine di venere
56
.
Come difendersi dal male? Il canale privilegiato attraverso cui
la sifilide si trasmette sono i rapporti sessuali, per cui la prevenzio-
ne , almeno teoricamente, pi semplice rispetto ad altre malattie
infettive. Medici e igienisti si sforzarono cos di promuovere dei
comportamenti che riducessero il rischio di contrarre la malattia,
ma con scarsi risultati. N, del resto, ebbero miglior fortuna i tenta-
tivi moralizzatori dei vari comitati e gruppi, religiosi e laici, che
chiedevano ripetutamente la messa al bando della pornografia e
degli spettacoli licenziosi, accusati di indurre al peccato e, di rifles-
so, di favorire la diffusione del male. In effetti, il veicolo principale
di contagio era quello della prostituzione, pratica che, pure in una
societ scarsamente tollerante in fatto di libert di costumi sessuali,
era viceversa accettata e alla quale facevano regolarmente ricorso
una fetta consistente della popolazione adulta di sesso maschile.
La risposta delle autorit di fronte al dilagare della malattia fu
cos la sistematica adozione di provvedimenti che fissavano rigoro-
si controlli medici e addirittura limitatori delle libert individuali,
in primis nei confronti delle donne sospettate di esercitare la prosti-
tuzione ma anche dei militari e dei marinai, spesso le categorie so-
ciali pi esposte al contagio. Queste misure, inizialmente efficaci, si
dimostrarono inutili nel momento in cui la prostituzione usc dai
tradizionali postriboli per esercitarsi in case private. La promiscui-
t, il cambiamento dei costumi, la progressiva liberazione sessuale
delle donne, soprattutto nei grandi centri urbani, furono altrettanti
55
I dati sono riportati in Eugenia Tognotti, Laltra faccia di venere, cit.
56
Ibidem, p. 187. Analoghe paure furono agitate ad esempio per la gonor-
rea, spesso responsabile di gravi complicanze durante la gravidanza e il parto.
181
fattori che resero sempre pi difficile stabilire un controllo sulla dif-
fusione del male. Oltretutto, il marchio sociale dinfamia legato alla
malattia sinonimo di dissolutezza di costumi induceva coloro
che la contraevano a tacere, almeno finch i sintomi non erano evi-
denti, a non curarsi, o a farlo ricorrendo a rimedi estemporanei. In
ogni caso, chi veniva a contatto con la sifilide, finiva per diventare a
sua volta uno strumento di contagio. Quel che peggio, sul piano
della cura, la medicina non aveva individuato rimedi efficaci. Sin
dalla sua comparsa, la sifilide era stata combattuta usando il mer-
curio. Efficace anche contro la lebbra e altre malattie veneree, il
mercurio per notoriamente tossico. In molti casi, coloro che ve-
nivano sottoposti al trattamento dei fumi di mercurio (il rimedio
pi utilizzato) morivano. Se poi sopravvivevano, guarendo dalla
sifilide, il pi delle volte portavano per sempre i segni dellavvele-
namento da questa sostanza: perdita di capelli e dei denti, anemia,
gravi problemi epatici e renali, pazzia e delirio.
Mentre la ricerca tentava dunque di individuare una cura meno
pericolosa e soprattutto di trovare lagente patogeno responsabile
del contagio, la profilassi individuale contro il male induceva in
molti casi a pratiche criminali e nefande. In molte zone rurali, ma
anche nella civilizzata Londra vittoriana, ancora a met Ottocento
era ad esempio assai diffusa la credenza del tutto priva di fonda-
mento e ispirata da superstizioni e pratiche stregonesche che la
sifilide e altre malattie a trasmissione sessuale, come la gonorrea,
guarissero in caso di rapporto sessuale con una vergine, quasi che,
attraverso lo stupro, il contatto dellimpuro col puro liberasse
colui che era affetto dal morbo. In molti casi, poi, per evitare il con-
tagio si diffuse la pratica contro natura e viziosa della sodo-
mia, un male che le autorit religiose e la morale comune giudica-
vano con estrema severit
57
.
Allinizio del Novecento, i batteri, i virus e gli altri microorgani-
smi erano periodicamente sulle pagine dei principali giornali, im-
pegnati a dare notizia delle scoperte dei ricercatori. Nel 1905, Mark
Twain si divert a rovesciare, con la sua consueta ironia, il modo
con cui si presentava laffascinante mondo dellinfinitamente pic-
colo, scrivendo un racconto in cui si descriveva la realt attraverso
la lente dellimmaginario microbico
58
.
57
Su questi aspetti cfr. Eugenia Tognotti, Laltra faccia di Venere, cit., pp.
106-110.
58
Mark Twain [Samuel Longhorne Clemens], Tremila anni tra i microbi,
Milano, Feltrinelli 1996 [1
a
ed. 1905].
182
Fu proprio in questi anni che, dopo innumerevoli tentativi, ven-
ne finalmente individuato lagente patogeno della sifilide. A quel
punto, lindividuazione di una cura divenne solo questione di tem-
po. La svolta giunse infatti nel 1909, allorch il medico tedesco Paul
Ehrlich e il giapponese Sahachiro Hata, partendo dai positivi risul-
tati ottenuti nella cura del male facendo ricorso ad un farmaco gi
esistente, latoxyl, crearono un composto a base di arsenico. Cono-
sciuto come salvarsan, il preparato (detto anche 606) si dimostr as-
sai pi efficace del mercurio e delle altre cure sperimentate fino a
quel momento. La pallottola magica contro la peste venerea era
stata inventata. Confezionato e messo in vendita dalla societ chi-
mica Hoechst nel 1910, il salvarsan, pur avendo anchesso delle con-
troindicazioni (in taluni casi anche serie) e, pur non assicurando
affatto la tanto attesa sterilisatio magna contro la sifilide, ebbe per
una vasta diffusione, contrastando con una certa efficacia la malat-
tia. Il 606 fu, di fatto, il primo antibiotico della storia, e fu il farmaco
pi utilizzato fino alla scoperta della penicillina
59
.
Nonostante queste scoperte e i toni, talvolta esageratamente
trionfalistici, che le accompagnarono sulla stampa popolare, la pa-
ura di una nuova peste continu ad essere evocata anche negli anni
successivi, trovando una nuova, apocalittica incarnazione, nellepi-
demia di febbre spagnola che impervers in occidente a partire
dal 1918. Larrivo di questa terribile pandemia, che nellarco di po-
chi mesi fece pi vittime di qualsiasi altra malattia della storia, fu
quasi preconizzato dallimmaginazione letteraria. Le soffocanti at-
mosfere che Edgar Allan Poe aveva tratteggiato nella Mascherata
della Morte Rossa sembrarono infatti trovare eco nel romanzo di Jack
London, Il Morbo Scarlatto, pubblicato per la prima volta sul London
Magazine nel 1912. La storia quella di una malattia pi letale della
peste setticemica che, nel 2013, si diffonde un pianeta sovrappopo-
lato, uccidendo implacabilmente e in modo fulmineo la quasi tota-
lit della popolazione:
Il cuore cominciava a battere pi forte e la temperatura del corpo
aumentava. Poi arrivava lesantema scarlatto, che si diffondeva come
un incendio nella foresta, prima sul viso, poi sul resto del corpo. Molte
persone non si accorgevano neppure dellaumento della temperatura e
del battito cardiaco: si rendevano conto di avere la malattia soltanto
quando compariva lesantema scarlatto. Di solito, questo fenomeno era
59
Sulle ricerche di Ehrlich e sulla scoperta del Salvarsan cfr. Eugenia To-
gnotti, Laltra faccia di Venere, cit., pp. 193-205.
183
accompagnato da convulsioni che per non duravano a lungo e non
erano molto violente. Se si sopravviveva alle convulsioni, si tornava
perfettamente tranquilli e subentrava soltanto un intorpidimento che,
a partire dai piedi, si diffondeva in tutto il corpo: dai calcagni alle gam-
be, ai fianchi. Quando la paralisi arrivava al cuore, era la morte. Non si
delirava n si sveniva. La mente restava sempre calma e consapevole
fino al momento in cui il cuore, colto dalla paralisi, cessava di battere.
Un altro fenomeno strano era la rapidit del processo di decomposizio-
ne: subito dopo la morte, la salma entrava in disfacimento quasi istan-
taneamente. Questa fu una delle ragioni per cui lepidemia si diffuse
con tanta velocit: tutti i miliardi di germi che avevano proliferato in
ciascun cadavere venivano immediatamente dispersi nellambiente
60
.
In contemporanea al Morbo Scarlatto usc anche Morte a Venezia,
nel quale Thomas Mann descriveva i tormenti e i turbamenti inte-
riori del personaggio di Aschenbach in una Venezia opprimente, in
cui imperversa, dapprima strisciante e nascosta e poi implacabile,
una epidemia di colera secco:
Alla met di maggio di quellanno, in uno stesso giorno, si trova-
rono a Venezia i terribili vibrioni nei cadaveri nerastri e scheletrici
di un barcaiolo e di unerbivendola. I casi furono tenuti segreti. Ma
dopo una settimana ce nerano dieci, ce nerano venti, trenta, e per
di pi in diversi sestieri. Un austriaco che sera trattenuto qualche
giorno a Venezia per diporto, mor con sintomi evidenti appena tor-
nato nella sua cittadina di provincia, e cos fu che le prime notizie
dellepidemia scoppiata nella citt lagunare apparvero nei giornali
tedeschi. Le autorit di Venezia risposero che le condizioni sanitarie
della citt non erano mai state migliori, e presero le pi urgenti pre-
cauzioni profilattiche. Ma probabilmente erano gi contaminati ge-
neri alimentari, verdura, carne e latte, perch negata e occultata, la
moria imperversava nelle calli anguste e la canicola estiva, soprag-
giunta anzitempo, intiepidendo lacqua dei canali favoriva il conta-
gio. Sembrava che la pestilenza avesse acquistato nuove forze, che
la tenacia e la virulenza dei germi fosse raddoppiata. I casi di guari-
gione erano rari, moriva lottanta per cento dei colpiti, e moriva di
una morte terribile perch il male si manifestava con estrema vio-
lenza e sovente nella sua forma pi pericolosa, il colera secco. In
quella forma il corpo non riusciva nemmeno ad espellere lacqua
prodotta in gran copia dai vasi sanguigni. Entro poche ore il malato
60
Jack London, Il Morbo Scarlatto, Milano, Editrice Nord 1996 [1
a
ed. 1912],
pp. 27-28
184
si disseccava e moriva soffocato dal proprio sangue divenuto denso
come la pece, tra spasimi atroci e rochi lamenti. Buon per lui se, come
succedeva talvolta, la malattia si dichiarava, dopo un lieve malesse-
re, sotto forma di un deliquio profondo dal quale il colpito non si
svegliava pi, o solo per poco
61
.
Anche in questo caso, oltre al contagio in s, sono le conseguen-
ze del panico e della paura di contrarre una cos terribile malattia a
scardinare lordine sociale e ad alimentare gli istinti pi bassi in
molta parte della popolazione:
La corruzione delle autorit insieme con lincertezza regnante, lo
stato eccezionale in cui la moria aveva posto la citt, provocarono un
certo rilassamento di costumi nelle classi inferiori, incoraggiando gli
istinti vergognosi e antisociali, che si manifestarono in intemperanza,
impudicizia e criminalit dilaganti. Contro il solito, si vedevano la sera
molti ubriachi; di notte, si diceva, malintenzionati rendevan pericolosa
la circolazione; rapine e persino omicidi si susseguivano, e gi due vol-
te era risultato che persone apparentemente morte di colera eran inve-
ce state avvelenate dai famigliari che volevano sbarazzarsi di loro; il
vizio professionale prendeva forme insistenti e depravate, che quass
non serano mai viste prima ed erano di casa soltanto nelle regioni
meridionali e nelloriente
62
.
Fu proprio il timore di assistere allo scoppio di disordini e rivol-
te che indusse le autorit di governo dei principali paesi impegnati
in quel momento a combattere nella prima guerra mondiale a far
calare la pesante scure della censura sulla pandemia di influenza
che colp tra il 1918 e il 1919. Pare ormai accertato che lepidemia
abbia avuto origine negli Stati Uniti. Secondo ricerche effettuate nel
1998 riesumando i corpi di alcune vittime per effettuare una map-
patura del menoma del morbo, la pandemia fu provocata da un
virus di influenza mutato, molto simile a quello della febbre avia-
ria comparsa in Estremo Oriente alla fine degli anni Novanta e poi
nei primi anni Duemila
63
.
61
Thomas Mann, La Morte a Venezia, Torino, Einaudi 1977 [1a ed. 1912],
pp. 138-139.
62
Ibidem, pp. 139-140.
63
La tesi, sostenuta da alcuni media allinizio del XXI secolo, in piena
psicosi da influenza aviaria, che la spagnola fosse una qualche forma di virus
dei polli mutato e quindi trasmessosi alluomo pare aver trovato conferma
185
La periodica comparsa di febbri catarrali epidemiche in Europa,
provenienti il pi delle volte dallOriente, era stata documentata in
numerose pubblicazioni mediche almeno dal XIV secolo. Fu nel
corso del Cinquecento, poi, che queste ricorrenti epidemie di feb-
bre furono del tutto arbitrariamente attribuite a non ben precisati
influssi astrali sulla salute umana. La malattia che si manifestava in
queste epidemie fu cos chiamata con il termine italiano di influen-
za. Nel corso del Settecento, si assist ad una sorta di riscoperta
di questa forma epidemica. Un focolaio di febbre catarrale fu docu-
mentato in Prussia nel 1709. Nel 1782 dilag in tutta Europa una
forma influenzale che venne chiamata ora grippe, ora influenza, ora,
per via della sua provenienza probabilmente orientale, come mal
russo, tosse russa o catarro russo
64
. A partire da quella data, le
cronache mediche riportarono il periodico affacciarsi dellinfuen-
za, in forme pi o meno acute. La prima vera pandemia di fine Ot-
tocento fu probabilmente quella che si propag in Europa e poi ne-
gli Stati Uniti, attraverso la Russia, a partire dal 1889. Causata pro-
babilmente da un virus di origine aviaria, linfluenza asiatica tor-
n a colpire allo scoccare del nuovo secolo, provocando circa un
milione di morti in tutto il pianeta.
La pandemia di febbre spagnola fu per mille volte pi spa-
ventosa di qualsiasi altra precedente epidemia influenzale. La pri-
ma vittima ufficialmente registrata della pandemia del 1918 fu Al-
bert Gitchell, un sottufficiale dellesercito americano addetto alle
cucine di Camp Funston a Fort Riley, Kansas, uno dei maggiori centri
di addestramento delle truppe americane prima di imbarcarsi per i
fronti di guerra. Morto dopo quattro giorni dal manifestarsi di quella
che sembrava una banale forma influenzale, il sergente Gitchell fu
solo il primo anello di una lunghissima catena di morti. La malat-
negli ambienti scientifici con la ricostruzione della mappa genetica del virus,
nellottobre del 2005. La spagnola, i cui sintomi ricordavano unaltra grave
malattia la sindrome respiratoria acuta grave, pi nota come SARS, emer-
sa nel corso del 2003, fu provocata da un virus H
1
N
1
. Lannuncio della sco-
perta della risequenziazione del virus, pubblicato dalla rivista Nature in un
articolo dal titolo The 1918 Flu virus in resurrected consultabile in rete allin-
dirizzo web <http://www.nature.com/news/2005/051003/full/
437794a.html>.
64
Giovanni Strambio, La grippe, la tosse ferina, le febbri esantematiche tifoi-
dee militari e petecchiali ed altri morbi epidemici la cui natura tuttora controversa
investigati analiticamente nelle loro cause, nella natura ed essenza, Milano, Pirola
1844, pp. 10-20.
186
tia, si scopr pi tardi, si era sviluppata poco tempo prima nella
vicina contea rurale di Haskell dove animali da cortile e uomini
vivevano a strettissimo contatto. Scambiato per polmonite fulmi-
nante, il virus era arrivato fino a Fort Riley, che, con i suoi oltre
25.000 uomini, dette il via al contagio su vasta scala.
Le truppe statunitensi, infettate dal virus in forme che furono
ritenute tali da non costituire allarme, varcarono lOceano dirette in
Europa, diventando cos il principale veicolo di trasmissione della
malattia. Linfluenza fece cos la sua comparsa in Francia e nella
penisola iberica. Nei primi mesi del 1918, i giornali madrileni, che
non erano sottoposti a censura dal momento che la Spagna non era
una nazione belligerante, riportarono la notizia che una forma in-
fluenzale si stava diffondendo a macchia dolio nella capitale e nel
resto del paese. La malattia, che mise a letto otto milioni di persone,
aveva appena avuto un nome: febbre Spagnola
65
.
Lemergenza inizi poco dopo, con il manifestarsi, in varie aree
del pianeta, di numerosi focolai della malattia. Stavolta, per, la
spagnola si presentava con una virulenza straordinariamente ele-
vata e con dei tassi di mortalit impressionanti, in certi casi del 70%,
assai pi di quanto era avvenuto in passato con malattie terribili
quali il colera
66
. Come ogni virus influenzale, la Spagnola provoca-
va febbri altissime che si protraevano per tre giorni, con dolori lan-
cinanti in tutta la persona, minando il fisico e la resistenza degli
infettati. La perdita di sangue dal naso e dalle orecchie e la tosse
erano i segnali che gli organi interni avevano iniziato a sanguinare.
Per effetto delle emorragie interne e di un fenomeno noto come tem-
pesta di citochine
67
, i polmoni si riempivano di muco, sangue e
65
Paradossalmente stato giustamente notato il paese che diede il
nome alla pi terribile pandemia influenzale fu quello nel quale la malattia si
manifest nelle sue forme pi lievi (Paolo Gulisano, Pandemie, cit., pp. 79-80).
Sulla spagnola cfr. Richard Collier, La malattia che atterr il mondo, Milano,
Mursia 1980 e Eugenia Tognotti, La spagnola in Italia. Storia dellinfluenza che
fece temere la fine del mondo, Milano, F. Angeli 2002. Una ricostruzione degli
eventi legati allepidemia, ma anche del lavoro dei ricercatori impegnati fin
dagli anni cinquanta, nella soluzione del mistero legato al virus contenuta
in Gina Bari Kolata, Epidemia. Storia della grande influenza del 1918 e della ricer-
ca di un virus mortale, Milano, Mondadori 2000.
66
Il tasso di mortalit medio vari tuttavia dal 2,5% al 5%, comunque
altissimo, se si pensa che una normale epidemia influenzale tende ad avere
un tasso di mortalit che si avvicina allo 0,1%.
67
Come avviene anche con la SARS, linfezione provocata dal virus inne-
scava una produzione eccessiva di citochina, sostanza che stimola la produ-
187
liquidi organici. I malati assumevano una colorazione livida, al
punto che, come affermarono alcuni medici militari americani al-
linizio dellepidemia, diventava impossibile distinguere i bianchi
dai neri. Di fronte ad un quadro clinico cos devastante, la morte
era solo questione di tempo
68
. La medicina non trov alcuna cura
adeguata e anzi per un lungo periodo i ricercatori non furono nep-
pure in grado di esprimersi con sicurezza sulle cause di questi de-
cessi: a lungo si pens che si trattasse di una particolare forma di
febbre polmonare provocata da un batterio, qualcuno parl di cole-
ra, di tifo, persino di dengue o altre forme di febbre emorragica.
Di fronte allimpotenza della medicina, la popolazione ricorse
ai rimedi pi disparati. In molti casi si fece ricorso al chinino, in
realt del tutto inefficace (si limitava ad abbassare la febbre), pro-
vocando accaparramenti, fenomeni di sciacallaggio e speculazioni.
Si praticarono salassi, con il risultato di debilitare ulteriormente il
fisico degli ammalati, accelerandone la morte, o si iniettarono mas-
sicce dosi di morfina Si usarono medicamenti e rimedi artigianali:
si mastic cuoio e tabacco; si fecero bagni di acqua gelata. Talvolta
la tragedia degener in farsa: un farmacista francese propose il
metodo dei due berretti che consisteva nellappendere un berretto
alla porta, bere vino finch (per effetto dellalcol) non se ne vedeva-
no due, e infine nel coricarsi ben coperti per una sudata ristoratrice.
Rivelatosi inefficace ogni rimedio, la gente, guardando ormai alla
malattia come ad un castigo divino e un annuncio dellApocalisse,
si rivolse infine alla religione e alla preghiera.
I peggiori incubi evocati nella finzione romanzesca parevano
divenuti una tragica realt. Diversamente da quanto si potrebbe
immaginare, il virus non colpiva in modo letale, come talvolta av-
veniva per le altre forme influenzali, gli individui fisicamente pi
deboli o debilitati ma anzi era particolarmente violento sulle perso-
ne giovani e in buona salute: pi della met dei morti, infatti, era di
et compresa tra i 15 e i 35 anni
69
.
zione di globuli bianchi. In pratica lorganismo di coloro che venivano infet-
tati scatenava un attacco contro s stesso, soffocando le sue stesse cellule con
i propri anticorpi.
68
Il fatto che la malattia uccidesse prevalentemente per gravi complican-
ze broncopolmonari, rende ancor pi difficile il calcolo effettivo delle vittime
del virus. Molti decessi, infatti, non furono attribuiti alla Spagnola ma ad
affezioni polmonari o bronchiali, allora assai diffuse e gi di per s mortali a
causa di farmaci adeguati (antibiotici) o per il protrarsi, in molti ceti sociali,
delle privazioni provocate dalla guerra.
69
Ci era dovuto proprio ai meccanismi che provocavano un eccesso di
188
Se la paura del colera fu dunque gridata ed amplificata dai
mezzi di informazione, quella nei confronti della spagnola fu una
paura silenziosa, ma forse proprio per questo ancor pi dirompen-
te, almeno per limmaginario collettivo. Di fronte al dilagare del-
lepidemia, infatti, le autorit pubbliche dei paesi in guerra, per
evitare che si diffondesse il panico e si minasse il morale della po-
polazione civile e dei combattenti, cercarono di minimizzare la por-
tata dellemergenza tacendo o passando quanto pi possibile sotto
silenzio ci che stava avvenendo. Questo non imped che si spar-
gessero voci popolari le pi disparate. Le pi fantasiose scomoda-
rono non ben precisate perniciose influenze planetarie sullelet-
tromagnetismo terrestre. I soliti complottisti attribuirono invece le
responsabilit del contagio ai disfattisti o al nemico (vi fu chi par-
l di arma batteriologica degli Imperi centrali)
70
.
Per quanto la censura di guerra cercasse di negare levidenza (il
governo italiano arriv a proibire che i preti facessero suonare le
campane a morto), i segni della pandemia divennero evidenti. I lo-
cali pubblici vennero chiusi, le manifestazioni allaperto e i mercati
vietati
71
. Furono affissi manifesti che invitavano ad evitare i luoghi
affollati, a recarsi al lavoro a piedi, a non sputare per terra, a non
dividere con nessuno bicchieri, tovaglioli o asciugamani, ad evitare
sforzi eccessivi. In alcune citt, la gente cominci a girare per strada
proteggendosi il volto con delle mascherine, rese in certi casi obbli-
gatorie per disposizione delle autorit pubbliche. In alcune zone si
proib la stretta di mano o si sanzionarono con multe coloro che
starnutivano in pubblico. Nelle chiese le cerimonie funebri si susse-
guivano ininterrottamente di giorno e di notte. Interi paesi o quar-
tieri si svuotarono: nella sola Torino, nel mese di ottobre si registra-
rono 400 decessi al giorno.
La spagnola colp oltre un miliardo di persone, la met della
popolazione della terra, provocando un numero di vittime che
stato stimato, ma la cifra sicuramente arrotondata per difetto, tra
i venti e i quaranta milioni di morti (ma alcuni studi arrivano fino a
secrezione della citochina (cfr. supra, nota 68). Pi gli individui erano forti,
maggiore era il numero di anticorpi che i loro organismi producevano, cosa
che, sfortunatamente per loro, rendeva ancor pi dirompente la tempesta
citochinica nel loro corpo, accelerandone il collasso finale.
70
Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle, cit., pp. 167-168.
71
Una manifestazione benefica, organizzata alla fine di settembre del 1918
a Filadelfia, proprio per raccogliere fondi per curare i malati di spagnola, si
rivel un terribile veicolo di contagio, provocando migliaia di morti.
189
cento milioni). Le truppe al fronte furono falcidiate, con effetti disa-
strosi per il morale e per le stesse operazioni militari
72
. Morirono
per in egual misura anche i civili: in Italia, il paese che dopo la
Russia ebbe il maggior numero di morti (600.000 circa), furono col-
pite in misura particolare le donne
73
.
Della spagnola, la pandemia silenziosa, non rimasero che poche
tracce, le fotografie delle citt popolate di uomini e donne con la
mascherina bianca, e poche altre immagini, su tutte quelle dei due
inquietanti autoritratti che Edvard Munch dipinse nel 1919 dopo
essere scampato alla malattia
74
. Linterpretazione corrente che la
epidemia che fece gridare allApocalisse fin ben presto dimentica-
ta, quasi fosse un brutto ricordo, unappendice ai duri momenti della
guerra. I mezzi di comunicazione e persino le arti (che pure per la
spagnola persero personaggi come Apollinaire, Rostand o Schiele)
sembrarono in effetti ignorarla, quasi volendone rimuoverne il suo
repentino eppure dirompente passaggio. In realt essa rimase la-
tente nellinconscio collettivo. Anche se nessuno ne parl pi o quasi,
ogni famiglia conserv nella memoria di coloro che sopravvissero e
persino nelle generazioni successive, il ricordo di quegli eventi.
Potevano i bambini americani aver dimenticato i versi della fila-
strocca che avevano cantato in quei giorni mentre saltavano la cor-
da?
Avevo un uccellino
Che si chiamava Enza
Ho aperto la finestra
E in-flu-Enza!
75
72
Secondo alcune interpretazioni, una delle cause della sconfitta delle trup-
pe austro-ungariche sul fronte italiano fu proprio la particolare incidenza della
malattia sui soldati degli Imperi centrali. Del resto, nei primi mesi dellepide-
mia, la flotta inglese non era stata in grado di prendere il largo per 12 giorni
perch buona parte degli equipaggi erano stati colpiti dalla spagnola.
73
Giorgio Cosmacini, Le spade di Damocle, cit., p. 166.
74
Edvard Munch, Autoritratto dopo la febbre spagnola, olio su tela, 59x73
cm, Munch Museet, Oslo.
75
I had a little bird/Its name was Enza/I opened the window/And in-flew-enza.
Si trattava di un gioco di parole, intraducibile in italiano, che mescolava la
parola influenza, e la voce verbale flew (il passato di to fly, volare) (cfr. Richard
W. Crawford, The Spanish Flu, in Stranger than Fiction. Vignettes of San Diego
History, California, San Diego Historical Society 1995) Per una curiosa coinci-
denza, la filastrocca parlava di un uccellino e di un virus mortale che molto
probabilmente aveva proprio avuto origine da un volatile.
190
E ancora di pi, potevano aver dimenticato le famiglie di coloro
che avevano perduto una o pi persone care in quellinverno del
1918-1919?
La riprova che il ricordo della pandemia di spagnola era ancora
vivo si ebbe in occasione del passaggio, nel 1957 e nel 1968-1969,
della temutissima asiatica, una forma influenzale (peraltro rispet-
tivamente causate da un virus di tipo H
2
N
2
e H
3
N
2
cio trasmessi
dai volatili alluomo come la spagnola) che infett pi della met
della popolazione mondiale, provocando migliaia di vittime, semi-
nando nuovamente allarme e panico tra la popolazione. Il volto al-
lucinato di Munch che fissa losservatore nellAutoritratto dopo la
febbre spagnola, del resto emblematico di quanto in realt la febbre
spagnola avesse segnato nel profondo le coscienze di chi laveva
conosciuta. Lo riconosci il fetore? aveva detto Munch allamico
Rolf Stenersen mentre gli mostrava la sua opera lodore della
morte. Non ti sembra che stia per marcire?
76
76
James C. Harris, Self-Portrait After Spanish Flu, in Art and Images in
Psychiatry, Vol. 63, No. 4, April 2006, pp. 354-355.
435
INDICE
Introduzione pag. 7
1. SCONTRO DI CIVILT 19
Il pericolo giallo 19
Invasioni 45
2. TERRORISMO E COMPLOTTI 73
Lincubo della rivoluzione 73
Il complotto ebraico 97
3. VAGABONDI, CRIMINALI, ASSASSINI 123
Classi pericolose 123
Il brivido del delitto 141
4. MALATTIA E MORTE 163
Pandemie 163
Laldil 191
5. LINCONOSCIBILE 217
Magnetizzatori, maghi e occultisti 217
Altri mondi 239
6. LE VERTIGINI DEL PROGRESSO 265
Il vaso di Pandora 265
Jihad antimacchinista 295
7. LINCERTEZZA DEL FUTURO 313
Viandanti in un mare di nebbia 313
Un uomo nuovo per un secolo nuovo 327
8. CATASTROFI E APOCALISSE 355
Disastri 355
Fine del mondo o fine di un mondo? 387
INDICE DEI NOMI 415
440
Questo volume
chiuso in tipografia
nel mese di marzo 2008
stato impresso
negli stabilimenti delle Edizioni Pugliesi s.r.l.
in Martina Franca
per conto di Piero Lacaita Editore
in Manduria e in Roma