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RIDENTEM DICERE VERUM: STORIA DELLA SATIRA FINO ALL’ERA MODERNA

Cos’è la satira
Secondo la Treccani, la satira è una “Composizione poetica che rivela e colpisce con lo scherno o con
il ridicolo concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’umanità, o caratteristici
di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale
comune (e sono perciò considerati vizi o difetti) o dall’ideale etico dello scrittore.”
Bene è tuttavia distinguere tra la satira propriamente detta (cioè come forma letteraria, che si tratta di
un poema o un romanzo ecc.) e il tono satirico che può caratterizzare lo stile di un’opera o di un
autore.

I precedenti della satira


In questo senso, infatti, non è possibile trovare nel mondo greco un precedente di satira vero e proprio:
gli scritti di Aristofane, per esempio, avevano sì un intento ed un tono marcatamente satirici, ma
questo non li rende qualcosa di diverso da commedie, né rende il loro autore un satirista oltre che un
commediografo.
Nello specifico Aristofane si fa, nella sua ottica conservatrice, portavoce (ed anche “ironico
osservatore”) del ceto sociale dei proprietari terrieri. Si contrappone quindi all’emergente classe
mercantile, che egli considera corrotta e che critica con una buona dose di ironia. Come un satirista,
egli si pone su un piano più elevato di quello della politica e della società (questo critica Aristofane)
che si ritrova a demolire. Inoltre, gli scritti di Aristofane hanno spesso un chiaro intento parodico.
Lo stesso intento è chiaramente presente nella Βατραχομυομαχία (“La guerra dei topi e delle
rane”) pseudo-omerica. Questo breve testo di 303 versi anticipa in un certo senso molti elementi
della satira romana vera e propria: è scritto in esametri e presenta molti elementi che presuppongono
uno stile abbastanza elevato. Certo non si può parlare di satira (il testo è piuttosto una parodia
dell’epos omerico, in particolare dell’Iliade), ma la messa in ridicolo dei valori e dei costumi della
società dell’epoca (quella iliadica, guerrafondaia e basata sulla figura dell’eroe) lo rende comunque
un testo in qualche misura rilevante quando si tenta di tracciare una linea del genere.
Anche altri, come Luciano di Samosata o Archiloco o Callimaco (e a questi ultimi si
aggiungono tuti gli altri scrittori di poesia giambica), anticipano caratteristiche della satira; la genesi
di questo genere non verrà tuttavia portata a compimento prima di Ennio, Pacuvio e Lucilio.

La satira a Roma: prima di Lucilio


Il termine satura con cui a Roma si designava il genere qui in esame era in origine un aggettivo
(saturus,-a,-um), che veniva utilizzato principalmente con tre accezioni:
-il satura lanx era un vassoio di primizie offerto agli dèi in occasione di alcune cerimonie sacre;
-per indicate un impasto ricco di ingredienti, talvolta chiamato anche farcimen;
-per parlare di una legge che comprendeva più provvedimenti appartenenti a diversi ambiti del diritto.
Si può dire insomma che satura sia un termine da tradursi con “vario”, ed in questo senso si riferirebbe
alla varietà di metri in cui inizialmente le satire venivano composte.
Il primo a scrivere satire fu Ennio, che sicuramente doveva tener presente dei modelli greci
provenienti per esempio dalla commedia e dalla poesia giambica. Caratteristica fondamentale della
satira di Ennio è la varietà tematica, linguistica e metrica: egli adopera esametri, trochei, giambi e
sotadei. Sono presenti nelle sue satire spunti autobiografici, parti dialogate, descrizioni realistiche,
favole. Ennio fu seguito dal nipote Pacuvio, di cui nulla ci resta, ma che doveva avere uno stile in
tutto e per tutto simile a quello dello zio. Entrambi furono assai poco apprezzati dal pubblico
contemporaneo e successivo; assai poco ci resta, quindi, dell’opera del primo.
La satira a Roma: dopo Lucilio
Molto ci resta invece di Lucilio, che per questo è considerato il primo satirista romano, ovvero il
primo della storia. Con Lucilio si afferma l’uso dell’esametro, che ha una funzione parodica rispetto
allo stile alto dell’epos (la cui fortuna era da poco andata scemando a Roma).
La satira, come la commedia e la tragedia, divenne un genere poco prolifico nell’età
successiva finchè non rinacque in età augustea. Orazio, infatti, scrisse 18 satire con uno stile del tutto
nuovo: è evidente in questi testi l’influsso della formazione filosofica dell’autore, che percepiva la
satira come un sermo, cioè come una conversazione.
Persio, meno conosciuto, scritte in età neroniana e molto eredita dallo stile di Orazio;
Giovenale, l’ultimo e il migliore poeta satirico romano, scrisse 16 saturae dai toni talvolta dissacranti,
talvolta più pacato e ironico. Visse nell’era di Domiziano, che però considerava l’apice storico della
corruzione morale romana in confronto all’età repubblicana, modello del passato da emulare in tutti
i suoi aspetto. Come Persio, Giovenale si considera una voce fuori campo rispetto a ciò di cui scrive
e sente di dover rivelare la verità come missione. Giovenale non tende al realismo, sia in quanto egli
rifiuta il sermo cotidianus con cui si esprimeva Orazio, sia nel senso che (in qualità di poeta satirico)
tendeva a deformare la realtà compatibilmente con i propri scopi letterari.

La satira in età medievale


In età medievale le grandi lotte di religione e di politica forniscono un grande spunto per testi dal tono
satirico. Si diffonde poi il genere della satira allegorica, che assume gli animali come tipi dell’uomo.
Nell’ambito della poesia cortese-cavalleresca, il Roman de la Rose fa molte critiche alla società
francese del XIII secolo. Il testo, diviso in due parti, è tuttavia un poema allegorico di tema
principalmente amoroso: narra le peripezie che l’Amante deve superare per raggiungere la Rosa,
simbolo dell’amore. Grande impulso alla satira sociale viene dato dalla poesia grottesca, dissacrante
e violenta dei comico-realistici, cui fa capo Cecco Angiolieri; a questa corrente aderì anche Dante in
giovinezza, ed è evidente nella Commedia come quest’esperienza letteraria abbia segnato la
produzione del poeta.
“Fuori d' Italia si prolunga una tradizione medievale di allegorie grottesche, che colpiva le
immaginazioni con le battute satiriche della danza macabra" (in cui la Morte scherniva i più alti
dignitarî dello Stato e della Chiesa), con la rappresentazione dei diavoli quali tipi comici del vizio e
del peccato, e soprattutto con un nuovo mito, ch'è proprio del Medioevo e ch'ebbe grande fortuna:
quello della Follia, che in sé compendia e raffigura lo sfogo degl'impulsi irragionevoli, ma vitali,
dello spirito umano” (A.Mancini, F.Neri, “Enciclopedia Italiana Treccani”, sotto la voce “Satira”,
1936)

La satira nei secoli XV-XX


Nel Rinascimento, con la diffusione del classicismo e lo sviluppo di grandi tendenze grecizzanti, la
satira si unisce al dramma satiresco, una commistione tipicamente greca di commedia e tragedia in
cui il coro è formato da satiri che si muovono vivacemente sulla scena. Ariosto scrisse delle Satire in
terzine, che presentano una struttura dialogica in cui all’autore si accostano personaggi della realtà di
corte cinquecentesca; scrittori come Teofilo Folengo riprendono la Batracomiomachia e danno vita
al poema eroicomico. La riforma protestante diede un impulso incommensurabile alla satira
dell’epoca, che si trattasse di letteratura o di arti figurative.
In epoca illuminista la satira visse comprensibilmente un forte sviluppo: esempi sono il
Candido di Voltaire e le satire di Alfieri, uno scrittore preromantico.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, la satira divenne un genere marginale e di nicchia
quale esso è oggi. Nacquero nello scorso secolo le prime riviste esclusivamente satiriche come Il
Male, Candido, L’Asino (nato per la precisione a ridosso del XX secolo, nel 1892) e il Vernacoliere,
a tutt’oggi pubblicato mensilmente.