Sei sulla pagina 1di 9

Glicolisi

L’estrazione di energia dai nutrienti è un processo che consta essenzialmente di una fase di
scomposizione delle macromolecole in unità più semplici, le quali vengono convertite in intermedi
metabolici centrali all’interno del metabolismo cellulare, come l’Acetil-CoA che viene poi ossidato
completamente nel ciclo di Krebs ed i suoi elettroni sono donati all’ossigeno molecolare che si riduce
ad acqua nella catena di trasporto degli elettroni. I carboidrati rappresentano la fonte preminente
di energia per una cellula e dovrebbero costituire il 50% circa della composizione in biomolecole
dell’alimentazione. Questi glucidi sono contenuti negli amidacei (pane, pasta), negli zuccherini
(miele, zucchero, cioccolata), nella frutta e nelle bevande alcoliche e sono utilizzati nel primo
processo del metabolismo degli zuccheri, ovvero la glicolisi, dopo essere stati scissi in unità più
semplici. L’importanza dei glucidi nella dieta deriva proprio dal fatto che la glicolisi è il metabolismo
più antico dal punto di vista evolutivo, che, dunque, tutte le cellule sono capaci di attuare. Alcune
linee cellulari, come gli eritrociti, traggono energia solo dai processi della glicolisi, così come tessuti
quali la midollare del rene; mentre i neuroni, pur potendo utilizzare anche i corpi chetonici,
privilegiano il glucosio come fonte di energia, più specificatamente necessitano di circa 120 g di
glucosio al giorno, quindi di 1 mol, così da poter ricavare all’incirca 500 kcal di energia. I livelli ematici
di glucosio sono indicati come valori di glicemia; dopo la notte la glicemia si aggira attorno a 70-90
mg/ 100 mL (≅ 5 𝑚𝑚𝑚𝑚), dopo un pasto ricco in carboidrati i valori sono pressoché 120-140 mg/100
mL (≅ 8 𝑚𝑚𝑚𝑚), valori che ritornano a 70-90 mg/100 mL dopo la digestione.
Il test di tolleranza al glucosio sussiste nella somministrazione per
via orale di 50 g di glucosio e nell’analisi della glicemia a diversi
intervalli di tempo. Per un individuo non diabetico, a circa 30 min
dalla somministrazione la glicemia sale a circa 8 mM, salvo poi
scendere di valore e ritornare normale dopo due ore. Per un
individuo diabetico, invece, la glicemia che si aggira attorno al
valore di 8 mM, sale oltre il valore di 10 mM dopo mezz’ora e
continua a crescere, salvo poi diminuire molto moderatamente
avvicinandosi all’intervallo di tempo pari a due ore dalla
somministrazione.
In un individuo, il glucosio dopo un pasto viene
metabolizzato e la sua quantità diminuisce sia per i processi
catabolici volti a ricavare energia sia perché parte di questo
viene accumulato come glicogeno, quindi come riserva
energetica, ma in condizioni di digiuno, il benessere
energetico delle cellule viene mantenuto proprio a spese del
glicogeno, che viene scisso nei processi di glicogenolisi. Al
contempo, in condizioni di digiuno, iniziano anche i processi
di gluconeogenesi che sono svolti al massimo della velocità
a circa 24h dopo il pasto, e sono volti a fornire una fonte
energetica all’organismo in digiuno a partire da precursori non glucidici. La necessità di sintetizzare
glucosio deriva principalmente dal fatto che i neuroni necessitano e privilegiano il glucosio come
fonte energetica, ma parallelamente iniziano anche a consumarsi le riserve di trigliceridi, scissi in
glicerolo ed acidi grassi, i quali vanno incontro alla ß-ossidazione. A 2 giorni dall’ultimo pasto,
l’individuo entra in condizioni di digiuno prolungato, l’attività di gluconeogenesi cala e si attesta su
valori costanti e cessa la glicogenolisi.
I principali costituenti della dieta sono disaccaridi come il lattosio ed il saccarosio e polisaccaridi
come l’amido, mentre il glicogeno ha funzione di riserva energetica. I disaccaridi e i polisaccaridi
sono composti da unità glucidiche adese tramite un legame O-glicosidico, che si verifica quando un
la funzione alcolica di un carbonio anomerico subisce attacco nucleofilo da un'altra funzione
alcolica. Se la funzione alcolica del secondo glucide coincide con quella del carbonio anomerico,
allora il disaccaride, non avendo un’estremità anomerica libera, non darà luogo alla mutarotazione
e non potrà essere ossidato sul carbonio anomerico: si dirà quindi che il disaccaride è uno zucchero
non riducente. Inoltre se il carbonio anomerico è in configurazione alpha, il legame glicosidico
assume confgurazione alpha.
Il lattosio è un disaccaride composto da glucosio e galattosio, uniti
tramite un legame ß-1,4-glicosidico, tra il C1 anomerico, in
configurazione ß, del galattosio e il C4 del glucosio. Questo zucchero,
avendo un carbonio anomerico non impegnato nel legame, è uno
zucchero riducente.

Il saccarosio è un disaccaride composto da glucosio e fruttosio, che


formano un legame alpha-1,2-glicosidico, tra il C1 anomerico del
glucosio, in configurazione alpha, e il C2 del fruttosio. Il saccarosio,
non presentando alcuna estremità anomerica libera è uno zucchero
non riducente.

L’amido è, invece, un polisaccaride del peso di circa 100 kDa e di origine


vegetale composto da unità ripetute di amilosio ed amilopectina.
L’amilosio è formato da unità di glucosio ripetute n volte ed unite a
formare una catena lineare da legami alpha-1,4-glicosidici. Al contrario,
l’amilopectina è un un glucide complesso a catena ramificata, in cui le
unità di glucosio sono unite linearmente da legami alpha,1-4-glicosidici,
mentre le ramificazioni sono date dalla presenza di legami alpha-1,6-
glicosidici. Le ramificazioni si presentano ogni 24-30 residui.

Come l’amilopectina, anche il glicogeno è composto da una lunga catena di residui di glucosio, uniti
da legami alpha-1,4-glicosidici ed alpha-1,6-glicosidici nelle ramificazioni, che intervengono questa
volta ogni 8-12 residui. A differenza dell’amilopectina, il glicogeno è un polimero di origine animale
che funge da riserva energetica per l’organismo.
L’amido viene scisso dalla ptialina in unità disaccaridiche di maltosio già a livello della cavità buccale
e tutti gli zuccheri della dieta vengono poi completamente scissi dagli enzimi digestivi: il lattosio
viene scisso in glucosio e galattosio, il saccarosio in glucosio e fruttosio e il maltosio in due unità di
glucosio.
Tutti questi monosaccaridi vengono trasportati all’interno degli enterociti grazie ad alcuni
trasportatori del glucosio che si trovano sul polo apicale di queste cellule. In particolare, due
trasportatori rappresentati sul dominio apicale degli enterociti sono GLUT1, SGLUT e GLUT5. GLUT1
è un trasportatore del glucosio del peso di 50 kDa, che media un processo tendente a saturazione.
Presenta 12 segmenti alpha-elica transmembrana, in cui le catene laterali alifatiche ed aromatiche
sono esposte all’interfaccia con i lipidi di membrana, mentre le catene polari e quelle cariche
formano un canale idrofilico interno tramite cui formare dei legami ad idrogeno con il glucosio in
entrata. Questo trasportatore possiede una K T di circa 1.5 mM, cosicchè possa sempre lavorare a
velocità semimassimale. Inoltre, ad affinità più bassa GLUT1 è in grado di legare anche D-mannosio
e D-galattosio. Il trasportatore GLUT5, invece, trasporta fruttosio. Il glucosio viene inoltre
trasportato contro gradiente per trasporto attivo secondario grazie al trasportatore SGLUT che
accoppia l’energia liberata dal gradiente di ioni sodio al trasporto contro gradiente di glucosio. Un
altro tipo di trasportatore è il GLUT4 che a livello del muscolo scheletrico e del tessuto adiposi capta
il glucosio in risposta a legame del recettore di membrana con l’insulina. Il GLUT2, a livello epatico,
possiede una K T di circa 15 mM, cosicché dopo un pasto, quando la glicemia raggiunge valori di 8
mM, possa lavorare a velocità semimassimali.

La glicolisi è una via catabolica in cui si giunge all’ossidazione del glucosio in due molecole di
piruvato, tramite delle reazioni catalizzate da enzimi. La glicolisi si svolge nel citosol e può essere
poi seguita dalle reazioni aerobiche del metabolismo ossidativo del glucosio, che avvengono nel
mitocondrio, oppure da reazioni di fermentazione che si svolgono in condizioni di anaerobiosi. La
reazione globale della glicolisi è: Glc+ 2ADP+2Pi+2NAD++2H+2Pir+2NADH+2ATP (∆G’°=-90 kJ/mol)
La glicolisi può essere suddivisa, a sua volta, in una fase preparatoria di investimento energetico ed
una fase di recupero energetico e di produzione energetica. Nella prima fase il glucosio viene
fosforilato a Glc-6P e, dopo isomerizzazione in fruttosio, questi viene nuovamente fosforilato in
Fruttosio-1,6-bisfosfato, il quale subisce poi idrolisi in Gliceraldeide-3P e Diidrossiacetone-P. La fase
di investimento energetico può essere riassunta nella reazione Glc+2ATP2trioso-fosfato+2ADP.
Le tappe della glicolisi sono, dunque, 10; 5 di investimento energetico e 5 di produzione
energetica.

1° tappa: la prima tappa della glicolisi è quella di fosforilazione del glucosio in glucosio-6-fosfato,
una reazione, questa, che comporta il trasferimento del fosfato in 𝛾𝛾 dell’ATP al C6 del glucosio.
Questa reazione impedisce la fuoriuscita dalla cellula dal momento che non esistono sulle
membrane plasmatiche dei trasportatori di composti fosforilati.
La reazione ha un ∆G’°= -16.7 kJ/mol ma a condizioni
intracellulari è una reazione irreversibile, dal momento
che la concentrazione relativa di glucosio è molto
maggiore rispetto a quella del glucosio-6-fosfato,
dunque, il quoziente di azione di massa tende a zero,
cosicché la reazione sia nettamente spostata verso la
formazione dei prodotti -Glc-6P, in tal caso.
Dal momento che si tratta di un trasferimento di gruppi fosfato dall’ATP al C6 del glucosio, la
reazione è catalizzata da una particolare transferasi, la esochinasi, che in realtà, non utilizza l’ATP
come substrato, ma il complesso MgATP2- ed è in grado di fosforilare anche il D-mannosio e il D-
fruttosio. Questa particolarità si spiega con il fatto che la reazione catalizzata dall’esochinasi è un
attacco nucleofilo dell’ossidrile in 6 del glucosio al fosfato in gamma dell’ATP, che se non fosse
complessato con lo ione Mg2+, presenterebbe 4 cariche negative (ATP4-), mentre se complessato
presenta solo due cariche negative, cosicché il centro elettrofilo che subirà l’attacco, ovvero il
fosfato, possa essere più accessibile al gruppo –OH del glucosio.
Quando l’esochinasi lega il glucosio e poi l’ATP, i due domini dell’enzima si avvicinano di circa 8 Å,
così da impedire l’ingresso a molecole di acqua che idrolizzerebbero l’ATP, causando la dissipazione
dell’energia sotto forma di calore.
L’esochinasi, dunque, risponde perfettamente al modello enzimatico ad adattamento indotto ed è
un enzima codificato in quattro isoforme differenti. Le esochinasi I, II e III sono enzimi aventi una
cinetica sigmoide e presentano una K M molto bassa (di circa 0.1 mM) e ciò permette all’enzima di
lavorare sempre alla velocità massima, che tuttavia è bassa. Inoltre le prime tre isoforme sono
sensibili all’inibizione da prodotto (il Glc-6P) e sono inibite irreversibilmente dal 2-desossiglucosio.
L’esochinasi IV è anche detta glucochinasi ed ha sede tissutale nel fegato, nelle isole pancreatiche.
Innanzitutto, la glucochinasi è un enzima a cinetica sigmoide, soggetto a regolazione ad opera di
una proteina regolatrice che la sequestra nel nucleo.
In secondo luogo, la glucochinasi ha una K M molto più alta rispetto alle prime tre isoforme, vale a
dire che necessita di una maggiore concentrazione di glucosio per poter lavorare a velocità
semimassimale e questo è un dato molto importante, che tra l’altro ben si presta alla funzione svolta
dal fegato. La [glucosio] si avvicina alla K M solo dopo un pasto molto ricco di carboidrati; in queste
condizioni, l’aumento della concentrazione di glucosio nel citosolo degli epatociti ha come effetto
quello di far aumentare la velocità di lavoro della glucochinasi, che non è saturata neanche a valori
di glucosio alti, come 10 mM. Inoltre, il fatto che non risenta dell’inibizione da prodotto come le
altre isoforme, comporta che essa possa continuare a fosforilare glucosio, anche quando siano alte
le concentrazioni di Glc-6P, cosicché possa essere abbassata la glicemia e possa essere smaltito tutto
il glucosio che giunge al fegato tramite la vena porta epatica. D’altro canto, quando [glucosio] sia
molto bassa, vicina i valori di 5 mM, la glucochinasi non lavora a velocità semimassimali, non
fosforila più glucosio, che esce dalle cellule innalzando la glicemia, e questo dipende anche dal fatto
che la regolazione cui questo enzima è soggetto è dovuta ad una proteina regolatrice della
glucochinasi (o GKRP). Questa proteina sequestra la glucochinasi nel nucleo, quando le
concentrazioni di glucosio nel citosol degli epatociti siano basse; al contrario, un aumento della
concentrazione di glucosio è responsabile della scissione del legame GK-GKRP. Se il glucosio causa
la scissione del legame, al contrario, il fruttosio-6-fosfato agisce aumentando la tendenza della GKRP
a sequestrare nel nucleo la glucochinasi. Ciò è dovuto al fatto che un aumento di fruttosio6-fosfato
è un segnale che indica come la cellula sia in benessere energetico, dal momento che la PFK-1 non
fosforila più F6P, dunque questo significa che la cellula non ha bisogno in quel determinato
momento di degradare il glucosio, che quindi non viene fosforilato per inibizione della glucochinasi,
con il risultato di un aumento della glicemia.

2° tappa: la seconda tappa della glicolisi è catalizzata dall’enzima fosfogluco-isomerasi, che catalizza
una isomerizzazione del glucosio-6-fosfato in fruttosio-6-fosfato. E’ una reazione in cui Glc-6P e F6P
sono all’equilibrio e questo è fondamentale ai fini della regolazione dell’intera via metabolica
3° tappa: durante la terza tappa, il fruttosio-6-fosfato viene nuovamente fosforilato, questa volta
sul C1, ottenendo fruttosio-1,6-bisfosfato in una reazione irreversibile catalizzata dall’enzima
fosfofruttochinasi-1 (o PFK-1).
La fosfofruttochinasi-1 è un enzima oligomerico a cinetica sigmoide che trova nell’ATP un
importante inibitore eteroallosterico, mentre l’AMP è un composto che aumenta l’attività della
fosfofruttochinasi-1 che è finemente regolata dalla carica energetica della cellula. Infatti, la
concentrazione di nucleotidi dell’adenina totale è sempre costante, ciò significa che un aumento di
AMP correla con una diminuzione di ATP, per cui la cellula è in stato di deficit energetico e dovrà
quindi portare a termine la glicolisi per produrre ATP. Al contrario, se [ATP] è alta, la cellula,
trovandosi in stato di benessere energetico, non necessiterà di degradare il glucosio che quindi
uscirà dalla cellula stessa. Un secondo indicatore dello stato di benessere di una cellula è [citrato],
che se è alta indica che molte macromolecole sono state degradate, dal momento che il citrato è
prodotto di condensazione di ossalacetato ed Acetil-CoA, che deriva dalla degradazione delle
macromolecole, la cui ossidazione comporta produzione energetica.
La regolazione della fosfofruttochinasi-1 è un processo importantissimo a livello cellulare: quando
questa sia inibita, l’impossibilità di produrre fruttosio-1,6-bisfosfato porta ad un accumulo di
fruttosio-6-fosfato. Dato che questo metabolita è in equilibrio con Glc-6P a livello della seconda
tappa, un suo accumulo determinerà uno spostamento dell’equilibrio Glc-6PF6P verso
l’aumento di concentrazione di Glc-6P, il quale, accumulandosi, inibirà l’esochinasi (I, II, III) cosicché
il glucosio non venga più fosforilato e possa fuoriuscire dalla cellula innalzando la glicemia.
A livello epatico, dove questi processi di inibizione sono molto importanti, un potente effettore
positivo della fosfofruttochinasi-1 è il fruttosio-2,6-bisfosfato, un prodotto della fosforilazione del
fruttosio-6-fosfato, operata dall’enzima fosfofruttochinasi-2 (N.B.: un effettore positivo è diverso da
un attivatore, in quanto il primo è una molecola
necessaria a far avvenire la reazione che altrimenti non
avverrebbe a concentrazioni di substrato cellulari). Il
fruttosio-2,6-bisfosfato permette alla
fosfofruttochinasi-1 di lavorare a vlocità
semimassimale già a concentrazione di glucosio pari a
0.75 mM circa, senza questo la PFK-1 lavorerebbe a
velocità semimassimale a concentrazione 2 mM,
concentrazione molto alta che impedirebbe lo
svolgimento a velocità adeguata dell’intera glicolisi.
L’enzima fosfofruttochinasi-2 è composto da 470 AA, con due subunità aventi un motivo strutturale
ben preciso ed una specifica attività catalitica. I due domini hanno rispettivamente attività chinasica
e fosfatasica, il primo agisce catalizzando un atttacco nucleofilo del C2 del fruttosio-6-fosfato al
fosfato in gamma all’ATP, cosicché si realizzi una reazione di trasferimento del fosfato dall’ATP al
fruttosio. Il secondo dominio ha attività fosfatasica ed agisce idrolizzando il legame fosfoestere che
si forma al C2 del F-2,6-BP. Questo enzima epatico è finemente regolato dall’attività dell’insulina e
del glucagone. Quando il glucagone lega il suo recettore di membrana sugli epatociti, attiva la
proteina G, la quale a sua volta attiva l’adenilato ciclasi, che aumenta la sua attività di produzione
del cAMP. Un aumento di [cAMP] provoca l’attivazione della proteina chinasi cAMP-dipendente, la
quale fosforila la fosfofruttochinasi-2. La fosforilazione della fosfofruttochinasi-2 permette
l’attivazione del dominio fosfatasico della fosfofruttochinasi-2 che, dunque, catalizza la reazione di
idrolisi del F-2,6-BP in F6P. A livello epatico, l’enzima che catalizza la 1° tappa è la glucochinasi,
soggetta a regolazione da parte della GKRP. Un aumento di F6P, causato dall’attivazione dell’attività
fosfatasica della fosfofruttochinasi-2, implica un aumento del sequestro della glucochinasi nel
nucleo, con conseguente impossibilità di fosforilare il glucosio, che quindi fuoriesce dall’epatocita,
provocando un aumento della glicemia. Al contrario, l’insulina ha come effetto quello di aumentare
l’attività chinasica della fosfofruttochinasi-2, dunque provoca un aumento della concentrazione di
F-2,3-BP, che agisce aumentando l’attività della fosfofruttochinasi-1.
Un modulatore positivo della PFK-1 è lo xilulosio, uno zucchero che attiva l’enzima fosfatasi 2 A,
permettendo l’idrolisi del fosfato dalla PFK-2. Come detto, fosforilandola, la fosfofruttochinasi-2
attiva il dominio fosfatasico, mentre la forma defosforilata della PFK-2 attiva il dominio chinasico,
consentendo la fosforilazione del F6P in F2,6BP, che agisce aumentando l’attività della PFK-1, con
conseguente svolgimento della glicolisi, dal momento che si evita anche l’accumulo di Glc-6P.

4° tappa: è catalizzata dall’enzima aldolasi, che permette la formazione di due composti a tre atomi
di carbonio, il diidrossiacetone-fosfato e la gliceraldeide-3-fosfato (G3P), favorendo una reazione
inversa a quella della condensazione aldolica.
In condizioni standard la variazione di energia libera associata alla reazione è di +22.8 kJ/mol, quindi
è favorita la condensazione aldolica dei due composti a dare il fruttosio-1,6-bisfosfato. Tuttavia, in
condizioni cellulari, dove la G3P è continuamente consumata nel prosieguo della glicolisi il quoziente
di azione di massa tendente ad un valore basso favorisce la reazione di scissione, che si realizza
grazie alla presenza di una Lys-:NH 2 nel sito attivo dell’aldolasi. Il gruppo amminico della lisina
effettua un attacco nucleofilo al C2 carbonilico del fruttosio-1,6-bisfosfato, con formazione di una
Base di Schiff, che presenta il gruppo imminico C=N+ che quindi funge da elettron-attrattore.
La base di Schiff, dunque, agisce deprotonando l’ossidrile in C4, e l’ossigeno carico negativamente
mette a disposizione una lone pair per formare un doppio legame con il C4, causando la rottura del
legame C3-C4, i cui elettroni vengono utilizzati per formare il doppio legame C2=C3 con rottura del
legame π C2=N+. A questo punto esce la G3P e la base di Schiff protonata cede il protone che va a
rompere il legame π C2=C3 cosicchè si riformi il gruppo imminico C2=N+. A questo punto, un attacco
nucleofilo dell’O di una molecola di H 2 O rompe il legame C2=N, l’aldolasi si stacca e si forma
diidrossiacetone-fosfato.

5° tappa: la quinta tappa è una isomerizzazione all’equilibrio in cui il diidrossiacetone-fosfato è


isomerizzato in glicelardeide-3-fosfato. In condizioni standard, il ∆G di isomerizzazione è di +7.5
kJ/mol, quindi l’equilibrio è spostato verso il diidrossiacetone-fosfato, che è energeticamente più
stabile. Tuttavia, nella cellula, dove la gliceraldeide è continuamente sottratta, l’equilibrio è
spostato verso quest’ultima.
Inizia a questo punto la fase di recupero e di produzione energetica, con delle reazioni a partire dalla
gliceraldeide, che avvengono dunque per 2 volte.
L’equazione che riassume la fase di produzione energetica della glicolisi è: 2G3P+
2NAD++2H++4ADP+2P i 2Pir+2NADH+4ATP+2H2O.
6° tappa: è una reazione di ossidoriduzione catalizzata dall’enzima G3P-deidrogenasi, che è una
deidrogeasi NAD-dipendente, in cui questa molecola agisce da cosubstrato per la reazione. Questo
enzima catalizza al contempo la reazione di ossidazione del carbonio aldeidico della gliceraldeide-3-
P in 3-fosfoglicerato e il trasferimento di un gruppo fosfato a dare l’1,3-bisfosfoglicerato.
La reazione di fosforilazione è endoergonica e viene accoppiata alla reazione di ossidoriduzione: la
coppia redox NAD+/NADH ha un potenziale di riduzione maggiore della coppia redox 3PG/G3P,
dunque il passaggio di elettroni libera energia, che viene sfruttata per la reazione di fosforilazione
del 3PG.
G3P+H2O+NAD*3PG+NADH+H* ∆G’°=-43.1 kJ/mol
3PG+Pi1,2BPG ∆G’°=+49.3 kJ/mol
Quindi, accoppiando queste due reazioni, il ∆G’° della reazione risulta essere piccolo, più
precisamente pari a +6.2 kJ/mol.
Per l’azione della G3P-DH è fondamentale l’azione del gruppo sulfidrilico di un residuo di cisteina. Il
gruppo –SH effettua un attacco nucleofilo al carbonio aldeidico di G3P, con formazione di un
tioemiacetale. Successivamente, il carbonio tioemiacetalico viene ossidato a carbonio tioesterico
dal NAD* che si riduce a NADH, con conseguente formazione di un tioestere. I tioesteri, come il
Succinil-CoA e l’Acetil-CoA, possiedono un ∆G di scissione alto, dunque l’energia liberata dalla
reazione redox viene immagazzinata temporaneamente nel legame tioestere. La scissione del
legame tioestere avviene per fosforolisi, liberando energia pari a -43.1 kJ/mol, energia utilizzata per
fosforilare il 3PG. La formazione dell’1,3BPG è di fondamentale importanza, dal momento che
questo composto è un acil-fosfato, che scindendosi libera all’incirca -49 kJ/mol.

La reazione è inibita da reagenti sulfamidici


come la iodoacetammide.

7° tappa: la settima tappa è catalizzata dall’enzima fosfoglicerato chinasi, che in realtà deve il suo
nome al fatto che possa catalizzare la reazione inversa che è quella di trasferimento del gruppo
fosfato al 3PG. In realtà nella glicolisi, il trasferimento avviene in senso opposto, cioè dall’1.3BOG
all’ATP e costituisce il primo meccanismo di fosforilazione a livello del substrato che si riscontra
nella glicolisi. Questa reazione è particolarmente favorita dal punto di vista termodinamico, e ciò lo
dimostra il così negativo ∆G di scissione dell’1,3BPG, poiché il prodotto della reazione è più stabile
dell’1,3BPG stesso. La peculiarità di questa reazione è il fatto che essa sia energeticamente
accoppiata alla 6° tappa della glicolisi, che comunque presentava un ∆G’° di + 6.2 kJ/mol. Due
reazioni possono essere accoppiate se hanno u intermedio comune, che in questo caso è
rappresentato proprio dall’1,3BPG.

8° tappa: è una reazione di isomerizzazione, in cui il 3PG viene convertito in 2PG. L’enzima che
catalizza la reazione è la fosfoglicerato mutasi, un fosfoenzima permanentemente fosforilato sull’His
del sito attivo. La fosfoglicerato mutasi è, anch’essa, un esempio calzante del modello ad
adattamento indotto, in cui i due lobi dell’enzima si avvicinano permettendo la reazione.
Nel meccanismo di reazione, il legame His-N-PO32- subisce attacco nucleofilo dall’ossidrile in C2 del
3PG, con formazione di un intermedio catalitico, che è il 2,3BPG il quale non abbandona mai il sito
attivo. A questo punto, l’azoto dell’anello imidazolico dell’His, effettua un attacco nucleofilo al
legame fosfoestereo H2C-PO32- in C3, cosicché l’istidina sia nuovamente fosforilata e il 2,3BPG sia
convertito in 2PG.

Negli eritrociti, in cui è presente l’emoglobina, si verifica il fenomeno di shunt del 2,3BPG. Ciò che
si verifica è che circa il 15-20% del 1,3BPG che si forma nella 6° tappa della glicolisi può essere
convertito in 2,3BPG dall’enzima 2,3BPG mutasi (N.B.: questo 2,3BPG è una molecola diversa
dall’intermedio catalitico della reazione nella tappa 8).
Il 2,3BPG funge da modulatore allosterico eterotropico dell’emoglobina e può essere poi convertito
o in 3PG o in 2PG a seconda che sia defosforilato dall’enzima 2,3BPG fosfatasi o dall’enzima MIP
fosfatasi. Ad ogni modo, questo comporta il rientro nella glicolisi o a livello dell’8° tappa (come 3PG)
o a livello della 9° tappa (come 2PG). In ogni caso, comunque, viene saltata la terza tappa, che è
quella di fosforilazione a livello del substrato nella quale si produce energia, dunque, in questo caso
il globulo rosso, per produrre energia, provvederà a riossidare i coenzimi ridotti e a ridurre il piruvato
in lattato, così da re-iniziare la glicolisi per produrre energia.
9° tappa: è la tappa in cui si producono le uniche molecole di acqua della glicolisi. Catalizzata
dall’enzima enolasi, la nona tappa si concretizza nella trasformazione del 2PG in fosfoenolpiruvato
(PEP) e comporta la formazione di un intermedio enolico stabilizzato da Mg2+, la cui presenza è
fondamentale.
La reazione è di fondamentale importanza poiché
il fosfoenolpiruvato ha un alto potenziale di
fosforilazione, cioè la sua tendenza a trasferire
gruppi fosfato è molto alta, dal momento che i
prodotti della reazione di trasferimento sono
molto più stabili termodinamicamente del PEP
stesso, anche perché il prodotto che si forma (il
piruvato nella decima tappa) è stabilizzato per
tautomeria cheto-enolica.
10° tappa: è una reazione irreversibile, nonchè la tappa in cui si realizza la seconda fosforilazione a
livello del substrato e porta alla produzione di ATP e piruvato, operata dall’enzima piruvato chinasi
che è presente in più isoforme, tra cui l’isoenzima M, presente nel muscolo, l’isoenzima R presente
negli eritrociti e l’isoenzima L presente nel fegato. L’isoenzima L è una forma inducibile della
piruvato-chinasi insulina/glucagone-dipendente. Il glucagone, così come per la fosfofruttochinasi-2,
è responsabile della cascata di trasduzione del segnale che si realizza nella produzione di cAMP e
nell’attivazione della protein-chinasi cAMP-dipendente. La fosforilazione della piruvato-chinasi ne
inibisce l’attività cosicché la glicolisi non vada a completamento. Al contrario, l’insulina
defosforilando la piruvato-chinasi ne induce un aumento dell’attività. La piruvato-chinasi è, altresì,
inibita dall’alta concentrazione di alanina, acidi grassi ed ATP. Mentre la presenza di fruttosio-1,6-
bisfosfato induce un completamento della glicolisi. Non bisogna dimenticare che come agisce
fosforilando la piruvato-chinasi, il glucagone agisce anche fosforilando la fosfofruttochinasi-2, che
attivando il suo dominio fosfatasico, dunque defosforila il fruttosio-2,6-bisfosfato, che essendo
presente in modeste quantità non permette alla fosfofruttochinasi-1 di formare il fruttosio-1,6-
bisfosfato. Questo comporta un accumulo di fruttosio-6P, che accumulandosi incentiva il legame tra
glucochinasi e proteina regolatrice della glucochinasi, impedendo lo svolgersi anche della prima
tappa, cosicché il glucosio, non fosforilato, fuoriesca dall’epatocita, innalzando la glicemia, in
accordo con gli effetti causati dal glucagone stesso.