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ITINERARI NELLA LETTERATURA ITALIANA

(Nicola Bonazzi, Andrea Campana, Fabio Giunta, Nicolò Maldina, Gian Mario Anselmi)
LA SCENA DEL MEDITTERANEO
Dante come ponte tra età antica e moderna, vero e proprio padre della patria. Letteratura come luogo in
cui confluiscono le esperienze più importanti di molte discipline e saperi.
Medioevo: riscoperta progressiva del patrimonio classico greco e latino grazie anche alla cultura cristiana
medievale. Testi greci conosciuti essenzialmente grazie alle traduzioni e ai commenti arabi, dal momento
che la conoscenza del greco in occidente andò sostanzialmente perduta fino alla caduta per mano turca di
Costantinopoli, e rinascerà in Italia grazie ai dotti bizantini esuli nel primo Umanesimo.
Società classica e poi medievale costruita sul primato del bellatores, celebrati nella grande poesia epica,
dell’aristocrazia di sangue, del vir condottiero, politico, mercante, vescovo: si affacciano in Europa prima e
in Italia poi (corte di Federico II e Scuola Siciliana) i modelli del costume amoroso e della sua trascrizione
poetica, fino ad arrivare al tema religioso-salvifico dello Stil Novo. Per la letteratura italiana lo snodo
fondamentale è l’epoca del 1200 e di Dante, Petrarca, Boccaccio e del primo Umanesimo.
Il latino era la lingua principale, strumento di comunicazione nell’Europa dei dotti, delle corti, dei centri
conventuali e religiosi, nelle università: a partire dall’anno 1000 emergono definitivamente lingue e dialetti
che stanno alla base delle lingue moderne, che guadagnano piena dignità letteraria (denominate lingue ro
manze in quanto derivate dal ceppo romano-latino a tutte comune; fondamentale in questo senso fu anche
la cultura Bizantina, che ebbe in Ravenna il suo centro principale in occidente). La Chiesa si dimostrò molto
cauta nell’uso del volgare, assumendo precocemente il latino come propria lingua per il suo valore
universale: San Girolamo tradusse in latino la Bibbia, Sant’Agostino scrisse le sue opere in questa lingua.
Il ruolo della Chiesa fu fondamentale grazie a monasteri e abbazie, centri di propaganda non sono solo
religiosa ma anche culturale: importantissimo fu il ruolo dell’ordine benedettino e dei suoi scriptoria, nei
quali venne trascritto e tramandato un vastissimo patrimonio di testi. Il cristianesimo organizzato andò
quindi ad occupare quel vuoto lasciato dalla generale crisi delle istituzioni laiche, svolgendo un
determinante ruolo culturale.
L’avvento al potere tra VIII-IX secolo di Carlo Magno produsse effetti significativi sul piano culturale: la sua
idea imperiale si ispirava all’antico modello romano, e da qui derivò l’impulso da lui dato agli studi classici e
alla promozione culturale in genere (corte all’interno della quale gli intellettuali tornarono ad essere
protagonisti in campo letterario, filosofico, artistico, mantenendo una piena autonomia rispetto ai centri
religiosi). Presso la capitale del suo impero, Aquisgrana, sorse un vero e proprio gruppo culturale guidato
dal grande monaco Alcuino, che richiamò le maggiori intelligenze del tempo (Paolo Diacono, Teodulfo,
Eginardo, Dungal); venne ripreso lo studio dei testi antichi, riscoperti, riletti e ricopiati dagli amanuensi: Il
libro divenne un bene sempre più prezioso, anche se il numero delle persone alfabetizzate era ancora
bassissimo. Da queste considerazioni deriva l’importanza che l’oralità ebbe nel medioevo: veicolo talora
quasi unico odi trasmissione di saperi e testi di cultura religiosa e profana elevata in contesti socialmente
alti, eppure non sempre permeabili alle pratiche scrittorie e di alfabetizzazione dopo il crollo delle istituzioni
scolastiche romane.
In questa epoca ci fu inoltre un rinnovamento laico del sapere con la nascita delle università in alcune città
europee, luoghi in cui le universitates (comunità) di studenti, guidate da appositi maestri, potevano
approfondire e perfezionare particolari branche del sapere: innanzitutto le leggi fondate sullo studio del
diritto romano che si andava riscoprendo dopo secoli di abbandono grazie al corpus giustinianeo (le prime
facoltà furono infatti quelle di giurisprudenza). Bologna fu centrale da questo punto di vista per la cultura
medievale, ed è paragonabile a ciò che fu Firenze per il Rinascimento.
L’apprendistato culturale e scolastico del giovane del tempo contemplava lo studio di sette materie\arti in
latino: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia, musica; una volta completato
questo ciclo, gli studenti più ricchi e volenterosi passavano agli studi universitari di giurisprudenza,
medicina, filosofia o alla teologia, considerata la scienza per eccellenza in quanto materia di studio erano le
“cose divine”. Queste considerazioni fanno riferimento ad un quadro generale, nel quale si distinguono poi
tante realtà particolari differenti (In Italia fondamentali furono i centri di Pavia, Milano, Ravenna, Bologna).
“Rinascita” dell’XI secolo e diffusione di nuovi generi: opere di storia, trattati, poesia epica, inni sacri e laudi,
biografie, poesie di tipo profano e goliardiche. Prende piede insomma una letteratura d’intrattenimento
(radici della novellistica).
ITALIANI, FRANCESI, PROVENZALI
Modelli della letteratura italiana delle origini
Le prime letterature volgari degne di questo nome si affermarono tra XI e XII secolo in Francia, imponendosi
a livello europeo fino a tutto il XIII. L’Italia risentì di un forte ritardo: il primo testo solitamente citato è il
Cantico di frate Sole di San Francesco d’Assisi (1224-26), duecento anni più tardi.
Le letterature cui facciamo riferimento sono:
- quella del nord-ovest della Francia, in lingua d’oil (antico francese o oitanico): si concentrò
soprattutto sull’epica e produsse un’enorme quantità di chanson de geste, poemi narrativi
cavallereschi a sfondo nazionalistico che celebravano per lo più le imprese di Carlo Magno e dei
suoi paladini contro i saraceni invasori (Chanson de Roland la più famosa), e di romans, romanzi
spesso chiamati “cortesi” che seguivano l’avventura di un cavaliere singolo o di un ristretto gruppo
di cavalieri in cerca quasi sempre di un oggetto magico o sacro (come il Santo Graal) o di una dama
scomparsa e in pericolo da salvare e riportare alla propria corte; i romans attingevano a cicli
narrativi classici (Alessandro Magno, Tebe, Troia) e leggendari (Artù e i cavalieri della tavola
rotonda): Chrétien de Troyes ne fu il massimo interprete.
- quella della Provenza e dell’Aquitania, in lingua d’oc (provenzale o occitanico o linguadoca): il
territorio era qui diviso in piccole corti indipendenti, e i poeti, di diversa estrazione sociale anche se
di consueto nobili, erano detti trobadores (dal verbo “trobar”: comporre poesie); da ricordare
Bernatt de Ventadorn fautore del trobar leu, poetare semplice, e Arnault Daniel fautore del trobar
clus, poetare difficile ed ermetico.
Tali letterature si servirono del tema amoroso come medium. Il rapporto uomo-donna era descritto come
un rapporto vassallatico nel quale la donna rappresentava nel gioco delle parti erotico il feudatario, al quale
l’amante vassallo doveva porgere omaggio e sottomissione: donna come domna (domina: padrona) o
midons (meus dominus: mio signore). Principale teorico di tale rapporto, definito “amor cortese”, fu Andrea
Cappellano.

Ricezione italiana dell’amor cortese


Inizio del XIII secolo: forte immigrazione in Italia di trovatori sfuggiti alle guerre di religione scatenatesi in
Provenza, regione roccaforte dei catari\albigesi, una setta eretica che mirava a fondare una gerarchia
ecclesiastica indipendente da Roma e che per questo venne perseguitata da papa Innocenzo III nel corso di
una vera e propria crociata, nel 1209. Questi trovatori diffusero in Italia il loro bagaglio culturale. Vi furono
anche casi di trovatori italiani che decisero di scrivere in provenzale: Sordello da Goito su tutti.
Nell’Italia nord-est si formò una letteratura in lingua ibrida franco-veneta, fondamentale per lo sviluppo del
romanzo cavalleresco padano. Alla frantumazione politica italiana corrispondeva quella linguistica.
Per quanto riguarda la lingua d’oil, essa era già penetrata da tempo in Italia meridionale per il tramite della
dominazione normanna della Sicilia: a partire dal 1230 salì al trono Federico II, imperatore geniale che avviò
una politica culturale libera e disinibita d’impronta fortemente laica la quale si rifaceva a modelli francesi,
provenzali e tedeschi. Egli si circondò di poeti, tutti funzionari imperiali, i quali aderirono ai modelli imposti
loro dal sovrano e diedero vita al primo movimento poetico della nostra storia, la cosiddetta Scuola
Siciliana: scrivevano in “siciliano illustre”, prendendo dai trovatori i principali temi dell’amor cortese,
abbandonando ogni tema politico, e le principali forme metriche (canzone e ballata; non il sonetto e
l’endecasillabo, di loro invenzione). Principali esponenti: Federico II, il figlio Enzo, Giacomo da Lentini, Guido
delle Colonne di Messina, Rinaldo d’Aquino, Giacomo pugliese.
Tale scuola si disgregò con la morte di Federico nel 1250.

Poeti siculo-toscani (“guittoniani”)


Una nuova corrente di poeti si ebbe in Toscana nel 1250-70: essi fecero proprie le novità tecniche e
contenutistiche della scuola siciliana adattandole al contesto comunale, riportando in auge la materia
politico-civile e moralistica. La lingua dei rimatori comunali non conobbe alcun principio unificatore:
Guittone d’Arezzo, principale poeta comunale, si esprimeva in aretino, Bonagiunta Orbicciani in lucchese,
Chiaro Davanzati in fiorentino ecc. Lo stile guittoniano risultava sovraccarico, difficile, austero, artificioso,
virtuosistico, costituito da lessico misto alto-basso e in linea con la tradizione del trobar clus.
In questi stessi ambienti si diffuse anche una poesia comica con Rustico Filippi. La tradizione comica toscana
aveva già conosciuto un interprete di notevole spessore come Cecco Angiolieri: attacco ai valori sociali più
consolidati e stile malinconico, in cui per malinconia si intende l’insoddisfazione originata da una mai sazia
brama di eccessi e di piaceri (nei suoi sonetti glorifica il denaro e il gioco d’azzardo, esprime il suo odio
verso il padre, si scaglia contro le pose manierate dello stilnovismo).

Poesia d’argomento sacro


San Francesco ci ha lasciato il Cantico di frate Sole, primo vero testo dotato di un’alta ispirazione letteraria
della nostra tradizione: contribuì alla sempre maggior diffusione della lauda, inno di lode, rivolta a Dio o a
qualche santo o personaggio biblico. Si formarono, soprattutto nel centro Italia, confraternite di “laudesi”
che intonava in coro canti trascritti su appositi “laudari”: il più importante è quello cortonese, anche se
spicca tra gli altri quello di Jacopone da Todi, nel quale sono catalogati i motivi ricorrenti della polemica
spirituale dell’epoca, compresi gli attacchi ai papi Bonifacio VIII e Celestino V. Jacopone, conventuale
francescano convertitosi all’ala più intransigente dell’ordine e cioè quella spirituale, bollava tutto quanto
appartenesse alla sfera del mondano come negativo e corrotto, e considerava i rapporti umani come
dominati da falsità e sopraffazione reciproca: egli estremizzava la ricerca francescana di povertà e
umiliazione di sé, considerando il dolore come miglior strumento di mortificazione e purificazione della
carne. Jacopone fu anche sperimentatore in campo linguistico, utilizzando il suo dialetto nativo e
fornendoci un primo esempio di espressionismo, e inventò forme del tutto nuove come la “lauda
drammatica”.

Prosa d’argomento profano


Influenza della cultura francese e uso della lingua d’oil, strumento comunicativo fondamentale all’epoca
per imporsi ad un vasto pubblico:
- Brunetto Latini, partigiano guelfo e maestro di Dante, usa la lingua d’oil durante il suo esilio in
Francia per scrivere la sua opera enciclopedica Tresor. Latini considerava inseparabile la prassi
intellettuale da quella politica, e individuava nell’ars oratoria il loro anello di congiunzione: tradusse
in volgare toscano il De inventione di Cicerone, opera che riteneva imprescindibile per la
formazione civile del letterato.
- Rustichello da Pisa usa la lingua d’oil per trascrivere Il Milione (col titolo Le devisament dou monde)
opera dettatogli da Marco Polo stesso durante la comune prigionia nel 1295-99: tale redazione
originale è oggi perduta. L’opera prende il nome dal soprannome di Polo, Emilione.
- Anche il famoso Novellino, raccolta anonima di cento brevi apologhi in volgare fiorentino della fine
del XIII secolo, deve molto alla cultura francese, specialmente ai fabliaux (racconti in versi diffusi in
>Francia nel XII-XIII secolo).
DANTE ALIGHIERI (1265-1321)
L’amore e l’intelletto
Amicizia Dante Alighieri-Guido Cavalcanti: Dante invia a Guido, così come ai maggiori poeti italiani, il
sonetto A ciascun’alma presa e gentil core e ne nasce una corrispondenza. I due fiorentini tentano di
opporsi al magistero poetico di Guittone d’Arezzo e di tracciare una via per la poesia. Insieme ad altri
giovani poeti di Firenze (Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Gianni degli Alfani, Lippo Pasci de Bardi, Cino da
Pistoia) traggono ispirazione da alcuni componimenti innovativi del bolognese Guido Guinizzelli, risalenti
agli anni 1260-70: spicca la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore. Mentre i guittoniani, su tutti
Bonagiunta Orbicciani da Lucca, criticano Guinizzelli per la sua poesia criptica ricca di termini filosofici e
scientifici (“sottiglianza”) e per il suo stile nuovo rispetto ai moduli dominanti, Dante riconosce nel poeta
bolognese il ruolo di precursore del nuovo stile fiorentino e in particolare della propria poesia (lo citerà
anche nella Commedia, nell’ultima cornice del purgatorio).
Questo nuovo stile prende il nome di dolce stil novo: pur essendo impegnati in politica, i poeti dello stil
novo trattano nelle loro opere esclusivamente il tema amoroso; il poeta, spiritualmente nobile e dotato di
cor gentile, vive l’amore come un processo di elevazione morale e spirituale, e fa dell’amore l’oggetto di
un’indagine attraverso strumenti filosofici e scientifici: la donna amata è mediatrice fra l’uomo e la sfera
divina, ed avvia l’amante verso la perfezione spirituale; parlare di lei è pura ascesa e nobilitazione dello
spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva che consente al poeta di mantenere sempre intatta
e potente la propria ispirazione in quanto diretta ad un oggetto volontariamente cristallizzato mai
raggiungibile. Sul piano stilistico si ricerca la dolcezza: sintassi lineare, lingua raffinata, artifici retorici,
rinuncia a forme basse e plebee; esso non implica una facilità di lettura: complessità concettuale e
contenutistica che necessita di una cultura elevata per coglierne in pieno significato e riferimenti.
Mentre Guido Guinizzelli assimila la funzione della donna a quella delle intelligenze angeliche (donna-
angelo) che traducono in atto la volontà divina mettendo in movimento le sfere celesti, Guido Cavalcanti
giunge a una concezione dell’amore come passione negativa e dolorosa, che colpisce la parte sensitiva
dell’anima dando il via ad una battaglia interiore in cui la ragione soccombe trascinata dagli impulsi
sensibili, dal desiderio ansioso e inappagabile. Egli rivendica gli aspetti della nuova esperienza poetica: la
fedeltà al dettato d’amore e la qualità stilistica piana e dolce.
Limiti e contraddizioni presenti nello stilnovismo di Guinizzelli e Cavalcanti sono superati nel libretto di
Dante Vita Nova (1293-95): poesie giovanili e non sono disposte in modo da delineare uno sviluppo
narrativo nelle vicende del suo amore per Beatrice e nella poesia che canta questo amore; alle poesie sono
affiancati testi in prosa che svolgono diverse funzioni (integrazioni, spiegazioni, commenti). L’opera
rimodula tipici schemi cortesi, come quello di celare l’amore per Beatrice fingendo di amare un’altra donna
(donna schermo) che però causerà un danno nella reputazione del poeta, provocando lo sdegno di Beatrice
che gli toglierà il saluto, privazione cui segue una fase cavalcantianamente dolorosa dell’amore e della
poesia. Il saluto della donna è un elemento tipicamente guinizzelliano: fonte di salvezza e beatitudine per
l’amante-poeta. A questo punto Dante ammette che in precedenza il fine del suo amore era il saluto
dell’amata, ma ora che ne è stato privato la lode della donna amata diventa oggetto e fine della sua poesia
(poetica della lode: espressa in sonetti come donne che avete intelletto d’amore e tanto gentile e tanto
onesta pare). Al centro del libro troviamo la morte di Beatrice: l’amore del poeta è ora per una beata del
paradiso, la quale guida il poeta verso un processo di innalzamento spirituale. L’opera si conclude con
l’ammissione di Dante di non poter trattare una così alta materia, e con la promessa di studiare e lavorare
per poter in futuro scrivere un’opera che sia degna dell’amata Beatrice, ormai beata.
Negli anni successivi Dante compone le Rime petrose: dedicate a una donna indicata con il nome di Petra,
che porta il poeta ad un desiderio ossessivo e angoscioso, degradante e bestiale; stile e linguaggio aspri,
metafore dure e spesso belliche, atmosfere invernali e gelide: corrispettivo dell’assenza di calore amoroso
dell’implacabile donna-petra.

L’amore, la filosofia, il volgare


Dal 1295 Dante è pienamente immerso nella vita politica fiorentina: gli scontri fra guelfi bianchi e neri lo
conducono all’esilio dal 1301, e ciò causa uno spostamento nei suoi interessi e progetti letterari. Scrive in
questo periodo canzoni ampie e complesse di materia morale e dottrinale: progetta di raccogliere 14 di
queste canzoni - non tutte furono composte - nel Convivio (1304-7), con tanto di commenti in prosa e di
proemio; in tale opera egli reinterpreta alcune canzoni d’amore della Vita Nova e del periodo stilnovistico,
facendo della donna amata un’allegoria della filosofia. Dante si appassiona dunque agli studi filosofici e
decide di frequentare le lezioni tenute a Firenze nel convento francescano di Santa Croce (tematiche
mistiche e profetiche, sapere simbolico ed ermeneutico) e in quello domenicano di Santa Maria Novella
(razionalismo e aristotelismo cristiano). Nel proemio egli presenta gli obiettivi dell’opera e difende la scelta
di scrivere in volgare per rivolgersi ad un pubblico più ampio, e inizia citando l’incipit della Metafisica di
Aristotele: egli afferma che la conoscenza è la via verso la perfezione dell’uomo e la felicità.

Militanza politica e riflessione teorica


Tra i primi tre trattati del Convivio e il quarto si colloca uno stacco temporale: composto nel 1306-7, esso
mostra per la prima volta una riflessione politica organica da parte di Dante, nel corso di un’ampia
digressione filosofica e storica sull’impero, nella quale egli sostiene che l’autorità imperiale è ordinata dalla
provvidenza, in quanto è necessaria per il raggiungimento della felicità terrena da parte degli uomini. Il
popolo romano sarebbe stato eletto da Dio per il compimento di tale missione.
Nell’estate del 1300 Dante occupa la carica di priore del comune di Firenze, massima magistratura
fiorentina: periodo di aspre lotte tra guelfi neri (papato) e bianchi (impero); Dante è schierato dalla parte
dei bianchi. Nel 1301 i bianchi, guidati dalla famiglia dei Cerchi, prendono il potere e colpiscono con
provvedimenti restrittivi alcuni notabili della parte dei neri, mandando in esilio i loro principali capi; i neri
chiedono aiuto a papa Bonifacio VIII: il papa manda due pacieri a Firenze, i quali hanno in realtà il compito
di favorire il ritorno al governo dei neri promuovendo un colpo di stato. I neri riescono così a riprendere il
potere ed emanano provvedimenti punitivi, e Dante decide di non tornare in città, preferendo unirsi agli
altri bianchi fuoriusciti da Firenze: viene condannato a morte e alla confisca dei beni. Inizia un periodo di
lotte che porterà al decisivo scontro della battaglia della Lastra (1304), dove i neri avranno la meglio.
Odiato dai neri e separatosi volontariamente dai bellicosi bianchi, per Dante inizia un periodo di esilio
volontario: si sposta da una corte e da una città all’altra, alla ricerca di protezione e ospitalità. In questi anni
difficili Dante elabora la concezione della necessità e provvidenzialità dell’impero, come strumento per il
conseguimento della felicità terrena da parte degli uomini: questo sogno sembra potersi realizzare nel
1310, con la discesa in Italia dell’imperatore designato Arrigo VII per ricevere l’incoronazione papale; esso
non si realizzerà per la morte dello stesso per malattia, nel 1313.
I temi politici danteschi, oltre che nel Convivio e nella Commedia, vengono sviluppati anche nell’opera De
Monarchia: trattato filosofico in latino diviso in tre libri. Nel primo libro Dante dimostra che l’impero è
necessario all’umanità per il conseguimento della pace universale, della felicità terrena e per l’esercizio
della giustizia: l’imperatore è necessariamente giusto, in quanto estendendo la propria autorità su tutta la
terra non ha più niente di terreno da desiderare, potendo così agire in libertà e rettitudine. Nel secondo
libro viene analizzato il ruolo storico svolto dall’impero romano: esso fu incaricato provvidenzialmente da
Dio a svolgere la missione storica di reggere l’impero universale. Nel terzo libro si parla del rapporto tra i
due poteri universali, impero e chiesa: si dimostra l’autonomia dei due poteri, e Dante insiste sul fatto che
l’imperatore deriva il suo potere direttamente da Dio. Afferma poi che l’uomo è costituito da due parti: il
corpo, corruttibile e mortale, e l’anima, incorruttibile e immortale. L’uomo ricerca quindi sia la felicità
terrena che la felicità eterna, e per raggiungerle necessità di due guide: l’impero per quella terrena e la
chiesa per quella eterna. Nel sedicesimo canto del purgatorio viene riproposta la dottrina che definisce
chiesa e impero come “due soli”, cioè due guide (tuttavia gli imperatori del presente, cioè del 1300, sono
criticati poiché si rifiutano di scendere in Italia).

Teoria della lingua e dello stile


Per quanto riguarda la lingua parlata, essa cambia nel tempo e nello spazio, è soggetta all’uso dei parlanti e
agli accidenti di storia e geografia. Dante ne parla nel suo trattato De vulgari eloquentia (1304-5), dove
afferma che alle origini delle differenze linguistiche tra gli uomini va posto l’evento biblico della costruzione
della torre di Babele: fino a quel momento gli uomini parlavano tutti la stessa lingua, la lingua di Adamo, ma
per punizione divina iniziarono a parlare ciascuno una lingua diversa. In Europa si diffusero tre gruppi
linguistici: germanico, greco e romanzo (da quest’ultimo, presente al sud, si sono sviluppate le tre lingue di
sì, d’oc e d’oil). In ogni paese i dotti escogitarono una grammatica, cioè una lingua artificiale per comunicare
tra loro (in Europa questa lingua è il latino), che si oppone alla lingua naturale parlata dal popolo, cioè il
volgare: mentre la grammatica è immutabile e incorruttibile, il volgare è mutevole e corruttibile. Dante
afferma che il volgare è la lingua più nobile, in quanto naturale: ribalta quindi quanto affermato nel
Convivio anni prima, dove conferiva al latino maggiore nobiltà. Scrivere in volgare è più difficile secondo
Dante, poiché mancano trattati che ne spieghino tecniche e modi di composizione: lo scopo del De vulgari
eloquentia è proprio quello di fornire un trattato sulla tecnica per comporre scritti in volgare, ed è scritto in
latino poiché si rivolge a dotti e letterati. Il volgare dovrà quindi cercare di preservare la propria naturalità,
mirando però a un modello di regolarità, immutabilità e incorruttibilità.
Esistono tre grandi livelli stilistici di volgare: basso, medio e alto (che Dante definisce illustre, e che può
essere usato solo dagli scrittori più eccellenti, per trattare argomenti di massima grandezza: tale lingua si
avvicina a tutti i volgari, soprattutto al bolognese, senza identificarsi con nessuno di essi; è invece la lingua
usata dai poeti della scuola siciliana e dagli stilnovisti toscani e bolognesi).

Poema molteplice e viaggio nell’aldilà


Dante avvia la stesura della Commedia nel 1306: l’amore di Beatrice è qui il protagonista e il motore
dell’azione narrata. La donna ormai beata (come Dante ci racconta alla fine dell’opera Vita Nova) discende
nell’inferno, nel limbo, dove si trovano i non cristiani virtuosi, e lì chiede all’anima del poeta latino Virgilio di
soccorrere Dante che rischia la morte. Il nostro si è infatti smarrito in una selva oscura, ed il suo tentativo di
risalire su un colle illuminato dalla luce del sole è fallito per l’opposizione di tre bestie feroci: una lonza, un
leone e una lupa (scenario onirico ricco di significati allegorici: la selva oscura rappresenta la vita
peccaminosa in cui l’uomo si smarrisce, il colle la felicità, il sole la luce della grazia, le bestie feroci i vizi).
Virgilio appare al poeta e gli propone un altro viaggio, attraverso i regni dell’aldilà. Nelle condizioni attuali
non è possibile per l’uomo essere felice: la fuga dalla selva dovrà avvenire per gradi, prima mediante la
consapevolezza del male e delle sue conseguenze, poi mediante la comprensione della necessità del
pentimento e della penitenza, ed infine mediante la visione della beatitudine dei giusti.
Il contatto tra mondo dei vivi e dei morti e il dialogo tra protagonista e defunti sono motivi fondanti della
letteratura europea, e lo ritroviamo nell’Odissea e nell’Eneide e anche nella Bibbia (Apocalisse di Paolo: fu
uno dei testi fondanti della letteratura medievale dell’aldilà; apocrifo, tradotto in latino e in molte altre
l’aldilà è un viaggio di coscienza nel corso del quale i personaggi incontrati offrono al pellegrino una serie di
lezioni su ogni campo del sapere, secondo lo schema della letteratura allegorico-didattica (Dante introduce
nei discorsi pronunciati dai personaggi una molteplicità di generi letterari, soprattutto religiosi:
predicazione, laude, agiografia, preghiera, profezia, mistica, esegesi biblica). Viene reinterpretata la grande
poesia d’amore: i miti dell’amore cortese sono assunti e trascesi nel mito dell’amore per e di Beatrice, che
conduce l’amante verso la salvezza, il paradiso e la visione di Dio; in Beatrice, bellezza umana, si riflette la
bellezza divina: tale riflesso guida il poeta amante alla fonte della bellezza divina.
Nel canto secondo dell’inferno Dante chiede a Virgilio il perché del suo viaggio e chi glielo ha concesso: alla
seconda domanda risponde il poeta latino, dicendo che è stato Dio per mezzo di tre donne benedette
(Maria, Lucia, Beatrice); alla prima risponderà Beatrice nel paradiso, indicando come compito del poeta
quello di osservare, ascoltare, fissare tutto nella mente per poter scrivere tutto ciò di cui ha fatto esperienza
e riferire agli uomini quanto rivelato da Dio: è questo lo scopo della Commedia (sarà l’avo Cacciaguida a
confermare il carattere benefico e salvifico della sua missione per l’umanità).

La poesia della politica


Anche nella Commedia molto spazio è riservato al tema politico, che risulta quasi pervasivo: già dal primo
canto si annuncia l’arrivo di un personaggio che sconfiggerà l’avarizia, rappresentata dalla lupa, che
provoca la rovina della vita pubblica italiana. Tale personaggio è rappresentato da un veltro, cioè un cane
da caccia, che è allegoria di un imperatore o rappresentante dell’impero che riporterà la pace e la giustizia
nell’Italia dilaniata da cupidigia, ingiustizie, guerre civili. Dante ci offre un esame delle singole situazioni
politiche delle città e dei regni d’Italia e d’Europa, e affida in particolare i sesti canti di ogni cantica il
compito di svolgere il tema politico secondo una prospettiva sempre più ampia, che va dal particolare
all’universale: Firenze nell’inferno, Italia nel purgatorio, Impero nel paradiso.
Nel sesto canto dell’inferno Dante si trova nel cerchio dei golosi e incontra il fiorentino Ciacco, che gli
profetizza le lotte tra guelfi bianchi e neri del 1300-02: Dante si serve della tecnica delle profezie post
eventum, cioè assegna alle anime dell’aldilà la conoscenza del futuro e fa loro annunciare fatti che in realtà
l’autore conosce benissimo, in quanto avvenuti prima della stesura del poema, a partire dal 1306 (il poema
è ambientato nel 1300). Ciacco afferma che la causa dei mali della vita pubblica è la triade di vizi composta
da superbia, invidia, avarizia, che rimanda alla triade bestiale del primo canto composta da leone, lonza e
lupa: tali vizi fanno sì che a regnare sia l’ingiustizia, rendendo impossibile la felicità terrena dell’uomo, alla
quale si può aspirare solo in una società ordinata e pacifica. L’autore tornerà a parlare di Firenze nel
paradiso, dove incontrerà l’avo Cacciaguida nel cielo di Marte: egli parlerà degli antichi fasti di Firenze,
indicando come cause della sua decadenza lo sviluppo socio-economico e demografico, il quale è avvenuto
in assenza di un potere imperiale che fosse in grado di guidarlo e controllarlo, ed ha quindi portato ad uno
sconvolgimento degli antichi equilibri.
Nel sesto canto del purgatorio Dante passa in rassegna i territori italiani senza trovare alcuna parte che
goda di pace e stabilità, e segnalando le responsabilità di chiesa e impero in questa situazione. Il canto si
apre con l’incontro tra Virgilio e Sordello, entrambi mantovani: l’abbraccio fra i due fa da contrasto alla
situazione italiana, dove i concittadini sono soliti farsi la guerra.
Nel sesto canto del paradiso Dante fa pronunciare un lungo discorso all’anima dell’imperatore Giustiniano,
che rievoca le grandi imprese compiuto dal “sacro segno”, cioè dall’aquila simbolo del potere imperiale.
Segue una riflessione sull’attuale situazione dell’impero, e una critica nei confronti di coloro che ne
contrastano l’attività: regno di Francia, guelfi e soprattutto papato, il quale usurpa le prerogative del potere
politico universale non concentrandosi sui propri doveri di guida per l’umanità verso la felicità eterna (non
vengono risparmiati nemmeno quei ghibellini che appoggiano l’impero soltanto per ricavarne vantaggi
personali).

Conflitti di saperi e ricerca della verità


La cultura filosofica dell’Europa medievale era percorsa da conflitti accesi e dibattiti intensi tra le grandi
università e le scuole conventuali. La scoperta della filosofia aristotelica aveva rinnovato profondamente il
pensiero filosofico europeo, aprendo un’epoca razionalista, che affida il processo conoscitivo ad
un’epistemologia fondata sulle dimostrazioni logiche (in realtà lo stesso aristotelismo medievale è un
fenomeno culturale molto complesso ed attraversato da profonde divisioni).
Il poema dantesco ha una struttura enciclopedica ed aspira a rappresentare l’universo nella sua totalità:
esso ha fini complessi, poetici, autobiografici, ma anche morali e religiosi. La purezza dottrinaria nel seguire
una singola posizione filosofica non sembra una delle linee guida del poeta. Il poeta insiste con decisione
nel ribadire i limiti delle facoltà razionali umane nella comprensione dei misteri più profondi del divino.
Nel terzo trattato del Convivio Dante immagina una sorta di luogo celeste, le “Atene celestiali”, in cui si
trovano a contemplare concordemente la verità divina i filosofi che in vita avevano dibattuto su posizioni
del tutto diverse: è un modo per riconoscere l’armonia nella ricerca dei filosofi di soddisfare il naturale
desiderio dell’uomo di sapere, che spesso porta a conclusioni diversi proprio in virtù delle fragili e incerte
facoltà umane. Nel quarto canto dell’inferno Dante pone un gruppo molto eterogeneo di filosofi, scienziati,
sapienti non cristiani al cui centro si trova Aristotele, con al fianco Socrate e Platone: essi testimoniano il
valore e il limite della ragione umana e delle sue alte espressioni nella filosofia al di fuori della fede cristiana
(molti di loro saranno presenti anche all’inizio del purgatorio, dove Virgilio ricorderà i limiti della ragione
umana nel comprendere i misteri divini e l’esclusione dalla conoscenza della verità di coloro che hanno
confidato sulla sola ragione).
Nel paradiso Dante potrò fare esperienza della visione di Dio, grazie alla preghiera alla vergine fatta dallo
scrittore cristiano Bernardo di Chiaravalle. La visione di Dio è suddivisa in tre parti, poiché le facoltà visive
del contemplante si rafforzano progressivamente e gli permettono odi penetrare sempre più a fondo nella
realtà del divino: nella prima parte Dio gli appare come il principio unitario e ordinatore della molteplicità
del reale, nella seconda parte il poeta coglie la trinità e l’unità divina come tre cerchi, nella terza parte egli
non riesce a comprendere razionalmente l’incarnazione e l’umanità di Dio andando incontro a cedimenti
delle facoltà linguistiche e della memoria (usa la metafora del problema della quadratura del cerchio, cioè
dell’impossibilità di trovare un quadrato che abbia la stessa superficie di un cerchio dato).
Il culmine dell’esperienza dantesca è il dono di una conoscenza intuitiva e non razionale, propria
dell’esperienza mistica, non della scienza: il suo compito sarà ora raccontare all’umanità questa sua
straordinaria esperienza.

Biografia
Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina. Il suo primo e più importante maestro di
arte e di vita è Brunetto Latini, che in questi anni ha una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un
ambiente "cortese" e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e
Cino da Pistoia. Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nell'opera del nostro poeta), a cui Dante è legato
da un amore profondo e sublimato dalla spiritualità stilnovistica. Beatrice muore nel 1290. Dopo questa disgrazia Dante vive un
momento di crisi. Dante, a partire dal 1295, entra attivamente e coscientemente nella vita politica della sua città. La sua carriera
politica raggiunge l'apice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte bianca, viene eletto priore (la carica più importante del comune
fiorentino): il poeta è un politico moderato, tuttavia convinto sostenitore dell'autonomia della città di Firenze, che deve essere
libera dalle ingerenze del potere del Papa. L'anno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze Carlo di Valois, fratello
del re di Francia, con l'intenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi dalla scena politica. Il poeta non ritornerà mai più nella sua
città natale, è condannato ingiustamente all' esilio. Iniziò un pellegrinaggio per l'Italia. Prese contatto con Bartolomeo della Scala a
Verona e con i conti Malaspina in Lunigiana, e tra il 1304 e il 1307 compose il Convivio (poi rimasto interrotto) per acquisire meriti
di fronte all'opinione pubblica (per lungo tempo coltivò l'illusione di poter essere richiamato nella sua città come riconoscimento
della sua grandezza culturale). Appartiene allo stesso periodo il De Vulgari Eloquentia. Col passare degli anni Dante iniziò a vedere il
suo esilio come simbolo del distacco dalla corruzione, dagli odi e dagli egoismi di parte. La denuncia e il tentativo di indirizzare di
nuovo l'uomo verso la retta via sono per lui l'ispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia.
L'imperatore Arrigo VII continua a sostenere le idee politiche di Dante, possibile portatore di pace nella nostra penisola; ma di
nuovo la speranza svanisce con la morte improvvisa dell'imperatore nel 1313. Muore a Ravenna nel 1321.

FRANCESCO PETRARCA (1304-1374)


Un fiorentino per nulla fiorentino
Francesco mette piede per la prima volta a Firenze solo nel 1350, mentre è diretto a Roma per il giubileo,
ma prova subito un senso di estraneità, e il suo carattere apolide non lo farà mai più tornare in quella città.
Tra gli estimatori che lo accolgono spicca la figura di Giovanni Boccaccio.
Francesco nasce ad Arezzo il 20 luglio 1304, dal notaio ser Petracco, guelfo bianco molto amico di Dante
(entrambi furono esiliati dalla patria nel 1302). Dal 1312 vive ad Avignone, dove il padre ha trovato lavoro
presso la sede pontificia (gli anni 1305-77 sono infatti gli anni della “cattività avignonese”) e che è una delle
capitali culturali dell’epoca. Nel 1316 inizia gli studi di legge a Montpellier, che continuerà nel 1320 a
Bologna: qui si appassiona alla letteratura e inizia a comporre i primi versi. Stringe amicizia proprio a
Bologna con Giacomo Colonna, vescovo di Lombez dal 1330, e con suo fratello Giovanni, già arcivescovo;
sempre in questa fase conosce i due cari amici Angelo de Tosetti e il cantore Ludwig Van Kempen. Nel 1326
torna ad Avignone in seguito alla notizia della morte del padre, e dal 1333 si fa chierico per non avere
problemi di sussistenza, ed inizia un viaggio alla scoperta del nord Europa.
Dal 6 aprile 1327 è innamorato di una certa Laura, vista nel locus amoenus della Valchiusa, non lontano da
Avignone (qui comprerà una casa per il suo otium letterario). Il fatto che in quel giorno cadesse il venerdì
santo, durante il quale un buon cristiano non dovrebbe avere pensieri diversi da quelli per Dio, fu per lui
fonte di un grande senso di colpa da sfogarsi e pentirsi per tutta la vita: è questa l’origine del bipolarismo
petrarchesco, che sta alla base dei Rerum vulgarium fragmenta noti anche come Canzoniere.

Ritorno all’ozio letterario e sogno romano


Oltre che per Laura, Francesco è contento di tornare ad Avignone poiché può riabbracciare i suoi libri:
considera gli autori antichi come amici con i quali dialogare; Virgilio, Cicerone e Tito Livio (realizza una
protoedizione critica delle Decadi) sono grandi autori che gli aprono le porte del mitico passato di Roma.
Visita Roma per la prima volta nel 1337 e le vestigia meravigliose della città fanno crescere in lui un senso di
pietà per le condizioni attuali dell’Italia, lacerata dalle guerre: come Dante, anche Francesco denuncia
questa situazione sia in latino con le Epystole sia in volgare con il Canzoniere. Nel 1347 Cola di Rienzo
instaura a Roma un governo popolare, e Francesco vede in tale personaggio un nuovo tribuno della plebe in
grado di restaurare l’antica repubblica: questo sogno durò però poco e il tentativo fallì. Ammaliato dal mito
della gloria (che il suo alter ego cristiano ovviamente condanna) e convinto che essa vinca il tempo solo
grazie alle opere di storici e poeti, il nostro decide di scrivere un’enciclopedia storica contenente le vite
degli uomini illustri: redige così il De viris illustribus e il poema Africa (riscrittura con inserti mitologici della
terza Decade di Tito Livio, che narra la seconda guerra punica e le imprese di Scipione l’Africano). Entrambe
rimangono incompiute ma conferiscono al poeta mola fama, soprattutto alla corte angioina di Napoli:
riceve due proposte di incoronazione poetica, una da Roma l’altra da Parigi, ma solo l’8 aprile 1341 viene
incoronato in Campidoglio come “poeta e storico” dal re napoletano Roberto. È da questo momento che
potrà nobilitare il suo cognome nel latineggiante “Petrarca”.
Nel 1333 il frate agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro gli dona le Confessioni di Agostino, opera che
diviene fondamentale nella vita di Francesco che ne porta sempre con sé un volume tascabile. Da Agostino
impara il distaccamento dai piaceri mondani e la ricerca interiore dell’itinerario che conduce a Dio. Il santo
diventa anche l’interlocutore di Francesco nel suo diario, dove il poeta drammatizza il rovello interiore (“nel
segreto conflitto dei miei pensieri”) tra il suo essere, che aspira alla gloria, che ama Laura, che adora la
letteratura pagana, e il dover essere un buon cristiano: Agostino lo rimprovera per l’attaccamento ai falsi
piaceri e per la sua indolenza nell’operare il bene (accidia) ma Francesco, pur promettendo che farà il
possibile per migliorarsi, afferma che per il momento ha cose più importanti cui pensare, come portare a
termine le sue due opere e raccogliere ed ordinare gli sparsi frammenti della sua produzione latina, che
definisce nugae cioè “robette”.
Tra il 1343-45 risiede a Selvapiana, in una residenza messagli a disposizione dal suo amico e signore di
Parma Azzo da Correggio, ma il nostro non riesce a stare per troppo tempo lontano dalla Valchiusa: per lui
rappresenta il polo opposto di Avignone, la “Babilonia” simbolo del vizio e della decadenza morale, contro
la quale scrive una serie di lettere infuocate rivolte principalmente alla curia papale, poi raccolte nel libretto
Sine nomine dedicato all’amico Cola di Rienzo.
Nel 1342 inizia ad organizzare il primo nucleo del Canzoniere e a studiare il greco con il monaco basiliano
Barlaam, con l’obiettivo di riuscire a leggere Omero in lingua originale: non ci riuscirà mai, e dovrà
accontentarsi di leggere la traduzione latina di Leonzio Pilato. Nel 1345 scova a Verona le disperse lettere
Familiari di Cicerone, opera dalla quale prende spunto per scrivere una raccolta di lettere di “cose familiari”
dove raccoglie fatti di vita pubblica e privata, aneddoti, biglietti, racconti, confessioni, cartoline, trattati: i
componimenti saranno alla fine 350 e i Rerum familiarum libri 24.
Fondamentale è l’anno 1348: la peste uccide molti suoi amici, tra cui Giovanni Colonna, Barlaam, Senuccio
del Bene e Franceschino degli Albizzi, e soprattutto l’amata Laura. Nella vita di Francesco c’è un prima e un
dopo il 1348, e anche il Canzoniere è di riflesso diviso in due parti: “in vita” e “in morte” di Laura. Questo
dolore lo porta alla maturità: la vena creativa non si placa, ed anzi cresce la sua smania perfezionatrice che
risistema, lima, corregge, completa quanto ha già scritto, ed inoltre la constatazione che Laura non c’è più
gli permette di distaccarsi per sempre da Avignone e trasferirsi in Italia.

“Salve terra santissima”


Nel 1353 accetta la chiamata del signore di Milano Giovanni Visconti, nemico giurato dei fiorentini,
ricalcando la figura del letterato cortigiano che diventerà dominante nel Rinascimento. Gli viene riservata
un’abitazione vicino Sant’Ambrogio molto adatta all’otium, dove si dedica alla monumentale sistemazione
delle sue opere. Compone sia poesie in latino destinate ai letterati, che il Canzoniere in volgare destinate
alle corti: per lui entrambe le lingue sono degne per la composizione (afferma che anche a Roma e ad Atene
erano in uso due lingue). I Visconti lo mandano come ambasciatore a Venezia, Parigi, Praga: incontra per
due volte tra il 1354-56 l’imperatore Carlo IV con l’incarico di chiedere al sovrano di intervenire per portare
la pace in Italia (Petrarca stesso aveva scritto delle lettere all’imperatore per lo steso motivo). Rimane
affascinato dalla corte praghese, dove conosce i due funzionari Arnost z Pardubic e Jan ze Streda (al quale
regala una copia della sua opera Bucolicum carmen: 12 canti pastorali su modello delle Egloghe di Virgilio).
Si trasferisce prima a Padova poi a Venezia, portando con sé la sua biblioteca con il proposito di lasciarla in
eredità alla città per ringraziare il Senato della sua ospitalità: dal 1362-68 alloggia così a palazzo Molin, sulla
riva degli Schiavoni. È qui che realizza l’ennesima edizione del Canzoniere, aiutato dal copista Giovanni
Malpaghini, e che compone invettive contro i fautori della scienza a difesa del ruolo degli studi umanistici.
Ricomporre i frammenti dell’esistenza infranta
Componendo il Canzoniere (o Rerum vulgarium fragmenta) Francesco era consapevole di stare
confezionando uno dei primi moderni libri di poesia, cioè un’opera unitaria assemblata con frammenti
organicamente sistemati a narrare una vicenda d’amore. L’opera si compone di 366 liriche (317 sonetti, 29
canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali) ed è divisa in due parti, in vita e in morte di Laura: la prima
riguarda gli anni che vanno dal 6 aprile 1327, giorno dell’incontro, al 6 aprile 1348, giorno della morte, e
comprende le prime 263 liriche; la seconda comincia proprio dalla morte di Laura e comprende le rimanenti
103 liriche. Il numero complessivo dei componimenti rimanda ai giorni di un anno, dalla morte di Cristo il
venerdì santo (6 aprile 1327 nella finzione poetica) che corrisponde al giorno di nascita del suo amore per
Laura, fino alla morte di Laura che coincide con la rinascita di Cristo (6 aprile 1348: domenica di Pasqua).
L’ultimo componimento, la canzone alla Vergine, ricompone il dissidio tra creatore e creatura.
Una novità dell’opera è costituita dal dialogo costante con gli amati autori classici: con gli elegiaci come
Properzio, Tibullo, Catullo, ma anche con l’Ovidio delle Metamorfosi.
Il motivo dominante dell’opera è l’espressione del sentimento amoroso nelle sue varie articolazioni: potere
salvifico della donna di stilnovistica memoria, la solitudine del poeta, l’assenza dell’amata, la sua durezza
“petrosa”, la sua bellezza. Ci sono poi temi esistenziali come il sentimento del tempo che fugge, la vanità
della vita, il pentimento del cristiano per i propri errori, e temi politici come la corruzione della curia
avignonese, il lamento per le lotte interne all’Italia, i testi di corrispondenza.
Come già accennato il Canzoniere è frutto di una continua correzione dei testi e di revisione del progetto
complessivo, testimoniata da diversi manoscritti:
- Codice vaticano latino 3196 databile al 1336-38 (“codice degli abbozzi”)
- Codice della primitiva forma Correggio databile al 1356-58 (redatta per l’amico Azzo da Correggo)
- Codice vaticano Chigiano L.V.176 databile al 1362-66 (forma Chigi tramandata da Boccaccio)
- Codice vaticano latino 3195 della biblioteca Apostolica Vaticana databile al 1366-1373 (scritto da
Petrarca e Malpaghini)
Dall’opera di Petrarca in poi la schiavitù d’amore sarà descritta per secoli giustapponendo ossimoro su
ossimoro. Petrarca non esplora la vastità del linguaggio alto e basso come faceva Dante, ma si concentra
sull’infinita combinazione di pochi termini fortemente connotativi: il loro slittamento semantico crea “centri
vivi di energia” attorno a cui gravita la lirica.
Il Canzoniere non conosce un vero e proprio sviluppo: non ha un andamento progressivo, ma ciclico.
Petrarca, con l’umiltà del cristiano penitente, nella canzone conclusiva dedicata alla Vergine piega
umilmente le “ginocchia della mente” e attende di essere salvato dalla Grazia: sa di non essere un cristiano
impeccabile, poiché ha fatto della sua vita un’opera d’arte (ed è questo in fondo il suo più grave peccato) e
in quanto non ha usato i versi per un alto fine generando un’opera che di religioso ha davvero poco.

Senilità
Nel 1361 perde il figlio Giovanni e il caro amico Socrate, al quale aveva dedicato la raccolta di lettere
Familiari. In questa fase inizia a scrivere delle lettere sulle “cose senili” (o Rerum senilium libri) poi raccolte
in 17 libri e dedicate all’amico Francesco Nelli. Queste dure raccolte poetiche sono veri e propri
monumenti che Petrarca innalza alla propria carriera: infatti le Familiari si concludono con un dialogo con i
classici del passato (Cicerone, Quintiliano, Livio, Virgilio, Omero ecc.), e le Senili si concludono con una
missiva ai posteri in cui il nostro si propone come ponte fra presente e futuro.
Dalla Senile n.17, diretta a Boccaccio, apprendiamo che prima di morire Francesco ha potuto sfogliare il
Decameron: rimane molto colpito dalla novella di Griselda (x,10), così la impara a memoria e la riscrive in
latino con il titolo De insigni obedientia et fide uxoria, facendola diventare famosa in tutta Europa.
Nel 1367 viene pubblicata un’opera iniziata da Petrarca molti anni prima, intitolata De remediis utriusque
fortune (“rimedi per l’una e per l’altra sorte”): centinaia di brevi dialoghi tra Gioia e Speranza, tra Dolore e
Timore, con la Ragione che sostiene l’esigenza dell’equanimità sia nella buona che nella cattiva sorte. Carica
di precetti della filosofia stoica e di riferimenti a Livio, Cicerone, Seneca. Ebbe molto successo in Francia.
Nel 1368 Francesco si trasferisce a Padova, e poco dopo ad Arquà dove trascorre gli ultimi quattro anni
della sua vita. Morirà il 18-19 luglio 1374, poche ore dopo aver terminato l’ultimo dei suoi Trionfi. Tale
opera è una serie progressiva di sei “visioni” in cui il trionfatore di un capitolo soccombe al successivo:
amore trionfa su uomini, pudicizia su amore, morte su pudicizia, fama su morte, tempo su fama, eternità su
tempo. Ricco di riferimenti all’amata Laura, con la quale il poeta dialoga nel trionfo della morte. Tale opera
sarà divulgata postuma dal genero Francescuolo da Brossano e da Lombardo Della Seta.

FRANESCO PETRARCA (monografia di L. Chines)


In seguito alle numerose biografie prodotte su Petrarca, ne risulta che egli rappresenta:
- il fondatore del genere lirico
- la prima voce dell’io della tradizione letteraria italiana
- il primo vero filologo e bibliofilo “umanista” (non si sazia mai di libri: il primo manoscritto che
riceve in dono dal padre, oggi chiamato Ambrosiano poiché conservato nell’omonima biblioteca
milanese, contiene l’opera di Virgilio)
- il primo intellettuale di professione con importanti incarichi diplomatici

“Rovello” intellettuale e dialogo con i libri


Instancabile frequentazione degli antichi, che assumono la fisionomia di amici reali a cui Petrarca affida
riflessioni provate negli spazi marginali dei suoi libri più amati: le voci degli antichi insegnano, rallegrano
consolano, raccontano, aiutano a scandagliare le pieghe dell’animo umano. Nella lettera XXII a Boccaccio,
che ha come argomento le leggi dell’imitazione, il poeta svela le intime modalità del proprio dialogo con gli
antichi: da evidenziare è il concetto di ruminatio, con il quale si intende il procedimento di lettura a bassa
voce, in genere utilizzato per i testi sacri; il poeta esamina, studia, appunta attentamente i testi classici, i
quali è solito “divorare da giovane per digerirli la sera” cioè studiarli in gioventù e assimilarli nel suo
percorso di maturazione verso la senilità.

Ansia di leggere e scrivere e ossessione per il tempo


L’inquietudine petrarchesca assume le forme e i gesti della curiosità intellettuale e dell’ansia quasi ossessiva
della lettura, testimoniata dalle pagine continuamente scorse e ruminate dei volumi in alcuni casi postillati
nell’arco di una vita, o della scrittura delle opere volgari e latino di continuo emandate, riviste, trascritte. Un
vero leitmotiv della sua opera è costituito dal senso ossessivo della fuga del tempo: come afferma nella
lettera XXIV (1360), la penna che solca la carta nella scrittura o l’occhio che scorre la pagina nella lettura
sono al tempo stesso una cifra d’infaticabile attività intellettuale e segno sensibile e materiale del tempo
che scorre (vivere un morire). Mentre scrive inoltre, il poeta prova vergogna per il piacere tutto terreno
della scrittura e pur rendendosi conto della dimensione effimera di tale atto non riesce a farne a meno:
scrivere è un segno tangibile dell’esistenza e del suo segno nella storia degli uomini, e se la morte
interromperà questa necessità di scrivere non potrà invece fermare l’eco delle parole che già sono state
scritte (monumento perenne della scrittura). Nella lettera XXI all’amico Simonide, Petrarca afferma che
leggere e scrivere, e ogni forma di lavoro intellettuale, sono l’unico modo per fermare la fuga del tempo
nella breve favola dell’esistenza terrena: “Il sonno è morte, la vita è vigilia”.

Dignità del sapere letterario


Con Petrarca la letteratura e la poesia si affermano come discipline di grande dignità, al pari di quelle
scientifiche reputate all’epoca più importanti. Molte furono le polemiche tra il nostro e i sostenitori della
validità oggettiva delle scienze, detrattori della letteratura in quanto creatrice di pure e vane favole. Tra
1352-53 si svolse ad Avignone una famosa querelle tra il poeta e un medico della corte pontificia, confluita
nell’opera Invective contra medicum quendam. Del 1367 è invece l’opera De suis ipsius et moltorum
ignorantia, con la quale il poeta reagì ad un giudizio formulato sul suo conto da quattro amici averroisti che
lo avevano definito uomo ignorante ma buono: egli ribadisce come la vera sapienza sia raggiunta attraversa
lo studio della filosofia morale e delle discipline letterarie, scagliandosi contro i sostenitori della filosofia
aristotelica scolastica e tomistica e delle discipline che riguardano non ciò che è dentro all’uomo ma ciò che
è al di fuori di esso.
Petrarca scelse la vita del laico che si ritira in solitudine per leggere, evitando il rigorismo spirituale di
Agostino, ma non smette di dialogare con la propria dimensione religiosa. La cultura del nuovo intellettuale,
che Petrarca rappresenta in pieno, è quella maturata alla luce della lettura degli antichi, la cui sapienza va
studiata e analizzata allo scopo di riscattare il male del tempo presente: occorre sottrarre i classici all’usura
del tempo.
Il presente e la perduta curiositas degli antichi
Impegnato anche in politica e in questioni diplomatiche, il nostro rappresenta nella sua epoca forse il più
importante intellettuale d’Europa. Con Petrarca si consacra un nuovo ruolo della letteratura ma anche un
nuovo senso della storia, sia di quella individuale che collettiva degli uomini: egli guarda sia al passato che al
futuro, desideroso di lasciare ai posteri degna traccia di sé attraverso le proprie opere; si sento un uomo
immerso nella storia, insignito del compito di ricercare e ricostruire le voci dell’antico per trasmetterle nelle
proprie opere e nella realtà del presente. Egli dichiara insofferenza per la mediocrità e la povertà
intellettuale della propria epoca, alla quale si oppone grazie alla sua curiositas che non lo rende mai sazio di
conoscenza: da qui deriva anche l’importanza data alla memoria, la quale ci restituisce i grandi exempla
degli antichi. Essendo il presente privo di luminosi modelli di cultura e virtù diventa ancora più importante
studiare gli antichi e preservarne gli insegnamenti trasmettendoli ai posteri.

La biblioteca
La produzione di Petrarca è legata alla sua attività di lettore, di studioso e di umanista. Possedeva la più
ricca biblioteca privata della sua epoca: acquistava molti libri, altri li faceva copiare o li riceveva in dono,
altri ancora li cercava nei monasteri e nelle abazie del nord Europa durante i suoi viaggi diplomatici (in una
di queste occasioni riporta alla luce le Epystole di Cicerone). Informazioni relative alla composizione della
sua biblioteca ci arrivano da due fonti: la prima risale allo stesso poeta, che intorno al 1333 annota i nomi
dei suoi libri peculiares nel foglio di guardia del codice Parigino Latino 2201; la seconda deriva dallo studio
delle sue postille autografe, cioè delle annotazioni ai margini dei suoi libri e delle sue opere. Possedeva libri
in molte lingue e di molte epoche: la sezione ellenica appare marginale rispetto alle altre, specialmente se
confrontata a quella latina, in cui spiccano gli autori che più ama (Cicerone, Virgilio, Livio); non mancano
autori di età cristiana e i testi medievali (Tommaso d’Aquino, Riccardo di San Vittore, Dante e Boccaccio).
Tutti questi testi avevano attraversato molti secoli perdendo la loro esatta fisionomia, risultando corrotti
dalle numerose ed errate trascrizioni: il nostro studia per ricondurli alla forma più vicina possibile
all’originale, esercitando su di esse uno spirito critico e fondando le basi della scienza della ricostruzione del
testo, cioè la filologia (famoso ad esempio il lavoro sulle Decadi di Tito Livio). Petrarca dimostra una nuova
sensibilità nei confronti dell’aspetto materiale del testo: grafia, distribuzione sulla pagina, materiale della
pagina stessa, conservazione dei libri. Egli favorisce il passaggio dall’oscura grafia gotica a una scrittura più
chiara e leggibile: la cultura è un bene da trasmettere ed è quindi fondamentale rendere più facile e
immediata la fruizione del sapere.
Assenza vistosa nella biblioteca è costituita dalle Metamorfosi di Ovidio, testo sicuramente fondamentale
per il poeta (riconosce al mito valore estetico e letterario, e lo utilizza in chiave personale).

Bilinguismo
Durante il periodo giovanile trascorso a Bologna, dove rimane affascinato dal fermento culturale del tempo,
si cimenta per la prima volta nella sperimentazione della poesia volgare: egli si muove all’interno del nuovo
codice linguistico con cautela, e vi lavora in continuazione per perfezionarlo affinché possa diventare
esemplare ed illustre. La dignità del volgare era già stata sostenuta e dimostrata da Dante nel trattato De
vulgari eloquentia. Dante usa un registro plurilinguistico, Petrarca invece ne usa uno unilinguistico: mentre
nel primo convivono diversi stili espressivi, da quelli bassi e corposi dell’Inferno a quelli rarefatti e sublimi
del Paradiso, nel secondo vengono eleminati i toni estremi per mantenere la lingua su un livello mediano e
quindi perfetto. Il volgare è quindi per Petrarca una lingua giovane da consolidare.
Il latino splende invece di gloria secolare, e rappresenta per il nostro la lingua più familiare: lo predilige per
le opere di carattere filosofico ed erudito, in cui linguaggio tecnico e strutturazione del pensiero si
avvalgono di una tradizione consolidata. Il latino è la lingua dell’anima, della confessione, usato quindi
anche per le opere più autobiografiche e per le postille che riportano sia aspetti tecnici e filologici sia
riflessioni e interventi intimi e personali.

Erudizione: immagine dell’anima


Petrarca è quello che sa: egli fa dello studio, della conoscenza e della cultura parti integranti della sua
anima. L’immagine dell’anima per Petrarca è costituita dalla sua Africa, opera latina in versi rimasta
incompiuta, che investiva il poeta di grandi aspettative: essa avrebbe dovuto restaurare la cultura e la
lingua latine alle quali l’Europa intera avrebbe dovuto guardare, e avrebbe dovuto innalzare lo stesso
autore a perenne fama (nel 1341 tale opera gli fece guadagnare l’incoronazione poetica).
La trattazione storico-erudita assume in Petrarca un significato di costruzione intellettuale, etica di
fondamentale importanza culturale. In questa ottica si colloca anche l’opera De viris illustribus, che ha come
antecedente classico le Vitae di Svetonio e le produzioni degli storici latini, Livio su tutti.
A consacrare il nostro come filosofo è l’opera De remediis utriusque fortune (1356-57), trattato in due libri
dedicato all’amico Azzo da Correggio che parla della forza del saggio, il quale riesce a resistere ai colpi della
cattiva sorte e a rimanere prudente quando la fortuna è dalla sua parte: è composta nella forma medievale
dell’altercatio, nella quale Ragione e Passione dialogano come personaggi teatrali.

Ritratto, volti, eteronimi


Le cronologie fittizie e poco chiare che il poeta ci ha lasciato riguardo alle sue opere rendono difficile il
lavoro di ricostruzione del filologo. Volontà di Petrarca di delineare in sé un’immagine unitaria, un percorso
di evoluzione progressiva sia biografico che intellettuale. Nell’ultima lettera delle Senili il poeta ammette la
propria caduta nelle fiamme della passione ed enuncia il biasimo verso sé stesso, la propria redenzione e la
mutatio animi maturata intorno ai quarant’anni: grazie alla guida di Dio riuscì a liberarsi dal sentimento di
passione amorosa. Nelle Posteritati mira ad una rappresentazione ideale di sé stesso, affermando di avere
un’intelligenza equilibrata adatta ad ogni disciplina e di aver col tempo preferito i testi sacri alla poesia.
Petrarca cerca di darci di sé stesso un ritratto unitario e a tutto tondo, anche se gli studiosi tendono ad
evidenziare l’irriducibile molteplicità dei suoi volti: la sua inquietudine e la frammentazione della sua anima
lo avvicinano al concetto di frattura dell’io tipico della modernità.
Petrarca ama definirsi “Silvanus”, cioè colui che ama la quieta solitudine delle selve: nella sua opera De vita
solitaria esprime proprio la sua propensione per una vita appartata, dedicata alla solitudine degli studi e
immersa nella natura della Valchiusa. Nella stessa opera si definisce “Stupeus”, cioè colui che prende fuoco
come la steppa, a causa della fiamma dell’amore.

Petrarca penitenziale
Al verso undici del sonetto proemiale del Canzoniere leggiamo “di me medesimo meco mi vergogno”
(allitterazione più poliptoto): la voce del poeta è lacerata dalla meditazione sui propri peccati, come risulta
anche nelle opere Salmi penitenziali e Preghiere.
Ai margini del Parigino Latino 2923, contenente l’epistolario di Abelardo ed Eloisa, annota allusioni ai propri
più intimi e riservati turbamenti, segnali di un’incessante lotta con sé stesso e con l’ardore delle proprie
passioni. Dei peccati carnali si fa menzione anche nella lettera Senile VIII a Boccaccio, dove il poeta afferma
che grazie a Dio è riuscito progressivamente a distaccarsene. Nella Familiare X 5-29-30 al fratello Gherardo
afferma la sua attrazione per le donne, creature inquietanti e misteriose che riesce però a evitare e alle
quali preferisce la morte, almeno a suo dire.

Precarietà della condizione umana e mutevolezza della realtà


In un passo del libro II del Secretum Agostino ricorda a Petrarca come l’animo inquieto sia dato agli uomini
come segno di debolezza e di precarietà, accanto a un corpo anch’esso debole sia alle malattie sia alle
passioni. Per Petrarca non c’è niente di più fragile e inquieto della vita dell’uomo, come afferma nella
prefazione del De remediis utriusque fortune: in questa debolezza rientra la volubilità della volontà e la
varietà delle opinioni umane. Gli uomini vagano tra desideri e inclinazioni anche se dovrebbero aspirare alla
beatitudine eterna.

Smania del viaggio e curiosità geografica


La continua ansia del nostro di mutare paesaggi e scenari è un altro dei suoi tratti più moderni e
affascinanti: il suo è un perenne peregrinare tra i luoghi vagheggiati nella dolcezza del ricordo o nella
speranza di quiete, poi rifuggiti (ne è un esempio la Valchiusa, luogo che ama per l’otium letterario ma che
gli ricorda Laura). Nella Epystola III 19 a Barbato da Sulmona afferma di non essere cittadino di nessun
luogo e di essere in ogni luogo straniero: cosmopolitismo di Petrarca. Nella Familiare a Ludovico di Beringen
(“Socrate”) afferma di essere nato nell’esilio e di essersi accostato alla vita nel sospetto della morte, e
ricostruisce le vicende dell’infanzia che lo hanno portato da Arezzo a Pisa, e poi a Marsiglia a causa di un
naufragio: il tema del naufragio è sospeso tra realtà e simbolismo, ed è allegoria dell’esistenza dell’uomo
che si muove nella precarietà del perenne e pericoloso vita. Con l’avanzare dell’età smette di viaggiare
fisicamente, ma non mentalmente: insaziabile è il suo desiderio di conoscere, come afferma lui stesso nella
Familiare XIII, lettera nella quale si paragona ad Ulisse, modello dell’eroe temerario per amore del sapere e
archetipo del pellegrino che vaga apolide e senza meta.

Fra unità e dispersione


Ansia di unità e di sistemazione delle proprie opere: Petrarca è ossessionato dal recolligere, cioè dal
revisionarle, correggerle, integrarle e ordinarle. Molte delle sue carte sono state escluse da questo
processo dallo stesso poeta, in quanto non considerate degne di essere sistemate: questi testi sono le rime
volgari che oggi chiamiamo Disperse. Le ragioni dell’esclusione di tali testi sono probabilmente da ricercare
nel loro carattere di occasionalità contingente (scritti di corrispondenza o realizzati su commissioni, questi
ultimi molto numerosi). Anche le Lettere Disperse hanno il fascino indiscreto dell’oggetto negletto,
abbandonato dal poeta tra le carte suo scrittoio, e per questo motivo hanno spesso il sapore della vita
reale: esse possono talvolta illuminarci sulle più intime tensioni del poeta e suggerire nuove prospettive che
si riflettono anche sulle grandi “costruzioni” del Petrarca. Alla scrittura residuale del nostro appartengono
anche i cosiddetti Improvvisi: epigrammi latini di tono lieve e occasionale.

Petrarca e Boccaccio
I due si vedono per la prima volta nell’autunno 1350, durante la sosta fiorentina di Petrarca che era diretto
a Roma per il giubileo: a questo primo incontro ne seguiranno altri (Padova 1351-1368, Milano 1359,
Venezia 1363). Ci rimane la loro corrispondenza epistolare: le lettere del Boccaccio sono molto più
numerose e di tono immediato e occasionale, mentre quelle del Petrarca sono in numero minore e molto
più curate nella forma ma probabilmente più pesate e meno autentiche.
Alcuni codici petrarcheschi furono nelle mani di Boccaccio, il quale siglò le sue letture con la sua naturale
inclinazione all’illustrazione: celebre il disegno dell’airone (uccello considerato tra i più saggi, che ha paura
delle tempeste: allegoria che rappresenta Francesco) e di Valchiusa nel Plinio di Petrarca; tale disegno
rappresenta il viaggio spirituale verso la salvezza, per mezzo dell’airone che risale una irta salita.
Boccaccio inoltre offrì la sua opera al severo giudizio dell’anziano Petrarca che ne criticò il codice linguistico
e la vanità sensuale, ma che restò colpito dall’exemplum morale dell’ultima novella, quella di Griselda
(moglie sottoposta dal marito a durissime prove che ne dimostrassero virtù e fedeltà): la tradusse in latino
col titolo De insigni obedientia et fide uxoria facendone un’allegoria della tolleranza cristiana di fronte alle
dure prove a cui viene sottoposta l’esistenza terrena negli imperscrutabili disegni divini.

Biografia
Nato ad Arezzo il 20 luglio 1304, fanciullo, dovette seguire il padre Ser Petracco, notaio fiorentino esiliato da Firenze per le sue idee
politiche, ad Avignone, allora sede pontificia. Presso la vicina università di Montpellier inizia, su richiesta del padre, lo studio delle
materie giuridiche che proseguì presso l'università di Bologna, ma ben presto si appassionò allo studio degli antichi. A Bologna tra
coltivò numerose amicizie tra cui quella con il principe romano Giacomo Colonna. Nel 1326 la morte del padre richiamò Francesco e
suo fratello Gherardo in Francia. Ad Avignone il 6 aprile 1327, giorno del venerdì santo, il poeta vide Laura la donna che amerà
anche dopo la sua morte che avvenne, a causa della peste, il 6 aprile 1348. Nel 1330, come cappellano, entrò al servizio della
famiglia Colonna. L'occupazione gli diede l'occasione di viaggiare per la Francia, le Fiandre e la Germania. Venne accolto dai Signori
che allora dominavano le città italiane conoscendo i più illustri letterati e poeti del tempo. Durante questi viaggi generò i due figli
Giovanni (1337) e Francesca (1343). Il 1 settembre del 1340 mentre si trovava in ritiro a Valchiria, a poche miglia da Avignone,
venne informato da parte del Senato Romano e dell'Ateneo di Parigi dell'offerta a essere incoronato poeta: dopo essere stato
esaminato per tre giorni dal re di Napoli Roberto d’Angiò, nel giorno di Pasqua del 1341 venne cinto dalla corona di poeta in
Campidoglio. Dal 1353 visse in Italia a Milano e in seguito a Venezia e Padova per stabilirsi infine ad Arquà, sui colli Euganei, dove
morì il 19 luglio 1374.
GIOVANNI BOCCACCIO (1313-1375)
Un toscano alla corte degli Angiò
Nasce a Firenze/Certaldo nel 1313 da madre ignota e da Boccaccio di Chiellino, ricco mercante legato ai
Bardi, che voleva fare del figlio l’erede dei suoi commerci. Dopo i primi studi grammaticali venne mandato a
bottega nel fondaco dei Bardi a Napoli, città nella quale i Boccaccio vivevano dal 1327 in quanto il padre era
stato nominato rappresentante della compagnia presso gli Angioini (la corte aristocratica e cortigiana della
città influenzò molto la cultura del nostro). Giovanni iniziò ben presto i corsi di diritto e a studiare materie
umanistiche da autodidatta: poté frequentare Cino da Pistoia (professore di diritto e poeta volgare che gli
trasmise la passione per Dante e Petrarca) e gli intellettuali Andalò del Negro, Paolo d’Abaco e Paolo da
Perugia, e poté consultare i volumi della ricca biblioteca di re Roberto, che spaziavano dai classici antichi ai
testi mediolatini a quelli della letteratura volgare. Dal 1334 Boccaccio inizia a scrivere:
- nella Caccia di Diana, poemetto in terzine dantesche, esalta la forza nobilitante dell’amore,
calando la vivace mondanità femminile della corte angioina in forme letterarie legittimate dalla
tradizione classica e romanza.
- Nel Filocolo, ampio romanzo in prosa realizzato ispirandosi ad Ovidio, riscrive la storia narrata
nell’opera francese Conte de Floire et Blanchefor (l’amore contrastato del conte Florio per la nobile
orfana Biancifiore, che avrà lieto fine) facendone un romanzo di formazione in cui il protagonista
uscirà vittorioso e cristiano dalla vicenda.
- nel Filostrato (1337) narra un episodio del ciclo troiano, e cioè la conquista e poi la perdita di
Criseida da parte di Troiolo, in un climax ascendente e discendente della storia d’amore in cui al
registro guerresco succede quello lirico-elegiaco: il parallelismo tra l’autore abbandonata
dall’amata e Troiolo abbandonato da Criseida è al centro del proemio dell’opera (realizzata in
ottave con versi endecasillabi a rima ABABABCC, che se non è proprio inventata da Boccaccio è di
certo da lui istituzionalizzata).
- Nella Teseida (1339-41) narra la rivalità tra Arcita e Palemone entrambi innamorati di Emilia,
mettendo ancora una volta al centro della sua opera la vicenda amorosa anche se questa volta in
forma epica: tale poema in dodici libri si ricollega alla forma virgiliana, così come lo stesso titolo
grecizzante che allude all’Eneide, ed è scritto in un volgare che Boccaccio stessa indica come
esempio di quella poesia epoca in volgare italiano di cui Dante aveva lamentato l’assenza nel De
vulgari eloquentia.

Ritorno a Firenze (anni ’40)


Mutò il rapporto economico Firenze-Napoli e il padre di Boccaccio ruppe con i Bardi, tornando in Toscana
insieme al figlio: Firenze era sì in crisi economica, ma dal punto di vista culturale stava vivendo un nuovo
fervore creativo che portò il nostro a misurarsi con la tradizione letteraria toscana e fiorentina e in
particolare con l’eredità dantesca.
- Si rifece proprio a Dante nel realizzare il suo prosimetro Commedia delle ninfe fiorentine (1341-42),
non solo nel titolo ma anche nell’uso delle terzine dantesche, le quali si alternano appunto a parti
in prosa: l’opera parla del perfezionamento spirituale del pastore Ameto sotto la guida di sette
ninfe-virtù (narrano le loro esperienze amorose in chiave allegorica favorendo il percorso di
formazione del pastore: amore come forza nobilitante, come nella Caccia di Diana). Questa opera
segna il passaggio dalla narratività mitologica giovanile ai nuovi interessi fiorentini.
- L’ambientazione pastorale la ritroviamo anche in Ninfale fiesolano, opera in ottave dallo stile
canterino: narra la storia del pastore toscano Africo innamorato della ninfa Mensola, votata alla
castità per devozione a Diana, che si concluderà tragicamente con il suicidio del giovane e la
metamorfosi in fiume della ninfa (intento eziologico: morendo i due protagonisti si tramutano negli
omonimi fiumi toscani).
- Allegorica e dantesca è poi l’Amorosa visione (1342-43), racconto in terzine di una visione in sogno
che ricalca il viaggio di Dante nella sua Commedia: Il protagonista, che è stato colpito dalle frecce
d'amore di Cupido per Fiammetta, si addormenta e sogna di andare errando per luoghi deserti
quando incontra una donna che lo invita a seguirlo e lo conduce ad un castello che ha due porte,
quella a destra è piccola e stretta e conduce alla virtù, mentre quella a sinistra è grande e larga e
promette ricchezza e gloria mondana. Lasciandosi convincere da due giovinetti egli sceglie la porta
più larga e attraversa numerose sale sulle cui pareti sono affrescati i trionfi della Sapienza, della
Gloria, dell’Avarizia, dell'Amore, della Fortuna e di una donna gentile (richiamo ai Trionfi di
Petrarca). In seguito entra in un giardino dove passeggiano delle belle donne ed egli riconosce tra
esse Fiammetta (ricalca l’episodio dantesco degli spiriti magni nel limbo, fedelmente ricalcato
nell’incontro conclusivo con una schiera di belle donne in un giardino): i due si allontanano ma
quando egli cerca di possedere la donna desiderata il sogno svanisce. Risvegliatosi, si ritrova così
accanto alla guida che lo rimprovera e gli dice che potrà raggiungere quello che desidera solo
seguendo la virtù e lasciando i beni mondani.
- All’opposto di una simile tensione allegorica si colloca l’Elegia di madonna Fiammetta (1343-44),
romanzo in prosa che narra l’amore extraconiugale di Panfilo e Fiammetta in chiave molto diversa
da quella finora usata dal Boccaccio: al centro dell’opera c’è la “dotta disperazione” della donna
che, perso l’amato che lascia Napoli per sposarsi a Firenze, paragona il suo dolore a quello di molte
eroine del mito e della letteratura (sia classica che mediolatina che medievale). Racconto
autobiografico di dimensione intima e personale in cui il nostro rivisita alcuni temi delle sue
precedenti opere, Amore e Fortuna su tutti.

Decameron (1348-70)
Il codice berlinese Hamilton 90 è la versione definitiva di tale opera, soggetta a continue rivisitazioni e
riscrittura. “Comincia così il libro chiamato Decameron cognominato (sottotitolato) principe Galeotto (che
fece da tramite tra Lancillotto e Ginevra, canto V dell’inferno), nel quale si contengono 100 novelle in 10
giorni dette da 7 donne e da 3 giovani uomini”: l’autore indica subito titolo e contenuto dell’opera, una
raccolta di novelle che è frutto di una riunione entro una struttura unitaria e organica di forme letterarie
brevi (come i Fragmenta petrarcheschi) e che viene iniziata all’indomani dell’epidemia di peste del 1348
(come per Petrarca); difficile è stabilire se si tratta di una riunione di testi in parte già scritti, oppure se la
stesura delle novelle consegue all’ideazione del loro contenitore narrativo.
La cornice del Decameron è una complessa e dinamica vicenda parallela a quella delle novelle, presentata
come vera: una brigata di sette ragazze e tre ragazzi, tutti di elevata condizione sociale, decidano di cercare
una possibilità di fuga dal contagio spostandosi in campagna (tra due ville e l’amena Valle delle donne),
dove trascorrono il tempo secondo precise regole, tra canti, balli e giochi, preghiere. Nelle introduzioni e
nelle conclusioni alle giornate, così come all’inizio e alla fine delle singole novelle, entra in scena la vita
quotidiana della brigata regolata da precisi parametri: il “saper vivere cortesemente atteggiato” non può
più trovare posto nella città falcidiata dalla peste, e ad essa si contrappone un ideale di decoro e letizia
nelle forme di una rigida regolamentazione democratica del quotidiano.
Per occupare le prime ore pomeridiane, i ragazzi decidono di raccontare una novella ciascuno, tranne il
venerdì (dedicato alla preghiera) ed il sabato (dedicato alla cura personale delle donne): ogni giorno viene
eletto un re che fissa il tema della giornata a cui tutti gli altri narratori dovranno ispirarsi nei loro racconti.
Al solo Dioneo, per la sua giovane età, è concesso di non rispettare il tema delle giornate e di novellare
sempre per ultimo. La prima e la nona giornata hanno un tema libero, mentre le altre sviluppano argomenti
specifici (avventura a lieto fine nella seconda, l’industria nella terza, gli amori tragici nella quarta, gli amori
lieti nella quinta, l’avventura di amanti o la prontezza di parola nella sesta, le beffe familiari nella settima,
quelle non familiari nell’ottava, la magnanimità nella decima): ciascun tema sembra suscitare quello
successivo, in una catena che si sviluppa abbracciando l’intero spettro del narrabile medievale.
Lo schema oppositivo e ascendente che lega la prima all’ultima novella (il blasfemo opportunismo di
Ciappelletto alla santa pazienza di Griselda) rivela l’enorme molteplicità tematica al centro del Decameron,
la quale va a comporre una polifonica “commedia umana” che si sviluppa in un mondo dominato da forze
quali amore e fortuna, ma al cui centro sta l’ingegno dell’uomo che diventa termine di paragone del suo
agire nel mondo; un universo narrativo in cui i temi chiave tendono a superare i confini delle giornate e
quelli delle singole novelle, estendendo trasversalmente la propria presenza. A questa vastità tematica
corrisponde la vastità delle forme narrative medievali, rivendicata dallo stesso autore (“cento novelle, o
favole o parabole o istorie che dire le vogliamo”): ricco è il bagaglio di modelli narrativi che viene accolto e
superato insieme nella polisemia del significato boccacciano del termine novella. I racconti sono ispirati ai
topoi narrativi medievali e all’impianto comunale e cortigiano.
Finalità salvifica del Decameron: dichiarata fin dall’incipit dell’opera, l’intenzione dell’autore è quella di
offrire conforto all’afflizione amorosa delle donne prive degli svaghi concessi agli uomini, con il doppio
scopo del “diletto” e dello “utile consiglio”. Nel Hamilton 90 l’opera viene affidata alle prestigiose forme del
volume universitario di studio: essa va a costituire una vera e propria codificazione della novella, intesa
come breve racconto, e del suo contenitore narrativo, in un libro che offre ai racconti una cornice di
riferimento destinata a segnare profondamente l’evoluzione successiva del genere (come sarà ad esempio
per i Canterbury Tales di Goeffrey Chaucer). Ruolo centrale svolto dal Boccaccio nell’evoluzione del genere
novellistico tra Medioevo e Rinascimento.

Da Firenze a Certaldo
Nei primi vent’anni fiorentini il nostro fu guida intellettuale e ambasciatore politico e culturale della città,
situazione che cambiò significativamente durante gli anni dal 1360: il fallimento della congiura antiguelfa
del 1361-62, ad opera di persone a lui vicine, e i diversi tentativi di trovare una sistemazione a Napoli ne
segnarono un’involuzione. Un più deciso orientamento di riflessione e spiritualità cristiana lo portarono a
prendere gli ordini sacri. Dal 1370 fino alla morte nel 1375, decise di ritirarsi a Certaldo.
L’influenza petrarchesca lo fece avvicinare sempre più all’ideale dell’intellettuale assoluto, sciolto da ogni
cura terrena e dedito esclusivamente alla letteratura, meglio se erudita e latina: sebbene già a Napoli
avesse cominciato una produzione latina, a partire dal 1350 questa prese il sopravvento su quella volgare;
compose le egloghe del Buccolicum carmen (L'egloga è un componimento della poesia bucolica in forma
dialogica, con significato allegorico e celebrazione della vita agreste: in Boccaccio il velo allegorico è meno
marcato rispetto a quanto avviene nel Bucolicum carmen di Petrarca e in Dante), il De montibus e le
Genealogie deorum gentilium (opere di vocazione enciclopedica che innovano i generi medievali della
letteratura geografica e dei corpora mitologici: rinuncia al gusto dei mirabilia fantastici nella prima e
superamento del caotico accumulo di opere nella seconda; entrambe le opere sono proiettate entro un
orizzonte classicista e preumanista , propugnato negli ultimi due libri delle Genealogie che sono dedicati
alla difesa della poesia), il De casibus virorum illustrium e il De mulieribus claris. Enciclopedismo tutto
letterario che informa di sé, coniugato a un’ispirazione più propriamente storica e ad un intento più
marcatamente moralistico.
Prima del 1350 scrive una vita latina di Petrarca e nei primi anni cinquanta si colloca la prima stesura della
biografia dantesca Trattatello in laude a Dante: rimeditazione della vicenda biografica di Dante che
consente al nostro di mettere a fuoco un concetto di poesia reso a parificarla alla Bibbia nel segno di una
comune tendenza a nascondere profonde verità sotto il velo dell’allegoria; tentativo di armonizzare le
divergenti impostazioni di Dante e Petrarca in un’eclettica visione d’insieme. Tra le opere di Boccaccio è
anche da segnalare il Corbaccio (1354-1356), la più impegnativa tra le opere in volgare: racconto del
percorso di redenzione di un personaggio autobiografico dall’infelice amore per una vedova, condotto sotto
la guida del defunto ex marito di lei (interpretazione allegorica e penitenziale del viaggio di Dante
personaggio della Commedia); invettiva contro il genere femminile ed esaltazione di sapore petrarchesco a
preferire l’esercizio intellettuale all’amore per le donne.

Biografia
Giovanni Boccaccio nasce in Toscana (a Certaldo o a Firenze) nel 1313. Nel 1327 parte giovanissimo per Napoli, al seguito del padre,
per imparare il mestiere mercantile e bancario. Qui, grazie agli stimoli della vivace vita culturale che anima la nobiltà napoletana,
Boccaccio inizia ad interessarsi ai classici latini e ai grandi capolavori in volgare. Così, dopo un periodo di formazione da autodidatta,
Boccaccio compone la Caccia di Diana, il Filostrato, Il Filocolo, il Teseida. Nel 1340 Boccaccio, a causa di problemi economici che
affliggono il padre, deve rientrare a Firenze. Qui la vita si rivela subito molto diversa dai continui svaghi partenopei, e Boccaccio si
concentra sulla propria produzione letteraria: scrive la Commedia delle ninfe fiorentine, l'Amorosa visione, l'Elegia di Madonna
Fiammetta, il Ninfale Fiesolano. Dopo la peste del 1348 il Decameron che concluderà nel 1351. Dopo questa magistrale prova,
Boccaccio modifica, almeno in parte, i propri interessi di scrittura: oltre ad opere di carattere erudito realizza il Corbaccio. L'ultimo
periodo di vita, caratterizzato anche da difficoltà economiche e personali, è per Boccaccio quello della meditazione esistenziale ed
intellettuale: alla riscoperta dei classici corrisponde il sempre vivo interesse per Dante, cui Boccaccio dedica un Trattatello in laude
e una serie di pubbliche letture della Commedia a Firenze. Muore a Certaldo nel 1375.
UMANESIMO LATINO E VOLGARE
Il quattrocento è un secolo sperimentale e di transizione tra il trecento delle “tre corone” e il cinquecento
della loro canonizzazione (Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa), caratterizzato dall’assenza di
modelli letterari vincolanti e di un canone di auctoritates: ogni città dà il suo peculiare contributo allo
sviluppo della propria cultura.

I Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di Leonardo Bruni aprono il secolo nel 1402, con un dialogo
sull’importanza della disputatio tra dotti: la forma del dialogo, ripresa da Platone, sarà la prediletta per la
trattatistica del secolo. Leonardo Bruni e Coluccio Salutati realizzarono l’utopia platonica dei saggi al
governo, essendo per lungo tempo segretari della repubblica fiorentina e promuovendo l’ideologia della
florentina libertas contro il modello “tirannico” milanese: esaltarono Firenze nelle loro opere latine,
ergendola a nuova Atene. Questa valorizzazione della vita attiva alimentata dalla lettura dei classici prende
il nome di “Umanesimo civile”: esso conoscerà un felice esito sul versante volgare, col poema in terzine
dantesche La città di vita di Matteo Palmieri. Bruni e Salutati realizzarono anche opere di critica, traduzione,
biografia riguardanti Dante, Petrarca, Boccaccio.

Liberazione dei classici


Sull’esempio di Petrarca molti umanisti sfruttarono i loro viaggi diplomatici in Europa per andare alla ricerca
di opere antiche perdute: Poggio Bracciolini scovò opere di Lucrezio, Quintiliano, Silio Italico e Stazio nelle
biblioteche conventuali, frugate durante le pause del Concilio di Costanza (1414-18); Niccolò Cusano scovò
opere di Tacito e Plauto in Germania (1426); Giovanni Aurispa, navigando in oriente per conto dei Medici,
riportò a Firenze duecento classici della letteratura greca, finalmente leggibili e traducibili in latino: dal
1397 infatti proprio a Firenze venne istituita la prima cattedra di greco nell’Europa occidentale, assegnata a
Crisolora (chiamato da Coluccio).

Erasmo da Rotterdam e Lorenzo Valla


Erasmo da Rotterdam ritrovò nel 1504 un manoscritto contenente un’opera inedita del celebre Lorenzo
Valla, morto da quasi cinquant’anni, e autore dell’opera ELegantie lingue latine: il manoscritto conteneva le
Adnotationes in Novum Testamentum, uno dei primi esempi di filologia testamentaria relativa alla
traduzione del Nuovo Testamento fatta da Girolamo. Valla amava la verità ed era convinto che esse potesse
essere veicolata solo per mezzo della parola, che considera una scienza: indomabile attitudine critica. Per
Valla la lingua si basa sull’uso ed è del tutto naturale che muti con il tempo: partendo da questo principio
riconobbe l’apocrifìa della Donazione di Costantino, documento sul quale da secoli la Chiesa legittimava le
proprie pretese temporali (attribuito a Costantino, quindi al IV secolo, esso era in realtà un falso dell’VIII-IX
secolo).

Ridere a diversi livelli


Riscoperta delle commedie plautine e diffusione della vis comica, che caratterizzò il secolo.
Domenico di Giovanni, barbiere fiorentino noto come Burchiello, ospitava nella sua bottega gli oppositori
dei Medici per discutere e poetare: compose molti sonetti contaminando elementi della tradizione toscana
comico-realista con quelli della tradizione popolare e parodiando generi alti.
Antonio Panormita, umanista bolognese, realizzò l’Hermaphroditus: libretto di epigrammi sconcissimi
legittimati dalla riprese dei modelli di Catullo e Marziale, che fu bruciato nelle piazze di molte città
continuando però ad essere letto in segreto da molti.
Leon Battista Alberti realizzò due capolavori d’umorismo: Intercanales, una serie di dialoghi filosofici alla
maniera di Luciano di Samosata, e Momus, una parodia satirica dei manuali per la formazione del principe
che racconta le vicende del dio della maldicenza Momo. Alberti fu una figura emblematica del Rinascimento
italiano: enfant prodige in cerca di gloria ma perseguitato dalla sfortuna, divenne architetto, scultore,
letterato, musico, matematico. A lui si deve una precocissima grammatica italiana come lingua d’uso.
Celebri i trattati De famiglia, De re aedificatoria, De pictura, De statua, De iciarchia.
Ripresa del poema cavalleresco e Firenze laurenziana
Cresce il desiderio di ridare voce alle gesta dei paladini di Carlo Magno. Presso la corte estense di Ferrara,
Matteo Maria Boiardo compone L’innamoramento di Orlando nel 1483: contaminazione della materia
carolingia con quella sentimentale bretone, ed inserimento di cammei della lirica latina.
Nello stesso anno a Firenze usciva la terza e definitiva edizione del Morgante (scudiero di Orlando) di Luigi
Pulci, opera comica e parodica nella quale si assiste al trionfo del filone carnevalesco del Rinascimento:
stimolata da Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, che voleva sancire tramite essa il nuovo corso
filofrancese della politica fiorentina.
A Firenze potere e cultura andarono a coincidere nella figura di Lorenzo il Magnifico (1496-1492), sovrano e
poeta: riappropriazione della tradizione volgare fiorentina in tutte le sue tonalità. L’ideologia ufficiale della
Firenze del tempo era il neoplatonismo propugnato da Marsilio Ficino, che nel 1482 pubblica la Theologia
platonica, audace sintesi delle filosofie antiche con la religione cristiana. Importanti in questa fase furono
poi Cristoforo Landino, maestro del Magnifico e di Poliziano, e Giovanni Pico della Mirandola, che apprese
anche l’ebraico e l’aramaico per leggere i testi più peregrini alla ricerca di una verità comune tra le religioni
in cui ritrovare il significato autentico della dignità dell’uomo. Morti Lorenzo nel 1492, Pico e Poliziano nel
1494, seguiranno gli anni di Girolamo Savonarola (1494-98).

Angelo Ambrogini: il Poliziano.


Poeta e professore nella cui produzione si condensano un secolo di ricerche intorno alla parola degli
antichi. Nato a Montepulciano, traduce appena adolescente due libri dell’Iliade in latino ed entra
giovanissimo in casa dei Medici come precettore dei figli di Lorenzo. Compose opere in volgare, in latino e
in greco, caratterizzati da virtuosismi e allusioni che lasciano intravedere la sua sconfinata erudizione: la più
celebre è Stanze per la giostra del magnifico Giuliano De Medici, poemetto in ottave in cui si celebrava la
vittoria del fratello di Lorenzo nella giostra del 1475, morto nella congiura dei Pazzi.
Poliziano si dimostra un poeta molto legato alla cruda realtà, nelle sue metamorfosi e degenerazioni:
cultura materialistica in contrasto con quella di Ficino. Egli ha poi una visione drammatica dell’amore,
inteso come passione devastante di cavalcantiana memoria: ciò è ravvisabile nel suo dramma satiresco
Fabula d’Orfeo, che si conclude con Orfeo straziato dalle Baccanti e con un canto bacchico.
Passò gli ultimi quindici anni della sua vita ad insegnare retorica nello Studio fiorentino: affinò la disciplina
filologica, ponendo il momento del confronto dei codici (collatio) come passaggio decisivo per la
ricostruzione del testo originale.

PIETRO BEMBO (1470-1547)


Teorico più che vero letterato: austero e inflessibile magister di lingua e stile, caposcuola di un
petrarchismo splendido quanto asettico, che con la sistematicità della sua opera Prose della volgar lingua
ha sancito l’orientamento dei successivi tre secoli di letteratura nazionale. Figura centrale nello sviluppo del
nostro panorama letterario nazionale, e uno dei più importanti intellettuali del Rinascimento europeo.

Vita
Nato nel 1470 a Venezia in una famiglia aristocratica, ricevette un’ottima educazione e viaggiò sin da
piccolo insieme al padre (Bernardo Bembo, ambasciatore della repubblica) nelle principali corti italiane: a
Firenze conobbe il Magnifico e Poliziano. Studiò greco a Messina per poi rientrare a Venezia dove iniziò a
collaborare con l’editore Aldo Manuzio che pubblicò la sua prima opera de Aetna. Studiò filosofia
all’università di Padova e di Ferrara, dove soggiornò presso la corte estense: qui scrisse gli Asolani e iniziò a
frequentare Lucrezia Borgia, moglie del duca Alfonso. Nel 1506 si trasferì ad Urbino dove rimase fino al
1512: cercò presso la corte dei Montefeltro quella vita di quiete, onore e libertà che aveva sempre
desiderato. Divenne poi responsabile dei documenti ufficiali di papa Leone X, potendo così rendersi
protagonista della vita culturale romana. Tornò in Veneto dopo la morte del papa, divenendo storiografo
ufficiale della repubblica veneziana. Nel 1539 venne nominato cardinale e si trasferì nuovamente a Roma
fino alla sua morte nel 1547. Nel corso della sua vita entrò in contatto con Erasmo da Rotterdam e con i
maggiori intellettuali dell’epoca. Fu appassionato di numismatica, epigrafia, botanica ed arte.

Opere:
- De Aetna: prima opera (1496) che consiste in un dialogo latino nel quale i due interlocutori sono
Bernardo Bembo e Pietro Bembo stesso, in uno sdoppiamento significativo. Prende spunto
dall’ascesa di Pietro al vulcano e presenta considerazioni scientifiche, e una riflessione etico-civile
sul rapporto padre-figlio e sul binomio otium-negotium. Alla prima edizione ne seguirà un’altra nel
1530, di stile ciceroniano: inesausto processo di revisione linguistica e stilistica.
- Asolani: dialogo di modello ciceroniano dedicato a Lucrezia Borgia a al tema amoroso. Prosimetro
ambientato ad Asolo, presso la corte della regina Caterina Cornaro: in tre libri il dialogo vede
succedersi l’eloquenza dell’amore infelice, la celebrazione di quello felice e il superamento delle
due prospettive con la proposta di un amore superiore; tentativo di riflessione intorno a quale
amore sia buono e quale no (prova più riuscita del dialogo d’amore cinquecentesco). Alla prima
edizione del 1505 ne seguirono altre due nel 1530 e nel 1553: continua revisione che mira ad un
distacco sempre maggiore dai modelli della tradizione e al raggiungimento di maggiore purezza
linguistica e stilistica, che ha nel monolinguismo di Petrarca il primo modello. Bembo non mira però
ad un’imitazione archeologica, ma vuole fondare un nuovo stile che si faccia a sua volta esemplare
per la letteratura volgare.
- Rime: corpus di 178 componimenti nel quale troviamo tutte le forme metriche canoniche (sonetto,
canzone, ballata, capitolo, sestina, madrigale) con qualche concessione alla moda cortigiana
(canzonetta e strambotto) e che sviluppa i temi più propri del Canzoniere petrarchesco: amore per
la donna, amicizia, desiderio di gloria, pentimento e sentimenti religiosi. Le liriche sono disposte a
creare un percorso ascensionale che va dall’amore, al lutto, fino al pentimento. Anche questa opera
conosce un ininterrotto processo di revisione e adeguamento: dalla prima edizione, dedicata a
Elisabetta Gonzaga signora d’Urbino, si arriverà a quella definitiva triplicata nelle dimensioni, nella
quale all’iter emotivo si aggiungerà anche l’esibizione dei rapporti con uomini di governo e di
cultura, facendo dell’opera un diario della propria esperienza etica, civile, letteraria. Tale opera
divenne subito un modello da evitare per quegli autori che si ispiravano alla tradizione
petrarchesca: fenomeno cinquecentesco del “Petrarchismo” e Canzoniere come ideale assoluto di
lirica si anella forma che nei temi (la fedeltà al modello non esclude però variazioni e adattamenti).
- Prose della volgar lingua: già nell’epistola De imitatione Bembo affermò che l’imitare è un
passaggio obbligato per acquisire la capacità di gareggiare con un modello giudicato eccellente, ma
che il fine ultimo deve essere il superamento di ciò che imitiamo (“Quello che è migliore di tutti ci
proponiamo di imitarlo; poi che lo imitiamo in modo da raggiungerlo; infine tutto il nostro sforzo
miri a questo: che quello che abbiamo raggiunto anche lo superiamo”): in questo senso va
interpretata l’opera Prose della volgar lingua, opera uscita nel 1525. Essa ha forma dialogica ed è
divisa in tre libri: nel primo si traccia una storia della lingua volgare, nel secondo si analizzano i
concetti di gravità, piacevolezza e variazione dello stile, nel terzo si sviluppa una vera e propria
grammatica del volgare letterario. Ogni personaggio del dialogo ha una specifica posizione circa la
natura del volgare ideale da usare nelle scritture: Carlo, alter ego di Bembo, sostiene la necessità di
rifarsi a Petrarca per la poesia e a Boccaccio per la prosa, escludendo Dante in quanto modello non
imitabile per il suo pluristilismo e per l’eccessivo ventaglio dei temi trattati. Bembo afferma la
supremazia della poesia pura, della retorica sulla filosofia, di Petrarca su Dante.
Schede lessicali, elenchi di termini, postille, zibaldoni: tutto il materiale intorno ai temi linguistici
prodotti da Bembo nel corso della sua giovinezza è sistemato all’interno di tale opera, specialmente
nel terzo libro. I modelli indicati nelle Prose verranno seguiti fino all’ottocento.

Dibattito sulla lingua


Il nostro si inserisce nel dibattito cinquecentesco sulla lingua, nel quale si distinguono tre posizioni:
- Soluzione a favore della lingua letteraria trecentesca sostenuta da Bembo, Liburnio, Speroni.
- La linea toscana che difende il fiorentino contemporaneo e che vede il più celebre rappresentante
in Machiavelli (Dialogo intorno alla nostra lingua in cui polemizza con Dante).
- La tendenza cortigiana che vede come ideale una lingua capace di racchiudere gli elementi migliori
deli diversi idiomi delle corti e dei centri culturali italiani. Caposcuola di questa linea è il milanese
Baldassarre Castiglione, amico di Bembo (conosciuto nella corte urbinate), e celebre per l’opera
Libro del Cortegiano: dialogo articolato in quattro libri nel quale viene delineato il ritratto del
perfetto uomo di corte. Castiglione afferma che se il gentiluomo è caratterizzato da equilibrio e
misura, anche la sua lingua deve essere tale evitando modelli troppo arcaici o vincolanti: ciò che per
l’autore contraddistingue il dato linguistico è la variabilità, la necessità di adeguarsi alle diverse
occasioni del vivere sociale. Il linguaggio deve essere quindi dinamico.

LUDOVICO ARIOSTO (1474-1533)


Primi anni, vita di corte ed attività di commediografo
Ludovico nasce a Reggio Emilia, all’epoca piccolissima città retta dai duchi d’Este, dove il padre Niccolò
viene nominato governatore: accusato di malversazioni dalla gente del posto viene trasferito a Rovigo, per
poi ritornare a Reggio e infine a Ferrara nel 1484. Ludovico segue il padre in questi spostamenti, e da
queste vicende nasce probabilmente quel desiderio di stabilità che lo accompagnerà per tutta la vita.
Niccolò muore nel 1500: Ludovico, che nel frattempo si era dedicato agli studi di diritto e letteratura, deve
così occuparsi dei suoi nove fratelli, ed intraprende l’attività cortigiana entrando al servizio del cardinale
Ippolito d’Este. I compiti quotidiani di Ludovico consistevano nello stare a tavola col cardinale, versagli da
bere, vestirlo, cercare per lui volumi rari, ogni tanto dilettarlo con qualche rima e soprattutto svolgere
missioni diplomatiche spesso delicate e pericolose (che gli permettono di visitare diverse corti, come quella
di Mantova e quella di Urbino). Essere cortigiani significa mantenere un certo decoro, vestire
elegantemente, parlare e comportarsi in modo raffinato, e permette di usufruire di privilegi come
conversazioni dotte, svaghi mondani e cibi prelibati; ma significa anche entrare in un’agguerrita
competizione per assicurarsi le attenzioni del signore, per scalzare dalla sua orbita gli altri cortigiani e
guadagnare migliori compensi, in una scalata sociale che era tipica del sistema delle corti (Ludovico si
interroga sulle storture di tale ambiente, e quando nell’Orlando furioso manda Astolfo sulla luna gli fa
trovare “ami d’oro e d’argento”, cioè quei doni che si fanno ai signori con speranza di ricompensa, e
“mantici”, che rappresentano i favori che i principi stessi accordano ai loro sottoposti e che svaniscono
presto sotto il peso dell’età). Ippolito lo spinge a occuparsi dell’organizzazione delle feste allestite in
occasione di ricorrenze particolari o di eventi rilevanti: Ludovico traduce così delle commedie latine e scrive
anche testi originali. Realizza cinque commedie: la Cassaria del 1508 è la prima (prima commedia della
tradizione volgare italiana) e la Lena del 1528 la migliore; queste opere offrono spunti di critica sociale e
politica: esprimono il fastidio per la politica come mestiere, per la vita cortigiana, l’affetto per la propria
città e per una vita tranquilla di studi ed esercizi letterari. L’amore per il teatro culminò nella costruzione di
un teatro in legno, distrutto poco nel 1532 da un incendio che devastò il palazzo estense.

Le Satire
Composte tra 1517-24, le sette satire manifestano l’indole pacata ma insieme intollerante ai servilismi e alle
adulazioni del nostro. Scritte in terzine, metro che serve a frenare la piena dei sentimenti del poeta. Nella
Satira I Ludovico si oppone con fermezza al volere di Ippolito, rivendicando per sé un ideale di vita
tranquillo e sobrio, fatto di pochi agi purché sufficienti a garantirgli le ore di studio che ha sempre dovuto
mendicare, ed è persino disposto a restituire al cardinale i benefici sin lì ottenuti (immagine dell’asino in
trappola in una fessura a causa dell’eccessiva quantità di grano che ha mangiato, costretto a vomitare per
liberarsi). Da segnalare sono anche la Satira III, nella quale un gruppo di popolani tenta invano di catturare
la luna, allegoria dell’illusorietà di onorificenze e premi (immagine della luna come ricettacolo delle vane
speranze torna anche nell’Orlando furioso), e la Satira IV, nella quale il nostro racconta i suoi anni di
governatorato in Garfagnana tra 1522-25.
L’Orlando Furioso
Tale poema rappresenta il momento culminante di una lunga tradizione che aveva fatto di Orlando l’eroe
per antonomasia delle narrazioni cavalleresche, molto amate presso Ferrara, vera e propria capitale del
romanzo cavalleresco. Ludovico ricollega la sua opera a quella di Matteo Maria Boiardo, poeta estense
autore delli’Innamoramento di Orlando: tutti i personaggi del Furioso sono già qui presenti, come presente
è il gusto per gli episodi fantastici e per l’intreccio di trame diverse, per le armi e per gli amori; unendo
suggestioni provenienti dalla lirica classica di Ovidio e Properzio, Boiardo fa del paladino una figura
pienamente umana: egli non è solo il coraggioso combattente della tradizione carolingia, ma anche uomo
vinto dalla passione d’amore grazie alla quale trova la forza di portare a compimento le proprie imprese
(l’invenzione più nota di Boiardo rimane quella della fontana dell’odio e dell’oblio, riguardante i personaggi
di Angelica e Rinaldo). Ludovico riprende la narrazione esattamente da dove Boiardo l’aveva interrotta,
rivendicando la propria appartenenza ad un preciso contesto culturale.
Nella redazione definitiva dell’opera, composta da 46 canti, data alle stampe nel 1532 (le edizioni
precedenti risalgono al 1516 e al 1521), centrale è l’episodio della pazzia di Orlando, e cambia la patina
linguistica: la koinè padana lascia il posto al toscano illustre, secondo la soluzione prospettata da Bembo
nelle Prose (soluzione scelta in seguito al progressivo declino delle corti, e dettata quindi dalla volontà di
raggiungere un pubblico più ampio). In appendice a un’edizione del 1545 vennero pubblicati cinque canti
stilisticamente distanti dal poema, che il nostro scelse di non pubblicare: narrano degli inganni del traditore
Giano nei confronti dei protagonisti con tono cupo e malinconico (carattere moralizzante).
I primi due versi del poema dichiarano la volontà di fondere la materia epica del ciclo carolingio con quella
cortese del ciclo bretone o arturiano: “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io
canto”. Tre sono i filoni principali che si intrecciano continuamente all’interno della ricchissima sequenza di
vicende del poema: l’amore di Orlando per Angelica, l’amore di Ruggiero e Bradamante (capostipiti della
dinastia estense), la guerra tra cristiani e saraceni. Orlando entra in scena nel canto VIII: è a Parigi a
difendere il campo cristiano contro i saraceni, ma subito parte per mettersi sulle tracce di Angelica.
Tutti si muovono dietro la spinta ossessiva di qualcosa e qualcuno: è questa la grande follia del mondo,
quella che Ludovico ravvisa nei suoi contemporanei, nei cortigiani alla ricerca di un prestigio sociale come
nei signori sempre pronti a rivaleggiare con qualche altro principe nell’acquisto e nell’ostentazione del
potere. Il timbro della poesia di Ariosto non può essere tragico poiché egli stesso avverte di non riuscire a
dissociarsi dalla pazzia dell’umanità: preso atto di questo tanto vale accettarla e sorriderne. In un famoso
episodio del canto XII vediamo buona parte dei personaggi entrare nel castello incantato del mago Atlante:
hanno visto entrarci la persona amata o vi hanno perso qualcosa, ma ciò che cercano è solo un’apparenza,
un’immagine che svanisce nel momento stesso in cui credono di averla raggiunta; metafora del mondo:
tutti siamo alla ricerca ossessiva di qualcosa che non si realizza mai, perché mai l’uomo è in grado di godere
pienamente di ciò che ha, e ogni condizione pur minimamente felice è perennemente rimandata. Anche la
luna compare al canto XXIII come emblema di irraggiungibilità, di un desiderio o di un’aspirazione sempre
frustrata: Orlando ha perso la testa dietro ai capricci della sua amata e ora il suo senno è finito sulla luna, e
Astolfo si assume il compito di recuperarlo potendo così osservare tutte le cose che gli uomini perdono
lassù senza saperlo (canto XXXIV), tra cui anche le adulazioni e i doni che i cortigiani fanno ai loro signori.
Irridente e amara lettura dei destini umani, conflitto tra ragione e passione, ingovernabilità del caso: dalla
miscela tra senso inquieto del presente e piacere del racconto favoloso nasce una spezzatura ironica che
costituisce una caratteristica peculiare del poema.

Ariosto muore nel 1533 pochi mesi dopo la pubblicazione dell’opera, nella sua casa in contrada Mirasole a
Ferrara. In tutta Europa si diffusero rifacimenti e traduzioni del suo capolavoro.
NICCOLO’ MACHIAVELLI (1469-1527)
Un incontro straordinario
Nel 1521 si reca a Carpi presso il Capitolo generale dei frati francescani (incaricato dal governo fiorentino di
ottenere maggiore autonomia per i monasteri toscani e di convincere un famoso frate a predicare a Firenze
per la quaresima), e dopo essere passato per Modena e avervi incontrato Francesco Guicciardini,
governatore della città per conto del papa, nasce fra i due un breve scambio epistolare dai toni comici e
canzonatori: vicinanza di idee e vedute tra i due intellettuali.

Apprendistato
Niccolò nasce a Firenze nel 1469, in un ramo cadetto di una delle famiglie più antiche della città, in passato
protagonista della scena politica: il padre Bernardo non è particolarmente ricco ed è escluso dagli uffici
pubblici. Cresce durante il regno di Lorenzo De Medici (“Il Magnifico”), il quale riesce grazie alle sue non
comuni doti diplomatiche a far accettare alle varie fazioni politiche il primato della propria famiglia,
ponendo fine alle lotte intestine che caratterizzano la città nel XV secolo. Assiste anche alla vicenda di
Girolamo Savonarola, un frate giunto in città nel 1490 (chiamato proprio dal Magnifico, su richiesta di Pico
della Mirandola) che si scaglia contro il lusso sfrenato della nobiltà e la corruzione del clero e dei capi
politici fiorentini, procurandosi la fama di profeta grazie ai suoi discorsi: predice sventure sull’Italia, e poco
dopo la penisola assiste alla morte del Magnifico (1492) e alla discesa del re francese Carlo VIII. I seguaci di
Savonarola, detti Piagnoni, riescono quindi ad imporsi sulle altre fazioni cittadini, almeno fino alla
scomunica del frate da parte di papa Alessandro VI: gli stessi fiorentini sembrano ora abbandonare il frate,
il quale viene arrestato, torturato e messo al rogo per eresia nel 1498. Nella seconda lettera del suo
corposo epistolario, Machiavelli critica Savonarola per le sue strategie politiche, che ben celava dietro al
suo zelo religioso e alle sue esortazioni al popolo.

Vicende politiche
Cinque giorni dopo la morte di Savonarola, Machiavelli riceve il suo primo importante incarico politico: si
ritrova a gestire gli affari militari nei territori dominati dalla Repubblica fiorentina, in qualità di segretario
della commissione dei “Dieci di libertà e pace”, divenendo di fatto una sorta di ministro degli esteri privo
però di poteri decisionali. Si trova a dover affrontare la spinosa situazione della riconquista di Pisa:
nell’assedio alla città i fiorentini si servono di truppe mercenarie, delle quali il nostro critica il lassismo e la
scarsa fedeltà iniziando fin da ora ad accarezzare l’idea della necessità dell’Ordinanza, cioè di un esercito
regolare di leva composto tutto da fiorentini.
Giunto poi in Francia per chiedere aiuti al re Luigi XII, è costretto a rientrare in patria per affrontare le
truppe papali di Alessandro VI, che stanno conquistando molti territori al confine con la Repubblica
fiorentina sotto la guida del figlio del papa Cesare Borgia (“Il Valentino”): quest’ultimo suscita in Machiavelli
grande ammirazione per il fatto di essere astuto, energico, coraggioso e imperscrutabile, e anche perché ha
la fortuna dalla sua parte; anni dopo ne farà un esempio da portare ai lettori del Principe (Il Valentino si
ammala nel 1503, anno in cui muore anche suo padre: arrestato dal nuovo papa Giulio II, appartenente ad
una famiglia rivale dei Borgia, è costretto a ritirarsi in Spagna dove morirà in battaglia nel 1507).
In seguito a queste vicende Macchiavelli persevera con l’idea di un esercito regolare ben addestrato: scrive
a tal proposito Parole da dirle sopra la provisione del danaio, sulla necessità di imporre nuove tassi per
assicurare un esercito fedele alla Repubblica; scrive anche Del modo di trattare i popoli della Valdichiana
ribellati e il primo Decennale, narrazione in versi degli ultimi dieci anni di storia fiorentina.
Intanto il papa Giulio II coalizza i grandi d’Europa contro la monarchia francese creando la Lega Santa, che
riesce a scacciare i francesi (principali alleati dei fiorentini) dalla penisola: Firenze deve così accettare il
ritorno dei Medici. Tutti i funzionari politici del precedente regime sono destituiti dalle loro cariche:
Machiavelli, accusato ingiustamente di essere coinvolto in una congiura antimedicea, è condotto in carcere
(1512-13); viene liberato l’anno successivo grazie all’amnistia generale concessa dal nuovo papa Giovanni di
Lorenzo de Medici, cioè Leone X.
Machiavelli decide così, insieme alla moglie Marietta Corsini, di ritirarsi nel suo podere detto “l’albergaccio”
a Sant’Andrea in Percussina, presso San Casciano: anni di umiliazione e avvilimento causati dalla rinuncia
alla politica attiva. In una famosa lettera del 1513 indirizzata a Francesco Vettori (scritta in fiorentino
parlato con abbondanza di costrutti latini), il nostro racconta le sue giornate trascorse tra attività
degradanti e meccaniche (risolvere liti tra contadini, andare a caccia, giocare a carte) fino al calare della
sera, durante la quale può riprendere i suoi amati studi ed “entrare nelle antiche corti degli antichi uomini”
per interrogarli e passare quattro ore di assoluta felicità: uomo d’azione educato anche al culto delle
lettere.

Il Principe
Nella lettera precedentemente citata troviamo anche un accenno al Principe, che Machiavelli aveva
probabilmente terminato da poco: la necessità di lavorare, di trovare un impiego che lo faccia sentire vivo,
lo spinge a mandarlo ai Medici. Nella dedica a Lorenzo di Piero de Medici (nipote del Magnifico, duca
d’Urbino e reggente politico a Firenze) dichiara di non aver usato formule retoriche ampollose e gravi per la
sua opera, in quanto solo la varietà e l’importanza della materia possono abbellire il suo scritto: esso risulta
infatti pieno di una saggezza aspra e sbrigativa. Conosciuto in forma manoscritta già dal 1517, fu stampato
postumo solo nel 1532: è un insieme di 26 brevi capitoli sul governo monarchico, il cui tema centrale è
costituito dal mantenimento e dalla conquista dello stato da parte del principe (“che cosa è il principato, di
quale specie sono, come si acquistano, come si mantengono, perché si perdono”); si tratta di verificare le
dinamiche attraverso le quali si può conquistare o perdere il potere, e difendere e mantenere i territori
dello stato: distacco da qualunque tipo di idealismo in nome del pragmatismo (“andare dietro alla verità
effettuale della cosa, più che all’immaginazione di essa”, cap. XV, che analizza i comportamenti e le qualità
che un principe deve avere). La materia è suddivisa secondo il seguente schema:
- Cap 1-11: tipologie di principati.
- Cap 12-14: tipologie di eserciti.
- Cap15-23: tipologie di principi.
- Cap 24-26: virtù e fortuna, ed invito ad unificare l’Italia.
Se è necessario il principe deve imparare ad essere non buono (antropologia negativa: non c’è bontà nella
natura umana secondo Machiavelli): il Valentino, al quale è dedicato il cap. VII, è presentato come principe
ideale in quanto abile ad essere crudele quando è necessario, compiendo azioni che riescono imporsi come
exemplum; deve poi essere generoso quando è possibile, ma dal momento che esserlo costa caro è meglio
essere parsimoniosi: così non si dilapideranno i beni dello stato, come affermato nel cap. XVI; deve essere
pietoso ma all’occorrenza anche crudele: conviene ad un principe essere più temuto che amato, poiché
l’amore è sorretto da un vincolo di riconoscenza che si può facilmente tradire, mentre il timore si fonda
sulla paura di essere puniti che non abbandona mai i sudditi, come affermato nel cap. XVII; deve essere
leale ma può tradire la parola data se necessario, e se le leggi del suo stato non bastano a conservarlo e a
governarlo deve ricorrere alla forza; deve insomma avere una doppia natura, essere uomo e animale
insieme: nel cap. XVIII leggiamo che “Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la
volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna
essere volpe per riconoscere le trappole e leone per spaventare i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni
non conoscono l’arte di governare” (capitolo fondamentale: l’astuzia della volpe e la forza del leone
possono aver ragione di ogni nemico; viene anche messo in evidenza come i principi migliori siano stati
quelli sleali e disonesti). Insomma il buon principe non è colui che si attiene in ogni circostanza a quei
comportamenti virtuosi teorizzati dai trattatisti dei secoli precedenti, ma chi esercita con lucidità e
fermezza le azioni richieste dalle diverse contingenze: in ciò sta la virtù dell’abile politico, cioè nella capacità
di leggere ogni situazione e adottare quelle misure in grado di sottomettere le avversità impreviste del caso,
dimostrando di essere umano e bestiale, simulatore e dissimulatore (machiavellico appunto).
Lo stile dell’opera è asciutto e la scrittura secca e precisa, in modo da favorire chiarezza espositiva e
limpidezza del ragionamento. Come nel linguaggio scientifico, Machiavelli propone due soluzioni possibili
per ogni caso, e le frasi si dispongono così in coppie oppositive rette dalla congiunzione “o”: sintassi che
non fa quasi mai ricorso alle subordinate e che non ammette sfumature, escludendo possibilità intermedie.
Principe come specchio della drammatica situazione politica della penisola all’inizio del 1500: essa risulta
un’opera fondamentale della politica occidentale contribuendo a riformarla. Machiavelli stesso è
consapevole della novità offerta dalla sua opera, che costituisce un vero e proprio manuale scientifico che
vuole avere utilità pratica: offre regole da seguire, fornisce esempi, analizza cause e conseguenze, e si
distacca da qualsiasi tentativo di idealizzazione in nome del pragmatismo. Machiavelli cerca di fare della
politica una branca autonoma della conoscenza umana, svincolandola dalla morale.

Discorsi e Mandragola
Durante gli anni di riposo forzato, che dureranno fino al 1518, Machiavelli realizza anche altre opere:
- L’Asino: poemetto incompiuto in cui l’autore si immagina di visitare i serragli della maga Circe, pieni
di uomini trasformati in bestie.
- Favola di Belfagor arcidiavolo: il diavolo sale sulla terra e si sposa per verificare la petulanza e
l’arroganza delle mogli.
- Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio: opera dedicata a Zanobi Buondelmonti e Cosimo
Rucellai, due giovani aristocratici fiorentini amanti della politica, frequentati da Machiavelli a
partire dal 1517 (nel giardino della casa di Rucellai, i cosiddetti Orti Oricellari, si svolgevano
periodicamente le riunioni). Opera di struttura frammentaria e rapsodica, composta da 3 libri e 142
capitoli, incentrata sulle istituzioni repubblicane: è immaginata come un testo di commento
all’opera dello storico latino Tito Livio, la quale viene presa come spunto per svolgere una
riflessione del tutto autonoma e incentrata sul presente; il modello latino serve al nostro per
individuare le cause della decadenza contemporanea, lo scarto tra la corruzione dei propri tempi e
l’integro funzionamento degli ordini civili nella Roma repubblicana. Machiavelli è convinto che nei
suoi comportamenti essenziali l’uomo sia immutabile, e proprio a tale convinzione risponde la
necessità di rifarsi a Livio: i romani hanno ideato le migliori strutture repubblicane e le migliori
forme di convivenza civile, che vanno quindi studiate per assumerne gli insegnamenti e gli esempi.
Se nel Principe il dettato era più drammatico e conciso, nei Discorsi si fa più ampio e articolato e il
giro della frase assume l’andamento ragionativo dell’analisi problematica.
- Arte della guerra: dialogo in cui espone i modi migliori per difendere militarmente lo stato,
criticando le milizie mercenarie ed invocando una radicale riforma delle istituzioni politiche al fine
di garantire un’altrettanta necessaria riforma dell’esercito. Fabrizio Colonna, protagonista
dell’opera, discute con competenza ogni aspetto dell’arte militare consapevole però che un buon
esercito deve essere formato da buoni soldati, e che buoni soldati si hanno solo con una riforma
radicale delle istituzioni politiche: Machiavelli risponde così alle accuse sull’inutilità dell’Ordinanza,
soppressa nel 1512, rilanciandone l’importanza.
- La Mandragola: esperimento teatrale più felice di Machiavelli (aveva già scritto L’Andria e scriverà
La Crizia) che va in scena per la prima volta a Firenze nel 1518. La trama si rifà alla grande
tradizione novellistica toscana, con una forte tipizzazione dei personaggi. Il giovane Callimaco è
innamorato di Lucrezia, moglie dello stupido Nicia, e organizza una beffa ai suoi danni grazie
all’aiuto di un servo furbo e di un frate corrotto: a Nicia viene fatto credere che la sterilità della
moglie può essere curata attraverso un distillato di mandragola, pianta immaginaria, il quale però
causerà la morte del primo uomo che giacerà con lei. Così viene organizzato il rapimento di uno
sconosciuto, che nel buio della camera la donna dovrà scambiare per il marito: sotto le vesti dello
sconosciuto c’è ovviamente Callimaco, che può così passare la notte con l’amata, aprendole gli
occhi sulla stupidità del marito e convincendola a tradirlo ancora.
Commedia di beffa e passione, inno alla gioia di vivere e alla scaltrezza: nei dialoghi ritroviamo
molte di quelle riflessioni contenute nel Principe.

Ultime missioni
Machiavelli si è nel frattempo riavvicinato ai Medici e il nuovo papa Clemente VII (Giulio De Medici) gli
commissiona una storia della città ed egli mette così mano alle Istorie fiorentine, concluse nel 1525. Intanto
il papa, su consiglio di Guicciardini, forma una lega con Firenze, Venezia, Milano e l’ex avversario francese
per opporsi all’accresciuta potenza di Carlo V, sovrano di Spagna e imperatore, che sembra sconvolgere i
delicati equilibri europei. Proprio Guicciardini, plenipotenziario papale, manda Machiavelli in missione
presso le nazioni coinvolte nel possibile scontro. La lega viene però sconfitta e le truppe imperiali giungono
a Roma, devastandola nel cosiddetto sacco del 1527: di conseguenza a Firenze i Medici vengono cacciati e
viene restaurata la Repubblica, e Machiavelli viene destituito da ogni incarico a causa del suo legame con il
precedente regime. Non avrà modo di scontare l’esilio a cui era destinato: muore per un’infezione non
curata il 21 giugno 1527.

Biografia
Nato a Firenze nel 1469 da un'antica ma decaduta famiglia, fin dall'adolescenza ebbe dimestichezza con i classici latini. Inizia la sua
carriera in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Divenne dapprima segretario della
seconda cancelleria e, in seguito, segretario del consiglio dei Dieci. Svolse delicate missioni diplomatiche presso la corte di Francia, il
papato e la corte imperiale e tenne le comunicazioni ufficiali fra gli organi di governo centrali e gli ambasciatori e funzionari
dell'esercito impegnati presso le corti straniere o nel territorio fiorentino. Sono proprio le missioni diplomatiche in ambito italiano
che gli danno l'opportunità di conoscere alcuni prìncipi e di osservarne da vicino le differenze di governo e di indirizzo politico; in
particolare, ha modo di conoscere Cesare Borgia e in questa occasione mostra interesse per l'astuzia politica e il pugno di ferro
mostrati dal tiranno (il quale aveva da poco costituito un dominio personale incentrato su Urbino). Proprio a partire da questo,
successivamente nella maggior parte dei suoi scritti tratteggerà analisi politiche assai realistiche della situazione a lui
contemporanea, confrontandola con esempi tratti soprattutto dalla storia romana. Dopo la fine delle Repubblica i Medici
ricuperano il potere su Firenze con l'aiuto degli Spagnoli e della Santa Sede e Machiavelli viene destituito. Nel 1513, dopo una
congiura fallita, viene ingiustamente accusato e arrestato. Dopo l'elezione di Papa Leone X gli viene però concessa la libertà. Si ritira
allora a Sant'Andrea, nella sua proprietà. In quella sorta di esilio scrive le sue opere più importanti. In seguito, malgrado i tentativi
di raggiungere il favore dei suoi nuovi sovrani, non riesce ad ottenere nel nuovo governo una posizione simile a quella passata.
Muore il 21 giugno del 1527.

FRANCESCO GUICCIARDINI (1483-1540)


Figlio di Piero Guicciardini, importante esponente della parte ottimatizia e amico e discepolo del filosofo
Marsilio Ficino, che sarà suo padrino di battesimo. Viene subito avviato agli studi giuridici e diventa
avvocato. Sposa Maria Salvati nel 1508, figlia di Alamanno Salvati, leader della parte ottimatizia e avversario
del popolare Machiavelli, legandosi così al partito delle famiglie nobili che avevano guidato Firenze prima
dell’avvento dei Medici. Nello stesso anno mette mano alla sua prima opera, le Storie fiorentine, che narra
le vicende della città dal 1378 e che mette in evidenza la volontà dell’autore di indagare a fondo le
complesse dinamiche della vita politica cittadina (grande attenzione è riservata all’anno 1494, già allora
considerato uno spartiacque tra il periodo della pace e quello della guerra, con la discesa in Italia di Carlo
VIII che dà inizio a un secolo di invasioni e guerre).
Al 1511 risale il primo incarico politico: la repubblica fiorentina lo manda come ambasciatore presso il re di
Spagna Ferdinando il Cattolico, per verificare le reali intenzioni del re ad appoggiare il papa contro Luigi XII
(Machiavelli è proprio in Francia mentre Guicciardini svolge la sua missione spagnola). Nel 1512 compone il
Discorso di Logrogno, opera politica in cui discute riguardo alla forma di governo migliore per Firenze e
nella quale propone una costituzione mista che contemperi il potere monarchico del gonfaloniere,
oligarchico del senato e democratico del consiglio maggiore (proposta non attuata per il ritorno dei Medici
al governo). Nonostante il ritorno dei Medici, la sua estrazione nobile gli permette di ottenere nuovi
incarichi politici: nel 1514 diventa prima membro della magistratura giudiziaria degli Otto poi Priore della
Signoria, uno dei ruoli principali del governo fiorentino; nel 1516 diventa governatore di Modena, nel 1521
commissario generale dell’esercito pontificio e nel 1524 presidente della Romagna e governatore di
Bologna, carica che terrà fino al 1534 (per volere dei papi Leone X e Clemente VII).
Nel 1530 le truppe papali e imperiali entrano a Firenze rovesciando ancora una volta la repubblica.
Guicciardini, a quel tempo governatore di Bologna, fa ritorno a Firenze dopo la morte di Clemente VII nel
1534, in quanto il nuovo papa Paolo III era membro della famiglia Farnese, avversaria dei Medici. Si ritira a
vita privata nello stesso anno, dopo che il giovane duca Cosimo I de Medici era riuscito a concentrare il
potere politico su di sé. Muore a Firenze il 22 maggio 1540, poco dopo aver terminato la Storia d’Italia.

Opere
Guicciardini continua sempre a scrivere nonostante l’intensa attività politica:
- Dialogo del reggimento di Firenze: riprende in maniera più articolata i principi esposti nel Discorso
di Logrogno ampliandone le riflessioni. Tornerà su tale testo più volte realizzandone due edizioni e
riscrivendo per tre volte il proemio: nelle circa 200 pagine dell’opera (contro le 50 del Discorso) si
affrontano temi come la tenuta dello stato, l’ambizione, la gloria, le finalità dell’agire politico, la
natura del potere. Il sistema costituzionale immaginato dall’autore è ampiamente democratico,
formato da un Consiglio che accolga tutti i cittadini, il quale deve eleggere i “migliori” che andranno
a formare un Senato il cui compito sarà quello di coordinare il Consiglio stesso: utopia di un
governo retto dai migliori (come Machiavelli, anche il nostro si distacca da qualsiasi idealismo per
concentrarsi sugli effetti che un tale governo potrebbe avere).
- Accusatoria, Difenseria, Consolatoria: tre orazioni scritte per difendersi dall’accusa di aver costretto
il papa ad una politica fallimentare, nelle quali Guicciardini offre una lucidissima autoanalisi (viene
tuttavia citato in giudizio dal nuovo governo repubblicano di Firenze per alto tradimento, e viene
bandito dalla città e condannato alla confisca dei beni: si rifugia così dal papa Clemente VII, e
durante tale esilio forzato scriverà moltissimo).
- Considerazione intorno ai Discorsi del Machiavelli: critica molte delle posizioni sostenute dall’amico
nell’opera sulle repubbliche.
- Ricordi: una serie di circa 221 massime di carattere morale e politico la cui primissima stesura risale
al 1512, nate forse come scritti del tutto occasionali e privati per poi configurarsi col passare degli
anni in una vera e propria raccolta. La dimensione municipale dei primi 29 ricordi lascia il posto a
una visione più ampia e universale, vera summa del pensiero di Guicciardini sull’uomo:
consapevolezza della negatività dell’uomo, del suo desiderio di sopraffazione e di dominio, della
tirannia della fortuna e della precarietà della vita, dei limiti dell’agire umano e dei condizionamenti
esterni. È impossibile estrarre dalla storia delle regole cui appellarsi, ma occorre saper cogliere le
differenze tra le diverse situazioni: differenza fondamentale con Machiavelli, che riteneva di dover
indagare il passato per ricavarne insegnamenti utili anche nel presente.
- Storia d’Italia: opera storica monumentale, scritta negli anni del suo ritiro a vita privata, che in 20
libri narra gli eventi che vanno dal 1494 (discesa di Carlo VIII) al 1534 (morte di Clemente VII).
Guicciardini utilizza fonti quasi tutte di prima mano, e ciò rende l’opera il primo lavoro storico
impostato secondo criteri moderni di analisi e interpretazione. Prevale l’atteggiamento pessimistico
e sfiduciato rispetto alla possibilità per l’uomo di governare gli eventi, e il sentimento di egoismo e
sopraffazione: l’opera, del resto, è una narrazione della progressiva decadenza dell’Italia.

TEATRO E NOVELLA NEL ‘500

Novella
Fatica del modello narrativo novellistico: le testimonianze più notevoli del genere nei primi decenni del ‘500
sono le novelle Favola di Belfagor arcidiavolo di Machiavelli e Istoria novellanete ritrovata di due nobili
amanti di Luigi Da Porto. In questo periodo assistiamo generalmente alla confluenza della forma novellistica
in altri generi letterari: trattati, poemi, opere composite (Viaggio in Alemagna di Vettori, Innamorato di
Boiardo). La confluenza della novella nel trattato procede in tre direzioni: la presenza di facezie, aneddoti,
esempi con funzione proba d’intrattenimento; gli inserti su come e che cosa raccontare in società; la ripresa
e l’amplificazione della cornice, che riproduce il contesto ameno della conversazione.
Con l’allargamento del pubblico dei lettori grazie alla diffusione della stampa, la letteratura è chiamata a
soddisfare la richiesta di intrattenimento: in Italia la prosa narrativa predilige la forma breve, in Francia e
Spagna si fanno invece le prime grandi prove del romanzo (escono nel 1532-64 i cinque libri delle avventure
di Gargantua e Pantagruel di Francois Rabelais, che presentano tratti innovativi quali il grottesco,
l’iperbolica esplosione di tutto quanto è legato agli istinti corporei, gli eccessi verbali, la comicità e il riso
dissacrante; esce il Lazarillo de tormes, nella forma di una lettera di Lazaro, che da inizio al romanzo
realista, che qui coincide col picaresco e cioè col racconto della formazione del protagonista tra miseria,
espedienti e avventure che non oltrepassano mai la soglia del verosimile: confonde il pubblico
sopprimendo gli assilli didattico-moralistici, e la narrazione assume valore autonomo). Rilevante è Novelle
di Matteo Bondello, che evoca un mondo di corti raffinate che non ha confini nazionali: la storia entra
nell’opera e vi porta l’eco delle guerre, sullo sfondo delle quali vengono narrati eventi mirabili più spesso
nel male che nel bene. Il classicismo armonico misurato teorizzato dalla trattatistica stride con la crudezza
delle scene raccontate e con la lingua anti-toscana dell’opera, la quale è in linea con l’area padana
occidentale alla quale Bandello appartiene e a quella francese nella quale l’autore trascorre gli ultimi anni.
La stagione più fortunata del libro di novelle si colloca a metà del ‘500, anni del Novelle, delle Piacevoli notti
di Straparola, dei Diporti di Parabosco, delle opere di Domenichi, Doni, Grazzini, Fortini (novellieri toscani).
Nella seconda metà del ‘500 e dopo il concilio di Trento, gli Ecatommiti di Cinzio ripropongono l’uso della
cornice, anche se questa volta in chiave cupa e moralista rispetto al modello boccacciano: l’esito rovinoso
delle passioni già esposto d Bandello raggiunge qui il culmine nella creazione di personaggi cristallizzati in
un’ossessione che finisce per trascinare loro stessi e chi li circonda alla morte; lo stile rispecchia la durezza
dei temi. Importanti poi le opere di Erizzo, Bargagli, De Mori e di Tomaso Costo, che chiude il secolo con
l’opera Fuggilozio, nella quale la cornice si dilata fino a diventare la parte saliente del libro e in cui le novelle
sono brevi e varie, due qualità molto apprezzate all’epoca.
Molti sono gli intrecci tra novella e teatro, e diverse situazioni presenti nelle novelle di Bandello le
ritroviamo in opere teatrali come la Venexiana e Gl’Ingannati in Italia, e nelle opere di Shakespeare e
Painter in Inghilterra (la storia di Romeo e Giulietta conosce una traduzione in versi di Arthur Brooke).

Teatro
In Italia commedia e tragedia conoscono uno sviluppo eccezionale, mentre in Francia e Inghilterra si dovrà
invece attendere il secolo successivo. Cruciali per la rinascita del teatro sono le ragioni di ordine politico e
sociale: i principi comprendono le grandi potenzialità dello spettacolo come strumento di consenso e
promuovono la costruzione di teatri stabili i quali portano al restringimento del pubblico in senso elitari:
trasferimento progressivo degli spettacoli verso le corti e declino di quelli eseguiti all’aperto con gran
concorso del pubblico popolare.
I primi testi teatrali moderno sono commedie, le quali sono fortemente influenzate dal contesto socio
culturale al quale si riferiscono e alla composizione del pubblico. Possiamo comunque delineare caratteri
universali interni al genere: presenza del prologo, tipizzazione dei personaggi, manipolazione comica della
lingua, ripetizione di intrecci, influenza dei modelli latini di Terenzio e Plauto. Entro scenografie
prospettiche si muovono i personaggi alimentati da passioni e bisogni semplici quali amore e denaro, per la
cui soddisfazione confliggono coppie antagoniste: gli intrecci si chiudono sempre con il ristabilimento
dell’ordine, in ottemperanza a una morale di stabilità sociale. Diffusione della commedia in Italia:
- Ferrara con Ariosto e Urbino con Bernardo Dovizi da Bibbiena sono i centri principali.
- Firenze con Machiavelli, Cosimo I e Giovan Maria Cecchi, nella quale c’è un clima di maggior
sperimentazione formale e in cui la componente letteraria delle commedie viene sminuita a
vantaggio degli effetti che suscitano meraviglia.
- Siena con le congreghe dei Rozzi, artigiani commediografi, e degli Intronati, accademici nobili.
- Venezia con Francesco de Nobili detto “Cherea” e Angelo Beolco detto “Ruzante”, la cui poetica
definita “snaturale” si fonda sul primato dell’istinto naturale dell’uomo e sulla sua espressione
diretta cioè il dialetto, e Pietro Aretino, autore di cinque commedie caratterizzate da una notevole
capacità espressiva (commedie “di parola”).
- Roma con Francesco Belo e con lo stesso Pietro Aretino, chiamato in città da Leone X, papa che
meglio sa organizzare la vita teatrale. Celebre anche Anibal Caro sotto il pontificato di Paolo III,
nell’epoca delle riforme interne della Chiesa.
- Napoli con Giovan Battista Della Porta e Giordano Bruno, il cui Candelaio è un’aspra e grottesca
parodia della commedia tradizionale.
Nella seconda metà del secolo si apre la via alla commedia dell’arte, con personaggi cristallizzati nelle
maschere, che faranno la fortuna del teatro italiano all’estero.
Per quanto riguarda la tragedia, l’atto di nascita è considerato la Sofonisba di Giangiorgio Trissino del 1524
che aderisce al modello classico della tragedia “regolare”. In questa direzione operano a Firenze anche
Rucellai, Alessandro Pazzi de Medici, Alamanni, Martelli. Una svolta si ebbe nel 1541° Ferrara con
l’Orbecche di Giraldi, che inaugura una tragedia carica di orrore e intenzioni morali, ispirata allo stile di
Seneca e che si contrappone al dramma classico: non è più il fato a causare le vicende drammatiche messe
in scena. A Venezia ha fortuna la tragedia di argomento greco con Dolce ed Aretino. Anche Tasso si cimenta
in questo genere con l’opera il Re Tossismondo, riuscendo a innestare istanze moderne entro i principi
classici aristotelici.
Con la fine del secolo la tragedia rinascimentale si esaurisce, ridotta a esercitazione accademica. Nel ‘600
prevarranno soggetti storici e biblici, con vicende pietose e terribili a scopo edificante, e si complicheranno
gli intrecci romanzeschi suggellati da un rassicurante lieto fine: clima della Controriforma e necessità di
giustificare sul piano etico il teatro.
Da citare anche il genere del dramma pastorale, il così detto “terzo genere”, fondato ancora una volta a
Ferrara con l’opera Egle di Cinzio. Elementi fondamentali sono i monologhi dell’innamorato, i riti magici, le
zuffe, le metamorfosi, la parodia del villano, le scene patetiche, le battute comiche, gli scenari primaverili.
Degne di nota sono l’Aminta di Tasso e il Pastor fido di Guarini.

TORQUATO TASSO (1544-1595)


Nato a Sorrento si ritrova a seguire il padre Bernardo prima a Urbino poi a Venezia, dove appena sedicenne
scrive le prime rime del Gerusalemme, poema epico sulla prima crociata. Si trasferisce a Padova per
studiare filosofia ed eloquenza, e qui compone il Rinaldo, romanzo cavalleresco pubblicato nel 1562, per
poi continuare gli studi a Bologna. Nel 1573 a Ferrara viene messo in scena il dramma pastorale Aminta:
vicenda del pastore Aminta che finge il suicidio credendo morta la ninfa Silvia, sorda alle sue lusinghe
amorose, la quale però credendo vera la notizia scopre un nuovo sentimento per lui (la storia ha un lieto
fine e i due diventano amanti); nell’opera temi e stilemi stilnovistici vengono associati allo stile lirico di
Boiardo e Ariosto, in un gioco di illusioni nel quale s’inscena il contrasto fra amore e onore.
Conclude nel frattempo il poema e cominciano il travaglio e le ossessioni di Tasso: nel 1576 arriva al punto
di accusare sé stesso e altri esponenti della corte di eresia presso l’Inquisizione (pretesto per avallare il
controllo romano sul ducato, che sarebbe diventato realtà se Alfonso II fosse morte senza eredi). Il duca lo
fa rinchiudere nelle prigioni del palazzo ducale, dove trascorre due anni prima di ottenere il perdono nel
1578 e far ritorno a Ferrara, dove ha ormai perduto ogni privilegio: la sua carriera cortigiana si avvia al
declino. Nel 1579 viene poi rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna dopo aver insultato il duca nel giorno del
suo matrimonio con Margherita Gonzaga: inizia qui una lunga e tormentata detenzione, fra sofferenze,
allucinazioni, crisi, mali fisici, che durerà fino al 1586.

Poetica
Con i Discorsi dell’arte poetica e in particolare sopra il poema epico Tasso compone un trattato che mira a
rifondare il poema epico: parla della terza via dell’epos, nella quale si vanno a conciliare la rigorosa unità
dell’epos aristotelico e le tematiche\situazioni del romanzo cavalleresco. Nuovo concetto di unità: essa non
è più un movimento narrativo unico e chiuso, ma un intreccio aperto e vario nel quale il poeta ricrea
l’armonia multiforme del reale proprio attraverso l’unità di un disegno. Per quanto riguarda la materia da
trattare occorre scegliere una storia cristiana\ebrea la cui collocazione temporale appaia verosimile, e
quindi né troppo vicina né troppo lontana: l’uso del meraviglioso verrà così inglobato all’interno del
verosimile cristiano. In questa cornice agirà il perfetto cavaliere, non dimentico dei valori cortesi e dell’etica
cavalleresca, che incarna le esigenze etiche e spirituali del tardo Rinascimento.

Opere:
- Rime: modello fondamentale per la lirica barocca. Sin dalle giovani Rime degli accademici eteri
(1567) si riconoscono le linee della poetica tassiana matura: petrarchismo rinnovato capace di
reinterpretare il recupero dei classici con un gusto della novità ingegnosa e sottile. L’attitudine
sperimentale si riconosce soprattutto nell’abbandono del sonetto a favore del madrigale, più libero
dagli schemi accademici e più adatto ad esprimere i suoi sentimenti. Il corpus dell’opera si
distribuisce in tre gruppi: amorose, encomiastiche e sacre.
- Rinaldo: romanzo cavalleresco pubblicato nel 1562 a Venezia, con cui l’autore intende assorbire
nelle forme del tradizionale romanzo cavalleresco non solo i modelli classici, ma le nuove
sperimentazioni narrative post-ariostesche.
- Gerusalemme liberata: ripreso nel 1565 e terminato nel 1575, con il titolo provvisorio Gottifredo.
L’opera diventa oggetto del dialogo epistolare della “revisione romana” con alcuni lettori designati
dal Tasso stesso (Speroni, da Garba, de Nobili, Antoniano, Gonzaga): le critiche ricevute e la sua
crescente insoddisfazione lo portano a rivedere l’opera più volte. Nel 1581 il poema viene
pubblicato a Parma da Ingegneri, all’insaputa dell’autore, con il titolo Gerusalemme liberata; dello
stesso anno sono le due edizioni di Bonnà. Il successo è straordinario e europeo.
La vicenda del poema si colloca alla fine della prima crociata, durante l’assedio a Gerusalemme del
1099 (fonte principale è Guglielmo di Tiro). Protagonista dell’opera è Goffredo di Buglione,
cavaliere cristiano modellato sull’Enea virgiliano, che subordina codici ed emozioni al senso del
dovere, che consiste nella conquista di Gerusalemme e nel recuperare Rinaldo: giovane eroe votato
all’azione e alla gloria, fuggito dal campo cristiano, sedotto dalla maga Armida e portato nel
giardino delle isole Fortunate; solo dopo aver recuperato il senso e il ruolo di eroe cristiano, Rinaldo
abbandona Armida e riconduce i propri impulsi nella sfera dell’ordine, e annulla la magia con la
quale il mago Ismeno aveva incantato la selva di Saron, impedendo ai cristiani di usarne il legno per
costruire macchine d’assedio. Con Tancredi si assiste invece al dramma d’amore non corrisposto,
che diventa tragedia quando egli affronta la sua amata Clorinda in duello: lo scontro si risolve con la
morte di lei, che indossando una nuova armatura ha nascosto la sua identità. Alle debolezze
cristiane si contrappongono quelle dei musulmani: quelle di Erminia, innamorata di Tancredi, di
Armida, incarnazione della femminilità narcisistica che incatena, di Solimano, titano solitario e
senza potere che vive fino in fondo una realtà abbandonata da Dio.
A partire dal nucleo centrale della conquista di Gerusalemme si dipartono quindi gli episodi
secondari e legati ai vari personaggi, secondo la visione tassiana del concetto di unità. L’unità è
anche valore ideologico rispetto alla molteplicità confusa: alla nomina divina di Goffredo a capo
degli eserciti cristiani viene accreditato il valore di un sacro ordine verticale. Profonda è la
complessità psicologica dei personaggi, i cui punti di vista emotivi-soggettivi si alternano alla
globale visione divina. La verosimiglianza include anche il meraviglioso-cristiano della magia e del
soprannaturale: la magia diviene strumento espressivo per esplorare la vita interiore e gli impulsi
più oscuri dell’uomo, e permette a Tasso di motivare la presenza di forze occulte anche all’interno
di un ordine divino e provvidenziale (la figura stessa di Satana è presente nel IV canto).
Il metro usato per la composizione è l’ottava e lo stile è dotato di grande forza figurativa: Tasso
scandisce la narrazione attraverso un “parlar disgiunto”, una struttura paratattica di frasi in
sequenza disposte in forma di chiasmo. Poema che si può “vedere”.
- Conquistata: pubblicata a Roma nel 1593. Sorta di correzione della Liberata, nella quale vengono
eliminati alcuni episodi ritenuti superflui e viene attenuato l’impatto del meraviglioso per
accrescere la credibilità storica e la funzionalità dell’allegoria. Opera meno complessa nella quale la
varietà degli affetti e dei rapporti umani risulta ridotta. La contrapposizione fra cristiani e infedeli si
fa più radicale. Lo stile risulta più intenso e solenne.
- Epistolario: durante gli anni trascorsi a Sant’Anna, la lettera diventa per lui l’unico mezzo di
relazione e comunicazione con il mondo esterno. Nel suo epistolario si presenta spesso come
vittima, come l’artista malinconico perseguitato dal potere. Stile raffinato, eloquente, colto, e
insieme commosso e familiare.
- Dialoghi: composti anch’essi a Sant’Anna. Il forestiero napoletano, protagonista e interlocutore,
altri non è che il Tasso incarcerato: i dialoghi, composti per diverse occasioni e senza un progetto
prestabilito, costituiscono un prova di equilibrato e composto ragionamento oltre ad essere una
terapia per i suoi turbamenti. L’atmosfera delle scene descritte è serena ed elegante; la scrittura
limpida e ornata, ma non dimentica della sperimentazione intorno a nuove forme del genere
dialogico; i temi di riflessione sono molteplici: dal costume al dibattito filosofico, dalla nobiltà
all’amore, dalla poesia all’etica, ma l’amarezza autobiografica trasmette alle situazioni di alcuni
dialoghi l’amarezza di un’esistenza malinconicamente patetica.
- Re Torrismondo: tragedia composta a Mantova dopo la liberazione, costruita sul tema della forza
autodistruttiva e d’annientamento delle passioni, che narra la vicenda del principe dei Goti. Rapita
la principessa di Norvegia Alvida, per consegnarla al re di Svezia Germondo che la vuole come
sposa, Torrismondo se ne innamora: scoprirà poi che la ragazza è sua sorella; la donna si toglie la
vita credendo di non essere amata da Torrismondo, il quale si suicida a sua volta.
- Le sette giornate del mondo creato: poema che racconta il mito cristiano della creazione. Opera
devozionale, come lo saranno quelle di ultima mano: Lacrime di Maria Vergine e Lacrime di Gesù
Cristo.

Nel 1594 Tasso ottiene una pensione dal papa, ma muore l’anno dopo a Roma presso il convento di
Sant’Onofrio per una grave malattia. Grazie alla sua opera la coscienza diventa l’arena in cui affetti ed
emozioni dei personaggi si affrontano: da questo teatro dell’anima emerge una nuova soggettività che
prefigura il passaggio dall’epos al romanzo introspettivo moderno.

GALILEO GALILEI (1564-1642)


Esordi e Sidereus nuncius
Uno dei principali artefici della rivoluzione scientifica, insieme a Niccolò Copernico autore del De
revolutionibus orbium celestium e Isaac Newton autore dei Principi matematici di filosofia naturale (natura
come sistema autonomo oggettivo regolato da leggi traducibili in termini matematici + nuova visione
eliostatica). I capolavori scientifici di Galileo sono anche capolavori letterari: scienza e letteratura devono
collaborare secondo l’autore, in quanto è necessario riportare ciò che si scopre nella forma più persuasiva
possibile, al fine di convincere anche i più scettici e quelli legati al paradigma aristotelico.
Nasce a Pisa da Vincenzo Galilei, che assicura al figlio un’istruzione umanistica e musicale. Nel 1589 ottiene
la cattedra di matematica all’università di Pisa e nel 1592 quella dell’università di Padova, lavorando anche
come tecnico\ingegnere per la repubblica veneziana: in questo contesto si abitua a far collaborare scienza e
tecnica. Inventa il cannocchiale grazie al quale può osservare il cielo con estrema precisione e scoprire il
paesaggio montuoso della luna, il grande numero delle stelle, la via lattea, i satelliti di Giove: mette in crisi il
modello tolemaico dimostrando la non esistenza dell’etere, il fantomatico quinto elemento. Sulla base di
queste scoperte compone il Sidereus nuncius, e lo dedica a Cosimo II de Medici con la speranza che il
granduca lo richiami in Toscana (per lo stesso motivo battezza i satelliti di Giove come Medicei): l’opera
ebbe un successo clamoroso e Cosimo II lo richiamò a Firenze nominandolo filosofo ducale. Nel 1611 viene
poi accolto trionfalmente a Roma, dove si creò il principale nucleo galileiano attorno all’accademia dei
Lincei, presieduta dal nobile Federico Cesi, che era stata fondata sui principi della nuova scienza: libertà di
ricerca, messa in discussione del sapere aristotelico, ammissione d’ignoranza davanti ai fenomeni che non
si comprendono. Galileo entrò in polemica con gli aristotelici per le sue affermazioni.
Tra il 1613-15 compone quattro lettere note come Lettere Copernicane: lo scienziato argomenta in esse la
compatibilità di fede e scienza, anche quando quest’ultima sembra smentire quanto affermato nelle
scritture; Galileo sostiene che Dio è autore non di uno ma di due libri, la Bibbia e la Natura, fondamento
della religione il primo e della scienza l’altro: utilizzare quindi la Bibbia per interpretare la natura è di
conseguenza sbagliato, poiché essa ha un linguaggio più semplice che non pretende di essere scientifico.
Uso del volgare come lingua della scienza: possibilità di maggior diffusione delle opere redatte; il latino era
inoltre percepito come la lingua del vecchio sapere aristotelico.
Invece di placare gli animi queste lettere crearono grande scandalo: nel 1616 si venne così all’editto che
impediva a Galileo di porre argomenti a favore dell’eliocentrismo; il Sidereus fu messo all’indice.

Saggiatore
Nel 1618 tre comete si resero visibili ad occhio nudo: Galileo realizzò insieme all’allievo Mario Guiducci un
Discorso delle comete che fu edito l’anno dopo solo a nome di Guiducci. Nell’opera si descriveva il moto
rettilineo e la luminosità apparente delle comete, in risposta alle teorie di Orazio Grassi, gesuita scelto per
interpretare ufficialmente il fenomeno, che assimilava le orbite delle comete a quelle dei pianeti. Grassi a
questo punto reagì con un’altra opera, pubblicata sotto pseudonimo, alla quale seguì un’ulteriore risposta
di Galileo: questa controreplica, dedicata al nuovo papa Urbano VIII con il titolo metaforico di Il Saggiatore
(bilancia di precisione degli orafi), si presenta come una lettera a Virginio Cesarini, nobile ecclesiastico
romano ex-gesuita e membro dell’accademia dei Lincei. L’opera si presenta come manifesto della nuova
scienza: traendo spunto dal fenomeno in questione affronta una serie di argomenti ed enuncia l’importanza
del nuovo metodo scientifico, basato sull’osservazione diretta della natura e sul rifiuto del principio di
autorità. Capolavoro scientifico e letterario: stile polemico, ironico e sarcastico, favorito dall’uso di un
volgare nitido, scientificamente esatto, cauto, rispettoso del proprio oggetto.

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano


Opera alla quale Galileo lavorò nel 1624-30, e che fece uscire a Firenze nel 1632 dedicandola protettore
mediceo Ferdinando II. Il nostro ambiva a fornire quella che ai suoi occhi era la prova decisiva del
movimento della terra: il moto delle maree. L’amicizia del papa, nata dopo che questi aveva molto
apprezzato il Saggiatore, gli permise di pubblicare l’opera dopo tre interventi su di essa:
- Modifica del titolo originale, che sarebbe dovuto essere Dialogo sopra il flusso e il riflusso del mare.
- Presentazione delle sue teorie come ipotesi matematiche nella prefazione del libro.
- Collocazione in chiusura dell’opera di un argomento teologico teso a neutralizzare la portata
rivoluzionaria del copernicanesimo.
Il dialogo mette in scena un colloquio fittizio di quattro giorni tra tre personaggi in una casa di Venezia:
- il copernicano Filippo Salvati: allievo di Galileo realmente esistito, con cui l’autore si identifica.
- il neutrale Giovan Francesco Sagredo: amico di Galileo realmente esistito, il padrone di casa.
- l’aristotelico Simplicio: personaggio immaginario portavoce del sistema tolemaico, le cui
affermazioni vengono corrette e ammaestrate con ironia e sarcasmo.
La I giornata tende a rendere omogenei mondo terreno e celeste, la II mira a neutralizzare le opposizioni di
coloro che negano il moto di rotazione della terra, la III argomenta sul moto di rivoluzione della terra e la IV
espone la teoria galileiana sul moto delle maree (che come oggi sappiamo è errata). Motivazioni che
portano Galileo a scegliere la forma del dialogo e non quella del trattato per la sua opera:
- possiede una struttura più libera e aperta che permette maggior espressività.
- si connette alla concezione asistematica del sapere: il nostro ritiene che il sapere implichi la messa
in discussione del sapere tramandato e il riconoscimento dei limiti propri della natura umana, e la
forma frastagliata e ricca d’incertezze del dialogo si rivela la più adatta a veicolare la conoscenza;
- adatto a teatralizzare il farsi della conoscenza, mettendo in rilievo non solo le scoperte ma anche il
metodo che le ha rese possibili;
- idoneo a favorire il cambiamento di mentalità dei lettori, la quale è ancora basata sul principio
dell’ipse dixit, e inducendoli a mettere in discussione i fondamenti del sapere aristotelico.
La fede copernicana del nostro emergeva chiaramente dall’opera, che venne messa all’indice.
Galileo, ormai vecchio e malato, venne chiamato a Roma per abiurare: la pena del carcere fu commutata
negli arresti domiciliari e nel divieto d’insegnamento. Prima di morire nel 1642, fece pubblicare l’opera
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e ai movimenti
locali in Olanda, nel 1638.

ETA’ DEI LUMI

Epoca di passaggi e di mediazione, di graduali scoperte e acquisizioni etiche e scientifiche. Difficile è fissare
l’inizio dell’età dei lumi: la letteratura saggistica del ‘700, che solo in parte si identifica con l’illuminismo, è
composta da testi eruditi e da testi di divulgazione, che costituiscono una delle novità più significative, e
che cercano di raggiungere un pubblico sempre più vasto; divulgare non è soltanto semplificare ma
soprattutto far conoscere, uscire dalla ristretta cerchia degli specialisti per allargarsi al mondo.
Fondamentale fu la figura di Voltaire, autore delle Lettere filosofiche che fecero scandalo in Francia e
vennero condannate con l’accusa di ispirare al libertinaggio: egli denunciò il fanatismo e l’intolleranza
religiosa, i privilegi e i soprusi della nobiltà, i pregiudizi filosofici e letterari della società francese, esaltando
l’intraprendenza inglese e lo spirito di commercio. Voltaire indicò l’Inghilterra come modello di libertà
politica, civile, culturale, e descrisse la società inglese come agile e mobile, libera da vincoli e preconcetti
che franavano il resto dell’Europa. Londra era la patria del libero pensiero, della ricerca scientifica, della
tolleranza, e modello del commercio, dei viaggi e delle conquiste extraeuropee, della sobrietà civile e
politica: questi caratteri sociali hanno corrispondenti letterari nella fioritura di riviste, delle quali lo
Spectator di Addison fu l’esempio migliore.
Per quanto riguarda l’Italia, due furono i centri maggiori dell’illuminismo:
- Napoli: Giambattista Vico fu l’esponente più celebre con la sua opera Principi di una scienza nuova
d’intorno alla comune natura delle nazioni; importanti anche Giannone, Genovesi, Galiani, Filangeri:
importantissimi furono gli studi sull’economia, tanto che a Napoli venne istituita la prima cattedra
d’economia in Europa, grazie alla volontà e ai finanziamenti di Bartolomeo Intieri.
- Milano: Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene (1764; messa
all’indice due anni dopo), l’opera di maggior successo dell’illuminismo italiano nella quale viene
evidenziato il compito educativo della giustizia, la quale è parte integrante della pubblica felicità, e
l’inutilità di tortura e pena di morte: manifesto della giustizia moderna democratica. I tre diedero
vita alla rivista Il Caffè, alla quale collaborarono i giovani dell’accademia milanese dei Pugni insieme
a molti altri intellettuali. Giuseppe Parini fu invece il miglior esempio di poeta illuminista.
In Europa i primi fermenti illuministici si avvertono alla fine del ‘700, quasi in contemporanea con la
scoperta di Newton della legge di gravitazione universale nel 1682. Nel 1685 in Francia con l’editto di
Fontainebleau fu revocato l’editto di Nantes di circa un secolo prima, il quale sanciva la libera espressione
di fede religiosa: migliaia di ugonotti lasciarono il paese, causando una profonda crisi civile e culturale. Si
diffuse l’esigenza di una maggiore libertà e tolleranza di pensiero: si sviluppò un pensiero critico che sulla
base dell’esperienza mette in discussione il principio di autorità e contesta norme religiose, politiche,
culturali. Alla fine del ‘600, grazie alle mutate condizioni politiche inglesi, questo movimento intellettuale
trovò maggiore possibilità di espressione: epoca di Locke e Leibnitz (mondo in cui viviamo come miglior
mondo possibile), di Voltaire e Diderot\D’Alembert (Enciclopedia).
La nascita di riveste come Lo Spectator favorì lo sviluppo della stampa periodica, che fu strumento decisivo
per l’affermazione delle idee illuministiche. I primi esempi italiani sono costituiti dalle gazzette di Mantova e
Parma, a cavallo dei due secoli; nel 1764-66 uscì Il Caffè, periodico più celebre dell’illuminismo italiano
(bottega del caffè, protagonista indiscussa del periodo, luogo vero e immaginario in cui nasce la rivista), e
nello stesso periodo ne nacquero molti altri modellati su quelli inglesi e francesi.
Molta forma dizionario ebbe molta fortuna, così come quella del saggio, strumento migliore per diffondere
le opinioni e molto utilizzato dai giornali: maestro di tale genere fu Francesco Algarotti. La divlugazione si
fece sempre più capillare, aprendosi a salotti e giardini e a nuove categorie sociali (donne): la scrittura si unì
all’oralità, in una società in cui conversazione e opinione pubblica divennero cardini indispensabili.
Al rinnovato pubblico si indirizzò il romanzo, genere nuovo privo di regole e modelli codificati e che si
identifica quindi con la libertà di immaginazione arricchendo la gamma espressiva della cultura illuministica:
mutarono i gusti del pubblico e nacque una letteratura borghese (epoca di Defoe, Swift, Richardson).
Nel ‘750 le prospettive dell’illuminismo si mescolarono spesso con quelle del neoclassicismo, dopo che
vennero riportate alla luce le rovine di Ercolano (1738) e Pompei (1748): il neoclassicismo punta alla
riscoperta nostalgica del mondo classico greco e latino in tutte le sue forme, per ripristinare nella
modernità i valori etici ed estetici la cui perdita nel corso dei secoli ha determinato la decadenza della
civiltà occidentale. L’abate Giuseppe Parini fu il maggior poeta illuministico neoclassico italiano, autore di
celebri Odi (vita rustica, salubrità dell’aria, innesto del vaiolo, brindisi, alla musa) e del poema Il Giorno, nel
quale vengono messe in scena abitudini e vezzi, supponenza e privilegi, vacuità e frivolezza dell’aristocrazia
(celebri i passaggi della vergine cuccia, del giovin signore, della favola di Amore e Imene e di quella del
Piacere); egli coniugò felicemente estetica ed etica, bellezza e utilità: unendo l’utile al dilettevole e
trattando temi sociali si fa della poesia un contributo essenziale per la pubblica felicità.
CARLO GOLDONI (1707-1793)
Nasce a Venezia in un periodo di illusoria stabilità politica, culturale ed economica, in quanto nel 1718 il
conflitto tra la città e l’impero ottomano culmina nella pace di Passarowitz: in realtà il periodo è
caratterizzato da un’inarrestabile decadenza, specchio dall’immobilismo della classe dirigente attaccata ai
propri privilegi.
Goldoni si forma attraverso i principii dell’illuminismo riformatore e del razionalismo dell’Arcadia. Dimostra
di essere culturalmente cosmopolita: fondamentale è per lui la lettura di Shakespeare, dal quale eredita
l’avversione alle tre unità aristoteliche, il culto per i personaggi di spessore e per il vigore delle passioni;
realizza anche un adattamento teatrale della Pamela di Richardson. Nella prefazione ai Due gemelli
veneziani egli delucida il suo rapporto col teatro classico (nonostante fosse poco incline a formulazioni
teoriche sull’arte), con riferimenti a Plauto, Trissino, Firenzuola. Considera la Mandragola di Machiavelli la
migliore commedia italiana di sempre. Studia giurisprudenza a Pavia ma si laurea a Padova dopo
l’espulsione dal collegio Ghislieri. Con le opere La donna di garbo e Momolo cortesan inaugura la sua
riforma del teatro: lavora prima come autore comico presso il teatro di Sant’Angelo di Venezia, poi passa al
più ampio teatro di San Luca ed infine lavora per l Comédie Italienne a Parigi. A Parigi trascorre gli ultimi
anni, e realizza la sua monumentale autobiografia Memorie.

Mondo-teatro e poetica
Nella prima metà del ‘700 il melodramma era ancora importante pur sembrando ormai prossimo al declino
in quanto non interpretava i nuovi bisogni di limpida chiarezza e razionalità: mentre questo genere
diventava sempre più di nicchia, la massa del grande pubblico ricercava evasioni immediate nel genere
della commedia dell’arte (canovacci, intrecci prevedibili, maschere, improvvisazione). Goldoni entrò in
polemica proprio con la commedia dell’arte, caratterizzata ormai da immobili formulari, da sterilità
tematica, da innaturalezza e fissità dei tipi umani per via delle maschere: nella prefazione alle sue
Commedie egli enunciò i due principi ispiratori della sua opera, e cioè il “Mondo”, inteso come esperienza
del reale, e il “Teatro”, inteso come pratica del gioco scenico (stile organico libero dalla precettistica
accademica e dall’improvvisazione). Attraverso l’osservazione dei costumi umani, il poeta rappresenta la
verità della natura armonizzandola con il teatro, in linea con i pensieri di Diderot e Lessing. La commedia
riformata dal nostro si fonda quindi su due innovazioni tecniche:
- Introduzione progressiva del testo scritto.
- Abolizione delle maschere, sostituite da personaggi dotati dell’interiorità e dello sviluppo
psicologico di un individuo storicamente definito: non più personaggi in abstracto, ma individui
agitati da intense passioni e carichi di naturalità (caratterizzazione dei personaggi). Un esempio in
questo senso i personaggi della Locandiera, Mirandolina su tutti.
Goldoni ricevette molti consensi ma anche molte polemiche, su tutte quella di Chiari e Gozzi che
rivendicarono una visione dell’arte più disimpegnata.
Attraverso la vivace galleria dei caratteri umani da lui rappresentata riuscì a rappresentare il mito e il
tramonto borghese, evitando deformazioni grottesche come quelle ad esempio delle satire di Parini;
delusione del nostro nei confronti di un ceto che non stava mantenendo fede ai propri compiti storici,
concretizzata nelle opere La bottega del caffè, Donna vendicativa, Vecchio bizzarro, Donna sola, I rusteghi,
Trilogia della villeggiatura. Nell’opera in dialetto veneziano Il campiello trae ispirazione poetica dal popolo
minuto, e nelle Baruffe chiozzotte infonde nuova grazia e naturalezza alla vita degli umili: popolo come
orizzonte alternativo della storia. Le opere di Goldoni risultano cariche di negatività, e nel contrasto tra
atmosfera festosa e malinconia la commedia umana viene spesso percepita come “danza di morte”.

Memorie
Redatte a Parigi e nel 1783-84, quando Goldoni è vecchio e malato. L’opera è costituita da tre parti:
- Infanzia e avventure galanti della giovinezza (elaborata partendo dalla sua precedente prefazione
dell’edizione delle proprie Opere, nota come Memorie italiane: Goldoni promuove e valorizza
l’immagine di sé come innovativo autore di teatro, raccontando la prima fase della sua vita)
- Anni cruciali del 1748-63 e partenza per Parigi.
- Meschinità della vita di corte parigina e della commedia francese.
Opera caratterizzata da un’approssimazione cronologica che spesso sfocia nell’incongruenza, in quanto il
calendario veneziano sfasava di due mesi rispetto a quello gregoriano, rendendo difficile scandire e
calcolare in maniera precisa i momenti esatti della sua vita; a ciò va inoltre aggiunta la precaria salute
psichica dell’autore, affetto da nevrosi. Chiara è invece l’esposizione della sua visione relativistica e
dilemmatica della verità e della vita, e la sua ansia di coniugare sempre gli esempi degli antichi alla nuova
scienza. Prosa dal ritmo asindetico e paratattico, caratterizzata dall’uso dell’indiretto libero che conferisce
notevole incisività ai personaggi.

Realismo linguistico
Potenzialità offerte dal dialogo e dal confronto dei differenti punti di vista dei personaggi: Goldoni
costruisce i propri dialoghi in modo limpido e razionale, abbassando moduli e stilemi linguistici al livello del
parlato quotidiano. Adesione sincera all’intima realtà sociale, culturale, psicologica dei personaggi.
Vivace polifonia: uso dell’italiano della borghesia settentrionale, del toscano standard, del veneziano della
nobiltà, della borghesia e dei ceti popolari, in un pastiche al limite dello sperimentalismo linguistico. Il suo
genio comico si rivela soprattutto nell’impasto dialettale, denso di umori: conferisce al dialetto la grazia
spigliata della naturalezza.

VITTORIO ALFIERI (1794-1803)


Uno degli scrittori italiani la cui arte risulta maggiormente segnata da una dimensione europea: viaggiò
molto sin da giovanissimo, desideroso di approfondire altre culture e mosso da slancio vitalistico e
profonda irrequietudine esistenziale. Nacque ad Asti in una nobile famiglia, studiò presso l’accademia di
Torino entrando nell’esercito, presto abbandonato per il suo oppressivo rigorismo. Il 1755 fu l’anno della
conversione alla letteratura: iniziò a comporre diverse tragedie, tra cui Antigone, Filippo, Saul, Mirra.
Nel 1777 incontrò la contessa d’Albany Luisa Stolberg, moglie di Carlo Edoardo Stuart, legandosi a lei per
tutta la vita. Nel 1778 istituzionalizzò la sua “spiemontesizzazione” donando il patrimonio alla sorella Giulia
in cambio di un ricco vitalizio che gli consentì maggiore liberta di spostamento (rapporto conflittuale con la
sua terra, della quale lamenta l’arretratezza politica e culturale: critica il regno di Sardegna sabaudo,
provinciale e francofono). In questi anni compose le tragedie Della tirannide e Del principe e delle lettere, e
gran parte delle Rime. Visione politica vagamente reazionaria: dopo aver composto l’ode Parigi sbastigliato
ci fu un ripensamento dell’esperienza rivoluzionaria causato dalla piega che presero gli eventi dopo il 1789
in Francia; nel Misogallo, nelle Satire e nelle Commedie espresse tutta la sua delusione politica. Portò a
termine la monumentale Vita prima di morire lo stesso anno: venne sepolto a Santa Croce.

Trattati politici
Il nucleo ideologico che fonda l’analisi alfieriana appare inutile e velleitario, configurandosi come puro
slancio emotivo disancorato dal lucido esame dell’esperienza storica. I suoi trattati, solo apparentemente
illuministici, sono in realtà riconducibili al pensiero dominante che fonda la sua personale mitologia: la lotta
contro la tirannide e ogni forma di oppressione. I suoi discorsi appaino tanto convincenti dal punto di vista
retorico quanto superficiali da quello politico. Nei trattati l’opposizione alla tirannide non trova una
corrispondenza nei valori propugnati dalla borghesia mercantile, e l’autore arriva a guardare con favore gli
ideali espressi dalla monarchia costituzionale inglese e le forze reazionarie antinapoleoniche.
- Della tirannide: composto da due libri che analizzano prima la natura della tirannide, poi i modi per
opporvisi (la parte più riuscita è quella relativa all’analisi psicologica del tiranno). Lo stile dell’opera
contribuisce a inaugurare il modello dell’intellettuale “sradicato”, che con aristocratico sdegno e
slancio vitalistico, fronteggia la malignità della sorte e i limiti della condizione umana.
- Del principe e delle lettere: composto da tre libri in cui viene delineata la figura del letterato-tribuno
che sa rinunciare all’inutilità ornamentale della scrittura per difendere ideali superiori di libertà e
verità; evento avvertito come slancio libertario e non come un percorso graduale (superficialità).
- Panegirico di Plinio e Traiano: celebrazione dell’ideale del principe che, rinunciando al suo potere
dispotico, conferisce ai sudditi la libertà e lo status di cittadini.
- Misogallo: prosimetro di critica nei confronti della Francia e dei suoi rivoluzionari.

Tragedie
Le tragedie di Alfieri non conoscono progressione narrativa né catarsi risolutiva. L’evento tragico è dato da
sempre e il suo esito fatale si produce con rigore deterministico, svelando la vanità di ogni azione umana.
Caratteristica delle sue opere è la riduzione numerica dei personaggi ad una coppia di antagonisti,
solitamente un tiranno e un personaggio che titanicamente gli si oppone, i quali rappresentano
rispettivamente oppressione e libertà; nel Saul e nella Mirra questo schema viene violato ed il conflitto è
radicato in un solo personaggio e in esso interiorizzato: conflitto tra giovinezza audace e severa regalità
nella prima, tra irruzione dell’eros e rimozione della passione empia nella seconda.
Sintassi ardente e concitata priva di ornamenti: la disarmonia sallustiana e il sublime tragico senecano si
incontrano nel suo stile, spesso ai limiti dell’espressionismo. Le tre fasi dell’officina alfieriana: ideare il
soggetto, stendere in prosa la tragedia, verseggiare il testo. Retorica della sospensione e uso smodato della
punteggiatura per evocare le “intermittenze del cuore” dei personaggi.

La Vita
Vocazione autobiografica come esercizio spirituale. Continua revisione dell’opera, fino all’edizione
definitiva uscita postuma nel 1806. L’opera di divide in due parti: la prima si apre con un’introduzione ed è
articolata nelle quattro sezioni di puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità; la seconda parte riprende
l’ultima sezione narrando gli eventi dal 1790 in poi. Alfieri inizia a scrivere l’opera appena quarantunenne,
mosso dall’amore proprio e da una naturale inclinazione per il vero e il bello, assimilati alla sua poetica,
come spiega lui stesso nell’introduzione. Mitizzazione di sé: l’autore delinea un itinerario di salvezza
improntato all’agiografia di sé, in cui gli episodi acquistano profondità prospettica configurandosi come
tappe del suo percorso letterario (apprentissage).
Registro linguistico alle soglie dello sperimentalismo: linguaggio convulso, a tratti squilibrato e a tratti
prezioso, colto, latineggiante, che si dimostra studiato e per nulla naturale.

Le Rime
Gli episodi, anche autobiografici, che esse riportano assumono un potente valore di intuizione simbolica e
di rivelazione epifanica. Sono cariche di una violenta tensione drammatica: poesia come scenario su cui
amplificare la propria pena e intensificare il proprio dramma. Molto hanno in comune con i personaggi
delle tragedie alfieriane, ed esprimono anch’esse il contrasto tra ideali eroici e realtà meschina. Il vigore
lirico dell’autore trae linfa vitale dall’aspirazione insoddisfatta, dall’inappagamento. Il tono si fa più pacato
nelle liriche composte in vecchiaia, caratterizzate dal tema della solitudine: rinuncia alla retorica tribunizia.

Le Commedie e Le Satire
Il nostro compone sei commedie: L’uno, I pochi, I troppi, L’antidoto, e La finestra e Il divorzio. La tetralogia
costituita dalle prime quattro ironizza sulle arretratezze ed inefficienze insite in tutti i sistemi di governo:
nella quarta Alfieri indica il governo misto, cioè la monarchia costituzionale, come il più efficace per
garantire ordine e felicità. Le commedie risultano piatte: esili nella struttura, fiacche e impacciate nei
dialoghi, pedanti e moraleggianti nello stile.
Le satire sono invece 17 e scritte in terza rima: racconta la realtà sociale con naturalezza; stile brioso.
UGO FOSCOLO (1778-1827)
Nasce a Zante, un’isola greca nel mar Ionio al cui ricordo dedicherà il sonetto A Zacinto, il 6 febbraio 1778. Il
padre è veneziano, mentre la madre è di origine greca: l’origine e il collegamento ideale con la poesia di
Omero e di Teocrito saranno sempre un punto fisso per Foscolo. Nel 1785 la famiglia si trasferisce a Spalato
a seguito del lavoro del padre, che però muore nel 1788. Foscolo e la madre nel 1792 si spostano a Venezia,
dove il giovane Ugo frequenta la scuola di San Cipriano a Murano e la Biblioteca Marciana. In questi anni
Foscolo inizia la propria formazione poetica, con la lettura dei classici greci, latini (in particolare Tibullo,
Ovidio e Orazio) e italiani (tra cui Dante, Parini, Alfieri, oltre a Vincenzo Monti) e la scoperta del pensiero
degli illuministi e di Jean-Jacques Rousseau. Sotto l’influsso delle idee giacobine, Foscolo si avvicina anche
alla politica, coltivando gli ideali di libertà e indipendenza nazionale. Tutto ciò confluisce nei primi testi
letterari, ancora influenzati dal Classicismo e dall’Arcadia. Nel 1797 va in scena a Venezia la tragedia Tieste,
composta secondo lo stile e i moduli alfieriani: l’opera ha successo ma il contenuto dell’opera mette
l’autore in cattiva luce presso il governo veneziano. Foscolo fugge così a Bologna, dove si arruola
nell’esercito napoleonico e pubblica l’ode A Bonaparte liberatore.
Le convinzioni del poeta subiscono un duro contraccolpo il 17 ottobre 1797, quando Napoleone con il
Trattato di Campoformio cede Venezia all’Austria: Foscolo si autoesilia a Milano, dove conosce Giuseppe
Parini (la scena è trasposta in un famoso capitolo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis) e Vincenzo Monti,
innamorandosi della moglie di quest’ultimo. Nel 1798 è a Bologna, dove si arruola volontario nella Guardia
Nazionale. Nel 1799 esce la prima edizione delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, contrarie alla volontà
dell’autore perché portate a termine da Angelo Sassoli per aggirare i vincoli della censura politica. Sempre
in quell’anno Foscolo ripubblica l’ode A Bonaparte liberatore, facendola però precedere da una dedica assai
polemica nei confronti del generale francese, e compone l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Tra
1800 e 1801 stringe un legame amoroso con Isabella Roncioni, che è una delle fonti di ispirazione per il
personaggio di Teresa nel romanzo. Nel 1801 Foscolo torna a Milano, dove ha una relazione con la
nobildonna e intellettuale Antonietta Fagnani Arese, alla quale dedicherà nel 1803 l'ode Alla amica risanata.
Nel 1802 Foscolo porta a termine le Ultime lettere di Jacopo Ortis e nel 1803 pubblica l’edizione delle
Poesie, in cui confluiscono le due odi e i sonetti scritti in questi anni, tra cui anche quelli più celebri (il
sonetto-autoritratto Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello
Giovanni). Segue il commento alla Chioma di Berenice, fatta passare per un fittizio frammento in greco
antico appartenente ad un inno alle Grazie, cioè alle tre divinità del mito classico. Nel 1804 il poeta si sposta
in Francia, per prestare servizio sotto l’armata napoleonica contro l’Inghilterra, sulle coste della Manica. Qui
il poeta traduce dal greco l’Iliade e dall’inglese il Viaggio sentimentale di Laurence Sterne e ha una figlia da
una donna inglese. Nel 1806 Foscolo torna a Venezia dopo la caduta del dominio austriaco: dopo la
pubblicazione dell’editto di Saint Cloud, Foscolo coglie l’ispirazione per il carme Dei sepolcri. Nel 1809 riceve
la cattedra universitaria a Pavia. Il rapporto tra Foscolo e il potere peggiora nel 1811, alla rappresentazione
a Milano della tragedia Aiace. Tra 1812 e 1813 vive tra Bologna e Firenze, lavorando ad una nuova tragedia
(la Ricciarda) e al poemetto delle Grazie e pubblicando la Notizia intorno a Didimo Chierico. Alla caduta di
Napoleone nel 1814: il poeta abbandona per sempre l’Italia, riparando prima in Svizzera (dove nel 1816
pubblica la terza edizione dell’Ortis e l’Hypercalypseos liber singularis, un’opera amaramente satirica contro
i letterati che si asserviscono al potere) e poi esiliandosi a Londra, a partire dal settembre del 1816. A
Londra passa l’esilio e trae la conclusione del suo fallimento politico-letterario, cioè dell’impossibilità di
partecipare alla formazione di una coscienza nazionale e alla costruzione di un pubblico della letteratura
non ancorato allo specialismo conservatore o all’intrattenimento apolitico. Il lungo soggiorno inglese lo
trasfigura da scrittore in giornalista e impiegato delle lettere. Muore proprio a Londra, in miseria, e nel 1871
le sue ceneri vengono trasferite nella basilica di Santa Croce.

Opere:
- Ultime lettere di Jacopo Ortis: la sua composizione si protrae per diversi anni. Nel 1799 esce la
prima edizione a Bologna, portata però a termine da Angelo Sassoli in modo da aggirare i vincoli
della censura austriaca, ma contrariamente alle volontà dell’autore. Trasferitosi a Milano, Foscolo
fa stampare sulla Gazzetta Universale di Firenze un annuncio pubblico con cui rigetta il romanzo;
rimette poi mano al testo per concluderlo dal suo punto di vista: la seconda versione esce proprio a
Milano nel 1801-02. La terza versione esce invece a Zurigo nel 1816.
La trama ricalca quella dei Dolori del giovane Werther di Goethe: il giovane patriota Jacopo, fuggito
da Venezia dopo Campoformio, cerca conforto alle sue delusioni politiche e riparo alla possibile
persecuzione austrica giungendo sui colli Euganei, dove si innamora di Teresa, promessa sposa di
Odoardo. Lascia così quel luogo e viaggia in Italia visitando anche Santa Croce e incontrando Parini.
Venuto a sapere del matrimonio di Teresa con Odoardo, torna sui colli Euganei dove si toglie la vita
pugnalandosi al cuore come il Saul di Alfieri.
Scopo unicamente politico dell’opera: l’Italia non ha nessuna seria tradizione del romanzo e questa
opera vuole quindi evitare di risultare banalmente romanzesca e poco impegnata. Riformulazione
del romanzo sentimentale per raccontare l’attualità.
- Poesie: nel 1803 viene pubblicata a Milano la quarta edizione, costituita di 12 sonetti e 2 odi
(riferite a due donne e poste in apertura dell’opera: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, All’amica
risanata): ogni componimento simboleggia un verso di un ideale “ipersonetto”. Alfieri è il modello
per i sonetti, carichi di soggettività politica e intellettuale critica nei confronti della società, Parini
quello per le odi, che esprimono l’armamentario dell’Arcadia e il gusto neoclassico dell’autore.
Dedica a Giovan Battista Niccolini, drammaturgo fiorentino: in essa Foscolo afferma che scopo di
tale è opera è quello di riassumere e cancellare i suoi precedenti componimenti, indicando quali
strade la lirica italiana non possa più percorrere.
- Dei sepolcri: pubblicato nel 1807 con dedica a Ippolito Pindemonte, poeta e letterato modenese, e
note dell’autore. Opera che si ricollega alla poesia sepolcrale, affermatasi nel ‘700, che aveva come
temi ricorrenti la morte e la transitorietà di tutto ciò che è mondano. Carme in endecasillabi sciolti
che vuole risultare epico-lirico al modo di Pindaro, recuperando l’immenso patrimonio classico già
messo a frutto per le odi con uno scopo però diverso: non più armonioso e favoloso, ma crudo e
severo, sublime (andatura che ricorda la Fenomenologia dello spirito di Hegel).
Lo spunto ufficiale per il poemetto è fornito dall’editto di Saint Cloud del 5 settembre 1806, che
estende all’Italia un precedente decreto francese riguardante la regolazione urbana dei cimiteri:
all’art. 75 obbligava a seppellire i morti lontano dall’abitato dei comuni. Foscolo si oppone
all’allontanamento dei cimiteri dagli occhi dei cittadini, in quanto essi possono indirizzare alla virtù
nel senso alfieriano del termine: esempio contro l’assolutismo politico. La morte non ha alternative,
e non esiste un futuro ultraterreno: non è presente nell’opera nessuno spiritualismo e nessuna
religiosità; il futuro dopo la morte è solo terreno e mondano: vale per chi resta. Nei Sepolcri si
discute insomma quale sia il senso della tradizione, il senso cioè dell’uso odierno della tradizione
letteraria e più largamente culturale una volta che ne sia abbandonata ogni riesumazione in chiave
manualistica e consolatoria.
- Notizia intorno a Didimo Chierico: inventa un nuovo personaggio-scrittore un po' sfaccendato,
ironico, amaro, che rifugge il mondo dei colleghi letterati. Nuova maschera che è in un certo senso
continuazione di quella di Jacopo Ortis.
- Grazie: dedica le prime due edizioni 1812-13 ad Antonio Canova che sta lavorando ad un gruppo
scultoreo sullo stesso tema mitologico (le tre Grazie sono le tre divinità figlie di Zeus e Eurinome:
Agliaia l’ornamento, Eufrosine la gioia, Talia l’abbondanza). Nel 1822 vengono stampati 184 versi
dell’opera per pubblicizzare una collezione di sculture antiche e neoclassiche: essa viene fatta
passare come traduzione di un inno greco. Tutto il materiale prodotto e mai ordinato e redatto in
vita, sarà pubblicato solo nel 1985 da Mario Scotti.
Elevazione alla massima potenza dei sepolcri: discorso che si inabissa nella ricerca del significato
trascendentale del bello, in quanto grande principio regolatore della società. Soccombe in questa
opera il sogno stesso del neoclassicismo, infranto dalla sua inapplicabilità ideologica all’Italia del
tempo (il mito greco non coincide con uno sguardo archeologico sulla modernità, e il programma di
trasferire il moderno nell’antico fallisce).
ALESSANDRO MANZONI (1785-1873)
Introduzione: radici del Romanticismo
Cultura romantica intesa come rinnovamento artistico e letterario, come profonda rivolta spirituale che
affermava la soggettività, il genio creativo, le origini nazionali. Sensibilità formatasi soprattutto in Germania,
dal riconoscimento dei limiti della razionalità illuminista, ed espressa per mezzo della narrativa, della
trattatistica, della filosofia. Fondamento di questa rivoluzione era la percezione della frattura storica ed
esistenziale tra la moderna civiltà europea di matrice cristiana e il mondo latino che ispirava i valori
neoclassici.
La cultura italiana di questo periodo era dominata dall’ideale del bello estetico. Il paese era politicamente e
culturalmente diviso e in buona parte occupato da potenze straniere. Dopo il congresso di Vienna, Milano
era tornata in mano agli austriaci: gli aristocratici milanesi sentirono la necessità di rinnovare i mezzi della
cultura in funzione del cambiamento sociale (i generi del romanzo e del dramma vennero percepiti come i
più adatti a raccontare le vicende politico-culturali). Gli elementi mistici e irrazionali del Romanticismo
europeo, come il suo immaginario magico e sepolcrale, erano però estranei alla sensibilità di un ambiente
di formazione illuminista e liberale come quello milanese, che tuttavia cominciò a dirsi romantico
(romanticismo inteso come sinonimo di modernità culturale e di mentalità liberale, di unione di slanci
passionali e spirito patriottico).
Ruolo essenziale di mediazione tra fenomeni culturali del nord Europa e movimento romantico milanese fu
ricoperto da Madame de Stael: nel suo romanzo Corinne, ou L’Italie denuncia la decadenza della cultura
italiana, conseguenza non solo delle condizioni politiche ma anche di una tendenza nazionale a rifugiarsi nel
culto dell’età classica, sottostimando la letteratura del vero e non traendone appieno i valori (parla di
Dante, Machiavelli, Galileo, Filangeri, Pindemonte, che considera sottostimati e incompresi dagli
intellettuali italiani). In un articolo pubblicato sulla rivista Biblioteca Italiana, la baronessa invitava i letterati
a tradurre testi contemporanei per cercare di uscire dalle vecchie usanze: mentre molti classicisti si
sentirono offesi, un gruppo di giovani intellettuali colse l’occasione stampando tre scritti nei quali
l’aggettivo romantico veniva impiegato in esplicita opposizione al fronte dei classici che la baronessa aveva
attaccato (Silvio Pellico, Ludovico di Breme, Pietro Borsieri, Giovanni Berchet facevano parte di tale gruppo:
Leopardi li rimprovererà nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, in quanto essi sono
scaduti nel cattivo gusto della massa e delle mode straniere, fraintendendo il senso da attribuire ai caratteri
“sentimentale” e “popolare”, i quali devono rifarsi ai sentimenti universali sentiti dagli antichi e dai bambini
e che i moderni possono ritrovare solo nella poesia). Questa nuova tendenza si definì pienamente con la
pubblicazione nel 1818 del “Conciliatore”, al quale collaborarono Berchet, Confalonieri, Visconti: la nuova
poetica si riassumeva nella modernità dei soggetti, meglio se attinti dalla storia della patria, e dei valori
morali che era possibile trarne; esso durò però un anno soltanto: con la repressione dei moti del 1820-21
vennero arrestati Pellico, Confalonieri, Borsieri e Berchet e il movimento romantico milanese si dissolse.

Vita
Alessandro Manzoni nasce a Milano da una relazione extra-matrimoniale tra Giulia Beccaria e Giovanni
Verri, fratello di Alessandro e Pietro. Viene immediatamente riconosciuto dal marito di lei, Pietro Manzoni.
Dal 1801 abita col padre a Milano, ma nel 1805 si trasferisce a Parigi, dove a quel tempo invece risiedeva la
madre insieme con il suo compagno Carlo. A Parigi rimane fino al 1810 e si accosta all'ambiente degli
ideologi, che ripensavano in forme critiche e con forti istanze etiche la cultura illuminista. Rientrato a
Milano nel 1807, incontra e si innamora di Enrichetta Blondel, con la quale si sposa con rito calvinista e
dalla quale avrà negli anni ben dieci figli. Il 1810 è l'anno della conversione religiosa della coppia ad un
cattolicesimo rigoristico, ispirato alle prospettive del giansenismo. Dal 1812 lo scrittore compone i primi
quattro Inni Sacri e l'anno seguente inizia la stesura de Il conte di Carmagnola. È questo, per il Manzoni, un
periodo molto triste dal punto di vista familiare dati i numerosi lutti ma molto fecondo da quello letterario:
compone gli Inni sacri (Resurrezione, Nome di Maria, Natale, Passione, Pentecoste; ai quali si aggiunsero poi
quelli incompiuti Natale 1833 e Ognissanti), le Osservazioni sulla morale cattolica, la tragedia Adelchi, le odi
Marzo 1821 e Cinque Maggio, le Postille al vocabolario della crusca ed avvia la stesura del romanzo Fermo
e Lucia, uscito poi nel 1827 col titolo I promessi sposi. Il lungo lavoro di stesura del romanzo si caratterizza
sostanzialmente per la revisione linguistica, nel tentativo di dare un orizzonte nazionale al suo testo,
orientandosi sulla lingua "viva", cioè parlata dai ceti colti della Toscana contemporanea. Per questo si recò a
Firenze nel 1827 allo scopo di "risciacquare i panni in Arno". Nel 1833 muore la moglie (per questa
occasione compose proprio Natale 1833) e nel 1837 si risposa con Teresa Borri (morta negli anni’50). La
tranquillità familiare, però, è ben lungi dal profilarsi all'orizzonte, tanto che nel 1848 viene arrestato il figlio
Filippo: è proprio in questa occasione che scrive l'appello dei milanesi a Carlo Alberto. Di due anni dopo è la
lettera al Carena Sulla lingua italiana. Tra il '52 e il '56 si stabilisce in Toscana dove viene nominato Senatore
del Regno. Nel 1862 viene incaricato di prendere parte alla Commissione per l'unificazione della lingua e sei
anni dopo presenta la relazione Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla.

Poetica e Opere
Manzoni non interviene pubblicamente del dibattitto milanese, ma la riflessione teorica tra saggi, lettere e
appendici alle opere, prova l’intensità con cui egli vive le implicazioni morali delle questioni estetiche in
auge. Questa tensione etica investe il pensiero del pubblico e della sua educazione, l’ossessione del vero
storico e la filosofia della storia, ed è all’origine di ogni scelta stilistica e narrativa dello scrittore.
- Conte di Carmagnola: tema degli scontri tra signorie. Riflette le tesi del Conciliatore sulla tragedia.
Delle unità aristoteliche, Manzoni mantiene quella di azione ridefinendola come principio di
necessità che deve legare gli eventi rappresentati, i quali devono rispettare le fonti storiche ed
essere scelti come soggetto drammatico in virtù del significato politico e morale che è possibile
trarne. Per non forzare il realismo del racconto egli sceglie il coro come spazio esclusivo delle
proprie opinioni. Manzoni afferma che la storia ci dice ciò che gli uomini hanno compiuto, mentre la
poesia ci dice ciò che hanno pensato e provato, ricostruendo il contrasto tra passioni e volontà.
- Adelchi: tema degli scontri tra franchi e longobardi. Alla tesi politica sulla causa della decadenza
dell’Italia, l’autore sovrappone una speculazione filosofica sulla natura tirannica del potere: l’eroe
tragico è vittima di quel pessimismo “mondano” che per Manzoni non lascia alternativa tra fare o
subire un torto (morte come unica via liberatoria dalla feroce violenza che infuria nel mondo, in
linea con una visione cristiana giansenista). Il significato profondo della figura di Adelchi e del suo
dialogo con il padre è importante e allo stesso tempo innovativo: riflette infatti sul fatto che anche
loro, prima di essere stati sconfitti da Carlo e dai Franchi, si erano dovuti imporre su altre
popolazioni: riflette sulla ciclicità della storia, e da ciò ne consegue un miglioramento sul piano
morale del personaggio.

Manzoni vedeva un limite del genere drammatico nella centralità dell’eroe e nella riduzione del popolo a
un’entità narrativa indistinta: al popolo spetta secondo lui cambiare il corso della società e della storia, e
sceglie il romanzo per renderlo protagonista mostrandolo alle prese con i reali agenti del cambiamento
(poteri umani e poteri naturali). La scelta del romanzo non riguarda tanto il suo valore artistico, quanto il
suo rapporto con la verità storica.
Manzoni finirà col cambiare questa teoria, arrivando a definire come inconciliabili il lavoro del poeta e
quello dello storico (“Nel romanzo storico il soggetto principale è poetico in quanto meramente verosimile”)

- Promessi sposi: (il Fermo e Lucia è il romanzo storico antesignano dei Promessi sposi: i personaggi
sono in buona parte gli stessi; il primo romanzo risulta più statico e costituito da blocchi distinti)
l’edizione definitiva detta “quarantana” esce nel 1840-42, illustrata da Francesco Gonin per
raggiungere anche un pubblico meno alfabetizzato, e scritta usando un fiorentino depurato di ogni
residuo della lingua milanese. Manzoni sente la necessità di distinguere la ricostruzione realistica
del passato e le opinioni contemporanee su quello stesso contesto: per dividere questi due piani,
presenta l’opera come un falso manoscritto d’epoca del quale lui è solo un traduttore. Ricreazione
del ‘600 lombardo come ambiente del tutto concreto e del quale i personaggi risultano essere
credibili nei gesti, nella mentalità, nelle relazioni.
Concezione etica di Manzoni: è convinto che un contesto di decadenza consente di individuare
meglio le responsabilità e le virtù personali. I personaggi del romanzo si possono distinguere
facilmente secondo il modo in cui amministrano il proprio arbitrio tra le forze naturali e quelle
sociali: i deboli come Renzo vengono criticati quando si ribellano in forme sbagliate, ma il riscatto
non è precluso a chi abbia commesso dei crimini (fede nella divina provvidenza).
Manzoni ha inventato il romanzo storico italiano ed ha contribuito in maniera decisiva all’affermarsi
del genere romanzo in sé. Egli ha utilizzato i dati storici ricavandone gli elementi per una riflessione
filosofica sulla storia e sulla condizione umana che investiva la propria epoca.
Trama: negli anni 1628-30 il territorio lombardo, sotto il dominio degli spagnoli, è afflitto da una grave carestia. In un paesino lucchese il
matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella è impedito dal nobile locale Don Rodrigo, che ingaggia un fuorilegge, l’Innominato,
affinché rapisca la ragazza: Lucia si rifugia in un convento milanese per volere di fra Cristoforo, ma qui Gertrude insieme al suo amante
Egidio consegnano la ragazza all’Innominato. Renzo nel frattempo si rifugia a Milano presso padre Bonaventura: qui scoppia un tumulto
popolare e un’epidemia di peste. L’Innominato si lascia impietosire dalla ragazza, e dopo il colloquio col cardinale Borromeo decide di
liberarla: i due giovani si riconciliano nel lazzaretto di Milano, dove Lucia guarisce dalla peste e Don Rodrigo ne rimane vittima. Tornati a
casa vengono finalmente sposati da Don Abbondio.

- Storia della colonna infame: ricerca sulla persecuzione del 1630 a due untori accusati ingiustamente
di propagare la peste per Milano tramite unguenti. Il processo decretò sia la condanna capitale di
due innocenti, Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, sia la distruzione della casa-bottega di
quest'ultimo: come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione del Mora la "colonna infame"
che dà il nome alla vicenda. Nel 1778, ormai divenuta una testimonianza d'infamia non più a carico
dei condannati ma dei giudici che avevano commesso un'enorme ingiustizia, fu abbattuta. Tale
opera venne aggiunta in appendice ai Promessi sposi, ma era nata come parte del Fermo e Lucia.

CARLO PORTA e GIUSEPPE GIOACHINO BELLI


Epoca di frazionamento politico e culturale all’interno della quale continua ad essere protagonista la
questione della lingua: necessità di trovare un idioma nazionale che sia per tutti comprensibile e che
contribuisca a costruire una coscienza civile e a sprovincializzare il paese. In conflitto con tale bisogno sta la
fedeltà alla rappresentazione realistica del proprio ambiente, e quindi la tendenza all’uso di una parlata
bassa e popolare: Porta con il dialetto milanese e Belli con quello romanesco costituiscono le espressioni
artistiche dialettali più felici di questi anni. Le dissonanze tra cultura elitaria e mentalità popolare si
esplicitano dunque innanzitutto sul piano linguistico, sotto forma di parodia di lingue straniere o “alte”
(come il latino) che escono sfigurate dallo scontro con il dialetto. Porta e Belli si tengono a distanza dallo
statuto tradizionale del poeta, dichiarando di non aver avuto investiture umane o divine: per loro nessuna
ispirazione giunge dall’alto. L’erosione del modello lirico tradizionale intacca le strutture linguistiche e
quelle poetiche: l’andamento metrico si fa più disteso e viene utilizzata un’ampia varietà di forme
compositive, dal madrigale all’epitaffio fino a vari tipi di sonetto (la forma chiusa del sonetto domina nei
componimenti di Belli). Pur calandosi nella mentalità e nei modi espressivi della plebe, entrambi gli autori
sono consapevoli di come la trascrizione della lingua parlata comporti una spaccatura inevitabile tra oralità
originaria e pagina scritta, ribadendo la necessità di una prese di distanza intellettuale: Belli ad esempio
chiarisce che la lingua da lui adottata è una sua personale rielaborazione volta ad esprimere con segni certi
anche suoni incerti, e ciò permette di giocare con l’abbassamento continuo del linguaggio e di affidare
direttamente al dialetto la rivendicazione della propria legittimità.
Se nel caso di Belli la scelta del dialetto favorì la circolazione clandestina dei sonetti, per Porta ciò provocò
l’accendersi di polemiche e ostilità.

Porta
Si distaccò progressivamente dalle scelte filoaustriache della famiglia, fondando la Società delle Ganasse e
diventando celebre come attore del “teatro patriottico”. Nel 1812 si apre la fase dei componimenti
maggiori con l’opera Desgrazzi de Giovannin Bongee: il fervore creativo di questi anni è legato alle attività
della Cameretta, circolo di amici che si riunisce in casa Porta per discutere di attualità e politica, che
propugna un ideale di cultura democratica e liberale. La frequentazione con intellettuali riformisti gli
permise di venire in contatto come autori come Foscolo e Manzoni (il quale riconoscerà l’ispirazione che ha
tratto dalla poesia portiana).
Le storie degli umili messe in scena nei componimenti di questi anni costruiscono un mosaico sociale,
mettendo in scena i fatti tragici che colpiscono i protagonisti e delineando gli scenari in cui essi si svolgono:
la città contemporanea diventa la protagonista della nuova poesia, in un mondo in cui ci si sente figli della
natura, della tecnica e della storia (i paesaggi ameni popolati da scrittori poeti vengono sostituiti dal
frastuono metropolitano reso con allitterazioni e onomatopee, e dal senso di soffocamento causato dal
viavai cittadino reso con la tecnica dell’enumerazione caotica). Porta dimostrò quindi grande attenzione al
contesto sociale, denunciando il potere e l’ipocrisia della società: non scompare mai in lui la
consapevolezza di un divario incolmabile tra i ceti, che solo in parte può essere stemperato dalla comicità.
Porta si cimentò anche in una traduzione in milanese dell’Inferno dantesco, completandone soltanto una
piccola parte: questi versi risultano scanditi da rime aspre e dal ritmo dei monosillabi. L’autore insegue la
musicalità delle allitterazioni dantesche, ma declassa le immagini poetiche e la maestosità delle figure a un
livello più quotidiano.
Gli ultimi anni della vita di Porta furono caratterizzati dalla polemica antinobiliare e anticlericale: il tenore
delle sue denunce non si smorzò, e lui stesso affermò di essere posseduto da una “musa arrabbiata”. Decise
di morire romantico chiarendo la sua posizione nelle opere Sonettin col covon e El Romanticismo.

Belli
Contemporaneo di Porta, si cimentò nella traduzione dal milanese al romano di due suoi sonetti, dedicati
alle figure femminili della formosa Sura Catterinin e della sgangherata Teresin: varia lo schema delle rime
ma non rinuncia all’attenzione per il dettaglio stilistico e fonico. Nei due sonetti Belli mostra di saper essere
osceno molto più di Porta, e allo stesso tempo di risultare più comico ed irriverente (il corpo maschile
risulta essere nelle composizioni del Belli oggetto del desiderio quanto quello femminile). Entrambi gli
autori scelgono di cedere la parola ai personaggi all’interno delle loro opere, ma se in Porta resta operante
la distinzione dei registri, in Belli tutti parlano la stessa lingua e sono ugualmente volgari.
La maggior parte delle notizie sulla vita di Belli ci giungono dalla lettera del 1818 all’amico Filippo Ricci,
intitolata Mia vita: vi si narrano le peripezie della sua famiglia negli anni della Roma giacobina, e delle
difficoltà da lui affrontate una volta rimasto orfano. Successivamente fondò l’Accademia Tiberina per
promuovere gli studi storici su Roma (alla cui plebe dedicò l’opera Sonetti). Viaggiò molto tra 1817-27.
La vastità dei suoi interessi è documentata dagli undici volumi del suo Zibaldone.
La visione della storia come una linea che continuamente si inceppa e la consapevolezza che il progresso
raggiunto può sempre ribaltarsi in una condizione di barbarie costituiscono il sostrato filosofico in cui si
innesta il personale scetticismo di Belli. Da segnalare sono poi le sue riflessioni intorno alla cultura
popolare, alla superstizione, al valore delle lingue basse, al gusto del dettaglio realistico e grottesco che lo
avvicina ai principali narratori dell’800.
Possiamo definire tale autore come censore di sé stesso: pur scrivendo usando lingue basse, egli era
convinto che solo la produzione in italiano meritasse la pubblicazione; arrivò a condannare i suoi sonetti
romaneschi, chiedendone la distruzione al figlio Ciro e al canonico lateranense Tizzani, eredi delle sue carte.
Negli ultimi anni di vita subisce un’involuzione, anche a causa della morte dell’amata moglie, e la sua
ispirazione inizia a svilirsi: è del 1849 l’ultimo e malinconico sonetto dedicato alla nuora Cristina, nel quale
tragico e comico si uniscono nel paradosso delle grandi aspettative destinate a sfociare nel nulla.
Molte furono le traduzioni in lingua straniera delle sue opere: Russia (Gogol su tutti), Inghilterra, Germania.
GIACOMO LEOPARDI (1798-1838)
Vita
Nasce a Recanati dal conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide Antici, membri dell’antico patriziato
marchigiano. Il padre è grande appassionato di lettere, dall’ideologia cattolica conservatrice: Giacomo
riceve un’educazione religiosa canonica, ed inizia i suoi studi già nel 1807 con il maestro sacerdote Sanchini;
dal 1812 diviene autodidatta studiando sui libri della biblioteca del padre: impara benissimo il greco e si
interessa di molte altre lingue. Diviene in breve tempo un ottimo traduttore (Ars poetica di Orazio e
Batracomiomachia di Omero), autore di trattati scientifici (Storia dell’astronomia) e etno-antropologici
(Saggio sopra gli errori popolari degli antichi), oltre che filologo. Decisivo è il 1817: inizia una
corrispondenza epistolare con il letterato piacentino Pietro Giordani che lo introduce in ambienti letterari
non provinciali. In due ampie lettere, il nostro gli descrive il suo stato d’animo utilizzando uno stile
classicistico inframezzato da scatti colloquiali e ricco di allusioni e riferimenti letterari: egli raffigura se
stesso come un genio incompreso e isolato, un puer senex malato nel corpo e corroso dagli studi nel cuore,
prigioniero della desolante Recanati; compare in esse il concetto di noia, sentimento terribile e indistinto
che annichilisce e disorienta: angoscia esistenziale che si nutre della quiete e della routine della vita, dovuta
all’impossibilità di appagare l’infinito desiderio umano (prime tracce della teoria del piacere). Nel 1818
scrive il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica che rappresenta la più importante trattazione
poetica del primo Leopardi. Nel 1819 inizia a comporre gli Idilli e prova anche a fuggire da Recanati, ma
viene scoperto: torna così negli anni successivi a concentrarsi sulla composizione. In questo periodo,
rileggendo Machiavelli ed Hobbes, mette a punto il suo pessimismo sociale, che in un passo dello Zibaldone
definirà “machiavellismo di società”: la massa degli uomini vive per lui in uno stato di guerra perenne di
tutti contro tutti a causa dell’egoismo proprio di ogni uomo (questo machiavellismo viene formalizzato nei
Pensieri del ’32-’36, in cui si analizza proprio il comportamento degli uomini in sé, e all’interno della
società). Ottiene dal padre il permesso di recarsi a Roma nel 1822, presso lo zio Carlo Antici: trascorre circa
un anno nella capitale, rimando deluso dalla grettezza della vita salottiera della città, e una volta tornato a
casa si chiude in una solitudine quasi monastica, pensando e scrivendo moltissima anche se solo in prosa.
Gli anni 1823-28 costituiscono il periodo di non poesia (eccezione: epistola Al conte Carlo Pepoli del ’26): si
dedica così alle Operette morali, e visita Milano, Bologna, Firenze (qui conosce gli intellettuali
dell’Antologia, la rivista fondata da Vieusseux, sulla quale vengono pubblicate le sue Operette a partire dal
’26). Nel 1828 si reca a Pisa, e qui torna poetare: il primo testo che redige è Il risorgimento, che esprime un
gioioso ritorno alla poesia, documentando il ritorno alla vita interiore e alla sensibilità emotiva. Torna a
Firenze nel 1830 grazie agli intellettuali dell’Antologia, i quali gli mettono a disposizione una somma di
denaro sufficiente per vivere un anno in completa autonomia: la profonda riconoscenza del nostro si
manifesta con la dedica del suo capolavoro, cioè i Canti, che raccoglie le poesie scritte fino a quel momento.
Si avvicina molto all’intellettuale Antonio Ranieri, con il quale lascia Firenze per recarsi a Roma prima e
Napoli poi (1833): qui si innamora della nobile fiorentina Fanny Targioni Tozzetti, e pensando di essere
corrisposto le dedica il Ciclo d’Aspasia, opera nella quale dipinge la donna come essere angelico (richiami
allo stilnovismo dantesco e cavalcantiano) e parla dell’amore tra uomo e donna come risarcimento ai mali
inflitti dalla natura, per sfociare però sul finale in un pessimismo sconsolato e nel desiderio di riporre ogni
passione perseguendo l’assoluta atarassia. Il soggiorno del nostro a Napoli, ultima città ad ospitarlo, si
rivela ricco di composizioni, nonostante la cagionevole salute: realizza la seconda versione dei Canti e
Paralipomeni della Batracomiomachia (poema narrativo, zoo-epico e comico composto da 8 canti in ottava
rima: si ricollega all’opera di Omero, narrando la guerra tra i topi, esponenti del partito liberale italiano, e le
rane, legittimisti filopapali, mentre i granchi rappresentano gli austriaci; il nostro prende atto della mancata
riuscita dei primi piani di liberazione nazionale e riconosce alla base dell’insuccesso un’ideologia troppo
poco concreta, mancante delle realpolitik e di pragmatismo). Nel 1836 realizza la lunga canzone La ginestra
o il fiore del male, considerata il suo testamento poetico: invita gli uomini ad unirsi e a darsi forza l’un
l’altro, assumendo un atteggiamento eroico nei confronti della natura maligna e dell’ingiustizia cosmica.
Muore l’anno successivo.
LEOPARDI di Antonio Bazzocchi

Anni di formazione
Studia le lingue antiche e moderne, la letteratura, le scienze e la religione. Diverse sono le attività del
periodo:
- Traduzioni: il latino gli è imposto dal padre mentre il greco lo scopre da sé, ed è proprio lo studio di
questa lingua e la lettura dei poeti greci antichi a incrementarne la vocazione poetica, alla quale
contribuisce anche la forza della sua immaginazione (lo afferma lui stesso nello Zibaldone, nel
1821). Le prime opere che traduce sono l’Ars poetica e le Odi di Orazio, e la Batracomiomachia e
alcuni passi dell’Odissea di Omero: ne seguono altre di Mosco, Esiodo, Archiloco, Anacreonte. La
traduzione degli antichi diventa già esperimento poetico: nel tradurre ad esempio Mosco, Leopardi
stesso percepisce la sua attività non come serva dell’arte ma come vicina alla natura stessa, in
quanto prodotta da un poeta civilizzato ma non ancora corrotto dai vizi cittadini; Omero viene
invece identificato con uno stato primitivo in cui convergono la natura e la condizione infantile
dell’uomo. Questi autori greci diventano per il nostro i testimoni di un’epoca privilegiata di unione
con la natura, anzi sono essi stessi una seconda natura, dove l’immaginazione è al suo massimo di
intensità e artificio: poesia “ingenua”; questa situazione non potrà mai più ripetersi
- Prime composizioni: 23 dissertazioni filosofiche di vario soggetto (logico, fisico, metafisico) le due
tragedie La virtù indiana e Pompeo in Egitto, esperimenti di scrittura in greco spacciati per originali.
Filologia: nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi parla degli errori che gli antichi hanno
commesso a causa della loro inciviltà (in linea con l’educazione cattolica). Concetti di errore e vero: gli
errori cioè le illusioni, i sogni, i prodotti dell’immaginazione sono contrapposti al vero, cioè alla ragione;
Leopardi sembra propendere per la verità contro l’errore, dichiarando la necessità di eliminare i
pregiudizi dell’infanzia. Il Leopardi di queste pagine è esattamente nella posizione opposta a quello che
comporrà le prime canzoni e gli idilli, dove la forza dell’immaginazione e dell’errore viene caricata di
valore assolutamente positivo nei confronti della ragione: l’esperienza del mondo antico diventa
gradualmente quella del rapporto originario con la natura, che si rivela come qualcosa di esterno e
percepibile con i sensi, ma anche qualcosa di intimo e privato, fondamentale nell’infanzia.
Il passaggio dai classici greci e latini alla poesia moderna avviene attraverso la mediazione del modello
dantesco: passaggio dalla condizione ingenua, poetica, a qulla adulta, sentimentale. Compone la lunga
cantica Appressamento della morte, ambizioso poema allegorico di ispirazione dantesca: un giovane poeta
viene guidato da un angelo nell’oltretomba con lo scopo di allontanarlo dai desideri terreni, indicandogli la
via verso la visione di dio.

Tentazione autobiografica
Due furono gli esperimenti di scrittura in questo senso, uno nel 1817 el0altronel 1819:
- Il diario del primo amore: scritto in occasione dell’incontro con Gertrude Cassi, cugina del padre
Monaldo, che trascorre quattro giorni a Recanati e lo fa innamorare facendogli sperimentare per la
prima volta una passione prima solo immaginata. Il rapporto con l’oggetto d’amore avviene su due
piani: Giacomo vede la donna, ne subisce il fascino, ma poi la sogna, la immagina e sente che
l’immaginazione ha effetti a volte anche più intensi di quelli diretti alla percezione sensibile; da qui
deriva la rappresentazione dell’assenza che accompagna il rapporto sensibile con le cose, per cui
finito e infinito vengono a contatto. La donna immaginata risulta dominante rispetto a quella reale,
e il nostro esprime la volontà di mantenerne l’immagine e il ricordo: ma una volta composto il
canto, le immagini si sono indebolite e diventa più grande il vuoto del cuore; la malinconia si
accompagna ad una nuova intensità di pensieri, e prefigura ancora una volta l’analisi della noia.
Altezza del pensiero e sensibilità dell’animo sono i risultati positivi della passione: l’amore però, per
gli eccessi di malinconia, può diventare una vera malattia con effetti fisici come insonnia e
debolezza. Nelle ultime pagine si afferma poi che la donna desiderata può ricomparire in sogno
ancora intensamente viva, molti più di quanto riesce a rievocarla la memoria: alternanza tra
desiderio e vuoto, immaginazione e memoria, presenza ed assenza.
- Ricordi d’infanzia e l’adolescenza: titolo non originale dell’opera, che contiene appunti di
impressioni, ricordi personali e familiari, di letture che si mescolano a sensazioni varie. Le note si
susseguono senza interruzione come veri e proprio appunti. Qui Leopardi indica le caratteristiche
della sua intelligenza, fatta di duttilità e capacità di imitazione. Vengono trattati anche problemi
filosofici poi ripresi nelle in altre opere, come l’immensità del cosmo e la piccolezza della natura,
del rapporto finito-infinito, della pluralità dei mondi e della critica all’antropocentrismo. Il bisogno
di proiettarsi in figure diverse da sé per esprimere le proprie idee, che troviamo nei Canti, si
materializza qui nel passaggio dalla prima alla terza persona.

Discorso si un italiano intorno alla poesia romantica e mutazione


Opera del 1818 realizzata per rispondere alle critiche mosse ai classicisti italiani da Madame de Stael nel
suo articolo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni, e per smentire quanto afferma Ludovico di Breme in un
articolo dello stesso anno (sostiene che gli scrittori antichi hanno elaborato nelle loro opere le fantasie
derivate da una balorda ammirazione nei confronti della vita inspiegabile della natura, mentre gli artisti
moderni, le cui capacità razionali sono avanzate e che non credono più alla pura immaginazione, devono
rendere ragione al vero infinito che li circonda: per lui la nuova poesia romantica deve rappresentare la vita
della natura in tutte le sue forme, al contrario della mitologia antica che personificava e rendeva uniforme
ogni fenomeno naturale).
Leopardi, inserendosi nel dibattito tra classicisti e romantici del periodo, compone un lungo discorso che è
l’esatto rovesciamento di quanto afferma Breme: sostiene l’assoluta superiorità della condizione primitiva,
naturale e infantile, nei confronti della civilizzazione e del mondo adulto. La poesia deve secondo lui
mantenere un rapporto essenziale col mondo dei sensi, e non può quindi rinunciare alle illusioni e agli
inganni dell’immaginazione, che Breme considera ormai superati, dal momento che quando leggiamo la
nostra ragione è consapevole di abbandonarsi al delirio dell’immaginazione. Leopardi riconosce che il
progresso ci ha indubbiamente cambiati e che ormai non vediamo più la natura con gli stessi occhi, ma è
proprio questo progresso che ci impedisce in realtà di conoscere veramente la natura, che non si palesa ma
si nasconde. Inoltre poiché la natura non cambia è necessario che noi ci adattiamo a lei, e quindi la poesia
non può mutare come vogliono i romantici, ma deve essere immutabile almeno nei suoi caratteri principali.
Il poeta deve mettersi nella condizione del primitivo per mezzo dell’immaginazione, e ciò è possibile perché
ogni uomo ha vissuto nel periodo della propria infanzia i piaceri, le paure, le illusioni prodotte dalla fantasia.
L’inclinazione al primitivo costituisce l’argomento principale della critica ai romantici: la natura produce
piaceri e illusioni nel mondo primitivo, la fanciullezza è un ripresentarsi dello stato primitivo, le fantasie
della fanciullezza sono dunque le fantasie degli antichi, e il poeta deve imitare la natura, riprodurre piacere
e illusioni, tornare allo stato primitivo e infantile (“Il poeta deve illudere, e illudendo imitar la natura, e
imitando la natura dilettare”).
Il secondo punto critico del discorso riguarda gli oggetti e le tecniche d’imitazione: gli antichi imitavano il
familiare, ciò che è sensibile, non cercavano effetti esagerati per attirare l’attenzione come fanno i
romantici. Quello che i romantici chiamano sentimentale (cioè la rappresentazione dell’interiorità) era già
implicito nel modo in cui la natura veniva imitata dai poeti antichi: il sentimentale è nella natura e i poeti
antichi lo esprimevano attraverso l’imitazione della natura stessa. Per difendere la mitologia antica
dall’accusa di personificazione eccessive, Leopardi richiama l’abitudine dei bambini a vivificare ogni oggetto
inanimato che li circonda e sostiene che se questa è l’abitudine primitiva di ogni uomo è lecito che questo
sia il modo più semplice con cui la natura si lascia avvicinare e conoscere: la critica alla mitologia è inutile,
non può portare la poesia da nessuna parte.
Natura-ragione, antichi-moderni, immaginazione-intelletto risultano i grandi antagonisti del discorso. In
sintesi Leopardi sostiene che il ripristino delle facoltà degli antichi è impossibile, dato che l’uomo moderno
si trova ormai invecchiato e corrotto al pari dell’umanità stessa mentre gli antichi avevano potuto rimanere
per tutta la vita come fanciulli dotati di fantasia creatrice: ciò che rimane da fere al poeta è prendere atto
del decadimento e fingere al meglio di essere un poeta naturale, cercando di nascondere tale emulazione.
L’opera si chiude rivolgendosi ai giovani italiani, esortandoli ad amare e difendere la patria.

Mutazione: passaggio nel 1819 dalla poesia alla filosofia, dallo stato antico al moderno. In quell’anno si
ammala agli occhi e non riuscendo per lungo tempo a leggere si concentra sulla meditazione: la riflessione
che consegue al dolore provoca in lui un cambiamento, e per questo la sua immaginazione si indebolisce.
Fine del predominio della natura sui sensi e inizio di un’epoca sotto il segno della ragione e del vero. Poeta
e filosofo sono le due figure che si alternano nella scrittura in prosa e in versi di Leopardi.

Teoria del piacere


Al 1820 risale il primo nucleo dello Zibaldone, dedicato alla teoria del piacere. Essa è connessa alle teorie
sensistiche e materialistiche settecentesche (Montesquieu e Condillac) per cui quando si parla di piacere si
intende soprattutto il piacere dei sensi (vista e udito su tutti), quelli fisici, che solo in un secondo momento
presentano un aspetto ideale ed astratto.
L’anima desidera e mira sempre al piacere, cioè alla felicità. Il desiderio del piacere non ha limiti e perciò
non può essere appagato da piaceri determinati, e termina solamente con la morte. Ogni piacere è dunque
finito, mentre il piacere è infinito: ciò che l’anima desidera è la soddisfazione di un desiderio infinito, ed
essendo ciò impossibile ne risulta che in ogni piacere è insito il dispiacere, cioè il dolore. A questo punto
subentra l’immaginazione, che compensa l’impossibilità del piacere pieno creando piaceri illusori o
fingendo la possibilità di piaceri pieni: la felicità umana può esistere dunque solo nei prodotti
dell’immaginazione, cioè in speranze ed illusioni. Questo è il segnale della misericordia della natura verso
l’uomo: essa ha rimediato alla situazione dell’uomo con le illusioni e con una vasta gamma di piaceri diversi,
che permette all’uomo stanco di un piacere di rivolgersi subito ad un altro. L’infanzia è l’epoca più felice
poiché quella in cui l’immaginazione è più forte: da ciò deriva anche la superiorità degli antichi nei confronti
dei moderni, in quanto essi rappresentano l’infanzia dell’umanità, e poiché non sapevano che nessun
piacere li potesse soddisfare.
Superiorità estetica dell’infinito: ci sono cose in natura piacevoli in sé, esattamente come sono piacevoli e
poetiche le parole che evocano cose indefinite e vaste, idee vaghe e indefinite.
L’anima dell’uomo prova tanto più piacere quanto più entra in contatto con sensazioni che implicano
varietà e mobilità: mentre dolore, dispiacere, noia nascono dall’uniformità e dalla immobilità, la vita più
occupata da impegni, compiti, doveri, distrazioni, sonno, stupore è quella più felice, poiché in questo modo
si inganna la continua richiesta di piacere e la sua continua insoddisfazione.
Altro concetto fondamentale è quello di amor proprio: l’infinita inclinazione dell’uomo al piacere ha natura
materiale e l’amor proprio, cioè il desiderio di conservazione, è la cosa più materiale che accomuna gli
uomini. Nell’uomo l’amor proprio è direttamente proporzionale all’infelicità: quanto più è intensa la
sensibilità interna dell’uomo, tanto più forte è l’amor proprio, e di conseguenza tanto è maggiore
l’infelicità; essendo l’uomo civilizzato più sensibile poiché colto e raffinato, egli è destinato ad essere più
infelice.

Canti
Opera che raccoglie tutti i suoi esperimenti poetici, e che è cresciuta parallelamente a lui ed è quindi
costituita da diversi nuclei e componimenti successivi. Nell’ordine:
- Canzoni del 1818-20: si apre la carriera poetica ufficiale di Leopardi. Fanno parte di questo periodo
il trittico All’Italia e Sopra il monumento di Dante (definite come patriottiche) e Ad Angelo Mai
quant’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica. Caratterizzate da tono alto e da un gusto del
travestimento erudito che il poeta si porta dietro dai suoi studi giovanili, da una lingua e un giro
sintattico modellati sui classici, da immagini e passaggi veloci da una strofa all’altra in cui i legami
concettuali appaiono completamente nuovi. In queste poesie, come in quasi tutte le grandi poesie
leopardiane, prendono il loro titolo da un interlocutore presente o assente ma sempre necessario
allo svolgimento della poesia stessa: Leopardi riporta alla lirica la solennità del dialogo, il pathos
drammatico del teatro, il clima sentimentale del romanzo moderno. Ciò che il nostro sottolinea in
queste prime tre canzoni è la decadenza dei comportamenti moderni in confronto agli antichi, la
condizione di abbattimento morale della nazione e dei suoi abitanti, la viltà che si è sostituita alla
virtù, la paura al coraggio: insomma il disagio che Leopardi vuole cogliere è la mancanza di virtù e di
ideali nei suoi contemporanei, di fronte ai quali proclama una forte volontà di intervento e azione,
a rischio della vita stessa. La tomba è uno dei luoghi più invocati sia nel suo aspetto funebre che per
il suo valore di ricordo ed esempio (ripresa di Simonide e Foscolo). Doppio aspetto delle prime
canzoni: da un lato ci sono le grandi invocazioni storiche condotte per ampi quadri, dall’altra un
impeto di sentimenti elevati che accompagna queste invocazioni, dove sale alla ribalta l’Io lirico,
che commenta, interroga, si stupisce diventando il vero protagonista degli avvenimenti.
- Canzoni del 1821-22: nel 1819 avviene la mutazione che lo porta diventare filosofo iniziando una
meditazione sul vero dominata dalla ragione. Realizza alcuni degli idilli più famosi e poi ritorna alla
composizione di canzoni di intonazione impegnata e classicheggiante, e nello stesso periodo scrive
molto anche nello Zibaldone. La meditazione non impedisce la poesia. Sono di questi anni Nelle
nozze della sorella Paolina e A un vincitore nel pallone (tema della virtù), Bruto minore e Ultimo
canto di Saffo (tema dell’amore e scelta del suicidio, e ragione nemica della natura), Alla primavera
e Inno ai patriarchi (si interroga la natura recuperando la memoria dei tempi antichi).
- Idilli: autoanalisi sentimentale che segue i tormenti dell’età adolescente e vi medita sopra. Gli idilli
esprimono situazioni, affezioni, avventure storiche dell’animo del poeta, e sono: L’infinito, Alla
luna, Il sogno, La vita solitaria, tutti pubblicati nel 1825-26 sulla rivista Nuovo Ricognitore e poi
nell’edizione bolognese dei versi. Essi entrano in contatto con una natura reale in cui il tempo che
domina è un presente che sembra voler cogliere l’essenza di ogni momento: gli oggetti del
paesaggio lirico fanno da sfondo alle meditazioni diventando però protagonisti della meditazione
stessa. La voce che parla ha bisogno di questi oggetti per svolgere un racconto in torno a sé stessa:
non è più un io astratto e indefinito, ma un io caratterizzato da esperienze biografiche precise. La
storia interiore di questo nuovo io nasce a contatto con la realtà e da qui parte per accennare alle
esperienze private della memoria e del sogno: in tutti i componimenti la dimensione del presente
viene messa in rapporto con quella del passato, proprio per sottolineare la dimensione di avventure
storiche fatte dei fatti rappresentati.
- Prima edizione dei Canti, Firenze 1831: preceduta da un’edizione bolognese dei versi del 1326, con
cui il nostro inizia a pensare a una raccolta delle sue poesie (idilli, elegie, sonetti satirici, traduzioni
di Omero e Simonide, quest’ultima “contro le donne”, che si mescola ai componimenti più lirici e
amorosi sancendo il passaggio a un nuovo tipo di scrittura che vedremo nelle Operette morali).
Inserisce nella raccolta anche l’Epistola a Carlo Pepoli: I nuclei della raccolta sono due: la presenza
della noia nella vita dell’uomo e il poeta stesso che si sente alla fine di un’epoca della sua vita; la
vita non è vitalità, ma un sonno agitato e difficile da sopportare, difficile anche per chi, libero da
bisogni primari, ha davanti a sé un tempo di vuoto da riempire con attività di ogni tipo.
Nell’edizione del 1831 l’autore recupera le canzoni, che vanno a occupare i primi nove posti
dell’indice, al decimo inserisce un’elegia giovanile (Primo amore), seguono i cinque idilli (amore
ormai visto dalla prospettiva sentimentale del ricordo), al sedicesimo posto c’è la canzone Alla sua
Donna, al diciassettesimo l’Epistola a Carlo Pepoli (la meditazione si sostituisce alla passione e il
vero occupa definitivamente lo spazio delle illusioni e delle passioni); la quiete dopo la tempesta e il
sabato del villaggio chiudono questa edizione, offrendo due immagini di felicità apparente e
illusoria e l’immagine della vita come uniforme continuità di noia e dolore, interrotta
momentaneamente da piccoli spazi di piacere.
- Edizione definitiva, Napoli 1835: rispetto alla precedente il passaggio tra Il primo amore e l’infinito è
mediato dal nuovo testo il passero solitario, tra vita solitaria e alla sua donna si inserisce il
Consalvo, la raccolta termina con un nuovo ciclo di canti amorosi (il pensiero dominante, amore e
morte, a sé stesso, Aspasia) seguiti dalle canzoni Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, Sopra il
ritratto di una bella donna, Palinodia al marchese Gino Capponi, il tramonto della luna, la ginestra,
e da una breve sezione di frammenti.

Zibaldone
Raccolta di pensieri e osservazioni da cui l’autore progettava di ricavare diversi trattati intorno a temi
estetici, filosofici, morali. Esso contiene idee e meditazioni che sono necessarie per capire le due opere
maggiori di Leopardi, i Canti e le Operette, anche se molto spesso il pensiero riprende, commenta ma anche
modifica qualcosa che la poesia e la prosa aveva affermato. Si possono dare due casi diversi: o un’idea
viene elaborata prima nelle opere poetiche e in prosa poi ripresa nello Zibaldone, o esso modifica quanto si
trova già nell’opera. La prima edizione dell’opera esce postuma nel 1898-00: 7 volumi e 4.526 pagine,
contenenti conversazioni e discussioni del poeta con sé stesso (1821: anno più prolifico) non organizzate
secondo una struttura organica. Volendo arrivare ad un tema fondamentale, lo si può individuare nel
rapporto uomo-natura. La maggior parte dei pensieri dell’opera viene articolata attraverso opposizioni, le
quali spesso delineano percorsi che si incrociano tra loro: ragione-immaginazione, natura-ragione, antichi-
moderni, poesia-filosofia.
In un celebre passo egli afferma che i pensatori, se vogliono raggiungere la verità, devono elaborare sistemi
di pensiero, anche se i loro sistemi possono essere errati e distanti dal vero: la scoperta di ogni singola
verità ha senso solo se la si mette in rapporto con tutte le altre verità. La correlazione di queste verità può
avvenire solo per mezzo dell’immaginazione, non essendo la ragione sufficiente: pensiero e immaginazione,
e anche sentimento, devono collaborare nella ricerca della verità.
Importante è il passo che riguarda il rapporto uomo-natura, cioè la possibilità della mente umana di
comprendere l’infinità della natura. Leopardi esprime l’assoluta superiorità dello stato di natura su quello di
cultura, degli antichi sui moderni, degli effetti della natura rispetto ai prodotti della ragione. La natura è
superiore perché ha caratteristiche di perfezione immutabili, mentre l’uomo moderno si è allontanato dallo
stato naturale giungendo ad una seconda e corrotta natura (Subentra il concetto di assuefazione: esso
spiega tutte le trasformazioni che nella storia hanno portato la natura originaria a diventare una seconda
natura dalla quale non si può tornare indietro [giustificazione del suicidio: impensabile in uno stato naturale
ma legittimo in uno stato di seconda natura come il nostro, dove il desiderio di sottrarsi al dolore può
spingere alla morte]). Nel 1824 la concezione di Leopardi sulla natura si modifica improvvisamente:
l’opposizione natura-ragione, in cui la natura appare come ordine perfetto, svanisce in quanto la
contraddizione entra a far parte dello stesso ordine naturale. Tale contraddizione sta nel fatto che l’uomo
nasce ma non può essere felice, e desidera la morte, e ciò è una contraddizione stessa della vita e della
natura, che quindi non è perfetta come aveva fino ad allora sostenuto. Il fine naturale dell’uomo deve
essere la felicità, ma il fine dell’esistenza in generale e di quel sistema che ordina le cose della natura non è
in nessun modo la felicità, in quanto essa è impossibile e in quanto la somma dei dispiaceri supera sempre
quella dei piaceri: da ciò ne consegue che il fine della natura universale è la vita dell’universo, la quale
consiste ugualmente in produzione, conservazione e distruzione dei suoi componenti, ed essa quindi non
considera nemmeno la condizione degli uomini. Se dalla prospettiva umana la natura sembra malvagia,
Leopardi preferisce non cedere ad una prospettiva ristretta come quella umana, rispettando il principio di
relativizzazione: “Questo è un universo, un ordine: se buono o cattivo, non lo diciamo”. La posizione ultima
rimane quella dell’ammirazione: la natura è quindi in definitiva ordine perfetto (ulteriore ribaltamento) che
contempla la presenza del male, la quale è sua parte integrante.

Operette Morali
Di carattere comico e satirico, ricche di lirismo e estro, di mescolanza di generi e contaminazione, di
citazione erudita e di allusione colta, presentano vistose analogie con i dialoghi del greco Luciano di
Samosata ed anche con le opere di Voltaire. 19 delle 24 operette vengono composte nel 1824 (il 1823 è un
anno importante per l’autore, in quanto cambia la sua concezione intorno al mondo antico e alla felicità
degli antichi, la quale è un’illusione). Leopardi sembra volere traslare gli appunti dello Zibaldone in una
forma più presentabile e ufficiale, quella appunto del dialogo spiritoso tra antichi poeti, scienziati, dei,
individui immaginari, animali, pianeti, dando un definitivo assetto al sistema filosofico, sociologico, estetico
di cui erano espressione, e trattando nella forma della commedia temi propri della tragedia. A differenza
dei Canti, le Operette morali vengono concepite già come un’opera compatta e definita nella sua struttura.
Tre sono le edizioni dell’opera:
- 1824: costituita dalle prime 20.
- 1827: a quelle dell’edizione precedente se ne aggiungono altre 3, e la disposizione cambia (Milano).
Questa è considerata la prima edizione ufficiale.
- 1832: aggiunta di altre 2 operette, in quella che viene identificata come seconda edizione ufficiale
(Napoli). Una terza edizione venne poi bloccata dalla censura borbonica.
Le edizioni attuali si basano però sull’assetto definitivo del libro sull’edizione postuma a cura di Antonio
Ranieri (Firenze), che compiendo l’ultima volontà dell’autore aggiunge le 3 operette ancora inedite
Frammento apocrifo, Copernico, Plotino-Porfirio.
In questi componimenti: la condizione di sofferenza dei viventi viene estesa a tutte le epoche e a tutte le
specie, la noia rivelata quale condizione costante e irreparabile dell’esistenza, la società rappresentata
come campo di azione privilegiato delle bestialità umana, il progresso tecnico e scientifico dichiarato
responsabile dell’imbarbarimento dell’uomo in quanto frutto della ragione, il mestiere dell’artista e del
letterato come inutile e dannoso poiché inquinato dall’ipocrisia, l’antropocentrismo criticato e sbeffeggiato;
bersaglio della satira era quindi il mondo nel suo complesso: relativizzazione dell’immagine del mondo che
si deforma in conseguenza alla sua perdita di valore, alla quale si correla l’idea di un’umanità rimpicciolita e
inerme (limitatezza della terra e del cosmo ed apertura ad una dimensione d’infinito). Molti sono i rimandi
alla filosofia di Socrate.
A dominare le operette è l’elogio dell’immaginazione, della vita osservata a distanza, sognata anziché
vissuta, o consumata con il massimo di intensità e vivacità possibile, oppure addirittura è la prospettiva dei
morti a predominare su quella dei vivi.

SCAPIGLIATURA
Con l’unità nazionale (1861) si chiude un’intera stagione artistica e culturale: perduto ormai il proprio ruolo
di incitamento all’azione, la poesia patriottica di matrice berchettiana dai ritmi marziali e dai toni innografici
si stempera in una retorica sempre più facile e arcadica. Tuttavia la patria tanto desiderata non sembra
rispondere ai sogni e alle aspettative: gli artisti sentono di vivere in una condizione di marginalità nella
nuova società borghese e capitalista. Delusione postrisorgimentale e crisi dei secolari valori umanistici da
cui deriva un atteggiamento di protesta e di rottura con la tradizione: spasmodica ricerca del nuovo,
attitudine ribelle e sperimentale di marca ancora romantica si esprimono nella Scapigliatura.
La Scapigliatura è un movimento che si sviluppa a Milano e in misura minore a Torino subito dopo l’unità
d’Italia, e che domina la vita culturale per poco più di un decennio fino al progressivo esaurimento intorno
alla fine degli anni ’70. Il nome deriva dal romanzo di Carlo Righetti La Scapigliatura e il 6 febbraio: un
dramma in famiglia, una sorta di feuilleton di tema romantico-risorgimentale uscito nel 1862 in la
Scapigliatura è presentata come una casta formata da individui di ambo i sessi di 20-25 anni, pieni di
ingegno, più avanzati del loro tempo, indipendenti “come l’aquila delle Alpi”, pronti al bene quanto al male,
irrequieti, travagliati, turbolenti: casta che rappresenta “il serbatoio del disordine, dell’imprevidenza, dello
spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli altri ordini stabiliti. Siamo di fronte alla declinazione italiana della
bohème, che si identifica più come un costume sociale che come un movimento letterario.
Anche se differenze notevoli caratterizzano i vari membri del movimento, è possibile individuare
caratteristiche comuni: ribellismo antiborghese (tradotto in una vita sregolata, anticonformista, spesso
conclusa con l’alcolismo o col suicidio), noia esistenziale, irreligiosità blasfema, individualismo esasperato,
opposizione al mondo ufficiale dell’accademia, gusto per il macabro e per l’orrido, irrazionalismo tendente
al misticismo e al fantastico\sovrannaturale, commistione di generi e forme. Fondamentale è poi l’inter-
artisticità, che interessa letteratura, pittura, musica. In assenza di un vero e proprio manifesto
programmatico non si può parlare ancora di avanguardia: le posizioni scapigliati venivano presentate
soprattutto tramite riviste (Cronaca grigia, Figaro, Lo Scapigliato). Tutti i temi più ricorrenti trovarono
espressione nella poesia di Praga Preludio: opposizione alla generazione precedente e Manzoni in
particolare, polemica antireligiosa, volontà di scandalizzare, tensione irrisolta tra ideale e reale, conflitto
con il lettore borghese. Tutta la poesia degli scapigliati è figlia del dualismo e della contraddizione, e si
sviluppa all’ombra delle opere di Baudelaire e Heine. Maggiori esponenti:
- Emilio Praga: Penombre è la sua opera poetica principale, ed esprime il malessere dell’autore, la
sua attitudine sperimentale e la sua attrazione per il macabro e il sovrannaturale, pur utilizzando
una metrica largamente convenzionale.
- Ugo Tarchetti: da ricordare sono la raccolta poetica postuma Disjecta di tema funebre che sfiora i
limiti del feticismo e della necrofilia, e Canti del cuore, di prosa poetica sciolta da ogni vincolo.
- Arrigo Boito: da ricordare il Libro di versi e la favola Re Orso (sperimentalismo metrico, linguistico,
grafico). Lasciò la letteratura per la musica.
- Giovanni Camerana: nella sua raccolta postuma Versi si delinea il passaggio da un impressionismo
giovanile a un simbolismo carico di tratti decadenti ed esistenziali.
- Carlo Dossi: scrittore di narrativa più rivoluzionario di questa generazione sul piano dello stile e
dell’inventiva linguistica. I suoi libri sfuggono a ogni precisa qualifica di genere essendo ricchi di
digressioni sul modello sterniano e alternando continuamente racconto e riflessione: pastiche pre-
espressionista in cui dialettismi, termini aulici o desueti, tecnicismi e voci popolari si fondono in un
dettato che anticipa lo stile di Carlo Emilio Gadda. Opere da ricordare: L’Altieri, Vita di Alberto
Pisani, Desinenza in A, Amori, Note azzurre.
Vanno poi ricordati Giuseppe Rovani, Giovanni Fardella, Camillo Boito (fratello di Arrigo), Giovanni Cagna.

GIOSUE CARDUCCI (1835-1097)


Al movimento scapigliato si oppose la tendenza classicista erede di Parini, Monti, Foscolo che trovò in
Carducci il massimo esponente e in Firenze e Bologna i centri più attivi, riuscendo a prevalere sul
movimento milanese ed egemonizzando la vita artistica e culturale del paese per quasi un ventennio.
Poesia moderna capace di unire alle inquietudini e alla sensibilità dell’oggi una forma nobile e ricercata che
poteva discendere soltanto dalla nostra secolare tradizione e della lezione degli antichi.
Carducci nasce a Valdicastello (Lucca), da una famiglia borghese dal forte credo risorgimentale: dal padre
medico e carbonaro Giosue eredita l’amore per patria e letteratura. Terminati gli studi con la laurea alla
Normale di Pisa insegna prima in provincia di Pisa, a San Miniato, poi a Pistoia e Bologna (cattedra di
eloquenza). Vasta fu la sua produzione letteraria sia critica sia poetica, sempre all’insegna del classicismo.
Prime raccolte: Rime di San Miniato, inno A Satana (fede razionalista e positiva nel progresso e opposizione
a ogni autorità religiosa dogmatica), raccolte Levia Gravia e Giambi ed epodi (opposizione al Vaticano, al
cattolicesimo, all’Italia post-unitaria).

Rime nuove e Odi barbare


La conquista di Roma capitale nel 1870 pone fine all’esperienza giambica e apre una nuova stagione della
poesia carducciana, meno polemica e infuocata e più pacata e riflessiva. Questa nuova tendenza la
ritroviamo in Rime nuove, che contengono testi in linea con la tradizione come sonetti, odi, e ballate, e in
Odi barbare, uscite in tre serie nel 1877-82-89, dalla metrica sperimentale che sono il risultato del tentativo
di rendere in italiano i versi della tradizione greco-latina basandosi su arsi-tesi anziché sul numero di sillabe
(esperimento già tentato da Leon Battista Alberti). Nuove possibilità ritmiche e svincolo dalla rima e dalla
rigidità dei metri tradizionali: esigenza tutta moderna di libertà e valorizzazione della parola.
Le poesie di questa felice stagione si suddividono in due categorie:
- Epico-storica: oscillante tra rievocazione e celebrazione. L’attenzione di Carducci si concentra su tre
periodi: l’antichità classica (commozione per la grandezza antica e malinconica contemplazione
delle rovine in cui “trema un desiderio vano della bellezza”), il medioevo dei comuni (condanna dei
primi secoli medievali, caratterizzati da barbarie e da un cristianesimo oppressivo, e celebrazione
della civiltà comunale), il Risorgimento (versi ora ammirati ora sdegnati, e mitizzazione dei
personaggi e dei momenti chiave).
- Intimista-autobiografica: più lirica, nella quale dominano i temi della nostalgia per la Maremma e
per l’infanzia selvaggia, dell’insoddisfazione per la vita condotta, del senso malinconico e terreno
della morte. Parte migliore e più moderna dell’opera carducciana: l’erudizione lascia spazio alla
rude e schietta semplicità di un’anima tormentata. Da ricordare: Pianto antico, Alla stazione in una
mattina d’autunno, Idillio maremmano, Davanti San Guido, Nostalgia.
Queste opere lo rendono celebre e venerato, ergendolo a modello per ogni aspirante letterato.

Rime e ritmi e ultima fase della vita


Conclusa la stagione delle invettive anticlericali e antigovernative si riavvicina alla monarchia e di appoggio
al governo Crispi: compone l’ode Alla regina d’Italia alla quale seguono altre odi civili, che lo rendono il
cantore ufficiale dell’Italia umbertina e il poeta riconosciuto dalla borghesia postunitaria. Nel 1890 diviene
senatore a vita e nel 1906 vince il Nobel per la letteratura. In questa fase revisiona e riordina la sua
precedente produzione, realizzando poche nuove poesie raccolte nella silloge Rime e ritmi: contiene odi
storiche spesso gravate da enfasi retorica e dall’erudizione ed anche testi più intimisti di stile più leggero.
Da segnalare sono poi i volumi Confessioni e battaglie di stampo autobiografico e il grande Epistolario di
valoro documentario, biografico e letterario.
Il magistero carducciano ha contribuito alla formazione della classe intellettuale italiana e del corpo
docente di buona parte del paese, soprattutto a livello liceale. L’impegno critico e le doti di studioso lo
hanno reso un grande esponente della scuola storica e un grande esperto di filologia e questioni
linguistiche, che si sono concretizzati in un numero enorme di saggi e ricerche. Venne molto considerato
anche a livello europeo, arrivando ad interessare Nietzsche (per l’avversione al cristianesimo e il rifiuto di
ogni trascendenza) e Mann (nella Montagna Incantata fa di Settembrini, allievo di Carducci, portavoce del
pensiero umanistico e positivo). Il ‘900 si aprì però con una stagione di anti-carduccianesimo: i gusti del
pubblico stavano mutando verso una sensibilità estetizzante e simbolista, propria del decadentismo
europeo. Carducci venne poi strumentalizzato dal fascismo, che unì la sua retorica al patriottismo.

GIOVANNI PASCOLI (1855-1912)


Vita
Chiave autobiografica e familiare della poesia pascoliana: il nido e l’orfano desolato, la natura e il fanciullino
che ne fa parte, sono i simboli che raccontano i traumi della sua infanzia. Nasce a San Mauro di Romagna,
ed è il quarto di dieci figli: la famiglia sarà il nido, la madre il simbolo dell’amore e della dolcezza domestica.
Inizia gli studi ad Urbino ma presto una serie di lutti colpisce la famiglia: il padre Ruggero viene assassinato
nel 1867 da mano ignota e poco dopo muoiono la madre e tre fratelli. La fine dell’idillio familiare viene fatta
coincidere con l’inizio della poesia: in una dimensione quasi diaristica, l’ossessione della morte sarà lo
sfondo di gran parte delle sue liriche, mescolandosi ad un irrisolto gioco di affetti.
Nonostante la povertà e le inquietudini personali (passa qualche mese in carcere dopo aver aderito al
socialismo) riesce a laurearsi in lettere a Bologna, ed inizia ad insegnare nei licei di Matera e Massa: può
finalmente portare con sé le sorelle più giovani Ida e Maria, ricostruendo il vecchio nido. I tre si spostano
poi a Livorno, e qui nasce la raccolta Myricae e vengono composti i primi Carmina (poesie latine che gli
permetteranno di vincere più volte i Certamina di Amsterdam). Nel 1895 la sorella Ida si sposa, e Pascoli
vive questo fatto come una sciagura in quanto porta nuovamente alla dispersione del nido, che era stato
ricreato con tanta fatica: il nostro vive ora solo con Maria ed insegna all’università di Bologna. Quando può
si rifugia tra i monti della Garfagnana a Castelvecchio (Lucca), dove si dedica allo studio e alla critica di
Leopardi, alla composizione del Fanciullino, dei Poemetti (i temi della campagna prendo qui forma in un
linguaggio complesso, fatto di tecnicismi, espressioni gergali, locuzioni arcaiche e preziose), dei Canti di
Castelvecchio. Nel 1905 succede a Carducci nella cattedra di eloquenza a Bologna, e in questo periodo
persegue una poesia celebrativa e retorica dove i temi nazionalistici e civili si uniscono a nuove ricerche
linguistiche: Odi e Inni, Canzoni di re Enzio, Poemi italici, Poemi del risorgimento. Nel 1911 inizia ad essere
considerato il nuovo vate della nazione, dopo un discorso a favore dell’intervento italiano in Libia (la
grande proletaria si è mossa). Un rapido declino fisico colpisce il poeta: nel 1912 muore in seguito ad una
grave malattia epatica, nel 1920 il suo corpo viene spostato nel monumento funebre appositamente
realizzato a Castelvecchio.

Da segnalare è il suo ampio lavoro critico e filologico, e la redazione di antologie per gli studenti del
ginnasio e del liceo: visione pedagogica modernissima.

Simbolismo
Nella prosa del Fanciullino Pascoli afferma che il poeta è un fanciullo in grado di percepire il mondo con
primigenio e fantastico candore, con un’istintiva capacità di rinominare con la sua lingua le cose. Il suo
animo non risponde alla ragione e i suoi occhi sono dotati di una vista pura, non offuscata ma anzi
magicamente attratta dal progresso della vita moderna. Egli percepisce il mondo nella sua autentica
essenza, nella semplicità e nella bellezza delle cose anche più insignificanti: coglie la sostanza della natura.
La poesia è quindi spontanea e antiletteraria, libera da schemi logici e culturali in quanto pura, e può essere
di tutti poiché il fanciullino abita in ogni essere umano.
Nonostante la poetica delle cose, secondo la quale ogni elemento lirico è già in natura ed è soltanto da
riscoprire e rinominare, Pascoli appartiene di diritto all’ambito del simbolismo e dell’estetismo: quella di
Pascoli è un’oggettività di tipo particolare, in cui non c’è nessuna tentazione puramente descrittiva, ma la
volontà di cogliere il significato più profondo della cosa, il suo senso poetico, il suo simbolo nascosto (esso
finirà con l’intrecciarsi con la memoria dell’infanzia e troverà compimento nella dimensione autobiografica
e intimistica della sua poesia). Il rapporto con i morti percorre tutte le sue poesie: il mito funebre nasce per
perpetrare il nido. Forte è poi l’interesse del nostro per il positivismo e la civiltà delle macchine.

Sperimentazioni
Attraverso modalità simboliste Pascoli vuole recuperare con un linguaggio nuovo le percezioni che gli
provengono dal mondo della natura, restituendole in una poesia analogica e impressionistica: è chiara nel
poeta la necessità di cogliere la musicalità che lo circonda e di trasportarla sul testo, anche per mezzo del
fonosimbolismo (fenomeno attraverso cui si dà valore semantico a uno o più suoni senza mediazione
grammaticale; così avviene per esempio per le onomatopee tratte dalla natura); il linguaggio, oltre ad
attingere a diversi registri (scientifico, dialettale, delle lingue morte), si fa agrammaticale.
Senza stravolgere la metrica tradizionale, ad esempio non eliminando le rime, il poeta intende dare risalto
alla versificazione, al valore timbrico del testo: lo fa attraverso le già citate onomatopee, l’allitterazione,
l’anafora e altre figure retoriche.

Opere:
- Myricae (tamerici): fin dagli anni giovanili la produzione pascoliana tendeva a disporsi in serie
diverse e compresenti, come fosse ispirata da una volontà quasi ossessiva di costruzione pianificata
(volontà che troviamo in quest’opera). Il titolo è tratto da un verso della IV egloga di Virgilio,
richiama la formazione classica dell’autore e ne sottolinea il legame con una natura umile. Si parla
quindi di poesia naturale: i motivi ispiratori sono il camposanto, la lacrima e la natura madre
dolcissima, come afferma lo stesso Pascoli nella prefazione. La campagna, il mare, il silenzio della
natura e l’uomo capace di coglierne il mistero, la vita arcana, sono i fili conduttori di una ricerca che
percorre la strada del decadentismo europeo: Pascoli rinuncia alla sintassi tradizionale per
abbandonarsi alle frasi nominali e alla suggestione musicale dei suoni, ad analogie e a sensazioni, a
sperimentazioni metriche (temperate dalla presenza di forme antiche) e lessicali (uso di linguaggi
tecnici e settoriali).
- Canti di Castelvecchio: la dimensione diaristica fa da sfondo anche a questa raccolta, nella quale
vengono espressi i motivi familiari e le angosce autobiografiche: Pascoli si sofferma a riflettere sulla
propria esistenza ripercorrendo pene ed affanni della sua vita, dalla giovinezza alla maturità. Con la
ricerca e il recupero del passato, Pascoli attenua la propria solitudine: i suoi ricordi confermano
però il continuo sbiadire di eros in thanatos (dell’amore nella morte). La fine dell’esistenza si
contrappone però alla rinascita: con il buio della notte la vita della natura si spegne, ma in quello
stesso buio un’altra vita prende forma (corrispondenza morte-rinascita); le tenebre non alludono
solo alla morte ma anche al riposo e all’evasione del pensiero. La raccolta è dedicata alla defunta
madre nella prefazione. La lingua è evocativa e complessa e la sperimentazione si affianca al
fonosimbolismo.
- Poemetti: sin dall’edizione del 1897 Pascoli intende rappresentare, oltre all’infanzia, la condizione
dell’essere umano, la sua finitezza, la vanità della vita, l’ineluttabilità della morte. La vita rustica di
una famiglia contadina fa da cornice alla riflessione più generale sul dolore dell’essere nati e sulla
finitezza dell’esistere, sull’inconoscibilità del reale e sull’impossibilità di essere felici (torna il motivo
autobiografico della famiglia disgregata e solo in parte ritrovata).
Nell’edizione del 1904 il poeta modifica il nome della raccolta in Primi poemetti, e realizza poi nel
1909 i Nuovi poemetti, i quali si rivolgono ad esplorare la fatica o il mistero dell’esistenza umana in
chiave leopardiana (dove affiora cioè l’indeterminato), rifacendosi alle atmosfere georgiche di
Virgilio e Dante.
- Poemi conviviali: sebbene il mondo antico, mitologico e leggendario che anima la raccolta sia
proposto con uno stile alessandrino, con una lingua preziosa, con riferimenti a fonti più colte, è
ancora una volta l’inquietudine del presente a collocarsi al centro dell’opera. La solitudine è ora
quella di Achille, la finitezza quella di Alessandro Magno, l’incertezza quella di Ulisse, l’invisibile
quello di Socrate: Pascoli attribuisce un’anima decadente ai suoi personaggi, dominata da
smarrimento confusione, dubbio, paura. Nel capolavoro della raccolta, Gog e Magog, Alessandro
magno diviene l’emblema del limite umano, del conflitto tra sogno e realtà.
- Odi e Inni, Poemi Italici, Poemi del Risorgimento: sulle orme di Carducci si dedica a una poesia civile
e d’occasione, guardando ad avvenimenti storici, eventi naturali, fatti di attualità. Il tono si fa
talvolta retorico e declamatorio, ed in esso si mescolano antiche ricerche linguistiche con
espressioni popolaresche. Echi di un socialismo prossimo a tradursi in nazionalismo: rivendica la
pace sociale interna allo stato e incita la conquista esterna e il colonialismo, celebra spedizioni e
grandi uomini, evoca i protagonisti delle guerre di indipendenza (per i quali il suo tono si fa
sepolcrale e notturno, quasi fantasmatico).
- Canzoni di re Enzio: affini allo stile sperimentale delle opere precedenti, dalle quali si distaccano
però per le atmosfere folkloristiche e per l’uso di un linguaggio e di una versificazione più
arcaizzante, che si rifanno a quelli di ballate, cantilene, romanze del ‘200.
- Carmina: canti scritti in latino nei quali viene evocato il mondo classico da inediti punti di vista
(mondo degli schiavi degli umili, dei poeti e dei soldati, dei bambini e delle madri private dei figli)
che sono però sempre filtrati dagli occhi dell’uomo moderno. Tornano in questi componimenti il
sentimento decadente del vuoto, l’ansia di solitudine, il timore del disinganno, il dolore generato
dal distacco e dalla morte. Con essi Pascoli vincerà ben 14 concorsi di poesia latina ad Amsterdam.

GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938)


Dettò le leggi del gusto nazionale dando vita ad un vero e proprio fenomeno di costume.
L’ideale estetizzante di vivere la vita come un’opera d’arte ha permesso a D’Annunzio di elaborare una
propria mitografia da imporre al pubblico, attraverso l’intercettazione del consenso e lo sfruttamento delle
potenzialità della nuova società di massa: creazione dell’immagine del seduttore, esteta, eroe in cui gli
italiano desideravano identificarsi. Questa sua attenzione all’apparenza ha fatto sì che le sue opere
passassero molto spesso in secondo piano, nonostante gli indubbi meriti: anche se privo della profondità e
dell’originalità di altri, il nostro fu molto abile nel cogliere e far proprie le novità del suo tempo,
attraversando tutte le tendenze artistiche che dominarono la sua epoca (simbolismo, estetismo,
naturalismo, impressionismo, parnassianesimo). La sua principale virtù fu la capacità d’assimilazione.

Primi anni e prime opere


Nasce a Pescara ma la abbandona molto presto per studiare prima in Toscana poi a Roma, dove frequenta
la facoltà di lettere, partecipa alla vita mondana e a quella giornalistica. Il suo esordio poetico avviene a soli
sedici anni con la raccolta Primo vere di chiara ispirazione carducciana: proprio a Carducci egli la invia con
una lusinghiera dedica. Segue il diario poetico stagionale Canto novo, che preannuncia l’Alcyone nello stile,
nel tema metamorfico, nella fusione continua poesia-natura e uomo-ambiente: con vivace impressionismo
e coscienza tutta darwiniana della natura, vengono celebrati l’amore per Giselda Zucconi, la natura, il mare,
la giovinezza, la gioia di vivere e di fondersi panicamente con il mondo circostante (non mancano però toni
malinconici e decadenti sul finale, soprattutto nella seconda versione dell’opera, nella quale vengono
inseriti altri testi che sottolineano le valenze superomistiche del suo pensiero).
Dopo queste due opere il nostro abbandona i metri barbari di ispirazione carducciana per tornare alle
forme della tradizione in Intermezzo di rime, Isotta Guttadauro e altre poesie, Isotteo, La chimera: il
vitalismo degli esordi lascia il posto ad un erotismo spinto, con particolare attenzione all’universo
femminile, e ad un’esasperata ricerca formale. Le liriche di questa fase alessandrina inseguono l’ideale
estetizzante dell’arte pura, dell’arte per l’arte.
Lasciata Roma dopo il successo del Piacere si trasferisce a Napoli prima e in Abruzzo poi. Sperimenta nuove
forme e temi nelle tre raccolte successive: le Elegie romane costituiscono un omaggio a Goethe e un
languido canzoniere amoroso, le Odi navali presentano un forte nazionalismo e una retorica bellicista
(ambizione del nostro di ergersi a vate della nazione), il Poema paradisiaco costituisce invece un rifiuto
della materia delle opere precedenti, descrivendo situazione basse e quotidiane in un’atmosfera intima e
malinconica, tipica del simbolismo francese (retorica della bontà, di affetti semplici e domestici).

D’Annunzio romanziere
Romanzo come genere che meglio poteva garantire celebrità presso un pubblico borghese. I più importanti:
- Il piacere: rappresenta il raggiungimento della sua maturità narrativa. Opera del 1889 che racconta
le vicende amorose del conte Andrea Sperelli in un Roma aristocratica fatta di ricevimenti e incontri
mondani, per mezzo delle quali introduce in Italia l’estetismo (concezione secondo cui l’arte è un
valore assoluto e la bellezza rappresenta il fine di tutte le azioni, indipendentemente da ogni
implicazione morale e religiosa). Centrali sono i temi della confusione tra arte e vita, del culto
spassionato per la bellezza, dell’avidità del piacere, del fare della propria vita un’opera d’arte: tutto
ciò conduce Sperelli al fallimento. Le figure della sensuale Elena Muti e della spirituale Maria Ferres,
tra cui l’anima di poeta si dibatte, ne mettono in evidenza l’inettitudine celata dietro la maschera
dell’esteta.
- Giovanni Episcopo, L’innocente: traendo ispirazione dai romanzieri russi realizza questi due
romanzi, caratterizzati dalle tematiche della colpa e dell’espiazione e da un evangelismo
misticheggiante (direzione spiritualistica).
- Trionfo della morte: romanzo del 1894 che chiude il Ciclo della rosa, di cui fanno parte anche Il
piacere e L’innocente. Storia di Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio che arrivano a suicidarsi in una
vicenda di morbosa gelosia e incomprensioni. Oltre alla complessa psicologia del protagonista e ad
una prosa “musicale”, è da segnalare l’incontro con l’opera di Nietzsche e con la tematica del
superuomo (Zaratustra).
- Le vergini delle rocce: il protagonista Claudio Cantelmo vuole generare il nuovo re di Roma, e cerca
quindi moglie tra tre giovani sorelle del meridione, non ancora contaminato dalla democrazia. Stile
allusivo e simbolico, capace di creare pagine suggestive nonostante una trama poco coerente. Le
parti più interessanti sono quelle in cui lo scrittore si abbandona alla malinconia dello scorrere del
tempo e dello sfiorire dell’amore.

Ciclo delle Laudi


Nei primi anni del ‘900, dopo essersi concentrato di più sul romanzo, sull’attività politica e giornalistica, il
nostro torna alla poesia con Laudi del cielo, della terra, del mare e degli eroi. Opera suddivisa in 7 parti
corrispondenti alle stelle più luminose della costellazione delle Pleiadi: Maia, Elettra, Alcyone, Merope,
Asterope, Taipete, Celeno. I primi tre libri vengono pubblicati nel 1903 consacrandolo definitivamente:
accomunati dal tema del viaggio e dalla presenza del mito e dalla sperimentazione metrica, nella quale
forme tradizionali come canzone e sonetto sono affiancate ad esperimenti di verso libero.
- Maia: il poema più lungo e che occupa gran parte del libro è la Laus vitae: nella prima parte è il
racconto di una crociera in Grecia, la seconda è dedicata alla cappella Sistina, la terza vede l’io
ipotetico nel deserto alla ricerca di sé stesso come nuovo Zaratustra. Il tema centrale del poema è
quello del viaggio, accompagnato dalla continua esaltazione della vita, della diversità e del sogno; è
presente anche la celebrazione del paganesimo e del dio Pan.
- Elettra: testi di intonazione nazionalistica come Città del silenzio, nel quale celebra città minori e
poco note d’Italia, ricordandone il passato glorioso e auspicandone la rinascita.
- Alcyone: diario lirico di un’estate marina, e capolavoro del ciclo. Vacanza del superuomo, di un suo
abbandono temporaneo dei doveri civili per giungere al contatto diretto con la natura e alla fusione
panica in essa. Uomo, natura e poesia sono sentite come manifestazioni diverse del grande tutto
(panteismo). Troviamo riferimenti al francescanesimo nella Sera fiesolana, agli entusiasmi dionisiaci
di Nietzsche nel Meriggio, alla poetica delle corrispondenze di Baudelaire in Le stirpi canore. Qui
troviamo anche La pioggia nel pineto, sul tema dell’amore illusione, la sua poesia più celebre.
Il ciclo è rimasto incompiuto per una crisi del poeta: dopo aver composto Merope e Asterope, compone
sempre più raramente e preferisce tenere tale produzione per sé; proprio tra le opere inedite sono da
cercare i frutti migliori dell’ultima poesia dannunziana, spesso attraversata da cupo nichilismo e dalla
demistificazione dei propri miti poetici. Gli interessi del nostro erano ormai rivolti al teatro, alla prosa
d’arte, ai notturni, agli scritti autobiografici.
Teatro
Vasta attività teatrale che mira alla comunione diretta con il pubblico e alla rappresentazione di elaborate
mitologie nazionalistiche e sacrali sulla scia dell’esempio wagneriano. Numerosi sono i rimandi colti
all’antichità, scarsa è l’efficacia drammatica e dubbia la credibilità psicologica dei personaggi: non ottenne
un grande successo con le sue opere ma dimostrò eclettismo e versatilità, narrando con disinvoltura temi
erotici e sanguinosi (Francesca da Rimini, Più che l’amore, Fedra), bellici e nazionalistici (La gloria, La nave)
quelli onirici (Sogno d’un mattino di primavera; Sogno d’un tramonto d’autunno). Scrisse anche drammi per
la musica e sceneggiature cinematografiche (Cabiria).
L’esperienza teatrale rese il nostro consapevole delle potenzialità della parola e della sua capacità di presa
sulle masse, permettendogli di sperimentare tecniche e stilemi che avrebbe poi usato nei suoi discorsi
pubblici. Scoppiata la prima guerra mondiale, fece ritorno in Italia impegnandosi in una campagna
interventista fatta dia articoli e orazioni martellanti, e di interventi diretti come il celebre volo su Vienna,
l’incursione marina nella baia di Buccari, il recupero militare di Fiume (dove inaugurò una serie di miti
presto fatti propri dal fascismo, col quale D’annunzio ebbe un rapporto ambivalente: ne fu rappresentate
ufficiale, ma non mancavano punti di dissenso come testimonia l’esilio del Vittoriale) ergendosi a vate della
nazione.

Notturno
Produzione in prosa di impronta autobiografica dove lo stile sontuoso dei romanzi è sostituito da una
scrittura più immediata, che procede paratatticamente per brevi annotazioni. Trovò accenti nuovi e più
sinceri pur non riuscendo mai a mettersi completamente a nudo. Il Notturno costituisce la produzione più
coraggiosa tra quelle autobiografiche: scritto nel 1916 durante la convalescenza seguita ad un grave
incidente aereo che gli causò la perdita di un occhio; il nostro si trova costretto a scrivere su strisce di carta
aiutato soltanto dalla figlia Renata e rievoca gli episodi bellici, gli amici scomparsi, vari aneddoti del passato.

DALLA SICILIA ALL’EUROPA


“Cu nesci, arrinesci”: chi esce, riesce. Espatrio come condizione necessaria alla propria affermazione:
necessità di uscire dalla Sicilia valicando i confini sociali e culturali, spezzando un cerchio di arretratezza,
convenzioni, remore, abitudini, leggi, per poter raggiungere i propri obiettivi (isola distante dalle novità che
la cultura europea propone). Espatrio non vuol dire però oblio delle origini e della cultura assorbita
nell’infanzia e nella giovinezza. Autori come Verga e Pirandello avvertono con amarezza la delusione per le
circostanze storiche postunitarie: i due autori sono stati avvicinati dagli studiosi, che hanno messo in
evidenza come le prime prove pirandelliane rientrano nel clima verista e come le opere di verghiane
possono essere lette in chiave più moderna come anticipazioni di istanze novecentesche come la
distruzione del senso dell’esistenza e la crisi del soggetto a confronto con la modernità. Su queste basi
possiamo identificare una linea siciliana che prendendo il via dalla coppia Verga-Pirandello attraversa la
letteratura italiana novecentesca con autori come Capuana, De Roberto, Brancati, Vittorini, Tomasi di
Lampedusa, Sciascia, Consolo, Bufalino, Camilleri.

GIOVANNI VERGA (1840-1922)


Nasce a Catania in una famiglia con solide basi economiche. L’interesse per la letteratura si manifesta sin da
giovane con i romanzi a puntate su rivista Carbonari della montagna e Sulle lagune. Abbandona presto gli
studi universitari e matura la necessità di lasciare la Sicilia per rendersi partecipe nella cultura del tempo.
Nel 1865 si reca a Firenze, che diventa la sua residenza fissa dal ’69, e qui si impone un apprendistato di
studio duro e rigoroso; scrive in questi anni Storia di una capinera. Nel 1872 si trasferisce a Milano. Ci sono
ripetuti e costanti ritorni a Catania e lo scrittore sente il bisogno di giustificare ai familiari la scelta di
abbandonare il focolare domestico: si scusa nelle lettere di questo periodo per le spese che i suoi familiari
sono costretti a sostenere per il suo mantenimento, e teme che la sua dipartita possa essere avvertita come
un tradimento nei confronti della tradizione e dell’abbandono della propria cultura d’origine. Il tema della
ricerca del successo e dell’abbandono della propria cultura li ritroviamo nei romanzi mondani del periodo
milanese: Eva, Eros, Tigre reale.

Ostriche e formiche: I Malavoglia


Nel bozzetto Nedda del 1874 una striscia di vicende di miseria siciliana è rievocata da un narratore
comodamente seduto davanti al focolare nella sua casa cittadina. La lezione del naturalismo francese viene
riletta e muta in verismo, e il nostro arriva alla maturazione della necessità di un rapporto diretto con la
realtà, con il vero: questa esigenza di realismo trova soddisfazione grazie ad un approccio scientifico
all’osservazione della società. Al narratore della Nedda ai sostituisce l’impersonalità della narrazione e della
regressione della voce dell’autore, in modo che il lettore si trovi faccia a faccia con i fatti narrati: il racconto
è condotto da una voce popolare corale che si esprime attraverso il discorso indiretto libero, facendo del
fenomeno di distanziamento dalla materia narrata il principio costruttivo del testo (solamente stando a
Milano l’autore può meglio rendersi conto del mondo siciliano , la cui sofferenza e rassegnazione è
strettamente legata a condizioni di vita storicamente determinate).
I Malavoglia è nell’intenzione dell’autore il primo dei cinque romanzi del Ciclo dei vinti, che mostrerà come
in tutti le classi sociali il progresso mieta vittime fra coloro che non sanno adeguarsi al nuovo modo di
vivere che esso impone. Il punto di partenza del ciclo è quello dei poveri pescatori di Aci Trezza, un borgo
marinaro in provincia di Catania, che l’autore e la sua accompagnatrice milanese incontrano nella novella
Fantasticheria (una sorta di prologo al romanzo in cui vengono anticipati personaggi e vicende): qui viene
esplicitato “l’ideale dell’ostrica” che condensa in una formula efficace l’attaccamento di quei poveri
personaggi allo scoglio da loro abitato, con pazienza e tenacia ma anche con la rassegnazione di chi non
può e non sa aspirare a una vita migliore. Quando quel piccolo mondo viene sconvolto da eventi eccezionali
come il colera, una cattiva annata, una tempesta, quelli tornano a ricostruirlo uguale a prima, come
formiche che sullo stesso monticello riedificano il formicaio distrutto dal viandante distratto. Nel romanzo
questo scoglio\monticello è rappresentato dalla casa che la famiglia deve abbandonare in seguito ad un
rovescio finanziario (perdita in mare di un carico di lupini) che conclude tragicamente il tentativo di
evasione dalla misera vita dei pescatori. La riconquista della dimora familiare è il punto chiave per la
ricostruzione del focolaio domestico: quando il personaggio di Alessi riuscirà nell’intento nessuna
ricomposizione sarà più possibile. L’esaltazione del tempo ciclico e idillico non può più esistere nel mondo
moderno dominato dalla ricerca spasmodica della ricchezza. Dolorosa consapevolezza del fatto che la scelta
di chiusura spaziale e temporale, di opposizione al progredire storico, non può che risultare perdente.
L’adesione al moderno è allo stesso tempo colpa e necessità: il giovane ‘Ntoni che da Aci Trezza se ne è
andato scopre che il ritorno al paese è per lui impossibile, e la visione finale che egli ha di quel piccolo
mondo come un paradiso perduto è falsa, perché filtrata da un’idealizzazione a distanza.

Mastro Don Gesualdo


Ogni scelta porta con sé una perdita dolorosa: i personaggi di Verga sono sommersi dalla marea del
progresso, ed anche chi spende la vita nell’accumulare ricchezze è destinato alla sconfitta.
Gesualdo Motta è il personaggio del secondo romanzo del ciclo, un self-made man partendo dalla sua
attività di muratore è riuscito ad accumulare una vera fortuna: sposa così Bianca Trao, nobile decaduta, e si
ritrova ad allevare una Isabella, una figlia non sua che lo tratta con superiorità a causa della sua origine
popolare. Come padron ‘Ntoni anche Gesualdo morirà solo e lontano da casa, nel palazzo palermitano della
figlia che ha sposato un nobile, assistendo alla dissoluzione della ricchezza da lui accumulata con tanti
sacrifici. In questa opera non troviamo il metodo dell’impersonalità della narrazione, e Verga si riappropria
della scrittura (nelle opere successive avrebbe dovuto affrontare la ricerca di un nuovo linguaggio)
Con questo romanzo il ciclo si interrompe. Verga inizia a pubblicare novelle ed opere teatrali. Contrastato
dalle nuove tendenze di fine ‘800 il verismo ha ormai consumato la sua esperienza.
Verga torna a Catania per motivi familiari che lo tengono lontano dalla scrittura. Qui muore nel 1922.
LUIGI PIRANDELLO (1867-1936)
Nasce in una casa di campagna in cui la madre si è ritirata per sfuggire al colera, fra Agrigento e Porto
Empedocle (si autodefinì figlio del caos). Una costante del suo atteggiamento è l’alternanza fra spregio della
gloria e necessaria autopromozione, dettata sia da banali motivi economici sia da una forte volontà di
affermarsi costruita sulla piena coscienza del proprio valore: volontà di affermarsi significa abbandono della
Sicilia, meno sofferto che in Verga anche per i contrasti con il padre Stefano, commerciante di zolfo.
Nel 1887 Luigi si trasferisce a Roma per frequentare l’università, dalla quale viene espulso due anni dopo.
Continua gli studi a Bonn dove si laurea in filologia romanza. Rientrato in Italia si stabilisce a Roma dove
sposa Maria Antonietta Portulano, la cui dote gli assicura l’indipendenza economica e la possibilità di
dedicarsi alla letteratura. Scrive molto ma il successo tarda ad arrivare: realizza anche due romanzi siciliani
come Il turno e L’esclusa (storia di una donna emarginata poiché ingiustamente accusata di adulterio, poi
reintegrata in società proprio quando l’adulterio è stato segretamente commesso) nei quali compare il
tema dell’identità sociale che a ogni persona viene appiccicata come una maschera.

Storie di vermucci
Strapparsi la maschera è il gesto apparentemente liberatorio con cui Mattia Pascal diventa Adriano Meis. La
stesura dell’opera Il fu Mattia Pascal deriva anche da urgenze economiche che costringono il nostro ad
arrotondare il magro studente da insegnante (nel 1903 avviene l’allagamento di una zolfara in cui era stata
investita l’intera dote della moglie). Approfittando in un equivoco Mattia si finge morto per sfuggire da una
vita diventata una prigione a causa della moglie che non lo ama, della suocera che lo disprezza, e
soprattutto della sua inettitudine. Divenuto Adriano Meis gode inizialmente di ritrovata libertà: viaggia a
lungo per poi fermarsi a Roma presso la pensione di Anselmo Paleari, portavoce filosofico di Pirandello, che
lo invita a riflettere sulla piccolezza e l’insensatezza della vita umana. Il senso del tragico non può esistere
nel mondo moderno, perché l’uomo non è più al centro della scena: “Siamo solo vermucci su un granello di
sabbia”. Mattia finge una seconda morte in quanto la sua identità fittizia sarebbe dovuta essere ingabbiata
nuovamente negli schemi imposti dalla società per essere mantenuta: torna ad essere Mattia Pascal, il
quale è però un morto vivente, e si ritira in una biblioteca a guardare vivere gli altri.
La pluralità delle identità compresenti in ogni uomo dà vita ad una trama dalla struttura innovativa, la cui
riflessione filosofica costituisce il nucleo centrale del saggio L’umorismo. L’opera umoristica si distingue da
quella comica in quanto attraverso la riflessione permette il passaggio dall’avvertimento del contrario al
sentimento del contrario: vediamo una vecchia signora truccata e agghindata in maniera ridicola per la sua
età e ridiamo di lei, ma riflettendo pensiamo che si comporta così per paura di perdere il giovane marito e
questo smorza il nostro riso e ci porta a provare compassione per la sua sofferenza; anche qui emerge l’idea
della maschera che ognuno di noi porta per poter vivere in società. Si concretizza così la dialettica tra
forma, rigida impalcatura sociale, e vita, il fluire inarrestabile che da questa impalcatura vorrebbe liberarsi.
Sul tema della maschera è anche il romanzo Uno, nessuno e centomila in cui Vitangelo Moscarda entra in
crisi d’identità dopo una banale osservazione riguardo un suo lieve difetto fisico (il suo naso pende
leggermente a destra): la sua identità è ora spezzettata nelle innumerevoli visioni che gli altri hanno di lui e
cancellare questi frammenti diventa il suo scopo; ricomporli in un’unità non è possibile in quanto troppo
numerosi. Vitangelo arriverà a isolarsi dal consorzio umano in una dimensione di immersione nella natura
che è un ritorno al caos primigenio.

Teatro e mondo
Il teatro innalza Pirandello a fama mondiale: l’opera che ne decreta il trionfo è Sei personaggi in cerca
d’autore in cui per la prima volta si realizza la cancellazione dei confini tra palcoscenico e platea,
inaugurando così la trilogia del “teatro nel teatro” (completata da Ciascuno a suo modo e Questa sera si
recita a soggetto). Sei personaggi si recano da un capocomico chiedendogli di mettere in scena la triste
storia della loro vita: il personaggio infatti è una creatura autonoma che, una volta uscita dalla mente
dell’autore, può ribellarsi a una rappresentazione della propria storia che non lo soddisfi. La tragedia dei
personaggi sta proprio nel fatto che nel mondo moderno il tragico non può trovare adeguata
rappresentazione, perché l’emozione e la passione si stemperano nell’acqua ghiacciata della riflessione e la
distanza umoristica dagli eventi narrati (concretizzata nello svelamento dell’artificialità e falsità della
macchina teatrale) impedisce l’identificazione dello spettatore con i personaggi stessi.
Anche quando un testo viene espressamente definito tragedia, come accade per l’Enrico IV, l’indicazione va
letta con nimo umorista: l’antica tragedia è solo una falsa rappresentazione per compiacere la follia del
protagonista, che in seguito ad una caduta da cavallo da vent’anni è convinto di essere l’imperatore
penitente Enrico IV; ma l’inganno è in realtà doppio, perché il protagonista sa di non essere un imperatore,
ma continua a fingersi pazzo per comodità e per vendetta verso i presunti amici che hanno inscenato
questa grottesca rappresentazione (i personaggi rimangono imprigionati per sempre nel doppio inganno).
La rivoluzione pirandelliana del teatro coinvolge molti aspetti, non solo tematici ma anche formali e tecnici
come la recitazione e la regia: nel 1924 diventa direttore del Teatro d’Arte di Roma.
L’adesione al fascismo nel 1924 entusiasta e sbandierata sembra iscriversi in questo clima di visibilità e
spettacolarizzazione della propria vita. Nel 1934 riceve il premio Nobel.

ITALO SVEVO (1861-1928) UMBERTO SABA (1883-1957)


Trieste e Mitteleuropea
Le ragioni dell’eccezionalità di Trieste secondo Saba sono rinvenute nella natura multietnica del tessuto
sociale, originata da cause principalmente geografiche e storiche: sbocco privilegiato dell’impero
austroungarico, era diventata il centro nevralgico dei commerci dell’Europa danubiana nel quasi si
incontravano italiani, tedeschi, sloveni, illirici, turchi, levantini ed ebrei. Il ceto dirigenziale e mercantile era
quindi caratterizzato da apertura e cosmopolitismo, e sul singolo cittadino influivano consuetudini e
suggestioni culturali di diversa provenienza.
Già dall’uscita del suo primo romanzo nel 1893, Ettore Scmitz si era attribuito lo pseudonimo di Italo Svevo
per ribadire il carattere culturalmente composito della sua formazione. La componente sveva di Trieste era
fra le più attive, composta da imprenditori, militari, insegnanti e promotori di forme di organizzazioni
associative responsabili della diffusione della cultura mitteleuropea, in particolare tedesca e austriaca.
Svevo frequentò il liceo bavarese di Segnitz, leggendo i classici tedeschi e le opere di Nietzsche e
Schopenhauer in lingua originale. Allo stesso Svevo, e a Saba, si deve il precoce confronto con la psicanalisi
in netto anticipo sulla cultura italiana (tradusse molte parti delle opere di Freud).
Molto forte era in città anche la presenza ebraica: sia Svevo che Saba sono ebrei; Saba, che in ebraico vuol
dire “pane”, è il cognome assunto da Umberto Poli, vero nome dello scrittore.
In questo quadro socioculturale si riflette il carattere stratificato e composito dell’orizzonte linguistico: la
lingua italiana che i due autori utilizzano tende a configurarsi come il risultato di uno sforzo di
appropriazione linguistica; l’italiano difficile di Svevo è condizionato dal tedesco e dal dialetto.
Mito della triestinità: acuto sentimento della differenza degli intellettuali triestini, di un mito costruito
sull’insolubile contrasto tra le diverse ascendenze culturali (città nevrotica); mancanza di una tradizione
culturale che sia espressione della poliedrica realtà triestina e necessità di definizione di un’identità
culturale. Idea della letteratura come passatempo\vizio privato e improduttivo: la serietà della vita risiede
altrove, come scrive lo stesso Svevo nel Profilo autobiografico; lui stesso è dirigente industriale e figlio della
mentalità mercantilistica di Trieste, ed è fiero che la sua vita non dipenda dai suoi libri (pubblica a spese sue
Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno).
Componente fondamentale della triestinità: idea di letteratura come di una concreta espressione di vita,
come un’esperienza esistenziale, coltivata dagli uomini che nello scrivere cercano la verità e non la bellezza;
dal momento che l’originalità risiede nella personalità dell’artista, se questi opera in maniera artificiosa non
potrà risultare originale in quanto non conforme al vero (saggio Del sentimento in arte di Svevo),e ai poeti
non resta che fare la poesia onestamente per risultare originali e ritrovare se stessi (articolo Quello che
resta ai poeti di Saba). Questa scrittura realistica è libera però da una concezione naturalistica di verità e
coincide con un’acuta, se non patologica, percezione del carattere relativo, irrisolto, e ambiguo di
un’esistenza che si rifiuta a ogni visione totalizzante.
Formazione di Svevo e Saba: disorganica e non accademica, quasi dilettantistica, che li induce ad attingere a
zone della tradizione letteraria (Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini, Balzac, Flaubert, Verga, Zola per Svevo;
Petrarca, Parini, Foscolo, Leopardi, Betteloni, Graf, Stecchetti per Saba) e della cultura mitteleuropea (Heine
e Goethe per Svevo; Darwin e Richter per Saba); reazione a tendenze moderne quali positivismo,
simbolismo, estetismo, superomismo, avanguardismo.

Autori importanti della cultura mitteleuropea furono Schnitzler, interessato degli studi psicanalitici e
maestro della tecnica del monologo interiore, Musil, che mette in evidenza l’incapacità dell’uomo
novecentesco di prendere una decisione tra tutte le infinite possibilità che si equivalgono, Mann, che
analizza la dissoluzione dei miti antichi e la crisi della civiltà contemporanea, Kafka, secondo il quale
l’esistenza non è la vita pura e semplice ma l’insieme delle relazioni che in un individuo legano conscio e
inconscio, istinto e ragione, apparenza e realtà.
Decisiva fu anche l’influenza di Virginia Woolf e James Joyce: tecnica del flusso di coscienza e del monologo
interiore, per esplicitare il moto irregolare dei pensieri, mescolando i dati oggettivi con la psicologia dei
personaggi (si dissolve il confine tra realtà e soggetto).

La coscienza di Zeno (Svevo)


Coincidenza tra io narrante e io narrato ed esautorazione dell’autore da ogni privilegio di narratore e di
ordinatore di eventi, così come dalla responsabilità di legalizzare, ratificandola con il proprio giudizio,
l’autenticità della vicenda narrata dal protagonista. Tale responsabilità viene affidata a un personaggio, cioè
allo psicanalista dottor S., che nella prefazione al romanzo appone la propria firma sul manoscritto recante
l’autobiografia compilata, su sua diretta prescrizione, dal paziente Zeno Cosini (sottrattosi alla cura sul più
bello, per antipatia), destinandola alla pubblicazione con la speranza di fargli un dispetto. Ne deriva
l’infondatezza dell’intero racconto, definito dal dottore una novella, un accumulo di verità e bugie, assunto
in prima persona dal nevrotico ed inattendibile Zeno nel secondo falso proemio del volume, cioè nel
preambolo, cronologicamente distante dalla prefazione quanto la durata della cura. Nel preambolo
l’anziano Zeno raffigura sé stesso in procinto di intraprendere la laboriosa scrittura del proprio memoriale
(che ha inizio dal terzo capitolo), fornendone le essenziali coordinate di lettura: queste introducono
ulteriori elementi di ambiguità nella materia narrata, resa dubbia dalla difficoltà dello scrivente a svolgere il
medesimo ruolo di narratore e protagonista (impossibilità di assumere un punto di vista oggettivo
attraverso il quale discriminare e organizzare cronologicamente gli eventi). La veridicità della narrazione di
Zeno è minata dalla necessità di accordare la temporalità della scrittura alla temporalità stratificata e non
progressiva della sua coscienza: sono le diverse azioni emotive vissute nel presente a indurre il protagonista
a ridisegnare ininterrottamente il proprio passato, sottraendone il senso alla possibilità di un’univoca
interpretazione.
Il racconto si sviluppa a partire da nuclei tematici ripartiti in altrettanti capitoli. Atteggiamento parodico che
investe ogni pagina, rendendola doppia, equivoca, dubbia: totale ambiguità tra verità e menzogna.
Questa opera possiede tutte le caratteristiche del romanzo modernista: suddivisione del tempo narrativo in
singoli episodi isolati e rassembrati dal narratore non cronologicamente ma in base a nuclei tematici
principali, la centralità della nevrosi e l’interesse per la cura psichiatrica, il crollo dell’identità univoca del
personaggio. Soprattutto per l’influenza diretta di Joyce (stream of consciousness: flusso di coscienza) il
romanzo si configura come entità fluida e inaffidabile, mosaico frammentario di verità e menzogna, che
rispecchia le dinamiche nella coscienza dell’uomo malato e nevrotico.
L’inettitudine dei personaggi di Svevo smaschera la crisi dell’individuo e della società e decreta la fine del
romanzo verista. Svevo estende la condizione dell’inetto a tutta l’umanità, in quanto allegoria universale
dell’uomo moderno, incapace di reagire ed acquisire pina coscienza di sé e del mondo: non ci riesce Alfonso
Nitti, protagonista del romanzo Una vita (che sarebbe dovuto chiamarsi Un inetto, che si suicida per
l’incapacità di affrontare la vita; non ci riesce Emilio Brentani, protagonista del romanzo Senilità, un giovane
impiegato di banca che vive come un anziano, stanco della vita e privo d’interesse per le opportunità che
essa offre.
Il Canzoniere (Saba)
Composto di tre volumi, appare come una sorta di autoanalisi condotta dall’io sull’io fondata su una doppia
memoria: una memoria autobiografica e una memoria testuale. L’opera si presenta come un vero e proprio
romanzo psicologico, in cui il senso della singola esperienza autobiografica tende a dispiegarsi ogni volta
come ripetizione di un’esperienza già vissuta (coincidenza tra antico e nuovo). Tema centrale è la scissione
dell’io, declinato nel motivo della sofferta estraneità nei confronti della natura e del mondo: lacerazione
generata dai conflitti freudianamente localizzati nell’infanzia. Il tema della scissione dell’io appare
frequentemente rovesciato nel motivo speculare di immersione nella vita di tutti e di identificazione con
tutti gli uomini: desiderio vano che si manifesta attraverso una trasformazione onirica del reale.
Linguaggio espressionistico garantito dall’elemento nietzscheanamente apollineo della forma poetica.