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TRECENTO: CONTESTO LETTERARIO

LA NOVELLA La novella ha unorigine lontanissima nel tempo. Gli antichi non la consideravano un vero e proprio genere letterario: se ne servivano per illustrare le loro tesi, e per suffragare con esempi di facile comprensione le proprie argomentazioni teoriche. Un uso simile avveniva nelloratoria. Il processo di elaborazione attraverso il quale questi testi assumono la fisionomia di un genere letterario nuovo, con caratteristiche di originalit e completezza, non si conclude prima del Trecento, e ad esso contribuisce in modo determinante Giovanni Boccaccio. Tuttavia, la novella si va affermando come modello letterario gi nel secolo precedente, in particolar modo con il Novellino, e si richiama ad una gamma eterogenea di fonti ancora pi antiche, alcune delle quali risalgono ai primi testi in volgare francese. Da un lato infatti la novella si riallaccia a quelle brevi narrazioni in versi che in Francia, dove nascono nel XII secolo, si chiamano fabliaux. La traduzione in volgare italiano di questo vocabolo favolelli. Sono composizioni brevi, scherzose, spesso di argomento licenzioso e triviali nel linguaggio. I loro autori sono, in massima parte, trovieri, parola che allorigine indicava coloro che traducevano in lingua dol i testi in lingua doc. I fabliaux nascono probabilmente in ambiente aristocratico, come forma di satira contro le classi inferiori, e lasciano una traccia consistente nelle letterature dei secoli successivi, non solo in Francia, ma anche in Italia. Ad esempio, se ne ritrova linfluenza nel Boccaccio, che scrive nel Trecento, e in Matteo Bandello, un autore del Quattrocento. Unaltra importante fonte per lo sviluppo della novella sono i lais. Con questo termine francese si designano quei poemetti accompagnati dalla musica, nei quali prevale il gusto per lavventura e lesaltazione delleroismo, proiettati spesso su uno sfondo fantastico. A queste componenti si lega di solito un preciso intento morale. I lais infatti descrivono episodi nei quali rifulgono il coraggio, la liberalit, la cortesia, doti che vengono presentate come essenziali alluomo che voglia agire con dignit e giustizia. I conti di antichi cavalieri si accostano a questo modello, cui si ispira anche il Libro dei sette savi, che ha presente, tuttavia, pure lesempio di unantica raccolta di novelle indiane e orientali. Lantenato pi diretto della novella per lexemplum. un racconto breve, a volte brevissimo, che riporta un detto, oppure un episodio, una vicenda, non importa se reali o fantastici. Lo scopo essenziale, se non lunico, dellexemplum quello di sorreggere una teoria, far meglio comprendere una tesi, attraverso un esempio probante. Il carattere dimostrativo degli exempla il motivo per il quale queste succinte narrazioni non nascono come testi indipendenti, ma accompagnano lesposizione di argomenti che, per la loro astrattezza o difficolt, possono essere definiti con pi precisione grazie ad una testimonianza concreta. Lexemplum viene usato, infatti, nella trattatistica religiosa, nelle prediche e nellagiografia. Con il tempo, lexemplum perde la sua primitiva stringatezza, si amplia e acquista sempre pi i contorni di un racconto in piena regola, anche se resta semplice e breve. Gi un anonimo senese, nei Dodici conti morali, che descrivono modelli di comportamento esemplari ispirati alla vita dei santi, fa il primo tentativo di conciliare lintento morale con lefficacia artistica della narrazione. I suoi racconti sono brevi ma ben congegnati, in modo da rendere avvincente la lettura. A poco a poco, lexemplum si estende dallambito religioso a quello della vita sociale e civile, pur non rinunciando ai suoi intenti educativi. I temi si arricchiscono e si diversificano con il moltiplicarsi degli interessi della borghesia cittadina, che avverte il

bisogno di una letteratura rispondente ai suoi gusti e ai suoi ideali. Questo arricchimento coincide con un cambio di prospettiva: il racconto si libera dai criteri di rigida moralit finora rispettati e si prefigge sempre pi chiaramente lo scopo di intrattenere e di divertire il pubblico. A questo punto, si pu gi parlare della novella come di un genere dalla forma definita, che segue regole precise di composizione e tratta argomenti laici. Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che la novella dimpronta laica non esclude, di per s, componenti morali, e che la tradizione religiosa non viene mai abbandonata. Al contrario, essa si sviluppa per tutto il Trecento, con motivi e toni specifici. DALLEXEMPLUM ALLA NOVELLA L'exemplum un racconto breve dotato di una forte valenza didascalica e educativa. Questo tipo di narrazione, direttamente legato all'oralit, ebbe origine tra il XII e il XIII secolo e venne largamente utilizzato nella predicazione degli ordini mendicanti (domenicani e francescani) proprio per la sua capacit di semplificare e rendere popolare il messaggio religioso. Ispirandosi alla favola degli autori classici, ma soprattutto alle parabole evangeliche, l'exemplum costituiva, nella cultura medievale, un "racconto in miniatura", un frammento di saggezza e un'esperienza carica di significati pedagogici, privo tuttavia di sviluppi psicologici e di uno sfondo sociale. Proprio per la sua evidente funzione di ammonimento, l'exemplum era una narrazione "a-storica" che restituiva un'immagine del mondo immutabile e statica: anche la sua struttura stilistica era perci finalizzata a questo scopo e si traduceva in una struttura breve e sintetica, estremamente semplificata, in cui era possibile dividere le azioni umane tra bene e male con un taglio netto, indicando regole di vita che non ammettevano compromessi o sfumature. L'evoluzione dell'exemplum verso la novella si conclude nel corso del Trecento con la piena affermazione di un genere letterario dalla fisionomia ormai definita. Gli argomenti sono sempre pi eterogenei e gli obiettivi della narrazione si diversificano, garantendo alla novella un costante affinamento e un crescente successo. A poco a poco la mentalit si trasforma, le prospettive mutano e le certezze s'incrinano. Cambia e si apre a nuove prospettive anche la moralit comune, che, pur senza negare o trascurare i valori religiosi, si fa pi laica. Il modello letterario segue questa evoluzione, e rispecchia i nuovi interessi economici e sociali e i nuovi ideali di comportamento. Gli scrittori non perseguono pi solo scopi educativi, siano essi laici o religiosi, ma cercano di divertire il lettore per il puro gusto dell'intrattenimento. Gli autori diventano consapevoli dell'importanza di un narrare basato su solidi canoni linguistici, strutturali e stilistici. La novella si indirizza cos verso una totale autonomia e dignit letteraria e si svincola dagli stretti legami con la religione e con la morale. La fisionomia della novella si precisa e si perfeziona con il Decameron. Il capolavoro del Boccaccio esercita sui contemporanei e sui novellieri successivi un'influenza determinante, che per, con un paradosso solo apparente, spesso si trasforma in un limite. Questo avviene quando i novellieri assumono il Decameron come modello da imitare senza interventi personali, e senza alcun contributo originale. un caso frequente, al quale per non mancano le eccezioni. LA LINGUA DEL TRECENTO Il Trecento rappresenta per la storia dellitaliano un momento cruciale: la presenza dominante di Dante, Petrarca e Boccaccio impone il toscano come modello unificante di una lingua letteraria nazionale e segna la definitiva affermazione della dignit del volgare. Tuttavia, questo dato indiscutibile non va interpretato quasi fosse un punto darrivo ma, al contrario, come il momento iniziale in cui si gettano le basi per una

stabilizzazione dellitaliano che avverr su tempi lunghi e attraverso processi faticosi e tormentati. Di fatto, se vero che nel corso del XIV secolo il modello toscano unanimemente accettato, anche vero che esso rimane spesso un riferimento ideale a cui non corrisponde da parte degli scrittori di altre regioni una pratica linguistica coerente e omogenea. In sostanza, nonostante il culto di cui vengono presto fatti oggetto i tre grandi fiorentini, la loro lezione accolta quasi sempre in maniera parziale e settoriale, senza cio riuscire a imporsi definitivamente. Limitazione del toscano circoscritta quindi a fatti grammaticali, o fonetici, o sintattici, o lessicali, ma non riesce mai ad assumere i caratteri organici di un linguaggio accolto in tutta la sua complessit e in tutte le sue possibili articolazioni. Vediamo cos come, fra i poeti, i tardi imitatori dello stilnovismo si sforzino di rivestire di una patina toscana i loro versi senza per riuscire a cancellare il substrato dialettale; mentre gli imitatori di Dante ne sfruttano le soluzioni strutturali e metriche (la terzina) senza avvicinarsi alla potenza e alla ricchezza del suo linguaggio. Per quanto riguarda la prosa, limitazione dello stile boccaccesco in narratori come il Sacchetti o il Sercambi produce risultati espressivi solidi e coerenti sulla linea toscana, ma, per esempio, nei cronisti come gli anonimi autori della romana Vita di Cola di Rienzo o della napoletana Cronaca di Partenope torna ad affermarsi una lingua ancora molto lontana dal modello toscano e profondamente impregnata di dialettismi. In generale, possiamo dire che nellItalia settentrionale sopravvivono nella poesia forti influenze francesi e provenzali accanto a elementi tipici delle parlate padane: per esempio, sono ricorrenti le forme mi, ti, si per me, te, se, e vu, vui per voi. Nel complesso, per, la poesia pi vicina al modello toscano di quanto non sia la prosa, ancora fortemente legata a forme dialettali: un esempio indicativo dato dalla ricorrente caduta della e e della o finali in forme come dit (dito), corp (corpo), mes (mese). Anche nel caso dellItalia centromeridionale si ripresenta la differenza fra una lingua poetica pi toscanizzata e una prosa che invece conserva spiccati caratteri dialettali, particolarmente vivi, come abbiamo detto, nelle cronache locali. Possiamo insomma concludere che, al di l di una riverenza di principio tributata un po da tutti, la lingua di Dante e di Boccaccio non d luogo nel Trecento, fuori dai confini toscani, a contributi degni di nota: come osserva Carlo Dionisotti in un suo fondamentale studio (Geografia e storia della letteratura italiana), non esiste fino al tardo Quattrocento se non una letteratura toscana con appendici e colonie, le pi tuttaltro che obbedienti e stabili, nel Veneto, in parte dellEmilia, nelle Marche e nellUmbria. Limpiego del volgare non cancella invece, bene ricordarlo, limportanza attribuita al latino, che resta mezzo espressivo privilegiato per i dotti e trae nuova linfa dal rinnovato interesse per i classici. Non raro, semmai, il caso di autori che adoperano ambedue le lingue, per trattare argomenti diversi. Ancora una volta gli esempi pi illustri di questa tendenza sono il Petrarca e il Boccaccio.

IL DECAMERON Il libro chiamato Decameron, per usare la formula con cui lo stesso Boccaccio indica la sua opera, nasce certamente, perlomeno come organismo strutturato, dopo lottobre del 1348, vale a dire dopo la conclusione dellepidemia di peste che funest Firenze e che Boccaccio descrive nell Introduzione: *...+ erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia citt di Fiorenza [...] pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata *...+ senza ristare dun luogo in uno altro continuandosi, verso lOccidente miserabilmente sera ampliata *...+; stando in questi termini la

nostra citt, dabitatori quasi vota, addivenne, s come io poi da persona degna di fede sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un marted mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a s fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne *...+ (I, Intr., 8). Certamente dopo quellavvenimento, dunque - assunto, nella fictio letteraria, come motore dellintero libro - e per un periodo di tempo che la critica tende di norma a far coincidere con il triennio 1349-1351, Boccaccio attese alla costruzione del suo libro, senza peraltro che ci escluda che alcune novelle, o gruppi di novelle, gi esistessero, e fossero in parte diffuse, prima di quella data: ch, anzi, in tale direzione sembra spingere - a detta di molti critici - un passo dellIntroduzione alla quarta giornata in cui Boccaccio fa esplicito riferimento alle critiche rivolte da alcuni nvidi alle sue novelle e che possono spiegarsi - qualora non si voglia pensare, come pur si fatto, ad un espediente della finzione letteraria ultima, e non ad unevoluzione reale della composizione - in riferimento ad una diffusione precedente, quantomeno, alla conclusione della stesura dellintero libro: Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, e, alcuni han detto peggio, di commendarvi, come io fo [...]. Adunque da cotanti e da cos fatto soffiamenti, da cos atroci denti, da cos aguti, valorose donne, mentre io ne vostri servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel vivo trafitto. [...] io non intendo di risparmiar le mie forze, anzi, senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggiera risposta tormegli dagli orecchi, e questo far senza indugio. Per ci che, se gi, non essendo io ancora al terzo della mia fatica venuto, essi son molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa esser multiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo (Dec., IV, Intr., 5-10). Parole che sembrano effettivamente adombrare la diffusione separata di alcune novelle, pur se non da credere, come pensano alcuni, che tale diffusione riguardasse linsieme compatto e definitivo delle prime tre giornate: del resto, ad una stesura protratta nel tempo e ad una circolazione anticipata delle novelle Boccaccio fa riferimento anche nella Conclusione dellautore: E come che molto tempo passato sia da poi che io a scriver cominciai infino a questa ora che io alla fine vengo della mia fatica *...+, e pi avanti: e cos potrebbe della mia lingua essere intervenuto; la quale, non credendo io al mio giudicio *...+, non ha guari mi disse una mia vicina che io laveva la migliore e la pi dolce del mondo: e in verit, quando questo fu, egli erano poche a scrivere delle soprascritte novelle (Concl., 20 e 27).

STRUTTURA DELLOPERA La struttura dellopera gi evocata, almeno parzialmente, dal titolo, rifatto su celebri modelli medievali, come lExameron di SantAmbrogio, e decrittabile come le dieci giornate (dal greco: dca, dieci e emra, giorno), durante ciascuna delle quali dieci narratori raccontano, una per ciascuno, dieci novelle, per un totale complessivo di cento novelle. Ma il riferimento alle novelle, e alla loro distribuzione, non esaurisce i riferimenti a tutte le componenti del Decameron. Introdotta da un Proemio e chiusa da una Conclusione dellautore, di contenuto programmatico e apologetico, la costruzione infatti complicata e sorretta da una "cornice", che assolve a compiti di varia natura: primo fra tutti quello di contestualizzare, e non solo storicamente, la narrazione delle novelle. Durante la peste del 1348, un marted mattina, sette giovani donne, o per amist, o per vicinanza, o per parentado congiunte (I, Intr., 49) , di et compresa tra i 18 e i 28 anni, indicate da Boccaccio con i nomi

fittizi, alle qualit di ciascuna convenienti (I, Intr., 51), di Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa, si ritrovano ad assistere alla messa nella chiesa fiorentina di Santa Maria Novella. Finita la messa, le giovani decidono, su consiglio di Pampinea e a patto che sia possibile avere in loro compagnia degli uomini (senza il consiglio dei quali, a detta di Elissa, rade volte riesce ciascuna opera nostra *sc.: delle donne+ a laudevole fine *I, Intr., 76+), di lasciare la citt per trascorrere un periodo di tempo nel contado, dove ciascuna di loro possiede ville in gran copia. Assai a proposito, dunque, giungono in chiesa, in quello stesso momento, tre giovani, di et non inferiore ai 25 anni, dai nomi fittizi di Panfilo, Filostrato e Dioneo, conosciuti dalle donne, innamorati ciascuno di una di loro e variamente imparentati con le altre. I giovani, richiesti, accettano di partire. Allalba del mercoled la brigata parte, accompagnata dai servi, in direzione di una villa situata a circa due miglia di distanza da Firenze. Una volta arrivati, Pampinea propone, al fine di disciplinare convenientemente le attivit delle giornate, la creazione di un signore, che al vespro lasci la sua signoria ad un altro membro della brigata da lui stesso designato. Approvata la proposta, la stessa Pampinea eletta unanimemente regina della prima giornata e incoronata dalloro da Filomena. dunque Pampinea ad assegnare mansioni precise a ciascuno dei servi e ad organizzare le attivit della brigata secondo modalit destinate, con poche eccezioni, a ripetersi identiche nelle giornate successive: le prime ore dopo il risveglio dovranno essere dedicate a passeggiate e a conversazioni individuali; a terza previsto il pranzo, concluso da danze e canzoni; dopo il pranzo, la brigata invitata a ritirarsi nelle proprie camere per riposare. A nona, dopo il riposo, tutti i membri della brigata dovranno riunirsi per novellare; al termine della narrazione delle dieci novelle, la regina (o il re) della giornata passer la sua corona ad un altro membro della brigata, al quale spetta lorganizzazione della rimanente parte della giornata e del giorno successivo fino al vespro. Filomena, designata da Pampinea al termine della prima giornata, dispone che lo spazio di tempo tra la conclusione del novellare e la cena sia trascorso dai compagni in passeggiate e svaghi, e propone che nei giorni seguenti sia data una regola certa anche alle novelle, mediante lindicazione preliminare di un tema preciso cui tutti i novellatori dovranno attenersi. Dioneo, sollazzevole uomo e festevole (I, Concl., 14), chiede di essere dispensato da tale obbligo e di poter raccontare la sua novella sempre per ultimo: il privilegio, che tutta la brigata intuisce esser stato chiesto per avere la possibilit di rallegrare la brigata, se stanca fosse del ragionare, con alcuna novella da ridere (ivi), gli viene prontamente accordato. Lultima parte della giornata occupata dalla cena, cui fanno sguito danze e canzoni. Il testo di una delle canzoni a ballo cantate dai membri della brigata trova posto regolarmente nella conclusione di ogni giornata, s che, a conti fatti, il Decameron risulta comprendere, oltre al Proemio, alla Conclusione dellautore, alla cornice e alle cento novelle, anche dieci canzoni a ballo (nellordine: Io son s vaga della mia bellezza *Emilia+; Qual donna canter, sio non canto io [Pampinea]; Niuna sconsolata [Lauretta]; Lagrimando dimostro, [Filostrato]; Amor la vaga luce *Dioneo+; Amor, sio posso uscir de tuoi artigli *Elissa+; Deh, lassa la mia vita!, *Filomena+; Tanto , Amore, il bene [Panfilo]; Io mi son giovinetta, e volentieri *Neifile+; Samor venisse senza gelosia *Fiammetta+). Questa scansione delle giornate tende, come si detto, a ripetersi identica, eccezion fatta per il venerd e per il sabato, in cui la narrazione delle novelle viene intermessa per essere il venerd il giorno in cui morto Cristo (per che, come dice Neifile giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, pi tosto a orazioni che a novelle vacassimo *II, Concl., 5+) e il sabato quello dedicato alla pulizia del corpo e al digiuno a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio (II, Concl., 6+. Variazioni alla norma ospitano, inoltre, la terza giornata, che si apre con il trasferimento della brigata in unaltra villa, situata duemila passi ad ovest di quella prescelta inizialmente e circondata da un parco di straordinaria bellezza, intorno alla cui fonte i narratori si riuniranno dora in avanti a novellare, e la settima giornata, che vede la momentanea trasferta della brigata in un locus amoenus, la Valle delle Donne, dove gi nella conclusione della giornata precedente prima le donne e poi, su loro sollecitazione, i giovani, si erano spinti durante la passeggiata. A conclusione della decima giornata, su proposta di Dioneo, la brigata decide di rientrare a Firenze. Allalba

del giorno successivo, mercoled, a due settimane esatte di distanza dalla partenza, la brigata si mette in cammino verso la citt, dove giunta, i tre giovani, lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti serano, da esse accomiatatosi, a loro altri piaceri attesero, e esse, quando tempo loro parve, se ne tornarono alle lor case (X, Concl., 16). Questa costruzione rigida e maestosa, che incatena la raccolta di novelle trasformandola in un libro organico e compiuto, prevede, come abbiamo detto, una altrettanto rigida organizzazione tematica del narrato: eccezion fatta per la prima e per la nona giornata, infatti (nelle quali, sotto il reggimento, rispettivamente, di Pampinea e di Emilia, si ragiona di quello che pi aggrada a ciascheduno *I, Intr., 1+), e, in omaggio al privilegio concessogli, per tutte le novelle narrate da Dioneo, le novelle di ciascuna giornata devono attenersi ad un argomento preliminarmente fissato e non eludibile: nella seconda, sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine; nella terza si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse; nella quarta, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine; nella quinta, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ci che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse; nella sesta, sotto il reggimento dElissa, si ragiona di chi con alcun leggiadro motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fugg perdita o pericolo o scorno; nella settima, sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno gi fatte a suoi mariti, senza essersene avveduti o s; nellottava, sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o luno uomo allaltro si fanno; nella decima e ultima sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a fatti damore o daltra cosa.

TRA UTILITAS E DELECTATIO Lattenta osservazione della vita umana in tutte le sue sfaccettature il cardine attorno al quale ruotano le vicende del Decameron. Il Boccaccio annota con acume e credibilit psicologica gli affetti e le passioni dellanimo umano, critica i difetti e compiange le debolezze, loda le virt e biasima i vizi. Non di rado per egli rovescia con spregiudicatezza il senso morale comune. Talvolta il racconto esalta lintelligenza o la furbizia, talvolta sottolinea la stupidit o lingenuit. Ma sempre, al centro dellinteresse dellautore sta luomo. In un variopinto affresco, egli ritrae i molti modi in cui gli individui affrontano lesistenza ed entrano in contatto con i loro simili. C chi sa afferrare le occasioni favorevoli o sottrarsi con abilit agli inganni e ai rischi. Alcuni invece rinunciano per timore di soffrire o di essere sconfitti; altri si dimostrano capaci di godere pienamente i momenti di divertimento e di gioia. La vita viene colta, osservata e descritta nelle sue inesauribili forme e combinazioni, dalle pi semplici alle pi imprevedibili. Uno degli esempi pi indagati lamore. Esso pu essere un puro sentimento spirituale o nascere soltanto dallattrazione dei sensi; talora si conclude con un sorridente lieto fine, ma non di rado esige il sacrificio o sfocia in tragedia. Spesso si colora di sfumature tenere o appassionate, ma a volte assume i connotati della sensualit e delloscenit, quelle caratteristiche che nel linguaggio comune hanno trasformato laggettivo boccaccesco in un equivoco sinonimo di licenzioso e scurrile. Vale la pena di ricordare, al riguardo, che laccusa di licenziosit in buona misura arbitraria, perch, se nel Decameron affiora qualche

compiacimento per il particolare erotico o malizioso, esso ampiamente giustificato dal proposito di ritrarre oggettivamente tutti gli aspetti dellesistenza umana, compresi quelli pi scabrosi. Osservazioni analoghe valgono per lingegno: il Boccaccio lo considera prima di tutto una dote, grazie alla quale luomo si muove e si destreggia tra i mille eventi della vita. Esso consente di affrontare e superare gli ostacoli posti dalle due eterne dominatrici del mondo, la natura e la fortuna, cio la sorte. Sovente, tuttavia, lingegno fine a se stesso, ha un suo fascino intrinseco, come quando serve solo a congegnare e a realizzare una beffa. Ingegno significa anche destrezza, inventiva, intraprendenza negli affari: simili qualit hanno un ruolo importante nel mondo borghese che il Boccaccio descrive e mostra pi volte di apprezzare. Come si gi accennato, lautore ha una posizione assai libera e anticonformista davanti a qualit che non sempre sono usate in modo positivo, e che spesso inducono comportamenti di indifferenza o di disprezzo nei confronti dei valori accettati dalla morale comune. Linesauribile galleria di personaggi, episodi e comportamenti giustifica la definizione del Decameron come commedia umana, dovuta a Francesco De Sanctis: un modo per accostare il libro alla divina Commedia di Dante, e insieme per distinguerlo da essa. Il termine commedia richiama subito lelemento fondamentale e caratteristico di ambedue le opere: infatti esse hanno come cardine la rappresentazione di una vasta gamma di situazioni e casi umani. Nel Boccaccio per manca del tutto lidea di trascendenza che domina il capolavoro di Dante. Egli ha una visione profondamente laica del mondo, al cui centro pone luomo. Ci che osserva e descrive, gli appare immanente, legato allazione e alla responsabilit dei singoli individui. Una conferma viene dal modo in cui il Boccaccio racconta vicende delle quali protagonista il clero. Alti prelati, preti, frati e monache sono indistintamente viziosi, falsi, avidi di denaro, o, nel migliore dei casi, sciocchi. Ma il Boccaccio non sottolinea i loro difetti o le loro colpe per denunciare la discordanza tra la legge di Dio e la depravazione degli uomini, e neppure per auspicare o profetizzare un rinnovamento religioso e morale. Egli lontano in questo sia dal maestro Dante che dallamico Petrarca: si limita a registrare lesistenza e la diffusione di quei comportamenti corrotti e ipocriti, ma non esprime giudizi e non pronuncia sentenze di condanna. Anche quei temi che abbiamo definito cardini del Decameron, lamore, lintelligenza, e con loro la fortuna e la natura, sono inseriti in un quadro di profondo e convinto laicismo. Cos lamore e resta il sentimento per eccellenza, ma anche, prima di tutto, impeto della passione, soddisfazione dei sensi, vissute con pienezza ed entusiasmo. Lintelligenza, che per tutto il corso del Medioevo lespressione, nobilissima ma contenuta entro limiti precisi, delluomo come creatura di Dio, nel Boccaccio diviene la risorsa pi grande che lessere umano possieda per realizzare se stesso, per conquistare un posto o per raggiungere un obiettivo. Essa si configura innanzi tutto come scontro e lotta con la fortuna. una lotta che pu essere vinta o perduta: dipende dal grado di virt, cio di astuzia, inventiva o audacia che un individuo capace di mettere in campo. Grazie alle sue qualit, dunque, il singolo pu emergere e distinguersi dalla massa, fino ad eccellere. per importante chiarire che la superiorit non un privilegio legato allorigine e non dipende dallappartenenza ad una determinata classe sociale. Lintelligenza, al pari della liberalit e della cortesia, pu trovarsi in ogni uomo, povero o ricco, umile artigiano o nobile cavaliere. Chiunque perci in grado non solo di primeggiare negli affari, ma anche di affinare il proprio animo e di accostarsi alla cultura.

Il Boccaccio, insomma, riconosce a tutti gli uomini uguali possibilit e diritti. Lembrione di questo concetto si trova senza dubbio nel Guinizzelli e nello Stilnovo, con la teoria del cor gentile. Il Boccaccio per rinnova profondamente quellidea e la allarga, ponendo tutti i ceti sociali sullo stesso piano. Egli considera gli uomini partecipi della medesima sorte, e annulla qualsiasi distinzione di casta, di censo o di cultura. La vita e la posizione delluomo nel mondo acquistano cos un valore del tutto nuovo. La rilevanza di questa novit va attentamente analizzata e compresa, se si vuol dare il giusto peso ai legami che il Boccaccio conserva con le concezioni medievali. Tuttavia altrettanto inesatto relegare lautore entro i confini del Medioevo. La novit dei contenuti si accompagna ad un significativo mutamento di prospettive culturali. Lo scrittore esprime infatti una concezione della letteratura e dei suoi valori che lo portano ormai fuori del pensiero medievale. Lattivit letteraria rappresenta per lui unespressione di civilt autonoma; la pagina scritta prima di tutto variazione e scelta tra innumerevoli possibilit compositive. Larte fine a se stessa ed ha una dignit intrinseca. In altre parole, essa pu trattare molti argomenti e porsi diversi obiettivi, ma il suo valore non dipende n dagli uni n dagli altri, bens legato alla sua qualit. Gi in questo, il Boccaccio dimostra di avere una visione moderna e davvero anticipatrice, perch libera lidea della cultura dallobbligo di esercitare una funzione, e le riconosce una validit e un ruolo di assoluta indipendenza dalla morale e dalla religione.

ORDINAMENTO E TIPOLOGIA DELLE NOVELLE Un ordine gerarchico sembra dunque presiedere allorganizzazione delle novelle del Decameron. Ha ben scritto in proposito Vittore Branca: Dalla prima allultima novella si svolge infatti, secondo le regole medievali della "commedia", la rappresentazione di un ideale itinerario umano che va dalla riprensione aspra e amara dei vizi nella I giornata -iniziata con il ritratto del nuovo Giuda (Ser Ciappelletto) - allo splendido elogio delle virt nella X giornata, conclusa con lapoteosi della nuova Maria (Griselda). E i punti di passaggio obbligati sono i larghi e animati affreschi che nelle varie giornate intermedie rappresentano la commedia delluomo: il quale d prova della sua forza e della sua debolezza, delle sue virt e dei suoi vizi, del suo meritare lode o biasimo, misurandosi con le tre grandi forze che, quasi strumenti della Provvidenza divina, sembrano in qualche modo reggere il mondo: cio la Fortuna, lAmore, lIngegno. Ed ecco sulla scena ideale del Decameron susseguirsi ordinatamente i vari e mossi quadri degli uomini trastullo della Fortuna (II giornata) e vittoriosi per loro industria della Fortuna stessa (III); o destinati alle pi alte prove della gioia o del dolore umano, cio alle grandi avventure passionali, al regno di quel sovrano del mondo, di quel dominatore dei sapienti e degli ignoranti che Amore (IV e V); o tesi ad affermarsi gli uni contro gli altri con la prontezza e lacutezza dellingegno, sia nella schermaglia veloce dei bei motti (VI) sia negli inganni e nelle beffe specialmente damore e di denaro (VII e VIII). Cos, dopo la pausa della IX giornata (in cui ritornano intrecciati quei vari motivi e quasi le cimature di quei grandiosi arazzi) si pu, con coerenza scolastica, giungere al giardino favolosamente fiorito delle pi alte virt (X); allepilogo magnifico e veramente conclusivo della leggenda di ognuno *...+. E lultima novella - che tanto entusiasm e commosse il Petrarca - raccoglie ancora attorno a Griselda, nellestremo e quasi sovrumano esempio, espressioni altissime di quelle tre grandi forze, ma superate tutte e tre insieme da una Virt cos sublime da aureolare il profilo della ultima eroina del Decameron con luci derivate da quello della Vergine "umile e alta pi che creatura". dunque tra questi due poli che si dispiega la varia tipologia delle novelle decameroniane: una tastiera narrativa complessa e multiforme, che prevede la compresenza di forme e di stili diversi tra loro, dal motto al romanzo breve, dal comico al sublime. Unindagine recente ha proposto una classificazione

delle novelle combinando il criterio quantitativo (relativo cio alla lunghezza del testo considerato) con quello tematico e stilistico, e isolando in tal modo, in una prima fascia, 20 novellette, definibili come variante breve, essenziale, sintetica, della "novella boccacciana *...+, che comprende quasi tutte le novelle della sesta Giornata (9 su 10), e buona parte delle novelle della Prima (6 su 10) [...]. In casi come questi, la struttura narrativa ridotta allessenziale ed totalmente funzionalizzata allo scioglimento, che pu consistere in una battuta o in una rapida rivelazione. Ad una fascia superiore appartengono 62 novelle che, non fossaltro per il fatto di costituire il tipo nettamente maggioritario, savvicinano di pi alla definizione canonica di "novella boccacciana" *...+; tra di loro compaiono quasi tutte le novelle della Terza (8 su 10), della Quarta (8 su 10), della Quinta (9 su 10), della Settima (8 su 10), della Nona (8 su 10), vale a dire pressoch tutte le grandi novelle di beffa (Calandrino pregno, IX, 3; Calandrino e il porco, IX, 6; Calandrino sinnamora di una giovane, IX, 5; Calandrino e lelitropia, VIII, 3); le grandi novelle dellamore felice e infelice (Lisabetta da Messina, IV 5; Simona e Pasquino, IV 7; Peronella, VII 2; Gerbino, IV 4; Nastagio degli Onesti, V 8; Federigo degli Alberighi, V, 9; Gostanza e Martuccio Comito, V, 2; Teodoro e Violante, V 7; Pietro e Agnolella, V, 3; Andriuola e Gabriotto, IV, 6; Paganin da Monaco, II, 10; Ricciardo Minutolo, III 6); le novelle della virt e della fortuna (Bergamino, I, 7; Martellino, II, 1; Ghino di Tacco, X, 2; Landolfo Rufolo, II, 4; frate Cipolla, VI, 10). La terza fascia comprende 11 novelle: Frate Alberto, IV 2; Ferondo, III 8; Tancredi e Ghismonda, IV 1; Lidia e Pirro, VII 9; Cimone, V 1; Griselda, X 10; Salabaetto, VIII 10; Bernab da Genova, II 9; Andreuccio da Perugia, II 5; Ciappelletto, I 1; Madama Bertola, II 6; testi, tutti, con i quali Boccaccio si incammina decisamente sulla strada del "racconto lungo" moderno, che, per la complessit dellintreccio e delle tematiche investite, per la profondit della caratterizzazione psicologica con cui egli si accosta ai personaggi, e, in taluni casi, per la ricercata teatralit e la spettacolarit delle soluzioni narrative, pu essere a stento compreso e sistemato in quella nozione di novella, a cui pure il Boccaccio ha dato un contributo decisivo. In una quarta fascia trovano posto 7 novelle (il conte dAnguersa, II 8; Bruno, Buffalmacco e maestro Simone, VIII 9; Tedaldo, III 7; il Saladino e Messer Torello, X 9; Tito e Gisippo, X 8; Alatiel, II 7; lo scolare e la vedova, VIII 7), che costituiscono, in qualche caso, la fantasiosa espansione di un topico motivo novellistico, ma che in altri casi rappresentano il frutto e lesito della ricerca narrativa boccacciana, che punta decisamente alla prosa di romanzo, sia per lespansione *...+ dellorizzonte investito sia per la diversa tonalit - fantastica, immaginosa, incoercibile - del racconto. Anche per questo verso, dunque, e anche allinterno di una stessa opera, Boccaccio conferma la natura sperimentale della sua scrittura: una sperimentalit totalizzante, che, trascorrendo tra i generi e gli stili, mira a rappresentare e a ordinare gerarchicamente, nei modi che abbiamo fin qui cercato di illustrare, la varia e infinita fenomenologia di quella che De Sanctis definiva, secondo una formula notissima e abusata, commedia umana, con essa riassumendo e condensando una valutazione gi da tempo diffusa tra lettori e interpreti. Fra i primi, Lorenzo de Medici, che, proemiando al suo Comento, andava formulando in proposito, nellmbito di una lunga e articolata rivendicazione della dignit della lingua volgare, osservazioni con le quali mi piace concludere questo lavoro: In prosa e orazione soluta, chi ha letto il Boccaccio, uomo dottissimo e facundissimo, facilmente giudicher singulare e sola al mondo non solamente la invenzione, ma la copia et eloquenzia sua, e considerando lopera sua del Decameron, per la diversit della materia, ora grave, ora mediocre e ora bassa, e contenente tutte le perturbazioni che agli uomini possono accadere damore e odio, timore e speranza, tante nuove astuzie e ingegni, e avendo a exprimere tutte le nature e passioni degli uomini che si trovono al mondo, senza controversia giudicher nessuna lingua meglio che la nostra essere atta a exprimere.

CONTESTO STORICO
IL TRECENTO: PROFILO DI UNEPOCA La letteratura italiana del Trecento dominata dalle due personalit potentemente innovatrici di Francesco Petrarca e di Giovanni Boccaccio, veri precursori della civilt moderna. Tuttavia, il panorama complessivo della cultura di questo secolo appare ancora legato per molti aspetti all'et precedente, della quale riprende motivi generali e argomenti specifici. La crescita economica e demografica che si registra nella prima met del Trecento sub una drastica interruzione a causa della peste del 1348 che flagell l'intera Europa. Di fianco a una trasformazione nei modi di produzione nel settore dell'agricoltura (introduzione della mezzadria in Toscana, aumento della propriet privata da parte dei contadini in Francia), vi furono anche notevoli cambiamenti nei settori della manifattura e del commercio. Le economie cittadine dominanti, come quelle italiane, cercarono di fronteggiare la crisi diminuendo la produzione favorendo in questa maniera la disoccupazione: il tumulto dei Ciompi a Firenze, nel 1378, altro non se non il tentativo di salvaguardare la produzione tessile della citt. Le migliori prospettive di sviluppo si presentavano a quelle industrie che producevano beni di prima necessit di qualit scadente ma a basso prezzo. Fu questa una scelta vincente per l'Inghilterra e per l'Olanda, che posero le basi per uno sviluppo futuro dei loro commerci internazionali. Sul piano politico si registr in Italia il consolidamento delle Signorie cittadine, con la nascita di Stati regionali guidati da ricche famiglie spesso provenienti dal contado: sullo sfondo di queste divisioni si realizz anche una grave crisi all'interno della Chiesa che, ormai nell'orbita politica francese, venne costretta a trasferire la sede papale ad Avignone.

LA PESTE DEL 1348 Nel 1347-51 lEuropa fu invasa da unondata travolgente di crisi economica a causa di una micidiale epidemia di peste: si innestava cos un ciclo rovinoso di carestia-peste-carestia. Secondo dati approssimativi, ma abbastanza vicini alla realt, la popolazione europea, compresa la Russia, dopo avere raggiunto gli 80 milioni nel 1300, sarebbe scesa a circa 73 milioni nel 1347, e a circa 48-50 milioni nel periodo immediatamente successivo al contagio. Lalta mortalit era inoltre incrementata anche dalle numerose guerre che infierirono sulla popolazione europea tra il XIV e il XV secolo (la Guerra dei Cent'anni, la Guerra delle Due Rose in Inghilterra, le guerre italiane dal 1350 al 1450, ecc). La diminuzione della popolazione ebbe ripercussioni non soltanto sulla forza lavoro ma fece crollare anche la domanda dei beni, con un conseguente forte ribasso dei prezzi. La peste che flagella lEuropa occidentale alla met del XIV secolo nasce in Cina verso il 1333 e si diffonde rapidamente seguendo le rotte commerciali che portano verso occidente. Nel 1347 colpisce la Palestina, nel 48 lItalia, la Francia e lInghilterra, nel 49 la Germania e i paesi scandinavi. Contemporaneamente inizia la caccia agli untori, che si trasforma in una persecuzione di ebrei ed eretici, accusati di diffondere il contagio: nel periodo 1348-51 si ebbero massacri di ebrei in Svizzera, Germania e Italia.

IL TUMULTO DEI CIOMPI A Firenze i Ciompi erano i salariati e i lavoratori pi umili dell'Arte della Lana, non iscritti per a nessuna delle Arti, n maggiori, n minori. Sfruttati dai maestri delle botteghe che li remuneravano con paghe da fame, dopo aver tentato invano di darsi un'organizzazione, nel 1378 si sollevarono chiedendo l'istituzione di una nuova Arte. Occuparono il Palazzo della Signoria, ottenendo attraverso il loro rappresentante Michele di Lando, gonfaloniere di giustizia, la creazione di tre nuove Arti dette "del popolo minuto" o "del popolo di Dio", costituite le prime due da tintori e farsettai, la terza dai Ciompi veri e propri. Ogni gruppo (composto ora da sette Arti maggiori, quattordici minori e tre del popolo minuto) aveva diritto ad un terzo delle cariche pubbliche. L'Arte della Lana si oppose con una serrata, chiudendo le botteghe; l'inasprimento della lotta politica provoc anche l'opposizione ai Ciompi da parte delle Arti minori, inizialmente solidali con loro. Michele di Lando fu accusato di tradimento dai Ciompi; molti di loro furono costretti a fuggire; i capi vennero presi e giustiziati. Abrogate tutte le conquiste dei rivoltosi, nel 1382 il potere fu ripreso saldamente dalla fazione guelfa.

LE GRANDI ISTITUZIONI In questo secolo raggiunge lacme la crisi delle due grandi istituzioni del Medioevo: la Chiesa e lImpero. Il Papato attraversa un momento molto grave dovuto al moltiplicarsi delle eresie, e soprattutto allatteggiamento dei nuovi Stati monarchici. I sovrani europei, infatti, mostrano una tendenza sempre pi netta ad accaparrarsi il controllo dei vescovi e a staccarsi dallautorit del Papato, per procedere sulla via delle Chiese nazionali. Il nemico pi agguerrito e pericoloso dellautonomia del Papato la Francia. Per quasi tutto il Trecento, i papi sono costretti a subire una forma di tutela da parte dei re francesi, a causa del trasferimento della sede papale ad Avignone, durante la cosiddetta cattivit avignonese. Dopo la sua fine, nel 1378 comincia il Grande Scisma dOccidente, che avr termine solo nel 1417; tuttavia ulteriori contrasti e lacerazioni manterranno la Chiesa priva di una guida unitaria e salda fino al 1447, quando con lelezione del papa Niccol V avvenuta durante il Concilio di Basilea (1431-1449) si ricompone lunit delle Chiese cristiane dOccidente. Ma il travaglio interno alla cristianit ben lungi dal dirsi concluso, perch stanno emergendo profonde e sincere esigenze di rinnovamento morale, che vengono per disattese o frustrate dalle gerarchie. Questa chiusura determina da una parte linsorgere di istanze di radicali riforme, dallaltra la ripresa di movimenti ereticali, mai del tutto soffocati e sempre presenti ai margini del mondo cattolico. Negli ultimi decenni del Trecento e nei primi del Quattrocento particolarmente violento sar lattacco rivolto alla Chiesa da parte di John Wycliffe in Inghilterra e di Jan Hus in Boemia. Come abbiamo accennato anche lImpero mostra i segni della decadenza. Con la morte di Arrigo VII nel 1313 si spegne il grande sogno di Dante, la monarchia universale, e poco dopo naufraga anche il tentativo di restaurazione imperiale da parte di Ludovico il Bavaro, il quale nel 1330 abbandona definitivamente

lItalia, visti vanificati gli sforzi di tre anni, compiuti per ripristinarvi la sua autorit. Da quel momento lImpero si avvia a diventare unistituzione solo germanica.

LA CATTIVITA AVIGNONESE Cattivit avignonese fu definito, spregiativamente, il periodo compreso fra il 1308 e il 1377. Nel 1308, il papa francese Clemente V trasfer la sede papale da Roma ad Avignone, in Provenza. Si concludeva cos il processo di indebolimento del potere temporale del Papa gi emerso chiaramente durante il pontificato di Bonifacio VIII, il sostenitore dei disegni teocratici della Chiesa. Di questo indebolimento era stato un segno evidente lo schiaffo dAnagni, quando il re di Francia Filippo IV il Bello aveva fatto schiaffeggiare pubblicamente il Papa. Nel 1377, il papa Gregorio XI riport definitivamente la sede del Papato a Roma. I cardinali francesi elessero allora un antipapa che riconferm la sua sede in Avignone. Da questo momento, fino al 1417, ad ogni papa romano se ne contrappone uno avignonese, con gravi lacerazioni interne. La vicenda nota, appunto, come Grande Scisma dOccidente.

LA FORMAZIONE DELLE SIGNORIE L'Italia attraversa nel Trecento una profonda crisi economica. Il ristagno determina il fallimento di alcune illustri compagnie mercantili e bancarie, come quelle dei Peruzzi, dei Frescobaldi, degli Acciaiuoli e dei Bardi (presso quest'ultima lavorava il padre del Boccaccio) e una generale decadenza della borghesia mercantile e finanziaria, che cerca nuove fonti di reddito negli investimenti terrieri, nei quali vede possibilit forse minori, ma pi sicure. Cos, a poco a poco, mercanti e banchieri si trasformano in latifondisti, affiancandosi e assorbendo un'aristocrazia terriera di formazione feudale, ormai quasi spenta. I Comuni sono sempre pi lacerati dai conflitti sociali e dalle lotte intestine tra le fazioni, che rendono pi rapida la crisi, gi cominciata negli ultimi decenni del secolo precedente, nel corso della quale gli organismi comunali si sfaldano, lasciando il posto ad una nuova forma di governo, la Signoria. questo un sistema politico destinato a diffondersi e ad imporsi definitivamente nel Quattrocento. La nascita della Signoria agevolata dall'esigenza di riportare ordine nelle citt, dove l'inasprimento dei contrasti di parte e le pressanti rivendicazioni sociali dei ceti meno abbienti determinano uno stato di continua e forte tensione. Ne approfittano intraprendenti signorotti locali, per imporre il loro potere su una citt e spesso su un'intera regione, e per prendere le redini del governo, abolendo o mantenendo solo formalmente gli ordinamenti comunali. Va ricordato, inoltre, che una delle caratteristiche delle Signorie lo stato di guerra permanente, provocato dall'ambizione dei signori di espandere il proprio territorio ai danni di altri signori o dei Comuni che ancora resistono alla loro avanzata. L'affermazione delle Signorie determina in Italia un nuovo assetto che si definisce particolarismo, ovvero quel frazionamento politico che, alla lunga, causer la cronica debolezza della penisola, incapace di costituirsi in uno Stato unitario e di opporsi all'intervento delle forti potenze straniere.

Il Comune di Firenze resiste all'affermazione della Signoria per un periodo pi lungo delle altre citt del Centro e del Nord, riuscendo ad arginare la crisi delle sue istituzioni. Ma ci non avviene senza profondi travagli. In un primo momento, si cerca di salvaguardare le libert comunali allargando il governo al popolo minuto; poi, la tragica rivolta dei Ciompi lascia nei gruppi signorili una grande paura, per cui vengono ridotti gli spazi per la partecipazione popolare al governo della citt e il potere si concentra nelle mani di una sempre pi ristretta oligarchia, che, verso la met del secolo successivo, dovr capitolare di fronte alla supremazia dei Medici. Nel Meridione, svanito il sogno di costituire uno Stato unitario come quello di Federico II, la pace di Caltabellotta (1302) sancisce la separazione della Sicilia, che passa agli Aragonesi, dal resto del Regno, che rimane agli Angioini. Il potere centrale, che in Europa sta rafforzandosi, qui si indebolisce ad opera e a tutto vantaggio delle strutture feudali e baronali, le quali ottengono anzi ulteriori acquisizioni di terre e di privilegi. Questa situazione da una parte impedisce la nascita di una borghesia come nel Centro-Nord, dall'altra mantiene ed accentua il carattere cortese dell'ambiente intellettuale napoletano e meridionale.

LITALIA: DALLO STATO CITTADINO ALLO STATO REGIONALE Gi ai primi del Trecento nel Veneto era cresciuta la potenza degli Scaligeri di Verona, con il munifico Cangrande della Scala (1311-29), mentre nella Lombardia i Visconti, che si erano imposti sui Della Torre con l'arcivescovo Ottone, allargarono la loro signoria oltre il Ticino e oltre il Po'. Alla met del secolo Giovanni Visconti aveva formato un vasto Stato nell'Italia settentrionale, esteso anche all'Italia centrale. Nel frattempo Venezia prevaleva su Genova e cominciava a espandersi verso l'entroterra. In Toscana Firenze mirava decisamente ad assoggettare l'intera vallata dell'Arno, bloccata verso il mare dalla signoria ghibellina fondata nel 1325 da Castruccio Castracani. Il governo era in mano al popolo grasso delle Arti maggiori che aveva escluso tanto il popolo minuto (la piccola borghesia artigianale e bottegaia) quanto il proletariato privo di qualsiasi organizzazione di Arte. Le masse lavoratrici, guidate dal cardatore di lana Michele di Lando, insorsero nel 1378 nel tumulto dei Ciompi. Il governo pass in mano a un'oligarchia formata dalle maggiori casate di finanzieri e di mercanti, come gli Albizi, gli Strozzi, i Tornabuoni ecc. Rimaneva nell'Italia meridionale il regno angioino di Napoli, che aveva avuto un periodo di splendore con Roberto d'Angi (1309-43). Alla sua morte esso si avvi a una rapida decadenza quando sal al trono la nipote Giovanna I (1347-81). Si scatenarono infatti le lotte fra i vari rami della famiglia (quello dei principi di Durazzo, dei principi di Taranto e del re d'Ungheria) e il regno sub invasioni e saccheggi. Nel 1352 Giovanna riusc tuttavia a imporsi: nonostante i suoi tre matrimoni la regina, sensuale e corrotta, non ebbe eredi e adott come tali dapprima Carlo di Durazzo, poi Luigi d'Angi, fratello del re di Francia. Naturalmente la guerra tra i due pretendenti si scaten immediatamente, con Giovanna ancora in vita, fino a quando, nel 1382, Carlo di Durazzo entr in Napoli, fece soffocare la regina nel suo letto e assunse la corona del regno.