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Joyce Guizzo 3ACL La lirica di Petrarca 02/02/2022

Chiare, fresche et dolci acque


Chiare, fresche et dolci acque, vv. 1-13 Chiare, fresche e dolci acque, nelle quali il bel
corpo ove le belle membra corpo mise l’unica che a me sembra una donna; ramo
pose colei che sola a me par donna; gentile, nel quale a lei piacque appoggiare il bel fianco
gentil ramo ove piacque come lo si appoggia ad una colonna (me lo ricordo
(con sospir’ mi rimembra) sospirando); erba e fiori che la gonna leggera ricoprì
a lei di fare al bel fiancho colonna; con l’angelico seno/con una piega angelica; aria divina,
herba et fior’ che la gonna serena, dove Amore con i begli occhi di lei mi aprì il
leggiadra ricoverse cuore: ascoltate tutti insieme le mie ultime dolorose
co l’angelico seno; parole.
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenzia insieme
a le dolenti mie parole extreme
S’egli è pur mio destino vv. 14-26 Se questo è proprio il mio destino e il cielo si
e ’l cielo in ciò s’adopra, adopera per fare ciò , che Amore chiuda questi miei occhi
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda, che piangono, qualche grazia divina seppellisca il mio
qualche gratia il meschino povero corpo tra di voi, e l’anima torni nuda alla propria
corpo fra voi ricopra, sede (in cielo). La morte sarà meno crudele se porto con
et torni l’alma al proprio albergo ignuda. me questa speranza in quel passo pauroso (quello all’
La morte fia men cruda Aldilà ): perché il mio spirito stanco non potrebbe mai
se questa spene porto fuggire la carne afflitta e le ossa in approdo più sereno
a quel dubbioso passo: né in una tomba più tranquilla.
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.
Tempo verrà anchor forse vv. 27-39 Forse verrà anche il momento in cui la bella e
ch’a l’usato soggiorno dolce creatura (Laura) tornerà nel luogo in cui era solita
torni la fera bella et mansü eta, soggiornare, e là dove ella mi vide nel benedetto giorno,
et là ’v’ella mi scorse ella volga lo sguardo, cercandomi, desiderosa e contenta:
nel benedetto giorno, e, oimè, vedendomi già sepolto fra le pietre, Amore la
volga la vista disïosa et lieta, ispiri così che sospiri tanto dolcemente da ottenere la
cercandomi: et, o pieta!, misericordia per me, e faccia forza al cielo, asciugandosi
già terra in fra le pietre gli occhi con il bel velo.
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea vv. 40-52 Dai bei rami scendeva una piogga di fiori sopra
(dolce ne la memoria) il suo grembo (ne ho un ricordo dolce); ed ella si sedeva
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo; umile in tanta gloria, coperta già da una nuvola d’amore.
et ella si sedea Un fiore cadeva sull’orlo della veste, uno sulle trecce
humile in tanta gloria, bionde, che quel giorno sembravano oro fino e perle; uno
coverta già de l’amoroso nembo. si posava a terra, e uno sulle onde; uno volteggiando
Qual fior cadea sul lembo, senza meta, sembrava dire: “Qui regna Amore”.
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
Joyce Guizzo 3ACL La lirica di Petrarca 02/02/2022

eran quel dì a vederle;


qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.
Quante volte diss’io vv. 53-65 Quante volte io dissi allora pieno di spavento:
allor pien di spavento: Costei nacque sicuramente in Paradiso. Il suo divino
Costei per fermo nacque in paradiso. portamento, il suo volto, le sue parole e il dolce sorriso
Così carco d’oblio mi avevano reso così carico d’oblio, e mi avevano
il divin portamento separato a tal punto dalla realtà, che io dicevo
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso sospirando: “Come sono giunto qui, o quando?”;
m’aveano, et sì diviso credendo di essere in cielo, non dove ero. Da allora
da l’imagine vera, questo prato mi piace così tanto che non trovo pace in
ch’i’ dicea sospirando: altri luoghi.
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sì, ch’altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant’à i voglia, vv. 66-68 Canzone, se fossi bella quanto desideri, potresti
poresti arditamente uscire con coraggio dal bosco, e andare tra la gente.
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

La canzone, composta tra il 1340-41 o nel 1343, fa parte delle liriche In Vita di Laura ed è una delle più
celebri della raccolta oltre che della poesia italiana delle Origini e della nostra letteratura.
È costituita da cinque stanze di tredici versi ciascuna, endecasillabi e settenari, accompagnati da un
congedo finale. Lo schema metrico (abC abC cdeeDfF) si ripete allo stesso modo in ogni stanza,
conferendo al discorso poetico una certa musicalità e ritmicità. Per quanto riguarda, invece, il registro,
è piuttosto umile e intimo rispetto ad altre canzoni del Petrarca, come Italia mia o I’ vo’ pensando, e
nemmeno il lessico presenta termini troppo ricercati o elevati, per uno stile nel complesso fluido e
musicale.
L’argomento centrale dell’opera è il paesaggio, o meglio, il rapporto fra la donna amata e il paesaggio,
strettamente legato alla presenza di Laura, che un tempo frequentava quegli stessi luoghi descritti dal
poeta: le acque del fiume Sorga, nei pressi di Valchiusa, dove la donna soleva fare il bagno, e la verde
campagna circostante. La canzone non è altro, quindi, che un’occasione per Petrarca di rievocare,
attraverso la rivisitazione del paesaggio, l’immagine della donna amata nel giorno in cui si sono
incontrati, in quello che si potrebbe definire un racconto memoriale.
Nella prima stanza il poeta, prima di un viaggio in Italia, vaga per il paesaggio provenzale alla ricerca di
Laura, elencando tutti quei particolari che sembrano testimoniare il suo passaggio: le acque del fiume
Sorga in cui era solita immergersi, il ramo a cui si appoggiò , l’erba sulla quale si distese e l’aria divina
che si illuminò al suo sguardo.
Qui di Laura non viene tracciata un’immagine definita e lineare, ma ne vengono colti solo alcuni
aspetti, i frammenti del paesaggio che rievocano al poeta un qualche ricordo della donna: le “belle
membra”, il “bel fiancho”, l’“angelico seno” e “gli occhi”.
Alcuni elementi degni di nota sotto l’aspetto lessicale e semantico sono quel gentil riferito a ramo (v.
4), rimembra (v. 5) e ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse (v. 11). Gentil non va inteso nel senso
stretto del termine per cui lo conosciamo noi oggi, ma rimanda a quella tradizione stilnovista già
affrontata con Dante, per cui l’aggettivo non significa semplicemente “gentile”, ma fa riferimento alla
gentilezza dell’animo e quindi esprime la purezza, il contegno, l’ordine, il decoro, il pudore e l’ordine
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nel portamento. Qui naturalmente l’aggettivo non si riferisce al ramo, che non può di certo godere di
tutte queste virtù , ma costituisce una metafora con donna Laura, che è la vera “donna gentile”. Al verso
successivo, con sospir’ mi rimembra, è interessante l’analisi semantica di rimembrare, dal francese
remembrer, a sua volta derivato dal latino rememorari. Si tratta di un verso transitivo che significa
letteralmente “ricordare”, “rievocare alla memoria” e che, nella letteratura italiana, ha una tradizione
che va da Giacomo da Lentini al Novecento. In realtà, fino agli inizi del Novecento si usava anche con
significato intransitivo accompagnato da un pronome (“non ti rimembra di quelle parole?” Dante) o
con valore sostantivato. Per Leopardi, in particolare, era un termine molto importante e ricorrente, da
cui fece derivare rimembranza, poi adottato per definire i viali e i parchi creati dopo la Prima guerra
mondiale per i caduti, i cosiddetti parchi della Rimembranza. Infine, ove Amor co’ begli occhi il cor
m’aperse non può che richiamare alla mente Voi che per li occhi mi passaste ‘l core di Cavalcanti. In
entrambi i casi, il poeta è trafitto nel cuore, come per una freccia, dagli occhi di Amore, cioè della
donna amata. L’accezione è prevalentemente negativa: non sono certo gli occhi portatori di grazia
divina e contemplazione di Donne ch’avete intelletto d’amore quelli descritti da Cavalcanti e Petrarca; al
contrario, sono motivo di dolore e di angoscia per i poeti.
Per quanto riguarda, invece, le figure retoriche, è possibile rintracciarne già dai primi versi: Chiare,
fresche et dolci acque (v. 1) è una sinestesia, poiché accosta l’area sensoriale della vista (chiare), del
tatto (fresche) e del gusto (dolci); ove le belle membra/pose colei (vv. 2-3) è un’anastrofe, perché
l’ordine corretto sarebbe “ove colei pose le belle membra”; colei che sola a me par donna (v.3) è una
perifrasi che sta per Laura; acque, ramo, herba et fior e aere sacro date udienza costituisce, invece,
un’apostrofe; mentre Amor (v. 11) è una personificazione.
Nella seconda stanza il poeta introduce un altro tema, quello della morte. Egli, infatti, esprime il
desiderio di morire e che la sua anima venga sepolta in cielo. Con questa speranza, si augura che quel
passo pauroso, ovvero il viaggio all’Aldilà , sia per lui meno doloroso e crudele. Qui, i luoghi sacri
dell’amore non sono più le dolci acque della Sorga o le verdi campagne, ma bensì la tomba.
Le figure retoriche sono le seguenti: ch’Amor questi occhi lacrimando è un’ipallage poiché non è Amore
a piangere, ma gli occhi, anche se lagrimando è riferito grammaticalmente ad Amor; Amor (v. 16) è una
personificazione; porto (v. 24) è una metafora, perché il porto è il luogo in cui le navi si fermano al
termine di un viaggio e la morte, a cui si riferisce il poeta, è il luogo in cui la vita si ferma dopo un lungo
viaggio.
Nella terza stanza il Petrarca recupera i toni affranti e malinconici adoperati nella strofe precedente,
riprendendo l'immagine della propria morte e proiettandola in un futuro quasi imminente. La scena
vede Laura, la fera bella et mansueta, fare ritorno al fiume, ai luoghi in cui era solita trattenersi,
cercando con sguardo impaziente l'autore, lieta e desiderosa di ritrovarlo, senza però ottenere mai
alcun appagamento; l'autore in quel momento è già morto, sepolto sotto alle pietre, ormai parte della
stessa terra su cui lei amava tanto distendersi. In preda allo sconforto Laura piange, e proprio
attraverso quelle lacrime, asciugate poi con un bel velo, Petrarca si augura di ricevere misericordia, di
essere perdonato tramite la donna che più di tutti ha amato. Questa stanza è visibilmente incupita da
una sconsolata angoscia, da una tristezza avvilente: l'autore trasforma un luogo così incantevole in un
presagio di morte; dove prima c'era il corpo di Laura placidamente immerso nella natura, in breve
tempo comparirà la lapide dello stesso Petrarca. Così si spiega anche la scelta di raccontare la vicenda
al futuro, differenziandola dalle altre, narrate invece al passato. Dal punto di vista stilistico la strofe è
ipotattica, costituita da un unico periodo in cui si susseguono, in dipendenza da una principale, diverse
coordinate e subordinate. Numerosi sono gli enjambement , i più evidenti ai versi 27-28 "forse ch'ha
l'usato", 28-29 " soggiorno torni", 34-35 "le pietre vedendo", 35-36 "inspiri in guisa" e infine 36-37
"sospiri sì dolcemente", inseriti per scandire e dilatare il ritmo della poesia, marcando parole come
"torni, pietre e sospiri". Si evidenzia anche l'anastrofe " ch'al'usato soggiorno torni la fera", ai versi 28-
29, la quale pone l'attenzione sulla metafora fera bella et mansueta, da intendere con Laura stessa,
creatura affascinante e dolce. In seguito compare anche una paronomasia, ovvero l'accostamento di
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due parole fonicamente simili o addirittura uguali, in questo caso costituita da "pieta-pietre", la quale
contrassegna due termini notevolmente significativi: la pieta come misericordia, grazia, perdono dello
stesso Petrarca attraverso Laura, e le pietre, ovvero la lapide, la sepoltura dell'autore sulle rive del
Sorga.
Nella quarta stanza l'atmosfera muta radicalmente: da un clima particolarmente ostile alla vita il poeta
si sposta di nuovo verso l'immagine paradisiaca di Laura, stavolta rappresentata come una vera e
propria apparizione, un'epifania incorniciata in uno sfondo quasi fiabesco. Una cascata di fiori piove
dai rami sul suo corpo, prima sul ventre, poi sull'orlo della veste, infine sulle trecce bionde; altri fiori si
adagiano sul prato, sulle onde del fiume, o volteggiano in aria senza una meta, simboli della presenza
ubiqua di Amore. Laura è tracciata da una non indifferente umiltà , pur essendo la preziosa
protagonista di uno splendido paesaggio primaverile, ai limiti della scenografia. Questo ricordo di lei si
contrappone fortemente all'immagine data dalla prima stanza, in cui vengono tratteggiati soltanto i
suoi contorni: Petrarca rammenta il suo corpo, il bel fianco, la gonna leggera e il seno, offrendo una
figura settoriale, completa solo in alcune parti, mentre qui, nella quarta strofe, l'epifania di Laura è
integrale, discernibile, talmente bella da intimorire il poeta. Paradossalmente, sebbene la donna sia
così definita, quello che Petrarca porta alla mente è soltanto una memoria: ecco perché la descrizione è
tutta ambientata nel passato attraverso l'uso dell'imperfetto. La strofe si divide in cinque proposizioni
paratattiche, che rendono subitanea e chiara l'apparizione sacra di Laura, travolgendo il Petrarca in
una dimensione paradisiaca, nonostante egli rimanga fermo, a terra. Anche in questa strofa si può
individuare un paio di enjambement: ai versi 48-49 "perle eran" ed "errore girando" ai versi 51-52, i
quali mettono in luce prima la metafora "ch'oro forbito et perle eran quel dì a vederle", poi la parola
errore, particolarmente rilevante e ricorrente nei componimenti Petrarcheschi. La metafora, fragorosa
eco de "Erano i capei d’oro a l’aura sparsi ", paragona i capelli di Laura, quel giorno raccolti in trecce
bionde, all'oro, il più prezioso dei metalli, forbito, lucido e a delle perle lucenti. Per quanto riguarda
"errore", questo termine è assai frequente negli scritti dell'autore, da una parte lo si intende come
sbagliare in senso morale, commettere un errore, dall'altra come vagare senza una meta precisa.
Concludendo si cita l'anafora "qual" a partire dal verso 46 fino al 51, la quale, oltre a ricalcare il
percorso della pioggia fiorita, conferisce armonia alla struttura del testo, e può essere interpretata
anche come un'ellissi, dal momento che non tutti i qual sono preceduti da un verbo, bensì talvolta
vengono sottintesi cadea e posava.
"Errore" è un termine alquanto ricorrente nei componimenti di Petrarca, sia nei testi in prosa che in
quelli in poesia; in entrambi presenta due significati, che, sebbene differenti, spesso si sovrappongono
l'uno
all'altro, o comunque si possono considerare uniti da un forte legame. In Chiare,fresche et dolci acque,
nella quarta stanza, la parola errore fa riferimento al percorso di uno dei tanti fiori che piovono dai
rami, il quale volteggia perdendosi nell'aria, privo di un luogo su cui posarsi, a differenza di tutti gli
altri, che si sono adagiati nell'ambiente circostante. Questo fiore funge da specchio per l'autore, il quale
da una vita si sente dilaniato in un continuo conflitto con sé stesso, tormentato dal suo peccato più
grande, l'accidia, che costantemente dirotta le sue buone intenzioni, creando in lui un fortissimo senso
di smarrimento, nel quale però il Petrarca si adagia senza troppe opposizioni. Ecco che l'errore morale
del poeta trova corrispondenza in quello più fisico del fiore, creando una certa simmetria tra i due
significati. A questo proposito si può nominare un altro componimento dello stesso autore, nonché la
poesia di apertura del Canzoniere: Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono. Qui la parola errore
compare nella prima quartina, affiancata dall'aggettivo giovenil; chiaramente questo errore di
gioventù è da intendere con Laura, pur essendo lei la donna che Petrarca tanto ama; sebbene per il
poeta sia una fonte d'ispirazione, ella è anche in grado di deviarlo da quella che dovrebbe essere la
retta via, dal cammino verso la fede, verso lo stesso Dio; lo induce nell'errore, quello morale, che
inevitabilmente porta il Petrarca a perdersi per l'ennesima volta, a vagabondare ostinato nei suoi
peccati. Lo stesso vale per La salita al monte Ventoso, nei Familiares: in questo brano l'autore, insieme
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al fratello, si impone l'obbiettivo di raggiungere la vetta della montagna, ma fin da subito emergono
alcune difficoltà , che non fanno altro che scoraggiarlo, tanto è vero che, anche se il fratello è ormai
vicino alla cima,Petrarca persiste nel cercare una via meno impegnativa, più agevole, vagheggiando ai
piedi dell'altura. Questo suo vagabondare riflette l'accidia, il suo scegliere consapevolmente la
decisione sbagliata, pur avendo la possibilità di seguire la strada giusta, a testimonianza di un animo
alienato, avvilito, centro di un'incessante collisione che frammenta la sua interiorità . In conclusione
l'errore petrarchesco, sia inteso come morale sia come fisico, è il puro ritratto dell'autore stesso, della
sua depressione, della contorsione della suo animo, immerso nel tormento.
Nel momento della rivelazione di Laura, Petrarca ha una reazione di spavento, alla sua vista prova
terrore, possiamo definirlo una sorta di horror religioso in uno sfondo idilliaco e paradisiaco, in cui la
natura e i suoi tratti caratteristici, prima descritti, sfumano nell’immagine idealizzata del paradiso e di
una donna angelicata, mediatrice tra uomo e Dio solo metaforicamente (sentimento non troppo
elevato), difatti Laura è sensuale e con una propria psicologia; la figura femminile, come la natura
descritta nelle stanze precedenti, è stilizzata, astratta e ineffabile (begli occhi, bel fianco, bei capelli
etc.). Come scrive Petrarca, l’apparizione di Laura lo aveva alienato dalla realtà , talmente bella,
ineffabile e sensuale, a tal punto che i sentimenti suscitati lo estraniano fino a credere di trovarsi in
paradiso, distante dalla realtà e dal mondo. Ora, il luogo (herba) in cui l’ha incontrata diventa il suo
unico posto in cui poter trovare pace e serenità . All’interno della stanza, come in tutto il
componimento, viene seguita una “memoria mobile”, caratterizzata da un continuo alternarsi tra
ricordo e riflessione, passato e presente. Qui il tempo utilizzato è il passato, a differenza degli ultimi
due versi in cui c’è il presente, per poter creare un collegamento con il successivo congedo. Viene
utilizzato, come propio di Petrarca, un lessico selezionato, con proporzioni perfette e simmetriche,
diverso da Dante che prediligeva il polilinguismo al monolinguismo, infatti Petrarca si concentra
maggiormente su un unico registro medio alto, privo di termini complessi ed elevati. Tra le figure
retoriche, troviamo un polisindeto al v. 58; un iperbato al v. 59-60; un’antitesi al v.63; una sineddoche
al v. 65, e numerosi enjambement (vv. 53-54, vv. 64-65). I principali temi trattati sono la donna e il
paradiso, descritto come concetto idealizzato e basato sulla convinzione di un luogo che plasma
creature meravigliose e ineffabili, come la Laura descritta in questa stanza; i pilastri di questa canzone,
sono anche facilmente comprensibili da alcune parole chiave, come “paradiso”, “divin” e “imagine
vera”. Il componimento si conclude con il congedo, composto da tre versi, il quale ha lo scopo di
mostrarsi alle genti e uscire dal bosco in cui è stato composto, per trasmettere la canzone e, gli ideali e
i concetti che con i quali è stata costruita.
I principali nuclei tematici della canzone sono indubbiamente la figura della donna e il suo rapporto di
interconnessione con la natura; il desiderio di morire e di essere pianto da Laura; il tentativo di
rievocarne il ricordo nella memoria; la volontà di tornare in cielo e di incontrare donna amata in
Paradiso; la donna come figura angelicata sebbene più terrena e sensuale rispetto alla visione dantesca
di Beatrice.
Il binomio donna-natura non è certo un’invenzione del Petrarca, ma è un elemento presente nella
letteratura, e non solo, sin dall’antichità . Infatti, come la donna nella Primavera o nella Nascita di
Venere di Botticelli trova la sua dimensione ed espressione nella natura, allo stesso modo nelle opere
letterarie assume tratti idilliaci e pittoreschi. A questo punto, sorge spontaneo chiedersi perché la
figura femminile venga così spesso associata all’ambiente naturale. La ragione è molto semplice:
essendo la donna stessa progenitrice viene considerata più vicina alla natura, genetrice anch’essa di
nuove creature e organismi, tanto da assumere il ruolo archetipico di madre natura. Non bisogna,
tuttavia, pensare che questo rapporto di interconnessione sia cristallizzato in quadri e sculture o in
poesia e canzoni, ma ancora oggi donna e natura sono un’accoppiata vincente. Testimonianza di ciò è,
per esempio, l’ecofemminismo, un movimento che affonda le sue radici negli USA e che ha come
principale proposito quello di unire principi ambientalisti e femministi, per sensibilizzare entrambe le
tematiche. Questo movimento non impone la figura della donna come sola fecondatrice ma bensì come
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pilastro del mondo e della società. Si oppone, quindi, a quel sistema gerarchico, sviluppatosi a partire
dall’antichità, che vede l’uomo al proprio apice come figura dominante, proponendo così valori al
contempo femminsti, ambientalisti e anti-razziali.

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