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RESILIENZA E CREATIVITA’ – Teorie e tecniche nei contesti di vulnerabilità


Di Cristina Castelli
Ed. FrancoAngeli

 CAP. 1: RESILIENZA: PROSPETTIVE SCIENTIFICHE CONTEMPORANEE


di Cristina Castelli, Erika Pini
1. Obiettivo resilienza
Il termine “resiliente” nella tecnologia dei materiali metallici, indica la resistenza
a rottura dinamica determinabile con una prova d’urto, cioè le modalità con cui si
comporta il materiale quando è sottoposto a sollecitazioni esterne di tipo
meccanico. In informatica è la capacità di un sistema di continuare a funzionare
a dispetto di anomalie legate a difetti di uno o più dei suoi elementi costitutivi.
In psicologia è la capacità dell’individuo di far fronte alle avversità che
incontra nel ciclo della vita.
Nel passato ci si è concentrati sull’identificazione degli aspetti di vulnerabilità e
dei fattori di rischio che ostacolavano o bloccavano lo sviluppo. Intorno agli anni
80 si è spostata l’attenzione sui processi di adattamento e sulle risorse psichiche
considerate fattori protettivi che preservano dalle patologie: trasformazione del
concetto di resilienza da statico a dinamico ed interattivo.
L’evoluzione si ha quando i ricercatori cominciano a mettere in relazione diversi
fattori individuali quali sviluppo di capacità cognitive e di autoregolazione e a
prendere in considerazione fattori familiari, sociali e culturali.
Negli ultimi 10 anni gli ambiti di indagine si sono allargati: si racchiude sotto il
termine resilienza processi e competenze che coinvolgono diversi domini
della psicologia: emozioni, cognizioni, relazioni, ambienti e culture e le
ricerche hanno portato all’identificazione di una lunga serie di fattori
protettivi:abilità cognitive, positiva visione di sé e della propria vita,
temperamento positivo, locus of control interno, personalità prosociale,
capacità di regolazione e autocontrollo.
Altri studi hanno considerato, oltre alla dimensione individuale, le relazioni
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interpersonali e le relazioni tra individuo e contesto.


La resilienza è quindi un processo multidimensionale, appartiene al mondo
delle sfumature, della creatività e della diversità, dell’evoluzione del
cambiamento e i fattori protettivi non sono fissi: possono costituire un
fattore di rischio in una data circostanza e diventare protettivi in un’altra.
Ci sono due approcci di studio: uno centrato sulle caratteristiche del soggetto
resiliente, l’altro sui fattori di rischio e protezione presenti nell’ambiente di vita con
cui l’individuo si interfaccia.
2. Caratteristiche individuali
Masten e Coatsworth (1998): due “marker” per identificare le persone resilienti.
1. Le persone devono essere state esposte ad un pericolo sia in termini di
rischio potenziale sia di danno o trauma.
2. L’individuo deve mostrare un positivo adattamento, cioè una reazione
sostanzialmente migliore di ciò che ci si può aspettare sulla base di studi
precedenti nelle medesime condizioni di esposizione.
Elemento di interesse sono gli effetti a lungo termine degli eventi traumatici e le
risposte successive all’evento se siano resilienti o meno: l’assenza di una
diagnosi di disturbo post traumatico da stress non equivale però sempre ad una
condizione di salute e benessere.
Cardena e collaboratori (1994) hanno esaminato dati riguardanti un ampio
range di sintomi cognitivi, emotivi somatici misurati tra i sopravvissuti di cinque
tipi di disastri di diversa natura, da una a quattro settimane dopo l’evento: le
percentuali ottenute in riferimento alle reazioni immediate ai diversi tipi di
disastro erano simili ed è emerso che la resilienza ad eventi tragici e
traumatici è piuttosto comune.
Due studi mettono in relazione le emozioni positive nei contesti di trauma con la
resilienza:
Colak e collaboratori (2003): hanno rilevato che la capacità di esprimere
emozioni positive tra giovani adulti sopravvissuti ad un abuso sessuale
nell’infanzia, era predittiva di un migliore adattamento e migliori relazioni sociali
nel tempo.
Fredrickson (2003):ha dimostrato che il legame tra la resilienza mostrata da
alcuni individui e l’attaccamento post 11 settembre e era mediato dall’esperienza
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di emozioni positive come la gratitudine, l’interesse e l’amore.

Emerge come la resilienza non sia astratta, misteriosa e rara, ma ben


definita e piuttosto comune tra gli individui e viene a connotarsi non
come aspetto unitario sé stante ma come insieme di pattern multipli,
compresenti e interagenti nel sistema individuo.
Obiettivo della ricerca è di approfondire questa commistione di elementi,
approfondendoli sia singolarmente che come reciprocamente interagenti:
metafora della residenza come “casa” (La casa è posta sul suolo che
rappresenta i bisogni fisici fondamentali, le fondamenta sono la rete di relazioni
formali e informali che devono essere supportive e improntate all’accettazione
dell’individuo, nel giardino e al piano terreno la capacità di attribuire un senso
alla vita e la coerenza fra sentimenti, pensieri e azioni, i modi possono essere
diversi, al primo piano la stima di sé, le attitudini, le competenze e l’umorismo ed
è il piano che rappresenta la possibilità di costruire progetti concreti, di far
assumere alla persona delle responsabilità e di partecipare attivamente, nel
granaio ci sono tutte le possibili esperienze che una persona può fare e che
contribuiscono alla resilienza. I piani non sono statici, ogni campo può essere
invertito e incrociato con altri a seconda delle circostanze).
3. Traiettorie resilienti tra individuo e contesto
Caratteristica chiave del concetto di resilienza è la possibilità di mettere in
atto processi flessibili di fronte a circostanze avverse di diverso tipo che
accadono in diversi momenti del ciclo di vita.
(si differenzia dal recupero che invece descrive una traiettoria in cui il normale
funzionamento si sposta progressivamente verso una soglia o una sottosoglia di
patologia e poi gradualmente ritorna ai livelli precedenti). La resilienza consiste
nella capacità di mantenere un equilibrio stabile e si connota come più di una
semplice assenza di patologia.
In soggetti resilienti possono avere transitorie perturbazioni del normale
funzionamento,ma generalmente mostrano un andamento stabile del
funzionamento, così come la capacità di esperienze di crescita ed emozioni
positive.
In seguito di un trauma o ad una crisi sono possibili diversi pattern di risposta
(resilienza e recupero sono solo due dei possibili esiti).
Diversi modelli.
 Fascia centrale ok zone: normale funzionamento dell’individuo con i suoi
naturali alti e bassi.
 Al di sotto area del disadattamento.
 Al di sopra di zona del benessere ottimale.
 Asse delle ascisse e il tempo: prima dell’evento traumatico, la fase della
crisi e quella post-crisi.

A: pattern della resistenza: la persona continua a funzionare bene durante una


crisi.
B: pattern del crollo ritardato: dopo un primo momento di resistenza
all’evento il soggetto ha un forte calo del benessere.
C: pattern di recovery (recupero):calo del funzionamento al momento
dell’evento seguito da un recupero nel momento in cui gli effetti della crisi si
attenuano.
D: pattern crollo senza recupero: non c’è recupero, l’individuo già in una
condizione di malessere ha un ulteriore peggioramento.
G: pattern condizione persistente e disadattava: da D il recupero
successivo non è sufficiente per migliorare la sua condizione.
H: pattern disagio cronico: il soggetto permane nell’aria della
disfunzionalità senza nessuna variazione. E, F: pattern trasformazioni in
positivo di livelli di partenza già ottimali o leggermente sotto la media: la
persona migliora il proprio stato di benessere sia nella fase di crisi che in
seguito.

Ci sono molte altre possibilità e un individuo potrebbe seguire modelli molto più
complessi e diversificati, legati alle fluttuazioni nella sua capacità di resilienza e
alla natura delle esposizioni nel corso della vita.

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Dalla teoria dei sistemi e dal modello ecologico di Bronfenbrenner, la
resilienza deriva da processi di interazione tra più livelli di funzionamento e per
mantenersi in equilibrio, la persona deve costantemente adattarsi all’ambiente
circostante e alle richieste sempre nuove del contesto, lo sviluppo umano è
concepito come processo di interazione reciproca tra un organismo umano attivo
e in evoluzione, e le persone, gli oggetti, i simboli che si trovano nel suo ambiente
immediatamente esperibile.
Sono molti i modelli lavorati per spiegare come le traiettorie resilienti
attraversano i diversi sistemi umani: quello di Masten e Obradovic descrive un
complesso sistema multi-livello che interagisce top-down e bottom-up (all’interno
di ogni bambino agiscono il sistema nervoso centrale e il sistema immunitario in
modo interconnesso, ciascuno ulteriormente differenziato a livello cellulare. Il
bambino è inserito in tre microsistemi: famiglia, gruppo dei pari e scuola.
All’interno del sistema, chiamato ecosistema, rientrano anche ambiti non
esperibili direttamente dal soggetto (es.contesto lavorativo dei genitori). I tre
microsistemi sono a loro volta integrati in un sistema più ampio: il
macrosistema costituito dalle strutture istituzionali sovrastanti della cultura o
della sottocultura. Questi sistemi sono integrati, interdipendenti e in costante
interazione e portano implicazioni nel delinearsi delle traiettorie resilienti in
seguito ad un evento critico: ha un impatto trasversale e perturbano, in vario
modo, il funzionamento di sistemi diversi sia interni al sistema uomo sia
esterni.
Per individuare se una traiettoria di risposta è resiliente oppure no bisogna
prima giudicare le minacce o le sfide a cui è sottoposto un sistema e poi
verificarne l’adattamento: quindi una traiettoria è resiliente se la persona o il
sistema funziona in modo efficace e si comporta come si suppone si debba
comportare).
Negli ultimi quarant’anni è stato svolto un ampio lavoro empirico sulla
resilienza in bambini e giovani esposti a diversi tipi di eventi critici in diverse
parti del mondo.
Su ogni potenziale turbamento dell’equilibrio e del benessere personale, a volte
eccedendo in fantasia e creatività. (?)
La maggior parte degli studi ha assunto come livello di analisi quello
individuale, familiare e scolastico. Più di recente, c’è stato un crescente
aumento di ricerche sugli aspetti biologici o neurali.
4. La resilienza nel ciclo di vita
Studiare la resilienza secondo la prospettiva del ciclo di vita
non è un’impresa semplice. Studia una o più fasi del ciclo di
vita come punto di partenza di traiettorie evolutive.
Il focus iniziale delle ricerche sulla resilienza si concentrava sull’infanzia e
sull’adolescenza e sul legame tra alcuni tratti e/o eventi e le fasi successive di
vita.
Negli anni 2000 alcune ricerche hanno iniziato ad applicare il costrutto della
resilienza all’età adulta e anziana (studi sul lutto e sulla perdita, attacco
terroristico 11 settembre 2001): la resilienza negli adulti è un fenomeno comune,
anche se la natura e le caratteristiche delle traiettorie sono ancora poco
conosciute. I fattori protettivi sono concentrati soprattutto sulle variabili person-
centered.
La resilienza in età avanzata è meno sotto i riflettori, è stata concettualizzata da
diversi punti di vista: individuale, processo, prodotto/esito delle esperienze della
vita. In questa fase oltre alle proprie esperienze di vita e caratteristiche personali
ha un enorme peso la rete di relazioni intorno all’anziano che funziona come
scaffolding. Studiare la resilienza lungo il ciclo di vita significa riconoscere i
momenti di svolta, spesso caratterizzati da una nuova opportunità o da un
nuovo rapporto, che hanno fornito uno stimolo propulsore e suscitato la
determinazione necessaria per un cambiamento di traiettoria, questo
momento di svolta può anche risultare da un processo di autoriflessione.
L’autoefficacia che deriva dal controllo di una nuova situazione o dal
superamento di un ostacolo può contribuire a sviluppare, dal bambino
all’anziano, la fiducia di diventare un agente attivo nel proprio processo di
sviluppo.
I momenti di svolta sono determinati anche nell’ambito delle situazioni di
resilienza tardiva, cioè situazioni nelle quali un adulto non resiliente diventa ad
un certo punto della vita un giovane anziano generativo e in grado di
riprogettarsi.
5. Strumenti per misurare la resilienza
La resilienza messa in atto dai soggetti a protezione e difesa dalle difficoltà o dai
traumi, rivendica legittimamente la necessità di strumenti che permettano di
identificare delle costanti.
Strumenti utilizzati in ambito nazionale e internazionale per misurare i riscontri
oggettivi della sua presenza.
o Resilience Scale (RS) di Wagnild e Young, 1993: resilienza come
caratteristica personale che modera gli effetti negative dello stress e
promuove l’adattamento,caratteristica innata che si può potenziare in base a
come si affrontano e si superano gli eventi della vita. 10 o 15 item, due
sottoscale:competenza personale e accettazione di sé, scala Likert a 7
passi.
o Dispositional Resilience Scale di Bartone (1989): resilienza come
resistenza psicologica, come stile di funzionamento generale che
include qualità emotive, cognitive e comportamentali. Tre dimensioni:
commitment, controllo, sfida.
o Dispositional Resilience Scale II (DRS-II) di Sinclair et al. 2003: 18 item che
indagano il cambiamento, i legami e il livello di controllo. Resilienza ancora
come concetto personale e individualistico delle capacità di far fronte a
traumi. Inesplorato il sistema relazionale e comunitario.
o Connor-Davidson Resilience Scale (CD-RISC) di Connor, Jonathan e
Davidson 2003: resilienza come capacità personale di prosperare anche di
fronte alle difficoltà e come una misura della capacità di gestire lo stress.
Obiettivo di stabilire i valori di riferimento nella popolazione generale e nei
campioni clinici e per misurare nella popolazione clinica le modificazioni nei
livelli di resilienza in risposta a trattamenti farmacologici e psicoterapeutici
per la gestione dell’ansia e la capacità di reagire agli stress. 25 item su 5
fattori: competenza personale e tenacia, self confidence e gestione delle
emozioni negative, accetazione positiva del cambiamento e relazioni
sicure, controllo, influenze spirituali.Scala Likert a 5 passi.
o Resilience Scale for Adult (RSA) di Friborg 2003: resilienza con
caratteristiche psicologiche disposizionali ma anche sottoscale che
misurano il supporto famigliare ed esterno.
o Resilience Scale for Adolescent (READ): 5 dimensioni: competenza
sociale, stile strutturato, support esterno, coesione famigliare e
competenze personali.
o Altri strumenti sono in fase di perfezionamento e validazione: la Baruth
Protective Factors Inventory (BPFI) di Baruth e Carroll 2002: resilienza
attraverso quattro fattori di protezione e la Resilience Proces Questionnaire
(RPQ) di Laudadio, Fiz Perez e Mazzocchetti.
E’ necessario affiancare ai questionari validati e già esistenti degli strumenti
informali che dovrebbero privilegiare linguaggi diversi e aprire nuovi canali di
espressività e comunicazione.
o Test del Villaggio di Arthus 1968: costruzione di un vero e proprio villaggio in
miniatura, il soggetto viene posto di fronte ad elementi che gli richiamano
cose familiari e lo svolgersi quotidiano e reale della vita ed p invitato a
disporli secondo la propria inclinazione. Nell’organizzazione del caos il
soggetto esprime oggettivamente il livello ed il tipo della propria attività
creatrice o riproduttrice. Questo test tende ad evidenziare a quali
sollecitazioni del mondo esterno la persona è più sensibile e come le
percepisce, qual è il modo in cui assimila questi dati e li trasforma in una
sua realtà propria ed originale, come prende coscienza del suo Io e come le
sue energie sono accumulate e come vengono liberate in occasione di
determinate attività.
o Gioco della Sabbia e Test della sabbia: la sabbia e le figure che il
soggetto andrà a comporre sono dei tramiti attraverso i quali il mondo
interno ha la possibilità di esprimersi e prendere una forma osservabile e
concreta. Ha il privilegio de permettere l’espressione di contenuti
difficilmente verbalizzabili o troppo faticosi da esprimere a parole. Attività
espressiva più diretta e immediata.
Ci sono difficoltà nella definizione e misurazione della resilienza però sta
avvenendo un progressivo cambiamento di prospettiva.
Le variabili che permettono ad un individuo di resistere alle situazioni
stressanti e di evolvere positivamente nonostante i traumi sono un nuovo
terreno di ricerca per gli psicologi.

 CAP. 2: RESILIENZA E CREATIVITA’: NESSI POSSIBILI di Alessandro


Antonietti e Paola Pizzingrilli
1.Che cosa hanno in comune resilienza e creatività?
Rapporto tra resilienza e creatività:
Legami concettuali: comprendere come il costrutto psicologico della
resilienza condivida dei tratti con la definizione dei processi mentali che si
ritiene stiano alla base della creatività.
Aspetti concettuali comuni:
-La resilienza è intesa come possibilità di trasformare una situazione dolorosa o
traumatica in un processo di apprendimento e di crescita, come capacità di
riorganizzazione positiva della vita. Trasformazione e riorganizzazione sono
dinamiche che contraddistinguono l’atto creativo che consisterebbe
nell’applicare a una situazione uno schema di interpretazione insolito per essa,
sarebbe questione di prospettiva, di punto di vista, di modo di guardare la
realtà, che porta a una ristrutturazione della situazione perché i suoi elementi
vengono organizzati in una nuova maniera così che essa appare diversamente.
-Resilienza è anche capacità di trasformare un evento critico e destabilizzante in
un’occasione di ricerca personale. Anche il termine ricerca s’incontra nella
creatività, poiché varie teorie vedono nella generazione di idee finalizzata a
trovare soluzione a un problema o a dare risposta a un’esigenza il processo
fondamentale della creatività.
-Essere resilienti è disporre di un insieme di strutture e strategie cognitive e
relazionali che permettono di riannodare i rapporti tra passato e presente, futuro
cosicchè l’individuo possa nuovamente connettersi ad un ambiente che ha dovuto
temporaneamente abbandonare. Riannodare, connettere sono collegamenti che
compie anche il pensiero creativo: un esito creativo viene raggiunto stabilendo
legami tra concetti disparati, cogliendo somiglianze tra elementi che non hanno
nulla in comune. La capacità di trovare rapporti tra oggetti o concetti che
apparentemente non condividono alcuna proprietà, o collegare due distinte catene
di ragionamenti è il meccanismo di base della creatività.
La resilienza si collega a modalità di funzionamento mentale che sono
proprie della creatività: un individuo che si trova ad affrontare una
situazione drammatica che a prima vista non presenta vie di uscita è
chiamato a mettere in gioco una certa dose di creatività. Un vero
cambiamento richiede l’individuazione di soddisfacenti alternative, e queste
a propria volta domandano immaginazione e creatività.

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La creatività che fa da supporto alla resilienza è una creatività che riguarda
sia gli aspetti pratici della vita sia i significati esistenziali.
La resilienza si collega alla capacità di costruirsi strumenti direttamente
non disponibili o di trovare stratagemmi per cavarsela in situazioni
intricate. Questa ingegnosità di tipo pratico non riguarda solo la
produzione di oggetti materiali e strumenti, ma anche la sfera sociale e
relazionale.
Un diverso genere di creatività entra in gioco quando essere resilienti significa
soprattutto reinterpretare la situazione in cui ci si trova, ossia dare ad essa un
diverso significato che non conduca alla disperazione e alla rassegnazione ma
mobiliti le risorse residue dell’individuo. Meccanismi di pensiero che stanno alla
base dell’atto creativo sono gli stessi della creatività a carattere pratico:
ristrutturare la situazione, cercare nuovi significati, collegare ambiti di esperienza
lontani tra di loro.
Legami sul piano operativo: riconoscere come delle pratiche di intervento
che sostengono la resilienza sono ritenute anche possibili supporti allo
sviluppo della creatività.
Difficilmente una persona è creativa in tutti gli
aspetti della propria vita. 2.Creatività e patologia
Non sempre i meccanismi di pensiero alla base della creatività sono funzionali.
Il rapporto creatività-salute mentale nel passato si è presentato come rapporto in
contrapposizione, c’era la constatazione di somiglianze tra i processi creativi e i
processi mentali collegati a certe figure psicopatologiche, ma nello stesso tempo,
nascondono una diversità che sussiste tra creatività e patologia.
I processi creativi, pur assomigliando in parte a processi psicopatologici, da
questi si differenziano in quanto sono finalizzati ad uno scopo (che tiene
conto dei vincoli della realtà), sono sotto il controllo dell’individuo e sono
inter-soggettivamente condivisibili. Anzi, lo sviluppo della creatività può
presentare un aspetto “terapeutico”, orientando in senso produttivo quei
processi e quelle dinamiche, avvicinabili alla creatività, che altrimenti si
piegherebbero in senso patologico.
Il pensiero creativo si presenta come una forma di pensiero flessibile e duttile,
che si avvale di meccanismi non logici, ma non per questo disancorato dalla
realtà o delirante. In esso convive un gioco di liberi rimandi e di accostamenti
intuitivi, inseriti in una prospettiva di adattamento all’ambiente e di scambio
relazionale che ne evita gli sbocchi sterili o “autistici”.
Lo sviluppo della creatività si caratterizza come stimolo al superamento di due
opposte tendenze disfunzionali: stereotipie e rigidità e destrutturazione del
pensiero.
3.I falsi miti della creatività
Stabilito quale sia il tipo di creatività che può volgere un ruolo funzionale
positivo della vita mentale di individui e nelle situazioni di resilienza, bisogna
evitare che aleggino miti fuorvianti.
-La creatività è prerogativa di individui particolari.
-C’è un’età della vita particolare per la creatività.
-Certi ambiti di attività sono “connaturatamente” predisposti alla creatività.
-Il modo in cui si diventa creativi.
Sfatare questi miti non significa negare che la creatività rimanga un processo
particolare.
E’ l’esperienza soggettiva che innanzi tutto ci attesta che quando si
concepisce qualcosa di nuovo ed utile si sta impiegando una forma di
pensiero diversa.
La creatività è qualcosa di particolare, alla portata un po’ di tutti, purchè
si abbia l’adeguata curiosità e disposizione ad immaginare che le cose
possano essere diverse dal solito.
4. Promuovere percorsi di resilienza e di creatività
Resilienza e creatività si sviluppano sulla base di analoghe attenzioni
educative, hanno aspetti comuni, dati da analogie ravvisabili delle pratiche di
crescita e di accadimento che le stimolano.
Resilienza accostata al concetto di empowerment (capacità di padroneggiare
una situazione e percezione di un potere di azione e di controllo sull’ambiente,
possibilità di utilizzare le proprie forze, abilità e competenze per attivare le risorse
interne acquisendo un maggior potere sulla realtà. Aspetti ritenuti importanti
anche nella promozione della creatività).
La creatività può essere incrementata se vengono predisposte le adeguate
condizioni di stimolazione: su questa base sono stati messi a punti vari strumenti,
programmi e corsi per potenziare la creatività ma non si registrano significativi e
durevoli progressi nei bambini coinvolti nelle iniziative volte ad aumentare il loro
potenziale creativo. Interrogarsi sulla maniera con cui le tradizionali proposte di
stimolazione della creatività infantile hanno concepito il processo attraverso cui la
creatività dovrebbe venire appresa.
Le procedure comunemente impiegate per stimolare la creatività non hanno
raggiunto i propri obiettivi. Il soggetto deve scoprire da sé la strategia più adatta e
non basta sapere che cosa occorre fare per essere creativi, si deve anche voler
essere creativi, avere un atteggiamento favorevole alla creatività.
Programmi di sviluppo della creatività efficaci permettono al bambino di attivare
con successo strategie di pensiero innovative e di acquisire una maggior
consapevolezza delle proprie abilità e competenze. Ciò lo porta a sviluppare un
forte senso di sicurezza interna, a cimentarsi in compiti nuovi e sfidanti e a saper
gestire le situazioni frustanti adottando un atteggiamento positivo.
I training devono favorire un percorso di crescita, di empowerment, inteso
sia come processo verso la consapevolezza e lo sviluppo delle potenzialità,
sia come risultato finale di promozione delle risorse, qualità della vita,
benessere e salute emozionale.
Se la creatività può essere sviluppata (anche per la resilienza), ciò avviene
anche in virtù di un appropriato ambiente di sviluppo e di apprendimento
che è stato predisposto attorno al soggetto: non si diventa creativi o
resilienti a forza di esercizi o per merito di ricette e di istruzioni da seguire,
è necessario un coinvolgimento globale dell’individuo che sia
progressivamente condotto a gestire da se stesso la complessa dinamica
mentale della creatività e della resilienza.
5. La rappresentazione narrativa nella resilienza e nella creatività
Nelle situazioni di resilienza gli uomini si creano dei mondi immaginari che vanno
oltre l’esperienza diretta. Questa creazione di un mondo simbolico in cui
ravvisare nuovi significati per la propria vita è svolta dalla narrazione.
Quando una persona racconta a se stessa o ad altri un’esperienza che l’ha fatta
soffrire compie una specie di arringa in proprio favore: ricostruisce e ridefinisce il
proprio passato per rendere comprensibile e accettabile a se stesso quanto è
accaduto. Un racconto è una riconciliazione con la propria storia e un’iniziativa
di liberazione.
Con la narrazione, diamo una rappresentazione di noi stessi che ci aiuta a
mettere ordine e a dare all’esperienza una forma provvisoriamente stabile..
Si ha la possibilità, così, di rappresentare la vita sul piano del racconto:
questa rappresentazione non è una semplice trasposizione dei fatti, ma è una
ri-creazione, una rielaborazione originale dei fatti. Originale perché ciascuno
sceglie la prospettiva da cui guardare i fatti della propria vita.
Qui entra in gioco la creatività: uno stesso evento, una stessa situazione narrata
da individui diversi può assumere molteplici significati e forme a seconda della
chiave di lettura che ciascun autore ci fornisce.
Attraverso la narrazione creiamo dei contesti e all’interno di questi nascono
nuove forme di organizzazione contestuale.
Sei operazioni: la funzione del selezionare, la funzione del mettere dentro una
cornice ciò che deve essere rappresentato, la possibilità di dislocare
differentemente i piani, la possibilità di mettere in forma compiuta la realtà, la
possibilità di introdurre delle distorsioni e dei cambiamenti di rapporto tra le cose,
la proiezione rispetto al futuro. Queste fanno sì che la rappresentazione narrativa
produca l’esperienza della culminazione: fanno sì che io mi trovi davanti qualche
cosa che mi permette di cogliere pienamente il senso di quello che sto vivendo, le
mie domande trovano una risposta perché ciò che io ho di fronte è
completamente allineato con la mia domanda, le operazioni che fanno sì che la
rappresentazione non sia la riedizione della realtà ma sia una ri-trascrizione della
realtà deformata e modificata mi permettono di cogliere il senso di quella realtà
che io ho rappresentato. Io mi trovo perfettamente consonante con ciò che ho
rappresentato.
6. Considerazioni conclusive
Entrambe queste dimensioni psicologiche (resilienza e creatività) sottendono una
pluralità di significati di approcci da costituire entrambe due distinte e connesse
prospettive d’indagini trasversali. Questa caratteristica è riscontrabile negli
approcci teorici e nella ricerca psicologica e nella vita delle persone, che ha
saputo risollevarsi da una situazione critica affrontandola con un atteggiamento
critico e positivo. In alcuni casi, raccogliere le proprie risorse interne per trovare
la soluzione ad un problema ha poi portato molte persone ad avvicinarsi all’arte o
a riscoprirla e reinterpretarla.

PARTE PRIMA: TEORIE E RICERCHE SU RESILIENZA E CREATIVITA’

 CAP. 3: APPROCCI TEORICI E METODOLOGIE PER LA PRESA


IN CARICO DI BAMBINI IN CONTESTI TRAUMATICI di Francesca
Giordano
1. Trauma, resilienza e creatività
Un evento si definisce traumatico quando minaccia la salute ed il benessere
psicofisico di un individuo, quando lo rende impotente di fronte ad un pericolo,
quando viola gli assunti di base della sopravvivenza ed evidenza l’impossibilità di
controllare e prevedere gli eventi.
Un adeguato sviluppo implica il superamento di compiti evolutivi specifici a
seconda dell’età,un appropriato adattamento alle transizioni che
caratterizzano il mondo interpersonale e familiare e una normale maturazione
biologica.
I bambini traumatizzati percepiscono una profonda vulnerabilità in loro stessi e
negli altri.
Due momenti specifici nell’elaborazione del trauma: il momento del confronto
confuso con la ferita del trauma e il processo di ricostruzione e di riparazione, in
cui si attivano funzioni già preesistenti nel bambino.
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Nella seconda fase del processo di elaborazione del trauma entra in gioco la
resilienza come capacità di riuscire, di vivere e di svilupparsi positivamente, in
maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che
generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo.
Il bambino resiliente arriva a un punto in cui decide di riappropriarsi del proprio
passato ferito, di non subirlo più con passività, ma di integrarlo, agendo così sulla
realtà e al contempo sulla sua rappresentazione: subordinazione dell’esperienza
all’espressione, l’espressione è ciò che prima dà all’esperienza la sua forma alla
specificità di senso.
Essendo l’infanzia un periodo di cambiamenti di sviluppo, le funzioni difensive,
organizzatrici, elaboratrici ed espressive non hanno raggiunto una maturità
completa: questo può portare il bambino a fare uso di strumenti cognitivi
immaturi.
I linguaggi creativo-espressivi che vanno dal disegno alla rappresentazione
teatrale, dalla poesia alla fiaba, costituiscono dei canali privilegiati di
espressione, che gli consentono di dar voce alla sofferenza, aggirando le
difficoltà linguistiche.
L’espressione artistica è un veicolo di trasmissione, tra più individui, di messaggi
che riguardano in modo significativo la sfera dell’emotività e dell’immaginario,
prescindendo dal linguaggio verbale che nel bambino non ha raggiunto la
completa maturazione.
Lo scopo della comunicazione artistica è di proporre una chiave di lettura, un
nuovo punto di vista sulla realtà che favorisca il superamento di sentimenti
depressivi derivati dall’impossibilità di uscire dalla prospettiva di assenza di
senso conseguente a un’esperienza traumatica.
Il soggetto traumatizzato può, attraverso un atto creativo, esprimere la propria
sofferenza, riuscendo a superare la scissione e a reintegrare la parte ferita nella
propria identità.
Risulta quindi indispensabile in contesti di emergenza, progettare
interventi psicosociali rivolti ai minori, basati sull’utilizzo di strumenti
espressivi, che possano offrire da un lato un supporto alla terapia
individuale e, dall’altro, uno spazio in cui gettare la base su cui ogni
individuo possa poi costruire la propria resilienza.
2. Il disegno come strumento promotore di resilienza
Jacqueline Royer attribuisce al linguaggio grafico infantile la capacità di
esprimere l’indicibile, inesplicabile, illustrandolo in tutta la sua intensità
mediante la composizione dei singoli espedienti grafici, in una varietà quasi
infinita.
Il disegno permette al fruitore di penetrare nel mondo ignoto dell’altro e di
sentire, attraverso di lui, quello che non si sarebbe mai potuto percepire
altrimenti.
Il destinatario deve guardare all’interno del disegno il bambino stesso stabilendo
un dialogo con lui.
Il bambino fa usi del disegno per raggiungere una propria coesione interna,
coniugando aspetti percettivi, affettivi, motori e narrativi delle esperienze di vita
vissute, al fine di creare un’entità mentale unificata. Ciò consente al minore di
prendere coscienza delle proprie emozioni favorendo così l’apprendimento della
gestione dell’emotività. Il canale creativo permette di superare tutte quelle
censure, derivanti dall’azione dei meccanismi di difesa, che rendono difficile
l’espressione verbale di vissuti traumatici.
L’espressione grafica consente al bambino di avvicinarsi al ricordo di quanto
accaduto ed ha la possibilità di confrontarsi con esso: il soggetto arriva a
rimaneggiare emozioni e pensieri a carattere traumatico, a contestualizzare
l’evento vissuto nella storia della propria vita e ad attribuirgli un nuovo significato,
facilitando così processi di elaborazione.
3. Il test dei tre disegni “prima”, “durante” e “dopo”
Il disegno si è via via affermato come tecnica diagnostica e strumento di
mediazione terapeutica maggiormente impiegati con i bambini vittime di conflitti
armati.
Protocollo di presa in carico dei traumi infantili che prevede l’utilizzo del test
dei tre disegni: prima, durante e avvenire.
Il primo disegno permette di osservare come il bambino ricostruisce il ricordo della
sua vita antecedente l’evento traumatico, questo consente al bambino di
recuperare la spontaneità nell’utilizzo della parola e di servirsi dei ricordi emersi
come riferimenti per la costruzione del proprio futuro.
Il secondo disegno favorisce l’emergere del trauma attraverso il canale
dell’espressione grafica. Lo scopo è quello di interrompere il blocco espressivo e
consentire la libera fuoriuscita di emozioni e pensieri, al fine di trovare un
significato da attribuire all’evento traumatico.
Il terzo disegno invita il bambino a proiettarsi nel futuro, favorendo il
distacco dalle immagini traumatiche mortificatrici.
Ruolo fondamentale dell’esaminatore durante l’esecuzione del test: deve essere
rassicurante e contenitivo affinchè il bambino arrivi ad instaurare con l’adulto un
rapporto di fiducia.
Non esiste una modalità standard di interpretare questo tipo di test, in
quanto non ci sono repertori di segni universali.
Bisogna considerare un insieme di fattori: il contesto in cui il disegno è realizzato,
il comportamento del bambino e la relazione instaurata tra lui e l’adulto, la
reazione al compito, più o meno adattiva, e i commenti del bambino durante e
dopo l’esecuzione del test.
I principi interpretativi si muovono a partire da quattro griglie di analisi: lo
svolgimento dinamico, la struttura formale, l’immagine del corpo, il
contenuto.
L’analisi dei tre disegni ha come obiettivo di determinare se l’evento
traumatico ha colpito l’immaginario del bambino e di individuare in che modo
sono state deformate le rappresentazioni mentali relative alla vita prima,
durante e in futuro. Inoltre è possibile rilevare se e come viene favorita la
rielaborazione di quanto accaduto e l’attribuzione di senso all’evento
traumatico, attraverso l’espressione artistica e la narrazione.
(Potenzialità del test come strumento funzionale ad una prima diagnosi e alla
presa in carico di bambini che hanno vissuto eventi traumatici).
4. Esempio 1: terremoto Abruzzo 2009
5. Esempio 2: tsunami Sri Lanka 2004

 CAP. 5: ADOLESCENTI E RISCHIO: LA RESILIENZA NELLA


DIPENDENZA DA SOSTANZE di Diego Boerchi e Daniele Siri
L’adolescenza si caratterizza come momento particolarmente critico nel vissuto
di un individuo, sia nel senso che da essa dipenderà la qualità del suo essere
adulto, sia perché le persone, in questa fase di vita, sono meno resistenti
rispetto ad alcuni stimoli che possono spingerli a compiere comportamenti
disadattavi.
1. Adolescenza
Adolescenza è la fase di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta che coinvolge
tutti i diversi aspetti dello sviluppo (fisico, emotivo, affettivo, cognitivo e sociale) in
modo più consistente e con una consapevolezza diversa e maggiore rispetto ai
periodi che la precedono e la seguono.
Momento particolarmente critico, a volte doloroso, ma non è una malattia.
E’ nell’intreccio dei diversi contesti sociali e relazionali che è possibile
comprendere i motivi di adolescenze non risolte.
2. Comportamenti a rischio e loro funzioni
Il dover affrontare, in contemporanea, una serie di sfide particolarmente
impegnative, rende l’adolescente maggiormente a rischio rispetto a
comportamenti devianti e allo sviluppo di una personalità debole.
Compito dell’adolescente è quello di comprendere qual è il limite oltre il quale
non andare. Sono comprensibili e forse indispensabili, alcuni comportamenti
esplorativi che possono portare l’adolescente a compiere azioni che vanno al di
là di quanto gli era concesso. Il problema sorge quando queste azioni vanno
eccessivamente e costantemente al di là di quanto possa essere funzionale alla
presa di coscienza delle proprie competenze sviluppate.
Comportamenti a rischio: (riferimento teorico = sensation seeking) azioni
pericolose, uso di stupefacenti, comportamenti devianti (tre arre: aggressione
fisica, furto e vandalismo, bugia e disobbedienza), guida pericolosa e
comportamento sessuale a rischio, anche alimentazione disturbata.
3. L’eziologia dell’uso delle droghe
Cinque principali teorie relative all’eziologia dell’uso di sostanze stupefacenti
in adolescenza: teoria psicosociale dei problemi di comportamento, teoria del
cancello, teoria dell’influenza dei pari, teoria del contesto sociale, teoria
interattivo sull’uso di droga.
L’approccio più funzionale sembra essere quello che sostiene che l’uso di
sostanze stupefacenti e la sua durata nel tempo possono essere spiegati solo
riferendosi a più fattori causali e alla relazione intercorrente tra di essi.
4. Fattori di rischio e fattori protettivi: resilienza e uso di droghe in
adolescenza
Fattore di rischio: qualunque elemento che possa favorire lo sviluppo e il
progredire di una malattia o altro evento o condizione comunque legato alla
salute psico-fisica della persona. Può essere sia un aspetto del
comportamento, sia una caratteristica intrinseca del soggetto o genetica,
sia un’esposizione ambientale o stile di vita.
Fattore protettivo: variabile indipendente che può avere un effetto
positivo diretto sul comportamento oppure moderare la correlazione
stessa fra fattori di rischio e comportamento.
Diversi autori hanno ricercato una tassonomia dei fattori protettivi e dei fattori
di rischio che fosse in grado di spiegare come e perché l’adolescente inizi a
consumare sostanze psicoattive.
Tre macroaree: fattori individuali, fattori famigliari, fattori extra-famigliari.

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5. Relazioni tra fattori di rischio e fattori protettivi e loro influenza sull’uso
di droghe in adolescenza
La resilienza, durante il periodo adolescenziale, è strettamente connessa al
concetto di empowerment proprio attraverso i fattori protettivi: sono vitali per la
teoria della resilienza perché aiutano a compensare o a proteggere dagli effetti
dei rischi presenti, e al contempo permettono di spiegare perché alcuni bambini
ed adolescenti, esposti ad un alto numero di fattori di rischio, non sviluppano
comportamenti nocivi per se stessi e per gli altri. I fattori protettivi hanno il duplice
ruolo nei confronti dei fattori di rischio: compensatorio (effetto diretto) e/o di
interazione con i fattori di rischio stessi (buffer effect).
L’effetto del processo di resilienza risulta più efficace quando l’esposizione
al rischio è alta, in accordo alla concettualizzazione del costrutto stesso.
6. Prevenzione delle ricadute
I fattori protettivi risultano fondamentali anche per diminuire il rischio che
l’adolescente corre nei confronti della
ricaduta.
Le terapie attuate allo scopo di evitare di ricadere nel fenomeno della
dipendenza, lavorano proprio sul rafforzamento di queste capacità,
ovvero sul rafforzamento della resilienza stessa.

 CAP. 6: SOPRAVVIVERE AL LAVORO di Diego Boerchi e Francesco De


Ambrogi
E’ fuori dubbio l’importanza che il lavoro ha nella vita di un individuo, ma
altrettanto importanti sono gli impatti che alcuni eventi critici, legati a questo
contesto, possono avere sulle persone.
Tre eventi critici: la disoccupazione, il bournout e il mobbing risultano
essere particolarmente provanti e possono essere meglio affrontati dalle
persone dotate di una maggiore capacità resiliente.
1. Adulti e lavoro
Carriera lavorativa ha un ruolo importante in buona parte della vita di un
individuo ed è considerata come un percorso che si sviluppa in fasi differenti
che trovano il momento di massima intensità nella fase adulta.
Fasi: fase della crescita (fino ai 14 anni), fase dell’esplorazione (14-18 anni),
fase della cristallizzazione (18-25 anni), fase della stabilizzazione e del
progresso (25-45 anni), fase del mantenimento/stagnazione (45-65 anni), fase
del declino (dopo i 65 anni).
Questa è una carriera tradizionale, oggi questo andamento non rappresenta più il
percorso lavorativo tipico delle persone, avendo lasciato il posto a una “carriera
senza confini” (sinonimo di insicurezza, instabilità, indefinitezza del lavoro).
Se la carriera è sempre più caratterizzata da indefinitezza, ciò ha degli effetti
sull’identità professionale: l’insieme di auto-rappresentazioni che il soggetto
sviluppa in rapporto all’attività lavorativa e comprende motivazioni, competenze,
modelli interpretativi e tutti quegli elementi che si relazionano all’ambito
professionale.
Il risultato è quello di incontrare sempre più persone la cui identità professionale
ha contorni sfumati, la cui auto- consapevolezza professionale è scarsa e la cui
progettualità di carriera è scevra da obiettivi chiaramente identificabili.
2. Quando il lavoro non c’è
In questo quadro, le persone si trovano sempre più ad affrontare situazioni
particolarmente provanti legate al vissuto lavorativo, una delle quali è la
mancanza di lavoro.
Gli effetti maggiori della disoccupazione, quasi sempre, non sono tanto quelli
legati alla mancata possibilità di avere un sostentamento economico, ma
hanno a che fare più che altro con la deprivazione psicologica.
Cinque aree gli esiti psicologici della perdita del lavoro: benessere lavorativo,
sé e identità, rappresentazioni del lavoro e della disoccupazione, abilità
professionali e ricerca del lavoro, condotta.
Una variabile buon indicatore di reazione positiva è la persistenza con cui le
persone si impegnano nella ricerca di una nuova occupazione.
Una variabile buon indicatore della reazione non resiliente alla disoccupazione
è la tendenza alla depressione. Per ridurre gli effetti negativi della
disoccupazione e aumentare le probabilità di un nuovo inserimento lavorativo
andrebbero previsti degli interventi.
3. Quando il lavoro c’è
Altre situazioni provanti legate al vissuto lavorativo riguardano il momento
in cui la persona è inserita in un’organizzazione.
Stress: reazione aspecifica dell’organismo alle richieste dell’ambiente.
Stress positivo (eu-stress): si riferisce a quelle situazioni in cui le richieste
dell’ambiente sono adeguate alle risorse dell’individuo che quindi può attuare
dei cambiamenti per adattarsi all’ambiente o per accomodare l’ambiente a sé.
Stress negativo (di-stress): quando le richieste dell’ambiente eccedono le
risorse dell’individuo, il quale si trova nell’impossibilità o in grosse difficoltà nel
gestire la situazione.
Stress in ambito occupazionale: lo stress lavoro correlato può essere definito
come pattern di reazioni fisiche ed emotive che si manifestano quando le richieste
lavorative superano le risorse del lavoratore.
Tra le conseguenze dirette dello stress, la sindrome da burnout è una delle più
studiate in ambito occupazionale e una delle più caratteristiche.
Persistente stato mentale negativo derivante da un prolungato stress lavorativo,
prima esaurimento poi coinvolgimento emotivo in situazioni lavorative
avversative, porta a cambiamenti di atteggiamento verso il lavoro e verso sé
stessi come lavoratori, correlata a molti altri disturbi mentali e fisici.
Un costrutto come quello della resilienza può essere utile per la
comprensione di questo fenomeno e per fare riferimento per la progettazione
di interventi di prevenzione e cura.
Mobbing: insieme di comportamenti vessatori (di tipo psicologico e fisico) subiti in
ambito lavorativo che perdurano per un certo lasso di tempo. Ogni singolo atto
non deve necessariamente essere illecito o vessatorio, ma è nell’insieme degli atti
che si delinea la valenza lesiva della dinamica mobbizzante.
Relazione tra vittima e persecutore caratterizzata da un percepito o reale
dislivello di potere tra gli attori, una caratteristica di queste dinamiche è la
necessità di riscontrare una intenzionalità lesiva da parte del mobber.
Grande varietà di effetti negativi del mobbing: elevati livelli di stress, disturbi
mentali, sintomi psicosomatici
Il mobbing è una delle più forti fonti di stress presente sui luoghi di lavoro e
produce importanti conseguenze negative non solo sulle vittime, ma anche
sui persecutori e sui testimoni.
Una maggiore capacità di resilienza può essere di grande aiuto all’individuo per
poter minimizzare i danni di una dinamica mobbizzante.
La capacità di coping, così come le caratteristiche individuali che rendono
gli individui maggiormente resilienti, sono di estrema importanza per
ciascun individuo, non solo per far fronte ai possibili eventi negativi o
traumatizzanti che possono occorrere lungo l’arco di una vita, ma anche
per poter sostenere il proprio ruolo all’interno di contesti lavorativi a volte
estremamente avversativi.
 CAP. 7: L’INVECCHIAMENTO POSITIVO CON LA MUSICA di Francesco
Farina
Le ricerche mostrano quanto durante l’età anziana sia possibile anche
apprendere, evolversi, migliorare. L’invecchiamento, il deperimento, la lentezza,
le risorse personali, la forza di reagire, la creatività, sono elementi dell’età
anziana che, se osservati attraverso la resilienza, consentono di considerare
questo periodo della vita un’esperienza in cui, a fronte di traumi o difficoltà certi o
imminenti, la persona può far valere le proprie capacità e caratteristiche
genetiche, personali o relazionali, per uscirne trionfante.
La musica, intesa come esperienza emotiva cognitiva, socializzante ed
espressiva, può rivestire un ruolo fondamentale nella costruzione del
proprio equilibrio.
1. Rughe, lentezza, capelli bianchi versus esperienza,
riflessività e “nonnità”: aspetti positivi dell’invecchiamento
Rovesciamento della visione puramente negativa della vecchiaia.
La persona anziana, che di esperienze ne ha vissute nel corso della propria
esistenza, può avere una panoramica più estesa delle possibilità da sperimentare
e quindi possiede un potenziale di creatività non indifferente.
L’età anziana è sempre stata definita come un periodo in cui sono maggiori le
perdite rispetto alle conquiste. Invecchiamento come processo graduale e
progressivo. I cambiamenti nell’arco della vita sono correlati con la condizione
biologica dell’individuo, ma non sono necessariamente legati a stati di deficit e
di malattia, si può rovesciare e confutare diverse credenze relative all’età
anziana.
La psicologia positiva propone di focalizzarsi sul processo di invecchiamento
intendendolo come acquisizione di esperienze, conoscenze e capacità.
Il benessere, seppur limitato dalle perdite, dopo i 65 anni può rimanere
relativamente intatto, grazie alla messa in atto del proprio sistema di
autoregolazione adattiva.
L’invecchiamento, in questa accezione positiva, può essere esteso anche alle
persone che, pur in situazioni di disagio, malattia o traumi connessi con il
trascorrere del tempo, hanno la possibilità e la capacità di adattarsi in maniera
positiva alla propria condizione.
L’invecchiamento positivo è fortemente legato all’interpretazione individuale
della vita e alla percezione della propria esistenza.
La partecipazione a esperienze attive e socializzanti, in cui sono promossi
processi cognitivi, emotivi e motivazionali, come quelli musicali, influisce in
maniera positiva sulla qualità della vita delle persone anziane. Immagine
dell’anziano come una persona arricchita da un ampio bagaglio di storia e
vissuti da esplorare, conoscere e valorizzare con le evidenti difficoltà derivanti
dall’indebolirsi dell’apparato corporeo.

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2. Il processo di resilienza nell’invecchiamento
E’ cambiato il punto di vista delle ricerche che hanno indagato la resilienza nel
ciclo di vita: i primi studi la identificavano come caratteristica esclusivamente
individuale, poi si è riconosciuta l’importanza delle relazioni sociali, oltre allo
sviluppo di conoscenze ed esperienze, per la sua determinazione.
Il comportamento che diverse persone mettono in atto nei confronti degli aspetti
negativi dell’invecchiamento può essere letto in questi termini, cioè come
processo dinamico e multidimensionale che implica un adattamento positivo a
fronte di una situazione potenzialmente sfavorevole.
E’ possibile individuare gli aspetti protettivi o risorse salienti da intendersi quali
strategie di coping durante l’invecchiamento.
Molta importanza alle esperienze passate e presenti e del contesto sociale per
mantenere e praticare resilienza in età anziana.
Visione che considera l’essere umano più di un meccanismo che con l’usura si
consuma, ma un sistema dinamico capace continuamente di modificarsi ed
evolversi anche mediante ripetute organizzazioni.
Una persona può trascorrere le diverse età della vita esplorando, conoscendo,
gustando e apprezzando i momenti piacevoli, allo stesso modo può attraversare,
affrontare, superare o farsi sopraffare dalle difficoltà che incontra: di questi aspetti
può recepirne il valore e farne tesoro per le esperienze future proprie o delle
persone vicine.
3. La musica fa sentire il tempo, non l’età
Sono molteplici i benefici che l’arte musicale apporta all’uomo. Anche oggi la
musica è utilizzata per connotare riti o eventi di passaggio, ed è una delle
principali forme di svago, intrattenimento e rilassamento, nonché un’efficiente
forma di comunicazione e linguaggio.
Potere quasi “magico” della musica, ossia la capacità di far stare bene.
Diversi studi mostrano, in relazione all’età anziana, l’importante ruolo
dell’ascolto sonoro sia per conciliare il riposo o tranquillizzare i soggetti ansiosi o
particolarmente attivi sia l’efficacia nei termini di stimolazione per coloro che si
mostrano demotivati o disinteressati alle attività proposte.
La caratteristica principale della musica è quella che consente di coinvolgere le
persone in risposte ritmiche, vocali, motorie o interpretative ma soprattutto
impreziosisce la relazione e il momento dello stare insieme.
In psicologia del ciclo di vita, per il fatto di essere un’esperienza fortemente
emotiva, assume una connotazione estremamente dinamica e in continua
evoluzione: ciò che può concorrere alla costruzione dell’esperienza musicale è
legato anche all’esperienza di ciascuno, ai vissuti, alle caratteristiche individuali,
al livello di sviluppo cognitivo, all’ambiente storico e culturale di appartenenza.
L’esperienza musicale consente di ricordare, esprimere o condividere un
particolare vissuto.
Per la persona anziana si rivela utile l’ascolto legate alla propria storia, per
ricordare i momenti piacevoli vissuti con le persone care e gli episodi importanti
della propria esistenza: è un supporto per reinterpretare gli eventi passati alla luce
del presente, storicizzare il proprio vissuto, acquisire un senso di identità e
chiarire (quando è possibile) il significato degli avvenimenti, anche avversi.
Altra immagine che collega la musica alla resilienza in età anziana emerge
intendendola come arte del suono organizzato: l’esperienza musicale risulta
funzionale per scoprire, mantenere attive o rafforzare le facoltà di ascolto,
analisi e ragionamento che talvolta durante l’invecchiamento subiscono
rallentamenti.
Durante il processo di invecchiamento, è possibile attuare quale strumento di
stimolazione cognitiva un percorso che consente di ascoltare, scomporre,
accostare contemporaneamente diversi elementi in maniera dinamica.
Strettamente collegata a questo aspetto risulta la possibilità, data
dall’esperienza sonora, di sperimentare la creatività.
Efficacia terapeutica della musica in età anziana al suo aspetto particolarmente
socializzante.
La musica, inserita in programmi di animazione o riabilitazione, consente di
stimolare, creare e rafforzare relazioni suscitate dalla collaborazione, dalla
condivisione di ascolto o dall’affinità di interessi.
Un’altra prospettiva lega il valore della musica all’opportunità che offre di
entrare in contatto con il bello: è la bellezza dei suoni che ha la capacità di
stimolare, aprire i cuori e contribuire a raggiungere l’integrità, poiché
consente di condividere con altri l’esperienza soggettiva di significato e di
bello.
La musica è spesso usata come risorsa per soddisfare importanti bisogni
psicologici e quindi facilitare anche un invecchiamento positivo.

 CAP. 12: DALL’EDUCAZIONE ALLA FORMAZIONE: LA NUOVA


PROSPETTIVA SCOLASTICA CHE PROMUOVE RESILIENZA di Marta
Rivolta
1. La scuola come tutore di resilienza
La scuola si occupa di promuovere lo sviluppo personale del fanciullo. E’ un
luogo di apprendimento dove i fanciulli realizzano esperienze educative
costruttive che arricchiscono il proprio bagaglio conoscitivo e rafforzano la
creazione di una propria personalità ed identità.
Tre funzioni essenziali che la scuola svolge: istruzione, educazione e
socializzazione.
L’istituzione educativa diventa un ambiente di espressione, di giudizio,
di orientamento e di dialogo. Secondo il modello ecologico, la scuola è
uno dei tutori di resilienza.
Purtroppo però non sempre è in grado di diventare anche un contesto di
crescita personale e di potenziamento delle proprie capacità socio-relazionali:
la scuola, o meglio la classe, può rappresentare per lo studente sia un luogo di
crescita nozionistica e personale, ma anche un contesto di difficoltà,
incomprensioni e isolamento.
2. Dai fattori di rischio ai fattori protettivi nel contesto scolastico
I problemi comportamentali o relazionali sono costituiti da moventi diversi, ognuno
dei quali è considerato un fattore di rischio.
Ci sono poi ulteriori variabili che preservano l’individuo dalle situazioni
problematiche e agiscono sia a livello personale, sia a quello relazionale in
maniera preventiva e di supporto e vengono definiti fattori protettivi.
Ecco alcune variabili di rischio effettivamente esistenti nel contesto scolastico,
sulle quali si prevede un intervento che le modifichi in fattori protettivi che
possano sviluppare, in modo creativo, la resilienza negli alunni:
3. Il mix di culture a scuola
La consistente presenza degli alunni stranieri configura uno scenario scolastico
multiculturale, multilinguistico, interreligioso, nel quale il mondo in classe è
costituito da una pluralità di aspettative, da una molteplicità di stili di vita,
abitudini e lingue parlate, credenze e pratiche religiose differenti.
Due differenti tipologie di fattori di rischio che agiscono sul ragazzo
immigrato: a livello individuale e a livello relazionale.
Compito della scuola è la comprensione dei fattori di rischio e la loro
trasformazione in fattori protettivi, che promuovano le caratteristiche
individuali degli alunni, in un’ottica di formazione globale dei soggetti stessi.
4. Le caratteristiche individuali degli alunni
Le aule sono costituite da studenti con personalità, caratteristiche
comportamentali e abilità estremamente disomogenee.
Compito dei docenti diventa una comprensione delle caratteristiche e capacità di
ciascuno e l’incremento delle stesse con modalità educative differenti. E’ possibile
permettere all’alunno di utilizzare la creatività e stimolare in lui una capacità critica
nei confronti dei compiti proposti.
E dovrebbe essere in grado di creare un ambiente formativo “divertente”
all’interno del quale anche alcune attività non-formali possano diventare
conoscenze da acquisire. Dovrebbero sviluppare negli alunni un senso di
appartenenza alla classe.
5. Le modalità educative fra tradizione e innovazione
La figura dell’insegnante è caratterizzata da una duplice funzione: la prima
relativa all’insegnamento, alla sua capacità di trasmettere informazioni e di
stimolare la curiosità e l’interesse dei suoi interlocutori, la seconda riguarda la
capacità di relazionarsi con gli studenti e di trasmettere dei valori condivisi
dall’intera collettività, in un contesto di supporto reciproco.
La letteratura della resilienza ha identificato nella relazione di supporto che si
instaura tra insegnante e alunno, nella partecipazione attiva dello studente in
svariate attività e nelle elevate aspettative di riuscita i fattori chiave per
promuovere resilienza a scuola.
Il supporto, la solidarietà, la collaborazione, l’accettazione e la celebrazione
della diversità sono i valori che caratterizzano i comportamenti degli alunni
resilienti nelle classi.
Il comportamento pro sociale è la totalità dei valori ed è caratteristica
essenziale da sviluppare nei contesti scolastici in un clima di cooperazione.
6. Conclusioni

 CAP. 14: LA VALIGIA DEI TALENTI: UNO STRUMENTO ESPRESSIVO-


CREATIVO di Cristina Castelli Idea della valigia dei talenti come bagaglio-
contenitore degli strumenti essenziali a consentire e stimolare l’espressività
creativa nella scuola e negli ambiti extrascolastici.
E’ uno strumento socio-educativo che consente ai formatori di avere a
disposizione un percorso strutturato per sviluppare il senso del gruppo, la presa di
conoscenza delle proprie emozioni, la consapevolezza del proprio corpo e dei
propri talenti. Costituisce un originale esempio-guida di come si possono creare
momenti relazionali con l’utilizzo ragionato di semplici materiali. E’ composta da
una serie di strumenti corredati da un manuale guida per il formatore. E’
progettata come un format ed il filo rosso è rappresentato dal tema del viaggio e
delle metafore che lo caratterizzano. Per ogni argomento il formatore ha a
disposizione tre sezioni: un’introduzione teorica, una parte relativa agli obiettivi
specifici e un’area inerente alle attività vere e proprie (teatrali, musicali, narrative,
iconiche e ludiche. Bambini dai 6 agli 11 anni. Flessibilità e adattabilità in differenti
contesti e culture.
1. A spasso per le scuole di Milano per sostenere il processo di
integrazione
2. In viaggio a San Miguel de Tucumàn, Argentina
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