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LAVORARE CON LE FAMIGLIE NELLA TUTELA MINORILE: le Family

group conference
Il volume spiega cosa sono, come funzionano, in quali ambiti
possono venire impiegate e come promuoverne l’utilizzo.

Cosa sono e come funzionano le Family group conference


Si ricorre ad una FGC quando si deve assumere una decisione riguardo un
minore che si trova a vivere una situazione di rischio tale da rendere
necessario il coinvolgimento dei servizi sociali. In questo modo i servizi
sociali e la famiglia collaboreranno insieme per la programmazione, la
progettazione e la realizzazione di un progetto pensato per il minore, con
lo scopo di tutelarlo e garantirgli benessere. Si tratta di un intervento
personalizzato in base alle necessità del bambino e della famiglia. Gli utenti
non sono destinatari passivi ma protagonisti del progetto di tutela 
centralità della famiglia, il progetto viene realizzato insieme, la famiglia
viene coinvolta.

La storia: il contesto della Nuova Zelanda


Le FGC sono nate in Nuova Zelanda da un impulso legislativo, e poi si sono
sviluppate in maniera florida sul campo.
In Nuova Zelanda le FGC sono nate in risposta alla necessità dei
professionisti di trovare una nuova modalità di lavorare con le famiglie
Maori nell’ambito della protezione del minore. Il lavoro con queste
persone era infatti caratterizzato da un’elevata conflittualità, legata ad
una difficoltà di reciproca comprensione tra diverse appartenenze
culturali, essendo gli operatori sociali in prevalenza bianchi. Qui le FGC
sono state istituzionalizzate per cercare di attenuare questa elevata
conflittualità tra esperti e utenti.
Negli anni '80 la Nuova Zelanda ha dovuto far fronte ad una forte crisi
del sistema familiare: molti bambini di minoranza etnica sono stati
allontanati da casa ed inseriti in famiglie affidatarie o collocati in
comunità familiari. I Maori hanno quindi accusato lo Stato di attuare un
razzismo istituzionale. Il governo, per far fronte a questa situazione di
rottura con la popolazione Maori, ha avviato un processo di ascolto
delle comunità indigene e il dato rilevante che ne è emerso ha evidenziato
come la cultura Maori ponesse l’enfasi suol ruolo centrale della famiglia
allargata e della comunità nell’occuparsi dei bambini
La storia: il contesto della Gran Bretagna
Le FGC si sono successivamente diffuse in Gran Bretagna come modello
operativo di lavoro nell'ambito della tutela minorile. Il Children act del
1989 non le ha introdotte nell'assetto legislativo, ma ha enunciato
principi molto simili su cui esse stesse si basano che hanno incoraggiato
una collaborazione aperta tra professionisti e genitori al fine di garantire il
benessere del minore (es. collaborazione servizi e famiglia;
responsabilità della famiglia nella presa di decisioni; supporto alla
famiglia; coinvolgimento del minore...)
Nel corso degli anni si è assistito ad una crescita costante di esperienze,
ma attualmente l'offerta di questo tipo di servizio è frammentata (in molti
casi il lavoro di tutela dei minori rimane di tipo autoritario e il
coinvolgimento delle famiglie debole).
In sintesi con il Children Act, la legislazione in Gran Bretagna ha posto le
basi per lo sviluppo delle FGC, senza però sancirle come un servizio a cui
le famiglie hanno diritto.

Il modello
I principi guida alla base di questo modello sono inserite nel Principles and
practice guidance, utile per garantire alla famiglia un’informazione chiara
e corretta su cosa sia una FGC e come funzioni.
Nella prima parte del capitolo vengono presentati i 6 principi e le
relative spiegazioni operative.
La seconda parte è dedicata all’analisi del ruolo di due degli attori che
animano la riunione di famiglia: il facilitatore (organizza l’incontro e lo
facilita durante il suo corso) e l’operatore di advocacy (affianca il minore
e i suoi genitori per sostenerli nel dar voce ai loro pensieri e opinioni)

I 6 principi:
• Le famiglie hanno il diritto a ricevere informazioni chiare rispetto a
che cos’è una FGC e ai motivi per i quali è stata proposta loro dagli
operatori referenti della situazione. Le famiglie devono essere
informate sui tempi di realizzazione dell’incontro e sui possibili ritardi
e le informazioni fornite devono essere facilmente comprensibili alla
famiglia.
• Le famiglie hanno il diritto di essere coinvolte nella
programmazione ed organizzazione della FGC. Un facilitatore lavora
con la famiglia per preparare l’incontro e lo facilita durante il suo
corso. Egli può escludere dalla partecipazione alcuni membri della
famiglia, nel caso in cui la loro presenza possa essere rischiosa per la
sicurezza degli altri.
• Ogni membro della famiglia presente alla riunione ha il diritto di
essere riconosciuto come un decisore, all’interno del processo della
FGC. In pratica ad ogni membro che ne faccia richiesta viene messa a
disposizione un operatore che lo supporti nell’apportare il suo contributo.
Questa persona non deve essere coinvolta nel procedimento di tutela. I
genitori devono ricevere in forma scritta dettagliate informazioni
riguardanti gli elementi di preoccupazione dei servizi rispetto alla
situazione del minore e della famiglia. I membri della famiglia devono
avere la possibilità di poter esprimere le loro preoccupazioni e di ricevere
una risposto alle loro domande prima e durante l’incontro.
• L'incontro deve svolgersi in un ambiente sicuro e deve garantire
un tempo riservato alla famiglia per elaborare un progetto di tutela.
Alla famiglia deve essere riservato, all’interno dell’incontro, un
momento in cui discutere senza la presenza del facilitatore e degli
operatori dei servizi. Il facilitatore deve riservare alla famiglia uno
spazio fisico adeguato e un tempo sufficiente per assumere le
decisioni. Il facilitatore deve lavorare con ciascuno dei partecipanti per
creare le condizioni necessarie e elaborare un progetto di tutela che
risponda ai bisogni del minore.
• Le famiglie hanno il diritto all'approvazione del progetto di tutela e
all'accesso alle risorse necessarie per realizzarlo. Il progetto di tutela
deve contenere una descrizione dettagliata delle risorse di cui la famiglia
necessita e di come le azioni proposte verranno realizzate e
monitorate. La famiglia, il servizio inviante e il facilitatore devono
trovare un accordo sulla modalità attraverso la quale il progetto
delineato verrà rivisto e su chi si farà carico di organizzare la FGC di
verifica.
• Le famiglie hanno il diritto di essere coinvolte nello sviluppo del
servizio della FGC. La famiglia deve avere l’oppurtunità di dare opinioni
in merito al servizio ricevuto.

In questo modello traspira democrazia, in quanto rovescia i normali


equilibri di potere che caratterizzano le relazioni all’interno dei servizi.
Centralità della famiglia: essa viene riconosciuta come interlocutore alla
pari, capace di dare feedback significativi da utilizzare nella
riprogettazione. Due concetti importanti:
1. Sussidiarietà, in quanto si enfatizza la competenza primaria della
famiglia nel far fronte ai problemi che la coinvolgono e nel
partecipare alla costruzione di soluzioni per farvi fronte
2. Solidarietà, con riferimento alla valorizzazione dell’azione diretta
dei familiari che supportano gli altri membri in difficoltà
Il facilitatore
Non ha il compito di dirigere il processo per condurlo ad una meta
predeterminata individuata dai professionisti, ma si occupa del processo
sin dall'inizio fino alla fine, dalla fase di preparazione dell’incontro a quella
di facilitazione vera e propria durante la riunione favorendo il corso
dell'azione intrapresa dalle persone presenti all'incontro e sostenendo
una presa di decisione che sia la più libera possibile. Egli ha l’obiettivo
di sostenere la famiglia nel compito di progettazione gli interventi
necessari a far fronte alla situazione di difficoltà. Per poter svolgere il
suo lavoro al meglio egli deve essere imparziale.
Le competenze richieste a questa figura non sono esclusivamente di
tipo tecnico, viene anche richiesta dimestichezza con il soggetto famiglia e
una buona conoscenza delle sue dinamiche. Deve avere una visione
positiva della vita, fiducioso, con buone competenze relazionali e
capacità di adattamento.
A sua volta il facilitatore deve essere supportato per mantenere un
monitoraggio continuo sul suo lavoro: gli viene dunque garantita una
supervisione di gruppo nella quale possono discutere dei singoli casi e
delle questioni più generali relative al loro ruolo.
Nel concreto i compiti principali che il facilitatore deve assololvere sono:
– incontrare i servizi sociali per approfondire la scheda di attivazione
della FGC;
– coinvolgere i familiari che parteciperanno alla FGC;
– incontrare il minore
– trovare una sede ed una data adeguata per l’incontro
– facilitare l'incontro
– trascrivere il progetto di tutela e inviarlo a tutti i presenti
Deve sincerarsi che tutti si sentano a proprio agio, in modo da garantire la
massima espressione delle competenze di ciascuno nell’elaborazione del
progetto di tutela.

L’operatore di advocacy
Un tema cruciale che ruota intorno alle FGC è la partecipazione o meno del
minore. Se la sua partecipazione all'incontro non è preparata, la FGC
potrebbe trasformarsi in esperienza sgradevole per il minore.
Per i minori, far sentire la propria voce nel processo decisionale è una
opportunità importante ma devono essere preparati e supportati durante
la partecipazione della FGC da un operatore di advocacy (familiare,
professionista, volontario o il facilitatore stesso ma spesso viene evitato per
non creare confusione), garante dell'ascolto e dell'espressione del
minore. Attività principali connesse alla funzione di advocacy:
– assicurarsi che il minore sappia cosa sia una FGC e come
funziona.
– individuare le domande che il minore desidera porre durante
l'incontro.
– concordare le modalità di partecipazione alla riunione assieme al
minore (se vuole prendervi parte, se desidera scrivere un
messaggio...).
– supportare il minore nel corso del processo e si assicura che la
propria voce venga ascoltata
– Concordare chi verificherà i contenuti del Progetto di tutela
con il minore e si assicura che ciò avvenga realmente .
Facilitatore e operatore di advocacy svolgono una funzione abilitante, in
quanto favoriscono le condizioni affinchè la partecipazione alla
riunione risulti proficua e positiva per tutti i partecipanti.
L’operatore di advocacy garantisce che la voce del minore venga
effettivamente ascoltata. L’operatore di advocacy dev’essere una
persona esperta di questioni familiari, con buone doti comunivative, abile
nella gestione della complessità, capace di relazionarsi con i bambini e
di lavorare con loro in maniera creativa.

Un percorso a tappe
Il processo delle FGC si compone di 4 fasi:
1. Attivazione della Riunione di famiglia
Il processo prende avvio quando il servizio territoriale di tutela del minore
invia la scheda di attivazione della riunione di famiglia al servizio per le
FGC. La scheda di attivazione della riunione di famiglia è accompagnata da
una relazione che gli operatori allegano alla richiesta di attivazione di un
intervento presso un altro servizio. In questa relazione vengono riportate
la storia familiare, le principali informazioni riguardanti la famiglia e le
modalità attraverso le quali la famigia pensa di tutelare e prendersi cura
del minore. Durante l’incontro dovranno rispondere a queste domande
attraverso la stesura del progetto di tutela.
Una volta concluso questo primo momento, si entra nel vivo della
riunione di famiglia. Va osservato come l'accento venga posto sulle
necessità dei familiari che parteciperanno alla riunione, partendo dal
presupposto che la FGC è un processo decisionale per la famiglia che
deve essere sostenuta nella responsabilità di scegliere per il proprio
benessere. Si passa poi all'individuazione del facilitatore, egli dovrà
incontrare l'assistente sociale del caso per ricevere le informazioni
riguardo la situazione della famiglia.
2. Preparazione
Il facilitatore identifica gli operatori coinvolti nella situazione familiare da
invitare alla FGC. Egli incontra poi il minore e i suoi genitori in momenti
separati con cui si individuano le persone significative nella rete delle
relazioni includendo anche altre persone sentite come importanti.
Il facilitatore deve cercare di capire l'opportunità della partecipazione
del minore all'incontro e dovrà definire le modalità con cui realizzarla
e verificare la necessità di un operatore di advocacy.
3. Incontro vero e proprio, a sua volta si divide in:
• Condivisione delle informazioni
Il facilitatore deve cercare di creare un clima favorevole affinchè i
presenti si sentano accolti. Apre la riunione presentandosi e presentando
le persone, definisce la finalità dell'incontro, le fasi del processo, la modalità
di conduzione dell'incontro e la definizione di alcune regole generali.
L'assistente sociale fornisce ai familiari informazioni come il motivo
dell’attivazione della FGC, informazioni di cui dispone sul minore e sulla
famiglia, risorse che è in grado di mettere a disposizione, fattori di
rischio, provvedimenti che verranno adottati se la famiglia non riuscirà
ad elaborare un progetto di tutela).
• Tempo riservato alla famiglia
La famiglia viene lasciata sola per individuare in autonomia un progetto
di tutela concreto. I membri sono in grado di decidere in autonomia
perchè conoscono meglio di qualsiasi operatore le loro forze e debolezze e
l'assenza dell'operatore permette uno scambio meno inibito.
Il facilitatore interviene in caso di necessità su richiesta della famiglia, ma
dopo la lascia nuovamente sola. Prima di lasciare la famiglia sola è
utile ribadire che il progetto di tutela è una opportunità per la famiglia
di esser ascoltata. Il facilitatore esorta la famiglia ad individuare una
persona per scrivere il progetto di tutela, che dovrà esser trascritto e
inviato dal facilitatore a tutti i partecipanti.
• Presentazione ed accettazione del progetto di tutela della
famiglia
Nel progetto di tutela va indicato chi fa cosa, come, quando, dove e
perchè per tutelare il minore. Esso dichiara gli impegni che la famiglia
si assume nei confronti del minore e gli interventi di supporto richiesti
dalla famiglia ai servizi.
Si tratta di una sorta di contratto tra parti, basato sulla
corresponsabilità tra famiglia e servizi. Il facilitatore è chiamato a
trascrivere il progetto, condividerlo coi genitori e il minore. Dopo lo
invia all'assistente sociale, al responsabile del servizio minori e al
responsabile del servizio FGC.
4. Monitoraggio e verifica del prrogetto di tutela
Il progetto verrà sottoposto ad un monitoraggio reso possibile dalla
collaborazione della famiglia coi servizi sociali, per mettere in campo via
via gli aggiustamenti necessari.
Verrà effettuata una seconda riunione di famiglia con la finalità di
verificare se il progetto ha funzionato e come, mettendo in luce gli
aspetti che devono esser ancora fronteggiati.
La famiglia ha il ruolo chiave nell'influenzare l'intero processo (decide la
data dell'incontro, luogo, orario). Il luogo dell'incontro deve favorire un
clima in cui la famiglia si senta a suo agio, vanno perciò evitati luoghi
istituzionali.

In sintesi, le FGC sono un modello di lavoro con le famiglie, volto a


valorizzare il loro coinvolgimento nel processo decisionale in quelle
situazioni in cui è necessario un intervento di tutela di minori.
Le FGC vengono proposte alle famiglie come strumento per prendere delle
decisioni, rispetto a situazioni in cui si riscontrano elementi di
preoccupazione per la protezione del minore. Costituiscono un modo di
offrire alle famiglie la possibilità di riunirsi e di pensare al miglior
progetto di tutela possibile. Il ruolo dei professionisti è quello di
accompagnare e sostenere il percorso.

Con il tempo, le FGC si sono diffuse anche in ambiti differenti dalla


tutela minorile:
• Penale minorile  il modello risponde alle finalità riparativa, che
prevede l'assunzione della responsabilità da parte del minore e
la possibilità di dare voce alle istanze della vittima.
Il facilitatore nella fase di preparazione si incontra col ragazzo, con
la vittima e altri significativi. La riunione di famiglia si divide in
due fasi principali:
-funzione riparativa nei confronti della vittima
-protezione del minore
L’utilizzo delle FGC è promosso come intervento a carattere preventivo
anche in quelle situazioni in cui manca l'apertura del procedimento penale,
quando i minorenni mettono in atto comportamenti devianti che non
vengono denunciati; in questi casi la finalità della FGC è elaborare un
progetto che valga come “contratto di comportamento” a sostegno del
minore.
•Ambito scolastico  la FGC ha lo scopo di garantire la partecipazione
dei genitori alla vita scolastica dei figli, attraverso una collaborazione
tra famiglia e scuola, soprattutto quando sono presenti difficoltà
(aggressività, bullismo, frequenza scolastica). La richiesta della FGC
parte dalla scuola per l'elaborazione di un Piano che sostenga il minore
nel suo percorso scolastico affinchè possa essere una esperienza
formativa, senza necessariamente coinvolgere i servizi sociali.
•Giovani carers  le FGC sono utilizzate per supportare i giovani carers
che si devono occupare dei genitori malati, interfacciandosi in un livello di
responsabilità eccessivo rispetto alla loro età. La FGC ha il compito di
fornire una rete di supporto che aiuti nel compito di accudimento dei
genitori.
•Genitori disabili  le persone con disabilità intellettiva hanno
bisogno di un supporto significativo esterno. E' necessario dunque che i
servizi per adulti e minori lavorino insieme per sviluppare un approccio
comune orientato in direzione del benessere della famiglia nel suo
insieme.
•Adulti fragili e salute mentale  difronte a persone fragili con
grosse difficoltà a gestire la propria vita, la FGC può favorire la
partecipazione dell'adulto vulnerabile e dei suoi familiari e facilitare una
condivisione della responsabilità fra famiglia e servizi.
• Violenza domestica  le donne hanno riportato valutazioni positive
rispetto all'esperienza, sottolineando di essersi sentite “al sicuro” durante
l'incontro, la diminuzione del senso di isolamento e la possibilità di
rompere il segreto della violenza.
•Separazioni e divorzi conflittuali  le FGC in questi casi risultano
essere una preziosa occasione per unirsi in vista del benessere del
minore.

FGC e metodologia relazionale


Nel lavoro con le famiglie gli operatori possono imbattersi in alcuni
“tranelli” che rischiano di compromettere la finalità dell'intervento
sociale, il maggior benessere per quel soggetto in quel determinato
contesto di vita:
• Disabilitazione → accentrare il percorso di aiuto nelle mani del
professionista, considerando la persona in difficoltà come soggetto
passivo. Ciò comporta una riduzione dell'autonomia e della soggettività
della persona.
• Oppressione → comportamento vessatorio messo in atto dagli
operatori nella relazione di aiuto che tende a rinforzare le differenze di
status e ruolo fra esperto ed utente.
La direzione opportuna è dunque quella di utilizzare un approccio
partecipativo e antioppressivo, basato sull'interlocuzione con i cittadini,
eliminando così il carattere oppressivo dell'agire professionale degli
operatori sociali. L'approccio anti-oppressivo:
- Non concepisce l'utente come soggetto passivo.
- Si basa sull'empowerment, ossia sulla cessione del potere da parte
dei professionisti per valorizzare quello delle persone. Ciò non
significa “dare potere” ma sostenere la persona nella scoperta e
capitalizzazione del potere che già possiede.
- Ha diversi principi guida: democrazia, uguaglianza,
interdipendenza, reciprocità.
L'empowerment deve essere relazionale  scambio e apprendimento
reciproco scaturito dalla relazione (non è solo l'utente che si avvale dei
benefici dell'esperto, ma è l'operatore che accresce il suo sapere
professionale affiancando e sostenendo chi è in difficoltà).
Un operatore che lavora seguendo l'empowerment relazionale si astiene
dall'intervenire se constata che l'interlocutore esprime capacità,
motivazione e cura per la propria vita e valorizza il senso di autoefficacia
degli interessati in grado di fronteggiare i loro problemi di vita.
Impone un profondo cambiamento nella cultura degli operatori che
dovrebbero rinunciare alla natura autoritaria della loro professione per
una partnership con le persone.
Richiede che venga messa in opera un'azione sociale in grado di
apportare dei cambiamenti nelle politiche a diversi livelli per agire
concretamente sulla rimozione degli ostacoli che producono
disuguaglianza sociale, in una visione olistica, che tenga cioè conto
delle caratteristiche del contesto della persona sia a livello micro che a
livello macro.
Richiede che venga intrapreso un cambiamento anche all'interno delle
organizzazioni in cui lavorano, attivando pratiche collaborative non solo
con gli utenti, ma anche con colleghi e manager. Questo obiettivo è difficile
da raggiungere nell'attuario scenario manageriale dei servizi alla persona,
chiamato a rispondere a logiche mercantilistiche orientate all'efficienza,
efficacia e qualità.
Richiede una pratica riflessiva dell'operatore di campo, che si interroga su
se stessa per una continua rilettura degli interventi messi in atto e della
relazione instaurata coi soggetti che chiedono aiuto.

Che rapporto c'è tra empowerment e famiglia?


Il benessere della persona è connesso alla qualità delle sue relazioni
quotidiane e familiari.
La possibilità del soggetto nel fronteggiare eventi critici che incontra nel
corso della sua esistenza è legata, oltre che a risorse individuali, anche alla
possibilità di essere supportato da relazioni significative coi propri
familiari. L'operatore dovrebbe dunque individuare e valorizzare le risorse
nella convinzione che vi sia molto da imparare dalla famiglia che si ha di
fronte, per aiutarla, contemporaneamente, a imparare da se stessa.
Proprio in questa azione è centrale il processo di empowerment
familiare.
Se l’operatore sociale non tiene conto di tale visione emancipatoria rischia
di considerare erroneamente la famiglia come passiva. L'operatore
sociale dovrebbe focalizzarsi sulla ‘cura delle relazioni di cura’ per
sostenere e valorizzare la capacità familiare di fronteggiare gli eventi
critici che si presentano.

La FGC come strumento nella metodologia relazionale di rete


La FGC produce relazionalità?
- La riunione di famiglia funziona da rete di
fronteggiamento: persone della famiglia e operatori si mettono
insieme per individuare un progetto per tutelare il minore e
affrontare le difficoltà.
- La rete, composta dalle persone attive nella risoluzione del
problema, può migliorare il suo funzionamento grazie a qualcuno
che si assuma il compito di orientare l’azione, favorendo gli esiti
adeguati.
- Pur essendo una finalità “già definita” non è di ostacolo di
per sé all'agire riflessivo dei membri della famiglia;, è generale e
sono i partecipanti alla riunione a sostanziarla di quelle azioni che
ritengono sensate.
- La proposta parte dagli operatori;, la famiglia può
decidere o meno se accettarla o rifiutarla.
- Il facilitatore funge da guida relazionale e agevola le persone
presenti nel fronteggiamento.
Il facilitatore della FGC è facilitatore in senso relazionale?
• Rende “più facile” l'azione di altri soggetti coinvolti nel
fronteggiamento.
• Non svolge un ruolo di conduzione direttiva dei partecipanti affinchè
adempiano ai loro compiti che sono stati loro assegnati. La finalità del
suo agire è quella invece di accompagnare i membri della FGC lungo
il processo che li porterà alla definizione del progetto di tutela.
• Non ha una posizione passiva e interviene quando è necessario ri-
orientare l'azione e ribadire la finalità.
• Il suo agire è scandito ed orientato dalle fasi della FGC. Le fasi di una FGC
fungono da traccia organizzativa.
• Non è nè alleato della famiglia, né alleato dei servizi sociali, ma come
collaboratore alla pari.
• Non assume le vesti di controllore, anzi, aiuta la famiglia a sprigionare
tutte le potenzialità in suo possesso per arrivare all'elaborazione di un
progetto adeguatamente tutelante per il minore.

Il responsabile del servizio è:


Una figura rilevante nella diffusione di una cultura e di una pratica
relazionale all'interno del servizio; come manager diventa esempio
relazionale per i facilitatori e per chi entra in contatto col servizio.
Egli favorisce nei facilitatori un apprendimento attraverso l'esperienza
diretta che viene trasferita successivamente nella propria pratica
professionale (ad esempio la modalità di rapportarsi accogliente e non
direttiva). Incoraggia processi di empowerment all'interno dei servizi
perchè incoraggia l'agency e lascia le persone libere di sperimentarsi.
Il responsabile del servizio condivide il suo sapere e i facilitatori lo
percepiscono non come figura da cui dipendere, ma come leader
carismatico a cui tendere.

Alcuni ambiti da difendere


1. Strutturazione: la FGC è strutturata in fasi definite e procedure
determinate. La struttura è di supporto alla relazionalità del processo
ma essa non deve però mutare in rigidità.
2. Definizione delle domande alla famiglia: le famiglie il più delle volte
partecipano alla FGC su invito dei servizi sociali della tutela minorile.
La partecipazione volontaria potrebbe essere dovuta dalla necessità di
rispondere ad una esigenza obbligatoria, ma così non è:
–la motivazione generata dall'esterno può trasformarsi in motivazione
propria della famiglia in corso d'opera.
–la volontarietà è garantita dal fatto che la famiglia è libera di scegliere
se partecipare alla riunione e in qualsiasi momento ritirare la sua
disponibilità.
–la famiglia deve dare risposta alle domande riferite alla situazione di
pregiudizio del minore attraverso la definizione del progetto.
La definizione dei temi da affrontare sposta il potere nelle mani
dell'operatore che si garantisce il controllo sul processo. Tali domande
dunque devono essere lette come procedura facilitante solo nella misura
in cui siano concepite a supporto del processo decisionale della
famiglia.
3. Tempo riservato alla famiglia: durante il tempo riservato alla
famiglia vengono esclusi tutti gli operatori. L’aspetto positivo di
questa scelta è assicurare alla famiglia la possibilità di esprimersi
liberamente ed in maniera autentica. Questo tempo potrebbe
rappresentare il massimo grado di relazionalità, in quanto gli
operatori, con la loro assenza, cedono completamente il potere alla
famiglia.
4. Potenziale inespresso: le FGC sono un’esperienza che mette le
persone in contatto con il proprio senso di autoefficacia. Il “sentirsi in
grado di” aumenta il pensiero positivo delle persone, mettendole
nella predisposizione di agire per migliorare il proprio benessere.
Purtroppo dalle ricerche emerge che il pieno coinvolgimento è
solamente abbozzato. E questo rappresenta un limite. I familiari
potrebbero essere una risorsa spendibile: chi ha già fatto una FGC
potrebbe accompagnare i facilitatori nelle visite ai genitori per
spiegare cosa si tratta ed essere anche dei buoni operatori di
advocacy e dei buoni partecipatori. Inoltre potrebbe anche creare
gruppi per continuare l'attività di supporto e confronto iniziata nella
riunione di famiglia.