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NUOVI FONDAMENTI DI LINGUISTICA R.SIMONE

1) LE LINGUE E LA LINGUISTICA
A che servono le lingue?
Uomo-> Codici gestuali…-> Lingue->Obbligo evolutivo necessario
-Servono a comunicare: scambiare messaggi portatori di informazioni tra interlocutori umani (emozioni,
desideri, inganni…)
-Servono a fornire predicazioni: dire qualcosa a proposito di qualcos’altro (il bambino dorme). Si necessita
di nome e verbo. Vengono accompagnati da precisatori (mio nipote-dorme profondamente). Si può
designare il tema a diversi livelli di precisione, dal più generico al più specifico.
-Soddisfare bisogni internazionali concernenti cioè il rapporto parlante-interlocutori. Tutto ciò che riguarda
questa particolare funzione della lingua si dice ‘pragmatica’: trasmettere un messaggio non detto, tramite
il messaggio letterale (es. ‘qui dentro fa caldo’->’si può aprire la finestra?’)

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio e delle lingue, l’analisi rigorosa dei fenomeni linguistici.
Malgrado nei secoli la linguistica abbia sviluppato basi, programmi e metodi sempre più validi in base agli
studi scientifici, essa è per molti versi da considerarsi una scienza ‘debole’: i metodi sono spesso incerti,
alcuni concetti ancora centro di disaccordi, alcune definizioni basilari, controverse.

A che serve la linguistica?


La linguistica è una delle scienze più remote, risale infatti all’antichità greca (Platone, Aristotele, gli stoici).
Ma lo studio delle lingue non deriva solo da un interesse, da una curiosità. Secondo recenti studi, infatti,
tale disciplina si avvicina molto alla psicologia e alle scienze che studiano i meccanismi celati dietro il
comportamento umano, dal momento che essa studia il funzionamento di uno dei principali prodotti della
mente umana (la lingua). La linguistica mette in luce il funzionamento di sistemi complessi modificatisi nel
tempo ma anche meccanismi invariati. La linguistica è per molti aspetti una scienza applicativa.

Prerequisiti per lo studio del linguaggio


-Si studia l’inosservabile: per studiare la linguistica è necessario superare alcune difficoltà preliminari. La
prima fra queste riguarda il fatto che l’oggetto di studio è ‘astratto’, cioè non si vede (non osservativo).
È difficile infatti rappresentare graficamente il significato. La linguistica è intrinsecamente non osservativa
(solo i fenomeni scritti o udibili possono essere visti).
-Rinunciare alla ‘naturalezza’: bisogna rendersi conto del fatto che il linguaggio non è qualcosa di
spontaneo, facile e naturale, ma un sistema complesso esterno che può modificarsi e subire influenze. Solo
in questa visuale è possibile studiare la linguistica.
-Un’analisi interminabile: un’ulteriore difficoltà riguarda il carattere informale del linguaggio e delle lingue,
per cui è del tutto impossibile per il linguista trovare regole e dare ordine ai fenomeni. Inoltre l’infinità dei
concetti, delle parole, dei significati rende impossibile la catalogazione di tutte le sfaccettature della lingua
e del linguaggio.
-Costituire il proprio oggetto: Ferdinand de Saussure ha rilevato un’altra difficoltà data dal fatto che, a
differenza di altre scienze ‘dure’ o anche ‘molli’, la linguistica vede costituirsi il proprio oggetto via via che
procede, ovvero vede l’analisi di qualcosa che può variare e di cui non è possibile stabilire la natura se non
durante o dopo l’analisi effettiva.
-Finzioni: ancora, il comportamento linguistico reale (il parlato) è caratterizzato da numerosi fenomeni di
disturbo: balbuzie, correzioni, dimenticanze, errori. Se si dovesse scrivere tutto ciò che viene detto, il testo
risulterebbe incomprensibile. Inoltre il parlato permette di esprimere il livello di tensione che va
dall’eccitazione, alla rapidità, alla rilassatezza, alla distrazione.
-Le lingue che si studiano con le lingue: la linguistica, in ultimo, possiede una peculiarità che la rende unica
fra tutte le scienze. Ha infatti come oggetto il linguaggio, ma per studiare tale oggetto si serve di altre
lingue.

2) CODICI E LINGUE
Il linguaggio è la facoltà di associare espressione (significante, la parola ‘sedia’) ad un contenuto (significato,
l’oggetto ‘sedia’) allo scopo di comunicare. Il significante, essendo esterno, è ricollegabile a qualsiasi
percezione uditiva, visiva, tattile. Ha quindi una varietà illimitata di manifestazioni.
Il significato è invece il contenuto della mente, ciò che si vuole comunicare, in sé e per sé. Il linguaggio non
è una capacità propria dell’uomo ma anche degli animali. Si parla di comunicazione animale quando ci si
riferisce alla maniera di trasmettere informazioni propria degli animali.

La danza delle api, scoperta e descritta da Karl von Frisch.


Dal punto di vista del significante si tratta di una ‘danza’, un movimento che varia a seconda del messaggio
che deve essere trasmesso, che viene percepita dalle api attraverso i contatti fra corpi e antenne
(linguaggio mimico-tattile). Il significato indica se c’è un giacimento di cibo, a quale distanza e in che
direzione si trova rispetto all’alveare (codice complesso). La danza si manifesta in due forme: una circolare
e una dell’addome (a forma di 8). La prima indica che il giacimento di cibo si trova entro un raggio di circa
10 metri, la seconda indica che il giacimento si trova ad una distanza maggiore di 10 metri. I giri compiuti
nella danza dell’addome sono inversamente proporzionali alla distanza e l’asse centrale dell’8 indica la
direzione rispetto all’alveare.
Anche le formiche hanno un particolare modo di comunicare sulla presenza di cibo. Il loro linguaggio però è
di tipo chimico come per la maggior parte degli animali. Il codice linguistico è semplice poiché in grado di
fornire solo un’informazione e cioè se c’è o meno cibo. Dal punto di vista del significante le formiche
‘esploratrici’ agiscono in differenti maniere a seconda della specie: si agitano disordinatamente scuotendo
le antenne, guidano le altre formiche al giacimento o rilasciano feromoni polarizzati (goccioline chimiche
che indicano una direzione). È stato testato che ogni colonia ha un proprio modo di dare informazioni e le
colonie straniere non sono in grado di recepire il messaggio. Le formiche possono anche comunicare uno
stato d’allarme mediante frenetiche danze, emettendo odori o producendo segnali acustici.

Proprietà biologiche del linguaggio


-Carattere congenito: il linguaggio è innato, la facoltà di comunicare è insita nel DNA animale (e quindi
anche umano).
-Relativa immutabilità: Dal momento che è innata e che non si è mai modificata, è ragionevole supporre
che la facoltà del linguaggio sia immutabile nel tempo.
-Inapprendibilità ed incancellabilità: essendo scritto nel patrimonio genetico, il linguaggio non può essere
appreso né dimenticato. Un bambino cresciuto lontano da scambi comunicativi, una volta rimesso in
contatto con un ambiente che comunica in poco tempo è in grado di comunicare. Nella specie umana, però,
è possibile imparare e dimenticare un singolo codice (una lingua).
-Indifferenza al significante: Il linguaggio associa un significato ad un significante ed è indifferente a quale
significante si utilizzi, per questo le varie forme del linguaggio fanno uso di diversi significanti.
-Limiti: i modi del linguaggio non sono illimitati: l’uomo non può comunicare qualcosa attraverso una
‘danza’, come le api, o lasciando feromoni come le formiche. E non può usare tonalità troppo alte o troppo
basse. Allo stesso modo non esistono lingue che non si servano di vocali e consonanti.

Codici-Sistema di segni
Eterogeneità di significato e significante: le singole lingue, i singoli modi di comunicazione e trasmissione di
informazioni sono codici, ossia corrispondenze tra significato e significante. L’operazione di formazione di
un messaggio, detta codifica, è un passaggio dal significato (nella mente di colui che parla) al significante
(ciò che viene detto). L’operazione di recezione del messaggio, detta decodifica, è il passaggio dal
significante al significato. Ogni specie animale può utilizzare solo un codice, l’uomo ha a disposizione
un’ampia gamma di codici.
Codici secondari: la scrittura
I codici che hanno come contenuto l’espressione di un altro codice si dicono codici secondari. A questi
appartiene la scrittura delle lingue (la parola in sé è solo una pronuncia e non un concetto-può essere letta
una qualunque parola senza associarne la giusta figura). Il codice è dunque un sistema di segni, cioè di
oggetti compressi in cui un significante sta per un significato.

Articolazione e posizionalità
Prendendo in considerazione il numero 14 appartenente al codice numerico si nota che: a) può essere
scomposto in elementi ricorrenti (1,4). b) gli elementi singoli ammettono combinazioni diverse
(41,1441,4411,1144,1414). Un codice che abbia le proprietà sopra indicate (a e b) si dice articolato. Nei
codici articolati è essenziale la posizionalità: nel codice numerico la posizione prima o dopo la virgola è
essenziale per comprendere se si tratta di decine, unità…
Anche le lingue sono costituite da elementi ricorrenti (suoni, sillabe, parole) che ammettono combinazioni
diverse e perciò sono codici articolati che richiedono un ordine nella posizione. Infatti l’ordine dei nomi
nelle frasi ‘Carlo boccia Luigi’ e ‘Luigi boccia Carlo’ sono fondamentali.

Codici con stand-by


I codici si distinguono in due categorie: quelli che permettono di interrompere il messaggio per poi
riprenderlo e quelli che non lo permettono. Alla prima categoria appartengono le lingue. (1-Luigi, 2-dopo
aver parlato con me, 1-è andato via di fretta). In questo esempio la frase principale viene interrotta per aggi
ungere un’informazione, per poi essere ripresa e conclusa. Anche i codici matematici permettono
l’interruzione del messaggio. Ma alcuni codici, come quelli animali o la lingua gestuale dei sordi, non
possono subire interruzione e sono detti codici senza stand-by.

Iconicità e arbitrarietà
Si dicono iconici quei codici in cui l’espressione (significante) ha una somiglianza con il contenuto che
esprime (significato), come ad esempio le parole onomatopeiche o le immagini. Nei codici arbitrari invece
non vi è tale somiglianza, così come la parola ‘bambino’ non ha nulla a che vedere nella sua forma con un
bambino vero e proprio. I segni più fortemente iconici (immagini) sono più facilmente interpretabili da
chiunque poiché la decodifica viene favorita dalla somiglianza con la realtà. L’arbitrarietà invece richiede
che sia per il parlante sia per l’udente vi sia la consapevolezza che una determinata parola viene associata
ad un determinato concetto. Ma i codici iconici sono limitati poiché non possono spiegare o comunicare
alcuni concetti come quello di ‘trascendentale’. Vi sono codici arbitrari che derivano da codici iconici, come
il gesto che designa la parola ‘avvocato’ nella lingua LIS (dei segni). Le lingue verbali sono codici in parte
iconici in parte arbitrari.

Codici sinonimici e non-sinonimici


La parola ‘trentacinque’ può essere associata ad un insieme infinito di significanti (35, 30+5, 20+10+5…).
Questo tipo di codici si dice sinonimico (più significanti per un significato) e vi appartengono anche le
lingue. La sinonimia è connessa con l’arbitrarietà poiché è proprio il non avere nulla a che vedere con la
cosa in sé che da la possibilità di attribuire a quella cosa infiniti significanti. Le lingue sono codici vaghi,
ambigue. Ciò significa che, spesso, per comprendere il vero significato di una parola è necessario
contestualizzarla. Alcuni codici come la danza delle api si dicono semanticamente finiti, poiché dal punto di
vista del significato posso trasmettere solo determinati contenuti e null’altro. Esistono però anche codici
semanticamente illimitati come le lingue verbali, che permettono di parafrasare messaggi formulati in altri
codici (si può parafrasare qualsiasi tipo di danza compiuta dalle api), anche se la parafrasabilità non è
illimitata. Inoltre una lingua verbale può parlare di se stessa, tale proprietà si dice capacità metalinguistica.

Codici analogici e digitali


I codici analogici funzionano come gli orologi analogici e quelli digitali come gli orologi digitali. I primi infatti
permettono di seguire lo spostamento della lancetta e di conseguenza danno l’idea del movimento
continuo del tempo. Un codice analogico agisce allo stesso modo, esprime una variazione continua. Le
lingue verbali sono caratterizzate da elementi analogici come il volume della voce, la rapidità dell’eloquio, il
tono. Nella danza delle api è il movimento in sé ad essere analogico. L’orologio digitale, invece, indica
l’orario ‘a salti’, così come avviene per i codici digitali che esprimono variazioni a salti. Dal punto di cista del
significante l’italiano e molte lingue sono codici discreti poiché pur differendo per minimi dettagli
(penna,pena) non hanno rapporto dal punto di vista del significato. Ciò si deve all’arbitrarietà, in quanto
una lingua analogica risulterebbe in parte iconica.
Il significante delle lingue è fonico-acustico, cioè è costituito da tutta la gamma di suoni che l’uomo può
emettere e percepire. Tale materiale fonico (di natura amorfo) costituisce la sostanza del significante.
Tuttavia le lingue non utilizzano questo materiale amorfo così come è. In italiano, ad esempio tra la [a]
(‘santo) e la [e] (‘lene) vi è il fonema [ε] (sεnto). Ma in arabo questa stessa porzione di sostanza fonica non
è suddivisibile: la parola [‘kitεb] e [‘kita:b] (=libro) si possono pronunciare indistintamente. Ciò per cui
differiscono le due lingue è la forma, nel pronunciare la stessa sostanza. Anche su questo piano esiste una
distinzione tra sostanza e forma: la sostanza del contenuto è costituita dalla totalità dei significati pensabili
(fr. Bois = it.bosco, legno,legname), mentre la forma del contenuto è costituita dal modo in cui tale
sostanza viene formata.

3) LINGUE VERBALI
Pluralità e associazioni di codici
Spesso nel mondo animale una specie usa una pluralità di codici, in cui ognuno di essi ha una funzione
specifica, cioè esprime una determinata porzione di contenuto (api: codice mimico-tattile [danza] = cibo,
codice chimico = allarme, codice acustico = allarme). L’uomo, non soltanto ha la facoltà di utilizzare più
codici come gli animali, ma può anche combinarli fra loro. Fra i più rilevanti, i codici umani sono:
espressione del volto, sguardo, gesti e movimenti, postura, aspetto esteriore, vocalizzazioni non verbali. I
codici indicati (tranne l’aspetto esteriore) non hanno bisogno di elementi esterni per manifestarsi ma sono
naturali, si dicono perciò codici autonomi (non è escluso che l’uomo comunichi feromonicamente). Tra i
codici autonomi alcuni sono ‘universali’, ossia comprensibili da ogni essere umano (‘colpo di sopracciglia’),
altri invece sono specifici delle singole culture (scuotere il capo dall’alto verso il basso o lateralmente per
dire ‘sì’ oppure ‘no’). Tra i codici umani il più rilevante e caratterizzante è quello delle lingue verbali ( o
lingue naturali). Tale codice si caratterizza per avere un significante fonico-acustico (prodotto dall’apparato
fonatorio e recepito dall’apparato uditivo), ma anche per altre caratteristiche fondamentali.

Due tipi di arbitrarietà


1) Una prima e più ovvia accezione di arbitrarietà è quella che definisce la mancanza di somiglianza tra il
significato e il significante nella maggior parte dei casi (sono da escludere le onomatopee).
(‘pino’ sia con i lunga che con i breve, rimane ‘pino’. La distinzione non è pertinente. In tedesco invece si
modifica il significato della parola.) Dall’esempio si evince che sia nel significato che nel significante è
arbitraria la scelta di effettuare distinzioni o meno. I classificatori sono elementi che servono appunto a
classificare le parole o i significati.

Limitazioni dell’arbitrarietà
Saussure individuò come in realtà ci sono diversi gradi di arbitrarietà, infatti se alcune parole sono
totalmente immotivate, altre lo sono parzialmente (ted. Handschuh = guanto, letteralmente
‘mano,scarpa’). Oggi, nuovi studi hanno ampliato la prospettiva di questo argomento. Si è notato come le
lingue registrino tracce di iconicità che si manifesta a diversi livelli. Sul piano fonologico ci sono alcuni
requisiti che servono a far funzionare le lingue: -i suoni di una lingua non possono essere troppo limitati,
altrimenti si rischia di non distinguere le parole.
-le parole non possono essere più lunghe di quanto l’udente possa ascoltare o più corte di quanto il
parlante possa pronunciare (parole con cinquecento fonemi)
-le lingue non possono avere solo monosillabi
Si sono riscontrate inoltre delle corrispondenze fra elementi paralinguistici e significati (volume della voce,
ritmo più o meno sostenuto, intonazione ascendente per l e domande). Sul piano dei singoli suoni, inoltre,
si è riscontrata un’associazione di un suono ad aggettivi o qualità (la ‘r’ indica qualcosa di fluido, la ‘i’
piccolezza e gioia…). Infatti in molte lingue le parole che indicano ‘qui vicino’ contengono una ‘i’, mentre le
parole che indicano lontananza contengono una ‘o’ o una vocale posteriore. L’iconicità si trova anche nella
sintassi, il più ricorrente è dato dalla sequenza che riproduce la sequenza di eventi reali (‘continua così e
combinerai guai’, in ordine di come avvengono le azioni).

Doppia articolazione
Le lingue sono doppiamente articolate, ossia sono organizzate su due livelli diversi di cui uno costituisce
l’altro: a) unità dotate di significato (cas-a, cas-e, è ‘cas’ a recare il significato di abitazione)
b) unità che compongono l’unità a) e che non hanno senso da sole (in cas-a, ‘a’ da sola non significa nulla).

Sintagmatico e paradigmatico
Quando si formula una frase, nella mente del parlante avviene un processo che preleva dal ‘magazzino’ di
memoria alcune parole italiane e che permette la compilazione della frase in modo giusto. Questo
processo, scoperto e descritto da Saussure,, può essere definito come meccanismo che associa elementi di
un asse paradigmatico e li dispone ordinatamente su un asse sintagmatico che agisce sugli elementi dando
loro un senso (perciò si parla, più precisamente, di ambiente sintagmatico). L’ambiente sintagmatico non
riguarda solo la forma fonica e morfologica degli elementi ma determina anche il loro significato.
(es. ‘Ho preso un caffè’, ‘Ho preso le chiavi’. In uno il verbo prendere sta per l’atto di bere, in un altro
‘prendere con sé’)

Ricorsività
Nelle lingue è possibile fare uso di regole ricorsive (applicabili su una frase e sulla nuova frase che proviene
dalla precedente più la regola), che servono per lo più a fornire maggiori informazioni, a precisare qualcosa.
Ad esempio, la frase ‘Luca dorme’ può essere e diventare ‘Luca, che ha bevuto la camomilla, dorme’. Tale
meccanismo è ricollegabile ad una regola che prende il nome di regola della relativa, per cui ‘un nome può
essere sostituito da sé stesso + una frase relativa’. Un’altra regola ricorsiva fa sì che ad ogni nome possa
essere attribuito un aggettivo e molti altri (ad esempio, alla parola bambino può essere aggiunto l’aggettivo
piccolo, e così via). Nelle lingue la ricorsività opera solo sulla sintassi e pochi altri meccanismi.

Coesione
Negli enunciati, gli elementi sono in relazione fra loro. Tale relazione è detta coesione, il fenomeno per cui
alcune particelle comuni creano un legame fra due o più elementi degli enunciati. Anche in italiano si ha un
esempio di coesione nell’accordo fra aggettivo e sostantivo in genere e numero.

Citazione e de-citazione; narratività


Le lingue offrono la possibilità di introdurre, all’interno di un enunciato, un altro enunciato emesso dal
parlante stesso o da un’altra persona. Tale caratteristica delle lingue è stata chiamata da Hockett citazione.
La citazione può essere espressa in due maniere, attraverso il discorso diretto oppure attraverso il discorso
indiretto. (es. ‘gli ho detto ‘’non ne posso più’’.’ Oppure ‘gli ho detto che non ne potevo più’. O ancora ‘Mi
ha dato uno schiaffo… o una carezza violenta?’-> de-citazione.)
La citazione ha due caratteristiche importanti: -è tipica delle lingue verbali
-permette la narratività, ossia di narrare racconti anche fantasiosi riportando enunciati anche di persone
fittizie. Da tale caratteristica deriva il nome di codici narrativi. Narrativa e citazione hanno effetti anche sul
piano fonologico; la parte citata ha sempre un’intonazione diversa dal resto dell’enunciato.

Contestualità
Le lingue sono altamente contestuali, infatti spesso è necessario contestualizzare un enunciato perché
abbia senso. Esistono due tipi di contestualità, quella interna e quella esterna.
INTERNA: La frase ‘e io prendo un caffè’ ha senso solo se è contestualizzata. Si dice ‘interna’ poiché non è
necessario appellarsi ad elementi esterni.
ESTERNA: la frase ‘passami quello’ ha bisogno di relazionarsi con un elemento esterno per avere senso, un
elemento a cui si riferisca la parola ‘quello’. Gli elementi di contestualizzazione esterna si dicono deittici
(questo, quello, lì, qui…). La contestualità designa elementi esterni ed evoca elementi esterni come quadro
necessario per assegnare un senso agli enunciati.
Trasferibilità
La trasferibilità è quel processo che permette di trasferire qualsiasi enunciato verbale in un’altra sostanza
dell’espressione pur rimanendo un enunciato (potremmo attribuire ad ogni lettera un numero e scrivere
cifre anziché parole). Ciò deriva dal fatto che ogni suono, parola, lettera può essere trasferito in forma
grafica, del tutto differente da quella iniziale. Anche la sostanza grafica permette la trasferibilità, ad
esempio si può scrivere in corsivo, maiuscolo, tondo… oppure si può trasferire una parola scritta in un
sistema grafico (alfabeto italiano) in un altro sistema grafico (scrittura cinese, che non è un alfabeto poiché
indica unità di significato). Tale proprietà è detta traslitterazione.

Forzature
Le forzature, o coercizioni, sono quei processi che permettono di spostare elementi da una categoria
all’altra, dando quindi una straordinaria flessibilità d’uso. Un tipo di forzatura è la trasposizione di categoria
per cui un aggettivo può diventare nome, un nome può diventare verbo…
(es. ‘questo libro è bello’ -> ‘bello questo tuo libro’; in ENG the pickpocket-> il tagliaborse, they pickpocket-
>essi rapinano). Oppure ‘ho strappato il libro’->oggetto, ‘ho letto il libro’-> il contenuto.

Variabilità
Le lingue non sono immutabili ma variabili su più piani. Si dicono diacroniche (termine coniato da Saussure),
poiché cambiano nel tempo, diatope poiché cambiano nello spazio, diametiche poiché cambiano a seconda
che siano parlate,scritte, trasmesse…, diastiche poiché cambiano attraverso gli strati sociali e diafasiche
poiché variano a seconda del contesto.

Riducibilità a famiglie e a tipi


Si definisce famiglia linguistica l’insieme di lingue che derivano geneticamente da una stessa lingua madre e
che quindi hanno: a)tratti comuni con la lingua madre, b) tratti comuni fra loro. Un esempio sono le lingue
romanze che derivano tutte dal latino. I tipi linguistici invece, sono classi di lingue che pur non essendo
imparentate geneticamente presentano affinità strutturali. Grazie alla tipologia linguistica (la disciplina che
studia questo fenomeno), si è scoperta la relazione fra lingue lontanissime nel tempo e nello spazio. Tale
disciplina ricollega questo fenomeno al fatto che le lingue non possono fare a meno di adottare determinati
meccanismi, perciò si cerca con questi studi di trovare i modi (denominati strategie) per soddisfare una
determinata funzione secondo un principio per cui le strategie tra le quali le lingue possono scegliere sono
relativamente poche.

4) I SUONI DELLE LINGUE


La voce e il suono
La capacità di produrre suoni linguistici (detta fonazione) non è nata con l’uomo. Infatti, nelle sue prime
forme l’uomo non aveva la capacità di parlare, poiché gli organi che oggi sono adibiti alla produzione di
suoni (polmoni, trachea, laringe, bocca), erano riservati solo alla respirazione. Con il processo evolutivo si è
modificata la struttura di tali organi in modo da permettere la produzione di suoni linguistici. I vantaggi
derivanti sono stati numerosi: a) la fonazione può essere eseguita contemporaneamente ad altri
comportamenti, b) può essere eseguita e ricevuta in condizioni ambientali difficili (buio, nebbia),
c) il messaggio può essere ricevuto da più riceventi,
d) il mezzo fonico è altamente modulabile: possiamo creare suoni diversi fra loro
e) la fonazione si può produrre in modo continuo,
f) la fonazione è interna, non richiede elementi esterni per funzionare.

Struttura ed evoluzione dell’apparato fonatorio


Il sistema si distingue in tre parti: sistema sub glottidale (polmoni e trachea), laringe e tratto sopralaringeo
(le vie aeree superiori). In passato la funzione della laringe, molto più allungata, era quella di proteggere i
polmoni dall’entrata di agenti esterni. Oggi, tale organo si è rimpicciolito notevolmente per favorire la
fonazione, con il risultato che i polmoni non sono più protetti in tal senso. L’evoluzione è avvenuta in tre
passaggi fondamentali: a) discesa verso il basso della laringe, b)modificazione dei meccanismi respiratori, c)
aumento del volume dell’encefalo che controlla i movimenti muscolari legati alla fonazione. La selezione
dei suoni adoperabili ai fini linguistici è avvenuta tendendo a preferire quelli più semplici a prodursi ed a
percepirsi.

Schema dell’apparato fonatorio


L’aria che viene pompata dai polmoni passa per la trachea, fino a raggiungere le corde vocali che possono
essere aperte o chiuse, a seconda che ci sia o meno un flusso d’aria. Il tratto fonatorio è costituito da un
diaframma che, se aperto, ostacola il flusso d’aria producendo i suoni detti sordi. Se le ‘ali’ del diaframma
sono chiuse (e l’aria può passare liberamente), viene prodotto un suono sonoro (le vocali). I suoni
consonantici possono essere sia sonori sia sordi, ma anche approssimanti.

Fonetica
La fonetica ha come oggetto di studio i foni (i suoni linguistici usati nelle lingue, che si distinguono da
starnuti, colpi di tosse…), che vengono studiati sotto tre punti di vista: a) il modo in cui sono prodotti
(fonetica articolato ria), b) il modo in cui si propagano nell’aria (fonetica acustica), c) il modo in cui vengono
percepiti dall’apparato uditivo (fonetica uditiva).

Vocali-Trapezio vocalico e tipi


Le vocali, si è detto, nascono dal passaggio continuo (non interrotto dal diaframma), di aria nel tubo
fonatorio. Ma a definire il suono vocalico è il movimento della lingua. Essa, si è visto ai raggi X, si muove
entro un perimetro di forma trapezoidale (trapezio vocalico), al di fuori dl quale produce suoni non vocalici.
(Schema del trapezio vocalico) i, a, u, sono le vocali cardinali, e sono quelle con il punto massimo di
posteriorità e chiusura (u), con il massimo punto di anteriorità e chiusura (i) e con il massimo punto di
centralità e apertura (a). Si chiamano cardinali poiché è da queste che si formano tutte le altre, in base ad
un’apertura o chiusura maggiore. Si definiscono anche tipi, poiché sono universali (ossia non esiste nessuna
lingua in cui non siano presenti almeno queste tre vocali, esistono però lingue, come l’italiano, cui se ne
aggiungono altre). Sono questi tre i suoni più facilmente identificabili e producibili. Le vocali hanno anche la
caratteristica di poter portare l’accento (operare come nuclei sillabici), insieme alle sonanti [l], [n], [r].

Criteri di classificazione
Le vocali si possono classificare secondo tre criteri:
1) apertura/chiusura. Si riferisce all’altezza del vertice della lingua rispetto al palato da cui si
definisce l’apertura per il passaggio di aria. Da tale criterio si ottengono vocali aperte, chiuse,
semiaperte (o semichiuse).
2) anteriorità/posteriorità. Si riferisce al punto del palato verso cui protende la lingua che definisce
l’angustia del passaggio dell’aria. Da tale criterio si ottengono vocali anteriori, posteriori, medie (o
centrali).
3) arrotondamento/non arrotondamento. Si riferisce alla conformazione delle labbra al momento della
produzione del suono. Si hanno così le vocali arrotondate e quelle non arrotondate. Si distinguono anche
le vocali nasali da quelle orali. La prime, nell’Alfabeto Fonetico Internazionale si indicano con una tilde
sopra (ã).

Consonanti
Le consonanti si hanno quando il tratto fonatorio è quasi completamente chiuso. La chiusura può essere
attuata in diversi modi ed in diversi punti, per cui le consonanti si classificano secondo tre criteri: a)modo di
articolazione, b)punto di articolazione, c)comportamento delle corde vocali:
a) il modo di articolazione si riferisce al tipo di chiusura opposto al passaggio dell’aria;
- si parla di occlusive se la chiusura è totale ([p],[t],[k])
-si parla di fricative (o spiranti), se la chiusura è parziale e l’aria produce un suono frusciante ([f,],[v],[x])
-si parla di vibranti se la chiusura è ottenuta mediante la vibrazione di un articolatore mobile come la lingua
o l’uvula, ossia la parte posteriore della lingua ([r],[R francese])
-si parla di laterali se la chiusura parziale è ottenuta premendo l’asse centrale della lingua sul palato
permettendo la fuoriuscita di aria dai lati ([l]
-si parla di affricate riferendosi alle consonanti prodotte in due momenti contigui di cui il primo occlusivo e
il secondo spirante ([ts-zeppo], [tʃ-cena], [dz-zelo])
-si parla di nasali se l’aria passa attraverso la cavità nasale ([m],[n])

b)il punto di articolazione indica il punto in cui è operata la chiusura. Si distinguono:


-le labiali (o bilabiali), chiusura delle labbra ([p],[b],[m])
-le labiodentali, chiusura dei denti sul labbro inferiore ([f],[v])
-le articolazioni prodotte dalla lingua
-le uvulari
-le glottidali (usate in lingue come l’arabo o lo spagnolo ‘jota’)

Approssimanti
Le approssimanti, dette anche suoni semivocalici o semiconsonantici, si producono attraverso
l’avvicinamento di un articolatore all’altro, che crea un fruscio. In tal modo le approssimanti hanno una
caratteristica delle vocali ed una delle consonanti. L’italiano ha due semivocali: [j] e [w].

Fonologia
Nonostante la fonetica non si occupi della funzione dei foni ma solo del loro aspetto fisico, nella
comunicazione la funzione assume una certa importanza (il movimento della coda del gatto ha un altro
significato rispetto a quello della coda di un cavallo). In italiano la pronuncia del suono [t] o del suono [t(h)-
alla toscana], non influisce sul significato della parola, così come la pronuncia di [r] ed [R-alla francese]. Ma
non è così, come abbiamo già visto per tutte le lingue. Di questo aspetto si occupa la fonologia, che studia i
fonemi e le commutazioni di essi (ossia i diversi modi in cui il fonema si presenta, lasciando invariato il
significato). Così si avrà, ad esempio, che: /a/ (fonema) = [a], [a:], [ae], [ae:].. (varianti oppure allofoni).

Varianti combinatorie
Se in italiano l’utilizzo di un allofono piuttosto che di un altro è una scelta libera (allofoni in variazione
libera), in lingue come lo spagnolo si parla di varianti combinatorie, ossia di quelle varianti che, per
contesto, devono essere usate in un determinato caso (in spagnolo /s/ = [s] e [z], ma la parola ‘mismo’ può
essere scritta solo [‘mizmo] e mai [‘mismo]).

Relazioni di posizione
Le lingue differiscono per le prerogative di posizione, importanti proprio perché permettono di distinguere
una lingua da un’altra. Tali prerogative sono quelle regole per cui i fonemi si dispongono secondo un
ordine non casuale nelle parole. In italiano lo schema è diverso: la (s) può essere accompagnata da una
consonante + una vocale oppure da una occlusiva + una liquida + una vocale. Oltre ai singoli suoni anche le
sequenze di foni seguono determinate restrizioni che consentono di comprendere se una determinata
parola appartiene ad una lingua o meno. Esistono poi gli ideofoni, per lo più sequenze foniche
onomatopeiche come splash, puah, bang, ciuf-ciuf, che in alcune lingue danno vita a verbi o a nomi veri e
propri.

Tratti distintivi
Si è visto che esistono coppie di parole diverse che variano per un solo fonema. Tali coppie si dicono coppie
minime. Considerando la coppia minima cara /’kara/ / gara / ‘gara/, ci rendiamo conto che la variazione di
significato è dovuta al fatto che il fonema /k/ è occlusivo, velare e sordo, mentre il fonema /g/ è occlusivo,
velare ma sonoro. Questi elementi si dicono tratti. Nel caso preso in considerazione è la presenza di tratti
distintivi a modificare i significati delle parole.

Carattere binario dei tratti


Un concetto fondamentale di fonologia è che i tratti sono binari, cioè ci sono o non ci sono (si indica con + o
– e il tratto). Ma se nel caso di [+nasale] e [-nasale] la duplicità del tratto è dimostrata, nel caso
dell’apertura delle vocali, nella lingua italiana, presenta tre opposizioni: chiusura minima [Ɔ], chiusura
intermedia [o], oppure chiusura massima [u].
Tratti generali
Una distinzione generale fra tratti è quella fra ostruenti e sonoranti. Ostruente è quel tratto che racchiude
tutti i suoni prodotti con una chiusura totale o parziale del canale fonatorio, sonorante invece indica i suoni
prodotti con il canale fonatorio relativamente aperto. Questo tratto generale ha la funzione di trovare
un’affinità fra suoni che altrimenti sarebbero diversi. Un altro tratto generale riguarda tutte le consonanti
che vengono prodotte attraverso la mobilitazione della ‘corona’, la parte anteriore della lingua. Tali
consonanti si dicono coronali.

Marcato e non-marcato
Prendendo i suoni [t] e [d], si nota come il suono [t] sia caratterizzato dal tratto [-sonoro], mentre il suono
[d] è caratterizzato dal tratto [+sonoro] perché si ha una vibrazione delle corde vocali. Si dice marcato quel
suono che presenta un tratto (+tratto) e non marcato il suono che manca di quel tratto (-tratto). In ultimo,
si è dimostrato che un tratto marcato iin una lingua indica la presenza anche dello stesso tratto non
marcato, ma non il contrario. Ciò significa che nelle lingue è basico il tratto non marcato.

Fenomeni fonologici
Sono fenomeni fonologici quelle modificazioni che subiscono i suoni quando si accostano e si concatenano
fra loro in un ambiente sintagmatico. Si tratta di modificazioni in sincronia con il comportamento linguistico
e in diacronia con il cambiamento delle lingue.

Assimilazione
L’assimilazione è un fenomeno molto frequente per cui un fono assume uno o più tratti di quello contiguo.
Si dice progressiva quando, nella parola, il fono assimila tratti del fono successivo e regressiva quando
assume tratti di quello precedente. L’assimilazione può essere totale in cui il fono diventa a tutti gli effetti lo
stesso del contiguo o parziale in cui il fono assume alcuni tratti ma rimane diverso. Esistono casi in cui
l’assimilazione non si ha fra foni contigui ma tra foni distanti fra loro, in tal caso si parla di armonia.

Cancellazione e inserzione
La cancellazione di un fono si ha quando, in taluni casi, esso viene soppresso. Una situazione del genere, in
italiano, si ha nella combinazione di elementi morfologici, ad esempio quando un suffisso si salda alla sua
radice (donna-donnetta, la [a] scompare), oppure in determinati casi in cui l’articolo che precede un nome
perde l’ultima vocale (uomo bello-bell’uomo, la [o] scompare). Un caso particolare di cancellazione è il
troncamento, che cancella facoltativamente un suono (non lo vuole fare-non lo vuol fare). Ancora, esiste la
cosiddetta inserzione, ossia l’aggiunta di segmenti fonici in presenza di determinate situazioni. In italiano
tale fenomeno non segue regole precise, ma è piuttosto arbitrario, tuttavia in taluni casi è necessaria ed
ovvia la presenza di inserzioni (papà-paparino, oppure ‘bianco ed argento’).

Riduzione e rafforzamento
Si parla di riduzione per indicare un fenomeno molto frequente per il quale la ‘forza’ di un suono viene
indebolita, ridotta. Tutto ciò avviene secondo una scala di sonorità, per la quale: occlusiva sorda > occlusiva
sonora > fricativa sonora >/ᴓ/ (dove > significa ‘è più forte di’, cioè ‘può essere sostituito da’ nel processo
di riduzione). Al contrario si parla di rafforzamento per indicare il fenomeno contrario alla riduzione. Un
tipo di rafforzamento è dato dalla dittongazione, ad esempio nel passaggio dal latino all’italiano
(bonu>buono, focu>fuoco).

I processi fonologici non operano in tutte le posizioni ma solo in quelle più ‘delicate’. Queste sono la
posizione intervocalica, tonica (dove cade l’accento), atona e quella al confine di morfo o parole. Per questo
motivo per parlare dei processi bisogna indicare: a) in quale contesto opera, e b) che effetti ha. Tali
informazioni hanno bisogno di regole fonologiche. Queste sono grafie simboliche che servono ad indicare
quali sono i cambiamenti e in quale contesto ci sono stati. Esempio di regola fonologica:
A->B/X (il segmento A diventa B nel contesto )
I contesti possono essere di tre tipi:
-A->B/X (il cambiamento avviene a destra di X)
-A->B/ Y (cambiamento a sinistra di Y)
-A->B/X Y (cambiamento fra X ed Y)
Finora si sono studiati i singoli segmenti (fonemi), nel loro ordine lineare, come coloro che definiscono i
significati. Ma prendendo in esame le parole ‘càpito’ e ‘capìto’ ci rendiamo conto che le unità fonemiche
sono le stesse e che a variare non è nient’altro che la posizione dell’accento. Poiché si rappresenta al di
sopra del fonema, l’accento si definisce soprasegmentale ed ha un’importanza notevole, se si considera
l’esempio precedente.

Accento
L’accento come si è visto, è un’importantissima parte della parola. Esso si può appoggiare solo su segmenti
vocalici o su sonanti e serve, come nel caso del paragrafo precedente, a distinguere due significati
differenti, ma anche come segnale demarcativo. In tal caso trovandosi sempre in posizione fissa (e cioè
sull’ultima sillaba), l’accento indica il confine di parola. L’accento si applica quasi del tutto sulle singole
parole (accento di parola), ma vi sono casi in cui non è così: i cosiddetti clitici sono parole che si appoggiano
foneticamente alla parola seguente, privandosi dell’accento (lo vedi è pronunciato[lo’vedi]). In altri casi
possono esserci due accenti, uno detto secondario, come nella parola ‘esautoramento’ ove è presente un
accento più deciso (sulla e) ed uno secondario (sulla a) -> [e,zautora’mεnto].

Fenomeni di giuntura
Si dicono fenomeni di giuntura quelle modificazioni fonetiche per cui, nelle parole collegate in un contesto,
i limiti dei segmenti fonici subiscono cambiamenti (la sequenza ‘un posto’ si pronuncia come unica unità
fonetica [ump]osto, così come la frase ‘tonerà presto’, pronunciata tutta insieme, dove l’accento va a
cadere sulla o, diventando ‘tòrnera’). In taluni casi, parole collegate a livello sintattico, tendono ad essere
pronunciate in maniera unita e con un unico accento, come nell’esempio: ‘Quel ramo del lago di Como’ (sei
morfemi)->[kuε’rramo del’lago di’komo] (tre fonemi). Sono queste le parole fonologiche.

Tono
Il tono nasce da un aumento di acutezza sonora in corrispondenza di vocali o di sonanti: tale aumento
risulta dall’aumento della frequenza di vibrazione d’aria emessa dall’apparato fonatorio. Il tono si dice
unito quando non cambia su tutto il segmento, ascendente quando passa da un livello basso ad un livello
alto, discendente quando passa da un livello alto ad uno basso e ascendente-discendente quando prima
passa ad un livello alto e poi ad uno basso.

Fenomeni paralinguistici
Si parla di fenomeni paralinguistici riferendosi a tutto ciò che accompagna un’enunciazione, ma che non è
integrato con essa. A questi appartengono il volume della voce, la velocità dell’eloquio, le esitazioni, le
pause di silenzio e le pause ‘piene’ (trascritte come ‘uhm’, ‘ehm’, ‘mmm’). La pausa, ossia l’intervallo di
silenzio, si può catalogare insieme ai fenomeni soprasegmentali. Infatti, come l’accento, se vi sono casi in
cui la pausa è occasionale, spesso queste hanno una funzione specifica che aiuta a determinare il significato
dell’enunciato (‘il bambino lo porti a scuola tu?’, oppure ‘come posso fare io da solo?’ e ‘come? posso fare
io da solo?’).

Sillabe
La sillaba è uno dei concetti fondamentali della fonologia. Una sillaba è un’unità composta almeno da un
elemento capace di portare l’accento (cioè una vocale o una sonante), chiamato nucleo sillabico. A questo,
non necessariamente, può accompagnarsi l’attacco (cioè ciò che viene prima del nucleo) e/o la coda (cioè
ciò che viene dopo il nucleo). Le sillabe che terminano in vocale si dicono aperte, quelle che non finiscono
in vocale si dicono chiuse. In italiano la struttura sillabica è descritta dalla seguente formula generale, dove
le parentesi indicano l’elemento che può essere assente: (ostruente)+(liquida)+(semivocale)+vocale+
(sonorante)
Attacco nucleo coda
Le sillabe si distinguono anche per il peso: si dice pesante una sillaba che contenga una vocale lunga o
finisca in consonante, leggera ogni altra sillaba.
Nessun enunciato è prodotto senza intonazione. Nella frase ‘Luigi sta andando a casa’, l’intonazione compie
un importante lavoro nella distinzione fra la risposta alla domanda ‘CHI sta andando a casa?’ e la risposta
alla domanda ‘DOVE sta andando Luigi?’ Insieme all’altezza vocale agisce anche la lunghezza: la domanda
‘prendi un altro caffè?’ può essere pronunciata con una vocale finale breve indicando ad esempio ‘ti posso
offrire un altro caffè?’ o con una vocale finale lunga indicando ad esempio stupore ‘vuoi dire che davvero
prendi un altro caffè?’.

Aspetti funzionali
Sotto il profilo funzionale l’intonazione serve a segnalare quale tipo di enunciato si sta producendo, ad
indicare quale valore pragmatico l’emittente gli attribuisce ed a mettere in rilievo le porzioni di enunciato a
cui intendiamo dare maggiore prominenza. Parlando di intonazione si distinguono due aspetti essenziali:
a) altezza tonale delle sillabe, e b)profilo intonazionale dell’intero enunciato.
Il primo caso riguarda aspetti come la differenza fra il ‘sì’ che pronunciamo in risposta al telefono e il ‘sì’
che pronunciamo in risposta a domande come ‘ti chiami Alessia?’. Il secondo aspetto riguarda la curva
dell’intero enunciato; in realtà per ogni suono esiste un’intonazione, ma in generale si tende a definire
ascendente un’intonazione che, nell’intero enunciato parte da un livello basso per arrivare ad uno alto
(‘non credi che sia così?’) e ‘unita’ un’intonazione che non varia (o varia relativamente poco), nel corso
dell’enunciato (‘non credi che sia così).

5) MORFOLOGIA
La morfologia (teoria della forma delle parole) si occupa della struttura interna delle parole e della varietà
di forme che esse assumono. Per comodità, le modificazioni formali si distinguono in due categorie
fondamentali indicate nel disegno a sinistra: le modificazioni sull’asse orizzontale danno luogo a nuove
parole (fare->contraffare), che possono appartenere a categorie diverse; quelle sull’asse verticale danno
luogo a nuove forme della stessa parola (fare->faccio, facciamo). La modificazione morfologica si distingue
in: flessione (assi verticali), derivazione (assi orizzontali), composizione (processo per cui due parole, unite,
ne danno una terza: ‘capo-stazione’).

Si dice morfema un’unità linguistica minima, dotata di significato. Prendendo in esame le parole italiane
‘cortese’ e ‘scortese’ e le parole inglesi ‘stable’ e ‘unstable’ ci rendiamo conto che ci sono segmenti che
modificano il significato delle parole, e che hanno significato di per sé (in italiano la ‘s’ e in inglese ‘un’
indica negazione). Il processo con cui si individuano i morfemi è detto segmentazione. L’organizzazione
morfologica ha due aspetti molto importanti: a) i morfemi singoli si ripetono e b) i morfemi tendono ad
essere fonologicamente stabili.

Metodo dell’analisi morfologica


Prendendo in esame il corpus che comprende le parole ‘battere’ ed ‘imbattibile’ è possibile individuare dal
punto di vista del significante quelli che sono i presunti morfemi: batt-, im-, -ibile, -ere. Ma aggiungendo
un altro elemento come ‘imbattibili’ possiamo ancora segmentare ‘ibile’ in ‘-ibil’, ‘-i’.

Morfemi lessicali e grammaticali


Dagli esempi citati finora si evince l’esistenza di due morfemi: quelli lessicali, che recano in sé il vero
significato delle parole (cas-a), quelli grammaticali, che precisano il senso e contestualizzano (cas-a). I primi
costituiscono una classe aperta, alla quale è possibile aggiungere elementi nuovi, i secondi sono una classe
chiusa. In italiano l’organizzazione dei morfemi è quasi sempre questa: morfema lessicale+morfema
grammaticale. Ma vi sono lingue in cui l’organizzazione si dice concate nativa perché i morfemi si
concatenano tra loro occupando posizioni successive.

Morfemi e morfi-Definizione
Se si prende in considerazione l’italiano ‘è’ ci si rende conto che non è possibile scomporre la parola in
morfemi in modo da ottenere un morfema che indichi che appartiene al verbo ‘essere’, uno che indichi che
è una terza persona e uno che indichi che è un singolare. Per questo, introdurremo il concetto di morfo,
esemplificato di seguito:
morfema 1 morfema2 morfema3
(essere) (pres. Ind.) ( 3 sing.)
\ I /
MORFO ‘è’ /ε/
I morfi, dunque, sono costituiti da materiale fonologico, i morfemi da significati; definiremo pacchetto
morfemico l’insieme dei significati espressi nei morfi.

Problemi
Dall’analisi della parola turca ‘ellerine’ si evince che non è sempre così semplice la definizione di un morfo.
Infatti: -> el-ler-i-n-e -> mano+plurale+suo+n+dativo -> ‘alle sue mani’
->el-ler-in-e-> mano+plurale+tuo+dativo-> ‘alle tue mani’
Inoltre in italiano, il morfo ‘ri’ nelle parole ‘rifare’ e ‘ritenere’ indica due cose diverse: nel primo caso ha il
significato di ‘nuovamente’, ma nel secondo caso non indica nulla di particolare.

Allomorfia e suppletivismo
Ci sono casi in cui uno stesso morfema viene rappresentato da diversi morfi: in italiano ad esempio, il
morfo ‘in-‘ che rappresenta una negazione si modifica a seconda della parola che segue (immaturo,
irresponsabile). Dunque tale morfema assume anche le forme ‘imm-‘, ‘irr-‘… Tutte queste forme si dicono
allomorfi e il fenomeno degli allomorfi si dice allomorfia o allomorfismo. Un esempio estremo di allomorfia
è il suppletivismo, che si ha quando, nella flessione di una parola, a un morfo di base si collega un morfo
che non ha fono logicamente nulla in comune col primo (‘andare’, ‘vado’).

Parole
Sebbene sembri semplice, il concetto di parola è molto complesso. Spesso, tendiamo ad identificare come
‘parola’ ciò che si trova fra due spazi bianchi (in scrittura), ma prendendo in esame ‘telegrafandoglielo’ ci
rendiamo conto che in realtà non è così, poiché questa ‘parola’ è composta da ‘telegrafando’+’glie’+’lo’ che
possono trovarsi anche da sole. Ci sono parole, poi, che compaiono solo in determinate figure lessicali
come ad esempio ‘mettere a repentaglio’ (la parola repentaglio non esiste se non è in questo enunciato).
Queste, non possono essere definite perciò parole.

Le parole complesse sono quell’insieme di parole che vengono usate solo in un unico caso e perciò, anche
se sono più parole le si considera come una sola: ‘mettere in marcia’, ‘mettere in funzione’, ‘ferro da stiro’,
sono alcuni esempi di parole complesse.

Possiamo generalmente attribuire ad elemento che abbia i seguenti requisiti, il nome di parola:
a) prima e/o dopo di esso una pausa è virtualmente possibile (condizione di pausabilità)
b) dati due elementi, un altro elemento può interporsi tra essi ma non inserirsi per intrusione in uno di
essi (condizione di non-interrompibilità)
c) dati più elementi, il loro ordine può essere modificato nella catena sintagmatica (condizione di mobilità)
d) gli elementi possono occorrere anche da soli (condizione di isolabilità).
A queste definizioni ne aggiungeremo un’altra al fine di comprendere anche le parole complesse, che
altrimenti non potrebbero rientrare nella definizione di ‘parola’:
e) in alcuni casi vale una condizione di non-sostituibilità per cui entità composte non possono
essere sostituite da una sola delle parole componenti.

Morfi liberi e legati; radici e affissi


I morfi si distinguono in liberi, ossia che possono esistere anche da soli poiché hanno significato (in italiano
‘ieri’, ‘no’ e ‘sopra’ sono morfi liberi), e legati che si possono trovare solo come elemento di una parola.
In base alla loro natura i morfi sono anche divisi in radici ed affissi; le radici sono morfi lessciali, gli affissi
sono morfi grammaticali. Vi sono lingue in cui, in particolare tra i verbi, nel morfo lessicale si ravvisano due
morfi minori: la radice propriamente detta e la vocale tematica. L’insieme dei due si dice tema (‘amare->am
(radice)-a (vocale tematica)-re (suffisso dell’infinito). Gli affissi possono apparire in diverse posizioni:
prefissi, infissi, suffissi.
Confini di morfo e di parola
La morfologia si occupa anche di individuare i confini tra le unità. Questi sono di due tipi: confine tra morfi
(indicati da +) e confine tra parole (indicati da #). (#in+adatt+abil+mente#)

Aggiunta e raddoppiamento
In base alla natura del processo si distinguono fenomeni di aggiunta, di alternanza e di modulazione.
L’aggiunta aggiunge materiale morfologico a quello della radice (fly-flies), visto al contrario è un processo di
cancellazione (flies-fly). Un tipico processo di aggiunta è il raddoppiamento ossia la ripetizione completa o
parziale della base. Esempi: ‘passeggiavo calmo calmo’, ‘fuggi fuggi’.

Alternanza
Il processo di alternanza modifica una parte del materiale vocalico o consonantico della base, come avviene
ad esempio in inglese nelle parole ‘sing’, ‘sang’, ‘sung’, o nelle parole ‘life’ e ‘live’.

Modulazione
La modulazione consiste nella modificazione di elementi parasegmentali su una stessa base segmentale
(‘càpito’, ‘capìto’, ‘capitò’).

Conversione
La conversione è il processo per cui una parola appartenente ad una categoria, viene convertita in un’altra
categoria senza che nulla delle sue proprietà fonologiche o morfologiche cambi. Esempi di questo
fenomeno sono parole come: ‘volere’ (il volere/verbo), ‘(to) bank’ (banca/compiere azioni bancarie)

Regole morfologiche
I fenomeni morfologici finora descritti possono essere rappresentati mediante regole:
-SUFFISSAZIONE: [A]x->[[A]x + Suff]y (una base A, appartenente alla categoria lessicale x [per esempio
‘nomi’], viene riscritta come una combinazione di sé stessa, un confine di morfo [+] e un suffisso;
quest’operazione produce una parola che può appartenere ad una categoria lessicale diversa da x, cioè y =
nazione / nazionale
-PREFISSAZIONE: [B]x->[[Pref + [B]x]x (aggiunta da sinistra della base B che genera una parola che
appartiene alla stessa categoria lessicale) = scrivere/inscrivere
Esistono anche le regole di riaggiustamento, tra cui la più ricorrente in italiano è la regola di cancellazione
di vocale e la regola che sostituisce l’occlusiva dentale sorda con [ts] quando segue il suffisso –ione
(descritto/ descrizione).

Prevedibilità e imprevedibilità
È possibile descrivere le matrici semantiche di tutte le parole di una lingua ma non esiste una vera e propria
raccolta completa. Nelle lingue latino-greche, si tendeva a distinguere le matrici semantiche per i loro
suffissi. Nelle lingue è perciò possibile ‘prevedere’ a seconda dei morfi a quale matrice semantica
appartenga una determinata parola.

Restrizioni
Le combinazioni morfologiche agiscono sulla base di restrizioni. Nella stessa linea, i processi di derivazione
possono essere sensibili alla matrice semantica: in italiano la parola ‘casa’ ha come derivato la parola
‘casetta’ solo se questa indica residenza o domicilio; non si può dire ‘casetta editrice’.

Lacune
Si dicono lacune quelle parole che, nel sistema morfologico di una lingua sono teoricamente possibili ma
inesistenti, come ad esempio le parole ‘acchiappa mento’, ‘consegna mento’. All’inverso, ci sono casi in ci
ad una determinata matrice semantica non corrisponde, in una lingua nessuna parola (in inglese ‘goer’, non
si può tradurre con ‘andante’, ma con ‘persona che va’). Le lingue usano diversi metodi per rimediare alle
lacune morfologiche; l’italiano dispone dell’infinito sostantivato (‘il bere’ prende il posto dell’inesistente
‘bevimento’).
Morfologia nell’enunciato
Le modificazioni morfologiche hanno una funzione essenziale nell’enunciato. Se un elemento A dispone del
pacchetto morfemico 1,2,3 ed entra in relazione sintattica con B che possiede un pacchetto morfemico
1,2,3,4,5, A può attivare alcuni o tutti i morfi di B.

L’accordo è la relazione che si istituisce fra due elementi quando un elemento che presenta un determinato
pacchetto morfemico attiva uno o più altri elementi dell’enunciato identici a quelli del proprio pacchetto.
L’elemento controllore proietta i propri morfemi, l’elemento controllato li recepisce (‘una bella casa’, ‘casa’
è il controllore). Si parla di accordo morfologico quando si ha una frase come ‘la folla si è dispersa’ e di
accordo semantico in una frase come ‘sono arrivati una folla di ragazzi’. Si ha anche un altro tipo di accordo
che si può chiamare accordo con la realtà in frasi come ‘prendi questo’ dove ‘questo’ si accordo ad esempio
con ‘tram’ che è implicito.

Fenomeni di accordo
Solo alcuni elementi possono contrarre accordo e sono: a) i componenti di un sintagma nominale
b)il soggetto col suo predicato (il bambino dorme)
c) il pronome relativo col suo antecedente (Elsa è una persona della quale mi fido)
d) il pronome personale (ho parlato con Carla e le ho raccontato
tutto) Ma l’accordo non è presente in ugual misura in tutte le lingue.

Reggenza
La reggenza consiste nel fatto che un elemento controllore attiva in uno o più elementi controllati alcuni
morfemi del pacchetto morfemico. In questi casi il controllore regge una determinata forma dell’elemento
controllato. La reggenza si presenta in più forme di cui una è l’adposizione che si ha quando l’elemento
reggente si collega al controllato attraverso un elemento ‘vuoto’ (listen to me).

Tipi morfologici
Le lingue si classificano in tipi dal punto di vista morfologico:
-isolante si riferisce alle lingue che tendono ad isolare ciascuna parola rispetto alle altre, ovvero a non
instaurare relazioni e accordi fra le parole. Le lingue isolanti hanno perlopiù parole formate da un
solo morfo, quello lessicale (e sono soprattutto il cinese e il vietnamita).
-le lingue agglutinanti, invece, tendono ad agglutinare i morfi alla radice: le parole sono composte da più
morfi, ciascuno recante un solo morfema (come il turco).
-le lingue flessive, in ultimo, hanno la particolarità di avere soprattutto parole composte da morfi legati
(non liberi).
Esistono anche le lingue introflessive dove la flessione non ha luogo al margine ma nella parte centrale della
parola (come l’arabo o l’ebraico).
Ancora, esiste il tipo incorporante in cui l’esempio italiano sono parole come ‘manomettere’ o ‘mantenere’
in cui la parola ‘mano’ è incorporata al verbo. A seconda del proprio tipo ogni lingua ha anche delle
implicazioni: le lingue isolanti tendono ad avere più preposizioni, quelle agglutinanti ad esserne prive.

6) ELEMENTI DI SINTASSI
La sintassi studia il modo in cui le parole si combinano tra loro dando luogo a unità di livello superiore di
vario tipo. L’etologia ha dimostrato che anche gli animali si servono di una sintassi più o meno semplice. Ciò
che distingue la sintassi animale da quella degli esseri umani è il grado di complessità. In italiano le parole
‘Carlo’, ‘saluta’ e ‘Laura’ possono essere combinate nell’ordine e nell’intonazione in modo da ottenere
almeno quattro tipi di enunciato differenti tra loro.

Funzioni
La sintassi ha il vantaggio di velocizzare la comunicazione trasformando frasi come ‘Luigi mi ha portato del
vino + ho bevuto il vino di Luigi’ in ‘Ho bevuto il vino che Luigi mi ha portato’. Inoltre essa permette di
indicare connessioni tra eventi che altrimenti resterebbero inespresse (nella frase ‘Le persone a cui non
piace il vino non sanno quanto è buono’, l’assenza della relativa destabilizzerebbe l’intero enunciato). In
ultimo, la sintassi è uno dei principali canali di codifica della pragmatica delle lingue (infatti nelle frasi ‘Carlo
beve troppo vino’ e ‘È Carlo che beve troppo vino’, un singolo elemento mette in rilievo qualcosa che nella
prima frase non è così rilevante).

Linearità e struttura
Alcuni codici articolati rendono visibile l’ordine delle operazioni da eseguire (come in matematica, le
differenti parentesi). Altri, come le lingue stesse, tendono a nascondere alcune informazioni come nella
frase ‘Enzo dice bugie, Carlo no’ o nella frase dal doppio significato ‘ho parlato con la zia del parroco’ (ho
parlato con la donna di cui il parroco è nipote/ho parlato del parroco con la zia).

L’analisi sintattica mira ad individuare e visualizzare con opportune tecniche la struttura incorporata nella
sequenza lineare delle parole. Prendendo in esame la frase ‘Giovanni dorme in camera sua’ possiamo
compiere dei tagli, delle segmentazioni:
-Giovanni |dorme in camera sua
-Giovanni | dorme | in camera sua
-Giovanni | dorme | in | camera sua
-Giovanni | dome | in | camera | sua
Le sezioni di enunciato ai due lati del segno ‘|’ sono i costituenti immediati. La stessa frase può essere
rappresentata da una struttura ad albero in cui ogni nodo indica un punto in cui è stato effettuato un taglio.
Un grafico del genere ha la funzione di rendere evidente la struttura dell’enunciato, proprio come le
parentesi in un’espressione matematica. Questo tipo di analisi mostra che:
a) la struttura di un enunciato incorpora una struttura che comprende i costituenti sopra ordinati e una
che comprende quelli sottordinati
b) uno stesso costituente C può essere allo stesso tempo sottordinato ad un costituente C1 e
sopraordinato ad un costituente C2
c) per analizzare la struttura gerarchica bisogna procedere passo per passo tagliando in due parti fino
ad aver esaurito il materiale.

Sintagmi continui e discontinui


Un sintagma è un’unità ‘a cannocchiale’ (dorme in camera sua [sintagma 2], in camera sua [sintagma 3],
camera sua [sintagma 4]), ma non bisogna pensare che qualunque sequenza di parole formi un sintagma (le
parole ‘dorme’ e ‘in’ non formano un sintagma). Vi sono casi in cui gli elementi di un sintagma sono distanti
fra loro.

Dipendenza
Il fatto che in più parole appaia lo stesso morfo o morfema è il mezzo che le lingue usano per indicare che
tali parole hanno a che fare tra loro e quindi formano, presumibilmente, sintagma. Per identificare una
dipendenza sintattica esistono diversi modi: il più semplice è quello della sostituzione che funziona come
segue: date due parole A e B combinate nella sequenza A+B, B dipende da A se è possibile sostituire A+B col
solo A senza destabilizzare l’intera sequenza.

Testa e complemento
Nella frase ‘il calcolatore funziona bene’ si identificano i due sintagmi ‘il calcolatore’ e ‘funziona bene’, ma
per la sostituzione si può sopprimere ‘bene’ senza modificare il significato dell’enunciato. Si dice perciò che
funziona è la testa del sintagma (funziona bene) e bene ne è il completamento. Un sintagma è endocentrico
quando contiene in sé il proprio centro (cioè la testa), egocentrico quando manca della testa (‘vado al
cinema’).

Combinazione di sintagmi
Dalla combinazione di sintagmi si ottengono nuovi sintagmi di tipo o coordinativo o subordinativo. Nei
sintagmi coordinativi si affiancano due o più teste (‘i ragazzi e le ragazze sono arrivati’ = ‘i ragazzi sono
arrivati’/’le ragazze sono arrivate’). I sintagmi subordinativi invece sono quelli in cui esiste solo una testa
(‘ un ragazzo terribilmente intelligente’ = ‘un ragazzo intelligente’ ma non ‘un ragazzo terribilmente’).

Si dice sintagma nominale un sintagma la cui testa è un nome, sintagma verbale un sintagma la cui testa
p un verbo, sintagma aggettivale un sintagma la cui testa è un aggettivo e preposizionale un sintagma la
cui testa è una preposizione.

Per capire se una sequenza di parole è un sintagma si effettuano dei test; quello della spostabilità e quello
della coordinabilità:
-spostabilità: ‘il figlio di Carla è arrivato tardi’ e ‘è il figlio di Carla che è arrivato tardi’ (*è figlio di che il di
Carla è arrivato tardi)
-coordinabilità: ‘siamo usciti in macchina coi bambini’ (‘siamo usciti in macchina coi bambini e i loro amici’,
*siamo usciti bambini e in macchina coi).

Meccanismi di espansione
Ogni sintagma può essere espanso. L’espansione si applica sia alla testa che ai complementi del sintagma (il
bambino corre-(espansione del sintagma nominale) il bambino di Marco corre-(espansione del sintagma
verbale) il bambino di Marco corre velocemente-(espansione dell’intero enunciato) il bambino di Marco
corre velocemente in giardino)

Ricorsività
La ricorsività è uno dei principali meccanismi di espansione per cui al risultato di un’operazione è possibile
applicare la stessa operazione. Oltre all’applicazione della ricorsività in frasi come ‘Carla è intelligente’ –
‘Carla è simpatica e intelligente’ – ‘Carla è simpatica, carina e intelligente’, si considera ricorsività anche due
enunciati legati da una congiunzione ‘abbiamo mangiato’ – ‘abbiamo mangiato e siamo partiti’.

Incassamento
Il meccanismo dell’incassamento si ha quando un sintagma ricorre come componente di un altro sintagma:
‘ho visto l’uomo che avete invitato a cena’ dove ‘che avete invitato a cena’ opera come modificatore della
testa ‘uomo’ restringendone la portata designativa. Gli elementi incassati occupano posizioni diverse nella
frase in base alla loro natura.

Sintagma nominale (SN)


I componenti del sintagma nominale sono:
-specificatori: aggiungono alla testa nominale informazioni grammaticali o deittiche (‘questo amico’, ‘un
libro’).
-modificatori: modificano l’estensione designativa del nome, restringendola. Sono perlopiù aggettivi di
diverso tipo (il mio giornale, un partito politico)
-apposizioni: sono costituenti nominali designanti la medesima entità del nome-testa aggiungendo ulteriori
informazioni (Napoleone, imperatore dei francesi, fu sconfitto a Waterloo)
-sintagmi preposizionali di vario tipo, in particolare genitivi. Possono essere argomentali, cioè far parte della
struttura argomentale del nome (il libro di Giovanni, un gelato al limone).
-classificatori: sono presenti solo in alcune lingue.
-frasi relative: indicano una proprietà che restringe i potenziali referenti del nome-testa.

Sintagma verbale (SV)


Esso si espande mediante diversi elementi:
a) verbi ausiliari e affini
b) avverbi
c) argomenti di diversa natura
d) frasi dipendenti con testa verbale
Esempi: ‘leggo un libro’, ‘spedisce un libro da Roma a Venezia’
Meccanismi di collegamento
I meccanismi principali con i quali avvengono i collegamenti fra elementi di sintagmi sono tre: il
collegamento zero, l’accordo e i connettori dedicati.

Elemento zero
I due elementi si collegano solo per il fatto di essere vicini (‘a nice day’, ‘Luigi viene qui’).

Accordo
L’accordo collega gli elementi facendo sì che la testa proietti parte del suo pacchetto morfemico sul resto
del sintagma (diis Manibus sacrum esto).

Esistono anche i connettori sintagmatici che possono essere di diversa natura: le adposizioni sono il più
tipico; si trovano prima della parola a cui si connettono (preposizioni) o dopo (posposizioni), come
negli esempi ‘la macchina di mio padre’ e ‘è arrivato due giorni fa’.

Sintagmi assoluti
Si dicono assoluti quei sintagmi indipendenti, il cui legame con il resto dell’enunciato può essere colto
in termini più semantici che sintattici.

SV con doppio verbo


La sequenza verbo+verbo presente in cinese, attribuisce al secondo verbo il compito di designare la
conclusione del processo indicato dal primo.

Ordine degli elementi


L’ordine degli elementi di un sintagma può essere libero o ordinato. Si considerino: ‘una ragazza bruna,
simpatica e terribilmente intelligente’. Nel caso ‘la ragazza’ è la testa che ha dei modificatori alla propria
destra (ordinamento progressivo), fra cui il sintagma ‘terribilmente intelligente’ la cui testa è ‘intelligente’
con un modificatore a sinistra (ordinamento regressivo). In alcune lingue l’ordine degli elementi è
obbligatorio (in inglese va prima l’aggettivo e poi il nome a cui si riferisce, in italiano la scelta è arbitraria).

Tipologia
Sul piano sintattico si riconoscono tipi diversi in base ad alcuni criteri fondamentali:
a) posizione dei costituenti: la testa può essere situata a destra o a sinistra, mentre gli altri costituenti
del sintagma hanno posizioni peculiari.
b) posizione del modificatore rispetto al modificato: modificatore a destra o a sinistra.
c) posizione dei costituenti maggiori (soggetto, oggetto e verbo). Il comportamento dei sintagmi maggiori
è, in molte lingue, diverso da quello dei sintagmi minori.

7) TIPI DI ENUNCIATO
Unità sintattiche superiori al sintagma
Come sintetizzato nella figura a sinistra, la sintassi è organizzata in modo gerarchico: i morfi costituiscono le
parole che a loro volta costituiscono i sintagmi. All’inverso, i sintagmi si scompongono in parole che si
scompongono ancora in morfi.

Frase
Le frasi sono sintagmi con caratteristiche particolari. La definizione di frase più corretta è quella di Leomard
Bloomfiel per cui essa è ‘una forma linguistica indipendente, non compresa attraverso alcuna costruzione
grammaticale in una forma linguistica maggiore’. A tale definizione si può contestare il concetto di entità
indipendente; esistono infatti alcuni enunciati composti da più frasi (i testi) nei quali le frasi si combinano
fra loro secondo regole precise.

Clausola
Studi inglesi hanno individuato un’altra unità sintattica intermedia tra il sintagma e la frase cui si da il nome
di clausole. Queste indicano quelle parole che:
a) contengano almeno un predicato (criterio grammaticale)
b) rappresentano uno stato, un evento o un processo (criterio semantico)
c) possono far parte di una frase più estesa (criterio sintattico)
Pertanto un enunciato come ‘ho parlato con un caro amico che non vedevo da tempo’ è composto da due
clausole. Poiché ogni tipo di clausola è caratterizzato da una particolare curva di intonazione è possibile
definirle come sequenze di sintagmi caratterizzate da profili intonazionali, così anche un enunciato come
‘ma no!’ assume il nome di clausola.
Le principali funzioni di un enunciato sono: 1) funzione predicativa: dire qualcosa circa qualcos’altro
2) funzione pragmatica: lasciar intendere all’interlocutore un significato (‘buongiorno, c’è Luca?’ è una frase
in cui oltre a voler sapere se c’è o meno Luca, si vuole anche essere messi in contatto con lui)

Le clausole si classificano in base a diversi criteri:


1) Posizione gerarchica – le clausole sono distinte in principali e subordinate.
2) Modalità – le clausole si distinguono in quelle che ‘danno’ (asserzioni) e quelle che ‘chiedono’
(appelli); quelle che danno informazioni e quelle che danno una prestazione e quelle che chiedono
informazioni o aiuto in un’operazione materiale.
3) Enunciati: asserzioni e appelli [domande (si/no o aperte) e comandi (imperativi o altro)]. Ogni
enunciato ha una forma canonica che lo rende immediatamente riconoscibile; la domanda si associa alla
clausola interrogativa…
4) Polarità – le clausole possono presentarsi in forma asserita o in forma negata.
5) La marcatezza: permette di distinguere le clausole marcate (in cui qualcosa viene messo in rilievo) e non
marcate (in cui non viene messo in rilievo nulla). Nel primo caso avremo frasi come: ‘la macchina, l’ha
presa tuo fratello’, nel secondo avremo frasi come: ‘tuo fratello ha preso la macchina’.
Alcune clausole si dicono semplici in quanto nessuno dei costituenti è a sua volta una clausola. Esistono,
però, anche le clausole complesse costituite da clausole semplici. La struttura della clausola semplice è la
seguente: CLAUSOLA: circostanziali e nucleo [soggetto e sintagma verbale (argomenti e avverbiali)]. Le
circostanziali sono frasi come ‘mi sono accorto di lui da poco tempo’, che servono cioè a dare informazioni
aggiuntive in termini di luogo, tempo, causa…
Si definiscono partecipanti i SN e i pronomi, ossia gli elementi del nucleo che definiscono i partecipanti e la
relazione fra essi. Si dice struttura argomentale l’insieme degli argomenti di un verbo.

Posizioni speciali
La struttura delle clausole va arricchita con le posizioni speciali periferiche, che si trovano al bordo destro
o sinistro della clausola; queste posizioni possono essere riempite solo in determinati casi (‘chi ha
mandato i fiori?’)

Ordine dei costituenti


Ogni lingua colloca gli elementi di una clausola semplice secondo i propri principi. Quanto ai componenti
maggiori (Soggetto, oggetto e verbo), gli ordini possibili sono: SOV, SVO, VSO, VOS, OSV, OVS. Di questi
solo i primi tre sono documentati nelle lingue.
I costituenti delle clausole possono essere sottoposti ad un movimento, ossia ad uno spostamento da un
sito ad un altro. I movimenti si suddividono in due categorie: alcuni sono irrilevanti dal punto di vista
semantico perché imposti dalla natura della clausola, altri hanno un ordine preciso (come in italiano ‘chi hai
visto?’ – ‘hai visto chi?’) che può dare vita a clausole marcate e non marcate (marcate = il giornale lo ha
preso Carlo).

Le clausole nominali sono costituite da un sintagma nominale e un predicato nominale (formato da un SN


oppure da un puro aggettivo), collegati tra loro senza verbo.
Le clausole verbali hanno una grande varietà di forme. È necessario distinguere sempre i verbi lessicali
da quelli ausiliari che non hanno significato da soli. In una frase come ‘ho mandato un biglietto a tua
madre’, l’ausiliare non fa altro che specificare il tempo; è il verbo ‘mandato’ che da senso alla frase.

Clausole subordinate
Prendendo in esame l’enunciato ‘quando arriva Giovanni, partiamo insieme’, si nota la presenza di una
clausola subordinata, che non può, cioè, esistere da sola. Le clausole subordinate esistono grazie alla
proprietà dei codici di poter essere in ‘stand-by’, così è possibile ottenere diversi livelli di subordinazione
fino a creare enunciati molto complessi. Le subordinate si dividono in:
1) clausole relative: le uniche ad avere una testa costituita da un sintagma nominale
2) clausole completive: che operano come complemento del verbo della principale che è la loro testa
3) clausole circostanziali: che restringono e specificano il significato della principale

Clausole interrogative
La loro funzione primaria è quella di chiedere informazioni. Le clausole informative si dividono in due
gruppi: le domande si/no (dette anche polari o totali) e le domande-k (aperte, che rispondono alle
w- questions inglesi).

Clausole relative
Sono costruite con una SN (o un pronome) operante come punto di attacco e una clausola incassata che
modifica il SN aggiungendo un’informazione a riguardo.

Clausole completive
Le clausole completive svolgono sia la funzione di soggetto sia di oggetto della clausola principale: ‘che tu
sia intelligente è sicuro’ (soggetto) oppure ‘dicono che Giovanni è arrivato’ (oggetto). In alcune lingue le
completive possono avere il verbo all’infinito (infinitive): ‘gli ho chiesto di parlare’. In una frase del genere
due SN diversi designano la stessa entità, questo fenomeno si dice coreferenza.

Complementatori
Per connettersi alla clausola principale, le completive fanno uso dei complementatori: parole o sintagmi che
hanno la proprietà di trasformare la clausola verbale in un complemento del verbo della clausola di livello
immediatamente superiore (‘credo che tu abbia la febbre’, ‘che’ è il complementare e ‘tu abbia la febbre’
viene trasformato in oggetto della clausola principale).

Codifica e ipocodifica
Se il parlante vuole stabilire una relazione fra eventi ricorrerà alle circostanziali; clausole subordinate che
codificano questo tipo di relazioni. Esse aggiungono alla frase principale degli elementi che servono a
specificare (siccome è accaduto B, accade anche A). Le relazioni di cui si parla possono essere di natura
debole o di natura forte. La forma debole della frase ‘siccome è caduto, si è fatto malr’ è ‘è caduto e si è
fatto male’ (in cui le frasi non sono realmente in relazione fra loro).

Circostanziali ‘libere’
Si dicono circostanziali libere quelle clausole circostanziali che possono essere utilizzate anche senza una
principale, come ad esempio nell’enunciato ‘buongiorno! Se si vuole accomodare…’ oppure ‘se le cose
stanno così… (= le cose stanno realmente così)’.

Clausole ‘dipendenti’ – Clausola – replica


Ci sono alcune clausole che si dicono dipendenti poiché hanno senso solo se situate in un determinato
contesto. Nell’esempio A: ‘andate al cinema?’ B: ‘loro sì, noi no’, possiamo chiamare la prima clausola
apertura e la seconda chiusura; la chiusura da sola non ha senso se non relazionata alla frase di apertura. Le
clausole-replica si dividono in tre categorie:
1) clausole-sequenza: repliche che contengono un elemento di collegamento volto ad indicare che si
tratta di una espansione dell’apertura
2) clausole con anaforico: in cui vi è un anaforico il cui punto di attacco si trova nell’apertura (‘ho
incontrato tuo fratello’, ‘me l’ha detto’)
3) clausole troncate: repliche dotate di una struttura incompleta (‘la lettera è l’unica cosa che si sia
trovata’, ‘…niente soldi, niente rossetto, solo la lettera.’

Frammenti
I frammenti di un enunciato sono i residui di questo. A questa classe appartengono le esclamazioni o
interiezioni che si distinguono in tre categorie: le esclamazioni non lessicali (ahi, oh, bah), quelle semi-
lessicali (ahimè, ahiloro) e quelle lessicali (mannaggia, santo dio, accidenti).

Fenomeni soprasegmentali e struttura dell’enunciato


Nessun enunciato è privo di intonazione. Alcuni tipi di clausole si distinguono proprio per la diversa
intonazione (come la diversità fra asserzione e interrogazione). In generale, le clausole hanno un profilo
intonazionale a seconda della forza illocutiva che hanno. La forza illocutiva è la specifica natura pragmatica
delle clausole esistono interrogative vere e proprie ma anche interrogative che servono a manifestare
stupore). Nel caratterizzare le clausole ci sono anche le pause virtuali e i sandhi. Le pause hanno anche il
ruolo di rendere una clausola restrittiva (porto al cinema i ragazzi che sono stati buoni) o attributiva (porto
al cinema i ragazzi, che sono stati buoni).

8) FONDAMENTI DI GRAMMATICA

Grammatica
Per grammatica si intende un insieme di regole e regolarità da rispettare pur operando liberamente.

Opposizioni e distinzioni
Secondo alcuni la grammatica riguarda le caratteristiche morfologiche delle parole, mentre la loro scelta
riguarda il lessico. Secondo altri la grammatica si oppone alla sintassi che si occupa dell’ordine delle parole
mentre la grammatica si occupa delle categorie che intervengono nella classificazione. Per altri ancora la
grammatica è l'unione di morfologia e sintassi. Insomma, non esiste una definizione condivisa ma la
grammatica rimane un termine comunemente utilizzato che è necessario descrivere e delimitare meglio.

Grammatica e teoria della grammatica


Assumendo come sufficientemente generica la definizione di grammatica come insieme di meccanismi
che consentono ad una lingua di funzionare, si danno alcuni assiomi: a. Ogni lingua ha una sua
grammatica, un insieme di regole che la fanno funzionare nell'enunciazione.
b. La grammatica della lingua è un oggetto incorporeo che deve quindi essere descritto e reso visibile dalla
linguistica.
c. La linguistica formula ipotesi sul modo in cui la grammatica è fatta, cioè crea teorie della grammatica di
una lingua, che descrivano adeguatamente le regole che i parlanti utilizzano per parlare una lingua. La
linguistica elabora uno o più modelli della grammatica di una lingua che siano il più possibile vicini alla
grammatica reale della lingua o a determinati aspetti di essa.

Grammatica generale e grammatiche particolari


Si è spesso, in passato,cercato di riferire le grammatiche di tutte le lingue ad una sola grammatica generale,
spesso quella del latino, ma in realtà non è possibile individuare una grammatica universale se non
rendendo le grammatiche particolari assurdamente complesse. Tuttavia le grammatiche delle diverse
lingue presentano senza dubbio dei caratteri comuni che evidenziano l'esistenza di un numero limitato di
forme e di entità possibili e che possono essere affrontate dalla linguistica generale.

La grammatica come sistema di operazioni obbligatorie


Una definizione intuitiva di grammatica può essere basata sul fatto che dopo che il parlante ha effettuato
una libera scelta degli oggetti linguistici che vuole utilizzare per parlare di un tema, il parlante deve
sottostare ad una serie di scelte tra opzioni obbligatorie che deve necessariamente compiere per generare
un messaggio corretto. Questo determina che le opzioni grammaticali sono di tipo oppositivo (mutuamente
esclusive) e devono essere in numero limitato per ciascuna opzione, pertanto la grammatica è definibile
come un insieme chiuso di opzioni obbligatorie.

Grammaticalizzazione e lessicizzazione
L'oggetto principale della grammatica sono i morfemi grammaticali in quanto portatori delle opzioni
obbligatorie di cui sopra. Il contenuto di una lingua si esprime su due canali, grammaticale e lessicale, la
grammatica è l'analisi delle opzioni che le lingue offrono sul canale grammaticale. Le opzioni non
obbligatorie che le lingue permettono di scegliere si riferiscono invece al canale lessicale. Una nozione
linguistica può quindi essere grammaticalizzata in una lingua e lessicalizzata in un'altra, essere cioè resa con
una parola a sé piuttosto che da un morfema grammaticale innestato sulla stessa radice. In una lingua il
rapporto tra lessico e grammatica può nondimeno modificarsi diacronicamente ridistribuendo nel tempo le
opzioni sui canali grammaticale e lessicale.

Analogico e digitale
Una differenza marcata tra forma lessicale e grammaticale è tuttavia evidente in relazione al fatto che la
grammatica è in grado di esprimere un numero discreto (limitato) di possibili valori per una opzione mentre
il lessico può aggiungere infiniti livelli di descrizione, in modo analogico, fino a raggiungere il grado di
precisione desiderato.

Degrammaticalizzazione
Nella dinamica delle lingue esistono processi continui e contrapposti di grammaticalizzazione e
lessicalizzazione contro processi di degrammaticalizzazione e delessicalizzazione.

Grammatica come semiotica


La grammatica è una semiotica, cioè un modo di formare la sostanza del contenuto [per trasformarla in
espressione]. Essendo la grammatica descrizione di un codice arbitrario è arbitraria anch'essa, secondo tre
gradi diversi di libertà per ciascuna lingua:
• seleziona alcune nozioni (opzioni grammaticali o valori di opzioni) anziché altre;
• articola queste nozioni in maniera peculiare;
• combina e distribuisce le nozioni selezionate sulle parti del discorso.
Nonostante queste libertà tuttavia la grammatica delle lingue non ha una infinità varietà di forme ma ha
un numero limitato di possibilità che collocano la singola grammatica entro la classe delle grammatiche
possibili. Tutte le lingue devono avere gli strumenti per esprimere determinate nozioni, la differenza è nel
modo in cui questo scopo viene raggiunto e quindi la grammatica di una lingua è la modalità di codifica
scelta per rappresentare le sue nozioni. Data la penuria semiotica delle l.v. le risorse a disposizione per la
codifica sono relativamente scarse e si rifanno a tre tipi di elaborazioni:
• sulla forma delle parole;
• sulla forma degli enunciati;
• sull'intonazione.
Questi possono dar luogo a lingue con un alto numero di opzioni per una nozione (codificazione densa o
ipercodificazione, es. l'italiano) oppure un basso numero di opzioni (codifica rada o ipocodificazione, es.
l'inglese). In generale una lingua che si avvale poco di uno dei meccanismi si avvarrà di più degli altri onde
mantenere un livello sufficiente di chiarezza.

Grammatica come "drammatizzazione" dell'enunciato


La grammatica delle lingue dispone di mezzi per la drammatizzazione dell'enunciato date dalla
caratteristica semiotica della narratività dei codici linguistici. Tali mezzi sono ampiamente presenti e
impliciti a tutti i livelli della grammatica, anche nei casi più semplici.

Proprietà formali e sostanziali


Le grammatiche presentano alcune proprietà costanti, formali o sostanziali.

Proprietà formali
E' da notare che alcune di queste proprietà non sono osservative ma sono rappresentazioni metaforiche di
proprietà non osservabili.

Sistemicità
Le grammatiche sono dei sistemi in senso lato, non descrivibili interamente con un numero finito di regole
ma risultato di osservazioni ed esemplificazioni che non modellano tutti gli aspetti della lingua. Esse sono
inoltre sistemi dissipativi in quanto un cambiamento in un loro aspetto di ripercuote solo con una certa
lentezza sugli altri aspetti della grammatica stessa.

Modulante
La grammatica può essere vista come un insieme di moduli più o meno correlati o indipendenti tali che
alcune regole siano valide in parte di esse e non in altre o che modificazioni in un ambito non ne influenzino
un altro.

Centro e periferia
In una grammatica possono essere identificati dei temi più centrali rispetto ad altri, il centro sarà occupato
dai fenomeni che si riscontrano con maggiore frequenza e si applicano più generalmente (le regole), in
periferia ci saranno gli opposti (le eccezioni e le varianti o le opzioni di più limitato utilizzo).

Regolarità e partizione in classi. Parti del discorso


Non esistono lingue con elementi tutti completamente diversi l'uno dall'altro e con regole proprie. Per
motivi di economia ed usabilità è sempre possibile ravvisare regolarità nel funzionamento della parole e
riunirle in classi dotate di comportamenti simili. Tali classi si organizzano nelle lingue in gerarchie di varia
complessità ma è proprio l'esistenza di esse che consente di costruire le teorie grammaticali e di migliorare
l'apprendibilità e l'usabilità della lingua. In linea generale parti del discorso (classi) diverse tenderanno a
codificare aspetti diversi della realtà (p.e. i nomi - aspetti stabili, verbi - aspetti instabili). Le varie lingue
hanno tuttavia un grado di sistematicità nella codificazione delle parti del discorso ampiamente variabile,
dalla presenza di marche stabili per tutte le parti del discorso (latino) a una assenza completa delle stesse
che lasci la distinzione al solo comportamento sintattico (inglese).

Grammatica "fine"
Ogni lingua ha aree di grammatica fine e aree di grammatica non-fine meno definite. Appartengono ad aree
di grammatica fine tutti i fenomeni in cui:
• Differenze grandi di significato sono legate a differenze piccole di significante (requisito formale,
es. carnoso-carnale, colorire-colorare)
• Differenze piccole di significato sono espresse da differenze forti di significante (requisito semantico, es.
sadatore-interruttore, dove il morfema -ore indica entità totalmente diverse). L'italiano è in particolare
una lingua morfologicamente dispersa. In cui la corrispondenza tra morfologia e semantica è minore.

Proprietà sostanziali
Strutture e meccanismi che pur presentandosi a volte sotto forme assai diverse soddisfano le stesse
esigenze e costituiscono la base della grammatica

Deittici
Classe di risorse semiotiche che identificano referenti definiti solo all'interno di una clausola o frase e che si
riferiranno un altri enunciati a sempre nuovi referenti (es. Io, tu, questo, quello, lì, ora, allora). Il ruolo
semiotico dei deittici, riferibile alla nozione di contestualità interna ed esterna, è di far aderire l'enunciato
alla situazione enunciativa, assicurare coesione ed evitare eccessive ripetizioni.

Riflessività e distributività
I deittici in cui il parlante che si riferisce a sé stesso, si dicono riflessivi (es. si, suo, himself, gli aggettivi e i
pronomi possessivi in genere). La caratteristica di distributività dei riflessivi della terza persona fa si che
elementi formalmente singolari si possano distribuire sugli elementi di un insieme dando luogo ad una
pluralità coperta (es. "i bimbi hanno scritto la lettera con lei e ognuno ha usato la sua penna", se sua si
riferisce alla penna di ogni bambino).

Parole "generali"
Si dicono generali le parole utilizzate in una lingua per supplire alla mancanza (per ignoranza, dimenticanza
o assenza) della parola specifica (es. cosare, affare, coso, fatto, storia).

Quantificatori
Mezzi previsti per esprimere concetti di quantità, quantificare. Ne esistono di diverse categorie:
• marche morfologiche, generalmente limitate a pochi cardinali;
• i numerali, una classe di nominali che esprimono con esattezza la cardinalità;
• gli indefiniti, che esprimono quantità approssimate e di massa (nessuno, pochi, molti, tutti, ecc.) con
una possibile caratteristica di riferimento al tipo di prelievo globale o individuale dall'insieme come nel
caso di tutti-ciascuno.
CAPITOLO 1
A che servono le lingue?
Le lingue si sono
sviluppate per una
necessità. Servono per
- comunicare messaggi (dati
di fatto ma anche
emozioni,desideri ecc)
- fornisce predicazioni (si
dice qualcosa a proposito
di qualcuno --> il bambino
dorme). Si
necessita di nome e
verbo. Vengono
accompagnati da
precisatori (mio nipoNUOVI
CAPITOLO 1
A che servono le lingue?
Le lingue si sono
sviluppate per una
necessità. Servono per
- comunicare messaggi (dati
di fatto ma anche
emozioni,desideri ecc)
- fornisce predicazioni (si
dice qualcosa a proposito
di qualcuno --> il bambino
dorme). Si
necessita di nome e
verbo. Vengono
accompagnati da
precisatori (mio nipote,
dorme
profondamente..)
Si può designare il tema a
diversi livelli di precisione,
dal più generico allo
specifico (un bambino
dorme..mio nipote
dorme)
-soddisfare bisogni
internazionali concernenti
cioè il rapporto parlante-
interlocutori. Tutto ciò
che riguarda questa
particolare funzione
della lingua si dice
pragmatica: trasmettere
un messaggio “non
detto”, tramite il
messaggio
letterale (es.: “qui dentro fa
caldo”, ossia “si può
aprire la finestra?”)
La linguistica è lo studio
scientifico del linguaggio e
delle lingue, l’analisi
rigorosa dei fenomeni
linguistici. Malgrado nei
secoli la linguistica abbia
sviluppato basi,
programmi e metodi
sempre
più validi in base agli
studi scientifici, essa è
per molti versi da
considerarsi una scienza
“debole”: i metodi sono
spesso incerti, alcuni
concetti ancora centro
di disaccordi, alcune
definizioni basilari
controverse.
La linguistica non è una
scienza prescrittiva ma
prescrittiva ed esplicativa.
A che serve la linguistica?
La linguistica è una delle
scienze più remote, risale
infatti all’antichità greca
(Platone,
Aristotele, gli Stoici). Ma lo
studio delle lingue non
deriva solo da un interesse,
da una curiosità.
Secondo recenti studi,
infatti, tale disciplina si
avvicina molto alla
psicologia e alle scienze
che studiano i meccanismi
celati dietro il
comportamento
umano, dal momento che
essa studio il
funzionamento di uno dei
principali prodotti della
mente umana (la lingua).
La linguistica mette
in luce il funzionamento
di sistemi complessi
modificatisi nel tempo ma
anche meccanismi
invariati.
La linguistica è per
molti aspetti una
scienza applicativa:
Prerequisiti per lo studio
del linguaggio
- Si studia l’inosservabile
Per studiare la linguistica è
necessario superare alcune
difficoltà preliminari. La
prima fra
queste riguarda il fatto che
l’oggetto di studio è
“astratto”, cioè non si
vede (non è osservativo).
E’ difficile infatti
rappresentare graficamente
il significato.
la linguistica è
intrinsecamente non
osservativa (solo i fenomeni
scritti o udibili possono
essere
visti).
-Rinunciare
alla
“naturalezza”
Bisogna rendersi conto del
fatto che il linguaggio non è
qualcosa di spontaneo, facile
e naturale,
ma un sistema complesso
esterno che può
modificarsi e subire
influenze. Solo in questa
visuale è
possibile “studiare”
la linguistica.
-Un’analisi interminabile
Un’ulteriore difficoltà
riguarda il carattere
informale del linguaggio e
delle lingue, per cui è del
tutto impossibile per il
linguista trovare regole e
dare ordine ai fenomeni.
Inoltre l’infinità dei
concetti, delle parole, dei
significati rende
impossibile la
catalogazioni di tutte le
sfaccettature
della lingua e del
linguaggio.
-Costituire il proprio oggetto
Ferdinand de Saussure ha
rilevato un’altra difficoltà
data dal fatto che, a
differenza di altre
scienze “dure” o anche
“molli”, la linguistica vede
costituirsi il proprio
oggetto via via che
procede ovvero vede
l’analisi di qualcosa che può
variare e di cui non è
possibile stabilire la
natura se non durante
o dopo l’
CAPITOLO 1
A che servono le lingue?
Le lingue si sono
sviluppate per una
necessità. Servono per
- comunicare messaggi (dati
di fatto ma anche
emozioni,desideri ecc)
- fornisce predicazioni (si
dice qualcosa a proposito
di qualcuno --> il bambino
dorme). Si
necessita di nome e
verbo. Vengono
accompagnati da
precisatori (mio nipote,
dorme
profondamente..)
Si può designare il tema a
diversi livelli di precisione,
dal più generico allo
specifico (un bambino
dorme..mio nipote dorme)
-soddisfare bisogni
internazionali concernenti
cioè il rapporto parlante-
interlocutori. Tutto ciò
che riguarda questa
particolare funzione
della lingua si dice
pragmatica: trasmettere
un
messaggio “non detto”,
tramite il messaggio
letterale (es.: “qui dentro
fa caldo”, ossia “si può
aprire la finestra?”)
La linguistica è lo studio
scientifico del linguaggio
e delle lingue, l’analisi
rigorosa dei fenomeni
linguistici. Malgrado nei
secoli la linguistica abbia
sviluppato basi,
programmi e metodi
sempre
più validi in base agli
studi scientifici, essa è
per molti versi da
considerarsi una scienza
“debole”: i metodi sono
spesso incerti, alcuni
concetti ancora centro
di disaccordi, alcune
definizioni basilari
controverse.
La linguistica non è una
scienza prescrittiva ma
prescrittiva ed esplicativa.
A che serve la linguistica?
La linguistica è una delle
scienze più remote, risale
infatti all’antichità greca
(Platone,
Aristotele, gli Stoici). Ma lo
studio delle lingue non
deriva solo da un interesse,
da una curiosità.
Secondo recenti studi,
infatti, tale disciplina si
avvicina molto alla
psicologia e alle scienze
che studiano i meccanismi
celati dietro il
comportamento umano,
dal momento che essa
studio il funzionamento di
uno dei principali prodotti
della mente umana (la
lingua). La linguistica mette
in luce il funzionamento
di sistemi complessi
modificatisi nel tempo ma
anche meccanismi
invariati.
La linguistica è per
molti aspetti una
scienza applicativa:
Prerequisiti per lo studio
del linguaggio
- Si studia l’inosservabile
Per studiare la linguistica
è necessario superare
alcune difficoltà
preliminari. La prima fra
queste riguarda il fatto che
l’oggetto di studio è
“astratto”, cioè non si
vede (non è osservativo).
E’ difficile infatti
rappresentare graficamente
il significato.
la linguistica è
intrinsecamente non
osservativa (solo i fenomeni
scritti o udibili possono
essere
visti).
-Rinunciare
alla
“naturalezza”
Bisogna rendersi conto del
fatto che il linguaggio non è
qualcosa di spontaneo, facile
e naturale,
ma un sistema complesso
esterno che può
modificarsi e subire
influenze. Solo in questa
visuale è
possibile “studiare”
la linguistica.
-Un’analisi interminabile
Un’ulteriore difficoltà
riguarda il carattere
informale del linguaggio e
delle lingue, per cui è del
tutto impossibile per il
linguista trovare regole e
dare ordine ai fenomeni.
Inoltre l’infinità dei
concetti, delle parole, dei
significati rende
impossibile la
catalogazioni di tutte le
sfaccettature
della lingua e del
linguaggio.
-Costituire il proprio oggetto
Ferdinand de Saussure ha
rilevato un’altra difficoltà
data dal fatto che, a
differenza di altre
scienze “dure” o
anche
“molli”, la linguistica vede
costituirsi il proprio
oggetto via via che
procede ovvero vede
l’analisi di qualcosa che può
variare e di cui non è
possibile stabilire la
natura se non durante
o dopo l’analisi
effettiva