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PSICOPATOLOGIA DEL CICLO DI VITA


CAPITOLO1: LA PSICOLOGIA DEL CICLO DI VITA

La psicologia del ciclo di vita si pone l’obiettivo di spiegare la relazione tra cambiamento e continuità; ha
come oggetto di studio la descrizione, la spiegazione del cambiamento e della stabilità interpersonali
(Baltes).
Il presupposto fondamentale è che lo sviluppo non sia lineare e coerente verso il raggiungimento di una
condizione ottimale, ma che lo sviluppo abbracci l’intero arco della vita in modo multidirezionale e
multidimensionale, interattivo ed è caratterizzato dalla plasticità ed è calato nella realtà storica in cui
l’individuo è inserito (Baltes).
Il concetto di sviluppo costituisce uno degli elementi essenziali per la comprensione dei fenomeni normali e
patologici che avvengono nel corso della vita. Lo sviluppo rappresenta quindi:

- Un processo che dura tutta la vita


- Un processo multidirezionale e multidimensionale
- Un processo caratterizzato dalla plasticità che può essere modificato, entro certi limiti, agendo sulle
condizioni di vita e sull’esperienza
- Un processo che comprende guadagni e perdite
- Un processo interattivo, cioè il risultato delle interazioni tra individuo e ambiente, entrambi in
grado di influenzarne il corso
- Un processo calato nella realtà storica e culturale
- Un campo di studi multidisciplinare
MULTIDIMENSIONALITA’: distingue diverse dimensioni dello sviluppo permettendo di riconoscere che esso
procede per disarmonie senza che ciò indichi un difetto della persona.

MULTIDIREZIONALITA’: si contrappone all’idea che esso segua un andamento in avanti ma spiega che lo
sviluppo comprende perdite e conquiste

PLASTICITA’: L’evoluzione può, in certa misura, essere modificata dall’esperienza e dalle condizioni di vita.

Lo sviluppo non è una semplice accumulazione di capacità e caratteristiche, ma il risultato di un bilancio tra
conquiste e perdite in tutti i momenti della vita (per esempio nell’infanzia scompaiono i riflessi come la
suzione e vengono sostituiti da altre facoltà); tuttavia l’equilibrio tra le perdite e le acquisizioni non è
uniforme nel corso della vita, in quanto le perdite possono divenire prevalenti con l’invecchiamento sia per
l’influenza delle convenzioni sociali sia per la riduzione delle risorse biologiche e mentali.

RUTTER fece delle osservazioni metodologiche rilevanti:

- Non si può presupporre che lo sviluppo normale e anormale rimandino a diversi meccanismi o
qualità, ma si deve procedere alla verifica prevedendo che la distinzione tra normale e anormale
non sia produttiva (base empirica). Molti disturbi psicologici possono essere considerati varianti
estreme di tratti normali o di normali fasi dello sviluppo (dieta/adolescenti)
Integrò diversi modi di approccio al problema:
1. PROSPETTIVA EVOLUTIVA: Si considera il rapporto tra le esperienze vitali nel tempo, il loro
interagire e il loro tendere a svanire o a permanere nel tempo.
2. PROSPETTIVA BIOLOGICA: È importante evidenziare l’influenza che possono avere sia i
fattori interni (maturazione cervello, organizzazione ormonale) sia l’esperienza e
l’ambiente famigliare ed esterno alla famiglia (continuità/discontinuità).
Le esperienze vitali influenzano lo sviluppo psicologico in rapporto alla natura e all’età in cui si compiono: la
TEMPORALIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA è importante sia a livello biologico, poiché i suoi effetti sul
funzionamento neuronale sono influenzati dallo stato attuale del cervello, sia a livello psicologico poiché le
esperienze possono essere vissute diversamente e dar luogo a risposte diverse se avvengono in tempi
atipici.

È necessario quindi tenere conto delle DIFFERENZE INDIVIDUALI, considerando i FATTORI DI RISCHIO E DI
PROTEZIONE.

CAPITOLO 2: UN CONFRONTO FRA ALCUNE TEORIE DELLO SVILUPPO

Le teorie dello sviluppo di Piaget, Freud e Erikson collocano l’oggetto della ricerca nelle varie dimensioni
dello sviluppo (cognitivo, affettivo e psicosociale) utilizzando vertici di osservazione differenti.

PIAGET: Ha studiato lo sviluppo infantile centrando la sua attenzione sul PROCESSO DI ORGANIZZAZIONE
DEL PENSIERO e costruendo una teoria dello sviluppo cognitivo normale fondata sui FONDAMENTI
BIOLOGICI della maturazione progressiva del sistema nervoso.

FREUD: Ha formulato una teoria dell’apparato mentale partendo dall’osservazione della PSICOPATOLOGIA
DELL’ADULTO e risalendo alla ricostruzione dello sviluppo progressivo del funzionamento mentale. La teoria
Freudiana permette, oltre che di seguire le fasi dello sviluppo psicosessuale e strutturale dell’apparato
psichico, anche di leggere i comportamenti e la presenza di sintomi nella vita adulta come espressioni
mediante dei conflitti risalenti a periodi infantili.

ERIKSON: Si è concentrato sullo studio dello sviluppo OLTRE LA PUBERTA’, ritenendo che la personalità sia
determinata oltre che dall’esperienza infantile anche quella adulta ed ha elaborato una teoria che copre
l’intero ciclo di vita, stabilendo un collegamento tra l’insuccesso nel superare gli stadi del ciclo di vita e le
diverse manifestazioni psicopatologiche.

STADIO: questo termine viene usato con diversi significati che vanno da quello maturazionale, che indica lo
sviluppo biologico caratterizzato da scadenze universali, a quello strutturale che implica cambiamenti
qualitativi, universali e gerarchici delle competenze, a quello socioculturale che ingloba fattori ambientali e
sociali come elementi di cambiamento.

NELLA PROSPETTIVA DEL CICLO DI VITA è MEGLIO UTILIZZARE UNA DEFINIZIONE APERTA COMPRENSIVA
DEL MODELLO “CRESCITA, MANTENIMENTO E DECLINO” (Super) CHE CARATTERIZZA I PERCORSI EVOLUTIVI
SIA BIOLOGICI CHE PSICOLOGICI E DEL MODELLO DI ACQUISIZIONE, SPECIALIZZAZIONE, INTEGRAZIONE
(Kolb)CHE PREVEDE UNA VARIABILITA’ INDIVIDUALE, UNA POSSIBILITA’ DI OSCILLAZIONE FRA I VARI STADI,
NEL DELINEARE UNA PROGRESSIONE NON NORMATIVA NEL CORSO DELLA VITA CHE PROPONE UN
PERCORSO POTENZIALE, SENZA PRESUPPORRE CHE TUTTE LE PERSONE PERCORRANO IL MEDESIMO
TRATTO.
• LO SVILUPPO COGNITIVO-PIAGET

Tale teoria può essere considerata lo studio delle modalità di acquisizione, modificazione e sviluppo delle
capacità di pensiero, organizzate in 4 stadi che comprendono il periodo dalla NASCITA ALL’ADOLESCENZA.

Lo STADIO è un’unità complessa che segue una sequenza INVARIANTE e UNIVERSALE che può essere
accelerata o rallentata da variabili di tipo ambientale, ma NON può essere MODIFICATA; lo stadio è
gerarchicamente ordinato (GERARCHIZZAZIONE) quindi non consente un percorso inverso né un eventuale
arresto in posizioni intermedie dello sviluppo (INTEGRAZIONE) poiché ogni stadio INCLUDE NUOVE
ESPERIENZE ED INTEGRA QUELLE PRECEDENTI; le operazioni tipiche di un dato livello sono organicamente
interconnesse con legami di implicazione e di dipendenza reciproca che le uniscono in strutture totali
(STRUTTURAZIONE), inoltre vi è la necessità di considerare un insieme di stadi come una successione di
livelli di equilibrio nel processo evolutivo (EQUILIBRAZIONE).

Ogni stadio viene quindi raggiunto ad una determinata età ed il bambino mostra un livello d’organizzazione
del pensiero crescente durante il passaggio da uno stadio all’altro; un processo organizzativo sia biologico
che psicologico.

I PRINCIPI FONDAMENTALI di Piaget sono individuabili:

- Nell’ipotesi dell’EGOCENTRISMO e del REALISMO INFANTILE:


Per egocentrismo si intende una tendenza molto accentuata nel bambino a non rendersi conto o comunque
a non tener conto del fatto che possono esistere punti di vista differenti dal proprio; tale tendenza può
influenzare la forma del pensiero verbale del bambino e le sue convinzioni spontanee attorno agli oggetti e
agli avvenimenti (attribuire vita e coscienza agli oggetti in movimento). Con il termine realismo ci si riferisce
al primato dell’attività rappresentativa, nel senso che la realtà materiale e tangibile appare al bambino
come l’unico tipo di realtà.

- Nel concetto di ADATTAMENTO come EQUILIBRIO DINAMICO


ASSIMILAZIONE/ACCOMODAMENTO:
Nel 1930-40 l’intelligenza veniva considerata una forma di adattamento all’ambente che si presenta come
un equilibrio dinamico fra assimilazione e accomodamento.

ASSIMILAZIONE: processo per cui ogni nuovo dato di esperienza viene incorporato in schemi mentali già
esistenti nel bambino senza però che inseguito avvenga alcuna modificazione di tali schemi (battere
ritmicamente un oggetto).

ACCOMODAMENTO: processo complementare al primo, in quanto i nuovi dati dell’esperienza che vengono
incorporati in schemi già posseduti, modificano questi stessi schemi adattandoli ai nuovi aspetti della
realtà.

L’adattamento intelligente si ha quando tra assimilazione e accomodamento vi è un equilibrio.

- CONTRAPPOSIZIONE TRA PENSIERO IRREVERSIBILE E REVERSIBILE O OPERATORIO:


Il PENSIERO INTUITIVO NON REVERSIBILE è il solo tipo di attività cognitiva presente nei bambini fino ai 6
anni; esso consiste nella rievocazione di avvenimenti o di azioni ai quali il bambino ha assistito o che ha
compiuto. Il pensiero acquista carattere di REVERSIBILITA’ nel momento in cui l’azione mentale che ripete
un avvenimento o un atto reale cessa di avere certi caratteri che sono propri di una relazione affettiva, per
assumere quelli di un’azione puramente possibile, i cui risultati possono in ogni momento venire annullati.
Un’azione mentale è quindi reversibile quando, nel momento stesso in cui viene affermata, porta con sé la
possibilità di essere negata.
I 4 STADI DI PIAGET:

1. SENSOMOTORIO (0-2)
Va dalla nascita ai 2 anni ed è caratterizzato da 6 sottostadi; il bambino comprende il mondo limitatamente
alle azioni fisiche che egli esercita direttamente su di esso e attraverso i vari sottostadi evolve dall’uso dei
riflessi verso un insieme di SCHEMI ORGANIZZATI (adattamenti intenzionali) che utilizzano la combinazione
mentale e gli schemi già posseduti.

L’obiettivo fondamentale di questo periodo è lo sviluppo di una PERMANENZA DELL’OGGETTO, cioè della
capacità di comprendere che gli oggetti hanno una propria esistenza indipendente dal rapporto che egli ha
con ciascuno di essi,i bambini imparano a distinguere sé stessi dal mondo esterno e divengono capaci di
mantenere un’immagine mentale di un oggetto anche quando non è presente o visibile.

Verso gli 8 mesi vi è la SIMBOLIZZAZIONE ovvero i bambini iniziano a sviluppare la rappresentazione


mentale degli oggetti e a fare uso delle parole corrispondenti che li distinguono dalla realtà.

L’acquisizione della permanenza dell’oggetto segna il passaggio allo stadio successivo.

2. PREOPERAZIONALE (2-7)
Va dai 2 anni ai 7 anni, il bambino usa simboli (immagini mentali, parole e gesti) in modo sempre più
organizzato per rappresentare oggetti ed eventi.

L’oggetto esiste indipendentemente dalle azioni che si esercitano su di esso e può essere rappresentato
mentalmente. Le funzioni rappresentative sono favorite dall’attività imitativa, considerata come un
prevalere dell’accomodamento sull’assimilazione, dal gioco che, considerato inizialmente come un’attività
di esercizio, diventa progressivamente un’attività simbolica, dall’uso del linguaggio verbale capace di
provocarne un’analisi in termini di somiglianze e differenti.

Il pensiero si esplicita a livello INTUITIVO, in virtù della quale il bambino è in grado di apprendere senza
l’uso del ragionamento. Essi utilizzano anche il PENSIERO MAGICO secondo il quale gli eventi non sono
concatenati da nessi logici, ma sono considerati l’uno causa dell’altro; ed una forma di PENSIERO
ANIMISTICO che li spinge ad attribuire agli eventi fisici e agli oggetti caratteristiche psicologiche simili a
quello degli esseri animati.

Caratteristico di questa fase è l’EGOCENTRISMO che rende il bambino incapace di immedesimarsi negli
altri, concentrandosi solo su sé stesso.

3. OPERATORIO CONCRETO (7-11)


Va dai 7 agli 11 anni, il bambino acquisisce limitate strutture logiche che gli permettono di compiere varie
operazioni mentali.

Inoltre il bambino inizia a prendere in considerazione il punto di vista dell’altro (PENSIERO


OPERAZIONALE); tuttavia le operazioni mentali possono essere applicate solo ad oggetti concreti o
rappresentati mentalmente ma non a ipotesi astratte.

Il concetto di CONSERVAZIONE definisce la capacità di riconoscere che per quanto la forma e la


configurazione degli oggetti possa cambiare, essi continuano a mantenere altre caratteristiche che ne
permettono l’identificazione.

Il concetto di REVERSIBILITA’ definisce la capacità di comprendere la relazione tra oggetti, di capire che una
cosa può trasformarsi in un'altra e poi tornare alla forma originaria. L’obiettivo dello stadio è organizzare ed
ordinare gli eventi.
4. OPERATORIO FORMALE (11-15)
Va dagli 11 ai 15 anni ed è caratterizzato dall’acquisizione del PENSIERO ASTRATTO, del RAGIONAMENTO
DEDUTTIVO (dal generale al particolare) e dalla DEFINIZIONE DI CONCETTI.

Quando gli adolescenti cercano di affrontare nuovi compiti cognitivi è possibile che tornino ad usare un
pensiero di tipo egocentrico convincendosi di essere onnipotenti e di poter modificare i fatti col pensiero.

Non tutti gli adolescenti raggiungono lo stadio delle operazioni formali contemporaneamente e nella stessa
misura.

La teoria di Piaget è sostenuta da ipotesi empiriche e dall’utilizzazione di metodi di ricerca diversi:

- METODO OSSERVATIVO QUASI SPERIMENTALE: fondato sull’osservazione del comportamento


infantile, sorretta da ipotesi abbastanza precise.
- METODO CRITICO: utilizza materiali manipolabili, permette di registrare il diverso modo di
superare le fasi cruciali necessarie per l’esecuzione di un compito e permette di dedurre il livello di
sviluppo raggiunto dal bambino.
- METODO CLINICO: basato sul colloquio col bambino nel corso del quale le domande sono regolate
sulla base delle risposte.

Critica: STADIO.

• LO SVILUPPO PSICODINAMICO DI FREUD

La teoria Freudiana dello sviluppo prevede 2 processi maturativi:

- LA MATURAZIONE DELL’IO
- SVILUPPO PSICOSESSUALE
Con lo sviluppo del bambino il suo Io lo differenzia gradualmente, si incrementa il PRINICIPIO DI REALTA’ e i
PROCESSI SECONDARI DEL PENSIERO, la graduale comparsa dei meccanismi di DIFESA ed una
comprensione più differenziata delle relazioni interpersonali.

Parallelamente a questo sviluppo del funzionamento cognitivo, il bambino attraversa gli stadi dello sviluppo
psicosessuale.

Il comportamento delle persone che accudiscono il bambino e le particolari circostanze che si presentano
influiscono sulla personalità del bambino.

Le forme psicopatologiche più gravi corrispondono al fatto che quote significative di energia libidica si
fissano in uno stadio evolutivo precoce.

Il concetto di REGRESSIONE è importante quanto la FISSAZIONE e indica un ritorno a forme precedenti


dello sviluppo.

Freud si interessò del rapporto mente corpo con l’applicazione dell’IPNOSI come tecnica terapeutica,
seguendo pazienti che presentavano sintomi isterici; usò il METODO CATARTICO in associazione all’ipnosi
tentando di rimuovere i sintomi isterici attraverso un processo di ricordo e verbalizzazione dei sentimenti
soppressi ai quali essi erano associati. Egli scoprì che i pazienti erano spesso incapaci, o non desiderosi, di
riaffiorare ricordi di particolare importanza e significato (RESISTENZA) determinando che essa è causata da
forze in gran parte inconsce ma attive nella mente del pazienti.

REPRESSIONE: meccanismo di esclusione del materiale doloroso dalla coscienza.


Il trattamento dei pazienti isterici convinse Freud che le seduzioni sessuali infantili avevano un ruolo
fondamentale nella genesi della nevrosi e si convinse che i ricordi repressi di traumi sessuali reali commessi
da persone della famiglia determinavano i sintomi.

Alla fine del secolo cambiò opinione, considerando la seduzione sessuale da parte di figure parentali
corrispondevano ad una fantasia e non ad un fatto realmente accaduto (ELEMENTO CENTRALE NEVROSI).

Nell’ “interpretazione dei sogni” affermò che il sogno è il compimento mascherato di un desiderio inconscio
infantile non facilmente accessibile alla coscienza nello stato di veglia.

Distinse il loro contenuto in MANIFESTO, ciò che viene ricordato dal soggetto, e LATENTE, connesso con i
pensieri e desideri inconsci.

Si suddivise la mente in 3 regioni:

- SISTEMA INCONSCIO:
Struttura dinamica, i contenuti e i processi mentali sono mantenuti al di fuori della consapevolezza
attraverso la CENSURA e la REPRESSIONE ed è strettamente correlato agli istinti sessuali e di
autoconservazione. Il suo contenuto è limitato ai desideri che cercano appagamento, che determinano la
nevrosi. È caratteristico dei bambini molto piccoli che cercano l’immediata gratificazione. I contenuti
dell’inconscio possono divenire consci solo attraverso il preconscio: quando la censura viene sopraffatta.
- SISTEMA CONSCIO:
E’ tutto ciò che può essere comunicato tramite il linguaggio o il comportamento. Il termine usato per
descrivere l’energia psichica investita è CATESSI: una persona è consapevole di una particolare idea o
sentimento in quanto investe una quantità definita di energia psichica in quella particolare idea o
sentimento.
- SISTEMA PRECONSCIO:
Comprende eventi, processi e contenuti mentali che è possibile portare a livello della consapevolezza
mediante la FOCALIZZAZIONE DELL’ATTENZIONE.
Successivamente Freud rivolse l’attenzione alla TEORIA DEGLI ISTINTI, con lo scopo di collegare la teoria
psicologica alla biologica e postulando l’esistenza di 2 pulsioni: SESSUALE E AGGRESSIVA.

L’istinto o pulsione ha 4 caratteristiche:

- ORIGINE: parte dal corpo da cui sorge l’istinto.


- IMPETO: quantità di energia associata all’istinto.
- SCOPO: azione diretta verso la scarica.
- OGGETTO: bersaglio di tale azione.
LIBIDO: la forza attraverso la quale la pulsione sessuale è rappresentata nella mente.

La pulsione aggressiva originariamente fu considerata come una componente degli istinti sessuali nella
forma di sadismo, successivamente come parte degli istinti dell’IO, tardivamente come istinto separato il
cui scopo è la distruzione.

Freud nel descrivere le fasi dello sviluppo psicosessuale si riferì alle relazioni del bambino con i genitori e
con le altre persone significative, ipotizzando che la scelta dell’oggetto d’amore nella vita adulta, la
relazione d’amore stessa e la natura di tutte le altre relazioni dipendessero principalmente dalla qualità
delle relazioni infantili instaurate nei primi anni di vita. Il concetto di RELAZIONE OGGETTUALE designa
infatti il legame emotivo che un soggetto stabilisce con un oggetto dell’ambiente esterno.
La TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI implica la trasformazione delle relazioni interpersonali in
rappresentazioni interiorizzate di relazioni.

Lo SVILUPPO PSICOSESSUALE evolve attraverso 5 stadi, ognuno dei quali è definito nei termini delle aree
del corpo in cui sono centrate le pulsioni in quello specifico periodo dello sviluppo:
- ORALE (0-1) bocca e labbra:
La zona orale assume un ruolo dominante nell’organizzazione della psiche. Si ritiene che le necessità
libidiche predominino nella parte iniziale di questa fase, mentre dopo sarebbero miste a componenti
aggressive. L’aggressività orale si esprime col mordere, sputare e piangere ed è connessa con i primitivi
desideri di mordere e divorare. L’effetto di una scarsa gratificazione orale oppure esperienze di simultanea
soddisfazione di esigenze e di sicurezza, possono causare fissazioni libidiche che contribuiscono ad indurre
tratti patologici del carattere che comprendono eccessivo ottimismo, narcisismo, pessimismo ed
un’esagerata tendenza ad essere esigenti ed eccessivamente dipendenti dagli oggetti per il mantenimento
dell’autostima.
Il successivo di tale fase fornisce una base nella struttura del carattere relativa alla capacità di dare e
ricevere dagli altri senza eccessiva dipendenza o invidia, e alla capacità di fare affidamento sugli altri
fidandosi e di avere fiducia in sé.

- ANALE (1-3) ano:


La maturazione del controllo sfinterico permette un controllo volontario sulla ritenzione e l’espulsione delle
feci; tale periodo è caratterizzato da un’intensificazione degli impulsi aggressivi misti a componenti libidiche
e dal progressivo passaggio dalla passività all’attività.
I conflitti sul controllo anale e il contrasto col genitore sulla ritenzione o l’espulsione di feci nell’educazione
al controllo degli sfinteri danno luogo alla presenza simultanea di tendenze, atteggiamenti e sentimenti
opposti, soprattutto di amore odio nei confronti della madre.

L’EROTISMO ANALE si riferisce al piacere provato dal bambino nella ritenzione delle feci e nel presentarle
come dono alla madre, mentre il SADISMO ANALE si riferisce all’espressione di desideri aggressivi connessi
con l’emissione di feci intese come strumento di potere nei confronti della madre. L’eccessivo o il mancato
controllo dello sfintere sono associati ai tentativi del bambino di raggiungere l’autonomia senza eccessiva
vergogna o insicurezza legata alla mancanza del controllo.

I tratti caratteriali derivati dalla fissazione nelle funzioni anali sono l’ordine, l’ostinazione, la caparbietà, la
parsimonia. Quando le difese nei confronti dei tratti anali sono meno efficaci si rivela mancata pulizia,
disordine, disobbedienza, collera e tendenze sadomaso. L’obiettivo di questa fase è il raggiungimento di
una relativa indipendenza e dell’allentamento del controllo del genitore.

- FALLICA (3-5) organi genitali:


La mancanza del pene nella femmina è considerata CASTRAZIONE. Tale stadio è associato ad un aumento
della masturbazione genitale accompagnata da fantasie prevalentemente inconsce di coinvolgimento
sessuale con il genitore del sesso opposto. La minaccia di castrazione sorge in connessione con il senso di
colpa per la masturbazione e per i desideri edipici. La fissazione a questo stadio si collega con problemi di
castrazione nei maschi e di invidia del pene nelle femmine; tale stadio fornisce i fondamenti per il senso di
identità sessuale, di curiosità senza imbarazzo. La risoluzione del complesso di Edipo conduce al
rafforzamento delle risorse interne per regolare le pulsioni e per indirizzarle verso fini costruttivi. La fonte
interna della regolazione è rappresentata dallo sviluppo del Super-Io che si fonda sulle identificazioni
derivate da ambedue le figure genitoriali e dalle norme di vita da essi trasmesse.
- LATENZA (5-11) nessuna:
Vi è una quiescenza delle pulsioni sessuali. L’acquisizione del SuperIo e l’ulteriore maturazione delle
funzioni dell’Io che permettono un maggiore controllo degli impulsi istintivi e degli impulsi sessuali. Tale
periodo è caratterizzato dalla formazione di relazioni amicali con lo stesso sesso e dalla sublimazione delle
energie libidiche e aggressive in attività di apprendimento e di gioco. L’obiettivo è l’integrazione delle
identificazioni edipiche e il consolidamento dell’identità di ruolo sessuale e del ruolo dei sessi. Il rischio di
questo periodo può sorgere sia da una mancanza di sviluppo del controllo interiore, che si può esprimere
come difficoltà di sublimare le energie nell’apprendimento, sia da un eccesso di controllo che si esprime
come una chiusura prematura dello sviluppo della personalità con accentuazione dei tratti ossessivi del
carattere.
- GENITALE (11 in poi) organi genitali:
Tale fase inizia con l’adolescenza, la maturazione sessuale e dei sistemi ormonali conduce ad
un’intensificazione degli impulsi libidici che produce una regressione nell’organizzazione della personalità.
Gli obiettivi sono la conclusione della dipendenza dai genitori, l’organizzazione delle relazioni oggettuali
mature non incestuose, dal raggiungimento di un’identità personale e dall’accettazione di ruoli e funzioni
dell’età adulta.
• ESSERE, IO E SUPERIO
Freud elaborò l’APPORTO STRUTTURALE dell’apparato psichico:

- ESSERE:
Comprende i rappresentati psichici delle pulsioni. Non dovrebbe essere considerato sinonimo di inconscio
poiché sia Io che Super-Io hanno componenti inconsce.
- IO:
Complesso delle funzioni collegate alle relazioni individuo ambiente. Si estende in conscio, preconscio e
inconscio; la sua funzione è il controllo e la regolazione degli impulsi istintivi, dal giudizio cioè la capacità di
prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Integra interno e esterno e organizza i meccanismi di difesa.
Tali funzioni si sviluppano progressivamente attraverso la maturazione del SN e i fattori derivanti
dall’esperienza.
Nel processo di differenziazione dell’IO sono implicati il PROCESSO PRIMARIO O PRINICIPIO DI PIACERE
(tendenza innata dell’organismo ad evitare il dolore e a cercare il piacere attraverso la scarica delle
tensioni) e PROCESSO SECONDARIO O PRINICIPIO DI REALTA’ (funzione appresa che modifica il principio di
piacere e permette il differimento o la procrastinazione delle gratificazione immediata).

- SUPERIO:
Precetti morali e aspirazioni ideali. Le sue funzioni sono in gran parte inconsce.
Alla nascita è solo L’ES, poi verso i 6/8 mesi l’IO si forma e si stabilizza verso i 2/3 anni; Il Super-Io nasce
verso i 5/6 anni.

TEORIA DELL’ANSIA (Freud): collega la comparsa dell’ansia a situazioni traumatiche. La prima teoria
dell’ansia sosteneva che essa risultava da un ingorgo della libido e da una sua inadeguata scarica, tale
situazione veniva definita come traumatica e il suo prototipo è rappresentato dalla nascita: il bambino ha la
sensazione di essere sommerso da stimolazioni contro cui non ha alcun potere.

Nel corso della crescita, il bambino impara progressivamente ad anticipare la situazione traumatica e a
reagire ad essa con l’ANGOSCIA SEGNALE: una forma di ansia attenuata che ha importanza nello sviluppo
normale e costituisce la forma di ansia tipica della nevrosi.
Tra le situazioni di pericolo Freud include:

- Separazione da una persona che rappresenta una fonte di gratificazione


- Perdita dell’amore di questa figura
- Disapprovazione da parte del Super-Io
La PSICODINAMICA DEL FUNZIONAMENTO DELLA PERSONALITA’ si occupa quindi dei meccanismi che
controllano l’accesso delle idee al sistema conscio, della sequenza di idee e affetti all’interno della
coscienza e di stabilire quali sono i contenuti mentali che si traducono in comportamenti palesi più o meno
adattivi.

Le cariche pulsionali, molto intense, potenzialmente dolorose e angoscianti per l’Io, vengono
tendenzialmente rimosse attraverso la CONTROCARICA (CONTROCATESSI) che neutralizza la carica
pulsionale negativa.

NEVROSI NARCISISTICA: quando avviene la regressione agli stati pregenitali dello sviluppo.

• LO SVILUPPO PSICOSOCIALE SECONDO ERIKSON

Erikson estese l’attenzione verso l’interazione tra l’individuo e le richieste sociali nelle varie fasi della vita e
formulò un approccio in cui lo sviluppo viene teorizzato come un processo che si estende tutta la vita.

Pone l’accento al ruolo della CULTURA nel plasmare il bambino in due modi infatti sebbene la sequenza
degli stadi sia universale, ogni cultura ha proprie modalità di gestire, promuovere, guidare il
comportamento del bambino e, anche all’interno dello stesso sistema sociale, si possono verificare nel
tempo cambiamenti.

Lo SVILUPPO PSICOSOCIALE SEGUE QUINDI IL PRINICIPIO EPIGENETICO secondo il quale esso si realizza in
stadi sequenziali chiaramente definiti e ciascuno stadio deve essere risolto in modo soddisfacente per far
procedere lo sviluppo senza problemi.

Il modello di Erikson prevede la risoluzione sequenziale di una SERIE DI CRISI PSICOSOCIALI definite come
punto di svolta dello sviluppo, ovvero periodi in cui il soggetto si trova in uno stato di maggiore
vulnerabilità, la cui evoluzione positiva porta allo sviluppo di nuove capacità e il cui insuccesso si collega con
manifestazioni psicopatologiche.

OGNI STADIO DI COSTRUISCE SULLA BASE DEI PRECEDENTI E INFLUENZA L’ANDAMENTO DEI SUCCESSIVI.
Non è mai troppo tardi per risolvere una crisi.

PRIMA INFANZIA (0-1) FIDUCIA/SFIDUCIA: Il compito fondamentale è acquisire un senso fondamentale di


FIDUCIA grazie all’esperienza fornita dalla madre di soddisfacimento dei bisogni primari. Fiducia/sfiducia
rappresenta la prima crisi che il bambino deve affrontare: ricevere cure adeguate, costanti e di alta qualità
da parte del caregiver favorisce l’acquisizione della fiducia nell’altro e in sé, mentre se la madre non è
sollecita si sviluppa un senso di sfiducia di non poter ottenere ciò che si desidera. Tuttavia se il bambino
acquisisce un eccessivo senso di sicurezza, può imparare a non riconoscere un pericolo incombente o a
discriminare onesto/disonesto.

Il compito di questa fase è acquisire un buon equilibrio tra fiducia/sfiducia.

SECONDA INFANZIA (1-3) ANATOMIA/VERGOGNA-DUBBIO: Sebbene il bambino sia capace di scegliere,


non è stata ancora acquisita la capacità di discernere ciò che è possibile o no fare, quindi si può trovare
dinanzi a numerosi fallimenti e essere punito per la sua autonomia o eccessivamente controllato,
sperimentando dubbi, rabbia o vergogna che sono tanto più probabili quanto minore è il senso di fiducia
sviluppato nel 1° stadio. L’obiettivo è l’acquisizione di un buon equilibrio tra libertà e controllo, al fine di
permettere al bambino sia la libertà di scegliere sia il sostegno necessario al senso di autonomia che sta
mutando.
ETA’ DEL GIOCO (3-5) INIZIATIVA/SENSO DI COLPA: il bambino in questa fase ha acquisito una capacità
intellettiva e motoria che, se non rinforzata e soddisfatta, può determinare un senso di colpa relativo alle
attività svolte autonomamente. Conflitti relativi all’iniziativa possono impedire ai bambini di sperimentare a
pieno il loro potenziale e interferiscono con il loro senso di ambizione che si sviluppa in questo periodo. Il
crescente senso di curiosità sessuale si manifesta con la partecipazione ai giochi di gruppo o con il toccare i
genitali propri o altrui; se questi impulsi sessuali non costituiscono un problema per i genitori, gli impulsi
vengono progressivamente repressi per riapparire durante l’adolescenza ma, se i genitori danno un peso
eccessivo a questi impulsi, il bambino può divenire sessualmente inibito.

Alla fine di questo stadio, la coscienza del bambino è stabilita: impara che esistono dei limiti al suo
comportamento, che gli impulsi aggressivi possono essere espressi in modo costruttivi attraverso il gioco e
la competizione e che esiste un senso morale che regola il bene e il male.

L’eccessiva punizione può indurre alla formazione di un Super-Io rigido e persecutorio

ETA’ SCOLARE (6-11) INDUSTRIOSITA’/INFERIORITA’: i bambini a questa età partecipano a programmi


organizzati di apprendimento che coinvolgono gruppi di coetanei e imparano a gestire e a completare i
compiti assegnati, a definire sé stessi sulla base di ciò che apprendono. Esperienze positive in questo senso
facilitano nel bambino lo sviluppo dell’industriosità e della competenza, del piacere del lavoro e
sull’orgoglio di fare qualcosa in positivo. Un senso di inadeguatezza e di inferiorità può derivare da varie
situazioni come la discriminazione scolastica o dal confronto sfavorevole col genitore dello stesso sesso.

Se viene posta un’eccessiva enfasi sulle regole e sui doveri il bambino può sviluppare un senso eccessivo del
dovere a scapito del naturale desiderio di lavorare.

ADOLESCENZA (12-20) IDENTITA’/DISPERSIONE: il principale compito di questo stadio è la formazione di


una propria identità. Nella ricerca del proprio senso di identità si rivivono le crisi degli stadi precedenti e si
riattualizzano situazioni di conflitto oramai superate. In questo periodo la crisi di identità può essere risolta
positivamente attraverso la rielaborazione dei contenuti delle fasi precedenti in una serie di valori e
credenze più coerenti, nei confronti dei quali il soggetto sperimenta un senso di impegno e lealtà.

Il rischio di questa fase è la diffusione dell’identità e la confusione del ruolo caratterizzato dall’incertezza su
sé stessi e sul proprio posto nel mondo.

PRIMA ETA’ ADULTA (20-40) INTIMITA’/ISOLAMENTO: se l’individuo nello stadio precedente non ha
costruito un’identità ben integrata e non ha sviluppato un senso di fiducia nel proprio sé, nel 6° stadio non
sarà in grado di fondere la propria individualità con quella di un'altra persona stabilendo relazioni intime.

Attraverso tale crisi una persona trascende l’esclusività delle precedenti dipendenze e stabilisce una
mutualità con un gruppo sociale diverso ed esteso.

TARDA ETA’ ADULTA (40-65) GENERATIVITA’/STAGNAZIONE: con generatività si intende non solo educare
e crescere i figli, ma anche avere un interesse vitale, esterno alla famiglia, nel guidare la generazione
successiva o nel migliorare la società. La mancanza di generatività si esprime come stagnazione cioè come
un’eccessiva indulgenza su sé stessi, un senso personale di noia e disinteresse, è uno stato sterile e
dannoso.

TARDA MATURITA’ (oltre 65) INTEGRITA’ DELL’IO/DISPERAZIONE: se le crisi degli stadi precedenti sono
state risolte si passa all’ultimo stadio nel quale è stata raggiunta idealmente l’integrità che comporta
l’accettazione dei limiti della propria vita, il senso di far parte di una storia più ampia che comprende le
generazioni precedenti e l’assenza di rimpianto per ciò che nella vita non è stato possibile fare.

L’antitesi dell’integrità è la disperazione, ovvero la tendenza a soffermarsi in modo angoscioso sulle mete
mai raggiunte e sulla mancanza di significatività della vita, sul timore della morte.
CAPITOLO 3: CAMBIAMENTO E CONTINUITA’ NEL CORSO DELLA VITA
Critiche al concetto di STADIO:

- Sottovaluta sia il ritmo dinamico del cambiamento sia il fatto che nell’arco della vita gli individui
affrontano richieste e opportunità molto differenti che implicano problemi, sfide e possono
condurre a percorsi evolutivi molto diversi.
- Un’altra critica va alla tendenza a presumere che lo sviluppo si svolga attraverso un progresso
cumulativo.
- Non ha senso identificare lo sviluppo con una trasformazione, in quanto non tutti i cambiamenti
costituiscono necessariamente dei progressi; il processo di sviluppo implica anche delle perdite.
Un’altra critica viene fatta alla concezione di sviluppo declinata attraverso i concetti di stadio è che spesso
si concentra l’attenzione sulla stabilità e sull’immutabilità anziché sul cambiamento.

CAPITOLO 4: CONTINUITA’ DINAMICA E SVILUPPO NEL CICLO DI VITA


I modelli precedentemente descritti hanno in comune il presupposto teorico che sia possibile un
cambiamento ordinato nel corso della vita.

Una delle teorie più significative è L’ORIENTAMENTO ALLA STABILITA’ di Gergen che si è concentrato sugli
elementi di continuità dello sviluppo.

È stata proposta una teoria della CONTINUITA’ DELLO SVILUPPO NORMALE (Atchley) secondo cui gli
individui conservano nel tempo il senso della propria identità e spiegano il loro comportamento alla luce
del legame col passato, distinguendo CONTINUITA’ STATICA E DINAMICA:

- CONTINUITA’ STATICA: è un tipo di continuità difficilmente applicabile al ciclo di vita per la sua
immutabilità.
- CONTINUITA’ DINAMICA: implica l’ipotesi di una struttura che, permettendo una serie di
cambiamenti, rimane stabile nel tempo.

Gli adulti, nell’operare scelte adattive, tentano di mantenere una PERSISTENZA DELLA STRUTTURA
RELAZIONALE E COMPORTAMENTALE e qui si distingue una CONTINUITA’ DINAMICA INTERNA DA UNA
CONTINUITA’ DINAMICA ESTERNA.

La CONTINUITA’ AMBIENTALE può essere il risultato non solo della tendenza a scegliere gli ambienti nei
quali possiamo realizzare il concetto che abbiamo di noi stessi ma anche dall’accumulo di esperienze che
hanno permesso di sviluppare o affinare specifiche abilità.

La CONTINUITA’ RELAZIONALE si riferisce alla stabilità delle relazioni più significative, a tal proposito Kahn
e Antonucci parlano di CONVOGLIO DI SUPPORTO SOCIALE: gli individui nel corso della loro vita sono
circondati da una serie di altre persone a cui sono legati dalle azioni di dare e ricevere supporto.

La CONTINUITA’ DELLE ASPETTATIVE E DEI RUOLI fa riferimento al fatto che all’interno della cerchia delle
persone frequentate si instaura l’aspettativa che il nostro comportamento non sia differente da quello
mostrato in precedenti occasioni.

Con CONTINUITA’ DINAMICA INTERNA, Atchley si riferisce alla stabilità della struttura interna degli
individui grazie alla quale essi mantengono un senso coerente della propria identità nel corso della vita; tale
continuità si realizza perché gli individui tendono a fare attribuzioni a sé stessi di caratteristiche che
formano il nucleo dell’identità, tali attribuzioni possono essere ridefinite e rielaborate nel corso del tempo
alla luce di eventi di vita che le mettono in discussione ma raramente vengono modificate del tutto.
Una definizione di sviluppo come una serie di cambiamenti continui non implica il rifiuto del concetto di
stabilità infatti le persone che possiedono un senso di sé stabile sono in grado di gestire in modo flessibile
eventuali problemi di identità.

Grinberg e Grinberg definiscono il SENTIMENTO DI IDENTITA’ come la risultante di un processo di


interazione continua tra rapporti di integrazione:

- Spaziale: si riferisce al rapporto delle diverse parti del sé tra loro, tale rapporto tende alla
differenziazione tra sé e non sé e, includendo il sé corporeo, permette il confronto e la distinzione
nei riguardi degli oggetti.
- Temporale: tende a stabilire le diverse rappresentazioni del sé nel tempo, è quel rapporto che
fornisce la base del sentimento di essere sé stessi.
- Sociale: permette la relazione tra aspetti del sé e gli aspetti degli oggetti e si attiva attraverso i
meccanismi dell’identificazione proiettiva ed introiettiva.
È sulla base delle integrazioni spaziali e gruppali che il soggetto potrà stabilire relazioni con oggetti del
mondo esterno.

Nella patologia psichica sono interessati contemporaneamente i 3 rapporti, uno in modo prevalente:

- SCHIZOIDE E DEPERSONALIZZAZIONE: dimensione spaziale.


- SCHIZOFRENIA E DETERIORAMENTO SENILE: dimensione temporale.
- PSICOPATIE E PARANOIA: livello integrazione sociale.
Sia la continuità interna che esterna possono essere MINACCIATE soprattutto l’esterna ma le rotture nella
sua continuità NON NECESSARIAMENTE PORTANO AD UNA CRISI in quanto i nuovi elementi derivanti dal
cambiamento possono essere integrati nell’immagine di sé, in modo da preservare la coerenza del sé e il
sentimento di identità.

CAPITOLO 5: GLI EVENTI DELLA VITA

EVENTO: ciò che avviene in una certa data e in un certo luogo determinato, cioè un’esperienza nella quale
è presente sempre un elemento di sorpresa, che ne fa un evento mentale per un soggetto o per un gruppo
di persone.

Esistono 2 tipi di eventi:

- EVENTI DI VITA: appartengono alla normalità della vita ma per alcuni possono essere vissuti in
modo traumatico (menopausa).
- EVENTI STRESSANTI: il cui potere dirompente per l’equilibrio di una persona può essere oggetto e
socialmente riconosciuto (subire violenza).
Tali eventi possono essere destabilizzanti o indurre la comparsa di manifestazioni psicopatologiche.

Bisogna vedere:

- Come l’evento viene raccontato e vissuto


- Quali implicazioni può avere per il futuro del soggetto e del suo ambiente
- In che misura interferisce con il funzionamento mentale del soggetto e degli altri
Dinanzi ad eventi traumatici la maggior parte delle persone sembra capace di fronteggiare la dirompenza
senza subire danni mentali evidenti, ma un certo numero di soggetti pare non avere risorse psichiche
sufficienti.

Altri fattori influiscono sull’effetto degli eventi stressanti come il SIGNIFICATO ATTRIBUITO ALL’EVENTO.
Baltes e colleghi distinsero delle tipologie di eventi:

- GLI EVENTI NORMATIVI:Sono quegli eventi che tutte le persone incontrano nella vita e sono
collegati all’età (fattori di tipo biologico o ambientale che hanno un collegamento con l’età
cronologica) e alla storia (sono associati al tempo storico e comuni in uno specifico momento agli
individui di una stessa comunità ma non condivisi con le generazioni precedenti o successive). Sono
eventi predominanti durante l’infanzia (maturazione biologica)
- GLI EVENTI NON NORMATIVI: non sono caratterizzati da un alto grado di stabilità del processo.
Hendry e Kloep suddividono gli eventi in:

- CAMBIAMENTI DI MATURAZIONE:
Sono tutti quegli eventi di tipo biologico che, pur variando nell’inizio e nella durata, sono caratterizzati da
obiettivi e processi comuni a tutti gli esseri umani (crescita dei denti); sono cambiamenti inevitabili e
altamente prevedibili.
- CAMBIAMENTI SOCIALI NORMATIVI:
Sono eventi sociali regolati da norme codificate e spesso sono legati all’età cronologica, ma non
necessariamente comuni all’interno di tutti i contesti socioculturali e quindi non inevitabilmente
caratterizzati dall’impossibilità dell’individuo di sottrarvisi. Mostrano un alto grado di prevedibilità (la
scuola non è obbligatoria ovunque).
- MUTAMENTI QUASI NORMATIVI:
Sono tutti quegli eventi che vengono sperimentati da un numero ristretto di individui e si classificano in:

• MUTAMENTI FUORI TEMPO: Inattesi rispetto al momento del ciclo di vita.


• MUTAMENTI STORICI: comportano influenze temporanee o permanenti all’interno di un
macrosistema (guerre).
• MUTAMENTI PROVOCATI DALL’INDIVIDUO: rappresentano processi di svolta che possono
avere anche delle conseguenze permanenti.
• MUTAMENTI PARTICOLARI: eventi positivi e negativi che sono sperimentati da un numero
ristretto di soggetti (incidente stradale).
• NON EVENTI: alcuni eventi che accadono alla maggior parte delle persone ma per alcuni
soggetti non si verificano (figli).
Gli eventi NON NORMATIVI agiscono come catalizzatori verso il cambiamento in misura maggiore rispetto
ai normativi e contengono un potenziale di sviluppo più alto, in quanto mettono alla prova le capacità
individuali di fronteggiare situazioni traumatiche.

Per valutare il PESO DELL’EVENTO, una delle tecniche più conosciute è il SOCIAL READJUSTMENT RATING
SCALE (SRRS) che permette di ricavare da una lista di 43 eventi (matrimonio, separazione..) considerati i più
importanti e frequenti e tali da produrre significative modificazioni delle condizioni di vita e da richiedere
uno sforzo di riadattamento psicosociale. I punteggi relativi allo stress prodotto dai singoli eventi, che
vanno da 0 a 100 e prendono come misura media dello stress 50, vengono quindi sommati in modo da
ottenere la LIFE CHANCE UNIT, ovvero un indicatore della qualità di stress sperimentato.

Tale scala fu modificata dividendo gli eventi in 4 categorie principali, ordinate per gravità:
- EVENTI DESIDERABILI (guadagni).
- EVENTI INDESIDERABILI (malattie).
- EVENTI DI ENTRATA (matrimonio).
- EVENTI DI USCITA (morte, separazione).
Ottenendo un punteggio da 0 a 20 a ciascun evento sulla base del disagio e del turbamento prodotto al
soggetto.

CRITICA: nonostante questo metodo abbia avuto il merito di riconoscere che sia gli eventi positivi che quelli
negativi possono avere un impatto stressante, la loro categorizzazione IGNORA LE DIFFERENZE INDIVIDUALI
per impatto e significato.

Nel tentativo di superare tale limite, Brown e Harris hanno ipotizzato che lo stesso evento possa avere
effetti diversi IN CONTESTI DIFFERENTI, costruendo un’intervista semistrutturata BEDFORD COLLAGE LIFE
EVENTS che presenta 2 tipi di info: EVENTI DI VITA E DIFFICOLTA’.

Nasce così il METODO CONTESTUALE che prevede che gli eventi biografici siano raccolti in modo
dettagliato per valutare estensivamente, oltre all’evento stesso, anche il background in cui l’evento si è
verificato, cioè le circostanze.

Il concetto di COPING è stato definito da Lazarus e Folkman come gli sforzi della persona sul piano cognitivo
e comportamentale per gestire le richieste interne ed esterne poste da quelle interrelazioni persona-
ambiente che vengono valutate come eccedenti le possibilità di risposta.
Esistono 2 tipi di COPING:
- CENTRATO SUL PROBLEMA: il soggetto si impegna attivamente a gestire il problema.
- CENTRATO SULLE EMOZIONI: il soggetto si impegna a modificare la tensione emotiva causata dal
problema.
Il presupposto fondamentale di questo approccio è che quando una situazione viene percepita come
stressante le persone si attivano per dominarla, in modo che la misura in cui la situazione viene vissuta
come stressante dipende anche dalla modalità che la persona attiva per fronteggiarla.

L’impatto di un evento non dipende solo dal coping, ma anche dalle RISORSE PSICOLOGICHE: percezione di
controllo, la self efficancy, la propensione all’ottimismo, le abilità di problem solving, la resilienza che
rappresentano fattori protettivi capaci di modificare l’impatto di un evento stressante e permette
all’individuo di superarlo con esiti positivi.

Schlossberg e colleghi hanno messo a punto un quadro di riferimento denominato delle 4 ESSE:
1. SITUAZIONE:
Gli autori hanno evidenziato 8 fattori chiave tra cui lo stadio di vita che la persona sta affrontando nel
momento in cui l’evento si verifica, la durata dell’evento, la presenza eventuale di transizione simili al
passato, che influenzano le modalità con le quali le persone affrontano il processo di cambiamento.
2. SE’:
Si tiene conto delle caratteristiche delle persone (età, sesso) che possono influenzare sia il numero che il
tipo di eventi con cui l’individuo è messo a confronto.
3. SOSTEGNO:
Fa riferimento al supporto sociale e Hoose distinse vari tipi di sostegno:

o SOSTEGNO EMOTIVO (comprensione empatica).


o SOSTEGNO INFORMATIVO (consigli).
o SOSTEGNO DI APPRAISAL (info utili per l’autovalutazione).
Solo quando c’è corrispondenza tra i bisogni del soggetto e il tipo di sostegno disponibile si avrà un effetto
positivo del sostegno.
4. STRATEGIE: gli autori distinguono:

o COPING BASATO SULL’AMBIENTE O SITUAZIONE: Può dirigersi verso la modifica della


situazione e delle richieste che essa impone all’individuo.
o COPING FOCALIZZATO SULLA PERSONA: si realizza attraverso lo sviluppo di strategie
addizionali oppure mediante la modifica della percezione e della valutazione della
situazione.
Un coping efficace implica un USO FLESSIBILE delle strategie, il cui grado di adeguatezza varia in base alla
situazione.

Sono i 4 fattori fondamentali che influenzano la capacità di una persona di affrontare le TRANSIZIONI
(processo di cambiamento).

Il concetto di evento quindi contiene un'ambiguità: può essere destabilizzatore come rinnovatore.

Il trauma viene considerato come un evento della vita caratterizzato da una sua intensità, dall'incapacità
del soggetto di rispondervi adeguatamente.

La ricerca di orientata allo studio degli eventi relativi al primo anno di vita che si possono considerare
significativi in senso traumatico in quanto gli eventi attuali possono riattivare vissuti traumatici infantili.

È stata ipotizzata l'importanza del “TRAUMA SILENTE”, del TRAUMA CUMULATIVO e dei MICROTRAUMI
(relazione madre bambino).

È traumatico ciò che non è possibile elaborare ed eventualmente rendere conflittuale in modo che, pur
soffrendo, sia possibile crescere (TRAUMA = NO CRESCITA).

CAPITOLO 6: LA CRISI

Il concetto di crisi indica una situazione di disagio soggettivo di varia natura capace di determinare una
sofferenza tendenzialmente considerata transitoria.

In psicopatologia col termine crisi si possono intendere da un lato quelle rottura dell'equilibrio con la realtà
a risonanza prevalentemente interiore che si sviluppano spontaneamente all'interno del processo evolutivo
individuale (MICROCRISI), dall'altro quelle interruzione del processo esistenziale che coinvolgono anche il
contesto socio ambientale della persona (MACROCRISI).

JASPERS: momento in cui tutto subisce un cambiamento subitaneo dal quale l’ individuo esce trasformato
sia dando origine ad una nuova soluzione sia andando verso la decadenza.

ERIKSON: momento cruciale dello sviluppo a carattere evolutivo.

CAPLAN: uno stato che si verifica quando una persona si trova a fronteggiare un ostacolo che impedisce il
raggiungimento di importanti obiettivi vitali. Alla fine viene raggiunta una qualche forma di adattamento
che può rivelarsi o meno come la soluzione più utile per la persona e per chi le sta vicino.

SIFENOS: Intensificarsi ed aggravarsi di uno stato doloroso cosi intenso da costituire un punto di svolta
decisivo verso miglioramento o peggioramento.

Capire una crisi emotiva significa far luce sui passaggi che conducono alla produzione di sintomi psichiatrici
prima che questi si cristallizzino in una nevrosi e offrire anche la possibilità di azioni preventive sotto forma
di interventi di breve durata per impedire l’evoluzione.
Nella pratica clinica è utile definire:
- LE CRISI ESISTENZIALI:
La vita di ognuno è un continuo flusso di esperienze emozionali in cui è implicato un elemento perturbante
in quanto vi è insito il CAMBIAMENTO; ogni cambiamento è angosciante in quanto richiede sempre di
sperimentare una perdita e l’incertezza del nuovo e rappresenta una caduta del sentimento di onnipotenza.
Tale crisi è da considerarsi qualcosa di fisiologico, responsabile di un buon funzionamento quando permette
una presa di consapevolezza di sé. In tale crisi la persona sperimenta pericolo e precarietà; questo stato di
allarme attiva le STRATEGIE DIFENSIVE che solitamente sono sufficienti ad assicurare il recupero di un
equilibrio interno, oppure che possono dar luogo a nuove e più evolute forme di ADATTAMENTO
FAVORENDO IL CAMBIAMENTO e la sua elaborazione. Nella maggior parte dei casi questa crisi non viene
avvertita come uno stato di particolare sofferenza ma contribuisce ad arricchire la mentalizzazione e il
funzionamento complessivo dell’individuo.
- LE CRISI EMOTIVE:
Quello che appare in primo piano è una profonda sofferenza in relazione ad una perdita di sicurezza e ad un
sentimento di impotenza di fronte ai pericoli interni ed esterni che minacciano l’integrità fisica e mentale
del soggetto. Questa sofferenza non può essere padroneggiata utilizzando le strategie difensive di cui il
soggetto dispone e che abitualmente utilizza in modo inconsapevole; il soggetto si trova di fronte alla
sensazione di non poter più intervenire per modificare la situazione e di dover essere egli stesso
protagonista di un cambiamento che richiede però una perdita e l’incontro con l’ignoto. I sintomi clinici
sono caratterizzati soprattutto dall’ansia nelle sue manifestazione anche somatizzate, dalla disforia, dalla
depressione e da un senso di impotenza e disperazione. Il processo psicologico della crisi è caratterizzato da
un rinforzo delle energie pulsionali e da una parallela inadeguatezza dei meccanismi difensivi che si
manifestano su 2 livelli: sul piano clinico si può evidenziare un rinforzo di certi aspetti difensivi della
personalità, sul piano latente le difese stanno per frantumarsi; in un secondo tempo sarà ciò che era latente
a rendersi evidente.
La crisi emozionale si evolve secondo 3 modalità:

o STABILENDO NUOVI E PIU’ EFFICACI EQUILIBRI


o FAVORENDO IL RECUPERO DELLE CONDIZIONI PSICHICHE PRECEDENTE
o EVOLVENDO VERSO SOLUZIONI PATOLOGICHE ACUTE O CRONICHE
L’evoluzione positiva che rappresenta il raggiungimento di un nuovo equilibrio avviene quando la persona
riesce ad integrare i dati dell’esperienza della crisi nella continuità della vita ed è in grado di fare
affidamento su un sentimento o di sicurezza più solido e funzionale avendo sperimentato ed attivato un
cambiamento.

Nei casi in cui la crisi emozionale non evolve in patologie clinicamente inquadrabili si può osservare una
sorta di irrigidimento caratteriale che si presenta all’esterno come un recupero delle precedenti condizioni
psichiche individuali.

Se la condizione di crisi non si risolve, possono comparire manifestazioni psicopatologiche come alterazioni
della condotta, atti suicidari, ansia generalizzata e ansia acuta, disturbi dell’adattamento, stati depressivi e
episodi psicotici acuti.
- LE CRISI PSICOTICHE:
Il concetto di crisi qui va inteso come rottura, palese e spesso drammatica dell’equilibrio con la realtà
esterna. Si tratta di un quadro delirante e allucinatorio con una rilevante componente affettiva che
compare acutamente e corrisponde al DISTURBO PSICOTICO BREVE in genere di breve durata e la prognosi
è positiva. Rappresenta il più grave livello di destrutturazione e compare con frequenza in relazione a stress
psicosociali gravi, in occasione di eventi esterni del tutto sopportabili dalla maggior parte delle persone
(maternità). Nello stabilirsi della crisi psicotica è implicata la relazione tra eventi reali e accadimenti
fantasmatici. La possibilità di vivere tale crisi è un’eventualità che riguarda tutti ma le persone con disturbi
di personalità sono più esposte.
Il loro equilibrio è fragile perché troppo rigido e si trovano in preda a sentimenti alterni di
avvicinamento/distanziamento nei confronti degli altri significativi. Tutto questo comporta la necessità di
un’elaborazione che diviene però impossibile: nessuna difesa è attivabile, gli investimenti e i legami si
dissolvono, la vita psichica si destruttura e la crisi psicotica emerge drammaticamente.

• CRISI, EVENTI E VULNERABILITA’

Un evento, per il suo significato traumatico, può costituire un movente di una crisi sia la causa, sia
l’elemento scatenante.

Una crisi, sia fisiologica che esistenziale, emozionale o psicotica è il risultato dell’interazione dell’evento
traumatico e il significato che questo assume per la persona con la vulnerabilità del soggetto e le strutture
difensive che si attivano inconsciamente in ogni occasione di cambiamento.

Se le difese sono molto rigide e ripetitive, l’impatto dell’evento sarà maggiore cioè il soggetto avrà a
disposizione minori capacità di farvi fronte e minore elasticità e possibilità di elaborazione.

RESILIENZA: capacità di affrontare situazioni problematiche e ridefinire la propria identità inseguito a vari
tipi di eventi traumatici. È un processo dinamico di ricostruzione di sé stessi che avviene attraverso un
lavoro attivo sugli eventi specifici dell’evento traumatico.

RESISTENZA: Caratterizzata da passività.

INVULNERABILITA’: Assoluta impermeabilità alle conseguenze negative dello stress.

Le crisi sono quasi sempre legate a due esperienze fondamentali:

- Quella che riguarda il pericolo, il rischio, la minaccia per la vita.


- Quella che rimanda alla perdita o al lutto.
Per entrambe queste esperienze appare centrale l’incontro con ciò che riguarda la scoperta dei limiti, la
precarietà propria e dei propri oggetti (inevitabilità del cambiamento).

In genere viene considerato traumatico l’evento che comporta un impegno affettivo tale da superare, per il
soggetto, la soglia di tollerabilità e di un adeguata capacità di risposta in tempi utili.

Succede, a volte, che normali situazioni di passaggio della vita individuale in cui vi è il rischio di
cambiamento di ruolo e di identità che non sempre è problematico, lo diventi.

Nel caso di soggetti che dispongono di una buona autonomia e che hanno acquisito la possibilità di vivere la
variabilità intra e interpersonale, il più delle volte, il cambiamento e la crisi che questo comporta,
conservano comunque una discreta normalità di funzionamento.
• EVOLUZIONE DELLA CRISI

La nozione di crisi implica dunque la nozione di CAMBIAMENTO di un equilibrio precedente, che diviene
inadeguato.

CAPLAN: la crisi innesca un processo psicologico suddiviso in 4 fasi:


1) INZIALE ASCESA DELLA TENSIOE CONNESSA CON LA MESSA IN ATTO DI ABITUALI MECCANISMI DI
RISOLUZIONE DEI PROBLEMI.
2) IL FALLIMENTO DELLE STRATEGIE COMPORTA UN AUMENTO DELLA TENSIONE TALE PER CUI
L’INDIVIDUO NE RISULTA SCONVOLTO E INCAPACE DI AGIRE.
3) VENGONO TENTATE NUOVE STRATEGIE E POSSONO ESSERE PRESI IN CONSIDERAZIONE ASPETTI
DEL PROBLEMA TRASCURATI E UTILIZZATI STRUMENTI Già SPERIMENTATI IN PASSATO.
4) IL FALLIMENTO DI OGNI TENTATIVO PORTA AD UN ULTERIORE AUMENTO DELLA TENSIONE MA,
DOPO UN ARCO DI TEMPO LIMITATO, LA CRISI TENDE SPONTANEAMENTE A CONCLUDERSI E VIENE
TROVATA UNA RISPOSTA.
Gli elementi psicologici costituitivi di una crisi sono:

- Cambiamento del mondo esterno ed interno


- Perdita dell’oggetto e di aspetti propri del sé
- Esperienza angosciosa di disorganizzazione della propria identità
- Riassestamento
Ogni persona ha una soglia di tolleranza collegata alla capacità di sopportare livelli di ansia più o meno
elevati e gran parte delle crisi derivano dall’interazione tra un evento esterno e quella che si può definire la
vulnerabilità del soggetto, legata alle sue precedenti esperienze.

Ogni crisi prevede una risoluzione spontanea nel giro di qualche settimana, ma non è detto che questo
avvenga sempre in senso positivo e di crescita.

L’elaborazione delle perdite può essere difficile, le possibilità evolutive della persona possono essere
limitate, assenti o inefficaci.

I DISTURBI DELL’ADATTAMENTO e i DISTURBI D’ANSIA si possono considerare da un lato come


espressione di sofferenza, ma contemporaneamente come segnale di una relativa efficacia delle risorse
individuali e delle difese.

I DISTURBI DELL’UMORE esprimono una difficoltà strutturale di organizzare adeguatamente le difese e di


elaborare le perdite e i cambiamenti.

La PSICOSI ACUTA può essere considerata come espressione estrema di una sorta di collasso totale delle
difese, che si drammatizza in un quadro delirante e confusionale.

• CRISI NEL CORSO DELLA VITA

I momenti evolutivi che hanno particolare significato trasformativo per l’individuo nel corso della vita sono:

- ADOLESCENZA:
Costituisce il momento di crisi più noto ed inevitabile. Gli equilibri degli investimenti e delle difese che
erano stabili nel periodo della latenza sono rimessi in discussione e gli apporti di energie nuove che
derivano dalla spinta puberale determinano una riattivazione dei conflitti infantili e del conflitto edipico.
L’aspetto più evidente dei mutamenti è a livello fisiologico e ciò ha conseguenze reali e simboliche; vi è la
necessità per l’adolescente di riconoscersi come corpo sessuato che si distacca dall’immagine
indifferenziata dell’infanzia.
In questi anni si definisce l’identità sessuale attraverso la maturazione dei caratteri sessuali secondari, da
tenere distinta dall’identità di genere, cioè dal vissuto di appartenenza ad un determinato sesso che esiste
anche prima della pubertà.

La definizione dell’identità sessuale implica una perdita narcisistica, ovvero la rinuncia alla fantasia
onnipotente di possedere caratteristiche di ambedue le immagini interiorizzate dei genitori; vi è anche la
perdita oggettuale intesa come l’allontanamento simbolico delle figure significative dell’infanzia.

Il distacco delle figure significative dell’infanzia porta l’adolescente a scegliere sé stesso come oggetto
d’amore con un aumento dell’investimento narcisistico a spese dell’investimento oggettuale.

In adolescenza la stima di sé è assolutamente precaria.

Il gruppo di coetanei può essere utile come punto di riferimento per l’evoluzione del sé adolescente: ogni
membro del gruppo è vissuto come una parte del sé che viene proiettata all’esterno, ma il gruppo permette
al tempo stesso una riunificazione delle parti, funzionando da contenitore.

L’adolescenza comporta anche un cambiamento dei valori morali: si verifica una parziale rimozione del
Super-Io perché è necessario che si modifichino le sue esigenze al fine di permettere l’accesso alla
sessualità e alle nuove relazioni (dal Superio basato sui modelli genitoriali alla morale personale).

Jannet individuò 2 aree peculiari come espressione patologica: AREA DEL CORPO, terreno privilegiato di
espressione dei conflitti in questo periodo di vita (DCA) e l’AREA DEL COMPORTAMENTO, in quanto
l’adolescente tende ad interiorizzare i conflitti interni trasformandoli in comportamenti impulsivi spesso
anche dissociali.

- ETA’ ADULTA:
La crisi dell’età di mezzo è un’esperienza soggettiva che inizia intorno ai 40 anni e si mantiene per alcuni
anni successivi legata prevalentemente ai conflitti generazionali tipici di questa età e caratterizzata dalla
consapevolezza della fine propria e degli altri.
Da un lato si trova ad essere oggetto di crescenti richieste di accudimento e dipendenza da parte dei
genitori, dall’altra parte è investita direttamente alla ricerca di emancipazione dei figli; si realizza così una
duplice identificazione e si riattivano sentimenti ambivalenti sia verso i genitori che però stanno
invecchiando e non possono quindi essere considerati rivali, che verso i figli che si stanno emancipando e
costituiscono il termine di confronto immediato (CRISI DI MEZZA ETA’).

Jacques focalizza la crisi sull’incontro della morte e con la vecchiaia e la consapevolezza come un
riemergere della condizione depressiva infantile: la cosciente consapevolezza del proprio invecchiamento e
della propria mortalità fanno rivivere le memorie inconsce di odio, invidia, distruzione mitigate dalla
gratitudine e dall’amore.

La rielaborazione dell’esperienza infantile della perdita aumenta la fiducia nella propria capacità di amare e
di rimpiangere ciò che è perduto, piuttosto che odiare e sentirsi perseguitato.

Il soggetto si chiede in questa età se e in qualche misura ha realizzato i suoi obiettivi, ambizioni, ideali.

Nelle donne il CLIMATERIO, cioè quel lungo periodo che va dalla piena funzione produttiva alla perdita di
questa con la menopausa coincide in buona parte con questa fase della vita.

La menopausa rappresenta una crisi che è caratterizzata da profondi cambiamenti con elementi di perdita e
lutto che possono determinare una riduzione della fiducia di base. Il climaterio è pervaso da un’umiliazione
narcisistica in quanto la donna perde la fertilità e vive fantasie narcisistiche legate al distacco dalla
sessualità alla riproduzione che fanno attribuire a questo periodo il significato di CASTRAZIONE.
È inoltre costretta a modificare l’immagine del proprio corpo vissuto nel senso che le modificazioni
biologiche spesso non coincidono con i cambiamenti dell’immagine inconscia del corpo che si evolve più
lentamente e in base ai desideri e conflitti soggettivi piuttosto che in base ai cambiamenti reali.

Si deve confrontare anche con il cambiamento negativo dell’immagine sociale, con la modificazione della
relazione con il partner, con il distacco dai figli.

Una particolare rilevanza assume, nel periodo del climaterio, il problema della solitudine nella sua doppia
valenza di dimensione psicologica e di elemento reale.

Questo periodo della vita della donna può essere definito anche come PERIODO DEL NIDO VUOTO:
cessazione dei compiti di allevamento dei figli; La SINDROME DEL NIDO VUOTO coincide alla comparsa in
alcune donne di una depressione dell’umore di varia intensità che si manifesta in coincidenza con
l’allontanamento dei figli.

Il mancato allontanamento dei figli all’età prevista comporterebbe maggiori difficoltà per la donna.

L’evoluzione della crisi del climaterio è di solito positiva in quanto la donna elabora i lutti investendo in altri
oggetti le sue energie, mentre in alcuni soggetti una problematica depressiva e uno stato di ansia
testimoniano il relativo fallimento del processo di elaborazione.

INVECCHIAMENTO: L'invecchiamento è caratterizzato da una serie di modificazioni oggettive e soggettive


con significato di perdita, a sottolineare soprattutto il declino e le rinunce che fanno parte di questo
periodo della vita;In questo periodo si devono affrontare eventi della vita che rappresentano esperienze
estremamente negative come il pensionamento, il cambiamento dello stato sociale ed economico, il
declino della salute o l'isolamento.

Il DISIMPEGNO è un meccanismo per spiegare come di norma la percezione della vecchiaia non è
particolarmente dolorosa, ma è caratterizzata dal punto di vista affettivo da un crescente distacco emotivo
e da una parallela riduzione del coinvolgimento attivo che permettono all'anziano di guardare dall'alto il
proprio percorso di vita.

RELAZIONI INTERPERSONALI: un elemento importante del vissuto dell'anziano è rappresentato dai


cambiamenti delle relazioni sociali e familiari legati a fattori che hanno una grande risonanza affettiva.

Una ridotta partecipazione sociale modifica le relazioni familiari soprattutto nel rapporto tra coniugi, che
può rafforzarsi con una maggiore solidarietà o dipendenza, come può deteriorarsi con l'emergere di
conflitti rimasti latenti che si manifestano sotto forma di invidie, frustrazioni e ansia.

Anche il rapporto con i figli cambia a causa sia del cambiamento delle caratteristiche del rapporto genitore
figlio e sia per la presenza di sentimenti di rivalità dell'anziano nei confronti dei figli che hanno realizzato o
possono realizzare quanto a lui non è stato possibile.

Nella vecchiaia le frustrazioni per le perdite inevitabili e il riaccendersi di desideri e pulsioni “per procura”
cioè connessa l'identificazione con i figli e con i loro successi, possono essere alla base del riattivarsi di
antichi conflitti.

ANGOSCIA DI MORTE: l'esperienza del corpo che invecchia e si ammala costituisce per l’anziano
l'anticipazione della morte; gli atteggiamenti verso la morte sono biunivoci: da un lato vi può essere una
rassegnata accettazione a questa realtà biologica oppure il pensiero della morte può essere fonte di
angoscia e disperazione.

IDENTITA’: se i bisogni dell'anziano sono il rispetto, la sicurezza e la determinazione, la condizione senile è


invece caratterizzata soprattutto dalla dipendenza materiale e affettiva dell'ambiente circostante. Questa
situazione rappresenta il dramma senile.
RAPPRESENTAZIONE MENTALE DELLA VECCHIAIA: ci sono molti fattori che influenzano la percezione del
proprio essere vecchi ma da un punto di vista psicologico è importante sottolineare la modalità con cui si
forma l'immagine della vecchiaia.

Se nello sviluppo infantile è prevalsa la rabbia per lo stato di dipendenza dai genitori l'immagine mentale
della vecchiaia avrà un significato prevalentemente di impotenza se invece ha prevalso la fiduciosa attesa di
un aiuto, in vecchiaia prevarranno saggezza e serenità.

SOLITUDINE: in questa età la solitudine intesa sia come dimensione psicologica sia come una condizione
affettiva.

NARCISISMO: nella vecchiaia si può determinare una situazione conflittuale nella quale il soggetto non
riesce più a conciliare l'immagine di sé con la propria realtà e con l'immagine proposta socialmente.

Si può osservare, per esempio, la messa in atto di difese narcisistiche che permettono al soggetto di
mantenere un adeguato equilibrio consentendogli, paradossalmente, di arrivare alla morte senza essere
mai invecchiato, oppure una relativa incapacità di adattarsi alla nuova situazione senile con la conseguente
comparsa di manifestazioni psicopatologiche di tipo nevrotico e l'accentuazione di alcune caratteristiche
della personalità narcisistica che sul piano clinico si collocano nell'ambito dei fenomeni ansioso-depressivi e
ipocondriaci.

Solo un’equilibrata modulazione narcisistica permette di affrontare adeguatamente la realtà


dell’invecchiamento e della morte.

2. PSICOPATOLOGIA EVOLUTIVA
Parte I

L'accostamento dei termini “psicopatologia e evolutiva” ha lo scopo di evidenziare l'importanza dello stadio
della psicopatologia in relazione ai principali cambiamenti che avvengono durante il ciclo vitale.

Tale approccio ha due obiettivi:

- Il tentativo di esaminare le specifiche capacità emergenti caratteristiche della persona nei vari stadi
dello sviluppo, utilizzando una visione ampia che tenga conto della complessità dei vari domini di
funzionamento.
- il tentativo di esaminare le sequenze di adattamenti precedenti nello sviluppo che hanno
contribuito all’esito di un particolare periodo evolutivo, esperimento l’interesse per i processi e
meccanismi alla base dei passaggi evolutivi.
La coerenza del significato di “comportamento”, che risiede nella funzione adattiva che esso svolge rispetto
al contesto interpersonale, è il presupposto su cui si basa la psicopatologia evolutiva: l'attenzione
accentrata sulla comprensione dei processi che sottostanno sia alla continuità sia ai cambiamenti dei
modelli di adattamento, quindi le diverse espressioni comportamentali che emergono nei vari momenti del
ciclo vitale sono l'espressione di una coevoluzione della diade individuo contesto.

Gli psicopatologi evolutivi devono quindi essere a conoscenza del percorso dello sviluppo normale, trovare
le deviazioni da tale percorso e comprendere le trasformazioni evolutive che avvengono nel processo
evolutivo ontogenico.
Sroufe delinea due principi generali della prospettiva organizzativa dello sviluppo:

o UNITARIETA’ DELLO SVILUPPO: le varie dimensioni dell’organismo si sviluppano in modo


reciprocamente dipendente (sviluppo cognitivo + sociale emozionale).
o COMPLESSITA’ EMERGENTE: nuovi comportamenti sono considerati proprietà emergenti
dell’organizzazione precedente, lo sviluppo procede nella direzione sia di una complessità
crescente sia di cambiamenti qualitativi tra i vari livelli di accresciuta complessità quindi, ciò
che emerge è QUALITATIVAMENTE differente dal precedente ed ha un nuovo livello di
complessità, tuttavia il precursore costituisce un prototipo per l’emergente.
Concependo lo sviluppo in termini di integrazioni e riorganizzazioni qualitative, diviene non ipotizzabile un
isomorfismo tra i sintomi di uno stesso disturbo nei differenti livelli dello sviluppo.

L’ATTENZIONE è POSTA SUL RUOLO DELLE DINAMICHE DELL’INDIVIDUO CONSIDERATO COME UN INSIEME
ORGANIZZATO, IN CUI I PRINCIPI COMPORTAMENTALI SONO VISTI NEI TERMINI DI ORGANIZZAZIONE TRA
LE PARTI ED IL TUTTO E DI RELAZIONI DINAMICHE INDIVIDUO AMBIENTE.

LE RELAZIONI INTERPERSONALI COME CONTESTI FONDANTI PER LA DEFINIZIONE E LA COMPRENSIONE


DELLA PSICOLOGIA EVOLUTIVA.

È possibile considerare la qualità delle relazioni interpersonali come un fondamentale criterio per
identificare la presenza di una possibile psicopatologia.

Sono molteplici i fattori che conducono ad un disturbo, differenti anche nei singoli individui che presentano
lo stesso disturbo.

Questo concetto viene espresso con:

- PRINCIPI DI EQUIFINALITA’: Si riferisce all’osservazione che in qualsiasi sistema aperto possano


condurre allo stesso esito una diversità di percorsi (includendo quelli fortuiti).
- PRINCIPI DI MULTIFINALITA’: all’interno di un sistema l’effetto di una componente cambia in base
alla posizione che occupa ovvero un particolare evento o elemento non conduce necessariamente
allo stesso esito poiché dipende dal momento della storia evolutiva in cui accade, dal contesto e dal
periodo specifico in cui avviene e dalla vulnerabilità individuale.

CICCHETTI E COHEN individuarono 3 PRINCIPALI PARAMETRI che definiscono la psicopatologia evolutiva:

1) LO STUDIO DELLE POPOLAZIONI AD ALTO RISCHIO E DEI DISTURBI


2) L’INTERESSE PER I MECCANISMI ED I PROCESSI EVOLUTIVI CHE MODERANO GLI ESITI FINALI DEI
FATTORI DI RISCHIO
3) L’ATTENZIONE ALL’INTERO CICLO VITALE CHE PERMETTE DI CONOSCERE PIENAMENTE
CONTINUITA’/DISCONTINUITA’ DELLO SVILUPPO
Tra i FATTORI PROTETTIVI si includono quelli che:

- Riducono l’impatto dei fattori di rischio attraverso l’efficacia dei loro effetti o modificando
l’esposizione o il coinvolgimento del rischio.
- Riducono la catena di reazioni negative che origina dall’incontro con il rischio.
- Promuovono la stima di sé e il senso di efficacia di sé stessi attraverso la disponibilità di relazioni
personali sicure e supportive oppure il successo nel raggiungimento degli obiettivi.
- Offrono nuove opportunità di riadattamento.
Vi sono però dei fattori che limitano le capacità dell’individuo e sono i FATTORI DI VULNERABILITA’ che
possono avere cause interne o esterne all’individuo e limitano il raggiungimento di un buon adattamento
favorendo un’organizzazione patologica nei vari domini dello sviluppo. L’influenza di questi fattori deve
essere contestualizzata sia nello specifico periodo evolutivo sia all’interno delle condizioni sociali e
ambientali (perdita lavoro genitore).

Quindi nell’individuo sano vi è un equilibrio dinamico tra fattori di rischio e protettivi.

AMBITI DI APPLICAZIONE DELLA PSICOPATOLOGIA EVOLUTIVA:

- NELLA FORMAZIONE (i disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, gli aspetti organici dello sviluppo, i
differenti tipi di intervento).
- NELLA PREVENZIONE (fattori di rischio).
- NELL’ORGANIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI E NELLA LORO INTEGRAZIONE COL TERRITORIO:
permettendo valutazioni del disagio integrate tra loro in cui i problemi e le competenze del singolo
bambino siano confrontati con quelli dei campioni normativi appaiati per età, tenendo conto anche
delle differenze individuali e dei contesti.
- NELLA PROGRAMMAZIONE DEI DIVERS SERVIZI PER LA SALUTE MENTALE.

Parte II
CAPITOLO 1: L’ATTENZIONE AI PROCESSI REGOLATORI DELLO SVILUPPO: EMOTIVI, BIOLOGICI E
NEUROPSICOLOGICI, COGNITIVI E SOCIO-COGNITIVI

Nella psicopatologia evolutiva lo sviluppo viene inteso come un sistema organizzato comprensibile se si
tiene conto della confluenza dei processi socio emozionali, socio cognitivi e neuro evolutivi coinvolti.

L’INDIVIDUO è UN PARTECIPANTE ATTIVO: egli condivide e crea le esperienze attraverso le predisposizioni


psicologiche e con lo sviluppo di capacità connesse sempre più complesse. Le differenze individuali sono
espressione di differenze nelle modalità di regolazione dei processi biologici e fisiologici all’interno del
contesto ambientale.

Gli scambi relazionali accrescono nell’individuo le capacità di AUTOREGOLAZIONE.

L’organismo in certi momenti evolutivi salienti, geneticamente determinati, sia particolarmente sensibile
all’incontro con specifici fattori ambientali; in questi periodi critici, le influenze ambientali possono avere
un effetto maggiore se avvengono in determinati archi di tempo, minore in altre fasi (per esempio
l’acquisizione del linguaggio).

Nella letteratura sono identificabili almeno 2 posizioni differenti rispetto al funzionamento di questi
periodi, che si articolano intorno alla posizione individuo ambiente: da una parte, una visione dello sviluppo
che vede i soggetti come relativamente passivi in attesa di un ambiente che, in determinati periodi critici,
fornisca al momento giusto le cure adeguate durante le fasi critiche dello sviluppo; dall’altra si contrappone
una visione maggiormente attiva dell’individuo in cui lo sviluppo viene considerato espressione di un
adattamento ottimale ad un determinato ambiente anche grazie a specifiche esperienze accadute durante
fasi relativamente sensibili .

Cicchetti sottolinea come in queste fasi l’incontro tra fattori ambientali e genetici permetta all’organismo
trasformazioni qualitative nell’organizzazione dei processi evolutivi e una maggiore integrazione tra aspetti
biologici, socioemotivi, cognitivi e rappresentazionali.

Nella prospettiva della psicopatologia evolutiva per ogni bambino avvengono, nelle fasi salienti dello
sviluppo, NEGOZIAZIONI che sono uniche per ciascuno e che sono basate sulle caratteristiche del bambino
in quel determinato ambiente.
Ad ogni fase una risoluzione delle tematiche comporta inevitabilmente che divengano meno probabili
percorsi alternativi, diversamente modalità di adattamento non funzionali in un determinato periodo
possono compromettere le capacità adattive dello stesso bambino in un altro periodo a causa di una
minore flessibilità e capacità di negoziazione.

Dalla prospettiva evolutiva organizzata, la regolazione degli affetti costituisce l’aspetto fondamentale delle
relazioni intime ed una conquista delle prime esperienze nell’infanzia.

• PROCESSI EMOTIVI: IL RAPPORTO BAMBINO AMBIENTE NELLE TEORIE PSICODINAMICHE


Nella prospettiva evolutiva avanzata nella TEORIA FREUDIANA l’accento è posto sull’inconscio, sulle
DINAMICHE INTRAPSICHICHE e sulla loro evoluzione leggendo la patologia come espressione di una
fissazione o regressione a fasi infantili precoci e ponendo in secondo piano il ruolo dei fattori ambientali.

Negli sviluppi della teoria psicoanalitica vi è stata una rivisitazione: IL SUPERAMENTO DEL PARADIGMA
INTRAPSICHICO e UNIPERSONALE e lo sviluppo di teorie psicoanalitiche evolutive basate sull’osservazione
diretta del bambino, con una crescente attenzione agli aspetti relazionali e contestuali all’origine del disagio
psichico.

In numerosi contributi recenti non si considerano più le pulsioni come filogeneticamente ereditate.

Per SROUFE i bambini non nascono già con emozioni fondamentali, ma con dei precursori che divengono
più differenziati verso la metà del 2° anno di vita nell’interazione con il caregiver.

CRITICA ALLA TEORIA FREUDIANA: essersi basata prevalentemente su ricostruzioni dello sviluppo basate su
resoconti di adulti nevrotici in analisi.

• LA PROSPETTIVA ORGANIZZATIVA DELLO SVILUPPO DELLA PERSONALITA’ NEL CONTRIBUTO DELLA


TEORIA DELL’ATTACCAMENTO: LA REGOLAZIONE DEGLI AFFETTI
Storicamente ha rivestito un importante ruolo nella riconcettualizzazione del rapporto madre bambino la
teoria dell’attaccamento di Bowlby; tale teoria si basa sul presupposto che il bambino nasca biologicamente
predisposto ad entrare in contatto con il mondo esterno e a stabilire legami significativi.

L’attaccamento evolve nel 1° anno di vita da un repertorio di comportamenti innati che promuovono
l’interazione con la funzione evolutiva di proteggere il bambino dai predatori e lo scopo di mantenere la
prossimità da una figura di riferimento ben conosciuta.

Nell’infanzia il bambino è particolarmente sensibile agli stimoli ambientali e ha a disposizione un’ampia


gamma di potenzialità; con lo sviluppo tali potenzialità si restringono in un percorso in cui, l’eventuale
patologia, diviene espressione di una serie di deviazioni accorse nel tempo.

Le differenze individuali dipendono dalla qualità dell’organizzazione dell’attaccamento, a sua volta


espressione del livello di responsività materna e del grado di reciprocità che si è costruita tra bambino e
caregiver.

Gli sviluppi della teoria hanno posto sempre più l’accento sull’esperienza soggettiva di SICUREZZA VS
INSICUREZZA che regola la ricerca di prossimità e vicinanza del bambino.

La disponibilità delle figure di attaccamento permette al bambino di sviluppare in maniera sintona le


proprie esperienze affettive interne e l’espressione all’esterno dei propri sentimenti, portando ad
un’organizzazione sicura dei legami di attaccamento.

STILI DI ATTACAMENTO SICURO si basano sull’esperienza di un genitore capace di svolgere la funzione di


base sicura attraverso il suo essere presente e disponibile nel cogliere i segnali del figlio ed il suo essere una
fonte di riferimento e di rassicurazione nei momenti di paura e pericolo.
Esperienze con genitori non disponibili, o disponibili in maniera non consistente, espongono troppo
precocemente il bambino ad esperienze affettive che divengono disorganizzate in quanto non vengono
contenute e regolate da un caregiver sensibile a tali segnali, portando il piccolo a sviluppare modalità di
organizzazione dell’attaccamento non sicure, ma che gli permettono di fronteggiare in maniera adattiva le
esperienze affettive vissute nel proprio contesto.

La modalità di regolazione degli affetti, dunque, deriva dalla storia delle interazioni tra il bambino e i
genitori.

Il bambino organizza le proprie esperienze, aspettative e comportamenti in MODELLI OPERATIVI INTERNI:


rappresentazioni che si formano all’interno della relazione attraverso la costruzione di SCHEMI
INTERATTIVI.

Main definì i MODELLI OPERATIVI come regole consce e inconsce che guidano non solo i sentimenti ed i
comportamenti ma anche l’attenzione, la memoria e la cognizione relativa all’attaccamento.

Dalla seconda metà del 1° anno il bambino inizia ad essere influenzato dall’esperienza passata e
dall’anticipazione degli esiti delle interazioni in cui è coinvolto: dagli scambi relazionali con le figure di
rifermento il bambino, infatti, inizia ad apprendere i modelli sottostanti le regolarità delle relazioni
attraverso una conoscenza implicita, registrata come RAPPRESENTAZIONI NON SIMBOLICHE (Beebe e
Lachmann); tale conoscenza agisce sotto forma di azioni non pensate.

I MOI svolgono quindi una funzione di VALUTAZIONE E ORGANIZZAZIONE DELLE ESPERIENZE E DEI RICORDI.

Gli stili di regolazione degli affetti che si consolidano nel corso dello sviluppo costituiscono dei prototipi per
i successivi processi di mediazione che permettono di mantenere un’organizzazione o un sentimento di
sicurezza anche nelle situazioni stressanti (Kobak).

IL PARAMETRO FONDAMENTALE SU CUI SVALUTARE LO SVILUPPO NORMALE VS PATOLOGICO DEI


PROCESSI DI REGOLAZIONE è LA FLESSIBILITA’, espressione di esperienze affettive basata sulla sincronia,
reciprocità e sintonia.

Per Sroufe il bambino passa da un sistema di regolazione diadica ad un’autoregolazione fondamentale per
l’autostima e la fiducia in sé.

Alla base dello sviluppo sono fondamentali anche le esperienze sia di alti livelli di tensione che portano a
disorganizzazione ma sono associati ad emozioni positive, sia di interruzioni della sincronia all’interno di
cicli di rotture e riparazioni o di “riparazioni interattive” che sono all’origine della modulazione
dell’attivazione e dell’aspettativa di ristabilire l’organizzazione dopo la rottura.

Beebe e Lachmann ipotizzarono che una coordinazione bidirezionale ottimale nella diade sia quella
INTERMEDIA in cui la coppia mantiene un equilibrio tra autoregolazione e regolazione interattiva,
influenzandosi reciprocamente senza che questo legame divenga costrittivo in quanto privo di flessibilità.

Coloro che hanno sperimentato una buona regolazione affettiva e conforto, saranno in grado di valorizzare
sé stessi, gli altri e le relazioni, avendo sperimentato la reciprocità e la condivisione e quindi di utilizzare le
altre persone come risorse nei momenti di difficoltà.

Le organizzazioni adattive NON SICURE dell’attaccamento riguardano prevalentemente 2 strategie opposte:

- ANSIOSO EVITANTE: mostra l’esperienza di non disponibilità dei caregiver e si esprime nel bambino
con il tentativo di minimizzare il bisogno ed i comportamenti relativi al sistema di attaccamento
attraverso il mascheramento delle proprie espressioni emotive, il mantenimento di un’immagine di
sé stesso come invulnerabile e degli altri come meno importanti e la conservazione di un immagine
delle proprie esperienze di attaccamento come perfette.
- ANSIOSO AMBIVALENTE: l’esperienza con genitori disponibili in maniera non consistente porta il
figlio ad accentuare i propri bisogni e comportamenti relativi all’attaccamento, con una tendenza a
vivere le emozioni come soverchianti e difficilmente contenibili con un vissuto di confusione ed
invischiamento.
- DISORGANIZZATO/DISORIENTATO: rappresenta un forte fattore di rischio per l’insorgenza di
psicopatologie (disturbi dissociativi, Liotti).
Diversamente dai bambini sicuri ed insicuri che sviluppano comunque una strategia coerente nel far fronte
allo stress, i bambini disorganizzati mostrano comportamenti e affetti non organizzati nei momenti di
difficoltà; alla base di ciò vi è una ricerca di protezione e di paura nei confronti del caregiver che sembra
impedire al bambino un’organizzazione coerente dell’attaccamento.

• PROCESSI BIOLOGICI E NEUROPSICOLOGICI: IL CONTRIBUTO DELLE NEUROSCIENZE

TEORICI INNATISTI: asseriscono la tesi di un ruolo dominante del CODICE GENETICO in cui la sfera emotiva
e quella comportamentale sono espressione di aspetti innati, lasciando poco spazio all’ambiente

TEORICI CULTURALISTI: reputano gran parte delle variazioni dell’individuo come espressione della
mutevolezza e della plasticità dell’organismo all’AMBIENTE, ritenendo quest’ultimo responsabile della
formazione dell’individuo.

Vi sono due teorie intermedie tra innatisti e culturalisti:

➢ IPOTIZZA INTERAZIONE GENETICA/AMBIENTE: Si basa sul PRINCIPIO DELL’INTERAZIONE per cui


considera alcuni aspetti universali del comportamento umano espressione di processi genetici
(linguaggio), mentre ritiene influenzati dall’ambiente altri aspetti del comportamento legati alle
differenze individuali, così viene considerata una duttilità del cervello che, nell’esposizione ad un
determinato ambiente, diviene responsabile delle differenze individuali.
➢ LA TEORIA DELLA SELEZIONE (GAZZANIGA): è radicata su posizioni innativiste: il ruolo
dell’ambiente consiste nel selezionare, e non modificare, facoltà preesistenti dell’organismo quindi
si basa su un processo selettivo in cui solo gli organismi con alcune opzioni innate
sopraviverebbero.
In anni più recenti nell’ambito della psicopatologia evolutiva l’attenzione si è spostata sullo studio dei
meccanismi attraverso cui i geni esercitano la loro influenza come ad esempio per l’autismo (inizialmente si
pensava fossero responsabili le “madri frigorifero” poi ci si spostò verso una visione innatista).

COSI COME LA GENETICA INFLUENZA IL COMPORTAMENTO, ALLO STESSO MODO IL COMPORTAMENTO


INFLUENZA LA GENETICA.

Plomin definisce come “ERA POSTGENOMICA” il periodo in cui, identificati i geni, l’attenzione dei ricercatori
potrà spostarsi dall’attenzione verso i geni responsabili di un comportamento alla comprensione del loro
funzionamento.

NEUROSCIENZE DEGLI AFFETTI: tale neurobiologica interpersonale si propone di delineare un punto di vista
integrato di come avviene lo sviluppo degli individui all’interno di un mondo sociale in interazione con le
funzioni del cervello che danno origine alla mente.
• VERSO UNA NEUROBIOLOGIA INTERPERSONALE: LA REGOLAZIONE DEGLI AFFETTI NEL MODELLO
PSICONEUROBIOLOGICO DI SCHORE

Schore sostenne che l’integrazione tra neuroscienze e teorie dell’attaccamento permette un arricchimento
reciproco per la comprensione dello sviluppo dell’individuo.

Le ricerche sul legame tra attaccamento e correlati neurobiologici sono raggruppabili in 3 filoni:

❖ AMBITO GENETICO: si focalizzano sul ruolo di alcuni geni nello sviluppo della relazione di
attaccamento.
❖ AMBITO PSICOFISIOLOGICO: i vari parametri fisiologici vengono utilizzati per valutare gli stati di
attivazione nei differenti stili di attaccamento.
❖ AMBITO NEUROPSICOLOGICO: sono focalizzati sugli effetti che la qualità del legame di
attaccamento ha sullo sviluppo del SN.
Schore farà riferimento al filone dell’AMBITO NEUROFISIOLOGICO; egli si focalizza sulla comprensione dei
meccanismi psiconeurobiologici sottostanti alla salute mentale, in particolare, allo sviluppo delle capacità
regolatorie. La proposta si articola intorno all’influenza che l’attaccamento riveste sullo sviluppo
dell’EMISFERO DESTRO. Tale modello indica chiaramente un legame tra attaccamento sicuro, sviluppo
efficiente delle funzioni regolatorie dell’emisfero destro e salute mentale infantile.

Secondo l’autore, la capacità di regolazione delle emozioni concerne nel raggiungimento durante i primi
anni di vita di 2 traguardi:

- LA CAPACITA’ DI SVILUPPARE E MANTENERE STATI DI ATTIVAZIONE POSITIVA.


- (successiva) LA CAPACITA’ DI MODULARE E RECUPERARE STATI DI ATTIVAZIONE NEGATIVA.
Per il raggiungimento del 1° traguardo è necessario nel 1° anno di vita, l’esperienza di TRANSAZIONI
SINCRONIZZATE EMOTIVAMENTE CON IL CAREGIVER che, a livello neurobiologico, è resa possibile da una
SINTONIZZAZIONE PSICOBIOLOGICA degli stati affettivi ed uno SCAMBIO INTERATTIVOMUTUO DEI RITMI
FISIOLOGICI legati al crescere/decrescere dei sistemi periferici e centrali sottostanti le emozioni: l’emisfero
destro del bambino viene psicobiologicamente sintonizzato all’output dell’emisfero destro della madre che
svolge cosi una funzione di regolazione delle emozioni del figlio ; tale regolazione passa attraverso la
regolazione del SN SIMPATICO.

La regolazione degli affetti non consiste soltanto nella riduzione della loro intensità, nello smorzarsi di
emozioni negative, ma riguarda anche l’amplificazione e l’intensificazione delle emozioni positive alla base
anche del desiderio di esplorare l’ambiente circostante.

Sono le comunicazioni diadiche che generano stati affettivi positivi e intensi, con ALTI LIVELLI DI DOPAMINA
E OPPIACEI ENDOGENI, che promuovono la CRESCITA DELLA CORTECCIA PREFRONTALE e tali cambiamenti a
livello della CPF (10-12 mesi) svolgerebbero un ruolo essenziale nel generare rappresentazioni
presimboliche delle relazioni, i MOI.

Il raggiungimento del 2° traguardo è strettamente connesso all’inevitabile mutare del ruolo del genitore in
AGENTE DI SOCIALIZZAZIONE che assume anche il ruolo di proibire molti comportamenti del bambino ai fini
della socializzazione.

Nello stesso periodo evolutivo, si assiste all’emergere del sentimento della vergogna, inibitore specifico
degli affetti; da un punto di vista fisiologico, esso indica un improvviso spostamento da un’attività
dominante del SN autonomo, che immobilizza energie del simpatico, ad attività con energie del
PARASIMPATICO: da uno stato di iperarousal ad uno ipoarousal.

Nelle relazioni interpersonali, l’emergere della vergogna viene letta dal bambino come esito dell’esperienza
di NON SINTONIZZAZIONE AFFETTIVA da parte del genitore che porta ad una caduta dell’affetto positivo: in
questo caso la non sintonizzazione diviene mediatore del processo di socializzazione.
La vergogna e le transizioni caratterizzate da rotture e riparazioni, grazie anche all’intervento riparatorio
successivo dei genitori, permettono lo sviluppo di capacità di regolare internamente l’affetto negativo,
attraverso l’autoregolazione ed i meccanismi di recupero dello stress; ciò comporta secondo Schore una
riorganizzazione e maturazione della CORTECCIA ORBITOFRONTALE alla base dell’emergere di
rappresentazioni simboliche di sé e dell’altro.

La corteccia orbitofrontale è coinvolta nel doppio meccanismo funzionale eccitatorio/inibitorio del SISTEMA
LIMBICO: essa agisce come un meccanismo di recupero che monitorizza e autoregola la durata, la
frequenza e l’intensità degli stati affettivi positivi e negativi.

Nelle esperienze di attaccamento sicuro avviene una regolazione dell’arousal a livello ottimale, cioè
all’interno di un range moderato, sufficientemente alto per mantenere le interazioni, non troppo intenso
da causare angoscia: UN EQUILIBRIO TRA STATI DI AROUSAL SIMPATICO-ERGOTROPICO E PARASIMPATICO-
TROFOTROPICO.

Nell’attaccamento ANSIOSO EVITANTE, i bassi livelli di espressione emotiva del genitore e la sua scarsa
accessibilità portano il bambino a sviluppare una tendenza verso lo stato PARASIMPATICO DOMINANTE,
espressione di un adattamento a bassi livelli di stimolazione socio-emotiva.

Nell’attaccamento ANSIOSO RESISTENTE, l’esperienza di un caregiver che è accessibile in modo incoerente


ed imprevedibile, sono alla base della tendenza ad esprimere e vivere le emozioni in modo intenso e
pervasivo, tendendo verso umori negativi, espressione di una PREDOMINANZA DEL SIMPATICO che si
esprime in una personalità sotto-controllata e impulsiva.

La presenza di mancanza di sintonizzazione sono all’origine di ritardi nello sviluppo delle regioni
orbitofrontali, particolarmente influenzate dall’ambiente e del circuito limbico (immaturo); il risultato
sarebbe infatti una riduzione delle strategie di regolazione dell’affetto che incidono notevolmente
sull’adattamento all’ambiente limitando le capacità di coping e di empatia.

• PROCESSI COGNITIVI E SOCIO-COGNITIVI

Il contributo di Piaget è determinante nella psicopatologia evolutiva; egli spostò l’attenzione sui
meccanismi sottostanti i processi evolutivi superando le precedenti ricerche centrate sulla conoscenza delle
acquisizioni delle competenze cognitive nel bambino misurate spesso con oggetti inanimati e in contesti
poco naturali.

L’individuo agisce attraverso la selezione degli stimoli ambientali al fine di garantire l’organizzazione interna
del sistema.

La cognizione si caratterizza per due aspetti: ASSIMILAZIONE E ACCOMODAMENTO.

Lo sviluppo cognitivo infantile diviene quindi la conseguenza del ripetuto, lento e graduale funzionamento
cognitivo di assimilazione all’ambiente alla mente e di accomodamento della mente all’ambiente.

Accanto al modello teorico Piagetiano sono individuabili 3 principali processi dello sviluppo cognitivo
(Flavell):

- APPROCCIO DELL’ELABORAZIONE DELL’INFORMAZIONE: in cui lo sviluppo riguarda la messa in


pratica e maggiore efficienza dei procedimenti mentali di attenzione, trasformazioni in
rappresentazioni mentali, attribuzione di significato e conservazione delle info, permettendo una
maggiore flessibilità e completezza nella codifica degli stimoli e acquisizione di strategie.
- I NEOPIAGETIANI (Piaget + teoria dell’informazione) pongono maggiore attenzione alle specificità
di dominio di abilità cognitive e all’aumento delle capacità mentali dello sviluppo.
- LA TEORIA CONTESTUALE: (Vygotskij) in cui le principali fonti di cambiamento cognitivo sono
determinate dalle influenze del contesto sociale e culturale.
Attualmente per cognizione si intende UN SISTEMA COMPLESSO DI PROCESSI INTERATTIVI CHE GENERANO,
CODIFICANO, TRASFORMANO E MANIPOLANO IN MODI DIVERSI INFO DI DIVERSO TIPO.

L’ambito socio cognitivo considera come oggetto di studio gli esseri umani e i loro problemi. Nel tempo
(dopo Piaget/bambino poco competente) si è andata sempre più affermando una visione dell’essere umano
come dotato di meccanismi innati pre adattanti che si sviluppano nell’interazione con l’ambiente.

In particolare, nel bambino lo sviluppo nell’interazione con l’ambiente di MOI di sé, dell’altro e della loro
relazione permette di spiegare come in un sistema innato sia possibile l’apprendimento attraverso le
esperienze; si sviluppano le aspettative e le differenze individuali in base alle specifiche esperienze.

LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO RAPPRESENTA IN MODO ECLATANTE IL LEGAME NON DISTRICABILE TRA


SVILUPPO COGNITIVO E RELAZIONI SOCIALI.

Tra i presupposti cognitivi per l’attaccamento sociale, gli studiosi di questa prospettiva si sono occupati
dello sviluppo cognitivo di alcune capacità:

- Discriminare le percezioni e fornire risposte selettive


- Costruire delle aspettative sulle interazioni con il caregiver che permettono di interpretare gli
eventi e di predire il futuro
- La permanenza dell’oggetto
- La competenza rispetto all’imitazione
L’acquisizione di tali competenze cognitive permette al bambino di acquisire la TEORIA DELLA MENTE.

• L’ESPERIENZA DELLA PRIMA INFANZIA: LO SVILUPPO DI UNA TEORIA DELLA MENTE NELL’APPORTO
SOCIOCOGNITIVO

Con lo sviluppo della teoria della mente si fa riferimento alla capacità di attribuire stati mentali, quali
pensieri, sentimenti, desideri a se stessi e agli altri (Premark).

Possedere tale teoria ci permette funzioni evolutive e adattive come il prevedere come una persona si
comporterà, mostrare EMPATIA.

La capacità di cogliere le credenze costituisce una delle prime aree indagate nello sviluppo della teoria della
mente. Le ricerche in questo ambito hanno usato principalmente il TEST SULLE FALSE CREDENZE (Wimmer
e Perner).

Lo sviluppo di una teoria della mente costituisce una capacità cognitiva particolarmente vulnerabile nei
disturbi psicopatologici tra cui la SINDROME AUTISTICA dove abbiamo:

- Difficoltà nella normale acquisizione della teoria della mente.


- Problemi nella comprensione, nelle credenze, intenzioni, conoscenze e finzioni, desideri e
percezione (deficit).
È stata ipotizzata l’esistenza di una base biologica in questo disturbo.

Difficoltà nell’utilizzo della teoria della mente sono state trovate anche in bambini con altri disturbi: sintomi
paranoici nella schizofrenia (attribuzione sbagliata delle credenze agli altri), Disturbo della condotta (i
comportamenti aggressivi sono letti come esito di inaccurate attribuzioni di intenzioni), Disturbi di
personalità (legato agli affetti).

• PROCEDURA DELLE FALSE CREDENZE-WIMMER E PERNER

Nella procedura del test alla presenza di un bambino A, ed in assenza di un altro bambino B viene spostato
un oggetto dall’iniziale posizione: il 2° bambino, dunque, non sa che l’oggetto è stato spostato e conosce
invece il posto dove era collocato inizialmente.
Quando si chiede al bambino A dove il 2° bambino andrà a cercare l’oggetto quando tornerà nella stanza, la
risposta fornita permette di valutare la CAPACITA’ DI COMPRENDERE LE CREDENZE.

RISPOSTE BASATE SUL PROPRIO STATO MENTALE E DALLE PROPRIE CREDENZE: il bambino dirà che l’altro
bambino cercherà l’oggetto dove è stato spostato a sua insaputa e dove effettivamente si trova.

RISPOSTE BASATE SULLE CAPACITA’ DI COGLIERE LO STATO MENTALE DIFFERNTE DELL’ALTRO: il bambino
indicherà il 1° luogo dove era stato collocato inizialmente l’oggetto.

Tale capacità di cogliere le false credenze NON è PRESENTE PRIMA DEI 4 ANNI.

CAPITOLO 2: REGOLAZIONE DEGLI AFFETTI E SVILUPPO DI UNA TEORIA DELLA MENTE:


MATURAZIONE NEUROCOGNITIVA E INTERSOGGETTIVISMO COGNITIVO-AFFETTIVO NEL
CONTRIBUTO DI FONAGY E TARGET

Fonagy e Target tentarono di integrare, in una cornice intersoggettiva, l’influenza di processi neurocognitivi
ed il ruolo dello sviluppo cognitivo e affettivo nella formazione della teoria della mente nel bambino.

Il costrutto della teoria della mente è stato operazionalizzato in ambito psicoanalitico da questi due autori
con il concetto di RIFLESSIVITA’ O FUNZIONE RIFLESSA che fa riferimento alla possibilità del soggetto di
discernere i propri e altrui stati mentali identificandoli come rappresentazioni, distinte dalla realtà esterna,
e che influenzano in modo determinante il comportamento.

Sottolinearono come la capacità riflessa sia il prodotto di un processo influenzato da fattori dinamici di
varia natura e come essa non possa prescindere da una cornice intersoggettiva di sviluppo, differenziandosi
cosi dalla diffusa tendenza a considerarla come esito di una sequenza maturativa prefissata geneticamente.

Punto di partenza del contributo è che la comprensione del mondo mentale non sia data e la qualità del suo
sviluppo dipenda dall’interazione con altre persone sufficientemente amorevoli e riflessive.

In particolare l’affetto ha una priorità evolutiva nello sviluppo della teoria della mente rispetto alla
cognizione (emozioni comprese prima delle credenze).

Un ruolo fondamentale viene rivestito dalla relazione di attaccamento che permette al genitore di
rispecchiare ed attribuire significato agli stati mentali del bambino, favorendo l’emergere della
MENTALIZZAZIONE e dell’autonomia psicologica del bambino.

La funzione riflessiva si sviluppa a partire dai 4 anni, integrando 2 primitive modalità di funzionamento
psichico:

- LA MODALITA’ DELL’EQUIVALENZA PSICHICA: nella quale il bambino stabilisce un’esatta


corrispondenza tra i propri contenuti mentali e la realtà esterna, con un dominio della realtà
psichica; tale modalità è dimostrabile col test sulle false credenze.
- LA MODALITA’ DEL FAR FINTA: tipica del gioco infantile, in cui il bambino è in grado di
rappresentare i propri stati mentali, ma li considera come se non avessero relazione con il mondo
esterno. I bambini di 3 anni sono in grado di cogliere false credenze solo se all’interno del gioco del
far finta.
L’unificazione delle due modalità avviene secondo gli autori nelle interazioni di gioco grazie al ruolo svolto
dai genitori o dai fratelli più grandi e consente al bambino di arrivare a sperimentare i propri stati mentali
come rappresentazioni che sono distinte sia dagli stati mentali delle persone che lo circondano, sia dal
mondo esterno.
Nel processo di mentalizzazione l’adulto riveste un ruolo fondamentale: la mente dell’adulto deve
consentire la dualità nel mantenere la cornice della realtà esterna e allo stesso tempo ripresentare lo stato
mentale del bambino.

La mentalizzazione conduce ad un tipo diverso di relazione con i propri affetti ovvero “affettività
mentalizzata” che riguarda la capacità di regolazione affettiva in cui è presente una consapevolezza degli
affetti mentre vengono sperimentati e che costituisce un ulteriore livello della regolazione affettiva
riguardando il significato che gli affetti rivestono per la persona.

IL MECCANISMO DI INTERPRETAZIONE INTERPERSONALE (MII) costituisce il sistema di elaborazione


dell'informazione soggiacente alla funzione riflessiva e riguarda quindi il meccanismo che presiede alla
capacità di interpretare in termini psicologici l'ambiente psicosociale.

Esso si sviluppa nell’ontogenesi dell’interiorizzazione delle risposte del caregiver di rispecchiamento dello
stato emozionale del figlio che permette di sviluppare una rappresentazione del proprio stato interno.

Fonagy BIOFEEDBACK SOCIALE: il bambino è istintivamente portato ad esprimere i cambiamenti dei propri
stati affettivi nel comportamento, mentre la madre è portata istintivamente a rispecchiare i comportamenti
che esprimono lo stato interno del bambino.

Il MII nascerebbe da una predisposizione genetica, nel contesto delle esperienze di attaccamento, svolge la
funzione di moderatore delle influenze genetiche della personalità.

Le cure materne quindi, oltre a presiedere alla regolazione dello stato mentale del figlio, incidono
fortemente sulla strutturazione psichica virgola sulla consapevolezza e sul controllo emotivo del sé.

L'insicurezza dell'attaccamento diviene allora espressione di limitazioni nella capacità di mentalizzare,


portando a rappresentazione di sé poco coese (attaccamento evitante).

Alla base di una vulnerabilità della psicopatologia vi sarebbero, quindi, difficoltà nel rispecchiamento
affettivo del caregiver; tali difficoltà sono raggruppabili in due tipi di FALLIMENTI:

- UN RISPECCHIAMENTO AFFETTIVO CONGRUENTE MA NON MARCATO:


Intendendo con marcatura l'esagerazione dell'affetto che permette di ripresentare al bambino lo stato
affettivo fornendo al contempo una manifestazione marcata; tale marcatura introduce il successivo
sviluppo della capacità di rappresentare gli affetti.
Il rispecchiamento affettivo congruente riguarda i genitori che, cogliendo le emozioni del figlio, se ne fanno
simmetricamente invadere non riuscendo a contenerle; il bambino percepirà così le proprie espressioni
negative come un'emozione propria del genitore virgola ostacolando lo sviluppo di una loro
rappresentatività.

Tale esperienza, se ripetuta, può condurre ad una coerente percezione di sé stessi e ad uno scarso controllo
degli affetti, accanto alla tendenza ad attribuire i propri stati affettivi negativi all'esterno. ASSOCIATO CON
DISTURBO BORDERLINE.

- RISPECCHIAMENTO AFFETTIVO NON CONGRUENTE:


Esperienza frequente in genitori ipercontrollanti o forti meccanismi di difesa rispetto ad alcuni affetti del
figlio che li portano a percepirli in modo distorto. Tale esperienza condurrà il bambino a rappresentare in
modo distorto le proprie emozioni. FALSO Sè (Winnicott) o DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’.
Fonagy e Target individuano quindi nella mentalizzazione l'elemento chiave che filtra il processo di
sviluppo: propongono un ripristino della attenzione alla soggettività nelle ricerche che indagano i
meccanismi di interpretazione dell’ambiente sociale.
3. EVENTI DI VITA E PSICOPATOLOGIA
CAPITOLO 1: L’EVENTO

L'avvenimento è visto come l'irruzione brusca di fattori esterni, conflittuali, frustranti, causanti dolore,
responsabili della modificazione di un equilibrio omeostatico e capaci di attivare processi mentali di
elaborazione, di organizzazione difensiva, di coping che, se insufficiente rispetto al peso dell'evento
possono indurre ad una rottura di tale equilibrio.

EVENTO STRESSANTE: col termine evento si indica avvenimenti della vita obiettivamente identificabili,
delimitabili e circoscritti nel tempo come matrimonio, divorzio, perdita di una persona cara, che modificano
in modo VARIABILE MA SOSTANZIALE l'assetto di vita di una persona, chiedendole lo sforzo di adattarsi alla
nuova situazione (Biondi).

Con il termine TRAUMA si è indicato l'impatto di un evento in genere grave, implicando il concetto delle
conseguenze prodotte sulla persona, cioè del danno sia fisico che psichico. Il termine è stato usato in
psicopatologia per indicare soprattutto condizioni in cui lesioni fisiche erano associate in modo vario ad un
forte impatto emotivo.

Kardiner coniò il termine “FISIONEVROSI” per indicare il duplice aspetto psichico e somatico dei traumi da
combattimento, attualmente il concetto DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS riguarda entrambi i tipi
di trauma.

Il concetto di STRESS riprende il concetto di danno fisico e psichico alla persona, richiamando il fatto che
l’evento induce modificazioni di meccanismi neurobiologici centrali e periferici che, stabilizzandosi e
divenendo croniche, costituiscono vere e proprie variazioni di tali meccanismi.

Lo stress può essere considerato come la reazione di un individuo a quei fattori che rendono la percezione
di un evento come eccedente la possibilità di fronteggiarlo con successo.

CAPITOLO 2: EVENTI E PSICOPATOLOGIA

REAZIONI AD AVVENIMENTI (Jaspers): disturbi considerati come risposte ad eventi esterni a cui sono
collegabili in un rapporto di comprensibilità psicologica, che non hanno comunque un loro inquadramento
clinico preciso.

REAZIONI PATOLOGCHE (Bleuer): disturbi psicoreattivi o psicogeni per un gruppo di patologie molto
diverse tra loro (isteria, anoressia e depressione)

PROCESSO: implica che una patologia psichica (schizofrenia) sia incomprensibile ed inderivabile in base alla
storia o alla personalità e sia legata presumibilmente ad un’alterazione organica conosciuta o meno.

Ne “il deliroide di rapporto dei sensitivi” di Kretchmer vi è un superamento della dicotomia


sviluppo/processo: descrive quel quadro di suscettibilità, sensazione di essere stati offesi ingiustamente,
sentimenti di vergogna e sconfitta e timore di venire danneggiati da persone del proprio ambiente, che
rappresenta il risultato dell’interazione tra una personalità insicuro sensitiva ed un evento ambientale
negativo di modesta entità a cui viene attribuito un significato soggettivo amplificato.

GLI EVENTI SONO:

- INSOSTITUIBILI NELLO SVILUPPO SIA PER IL LORO VALORE AFFETTIVO CHE PER QUELLO COGNITIVO.
- GLI EVENTI INFANTILI CREANO UNA BASE FONDANTE (MOI).
- LASCIANO TRACCE SIA NELLA MEMORIA IMPLICITA CHE IN QUELLA ESPLICITA/DICHIARATIVA.

CAPITOLO 3: I PROCESSI DISSOCIATIVI

Nelle situazioni di impossibilità di grave difficoltà ad elaborare mentalmente gli eventi, si possono verificare
divisioni dell'apparato mentale dell'individuo che si collegano a manifestazioni psicopatologiche che vanno
dalla psicopatologia della vita quotidiana a quelle che fanno parte di forme cliniche definite.

• DISTURBI DISSOCIATIVI

La psiche è in grado di accogliere ed elaborare stimoli solo se è organizzata:

- elaborare informazioni
- senso di continuità
- mantenere la capacità di agire e desiderare
- l'impossibilità di elaborare può dare luogo a:
RIMOZIONE: ricordi nascosti dunque inaccessibili al soggetto.

DISSOCIAZIONE: spostati in aree mentali separate direttamente accessibili alla coscienza.

• DSM IV-TR
I sintomi dissociativi fanno parte dei disturbi d'ansia o dei disturbi di personalità dove la dissociazione è il
principale sintomo, ve sono quattro:

- DISTURBO DI DEPERSONALIZZAZIONE: sono disturbate o influenzate da sensazioni persistenti di


distacco e irrealtà; sintomi occasionali di depressione sono comuni.
- AMNESIA DISSOCIATIVA: dimenticano letteralmente info fondamentali sulla propria identità o su
un loro recente passato dopo aver subito un evento traumatico.
- FUGA DISSOCIATIVA: Esperienza di amnesia dissociativa e i più dopo aver perduto i ricordi,
abbandonano la loro vita normale per recarsi in altri luoghi assumendo di solito nuove identità
senza collegamenti apparenti con la vita precedente.
- DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITA’ O DISTURBO MULTIPLO DI PERSONALITA’: mantengono
di solito la loro identità, ma hanno anche altre identità o personalità che ogni tanto prendo il posto
della personalità originale. in tale disturbo esistono nella persona almeno due tipi diversi di
personalità che si ignorano a vicenda, essendovi amnesia delle azioni, dei pensieri, delle emozioni
dell’una quando è l'altra da assumere il controllo del comportamento, presupponendo quindi
almeno due stati distinti di coscienza.

I criteri diagnostici sono:

- presenza di due o più identità o di stati di personalità distinti, ciascuno con i suoi modi
relativamente costanti di percepire,relazionarsi e di pensare nei confronti di se stesso e
dell'ambiente.
- almeno due di queste identità o stati di personalità assumono in modo ricorrente il controllo del
comportamento della persona.
- l'incapacità di ricordare importanti notizie personali è troppo estesa per essere spiegata con una
banale tendenza alla dimenticanza.
- L'alterazione non è dovuta ad una condizione medica generale come l'epilessia o ad effetti di una
sostanza.
NAS: non altrimenti specificati.
DSM IV DSM V
Sconnessioni delle funzioni, solitamente integrate Non è presente la fuga dissociativa
della coscienza, memoria e identità Rispetto al DSM IV vi è più emotività, percezione,
comportamento (ogni area del funzionamento
psicologico)
Il disturbo non è la parte normale di una pratica
religiosa o culturale (amico immaginario)
Vi è depersonalizzazione

• LA DISSOCIAZIONE

La dissociazione è il fallimento della SINTESI PERSONALE causata non solo dal trauma psicologico ma anche
da altre condizioni come emozioni violente, malattie deabilitanti; non sono una difesa adattiva della mente,
ma una conseguenza diretta del trauma.

Un aspetto delle conseguenze psicologiche del trauma è il RUOLO DEI PROCESSI MENTALI ADATTIVI che
mantengono l'integrazione del se, ed un'altra aspetto correlato è che la memoria dell'evento traumatico
assumono uno stato SUBCONSCIO.

Gli aspetti chiave della dissociazione sono:

- Un processo in cui determinate funzioni mentali, in genere integrate con altre funzioni, tendono ad
operare in modo più COMPARTIMENTALIZZATO O AUTOMATICO, di solito al di fuori della sfera
della coscienza e della memoria.
- separazione dell'associazione tra due elementi.
- una strategia di coping usata per affrontare un'esperienza soverchiante.
- esclusione della coscienza e impossibilità di accesso al volontario recupero mnesico di contenuti
mentali specifici.
- sconnessione delle funzioni (ricordi, fantasie).
Van derKolk classifica:

- DISSOCIAZIONE PRIMARIA: contenuti non elaborati vengono immagazzinati in aree


somatosensoriali senza integrazione nelle narrazioni soggettive usuali (flashback e incubi).
- DISSOCIAZIONE SECONDARIA: dissociazione fra l’Io osservante e l’Io che vive l'esperienza; la
finalità difensiva del processo è chiaro in quanto preserva dall'impatto intollerabile con l'evento (in
condizioni di eventi catastrofici, sentono di abbandonare il proprio corpo e guardarsi dall'alto).
- DISSOCIAZIONE TERZIARIA: completa dissociazione dell'individuo in personalità distinte: una porta
di solito le emozioni correlate al trauma mentre l'altra o le altre restano apparentemente intatte ed
in grado di funzionare usualmente.

• LA TEORIA TRAUMATICA DEI DISTURBI DISSOCIATIVI


Molti dei soggetti che sviluppano DD (98%) hanno nella storia personale traumi di vario tipo, specialmente
di natura sessuale avvenuti perlopiù prima dei 9 anni in cui la dissociazione è un meccanismo di difesa
automatico della mente (Putnam).

Secondo Kluft i fattori in gioco nel determinismo traumatico del DD sono:

- capacità di attuare una dissociazione difensiva nei confronti del trauma ( fuga mentale) attraverso
ipervigilanza, dissociazione, evitamento e confusione, operazione efficaci nel momento del trauma
ma che, persistendo, si trasformano in modelli di relazione e strategie di difesa disadattivi,
compromettendo il senso di continuità della propria identità.
- esistenza di esperienze traumatiche travolgenti (abusi) che superano la capacità di adattamento e
le consuete operazioni difensive.
- influenze ambientali.
- esperienze rassicuranti e ristrutturanti con i caregiver o altre persone significative che però non
sono sufficienti a far sentire il bambino completamente protetto.
LA TEORIA TRAUMATICA dice che: traumi psicologici reali subiti nell'infanzia si trovano nella storia di
soggetti affetti da DD in oltre il 95% dei casi.

Sulla base di questi dati i DD sono considerati DISTURBI POST TRAUMATICI DA STRESS CRONICIZZATI A
INSORGENZA INFANTILE.

Tuttavia traumi analoghi a quelli dei pazienti affetti da disturbo dissociativo sono stati trovati in altri
disturbi come Il borderline, il disturbo della condotta alimentare, attacchi di panico.

Solo alcune persone che subiscono traumi psicologici gravi sviluppano poi un disturbo post traumatico da
stress che si cronicizza in un numero ancora inferiore di soggetti.

Esistono fattori aggiuntivi che da un lato determinano la reazione al trauma e la sua cronicizzazione,
dall'altro conducono al disturbo dissociativo (precocità del trauma, ruolo dei familiari).

L’ATTACCAMENTO DI TIPO INSICURO “TIPO D” non corrisponde a quello illustrato da Bowlby: sequenze di
modelli di comportamento contraddittori come evitamento intenso e intensa ricerca del contatto col
Caregiver, postura anomala (Inciampare) solo quando è presente il genitore, espressione di paura verso
genitore, cambiamenti rapidi del tono emotivo, espressioni confuse.

Da qui l'ipotesi che, in questi casi, nel bambino vi si attivi una dissociazione come risposta difensiva;
bisognerà quindi esaminare la genesi dei disturbi dissociativi nel contesto delle relazioni interpersonali,
dello sviluppo affettivo e cognitivo secondo la seguente schematica successione dei fatti:

- violenza e maltrattamento subiti dalle figure di attaccamento


- conseguente presenza di rappresentazione multiple di sè
Secondo tale modello la dissociazione riguarda rappresentazioni del se precoci, incoerenti, reciprocamente
incompatibili e drammatiche e basate sul bisogno della vicinanza protettiva in caso di pericolo.

4. CICLO VITALE E PASSIONE AMOROSA


Nell’ambito della passione amorosa si possono identificare 3 nuclei esperenziali:

o INNAMORAMENTO: Esperienza complessa sostenuta da uno stato di ardente esaltazione


affettiva, vi è una proiezione sull'altro di istanze personali molto idealizzate ed infine da
una disposizione verso il mondo centrata in modo pressoché esclusivo sull'oggetto della
propria esaltazione. La conoscenza dell'altro amato è data senza bisogno di rilevanti
riscontri oggettivi.
o GELOSIA: Particolare sentimento che ha la sua base cognitiva da un lato nel doloroso
timore che esista una minaccia esterna nei confronti della relazione che lega il soggetto
all'altro amato e dall'altro che esista almeno una parte dell'altro amato, potenzialmente
infedele; tale sentimento ha come prerequisito lo zelo (attenzione partecipe) nei confronti
dell'altro. La gelosia può aprire la strada a un vissuto depressivo ma anche ad una protesta
rabbiosa nei confronti dell'umiliazione che la perdita può comportare.
o MALINCONIA AMOROSA: a cui si possono ricondurre tutte le condizioni connesse con
l'esperienza di frustrazione e di perdita che si hanno dopo l'allontanamento dell'altro.

Ognuna di queste esperienze può portare con sé vari quadri clinici:

- INNAMORAMENTO PATOLOGICO
- GELOSIE PATOLOGICHE
- MELANCONIA AMOROSA
Clèrambault indica inoltre (esperienza passionale):

- Che la struttura dell’esperienza può essere alterata da un abnorme quantità della passione.
- L’abnorme persistenza di un dato nucleo passionale può alterare la struttura dell’esperienza.
- L’incoercibilità dei contenuti ideici.
- Ipermeabilità di fronte al riscontro di realtà.

CAPITOLO 5: L’ESPERIENZA DI INNAMORAMENTO

Si possono individuare tre momenti che strutturano l'esperienza di innamoramento:

1°MOMENTO: è dato dalla costruzione di un particolare spazio coscienziale strutturato dall’ATTESA


DELL’AMORE: dal desiderio che aspira ad un'esperienza amorosa volta a riempire un GAP (vuoto) fra
percezione della propria limitatezza soggettiva ed aspirazione verso un incontro che sia il definitivo
superamento di questa percezione.

La costruzione di questo spazio coscienziale si può considerare come il primo momento dell'esperienza di
innamoramento, è UN’ATTESA ORIENTATA.

2° MOMENTO: MOMENTO DELL’INCONTRO: è il momento dell'ingresso dell'altro aspettato nello spazio


coscienziale costruito dall’attesa. Il SEGNO D’AMORE non sempre è concreto, tutto viene idealizzato
secondo l’attesa orientata (più ideale che reale). Ora nell'esperienza di innamoramento si può riavvisare
una delle più tipiche espressioni di un tentativo di traduzione relazionale narcisistica: tende ad esaltare gli
aspetti di uguaglianza con l'altro e a negare la diversità.

SPINTA ALL’AZIONE: A questo punto si è già costruita tutta la base soggettiva dell'esperienza passionale
amorosa che ora cerca di tradursi nella realtà attraverso la spinta all'azione. qui l'altro manda segnali di
disponibilità, di accettazione, di interesse così da permettere l'instaurarsi di una relazione affettiva nella
quale sono cadute le idealizzazioni sull'altro e prevale una conoscenza affettiva e oggettiva.

QUINDI:
- COSTRUZIONE SPAZIO DI ATTESA
- INCONTRO CON L’ALTRO
- SPINTA ALL’AZIONE
- SPAZIO DELLA FRUSTRANTE SCOPERTA DELL’ALTERITA’ DELL’ALTRO
- POSSIBILITA’ DI UN RIVALE

CAPITOLO 6: LE DECLINAZIONI PATOLOGICHE DELL’ESPERIENZA DI INNAMORAMENTO

➢ SINDROME DELL’AMANTE FANTASMA:


È una declinazione patologica che ha quando il consueto sviluppo dell'esperienza di innamoramento si
arresta al PRIMO MOMENTO; manca quindi l'incontro con l'altro, per cui il soggetto indirizza la sua passione
amorosa verso persone sconosciute o appena intraviste. Questa passione può mantenersi per anni talvolta
anche tutta la vita senza che l'altro ne vengo a conoscenza, nè che il soggetto cerchi una qualche sorta di
reciprocazione del sentimento; Il paziente spera di poter essere ricambiato in futuro ma ha la dolorosa
consapevolezza dell'origine solitario del suo amore; col passare del tempo la posizione verso l'altro diviene
delirio poiché vi è un sottile legame con la realtà abbandonandosi al sogno d'amore.
➢ IL DELIRIO AMOROSO (AMORE DELIRANTE):
L’esperienza dell’innamoramento riesce ad evolversi anche al MOMENTO DELL’INCONTRO ma poi rimane
ancorato a questo senza svilupparsi nella spinta all’azione: il processo di conoscenza oggettuale e di
condotta delle interazioni risulta altamente deficitario e il pazienti preferisce rimanere ancorato alla realtà
dell’altro intuita nel momento del colpo di fulmine.
PATOLOGIA: il soggetto non riesce ad abbandonare le idealizzazioni rischiando di perdere di vista il
contatto con la realtà.

Vi sono però delle distinzioni da fare:

o INFATUAZIONE: si differenzia dall’infatuazione per la presenza di un po' tutti gli attributi di


patologia dell’esperienza passionale (Clearambault).
o IDEE PREVALENTI: la differenza è che non vi è contatto con la realtà, vi è la frenetica ricerca
di indizi atti a confermare le idee amorose.
o DOC: le idee non possono essere considerate ossessive: sono si pensieri e immagini
persistenti ma non sono vissuti come inappropriati e non causano ansia ma solo
frustrazione.
o DELIRIO: non è condiviso dagli altri, in tale disturbo non lo è solo in un secondo momento.

➢ IL DELIRIO EROTOMATICO (SINDROME DI CLèARAMBAULT):


L’autore distinse nei casi di erotomania 2 realtà cliniche:
o FORMA PURA O PRIMARIA: caratterizzata da un inizio improvviso, dall’assenza di altri
elementi psicopatologici come le allucinazioni e da un’evoluzione tematica caratteristica
del primo nucleo delirante.

Quindi da un lato vi è una variante della paranoia (Kraepelin) e da un lato una vera e propria realtà clinica
indipendente (Clèarambault).

Nel DSM IV, l’erotomia viene inserita tra i disturbi deliranti senza accettazione della bipartizione voluta da
Clèarambault, proponendo quindi un ritorno di Kreapelin.
Il quadro clinico è caratterizzato da un delirio strutturato e spesso anche assai elaborato, il cui nucleo
tematico è dato dal convincimento delirante, di essere amati da un'altra persona. Esordio improvviso.

Lo sviluppo: si parte dall'intuizione che l'altro (oggetto della passione erotomanica) sia stato preso d'amore
travolgente per il paziente; questo lo porterebbe a mettere in atto una serie di accorgimenti volti a
segnalare la propria dedizione e a suggerire modi e meccanismi di contatto quindi ad una serie di tecniche
seduttive volte a far nascere la passione anche nel paziente; in questo passaggio si snoda un copioso delirio
che talvolta assume un andamento narrativo epico con progressiva comparsa di nuovi personaggi (invade il
mondo del paziente).

Solitamente si tratta di donne di modesta origine, mentre gli oggetti d'amore sono quasi sempre uomini più
vecchi e di più alto livello sociale; le pazienti sostengono tenacemente che l'altro è stato il primo ad
innamorarsi e a mandare messaggi di disponibilità amorosa.

Spesso la paziente descrive il modo elaborato, ma a suo dire evidente, con cui la tresca amorosa si è svolta;
gli elementi a volte possono apparire sorretti da logiche condivisibili come una strizzata d'occhio o sorrisi
ammiccanti, altre volte bizzarre e improponibili come telepatia, trasmissione del pensiero tramite la tv,
ipnosi.

La paziente per lo più tende a negare un suo coinvolgimento passionale, almeno all'inizio, per proporre
un'immagine di se come di persona che ha “finito per innamorarsi” solo per le protratte insistenze ed
offerte amorose dell'altro.

o FORMA SECONDARIA: ad altri quadri morbosi in cui l’esordio è più subdolo, il tema
delirante non è unico e talvolta nemmeno centrale; possono esistere accanto al delirio
erotomatico altre tematiche deliranti, allucinazioni e disordini del pensiero. (NO ESORDIO
IMPROVVISO). Vi è una tendenza a cambiare o ad ampliare l’oggetto delle attenzioni
erotomatiche. Tale disturbo secondario si sviluppa in concomitanza con Disturbi
Schizofrenici e dell’Affettività.
Quello che viene a mancare in tale patologia è il 3° momento: la costruzione dell’esperienza amorosa.

CAPITOLO 7: LA GELOSIA

È la particolare reazione verso le intrusioni, vere o presunte, ma sentite comunque come minacciose, nei
confronti di una relazione sentimentale.

Etimologicamente la parola gelosia è legata a “Zelo” cioè dedizione accurata e un po' assillante nei
confronti della persona amata; con il tempo si è sostituito il suo significato: un'idea intrusiva, possessività.

Attraverso la gelosia l'osservatore tende più a intravedere che a vedere, intuire piuttosto che a capire.

Può essere considerata quindi sia come un grado di protesta nei confronti di un ideale rapporto che deve
essere salvaguardato, sia come un tentativo di imporre i propri desideri e propri valori.

In medicina la gelosia diviene l'espressione di una bassa autostima, di un’eccessiva dipendenza dal partner,
di un oggettiva inadeguatezza come amante.

Il dato che apre, nell'esperienza passionale amorosa, alla dimensione della gelosia, è da recarsi nel fatto che
l'altro non è solo una nostra proiezione ma ha anche una sua quota di desideri, emozioni e attrazioni che
possono andare o no nella direzione che chi ama vorrebbe → FRUSTRANTE SCOPERTA DELL’ALTERITA’
DELL’ALTRO.
Questo momento doloroso permette, da un lato, di uscire dalla dimensione egoistica, dall'altro apre una
rabbiosa rivolta verso una possibile terza figura (rivale).

Ogni pericolo che minaccia la nostra relazione con l'altro viene vissuto come una minaccia alla propria
identità personale; il tentativo di ripristinare il controllo sulla relazione va visto come un tentativo per
ripristinare il controllo sulla propria identità personale.

La gelosia patologica si può distinguere dal normale per un'esaltazione passionale prolungata, possessiva,
esclusiva, dispotica.

È sempre presente il rifiuto di permettere l'oggetto amato ogni cosa che non sia sottomissione alle proprie
incoercibili esigenze.

FREUD distinse 3 tipi di gelosia:

- GELOSIA NORMALE: una forma competitiva che si può ricondurre a situazioni di gelosia infantile
edipica o di rivalità fraterna, molto comuni e radicati nell’inconscio. Sottende il dolore per la
perdita, sentimenti di animosità verso il rivale e si uniscono valutazioni autocritiche per una
presunta responsabilità soggettiva.
- GELOSIA PROIETTIVA: è quella del soggetto infedele, o tendente all’infedeltà che si scarica del
proprio senso di colpa rigettando l’accusa del partner.
- GELOSIA DELIRANTE: l’inadeguatezza proiettata rivelerebbe una tendenza omosessuale.
Fenichel: la gelosia si instaura quando la capacità di reprimere tendenze omosessuali o di infedeltà si
accompagnano ad una caratteristica intolleranza per situazioni di perdita dell’Altro.

Klein: l’origine della gelosia non sarebbe autonoma ma deriverebbe dall’invidia per la capacità paterna di
potersi appropriare del seno materno.

La gelosia quindi:

- Si può considerare come una serie di vissuti e comportamenti reattivi e intrusivi vissuti come
minacciosi nei confronti della relazione.
- Esperienza comune.
- I confini tra normalità e patologia sono difficili da definire.
- I modelli culturali e sociali sono fondamentali per definire normalità o patologia.
Si possono distinguere 3 tipi DI GELOSIA PATOLOGICA:

❖ IPERESTESIA GELOSA:
L’iperestesia gelosa delinea un quadro clinico di confine tra normalità e patologia. Le idee di gelosia sono
quantitativamente floride e tendono ad occupare tutto il campo esperienziale del paziente; sono persistenti
tanto che spesso, costituiscono un vero e proprio doloroso stile di vita.
Le idee di gelosia possono recedere, almeno parzialmente, di fronte alla critica e quindi il livello clinico
raggiunto non può considerarsi psicotico. È un sentimento di gelosia formalmente normale, ma
iperbolicamente ampliato e soprattutto distorto dei particolari modelli di comportamento che si rivelano
anche in altri aspetti della vita di questi pazienti.

La struttura formale rimanda a quella delle idee prevalenti hanno cioè una forte componente affettiva e
mantengono un costante confronto con la realtà, pur occupando in modo stabile ed esclusivo il campo
coscienziale del paziente.

➔ FARMACI: SSRI, pimozide e antipsicotici


➔ EFFICACE PSICOTERAPIA
❖ GELOSIA OSSESSIVA:
Il vissuto di gelosia assume strutturazioni formali, sia di tipo ideico che comportamentale, di tipo
anancastico a figurare una condizione clinica che incontra i criteri del DSM IV per il disturbo ossessivo
compulsivo. Le immagini delle idee di infedeltà sono incoercibili e il dubbio di fedeltà del partner è centrale,
il paziente non riesce a sopprimerlo. Chi ne soffre è continuamente alla ricerca di segnali che possano
lenirlo, confermarlo o smentirlo. I Pazienti riconoscono l'infondatezza dei loro sospetti, arrivano anche a
vergognarsene ma sono, loro malgrado, trascinati e sommersi dalla tormentosità del dubbio.
❖ GELOSIA DELIRANTE (SINDROME DI OTELLO):
La sindrome di Otello si costruisce intorno alla certezza dell'infedeltà dell'Alto, certezza assoluta e
impermeabile ad ogni confronto con la realtà; c'è la certezza che l'infedeltà sia già stata consumata; il
comportamento del paziente è teso a fare ammettere all'altro la colpa tramite una richiesta di confessioni
assillanti portate avanti o in modo subdolo o tramite il ricatto, talvolta ricorrendo alla coercizione o alla
violenza fisica. Talvolta il partner accusato, nella speranza di porre fine ad una situazione insostenibile,
ammette un inesistente tradimento ma così il delirante intensifica la sua aggressività e tenta di far
ammettere ulteriori infedeltà. Tale patologia assume gli attributi formali del delirio e presenta tutte e
quattro le caratteristiche per i criteri di patologicità di Clearambault. È una forma delirante pura senza
allucinazioni, né deterioramento della personalità, anzi spesso con il mantenimento di standard
comportamentali e culturali socialmente accettabili. Fatta eccezione per la convinzione di infedeltà, questi
deliri sono coerentemente espressi, abilmente elaborati e senza le contraddizioni e bizzarrie dei deliri
schizofrenici. Nella gelosia delirante sono anche frequenti declinazione di tipo penale.

CAPITOLO 8: IL LUTTO AMOROSO

L'evoluzione naturale di ogni vicenda passionale amorosa comporta esperienze di perdita; la fine di una
relazione amorosa può comportare un rilevante stress psicosociale che meriterebbe di essere inserito
specificatamente nel DSM IV, questo a prescindere dal fatto che l'amante sia deceduto o sia soltanto
terminata la relazione che legava il paziente a quella persona o nei casi in cui la perdita ha a che fare con
un’aspettativa verso l'altro che deve essere modificata.

L'esperienza del lutto accompagna dunque con una continua a concreta possibilità le vicende della passione
amorosa, è quindi una normale esperienza.

Secondo Freud in base alla collocazione della perdita possiamo distinguere:

- una perdita sentita nello spazio esterno dell'individuo e qui parleremo di lutto.
- una perdita sentita nello spazio interno dell'individuo: malinconia amorosa.
Tuttavia nella maggior parte dei casi la perdita dell'altro non sfocia nella patologia ma viene superata con
un normale decorso: inizialmente la perdita non desiderata dell'altro dà luogo ad un dolore di fondo, una
pena con sentimenti di abbandono e conseguente perdita del senso della vita; è presente anche un
marcato ritiro dalla vita sociale con abbandono o incapacità di svolgere le consuete occupazioni; tale caduta
delle performance è dovuta ad una difficoltà nella concentrazione con conseguenti disturbi della memoria.
Molto spesso vi sono anche disturbi del sonno e dell'appetito, fenomeni di pena caratterizzati da pianto e
disperazione. si presentano persino “passaggio all'atto” sostenuto dalla necessità di contattare la persona
amata che si può tradurre in una ricerca spasmodica dell'altro con pedinamenti o chiamate. Con il passare
del tempo le esplosioni di pena si fanno più sporadiche e il dolore si attenua; riprende l'interesse per il
mondo, il sonno ritorna, come anche l'appetito; da ciò ne deriva spesso un arricchimento e una
maturazione, che compensa la perdita dell'altro.
• PASSIONE AMOROSA E LUTTI PATOLOGICI
Nei lutti patologici vi sono una serie di condizioni in cui le reazioni all’esperienza di perdita si presentano
clinicamente abnormi:

- PER INTENSITA’ DELLE ESPRESSIONI PSICOPATOLOGICHE: le crisi di pena e disperazione si fanno


drammaticamente intense.
- PER DURATA: il vissuto di perdita si dimostra insanabile, acquisendo le caratteristiche di una
condizione cronica.
- PER QUALITA’ DELLE ESPRESSIONI PSICOPATOLOGICHE: appaiono molto significativi i “segni di
vitalizzazione” come i disordini dell’appetito e del sonno e gli agiti.
- PER GRAVITA’ DEGLI EFFETTI: cadute nella performance.
I lutti patologici possono essere inquadrati anche con criteri psicogenetici fondati cioè su una serie di
condizioni psicopatologiche che sarebbero a monte della manifestazione clinica.

PARKES descrive quelli:

- CONSEGUENTI ALLA PERDITA IMPROVVISA DELL’OGGETTO AMATO: caratterizzati da un’insistita


“percezione di presenza” dell’amato; sono inoltre presenti idee di auto-rimprovero e di colpa nei
confronti dell’altro di cui si mantiene altissimo il livello di idealizzazione; Altro nei confronti del
quale ci si sente ancora carichi di doveri (come se ci fosse).
- LUTTI PATOLOGICI CHE CONSEGUONO ALLA FINE DI UNA RELAZIONE CON FORTI TRATTI DI
AMBIVALENZA: la fine della relazione viene vissuta all’inizio con sentimenti di liberazione ed
esaltazione quasi con aspetti di ipomaniacalità. Nei primi giorni dopo la perdita vi è ottimismo e
condotte esplorative come a negare l’esperienza del lutto dopo però compaiono vissuti di pena e
disperazione che con il tempo si aggrava (comportamenti autopunitivi). È frequente l’osservazione
di condotte espiatorie che si traducono in un divieto di ogni altra valida relazione amorosa; altre
volte si espia scegliendo una persona opposta alle proprie inclinazioni, condannandosi ad una
relazione insoddisfacente.
- LUTTI PATLOGICI CHE SEGUONO A RELAZIONI CARATTERIZZATE DA PROFONDA DIPENDENZA TRA
I DUE PARTNER: sono caratterizzati da un abnorme lunghezza del lutto che dà luogo alla
costruzione di un vero e proprio stile di vita caratterizzato da intensi sentimenti di disperazione con
la permanenza di attacchi di pena, anche dopo molto tempo.
• LA MALINCONIA AMOROSA

È il lutto cronico. La perdita amorosa diviene l'evento che porta alla depressione maggiore. Le
caratteristiche rimandano anche alla depressione endoreattivà dove si evidenzia da un lato la reattività ad
un evento ben determinato, e dall'altro il progressivo aumento del coinvolgimento psicopatologico.

- è presente un sentimento pervasivo di essere destinati, dopo la perdita dell'altro, alla rovina
- senso profondo di impotenza e abbandono
- sentimenti ambivalenti verso l'altro e verso il suo ricordo
- tipici atteggiamenti disforico irritabili nei confronti di chiunque cerchi di interporsi fra il paziente e il
ricordo dell'altro
- grande irrequietezza motoria
- sonnolenza e particolare e stupore che inibisce ogni azione
- attenzione esasperata alla vita onirica che spesso produce ricordi dell'altro carichi di rabbia e
aggressività
Inoltre il livello di tolleranza sociale e individuale nei confronti delle manifestazioni comportamentali
connesse alla perdita amorosa è assai alto e ne deriva una tendenza diffusa alla minimizzazione.
Il processo terapeutico deve:

- favorire l'espressione del lutto


- aiutare la persona nel necessario processo di rimaneggiamento della propria identità
- permettere di controllare i sintomi ansiosi e depressivi anche con la terapia farmacologica

5. DIVENTARE GENITORI: DINAMICHE PSICOLOGICHE E RISCHIO


PSICOPATOLOGICO
Il mestiere di genitori è qualcosa che si deve imparare durante un percorso complesso che richiede notevoli
capacità di adattamento, di elaborazione di tolleranza alle frustrazioni.

È opportuno tenere presente quella sottile distinzione tra il desiderio di una gravidanza e il desiderio di un
figlio distinto da te. Di fronte al raggiungimento dell'obiettivo prioritario, cioè procreare come gli altri
ovvero realizzare la gravidanza, può essere difficile per questi genitori confrontarsi emozionalmente col
bambino reale.

La dimensione imitativa è quella in cui si aderisce al modello proposto dei propri genitori e si tenta di
riprodurre le condizioni, le relazioni e modelli educativi che fanno parte dell'esperienza personale. La
dimensione della contrapposizione è quella in cui si propone di modificare il modello di genitore che
appartiene alla nostra storia personale con l'intento di evitare ai figli quelle esperienze conflittuali fonti di
sofferenza e frustrazione.

Il funzionamento mentale dei genitori, soprattutto della madre, si modifica nel senso di includere la
rappresentazione mentale del bambino.

Una relazione solida e soddisfacente durante il periodo del post partum rende più facile l'adattamento al
nuovo ruolo di genitori, accresce la capacità genitoriale, preannuncia una buona competenza interattiva
con il bambino.

CAPITOLO 1: IL LAVORO DELLA MATERNITA’

I nove mesi della gravidanza offrono ai futuri genitori l'occasione di una preparazione fisica e psicologica al
nuovo ruolo che li attende. La preparazione psicologica è strettamente correlata con gli studi della
gravidanza e con la sua evoluzione infatti se compaiono complicanze fisiche anche l'adattamento
psicologico può correre qualche rischio. Il lavoro della gravidanza può essere distinto in tre periodi:

1°STADIO: i genitori si adattano alla novità della gravidanza che è accompagnata dai progressivi
cambiamenti del corpo della madre. I futuri genitori sanno che sono entrati in una nuova fase della loro vita
nella quale la dipendenza dai propri genitori deve dare spazio alla responsabilità e il rapporto di coppia
deve modificarsi in una relazione a tre. La prospettiva di diventare genitori fa rivivere agli adulti la difficoltà
di crescita affrontate. La fantasia più frequente è quella di diventare genitori perfetti; i genitori desiderano
proteggere magicamente i loro figli dal mondo imperfetto e salvaguardare i sentimenti di inadeguatezza e
fallimento di cui sono consapevoli. L'intensità della preoccupazione rende la donna incinta così vulnerabile
da far diventare reali i sui timori nei confronti dei danni a cui può essere esposto il feto: tutte le donne per
esempio pensano con ansia agli eventuali difetti fisici che loro figlio potrebbe avere. In questo periodo la
donna sviluppa bisogni di dipendenza molto forti che possono portarla a stabilire legami molto forti con le
persone che l'aiutano professionalmente come il medico specialista o l’ostetrica. La donna si rivolge alla
madre o alla suocera per essere aiutata.
2°STADIO: i genitori cominciano a riconoscere il feto come essere che alla fine verrà separato dalla madre.
il riconoscimento che il bambino è reale favorisce le ansie della madre sulle condizioni di salute e il sesso,
come anche le fantasie sul bambino perfetto come una sorta di compenso per la fatica che sta portando
avanti. Condividere con il partner queste esperienze riconoscendo il tuo ruolo paterno non solo aiuta la
donna ad affrontare la separazione con il feto, ma la rassicura che non sarà sola nella responsabilità del
nuovo ruolo genitoriale e attenua timori di inadeguatezza. L'aspettativa nei confronti del partner è molto
forte.

3°STADIO: i genitori cominciano a sperimentare il figlio come un individuo e il feto contribuisce attivamente
alla propria individuazione con ritmi e livelli di attività crescenti. I genitori imparano a riconoscere le sue
reazioni ai diversi stimoli, attribuendogli intenzionalità, capacità interattive e caratteristiche personali. È
proprio in questo periodo che prende forma nella mente dei genitori IL BAMBINO IMMAGINARIO ovvero
un’immagine del figlio che corrisponde alle fantasie coscienti che i genitori esercitano intorno al bambino
ancora sconosciuto.

Questa immagine si sovrappone a quella di fantasia che Lebovici ha chiamato BAMBINO FANTASMATICO,
che ogni bambina ha sognato come immagine riparatrice e appagatricedi ogni solitudine, dolore e perdita,
ricollegabili alle fantasie inconsce dell'infanzia in cui si intrecciano la relazione oggettuale personali con la
madre e i conflitti con le sue immagini parentali, ed anche al cosiddetto BAMBINO MITICO corrispondente
agli elementi culturali che rappresentano l'involucro della genitorialità e dell'educazione del bambino.

In vicinanza del parto, i timori della donna sul bambino si riacutizzano al punto da rendere difficile anche la
loro verbalizzazione, ma la madre si difende sviluppando ulteriormente il tuo attaccamento al bambino e
personificandolo sempre di più. Il lavoro della gravidanza corrisponde quindi ad una totale riorganizzazione
dell'immagine di sé, dei rapporti con le figure dei genitori, della relazione di coppia, della valutazione della
realtà che la donna deve fronteggiare per acquisire una nuova identità.
ASPETTI POSITIVI ASPETTI NEGATIVI
PRIMO TRIMESTRE
- soddisfazione per la capacità riproduttiva - rifiuto o ambivalenza verso la gravidanza
- aumento dell’interesse per la famiglia - percezione del feto come invasivo o
- soddisfazione per il passaggio alla vita indesiderato
adulta - atteggiamento da persona invalida
- incremento sensazione benessere - paura per le anomalie del feto
- condivisione dell’esperienza con la propria - timore dell’aborto o della morte del feto
madre - competitività con la propria madre
SECONDO TRIMESTRE
- aumento dell’attaccamento al feto - non accettare i cambiamenti fisici
- piacere nel vedere la crescita del feto - pubblico riconoscimento di un’attività
nell’ecografia sessuale
- progressivo disinteresse per i problemi - timore di perdere ogni attrattiva
lavorativi - mancanza di attaccamento al feto
- riconoscimento sociale da parte delle altre - sentimenti di solitudine e invidia verso il
donne partner che continua la sua vita consueta
- inizio dei preparativi per la nascita
TERZO TRIMESTRE
- ansia e soddisfazione per l’avvicinarsi del - timori fobici per il parto, il dolore e il
parto ricovero
- stabilire legami forti con le altre madri - paura di perdere il controllo durante il
- aumento del legame con la propria madre parto
- venire a patti con la perdita della - paura delle malformazioni fetali
gravidanza - paura di perdere il partner a causa della
- attività di accadimento riduzione dell’attività sessuale
- timore per la comparsa della depressione
puerperale
- incertezza nella capacità genitoriale

• LA NASCITA

Alla nascita la madre deve essere pronta a stabilire un nuovo legame con il bambino e disposta ad entrare
in quella condizione che Winnicott chiama preoccupazione materna primaria cioè uno stato di normale
malattia in cui la sensibilità della madre è così amplificata da renderla capace di mettersi nei panni del
neonato sviluppando una sorprendente capacità di identificarsi con lui e di comprendere e soddisfare le sue
esigenze.

Stern ha definito costellazione materna la nuova organizzazione psichica che investe la madre in occasione
soprattutto della prima esperienza materna; la costellazione materna determinano nuova serie di azioni,
sensibilità, fantasia, paure e desideri che costituiscono la linea dominante della vita psichica della donna.

Essa riguarda tre aspetti:

- il rapporto della madre con sua madre e soprattutto in quanto madre di lei bambina
- il rapporto con se stessa in quanto madre
- il rapporto con il bambino.
La riorganizzazione dell'identità, cioè la possibilità di trasformare e di organizzare la propria identità in
funzione dei compiti materni ha dirette ripercussioni sulle relazioni che la madre stabilisce con gli altri,
relazioni che sono prevalentemente centrate sul desiderio di essere aiutata, sostenuta e valorizzata come
madre.
Una mancanza di risposte a questi bisogni viene considerata dalle donne come un rifiuto a sostenerle, una
critica o una mancanza di fiducia nelle loro capacità materne e incide negativamente sulle loro relazioni.

Le problematiche psicologiche che la donna deve affrontare alla nascita comprendono:

- la perdita della fusione al feto e delle fantasie di completezza e onnipotenza favorite dalla
gravidanza
- il lutto per il bambino immaginato durante la gravidanza e l'adattamento alle caratteristiche del
figlio reale
- l'adattamento a una persona che provoca inizialmente sentimenti di estraneità
- dominare i timori di poter danneggiare il bambino fragile e indifeso
- imparare a tollerare la dipendenza totale dal bambino e riuscire a trarne soddisfacimento e piacere
- stabilire una relazione sufficientemente buona col Bambino
- mantenere la relazione di coppia
- mantenere le altre relazione con i figli e con le altre persone della famiglia.
• ATTEGGIAMENTI MATERNI

Joan RaphaelLeff ha definito due diversi stili di comportamento materno che caratterizzano la gravidanza e
il primo anno di vita del bambino:

MADRE FACILITANTE: Si sa adattare ai ritmi del bambino, si lascia guidare dall'intuito e dei segnali che il
bambino le manda e sarà particolarmente capace di assecondarlo nelle spinte evolutive. Per lei avere un
figlio, che lo abbia voluto intenzionalmente o no, è un'esperienza centrale che sente come un
completamento della sua esistenza e della vita di coppia. Si lascia trasportare emotivamente da quello che
accade, dai cambiamenti del suo corpo e dalla presenza del figlio. Per entrare in sintonia con lui deve
regredire psicologicamente e mettersi in contatto con la propria storia infantile soprattutto in relazione alla
figura materna. Tutto questo la spinge a distaccarsi in parte dalle relazioni sociali e a vivere dentro di sé.
Dopo la nascita del bambino, il piccolo occupa quasi totalmente la sua sfera affettiva e può succedere che il
marito si senta in alcuni momenti escluso. La madre si sente privata ogni volta che deve lasciare il figlio o
affidarlo a qualcun altro, anche se per brevi periodi.

MADRE REGOLATRICE: cerca di attenersi a delle norme sia per quanto riguarda il concepimento che lo
svolgimento della gravidanza e l’accudimento del bambino. La scelta della maternità ha molte motivazioni
razionali e viene compiuta in modo da realizzare un sufficiente equilibrio tra ragione e sentimento. Questo
tipo di donna crede che a un certo punto della vita è giusto avere dei figli, che rappresentano un
completamento della vita di coppia. La gravidanza non interferisce troppo nella vita della donna che non si
vuole far condizionare eccessivamente. Sente come una minaccia i cambiamenti fisici ed emotivi e cerca di
non farsi influenzare dallo stato di gravidanza e dalla presenza del bambino rinforzando le proprie difese
psicologiche. Tende ad evitare l'esperienza affettiva della fusione col feto, che a volte avverte come un
parassita. In questo tipo di donne la maternità può riattivare antichi conflitti che possono provocare invidia
per la tenerezza rivolta al bambino da parte delle persone dell'ambiente circostante e vivere
proiettivamente come appartenenti al bambino sentimenti che caratterizzano la loro infanzia ed erano
diretti verso la figura materna.

Questi diversi modelli di istinto materno coesistono spesso nell'atteggiamento della madre verso il
bambino.

Meccanismi di difesa:

- facilitante: idealizzazione e riparazione


- regolatrice: Razionalizzazione, scissione, negazione
CAPITOLO 2: IL LAVORO DELLA PATERNITA’

Fattori critici della paternità:

- aumento senso di responsabilità


- invidia per le capacità generative femminili
- comparsa di sentimenti di sfida e di dipendenza nei confronti del proprio padre
- aumento dell’ambivalenza verso i propri genitori
- sentimento di gelosia verso il bambino vissuto come un rivale
- sentimenti di esclusione della relazione di coppia
- conflitti circa l’identità sessuale
- acquisizione della funzione paterna.
Nella società attuale, in cui la famiglia estesa è inesistente, l'uomo si trova ad essere investito da grandi
aspettative da parte della sua compagna, che desidera ricevere da lui supporto emotivo soprattutto dopo la
nascita. L'uomo rischia di venire infatti maternalizzato cioè di venire investito da una competenza materna
che non può avere; questa complessa situazione psicologica spesso coincide con le recriminazioni che le
donne fanno sulla mancata partecipazione del loro partner all'esperienza materna e con i sentimenti di
frustrazione e insoddisfazione lamenta dei padri alla ricerca di una difficile identità genitoriale. Mentre la
donna non può sottrarsi alla gravidanza, il padre ha maggiore libertà di azione per quanto riguarda
l'intensità del suo impegno; puoi infatti scegliere di mettersi da parte ignorando la situazione dedicandosi
ad avventure extraconiugali o sviluppando un’impotenza sessuale, oppure ricorrendo all'alcol. In alcuni
soggetti l'identificazione con la moglie incinta può esprimersi nella sindrome del couvade che si manifesta
attraverso un comportamento rituale che mima le varie fasi del parto mentre questo si sta svolgendo, per
mezzo di questo drammatizzazione vengono espresse la partecipazione emotiva gli avvenimenti della
nascita, l'invidia per le capacità generativa femminile e la delusione per essere stati messi da parte.

Un'adeguata identificazione con la figura del padre consente di affrontare la complessità e le difficoltà delle
funzioni della funzione paterna, che consiste soprattutto nel:

- accettare il passaggio da una relazione a due ad un rapporto triangolare.


- nel garantire alla coppia madre-bambino un supporto affettivo costante nel corso del primo anno di
vita.
- nel sollevare quei sentimenti di abbandono e di esclusione.
Il padre determina un arricchimento della relazione diadica in quanto fornisce nutrimento cognitivo ed
emotivo diverso da quello materno proprio perché esterno alla relazione ma non estraneo. Egli offre la
possibilità di modificare il rapporto del figlio con i suoi bisogni in quanto favorisce la sua indipendenza sia
nella percezione di sé stesso che nella sua autonoma soddisfazione. Altrettanto importante è la funzione
normativa del padre: guida rispetto alla realtà e limite di onnipotenza.

CAPITOLO 3: LE INTERAZIONI PRECOCI

• LA RELAZIONE DIADICA
È stato dimostrato come nell'evoluzione psico-affettiva del bambino siano determinanti nel primo periodo
della vita la qualità della relazione madre bambino e genitori/bambino per la costruzione dell'identità e
delle relazioni che in seguito la persona elaborerà nei confronti del mondo esterno.

I neonati della specie umana appaiano adattati rispetto ad un ambiente nel quale sono presenti consistenti
contatti interpersonali. Già prima dei due mesi i bambini sono in grado di compiere la fondamentale
distinzione tra persone e oggetti e sono in grado di reagire alla qualità del comportamento del caregiver,
rappresentato in primo luogo dalla madre.
Gli affetti e le emozioni, svolgerebbero sin dalle origini dello sviluppo un ruolo di regolazione delle prime
interazioni del bambino, oltre che di organizzare nel suo mondo intrapsichico in via di formazione,
fungendo contemporaneamente da prima codifica della realtà circostante.

Le reazioni dei bambini sembrano essere influenzata dal contesto nel quale avviene la comunicazione.

TRONICK evidenzia come fin dalla nascita tra madre e figlio si costituisca un vero e proprio sistema di
regolazione affettiva che permette un’oscillazione continua fra comunicazioni riuscite ad eventuali errori,
facilmente riparabili in condizione di normalità psichica della madre. L'autore introduce il concetto di
intersoggettività primaria per dare vita ad una serie di dati che attestano come, fin dalla nascita, esista una
relazionalità madre infante costituita da interazioni in cui entrambi i partecipanti hanno un ruolo attivo.
Tale relazionalità che copre i primi tre mesi di vita è definita intersoggettività primaria perché ristretta alle
interazioni dentro la diade madre bambino, mentre nella successiva fase dell’intersoggettività secondaria
le interazioni sono mediate da oggetti presenti nel campo percettivo diadico come ad esempio il padre. Il
bambino già nel corso del secondo mese sarebbe infatti in grado di dimostrare differenti capacità
comunicative, quali la disponibilità ad iniziare a comunicare evidenziata tra l'altro dalla sua precoce
preferenza per il volto umano e, contemporaneamente, quella di mantenere la comunicazione attraverso il
ricorso a forme di protoconversazione.

Nell' intersoggettività primaria la comunicazione è puramente emotiva. Nelle intersoggettività secondaria,


4-6 mesi, il bambino si interessa alle cose che possono essere afferrata e manipolate, la sua attenzione si
sposta progressivamente dalla madre allo spazio circostante e l'interazione con lei si evolve in una
triangolazione tra lui, lei e l’oggetto.Ciò appare chiaramente nell’ attenzione condivisa: già prima dei sei
mesi i bambini sono in grado di seguire l'orientamento dello sguardo della madre e di condividere con lei
l’attenzione; dai 9- 12 mesi riusciranno a mostrare l'oggetto e indicarlo.

Il concetto di regolazione fa riferimento a tre situazioni evolutive:

- macroregolazioni: si intende momenti della vita che fanno parte della tabella di marcia di una
cultura, cioè situazione in cui l'ambiente viene ristrutturato per fornire al bambino esperienze
Differenti (svezzamento, scolarizzazione).
- miniregolazioni: si fa riferimento ad attività che operano quotidianamente nella famiglia e
riflettono le ripetute esigenze di accudimento (nutrirlo se ha fame).
- microregolazioni: interazioni momentanee tra il bambino e la persona che se ne prende cura,
ovvero la maggiore o minore possibilità di un aggiustamento tra le stimolazioni del bambino e la
responsività della madre (sincronizzazione).
I tre livelli di regolazione sono in costante interazione in quanto la famiglia si costruisce le abitudini di
accudimento influenzata dalle norme sociali e dalle tradizioni familiari, i bambini partecipano sempre di più
a queste transazioni, e lo stile di ciascun membro della famiglia contribuisce al modo in cui la regolazione
verrà eseguita in relazione a ciascun bambino.

• L’ATTACCAMENTO
Il concetto di attaccamento può essere sinteticamente definito come una relazione o legame affettivo che
ciascun individuo stabilisce con un caregiver, tipicamente la madre, un’interazione precoce, privilegiata e
continuativa.

Bowlby elaborò la teoria dell'attaccamento attraverso la psicoanalisi dove il legame non è secondario alle
cure fisiche ma primario; si crea tra il bambino e la madre un attaccamento che presuppone l'esistenza di
una predisposizione del bambino verso la madre quindi verso le interazioni, fin dai primi giorni di vita.
La psicoanalisi ho preso due descrizioni del rapporto madre-bambino:

- TEORIA PULSIONALE:
Secondo Freud il legame che unisce la madre al bambino è rappresentato dall'energia fisica. Il bambino
appena nato vive il NARCISISMO PRIMARIO e sperimenta una crescita di tensione: il bisogno di nutrimento
e di succhiare al seno sono espressione della sessualità infantile. La madre fornisce il veicolo per la scarica
della libido e, se lei è assente, cresce la tensione vissuta con angoscia dal bambino; quindi il bambino ama la
madre perché lo nutre e riduce la sua tensione interna. Nel 1925 Freud cambiò la sua teoria
NELL’ANGOSCIA SEGNALE cioè l’angoscia viene sperimentata ogni volta che c'è una separazione reale o
minacciata, da qualcuno che ha amato o desiderato per soddisfare un bisogno fisiologico, sottolineando
che è l'assenza della madre la situazione che rappresenta un pericolo per il bambino. Questo cambiamento
di direzione è un passo decisivo per lo sviluppo della teoria delle relazioni oggettuali.
- TEORIA DELLE RELAZIONI OGGETTUALI:
Melanie Klein teorizzò uno stretto legame tra i processi fisiologici del nutrimento ed evacuazione e gli inizi
delle strutture mentali ed etiche del bambino piccolo nel senso che il seno che nutre e da calore è il
prototipo dell'oggetto buono, mentre è assente, rifiutante è l'oggetto cattivo. Nel primo anno di vita il
sistema di attaccamento funziona nel bambino con l'obiettivo di mantenere costantemente vicino la
madre, usandola come una base sicura per l'esplorazione quando la minaccia ambientale è al minimo, e
reagendo negativamente alle separazioni. Nella seconda metà del primo anno, inizio a diventare evidente
che si è creata una relazione di attaccamento e compare l'ansia dell'estraneo. Un concetto chiave è quello
di MOI (Bowlby): il bambino in fase di sviluppo costruisce una certa quantità di modelli di se stesso e degli
altri basati su pattern ripetuti di esperienze interattive. Questa rappresentazione delle interazioni che sono
state generalizzate formano modelli rappresentazionali relativamente fissi che il bambino usa per predire il
mondo e mettersi in relazione con esso.
Ainsworth distingue:

ATTACCAMENTO SICURO: descrivi un bambino che ha sperimentato una relazione di attaccamento


protettiva con una figura adeguatamente sensibile e responsabile nei confronti delle tue richieste.
Nell'adulto sicura è presente la capacità di riflettere sull'esperienza, di valutare adeguatamente gli aspetti
positivi e negativi e una forte considerazione dell'importanza delle relazioni per il benessere della persona

ATTACCAMENTO INSICURO: viene diviso in evitante, ambivalente e disorganizzato. L’evitante descrive un


bambino che ha sperimentato la relazione in cui le sue richieste sono state parzialmente accolta a
vantaggio di una precoce automatizzazione e/o della preferenza da parte dell'adulto di un modello
interattivo basato sulla distanza fisica e sulla scarsa manifestazione del bisogno da parte del bambino.
L'adulto distanziante mantieni disattivato il proprio sistema di attaccamento mostrandosi idealizzante,
svalutante o incapace di ricordare e di riflettere sulla propria esistenza passata. L’attaccamento
ambivalente descrive un bambino che ha avuto esperienze di attaccamento mediamente protettive, ma
caratterizzata da un’imprevedibilità dell'adulto.

• IL TRIANGOLO PRIMARIO
Una recente teorizzazione sulla dinamica dei processi interattivi della famiglia ipotizza l'esistenza di una
triangolazione primaria alla base delle comunicazioni che intercorrono fin dai primi mesi di vita tra il
bambino ed entrambi i genitori.

Il concetto di triangolazione viene utilizzato sia nella teoria psicodinamica che in quella sistemico familiare.

TEORIA PSICODINAMICA: fa riferimento alle esperienze edipica soggettiva del bambino relativa al
sentimento di esclusione dalla relazione intima tra i genitori ma anche al sentimento di esclusione dal
campo di attenzione del padre e della madre e all'esclusione da uno spazio di controllo.
TEORIA SISTEMICO FAMIGLIARE: il termine fa riferimento al processo problematico in cui un bambino
viene preso nella relazione conflittuale con i genitori al fine di deviarne la tensione.

In entrambe le teorie, sono le caratteristiche dolorose del conflitto a renderla una problematica clinica
infatti riuscire a mantenere un contatto emotivo con entrambe le parti di un triangolo senza essere presi
nel loro conflitto, anche nei momenti di stress, si può considerare come il principale problema dello
sviluppo di un sé autonomo.

Il coinvolgimento paterno viene tendenzialmente valutato secondo il grado di partecipazione


all’accudimento pratico del bambino e nella gestione delle necessità domestiche, ma potrebbe essere
meglio compreso considerando anche la percezione che la donna ha del contributo del partner nei
confronti del bambino e della famiglia. Inoltre può essere influenzata dal tipo di coinvolgimento dell'uomo
nella funzione paterna. Il coinvolgimento dei genitori, se scarsamente sincronizzato con i segnali del
bambino, può interferire con la regolazione comportamentale. Il padre può scegliere il tipo di impegno
nell’accudimento, la madre non ha la stessa possibilità, almeno dal punto di vista fisico. Un altro fattore
importante è la considerazione che la donna ha del contributo del proprio partner nell’accudimento del
bambino, e la volontà della madre di creare uno spazio per lui nella triade familiare.

• TECNICHE DI VALUTAZIONE

GLI STRUMENTI OSSERVATIVI

L’osservazione come metodo scientifico può essere:

- INVOCATA: quando l’osservatore non interviene direttamente sul fenomeno oggetto di


osservazione
- PROVOCATA: quando l’oggetto di osservazione è il risultato di una qualunque manipolazione della
realtà effettuata dall’osservatore.
INFANT OBSERVATION: Prevede che un operatore addestrato esegua una osservazione diretta e partecipe
del bambino durante i primi due anni di vita come strumento per comprendere sia la specificità della
relazione madre-bambino, sia i vissuti di entrambi con gli altri membri della famiglia nella propria casa.
Attraverso questa tecnica si vuole conoscere, in modo approfondito come i bisogni, il mondo interno del
bambino e le funzioni già presenti alla nascita si integrano tra loro ed interagiscono con le capacità
relazionali della madre.

STRANGE SITUATION (AINSWORTH): si definiscono i pattern di attaccamento (sicuro, insicuro evitante,


ambivalente o disorganizzato). Si crea una situazione mediamente stressante per il bambino allo scopo di
valutare il tipo di attaccamento che è stabilito con il genitore. L’Intera procedura è videoregistrata. Tale
tecnica è composta da 8 episodi:

- madre e bambino entrano insieme in una stanza predisposta in cui sono presenti dei giocattoli che
il bambino viene invitato ad usare.
- entra un estraneo
- esce la madre e il bambino rimane solo con l'estraneo
- la madre rientra ed esce l'estraneo
- il bambino resta solo
- entra l'estraneo
- entra la madre
- esce l'estraneo
GLOBAL RATING SCALE FOR MOTHER – INFANT INTERACTIONS (GRS): Metodo che consente di studiare la
qualità dell'interazione precoce madre-bambino utilizzando l’interazione faccia a faccia (bambino 2-4 mesi).
L'interazione, della durata di 5 minuti, viene videoregistrata: madre e figlio si dispongono l'uno di fronte
all'altro in modo da permettere la libertà e la naturalezza della coppia, in modo che i loro sguardi siano alla
stessa altezza. Alle madri viene chiesto solo di giocare liberamente con i figli escludendo tutti gli oggetti.
Con questa tecnica si analizzano i vari aspetti dell'interazione, valutando se la depressione della madre e la
presenza di avversità personali e sociali possono influire sulla qualità dell'interazione, sullo sviluppo
cognitivo del bambino.

LAUSANNE TRIADIC PLAY (LPT): è una procedura che si svolge secondo un preciso schema durante il quale
vengono osservate quattro configurazioni relazionali: la prima in cui il padre e il bambino interagiscono
mentre la madre assume ruolo di osservatore partecipante; la seconda in cui madre e padre si scambiano i
ruoli, la terza in cui il padre, la madre e il bambino interagiscono come una triade e la quarta in cui il
bambino assume il ruolo di osservatore partecipante mentre padre e madre interagiscono tra loro
direttamente. L’LPT permette la sistematica osservazione delle interazioni familiari e la coordinazione della
famiglia nel raggiungere un obiettivo, avendo come presupposto di base che attraverso l'osservazione dei
comportamenti possa accedere a livello di intersoggettività, ovvero delle intenzioni, dei sentimenti e
significati che sono espresse nelle relazioni familiari.

STRUMENTI NARRATIVI

ADULT ATTACHMENT INTERVIEW: è costruita per studiare le rappresentazioni dell'attaccamento delle


madri di un gruppo di bambini osservati utilizzando la Strange Situation. Ipotesi alla base dello strumento
era quella di rintracciare una connessione fra le esperienze di accudimento dei genitori e le modalità
relazionali che si erano instaurate con i figli.

CONTEXTUAL ASSESSMENT OF MATERNITY EXPERIENCE (CAME): È stata creata per valutare l'esperienza
soggettiva della gravidanza e dei primi sei mesi dopo il parto. Questa intervista dura circa un'ora e viene
audio registrata e trascritto utilizzando le schede di valutazione. Il colloquio permette di ottenere un
quadro dettagliato della vita della donna durante la transizione alla maternità ed una valutazione
dettagliata dei maggiori fattori di rischio per i disturbi emotivi, in special modo per la depressione in
gravidanza e postpartum.

RAPPRESENTAZIONI MATERNE IN GRAVIDANZA (IRMAG): indaga le modificazioni che riguardano il mondo


rappresentazionale, il modo in cui la donna organizza ed elabora le proprie informazioni, pensieri e
comportamenti affrontando l'esperienza della gravidanza. Vi sono vari tipi di rappresentazioni:

- rappresentazioni materne integrate/equilibrate: l'esperienza della gravidanza è ricca dal punto di


vista affettivo, percettivo, cognitivo; il modello narrativo di sé e del bambino è coerente, flessibile
autonomo.
- rappresentazioni ristrette/disinvestite: la donna tende a razionalizzare l'esperienza della
gravidanza con scarso coinvolgimento emotivo in un racconto piatto; le fantasie quando emergono
sono di timore per la perdita o per la morte del bambino; spesso vi sono atteggiamenti oppositivi
verso la propria madre e la propria famiglia.
- rappresentazioni non integrate/ambivalenti: la donna mostra tendenze opposte nei confronti del
nascituro; il modello narrativo è oscillante, confuso e incoerente e con senso di inadeguatezza,
malattia, morte.
CAPITOLO 5: LA PSICOPATOLOGIA DELLA MATERNITA’

DISTURBI PSICHICI IN GRAVIDANZA: durante la gravidanza alcune donne presentano una sintomatologia
ansiosa o ansioso depressiva, più frequentemente durante il primo trimestre.

❖ DISTURBI DELL’ADATTAMENTO ALLA GRAVIDANZA:


Durante la gravidanza la donna deve provvedere alla salute del feto e contemporaneamente affrontare i
relativi sacrifici che la maternità comporta, valutare come la famiglia accetta la gravidanza, sviluppare
progressivamente un legame con il feto, tollerare il cambiamento del suo aspetto fisico e modificare la sua
relazione con il padre del bambino, soprattutto nella prima maternità. È stato evidenziato che una
gravidanza non desiderata può determinare nella donna rabbia, frustrazione rispetto alle ambizioni
personali o notevole difficoltà nel rapporto col partner. è stato visto che la gravidanza modifica la relazione
di coppia in quanto la donna diviene emotivamente instabile, più bisognosa di attenzione e sensibile ai
segnali di rifiuto. La gravidanza è accompagnata da sintomi fisici che sono collegati da un lato con
l'aumento della concentrazione delle gonadotropine Corionoche, dall'altro con la conflittualità presente
nella fase iniziale della gravidanza tra l'accettazione e il rifiuto della maternità. Sono stati descritti casi di
DINIEGO della gravidanza, collegato a situazioni di gravidanze accidentali o di prima gravidanza in giovani
donne, che può andare dal totale e duraturo disconoscimento, alla mancata consapevolezza dello stato
gravido.
I meccanismi psicologici del disconoscimento della gravidanza sono:

- DINIEGO: meccanismo difensivo utilizzati inconsciamente per evitare aspetti della realtà
estremamente angosciosi quella di esempio eventi inaccettabili come grave malattia o gravidanza
- DISSOCIAZIONE: consente di escludere inconsapevolmente dalla coscienza conflitti emotivi e fonti
di stress interne o esterne vissute come troppo minacciosi e ansiogeni. Al momento del parto, in
questi casi, esiste un alto rischio di infanticidio, valutabile come conseguenza del diniego di
gravidanza e del mancato attaccamento madre feto.

❖ PSEUDOCIESI:
La falsa gravidanza o pseudociesi è una condizione rara caratterizzata dalla presenza di segni di una
gravidanza: amenorrea, aumento del volume dell’addome, modificazioni del seno, aumento volume
dell’utero.
Differente dal DELIRIO DI GRAVIDANZA: il contesto è diverso perchè mancano i segni fisici di una
gravidanza.

La risoluzione di una falsa gravidanza viene giustificata dalla donna con la morte del feto.

La pseudociesi è stata considerata come un sintomo di conversione, una manifestazione di paura e


desiderio di gravidanza, una condizione collegabile ad un lutto o separazione, un disturbo di personalità.

❖ DISTURBI D’ANSIA E DEPRESSIONE IN GRAVIDANZA:


I quadri clinici più frequenti sono rappresentati da disturbi da ansia, attacchi di panico, fobie, disturbo
ossessivo compulsivo, ansia generalizzata, disturbo post traumatico da stress, disturbi somatoformi forme
di depressione.
Da un punto di vista psicologico Raphael Leff individua alcune situazioni conflittuali collegabili alla
gravidanza:
- se la gravidanza è non desiderata o inopportuna o avviene in un momento sbagliato per la donna o
per la coppia.
- se la gravidanza è complicato da problemi fisici, socio-economici e la donna è ansiosa e insicura.

La gravidanza costituisce essenzialmente un fattore di stress a causa dei profondi cambiamenti biologici,
psicologici e sociali che determina e può essere considerata da certi aspetti un agente per i disturbi psichici,
ma con caratteristiche particolari.

La presenza di una sintomatologia depressiva nel terzo trimestre della gravidanza costituisce un importante
fattore di rischio per la comparsa della depressione post partum.

❖ DISTURBI PSICHICI NEL PUERPERIO: Ve ne sono diversi:

➢ STATI CONFUSIONALI:
Possono durare alcuni giorni dopo la nascita del bambino, caratterizzati da transitorie alterazioni cognitive
con deficit di memoria e di attenzione e stato di agitazione psicomotoria la cui patogenesi non è chiara,
anche se oggi si tende ad attribuirla ad un parto particolarmente doloroso.
➢ DISTURBI D’ANSIA:
Alcune madri soffrono nei primi giorni dopo il parto di un disturbo definibile come PANICO POST PARTUM
cioè una sintomatologia ansiosa acuta con attacchi di panico ricorrenti della durata complessiva di qualche
settimana che riguardano le esperienze abituali della funzione materna, in questi soggetti vengono vissuti
come una grande fatica e responsabilità. Un aspetto particolare di questa forma riguarda la paura della
morte improvvisa del neonato. Possono comparire anche disturbi ossessivi, il cui inizio può essere messo in
relazione con l'evento nascita, sotto forma di impulsi a danneggiare o uccidere il bambino, buttarlo dalla
finestra. Disturbi sovrapponibili al disturbo post traumatico da stress sono stati rilevati in donne che
avevano avuto un parto particolarmente doloroso. Dopo il parto, anche durante la gravidanza, possono
comparire sintomi dismorfobici, cioè preoccupazioni eccessive che riguardano l'aumento di volume del
corpo e dell’addome.
➢ DEPRESSIONE:
Si evidenzia una storia personale di depressione, la presenza di fattori in gravidanza, una relazione di coppia
conflittuale o insoddisfacente, una carenza di supporto da parte del partner e dei genitori e la presenza di
eventi traumatici nel corso durante l'ultimo anno. Gli aspetti conflittuali sembrano collegati soprattutto alla
depressione minore, cioè a quella forma ad insorgenza tardiva e sintomatologica non totalmente
invalidante che consente alla donna di svolgere, anche se con grande difficoltà, la funzione materna.
Cause probabili: si evidenzia la storia familiare di disturbi dell'umore, la presenza di una grave Maternity
Blues, l'assenza del partner, alcune caratteristiche di personalità con uno stile cognitivo negativo dopo la
nascita, l'esperienza del parto traumatico, depressione del partner, difficoltà di comportamento e
temperamento del bambino, alterazione del sistema serotoninergico e dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene.
Una depressione post partum non curata tende alla cronicizzazione e può incidere sul funzionamento
complessivo della personalità determinando comportamenti di solitudine, ostilità e difficoltà nella relazione
con gli altri.

I figli delle donne depresse esprimono sentimenti negativi reagiscono più negativamente allo stresso
rispetto ai bambini di madri depresse.

Altri fattori sono: disfunzione tiroidea di tipo autoimmunitario segnalato dopo 4-5 mese dopo il parto,
cambiamenti dell’assetto ormonale, età della donna, parto prematuro, stanchezza, dolori alla schiena,
difficoltà sessuali dopo il parto. sembra che le donne depresse interrompano l'allattamento più
precocemente rispetto alle donne non depresse.
Pitt Identifica i seguenti valori clinici:

- descritti da parte delle puepere.


- I sintomi dovevano essere comparsi dopo il parto
- i sintomi dovevano essere inusuali nell’esperienza delle donne e inabilitanti
- i sintomi dovevano persistere per più di 2 settimane
La depressione post partum ha 3 quadri distinguibili secondo i criteri diagnostici RDC di sPITZER:

o MATERNITY BLUES:

Tale denominazione fa riferimento alla tristezza del postpartumanche nota come Milk Fever o Transitory
Syndrome. Si tratta di una sintomatologia caratterizzata da facilità al pianto, che ne costituisce il sintomo
centrale, astenia, orientamento depressivo o dell'umore, ansia, irritabilità, cefalea, diminuzione della
capacità di concentrazione, leggero stato confusionale. Ha una durata di circa una settimana entro la quale
si risolve completamente.

In alcuni casi però si può osservare una diversa evoluzione che comprende:

- presenza di una sintomatologia più marcata e duratura che supera i 15 giorni dopo il parto
- l'evoluzione della sintomatologia in un quadro clinico depressivo
- una rapida trasformazione da Maternity Blues a psicosi prepuberale.

Vi sono due ipotesi per spiegarla:

1. Ha un’origine prevalentemente organica della sintomatologia (reazione organica acuta)


confermata anche dalla presenza di disturbi cognitivi.
2. Valorizza soprattutto il profilo psicoendocrino, che può determinare nella donna difficoltà
nell'accettare il ruolo femminile e nell’ assumere la funzione materna.

o DEPRESSIONE MINORE:

La sintomatologia di questa forma comprende una depressione dell'umore associata alla sensazione di
esaurimento fisico più evidente nelle ore serali, irritabilità, diminuzione dell'appetito, riduzione del
desiderio sessuale, insonnia, risentimento ostilità e sintomi somatici di varia natura. spesso sono presenti
anche altri disturbi: ansia acuta da panico, manifestazione fobico ossessivo e compulsivo.

L'aspetto più tipico di questa forma riguarda l'insicurezza circa la propria capacità materna, visto dalle
donne in modo colpevolizzante, che può tradursi al tempo stesso in eccessiva preoccupazione per il
bambino, tutto ciò si trasforma in una continua pretesa di sostegno.

La massima frequenza della depressione corrisponde al periodo che va dai 3 ai 6 mesi dopo il parto, con
segnalazione di casi anche fine 9 mese dal parto che probabilmente corrisponde a quelle forme depressive
dette da svezzamento.

Molti autori segnalano l'associazione tra ansia e depressione.

La gravidanza inoltre sembra costituire un fattore protettivo soprattutto nei confronti della schizofrenia,
che può mostrare un miglioramento clinico nel periodo gravidico.

L'evoluzione di questa forma prevede possibilità:

- può risolversi in media entro sei mesi, senza conseguenze


- può presentare recidive successive che perdono il legame con il puerperio per assumere tutte le
caratteristiche della depressione maggiore
può cronicizzarsi trasformandosi nello stile di vita nevrotico spesso con aspetti fobici e ossessivi
o DEPRESSIONE MAGGIORE:

La sintomatologia della depressione maggiore appare più grave e persistente rispetto alla depressione
minore, può essere associata a confusione e avere esordio acuto. La maternità e l’accudimento del
bambino costituiscono il contenuto della maggior parte dei vissuti e deliri depressivi. Le pazienti infatti
possono manifestare sentimenti eccessivi e persino deliranti di inutilità ed autoaccusa accompagnati da
intensa agitazione o rallentamento motorio, o possono convincersi che loro bambini non siano sani
nonostante le smentite del pediatra e del medico curante.

L'insorgenza della depressione maggiore è precoce rispetto alle forme ai minori, dal momento che si
distribuisce del corso del primo mese dal parto con una maggiore concentrazione nella prima settimana.

➢ PSICOSI PUERPERALI:
Nelle prime gravidanze il rischio di una psicosi puerperale è più alto che nelle altre. Non si può ipotizzare la
presenza di un fattore ereditario. Gli stress psicosociali come ad esempio la condizione non coniugale, un
parto cesareo o la morte del feto, costituiscono secondo alcuni autori un fattore di rischio, mentre la
presenza di eventi traumatici nel corso dell'anno precedente al parto, uno scarso supporto ambientale o
una situazione conflittuale col partner non sembrano aumentare il rischio dell'insorgenza di una psicosi,
così come il sesso del bambino, l’avanzata età materna al momento del parto. Secondo la prospettiva
psicodinamica, tale psicosi rappresenta una sorta di fuga dal lavoro della maternità.
La sintomatologia si manifesta per lo più entro le prime due settimane dal parto ed il ricovero in ospedale,
spesso necessario, avviene di solito entro il primo mese. Il quadro è composto in quanto esistono sintomi
affettivi (mania, depressione, stati maniacali e depressivi) con elementi deliranti sia congrui col disturbo
dell'umore che incongrui, allucinazioni, perplessità, incoerenza, disorganizzazione evidente nel
comportamento, disorientamento e confusione mentale.

DSM IV → DISTURBO PSICOTICO BREVE

L'elemento confusionale viene segnalato fin dall'inizio come distintivo e specifico di queste forme ed è
considerato come un sintomo delle forme affettive e cicloide, oppure una come un aspetto organico delle
psicosi puerperali o infine come un elemento caratteristico del quadro della bouffè delirante o allucinatoria
con disorganizzazione transitoria della coscienza che identifica le psicosi puerperali.

La Durata della malattia viene indicata attualmente intorno ai 2 mesi; la prognosi è generalmente buona
relativamente al singolo episodio, tanto che le psicosi puerperali vengono considerate curabili e con esito
migliore rispetto alle altre forme di psicosi.

➢ DISTURBI RELAZIONE MADRE/BAMBINO, EFFETTI DELLA PSICOPATOLOGIA MATERNA:


È molto difficile che i bambini che avevano accanto genitori affetti da quadri psicopatologici lievi o severi
non presentino problemi. Vanno considerate le ripercussioni della depressione sulla relazione di coppia e
rapporti tra familiari e la possibilità che si manifesti una forma depressiva anche nel partner. Nelle madri
depresse sono state osservate una riduzione del coinvolgimento emotivo e nelle possibilità comunicative
ed una notevole ostilità nei confronti dei figli. Inoltre la valutazione di madri sofferenti di depressione post
partum è risultata negativa nello sviluppo dei loro figli, dal momento che essi hanno segnalato la presenza
di difetti cognitivi, disturbi emotivi del comportamento nei loro bambini.
L'interazione di una madre depressa con il bambino presenta delle caratteristiche specifiche quali la
disforia, ridotte espressività emotiva, la tonalità malinconica della comunicazione, instabilità del bambino,
l'aspetto punitivo e controllante, la mancata risposta alle sollecitazioni del bambino.
Le madri depresse possono essere:

o INVADENTI: trattare il bambino duramente, con un tono di voce arrabbiato, spingendolo


con le dita e interferendo attivamente con le sue attività. I figli di madri invadenti evitano lo
sguardo della madre, prestano raramente attenzione agli oggetti e piangono poco.
o ISOLATE: non interagiscono, sono affettivamente piatte e aiutano poco i figli nelle loro
attività; i figli di madri isolate protestano e mostrano con più facilità il loro stato di distress
rispetto ai bambini di madri invadenti, suggerendo che il comportamento di isolamento
della madre possa avere un effetto particolarmente negativo nei bambini più piccoli.

I figli di madri depresse hanno:

- disturbi nella regolazione delle emozioni


- difetti nella capacità di investimento con oggetti o persone
- problemi cognitivi durante lo sviluppo
- attaccamento insicuro a un anno

CAPITOLO 7: LA PSICOPATOLOGIA DELLA PATERNITA’

• LA SINDROME COUVADE

Vi sono 2 forme:

- PSEUDOMATERNA: in cui l’uomo mette in atto una simulazione del parto che ha lo scopo di
alleviare i dolori della partoriente e di prevenire i pericoli nei quali può intercorrere.
- DIETETICA: osservazione di un regime dietetico costretto per un tempo prestabilito allo scopo di
preservare la salute del bambino; il padre pensa di essere unito al figlio da un legame cosi profondo
che ciò che lui farà avrà ripercussioni sulla salute del bambino.

Questa sindrome è caratterizzata dalla comparsa, in coincidenza con l'ultimo periodo della gravidanza e
della nascita, da sintomi somatici come nausea, vomito, dolori addominali. Gli uomini che presentano
sintomi di couvade non hanno alcuna idea del legame esistente tra i loro sintomi e la gravidanza. Questo
atteggiamento quasi auto punitivo spinge ad esaminare l'elemento dell'ambivalenza in tale sindrome. Il
padre avrebbe forti impulsi aggressivi nei confronti del bambino e della donna, che vengono agiti nel rito
collettivo della couvade nel quale il padre svolgesia un ruolo passivo sofferente (simulazione del parto) sia
attivo (protezione esercitata dalle sue azioni sulla salute di madre e bambino).

Un ulteriore lettura vede la sintomatologia fisica tipica della sindrome come l'espressione di una strategia
difensiva, nei confronti della conflittualità che si riattivano alla prima paternità, angosce troppo intensa. È
quindi una modalità che alcuni uomini utilizzano per esprimere i conflitti derivanti dalla consapevolezza
della paternità, con tutte le responsabilità. Il padre cerca di sostituirsi alla madre nell'accoglimento del
neonato e svolge nei confronti del figlio una funzione più volta al mantenimento del rapporto simbiotico
che al suo superamento. Altre volte invece l'uomo può tentare di assumere un ruolo infantile e dipendente
nei confronti della propria compagna sovrapponendosi ai bisogni del bambino e distogliendo la madre dalla
relazione con lui, come se fosse geloso di questo legame e volesse interromperlo.
• ACTING DELLA PATERNITA’

Da molti autori vengono descritte modalità comportamentali come acting della paternità che sono il frutto
di conflitti collegati al sentimento di esclusione e alla conseguente ostilità dell'uomo verso la compagna.
Non sono elaborati mentalmente.

Ne vengono individuate tre categorie cliniche:

- DELLE LOTTE:

Rientrano atteggiamenti a carattere aggressivo come litigiosità e aggressività nell'uomo verso la propria
famiglia e quella della moglie o degli estranei, abuso di alcol e stupefacenti. tutti questi comportamenti
hanno la caratteristica di essere in contrasto con gli atteggiamenti abituali di questi uomini.

- DELLE FUGHE:

Si descrivono situazioni in cui si gettano freneticamente del lavoro nei mesi che precedono e seguono la
nascita in modo da evadere da casa per ragioni professionali e scompaiono definitivamente.

- DELL’ATTIVITA’ SESSUALE:

E’ di comune osservazione l'interruzione dei rapporti sessuali durante la gravidanza motivato soprattutto
dalla paura di danneggiare il bambino. Altrettanto frequente è rilievo di relazioni extraconiugali. le angosce
della paternità possono essere rimosse o negate verso modalità più o meno accettate come la couvade o
con i comportamenti appena descritti, ma può anche accadere che i tentativi di elaborare falliscano, in
questo caso possono comparire manifestazioni psicopatologiche di varia gravità come depressione e
scompensi psicotici, certamente più rari nei padri rispetto alle madri.

• PSICOSI

La psicosi della paternità sono crisi psicotiche acute, riconducibili essenzialmente a disturbo psicotico breve
DSM IV, che insorgono in occasione della prima paternità in soggetti con una storia personale
essenzialmente priva di alterazioni psicotiche manifeste. Presentano deliri di gelosia, o meglio di
tradimento, persecuzione e un'importante componente affettiva sia depressiva che maniacale. Difficili
rapporti con i genitori, un legame particolare con la madre, una figura paterna assente o inefficiente ed una
dipendenza affettiva dalla compagna nella relazione di coppia sembrano costituire le caratteristiche delle
relazioni di questi soggetti. Al momento della nascita del primo figlio, questi uomini sono costretti ad
affrontare il confronto con la figura paterna, la mancata identificazione con questa figura ed il legame
simbiotico con la propria madre, mantenuto intatto anche in età adulta.

CAPITOLO 8: DISTUBI DELLA RELAZIONE GENITORE-BAMBINO

• MALTRATTAMENTO

L’ OMS definisce come maltrattamento e abuso sui minori qualsiasi forma di maltrattamento fisico e
psicologico, abuso sessuale, trascuratezza, sfruttamento e di altro tipo in grado di determinare un danno
attuale o potenziale per la salute, la sopravvivenza, lo sviluppo la dignità del bambino nel contesto di una
relazione di responsabilità, fiducia e potere.
Il maltrattamento fisico riguarda una fascia di età di rischio costituita da bambini tra 0 e 3 anni. I bambini
oggetto di maltrattamenti possono essere fisicamente fragili quindi bisognosi di attenzioni e accudimento
che costituiscono un fattore predisponente attivando nell’adulto sentimento di frustrazione, rifiuto e
aggressività. Sono state descritte forme diverse di maltrattamento fisico, come le percosse, lo scuotimento,
le ustioni, il soffocamento, l'avvelenamento e quella particolare forma definita come SINDROME DI
MUNCHAUSEN PER PROCURA, in cui la madre induce uno stato di malattia a carico del proprio figlio con lo
scopo di ottenere accertamenti medici o ospedalizzazioni ripetute.

Con il termine maltrattamento psicologico si indica una forma di violenza sui minori i cui confini sono
spesso sfumati: da un lato si può confondere con atteggiamenti pedogogici, rigidi, con violenza fisica,
dall'altra con comportamenti generici di incuria, svalorizzazione, permissività, deresponsabilizzazione che
ne rendono difficile la separazione con la trascuratezza. la rigida imposizione di norme genitoriali può
avvenire attraverso la proiezione sul figlio di fantasie compensatorie che riguardano impotenza,
l’insicurezza economica, la frustrazione.

• TRASCURATEZZA

La trascuratezza consiste in tutti quei comportamenti passivi e omissivi nei confronti dei bambini tali da non
proteggerli fisicamente o da non permettergli una normale crescita evolutiva in salute fisica e benessere
psicologico.

Le tipologie sono diverse:

- abbigliamento non adeguato


- scarse condizioni igieniche
- dieta inadeguata all'età
- inadempienza dell'obbligo scolastico
- mancata somministrazione di cure mediche anche preventive
- assenza di sorveglianza sull'integrità fisica del bambino
- privazione della socializzazione con i pari
- deprivazione fisica, emotiva e culturale

• ABUSO SESSUALE

Gli abusi sessuali possono essere manifesti, mascherati oppure impropri cioè riguardare situazioni in cui
bambino vede, sente, osserva attività sessuali che risultano psicologicamente inadeguate alla sua corretta
evoluzione psichica.

Con l'apparente intento educativo possono essere messi in atto comportamenti sessualizzati che implicano
non solo le parole o lo sguardo ma anche dei passaggi all’azione come contatti fisici tra adulto e minore che
il bambino può riportare a breve termine con una sorta di ripetizione all’agire in relazioni sociali diverse.
6. L’ESPERIENZA SOMATICA NELL’ARCO DI VITA
CAPITOLO 1: CORPO BIOLOGICO E CORPO VISSUTO, DIVERSITA’ E INTERCONNESSIONI

Il termine "corpo" in medicina sta ad indicare una realtà anatomica e fisiologica con le sue patologie
d'organo. In medicina quindi si vuole indicare il corpo come una realtà oggettiva,misurabile,quantificabile e
verificabile.

In psicopatologia il corpo è considerato in relazione con la vita psichica si fa riferimento ad un’esperienza


corporea che si apre al Mondo. Dunque la psicopatologia parla di CORPO VISSUTO.

Il corpo vissuto è dunque muto,cioè che coincide con l'esperienza stessa dello esistere. Nonostante il corpo
manda un flusso di messaggi,questi fisiologicamente non arrivano a staccare l'esperienza del corpo da
quella del proprio esistere.

INTENZIONALIZZAZIONE: si intende l'attribuzione di senso ad una cosa che così diventa esperienza.
Attribuire significato vuol dire esperire,fare un’esperienza.

Il fondamento della fisiologia del vissuto corporeo è da individuarsi in:

1) una muta testimonianza della nostra esistenza:il mio corpo dice che ci sono.

2) una accessibile apertura verso il mondo di cui il corpo è fisiologicamente il veicolo; tramite il
corpo io percepisco un’apertura verso il mondo.

Nelle esperienze quotidiane avvertiamo di avere un corpo quando fa male o si esprime attraverso i bisogni
e le difficoltà. Se il corpo è centrale nella costruzione dell'esperienza dell'esistere è ovvio il su contributo
nella costruzione dell'esperienza dell'essere malato.

CAPITOLO 2: IL CORPO VISSUTO FRA MALATTIA E GUARIGIONE

L'esperienza della malattia fisica ha un inevitabile impatto sull'esperienza somatica. Il corpo malato diventa
una misteriosa esperienza di un corpo distanziato, che non coincide più con l'esperienza del Proprio Sé
(cioè il corpo malato è vissuto in modo diverso rispetto a come lo si vive tutti i giorni).

Il medico tenderà a considerare la guarigione come la scomparsa dei segni della malattia ma il significato
della guarigione deve essere considerato anche dal punto di vista del paziente, la cui valutazione è
influenzata da due fattori:

1) La soggettiva visione della malattia,del corpo e del suo funzionamento

2) Il significato soggettivo della guarigione può essere considerato come un cambiamento


esistenziale,talvolta anche con significato di perdita che avvicina la percezione soggettiva della
guarigione al processo del lutto.

Quindi il modello che più si può avvicinare alla definizione del fenomeno malattia in un’ottica soggettiva
può essere quello del lutto, anzi del lavoro connesso con l'elaborazione delle perdite dovute alla malattia e
ai suoi esiti,e anche con la riacquisizione del ruolo di persona sana.

Guarigione fisica e guarigione psichica possono non avvenire congiuntamente e questa non coincidenza è
responsabile non solo ai postumi della malattia o al timore di una sua eventuale ripresa,ma soprattutto al
riattivarsi nel mondo interno del paziente di immagini di dipendenza nei confronti di figure significative e
autoritarie appartenenti all'esperienza individuale,che il rapporto col medico-salvatore ha riattivato e
riportato attuali.
CAPITOLO 3: CORPO E CICLO DI VITA: I MOMENTI CRITICI DELL'ESISTENZA NELL’ANZIANO

Il corpo si modifica nel corso della vita e si modifica l'esperienza che ciascuno di noi ha del proprio corpo.

Modificazioni somatiche →Modificazioni della propria auto rappresentazione somatica (identità somatica)
→Modificazione dell'identità personale

Ma è anche vero il cammino inverso per cui modificazioni a carico dell'identità personale si traducono
anche in modificazioni dell'esperienza somatica e talvolta anche del corpo oggettivato.

Crisi dell'esistenza → Modificazioni della propria auto rappresentazione (identità personale) →


Modificazioni anche a carico della auto rappresentazione somatica (modificazione dell'immagine corporea)
→Modificazioni somatiche

Si ha cioè un'intensa e continua rielaborazione della propria immagine corporea, un vero e proprio lavoro
teso a registrare il mutamento dal corpo oggettivo alla immagine interiore di questo,dai mutamenti
interiori alla trascrizione di questi sul corpo.

In un'ottica medica il concetto di crisi ha significato quella drammatica resa dei conti che,nel corso di un
processo patologico,porta sulla via della guarigione o quella della morte.

Nei momenti di crisi è come se ci fosse uno scontro e il campo dello scontro è proprio il corpo del paziente
che manifesta i segni della crisi (scontro) in atto. Al medico il compito di distinguerli, riconoscerli, nominarli,
saperli distinguere in quelli utili e quelli dannosi rispetto al progetto di guarigione che vuole proporre.

In ambito psicologico e psichiatrico,occorre far riferimento a due importanti contributi:

- CrisisTheory- di Clapan che pone particolare risalto al rapporto tra personalità edeventi della
vita,per cui il momento della crisi sarebbe da considerare come un giro diboa nel processo
evolutivo di ogni personalità. L'ipotesi di Caplan è centrata sull'idea che il momento critico si abbia
quando si presenta nell'esistenza un problema nuovo che non è possibile risolvere con le strategie
adattive consuete.
- Teoria delle catastrofi: il cui uso in ambito psicologico porta a considerare il momento della crisi
come una situazione in cui un equilibrio di forze non può più essere mantenuto per cui le forza che
sostengono quel particolare assetto della personalità cercano e trovano un nuovo equilibrio.
Questo impone un cambiamento nell'organizzazione personologica di quel particolare individuo
spesso drammatico. Da quì il concetto di "catastrofe" che mette in risalto come, dopo il
cambiamento, l'oggetto non sia più lo stesso, ma abbia subito una vera e propria mutazione
costitutiva del suo assetto esistenziale.
La scuola di Palo Alto → Una modifica a carico dell'oggetto esterno che sorregge una particolare struttura
di personalità dà luogo ad un cambiamento tale da portare all'emergere di una nuova. Questa darebbe poi
origine a nuove relazioni oggettuali ed in prospettiva,ad un nuovo assetto esistenziale.

In riferimento alla scuola di palo alto e le considerazioni conseguenti permettono di evidenziare come ogni
momento critico dell'esistenza finisca per mettere in moto una modificazione della propria auto
rappresentazione e di conseguenza della propria identità.

Perchè avvengono questi momenti critici?

La scuola di Palo Alto cerca di darne una spiegazione teoricamente articolata e aperta ad una dimensione
genetica: le crisi dell'esistenza permettono modificazioni interne tali per cui un particolare assetto di
identità viene sostituito da un altro preesistente ma,almeno fino ad allora subordinato all'identità
principale e dominante.
Jaspers considera la Coscienza dell'Io come la conseguenza del corretto funzionamento di almeno 4
subfunzioni:

1. In primo luogo che si tratta di una sorgente primitiva e non derivata di attività; la mia soggettività
è una fonte inesauribile di attività mentale che viene da me percepita come originaria, e non
derivata da altra fonte esterna.

2. La consapevolezza della propria unità:in un dato istante io avverto di essere uno solo, anche
quando all'interno di me sono presenti contenuti di pensiero e progetti d'azione assai diversi e
anche quando il mondo esterno si rapporta con me secondo aspettative apparentemente
inconciliabili l'una con l'altra.

3. La coscienza di identità da intendersi come la consapevolezza di essere uno e uno solo nel corso
del tempo; è una consapevolezza per molto versi assoluta nella nostra soggettività, pur essendo
contraddetta da evidenze inoppugnabili. L'evidenza è tale che contraddirebbe ogni altra ipotesi. In
primo luogo quella che io sia sempre lo stesso.

4. C'è infine quella consapevolezza di avere nella mente degli specifici contenuti personali diversi da
quelli degli altri; su questa consapevolezza si costruisce l'idea di possedere una specifica
personalità, che mantiene un nucleo stabile anche nei momenti di cambiamento più radicali.

Ma qual'è il ruolo del corpo?

Il nucleo d'esperienza di identità è dato dall'esperienza di essere ed avere un corpo. Naturalmente quando
si parla di corpo si intende l'esperienza somatica, cioè alla visione soggettiva che ciascuno di noi ha del
proprio corpo come sede di bisogni, sentimenti, appetiti, relazionalità e soprattutto come veicolo che
permette alla nostra soggettività di aprirsi al mondo. Veicolo che mi rivela al Mondo,ma insieme mi espone,
potendomi così anche tradire rivelando cose che non deve ovvero piegandosi ai desideri e alle aspettative
degli altri, a rischio di diventare non più strumento di apertura al mondo, ma un mezzo che si introduce fra
una soggettività interiore il mondo.

Volendo riassumere si può affermare che i cambiamenti della vita hanno una traduzione sul corpo sia in
senso materiale che rappresentazionale, che spesso inconsapevole, caratterizzata dalla necessità di
testimoniare con il corpo.

Anche le età della vita vengono evidenziate da modificazioni a carico del corpo.

In ciascuno di noi quindi un continuo rimaneggiamento delle proprie immagini somatiche che fluttuano
reattivamente a modificazioni esterne ed interne.

Le modificazioni dell'esperienza somatica,cioè del modo di percepire e di vivere il corpo, e dell'immagine


corporea sono da considerarsi punti di svolta da cui possono prendere l'avvio molte esperienze
psicopatologiche a loro volta capaci di declinarsi in vere e proprie condizioni cliniche.

CAPITOLO 4: LA SOMATIZZAZIONE DELLE ESISTENZA NELL'ANZIANO


Le alterazioni del vissuto somatico derivano nell'anziano nel cambiamento del rapporto fra il soggetto e il
suo corpo in quanto esso,a causa del decadimento fisico e della maggiore vulnerabilità alle malattie,perde il
silenzio e l'anonimia che caratterizzano l'equilibrio fisiologico a favore della "somatizzazione dell'esistenza"
caratteristica della senilità,che assume anche un significato di minaccia indefinibile.
CAPITOLO 5: IL CORPO NON PIU’ DISPONIBILE (NON PIU’ GIOVANE)
Una delle caratteristiche che sostanziano il fisiologico rapporto con il nostro corpo è la accessibile apertura
verso il mondo.

Nell'anziano questa percezione si rompe quando il corpo comincia a farsi sentire in via di involuzione e non
più disponibile in modo muto e trasparente nell'attuazione di progetti esistenziali. Non il corpo che sono
ma il corpo che ho oggetto degno di osservazione, attenzione spesso carico di minacce e di paure.

Successivamente il corpo si porrà in un'altra dimensione esistenziale caricandosi di immagini di perdita e di


minacciose aspettative. L'anziano avverte cioè che il corpo non lo segue più nei suoi progetti,ma si carica di
fatica,di impossibilità funzionali, di dolore fisico,oppure si dimostra incapace di veicolare immagini di
efficienza e di attrazione.

• IL DECLINO ESTETICO
Il declino estetico determina una ferita narcisistica centrata sul corpo che corrisponde ad una ulteriore
perdita di anonimia del corpo e all'instaurarsi del vissuto somatico di elementi di negatività e minacciosità.

Un’immagine corporea socialmente svalutata e non soggettivamente non accettata incrementa i sentimenti
di inadeguatezza caratteristici della senilità e che aumenta la continuità fra io e reale, e Io ideale vissuto
come una dimensione arretrata della propria presenza rispetto alla realtà fisica. La difficile integrazione fra
io corporeo e Io psichico favorisce la riduzione dell'interesse verso l'ambiente esterno ed il ripiegamento su
sé stessi.

• L'ESPERIENZA DI MALATTIA

L'esperienza di malattia che con l'avanzare dell'età si fa sempre più frequente, carica il corpo di ulteriori
aspetti negativi. Con la comparsa delle malattie e con la riduzione o la perdita di alcune funzioni, l'anziano
perde l'armonia con il suo corpo che,attraverso un processo di reificazione (diventare una cosa), appare
solo come un peso, un oggetto che gli altri devono curare e di cui il soggetto diventa spettatore passivo.

L'esperienza del proprio corpo vissuto nell'anziano diventa l'espressione simbolica da superare e il corpo
rappresenta il limite dell'incapacità a esprimere e utilizzare le proprie possibilità.

• IL PENSIONAMENTO

Il pensionamento sancisce il ritiro dal mondo socialmente legittimato e costituisce un fattore che favorisce
il ripiegamento sul corpo. Sarà quindi probabile che una Coscienza di Sè che si vede negato il
riconoscimento sociale dato dall'attività lavorativa e perde quelle conferme che contribuiscono al
mantenimento dell'auto-immagine, cerchi nel corpo e nei suoi bisogni non più muti e trasparenti una
conferma della propria esistenza.

In questa situazione l'anziano è costantemente preoccupato per la salute, ossessivamente attento alle sue
necessità fisiologiche come il sonno, il cibo, il funzionamento intestinale, desideroso di assumere farmaci
che garantiscano un normale svolgimento delle funzioni dell'organismo e lo proteggono dalle malattie.

• IL CORPO DEL GIOVANE

"Sentirsi giovani" anche nel linguaggio comune può non coincidere con l'essere giovani.

Il sentirsi e l'essere vissuti come giovani sono due esperienza che trovano nel corpo il terreno attuativo
principale di un progetto, che nella realtà attuale è diventato un fenomeno di massa. Si fa riferimento al
clima culturale attuale che tende ad identificare la giovinezza,e in particolare il corpo del giovane, con
successo prestigio, salute, attrazione.
Il primo requisito di un corpo che faccia sentire giovani è quello della accessibilità, cioè la possibilità a
tradurre in progetti operativi la spinta vitale che permea il vissuto del giovane. È un corpo che non si
sottrae, che non sente la fatica, che non pone limiti, che è pronto a seguire ogni sfida.

Ma c'è un'altra sfida a cui il corpo giovane,o che vuole sembrare tale, non può sottrarsi. Infatti uno dei
requisiti della giovinezza è l'accettazione e trasformazione. Per il giovane la trasformazione è il mezzo
principale per accettare la realtà senza esserne schiacciato, il mezzo che permette di recuperare le
caratteristiche biologiche ricevute geneticamente da una angolatura diversa che ne consente
l'appropriazione ed evita di porsi in antitesi. Cambiare è infatti l'unico modo per adattarsi ad un mondo che
sfugge e cambiare sè stessi e il mondo è la missione che ogni generazione affida a quella che la segue.

Al bisogno di esprimere con il corpo il cambiamento si accompagna il bisogno di rivelarsi e di definire il


proprio sé ed il proprio spazio. L'acquisizione di una identità definita costituisce la fine del viaggio giovanile
e sancisce la definitiva costruzione del mondo adulto.

CAPITOLO 6: LE PATOLOGIE DEL CORPO VISSUTO


Durante il ciclo vitale umano avvengono molteplici cambiamenti a carico del corpo sia nella sua dimensione
oggettualizzata che nella sua dimensione più soggettiva. Da qui possono prendere l'avvio percorsi
psicopatologici che possono portare a veri e propri quadri clinici che sono pertanto strettamente connessi
sia nella genesi che nell'espressività clinica, con la crisi dell'esperienza somatica di quella particolare
persona.

Si tratta delle così dette Patologie del corpo vissuto,in cui si raggruppano i quadri morbosi che hanno in
comune un nucleo patologico derivante dall'alterazione del modo in cui si struttura l'esperienza del corpo
che assume un ruolo alterato nella dialettica fra soggettività e mondo.

Questi quadri morbosi possono essere raggruppati in tre grandi campi accomunati dalla centralità del corpo
e dalla sua reificazione come oggetto (staccato dalla soggettività) ed eventualmente da questa variamente
usato per un dialogo con il mondo.

Le diversità che definiscono i singoli campi invece, riguardano le modalità con cui il corpo vissuto viene
coinvolto: infatti in alcune forme patologiche è coinvolta la rappresentazione mentale del corpo, in altre la
sua realtà biologica, in altre ancora il corpo viene usato come campo espressivo di un disagio psichico.

Una prima area propone il coinvolgimento del corpo nella sua realtà fisica. Qui sipossono tradurre difficoltà
dell'esistenza intesa nella sua complessità bio-psicosociale.

Il corpo con la sua concretezza biologica,dà sostanza a questo disagio. Questa area corrisponde alla
Patologia somatica.

Una seconda area fa riferimento all'uso del corpo per drammatizzare una sofferenza da esporre allo
sguardo degli altri. Il corpo diventa teatro, un intermedio fra una soggettività che si esprime per suo tramite
e lo sguardo degli altri a cui si offre.

Una terza area fa riferimento all'alterazione della rappresentazione mentale del corpo (immagine corporea)
concetto che illustra il modo con cui il nostro corpo appare a noi stessi.

In quest'area l'immagine mentale del nostro corpo,può caricarsi di significati-altri, che ne modificano
profondamente il significato esistenziale proponendone in primo luogo una centralità abnorme.

Nel continuum che è stato delineato rispetto ai disturbi del vissuto corporeo si possono collocare le
esperienze ipocondriache, dismorfofobiche ed anoressiche.
• IL CORPO VISSUTO NEI DISTURBI PSICOSOMATICI
Un primo indirizzo fa riferimento alla tradizione medico-filosofica che tende a riunire gli aspetti psichici e
quelli somatici e quindi a vedere l'individuo come un tutto.

Un secondo indirizzo vede nella psicosomatica l'orientamento medico che pone enfasi sul fatto che in ogni
malattia organica esista un vissuto patologico. Pensiamo in primo luogo ai vissuti inerenti la perdita di
salute, dell'immagine di sè, il problema della morte, della malattia cronica.

In un’accezione più ristretta la psicosomatica fa riferimento allo studio della psicogenesi di alcune malattie
organiche. È questo il campo della patologia psicosomatica propriamente detta che individua alcune
specifiche condizioni cliniche in cui la malattia organica sembra essere direttamente originata da conflitti
psichici.

Particolarmente importante nella riflessione sulla psicosomatica si è rivelato anche il contributo della
Scuola Francese. Questo indirizzo vede nella patologia psicosomatica la "traduzione somatica"di un
disturbo tutto psichico connesso con l'incapacità di acquisire una modalità fantastica e immaginativa del
pensiero che viene definito "operatorio" in quanto trova nella traduzione somatica la sua unica possibilità
espressiva. In uno stile somatico di esistenza,proprio di individui con ridotte capacità fantasmatiche e
simboliche, si inserisce la malattia psicosomatica propriamente detta, che per questi soggetti, rappresenta
un mezzo obbligato di espressione della sofferenza interna e della difficoltà relazionali.

Un importante contributo arriva anche dal pensiero psicopatologico, cioè quell'orientamento che prende in
considerazione la particolare esperienza che ogni singolo paziente ha della propria malattia. I pazienti
infatti sviluppano modelli personali dei propri cambiamenti somatici e dei sintomi, che sembran oessere
tutt'altro che ininfluenti nella costruzione e nell'evoluzione del fenomeno morboso.

Nelle patologie psicosomatiche, il corpo fornisce il terreno in cui concretamente(sia organicamente che
funzionalmente si traduce un disagio psichico. Questa trascrizione sul corpo di disagi di vario ordine ed
origine può essere descritto come un cammino in due tempi: il primo momento è dato dalla traduzione
puramente funzionale di disagi esistenziali o relazionali. Per molte patologie la traduzione è conosciuta
anche negli aspetti neurobiologici più minuti.

Ma quando i sintomi funzionali si stabilizzano,si possono trasformare in veri e propri cambiamenti


anatomici.

• IL CORPO COME TEATRO:LE MANIFESTAZIONI SOMATICHE DELL'ISTERIA


Le manifestazioni somatiche dell'isteria del DSM IV sono state inserite fra i Disturbi Somatoformi, insieme
alle manifestazioni ipocondriache e dismorfofobiche, ed in parte anche nei Disturbi Fittizi, la cui
caratteristica è costituita dalla presenza di sintomi fisici o psichici, più o meno intenzionalmente prodotti
dal soggetto, allo scopo di assumere un ruolo di malato.

Uno degli aspetti caratteristici dell'esistenza isterica è costituito da un particolare stile di vita e di relazione
col mondo caratterizzato dalla tendenza a modulare i comportamenti e le relazioni rispetto alle esigenze
dell'ambiente circostante, tanto da poterlo definire come un "vivere con gli occhi degli altri" fino al punto
che gli altri possono costituire la dimensione strutturante della soggettività dell'isterico.

In questa dimensione è facile immaginare come il corpo, che è la parte più esposta agli altri,possa un ruolo
espressivo e sintomatologico di primo piano. Infatti in un'ampia parte della patologia isterica,il corpo
costituisce un luogo di rappresentazione delle emozioni, un teatro che permette di realizzare una
rappresentazione più o meno simbolizzata, di un conflitto intrapsichico o di una difficoltà esistenziale o
relazionale utilizzando un linguaggio complesso che non gli è proprio.
In altri termini si può definire lo stile istrionico di rapporto come un"apparire per essere", in cui il bisogno di
attirare l'attenzione dell'altro per mezzo di sintomi fisici importanti, di comportamenti seduttivi, di
condotte impulsive costituisce l'essenza della relazione.

Il medico rappresenta la figura professionale a cui più facilmente a cui è più diretto il linguaggio dell'isteria.
Nel dialogo col medico, che per sua formazione è portato a considerare soprattutto il corpo, l'isterico cerca
di costringerlo a prendere iniziative diagnostiche e terapeutiche allo scopo di trovare una conferma del
personaggio che sta rappresentando, cioè farsi accettare come malato.

• I DISTURBI DELL'AUTORAPPRESENTAZIONE SOMATICA

Sono quelle patologie in cui l'alterazione nucleare è a carico della rappresentazione mentale del corpo (del
proprio corpo vissuto).

Così l'esperienza del proprio corpo finisce per inserirsi come un cuneo nel rapporto fra soggettività e
mondo, permeando gran parte dello spazio coscienziale.

• IL MALE DEL CORPO


La struttura dell'esperienza somatica diventa dunque quella di un corpo" altro e Inquietantemente
modificato", caricato di un significato minaccioso, portatore ed espressione del mal d'essere. Pur in questa
anomala posizione il corpo rimane sempre strumento di apertura al mondo e il suo stesso vissuto (il mal-
d'essere) si confronta con una realtà esterna che ne modula l'espressività clinica.

• LA DIMENSIONE IPOCONDRIACA E DEMONOLOGICA

Le persone ipocondriache sono sempre alla ricerca di cure mediche e di rassicurazioni, che comunque non
risolvono mai i loro timori di malattia. Un tale comportamento innesca un circolo vizioso che tende a
trasformare la loro esistenza in una costante ricerca di attenzione per il corpo da parte di terapeuti di varia
competenza.

Anche le idee di "affaturazione" partono dall'esperienza soggettiva di un corpo investito dal pericolo e dalla
minaccia,non più accessibile come di solito. A differenza di quanto accade nell'esperienza ipocondriaca, in
questo caso il vissuto si declina nel timore che qualcosa di estremamente negativo si sia inserito nel corpo o
lo abbia danneggiato, determinando la perdita della fisiologica accessibilità. Da un punto di vista
psicogenetico si possono individuare almeno tre tappe di un percorso comune fra esperienze ipocondriache
e di affaturazione:

1) Un precario assetto di identità in parte costituzionale, in parte reattivo agli eventi della vita,in
parte collegato ad entrambi i fattori.

2) Con la perdita del fisiologico silenzio e anonimia, viene tradotto sul corpo il vissuto di minaccia
all'integrità della persona.

3) Inizia un comportamento di ricerca di aiuto che ha come scopo primario quello di compensare il
sentimento della propria sicurezza esistenziale.

• IL CORPO BRUTTO: LA DIMENSIONE DISMORFOFOBICA

Il termine dismorfofobia letteralmente significa "cattiva forma" "bruttezza". Indica quindi una sensazione
soggettiva di deformità o difetto fisico di una parte del corpo che rende il paziente oggetto di attenzione da
parte degli altri, nonostante che, ad un riscontro oggettivo, il difetto risulti assente e la forma normale. Va
detto che comunque a volte il difetto fisico c'è, ma tuttavia la reazione del paziente è decisamente
abnorme.
Seguendo il punto di vista genetico-strutturale anche in questi casi il punto di partenza psicopatologico può
essere ricondotto ad un'alterazione dell'esperienza somatica. Il corpo si carica di significato di
inadeguatezza che preesiste alla comparsa del sintomo nella forma di una inadeguatezza esistenziale.

• IL CORPO CAMBIATO: LE ESPERIENZE DI METAMORFOSI


L'identità personale trova nel corpo il fondamento e la fonte di continua verifica. Tramite il corpo ci siamo
abituati a confrontare con il mondo condiviso la potenziale illusorietà della nostra immagine del mondo.

Tramite il corpo avviene il confronto con la realtà esterna nel senso che un cambiamento interno viene reso
visibile sul corpo e poi esportato sul mondo.

Allo stesso modo ogni pressione ambientale tesa a condizionare l'identità si traduce in primo luogo sul
corpo. Bisogna pertanto abituarci a pensare all'identità personale come ad un processo complesso che si
articola continuamente in queste tre direttive: L'autorappresentazione di Sé, la traduzione sul corpo di
questa autorappresentazione, la sua esportazione nella realtà esterna. Contemporaneamente dobbiamo
abituarci a pensare che la pressione ambientale verso certi tipi di comportamento tende prima di tutto a
tradursi sul corpo e a modificare l'autorappresentazione del proprio Sé.

L'esperienza di cambiamento a carico della propria dimensione interna può trovare nel corpo,
nell'esperienza del corpo vissuto, la sua "realizzazione". Sentire il proprio corpo che si trasforma è
esperienza frequente nei periodi di cambiamento interno,come cambiamenti a carico del corpo possono
promuovere la necessità di modificare l'autorappresentazione e più in generale la propria identità.

Quando l'esperienza della propria continuità nel tempo viene meno, l'esperienza di trasformazione del
corpo diventa un passaggio quindi inevitabile.

• IL CORPO PERSECUTORE: LA DIMENSIONE ANORESSICA

La caratteristica centrale dell'anoressia nervosa è costituita dalla presenza di comportamenti autoimposti


finalizzati alla perdita di peso, collegabili con la paurapatologica di ingrassare e con una grave alterazione
dell'immagine corporea che riguarda la forma e le dimensioni del corpo.

Molto difficilmente le pazienti ammettono di esserne consapevoli e spaventate del loro aspetto emanciato
e dell'alterazione della condotta alimentare, mentre abitualmente negano la condizione di malattia
sostenendo di essere normalmente efficienti e tendono a rifiutare ogni cura anche quando sono al centro
della preoccupazione dei familiari.

Il corpo dell'anoressia è tutt'altro che "muto e trasparente", esiste con tutti i suoi bisogni a significare il
limite dell'esistenza, che viene percepita proprio come limitata dal corpo rispetto alla possibilità di una
ideale realizzazione.
CAPITOLO 7: LA RELAZIONE TERAPEUTICA COL PAZIENTE NELLE PATOLOGIE DEL VISSUTO
CORPOREO
Lo stabilirsi di una relazione terapeutica è uno degli elementi fondamentali della pratica clinica. La qualità di
questa relazione ha un'influenza determinante sulla stessa capacità di formulare diagnosi ed effettuare
terapie e quindi sulla stessa qualità dell'assistenza. Dunque spesso il clinico si pone di fronte al paziente con
patologie del vissuto corporeo in una posizione che lo può rendere cieco ed esporlo a possibilità di errore
sia diagnostico che terapeutico.

• DALLA PARTE DEL PAZIENTE


Il paziente porta nella relazione terapeutica il suo corpo che è presente non solo nella sua concretezza
anatomo-fisiologica, ma anche come un oggetto significante altro. Il corpo diventa strumento espressivo di
un disagio che in questi casi a altre origini.

Inoltre l'abnorme posizione del corpo influenza anche la percezione che il paziente ha del mondo.

Il corpo rischia continuamente di modularsi nella sua espressività in base alla realtà di significato che il
paziente mantiene nel suo orizzonte relazionale. Così quando questo orizzonte è fornito dal medico, la
modalità con cui il paziente presenta il suo corpo è adattata alle categorie e ai modelli della medicina,
mentre se l'orizzonte relazionale è uno stregone, ad esempio, il corpo viene tendenzialmente presentato
secondo altre modalità culturali che si riferiscono ad esempio a possessioni o invasamenti.

Riassumendo: L'esperienza somatica che il paziente porta al clinico, veicola un disagio psichico di cui il
paziente tende a non aver piena consapevolezza; propone un ruolo del corpo come strumento espressivo di
questo disagio.

Da queste osservazioni si possono derivare alcuni elementi che formano le fondamenta del rapporto fra
questo tipo di pazienti e il terapeuta. I pazienti con patologie del vissuto corporeo infatti chiedono:

- Che il loro corpo sia accettato e fatto oggetto di cure;


- Pretendono di stabilire una relazione con il clinico
- Chiedono che il corpo (corpo vissuto) costituisca il fondamento di questa relazione;
- Tendono ad evitare ogni approfondimento che porti a mentalizzare il disagio;
- Qualsiasi intervento volto a dialettizzare questo schema e a coinvolgere il paziente in prima

La persona può essere vissuto come persecutorio e suscitare risposte aggressive.

In altre parole il paziente chiede che l'intervento medico allontani i fantasmi persecutori dal corpo
(ipocondria e dismorfofobia) che lo carichi di interessi e significati (anoressia) che risolva l'oscura origine
della malattia (disturbi psicosomatici) e che decodifichi il messaggio che esprime (isteria).

Complessivamente dunque il paziente chiede al proprio terapeuta attenzione e stabilità di relazione usando
il suo corpo come tramite.

• DALLA PARTE DEL MEDICO

La relazione terapeutica con pazienti con alterazioni del vissuto corporeo comporta l'assunzione di alcuni
rischi. Il corpo di questi pazienti costituisce il tramite per una relazione carica di implicazioni che fanno leva
sul funzionamento mentale del medico, che rischia di disperdere le componenti terapeutiche insite nella
relazione e di non assolvere ai suoi compiti relazionali come fare una corretta diagnosi o impostare le
possibilità di cura.

La presa di coscienza nel medico dell'ambiguità implicita nell'interesse del paziente per il corpo, può far
evolvere la relazione medico paziente in senso persecutorio,soprattutto se l'atteggiamento del medico è
percepito come aggressivo e svalutante.
Di fronte a questi rischi non resta che enfatizzare l'importanza nella costruzione di una valida relazione con
il paziente. Questa non può prescindere dalla consapevolezza della complessità del vissuto somatico e
dall'accettazione della sfida relazionale che i pazienti di questo genere inevitabilmente propongono. In
questo senso sono importanti due aspetti che devono essere tenuti in considerazione:

1) Evitare una lettura esclusivamente psicologica dell'alterazione del vissuto somatico, che avrebbe
come conseguenza la fuga del paziente e la rottura della relazione.

2)Far sì che l'accettazione del corpo del paziente comprenda anche la dimensione del corpo vissuto.

Si possono quindi delineare alcuni suggerimenti che tengano conto del fatto che sono necessarie:

1) Una capacità di accoglimento dei bisogni somatici del paziente

2) Una conoscenza psicopatologica e della dimensione relazionale medico-paziente in modo da


inquadrare il disagio psichico del paziente e contemporaneamente comprendere quegli aspetti
fantasmatici e conflittuali che il sintomo fisico veicola;

3)Una capacità di conciliare l'ambiguità del corpo che è insieme reale ed immaginario.

Questo lavoro di decodificazione è in primo luogo diagnostico, perchè consente di inquadrare il problema
del paziente da più punti di vista, permettendo un completamento del fenomeno malattia che consente
possibili aperture nel tentativo di comprendere il disagio soggettivo del paziente; è anche terapeutico in
quanto la ridialettizzazione del corpo vissuto può diventare il fulcro di ogni intervento terapeutico in queste
patologie; infine è anche preventivo,perchè evita quelle distorsioni del rapporto che possono produrre
molteplici complicazioni, prima fra tutte la possibilità di una cronicizzazione della patologia.

7. INTERVENTO PSICOSOCIALE NELLE DEMENZE


CAPITOLO 1: LE DEMENZE: DEFINIZIONE, EPIDEMIOLOGIA, CLASSIFICAZIONE

La demenza è una sindrome clinica caratterizzata dal deterioramento della memoria e delle altre funzioni
cognitive rispetto al livello di sviluppo cognitivo precedentemente raggiunto dal paziente; il deterioramento
è documentato da una storia clinica di riduzione della performance e da anomalie evidenziate dall'esame
neurologico e dai test neuropsicologici.

• CRITERI DI DIAGNOSI E CARATTERISTICHE CLINICHE

La sindrome è caratterizzata dalla compromissione di uno o più domini cognitivi, dalla presenza di disturbi
del comportamento che assumono entità e fenomenologia variabile nel corso della malattia, dall'incapacità
di svolgere adeguatamente ed autonomamente le abituali attività. L'evoluzione clinica si smista su tre
versanti: cognitivo, comportamentale, funzionale, dando luogo ad un'ampia e variegata tipologia di
disturbi.

All'esordio è difficile stabilire se i deficit sono da attribuirsi ad una demenza incipiente o ad una riduzione
dell'efficienza cognitiva fisiologica per età o ad un disturbo psicopatologico. In particolare risulta sottile la
distinzione tra demenza e depressione, data la possibile coesistenza di deficit cognitivi e disturbi del tono
dell'umore in entrambe le sindromi.

Decadimento mentale e depressione potrebbero conseguire l'una all'altro come reazione psicologica alla
consapevolezza delle proprie difficoltà o viceversa essere il primo indotto dalla seconda, come nel caso
della pseudo demenza.
La presenza di disturbi del tono dell'umore, la drammatizzazione dei deficit, la ricerca spontanea della
consulenza medica sono considerati indicativi più di un disturbo dell'umore che di una sindrome
demenziale. In quest'ultimo caso infatti il paziente appare scarsamente consapevole dei propri disturbi che
tende a minimizzare, ma che vengono notati dai familiari, tanto che sono essi stessi e non il diretto
interessato a rivolgersi al medico.

Studi più recenti evidenziano il ruolo della depressione del tono dell'umore come evento predisponente
alla demenza: infatti sembra che la tendenza a subire lo stress psicologico che nella maggior parte dei casi
si esplica con una depressione del tono dell'umore-sia associato ad un aumentato rischio di contrarre la
malattia di Alzheimer e ad una ridotta performance in compiti di memoria.

• CLASSIFICAZIONE

Nell'ambito della classificazione delle demenze si considerano sostanzialmente tre raggruppamenti


all'interno dei quali si identificano una serie di malattie ad eziopatogenesi più o meno definita, a decorso
variabile, e variamente passibili di intervento terapeutico o trattamento psicosociale.

Le demenze su base neurodegenerativa → Comprendono la malattia di Alzheimer, le demenze fronto-


temporali. La Malattia dei corpi di Lewy, la Malattia di Parkinson e la Corea di Huntington.

Le cause che determinano queste malattie sono sconosciute, nonostante in alcuni casi sia stato possibile
identificare alcuni meccanismi patogenetici. Il decorso è sempre progressivo, anche se con notevole
variabilità da un caso all'altro e non vi sono fasi di remissione clinica. Le Demenze Vascolari → All'interno di
questa dizione ci sono numerose entità cliniche (Demenza Multinfartuale, Stato Lacunare, Infarti Strategici,
Demenza post-ictus).

Queste demenze sono tutte accomunate dal fatto che le lesioni cerebrali documentabili con le
neuroimmagini, molto diverse per sede ed estensione,sono secondarie ad una malattia dei vasi cerebrali. Il
decorso può assumere andamento progressivo.

Demenze con causa esogena ed endogena → causa esogena ci sono agenti infettivi, sostanze tossiche,
farmaci. A causa endogena ci sono stati carenziali, endocrinopatie malattie sistemiche collagenopatie. Tali
forme sono definite secondarie, sono teoricamente passibili di miglioramento o anche di guarigione
qualora vengano rimossi i fattori causali.

CAPITOLO 2: LA MALATTIA DI ALZHEIMER


ASPETTI EPIDEMIOLOGICI E CLINICI

Il quadro clinico è caratterizzato da un deficit di memoria episodica, che inizialmente si configura come
amnesia anterograda, con difficoltà ad acquisire e richiamare nuove informazioni, e che in seguito
comporta la perdita di ricordi già acquisiti, spesso secondo un gradiente temporale con relativo buon
mantenimento della conoscenza degli eventi remoti rispetto ai recenti. Seguono deficit dei processi di
pianificazione, programmazione e controllo, progressiva perdita del patrimonio conoscitivo (memoria
semantica), delle competenze linguistiche, visuo-spaziali, prassiche e gnosiche. Rimangono invece
sostanzialmente indenni, le abilità motorie anche complesse precedentemente apprese, e la capacità di
acquisire alcune informazioni in modo inconsapevole (memoria procedurale).

Un'accurata valutazione della tipologia e dell'entità dei deficit cognitivi è ottenibile con un’estesa indagine
neuropsicologica, applicando batterie di test che sondino i diversi domini cognitivi e che consentano di
cogliere disturbi sia in fase iniziale, che relativamente avanzata.

La descrizione del profilo neuropsicologico può essere di grande valore sia per quanto riguarda la diagnosi,
sia per valutare il decorso della malattia attraverso regolari controlli longitudinali.
La valutazione dell'autosufficienza assume notevole importanza sia come requisito diagnostico che per la
stadiazione della malattia, ed è particolarmente rilevante negli stadi terminali, quando non è più applicabile
una valutazione neuropsicologica normale.

Disturbi del comportamento allucinazioni, deliri, misidentificazione, depressione, agitazione, aggressività,


alterazioni del ritmo sonno veglia-possono manifestarsi durante tutto il decorso della malattia e ricevono
crescente attenzione, dal momento che rappresentano la maggior fonte di stress per i familiari e la più
frequente causa di istituzionalizzazione del paziente.

Studi sia trasversali (su pazienti con differenti livelli di gravità di malattia) sia longitudinali (su pazienti
seguiti nel tempo) hanno consentito di formulare l'ipotesi di una progressione per stadi dei disturbi
cognitivo-funzionali cui corrispondono diverse esigenze e diversi possibili interventi.

L'acquisizione di neuro immagini (TC cranio o RM encefalo) è ritenuta indispensabile per escludere danni
cerebrali strutturali eventualmente responsabili del decadimento mentale (tumori,lesioni vascolari o post-
traumatiche), ma anche per evidenziare la atrofia cerebrale, in particolare delle strutture temporo-mesiali,
reperto questo considerato molto indicativo per la diagnosi di malattia di Alzheimer.

CAPITOLO 3: MILD COGNITIVE IMPAIRMENT


Il termine MCI coniato nel 1999 è ben traducibile in italiano come "compromissione cognitiva lieve".

Secondo i criteri di Petersen, la diagnosi di MCI può essere avanzata nel caso di un individuo non affetto da
demenza nè da disturbi psichiatrici che lamenti un disturbo soggettivo di memoria, preferibilmente
confermato da un familiare, non accompagnato da altri deficit cognitivi e non tale da interferire con le
abituali attività, ma evidenziabile ad una valutazione neuropsicologica. Mentre il deficit isolato di memoria
(MCI amnesico)è considerato una possibile fase preclinica di malattia di Alzheimer, deficit cognitivi in altri
domini possono preludere anche ad altre forme di demenza.

Dati molto recenti, tuttavia, insistono nel considerare l'MCI soprattutto nella sua forma amnesica, come lo
stadio iniziale della malattia di Alzheimer, anche sulla base di studi neuropatologici che descrivono in
cervelli di soggetti classificati come MCI una densità di ammassi neurofibrillari e depositi di amiloide molto
superiore a quella di soggetti normali di pari età e più simile quella riscontrata in soggetti affetti malattia di
Alzheimer.

È da ricordare che attualmente non vi è nessuna indicazione a trattare soggetti con diagnosi di MCI con i
farmaci impiegati nella malattia di Alzheimer.

CAPITOLO 4: LE DEMENZE FRONTO-TEMPORALI


Con questo termine si indica una serie di sintomi su base neurodegenerativa, caratterizzate da disturbi del
comportamento, dalla compromissione delle funzioni attentive, esecutive e di controllo, da disturbi del
linguaggio e da varie anomalie dell'esame obiettivo neurologico.

La sede della lesione (a carico della corteccia prefrontale dorso-laterale, orbito frontale o ventro-mediale),
la sua natura, estensione e durata, nonchè la personalità e le capacità intellettive premorbose
dell'individuo e infine il tipo di test adottato per la valutazione contribuiscono alla variabilità clinica.

Ritenuta un’eventualità rara, le demenze fronto-temporali nel loro complesso rappresentano il 20% di tutte
le demenze su base neurodegenerativa. Sul piano neuropatologico queste forme si distinguono per un
depauperamento neuronale circoscritto alle parti anteriori del cervello e per la presenza-almeno in alcuni
casi-di caratteristiche inclusioni cellulari definite "corpi di Pick".
La demenza frontale è caratterizzata da modificazioni del carattere e da anomalie della condotta sociale,
con appiattimento emotivo,riduzione o assenza completa di consapevolezza di malattia, perdita di empatia,
riduzione dell'iniziativa, rigidità mentale, conformismo, compulsività, facile distraibilità, alterata capacità di
critica e di giudizio, bizzarria, apatia, disinteresse.

Fanno parte delle demenze fronto-temporali due forme in cui le alterazioni del comportamento e la
sindrome disesecutiva sono di lieve entità o addirittura assenti nelle fasi iniziali della malattia,
caratterizzata invece da importanti, e per lungo tempo esclusivi, disturbi del linguaggio.

AFASIA PRIMARIA PROGRESSIVA → esordisce con difficoltà crescenti nel reperire i termini adeguati con
progressiva riduzione della fluenza dell'eloquio che diviene povero, agrammatico, e successiva comparsa di
disturbi dell'articolazione delle parole.

DEMENZA SEMANTICA → il quadro clinico è dominato da un eloquio spontaneo e fluente, ma vuoto, con
numerosi errori tipo parafasie semantiche, difficoltà nella comprensione del significato delle
parole,impossibilità di denominare oggetti e di associare il nome alla figura, di riconoscere volti di leggere
parole irregolari la cui corretta pronuncia dipende dalla comprensione del loro significato.

Infine sono considerate come appartenenti al complesso delle demenze frontotemporali, la Degenerazione
Cortico-Basale e la paralisi Sopranucleare Progressiva.

Nella prima si sviluppa un disturbo aprassico, a carico inizialmente e principalmente di un arto superiore,
con difficoltà a coordinare i movimenti, rigidità, sensazione di impaccio, legnosità ed estraneità con
progressiva estensione agli altri arti e comparsa di aprassia articolatoria. Nella seconda invece, si rilevano
paralisi dei movimenti di verticalità dello sguardo, instabilità posturale con frequenti cadute,
parkinsonismo.

Situazioni patologiche che danneggiano strutture sottocorticali come il talamo o i gangli della base, pur non
colpendo direttamente le cortecce prefrontali, le privano di una serie di connessioni neuronali, realizzando
una sindrome frontale da deconnessione altrimenti indicata come "sindrome dei circuiti frontali-
sottocorticali", eventualità non rara in corso di encefalopatia vascolare sottocorticale, Sclerosi Multipla,
Malattia di Parkinson, Corea di Huntington.

Le alterazioni del comportamento rendono difficile la gestione del paziente, turbano i familiari ostacolano
una eventuale riabilitazione.

CAPITOLO 5: TERAPIA DELLE DEMENZE


Il trattamento farmacologico delle demenze è orientato su una duplice direzione; da una parte intervenire
sulle cause ed i meccanismi della malattia, dall'altra agire sulle manifestazioni ed il decorso della
sintomatologia nell'ambito dei tre domini prevalentemente compromessi: cognitivo, comportamentale e
funzionale.

Relativamente al primo punto, la possibilità di un intervento efficace dipende da quanto se ne sa sulla


eziopatogenesi. Per quel che riguarda le demenze secondarie, la rimozione di patologie può determinare la
remissione della sintomatologia. In realtà la guarigione di una sindrome demenziale è piuttosto rara.

Relativamente alle demenze vascolari, l'intervento più efficace da mettere in atto è quello preventivo:
riducendo i rischi cerebro-vascolari si può limitare e stabilizzare, almeno in parte, il danno.

Nell'ambito delle demenze su base neurodegenerativa, le conoscenze sui meccanismi che inducono le
forme fronto-temporali sono troppo scarse perchè sia ipotizzabile ricorrere in esse ad un intervento mirato.
Nonostante questo, anche per questa patologia le possibilità di un intervento farmacologico efficace sono
modeste e volte esclusivamente a potenziare l'attività del sistema colinergico.

Attualmente per i pazienti affetti da Malattia di Alzheimer sono disponibili in commercio tre farmaci
inibitori: donepezil, rivastigmina e galantamina. Un aspetto rilevante nella gestione dei pazienti affetti da
demenza è quello relativo al trattamento dei disturbi del comportamento per cui è disponibile una variabile
gamma di farmaci, molti dei quali possono indurre effetti collaterali indesiderati, che si manifestano con
maggior frequenza e gravità nei soggetti affetti con demenza.

CAPITOLO 6: INTERVENTO PSICO-SOCIALE


Il presupposto dell'intervento psicosociale nella demenza è rappresentato dalla convinzione che i sintomi
ed i comportamenti del paziente non siano solo espressione del processo patologico di base, ma riflettano
anche le reazioni emotive dell'individuo così come il contesto sociale ed ambientale. L'obiettivo è
aumentare l'autosufficienza e migliorare la qualità della vita sia del paziente che dei suoi familiari
attraverso la promozione di un migliore adattamento e la riduzione dell'eccesso di disabilità, tenendo conto
di aspetti neurobiologici, psicologici e sociali. Le strategie (psico-sociale) sono volte al potenziamento delle
risorse personali ed alla ottimizzazione delle abilità residue, al sostegno dei familiari in termini di
contenimento dello stress e del carico assistenziale, all'adattamento del contesto ambientale.

Nel corso degli anni è stata sviluppata un'ampia gamma di tecniche che si prefiggono la stabilizzazione o
una migliore gestione del deficit cognitivo, il contenimento dei disturbi del comportamento, la riduzione
dello stress, la possibilità di far fronte alle difficoltà, ma nel complesso la reale efficacia dei diversi approcci
non appare sufficientemente suffragata sul piano scientifico.

In effetti ci sono da considerare dei fattori nella valutazione dell'efficacia dell'intervento psicosociale:

- Dimensione del campione


- presenza di gruppi di controllo
- Cecità dei valutatori
- tipologia/gravità del paziente
- selezione degli outcomes
- modalità di somministrazione dell'intervento
- durata dell'intervento
- esperienza/capacità dell'operatore
- presenza e ruolo dei caregiver

• LA STIMOLAZIONE COGNITIVA

Per quel che riguarda gli interventi rivolti direttamente al paziente, sono state ideate numerose tecniche di
stimolazione cognitiva volte soprattutto a migliorare i processi di apprendimento, a consolidare memorie
acquisite, a mantenere un corretto orientamento.

Indicate per i pazienti in fase iniziale di malattia, si basano sostanzialmente su mnemotecniche che
associano espressioni verbali a immagini visive o viceversa, indirizzano l'analisi approfondita del
memorandum, tendono a stabilire nessi logici tra le informazioni che devono essere acquisite o ad
organizzarle secondo un codice semantico o fonologico, o ancora, a contestualizzarle in una storia di senso
compiuto.

Tecnica dell'apprendimento senza errori: Consiste nell'incoraggiare i soggetti sottoposti ad apprendimento


di nuove informazioni, a fornire la risposta solo quando sono convinti che essa sia corretta, onde evitare gli
effetti negativi dell'interferenza.
Recupero progressivo: Tende a favorire l'apprendimento ricordando le informazioni prevalentemente
associate nome faccia o collocazione di oggetto per intervalli di tempo

Vanishingcues: può essere facilitato da una serie di suggerimenti che vengono gradualmente ridotti nelle
sedute successive.

Manca una chiara evidenza scientifica della loro efficacia a causa dell'assenza di un disegno
metodologicamente corretto dei vari studi.

Terapia della reminiscenza autobiografica: si basa sulla narrazione, spontanea o all'interno di un'attività
strutturata, di eventi salienti della vita della persona, da sola o più spesso in gruppi in cui i partecipanti si
incontrano una volta a settimana e sono incoraggiati a parlare di eventi passati. L'obiettivo è stimolare le
capacità mnestiche residue.

Terapia di orientamento alla realtà: è finalizzata a riorientrare i pazienti confusi o con deterioramento
mentale rispetto a sé, alla propria storia o all'ambiente circostante. L'obiettivo è modificare comportamenti
maladattivi e migliorare il livello di autostima facendo sentire il paziente partecipe di relazioni sociali
significative e riducendone l'isolamento.

Benchè la ROT sia una tecnica di stimolazione cognitiva molto diffusa, non è chiaro quale sia la tipologia di
pazienti che ne maggiormente ne tragga benefici.

In conclusione la stimolazione cognitiva in senso lato comprende una serie di tecniche il cui scopo dovrebbe
essere non tanto aumentare la performance in compiti cognitivi, quanto piuttosto migliorare le capacità del
paziente nel contesto quotidiano, basandosi più sul recupero di processi acquisiti che sull'apprendimento di
nuovi, coinvolgendo processi di riconoscimento più che di richiamo e spostando le richieste da strategie
interne ad aiuti esterni.

• CONTROLLI DEI DISTURBI SUL COMPORTAMENTO

I trattamenti non farmacologici dei disturbi del comportamento dei pazienti affetti da demenza sono di
vario tipo, ma tutti volti a creare situazioni che consentano la riduzione dell'ansia e della tensione emotiva,
limitino la sensazione di solitudine e inutilità e creino un ambiente sufficientemente, ma non
eccessivamente, stimolante dal punto di vista sensoriale.

Musicoterapia, Terapia Snoezele (stimolazione multisensoriale), Presenza simulata (nastri registrati o video
o immagini con familiari), Attività ricreative, Metodo Montessori (con esercizi che utilizzano una serie di
suggerimenti e progrediscono per livelli crescenti di attività), Attività fisica, Riduzione di stimoli sensoriali
(abbassare il volume della televisione e del tono della voce), modificazione dell'ambiente.

Queste strategie non mostrano nel complesso un’efficacia tale da rendere tali provvedimenti
raccomandabili. I disturbi del comportamento sono sia l'espressione fenomenologica di alterazioni
neurobiologiche, sia il riflesso dell'esperienza soggettiva che il paziente demente fa dei propri deficit
cognitivi e funzionali. Quindi, essendo frutto anche dell'esperienza soggettiva, è opportuno personalizzare
gli eventi.

• INTERVENTI SULL'AMBIENTE

Come per altre malattie caratterizzate da Handicap, nella demenza in fase avanzata l'ambiente può
accentuare o ridurre il livello di disabilità.

L'introduzione di suppellettili, utensili o oggetto da bagno colorati, ben impugnabili, facilmente lavabili può
rappresentare una facilitazione per svolgere le attività quotidiane. Il ricorso ad indumenti privi di bottoni,
chiusure lampo, cinture o ganci o di scarpe senza stringhe consente al paziente una maggior autonomia nel
vestirsi e spogliarsi. Tenere bene in vista oggetti, foto o libri significativi consente di rinforzare l'identità
personale.
Possono essere considerate ambientali anche le relazioni tra pazienti e personale incaricato all'assistenza.
Merita infatti attenzione il ruolo dei programmi di educazione del personale nel gestire i disturbi del
comportamento.

• SUPPORTO E COUNSELING AL FAMILIARE

I familiari dei soggetti affetti da demenza rappresentano un aspetto cruciale della questione, sia come
effettivi gestori dello stato di salute e di benessere del paziente, sia come soggetto passibili di sviluppare
essi stessi una serie di disturbi (ansia, depressione, tono dell'umore).

La relazione paziente-familiare è così stretta che se ne parla come una diade e sempre più numerosi sono i
dati che indicano come non solo la malattia del paziente induce problemi di salute nel familiare, ma come
lo stato di stress di quest'ultimo influenzi negativamente il decorso della demenza del paziente.

L'intervento psico-sociale rivolto al familiare è quindi uno strumento di protezione e rafforzamento della
diade e di riduzione dei costi sociali della malattia in termini di ore di lavoro perduto, di visite mediche di
farmaci, ecc.

Lo stress sperimentato dai familiari di pazienti con malattia di Alzheimer cresce con l'avanzare del
deterioramento cognitivo del paziente ed è superiore a quello dei familiari di malati terminali.

Alla luce di queste considerazioni l'esperienza di fornire assistenza al congiunto affetto da demenza non
può essere considerata un fenomeno unitario, ma piuttosto come un'interazione tra fattori che si
modulano reciprocamente e mutano nel tempo con diverso impatto sullo stato di salute del caregiver.

Il supporto al caregiver si è quindi articolato attraverso diverse terapie psicologiche (cognitivo-


comportamentali, psicodinamiche, di formazione e consulenza) sia individuali che di gruppo, la cui reale
efficacia è praticamente insondabile.

Complessivamente, sembra che solo la gestione dei disturbi del comportamento attraverso un'educazione
specifica, sia dei familiari che del personale operante in reparti di lungodegenza, dia buoni risultati.

Al di là dei singoli casi, una serie di provvedimenti appaiono raccomandabili in tutte le situazioni:

1) Fornire ai familiari e al personale addetto il maggior numero di informazioni, sia in generale che
sull'individuo così da consentire la comprensione di comportamenti che appaiono inspiegabili ed
evitare quindi reazioni incongrue, favorire il potenziamento delle facoltà residue del paziente,
migliorare le modalità di comunicazione e promuovere l'autosufficienza.

2) Organizzare attività ricreative e rieducative per piccoli gruppi di pazienti, tenendo conto degli
interessi e della personalità premorbosa.

3) Preferire ambienti gradevoli, arredati in modo funzionale, non ingombri di mobili ed oggetti
inutili, ben illuminati, non rumorosi, eventualmente rallegrati da pareti o oggetto colorati e da un
sottofondo musicale adeguato.

La definizione del paziente affetto da demenza sia in termini diagnostici che psicosociali non è impresa
banale e richiede l'impegno congiunto di tutti gli operatori sociali. È importante sottolineare che
l'assessment socio-familiare è fondamentale quanto la raccolta della storia clinica per fornire al paziente e
alla famiglia un supporto adeguato.

È essenziale valutare lo stato di salute generale del soggetto, stabilire quali farmaci vengono assunti, il
livello culturale, le caratteristiche dell'ambiente sociale e familiare, la tipologia dell'abitazione. Su questa
base potranno essere suggeriti comportamenti e accorgimenti che apporteranno benefici in termini della
qualità della relazione paziente-caregiver ed una probabile riduzione dei costi in termini di farmaci, ricoveri
impropri, consultazioni mediche.