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Riassunto "Devianza come sociologia" Cipolla

Introduzione

Il termine devianza ha una lunga storia mai lineare nella letteratura sociologica teorica ed
empirica.

É possibile che la chiave di lettura più realistica per lo studio di una società, di una cultura e
delle relazioni che in essa si creano e si modificano, porti a considerare la devianza nel
campo della sociologia.

1. ANOMIA

E' impossibile trovare una definizione univoca all'Anomia, le teorie sono piuttosto differenti e
a volte opposte. Nella concezione sociologica dell'Anomia prevalgono le concezioni negative
che la interpretano come caos e compromissione dell'ordine sociale, anche se a volte ci sono
state anche interpretazioni positive.

Nomos significa legge, con la "a" privativa significa "mancanza di legge", la prima
interpretazione sociologica dell'anomia, intesa come mancanza di norme, viene attribuita a
uno dei padri della materia, Emile DURKHEIM, che l'ha coniata e introdotta nel lessico
sociologico.

La sociologia è la scienza della società e fiorisce in momenti di grande crisi sociale, come
accadde in Francia, Germania e Gran Bretagna dopo la rivoluzione francese.

Secondo altri (Ferrarotti) la sociologia può essere essenzialmente concepita come una
dottrina della solidarietà perduta.

Il concetto di anomia è uno dei più usati in sociologia anche se con interpretazioni diverse da
autore ad autore, secondo una interpretazione psicologica può essere anche definita
"l'incapacità dell'individuo che non è in grado di percepire il valore della legge a causa del
rifiuto delle norme condivise dell'esperienza comune".

Durkheim, concepisce l'anomia come "mancanza di norme che regolano il comportamento


sociale, totale assenza di indirizzi istituzionali".

In generale la maggior parte degli autori considerano l'Anomia come "crisi personale che
significa disadattamento, negazione degli altri, mancanza di ogni dovere, dissoluzione di
qualsiasi obbligo".

Alcuni, tra cui il sociologo e filosofo francese Jean Marie GUYAU, considerato il primo ad
aver concettualizzato l'anomia (prima di Durkheim) in modo positivo: "assenza di norme
apodittiche, fisse, universali" e come tali, soprattutto in campo religioso, rendono l'uomo
libero non limitando la libertà di pensiero umana.

L'anomia quindi è riferita sia al sociale che all'individuo e in termini negativi le si attribuisce
il significato di "criminalità, caos, frustrazione, suicidio, isolamento, ritiro da ogni ruolo", in
termini positivi invece ha acquisito per alcuni il significato di "evento eccezionale".
2. CONFLITTO pag. 31
Anche questo è affrontato alla luce degli orientamenti teorici, divisi tra conflittualisti e non
conflittualisti.

Il conflitto è strettamente legato al concetto di Ordine Sociale. Quest'ultimo si può definire


come il risultato di processi di generalizzazione dell'agire individuale. Il conflitto può essere
definito invece

come un risultato della interazione intenzionale tra due o più parti in ambiente competitivo,
esso si riferisce al comportamento manifesto piuttosto che la potenziale di azione e agli stati
soggettivi.

La competizione comporta che la probabilità di raggiungere gli obiettivi di uno diminuisce la


probabilità di raggiungiento degli altri.

Per Max WEBER il conflitto non può essere escluso dalla vita sociale ma una relazione
sociale va definita come conflitto nella misura in cui l'agire è orientato all'imposizione della
propria volontà contro la resistenza della controparte.

DAHRENDORF riconosce nel conflitto l'elemento normale e insito in ogni tipo di


organizzazione sociale. Il conflitto può essere rappresentato come la funzione dominante
della società e ne costituisce l'agente principale del mutamento.

Secondo Lewis COSER il conflitto ha la funzione stabilizzatrice e di ristabilimento dell'unità,


anche se non tutti i conflitti sono funzionali per la relazione. L'esistenza stessa dei conflitti
quindi favorisce il "cucire insieme il sistema sociale" tramite la mediazione. Quest'ultima
funzione è quindi non negativa.

Simmel ritiene poi che il conflitto può creare associazioni e coalizioni in grado di riunire
persone o gruppi in vista di un obiettivo condiviso, queste persone altrimenti non avrebbero
nulla in comune.

Alain TOURAINE sostiene che la società post-industriale è il prodotto dei suoi conflitti
interni, ciò che è in gioco è il controllo della capacità di azione della società su se stessa.

LUHMANN sostiene che l'alto livello di conflittualità caratteristico delle società complesse
non è da porre in relazione con le tendenze disgregative ma, al contrario, con una eccessiva
integrazione tra i sistemi parziali che impedisce l'isolamento o il controllo dei conflitti che si
manifestano a livello dei singoli sistemi. Il conflitto quindi assume valenza negativa quando
ogni componente del sistema in cui ha origine tende a diventare parte della dinamica
conflittuale e l'uso di ogni risorsa diviene funzionale ad essa.

Nel processo di evoluzione il susseguirsi di conflitti tende quindi selezionarne le


caratteristiche e quindi a prevedere tramite l'esperienza a ridurre la possibilità che si
verifichino a livello dell'interazione.

Il mutamento dei tipi di conflitto risulta in stretta correlazione con l'aumento della
complessità sociale.

3. CONTROLLO SOCIALE pag.41


Il controllo sociale è strettamente collegato al concetto di Devianza. In sociologia si parla di
devianza nel momento in cui si vuole descrivere una serie di comportamenti messi in atto da
un singolo attore o da un gruppo di una determinata comunità che si discosta dalle aspettative
o dalle credenze ritenute opportune e necessarie dalla maggioranza dei membri di quella
stessa comunità.

La comparsa di un atto deviante quindi mette in moto una reazione di varia natura che
evidenzia la necessità di controllo sociale.

GALLINO definisce il controllo sociale come quell'insieme di meccanismi, delle azioni


reattive e delle sanzioni che una collettività elabora e impiega allo scopo sia di prevenire la
devianza da una norma di comportamento, sia di eliminare una devianza avvenuta, sia infine
di impedire che la devianza si ripeta o si estenda ad altri.

Molti ritengono che il controllo sociale non abbia valenza coercitiva, dal momento che mira
ad una drastica riduzione dell'uso della forza, per quanto legittima.

Per definizione si hanno:

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 –  oggetti, coloro ai quali si applica il controllo sociale;


 –  soggetti, coloro che ne beneficiano;
 –  agenti, coloro che esercitano il controllo sociale.

Il Controllo sociale mira ovviamente al raggiungimento di scopi collettivi per divenire


una prassi sociale che indirizza, governa, orienta, limita in una data direzione e può
raggiungere i confini dell'abuso e del dominio.

Meccanismi, azioni reattive e sanzioni rappresentano le tre fasi successive al controllo


sociale, i meccanismi agiscono come prevenzione di possibili devianze, se falliscono
entrano in gioco le azioni reattive che mirano a colpire la persona, gli interessi o i beni
del soggetto attraverso le sanzioni.

I processi e le forme del controllo sociale vanno considerati in rapporto con il sistema
normativo a cui si riferiscono e al cui rispetto sono deputate, quindi è possibile
riscontrare una forte variabilità da una società all'altra. (In alcuni paesi un evento può
essere permesso, in altri per la stessa cosa si può finire in carcere).

Il controllo sociale infine non è esercitato da una maggioranza verso una minoranza
considerata deviante, esiste la possibilità che esso venga messo in atto da soggetti
devianti nei confronti delle vittime dei loro atti, come in caso di comportamento di
particolare violenza.

Herbert Spencer fu il primo scienziato sociale ad impiegare il termine di Controllo


sociale nel 1879. A partire dal 1894 l'autore americano ROSS cominciò ad elaborare
l'idea che il controllo sociale potesse costituire un ponte per collegare le varie
istituzioni presenti in una società. Pur essendo conscio degli elementi coercitivi nelle
realtà industriali volse la sua attenzione verso i meccanismi di persuasione e
manipolazione sia interpersonali che istituzionali.

ROSS concepì l'idea di un "Ascendente Sociale", il quale è composto da un lato dal


controllo sociale e dall'altro dall'influenza sociale, questo rappresenta il fondamento
della strutturazione dei sentimenti e dei desideri individuali in una determinata
società. Mentre il controllo sociale è definito come una funzione sociale necessaria,
l'altra forma sarebbe un mero incidente poichè le persone vivendo in uno stesso
contesto socializzano e si frequentano.

Il controllo sociale, infine secondo ROSS deve essere costantemente esercitato affichè
la società possa vivere poichè la socializzazione una tantum non è sufficiente per la
possibile comparsa di elementi destabilizzanti.

ROSS contribuì a portare il concetto di controllo sociale al centro dell'analisi e della


ricerca sociologica, tanto che sin dal 1921 si affermò l'idea che ogni problema sociale
si dovesse inquadrare come un problema di controllo sociale, facendo intuire come
quest'ultimo fosse l'esito dell'organizzazione sociale.

Emile DURKHEIM riteneva che la criminalità fosse un fenomeno sociale normale


capace di contribuire al mantenimento della coesione sociale, proprio perchè
determinando una reazione da parte della società avrebbe rafforzato i sentimenti ostili
all'atto criminale e quindi anche i fondamenti dell'ordine sociale rimarcando il confine
tra il lecito e il suo contrario.

La scuola di Chicago condusse alcuni studi sulla medesima città, grazie al suo
sviluppo industriale che andò dai primi del novecento sino al primo dopoguerra.
Viene osservato che i tassi di criminalità sono più elevati in certe zone in cui è
maggiore la presenza di problemi sociali quali povertà, alcolismo, disoccupazione e
inadeguatezza delle abitazioni. Nasce il concetto di "disorganizzazione sociale" che
viene definito come una situazione caratterizzata da una diminuzione delle regole
sociali di comportamento esistenti sui membri individuali del gruppo e dall'assenza di
nuovi modelli normativi e nuove istituzioni in grado di sostituire le regole esistenti.
Da ciò si evince che in periodi di relativa stabilità sociale le istituzioni preposte al
controllo sociale informale, esercitato dalle famiglie e dalle persone funzionano
mentre quando vi sono cambiamenti sociali quali l'urbanizzazione o
l'industrializzazione, si provoca un indebolimento delle relazioni
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sociali primarie e conseguentemente una minor possibilità che queste esercitino un controllo
sociale nei confronti dei propri membri.

Talcott PARSONS definiva il controllo sociale come la risposta alla devianza all'interno della
cornice dell'ordine sociale. Secondo questo concetto egli ipotizzò un ulteriore sistema di
controllo sociale costituito dalla creazione di una "zona franca" quale valvola di sfogo nella
quale vengono legittimati alcuni comportamenti ritenuti normalmente devianti.

HIRSCHI affermò che nel momento in cui il legame dell'individuo con la società si
affievolisce o scompare del tutto si manifesta il comportamento deviante. Da ciò l'elemento
essenziale costitutivo del legame sociale e che consente l'interiorizzazione delle norme è
l'attaccamento degli individui agli altri soggetti del gruppo. La devianza sarebbe quindi
inversamente proporzionale alla forza di questo legame. Secondo Hirschi un'altro freno alla
devianza sarebbe costituito dalla reputazione, alla costruzione della quale si spendono energie
e che rischierebbe di essere distrutta da un comportamento deviante, quest'ultimo sarebbe un
meccanismo di controllo sociale indiretto.

4. CRIMINALITA' INFORMATICA pag.53


Altrimenti nota come Cybercrime. Il consiglio d'europa lo chiama invece "Computer-related
crime".

In questo contesto i crimini si possono distinguere in: cyber intrusioni, accesso non
autorizzato in sistemi causando eventualmente anche danni; cyber inganni e furti;

 –  cyber pornografia, violazione delle leggi sul buon costume, sull'oscenità e sulla
decenza;
 –  cyber violenza, offese psicologiche o incitamento a danni fisici verso persone.
Le prime due categorie sono riconducibili a crimini contro la proprietà, la terza a
crimini contro la moralità e la quarta a crimini contro la persona.

Cyber intrusioni.

Compiute dagli hackers, denominati anche artisti dell'intrusione, la cui denominazione


risale agli anni 60 nel mondo della programmazione informatica come etichetta
positiva. Condividevano valori sociali e politici dei movimenti di protesta contro
culturale degli anni 60 e 70. Enfatizzavano il libero accesso al sapere e
all'informazione. Esploravano sistemi informatici per curiosità, per imparare.

Sono attualmente cambiati e sebbene rimangano sacche di purezza di ideali, molti


danni sono stati provocati dalle tecniche inventate da loro, così molte delle loro
attività sono oggi illegali, anche quelle di fatto non dannose.

Gli Hackers si distinguono dai Crackers, questi ultimi utilizzano le stesse competenze
ma al di fuori di qualunque orizzonte etico provocando danni e cercando guadagno.
Alcune definizioni:

– cappello bianco: Hacker che non danneggia alcun sistema, esperto di sicurezza
informatica non coinvolto in attività illegali;

 –  cappello nero: non rispetta l'etica Hacker, è coinvolto in attività illegali, ruba e
distrugge ect;
 –  cappello grigio: si trova in una zona d'ombra e vuole allontanarsi dai "cappelli
neri".
Le grandi compagnie di software e gli organi di informazione hanno spesso associato
l'immagine degli hackers a quella di criminali senza scrupoli.

Principali tecniche e definizioni:


Social-enginering è una tecnica per ottenere codici, informazioni e mettere in atto
azioni per
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produrre una breccia sulle emozioni e atteggiamenti delle persone (può avvenire anche off-
line); Phishing tecnica che utilizza mail contraffatte per ottenere credenziali di utenti (ad
esempio

fingendosi una banca o le poste);

Spoofing: contraffazione di marchi o siti istituzionali a cui l'utente viene indirizzato o


dirottato; Vishing: telefonate che simulano servizi noti all'utente; Malware (malicious
software): software prodotto per facilitare l'intrusione nei sistemi altrui; Worm: simili ai
virus, si attivano automaticamente modificando il sistema operativo; Trojan Horse: Cavalli di
troia, programmi con dentro malware per aprire le backdoor (porte nascoste di ogni sistema
operativo); Spyware: sottraggono informazioni all'insaputa dell'utente; Bot: abbreviazione di
Robot, che possono costituire una botnet, una rete che manipola migliaia di pc per usufruire
di risorse diffuse al fine di attaccare un sistema (D.O.S. Ect); Defacement: modificare la
schermata di alcuni siti; Barrage: intasare di mail un sistema.

Studi sulla comunità hacker hanno dimostrato che l'età media va dai 15 ai 25 anni, quasi
totalmente maschile, alcuni paragonano la loro attività alla delinquenza minorile potendo
portare ad altre forme di criminalità. Le motivazioni che spingono ad un tale comportamento
possono essere la assenza del ruolo genitoriale, la dipendenza compulsiva verso il pc e/o
l'attività in rete, curiosità, eccitamento e divertimento, soldi, potere e status all'interno di una
comunità.

Le frodi in internet dal 2003 al 2004 sono aumentate del 66,6%, comprendono imbrogli legati
alle vendite on-line, frodi bancarie, investimenti truffa e sparizioni di pagamenti anticipati. E'
stato anche dimostrato l'aumento della refurtiva in vendita in rete.

Cyber pornografia

tale fenomeno è ormai di portata mondiale (cyber-sexploitation), essa costituisce una


modalità per entrare in contatto, con la scusa dell'anonimato, con milioni di possibili vittime,
senza contare il commercio di filmati e video minorili.

Cyber violenza

Vi sono episodi di incitamento alla violenza, quali ad esempio incentrati sullo sport (ultras),
sulla politica e sulla propaganda politica di carattere estremista mediorientale (pubblicazione
di filmati immagini o materiale propagandistico). Il vantaggio di tale attività è che i messaggi
raggiungono milioni di utenti e vi è una certa sorta di anonimato nel comportamento degli
originatori.

Cyberstalking e cyberbulling

Si tratta di persecuzioni online, definito come l'uso ripetuto di internet, e-mail o dispositivi
correlati per importunare, allarmare o minacciare una specifica persona. Spesso è compiuto in
maniera ossessiva da un agente che conosce la vittima. Le conseguenze per quest'ultima sono
un senso di impotenza, umiliazione, senso di isolamento, ansietà, depressione e abuso.
Spesso lo stalker può contare su notevoli fonti di informazione della vittima prelevate dalla
rete (facebook ect).

Quando invece le persecuzioni avvengono tra studenti e assumono la forma di un danno


volontario, ostinato e ripetuto, inflitto per mezzi elettronici, si tratta di Cyberbulling.

Caratteristiche comuni a tutti questi tipi di crimine sono: l'anonimato, che protegge il
criminale e rende meno rischiosa, quindi più allettante, la sua attività; la distanza tra
colpevole e vittima, quest'ultima viene percepita come obiettivo e non come persona; la
riproduzione potenzialmente

illimitata del crimine; la possibilità di raggiungere un elevatissimo numero di potenziali


vittime; la transnazionalità dell'agire;

 –  l'ibridazione di crimini tradizionali con quelli effettuati tramite la rete;


 –  la difficoltà nel comprendere la reale portata numerica del fenomeno.

5. CRIMINOLOGIA pag.67
La criminologia è la disciplina scientifica che studia il crimine e tutto ciò che ad esso può
correlarsi

in termini di:

 –  ragioni, motivazioni e fattori di varia natura che ne fanno un fenomeno sociale;


 –  reazioni sociali, strategie di controllo e forme di prevenzione che ne conseguono.
Il termine Crimine viene spesso usato come sinonimo di reato o delitto, due concetti
derivati dall'ambiente giuridico, in realtà ha aspetti più grandi sino a comprendere
quelle condotte incivili che pur non configurandosi come delitti producono comunque
un danno sociale o generano un'offesa.

Oggi molti criminologi concordano nella definizione ideata da Sutherland nel 1939
nella sua accezione più estesa, per il criminologo americano infatti la criminologia è
lo studio dei processi relativi alla creazione e applicazione delle norme, all'infrazione
delle norme e alla reazione sociale connessa alla violazione delle norme. Questi
processi sono correlati tra loro e spesso rientrano in un'unica sequenza di interazioni.

La criminologia ha carattere multidisciplinare, dal punto di vista metodologico la


criminologia è un'area di incontro di conoscenze e strumenti provenienti da altre
discipline piuttosto che una scienza umana con la sua specifica metodologia.

La criminologia ha quindi quale scopo la ricerca delle cause dei comportamenti e dei
fenomeni criminosi, unita ad indagini che attestino la validità teorica e valutino
l'efficienza e l'efficacia delle pratiche di controllo, di giustizia e di prevenzione.

La criminologia affonda le sue radici nella scuola classica, il cui massimo esponente
fu Cesare Beccaria (dei delitti e delle pene – 1764) che fu accolto come una grande
novità nella cultura legale occidentale.
L'opera è in sostanza l'affermazione dello stato liberale ed il punto di partenza da cui
sviluppare, in un quadro certo di legalità, lo studio dei fenomeni connessi alla
trasgressione delle leggi ed ai modi per poterli contrastare e prevenire.

La criminologia si sviluppa quindi dalla definizione certa di cosa sia un reato e di cosa
sia una pena, nello stabilire il primato della legge (uguale per tutti) e nel correlare il
tipo di pena al danno sociale provocato.

Vi è anche il concetto di libera scelta, secondo la quale chi sbaglia e commette un


reato, paga con la pena detentiva e viene riammesso nella società, non è quindi più
presa in considerazione – nella scuola classica – il concetto Lombrosiano di criminale
patologico.

Cesare LOMBROSO, infatti, nel 1876 aveva pubblicato "l'uomo delinquente", basato
sull'osservazione dei caratteri morfologici dei soggetti osservati. Il suo era un
approccio del tipo bio-antropologico.

Da queste due teorie nascerà la scuola positivista che avrà i suoi padri fondatori in
Italia e darà origine alla scienza criminologica strettamente intesa come studio e
ricerca delle cause del crimine.

BECCARIA e LOMBROSO sono quindi considerati come i padri fondatori di due


percorsi di studio centrati sul crimine, uno mirato al sistema della giustizia penale e
l'altro sulla ricerca delle cause del comportamento criminoso.

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Nel XX secolo è soprattutto il paradigma (modello di riferimento, termine di paragone)


sociologico ad emergere in ambito criminologico. Il suo impulso è già presente agli inizi del
900 grazie agli apporti di DURKHEIM e di TARDE, negli USA invece, grazie alla scuola di
Chicago.

L'apporto della sociologia alla criminologia è quindi notevole sia sotto il profilo teorico che
sul piano metodologico.

Nell'arco di un secolo si assiste all osviluppo di varie teorie: teoria della disorganizzazione
sociale, che evidenzia come la carenza di controllo sociale nelle aree povere sia la causa della
deliquenza giovanile; teoria dell'apprendimento sociale, che indica come l'apprendimento
della condotta deviante (motivi e tecniche) avviene entro gruppi primari e risponde agli stessi
bisogni psicologici e relazionali che caratterizzano l'apprendimento della conormità; teorie
che pongono l'attenzione sul conflitto fra norme culturali diverse, nello specifico le teorie del
conflitto sociale di SELLIN (1934) che dimostra come il crimine possa essere la conseguenza
di un conflitto tra valori e norme di riferimento diverse fra chi ha autorità e che deve
sottostare; teorie dell'anomia e della tensione (Merton – 1938) che pone in evidenza il divario
tra mete culturali e le effettive possibilità di raggingerle messe a disposizione dal sistema. In
questo contesto si inserisce la teoria di Albert COHEN (1955) che individua nella devianza
dei gruppi di ragazzi (gang) degli strati subalterni una possibile risposta all'impossibilità di
acquisire gli standard culturali dominanti; teorie dell'etichettamento e della relazione sociale,
che analizzano l'importanza della stigmatizzazione (assegnazione di una etichetta) entro
l'interazione sociale, portando il soggetto a costruirsi una carriera deviante (perchè ormai è
così); teorie del controllo o del legame sociale, nello specifico il contributo di HIRSHI (1969)
che afferma come esistano quattro dimensioni del legame sociale (attaccamento,
coinvolgimento, impegno, convinzione) in grado di controllare e trattenere la spinta deviante.
Altra teoria è quella dell'acquisizione del self-control, in mancanza del quale è più facile la
devianza.

Quasi tutti i manuali di criminologia attuali suddividono le cause di comportamento


criminoso in tre sezioni, la teoria biologica, la teoria psicologica e la teoria sociologica. Il
passaggio da una prospettiva multifattoriale a una prospettiva interdisciplinare, che integra i
contributi della biologia, psicologia e sociologia, avviene verso la fine del secolo scorso ed è
ancora oggetto di studi.

Il più promettente paradigma di ricerca che cerca di integrare diverse prospettive teoriche è
oggi la Development Life Course Criminology (D.L.C.) che si sviluppa su tre aspetti
principali:

 –  la messa in atto del crimine e lo sviluppo della condotta antisociale;


 –  gli effetti, a età differenti, dei fattori di rischio e di protezione circa l'attività
criminosa;
 –  gli effetti di eventi significativi nel corso della vita sulla condotta deviante.

Tale tipo di ricerca rappresenta un significativo passo avanti rispetto alla ricerca
tradizionale poichè permette di evidenziare le traiettorie individuali relative al
comportamento deviante nel tempo (quando nasce, perchè persiste, come si trasforma,
quando finisce).

Molte delle teorie proposte nell'ambito della DLC cercano di spiegare perchè il
soggetto diventa deviante, tralasciando però un'importante domanda, quella sul perchè
un reato viene commesso.

La Situational Action Theory di WIKSTROM (2005) si concentra sul problema della


commissione del reato più che sulla formazione di una personalità deviante mettendo
in primo piano l'aspetto fino ad ora trascurato nella DLC.

FARRINGTON (2003), con l'Integrated Cognitive Antisocial Potential, individua la


devianza come il risultato del "potenziale antisociale" presente in ogni individuo,
influenzato da fattori a lungo e breve termine (situazione, presenza di vittime, aspetti
psicologici ect).

L'elaborazione di Farrington mette in primo piano, oltre a fattori psicologici, categorie


fondamentali come l'anomia, il controllo sociale, l'apprendimento, l'etichettamento e
la scelta razionale.

La via della interdisciplinarietà sta conducendo a risultati assai significativi per


l'avanzamento della conoscenza dei processi criminosi.

In conclusione la criminologia deve tener fede a un triplice impegno: applicare metodi


rigorosi di ricerca teorica ed empirica; non perdere di vista il proprio carattere
interdisciplinare; tenere presente il ruolo di stimolo e di verifica che ha sulle forme di
controlo e sui significati e le pratiche della giustizia.
6. CULTURE DEVIANTI pag.83

Ogni classe, professione o segmento della società ha una sua specifica cultura, definibile
come Subcultura, i primi studi su tale fenomeno risalgono dagli stui sull'antropologia
criminale degli anni 30.

In tale periodo gli scienziati cominciarono a rendersi conto che i caratteri culturali degli
individui, che fino allora erano considerati comuni a tutti, differivano in realta se rapportati
alla classe di età dei soggetti, al loro paese di provenienza o al proprio status sociale.

Il primo sociologo ad occuparsi di questo fenomeno fu l'antropologo americano Alfred


KROEBER che le definì "aree culturali".

In sociologia l'analisi delle subculture e relativi comportamenti devianti inizia con la scuola
di Chicago. Negli anni che vanno dal 1850 al 1920, si ha un aumento della popolazione e di
immigrati dovuto all'industrializzazione, trasformando Chicago in un laboratorio per i
sociologi. (verso la fine del l'800 si contavano più di 25 etnie differenti nella città).

Nel dipartimento di sociologia dell'Università di Chicago iniziarono i primi studi moderni che
hanno dato origine ad una nuova tradizione di indagine sociale.

Un esponente che si è occupato di subculture delinquenti è Albert Cohen che definì la


delinquenza non sulla base di una predisposizione innata ma come un apprendimento in quei
gruppi la cui condotta delinquente si è già istituita come "la cosa da fare". Il processo che
porta alla delinquenza è quindi uguale a quello che porta a divenire boy scout, la differenza
sta solo nel modello culturale a cui il giovane si associa.

Secondo altri ricercatori (Cloward e Ohlin – 1968) alla base dell'insorgere delle bande
delinquenziali giovanili vi è uno stato di frustrazione che colpisce gli individui nel momento
in cui la società non li mette in grado di raggiungere i fini socialmente accettati con mezzi
leciti, è la società di conseguenza a spingere i soggetti a delinquere.

Secondo gli stessi anche le opportunità illecite sono distribuite in modo ineguale nel mondo
giovanile.

Secondo Walter MILLER, altro ricercatore statunitense che condusse le sue ricerche a
Boston, vi sono quelle che lui ha definito "preoccupazioni focali", intese come elementi
culturali che un gruppo trasmette alle proprie generazioni per fronteggiare le sfide della vita,
nelle classi inferiori se ne possono individuare sei:

 –  difficoltà, intesa come prove per superare gli ostacoli che si frappongono per
raggiungere le mete prefissate;
 –  durezza, come forza di volontà e utilizzo di qualsiasi mezzo, lecito e illecito, per
ottenere ciò che si vuole;
 –  furbizia, essere scaltri ai danni dei nostri concorrenti;
 –  eccitazione, ricerca del proibito;
 –  fatalismo, aiutare con ogni mezzo la buona sorte;
 –  autonomia, non rispondere delle proprie azioni a nessuno.
L'applicazione di queste regole, secondo Miller, diviene la principale causa dei
comportamenti devianti dei gruppi giovanili all'interno dei quartieri più emarginati
delle grandi metropoli.

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DICK HEBDIGE, docente di sociologia alla London University, nel suo lavoro "subculture,
meaning of life" del 1979, sostiene che una sottocultura è una sovversione alla normalità,
sono un aspetto antagonista alla cultura dominante. Secondo questa teoria le subculture
riuniscono persone affini che si sentono trascurate dagli standard della società e quindi
sviluppano un senso di identità che si contraddistingue per sue proprie caratteristiche:

 –  uso distintivo e simbolico di uno stile;


 –  particolare moda;
 –  particolare linguaggio o gergo;
 –  particolare frequentazione di luoghi.

Anche questa subcultura è portatrice di valori, norme e abitudini che talvolta


collidono con quelli della società di riferimento.

Si è visto che il termine subcultura indica un gruppo di individui che si differenzia per
usi, valori, abitudini e comportamenti dal resto della società, creando un proprio stile
di vita ed una personale visone del mondo che in alcuni casi si pone in
contrapposizione con la cultura dominante, sfociando talvolta in fenomeni definiti
come devianti.

Nelle moderne società si assiste ad un emergere di una molteplicità di subculture, di


vario tipo, a cominciare probabilmente dagli anni settanta.

Il consumo di sostanze psicoattive, inoltre, è sicuramente uno dei maggiori elementi


che caratterizzano le subculture giovanili contemporanee. Il consumo è diffuso in
ampi strati della popolazione giovanile e viene vista come un elemento aggregante.
Ad esempio il fumo di cannabis ha un significato rituale e legato alla contestazione.

Altro fenomeno di subcultura deviante sono le sette religiose che ha avuto un


sensibile aumento negli ultimi anni.

In conclusione, le società attuali potrebbero essere definite come "liquide" per la


presenza di numerosi "centri culturali" che creano una crisi dei valori e delle strutture
tradizionali di riferimento. I processi di identità che prima si realizzavano sulla base
dell'appartenenza a precise categorie sociali ora si relizzano sulla base della
condivisione degli stili, delle informazioni e dei modelli che ci trasmettono gruppi
sociali particolari.

7. DEVIANZA pag.93

Si considera "devianza" un comportamento sociale difforme alle aspettative di una collettività


e tale da richiedere o giustificare una reazione in quanto considerato, dalla maggior parte
delle persone, inaccettabile.
Dalla definizione di cui sopra si evince che ciò che è considerato deviante può variare in
funzione del contesto storico, socio-culturale, geografico o ancora in termini situazionali.

A causa della molteplicità dei fattori è impossibile rintracciare una teoria sociale generale
dedicata alla devianza.

Importante è il contributo di E. DURKHEIM, egli considera una distinzione tra cosa è


normale e cosa non lo è come espressioni oggettive provenienti dallo stesso ordine sociale.
Essi sono fatti sociali, se i reati risultano assimilabili agli altri fatti sociali sono anche
"normali" e non anomalie da ricondurre al singolo.

Durkheim approccia il problema cercando di spiegare teoricamente e a giustificare mediante


il ricorso alle statistiche, come la struttura sociale determini le azioni degli individui e come
queste siano considerate presso una collettività. Lo studio del suicidio (1897) è emblematico,
il ricorso ai dati serve a chiarire come anche il più individuale e solitario degli eventi sia
profondamente determinato da caratteristiche macrosociali.

Sempre secondo D., ciò che è sanzionato da una reazione sociale svolge anche una funzione
necessaria e positiva, quando la sua incidenza non è eccessiva, perchè chiarisce e rafforza
quali sono gli stessi sentienti su cui poggia la coesione sociale di una determinata società.

Secondo questa interpretazione, la normatività sociale è intrinseca alla stessa coesione sociale
e dunque è coercitiva in termini morali.

Soprattutto tra il 1915 ed il 1935, il dipartimento di sociologia di Chicago contribuiva


all'accreditarsi della sociologia come scienza autonoma, gli studiosi definivano la città come
laboratorio per lo studio dei Social Problems (prostituzione, questione razziale, alcolismo,
immigrazione ecc.).

L'entrata a regime della nozione di DEVIANZA si deve a Talcot PARSONS (1951) nel
lessico sociologico, il sociologo teorizza che ogni sistema sociale si basa su un necessario
accordo e accettazione di norme e valori. L'integrazione morale degli individui, che
garantisce il mantenimento dell'ordine sociale, scaturisce dalla conformità delle loro azioni ai
loro ruoli sociali.

Ogni comportamento che non rientra nei canoni indicati è quindi da etichettare come
deviante, in tal modo sia il criminale che il vagabondo che il malato mentale rientrano nella
categoria.

Robert K. MERTON, nel 1946 ravvisa alcune modalità possibili di adattamento sociale,
accanto alla conformità egli indica quattro casistiche, tutte devianti per diverse ragioni:

– Devianza come innovazione, quando le mete culturali sono accettate ma non i mezzi
istituzionali per raggiungerle (ad esempio la ricchezza è perseguita attraverso pratiche non
consone ai codici morali);

– Devianza come ritualismo, le mete culturali non sono considerate ma i mezzi hanno
prevalenza esclusiva e vengono perseguiti pedissequamente in modo fine a se stesso;

 –  Devianza come rinuncia, quando sia le mete che i mezzi sono rifiutati;
 –  Devianza come ribellione, quando il rifiuto di mete e mezzi è accompagnato dalla
loro

completa sostituzione con altre mete e mezzi.


Edwin SUTHERLAND, influenzato dalla scuola di Chicago espose la teoria delle
associazioni differenziali, questa teoria sostiene che il comportamento criminale, allo
stesso modo di quello lecito, è appreso nel corso dell'interazione sociale nel corso
dell'interazione sociale con un determinato contesto socio-culturale. In questo modo si
sposta l'attenzione verso i modelli comportamentali e culturali con cui l'individuo
viene in contatto in modo maggiormente significativo e intenso, escludendo
differenze ontologiche tra criminali e non criminali.

Esempio di cosa si intende per Deviante o meno è dato dal volume "Il crimine dei
colletti bianchi" di SUTHERLAND (1987) scritto sulla base di uno studio sulla
delinquenza economica e la cui importanza risiede nel fatto che i comportamenti
devianti sono ravvisabili anche tra coloro i quali sono posti al vertice della società
sciogliendo il connubio tra svantaggio sociale – criminalità.

Esiste poi il concetto di numero oscuro di pratiche criminose che non sono
normalmente riconosciute come tali e quindi non registrate dai dati ufficiali.

Etichettamento

La devianza sarebbe conseguenza dell'applicazione di un'etichetta di colpevolezza e


indesiderabilità attribuita con successo nei confronti di un soggetto. In questo caso un
comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale.

In questa ottica il controllo sociale opera delimitando standard di comportamento a


cui attenersi la

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cui infrazione, riconosciuta, comporta l'applicazione di una etichetta da parte di qualcuno che
ha l'autorità per farlo (ad es. Un'istituzione). BECKER la definisce "carriera criminale
obbligata" poichè lo stesso soggetto finisce per riconoscersi in quella etichetta e a
comportarsi come ci si aspetta da lui.

Scelta razionale

Adottando una lettura marxista, si evidenzia l'esistenza di una componente razionale, attiva e
volontaria, secondo la quale gli individui scelgono di adottare un comportamento deviante,
non perchè abbiano appreso determinati valori sub-culturali nè perchè siano vittime fortuite
del sistema o da esso etichettate come devianti. La prospettiva è supporre l'esistenza di
comportamenti di natura politica che sono attuati proprio per mettere in discussione il
sistema. In questo modo il rafforzare determinati tipi di repressione nei confronti di alcuni
gruppi di soggetti svantaggiati (es. Gli immigrati, i drogati ect) rafforza la disuguaglianza tra
distinti gruppi sociali e contribuisce a mantenere un ordine confacente alla società.
Un ulteriore modo di guardare alla devianza con un occhio alla razionalità è presente
nell'approccio del controllo (Hirschi 1969) col convincimento di base che le persone siano
egoiste e che commettano azioni sulla base di una analisi sul "costo beneficio", e che il
rispetto della legge sia quindi una scelta razionale.

8. DIRITTO pag.106
Nella letteratura sociologica è ricorrente una riflessione sulla natura giuridicamente costruita
del

mondo sociale, quindi dove c'è una società c'è un diritto.

Dove ci sono regole, quindi, c'è anche necessariamente devianza perchè per definizione la
regola costituisce il confine tra comportamento adeguato o non adeguato alle norme. (Treves
1987).

In ogni sistema normativo esiste la devianza, mentre in ogni sistema giuridico esistono i
crimini, la distinzione tra crimini e devianze è dunque parallela alla distinzione tra sistemi
normativi giuridicamente formalizzati (dove ci sono solo i crimini) e sistemi normativi
giuridicamente non formalizzati (ove ci sono crimini ma soprattutto devianze). In questo
senso si afferma che tutti i crimini sono devianze ma non tutte le devianze sono crimini.

La distinzione si è arricchita con il concetto di diversità, il diritto aveva la funzione di


sanzionare la devianza, adesso invece ha il compito di difesa della devianza (intesa come
diversità e ridefinita come un valore.

Il non conformismo, secondo John Stuart Mill, è un diritto individuale ed una fortuna sociale,
questo pensiero apre la strada alle osservazioni di Durkheim prima e al garantismo della
sociologia come devianza poi, che ha come premessa la visione liberale e individualista.

Nella teoria oggi dominante, la libertà è il valore primario e la società deve aiutare a dare il
meglio di noi stessi, il diritto non è repressione ma è garanzia. In tale contesto la devianza
non va repressa ma va compresa, tollerata e aiutata. (...te ti fai di brutto!!! n.d.r.)

Se quindi la società (nel senso aggregativo e normativo) c'è sempre meno, diventa sempre più
comprensiva la definizione del crimine e soprattutto la definizione della devianza.

Devianza e monopolio della violenza

Il diritto può essere un mezzo per l'affermazione dei diritti, un mezzo per la risoluzione delle
controversie e altro ancora, per molti è un potere coercitivo nei confronti dei singoli e della
comunità.

Weber definisce il diritto "Stato come monopolio leggitimo della violenza". Nella società
moderna

il diritto sostituisce la religione come meccanismo regolativo del sociale.

Durkheim afferma che quanto più una società diviene complessa, tanto più diventa rilevante
l'insieme del diritto che ha a che fare con la restituzione e la compensazione, mentre
contemporaneamente diminuisce il peso delle sanzioni penali e delle leggi in materia di
criminalità.

E' molto importante il ruolo dei media nella società moderna, in tale spazio si gioca infatti
l'accertare o meno l'esistenza di una devianza, spesso non basata su dati di fatto perchè non
vincolata al codice penale o a precetti di natura religiosa. Si ha quindi un'immagina
mistificata della realtà, riportata dai media.

Il sistema dell'informazione non è più il "quarto potere" ma è diventato invece il terreno per
le lotte di potere, poichè sui media si gioca la partita per il controllo di una società lacerata da
grandi conflitti e grande sfiducia verso i partiti e verso le istituzioni.

Biodiritto (?)

9. DISUGUAGLIANZE SOCIALI pag.118

Le norme sociali sono differenziate per classe sociale, etnia, cultura e le contraddizioni ed i
conflitti generano disaccordi relativi al comportamento da adottare in ogni circostanza, la
storia è piena di gruppi politicamente ed economicamente dominanti che hanno imposto le
proprie norme sui gruppi più deboli e che, di conseguneza, hanno definito ciò che è deviante
e ciò che non lo è.

Un comportamento deviante è tanto più probabile quanto più sono contradditorie le norme.

Se la libertà non è bilanciata dall'uguaglianza e se tanti considerano irrealizzati i propri


obiettivi, vi sarà una maggiore probabilità che si verifichi un comportaento deviante.
All'interno delle fasce marginali scaturiscono maggiormente i fenomeni devianti e la
complessità del sociale ha amplificato i conflitti, le disparità di accesso alle risorse
influiscono sulla tipologia dei reati commessi, ad esempio il furto con scasso è tipico dei
settori più poveri mentre l'appropriazione indebita tende ad essere circoscritta a persone che
godono di un certo benessere.

Tra le teorie sociologiche che hanno affrontato il fenomeno della devianza, è possibile
distinguere tra teorie del consenso e teorie del conflitto.

Le prime considerano la devianza come una manifestazione patologica, si pongono come


obiettivo principale l'analisi delle condizioni che garantiscono l'ordine ed un certo grado di
integrazione sociale.

Le seconde enfatizzano gli elementi di disuguaglianza sociale che sarebbero alla base dei
conflitti e delle manifestazioni devianti, considerati come antagonismo e stimolo al progresso
sociale.

Il modello del consenso (o funzionalistico) descrive l'organizzazione sociale come un sistema


funzionalmente integrato, tenuto in equilibrio, nel modello fondato sul conflitto le società si
presumono regolate dalla coercizione alternata a spinte verso il cambiamento.

Quando quindi osserviamo la devianza da o la conformità a determinate norme dobbiamo


tenere presente la domanda "le regole di chi?".
Durkheim sottolinea l'importanza delle norme sociali come collanti della società anche se la
diffusione del lavoro sociale ha prodotto una tendenza all'individualismo sempre più marcato
che a volte causa stati di anomia, deregolamentazione e perdita di coesione sociale.

L'atto deviante è tuttavia risulta disfunzionale quando la sua incidenza è statisticamente


elevata.

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L'ampliarsi di fenomeni sociali devianti si vide soprattutto verso la fine del XIX secolo
quando i problemi della nascente società industriale (povertà, disoccupazione, segregazione
razziale, instabilità residenziale) iniziarono a costituire una base per i comportamenti sociali
devianti.

La scuola di Chicago individuò nelle zone più povere le c.d. Aree delinquenziali, ove
maggiore era il fenomeno deviante.

Secondo MERTON, la devianza è un esito secondario delle disuguaglianze socio-


economiche. COHEN (1974) analizzando le culture giovanili in ambito urbano, riconosce
nella devianza un problema di classe, la devianza è agita con l'obiettivo di assumere uno
status sociale che nell'impossibilità di essere raggiunto con comportamenti leciti, può essere
rivendicato solo con la violenza. Anche le possibilità devianti, tuttavia, non sono equamente
distribuite, nel senso che non tutti riescono a dedicarsi ad attività devianti o criminali.

Esistono oltretutto due fattori che intervengono a modificare la probabilità che un


comportamento deviante emerga, la protezione istituzionale ed il privilegio di classe.
L'esposizione al controllo sociale è infatti inversamente correlato al posizionamento nella
piramide sociale. Questa teoria speigherebbe perchè le statistiche riportino come autori di
reato soprattutto persone dei ceti più bassi, e molto più raramente persone di elevato ceto
sociale.

SUTHERLAND compì un ricerca sui crimini dei colletti bianchi di ceto medio alto, tale
comportamento deviante era tipico di persone perfettamente integrate nella società, pur
essendo il loro crimine più pericoloso e dannoso, l'assenza di segni esteriori eclatanti di
devianza sociale o disagio, manteneva tali persone al riparo dal giudizio comune e dalla
stigmatizzazione. Solo nei periodi di depressione economica tali comportamenti assumevano
un peso maggiore nella percezione della gente.

Concludendo non è possibile definire in maniera univoca e universale cosa è deviante e cosa
non lo è, pena la mortificazione di soggettività, di risorsa e peculiarità, così come la stessa
diversità non è di per se stessa problematica.

10. DROGA pag.128


Cosa viene definito droga e cosa no dipende dalla società di riferimento, il contesto sociale
può

inoltre incidere sulla scelta di consumo o meno le droghe.


Le aspettative e le credenze, infine, che le persone hanno sulle droghe influenzano anche la
percezione degli effetti, quanto le proprietà intrinseche delle sostanze stesse.

Il contesto sociale condiziona la definizione di ciò che è droga. Per definizione una sostanza
psicoattiva è un agente chimico che ha degli effetti sulle funzioni biologiche dell'organismo
umano, in particolare agisce nel cervello in modo da alterare l'umore, i processi cognitivi o il
comportamento.

Le droghe possono essere classificate rispetto al loro status di legalità: droghe legali: alcool,
tabacco;

– droghe illegali: cannabis, eroina, cocaina, allucinogeni;


– droghe farmacologiche: sostanze sottoposte a controllo (prescrizione medica) ed utilizzate
per

scopi terapeutici.

Si possono anche suddividere sulla base degli effetti che provocano. Tuttavia è possibile
distinguere dette sostanze in base ad un effetto oggettivo (che agisce sull'organismo) e un
effetto soggettivo (la reazione propria del singolo individuo in interazione con un certo
ambiente).

Vi sono due categorie analitiche sul consumo di droga, il set ed il setting Con Set si
intende una serie di variabili soggettive come le aspettative, le disposizioni interiori e le
credenze, con Setting si
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intende il contesto sociale e culturale di riferimento.

La droga è ormai un aspetto sociale sempre più tollerato, la droga viene assunta per scopi
ricreativi e non più per sfuggire alla realtà, viene considerata infatti utile soprattutto per la
socializzazione tra i giovani.

Le nuove generazioni riconducono il consumo di droga a funzioni ricreative con un sempre


minore impatto sul proprio percorso biografico, col tempo si è instaurato tra i consumatori e
tra i non consumatori, un processo di accomodamento culturale secondo il quale essere
assuntori non comporta più una stigmatizzazione o un'esclusione sociale.

Gli indicatori di tale tendenza sono la crescente disponibilità di droghe, l'aumento del tasso di
sperimentatori e utilizzatori, la diffusione dell'atteggiamento tollerante verso un uso
responsabile e controllato (?) sia fra chi ne fa uso sia da chi si astiene.

I reati di droga sono al secondo posto per incidenza in Italia.


Attualmente vi sono due tipi di politiche di controllo sulla diffusione delle sostanze
stupefacenti.

– proibizionismo, che sostiene un modello di società "libero dalle droghe" che però ha
dimostrato una scarsa efficacia;
– legalizzazione/regolamentazione, che sostiene un consumo controllato da parte dello stato
nonchè una rigida regolamentazione anche delle sostanze legali.

Concludendo i consumi risultano piuttosto stabili nel tempo anche se sono aumentati i reati
connessi all'uso di droghe, questo tipo di reati colpisce le fasce sociali più deboli ed
emarginate della società. In Italia questo fenomeno interessa in modo rilevante i cittadini
stranieri.

La definizione di droga, in una prospettiva sociologica, non può che partire dalle credenze e
dai valori che le persone attribuiscono alle sostanze.

11. EMARGINAZIONE pag.143

I comportamenti devianti tendono ad essere enfatizzati se compiuti da soggetti emarginati,


mentre tendono a rimanere nella sfera del controllo sociale se ascrivibili a soggetti
appartenenti all'area della normalità.

L'aumento della complessità sociale rende meno visibili gli aspetti dell'emarginazione ma
agisce come moltiplicatore degli svantaggi materiali e culturali che costituiscono il divario tra
emarginazione e normalità.

La marginalità è uno stato di chi occupa una posizione esterna rispetto al sistema e
l'emarginazione come fenomeno di periferizzazione di alcune sue parti.

Gli studi compiuti dalla scuola di Chicago fanno riferimento alla marginalità di chi, emigrato
o discendente di migranti, fa riferimento a tradizioni culturali e religiose del contesto di
partenza che sono sostanzialmente diverse da quelle dominanti nella società ospitanti.

Nella seconda metà degli anni 70 la marginalità sociale interessa proprio l'Ialia, si assiste alla
progressiva esclusione di porzioni della società dai benefici del miracolo economico, alla
migrazione dalle aree rurali alle città ed alla conseguente espansione delle periferie
metropolitane. Questi mutamenti contribuiscono a creare stratificazioni sociali e la necessità
di impiegare strumenti analitici nuovi per comprendere il fenomeno dell'emarginazione.

GERMANI individua uno schema che discute le cause di questo fenomeno, come la
disponibilità di elementi materiali che rendono possibile la partecipazione a differenti ambiti,
le difficoltà di accesso e i requisiti personali, quali lo stato emotivo, le attitudini, le
motivazioni e le predisposizioni. Tutti questi fattori hanno un ruolo nel favorire o attenuare la
condizione marginale.

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ARDIGO' (1977) teorizza la creazione di una marginalità come sfida alternativa al sistema
sociale che si venne a creare soprattutto nei movimenti studenteschi degli anni 70.

Negli anni 80 invece la problematica della marginalità viene meno.


Nell'analisi dei processi che spingono gli individui all'emarginazione un caso interessante è
quello relativo agli stranieri poichè compaiono problematiche quali povertà, esclusione dai
diritti, discriminazione, impiego in attività lavorative penalizzate socialmente.

Le differenze di vario tipo (somatiche, religiose, ect) contribuiscono a creare una distanza di
tipo orizzontale (noi e loro) alla quale si associano processi che pongono lo straniero in una
posizione subalterna come esito di giudizi etnocentrici e di una collocazione in ambiti spazi
lavorativi scarsamente ambiti.

Le probabilità di una collocazione sociale restano difficili anche per la seconda generazione
dei migranti, con il risultato che favoriscono l'innescarsi di circuiti di marginalità che si
autoalimentano. Le analisi sociologiche relative alle situazioni di marginalità si orientano a
osservare le risposte in termini di pianificazione e di intervento nei servizi socio-assistenziali.

In Italia, anche se è vero che le difficoltà nelle periferie si acuiscono con l'aumento della
presenza di stranieri, le condizioni critiche di molti immigrati in ambito lavorativo, abitativo
e nell'accesso ai serivizi comportano in misura ridotta l'emergere di condizioni di
emarginazione legate a processi di ghettizzazione rispetto ad altre città europee e
nordamericane.

I processi che generano rischi di marginalizzazione sono comunque più concentrati in


etàgiovanile e riguardano la fragilizzazione del sistema familiare e la crisi del sistema
occupazionale.

Questo quadro è andato aggravandosi con la crisi inziata nel 2008 e tuttora in corso e porta
come conseguenza la difficoltà di intervenire nel sociale a causa della limitazione di risorse
già scarse.

12. EVOLUZIONE SOCIALE pag.155

All'interno del pensiero sociologico il concetto di evoluzione sociale è stato uno dei maggiori
contributi della seconda metà dell'800, tanto da rappresentare il tema dominante su tutte le
riviste di sociologia nello stesso periodo.

Evoluzione significa un cambiamento naturale e/o sociale attraverso vari meccanismi che
avviene nel tempo e nello spazio senza limitazioni (CIPOLLA 1997).

Spesso il predetto concetto è considerato l'esatto parallelo dell'evoluzione biologica che


produce nuove specie. Nel dettaglio designa quei mutamenti sociali che avvengono nel corso
del tempo che hanno condotto ad una riorganizzazione strutturale della società.

L'evoluzione sociale riguarda trasformazioni di natura qualitativa piuttosto che quantitativa,


tale mutamento non corrisponde necessariamente allo sviluppo nè tanto meno al progresso
sociale.

Le correnti teoriche, tutte tese a comprendere come le società si siano sviluppate nel corso
della loro vita, vanno dall'idea di progresso della società e della cultura in direzione di un
futuro migliore all'influenza del costrutto di evoluzione biologica esercitata sui primi studi
sociologici in materia.

La prima è di impronta illuministica e la seconda di impronta evoluzionistica.


Herbert Spencer (1820-1903) estende l'evoluzionismo biologico all'intera realtà, per tale
motivo viene considerato il fautore del "Darwinismo sociale", egli sviluppa una teoria
scientifica dell'evoluzione sociale capace di leggere in senso generale il progresso umano e
l'evoluzione cosmica e biologica.

Hobhouse (1864 – 1929) ha una prospettiva diversa da quella di Spencer, per lui evoluzione
sociale e sviluppo sono sinonimi, anche se l'idea di evoluzione sociale si dissocia da quella di
progresso.

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Emile DURKHEIM, Max WEBER e Talcott PARSONS sono tra loro collegati per avere
elaborato teorie connotate in senso evoluzionista.

Durkheim sostiene che la collettività necessita di una struttura morale determinata da un


vincolo fondamentale della vita collettiva e della coesione tra consociati che egli chiama
coscienza collettiva. La società crea una solidarietà tra gli individui, una solidarietà
meccanica che è intrisa di regole morali ed è tipica delle società primitive o tradizionali
fondata su sentimenti e credenze comuni, ed una solidarietà organica propria delle società
evolute, più complesse.

Le società fondate sulla solidarietà meccanica prediligono sanzioni repressive poichè la


coscienza collettiva, al verificarsi di un atto criminoso, esige la punizione del colpevole.
L'uso della forza serve a rinforzare la coesione comunitaria.

Le società che si fondano sulla solidarietà organica scelgono invece sanzioni restitutive volte
a ristabilire la situazione originaria attraverso la riparazione del danno e sono rivolte
all'individuo piuttosto che alla comunità.

L'autore individua nell'anomia (stato di dissonanza cognitiva tra le aspettative normative e la


realtà vissuta) l'esito di una oggettiva mancanza di norme sociali e di regolazione morale in
grado di conformare il comportamento dell'individuo all'interno della comunità di
riferimento. Essa causa la devianza che porta al prevalere degli interessi egoistici su quelli del
gruppo.

La devianza, oltre ad essere inevitabile poichè legata alla plasmabilità dei sentimenti
collettivi che stanno alla base della morale e del diritto, è quindi utile all'evoluzione e a sua
volta ne viene influenzata.

Durkheim sviluppa l'anomia come situazione patologica che evidenzia la mancanza di punti
di riferimento comuni, mentre WEBER relativizza il senso culturale e l'azione sociale alla
specificiatà di ogni gruppo che prescrive ciò che è o non è tollerato.

Parsons, unendo l'oggettività dele norme sociali alla contingenza dell'agire soggettivo,
propone l'integrazione tra gli approcci d iDurkheim e Weber per spiegare l'evoluzione della
società fino allo stadio moderno e concepisce la devianza come un disturbo del sistema
sociale che deve essere ricondotto alla normalità.
La diversificazione dei ruoli sociali produce sistemi e sottosistemi in seno alla società in cui i
soggetti esplicano funzioni differenti e utilizzano le alternative di ruolo più idonee. Parsons le
definisce variabili strutturali, attivate dal soggetto osservando regole precise in vigore in un
sistema sociale coerente e duraturo.

Il sociologo introduce il paradigma AGIL (di cui non c'è spiegazione sinora nel libro) quale
strumento di analisi del funzionamento del sistema sociale e divide l'evoluzione sociale in
quattro sotto-processi:

– adattamento, che permette ai sistemi di crescere o riqualificarsi al fine di evolvere in


versioni più efficienti;

 –  differenziazione, che crea sotto sistemi funzionali al sistema principale;


 –  inclusione di elementi precedentemente esclusi dal sistema originario;
– generalizzazione dei valori, che incrementa la legittimazione della complessità del
sistema.

L'autore individua poi i "10 universali evolutivi", che sono quei processi e strutture
connesse tra loro il cui sviluppo aumenta la capacità di adattamento dei sistemi
viventi e permette il raggiungimento di livelli di evoluzione superiori;

o –  comunicazione basata sul linguaggio;


o –  organizzazione sociale fondata sulla parentela;
o –  valori di orientamento di carattere religioso in senso lato;
o –  tecnologia;
o –  stratificazione sociale;
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 –  legittimazione culturale delle funzioni sociali;


 –  burocrazia;
 –  denaro ed economia di mercato finalizzato allo scambio di beni e servizi;
 –  norme universalistiche generalizzate;
 –  asociazioni democratiche.

Solo le società che hanno raggiunto questi concetti hanno raggiunto la maturità e la
modernità.

Il Diritto ha come primaria funzione l'integrazione del sistema per garantirne il buon
funzionamento intervenendo in caso di devianza per riportare i comportamenti in
linea con le aspettative e ristabilire l'equilibrio sociale.

Nuove frontiere di studio sono rappresentate dagli sviluppi soprattutto nel settore
delle scienze che permetteranno di aumentare le prospettive di vita o di clonare degli
individui, questi concetti si riverberanno sull'intera struttura societaria.

Le nuove scoperte consentiranno di avere un corpo sempre più giovane trascurando il


fatto che il cervello non può essere rigenerato, di conseguenza le funzioni biologiche
saranno migliorate ma le funzioni cognitive saranno in declino.
13. FOLLIA pag.171
La follia e la salute mentale sono concetti fortemente legati alla storia e alla cultura
del tempo.

La comprensione e la risposta alla malattia mentale delle persone inizia a cambiare


contemporaneamente alla ristrutturazione del sistema economico da un'economia
contadina al capitalismo.

Nella seconda metà dell'800, si verificò l'applicazione della scienza come strumento
per incrementare e verificare le proprie conoscenze ed in questo contesto si sviluppò
l'approccio positivista. Questo paradigma è fondato sull'osservazione sistematica,
l'accumulazione di prove e di fatti obiettivi all'interno di una cornice deduttiva.

LOMBROSO C. Fu il maggior esponente di questa corrente in Italia, attraverso


osservazioni metodiche cercò di spiegare le differenze fisiche e mentali, arrivando a
sostenere che i criminali sono affetti da anormalità fisiche multiple di natura atavica o
degenerativa (delinquente nato).

Egli definì anche la figura del "mattoide" ovvero colui che si presenta all'apparenza
come genio, ma che in realtà ha ideazioni patologiche.

La prospettiva medico-biologica fu progressivamente messa in crisi e si arrivò


all'approccio psicoanalitico e alla diffusione degli psicofarmaci, tale approccio dura
ancora ai nostri tempi.

In particolare, tra le correnti alternative, si svilupparono quelle di Sigmund FREUD e


Carl Gustav JUNG che ricondussero le cause delle malattie mentali ai conflitti
dinamici interiori tra forze pulsionali che hanno sede nell'inconscio.

Il modello medico è oggi l'approccio dominante nell'ambito della psichiatria e guarda


alla malattia mentale come una patologia di carattere tipicamente individuale con
origine genetica e organica. Queste riflessioni, avvalorate da sviluppi recenti della
genetica, delle neuroscienze e della farmacologia, definiscono le malattie mentali
come "squilibri biochimici, anomalie organiche ereditate
geneticamente, malformazioni e disfunzioni neurologiche e
organiche".

Pertanto la psichiatria guarda alla malattia mentale in modo sostanzialmente analogo


ad una patologia organica.

Il trattamento oggi in uso è sostanzialmente di tipo farmacologico ed esiste una


notevole ambiguità nella classificazione delle malattie mentali e nell'identificazione
delle rispettive procedure

salute;
sicurezza personale;
promozione delle abilità cognitive;
rispetto (mancanza di discriminazione);
legami affettivi;
auto-determinazione.
utilitaristi la distribuzione corretta delle soddisfazioni individuali è quella che permette il
Per gli
massimo appagamento, il compito della società è quello di crearne i presupposti.
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diagnostiche adeguate.

Dalla fine degli anni 50 e l'inizio dei 60 si sviluppò negli USA una corrente sociologica nota
come "Labelling Theory", Edward LEMERT distingueva tra devianza primaria e secondaria.
L'internamento dei malati mentali era un chiaro esempio di come la devianza possa essere un
prodotto dei sistemi di controllo, per devianza primaria Lemert fa riferimento a un
comportamento con implicazioni solo marginali per la struttura psichica dell'individuo, la
devianza secondaria è una conseguenza dell'etichettamento della persona, una risposta alla
stigmatizzazione derivante dalla reazione sociale, un mezzo di difesa o adattamento che
segna un passaggio di status nel momento in cui il soggetto etichettato si immedesima nel
ruolo a lui assegnato.

Lemert mette in luce il fatto che sia la visibilità sociale a determinare l'internamento in un
ospedale psichiatrico e non la gravità dei disturbi stessi, sono quindi i gruppi sociali a
concorrere in uno sforzo volto a isolare il paranoide.

Thomas SCHEFF (being mentally ill – 1966) rivolto ai meccanismi di controllo sociale,
sostiene che la devianza verrà riconosciuta come malattia mentale nel momento in cui
rispecchierà l'immaginario collettivo tradizionale di follia.

In sintesi la reazione sociale concorre a spiegare la carriera del paziente psichiatrico, ovvero
il suo passaggio da sano a malato di mente.

Ospedale psichiatrico - istituzione totale.

Diversi personaggi contribuiscono al processo di ospedalizzazione e della carriera del


paziente, in primo luogo si ha la figura dell'accusatore, attraverso il quale inizia la carriera del
malato venendo alla luce la sua condizione, si ha poi il mediatore, che attribuisce il giudizio
finale sul riconoscimento come malato di mente, vi è infine la persona di fiducia, quello che è
l'ultimo a mettere in dubbio lo stato di salute mentale e il primo disposto a fare il possibile
per salvarlo dal destino che gli si prepara.

Gli studi sulle malattie mentali che si collocano all'interno della prospettiva interazionista
hanno ispirato e dato origine al movimento antipsichiatrico e alle politiche di
deistituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici che produrrà la legge Basaglia del 1978
disponendo la chiusura degli ospedali psichiatrici e l'avvio di esperienze di reintegrazione
sociale dei ricoverati.

In seguito alla chiusura degli ospedali psichiatrici, si è assistito ad un nuovo fenomeno,


l'aumento dei disturbi mentali e il consumo degli psicofarmaci come antidepressivi,
antipsicotici e ansiolitici, nonchè alla crescente medicalizzazione della vita quotidiana.

14. GIUSTIZIA pag.183


Vengono qui prese in considerazione tre idee di giustizia (Rawls, Habermas, Nussbaum),
nello
specifico tre concezioni di giustizia sociale.

Come prima approssimazione la giustizia sociale si occupa della promozione e del benessere
degli individui equi e leali da parte delle istituzioni, alcuni autori definiscono la giustizia
sociale come composta di alcune dimensioni di base:

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Ciò può portare ingiustizie ed inuguaglianze, per perseguire il bene si commette ingiustizia
perchè ci si può intromettere in campi quali la libertà personale. La teoria della giustizia di
RAWLS è di tipo deontologico, nel senso che avrebbe priorità ciò che è giusto, cioè equo,
rispetto al bene.

Velo di ignoranza – esperimento di RAWLS

in un accordo virtuale tra associati immaginiamo di non sapere, dopo la decisione delle
regole, quale sarà la nostra posizione nella futura società che rispetterà le regole da noi create.
Non sapendolo produrremo delle regole giuste ed eque perchè non condizionati nella nostra
scelta. Detta presunzione di non conoscenza è detta velo di ignoranza.

Una situazione equa quindi produce principi equi.

Partendo dal presupposto che le disuguaglianze sociali siano difficilmente evitabili, Rawls
pone due principi miranti alla riduzione della diseguaglianza:

– ogni persona ha un uguale diritto al più esteso schema di uguali libertà fondamentali
compatibilmente con un simile schema per gli altri;

– le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere


ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno e collegate a cariche e posizioni aperte a
tutti.

Per Rawls il primo punto ha priorità sul secondo.

Sebbene Rawls trovi naturale che all'interno di una società esistano gruppi meno favoriti,
sostiene che occorra una riparazione verso i meno fortunati da parte della società giusta
(giustizia distributiva). L'idea è quella di riparare torti dovuti al caso, in direzione
dell'uguaglianza.

Jurgen HABERMAS (vivente) sostiene che la società giusta nasce dalla discussione tra
persone che hanno le stesse possibilità di avvalersi della razionalità del linguaggio. Inoltre
egli distingue tra l'agire comunicativo e l'agire strategico. Quello strategico è orientato al
perseguimento di uno scopo mentre l'agire comunicativo all'accordo, mentre nel primo "uno
influisce sull'altro", nel secondo "uno viene razionalmente motivato dall'altro".

Habermas classifica le azioni linguistiche in constatative, regolative ed espressive:


constatative, il parlante fa riferimento a qualcosa nel mondo oggettivo e precisamente in
modo da voler riprodurre uno stato di fatto; regolative, il parlante fa riferimento a qualcosa
nel mondo sociale comune e precisamente in modo da stabilire una relazione interpersonale
riconosciuta come legittima; espressiva, il parlante fa riferimento a qualcosa nel mondo
soggettivo e precisamente in modo tale da voler rivelare dinanzi ad un pubblico un'esperienza
vissuta.

Accanto a queste tre pretese di validità, vi è una quarta che è quella della comprensibilità,
ogni parlante deve parlare in modo comprensibile.

Laddove le quattro pretese vengano riconosciute abbiamo una situazione linguistica ideale,
ovvero una società giusta. La giustizia per Habermas è quindi la possibilità che le persone
partecipino in modo uguale al discorso.

Rawls e Habermas fondano le loro teorie su basi molto differenti, mentre l'approccio di
Martha NUSSBAUM è ancora più distante, essa parte da basi reali e non idealizzate.

Nussbaum si basa sul concetto di giustizia sociale e dignità umana basata sulle capacità che
permettono alla vita umana di funzionare in modo degno, se i soggetti decidono così.

Le capacità sono 10:

 –  estensione della vita, quindi non una morte prematura;


 –  salute fisica, comprensiva della capacità riproduttiva e abitazione confortevole;
– integrità fisica, potersi muovere liberamente, poter scegliere in campo riproduttivo,
possibilità

di godere del piacere sessuale;

poter usare i propri sensi e l'immaginazione, diritto all'educazione, potersi esprimere


artisticamente e poter ricercare significati esistenziali;

sentimenti, poter amare noi stessi ma anche cose o persone, soprattutto quelle che si prendono
cura di noi;

ragione pratica, e quindi coscienza critica;


appartenenza, tutelare la libertà di parola e di libertà politica, essere capaci di amicizia e

giustizia, protezione contro varie forme di discriminazione sociale; altre specie, vivere in
armonia con piante ed animali;
gioco, poter prendere parte all'attività ricreativa, ridere;

controllo del proprio ambiente, poter partecipare alla vita politica, godere della libertà di
parola, avere il diritto di possedere beni, essere messo in grado di lavorare.
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Spetta alle istituzioni rendere possibili le predette voci, allo scopo del potenziamento
dell'individuo.

Conclusioni: la giustizia sociale ha come scopo la promozione del benessere degli individui
attraverso il riconoscimento della loro dignità umana sulla base di interventi equi e leali da
parte delle istituzioni. Mentre Habermas e Rawls costruiscono edifici teorici Nussbaum
attraverso ingiustizie reali individua le capabilities che le istituzioni politiche dovrebbero
mettere in atto.

15. GUERRA pag. 193


Nei dizionari si legge che la definizione di guerra è "situazione di conflitto armato tra due o
più

stati".

La guerra è dunque una attività violenta e cruenta, sulla base delle diverse definizioni della
devianza, si può dedurre che la guerra è deviante nella misura in cui si discosta dalla norma
del comportamento umano. Dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente la guerra
fredda, si è affermata in occidente una mentalità pacifista, anche gli eserciti ed il loro
addestramento sono privi della retorica guerriera di esaltazione della guerra, tuttavia non è
sempre stato così in tutte le culture, ad esempio presso i greci ed i romani portare le armi era
privilegio del cittadino, presso i germani lo era per l'uomo libero, nel medioevo lo era per il
nobile, nel trecento e fino al settecnto diventa una professione, per alcuni disonorevole ma
sempre necessaria e redditizia, utile ai nascenti stati moderni.

Per meglio comprendere se la guerra ha carattere deviante, occorre prendere in


considerazione gli scritti dei maggiori teorici della guerra: SUN TZU e Carl Von
CLAUSEWITZ.

Gli studiosi non sono sicuri dell'effettiva esistenza del primo, potrebbe trattarsi di un
personaggio inventato per dare un autore all'opera intitolata "tredici capitoli" o "Arte della
Guerra" che venne composta in Cina nel 4° secolo A.C. E che nonostante l'età risulta ancora
attuale. Sun Tzu applica, nel suo trattato, il principio utilitaristico del rispetto per la vita dei
soldati, al punto che raccomanda che i prigionieri nemici, soldati addestrati, possono essere
riutilizzati proficuamente nel proprio esercito e quindi vanno trattati bene. A ciò si estende la
raccomandazione di trattare bene anche i civili al fine di non minare lo sforzo bellico.

Carl Von CLAUSEWITZ, prussiano di modeste origini, fece carriera per le sue doti
nell'esercito anche se scosso alle fondamenta per le pesanti sconfitte subite da Napoleone.

Il suo trattato "Della Guerra" fu pubblicato postumo dalla vedova nel 1832. In questa opera si
pone in antitesi con Sun Tzu, definendo la guerra come un atto di violenza per costringere
l'avversario ad eseguire le nostre volontà, definendo il rispetto dei prigionieri come un atto di
intelligenza, di calcolo utilitaristico. Egli inoltre considera sbagliato il pensiero di molti
teorici militari dell'epoca che non considerano il peso dell'odio e del sentimento ostile in
guerra, perchè la guerra è una

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grande lotta e nasce da sentimenti ostili, in guerra si ha l'odio su scala nazionale.

É nota la frase "la guerra è la politica dello stato proseguita con altri mezzi" che compare
nell'avvertenza dell'opera.
Da ciò è il potere politico che definisce l'obiettivo della guerra, con quali sacrifici la si vuole
vincere, tocca invece ai capi militari decidere come condurla.

Per la storia italiana è importante ricordare le battaglie di Solferino e San Martino (24 luglio
1859), che con il loro elevatissimo numero di morti e feriti, spinse il filantropo ginevrino
JEAN HENRY DUNANT a scrivere un libro "un ricordo di Solferino" pubblicato
gratuitamente nel 1862 e che ebbe un enorme successo. Dunant si associò con altri fra i quali
il giurista Gustave Moyner, presidente della società ginevrina di pubblica utilità. A seguito di
ulteriori affiliazioni e associazioni, il 26 ottobre 1863 a Ginevra si tenne un'assemblea
internazionale da cui nacque la CROCE ROSSA (che assunse questa denominazione nel
1875). Pochi mesi dopo, il 22 agosto 1864 i rappresentanti di 16 stati, tra cui l'Italia,
stipularono la famosa CONVENZIONE DI GINEVRA, che stabiliva la neutralità dei
soccorritori e dei feriti.

La convenzione fu sostanzialmente rispettata fino alla 1° guerra mondiale, che con


l'impressionante numero di uomini colpiti da menomazioni fisiche e turbe psichiche, e più in
generale l'abitudine alla violenza, fece si che la psichiatria, psicologia e la sociologia si
interessassero degli aspetti psichici e sociali della guerra.

Anche Sigmund FREUD rivedè la sua teoria fondamentale sulle forze che dominano l'uomo,
dopo aver identificato tali forze nell'auto conservazione e nella sessualità o libido, egli arrivò
alla conclusione che fossero in realtà un'istinto di vita e un istinto di morte (eros e thanatos)
che poteva essere diretto contro se stesso o gli altri, oppure mescolarsi alla libido
determinando sadismo e masochismo.

ERICH FROMM , psicanalista, esponente della scuola di Francoforte ed esule negli Usa
durante il nazismo, riprende il pensiero di Freud e lo classifica come Istintivista, capofila di
una corrente di pensiero che vede l'aggressività umana come istinto innato programmato
filogeneticamente e dunque insopprimibile.

Tale concezione sarebbe stata ripresa negli anni 60 dall'etologo KONRAD LORENZ, a
questa corrente si sarebbe contrapposta quella dei "comportamentisti" guidata dallo psicologo
americano B.F. SKINNER, questi ultimi NON si interessano alle "forze soggettive" che
agiscono sull'uomo ma al suo comportamento come prodotto del condizionamento sociale.

Alcuni psicologi americani, osservando i soldati, arrivarono alla conclusione che la guerra è
una occasione per legittimare l'aggressività insita nell'essere umano, che può quindi
assecondarla. Oltre a ciò vi sarebbe pure la giustificazione della presunta legittimità.

E' stato anche osservato come i disagi e gli stress dovuti ai combattimenti finissero per
rinsaldare il gruppo dei soldati, sottoposti alle stesse difficoltà per lunghi periodi. Tali
comportamenti portavano ad una solidarietà o spirito di gruppo molto forte che poteva
giungere al suo estremo con il sacrificio per i commilitoni.

In conclusione, la psicanalisi ci dice che la guerra NON è deviante, non lo è per FREUD, non
lo è per FROMM, anche se vi possono essere soggetti devianti in questa situazione.

16. INVESTIGAZIONE pag.208


Il concetto di investigazione può essere inteso in molti modi, dal senso più generico di ricerca

minuziosa di elementi, al senso di investigazione di tipo criminale.


SIDOTI collega l'idea di investigazione a temi rilevanti della criminologia, sociologia del
diritto e della sociologia della devianza, nell'ambito di una teoria garantista della giustizia.

Sidoti inoltre distingue il concetto di investigazione rispetto ad alcuni concetti limitrofi o


paralleli quali ricerca, indagine, inchiesta, intelligence, paradigma indiziario, inquisizione,
forensic investigation.

A differenza della ordinaria ricerca scientifica, l'investigazione può essere definita come una
ricerca di tipo particolare, specifica perchè rivolta a trovare una verità nascosta e il
responsabile dell'occultamento di quella verità. L'investigazione presuppone la forza e la
frode, la ricerca scientifica no, per l'investigazione sono necessarie prove al di là di ogni
ragionevole dubbio, la dimensione giudiziaria ha regole specifiche, l'inchiesta può essere
approssimativa, l'investigazione no.

Nel pensiero di Sidoti la cultura dell'investigazione è debitrice con le scienze sociali ed in


particolare con l'analisi sociologica della devianza.

Per Macchiavelli e Hobbs, (problema hobbesiano dell'ordine), e dopo anche con Parsons, la
forza e la frode costituiscono una tentazione ricorrente nel sociale tanto potente da
costringerci a trovare una spiegazione nel mancato predominio della forza e della frode in
ogni contesto.

La domanda paradossale di Durkheim: invece di chiederci perchè ci sono tanti delitti,


bisognerebbe chiederci come mai ce ne sono così pochi.

Anche Lombroso sostiene che nella civiltà moderna c'è più frode che violenza, la lotta per
l'esistenza è combattuta con la frode e l'inganno. Oggi alla guerra con violenza si sostituisce
la guerra di cavilli e di raggiri degli avvocati.

Le istituzioni nascono per contrastare l'uso della forza e della frode ma possono diventare
invece che la soluzione una parte del problema hobbesiano dell'ordine, delimitando le
situazioni di incertezza, le istituzioni definiscono la struttura delle opportunità ma possono
innescare fenomeni di opportunismo.

La definizione dei contenuti dell'investigazione può essere apprezzata attraverso la


definizione di Sidoti tra intelligence e investigazione e tra spionaggio e intelligence.

In questa prospettiva lo spionaggio può essere sommariamente definito come un traffico di


informazioni riservate, l'intelligence di conseguenza è definita come un'attività di
interpretazione delle informazioni relative alla sicurezza, simile ad una scienza sociale
empirica.

Parallela alla distinzione tra spionaggio e intelligence, è la distinzione tra investigazione e


intelligence, che può essere definita attraverso la tradizionale distinzione tra analisi
preventiva o repressiva, ante-delictum e post-delictum. In questo senso l'intelligence avviene
prima e l'investigazione dopo.

L'investigazione cerca una verità mentre l'intelligence crea una verità oppure la nasconde.

Il concetto di prova è caratteristico e specifico dell'investigazione, l'intelligence raccoglie


elementi che spesso non sono utilizzabili in tribunale.
Errore giudiziario e paradigma indiziario.

Molti confondono l'investigazione con il paradigma indiziario, che può portare ad una
sopravvalutazione degli indizi. Per paradigma giudiziario si intende quell'approccio che esalta
enormemente l'importanza dell'indizio, anche il più banale, e che a volte pretende di
arrischiare spiegazioni di enormi complessità soltanto sulla base di piccoli o infinitesimali
frammenti di conoscenza.

GINZBURG è il massimo studioso del paradigma indiziario, secondo lui le radici del P.I.
Risalgono ai cacciatori primitivi che risalivano alla preda attraverso le tracce lasciate sul
terreno. Il P.I. Viene portato a grande celebrità da FREUD, è la proposta di un metodo
interpretativo imperniato sugli scarti, sui dati marginali, considerati come rivelatori (Sherlock
Holmes).

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Esiste una vasta letteratura che celebra l'importanza degli indizi e dei particolari che si
vorrebbero rivelatori di ogni devianza, tuttavia non bisogna dimenticare che una reale
investigazione è molto più complessa.

L'investigazione si incontra con due dei principali archetipi della nostra storia culturale, la
caccia e il nemico. L'identificazione del nemico è in qualche modo rassicurante perchè
implica una delimitazione del campo cognitivo, l'individuazione poi è connessa con la
possibilità di trovare un colpevole. Non c'è investigazione senza ritrovamento di un
responsabile.

Investigazione e indagine

L'instabilità politica che ha caratterizzato molti paesi ha influito sullo sviluppo della polizia
scientifica, che è stata spesso subordinata ad esigenze di ordine pubblico . Ad esempio la
figura dell'ispettore è nata solo nel 1981 in Italia, mentre in altri paesi era da tempo adottata.
Anche la prima regolamentazione della figura dell'investigatore privato nasce in ritardo
(1889) rispetto ad altri paesi.

L'investigazione difensiva fa il suo pieno ingresso con la legge 234 del 1997, solo poi con la
legge 397 del 2000 si arriva ad una prima disciplina organica delle investigazioni difensive.

Alcuni autori hanno espresso il concetto di "medioevo giudiziario" per indicare il circuito
nefasto mediatico-giudiziario.

Investigazione e investigation

Come il termine Devianza acquisisce negli Usa uno spessore che non aveva nella tradizione
europea, così l'investigazione è reinventata rispetto all'originario termine latino.

L'investigazione è parte di un più generale sistema di controllo di tutti i poteri, sia di quelli
istituzionali, sia di quelli che si sono diffusi in maniera informale nella microfisica della
struttura sociale. Più una società è democratica più è pluralistica e più di conseguenza c'è la
necessità di controlli esercitati attraverso un sistema capillare.
L'uso del termine investigazione negli Usa è frequentissimo, in Italia come più in generale in
Europa ha un significato generico, mentre nella tradizione anglosassone ha un significato
derivato da una specifica esperienza storica. L'uso tecnico giuridico, relativo alla differenza
tra sistema inquisitorio e sistema accusatorio (uno prevalente nei paesi dell'europa
continentale, l'altro prevalente nei paesi anglosassoni) è indicatore della differenza.

La spendibilità della conoscenza investigativa

Anche nell'uso comune e professionale del termine investigazione, riferito all'investigazione


privata, si vede la possibilità di una utilizzazione più ampia del concetto di investigazione
rispetto alla semplice investigazione criminale.

L'investigatore privato può interessarsi non soltanto di crimini ma anche di altri tipi di
comportamento che non costituiscono reato, nel recupero crediti, nel tentativo di ritrovare
persone scomparse, nell'acquisizione di informazioni relative alla solvibilità o affidabilità di
persone o aziende.

La crescita delle devianze, dovuta alla vulnerabilità crescente delle nostre società, favorisce la
crescita dell'investigazione.

C'è da tempo un dibattito sulla crisi della sociologia, di fatto si è infittito un pregiudizio.
Secondo i critici la sociologia non sempre è in grado di fronteggiare, sul piano dell'intervento
operativo concreto, i problemi seri e urgenti posti dalla globalizzazione.

CIPOLLA ha scritto molto sulla spendibilità del sapere sociologico inteso come una esigenza
ineludibile di ogni scienza che non voglia condannarsi all'inutilità o peggio isolarsi dalla
società.

Da ciò si evince l'importanza dell'investigazione proprio nella sua spendibilità sociale come
fattore di progresso democratico per i singoli e per tutta la società.

17. ISTITUZIONI TOTALI pag.220


Gli individui trascorrono la quasi totalità della loro vita interagendo con gli altri, a qualunque
livello

della vita sociale.

La struttura è quindi ordinata, nel senso che avviene solo in presenza di rigidi meccanismi di
controllo, e dall'altro è situata, ovvero accade in scenari comportamentali precisi, in spazi
fisici definiti.

Per questo motivo tutto lo spazio che circonda gli individui oltre ad essere impregnato di
"forze morali" (Durkheim) è configurato da elementi materiali, organizzato, incanalato, con
divieti e limiti dentro i quali gli individui possono interagire ordinatamente.

GOFFMAN definisce istituzioni gli spazi ove viviamo (piazze, parchi, vie, locali ecc)
mettendone in risalto la loro dimensione formale, organizzativa. La funzione delle istituzioni
è quella di cooptare, attirare, e coinvolgere gli individui.
Nell'ambito delle istituzioni, ne esistono alcune che hanno un potere inglobante superiore alle
altre, come caserme, monasteri, orfanotrofi, case di riposo, sanatori, carceri ecc. Goffman
chiama questo tipo "Istituzioni Totali".

Queste istituzioni, molto diverse tra loro, hanno in comune il sovvertimento del principio
fondamentale della società moderna che è la separazione netta tra i luoghi in cui l'individuo
dorme, lavora e si diverte. Gli individui che si trovano al loro interno svolgono nello stesso
tempo tutte e tre le funzioni, le fasi della loro vita quotidiana, le loro fasi sono rigidamente
programmate secondo un calendario di attività rigidamente funzionali allo scopo
fondamentale di ogni istituzione.

Tutte le attività, inoltre, sono controllate da un corpo di addetti.

Questo tipo di istituzione, definita totale, nasce nel mondo urbano moderno, a partire dalla
seconda metà del XVIII secolo come effetto dell'evoluzione dei dispositivi tecnico-politici
attuati per controllare e proteggere i comportamenti potenziali degli individui.

Dare luogo al se.

All'interno di queste istituzioni, secondo Goffman, "ha luogo il se", nell'incontro l'individuo
mette in scena una serie di rituali, propri dell'ordine delle interazioni, grazie alle quali proietta
immagini di se stesso verso gli altri. Il se è qualcosa che appartiene alla sfera
dell'immaginario, è un rivestimento virtuale della persona.

La costruzione del se avviene nell'arco della vita, da ciò l'individuo è come un attore sociale
(costituisce il self, l'identità individuale) coadiuvato da una serie di equipaggiamenti
composti da dotazioni corporee e attrezzature reperite sul campo (espressioni facciali,
gesticolare delle mani, movimenti muscolari e per quanto attiene le attrezzature, occhiali,
penne, agende, abbigliamento ecc).

Durante la vita di ogni individuo l'interazione è come un'arena nella quale può capitare di fare
brutte figure, sentirsi minacciati, importunati, violentati, derubati ecc. Essa porta con se un
disagio che viene definito da FREUD il "disagio dell'interazione" anche se non se ne può fare
a meno dal momento che è il luogo dove si forma l'immagine di se, il self ed allo stesso
tempo è il luogo ove questa immagine può venire persa.

Resettare e riprogrammare un individuo


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Le istituzioni totali, così come sono strutturate, impongono l'estromissione totale degli
internati dai relativi mondi esterni e assorbono integralmente l'individuo attraverso attività
comuni, una rigida suddivisione del tempo, un ferreo controllo da parte dello staff.

Quando un individuo entra in una di queste strutture, perde i contatti con il suo ambiente di
vita precedente, con la famiglia, con il gruppo di appartenenza, viene privato dei ruoli che
aveva all'esterno e in certi casi anche dei diritti civili legati all'uso dei propri beni o del
denaro.
Deve affrontare una serie di procedure di ammissione che comportano altre perdite e
frustrazioni, comincia a subire aggressioni alla propria privacy, all'immagine di se. (visita
medica, tracciamento del profilo, ispezioni corporee ecc.)

Questa procedura è propedeutica ad un "resettaggio" dell'individuo per una successiva


"riprogrammazione".

La situazione crea uno stato di profonda paura e angoscia sull'individuo, l'organizzazione


interna delle istituzioni totali priva l'individuo di qualunque autonomia di azione.

L'effetto ottenuto è quello della decostruzione della carriera morale del soggetto, che lo
rendono alla lunga incapace di affrontare anche le situazioni più comuni della vita quotidiana,
in altre parole vengono fatti regredire allo status di bambini.

Il meccanismo attraverso il quale operano le istituzioni totali è la demolizione dell'identità e


della personalità, annullare il se precedente per costruirne uno nuovo, funzionale
all'istituzione e organico alla società.

Si tratta di un meccanismo parallelo al ricondizionamento mentale, un metodo usato in Usa


da alcuni psichiatri.

Secondo il filosofo francese Michel FOCAULT le strutture che sinora abbiamo chiamato
istituzioni totali sono dispositivi disciplinari che funzionano seguendo una doppia logica di
gestione del potere. La logica secondo la quale funzionerebbero è quella del modello
dell'esclusione, ovvero dell'allontanamento del soggetto dalla società per evitarne la
contaminazione.

Jeremy BENTHAM ideò il Panopticon, una struttura circolare con al centro una torre dalla
quale la sentinella poteva osservare tutte le celle senza essere visto, facendo in modo così che
i detenuti non fossero in grado di sapere se erano osservati e vivendo con la costante idea di
essere controllati.

Il Panopticon, a prescindere dalla tipologia di persone, rappresenta un potente dispositivo di


controllo per modellare gli individui.

Goffman, in un saggio, descrive la vita sotterranea che gli individui mettono in atto quali
tecniche di sopravvivenza all'interno delle istituzioni totali, questi ultimi, pur trascorrendo la
maggior parte del tempo ad assolvere le necessità dell'organizzazione, riescono a mettere in
atto alcune sottili e sofisticate strategie che consentono loro di dedicarsi ad alcune attività in
modo da opporsi al "sè" ufficiale.

Queste tecniche di sopravvivenza vengono chiamate da Goffman "adattamenti secondari"


presenti in ogni tipo di istituzione totale.

18. MAFIE pag.235


Le mafie sono una forma di organizzazione criminale caratterizzata da tre elementi, struttura

fortemente gerarchicizzata basata su leadership autoritaria, un forte radicamento territoriale, e


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l'utilizzo di metodi violenti.


Il termine mafia viene usato per indicare uno stile di vita, la cosiddetta mentalità mafiosa.

. . . . . . proseguire

19. MALATTIA pag. 250

Parsons, nell'ambito della malattia come devianza, esprime la teoria del "sick role", il malato
deviante che non ottempera agli obblighi sociali di produttività economica. Il malato deviante
instaura un rapporto empatico col medico curante, da cui dipende.

Sempre Parsons definisce il malato come deviante quando il livello di salute troppo basso
diventa disfunzionale per la società. Il medico esercita una funzione di controllo sociale.

La teoria di Parsons dell'individuo totalmente dipendente dal medico si discosta da quella


attuale che vede il paziente sempre più informato e competente, che si documenta sempre più
anche grazie alle nuove tecnologie, ciò porta ad un rapporto sempre più partecipativo e
partecipante nell'ambiente di cura.

Il paziente è quindi divenuto, secondo VIRZI', utente, titolare di diritti che vanno garantiti, il
diritto all'informazione, al consenso e al rifiuto di un atto medico, alla privacy, a soffrire il
meno possibile, a una qualità di vita accettabile nonostante la malattia.

Col tempo si è assitito ad una diminuzione delle malattie infettive come causa di morte, su
cui si fondava il modello bio medico e si è avuto un incremento delle patologie cronico
degenerative e malattie tumorali.

Parsons ha anche teorizzato la "spersonalizzazione" del malato, ovvero coloro i quali


vengono considerati delle "non persone", che vengono ignorati anche se presenti, fanno parte
di questa categoria i giovanissimi, i vecchi e i malati. Questi ultimi, in particolare, vengono
stigmatizzati, secondo Goffman si hanno tre tipi di stigma: le deformità fisiche, gli aspetti
criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o
innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà. Infine ci sono gli stigmi tribali della
razza, religione, della nazione che possono essere trasmessi di generazione in generazione.

Il normale e lo stigmatizzato devono essere intesi non come persone ma come prospettive, in
quanto lo stigma deve essere visto come un prodotto sociale, la sua esistenza o meno
dipendono dal contesto sociale.

Nelle istituzioni totali, gli individui sono trasformati in non persone, con conseguente
mancanza di partecipazione anche nel caso di malattia.

CONRAD, uno dei massimi esperti di medicalizzazione, definisce la medicalizzazione coem


quel processo attraverso il quale un problema non medico viene definito come se fosse un
problema medico ovvero solitamente come una malattia o un disturbo.

Si possono riscontrare vari esempi di medicalizzazione, ad esempio l'ADHD (sindrome da


deficit di attenzione ed iperattività), disturbi da panico, ansia sociale, sessualità, chirurgia
estetica, le dipendenze, l'invecchiamento ect.
Si assiste quindi ad una sempre maggiore medicalizzazione di presunte patologie mediche
che in realtà si potrebbero considerare normali, tutto ciò, anzichè dare vita ad un benessere
dell'individuo, porta ad un "disease mongering", ovvero alla creazione di una malattia, ad una
patologizzazione del fenomeno.

Secondo PAWLUCH, l'aumento del numero di diagnosi di disturbi comportamentali nei


bambini, è

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dovuto all'aumento della medicalizzazione che ha preso forma in un contesto di crisi


professionale in cui i pediatri, grazie a vaccinazioni e screening, avevano un minor numero di
pazienti, ne consegue che la classe medica ha deciso di includere tra le competenze
porfessionali anche l'intervento psicologico rivolto ai bambini che accusavano disturbi del
comportamento. Si sono così creati "nuovi malati" che a loro volta hanno creato nuovi ambiti
di espansione sanitaria.

Il fenomeno della medicalizzazione è anche particolarmente evidente negli anziani, ad


esempio il normale declino delle capacità cognitive in età anziana viene oggi ricondotto ad
una specifica malattia e quindi farmacologizzato. ILLICH afferma che è la medicina a
decidere che una certa categoria di persone sono malate e le stigmatizza espropriandole della
salute.

Nella società moderna si preferisce pensare che i farmaci possano risolvere i nostri disagi e la
nostra incapacità di sapersi accettare, indice questo di chiara immaturità e vulnerabilità di
fronte alle incertezze della vita.

20. MEDIAZIONE PAG.265


Si definisce mediazione il convogliare su posizioni condivise che possano durare nel tempo
due o

più parti.

I teorici del conflitto assumono che le società si trovino in uno stato costante di cambiamento
in cui il conflitto è una caratteristica permanente. Il funzionamento della società privilegia
l'importanza delle divisioni sociali non come una forza distruttiva ma che può avere risvolti
positivi perchè può portare a cambiamenti sociali che altrimenti non si realizzerebbero.

Conflitto non significa necessariamente violenza aperta ma anche tensione, ostilità,


competizione e dissenso sui fini e sui valori.

L'ordine sociale veniva mantenuto con la forza o con la minaccia dell'uso di quest'ultima, e
non attraverso il consenso popolare, il filone dei cosiddetti teorici di stampo marxista nasce
con Marx il quale considerava la lotta tra le classi sociali come il motore della storia e la
fonte principale del cambiamento.

Gustave de MOLINARI introdusse il concetto di conflitto di classe derivante dalla


contrapposizione tra produttori di ricchezza (dipendenti e imprenditori privati) e pubblici
parassiti mantenuti dallo stato.
Sostanzialmente i modelli di mediazione sono riconducibili a due grandi categorie, il modello
francese ed il modello anglosassone.

Secondo il modello francese, il mediatore si pone "tra" le parti al fine di aiutarle a trovare
l'origine del conflitto. Si caratterizza per la prospettiva umanistica.

Nel modello anglosassone, particolarmente diffuso in Inghilterra e in Usa, ma che si stà


diffondendo sempre più nei paesi industrializzati, è ricompreso all'interno della giustizia
riparativa. Esso prevede l'uso della mediazione per la riconciliazione tra autore e vittima.
L'adesione della vittima è sempre spontanea mentre quella del reo può essere imposta
dall'autorità procedente. Il mediatore incoraggia senza imporsi.

La mediazione si rende spesso necessaria in ambito familiare nei casi di elevata conflittualità.
In Italia la mediazione si è rivelato uno strumento utile per rispondere in modo rapido ed
efficace ai problemi della giustizia anche in ambito aziendale.

Per quanto attiene la mediazione penale, nel nostro paese le esperienze principali riguardano
l'ambito minorile, il modello organizzativo prevalente è costituito da un organismo con sede
autonoma rispetto al tribunale per i minorenni (gli spazi normativi in cui si realizzano le
esperienze di ediazione penale minorile si individuano nel codice di procedura penale per i
minorenni e più precisamente nell'ambito delle indagini preliminari).

Un'altra forma di mediazione, che negli ultimi anni ha avuto una forte espansione, è quella
scolastica; quest'ultima si pone come obiettivo quello di far conoscere ai ragazzi un modo
diverso di affrontare il conflitto, una modalità alternativa alla fuga e all'aggressività.

La mediazione sociale, infine, si occupa dei conflitti di seconda generazione, cioè quelli di
vicinato, di quartiere, interculturali, ambientali, ove si possono avere una serie di
incomprensioni, offese, violenze più o meno palesi.

La mediazione civile e commerciale si occupa delle controversie relative ai diritti disponibili


tra quei soggetti che hanno collocato la clausola di mediazione, o conciliazione, nei contratti,
negli statuti o negli atti costitutivi.

I soggetti partecipanti sono cinque, l'avvocato, il giudice, l'organismo di mediazione, il


mediatore e l'esperto.

Le tecniche di mediazione si possono raggruppare in tre fasi: l'analisi della controversia

– la preparazione alla negoziazione attraverso l'individuazione oggettiva e razionale dei dati


relativi alla questione in oggetto;

– la negoziazione vera e propria, fino alla conclusione positiva o meno.


La tecniche di mediazione sono definibili come l'insieme di attività operative, utilizzate dal
mediatore, nello svolgimento del proprio compito di aiuto agli attori del conflitto, finalizzato
a facilitare il raggiungimento di un accordo amichevole tra i medesimi. Una delle più
importanti è la "restituzione del mediatore" che consiste nel "dire con altre parole" ciò che gli
attori hanno affermato nella loro narrazione.

Altre tecniche sono quelle degli incontri separati e la possibilità di generare opzioni.
La massima competenza del mediatore è quella dell'ascolto attivo e della capacità di
interpretazione del reale significato che si cela dietro alle parole. Deve aiutare le parti ad
"andare al sodo" e non deve mai prendere le parti o giudicare, non deve mai dare nulla per
scontato.

Le possibilità che una mediazione vada a buon fine sono incrementate quando il mediatore
sia orientato al "problem solving" e a creare un clima empatico.

Come sin qui detto, insomma, il ruolo del mediatore si gioca sull'equilibrio delle relazioni
interpersonali e sui delicatissimi meccanismi della comunicazione, tra le doti fondamentali
del mediatore devono esservi l'umiltà, l'indipendenza, la terzietà e l'imparzialità.

21 MIGRAZIONI E CRIMINALITA' pag.280


Dalla fine degli anni 70 in poi, in Italia, si comincia a evidenziare il fenomeno
dell'immigrazione in

chiave emergenziale, anche favorita da una parte della stampa.

L'interpretazione dell'immigrato come delinquente porta anche ad una esclusione di alcuni


diritti elementari.

Secondo una lettura sociologica, la società ha bisogno di conoscere ed arginare le cosiddette


classi pericolose, capaci di minacciare l'ordine costituito. La devianza degli stanieri si
inserisce in questo contesto identificando lo straniero come caprio espiatorio ideale perchè
non appartenente alla comunità.

La criminalità è infatti una patologia sociale (Cipolla) e si concretizza in uno stigma che
impone una sorta di percorso delinquenziale.

I paradigmi classici della devianza sono: utilitarista, positivista, sociale e costruttivista. Il


primo, quello utilitarista, ruota intorno alla convinzione che la legge debba garantire ai
cittadini il massimo
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grado di piacere e felicità e che in un sistema di questo tipo il reo rappresenti un elemento di
disturbo sociale, da isolare e punire secondo criteri certi. Questo paradigma ha dominato per
circa un secolo ed è entrato in crisi sotto l'egida del pensiero positivista che scagiona il
sistema sociale in quanto approvato dalla maggioranza dei cittadini.

Il paradigma positivista vede il deviante come un soggetto non socializzato, spinto all'azione
da tare bio-fisiche e mentali alle quali è incapace di opporre resistenza. Il pensiero positivista
pare però la strada alla nascita della sociologia come scienza sociale, sulla scorta di
oggettività ed empirismo delle scienze naturali. Non riuscento a spiegare concretamente i
tassi di devianza sulla scorta di teorizzazioni generalizzabili e ipotizzando la necessità di una
ricerca sul campo, si pongono le basi per l'avvento terzo parradigma sociologico, quello
definito sociale.

I primi esponenti sono quelli della scuola di Chicago che studiarono le massicce
immigrazioni dovute all'industrializzazione e il conseguente disordine sociale che ne scaturì.
Prese campo il binomio straniero-deviante, PARSONS elaborò la teoria relativa alla struttura
interdipendente del sistema sociale in cui la devianza appare come una non integrazione
dell'individuo ai valori di riferimento, la società funzionale a se stessa produce al suo interno
delle socializzazioni imperfette che mettono in discussione il consenso. La devianza, per
Parsons, va quindi combattuta e prevenuta ma va anche utilizzata un'ottica positiva
funzionale al sistema stesso in quanto valvola di sfogo e meccanismo di coesione sociale.

Il quarto paradigma, quello costruttivista, unisce teorie molto differenti nella spiegazione
delle cause e dei meccanismi devianti accumunate dal riferimento alla devianza come
costruzione sociale. Ogni aspetto della vita sociale appare come un dato costruito così come
la devianza, che diventa quindi una condotta al di fuori del concetto di normalità stabilito più
che un comportamento contro la società.

La teoria interazionista vede il processo deviante come un adattamento ottimale appreso


dall'interazione con un gruppo favorevole alla trasgressione.

La teoria dell'etichettamento, elaborata sulla scia dell'interazionismo, approfodisce il ruolo


dell'interazione sociale nella formazione dell'immagine di se, che contribuisce a provocare la
stigmatizzazione e la conseguente creazione, nel soggetto deviato, di un auto-concetto
deviante.

Appartengono a questa teoria sul processo di demonizzazione alcuni comportamenti come il


bere, il vandalismo ect.

I teorici dell'etichettamento si sono anche preocupati di come la società definisce e controlla i


devianti, assicurando gli interessi del gruppo sociale dominante. La presenza di immigrati e le
trasformazioni da esso derivate hanno fatto si che il gruppo dominante reagisse rinforzando la
coesione e alzando il livello di guardia del confine tra normalità e devianza, obbligando i
nuovi arrivati alla conformità sociale.

La teorie del conflitto, che si dividono in filo marxiste e non marxiste, assumono invece come
centrale il potere di alcuni gruppi dominanti di imporre il proprio codice normativo e
culturale di riferimento e di come ciò si ripercuota su chi non ha modo di far ascoltare la sua
opinione.

La devianza diventa quindi un modo per controllare le fasce emarginatee per creare capri
espiatori che abbiano su di se la funzione di attirare le frustrazioni della classe proletaria.

Gli immigrati, per i conflittualisti, rappresentano una valvola di sfogo delle tensioni, costruita
ad hoc da coloro che speculano sulla precarietà e sulla necessità del lavoro delle fasce
operaie.

Nuove prospettive

la dissolvenza del concetto di devianza, operata dalla labelling theory e dai sociologi del
conflitto,

aveva restituito un'immagina normalizzata dei comportamenti devianti. Dagli anni 70 in poi
molte teorie obsolete vengono recuperate, reinventate e adattate al clima socio culturale del
tempo. Si inaugura così il paradigma multifattoriale contraddistinto dalla volontà
di comprendere la devianza sulla base del singolo caso e sul tipo di comportamento deviante.
La teoria dell'opportunità, il realismo criminologico di sinistra, la teoria della scelta razionale
o la criminologia ambientale affrontano la devianza partendo dalla scelta volontaria, frutto di
una combinazione di stili di vita, zona di residenza e forma di controllo sociale.

Il paradigma multifattoriale non incontra però molti sostenitori se non nella branca
criminologica che riesce così a spiegare la devianza individuale non dimenticando la
dimensione sociale.

Negli ultimi anni, questo paradigma è stato sostituito dal paradigma sistemico che
privilegia un approccio di tipo relazionale, basato sulle interazioni che intercorrono tra i
soggetti devianti e coloro che detengono gli strumenti di controllo sociale.

In ciascuno dei due paradigmi (sistemico e multifattoriale) la categoria della devianza


straniera viene considerata soprattutto in riferimento ai minori .

Davanti agli stravolgimenti dell'età moderna che esasperano le differenze, in un contesto di


globalizzazione, la radicalizzazione delle polarità si fa estrema poichè ciascuno lotta per la
propria sopravvivenza culturale e sociale. La società reagiscono alle crisi rinforzando le
barriere identitarie, individuando nella devianza degli stranieri la prova dell'errore
dell'accettazione dei flussi migratori.

In termini sociologici, vi sono posizioni di diverso orientamento, in Italia ha prodotto due


grandi filoni interpretativi, quello realista e quello costruzionista.

Al filone realista appartengono studiosi come Barbagli e Colombo, si basa sull'assunto che
esista uan propensione al crimine degli stranieri piuttosto che sugli autoctoni. Ciò sarebbe
speigato dalla diversità di accesso alle risorse sociali.

Il filone costruttivista parte dal presupposto che le statistiche ufficiali danno informazioni
insufficenti sui processi di criminalizzazione non rappresentando il vero comportamento
deviante.

Il risultato sarebbe quindi manipolato dalle organizzazioni di controllo. Salvatore PALIDDA


è un esponente di questo filone e parla di criminalizzazione della povertà, DAL LAGO
invece sostiene che gli immigrati sono vittima di un complesso processo di costruzione
sociale della devianza, teso ad indivduare nel migrante il nemico per eccellenza.

Tra i due poli di pensiero, si è sviluppato un nucleo di studi che prende il via dall'analisi dei
meccanismi sociali che creano criminali, tenendo bene presente il problema della
disuguaglianza.

La funzione quindi della criminalità degli stranieri avrebbe assunto una forma di specchio
che, in relazione ai comportamenti devianti già esistenti in Italia e riprodotti dagli stranieri,
permettono alla società di spostare il giudizio negativo da essa.

Palidda menziona il termine "razzismo istituzionale" per spiegare il governo della paura fatto
di discorsi, pratiche e saperi incentrati sulla criminalità e sulla pena.

Il sociologo americano SAMPSON afferma che la criminalità è inversamente proporzionale


all'aumento dell'immigrazione, spiegando il concetto con la percezione dell'insicurezza.
In Italia il dato sulla criminalità straniera è viziato da questo meccanismo di informazioni
sommarie non comparate col tasso di criminalità autoctona, le ricerche sulla devianza si sono
concentrate si alcuni aspetti che prospettano l'immagine di criminale-deviante:

– propensione al crimine: è radicata la convinzione che gli stranieri siano più propensi al
crimine non avendo radici nel paese che li ospita, oltre alla convinzione di essere in un paese

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dove tutto è lecito e la lentezza della burocrazia non consente una risposta efficace;
– specializzazione etnica: esistono degli idealtipi quali albanese spacciatore, rumeno ladro e

stupratore, marocchino spacciatore e drogato, musilmano terrorista. Sono stereotipi che si

sedimentano nei media rafforzandosi;


– numerosità di stranieri criminali: la ripetitività di questa tesi vale come dato di devianza, il

coinvolgimento degli stranieri in atti devianti viene riconosciuto come eccessivo rispetto

alla loro presenza, sebbene sia evidente che si tratta di una sovra-esposizione del dato reale; –
negazione della vittimizzazione degli stranieri: essi sono sempre colpevoli di reati, mai

vittime, le ricerche sembrano indicare invece che nel 60% rappresentano invece le vittime

stesse della criminalità straniera.


Le statistiche ufficiali sembrano smentire gran parte delle opinioni generalizzate.

Il meccanismo di sostituzione, che vede gli immigrati ricoprire mansioni sottovalutate dagli
autoctoni, compare anche nella criminalità, che ha comportato il loro inserimento nei c.d.
Reati di strada quali lo spaccio e il furto, ovvero quelli si bassa manovalanza.

Per Barbagli esiste poi una probabilità maggiore di essere condannati a carico degli stranieri
ed uno scarso accesso alle pene "alternative" avendo loro problemi spesso anche abitativi.

Esiste quindi una stigmatizzazione nei confronti degli stranieri rafforzata anche dal
sensazionalismo dei media.

22 NORMA E SANZIONE pag. 295


Norma e sanzione costituiscono due nozioni fondamentali nel diritto.

La definizione di norma, nel suo significato originario, è la "regola o precetto o prescrizione,


cioè uno dei tanti modi di indicare espressioni del linguaggio prescrittivo e non descrittivo".
Una norma può avere natura giuridica, religiosa o morale, può avere carattere generale o
indivduale, astratto o concreto, può indicare può imporre un obbligo o conferire un potere,
può essere precettiva o programmatica eccetera.

Una sanzione, invece, può essere definita come la conseguenza giuridica che l'ordinamento
ricollega alla commissione di un illecito al fine di rafforzare l'osservanza delle proprie norme
ed eventualmente porre un rimedio agli effetti dell'inosservanza.
La norma è differente dalla disposizione, la disposizioe infatti indica un enunciato linguistico,
grammaticalmente compiuto, contenuto in un testo a carattere normativo, la norma indica
invece il possibile significato attribuito a una disposizione a seguito dell'interpretazione.

Una norma può essere sistematica (considerata la disposizione in relazione al sistema


giuridico in cui è inserita) e può essere distinta l'interpretazione in autentica (proveniente dal
medesimo organo che ha prodotto la disposizione) o giurisprudenziale (operata dal giudice) o
ancora dottrinale (operata dai giuristi).

Le norme possono essere ricondotte a due grandi famiglie: le regole e i principi, le prime si
presentano come precetti definitivi che ordinano, vietano, permettono o autorizzano qualcosa
in modo preciso. I principi si caratterizzano invece per la genericità della loro formulazione
(sono norme a fattispecie aperta, in cui non vengono specificate le condizioni di
applicazione).

Quanto sopra introduce un punto importante, l'applicazione delle norme avviene secondo
modalità differenti a seconda che si tratti di regole o principi.

La norma si applica se il caso concreto rientra nella fattispecie normativa, viceversa non si
applica. Questa è la logica del "tutto o niente".

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Esistono norme sovraordinate e sottordinate, le prime sono gerarchicamente superiori e se la


norma sottordinata è in contrasto con la sovraordinata, quest'ultima è affetta da invalidità
materiale.

L'esistenza di gerarchie offre una base per la suluzione di eventuali antinomie, ovvero quando
due norme entrano in conflitto tra loro. Esistono per questo motivo nel diritto delle "norme
fondamentali".

Le sanzioni sono generalmente irrogate dal giudice, solo in taluni casi anche i privati sono
titolari di potere sanzionatorio (datore di lavoro, es. Potere disciplinare).

Esistono delle sanzioni che non hanno, come si suppone per le altre, contenuto negativo,
esistono infatti sanzioni che hanno contenuto premiale, tuttavia la caratterizzazione generale è
che la sanzione contenga una punizione, un castigo.

Fra le sanzioni di tipo negativo le più emblematiche sono quelle di natura penale.

In base al principio di proporzionalità, la sanzione deve essere commisurata alla gravità della
violazione commessa, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.

La sanzione nel diritto penale e il quadro delle pene

La pena è un particolare tipo di sanzione, tipica del diritto penale, si tratta della più severa e
afflittiva delle sanzioni contemplate dall'ordinamento giuridico e consegue alla commissione
di un illecito penale denominato reato.
Con l'illuminismo il sistema delle pene si avviò verso la razionalizzazione, insieme con
nuove forme di umanizzazione dei castighi, con la certezza della pena eccetera. Cesare
BECCARIA col suo libro "dei delitti e delle pene" fu colui che introdusse questo nuovo
modo di pensare.

Nel sistema penale italiano, accanto alle pene, esistono le misure di sicurezza, che
differiscono perchè le prime vengono comminate al delinquente responsabile, le seconde si
fondano sulla pericolosità sociale dell'individuo e perseguono scopi di neutralizzazione e
risocializzazione. Possono essere di natura patrimoniale o personale.

Le funzioni della pena

La funzione principale della pena è la rieducazione del reo, rispetto alla sanzione
amministrativa, quella penale richiede un maggiore sforzo sul piano giustificativo, ovvero
riguardo le ragioni che legittimano il potere punitivo dello stato.

Le teorie relative alle funzioni si dividono in due grandi orientamenti, retributivo e


preventivo- utilitaristico.

La concezione retributiva concepisce la pena come rivolta al passato, per cui è giusto e
doveroso ripagare.

Il retributivismo, secondo Kant, prevede che l'uomo debba essere trattato come un fine, non
come un mezzo, per cui la punizione giuridica non può venir decretata semplicemente come
un mezzo per raggiungere un bene (sia esso per il criminale o per la società), ma perchè egli
ha commesso un delitto.

Secondo la prospettiva preventivo-utilitaristica la pena di legittima sulla base della sua utilità,
cioè della capacità di prevenire la futura commissione di reati (Beccaria).

La concezione della pena è poi preventia speciale, quando rivolta al reo e preventiva generale
quando è rivolta alla collettività. Generale o speciale possono poi essere in senso negativo, se
è teso all'incapacitazione del condannato, o positivo se aspira al recupero del reo.

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Norma e sanzione sono strettaemente correlati sebbene siano due concetti distinti e separati.
Secondo la costituzione italiana, la pena deve mirare alla rieducazione del reo, intesa come
risocializzazione. La fede nella capacità rieducativa del carcere, tuttavia, è entrata in grave
crisi nel corso del 900, sino ad arrivare ad una aperta denuncia degli effetti desocializzanti
della carcerazione con conseguente ricerca di soluzioni alternative.

23 PERICOLOSITA' SOCIALE pag.308


Da sempre il termine "pericoloso" evoca una serie vastissima di significati a matrice sociale,

giuridica, medica e criminologica, si tratta di un concetto generico, polifunzionale.


Un soggetto pericoloso è colui che richiama significati di stigmatizzazione e legittima misure
fortemente coercitive sulla base di presupposti estranei ai paradigmi cognitivi di stampo
garantistico.

Poichè il concetto di pericolosità è appunto cognitivo, risultante da un giudizio prognostico


circa la probabilità che esista la suddetta pericolosità, sarebbe compito non del giudice di
esprimere questo parere ma di perizie criminologiche e psicologiche. Nel sistema penale
italiano, invece, si assiste ad una certa refrattarietà nell'ingresso delle predette discipline nel
dibattimento, mentre invece sarebbe auspicabile una collaborazione sinergica di stampo
interdisciplinare nel settore la cui diffidenza risale agli anni 30 e non è ancora stata superata.

Secondo alcuni, il concetto di "pericolosità", potrebbe portare alla creazione ed al


rafforzamento dell'aspetto "mitico" dell'individuo ed in secondo luogo l'attribuzione o meno
di tale stigma avrebbe un effetto "strumentale" legittimando le pratiche di internamento e
segregazione del soggetto minaccioso per l'intero apparato sociale.

Infine, avrebbe una funzione "paradigmatica" poichè contribuirebbe all'ingresso nel diritto
penale del concetto di pericolosità divenendo l'attributo decisivo per la qualificazione
stigmatizzante di determinati individui finendo per indicare colui che deve essere bandito
dalla società.

Nell'ottica del diritto si esalta il concetto di "temibilità" del reo, non della pericolosità sociale
almeno sino all'affermazione dei postulati del positivismo scientifico.

I positivisti si propongono quindi di spostare l'epicentro del sistema penale dal delitto al
delinquente.

Nel Codice Rocco del 1930, si evidenzia in modo chiaro la presenza di un tratto violento e
illiberale che si concretizza nel disinteresse per i diritti fondamentali del singolo delinquente.
L'assetto sanzionatorio di questo codice è frutto di un compromesso in cui compare da un lato
la scelta della pena con funzione retributiva e dall'altro la codificazione della categoria di
pericolosità quale presupposto per l'applicazione delle misure di sicurezza.

Con la legge Gozzini de l1986, n.663 si è proceduto all'abolizione di ogni forma legale di
presunzione di pericolosità, senza peraltro riordinare la normativa, tanto che all'art.314 si
vieta l'esecuzione di perizie sulla persona e sulle generali qualità psicologiche dell'imputato.

Il codice penale non indica il criterio che il giudice deve seguire per la definizione di
pericolosità sociale di un soggetto, in tale modo aumenta enormemente la possibilità di
valutazioni divergenti, di decisioni arbitrarie. Sarebbe auspicabile l'ammissione, in sede di
cognizione, della perizia criminologica basata su metodi medici, criminologici e
antropologici e la creazione di strutture e mezzi funzionali all'esecuzione dei giudizi
predittivi, anche perchè, attualmente, i giudici sembrano sempre più inclini ad astenersi
dall'irrogazione di misure di sicurezza nei confronti di rei capaci di intendere e di volere.

24 POLITICHE DI SICUREZZA pag.318


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Per politiche di sicurezza urbana si intende lo sviluppo di azioni volte a ridurre l'insicurezza
del vivere quotidiano nelle città, anche sotto l'aspetto percettivo e con riferimento a fenomeni
diversi da quelli penalmente sanzionati.

Il periodo in questione va dagli anni 90 ad oggi.

Tra il 1991 e il 1994 era edita una rivista "Sicurezza e territorio" che già all'epoca
preannunciava l'esplodere in Italia di una domanda sociale di sicurezza.

Nel 1994 la regione Emilia Romagna avvia il progetto "città sicure", che si prefiggeva di
trasferire sul piano istituzionale l'esigenza di attrezzare, sul piano politico e culturale, i
governi cittadini rispetto alla nuova domanda di sicurezza da parte dei cittadini.

Dall'incontro tra Emiia Romagna e altre città, tra cui Bologna, Modena e Torino, e dalla
comune appartenenza al Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, nasce nel 1996 l'omonimo
Forum Italiano (FISU) che arriverà a comprendere nel primo decennio del 2000 più di 100
amministrazioni territoriali e che costituirà fin dall'inizio una centralità nello sviluppo di
nuove politiche mirate alla sicurezza.

Si tratta di un superamento del monopolio statale nelle politiche di sicurezza ed il primo


passo è rappresentato dalla firma, a Modena nel 1998, del primo protocollo di intesa in
materia di sicurezza tra una città ed il Ministero dell'Interno. Alla fine del 2006 i protocolli
firmati erano più di 200.

I risultati sono stati comunque relativamente modesti, il più delle volte infatti hanno
rappresentato una mera dichiarazione di impegno alla collaborazione, priva di contenuti
operativi.

Nel quinquennio dal 1996-2001 il tema della sicurezza entra nelle campagne elettorali e nei
programmi locali e regionali, il modello di sicurezza rimane accentrato a livello statale.

Negli anni successivi saranno fatti ulteriori tentativi di inglobare le richieste periferiche allo
stato, così come si è visto con l'emissione del pacchetto sicurezza del 2001 (L.128).

Un ruolo determinante viene assunto dal 1999 dalle regioni, attraverso accordi con Miniterno
si dotano di una serie di provvedimenti miranti a sostenere le città nella richiesta sempre più
pressante di sicurezza. Questo fenomeno è particolarmente sentito al nord ed al centro,
mentre le regioni del sud, strette nella morsa della criminalità organizzata, si mantengono
pressochè estranee al fatto. Unica eccezione la Campania che cerca con fatica una soluzione.

Fondamentale è la legge del 2003 "disposizioni per il coordinamento in materia di sicurezza


pubblica e polizia amministrativa locale e per la realizzazione di politiche integrate di
sicurezza" approvata dalla conferenz delle regioni , dall'ANCI (associazione nazionale dei
comuni italiani), e dall'UPI (associazione delle province italiane.

Nel 2006 il governo di centro sinistra riapre il confronto con le realtà locali, i c.d. "patti di
sicurezza". Vi è poi la legge sulla sicurezza urbana del 2007 che recepisce parte delle istanze
dei sindaci, istituendo però uno specifico potere di ordinanza riservato ai prefetti.

Il governo di centro destra, attraverso il ministro dell'interno Maroni, approva nel luglio 2008
la legge 125 "secondo pachetto sicurezza" che riprende e allarga la parte relativa ai poteri dei
sindaci. Aggiunge poi con la legge 94/2009 "terzo pacchetto sicurezza" le nuove norme sulle
associazioni volontarie (le ronde) fortemente volute dalla lega.

Con la legge 125 del 2008 e relative decisioni della corte costituzionale tuttavia, si chiarisce
senza ombra di dubbio che la materia di sicurezza urbana è di esclusiva competenza dello
stato e quindi il potere di ordinanza dei sindaci è subordinato gerarchicamente a quello del
ministro dell'interno.

Con la sentenza 115/2011 della corte costituzionale si chiude definitivamente la stagione


delle ordinanze in materia di sicurezza pubblica stabilendo che il principio di contingibilità e
urgenza non

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può protrarsi nel tempo.

I due periodi presi in esame (1995-2005 e 2005-2007) sono stati caratterizzati dai seguenti
fattori: 1995-2005:

 –  distinzione marcata tra sicurezza urbana, responsabilità del governo locale, e


sicurezza pubblica responsabile il governo nazionale;
 –  il sindaco diventa collettore della domanda di sicurezza della comunità locale, sia
quella riferita alla sicurezza pubblica che la sicurezza urbana;
 –  l'idea che la sicurezza urbana sia il risultato di interventi convergenti e dalla qualità
del governo locale;
 –  la convinzione che la polizia locale possa giocare un ruolo rilevante senza perdere
la sua specificità;
 –  una pratica diffusa dell'utilizzo del volontariato da parte delle amministrazioni
locali;
 –  la richiesta di un più efficace coordinamento tra le politiche di sicurezza urbana e
politiche di

sicurezza pubblica, sollecitazione sostanzialmente inevasa;

 –  alleanza indetita tra città e regioni sullo sviluppo attribuito alle regioni in materia di
sicurezza

urbana e dal supporto fornito dalle regioni stesse;

 –  riguardo al tema dei mercati illegali, approccio realista ma poco interventista, per
quanto

attiene gli stupefacenti, nessuna criminalizzazione degli assuntori, criminalizzazione


del commercio e del traffico, politiche di riduzione del danno e spazio alla
liberalizzazione delle droghe leggere. Per quanto riguarda la prostituzione, nessuna
criminalizzazione di clienti e prostitute, criminalizzazione del favoreggiamento e
sfruttamento. Immigrazione, irregolarità non sanzionata penalmente, una politica di
ingressi praticabile (quote e sponsor) e un'enfasi sull'integrazione.
Nel periodo 2005-2007:

ad un sindaco collettore della domanda di sicurezza si affianca un sindaco con poteri di


ordinanza in materia di sicurezza urbana che gli vengono attribuiti come ufficiale di governo
e non come rappresentante di una comunità;

polizia municipale immediatamente attivabile dal sindaco per il rispetto delle ordinanze;
possibile utilizzo delle associazioni dei cittadini, selezionate dal prefetto, a supporto delle

funzioni di controllo del territorio;


– sul fronte dei mercati illegali, nello stesso periodo si avvia una più accentuata

criminalizzazione del consumo di droga, si modificano le caratteristiche e i tempi di


permanenza nei CIE introducendo anche il reato di immigrazione irregolare, si ipotizza la
criminalizzazione della prostituzione di strada.

In termini politici, si assiste ad una prima fase caratterizzata da una tensione irrisolta tra
locale e nazionale, con i sindaci che chiedono il riconosciento del proprio ruolo e la funzione
di supplenza delle regioni. Nella seconda fase, invece, ci si muove nella direzione di un
sindaco e di un comune sempre più inseriti nel sistema di sicurezza nazionale.

Alla luce della circolarità degli orientamenti visti, e considerando la differenza di vedute tra
governi di centro destra e centro sinistra, appare probabile l'apertura di una terza fase delle
politiche di sicurezza urbana. Le politiche sin qui adottate non sembrano mirate all'effettività
dei risultati, che avrebbero messo in luce l'inadeguatezza della risposta in merito alla
sicurezza nazionale.

Ciò che distingue l'Italia dagli altri paesi, è la totale mancanza di sperimentazione innovativa
nel settore, evidenziando una irrisolta transizione tipica italiana.

25 PROSTITUZIONE pag. 334

proibizionismo, prostituzione come flagello salvo poi tollerare cliente e prostituta;


regolamentarismo, prostituta tollerata con certe regole, sistema adottato in Austria e

Germania;
abolizionismo, considerato come dominio maschile sulla donna, vorrebbe la

denormativizzazione e decriminalizzazione, si trova nella repubblica ceca e in Polonia; neo-


proibizionismo, rovescia il concetto di devianza, il cliente è inteso come soggetto

criminale, la prostituta come vittima;


neo-regolamentarismo, sostiene la legalizzazione delal prostituzione, vorrebbe delle reole
precise, modello adottato in Olanda (zoning);
neo-abolizionismo, considera la prostituzione come una forma di schiavitù da contrastare,
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Per prostituzione si intende "far commercio del proprio corpo".

Storicamente la prostituzione può essere interpretata attraverso quattro filoni sulla base di due
assi si lettura (attenzione verso la dimensione individuale o sociale, concezione positiva o
negativa)

– prostituzione come flagello sociale, concezione negativa e attenzione alla dimensione


sociale, viene concepita come forma di devianza all'origine di problemi di ordine morale,
sanitario, di ordine pubblico;

– prostituzione come danno individuale, concezione negativa e attenzione alla dimensione


individuale, applicabile in via quasi esclusiva alla prostituzione femminile, sottolinea non
tanto il danno sociale quanto quello individuale in relazione alla perdita di dignità personale
del cliente, sfruttatore di una persona;

– prostituzione come risorsa, concezione positiva e attenzione alla dimensione individuale,


concepita come strada che una persona può intraprendere senza intromissioni da parte dello
stato che non dovrebbe neppure tassare i proventi per evitare di configurarsi come sfruttatore;

– prostituzione come lavoro, concezione positiva e attenzione alla dimensione sociale, questa
visione sottolinea il pieno riconoscimento delle sex-workers il cui mestiere dovrebbe essere
paragonabile ad altri tipi di lavoro.

La prostituzione ha una lunga tradizione storica, sin dai tempi dei greci e dei romani, con
l'avvento del cristianesimo si introduce la distinzione tra amore sacro e amore profano
(all'interno o all'esterno del matrimonio), vi sono stati nel tempo diversi tentativi di
provvedimenti intesi a limitare la diffusione della prostituzione (Napoleone, Cavour ecc).

Anche Lombroso, nella "Donna delinquente" (1893) descrivono tale attività coem una forma
di criminalità al femminile connotata da deficit di senso morale e pudore.
George SIMMEL, contemporaneo di Lombroso, si muove in direzione opposta affermando
che la prostituzione è regolata dal codice simbolico dello scambio e della funzione sociale.

Le forme di prostituzione sono differenti rispetto al genere (soprattutto offerta femminile),


rispetto all'orientamento sessuale (prostituzione omosessuale o transessuale), in base al grado
di libera scelta (consenziente o coatta), per convenienza geografica (autoctona o alloctona),
rispetto ai luoghi (strade, appartamenti privati, club ecc), in base all'eziologia della condotta
(forme legate ad esclusione sociale, forme acquisitive cioè legate al bisogno di denaro).

La figura del cliente ha invece sempre attirato minore attenzione, anch'esso spinto da diverse
motivazioni nella prostituzione.

Dal punto di vista sociologico, la sessualità è socialmente regolata in ciascuna cultura, è stata
soggetta a forme diverse di controllo sociale che risentono soprattutto della visione morale
della pratica. Tra i sistemi classici di intervento sul fenomeno, si annoverano:
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chiude le case chiuse ma tollera quella esterna, l'Italia è in questo tipo. 26 REATO pag.345

Definizione formale e sostanziale di reato.

Il reato può essere definito come un fatto umano cui la legge ricollega una sanzione penale, è
dunque la pena che contraddistingue il reato poichè non c'è crimine senza pena.

Può anche essere definito come un fatto considerato come tale da una fonte positiva legittima,
oppure come fatto previsto come illecito da una norma penale che appartenga
all'ordinamento.

La concezione antisociale del reato sposta l'attenzione della norma incriminatrice


all'antisocialità del fatto, con la conseguenza che un reato è anche un fatto che causa
riprovazione sociale.

Dall'esame della varietà di definizioni è quindi possibile ricavare il fondamentale nesso


esistente tra il concetto di reato e l'insieme dei valori morali, sociali e culturali condivisi dalla
società.

La cultura penalistica italiana si caratterizza per una concezione oggettivistica del reato
riconducibile a Beccaria, l'illuminismo ha consolidato la separazione tra reato e peccato,
aprendo la strada alla concezione di reato come "fatto dannoso per la società". L'illecito viene
visto come lesione o offesa di un bene giuridico e non come manifestarsi di una volontà
cattiva.

Definizione analitica di reato

L'analisi di reato nasce dall'elaborazione sistematica di Franz von LISZT nel 19° secolo e
consiste in uno studi oanalitico degli elementi dell'illecito penale. Lo studio ha la funzione di
garantire ordine, chiarezza e razionalità al sistema penale e uguaglianza nell'applicazione
delle norme penali.

La teoria classica del reato, nel quadro della concezione liberale, considera elementi del reato
solo oggetti empiricamente verificabili e accettabili secondo il metodo delle scienze naturali
promosso dal positivismo scientifico. La concezione classica ricerca il nesso tra concetti
giuridici e la loro prova processuale e nega rilevanza a qualsiasi profilo di tipo valorativo, il
reato è un agire umano.

La concezione classica viene abbandonata verso l'inizio del 20° secolo a vantaggiodella teoria
funzionalistica di JAKOBS che rifonda la sistematica del reato su una concezione delle
norme intese come aspettative che caratterizzano l'identità di una società.

In questa prospettiva il reato rappresenta la lesione simbolica della vigenza della norma e la
pena ha la funzione di promuovere il riconoscimento e la conservazione delle norme stesse.

Le norme hanno quindi funzione di integrazione sociale e il reato è disfunzionale ad essa.


La scomposizione analitica prevede l'analisi delle singole parti dell'illecito penale, se anca
una prova di un elemento antecedente, non si può proseguire col successivo, l'assenza anche
di un solo elemento del reato esclude la punibilità.

Punto di partenza è la netta distinzione tra elemento oggettivo (o fisico, naturalistico) riferito
alla manifestazione esteriore del reatoe alla sua materialità e l'elemento soggettivo (o
psichico) indicante la colpevolezza e i requisiti di imputazione soggettiva (impunibilità, dolo,
colpa, scusanti).

Attualmente in Italia vi sono due modelli teorici di scomposizione analitica del reato, la teoria
bipartita e la teorie tripartita.

La bipartita distingue un elemento oggettivo (fatto fisico e materiale) ed un elemento


soggettivo (elemento psichico come atteggiamento della volontà che ha dato origine al fatto).
Questa teoria definisce il reato come fatto umano commesso con volontà colpevole.

La teoria tripartita, oggi dominante, definisce il reato come fatto tipico, antigiuridico e
colpevole.

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Il reato è tipico quando trova corrispondenza tra il fatto e lo schema legale della fattispecie
astratta di reato, antigiuridico, inteso come fatto contrario all'ordinamento. Infine colpevole,
ultimo requisito di colpevolezza, inteso come giudizio dulla relazione psicologica tra il fatto
ed il suo autore.

La differenza tra le due teorie è data dalla collocazione dell'elemento di antigiuridicità, nella
bipartita l'antigiuridicità è ricompresa nel fatto tipico, nella tripartita viene a costituire un
elemento autonomo rispetto al fatto tipico.

Esiste infine anche una concezione quadripartita del reato (minoritaria) nella quale, agli
elementi già menzionati si aggiunge la punibilità.

La teoria tripartita, pur essendo accolta anche da altri paesi (Germania, Austria, Spagna) non
va considerata universale in considerazione di fattori storici e di pensiero di altre comunità.

Distinzione tra delitti e contravvenzioni

Il reato si distingue in delitti e contravvenzioni, mentre sul piano formale si distinguono


chiaramente in base alle diverse pene previste (delitti: ergastolo, reclusione e la multa –
contravvenzioni: arresto e ammenda), sul piano sostanziale la differenza è da tempo oggetto
di discussione.

Secondo gli orientamenti più recenti, i delitti implicano la lesione effettiva e più grave di un
bene giuridico, mentre le contravvenzioni determinano soltanto un pericolo per la pubblica
utilità o la lesione di meri interessi amministrativi dello stato.

Il reato rispetto ad altre tipologie di illecito


Illecito civile e illecito amministrativo, sono anche qui previste sanzioni punitive, nel penale
sono contraddistinte per la particolare afflittività, nell'illecito civile si pretende una sanzione
di tipo risarcitorio. L'illecito amministrativo prevede la sola sanzione amministrativa
pecuniaria e dà luogo ad un procedimento amministrativo davanti a un organo specifico.

L'illecito amministrativo mira a tutelare principalmente interessi di natura pubblicistica, la cui


gestione è affidata alla pubblica amministrazione.

27 RICERCA SOCIALE E DEVIANZA pag.358

La ricerca sociale si occupa di raccogliere dati ed elaborare schemi interpretativi riguardanti i


fenomeni devianti, le forme e le dimensioni che essi assumono, le caratteristiche e le
motivazioni di chi viola le norme o le reazioni che tali violazioni suscitano nella società, è
un'attività particolarmente complessa e laboriosa chiamata a fronteggiare una molteplicità di
incognite e ostacoli.

Indagare la devianza, infatti, non è semplice perchè significa avvicinarsi ad una gamma di
attività umane non facilmente riconducibili a caratteristiche comuni ed avere spesso a che
fare con comportamenti deliberatamente dissimulati.

In primo luogo è difficile trovare, anche all'interno della concezione di devianza, un accordo
unanime sul significato, deviante è infatti chi assume condotte, anche molto diverse tra loro,
non conformi alle norme più difuse di un determinato contesto sociale.

Esiste tuttavia un certo grado di accordo nell'affermare che ciò che accumuna i
comportamenti devianti non siano le proprietà specifiche ma piuttosto il fatto di essere
ritenuti inaccettabili dalla maggioranza delle persone appartenenti ad uno specifico contesto
socialein un determinato periodo

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storico perchè contrari alle norme sociali e giuridiche e dunque in grado di suscitare una
reazione di disapprovazione e condanna. In altre parole la caratterizzazione di deviante o
meno dipende dalla reazione che suscita nei membri di una comunità.

Esistono comportamenti che non sono mai stati idenfiticati come devianti e che quindi non
risultano esserlo.

Chi assume comportamenti devianti ha poca propensione a pubblicizzarli ed anche tra le


vittime dei reati spesso si manifesta la volontà di non denunciare il crimine subito, ciò
contribuisce a rendere difficoltosa e complessa la ricerca sociale nel campo della devianza.

Non esiste poi una pratica metodologica in assoluto migliore di altre su come accostarsi
all'analisi della realtà sociale, vi sono infatti una varietà di prospettive di ricerca che in campo
socilogico si confrontano nello studio dei fenomeni devianti. Le prospettive possono essere di
due tipi, quelle che considerano la devianza come "oggettivamente data" e quelle
che, all'opposto, la intendono come "soggettivamente problematica", i due
paradigmi scientifici, le due visioni della ricerca sociale, sono in grado di indirizzare la
definizione dei fatti rilevanti da studiare, la formulazione delle ipotesi e la scelta delle
tecniche di ricerca necessarie.

Il primo paradigma (O.D.) considera la devianza come una realtà oggettiva esterna al
ricercatore che può essere osservata e misurata in maniera indipendente, i ricercatori
riterranno dunque essenziale indagare soprattutto la diffusione dei comportamenti devianti e
criminali all'interno di determinati gruppi sociali o in delimitati contesti territoriali, il loro
andamento nel tempo.

Il secondo paradigma (S.P.) rifiuta ogni accezione naturalistica e oggettivizzante della


devianza preferendo guardare ad essa come un fenomeno che non esiste in natura ma viene
costruito nei processi di interazione sociale. L'interesse dei ricercatori si rivolgerà soprattutto
alle motivazioni degli attori devianti ed ai significati che essi esprimono con le loro azioni, ai
processi di stigmatizzazione e di crimininalizzazione dei comportamenti, mostrando ad
esempio come avvenga l'apprendimento di valori e norme comportamentali che possono
giustificare un atto deviante e l'acquisizione delle necessarie competenze.

Nel misurare la devianza molto dipende dall'avere a disposizione dati numerici affidabili e
validi, ciò è evidente negli studi di natura prettamente criminologica. Tra le fonti di
informazione più utilizzate un ruolo privilegiato è sicuramente occupato dai dati di natura
amministrativa, basati sui registri degli eventi criminali e degli autori prodotti ufficialmente
nel corso delle diverse fasi del procedimento penale dalle istituzioni.

La prima raccolta sistematica di dati sulla criminalità fu avviata in Francia nel 1825, ma era
limitata alle statistiche giudiziarie e penitenziarie, nel 1857 nel Regno Unito e poi in molti
altri paesi, avviene una metodica raccolta di dati anche provenienti dalle FF.PP.. Il loro
utilizzo si è rivelato decisivo per lo sviluppo della conoscenza relativa ad alcuni aspetti della
criminalità.

Occorre tuttavia tenere presente che le fonti amministrative non sempre forniscono
informazioni dettagliate sull'evento criminale, sulle caratteristiche degli autori e delle vittime
(in alcuni casi gli autori sono ignoti).

Non va dimenticato poi che esse riguardano solo la criminalità registrata o ufficiale e che esse
comprendono anche dati sulla criminalità apparente, ovvero ad. es. Le denuncie di furti per
truffe assicurative ecc.

Così i dati consentono di mettere a fuoco solo una parte dell'insieme di reati commessi,
(criminalità reale), tralasciando tutti quei dati che non vengono registrati (criminalità
nascosta), vale a dire ciò che in criminalità viene definito come numero oscuro, che viene
utilizzato per indicare quella porzione nascosta di reati.

Per quanto concerne poi la possibilità di ottenere informazioni rispetto alle dinamiche della
criminalità reale occorre una scrupolosa attività di costante verifica e ponderazione.

Non va mai dimenticato che le statistiche ufficiali sono il frutto di un complesso processo d
icostruzione sociale che deriva non solo dal concreto andamento della criminalità reale, ma
anche dagli spazi di discrezionalità, dalle negoziazioni e dalle disposizioni che caratterizzano
l'operato delle agenzie di controllo sociale, delle vittime e della popolazione in generale.
Affichè un reato sia registrato, occorre che sia notato da qualcuno, è essenziale poi che venga
denunciato alle FF.PP. Che a loro volta dovranno procedere ad una corretta registrazione.

La propensione delle vittime a denunciare il reato varia anche in misura del danno subito.

Misurare la devianza: nuove tecniche di ricerca

Le principali alternative o integrazioni al cosiddetto "Bias" sistematico delle fonti


amministrative nell'analisi dei fenomeni devianti sono le ricerche di auto-confessione e le
inchieste di vittimizzazione, questi due strumenti hanno contribuito a stabilire
autonomamente, senza dipendere dalle fonti amministrative un proprio sistema di
registrazione.

Attraverso un sistema di indagine campionaria, questi studi si rivolgono direttamente alle


potenziali vittime di episodi criminali ed ai presunti autori, in questo modo consentono di
migliorare la conoscenza sulla diffusione dei comportamenti criminali e di indagare su
particolari aspetti della devianza abitualmente esclusi dai dati ufficiali.

Gli studi sull'auto-confessione sono ritenuti come la più importante innovazione nell'ambito
degli studi criminologici consentendo di raccogliere informazioni dettagliate rispetto agli
autori rivolgendosi direttamente a loro. La raccolta avviene di solito attraverso questionari
strutturati auto somministrati.

In genere l'attenzione si rivolge ad una specifica categoria (danneggiamenti, reati contro la


proprietà, comportamenti violenti) ma anche abuso di sostanze stupefacenti, guida in stato di
ebbrezza o rapporti sessuali a rischio.

Questi studi disegnano una realtà spesso molto differente dai dati ufficiali e contribuiscono a
mettere in discussione alcuni luoghi comuni sulle condotte devianti quali l'assunto che i
delinquenti siano diversi dai non delinquenti, dimostrando che la devianza è diffusa in tutti i
settori della società e favorendo l'emersione di quelle condotte solitamente nascoste
all'attenzione pubblica e che hanno dimostrato, a supporto delle posizioni dei teorici
dell'etichettamento, che a distinguere la figura dell'individuo normale da quello criminale non
è la diversità dei comportamenti intrapresi ma il fatto che la condotta di quest'ultimo è
diventata oggetto di sanzione.

Queste indagini di auto-confessione hanno permesso poi di relativizzare alcune ipotesi a


lungo assunte come fondate come la maggiore inclinazione al crimine da parte di classi
svantaggiate, di alcune minoranze etniche o del genere maschile.

La correlazione tra condotta criminale e genere, emarginazione sociale e popolazione


straniera è vera solo per alcune tipologie di reati.

Per ragioni di ordine economico e organizzativo, queste indagini hanno spesso preferito
rivolgersi ad aggregati di popolazione piuttosto specifici e più facilmente raggiungibili come
scuole o carceri, in tal modo hanno evidenziato solo alcuni tipi di illeciti con la conseguenza
di rendere invisibili intere aree di attività criminali, come i reati aziendali, le violenze
domestiche, violenze sui minori ecc.
Un ulteriore importante limite riguarda la coerenza e l'attendibilità delle risposte ottenute,
dovuti alla disponibilità dei partecipanti, dalla capacità di riconoscere detti comportamenti
come devianti e dalla memoria.

Le self-report-surveys, indagini di vittimizzazione, puntano a raggiungere una misurazione


più

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affidabile e veritiera, realizzate attraverso un campione di persone di una determinata


popolazione, furono usate per la prima volta negli USA.

Esse sono in grado di fornire un profilo degli episodi criminali al di là del fatto che siano stati
segnalati o meno alle FF.PP.

Lo scopo di queste indagini è quello di analizzare l'estensione della vittimizzazione in un


determinato periodo di tempo (un anno o tre anni), la propensione alla denuncia da parte delle
vittime. A partire dal raffronto tra delitti segnalati e non segnalati alle FF.PP. È possibile
stimare il numero oscuro.

Oltre a fornire informazioni sui delitti queste indagini offrono l'opportunità di conoscere le
caratteristiche socio-anagrafiche delle vittime, il loro contesto familiare e relazionale, le
caratteristiche del quartiere e dell'abitazione, le abitudini e gli stili di vita ecc.

Oltre a quanto sopra dette indagini sono i ngrado di fornire anche dati sugli autori dei reati,
qualora la vittima sia entrata in contatto con loro.

L'utilizzo delle indagini di vittimizzazione presentano alcuni aspetti problematici, legati alla
specifica natura del metodo impiegato, in primo luogo non possono indagare sugli illeciti
senza vittima (es. Corruzione, reati ambientali ecc), quasi mai sono in grado di evidenziare
reati subiti dai bambini.

In secondo luogo, le indagini possono generare gravi distorsioni nel caso in cui la numerosità
del campione non sia adeguata.

In terzo luogo, le informazioni ricavate possono essere basate sulle percezioni degli
intervistati che sono difficilmente verificabili. (rischio di sovrastima).

Per ultimo, dipendono molto dalla relazione intervistatore-intervistato, l'interazione può


essere non ottimale.

Nelle trame della devianza, pratiche e significati

Gli studi di ricerca sui fenomeni devianti non si occupano solo di fornire una
rappresentazione il più possibile vicina alla realtà ma tentano anche di fornire un
approfondimento dei processi, delle dinamiche e delle motivazioni che conducono ad
assumere un comportamento deviante, delle modalità e dei meccanismi di giustificazione
utilizzati, delle forme organizzative privilegiate, dell'operatoconcreto degli agenti di controllo
sociale e isituzionale.
Per realizzare indagini di questo tipo è importante capire come le persone arrivano ad
acquisire una certa rappresentazione del mondo, alle modaltià con cui si regolano le relazioni
tra individui ecc.

Diversi sono gli approcci che nel campo delle scienze sociali prediligono l'analisi del mondo
dei significati sociali prodotti e utilizzati dagli individui e dai gruppi sociali.

Uno degli elementi che accumuna tali approcci è la convinzione che la realtà sociale sia non
generalizzabile e non standardizzabile, quindi non riducibile a modellizzazione statistica.

Per esempio, quando l'oggetto di una indagine è costituito da significati, per analizzarli
occorre una attività di interpretazione e di concettualizzazione che non può essere affidata
agli strumenti di misurazione convenzionale.

Le tecniche di ricerca sono sostanzialmente due: l'intervista e l'osservazione diretta (o


partecipante), l'intervista può essere definita come un'interazione verbale con finalità
conoscitive, mentre l'osservazione partecipante è una tecnica sistematica di raccolta
informazioni che presuppone l'ingresso del ricercatore nel mondo sociale che intende
conoscere, in quest'ultimo caso non è solo osservazione ma anche interazione verbale e mira,
attraverso un processo di immedesimazione, a comprendere e interpretare la realtà circostante
di interesse.

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I due sistemi, osservazione e intervista, sono particolarmente importanti quando si è


interessati ad indagare la profondità temporale, ovvero il divenire processuale dei fenomeni.

Una delle modalità possbili è quella, per il ricercatore, di tenere nascosto il proprio ruolo, per
evitare che il gruppo si comporti in modo diverso dal solito sapendo di essere osservato.

Sono possibili tre modalità per gestire la propria appartenenza al gruppo: la posizione
periferica, che comporta contatti quotidiani ma senza prendere parte all'attività; la posizione
centrale, che partecipa regolarmente alle attività e la piena appartenenza, che indica chi fa già
parte del gruppo studiato ancora prima dell'avvio dello studio.

In conclusione, la maggior parte dei risultati delle ricerche indicano cosa ma non come si è
arrivati alle conclusioni. L'intera attivitò di ricerca è come un sentiero con molti bivi e
diramazioni, in cui bisogna per forza scegliere quale strada seguire.

La qualità dei risultati raggiunti dipende in larghissima parte dalel scelte effettuate.

Può essere una buona strategia seguire l'indicazione del "PERISCOPIO" (Cipolla 1997) che
suggerisce di "guardare anche fuori dalla propria prospettiva".

28 SCENA DEL CRIMINE pag.372


Il contributo si prefigge di realizzare un modello operativo e comportamentale, all'interno di
un

teatro criminologico, quale supporto ai vari attori che intervengono sulla scena del crimine.
Sin dalla prima fase gli operatori dovrebbero adottare un approccio derivato dalle esperienze
maturate in Italia e all'estero sviluppato in varie fasi: l'esame della scena del crimine e la
successiva analisi dei dati acquisiti, l'analisi delle informazioni complessivamente rese
disponibili, l'analisi del comportamento criminale.

Il teatro, poi, è fondamentale che non venga inquinato.

Una giusta analisi della scena del crimine comporta una attività di intelligence (SIDOTI
2000), ovvero saper separare, setacciare, scomporre ogni indizio, ogni elemento riscontrabile
sulla scena per poi ricomporlo e abbinarlo al modis operandi e ad un eventuale profilo
dell'autore del reato.

Allo scopo di orientare e guidare tutti gli operatori e attori sociali chiamati ad intervenire
sulla scena verso una gestione integrata ed efficace del proprio operato, viene utilizzato un
modello sperimentale della gestione della qualità, simile a quello che viene usato nella
produzione industriale.

L'esigenza di produrre oggetti qualitativamente adeguati, ha portato allo sviluppo di una


normativa, la ISO 9000, nella quale gli obiettivi dell'organizzazione si tramutano in una
semplice necessità di produzione ad una qualità ben definita e ad un complesso di obiettivi
integrati in un'ottica di qualità totale.

Questo approccio è applicabile in qualsiasi contesto organizzativo, nella scena del crimine
viene applicato al fine di:

– garantire la qualità del prodotto (prova scientifica) e del servizio (analisi dei contesti
delittuosi a fine dibattimentale e la produzione di analisi, relazioni, perizie criminologiche e
criminalistiche);

– attivare un approccio sistemico che consenta di inquadrare tutte le attività degli attori che
intervengono.

In questa ottica, il cliente o attore (nel nostro caso il magistrato e il difensore, ma anche
indirettamente lo stato e la collettività con le sue esigenze di sicurezza), ha la necessità di una
accurata gestione della scena del crimine nel momento in cui si verifica il fatto.

L'elemento di ingresso (crimine) genera una sequenza di attività che coinvolgono vari attori
(sanitari, FF.PP. Investigatori, medico legale ect) nella realizzazione di un prodotto (la prova
scientifica) e di un servizio (consulenze e perizie criminologiche). Il tutto va a confluire nel
fascicolo processuale.

L'elemento di uscita, ovvero l'acquisizione di tutte le prove, verbali, fotografie, relazioni,


documentazione probatoria ect., rappresenta la base che consentirà al cliente finale
(magistrato e avvocato) di determinare i vari capi di imputazione del presunto colpevole.

Se il tutto è stato portato avanti con efficacia, il risultato sarà una giusta sanzione, un
percepimento della giustizia più credibile ed una maggiore sicurezza.

Tuttavia l'aver soddisfatto il cliente non comporta il termine dell'attività, è necessario mettere
in atto un ulteriore processo di circolare all'interno degli attori (sanitari FF.PP., eccetera) che
miri al miglioramento continuo del sistema di gestione rappresentato da quanto segue:
– realizzazione del prodotto (prova scientifica) e del servizio (consulenze e perizie) erogati al
cliente (magistratura), la prova è intesa come idoneità a fornire elementi di dimostrazione, la
prova giuridica si forma nel dibattimento. Il servizio del Crime Scene Team comprende
quindi la fornitura del servizio di consulenza integrata frutto di collaborazione tra diverse
competenze;

– misurazione, analisi e miglioramento delle attività erogate dal team (di gestione della scena
del crimine);

 –  responsabilità della direzione (ovvero di coloro che dirigono e definiscono gli


obiettivi);
 –  gestione delle risorse umane coinvolte a vario titolo nei processi di interesse.
La finalità principale del sistema di gestione per la qualità è la capacità di soddisfare
le aspettative del cliente finale e di tutti gli attori coinvolti.

Il processo che si deve ottimizzare è quello di distinguere i dati utili e funzionali da


quelli non pertinenti.

Gli attori si possono distinguere in interni ed esterni, quelli interni sono i membri del
team che svolgono attività in ottica di processo in termini di qualità, la risorsa che
inizia il processo di gestioine della scena del crimine deve considerare l'operato della
risorsa che attiverà la fase successiva (es. I vigili del fuoco che spengono un incendio
e la polizia che fa i rilevamenti successivamente), in questo caso il primo deve
pensare a predisporre la scena per il secondo.

Gli attori esterni sono la magistratura e gli avvocati (difensore) i quali faranno tutto il
possibile per l'accertamento dei fatti e per stabilire la verità.

Tra gli attori esterni vanno considerati anche lo stato e il cittadino, che ha diritto a
sentirsi sicuro.

Ogni fase organizzativa e di processo delle operazioni, deve prevedere un momento di


analisi e di verifica dei risultati di individuazione di aree di inefficacia e delle possibili
azioni per ridurle o eliminarle.

Nell'ambito dell'analisi della scena del crimine, chiusura delle indagini potrebbe
rappresentare il momento ideale per un attento esame dell'operato, con momenti di
confronto e di analisi dei punti di forza e di debolezza. Tale analisi deve essere
incentrata sulla gestione e non sulle singole attività o i singoli soggetti, deve poi
essere sintetizzata in una relazione che rappresenti un dato storico per successivi studi
di miglioramento per la costruzione della "BEST PRACTICE".

Per meglio comprendere l'agire complessivo, bisogna entrare nella scena del crimine
che varia in funzione del contesto, della graità e della tipologia dell'evento.

In tale situazione vi saranno figure altamente professionali quali consulenti e periti


(chimici, biologi, medici legali, informatici, ingegneri ecc) che intervengono sulla
base delle richieste della magistratura e dell'avvocato difensore. Non va tralasciata
neppure l'importanza degli astanti
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(testimoni).

Al fine di redigere una mappa improntata alla qualità di tutto il sistema coinvolto, bisogna
ordinare la sequenza temporale delle singole attività di tutti gli operatori che intervengono.

La letteratura sulla gestione per la qualità ha evidenziato che raramente nei contesti
organizzativi tutti conoscono l'intero processo produttivo, anche se gli studi confermano che
la conoscenza dell'intero processo contribuisce a migliorare il risultato.

A titolo di esempio, si riporta un ordinato sistema gestionale di una scena del crimine, salvo
quei casi più complessi che richiedono l'intervento di ulteriori professionalità:

– chiamata di segnalazione al 112/113/118, in cui viene fornita la natura dell'evento;


– le prime attività, ad es. In caso di delitto, sono quelle di identificare la vittima, recintare e

proteggere il luogo per prevenire eventuali intrusioni, ad es. Giornalisti, curiosi, controllare

e piantonare la scena;
– i primi operatori di polizia, accertato l'evento e verificata la gravità, coinvolgono l'autorità

giudiziaria competente che attiverà l'intervento di personale specializzato come ad es. la

polizia scientifica;
– contemporaneamente alla pol. scientifica viene richiesto il medico legale, le suddette figure

solitamente operano in sinergia previa autorizzazione e regia del magistrato, il quale viene
notiziato dagli operatori che sono intervenuti per primi.

Tutti gli attori dovrebbero condividere lo stesso obiettivo primario che è la salvaguardia della
scena del crimine, adottando comportamenti per evitare qualunque forma di inquinamento e a
cristallizzare la scena. Durante le prime fasi non è previsto un responsabile, elemento di
debolezza del sistema, generalmente viene fuori da solo e può coincidere col più alto in
grado.

Il modello decisionale descritto tende ad ottimizzare le varie fasi e a costruire delle prassi
ottimali che deriverebbero dall'adozione di un sistema basato sulla qualità.

Tra i fattori di forza si possono annoverare l'efficenza degli attori coinvolti, l'aumento della
motivazione del personale e il conseguente aumento della prestazione individuale, la
riduzione dei conflitti del team, maggiore sviluppo di idee ecc.

È ovvio che adottare un sistema di questo tipo avrebbe dei costi, ampiamente ripagati in
termini di efficenza ed efficacia a lungo termine.

La non qualità, infatti, ha dei costi superiori che devono assumere un peso determinante nelle
scelte orientate al miglioramento.
La criminalità confida sempre più nell'impunibilità dei reati, che spesso trova ragione
nell'inefficenza interna al sistema giustizia, il modello proposto tende a ridurre, se non a
eliminare, i costi che provocano inefficenza al fine di ridurre le falle del predetto sistema.

29 SESSUALITA' E DEVIANZA pag 381

La visione essenzialista fu contestata dopo l'uscita dei rapporti di Kinsey nella seconda metà
degli anni 70 (sessuologia degli americani), ha portato poi un susseguirsi di approcci
differenziati e innovativi sulle dinamiche di genere. Minando le basi su cui poggia la classica
distinzione tra ciò che è normale e ciò che è perverso nella cultura occidentale, Kinsey
evidenzia come la sessualità si stia svincolando dalle vecchie barriere morali e dagli obsoleti
confini posti dal sesso biologico diventanto a pieno titolo una pratica fortemente
contestualizzata.

La devianza nella sfera sessuale è stato un argomento di carattere esclusivamente scientifico e


collegabile a caratteri prettamente biologici, la sessualità umana è diventata attualmente
oggetto di interesse da parte di diverse discipline.

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Tale rivoluzione ha permesso di ridefinire la sessualità come una funzione naturale in cui
l'aspetto innegabilmente biologico si accosta a dinamiche si individuali ma di origine sociale.
La relazione sessuale si configura come luogo più intimo e contemporaneamente più sociale
della vita umana.

Questo cambio di visione si rispecchia altresì nella liberalizzazione dei comportamenti


sessuali avvenuta nelle società industriali avanzate a seguito del progressivo smantellamento
delle tradizionali regole politiche, religiose, sociali e sessuali.
La liberalizzazione da vincoli esterni ci porta ad una riformulazione dell'approccio alla
devianza sessuale e porta ad una progressiva trasformazione della distinzione tra normalità e
perversione, passando da quella di normalità e devianza. L'idea è che esistano molte
sessualità diverse, nessuna delle quali è normale o perversa.

L'ambiguità del termine perversione ci porta a ridefinirlo col termine Parafilia (para:
deviante, philia: attrazione).
Questo termine va sostituendosi a termini come devianza e anormalità nel rispetto della
libertà di quelle persone che vivono la sessualità in modo differente dalla maggioranza.

Nonostante la sessualità sia stata osservata come fenomeno biologico, le orgini degli studi
delle scienze sociali sul tema si possono far risalire alle relazioni osservabili tra le principali
strutture sociali, dalla stratificazione sociale alla famiglia, dalla religione alla socializzazione
ecc. Alle vastissime tipologie di comportamento sessuale di uomini e donne posizionati in
punti differenti di tali strutture.

Nell'ambito delle scienze sociali e delle altre discipline che si sono occupate della questione,
dare una definizione univoca di normalità e di devianza è un processo assai difficile. Cipolla
definisce la devianza come trasgressione rispetto alla conformità.
In accordo con le teorie storicistico-sociologiche, il meccanismo che porta a criminalizzare
una condotta deve la propria esistenza alla creazione di una norma la cui violazione implica
l'attribuzione di identità deviante.
Quindi è la norma che stabilisce la devianza e non l'individuo in se, questo è dovuto al fatto
che le norme sono poste dalla società in base alle credenze e alle conoscenze tipice del
periodo storico al quale si riferiscono, è lo studio dell'illecito a definire i contorni della norma
e di ciò che nella sfera dela sessualità è lecito o meno.

Definire quindi i contorni della devianza sessuale, che comprende qeui comportamenti che di
per se non hanno una rilevanza giuridica, ma che possono essere sanzionati socialmente
significa elaborare una distinzione tra ciò che, in quell'epoca ed in quel contesto sociale,
implica una disapprovazione in termini sociali.

L'influenza del contesto divente importante quando si devono definire le parafilie,


diversamente si finirebbe per classificare come patologiche la maggior parte delle condotte
sessuali del mondo. GIDDENS (1994) sostiene come non esista una società facilmente
suddivisa tra coloro che deviano dalle norme e coloro che le rispettano perchè la maggior
parte degli individui, in certe occasioni, trasgredisce norme di comportamento sociale
generalmente accettate, la predetta violazione comporta una gamma di sanzioni informali il
cui peso varia in funzione della norma trasgredita. Partendo dal presupposto che solo la
mente umana inventa categorie e cerca di forzare i fatti in gabbie distinte, la sessualità è
caratterizzata da una infinita costellazione di identità di genere e di ruoli (omosessuale,
bisessuale, eterosessuale).

In conclusione, le fantasie sessuali messe in pratica che potrebbero sembrare perverse, si


integrano in un processo di personalità e di comportamento che risulta comunque normale.

La sessuologia moderna si fa risalire alla fine del XIX secolo con lo scontro di due opposte
prospettive, da un lato studi sulla degenerazione e dall'altro studi basati sull'esistenza di un
rapporto tra i disordini sessuali e la sessualità normale.
Iwan BLOCH (1911) rifiuta il concetto di degenerazione e sostiene che le perversioni non
sono ne malattie ne il risultato di degenerazioni ma semplici fenomeni ricorrenti rintracciabili
in tutte le culture, in tutte le società e in tutte le epoche.

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Freud (1905), sulla scia di Ellis, precisa che perversione e malattia sono due esiti devianti
differenziati, ciascuna persona sana presenta infatti degli elementi che potrebbero essere
definiti perversi. Definendo la perversione come devianza sessuale, Freud distingue tra
aberrazioni nei confronti dell'oggetto sessuale (omosessualità, pedofilia) e aberrazioni nei
confronti della meta (esibizionismo, sadismo, masochismo ecc). La teoria del complesso di
Edipo mostra come la libido non investita sull'oggetto stesso serva come serbatoio di energia
per l'età adulta, questa energia può essere trasformata in equivalenti psicosessuali tra i quali
gli affetti, la poesia, la religione, le manifestazioni della fantasia e la perversione. (Freud,
prevede immancabilmente un contesto sociale di riferimento).

Il soggetto viene agito dall'inconscio e non da lla biologia, l'analisi della morale sessuale
moderna mostra come gli individui siano condizionati nella sessualità, Freud attacca la
morale moderna e ne sostiene la dannosità per lo sviluppo naturale della sessualità.
Il forte dibattito su quanto sostenuto da Freud ha portato alla creazione di un secondo filone
di studi fondato sulla convinzione dell'esistenza di un rapporto tra i disordini sessuali e la
sessualità normale (Bloch – 1911). Le deviazioni sessuali sono fenomeni generali e universali
dipendenti da molteplici fattori come il clima, la razza, la nazionalità ecc.
In questa visione le perversioni non sono malattie ma il frutto di condizionamenti ambientali
presenti in ogni era, classe sociale, cultura o società.
Bloch cerca di offrire un approccio integrato in cui la sessuologia si configura come
disciplina non autonoma ma che mutua concetti da diverse altre discipline.

Kinsey, pubblica i suoi studi su questa linea nel 1950, i dati fecero clamore e rovesciarono
pregiudizi e convinzioni su stereotipi quali la masturbazione, l'omosessualita ect che furono
le basi per successive indagini.

La sessuologia oggi

Il DSM IV -TR inserisce le parafilie insieme alle disfunzioni sessuali o ai disturbi


dell'identità di genere definendole come fantasie o impulsi sessuali ecc, che possono
riguardare oggetti inanimatim sofferenza o umiliazione di se stessi o del partner ecc.
Parafilia è dunque un termine scientifico assunto per definire quelle condotte sessuali più
note con i termini di perversioni o deviazioni sessuali.

Le parafilie, nel DSM, sono schematizzate come :

 –  esibizionismo, mostrare i propri genitali ad una persona non consenziente;


 –  feticismo, uso di oggetti inanimati;
 –  frotteurismo, toccare o strofinarsi contro un soggetto non consenziente;
 –  pedofilia, impulsi e attività sessuale con minori (13 anni o più piccoli);
 –  masochismo sessuale, atto reale, non simulato di essere umiliati, picchiati legati o
fatti

soffrire;

 –  sadismo sessuale, azioni reali, non simulate, in cui la violenza psicologica o fisica è
eccitante

per chi la mette in atto;

 –  feticismo da travestimento, impulsi sessuali derivanti dall'indossare abiti del sesso


opposto;
 –  voyeurismo, osservare altri nudi, o mentre si spogliano, o impegnati in attività
sessuale.

Ogni altra categoria che può venire inserita nella parafilia non altrimenti specificata.

o –  scatolagia telefonica o coprolalia, telefonate oscene;


o –  necrofilia, attrazione per i cadaveri;
o –  parzialismo, attenzione esclusiva per una parte del corpo;
o –  zoofilia, attrazione sessuale verso gli animali;
o –  urofilia e coprofilia, uso delle urine o feci per l'eccitazione;
o –  clismafilia, uso del clistere;
o –  pluralismo o partouze, orgia;
o –  mixacusi, ascoltare rumori di una coppia in attività sessuale;
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– triolismo o trioloagnia, osservare il proprio partner in attività sessuali con altri.


Affinchè la condotta sessuale possa essere definita parafiliaca, occorre che si manifesti un
disagio clinicamente significativo o una compromissione nell'are a sociale, lavorativa o di
altre aree importanti del funzionamento. Il trattamento implica una valutazione diagnostico
differenziale al fine di escludere altre forme psicopatologiche.
Appare abbastanza evidente come il confine tra lecito e illecito sia sottile.

30 SICUREZZA SOCIALE pag.395

La sicurezza sociale, nei suoi aspetti definitori e di contenuto, è abbastanza mutevole, poichè
deriva dall'essere espressione e riflesso delle strutture societarie, oggi sempre più attraversate
da una condizione di di incessante mutamento.
La sicurezza si è posta in modo particolare negli ultimi anni come dibattito sul piano politico,
nell'ambito delle scienza sociali essa ha rappresentato un tema di profonda riflessione tanto
da essere considerato uno degli aspetti fondamentali dell'esistenza. Quasi la totalità degli
esponenti delle scienze sociali, pur con visioni diverse, condividevano l'idea che istituzioni
moderne avessero come funzioni primarie, quella di garantire la sicurezza, intendendola
come situazione soggettiva di tranquillità, situazione concreta di assenza di pericoli. È solo
durante il periodo rinascimentale che essa viene impiegata per definire la sfera soggettiva nel
suo rapporto con il pericolo.

La sicurezza concerne le condizioni minime che consentono il vivere associato in un ambito


in cui gli individui sempre più sono svincolati dagli obblighi e dalle protezioni tradizionali, in
altre parole si pone quale diritto fondamentale legato al bene prioritario che è la
sopravvivenza degli esseri viventi.

L'uomo costruisce la sua indipendenza attraverso il lavoro, divenendo proprietario di se


stesso e dei suoi beni. La grande magioranza della popolazione, priva di sicurezza economica
e della proprietà privata, rimane tuttavia afflitta dall'insicurezza.
Per ottenere un livellamento delle disparità nell'ambito della sicurezza, viene creato così il
concetto di sicurezza sociale (nell'ambito si uno stato di diritto), essa costituisce tutte quelle
protezioni che uno stato deve mettere in atto per difendere i più svantaggiati. La nuova forma
di proprietà diventa così la proprietà sociale, che garantisce lo strumento minimo per
assicurare la propria esistenza garantendo la quantità minima di risorse, opportunità e di
diritti.

Questi dovrebbero garantire la copertura da eventuali rischi quali le malattie, l'infortunio ecc.
A livello macro, MASLOW (1987) nel suo studio sui bisogni degli individui, definisce la
sicurezza come uno dei più immediati dei bisogni, la cui soddisfazione è precedente e
funzionale a molti altri. Questo concetto rimanda a quell'insieme di condizioni materiali,
percezioni, rappresentazioni individuali e collettive che consentono a un soggetto di avere la
convinzione di essere in grado di affrontare adeguatamente una potenziale minaccia.
Nonostante la sicurezza sociale sia stata assunta come un diritto dalla maggioranza degli
individui appartenenti ad una società, si assiste su larga scala al permanere di ansie e
preoccupazioni relative alla sicurezza. Nonostante inoltre gli sforzi che compiamo per
difendere noi stessi, si continua a vivere un uno stato di profonda insicurezza, tale condizione
è determinata anche dalla inadeguatezza delle istituzioni statali nel garantire una equa
distribuzione delle risorse tale da garantire il benessere sociale.

Globalizzazione e crisi della sicurezza sociale


A causa del costante mutamento sociale, si assiste alla sempre maggiore mancanza dei diritti
sociali, piuttosto che parlare quindi di sicurezza sociale, la società moderna è sempre più
pervasa dall'insicurezza generalizzata.
Il mondo contemporaneo vive in uno stato di costante allerta dai pericoli, reali o potenziali,
che possono prodursi all'interno della società. Nello specifico, i processi politico-sociali che
hanno maggiormente contribuito a determinare tale situazione, hanno riguardato lo
smantellamento del

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Welfare State e la precarizzazione dei diritti sociali e dei diritti del lavoro, la progressiva
contrazione delle politiche sociali e l'allargamento delle aree di marginalità sociale. Una vasta
letteratura ritiene che tale deterioramento socio-politico-economico sia originato dalla
globalizzazione inarrestabile, quello spazio del mercato che sembra aver raggiunto i confini
del mondo.

La globalizzazione pervade ogni aspetto dell'esistenza e la la società sembra perdere i punti di


riferimento simbolici che erano condivisi e i modelli interpretativi che affondano in
ideologie, valori e schemi utilizzabili per interpretare univocamente le diverse formazioni
storico-sociali.
La globalizzazione comporta anche che dovunque i rischi vengano prodotti, la loro
distribuzione non riguarda solo l'aspetto locale ma anche globale.

A tutto ciò contribuisce l'incremento esponenziale delle informazioni dei prodotti materiali e
dei consumi, insieme alla contrazione dello spazio e del tempo.
Paradossalmente far parte della comunità globale porta ad un sempre minore vincolo di
appartenenza, si assite ad un moto di individualizzazione.

Le minacce che si prospettano sembrano imminenti e si sviluppa uno stato d'animo


generalizzato di impotenza rispetto alle nuove minacce che la società moderna produce,
portando l'individuo a ricercare autonomamente stabilità e sicurezza.

L'amministrazione locale della sicurezza

La constatazione di come l'insicurezza possa condizionare lo stile di vita delle persone, anche
quando non vi à un effettivo pericolo, porta ad accumulare stress, al pari si altre condizioni in
grado di rendere la vita svantaggiata sotto l'aspetto della salute individuale e collettiva.
La sicurezza quindi rappresenta una condivisione di valori sulla quale poggia l'identità civica.
È innegabile che l'insicurezza sia un prodotto dell'età post-moderna e raggiunge una delle sue
massime espressioni al punto che gli osservatori la giudicano un aspetto contingente.

Promuovere la sicurezza significa aumentare il bene collettivo senza necessariamente


ricorrere al sistema penale o ad interventi di polizia, la sicurezza coinvolge due aspetti
principali, la percezione oggettiva e quella soggettiva, e pertanto è finalizzata all'inclusione
sociale.

Sicurezza come partecipazione


Localizzare la sicurezza significa spostare il suo centro all'interno dei centri urbani, dove
realmente l'individuo vive e si relaziona, la questione sicurezza urbana da qualche anno un
ruolo importante nell'opinione pubblica. Uno dei sistemi per raggiungere un maggiore grado
di sicurezza è quello di coinvolgere i cittadini nel controllo spontaneo del territorio, che
comporta politiche sociali basate su un modello dell'inclusione sociale, dell'allargamento dei
diritti di cittadinanza.

L'utente finale della sicurezza è colui che la richiede e come tale deve essere anche l'attore
che la costruisce.
La sicurezza partecipata quindi influisce molto sulla percezione.

La sicurezza sociale in prospettiva

la sempre maggiore diffusione dell'insicurezza stà provocando notevoli ricadute e costi


sociali poichè comporta una limitazione dei movimenti, determinando un cambiamento delle
abitudini della gente, la migliore risposta che si possa dare è quella dell'innalzamento della
qualità della vita e del benessere, o quanto meno impedire che fattori ne favoriscano
l'avanzare. La soluzione potrebbe essere quella di produrre strategie di riduzione dei rischi
sociali, incentrate su un necessario coinvolgimento degli attori sociali.

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31 SISTEMA PENALE

sistema intrinseco e sistema estrinseco

Visto il titolo, probabilmente esistono, ma date le mie limitate capacità cerebrali (l'autore si
esprime sicuramente in modo chiaro) non sono in grado di darne definizione.

La moderna dimensione del sistema giuridico e la sua distinzione


rispetto al paradigma dell'ordinamento

c.s. (sono sempre io limitato) ho capito solo che si possono considerare due categorie distinte.
definizione estrapolata dalla Rete:
L'ordinamento giuridico è il complesso organico di norme giuridiche che regolano la vita di
una comunità, l'organizzazione dello Stato e i rapporti giuridici tra gli organi dello Stato e tra
i membri della collettività. Esiste quindi uno stretto legame tra l'ordinamento giuridico ed un
gruppo sociale. Una delle caratteristiche principali dell'ordinamento giuridico è la sua
obbligatorietà. Esso costituisce l'insieme degli imperativi giuridici vigenti in una determinata
collettività o comunità. L'ordinamento giuridico fissa il complesso di istituzioni su cui si
fonda la vita civile.

il sistema giuridico è l’organizzazione di attività umane e di mezzi che ha lo scopo di


disciplinare, con delle regole di condotta, la vita collettiva di una comunità di persone.

4.1

Il sistema penale racchiude in sè norme, soggetti e istituzioni interagenti tra di loro e orientati
a tutelare beni e interessi, collettivi o individuali, di rango primario.
Nel sistema penale, il diritto penale rappresenta il versante intrinseco, ovverosia quel ramo
dell'ordinamento che disciplina i fatti costituenti reato e le relative conseguenze giuridiche.

Il diritto penale viene in rilievo come fattore di controllo sociale, ultimo baluardo tra i diversi
statuti giuridici (d. civile, amministrativo etc) cui lo Stato possa fare ricorso, a causa
dell'estrema afflittività della sanzione (pena detentiva), non solo come forma di repressione
ma anche di prevenzione.

Il diritto penale potrebbe assolvere anche il compito di ri-socializzazione, laddove lo Stato


può essere tenuto dalle leggi fondamentali a garantire le condizioni essenziali per un efficace
reinserimento del reo nella società (art. 27 co 3 Cost. Funzione rieducativa della pena).
Il ricorso al diritto penale è fondato sulla preventivamente riscontrata inidoneità degli altri
rami dell'ordinamento a prevenire e a reprimere la commissione di fatti socialmente dannosi,
al punto se ne può postulare l'uso in casi di extrema ratio.

4.2 l'epicentro del sistema: il reato

Il reato può essere rappresentato come il punto nevralgico del sisitema penale; non può quindi
risultare appagante una nozione del reato che faccia riferimento a dati esteriori, formali.
L'idea che esso consista in un fatto in cui la legge ricollega una sanzione penale deve essere
corroborata da un'analisi delle ragioni sostanziali che fondano la criminosità di un
comportamento. CONCEZIONE SOSTANZIALE DEL REATO: "fatto umano che
aggredisce un bene giuridico ritenuto meritevole di protezione da un legislatore che si muove
nel quadro dei valori costituzionali, semprechè la misura dell'aggressione sia tale da far
apparire inevitabile il ricorso alla pena e sanzioni di tipo non penale non siano sufficienti a
garantire un'efficace tutela."

4.3

dal punto di vista delle conseguenze giuridiche del reato, il sistema penale italiano si muove
all'interno dello sche del c.d. "doppio binario", fondando la propria reazione ad un episodio
criminoso su due tipologie di risposta sanzionatoria: pena, da un lato, e misura di sicurezza
dall'altro.

4.4

Uno dei tratti più significativi del sistema penale italiano è rappresentato senz'altro
dall'impronta marcatamente oggettivistica dell'illecito penale. Il rapporto tra fatto e autore del
reato viene preso in considerazione dal giudice, sempre e solo dopo aver verificato l'illiceità
penale del fatto secondo traiettorie assolutamente impersonali.

In ognio caso, un siffatto illecito impersonale mosra un volto anche umanistico quando
esprime funzionalmente la primaria esigenza della "personalità" della responsabilità penale.

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La colpevolezza rappresenta un livello di imputazione personale della responsabilità,


necessario per calibrare in modo equo e poporzionato la (successiva) scelta sanzionatoria
operata dal giudice (pena o/e misura di sicurezza)
4.4.1

il sistema penale statuale deve procedere anche alla c.d. "neutralizzazione della vittima" sotto
forma di "contenimento del suo innato istinto di vendetta."
in tale ottica, ove la gestione delle faccende criminose è di pertinenza esclusiva dello Stato,
quest'ultimo ha tradizionalmente mostrato ritrosia ad accettare la vittima del reato quale
interlocutore privilegiato. Questo modello di Stato forte, che in via esclusiva avoca a sè lo ius
puniendi, da qualche decennio ha iniziato a vacillare in modo evidente, nel momento in cui
sono aumentati gli spazi di "privatizzazione" della tutela e le istanze di mediazione, ovvero di
giustizia riparativa, quali tratti fondativi di un nuovo contesto culturale 2vittimologicamente"
orientato.

In un nuovo proscenio penologico nel quale la persona offesa dal reato ottiene spazi di
intervento sempre più significativi (pratiche negoziali nel processo, cause estintive del reato
saldate a sopravvenute riparazioni del danno etc.) sono le stesse coordinate politico-
ideologiche di legittimazione del sistema penale a mutare. Il "tempo delle vittime" reca con sè
il rischio di un intervento del potere statuale contrassegnato dall'"ansia" di icurare prioritaria
protezione alle persone offese dal reato e, anco prima, ai cittadini potenziali vittime della
criminalità, con il rischio di un contestuale, pericoloso abbassamento dei diritti fondamentali
dell'offensore.

4.5

oggi è definitivamente tramontato il mito del "positivismo giuridico", ancorato all'idea, da un


lato, di un legislatore dominus del sistema penale con le sue scelte di incriminazione e,
dall'altro, da una sertie di interpreti (giudici etc), al più meri esegeti di quelle scelte.
Attualmente, il sistema è un'opera collettiva di legislatore, dottrina e giurisprudenza.

Il sistema penale appare complesso, a causa delle difficoltà che chi vi approccia trova, ad
esempio, cpon l'ipertrofia normativa, la sovrapposizione tra diritto e processo penale, e risulta
disomogeneo, a causa di una esasperata tendenza alla settorializzazione dei concetti penali,
sempre più orientati a risolvere questioni specifiche e quindi scollegate da razionali visioni
generali, d'insieme.

È opportuno fare cenno a un caratterre indefettibile del diritto, la laicità. 32 STIGMA

La sociologia della devianza è indubbiamente il cuore pulsante della disciplina madre, le


opere di Durkheim "la divisione del lavoro sociale" e "le regole del metodo sociologico" ne
sono un esempio nei quali si nota come i concetti di sanzione, funzione coercitiva, normalità
e patologia rappresentino i fondamenti.

I fenomeni di inclusione o esclusione sociale, il rapporto tra identità individuale e


appartenenza culturale definiscono il concetto di stigma.
Fu elaborato in chiave sociologica agli inizi degli anni 70 da E.GOFFMAN ma fu
estesamente trascurato, tutta l'opera di Goffman può essere considerata come una
prosecuzione del lavoro di Durkheim. La sua opera "la natura della deferenza e del contegno"
(1988) concettualizza lo stigma. Secondo Durkheim la società è costituita da una serie di
rappresentazioni collettive periodicamente ravvivate nelle coscienze individuali attraverso
celebrazioni rituali. Durkheim riteneva importantissimo il concetto di sacro, base dell'intero
ordine sociale.
Per D. La società tuttavia aveva preso una strada differente poichè si era profondamente
deritualizzata e dove la dimensione del sacro andava eclissandosi.
Anche Goffman ritiene che l'ordine sociale abbia un fondamento ritualistico anche se non
condivideva la diagnosi del suo predecessore. Secondo G., Durkheim cercava i rituali nei
posti sbagliati.

Goffman ritiene che le interazioni rappresentino i dispositivi attraverso i quali l'identità


individuale dei soggetti va lentamente elaborandosi, per lui il rituale dell'interazione precede
e produce il se individuale.

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Goffman ritiene che le pratiche sociali siano analiticamente scomponibili in due momenti, un
momento in cui l'individuo propone agli altri la sua immagine ed un momento in cui i suoi
partner interattivi gli comunicano di aver accettato e di sostenere l'immagine proposta.
Presentare e vedersi accreditare una immagine positiva è una aspirazione del soggetto ma non
da questo controllata, al contrario dipende da vere e proprie disposizioni sociali. Vale a dire
che la società impone all'individuo di costruirsi un se e cercare di tenerlo al riparo da
profanazioni. Ne consegue che se non si è in grado di gestire le norme cerimoniali della
deferenza e del contegno è destinato a subire degradazioni e umiliazioni sino a raggiungere,
alla fine, lo status di non persona. Riguardo le regole di deferenza e contegno, la struttura
sociale più ampia influenza i contesti di interazione sebbene la società imponga di costruirsi
un se.

Tutti coloro che non sono in gradi di aderire alle regole del contegno, non ottengono una
accettazione dagli altri che in qualche modo respingono la "cittadinanza interattiva", questi
elementi definiscono il portatore di Stigma.

(Storiella del bus, del tossico e dell'amico di pag 425)

Nella storiella sopra richiamata, si evidenziano tutti i motivi concettuali tratteggiati da


Goffman nella sua analisi dello stigma.
Abbiamo una distinzione tra:

 –  identità sociale virtuale, che emerge applicando alla persona le categorie sociali
basilari;
 –  identità sociale attuale, emerge dopo una certa interazione con l'individuo.
Le persone sono portate a schematizzare tutto nella vita, alle persone associamo
inevitabilmente degli stereotipi. Esiste poi un terzo livello:

– identità personale, che non riguarda le categorie sociali a cui l'individuo appartiene ma i
suoi fatti specifici della vita.

La questione dello stigma, per Goffman, emerge dalla relazione di questi tre livelli, lo stigma
nasce dalla dissonanza tra il livello dell'identità sociale virtuale e quello della identità sociale
attuale.
Per stigma, quindi, intendiamo quella dinamica che porta una caratteristica, quasi sempre
negativa, a assorbire in sè tutta l'identità della persona, in questo modo l'individuo sarà
sempre osservato
dagli altri nell'ottica dello stigma. Esistono tre tipi di stigma:

 –  quell iderivanti da menomazione fisica;


 –  quelli derivanti dai tratti della personalità, che si possono desumere dalle azioni;
– quelli generazionalmente trasmessi, derivanti dall'appartenenza etnica, religiosa e
nazionale;

hanno spesso una natura contestuale, le concrete situazioni interattive possono, nel
loro svolgersi, approntare contesti di percettibilità differente dello stigma. (es. Uomo
d'affari paralitico, prima della riunione di lavoro è stigmatizzato, poi quando seduto la
sua menomazione diventa trascurabile).

Esistono tipi di stigma non visibili, è infatti la biografia completa dell'individuo, a


prescindere dalla visibilità del suo stigma, costituisce una minaccia al suo se e alla sua
identità sociale.
Goffman, traccia la differenza tra screditato e screditabile, nel primo caso lo stigma è
immediatamente percepibile, nel secondo non sono visibili segni esteriori dello stigma
che può essere però rivelato .

Lo stgmatizzato si sente come sempre sotto i riflettori e ciò gli crea delle difficoltà nel
rapportarsi con gli altri, sa meno che non sia lui a manifestare apertamente il suo
stigma con fierezza, questi personaggi hanno contribuito grandemente alla riduzione
dell'impatto degli stigmatizzati con il mondo. Esiste la teoria della contagiosità dello
stigma, poichè i normali che sono a contatto con gli stigmatizzati, possono a loro volta
essere inseriti in categorie nelle quali non vorrebero entrare (es del tipo che frequenta
un tossico e viene visto da un collega).

Lo stigma, quindi, rappresenta un grave difetto anche se l'inividuo ha imparato molto


bene a maneggiare gli strumenti della deferenza e del rispetto poichè la sua
rappresentazione risulterà squalificata sin dall'inizio. Se poi lo stigmatizzato ne fa una
bandiera, allora lo stigma diventa un

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"fardello leggero" da portare. Se lo stigmatizzato utilizza poi delle tecniche particolari per
manifestare il proprio stigma, raggiunge lo scopo di ridurre le sfere di interferenza. Al punto
che sara lui a educare le persone a vedere e a comprendere la realtà dello stigma.
Chi riesce a pensare a questo modo darà l'impressione di aver raggiunto l'equilibrio, avrà
rassicurato gli altri sulla propria condizione in modo che comprendano quanto può essere
leggero il fardello che deve portare, lo stigmatizzato avrebbe agito così a tutela dei normali
che possono rimanere indenni da un contatto con lui.

In realtà si configura l'accettazione fantasma, basata su una normalità fantasma, il buon


adattamento funziona sinchè lo stigmatizzato finge, finchè mostra segni di sentirsi accettato
molto più di quanto non sia, in questo modo tuttavia peggiora la sua condizione di
stigmatizzato.

33 SUICIDIO pag 435


Chiunque voglia studiare il fenomeno del suicidio come fenomeno sociale non può che
partire dalla pietra miliare sull'argomento che è "il suicidio" di Durkheim, (1897, tradotto nel
1969).
il problema di "darsi la morte" è complesso e storicamente è stato trattato da diverse
discipline, esso non è solo un fenomeno descrittivo, ma anche interpretativo della
processualità e dei meccanismi di funzionamento e di costituzione della relazione persona-
società.

Il suicidio non è solo un atto volontario e predeterminato, esistono anche i suicidi equivalenti
o indiretti che sono la messa in atto di manovre che possono condurre alla morte anche se
quest'ultima non viene presa in considerazione dal soggetto (guida ad alta velocità, abuso di
droghe ecc).

Il suicidio è spesso visto come "soluzione" per il soggetto che sceglie la morte come il male
minore nell'ordine biologico delle cose.
Il suicidio non deve essere considerato una azione deviante per due ordini di motivi, per
primo non presenta gli elementi tipici della condotta deviante, il secondo che non deve essere
osservato attraverso la lente del diritto quanto dalla religione e dalla morale.

L'idea innovativa di Durkheim sul suicidio è che nel proporre la sua argomentazione vi è la
scissione tra individuale e sociale, fondando le basi di quello che diventerà lo studio del
funzionalismo.
Durkheim propone le sue famose tipologie di suicidio (anomico, egoistico, altruistico e
fatalistico), egli sostiene che le cause del suicidio sono da ricercarsi nell'equilibrio morale
della società risultante dalla combinazione di due variabili, l'integrazione e la
regolamentazione. I quattro tipi sono correlati al legame dell'individuo con la società, che ne
rappresenta il substrato. HALBWACHS sostiene che le tesi di Durkheim siano corrette ma ne
discute la metodologia statistica che è difficilemente verificabile, lui preferisce usare un
approccio socio-psicologico accantonando la statistica.

Con Halbwachs si apre la strada della ricerca sociale che si orienta verso un approccio
qualitativo, questa fase rallenta durante il secondo conflitto mondiale, che fa poi registrare
quel fenomeno nella sociologia detto "americanizzazione" che comporta ricerche empiriche
di tipo qualitativo.
Negli anni 50 vi furono studi sulle correnti suicidiogene da parte della scuola di Chicago che
cercavano di comprendere, attraverso i dati statistici, l'aumento del tasso di suicidi.

DOUGLAS ne attribuisce il significato sociale, di notevole importanza per comprendere


l'agire umano e il suicidio in particolare.
Questa nuova corrente di analisi alternativa a quella di Durkheim non cerca più di spiegare il
fenomeno ma di comprenderne i significati sociali che vengono attribuiti all'atto da chi lo
commette.

Per comprendere questa scelta così estrema, bisogna mettere in luce la connessione esistente
tra ciò che è apparentemente non logico e il mondo della ragione.
Altri studi sono quelli di BAECHLER 1975 e TAYLOR 1982, il primo propone una analisi in
quattro tipi diversi di suicidio, (suicidi evasione, suicidi aggressivi, suicidi oblativi, suicidi
ludici), Baechler sembra essere una eccessiva classificazione senza nulla di veramente nuovo.

A seguito degli studi dei ricercatori di cui sopra, gli studiosi si sono posti di fronte al suicidio
non
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più come un tabù ma come un atto, se non naturale, almeno significativo nell'ambito del
contesto sociale in cui esso viene consumato.
L'integrazione dei metodi di osservazione (CIPOLLA 2004) consente di osservare da
angolazioni diverse aspetti del fenomeno consentendo una lettura più efficace della
complessità dello stesso, divenendo uno strumento descrittivo e interpretativo della
procssualità e dei meccanismi di funzionamento e di costituzione della relazione persona-
società.

La sociologia, dopo tutti questi ricercatori e studiosi, non ha più fatto oggetto di studi il
suicidio dagli anni 80 del secolo scorso.

Il problema definitorio, un tentativo di sistemizzazione

Definire cosa è il suicidio non è semplice, si potrebbe definire come rinuncia alla propria
esistenza , spesso attuata in modo non completamente consapevole, sopprimere se stessi in
stato di maggiore o minore alienazione da se stessi, togliersi la vita, troncare radicalmente la
propria utonomia affermandola nel contempo fino in fondo ecc. (CIPOLLA).

In riferimento ad alcune categorie di definizioni che introducono elementi utili per il processo
di sistemizzazione che si prova ad avviare, troviamo due grosse categorie, nella prima
troviamo tutte quelle definizioni che usano la parola suicidio come l'atto volontario di
uccidere se stessi, nella seconda quegli atti nei quali colui che li poneva in atto negava la
possibilità di rischio per la vita (es. Disturbi alimentazione, droga, guida ubriachi ecc).

La prima definizione è stata proposta da MORSELLI (1879), con lo studio di Durkheim


invece, egli definisce come suicidio ogni caso di morte direttamente o indirettamente
risultante da un atto positivo o negativo compiuto dalla stessa vittima pienamente
consapevole di produrre questo risultato.

Nella società contemporanea la migliore definizione per studiare cosa è il suicidio perchè
coniuga sia gli aspetti sociali che individuali di una persona è probabilmente "le condotte
intenzionali, libere e autonome attuate in risposta a determinate situazioni individuali o
sociali che procurano, direttamente o indirettamente la morte del soggetto agente".
(definizione non esaustiva per i continui cambiamenti della società).

Il suicidio è un comportamento deviante?

Il suicidio è stato da sempre considerato un comportamento deviante, tuttavia è palese che il


concetto di devianza non può essere considerato in assoluto ma in relazione alle aspettative
sociali che mutano. Questi aspetti non consentono di classificare in modo univoco il suicidio
come deviante.

Il suicidio non presenta i fattori dei comportamenti devianti, e pertanto non è da inserire nei
medesimi, considerando MERTON (1992) e le sue teorie sulla anomia e devianza, si può
evincere che ogni società si pone dei limiti, questi ultimi sono necessari per un
funzionamento stabile, sono ben delimitati e creano dissonanza tra i soggetti, questa
condizione crea spesso atteggiamenti di difesa i cui esiti non sono sempre positivi come nel
caso del suicidio.
Perciò dove sono minori le opportunità legittime di raggiungimento della meta proposta vi
sarà più probabilità di registrare il comportamento suicida.
In relazione al suicidio dsi fa riferimento alla "rinuncia", che è il più raro tipo di adattamento
e per questo si associa al suicidio.

Merton sosteneva che è la forma di adattamento assunta dalle persone che si rifutano di
raggiungere le mete culturali e allo stesso tempo non rispettano le norme istituzionali. Egli
diceva che queste persone sono "nella società ma non della società", ovvero si autoescludono
e il suicidio ne è uan forma.

Dunque normalmente non ne deriva un comportamento deviante e pertanto non si può


considerare tale il suicidio.

Oggigiorno il suicidio rappresenta una fuga da qualcosa di insostenibile per il soggetto,


condizione che non ha origine nell'individualità del soggetto me nel sociale di cui fa parte.
Anche i suicidi equivalenti non sono da considerarsi devianti perchè non ne hanno le
caratteristiche. È curioso pensare che lo studio del suicidio ha rappresentato l'affermazione
della sociologia come scienza (con lo studio di Durkheim), tuttavia questa scienza ha lasciato
lo studio di questo fenomeno ad altre discipline.

34 TECNICHE INVESTIGATIVE pag 447

Il crimine, in quanto fenomeno, è studiato dalle scienze crininologiche, ovvero viene


analizzato attraverso le conoscenze teoriche e pratiche ma in relazione solo all'individuo,
pertanto si occupa solo dl reato, del reo e della vittima, inquadra la devianza in modo
generale attraverso diverse scuole di pensiero con molteplici indirizzi interpretativi.

Al fine di controllare maggiormente il disagio, causa di devianza, emerge la necessità di un


maggiore coinvolgimento delle strutture pubbliche e private, anche per il recupero della
personalità deviante. Questa politica di riduzione del danno può essere attuata attraverso
molteplici attività di informazione in vari luoghi, scuole, discoteche, locali pubblici, strutture
per tossicodipendenti, centri di specializzazione per personale idoneo alla gestione del disagio
ecc.

È palese il fallimento della politica repressiva, dovuto al fatto che la maggior parte dei
crimini risulta irrisolta e il reo impunito, grazie anche alla lunghezza dei procedimenti
giudiziari.
Unica via di salvezza sembra essere la ricerca di un nuovo assetto sociale ed economico.
La criminalistica si occupa del crimine, essa è una scienza o un corpo dottrinale con nozioni
su più campi scientifici, non è ancora autonoma nè unitaria ma interdisciplinare.

É la fusione di metodi e tecniche di innumerrevoli discipline scientifiche, l'utilizzo di


moderni strumenti e procedure che costituiscono un insieme, questo insieme è definito
criminalistica.
Essa è lo studio delle tracce del delitto, ovvero risalire all'identificazione del reo, trae le sue
origini dalla medicina legale e dall'antropologia criminale. Grazie al progresso delle scienze
applicate e al sempre maggior uso delle indagini difensive, soprattutto dopo il 1989 (giusto
processo – parità tra accusa e difesa) ha sempre avuto maggior risalto.
In criminalistica l'attività più importante è il repertamento, la ricerca del vero tralasciando
tutto ciò che può essere giusto, le investigazioni e la ricerca della prova sono due cose
distinte.
Si può definire investigazione qualunque attività di studio, ricerca, analisi e rilevamento che
abbia a che fare con l'individuazione dell'autore di un crimine.

I fenomeni criminali sono stati studiati dalla storia grazie a strumenti propri della sociologia e
delle scienze criminologiche, vi sono state varie teorie e scuole di pensiero che possiamo
ricondurre ad Aristotele o a Cicerone, attraverso poi varie concezioni, giusnaturalistica,
relativistica ecc. Sono poi importanti i contributi tra gli altri di Lombroso.

Ricordiamo tra gli altri i seguenti contributi:

La teoria di Robert King MERTON (Filadelfia 5 luglio 1910- 23 febbraio 2003) sull'anomia,
ovvero l'assenza o mancanza di norme, assume un significato importante perchè identifica
nella disparità tra gli obiettivi che un individuo si pone e i mezzi a sua disposizione per
raggiungerli una condizione criminogena rilevante.

La teoria di SUTHERLAND, sulle associazioni differenziali (associazione di individui a


gruppi devianti) può costituire un altro importante fattore criminogeno.

Lo stesso Sigmund FREUD si è impegnato nello studio del crimine, attraverso il suo lavoro
emerge che per sua natura l'essere umano è antisociale, di conseguenza egli si adeguerebbe
alle situazioni per convenienza o timore. Freud individua la personalità come legata a tre
momenti particolari:

– ES, la parte istintiva;

 –  Super-IO, controllo e discernimento;


 –  IO, la possibilità di connettersi al mondo esterno;
Se l'istinto ha il sopravvento sulle regole sociali abbiamo comportamenti devianti.

George MEAD, divide la mente umana in tre comparti dipendenti tra loro:

 –  interazione di pensiero e sentimenti fra noi e gli altri;


 –  organizzazione degli input esterni con gli stimoli dell'organismo;
– la somma dei primi due non è altro che l'interazione fra individuo e coloro che lo
circondano;

David MATZA, definisce una tecnica psicologica intesa come "neutralizzazione della
norma" e che consiste nella giustificazione dell'azione deviante con il richiamo alle
scriminanti codoficate quali la legittima difesa, dalla negazione della responsabilità
assimilando la la propria azione a comportamenti comuni a tutti e alla inconsistenza
del danno provocato.

Fattori scatenanti

vi sono una serie di cause del comportamento illecito, tra queste:

o –  abuso di droga o alcool, soprattutto durante la fase adolescenziale;


o –  detenzione illegale di armi, facili da reperire;
o –  comportamente a rischio delle vittime, che si possono autoesporre al
rischio;
o –  opportunità di delinquere, grazie all'occasione o alla certezza
dell'impunibilità;
o –  intervento delle autorità macchinoso e lento.

Da tutte le premesse di cui sopra è possibile affermare che le tecniche


investigative nella lotta alla devianza non possono prescindere dall'analisi
socio-criminologica, proprio in funzione di quell'ambiente e delle persone che
possono interagire e interferire, positivamente o negativamente, sulla
commissione del crimine.

Una via di salvezza potrà essere la ricerca di un nuovo assetto sociale ed


economico, riferito in particolare alle condizioni di vivibilità (qualità della
vita), alla percezione della sicurezza, alla partecipazione al sistema di coesione
e integraizone sociale attraverso adeguate norme che tutelino sempre più i
nuovi diritti che sono la base per l'evoluzione della società.

35 TERRORISMO pag. 460

Definizione: uso non legittimo della forza ispirata da uno o più fattori (politico, religioso
etc.) che un gruppo organizzato di persone, che agiscono in clandestinità, mimetizzati nella
società, compie nei confronti di un bersaglio (governo, gruppo etnico, religioso etc.).
Possono essere attentati compiuti contro il bersaglio o contro la popolazione al fine di
esercitare pressione sul bersaglio; la rivendicazione è necessaria; talora possono essere
dimostrativi, senza cioè provocare danni alle persone.

Tassonomia del terrore

1. 1)  terrorismo rivoluzionario – Kropotkin sosteneva che:


a) l'azione violenta attira l'attenzione e comunica un messaggio politico;
b) la massa è ricettiva a questo tipo di messaggio politico;
c) si innesca una spirale di provocazione e reazione che porta la massa ad agire contro
il governo;
2. 2)  terrorismo di stato – l'organizzatore è un organo statuale o istituzionale; quando il
bersaglio è interno la campagna di violenza è organizzata per reprimere:
a) direttamente un gruppo politico;
b) delegittimando un gruppo o movimento politico oppure per attribuirgli la paternità
degli

attentati;
c) per terrorizzare e spingere all'emigrazione segmenti della popolazione appartenenti a un
determinato gruppo etnico;
d) per determinare uno stato di caos ed emergenza che faccia sorgere nella popolazione una
domanda di stato forte e autoritario per il ripristino dell'ordine e della sicurezza; se il
bersaglio è esterno lo scopo è direzionare la vita politica, sociale, economica di un altro stato.

3. 3)  Terrorismo politico
4. 4)  radicalizzazione violenta – il fenomeno che vede le persone abbracciare opinioni e
idee che

potrebbero portare ad atti terroristici (es: terrorismo a matrice fondamentalista)


5. 5)  terrorismo separatista – con lo scopo di separare un territorio di uno stato
dall'attuale

sovranità nazionale

Terrorismo in Italia

Lunga scia di violenza, dagli anni 70 ad oggi si contano più di 200 vittime e migliaia di feriti;
abbiamo avuto terrorismo politico, negli anni 90 stragismo mafioso, attentati da parte di
organizzazioni estere (1973 Fiumicino, Settembre Nero), con finalità separatiste (comitato
liberazione sud tirolo).

Organizzazioni terroristiche di tipo militare, con compartimentazione a cellule.


Alcune organizzazioni terroristiche di estrema sinistra hanno goduto di un clima sociale che
non condannava in blocco la lotta armata.
Gli ultimi attentati risalgono al 2002; gli epigoni delle BR sono stati tutti arrestati e
condannati in via definitiva.
Il terrorismo di estrema sinistra in Italia nasce nel 1970, prima Sinistra
Proletaria e poi BR con la scelta di perseguire la lotta armata. Bersagli delle BR sono Forze di
Polizia di Stato, dei Carabinieri, dell'antiterrorismo, dirigenti dell'industria, sindacalisti,
alcuni esponenti della DC, Magistrati, agenti di custodia, giornalisti.
Il terrorismo di estrema destra – principali gruppi furono: Avanguardia
Nazionale (1962- 1966 coinvolta nel golpe Borghese), Fronte Nazionale, Ordine Nuovo
(inchiesta di p.zza Fontana a Brescia 1969), Ordine Nero, Costruiamo l'azione (attentati al
carcere di Regina Coeli, al CSM e al Campidoglio), Terza Posizione, Nuclei Armati
Rivoluzionari.
Chi diventa un terrorista e perchè
sono state osservate alcune caratteristiche generali negli appartenenti ad OT: sentimento di
bisogno di appartenenza, ricerca di un'identità, sentimenti di ingiustizia per lo stato delle
cose, ricerca di uno status sociale, desiderio dell'azione.
L'ingresso in una OT è spesso graduale: dapprima una persona prova simpatia e fornisce
consenso, poi può fornire un supporto esterno, infine giunge a far parte dell'organico.
Borum ha identificato 4 fasi attraverso le quali idee estremiste conducono alla violenza:

1) presa di coscienza che esiste uno squilibrio nelle condizioni sociali e/o economiche (it's
not right)

2) tale squilibrio è considerato ingiusto e provoca risentimento e rabbia (it's not fair)
3) questa ingiustizia è attribuita ad un bersaglio: un gruppo di persone, una politica, una

nazione (it's your fault)


4) demonizzazione e disumanizzazione del bersaglio (you are evil), che giustifica e
facilita

l'aggressione

Malattia mentale e terrorismo

Non ci sono evidenze empiriche che associno in generale i terroristi ad una patologia.
Alcuni autori sostengono la tesi di un conflitto con le figure genitoriali e di un fallimento
della crescita psicologica e maturativa durante l'infanzia e l'adolescenza, ciò condurrebbe
all'ostilità contro le autorità e ad un grande sentimento di bassa autostima e autoefficacia.
Un altro approccio è quello delle teorie dell'apprendimento sociale. Il terrorista apprende
nell'ambiente che lo circonda ciò che il contesto sociale approva o disapprova, rinforzando i
propri

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comportamenti.
La psicologia sociale ha ben spiegato il funzionamento di soggetti appartenenti a piccoli
gruppi cementati da una forte ideologia senza ricorrere alla psicopatologia, con la
dissonanza cognitiva, il group think e la diffusione di responsabilità, la de-
individuazione. Da non sottovalutare il fenomeno dell'obbedienza all'autorità
la mancanza di senso di colpa e di rimorso è stata spiegata da Bandura attraverso 4 tecniche
di disimpegno morale:

1. 1)  si giustificano con l'immagine di salvatori che combattono l'ingiustizia;


2. 2)  attraverso la tecnica di spostamento di responsabilità verso il leader o altri membri
del gruppo, si presentano come funzionari che stanno semplicemente eseguendo gli
ordini del

capo;

3. 3)  minimizzano o ignorano la sofferenza reale della vittima;


4. 4)  disumanizzano le vittime (infedeli, strumenti del sistema, maiali, cani da guardia)

Terrorismo suicida

Possono essere compiuti in vari modi: con esplosivo, dirottando o sabotando mezzi di
trasporto; terribile sarebbe quello in cui un attentatore si inoculasse un virus letale per
infettare la popolazione. Non si può classificare come fenomeno soltanto di tipo religioso.
Kimhi e Even hanno delineato una tipologia di terroristi suicidi: il religioso, il vendicativo, lo
sfruttato, il sociale-nazionalista.

Taarnbay ha delineato 5 categorie di SB: il martire oppresso, l'arabo-afgano, il frustrato, il


vendicatore, lo sradicato.

Il futuro del terrorismo

L'occidente potrebbe trovarsi a fronteggiare due tipi di minacce terroristiche:


1. la prima da parte di organizzazioni indigene, laiche e non fondamentaliste, mosse da
sentimenti di rabbia, di rivendicazione, di giustizia sociale nei confronti di coloro che sono

percepiti come responsabili del dissesto economico finanziario etc;


2. la seconda da parte del terrorismo fondamentalista islamico (ma anche xenofobo)

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nociva di un soggetto X verso un soggetto Y non consenziente.
Il fenomeno è analizzabile sia sotto la dimensione macro sociale che quella micro sociale.

Nella prima troviamo le guerre, i crimini contro l'umanità etc., nella seconda la violenza
domestica, fisica, tra gruppi, contro le donne e la violenza psicologica, presente in tute le
sopracitate categorie.

Non è sempre necessario che ci sia conflitto, a volte la violenza si scatena con causa, altre
sine causa.

La violenza di genere

La violenza di genere è riconosciuta a livello internazionale come una violazione dei diritti
umani, un danno oscuro contro l'umanità, un fenomeno difficile da eradicare e facente parte
di una complessità sociale difficilmente leggibile.

Le numerose ricerche sulla violenza definiscono un frame sociale che si allarga a macchia
d'olio: dalle aree urbane a quelle periferiche, in modo eterogeneo rispetto alla stratificazione
social di appartenenza, istruzione, etnia etc., senza riuscire ad identificare situazioni, persone,
eventi potenzialmente violenti.

VIOLENZA pag. 477


La violenza assume una connotazione prevalentemente orientata alla prevaricazione
aggressiva e
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La violenza di genere rappresenta anche un problema di salute pubblica, laddove le istituzioni


socio sanitarie devono confrontarsi con il territorio per attivare politiche di contrasto alla
violenza stessa.

La sociologia della salute (studi della Lolli) è giunta a due contesti di spendibilità disciplinari:
uno in cui si rintracciano politiche di tipo preventivo, l'altro di tipo curativo.

I dati ISTAT (2007) evidenziano tre diverse classificazioni relative alla violenza verso le
donne: violenza fisica, sessuale e psicologica.

La prima, caratterizzata dal timore di essere colpite fisicamente, la seconda relativa alla
violenza sessuale, la terza, caratterizzata da umiliazioni, intimidazioni, meccanismi di
isolamento o stalking.

Amnesty International aggiunge anche come grave violenza anche la privazione delle risorse
(controllo del reddito, appropriazione del salario, negazione dell'accesso all'educazione, etc.)

Il 95% delle donne che subiscono violenza in ambito domestico non denunciano l'aggressore.

Parlamento Europeo – 2004 – Progetto Daphne: per combattere la violenza contro bambini,
giovani, donne e per proteggere vittime e gruppi a rischio.
Tra le violenze di genere ricordiamo la violazione sulla psiche o sul corpo delle donne: le
spose bambine, i delitti d'onore, le donne acidificate, lapidate o sottoposte a mutilazioni
genitali.

La violenza domestica

Colpisce tutte le appartenenze sociali; non esiste uno stereotipo della persona violenta per
antonomasia.

Spesso l'offensore domestico è colto, affascinante, carismatico, affermato nel lavoro, non
porta le stimmate del proprio comportamento violento, che agisce soltanto nel contesto
familiare.

I più colpiti sono le donne e i bambini, con una crescita del fenomeno sugli anziani, questi
ultimi subiscono in maggior misura violenze psicologiche e prevaricazioni.

37 VITTIMOLOGIA pag. 490

La vittima del reato è stata a lungo dimenticata, scontando prima l'attenzione rivolta dalla
Scuola Classica di diritto penale al fatto-reato e, successivamente, l'interesse della Scuola
Positiva di criminologia verso il delinquente.
La Scuola Classica di diritto penale aveva considerato la società nel suo insieme come parte
offesa dal fatto delittuoso, trascurando colui che in modo diretto aveva subito il danno,
mentre l'approccio positivista in abito criminologico indicava addirittura il reo come vittima,
richiedendone, ove possibile, il trattamento e la cura.

Solo con la nascita della vittimologia viene conferita un'attenzione specifica alla vittima.
La vittimologia nasce a metà del secolo scorso, grazie a Von Hentig, il quale, in fuga dalla
Germania, trova rifugio negli Stati Uniti.
La prima vittimologia è ben lontana dall'affermare la non colpevolezza della vittima di reato,
anzi ne enfatizza la corresponsabilità, invocando, ad esempio, la presenza di tratti specifici
che predisporrebbero il soggetto ad un concreto rischio di vittimizzazione.
Secondo Mendelsohn vi era una correlazione di colpevolezza tra vittima e reo; si deve
all'ultima produzione di questo autore l'idea di una vittimologia indipendente dalla
criminologia, dal diritto e dalla psicologia, interessata invece a tutti coloro che versano in
condizioni di sofferenza, indipendentemente dal fatto che questa sia l'esito di un'azione
delittuosa: quindi una vittimologia globale.
La vittimologia non rappresenta una scienza a favore della vittima, bensì una disciplina che
ha come oggetto di interesse colui che ha patito un danno; essa evidenzia l'esigenza di
prevenzione e sicurezza non solo incentrate sulla personalità del reo, ma che tengano in
considerazione anche la

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realtà sociale entro le quali si muovono le vittime reali e potenziali; le vittime appaiono
quindi, in quanto deboli e vulnerabili, i soggetti verso i quali indirizzare interventi mirati a
diminuire il rischio vittimizzazione.

Una disciplina dai molti volti


La vittimologia è quella disciplina che studia la vittima.
I pari fondatori furono Hentig (scienza legata alla criminologia) e Mendelsohn (disciplina a
sè stante indipendente da criminologia e diritto)
Oggi individuiamo tre diversi indirizzi verso i quali si sono indirizzati nel tempo i principali
contributi in materia: vittimologia criminale - generale e clinica
La V. Criminale (positivista): branca della criminologia che si occupa della vittima
diretta di un crimine, guardando la personalità dell'offeso, i suoi tratti biologici, psicologici e
morali, le sue caratteristiche socio culturali, le sue relazioni con il criminale etc. Assume un
ruolo centrale nella prevenzione del crimine.
La V. Generale: capace di operare di concerto con altre discipline, interessandosi a tutti
i soggetti in condizioni di sofferenza, indipendentemente dalla presenza di un reato
(malgoverno, ingiustizia sociale). Assume lo scopo di prevenire la vittimizzazione abbattendo
le barriere sociali. La V. Radicale ha l'obbiettivo di rimuovere la vittimizzazione nascosta,
disvelando le sacche di emarginazione sociale tollerate dal sistema. V. Generale e radicale si
sovrappongono alla V. Umanistica, che pone al centro della propria attenzione la tutela dei
diritti umani violati anche dal sistema.
La V. Clinica rivolge il proprio interesse alla prevenzione della vittimizzazione, alla cura
e al trattamento delle conseguenze in termini psichici, fisici e sociali. È sviluppato
prevalentemente da medici, psichiatri, psicologi e sottolinea la necessità di programmi di
prevenzione rivolti a tutti ma, in particolar modo, a coloro che hanno già patito un danno,
rischiando di subirne di nuovi. Esprime la necessità di centri a sostegno delle vittime, anche
per il trattamento di "disturbo post traumatico da stress", di "modificazione duratura della
personalità dopo un'esperienza catastrofica", di "senso di colpa della vittima" e di "colpa da
sopravvivenza", trattando inoltre della "sindrome di Stoccolma", della "vittimizzazione
multipla". Riguardo quest'ultima, l'evidenza empirica ha dimostrato come alcuni individui
siano, nel tempo, a forme di vittimizzazione ed episodi negativi ricorrenti. Ciò ha fatto
ipotizzare un disturbo di personalità che spinge verso comportamenti imprudenti, negligenti
o, addirittura, caratterizzati da vera e propria provocazione, dovuti in genere a scarsa
autostima o ad un pronunciato senso di colpa. Classificato come " disturbo autofrustante di
personalità" nel DSM IV TR.

La vittima: per una definizione sociologica del processo di


vittimizzazione

trattando di vittime va segnalato il rischi dell'adesione ad un ruolo anche negativo, stante il


possibile adeguamento dell'immagine di sé ad uno stigma capace di confinare il soggetto
entro comportamenti di isolamento e autoesclusione.
Lo status di vittima si connota entro un processo di 4 stadi successivi i quali, tuttavia, non
implicano il passaggio automatico dall'uno all'altro. I 4 stadi sono ambiti di indagini nei quali
la vittimologia deve approfondire i propri studi.

Il primo momento individuato è costituito dalla presenza di un danno, da una condizione


di sofferenza, di maltrattamento psicologico, di vessazioni morali (ardui da identificare).
Il secondo: riconosciuto il danno è necessario sapersi "vedere" come persona che ne è
vittima, non sempre cosa facile in quanto bisogna saper riconoscere come ingiusto e
immeritato quanto sta accadendo.

La vittima può arrivare a ritenersi responsabile degli accadimenti, incorrendo anche in


meccanismi difensivi psichici automatici ed inconsci, atti a permettere al soggetto di
fronteggiare una situazione particolarmente dolorosa e angosciante.
Riconoscersi come persona che subito un danno significa aprirsi al terzo stadio, relativo
al "fare", cioè a prendere iniziative in merito alla propria vicenda (confidarsi, vie legali,
denunciare etc.)

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intervengono molte variabili: sfiducia nel sistema giudiziario, ammontare o gravità percepita
del danno, relazioni col reo, prestigio e status dei coinvolti, timore del ridicolo, del biasimo
sociale, dell'umiliazione pubblica, di ritorsioni o vendette.
La realizzazione del terzo è condizione indispensabile per il passaggio al quarto stadio,
nel quale il soggetto ottiene il riconoscimento della propria condizione da parte delle
istituzioni e della collettività ottenendo giustizia e ricevendo sostegno finanziario, materiale
psicologico, emotivo. Qualora il soggetto non veda accolta la legittima richiesta di
riconoscimento rivolta alle istituzioni e alla collettività, ne deriva un processo di
"vittimizzazione secondaria", evento doloroso, frustante e umiliante. È evidente che il
processo di vittimizzazione non si esaurisce nel momento in cui si compie l'evento dannoso,
ma può estendersi nel tempo in funzione delle risorse del soggetto e e delle capacità del
contesto sociale di rispondere adeguatamente alle sue nuove esigenze.

Conclusioni

La vittimologia ricerca e analizza le cause che hanno condotto all'evento dannoso, includendo
anche il possibile ruolo svolto dalla vittima.
Secondariamente, in ambito di prevenzione e intervento, vengono definite le strategie volte
all'evitamento dell'instaurarsi di situazioni vittimizzanti e predisposti gli strumenti per la cura
ed il trattamento di chi versa in condizioni di sofferenza.

Émile Durkheim

Émile Durkheim (Épinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917) è stato un


sociologo, antropologo e storico delle religioni francese.

La sua opera è stata cruciale nella costruzione, nel corso del XX secolo, della sociologia e
dell'antropologia, avendo intravisto con chiarezza lo stretto rapporto tra la religione e la
struttura del gruppo sociale. Durkheim si richiama all'opera di Auguste Comte (sebbene
consideri alcune idee comtiane eccessivamente vaghe e speculative), e può considerarsi, con
Karl Marx, Vilfredo Pareto, Max Weber, Georg Simmel e Herbert Spencer, uno dei padri
fondatori della moderna sociologia. È anche il fondatore della prima rivista dedicata alle
scienze sociali, L'Année Sociologique, nel 1898.

Biografia

Nasce in una famiglia modesta ma erudita di ebrei praticanti e, anche a causa delle
responsabilità derivategli dalla morte del padre, rabbino, avvenuta quando lui non era ancora
ventenne, sviluppa un carattere impegnato e severo e la convinzione che al progresso
intellettuale gli sforzi e le sofferenze contribuiscano più delle situazioni piacevoli.
L'esperienza di vita di Durkheim è fortemente condizionata dalla sconfitta della Francia
contro la Prussia e gli altri stati tedeschi (Guerra franco-prussiana del 1870-71), infatti a
seguito di questa l'Alsazia, terra di origine dei Durkheim, passò alla Germania. A seguito di
ciò il padre di Émile, per non divenire suddito germanico, si trasferì a Parigi. Fu qui che il
futuro sociologo iniziò i suoi studi.

I suoi successi scolastici gli consentono di accedere all'École Normale Supérieure, dove
studia filosofia. In questo periodo conosce Jean Jaurès, futuro leader del Partito Socialista
Francese, come lui mosso da principi etici rivolti ai problemi della società. Nel 1882
consegue l'Agrégation de philosophie e fino al 1887 insegna in scuole secondarie di Sens,
Saint-Quentin e Troyes. Ottiene quindi un insegnamento all'Università di Bordeaux dove
diventa professore di filosofia sociale e rimane fino al 1902. Successivamente passa alla
Sorbona, dove diventa ordinario nel 1906 e dove si occupa con grande impegno di iniziative
volte al miglioramento degli insegnamenti.

Lo scoppio della prima guerra mondiale, la morte del suo unico figlio sul fronte balcanico e
le accuse dei nazionalisti, che gli rinfacciano di essere di estrazione tedesca e di
insegnare una disciplina straniera, abbattono il sociologo e lo gettano in un grave stato
emotivo, preludio di un ictus che ne causa la morte nel 1917.

Pensiero di Durkheim Metodologia

Nella teoria di Émile Durkheim i fatti sociali costituiscono l'oggetto della ricerca
sociologica. È considerato fatto sociale

« qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una


costrizione esteriore; o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data
società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni
individuali. »

(Le Regole del Metodo Sociologico, 1895)


In altre parole: "I fatti sociali consistono in modi di agire, di pensare e di sentire esterni

all'individuo, eppure dotati di un potere di coercizione in virtù del quale si impongono su di


lui". Sono quindi aspetti della vita quotidiana (e sociale, per l'appunto), "rappresentazioni
psichiche collettive", sovraindividuali e coercitive, che coinvolgono un gruppo sociale. Sono
sintesi di fattori individuali, ma non la somma di essi. Il potere coercitivo del fatto sociale si
esprime in norme, consuetudini, idee collettive, etc.

In Le regole del metodo sociologico (1895) Durkheim espresse la sua volontà di


stabilire un metodo che stabilisse il carattere scientifico della sociologia. Tale metodo non
sarebbe stato, però, quello matematico-sperimentale; la sociologia dovrebbe quindi essere
metodologicamente autonoma. Durkheim è convinto che la realtà sociale possa essere
adeguatamente interpretata soltanto se si è capaci di uscire dal recinto della speculazione
teorica per immergersi nell'indagine empirica. Il sociologo, inoltre, deve liberarsi dei suoi
preconcetti e studiare i fatti sociali come un osservatore esterno. L'osservazione dev'essere
maggiormente imparziale e impersonale possibile, anche se un'osservazione completamente
oggettiva non può mai essere ottenuta. Un fatto sociale dev'essere sempre studiato secondo la
sua relazione con altri fatti sociali; la sociologia dovrebbe privilegiare la comparazione allo
studio di fatti singolari indipendenti.
Durkheim è convinto che la sociologia abbia una funzione concreta di diagnosi e cura dei
mali della società, proponendo soluzioni per la "guarigione" analogamente a quanto avviene
da parte della medicina per la cura delle malattie; l'organicismo di Durkheim, tratto
fondamentale del suo pensiero, incanalerà poi gli studi del semiologo inglese Herbert
Spencer, che di fatto con Durkheim vedeva il sistema sociale come un essere vivente
autonomo. I fenomeni sociali devono essere analizzati con una visione olistica, non
singolarmente ma come parti di un tutto, allo stesso modo di come avviene per lo studio
biologico di un organismo vivente. Sotto questo aspetto la società è qualcosa di più della
somma delle sue parti, cioè degli individui.

Coniato come motto del proprio approccio il principio: "Studia i fatti sociali come
cose!", Durkheim presta attenzione allo studio rigoroso degli oggetti e di qualunque evento
della società. Durkheim considera i valori e i costumi come un tessuto connettivo per la
società.

Vi sono alcune regole per studiare i fatti sociali, tra cui la necessità di definire in maniera
rigorosa il fenomeno preso in considerazione, assumendo come oggetto i fenomeni
precedentemente definiti. Inoltre è necessaria la distinzione tra giudizi di fatto, ovvero la
constatazione dei valori oggettivi, e i giudizi di valore, ossia i valori soggettivi.

Un altro passo importante è quello di distinguere i fatti sociali in:

 Normali = fatti diffusi che coincidono con la fisiologia dell’essere sociale


 Patologici = fatti che subiscono modifiche e che non sono comuni
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Si parla inoltre di anomia, ovvero l’assenza di leggi che regolino la società. Esistono due
criteri fondamentali per vedere se un fatto è normale o patologico: 1. Criterio della
diffusione: verificare quanto è diffuso il fatto 2. Criterio dell’osservazione: osservare il livello
di sviluppo della società

Il reato. Durkheim afferma che se un fatto è diffuso, viene considerato normale. Il reato
esiste da sempre, perciò esso ha a che fare con la fisiologia della società; quando un elemento
è diffuso diventa utile e funzionale nella dinamica della società; se tutti interiorizzassero i
valori e le regole, la società risulterebbe statica. Per ogni reato si infligge una pena poiché si
sono violate le coscienze collettive: in principio era il sovrano che determinava la pena, ma
con l’avvento dell’illuminismo è arrivata la pena retributiva, cioè pari all’importanza del
reato. La funzione deterrente consiste nello scoraggiare le persone a compiere reati; l’aspetto
retroattivo tra causa e funzione consiste nel fatto che una norma esiste nella misura in cui
viene somministrata la pena.

Costruzione dei tipi sociali. Esistono due correnti riguardanti la costruzione dei tipi
sociali: alcuni sostengono che i fatti sociali siano unici (ogni fatto ha una sua specificità); altri
che l’elemento essenziale è l’uomo (quindi gli accadimenti sociali sono secondari mentre
l’uomo è essenziale). Per D. la tipizzazione è utile: non basta solo osservare i fatti, ma è utile
costruire i tipi sociali per interpretare i fenomeni.

Per creare i tipi sociali occorrono 3 elementi: 1. La natura degli elementi 2. Il numero degli
elementi 3. Il modo di combinarsi di questi elementi
Essi sono semplici e non scomponibili in parti più piccole: secondo D. possiamo conoscere i
tipi sociali partendo dalla cellula, ossia dalla società più semplice. L’aggregato sociale più
semplice è il clan, poiché è una società a segmento unico, priva di articolazioni interne. Per
spiegare un fenomeno sociale bisogna ricercare la causa che lo produce e la funzione che esso
svolge.

Durkheim critica un autore del tempo, Mill, il quale sosteneva che un effetto è prodotto da
più cause, mentre per D. un fatto è prodotto da una sola causa (cioè, per D. la causalità è
necessaria); inoltre, esiste un rapporto di reciprocità tra causa ed effetto. La causa dei
fenomeni va ricercata nel rapporto tra sistema e ambiente; quest’ultimo si divide in: ambiente
interno (dove vanno ricercate le cause dei fenomeni), ambiente esterno (le altre società, la sua
funzione è non causale). La causa dei fenomeni va ricercata nell’ambiente interno contiguo.
L’analisi delle condizioni storiche non determina la causa, essa si collega all’effetto grazie
anche alla crisi del tradizionalismo etico. Amministrazione della prova; cioè, tutte le
spiegazioni hanno bisogno di un controllo e la verifica avviene attraverso un esperimento
dato dal metodo comparativo.

La società e la coscienza collettiva

La seconda opera di D. è “La divisione del lavoro sociale”, dove Durkheim introduce il
termine "coscienza collettiva" per indicare l'insieme delle credenze e dei sentimenti comuni
alla media dei membri di una società e spiega che per capire la società bisogna partire da un
gruppo di organismi legati da vincoli di solidarietà.

Le prime distinzioni di D. riguardano le società semplici (non composte da ulteriori parti) e le


società complesse (divisione del lavoro e processo di differenziazione sociale).

• Società semplici

Si basano su una forte similitudine tra gli individui, poiché non esiste una differenziazione
ma una grande e onnipresente coscienza collettiva, che è la causa della solidarietà meccanica
(rapporto immediato tra individuo e società). In questa fase storica vi è il diritto repressivo,
che quando viene violato prevede una pena perché causa un danno alla collettività (sacra); D.
è inoltre convinto della natura morale della società, ovvero la trascendenza del sé a vantaggio
del sociale.

• Società complesse
Il passaggio dalla società semplice a quella complessa è segnato dalla divisione del lavoro:
quando

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la popolazione cresce, nasce la differenziazione del lavoro per evitare la concorrenza; la


solidarietà è organica (la stessa solidarietà che esiste tra le parti di un organismo), il diritto è
repressivo
e privato, ossia lo stato lascia ai singoli libertà dai vincoli.

Per quanto riguarda gli studi sull'economia, egli analizza soprattutto la divisione del lavoro,
ovvero il farsi strada di differenze sempre più complesse e influenti tra le varie posizioni
occupazionali. Pian piano, il lavoro viene considerato da Durkheim come il principale
fondamento della coesione sociale, ancora prima della religione. Inoltre, con la divisione
delle attività, gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, perché ognuno
ha bisogno di beni forniti da coloro che svolgono un lavoro diverso dal proprio. Secondo
Durkheim, la divisione del lavoro prende gradualmente il posto della religione come
principale fondamento della coesione sociale.

Lo studio del suicidio

Uno degli studi più famosi di Durkheim riguarda il suicidio (Il suicidio. Studio di
sociologia - 1897): pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a incurabile
infelicità personale Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano
un'influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli
equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori.

Durkheim scarta le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico; ammette che vi possa essere
una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma la forza che determina il
suicidio non è psicologica, bensì sociale. Elenca i modi di suicidio in quattro tipi:

 il suicidio egoistico si verifica a causa di una carenza di integrazione sociale.


Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato
che in presenza di legami sociali forti (appartenenza a comunità religiose,
matrimonio, ecc.) il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo
Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale
l'individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.
 il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto
sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l'imperativo sociale (ricordiamoci che
per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c'è la
vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto
marito, o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non
salvarsi e di morire affogando insieme alla nave.
 il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei
suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di
sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.
 il suicidio fatalista, è tipico di un eccesso di regolamentazione, di una sorta di
dispotismo morale esercitato dalle regole sociali, di un eccesso di disciplina che
chiude gli spazi del desiderio, come avveniva nel Giappone feudale quando i Samurai
si suicidavano per lavare col sangue l'onta di un'umiliazione o di una sconfitta.

La corrente suicidogena come Durkheim l'ha chiamata, presuppone anche un


coefficiente di preservazione, cioè delle condizioni soggettive che diminuiscono o
aumentano la probabilità del suicidio. Per esempio, Durkheim ha notato che i cattolici
hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si
suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più
alto rispetto alle nubili; tuttavia, in questo caso, superata una certa età, il coefficiente
di preservazione si tramuta nell'opposto, divenendo così coefficiente di aggravamento,
in quanto le donne di età avanzata non sono più soddisfatte dall'avere un marito,
quanto dall'avere dei figli.

La religione
Determinante è stato il suo influsso nella ricerca della storia delle religioni: individuò
infatti negli elementi del religioso l'espressione della volontà sociale, che si
concretizza nel concetto di sacro (inteso come "separato" dalla realtà che gli si
oppone, il profano). Durkheim analizza la religione ne Les Formes
élémentaires de la vie religieuse (Le forme elementari della vita
religiosa, 1912), in cui la religione viene descritta come "cosa eminentemente
sociale". Quando un certo numero di cose sacre sono in rapporti di coordinazione e
subordinazione per costituire un’unità, il sistema di riti e credenze costituisce una
religione.

Durkheim definisce la religione come "un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a
cose sacre, cioè separate e interdette, le quali uniscono in un'unica comunità morale, chiamata
Chiesa, tutti quelli che vi aderiscono." Essendo l’idea di religione inseparabile dall’idea di
chiesa, Durkheim ne deduce che la religione deve essere una cosa eminentemente collettiva.
In questa definizione Durkheim evita riferimenti al soprannaturale o a divinità. Non tutte le
religioni, infatti, presentano il soprannaturale, né tutte presentano divinità, che sono infatti
assenti nel Buddismo e nel Giainismo.

I fenomeni religiosi si collocano in due categorie fondamentali: le credenze e i riti. Le prime


sono stati d'opinione, e consistono di rappresentazioni, i secondi costituiscono tipi determinati
di azione. Le rappresentazioni religiose costituiscono rappresentazioni collettive che
esprimono delle realtà collettive; i riti costituiscono modi di agire che sorgono in mezzo a
gruppi costituiti e sono destinati a suscitare, a mantenere o a riprodurre certi stati mentali di
questi gruppi.

L'aspetto caratteristico del fenomeno religioso è il fatto che esso presuppone sempre una
divisione dell'universo conosciuto e conoscibile in due generi che comprendono tutto ciò che
esiste, ma che si escludono radicalmente: sacro e profano.
Le cose sacre sono quelle protette e isolate dalle interdizioni; le cose profane sono invece
quelle a cui si riferiscono queste interdizioni, e che debbono restare a distanza dalle prime.

Le credenze religiose sono rappresentazioni che esprimono la natura delle cose sacre e i
rapporti che essi hanno tra loro e con le cose profane.
I riti sono infine regole di condotta che prescrivono il mondo in cui l'uomo deve comportarsi
con le cose sacre. Il rito è l’azione sacra per eccellenza.
Ci accorgiamo che c’è il rito dall’interdizione; non ci si può comportare nello stesso modo
nel mondo profano. Il rito esprime la divisione, opposizione e non contrapposizione del sacro
dal profano, soprattutto in spazio e tempo. I riti sono anzitutto i mezzi con cui il gruppo
sociale si riafferma periodicamente; la società usa i miti per formarsi.

La magia è costituita anch'essa da credenze e da riti. Come la religione, essa ha i suoi miti e
le sue credenze; ha le sue cerimonie, i suoi sacrifici, le sue preghiere, i suoi canti e le sue
danze. Gli esseri che invoca il mago, le forze che egli mette in opera, non soltanto hanno la
stessa natura delle forze e degli esseri a cui fa appello la religione, ma spesso sono del tutto
identici. La magia è però in opposizione o in lotta con la chiesa. Essendo per sua natura una
pratica privata e quasi segreta, la magia non può essere paragonata alla religione, che è un
fenomeno sociale e prettamente collettivo.

Critiche alla teologia


1. Critica all’idea teologica che spiega un fatto con la funzione che assolve, in questa
tendenza si pensa alla società come a una serie di soggetti; Durkheim afferma che
l’associazione (fatto- funzione) è produttiva ma non riconducibile al solo essere umano.

2. Un fatto A si spiega con un fatto X che lo precede e lo determina meccanicamente, per D.


in sociologia la spiegazione deve essere causale, la causa determina l’effetto, un aggregato di
elementi determina un fatto sociale.

Visione d'insieme

Pur se oggetto di varie confutazioni, anche da parte dei suoi continuatori come il nipote

Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss, Durkheim ha segnato una tappa fondamentale


all'interno del panorama della sociologia contemporanea.

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Le teorie di Durkheim fanno parte delle teorie olistiche, che considerano la società come un
organismo indipendentemente dai singoli elementi che la compongono. Per questo non
considera affatto la situazione psicologica degli attori sociali considerandoli come elementi
funzionali al mantenimento del sistema stesso. Il sistema deve preservarsi sia dai mutamenti
interni, dovuti alle forze centrifughe che portano ad uno spostamento degli elementi verso
l'esterno, e dai mutamenti esterni dovuti alle forze perturbatrici che minano l'ordine del
sistema. Durkheim attribuisce un valore assoluto alle strutture cristallizzate e cristallizzanti
dell'organismo sociale considerando tutto il resto funzionale al mantenimento dell'equilibrio
di tale organismo. A tal proposito non attribuisce la responsabilità delle correnti suicidogene
alle strutture sociali che non si presentano in grado di svilupparsi parallelamente all'emergere
dei bisogni degli individui, ma attribuisce la responsabilità del suicidio ad una scarsa
integrazione dei singoli attori all'ordine del sistema, senza pertanto analizzarlo come un
problema derivante da uno stato psicologico, bensì da una scarsa capacità di porsi in linea con
le dinamiche del sistema.

Opere

 La scienza positiva della morale in Germania (La science positive de


la morale

en Allemagne), 1887

 La divisione del lavoro sociale (De la division du travail social), 1893


 Le regole del metodo sociologico (Règles de la méthode
sociologique), 1895
 Il suicidio. Studio di sociologia (Le Suicide, étude de sociologie), 1897
 Rappresentazioni individuali e rappresentazioni collettive
(Représentations individuelles

et représentations collectives), 1898

 L ́educazione morale (L'éducation morale), 1903


 Le forme elementari della vita religiosa (Les formes élémentaires de
la vie religieuse), 1912
 La sociologia e l'educazione (Education et Sociologie), 1922
 Sociologia e filosofia (Sociologie et Philosophie), 1925
 L'evoluzione pedagogica in Francia (L'évolution pédagogique en
France), 1938
 La scienza sociale e l'azione (La Science sociale et l'Action), 1970