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UNIVERSIT DEGLI STUDI DI FIRENZE FACOLT DI PSICOLOGIA CORSO DI LAUREA IN SCIENZE E TECNICHE DI PSICOLOGIA GENERALE E SPERIMENTALE

I giochi del familiare dipendente Dinamiche di dipendenza patologica tra analisi sistemica e analisi transazionale

Relatore: prof. Sandro Candreva Correlatore: dott.sa Cristina Innocenti Candidato: Giovanni Bertoni (n. matricola: 4024434)

A.A. 2006/2007

I GIOCHI DEL FAMILIARE DIPENDENTE


DINAMICHE DI DIPENDENZA PATOLOGICA TRA ANALISI SISTEMICA E ANALISI TRANSAZIONALE

Sommario

INTRODUZIONE ............................................................................................................................................ 3 IL PARADIGMA FAMILIARE ..................................................................................................................... 5 IL PAZIENTE DESIGNATO ................................................................................................................................ 6 La designazione ........................................................................................................................................ 6 LE DIPENDENZE PATOLOGICHE .......................................................................................................... 16 La famiglia nella societ ........................................................................................................................ 19 FAMIGLIA E TOSSICODIPENDENZA .................................................................................................... 21 I RIFUGI DELLA MENTE: LA TOSSICOMANIA COME AUTOTERAPIA ............................................................. 23 LA TIPOLOGIA .............................................................................................................................................. 24 CONTRIBUTI DELLANALISI TRANSAZIONALE .............................................................................. 29 ANALISI TRANSAZIONALE: INTRODUZIONE .................................................................................................. 29 IL COPIONE PSICOLOGICO: LIO TRANSFERENZIALE ...................................................................................... 30 IL GIOCO PSICOLOGICO ................................................................................................................................ 36 L a genesi dei giochi ............................................................................................................................... 36 La funzione dei giochi ......................................................................................................................... 37 L'importanza dei giochi .......................................................................................................................... 37 SAPER USCIRE DALLE CONSUETUDINI FAMILIARI....................................................................... 39 VERSO LA DIFFERENZIAZIONE: TRA APPARTENENZA E SEPARAZIONE ................................................ 39 I miti ....................................................................................................................................................... 40 Il taglio emotivo ..................................................................................................................................... 41 PROGRAMMA TERAPEUTICO ......................................................................................................................... 41 Contributo Analitico-Transazionale....................................................................................................... 42 Contributo sistemico .............................................................................................................................. 43 RIFLESSIONI................................................................................................................................................ 46 PARELLELI TRA I MODELLI .................................................................................................................. 46 CONCLUSIONI ......................................................................................................................................... 47 BIBLIOGRAFIA ........................................................................................................................................... 49

INTRODUZIONE
Le osservazioni che ispirano questo lavoro nascono dalla personale esperienza allinterno di un comunit multifamiliare (gruppo di auto-aiuto) organizzata secondo il metodo ecologico-sociale di Wladimir Hudolin nel trattamento di problematiche alcolcorrelate: i Club di Alcolisti in Trattamento. L'alcolismo considerato uno stile di vita e il trattamento di questa dipendenza non viene identificata con la cura in senso tradizionale, sia perch la persona che presenta tali problemi non un malato, sia perch, coerentemente con una visione circolare e sistemica, qualsiasi cambiamento che si verifichi ad un livello avr ripercussioni anche sugli altri. Una delle peculiarit pi interessanti di questi gruppi, centrale anche nel trattamento di altre dipendenze (ad es. come dimostra lesperienza di Campoformio per quanto riguarda il gioco dazzardo), sta proprio nella particolare attenzione rivolta alla famiglia del bevitore. Riunite insieme, le famiglie hanno la possibilit di comunicare, lavorano per raggiungere l'astinenza dall'alcol e dalle altre droghe e per migliorare il proprio stile di vita, si impegnano a mantenere il Club sempre aperto verso l'esterno per garantire la comunicazione, lo scambio e la crescita (Guidoni, Tilli, 2004). Limpatto emozionale decisamente coinvolgente delle riunioni settimanali e i dati statistici sulla efficacia nella prevenzione delle ricadute nella spirale della dipendenza portano la riflessione sul coinvolgimento della famiglia in questo tipo di dinamiche sia in termini eziologici che prognostici.

Questo elaborato si propone di esplorare le dinamiche della dipendenza patologica in relazione al sistema famiglia; verr quindi adottata una prospettiva di base che permetta la descrizione del fenomeno allinterno della cornice sistemico-relazionale. Verranno considerati in tale prospettiva i concetti chiave di paziente designato e di dipendenza patologica, per passare poi allanalisi della tossicodipendenza nella famiglia, essendo questo fenomeno largamente studiato e comunque sovrapponibile ad altri comportamenti dipendenti (Caretti, 2005). Lontani dalla pretesa di essere esaustivi, si vuole costruire una ricerca sulle origini della disfunzionalit che, ad una descrizione superficiale, appare interessare un singolo

individuo, mentre in realt si scopre implicare relazioni particolari e, in ogni caso, si rivela coinvolgere e quindi condizionare lintera famiglia. Nel percorso che ci guida alla riflessione, affianco allapproccio sistemico, sar considerata la prospettiva analitico-transazionale. Per comporre il quadro finale ci serviremo di concetti specifici di questo approccio quali quello di copione, di gioco psicologico e quello di carezze. Con il presente lavoro, ci si propone di individuare inoltre la direzione dei meccanismi risolutivi e le risorse interne che possono essere innescate dal sistema famiglia stesso, atte a sbloccare le abitudini disadattive che impediscono il cambiamento.

IL PARADIGMA FAMILIARE
Secondo una leggenda ind in cima al palazzo del dio vedico Indra, c una rete di gemme disposte in modo tale che se se ne osserva una si vedono tutte le altre riflesse in essa. Linsieme va a comporre un complesso reticolo in cui ogni punto, ogni elemento, vive di tutto linsieme.

Tutti i modelli di terapia familiare sono di natura sistemica dal momento che riconoscono linterconnessione dei fenomeni individuali, familiari e sociali. Con levoluzione del pensiero, si assistito ad una radicale modificazione dei parametri teorici originari in tutti i modelli della psicoterapia familiare, essi possono quindi differire riguardo ad una molteplicit di aspetti (Madanes e Haley, 1977). La patologia diventata la faccia complementare della normalit. Si assegna al sintomo un significato positivo, quale esperienza di individuazione, crescita, mezzo utile al sistema per raggiungere sue finalit ecc. Esso costituisce il conflitto stesso, lincapacit, il tentativo di risolvere il problema in atto. Mentre losservatore fa distinzione tra normale e patologico i sistemi si comportano in modo coerente alla loro organizzazione. Keeney B. proporne il concetto di epistemologia ecosistemica, dove i sintomi diventano comunicazioni metaforiche circa lecologia del sistema relazionale del paziente. Possiamo delineare una specie di traccia al percorso di sviluppo del paradigma familiare: passaggio al modello di pensiero lineare a quello circolare; definizione dei sistemi viventi come permanentemente instabili: viene favorita linstabilit a scapito dellequilibrio; privilegio assegnato alla imprevedibilit del sistema con maggiore attenzione al caso; scelta del modello evolutivo, dove si ribadisce un maggior rispetto per la singolarit di ogni famiglia; sostituzione del concetto dellomeostasi con quello della coerenza, cio del modo in cui le parti si adattano verso linterno, relativo al sistema, verso lesterno, relativo allambiente;

interpretazione positiva del sintomo quale agente di cambiamento ma anche quale propulsore di una maggiore complessit del sistema; introduzione della complessit e dellaccoppiamento strutturale come passaggio centrale dellatto terapeutico. La causa e leffetto si influenzano vicendevolmente e i confini si confondono;

recupero del tempo, o della storia, non come una piatta proposta di un passato che causi il presente, ma nel senso di ritrovare una matrice su cui ricomporre e comporre una vicenda umana;

Il paziente designato

Nella psicoterapia relazionale si considera particolarmente importante il disturbo del paziente designato, che nel lessico relazionale denominato comportamento sintomatico. Il concetto di sintomo, traendo le proprie origini dalla medicina e dalla psichiatria, ha cambiato la propria definizione nel corso dello sviluppo subendo negli anni una profonda revisione. Nelle prime formulazioni il sintomo un modello comunicativo che serve a mantenere lomeostasi, impedire il cambiamento; media allinterno della famiglia i rapporti di vicinanza, intimit, separazioni. In terapia si ricercano ridondanze, retroazioni, regole, circuiti che si automantengono. Comprendere il sintomo significa cercare le regole del sistema. Le varie scuole hanno proposto una revisione e unevoluzione di questi concetti, oltre a diverse interpretazioni dei modelli di funzionamento normali e disfunzionali della famiglia. Per Munichin la distinzione generale tra famiglia normale e famiglia anormale ma particolarmente adeguata, dovuta non allassenza di problemi, ma alla capacit di affrontarli e di adattarsi alle situazioni nuove che richiedono modelli alternativi di funzionamento.

La designazione La designazione, intesa in modo generico, peculiare dogni sistema poich la rappresentazione indicata delle nostre e altrui scelte. Costituisce lattuazione di propositi progettuali (presenti e futuri) dinvestiture e di premesse, a volte rifiutati perch avvertiti

non consoni, a volte accettate e altre ancora vissuti destabilizzanti o incongrui (Ragusa, 2006). Consideriamo i seguenti vettori per la designazione del paziente: 1) chi designa; 2) cosa designa; 3) esiste lauto designazione? Il primo punto fa pensare ad una persona cosciente che prefigura unazione verso unaltra persona. Lazione (prefigurata e agita) parte cos da se stesso ed rivolta allesterno; il ricevente, a sua volta, esperisce una risposta incentrata sul proprio S e relativa allo stimolo originario. A livello sociale, il singolo soggetto opera unastrazione di S, d un significato alla collettivit che lo include e attraverso di essa ha un significato di S; ma la collettivit che designa, non viceversa. Cecchin, Lane e Ray affermano: (...) la patologia in buona parte il risultato di un processo di costruzione in cui due sono le parti che interagiscono tra loro: su un versante, la cultura dominante, coi suoi miti, i suoi pregiudizi, le sue credenze che definiscono i criteri per distinguere il bello dal brutto, il sano dal malato, il normale dallanomalo e cos via; sullaltro versante, il singolo individuo che, in quanto appartenente a quella cultura, ai doppi legami che ne derivano, di cui cerca di farsi una ragione a cui cerca di sopravvivere (Cecchin e Altri, 1993). Restringendo il campo nel rapporto individuo/famiglia (estesa o nucleare), lappartenenza assume connotazioni qualificanti pi restrittive nel senso che nella famiglia, si affermano i soddisfacimenti individuali dei bisogni primari; la dipendenza verso laltro/i necessita a sua volta di essere qualificata relativamente al rapporto (genitoriale, di copia, della fratria, ecc.) e agli affetti ( per i genitori, per il coniuge, per i figli, per...). Quando parliamo della famiglia e dei suoi membri come dobbiamo considerare la coscienza di questo fenomeno? Rispetto allaccentramento che ogni membro riserva a s e di quello che vuole dagli altri; o relativamente allidea che essi hanno della famiglia; o rispetto allimpossibilit di manifestare i sentimenti, gli affetti e la dipendenza? Ovvero: si afferma come cosciente (reale) lesistenza di pi individui a scapito di uno solo (famiglia disimpegnata); oppure si afferma come reale la famiglia e ognuno deve essere a disposizione di essa (famiglia invischiata); oppure la realt per eccellenza il non mettersi

in rapporto diretto privilegiando il gioco relazionale nascosto (famiglia a transazione schizofrenica)? Ovviamente non ci sono risposte precostruite, per quello che si osserva nelle famiglie disfunzionali che esiste una sola realt: quella decisa essere vera, contro ogni possibilit alternativa. Secondo questa delineazione possiamo dedurre chi sar il designatore del paziente: in un caso saranno i pi potenti, coloro che impongono s ad una o pi persone servendosene per soddisfare il proprio ego (e tutto ci che ne deriva); nel secondo caso sar lintero sistema assoggettato allunicit e unit familiare ed disdicevole metterla in discussione; nellultimo caso saranno gli attori che hanno iniziato la schermatura relazionale, affettiva e di dipendenza. Il fatto per che esiste un disegnatore, individuale o di gruppo, non informativo (se non in senso probabilistico) di chi sar il paziente designato (verosimilmente pu essere uno, o pi di uno). Lanalisi qui affrontata su chi designa il paziente di tipo lineare, il tutto si complica allorch analizziamo cosa designa il paziente, il che non equivale a stabilire la causa e la natura della patologia, ma rivolta alla designazione e alle sue spinte. Assumiamo che una persona che prefigura (o agisce) unazione verso unaltra con essa in un rapporto ideale e fisico tale che la realizzazione dellazione sta alle due parti come le premesse stanno al rapporto. Le premesse caratterizzeranno il rapporto che sar bilanciato se queste sono simili, sbilanciato se saranno diverse, nullo se le parti non si avvicineranno o se, una volta avvicinatisi, decideranno di non proseguire il rapporto (ibidem). Lesempio, appena riportato, fa intuire che la designazione passa per pi stadi: ideale, attivo (comportamentale), di confronto, decisionale; ove ogni tappa conseguente alla risposta ricevuta. Allideale pu succedere lazione, ad essa segue il confronto che esperisce la decisione. Il tutto non avviene in modo univoco ma interpersonale. La decisione riveste molta importanza e dipende dalle premesse che, a loro volta, danno significato al rapporto. Ai rapporti, e come si sviluppano, assegniamo quindi il vettore cosa designa il paziente. Consideriamo, innanzi tutto, le dinamiche nei rapporti duali. La tipologia del rapporto qualificata in: simmetrico, complementare, copertamente simmetrico. Il coinvolgimento (e la sua natura) assegna al rapporto il potere di renderlo rigido o chiuso, plastico o aperto.

Ogni rapporto per si configura in un contesto che fisico e astratto, e si costruisce attraverso le convenzioni nonch dalle premesse. La complementarit rigida annuncia che la regola del rapporto definita (implicitamente o no) da una sola parte, laltra la deve accettare e assumersene le conseguenze; accettare e obbedire; rifiutarsi e abbandonare il campo; e altro. Sono per i contesti dapplicazione che fanno le dovute differenze e, volta per volta, qualificano la relazione fra le parti. Nel rapporto 1:1, il rifiuto della complementarit rigida e lo stare al gioco, porta il soccombente a voler modificare i termini del rapporto. Questo rifiuto pu configurarsi in una relazione simmetrica aperta o coperta (se la negazione esperita in modo subdolo, falsamente accondiscendente). In entrambi i casi, le strategie utilizzate per mantenere la leadership da un lato e portare il rapporto alla pari dallaltro, sono confinate nel campo dazione della lotta per il potere. Le strategie, intese come risposte comportamentali, si esperiscono nella direzione delladeguamento o del cambiamento. Una simile configurazione ha significato se consideriamo i due attori legati a loro volta ad un sistema relazionale pi allargato. Dalla complessit infra-sistemica (caratterizzata da leggi, religioni, ideologie, ricchezza, e altro), si sviluppano le inevitabili interrelazioni fra individui. E in questo complesso intreccio relazionale che i rapporti 1:1 si strutturano nelle diverse forme e sfumature. Tornando alla complementarit rigida: lattore della designazione colui che impone le regole della relazione o colui che le vuole cambiare? Allorch la necessit al cambiamento avanza da un solo versante (quello svantaggiato), i contendenti attingeranno alle proprie strategie per imprimere nellaltro, parte di s dando cos inizio ad un qualcosa che esula dallinnamoramento, collaborazione, scambio, accettazione, dipendenza reciproca. Allora uno esiste per quello che potrebbe essere ed rifiutato per quello che ; laltro invece esiste per quello che era ed rifiutato per quello che diventato. Si delineano le squalifiche e le sconferme (coperte o scoperte) che riducono gli scambi alla mera necessit di trovare la ragione, magari servendosi di altri: nascono cos le alleanze e nella contesa ognuno il disegnatore dellaltro. Il salto verso la diatriba pu realizzarsi anche relativamente ai rapporti genitore-figlio qualora uno dei due presenti dei cambiamenti che destabilizzano il rapporto. Non detto che il rifiuto al cambiamento provenga dal genitore, pu realizzarsi anche nel figlio. Il cambiamento che destabilizza un rapporto pu essere indicativo della precipitazione alla sintomatologia ma non della designazione, essa precedente e sta nel modo in cui era

organizzato il sistema. Oppure la designazione pu avvenire successivamente al cambiamento. (Questa distinzione risulter poi utile quando verranno distinte le due categorie base della famiglia del paziente dipendente). Le triangolazioni e il modo in cui si configurano sono relazioni pi complesse, dordine superiore a quelle diadiche e per questo ancora pi illuminanti per approfondire cosa designa il paziente. Caliamoci da subito nelle triangolazioni disfunzionali intese tali perch le strategie impiegate bloccano (irrigidiscono) una parte del sistema a vantaggio dinconfessabili obiettivi che le parti intendono raggiungere. La triangolazione perversa pone il seme nellindicibilit e cresce nella mobilit dei rapporti duali contro un terzo, mobile pure lui nella distrazione per altre cose o nella ricerca mascherata dalleanze. Le triangolazioni, con tutti gli inganni, imbrogli e istigazioni, spiegano in parte cosa designa il paziente. Esse si distinguono per laspetto strumentale e trasversale, vale a dire: utilizzare qualcuno contro di qualcun altro per il raggiungimento del proprio fine, disgiunto dal fine dellaltro, presupponendo il compromesso ma con linteresse per la rivendicazione. Se immaginiamo che le parti cos interagenti abbiano ognuno un proprio obiettivo da realizzare, allora lintero gioco ruota nellincitamento del proprio soddisfacimento: la speranza lultima a morire e lobiettivo il primo a nascere. La posizione del designato paziente molto particolare: lui non ha un obiettivo proprio allinterno del gioco: il vessillo degli scopi altrui, linterprete delle insoddisfazioni altrui pi che di se stesso. E questa sua posizione che lo pone a rischio. Nei rapporti affettivi di solito preminente il soddisfacimento dei propri e altrui bisogni; laffettivit esclude per definizione la comprensione dei giochi: il sostenitore degli affetti, vive il proprio Io variamente dipendente dagli altri. Nelle famiglie a transazione schizofrenica non c chiarezza, spontaneit e coerenza nei messaggi; si creano coalizioni che nascondono imbrogli e inganni; listigazione contro una coalizione funzionale alla lotta per il potere. Il paziente designato, oltre a non avere questa chiarezza ( solo presunta), ha una ridotta comprensione dei giochi: a livello fenomenico sa chi fa-cosa-a chi-quando, sul piano personale sa con chi sta (non sta) bene-quando. In generale, per, non sa chi sta (non sta) bene-con chi-perch. Il gioco nudo, e crudo inaccessibile, quel che comprende ad un livello non pu comprendere e dedurre ad un altro. La comprensione distorta dei rapporti - e la non conoscenza delle premesse che li hanno originati - non fanno desistere il designato paziente dalla partecipazione attiva. Egli ingloba in s i meccanismi del gioco, che originano spirali

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emotive (rabbia, tristezza, paura, gioia, ecc.) controverse e confusionali. Il gioco ha la meglio, gli obiettivi non sono i propri ma quelli degli altri che si guardano bene dallesprimerli; la conoscenza di s si riduce a livello dautomatismi comportamentali (tipici del nei comportamenti rituali della dipendenza) guidati dalla contesa e dagli affetti dissimulati. Nei rapporti diadici, contraddistinti dallescalation (coperta o scoperta), avevamo indicato le premesse, il coinvolgimento, lo sviluppo e lorganizzazione del sistema, come fondanti per la designazione. Avevamo pure visto che nella contesa ognuna delle parti aveva un proprio e diverso obiettivo da perseguire, e in questo avevamo affermato che cera designazione reciproca. Riguardo alle triangolazioni perverse, abbiamo assegnato alla aspecificit, contro la peculiarit degli obiettivi inerenti al gioco, il potere della designazione del paziente. Alla luce di ci possiamo riassumere cosa designa il paziente nel seguente modo: nei rapporti duali con escalation (coperta o scoperta) il grado di coinvolgimento delle parti interagenti che assegner il primato per la designazione. Nelle triangolazioni sar lintensit del coinvolgimento, unitamente allassenza di propri e peculiari obiettivi da sostenere nel gioco, che designeranno il paziente. La possibilit stare fuori della contesa o avere un personale fine per sostenere il gioco relazionale. Gli eventi naturali e quelli causati dalluomo possono essere decisivi per lazzeramento della designazione o, al contrario, per linsorgenza sintomatica. Il salto distintivo fra queste due possibilit sta nella riorganizzazione personale, sistemica e infra-sistemica. Ancora una volta facciamo dipendere la causa della designazione dalla strutturazione dei rapporti fra s e gli altri, fra s e il sottosistema, fra sistema e sistema. La riorganizzazione personale, va intesa, non solo relativamente alle spinte interne di motivazioni, elaborazioni di s, investimento delle proprie risorse e quantaltro ma anche in concomitanza agli aggiustamenti con lesterno (come ad esempio la terapia). Levento implica un passaggio, il mutamento di qualcosa verso qualcosaltro. In generale siamo portati a considerare gli eventi come qualcosa devidente che accade: levento sotto gli occhi di tutti anche se poi ognuno lo vive con significati e valenze emozionali diversi. Proviamo a ragionare per riduzione. Sappiamo che la parola uno strumento di comunicazione. Unaffermazione un evento se in una relazione porta le persone a comportarsi diversamente da come fino a quel momento si sono comportate (Austin, 1962); oppure se d inizio ad un nuovo rapporto e organizzazione.

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Le affermazioni lei assunto nella nostra ditta, o non ti amo pi, fanno supporre un mutamento, un passaggio da una situazione ad unaltra; com ovvio, gli eventi esulano dalle regole, ridondanze, stabilit. Le affermazioni-eventi le consideriamo univoche, se al loro pronunciamento non seguir la smentita o rettifica; ambivalenti in caso contrario. Lunivocit e ambivalenza vanno rapportate e combinate rispetto al tipo di comunicazione gi esistente. Vale dire: se vige una comunicazione reticente, ambigua, criptica, allora la chiarezza e univocit dellaffermazione assume un rilievo molto elevato, sorprendente, destabilizzante. Ci vale anche per le comunicazioni aperte e spontanee, qualora sinserir unaffermazione ambigua. Laltra faccia della comunicazione quindi levento affermazione; questi micro eventi accadono in ogni sistema e la loro forza e tanto pi significativa quanto pi rimane impressa nella memoria del sistema. Essi dirigono i comportamenti, fanno muovere con cautela o di scatto, oppure fanno agire la discussione o mantenere il silenzio. Accada quel che sarebbe dovuto accadere, ma hanno la loro importanza per imprimersi nella disfunzione e reciderla o farla montare. Sono micro eventi che possono designare chi li pronuncia ma possono anche designare chi li riceve; non c segno, non c direzione. Sta alle persone scegliere cosa fare. La semplificata disamina di cosa designa il paziente non pu ora aiutarci a fare il salto per capire e definire chi il fautore della designazione. Indicare un attore semplicistico e non aiuta a comprendere la vastit e complessit di cui fatto un rapporto. Non aiuta a comprendere le implicazioni emozionali, sentimentali e comportamentali delle persone. Non si pu comprendere le tensioni che intercorrono fra le parti, che si sciolgono come neve al sole per uno sfuggevole sorriso, una carezza, uno sguardo dolce, ecc., e che repentinamente si ricongelano. Delle attese pazienti che cozzano contro limpazienza; e altro. molto pi fruttuoso invece ravvisare chi sono i partecipanti alla designazione, superando cos la verit unica di un solo soggetto responsabile. Quindi, alla domanda chi designa, si pu asserire che il sistema dappartenenza. Veniamo cos a discutere il terzo punto: esiste lauto designazione? Ovvero, lappartenenza ad un sistema disfunzionale ci deve far pensare al paziente designato come la vittima per eccellenza o come partecipante al gioco relazionale ove anche il designato un designatore ma poi perde la partita?

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Cosa c nella mente degli altri che lui non sa e cosa c nella sua mente che gli altri non sanno? Si pu ritenere che egli sia oggetto del volere altrui e soggetto del suo volere, come gli altri sono oggetto del suo volere e soggetti del proprio: che per non sincontrano a scapito dellindividualit intesa come unit inviolabile e indivisibile. Gli interventi paradossali e i drammatici miglioramenti devono farci riflettere. Nella fase paradossale (...) il terapista in realt non diceva affatto quello che pensava (...) ma faceva un uso strategicamente provocatorio di tale interpretazione funzionalista (Selvini, Palazzoli e altri, 1988). Abbiamo potuto verificare che lipocrisia del terapista paradossale diventava pericolosa soprattutto nelle terapie che si prolungavano nel tempo (ibidem). La provocazione e ipocrisia qui citati potrebbero intendersi in modo diverso. La funzione sacrificale, attribuita al paziente designato, ha lo scopo di provocarlo per muovere in lui le energie ed emozioni sane. Ha anche lo scopo di permettergli di riconoscersi come individum in un sistema per lui vitale. Gli consente di capire il gioco relazionale in atto a suo svantaggio. Queste comprensioni attivano reazioni per staccarsi dal gioco al massacro di cui fa parte in modo inconsapevole. Dal distacco pu finalmente scaturire laccrescimento del proprio S prima negato e soffocato. Cosa c di falso su quanto i terapisti dicono che vero per il paziente designato e il suo sistema? Cosa c di vero per i terapisti che falso per le persone in trattamento? Consideriamo che il paziente designato non possieda propri obiettivi inerenti al gioco familiare. Allora gli interventi paradossali danno a lui un elemento per invertire e distruggere la transazione disfunzionale; e di conseguenza danno ai parenti lo stimolo per rivedere i loro comportamenti verso il paziente. Le triangolazioni perverse non possono pi reggersi, si approda quindi alla dualit disfunzionale e si far cadere e poi risollevare la parte pi debole. Lintervento paradossale falso perch parla di sacrifici ma allo stesso tempo vero perch svela i rapporti nelle dissimulazioni. E vero, quindi, perch d la possibilit al paziente designato di cambiare le regole del gioco relazionale; ed falso perch la transazione non pi quella nel momento in cui svelata. Questo rinvia lipocrisia del terapista. lui ad essere ipocrita perch non pu dire chiaramente quel che pensa, o sono ipocriti gli altri che dellipocrisia ne hanno fatto un motivo di vita? (Ragusa, 2006).

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Allorch il compito del terapista di annientare la patologia e cambiare le relazioni disturbanti, allora il terapista non ipocrita: il costruttore di nuove relazioni, nuove dimensioni affettive, chiarimenti, prospettive. In generale, fare sentire una persona vittima degli altri non laiuta a trovare vigore per uscire dalla sua prigione, sarebbe un ulteriore annichilimento, svilimento del suo Io. Invece tramutare il sintomo in unattiva funzione per gli altri, restituisce vigore, riorientamento, integrit personale del paziente designato; al contempo inizia un processo dindividuazione e responsabilizzazione di s. La funzione ridefinisce come volontario e a vantaggio degli altri il sintomo e in questo si svela un mondo di cui non abbiamo conoscenza ma si pu ipotizzare essere linconscio relazionale (ibidem). Non c nulla dinconscio nellindividuo, ci che inconscio esterno a noi sta fra lIo e ci che altro da me. LIo del paziente designato si perde proprio nellaltro, e solo nellaltro lui pu ritrovarlo: forse questo spiega la sua partecipazione al gioco disfunzionale e il drammatico miglioramento allintervento paradossale. Cos inteso, il paradosso terapeutico non solo provocazione ma ritrovamento di s; linconscio relazionale, una volta svelato, diviene la coscienza del paziente designato che pu vedere come ha partecipato alla sua rovina. Nei rapporti affettivi, pi il disinteresse per il gioco disfunzionale - piuttosto che la comprensione - ad escludere un individuo dalla designazione. Va da s che chi escluso dalla designazione vede con occhi diversi quanto accade (anche se il gioco non detto che lo comprende) per preferisce non perdere il vantaggio prendendo le parti del designato. Chi escluso dalla designazione di paziente, di solito riveste un ruolo ben definito in seno al sistema; diverso invece per il paziente designato: egli occupa un ruolo dinclusione falsamente privilegiato e realmente destabilizzato. sullincluso che si polarizzano i messaggi (verbali e analogici) disturbati. Il punto : linclusione e lesclusione avvengono per prove ed errori o sono mirati? Dipende dai conflitti personali e dagli sviluppi relazionali di questi conflitti: se consideriamo che essi per definizione sono fluttuanti e intermittenti, allora facile pensare che linclusione/esclusione avviene per prove ed errori, secondo gli aggiustamenti interpersonali. Se lincluso risponde in modo da non alleviare (temporaneamente) il conflitto personale e/o relazionale allora sar escluso dalla designazione; se invece le sue risposte alleggeriranno le tensioni o lo stato di conflitto, la sua inclusione diventa funzionale per la designazione di paziente. Quindi non solo, la non comprensione o la comprensione parziale, di quel che accade che lo designa,

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ma le risposte che d agli input che gli arrivano e come gli emittenti canalizzano la risposta. Per inciso, le risposte vanno intese nella vastit con cui si manifestano: comportamentali, mimiche, verbali, davvicinamento/allontanamento, ecc. Una volta stabilizzata linclusione, le parti (o la parte) non necessitano pi di fare proseguire la ricerca per alleviare lo stato di tensione: linclusione diventa mirata (ibidem). Il tempo (arco evolutivo) e lo spazio (sociale/culturale) possono aiutare o inibire la costruzione patologica: la crescita e il contatto con lesterno possono dissolvere o rincrudire la designazione. In questo interregno il designato pu scegliere: spogliarsi della designazione o precipitare nella patologia. La scelta non facile. Forse perch allesterno non sempre trova le risposte giuste; o forse perch lambiente esterno non lo coinvolge come il suo sistema; o forse perch la decostruzione della designazione mobilita il sistema in senso inverso; o forse per tutti questi e altri motivi. La sua libert di scelta ridotta ma pu sempre scegliere (ibidem). In sintesi, esiste un concorso di tutti e tre i vettori per costruire la designazione del paziente. La soluzione sintomatica lultima risorsa strategica, quando si realizza ha inizio un relativamente, nuovo gioco relazionale.

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LE DIPENDENZE PATOLOGICHE
"Innumerevoli come le sabbie del mare sono le passioni umane. Tutte dissimili, le basse come le nobilissime, sono all'inizio soggette all'uomo, per diventarne soltanto di poi le inesorabili dominatrici" Gogol Le anime morte

Si definisce con lespressione dipendenza patologica una forma morbosa determinata delluso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento; una specifica esperienza caratterizzata da un sentimento di incoercibilit e dal bisogno coatto di essere ripetuta con modalit compulsive; ovvero una condizione invasiva in cui sono presenti i fenomeni del crawing, dellassuefazione e dellastinenza in relazione ad unabitudine incontrollabile e irrefrenabile che il soggetto non pu allontanare da s (Caretti, 2005). Il crawing un importante manifestazione della dipendenza e pu essere definito come unattrazione di intensit variabile nei confronti di determinate sostanze psicotrope dabuso. Rappresenta una condizione fisiologica comune alla maggior parte degli esseri umani quando rimane entro una certa soglia (Caretti, La Barbera, 2005). Peele (1985) ha messo in evidenza in The Meaning of Addiction che la dipendenza pu scaturire da qualsiasi potente esperienza la cui sensorialit ha lo scopo di alleviare il dolore, lansia o altri stati emotivi negativi attraverso una diminuzione della coscienza o un innalzamento della soglia di sensibilit e, pertanto, tutte le esperienze efficaci nellalleviare il dolore potranno inevitabilmente essere fonte di dipendenza. Nel trattamento della dipendenza si considera un oggetto delle brame, come lo definisce Cancrini, capace di soddisfare un numero elevato di esigenze diventando assoluto protagonista della vita. Questo oggetto arriva a soddisfare nel tempo tre bisogni fondamentali. il primo bisogno si gioca sul piano del piacere o allevia una tensione. il bisogno pi evidente di felicit o anestesia, di appagamento ideale o pace dellanima; il secondo, meno evidente, si basa su un contrasto al disegno consapevole della persona, alle sue attese apparenti e a quelle pi o meno naturali di chi gli sta

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intorno. La dipendenza definita con parole ed atti come ci che rende incapaci di lavorare, amare, divertirsi, di vivere una vita normale; il terzo simbolico e compensatorio, e si gioca sul piano della trasgressione, dellessere e presentarsi diverso, fuori delle regole e dalle abitudini che segnano le routines inaccettabili della normalit, la banalit di chi vorrebbe insegnarti a vivere in un modo che il suo e non il tuo. Loggetto delle mie brame diviene rapidamente un modo assurdo di darsi obbiettivi ravvicinati, sostitutivi di quelli normali; Parliamo di dipendenza proprio quando lorizzonte si restringe attorno ad un solo oggetto su cui la persona si concentra o su cui sente di poter riflettere tutti i sui bisogni e i suoi desideri. Si tratta di un coinvolgimento totale della persona, uno stravolgimento completo del suo assetto motivazionale, una attivazione sistematica e praticamente continua intorno alloggetto che non riesce ad essere integrato. Scegliendo un farmaco proibito come leroina e la cocaina, facendo un uso smodato di una sostanza che proibita non come lalcol, adottando un comportamento rischioso come il gioco dazzardo o cercando in maniera esagerata conferme basate sullammirazione degli altri e/o sullesercizio di potere: sono tutte situazioni caratterizzate da uno squilibrio personale reso stabilmente drammatico dallincontro con loggetto delle brame o con labitudine di cui la persona diventer dipendente; incontro regolarmente preceduto da un insieme di esperienze di difficolt. Una ricerca esemplare, in proposito, quella di Shedler e Block (1990). Lavorando su un campione stratificato di centocinquanta bambini di tre anni seguiti fino al compimento del diciottesimo anno di et, questi autori hanno misurato con accurati esami, ripetuti ogni due anni, linsieme complesso dei dati relativi allintegrazione familiare e sociale, considerati come indici significativi della salute psichica di questi bambini. Un secondo gruppo di ricercatori, esperti di problemi di droga, ha esaminato questi stessi ragazzi a diciotto anni, senza conoscere le osservazioni fatte fino a quel momento. Concentrandosi sul tipo di rapporto che essi avevano avuto o avevano ancora con le droghe illegali, questo secondo gruppo di ricercatori ha suddiviso il campione in tre grandi categorie: quella degli astemi, che avevano rifiutato in toto le sostanze proibite; quella degli explorers, che le avevano provate episodicamente, e che non dimostravano alcun tipo di interesse per lesperienza fatta; e quella dei consumatori problematici, che avevano conosciuto le droghe e ne avevano subito sentito il fascino. Questi giovani avevano gi ripetuto lesperienza,

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affermando di essere insieme interessati e spaventati, oppure dimostravano comunque nei suoi confronti un livello di coinvolgimento emozionale significativo. Incrociando questi dati con quelli raccolti dal primo gruppo di ricercatori, ci si trov di fronte ad una coincidenza spettacolare: i ragazzi che avevano problemi con la droga a diciotto anni erano gli stessi che avevano presentato evidenti problemi di integrazione familiare e scolastica, in anni precedenti al loro incontro con gli stupefacenti. Quelli che i protocolli di ricerca definivano come i pi sani si trovavano a diciotto anni, nella categoria degli explorers. Le storie degli astemi erano di livello intermedio: essere astemi non voleva dire, secondo i ricercatori pi sani degli altri: voleva dire esserlo un po di meno e aver sanamente paura della propria fragilit. Cancrini allinea il significato psicologico della dipendenza alle ricerche degli ultimi cinquantanni sul funzionamento borderline. In una semplice definizione, funzionare a livello borderline, ci dice lautore, significa essenzialmente dare giudizi estremi (del genere o bianco o nero) su noi stessi e sulla realt che ci circonda. La mente che funziona a questo livello giudicherebbe tutto buono o tutto cattivo, senza sfumature, con forti difficolt a cogliere le gradazioni di positivit o negativit in una stessa persona o in uno stesso oggetto. Per un bambino piccolo che vive un angoscia di separazione, una madre presente una nutrice buona e meravigliosamente disponibile che lo rende felice e riconoscente, e una madre assente una strega terribile che lo rende pieno di odio e di rabbia. Solo verso i tre anni, quando il piccolo pu ricordare con chiarezza la madre che cera e immaginare mentalmente quella che ci sar di nuovo, questa fase critica viene superata. Il superamento dellangoscia di separazione segnala la raggiunta stabilit del rapporto con loggetto damore. Dal punto di vista che qui ci interessa, indica lintegrazione della madre cattiva (assente) con quella buona (presente) preparando, secondo Margaret Mahler, il bambino agli aspetti maturativi della separazione che seguir la sua reale nascita psicologica. Nello sviluppo normale, la capacit di integrare le rappresentazioni buone e cattive delloggetto aumenta gradualmente con let e raggiunge (o dovrebbe raggiungere) i massimi livelli nellet adulta. Capaci di rispettare se stesse e gli altri, le persone mature basano il loro equilibrio sulla consapevolezza della propria e dellaltrui imperfezione, osservando criticamente lo svilupparsi di emozioni unilaterali. La tendenza a regredire verso posizioni pi primitive, tuttavia, esiste sempre in situazioni di particolare tensione: nei passaggi evolutivi critici (adolescenza-svincolo, nascita di un figlio, ecc.), nel momento del lutto e della perdita (cui tipicamente si reagisce funzionando, per un certo tempo, in

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modo borderline) e negli entusiasmi basati sullidentificazione proiettiva con un idea o con una persona, nellinnamoramento e nella scelta delle illusioni cui dedicare la propria vita. Possibile sempre, anche nelle persone pi sane e mature, la regressione a modalit di funzionamento borderline evidentemente pi facile in molte altre che lo sono meno. Quando si tenta di capire che cosa successo in questi casi, ci si rende conto regolarmente che il processo di maturazione caratteristico delle persone pi sane si realizza solo se il bambino cresce in un ambiente favorevole e non va incontro a incidenti gravi. Quando il piccolo si sviluppa in un ambiente sgradevole, dove gli adulti si scontrano di continuo o non si scontrano mai, dove non riceve sicurezza e gli mancano le cure (o carezze, nellaccezione di Steiner) di cui a bisogno, la sua personalit resta segnata dallesperienza fatta su linee che sono ad essa logicamente collegate. A partire dai primi anni 80 iniziato un lavoro sistematico di collegamento tra i dati relativi alla storia personale del tossicomane e quelli relativi alle caratteristiche della sua interazione con la famiglia e il farmaco.

La famiglia nella societ Dalle narrazioni personali dei tossicodipendenti risulta con chiarezza la straordinaria importanza, nel bene e nel male, delle razioni con cui questi gruppi di persone, significative per il tossicomane, rispondono alla sua sfida o alla sua domanda di aiuto. Pi che testi sulle tossicomanie occorre utilizzare, a questo scopo, studi e ricerche dedicati alla psicologia dei piccoli gruppi e alla teoria delle famiglie. Una cosa tuttavia assolutamente certa: fra tutte le razioni dellambiente sociale, quelle della famiglia del tossicomane (soprattutto nel caso dei giovani) e degli altri piccoli gruppi sono di solito le pi importanti. Possono agire infatti come punti di riferimento per resistere alla pressione e alle sofferenze cui lindividuo sottoposto, oppure, al contrario, per moltiplicare le sue difficolt. Negli ultimi anni ci si accorti di come possibile studiare questi piccoli gruppi, non come gruppi chiusi, ma come sistemi aperti alle pressioni di un ambiente, alle cui esigenze debbono continuamente adattarsi. Nel caso della famiglia, stato possibile vedere che la differenza sociale ed economica e (oppure) la difficolt di inserirsi o di adeguarsi a modelli culturali dettati dallesterno sono cause frequenti sono cause di tensioni tra famiglie e ambiente. Specchio di contraddizioni che crescono fuori di lei, la famiglia pu riproporre nel conflitto fra padre e

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madre, fra genitori e figli, i conflitti economici della societ in cui si vive. In oltre la mancata realizzazione personale, umana dei sui membri, produce crisi e contrasti che possono avere effetti molto gravi. Linsieme di queste considerazioni ha conseguenze importanti. Da un punto di vista teorico, esse ci hanno permesso di capire qualcosa di pi dei disturbi psichiatrici e altre forme di devianza, nel senso di allentamento da ci che si ritiene normalit. La famiglia pu essere certo considerata come un sistema attraverso il quale si trasmettono le pressioni esercitate sullindividuo dallambiente sociale pi vasto. Di questo ambiente dunque essa trasmette non solo i valori, ma anche le contraddizioni ed il disagio. In questo senso la famiglia il contrario di un rifugio e non pu essere considerata come lultima spiaggia sana di un mondo contaminato.

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FAMIGLIA E TOSSICODIPENDENZA
Linteresse dei terapeuti a orientamento sistemico e relazionale per le tossicomanie giovanili si inserisce nella linea di ricerca che si occupa del disagio manifesto dagli adolescenti o dai giovani adulti allinterno del pi ampio sistema sociale. Rispetto ai terapeuti di orientamento diverso, i terapeuti familiari hanno avuto il vantaggio di poter usufruire di strumenti di lettura e di intervento adeguati nel momento in cui si potuto guardare al tossicomane non come singolo portatore di malattia, ma come persona in difficolt allinterno del contesto interpersonale in cui vive. Minuchin e Haley sono stati i primi due studiosi in campo sistemico che si sono interessati alle caratteristiche relazionali delle famiglie dei giovani tossicomani. Minuchin in Families of the Slums (1967) si occupato delle famiglie in cui il sintomo la delinquenza fornendo un modello di lettura dei pattern comunicativi e della struttura familiare in situazioni di devianza sociale. Haley, con Il distacco della famiglia (1980), ha fornito un importante contributo soprattutto rispetto alle strategie terapeutiche adatte con famiglie in cui il ritorno rappresenta il fallimento di un giovane adulto nel portare a compimento il proprio processo di differenziazione della famiglia. Negli anni settanta sono state esplorate ipotesi che vedevano il tossicodipendente allinterno di famiglie disimpegnate, dove i singoli membri sembrano ignorarsi e muoversi allinterno di orbite isolate, oppure eccessivamente invischiate, dove i confini generazionali non vengono definiti provocando una grossa confusione di ruoli (Minuchin, 1974). Altre ipotesi indagate in questo periodo focalizzavano il coinvolgimento del tossicomane e la funzionalit della tossicomania allinterno del conflitto della coppia genitoriale: coppia generalmente caratterizzata da perifericit (Wolk e Diskirk, 1961), inefficienza (Wellish, Gay e McEntre, 1970), distanza (Schwartzmann, 1975) o autoritarismo (Bergeret, Fain e Bandelier, 1983) del padre, controbilanciati dal coinvolgimento eccessivo e della centralit della madre. Studi della struttura e dellorganizzazione del gruppo familiare del tossicodipendente, correlati ai processi di socializzazione e sviluppo dei processi comunicativi, ha messo in evidenza una serie di caratteristiche individuali e interpersonali: a) un alto grado di conflittualit nei rapporti interpersonali (Chein, 1964; Harbin e Mazier, 1976);

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b) le madri dei tossicodipendenti sono state spesso descritte come donne iperprotettive e indulgenti, il cui comportamento produce un figlio dipendente (Rosemberg, 1971); c) i padri sono stati descritti come individui deboli e passivi o freddi e ostili, con difficolt di contatto e comunicazione coi figli (Rosemberg, 1971; Friedman, 1987); d) i tossicodipendenti sono stati descritti come individui che non sono riusciti ad integrare le loro crisi di adolescenza (Bergeret, Fain e Bandelier, 1983); e) numerose ricerche rivelano labitudine dei genitori di abusare di alcol o di utilizzare farmaci (in particolare psicofarmaci) in ogni situazione di stress (Sapere, agostosettembre 1975);

I lavori di ricerca di Stanton e Todd (1982) individuano nella famiglia del tossicodipendente una struttura tipica, essa cio si presenta come un gruppo in cui il paziente designato strettamente coinvolto con il genitore di sesso opposto, mentre esiste una frattura conflittuale con il genitore dello stesso sesso e tra i due genitori. Tale tipo di rapporti ha le proprie radici in una famiglia che non ha saputo adeguarsi alla naturale maturazione del figlio e al suo distacco da essa, fermandosi ad uno stadio del ciclo vitale che pu situarsi tra la preadolescenza e ladolescenza del figlio. I due autori, tra i fattori che caratterizzano le famiglie con problemi di tossicomania, hanno trovato che: a) esiste un alta dipendenza chimica ripetuta in pi generazioni dello stesso gruppo familiare (in particolare lalcool fra i maschi) a cui si aggiunge anche una inclinazione verso altri comportamenti a rischio come, ad esempio, il gioco d'azzardo b) l'espressione della conflittualit pi impulsiva e diretta con alleanze ben dichiarate tra tossicomane e genitore ipercoinvolto; c) il comportamento dei genitori di qualit manifestamente non schizofrenica; d) le madri dei tossicomani mostrano di prolungare notevolmente il rapporto simbiotico con i propri figli; e) prevalgono tematiche di morte, e sono spesso presenti casi di morte prematura o improvvisa.

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A conferma dell'iniziale premessa, in ogni caso, esistono altre strutture di famiglie con problemi di tossicomanie descritte in letteratura. Il tossicodipendente presenta allinterno della famiglia un comportamento ambivalente: indipendente, chiuso in s stesso, aggressivo in una serie di manifestazioni, mentre in altre si mostra infantile e dipendente. Allillusione di individuazione e di dipendenza del tossicomane contribuisce in oltre il ruolo di competente che egli ha della sua sottocultura (dove riesce a guadagnare o comunque ad organizzarsi adeguatamente per procurarsi loggetto delle brame), ma la competenza circoscritta al suo gruppo incompetente o comunque in qualche modo handicappato sul piano sociale (Malagoli Togliatti e altri, 1981).

I rifugi della mente: la tossicomania come autoterapia Lo studio clinico della tossicomania dimostra che luso dei farmaci da parte del tossicomane pu essere considerato, sul piano motivazionale, come un tentativo, elusivo e sbagliato, di autoterapia. come se si verificasse un incontro fortunato tra gli effetti propri del farmaco e le esigenze proprie di una persona e/o del sistema interpersonale di cui fa parte. Ci che emerge, attraverso la ricerca dei centri che si occupano di tossicodipendenze (Cancrini, Carosi e Mazzoni, 1986) che la tossicodipendenza un disturbo non specifico: la dipendenza dalle droghe, legata a fattori di trasmissione intergenerazionale e socioculturale, si mette a disposizione dei conflitti interpersonali e/o intrapsichici pi diversi (Andreoli, Cancrini e altri, 1988). Gi quasi venticinque anni fa Lesieur (1984) sosteneva che, tanto per luso di sostanze, quanto per il ricorso al gioco dazzardo, non si potesse parlare di mera e semplice ricerca per il piacere, ma della creazione di un esperienza dissociativa transitoria che permette al soggetto di uscire temporaneamente dalla sua realt al fine di risolvere una condizione di disagio persistente e di percepirsi in modo pi positivo. In questo senso i fenomeni della dipendenza sono valutati in relazione hai fenomeni micro/macro dissociativi valutati lungo un continuum di uno spettro il cui elemento comune sarebbe quello del ricorso a esperienze di isolamento e di sottrazione del S dalla realt, quando questa causa di tensioni e angosce che non possono essere elaborate e trasformante nellambito dello stato di coscienza ordinario (Caretti, DiCesare 2005).

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Steiner (1993) definisce queste esperienze di isolamento e di sottrazione del S dalla realt ordinaria come rifugi della mente, intendendo con questa definizione i luoghi mentali ma anche i comportamenti ripetitivi, i riti e le abitudini personali in cui ci si ritira quando si vuole sfuggire ad una realt insostenibile. I rifugi della mente funzionerebbero come medicamento dellIo, di un Io che si sente danneggiato o in grave pericolo quando posto di fronte alla necessit di affrontare un lutto e il dolore psichico collegato con la paura (o con lesperienza) della perdita (ibidem). Una forma di isolamento personale, nellipotesi di Ogden (1994), caratterizzata dalla sostituzione della madre-ambiente con una propria sensorialit, un tipo di esperienza che comprende il ritiro dellindividuo in una matrice autogenerata che sostituisce con efficacia la matrice interpersonale e il mondo di sensazioni che ne deriva.

La tipologia Lo studio delle situazioni di tossicomania e il tentativo di definire puntualmente alcuni principali tipi stato avviato allinterno del gruppo di ricerca diretto da Cancrini, allincirca nel 1980. I diversi criteri di osservazione adottati per la definizione dei quadri tipologici prevedevano di focalizzare lattenzione su: a) i modelli di organizzazione dei rapporti interpersonali e le modalit di comunicazione nelle famiglie; b) lorganizzazione psicologia, i meccanismi di difesa e i tratti caratteriali presenti nel comportamento e nella personalit, nonch gli aspetti delladattamento dello sviluppo individuale sui quali la droga ha un effetto terapeutico; c) le modalit di relazione tra soggetto e sostanza d) il modo in cui colui che assume droga e/o la sua famiglia tendono ad adottare e a stabilire rapporti con gli assistenti sociali e gli operatori dei servizi che sono adibiti ad aiutarlo., e) gli effetti di differenti programmi terapeutici sulle diverse

Tipo A: tossicomania traumatica. In questi casi un evento traumatico (un lutto, una perdita) ha portato allincontro casuale con la sostanza, che viene utilizzata per evitare di affrontare la sofferenza. Luso di droga copre una forma di disagio appartenente allarea delle reazioni e lelemento chiave, che sembra spiegare limpossibilit di una risposta

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alternativa, legato alla difficolt di trovare un punto di riferimento per la verbalizzatone dellesperienza vissuta allinterno di un rapporto interpersonale percepito come affidabile e sicuro. Si riferisce a soggetti in transizione (appena terminata lindividuazione adolescenziale o lo svincolo, appena vedovi o separati) che si fanno carico di problemi altrui (dei genitori, di un familiare) e che si trovano a non poter tornare indietro pur non avendo ancora costruito rapporti affettivi significativi allinterno dei quali condividere lesperienza di dolore e del lutto. (Haley, 1980). La tossicomania diviene in questi casi pretesto pesante e muta gli stili di vita fino a quel momento funzionali e adattivi. Ci che viene riferito un bisogno di non pensare, dimenticare, espressioni interessanti se collegate alle usuali manifestazioni sintomatiche delle nevrosi traumatiche (rimuginazione sullevento traumatico, incubi, disturbi del sonno ecc.). Spesso i familiari ignorano il problema per un lungo periodo e nei casi in cui gli stessi chiedono aiuto ai servizi, la tossicomania del figlio viene messa a disposizione del problema del genitore, per distoglierlo dal proprio dolore. Il progetto terapeutico in queste situazioni parte dalla possibilit, una volta eliminato il farmaco, di ripercorrere, esplicitandole, le fasi dellelaborazione del lutto, che esso riguardi lintero gruppo familiare o il singolo individuo.

Tipo B: tossicomania attuale o nevrotica. I tossicomani appartenenti a questo gruppo coprono un disturbo che rientra nellarea delle nevrosi, generalmente soggetti in et tardo adolescenziale o giovani adulti che fanno uso della sostanza moderato, provocatorio o dimostrativo verso la famiglia. Spesso si fanno beccare lasciando delle tracce (siringhe, la sostanza) dove i famigliari possono trovarle. Le storie dei tossicomani rivelano un coinvolgimento estremo, con toni emotivi depressivi, in conflitti riguardanti la famiglia. Liti, separazioni, ecc., costituiscono il dramma familiare che accompagna il loro sviluppo. Il malessere cui si risponde con la sostanza piuttosto aspecifico: sintomi somatici diversi, carenza di partecipazione attiva alle vicende della propria vita, tendenza alla noia, allinsoddisfazione e al nervosismo; sintomi percepiti come estranei da una persona che mantiene abitudini e esperienza soggettive percepite dal soggetto come egosintoniche e dagli altri come normali. La struttura famigliare in cui si sviluppa questo tipo di tossicodipendenza frequentemente descritta dai terapeuti familiari: il figlio viene usato nelle dinamiche

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famigliari per evitare ai genitori di affrontare i loro conflitti. Di solito un genitore (pi frequentemente quello di sesso opposto e vale a dire la madre) complice, collude nel coprire il figlio, mentre laltro pi periferico, disimpegnato (il cosiddetto triangolo perverso). I messaggi educativi sono contradditori, con effetto di un doppio legame scisso sui due genitori. Se ci sono dei fratelli, si dividono i ruoli di cattivo e buono. Lobiettivo dellintervento mira a ricostruire un fronte genitoriale unito e distanze pi funzionali tra i sottosistemi familiari. Da sottolineare lutilit della disassuefazione domiciliare, lesperienza di comunit pu essere decisiva (ma non sempre necessaria) solo nel caso in cui si tenga conto della necessit di lavorare con entrambi i genitori. Tipo C: tossicomania di transizione. Riguarda problematiche appartenenti allarea delle situazioni limite, si tratta cio di un area caratterizzata da disturbi gravi della personalit e del carattere: una situazione intermedia tra aspetti nevrotici e psicotici (Cancrini, 1987). In alcuni casi la sostanza sembra compensare disturbi fasici e gravi del tono dellumore; in altri essa consente, attraverso lincontro con la droga, una rappresentazione idealizzata dellimmagine del S (Olivensatein, 1981); in altri ancora, in cui il comportamento tossicomane ritualistico, compulsivo e autodistruttivo, essa copre una situazione depressiva grave. Sono state rilevate, dal punto di vista dellorganizzazione familiare, notevoli similitudini con le famiglie in cui presente una paziente designata anoressica (Prieur, 1989), tanto che stato possibile ipotizzare che si tratti di un unico quadro familiare allinterno del quale le femmine scelgono il sintomo dellanoressia, mentre i maschi quello delluso di droga (Cancrini, 1989). La differente scelta sembra correlata a specifici pattern che danno un significato alluno o allaltro comportamento. Si tratta di famiglie in cui le difficolt di svincolo sono importanti nella misura in cui tutti sono coinvolti in giochi familiari (Selvini Palazzoli, Cirillo e altri, 1988) avviati gia al momento della nascita della coppia. In un quadro del genere si evidenziano al cune caratteristiche come alti livelli di mistificazione allinterno della famiglia e dei suoi rapporti con lesterno e il frequente uso di messaggi paradossali e incongrui che sostengono lo sforzo di non definire le relazioni. Inoltre diffusa la tendenza ad ignorare il significato del messaggio degli altri e ad usare la malattia per risolvere il problema della leadership, movendosi in termini di autosacrificio. La relazione trai genitori caratterizzata dallo stallo di coppia delle famiglie psicotiche,

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ambedue coinvolti nella tossicodipendenza e nella vita del figlio/a. Se ci sono pi fratelli, una polarit di diversificazione si muove sullasse riuscito-di successo e fallito (a differenza di buono/cattivo caratteristico delle famiglie di tipi B). Nella tossicomania si pu riconoscere la manifestazione sintomatica dellevitamento o del fallimento dello svincolo del paziente designato dalla famiglia. Accade, in alcuni casi di guarigione, di assistere a ricadute o a forme di dipendenza da alcolici o psicofarmaci; ci fa emergere limportanza delluso della sostanza nel controllo dellangoscia, e in caso di brusca astensione del rischio serio di suicidio. Al di sotto delle richieste affannose di aiuto espresse soprattutto sul piano verbale, il tossicomane di tipo C e la sua famiglia richiedono soprattutto di essere protetti nel loro gioco ripetitivo. Nel affrontare questo tipo di situazione, il terapeuta deve opporsi in modo risolutivo al comportamento tossicomane, ridefinendolo come manifestazione estrema di un problema interpersonale pi rilevante e lavorando direttamente sul controllo del sintomo. In altri casi sono necessarie strategie indirette come lintervento controparadossale che basato sul riconoscimento delle ragion proprio delle ragioni proprie del comportamento tossicomane e dellimpossibilit di interromperlo sulla base di un atto di volont (come accade nelle pratiche degli Alcolisti Anonimi), coinvolgendo direttamente la famiglia sulla messa in opera di movimenti che accettano, prescrivendole, le difficolt e le sue resistenze al cambiamento.

Tipo D: tossicomanie sociopatiche. Le tossicomanie appartenenti a questo gruppo rientrano nellarea dei disturbi sociopatici di personalit. Questi soggetti, caratterizzati dal difetto di integrazione, presentano storie gravi di disattamento e di svantaggio economicoculturale, coinvolti in attivit delinquenziali egosintoniche e scarsa integrazione sociale, spesso il conflitto agito con comportamenti violenti, latteggiamento di freddezza emotiva e di sfida. Tra i complessi fattori di questa situazione assumono particolare importanza la carenza di cure materne (nel senso di Bolby) e le influenze che modellano lorganizzazione personale del bambino e il suo sistema di valori in varie situazioni di svantaggio socioculturale. Lorganizzazione familiare e i modelli comunicativi corrispondono a quelli riscontrati nelle famiglie disimpegnate, si presentano cio come un gruppo profondamente e drammaticamente disorganizzato, i cui membri, osservati nel momento della richiesta di aiuto, si muovono in orbite isolate senza alcuna reciproca apparente interdipendenza. Ad una ricostruzione della storia familiare, si caratterizzano per

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linconsistenza o linadeguatezza delle funzioni parentali svolte nei confronti del bambino: genitori del tutto assenti e affidamento ad istituti; madri sole in situazioni di svantaggio sociale ed economico; nonne assenti (Minuchin e altri, 1967): la madre resta figlia e la nonna si fa madre sostituendola sostanzialmente ma non formalmente; genitori infantili presi dal loro litigio e dal loro bisogno di realizzazione di s stessi, che non si accorgono della nascita e della presenza del figlio; genitori con problemi seri di alcolismo, di tossicomania o di sofferenza psichica trattata con pesanti manovre sostitutive. Si tratta di situazioni in cui la mancanza di cure per s stessi e per la propria persona significa pericolosit indiretta della tossicomania, mentre la tendenza ad agire il conflitto corrisponde ad una capacit piuttosto debole di notare le proprie emozioni e alla tendenza di alluso non selettivo dei farmaci: stordirsi (alcool, oppiacei, barbiturici) o essere pi rapiti o pi lucidi nelle situazioni che lo richiedono (anfetamine, cocaina) vengono presentati come tentativi di completare, drammaticamente un esperienza soggettiva percepita come insoddisfacente soprattutto perch debole e incompleta. In questo quadro lintervento in comunit terapeutica particolarmente utile come punto di arrivo e spesso pu colmare le gravi carenze a livello di rapporti sociali e familiari accogliendo la persona in un gruppo sostitutivo.

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CONTRIBUTI DELLANALISI TRANSAZIONALE

Analisi transazionale: introduzione

La nascita dellanalisi transazionale (AT) risale al 1949, anno di pubblicazione del primo di una serie di sei articoli sullintuizione dello psichiatra canadese Eric Berne. Nel 1941 Berne inizia una formazione psicanalitica ortodossa e dopo quattro anni inizia a praticare terapia di gruppo. Nel primo abbozzo della teoria degli stati dellIo, Berne ipotizza lesistenza di realt comportamentali e di pensiero che possono essere considerate strutture di personalit ben definite; lAdulto, il Bambino e il Genitore. In una seconda fase della teoria, detta fase delle transazioni, si interessa di cibernetica, sulla comunicazione latente e su quella manifesta: lanalisi dei giochi psicologici. La terza fase la fase dellanalisi del copione, il focus dellanalisi si sposta da quello che succede momento per momento nelle transazione tra le persone, al piano di vista globale dellindividuo. Sulla concezione di base dellAT ci sono alcuni punti da sottolineare. Lopera di Berne si situa nella corrente della psicologia umanistica (Maslow, Rogers, Perls), quindi non risponde al livello medico della guarigione della malattia e vede il problema chiamato malattia non da un punto di vista medico ma come un blocco di crescita del potenziale psicofisico umano. Ci sono alcuni principi che caratterizzano lapproccio dellAT: Quella che si pu definire la filosofia dell Okness, in riferimento al libro di Harris (1974) io sono Ok, tu sei OK, che la disponibilit della persona a crescere ed imparare qualsiasi esperienza abbia anche negativa; Il principio della contrattualit: la relazione terapeutica vista come un accordo tra persone responsabili (Adulte); Altro principio che si pu definire della decisionalit: lessere umano un essere responsabile e che produce decisioni. Il copione di vita basato su programmi per lo pi infantili. Conseguenza della decisionalit la ridecisionalit: quello che stato deciso una volta pu essere cambiato, aggiornato al qui-ed-ora.

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I parametri comuni tra le scuole di AT possono riassumersi in un sistema di riferimento teorico basato su concetti di stati dellIo, transazioni, giochi, copioni e in una metodologia di intervento sul paziente fondata sulla contrattualit e sul processo ridecisionale, al fine di facilitare alla persona lautonomia rispetto al proprio copione. Il gruppo terapeutico una realt di per s psicotizzante e regressiva: affinch esso possa offrire una realt positiva, il singolo membro deve avere una buona strutturazione della sua parte Adulta, per poter riuscire a separare il suo Io; se riesce far ci pu infatti collaborare con il terapeuta. Quello che rende efficace un intervento laiutare il paziente in modo tale che si riappropri di quelle esperienze di copione mediante le quali, per proteggersi, aveva inibito le proprie potenzialit: il permesso di sperimentare forme nuove, pi positive e funzionali, di adattamento alla realt. In tal senso il gruppo offre la possibilit di vivere queste forme nuove di realt, come matrice di nuovi tipi di rapporto interpersonale. Il permesso qualcosa di molto di pi complesso del dire al paziente tu puoi; la capacit da parte del terapeuta, di porsi come figura genitoriale positiva. Se il terapeuta si pone in tal senso, il paziente pu risperimentare, dopo anni di tentativi falliti, che linterpretazione della realt appresa durante le scene di copione non cosi distruttiva, n irrinunciabile, e che pu essere quindi abbandonata. Questo ci che lAT denomina come processo ridecisionale: la persona prima sperimenta di nuovo le esperienze di copione che lhanno indotta ad una visione ristretta del mondo ed inseguito fare un posso oltre tutto ci, fino ad allargare al sua visione della realt e del mondo. Riguardo alla formazione del setting di gruppo in AT, Berne ha detto che la sua composizione deve essere non omogenea, entro limiti ragionevoli. Non esistono particolare controindicazioni per quanto riguarda la composizione del gruppo in ragione dellet dei suoi membri. Novellino ha inserito persone anziane in un gruppo con et media intorno ai 30 anni, ottenendo risultati positivi da entrambe le parti, sia per il travaso reciproco di esperienze che per una facilitazione dei processi proiettivi. Interessante notare che le differenze di et che separano i due gruppi corrispondono allincirca ad una generazione di differenza.

Il copione psicologico: lio transferenziale Il copione secondo Berne (1961) un largo piano di vita inconscio dai copioni teatrali che sono derivati intuitivi di questi drammi psicologici. Egli ancora scrive: il

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copione appartiene al regno dei fenomeni di transfert, cio un derivato, o pi probabilmente un adattamento di reazioni ed esperienze infantili un tentativo di ripetere in forma derivata un interno dramma transferale. Dal punto di vista operativo il copione un complesso insieme di transazioni che per sua natura tende a ripetersi ciclicamente. Il protocollo una versione arcaica del dramma di Edipo, rimossa negli anni successivi, mentre il copione propriamente detto un derivato preconscio del protocollo. Anche per il copione si evidenzia la linea di demarcazione che Berne da della teoria analitica transazionale rispetto alla teoria psicoanalitica; se in questultima lEdipo considerato dal punto di vista strutturale, in AT lEdipo visto come una tragedia in atto, rilevabile trasazionalmente. La caratteristica coattiva del copione attribuita da Berne ad una struttura di personalit definita Demone. il copione di per se sotto linfluenza della dea greca della necessit, la sublime Ananke, come la chiama Freud. In linguaggio psicanalitico, esso guidato dalla coazione a ripetere (Berne, 1971). Il copione offre una soluzione magica per risolvere un problema di fondo rimasto irrisolto fin dallinfanzia: come ottenere amore e accettazione incondizionati (Stewart e Joines, 1987). Un importante conseguenza clinica la seguente: il suo [del paziente] Adulto viene per trovare dei modi di vivere il proprio copione una pi urgente motivazione del Bambino quella di portare avanti il proprio copione attraverso le transazioni realizzate con il proprio terapeuta Questo fatto la base legittima per la reticenza analitica o frustrazione analitica di cui parla Freud. Col rimanere indipendente delle manovre del paziente e assolvendo fedelmente al suo lavoro di analizzare le resistenze, le vicissitudini istintuali, e quando nel caso di transfert, lanalista evita la possibilit di essere sedotto (ibidem). Allo scopo di inquadrare concettualmente le varie tematiche inerenti il riprendiamo la classificazione di Erskine (1980) che divide i copioni in tre tipi: a) copione introiettivo b) copione traumatico c) copione misto

Collegando il copione lungo una linea ad un capo della quale vi il copione introiettivo puro, e allaltro il copione traumatico puro, possiamo ritenere che nella realt la situazione

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che incontreremo pi di frequente sar quella di copione misto. Il copione introiettivo si sviluppa come risposta ad una ingiunzione, ove per ingiunzione intendiamo un messaggio genitoriale che limita lo sviluppo autonomo del bambino: questo accade ogni volta che venga a mancare un permesso, inteso come quel messaggio che permette lo sviluppo delle potenzialit del bambino. Possiamo collocare i vari autori di AT lungo un continuum per ci che riguarda la loro spiegazione sulla natura dellingiunzione. Ad un polo vi si pu collocare Steiner, che ha dellingiunzione di copione una visione meccanicista, in quanto la intende come messaggio genitoriale negativo, che si impianta sul Bambino, visto come recipiente passivo, e pi precisamente nel Genitore Primitivo (G1), che sede di messaggi regressivi che vengono dallambiente familiare e dal sistema sociale. Allaltro estremo del continuum vi Erskine, che dellingiunzione sottolinea laspetto fantasmatico, cio la costruzione del bambino circa il messaggio reale. Particolarmente utile per capire questa teoria il modello di Holtby (1976), che mette in evidenza la decisionalit del bambino in relazione allingiunzione. In pratica Holtby considera tutte le varie influenze genitoriali (ingiunzioni provenienti dal Bambino del genitore; messaggi di programma, proveniente dallAdulto del genitore, messaggi di controcopione provenienti dal Genitore del genitore) come recipiente da quella struttura di pensiero prelogica del Bambino che il Piccolo Professore (A1). Questi nel recepire le informazioni genitoriali. Questi nel recepire le influenze genitoriali, fa una valutazione dei bisogni del Bambino Primitivo (B1) ed elabora una strategia per soddisfare tali bisogni tenendo conto delle influenze genitoriali e delle limitazioni che ne derivano. Tale strategia viene messa in atto e se rinforzata dalla realt esterna, diventa una decisione operativa; viene cio registrata nel G1, dando luogo a comportamenti automatici. in seguito a tale processo che nelle patologie regressive delle primissime fasi la decisione operativa cosi radicale: in tali casi della decisione operativa dipende, alla lettera, la sopravvivenza dellindividuo. Intorno ai 12-18 mesi si ha il passaggio, nel bambino, dal modello passivocomportamentale di Steiner al modello attivo decisionale di Holtby e dei Goulding. La matrice copione uno schema che illustra le varie influenze genitoriali sul copione delle persone. Senza soffermarci sulla matrice classica storica di Steiner, che risulta molto utile dal punto di vista clinico, possiamo distinguere in base ad essa tre tipi di influenze descritte:

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1) le influenze che vanno dal Bambino al Genitore del sesso opposto al G1 del figlio: sono messaggio di ingiunzione, i detti colloquialmente non; 2) messaggi provenienti dai Genitori di ambedue i genitori, che vanno nel Genitore propriamente detto (G2) del figlio: sono messaggi di controcopione, i devi; 3) influenze che provengono dallAdulto del genitore dello stesso sesso del figlio e dirette allA1 (Adulto Primitivo o Piccolo Professore): sono messaggi di programma, i come si fa. La matrice classica di Steiner, costruita sulla base di studi sullalcolismo, la seguente: 1) vi un ingiunzione proveniente dal genitore del sesso opposto: in genere per un alcolista uomo lingiunzione proviene dalla madre ed non pensare; 2) vi sono dei messaggi di controcopione provenienti sia dalla madre che dal padre: per un alcolista tali messaggi sono del tipo sii un vero uomo; 3) vi infine un programma proveniente dal padre che insegna come risolvere la contraddizione tra ingiunzione e messaggio di controcopione: per il nostro alcolista tale massaggi bevi. Di conseguenza, quando lalcolista si chiede: come faccio ad essere un uomo senza pensare?, la risposta che si d Bevendo (Steiner, 1990). Secondo Steiner i messaggi di controcopione sono tipici della fare post-edipica e sono registrati nel G2; le ingiunzioni sono prevalentemente dei messaggi preverbali e pre-edipici e vengono fissati nel G1. La matrice del copione trova una sua applicazione nel fornire un quadro globale di quali sono le varie influenze reali o riferite da parte del cliente, e quindi contribuisce a fare un piano terapeutico. Il copione concepibile dal punto di vista psicodinamico come un complesso sistema di difesa (Cheney, 1973). La teoria del meccanismo psicodinamico del copione che risulta, a opinione di Novellino, maggiormente coerente quella di Holloway (1972). Secondo questo autore, durante lo sviluppo del bambino il genitore si trova a confrontarsi con un modo di essere o un comportamento del figlio che corrisponde ad un problema non risolto: detto in termini strutturali, lo stato dellIo Bambino del Genitore reale riattivato in una fissazione patologica. La difesa conseguente sar quella di cercare di limitare nel figlio latteggiamento ansiogeno per il genitore; tale tentativo espresso per vie emotive e spesso non verbali, implicher una proibizione, detta ingiunzione, dellarea di sviluppo di fronte alla quale lo stato dellIo

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Bambino del figlio dovr cercare mediazioni per sopravvivere psicologicamente, e a volte, fisicamente. Se lo stato dellIo Bambino del figlio decide (ossia, sceglie come difesa nei confronti delle minacce reali o fantastiche, implicate nellingiunzione), avverr un doppio processo parallelo: da una parte lo stato dellIo Bambino del figlio si autolimiter nei confronti dellarea evolutiva che ha innescato il conflitto del genitore reale; dallaltra lo stato dellIo Genitore del figlio intrometter il modello di una sorta di atteggiamento fobico nei confronti dellarea psicologica bloccata. Quando questo bambino sar cresciuto disporr di una struttura di personalit tale per cui, nel momento in cui arrivi a confrontarsi con gli stimoli, persone, situazioni, eventi, che gli ripropongono larea psicologica conflittuale, ecco che piuttosto che reagire solo con i sui stati dellIo Adulti, tender a riattivare gli stati dellIo che hanno prodotto una fissazione a causa dellingiunzione ricevuta (Wollams, 1973): da una parte lo stato dellio eteropsichico (Genitore) sede dellintroiezione del genitore reale fobico verso larea conflittuale, dallaltra lo stato dellIo archeopsichico (Bambino) che ha dovuto autolimitarsi decidendo quindi un copione. Alla transazione tra genitore reale, si sostituito un dialogo interno tra gli stati dellIo Genitore e Bambino che ripropone il vecchio conflitto. Messaggi di copione sono tutte quelle influenze genitoriali, verbali e prevalenti nella fase edipica e post-edipica, con la quale i genitori indicano i figli ai figli cosa devono e cosa non devono fare ed essere. Vengono quindi registrate come contenuti eteropsichici e sono tali da riprodurre, se attivati come dialogo interno, dei comportamenti osservabili definite spinte (Gellert, 1975; Kahler, 1975). Le spinte vengono raggruppate in cinque categorie: sii forte, sforzati, sii perfetto, sbrigati, compiaci. Se le ingiunzioni sono divieti impliciti, non verbali, le controingiunzioni (comandi diretti Genitore-Genitore su cosa fare o non fare) sono esplicite, verbali e, una volta interiorizzate attivano, tramite il dialogo interno, dei comportamenti osservabili (spinte). Riassumendo possiamo dire: 1) Una manifestazione, come modo di essere o come fare, del figlio si incontra con un conflitto irrisolto del genitore reale; ad esempio il bisogno di autonomia spinge il figlio ad accentrare i suoi comportamenti esploratori; se la madre non ha ragionevolmente risolto le sue tematiche collegate allabbandono e alla separazione, reagir con grande ansia: in altre parole reagir alla esplorazioni del figlio come se fossero abbandoni, avendo attivato la sua archeopsiche (Bambino), ossia vivr come se fosse lei stessa la bambina piccola che rischia di rimanere sola.

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Questa attivazione archeopsichica impedir un ragionevole funzionamento neopsichico (Adulto) della madre, producendo una contaminazione delladulto. La madre allora tender a limitare o punire le espressioni del figlio fornendo tutta una seria di razionalizzazioni di supporto, credendo in buona fede alla loro oggettivit, ad esempio che i bambini piccoli vanno tenuti vicini perch se no si fanno male. Il risultato che la madre comunica la proprio a disapprovazione allallontanamento del figlio, e di solito lo fa per vie non verbali, ad esempio carezzandolo molto quando sta fermo, diventando tesa e ostile quando ritorna. In termini analitico-transazionali il risultato una ingiunzione, ossia una transazione non verbale con la quale larcheopsiche (Bambino) della madre ingiunge al figlio di non separarsi. 2) A questo punto il figlio si trova a confrontarsi con un dilemma profondo: da una parte c il suo bisogno naturale di esplorare, dall altra il pericolo percepito di perdere lamore della madre; tale dilemma colto e mediato dalla neopsiche in sviluppo nel bambino, detta a questo stadio Adulto nel Bambino (o A1 o Piccolo Professore); se lingiunzione potente e persistente il figlio pu arrivare a concludere che separarsi una cosa cattiva e che quindi deve rimanere da mamma. Il rinforzo positivo materno accentua la decisione del figlio; a questo punto c la decisione di copione (che determina il copione cero e proprio). 3) La situazione strutturale del figlio duplice. Da un parte ha introiettato un oggetto genitoriale ansioso e che minaccia di divenire persecutorio di fronte allautonomia; tale oggetto esteropsichico definito Genitore nel Bambino (G1) data lepoca di sviluppo. Dallaltra fisser uno stato dellIo archeopsichico bloccato sulla tematica della separazione e individuazione, per cui prover angoscia terribile a sua volta di fronte alla separazione.

Anche Erskine (1980) propone una visione analoga del processo formativo del copione. Al suo modello, i bisogni evolutivi del bambino non vengono soddisfatti per restrizioni genitoriali o per trauma ambientali, con conseguente tensione (Gestalt incompleta); quando il bambino arriva alla fase operazionale concreta pu chiudere la Gestalt incompleta con un processo di mediazione cognitiva, ossia di propone delle spiegazioni prelogiche sul perch i suoi bisogni non vengono soddisfatti, arrivando a delle conclusioni autolimitanti definite convinzioni di copione con conseguenti decisioni operative di copione. In pratica il

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bambino, per sollevarsi dal peso emotivo delle ingiunzioni decide di sopprimere il bisogno proibito e le emozioni correlate (Novellino, 1990).

Il gioco psicologico In A che Gioco Giochiamo Berne definisce la strutturazione delle ore di veglia come leterno problema umano. In questo senso esistenziale la funzione della vita sociale consiste nella reciproca assistenza per risolverlo. Laspetto operativo della strutturazione del tempo si pu definire programmazione e in essa si possono distinguere tre livelli: materiale, sociale e individuale. Si considera la programmazione individuale crescente quando in una relazione aumenta la conoscenza reciproca; questultima, per quanto possa apparire incidentale, regolata da schemi latenti finch le amicizie o le inimicizie si sviluppano come si deve ma alla prima mossa scorretta vengono a galla. Tali sequenze basate pi su una programmazione sia individuale che sociale si possono definire giochi. La via familiare e coniugale, come anche la vita in organizzazioni in ogni genere, procede su variazioni dello stesso gioco, il cui aspetto essenziale il fatto che le emozioni obbediscono a determinate regole. Si pu dire quindi che i giochi sono riproposizioni di strategie infantili non pi adatte a noi come persone adulte; ogniqualvolta effettuiamo un gioco utilizziamo li tornaconto per confermare le convinzioni di copione (Stewart e Joines, 1987). Berne (1964) definisce inizialmente il gioco come una serie di transazioni complementari ulteriori con andamento prevedibile e un tornaconto finale. Questa prima eccezione del concetto di gioco evidenzia quelle situazioni interpersonali in cui la meta quella di manipolare le emozioni al fine di mantenere una relazione simbiotica; in ogni caso, passatempi e giochi sono considerati surrogati di una vita vera e di una vera intimit. In Analisi Transazionale e Psicoterapia Berne ne sottolinea laspetto psicodinamico quando afferma che i giochi riuniscono tanto le funzioni di difesa quanto quelle di gratificazione. La genesi dei giochi Da questo punto di vista si pu dire dunque che l'educazione del bambino il processo per cui il bambino impara a scegliere e a giocare i suoi giochi. Mentre i genitori coscienziosi si preoccupano di insegnare ai figli le procedure, i rituali e i passatempi adatti alla loro posizione e di scegliere scuole, universit e chiese che corroborino i loro 36

insegnamenti, trascurano invece il problema dei giochi, che formano la struttura fondamentale della dinamica emotiva di ogni famiglia e che i bambini apprendono sin dai primissimi mesi di vita attraverso le esperienze quotidiane pi significative. Berne riporta questo esempio: Tanjy, sette anni, aveva mal di stomaco e chiese il permesso di non cenare. I genitori gli consigliarono di mettersi un po sul letto. Ed ecco che Mike, il fratellino di tre anni, fa: "Anch'io ho mal di pancia," evidentemente per godere delle stesse attenzioni. Il padre lo fiss un momento e gli disse: "Non vuoi per caso giocare a quel gioco?" Mike scoppi a ridere e disse: "No!" Se quella fosse stata una famiglia di fanatici salutisti i genitori si sarebbero allarmati e avrebbero spedito a letto anche Mike. Sarebbe bastato ripetere qualche altra volta il gioco per farlo diventare parte del carattere di Mike, come succede spessissimo quando i genitori collaborano. Tutte le volte che si fosse sentito geloso di un privilegio accordato ad un rivale, avrebbe tirato in ballo un malessere per assicurarselo anche lui. Allora la transazione ulteriore sarebbe stata sostituita da "Non mi sento bene" (a livello sociale) pi
"

Dovete concedere anche a me quel privilegio" (a livello psicologico). Mike, in ogni modo,

si salv dalla carriera di ipocondriaco (ibidem). La funzione dei giochi L'esistenza quotidiana offre pochissime occasioni di intimit; certe forme di intimit poi, specialmente le pi strette, sono psicologicamente impossibili ai pi, e cos la maggior parte della vita sociale occupata dai giochi. I giochi dunque sono necessari e desiderabili: si tratta solo di stabilire se quelli prescelti sono i pi rimunerativi. Non dimentichiamo che l'aspetto pi importante di un gioco il suo culmine, il pagamento. Le mosse preliminari servono soprattutto a instaurare quella situazione che permetter di arrivare al pagamento della posta; solo che sono sempre scelte tra quelle che danno, come prodotto secondario, la massima soddisfazione possibile. Cos anche per l'alcolista: indipendentemente dall'origine fisiologica, ammesso che esista, del bisogno di ubriacarsi, il bere, in termini d'analisi del gioco, soltanto una mossa del gioco che si sta facendo con parenti, amici e conoscenti. L'importanza dei giochi Riassumendo, per Berne, i giochi si trasmettono da una generazione all' altra. Il gioco prediletto di ciascun individuo pu risalire ai genitori o ai nonni e passer ai figli; questi a loro volta, a meno che non si intervenga con successo, lo insegneranno ai figli. Perci 37

l'analisi del gioco ha il suo posto in una grande matrice storica, che risale, e lo si pu dimostrare, fino a cento anni nel passato e si proietta nel futuro per almeno cinquant' anni. Le conseguenze della rottura di una catena si fanno sentire con progressione geometrica. Molti esseri umani hanno pi di duecento discendenti. I giochi si possono stemperare o alterare da una generazione all'altra, ma pare che ci sia un'accentuata tendenza all'incrocio tra affini che giocano almeno a giochi della stessa famiglia, se non dello stesso ceppo. Questo l'importanza storica dei giochi. Educare i figli significa soprattutto insegnare loro quali giochi devono giocare. Culture diverse e diverse classi sociali prediligono tipi di giochi diversi, mentre le varie trib e famiglie scelgono le loro varianti di quei giochi. Questa l'importanza culturale dei giochi. I giochi sono, per cos dire, compresi fra passatempi e intimit. I passatempi finiscono col venire a noia a furia di ripetizioni, come i parties pubblicitari. L'intimit esige la massima circospezione e subisce le discriminazioni del Genitore, dell'Adulto e del Bambino. La societ non ama la spontaneit, se non in privato; il buon senso ci avverte che gli altri possono sempre approfittarne, mentre il Bambino la teme perch lo induce a scoprirsi troppo. Perci per evitare la noia dei passatempi senza esporsi ai pericoli dell'intimit, la grande maggioranza si rivolge ai giochi disponibili, che finiscono per riempire la maggiore parte delle ore pi interessanti dedicate alle relazioni sociali. Questa l'importanza sociale dei giochi. Come amici, come compagni e come intimi si scelgono quelli che giocano al nostro stesso gioco. Perci chi "qualcuno" in un determinato ambiente sociale (aristocrazia, gang giovanile, club, campus universitario, ecc.) si comporta in modo che completamente estraneo a chi appartiene ad un altro ambiente sociale. Viceversa, se un individuo che appartiene ad un determinato ambiente sociale cambia gioco finir con l'essere estromesso da quell'ambiente e accolto in un altro. Questa l'importanza personale dei giochi.

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SAPER USCIRE DALLE CONSUETUDINI FAMILIARI


lo que ocurre es que en el momento que hacemos algo que nunca hemos hecho ante, ya estamos en el camino de la curacin. Alejandoro Jodorowsky

Ogni famiglia, dice Marie Joseph, si distingue dalle altre per proprie consuetudini, pregiudizi, riti, tab, acquisiti e rinforzati nel corso delle generazioni e trasmessi col matrimonio. Ciascun membro della famiglia ha la propria personalit, si sente unico e diverso dai propri fratelli e sorelle, tuttavia, per un osservatore esterno sono le somiglianze che risultano evidenti e fanno dire: veramente un Rossi, oppure un Bianchi, non pu rinnegare la propria famiglia. Al momento del matrimonio, i due giovani sposi mettono tra i doni nuziali questa eredit di famiglia. I primi mesi, i primi anni, saranno dedicati hai confronti tra gli usi e le abitudini delle due famiglie, dove si vedr che in certe cose i Rossi dovranno ripiegare sui Bianchi, mentre in altre saranno i Bianchi ad arrendersi. Esistono cosi dei copioni individuali che risultano a loro volta influenzati dalle abitudini, ingiunzioni e prescrizioni che tutti i membri della famiglia hanno vissuto. Fratelli e sorelle, una volta sposati, tendono a mantenere questi messaggi che sono negativi, ma che costituiscono un solido tessuto familiare. per questo che per ribellarsi dai copioni familiari, necessario, almeno in parte, liberarsi della propria famiglia (Joseph e Chalvin, 1988).

VERSO LA DIFFERENZIAZIONE: tra appartenenza e separazione

Nel corso di una lunga esperienza di lavoro, Jay Haley, ha valutato la possibilit di considerare alcune forme di comportamento tossicomane come una variante delle crisi (psicotiche e non), con cui un certo numero di giovani adulti esprimono la difficolt della loro emancipazione dal gruppo familiare di provenienza (Haley, 1980). Da questo punto di

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vista si comprende facilmente lutilit potenziale del sintomo che si sviluppa nel figlio. La funzione del fallimento di permettere che i genitori continuino ad avere un figlio di cui occuparsi, mentre lorganizzazione mantiene la sua stabilit anche per molti anni, indipendentemente dallet dei figli. Genitori di settantanni continuano a portare il loro figlio di 40 anni malato da un ospedale allaltro: come nella favola della bella addormentata il tempo si ferma per tutti i protagonisti di questa vicenda (Cancrini, 1982). I miti Lidentit culturale di una famiglia un sistema di valori ideo-affettivi modellato nel tempo da pi generazioni e costruito sulla base della condivisione di una immagine idealizzata: il mito. Ladesione al mito garantisce lintegrazione familiare: attraverso di esso vengono trasmesse alle nuove generazione modalit di comportamento relazionale, valori, norme, e ruoli. Il mito dona stabilit allidentit culturale del gruppo, stabilit che nella situazione funzionale non congelamento dellintero processo evolutivo, anzi questa stabilit dona la sicurezza necessaria per avviare i cambiamenti. I miti inoltre rafforzano i legami di interdipendenza ideo-affettiva tra i membri del gruppo, fanno sentire lindividuo come parte di ma possono anche spingere lindividuo al distacco. La personalit di un individuo si forgia proprio sulla continua rinegoziazione del bisogno di appartenenza e quello di separazione. Se il mito viene assimilato, rielaborato e fatto proprio rappresenter una gran risorsa per lindividuo per quanto sia stato il risultato di un sentiero difficile, segnato dallambivalenza tra lo stare dentro e lo stare fuori. Ma se invece ci non accade e vi uno squilibrio tra distanza e vicinanza che si accentua troppo a favore di unadesione acritica ai valori familiari, assisteremo ad un inglobamento di questi come un corpo estraneo che ostacola il processo di individuazione del S. Bisogna in ogni caso considerare che pure lassenza di questi elementi coesivi, minando delle sicurezze fondamentali, potrebbe ostacolare il processo di Individuazione. Questo separarsi ed appartenere questo uscire ed entrare una ginnastica necessaria per affermare la propria individualit, sentendosi sempre libero di poter tornare nel gruppo senza per questo sentirsi un traditore o un diverso. La famiglia il primo luogo dove lindividuo prova a costituire e a strutturare il proprio S e il contesto dove si differenzia attraverso il rapporto con i familiari, esattamente come una figura rispetto allo sfondo. Il risultato del lavoro continuo di autodefinizione ed individualizzazione viene definito Differenziazione. Secondo la scala di Differenziazione di Bowen (1979) che si muove

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lungo un continuum che va dalla fusione estrema alla massima differenziazione, solo chi si trova in questultima estremit rappresenta i livelli pi alti di funzionamento umano e potr trarne beneficio la sua famiglia nucleare. Quindi da questa prospettiva lobiettivo pi importante per la famiglia quello di aiutare i suoi membri nel processo di Differenziazione del S, nel complesso raggiungimento di equilibrio tra Appartenenza e Separazione (Andolfi, 2003). Il taglio emotivo Non sempre il processo di Differenziazione ha esiti positivi, spesso anzi restiamo intrappolati in modelli ripetitivi di relazioni, in particolare quando si presentano nuovi compiti di sviluppo. A volte Appartenenza e Separazione sono vissute solo in termini di esclusione reciproca, quando un taglio netto d lillusione di autonomia. Il taglio emotivo indica quella separazione, fisica o emotiva, prematura e traumatica, di una persona dai vincoli e dagli affetti familiari. E un estraneamento tra i membri di una famiglia che li preserva dal confronto o dalla risoluzione dei conflitti. Tale modalit relazionale pu provocare arresti evolutivi e sentimenti di incompletezza affettiva in et adulta che non si ripercuotono solo sullindividuo ma possono provocare forti disagi nei rapporti di coppia e tra genitori e figli. La distanza emotiva pu essere raggiunta tramite meccanismi interni, con la distanza fisica o attraverso la combinazione di entrambi. Chi per esempio va via di casa pensando cos di ottenere lautonomia, si ritrover in futuro a cercare dei legami di tipo compensatorio che gli permettano di riempire i vuoti che si portano dentro. La principale espressione del taglio emotivo la negazione dellintensit dellattaccamento emotivo non risolto ai propri genitori. E questo il caso della pseudo-separazione degli adolescenti. Lunica soluzione per uno sviluppo che consenta di raggiungere la Posizione Io quella di riconnettersi al momento in cui il taglio avvenuto, intraprendendo una ricostruzione attiva dei legami intergenerazionali e una elaborazione attiva delle perdite che non vanno negate ma comprese e fatte proprie (ibidem).

Programma terapeutico

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Contributo Analitico-Transazionale Berne sostiene che tre sono le possibilit di cambiamento del copione: la psicoterapia, il destino (il caso) e la forza dell'amore (Phisis). Nella cura psicoterapeutica dell' AT l'obiettivo principale stabilizzare e decontaminare l'Adulto affinch la persona possa agire nel presente in modo appropriato ed efficace usando opportunamente gli insegnamenti introiettati nel Genitore le esperienze vissute contenute nel Bambino e poter essere autonomo. Per uscire dal copione Berne sostiene che all'individuo necessario recuperare la propria autonomia che consiste nel riappropriarsi di tre capacit: consapevolezza, spontaneit e intimit. Ci implica che la persona in grado di comportarsi, sentire e pensare in risposta alla realt del qui ed ora senza lasciarsi influenzare dalle convinzioni di copione. La consapevolezza intesa come la capacit di essere in contatto con il presente senza filtrarlo attraverso le esperienze passate. La spontaneit intesa come la capacit di reagire in modo libero scegliendo tra tutta la gamma delle sensazioni, dei pensieri e dei comportamenti senza costrizioni, usando liberamente tutti e tre gli Stati dell' Io. L' intimit intesa come la capacit di condividere liberamente le emozioni, i pensieri e i comportamenti con un' altra persona. Ci significa essere in grado di creare legami dando e ricevendo affetto.

Ad esempio nel caso della persona che per avere attenzione ha deciso di compiacere, prendersi cura dell'altro e mettere da parte i suoi bisogni, uscire dal copione ed essere autonomo implica: 1. essere consapevole della sua decisione di mettere da parte i suoi bisogni per ottenere attenzione e delle alternative che oggi ha; imparare ad individuare le situazione di stress nelle quali pu riattivare la vecchia decisione, i segnali che possono indicare che la sta agendo ed essere capace di cogliere i suoi bisogni; 2. esprimere direttamente i suoi bisogni ed agire liberamente per soddisfarli, senza doversi prendere cura dell'altro; 3. sviluppare una relazione paritaria con una persona nella quale pu dare, chiedere e ricevere quello che desidera senza doverlo "pagare".

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In sintesi il cambiamento del copione coincide con il raggiungimento dell'autonomia, in AT ci significa che la persona in grado di gestire se stessa e le sue relazioni con gli altri in modo: Consapevole, Spontaneo, Intimo (Mastromarino e Scoliere, 1999).

Contributo sistemico Come spiega Guerreschi (2000), partendo dal lavoro clinico sul trattamento del gioco dazzardo patologico, nelle situazioni di dipendenza patologica importantissimo coinvolgere la famiglia, per mezzo di unadeguata Terapia Familiare, che la porti nella sua globalit a conoscere ed imparare ad accettare emozionalmente la disadattivit del sintomo, ma che anche le relazioni familiari possono essere o essere state disadattive, venendo a costituire un fattore di nascita e/o di sviluppo della dipendenza patologica di un suo singolo membro. Quando parliamo di famiglia, intendiamo un gruppo naturale, con una sua storia, con delle sue regole proprie (parte delle quali sono ereditate dalle famiglie dorigine) e con un proprio modello relazionale, che viene contrattato nel tempo tra i coniugi e tra loro e le rispettive famiglie. Nellapplicazione della terapia familiare, cos come in quella di coppia, la pi grave patologia, sulla quale necessario intervenire, costituita dai disturbi nelle relazioni e nella capacit comunicativa, nonch dal ripetersi di schemi di interazione rigidi; il gioco dazzardo, in questo caso, assume la funzione di sintomo del malessere e stabilizzatore della coesione familiare. Quando una famiglia decide di sottoporsi a terapia, essa ha gi individuato al suo interno il suo paziente designato, etichettato come colui che ha un problema o che costituisce il problema. Quando per la famiglia lo identifica come il paziente, i sintomi del paziente designato possono essere considerati come stratagemmi, che sostengono il sistema, o che il sistema hanno mantenuto. Nellosservazione delle famiglie, in cui era presente un giocatore patologico, o un alcolista, si osservato che il comportamento relativo alla dipendenza del soggetto si effettua attraverso modalit rigide, ripetitive, prevedibili, con spazi e tempi precisi sia a casa, che fuori. Le interazioni familiari vengono quindi a ruotare intorno a questo perno stabile, che assume inconsapevolmente la funzione di regolamentare i tempi e i modi di espressione dei conflitti, dei disaccordi, del desiderio o della paura di intimit.

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La presa di coscienza delle modalit di comportamento dipendente viene quindi ad esplicare la funzione di organizzatore dei comportamenti, di spartiacque, nellambito della complessit del sistema familiare e dei suoi scambi con lesterno. Se alcuni fattori fondamentali di mantenimento del gioco d'azzardo patologico cronico sono, come appare dalle osservazioni di Guerreschi, strettamente relazionali, si dovr allora programmare un intervento, in tutti i casi ove ci sia possibile, al livello della necessit e dellutilit del mantenimento del sintomo da parte di tutti i membri della famiglia. Stante la difficolt (omogenea al paziente designato patologico e agli altri membri della sua famiglia) di modificare nei fatti un assetto di comportamenti quasi automatici e, di contro, laccettazione spesso incondizionata, a livello puramente verbale, dei suggerimenti, dei consigli e delle proposte di cambiamento offerte dagli operatori, si rende necessario esaminare e paragonare attentamente ad altri tipi di intervento tutte quelle tecniche orientate allazione, vale a dire, tutte le tecniche orientate alla sperimentazione di processi emotivi intensi, da cui non ci si possa immediatamente difendere con la negazione e laddossamento delle proprie responsabilit. Bisogna far vivere dei concreti processi esperienziali, con linterpretazione di modelli di relazione ripetitivi e con lesasperazione della rigidit dei ruoli, fino ad arrivare ad uno svuotamento di significato dei vecchi comportamenti e giungere alla ricerca di nuove alternative. Le regole che la famiglia costituisce nel tempo si esprimono nel modo di vivere e non nelle parole, ed a questo livello che risulta efficace la terapia, costruendo un apposito piano di intervento per la famiglia. Riprendendo il motto che ispira le comunit terapeutiche di Don Picchi: Prima cambiare il comportamento, poi i sentimenti. Schematizzando la terapia relazionale, nella situazione prima dellintervento, il paziente centrale nel sistema famiglia ed coinvolto in ogni triangolazione relazionale stressante del sistema Nella prima fase del sistema terapeutico, il terapeuta ottiene una posizione centrale nel sistema entrando in contatto con i sintomi del paziente; entra nel sistema attraverso il riconoscimento e la provocazione della centralit della sintomatologia, e forse anche della logica di questa. La fase successiva prevede la sostituzione con cui il terapeuta colloca se stesso al centro al posto del paziente nel sistema terapeutico; in questo frangente possono emergere problemi diversi dai sintomi del paziente (che coinvolgono differenti triangolazioni) e i membri della famiglia possono adottare ruoli meno stereotipati nellaffrontare gli eventi stressanti e la soluzione dei problemi. Nella conclusione della terapia la presenza del terapeuta solo fantasmatica, cio viene avvertita pur non

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essendo fisica. Se necessario, il terapeuta potrebbe essere materializzato di nuovo dalla famiglia (Andolfi, Angelo e de Nichelo, 1989). In concreto, il risultato ricercato quello della trasformazione della famiglia. I cambiamenti riguardano la serie di aspettative, che regolano il comportamento dei suoi componenti. Anche lesistenza di ogni singolo individuo destinata a mutare. La trasformazione in atto significativa per tutti i componenti della famiglia, ma soprattutto per il paziente designato, che viene liberato dalla sua posizione di deviante. Lintervento con la famiglia nasce dalla consapevolezza delle gravi limitazioni che subisce un trattamento dell'utente senza il coinvolgimento della famiglia. Ci si potuto osservare nei trattamenti che prevedono linserimento nelle Comunit Terapeutiche Residenziale (CTR) che determinano una forte discontinuit con il sistema familiare. L'allontanamento del paziente dal suo contesto originario, infatti, per quanto comporti la separazione fisica, non costituisce tuttavia una soluzione di continuit rispetto al meccanismo familiare di strutturazione della psicosi (come per altro dimostra tutta la pratica manicomiale): in mancanza di stimolazioni dall'esterno la famiglia semplicemente si ristrutturer sull'assenza del paziente designato, ma sempre e comunque all'interno delle regole e delle modalit relazionali usate in precedenza, lasciando cos di fatto immodificate la condizioni che sostengono la sintomatologia. Anche dallesperienza delle CTR appare quindi cos evidente la necessit di fare un lavoro con le famiglie, le quali, anche se non possono sempre considerarsi causa della tossicomania, hanno sicuramente un ruolo determinante sia nel suo mantenimento come nella sua risoluzione: la famiglia pu essere protagonista nel processo di riabilitazione di un tossicomane sia se direttamente coinvolta sia come famiglia risorsa. Se vero infatti che la stessa qualche volta rappresenta un sistema in difficolt, anche vero che se motivata e preparata, pu essere in grado di esercitare una funzione di accoglienza e di enorme contributo al processo di riabilitazione e di reinserimento di un giovane tossicodipendente.

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RIFLESSIONI

PARELLELI TRA I MODELLI

Come affermano Colantonio e Bisbiglia (1994) dell Istituto di Formazione e Ricerca per Educatori e Psicoterapeuti, l' utilizzo di due chiavi di lettura, una sistemica e 1'altra transazionale, permette di lavorare con pi strumenti su due livelli, sistemico e individuale. I due studiosi hanno verificato, come gi consolidato nelle metodologie del CEIS, come i due modelli si sposino bene nell' ambito clinico per due ordini di motivi: 1. l'ottica transazionale comprende gi nella sua teorizzazione della matrice di copione un punto di vista sistemico; 2. l'ottica sistemica si sta focalizzando proprio in questi ultimi anni sull'importanza della lettura delle emozioni e del vissuto personale nell'ambito del sistema.

Entrambi i modelli puntano sull'utilizzo di un linguaggio semplice, concreto ed immediato, volto non solo agli addetti ai lavori, estendendo i propri campi d'intervento al di l di un setting psicoterapeutico in senso stretto, fino ad arrivare ad interventi formativi rivolti a gruppi eterogenei di utenti. A mio avviso possibile un confronto nello specifico tra i tipi di famiglie del tossicodipendente, identificate in analisi sistemica, e la classificazione dei copioni proposta da Erskine. Le prime due tipologie di famiglie (tipo A e B), forme meno gravi rispetto alle altre due, sviluppano dipendenza solo in condizioni caratterizzate da una situazione particolarmente sfavorevole e da unofferta consistente di occasioni di incontro (Cancrini, 2003). Queste condizioni che vincolano linsorgenza fanno s che il tipo A e il tipo B possano collocarsi sulla polarit dei copioni traumatici. I tipi di famiglie C e D, riconducibili per lautore al disturbo di personalit borderline (ibidem), potrebbero trovare posto sullestremit dei copioni introiettivi. Questa distinzione sostanziale rappresenterebbe una categorizzazione di base della dipendenza patologica essenziale soprattutto in ottica di intervento terapeutico.

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CONCLUSIONI

Il concetto di gioco psicologico, cos come inteso in analisi transazionale, si pu inserire nel puzzle terapeutico allinterno della cornice sistemico-relazionale. Lapproccio sistemico di per s, rischia di apparire, ad una visione superficiale, come deresponsabilizzante nei confronti del paziente designato, ma in realt permette di allargare la prospettiva abbandonando spiegazioni lineari e unilaterali. Da un punto di vista strettamente relazionale, se il sistema funzionante, nel complesso ognuno vince abbastanza, oppure, se sta perdendo, ragionevolmente pu sperare in una rivincita, sempre che gli altri giocatori giochino semplicemente meglio di lui e che non barino al gioco (Prata, 1992). Il gioco, visto in tal senso, diventa drammatico solo quando alleanze temporanee si irrigidiscono divenendo sempre meno modificabili. In un sistema bloccato come questo i conflitti non vengono risolti; vengono evitati concentrando lattenzione sui problemi fisici. Questo schema, definito da Kaffman (1981) monoideismo, caratterizzato dalla fissazione intrapsichica e interpersonale dellattenzione su un percorso monotematico. La vita ruota attorno ai problemi e c una drastica riduzione delle normali attivit che procurano soddisfazione e divertimento. Man mano che la rigidit aumenta, i membri della famiglia assumono ruoli stereotipati e funzioni di gruppo che limitano le loro opportunit di autoespressione e differenziazione (Andolfi, Menghi, Corigliano e Saccu, 1980). Ci ben rappresentato dal modello teorico di Karpman (1968): il triangolo drammatico. Questo triangolo vede ai suoi vertici tre ruoli: il Salvatore, il Persecutore e la Vittima. La loro relazione di reciprocit in quanto la presenza dell'uno implica giocoforza quella degli altri. Nella dipendenza patologica uno dei membri della relazione pu assumere anche due ruoli diversi, contemporaneamente. La corrispondenza con un gioco, le cui parti in causa sono complementari, evidente. Si ha, in questi casi, un sistema che non sa adattarsi a nuove situazioni e lalleanza del paziente designato con il sintomo, oltre ai benefici primari immediati (ed estremamente pericolosi) per esso, assicura alla famiglia benefici secondari che consentono la legittimit dello status quo. Linvestitura nel processo di designazione diventa astorica, vale a dire non pi adeguata alle esigenze del presente. Laspetto dinamico dellanalisi transazionale si inserisce a questo punto; il gioco che si struttura con la dipendenza patologica, testimonia le difficolt relazionali preesistenti (e in

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ogni caso conseguenti in un quadro traumatico) che, oltre a prospettare un destino drammatico, impediscono la circolazione della creativit e della spontaneit, lo sviluppo e lespressione delle potenzialit del Bambino Libero. In altri termini, la conquista dellautonomia cos come suggerita da Berne corrisponde ad un comportamento, un pensiero o un emozione che una risposta alla realt qui-ed-ora pi che una risposta a convinzioni di copione. Il comportamento dipendente pu essere considerato allinterno di un economia di carezze (Steiner, 1971). Il termine carezza si riferisce al bisogno infantile di essere toccato e ha la funzione di nutrire il Bambino nel suo bisogno stimoli e nellAdulto continuano a soddisfare il bisogno di riconoscimento. Considerando il principio per cui qualsiasi carezza meglio di nessuna carezza, pu accadere di ricevere e accettare dai genitori carezze che cominciano col sembrare positive ma si rivelano poi insincere, quindi negative. Esse sono definite carezze false o carezze di plastica. La persona che presenta un comportamento di dipendenza patologica, in tal senso, pu avere appreso un economia di carezze di plastica per poter continuare a nutrire la sua autostima. La fluidificazione dei rapporti, allinterno della famiglia innanzi tutto, permette quella intimit che decreta la fine dei giochi che non sono altro che la sostituzione delle vere carezze positive.

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