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Concerto per violino e orchestra n.

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La composizione del concerto per violino e orchestra n. 1 in Si bemolle maggiore K 207 fu terminata da W. A.
Mozart il 14 aprile 1775. Costituisce il primo di cinque concerti per lo stesso strumento (K 211, K 216, K 218, K 219),
attribuibili con certezza al compositore, scritti nel breve volgere di pochi mesi: dall'aprile al dicembre dello stesso
anno.

Concerto per violino e orchestra n. 3


Il concerto per violino e orchestra n. 3 in Sol maggiore K 216 è il terzo di cinque concerti per lo stesso
strumento (K 207, K 211, K 218, K 219), attribuibili con certezza a Mozart, scritti nel breve volgere di pochi
mesi, dall'aprile al dicembre del 1775.
La sua composizione fu terminata il 12 settembre 1775.
Si tratta di un'opera che appartiene ancora allo spirito galante in cui le idee tematiche vengono giustapposte
ma non sviluppate.
Il compositore si distacca con la sua genialità dai modelli del tardo-rococò affermando la propria personalità
con l'inserimento di venature di malinconia, momenti emotivi.
L' allegro iniziale è pieno di inventiva e di energia ed assembla vari spunti tematici. Il primo tema riprende
il ritornello orchestrale dell'aria di Aminta "Aere tranquilli e dì sereni" dall'opera Il re pastore. Seguono altri
due temi, il primo affidato ai fiati ed il secondo ai violini, che completano l'introduzione orchestrale. Solo a
questo punto entra il solista che ripete il primo tema per poi introdurre materiale nuovo, impegnarsi in pezzi
di bravura e reintrodurre il finale orchestrale.
Nel secondo movimento adagio, Mozart raggiunge momenti di grande cantabilità e commozione che ottiene
sostituendo i due oboi (dal suono più squillante) con due flauti e prescrivendo agli archi l'uso della sordina.
Il primo tema viene presentato dall'orchestra e quindi ripreso dal solista. Il secondo tema è introdotto dal
violino per poi confluire nell'orchestra che termina il movimento soffusamente.
Il rondò finale è scritto con sezioni di diverso ritmo. Al solista sono riservate le parti più brillanti. La
conclusione del concerto è lasciata non al violino ma al sussurro degli oboi e dei corni.
Se risaputa è la precoce vocazione mozartiana per gli strumenti a tastiera, che porterà il prodigioso
clavicembalista degli anni dell'infanzia e il celebrato pianista della maturità a un'attività concertistica durata
l'intera esistenza, meno noto è l'impegno del diciannovenne Konzertmeister come violinista-compositore al
servizio del principe-arcivescovo di Salisburgo. Un'arte appresa dal padre Leopold, esimio virtuoso e
trattatista di uno strumento che nel secondo '700 già godeva di una storia, di una letteratura, di un prestigio
risalenti per la massima parte agli italiani - da Corelli a Geminiani, da Vivaldi a Tartini, per non citare che i
nomi più insigni.
Brevissima - per l'esattezza, dal 14 aprile al 20 dicembre 1775 - sarà la parabola professionale di Mozart
violinista, ma fulgida di capolavori. Essa è preceduta nel 1774 dal Concertone in do maggiore K. 186e,
curiosa composizione ove ai due violini solisti si affiancano con importanza di poco inferiore un oboe e un
violoncello, e che per tale insolito organico viene raramente eseguita.
L'attività di Mozart come compositore di Concerti violinistici propriamente detti ha inizio col Concerto in si
bemolle maggiore K. 207 e con quello in re maggiore K. 211, ancora debitori di una produzione coeva,
quella di Tartini, Pugnani, Borghi, Nardini, cui il concertista-compositore alle prime armi non poteva non
rifarsi. Lo schema formale adottato, che comporta quattro interventi dei "tutti", intervallati da tre escursioni
solistiche, appare assai più rigido e arcaicizzante di quanto non sarà soltanto fra qualche mese. Ogni
ricchezza emotiva sembra rifugiarsi nei movimenti di mezzo, con esiti che se nel K. 207 sentiamo ancora
intrisi di un certo languore boccheriniano, nel fervore lirico del movimento centrale del K. 211 già ci
trasportano ben al di sopra dei pur nobili modelli seguiti.
La breve ma prodigiosa esperienza di Mozart violinista si conclude con la straordinaria temperie inventiva
della successiva triade concertistica: i Concerti per violino K. 216, K. 218 e K. 219 sono capolavori
omologati da strette affinità stilistiche e dal vertiginoso progresso nei rapporti tra esposizione orchestrale ed
esposizione solistica, in cui consiste la peculiare grandezza del Concerto mozartiano in generale: il tutto
sotto le apparenze di una disinvolta amabilità mondana, che attutisce anche gli spigoli più aspri della
sperimentazione.
Nel Concerto in sol maggiore K. 216, datato al 12 settembre 1775, l'introduzione orchestrale del primo
tempo si svolge in una plasticità melodica e timbrica (quella gaia fanfara di oboi e corni sul mormorare dei
violini) e in una freschezza e aggressività inventiva finora sconosciute e che confluiranno nei futuri Concerti
per pianoforte.
Col suo modesto apparato virtuosistico (un tratto che accomuna tutti i Concerti per violino, i quali
gradatamente acquistano in essenzialità e profondità espressiva quanto rinunciano in effusiva brillantezza) lo
strumento solista qui segue ancora abbastanza fedelmente le proposte dell'orchestra, accettando nel corso
dello sviluppo di dialogare col primo oboe e di avventurarsi in un breve, emozionante "recitativo" dal quale,
sull'elegante ponte predisposto dagli oboi, planare nell'"aria" virtuale della ripresa.
Questa coniugazione in termini drammatici della comunicazione espressiva tocca il culmine nella
meravigliosa "cavatina" dell'Adagio, dove (come già in parecchi movimenti lenti delle precedenti sinfonie)
la coppia degli oboi viene sostituita da quella dei flauti e dove, con un emozionante colpo di scena,
l'accompagnamento in terzine interviene dopo che la prima semifrase della melodia ha spiccato il volo nel
silenzio di tutta l'orchestra.
Il gusto, tutto francese, per la sorpresa, mutuato dalle musiche d'intrattenimento, si riaffaccia nei finali di
tutti e tre gli ultimi Concerti: nel Rondò conclusivo del Concerto K. 216, troviamo l'inserzione di un amabile
tempo di gavotta in sol minore (con tanto di "alternativo" in maggiore destinato a sfociare nell'ultimo
ritornello in tempo ternario).
Definitivo ed eclatante colpo di scena, anch'esso comune ai tre Concerti, il congedo in sordina, sul filo della
sommessa clausola dei fiati.
Giovanni Carli Ballola
Guida all'ascolto 2 (nota 2)
È questo il primo dei cinque concerti per violino, composti a Salisburgo fra l'aprile e il dicembre 1775, che
sia entrato stabilmente in repertorio. Porta la data del 12 settembre: tre mesi soltanto lo separano dal
Concerto K. 211, rispetto al quale rappresenta un deciso balzo in avanti. Il virtuosismo della parte solistica è
abbastanza contenuto, visto che Mozart (pur essendo anche un ottimo violinista) preferiva orientarsi verso
la sensibilità e il cantabile di gusto italiano piuttosto che verso il brillante impegno tecnico dello stile
francese. Resta comunque predominante la dimensione sinfonica, garanzia in ogni momento di un
profondo impegno compositivo. La conclusione dello sviluppo centrale dell'Allegro d'inizio è segnata da
alcune battute di recitativo del solista a imitazione dello stile vocale dell'opera italiana coeva.
Dopo il primo tempo (dove compare anche un'eco del Re pastore, musicato pochi mesi prima), in luogo del
più consueto Andante, Mozart inserisce un Adagio che, per la purezza delle linee melodiche, resta una fra le
sue pagine più suggestive; contribuiscono al suo incanto la piccola e cristallina forma di sonata e la
sostituzione degli oboi coi flauti. Conclude l'opera un Rondò ricco di umorismo, contraddistinto da
imprevedibili cambiamenti di tempo (fra cui un breve Andante in sol minore), di metro e di tonalità.

Concerto per violino e orchestra n. 4


La composizione del concerto per violino e orchestra n. 4 in Re maggiore K 218 fu terminata da Mozart
nell'ottobre 1775. Costituisce il quarto di cinque concerti per lo stesso strumento (K 207, K 211, K 216, K
219), attribuibili con certezza al compositore, scritti nel breve volgere di pochi mesi (da aprile a dicembre)
dello stesso anno.
Il concerto si rifà alla scuola italiana (Boccherini, Vivaldi, Tartini) a cui il compositore aggiunge il suo
inconfondibile estro melodico. I tratti più personali di questa sua capacità melodica sono presenti
nell'andante cantabile. Il rondò conclusivo, ricco di cambiamenti di ritmo e tempo, è un movimento dagli
interessanti effetti umorisitici.

Concerto per violino e orchestra n. 5


La composizione del Concerto per violino e orchestra n. 5 in La maggiore K 219 fu terminata da W. A.
Mozart il 20 settembre 1775. Costituisce il quinto, e forse il maggiore, dei cinque concerti per lo stesso
strumento (K 207, K 211, K 216, K 218), attribuibili con certezza al compositore, scritti nel breve volgere di
pochi mesi (da aprile a dicembre) dello stesso anno.
È certamente il più eseguito dei concerti per violino del compositore ed in esso lo strumento solista è trattato
con maestria (non si dimentichi che Mozart era un valente violinista). La bellezza melodica, la forte
contrapposizione dei singoli movimenti, l'uso sicuro delle possibilità espressive dello strumento tutte
presenti non sono portate ai massimi livelli. Si deve in ogni caso tener conto che quest'opera esce dalla
mente di un Mozart diciannovenne e che questi non si cimenterà più in questo tipo di composizioni.
Caratteristiche [modifica]
L'allegro aperto inizia con orchestra e violino che suonano insieme. Il tema iniziale viene esposto due volte
in modo stilizzato a cui segue una melodia più estesa. Fa capolino un adagio di poche battute dove fa il suo
ingresso lo strumento solista. Riprende poi l'allegro iniziale che porta alla conclusione dopo una libera
cadenza del violino.
L'adagio apparve troppo ricercato ad Antonio Brunetti, primo violino dell'orchestra di Salisburgo. Mozart
andando incontro ai desideri di Brunetti lo modificò con la stesura di un altro adagio (K 261) di effetto più
sicuro ed immediato e dove, come nella stesura del concerto K 216, sostituirà gli oboi con i flauti e
prescriverà agli archi l'uso della sordina.
L'ultimo movimento del K219 è un Rondò-sonata. La struttura di questa forma è "ciclica" e classicamente
codificata ABACABA, in cui A è un primo tema, B il secondo e C il terzo. Il secondo e il terzo tema sono
intercalati dal primo che chiude la composizione e ne costituisce l'elemento ritornante. La necessità di
permettere all'ascoltatore di memorizzare immediatamente i diversi temi porta, in tutte le strutture formali
della musica del periodo e fino al primo romanticismo, alla ripetizione del tema appena esposto, necessità
che non si ripresenta quando il tema ritorna nel prosieguo del brano. La forma diventa allora
AABBACCABA
La forma elementare qui riassunta diventa lo scheletro su cui i compositori andavano a costruire le proprie
architetture che, nel caso di grandi compositori come Haydn, Beethoven o, appunto, Mozart, potevano
divenire estremamente elaborate ed articolate e, pur rispettando la struttura formale, potevano nel gioco di
variazioni, aggiunte ed omissioni acquistare significati e contenuti molto complessi. Si aggiungono Coda,
Sviluppo, Ponte modulante, Cadenza e sezioni di transizione tra un tema e l'altro.
Trattandosi di un concerto, la struttura interna delle varie parti del Rondò-sonata si complica ulteriormente,
c'è infatti la necessità di dare eguale spazio ai due "contendenti", o meglio "protagonisti" della
"rappresentazione": l'orchestra e lo strumento solista (in questo caso il violino). Così l'"esposizione" dei
singoli temi viene abitualmente ripetuta una volta per l'orchestra ed una per il solista, con la necessità di una
nuova sezione di raccordo tra le due parti e l'abitudine di usare i "da capo" come spazi di variazione
tematica, timbrica o modale... inoltre i diversi temi possono essere trattati in giustapposizione o, più
frequentemente, in contrapposizione quando, ad esempio, ad un primo tema allegro se ne contrappone un
secondo o un terzo, malinconici o molto tesi e via dicendo. In tutto questo, l'identità melodica del tema
diventa l'àncora che consente allo spettatore di percepire lo svolgimento del discorso musicale.
Nel 1775 Mozart compose a Salisburgo cinque Concerti per violino e orchestra: questo in la maggiore (K.
219), concluso il 20 dicembre, è l'ultimo (col nome di Mozart esistono anche altri due Concerti per violino,
di attribuzione e data discusse). Mozart, come suo padre Leopold, era da tempo al servizio del Principe
Arcivescovo di Salisburgo in qualità di musicista dell'orchestra (al clavicembalo, all'organo, poi anche al
violino) e di compositore per le cerimonie sacre e le feste di corte.
In anni recenti il ragazzo Mozart accompagnato dal padre aveva girato l'Europa tra l'ammirato stupore e le
acclamazioni, era stato onorato e insignito di titoli dalle Accademie e dai Sovrani (compreso il papa
Clemente XIV), aveva conquistato la Scala (Mitridate nel 1770, Lucio Siila nel 1772). Quando Mozart tornò
stabilmente a Salisburgo nel 1772, c'era un nuovo Arcivescovo, Hieronymus, conte di Colloredo, uomo
colto, sicuro di sé, dispotico, a cui il giovane genio e suo padre non piacquero (né lui piacque ai Mozart, ma
non piaceva neppure ai salishnrghesi). Lasciamo ora da parte la questione di quanto fondato sia il giudizio
sfavorevole sul conte di Colloredo che si trae dalle lettere dei Mozart e da qualche notizia degli amici: certo
è che Mozart, costretto a rimanere a Salisburgo perché Colloredo concedeva a stento i congedi, era
insofferente e scontento, guardava alle capitali del mondo musicale (Vienna, Monaco, Parigi, Londra,
Milano, Napoli), che egli pensava l'aspettassero, si sentiva chiuso in una provincia al servizio di un padrone
sconoscente (che davvero poi lo considerava un presuntuoso sfrontato). Ma tuttavia lavorava e lavorava, e
con molti lavori e capolavori, Messe, litanie, Concerti, Divertimenti, Serenate, Sonate, Quartetti, Trii, si
guadagnava un assegno annuale non proprio misero (a corte solo gli italiani guadagnavano più di lui, perché
così si usava anche nel resto dell'Austria). Infine, nel 1781 un invito dell'elettore di Baviera, invito che farà
nascere il primo dei capolavori compiuti del teatro di Mozart (Idomeneo), fu un'altra delle ormai troppe
occasioni di scontro tra Colloredo e Mozart, che il 9 maggio 1781 fu insultato e, con sua gioia, cacciato da
palazzo e da Salisburgo. Era questa la conclusione ritardata dei malintesi cominciati poco prima dell'anno in
cui Mozart compose i suoi Concerti per violino.
Oltre al clavicembalo e all'organo nei quali eccelleva con genio, Mozart nell'infanzia aveva studiato anche il
violino, e già a otto anni Leopold aveva fatto stampare a Parigi quattro Sonate Pour clavier avec
accompagnement de violon: sono i primi numeri dei suoi lavori pubblicati, op. 1 e 2, cui seguirono nel 1765
e nel '66 altri due gruppi di Sonate. Poi egli perfezionò la tecnica del violino nell'adolescenza e nel 1773, a
diciassette anni, improvvisava magistralmente in pubblico. Non sappiamo a quale necessità pratica o
mondana dell'orchestra di corte si debba il ciclo dei cinque Concerti del 1775 composti nel giro di pochi
mesi (né sappiamo se siano stati concepiti davvero come un ciclo o se siano state cinque occasioni
differenti). È probabile che uno dei destinatari sia stato Antonio Brunetti, il primo violino dell'orchestra, col
quale Mozart strinse proprio in quell'anno una buona amicizia, superati alcuni segni di gelosa diffidenza da
parte dell'italiano. Brunetti aveva una grande ammirazione per il giovane compositore che egli ammirava
anche come violinista. Quanto ai rapporti tra i due artisti e alle vere capacità di Brunetti resterebbe da
chiarire un piccolo mistero. Mozart scrisse per l'amico solista una seconda versione, tutta differente (K. 261,
ma naturalmente in mi maggiore come la prima) dell'Adagio di questo Concerto e non sappiamo perché il
famoso Brunetti abbia respinto la stupenda versione originale.
Nella sua costruzione questo Concerto presenta qualche libertà formale, nell'invenzione e nei rapporti, di
carattere quasi sperimentale, come accade spesso nei lavori del giovane Mozart.
L'introduzione del primo movimento è eccezionalmente estesa, con due temi. Uno è ritmato e danzante, e ad
esso risponde il secondo con elegante ironia: nel giro di poche battute l'incrocio dei due temi va verso una
cadenza che prepara la vera Esposizione sinfonica. Ma ci sorprende l'apparizione inattesa del solista con un
breve Adagio lirico, disteso sul sussurro degli archi. Questa strana parentesi sembra essere un pensiero
improvviso di Mozart o una sua dedica speciale a qualcuno. Poi si avvia il primo movimento con un tema
energico ed affermativo (l'indicazione espressiva di Mozart è un bizzarro Allegro aperto, cioè schietto,
ardito), accompagnato dal disegno danzante dei violini, con il quale si era iniziata l'Introduzione. Il secondo
disegno di questa poi diventa secondo soggetto principale del movimento. L'elaborazione dello sviluppo,
con qualche modulazione regolare (mi maggiore, dominante, e do diesis minore) soffre di qualche squilibrio
delle proporzioni.
L'Adagio è un'espansione melodica di eccezionale bellezza, che il solista canta e decora senza che mai,
neppure in una battuta, si indeboliscano l'intensità e la concentrazione del sentimento. Solo a tratti la calma
contemplativa del canto è turbata da una segreta agitazione.
Con garbata decisione il solista suggerisce l'avvio del Minuetto, che l'orchestra accoglie con calore. Molto
originale è l'espediente di introdurre in questo terzo movimento segmenti tematici dal primo. Una nuova
sorpresa ci attende con il bellissimo Trio, Allegro in la minore, una specie di mascherata fantastica di tutti gli
strumentisti, in abiti turchi o zigani. Era un tipo di esotismo allora di moda (spesso presente anche in
Haydn), ma qui l'idea ha una sua spavalderia insolita e irresistibile. Dopo la ripresa del Minuetto il Concerto
con sorridente eleganza si conclude con i due segmenti con i quali si era iniziato.
Franco Serpa
Guida all'ascolto 2 (nota 2)
Datato 20 dicembre 1775, è l'ultimo concerto per violino sicuramente attribuibile a Mozart (l'autenticità di
altri due pubblicati postumi è dubbia). Rispetto ai quattro concerti composti nei mesi precedenti, questo è il
più elaborato e imponente, e in certo senso presenta un grado di maturazione ancor più elevato soprattutto
per quanto riguarda l'originalità del linguaggio.
L'Allegro iniziale è interessante, fra l'altro, perché è uno dei primi esempi in Mozart di un notevole impegno
formale nell'ambito di un concerto con strumento solista, con un evidente irrobustimento delle
strutture della forma-sonata. L'animata introduzione orchestrale si interrompe improvvisamente per dar
luogo al drammatico passaggio di un Adagio, in cui avviene l'entrata del solista con una rapsodica melodia,
apparentemente senza relazione con l'Allegro precedente, il quale però è subito ripreso, col vigoroso tema
principale, dal violino stesso. Tutto il concerto, del resto, è opera più di pensiero che d'effetto, grazie anche
alla composta interiorità dell'Adagio. Il Rondò conclusivo invece si concede qualche bizzarria, accogliendo
episodi di sapore turco, con chiare reminiscenze delle Gelosie del serraglio, un balletto lasciato incompiuto
tre anni prima.

Concerto per violino e orchestra n. 7


Il concerto per violino e orchestra n. 7 in Re maggiore K 271a fu ritrovato nel 1878 presso la Kõnigliche
Bibliothek in una copia vergata di proprio pugno dal musicologo Aloys Fuchs, collezionista di rarità
mozartiane. L'intestazione recava il titolo "Concerto per violino di Wolfango Amadeo Mozart - Salisburgo,
16 luglio 1777)". Tuttavia proprio l'autorevolezza del musicologo lascia dei dubbi sull'autenticità della
composizione, in quanto il manoscritto non reca la dicitura "ripreso dall'originale".
Nel 1907 venne trovata tra le carte del violinista francese Pierre-Marie Baillot una seconda copia, quasi
identica a quella di Fuchs, realizzata dal suo allievo Eugène Sauzy sulla base del manoscritto originale - oggi
perduto - già di proprietà del violinista e direttore d'orchestra François-Antoine Habeneck.
Oggi si pensa che ambedue le copie contengano musica di Wolfgang Amadeus Mozart ma con ampi
rimaneggiamenti. Alcuni passaggi non corrispondono allo stile del compositore e in particolare il
musicologo Hermann Abert ha ipotizzato che le modifiche siano opera dello stesso Baillot, che avrebbe
ritoccato la parte solista allo scopo di esaltare la tecnica del violino mediante salti di decima e un uso delle
posizioni estreme.
Nel complesso il concerto manca di quel lirismo, quella luminosità e quello spirito brillante che
costituiscono una caratteristica saliente della musica mozartiana.
Il primo movimento (allegro) è basato su tre temi, il secondo dei quali contiene importanti novità stilistiche
che saranno proprie del romanticismo del primo Ottocento. Nella ripresa l'orchestra interviene prima che il
solista abbia finito di enunciarlo.
Nell'andante il procedimento è rovesciato e sarà il violino ad imporsi, prima che l'orchestra abbia terminato
l'esposizione.
Il rondò finale è un movimento vivace nel quale sono stati introdotti alcuni passaggi al registro sopracuto del
violino.

Mozart : violino
Nella produzione di Mozart il violino occupa un posto importante anche se non principale (come per
esempio il pianoforte).
Mozart, oltre ad essere un virtuoso di pianoforte era anche un buon violinista,e il padre, Leopold,violinista e
compositore, e' ancora oggi ricordato per il suo celebre trattato di tecnica violinistica.
Il violino solista in Mozart appare fin dalla sua prima produzione giovanile sonatistica,dove però il violino
svolge in genere un ruolo secondario rispetto alla parte tastieristica. Solo nelle sonate della maturità il
violino avrà un carattere più indipendente e un maggiore dialogo con il pianoforte.
Anche in alcune delle nelle numerose serenate e divertimenti scritte per vari organici strumentali,si possono
trovare diversi "soli" di violino,passi concertati o anche cadenze,come per esempio nel celebre "scherzo
musicale" K522.

Concerti per violino di Mozart


Ma i capolavori più noti per violino sono i concerti con orchestra che Mozart ha scritto per questo
strumento.
In tutto sono 5 concerti (K207-211- 216- 218-219 )più un Concertone per due violini(K190) e la Sinfonia
concertante (K364 per violino,viola e orchestra (K364),l'adagio k 261 e il rondò k373,che probabilmente
erano movimenti alternativi per concerti preesistenti.
Inoltre vi sono anche altri concerti per violino di dubbia attribuzione,ma che poi si sono rivelati essere di
altri autori,o addirittura dei falsi.
Dei cinque concerti per violino sono entrati stabilmente nel repertorio concertistico e discografico in
particolare gli ultimi tre.
I primi 2 concerti pur presentando interesse non si distaccano molto dal genere tipico del concerto
dell’epoca,invece negli gli ultimi tre concerti vi e’ una scrittura violinistica più avanzata,un dialogo
maggiore tra solista e orchestra e una notevole inventiva musicale.
In queste composizioni Mozart sembra voler esplorare anche nuove possibilità formali all'interno della
forma del concerto classico.(cosa analoga avverrà anche in alcuni dei concerti per pianoforte e orchestra
della maturità).

Ruolo del violino in Mozart


Per esempio e' interessante notare l'uso della forma Rondò che Mozart fa nei finali di questi tre concerti, in
ognuno di essi inserendo una sezione caratteristica,basata su elementi di derivazione popolare; nel finale del
3° concerto vi e' come sezione centrale una specie di canzone popolare preceduta da un' interessante sezione
in minore che però poi non verrà più ripresa,
nel finale del 4° concerto vi e' invece un episodio con effetti di "musette" e nel finale del 5° vi e' una sezione
"alla turca" con effetti di percussione ottenuti dall'orchestra con l ' effetto"col legno battuto" degli archi.