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GIOVANNI PASCOLI

(1855-1912)

Biografia

GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli, nasce a San Mauro di Romagna nel 1855 e morirà per cirrosi epatica nel
1912 a Bologna.

Il 10 agosto 1967 il padre viene ucciso da sconosciuti sicari; l’episodio lascia una traccia
indelebile nel giovane poeta , infatti verrà rievocato in molti componimenti, tra cui X Agosto e
La cavalla storna. Sempre questo episodio solleciterà in Pascoli una desolata visione dei
rapporti sociali e la convinzione che la morte incombe sugli uomini e su tutto.

Una catena di sventure familiari sembra avvalorare questa visione pessimistica.

Gli studi universitari segnano il momento del suo impegno sociale:il sentimento dell’ingiustizia
sociale lo spinge ad aderire al movimento rivoluzionario di Costa; per aver partecipato ad una
dimostrazione filoanarchica, Pascoli viene arrestato, e dopo quattro mesi, riprende gli studi.

L’esistenza di Pascoli si svolge in pochi luoghi: la campagna romagnola dell’infanzia, le diverse


sedi d’insegnamento ed infine la casa di Castelvecchio in toscana.Assime alla sorella
Maria(Mariù) visse come il custode delle memorie della famiglia d’origine, genitori, sorelle e
fratelli, vivi e morti. Con questi sentimenti, dedicò le Myricae alla memoria del padre, i Canti di
Castelvecchio alla memoria della madre e i Poemetti alla sorella Maria.

Il paragone tra Pascoli ed un altro poeta del decadentismo italiano, D’Annunzio, porta a
conclusioni decisamente differenti, in quanto il primo,vive isolato e fedele a pochi luoghi e
l’altro è un brillante uomo di società e avventuriero senza fissa dimora.

Il Pascoli maggiore è quello “georgico”, che canta , ad imitazione del poeta latino Virgilio, la
campagna e la vita semplice dei contadini.

Le Myricae si ambientano nella campagna romagnola di San Mauro, mentre glia altri due libri
sono ambientati nella campagna toscana presso la casa di Castelvecchio.

Inoltre bisogna distinguere i Myricae e i Canti di Castelvecchio con i Poemetti, in quanto i primi
fanno uso di metri diversi, mentre i Poemetti sono composti in terzine di endecasillabi; questa
scelta indica che il componimento è in forma di racconto e sono strutturati come un vasto
poema di natura, dall’autunno all’estate. La vera protagonista rimane la natura ed i personaggi
diventano un tutt’uno con essa; infine ; i Poemetti, cercano di creare la visione di una
campagna felice, non turbata: la vita della famiglia contadina povera e faticosa, ma quasi
sempre serena.

Invece nei Canti di Castelvecchio e nelle Myricae, abbiamo poesie più brevi :frammenti, più
legati alle impressioni e percezioni suscitate dalla campagna nell’animo del poeta “fanciullo”; e
viceversa sono libri colmi di inquietudini, di dolorosi presentimenti.

I SIMBOLI PASCOLIANI
Quella di pascoli è una poesia simbolica in molti sensi; la sua poesia è ricca di oggetti
quotidiani e umili che non sono interpretati in chiave realistica. Tra questi simboli, il più
importante è quello della casa-nido. Il nido è la casa degli uccelli, ma per Pascoli diviene
appunto il simbolo della casa in cui vi sono tutti gli affetti domestici. La figura della madre
domina il nido, ella è la custode dei sentimenti di chi nel nido si riconosce.

Per Pascoli il nido è accogliente, una cellula calda,come a confermare che nel nido si può
vivere, mentre all’esterno vi sono solitudine e incomprensione,infatti,nella poesia pascoliana
non c’è vita di paese, non ci sono relazioni sociali.

Il nido difende chi sta dentro, è il tentativo di recuperare l’età d’oro, ovvero dell’infanzia,
l’unico tempo davvero sereno; proprio Pascoli ha un atteggiamento infantile, come se rifiutasse
la vita adulta.

In questa visione, il male più grande è la dispersione del nido, per esempio,l’abbandono della
casa, i lutti familiari o il fidanzamento della sorella Ida.

Altro tema fondamentale in Pascoli, è la presenza dei morti in famiglia. I cari morti sono legati
al nido e continuano a ritornarvi; c’è dunque un legame che non si allenta tra vivi e morti della
casa. “La voce” nei Canti di Castelvecchio, la voce della madre morta che viene ad esortare il
poeta, allora in carcere, a non suicidarsi, perché deve mantenere le sorelline e perché deve
vendicare la morte del padre.Il dialogo tra figlio e la madre morta è doloroso, ma la voce che
parla è la stessa che risuonava negli anni dell’infanzia e che aiutava il fanciullo ad
addormentarsi sereno.

Tutta questa simbologia pascoliana serve a fuggire dalla morte vista come il nemico
spaventoso del nido, dunque Pascoli mette in campo questi simboli come argine alla morte,ma
quest’ultima è ovunque , ogni voce della natura è un continuo ammonimento, un ininterrotto,
ricordati che devi morire.

Per Pascoli è meglio non sapere, non capire, quindi meglio non agire, infatti appare inutile
l’agire dell’uomo di fronte alla morte, perché questa è l’ostacolo supremo a ogni speranza e
progetto umano.

Nei Canti di Castelvecchio troviamo diversi componimenti legati al tema del “cosmico”, che
intrecciano al microcosmo visioni di astri e vasti cieli notturni(macrocosmo). Per pascoli le
nuove scoperte astronomiche rendono minaccioso lo spettacolo dell’immenso cielo stellato; ed
il nido diviene un ulteriore, sempre invocato rifugio. Pascoli si sforza di ricondurre il cosmo alle
dimensioni del suo piccolo mondo:che il poeta fanciullo si soffermi sull’infinitamente piccolo o
sull’infinitamente grande, i termini del poeta non cambiano.

Il tema astrale dovrebbe collegarsi ad una vena religiosa, ma questo in Pascoli è molto
generico; egli accoglie dal cristianesimo l’invito alla solidarietà, e sente il bisogno di prolungare
la vita terrena, attraverso il colloquio con i morti della casa, inoltre per Pascoli il cielo è vuoto
di Dio, ma non c’è neppure un’altra entità.Dunque Pascoli è sicuramente il più ateo dei poeti
italiani.

POETICA E LINGUAGGIO DEL FANCIULLINO


La prosa del Fanciullino è la riflessione più sistematica di Pascoli sulla poetica.

I venti capitoletti del Fanciullino partono con l’idea che esistano due età poetiche , fanciullezza
e vecchiaia, quest’ultima sa dire, ma la prima, la più ingenua , sa vedere.
Qui è evidente il contatto con la concezione dei decadenti, soprattutto con Rimbaud, secondo il
quale il poeta è un veggente. Per Pascoli il fanciullo scopre nelle cose somiglianze e relazioni
più sorprendenti; dunque il poeta ormai vecchio, quindi non vede, dice ciò che ha visto da
fanciullo, quindi ciò che il fanciullo vede non sono i temi “adulti”.

Inoltre, Pascoli deriva l’idea che la poesia sia la prima forma di conoscenza e linguaggio, il
poeta è colui che illumina l’oscurità, in questa maniera il poeta appare una sorta di Dio o di
mago , che si sforza a comprendere e a ridire i linguaggi non umani, ad esempio, il canto degli
uccelli.

Il fanciullino di Pascoli guarda alle sensazioni. Pascoli insieme a D’Annunzio è una delle prime
voci del decadentismo italiano.

Sull’origine della poesia si lega l’individuazione delle tecniche poetiche.

Dunque se il fanciullino “vede” le cose in maniera discontinua, slegata, accosta immagini in


maniera prelogica, se non irrazionale, così sarà anche la sua poesia; il poeta-fanciullino
accosta il nome della cosa più piccola a quella più grande e viceversa, gli sfuggono le giuste
dimensioni; inoltre, il fanciullino, non soffre di manie di superiorità nei confronti della natura,
anzi s’immerge in essa, parla con gli animali e alle nuvole, le sue parole sono quelle
incontaminate della gente semplice di campagna.

Pascoli è fondamentalmente un poeta simbolista, come i poeti decadenti anche la sua parola
perde la propria funzione informativa, di messaggio puro e semplice,ma si rifà nella
soggettività dell’io-poeta e dice le cose non come sono ma come le sente, quindi per Pascoli il
paesaggio non è mai sintetico e non è mai una visione ordinata. Insomma la poesia di Pascoli è
analitica, cioè il suo sguardo si fissa su tanti particolari diversi, in modo tale che questi oggetti
man mano si facciano centro della rappresentazione.

L’opera di Pascoli rompe la tradizione, rifiutando i generi e le forme del passato, per dar vita ad
un linguaggio nuovo.Ma da un punto di vista metrico, Pascoli appare sia tradizionale che
rivoluzionario, infatti conserva la rima, che i romantici avevano messo in discussione,
preferendo l’endecasillabo libero; ma egli opera un cambiamento tale da rendere irriconoscibile
i metri e i ritmi consueti, infatti il ritmo tende a divenire la cantilena dei bambini(ritorno
all’infanzia).

Pascoli predilige accostare le immagini l’una all’altra, ed è per questo che lo si è detto
“impressionista”.

Inoltre, Pascoli rompe con la tradizione; i suoi periodi spesso si collegano tra loro non
logicamente, ma analogicamente, cioè per forza di simboli; gli oggetti valgono non per ciò che
sono, ma per ciò che da essi la coscienza coglie.

Un’altra tecnica utilizzata da Pascoli è la sinestesia:essa accosta le parole con significato


diverso, esempio, si associano il livello visivo con il livello uditivo.Tecnica analogia e metodo
della sinestesia ci dicono che Pascoli ha utilizzato per la prima volta un linguaggio onirico,
ovvero gli elementi offerti dalla lingua irrazionale dei sogni: mette sullo stesso piano reale ed
irreale, sognando ad occhi aperti, per esempio, inscenando impossibili colloqui tra vivi e morti.

Anche il lessico è coinvolto nello sperimentalismo di Pascoli. Il poeta-fanciullo si apre alle umili
cose della campagna e dunque amplia il vocabolario poetico: parole gergali e onomatopee,
come il gre gre delle rane, il don don delle campane…ecc.. Pascoli vuole costruire una specie di
lingua della poesia, un linguaggio chiuso, staccato dalla lingua comune.

LE OPERE PRINCIPALI
I libri migliori del Pascoli sono “Myricae” e i “Canti di Castelvecchio”.

Myricae è la prima raccolta di poesie; il titolo spiega già in parte il contenuto: Myricae in latino
significa tamerici, piante umili che crescono al livello del terreno e che nessuno considera.
Sono il simbolo della poesia umile che il Pascoli intende comporre, una poesia fatta di piccole
cose osservate con la meraviglia del fanciullo. La poesia del Pascoli è estremamente semplice e
ridotta al solo soggetto, verbo e complemento, ma riesce comunque a creare un seguito di
suggestioni visive e uditive.

Tra le poesie raccolte in Myricae ricordiamo:


 Arano
 Orfano
 Dall’argine
 Novembre
 Patria
 Lavandare
 Temporale
 Il lampo
 X Agosto
 L’assiuolo

A Castelvecchio di Barga , nella casa di campagna dove soggiornò frequentemente a partire dal
’95, il Pascoli scrisse queste nuove myricae, che egli chiamò “autunnali”, alludendo alla
declinante stagione del suo vivere. Comuni alle due raccolte sono l’amore per la vita della
campagna e per le cose umili; ma c’è, qui nei Canti, accanto alla rappresentazione realistica
dell’ambiente contadino, una visione simbolistica più decisa e le cose umili divengono come un
rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del Pascoli.

Tra le poesie raccolte nei Canti di Castelvecchio ricordiamo:

 Il gelsomino notturno
 Il bolide
 Nebbia
 Nella nebbia

Da Myricae:

“Lavandare”

Lavandare è una delle myricae più caratteristiche. Ci si trova in un quadro autunnale in un’ora
incerta e senza tempo. I sensi del poeta, immerso nella campagna solitaria, colgono vigili la
natura intorno, le sue immagini, le sue voci: un campo appena arato, un aratro abbandonato
sui solchi, i rumori prodotti dalla sciacquio delle lavandaie, anch’esse parte del paesaggio. Poi
tutto sfuma in un’unica nota: un canto d’amore e di nostalgia, che è come il modularsi, in una
voce umana sperduta nell’immensità della campagna, dello sfiorire autunnale, che già il Pascoli
aveva colto in quell’aratro abbandonato. E’ una poesia d’immagini e di sensazioni. Gli oggetti
sembrano dissolversi in un’onda di malinconia.
La prima parte è descrittiva, in cui prevale ancora il colore. L’aratro dà un’idea di
dimenticanza; difatti è stato abbandonato nel campo. La seconda parte si lega alla prima
attraverso il canto delle lavandare, canto dell’abbandono: la persona amata si è allontanata e
ancora non ritorna al paese.
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“Novembre”
Anche qui si ha una visione dell’autunno, sfumata in un alone di tristezza. Il paesaggio è nitido
e oggettivamente disegnato. E’ l’estate dei morti, una limpida giornata di novembre. Intorno si
diffonde una sensazione di primavere lontane, percepite, dietro le suggestioni vaghe dei sensi,
dalla memoria. Ma è un’illusione breve: i rami sono stecchiti, il cielo vuoto di rondini, la terra
resa arida e compatta dal freddo; su tutto grava un’amara solitudine, un silenzio sconfinato. In
questo silenzio l’anima coglie un lontano cadere di foglie, un declinare irreversibile della vita.
La poesia è capace di rendere le sensazioni più impalpabili e la vibrazione che esse suscitano
nella vita della coscienza. Evoca il senso della morte.
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“Arano”

Nonostante la stagione autunnale, questo quadro di vita campestre è pervaso di sorridente


felicità. Le immagini emergono nitide e festose come un germogliare fresco di vita. Il Pascoli
cerca di aderire alle cose, alla natura semplice e buona. I gesti lenti dei contadini, il loro lavoro
placido, sereno e il canto del pettirosso appaiono come un approdo di pace per l’anima. Il
sentimento del poeta sembra totalmente dimenticato nella contemplazione di quel fresco
quadro di natura; ma l’ultimo verso palpita di una ritrovata e pura gioia del cuore.
La prima parte della poesia è dominata da elementi cromatici, come il rosso del filare e il
fumare della nebbia, mentre la seconda è prevalsa da elementi uditivi.
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“Orfano”

Questa poesia è incentrata su due immagini: il cadere lento della neve ed un piccolo ambiente
domestico, composto d’una culla che dondola, un bimbo che dorme, una vecchia che gli canta
una ninna nanna. Il titolo “Orfano” esprime un’infelicità, caratterizzata da una vaga e dolce
memoria d’infanzia, cullata da un ritmo di carezzevole nostalgia.
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“Patria”

In un giorno d’estate egli sogna di ritornare a S.Mauro, la propria terra, e rivive in una sorta
d’estasi quel dolce paesaggio d’infanzia. Poi, l’incantesimo s’infrange: un suono di campane
riporta il senso dell’antico dolore, il latrato di un cane fa sentire il poeta straniero nella sua
terra. È un sogno d’infanzia ritrovata, ma scoperta, nello stesso istante, come perduta per
sempre.
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“X Agosto”

Questa poesia rievoca la morte del padre del poeta, che venne ucciso il 10 agosto nel 1867.
Questo giorno è anche la festività di un martire, S. Lorenzo, e in cui si verifica il fenomeno
delle stelle cadenti. Il dolore personale del poeta si avverte già nel pianto delle stelle con cui si
apre la poesia e nell’immagine della rondine uccisa, ma soprattutto nella quartina finale, dove
il cielo s’incurva lontano e pietoso sulla terra, dominata dalla tragica fatalità del male.
Il Pascoli si era creato il problema se scrivere di questi eventi tragici della sua vita o lasciarli
fuori dalla sua poesia; questo è un po’ lo stesso problema che aveva avuto il Leopardi, che fu
accusato di fare una poesia che fosse solo un lamento continuo. Il rischio è che le vicende
biografiche finiscano col legare il poeta alla sua vicenda personale, levando quindi alla poesia la
caratteristica di universalità. Il Pascoli finì per venire sulle proprie vicende personali.
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“L’assiuolo”

E’ uno dei paesaggi più intensi di Myricae, decisamente legato alla sensibilità e alla poetica del
Decadentismo. Non è composto d’oggetti definiti, ma di immagini sfumate. Le cose sembrano
esalare una loro essenza segreta; dietro di queste c’è come un’ombra che si prolunga verso il
mistero della vita universale. La poesia diviene rivelazione d’una realtà ineffabile, di cui la
gente percepisce solo un pallido simbolo, e che non può essere compresa dall’intelletto, ma
soltanto intuita. Le immagini si succedono senza un ordine logico, ma in un libero fluire e
acquistano il carattere d’improvvise rivelazioni. Il motivo principale della lirica è il canto nella
notte dell’assiuolo, piccolo rapace notturno. Si percepisce il verso del chiù proveniente dai
campi, successivamente la voce si carica di un sentimento di dolore per mezzo del singhiozzo
ed a questo si unisce un pianto di morte. Difatti progressivamente il verso dell’uccello termina
con l’evocare l’immagine di morte, immagine questa che ricorre spesso nella poesia del Pascoli.
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Da “Canti di Castelvecchio”:

“Il gelsomino notturno”

Il gelsomino notturno è un fiore notturno che si apre la sera per poi dischiudersi all’alba ed
esala un intenso profumo. La lirica rinuncia ad ogni forma di sintassi, di concatenazione logica,
per esprimere un puro fluire senza tempo delle cose e dell’anima. Gli elementi essenziali della
rappresentazione sono costituiti dal profumo dei fiori, dalle minuscole voci degli insetti, dal
trascorrere lento delle stelle, dalla luce che s’accende e si spegne nella casa solitaria. Questa
poesia venne dedicata ad un amico che si era sposato. La poesia è pervasa da una velata
allusione alle nozze e a quel rapporto sessuale che non finisce di attrarre e allo stesso tempo
d’impaurire il Pascoli. Sullo sfondo della lirica vi è l’io del poeta che pensa ai suoi cari (il
consueto ricordo dei suoi morti, la loro misteriosa presenza sulla sua vita), ma senza pianto.
Nasce qui la scoperta di una dimensione nuova della realtà. Il tremore delle cose, il loro
accendersi e spegnersi, i fiori che si schiudono mentre il poeta è immerso in pensieri di morte,
fanno sentire il continuo fondersi della morte e della vita nell’unico mistero dell’essere.
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“Il bolide”

Nei “Canti di Castelvecchio” questa poesia fa parte di una sezione intitolata “Ritorno a S.
Mauro”. Immagina di andarsene verso il tramonto per una strada solitaria ed una sorta di
fantasia gli fa immaginare che qualcuno gli tenti un agguato, come avevano fatto a suo padre;
ma all’improvviso sente uno scoppio: si tratta di un bolide, di un meteorite caduto
all’improvviso dal cielo, che ha interrotto e si è inserito in quest’immagine di morte che il poeta
aveva pensato per sé.
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”Nebbia”

E’ una delle più belle, allusive e simboliche poesie del Pascoli. Raccoglie un po’ tutti i miti della
sua poesia. La nebbia fa una sorta di barriera tra lui e la realtà per tenerlo al di qua della
siepe, cioè di quello che è il suo ambito, il suo nido, che contiene le certezze che lui si era fino
ad ora creato. Di fatti per il poeta la realtà è sempre stata negativa, rifiuta il suo passato
perché contiene episodi di effettivo pianto, lo rifiuta proprio per la sua negatività. Tutte le cose
nella realtà sono state sempre impre di pianto e dolore. Nascosto ormai nel suo “cantuccio” di
Castel Vecchio, rassegnato al declino della sua vita e proteso alla ricerca di una pace, il Pascoli
prega la nebbia che gli nasconde le cose lontane piene di pianto: l’infanzia e la giovinezza
angosciosa, i loro dolori non ancora spenti, la memoria ancora lacerante. Restano solo davanti
al suo sguardo le piccole immagini quotidiane, simbolo della pace ritrovata, e quel cimitero
dove compirà, rassegnato, l’ultimo viaggio. Per sfuggire all’angoscia il poeta si afferra alle cose
presenti, alla loro realtà concreta. Egli vuole vedere solo ciò che è al di qua della siepe: i due
peschi e i due peri, che danno il nettare e rappresentano proprio il desiderio di autarchia che
egli raccoglie nel mito della siepe. Sono presenti due verbi nella poesia che nascondono tutti i
timori del Pascoli:
ch’ami: raccoglie le esperienze importanti della vita come l’amore, non solo verso gli altri, ma
anche come amore sessuale, da cui si sente attrarre e che allo stesso tempo lo impaurisce;
che vada: è il desiderio di abbandonare il suo mondo chiuso e affrontare la vita.
Fuori dai limiti della siepe vi è una strada bianca che porta al cimitero: il poeta vuole tenersi
nel chiuso della vita che ha creato, nelle cose che lo rassicurano e rifiuta tutto quello che è al
di fuori. Della morte non ha un’immagine triste; i defunti vivono tranquilli e sereni.
Egli chiede inoltre alla nebbia di impedire il volo del suo cuore verso nuove esperienze, verso la
realtà, per rimanere a casa con le rassicurazioni che si è creato.
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”Nella nebbia”

In questa poesia si ha il simbolo centrale di un vecchio con un grande fascio sulle spalle, che
rappresenta l’uomo con il suo travaglio e la sua difficoltà di vivere. Questa è un’immagine già
ritrovata in Leopardi, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. L’immagine in
questa poesia del Leopardi è molto precisa, circostanziata, è in definitiva la rappresentazione
della vita dell’uomo. Egli descrive il vecchio che cammina tra un mare di difficoltà e alla fine di
questo grandissimo travaglio precipita nel nulla della morte. Nel Pascoli invece si ha un
simbolo, un’immagine sfuocata che si vede e non, un qualcosa che allude ed il lettore deve
completarne l’immagine. In Leopardi c’è la ragione attenta che valuta le cose, mentre nel
Pascoli non troviamo più la ragione perché prevale decisamente il carattere irrazionale: egli
sente la fatica del vivere, ma a questa fatica non sa dare una spiegazione perché è venuta
meno la fiducia nella ragione. Quindi l’immagine si sfuma, non è più recepibile razionalmente,
ma esprime il sentimento profondo della fatica della vita umana attraverso simboli vaghi,
intuizioni fuggevoli e suggestive.
Non si ha qui, dunque, un paesaggio reale, ma una visione simbolica nella quale è proiettato
un risentirsi dell’anima, il suo smarrimento doloroso dinanzi al mistero imperscrutabile della
vita.