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IL DECADENTISMO

1857:
• Naturalismo francese, Madame Bovary
• Decadentismo, Le Fleur du Mal, Boudelaire

decadentismo: un enorme contenitore di pensieri provenienti da una stessa


matrice, ma che si differenziano in base ai poeti, forma di pensiero legata ai
sensi naturali dell’uomo;

Mentre nel Romanticismo vedevamo una sorta di positività, speranza nel poter
cambiare le cose, i decadenti guardano alla realtà con rassegnazione.

Il Decadentismo non ha alcuna influenza politica, si sviluppa l’idea della poesia


pura, senza influenze di alcun tipo.

L’uomo non è in grado di cogliere i legami tra i simboli e la natura. Per


comprenderli a pieno dovrebbe privarsi della razionalità lasciando spazio solo
alle sensazioni.

L’unico in grado a cogliere i simboli è il poeta, per la sua spiccata sensibilità, la


poesia assume il compito di rivelazione dei misteri.

Corrispondenze, Boudelaire, pag. 422

Bisogna vederla come una guida pragmatica in versi.

Emblema del simbolismo, la Natura diventa “foresta di simboli” ed è compito


dell’uomo attraversarla, essendone l’unico capace. Bisogna andare oltre per
capire realmente questi simboli.

Mentre naturalismo e verismo tentano di ridurre le cose, è compito del


decadentismo ampliarle.
Languore, Verlaine. pag. 436

Bisogna avere la necessità di scoprire tutto ciò che è oscuro, far uscire gli
scheletri dagli armadi, il decadente vede la bellezza anche nell’orrido e nella
follia.

Tutto ciò che ci sembrava pericoloso ci permette di creare una realtà vera e
propria.

Interviene il sublime, che non è necessariamente perfetto, può trovarsi anche


nell’orrido.

La perdita dell’aureola, Boudelaire

Boudelaire riflette sul ruolo dell’intellettuale, che perdendo valore e fama non
vale più nulla, il Decadentismo porta quindi alla “perdita dell’aureola”;

Il letterato ha un ruolo inutile nella società.


GIOVANNI PASCOLI

Nasce nel 1855, muore nel 1912 a Bologna, autore contemporaneo a Verga.

Appartiene ad una famiglia agiata, straziata dalla morte del padre il 10 agosto
1867.

Grazie agli studi classicisti, vince per 12 anni di fila il premio “Poesia Latina”.

Viene arrestato per i suoi ideali socialisti durante una manifestazione, il periodo
in carcere lo segnerà molto.

Durante la sua carriera di insegnante vive con le sue due sorelle, con le quali
creerà un legame morboso, tanto da non permettergli di creare una sua identità
familiare.

La sua idea predominante era quella di creare un “nido” familiare di cui


facessero parte non solo le identità del presente ma anche i fantasmi del passato,
è segnato quindi da una mancata elaborazione del lutto che lo lega al
decadentismo. Mentre in Verga troviamo il meccanismo di prendere
consapevolezza dei meccanismi che cambiano, Pascoli non riesce ad andare
avanti.

Il nido familiare diventa essenziale per l’elaborazione dei lutti, sviluppando una
gelosia morbosa nei confronti dei membri della famiglia, una ferita non
rimarginata che crea problemi.

La visione del nido familiare si estende poi anche ad una visione politica
fondata su un profondo nazionalismo.

Ha un rapporto contraddittorio con l’amore, non sente la necessità di crearsi una


sua famiglia, vuole prendere il posto di suo padre senza mai diventare padre.
Ma il non riuscirci lo porta anche ad avere un blocco poetico.

Il nido doveva essere una protezione dal mondo esterno, che gli appariva
minaccioso e in cui si sentiva profondamente inadeguato.

La sua poetica è fatta di piccole cose, con riferimenti specifici alla natura. La
sua precisione per quanto riguarda la botanica, l’astronomia e la natura in
generale diventa a tratti ossessiva, si riflette in lui la crisi scientifica dell’epoca
e la tendenza all’astratto che creano ansia e preoccupazione. La precisione
scientifica spesso rischia di portare all’astrazione.
La sua poetica è sincronica, componeva contemporaneamente suddividendo in
seguito in base a dei suoi criteri.

Per quanto riguarda il linguaggio, troviamo una profonda varietà sia dal punto
di vista linguistico, con contaminazioni dialettali, classicistiche e straniere, ma
anche dal punto di vista della fonetica, in quanto utilizza onomatopee e
fonosimbolismi.

Una poetica decadente, Il fanciullino, Pascoli pag. 554

Saggio pubblicato nel 1897.

Lo scopo dell’opera era quello di guidare gli uomini ad un’unità al di là di


classi e nazioni, il rifiuto della “lotta tra classi” è tipico del pensiero pascoliano.

Il poeta appare come “veggente”, dotato di una vista più acuta di quella degli
uomini. La poesia non deve avere una funzione pragmatica, il poeta deve
limitarsi a raccontare, la poesia appare come spontanea, proprio perché deriva
da un fanciullo.

Modo alogico: modo di pensiero che si sottrae alle leggi della logica, dettato
dall’irrazionalità tipica dei fanciulli, il fanciullino non segue un ragionamento
propriamente logico ma arriva comunque allo stesso risultato.

fonosimbolismo: meccanismo letterale che unisce un suono ad una parola, es.


tichhettio, tintinnio;

bramire: la parola in Pascoli ha una scelta fondamentale;

Il fanciullino nasce dentro di noi e sopravvive nel profondo di ogni uomo, vive
sulla finestra dell’anima: vede le cose come un bambino, con stupore e
meraviglia, si esprime con un linguaggio lontano da quello della società.

È in grado di vedere oltre, l’uomo sbaglia perché crede solo a ciò che vede,
cerca di dare spiegazioni ad ogni cosa, mentre quando si è fanciulli non si ha
questo bisogno.

È in grado di emozionarsi quando diamo un nome alle cose, si comporta come


Adamo, il primo uomo, che si emoziona scoprendo il mondo.
Anche nell’accettazione della morte, il fanciullo è avvantaggiato, in quanto è
capace di piangere, sfogarsi, nonostante non sia in grado di capire cosa succede.

Parte da oggetti reale, osservando i particolari grazie ai quali è in grado di


scoprire significati nascosti.

Il fanciullino ci consente di immedesimarci nelle situazioni che si presentano da


adulti e farcele affrontare con entusiasmo.

Avere delle piccole “scosse” durante il corso della vita aiuta il nostro organismo
a sopportare scossoni maggiori, e queste sofferenze ci aiutano a ritrovare il
fanciullino, che ci fa scoprire la sensibilità anche nei confronti dei dolori altrui.

Con il senno di poi, le cose passate appaiono come “soavi”, in quanto ne siamo
usciti e siamo stati in grado di superarle.

Myricae

Prima raccolta poetica, 1891, inizialmente di 22 poesie dedicate alle nozze di


amici, si ampliò sempre di più fino ad arrivare a 156 nel 1900.

Il titolo è una citazione virgiliana, facendo riferimento alle piante come piccole
cose, le quali dovevano stare al centro della sua poetica.

Si presentano come componimenti molo brevi, che nella loro semplicità sembra
stiano nascondendo simboli misteriosi.

X agosto, Myricae, Pascoli pag. 576

Pascoli rievoca la morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867.

Dal punto di vista stilistico troviamo la spiccata classicità di Pascoli.

Nonostante la lirica debba trasmettere dolore, la vera importanza sta dal punto
di vista stilistico, piena di parallelismi e studiata perfettamente: la prima e
l’ultima strofa coincidono, si presenta in entrambe il tema del pianto, e il
gruppo di 2 e 3 strofa coincidono con il gruppo di 4 e 5.
Il non sapere il perché e da chi è stato ucciso il padre, ostacola in Pascoli
l’elaborazione del lutto.

Dal momento in cui la rondine e il padre sono spariti, il nido non è più un luogo
sicuro e protetto.

Ci sono riferimenti alla religione, ma in Pascoli la fede non ha un ruolo


salvifico, e non avere neanche questa consolazione rende il suo animo ancora
più tribolato.

L’assiuolo, Myricae, Pascoli, pag. 581

Parla di un uccello notturno, simile al gufo, l’assiuolo, che produce un verso


malinconico, sceglie questo uccello perché con il suo verso quasi sembra stia
abbia un tono funebre.

Grazie all’analogia sono eliminati i processi intermedi.

Tutte le immagini visive e uditive rappresentano al meglio il paesaggio


naturale, descritto in maniera quasi perfezionistica, il suo scopo era quello di
creare immagini vivide tramite la paratassi.

Avvertiamo un Pascoli che vuole esprimere emozioni e farle provare,


nonostante il profondo senso di vergogna.

Temporale, Myricae, Pascoli pag. 584

1892, poi pubblicata nella terza edizione della raccolta.

La presenza di un unico verbo impersonale da alla lirica una caratteristica


nominale, la mancanza di verbi dovrebbe eliminare il movimento, ma grazie al
suo linguaggio icastico rende dinamica la poesia.

Linguaggio icastico: attraverso il linguaggio revoca immagini;

La natura cambia come l’animo umano, ma l’uomo troppo spesso non sa


decifrare i segnali della natura.
Il lampo, Myricae, Pascoli pag. 589

Forma asindetica: testo ricco di virgole, un elenco che rende incalzante il


testo;

Come un lampo squarcia il cielo all’improvviso per un attimo, Pascoli fa


riferimento alla morte del padre, il cosiddetto fulmine a ciel sereno.

I canti di Castelvecchio

Seconda raccolta di poesie, funge da continuità con Myricae, 1903.

Si parla ancora di paesaggi naturali, visti come rifugio rassicurante, sempre


scappando dalla tragedia familiare e dai numerosi lutti.

Vi è un rimando continuo a Castelvecchio, luogo d’infanzia in Romagna, ma


troviamo sempre i temi più antichi: il turbamento del fanciullo nell’età adulta e
la morte.

Il gelsomino notturno, I canti di Castelvecchio, Pascoli, pag. 608

Nonostante Pascoli abbia un rapporto di rifiuto con l’amore carnale, ne è


attratto. La sessualità è vista come una cosa di cui vergognarsi nonostante lui ne
sia curioso.

L’amore è visto come torbido, spaventoso ma fortemente attrattivo. In realtà, il


non aver superato il trauma infantile, non gli permette di vedere l’amore in
chiave normale e necessaria.

Nonostante una prima lettura faccia pensare alla meticolosa descrizione di un


ambiente naturale notturno, in realtà cela in termini simbolistici la descrizione
della prima notte di nozze.

Crea un’ analogia tra il rito di fecondazione umano e quello vegetale del
gelsomino: lo schiudersi della corolla, e allusioni olfattive e visive.
Saggio di Pascoli su Leopardi

Pascoli critica la poesia “Il sabato del villaggio”, si riversa contro l’utilizzo di
rose e viole, in quanto impossibile naturalmente, appartenendo a periodi diversi.

Secondo lui il poeta deve descrivere ciò che realmente si presenta davanti agli
occhi di tutti.

tropo: parola che esprime un insieme di elementi, ad esempio le rose e le viole


in realtà sono un tropo che esprime i fiori in generale;

Pascoli critica fortemente e non accetta l’indeterminatezza di Leopardi.

Saggio di Gianfranco Pontini

Pascoli utilizza un linguaggio agrammaticale, il linguaggio dei bambini, ancora


privo di regole grammaticali, alternato ad un linguaggio estremamente tecnico.

Colore temporale: adattare il proprio linguaggio al periodo temporale di cui si


sta parlando.

Il linguaggio sensoriale di Pascoli si adatta in base alle necessità, così come il


suo latino.

Generalmente, il modo di esprimersi di un poeta racconta dell’universo mentale


che si è creato, ma in Pascoli troviamo un’eccezione.

Pascoli è deciso a rompere la tradizione ma al tempo stesso ci vuole rimanere.

Divisione di sublime superiore e inferiore, i suoi contenuti rimarranno fermi a


quelli del X agosto, ma grazie alla rivoluzione linguistica riuscirà a variare e a
innovare.

Non vi era alcuna realtà che non potesse entrare nell’arte poetica, rivoluzione
del Romanticismo: una democrazia poetica.
GABRIELE D’ANNUNZIO

Nasce a Pescara nel 1863 da famiglia borghese.

Sarà un personaggio estremamente controverso, spesso definito fuori luogo, un


paladino del libero pensiero.

Vive in un’Italia in evoluzione, poi scossa dalla I Guerra Mondiale.

A 16 anni pubblica una raccolta di poesie, “Primo Vere”, che non ebbero
successo in quanto molto stucchevoli, per far si che l’opera venisse venduta
fece girare la falsa notizia della sua morte prematura, possiamo considerarla
come il primo esempio di fake news, innescando meccanismi tutt’ora attuali di
marketing e pubblicità.

La sua vita sarà segnata dall’estetismo, fa parlare di se per i contenuti erotici


che scriveva ma anche per la vita condotta, fatta di lussi e avventure stravaganti,
sosteneva che fosse necessario fare della propria vita un’opera d’arte.

Agli inizi degli anni Novanta vive una crisi dell’estetismo, trovando un nuovo
mito: il superuomo di Nietzsche, un mito non più fatto solo di bellezza ma di
energia eroica. Puntava a creare una vita eccezionale, in cui venisse ricordato e
osannato.

Divenne parte attiva della politica dell’estrema destra, nonostante cambierà idea
nel corso del tempo, rivolgendosi anche al teatro.

Nel 1910, a causa di numerosi debiti, fu costretto a trasferirsi in Francia,


vivendolo come un vero e proprio esilio, considerando l’Italia come “una patria
ingrata che aveva respinto il suo figlio d’eccezione”.

Tornò in Italia esaltato dalla Prima Guerra Mondiale, e con l’impresa di Fiume
voleva dimostrare come una singola persona poteva andare contro un intero
governo.

D’Annunzio portava alla ribalta, in contrasto con il regime fascista dell’epoca.

Tutte le strambe notizie spesso false e divulgate da lui stesso in persona, erano
create per renderlo memorabile e indimenticabile.

Dal punto di vista stilistico, offrirà una grammatica di riferimento, anche se


inconsciamente, crea un meccanismo linguistico al quale è impossibile resistere.
Scriverà tre cicli di romanzi: ciclo della rosa, simbolo di passione e sensualità,
ciclo del giglio, simbolo del superamento della passione e del superuomo, e
ciclo del melograno, simbolo dello sfaldarsi e del dominio della passione.

Il Piacere

Primo romanzo di d’Annunzio, in cui confluisce tutta la sua esperienza


letteraria, pubblicato nel 1889, fa parte del Ciclo della Rosa.

Il protagonista è un esteta, Andrea Sperelli, che non è altro che un “doppio” di


d’Annunzio stesso. Lo scopo è quello di criticare la debolezza che pone al
centro della sua esistenza il principio di fare della propria vita un’opera d’arte e
ne viene travolto. Il protagonista ritiene che la massima espressione della
bellezza sia l’esistenza stessa.

La crisi sfocia nel rapporto con la donna, Sperelli è diviso tra Elena, donna
fatale che incarna la passione, e Maria, la donna pura che rappresenta l’amore
quotidiano e sicuro, che però era una donna sposata.

Sperelli appare incapace di compiere una scelta tra le due, quindi commette una
serie di errori, come ad esempio pronunciare il nome dell’altra, che lo
porteranno a rimanere solo.

Il protagonista è estremamente ambiguo, molto critico nei suoi confronti ma pur


sempre avendo il fascino dell’esteta.

Sono presenti ancora impronte del Verismo, con l’intento di creare un quadro
sociale, ma d’Annunzio mira a creare un romanzo psicologico.

Incipit del Piacere


Introduzione paesaggistica: evoca immagini che provano emozioni senza essere
estremamente preciso, al contrario di Pascoli.

Appaiono il giglio e la rosa, che rimandano al ciclo dei romanzi.

La cura della descrizione, più che al paesaggio naturale è legata agli oggetti.

Il linguaggio è prezioso, aulico e ricercato, le frasi sono brevi, lapidarie e


moderne, donano un ritmo incalzante. L’uso di verbi e aggettivi, quindi una
subordinazione esagerata, creano una sovrapposizione tra il reale e il naturale.

panismo: l’idea di voler trasformare l’uomo in natura;

La sensualità è parte estremamente importante del romanzo, fortemente


descritta.

Il ritratto di Andrea Sperelli, Il piacere, d’Annunzio

L’impronta della filosofia di Nietzsche è estremamente presente.

varii: presenza di latinismi, innalzamento linguistico;

Estetismo dannunziano: arte, bellezza e piacere formano un tutt’uno;

Andrea rappresenta la volontà di d’Annunzio di voler diventare principe di


Roma, quando scrive di Sperelli, innesca in lui i vermi della distruzione, perché
essendo esteta non ha la volontà di definirsi.

Sperelli è descritto come un uomo così abile nel mentire da non capire neanche
lui stesso quando sta dicendo la verità.

Habere non haberi: possedere, non essere posseduti.

Un ritratto allo specchio, Il piacere, d’Annunzio, pag. 487


A seguito della sparizione di Elena, scoprendo poi che ha dovuto sposare un
altro uomo per questioni di denaro, Andrea, accecato dalla rabbia e dalla
gelosia, traccia un ritratto crudele della donna.

Il narratore è imprecisato, chi descrive cerca di dedurre informazioni sulla


cultura e la prosa è estremamente elegante.

Elena è definita come una figura femminile che ammalia e distrugge.

Il narratore deduce che quando Andrea descrive Elena, è come se facesse una
sorta di racconto allo specchio. Sperelli è in grado di riconoscere la sua
cattiveria poiché sono fatti della stessa pasta.

Inizialmente Andrea riversa in Elena tutti i difetti possibili, ma quando capisce


di averne di identici, inizia a giustificarla e ad accettarla, quando parla della
donna in realtà esprime ciò che pensa di se stesso.

d’Annunzio apre le porte del romanzo psicologico, spiegando che quando in un


rapporto due menti si insinuano l’una nell’altra, l’unico rapporto possibile è
quello carnale.

Due narratori: Andrea che parla di Elena come se fosse se stesso e un


narratore esterno che smaschera questi meccanismi.

Una fantasia in bianco maggiore, Il piacere, d’Annunzio, pag. 490

Andrea, mentre attende l’arrivo di Elena, si abbandona alla fantasia che ad


arrivare sia invece Maria, la sua donna pura.

Ci troviamo in una Roma baroccheggiante, eterea, eternamente bella, durante il


plenilunio bella perché ti consente di immaginare, e l’immagine che dona la
neve è incantevole.

Il palazzo Barberini è circondato da un’atmosfera sovrannaturale, in questo


scenario Andrea pensa a chi preferirebbe avere lì con lui.

Elena: Elena di Troia, vestita di rosso, rappresenta l’amore carnale;

Maria: la Vergine, vestita di bianco, rappresenta la purezza;


Andrea immagina le due figure sovrapponendole, perché in realtà vorrebbe
entrambe in un’unica persona.
In quell’ambiente candido creato dalla neve, è come se Elena stonasse, lui
aspettava Maria nonostante stesse aspettando Elena, trasformando un incontro
erotico in un rituale sacrale.

Il testo assume una sorta di lentezza per rappresentare Sperelli come impotente,
incapace di agire, e sembra rappresentare il superuomo di Nietzsche, in cui
esistono due individui, e le delusioni amorose non sono altro che un processo
superiore.

Le vergini delle rocce

Romanzo pubblicato nel 1895, fa parte del Ciclo del Giglio e rappresenta una
svolta dal punto di vista ideologico, tanto da essere stato il “manifesto del
superuomo”.

D’Annunzio vuole proporre un eroe forte e sicuro, il protagonista in questione è


Claudio Cantelmo, un borghese che vuole riportare l’idea di eroe latino,
generando il futuro re di Roma e che guiderà l’Italia.

Nonostante la sicurezza del protagonista, non mancheranno le debolezze


decadenti, che però sono viste come punto di partenza e spunto per potersi
migliorare, le forze negative possono soltanto aumentare le sue aspirazioni.

Proprio per questo ricerca la donna con cui generare questo superuomo in una
famiglia borghese decadente, scegliendo tra le tre figlie del principe Montaga.
Ma il protagonista non riuscirà mai a scegliere tra le tre, rimanendo nelle sue
perplessità.

I personaggi dannunziani rimangono sempre sconfitti e deboli, incapaci di


portare a compimento le loro fantomatiche imprese.

Il fatto che Le vergini delle rocce sia l’unico romanzo scritto del ciclo, ha
sicuramente un significato più profondo.

Il programma politico del superuomo, Le Vergini delle Rocce,


d’Annunzio, pag. 501
Il protagonista Claudio Cantelmo esprime delle riflessioni sulla società
presente, in realtà pone una critica verso la società borghese della capitale,
contaminata dalla speculazione edilizia che distrugge le belle vie della città.

I toni sono enfatici e deliranti, con un’esaltazione eccessiva della bellezza


tramite la quale si può arrivare ovunque.

In realtà d’Annunzio è affascinato dalla putretudine, tanto da non riuscire a


uscirne.

L’arte viene percepita come “farmacon”, può portare alla salvezza ma anche
alla distruzione se assunta con esagerazione. Ma la vita è una malattia
contagiosa e invasiva, alla quale è impossibile sfuggire.

Il poeta ha un ruolo essenziale in queste rivolte, deve essere parte attiva e


d’azione, senza farsi corrompere.

Insiste molto sul concetto della “razza”, credeva fortemente nella selezione
della specie che doveva avvenire tramite la procreazione.

La narrazione è in prima persona, l’enfasi sembra quella di un discorso oratorio,


aggressiva a livello verbale e l’andamento segna una profonda distanza tra se, il
superuomo e gli altri.

Il proprio pensiero, l’arte e la libertà vanno difese fino alla morte.

L’uomo ha il compito di cercare la donna ideale con cui procreare ed attuare


tramite la nuova generazione una rivoluzione, che per avverarsi deve essere
prima di tutto spirituale.

Questo testo, in mano a chi immaginava il fascismo, diventa un pericoloso


strumento di guerra, a tratti sembra una scrittura delirante, destinata ad un
incitamento razziale.

Roma portava con sé la possibilità di risorgere tramite un eroe che è destinato


alla grandezza, nella quotidianità rappresenta la sua bellezza.
Alcyone

Raccolta di 83 liriche che rappresentano il panismo dannunziano, da vedere


come il diario di una vacanza estiva.

Queste liriche possiedono una certa musicalità, vengono viste come “poesie
pure”, ma in realtà non è che la manifestazione del superuomo, al quale è
concesso il “transumanar” (oltrepassare i limiti della natura umana), poiché
godono di una certa sensibilità sovrumana.

Questa particolare poetica di d’Annunzio eserciterà una forte influenza sulla


poesia del Novecento.

La sera fiesolana, Alcyone, d’Annunzio, pag. 513

Lirica composta da tre lunghe strofe, indipendenti tra loro.

Il poeta decide di immortalare, nella prima strofa, l’attimo prima del sorgere
della luna, un momento indefinito, momenti prediletti da d’Annunzio.

La sera assume le sembianze di una bella donna, dal viso perlato, un vero e
proprio panismo al contrario.

La pioggia nel pineto, Alcyone, d’Annunzio, pag. 520

Questa lirica, abbastanza lunga, si presenta come un canto musicale, le parole si


susseguono come in una sinfonia.

Al centro di tutto c’è il panismo, il tema dell’umano che si identifica nel mondo
vegetale. Ermione è una creatura terrestre che sembra nascere dalla naura
stessa.

I versi sono liberi, ci sono rime, ripetizioni senza uno schema fisso a dare
musicalità alla lirica.
Il Notturno

Fa parte dell’ultima stagione di prosa dannunziana, legata ad un d’Annunzio


genuino e sincero, in cui si rievocano ricordi d’infanzia, confessioni e
debolezze.

È stato composto nel 1916, periodo in cui è immobilitato a causa di una


malattia agli occhi che gli provoca una temporanea cecità e che gli permette di
concentrarsi sugli altri sensi.

Nonostante ciò, queste prose contengono ancora frammenti di autocelebrazione


e legati al superuomo.

La prosa “notturna”, Alcyone, d’Annunzio, pag. 532

Durante la stesura di questo brano, d’Annunzio si trova a Venezia, con una


malattia che non gli permette di vedere nulla.

Troviamo una svolta a livello di prosa, mentre quella del piacere è assimilabile
a Cicerone, questa può essere accostata a Seneca, grazie alle frasi brevi e
lapidarie. Nonostante ciò, lo sfarzo dannunziano è ancora presente, l’impianto
linguistico è classico e la prosa appare troppo costruita. Torna la lactea ubertas,
una prosa estremamente dolce da leggere, d’Annunzio appare come esteta
massimo della parola.

Possiamo dividere il brano in due parti: l’esaltazione dell’udito e la descrizione


di un dolore lancinante.

Nella prima parte, caratterizzata da frasi brevi proprio perché il non vedere crea
una limitazione, l’udito è osannato, in quanto il limite visivo gli consente di
concentrarsi sugli altri sensi che gli fanno scoprire il mondo da una prospettiva
diversa. Chi non ha occhi è in grado di vedere al di là delle cose.

Nella seconda parte, d’Annunzio descrive il dolore come una scala cromatica,
paragonando le fitte a colori diversi che si sovrappongono creando grovigli.
Descrive le fitte di dolore come un fiore che nasce, arriva al culmine e poi
appassisce fino a morire: il dolore non deve essere visto come eterno.

La malattia è vista come possibilità di ampliare meccanismi che nella realtà


sono limitati. Il dolore dona la possibilità di ringiovanire, perché grazie alla
malattia si impara a dare valore al presente, vivendo al meglio.
Vede nella malattia uno spunto di rinascita, differenza con Leopardi.
ITALO SVEVO

Nasce nel 1861 a Trieste, ancora parte dell’Impero austroungarico, da una


famiglia benestante ebrea.

In realtà, è lo pseudonimo di Ector Smitz.

Essendo Trieste all’epoca una città produttiva, viene avviato agli studi
commerciali, la sua cultura è quindi lontana dal resto degli italiani.

Nel 1880 la sua famiglia subisce un crollo economico, è quindi costretto a


lavorare nella Banca Union di Vienna, nella quale resterà per 19 anni.

Al contrario di tutti gli altri autori viventi, non scrive per lavoro ma per pura
passione letteraria.

Nel 1892 pubblica a sue spese il primo romanzo, “Una Vita”, che ottiene
scarsissimo successo.

Nel 1896 sposa una cugina, figlia di un ricco imprenditore, ed entra a lavorare
nell’azienda del suocero.

Nel 1898 pubblica a sue spese un secondo romanzo, “Senilità”, altro insuccesso
letterario.

Entra in contatto con James Joy per lezioni di inglese e con Freud a causa della
depressione del cognato.

Nel 1923 pubblica l’ennesimo romanzo “La Coscienza di Zeno”, ennesimo


insuccesso letterario.

L’unico ad avere fiducia in lui sarà il poeta Montale, che pubblicò un saggio
proprio per esaltare la sua grandezza.

Filosoficamente, si rifà a Schopenhauer, facendo sue le teorie pessimistiche, e a


Nietzsche, facendo riferimento alla dimensione superiore del Super Uomo, ma
non il Nietzsche raccontato tramite le strumentalizzazioni di d’Annunzio. Non
tralascia la lettura di Darwin, quindi non rifiutava gli studi scientifici.

Ammette di prendere spunto di altri autori, non per copiarli ma per analizzare a
360 gradi i suoi protagonisti inetti, che affrontano una società tentando di
decifrarla senza riuscirci.
Estremamente importante sarà l’incontro con Freud, per questo incontriamo
spesso nelle opere di Svevo monologhi interiori, tipici della terapia di Freud,
che aveva dato un nome a ciò che tutti conoscevano all’interno ma non
riuscivano ad esprimere.

Dava importanza all’inconscio, tutto il mondo interiore della nostra mente.


Quando subiamo un trauma entra in atto il subconscio, che ci aiuta a
immagazzinare il dolore per non farci soffrire. A seguito degli studi di Freud,
ritiene che la psicoanalisi sia utile ai letterati per aiutarli a comprendere molti
fenomeni e il loro mondo interiore.

Una vita

Il titolo orginario di questo romanzo doveva essere “Un inetto”, termine già
incontrato nella descrizione di Sperelli, un esteta inetto di fronte alla vita.

inetto: un uomo impotente, che ha idee e aspirazioni ma non riesce mai a


realizzare nulla, è colui che pensa di essere più intelligente della norma, ma al
momento di realizzare qualcosa rimanda, trova scuse, perché è convinto che
riusicirà a fare tutto all’ultimo.

L’inetto è proprio il protagonista, Alfonso Nitti, un giovane triestino costretto a


lavorare in banca in seguito alla morte del padre, che però si vanta di essere un
ottimo scrittore senza mai riscuotere successo.

Nitti avrà due incontri che gli cambieranno la vita: Macario, un giovane che
rappresentà tutto ciò che lui vorrebbe essere, e Annetta, la figlia del proprietario
della banca, che gli chiede aiuto per scrivere un’opera. Tra i due nascerà una
storia d’amore ma Alfonso si sente inadeguato, e usando la scusa della malattia
della madre, scappa al paese natio. Al suo ritorno trova Annetta che, per fargli
un dispetto, si è fidanzata con Macario.

Accecato dalla rabbia, inizia a sfogarla sul lavoro, compiendo numerosi errori.
A questo punto, Alfonso, sente di essere incapace alla vita e troverà una via di
scampo nella morte.

Questo romanzo è assimilabile al piacere in quanto si occupa di entrare nella


sfera psicologica del protagonista, la realtà è quindi parziale, ma è presente un
narratore esterno che da delle diritte al lettore su come leggere il romanzo e
capire il protagonista.
I protagonisti di Svevo sono descritti dettagliatamente sotto la sfera psicologica
e personale, e troviamo un doppio registro linguistico: quello del protagonista,
che crea inganni e cerca di nascondere la sua vera natura, e quello del narratore,
che si occupa di rimettere in ordine questi meccanismi.

I personaggi di Zeno, essendo inetti, non sono in grado di capire i propri errori,
ma in realtà l’inetto è consapevole di esserlo e lo accetta perché gli fa comodo e
dimostrare il contrario gli costerebbe troppa fatica.

Le ali del gabbiano, Una vita, Svevo, pag. 759

Questo brano tratta del rapporto tra Alfonso e Macario, il perfetto esempio del
rapporto tra l’inetto e l’antagonista.

Macario si dimostra disponibile nei confronti di Alfonso, che pensa egli si


presenti così per dimostrare quanto sia superiore, brillante e intelligente rispetto
ad Alfonso.

Macario è inarrivabile in confronto alla piccolezza di Alfonso, ma questo


atteggiamento non dispiace ad Alfonso, perché ricevere attenzioni fa sempre
piacere, a prescindere dalla natura delle stesse.

Alfonso, nel suo essere inetto, è anche un tantino ipocondriaco. Per questo
ritiene sia necessario deve fare delle passeggiate mattutine che gli consentono di
scampare le malattie.

Nonostante fosse Ferdinando un marinaio attento, Alfonso ha una continua


paura e vede costantemente un pericolo immanente. A questo punto decide di
farsi amico chi è più esperto di lui, in questo caso Ferdinando, così che sia al
sicuro. Lo descrive utilizzando aggettivi che denotano saggezza.

Cercava di far di tutto per sembrare esperto e in grado di saper gestire la


situazione, ma al primo bagliore di pericolo ha paura. Alfonso percepisce
l’atteggiamento di Macario come uno sbruffone, di rimando cerca di avere un
atteggiamento che a tratti sembra un’esagerazione del suo essere inetto.

Non serve a nulla passare ore e ore a tavolino per studiare, se poi nella vita
pragmatica non si riesce a districarsi nelle situazioni più semplici, questo è ciò
che Macario rimprovera ad Alfonso. Lo tratta come un buono a nulla, un inetto,
che ha ali solo per fare voli poetici.
Senilità

Secondo romanzo di Svevo e insuccesso letterario, pubblicato nel 1898.

Il protagonista, Emilio Brentani, vive a Trieste, un semplice impiegato molto


conosciuto in città perché aveva pubblicato un romanzo ma con scorso
successo, perciò impronta la sua vita sul ricordo della vita letteraria, vivendo
continuamente insoddisfatto e con aspirazioni letterarie, considerando la sua
esistenza come estremamente deludente e mediocre.

Vive con la sorella Amalia che ha rinunciato alla propria esistenza pur di aiutare
il fratello nelle sue aspirazioni, rendendosi trasparente agli occhi di tutti per
essere punto di riferimento del fratello.

Emilio vive un’amicizia particolare con Stefano, uno scultore gioviale, che ha
successo con le donne, l’opposto di Emilio.

Emilio incontra Angiolina, una fanciulla di rango più basso, iniziano una storia
contraddittoria, Emilio vuole possederla ma dice di non essere innamorato, la
idealizza e trasferisce su di lei le sue insoddisfazioni, specialmente quando
scopre la vera natura di lei: traditrice e bugiarda.

Angiolina rimane incantata dalle sculture di Stefano, ammaliandosi di lui e


scatenando l’ira di Emilio. Anche Stefano rivolge un interesse verso di lei,
scatenando la gelosia di Emilio.

Anche Amalia, nel frattempo, si infatua di Stefano segretamente, quando


Emilio lo scopre decide di allontanarlo, perché vede le attenzioni delle donne
della sua vita concentrarsi verso Stefano.

Questo allontanamento fa ad Amalia un effetto terribile, cade in uno stato


depressivo ed entra in una dipendenza da etere che la porterà alla morte

Emilio abbandonerà il letto di morte della sorella per realizzare l’ultimo


incontro con Angiolina per chiudere definitivamente con lei e dedicarsi soltanto
alla sorella.

Emilio rimarrà quindi da solo: la sorella è morta e angiolina l’ha allontanata


violentemente, dato che aveva scoperto un ennesimo tradimento.

Emilio capisce che la sua condizione ideale sarà quella della senilità, si sente al
sicuro soltanto nel suo guscio iniziale.
Montale definisce questo romanzo quadrilatero perfetto, poiché i rapporti tra i 4
protagonisti sono la chiave di lettura perfetta per tutte le situazioni.

Mentre in Una vita sopravvivevano ancora le caratteristiche del romanzo


realista: Trieste viene descritta, ha un ruolo, il complesso lavorativo ha un ruolo
predominante nella vita dei protagonisti, in Senilità l’autore opera una
zoommata precisa esclusivamente su questi quattro personaggi, tutto il resto è
soltanto un contorno.

Tutto il racconto è percepito dalla mente del protagonista. È come se Svevo


avesse invertito il meccanismo, partendo dal particolare fino ad arrivare
all’universale, un altro meccanismo del romanzo psicologico.

Questo processo ci mette nelle condizioni di avere un solo punto di riferimento,


quello di Emilio, quindi spesso inattendibile, una visione giustificatrice e
travisata.
Anche Emilio, come Alfonso, rappresenta a pieno la figura dell’inetto, che non
è mai in grado di compiere un’azione a causa di cause esterne, è in grado di far
tutto a suo dire ma non conclude mai nulla.

Il ritratto dell’inetto, Senilità, Svevo, pag. 768

Nel rapporto con Angiolina mette subito in chiaro il non poter impegnarsi,
poiché ha altre cose a cui pensare: la sua famiglia, il lavoro. Ma non vuole
essere così esplicito con Angiolina.

Ma in realtà qui viene fuori l’inettità di Emilio: egli non ha un lavoro


impegnativo, nè una famiglia a cui pensare. Da qui capiamo quanto Emilio sia
fuori luogo.

La trasparenza di Amalia compare da subito, ma Emilio ha il coraggio di usarla


per dire di avere anche lei sotto la sua responsabilità, in realtà Emilio non è
altro che un egoista, che nel vedere una sorella annullata per lui, non solo
interviene, ma si prende anche i meriti quando è lui che grava sulle spalle di lei.
Non la considera, pensa che è lui a poter arrivare a qualcosa, lei non potrà mai
arrivare a nessun risultato. Emilio distorce a tal punto la realtà che anche il
lettore si rende conto di quanto sia alterata.

È una persona che non è in grado di creare rapporti con le persone. Ma è


arrivato ad un’età in cui vorrebbe una relazione stabile, ma in angiolina vede
solo carnalità, non una donna fedele come Amalia. Vuole anche lo spirito
materno oltre allo spirito effervescente tutto in una donna.
Egli si descrive come una persona che ha una vita sacrificata per poter portare il
pane alla famiglia.

Non vuole ammettere la sua tendenza alla mediocrità, da un lato vuole


mantenersi nella comfort zone, dall’altro ha una sorta di orgoglio frustrato,
dettato anche da una società produttiva.

Similitudine con Fantasticheria nella descrizione di Angiolina, con l’ombrello,


una dama che entra giochicchiando con un ombrellino.

Emilio, vede in Angiolina un amore paterno: lui è un in grado di salvarla dal


suo mondo di perdizione, ma in modo contraddittorio, la riempie di
complimenti che la portano ad illudersi di poter avere una chance con lui.

Angiolina gli permette di staccare la spina, una sorta di balsamo che lo fa


scivolare via dalle sue responsabilità. I suoi atteggiamenti non corrispondono
mai ai pensieri che esplicita. Emilio non ha un atteggiamento virile, ma si può
toccare sempre una sorta di imbarazzo.

La Coscienza di Zeno

Terzo romanzo di Svevo, pubblicato nel 1923.

Si tratta di una vicenda autobiografica, scritta dal protagonista Zeno Cosini


sotto consiglio del suo terapeuta, il dottor S. Lo scrittore finge che il
manoscritto venga pubblicato dal dottore per vendicarsi del suo paziente, che
non segue le giuste cure.

La narrazione è caratterizzata da un andare continuamente avanti e indietro nel


tempo, proprio perché il protagonista si sforza a ricordare tutta la sua esistenza.

Il protagonista è il classico inetto, che conduce una vita lussuosa e non giunge a
nulla di concreto nella sua vita. La sua esistenza è caratterizzata da un difficile
rapporto con il padre.

Zeno si sente malato, in quanto non appartenente a nessuna delle categorie


dettate dalla società.
Il narratore, Zeno in prima persona, non è attendibile, è allo stesso tempo
protagonista della vicenda narrata e narratore, per questo motivo non possiamo
scindere quale sia la verità.
Mentre prima Svevo usa un’ironia oggettiva, con la Coscienza di Zeno usa
un’ironia soggettiva, in quanto narratore e protagonista coincidono.
Il narratore non è eterodiegetico, grazie al quale il lettore era in grado di
scindere verità e narrazione, quindi la narrazione non è attendibile.

Il fumo, La coscienza di Zeno, Svevo, pag. 789

Per Zeno il vizio del fumo è il motivo principale a cui attribuisce tutti i
problemi della sua vita, quando ha iniziato a fumare tutto è cominciato ad
andare storto. È un circolo: lui vorrebbe smettere ma non ci riesce, si sente in
colpa e quindi è un inetto, il fumo gli ha rovinato tutti i rapporti. Vede il fumo
come l’inizio di tutti i mali e della sua malattia.

Il fumo è legato ad una concezione di compagnia, di moda, di gruppo.

Zeno alterna momenti di pseudo lucidità ad altri di visione onirica, alle quali
Zeno sembra voglia aggrapparsi disperatamente.

Avverte la gelosia tipica nei confronti del fratello maggiore, al quale regalavano
più sigarette, quindi Zeno era costretto a rubare i soldi del padre per comprarne
di più. Quindi non era colpa sua se rubava, se fumava.

È tipico di chi ha una dipendenza stabilire di essere in grado di smettere quando


si vuole, ed è proprio ciò che fa Zeno. Giustifica continuamente il suo rubare
soldi, sigari del padre. Fumando velocemente i sigari, avverte un senso di
nausea ovviamente legato al sigaro, ma lui lo lega al disgusto che provava nei
propri confronti per aver rubato.

È inorgoglito che il padre abbia fatto un passo indietro per non disturbarlo e si
sia piegato alla sua volontà. Lo rende orgoglioso col senno di poi, nonostante
durante la sua vita adulta non si fiderà mai del figlio.

Origine del vizio del fumo messa in rapporto con il rapporto del padre. Volendo
varcare le soglie del proibito, rubando oggetti appartenenti al padre, sembra
voglia appropriarsi di una figura virile che non riuscirà mai a raggiungere.
Proverà astio nei confronti di questa figura paterna, perché lo ha umiliato,
persino sul letto di morte il padre, non si sa involontariamente o meno, gli tira
uno schiaffo.
Zeno individua l’origine di tutti i mali con il rapporto irraggiungibile con il
padre. L’atto stesso del fumare da piccolo, è solo un ostentare una presunta
energia e virilità, per dimostrare al padre che lui non è chi pensa sia.

Lui si illude che il vizio del fumo sia l’origine di tutti i mali, ma in realtà è
soltanto l’approccio sbagliato con il genitore, si impone che l’unico modo di
sopravvivenza sia diventare la fotocopia di suo padre.

Uno degli autoinganni migliori è quella di credere di poter far tutto al momento
opportuno, ma in realtà non interviene mai. Poter prendersela con un oggetto
per tutti i problemi che intervengono è una scappatoia estremamente comodo. Il
vizio del fumo lo rende anche inetto.

Ad un certo punto Zeno passa dal definire la sigaretta da vizio a malattia, una
condizione che non può essere scelto dalla persona, per scivolare le sue
responsabilità.

Freud, il super io, che ci determina ed innesca dei meccanismi che noi stessi
cerchiamo di combattere, ma non possiamo sconfiggerli essendo generati da noi
stessi.

Zeno ha l’assurda capacità di considerare tutto semplice, tranne quello che deve
fare lui. Dice che superare un vizio è semplice, ma quando deve farlo lui, non lo
fa perché è troppo difficile.

Olivi: un alter ego del padre, lui continuamente cercherà una figura in cui
proiettare suo padre, trasferendogli le responsabilità.

La profezia di un’apocalisse cosmica, La coscienza di Zeno, Svevo, pag.


819

Mentre i normali seguono dei percorsi precisi, che limitano, seguono soltanto
una strada diritta, gli inetti cambiando continuamente strada, sono malleabili,
capaci di adattarsi e di adeguarsi ai problemi.

Zeno giunge quindi alla conclusione che ad essere malati son gli altri, non lui.
Un processo di autopoiesi: prima è malato, ma trova l’antidoto e diventa sano.
Per questo motivo Zeno abbandona la psicoanalisi.

Era troppo moderno per essere compreso all’epoca, per questo ottiene un
insuccesso dietro l’altro.
La vita, per come la intende Zeno, è una malattia degenerativa, che non può mai
essere curata e soprattutto è una malattia letale che può portare solo alla morte.

Gli animali progrediscono sempre per adattarsi alla natura, a prescindere dalla
loro volontà. Ma l’uomo ha sempre creato qualcosa per andare avanti a
prescindere dalla volontà della natura, utilizzando scoperte pure con scopi
barbarici, e queste azioni non potranno portare che ad un’apocalisse.
LUIGI PIRANDELLO

Si definisce “figlio del caos”, anagramma di CASO, che diverrà un punto di


partenza nella sua vita.

Nasce nel 1867 a Girgenti da una famiglia agiata, la sua vita sarà caratterizzata
da un rapporto controverso con il padre, che voleva sistemarlo nella sua azienda
di famiglia, ma Pirandello non rinuncerà mai alla sua passione per la letteratura.

Studia a Roma ma commette un errore madornale nella traduzione latina con il


professore Occioni, molto ammirato da d’Annunzio, e perciò viene espulso.

Si trasferisce in Germania, presso l’univeristà di Bohn, mettendolo a confronto


con un tipo di studio molto diverso, e si laurea con una tesi sul dialetto di
Girgenti.

Grazie alle ricchezze del padre può trasferirsi a Roma e sposa Maria Antonietta
Portulano, per accontentare il padre.

Trova lavoro come insegnante e presso “Il Marzotto”, collaborando con Pascoli
e d’Annunzio.

Nel 1903 le solfare del padre subiscono una gravissima perdita, lui è quindi
costretto a darsi da fare, questa perdita economica farà cadere la moglie in
depressione e a soffrire di gravi problemi mentali.

Si impegna per riuscire a curare la moglie da casa, scrivendo per vendere le sue
opere e guadagnare.

Durante la I Guerra Mondiale si schiera con gli interventisti, il primo figlio


verrà rapito dagli austriaci e tutti questi avvenimenti non fanno che peggiorare
la salute della moglie, che verrà ricoverata.

Si iscrive al partito fascista e diventa uno dei Reali Accademici d’Italia,


intellettuali che rispecchiano gli ideali fascisti, anche se nelle sue opere non
espliciterà mai ideali fascisti.

Nel 1934 ottiene il premio Nobel come miglior drammaturgo d’Italia, e al


discorso di premiazione decide di ringraziare soltanto i presenti: il motivo era
perché altrimenti sarebbe stato costretto ad inneggiare al fascismo, infatti al suo
ritorno non trova nessuno del partito ad acclamarlo, soltanto il pubblico.
Vive un’esistenza silenziosa aspirando solo alla gloria del pubblico.
Pone al primo posto la famiglia e le questioni personali, senza dare molta
importanza al successo e alle responsabilità politiche.

Muore nel 1936 mentre scrive un’opera teatrale.

La poetica

Pone al centro una visione “vitalistica”, cioè la realtà è tutta vita.

Per descrivere le persone, pensa ai lapilli che si staccano dal magma: sembra
stiano assumendo una nuova identità, ma in realtà non stanno facendo altro che
perdere le peculiarità del magma.

Nel momento in cui si nasce, si sta già abbandonando la propria identità, si sta
percorrendo la strada per andare a morire, dentro una folle società che vuole
solo limitare e porre leggi.

Il decadentismo è soltanto un’illusione, la vita è descritta come una


“pupazzata”, entro cui le persone recitano una parte indossando una maschera,
candendo nel tranello delle figure standard create dalla società, che obbliga a
vivere in un modo ben preciso. E una società basata sulla finzione crea
incomunicabilità tra gli uomini.

Se il decadentismo mira ad analizzare simboli e a cercare verità profonde,


Pirandello preferisce smascherare l’uomo nella sua reale esistenza.

How real is real: opera pubblicata da un filosofo, Watzlawick, in cui espone la


sua teoria della Punteggiatura Semantica della Realtà.
I protagonisti sono due sposi in viaggio di nozze, la moglie vuole partecipare a
tutte le attività di gruppo mentre il marito vorrebbe viversi la nuova vita di
coppia, al ritorno da questo viaggio prendono in considerazione di lasciarsi.
Si affidano a un terapeuta, che afferma che la moglie abbia la smania di voler
sfoggiare il suo nuovo matrimonio e il marito ha il terrore che la moglie si stia
staccando da lui.
La teoria dice che come la punteggiatura ha il potere di cambiare nettamente un
testo e stravolgerlo, così nella realtà i diversi modi di vedere, di dare priorità,
stravolgono la realtà.

Pirandello pone questa teoria al centro dell’incomunicabilità umana.


Maturana e Varela: due biologi che parlano di “trafellassi linguistica”, spiega
come l’uomo non sappia più comunicare poiché si è affidato ad un ambiente
esterno, il linguaggio, mentre gli altri esseri viventi vivono bene poiché si
affidano solo alla natura.

L’umorismo

Saggio pubblicato nel 1908.

Si può considerare come un’attenta analisi dell’umorismo, che viene sottoposto


a giudizi da parte del lettore, da qui nasce il “sentimento del contrario”, tratto
peculiare dell’umorismo.

Un’arte che scompone il reale, L’Umorismo, Pirandello, pag. 847

Si può avere un’idea straordinaria, ma se non si hanno le capacità di realizzarla,


non ne rimane nulla.

Non abbiamo consapevolezza di tutti i meccanismi che intervengono nelle varie


situazioni, per questo non è facile nell’atto creativo distinguere l’elemento che
lo causa e quello che poi ci porta effettivamente a realizzarlo.

Avvertimento del contrario: la consapevolezza che una cosa sia esattamente il


contrario di quello che dovrebbe essere, in questo sta la comicità.

L’umorismo sta nel riconoscere quando un altro individuo sta vivendo lo stesso
stato di sofferenza.

Noi riusciamo a passare dall’avvertimento del contrario al sentimento del


contrario grazie alla riflessione, in questo sta la differenza tra comicità e
umorismo.

Conoscere tutte le sfaccettature di una persona non è possibile, possono


intervenire avvenimenti del passato che fanno emergere nuove sfumature, nel
nostro “archivio” possono esserci episodi che pensiamo di aver superato ma che
riemergono quando meno ce lo aspettiamo ed intervengono nelle nostre azioni
quotidiane.
La debolezza nell’uomo sta nel prefissarsi di seguirsi un modello invano, dentro
di noi ci accorgiamo di non essere sempre coerenti con esso, la coerenza viene
meno quando avvengono tempeste personali, che ci portano ad essere guidati
dall’istinto.

Pirandello paragona la nostra mente ad una sala di torture alle quali ci


costringiamo pur di rispettare un ideale.

Ci vediamo vivere: non siamo effettivamente partecipi della nostra vita perché
troppo impegnati a darle una forma precisa.

I personaggi pirandelliani sono incomprensibili a tutti perché sono disordinati,


comprensibili solo a chi attua i comportamenti dell’umorista, che non ride
perché condivide questi comportamenti.

Lo scrittore deve limitarsi a raccontare gli avvenimenti importanti ed


eccezionali, senza dare importanza ai dettagli.

L’umorista propone l’oro insieme alla terra, facendo attenzione alla


pragmaticità della vita.

Pirandello è l’assoluta negazione dell’eroe raccontato finora.


Novelle per un anno

24 libri che raccolgono le numerosissime novelle scritte da Pirandello, senza un


ordine determinato in cui appare un mondo disgregato senza un senso
raggiungibile.

Ciàula scopre la luna, Novelle per un anno, Pirandello, pag. 861

1912, pubblicata sul Corriere della Sera.

Zolfare, carusi, soprannomi, soprusi lavorativi: siamo vicini al verismo per


quanto riguarda i temi.

In realtà, nella seconda parte troviamo una lontananza dal verismo: un narratore
esterno che non rinuncia alla sua posizione, intervenendo con giudizi regolatori
in aiuto al lettore.

Ciàula, protagonista, da accostare a Rosso Malpelo, entrambi vittime di soprusi


della società: uno sciocco e un ragazzino. Il narratore ci mette in evidenza una
situazione inaccettabile.

Al contrario degli altri minatori che stavano sempre al buio, la mansione di


Ciàula gli consentiva ogni tanto di vedere il sole, lui avvertiva la miniera come
una casa, un luogo sicuro.

Il buio vano nella notte: un buio sconfinato, ignoto e terrificante, di cui Ciàula
ha paura, è comico essendo tutto ciò che un uomo di miniera non dovrebbe
essere.

Similitudine con Belluca, entrambi dopo una giornata lavorativa cadono in un


sonno profondo, nonostante vivano in due contesti diversi condividono la stessa
condizione.

Anche in Rosso Malpelo, ad un certo punto, il narratore ci racconta una


filosofia di vita adottata da parte del protagonista, la violenza, ma la condizione
mentale di Ciàula gli fa percepire tutto senza filtri, senza saper gestire situazioni
e paure, come un bambino.

Prima o poi tutti dovremo scalare una scala irta nella nostra vita, con qualcuno
che aggiungerà sempre un carico. Ma, come Ciàula scopre la luna in cima,
anche noi arriveremo alla vetta trasformando la paura in stupore.
Ciàula ci ricorda che anche quando vorremmo abbandonare tutto, se troviamo il
coraggio, scopriremo la nostra luna che ci aspetta alla vetta.

E qui si capisce che la notte non saprà mai solo vana, può riempirsi di stupore.

Pirandello sceglie Ciàula perché è senza barriere, in grado di stupirsi e vedere le


cose per ciò che sono.

Non c’è la stessa visione della luna di Leopardi, non cerca una consolazione,
un’illusione, la vede per ciò che è: placida mentre ci osserva dall’alto.

Pirandello non rinuncia al ruolo di narratore perché vuole raccontare le cose in


maniera razionale, ma riesce a coniugare l’irrazionalismo della pazzia
all’oggettività delle persone normali.

Ciàula è sinonimo di follia, moderata ma non annullata dal raziocinio di


Pirandello.

L’incapacità di agire di Ciàula non è assimilabile all’inettitudine di Sperelli o


dei personaggi di Svevo, quella di Ciàula non è noluntas, mancanza di volontà,
bensì condizione oggettiva.

Il treno ha fischiato, Novelle per un anno, Pirandello, pag. 868

In questa novella si parla di Belluca, è un impiegato che è remissivo, docile ,


tranquillo, tant’è vero che tutti gli danno addosso.

Un giorno Belluca si reca in ufficio ed ha un modo di fare diverso ed è


sorridente e continua sempre a farfugliare qualcosa riguardante un fischio di un
treno, quando il capo gli dice ‘che cosa hai oggi?’ Belluca, che è sempre stato
uno rigoroso, se ne infischia anche del suo capo.

A questo punto chiamano l’ambulanza, lo portano in ospedale perché ha dei


comportamenti che non ha mai avuto, parlano di ALIENAZIONE
MENTALE, ognuno cerca di dare la sua interpretazione sul malessere di
Belluca .

Interviene il narratore, un suo vicino di casa che lo conosce da tanti anni.


Questo suo vicino dice di poter dire lui la verità in quanto lo conosceva da tanti
anni e dice di meravigliarsi che egli non sia impazzito prima.
Perché Belluca vive con la moglie cieca, con la suocera, le due figlie vedove
che sono tornate a vivere con lui. Quindi la situazione famigliare di Belluca è
terribile e lui per mantenere la famiglia che ha, è costretto a lavorare anche
quando torna a casa per racimolare altri soldi.

Dice Pirandello ‘gli hanno fregato anche il letto’, perché dorme sul divano.

Una sera succede una cosa, sente buttato sul divano un treno che fischia in
lontananza. Quel treno per Belluca rappresenta lo strappo nel cielo di
carta.

Inizia a pensare che il treno va per altre città e inizia a pensare ai viaggi che
aveva fatto, pensa a quella vita che prima aveva fatto ma che ora non fa più. Si
sente felice perché per un attimo ha la forza di evadere e quando torna in ufficio
stava in quel modo perché ancora inebriato da quel fischio del treno.

Belluca aveva solo bisogno di staccare la spina, non è un irresponsabile, perché


poi tornerà al lavoro, ma a volte sentirà ancora il treno fischiare.

Il treno che rappresenta quella valvola di sfogo, quel lasciarsi andare che poi ci
fa affrontare le cose difficili della vita con un po’ di entusiasmo, perché
sappiamo che ci può essere da qualche altra parte anche altro.

Mentre Mattia Pascal lascia la famiglia e se ne va fregandosene di tutto, Belluca


il coraggio di andarsene non c’è l’ha, continua a fare la sua vita ma la forza per
andare avanti la trova ritagliandosi un momento per se, il treno che fischia.

Il fu Mattia Pascal

Terzo romanzo di Pirandello, pubblicato nel 1904.

La narrazione è in prima persona, come un memoriale post mortem.

Parla di un semplice bibliotecario con una vita monotona, Mattia Pascal, che si
trova a vincere una grossa somma di denaro e viene dichiarato morto per un
errore, si trova quindi nelle condizioni di ricominciare una seconda vita sotto il
nome di Adriano Meis, ma appena si illude di aver raggiunto la libertà, capisce
di essersi creato una nuova prigionia nella società. Decide quindi di tornare ad
essere Mattia Pascal, ma nessuno lo riconosce. È costretto, quindi, a potersi
descrivere come “Il fu Mattia Pascal”.
Il teatro aveva il compito di creare interazioni sociali, anche se rappresenta il
mondo della finzione, una finzione accettata dal pubblico come reale, tanto da
farci immedesimare nella situazione, si innesca quindi un meccanismo preciso;
la finzione è vita, la vita è finzione.

Nel momento in cui un attore nel bel mezzo di una scena drammatica non riesce
più a credere che la finzione non sia realtà, si trova sconcertato, quando
prendiamo atto dell’illusione in cui viviamo, è finita.

Beate illusioni: beati coloro che non si accorgono di vivere in un’illusione


entro cui vivono serenamente;

Noi ci sentiamo vivere, non ci importa del cosa ma anche del come e del
perché, e questo è un tristo privilegio.

Quando nasciamo, abbiamo un lanternino che illumina lo spazio attorno a noi,


oltre alla luce c’è però il buio, che non esisterebbe se non ci fosse la luce del
lanternino, che possiede un filtro, che ci fa vedere la realtà in colori diversi.
Questi colori cambiano in base all’età e alle situazioni. Il buio non esisterebbe
se non avessimo creato la luce, altrimenti ci saremmo abituati.

I lanternoni non sono altro che le verità assolute e i pilastri della vita, alimentati
dai nostri lanternini.

La Chiesa sfrutta i momenti di triste tempesta, qaundo i lanternoni vacillano,


per attirare le sue lanternucce.
Chi è credente, infatti, è invidiabile, perché ha una lanternona costante e non
vive di dubbi.

Anche la scienza diventa fede, ma invece di lumini porta lampadine, simbolo di


scoperta.

Non solo i lumini ci permettono di vedere il buio, non ci fanno neanche vedere
le cose così come sono, per colpa dei filtri.

Mattia Pascal, non contento della sua situazione, fa di tutto per cambiare la sua
vita, è il contrario dell’inetto, anche se poi si accorge di poter raccontare solo
ciò che non è.

La conclusione del Mattia Pascal è che, alla fine di tutto, non esiste un’identità.
Uno nessuno e centomila

In questo romanzo, Vitelangelo Moscarda, un uomo che crede di essere unico


nel suo genere, si accorge di avere un difetto, per questo decide di diventare
nessuno e volgere uno sguardo al passato, un nuovo punto di partenza.

Ciò che per Mattia Pascal è un punto di arrivo, per Moscarda è un punto di
partenza.

L’accorgersi di avere un difetto, coincide con lo strappo nel cielo di carta, il


momento in cui il personaggio si rende conto, la consapevolezza.

Comincia a soffrire di una sorta di mania, quando passa per strada comincia a
domandarsi cosa pensano di lui, inizia a specchiarsi ogni volta sia possibile.

Vitangelo è una personalità importante, ha ereditato una banca dal padre, e lui
però capisce una cosa: la condizione economica solida che il padre gli ha
lasciato veniva dal fatto che il padre faceva il l’usuraio, dava soldi in prestito
chiedendo molti interessi. Allora lui vuole riscattarsi agli occhi della gente, lui
vuole dare un’altra immagine di sé agli altri e inizia a fare altre cose senza
senso, agli occhi degli altri lo fanno passare per pazzo ma in realtà lui le fa per
apparire una brava persona e ottenere il consenso degli altri.

C’è un momento in cui un'amica della moglie, Anna Rosa, con cui pare che
avesse una relazione, tenta di ucciderlo.

Alla fine c’è un processo per questo fatto, ma nel frattempo la moglie per questa
serie di azioni che lui ha compiuto, lo fa internare perché viene preso per pazzo.
Ma lui in realtà non è pazzo perché quelle cose che ha fatto le ha fatte
consapevolmente, per raggiungere un obiettivo.

Lui è però contento della sua pazzia, quando si deve recare per testimoniare per
questo processo, quando gli viene chiesto chi fosse, lui risponde “io posso
essere chiunque, posso essere cielo, nuvola, mare, chiamatemi come volete” ed
è l’ennesima conferma che per gli altri è pazzo.
In realtà lui capisce che se vuole essere pienamente libero, agli occhi della
società lui non deve esistere, ma il prezzo da pagare è quello di sembrare folle
agli occhi degli altri.
Nessun nome, Uno, nessuno e centomila, Pirandello, pag. 907

Pagina conclusiva del romanzo.

Moscarda si trova in tribunale, a seguito dello sparo di Anna Rosa, così com’è,
senza preoccuparsi di come appare, suscitando ilarità, il tipico comico,

Nel momento in cui nominiamo qualcosa, essa assume un’identità, quando


Moscarda decide di rinunciare al suo nome, perde tutto il contorno dell’identità.

Riesce ad assimilarsi con la natura, accettare il cambiamento attimo per attimo,


è un’acquisizione di libertà che rasserena.

Morire e rinascere ogni volta mette nelle condizioni di sfuggire a questi


grovigli, il personaggio purandelliano attraverso il panismo può rinunciare a
dover inglobare la propria vita in una singola identità.

Il nessuno è colui che non può assumere un’identità precisa e quindi le assume
tutte, assumendole tutte non ne assume nessuna.

Teatro pirandelliano

Pirandello aveva una sorta di diffidenza per il teatro, perché diceva che è
difficile portare in scena l’idea originale dell’autore, perché per portare in scena
c’è bisogno del regista, degli attori, quindi ci sono molte mediazioni e alla fine
quello che viene portato sulla scena probabilmente di quell’idea originale del
autore non c’è nulla. Il teatro è la farsa nella farsa.

La stagione più particolare di Pirandello è quella del metateatro, sono quelle


opere che lui scrive che vanno oltre il teatro, dell’impossibilità che il teatro ha
di portare in scena la vita vera.

• ●  Teatro siciliano (prima del 1915) Drammi o commedie di


stampo naturalista, spesso in vernacolo (dialetto) siciliano.

• ●  Teatro del grottesco (1915 - 1920): si mescolano tragico e


comico, esiti bizzarri e paradossali. In opposizione al teatro borghese.
Mette in luce e critica le contraddizioni interne della vita borghese del
tempo. L’ uomo che si auto analizza. Poco spazio all'azione. Spesso si
gira attorno ad una verità impossibile da affermare, il fulcro del dramma è
proprio l'impossibilità di vedere e di giungere ad una verità assoluta, ha
caratteristiche simili ai monologhi.
● Metateatro (1920 - 1930): teatro nel teatro, scene teatrali che rappresentano a
loro volta altre scene teatrali per mettere in evidenza i retroscena del teatro.
-  6 personaggi in cerca d'autore (conflitto tra attori e autore)

6 personaggi in cerca d'autore

Più famosa e importante tra le opere teatrali, molto innovativa.

In scena gli attori stanno provando altra opera di Pirandello "Il gioco delle
parti", dopo un po' entrano i 6 personaggi senza autore che li rappresenti.

Tuttavia, questi 6 personaggi vivono di vita propria, diventati indipendenti da


chi li ha creati e sono alla ricerca di qualcuno che scriva la loro storia. Attori
provano a dar vita al loro dramma ma non ci riescono. Personaggi, non
soddisfatti, iniziano a raccontare il dramma che li attraversa e in questo modo
danno vita alla storia tormentata.

Cosa pensa Pirandello del teatro?

Dice che non rappresenta la realtà per come è.


Il Teatro in generale, a prescindere dagli attori, tradisce e deforma l’idea
dell’autore, ma solo in questo modo si avvicina maggiormente a quella che è
la narrazione del reale, mettendo in scena l'impossibilità di rappresentare il
dramma. Per cui rappresentando l'impossibilità di rappresentare il dramma ci
si avvicina di più alla realtà.
L’ERMETISMO

L’ermetismo è una corrente che si colloca tra il 1930 e il 1940, si diffonde in


Italia ma soprattutto a Firenze.

Non costruisce una scuola di pensiero con un gruppo definito di intellettuali e


un Manifesto programmatico, ma rimane una tendenza non classificabile in
senso stretto e priva di capi e di uno stile “ufficiale”.

Sul piano letterario quindi con il termine ermetismo si indica una poesia dal
carattere chiuso e volutamente complesso, solitamente ottenuto attraverso un
susseguirsi di analogie di difficile interpretazione.

La poesia ermetica è quindi:


• ●  semplice ed essenziale

• ●  frammentata e breve

• ●  evocatrice ed allusiva

●  porta ad una conoscenza superiore

Il linguaggio vede un individualismo totale dello scrittore infatti la poesia


ermetica è per uno stretto numero di persone, vede anche l’utilizzo di analogie
e parole vocatrici e presenta la poesia come sola pura realtà accessibile.
GIUSEPPE UNGARETTI

Nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori panettieri, vive durante le


due guerre mondiali.

Studia musica a Parigi, viene colpito dal futurismo ma non ne condivide le


esasperazioni.

Inizia a scrivere durante la guerra sul Carso e nel ’25 si arruola al fascismo per
affetto nei confronti di Mussolini, che scrive la prefazione per la sua raccolta
poetica.

Viene preso di mira in quanto poeta del regime, ma senza trarne beneficio, anzi.

Si trasferisce in Brasile e ottiene una cattedra a San Paolo, torna in Italia nel ’42
e insegna alla Sapienza.

Dichiara che la poesia coincide perfettamente con la vita e viceversa, la


componente autobiografica sarà estremamente presente.

Per molti anni verrà considerato ermetico, ma in realtà non ha nulla a che fare
con questa corrente, il suo intento è quello di parlare agli uomini, si ispira a
Dante e Petrarca.

“Vita d’un uomo” è il titolo che da alla sua raccolta poetica, poiché ritiene che
la vita venga raccolta nella poesia.

L’Allegria

“L’Allegria” è una raccolta di liriche brevi ispirate alla guerra; i temi


fondamentali da lui toccati sono: la fratellanza, la vita la morte e il destino
precario dell’uomo.

L’allegria è intesa come necessità, oltre alla fratellanza, come antitesi alla
morte ed alla tragedia della guerra.

Non si può prescindere inoltre dal carattere autobiografico della poesia di


Ungaretti: le sue liriche più famose sono infatti in rapporto con l’elemento
biografico. L’Allegria non è soltanto o soprattutto un diario di guerra perché il
dato contingente è proiettato in una direzione universale.
È sicuri però che la raccolta è segnata fortemente dall’esperienza della
guerra di cui vengono descritti tutti gli orrori, senza retorica e con estrema
sofferenza.               

Ma oltre agli aspetti della guerra, molte sono le occasioni i recupero del dato
memoriale della raccolta, legato soprattutto all’infanzia e all’adolescenza. Altri
temi sono quelli del viaggio e dell’esilio.

In questa raccolta si nota quel processo di sintesi che caratterizza, attraverso


l’eliminazione di ogni divagazione discorsiva, la poesia di Ungaretti, la quale
nell’Allegria appare ridotta davvero ai minimi termini, all’esaltazione della
parola pura e nuda, fino a pervenire ad enunciati stringati.

Il porto sepolto, L’Allegria, Ungaretti, pag. 171

Questa lirica è pensata per aprire la raccolta di poesie, pubblicata nel 1916
durante la Prima Guerra Mondiale.

Sono caratterizzanti la brevitas e l’assenza di punteggiatura, che dovrebbe


scandire il tempo e spiegare l’ordine temporale, che viene sospeso creando una
situazione atemporale, facendo sentire la vicenda nella sua essenza e non nello
scorrere del tempo.

Il linguaggio è lineare, che arriva al lettore, i pronomi dimostrativi sono inversi


a Leopardi nell’Infinito.

Il poeta tramite la poesia vuole riportare la verità di un segreto.

Veglia, L’Allegria, Ungaretti, pag. 173

Lirica composta il 23 dicembre 1915, Ungaretti compone le liriche come un


diario, ricordandoci Cesare.

Racconta dell’orrore e della disperazione di avere un compagno morto accanto


a lui, facendogli apprezzare la vita e le sue piccole cose.
San Martino del Carso, L’Allegria, pag. 181

I brandelli di muro raccontano di un passato, come ferite aperte che fanno


pensare alla vita precedente alla guerra.

Mattina, L’Allegria, Ungaretti, pag. 183

Il titolo "Mattina", o meglio il mattino, è il momento in cui la luce nascente


vince le tenebre della notte, e rivela le cose prima adombrate dal buio. Quella
luce che svela tutto, dà il senso dell'immensità.

Metaforicamente, può essere Mattino, anche la folgorazione del poeta che


scopre la sua ispirazione, e gli detta verità nuove e non ancora pensate, lo porta
alla ricerca di parole chiave che, nella loro brevità esprimano tutti i significati
possibili (immensi, quindi, perché inesauribili).

Il messaggio che la lirica vuol comunicare è la fusione di due elementi


contrapposti:
- da una parte il singolo, ciò che è finito (l'autore);
- dall'altra l'immenso, ciò che respira in una dimensione d'assolutezza.

Soldati, L’Allegria, Ungaretti, pag. 184

Composta nel 1918, nelle sue liriche titolo, luogo e data hanno un’importanza
fondamentale.

Con il paragone dei soldati alle foglie rinsecchite dell’autunno vuole far capire
lo stato dei soldati, svuotati e privi di tutto nel profondo dell’anima.

Natale, L’Allegria, Ungaretti

Ungaretti si trova a Napoli per un congedo di due giorni sotto Natale.

Non riesce a godersi l’atmosfera natalizia, non ne ha voglia, data la troppa


stanchezza mentale donata dalla guerra.
Il Sentimento del Tempo

Sentimento del tempo è, insieme a L’Allegria, una tra le più conosciute raccolte
di poesie di Ungaretti.

L’opera viene pubblicata una prima volta nel 1933 e poi successivamente (con
varianti e correzioni) nel 1936 e nel 1943, quando il Sentimento del
tempo diviene un volume della raccolta complessiva Vita d’un uomo.

Il tema principale è quello della percezione dello scorrere del tempo tra


passato e presente e del rapporto tra la finitezza dell’uomo e il senso
dell’assoluto, su cui si innesta la riflessione sulla condizione dell’essere umano
e la malinconia per la perdita di affetti e persone.

A ciò si aggiunge, a livello biografico, la riscoperta della fede da parte del


poeta che modifica la visione della realtà del poeta.

Inoltre, rispetto ai versi scritti nelle trincee si può notare che le vicende
biografiche del poeta hanno minor peso.

Non gridate più, Il dolore, Ungaretti, pag. 13

Vediamo un cambiamento, con un recupero alla punteggiatura e quindi la


voglia di recuperare il tempo.

È un invito di Ungaretti a non uccidere nuovamente i morti dimenticandoli.

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