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Pascoli

Fanciullino
Il fanciullino un testo saggistico di Giovanni Pascoli, pubblicato per la prima volta nel 1897 sul Marzocco e poi ripubblicato nel 1903 in
volume in una versione rivista. Secondo Pascoli, dentro ciascuno di noi c un fanciullino, ossia uno spirito puro, giocoso, legato
allosservazione della realt. Il fanciullino colui che d il nome alle cose, che si stupisce continuamente ( tiene fissa la sua antica segreta
meraviglia); cos riesce anche a cogliere oltre il fenomeno reale, riuscendo a piangere e ridere senza un perch di cose che sfuggono ai
nostri sensi e alla nostra ragione. evidente, insomma, il suo ruolo irrazionale, tipico del simbolismo e poi del decadentismo. Il fanciullino,
oltre a nominare le cose e quindi permettere lappropriazione della realt, comportandosi come Adamo, riesce anche a scoprire nelle
cose le somiglianze e relazioni pi ingegnose, secondo unidea che ricorda naturalmente Charles Baudelaire. Gli oggetti sono importanti
perch sono simbolo di qualcosaltro; attraverso la conoscenza del termine preciso per identificare un oggetto, anche naturale, si giunge
al cuore della realt e si sprofonda nellabisso della verit. Il poeta si chiede anche se tutti possiedano il fanciullino. La risposta s, ma
non tutti lo sanno ascoltare, perch troppo presi da altre occupazioni: tace dunque nel professore, nel banchiere, nel contadino,
nelloperaio; ma in ciascuno di loro, e permetter quindi di avvicinarsi alla profondit del testo poetico. il poeta per a essere
superiore, perch riesce a spingere oltre lo sguardo, laddove gli altri non possono.
Gelsomino notturno
La poesia "Gelsomino notturno" fu composta da Giovanni Pascoli per le nozze dellamico Raffaele Briganti e vi raffigurato il tema
dellunione dei due sposi e del conseguente germogliare di una nuova vita. Nei versi presente una metafora sessuale delicatissima. Il
gelsomino notturno fiore che si apre di notte e di giorno si chiude. Il simbolismo pascoliano si esprime nel rapporto tra il fiore e la
donna, il fiore fecondato grazie alle farfalle notturne che ne trasportano il polline metafora della donna resa madre nell'unione con il
compagno. Lelemento della narrazione affidato a delle immagini e il poeta coglie il mistero che palpita nelle piccole cose della natura. Si
accorge che la notte, quando tutto intorno pace e silenzio, vi sono fiori che si aprono e farfalle che volano. Una vita inizia quando la vita
consueta cessa. Lora della vita notturna anche unora di malinconia per il poeta che prova un senso di esclusione. Il binomio vita e
morte evidente ai versi 1-2 (immagine dei fiori notturni e il ricordo dei familiari defunti), al verso 4 (farfalle crepuscolari simbolo sia di
vita che di morte) al verso 12 (nascere dellerba sulle fosse), al verso 23 (lurna, elemento funerario, metafora del ventre femminile,
generatore di nuova vita).
Digitale purpurea
Questa lirica collegata ad un ricordo di collegio della sorella Maria, la quale aveva raccontato al poeta che un giorno la Madre maestra
aveva vietato alle allieve di avvicinarsi ad un fiore in un angolo del giardino perch il suo profumo era velenoso. L'episodio biografico
fornisce al Pascoli lo spunto per intessere una complessa trama simbolica: due amiche rievocano la loro vita di collegio e i loro turbamenti
adolescenziali; e quel fiore (la digitale purpurea appunto) assume al significato di tentazione, attrazione-timore del proibito, colpa. Il
rapporto simbolico fiore = eros d'altra parte presente altre volte in Pascoli (ad esempio nel Gelsomino notturno) e rientra nel gusto
liberty. Ma, come noto, Pascoli si accosta alla tematica amorosa con un atteggiamento non esente da ambivalenza e senso di colpa. La
lirica fu inclusa nei Primi poemetti (ed. 1904)
Lavandare
La poesia viene inserita nella terza edizione di Myricae e appartiene alla sezione Lultima passeggiata ed un quadretto di vita rustica, di
vita semplice.
Il poeta ascolta il canto di un gruppo di lavandaie al lavoro nel vicino torrente. E un canto triste, che racconta la storia di un amore tradito
e della vana attesa della donna abbandonata e della sua solitudine. La tematica trova corrispondenza nel malinconico e spoglio paesaggio
della campagna autunnale e soprattutto nellaratro che campeggia, dimenticato in mezzo al prato, simbolo di desolazione ed
abbandono. Lintento simbolico e non descrittivo, il paesaggio, il lavoro delle lavandaie e la vicenda dellamore infelice non sono
lobiettivo del poeta ma sono solo strumenti per arrivare al tema di fondo della poesia che lo stato danimo malinconico e smarrito che
la situazione e il paesaggio ispirano. Nella prima strofa prevalgono le sensazioni visive, mentre nella seconda e terza strofa prevalgono
quelle uditive.
X Agosto
Questa poesia fu pubblicata sulla rivista Marzocco nel 1896 e poi inclusa nella quarta edizione di Myricae. La lirica rievoca uno degli
eventi pi doloroso e drammatico della vita di Pascoli, la morte violenta del padre. Il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto Pascoli, il
padre di Pascoli venne assassinato a colpi di fucile, per mano di ignoti, mentre tornava a casa sul suo calesse. Attraverso la poesia il poeta
vuole comunicare al lettore la sua tristezza per la mancanza del padre assassinato e la accentua mettendo a confronto una rondine
abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini e il padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, in modo tale da
sottolineare lingiustizia e il male che prevalgono sulla terra. La leggenda popolare identifica le stelle cadenti, che proprio nella notte del
10 agosto hanno la loro massima manifestazione nel corso dellanno, con le lacrime di San Lorenzo. Pascoli varia questa simbologia, e il
fenomeno astrale viene interpretato come il pianto che le stelle versano sulla malvagit degli uomini e sullingiustizia del mondo.
Attraverso le analogie egli riesce a dilatare il dolore personale, facendolo diventare universale. Ritorna il tema caro a Pascoli del nido
unico rifugio al male e al dolore del mondo esterno.Nel titolo, il X della data utilizzato simbolicamente per trasmettere lidea della
croce.
Lassiuolo

Questa poesia venne pubblicata per la prima volta sulla rivista Il Marzocco e successivamente inserita nella quarta edizione di Myricae,
nella sezione In campagna. Con questa poesia Pascoli descrive un paesaggio notturno e nebbioso, animato da vari rumori, dove allinizio
prevale il sentimento dellestasi, difatti dice che la notte meravigliosa, il cielo chiaro come lalba e perfino gli alberi sembrano sporgersi
per vedere meglio la luna che nascosta tra le nubi. Di sottofondo vi la melodia del mare, i fruscii dei cespugli, il frinire delle cavallette.
Tutto questambiente disturbato solamente da una voce monotona e triste che si leva nei campi: il chi, il grido dell'assiuolo. Un suono
che di strofa in strofa diventa pi angoscioso (un singulto) fino ad arrivare a rappresentare un pianto di morte. Questo suono per il poeta
una scossa al cuore che fa emergere dal passato ricordi dolorosi. Pascoli si lascia suggestionare dalle credenze popolari che considerano
la voce delluccello notturno un presagio di disgrazia e di morte. Le tre strofe sono un crescendo di inquietudine e drammaticit ed hanno
una costruzione molto simile: allinizio prevale unimmagine di luce (la luna che sta per sorgere, le stelle che brillano, i monti illuminati) ma
nella conclusione la luce e la vita che esse simboleggiano vengono negate da immagini di segno opposto (il nero del temporale, il sussulto
e il grido doloroso, le porte che non si possono pi riaprire). I punti interrogativi con cui la poesia si apre e si chiude trasmettono il senso
di incertezza e di dubbio del Poeta.

Ultimo sogno
lultima poesia di Myricae, che viene inserita a partire dalla terza edizione. Si tratta di uno dei risultati pi intensi e problematici
dellopera pascoliana. Lo stesso titolo pu avere almeno tre significati:1)il sogno pu essere lultimo della malattia (febbre di Pascoli); 2)Il
sogno della malattia che la vita e da cui si guarisce solo con la morte; 3)Il sogno di essere morti.Dal delirio della febbre e dalle
allucinazioni che questo comporta, il poeta guarisce improvvisamente o sogna di essere guarito. La malattia passata di colpo e al
capezzale del poeta c la madre, che egli guarda senza meraviglia, bench ella sia morta. La libert riacquistata assomiglia alla morte per
laccomunarsi di molti segni che rimandano a essa (linerzia, le mani al petto, i cipressi). Tuttavia la conclusione resta sospesa nel
significato che si prospetta aperto e problematico.

DAnnunzio
Ritratto d'esteta (Libro I, Capitolo II)
D'Annunzio ci presenta in questo secondo capitolo, il ritratto del suo protagonista: un vero esteta, come si coglie dall'educazione ricevuta,
dal suo gusto, dal mondo in cui vive. Rimasto orfano da poco, ricchissimo a soli 21, Andrea Sperelli ha posto dal 1884 la sua residenza a
Roma, la citt che merita la sua speciale predilezione. Vive in uno splendido palazzo e coltiva i suoi gusti signorili ed esclusivi, tra cui
l'amore passionale. L'esordio del romanzo ci mostrava in azione il personaggio, nell'ultimo giorno del 1886, mentre attendeva, in casa sua,
l'arrivo dell'ex amante Elena; ora l'autore presenta la storia precedente del personaggio, come un flashback dell'autore stesso. Il passo
delinea il ritratto dell'esteta: rievoca la sua formazione intellettuale, letteraria e artistica, e contemporaneamente mette a fuoco le sue
aspirazioni superiori, che lo distinguono dagli altri uomini. Due caratteri fondamentali contraddistinguono il giovane personaggio:
-Da una parte, la forte sensibilit estetica: Andrea tutto impregnato di arte; possiede il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della
bellezza;
-Dall'altra, la sua scelta di vivere secondo gli istinti: dotato di grande forza sensitiva, egli fu fin dal principio... prodigo di s, disposto,
com'era il padre, alla vita voluttaria, all'avidit del piacere.Il narratore precisa che Andrea non nato cos, cio esteta e sensitivo: invece,
il prodotto di un apposito programma educativo, di un'educazione estetica. Fu infatti suo padre, un gentiluomo aristocratico cresciuto in
mezzo agli estremi splendori della corte borbonica, a insegnare al figlio il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza. Lo
scopo quello proprio della classe nobiliare: distinguersi dalla rozzezza del popolo, incapace di bellezza. Sempre il padre ha educato
Andrea al sofisma, ovvero a non accettare nessuna verit come assoluta, a voler criticare sofisti. Tale distacco dalla morale corrente ,
assieme all'accesa sensibilit estetica, l'altro principio basilare dell'estetismo. Una simile educazione, secondo il giudizio del narratore, ha
prodotto danni gravi nel carattere del giovane Andrea. Lo scrittore definisce infatti incauto educatore quel padre che ha finito per
deprimere, nel figlio, la forza morale, fino al punto da creare in lui una potenza volitiva...debolissima. In realt, per, D'Annunzio aderisce
al modello di uomo delineato in Andrea Sperelli. L'autore si compiace del fatto che l'espandersi della forza sensitiva (cio istinti, capacit
percettive, sensazioni)finisca per annullare, in Andrea, la forza morale. Tutto il brano, e tutto il romanzo, non fanno che amplificare le
sensazioni, le impressioni, i gusti di chi nella vita tiene fede solo al principio del culto della bellezza. In questo brano il narratore
interrompe la narrazione d'intreccio per costruire, a beneficio dei lettori, un vero e proprio ritratto del protagonista. Ma si tratta di un
ritratto speciale, ovvero di un ritratto d'esteta. Il narratore sembra censurare la debolezza morale del suo personaggio, anche se poi si
mostra in piena consonanza con lui. In tal senso assai indicativo il trinomio (gruppo di tre termini) che figura nel primo capoverso del
brano.
Eppure il narratore non teme di orchestrare un ambiguo gioco di luci e di ombre, notando come Andrea sia interiormente malato, debole,
incapace di riprendere su s stesso il libero dominio. Andrea predilige nettamente la Roma barocca, la Roma delle grandi famiglie
aristocratiche e soprattutto la Roma splendida e un po' corrotta dei papi rinascimentali.
La sera fiesolana
E' la pi antica lirica di Alcyone. Il poeta esprime gli stati d'animo suscitati dal tramonto nella campagna di Fiesole, presso Firenze, in
compagnia di un'amica (Eleonora Duse) presente solo per discreti accenni (ti sien v.2; il nostro sogno v.10; ti sien v.19; ti dir vv.35 e
39; ci chiami v.36).
La sera e la natura rivestono il ruolo di protagonista. Non solo la sera personificata in una creatura terrena ma tutti gli aspetti della

natura evocati sono umanizzati mentre la presenza umana viene ridotta al minimo. Altro tratto che connota la poesia la devozione
francescana per cui la lode alla sera riecheggia (per linguaggio, soluzioni metriche e immagini) il Cantico delle Creature di San Francesco.
La pioggia nel pineto
Lirica tra le pi belle e le pi famose di D'Annunzio (composta nel 1902), una sorta di orchestrazione musicale, una composizione
sinfonica, per labilit del Poeta a sfruttare ogni strumento fornito dalla lingua e dalla retorica e per l'uso attento della parola per creare
sequenze sonore, i toni e i rumori provocati dalla caduta delle gocce di pioggia sulla vegetazione. La scena si svolge in una pineta lungo il
mare dove il Poeta e la compagna, Ermione (Eleonora Duse), stanno passeggiando. Sorpresi da un acquazzone estivo subiscono una sorta
di metamorfosi che li porta a perdere la loro umanit per trasformarsi in elementi vegetali ( il cosiddetto panismo dannunziano, il
sentimento mistico di unione con la natura). La pioggia crepita sui rami, alzando i profumi e sollevando gli umori del sotto bosco,
producendo un effetto musicale cui si aggiungono poi il canto delle cicale e quando il rumore della pioggia cessa, il verso isolato di una
rana.
La descrizione del verde estremamente puntigliosa, affidata ai nomi propri di ogni pianta ed arbusto, con lintento di cogliere le
molteplici sfumature di colore dell'ambiente. Nella lirica emergono i due temi cari alla sensibilit decadente di DAnnunzio: il tema
naturalistico-musicale della descrizione della pioggia e dei suoni che produce e il tema fantastico-magico della progressiva assimilazione
delluomo e della donna alla vita vegetale.
I pastori
E'settembre. L'arrivo dell'autunno riporta alla memoria del poeta le immagini della sua terra d'Abruzzo.L ha vissuto l'infanzia e l, in
questa stagione, ha assistito tante volte alla transumanza, cio a quella migrazione stagionale dei pastori che conducono le greggi
dai pascoli montani verso la pianura. Il ricordo dei pastori riempie di nostalgia l'animo del poeta: li rivede mentre lasciano gli alpeggi e si
incamminano lenti lungo i sentieri erbosi che portano fino al mare, gli stessi sentieri che per secoli hanno percorso anche i loro antenati; li
immagina mentre si fermano a bere alle fonti alpestri e poi riprendono il cammino appoggiandosi al bastone e mentre s'illuminano
di gioia, intravedono il lontano luccichio del mare. Il poeta sente con dolore di non appartenere pi a quel mondo delle origini, in cui il
tempo sembra essersi fermato; si sente un esiliato, per sempre escluso da quella vita di pace, legata alla terra e alle stagioni, che si svolge
con le forme antiche di un rito.