Giovanni Pascoli
Nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna da una famiglia
appartenente alla piccola borghesia rurale, quindi viveva in una condizione
agiata.
Il padre Ruggiero era un fattore della tenuta “La torre”.
La sua famiglia era di tipo patriarcale, molto numerosa, Giovanni era il quarto
di 10 figli. La vita serena della famiglia venne sconvolta da una tragedia: nel
1867, mentre tornava a casa, il padre fu ucciso a fucilate, probabilmente da
un rivale che aspirava a prendere il suo posto di fattore.
Questi sicari non furono mai individuati e quindi generarono in Pascoli un
senso di una grande ingiustizia.
Con la morte del padre ci furono delle difficoltà economiche nella famiglia che
dovette lasciare la tenuta per trasferirsi a San Mauro e poi a Rimini, dove il
fratello maggiore Giacomo aveva trovato un lavoro e assunse una specie di
figura paterna.
Successivamente, l’anno dopo morì la madre e la sorella maggiore, poi nel 1871
il fratello Luigi e nel 1876 Giacomo.
Giovanni frequentava con i fratelli Giacomo e Luigi, il Collegio degli Scolopi ad
Urbino. Qui ricevette una grande formazione classica che fece da base per la
sua cultura.
Nel 1871, i problemi economici dovette lasciare il collegio, però grazie alla
generosità di uno dei suoi professori, riuscì a seguire gli studi a Firenze (sempre
presso gli Scolopi) dove riuscì a terminare liceo.
Poi nel 1873, grazie a un brillante esito di un esame riuscì a ottenere una borsa
di studio presso l’Università di Bologna, dove riuscì a frequentare la facoltà
di lettere.
Negli anni dell’università subì il fascino dell’ideologia socialista (che in quel
periodo si andava diffondendo). Partecipò a molte manifestazioni contro il
governo e nel 1879 fu persino arrestato. Dovette trascorrere alcuni mesi in
carcere, però alla fine venne assolto.
Questa breve esperienza però fu per lui traumatica e quindi lo portò un distacco
dalla politica militante. Poi restò sempre fedele all’ideologia socialista, però
assumendo un atteggiamento più umanitario, quindi predicando la fraternità fra
gli uomini.
Si laureò nel 1882 con una tesi sull’antico lirico greco Alceo.
Intraprese quasi subito la carriera di insegnante liceale, dapprima a Matera poi
a Massa.
In quest’ultima città chiamò a vivere con sé due sorelle Ida e Mariù
ricostituendo una specie di nido familiare che i lutti avevano distrutto.
Nel 1887 con le sorelle si trasferì a Livorno, dove gli fu trasferita la cattedra e vi
rimase sino al 1895.
In questo nido familiare si te crea un attaccamento morboso fra i tre e questo
rivela la fragilità della struttura psicologica del poeta, minata dai traumi
subiti nell’infanzia.
Questa serie di legami con le sorelle e con il ricordo dei defunti inibisce la sua
capacità di legarsi ad altre persone, per questo l’autore vive una vita
forzatamente casta.
Infatti, le sue esigenze affettive sono soddisfatte dal rapporto che ha con le
sorelle che hanno una funzione materna nei suoi confronti.
Più tardi, nel 1895, il matrimonio di Ida fu sentito da Pascoli come un
tradimento, una profanazione della sacralità del nido, e determinò in lui una
reazione spropositata con delle manifestazioni depressive.
Persino quando gli si profilò un matrimonio con una cugina Giovanni dovette
rinunciarci per gelosia della sorella Mariù.
Nel 1895, dopo il matrimonio di Ida Pascoli, prese in affitto una casa a
Castelvecchio di Barga. Qui con la sorella Mariù trascorreva lunghi periodi
lontano dalla vita cittadina che detestava, amava il contatto con il mondo della
campagna che costituiva un eden di serenità e pace (un locus amoenus).
Quindi viveva una vita soltanto all’apparenza serena, ma in realtà turbata da
oscure angosce e paure. Angosce causate soprattutto per la presenza ossessiva
della morte. Delle paure non soggettive ma anche per la presenza di diverse
situazioni storiche e sociali che si stavano preannunciando lo scoppio della Prima
guerra mondiale.
Poi nel 1895, Pascoli ottenne la cattedra di grammatica greca e latina
all’Università di Bologna. Poi quella di letteratura latina all’Università di
Messina, dove insegnò fino al 1903.
Poi si trasferì a Pisa più vicino alla sua abitazione a Castelvecchio.
Infine si trovò a Bologna sostituendo il suo maestro Carducci nella cattedra di
letteratura italiana.
All’inizio degli anni 90 aveva pubblicato la sua prima raccolta di liriche le
Myricae. Poi ne pubblica diverse edizioni, ampliandola sempre di più. Nel 1897
pubblicò i Poemetti, poi arricchiti nelle successive ristampe. Nel 1903 pubblicò i
canti di Castelvecchio. Nel 1904 i poemi conviviali.
La sua fama cresceva sempre di più e dal 1892 per 12 anni vinse la medaglia
d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, consacrandosi anche un
abile poeta in lingua latina, capace di ridare vitalità a una lingua antica.
Negli ultimi anni volle gareggiare Carducci e D’Annunzio (fratello minore e
maggiore) nella funzione di poeta civile, vate della patria e celebratore delle sue
glorie.
Public una serie di componimenti raccolti in odi ed inni, poemi del Risorgimento,
poemi italici, canzoni di Enzio.
Pascoli fece anche dei discorsi pubblici tra i quali è rimasto famoso la grande
proletaria si è mossa, tenuto il 26 novembre 1911 per celebrare la guerra con
l’impero ottomano per la conquista coloniale della Libia.
Però, il poeta si ammalò, ebbe un cancro allo stomaco, si trasferì a Bologna
per le cure però si spense il 6 aprile 1912.
La visione del mondo
La sua visione positivistica
La formazione di Pascoli fu essenzialmente positivistica, lo si può vedere
nell’uso della nomenclatura ornitologica e botanica, così come anche nei
temi astrali (scaturiscono dalla lettura di testi di astronomia).
Però, Pascoli risente del clima della cultura di fine secolo, quindi segnata
dall’esaurirsi del positivismo e dell’affermarsi di tendenze spiritualistiche e
idealistiche. Per lui, dietro i limiti dell’indagine scientifica si apre l’ignoto, il
mistero, l’inconoscibile.
Questa tensione verso ciò che è trascendente, però non si traduce in una fede
religiosa. Per Pascoli il messaggio del cristianesimo si limita alla morale di
fraternità predicata dal Vangelo.
Pascoli descrive la realtà con grande precisione botanica od ornitologica
come se fosse uno scienziato. Però questa precisione allo scopo di far intuire
letture che c’è un significato nascosto dietro ogni elemento naturale.
Quindi c’è un valore aggiunto, allusivo e misterioso dietro gli elementi descritti.
Pascoli a volte scompone le parole creando neologismi o onomatopee e rompe la
struttura tradizionale del verso.
Così riesce a dare un senso di meraviglia di sorpresa, anche certe volte
inquietudine per far percepire le realtà nascoste.
La poetica
Il fanciullino
Il Fanciullino fu pubblicato nel Marzocco nel 1897. L’idea centrale dell’opera è
che il poeta coincide con il fanciullo che è presente in fondo a ogni uomo, che
vede tutte le cose come la prima volta, con un atteggiamento pieno di stupore e
meraviglia. Vede le cose in modo alogico, quindi riesce a cogliere l’essenza
segreta delle cose.
Quindi, dal fanciullino emerge una concezione della poesia come conoscenza
prerazionale e immaginosa.
Il poeta appare come un veggente, spinge il suo sguardo oltre le apparenze
sensibili.
La poesia pura
Per Pascoli la poesia non deve avere dei fini estrinseci, quindi il poeta canta solo
per cantare e non si pone degli obiettivi civili morali o pedagogici.
Quindi, essendo questa poesia pura, assolutamente spontanea, può avere degli
effetti di suprema utilità morale e sociale.
In effetti, Pascoli nella sua poesia inseriva un messaggio implicito, cioè quello di
un’utopia umanitaria che invita all'affratellamento fra tutti gli uomini, aldilà delle
classi sociali al di là dell’idee nazionali che li separano.
Quindi questo rifiuto per la lotta delle classi si riflette anche nello stile, infatti,
accetta il sublime anche nelle piccole cose, così come gli argomenti elevati e
sublimi.
L’ideologia politica
Durante gli anni universitari pascoli subì l’influenza delle ideologie anarco-
socialiste. Il fenomeno di aderirsi all’anarchismo socialismo era molto diffuso
negli ambienti intellettuali piccolo – borghesi di quel tempo
Questo era un gruppo che si sentiva minacciato dalla avanzata della Borghesia
industriale e quindi risentiva dei processi di declassamento.
Oltre questo, Pascoli voleva lottare per un’ingiustizia molto forte quindi
l’uccisione del padre, lo scioglimento del nucleo familiare ed i lutti.
Ben presto si scontrò con la repressione poliziesca. Fu arrestato durante una
manifestazione antigovernativa e dopo aver passato dei mesi in carcere,
abbandonò ogni forma di militanza attiva.
Dal socialismo alla fede umanitaria
Tuttavia, nel 1879 dopo la repressione dei moti anarchici Pascoli si avvicina al
marxismo.
Però il socialismo marxista si basava sulla lotta di classe sulla rivoluzione violenta
principi che non erano in sintonia con la mentalità di Pascoli.
Il suo socialismo si trasforma in una visione umanitaria influenzata dal
cristianesimo. Non rinnega del tutto gli ideali socialisti, ma li verte in un senso di
bontà di solidarietà fra gli uomini.
Pascoli vide la vita umana come dominata dal dolore e dalla sofferenza. Ritira
che gli uomini, quindi si devono aiutare a vicenda. Elimina nella sua visione l’odio
e la vendetta in funzione del perdono.
Mito del piccolo proprietario rurale
Pascoli credeva che la società dovesse essere composta da delle classi distinte,
ognuna con la propria funzione. Queste classi invece di lottare, una con l’altra,
dovevano unirsi a collaborare con spirito di fratellanza.
Pascoli vede come ideale la vita del piccolo proprietario rurale che coltiva la sua
terra e guida la sua famiglia con saggezza e amore.
Ritiene che la felicità si trovi nelle cose piccole e modeste. In questa visione, la
solidarietà fra famiglie fra membri di una famiglia diventano i fondamenti di una
società equilibrata.
Quindi, mitizza la piccola proprietà contadina, però si rende conto che questo
modello è destinato a scomparire a causa della crescita del capitalismo e
dell’industrializzazione.
Questo cambiamento gli porta angoscia, quindi idealizzare il passato è la paura
della modernità che per lui è sinonimo di sfruttamento, alienazione e perdita di
valori tradizionali.
Il nazionalismo
Per Pascoli, la famiglia e la piccola proprietà agricola sono il cuore della
società unite da legami di sangue affetti, e dolori condivisi.
Questa sua visione del nido familiare si estende a tutta la nazione, quindi la
patria diventa per estensione il nido da proteggere.
Da questo nasce il suo nazionalismo che si basa su un attaccamento alla sua
terra natia.
Pascoli è molto colpito dall’emigrazione di massa che in quegli anni stava
avvenendo, soprattutto riguardante soggetti costretti a lasciare la propria patria
per cercare lavoro. L’emigrante è visto come colui che è strappato dal suo
nido.
Egli adotta un’idea diffusa tra i nazionalisti dell’epoca, cioè che le nazioni si
dividono in due categorie:
- Le nazioni capitaliste, ricche e sfruttatrici.
- Le nazioni proletarie, povere e costrette a emigrare per sopravvivere.
Secondo questa logica, le seconde hanno il diritto di cercare stabilità con la
guerra.
Quindi, Pascoli giustifica la conquista coloniale come un atto di difesa, non di
aggressione.
Per questo motivo, sostiene la guerra di Libia. Per lui la guerra serviva a
completare il progetto del Risorgimento italiano per migliorare la dignità civile
dell’Italia. Quindi, nel suo pensiero, c’è una fusione di idee opposte.
I temi della poesia pascoliana
Il cantore della vita comune
Si rivela nella poesia di Pascoli una sensibilità decadente, però non è chiaro
quanto fosse influenzato direttamente dalla letteratura simbolista e decadente
europea.
A differenza di D’Annunzio, la vicinanza dei pascoli dal decadentismo sembra
derivare da una sua esperienza personale invece che è una formazione culturale
specifica.
Pascoli è l’esatto opposto del poeta maledetto tipico del decadentismo che
rifiuta la società borghese e adotta degli atteggiamenti provocatori.
Nella sua vita quotidiana, infatti, Pascoli è un uomo semplice che trova la
felicità nella tranquillità domestica nel lavoro e negli affetti familiari.
Questa sua immagine è riflessa anche nella sua poesia che celebra la realtà
comune e i suoi valori.
Molti dei suoi componimenti hanno un intento educativo e morale, trasmettendo
una visione della vita basata sulla modestia e sull’accettazione della propria
condizione.
Pascoli sogna un’umanità unita dalla solidarietà, che aiuti a sopportare il dolore
della vita.
Il nido è un tema centrale della poesia.
Molto spesso sono inseriti anche dei temi tragici, di morte, però questo elemento
inserito in una dimensione pedagogica: la tragedia familiare di Pascoli è un
esempio della presenza del male nel mondo però anche testimonia la
necessità di perdono e di pace fra gli uomini.
Il poeta ufficiale
Quindi, Giovanni Pascoli non si limita soltanto a cantare le virtù della vita
comune, ma anche quelle di un’intera nazione, ponendo in risalto il valore della
patria, della questione sociale e quindi attraverso questo assume la funzione di
poeta vate.
Quindi, dà voce ai sentimenti alle visioni della società italiana.
La prova di questa sintonia fra il poeta e le masse è stata la sua fortuna
scolastica. Grazie ai suoi temi e parole semplici è riuscito ad ottenere fortuna
nella scuola elementare.
Il grande Pascoli decadente
Pascoli non si limita a celebrare il quotidiano, ma indaga anche sul mistero che
c’è oltre le apparenze, dando agli oggetti comuni un significato simbolico e
allusivo.
Quindi la poesia di Pascoli diventa un modo per esprimere le sue ossessioni più
profonde, mostrando le zone oscure della psiche.
Utilizza dei simboli come il fiore maligno il vischio, quindi esprime il suo senso di
inadeguatezza della realtà e anticipa anche delle catastrofi cosmiche.
Proprio questa sua concezione della realtà lo colloca come un poeta decadente.
Le angosce e le lacerazioni della coscienza moderna
Il Pascoli che celebra la vita semplice del nido e il Pascoli vate hanno una radice
comune.
Entrambi si fondano sulla celebrazione del mondo domestico, quindi del tema del
nido come rifugio rassicurante contro le forze minacciose esterne.
Nel discorso del 1900 Una sagra, espone quanto fosse consapevole dei pericoli
del mondo come guerre potessero portare anche a regimi totalitari. Queste sono
le paure della società dell’epoca.
Quindi il nido diventa una specie di esorcismo per neutralizzare e contenere le
paure che lo turbano.
Pascoli non si limita a rimuovere questa oscurità, ma molto spesso le affronta
direttamente, affronta tutte quelle forze inquietanti che lo angosciano.
Le soluzioni formali
La sintassi
La sintassi di Pascoli è molto diversa da quella della tradizione poetica italiana.
Egli preferisce la coordinazione sulla subordinazione. Molto spesso il testo
poetico è formato da brevi frasi allineati senza rapporti gerarchici. Queste frasi
spesso sono unite non da congiunzioni ma per asindeto, quindi soltanto con una
virgola. Le frasi sono ellittiche quindi certe volte del soggetto del verbo oppure
possono assumere anche una forma nominale, quindi con una successione di
sostantivi e aggettivi.
C’è un prevalere della sequenza seguendo una sensazione immediata, quindi
non c’è una sistemazione logica.
Quindi questa sintassi traduce perfettamente la visione del mondo pascoliano,
quindi una visione fanciullesca quasi alogica. Quindi che tende al misterioso e
quindi vuole entrare nel profondo dell’essenza, cioè scomponendo i rapporti
gerarchici abituali.
Molte volte gli oggetti più quotidiani e più comuni presentano una fisionomia
stranite, quindi come immersi in un’atmosfera visionaria di un sogno. Quindi non
ci sono più dei punti di riferimento esterni oggettivi non ci sono più gerarchie. Il
mondo è scombussolato, questa visione prevalentemente influenzata dalla
concezione della relatività che in quel periodo si stava diffondendo.
Il lessico
Allora, innanzitutto, Pascoli non usa un lessico normale, ma mescola tra loro dei
codici linguistici diversi. Quindi affianca termini tratti dai settori più disparati. Ciò
nonostante non ci sono degli scontri fra livelli, fra registri.
Ovviamente questa è la ripercussione stilistica del concetto del fanciullino. Dato
che Pascoli vuole abolire lo scontro fra classi vuole anche abolire lo scontro fra i
diversi registri stilistici.
Quindi, troviamo nei suoi testi l’accostamento di termini aulici e preziosi con
termini gergali e dialettali. Si nota la sua conoscenza della terminologia botanica
ed ornitologica anche i termini provenienti da lingue straniere. È presente una
specie di inglese italianizzato.
Si nota delle sue opere, anche un certo gusto per i nomi propri antichi
Gli aspetti fonici
Gli aspetti fonici hanno una grande rilevanza nella poesia pascoliana. Sono
presente molte riproduzioni onomatopee diversi di uccelli o di suoni di campane,
questi sono i suoni che in pascoli hanno un grande valore simbolico.
Oltre queste parole onomatopee, assume un grande valore nella poesia
pascoliana il fonosimbolismo. Cioè molto spesso il suono delle parole usate da
Pascoli hanno un altro valore oltre quello del significato, ma quello proprio dei
suoni.
La metrica
La metrica pascoli è apparentemente tradizionale, quindi impiega i versi più
costruiti nella poesia italiana. Endecasillabi decasillabi novenari settenari.
Utilizza anche schemi di rime usuali, come le baciate, le alternate, le incatenate,
le terzine e anche le strofe saffiche.
Però anche il verso in Pascoli è frantumato interrotto da numerose pause, questo
è accentuato dal frequentissimo uso degli enjambements.
Le figure retoriche
Anche a livello delle figure retoriche, pascoli utilizza il linguaggio analogico.
Utilizza molto la metafora, quindi l’utilizzo del termine figurato posto del termine
proprio.
L’analogia pascoli accosta in modo impensato e sorprendente due realtà fra loro
remote, eliminando tutti quei processi logici. Così costringendo a un volo
vertiginoso dell’immaginazione.
Quindi finisce per creare un discorso ellittico allusivo, quindi punta su ciò che non
è detto quindi sul nascosto al limite dell’enigmatico.
Utilizza anche la sinestesia di nuovo per aggiungere un significato allusivo e
suggestivo. Quindi fonde insieme diversi ordini di sensazioni.
Tutte queste soluzioni formali introducono un rinnovamento nel linguaggio
poetico italiano.
Le raccolte poetiche
I componimenti pascoliani spesso sono comparsi per la prima volta su dei
periodici o delle riviste. Poi furono raccolti dal poeta in una serie di volumi
pubblicati fra il 1891 e il 1911.
Nel corso degli anni 90 Pascoli lavora contemporaneamente a vari generi poetici,
quindi affronta i temi diversi con delle soluzioni formali ancor ben diverse.
La distinzione fra varie raccolte obbedisce più che all’ordine cronologico di
composizione, quanto alle ragioni formali, quindi di natura stilistica e metrica.
È difficile, quindi cogliere un filo cronologico fra le composizioni.
L’unico elemento che possiamo scorgere negli ultimi anni è la crescita della
produzione celebrativa.
Myricae
È stata la prima vera e propria raccolta uscita nel 1891 contiene 22 poesie
dedicate alle nozze di amici. Questo volume si ampliò nel 1892 a contenere 72
componimenti. Riorganizzò questa raccolta sino al 1900, quando raggiunse il
numero finale di 156 componimenti.
Il titolo è una citazione Virgiliana tratta dall’inizio della quarta bucolica. Nei primi
due versi Virgilio proclama l’intenzione di innalzare il tono del suo canto, perché
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili Tamerici.
Ed assume invece le umili piante, proprio come simbolo delle piccole cose che
canta dentro la sua poesia.
Per la maggior parte si tratta di componimenti molto brevi che si presentano
come quadretti di vita campestre con un gusto quasi impressionistico.
Il poeta nelle sue poesie allude a una realtà misteriosa e ignota.
Spesso le atmosfere che avvolgono queste realtà e evocano l’idea della morte e
quindi si ritorna alle morti familiari.
Sul piano formale sono presenti onomatopee, è dato un grande valore simbolico
ai suoni, è utilizzato un linguaggio analogico e la sintassi frantumata. Il poeta
utilizza il novenario per i versi.
I poemetti
Il romanzo georgico
Sono stati raccolti per la prima volta nel 1897, poi ripubblicati con aggiunte nel
1900 e infine definitivamente furono divisi in due raccolte distinte: primi
poemetti nel 1904 e nuovi poemetti nel 1909.
Questi sono dei componimenti più ampi delle Myricae, all’impianto lirico è
sostituito un taglio narrativo diventando spesso veri e propri racconti in versi.
È scritto in terzine dantesche.
Ultima dominante è la vita della campagna e per questo che questa raccolta
viene definita un romanzo georgico, c’è la descrizione di una famiglia rurale di
Barga. La narrazione è articolata in diversi cicli che sono distinti dal diverso
lavoro nei campi.
La sementa, l’accestire (nei vecchi poemetti) e la fiorita, la mietitura (nei nuovi
poemetti).
Questa raffigurazione della vita contadina ha dei fini ideologici, vuole celebrare la
piccola proprietà rurale perché porta dei valori tradizionali e autentici. In
contrapposizione con la negativa realtà contemporanea. Quindi praticamente
celebra il nido domestico del contadino.
La vita diventa un rifugio contro una realtà storica minacciosa.
Ovviamente, quindi questo mondo rurale è idealizzato e idillico, ignora gli aspetti
più crudi della realtà: come la povertà, il bisogno, la miseria, la degradazione.
Pascoli si sofferma soltanto sugli aspetti più quotidiani, umili. E vuole scorgere la
dignità sublime che c’è dietro queste cose umili. Infatti, molte volte usa delle
formule tratte da antichi poeti come Omero Esiodo Virgilio. Quindi c’è questa
mescolanza fra la semplicità e la raffinatezza.
Gli altri temi
Al di fuori di questo ciclo georgico ci sono anche altri poemetti con dei temi più
inquietanti.
Un esempio è digitale purpurea con al centro un fiore di morte che emana un
profumo inebriante e insidioso e turba l’innocenza delle studentesse di un
convento.
I canti di Castelvecchio
Sono definiti dal poeta come una continuazione della prima raccolta poetica.
Anche qui ci sono delle immagini della vita di campagna e ricompare quindi una
struttura lirica invece che narrativa (a differenza dei poemetti).
Questi componimenti si susseguono secondo la successione delle stagioni.
Questo ciclo naturale si presenta come un rifugio dal dolore e dall’angoscia
dell’esistenza.
Ricorre con frequenza anche il motivo della tragedia familiare, e i morti che si
stringono intorno al poeta per risaldare quel vincolo di sangue e di affetti che li
univa.
Ovviamente c’è anche il richiamo al paesaggio toscano di Castelvecchio. Quasi si
vuole collegare questo nuovo nido con quello spazzato via dalla tragedia del
padre.
Sono presenti anche dei temi più inquieti e morbosi: l’eros e la morte (a volte
appare come un rifugio in cui sprofondare come una regressione nel grembo
materno).
Dalle piccole cose e poi lo sguardo si allarga anche verso degli spazi cosmici.
I poemi conviviali
Sono chiamati così, perché gran parte di essi comparse nel 1895 sul convito, una
delle riviste più importanti nell’ambiente dell’estetismo (nel 1895 in questa
rivista D’Annunzio pubblicò le vergini delle rocce).
Anche questi componimenti pascoliani risentono del clima estetizzante. Questi
sono dei poemetti dedicati a dei personaggi e miti della storia antica. (Achille
Ulisse Elena Alessandro magno).
Si nota 1:00 erudizione in effetti egli si compiace ad esplorare degli aspetti
marginali e poco noti del mito della storia (un atteggiamento che rimanda a
quello dell’alessandrinismo).
In questi poemetti compaiono tutti i temi consueti della poesia pascoliana, quindi
il mondo del convivio non è immobile ma subisce anche solo le angosce della
sensibilità moderna.
I Carmina
Sono 30 poemetti e 71 componimenti più brevi scritti da Pascoli per il concorso di
poesia latina ad Amsterdam per il quale ottenne diverse medaglie d’oro.
Non furono raccolti dall’autore, ma furono pubblicati postumi nel 1915.
Questi sono dedicati agli aspetti più marginali della vita romana hanno come
protagonisti dei personaggi umili come gladiatori schiavi.
Ancora una volta si proietta la concezione umanitaria di Pascoli.
Il latino di Pascoli non è una lingua morta ma una lingua rivissuta intimamente
che presenta anch’essa un ritmo spezzato e che appare lontano dall’armonia
classica.
Negli ultimi componimenti, come oggettini canzoni di Renzo, poemi italici, poemi
del Risorgimento, Pascoli assume le vesti del poeta vate quindi che celebra le
glorie nazionali per fare un’azione di propaganda dei principi morali e civili
risorgimentali.
Quindi, ovviamente, si rivelano dal punto di vista stilistico dei virtuosismi
linguistici e metriche del tutto artificiosi, che appaiono completamente lontani
dagli altri principi delle composizioni precedenti pascoliane.
Il gelsomino notturno
All’inizio si fa riferimento a un’immagine: una luce che brilla poi si spegne
segnalando l’inizio del rito della fecondazione, c’è la consumazione dell’amore
fra due sposi e l’inizio simbolico di una nuova vita.
Il gelsomino notturno è un fiore che si apre di notte ed emana un profumo.
Questo simboleggia l’unione amorosa e la fecondazione. Questo processo dei
fiori è paragonato al mondo umano, quindi alla creazione della vita umana.
La fragola rossa matura richiama il sangue, il corpo e il desiderio e quindi fa
parte della stessa simbologia di amore e vita.
Il poeta osserva tuttora fuori, ma non ci partecipa la contempla soltanto. Vuole
celebrare la bellezza dell’amore ma non può viverla, in effetti si nutre a distanza
fra l’osservatore e l’azione, viene ripetutamente utilizzato l’avverbio là, perché il
poeta sa di non poter creare un proprio nido familiare.
Il poeta è come un ape che arriva tardi, rimasta fuori dall’alveare che esclusa
dalla felicità familiare e dalla vita affettiva. Ovviamente ci sono anche delle
immagini di morte, questo perché il poeta è bloccato nel passato, che incatenato
alla tragedia familiare che ha distrutto il suo nido.
Questa tragedia, anche bloccato il poeta nella condizione psicologica infantile,
quindi incapace di costruire delle relazioni adulte specialmente con le donne.