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Giovanni Pascoli: Italy

Italy, l'ultimo dei "Primi Poemetti", è una delle poesie più lunghe del poeta romagnolo (450 versi in due
canti di terzine dantesche: canto primo, canto secondo) e ricalca moduli epico-narrativi. La dedica è
singolare: Sacro all'Italia raminga. Tratta infatti uno degli argomenti più scottanti della storia sociale italiana
tra Ottocento e Novecento, quello dell'emigrazione, fenomeno che riguardò non meno di 20 milioni di
nostri connazionali. Ciò che spesso oggi sfugge è come, nell'intenzione di chi allora partiva, si trattasse di
una migrazione temporanea che aveva come fine principale quello di migliorare la propria condizione
economica (e quella della propria famiglia) in patria... per farsi un campo, per rifarsi un nido.

La vicenda narra di un gruppo familiare di quattro persone che ritorna una sera di febbraio a Caprona, in
Garfagnana, per portarvi la piccola Maria detta Molly, nella speranza che l'aria salubre di montagna la possa
guarire dalla tisi. La accompagnano il vecchio nonno e gli zii Beppe e Ghita. Nella casa avita, nera per la
fuliggine e buia, è rimasta la nonna i cui gesti quotidiani come mungere le vacche, pulire la greppia e filare,
si ripetono immutabili da sempre. La prima reazione della piccola è di rifiuto e nella sua lingua d'oltremare
dice allo zio Beppe: Bad country, Ioe, your Italy! E lo zio la compiange: Poor Molly! Qui non trovi il pai con
fleva di fronte al pane fatto in casa e al latte appena munto messo in tavola dalla nonna.

Il pai con fleva (pai with flavour), così come i molti bìsini (business), il fruttistendo (fruitstand) o vende
checche, candi, scrima (cakes, candy, ice-cream) sono la lingua speciale dell'emigrate, un inglese
italianizzato o addirittura dialettizzato che diventa la lingua franca in cui si esprime chi ha lasciato la propria
terra e in qualche modo non appartiene del tutto né ad una realtà né all'altra.

E che dire dell'attualità del grido dell'emigrante, un vu' cumprà e costa poco che si ripete nel tempo:

Will you buy... per Chicago e Baltimora

buy images... per Troy, Memphis, Atlanta,

con una voce che te stesso accora:

cheap! ... nella notte, solo in mezzo a tanta

gente; cheap! cheap! tra un urlerio che opprime;

cheap! ... Finalmente un altro odi, che canta...

Molly però non è attratta come la zia Ghita dalla modernità de la mi' Mèrica dove per pochi cents si
possono comprare stoffe lustre come sete. Anche se all'inizio la sua reazione è lapidaria

You like this country? ella negò severa

Oh, no! Bad Italy! Bad Italy!

a poco a poco la nonna la conquista, con i suoi gesti lenti, con il suo filare sempre uguale, che ripercorrono
lo stesso affetto da generazioni. Sono proprio quei gesti del tempo delle fate, che nessuno in America fa
più, che rapiscono la fantasia di Molly che trascorre ore accanto al focolare e alla nonna. E Molly decide,
decide di die in Italy. " oh yes, Molly morire in Italy!"

Italy allora si commuove e il maltempo lascia il posto al sole primaverile che guarisce la piccola. In quella
casa che la bimba bad chiamava tornano le rondini, sweet, sweet. Ma la situazione iniziale si ribalta: il bel
tempo fa guarire la tosse di Molly, ma la tosse prende ora la nonna e se la porta via.

Il poemetto si chiude con la partenza della famiglia dopo il funerale. Hanno preso la ticchetta del barco e tra
un buona cianza (chance) e un good bye se ne vanno, con la promessa di ritornare, anche quella della
piccola Molly

Bad Italy, sweet home: la lingua come casa


Quando si vuol rendere vita a un testo che possiede forza narrativa e al contempo vocazione poetica
intima, familiare lo si porta in teatro, cassa di risonanza  dell’azione e sopratutto della voce e dei suoni della
parola. Lo si fa perchè si riconosce a quel testo un particolare destino sonoro, anche se il testo non è stato
pensato dall’autore per l’azione scenica.

È ciò che ha tentato di fare il Laboratorio teatrale dell’I.I.S. Raffaello di Urbino con Italy poemetto narrativo
tra più lunghi realizzati da Pascoli. Tentativo non solitario se consideriamo che nel centenario della morte
del poeta romagnolo molti teatri italiani hanno messo in cartellone i recital di Giuseppe Battiston o  Paolo
Poli che del poemetto pascoliano hanno messo in scena versioni più o meno integrali.

Con Italy Giovanni Pascoli si fa poeta civile e politico, generoso e un po’ naïf istigatore di istanze socialiste
venate di profonda etica cristiana. Del 1904, Italy è’ una delle prime testimonianze della letteratura italiana
sull’emigrazione, dramma economico e sociale che lacerò le famiglie e le comunità produttive della
nazione, all’alba del Novecento. Il poemetto fu una risposta all’incipiente mentalità nazionalistica e
patriottica di quell’Italia dilaniata dalla diffusa e profonda miseria economica. Bisogna ricordare che con
i Poemetti, di cui Italy fa parte, si realizza a detta dei maggiori studiosi di Pascoli la piena maturazione della
poetica dell’autore e si può osservare in modo chiaro e trasparente l’ideologia piccolo-borghese che Pascoli
promuove affrontando temi e questioni che hanno a che fare con l’attualità e assegnando ai testi  una
connotazione storica e politica. I flussi migratori degli anni 1897/1898 furono tra i più severi per numero di
migranti, gli studi e le cronache degli anni successivi parlano di circa 800.000 persone che lasciarono l’Italia.
Pascoli fin dal 1901 in un discorso tenuto a Messina che aveva come titolo L’eroe italico, dedica il suo
pensiero accorato agli italiani emigrati. In altri numerosi interventi considererà la questione
dell’emigrazione con grande sensibilità e un certo affanno patetico. Tema che non fu un motivo letterario
ma una realtà che lo toccava da vicino. Tra la gente, nelle famiglie, non si parlava d’altro. L’Italia “antica
madre”, il nido di tutti i nidi degli Italiani, non riusciva più a sfamare i suoi rondinini. Parenti, amici e molti
conoscenti del poeta di San Mauro conobbero la sofferenza e il dramma dell’emigrazione. Molti partirono
per l’America, qualcuno ritornava dopo molti anni. Il materiale narrativo per la composizione di Italy era
autenticamente vissuto, storie di vita che riempivano il tempo dei discorsi. Pascoli rielaborerà questi
discorsi in una “lingua speciale, entità rara, preziosa, squisita, il cui funzionamento, la cui stessa esistenza è
precisamente condizionata dalla differenza di potenziale rispetto alla lingua normale”.

Composto di 450 versi simmetricamente spartiti in due canti articolati in 29 capitoli di strofe dantesche,
racconta in forma di dialogo la storia del ritorno di una coppia di emigrati della lucchesia che portano Molly,
la piccola figlia ammalata, che fa ritorno al paesello natio per incontrare i parenti. Molly nata oltreoceano
parla solo americano. Dopo un primo periodo di disagio per le incomprensioni linguistiche si affeziona
profondamente alla nonna che parla un italiano antico e rurale. Il linguaggio universale dei sentimenti
permetterà a nonna e nipote di instaurare un’autentica comunicazione affettiva che supererà ogni ostacolo
linguistico. Il poemetto che riproduce poeticamente la dialogicità compiuta o frammentaria dei personaggi
coinvolti è intriso di elementi linguistici diversi, in un pastiche di suoni e parole americane, termini regionali
della civiltà contadina e di lingua straniera corrotta dall’ignoranza dei parlanti. La storia si conclude con la
morte della nonna e la guarigione della piccola che nel giorno degli addii promette di ritornare in Italia con
uno squillante “Sì”.

La critica contemporanea e soprattutto Benedetto Croce non hanno molto apprezzato Italy definita, dal
filosofo idealista, orrida proprio per “il gergo angloitalico degli emigranti reduci dall’America”. Fu Giovanni
Getto a rileggere in una chiave di lettura diversa il poemetto pascoliano e valorizzare la libertà linguistica
come segno di emancipazione dalle gabbie degli schemi espressivi e manifestazione di un’autentica
condizione umana.

I significati di un’opera mutano col mutare dell’epoca della sua ricezione. A distanza di poco più di un secolo
in contesti certamente molto differenti il tema dell’emigrazione si ripresenta non solo agli italiani. La sua
attualità investe il dibattito politico in questi giorni, con questioni che riguardano il diritto di cittadinanza, la
convivenza civile e politica nelle comunità plurietniche, lo scontro fra chi istiga al razzismo e chi tutela
l’integrazione.

Quando in teatro risuonano le parole di Italy, si realizza ancor più che nella lettura silenziosa, quel
fenomeno sonoro di lingua speciale di cui parla Contini. Ancor più se alla ricchezza sonora e linguistica del
testo si sovrappongono i suoni di quell’italiano nuovo prodotto dalla società meticciata di oggi. Sentir
recitare Italy a studenti di lingua madre non italiana come tanti se ne incontrano nelle nostre scuole
anch’essi produttori linguisticamente imperfetti come lo furono gli italiani migranti d’inizio secolo che
moltiplica l’effetto certo straniante ma poeticamente efficace di questo iato che si crea tra il nostro nido e
la nuova casa che ci ospita, tra ciò che eravamo e ciò che diveniamo. Le voci di trentadue studenti hanno
dato una nuova vitalità al dialogo polifonico che si realizza nel poemetto che Pascoli volle dedicare all’Italia
raminga dell’inizio del XX secolo. Sebbene l’autore intendesse con questo dramma evocare anche il
pericolo della perdita di identità linguistica e culturale cui si sottoponevano i migranti, riconosceva nella
solidità degli affetti l’unica possibilità di ritorno all’antica madre, il nido di tutti i nidi, la Patria.

Pascoli ben prima di Heidegger afferma che la lingua è la casa dell’essere. Se si moltiplica allora diveniamo
plurali, parlanti in una dimensione plurilinguistica dell’esistenza, esponenti di una umanità nuova capace di
tollerare le diversità di cui siamo noi stessi portatori, di includere chi si sente estraneo e di comprendere
l’alterità. Questo ci lascia un maestro di umanità.
Analisi Italy Terzo sito
Italy è un ampio componimento di 450 versi, diviso in due canti, con strofe formate da terzine dantesche,
composto nel 1904 e pubblicato nella terza edizione dei Primi Poemetti. È dedicato ad un tema caro a
Pascoli, quello degli emigranti italiani costretti ad abbandonare dolorosamente il loro “nido” per andare a
cercare lavoro in paesi stranieri. La vicenda, ispirata a un fatto reale, è la seguente: due fratelli emigranti,
Ghita e Beppe, tornano dall’America al paese da cui erano partiti, Caprona, vicino a Castelvecchio, con la
nipotina Molly, già nata in terra straniera, malata di tisi. La bambina in un primo tempo detesta l’Italia, ma
poi si instaura un profondo legame affettivo tra lei e la nonna. Molly guarisce grazie al clima salubre della
Garfagnana, mentre la nonna muore. Gli emigranti ripartono per l’America, e Molly, ai bambini che le
chiedono se ritornerà, risponde in italiano: “Sì”. Il testo ha un carattere marcatamente narrativo: i cinque
capitoli scandiscono sequenze ben individuate: l’arrivo dei tre emigranti accompagnati dal nonno, l’ingresso
nella vecchia casa e l’incontro con la nonna che accende il fuoco, il colloquio con la nonna e la descrizione
della casa, la nevicata notturna e la scoperta del paesaggio innevato al mattino, l’incontro di Beppe con
alcuni compaesani che richiedono ed ottengono informazioni sulla vita degli amici rimasti in America.

Il tema fondamentale è quello del rapporto, affettuoso ma non facile, fra due mondi distanti: quello della
provincia agricola toscana, che, per che c’è restato, è rimasto sempre uguale a se stesso, immodificabile
come la natura, e quello della modernità americana, che ha coinvolto gli emigranti, modificandone i ritmi di
vita, i costumi, la lingua. Fra i due mondi la comunicazione è difficile (vv. 98/99-103), nonostante il
riconoscimento emozionato dei luoghi e dei volti a lungo conservati nella memoria e la nostalgia del “nido”
che ha spinto gli emigranti a tornare.

Per quanto riguarda le implicazioni ideologico-politiche di Italy, basterà ricordare che qui è già evidente
quel processo che porta il poeta dall’ideologia del “nido” alle posizioni nazionalistiche e che sarà
chiaramente enunciato nel discorso La grande proletaria si è mossa.
In Italy risalta la rappresentazione del prezzo di dolore e di mutilazione affettiva che l’emigrazione
comporta, dell’estraneità e della solitudine dell’emigrato condannato a correre per “terre ignote con un
grido/straniero in bocca”, ma sempre desideroso di ritornare in patria con un gruzzolo per farsi “un
zampettino da vangare, un nido/da riposare”; ma c’è anche l’auspicio che l’Italia, l’antica madre, un giorno
“in una sfolgorante alba che viene/con un suo grande ululo ai quattro venti/fatto balzare dalle sue sirene”
riscatterà i suoi figli dispersi. Qui il poeta di Myricae assume il ruolo di poeta vate, già del suo maestro
Carducci, dirottando verso forme di nazionalismo il suo “umanitarismo socialisteggiante”.

La materia del poemetto è, per così dire, realistica: lo stile no, soprattutto a causa dell’amplificazione epica
delle scene narrative (il cui ritmo si ricollega ad un’arcaica saga contadina), dell’indeterminazione spazio-
temporale della vicenda (nonostante i toponimi esatti), della frammentarietà dei dialoghi (che sembrano
immersi come isolottiin un oceano di silenzio), del carattere analogico di certi squarci di paesaggio narrati.
Ma soprattutto l’effetto antirealistico, surreale ed espressionista, è ottenuto da Pascoli mediante la lingua,
un originalissimo pastiche composto da elementi presi dall’italiano, dal toscano, dall’inglese e dallo slang
italo-americano. La motivazione realistico-mimetica pur valida, non può non tener conto di una
motivazione più complessa: la volontà di differenziare il linguaggio poetico dalla medietà linguistica della
comunicazione normale, in una direzione però decisamente opposta a quella percorsa in Myricae: in
quest’ultima, la lingua tendeva al livello “pre-grammaticale”, mentre in Italy si spinge verso il livello “post-
grammaticale” (un impasto di lingue speciali, dialetti, gerghi, lingue straniere). Lo scarto rispetto alla norma
linguistica, che Pascoli persegue progettando e realizzando una lingua stratificata e composita, con cui
esprimere la perdita di forza comunicativa del linguaggio comune. Come scrive Getto, poi, “questo stridente
impasto linguistico è la testimonianza e il mezzo più valido per rendere quell’intima lacerazione, quel
doloroso offuscarsi della voce e del sentimento della terra natale” prodottisi nell’anima degli emigrati.
Scrive Giuseppe Nava, nel suo commento a Italy che il socialismo patriottico “rappresenta un tentativo di
rimozione delle paure piccolo-borghesi d’uno sconvolgimento radicale della società e insieme una risposta
all’esigenza della piccola borghesia intellettuale di tornare a ricoprire un ruolo dirigente, negatole dallo
sviluppo del capitalismo. Non a caso l’emigrazione è sentita dal Pascoli anche e soprattutto dal punto di
vista linguistico, come perdita della lingua materna” (Nava 1971, 134).