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A.R.I.F.S.

Associazione per Ricerca e Insegnamento di Filosofia e Storia


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Che cosa significa sistema politico maggioritario? *


di Giuseppe Ugo Rescigno
docente di Istituzioni di diritto pubblico allUniversit La Sapienza di Roma

Indice-sommario
l. La nozione di sistema elettorale 2. Le caratteristiche principali dei sistemi elettorali politici in democrazia 3. La nozione di collegio elettorale 4. Collegi uninominali e collegi plurinominali; collegi uninominali in senso forte e in senso debole; collegi plurinominali di lista 5. Il sistema elettorale proporzionale e i sistemi sostanzialmente proporzionali 6. I sistemi elettorali maggioritari 7. Il principio della maggioranza (o principio maggioritario) 8. Il preteso principio della maggioranza quando diviene principio della minoranza pi forte 9. Il cuore della democrazia 10. Democrazia e sistemi elettorali 11. Democrazia e correzioni al sistema elettorale proporzionale 12. Due modelli opposti di democrazia

1. La nozione di sistema elettorale Poich parlo ad un pubblico di non specialisti ritengo opportuno richiamare e definire alcune nozioni di base relative ai sistemi elettorali. Anzitutto necessario definire proprio il campo entro cui ci collochiamo, e cio la nozione di sistema elettorale. Si presuppone che una persona o un insieme di persone (un collegio, nel senso tecnico giuridico di insieme di persone che decidono insieme), alle quali vengono affidati specifici compiti, debbano essere scelte da un insieme di altre persone: vi sono dunque gli elettori (quelli che scelgono, da cui il nome tecnico di elettorato attivo), e quelli che vengono scelti o dovranno essere scelti all'interno di un insieme (da qui il nome di elettorato passivo, per intendere l'insieme di coloro che in principio potrebbero essere scelti; candidati sono coloro che hanno previamente dichiarato la loro disponibilit ad essere eletti,: con la parola eligendi si intende il numero e la qualit di coloro che dovrebbero essere scelti). Poich vi sono elettori ed eligendi, ovvio che deve esservi un meccanismo pratico che consente agli elettori di scegliere tra i candidati, e cio permette di trasformare i voti degli elettori in individuazione degli eletti, nel numero e con le qualit richieste dalla legge. Il sistema elettorale dunque, nel senso pi ampio del termine, quel meccanismo che consente e nello stesso tempo disciplina la trasformazione dei voti degli elettori in individuazione degli eletti. In questo senso cos ampio i sistemi elettorali sono innumerevoli: il collegio dei cardinali elegge il papa; il consiglio di facolt elegge il preside; l'assemblea dei soci elegge in base allo statuto il presidente (o il direttivo, o altro indicato dallo statuto); e cos via.

Dalla relazione del prof. Giuseppe Ugo Rescigno si sono tolti (dove compare [...]) alcuni esempi riferiti a specifici meccanismi elettorali, oggi in parte modificati da leggi nel frattempo cambiate. La sostanza del discorso sui sistemi elettorali rimane comunque immutata, come ci aveva confermato lo stesso prof. Rescigno da noi sentito.

2. Le caratteristiche principali dei sistemi elettorali politici in democrazia. A noi per in questa sede interessano le elezioni politiche, e dunque i sistemi elettorali politici. Presuppongo che i lettori sappiano all'ingrosso che cosa vuol dire politico. Mi limito a sottolineare quegli aspetti particolari che presentano i sistemi elettorali politici in quanto politici. Anzitutto oggi, in democrazia, si presuppone che viga il principio "un uomo, un voto": il voto di ciascun votante vale uno come quello di qualsiasi altro; per conseguenza si presuppone che i voti vadano contati e sommati (o subiscano altre operazioni aritmetiche quali sottrazione, moltiplicazione e divisione) col fine di rispettare sempre il principio "un uomo, un voto" . Se la cosa sembra ovvia, richiamo l'attenzione su altri sistemi elettorali nei quali non vige il principio "un uomo, un voto". Nelle societ per azioni il peso dei votanti dipende dal numero di azioni possedute: una singola persona decide contro altre mille (in ipotesi), se quella persona possiede pi azioni di tutti gli altri mille messi insieme; nel consiglio di sicurezza dell'ONU i membri sono 15, ma i voti non sono eguali: cinque Stati (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) col loro voto negativo possono ciascuno paralizzare il voto di tutti gli altri messi insieme (c.d. diritto di veto); nell'Unione europea anzitutto spesso i voti vengono ponderati, per cui gli Stati pi popolosi contano di pi di quelli meno popolosi, e in secondo luogo spesso si richiede l'unanimit o comunque maggioranze molto alte (e in queste votazioni contano i voti ponderati). Insomma il principio "un uomo un voto" una conquista moderna delle democrazie, e neanche oggi caratterizza tutti i sistemi elettorali. Nelle democrazie poi i sistemi elettorali muovono tutti dal principio del suffragio universale per cui tutti i cittadini maggiorenni sono elettori (cos avviene per la camera, per le regioni, per le province, per i comuni): le eccezioni (ad es. al Senato l'elettorato attivo spetta solo ai cittadini che hanno compiuto 25 anni) o sono stabilite in Costituzione o sono stabilite dalla legge nei soli casi previsti in Costituzione (le leggi vigenti dicono in quali pochissimi casi i cittadini non hanno il diritto elettorale attivo). Il voto personale (cio deve essere espresso dalla persona fisica, e da nessun altro al suo posto), eguale (come gi detto), libero (sono punite tutte le forme di coartazione anche morale, i ricatti, la compravendita dei voti, e simili), segreto (la materiale espressione dei voto deve rimanere segreta, e debbono essere apprestati i mezzi materiali e giuridici a tutela di tale segretezza). Parzialmente diverse sono le regole per quanto riguarda l'elettorato passivo. Anzitutto, dato l'alto numero di elettori e l'alto numero di coloro che potrebbero essere eletti, le leggi prevedono le candidature: gli elettori non possono votare chi vogliono, ma scegliere solo tra coloro che si sono ufficialmente candidati, secondo le regole prestabilite. Inoltre non tutti sono eleggibili, a tutela di interessi ritenuti meritevoli di difesa e per prevenire abusi e pericoli: cos si tende ad impedire la candidatura e quindi la elezione di coloro che hanno rapporti economici o giuridici con l'organizzazione che gli eletti dovranno dirigere, per prevenire il rischio molto concreto che l'eletto approfitti del potere ottenuto per perseguire i propri interessi ( il caso esploso con Berlusconi, non risolto a causa di una lacuna nelle leggi vigenti); si vieta la candidatura di persone che, per la carica o la posizione sociale gi ricoperta, potrebbero ottenere vantaggi nella competizione, e quindi alterare la parit che deve esistere tra tutti i candidati; e cos via. Questi casi, tutti disciplinati dalla legge, vanno sotto il nome di ineleggibilit. Diversa la incompatibilit, che si ha quando, per ragioni di opportunit, la Costituzione, o le leggi in base alla Costituzione, hanno stabilito che la stessa persona non pu ricoprire contemporaneamente due cariche, cosicch un candidato pu essere eletto, ma, se eletto, deve scegliere (e se non sceglie, per lui sceglie la legge). 3. La nozione di collegio elettorale Chiarisco ora cosa vuoi dire collegio elettorale. L'insieme di persone che, con la conta dei loro voti, determina la elezione di uno o pi candidati (secondo il sistema elettorale usato) il collegio elettorale rispetto a tale elezione (va solo ricordato che la legge pu chiamare il collegio con un nome diverso: ad es. circoscrizione). Il consiglio di facolt il collegio elettorale nella elezione del preside di facolt; i cittadini elettori del comune sono il collegio elettorale del sindaco e del consiglio comunale. Spesso per, quando il numero degli elettori molto grande, si divide questo elettorato in collegi parziali, ed a ciascun collegio vengono assegnati alcuni seggi sul totale, in modo che un singolo collegio elegge una quota-parte del totale degli eligendi, e sommando tutti i collegi risultano eletti tutti gli eligendi. Un esempio chiarisce meglio il

punto: per il senato la Costituzione vuole che la elezione avvenga su base regionale, e cio che ad ogni regione spetti un certo numero di senatori (qui non interessa spiegare come va calcolato questo numero). La legge elettorale vigente stabilisce poi che tre/quarti di questo numero vengono eletti mediante collegi uninominali, e il restante quarto mediante un sistema proporzionale; senza entrare nei particolari, ci vuol dire che ogni regione deve essere divisa in tanti collegi uninominali quanti sono i seggi da eleggere con questo sistema, mentre per quanto riguarda il quarto proporzionale il collegio elettorale costituito dalla intera regione (e cio dagli elettori di tutta la regione). E' evidente quale grave problema si nasconde nei meccanismi che dividono un corpo elettorale generale in tanti collegi, a ciascuno dei quali viene attribuito un determinato numero di seggi sul totale: basta poco per alterare la eguaglianza dei votanti. Se ad es. ad un collegio di 1 milione di abitanti vengono attribuiti 10 seggi, e ad un altro collegio di 2 milioni di abitanti vengono attribuiti sempre 10 seggi, evidente che il voto di ciascun elettore del primo collegio vale il doppio di quello del secondo. Per concludere questo punto: per giudicare un sistema elettorale, bisogna verificare anzitutto come sono articolati i collegi elettorali, perch in questa articolazione possono stare elementi positivi (ad es. la tutela delle minoranze, se il collegio viene disegnato in modo da permettere alla minoranza di avere una equa rappresentanza politica) ed elementi negativi (ad es. i collegi vengono disegnati in modo da annegare una minoranza entro un collegio molto ampio col risultato che tale minoranza non riesce ad avere una ragionevole rappresentanza; oppure vengono disegnati in modo da favorire l'elettorato agricolo a danno di quello industriale; e cos via; la storia dei sistemi elettorali piena di artifizi di questo genere con lo scopo di favorire alcuni gruppi sociali e politici a danno di altri). Qui mi limito a richiamare l'attenzione su questo fatto: dato un corpo elettorale ampio e la sua articolazione in collegi, pi i collegi sono ampi, maggiore la possibilit di raggiungere un meccanismo rigorosamente proporzionale; pi ristretti sono i collegi elettorali, maggiore , a parit di altre condizioni, l'allontanamento dal criterio proporzionale, fino al punto che il collegio uninominale in senso forte (di cui diremo tra breve) per definizione un meccanismo non proporzionale, ma maggioritario (infatti permette la vittoria di una sola parte, col suo candidato, a danno di tutte le altre, che non ottengono nulla entro il collegio). Ritorner sul punto. 4. Collegi uninominali e collegi plurinominali; collegi uninominali in senso forte e in senso debole: collegi plurinominali di lista Se presupponiamo che il corpo elettorale generale diviso in collegi (come avviene nelle elezioni pi importanti: quelle per Camera e Senato; ma anche quelle per il parlamento europeo, quelle regionali, quelle provinciali; non quelle comunali), dobbiamo distinguere tra collegio uninominale e collegio plurinominale. Come dicono i nomi, collegio uninominale quello in cui l'elettore vota per un solo candidato, e collegio plurinominale quello in cui l'elettore pu votare per pi candidati, fino al massimo previsto dalla legge. All'interno dei collegi uninominali bisogna poi distinguere tra collegio uninominale in senso forte (o secco, come dice il gergo politico italiano) e collegio uninominale in senso debole. Nel primo caso non solo l'elettore pu votare solo per un candidato, ma il collegio elegge un solo candidato (se c' un solo turno, viene eletto chi ottiene pi voti, qualunque sia la percentuale raggiunta: il sistema inglese; se previsto un doppio turno, vince nel primo chi ottiene una determinata percentuale, ad es. il 50%, e se nessuno raggiunge tale percentuale si vota una seconda volta, e vince il seggio chi ottiene pi voti: il sistema francese, ricordando che in Francia possono partecipare al secondo turno solo i candidati che hanno ottenuto nel primo turno il 12,5% dei voti). Con questo sistema nel collegio vince uno solo, e gli altri non ottengono nulla. E' possibile usare il collegio uninominale per quanto riguarda l'espressione del voto (l'elettore cio pu votare solo per un candidato entro il collegio), ma configurare il sistema in modo tale che i voti ottenuti dai candidati dello stesso gruppo o il partito nei diversi collegi possano sommarsi e determinare in tal modo la elezione di pi candidati collegati, fino al punto che il sistema diventa sostanzialmente proporzionale []. I meccanismi del genere possono essere infiniti e, per quanto possano essere complicati nei particolari, sono semplici per il principio ispiratore: viene prevista oppure imposta prima della votazione una qualche forma di collegamento ufficiale tra i diversi collegi uninominali in modo che il voto degli elettori (che pure riguarda solo un candidato del proprio collegio) concorre a determinare la elezione di candidati di altri collegi o di candidati elencati in una lista collegata con i candidati entro i collegi. Collegio plurinominale quel collegio in cui gli elettori possono votare per pi candidati, fino al massimo previsto dalla legge, e in cui vengono eletti pi candidati, nel numero previsto dal sistema elettorale. A rigore

potrebbe darsi il caso di un sistema elettorale che prevede che l'elettore indichi uno per uno i candidati che intende far eleggere. Siccome per questo sistema presuppone anzitutto che tutti sappiano leggere e scrivere, e comunque che l'elettore conosca bene i candidati uno per uno, in generale nelle elezioni politiche si preferisce il collegio plurinominale di lista: l'elettore vota anzitutto per una lista di candidati gi presentata (secondo le regole previste dalla legge) e pu limitarsi a questo (votando il simbolo che individua tale lista); talvolta previsto che possa esprimere una o pi preferenze entro la lista, e questo voto aggiuntivo serve non per individuare il numero dei seggi attribuiti alla lista (numero che viene appunto determinato dai voti dati alla lista come tale) ma il nome dei candidati che verranno eletti entro la lista.

5. Il sistema elettorale proporzionale e i sistemi sostanzialmente proporzionali. Date tutte queste nozioni di base, cominciamo dall'analisi del sistema pi facile, e cio il sistema elettorale proporzionale (compresi uno qualunque di quei sistemi che non sono rigorosamente proporzionali ma si avvicinano ad esso). Una cosa interessante da notare che, mentre possibile definire concettualmente il sistema proporzionale (il sistema rigorosamente proporzionale, il sistema proporzionale ideale, con cui comparare ogni altro sistema elettorale), non possibile indicare il sistema maggioritario per antonomasia, ma bisogna dire sempre al plurale i sistemi maggioritari (non c' un sistema che rappresenta il sistema maggioritario per antonomasia). Qualunque sistema proporzionale prevede che vi siano liste o comunque gruppi concorrenti di candidati: solo cos ha senso parlare di proporzione (la proporzione si riferisce al numero dei seggi che ciascuna lista o gruppo di candidati ha ottenuto sul totale dei seggi disponibili). Il sistema rigorosamente proporzionale, salvi gli inevitabili arrotondamenti aritmetici (visto che il singolo seggio, e cio la persona che copre quel seggio, non pu essere frazionato), a) se il corpo elettorale non diviso in collegi ( un unico collegio), e b) ogni lista o gruppo di candidati collegati ottiene sul totale tanti seggi quanta la percentuale di voti che ha ottenuto sul totale dei voti. Aritmeticamente si tratta di una banale proporzione: se A il numero totale dei voti, B il numero dei voti che ha ottenuto la lista k, e 630 il numero totale dei seggi da ricoprire (ho volutamente scelto il numero dei componenti della Camera dei deputati), la lista k ottiene il numero X di seggi che risulta dalla proporzione A:B = 630:X, e cio X= 630.B/A. Per capire il risultato pratico-politico di un tale sistema, si pensi che, se i seggi sono 630 ed i voti totali 40milioni, ad una lista basta ottenere circa 63.490 voti per vincere un seggio (in tutti gli esempi, poich nelle divisioni possono risultare dei decimali, bisogna sempre arrotondare, o in alto o in basso: le leggi ben fatte dicono come si arrotonda). E' raro trovare un sistema cos rigorosamente proporzionale. La prima e fondamentale alterazione della proporzionalit si ha con la costituzione dei collegi (ricordando per che qualche volta i collegi-partizioni del corpo elettorale sono una necessit per tutelare le minoranze, e che comunque le costituzioni, come fa quella italiana, spesso esigono la articolazione del corpo nazionale in collegi). E ovvio che pi numerosi sono i collegi (e quindi pi ristretto il numero sia degli elettori sia degli eligendi entro il collegio), pi probabile che le liste minori ottengano solo dei resti (voti ricevuti ma non sufficienti per ottenere almeno un seggio), col risultato che una lista, la quale in ipotesi, sommando tutti i suoi resti nei diversi collegi, ha ottenuto una percentuale nazionale non ridicola (ad es. il 3%), ciononostante non vince neppure un seggio. E' per questa ragione che nei sistemi seriamente proporzionali esiste il c.d. recupero dei resti, e cio si fa in modo che, sommando tutti i suoi resti, una lista concorra a livello nazionale ad una quota parte dei seggi: dipende dai criteri usati se una lista piccola viene esclusa da questa ripartizione (perch ad es. non ha superato la clausola di sbarramento, come avviene in Germania, in cui una lista in principio per ottenere seggi deve aver superato il 5% dei voti [], oppure ottiene una quota-parte dei seggi inferiore o uguale alla percentuale dei voti raggiunti. In generale i sistemi proporzionali praticati sono costruiti in modo che i partiti pi grandi ottengono un numero di seggi leggermente maggiore della loro percentuale di voti, e quelli pi piccoli una percentuale minore, salvo quei partiti che hanno un elettorato fortemente concentrato in una determinata zona (come avviene con le minoranze linguistiche di una certa consistenza). Non c' una precisa linea di divisione tra sistemi elettorali che si avvicinano alla proporzionale, e vengono definiti per questo proporzionali, e sistemi che si allontanano dalla proporzionale e vengono definiti per questo maggioritari. Per fare un esempio concreto: molti dicono che il sistema tedesco proporzionale; io sostengo invece che maggioritario, perch vero che esso proporzionale per i partiti che ottengono seggi,

ma diventa maggioritario se teniamo presente che la clausola di sbarramento del 5% altissima e determina un premio consistente a vantaggio dei partiti che hanno superato la soglia (basta che vi siano quattro partiti, ciascuno col 4% dei voti, che il 16% dell'elettorato non venga rappresentato e i seggi pari a tale 16% vengano assegnati agli altri partiti, che se li distribuiscono proporzionalmente, ma tra di loro). 6. I sistemi elettorali maggioritari Vi sono molti sistemi maggioritari: ci che li accomuna il fatto che almeno un partito ottiene un numero di seggi superiore in modo politicamente significativo alla percentuale dei voti ricevuti. Se un partito col 45% dei voti ottiene il 51% dei seggi, questo sistema va sicuramente definito maggioritario. Come detto, per cifre inferiori si comincia a discutere (anche io avrei qualche dubbio nel dire se un sistema che d il 42% dei seggi ad un partito col 40% dei voti un sistema maggioritario oppure proporzionale: in realt bisogna vedere che succede agli altri partiti, e il giudizio deve riguardare l'intero sistema). In questo momento in Italia abbiamo molti e diversificati sistemi maggioritari. 1) Per i comuni sotto i 15mila abitanti la lista collegata al candidato a sindaco il quale ha ottenuto il maggior numero di voti (e quindi stato eletto sindaco qualunque sia la percentuale raggiunta) ottiene i 2/3 dei seggi; il restante terzo viene distribuito in modo proporzionale tra le altre liste (anche se, trattandosi di pochi seggi, la proporzione pi apparente che reale). 2) Per i comuni sopra i 15mila abitanti una descrizione accurata delle diverse ipotesi disciplinate dalla legge porterebbe via molto tempo: in generale il meccanismo stato costruito in modo che la elezione diretta del sindaco, nel primo o nel secondo turno, determina quasi sempre la attribuzione del 60% dei seggi alla lista o alle liste collegate al sindaco (vi cio un premio di maggioranza consistente). 3) Per le regioni 180% dei seggi viene assegnato secondo un criterio proporzionale a liste concorrenti a livello provinciale; il restante 20% viene assegnato in modo che la lista regionale prima arrivata e le liste provinciali alleate con questa ottengano comunque una percentuale di seggi o del 60 o del 55% (anche se calcolato in modo diverso, si ritrova un consistente premio di maggioranza che consente al blocco vincente di ottenere un'alta maggioranza in seggi pur avendo ottenuto meno del 50% o del 40% dei voti). 4) Per la Camera e il Senato, trascurando le differenze tra i due sistemi, che pure esistono e in pratica non sono piccole [], il sistema va definito sostanzialmente maggioritario []. Si spiega cos perch oggi in Italia, in cui vi sono molti partiti e partitini, nessun partito ha la forza di correre da solo, e tutti cercano di costruire due soli blocchi, o poli, come si dice correntemente. Vale la pena di sottolineare gli effetti a mio avviso democraticamente mostruosi di un tale meccanismo: un partito, o blocco di partiti, risultando sempre primo, pu conquistare tutti i seggi (a parte quelli proporzionali, che sono infima minoranza); intere e popolose regioni vengono rappresentate da un solo partito o blocco. Quanto ai sistemi elettorali a doppio turno (come quello per i sindaci nei comuni sopra i 15mila abitanti), essi permettono, nei casi in cui si va al secondo turno, alleanze tra partiti che nel primo si erano presentati divisi. Se per nel secondo turno possono concorrere solo i primi due, o c' una soglia di sbarramento molto alta, la possibilit di alleanze apparente e si tramuta in un potere di diktat a vantaggio dei partiti pi forti verso i partiti pi deboli: questa la ragione principale per cui in Italia i partiti minori non vogliono il doppio turno.

7. Il principio della maggioranza (o principio maggioritario) A mio parere la questione delle questioni sta nel fatto che i sistemi maggioritari vengono tutti giustificati in base al principio c.d. maggioritario o della maggioranza, e cio al principio per cui in democrazia giusto che la maggioranza comandi fino alle successive elezioni, e la minoranza obbedisca. Il cuore della mia relazione consiste nel tentativo di smascherare questa che a me pare cattiva ideologia. Vi un caso in cui il principio della maggioranza, se si presuppone il principio "un uomo un voto", si applica pacificamente e non ha alternative. Se un collegio deve decidere sopra una sola proposta, e quindi i singoli votanti debbono scegliere tra approvare o respingere, appare ovvio e in qualche modo necessario che la proposta si intenda approvata se la met +1 dei voti si espressa per la approvazione, e viceversa se tale limite non stato raggiunto (tralascio qui il tema delle astensioni e del loro calcolo). Vi possono essere e vi sono dei casi molto importanti in cui la costituzione richiede una maggioranza pi alta: in questi casi la proposta non giuridicamente approvata se non si raggiunge tale limite pi alto della semplice maggioranza (si richiedono ad es. i due/terzi, o i tre/quinti, e cos via). Se tale limite viene raggiunto sembra che si applichi pur sempre il principio maggioritario (a maggior ragione, verrebbe da dire).

Se per tale limite non viene raggiunto, segno in realt che prevale la minoranza, la quale ha impedito alla maggioranza di decidere. E infatti tutti i casi in cui la Costituzione prevede tali maggioranze superiori a quella semplice hanno proprio lo scopo di tutelare le minoranze: qualcosa pu essere mutato, ma solo se il consenso pi ampio di quello normalmente richiesto per decidere. Nello stesso tempo per va sottolineato che in questi casi la minoranza prevale, ma solo in negativo: essa impedisce alla maggioranza di decidere, ma non pu imporre la propria decisione in positivo (sarebbe contrario al principio "un uomo un voto" se la minoranza potesse comandare sulla maggioranza). Vi sono poi casi molto eccezionali in cui un limitato potere viene attribuito proprio alla minoranza, la quale decide qualcosa anche se la maggioranza non d'accordo: ad es. in Germania la decisione di istituire una commissione parlamentare di inchiesta spetta alla minoranza (a quella minoranza che raggiunge il limite previsto). In Italia nelle elezioni del Presidente della Repubblica i consigli regionali eleggono tre delegati ciascuno (tranne la Val d'Aosta che ne ha uno), ma uno di questi spetta alla minoranza. Anche in questi casi eccezionali la minoranza decide alcune questioni che la tutelano, ma non viene intaccato il principio per cui in democrazia la maggioranza compie le scelte politiche. Fissiamo dunque un punto importante: quando un collegio deve decidere sopra una proposta e per questa ragione viene chiesto se i componenti di esso vogliono approvarla o respingerla, conforme al principio democratico "un uomo un voto" che sia la maggioranza a decidere. In questo senso il principio della maggioranza si presenta come un principio ovvio e incontestabile.

8. Il preteso principio della maggioranza quando diventa principio della minoranza pi forte Il principio maggioritario, pur continuando a chiamarsi cos, cambia totalmente significato e aspetto quando viene applicato ad un caso molto diverso: il caso in cui il collegio non decide su una sola proposta, ma seleziona la persona o le persone che dovranno decidere al loro posto. E' il caso (che ci interessa) del corpo elettorale politico che elegge la Camera, o il Senato, o il sindaco, o altro ancora. In questi casi il c.d. principio maggioritario diventa in realt il principio della minoranza pi forte: questo dovrebbe essere il nome appropriato per chiamare i molti meccanismi che vengono etichettati come sistemi maggioritari. La cosa evidente nei collegi uninominali in senso forte: vince il seggio il candidato che ottiene pi voti, qualunque sia la percentuale; una minoranza degli elettori vince contro tutte le altre, perch la minoranza pi forte. Ma la cosa diventa evidente qualunque sia il sistema esaminato, se e quando questo sistema costruito in modo da consentire la vittoria di una parte contro le altre, purch questa parte sia la pi forte in senso relativo. Anche nel caso della elezione del sindaco per i comuni sopra i 15mila abitanti si persegue lo stesso obbiettivo: vero che nel secondo turno, essendo solo due i candidati votabili, quasi sempre il candidato vittorioso avr ottenuto pi del 50% dei voti; ma anzitutto vince il candidato che ottiene pi voti dell'altro, anche se a causa dei voti nulli e delle schede bianche non raggiunge il 50% di tutti i voti; in secondo luogo, e soprattutto, la brutale limitazione che viene imposta agli elettori, i quali possono scegliere solo tra due, determina un forte astensionismo in tutti quegli elettori che non si riconoscono in nessuno dei due candidati, cosicch, se facciamo la proporzione non sui votanti ma sugli elettori che avevano diritto al voto, si scopre che quasi sempre il sindaco stato eletto da una minoranza dei cittadini, e spesso da una minoranza neppure molto alta. 9. Il cuore della democrazia Le ragioni per difendere i sistemi maggioritari possono essere e sono molte, a leggere i loro difensori. A tutti per andrebbe chiesto preliminarmente come si giustifica che l'esercizio del potere politico venga affidato alla minoranza pi forte. Penso che non si debba permettere a nessuno di sfuggire a questa domanda cruciale. La domanda fondamentale perch, se oggi tutti sostengono che la democrazia il regime politico migliore, l'unico degno di essere praticato nel confronto con tutti gli altri storicamente praticati, ci avviene perch il principio ispiratore della democrazia quello per cui l'esistenza del potere politico si fonda sulla volont di tutti e l'esercizio del potere politico si fonda sulla volont della maggioranza. Questo l'unico principio che traduce in politica il valore della eguaglianza tra tutti i cittadini e della eguale libert dei cittadini: il consenso di tutti giustifica che esista potere politico, e cio il potere delle autorit che comandano sui cittadini, e solo il fatto che tale potere venga esercitato da autorit periodicamente elette dalla temporanea maggioranza giustifica agli occhi delle minoranze temporanee che questo potere possa imporsi contro la loro volont.

10. Democrazia e sistemi elettorali Se si obbietta che la definizione sopra data di democrazia un punto ideale a cui tendere, mi dichiaro d'accordo, ma nello stesso tempo richiamo l'attenzione sul fatto che tutti, politici, studiosi e uomini della strada, usano valutare il proprio e gli altri sistemi democratici, e trovano del tutto pertinente chiedere e chiedersi se un sistema divenuto pi o meno democratico, oppure pi o meno democratico di altri. Ci accade appunto perch quel punto ideale il criterio base di ogni valutazione; quello che consente ai cittadini di giudicare il proprio vivere in societ, e di proporsi obbiettivi di miglioramento. E' tanto pi democratico un sistema politico quanto pi esso riposa sulla convinta e consapevole adesione di tutti i cittadini; tanto pi democratico un sistema quanto pi la effettiva maggioranza dei cittadini ad esercitare il potere politico. Questa la ragione per cui l'unico sistema elettorale non confliggente con la democrazia quello proporzionale; quanto pi ci si allontana da questo, tanto pi, a parit di altre condizioni, ci si allontana dall'ideale democratico. Non nego che il sistema proporzionale, da solo, non sufficiente per garantire la migliore democrazia; neppure nego che si possano avere sistemi politici che hanno meccanismi elettorali maggioritari e che per funzionano pi democraticamente di altri che hanno sistemi proporzionali. Il giudizio non pu che essere globale e deve tener conto di tutte le variabili significative (di queste variabili dir qualcosa tra breve). Sostengo per che per allontanarsi dal sistema proporzionale debbono esservi buone e valide ragioni, dal momento che i sistemi maggioritari in principio entrano in contraddizione con l'ideale democratico, in quanto sono sistemi che danno il potere a minoranze forti, e non alla maggioranza del popolo. 11. Democrazia e correzioni al sistema elettorale proporzionale. Credo sia saggio riconoscere che ogni principio, anche quello democratico, deve conciliarsi con altri principi, meritevoli di tutela. Abbiamo gi prima notato che sarebbe pericoloso non articolare in qualche modo l'elettorato nazionale: c' il rischio ad es. di schiacciare alcune minoranze, annegate nel corpo elettorale generale (pensate al rischio che correrebbero i tedeschi dell'Alto Adige). Cos, venendo al problema principale che occupa da alcuni anni il dibattito politico, credo vada presa sul serio la richiesta della governabilit, e cio di avere meccanismi politici, e quindi anche elettorali, che non si limitano solo a rappresentare le diverse articolazioni politiche del popolo, ma sono anche in grado di individuare chi deve governare e di consentire a costoro di governare effettivamente. Nessuna persona ragionevole ha mai negato la opportunit di apportare qualche correttivo ai sistemi proporzionali a questo scopo. Se necessario, si possono giustificare anche sistemi maggioritari, ma se e nei limiti in cui l'allontanamento dal sistema proporzionale serve a garantire la governabilit. Cos, per venire a casa nostra, trovo che premi di maggioranza che arrivano a garantire il 60% dei seggi sono ingiustificati: per governare basta il 51% dei seggi (e posso concedere qualche punto in pi per tenere conto dei rappresentanti che volta a volta possono risultare assenti perch malati, ma solo qualche punto in pi, quanto basta appunto a garantire la governabilit). [] 12. Due modelli opposti di democrazia In generale i sistemi maggioritari sono ad un tempo una delle cause principali ed un sintomo importante di altri aspetti che caratterizzano negativamente rispetto all'ideale democratico i sistemi politici che li praticano . Per illustrare questa tesi costruisco due modelli tendenzialmente opposti di democrazia. Il primo modello tende ad avvicinarsi al massimo ideale di democrazia; il secondo tende ad allontanarsi o comunque a rimanere lontano da esso. Nel primo caso una democrazia radicale caratterizzata: a ) da altissima partecipazione alle votazioni popolari (intorno al 90%) e da una politica attiva volta a favorire tale partecipazione; b) da una partecipazione permanente (non limitata solo alle votazioni), consapevole, informata, organizzata, capace di manifestarsi attraverso momenti e modi che siano espressione di autonomia; c) da un elettorato che possiede livelli equivalenti in termini di conoscenze, informazioni, cultura, risorse materiali e sociali; d) da eguali possibilit di fatto dei candidati nelle campagne elettorali;

e) da sistemi elettorali proporzionali. Nel secondo caso, quello della democrazia che si allontana o comunque si conserva lontana dal suo massimo ideale, la democrazia caratterizzata: a) da un forte astensionismo (anche il 50% e oltre) e da politiche che incentivano l'astensionismo o comunque non si propongono di ridurlo; b) dal monopolio dei mezzi di informazione di massa; c) da differenze molto grandi nelle possibilit economiche e nelle risorse per quanto riguarda i candidati ed i gruppi sociali che li sostengono; d) da sistemi elettorali maggioritari; e) da passivit delle masse popolari nei confronti della vita politica e dalla dominanza dei gruppi di pressione (ed ovviamente tra questi dominano maggiormente i gruppi pi forti) . Naturalmente possono esistere infiniti gradi intermedi, e sono possibili democrazie che presentano una mescolanza di elementi dell'una e dell'altra classe. Statisticamente per non conosco democrazie con sistemi elettorali maggioritari che si sforzano di incentivare quegli altri elementi che possono aumentare il grado di democrazia: sempre o quasi sempre questi sistemi incentivano anche gli altri elementi sfavorevoli alla democrazia. Ci non accade per caso: sono sistemi che si basano sul governo delle minoranze, e non della effettiva maggioranza, e tendono quindi a preservare il potere di tali minoranze.