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Uno sguardo alla linguistica testuale.

Loredana Cerrato

Fondazione Ugo Bordoni Roma

Abstract
In questo lavoro vengono presentati i principi costitutivi e regolatori della comunicazione testuale,
viene introdotto e chiarificato il concetto di testo come unità comunicativa e vengono trattati i sette
criteri di testualità facendo riferimento in particolar modo al modello di analisi testuale proposto da
DeBeaugrande e Dressler.

1. Introduzione
Per poter analizzare i fenomeni complessi di una lingua solitamente si prendono in considerazione i
vari elementi che la compongono in maniera separata: lo studio dei suoni (fonetica), lo studio del
lessico (morfologia), lo studio delle frasi e dei periodi (sintassi). Nell’uso concreto del linguaggio
però, il comportamento linguistico non si manifesta semplicemente sotto forma di suoni, parole,
frasi e clausole, ma piuttosto sotto forma di un intreccio organico, caratterizzato dal fatto che gli
elementi che lo compongono sono strutturati in maniera particolare. Questo intreccio organico di
elementi prende il nome di testo1.

2 Il concetto di testo e la linguistica testuale


Il testo è un messaggio reale e completo, i cui singoli elementi sono organizzati in maniera coerente
ed assumono un significato compiuto, rivolto ad uno scopo ben preciso. L’emissione di un
messaggio verbale (l’atto linguistico), infatti, non è mai fine a se stessa, ma è sempre animata da un
intenzione ed è sempre finalizzata ad uno scopo2.
Fino a pochi anni fa il termine testo si riferiva solo ai discorsi scritti: un manuale è un testo, un
romanzo, un racconto sono testi; oggi il termine è riferito anche alle conversazioni. Da un punto di
vista quantitativo un testo può essere costituito da più frasi, ma anche da una frase sola o da una
singola parola, addirittura un espressione quale: “Shh!” può essere considerata un testo se inserita in
un contesto appropriato, ad esempio se prodotto da un'insegnante in una classe rumorosa, “shh!”
sortisce l'effetto di ottenere silenzio. “Shh!” quindi è un testo che stabilisce un rapporto
comunicativo e influisce sulla realtà circostante modificando una situazione (dal chiasso al
silenzio).
A partire dal concetto di testo si è sviluppato un nuovo settore nell’ambito degli studi linguistici: la
linguistica del testo, che consiste in un corpo di nozioni e di metodi di analisi dedicate ad affrontare
il modo in cui è organizzato un testo. La linguistica testuale parte dall'ipotesi che il testo sia
costituito da frasi, ma non sia riducibile a frasi, perché esso ha una propria peculiare struttura.
Il testo viene considerato come un sistema, un insieme di elementi che costituiscono una globalità di
funzioni. Mentre la lingua è un sistema virtuale di selezioni possibili, ma non ancora realizzate, il
testo rappresenta un sistema attualizzato in cui sono state eseguite e realizzate certe selezioni
possibili per dar forma ad una determinata struttura.
L'elaborazione di una teoria del testo si prefigge quindi, come scopi principali:

1
Testo dal latino textus, participio passato di texere: intessuto. La parola textus si afferma abbastanza tardi in latino, con Quintiliano, come uso
figurato del participio passato di texere: metafora che vede il complesso linguistico del discorso come un tessuto; il testo è dunque il tessuto
linguistico di un discorso.

2
La teoria delle funzioni della lingua ha una lunga tradizione nelle scienze del linguaggio, poichè la lingua viene utilizzata praticamente in tutte le
attività umane, ne risulta che le funzioni della lingua possono essere praticamente infinite; vari studiosi, a partire da Buhler negli anni ‘30, hanno
cercato di classificare le funzioni in modo schematico. La classificazione più nota è sicuramente quella proposta da Jakobson, che comprende 6
funzioni orientate in senso psicologico e sociologico. [1]

1
a) la specificazione di ciò che fa di un atto linguistico un testo (quali sono le leggi della sua
strutturazione, in che cosa consiste la sua coerenza ecc.),
b) la definizione del concetto di competenza testuale,
c) la differenziazione dei vari tipi di testo.
Ogni atto linguistico viene avviato secondo una precisa intenzione comunicativa, la prima fase di
produzione di un atto linguistico è infatti, la sua progettazione: chi produce un messaggio ha
l'intenzione di raggiungere un certo fine tramite esso: diffondere ciò che sa, ottenere un'adesione ad
un suo progetto ecc. Dopo la fase di ideazione del messaggio si passa alla fase di sviluppo, che
serve a precisare e a collegare fra loro le idee trovate. Infine il messaggio viene strutturato dal punto
di vista grammaticale, ma affinché un messaggio diventi un testo occorrono alcuni requisiti
fondamentali, requisiti che de Beaugrande e Dressler[2] hanno schematizzato in sette criteri di
testualità: coesione, coerenza, intenzionalità, accettabilità, informatività, situazionalità e
intertestualità. I primi due criteri sono incentrati sul testo, i criteri di intenzionalità ed accettabilità
sono orientati verso il parlante-ascoltatore, i criteri di informatività e situazionalità servono a
collocare il testo nella situazione comunicativa e il criterio di intertestualità garantisce la definizione
dei diversi tipi testuali. Il testo è per de Beaugrande e Dressler una unità comunicativa, frutto di un
processo comunicativo per comprendere il quale non si può prescindere né dagli aspetti più
strettamente linguistici, né dagli aspetti che riguardano il contesto di produzione (gli atteggiamenti
di chi lo produce e di chi lo riceve e la cornice comunicativa).
La teoria di Dressler e Beaugrande è rivolta principalmente alla definizione delle operazioni e dei
principi generali che regolano le unità testuali nei processi d’uso del sistema linguistico.

3. I sette criteri di testualità


3.1 La coesione
La coesione è l'insieme di meccanismi di cui un testo si serve per assicurare il collegamento tra le
sue parti al livello superficiale. Il grado di coesione testuale è dato quindi dalla sintassi superficiale
del testo: le ripetizioni, le unità tempo aspettuali, i parallelismi, i deittici 3 sono fenomeni che
garantiscono coesione al testo.
Ad esempio in un testo si verificano spesso ripetizioni di elementi (ricorrenza); ciò avviene in
particolare nella lingua parlata, perché non c'è il tempo di pianificare l'enunciazione e perché il testo
di superficie si disperde facilmente; per evitare queste ripetizioni al livello formale esistono dei
meccanismi particolari quali la parafrasi e le ellissi.
La parafrasi è la ricorrenza del contenuto in espressioni diverse, a mezzo di proforme, ossia forme
che fanno le veci di espressioni già nominate, come ad esempio i pronomi.
I pronomi si distinguono in anaforici e cataforici. Si dicono anaforici quei pronomi che vengono
usati dopo il coreferente ad esempio: c'era una volta una ragazza, ella era bionda.
Si dicono cataforici quei pronomi che vengono prima del coreferente: non so se egli avesse ragione,
ma Gianni sembrava convinto
Le ellissi sono mezzi di coesione che consistono nella cancellazione degli elementi che vengono
ripresi in un testo. In italiano, ad esempio, si verifica molto spesso l'ellissi del soggetto:
Lory non riusciva a seguire il film, quindi[0] si addormentò.
Hai visto nessuno? No[0](non ho visto nessuno)
Le ellissi occorrono anche in inglese:
Do you want a cup of tea? Yes I do [0] (want a cup of tea).
Un altro mezzo di coesione è costituito dai giuntivi, ossia le congiunzioni (e), le disgiunzioni (o) le
controgiunzioni (ma, però), le subordinazioni, tutte relazioni di coerenza che tengono connesse le
frasi tra loro.
Per garantire la coesione di un testo esiste anche un procedimento mediante il quale, utilizzando
particolari elementi linguistici, i deittici, si mette in rapporto l’enunciato con la situazione spazio-

3
Dettico dal greco deìknymi, mostrare.

2
temporale a cui si riferisce. I deittici in senso stretto possono essere personali e sociali, spaziali e
temporali,
La deissi personale riguarda la codifica del ruolo dei partecipanti all'evento comunicativo; sono
deittici i pronomi tonici: la 1° persona singolare (io), indica il riferimento del parlante a se stesso, la
2° persona (tu) indica il riferimento del parlante a chi parla e la 3° persona (egli) indica un
riferimento a persone assenti; e i pronomi atoni o clitici (ne, lo, la, li, ecc.) che sono usati per riprese
anaforiche, a breve distanza dall'elemento cui si riferiscono nel testo come nell’esempio:
sto preparando il caffè, ne vuoi una tazza?
Fanno parte della deissi personale anche gli appellativi (chi) e gli allocutivi (signora, ehi, lei ecc).
I deittici sociali sono quelli che vengono usati per esprimere il rapporto di ruolo che lega i
partecipanti all'interazione. Gli allocutivi naturali (tu) si usano nei rapporti paritari, mentre nei
rapporti gerarchici si usano gli allocutivi di cortesia (lei, voi). Attraverso la scelta dell'allocutivo chi
parla segnala la propria valutazione del rapporto di ruolo esistente fra se e l'interlocutore e del ruolo
sociale dell'interlocutore e anche del grado di formalità della situazione.
La deissi spaziale riguarda la codifica delle collocazioni spaziali relativamente alla posizione dei
parlanti nell'evento comunicativo; i deittici spaziali possono essere prossimali o distali.
I principali deittici spaziali sono gli avverbi di luogo: qui, qua, lì, là, che situano l'oggetto rispetto al
luogo in cui si trovano i parlanti e i pronomi dimostrativi: questo, codesto quello situano l'oggetto
rispetto ai singoli interlocutori e i pronomi personali: costui, costei, colui colei coloro situano
l'oggetto rispetto agli interlocutori anche se hanno connotazione negativa.
La deissi temporale codifica in punti ed in intervalli di tempo relativamente al momento in cui viene
pronunciato l'enunciato; sono deittici temporali sia gli avverbi di tempo, sia i tempi grammaticali
che distinguono il tempo di codifica dal tempo di ricezione.
Tra i tipi di deissi Levinson[3] annovera anche la deissi testuale, che concerne l'uso, all'interno di un
enunciato, di espressioni che si riferiscono ad una parte del discorso che contiene tale enunciato
come ad esempio, l'uso di espressioni quali: comunque, o di espressioni temporali per fare
riferimento a porzioni di discorso: l'ultimo passaggio, il primo verso, la frase precedente ecc.
Nella categoria della deissi testuale rientra anche l’articolo: la scelta fra l'articolo determinativo e
l'articolo indeterminativo è definita infatti dalle caratteristiche del referente e dall'organizzazione
informativa del testo. Se il referente è costituto da una categoria generale si usa l’articolo
determinativo: il gatto è un felino; se invece il referente è costituito da un termine che indica un
individuo specifico si usa l'articolo indeterminativo: Ho visto un gatto nero.
Rispetto alla struttura informativa se l'articolo riguarda un referente già menzionato (dato) si usa
l’articolo determinativo, altrimenti, nel caso di un referente nuovo, cioè menzionato per la prima
volta in quel punto del testo e non presente nelle conoscenze condivise dei parlanti, si usa
l’indeterminativo; ad esempio: c'era una volta un re...il re disse. 4

3.2 La coerenza
La coerenza è data invece, al livello più profondo rispetto alla coesione, dalla continuità di senso
che caratterizza un testo. Essa riguarda la struttura semantica di un testo e la struttura logica e
psicologica dei concetti5 espressi. Un testo produce senso se esiste una continuità di senso
all'interno del sapere attivato con le espressioni testuali; un testo privo di senso è un testo in cui i
riceventi non riescono a rilevare una tale continuità.

4
Nei testi orali inoltre l'intonazione svolge una importante funzione coesiva perché fornisce indicazioni riguardo alle attese, agli atteggiamenti, alle
intenzioni e alle reazioni dei parlanti.

5
Il concetto è una configurazione di conoscenze, che possono essere attivate o richiamate alla coscienza con maggiore o minore unitarietà e
consistenza. Il significato di un concetto è vago e varia a seconda dei contesti comunicativi. I concetti che di volta in volta si incontrano nel testo
vengono elaborati in funzione del fine che si intende raggiungere con quel testo, ma globalmente l'elaborazione procede attraverso la ricerca dei centri
di controllo, cioè dei punti strategicamente più importanti per capire l'unità e la continuità del testo.
Vi sono poi schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze, che per la loro alta frequenza, sono memorizzati in
modo tale da consentire alcune previsioni sul senso da dare ai vari concetti inseriti nel testo.

3
Il testo: I passeggeri del volo BZ415 per Milano sono pregati di ritirare il loro bagaglio presso il
settore 5, è coerente, perché comprensibile e organizzato secondo il rispetto puntuale di regole e
modalità di uso; ciò consente ai destinatari del messaggio di capire il fine del messaggio e
conseguentemente di recarsi al settore 5 per ritirare il proprio bagaglio.
Mentre un testo come quello che segue:
I passeggeri del bagaglio BZ415 sono pensati di pregare il loro calzolaio nella presso volo
è incoerente perché contiene due verbi (pensare e pregare) che non hanno alcun rapporto né fra loro
né col contesto in cui figurano, un nome (calzolaio) che è del tutto fuorviante, un avverbio (presso)
e una preposizione articolata (nella) male adoperati; di conseguenza anche se passeggeri, bagaglio,
BZ415 e volo appartengono allo stessa area di significato, il messaggio risulta incoerente ed
incomprensibile perché nessuno dei destinatari riuscirà a capire il fine con il quale è stato emesso.
La coerenza di un testo non risiede solo nelle sue caratteristiche propriamente linguistiche, ma
anche nell'insieme delle conoscenze enciclopediche preesistenti con cui il ricevente elabora il testo
e lo confronta; un testo risulta coerente quando nel riceverlo il destinatario è in grado di attivare
(cioè di richiamare alla memoria) una serie di conoscenze già immagazzinate e condivise: l’insieme
di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno di loro stessi, l’insieme delle
conoscenze riguardo le eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno presuppone
nell’altro e viceversa e l’insieme di conoscenze della realtà esterna.
Quando si usano espressioni linguistiche in una funzione comunicativa si attivano le relazioni ed i
concetti corrispondenti in uno spazio di lavoro mentale; questo spazio, o deposito, può accogliere
un numero limitato di unità da memorizzare contemporaneamente, ma se tra le unità ci sono invece
collegamenti concettuali, il deposito riesce a memorizzare un numero più ampio di concetti. Di
conseguenza si presuppone che il sapere alla base dell'uso testuale sia organizzato in pattern globali,
ossia in schemi che funzionano come centri di inquadramento di determinate conoscenze e che,
essendo molto frequenti, permettono delle previsioni sul senso dei vari concetti6.
Quindi quando si analizza un testo a livello superficiale si attiva sia una analisi di tipo
grammaticale, sia un’analisi di tipo concettuale, volta a ricostruire la continuità di senso all’interno
del messaggio.

3.3 L’ intenzionalità
Il criterio dell'intenzionalità riguarda l’intenzione di chi produce un testo coeso e coerente, ovvero
l'atteggiamento del locutore rispetto al conseguimento di determinati scopi.
Già Austin[4] e Searle[5] a partire dagli anni ’50 si erano dedicati ad analizzare e a schematizzare le
intenzioni di chi produce atti linguistici. Secondo il punto di vista di Austin e Searle, chi parla
compie, attraverso l’uso della lingua, una serie di atti di volontà di diverso tipo: vuole convincere,
chiedere, invitare, negare e via dicendo. Quando si dice qualcosa, si possono sortire degli effetti sui
sentimenti, sui pensieri e sulle azioni degli ascoltatori, del parlante o di altre persone. L'espressione
può essere prodotta con il piano o con l'intenzione di suscitare qualche effetto; il parlante è dunque
realizzatore di un'azione e la realizzazione di tale azione è un atto perlocutivo.
Austin afferma che dire qualcosa equivale quindi, a compiere tre atti simultanei:
un atto locutorio, un atto illocutorio, un atto perlucotorio.
L'atto locutorio è la produzione fisico-austica dell'atto linguistico, ma anche la sua organizzazione
sintattico-semantica. E siccome parlare non si esaurisce nel dire qualcosa, perché chi parla intende
che il proprio interlocutore recepisca ciò che viene detto, l’atto locutorio è anche un atto illocutorio.
Per realizzare un atto illocutorio è sufficiente che il parlante formuli un espressione con la quale si
obbliga a compiere determinate azioni, l'ascoltatore la comprenda e accetti le sue condizioni.
L'atto illocutorio sortisce un effetto sull'ascoltatore, sui suoi sentimenti e sui suoi pensieri e sulle
sue azioni e per questo l’atto illocutorio è un atto perlocutorio, ossia un atto eseguito col dire

6
La traccia dell'esperienza passata accumulata nella memoria lascia nella conoscenza delle tracce che permettono di collegare le frasi di un testo tra
loro, anche quando ci sono lacune di informazione

4
qualcosa: ispirare, impressionare, imbarazzare, intimidire, persuadere..., azioni linguistiche che
sortiscono sul destinatario un effetto corrispondente ad un intenzione del parlante. La forza
perlocutoria si può dedurre in base all'effetto dell'atto linguistico sull'ascoltatore.
Inoltre Austin classificò gli atti linguistici in cinque classi:
1) verdittivi: con cui si esprime un giudizio, un verdetto (valutare, condannare, ecc.)
2) esercitivi: con cui si fa riferimento all'esercitazione di un potere (ordinare, licenziare,ecc.)
3) commissivi: con cui ci si assume un obbligo o la dichiarazione (promettere, giurare, ecc.)
4) espressioni di comportamento: che includono la nozione di reazione ai comportamenti degli altri
(scusarsi, ringraziare ecc.)
5) espositivi con i quali si chiariscono ragioni, si argomenta (affermare, negare, spiegare, ecc.)
Searle operò una risistemazione della teoria di Austin, ridisegnò la tripartizione austiniana dell'atto
linguistico in modo tale da recuperare la base proposizionale del significato sottoforma di atto
linguistico stesso, quindi secondo Searle compiere un atto linguistico consiste nel:
1) esprimere parole che realizzano l'atto espressivo
2) attribuire a tali parole una predicazione ed una referenza: atto preposizionale.
Questi due atti corrispondono all'atto locutorio di Austin, l'atto illocutivo e l'atto perlocutivo restano
invariati. Searle sosteneva anche che l'analisi della comunicazione linguistica conduce
inevitabilmente allo studio degli aspetti pragmatici del linguaggio: compiere un atto linguistico
significa impegnarsi in un comportamento governato da regole, regole s'intende comunicative, non
grammaticali. Searle classifica gli atti linguistici come segue:
1) rappresentativi: caratterizzati dallo scopo illocutorio di impegnare il parlante alla verità della
proposizione espressa (asserire, concludere, ecc.)
2) direttivi: il cui scopo illocutorio consiste nel far fare qualcosa all'interlocutore (richiedere,
domandare, ecc.)
3) commissivi: come Austin, che impegnano il parlante a fare qualcosa nel futuro (promettre,
minacciare, offrire, ecc. )
4) espressivi: il loro scopo illocutorio coincide con l'espressione dello stato psicologico relativo al
contenuto prorposizionale (scusarsi, ringraziare, ecc.)
5) dichiarativi: il loro contenuto proposizionale coincide con uno stato del mondo, questi verbi
provocano cambiamenti immediati nello stato di cose istituzionale (scomunicare, battezzare, ecc.).
La tipologia searliana non è costruita sistematicamente, mancano infatti, altri tipi di atti linguistici:
gli atti indiretti, ossia quelli in cui la forza illocutoria, lo scopo, non è esplicito, ma deve essere
inferito dal contesto. Inoltre la teoria di Searle, focalizzando l'attenzione sulle intenzioni del
parlante, non tiene conto delle interazioni tra parlante ed ascoltatore, accantonando quindi il
processo di negoziazione tra parlante ed ascoltatore e rendendo passivo il ruolo dell’ascoltatore.
Fu Grice[6], con la sua teoria delle implicature, a modificare i limiti della teoria searliana,
affermando che è possibile trarre da un dato enunciato un certo numero di inferenze o implicature.
Le implicature intese da Grice sono un recupero di informazioni implicite contenute in uno scambio
comunicativo ad esempio:
a. hai visto la mostra di van Gogh?
b. non, non mi appassionano i pittori olandesi
In questo scambio l’emittente a implica che b conosca van Gogh e sappia che è un pittore, mentre b
presuppone che a sappia che van Gogh è un pittore olandese; inoltre a opera un recupero sintattico
della frase del tipo: no, non ci sono andato perché...
Dunque la nozione di implicatura fornisce una spiegazione esplicita di come sia possibile intendere
più di quanto si dica effettivamente in un processo comunicativo.

3.4 L’accettabilità
Il criterio dell'accettabilità riguarda invece, il ricevente: un testo coeso e coerente prodotto con una
certa intenzionalità deve essere accettato dal ricevente sullo sfondo di un determinato contesto
sociale e culturale; l'accettazione del ricevente prevede sia la tolleranza di determinati disturbi

5
comunicativi, sia la ricerca di una coesione e di una coerenza anche dove queste potrebbero
mancare. Inoltre l’accettabilità di un testo si riferisce anche alla disponibilità del ricevente di
prendere parte alla conversazione.

3.5 L’informatività
Il criterio dell’informatività si riferisce al grado di prevedibilità o probabilità che determinati
elementi o informazioni compaiano nel testo. L'informatività è collegata all'attenzione: testi
maggiormente informativi richiedono un'attenzione maggiore rispetto a testi altamente prevedibili.
I principali fattori che contribuiscono alla informatività sono l'intonazione e la struttura dato/nuovo
e tema/rema.
L’intonazione, le pause, il ritmo, la quantità, le variazioni di timbro e di velocità di eloquio, sono
tutti tratti soprasegmentali che assumono un ruolo rilevante nel processo di produzione e
comprensione di un enunciato. Essi segnalano le intenzioni di chi parla (in italiano la differenza tra
una frase interrogativa ed una frase dichiarativa è data solo da un diverso contorno intonativo) i
confini interni dell’enunciato (le pause e le variazioni della frequenza fondamentale, caratterizzano
la struttura informativa del testo) e i punti di maggiore enfasi all’interno dell’enunciato. I tratti
relativi alle variazioni timbriche (falsetto, sussurro, bisbiglio, voce rauca) ci forniscono invece
informazioni riguardo allo stato emotivo e allo stato di salute del parlatore[7].
L’opposizione dato/nuovo riguarda l'informatività dal punto di vista dell'ascoltatore. Lo scambio
enunciativo è reso possibile dal fatto che l’emittente e l’ascoltatore hanno in comune una base di
conoscenze; queste conoscenze possono essere sia ricavate da porzioni precedenti dell’enunciato,
sia da riinvii all’esperienza extralinguistica, per questo l’enunciato può rinviare anche a qualche
cosa che sta al di fuori di esso: l’emittente in questo caso da per scontato che il ricevente possa
facilmente ricostruire l’argomento di cui si sta parlando anche se l’argomento non è esplicitamente
formulato. Ad esempio:
Ti piace Matisse? C’è una sua esposizione a Roma
dato nuovo
Questo enunciato dal punto di vista del ricevente è diviso in due parti: l’informazione data che
rinvia ad una conoscenza già acquisita (l’emittente presuppone che il reicevente conosca l’artista
Matisse) e l’informazione nuova che integra una nuova conoscenza nel ricevente.
La distinzione tema/rema non coincide con quella dato/nuovo; la prima è incentrata sull’emittente,
il quale stabilisce l’argomento di cui vuol parlare, mentre la seconda è incentrata sul ricevente.
Il tema è l'argomento già noto, mentre il rema è ciò che si dice a proposito del tema. In genere il
tema in italiano si trova in prima posizione nella frase e spesso corrisponde al soggetto, inoltre da
un punto di vista prosodico il tema è caratterizzato da prominenza enunciativa.[8]
Ti piace Matisse?
Rema tema

3.6 La situazionalità
Il criterio della situazionalità riguarda la rilevanza e l’adeguatezza di un testo all'interno di una
determinata situazione comunicativa. Per situazione comunicativa si intende l’insieme delle
circostanze, sia linguistiche sia sociali, nelle quali l'atto linguistico viene prodotto; pertanto in una
situazione si possono riconoscere:
a) un contesto extralingusitico, vale a dire l’insieme di dati, di eventi concreti al momento della
comunicazione,
b) un tempo, vale a dire il momento determinato in cui avviene l’atto linguistico
c) un luogo specifico
d) dei ruoli esibiti o attesi dal parlante e dagli ascoltatori
e) un enciclopedia, ossia un insieme di conoscenze reciproche che il parlante e l’ascoltatore hanno
di loro stessi, della realtà esterna e delle eventuali precedenti interazioni comunicative che l’uno
presuppone nell’altro e viceversa.

6
La più recente tendenza negli ambiti di studio della linguistica testuale è proprio quella di prendere
in esame, insieme al testo, il contesto pragmatico in cui esso viene prodotto. Diventa necessario
infatti, considerare il contesto, soprattutto nel caso dei testi orali7 in cui le scelte linguistiche e
comunicative degli interagenti sono spesso il risultato di strutture sociali. Al momento
dell'interazione verbale il parlante e l'ascoltatore dispongono di un insieme di informazioni che
derivano loro sia da fonti percettive che da fonti mnemoniche. Questo insieme di informazioni non
può propriamente considerarsi il contesto, ma rappresenta piuttosto lo sfondo cognitivo[10] sul
quale è proiettato il discorso e dal quale il discorso ritaglia un sottoinsieme rilevante alla sua
comprensione, non solo sul piano dei significati letterali, ma anche e soprattutto sul piano dei suoi
significati non convenzionali. Questo sottoinsieme costituisce il contesto, ossia quella parte di
informazioni necessarie al parlante/ascoltatore per organizzare/interpretare una sequenza verbale in
vista del conseguimento/riconoscimento di uno scopo. E' chiaro che questo contesto sia suscettibile
di cambiamenti a seconda dello svolgimento del discorso, ed è anche chiaro che solo il contesto può
indicare con certezza lo scopo, l’intenzione con cui viene emesso un messaggio. Per cui il
significato che assume un messaggio dipende da elementi extra-linguistici di tipo mentale,
cognitivo, psicologico, percettivo: è ad esempio, un problema psicologico quello della misura delle
modalità di ricezione-comprensione del testo e di come questa influisca a ritroso sulla
programmazione e sulla realizzazione stessa del testo da parte del parlante.

3.7 L'intertestualità
L’intertestualità mette in rapporto il testo con altri testi con cui esistono connessioni significative.
Questo criterio designa le interdipendenze fra la produzione e la ricezione del testo e le conoscenze
che i partecipanti alla comunicazione hanno di altri testi. Inoltre permette di riconoscere il testo
come appartenente ad un determinato tipo ad esempio come intervista, articolo scientifico,
pubblicità, eccetera.

3.8 I tre principi regolativi


Questi sette criteri valgono come principi costitutivi della comunicazione mediante testi: se uno o
più criteri non sono soddisfatti al punto tale che la comunicazione ne risulta compromessa, il testo è
considerato un non-testo. Accanto ai criteri costitutivi vi sono tre principi regolativi che controllano
la comunicazione testuale: il principio di efficienza, che dipende dal grado di impegno che un testo
richiede ai partecipanti per il suo uso; il principio dell'efficacia, relativo alla capacità del testo di
creare una certa impressione, quindi favorire il raggiungimento di un fine e il principio dell’
appropriatezza che è data dal rapporto tra il contenuto espresso e i modi in cui sono soddisfatte le
condizioni di testualità.

4. La competenza testuale
Capire e/o produrre un testo fanno dunque parte di una specifica competenza del parlante: la
competenza testuale. I linguisti definiscono la competenza testuale come la capacità di distinguere il
testo da un agglomerato di frasi e quindi come la capacità di compiere sul testo una serie di
operazioni di parafrasi, riassunto, segmentazioni ecc. Questa capacità fa parte di una più ampia
competenza: la competenza comunicativa, che secondo la definizione di Habermas[11] e
dell'Hymes[12] consiste nella capacità di un parlante di una qualsiasi lingua di produrre e capire i

7
Un filone molto importante nell’ambito degli studi di linguistica testuale e di pragmalinguistica è quello dell’analisi del discorso[9], che effettua
l’analisi testuale del flusso del discorso, facendo ricorso alle categorie e alle procedure della linguistica. L’analisi del discorso mostra come i testi
orali possano essere segmentati in enunciati, ciascuno corrispondente ad un atto linguistico; la collocazione di un enunciato in una classe di atti è
basata su procedure che considerano sia la forma dell'enunciato sia il soddisfacimento di alcune condizioni contestuali (le condizioni di felicità). Le
sequenze conversazionali sono determinate da regole di concatenamento che legano fra loro non gli enunciati in quanto tali, ma gli atti linguistici di
cui questi sono l'espressione. Gli atti che si possono realizzare sono di numero finito e la loro classificazione è riconducibile a quella dei verbi
performativi. Inoltre l’analisi del discorso cosidera gli scambi verbali all’interno del contesto in cui vengono prodotti, perché la scelte linguistiche e
comunicative degli interagenti sono spesso il risultato delle strutture sociali. Dunque fare quattro chiacchiere non è una attività casuale, ma
presuppone l'applicazione di determinate regole (strategie di discorso che garantiscono il procedere dello scambio verbale

7
messaggi che lo pongono in interazione comunicativa con altri parlanti; questa capacità non
comprende solo l'abilità linguistica, grammaticale, ma necessariamente consta da una parte di una
serie di abilità extralinguistiche interrelate, come ad esempio quelle sociali, cioè il saper produrre un
messaggio adeguato alla situazione, quelle semiotiche, cioè il saper utilizzare, in aggiunta o anche
in alternativa al fondamentale strumento linguistico, anche altri codici, come quelli cinesici 8: e
dall'altra di una abilità linguistica multiforme, ad esempio possedere più varietà di una lingua,
essere capaci di identificarle e saper passare da una varietà all'altra. Chiaramente la competenza
testuale non riguarda solo la produzione di un testo, ma anche la sua comprensione; comprendere un
testo non consiste soltanto nella decodificazione di una espressione e di un codice, ma consiste
piuttosto nella sintesi delle proprie esperienze e delle proprie aspettative con quanto viene udito[14].

5 . I vari tipi di testo


Abbiamo visto che il termine testo è considerato come sinonimo di discorso e non si riferisce solo ai
testi scritti, ma a qualsiasi forma di comunicazione verbale, scritta o parlata di carattere sia
monologico che dialogico. La linguistica testuale ha come suo scopo anche quello di differenziare i
vari tipi di testo. La principale differenziazione è quella tra testi scritti e testi orali che sono
caratterizzati da una diversa modalità di trasmissione e di ricezione. La lingua scritta è un mezzo di
comunicazione visivo-duraturo, capace di funzionare a distanza di tempo e di luogo, la lingua orale
è invece un mezzo di comunicazione acustico-momentaneo, l’emissione orale è una tantum,
irripetibile, perché il contesto non si ripresenta mai identico dato che circostanze quali il contesto, lo
stato d'animo, le situazioni, variano sempre. Le differenze fra le due varietà di testo sono notevoli e
non si basano solo sulla diversa modalità di trasmissione e ricezione; esiste un complesso di fattori,
legati alla situazione comunicativa, alla modalità di interazione (ossia alla diversa posizione
dell’emittente verso i riceventi e dei riceventi verso il messaggio), alle capacità di utilizzazione del
codice, alla diversa finalità del messaggio testuale, al variare del rapporto tra testo e contesto, e via
dicendo, che diversificano profondamente i due tipi di testo in ulteriori tipi[15].
In anni recenti la maggior parte degli studi è stata dedicata all’analisi e alla classificazione dei testi
orali; l’analisi della conversazione ha evidenziato che il flusso del discorso può essere segmentato
in enunciati, ciascuno corrispondente ad un atto linguistico; la collocazione di un enunciato in una
classe di atti è basata su procedure che considerano sia la forma dell'enunciato sia il
soddisfacimento di alcune condizioni contestuali.
Le sequenze conversazionali sono altamente strutturate e sono determinate da regole di
concatenamento che legano fra loro non gli enunciati in quanto tali, ma gli atti linguistici di cui
questi sono l'espressione. Gli atti che si possono realizzare sono di numero finito e la loro
classificazione è riconducibile a quella dei verbi performativi.Inoltre gli scambi verbali vanno
considerati nel contesto in cui vengono prodotti, perché la scelte linguistiche e comunicative degli
interagenti sono spesso il risultato delle strutture sociali.

Conclusioni
Con questa breve rassegna abbiamo cercato chiarire che fare quattro chiacchiere non è una attività
casuale: la conversazione presuppone infatti, l'applicazione di determinate regole (strategie di
discorso) che garantiscono il procedere dello scambio verbale ed è stata proprio la linguistica
testuale ad assumersi il compito di specificare quali siano le leggi che strutturano gli atti
linguistici. Come abbiamo visto la teoria di Dressler e Beaugrande è rivolta principalmente alla
definizione delle operazioni e dei principi generali che regolano le unità testuali nei processi d’uso
del sistema linguistico e lo studio dell’uso del sistema linguistico mette necessariamente al centro
dell’analisi l’uomo, che non è soltanto un “utente cui capita di usare forme linguistiche

8
Per codici cinesici si intendono le espressioni e i movimenti del volto e delle mani, tutti quegli effetti visivi che interagiscono in maniera specifica
con la comunicazione verbale; chi parla produce anche una serie di gesti ai quali affida una parte del suo intento comunicativo: gesti e movimenti
della testa tendono a coincidere con i punti di maggiore enfasi, i movimenti delle mani possono essere usati per aggiungere sfumature di significato a
ciò che si sta dicendo, le espressioni facciali forniscono anche un feedback al parlante esprimendo significati come la perplessità, l’incredulità, mentre
la postura del corpo indica l’atteggiamento di una persona rispetto all’interazione in corso (rilassamento, interesse, noia).[13]

8
preconfezionate proiettandole su contesti predeterminati, e neanche soltanto un interprete di
significati stabiliti autonomamente e associati alle forme per pura convenzione, prescindendo dalla
creatività dell’individuo”9 ma è una figura attiva, strutturante, che da forma al sistema linguistico.
Di conseguenza il parlante-ascoltatore viene pensato come il centro fisico dell’interazione verbale e
la linguistica testuale finisce col prendere in considerazione anche gli aspetti cognitivi, affettivi ed
emotivi degli individui che partecipano ad una conversazione, allargando il suo ambito di analisi
fino ad includere gli aspetti pragmatici del linguaggio.

Bibliografia.
[1] Jakobson R., 1966, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano
[2] Dressler W.U, Beaugrande R.A., 1984, Introduzione alla linguistica testuale, Il Mulino, Bologna
[3] Levinson S. C., 1985, Pragmatica, il Mulino, Bologna
[4] Austin J.L., 1974, Quando dire è fare, Marietti, Torino
[5] Searle J.R., 1969 Speech Acts, CUP
[6] Grice, H.P., 1957, “Meaning”, The philosophical review, 66: pp.377-388
[7] Bertinetto P.M., Magno Caldognetto E. Ritmo e Intonazione, in Sobrero A.(a c. di) Introduzione
all’italiano contemporaneo. Le strutture, Laterza Bari 1993 p. 141
[8] Halliday M.A,K,1985, An introduction to functional grammar, Arnold, Londra.
[9] Orletti F.,1994,Tra convesrazione e discorso, Nuova Italia Scientifica
[10] Sperber J. Wilson E.O, 1986, Relevance: Communication and Cognition. Oxford Blackwell
[11] Habermas J., 1971 “Osservazioni propedeutiche per una teoria della competenza
comunicativa”, in Habermas J. e Luhman N, Teoria della società o tecnologia sociale, Milano,
Etas-Kompass, pp.67-94.
[12] Hymes D.,1972 “On Communicative Competence”, in Pride J.B. e Holmes J. (eds.),
Sociolinguistics, Harmondsworth, Penguin, London pp.269-293
[13] Sobrero A., 1993, La Pragmalinguistica in Introduzione all’italiano contemporaneo. Le
strutture, Bari Laterza, p.403.
[14] Cerrato L., 1997, Appunti sui processi percettivi, in Rivista Italiana di Acustica in stampa
[15] Segre C., Testo, in Enciclopedia Einaudi, vol. Critica letteraria e filologica, pp. 269-291

Amber Parkinson and John Hajek

Keeping it All in the Family: TU, LEI and VOI


Abstract
The most detailed study of the use of address pronouns (pronomi allocutivi) in Italian
remains Niculescu's (1974) major work on patterns of use from the middle ages until the
mid 20th century. We know from personal experience that the choice and use of address
pronouns in Italian is relatively complex. Yet we have surprisingly little information
regarding the use of TU, LEI and VOI in Italy today, and indeed we spend almost no time
teaching non-native speakers how and when to use address pronouns correctly. In this
paper we provide the first results of a new large-scale study, looking specifically at the
use of TU,LEI and VOI within the family contex today. Our results - drawn from a sample
of more than 150 speakers - seem to indicate that family structure can bedivided into 3
circles: inner, middle and outer - with some strong but not always determining
correlation between blood relationship, age and what might betermed relative intimacy.
Surprisingly too, we also find some use of VOI still to be evident within the family.
 
(University of Melbourne)

9
Bertuccelli-Papi. M., Che cos’è la pragmatica, Bompiani,1993, pag.301

9
Un saluto a... salve

Attenti ai pronomi-gaffe
E tu dammi pure del "lei"...!
La semantica d'uso dei pronomi allocutivi: suppongo che così formulato il problema non
susciti un grande interesse (allocuché?). Eppure è una cosa che ci tocca tutti da vicino.
Per non generare una diaspora di lettori riformulo la questione: a chi dare del tu e a chi del
lei al giorno d'oggi? Non è un problema da poco, per cui gioverà una brevissima
introduzione storica. La distinzione "tu-voi" risale nientepopodimenoché alla scissione
dell'Impero Romano quando, per rivolgersi all'Imperatore ormai sdoppiatosi in orientale ed
occidentale, viene introdotto l'uso del pronome vos. Da quel momento il "voi" resta ad
indicare una persona cui va tributato un rispetto anche formale e cioè - schematizzando - i
nostri superiori e i nostri pari non familiari. In Italia la formula "voi" si è fregata
definitivamente sotto il fascismo, allorché Mussolini ne impose l'utilizzo a scapito del "lei",
francesismo usato allora dalle classi più raffinate. Ed è per questo che oggi gli italiani si
danno del lei anziché del voi, a differenza di quanto accade negli altri paesi occidentali
(però in quasi tutti i fumetti pubblicati in Italia, fateci caso, i personaggi si danno ancora del
voi: pericolosa propaganda neo-fascista?). Ora, finché i ruoli all'interno della famiglia e
della società erano rigidamente definiti, tutto era chiaro. Ma oggi la scelta tra il tu e il lei
non è più così semplice, soprattutto in certi ambienti. Infatti se ormai è scontato che tra
genitori e figli ci si dia del tu, poiché nella relazione la solidarietà ha prevalso sulla
deferenza, quando si entra in un negozio la cosa diviene più problematica, specie se la
commessa è giovane. La buona educazione suggerirebbe il lei, la situazione informale il
tu. Lo stesso dicasi per la palestra, in cui si arriva a dare del tu a persone cui mai e poi
mai, al di fuori di lì, ci si sognerebbe di darlo: ma il contesto cameratesco lo impone. Non
parliamo poi dell'ambiente dello spettacolo, dove darsi del lei è considerato assolutamente
out perché in un mondo di cartapesta anche la confidenza lo è. Inoltre i VIP conoscono
talmente tanta gente nuova ogni giorno, dimenticandosela subito dopo, che per non
sbagliare danno del tu a tutti (questo me l'ha spiegato un mio amico che è stato al
Telegatto). Infine ci sono casi in cui si parte con il lei e poi, man mano che si prende
confidenza, si avverte questo pronome come un fastidioso ostacolo; ma anche
intraprendere il tu a cuor leggero ci pare un po' eccessivo, soprattutto se nessuno dei due
ha il coraggio di proporlo esplicitamente. E' così che si incappa nella tragica dimensione
del "salve". "Salve" è il tipico saluto in entrata di chi non sa più che pronome usare, così
come "ci vediamo" è il saluto in uscita. Nel discorso diretto, chi dà del "salve" utilizzerà le
espressioni più neutre possibili come il "si" impersonale ("come si deve fare?" in luogo di
"lei come farebbe?"), l'omissione di un pezzo di frase ("l'ho spedito giovedì" invece di
"gliel'ho spedito giovedì") o il suo rovesciamento al passivo ("Tizio chiede di essere
richiamato" al posto di "Tizio ha chiesto se lo richiama"), creando così goffe perifrasi dal
significato spesso oscuro perché semanticamente ambigue. Ma non si può biasimare il
povero utilizzatore del "salve" poiché spesso capita che ci si trovi in una situazione
d'imbarazzo allocutivo e siccome in questa frase ho già usato due "si" impersonali sarà
meglio che ci si saluti (tre) qui. Ci vediamo!

.................................................................Claudia Rubbini
allocutivi, pronomi

sono i pronomi usati per rivolgersi ad altre persone nella comunicazione; in napoletano i pronomi allocutivi
sono soltanto tu (come soggetto non θ mai usato te ) e vuje; in italiano regionale si usa anche lei. Possono
essere allocutivi anche i nomi (o le qualifiche) quando in una comunicazione diretta sono usati per rivolgersi

10
direttamente ad un'altra persona (Pascΰ, ragioniι etc. ).

Alvise Mattozzi [mattozzi@media.unisi.it]


Resoconto e commento del seminario interdottorale
"Le storie succedono solo a chi le sa raccontare" — Letteratura e Scienze
Sociali
INTRODUZIONE
Un’occasione mancata. Difficile pensare il seminario "Le storie succedono solo a
chi le sa raccontare" — Letteratura e Scienze Sociali, svoltosi venerdì 23
febbraio presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici, altrimenti.
Un’occasione mancata per studiosi di altre scienze sociali e semiologi di
dialogare, vista la quasi totale assenza di quest’ultimi — cosa che mi ha spinto a
stilare questo resoconto. Per chi si occupa di semiotica un’occasione mancata per
confrontarsi e per dialogare con altri approcci delle scienze sociali a partire da
tematiche ampliamente sondate dalla semiotica; per gli scienziati sociali presenti
— quasi esclusivamente sociologi — un’occasione mancata per cogliere in tutta
la loro complessità le questioni messe in campo.
In quanto occasione mancata, l’interesse del seminario è rinvenibile non tanto in
ciò che è stato detto e in ciò che è emerso, ma in come ciò che è stato detto e ciò
che è emerso lasciava prefigurare ciò che si sarebbe potuto dire, il dialogo che
sarebbe potuto nascere.
Lo spazio della semiotica nella discussione
Le possibilità di dialogo tra semiotica ed altre scienze sociali nascevano dal fatto
che il seminario non chiedeva di portare i rispettivi sguardi e malocchi su oggetti
in un qualche modo esterni, per poi scambiarsi questi rispettivi punti di vista,
quanto dal fatto che ad essere osservata era la produzione di senso sociologica a
confronto con la produzione di senso letteraria. Temi, questi, di interesse
eminentemente semiotico e, rispetto ai quali, sono più che comprensibili delle
sviste sociologiche.
Ciò che è emerso è che i sociologi hanno bisogno della semiotica per operare in
modo efficace l’osservazione del proprio fare scientifico. Questo bisogno è stato
espresso sia esplicitamente (Jedlowski), sia implicitamente nel momento in cui si
manifestava una certa difficoltà e disaccordo nel maneggiare alcuni concetti più
di pertinenza semiotica che sociologica.
Le sviste, le lacune, emerse dai discorsi dei sociologi erano causate da quattro
mancanze:

 mancanza di una teoria della narratività con la conseguenza di appiattire,


in vario modo, i concetti di letteratura e letterarietà su narrativa, a loro
volta appiattiti su narratività e narrazione, a loro volta appiattiti su
fiction;
 mancanza di una teoria dell’enunciazione, seppur indirettamente
richiamata riferendosi all’esistenza di convenzioni (Giglioli) e di patti
discorsivi (Jedlowski);
 mancanza di una teoria delle passioni;
 mancanza di una tipologia dei testi e di una teoria dei generi.

La semiotica avrebbe potuto sceverare meglio i concetti convocati e consentire


maggior chiarezza alla discussione. Al contempo, però, il seminario sarebbe
servito alla semiotica per interrogarsi sulla propria teoria e sulle proprie lacune.
Innanzitutto, la questione relativa ad una tipologia dei testi. Pur se vi sono

11
numerose proposte e ricerche, mi sembra che ancora non sia emersa una tipologia
dei testi e dei generi ampliamente accettata. Questo seminario sarebbe certamente
servito a riprendere e approfondire tale questione, grazie anche al dialogo diretto
con i sociologi riguardo il loro fare scientifico. Altre questioni di forte interesse
semiotico riguardavano il rapporto che si pone tra fiction e "realtà", dibattito di un
recente incontro del seminario di letture semiotiche svoltosi sempre presso la
SSSU, e l’esempio, argomento del prossimo congresso dell’AISS, visto che molti
usi sociologici della letteratura hanno funzione esemplificativa.
GLI INTERVENTI
Nella prima sessione del seminario, presieduta da F. Crespi, sono intervenuti G.
Turnaturi, M. Mizzau, P. Jedlowski e P. P. Giglioli che, ad eccezione di
quest’ultimo, hanno fatto uso di testi letterari nei loro saggi. Nella seconda parte,
presieduta da P. P. Giglioli, sono intervenuti L. Sciolla, A. Abruzzese, S. Manghi
e F. Colombo, che hanno proposto una riflessione più generale sul tema, non
strettamente legata al proprio fare sociologico.
Pur previsti, non hanno potuto partecipare al seminario F. Cassano, A. Dal Lago e
P. Fabbri.
Introduzione
Il seminario è stato introdotto da Crespi che ha chiarito che non si sarebbe parlato
di sociologia della letteratura intesa come studio delle influenze della società sulla
letteratura, o della letteratura sulla società, ma del più ampio rapporto che si pone
tra sociologia e letteratura come differenti produzioni di senso e di conoscenza.
Turnaturi
L’intervento di Turnaturi, che ha recentemente pubblicato un libro sui tradimenti
servendosi nella sua analisi anche di testi letterari, ha impostato i termini del
dibattito, rispetto ai quali si snoderà gran parte della discussione, individuando
l’importanza dei testi letterari per le scienze sociali nell’essere strumento
didattico e fonte per la ricerca.
Per quanto riguarda l’uso didattico, Turnaturi ha mostrato come un testo letterario
può essere utilizzato per esemplificare una certa teoria, facendo specifico
riferimento al romanzo di fine ‘800 in relazione al positivismo.
Più complessa è stata invece la spiegazione di come un testo letterario può essere
fonte per la ricerca. Turnaturi ha motivato la legittimità dell’uso dei testi letterari
spiegando che essi sono dei microcosmi che attualizzano e rendono visibile la
complessità del reale, altrimenti non coglibile. Il testo letterario, osservato non
tanto a partire dai suoi elementi di superficie, quanto nelle sue strutture, facendo
riferimento soprattutto alle trame, presenterebbe la complessità come connessione
di tutto con tutto. L’intreccio narrativo mostrerebbe, dunque, l’intreccio del reale.
Il testo letterario, allora, diviene fonte per la ricerca sociologica e stimolo per il
ricercatore per il fatto di rendere visibili fenomeni esistenti nel reale, altrimenti
non visibili, grazie anche alla tendenza della letteratura all’esagerazione.
Turnaturi si è infine riferita alla lettura di G. Flaubert da parte di P. Bourdieu
come caso intermedio tra esemplificazione didattica e stimolo per la ricerca, dato
che tale lettura permette non solo una interpretazione dell’opera dello scrittore
francese, ma anche una miglior comprensione della teoria dello stesso Bourdieu.
Mizzau
Mizzau, che nei suoi saggi ha spesso utilizzato dialoghi letterari per analizzare
l’interazione tra due parlanti, ha subito tenuto a sottolineare che, dal suo punto di
vista di psicologa sociale, il testo letterario non attualizza solo la complessità
sociale ma, anche, quella psicologica. Ha quindi parlato del suo lavoro e dell’uso
che lei ha fatto di autori di romanzi come L. Tolstoj e B. Constant, confrontati poi
con i dialoghi delle sedute tra Freud e Dora. Ciò che è emerso dal confronto è
l’esistenza di possibili reali e di reali possibili tra cui grandi differenze non vi
sarebbero, soprattutto se si pensa che entrambi si danno in forma di testo,
attraverso la mediazione di un narratore. In quanto possibili reali, i brani tratti
dalla letteratura non vengono considerate da Mizzau mere esemplificazioni, dato
che, tra l’altro, possono fornire alla teoria più elementi di esempi presi dalla
realtà.
Jedlowski
La relazione di Jedlowski, che ha usato anch’egli brani tratti da testi letterari per
analizzare conversazioni, è stata più sistematica ed ha messo in luce

12
maggiormente la necessità di un dialogo con la semiotica.
Jedlowski ha esordito ribadendo l’importanza della narrazione e del saper
raccontare, non solo per i testi finzionali, ma anche per il ricercatore, poiché solo
attraverso il racconto e la sue strutture è possibile sedurre permettendo di cogliere
meglio i concetti, anche quelli astratti. Per ribadire l’importanza della narrazione
per entrambe le produzioni di senso, letteraria e sociologica, si è appoggiato a P.
Ricœur, secondo cui la precomprensione dell’esistenza è prevalentemente
narrativa.
Una volta messe in evidenza le comuni necessità narrative, Jedlowski ha cercato
di distinguere queste due produzioni di senso. Mutuando esplicitamente dalla
semiotica il concetto di patto comunicativo — che noi preferiremmo definire
contratto enunciativo —, lo ha utilizzato per distinguere letteratura e sociologia.
Tra le due pratiche vi sarebbe, dunque, un diverso patto che per quanto riguarda
la letteratura stabilisce che si tratta di finzione, con la conseguenza che essa non
deve sottostare ad alcun criterio di verificabilità; per quanto riguarda la
sociologia, il patto stabilisce che non si tratta di finzione per cui la verificabilità è
parte integrante della sua produzione. Riprendendo alcune definizioni filosofico-
sociologiche, Jedlowski ha riportato questa differenza in ambito più sociologico
vedendo sociologia e letteratura come diverse province di significato (da A.
Schutz), diversi giochi linguistici (da L. Wittgenstein), diversi campi (da
Bourdieu).
Jedlowski ha, poi, individuato le possibili relazioni tra sociologia ed ambito
letterario, inteso in senso molto ampio, tanto da poter essere tranquillamente
inteso come ambito semiotico. Innanzitutto, ha messo in luce l’importanza della
frequentazione da parte dei sociologi della critica letteraria che rende consci della
differenza tra parole e cose, problematica spesso ignorata dalla sociologia.
Quindi, ha sottolineato l’importanza della frequentazione della teoria del
discorso, con un esplicito riferimento a M. Bachtin e alla sua teoria del flusso
dialogico. Grazie a tale teoria i sociologi si possono rendere conto che anche il
discorso sociologico è inserito all’interno di tale flusso, cosa che dovrebbe anche
renderli più sensibili riguardo la costruzione del proprio lettore modello.
Jedlowski ha poi espresso l’esigenza di un dialogo con i narratologi, solo grazie al
quale sarebbe possibile indagare e comprendere il ruolo della narrazione nel testo
scientifico.
Ha quindi motivato la legittimità e la validità dell’uso che la sociologia può fare
della letteratura evidenziando la capacità della letteratura di portare al linguaggio
elementi dell’esperienza. Ha, quindi, distinto tra uso didattico, già illustrato da
Turnaturi, uso riflessivo riguardo la propria teoria (citando Schutz e il suo uso di
Don Chisciotte, simile all’uso di Flaubert da parte di Bourdieu, citato sempre da
Turnaturi), e uso analitico nel momento in cui un testo viene scelto come indice
dell’esperienza, dello zeitgeist, di un’epoca.
Giglioli
Giglioli ha affrontato la questione da un punto di vista storico, facendo notare che
un secolo fa questa divisione rigida tra i due ambiti non sarebbe stata pensabile.
Letteratura e sociologia non competevano in quanto generi, ma piuttosto erano gli
intellettuali, nel presentarsi come interpreti della realtà, ad essere in
competizione, scegliendo l’uno o l’altro dei due generi, non ancora distinti e
istituzionalizzati come mestieri.
Giglioli ha poi proposto quattro possibili usi della letteratura da parte della
sociologia:

 come compendio alla storia del pensiero sociologico, illustrando


l’ambiente e il contesto in cui gli studiosi si muovevano;
 come fonte di dati, come ad esempio ha fatto P. Friedrich [?] per
analizzare l’uso dei pronomi allocutivi in russo nell’800 a partire da un
corpus formato da romanzi ottocenteschi russi;
 come aiuto all’immaginazione per rompere la scontatezza del mondo,
riproponendo, su un piano diverso, gli esperimenti che H. Garfinkel
richiedeva ai suoi studenti.
 come aiuto alla formazione dei concetti, dato che il testo letterario

13
acuisce la capacità percettiva, cosa che lo rende anche adatto all’uso
didattico ed esemplificativo.

Non concorda invece con altri usi della letteratura, soprattutto quelli di
provenienza più interpretativista, che vedono nella letteratura una sponda
salvifica per una sociologia ormai stanca e burocratizzata. Giglioli ha ribadito
l’importanza di mantenere una differenza tra i generi che, pur condividendo
alcuni aspetti come la narratività, non si ridurrebero ad essa. Ha infatti concluso
citando E. Goffman che sosteneva che la descrizione del valore immobiliare di
una certa zona non presenta elementi narrativi.
Dibattito a conclusione della prima parte
A conclusione di questa prima sessione, Crespi ha fatto notare che probabilmente
la sociologia non riesce ad arricchirsi di tutto il discorso letterario visto che erano
stati unicamente citati romanzi scritti fino agli anni ’40, con una particolare
attenzione verso le opere di fine ‘800. Questa selettività è stata sottolineata anche
nel corso del dibattito che ha fatto seguito agli interventi, durante il quale è
spiccato il contributo di Abruzzese. Abruzzese ha cercato di recuperare il punto di
vista della sociologia della letteratura, che vede nella letteratura una forma di
comunicazione tra le altre. Così facendo ha invitato ad ampliare la discussione al
rapporto tra la sociologia e i testi finzionali in genere. Abruzzese, poi, molto
intelligentemente, si è fatto voce della semiotica. Citando Fabbri, ha cercato di far
notare come la definizione di narratività proposta dalla semiotica sia più ampia di
quelle proposte dagli intervenuti, essendo essa prerogativa d’ogni azione e non
limitandosi alla sola dimensione del racconto.
Vi sono poi stati alcuni interventi che hanno di tentato riportare il confronto
letteratura/sociologia su terreni più banali e ingenui quali l’opposizione tra
ragione/passione e una supposta origine mitica o magica della narrazione che
darebbe un fondamento quasi ontologico alla differenza tra discorso letterario e
discorso scientifico.
Sciolla
La seconda sessione del seminario, presieduta da Giglioli, si è aperta con
l’intervento di Sciolla che in modo molto rigoroso ha espresso una posizione
critica e scettica riguardo l’uso della letteratura in sociologia. Dichiarando la
propria distanza dall’ibridazione di generi diversi, come proposta
dall’antropologia interpretativista, ha ribadito che al testo e alla pratica
sociologica si richiedano cose molto differenti, quali la pubblicità e la
verificabilità del metodo, di quelle che vengono richieste alla letteratura.
Riguardo l’uso di esempi presi dalla letteratura, Sciolla si è limitata a dire che
esso non pone particolari problemi e non merita grandi discussioni, tracciando
così una netta demarcazione tra fare scientifico e l’esemplificazione didattica. Si è
invece soffermata sul possibile uso della letteratura come fonte di
documentazione con specifico riferimento alla ricostruzione di una situazione
storica, considerando questo come l’unico uso interessante per la sociologia. Gli
esempi da lei citati, che riguardavano più la storia che la sociologia, ampliavano
di molto il significato di letteratura includendovi qualunque testo scritto non
eminentemente scientifico. Ha così citato N. Elias e il suo uso dei trattati di buone
maniere, e quindi gli storici della mentalità francese (M. Vovelle, P. Aries).
Sciolla ha comunque messo in guardia riguardo un uso troppo disinvolto dei testi,
sollevando intelligentemente la questione del metodo da adottare. Tale metodo
dovrebbe anche tener conto della complessità intrinseca del testo, che non
necessariamente aderisce a ciò che enuncia e che può essere costruito in
opposizione alla mentalità di un epoca. Ha concluso, quindi, criticando l’idea di
testo come attualizzazione della complessità del reale.
Abruzzese
Nel suo intervento, Abruzzese ha proceduto in modo non sistematico, nel
tentativo di continuare, approfondire e criticare gli interventi precedenti, ponendo
però al centro del suo discorso la questione scrittura/lettura che ingloba la
questione letteraria.
Abruzzese ha esordito riprendendo le considerazioni iniziali di Giglioli riguardo
lo sviluppo storico delle problematiche sollevate dal seminario. In particolare

14
Abruzzese ha approfondito la questione della figura dell’intellettuale e della sua
forma espressiva tipica. il saggio. Nel saggio, caduto in declinio dopo gli anni
‘30, considerazioni riguardo un’opera d’arte, non strettamente letteraria, venivano
legate a considerazioni sulla società e sull’epoca, riunendo così preoccupazioni ed
interessi letterari e sociali.
Abruzzese, in seguito, facendo notare che gli accadimenti sono il sapere di chi
non sa raccontare, ha espresso il suo interesse per il gruppo sociale e il punto di
vista simmetrico a quello prefigurato dalla frase di M. Proust che ha dato il titolo
al seminario. A questo proposito ha messo in luce come vi siano cumuli di storie
ancora da raccontare che prendono forma attraverso varie piattaforme espressive
che, spesso, a differenza della letteratura, sono svincolate da una enunciazione
soggettiva e che si riferiscono più ad un livello antropologico-somatico, che
cognitivo-sociale. Abruzzese ha sottolineato l’esigenza di porre attenzione anche
a questo tipo di forme espressive, che sono forme di comunicazione dato che,
comunque, costituiscono dei territori.
La scrittura è stato l’argomento successivo su cui si è focalizzato l’intervento di
Abruzzese. Egli ha fatto notare come sia la scrittura stessa, più che la letteratura,
a divenire, nel momento in cui diventa una pratica sociale diffusa, oggetto di
indagine e di riflessione.
La scrittura diviene, allora, il luogo di uno scarto rispetto al vissuto quotidiano, a
partire dal quale si fonda anche la capacità di restituire questo quotidiano sotto
una diversa luce. Questa capacità della scrittura è data da ciò che Abruzzese ha
chiamato, come lui stesso ha detto, con slogan pubblicitario, creatività, definita
come ricombinazione del linguaggio, come sua destrutturazione e sua
ristrutturazione. Queste considerazioni hanno permesso ad Abruzzese di criticare
l’atteggiamento reverenziale verso gli artisti, emerso anche nel corso del
seminario, giustificabile solo in una società che riserva all’intellettuale e
all’artista un ruolo particolare come interprete della realtà, ma del tutto
ingiustificato nella nostra società contemporanea. La scrittura, secondo
Abruzzese, può però divenire oggetto di indagine sociologica solo nel momento
in cui nasce la figura del lettore che interagisce direttamente con il testo e
sostituisce la figura dell’ascoltatore.
Abruzzese ha concluso facendo un elenco dei possibili usi della letteratura da
parte della sociologia: letteratura usata per fini esplicativi e didattici; letteratura
usata per pigrizia nel momento in cui una descrizione letteraria si rivela
sufficientemente adeguata a sostituire una descrizione risultante da una ricerca;
letteratura usata come indicatore di un epoca; letteratura usata in quanto già al
lavoro per il sociologo nel momento in cui crea tra fenomeni connessioni inattese
e spesso involontarie, che il ricercatore deve estrarre e portare sul piano del
discorso sociologico.
Manghi
Manghi è il primo intervento, se escludiamo il veloce accenno della Sciolla, in cui
si fa esplicito riferimento all’antropologia come la scienza sociale in cui il
problema letteratura/scienze sociali si è posto in modo più radicale. Il riferimento
specifico, però, non è tanto agli antropologi interpretativisti quanto a Naven, il
testo etnografico di G. Bateson. Questo testo fu considerato dallo stesso Bateson
un fallimento anche per il fatto che lui era stato incapace di rendere le emozioni
delle popolazioni studiate che sarebbero state meglio descritte da narratori di
viaggio. Manghi ha, quindi, sottolineato come proprio queste riflessioni hanno
fatto riscoprire recentemente questo testo all’interno dell’antropologia riflessiva.
Nel resto dell’intervento Manghi ha preso però le distanze da una troppo stretta
analogia tra letteratura e scienze sociali rifiutando, tra l’altro, l’idea che tutto sia
narrazione.
Manghi, infine, ha criticato la troppa facilità con cui si è affrontata la questione
degli esempi, soprattutto rispetto alla didattica, facendo notare che essi
comportino sempre degli effetti collaterali, che possono metterne in crisi
l’adeguatezza.
Colombo
L’intervento di Colombo, l’ultimo del seminario, ha allargato la prospettiva ai
prodotti dell’industria culturale, non strettamente letterari, cercando di chiarire in
che modo la sociologia possa far uso dei testi finzionali per effettuare un’analisi

15
della società. Colombo ha, così, indirettamente risposto a Sciolla, che si chiedeva
come affrontare i testi, ed ha completato l’intervento di Abruzzese che si era
concluso rilevando che solo l’emergere del lettore e, quindi, dell’ambito del
consumo, rendeva possibile alla sociologia l’indagine dei testi letterari.
Colombo, in effetti, ha più volte posto l’accento sull’importanza del mondo del
consumo per una sociologia che voglia affrontare dei testi che non sono letterari,
ma prodotti dell’industria culturale in cui la funzione autoriale è molto indebolita.
Questi testi sono inseriti all’interno di una rete di relazioni e significati. Mondo
della produzione e mondo del consumo interagiscono attraverso questa rete. Nel
corso di questa interazione ogni prodotto lascia delle tracce dei propri
meccanismi idiosincratici di produzione o di consumo. Queste tracce possono
essere rinvenute e, grazie al paradigma indiziario, metodo eminentemente
semiotico, i due mondi e le loro interazioni possono essere ricostruiti. Colombo
ha quindi proposto dei modelli per interpretare queste tracce.
Infine, ha affrontato la questione della narrazione e dell’importanza del
raccontare storie, anche per analizzare un prodotto, distinguendo tre modalità del
raccontare: fuga patologica; costruzione stereotipica; vera e propria indagine sul
senso. In quest’ultimo caso, l’unico utile all’analisi di un prodotto, il raccontare
emergerebbe come un tentativo di costruzione di un punto di vista sul senso.
Dibattito conclusivo della seconda parte
Il dibattito conclusivo non ha aggiunto molto di nuovo a ciò che era stato detto.
Sono soprattutto reintervenuti i relatori per rispondere a critiche e per chiarire le
proprie posizioni. L’unico intervento che ha effettivamente arricchito il dibattito è
stato un riferimento all’etnografia, questione mai direttamente affrontata durante
il seminario, in cui si è citato Balzac e la sua descrizione dei modi di camminare e
i narratori di viaggio.
COMMENTO
Le scienze sociali si riducono alla sociologia?
Non sono, però, solo le lacune semiotiche dei sociologi ad aver impedito che il
seminario approfondisse efficacemente le problematiche messe in campo. La
seconda parte del titolo del seminario Letteratura e Scienze Sociali prefigurava un
confronto a tutto campo che avrebbe dovuto coinvolgere un po’ tutte le scienze
sociali quando, invece, eccetto per Mizzau, tutti i relatori erano dei sociologi. E’
chiaro che l’assenza di Fabbri ha accentuato lo sbilanciamento, ma certo non
sarebbe stata la sua sola presenza a ristabilire un equilibrio disciplinare.
E’ la presenza di storici e antropologi che avrebbe potuto offrire una panoramica
più ampia e adeguata dei rapporti che si pongono tra scienze sociali e letteratura.
Non si tratta di una semplice richiesta di maggior varietà o di par condicio
disciplinare, ma di una vera e propria esigenza conoscitiva che avrebbe dovuto
informare l’organizzazione stessa del seminario. Infatti, è proprio rispetto al
discorso storico e al discorso antropologico che il problema del rapporto con la
narrazione e con la letteratura è stato indagato in modo più sistematico.
Nel corso del seminario sono stati fatti diversi accenni riguardo al discorso storico
e al fare storiografico, facendo notare che questo è il primo ambito in cui è
emersa la questione del racconto e della narrazione. L’antropologia, invece,
sembrava essere una presenza minacciosa che aleggiava sul seminario per venir
qualche volta convocata (Sciolla, Manghi) per poi essere subito allontanata.
Eppure, è proprio in ambito antropologico che recentemente si è posto in maniera
più radicale il problema del rapporto con la letteratura. Ma, probabilmente, questo
diniego era motivato proprio dal cercare di evitare a tutti i costi di confrontarsi
con le proposte emerse in ambito antropologico interpretativista da continuatori
dell’opera di C. Geertz come J. Clifford, V. Crapanzano, G. E. Marcus.
Il rapporto problematico tra letteratura e antropologia non è però solo una
questione degli ultimi anni, ma affonda alle radici stesse della disciplina i cui
prodromi possono essere rintracciati nei diari, resoconti, racconti di viaggio di
missionari, avventurieri e colonizzatori (a cui è stato accennato nel dibattito
conclusivo finale) e continua fino al ‘900 con autori quali M. Leiris e con testi
quali il libro di M. Griaule sulla religione dei Dogon, a cui s’ispira il libro
Tuhami di Crapanzano. Inoltre, questa disponibilità ad uno stretto rapporto tra
discorso letterario e discorso antropologico non è prerogativa solo americana.
Sarebbe stato, infatti, molto interessante confrontarsi su queste tematiche con

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antropologi quali P. Clemente, che, ad esempio, usa nei suoi corsi Cristo si è
fermato ad Eboli come testo etnografico, o A. Sobrero che nel suo Antropologia
della Città usa anche testi letterari come etnografie dello spazio urbano.
Mi sembra che i sociologi presenti, con questo loro evitare di affrontare
direttamente i problemi posti dall’antropologia interpretativista, abbiano
evidenziato una certa debolezza e una certa difficoltà ad articolare una seria
critica delle posizioni precedentemente citate. Erano, infatti, più intenti nella
difesa della credibilità del proprio ruolo e della propria disciplina cercando un
residuo non narrativo (Giglioli, Manghi) a cui aggrapparsi e su cui fondare
oggettività e credibilità.
Ma non è evitando il confronto con la tradizione interpretativista che è possibile
garantire credibilità e specificità alle scienze sociali e al loro fare scientifico. E’
necessario, invece, un confronto proprio a partire dai fondamenti di questa
tradizione. E’, peraltro, all’interno di questo confronto che la semiotica può
emergere come punto di vista imprescindibile per un approfondimento effettivo
ed efficace delle questioni messe in campo. Geertz, infatti, in Interpretazioni di
Culture fonda la sua proposta teorica su un’interpretazione semiotica del concetto
di cultura, oggetto di studio dell’antropologia. Come fa notare Fabbri, a questa
affermazione non sembra però seguire una riflessione su ciò che è la semiotica e
su quale sia la sua possibile metodologia.
Su alcuni concetti semiotici utili allo sviluppo della discussione
Quest’ultima riflessione ci riporta, dunque, alla semiotica e alla necessità, per lo
sviluppo della discussione, dei concetti semiotici di cui si è accennato in apertura.
Innanzitutto, il concetto di narratività, usato nel corso del seminario con grande
disinvoltura, se non addirittura ingenuità. Come è noto la semiotica, specialmente
quella di derivazione greimasiana ha una concezione amplia e generale di
narratività. Fabbri ne La Svolta semiotica, fa giustamente notare che si può
parlare di narratività ogni qualvolta ci si trovi di fronte a concatenazioni e
trasformazioni di azioni e passioni, aggiungendo poi che la narratività è un atto di
configurazione del senso. Fabbri riprende qui A. J. Greimas che considera la
narratività "il principio stesso di organizzazione di ogni discorso narrativo e non
narrativo" e considera "le strutture narrative profonde l’istanza suscettibile di
rendere conto dell’insorgenza e dell’elaborazione di ogni significazione". Nel
momento in cui si accetta questa definizione di narratività non si vede perché ci
sia la necessità di cercare un residuo non narrativo, su cui fondare l’oggettività
del proprio fare scientifico. La narratività non è un male necessario che
toglierebbe un po’ di oggettività ai propri dati per consentirne la trasmissione, da
cui lo stretto legame che è stato posto tra narratività e fiction, ma è il principio
attraverso cui si produce significazione e a cui sottostanno inevitabilmente anche
i "dati" "oggettivi" nel momento in cui sono significanti. Al limite si può cercare
di distinguere tra tipi di discorso che esplicitano la propria organizzazione
narrativa e discorsi che, invece, cercano di occultarla. Comunque, la narratività
non ha un legame privilegiato con la fiction (e di conseguenza con la letteratura).
I concetti di fiction e letteratura sono, infatti, strettamente legati al concetto di
enunciazione.
L’enunciazione non è mai emersa esplicitamente nel seminario. Ad essa si sono,
però, più o meno direttamente riferiti Jedlowski, accennando alla questione del
patto comunicativo, e Giglioli, riferendosi all’esistenza di convenzioni che
reggono la produzioni di testi. Giglioli, peraltro, faceva questo accenno
commentando l’intervento di Sciolla che avvertiva di non affrontare i testi in
maniera ingenua, chiedendo che si ponesse attenzione anche alla loro
organizzazione, cioè alle dinamiche enunciazionali, che non sono neutrali rispetto
ciò che è enunciato.
L’esplicitazione del concetto d’enunciazione avrebbe permesso di affrontare le
questioni emerse in modo più sistematico. Ad esempio, non si vede perché il
patto comunicativo, che sarebbe meglio definire contratto enunciativo, debba
essere convocato solo per riflettere sulla produzione discorsiva e non anche per
riflettere sugli oggetti presi in considerazione da questa produzione, soprattutto se
questi oggetti sono testi letterari. In altre parole, al di là di sottolineare il
problema (Crespi), nessuno si è effettivamente soffermato sul perché i testi
letterari a cui è stato fatto riferimento sono quasi esclusivamente romanzi

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pubblicati tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo. Questa
scelta dipende evidentemente, in buona parte, da un dato tipo di contratto
enunciativo che questi testi instaurano. Il realismo di questi testi, elemento
fondamentale per un loro uso sociologico, si fonda proprio su questo contratto,
che non può essere accettato ingenuamente dal ricercatore che decida di
utilizzarli.
Sempre a questo riguardo, il riferimento di Jedlowski riguardo il patto
comunicativo tendeva a situarlo prevalentemente in una dimensione extra-
testuale. Il patto, però, per essere efficace, deve lasciare perlomeno delle tracce
nel testo. E’ proprio il rinvenimento di queste tracce che permette di ricostruire i
termini del patto e, quindi, una tipologia dei testi fondata sui diversi patti
ricostruiti.
La teoria semiotica delle passioni sarebbe servita ad evitare di ritornare sulla
sterile dicotomia ragione/passione, introdotta soprattutto nel corso dei dibatti
conclusivi di ogni sessione, nel tentativo di tracciare una distinzione tra discorso
letterario e discorso scientifico. Inoltre, tale teoria avrebbe permesso di ragionare
sulla forma del discorso scientifico, che non necessariamente deve essere noioso,
come sosteneva qualcuno. Il discorso scientifico ha, invece, probabilmente, un
modo specifico di gestire la dimensione passionale tendente verso una
aforizzazione, grazie alla quale viene costruita l’oggettività dei propri dati e del
proprio discorso, elementi importanti per la costruzione del contratto enunciativo.
Le considerazioni precedenti su narratività, enunciazione, passioni, insieme a ciò
che è stato detto dai sociologi presenti riguardo il proprio fare scientifico ed
insieme alle analisi di testi scientifici fatte nel corso degli anni, soprattutto in
ambito semiotico struttural-generativo, avrebbero potuto contribuire alla
discussione su una tipologia dei testi e dei generi.
A questo riguardo mi sembra utile notare, cosa non avvenuta nel corso del
seminario, il fatto che tutti gli esempi fatti d’uso della letteratura da parte delle
scienze sociali nel corso del seminario riguardavano quasi esclusivamente un
momento del fare scientifico: la descrizione del fenomeno. Vuoi perché la
letteratura descrive meglio, vuoi perché la letteratura è la prima a descrivere certi
fenomeni, vuoi perché in letteratura si trovano, senza dover fare troppa fatica,
delle descrizioni adeguate, sta di fatto che, comunque, la descrizione, senza mai
esplicitarlo, è emersa come il luogo dove avviene lo scambio tra letteratura e
scienze sociali e dove, al limite, letteratura e scienze sociali si confondono.
Non è dunque un caso che la problematica del rapporto tra letteratura e scienze
sociali si sia posta in modo più radicale all’interno dell’antropologia che assegna
un’importanza fondamentale all’etnografia, definita da Geertz thick description.
L’emergere della descrizione come una sorta di terra di nessuno dei testi letterari
e scientifici stimola tutta una serie di domande, la prima delle quali è se questi
due tipi di testi si limitano alla sola descrizione — che qui, forse è bene
precisarlo, non è opposta a narrazione.
Questa domanda solleva, a sua volta, tutta una serie di questioni di carattere
epistemologico e metodologico la cui risposta meriterebbe perlomeno un altro
seminario. Non è, dunque, in questo breve resoconto che si cercherà di rispondere
a queste questioni, al di là delle mie competenze. Vorrei, però, proporre
un’ipotesi
E’ chiaro che vi sono posizioni tra cui, evidentemente, quelle derivate
dall’antropologia interpretativista che tendono ad assolutizzare la prassi
scientifica delle scienze sociali alla descrizione.
A mio parere, però, è possibile ipotizzare che interpretazione, che è comunque già
presente nella descrizione, e spiegazione sono le altre fasi del fare scientifico, che
seguono a quella della descrizione. Se si accetta questa ipotesi, si presuppone che,
in generale, il testo scientifico dovrà lasciare intravedere nella sua struttura questi
tre momenti. Nel tentativo di distinguere il testo scientifico da quello letterario ci
si può chiedere se in quest’ultimo sono anche rinvenibili i tre momenti. E’
probabile che il testo letterario, soprattutto quello moderno, si limiti alla
descrizione e, a volte, all’interpretazione, ma difficilmente si sarà in presenza di
una spiegazione. Una delle frasi più amate dagli autori è infatti "lascio le
conclusioni al lettore" e, quando così non accade, il testo viene immediatamente
percepito come retorico, didascalico. Questo, però, non vale per tutti i generi

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letterari o finzionali dato che parabole e favole, in forma di morale, contengono
una spiegazione. E’ chiaro che, invece, un testo scientifico dovrà fare di tutto per
condurre il lettore alle stesse sue conclusioni, esplicitandole, a volte anche
anticipandole, cosa che è stata notata anche nel corso del seminario.
Sull’uso dei testi nella semiotica
Vi è, infine, un problema più generale riguardo l’uso dei testi, soprattutto letterari.
Durante il seminario sono emerse varie posizioni che ne giustificassero l’uso in
sociologia — il testo letterario rende visibile la complessità sociale (Turnaturi),
rende visibile la complessità psicologica attraverso situazioni che potrebbero
essere reali (Mizzau), il testo letterario ha la capacità di portare al linguaggio
elementi dell’esperienza (Jedlowski).
La semiotica, in quanto teoria della significazione, analizza e usa testi, anche, o
forse sarebbe meglio dire soprattutto, testi letterari. A differenza degli approcci
sociologici illustrati durante il convegno questi testi vengono analizzati
innanzitutto per comprenderne la loro strutturazione interna, la specifica
articolazione del senso, il modo in cui essi realizzano la significazione. Solo in
seguito, e sempre a partire dal testo e dalla sua organizzazione, il testo viene usato
per comprendere qualcosa che gli sta fuori, qualcosa che il testo si presuppone
rappresenti. Questo secondo passaggio sembra essere invece la principale
preoccupazione dei sociologi, pur se Turnaturi nel suo intervento afferma che non
bisogna fermarsi al livello superficiale dei testi.
Questo passo doppio della semiotica è più articolato di quanto possa apparire da
ciò che ho appena detto poiché il passaggio dall’organizzazione interna del testo
al suo esterno, che è anche un passaggio dal particolare del testo analizzato ad un
tentativo di generalizzazione, avviene a partire dal reperimento di strutture,
schemi, modelli (non è questo il luogo per discutere su quale sia il termine più
adatto) immanenti che si ipotizza presiedano e organizzino la manifestazione del
senso nel testo stesso.
La semiotica, come ha spesso ripetuto Fabbri, usa i testi, soprattutto letterari,
come laboratori sperimentali, all’interno dei quali emergono dei risultati, in forma
di modello, la cui adeguatezza a situazioni più generali deve comunque essere
continuamente messa alla prova. In questo, dunque, la considerazione che la
semiotica ha dei testi non mi sembra troppo lontana da quella che ha proposto
Jedlowski. Quello che però bisogna tenere presente è che il trasferimento di
elementi dell’esperienza al linguaggio non è diretto, ma mediato da strutture,
schemi, modelli che si suppone siano immanenti ad entrambe le manifestazioni
del senso.
Come ha giustamente sostenuto Fabbri, è proprio a partire dai "modelli generali
di spiegazione dei fenomeni della cultura" che la semiotica può fornire, che si può
articolare il rapporto tra semiotica e le altre scienze sociali, ridando alla semiotica
una rilevanza oggi perduta

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