Sei sulla pagina 1di 8

Il linguaggio del corpo?

Per molto tempo il gesto è stato studiato sotto il presupposto che l'essere umano comunica non solo
con le parole ma anche con i movimenti del proprio corpo. Con ciò si suppone che lingua verbale e
sistema gestuale siano due canali separati per comunicare un'informazione legati dal fatto che
ognuno dei due esprime sei significati ma in modo separato. Si potrebbe, però, supportare l'ipotesi
che il processo soggiacente alla lingua verbale e non verbale sia lo stesso? Invece di guardare al
linguaggio del corpo da una parte e a quello verbale dall'altra è possibile integrare i due sistemi
cercando di analizzarne le forme uscenti come unica lingua?
Il linguaggio verbale viene solitamente distinto da quello non verbale. Con il primo si è soliti
indicare un sistema di comunicazione che si manifesta attraverso il canale orale in cui la parola è
svelata attraverso la lingua parlata. Con il secondo termine, invece, un sistema comunicativo che
per essere attuato richiede altri tipi di canali. Il sistema gestuale è solitamente fatto rientrare come
appartenente alla categoria del linguaggio non verbale perché non esprime significati attraverso la
parola ma utilizza, in maggior misura, gli arti superiori.
Il passaggio da un modello lineare della comunicazione a uno dialogico-conversazionale1, in cui
essa è frutto di un'attività congiunta di produzione e ricezione di significati da parte degli
interlocutori, ha reso più sfumata la distinzione tra verbale e non verbale. Una distinzione netta,
sebbene utile ai fini didattici e concettuali, comporta un'artificiosa riduzione della complessità della
comunicazione umana e proprio per questo una suddivisione su cosa sia o non sia verbale diventa
problematica. Il processo comunicativo è un intreccio, un insieme, difficilmente delimitabile
attraverso categorie fisse, ma nonostante ciò la definizione "comunicazione non verbale" sembra
implicare una separazione rispetto al sistema linguistico.
I gesti, allo stesso modo della lingua parlata, variano a seconda del luogo, del tempo e a fattori
socioeconomici; Anche i gesti si fanno carico di un significato simbolico e alcuni gesti
convenzionali appartengono al linguaggio come elementi lessicali veri e propri; anche l'esecuzione
dei movimenti che formano il gesto richiedono regolarità sintattiche al pari di quello che accade
nella generazione delle frasi parlate2.

CLASSIFICAZIONE GESTI, CHE VUOL DIRE GESTO

CHE COS'è IL GESTO


Il gesto, come del resto la comunicazione non verbale in generale, è stato considerato al massimo
come un sistema subordinato al parlato. Come dice Kendon (Kendon in McNeill) "it was almost
always assumed that 'language' must be spoken to be 'language'". Molti studi oramai dimostrano
invece che il gesto non solo può essere portatore autonomo di significato ma svolge anche un
importante ruolo nel comportamento sociale umano (Morris, Collet, Marsch, O'Shaughnessy, 1978)
e si è rivelato anche decisivo sul piano linguistico e cognitivo (cfr. cap. successivi). Inoltre lo
sviluppo della tecnologia, permette di avere materiali per l'analisi dell'interazione comunicativa
sempre più accurati e a portata di mano, ha mostrato una stretta connessioine fra sistema vocale e
gestuale.
La definizione del gesto è problematica ed è definita in modo vario a seconda del contesto e della
disciplina in cui si opera. Il maggiore interesse dato alla materia negli ultimi anni ha fatto si che
fossero date varie definizioni da quelle più strette a quelle più ampie che includono ogni "visible
bodily action" (Kendon, 2004). Molte sono applicabili a comportamenti, a caratteristiche somatiche,
a fenomeni volontari e involontari, espressivi, comunicativi ecc.
Per definire la nozione di gesto è importante premettere che anch'esso fa parte del sistema
1
Cfr Carlo Galimberti, Dalla comunicazione alla conversazione. Percorsi di studio dell'interazione comunicativa, in
"Ricerche di psicologia" vol. 18, n .1, pp. 113-152, 1994.
2
Cfr Pierre Feyereisen, Jacques-Dominique De Lannoy, Gesture and Speech. Psychological Investigation, Cambridge
University Press, 1991, Cambridge.
comunicativo. Le conoscenze che si trasmettono possono essere rappresentate nella mente di un
sistema (come una macchina, un animale, persona, ecc) in due formati diversi (Poggi, 2006): un
formato proposizionale che è astratto, simbolico, e uno sensomotorio, che si forma nella mente
attraverso dati sensibili esperiti nel corso dell'esistenza. Certi sistemi intelligenti, come l'uomo,
hanno a disposizione entrambi i formati.
La proposizionalità, infatti, è specie specifica perché esclusiva della specie umana; alcuni animali
inferiori riescono a rappresentare la conoscenza solamente con un'immagine mentale o una serie di
movimenti muscolari ma solo l'uomo è in grado di comporre enunciati costituiti di elementi
grammaticali in successione. In particolare, le caratteristiche più importanti e che probabilmente
contraddistinguono il linguaggio dell’uomo sono l’infinità discreta3 e le proprietà ricorsive della
grammatica, che consentono modi potenzialmente infiniti di espressione linguistica (e anche infiniti
modi di espressione linguistica del pensiero) sfruttando un limitato numero di regole4.
La facoltà linguistica per esprimersi ha bisogno di un serbatoio semantico di cui si può servire per
rappresentare simbolicamente eventi linguistici. È necessario però avere un dispositivo in grado di
immagazzinare parole, concetti e idee con il quale recuperare queste informazioni al momento
opportuno. Il modo in cui l'uomo riesce ad acquisire un bagaglio di conoscenza nella memoria per
poi immagazzinarle ed esprimere concetti dotati di senso, sono cinque (Poggi, 2006): percezione:
attraverso i sensi, la memoria, l'inferenza: attraverso cui si legano i contatti della memoria e fra
questa e nuove conoscenze, la significazione: un'inferenza diventata obbligata che viene generata
automaticamente. "nella memoria si crea un collegamento fisso tra la conoscenza di partenza e
quella inferita, cioè un legame tra una conoscenza su un evento fisico, che chiamiamo segnale, e
un'altra conoscenza, che è il suo significato" (Poggi, 2006:14). Quindi il significato è un'inferenza
percepita che con la prassi è diventata talmente ovvia da legarsi in modo indissolubile con essa.
Quando questo sistema interagisce con un altro dello stesso tipo si può parlare di comunicazione
che, in questo senso, è strumento di conoscenza sul mondo e sui nostri scopi (Castelfranchi e Parisi,
1980). Le conoscenze che passano da una mente all'altra sono significati che hanno bisogno di un
veicolo tramite cui trasmettere informazioni. In questo senso molte delle strutture comunicative
cosiddette non verbali sono segnali di una significazione; gesti, sguardi, ecc.
Ora bisogna stabilire quando un segnale è comunicativo e quando non lo è. Questo implica una
definizione sulla tipologia di segnali, che possono essere semplici o comunicativi (Poggi-
Caldognetto).

Nella definizione del gesto possono essere rilevanti due parametri: la funzionalità e l'intenzionalità.
Dal punto di vista funzionale, il gesto, si può definire come una struttura composta di una serie di
movimenti coordinati (Kendon in McNeill; Armstrong, Strokoe & Wilcox) dotata di significato e
che viene eseguito soprattutto da mani braccia o spalle (Poggi, 2006), anche se altri autori non
escludono movimenti con altre parti del corpo (McNeill 2012; Kendon 2004). Si può parlare di
3
«The core property of discrete infinity is intuitively familiar to every language user. Sentences are built up of discrete
units: there are 6-word sentences and 7-word sentences, but no 6,5-word sentences.» (Hauser et al., The Faculty of
Language, cit., p. 1571).
4
«FLN [facoltà di linguaggio in senso stretto] takes a finite set of elements and yields a potentially infinite array of
discrete expressions. This capacity of FLN yields discrete infinity (a property that also characterizes the natural
numbers). Each of these discrete expressions is then passed to the sensory-motor and conceptual-intentional systems,
which process and elaborate this information in the use of language.» (Hauser et al., The Faculty of language, cit., p.
1571).
gesto però solo se queste caratteristiche funzionali intervengono in un contesto intenzionale. Il
gesto, cioè, comunica quando assume forma e movimento in modo intenzionale verso qualche
scopo. McNeill (2012) chiama gesto "a manifestly expressive action that enacts imagery [...] and is
generated as part of the process of speaking". Quindi la caratteristica del gesto è di creare il
movimento all'interno di un processo espressivo.
Lo scarso interesse per lo studio sistematico della gestualità e il fatto che non ci sia ancora una
metodologia condivisa rende molto difficile l'obiettivo di una terminologia comune e
sufficientemente condivisibile. Molte classificazioni, infatti, tendono a essere un sistema chiuso e
rigido ma data la difficoltà di imbattersi in un gesto "puro", cioè eseguito con un unico scopo,
composto esattamente con movimenti indirizzati esclusivamente all'apporto di un particolare
significato e in un contesto neutro5, più probabilmente queste classificazioni sono da intendersi
come classi labili, sfumate, con frequenti e reciproche contaminazioni. Ci sono vari tipi di cataloghi
di gesti che variano a seconda degli obiettivi e degli scopi argomentativi degli studiosi, ma quelli
fondamentali si ritrovano pur con diversa terminologia oramai in molti elenchi (Efron, 1941;
Ekman, Friesen, 1969; McNeill, 1992; Kendon, 1988). Queste classificazioni mettono in luce
quattro tipi fondamentali di gesti (Poggi,2006: 55)6:
1) Gesti deittici: sono quei gesti che si fanno per indicare qualcosa o qualcuno con la mano aperta o
con l'indice.
2) Gesti iconici: gesti che raffigurano nell'aria o imitano caratteristiche proprie di un oggetto,
animale, persona, ecc.
3) Gesti simbolici o emblematici: sono dei gesti che in una certa cultura hanno un significato
facilmente traducibile in parole o frasi. Ad esempio il gesto di formare una V con l'indice e il medio
davanti alla bocca significa "sigaretta" o "fumare".
4) Gesti batonici: Sono gesti che scandiscono il ritmo del discorso. Rappresentano una prosodia
ritmica extravocale.
Isabella Poggi scrive che "distinguere i gesti per tipi li irrigidisce in categorie fisse"(Poggi,
2006:56). La studiosa suggerisce di distinguere i gesti in diversi parametri così da valutare il gesto
caso per caso. Si possono quindi classificare i gesti per:
a) Contenuto semantico. Anche il gesto, come per tutti i segnali, si può distinguere a seconda
dell'informazione che trasmette. Esso può veicolare un significato che si riferisce al mondo (per
esempio i gesti deittici o rappresentativi), oppure può riferirsi ad una volontà soggettiva, qualcosa
che riguarda colui che rappresenta il gesto. In questo caso il mittente intende comunicare qualcosa
di e su se stesso, come per esempio alzare un pugno per indicare l'essere adirato. Un'altra possibilità
è il trasmettere un'informazione che riguarda la mente, come per esempio il gesto delle "virgolette"
per indicare la presa di distanza da qualcosa oppure il gesto che indica il non interessamento.
b) Tipo di scopo: può essere espresso un gesto che esprime una motivazione individuale oppure di
tipo biologico (per esempio un gesto che scaturisce inconsciamente da un'emozione), oppure di tipo
sociale (i gesti codificati dall'etichetta riferita ad un tipo di cultura all'interno di una comunità)
c) livello di consapevolezza: conscio, inconscio o tacito. I gesti fatti in modo intensionale di solito
vengono ricordati dall'esecutore perché fatti con uno scopo comunicativo consapevole. Per esempio
i gesti simbolici sono completamente consapevoli perché vengono eseguiti in modo tale che il loro
significato rimanga evidente anche nella decodificazione del ricevente. I gesti batonici invece di
solito si eseguono senza attenzione quindi possono essere definiti inconsci o taciti perché vengono
eseguiti senza che l'esecutore se ne accorga.
d) Costruzione cognitiva: Molti gesti sono talmente codificati e strutturati in una determinata lingua
che vengono a rappresentare un sistema comunicazionale ben strutturato, a volte riescono a

5
Molto simile alla differenza che si viene a trovare nel parlato fra episodi di iperarticolazione e ipoarticolazione. Anche
in questo caso due poli della qualità del parlato fra cui si possono collocare molti stadi (cfr Manuale di Fonetica,
Federico Albano Leoni, Pietro Maturi, Carocci, 1998, Roma).
6
La classificazione che oramai si trova in molti manuali, anche perché è stata una delle prime, è quella che si trova in
Ekman e Friesen (1969, 1972 ). Essa prevede le categorie di emblemi, illustratori, adattatori, regolatori e affect displays.
diventare un linguaggio vero e proprio. L'esempio paradigmatico in questo senso è la lingua dei
Segni utilizzata dai non udenti. Questi sistemi sono strutturati come vere e proprie lingue perché
comprendono oltre ad una semantica anche una sintassi propria. Un sistema simile, ma che non
incorpora regole sintattiche perché i gesti non si combinano per formare frasi, è rappresentato dal
lessico dei "gesti simbolici" tipico di varie culture. Un esempio in questo caso è rappresentato dal
sistema simbolico tipico dell'Italia (soprattutto meridionale) molto complesso e sofisticato. Anche
altri gesti hanno parziali codificazioni, per esempio i gesti batonici possono significare la scansione
della frase, quindi marcano l'inizio di una parola o il culmine significativo dal punto di vista
sintattico. Altri gesti sono inventati estemporaneamente sulla base di regole inferenziali condivise.
e) Relazione segnale-significato: ci sono tipi di gesti che possono essere inferiti solo dalla loro
forma o movimento. In un gesto iconico la relazione è intuibile dalla configurazione che assumono
gli articolatori, quindi c'è un rapporto imitativo o di somiglianza. In un gesto dovuto a reazione
emotiva (che Poggi chiama "naturale" come scuotere le mani in alto per esultanza p.57) la relazione
è più di tipo fisiologico-meccanico (o una relazione di "determinismo meccanico" ibidem). Un gesto
può definirsi arbitrario, invece, quando è soggettivo, idiosincratico, quindi non facilmente
decodificabile da un interprete (il gesto arbitrario appartiene alla parole saussuriana mentre quello
simbolico alla langue). Molti dei gesti simbolici nascono come arbitrari poi, col passare del tempo il
referente originario (come accade con le parole la cui origine viene identificata spesso solo
attraverso l'etimologia) viene sempre più simbolizzato fino a diventar parte di un codice sociale
condiviso. Spesso, come avviene tipicamente nelle Lingue dei segni dei sordi (Radutzky, 1981,
1987), i gesti arbitrari sono nati come iconici e poi hanno perso la loro origine figurativa. Questo
significa che un gesto creativo (così come una nuova parola) nasce quando si deve "costruire"
gestualmente un nuovo referente e di solito sono iconici perché il nuovo referente viene
rappresentato mediante la percezione del significato da comunicare. Questo significato può essere
inventato in maniera estemporanea perché ancora non esiste oppure perché si utilizza un gesto già
codificato.
Per creare un referente, dunque, vengono attivate due modalità (Poggi,2006): il gesto deittico
oppure con una parola. L'indicazione è il modo più economico anche se può venir fatto solamente
se il referente è nelle vicinanze. Se così non fosse l'altro modo è necessariamente quello di applicare
un'etichetta alla cosa da evocare.
Nella classificazione operata da Kendon7 le tipologie gestuali sono collocate fra due estremi a
seconda dell'occorrenza o meno della parola. Da una parte la parola senza gesto, dall'altra il gesto
senza la parola:
1) Gesticolazione. È il tipo di gesto più frequente, ha molte varianti ed è utilizzato per esprimere
molti tipi di significati. È eseguito essenzialmente da mani, braccia e testa (che è utilizzata
principalmente in sostituzione dei primi due) ma anche gli arti inferiori giocano un ruolo
importante. È il movimento che incorpora il significato espresso tramite la parola co-occorente.
2) Gesti associati alla parola. Si distinguono dai primi perché ricoprono un valore grammaticale
all'interno della frase. Sono a tutti gli effetti paragonabili a elementi grammaticali perché, spesso
eseguiti senza neanche l'occorrenza della parola, completano la struttura della frase.
3) Emblemi, gli stessi segni convenzionalizzati visti sopra.
4) Pantomima. È un gesto, o una serie di gesti, che esprimono una linea narrativa. Essi possono
raccontare una storia, un racconto un fatto ma senza la presenza della parola. La caratteristica
principale è proprio l'assenza della parte orale.
All'estremità opposta dall'utilizzo della sola parola si trova infine il gesto utilizzato come segno
nella lingua dei sordi. Le lingue dei segni hanno la propria struttura linguistica che include forme
grammaticali, Dal punto di vista dell’analisi linguistica l’organizzazione sub-lessicale delle lingue
dei segni è simile alla modalità di comunicazione verbale: possiede infatti un sistema morfologico-
sintattico che permette di esprimere ciò che nelle lingue parlate corrisponde a preposizioni, articoli
7
Nel 1988 Adam Kendon ha distinto i gesti in diverse tipologie, questo schema poi è stato ripreso da David McNeill
(1992) che lo ha chiamato "Kendon's continuum". La classificazione è ripresa da McNeill 2005.
e ordine della frase8. Le lingue dei segni si sono evolute senza la necessità di essere coordinate con
la parola.
Questa classificazione si dimostra essere un continuum9fra due poli in cui la parola decresce di
importanza, significato e utilità all'aumentare dell'importanza del gesto. Nella gesticolazione, infatti,
la parola deve necessariamente accompagnare il gesto mentre nella lingua dei segni il gesto è
perfettamente autonomo. Il grado con cui il gesto mostra le proprietà di una lingua aumenta fino a
rappresentare a tutti gli effetti, una lingua vera e propria. I movimenti del primo stadio sono
obbligatoriamente accompagnati dalla parola perché non hanno proprietà linguistiche, nel secondo
grado, invece, i movimenti, sempre eseguiti obbligatoriamente con la parola, si rapportano in modi
diversi a essa. Nella gesticolazione, gli articolatori si muovono cercando di supportare il significato
ma senza una regolarità o una struttura precisa. Si trasformano in elementi grammaticali quando
nella frase rivestono un ruolo linguistico particolare (un complemento o un verbo per esempio) e si
manifestano soprattutto in modo sequenziale e non solo co-occorrente alla parola. I segni, invece,
sono obbligatoriamente non accompagnati dalla parola e hanno le caratteristiche essenziale di un
linguaggio. La comunicazione visivo-gestuale usata dalle comunità sorde, si definisce come una
vera e propria lingua, diversa dalla semplice mimica o pantomima: ha caratteristiche proprie,
diverse dalle lingue vocali, ma che la rendono capace di soddisfare le funzioni specifiche di ogni
lingua. Essa è infatti un sistema di regole e simboli che mutano nel tempo e che è condiviso da un
gruppo di persone appartenenti ad una comunità con diversi scopi: esprimere idee, opinioni,
emozioni, monitorare se stessi e gli altri, esprimere relazioni, interagire, trasmettere cultura,
ecc.(Crystal, 1993).
La gesticolazione è il sistema semantico più "debole" perché per significare ha bisogno di essere
interpretato insieme ad un codice linguistico più codificato fatto di simboli il cui significato sia
condiviso con poca oscillazione interpretativa limitata.
Confrontando da una lato la gesticolazione e dall'altro la parola, si nota la ricchezza che emerge
combinando questi due sistemi in un nuovo sistema unificato fatto da due tipi contrastanti di
proprietà semiotiche. Da un lato la gesticolazione viene compresa in modo globale e sintetico,
dall'altro il significato inserito nelle parole di una lingua è estratto in modo analitico e discreto
(McNeill).
La comprensione di tipo globale procede dall'alto verso il basso, nel senso che il significato delle
parti è determinato dal significato dell'intero. Nella formazione del gesto, la forma delle mani, lo
spazio, la direzione, l'articolazione, dipendono da una modalità in cui è possibile cogliere il
significato solo se si comprende il gesto per intero. La gesticolazione produce una serie di
movimenti che non può essere paragonata a unità morfematiche (come invece può essere fatto per
la lingua dei segni) perché prese singolarmente non hanno nessun significato ma lo acquistano
solamente nel contesto di produzione. Non esiste un significato condiviso generale che riesca a
interpretare in modo univoco una mano che si agita avanti e indietro. L'unione del significato nella
forma del gesto non è fisso ma varia dal contesto di comunicazione e quindi non è registrabile in
una morfologia. In un sistema codificato come la parola, invece, il significato è più facilmente
interpretabile perché inserito in delle parole che hanno una alta densità semantica o in un piano
sintattico ben organizzato strutturato affinché ci siano poche indeterminatezze10. La visione
semiotica della gesticolazione è vista dall'alto verso il basso, cioè il significato è dato non dalla
somma delle parti ma dall'intero non divisibile un gesto comunica qualcosa in modo istantaneo
perché le sue caratteristiche si rilevano immediatamente in tutto il loro significato a differenza di
altri linguaggi che hanno bisogno di una successione lineare per esprimersi. Proprio però per questo
motivo non può essere definita una lingua.
Un gesto singolo concentra in sé un significato che nella frase viene reso con diversi elementi. La
modalità di espressione del gesto è in qualche modo sintetica, perché diversi significati possono

8
I marcatori pragmatici nella lingua italiano dei segni, tesi di laurea, Cristiana Bandini, 1996/7 Bologna.
9
McNeill 2005.
10
Ma cfr tullio de mauro indeterminatezza ecc…
essere trasmessi in un solo movimento mentre nella frase parlata, per esempio, gli elementi della
frase devono essere separati (soggetto, verbo, oggetto, ecc) in quanto la modalità della distribuzione
dei significati, negli altri sistemi di linguaggio codificati, è analitica perché necessita di una sintassi
in cui distribuire i loro elementi. Rispondono a questa logica anche i gesti emblematici, perché
raggruppano nello stesso gesto un significato che in una proposizione parlata sarebbe distribuita in
tutta la struttura. Si pensi per esempio al gesto del 'pollice in su' che se si volesse esprimere il suo
significato in un linguaggio analitico e discreto sarebbe all'incirca l'equivalente parlato di 'un lavoro
ben fatto'11.
Ricapitolando, la gesticolazione accompagna la parola, non ha un significato socialmente o
culturalmente convenzionalizzato, è globale e sintetico nella modalità di espressione e non ha
proprietà linguistiche per sua natura. Essa si manifesta insieme alla parola che, invece, è
convenzionalizzata, segmentabile in unità minori, analitica e possiede pienamente proprietà
linguistiche12. Anche il linguaggio dei segni ha le stesse caratteristiche della parola ma cambia la
modalità di articolazione. Invece che gli organi fonatori utilizza segni delle mani, espressioni del
viso e movimenti del corpo. La lingua dei segni è prodotta senza il ricorso alla parola. La presenza o
assenza della parola, quindi, è indice di proprietà linguistiche.
I gesti emblematici sono in una posizione intermediaria poiché rientrano nelle caratteristiche sia
della gesticolazione sia dei segni. Sono mancanti di un pieno sistema di unità discrete (il gesto del
'pollice in su' non ha un corrispettivo segno contrastivo per esempio) e di un valido potenziale
sintattico (non si possono combinare più gesti emblematici e formare una frase che risponda a
qualche grammatica).
Il gesto deittico richiede una trattazione particolare. Ha una forma che è standardizzata all'interno di
una data cultura. In Italia per esempio è consono indicare con l'indice esteso e le altre dita ripiegate
ma in altre società potrebbe essere prodotto con due dita o un'intera mano, o con la faccia, col naso,
ecc (Enfield 2001) allo stesso momento, comunque, la forma condivisa non è richiesta al gesto per
manifestarsi. In appropriate circostanze le forme alternative di gesto deittico sono comunque
comprese. Quindi il gesto deittico è meno limitato di quello emblematico. In alcuni contesti sembra
obbligatoria anche la presenza della parola (de Ruiter 2000) ma il movimento che indica è
pienamente comprensibile anche da solo.
Tipologie gestuali (cfr classificazione gesti)

Il legame che esiste fra gesti manuali e linguaggio è molto antico (cfr. Jan Bremmer e Hermann
Roodenburg 1993, Kendon 2004 per una rassegna) ma solo recentemente si è analizzato in modo
scientifico (Kendon 1995). Alcuni autori considerano il gesto uno strumento essenziale per
penetrare la cognizione umana e riuscire a analizzare alcuni processi elaborativi interni (Goldin
Meadow et alii 1993, McNeill, 1987, 1992, Martha W. Alibali, Sotaro Kita, Amanda J. Young,
2000). Le produzioni gestuali spontanee come gesticolazione sono la risultante di un processo
elaborativo interno che si mostra sia nella codifica che nella decodifica del messaggio. Ci sono però
diverse opinioni su come il gesto si relaziona alla parola e che tipo di rapporto si instaura fra i due
canali. Secondo alcuni (Kita, 2000, 2001; De Ruiter, 1998) gesti e parlato interagiscono fra loro
nella fase di esposizione del messaggio ma fanno capo a due sistemi diversi. Secondo altri (Hadar et
alii, 1998) il gesto non avrebbe una relazione diretta ma le sue funzioni sarebbero subordinate al
parlato. Infine per alcuni ricercatori (McNeill, 1992, 2000, 2005) esiste un'intima connessione a
livello di struttura profonda e ciò fa si che l'aspetto visuale e fonico di uno stesso concetto si
manifesti nella struttura superficiale attraverso elementi formali prodotti da due diversi canali: da
una parte gesto, e dall'altro la parola. La matrice generativa della lingua orale e del gesto sarebbe la

11
Fra sistemi così differenti è molto complicato (e anche improprio) tradurre in modo che se ne esprima il senso. Lo
scarto connotativo, che seppure esiste fra parole e frasi di lingue diverse, qui è difficilmente colmabile.
12
Bisogna elencarle??
stessa, entrambi prodotti dalla medesima struttura psicologico-cognitiva. Configurazioni sintattiche
elaborate e movimenti articolari del corpo si sviluppano insieme internamente come processo
psicologico e rispondono spazialmente e temporalmente allo stesso stimolo cerebrale.
Non tutti i gesti sono però uguali. La tipologia di gesti che interessa questo meccanismo è quella
referenziale e orientata al discorso, quel tipo di movimenti articolari che si manifesta nella parola in
modo semicosciente che è definita comunemente gesticolazione.
Diversi studi hanno cercato di provare questo legame che sembra connettere gesto e parola, per
esempio Condon e Ogston (1966 e 1967) analizzando svariate conversazioni attraverso riprese
filmate, hanno notato che la struttura dello schema del movimento che si mostra nella
gesticolazione si integra alla struttura ritmica della parola co-occorrente. Ciò mostrerebbe che se
nella sintassi gestuale il movimento ha un legame temporale con la relativa proposizione verbale
questo ed è in relazione anche con la corrispettiva unità di significato. Ogni espressione, cioè, si fa
carico di un'idea che espressa non solo dalle parole ma anche dalla gesticolazione che si manifesta
contemporaneamente. Essa, quindi, non sarebbe un abbellimento per l'occhio o un sottoprodotto del
processo espressivo ma, piuttosto, una manifestazione alternativa del processo con cui le idee sono
codificate in degli schemi di comportamento motorio compresi da altri come indicativi di queste
idee. L'espressione ha così due canali con cui riferire concetti: uno, attraverso la parola, l'altro,
attraverso movimenti del corpo, i quali sono tanto più ampi e articolati quanto il parlato è strutturato
e ricco. Non solo, i due ricercatori hanno notato anche un cambiamento di posizione che precede
l'articolazione sonora e lo hanno attribuito ad una sorta di predisposizione al parlato.
Molti studi hanno reso evidente il ruolo cruciale del gesto nella trasmissione e comunicazione di
informazioni fra parlante e ricevente (Goldin-Meadow, 1997; Beattie, Shovelton, 2002a; Graham,
Argyle, 1975). In particolare negli ascoltatori faciliterebbe l'acquisizione di concetti (cfr Kendon,
1994). Altri studi hanno suggerito che il gesto è utile allo scopo comunicativo del parlante
aiutandolo nella facilitazione cognitiva al parlato (W.Alibali-Kita-J.Young, 2000), migliorando la
capacità espositiva, per scopi persuasivi (Burgoon, Birk, Pfau, 1990; Carli, Lafleur, Loeber, 1995),
o facilitando la produzione linguistica, sintattica e il recupero semantico. Si è dimostrato, infatti, che
l'attivazione del canale visivo-motorio fa accedere in maniera più diretta alle parole nella memoria
(Salz & Dixon, 1982; Krauss, Chen Chawla, 1996; Rimé, Shiaratura, 1991) non solo in fase di
recupero ma anche per consolidare la permanenza nella memoria a lungo termine, infatti, una nuova
parola associata ad un gesto si ricorda meglio (Hulme, Monk, & Ives 1987).
La gesticolazione che accompagna il discorso, quindi, avrebbe anch'essa una funzione comunicativa
poiché arricchisce, completa e sistema le informazioni fornite dal parlato. Secondo Kendon (1980)
sia gesto sia parola sarebbero due modi di rappresentazione, coordinati, prodotti dallo stesso stimolo
e finalizzati allo stesso obiettivo: rappresentare un significato. Anche Butterworth e Beattie (1978)
sostengono che la fase gestuale, che precede la produzione del parlato, non sia originata nel
momento di pianificazione del parlato ma nello stesso istante in cui le idee e i concetti, le immagini
e le azioni mentali danno origine al linguaggio stesso. Anche la ricerca di Alibali, Kita e Young
(2000) porta a questo risultato. Quest'ultima in particolare esegue dei test per verificare due tipi di
ipotesi, quella che sostiene che il gesto sia solamente coinvolto nella generazione della forma
superficiale dell'espressione verbale, e quella che sostiene invece il coinvolgimento del gesto per lo
sviluppo di un piano concettuale. I ricercatori concludono, attraverso indagini empiriche e test, che
il gesto sia coinvolto nella pianificazione concettuale del discorso. Questa ipotesi, viene chiamata
Information Packaging Hypothesis. Essa spiega come il gesto sia implicato nella pianificazione
concettuale del messaggio. In modo più specifico, gesticolare aiuterebbe il parlante a "imballare" le
informazioni spaziali in unità verbalizzabili.
Come dice Sabina Fontana: "Se da un punto di vista semiotico, i gesti sono molto diversi dalle
parole, a livello pragmatico svolgono un ruolo altrettanto fondamentale non solo nella costruzione e
nell'organizzazione degli enunciati ma anche nella fase di decodifica di un dato messaggio da parte
del ricevente. Inoltre, è proprio in virtù della loro natura semiotica che gli indici gestuali
rappresentano […] una corsia preferenziale per comprendere meglio la struttura concettuale
sottostante la lingua" (Fontana p. 17). È interessante indagare la relazione fra gesti che affiorano
inconsciamente nel flusso del parlato e il parlato stesso perché anche attraverso questi movimenti è
possibile analizzare il rapporto che trasforma le capacità senso-motorie e le abilità cognitive, i
pensieri, le emozioni di un individuo, in struttura linguistica. I gesti in questo senso rappresentano
un'azione cognitiva visibile.